Piano
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STORIA D'ITALIA Voi. I 476-1250 STORIA D'ITALIA Voi. II 1250-1600 STORIA D'ITALIA Voi. I l i 1600-17...
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Piano
dell'opera:
STORIA D'ITALIA Voi. I 476-1250 STORIA D'ITALIA Voi. II 1250-1600 STORIA D'ITALIA Voi. I l i 1600-1789 STORIA D'ITALIA Voi. IV 1789-1831 STORIA D'ITALIA Voi. V 1831-1861 STORIA D'ITALIA Voi. VI 1861-1919 STORIA D'ITALIA Voi. VII 1919-1936 STORIA D'ITALIA Voi. VIII 1936-1943 STORIA D'ITALIA Voi. IX 1943-1948 STORIA D'ITALIA Voi. X 1948-1965 STORIA D'ITALIA Voi. XI 1965-1993 STORIA D'ITALIA Voi. XII 1993-1997
MONTANELLI I GERVASO
STORIA D'ITALIA 1 6 0 0 1789 INDRO MONTANELLI j ROBERTO GERVASO
L'ITALIA DEL SEICENTO Dal 1600 al 1700 INDRO MONTANELLI ! ROBERTO GERVASO
L'ITALIA DEL SETTECENTO Dal 1700 al 1789
STORIA D'ITALIA Voi. I l i EDIZIONE PER OGGI pubblicata su licenza di RCS Libri S.p.A., Milano © 2006 RCS Libri S.p.A., Milano Questo volume è formato da: Indro Montanelli - Roberto Gervaso Eltalia del Seicento © 1969 Rizzoli Editore, Milano © 1998 RCS Libri S.p.A., Milano Indro Montanelli - Roberto Gervaso Eltalia del Settecento © 1970 Rizzoli Editore, Milano © 1998 RCS Libri S.p.A., Milano Progetto grafico Studio Wise Coordinamento redazionale: Elvira Modugno Fotocomposizione: Compos 90 S.r.l., Milano
Allegato a OGGI di questa settimana NON VENDIBILE SEPARATAMENTE Direttore responsabile: Pino Belleri RCS Periodici S.p.A. Via Rizzoli 2 -20132 Milano Registrazione Tribunale di Milano n. 145 del 12/7/1948
Tutti i diritti di copyright sono riservati
G
li anni che vanno dal 1600 al 1789 segnano, per l'Italia, un momento di profonda decadenza, politica e commerciale. La scoperta delle Americhe e il commercio per le Indie orientali avevano drasticamente ridotto l'importanza del Mediterraneo e, di conseguenza, dei porti italiani. Gli staterelli in cui è frazionata la penisola, sempre divisi e rissosi tra loro, assistono impotenti alla guerra tra Spagna e Francia, in trepidante attesa di conoscere chi sarebbe stato il loro padrone e di correre in aiuto del vincitore. La Controriforma, in nome della fede e del papa re, imperversa perseguitando, attraverso la lunga mano dell'Inquisizione, pensatori come Galileo, Paolo Sarpi e Tommaso Campanella. Solo l'arte sembra, almeno in parte, sopravvivere a questo declino in caduta libera: Claudio Monteverdi, Giambattista Marino, Gian Lorenzo Bernini fanno sì che il pensiero creativo italiano mantenga ancora una posizione di tutto rispetto in àmbito europeo. Sono gli anni degli avventurieri della spada e della penna: geniali imbroglioni come, nel migliore dei casi, Giacomo Casanova e il sedicente conte di Cagliostro. Se in Francia nasce il «secolo dei lumi» e Voltaire e Rousseau con le loro opere preparano il terreno per quella Rivoluzione del 1789 che avrebbe mutato per sempre il mondo, in Italia, salvo alcune eccezioni, è la stagione dell'arcadia e delle accademie, tese alla ricerca di una vuota perfezione formale, priva di nerbo e di contenuto. Un'Italia stanca, esangue, quasi dormiente e ben esemplificata dal «giovin signore» nel G i o r n o di Giuseppe Parini. Un'Italia, però, che sarebbe stata bruscamente costretta al risveglio dalla ventata di desiderio di libertà e di nuovo che, proveniente dalla Francia, travolse ogni cosa. INDRO MONTANELLI (Fucecchio 1909 - Milano 2001) è stato il più g r a n d e giornalista italiano del Novecento. Laureato in legge e in
scienze politiche, inviato speciale del «Corriere della Sera», fondatore del «Giornale nuovo» nel 1974 e della «Voce» nel 1994, è tornato nel 1995 al «Corriere» come editorialista. Ha scritto migliaia di articoli e oltre c i n q u a n t a libri. Tra i suoi ultimi successi, tutti pubblicati da Rizzoli, ricordiamo: Le stanze (1998), Eltalia del Novecento (con Mario Cervi, 1998), La stecca nel coro (1999), Eltalia del Millennio (con Mario Cervi, 2000), Le nuove stanze (2001). ROBERTO GERVASO è nato a Roma nel 1937. Ha studiato in Italia e negli Stati Uniti. Collabora a quotidiani e periodici, alla radio e alla televisione, e da decenni si dedica alla divulgazione storica. 1 suoi libri sono stati tradotti in numerosi Paesi. Tra le sue opere ric o r d i a m o : La bella Rosina (1991), / destri (1999), Appassionate (2001), Amanti (2002).
Indro Montanelli - Roberto Gervaso
L'ITALIA DEL SEICENTO (1600-1700)
AVVERTENZA
Eccoci alla quinta tappa di questa ricostruzione storica della civiltà italiana, cominciata con L'Italia dei secoli bui, L'Italia dei Comuni, L'Italia dei secoli d ' o r o e L'Italia della Controriforma. Forse il lettore troverà un po' smorto il panorama di questa Italia del Seicento, specie raffrontandolo a quello del volume precedente. Ma la colpa non è nostra. Checché ne dicano certi storici, consapevolmente o inconsapevolmente legati a concezioni autoritarie, l'Italia del Seicento è una povera Italia: povera di eventi, povera di uomini, povera di pensiero, povera di tutto. Il barocco non è che la maschera della sua miseria, lo stile di una minoranza di satrapi che ingrassano sulla fame collettiva di una società pietrificata. Noi abbiamo cercato di ravvivare come meglio abbiamo potuto questo plumbeo quadro, dando il massimo rilievo alle figure che lo animano. Ce ne sono di grandi, come Galileo, Sarpi, Bernini, Monteverdi. Ma non è una galleria comparabile a quella del Cinquecento: le condizioni del Paese non lo consentono. Eppure, questo secolo rappresenta una svolta decisiva non tanto per la nostra storia politica, quanto per la formazione del nostro costume su cui lascia un segno indelebile e purtroppo catastrofico. E soprattutto su questo punto che abbiamo infatti insistito. E per renderlo più chiaro, siamo ricorsi a continui raffronti con gli altri Paesi, di cui pertanto siamo stati costretti a seguire succintamente le vicende. Siamo convinti che chi si limita a studiare soltanto l'Italia, dell'Italia non capirà mai nulla. A qualcuno le nostre tesi potranno sembrare soggettive e arbitrarie. È un'accusa a cui si espone qualsiasi storia che non voglia essere soltanto un elenco di nomi e di date. E vero: noi rievochiamo il 5
passato tenendo sempre di vista il presente: gli chiediamo di spiegarci perché l'Italia è com'è. In questo volume, per la prima volta, abbiamo aggiunto una bibliografia. L'abbiamo fatto non per rintuzzare le critiche di certi specialisti che ci accusano di non essere sufficientemente documentati (come se la citazione delle fonti bastasse a dimostrare ch'esse sono state realmente consultate e criticamente vagliate!), ma per liberare da questo sospetto il lettore, unico nostro destinatario e giudice. Eabbiamo però ridotta all'essenziale perché ci rifiutiamo, e seguiteremo a rifiutarci, di costellarne le pagine di note che, rompendo il ritmo della lettura, la rendono più faticosa. Chi non capisce o disprezza questi piccoli accorgimenti non sa cosa sia la divulgazione. Sappiamo benissimo che ogni dettaglio storico è oggetto di continue scoperte e revisioni. Ma noi non scriviamo questi libri per approfondire l'uno o l'altro particolare. Li scriviamo per offrire a chi non l'ha, o l'ha dimenticata, una visione generale della vita italiana nel corso dei secoli. E quando ci si propone un simile panorama non ci si può attardare in puntigliose diatribe su fatterelli secondari o comunque irrilevanti alla sua comprensione e valutazione. Questo fa parte di un altro tipo di Storia, monografica, che ha la sua utilità, anzi la sua necessità, ma non rientra nei nostri interessi, né, crediamo, in quelli dei nostri lettori. Costoro ci hanno tangibilmente dimostrato di apprezzare il nostro sforzo. E siccome questi libri sono dedicati esclusivamente a loro, è solo il loro giudizio che conta. Noi li ringraziamo della loro fedeltà.
Ottobre '69.
I. M. R. G.
PARTE PRIMA
ITALIA, EUROPA, A M E R I C H E
CAPITOLO PRIMO
LA GALASSIA ITALIANA
A p r i m a vista, l'Italia che il 1° g e n n a i o del 1600 festeggiò l'inizio del n u o v o secolo, offriva un i n c o r a g g i a n t e spettacolo di o r d i n e e di t r a n q u i l l i t à , specie se lo si raffrontava alle i n q u i e t u d i n i e alle g u e r r e , politiche e religiose, c h e travagliavano i l r e s t o d ' E u r o p a . L'assetto c h e u n a q u a r a n t i n a d ' a n n i p r i m a la pace di Cateau-Cambrésis aveva d a t o al nostro Paese e r a rimasto sostanzialmente invariato, e i vari Stati e staterelli in cui la penisola era frazionata avevano smesso di dilaniarsi tra loro, c o m e p e r secoli avevano seguitato a fare. N o n che avessero c o m p r e s o l'inanità di q u e l l ' a s s u r d o fratricidio. Ma il p a d r o n e n o n glielo consentiva. Il p a d r o n e e r a la S p a g n a , d e s t i n a t a a r i m a n e r tale fino al 1715, cioè p e r oltre un secolo e mezzo. Essa si e r a dirett a m e n t e a p p r o p r i a t a q u a t t r o d e i n o s t r i m a g g i o r i Stati: l a Sicilia, la S a r d e g n a , Napoli e il Ducato di Milano, oltre u n a testa di p o n t e in M a r e m m a che si chiamava Stato dei Presidi. Li a m m i n i s t r a v a con u o m i n i suoi, Viceré o G o v e r n a t o r i m a n d a t i d a M a d r i d , che n o n tolleravano n e s s u n c o n t r o l l o da p a r t e di o r g a n i locali, a n c h e se ne lasciavano sussistere q u a l c u n o p e r figura c o m e il Parlamento di Napoli, il Senato di Milano e lo Stamento di S a r d e g n a . Del resto, n o n si capisce p e r c h é gli spagnoli a v r e b b e r o d o v u t o r i s p e t t a r e le a u t o n o m i e italiane, visto c h e le a v e v a n o s o p p r e s s e a n c h e in casa loro. Il g o v e r n o degli Asburgo di S p a g n a , c o m e lo aveva costituito F i l i p p o e i suoi successori si p r e p a r a v a n o a m a n t e n e r l o , n o n e r a m e n o centralistico d i quello sovietico d ' o g g i g i o r n o . I funzionari, quasi tutti castigliani, n o n facevano che eseguire gli o r d i n i del Re, c h e s'impicciava a n c h e 9
d e i m i n i m i p a r t i c o l a r i . E ai s u d d i t i n o n r e s t a v a c h e o b bedire. Q u a n t o agli altri Stati della penisola, Filippo gli aveva lasciato u n sembiante d ' i n d i p e n d e n z a , m a solo u n sembiante, p e r c h é dalle c i n q u e r o c c h e f o r t i c h e a b b i a m o m e n z i o n a t e egli e r a in g r a d o in qualsiasi m o m e n t o di ridurli alla ragion e . Vediamo c o m u n q u e i n u n a r a p i d a retrospettiva c o m ' e r a stata regolata la loro sorte e di quali principali vicende erano stati teatro nella seconda m e t à del C i n q u e c e n t o . L'unico che avesse conservato le sue istituzioni e potesse a n c o r a fare u n a sua politica era la Repubblica di Venezia, rimasta p a d r o n a di quasi tutto il Veneto, di un pezzo di L o m bardia, di g r a n p a r t e dell'Istria e della Dalmazia e di alcune isole greche. Venezia doveva questa situazione di privilegio, un p o ' al suo carattere di città l a g u n a r e difficilmente e s p u gnabile p e r via di t e r r a , un p o ' alla sua a g g u e r r i t a flotta tutt o r a fra l e p i ù p o t e n t i d ' E u r o p a , u n p o ' all'accortezza d e i suoi u o m i n i di Stato. Per costoro n o n e r a facile destreggiarsi fra le d u e p o t e n z e A s b u r g o : quella d'Austria e quella di Spagna. Ma ci riuscirono s e m p r e g i u o c a n d o sulla flotta, n e cessaria ad e n t r a m b e p e r la lotta c o n t r o i t u r c h i . L e p a n t o e r a stata u n a vittoria s o p r a t t u t t o v e n e z i a n a . E quasi t u t t o v e n e z i a n o e r a il c o m m e r c i o c o n l ' O r i e n t e , di cui a n c h e la S p a g n a aveva b i s o g n o . Venezia i n s o m m a s a p e v a r e n d e r s i necessaria, e ne a p p r o f i t t ò p e r a c c e n t u a r e s e m p r e p i ù la p r o p r i a i n d i p e n d e n z a a n c h e nei confronti della Chiesa, cui la S p a g n a consentiva di s p a d r o n e g g i a r e su tutto il resto della penisola. All'altro polo dell'Italia settentrionale, il Piemonte cominciava a far parlare di sé. Esso era stato u n a delle g r a n d i poste nell'interminabile conflitto tra Francia e Spagna, i cui eserciti vi si e r a n o dati il c a m b i o m e t t e n d o l o a sacco. Q u a n d o il duca E m a n u e l e Filiberto di Savoia, che si era messo al servizio degli spagnoli e alla loro testa aveva sgominato i francesi a San Quintino, vi fece r i t o r n o d o p o la pace di Cateau-Cambrésis, trovò le città ridotte a macerie e le c a m p a g n e a b r u 10
ghiera. Fin allora la sua capitale era stata C h a m b é r y p e r c h é i suoi p o s s e d i m e n t i e r a n o p i ù di là dalle Alpi, in t e r r i t o r i o francese, che di qua, in territorio italiano. E m a n u e l e Filiberto la trasferì a Torino, e questo gesto implicava u n a scelta p o litica c h e n e l corso dei secoli si s a r e b b e rivelata di decisiva importanza. Grazie ad essa i Savoia, di origine b o r g o g n o n a e q u i n d i francese, d i v e n t a v a n o u n a dinastia italiana. Italiana fu la lingua che a d o t t a r o n o negli atti della loro amministrazione. E italiano diventò il loro c a m p o di azione politica. N o n e r a n o Re. Il loro titolo era ancora quello di Duca, e i loro p o s s e d i m e n t i n o n i n g l o b a v a n o c h e u n a piccola p a r t e del Piemonte, p e r c h é il resto e r a tuttora diviso fra altri d u e Principati: quello di Saluzzo e quello del Monferrato. Emanuele Filiberto provvide anzitutto a procurarsi u n o sbocco al m a r e , e ci riuscì annettendosi la Contea di T e n d a che gli dava accesso a Nizza e c o m p r a n d o dai genovesi il p o r t o di O n e glia. Q u a n d o m o r ì nel 1580, suo figlio Carlo E m a n u e l e I ne continuò la politica con molta energia, anzi forse con t r o p p a p e r c h é i suoi c i n q u a n t ' a n n i di governo furono t u t t ' u n susseguirsi d'iniziative d i p l o m a t i c h e e militari a u d a c i e spregiudicate, ma - come v e d r e m o - n o n s e m p r e fortunate. Più a sud, G e n o v a aveva conservato anch'essa u n a certa a u t o n o m i a , grazie agli e n o r m i servigi che il suo «protettore» A n d r e a Doria e la sua flotta a v e v a n o r e s o alla S p a g n a . Ma, p i ù c h e p e r fare politica, G e n o v a n e a p p r o f i t t a v a p e r fare affari. Il suo t e r r i t o r i o e r a limitato a u n a smilza fascia costiera c h e si s t e n d e v a fra Massa a s u d e M o n a c o a ovest. La città n o n si era mai c u r a t a di darsi solidi istituti cittadini. Il più p o t e n t e era u n a banca privata, quella di San Giorgio, in m a n o alle g l a n d i dinastie finanziarie dei Doria, Grimaldi, Spinola e C e n t u r i o n e , c h e c o n t a v a n o p i ù dello Stato. Tant'è vero che n o n e r a dallo Stato, ma dalla Banca, che dip e n d e v a il più i m p o r t a n t e p o s s e d i m e n t o genovese: la Corsica. Solo in seguito a u n a s a n g u i n o s a rivolta degl'isolani contro l'esoso sfruttamento dei banchieri, costoro preferirono disfarsene e affidarla allo Stato. 11
I migliori clienti della B a n c a e r a n o i Re spagnoli. Malg r a d o il fiume d ' o r o e d ' a r g e n t o che dalle colonie americane affluiva nelle sue casse, la S p a g n a e r a s e m p r e a corto di q u a t t r i n i : un p o ' p e r c h é le sue pazze g u e r r e glieli m a n g i a v a n o tutti, u n p o ' p e r c h é n o n p r o d u c e v a più nulla d a q u a n do si e r a messa a p e r s e g u i t a r e i moriscos, cioè i m u s s u l m a n i convertiti, gli unici che n o n tenessero a vile il lavoro. L'agric o l t u r a l a n g u i v a p e r c h é i c o n t a d i n i e r a n o rastrellati dalle coscrizioni militari, e industria n o n ce n'era. La S p a g n a d o veva i m p o r t a r e tutto. E a provvedervi e r a n o i genovesi con le loro navi e i loro capitali. I cantieri e la flotta mercantile spagnola e r a n o genovesi, e in m a n o genovese e r a n o tutti gli appalti di lavori pubblici, le m i n i e r e e le a z i e n d e c o m m e r ciali catalane. Di Milano abbiamo già detto. Ridimensionato nei suoi possedimenti, il vecchio Ducato dei Visconti e degli Sforza, che aveva aspirato a diventare la potenza e g e m o n e della penisola, n o n e r a p i ù che u n a colonia spagnola. Era a n c o r a u n a città ricca e culturalmente viva. Ma gli agenti del fisco madrileno e i tribunali dell'Inquisizione ne stavano già massicciamente d r e n a n d o le risorse economiche e l'energie intellettuali. Fra il Po e l ' A p p e n n i n o , vi sopravvivevano alcuni Principati t u t t o r a in m a n o alle vecchie dinastie rinascimentali. Al loro Ducato di Mantova, i Gonzaga avevano aggiunto quello del M o n f e r r a t o , p o m o di discordia coi Savoia. I Farnese e r a n o rimasti signori di P a r m a grazie ad Alessandro, c h ' e r a stato insieme a E m a n u e l e Filiberto u n o dei p i ù g r a n d i condottieri dell'esercito spagnolo. Gli Este e r a n o t u t t o r a signori d i F e r r a r a , R e g g i o e M o d e n a . Ma, a v e n d o s e m p r e p a r teggiato p e r la Francia, o r a che questa aveva p e r s o ogni influenza sulla penisola, e r a n o rimasti senza p r o t e t t o r e . Alla fine del C i n q u e c e n t o , q u a n d o la dinastia e n t r ò in crisi p e r m a n c a n z a d i successori diretti, p a p a C l e m e n t e V i l i n e a p profittò p e r a n n e t t e r e F e r r a r a agli Stati Pontifici, e la Spag n a lo lasciò fare. Gli Este del r a m o cadetto d o v e t t e r o contentarsi di Reggio e M o d e n a . 12
La Toscana aveva trovato in Cosimo d e ' Medici u n o statista d e g n o in tutto dei suo o m o n i m o del Q u a t t r o c e n t o , «pad r e della patria». Egli aveva t e n u t o il suo Ducato giudiziosam e n t e al r i p a r o dalle b e g h e franco-spagnole, b a d a n d o soltanto a dargli u n a b u o n a amministrazione. M e n o Lucca che riuscì a salvare la sua sovranità di repubblica i n d i p e n d e n t e , tutte le altre città toscane d o v e t t e r o sottomettersi al p o t e r e centrale di Firenze, che d ' a l t r o n d e ne fece b u o n uso. Fu allora che c o m i n c i a r o n o le bonifiche in M a r e m m a e si d e t t e avvìo al p o r t o di L i v o r n o in sostituzione di quello di Pisa, o r m a i tagliata dal m a r e dall'insabbiarsi del litorale. P r i m a di m o r i r e , C o s i m o riuscì a farsi p r o m u o v e r e dal Papa da Duca a G r a n d u c a . E fu questo il titolo che lasciò ai suoi eredi. Il p r i m o g e n i t o Francesco fece molto r i m p i a n g e re il p a d r e . Ma il fratello F e r d i n a n d o I che gli successe nel 1587 riprese la politica i n t e r n a di Cosimo, e in quella estera riuscì a sottrarsi alla soffocante influenza spagnola, s e m p r e più a p p o g g i a n d o s i a Enrico IV, il r e s t a u r a t o r e dell'unità nazionale francese, cui d e t t e in moglie la p r o p r i a n i p o t e Maria. Ma n e m m e n o l'accortezza di questi suoi governanti p o t è restituire a Firenze il lustro e lo s p l e n d o r e dei t e m p i di Lorenzo il Magnifico. L'Italia n o n e r a più, c o m e allora, il centro del m o n d o ; e il capitalismo fiorentino, c h e p e r un paio di secoli aveva d o m i n a t o l ' E u r o p a con le sue i n d u s t r i e e le sue b a n c h e , e r a stato scavalcato da quello dei ceti i m p r e n d i toriali calvinisti di F i a n d r a , di Francia, di G e r m a n i a e d'Inghilterra. A sud e ad est del G r a n d u c a t o si stendeva lo Stato Pontificio, che o r a aveva assunto u n a fisionomia diversa da quella che lo aveva caratterizzato nel Rinascimento. L'appoggio quasi incondizionato del cattolicissimo Filippo II aveva consentito ai Papi n o n solo di e s t e n d e r e i loro d o m i n i , che o r a i n g l o b a v a n o , da F e r r a r a a T e r r a c i n a , t u t t o il Lazio, t u t t a l'Umbria, tutte le M a r c h e , tutta la R o m a g n a e p a r t e dell'Emilia c o m p r e s a Bologna; ma a n c h e di smantellarvi le picco13
le t u r b o l e n t e S i g n o r i e c h e vi si e r a n o installate. Resisteva a n c o r a quella dei Della R o v e r e a U r b i n o . Ma t u t t o il resto era stato richiamato sotto il p o t e r e centrale di R o m a . Q u e s t o era d o v u t o al fatto che i Papi, liquidate col Concilio di T r e n t o le p e n d e n z e con la Riforma protestante, potevano o r a t o r n a r e a dedicarsi allo Stato e ai suoi p r o b l e m i . A d a r e avvìo a questo n u o v o corso e r a stato il Ghislieri, salito al Soglio c o m e Pio V nel 1566. A p p a r t e n e v a a quella corr e n t e rigorista che credeva di salvare le a n i m e dal braciere dell'inferno m a n d a n d o i corpi ad arrostire sui roghi dell'Inquisizione. Ma, a p a r t e questa discutibile teoria, era un u o mo e n e r g i c o e volitivo, severo c o n se stesso p r i m a a n c o r a che con gli altri, scrupoloso ed efficiente. N o n volle p a r e n t i i n t o r n o a sé e combatté senza q u a r t i e r e il riottoso clientelismo delle vecchie dinastie r o m a n e che seguitavano a consid e r a r e la Chiesa e i suoi Stati c o m e un loro a p p a n n a g g i o . A lui era succeduto G r e g o r i o X I I I , passato alla storia sop r a t t u t t o p e r la riforma del calendario. Su di essa r i t e n i a m o o p p o r t u n o s p e n d e r e qualche parola, visto che ne Eltalia, della Controriforma n o n abbiamo avuto il destro di farlo. Fin allora si e r a seguito il c a l e n d a r i o di Giulio C e s a r e c h e aveva diviso i q u a d r i e n n i in tre a n n i di 365 giorni e u n o di 366: il che, p e r quei tempi, r a p p r e s e n t a v a un miracolo di precision e . Ma gli a s t r o n o m i e i m a t e m a t i c i d e l C i n q u e c e n t o avev a n o a p p u r a t o c h e , s e c o n d o q u e l calcolo, o g n i 4 0 0 a n n i il cosiddetto a n n o «tropico», cioè l ' a n n o n a t u r a l e , anticipava di tre giorni l'anno giuliano: p e r cui, p e r esempio, nel Cinq u e c e n t o l'equinozio di p r i m a v e r a veniva a c a d e r e in realtà, l'I 1 m a r z o , m e n t r e il c a l e n d a r i o lo fissava al 2 1 . G r e g o r i o , p e r r i m e t t e r e o r d i n e in quella dissestata contabilità, o r d i n ò nel 1582 che undici giorni fossero saltati in o t t o b r e - dal 4 al 15 -, e c h e d ' a l l o r a in p o i gli a n n i c e n t e n a r i , cioè di c h i u s u r a di un secolo, n o n fossero più bisestili, c o m e fin allora e r a n o stati considerati, ma o r d i n a r i , m e n o quelli le cui d u e p r i m e cifre fossero divisibili p e r q u a t t r o (ad esempio, il 1600). Successivi studi stabilirono c h e n e m m e n o q u e s t o 14
c o m p u t o e r a a s s o l u t a m e n t e esatto, p o i c h é esso c o n d u c e a un r i t a r d o di 61 diecimilionesimi di g i o r n o o g n i 100 a n n i . Ma lo scarto è tale che solo tra 4 0 0 0 a n n i occorrerà sopprim e r e un altro bisestile p e r r i p o r t a r e il c o n t o in p a r i t à . (Ci a u g u r i a m o di aver reso intelligibili e riportato con esattezza questi complicati calcoli. Se n o n ci siamo riusciti o siamo cad u t i in q u a l c h e e r r o r e di diecimilionesimo, il l e t t o r e ce lo perdoni.) La riforma gregoriana, i m m e d i a t a m e n t e adottata da tutti i Paesi cattolici, fu d a p p r i m a osteggiata da quelli p r o t e stanti. Ma alla fine a n c h e questi d o v e t t e r o a r r e n d e r s i e accettare il n u o v o m e t r o di misura. I Paesi greco-ortodossi invece r i m a s e r o o s t i n a t a m e n t e fedeli al c a l e n d a r i o g i u l i a n o n o n o s t a n t e la sua riconosciuta i m p r e c i s i o n e , solo p e r c h é a riformarlo era stato il capo dell'odiata Chiesa cattolica: e ciò d i m o s t r a a quali e s t r e m i di faziosità c o n d u c a il litigio religioso. G r e g o r i o fu un g r a n Papa, a n c h e a p r e s c i n d e r e d a l cal e n d a r i o . C o m e il s u o p r e d e c e s s o r e , fu un m o d e l l o di sobrietà e di zelo e n o n e b b e debolezze p e r i p r o p r i p a r e n t i . Rimise o r d i n e nell'amministrazione dello Stato. E il suo fisco, se fu r a p a c e e s p i e t a t o , lo fu i m p a r z i a l m e n t e con gli umili e coi p o t e n t i . Per sfuggire alle s u e esazioni, r a m p o l l i di nobili famiglie come il Piccolomini e il Malatesta si dettero alla macchia e diventati capi di b a n d e brigantesche p r o v o c a r o n o u n a tale a n a r c h i a che G r e g o r i o dovette s c e n d e r e con loro a un c o m p r o m e s s o umiliante. Ma il s u o successore, Sisto V, r i p r e s e la lotta c o n piglio a n c o r p i ù risoluto. Veniva d a u n a p o v e r a famiglia m a r c h i giana, e oltre che nel fisico tracagnotto e atticciato, p o r t a v a le stigmate della sua origine c o n t a d i n a a n c h e nel c a r a t t e r e inflessibile e paziente. Il giorno in cui ascese al Soglio, il suo discorso i n a u g u r a l e fu la l e t t u r a della c o n d a n n a a m o r t e contro q u a t t r o banditi, che v e n n e r o impiccati seduta stante. Per liquidare quelli alla macchia, si rivalse sulle famiglie imprigionandole c o m e ostaggi. Il Duca d ' U r b i n o , in o t t e m p e 15
ranza ai suoi ordini, caricò alcuni muli con cibi avvelenati e li avviò verso le zone infestate dai briganti. Costoro ne fecero m a n bassa, e in capo a p o c h e o r e rimasero stecchiti. I r o m a n i dicevano - ma più con rispetto che con dispetto - che San Pietro t r e m a v a all'idea d i d o v e r u n g i o r n o o s p i t a r e i n Paradiso quel tipo che avrebbe messo sotto processo a n c h e lui p e r aver r i n n e g a t o Gesù il giorno della tortura. E p p u r e ci fu q u a l c u n o c h ' e b b e r a g i o n e di q u e s t ' u o m o che aveva r a g i o n e di tutti: i p a r e n t i . Sisto li ebbe subito datt o r n o e n o n s e p p e r e s i s t e r e alla loro miseria forse p e r c h é egli stesso l'aveva così a l u n g o sofferta. C o n lui rifece capolino la piaga del n e p o t i s m o , che i Papi della C o n t r o r i f o r m a avevano eliminato; ma n o n sulla scala e nelle forme sfacciate che aveva assunto nella Rinascenza. Quello che ricomincia con Sisto e che doveva caratterizzare quasi tutti i Pontificati successivi si chiama infatti «piccolo nepotismo», che tuttavia p e r certi aspetti doveva rivelarsi a n c h e p e g g i o r e , p i ù i p o c r i t a e insidioso di quello g r a n d e . I familiari d e l P a p a n o n d i v e n t a n o p i ù Principi o D u c h i p r e p o s t i al g o v e r n o di q u a l c h e Stato. S i c o n t e n t a n o d e l s o t t o g o v e r n o , m o n o p o lizzandone i posti p i ù lucrosi, grazie alla protezione del Cardinale-nipote, cioè del n i p o t e p r e f e r i t o , che viene n o m i n a t o cardinale a p p u n t o p e r c h é p r o v v e d a alla parentela. E così fu rjroprio quel Sisto che aveva perseguito con tanta energia la bonifica dello Stato a riportarvi quei veleni della c o r r u z i o n e che nei tre secoli successivi dovevano fare di quello pontificio il p e g g i o r e g o v e r n o italiano, i n e t t o e sopraffattore allo stesso t e m p o , inteso soltanto alla difesa dell'analfabetismo e dei privilegi. Alla c h i u s u r a del secolo, sul Soglio sedeva C l e m e n t e V i l i della principesca famiglia toscana A l d o b r a n d i n o L'ugonotto Sully, p r i m o ministro di Enrico IV, lo descrive c o m e «il più libero, fra gli ultimi Pontefici, da pregiudizi di p a r t e e il più rispettoso della carità e della c o m p r e n s i o n e c h e il Vangelo prescrive». Q u a n d o si p e n s a che fu lui a m a n d a r e sul r o g o G i o r d a n o B r u n o , si capirà facilmente che cosa avevano d o 16
v u t o essere, q u a n t o a c o m p r e n s i o n e e carità, i Papi della Controriforma. Da Terracina in giù si stendevano i d u e vicereami di Napoli e di Sicilia, n o n a n c o r a unificati sebbene e n t r a m b i sotto il d i r e t t o g o v e r n o della S p a g n a . C o m e M i l a n o , a n c h ' e s s i n o n avevano p i ù storia e si stavano avviando a u n a r a p i d a d e c a d e n z a grazie all'assetto feudale che Filippo vi aveva ripristinato. Nel N a p o l e t a n o un q u a r t o delle t e r r e era diventato p r o p r i e t à di enti ecclesiastici, che n o n a caso si c h i a m a « m a n o m o r t a » . E m o r t a infatti è s e m p r e stata sul p i a n o produttivo. Il resto era al novanta p e r cento latifondo in m a n o a p r o p r i e t a r i assenteisti e rapaci, che da q u a n d o avevano smesso di fare i «baroni-ladri» p e r trasferirsi in città, e r a n o diventati soltanto dei parassiti. D a q u e s t o m o m e n t o le popolazioni meridionali n o n conoscono più che d u e classi sociali: quella del privilegio e quella della fame. Tutta la loro storia nei secoli successivi sarà u n a protesta c o n t r o q u e sta pietrificazione della società, che si manifesta con sanguinose rivolte p l e b e e s e g u i t e da feroci r e p r e s s i o n i , e c h e in Sicilia trova il suo s t r u m e n t o nella «mafia». Ecco, m o l t o g r o s s o l a n a m e n t e a b b o z z a t o , il p a n o r a m a geo-politico che l'Italia p r e s e n t a allo schiudersi del Seicento. E o r a vediamo in quale cornice e u r o p e a era i n q u a d r a t o .
CAPITOLO SECONDO
L'EUROPA DELLE PATRIE
Filippo II - el Rey prudente, c o m e lo c h i a m a v a n o - m o r ì nel 1598, q u a n d o già la S p a g n a aveva p e r s o il suo slancio di conquista p e r ripiegare su u n a posizione difensiva. S e b b e n e t u t t o r a i m b a t t u t i , i suoi eserciti n o n e r a n o riusciti ad aver ragione né di quelli francesi né della rivolta olandese, m e n t r e la sua flotta aveva p e r s o il d o m i n i o dei m a r i d o p o la disfatta della «invincibile a r m a t a » ad o p e r a d e l l ' I n g h i l t e r r a . Filippo si e r a p r e s o u n a rivalsa fagocitando il Portogallo, e il suo i m p e r o restava t e r r i t o r i a l m e n t e il più vasto del m o n d o grazie alla conquista del c o n t i n e n t e s u d - a m e r i c a n o . E p p u r e , già manifestava segni d'involuzione. I motivi della crisi n o n si p r e s t a n o a essere fraintesi. Spos a n d o l a C h i e s a della C o n t r o r i f o r m a , l a S p a g n a sposa u n c e r t o tipo d i società c h e i l m o n d o m o d e r n o h a o r m a i sorpassato e c o n d a n n a t o . È u n a società pietrificata in rigide gerarchie, che soffoca ogni anelito di libertà, e q u i n d i i m p e d i sce qualsiasi evoluzione e ricambio. Il nobile e il p r e t e , che svettano in cima alla p i r a m i d e , sono a loro m o d o a m m i r e voli a r c h e t i p i u m a n i : l ' u n o p e r il Re, l'altro p e r la Chiesa, s o n o capaci di e r o i s m i i n a u d i t i . Fra l o r o i d u b b i , le a m b i g u i t à e i t r a d i m e n t i n o n a l l i g n a n o . Si p u ò n o n a m a r e , ma bisogna a m m i r a r e questi u o m i n i di ferro disposti a tutto, a uccidere c o m e a m o r i r e , p e r assolvere la loro missione. L'unica cosa a cui n o n sono disposti è a intaccare il p r i n cipio d'autorità su cui tutta la loro i m p a l c a t u r a si regge. E il p r i n c i p i o d ' a u t o r i t à implica la r i d u z i o n e del p o p o l o a u n a massa acéfala t e n u t a solo all'obbedienza e svogliata da qualsiasi iniziativa. «Faltan cabezas», m a n c a n o gli u o m i n i , si la18
meritava Olivares, il g r a n d e ministro di Filippo IV. Egli n o n alludeva tanto agli spaventosi vuoti c h e le c o n t i n u e g u e r r e a v e v a n o scavato nella p o p o l a z i o n e s p a g n o l a , q u a n t o alla scarsezza di ricambi p e r la classe dirigente. N o n ce ne potevano essere p e r c h é il Paese p i ù ricco e p o t e n t e del m o n d o n o n aveva sentito il bisogno di m a n d a r e a scuola i suoi sudditi; anzi, aveva sentito quello d i n o n m a n d a r c e l i . T e n u t i soltanto a c r e d e r e , o b b e d i r e e c o m b a t t e r e , c h e se ne facevano dell'istruzione? La g u e r r a - la g u e r r a del C i n q u e c e n to, fatta solo coi cavalli e con gli archibugi - n o n la esige: le b a s t a n o il c o r a g g i o e la disciplina. Q u a n t o al Vangelo, la Chiesa della Controriforma n o n vuole che il fedele lo legga da sé: questo è un compito che spetta in esclusiva al p r e t e . Di questa m a n c a n z a d ' u o m i n i e d'iniziative, e r a fatale che anche l'economia risentisse. La S p a g n a avrebbe avuto tutto p e r diventare u n a g r a n d e p o t e n z a industriale: u n i m m e n s o m e r c a t o e u r o p e o e a m e r i c a n o p e r l ' a s s o r b i m e n t o d e i suoi p r o d o t t i , sbocchi privilegiati sui d u e g r a n d i m a r i , il M e d i t e r r a n e o e l'Atlantico, le flotte mercantili catalane e genovesi, le collaudate m a e s t r a n z e italiane e fiamminghe, e infine il g r a n d e p r o p e l l e n t e di o g n i s v i l u p p o capitalistico: l'oro messicano e p e r u v i a n o . Ma quest'oro n o n trovava né cervelli né braccia capaci d'impiegarlo a scopi produttivi. Esso serviva soltanto a m a n t e n e r e esercito e burocrazia, e q u a n t o ne avanzava si f e r m a v a nelle c h i u s e caste d e l privilegio, c h e n o n conoscevano altro investimento che la t e r r a . Così, m e n tre l ' E u r o p a del N o r d compiva, sotto la spinta della Riform a , la sua g r a n d e rivoluzione industriale, la S p a g n a restava inchiodata a u n a economia agraria, n a t u r a l e pascolo di u n a società f e u d a l e , immobilistica, r e d d i t i e r a , p a r a s s i t a r i a , e chiusa a ogni esigenza di progresso. M a l g r a d o le m o n t a g n e di lingotti che i suoi conquistadores gli avevano m a n d a t o dall'America, Filippo e r a s e m p r e vissuto in m e z z o ai debiti, e p e r sottrarsi ai c r e d i t o r i aveva dichiarato fallimento, c o m e u n p r i v a t o qualsiasi, b e n t r e volte. L'ultima e r a stata nel 1596, d u e a n n i p r i m a della m o r t e . Q u e l l o ch'egli lasciava 19
all'erede e r a s e m p r e un vasto e p o t e n t e i m p e r o - S p a g n a , Portogallo, Belgio, Italia, America latina -, ma senza dote. L'erede si chiamava a n c h e lui Filippo, ma col p a d r e n o n aveva in c o m u n e che il n o m e e la bigotteria. «Dio, che mi ha dato tanti reami, mi ha n e g a t o un figlio capace di g o v e r n a r li» aveva detto di lui el Rey prudente. N o n si sbagliava. Casto p e r timidezza e bacchettonerìa, m a n s u e t o e svogliato, Filippo I I I a g o v e r n a r e n o n si p r o v ò n e m m e n o . Ne affidò il c o m p i t o al Duca di L e r m a , del tutto d i m e n t i c o del m ò n i t o che suo n o n n o Carlo V aveva rivolto a suo p a d r e e suo pad r e a lui: «Scegli b e n e i t u o i consiglieri, e n o n f i d a r t e n e mai». Filippo fece il contrario: scelse male, e si fidò. Il Duca volle u n a rivincita alla batosta navale che l'Inghilterra aveva inflitto alla S p a g n a , e ci rimise altre d u e flotte. Fu la solita m a n c a n z a di d e n a r o che gl'impedì di fare altri malestri. Fece pace con L o n d r a e accettò u n a t r e g u a di dodici a n n i con l ' O l a n d a p i ù c h e m a i risoluta a d i f e n d e r e la p r o p r i a indip e n d e n z a dai tentativi d i r e s t a u r a z i o n e asburgica. I n c o m p e n s o , d i e d e avvìo a un altro disastro scacciando dalla S p a g n a i moriscos, cioè gli a r a b i convertiti al cristianesimo, solo p e r c h é l'Arcivescovo di Valenza, sua città natale, a n d a va d i c e n d o che Dio aveva inflitto tante disgrazie alla S p a g n a p e r castigarla dell'ospitalità che a c c o r d a v a a quella g e n t e . Ma quella g e n t e e r a l'unica m i n o r a n z a , assieme a quella ebraica, che, esclusa dal servizio militare p e r le origini razziali e religiose, aveva conservato la b u o n a a b i t u d i n e di lav o r a r e . Gli e b r e i e r a n o già stati scacciati. Col b a n d o ai moriscos, che a s s o m m a v a n o a un mezzo milione, il Paese p e r s e gli ultimi suoi artigiani e mercanti. C r e d e t t e di essersi p u r i ficato il s a n g u e e di aver fatto un b u o n affare con l'incamer a m e n t o dei loro beni. Invece, un b u o n affare l'aveva fatto soltanto L e r m a c h e della cospicua refurtiva t r a t t e n n e 250.000 ducati p e r sé, 100.000 p e r la figlia, e 150.000 p e r il genero. Filippo I I I m o r ì p r o p r i o all'indomani di questa rovinosa operazione, lasciando il t r o n o a un altro Filippo, il IV, che al 20
p a d r e somigliava solo nella prodigalità e nell'allergia al lavoro. Era bello, b i o n d o , appassionato di arte, a m a v a la vita e le d o n n e , tanto che ebbe t r e n t a d u e figli, di cui ventiquatt r o illegittimi. T u t t o p r e s o d a q u e s t a attività d e m o g r a f i c a , a n c h e lui p r e f e r ì d e l e g a r e il p o t e r e a un Valido, cioè a un P r i m o Ministro, ma nello sceglierlo ebbe la m a n o più felice del suo p r e d e c e s s o r e . I l conte Olivares e r a u n u o m o o r g o glioso e i m p e r i o s o , ma i n t e g r o , e s o p r a t t u t t o a n i m a t o da u n a p r o f o n d a dedizione allo Stato. Lavorava dall'alba a notte i n o l t r a t a , la sua d i e t a e r a s p a r t a n a , la sua e n e r g i a indomabile. Rimise o r d i n e nella dissestata amministrazione, eliminò molti abusi, costrinse a n c h e il Re a qualche economia. Ma nella sua azione diplomatica, ebbe la sfortuna d'inc a p p a r e in un avversario che aveva t u t t e le sue qualità p i ù qualche altra: il Richelieu. Il g r a n d e C a r d i n a l e stava r i c o s t r u e n d o , c o m e v e d r e m o , la Francia, e p e r restituirle il suo r a n g o in E u r o p a vi m i n a v a la supremazia spagnola. Era un giuoco coperto, ma senza esclusione di colpi. Olivares doveva t e n e r e eserciti con le armi al p i e d e n o n solo sui Pirenei, ma a n c h e in Portogallo, in Belgio, a Milano, in Valtellina, a Napoli, d o v e agenti e d e n a r o francesi e r a n o c o n t i n u a m e n t e al lavoro p e r c r e a r e impacci e t e n d e r e insidie. Richelieu, n o n o s t a n t e la sua p o r p o ra, finanziava i p r o t e s t a n t i di G e r m a n i a p e r i m p e g n a r e le forze degli Asburgo tedeschi, e Olivares passava un lauto stip è n d i o al Duca di R o h a n , capo degli ugonotti francesi in rivolta c o n t r o il C a r d i n a l e . E r a il p r o l o g o della G u e r r a d e i Trent'anni. La Francia era d u n q u e in fase di riscossa, e tornava a far sentire l a sua p r e s e n z a sulla scena e u r o p e a . N e e r a quasi scomparsa con la m o r t e di Francesco I, il g r a n d e e sfortunato rivale di C a r l o V. Suo figlio E n r i c o II aveva c e r c a t o di vendicarlo, aveva subito un'altra disfatta, ed e r a m o r t o (nel 1559) p e r un colpo di lancia ricevuto nell'occhio in un torn e o . Lasciava u n a situazione precaria, u n e r e d e m i n o r e n n e 21
- Francesco II -, e u n a vedova energica e intrigante: Caterina d e ' Medici. Il Paese era mal ridotto dalle interminabili g u e r r e con la S p a g n a che lo avevano dissanguato e impoverito. Il suo r e d dito l o r d o e r a di 12 milioni di lire, il suo debito pubblico di 43 milioni. E secondo certi calcoli i d u e terzi della ricchezza immobiliare francese a p p a r t e n e v a n o alla Chiesa. Forse e r a a n c h e questo, ma n o n soltanto questo, che aveva favorito il moltiplicarsi degli ugonotti, c o m e in Francia si c h i a m a v a n o i calvinisti. M a l g r a d o le severe persecuzioni di Francesco e di Enrico, essi a s s o m m a v a n o o r a dal dieci al venti p e r cento della p o p o l a z i o n e ; m a n o n c o n t a v a n o t a n t o p e r i l n u m e r o q u a n t o p e r la qualità. C ' e r a fra l o r o il m e g l i o della n u o v a borghesia i m p r e n d i t o r i a l e , g r a n p a r t e della cultura, e a n c h e parecchi aristocratici, c o m e i B o r b o n e , r a m o della famiglia reale. Si arrivò ai ferri corti p r o p r i o nel m o m e n t o in cui Francesco II moriva di a p p e n a sedici a n n i lasciando la c o r o n a al fratello (Carlo IX), che ne aveva dieci. Il p o t e r e e r a q u i n d i più che mai nelle m a n i di Caterina. I giudizi su questa d o n n a n o n c o n c o r d a n o n e a n c h e nei connotati f i s i c i . B r a n t ó m e la descrive di «petto bianco e sodo» e di «coscia bellissima», m a d i l i n e a m e n t i i r r e g o l a r i . Dagli a n t e n a t i Medici aveva e r e d i t a t o l'ambizione, la d o p p i e z z a e la sifilide. L'accusavano di ogni specie di malizia. Ma forse il giudizio p i ù e q u o lo dette a posteriori Enrico IV: «Cosa poteva fare u n a stranier a lasciata sul t r o n o d a l m a r i t o c o n c i n q u e b a m b i n i sulle braccia e d u e dinastie di s a n g u e reale - la nostra dei Borbone e quella di Guisa -, decise a strapparle la corona?». La situazione infatti e r a p r o p r i o questa. Sia i Guisa cattolici che la servivano, sia i B o r b o n e u g o n o t t i che la osteggiavano, cercavano in realtà di arraffarle p o t e r e e titolo. Ma essa lo sapeva. «Dio volendo», scriveva «non mi lascerò govern a r e n é d a l l ' u n a n é dall'altra p a r t e , a v e n d o i m p a r a t o fin t r o p p o b e n e che tutti a m a n o Dio, il re e me stessa m e n o del loro vantaggio»: u n a frase in cui c'era tutta l'italiana sfiducia 22
negli uomini, e che c e r t a m e n t e sarebbe piaciuta al b i s n o n n o Cosimo. C a t e r i n a n o n poteva p e r m e t t e r s i il lusso di aggrav a r e le divisioni in un Paese m i l i t a r m e n t e ed e c o n o m i c a m e n t e p r o s t r a t o , e s t r e t t o nella t e n a g l i a degli A s b u r g o di S p a g n a e degli A s b u r g o di Austria e G e r m a n i a ; d o v e v a giuocare fra le d u e forze t e n e n d o l e in bilico. Ma l'impresa era a r d u a . O g n i poco cattolici e u g o n o t t i venivano alle mani, ci f u r o n o v e r e e p r o p r i e battaglie in c a m p o a p e r t o c o n migliaia di morti, e a Caterina n o n restava che un lavoro di rammendo. È impossibile seguire tutti gli episodi di questa spaventosa g u e r r a di religione che in cadaveri e distruzioni costò alla Francia p i ù di q u a n t o le fossero costate le g u e r r e con la Spagna. A un certo p u n t o essa spezzò il Paese in d u e : quello a s u d della Loira fu c o m p l e t a m e n t e in m a n o agli u g o n o t ti c o n un loro esercito, u n a loro capitale a La Rochelle, e un loro Re, il B o r b o n e E n r i c o di N a v a r r a . C a t e r i n a ricorse a u n a m a n o v r a tipicamente femminile e medicea: offrì sua figlia Margherita in sposa a Enrico. Enrico accettò, ma si p r e sentò alle nozze con un seguito di quattromila a r m a t i e n o n volle m e t t e r e p i e d e in chiesa. Dai pulpiti, i predicatori cattolici t u o n a v a n o c o n t r o il «tradimento» della M o n a r c h i a . E la tensione sboccò in un attentato c o n t r o il Coligny, il grand e Ammiraglio u g o n o t t o , tuttavia legato d a p r o f o n d a amicizia p e r s o n a l e col giovane Carlo. Si scatenò la rappresaglia p r o t e s t a n t e , e le s t r a d e t o r n a r o n o a lastricarsi di m o r t i . I Guisa che p r o b a b i l m e n t e avevano a r m a t o la m a n o del sicafio è t e m e v a n o il castigo, ne a p p r o f i t t a r o n o p e r i n d u r r e Caterina allo sterminio dei ribelli. C a t e r i n a cercò di convincere Carlo a d a r n e l'ordine, e siccome il giovane resisteva, minacciò di t o r n a r s e n e in Italia lasciandolo solo. In un accesso di d i s p e r a z i o n e , il g i o v a n e g r i d ò : «Per la m o r t e di Dio, se avete scelto di a m m a z z a r e l'Ammiraglio, fatelo. Ma allora sterminateli tutti, gli ugonotti... Tutti, in m o d o che n o n ne r i m a n g a n e s s u n o a rinfacciarmi l'assassinio!» E r a n o le parole d i u n u o m o d e b o l e , sconvolto dall'idea del m a s s a c r o . 23
Ma C a t e r i n a e i Guisa le p r e s e r o alla lettera, e fu la famosa «notte di San B a r t o l o m e o » (24 agosto 1572). B a n d e di arm i g e r i si s g u i n z a g l i a r o n o p e r le s t r a d e al g r i d o di «Ammazza, a m m a z z a , o r d i n e del Re», e t r o v a r o n o la p i ù e n t u siastica collaborazione nel p o p o l i n o , eccitato dalla p r o s p e t tiva d e l s a c c h e g g i o . Il Coligny fu r a g g i u n t o d a i p u g n a l i m e n t r e pregava inginocchiato. Il Duca La Rochefoucauld fu s c a n n a t o d o p o u n a p a r t i t a a t e n n i s col Re. Costui convocò il cognato Enrico e il Principe Enrico di C o n d é e li mise alla scelta: o u n a messa, o la m o r t e . Il C o n d é scelse la m o r t e , Enrico accettò la messa. Il «sacro macello» si estese a t u t t e le p r o v i n c e e si saldò con c i n q u e o diecimila cadaveri (c'è chi dice trentamila). Sembrava la fine del calvinismo francese, e tale la consid e r a r o n o c o n t r i p u d i o Filippo I I e p a p a G r e g o r i o X I I I (quello del calendario). Ma i fatti d i m o s t r a r o n o che l'eresie n o n si e s t i r p a n o col s a n g u e . Alimentata dalle flotte dell'Ing h i l t e r r a p r o t e s t a n t e , La Rochelle si rivelò i m p r e n d i b i l e , m o l t e città c h i u s e r o le p o r t e alle t r u p p e del Re m a n d a t e a e s p u g n a r l e , e alla fine Caterina dovette scendere a un n u o vo c o m p r o m e s s o con gli u g o n o t t i riconoscendo loro libertà di culto. A p a g a r e il conto fu il giovane Carlo. Macerato dai rimorsi, c a d d e in u n a crisi di p r o s t r a z i o n e da cui n o n ci fu verso di risollevarlo. Accusava la m a d r e di t u t t o q u e l sang u e , nel s o n n o urlava: «Assassini!... Assassini!...» E q u a n d o sentì p r o s s i m a la fine, c h i a m ò il c o g n a t o Enrico, gli chiese p e r d o n o e gli affidò la moglie e la figlia. E n r i c o r i m a s e a c o r t e , m e n t r e sul t r o n o saliva u n altro E n r i c o , il I I I , fratello del d e f u n t o e p i ù di costui sotto la pantofola d i sua m a d r e . I l n u o v o s o v r a n o e r a l'ultimo d e i Valois, e d i e d e subito a d i v e d e r e c h e da lui n o n c ' e r a da a s p e t t a r s e n e altri, p r e s e n t a n d o s i alla festa i n a u g u r a t i v a del suo r e g n o con un cerchio di p e r l e al collo, orecchini, braccialetti, e un seguito di guaglioni il cui aspetto n o n e r a n e a n che equivoco. Le male lingue dicevano c h ' e r a stata sua mad r e a s p i n g e r l o su quella s t r a d a p e r p o t e r c o n t i n u a r e a 24
g o v e r n a r e . A n c h e q u e s t a p r o b a b i l m e n t e e r a u n a calunnia, ma è certo che il vero Re seguitò ad essere lei. E fu lei che a un certo p u n t o , vista l'impossibilità di u n a successione diretta, consentì che e r e d e al t r o n o venisse designato il g e n e ro Enrico di B o r b o n e . Costui aveva da un pezzo a b b a n d o n a t o Parigi p e r tornare nelle s u e t e r r e e r i a b b r a c c i a r e la fede p r o t e s t a n t e . Sua moglie lo aveva r a g g i u n t o . Q u e s t a d o n n a bellissima, spiritosa, volubile e p i e n a di sex-appeal, r i e m p i v a il m a r i t o di corna, o p e r meglio dire gli ricambiava quelle che lui le faceva. Ma nelle e m e r g e n z e e r a s e m p r e p r e s e n t e . Tuttavia tante ne fece che alla fine i d u e Enrichi - il marito e il fratello - decisero di c o m u n e accordo di confinarla in un castello. Essa lo ridusse mezzo a salotto, m e z z o ad alcova, fu in c o r r i s p o n denza con M o n t a i g n e , scrisse un libro di pettegolezzi a u t o biografici d e g n o di un rotocalco m o d e r n o , ingrassò nel peccato, d o p o la m e n o p a u s a se ne pentì, si p r e s e c o m e cappell a n o V i n c e n z o d a Paola, f o n d ò u n c o n v e n t o , e m o r ì r i m pianta da tutti. Il B o r b o n e f r a t t a n t o v e d e v a in p e r i c o l o la p r o p r i a successione p e r l'ascendente che i Guisa avevano n u o v a m e n t e preso sul Re. Ma essi sfruttarono male il successo a s s u m e n do atteggiamenti autoritari che ferirono il debole e suscettibile s o v r a n o . Questi convocò il loro capostipite, lo fece assassinare in a n t i c a m e r a , e o r d i n ò l'arresto di tutti i p i ù influenti capi cattolici. Q u a n d o a n d ò a vantarsi di quell'energiche misure con sua m a d r e , questa gridò disperata: «Avete rovinato tutto!», e ne m o r ì di collera e di s g o m e n t o . Abband o n a t o a se stesso e braccato dai cattolici levatisi in a r m i , a Enrico n o n restò che rifugiarsi tra le braccia del suo o m o n i mo e cognato, che gli mise a disposizione l'esercito u g o n o t to e riebbe la designazione al t r o n o . Un m o n a c o fanatizzato raggiunse il Re fedifrago col suo p u g n a l e , lo uccise, rimase ucciso, e il suo ritratto fu posto sull'altare delle chiese e venerato c o m e quello di un santo. Così E n r i c o B o r b o n e di N a v a r r a salì sul t r o n o (era il 25
1589), o meglio si dispose a conquistarlo p e r c h é i d u e terzi del Paese glielo contestavano. Fu u n a «lunga marcia» comb a t t u t a dal p r i m o all'ultimo miglio c o n t r o l'esercito della L e g a Cattolica c o m a n d a t o dal M a y e n n e . Enrico aveva m e no uomini, ma e r a aiutato da I n g h i l t e r r a e Venezia, che pav e n t a v a n o u n a Francia asservita alla Chiesa che a sua volta e r a asservita agli Asburgo. Vinse tutte le battaglie, e mise assedio a Parigi. La città si ridusse allo s t r e m o , e p e r salvarla Filippo II inviò dalle F i a n d r e u n ' a r m a t a di veterani s p a g n o li al c o m a n d o di Alessandro Farnese, u n o dei più g r a n d i c o n d o t t i e r i del t e m p o . Enrico evitò lo scontro con un'abile ritirata; e q u a n d o il F a r n e s e fu m e s s o fuori causa da u n a malattia, t o r n ò su Parigi. Ma capiva che, a n c h e se fosse riuscito a e s p u g n a r l a , n o n a v r e b b e p o t u t o t e n e r l a c o n t r o u n a m a g g i o r a n z a cattolica. Convocò i suoi l u o g o t e n e n t i , l'informò che aveva deciso di convertirsi («Parigi vale u n a messa», disse), e li lasciò liberi di confermargli o ritirargli la loro lealtà. Alcuni lo a b b a n d o n a r o n o i n d i g n a t i , ma i più gli r i m a s e r o fedeli, e fra di essi l'avveduto e a u t o r e v o l e Sully. I capi della Chiesa francese n o n c r e d e t t e r o i n quella c o n v e r s i o n e , m a l ' a c c e t t a r o n o . E n r i c o a sua volta accettò di essere istruito da un teologo, ma rifiutò l ' i m p e g n o di p e r s e g u i t a r e l'eresia, e q u a n d o si trattò di digerire la d o t t r i n a del Purgatorio, che i protestanti r e s p i n g e v a n o con o r r o r e , l'ammise con queste parole: «E va b e n e , visto ch'è la migliore fonte dei vostri redditi», allud e n d o alle «indulgenze» di cui la Chiesa seguitava a fare mercato. P r i m a di a n d a r e , tutto vestito di bianco, a ricevere la c o m u n i o n e nella chiesa di Saint Denis, scrisse alla sua a m a n t e Gabrielle d'Estrées: «Sto p e r fare il salto mortale». Enrico p r o m u l g ò il famoso «editto di Nantes» che g a r a n tiva agli u g o n o t t i p i e n a libertà di culto, e c o n d u s s e la sua azione pacificatrice con un sapiente dosaggio di severità e di clemenza. Istigati dai gesuiti, i cattolici intransigenti n o n si stancavano di a r m a r e sicari c o n t r o di lui. Egli ne graziò alcuni, ne decapitò altri, e p r o c e d e t t e alla ricostruzione di un 26
Paese che ne aveva u r g e n t e bisogno. Sully gli p r e s t ò i suoi talenti, c h ' e r a n o g r a n d i , e le sue energie, c h ' e r a n o i m m e n se. N o n e r a u n u o m o facile, n e a n c h e col suo Re. Q u a n d o Enrico gli m o s t r ò la lettera che si p r o p o n e v a di m a n d a r e a H e n r i e t t e d ' E n t r a g u e s p r o m e t t e n d o l e di sposarla a condizióne che gli desse un figlio, Sully gliela s t r a p p ò in faccia. Il m a t r i m o n i o era u n a faccenda di Stato, che doveva servire a qualcosa. Il ministro p r o t e s t a n t e pensava che dovesse servire soprattutto a rimettersi in b u o n a con la Chiesa che seguitava a diffidare di quella conversione. Infatti si rivolse al Papa. Il Papa p r o p o s e Maria d e ' Medici, figlia del G r a n d u c a di Toscana, e Sully ne approfittò p e r farsi r i m e t t e r e dai banchieri fiorentini tutti i debiti che la Francia aveva c o n t r a t t o con loro. Enrico a n d ò incontro alla sposa a Lione, la trovò t r o p p o alta, t r o p p o grossa, t r o p p o autoritaria, ma c o m p ì il suo d o vere - un d o v e r e dal quale n a c q u e un figlio, il futuro Luigi X I I I -, e t o r n ò fra i suoi soldati e dalla sua H e n r i e t t e . Meditava u n a g u e r r a c o n t r o gli Asburgo che seguitavano a stringere la Francia nella loro morsa, p r e n d e n d o a pretesto u n a complicata successione nel piccolo p r i n c i p a t o di Clèves in G e r m a n i a . L'imperatore Rodolfo p r e t e n d e v a n o m i n a r v i u n cattolico di sua fiducia, ma i protestanti tedeschi si o p p o n e vano, ed Enrico i n t e n d e v a schierarsi al loro fianco. Nel maggio del 1610 affidò la r e g g e n z a a Maria, e si p r e p a r a v a a r a g g i u n g e r e l'esercito, q u a n d o fu p u g n a l a t o dal m o n a c o Ravaillac. N o n si è mai saputo se e r a n o stati i gesuiti a istigarlo. Ma, a n c h e se n o n c'era u n a loro diretta r e s p o n sabilità, ce n'era u n a indiretta. Le esequie del Re dimostrar o n o d a q u a l e successo l a sua o p e r a pacificatrice e r a stata c o r o n a t a . Salvo p o c h i fanatici, tutta Parigi seguì in lutto il suo feretro e tutta la Francia - cattolica e u g o n o t t a - lo pianse. Il p o p o l o lo amava n o n soltanto p e r la concordia, l'ordine e la p r o s p e r i t à c h e aveva r e s t i t u i t o al Paese, ma a n c h e p e r c h é aveva i n c a r n a t o il suo p r e d i l e t t o a r c h e t i p o u m a n o : g u e r r i e r o , insolente e libertino. 27
L a m o r t e d i E n r i c o r i t a r d ò d i otto l a G u e r r a d e i T r e n t ' a n n i , ma r i p i o m b ò la Francia nelle sue divisioni religiose. La s e c o n d a Medici si trovò p r e s s a p p o c o nelle stesse condizioni della p r i m a , ma senza p o s s e d e r n e le qualità, con un figlio di otto anni, un Paese in subbuglio e dei consiglieri infidi. Sully t e n t ò di d i f e n d e r e l ' o r d i n e e il T e s o r o , n o n ci riuscì, e si ritirò d i s g u s t a t o a scrivere le s u e m e m o r i e . Il p r i n c i p e e r e d i t a r i o n o n somigliava in n u l l a a suo p a d r e e cresceva male, tribolato da mille afflizioni. Il Boulainvilliers dice che in un a n n o a r r i v a r o n o a fargli quarantasette salassi e d u e c e n t o q u i n d i c i clisteri. Soffriva di crisi depressive, la severa educazione religiosa che gli avevano impartito lo aveva r e s o bigotto ma n o n g l ' i m p e d i v a di p r e f e r i r e i ragazzi alle ragazze, e odiava sua m a d r e che lo considerava u n o scemo e riservava il suo affetto al secondogenito Gastone. Q u a n d o lo sposarono ad A n n a d'Austria, d o v e t t e r o spingerlo di forza nel t a l a m o , e gli ci vollero t r e lustri p e r g e n e r a r e un figlio, il f u t u r o «Re Sole», c h e tuttavia si m o s t r ò d e g n o d e i l u n g h i sforzi compiuti dal p a d r e p e r la sua procreazione. Il d e b u t t o in politica Luigi X I I I lo fece a sedici a n n i organizzando l'assassinio di un cortigiano, che la Medici si e r a p o r t a t o al seguito dall'Italia, il Concini. Era un avventuriero c h e m e r i t a v a quella s o r t e . Ma Luigi gliela r i s e r v ò sop r a t t u t t o p e r c h é e r a amico di Maria, che fu d e p o r t a t a in un castello p e r c h é protestava. D o p o d i c h é r u p p e la t r e g u a con gli u g o n o t t i , e mosse con l'esercito c o n t r o di loro, ma n o n riuscì a e s p u g n a r e La Rochelle, e di n u o v o la Francia rischiò di dividersi. A trarla da quel repentaglio fu il Richelieu. Il Richelieu e r a un Vescovo, che Maria e il Concini avev a n o «scoperto» e p o r t a t o giovanissimo alla S e g r e t e r i a di Stato. Q u a n d o il cortigiano fu ucciso e la Regina confinata, a n c h e lui p e r s e il p o s t o . Ma u n a c o n g i u r a di nobili organizzata da Maria, c h ' e r a evasa dalla sua p r i g i o n e , costrinse il Re a r i c h i a m a r e in servizio il p r e l a t o , l'unico c h e potesse riconciliarlo con sua m a d r e e i ribelli. Richelieu ci riuscì, e da allora diventò indispensabile. 28
Alto, fragilissimo, e s a n g u e , egli g o d e v a di u n a p e s s i m a salute, di un cervello l i m p i d o , di u n a volontà d'acciaio e di u n o smisurato orgoglio. Luigi, c h e c r e d e v a di aver trovato in lui un servitore, trovò invece un p a d r o n e che sapeva p a r largli c o m e a un subalterno. Sebbene u o m o di Chiesa (il Papa si e r a affrettato a farlo Cardinale), egli p r o c e d e t t e subito a l i b e r a r e lo Stato da o g n i s u d d i t a n z a religiosa, e d e t t e lo sfratto allo stesso confessore del Re. Capiva che solo così si poteva r e s t a u r a r e la c o n c o r d i a , e infatti la resistenza u g o notta ne fu disarmata. Solo la fanatica g u a r n i g i o n e della Rochelle si rifiutò di scendere a patti. Il Cardinale salì a cavallo, pose il blocco alla città sia da p a r t e di t e r r a che da p a r t e di m a r e m e t t e n d o in rotta le navi inglesi che la rifornivano, e la lasciò m o r i r e di fame. La resistenza di quei disperati fu epica: m a n g i a r o n o Cavalli, gatti, topi u c c i d e n d o c h i u n q u e parlasse di resa. Ma alla fine, dimezzati e ridotti a larve d o vettero piegarvisi, sebbene persuasi di esser tutti destinati al patibolo. Richelieu n o n n e toccò u n o , p r o m u l g ò u n ' a m n i stia e richiamò in vigore l'editto di Nantes. Debellata la d i s s i d e n z a religiosa, il C a r d i n a l e affrontò quella politica dei g r a n d i nobili che p r e t e n d e v a n o farla da sovrani assoluti nei p r o p r i feudi. G l ' i n t i m o di s m a n t e l l a r e tutte le loro fortezze, e quelli risposero m o n t a n d o contro di lui u n a rivolta di cui la sua vecchia protettrice Maria assunse il p a t r o n a t o . Richelieu sventò il complotto origliando dietro le p o r t e , affrontò di p e r s o n a la Regina m a d r e e l'obbligò a f u g g i r e in Belgio. I c o n g i u r a t i si s t r i n s e r o i n t o r n o al secondogenito Gastone, Duca di Orléans, che levò un esercito c o n t r o il fratello e il C a r d i n a l e . G a s t o n e fu sconfitto, c a d d e p r i g i o n i e r o e p e r salvare la pelle fece il n o m e dei complici. Richelieu n o n si lasciò i m p r e s s i o n a r e dai l o r o g r a n d i n o m i e ne m a n d ò parecchi al patibolo. C o n questi m e t o d i «il Cardinale di ferro» - come lo chiamavano - ricostruì l'unità della Francia, le restituì il suo p r e stigio e la riportò nel g r a n d e giuoco internazionale. Il quale consisteva soprattutto nel r o m p e r e il cerchio degli Asburgo e 29
distruggerne l'egemonia sull'Europa. Poiché gli Asburgo erano i campioni del cattolicesimo, l'uomo di Chiesa Richelieu si volse ai nemici della Chiesa e li attrasse nella sua rete diplomatica. N o n risulta che la sua coscienza di sacerdote ne fosse turbata. Fu lui a inventare le p a r o l e «ragione di Stato», u n a r a g i o n e t a n t o forte da vincere n o n soltanto i suoi scrupoli religiosi, ma a n c h e le sue debolezze fisiche. Ne aveva molte, procurategli dalla malcerta salute: e m o r r o i d i , calcoli alla vescica, insonnia e incubi. Ma nessuna riuscì a incrinare la sua volontà. Ebbe a n c h e qualche difetto morale: era permaloso, avido di titoli nobiliari, nepotista, e afflitto da u n a vanità letteraria che lo rendeva geloso dei successi altrui, specie di Corneille. Lasciò dieci libri di m e m o r i e , nutriti di ottima prosa e soprattutto di encomiabile modestia. E, a differenza di tutti i dittatori che fanno s e m p r e piazza pulita i n t o r n o a sé, lasciò anche un successore. Ma di questo d i r e m o più tardi. La d i s s i d e n z a religiosa c h e aveva m e s s o a s o q q u a d r o la Francia stava p e r p r o v o c a r e gli stessi g u a i in I n g h i l t e r r a . C o n Eltalia della Controriforma abbiamo lasciato questo Paese in p i e n o boom, sotto l'accorta g u i d a di Elisabetta. La g r a n d e R e g i n a aveva s a p u t o t r o v a r e u n c o m p r o m e s s o t r a l e forze cattoliche, quelle anglicane e i «puritani» calvinisti, dirottand o n e le tensioni all'esterno, cioè alla conquista dell'Oceano e alla costruzione di un i m p e r o . La sua era stata u n a g r a n d e I n g h i l t e r r a c h e aveva n o n soltanto d i s t r u t t o la «invincibile armata» di Filippo, ma a n c h e dato alla cultura e u r o p e a i Bacone, gli Shakespeare e i Marlowe. O r a Elisabetta era alla fine, e siccome n o n si e r a mai sposata, n o n aveva e r e d i d i r e t t i cui affidare la successione. Il p a r e n t e p i ù prossimo era il Re di Scozia, Giacomo, figlio di quella Maria S t u a r d a che, cacciata dal t r o n o p e r u n ' i n s u r r e zione e rifugiatasi a L o n d r a , Elisabetta aveva fatto decapitare p e r congiura c o n t r o di lei. L'ayvento di Giacomo avrebbe consentito l'unificazione delle d u e c o r o n e . M a u n p u n t o restava oscuro: a quale confessione Giacomo a p p a r t e n e s s e . 30
A q u a n t o p a r e , n o n lo sapeva n e m m e n o lui che, stretto fra gli opposti fanatismi di quei suoi protervi sudditi m o n t a n a r i , aveva evitato d i p r e n d e r e p o s i z i o n e . Sua m a d r e e r a cattolicissima, ma e r a fuggita q u a n d o lui n o n aveva a n c o r a un a n n o lasciandolo in balìa dei calvinisti che l'avevano cacciata. Questi n o n a n d a v a n o d'accordo n e m m e n o fra loro e, d o p o a v e r istituito u n a g e r a r c h i a di Vescovi c h ' e r a in flag r a n t e c o n t r a d d i z i o n e col loro c r e d o d e m o c r a t i c o e legalitario (la Chiesa calvinista n o n conosce che i «pastori»), le si e r a n o ribellati. Giacomo fu p e r i Vescovi, il p o p o l o si ribellò anche a lui costringendolo alla fuga, e lo riaccolse solo a certe condizioni. La verità è c h e G i a c o m o e r a di m e n t a l i t à e sentimenti cattolici, e c o m e tale si considerava Re p e r grazia di Dio, m e n t r e i suoi s u d d i t i p r o t e s t a n t i lo c o n s i d e r a v a n o Re p e r loro volontà. Però si g u a r d ò b e n e dal dirlo, n o n soltanto p e r c o n s e r v a r e l a c o r o n a scozzese, m a a n c h e p e r c h é già p e n s a v a a quella inglese. Sicché, q u a n d o Elisabetta gli chiese di dichiararsi protestante, egli lo fece. L'uomo e r a un coacervo di c o n t r a d d i z i o n i . Sully lo chiamò «il più saggio sciocco della Cristianità». Volgare d'aspetto e nel linguaggio, aveva gusti raffinati in fatto di cultura, e fu egli stesso un eccellente scrittore. Triviale e p e r m a l o so, offendeva tutti, si offendeva di nulla e si a b b a n d o n a v a a collere violente, salvo a p i a n g e r e di p e n t i m e n t o e di vergogna. U n a volta prese a calci il suo aiutante p e r c h é n o n trovava un d o c u m e n t o , poi gli s'inginocchiò ai piedi e gli chiese p e r d o n o . Sapeva tutto di scienza, ma credeva solo agli astrologi e alle s t r e g h e , e a n d a v a in giro imbottito di talismani. N o n si lavava, ma s p e r p e r a v a p a t r i m o n i in abiti, profumi e biancheria. Q u a n d o lo sposarono ad A n n a di Danimarca, costei si accorse ch'egli n o n aveva molto trasporto p e r le d o n n e e preferiva i bei guaglioni. Ma, a p a r t e questo deviazionismo, Giacomo fu un b u o n m a r i t o e s o p r a t t u t t o un eccellente pad r e , i n n a m o r a t o del figlio che Anna gli diede, Carlo. Q u a n d o ci venne p e r l'incoronazione, nel 1603, L o n d r a lo accolse b e n e . Ma Giacomo disse al Parlamento che saliva sul 31
t r o n o c o m e l u o g o t e n e n t e di Dio e che solo a Dio i n t e n d e v a r i s p o n d e r n e . Evidentemente, aveva sbagliato secolo e Paese, e gl'inglesi glielo fecero subito capire obbligandolo a p r e n d e r m i s u r e c o n t r o i cattolici che rialzavano il capo. Costoro p e r rivalsa organizzarono un complotto, la cosiddetta «congiura delle polveri», p e r far saltare la Reggia con tutti i suoi inquilini. La s c o p e r t a della tresca p r o v o c ò u n a violenta r e a z i o n e , cui Giacomo dovette cedere m a n d a n d o a m o r t e molti preti e s b a n d a n d o n e il g r e g g e . Così rimase nelle m a n i dei p r o t e stanti, che accettavano la Monarchia, ma n o n l'assolutismo. La partita p e r ò n o n fu liquidata; fu soltanto rinviata. In c a m p o diplomatico, Giacomo p e r s e g u ì u n a politica di p a c e , c h ' e r a s o p r a t t u t t o di p a c e con la S p a g n a , il n e m i c o e r e d i t a r i o . A s p i n g e r v e l o f u r o n o n o n soltanto le s i m p a t i e ideologiche p e r il r e g i m e a u t o r i t a r i o dei cattolici Asburgo, ma a n c h e i consigli d e l suo p r i m o m i n i s t r o . E r a costui un certo Villiers, che G i a c o m o aveva conosciuto v e n t e n n e . Se n ' e r a i n n a m o r a t o , lo aveva fatto p r i m a conte, poi m a r c h e s e , e infine, col titolo di Duca di B u c k i n g h a m , gli aveva delegato il p o t e r e . Il Paese n o n a p p r o v ò né quella scelta né quella politica, ma ne profittò l a r g a m e n t e . S e m p r e p i ù forti e sig n o r e degli Oceani, le flotte inglesi completavano in America e in Asia quella rete di «basi» destinate a fornire l'intelaiat u r a del p i ù g r a n d e i m p e r o i n t e r c o n t i n e n t a l e . Nel 1606 fu fondata la p r i m a vera e p r o p r i a «colonia» d'oltre Atlantico: la Virginia. In I n d i a c'era da vincere la c o n c o r r e n z a olandes e c h e p e r a n n i s i d i m o s t r ò imbattibile. M a n e l 1615 u n a missione inglese riuscì a mettervi p i e d e e a stabilirvi scali e fondachi. L'impero p r e n d e v a forma, e la politica di L o n d r a cominciava a r u o t a r e su di esso: secondo i suoi interessi si sarebbe orientata a n c h e la diplomazia nei confronti dell'Europa. Per questo l'Inghilterra tergiversò tanto a e n t r a r e nella G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , sebbene la questione dinastica ve la coinvolgesse sin dal p r i m o m o m e n t o . Ma questo lo v e d r e m o a suo tempo. 32
E veniamo alla più ingarbugliata di tutte le matasse: la GermaniaVoltaire diceva che il Sacro R o m a n o I m p e r o n o n e r a né sacro, né r o m a n o , né i m p e r o . Aveva r a g i o n e . Esso r i u n i v a infatti u n i n s i e m e d i p r o v i n c e ( G e r m a n i a , L u s s e m b u r g o , Franca Contea, L o r e n a , Austria, U n g h e r i a , Boemia, Moravia) assai diverse p e r lingua, cultura, religione; cioè n o n le riuniva affatto p e r c h é l'unico loro vincolo era r a p p r e s e n t a to da un I m p e r a t o r e che i m p e r a v a b e n poco. Dal 1438 questo titolo e r a rimasto i n i n t e r r o t t a m e n t e a p p a n n a g g i o della dinastia Asburgo. Ma costoro avevano potestà assoluta e gov e r n o d i r e t t o soltanto sull'Austria, d i cui e r a n o Duchi p e r diritto ereditario, e p e r certi p e r i o d i a n c h e su Boemia, Moravia e U n g h e r i a . Da tutte le altre province, dovevano farsi riconoscere il titolo i m p e r i a l e di volta in volta, c o n t r a t t a n d o l o con i sette g r a n d i «elettori» qualificati ad attribuirlo: i Principi di Boemia, Sassonia, B r a n d e b u r g o , Palatinato, e gli Arcivescovi di Colonia, Treviri e Magonza. Fra costoro c'er a n o differenze di r a n g o e di attribuzioni, ma qui è inutile addentrarvisi. ' Con la diplomazia, col d e n a r o , con l'intrigo, gli Asburgo e r a n o riusciti p e r oltre c e n t ' a n n i a c o n s e r v a r e alla p r o p r i a famiglia l'altisonante investitura. Ma con Carlo V essa si era sposata con un p o t e r e effettivo: quello degl'immensi d o m i n i ereditati dalla m a d r e , Giovanna la Pazza: Spagna, F i a n d r e , Sud-America, p e r n o n citare che i p i ù i m p o r t a n t i , cui si aggiunse mezza Italia. Per qualche m o m e n t o s e m b r ò che, d o tato di questa forza, Carlo potesse v e r a m e n t e riunificare sotto il suo scettro tutto l'Occidente e d a r e consistenza al titolo imperiale com'era avvenuto con Carlo Magno. Ma n o n ci riuscì. Svegliate dalla Riforma, le forze nazionali si rifiutarono di sottomettersi a un p o t e r e centrale sopranazionale come quello d e l l ' I m p e r o , e d i e d e r o avvìo alla formazione dell'Europa delle Patrie, ciascuna col suo Stato sovrano. Carlo «bbe il b u o n senso di p r e n d e r n e atto e, accorgendosi che il Suo R e a m e e r a t r o p p o vasto e sparpagliato, al m o m e n t o di 33
a b d i c a r e lo divise, lasciando al figlio Filippo II la S p a g n a , l'Italia, le F i a n d r e , l'America latina, le colonie africane, e al fratello F e r d i n a n d o i p o s s e d i m e n t i e r e d i t a r i degli Asburgo - Austria, U n g h e r i a , Boemia, Moravia - e il titolo imperiale. F e r d i n a n d o si trovò in u n a posizione difficilissima. Person a l m e n t e e r a cattolico zelante, e in prevalenza cattolici erano austriaci, u n g h e r e s i e moravi. Ma i Principati tedeschi che gli avevano conferito il titolo e con cui doveva vedersela erano in m a g g i o r a n z a p r o t e s t a n t i . Egli riuscì tuttavia a m a n o vrare abbastanza b e n e fra gli u n i e gli altri: tanto che, q u a n do m o r ì , il titolo imperiale fu trasferito al figlio Massimiliano, che n o n ne spasimava. Era infatti Un compito e squisito gentiluomo che amava tutte le arti, m e n o quella del comand o . Sul p r o b l e m a religioso, che in q u e l m o m e n t o e r a il p i ù scottante, sebbene anagraficamente egli fosse cattolico, le sue simpatie e r a n o incerte. Era certa solo la sua antipatia p e r tutti gli estremismi, e infatti riuscì a infrenarli. Al suo letto di m o r t e n o n permise che si avvicinasse né il p r e t e cattolico né il «ministro» protestante. A benedirlo fu tutto il p o p o l o , che ne aveva apprezzato la tolleranza e l'imparzialità. Fu p e r ripagarlo di questi meriti che gli elettori nel 1576 a s s e g n a r o n o il titolo a suo figlio Rodolfo, che dal p a d r e aveva ereditato tante cose, ma n o n tutte. A n c h e lui era sobrio e affabile, di t r a t t o democratico, n e m i c o della p o m p a , amico delle arti e delle scienze, dove si g u a d a g n ò u n a giusta fama di m e c e n a t e c o n la p r o t e z i o n e a c c o r d a t a a Tycho B r a h e e Keplero, i g r a n d i pionieri dell'astronomia. Ma sul p i a n o religioso fu m o l t o m e n o a p e r t o , forse p e r c h é da ragazzo l'avevano affidato a Filippo II di S p a g n a che, deluso dei figli suoi, carezzava l'idea di farne il p r o p r i o e r e d e , e che a sua volta l'aveva affidato ai gesuiti. Rodolfo subì da loro un lavaggio di cervello che lo rese p o c o disponibile al «dialogo» con gli eretici. N o n li perseguitò; ma impose loro parecchie restrizioni. L e n t a m e n t e tuttavia si ritrasse dall'esercizio del p o t e r e , d e l e g a n d o l o a dei favoriti, scelti p u r t r o p p o con man o p i u t t o s t o infelice. E r a afflitto d a u n a f o r m a d e p r e s s i v a 34
che lo r e n d e v a malinconico, i n s o n n e e ossessionato da mille p a u r e , s o p r a t t u t t o degli attentati. Nel 1606 affidò il governo dei d o m i n i ereditari asburgici (Austria, U n g h e r i a , Moravia e poi a n c h e Boemia) al fratello m i n o r e Mattia, che così si trovò già sul t r o n o q u a n d o Rodolfo m o r ì (1612). Ma a n c h e Mattia, già sessantenne e stanco di u n a vita spesa quasi tutta in servizio militare fra u n a g u e r r a e l'altra, preferì delegare il p o t e r e a Klesl, l'Arcivescovo di Vienna: un prelato così coscienzioso e liberale che i cattolici lo accusarono di collusione coi protestanti. Un altro Asburgo, F e r d i n a n d o , cugino di Mattia, ne approfittò p e r i m p r i g i o n a r e l'Arcivescovo, assum e r n e i p o t e r i e assicurarsi la successione al t r o n o , che effettivamente alla m o r t e di Mattia (1619) gli fu riconosciuta. Fu il p r o l o g o della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i . E q u i n d i vediamo di spiegare un p o ' meglio i termini del conflitto e la p o sta che vi era in giuoco. L ' I m p e r o e r a u n a cosa vaga: n o n solo sul p i a n o giuridico, cioè dei p o t e r i c h ' e r a n o connessi al titolo, ma a n c h e su quello t e r r i t o r i a l e . Di sicuro, c o m e a b b i a m o già d e t t o , gli Asburgo p o t e v a n o c o n t a r e soltanto sul p r o p r i o p a t r i m o n i o e r e d i t a r i o , cioè sulle p r o v i n c e di cui e r a n o Re. Su di esse avevano diretta giurisdizione, a esse p o t e v a n o attingere tasse p e r le p r o p r i e finanze e soldati p e r il p r o p r i o esercito. Però le situazioni variavano dall'una all'altra. La vera cittadella della dinastia, il suo p u n t o di forza, era l'Austria, sua p a t r i a n o n d ' o r i g i n e (gli A s b u r g o e r a n o alsaziani), ma d'elezione. La sua compattezza era stata messa a d u r a prova dal conflitto religioso che sulla m e t à del Cinquecento sembrava volgere a vantaggio dei luterani, i quali avevano conquistato anche l'Università di Vienna. Ma fu ripristinata da F e r d i n a n d o I, lo zio di Filippo I I , e d a i gesuiti ch'egli c h i a m ò al p r o p r i o servizio. Essi a g i r o n o con un'abilità in cui la fermezza si univa al tatto. Sicché alla fine del secolo il Paese n o n soltanto aveva quasi del tutto sanato i suoi ifentrasti, ma era diventato un bastione della Chiesa nei confronti sia del luteranesimo che dell'Islam. 35
I Turchi infatti e r a n o alle sue p o r t e , solidamente impiantati nel c u o r e d e l l ' U n g h e r i a , d i cui o c c u p a v a n o d u e b u o n i terzi. Q u e s t o fece sì che l'altro terzo si stringesse s e m p r e più agli A s b u r g o e ne accettasse la signoria. A n c h e in q u e s t o b r a n d e l l o di n a z i o n e il conflitto religioso e r a stato a s p r o e p e r l u n g o t e m p o i n c e r t o fra l u t e r a n i , calvinisti e cattolici. Ma a risolverlo fu la r a g i o n di Stato. L'unico sostegno dell ' U n g h e r i a nei c o n f r o n t i d e l l ' i n v a s o r e m u s s u l m a n o e r a l'Austria cattolica. Il gesto di Peter P à z m à n y esemplifica la situazione. Figlio di calvinista e calvinista egli stesso, si convertì, ricevette dal Papa il galero cardinalizio, e a p r ì le p o r t e del Paese ai gesuiti. Moravia, Slesia e Lusazia riconoscevano c o m e loro legittimo sovrano quello di Boemia, che da oltre un secolo riconosceva c o m e suoi Re gli A s b u r g o . Ma ciascuna di q u e s t e q u a t t r o province m a n t e n e v a la p r o p r i a capitale (Praga, Brn o , Breslavia e Bautzen) e la p r o p r i a Dieta o p a r l a m e n t o . Il p r o b l e m a religioso e r a p a r t i c o l a r m e n t e complicato in q u e ste t e r r e c h e a v e v a n o covato la rivolta di H u s s , e d o v e ai contrasti spirituali se ne a g g i u n g e v a n o di razziali e sociali. L'aristocrazia, quasi t u t t a di s a n g u e tedesco, e r a in p r e v a lenza l u t e r a n a ; la borghesia, calvinista; la massa c o n t a d i n a , cattolica. F e r d i n a n d o I p e n s ò di ripristinare l'unità religiosa affidandosi ai gesuiti, e quella politica a b o l e n d o le q u a t t r o capitali e a c c e n t r a n d o tutti i p o t e r i a V i e n n a . Ma q u e s t e s o m m a r i e m i s u r e servirono a dilazionare, n o n a eliminare il conflitto che covava. I suoi successori Massimiliano, Rodolfo e Mattia se lo r i t r o v a r o n o r e g o l a r m e n t e di fronte, e lo las c i a r o n o in e r e d i t à a F e r d i n a n d o I I , fra le cui m a l a c c o r t e m a n i e r a d e s t i n a t o a s c o p p i a r e a c c e n d e n d o la miccia della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i . L a Svizzera faceva a n c h ' e s s a n o m i n a l m e n t e p a r t e dell ' I m p e r o . Ma solo n o m i n a l m e n t e . In pratica, le sue inaccessibili m o n t a g n e e a n c h e la sua poco invitante povertà avevano consentito ai Cantoni, in cui quel territorio e r a diviso, di sottrarsi al p o t e r e c e n t r a l e . Il conflitto religioso minacciò 36
questa loro a u t o n o m i a p e r c h é Savoia e S p a g n a accorsero a spalleggiare i C a n t o n i cattolici, m e n t r e la Francia e i luterani tedeschi d a v a n o m a n forte a quelli protestanti. Ma il patriottismo svizzero ebbe la meglio su queste i n f r a m m e t t e n ze. P u r c o n t i n u a n d o a litigarsi tra loro, i C a n t o n i r i m a s e r o sostanzialmente solidali nella difesa della loro i n d i p e n d e n z a e libertà. D o p o Calvino, alla testa della Venerabile Compagnia da lui fondata a Ginevra, c'era un pastore di g r a n d e tatto e accortezza, De Bèze, che fra gli altri meriti ebbe a n c h e quello di c a m p a r e fino a quasi n o v a n t ' a n n i . Egli sfoggiò nella battaglia missionaria un senso politico p i ù fine del suo intollerante predecessore, e p i a n o piano, sotto la sua guida, il calvinismo conquistò la Svizzera senza m e t t e r n e a r e p e n t a glio l'indipendenza. G l ' I m p e r a t o r i d o v e t t e r o contentarsi di riceverne qualche formale omaggio. L'imbroglio p i ù grosso e r a la G e r m a n i a , e il lettore n o n s'illuda c h e n o i p o s s i a m o fornirgliene la chiave. Possiamo solo alla meglio semplificarglielo. Dei sette G r a n d i Elettori che di volta in volta conferivano il titolo imperiale, qualcuno e r a laico, Principe o Duca, qualche altro Vescovo. Ma essi n o n e r a n o i soli p a d r o n i del Paese. C o m e l'Italia, la Germ a n i a e r a u n a galassia di Stati e staterelli, q u a l c u n o vasto c o m e u n a r e g i o n e , qualche altro piccolo c o m e un villaggio, ma tutti gelosissimi della p r o p r i a sovranità. Il conflitto religioso aveva e s a s p e r a t o q u e s t a d i s p e r s i o n e , e forse e r a diventato così p r o f o n d o a p p u n t o p e r c h é secondava gl'interessi particolari e le loro t e n d e n z e centrifughe. L'unico vincolo c h e u n i v a q u e s t e p r o v i n c e e r a u n a Dieta o p a r l a m e n t o , cui t u t t e inviavano i l o r o delegati, ma col m a n d a t o d ' i m p e d i r g l i d i f u n z i o n a r e . N e l 1555 t u t t a v i a , r i u n i t i a d A u g u s t a , essi r i u s c i r o n o a d a c c o r d a r s i s u u n p r i n c i p i o , quello del Cuius regio, eius religio, c h e in p r a t i c a significava q u e s t o : o g n i cittadino è t e n u t o a s e g u i r e la r e ligione d e l l o Stato cui a p p a r t i e n e , cioè d e l s u o S o v r a n o . Se vi si rifiuta, e m i g r i in un altro Stato che p r a t i c a la sua. Non era una soluzione; era soltanto un r a m m e n d o , ma 37
c h e al r o g o sostituiva l'esilio: il c h e r a p p r e s e n t a v a un discreto p r o g r e s s o . All'ingrosso, le province meridionali e la R e n a n i a e r a n o cattoliche; p r o t e s t a n t e il resto. Ma questo resto a n d a v a diviso fra luterani e calvinisti, che fra loro si odiavano n o n m e no di q u a n t o e n t r a m b i odiassero i cattolici. «Abbiamo notato» scrive Rescius alla fine del secolo «che i libri dei p r o t e stanti c o n t r o i p r o t e s t a n t i s o n o t r e volte p i ù n u m e r o s i di quelli scritti c o n t r o i cattolici.» C o n t r o questa «rabbia teologica», c o m e la chiamava Melantone, il mite e tollerante successore d i L u t e r o , l'editto d i A u g u s t a p o t e v a p o c o , a n c h e p e r c h é esso e r a r i m a s t o i n g r a n p a r t e lettera m o r t a p e r l e pratiche difficoltà che p r e s e n t a v a n o i trasferimenti. E ancora m e n o poteva l ' I m p e r a t o r e , che oltre a dover c o n t r a t t a r e volta p e r volta il suo titolo vitalizio coi sette Elettori, n o n aveva giurisdizione diretta su n e s s u n o di questi Stati, i quali obbedivano soltanto ai loro rispettivi Sovrani, i quali disobbedivano a lui. Al guazzabuglio politico e religioso si aggiungeva u n a crisi economica. Ne LItalia della Controriforma a b b i a m o visto le forze t r a e n t i della p r o d u z i o n e e del c o m m e r c i o spostarsi dalla G e r m a n i a del S u d verso quella del N o r d . Q u e s t a inversione di poli e r a un effetto della d e c a d e n z a d e l l ' e c o n o mia italiana, d i cui quella tedesca e r a s e m p r e stata u n ' a p p e n d i c e . Le capitali industriali e mercantili tedesche e r a n o state le città a ridosso delle Alpi: Augusta e N o r i m b e r g a . Ma da q u a n d o l'Italia e r a stata tagliata fuori dai g r a n d i traffici internazionali spostatisi verso l'Atlantico, il capitalismo tedesco aveva cominciato a g r a v i t a r e sul M a r e del N o r d , sospintovi a n c h e dalla Riforma che nella G e r m a n i a settentrionale, m o l t o m e n o romanizzata, trovava p i ù favorevole terreno. Soprattutto le città anseatiche - B r e m a , Lubecca ecc. - se n ' e r a n o e n o r m e m e n t e avvantaggiate, grazie ai loro attrezzatissimi p o r t i e scali. Ma verso la fine del C i n q u e c e n t o avevano d o v u t o vedersela con le flotte olandesi, di cui n o n ave38
vano retto la c o n c o r r e n z a . Nel 1572 la g r a n d e b a n c a Loitz fallì riducendo sul lastrico i suoi clienti. Nel 1614 fallirono i Welser. E quasi c o n t e m p o r a n e a m e n t e crollarono quelli che da oltre un secolo e r a n o considerati l'architrave della finanza tedesca, i Fugger, travolti dai ripetuti fallimenti di Filippo I I , che n o n si e r a n o stancati di sovvenzionare. Il caos e r a al c o l m o . Fra le t a n t e cose c h e l ' I m p e r a t o r e n o n riusciva a i m p o r r e alla Dieta e agli Elettori era u n a zecc a c o m u n e . O g n i Stato b a t t e v a m o n e t a p e r c o n t o p r o p r i o eppoi, p e r sottrarsi ai debiti, la tosava. Q u e s t o scoraggiava il risparmio, cioè l'accumulo del capitale. La m a n c a n z a di capitale i m p e d i v a g l ' i n v e s t i m e n t i . E la m a n c a n z a d'investim e n t i faceva l a n g u i r e la p r o d u z i o n e . N e a n c h e le m i n i e r e d a v a n o p i ù r e d d i t o , d a q u a n d o l ' E u r o p a e r a stata alluvionata dall'oro e dall'argento delle colonie d'oltreoceano. Questa e r a la situazione con cui il n u o v o i m p e r a t o r e Ferd i n a n d o II doveva vedersela. Ma p e r c o m p l e t a r e il q u a d r o e r e n d e r e un p o ' più intelligibile, o un p o ' m e n o oscuro l'imbroglio della g u e r r a che sta per scoppiare, d o b b i a m o a p r i r e a l m e n o u n a finestrella sull ' E u r o p a del N o r d , c h e p e r la p r i m a volta si affaccia sulla storia in veste di protagonista. Alla m e t à del C i n q u e c e n t o la p o t e n z a e g e m o n e e r a la Dan i m a r c a , signora a n c h e della N o r v e g i a , della Svezia m e r i dionale, e i n s o m m a di quasi tutto il Baltico. In questi Paesi, convertitisi in massa al l u t e r a n e s i m o , n o n c'erano dissidenze religiose. Il re C r i s t i a n o IV se ne avvalse p e r c e r c a r di unificare quelle vaste province, a c c e n t r a n d o n e il g o v e r n o a C o p e n a g h e n , che sotto di lui diventò u n a bella e attrezzatissima capitale. Cristiano, che r e g n ò s e s s a n t ' a n n i , ricordava un p o ' il suo quasi coetaneo Giacomo I d ' I n g h i l t e r r a . Anche lui era un curioso miscuglio di finezza e di volgarità. Il suo giudizio in fatto d'arte, di scienza, di cultura, era infallibile; ma s e m p r e espresso in un linguaggio da stalliere e con un c o n t o r n o di scurrilità da far arrossire un livornese. Il p o p o 39
lo lo a m a v a p e r c h é Cristiano partecipava ai suoi balli, alle sue feste, e a n c h e alle sue sbornie; e p e r questo n o n lesinava reclute q u a n d o il Re bandiva la mobilitazione. Ciò gli capitava spesso p e r c h é Cristiano aveva un debole p e r la g u e r r a , e ne fece parecchie p e r rintuzzare le t e n d e n ze s e p a r a t i s t e dei suoi d o m i n i . Fra questi, la Svezia e r a la p i ù i n q u i e t a . P r a t i c a m e n t e , essa aveva già r a g g i u n t o l ' i n d i p e n d e n z a nel 1523 con Gustavo I Vasa, fondatore della dinastia r e g n a n t e . Ma i nobili mal sopportavano l'accent r a m e n t o dei poteri, e suscitavano torbidi. Eric, il successore di Gustavo, dovette abdicare e fu messo a m o r t e dal fratello Giovanni. Costui, spintovi dalla moglie, c h ' e r a u n a principessa polacca, si convertì di nascosto al cattolicesimo: il che consentì a suo figlio di d i v e n t a r e Re di Polonia col titolo di S i g i s m o n d o I I I , in attesa di d i v e n t a r l o a n c h e della Svezia alla m o r t e del p a d r e , i n m o d o d a unificare l e d u e c o r o n e . Ma Carlo, altro fratello di Giovanni, r a d u n ò a Uppsala trecento ministri protestanti e trecento laici in r a p p r e s e n t a n z a di tutte le classi sociali, i quali p r o c l a m a r o n o che il t r o n o di Svezia e r a accessibile solo ai l u t e r a n i . Q u a n d o il p r o b l e m a della successione si pose, Sigismondo accorse p e r assicurarsela. Ma i capi svedesi gl'imposero un'abiura, che gli avrebbe fatto a u t o m a t i c a m e n t e p e r d e r e il trono di Polonia. Sigis m o n d o tergiversò a l c u n i mesi i n cerca d i u n impossibile c o m p r o m e s s o . Alla fine decise d ' i n v a d e r e la Svezia, vi sbarcò col suo esercito, ma fu b a t t u t o dallo zio, che subito d o p o fu i n n a l z a t o al t r o n o col titolo di Carlo IX. Il n u o v o Sovrano, già vecchiotto, impiegò i suoi pochi a n n i di r e g n o a organizzare lo Stato. E ci riuscì così b e n e che Cristiano, ved e n d o in pericolo il p r i m a t o d a n e s e , gli mosse g u e r r a . Carlo cercò di evitarla s f i d a n d o a singoiar t e n z o n e C r i s t i a n o , che rifiutò. M o r e n d o q u a n d o già il conflitto e r a scoppiato, pose u n a m a n o sulla testa del figlio sedicenne d i c e n d o : «Rie faciet», p e n s e r à lui a fare il resto. Q u e s t o figlio si chiamava Gustavo Adolfo, e la Svezia già lo a d o r a v a p e r la sua atletica prestanza, p e r la sua cortesia e 40
p e r il suo coraggio. S e b b e n e d e s t i n a t o a t r a s c o r r e r e la sua breve esistenza sui campi di battaglia e a immortalarsi c o m e il p i ù g u e r r i e r o di tutti i Re scandinavi, egli d e b u t t ò comp r a n d o l a p a c e dalla D a n i m a r c a p e r u n milione d i talleri. Aveva capito c h e il p e r i c o l o n o n e r a quello, ma il colosso russo, cui occorreva p r e c l u d e r e gli sbocchi sul Baltico p r i ma che si fosse organizzato sotto il p o t e r e centralizzatore dei suoi Zar Romanov. C o n u n a fulminea spedizione si annesse la C a r d i a O r i e n t a l e e l'Ingria fino all'odierna L e n i n g r a d o , s t r a p p a n d o alla D a n i m a r c a l ' e g e m o n i a s u l l ' E u r o p a n o r d orientale. Q u e s t a e r a p r e s s a p p o c o l ' E u r o p a alla vigilia della G u e r ra dei T r e n t ' a n n i . Ma p r i m a di a d d e n t r a r c i in questa ingarbugliata vicenda, occorre d a r e u n o s g u a r d o anche al n u o v o m o n d o d ' o l t r e Atlantico, c h e i r r o m p e anch'esso nella Storia.
CAPITOLO TERZO
L'ALTRO O C C I D E N T E
Sono pochi gli e u r o p e i del Seicento ad accorgersi che l'Occ i d e n t e si allarga: l'America sta e n t r a n d o nella sua cerchia. Essa è ancora u n a t e r r a remotissima, di leggenda. Ma la sua conquista è in p i e n o sviluppo, e fra poco farà sentire i suoi sconvolgenti effetti sui c o n q u i s t a t o r i . C e r c h i a m o di d a r n e u n a rapida retrospettiva. Sono avvenimenti in gran parte del C i n q u e c e n t o , che c r o n o l o g i c a m e n t e a v r e b b e r o d o v u t o r i e n t r a r e ne L'Italia della Controriforma. Se ne p a r l i a m o solo ora, è p e r c h é solo o r a c o m i n c i a n o a esercitare influssi sull'Europa, e q u i n d i a n c h e sul nostro Paese. I p r i m i a gettarsi sulle rotte oceaniche che Colombo aveva a p e r t o con le sue piccole caravelle furono gli spagnoli. Il g r a n d e n a v i g a t o r e g e n o v e s e aveva c r e d u t o c h e l e Antille, dov'era sbarcato, fossero un arcipelago dell'Estremo O r i e n te. Ma i suoi successori fecero p r e s t o ad accorgersi che quelle isole e r a n o invece l'antemurale di un i m m e n s o continente, e lo p r e s e r o d'assalto. Protagonisti di quest'avventura fur o n o u n p u g n o d i spericolati che a g i r o n o d i p r o p r i a iniziativa, in piccoli g r u p p i , senz'aspettare gli o r d i n i del loro gov e r n o e senza riceverne alcun aiuto. I conquistadores n o n volevano colonizzare il n u o v o m o n d o . Volevano soltanto saccheggiarlo p e r c h é avevano sentito dire c h ' e r a p i e n o d ' o r o , d ' a r g e n t o e di spezie. D a p p r i n c i p i o si c o n t e n t a r o n o di C u b a e delle altre isole del Mar dei Caràibi. Ma p r o p r i o l'anno dell'elezione di Carlo V a I m p e r a t o r e (1519), u n o di loro gettò le a n c o r e nella baia messicana di Vera Cruz. Si chiamava F e r n a n d o Cortes, ed e r a un piccolo nobile castigliano tagliato nella stoffa di 42
C e s a r e Borgia. N o n aveva letto Machiavelli p e r c h é e r a semianalfabeta, ma lo aveva n e l s a n g u e . Alla testa della sua piccola c i u r m a di p r e d o n i , si a v v e n t u r ò in quella t e r r a di cui n u l l a sapeva, senza lasciarsi i n t i m o r i r e dalle t e s t i m o n i a n z e della g r a n d e civiltà cui si t r o v ò di f r o n t e : e r o i c h e strade scavate nella roccia, ciclopiche m u r a , m e t r o p o l i chiuse d e n t r o i loro bastioni. Q u e s t a civiltà e r a fatta di strati s o v r a p p o s t i . A iniziarla e r a stata u n a p o p o l a z i o n e i n d i g e n a dell'America centrale, i Maya, circa millecinquecento a n n i p r i m a . Poi i Maya e r a n o stati sopraffatti da un'altra popolazione più settentrionale, i Toltechi, che avevano esteso il loro d o m i n i o su tutto il Messico, ma a loro volta e r a n o stati ridotti in servitù dai p i ù bellicosi Aztèchi, gli attuali p a d r o n i . Gli Aztèchi n o n avevano distrutto i loro predecessori. Li avevano semplicemente d e g r a d a t i a schiavi. E questo condizionava il l o r o r e g i m e m o l t o simile alle a n t i c h e s a t r a p ì e orientali. T u t t o il p o t e r e e tutti i privilegi e r a n o m o n o p o l i o di u n a casta d o m i n a n t e incarnata in un capo militare, il tlatuano. La loro unica occupazione e r a la g u e r r a , cui gli schiavi fornivano la cosiddetta «carne da cannone», oltre ai frutti delle loro fatiche. C o m e tutti i regimi di lavoro forzato, anc h e quello degli Aztèchi e r a b a s a t o sul t e r r o r e poliziesco, che alimentava fra le vittime m o l t e scontentezze. E fu q u e sto che i m m e d i a t a m e n t e capì Cortes, p u r essendo assolutam e n t e n u o v o del paese e i g n o r a n d o n e storia, geografia, costumi e lingua. Lo spagnolo n o n aveva che settecento u o m i n i e u n a diecina di c a n n o n i . Affrontare, con queste miserevoli forze, un i m p e r o c o m e quello azteco, sembrava u n a follia. E tale forse si s a r e b b e d i m o s t r a t a , senza l ' i n t e r v e n t o di un fattore sul q u a l e n e m m e n o C o r t e s c o n t a v a . Fra q u e i suoi s e t t e c e n t o u o m i n i , ce n ' e r a n o quattordici a cavallo. La p r i m a popolazione con cui si s c o n t r a r o n o n o n aveva mai visto quegli animali, d a p p r i n c i p i o c r e d e t t e c h e facessero t u t t ' u n o coi cavalieri, e q u a n d o vide u n o di costoro s m o n t a r e di sella, ri44
mase sbigottita c o m e da un sortilegio, si a r r e s e all'aggressore e passò dalla sua p a r t e . La voce corse su p e r l'altipiano a rinfocolarvi lo spirito di rivolta c o n t r o l'oppressione aztèca. Un'altra tribù, i Tlaxaltechi, si mise agli o r d i n i dell'invasore. Ma n e m m e n o questi aiuti p o t e v a n o rovesciare il r a p p o r t o di forze che restava largamente favorevole agli Aztèchi. Il loro t l a t u a n o si chiamava M o n t e z u m a , e n o n si d i m o strò all'altezza della t r a d i z i o n e g u e r r i e r a d e l suo p o p o l o . Spaurito, dicono, dal r u m o r di t u o n o dei c a n n o n i spagnoli, d a p p r i m a si rinchiuse nella capitale, Tenochtitlan; poi scese a trattative con C o r t e s , s p e r a n d o p r o b a b i l m e n t e di r a g g i rarlo. Cortes gli p r o m i s e di lasciarlo sul t r o n o , anzi di p u n tellarvelo, se il t l a t u a n o gli a p r i v a le p o r t e della città. U n a volta e n t r a t i , gli s p a g n o l i si d i e d e r o a un sistematico saccheggio. Il materiale n o n m a n c a v a p e r c h é gli Aztèchi avevano s e m p r e p r a t i c a t o u n ' e c o n o m i a di tesaurizzazione acc u m u l a n d o , grazie al lavoro forzato degli schiavi, o r o e pietre preziose. E gli spagnoli n o n cercavano altro. Q u a n d o alcuni nobili aztèchi si ribellarono a quella spoliazione, Cortes ne d i e d e la colpa a M o n t e z u m a ; d o p o averlo i m p r i g i o n a t o lo fece s o p p r i m e r e , e ne assunse il p o t e r e in n o m e dell'imp e r a t o r e Carlo V. Costui era r a p p r e s e n t a t o dal viceré Velasquez, che risiedeva a C u b a e c h e n o n aveva a u t o r i z z a t o la s p e d i z i o n e di Cortes. Vedendosi scavalcato da lui, m a n d ò un distaccamento ad arrestarlo. Cortes, che conosceva i suoi polli, invece di p r e n d e r e i soldati a c a n n o n a t e , l'invitò a p a r t e c i p a r e al bottino, e li ebbe tutti con sé. Ma o r m a i gli Aztèchi si e r a n o svegliati, a v e v a n o t r o v a t o nel fratello di M o n t e z u m a , Cuit l à h u a c , un t l a t u a n o c o r a g g i o s o e risoluto. E, c h i a m a t e a raccolta d a l l ' i n t e r n o d e l Paese l e l o r o g u a r n i g i o n i , e r a n o passati alla controffensiva. I c o n q u i s t a t o r i , circondati, riuscirono con u n a sortita a r o m p e r e l'assedio, ma ci rimisero i d u e terzi delle loro forze, e fu b u o n p e r i superstiti che i fedeli Tlaxaltechi li accogliessero nel p r o p r i o territorio. C o n la loro p r o t e z i o n e e complicità, C o r t e s r i p r e s e contatti coi 45
capi dell'opposizione indigena, con loro ricostituì un esercito, e di lì a p o c o fu lui a c i r c o n d a r e il n e m i c o asserragliato nella capitale. Per mesi ve lo lasciò c o n s u m a r e di fame e di sete. Poi lanciò le sue t r u p p e all'assalto con l'ordine di n o n fare prigionieri. Infatti n o n ce ne furono. Di lì a poco, colui c o n t r o il quale il viceré aveva spiccato m a n d a t o d ' a r r e s t o ricevette d a l l ' I m p e r a t o r e la n o m i n a a g o v e r n a t o r e della Nuova Spagna, c o m e il Messico lì p e r lì fu chiamato. E allora si vide che il Conquistador n o n era soltanto un p r e d o n e avido e t e m e r a r i o . Col suo p u g n o di u o m i n i di poco rinforzato da modesti contingenti, mise in piedi un g o v e r n o tirannico ma efficiente, organizzò polizia e tribunali, divise le popolazioni in m o d o da giuocare le u n e c o n t r o le altre, e lanciò i suoi distaccamenti alla conquista delle terr e circonvicine. N o n e r a n o c h e p a t t u g l i e della forza d i u n p l o t o n e . E p p u r e u n a di esse p i a n t ò le sue b a n d i e r e in California d o v e mise su un a r s e n a l e p e r il v a r o di u n a flotta spagnola del Pacifico, u n ' a l t r a nel Texas, u n a si spinse fino al Mississippi, a l t r e invece scesero al S u d e i n c a m e r a r o n o G u a t e m a l a , H o n d u r a s e P a n a m a . Bisogna risalire ad Aless a n d r o M a g n o e ai Califfi di M a o m e t t o p e r t r o v a r e e s e m p i di conquiste altrettanto folgoranti. Il loro protagonista ebbe il titolo di Marchese, ma poi fu messo in d i s p a r t e dal S o v r a n o cui aveva regalato un i m p e r o , e q u a n d o t o r n ò in p a t r i a n o n fu r i c e v u t o n e m m e n o a Corte. Seguitò tuttavia a servire i n t r e p i d a m e n t e il suo Paese che lo ignorava, e in p u n t o di m o r t e chiese soltanto che le sue spoglie fossero traslate nel suo Messico. Il g o v e r n o di M a d r i d vi si decise solo d o p o molti a n n i . Se è v e r o c h e la grandezza di un p o p o l o la si m i s u r a a n c h e dalla sua ingratit u d i n e , la S p a g n a di quei secoli e r a davvero i m m e n s a . M e n t r e l'aristocratico Cortes compiva i suoi raids al n o r d del Mar dei Caràibi, un p o r c a r o andaluso, rozzo e analfabeta, Francisco Pizarro, e un soldataccio di v e n t u r a , Diego de Almagro, ne imitavano le gesta al sud. Ricercato dalla polizia p e r debiti, n o n si sa c o m e Pizarro riuscì a farsi d a r e dal46
l ' I m p e r a t o r e l'investitura a g o v e r n a t o r e su q u e i t e r r i t o r i che oggi si c h i a m a n o Colombia ed Ecuador. Forse l'ottenne perché erano territori ancora da conquistare. Pizarro si dispose a farlo con p o c h e centinaia di p r e d o n i prezzolati di q u a e di là. Ma subito dalla costa p r e s e a risalire l'altopiano del Perù, d o v e aveva sentito d i r e che l'oro si sprecava. D'oro, ce n ' e r a infatti moltissimo. Si accumulava nei forzieri d e g l ' I n c a , u n a t r i b ù g u e r r i e r a c h e aveva p r e s o il sop r a v v e n t o sulle p o p o l a z i o n i i n d i g e n e : i Q u e c h u a . GITnca dicevano di discendere dal dio Sole e costituivano u n a casta militare e sacerdotale, che esercitava un p o t e r e assoluto. Il loro Stato e r a totalitario, e la sua e c o n o m i a si basava, c o m e quella degli Aztèchi, sul lavoro forzato. Le città e r a n o scavate nella roccia e collegate da strade che r a p p r e s e n t a v a n o capolavori d ' i n g e g n e r i a e assicuravano il controllo del p o t e r e centrale. Q u e s t o e r a p i ù efficiente di quello azteco, specie sul p i a n o tributario. Drenava tutta la p r o d u z i o n e nazionale - m i n e r a r i a , agricola e artigiana -, ne ripartiva un'aliquota fra la popolazione secondo un criterio s t r e t t a m e n t e egalitario che n o n consentiva differenze di ceti e di classi, e accum u l a v a il grosso n e i m a g a z z i n i della casta d o m i n a n t e c h e forniva in esclusiva i q u a d r i dell'esercito e della burocrazia. Il privilegio era giustificato dall'origine divina che gl'Inca si attribuivano e che gli altri Q u e c h u a n o n gli c o n t e s t a v a n o . Ma se essa li m e t t e v a al r i p a r o d a l l ' i n s u b o r d i n a z i o n e dei soggetti, n o n li salvava dalle p r o p r i e dissidenze i n t e r n e . E q u a n d o Pizarro arrivò, c e n ' e r a a p p u n t o u n a c h e divideva la famiglia reale, in cui si accentrava p e r diritto ereditario il s u p r e m o c o m a n d o : quella fra il re A t a h u a l p a e suo fratello Huàscar. H u à s c a r alla fine e r a stato eliminato. Ma aveva lasciato u n a fazione smaniosa di vendetta. Pizarro e r a al c o r r e n t e di questi avvenimenti, q u a n d o a un certo p u n t o della sua scalata si trovò di fronte allo sterminato esercito degl'Inca. Il p o r c a r o a n d a l u s o n o n se ne lasciò s g o m e n t a r e . I n v i t ò a un c o l l o q u i o A t a h u a l p a c h e fiduciosamente vi si p r e s e n t ò , lo mise in c a t e n e , e lanciò i 47
suoi pezzenti all'attacco. La fulmineità dell'azione s o r p r e s e gl'Inca che si lasciarono t r u c i d a r e dagli archibugi degli spagnoli p r i m a di esser v e n u t i c o n l o r o a c o n t a t t o di lancia e p u g n a l e , uniche loro armi. Pizarro a r r e s t ò m a g n a n i m a m e n te il macello p e r p r o p o r r e ai s u p e r s t i t i la r e s t i t u z i o n e di Atahualpa dietro adeguato compenso d'oro e di g e m m e . Siccome un figlio del Sole n o n ha prezzo, il c o m p e n s o fu altissimo. Q u a n d o f u i n t e r a m e n t e p a g a t o , P i z a r r o c o n v o c ò A t a h u a l p a , n o n p e r restituirlo ai suoi, ma p e r incriminarlo di fratricidio. Il processo fu r a p i d o e si concluse con la cond a n n a a m o r t e che fu subito eseguita. D o p o d i c h é il p o r c a r o e i suoi masnadieri, che o r a n a s c o n d e v a n o i loro stracci sotto collane d ' o r o e p e n d a g l i di p i e t r e preziose, r i p r e s e r o la marcia verso la capitale, Cuzco. Sotto l e m u r a della città f u r o n o r a g g i u n t i d a A l m a g r o , cui e r a arrivata n o n si sa c o m e la voce del favoloso b o t t i n o p e r u v i a n o , e c h e a c c o r r e v a p e r p a r t e c i p a r v i a n c h e lui coi suoi p r e d o n i . A l m a g r o e Pizarro e r a n o vecchi c o m p a r i . Insieme avevano partecipato ad altri saccheggi, ma poi avevano litigato p e r il t r a t t a m e n t o di privilegio che Pizarro aveva ricevuto con la n o m i n a a g o v e r n a t o r e . Fecero pace p e r unire le loro forze, t o r n a r o n o a litigare d o p o la vittoria p e r la spartizione della p r e d a , e alla fine la controversia fu risolta dal tribunale più indicato a d i r i m e r e vertenze fra simili p r o tagonisti: il p u g n a l e . E fu Almagro a farne le spese. Lasciava p e r ò u n f i g l i o , Diego, che t r e a n n i d o p o p a r e g g i ò i l c o n t o , facendo fare a Pizarro la stessa fine. P r i m a p e r ò che tutto questo avvenisse, il p o r c a r o a n d a l u so aveva c o m p i u t o u n ' i m p r e s a che n o n aveva nulla da invidiare a quella di Cortes. Lanciati alla v e n t u r a , i suoi distacc a m e n t i a v e v a n o p i a n t a t o b a n d i e r a in Bolivia e in Cile sul Pacifico, e si e r a n o ricongiunti ai capisaldi spagnoli che altri conquistadores avevano stabilito in Venezuela sull'Atlantico. E n o n c'è c h e d a d a r e u n o s g u a r d o alla c a r t a geografica p e r r e n d e r s i c o n t o della grandiosità di q u e s t a e p o p e a . La conquista spagnola si stendeva o r a dal Mississippi, nell'America 48
del N o r d , al Rio della Piata in quella del Sud. E a compierla e r a n o stati m e n o di diecimila straccioni a r m a t i di grossolani archibugi con le m u n i z i o n i contate. Se n o n avevano incontrato resistenze invincibili d a p a r t e d e g l ' i n d i g e n i , avevano tuttavia d o v u t o sfidare la giungla, i climi t o r r i d i dell'Equatore e quelli gelidi delle A n d e , la fame, la sete, Io s g o m e n t o dell'ignoto. E r a n o p e r la maggior p a r t e avanzi di galera. Ma è con questo materiale u m a n o che si costruiscono gl'imperi. L'Europa del C i n q u e c e n t o aveva quasi t o t a l m e n t e i g n o r a t o questa e p o p e a . Ma già ai p r i m i del Seicento i suoi effetti com i n c i a v a n o a farsi s e n t i r e d a p p e r t u t t o , a n c h e n e l n o s t r o Paese. E p e r motivi e v i d e n t i . L'Italia, p u r a v e n d o v i d a t o avvìo coi suoi g r a n d i navigatori, e r a r i m a s t a tagliata fuori da questa g r a n d e a v v e n t u r a . Ma essa faceva p a r t e dell'imp e r o spagnolo che ne e r a invece il massimo protagonista. Il contraccolpo e r a inevitabile. I sovrani spagnoli n o n p e n s a v a n o di costruire un i m p e r o . Nell'affidare le tre caravelle a C o l o m b o , re F e r d i n a n d o gli aveva r a c c o m a n d a t o di p o r t a r e i n d i e t r o q u a n t o più o r o trovava, e la r e g i n a Isabella di c o n v e r t i r e al c r i s t i a n e s i m o q u a n t i p i ù i n d i g e n i p o t e v a . I l o r o successori r i p e t e r o n o p r e s s a p p o c o le m e d e s i m e direttive ai soldati, ai m a r i n a i , ai funzionari e ai missionari che s ' i m b a r c a v a n o . L'organizzazione dei viaggi e r a m o n o p o l i o di u n ' a g e n z i a , la Casa de contratación di Siviglia, c h e p r o v v e d e v a a r e c l u t a r e i volontari, a n o l e g g i a r e le navi e a p r e l e v a r e p e r c o n t o dello Stato un'imposta sui metalli preziosi che i reduci riportavano in patria, p a r i alla m e t à del loro valore. Q u e s t a e r a l'unica cosa che i m p o r t a v a al g o v e r n o di M a d r i d . Per esso le Indias, c o m e si seguitava a c h i a m a r e le A m e r i c h e , e r a n o soltanto u n a riserva d ' o r o . Privi di carte geografiche, all'oscuro sull'estensione e ubicazione di quelle l o n t a n e t e r r e , i b u rocrati castigliani m i s u r a v a n o le i m p r e s e dei loro conquistadores u n i c a m e n t e sui quantitativi di metallo che fruttavano. N o n avevano del tutto torto p e r c h é infatti quegli avven49
turieri e r a n o dei p r e d o n i , n o n dei colonizzatori e solo all'or o b a d a v a n o . Saccheggiata u n a r e g i o n e , n e o c c u p a v a n o un'altra: ma s e m p r e e soltanto p e r farvi bottino. Q u e s t o bott i n o lo t r o v a r o n o d a p p r i m a , già confezionato, nei forzieri degli Aztèchi e degl'Inca. E a b b i a m o visto c o m e lo incamer a r o n o . Ma questa fonte di rifornimento n a t u r a l m e n t e fece p r e s t o a esaurirsi. E allora occorse rifarsi alle miniere. Ma le m i n i e r e volevano braccia che le scavassero alla ricerca dei filoni, e gli spagnoli e r a n o pochi e allergici al piccone. Ci misero gì'indios, che del resto e r a n o già stati abituati al lavoro forzato dai vecchi p a d r o n i aztèchi e inca. E così n a c q u e il sistema dell'encomienda, che assegnava a ogni colono, assieme a u n a vasta a r e a di p r o s p e z i o n e , un certo n u m e r o di indios ridotti a servitù di gleba. F u r o n o le circostanze a i m p o r r e p o i u n ' e v o l u z i o n e , q u a n d o , esauritesi a n c h e le m i n i e r e , i coloni a d i b i r o n o i loro latifondi a l l ' a g r i c o l t u r a e a l l ' a l l e v a m e n t o del b e s t i a m e . Q u e s t o n o n migliorò la sorte degì'indios che r i m a s e r o servi della gleba, a n c h e se di u n ' a l t r a gleba. Ma ciò r i g u a r d a la storia americana, ai cui testi (e ce ne sono di appassionanti) r i m a n d i a m o il lettore. In E u r o p a , il p r i m o contraccolpo fu di n a t u r a economica. La S p a g n a n o n era costituzionalmente un Paese p o v e r o p e r c h é di risorse nelle sue viscere ne aveva e t u t t o r a ne ha. Ma e r a i m p o v e r i t o dalla sua politica di g r a n d e z z a militare c h e s t r a p p a v a gli u o m i n i d a i c a m p i p e r f a r n e d e i soldati. G r a n d i , g r a n d i s s i m i soldati, ma i m p r o d u t t i v i c o m e t u t t i i soldati. Il lavoro e r a riservato agli scarti di leva, e perciò era diventato, c o m e a b b i a m o già d e t t o , il disprezzato m o n o p o lio degli ebrei e dei moriscos - i residui dell'occupazione araba f o r z a t a m e n t e convertiti al cristianesimo -, che l'esercito rifiutava. Q u a n d o la ventata d'intransigenza cattolica portata dalla C o n t r o r i f o r m a spinse i Re spagnoli a p e r s e g u i t a r e e scacciare queste d u e m i n o r a n z e , il Paese si ridusse a u n a cas e r m a che viveva u n i c a m e n t e di ciò che i suoi soldati arraffavano nelle t e r r e conquistate, e specialmente in F i a n d r a e 50
in Italia. Carlo V, il g r a n d e i m p e r a t o r e sui cui d o m i n i il sole n o n t r a m o n t a v a mai, era u n o squattrinato che riusciva a par e g g i a r e i suoi cronici disavanzi di bilancio solo grazie ai prestiti dei b a n c h i e r i tedeschi F u g g e r (i quali n o n riuscirono mai a farseli r i m b o r s a r e né da lui né dal figlio, e a un certo p u n t o , come abbiamo detto, fallirono). N o n e r a facile trovare d a n a r o p e r c h é l ' E u r o p a era p o v e r a di metalli, e q u i n d i di circolante. Era questo, anzi, che faceva ostacolo al decollo del capitalismo. I ceti i m p r e n d i t o r i a l i c ' è r a n o , s o p r a t t u t t o nei Paesi del N o r d . C ' e r a n o i tecnici. C'era un a b b o n d a n t e e abile artigianato. Mancava il capitale. E il p o c o disponibile e r a d r e n a t o dal fisco spagnolo e dalle b a n c h e infeudate alla Spagna p e r alimentare gli eserciti e le flotte di M a d r i d . Ecco perché la S p a g n a in America cercava soltanto l'oro. E l'oro arrivò. D a p p r i n c i p i o fu quello p r e d a t o a M o n t e z u m a e A t a h u a l p a c h e , se r e s e m i l i a r d a r i gli straccioni di Cortes e di Pizarro, n o n r a p p r e s e n t ò tuttavia nulla di risolutivo p e r l'esausto T e s o r o s p a g n o l o . Ma verso la m e t à del C i n q u e c e n t o i conquistadores a f f o n d a r o n o i l o r o picconi, o meglio i picconi dei loro schiavi, negl'inesauribili giacimenti d'argento del Perù e del Messico. E allora fu l'alluvione. Sui moli della Casa de contratación i galeoni c o m i n c i a r o n o a riversare fiumi di metallo. Carlo V fece in t e m p o a vederli, e forse p e n s ò che o r a poteva t r a n q u i l l a m e n t e c e d e r e il p o t e r e affiglio Filippo cui, con quella ricchezza, sarebbe stato facile ricostituire u n g r a n d e i m p e r o cattolico e u r o p e o . A quei tempi, l'economia politica e r a u n a scienza ancora sconosciuta. E q u i n d i n o n si p u ò r i m p r o v e r a r e né a Carlo né ai suoi successori il fatto di n o n a v e r p r e v i s t o le conseguenze d e l l ' a v v e n i m e n t o . Ma esse f u r o n o sconvolgenti. In p r o p o r z i o n e con la moltiplicazione del circolante, salirono v e r t i g i n o s a m e n t e i prezzi delle d e r r a t e . Le p r i m e vittime furono, c o m e al solito, i ceti che vivevano di r e d d i t i fissi, e quelli dei professionisti e degli o p e r a i , i cui salari n o n ten_x- g o n o mai il passo di questi rincari. Ne a p p r o f i t t a r o n o i con*adini, m a g g i o r a n d o c o n t i n u a m e n t e il prezzo dei loro p r o 51
dotti. Ma fu un profitto effimero p e r c h é con t u t t o il resto salirono a n c h e i canoni di affitto che l'agricoltore pagava al p r o p r i e t a r i o , n o n c h é i l p r e z z o delle m e r c i ch'esso n o n p r o d u c e v a e doveva acquistare. C o m e s e m p r e avviene, ins o m m a , l'inflazione coinvolgeva nei suoi effetti devastatori t u t t e le classi sociali, m i n a n d o e r e n d e n d o instabile la m o neta. E l'instabilità della m o n e t a - dice L e n i n , che di queste cose s ' i n t e n d e v a a b b a s t a n z a - è la p r e m e s s a della rivoluzione. Q u e s t a rivoluzione n o n si tradusse soltanto in barricate. Anche di queste ce ne furono un p o ' d o v u n q u e . Ma la rivoluzione vera fu la involuzione sociale che ne derivò. L'unico ceto al r i p a r o da questo cataclisma e r a quello dei militari e dei burocrati preposti alla conquista. Per finanziarla, essi p o tevano attingere senza limiti al fiume d ' o r o che i galeoni rovesciavano sui moli di Siviglia. N a t u r a l m e n t e u n a b u o n a aliq u o t a r i m a n e v a nelle loro tasche. Ma un p o ' p e r c h é p r o v e nivano quasi tutti dall'aristocrazia feudale che n o n concepiva altra ricchezza c h e quella immobiliare, un p o ' p e r c h é la svalutazione colpiva senza p i e t à tutti gli altri investimenti r e n d e n d o l i i m p r o d u t t i v i , questi profittatori i m p i e g a r o n o i loro miliardi a ricostituire i g r a n d i latifondi c o n le briciole delle piccole p r o p r i e t à costrette alla svendita. Q u e s t e e r a n o infatti a p p a n n a g g i o di u n a piccola nobiltà che viveva parass i t a r i a m e n t e di c a n o n i di affìtto c o n t i n u a m e n t e scavalcati dall'inflazione. Il peculio ricavato dalla vendita dei loro beni si volatilizzò r a p i d a m e n t e e li costrinse a cercare altre fonti di g u a d a g n o . Ma n o n ce n ' e r a che u n a p e r u o m i n i inabili a o g n i l a v o r o : la s p a d a al servizio del Re. Così si r i f o r m ò , sulla r o v i n a di t u t t e le categorie p r o d u t t i v e , la società m e dievale. Al vertice, i g r a n d i dignitari che m o n o p o l i z z a v a n o tutte le alte cariche civili e militari e inglobavano nei loro latifondi i n t e r e province. Nelle loro a n t i c a m e r e , i piccoli n o bili, spadaccini disoccupati alla ricerca di favori e di «posti»: turbolenta genìa che in Spagna alimentò soprattutto le schiere dei conquistadores. Alla base, un amorfo proletariato 52
di contadini in miseria, di artigiani senza clienti, di m e r c a n ti falliti- Le borghesie cittadine i n s o m m a e r a n o state sopraffatte da u n a macchina statale che con l'inflazione aveva svalutato i l o r o r i s p a r m i . Il t o r r e n t e d e l l ' o r o e d e l l ' a r g e n t o a m e r i c a n i , c h e a v r e b b e r o p o t u t o o s s i g e n a r e il n a s c e n t e capitalismo, finiva i n t e r a m e n t e nelle insaziabili fauci delle flotte, degli eserciti e del loro sottobosco amministrativo. I partigiani del materialismo storico, secondo cui alla base di qualsiasi avvenimento n o n c'è che il fattore economico, d i c o n o c h e fu q u e s t a i n v o l u z i o n e a p r o v o c a r e la Riforma. N o n è vero. E n o n coincidono n e m m e n o le date. La Riform a p r e s e avvìo p a r e c c h i d e c e n n i p r i m a d e l g r a n d e sconquasso m o n e t a r i o , i cui effetti c o m i n c i a r o n o a farsi sentire solo sulla fine del C i n q u e c e n t o . A provocarla e alimentarla f u r o n o i n n a n z i t u t t o e s o p r a t t u t t o degli aneliti spirituali e morali. Ma n o n c'è d u b b i o c h e lo s c o n q u a s s o c o n t r i b u ì al s u o successo, e il suo successo c o n t r i b u ì a limitare lo sconquasso e anzi a i n v e r t i r n e le conseguenze. Basta v e d e r e come diversamente reagirono le due borghesie europee. jQuelle cattoliche italiane si lasciarono r o v i n a r e senza resistenza. C o m e a v e v a n o accettato il giogo politico e militare della Spagna, così ne s u b i r o n o il sistema economico e il m o dello sociale. Quelle olandesi e inglesi, infiammate dal calvin i s m o , a p p r o f i t t a r o n o della colata d ' o r o p e r sviluppare industrie, e al militarismo spagnolo o p p o s e r o vittoriosamente il loro produttivismo. Così l'Occidente vieppiù si divise. Da -*I
ne d e i c o n s u m i . A b b i a m o visto gli Aztèchi di M o n t e z u m a sbigottiti davanti all'apparizione del c e n t a u r o - b i p e d e dalla cintola in su, q u a d r u p e d e dalla cintola in giù - che a un certo p u n t o si scomponeva in d u e animali diversi. Il cavallo essi n o n lo avevano m a i visto. N o n ce n ' e r a , nelle A m e r i c h e . Ma c ' e r a n o in c o m p e n s o s t e r m i n a t e p r a t e r i e , d o v e i q u a t tordici cavalli di Cortes e quelli dei suoi l u o g o t e n e n t i e successori t r o v a r o n o un ideale habitat p e r moltiplicarsi p r o d i giosamente. Altra fauna ignota agl'indigeni e r a n o il b u e e la p e c o r a . N o n s a p p i a m o q u a l e d e i conquistadores ebbe l'idea d ' i m p o r t a r l i laggiù, e anch'essi vi si t r a s f o r m a r o n o r a p i d a m e n t e in greggi e m a n d r i e allo stato b r a d o . Questi furono i regali c h e l ' E u r o p a fece all'America, a p a r z i a l e c o m p e n s o dei saccheggi compiuti ai suoi d a n n i . Regali interessati p e r ché p o i q u e l b e s t i a m e si rivelò u n a ricchezza p i ù p r e z i o s a dell'oro. Ma p e r i coloni, n o n p e r i poveri indigeni. L'Europa d ' a l t r o n d e se la fece subito restituire. Pizarro, p e r p a g a r e i suoi schiavi, si era servito della loro stessa m o neta che, oltre tutto, a lui n o n costava nulla p e r c h é consisteva nei g r a n i di u n a p i a n t a locale. E r a il cacao. U n a volta assaggiatolo, i suoi p r e d o n i ne d i v e n t a r o n o subito ghiottissimi. Alcuni di essi, q u a n d o i forzieri dei vinti furono vuotati e le m i n i e r e d ' o r o esaurite, si d i e d e r o a coltivarlo e di q u a d a l l ' O c e a n o t r o v a r o n o subito u n a clientela con cui avviare un florido commercio. Subito d o p o fu la volta della c a n n a da zucchero, che p r o vocò un'autentica rivoluzione. Il Vecchio M o n d o la conosceva già: l'avevano i m p o r t a t a gli Arabi in S p a g n a e in Sicilia. Ma e r a n o piccole p i a n t a g i o n i , e il l o r o p r o d o t t o r a p p r e sentava il lusso dei ricchi. L'America, che ne traboccava, lo mise alla p o r t a t a di o g n i tasca, e tutta l'alimentazione degli e u r o p e i ne fu trasformata. N o n solo. Ma con la c a n n a si fecero a n c h e le melasse, e dalle melasse si distillò u n a bevand a c h e d o v e v a l a r g a m e n t e influire sul c o s t u m e d e l l'Occidente: il r u m . Alcuni dietisti m o d e r n i dicono che, assieme al tè e al caffè suoi coetanei sui nostri mercati, il r u m 54
s e g n ò u n a svolta p e r i l c a r a t t e r e d e l l ' u o m o e u r o p e o , svegliandone i riflessi e la fantasia, e che a questo si deve l'accelerazione d e l suo p r o g r e s s o . Q u e s t o forse è eccessivo. Ma n o n c'è d u b b i o che su u n a p o p o l a z i o n e , la quale sin allora n o n aveva conosciuto a l t r o eccitante c h e il vino e la b i r r a , l'uso di queste n u o v e b e v a n d e e quello del tabacco che cominciò a diffondersi s u b i t o d o p o , q u a l c h e effetto d o v e t t e sortirlo. N e sortì c o m u n q u e sui c o m m e r c i c h e v i d e r o u n a frenetica corsa a questi p r o d o t t i . Le Antille con le loro mille isolette d i v e n t a r o n o la base di o p e r a z i o n e di quella specie d'internazionale della pirateria che fu la famosa Filibusta. Le sue c i u r m e ubriache di r u m furono la d a n n a z i o n e delle flotte mercantili e u r o p e e e c o n t r i b u i r o n o g r a n d e m e n t e , schierandosi o r a dall'una, o r a dall'altra p a r t e , alla lotta competitiva che si era scatenata tra le p o t e n z e navali e u r o p e e , e specialmente tra quella spagnola e quella olandese. Altri p r o d o t t i a r r i v a n o dal n u o v o m o n d o , a rivoluzionare n o n solo la dieta, ma il c o s t u m e di quello vecchio, e p e r fino a crearvi n u o v i r a p p o r t i di forza. A r r i v a n o la vainiglia, l'indaco, la c h i n a . A r r i v a il p o m o d o r o . A r r i v a n o i fagioli. Arriva la p a t a t a che, t r a p i a n t a t a in Prussia, la riscatterà dalla sua e n d e m i c a fame e le c o n s e n t i r à di d i v e n t a r e u n a p o tenza. Tutto questo d i e d e avvìo - su scala, si capisce, molto più ridotta r i s p e t t o a quella d ' o g g i - a u n a n u o v a «civiltà dei consumi» che n o n m a n c ò di p r o v o c a r e le sue c o n s e g u e n z e a n c h e sul p i a n o e c o n o m i c o e sociale. O r a alle carestie, che seguitavano a tribolare l'Europa, c'era qualche r i m e d i o . Ess o n o n consisteva t a n t o nei r i f o r n i m e n t i c h e g i u n g e v a n o d'oltre O c e a n o , q u a n t o nella possibilità di c e r c a r e s c a m p o laggiù. L'emigrazione e r a u n ' a v v e n t u r a da s g o m e n t a r e anche i p i ù a u d a c i . Si calcola c h e i d u e terzi di coloro che la tentavano m o r i v a n o di naufragio o di stenti d u r a n t e il viaggio e nel p r i m o p e r i o d o d'insediamento. I g r a n d i esodi n o n e r a n o ancora cominciati. Ma già ai p r i m i del Seicento risulta che circa 200.000 e u r o p e i si e r a n o trasferiti oltre O c e a n o . 55
Fra di essi, italiani n o n ce n ' e r a n o , salvò q u a l c h e m a r i naio di servizio nelle flotte s p a g n o l e . La S p a g n a praticava nelle sue colonie u n a politica p u n t i g l i o s a m e n t e discriminatoria, r i s e r v a n d o l e solo ai suoi sudditi. E così i c o m p a t r i o t i di Colombo, di Vespucci, di Vei-razzano, cioè di coloro che avevano scoperto queste n u o v e t e r r e , ne furono esclusi. Ma ciò n o n toglie che a n c h e l'Italia risentisse del loro sviluppo. N o n soltanto p e r la crisi inflazionistica che, investendo tutta l'Europa, coinvolse a n c h e il nostro Paese con le conseguenze che d i r e m o . N o n soltanto p e r la rivoluzione che i p r o d o t ti a m e r i c a n i p r o v o c a r o n o nei c o n s u m i , e q u i n d i nel costum e . N o n soltanto p e r c h é lo s p o s t a m e n t o dei traffici, delle flotte e dei conflitti di p o t e n z a d a l M e d i t e r r a n e o all'Atlantico contribuì a relegare s e m p r e di più l'Italia in u n a p o sizione periferica e subalterna. Ma a n c h e p e r c h é nel n u o v o m o n d o si s p e r i m e n t a r o n o , c o m e in un ideale laboratorio, le d u e concezioni di vita, i d u e sistemi morali, politici ed economici che si disputavano il p r i m a t o in E u r o p a . Vediamo r a p i d a m e n t e c o m e si stavano d e l i n e a n d o .
CAPITOLO QUARTO
LE DUE AMERICHE
1
3*8=?
«8^
Abbiamo d e t t o c h e le u n i c h e cose che i conquistatori e u r o pei i m p o r t a r o n o in America furono il cavallo, il b u e e la p e cora. D o b b i a m o rettificare. V ' i m p o r t a r o n o a n c h e l e loro idee, la loro mentalità, il loro c o s t u m e . Ed è q u e s t o , m o l t o p i ù che la geografia, a dividere a n c o r oggi quel d o p p i o continente. Per r e n d e r l o p i ù chiaro, limitiamoci a isolare il contrasto nelle sue manifestazioni più clamorose. La conquista spagnola attraversò diverse fasi. La p r i m a si riassunse, c o m e abbiamo visto, in un gigantesco saccheggio, e n a t u r a l m e n t e d u r ò finché ci fu r o b a da saccheggiare. U n a volta dato fondo al tesoro degl'Inca e degli Aztèchi ed esaurito il g e t t i t o delle m i n i e r e col sistema dell'encomienda, i 200.000 fra spagnoli e portoghesi che si e r a n o trasferiti laggiù si rivolsero, p e r c a m p a r e , all'agricoltura e all'allevamento, cioè iniziarono u n a vera e p r o p r i a colonizzazione. N a t u r a l m e n t e lo fecero coi criteri e m e t o d i cui e r a n o stati abituati in patria, cioè r i c r e a r o n o nel n u o v o m o n d o il m o d e l l o politico, e c o n o m i c o e sociale di q u e l l o vecchio. O p e r a z i o n e facile p e r c h é n o n c ' e r a n o forze c h e p o t e s s e r o opporglisi. A p a r t e la scarsa p o p o l a z i o n e i n d i g e n a , che aveva dimostrato la sua i m p o t e n z a lasciandosi debellare al primo u r t o , l'America e r a un c o n t i n e n t e v u o t o : si poteva farne ciò che si voleva. E gli s p a g n o l i ne a p p r o f i t t a r o n o p e r farne u n a specie d i c a r i c a t u r a della S p a g n a nella sua organizzazione t i p i c a m e n t e feudale. O g n u n o di essi si a p p r o p r i ò un vasto latifondo col lavoro forzato degl'indios. Ne derivò u n a società divisa in d u e sole classi n e t t a m e n t e individuate: quella dei p a d r o n i e quella dei servi. Nel corso dei 57
d e c e n n i le cose si modificarono. Ai c o n q u i s t a t o r i v e n u t i di S p a g n a si a g g i u n s e r o i criollos, cioè la loro p r o g e n i e di sang u e bianco nata su suolo a m e r i c a n o , e i mestizos, cioè quella di s a n g u e incrociato con le d o n n e i n d i g e n e . Ma questo fece s e n t i r e i suoi effetti m o l t o p i ù t a r d i . Per t u t t o il S e i c e n t o l'America l a t i n a r i p r o d u s s e p u n t u a l m e n t e i c a r a t t e r i d e l Medio Evo e u r o p e o con le sue g e r a r c h i e sociali e i suoi conc e n t r a m e n t i di p o t e n z a e di ricchezza nelle m a n i della piccola casta d o m i n a n t e . Ma la S p a g n a n o n e r a soltanto questo. Essa e r a a n c h e il braccio secolare della Controriforma, e approfittò dell'America p e r travasarvene gl'ideali. Già Isabella aveva r a c c o m a n dato a Colombo di conquistare a n i m e a Cristo, c o n v e r t e n d o gl'indigeni. I suoi successori e r a n o rimasti ligi alla direttiva, e avevano chiuso l'America agli stranieri a n c h e p e r i m p e d i re che vi entrassero dei protestanti. La volevano i n t e r a m e n te e d e v o t a m e n t e cattolica. E nel clero t r o v a r o n o u n ' a p p a s sionata c o l l a b o r a z i o n e . Sin d a p p r i n c i p i o , fra gli avanzi di galera che formavano le c i u r m e e le t r u p p e dei conquistadores, c'era s e m p r e il missionario col crocifisso, l'aspersorio e l'ostia consacrata nello zaino. Pizarro, d o p o ogni carneficina, si confessava, e il battesimo era la p r i m a cosa che i m p o neva agl'indigeni scampati al massacro. Era un i m p e r o costruito sul s a n g u e , sul furto e sulle messe. Ma i preti n o n si c o n t e n t a r o n o soltanto di benedirlo. Vollero a n c h e f o n d a r v i un loro r e g n o , che fosse di m o d e l l o a tutto il m o n d o , vecchio e n u o v o . Al principio del secolo d u e gesuiti italiani, Cataldino e Mazeta, g i u n s e r o in Paraguay, se ne fecero assegnare un a p p e z z a m e n t o g r a n d e c o m e l'Italia, vi r i c h i a m a r o n o un c e n t i n a i o di confratelli, e vi c r e a r o n o u n a teocrazia di loro invenzione. I circa centomila indios che vi abitavano v e n n e r o distolti con la forza dalle loro n o m a d i abitudini, fissati alla t e r r a e a d d e s t r a t i ai lavori agricoli, all'artigianato e all'allevamento. I frutti di questo lavoro erano raccolti in g r a n d i depositi, cui i b u o n i p a d r i attingevano p e r distribuirne u n a p a r t e agl'indios secondo un criterio ri58
g i d a m e n t e egalitario, e v e n d e r e il resto nelle città vicine p e r l'acquisto di attrezzi, sementi e altro materiale. All'alba suon a n o la c a m p a n a p e r c h i a m a r e il g r e g g e alla messa, gli regolano m i n u z i o s a m e n t e tutta la g i o r n a t a fino al t r a m o n t o , sorvegliano che ciascuno faccia il p r o p r i o d o v e r e con la m o glie, gli s e q u e s t r a n o i figli p e r allevarli s e c o n d o i d e t t a m i della Chiesa e i bisogni della comunità, li n u t r o n o , li vestono, li sposano, ma soprattutto b a d a n o che n e s s u n o sviluppi u n a sua p e r s o n a l i t à c h e possa differenziarlo dagli altri. GYindios n o n h a n n o n e s s u n bisogno di p e n s a r e , visto che i p a d r i p e n s a n o già a t u t t o , a n c h e p e r l o r o . N o n d e b b o n o crescere e d i v e n t a r e u o m i n i . D e b b o n o r e s t a r e d e i b u o n i fanciulli e perciò n o n gli si p e r m e t t e n e m m e n o di p r e n d e r e i voti. Il sacerdozio e il p o t e r e assoluto che vi è connesso restano m o n o p o l i o della piccola casta gesuitica. Un p o t e r e bonario che amministra la giustizia p a t e r n a m e n t e , con u n a severità c o n d i t a d ' i n d u l g e n z a , che p e r i suoi i n t e r r o g a t o r i si serve del confessionale, e tratta il r e a t o c o m e un peccato remissibile con qualche frustata e parecchie avemarie. N o n fu un piccolo episodio m a r g i n a l e e p a s s e g g e r o . La repubblica teocratica del Paraguay d u r ò un secolo e mezzo, cioè fino alla seconda m e t à del Settecento, q u a n d o la C o m pagnia di Gesù fu soppressa. Di colpo, tutto crollò senza lasciare altra traccia che i r u d e r i di qualche chiesa nella foresta. GYindios che da q u a t t r o g e n e r a z i o n i e r a n o sottoposti a quel r e g i m e n o n m o s s e r o u n dito p e r d i f e n d e r l o e contin u a r l o . N o n p o t e v a n o p e r c h é i loro maestri n o n gli avevano insegnato a farlo. Avevano avuto tutto, dai gesuiti. Tutto, m e n o la libertà. E senza libertà n o n a v e v a n o p r o g r e d i t o , non erano mai diventati uomini. E r a n o rimasti, in quel m o n d o m u m m i f i c a t o nel suo a s s o l u t i s m o , d e i fanciulloni abituati a farsi c o m a n d a r e , vestire, n u t r i r e , sculacciare. E u n a volta restituiti a se stessi, r i d i v e n t a r o n o di colpo indios come tutti gli altri, n o m a d i e infingardi. Per sua fortuna, n o n tutta l'America latina subì la stessa sorte. Ma, grazie alla Spagna, essa fu l a r g a m e n t e clericaliz59
zata. I missionari t r o v a r o n o nei cattolicissimi viceré e govern a t o r i spagnoli, un i n c o n d i z i o n a t o aiuto alla realizzazione degl'ideali controriformisti di cui Cataldino e Mazeta avevano incarnato il modello. E i viceré e i governatori t r o v a r o n o nei missionari il p i ù valido a p p o g g i o p e r la c o s t r u z i o n e di u n i m p e r o b a s a t o sul p r i n c i p i o d ' a u t o r i t à , sul p i ù r i g i d o centralismo e sul privilegio delle caste d o m i n a n t i . Tutto veniva dall'alto. Le leggi e r a n o dettate da M a d r i d , cioè da u n a burocrazia che ignorava totalmente la realtà americana, giustizia e polizia e r a n o al soldo dei p a d r o n i . Nel soffocare qual u n q u e anelito di a u t o n o m i a , sia in c a m p o politico e a m m i nistrativo che in c a m p o spirituale, p r e t e e g e n d a r m e collab o r a v a n o f r a t e r n a m e n t e . E gli effetti sono tuttora sotto i n o stri occhi. Questi effetti si afferrano ancora meglio mettendoli controluce a quelli sortiti dall'avventura dell'altra America. La sua p r i m a e p i ù g r a n d e f o r t u n a fu di n o n p o s s e d e r e metalli preziosi. In realtà ce n ' e r a n o , nell'Alaska. Ma, d a t a l'impraticabilità di quella zona polare, v e n n e r o scoperti solo tre secoli d o p o . Fu p e r questo che i conquistadores spagnoli si l i m i t a r o n o a p i a n t a r b a n d i e r a in California e nel Texas, rin u n c i a n d o ad a n n e t t e r s i il m a r e di foreste che si s t e n d e v a all'infinito verso il N o r d . I p r i m i ad avventurarvisi furono i francesi. U n o di loro, Cartier, aveva e s p l o r a t o già nella p r i m a m e t à del C i n q u e c e n t o le coste d e l C a n a d a . E il g r a n d e m i n i s t r o Richelieu ebbe l'idea di fondarvi u n a colonia all'alba del Seicento. Ma a n c h e lui, e s s e n d o c a r d i n a l e , n e s b a r r ò l e p o r t e a i p r o t e stanti, c o m p r e s i gli u g o n o t t i francesi: gli unici che, p e r sottrarsi alle p e r s e c u z i o n i c h e s u b i v a n o i n p a t r i a , a v r e b b e r o avuto motivo di trasferirsi laggiù. Gli altri, a n c h e i più miserabili, ne e r a n o svogliati dal fatto che a n c h e il C a n a d a , come le colonie spagnole, ricalcava il r e g i m e feudale della m a d r e p a t r i a . E i diseredati, che a queste operazioni forniscono s e m p r e il m a t e r i a l e , p r e f e r i v a n o r e s t a r tali in Francia c h e c o n t i n u a r e a esserlo in quella t e r r a gelida e sconosciuta. Ri60
chelieu p e n s ò di rimediarvi d e p o r t a n d o v i di forza galeotti e p r o s t i t u t e . Ma i p i ù s c a p p a r o n o . Gli altri s ' i m b r a n c a r o n o coi pellirosse p e r fare incetta di pellicce. E i n s o m m a , d o p o d e c e n n i di sforzi, tutta la colonizzazione francese si ridusse a un i n s e d i a m e n t o di un paio di migliaia di p e r s o n e , il cui nucleo principale e r a formato da missionari in cerca di anime da convertire. Q u e s t o spiega l ' i m p r o n t a cattolica che il C a n a d a tuttora fortemente conserva. Altro fu il d e s t i n o , in quelle stesse c o n t r a d e , d'inglesi e olandesi. Gl'inglesi avevano fatto un p r i m o tentativo al tempo della g r a n d e Elisabetta, ma e r a fallito. Ci si r i p r o v ò il suo successore G i a c o m o I c h e , da b u o n cattolico, si lanciò in quell'avventura con lo stesso spirito degli spagnoli, cioè p r o g r a m m a n d o l a c o m e u n ' i m p r e s a di r a p i n a , alla ricerca dell'oro. Egli istituì u n a Compagnia della Virginia c h e sbarcò q u a l c h e c e n t i n a i o d i d i s p e r a t i nella c o n t r a d a che d a essa prese il suo n o m e . Costoro furono decimati dal freddo, dalla fame e dai selvaggi. S e m b r a v a che i superstiti dovessero a b b a n d o n a r e l'impresa, q u a n d o di colpo il successo li ripagò di tante traversìe: n o n con l'oro (che n o n c'era), ma col tabacco. Le foglie disseccate di quella pianta, m a n d a t e in Eur o p a assieme ad a l c u n e p i p e di pellirosse, vi a t t e c c h i r o n o i m m e d i a t a m e n t e c o m e solo capita ai vizi. Re Giacomo provvide a d a n n e t t e r s i quella t e r r a c h e , s e c o n d o l o s t a t u t o , avrebbe d o v u t o restare p r o p r i e t à della C o m p a g n i a , e quindi dei coloni. Ma l'avvìo alla colonizzazione vera e p r o p r i a n o n v e n n e dall'iniziativa del Re e del suo g o v e r n o . Un g r u p p o di puritani, come si chiamavano i calvinisti inglesi, avevano abband o n a t o l'Inghilterra già dai t e m p i di Elisabetta p e r rifugiarsi in O l a n d a , loro p a t r i a spirituale. Essi chiesero alla C o m p a gnia di essere trasbordati in Virginia. La C o m p a g n i a diede loro un passaggio sul Mayflower, che tanto posto occupa nella mitologia americana. Secondo la leggenda, fu quella nave c h e nel 1620 sbarcò a C a p o C o d , in u n a t e r r a di n e s s u n o n o n annessa alla c o r o n a d ' I n g h i l t e r r a , i p r i m i pionieri detti 61
Pilgrim Fathers, o p a d r i pellegrini, che gli Stati Uniti consid e r a n o i loro Romoli e Remi. Anagraficamente, si tratta di un falso anzi di d u e . I primi coloni e r a n o stati quelli della Virginia. E a b o r d o del Mayflower i veri p a d r i p e l l e g r i n i , a n i m a t i d a l p r o p o s i t o di cos t r u i r e nel n u o v o m o n d o u n o Stato c h e i n c a r n a s s e i l o r o ideali di libertà, n o n e r a n o p i ù di tre dozzine. Gli altri pass e g g e r i - c e n t o d u e in t u t t o - e r a n o c o m e al solito degli avanzi di galera in cerca di fortuna, disposti più al saccheggio che alla c r e a z i o n e di un n u o v o m o n d o . Ma sta di fatto che in questa composita pattuglia furono i pochi idealisti a imporsi, grazie alla loro s u p e r i o r e forza morale, ai molti avventurieri, e a d e t t a r e il m o d o di vita comunitario nel g r u p po di c a p a n n e in cui s'insediarono. C o m e p r i m a cosa, r e d a s s e r o u n a specie di Costituzione con cui o g n u n o s'impegnò a obbedire «a quelle giuste leggi, uguali p e r tutti, c h e s e m b r e r a n n o le più atte a g a r a n t i r e il b e n e della c o m u n i t à » . A n c h e gli analfabeti firmarono, con u n a croce, quel d o c u m e n t o . Poi elessero un «governatore» che in realtà aveva le mansioni di u n o «sceriffo», e stabilirono 1'«obolo» che ciascuno doveva versare p e r il finanziamento di questa r u d i m e n t a l e organizzazione. La regione in cui e r a n o sbarcati è quella che oggi si chiama Massachusetts. Di fronte, avevano l'oceano. Alle spalle, la foresta. Il p r i m o i n v e r n o fu d u r i s s i m o : fame, f r e d d o , scorbuto e incursioni di selvaggi d e c i m a r o n o quella p a t t u glia di pionieri, fra cui c'erano a n c h e alcune d o n n e e b a m bini. B a r r i c a t i nelle loro c a p a n n e d i l e g n o c o s t r u i t e c o m e fortini, essi attinsero solo alla Bibbia e alla loro coscienza la forza di resistere. E r a n o convinti, da b u o n i calvinisti, di essere gli «unti d e l Signore» e, s e c o n d o la l o r o m o r a l e , ved e v a n o nel successo il segno della Grazia. Perciò lo volevano ad ogni costo. Il successo fu lento a v e n i r e . A p r o p i z i a r l o n o n fu l'oro né il tabacco, ma il lavoro, il d u r o paziente spossante lavoro di ogni giorno: gli u o m i n i sulla t e r r a p e r strapparla alla fo62
resta con l'accetta e ai pellirosse col fucile, le d o n n e anch'esse a r m a t e di g u a r d i a alle c a p a n n e . In c a p o a p o c h i a n n i , centinaia di ettari e r a n o diventati t u t t ' u n c a m p o di g r a n o e di mais, e sugli scogli d o v ' e r a a v v e n u t o lo sbarco si accatastavano i tronchi d'albero che le navi inglesi venivano a caricare p e r trasportarli nella m a d r e p a t r i a e farne altre navi. I pionieri se li facevano r i p a g a r e con fucili e munizioni. Gli restava un m a r g i n e di g u a d a g n o che gli p e r m i s e di ricomp r a l e dai finanzieri di L o n d r a le c a r a t u r e della colonia. O r a essi ne e r a n o proprietari. A p p e n a e b b e r o accumulato un altro p o ' di d e n a r o , lo i n v e s t i r o n o nella c o s t r u z i o n e di u n a scuola, «sapendo» scrissero n e l l ' a t t o costitutivo «che u n a delle più perfide malizie del vecchio i m b r o g l i o n e Satana è quella di t e n e r gli u o m i n i l o n t a n o dalla c o n o s c e n z a della Scrittura». Nel frattempo, t u t t ' i n t o r n o , c'erano stati altri arrivi, altri eroismi, altre morti, altre fughe, altri sudati successi. Le difficoltà deH'acclimatamento o p e r a v a n o u n a spietata selezione. Resistevano solo quelli che trovavano in se stessi le risorse fisiche e morali p e r n o n lasciarsi sopraffare, cioè che sentivano di essere lì p e r qualcosa che n o n e r a n o soltanto i b u o ni affari. Un fortissimo spirito di solidarietà li affratellava, come s e m p r e nella lotta p e r la sopravvivenza. Gli unici m o tivi di dissenso fra loro e r a n o quelli religiosi. Questi u o m i n i che di giorno lottavano tutti p e r u n o e u n o p e r tutti, raccolti di sera i n t o r n o al Libro - unica loro lettura - si accapigliavano sull'interpretazione dei suoi c o m a n d a m e n t i . Nel 1635, cioè a p p e n a quindici anni d o p o lo sbarco del p r i m o nucleo, il pastore Williams accusò i suoi colleghi d'intolleranza verso le altre confessioni, e solo p e r questo fece secessione, seguito d a u n g r u p p o d i p i o n i e r i c h e c o n d i v i d e v a n o l e sue idee. Alla loro testa egli fondò un'altra colonia a Providence n c o m i n c i a n d o da zero la terribile e s p e r i e n z a dell'insediam e n t o nella foresta. Q u a l c u n o la c o n s i d e r ò u n a follia. Ma quella follia si tradusse in un atto costitutivo che garantiva a ogni cittadino piena libertà di culto. E questo atto costituti63
vo consentì a un g r a n signore cattolico inglese, L o r d Baltim o r e , di f o n d a r e u n a colonia - la cui capitale p r e s e il suo n o m e - p e r i p r o p r i correligionari. Così, all'opposto dell'America ispano-portoghese, che chiudeva la p o r t a ai n o n cattolici, quella anglosassone, che i calvinisti avevano d a p p r i n cipio considerato u n a T e r r a Promessa solo a loro, lo fu a tutti offrendo s c a m p o alle vittime delle persecuzioni religiose europee. N o n è affar n o s t r o s e g u i r n e l'evoluzione. E n o n ce n ' è n e m m e n o b i s o g n o p e r c o g l i e r n e i c a r a t t e r i . Essi s o n o già tutti riconoscibili nel p r i m o i n s e d i a m e n t o del Mayflower. Eccoli in riassunto. I p a d r i pellegrini n o n e r a n o stati i primi, abbiamo detto: quelli della Virginia li avevano p r e c e d u t i . Ma costoro e r a n o a n d a t i laggiù p e r conto d ' i m p r e s a r i inglesi, e vi si consider a v a n o «in trasferta», a n c h e quelli che poi invece vi si stabilir o n o p e r s e m p r e . I p a d r i p e l l e g r i n i e r a n o sbarcati invece col fermo p r o p o s i t o di costruire un m o n d o n u o v o , n o n già a i m m a g i n e e simiglianza della m a d r e p a t r i a , ma anzi in c o n t r a d d i z i o n e ad essa e alle sue ingiustizie. S e b b e n e n o n r a p p r e s e n t a s s e r o , c o m e a b b i a m o d e t t o , c h e u n t e r z o della piccola s p e d i z i o n e , il l o r o spirito m i s s i o n a r i o s'impose a quello a v v e n t u r o s o , p r e d a t o r i o e b e l l u i n o dei l o r o c o m p a gni di viaggio, ma n o n lo distrusse. E così già in quel piccolo n u c l e o si r i t r o v a n o le d u e g r a n d i c o m p o n e n t i della vita americana: l'idealismo che p r o d u r r à i Lincoln, e la violenza che p r o d u r r à gli assassini di Lincoln (e d e i K e n n e d y , e di L u t h e r King). Ogni americano se le porta mescolate nel s a n g u e , a n c h e p e r c h é nel corso della sua storia ha avuto bis o g n o di e n t r a m b e . A differenza di C o r t e s e P i z a r r o , egli n o n ha trovato sulla sua strada delle civiltà indigene. I pellirosse n o n e r a n o arrivati n e a n c h e allo stadio dell'agricoltur a . Vivevano n o m a d i , solo di caccia. A n i m a t i da zelo r e d e n t o r e , i p r i m i pionieri c e r c a r o n o di convertirli alla Bibbia e a l l ' a r a t r o . N o n ci r i u s c i r o n o . E da q u e l m o m e n t o il conflitto fu inevitabile p e r c h é l'aratro distruggeva il t e r r e n o 64
di caccia. In questo clima di u n a lotta imposta dalla fatalità si formò il cosiddetto frontierman, l'uomo della frontiera con la Bibbia in tasca e la pistola alla cintola, classico e r o e di ogni western che si rispetti. A seconda che in lui prevalga lo slancio m i s s i o n a r i o o l'istinto della violenza, egli d i v e n t a un m a r t i r e o u n p r e d o n e . Q u e s t e d u e vocazioni c o n v i v o n o quasi costantemente nella coscienza dell'americano, m e t t e n dola a s o q q u a d r o e t o r m e n t a n d o l a di r i m o r s i c h e sovente solo l'alcool riesce a placare. Ma questo n o n è tutto. Diventato, p e r la sua superiorità morale, il d i r e t t o r e di coscienza della piccola c o m u n i t à , è il missionario che, a p p e n a sbarcato, si p r e o c c u p a di d a r l e un o r d i n e e u n a legge. Q u e s t a legge n o n riconosce altra differenza fra i suoi m e m b r i che quella derivata dall'efficienza e dal merito, né altra autorità che quella attribuita p e r elezion e . L e cariche n o n sono d e s i g n a t e dall'alto p e r c h é q u e s t a minuscola popolazione n o n si riconosce suddita di n e s s u n o . È il voto p o p o l a r e c h e vi designa i migliori. E migliori sono considerati coloro che più riescono, visto che la riuscita è il segno della Grazia divina. La religione del successo, già implicita nel c r e d o calvinista, trova nel n u o v o m o n d o il t e r r e n o ideale n o n solo p e r il p r o p r i o sviluppo, ma a n c h e p e r le sue applicazioni sociali. Qui nasce il solidarismo a m e r i c a n o , basato sulla m o r a l e del good neighbor, il b u o n vicino. Il b u o n vicino è quello che accorre di notte a difendere col fucile la c a p a n n a del vicino, o a salvarla dalle fiamme. E quello c h e n o n si s o t t r a e m a i al t u r n o di g u a r d i a , e anzi vi sostituisce il vicino m a l a t o . E quello che, s a p e n d o l'alfabeto, la sera insegna a l e g g e r e (la Bibbia, n a t u r a l m e n t e ) a coloro che n o n sanno. E quello che, c o m e fa il p a s t o r e H a r v a r d n e l 1636 in u n a cittadina c h ' è a n c o r a un m u c c h i o di b a r a c c h e , d e s t i n a t u t t o il suo p a t r i monio alla fondazione di u n a Università che diventa la culla della cultura americana. Q u i nasce il rigore fiscale che c o n t r a d d i s t i n g u e l'America. Il p i o n i e r e p a g a volentieri il suo «obolo». Perché il suo 65
obolo è il salario dello sceriffo che di notte fa la r o n d a intorno alla sua c a p a n n a e gli consente di d o r m i r e . Chi si sottrae a questa tassa è un disonesto che cerca di profittare dei p u b blici servizi senza contribuirvi, u n o sfruttatore, un parassita privo di dignità. Q u i nasce il culto della d o n n a , l'altissimo r i s p e t t o c h e s e m p r e la circonderà. Se l'è g u a d a g n a t o la sposa del pioniere che col fucile a tracolla m o n t a la g u a r d i a al focolare m e n tre il marito lavora sui campi, sforna u n o d o p o l'altro t o r m e di figli e sovrintende alla loro educazione con u n a m a n o arm a t a di Bibbia e l'altra di frusta. E qui nasce a n c h e il conformismo a m e r i c a n o . La vita di a c c a m p a m e n t o che c o n d u c o n o queste piccole c o m u n i t à insidiate da u n a n a t u r a ostile e dalle incursioni degl'indiani, esige u n a rigida disciplina. Chi la viola, chi si sottrae al compito assegnatogli p e r agire di testa p r o p r i a , l'individualista, i n s o m m a , è u n n e m i c o p u b b l i c o che ogni tanto viene a d d i r i t t u r a espulso. E anche questo carattere resterà u n a costante della vita americana, specie nei piccoli centri di provincia. C o m e si vede, è u n ' e s p e r i e n z a del tutto diversa da quella d e l l ' A m e r i c a latina, anzi o p p o s t a su t u t t ' i p i a n i : politico, e c o n o m i c o , sociale e spirituale. Q u i l ' i m m i g r a t o n o n è un soldato di v e n t u r a alla conquista di u n a colonia da a n n e t t e re alla m a d r e p a t r i a . Il p i o n i e r e anglosassone agisce in n o me p r o p r i o , c o n t a n d o solo sulla p r o p r i a iniziativa, e seg u e n d o solo gl'imperativi del suo interesse e della sua coscienza. La società ch'egli crea n o n è priva di difetti. Delle s u e d u e c o m p o n e n t i f o n d a m e n t a l i , la Bibbia e la pistola, spesso è questa a p r e n d e r e il sopravvento su quella. Malgrado gli sforzi d e i b e n i n t e n z i o n a t i , la p o p o l a z i o n e i n d i g e n a n o n subisce sorte migliore di quella che ha avuto a che fare coi m a s n a d i e r i di Cortes e di P i z a r r o . L o zelo religioso si t r a d u r r à talvolta in intolleranza e l'intolleranza si t r a d u r r à in «cacce alle streghe» d e g n e della p e g g i o r e I n q u i s i z i o n e e u r o p e a . La religione del successo d a r à avvìo a un capitalismo di r a p i n a , c o n t r o cui o c c o r r e r à lottare a l u n g o p e r ri66
d u r n e le sopraffazioni. U n a delle sue manifestazioni sarà la vergognosa tratta dei n e g r i che a p r i r à nella c a r n e americana la p u r u l e n t a piaga delle discriminazioni razziali, c o n t r o cui ancor oggi invano si lotta. E p e r n a s c o n d e r e tutte queste contraddizioni, la società americana d o v r à r i c o r r e r e a molte ipocrisie. Ma ciò n o n toglie n u l l a , o toglie p o c o , alla g r a n d i o s i t à d e l l ' e s p e r i m e n t o che qui si compie. In q u e s t o n u o v o m o n do si a f f e r m a n o p r i n c ì p i e n a s c o n o istituzioni, c h e quello vecchio n o n aveva mai conosciuto né mai s a r e b b e stato in g r a d o , d a solo, d i e l a b o r a r e . Q u a n d o l ' E u r o p a volle m e t tersi sulla strada della libertà e della democrazia, fu in q u e sta America calvinista che v e n n e a cercarne il modello. Tutto il p e n s i e r o politico d e l l ' E u r o p a m o d e r n a è qui che trova la sua ispirazione e le s u e c o n f e r m e . Q u e s t o g r a n d e contin e n t e n o n ci ha regalato solo il tabacco e la b o m b a atomica. Ci ha dato a n c h e l'esempio, con tutti i suoi difetti, ma anche coi suoi insostituibili m e r i t i , d e l l ' a u t o g o v e r n o , della libera iniziativa, dell'affrancamento del s u d d i t o in cittadino. Nel Seicento tutto questo ancora n o n e r a chiaro agli occhi degli e u r o p e i . Essi n o n c o n o s c e v a n o l ' e s p e r i e n z a , n o r d - a m e r i c a n a , c h e infatti s p r i g i o n ò la sua s u g g e s t i o n e ideologica solo nel Settecento. E p p u r e , p e r quella misteriosa forza di contagio che solo le idee possiedono, fin d ' o r a il nostro continente cominciò a risentirne l'influsso. C h i e d i a m o scusa al l e t t o r e se lo a b b i a m o s t a n c a t o c o n questa l u n g a divagazione nel vecchio e nel n u o v o m o n d o , forse t r o p p o affollata di eventi. Ma solo t e n e n d o p r e s e n t e questo p a n o r a m a , in cui tutti i r a p p o r t i politici, economici e spirituali sono diventati infinitamente più vasti e complessi, egli p o t r à c o m p r e n d e r e i motivi della catastrofe che sta p e r abbattersi sull'Europa: la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i .
PARTE SECONDA
L'ITALIA LA GUERRA DEI T R E N T A N N I
CAPITOLO QUINTO
L A G U E R R A DEI T R E N T A N N I
Abbiamo d e t t o c h e la p a c e d ' A u g u s t a del 1555, basata sul p r i n c i p i o d e l cuius regio eius religio, p e r cui i s u d d i t i d ' u n o Stato d o v e v a n o abbracciare la fede del loro sovrano, aveva lasciato a p e r t o il conflitto religioso in G e r m a n i a . La sua a p plicazione avrebbe c o m p o r t a t o massicci trasferimenti di p o polazione che in pratica risultavano impossibili, o difficilissimi. E a complicare le cose c'era l'instabilità degli stessi Principi. L'elettore palatino Federico I I I fu un calvinista arrabbiato. Il figlio Luigi si fece l u t e r a n o . Il fratello Giovanni Casimiro ripristinò la fede p a t e r n a . N e l l T s e n b u r g - R o n n e b u r g , il conte Wolfgang invitò i l u t e r a n i ad a n d a r s e n e e r i p o p o l ò lo Stato di m a r b a c h i a n i , altra setta di p r o t e s t a n t i affini ai calvinisti. E n r i c o , fratello e successore di F e d e r i c o , b a n d ì questi e r i c h i a m ò quelli. N e l 1 6 0 1 , il c o n t e E r n s t e s p u l s e n u o v a m e n t e i l u t e r a n i e rimise in a u g e i calvinisti. Milioni di tedeschi e r a n o in balìa della fede dei loro capricciosi sovrani, di cui n o n facevano in t e m p o a seguire le giravolte, e spesso, nello spazio d ' u n a settimana, passavano dalla p a r t e di persecutori a quella di perseguitati, e viceversa. La diatriba religiosa e il fratricidio in n o m e di Dio e r a n o la causa principale del caos tedesco, ma n o n la sola. Altre vi concorrevano. Ciascun p r i n c i p e g e r m a n i c o sognava di cingere l a c o r o n a d i Sacro R o m a n o I m p e r a t o r e , a n c h e s e d a secoli n o n era più che un simbolo vuoto e screditato. Per inseguire l'impossibile c h i m e r a d ' u n a r e s t a u r a z i o n e carolingia, i signori tedeschi abdicavano all'unità nazionale, rintuzzando e soffocando ogni tentativo di d a r e al Paese u n a gui71
da centralizzata. Ciascuno badava al suo «particulare» e mirava solo a l l ' i n g r a n d i m e n t o del p r o p r i o territorio a spese di quelli vicini e rivali. Batteva m o n e t a , a r r u o l a v a eserciti, faceva e disfaceva alleanze, dichiarava g u e r r e . Anche all'interno di questi mini-reami c'era u n a g r a n bar a o n d a . Le leggi di successione e r a n o incerte e anacronistiche. Nell'Assia-Cassel il diritto di p r i m o g e n i t u r a e r a sconosciuto, il p r i n c i p e spartiva i suoi p o s s e d i m e n t i tra i figli, e questi a loro volta li sbocconcellavano fra gli eredi. I Principati s p u n t a v a n o c o m e funghi: in u n a provincia se ne potevano c o n t a r e fino a dieci, molti e r a n o limitati a u n a città, alcuni n o n uscivano dai confini d ' u n villaggio con p o c h e centinaia d ' a n i m e , strette a t t o r n o a un rozzo padiglione di caccia, capitale e palazzo del S i g n o r e . C ' e r a n o le c o s i d d e t t e città libere, sottoposte alla giurisdizione p u r a m e n t e platonica d e l l ' I m p e r a t o r e . C ' e r a n o i feudi della Chiesa, in m a n o a Principi-vescovi, i n d i p e n d e n t i da tutti, specialmente dal Papa. C ' e r a n o i liberi cavalieri, c o m e quel certo Gòtz von Berlichingen, che si vantava d ' o b b e d i r e solo a Dio, all'Impera tore e a se stesso. E c'erano, infine, delle enclaves in m a n o a sovrani stranieri. Il Re di Danimarca, p e r esempio, era duca d e l l ' H o l s t e i n , quello di S p a g n a d o m i n a v a il Circolo B u r g u n d o , cioè le zone r e n a n e , eccetera. Si calcola che alla vigiHa della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , v e n t u n milioni di tedeschi fossero governati da più di d u e m i l a autorità diverse, in perp e t u o conflitto fra loro. La sovranità che l ' I m p e r a t o r e esercitava sul Paese - l'abb i a m o già d e t t o - era p u r a m e n t e n o m i n a l e . Teoricamentev egli poteva convocare la Dieta, o assemblea di tutti i governi i n d i p e n d e n t i , l'unico o r g a n o qualificato a legiferare. In realtà, r a d u n a r e in u n o stesso l u o g o i d e l e g a t i tedeschi e metterli d'accordo e r a c o m e q u a d r a r e il circolo. Le r a r e volte che q u e s t e assise si r i u n i v a n o n o n c o m b i n a v a n o n i e n t e , anzi spesso n o n c o m i n c i a v a n o n e a n c h e i lavori p e r c h é 1 p a r t e c i p a n t i e r a n o t u t t i o c c u p a t i a d i b a t t e r e e a n o n risolvere complicate e puntigliose questioni di p r o c e d u r a e di 1
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p r e c e d e n z e . La Dieta finì così fatalmente p e r p e r d e r e autorità e prestigio. In m a n c a n z a di leggi nazionali, funzionavano quelle locali, che aggravavano il particolarismo e fomentavano le divisioni i n t e r n e . I m p o t e n t e davanti alla Dieta, l ' I m p e r a t o r e e r a p e r di più prigioniero dei sette g r a n d i elettori. Tre - quelli di Magonza, Colonia e Treviri - e r a n o vescovi, q u a t t r o - quelli di Boe.mia, del Palatinato, della Sassonia e del B r a n d e b u r g o - eratrio laici. I loro poteri e r a n o e n o r m i . Eleggevano I'Imperato-re, il quale e r a t e n u t o a consultarli nelle questioni p i ù gravi tà e trattavano dall'alto in basso i borghesi. Questi - commercianti, artigiani e piccoli industriali - sfruttavano il p o polo m i n u t o , d i s e r e d a t o e i n e r m e . Il clero c a m p a v a , c o m e •solito, di decime ed elemosine. ,/MLa moralità pubblica e privata lasciava molto a desideratt in nessun Paese d ' E u r o p a i costumi e r a n o rilassati c o m e G e r m a n i a . Specie l'alcolismo dilagava. «I buoi» scriveva c o n t e m p o r a n e o «cessano d i b e r e q u a n d o n o n h a n n o più
sete. I tedeschi, invece, cominciano allora.» Nelle città e nelle c a m p a g n e , vino e b i r r a s c o r r e v a n o a fiumi. Un p r i n c i p e cattolico si c o n g e d a v a dagli amici con questa frase: «Valete et inebriamini» state b e n e e sbronzatevi. Il L a n g r a v i o d'Assia, i n u n accesso d i t e m p e r a n z a , f o n d ò u n a lega a n tialcolica, il cui p r i m o p r e s i d e n t e m o r ì u b r i a c o . Luigi del W u r t t e m b e r g sfidò d u e noti b e o n i a chi t r a c a n n a v a p i ù vino. Q u a n d o costoro furono c o m p l e t a m e n t e ebbri, li fece caricare su un c a r r o c o n alcuni maiali e r i n c h i u d e r e in un p o r cile. Il vizio e r a c o m u n e a tutte le classi e diffuso a tutti i livelli. Le leggi c o n t r o gli eccessi d e l b e r e r e s t a v a n o l e t t e r a m o r t a . U g u a l e effetto sortivano quelle c o n t r o le prostitute, i lenoni, i pederasti, gli usurai. Già da t e m p o Francia e S p a g n a spiavano c o m p i a c i u t e il deteriorarsi della situazione tedesca e soppesavano i p r ò e i c o n t r o d'eventuali alleanze. Nel 1608, Enrico IV p r e s e posizione a favore dei principi protestanti, schierandosi con l'Un i o n e evangelica, costituitasi p r o p r i o in q u e l l ' a n n o in funzione antiasburgica. Nel 1609 si formò la Lega cattolica, capeggiata dal d u c a di Baviera Massimiliano I, cui la S p a g n a offrì i p r o p r i eserciti. La s c o m p a r s a del Re di Francia, p u gnalato il 14 maggio 1610 da un m o n a c o fanatico, fu un d u ro colpo p e r i p r o t e s t a n t i . La L e g a cattolica i m b a l d a n z ì , e nel 1615 si s p a r s e la notizia ch'essa si stava a r m a n d o p e r estirpare dal suolo tedesco l'eresia. Le n u b i all'orizzonte si fecero più fosche. Il ciclone che p e r t r e n t ' a n n i avrebbe infuriato sulla G e r m a n i a e r a alle viste. Il suo occhio fu la Boemia. Questa faceva p a r t e , c o m e abb i a m o già d e t t o , dei d o m i n i degli A s b u r g o , e l ' i m p e r a t o r e Mattia l a g o v e r n a v a p e r i n t e r p o s t a p e r s o n a a t t r a v e r s o u n collegio di cinque fedeli l u o g o t e n e n t i . Mattia e r a vecchio e p i e n o d'acciacchi, e la sua fine era attesa da un m o m e n t o all'altro. I p r o t e s t a n t i v e d e v a n o in essa la g r a n d e occasione p e r s t r a p p a r e finalmente agli Asburgo la c o r o n a imperiale. L a m a n o v r a e r a semplice: i n n a l z a r e sul t r o n o b o e m o u n p r i n c i p e p r o t e s t a n t e e garantirsi la m a g g i o r a n z a nel Colle74
gio elettorale, d e t e n u t a fin allora dai cattolici, che avevano già il l o r o c a n d i d a t o in un altro A s b u r g o : il lentigginoso e bigotto arciduca di Stiria, F e r d i n a n d o II. A Praga, l ' a n n u n c i o della sua designazione fece precipitare gli eventi. Il conte H e i n r i c h von T h u r n mobilitò i p r o testanti e il 23 m a g g i o 1618 li fece m a r c i a r e sul castello di -Hradcany, d o v e si t r o v a v a n o d u e d e i c i n q u e l u o g o t e n e n t i • imperiali. G i u n t i al loro cospetto, il C o n t e d i e d e o r d i n e di buttarli dalla finestra assieme a u n o dei s e g r e t a r i , che p e r caso si trovava nella stanza. I tre fecero un volo di quindici metri, ma r e s t a r o n o illesi p e r c h é e b b e r o la fortuna di cadere su un m u c c h i o di rifiuti. L'episodio, n o t o c o m e la «defenestrazione di Praga», segna l'inizio ufficiale della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i . ••-<•• D o p o essersi sbarazzato dei r a p p r e s e n t a n t i imperiali, il von T h u r n cacciò l'Arcivescovo e i gesuiti, e insediò un direttorio rivoluzionario con pieni poteri. Il vecchio Mattia, con un piede già nella fossa, fece sapere al Conte d'essere disposto a trattare con gl'insorti. Il rifiuto di von T h u r n provocò d'intervento di F e r d i n a n d o , cui la c o r o n a b o e m a serviva da Sgabello p e r quella imperiale. F e r d i n a n d o era u o m o di grandi ambizioni, di scarsa cultura, di m o d e s t a intelligenza, ma di n o n comuni doti politiche. Gliel'avevano coltivate e affinati? i gesuiti, di cui era stato u n o zelante allievo. L ' a n n u n c i o c h e d u e suoi eserciti stavano i n v a d e n d o l a U o e m i a seminò il panico fra i protestanti. Il v o n T h u r n n o n poteva c o n t a r e c h e su p o c h e migliaia d ' u o m i n i m a l e equipaggiati, e l'Unione evangelica n o n si muoveva. Ne profittò l'elettore del Palatinato, Federico, calvinista arrabbiato e gen e r o del Re d ' I n g h i l t e r r a , p e r offrire, in cambio della corona boema, il p r o p r i o aiuto militare. Gli a v v e n i m e n t i precipitarono. Il 20 m a r z o Mattia morì, lasciando F e r d i n a n d o Re di Boemia ed e r e d e al t r o n o imperiale. Il 17 agosto la Dieta
L'elettore p a l a t i n o sentì vacillare la sua. Era già p e n t i t o d'averla accettata, d o p o aver t a n t o b r i g a t o p e r o t t e n e r l a . Aveva agito sotto l'impulso dell'ambizione e dell'età (aveva a p p e n a v e n t i d u e anni) senza t e n e r conto che, c o m e calvinista, avrebbe avuto c o n t r o n o n solo i cattolici, ma a n c h e i luterani. C o m e avrebbe p o t u t o in quelle condizioni t e n e r testa a tanti nemici, fra cui il colosso spagnolo? Si rivolse allora al suocero. Ma Giacomo I, invece d ' u n esercito, d i e d e al g e n e r o il consiglio di r i n u n z i a r e al t r o n o . Era un b u o n consiglio, ma a F e d e r i c o s e m b r ò i n c o m p a t i b i l e col p r o p r i o o n o r e . Il 4 n o v e m b r e egli e n t r ò a P r a g a , accolto trionfalm e n t e dal Direttorio e dal p o p o l o . Aveva tutto p e r piacere alla folla: bello, elegante, raffinato e malinconico. Ma sotto queste a p p a r e n z e c'era un c a r a t t e r e debole, irresoluto e facilmente influenzabile s o p r a t t u t t o dalla moglie, la bellissima Elisabetta. Il suo d e b u t t o di Re fu u n a catastrofe. L'ordine che died e , a p p e n a g i u n t o a Praga, di r i m u o v e r e dalle chiese altari e immagini, esasperò le masse c o n t a d i n e , tutte cattoliche, e fornì a l l ' I m p e r a t o r e u n p r e t e s t o d ' i n t e r v e n t o . F e r d i n a n d o Io colse al volo e lanciò un u l t i m a t u m : se e n t r o il p r i m o giug n o (1620) Federico n o n avesse deposto la c o r o n a usurpata, egli l'avrebbe dichiarato fuori legge. C o n t e m p o r a n e a m e n te, con abile mossa, si riconciliò a U l m coi p r i n c i p i p r o t e s t a n t i , u n o dei quali, l'elettore di Sassonia G i o v a n n i Giorgio, si schierò a d d i r i t t u r a dalla sua p a r t e . S e b b e n e a b b a n d o n a t o d a tutti, Federico n o n mollò, rifiutò di d e p o r r e il titolo e s'accinse, con le p o c h e forze di cui disponeva, a sostenere l'urto di quelle imperiali, calcolate a oltre v e n t i c i n q u e m i l a u o m i n i , guidati da un abilissimo gen e r a l e , il C o n t e di Tilly, allievo ed e m u l o del g r a n d e Aless a n d r o Farnese. I d u e eserciti si s c o n t r a r o n o nei pressi della M o n t a g n a Bianca, a ovest di P r a g a , l'8 n o v e m b r e . I calvinisti f u r o n o messi in r o t t a . F e d e r i c o , la m o g l i e e la c o r t e f u g g i r o n o in Slesia, dove il Palatino cercò inutilmente di racimolare n u o 76
ve milizie. Il 9 n o v e m b r e i vincitori, guidati da Massimiliano di Baviera, v a r c a r o n o le m u r a di P r a g a . I t e m p l i cattolici riebbero i m m e d i a t a m e n t e i loro altari e le loro i m m a g i n i , furono richiamati i gesuiti, l'istruzione passò n u o v a m e n t e sotto il controllo del clero r o m a n o , tutte le religioni, eccetto quelle cattolica ed ebraica, furono b a n d i t e . O g n i simulacro d'eresia v e n n e cancellato: l'anniversario di G i o v a n n i H u s s fu proclamato lutto nazionale. I partigiani di Federico, che n o n avevano fatto in t e m p o a mettersi in salvo, f u r o n o impiccati o decapitati, e i loro cadaveri esposti sulla t o r r e del ponte di Carlo sopra la Moldava. Mentre in Boemia i m p e r v e r s a v a n o le p u r g h e , un esercito s p a g n o l o , al c o m a n d o del g e n e r a l e g e n o v e s e Spinola, muoveva dalle Fiandre alla conquista del Palatinato. Q u e s t o malaccorto i n t e r v e n t o allarmò i protestanti, che s e m b r a r o no ritrovare la loro unità. Nei pressi di H e i d e l b e r g le loro t r u p p e si s c o n t r a r o n o con quelle s p a g n o l e , ma e b b e r o la peggio. La città, mecca e roccaforte del calvinismo, v e n n e b a r b a r a m e n t e saccheggiata. La s t u p e n d a biblioteca dell'Università, p e r o r d i n e di Massimiliano, fu smantellata fino all'ultimo volume, caricata su c i n q u a n t a carri e spedita a Roma, d o n o al p a p a Gregorio XV. F e r d i n a n d o esultò e in cambio dei servigi resi concesse a Massimiliano il Palatinato, il c h e r e n d e v a schiacciante la m a g g i o r a n z a cattolica nel collegio e l e t t o r a l e d e l l ' I m p e r o . Così schiacciante c h e a p r e o c c u p a r s e n e f u r o n o n o n solo i principi p r o t e s t a n t i , ma a n c h e i cattolici. F e r d i n a n d o n o n aveva vinto. Aveva stravinto, e cominciava a diventare pericoloso. Si vociferava che carezzasse l'idea d'unificare sotto il suo scettro la G e r m a n i a . Anche il Papa e la Francia sentivano il puzzo d ' u n a n u o v a e g e m o n i a asburgica. S ' i m p o n e v a una mobilitazione antimperiale. Artefice e regista ne fu il Richelieu. Il Cardinale isolò gli Asburgo s t i p u l a n d o u n ' a l l e a n z a con l ' O l a n d a , a t t i r a n d o v i subito d o p o l ' I n g h i l t e r r a , la Svezia e la D a n i m a r c a , infine e s t e n d e n d o l a ai Savoia e a Venezia p e r s t r a p p a r e agli
A s b u r g o la Valtellina, c o r r i d o i o strategico di vitale imp o r t a n z a e passaggio obbligato degli eserciti spagnoli e imperiali dall'Italia all'Austria. I frutti di questi m a n e g g i n o n si fecero a t t e n d e r e . Il p r i m o fu un frutto a m a r o , e toccò alla D a n i m a r c a inghiottirlo. Il suo bellicoso re, Cristiano IV, e r a a n c h e Duca di Holstein e controllava vasti t e r r i t o r i nella G e r m a n i a del N o r d , che costituivano un formidabile b a l u a r d o p e r la p o t e n z a m a r i t t i m a d a n e s e nel Baltico. Questi possedimenti facevano n a t u r a l m e n t e gola a F e r d i n a n d o , c h e s o g n a v a q u e l l o sbocco al m a r e e si stava a r m a n d o p e r p i a n t a r v i le s u e b a n d i e r e . Per p r e v e n i r l o C r i s t i a n o fece s b a r c a r e sul C o n t i n e n t e un esercito di ventimila u o m i n i che nella Bassa Sassonia si congiunse con quello savoiardo, c o n d o t t o da von Mansfeld, forte di quattromila. L'Imperatore o r d i n ò al Tilly di marciare contro il Re danese. Il generale obbedì ma chiese a F e r d i n a n d o rinforzi p e r c h é n o n gli e r a n o rimasti che diecimila u o m i n i , stanchi e male in arnese. L'Imperatore gli m a n d ò u n certo Wallenstein. Costui, di s a n g u e b o e m o , si chiamava in realtà Albrecht von Waldstein, ed e r a nato nel 1583, figlio d ' u n piccolo gentiluomo di c a m p a g n a protestante. Aveva studiato nella celeb r e scuola l u t e r a n a di Altdorf, di dove e r a stato cacciato p e r il carattere violento e rissaiolo. D o p o un viaggio a R o m a s'era convertito al cattolicesimo, e q u a n d o F e r d i n a n d o e r a ancora arciduca di Stiria, s'era messo al suo servizio. Giovanissimo, aveva sposato u n a ricca vedova, che l'aveva a sua volta lasciato vedovo. Q u a n d o l ' I m p e r a t o r e aveva messo in vendita i b e n i dei protestanti boemi, egli s'era precipitato a farne incetta. I ritratti che di lui possediamo ce lo m o s t r a n o alto, m a g r o , zigomi sporgenti, naso grosso, mascella pesante, labbra carnose. Era d'approccio sgradevole, poco incline alle effusioni e agli entusiasmi, diffidente, taciturno, ambizioso e testardo. S'indovinava in lui l'uomo abituato al comand o . Era m a n i a c o d e l l ' o r d i n e e della p u n t u a l i t à . D'abitudini spartane, mangiava con m o d e r a z i o n e e n e s s u n o ricorda d'a78
verlo m a i visto u b r i a c o . Si vestiva di n e r o , un c o l o r e c h e contrastava col pallore del volto, e p o r t a v a al collo u n a sciarpa rossa. P a r e c h e si tingesse a n c h e le labbra. E r a d e v o t o , ma più che a Dio credeva agli astrologi. La sua ascesa di condottiero era cominciata nel 1618. In q u e l l ' a n n o e r a scoppiata in Moravia u n a rivolta c o n t r o gli Asburgo, alla q u a l e a v e v a n o a d e r i t o a n c h e l e t r u p p e del Wallenstein, g o v e r n a t o r e della provincia. Questi e r a riuscito a i m p a d r o n i r s i del tesoro militare e a metterlo in salvo alla corte di F e r d i n a n d o . I ribelli, rimasti al v e r d e , se n ' e r a n o tornati a casa. L'anno d o p o , Wallenstein aveva p r e s t a t o all'Imperatore in bolletta q u a r a n t a m i l a fiorini, poi centosessantamila, poi duecentomila e, nel 1623, mezzo milione. Sapeva che F e r d i n a n d o n o n glieli avrebbe mai resi, ma sapeva anche che quel d e n a r o gli sarebbe t o r n a t o p r i m a o poi in tasca sotto forma di favori e privilegi. Ecco p e r c h é , q u a n d o Tilly sollecitò rinforzi, l ' I m p e r a t o re n o n ebbe dubbi su chi avrebbe d o v u t o fornirglieli. A Wallenstein quella p a r v e l a g r a n d e occasione p e r e n t r a r e d a p r o t a g o n i s t a nel teatro della g u e r r a , a fianco e di fronte ai c o n d o t t i e r i più prestigiosi d e l l ' e p o c a . I n p o c h e s e t t i m a n e mise insieme un esercito di ventimila u o m i n i , li equipaggiò di tutto p u n t o e li lanciò contro von Mansfeld, travolgendolo, m e n t r e Tilly sconfiggeva C r i s t i a n o . Q u i n d i invase il ÌBrandeburgo e costrinse l'elettore Giorgio G u g l i e l m o a schierarsi c o n l ' I m p e r a t o r e . Dal B r a n d e b u r g o m a r c i ò sul4'Holstein e lo sottomise, cacciando i danesi dal loro ultimo a v a m p o s t o c o n t i n e n t a l e , m e n t r e Richelieu r i c h i a m a v a l e ^touppe francesi che aveva spedito in Valtellina. -rf- II n o m e di Wallenstein e r a o r m a i sulla bocca di tutti. La « a fama di g e n e r a l e aveva offuscato q u e l l a d e l Tilly, di Mansfeld, di Cristiano. Egli era, col suo esercito, il p a d r o n e «tìci destini d ' E u r o p a . Ma l ' e g e m o n i a c o n t i n e n t a l e , c h e le strabilianti vittorie avevano dato a F e r d i n a n d o , n o n baa ad a p p a g a r e la sconfinata ambizione del c o n d o t t i e r o . £uoi napoleonici piani esse n o n d o v e v a n o essere che la r
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p r e m e s s a e la base di c a m p a g n e successive c h e a v r e b b e r o p o r t a t o al d o m i n i o imperiale sul Baltico e sul M a r del N o r d . Sognava la rinascita dell'Hansa, l'ormai fatiscente federazione dei g r a n d i porti commerciali che s'affacciavano su quelle grigie distese d ' a c q u e , le cui b a n c h i n e ricevevano e smistav a n o m e r c i p r o v e n i e n t i d a ogni p a r t e d ' E u r o p a . L a realizzazione di q u e s t o d i s e g n o a v r e b b e significato il crollo dell'Olanda, dell'Inghilterra, della Svezia, che del Baltico e del Mar del N o r d e r a n o le principali utenti. Anche la Chiesa ne a v r e b b e t r a t t o il suo utile p e r c h é F e r d i n a n d o , aizzato dai gesuiti, n o n avrebbe resistito alla tentazione di stroncare l'eresia nei nuovi territori. La minaccia i n s o m m a e r a g r a v e , e c o l o r o sui quali inc o m b e v a c o r s e r o ai r i p a r i . I p i ù i m m e d i a t a m e n t e esposti e r a n o i p r i n c i p i tedeschi, p e r c h é sul suolo g e r m a n i c o Wal-. lenstein giocava la sua partita. Essi avevano seguito con sgom e n t o l'ingrossarsi dell'esercito del condottiero b o e m o , che, contava o r a c e n t o q u a r a n t a m i l a u o m i n i , m e n t r e quello della Lega cattolica e r a sceso a ventimila. C o n u n a siffatta massa d ' u o m i n i , p e r f e t t a m e n t e addestrati, magnificamente a r m a i e disciplinati, r e v o c a r e le «libertà germaniche» e r i d u r r e la miriade di staterelli tedeschi sotto l'egida asburgica sarebbe stato u n gioco d a b a m b i n i . N e l l ' i n v e r n o d e l 1627-28, gli elettori d e l l ' I m p e r o si r i u n i r o n o a M u l h a u s e n p e r discutere il da farsi. I protestanti e r a n o n a t u r a l m e n t e più p r e o c c u p a ^ dei cattolici. Ma a n c h e costoro s'allarmarono, q u a n d o Feffiì d i n a n d o , senza n e p p u r e consultarli, s t r a p p ò al suo legittìj? mo titolare il ducato di M e c l e m b u r g o e l'assegnò al Wallenfc Stein. Bisognava f e r m a r e l ' I m p e r a t o r e p r i m a che fosse trop~ po tardi, p r i m a cioè c h e Wallenstein diventasse p i ù potente di lui. -f P r o p r i o in quei giorni F e r d i n a n d o voleva n o m i n a r e il i-,, glio Re di Roma, p e r spalancargli la successione alla coro."., imperiale, e un veto dei g r a n d i elettori avrebbe fatto fallii* la prova. Il 28 m a r z o costoro fecero s a p e r e a l l ' I m p e r a t o ! che n o n lo a v r e b b e r o posto s'egli avesse licenziato il Walle 80
Stein. N o n gli nascosero n e p p u r e che, se n o n si fosse messo „«jn freno all'ambizione del g e n e r a l e , l ' I m p e r o sarebbe p r e gio caduto in sua balìa. F e r d i n a n d o p r o m i s e che avrebbe ten u t o conto del monito. Esso gli veniva rivolto in un m o m e n t o p a r t i c o l a r m e n t e difficile, in cui più che mai aveva bisogno del Wallenstein e delle sue milizie. Dietro le insistenti pressioni dei gesuiti infiltri YImperatore stava p r o m u l g a n d o un editto che obbligal a i possessori d i antichi b e n i ecclesiastici, passati i n m a n i ittiche d o p o il 1552, a restituire alla Chiesa ciò c h e da essa «vevano r e g o l a r m e n t e acquistato. E r a u n a colossale truffa, Ch'ingiustizia senza p r e c e d e n t i , che poteva imporsi solo con |uso, o la minaccia, della forza. ; L'editto v e n n e applicato con zelo fino all'ultimo centimeq u a d r a t o di t e r r a . Ci furono q u a e là delle resistenze, sujito d o m a t e dai lanzichenecchi del Wallenstein. Decine di i e cittadine protestanti passarono ai cattolici e i loro abiliti, in ossequio al p r i n c i p i o del cuius regio eius religio, o iiirarono la vecchia fede o e m i g r a r o n o . Accontentati i ge"ti, F e r d i n a n d o si decise finalmente a d a r soddisfazione i elettori d e l l ' I m p e r o , che gli avevano chiesto la testa del lenstein. Ma il g e n e r a l e , al c o r r e n t e delle m i r e d e i suoi nemici e ^sospetti c h e c o s t o r o a v e v a n o i n s i n u a t o n e l l ' a n i m o d i - i n a n d o , aveva avviato trattative segrete con Cristiano, Ihainate il 22 m a g g i o 1629 nella pace di Lubecca e nella itùzione al Re danese di g r a n p a r t e dei suoi ex territori ^eschi. Wallenstein aveva agito in p a r t e all'insaputa deljperatore, che n o n nascose il suo d i s a p p u n t o , convocò il rale e gli o r d i n ò di s t o r n a r e dal suo esercito trentamila ini e spedirli in Italia. Wallenstein rifiutò, d i c e n d o che "di Svezia Gustavo Adolfo stava a r r u o l a n d o t r u p p e p e r | | r e l'Europa. Ma F e r d i n a n d o fu irremovibile, e alla fisflìenstein d o v e t t e c e d e r e . D u e mesi d o p o , il c o n d o t ipwemo perse a n c h e il c o m a n d o dell'esercito, che passò §ttniliano di Baviera. Senza clamori si ritirò nelle s u e r
t e n u t e in Boemia in attesa, come Cincinnato, che l ' I m p e r a tore lo richiamasse. Il suo esilio n o n sarebbe d u r a t o a l u n g o con l'aria c h e tirava dal N o r d , e p r e c i s a m e n t e dalla Svezia, dove il re Gustavo Adolfo si atteggiava a g r a n d e c a m p i o n e della causa protestante, e lo era. Il 4 luglio 1630 sbarcò a U s e d o m , in P o m e r a n i a . Aveva trentasei a n n i ed e r a l'idolo dei suoi soldati, che trattava da commilitoni, c o n d i v i d e n d o n e i triboli, le fatiche, i r e p e n t a gli. Dormiva con loro sotto la t e n d a , c o n s u m a v a con loro il r a n c i o e indossava p e r s i n o la l o r o stessa divisa: g i u b b a e p a n t a l o n i di camoscio e un b e r r e t t o di castoro. Lo si riconosceva p e r u n a fascia o un mantello scarlatto che solo lui portava. Era un cavaliere formidabile e instancabile, si lavava di r a d o , i suoi abiti e r a n o gualciti e sbrindellati, i suoi stivali scorticati e inzaccherati. Q u a n d o p a r l a v a g u a r d a v a diritto negli occhi l'interlocutore e a n d a v a subito al sodo. I suoi sì e r a n o sì, i suoi n o , n o . Sotto questa crosta ruvida e cameratesca c'era p e r ò u n senso puntigliosissimo del r a n g o . Guai se un ambasciatore, p r e s e n t a n d o g l i le credenziali, n o n si rivolgeva a lui con tutti i titoli che gli spettavano, guai se a palazzo il m a e s t r o delle cerimonie commetteva u n a svista. Quelli con cui sbarcò a U s e d o m e r a n o in tutto tredicimila u o m i n i , p i ù a l c u n e migliaia di m e r c e n a r i , r e c l u t a t i in G e r m a n i a d o p o un'accurata selezione. E r a n o in m a g g i o r a n za luterani, ma n o n m a n c a v a n o seguaci di altre religioni. A tutti G u s t a v o c h i e d e v a o b b e d i e n z a cieca e fedeltà assoluta n o n solo alla b a n d i e r a svedese, ma a n c h e agli ideali in n o me dei quali egli combatteva e si diceva p r o n t o a m o r i r e : la sicurezza e l'indipendenza del suo Paese, minacciate da Ferd i n a n d o . Ai suoi c o r r e l i g i o n a r i chiedeva in p i ù di recitare d u e volte al giorno le p r e g h i e r e e di c a n t a r e d u r a n t e le battaglie. N o n obbligava n e s s u n o a farlo, ma tutti lo facevano p e r c h é lo faceva lui. E l'esempio del Re valeva più d ' u n ord i n e . Sebbene la disciplina fosse molto rigida, il saccheggio fosse p u n i t o con la m o r t e e n o n ci fossero p r o s t i t u t e al seguito delle t r u p p e , n e s s u n o si lamentava. 82
Gustavo Adolfo aveva meticolosamente p r e p a r a t o la spedizione a n c h e dal p u n t o di vista psicologico p e r g u a d a g n a re alla sua causa le masse l u t e r a n e g e r m a n i c h e . Alla vigilia di salpare p e r il C o n t i n e n t e , aveva pubblicato un manifesto in c i n q u e l i n g u e , c h ' e r a stato diffuso in t u t t ' E u r o p a , in cui spiegava p e r c h é m u o v e v a g u e r r a a F e r d i n a n d o . N e d e t t ò un secondo s b a r c a n d o a U s e d o m , nel quale accusava i g r a n di elettori p r o t e s t a n t i di t r a d i r e la loro fede, che lui solo si trovava o r a a difendere. Ma n e s s u n o si mosse, e Gustavo d o vette g u a d a g n a r s i gli alleati con la forza delle baionette. In tre settimane quasi tutta la costa baltica era in m a n i svedesi. Di qui il «leone del N o r d » , c o m e lo c h i a m a v a n o , dilagò nel C o n t i n e n t e , p a s s a n d o da u n a conquista all'altra. Il 23 gennaio 1631 Svezia e Francia suggellarono la loro alleanza: Richelieu a v r e b b e fornito i mezzi ( q u a t t r o c e n t o m i l a talleri), Gustavo avrebbe trovato gli u o m i n i . Nessuno dei d u e avrebbe fatto la pace senza il consenso dell'altro, né avrebbe sollevato la questione religiosa. Richelieu invitò Massimiliano di Baviera (e del Palatinato) a p a s s a r e nel c a m p o franco-svedese, ma il Duca rispose s p e d e n d o il Tilly c o n t r o Gustavo. Il g e n e r a l e , o r m a i s e t t a n t u n e n n e , p u n t ò sulla cittadina di N e u b r a n d e n b u r g , se ne i m p a d r o n ì e massacrò i tremila u o mini che la p r e s i d i a v a n o . Gustavo n o n volle essere da m e no: m a r c i ò su F r a n c o f o r t e , l'occupò e s t e r m i n ò l ' i n t e r a g u a r n i g i o n e . Tilly replicò a s s e d i a n d o M a g d e b u r g o . D o p o sei mesi di resistenza disperata, la città stremata dalla fame, dalla perniciosa e dalla m a n c a n z a di munizioni, spalancò le p o r t e agli imperiali, c h e s ' a b b a n d o n a r o n o a un saccheggio d e g n o di Attila. Case, scuole, ospedali furono dati alle fiamme, venti dei trentamila abitanti sterminati. Il macello d u r ò q u a t t r o g i o r n i , e lo stesso Tilly a m m i s e c h e s'era s p a r s o troppo sangue. La Germania protestante inorridì e d u e suoi principi, l'elettore di B r a n d e b u r g o e Giovanni Giorgio di Sassonia, misero i loro eserciti a disposizione di Gustavo, c h e con queste n u o v e forze, il 17 s e t t e m b r e del ' 3 1 , sbaragliò il Tilly a Breitenfeld, presso Lipsia. Fu u n a vittoria stre83
pitosa, c h e r i a n i m ò t u t t o lo s c h i e r a m e n t o a n t i a s b u r g i c o e p r o c u r ò al Re di Svezia nuovi alleati. La b a n d i e r a svedese sventolava ora d a l l ' O d e r al R e n o . A M a g o n z a , d o v e G u s t a v o aveva stabilito il suo q u a r t i e r gen e r a l e , e r a stata issata sul p e n n o n e del più alto edificio citt a d i n o , simbolo della trionfante causa p r o t e s t a n t e . Q u e l l a cattolica, affidata al vecchio e stanco Tilly, sembrava definit i v a m e n t e p e r d u t a . Solo u n u o m o forse a v r e b b e p o t u t o o p e r a r e la riscossa: l'imbattuto Wallenstein. Q u a n d o Ferdin a n d o gli chiese di r i p r e n d e r e il c o m a n d o dell'esercito imp e r i a l e , il c o n d o t t i e r o b o e m o accettò, ma volle d e t t a r e le condizioni del reingaggio: c o m a n d o s u p r e m o delle t r u p p e , pieni p o t e r i di negoziato e di t r e g u a , diritto di saccheggio, di confìsca e d ' a m n i s t i a . L ' I m p e r a t o r e n o n aveva scelta, e accettò. Wallenstein r i u n ì i n u n b a t t e r d ' o c c h i o u n p o d e r o s o e s e r c i t o , i n d u s s e G i o v a n n i G i o r g i o di Sassonia a u n ' e n n e s i m a p i r o e t t a . D o p o d i c h é p u n t ò su P r a g a e, senza colpo ferire, l'occupò. Nel frattempo, p e r la seconda volta Gustavo Adolfo sconfiggeva a Rain il Tilly, che d u e settimane d o p o m o r i v a p e r le ferite riportate. Da Rain, il Re svedese piegò su Monaco, dove lo r a g g i u n s e la notizia che all'esercito del Wallenstein, Massimiliano aveva u n i t o il suo, e t u t t ' e d u e si stavano o r a p r e p a r a n d o al g r a n d e s c o n t r o . Q u e s t o a v v e n n e il 16 n o v e m b r e 1632 a L ù t z e n , nei d i n t o r n i di Lipsia. Fino al tram o n t o la lotta infuriò in u n ' a l t a l e n a d ' a t t a c c h i e c o n t r a t tacchi, a v a n z a t e e r i t i r a t e . Sul far della sera, s e m b r ò c h e i cattolici p r e n d e s s e r o il sopravvento. Gustavo allora d i e d e il segnale della riscossa, e vi si p o s e a c a p o , l a n c i a n d o il suo cavallo c o n t r o la p r i m a linea nemica. A un tratto, un proiettile lo colpì al braccio sinistro e un altro a n d ò a conficcarsi nella fronte del cavallo, che stramazzò al suolo, disarcionando il sovrano, r a g g i u n t o alla schiena da u n a seconda pallottola. Nella confusione n e s s u n o s'accorse della sua c a d u t a . La ferita n o n e r a m o r t a l e ed egli forse se la sarebbe cavata se ai soldati imperiali, che p e r p r i m i gli s'avvicinarono p e r 84
chiedergli chi fosse, n o n avesse risposto: «Sono il Re di Svezia, che suggello la religione e la libertà della n a z i o n e germanica col mio sangue». Fu investito da u n a selva di lance e il suo petto ridotto un crivello. La notizia della m o r t e di Gustavo si sparse nel c a m p o con la rapidità del fulmine. Gl'imperiali esultarono. Gli svedesi, d o p o un m o m e n t o iniziale di panico, s e r r a r o n o le file e, come belve inferocite, s ' a v v e n t a r o n o sul n e m i c o , f r a n t u m a n d o n e le difese e volgendolo in rovinosa rotta. Ma mai vittoria era costata più cara. Le r e d i n i della g u e r r a furono p r e s e dal Richelieu che da Parigi seguiva le mosse degli eserciti antiasburgici rimasti in c a m p o : quello francese, c o m a n d a t o da B e r n a r d o di Sassonia Weimar, e quello svedese, guidato da B a n é r e Torstensson. Gl'imperiali s u b i r o n o nuovi rovesci, e il Wallenstein si ritirò in Boemia p e r r i m e t t e r e insieme i cocci della sua n o n più invincibile armata. Sapeva benissimo che a g u e r r a finita F e r d i n a n d o n o n avrebbe esitato un solo istante a liquidarlo. Ma s a p e v a a n c h e c h e i capi p r o t e s t a n t i , il Richelieu e l'Oxenstierna, e r a n o disposti a trattare con lui, e che gli esuli boemi gli avrebbero volentieri offerto la c o r o n a di Re. Il 24 gennaio 1634, F e r d i n a n d o gli tolse il c o m a n d o delle t r u p p e . Wallenstein, con p o c h e migliaia di u o m i n i rimastigli fedeli, fuggì a Eger, dove s'acquartierò. Il 25 febbraio, m e n t r e se ne stava nella sua stanza a curarsi la gotta, quattro soldati v ' i r r u p p e r o e lo m a s s a c r a r o n o a colpi di s p a d a , f u g g e n d o p o i a V i e n n a , d o v e l ' I m p e r a t o r e li r i c o m p e n s ò con u n a lauta mancia e u n o scatto di g r a d o . Al suo p o s t o , F e r d i n a n d o mise il p r o p r i o figlio, c h e si chiamava c o m e lui. E r a un giovane di ventisei a n n i , colto, delicato, a m a n t e della musica e della filosofìa, e a n c h e b u o n g e n e r a l e . La sua p r i m a sortita a N ò r d l i n g e n c o n t r o Bern a r d o fu un trionfo. Da quella battaglia l'esercito protestante uscì assai malconcio, e Richelieu e O x e n s t i e r n a dovettero b a n d i r e n u o v e leve, a cui p e r ò i principi tedeschi rifiutarono reclute. La g u e r r a , che sembrava n o n dovesse più finire, 85
li aveva s t r e m a t i e sui loro Stati, devastati dagli eserciti di m e z z ' E u r o p a , incombeva lo spettro della fame e della b a n carotta. C i o n o n o s t a n t e e r a n o a n c o r a disposti a cofnbattere, ma n o n più p e r la Francia e la Svezia, cioè p e r lo straniero. Se dovevano c o n t i n u a r e a versar s a n g u e , l'olocausto a n d a v a c o m p i u t o in n o m e della G e r m a n i a . La g u e r r a seguitò a d i v a m p a r e su vari fronti con sorti alt e r n e , c h e s a r e b b e t r o p p o l u n g o s e g u i r e . Nella G e r m a n i a d e l N o r d l'esercito della Sassonia si s c o n t r ò nel 1635 con quello svedese. A occidente B e r n a r d o , affiancato dal francese T u r e n n e , batté tre a n n i d o p o gl'imperiali a Wittemweiler e d i e d e alla Francia l'Alsazia. Nel 1642 Torstensson sconfisse la lega asburgica a Breitenfeld. Nel 1643 E n g h i e n mise in r o t t a gli spagnoli a Rocroi, nel '44 lo stesso E n g h i e n e Tur e n n e c o n q u i s t a r o n o la Renania, nel '46 a n c o r a T u r e n n e dilagò in Baviera. I franco-svedesi e r a n o imbattibili e gl'imperiali esausti. F e r d i n a n d o I I I , successo nel 1637 al p a d r e , cominciò a p e n s a r e alla pace. Trattative s ' a n d a v a n o t r a s c i n a n d o da p i ù di dieci a n n i . Nel 1635, il p a p a U r b a n o V i l i aveva invitato i belligeranti a s o s p e n d e r e le ostilità. Le varie p a r t i s'erano riunite a Colonia, ma n o n avevano concluso niente. Sei a n n i d o p o , francesi, svedesi e imperiali s'erano dati c o n v e g n o ad A m b u r g o e avevano designato le città di M ù n s t e r e O s n a b r ù c k c o m e sedi di negoziati s e p a r a t i : nella p r i m a , la Francia a v r e b b e trattato con F e r d i n a n d o , m e d i a t o r i il P a p a e Venezia; nella s e c o n d a , Francia e I m p e r o si s a r e b b e r o a b b o c c a t e c o n la Svezia, m e d i a t o r e il Re d a n e s e . La divisione e r a stata chiesta dal r a p p r e s e n t a n t e svedese, che n o n voleva s e d e r e allo stesso tavolo col n u n z i o pontifìcio, e da q u e s t ' u l t i m o c h e n o n voleva aver d i fronte u n l u t e r a n o . B e g h e p r o c e d u r a l i , cavilli di protocollo, puntigli d'etichetta e soprattutto le cangevoli vicende della g u e r r a che r e n d e v a n o riluttante il vincitore del m o m e n t o ad a b b a n d o n a r e la lotta, r i t a r d a v a n o il concreto avvìo dei negoziati. Solo il 4 d i c e m b r e 1644 essi finalmente c o m i n c i a r o n o , 86
presenti c e n t o t r e n t a c i n q u e delegati, che p e r sei mesi dibatt e r o n o le p i ù futili questioni di p r e c e d e n z e . L'ambasciatore francese fece ufficialmente sapere che n o n avrebbe partecipato ai lavori se n o n gli fosse stato riconosciuto il titolo d'Altezza. Finalmente, nell'ottobre 1648, la pace, la famosa pace di Westfalia, ossia il d u p l i c e t r a t t a t o di M ù n s t e r e O s n a bruck, fu firmato: Svizzera e O l a n d a o t t e n n e r o l ' i n d i p e n denza; l'Alto Palatinato passò alla Baviera, il Basso t o r n ò a Federico, anzi al figlio, c h e d i v e n t ò ottavo e l e t t o r e dell'Impero; il B r a n d e b u r g o acquistò la P o m e r a n i a orientale e le città di M a g d e b u r g o e M i n d e n , e gettò le basi d ' u n n u o v o Stato: la Prussia; alla Svezia v e n n e r o assegnate le diocesi di Brema e Verden, le città di Wismar e Stettino, è il territorio alla foce dell'Oder; ai principi tedeschi furono riconfermate le c o s i d d e t t e libertà g e r m a n i c h e , cioè la l o r o p i e n a i n d i p e n d e n z a d a l l ' I m p e r a t o r e ; questi o t t e n n e il riconoscim e n t o della sua sovranità in Boemia e in U n g h e r i a ; la Francia e b b e P i n e r o l o , l'Alsazia c o n le diocesi di Metz, T o u l e Verdun, ma s o p r a t t u t t o vide realizzarsi tutti i sogni d e l Richelieu: l ' a l l a r g a m e n t o delle p r o p r i e frontiere, l'indebolim e n t o degli Asburgo e il m a n t e n i m e n t o della divisione dei principi tedeschi. La g r a n d e sconfitta fu la Chiesa cattolica, che aveva sognato di r i p o r t a r e la G e r m a n i a all'ortodossia sugli scudi imperiali. L a p a c e a m a r e g g i ò p r o f o n d a m e n t e i l p a p a I n n o cenzo X che la definì: «Nulla e n o n valida, maledetta, e senza effetto a l c u n o né risultato p e r il passato, il p r e s e n t e e il futuro». Ma n e s s u n o gli d i e d e retta. In G e r m a n i a la C o n troriforma era stata bocciata. La Riforma, invece, g u a d a g n ò punti a N o r d e ne p e r s e a Sud, dove n o n e r a mai stata forte. Il calvinismo fu ufficialmente riconosciuto. T r e n t ' a n n i di g u e r r a - e che g u e r r a ! - avevano ridotto la Germania a un deserto dei tartari. Sul suo suolo sei eserciti - tedesco, danese, svedese, b o e m o , spagnolo, francese - s'erano abbandonati a ogni sorta di violenze, che n o n cessarono n e m m e n o con la pace p e r c h é molti soldati m e r c e n a r i , li87
cenziati dai loro c o m a n d a n t i , si t r a s f o r m a r o n o in briganti e razziatori, s e b b e n e da razziare nel Paese fosse rimasto b e n poco. Secondo i calcoli, spesso discordanti, dei c o n t e m p o r a nei, i v e n t u n milioni d'abitanti d e l l ' a n t e g u e r r a e r a n o scesi a tredici e mezzo. La Baviera aveva p e r d u t o ottantamila famiglie e novecento villaggi; la Boemia tre quarti della popolazione e c i n q u e sesti dei suoi villaggi. I p i ù colpiti f u r o n o i contadini, c h ' e b b e r o i loro c a m p i devastati dagli eserciti, e i m e r c a n t i , tagliati fuori dai c o m m e r c i fra Stato e Stato, fra città e città. Anche le r i m a n e n t i attività economiche - i n d u stria, artigianato, servizi - e r a n o ridotte allo stremo, e ci volle più d ' u n secolo p e r c h é rifiorissero. N e s s u n conflitto c o m e quello dei T r e n t ' a n n i i m p o v e r ì e i n s a n g u i n ò t a n t o la G e r m a n i a e l ' E u r o p a , n e s s u n a pace fu più s u d a t a e sospirata di quella di Westfalia. Il 1648 chiuse l'epoca delle g u e r r e d i r e l i g i o n e e a p r ì quella, n o n m e n o c r u e n t a , delle g u e r r e nazionali. Al f a n a t i s m o teologico e ideologico si sostituì un'altra forma di fanatismo, n o n m e n o esiziale E o r a vediamo il contraccolpo che questo cataclisma aveva provocato negli Stati italiani.
CAPITOLO SESTO
IL PIEMONTE
Dal 1580 lo Stato s a b a u d o era nelle m a n i di Carlo E m a n u e le I, figlio di E m a n u e l e Filiberto. Del p a d r e possedeva l'ambizione, l'intelligenza, la g r i n t a , ma n o n la c o e r e n z a e la p r u d e n z a . Era diventato Duca a diciott'anni e s'era trovato sulle spalle il peso d ' u n o Stato ancora in fasce, su cui seguitavano ad a p p u n t a r s i le diffidenze e gli appetiti della vicina, Francia, che vedeva con sospetto il suo consolidamento. Fu p e r a r g i n a r e q u e s t ' i n v a d e n z a c h e Carlo E m a n u e l e si p r e s e in m o g l i e la figlia di Filippo I I , C a t e r i n a . Bastava g u a r d a r l a p e r capire c h ' e r a stata u n a scelta dettata p i ù dalla r a g i o n di Stato che da quella del c u o r e . L'Infanta era piccola, e s a n g u e , malaticcia, col volto b u t t e r a t o d a l vaiolo. N e a n c h e il Duca e r a un c a m p i o n e di bellezza: di statura inferiore alla m e d i a c o m e molti Savoia, aveva le spalle leggerm e n t e arcuate, i lineamenti delicati, l'incarnato pallido. Ma fin da b a m b i n o il p a d r e l'aveva abituato a ogni sorta d'esercizi fisici e di s p o r t e ne aveva fatto un abile cavaliere e un invincibile spadaccino. Il m a t r i m o n i o suggellò l'alleanza con la S p a g n a e il Duca ne profittò subito p e r sollevare la q u e s t i o n e di Saluzzo, avamposto francese in Piemonte e spina nel fianco dello Stato s a b a u d o . Nel 1588, m e n t r e a Parigi infuriava la g u e r r a civile tra i Valois e i Guisa, Carlo E m a n u e l e fece o c c u p a r e il Marchesato di Saluzzo in n o m e di antichi diritti aleramici e in quello della Fede, minacciata - egli diceva - dalla presenza nel territorio di sette u g o n o t t e . Imbaldanzito dal successo, si lanciò q u i n d i alla conquista di Ginevra e della Provenza, ma stavolta dovette fare i conti col maresciallo francese 89
Lesdiguières, che dal Delfinato p i o m b ò col suo esercito sulla Savoia e sul Marchesato, obbligando il Duca a far marcia indietro. Fra a l t e r n e vicende, la g u e r r a si trascinò fino al 1601. In quell'anno, a Lione, il re di Francia Enrico IV cedette a Carlo E m a n u e l e il Marchesato di Saluzzo o t t e n e n d o in cambio la Bresse, il Bugey, il Valromey e il p a e s e di G e x , possedim e n t i sabaudi al di là delle Alpi. Il baratto ribadiva la vocazione italiana dei Savoia e legava i destini di questa Casa, di c e p p o b o r g o g n o n e , a quelli della Penisola. «E molto meglio» a n n o t ò n e i suoi Ricordi C a r l o E m a n u e l e «avere u n o Stato solo, tutto u n i t o , come è questo di q u a d e ' monti, che d u e , e tutti e d u e malsicuri.» Tredici a n n i di g u e r r a avevano s t r e m a t o la p o p o l a z i o n e e s v u o t a t o le casse s a b a u d e . Il D u c a t e n t ò di r i m p o l p a r l e i n a s p r e n d o i vecchi balzelli, i n v e n t a n d o n e di nuovi e i m p e g n a n d o i gioielli della moglie che n o n p o t è p r o t e s t a r e p e r ché e r a già calata nella t o m b a . L'aumento delle tasse, invece, s e m i n ò m o l t o m a l c o n t e n t o tra i sudditi, specialmente a T o r i n o che, c o m e capitale e c e n t r o e c o n o m i c o dello Stato, e r a la città p i ù tartassata dal fisco. Il Duca la s p r e m e v a , ma a n c h e l'abbelliva. Per il suo riassetto urbanistico molto aveva già fatto E m a n u e l e Filiberto, c h e vi s'era installato q u a n d ' e s s a e r a poco p i ù d ' u n b o r g o m o n t a n a r o . Il figlio le d i e d e un volto razionale e m o d e r n o , a p r e n d o e p a v i m e n t a n d o strade, scavando fogne, i n n a l z a n d o edifici e m u n e n doli di g r o n d a i e . Accanto alla Torino medievale s p u n t ò così u n a città n u o v a con n u o v e m u r a e solidi bastioni. N o n contava che ventimila abitanti, ma già stava acquistando il tono di u n a capitale. Il suo fulcro e r a la C o r t e . S e b b e n e s ' i n t e n d e s s e d ' a r t e , parlasse francese, spagnolo, latino, scrivesse poesie e aforismi militari, leggesse i classici, Carlo E m a n u e l e n o n era un m e c e n a t e . Lo sarebbe forse stato se ne avesse avuto il temp o , ma gli affari di g o v e r n o n o n gli d a v a n o t r e g u a , l'assorbivano tutto il g i o r n o e spesso lo t e n e v a n o sveglio anche 90
la notte. E r a u n a specie di m o t o r i n o , s e m p r e in m o v i m e n t o , s e m p r e all'erta. N o n aveva orari, m a n g i a v a q u a n d o capitava, t e n e n d o in p e r e n n e mobilitazione cuochi e camerieri. A C o r t e , feste, balli, spettacoli si svolgevano senza di lui. Le d o n n e gli p i a c e v a n o , ma a n c h e a l o r o si c o n c e d e v a p o c o . N o n aveva hobbies né svaghi, la sua u n i c a o c c u p a z i o n e e preoccupazione era la politica. C o m e il p a d r e , si circondava di consiglieri ma n o n ne seguiva i consigli. Faceva e disfaceva tutto di testa sua: g u e r r e , paci, alleanze. Sognava, in anticipo di d u e secoli, di fare del piccolo P i e m o n t e lo Stato guida d'Italia, e in questo sogno spese tutte le sue risorse e le sue energie. Conquistato Saluzzo, si volse al M o n f e r r a t o su cui sventolava lo s t e m m a dei G o n z a g a di M a n t o v a . Sposò le figlie M a r g h e r i t a e Isabella a d u e p r i n c i p i di quella casata, si staccò dalla Spagna, ostile al passaggio del M o n f e r r a t o nell'orbita sabauda, e strizzò l'occhio al Re di Francia, s p e r a n do che questi li chiudesse tutt'e d u e sulle sue ambizioni annessionistiche. Nel 1612 il Duca di Mantova Francesco, che aveva sposato M a r g h e r i t a , m o r ì lasciando u n a figlia. Carlo Emanuele reclamò p e r essa il Monferrato. Il fratello del Duca, F e r d i n a n d o , spalleggiato dalla Spagna, s'oppose. Il Duca di Savoia occupò allora Trino, Alba e Moncalvo. Il govern a t o r e s p a g n o l o di Milano gli o r d i n ò di r i t i r a r s e n e . C a r l o E m a n u e l e rispose r e s t i t u e n d o al Re di S p a g n a il Collare del Toson d ' o r o e dichiarandogli g u e r r a . Q u i n d i lanciò appelli alla Francia, a Venezia, agli Stati italiani p e r c h é scendessero MI c a m p o al suo fianco, ma n e s s u n o si mosse. Allora il piccolo Davide decise di sfidare da solo il gigante Golia. L'esercito p i e m o n t e s e si scontrò a p i ù r i p r e s e con quello spagnolo e fu battuto. Solo q u a n d o vide minacciata Torino, « D u c a si piegò alla pace, che fu stipulata alla fine di g i u g n o •fel 1615 ad Asti. Carlo E m a n u e l e s'impegnò a smobilitare e ^disinteressarsi del Monferrato. Ma subito si rimise a tesser l e f i l a d ' u n a n u o v a e p i ù solida alleanza con l a Francia, p o s a n d o il figlio ed e r e d e Vittorio A m e d e o alla sorella di 91
Luigi X I I I , Cristina. Pensava che p r i m a o poi la q u e s t i o n e del Monferrato sarebbe tornata a galla e che con l'appoggio francese egli l'avrebbe spuntata. Ma nel 1627 si spense l'ultimo dei Gonzaga, Vincenzo, d o p o aver d a t o la figlia Maria in sposa a C a r l o di N e v e r s , c h e d i v e n t a v a così il n a t u r a l e successore al Ducato di Mantova, e q u i n d i a n c h e d e l Monferrato. Tutti i disegni di Carlo E m a n u e l e a n d a v a n o a m o n te, e a m o n t e a n d a v a a n c h e l'alleanza con la Francia. Il Duca approfittò della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , c h e imp e g n a v a fino al collo la d i p l o m a z i a e le forze francesi p e r passare in c a m p o s p a g n o l o e lanciarsi p e r la s e c o n d a volta alla conquista della sua p r e d a . Il Richelieu spedì subito un esercito al di q u a delle Alpi p e r sostenere le rivendicazioni del Nevers, ma a S a m p e y r e Carlo E m a n u e l e lo mise in fuga. Il m i n i s t r o francese t e n t ò allora d ' i n d u r r e il D u c a a sganciarsi dagli spagnoli, offrendogli in cambio le piazzeforti m o n f e r r i n e già da lui occupate. E siccome Carlo E m a n u e le nicchiava, r i p e t è l'invito, ma affidandolo alle baionette di u n esercito c h e sbaragliò quello d e l D u c a . Q u e s t i accettò dalla forza le condizioni che aveva rifiutato dalla d i p l o m a zia. Si t e n n e il suo cantuccio di M o n f e r r a t o e r i p u d i ò l'alleanza spagnola. Ma sotto sotto seguitò a trescare con Mad r i d . Richelieu allora lo convocò a Bussoleno e gl'intimo di far presidiare il Monferrato dai francesi. Nell'estate, t r u p p e spagnole sbarcarono a Genova. Carlo E m a n u e l e tirò un sospiro di sollievo, ma q u a n d o le vide dirigersi su Casale anzic h é verso la valle di Susa, o r m a i c o m p l e t a m e n t e in m a n o francese, si b a r r i c ò a Rivoli a difesa della Capitale, distante u n a quindicina di chilometri. Il Richelieu, t e m e n d o forse di n o n r i u s c i r e a e s p u g n a r l a , o r d i n ò alle t r u p p e d ' o c c u p a r e Pinerolo e Saluzzo. Alla testa di diciottomila u o m i n i , il Duca scese in c a m p o p e r affrontarle, ma a Savigliano fu stroncato da un attacco di b r o n c o p o l m o n i t e . Aveva sessantott'anni e p e r c i n q u a n t a aveva r e g n a t o , cacciandosi i n i m p r e s e s p r o p o r z i o n a t e alle sue esigue forze, ma n o n alle sue sconfinate ambizioni. Si e r a b a r c a m e n a t o con eccessiva disinvoltu92
ra t r a S p a g n a e Francia, aveva c a m b i a t o c o n t i n u a m e n t e bandiera, n o n aveva o r d i t o che intrighi. Ma qualcosa aveva intuito e vagheggiato: un'Italia unita sotto gli stemmi sabaudi, u n o Stato nazionale sul modello francese e spagnolo. Per i suoi t e m p i e r a stato un visionario. Per quelli successivi, un profeta. Lasciava il Piemonte in balìa degli eserciti francesi e d'una terribile peste, e il titolo di Duca al figlio Vittorio A m e deo. Questi aveva da poco passato la quarantina, era un bell'uomo, alto, b r u n o , aitante. Ma l'aspetto ingannava. Fin dall'infanzia soffriva d'asma e di crisi depressive, che combatteva col lavoro e la caccia. Amava p e r d u t a m e n t e la moglie che lo tradiva con un gentiluomo di corte. N o n aveva né l'ambizione né l'intelligenza del p a d r e , ma conosceva i p r o p r i limiti, e n o n faceva mai il passo più l u n g o della gamba. A p p e n a salito al t r o n o , cercò subito un accordo con la Francia, con la S p a g n a e c o n l ' I m p e r o p e r i m p e d i r e c h e il P i e m o n t e fosse, coinvolto nella spaventosa G u e r r a dei T r e n t ' a n n i e diventasse, come la G e r m a n i a , un c a m p o di battaglia e di r a p i n a di eserciti stranieri. Riconobbe i diritti del D u c a di Nevers su Mantova e o t t e n n e in cambio altre città del Monferrato, ma dovette cedere Pinerolo alla Francia col trattato di Cherasco del marzo 1631. U n a data da ricordare p e r c h é l'ipoteca francese su Pinerolo e r a destinata a p e s a r e sulla storia n o n solo del Piemonte, ma di tutta l'Italia. La capitolazione e r a stata imposta dall'abilità diplomatica del Richelieu sotto la minaccia delle b a i o n e t t e . Ma e r a stata d e t t a t a a n c h e da motivi familiari. I fratelli del Duca, Tommaso e Maurizio, odiavano Cristina, che accusavano di francofilia. La D u c h e s s a a sua volta rinfacciava ai c o g n a t i d'essere al soldo della Spagna. Q u e s t e liti avvelenavano l'atmosfera di C o r t e , e il Richelieu ne a p p r o f i t t ò da p a r s u o , esercitando subdole pressioni sul Duca p e r i n d u r l o a schierarsi c o n t r o la Spagna, a dichiararle g u e r r a e a i n v a d e r e la L o m b a r d i a , su cui a n c h e i Savoia n u t r i v a n o m i r e . L'astuto ministro sperava che u n a n u o v a c a m p a g n a militare lavoras93
se l'alleato al p u n t o da p o r l o c o m p l e t a m e n t e in sua balìa. Vittorio A m e d e o accettò la sfida, si pose a capo dell'esercito, passò il T i c i n o e p u n t ò su M i l a n o . N e i pressi di G a l l a r a t e s'imbattè negli spagnoli, li sconfisse, ma le p e r d i t e che subì gli consigliarono di far marcia indietro e dirigersi su G e n o va. A M o m b a l d o n e r i p o r t ò u n ' a l t r a vittoria, c h e lo volse n u o v a m e n t e verso la L o m b a r d i a . Ma, g i u n t o a Vercelli, nell'ottobre del 1637, fu assalito da u n a misteriosa febbre, che in pochi giorni lo stroncò assieme a d u e suoi generali. Qualc u n o disse che il Duca e r a stato avvelenato p e r o r d i n e di Richelieu, ma tutto lascia p e n s a r e c h e a ucciderlo sia stata la malaria, che infestava allora la zona. La sua m o r t e a p r ì in m o d o d r a m m a t i c o il p r o b l e m a della successione. N o n p o t e v a n o a s p i r a r v i né il p r i m o g e n i t o Francesco Giacinto c h e aveva c i n q u e a n n i , n é C a r l o E m a n u e l e che n e aveva tre. Bisognava n o m i n a r e u n r e g g e n t e . Ma chi? I francesi a p p o g g i a v a n o Cristina, gli spagnoli i d u e fratelli del Duca. I sudditi, che odiavano Cristina, si schierar o n o dalla p a r t e di Maurizio e T o m m a s o . Parigi e M a d r i d s p e d i r o n o a T o r i n o a g e n t i p e r s o s t e n e r e i rispettivi c a n d i d a t i . Si f o r m ò così il p a r t i t o d e i madamistì, seguaci della Duchessa, e quello dei principisti, fautori di Maurizio e Tommaso che avevano lasciato la Capitale e da lontano guidavano l'opposizione alla cognata. Nel m a r z o del 1639 i d u e d i c h i a r a r o n o illegale la r e g g e n za di C r i s t i n a e m o s s e r o su T o r i n o alla testa d ' u n esercito spagnolo. La Duchessa allontanò Carlo E m a n u e l e dalla città (Francesco Giacinto e r a m o r t o da poco) e invitò i sudditi a p r e n d e r e le a r m i c o n t r o i cognati. Ma l'appello c a d d e nel vuoto, e Cristina decise d ' a b b a n d o n a r e la Capitale. Già tutto era p r o n t o p e r la p a r t e n z a e la Duchessa stava p e r salire in carrozza, q u a n d o u n o del seguito le disse che quella n o n e r a u n a fuga, m a u n v e r o e p r o p r i o t r a d i m e n t o . Cristina t o r n ò allora sui suoi passi e a n n u n c i ò che sarebbe rimasta. Il gesto p i a c q u e ai torinesi, che si r i t r o v a r o n o improvvis a m e n t e tutti madamisti. Da un capo all'altro s'innalzarono 94
b a r r i c a t e , si s c a v a r o n o t r i n c e e , si d i s t r i b u i r o n o a r m i . Ma t a n t o e n t u s i a s m o doveva b e n p r e s t o essere soffocato dalle t r u p p e francesi di stanza a T o r i n o , c h e a v e v a n o r i c e v u t o l ' o r d i n e dal Richelieu di d i s a r m a r e gli abitanti e a r r e s t a r e gli ufficiali p i e m o n t e s i sospetti. Ne profittarono Maurizio e T o m m a s o p e r attaccare la città, c h e c a d d e nelle loro m a n i senza quasi o p p o r r e resistenza. La Duchessa trovò rifugio nella cittadella. I torinesi a b b a n d o n a r o n o la sua causa, uscir o n o dalle loro case e s c i a m a r o n o nelle s t r a d e sventolando b a n d i e r e , o s t e n t a n d o coccarde e i n t o n a n d o inni principisti. Il Senato p r o c l a m ò Maurizio e T o m m a s o t u t o r i e r e g g e n t i per il d u c h i n o Carlo E m a n u e l e . Cristina, vista la mala p a r a ta, a b b a n d o n ò il suo rifugio e p r e s e la via di Grenoble, dove l ' a t t e n d e v a n o il fratello Luigi X I I I e il Richelieu. La D u chessa e il Re n o n si v e d e v a n o da dieci a n n i . Il l o r o colloquio fu cordiale e c o m m o s s o . T e m p e s t o s o fu invece quello col c a r d i n a l e , c h e chiese a Cristina di c o n s e g n a r g l i il Piem o n t e e Carlo E m a n u e l e . La Duchessa rifiutò. Il Richelieu ebbe un'esplosione di collera e uscì dalla stanza d o v ' e r a avvenuto l'incontro sbattendo la porta. A T o r i n o i n t a n t o si seguitava a c o m b a t t e r e . T r u p p e fresche e r a n o state spedite da Parigi a d a r m a n forte al presidio francese. Alla fine di m a g g i o (1640) esse cinsero d'assedio la Capitale. I torinesi, in p r e d a al panico, fecero e s p o r r e fuori del D u o m o la Santa S i n d o n e . Q u i n d i c o m p i r o n o u n a sortita contro i francesi, che li respinsero con gravi p e r d i t e , l'inseguirono e p e n e t r a r o n o nella città. I principisti dovettero a r r e n d e r s i e scendere a patti. Cristina r i e n t r ò a Torino, ma prima di varcare le m u r a ordinò numerosi arresti ed e m a n ò un editto di proscrizione. Il suo ingresso in città avvenne su u n o splendido cocchio. Giunta a Porta N u o v a , ne discese e salì su u n a p o r t a n t i n a ; s o r m o n t a t a da un baldacchino, che si diresse alla volta del D u o m o , dove fu celebrata u n a messa solenne e cantato un Te Deum di r i n g r a z i a m e n t o Per il r a g g i u n t o accordo. Ma questo sarebbe stato p r e c a r i o finché la Duchessa e i 95
cognati n o n si fossero rappacificati. Lo stesso Richelieu facilitò la riconciliazione s p e d e n d o suoi emissari a t r a t t a r e con T o m m a s o e M a u r i z i o . L'intesa fu p i ù facile d e l p r e v i s t o : T o m m a s o accettò di passare al servizio della Francia; Maurizio, c h ' e r a c a r d i n a l e , a c c o n s e n t ì a lasciare la p o r p o r a e a s p o s a r e la figlia di Cristina, L u d o v i c a , c h e oltre ad essere sua nipote aveva quattordici a n n i , m e n t r e lui ne aveva quarantanove. Anche p e r il P i e m o n t e , che aveva solo cercato di a p p r o fittarne p e r i suoi interessi passando disinvoltamente da un c a m p o all'altro, la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i e r a finita. E senza risultati. La situazione era rimasta quella sancita dal trattato di C h e r a s c o , c h e v e d e v a P i n e r o l o nelle m a n i francesi e il M o n f e r r a t o nelle m a n i dei G o n z a g a - N e v e r s , p r o t e t t i dai francesi.
CAPITOLO SETTIMO
MILANO
Ne / promessi sposi A l e s s a n d r o M a n z o n i ci ha lasciato u n o splendido affresco di Milano nella p r i m a m e t à del Seicento. Sotto il d o m i n i o s p a g n o l o , cominciato nel 1536, la città aveva p e r d u t o l'antico fulgore. Le sue sorti di colonia dell'immenso I m p e r o fondato da Carlo V e r a n o affidate a un governatore n o m i n a t o da M a d r i d , i cui poteri equivalevano a quelli d ' u n Viceré e n o n e r a n o limitati c h e dalla volontà dell'Escuriale. Il S e n a t o ne aveva p r e s o atto e vi s'era a d e guato. I suoi m e m b r i , reclutati fra i cittadini patrizi di collaudata fedeltà alla S p a g n a , p o t e v a n o infatti c o n v a l i d a r e i decreti reali, ma n o n avevano facoltà d'invalidarli, venivano consultati dal g o v e r n a t o r e , ma n o n esercitavano alcun diritto di veto sulle sue decisioni. E r a n o i n s o m m a dei notai, ai cui titoli n o n c o r r i s p o n d e v a un'effettiva funzione politica. Di u n ' a m p i a a u t o n o m i a godeva invece la burocrazia. Fin dai tempi comunali, Milano s'era data, in questo settore, dei q u a d r i di p r i m ' o r d i n e , che la S p a g n a lasciò inalterati. Se le cose in L o m b a r d i a a n d a r o n o meglio che nelle altre colonie spagnole, ciò fu a n c h e d o v u t o alla sopravvivenza di questa vetusta e gloriosa t r a d i z i o n e a m m i n i s t r a t i v a , c h e servì di modello ai conquistatori. Costoro avevano u n a sola p r e o c c u p a z i o n e : evitare g r a n e coi sudditi e i m p e d i r e sommosse. La r e g i o n e costituiva u n a base militare d'eccezionale i m p o r t a n z a strategica grazie alle fcue inespugnabili piazzeforti, rifugi e centri di rifornimento degli eserciti spagnoli. A Milano, il famoso Castello e r a u n a città nella città. Ospitava u n a g u a r n i g i o n e di c i n q u e c e n t o 97
u o m i n i , le s u e m u r a si s n o d a v a n o p e r un miglio e m e z z o c i n g e n d o case, palazzi, botteghe, cinque pozzi, un ospedale, un m u l i n o , u n a chiesa con otto cappellani e un curato. Nella sua piazza si p o t e v a n o schierare fino a seimila soldati, e sui bastioni c'era posto p e r d u e c e n t o c a n n o n i . Q u i facevano t a p p a le t r u p p e dirette nella Valtellina, il corridoio strategico che collegava la L o m b a r d i a all'Austria, dove r e g n a v a l'alt r o r a m o degli Asburgo. N o n s e m p r e questo corridoio e r a a p e r t o p e r c h é i Grigioni, che ne p o s s e d e v a n o le chiavi, e r a n o protestanti e odiavano la S p a g n a e il Papa, m e n t r e cattolica e r a la p o p o l a z i o n e valtellinese, perseguitata e sottoposta dai d o m i n a t o r i a ogni s o r t a d i s o p r u s i . S u b i t o d o p o l o s c o p p i o della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , il g o v e r n a t o r e di Milano, D u c a di Feria, s p e d ì emissari nella Valle a o r g a n i z z a r e u n a rivolta c o n t r o i Grigioni. L'azione, condotta con g r a n d e p r u d e n z a e abilità, dette i suoi frutti. La mattina del 19 luglio (1620), a un segnale c o n v e n u t o - q u a t t r o colpi d'archibugio -, gli abitanti di Tir a n o scesero p e r le strade d a n d o il via a quello ch'è passato alla Storia c o m e il «Sacro Macello della Valtellina». L'esempio fu subito i m i t a t o d a i cittadini di S o n d r i o , c h e massac r a r o n o centottanta protestanti. L a carneficina d u r ò alcuni giorni e costò dai trecento ai seicento m o r t i (trecento secondo i cattolici, seicento secondo i protestanti). Costoro, colti di sorpresa, mossero sulle città insorte p e r r i c o n d u r l e all'obbedienza, m e n t r e t r u p p e spagnole accorrevano a d a r m a n forte ai ribelli. La Francia, t e m e n d o u n a vittoria cattolica, inviò aiuti ai p r o t e s t a n t i . Fu l'inizio d ' u n a g u e r r a che fece capitolo a sé d e n t r o quella dei T r e n t ' a n n i e ne d u r ò sei in un'indescrivibile altalena di t r e g u e , battaglie, arbitrati, compromessi. Il 5 m a r z o 1626, finalmente, la pace di M o n z ó n pose fine alle ostilità. La Valtellina fu restituita ai Grigioni, che riconobbero i pieni diritti dei cattolici. In cambio, austriaci e spagnoli dovettero r i n u n z i a r e a farvi passare i loro eserciti. Il c o n t i n u o via-vai di t r u p p e aveva trasformato il Milane98
se in u n ' i m m e n s a , desolata b r u g h i e r a . Le c a m p a g n e s'erano spopolate, molti contadini p e r sfuggire alle violenze e ai saccheggi delle soldatesche s ' e r a n o i n u r b a t i m e t t e n d o in crisi l'agricoltura che dalla caduta di Ludovico il M o r o n o n aveva fatto che declinare. Gli spagnoli n o n solo avevano assistito impassibili a questa rovina, ma con la loro sordità ai p r o blemi economici, ne a v e v a n o accelerato il corso. C o n s i d e r a v a n o la L o m b a r d i a u n a semplice b a s e m i l i t a r e e s'infischiavano della sua prosperità. N o n si r e n d e v a n o conto che il progressivo d e p a u p e r a m e n t o delle colonie avrebbe i n d e bolito il loro I m p e r o fino a farlo crollare. Gli stessi i m p r e n ditori e m e r c a n t i milanesi p r e f e r i v a n o investire i l o r o capitali in b e n i immobili piuttosto che farli circolare. Le Corporazioni, che ai t e m p i del C o m u n e e della Signoria e r a n o state le protagoniste della vita economica, o r a r a p p r e s e n t a v a n o soltanto un ostacolo alla sua p r o s p e r i t à . A m e t à d e l Seicento, se ne c o n t a v a n o circa un centinaio: m e r c a n t i , armaioli, s p a d a r i , calzolai, c a r p e n t i e r i , barbieri, librai, stamp a t o r i , cartai, lattai, macellai, orefici, r i c a m a t o r i , speziali, sarti, pellicciai. Ciascun'arte aveva un p r o p r i o statuto, di cui e r a gelosissima e g u a r d a v a in c a g n e s c o le a l t r e . I lanaioli litigavano coi commercianti, i sarti accusavano i rigattieri di v e n d e r e abiti nuovi, i ricamatori p r o t e s t a v a n o c o n t r o i cinturari che smerciavano p r o d o t t i lavorati. Il Vicario di Provvisione, cioè il Sindaco, da cui le C o r p o r a z i o n i d i p e n d e v a no, passava g r a n p a r t e del suo t e m p o a d i r i m e r e queste baruffe. Un'altra iattura e r a il fisco. A far l'elenco dei balzelli imposti dalla S p a g n a ai poveri milanesi n o n basterebbe un vol u m e . Salvo l'aria, tutto era tassabile e tassato. O g n i g i o r n o veniva escogitata u n a n u o v a gabella. Oltre all'imposta di farfuglia, a quelle sugli immobili e sui redditi, a quelle indirette sui generi di c o n s u m o - sale, farina, vino, legna - c'erano le taglie, i donativi, i balzelli straordinari, con cui la popolazione contribuiva al m a n t e n i m e n t o delle t r u p p e spagnole. I sistemi d'esazione e r a n o antiquati e colpivano, c o m e al soli99
to, s o p r a t t u t t o il p o p o l o e la b o r g h e s i a , cioè le sole classi produttive della società. I nobili fruivano infatti d'ogni sorta d ' e s e n z i o n i e i m m u n i t à : c o s t i t u i v a n o il ceto privilegiato, legato alla S p a g n a dall'interesse e dal costume di vita parassitario. Grazie alle r e n d i t e delle p r o p r i e t e r r e nel contado, il nobile viveva tra feste e banchetti, battute di caccia, p r i m e teatrali. Era p i ù istruito dei suoi a n t e n a t i che si v a n t a v a n o di n o n saper né leggere né scrivere, aveva studiato nei collegi dei gesuiti e dei barnabiti che d e t e n e v a n o il m o n o p o l i o dell'insegnamento, conosceva le lingue, viaggiava e n o n p e r d e va occasione di sfoggiare i suoi titoli, il suo r a n g o , le sue ricchezze. Era m a n i a c o dell'etichetta e del p r o t o c o l l o , e p e r u n a questione di p r e c e d e n z a b r a n d i v a la spada. Scimmiottava i m o d i esteriori del nobile spagnolo, ma n o n la sua concezione della vita ascetica e tragica. La sua i m p o r t a n z a era c o m m i s u r a t a al n u m e r o di cavalli e carrozze e alla dovizia di p e n n a c c h i , fregi, velluti con cui li a d d o b b a v a . M a n t e n e v a stuoli di servi, che reclutava fra ex soldati o ex contadini disoccupati. Le gesta di d o n Rodrigo, grazie al Manzoni, le conosciam o tutti. Q u e l l e d i P o r r o n e e D u g n a n i n o n f u r o n o m e n o scellerate. Il p r i m o e r a un nobilotto t r a c o t a n t e , m a n e s c o e borioso che un g i o r n o , innervosito dalle g r i d a d ' u n lattaio a m b u l a n t e , uscì in strada, l'immobilizzo e l'obbligò a b e r e tutto il latte, fino a farlo scoppiare. Un'altra volta, v e n u t o a lite con d u e ciabattini, li cucì insieme con lo spago. U n a notte, in un accesso di zelo p u r i t a n o , invitò, nel suo palazzo u n a ventina di prostitute, le fece spogliare e le frustò a sangue. Ai colpi di staffile il D u g n a n i preferiva invece quelli di bas t o n e , che distribuiva i m p a r z i a l m e n t e e g e n e r o s a m e n t e a tutti coloro che l'infastidivano: ai gabellieri che volevano ficcare il naso nella sua carrozza, agli agenti dei suoi creditori, ai servi che facevano r u m o r e q u a n d o dormiva. Su questi misfatti la polizia chiudeva un occhio e, se chi li c o m m e t t e v a era, c o m e si dice a Napoli, un «omo e' p a n 100
za», cioè un p o t e n t e , li chiudeva t u t t ' e d u e . Il g o v e r n a t o r e sfornava o g n i g i o r n o gride, o editti, c o n t r o i p i ù c o m u n i reati, che lasciavano il t e m p o che trovavano. A n c h e la giustizia usava d u e pesi e d u e m i s u r e . Poteva capitare che un nobile finisse sul patibolo, ma il p i ù delle volte restava imp u n i t o . A n c h e in caso di c o n d a n n a , godeva d ' u n t r a t t a m e n to di favore. Gli e r a infatti riservata la m a n n a i a , m e n t r e i c o m u n i mortali venivano squartati, arrotati o legati alla coda d ' u n cavallo e trascinati p e r le strade. Gli e r a p u r e concessa u n a speciale messinscena. Parenti, amici, servi, debitori p o t e v a n o a c c o m p a g n a r l o al supplizio vestiti di n e r o , i m p u g n a n d o torce e c a n t a n d o salmi, e d a r e solenne sepoltura al cadavere. D ' u n a totale i m m u n i t à beneficiavano invece i diplomatici: a m b a s c i a t o r i e consoli di p o t e n z e s t r a n i e r e accreditati presso il governatore. Alle loro abitazioni n o n p o t e v a n o avvicinarsi m a g i s t r a t i né sbirri. U n a r o n d a , a v v e n t u r a t a s i a quattrocento metri dal palazzo del connestabile Colonna, fu bastonata a sangue dai servi. Sorte peggiore toccò a un bargello, commissario di pubblica sicurezza, e ad alcuni suoi cagnotti che avevano osato passare davanti alla casa dell'ambasciatore veneto: fatti c e n t r o a u n a scarica d'archibugiate, il bargello restò ucciso e i suoi u o m i n i feriti. Poiché la legge funzionava male, anzi n o n funzionava affatto, ciascuno se la faceva da sé. Il sistema più spiccio e r a il duello. Ne avvenivano a tutte le ore del g i o r n o e della notte, nelle s t r a d e , nelle piazze, nei vicoli. Spesso s c e n d e v a n o in c a m p o fino a sei, sette coppie p e r volta. S'incrociavano le armi p e r i più futili motivi: di d o n n e , d'interessi, ma soprattutto di r a n g o . Appositi m a n u a l i e n u m e r a v a n o tutti i casi in cui s'imponeva la sfida. Dalla violenza n o n s'asteneva n e p p u r e il clero, specialmente quello regolare. I monaci e r a n o turbolenti, riottosi, attaccabrighe; gli abati d i s p o n e v a n o di vere e p r o p r i e milizie che d a v a n o n o n poco filo da torcere agli spagnoli. I c o n v e n t i e r a n o più l u o g h i di p e r d i z i o n e e c a m o r r a che di d e v o z i o n e e r a c c o g l i m e n t o . Q u a n d o n o n 101
e r a n o essi stessi fucine di briganti, ne e r a n o ostello. Il malc o s t u m e dilagava. N o n n e e r a n o i m m u n i n e m m e n o i conventi femminili. L e m o n a c h e d i M o n z a p u l l u l a v a n o . N o n m a n c a v a n o le vocazioni a u t e n t i c h e , ma i più p r e n d e v a n o i voti solo p e r c h é costretti dalla famiglia, c o m e i figli cadetti e le ragazze nubili. II maggiorascato concentrava infatti tutto il p a t r i m o n i o nel p r i m o g e n i t o , e i m i n o r i d o v e v a n o a r r a n giarsi a r r u o l a n d o s i nell'esercito o nella Chiesa. C o n t r o l'imperversante corruzione ecclesiastica tuonavano i vescovi. Carlo B o r r o m e o soppresse l'Ordine degli Umiliati, tali ormai solo di n o m e , e avviò u n a riforma dei costumi che diede m e n o frutti di quelli sperati e fu a l u n g o avversata dalla popolazione. Anche l'attribuzione al Foro ecclesiastico dei casi di bestemmia, sodomia e adulterio suscitò molto malc o n t e n t o , p o i c h é le sue s e n t e n z e e r a n o assai p i ù severe di quelle dei tribunali laici. C o n particolare d u r e z z a venivano colpiti l'eresia, i peccati della carne, la d a n z a e il gioco delle carte. Un tizio fu scomunicato p e r aver ballato di domenica; u n altro, m o r t o i m p r o v v i s a m e n t e m e n t r e giaceva con u n a ragazza, si vide rifiutare la sepoltura. E r a n o eccessi che n u o cevano alla fede più di q u a n t o giovassero alla morale. Ma c'era il rovescio della medaglia. A n c h e il clero aveva le sue virtù che rifulgevano nei m o m e n t i difficili q u a n d o le calamità naturali, le carestie, l'epidemie s'abbattevano sulla città, s e m i n a n d o v i il p a n i c o e la m o r t e . Q u a n d o , nel 1630, Milano fu investita dalla peste, il suo vescovo Federico, cugino del g r a n d e C a r l o , a b b a n d o n ò la diocesi e scese p e r le s t r a d e in mezzo alla folla, istituì centri di p r o n t o soccorso, distribuì medicinali, visitò lazzaretti ed ebbe p e r tutti u n a p a r o l a di conforto. Centinaia di altri ecclesiastici ne imitarono l'esempio. Basta leggere le bellissime p a g i n e del Manzoni sulla peste p e r cogliere in tutto il suo eroismo l'opera dei religiosi in favore delle vittime del contagio. A n c h e in q u e sta circostanza n o n m a n c a r o n o t u t t a v i a manifestazioni d i s u p e r s t i z i o n e e f a n a t i s m o c h e , invece d ' a r r e s t a r e l ' e p i d e mia, ne favorirono la diffusione. Le processioni propiziato102
rie, o r d i n a t e dal vescovo, n o n ebbero certo un valore profilattico. A n c h e la caccia, che il clero milanese n o n osò sconfessare, alle s t r e g h e e agli u n t o r i , c o n t r i b u ì a i n q u i n a r e la già a m m o r b a t a atmosfera. La p e s t e del 1630 fu il p i ù g r o s s o t r i b u t o che Milano p a g ò alla G u e r r a dei T r e n t ' a n n i e u n a delle p a g i n e più tragiche della sua storia. N o n conosciamo il n u m e r o esatto delle vittime. Tutti p e r ò sono d'accordo che ci vollero a n n i prima che la città si risollevasse e la vita r i p r e n d e s s e il suo corso n o r m a l e . L'economia ne uscì ancora più malconcia. Centinaia di b o t t e g h e fallirono, decine d'opifici c h i u s e r o i battenti, il p a n e e i generi di p r i m a necessità v e n n e r o a mancare. Un sudario di disperazione e di squallore avvolse la città. Dall'ultimo Sforza, questa n o n aveva fatto che contrarsi e immiserirsi. I t e m p i di Ludovico il M o r o e della sua splendida corte a p p a r t e n e v a n o a un passato m o r t o e sepolto. Milano era p e r gli spagnoli t e r r a di conquista e o g n i forma di vita intellettuale, artistica e di r e l a z i o n e e r a g u a r d a t a con sospetto, c o m e fomite di sedizione. I d o m i n a t o r i facevano vita a sé, e solo p o c h i privilegiati a v e v a n o accesso ai loro chiusi compounds. Un b a r l u m e di mecenatismo si poteva cogliere in alcuni illuminati patrizi e in certi ordini religiosi. Il conte Vitaliano B o r r o m e o f o n d ò l'Accademia dei Faticosi presso il convento dei Teatini, i gesuiti d i e d e r o vita a quelle degli Animosi e degli Arisofi, riservate agli studi filosofici e teologici, in g r a n d e a u g e in questo secolo. Ma si trattava d'istituzioni d'elite, dalle quali la massa era esclusa. Per questa c'erano le vecchie scuole pubbliche del Broletto, ribattezzate Scuole p a l a t i n e , ma solo u n a piccola m i n o r a n z a le f r e q u e n t a v a . I p i ù vivevano n e l l ' i g n o r a n z a , u n i c a m e n t e preoccupati di m e t t e r d'accordo il desinare con la cena. Anche l'arte s'era affiochita. Architetti c o m e il B r a m a n t e , pittori c o m e L e o n a r d o n o n e r a n o più apparsi all'orizzonte. Salvo r a r e eccezioni, c o m e i Richini, i Crespi, i Boccaccini, gli epigoni di quei d u e grandi maestri erano mestieranti di scarso estro e di poca fantasia. 103
Il q u a d r o di Milano nella p r i m a m e t à del Seicento n o n poteva essere più desolato e desolante. N o n cambierà molto nella seconda e solo con la cacciata degli spagnoli si cominc e r a n n o a i n t r a v e d e r e i p r i m i segni di risveglio e rinnovam e n t o . Ma n o n anticipiamo, e dalla L o m b a r d i a spostiamoci a Venezia, la città italiana p i ù viva, libera e spensierata del Seicento.
CAPITOLO OTTAVO LA S E R E N I S S I M A
La posizione geografica, l'abilità dei suoi diplomatici, la tradizionale politica di n e u t r a l i t à e d'equidistanza dai blocchi avevano t e n u t o p e r secoli Venezia al r i p a r o dalle bufere che s'erano abbattute sul resto dello Stivale. Anche se aveva aderito a questa o a quella lega c o n t r o questo e quello Stato, la Serenissima n o n aveva mai visto minacciate la p r o p r i a incolumità e i n d i p e n d e n z a . Solo in seguito al c o n s o l i d a m e n t o d e l l ' e g e m o n i a s p a g n o l a in Italia e alle m i r e asburgiche sul Veneto, essa spostò decisamente l'asse della p r o p r i a politica verso la Francia e i suoi alleati. Il Veneto faceva gola a M a d r i d e a V i e n n a p e r c h é collegava la L o m b a r d i a all'Austria e vari furono i tentativi i m p e riali d'assicurarselo. Nel 1615, l'Arciduca d'Austria o c c u p ò Gorizia e dilagò nel Friuli, ma sull'Isonzo fu r e s p i n t o dagli eserciti della Serenissima. S e m p r e nel 1615 s'infittirono le incursioni degli Uscocchi, corsari slavi al soldo degli Asburgo, c o n t r o le navi veneziane. Nel 1617, d o p o u n a l u n g a serie di sanguinosi scontri, gli atti di pirateria cessarono grazie alla mediazione della Francia, e gli Uscocchi si ritirarono nelle loro basi. Nello stesso a n n o , l'ambasciatore di Spagna, marchese Bedmar, ordì u n a congiura p e r rovesciare dall'int e r n o la Repubblica. C o m p r a t e dal suo o r o , le milizie m e r cenarie v e n e t e d o v e v a n o a m m u t i n a r s i , far saltare in aria l'arsenale, o c c u p a r e il palazzo Ducale e la Zecca e q u i n d i p r o c l a m a r e la sovranità s p a g n o l a sulla Serenissima. Ma il c o m p l o t t o fu s c o p e r t o , il B e d m a r fuggì a Milano e la Repubblica fu salva. D u r a n t e la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , nella quale Venezia, 105
come gli altri Stati italiani, si trovò coinvolta solo di riflesso, le ostilità c o n t r o gli Asburgo si rinfocolarono. La Serenissima scese in c a m p o a fianco del P i e m o n t e e della Francia, e la stessa linea m a n t e n n e nel corso della lotta di successione di Mantova. Ma queste guerriglie e guerricciole n o n sortir o n o altro effetto che quello di salassare le finanze della Repubblica, già messe a d u r a p r o v a dalle ingenti spese ch'essa aveva d o v u t o e doveva s o s t e n e r e p e r f r o n t e g g i a r e la sfida d e l m a r e . O g g i c h e q u e s t a minaccia d i n u o v o i n c o m b e s u Venezia e il g o v e r n o italiano si mostra i m p a r i a fronteggiarla m a l g r a d o le illimitate possibilità che la tecnica gli offre, vale la p e n a r i c o r d a r e gli eroismi c h e la Repubblica s e p p e c o m p i e r e da sola c o m p e n s a n d o con la volontà, l'efficienza e l'intelligenza la povertà delle cognizioni e dei mezzi di allora. E u n a lezione c h e d o v r e b b e far a r r o s s i r e di v e r g o g n a i nostri attuali dirigenti. La l a g u n a aveva s e m p r e salvato e seguitava a salvare Venezia. Resa i n e s p u g n a b i l e p e r via di t e r r a da quello specchio d'acqua, la Serenissima aveva p o t u t o costruire un imp e r o che s'era esteso fino all'Egeo e al Mar N e r o . Ma la lag u n a è s e m p r e un f e n o m e n o t e m p o r a n e o : rinchiusa fra la t e r r a e il m a r e , alla l u n g a o se la m a n g i a il m a r e , o se la m a n g i a la terra. Salvare la l a g u n a significava perciò r e n d e re p e r m a n e n t e il p r e c a r i o equilibrio che la c o n d i z i o n a . E q u e s t o c o m p i t o e r a affidato ai «Magistrati delle Acque», investiti di poteri quasi assoluti, ma a n c h e di responsabilità altrettanto assolute. Costoro si rivelarono, u n o d o p o l'altro, dei tecnici di primissima scelta n o n soltanto p e r c o m p e t e n za, m a a n c h e p e r risolutezza. N e l C i n q u e c e n t o l a l a g u n a aveva corso un pericolo mortale: i tre fiumi che vi sboccavano - il Piave, il B r e n t a e il Sile - la stavano l e n t a m e n t e ma inesorabilmente c o l m a n d o col loro limo. Venezia sembrava avviata alla sorte di Ravenna, città anch'essa in origine anfibia e poi diventata t e r r e s t r e . I Magistrati dissero che c'era un solo scampo: deviare i fiumi e farli sboccare in m a r e fuori della laguna. 106
Discussioni e p o l e m i c h e a n d a r o n o avanti p e r d e c e n n i . Molti r i t e n e v a n o irrealizzabile, coi mezzi d'allora, il p r o g e t to. E n o n a v e v a n o t o r t o p e r c h é si t r a t t a v a d ' u n a i m p r e s a n o n inferiore, c o m e dimensioni, allo scavo del canale di Pan a m a . Ma i Magistrati t e n n e r o d u r o e, a s s u m e n d o n e p i e n a r e s p o n s a b i l i t à , d i e d e r o avvìo a i lavori. Q u a n t i d e c e n n i , quanti miliardi e q u a n t e vite u m a n e siano costati n o n sapp i a m o . S a p p i a m o soltanto che q u e l miracolo fu d o v u t o in parti uguali all'abnegazione del p o p o l o , alla sagacia dei gov e r n a n t i e alla coscienza d ' u n a b u r o c r a z i a che p e r il p r o p r i o d o v e r e sapeva rischiare n o n soltanto il «posto» ma la pelle (i v e n e z i a n i di allora e r a n o g e n t e seria e a v e v a n o la forca facile). Salvata dalla minaccia della t e r r a , la l a g u n a doveva tuttavia vedersela con quella del m a r e . U n a m i s u r a radicale e definitiva s a r e b b e stata la c h i u s u r a delle t r e i m b o c c a t u r e - Chioggia, Malamocco e Lido - che al m a r e la collegavano. Ma questo avrebbe c o n d a n n a t o Venezia alla peste p e r p e t u a . La città n o n aveva - e n o n ha - fognature, tutti i suoi rifiuti non potevano che finire nei canali, e la nettezza u r b a n a era affidata all'Adriatico che, con le sue m a r e e , e n t r a p e r le tre bocche nella l a g u n a , la spazza e ne r i n n o v a le a c q u e . Col m a r e q u i n d i Venezia era ed è costretta a restare abbracciata. I v e n e z i a n i della Serenissima risolsero il p r o b l e m a con vari accorgimenti. Anzitutto costruirono i «murazzi» p e r imp e d i r e c h e il m a r e s'aprisse altri ingressi t r a v o l g e n d o lo s b a r r a m e n t o n a t u r a l e dei «lidi», cioè delle fettoline di t e r r a distese fra p o r t o di Chioggia e p o r t o di Lido, e c h e di suo h a n n o poca consistenza. I «murazzi» n o n e r a n o semplici dighe anteposte a p r o t e z i o n e dei «lidi». E r a n o costruiti c o m e scalinate che s p i n g e v a n o i loro ultimi g r a d i n i p e r p a r e c c h i metri d e n t r o il m a r e , in m o d o che l'onda si frangesse su di essi e vi p e r d e s s e la p r o p r i a violenza, p r i m a d'abbattersi sulla p a r t e s u p e r i o r e . In s e c o n d o l u o g o , lasciarono a p e r t e , sì, le i m b o c c a t u r e , ma solo di q u a n t o bastava a c o n s e n t i r e il flusso e deflusso 107
delle m a r e e . A o g n u n o di q u e i p o r t i n o n faceva c a p o un unico, largo e p r o f o n d o canale, ma un reticolato di canaletti stretti e bassi, in m o d o c h e il m a r e faticasse ad aprirvisi la strada. Faticavano ad aprirsi la strada a n c h e le navi. Infatti quelle da g u e r r a sbarcavano i loro c a n n o n i a Pola, e quelle mercantili i loro carichi al Lido a p p u n t o p e r d i m i n u i r e , col peso, il p r o p r i o pescaggio. Ma anche così alleggerite, avevano bisogno, per r a g g i u n g e r e la città, di timonieri espertissimi nel seguire il m o v i m e n t o dell'acqua che s'irrorava nella l a g u n a come il s a n g u e nel p o l m o n e , cioè p e r u n a miriade di canaletti capillari, fatti apposta p e r smorzare la violenza del mare. Per il m a n t e n i m e n t o di questo delicato equilibrio, Venezia n o n badava a spese né a castighi. Chi, senza esservi autorizzato, piantava un palo nella l a g u n a , finiva d r i t t o in p r i gione p e r c h é , dicevano i veneziani, «palo fa paluo», a n c h e un p a l o basta a fare u n a piccola p a l u d e . E un d e c r e t o del Senato del 1505 c o m m i n a v a cento ducati di a m m e n d a (cifra colossale p e r quei tempi) «a c h i u n q u e , n o n essendo professore o savio alle acque, s'occupava della laguna». I n s o m m a , e r a p r o i b i t o p e r f i n o p a r l a r n e p e r c h é a n c h e l e chiacchiere facevano «paluo». Venezia n o n e r a p i ù la «signora dei mari» del T r e e d e l Q u a t t r o c e n t o . L o s p o s t a m e n t o d e i traffici sul M a r e del N o r d e sull'Atlantico, e l'egemonia turca sul M e d i t e r r a n e o , n o n glielo c o n s e n t i v a n o . C o m e c e n t r o d i p o t e r e , l a sua d e c a d e n z a era cominciata. Ma essa restava la più vivace m e t r o p o l i italiana, la p i ù c o s m o p o l i t a , la m e n o c o n d i z i o n a t a dalla Spagna e dalla Chiesa: quella in cui meglio si p u ò riconoscere il costume italiano dell'epoca. Il Rinascimento, sbocciato qui più tardi che altrove, aveva lasciato la sua indelebile i m p r o n t a , cui si g i u s t a p p o n e v a o r a quella barocca. Il n u o v o stile attorcigliava le c o l o n n e , curvava le sagome, appesantiva gli aggetti, complicava le volute, faceva scialo di m o d a n a t u r e , capitelli, cornici, festoni, 108
statue, stucchi. I palazzi a c q u i s t a r o n o u n a n u o v a m a e s t à e magnificenza col loro scaglione d ' a p p r o d o sul C a n a l g r a n d e e i l o r o i n t e r n i n o n m e n o fastosi delle facciate. La profusione di ori, cristalli, mosaici, tappeti, arazzi li r e n d e v a simili a r e g g e . Pareti e soffitti e r a n o un'orgia d'affreschi ispirati a temi p a g a n i e cristiani. Mobili e suppellettili n o n avevano più la vecchia s a g o m a classica, l i m p i d a e l i n e a r e . S ' e r a n o fatti svolazzanti e arzigogolati, tutti curve, sbalzi, contorsioni, tempestati di pietre, rutilanti di specchi e cristalli. Cassap a n c h e , a r m a d i , letti, seggioloni, stipi e r a n o popolati di tralci, c h i m e r e , sfingi, uccelli intagliati. N o n m a n c a v a un pizzico d'esotismo nelle lacche e nelle porcellane che i m e r c a n t i della Serenissima i m p o r t a v a n o dal G i a p p o n e e dalla Cina. Tanta ostentazione di lusso e licchezza n o n si limitava all'abitazione ma si ritrovava a n c h e nell'abbigliamento. Parigi n o n aveva ancora soppiantato Venezia c o m e Mecca dell'eleganza. Q u i c'erano i migliori sarti d ' E u r o p a , le lane più p r e giate, le sete più fini. Il g u a r d a r o b a e r a la principale occupazione e p r e o c c u p a z i o n e delle d a m e veneziane. La scelta dei colori e dei modelli doveva intonarsi con l'ambiente in cui l'abito veniva i n d o s s a t o . N i e n t e e r a lasciato all'improvvisazione e al caso. La veste più c o m u n e consisteva in un c o l p e t t o con gorgiera increspata, m a n i c h e a sbuffi, larghe alle spalle e strette ai polsi, rinforzato alla vita da stecche di b a l e n a , e in u n a g o n n a p i e g h e t t a t a t e n u t a larga da un guardinfante che faceva risaltare i fianchi e dava maestà alla figura femminile. Il p o e t a M a r i n o disse che in esso «la m i n o r cosa e r a la d o n n a » . Sopraffatta da q u e s t a specie di mongolfiera, la d a m a veneziana si muoveva a piccoli passi e per fare un inchino era obbligata a spogliarsi. A n c h e l e c a l z a t u r e n o n e r a n o u n m o d e l l o d i praticità. Quelle più in voga avevano la forma di zoccoli, alti e scoscesi c o m e trampoli, che richiedevano esercizi d'equilibrismo. La m o n a c a Angela Tarabotti n ' e r a entusiasta p e r c h é , diceva, grazie ad essi la d o n n a veniva innalzata «dalle o r d i n a r i e bassezze». G l ' i n d u m e n t i intimi, ricercati e civettuoli, e r a n o 109
confezionati con tela di F i a n d r a , pizzi, merletti, e g u a r n i t i con gioielli, pietre preziose, bottoni d'oro. Gradevoli alla vista, lo e r a n o assai m e n o all'olfatto. Le signore e r a n o piuttosto refrattarie al sapone, e il b a g n o lo facevano di r a d o , anche p e r c h é la Chiesa considerava le abluzioni un'insidia del demonio. Per neutralizzare gli effluvi c h ' e m a n a v a n o dal suo corpo, la veneziana faceva largo uso d ' u n g u e n t i , cosmetici e profumi. La sua toilette d u r a v a tutta la mattina, i m p e g n a v a stuoli di c a m e r i e r e e culminava nella confezione del n e o , che del maquillage costituiva il m o m e n t o s u p r e m o . Ce n ' e r a n o di tutti i tipi e p e r tutti i gusti. Ciascuno aveva il suo significato simbolico e il suo n o m e : sul naso si chiamava sfrontato, all'angolo dell'occhio a p p a s s i o n a t o , sulle l a b b r a g a l a n t e , in mezzo alla fronte maestoso, all'angolo della bocca assassino. Le u n g h i e si p o r t a v a n o lunghissime, e i m p o n e n t i dovevano essere le chiome. I p a r r u c c h i e r i n o n lesinavano in posticci, trecce, riccioli, chignons, e si sbizzarrivano in a c c o n c i a t u r e b a r o c c h e e s t r a v a g a n t i t r a s f o r m a n d o le teste femminili in nidi d'uccelli imbalsamati, g r a p p o l i d'uva, cestini di frutta, mazzi di fiori. Pettini, spille, fermagli intralicciavano i capelli. Un coiffeur p a d o v a n o v'issò a d d i r i t t u r a un parafulmine. A n c h e i gioielli avevano la loro p a r t e nell'abbigliamento femminile. Più e r a n o massicci e p o m p o s i , più facevano colp o . C o l l a n e , braccialetti, d i a d e m i , anelli, c a t e n i n e , sigilli p e n d e v a n o dalle m a n i , dalle braccia, dal seno, dal collo, dalla testa. Accessorio indispensabile d ' o g n i d a m a e complice della sua galanteria e r a il ventaglio: di seta, di p e r g a m e n a , di carta, d i p i n t o a m a n o , fregiato di p e r l e e g e m m e . N o n t u t t e l e v e n e z i a n e n a t u r a l m e n t e p o t e v a n o sfoggiare t a n t a eleganza. Il g u a r d a r o b a delle p o p o l a n e era m o l t o p i ù m o desto e si riduceva a pochi capi di vestiario semplici e senza pretese, ma decorosi e intonati a un innato b u o n gusto. Gli uomini, n o n m e n o vanitosi e ricercati, s'ispiravano ai modelli spagnoli e francesi. Sotto la toga n e r a , c h ' e r a la loro veste ufficiale, i patrizi indossavano abiti eccentrici e vario110
pinti di d a m a s c o e velluto, camicie di lino, calze d ' I n g h i l t e r r a , s c a r p e strette, a p p u n t i t e e infiocchettate. Sulla fine del secolo si diffuse la m o d a della giubba, del g i u s t a c u o r e , delle calze di seta, delle scarpe Abbiate e dei jabot. I b o r g h e si s ' a c c o n t e n t a v a n o d ' u n t a b a r r o di seta o di p a n n o , i p o polani d ' u n paio di b r a c h e e d ' u n a giubba. C ' e r a n o poi gli zerbini, dandìes ignoranti e fannulloni, le cui sedute davanti allo specchio n o n e r a n o m e n o e s t e n u a n t i e laboriose di quelle femminili. S'incipriavano e si m a n t e c a v a n o la chioma, si p r o f u m a v a n o , s'ingioieliavano, a s s u m e v a n o p o s e sdolcinate e leziose. C o n t r o gli eccessi del dilagante lusso la Repubblica sfornava ogni g i o r n o leggi che c o m m i n a v a n o severe m u l t e a chi vendeva stoffe e guarnizioni t r o p p o costose, a chi i m p o r t a va p o p p e finte dalla Francia, dove quest'industria e r a partic o l a r m e n t e fiorente. Ma i divieti r e s t a v a n o l e t t e r a m o r t a . I n t e r e f o r t u n e venivano dilapidate in occasione di battesimi, onomastici, funerali, s e b b e n e il g o v e r n o c o n d a n n a s s e anche qui ogni forma di s p e r p e r o : dall'abuso di baldacchini a l n u m e r o eccessivo d i p a d r i n i , c h e n o n d o v e v a n o essere più di dodici. Ma e r a s o p r a t t u t t o lo sfarzo p r i n c i p e s c o d e i m a t r i m o n i che dava scandalo. Il cerimoniale che li precedeva e li accompagnava era costoso e complicato. Il fidanzato doveva, p e r un certo n u m e ro di giorni e a u n ' o r a fissata, passare sotto la finestra della promessa sposa e saiutarla con un a m p i o gesto della m a n o . D o p o d i c h é veniva a m m e s s o al cospetto dei suoceri e d o n a va alla fidanzata un anello, o ricordino. Il g i o r n o delle nozze la d o n n a a n d a v a a far visita ai g e n i t o r i dello sposo, che la benedivano. Q u i n d i il corteo, fra ali di folla festante, s'avviava verso la chiesa. Al t e r m i n e della c e r i m o n i a , nel palazzo dello sposo veniva i m b a n d i t o u n trimalcionico b a n c h e t t o , cui seguiva un g r a n ballo. Per d u e giorni si danzava, si m a n giava e si beveva fra lazzi e canti. Sebbene il m a t r i m o n i o fosse ufficialmente indissolubile, e r a facile o t t e n e r n e l'annullam e n t o e passare a n u o v e nozze. La Chiesa era di manica lar111
ga n e l c o n c e d e r e l ' a n n u l l a m e n t o , s p e c i a l m e n t e ai ricchi. G i u d i c a v a invece con severità q u e i nobili cadetti che p e r r i s p a r m i a r e p r e n d e v a n o u n a moglie i n c o m u n e . La g r a n d e p a s s i o n e d e i v e n e z i a n i e r a il t e a t r o . Ma di q u e s t o d i r e m o a p r o p o s i t o di M o n t e v e r d i . La stagione teatrale, che toccava l'acme nei mesi invernali, subiva u n a batt u t a d ' a r r e s t o solo fra luglio e o t t o b r e , q u a n d o i nobili e i ricchi sciamavano nelle loro ville sulla t e r r a f e r m a . Le p i ù s o n t u o s e e r a n o d i s s e m i n a t e l u n g o le rive del B r e n t a , sullo sfondo d ' u n o scenario n a t u r a l e d'incomparabile bellezza. A p r o g e t t a r l e e decorarle e r a n o chiamati gli architetti, gli scultori e i pittori più in voga. Esse eguagliavano e spesso super a v a n o in magnificenza, grandiosità e dovizia d ' a r r e d i i fastosi palazzi sul C a n a l g r a n d e . I parchi, i giardini all'italiana p o p o l a t i di statue, cascate, peschiere, fontane, tritoni facevano di queste d i m o r e veri e p r o p r i paradisi terrestri. La vita d e i l o r o inquilini n o n e r a m e n o b r i l l a n t e e sfarzosa di quella cittadina, le feste si susseguivano a un r i t m o a n c o r a p i ù frenetico, e il lusso si faceva p i ù o s t e n t a t o e insolente: m a g g i o r d o m i in p o l p e , cocchieri in livrea, carrozze cesellate, g u a r n i t e d ' o r o e d ' a v o r i o , cavalli i m p e n n a c c h i a t i con frontali di velluto, collari di seta, borchie d ' a r g e n t o . Ai balli e ai banchetti s'alternavano gite in c a m p a g n a , b a t t u t e di caccia, partite a carte, giochi di società. Il m o m e n t o più solenne della giornata era quello del caffè, che veniva servito alle cinque del pomeriggio. Se ne faceva un tale scialo che il suo acquisto assorbiva b u o n a p a r t e del bilancio domestico. La villeggiatura e r a n a t u r a l m e n t e riservata ai ricchi. Il p o p o l i n o d o v e v a a c c o n t e n t a r s i d ' u n a s c a m p a g n a t a dalla mattina alla sera in terraferma, d'un'escursione al lido e delle feste che la città gli offriva: da quella, solenne e g r a n d i o sa, dello «Sposalizio col mare», che aveva insieme un significato politico e religioso, alle mascherate, ai trionfi che celeb r a v a n o u n a vittoria navale o l'elezione del Doge, alle regate. C ' e r a n o poi le piccole c e r i m o n i e di q u a r t i e r e e di p a r rocchia, cui solo il volgo partecipava. La più m o v i m e n t a t a e 112
pittoresca era quella p e r l'elezione del n u o v o p a r r o c o o del nuovo becchino, condita di fuochi d'artificio, scoppi di m o r taretti, squilli di t r o m b a . N o n m a n c a v a n o le risse, q u a n d o il candidato n o n era gradito ai fedeli. I n s o m m a , ogni occasione e r a b u o n a p e r s c e n d e r e in piazza e far b a l d o r i a . Tutti i viaggiatori c h e c a p i t a v a n o a Venezia r e s t a v a n o colpiti da u n a festosità e gioia di vivere che n o n avevano riscontro in nessun'altra città italiana o e u r o p e a . Se ci siamo un p o ' dilungati nel descriverne il costume, è p e r c h é è Venezia ó r a che gli dà il la p e r t u t t a l'Italia. Nel ruolo di «capitale morale» essa si è sostituita a Firenze.
CAPITOLO NONO IL G R A N D U C A T O
S e b b e n e n o n fosse p i ù la Mecca del capitalismo e la Wall Street del Rinascimento, il G r a n d u c a t o di Toscana n o n aveva c o m p l e t a m e n t e p e r d u t o quei connotati che ne avevano favorito l'ascesa: le antiche tradizioni mercantili, l ' i n t r a p r e n d e n z a dei suoi o p e r a t o r i economici, la vastità delle sue relazioni internazionali, i fermenti culturali. Cosimo, n o n o s t a n t e le sue stranezze, aveva g o v e r n a t o ben e . Il figlio Francesco, che gli era succeduto, n o n ne aveva ricalcato le o r m e . S u c c u b o d e l l ' a m a n t e , dei m a g h i e della S p a g n a , aveva p a s s a t o la vita fra storte e alambicchi, infischiandosi dei sudditi e dello Stato. Il fratello F e r d i n a n d o c h e , alla sua m o r t e (1587), ne p r e s e il p o s t o , e b b e invece stoffa di statista. Q u a n d o diventò G r a n d u c a aveva trentasei a n n i . Eletto a q u a t t o r d i c i C a r d i n a l e e m e m b r o d e l Sacro Collegio, aveva lasciato Firenze p e r R o m a dove, coi soldi di p a p à , s'era fatto c o s t r u i r e al Pincio la famosa villa Medici, a t t u a l m e n t e sede dell'Accademia di Francia, che aveva tras f o r m a t o in un p r e z i o s o m u s e o . Aveva infatti il p a l l i n o dell'archeologia e faceva incetta di statue, c o l o n n e , frontoni, capitelli antichi. Finanziava p e r s o n a l m e n t e c a m p a g n e di scavi e qualche volta, m u n i t o di piccone e vanga, egli stesso vi partecipava. Era a n c h e un patito della musica e n o n perd e v a un c o n c e r t o . La l e t t e r a t u r a lo lasciava invece indifferente ed e r a r a r o vederlo con un libro in m a n o . Anche con la Bibbia e i p a d r i della Chiesa poco se la diceva. La fede n o n era il suo forte e, più che ai santi, credeva agli astrologi e alle fattucchiere. Era piacente, affabile, raffinato e generoso. Si vestiva con eleganza, ma alla p o r p o r a di cardina114
le preferiva l ' a r m a t u r a di cavaliere sebbene fosse un u o m o pacifico. Amava l'equitazione e aveva u n a scuderia di cento cavalli. P u r a p p a r t e n e n d o alla C u r i a r o m a n a , n o n n e c o n d i v i d e v a i vizi. N o n fu m a i o g g e t t o di p a s q u i n a t e o di corbellature, e mai si trovò coinvolto in scandali. Q u a n d o fu eletto G r a n d u c a , i fiorentini e s u l t a r o n o al g r i d o di «palle, palle, viva, viva!» Egli li ricompensò elargendo ingenti somme in beneficenza e c o n c e d e n d o u n a g e n e r a l e amnistia. Liberò la m a t r i g n a Camilla Martelli, che Francesco aveva fatto r i n c h i u d e r e in un m o n a s t e r o , e le assegnò un vitalizio e u n a villa. Fu m a g n a n i m o anche coi p a r e n t i della cognata, che detestava, e coi nemici. L'indomani dell'incoronazione decise di p r e n d e r moglie. Scelse Cristina di L o r e n a , figlia della figlia di C a t e r i n a d e ' Medici, la vecchia regina di Francia. F e r d i n a n d o n o n la conosceva, ma sapeva benissimo quali sarebbero stati i vantaggi d ' u n a simile u n i o n e . A p a r t e la dote c h e n o n e r a da buttar via - 600 mila scudi e la cessione di tutti i diritti di Caterina sul p a t r i m o n i o dei Medici -, essa gli consentiva di passare dal c a m p o spagnolo a quello francese. La Francia era, in quel m o m e n t o , dilaniata dalle g u e r r e di religione fra cattolici e ugonotti, ma s'avviava a diventare la p r i m a p o t e n z a europea. Le nozze furono celebrate col solito sfarzo. Cristina piacq u e subito ai fiorentini p e r la sua grazia, la sua eleganza, il suo spirito. Sebbene fisicamente n o n fosse g r a n che, Ferdin a n d o se n ' i n n a m o r ò e le restò fedele tutta la vita, forse perché gli affari di Stato n o n gli lasciarono il t e m p o di n o n esserlo. Lavorava dalla m a t t i n a alla sera, e q u a l c h e volta anche la notte. Il fratello aveva p o r t a t o la Toscana sull'orlo della bancarotta. Egli ne restaurò le finanze col c o m m e r c i o dei cereali, cui adibì la sua personale flotta. Grazie a questa e ad altre fortunate speculazioni riuscì a m e t t e r e insieme un bel gruzzolo, che custodiva in u n a c a m e r a segreta, di cui solo lui e l'architetto che l'aveva costruita possedevano le chiavi. Ma il suo m a g g i o r merito fu d'aver valorizzato Livorno, 115
che p r o c l a m ò p o r t o franco, e d ' a v e r n e fatto lo scalo tirrenico più i m p o r t a n t e d o p o Genova e la città italiana più toller a n t e in fatto di r e l i g i o n e . Ne s p a l a n c ò infatti le p o r t e a calvinisti, luterani, ebrei, e con speciali editti ne garantì la lib e r t à di culto e l'incolumità. I m m e n s o fu il c o n t r i b u t o che queste attive e a g g u e r r i t e m i n o r a n z e d i e d e r o allo sviluppo economico della città, che F e r d i n a n d o chiamava «la mia dama» e il Montesquieu definì «il capolavoro della dinastia d e ' Medici». Egli abbellì e a m p l i ò a n c h e Siena e Grosseto, erig e n d o v i n u o v i q u a r t i e r i e f a v o r e n d o v i l ' i m m i g r a z i o n e di m a n o d o p e r a specializzata. A Firenze incoraggiò l'edilizia di lusso e quella p o p o l a r e . Per sé fece costruire n u m e r o s i casini di caccia c h ' e r a , n o n o s t a n t e la gotta, il suo p r i n c i p a l e
hobby. C o m e tutti i Medici, si p o r t a v a q u e s t a malattia nel sang u e fin dalla nascita. T e n t a v a di c u r a r l a con la dieta, m a n giando poco e in bianco e b e v e n d o con m o d e r a z i o n e . Q u a n do sentiva che l'attacco s'avvicinava, cominciava a p r e g a r e . Q u a n d ' e r a passato, s'inginocchiava e baciava la croce. Ma n o n era bigotto. Andava a messa e faceva la c o m u n i o n e più p e r d a r e l'esempio ai sudditi e far p i a c e r e ai gesuiti, a Firenze assai potenti, che p e r autentica devozione. Il p o p o l o l'amava p e r c h é e r a p r o d i g o e dava u n a m a n o a tutti. In occasione d'ogni festa distribuiva fiorini e viveri alla p o p o l a z i o n e , q u a n d o gli n a c q u e il p r i m o figlio istituì il «Monte delle doti» p e r le fanciulle p o v e r e , col p r o p r i o den a r o fece e r i g e r e l'ospedale dei convalescenti, u n o dei primi d e l g e n e r e n o n solo in Italia ma in E u r o p a . Fin allora, chi veniva d i m e s s o d a u n n o s o c o m i o e r a a b b a n d o n a t o a l p r o p r i o destino, con le c o n s e g u e n z e facilmente i m m a g i n a bili. Per un paio di decenni, sotto di lui, la Toscana s e m b r ò rit r o v a r e all'interno la pace e il b e n e s s e r e dei t e m p i di Cosim o . A n c h e in politica e s t e r a F e r d i n a n d o agì c o n abilità e l u n g i m i r a n z a . Il suo m a t r i m o n i o , d e t t a t o p i ù dalla r a g i o n di Stato che da quella del cuore, e forse p r o p r i o p e r questo 116
felice, gli garantiva l'appoggio della Francia che riconquistò l'unità religiosa grazie un p o ' a n c h e a lui. Q u a n d o infatti, nel 1589, Enrico di Valois fu assassinato, fu F e r d i n a n d o che convinse il Papa ad accettare la successione al t r o n o di Enrico di N a v a r r a , il B o r b o n e u g o n o t t o , l i b e r a n d o l o dalla scom u n i c a . Il G r a n d u c a riuscì a n c h e a d a r e in moglie al brill a n t e s o v r a n o francese la p r o p r i a n i p o t e Maria, figlia d e l m o r t o g r a n d u c a F r a n c e s c o , c o n u n a d o t e d i seicentomila scudi. Sully, m i n i s t r o di E n r i c o , aveva chiesto un milione; ma F e r d i n a n d o , fra tira e molla, lo ridusse quasi a metà. N o n fu q u e s t a l'ultima i m p r e s a d i n a s t i c o - m a t r i m o n i a l e di F e r d i n a n d o . Anche le nozze del p r i m o g e n i t o Cosimo fur o n o o p e r a sua. La sposa stavolta a n d ò a cercarla in Austria alla corte dell'arciduca Carlo, p a d r e del futuro I m p e r a t o r e F e r d i n a n d o II. Si chiamava Maria M a d d a l e n a , n o n era bella ma aveva un carattere nobile e fiero. La cerimonia fu allietata da giostre, tornei, fuochi pirotecnici. Seguì un g r a n de b a n c h e t t o cui il G r a n d u c a fece insolito o n o r e , i m m e m o re della p r o p r i a gotta. Pochi giorni d o p o p e r ò si mise a letto. Ci stette un mese. Poi, sentendosi meglio, volle a n d a r e a caccia. Uccise d u e lepri, ma al r i t o r n o fu assalito da un terribile mal di ventre. I medici di corte convocati al suo capezzale d i a g n o s t i c a r o n o un'occlusione intestinale. F e r d i n a n d o m a n d ò a c h i a m a r e il p r i m o g e n i t o , lo b e n e d ì e spirò fra le sue braccia. Cosimo aveva diciannove anni, era b i o n d o , m i n g h e r l i n o , di salute cagionevole, malinconico e taciturno. Era stato un bambino-prodigio. A tre a n n i sapeva già leggere e scrivere, a otto disquisiva di grammatica, a quattordici maneggiava il latino c o m e l'italiano. Conosceva a n c h e lo spagnolo e il tedesco e aveva nozioni di filosofia, scienza e musica. Fu forse quest'eccesso di s t u d i o a c o n d u r l o p r e m a t u r a m e n t e alla tomba. N o n amava lo sport e n o n si concedeva svaghi. Usciva di r a d o dalle sue stanze, aveva pochi amici, le d o n n e lo lasciavano indifferente, e r a allergico ai piaceri della tavola, si coricava con le galline e passava a letto b u o n a p a r t e del 117
suo t e m p o . La c o r o n a di G r a n d u c a dovette pesargli parecchio, specialmente negli ultimi anni. All'inizio infatti g o v e r n ò con saggezza, consigliato e guid a t o dai ministri del p a d r e , di cui c o n t i n u ò la politica d'es p a n s i o n e c o m m e r c i a l e . Potenziò la flotta, strinse alleanza con Fakhr-ad Din, e m i r o dei Drusi del Libano e della Siria, incoraggiò la sua rivolta c o n t r o i turchi, o t t e n e n d o in cambio fondachi e franchigie sulle coste della Siria. Da b u o n Medici protesse artisti e scienziati, c h i a m ò da Padova Galileo, lo n o m i n ò «matematico soprastraordinario» all'Università di Pisa e gli d i e d e u n a p e n s i o n e di mille scudi l ' a n n o . Sovvenzionò cenacoli scientifici e filosofici e favorì il diffondersi della musica nella n u o v a f o r m a del m e l o d r a m m a . A v e n t i q u a t t r ' a n n i , agli acciacchi che già l'affliggevano, s'agg i u n s e l'ulcera gastrica. A n c h e la tisi, da cui e r a da t e m p o minato, s'aggravò. C o m e se ciò n o n bastasse, fu assalito dalla solita gotta. Era c o s t a n t e m e n t e circondato dai medici, che ogni sera diffondevano bollettini sulle sue condizioni di salute: «Sua altezza ha un poco di febbre», «Sua altezza è molto malicente», «Sua altezza bevve il licore di San Nicolò, et li u n s e r o il c o r p o con l'olio della l a m p a d a di Santa Maria di Trapani». O g n i r i m e d i o , ogni t e r a p i a si rivelavano vani. Il G r a n d u c a s e m p r e più pallido, s e m p r e più s m u n t o , s e m p r e p i ù triste sapeva c h e n o n c'era s c a m p o e s e m b r a v a rassegnato. Passò le redini dello Stato nelle m a n i della m a d r e , della moglie e del p r i m o ministro. Q u a n d o la febbre e le e m o r r a gie gli d a v a n o t r e g u a , convocava nella sua stanza filosofi, poeti e scienziati, ma le loro discussioni e le loro b e g h e finivano invariabilmente p e r infastidirlo. Allora con dolcezza li invitava ad a n d a r s e n e e restava solo coi suoi n a n i e i suoi m o r i , che facevano a gara p e r divertirlo e m e t t e r l o di b u o n u m o r e . Cosimo si sforzava di r i d e r e , o a l m e n o di sorridere ai loro lazzi e alle loro buffonate, ma poi r i p i o m b a v a nella sua sconsolata e inconsolabile malinconia. Aspettava la morte, e la m o r t e lo g h e r m ì in u n a grigia e gelida m a t t i n a di 118
febbraio del 1620. Un e n n e s i m o sbocco di s a n g u e gli fu fatale. Aveva t r e n t ' a n n i , e pesava q u a r a n t a chili. Nel testam e n t o lasciò scritto che voleva un funerale senza p o m p a e corteo. Vi i n t e r v e n n e r o infatti solo i familiari. Col d e n a r o risparmiato, secondo la volontà dell'estinto, fu r i m p a n n u c ciato il fondo istituito da F e r d i n a n d o in favore delle fanciulle p o v e r e della città. A corte, la scomparsa del G r a n d u c a passò quasi inosservata. La m a d r e , la moglie e i più fidati ministri seguitarono a r e g g e r e le sorti dello Stato, in attesa c h e il p r i m o g e n i t o F e r d i n a n d o , che nel 1620 aveva dieci anni, diventasse m a g g i o r e n n e . II p o t e r e , solo in teoria, e r a collegiale. In realtà, arbitra della situazione e r a la G r a n d u c h e s s a m a d r e , Cristina, che n o n nascondeva le sue simpatie p e r la Francia, dove era nata. Era u n a d o n n a imperiosa, sicura di sé, energica e battagliera. Amava la n u o r a e n'era ricambiata, sebbene Maria M a d d a l e n a fosse di s e n t i m e n t i a p e r t a m e n t e austriaci e p e r s e g u i s s e u n a politica filo-imperiale. I n c o m u n e l e d u e principesse avevano la passione p e r il lusso, le cerimonie, i banchetti, le feste. E n t r a m b e s p e n d a c c i o n e , finché era vissuto C o s i m o , c h e al soldo ci b a d a v a , a v e v a n o d o v u t o contentarsi di quel che passava il c o n v e n t o : il G r a n d u c a d e t e stava o g n i o s t e n t a z i o n e di fasto, n o n a m m e t t e v a spese superflue, e soprattutto n o n voleva che s'intaccasse il tesoro di famiglia, c h e il p a d r e aveva a c c u m u l a t o e lui stesso impinguato. Ma a l l ' i n d o m a n i della sua m o r t e , la m a d r e e la m o glie, infischiandosi delle sue volontà, a p r i r o n o i forzieri e fecero m a n bassa. La vita di c o r t e riacquistò la magnificenza d e i t e m p i di Lorenzo. Le sale del palazzo ducale furono r e s t a u r a t e e abbellite, gli a p p a r t a m e n t i di Cristina e Maria si r i e m p i r o n o di tappeti, q u a d r i , arazzi, damaschi, i migliori sarti furono incaricati di rifare il g u a r d a r o b a delle reggenti, che i m p o s e r o a corte un r i g i d o c e r i m o n i a l e e u n a p u n t i g l i o s a etichetta. Per sottolineare e s t e r i o r m e n t e la regalità del loro r a n g o , rec l u t a r o n o u n o stuolo di p a g g i da viaggio o, c o m e allora si 119
c h i a m a v a n o , «da valigia», agli o r d i n i d ' u n m a g g i o r d o m o . A u m e n t a r o n o il n u m e r o dei camerieri, dei cuochi, delle damigelle, dei cocchieri, dei buffoni, dei parassiti. Le feste si s u s s e g u i v a n o a un r i t m o v e r t i g i n o s o . Balli, concerti, c o m m e d i e deliziavano le serate delle G r a n d u c h e s se e dei loro ospiti in un rigurgito di rinascimentale ebbrezza. F e r d i n a n d o n o n aveva ancora l'età p e r parteciparvi, ma la n u o v a aria che si respirava a corte d o p o la m o r t e del pad r e gli e r a congeniale e gli piaceva. Era un bel ragazzo, aitante, vivace e p i e n o di salute. A vederlo, n e s s u n o l'avrebbe d e t t o figlio di C o s i m o . S t u d i a v a c o n profitto e aveva u n a spiccata i n c l i n a z i o n e p e r il d i s e g n o e la fisica. A m a v a lo sport, specialmente il n u o t o , a n d a v a ogni m a t t i n a a cavallo ed era un abile cacciatore. Fin da b a m b i n o e r a stato sottoposto a u n a rigida educazione religiosa, che l'aveva reso pio, m a n o n bacchettone. H a r o l d Acton che di lui e dei suoi successori ci ha lasciato smaglianti ritratti nei suo libro Gli ultimi Medici, racconta c h e q u a n d o F e r d i n a n d o c o m p ì tredici a n n i , la n o n n a e la m a d r e decisero di dargli in moglie la cuginetta Vittoria, figlia della sorella di Cosimo, Claudia, e del defunto Federico della Rovere, figlio del D u c a d ' U r b i n o . Vittoria n o n aveva che diciannove mesi, ma alla m o r t e del n o n n o avrebbe portato in eredità al futuro marito u n a delle più ricche province dell'Italia c e n t r a l e . Le nozze, a causa dell'età dei fidanzati, furono n a t u r a l m e n t e r i m a n d a t e . Vittoria fu affidata alle c u r e d ' u n a zia monaca, e solo nel 1634 il m a t r i m o n i o fu celebrato. In q u e l l ' a n n o , la sposa ne aveva quattordici e lo sposo ventiquattro. Per altri d u e la coppia visse separata. Vittoria fu r i c o n s e g n a t a alla tutrice e F e r d i n a n d o , che dal 1628 e r a uscito di minorità, t o r n ò ai compiti di G r a n d u c a . N o n aveva la stoffa politica dei suoi g r a n d i a n t e n a t i , la diplomazia l'annoiava, e r a refrattario all'economia e d e t e stava la g u e r r a . Vi fu sull'orlo q u a n d o , alla m o r t e del Duca d ' U r b i n o , il p a p a U r b a n o V I I I r i v e n d i c ò alla Chiesa quel t e r r i t o r i o che, a t t r a v e r s o Vittoria, s a r e b b e invece d o v u t o 120
p a s s a r e ai Medici. L'intervento dello zio I m p e r a t o r e , c h e n o n voleva g r a n e col Pontefice, i n d u s s e F e r d i n a n d o a rin u n z i a r e all'eredità della moglie. Ad essa a n d a r o n o soltanto le collezioni d ' a r t e del n o n n o , che a n n o v e r a v a n o dipinti di Piero della Francesca, Raffaello, Sebastiano del Piombo. Alle a r m i F e r d i n a n d o dovette invece far ricorso q u a n d o il terribile U r b a n o V I I I decise d ' a n n e t t e r s i la città di Castro, feudo dei Farnese, verso i quali il p a p a B a r b e r i n i n u triva un odio implacabile. Il G r a n d u c a unì il suo esercito a quelli di Venezia e di M o d e n a , schierati coi Farnese. Fu u n a guerricciola s a n g u i n o s a che si concluse c o n la r i t i r a t a d e l Pontefice e la vittoria della lega, e costò a Firenze molte vite u m a n e e parecchio d e n a r o . Per finanziarla F e r d i n a n d o impose u n a n u o v a tassa sulle m a c i n e , che colpì sopi-attutto i poveri, e u n a sulle p a r r u c c h e , che dispiacque specialmente ai ricchi. Anche in t e m p o di pace il G r a n d u c a s p r e m e t t e i sudditi. Aveva s e m p r e b i s o g n o di soldi p e r c h é a n c h e lui a m a v a il lusso, gli piacevano le feste e i g r a n d i spettacoli all'aperto, e r a un m e c e n a t e g e n e r o s o e aveva u n a m o g l i e particolarm e n t e spendacciona. Il bigottismo istillatole dalla zia m o n a ca infatti n o n i m p e d ì mai a Vittoria di divertirsi e far sfoggio d'eleganza. Dagli ambasciatori a R o m a e a Parigi si faceva m a n d a r e cosmetici, stoffe, ventagli, scarpe, le sue toilettes facevano c r e p a r e d'invidia le d a m e di corte, e t u t t e le fior e n t i n e i m i t a v a n o l e sue a c c o n c i a t u r e . N o n e r a simpatica p e r c h é aveva poca comunicativa e molta spocchia. Gelosissima, subì u n autentico t r a u m a q u a n d o sorprese F e r d i n a n d o fra le braccia d ' u n p a g g i o g i o v a n e e a v v e n e n t e . Per r a p presaglia a b b a n d o n ò il talamo nuziale, si trasferì in un altro a p p a r t a m e n t o e p e r diciott'anni n o n volle più avere relazioni col marito. Per n o n d a r e scandalo e salvare le a p p a r e n z e seguitò p e r ò a stare al suo fianco nelle cerimonie ufficiali e ad a c c o m p a g n a r l o nei suoi viaggi. F e r d i n a n d o , che n o n l'aveva mai a m a t a , c o n t i n u ò c o m e se n i e n t e fosse a r i e m p i r l a di corna. Sebbene prediligesse i giovani efebi, gli piacevano 121
a n c h e le d o n n e . N o n faceva distinzione fra p o p o l a n e e principesse. Era galante con t u t t e , p u r c h é fossero a r r e n d e v o l i , r o t o n d e e i m p u d i c h e . Quest'imparzialità era dovuta alla sua indole a p e r t a e cordiale, che lo p o r t a v a a familiarizzare col p i ù u m i l e dei servitori. C e n a v a spesso con le sue g u a r d i e svizzere, e tra un b i c c h i e r e e l'altro r a c c o n t a v a e si faceva r a c c o n t a r e storielle oscene. Q u a n d ' e r a a corto di quattrini, alla fine di questi pasti, vendeva a un oste dirimpettaio il vin o avanzato. Per n o n r i n u n c i a r e a questi e ad altri p a s s a t e m p i decise di s p a r t i r e coi fratelli gli affari di Stato. A Mattias affidò quelli militari, a Giovanni quelli finanziari, a L e o p o l d o quelli politici, r i s e r v a n d o s i su tutti u n a g e n e r i c a s u p e r v i s i o n e . Potè così dedicarsi con più assiduità a n c h e all'agricoltura e alla scienza, di cui e r a un appassionato. C h i a m ò a Firenze i migliori botanici italiani, raffinò le vecchie colture, ne introd u s s e di n u o v e e fece d e l G r a n d u c a t o il p i ù bel g i a r d i n o d ' E u r o p a . Si costruì un piccolo laboratorio e l'adibì a esper i m e n t i di fisica e chimica. Perfezionò il t e r m o m e t r o sostit u e n d o nella colonnina lo spirito di vino all'acqua, che aveva l'inconveniente di gelare q u a n d o la t e m p e r a t u r a scendeva sotto lo zero. Lo s t r u m e n t o , così modificato, si diffuse in tutta la Toscana. I fiorentini lo p o r t a v a n o in tasca e l'append e v a n o alle p a r e t i di casa. Se ne v e d e v a n o n e i l u o g h i p i ù i m p e n s a t i : nelle carrozze, nei confessionali, nei vespasiani. F e r d i n a n d o lo mise perfino sotto il s e d e r e d ' u n a gallina, e l ' e s p e r i m e n t o gli s u g g e r ì l'idea d e l l ' i n c u b a t r i c e . Fu a n c h e sensibile all'arte e, p e r m e r i t o suo e del fratello L e o p o l d o , le gallerie di Pitti e degli Uffizi, c h ' e r a n o state fin allora un coacervo dì q u a d r i , statue, macchine belliche, animali esotici, pietre r a r e , d i v e n t a r o n o dei veri e p r o p r i musei. F u r o n o i n s o m m a più i servigi resi dal m e c e n a t e che dallo statista a d a r e lustro al r e g n o di F e r d i n a n d o , l'ultimo Medici d e g n o di questo n o m e . C o n lui calò definitivamente nella t o m b a la g r a n d e tradizione rinascimentale fiorentina.
CAPITOLO DECIMO
L O STATO P O N T I F I C I O
A s u d del G r a n d u c a t o , lo Stato pontificio d o m i n a v a il centro dello Stivale. La C o n t r o r i f o r m a l'aveva rafforzato all'int e r n o , ma indebolito all'esterno. Dal p u n t o di vista politico n o n era più u n a potenza d i spicco e u r o p e o , m a u n a p e d i n a del g r a n gioco franco-spagnolo. I t e m p i eroici d ' I n n o c e n z o III, Gregorio V I I , Bonifacio V I I I e r a n o t r a m o n t a t i . Gli Stati nazionali n o n a m m e t t e v a n o più le i n g e r e n z e del Papa. Le s c o m u n i c h e e g l ' i n t e r d e t t i c a d e v a n o nel v u o t o . La sottile, subdola e spregiudicata diplomazia vaticana, che p e r secoli aveva t e n u t o in scacco l ' I m p e r o e fatto il b u o n o e il cattivo t e m p o , n o n aveva più voce in capitolo, scavalcata ed esautorata da quelle di M a d r i d e di Parigi, c h e si d i s p u t a v a n o la leadership continentale. La G u e r r a dei T r e n t ' a n n i ne fornì la conferma. Lo Stato pontificio visse ai m a r g i n i di quell'imm a n e cataclisma, e sporadici e vani furono i suoi tentativi di cacciarsi nella mischia. Sul p i a n o politico internazionale, insomma, il Papato dovette rassegnarsi a un ruolo subalterno. Su quello n a z i o n a l e m a n t e n n e invece il suo r a n g o , p u r a v e n d o d a t e m p o p e r d u t o o g n i slancio e c o n o m i c o . L a sua unica i n d u s t r i a e r a infatti il Vaticano che d a v a da vivere a tutta la p o p o l a z i o n e , ma p a r t i c o l a r m e n t e al patriziato. Anche se il Soglio n o n era più esclusivo a p p a n n a g g i o delle dinastie r o m a n e , che se lo c o n t e n d e v a n o con la c o r r u z i o n e e la violenza, o g n u n a di esse aveva s e m p r e in curia un cardinale che p r o v v e d e v a ad assicurare ai familiari lucrose cariche, c u r e e sinecure. Lo Stato pontifìcio e r a abbastanza vasto p e r p a g a r e gli ozi e gli sfarzi di questa casta parassitaria, che forniva i cortigiani più infidi e bacchettoni, gli a m m i n i 123
stratori più rapaci e i funzionari più incompetenti. Il p o p o lino seguitava a vivere d'elemosine, d'espedienti e d'adulazioni. La Chiesa incoraggiava questa sua atavica vocazione scroccona p e r tenerlo a b a d a e propiziarselo. La mancanza d ' u n a borghesia m e r c a n t i l e e d ' u n a classe i m p r e n d i t o r i a l e impoveriva lo Stato, ma lo liberava da pericolosi antagonisti. C l e m e n t e V i l i , l'ultimo Papa del Cinquecento e il p r i m o del Seicento, aveva cinto la tiara nel 1592, d o p o un conclave breve e senza contrasti. Sul suo n o m e , gradito alla Spagna, tutti s'erano trovati d'accordo, m a l g r a d o l'età insolitamente acerba del c a n d i d a t o : c i n q u a n t a s e i a n n i . C l e m e n t e si chiamava I p p o l i t o A l d o b r a n d i n i e discendeva da u n a famiglia fiorentina di nobili lombi, ma di scarsi mezzi. Fu il cardinale .Alessandro Farnese che fornì al ragazzo i fondi p e r studiare legge a P a d o v a e a P e r u g i a facendogli b a l e n a r e al t e m p o stesso la possibilità d'abbracciare la carriera ecclesiastica. I p polito conciliò le d u e ambizioni a r r u o l a n d o s i c o m e avvocato concistoriale e u d i t o r e di Rota. Pio V lo n o t ò e lo spedì in Spagna con un vago incarico diplomatico. Ma la sua g r a n d e ascesa cominciò con Sisto V, un Papa che di u o m i n i s'intendeva. Nel 1585 lo n o m i n ò cardinale, e tre a n n i d o p o legato in Polonia. Ippolito assolse la sua missione con tale sagacia ed energia che, q u a n d o t o r n ò a Roma, molti videro in lui il n a t u r a l e successore di Sisto. Ma la tiara, p e r a r r i v a r e a lui, n o n prese la strada diretta. Prima passò a U r b a n o V I I , che la t e n n e a p p e n a tredici giorni; poi a Gregorio XIV e I n n o cenzo IX, che la c o n s e r v a r o n o poco più a l u n g o . Finalmente, il 30 gennaio 1592, essa si posò sul capo d'Ippolito. Fu u n a scelta indovinata. C l e m e n t e e r a u o m o di g r a n d e giudizio e di s a n g u e freddo, che n o n p r e n d e v a mai decisioni affrettate e sapeva v e d e r e t u t t e le facce d ' u n p r o b l e m a . Aveva u n a s t r a o r d i n a r i a capacità d i l a v o r o , n o n e r a mai stanco e, a p a r t e un p o ' di gotta, godeva d ' u n a b u o n a salute. Vigilava su tutto e tutti, niente gli sfuggiva, leggeva dalla p r i m a parola all'ultima la valanga di relazioni che s'ammucchiavano sul suo tavolo, le postillava, le c o m m e n t a v a , le di124
scuteva coi suoi collaboratori. A un p r e l a t o che un g i o r n o gli chiese di cosa preferiva occuparsi, rispose: «Di tutto o di niente». Gli affari di Stato non lo distraevano dalle pratiche di devozione e dai d o v e r i ecclesiastici, c h e assolveva con zelo e umiltà. La mattina s'alzava di b u o n ' o r a , s'inginocchiava più volte davanti al Crocifisso, diceva le p r e g h i e r e , celebrava la messa e s o m m i n i s t r a v a a p o c h i i n t i m i la c o m u n i o n e . Fra u n ' u d i e n z a e l'altra si ritirava nella cappella privata. O g n i sera si confessava e n o n p r e n d e v a s o n n o s e n z ' a v e r letto qualche p a g i n a dei p a d r i della Chiesa. Osservava rigorosam e n t e i d i g i u n i , m a n g i a v a r a r a m e n t e c a r n e e il v e n e r d ì si nutriva esclusivamente di p a n e e acqua. Pare che indossasse anche il cilicio, che si sottoponesse a severe penitenze fisiche e c h e in t e m p o di Q u a r e s i m a facesse r i m u o v e r e d a l l ' a p p a r t a m e n t o pontificio tappeti, damaschi, q u a d r i , arazzi, oggetti preziosi e persino la biblioteca. Al loro posto collocava tibie e teschi, davanti ai quali si l'accoglieva in p r e g h i e r a . Si recava in pellegrinaggio alle t o m b e dei santi, a n d a v a scalzo in processione r e g g e n d o il crocifisso e i n t o n a n d o i salmi. Pietà e ascetismo sono qualità che di r a d o rifulgono nei Papi e che quasi mai si a c c o l g a n o con quelle che fanno l'accorto u o m o di Stato e lo scaltro d i p l o m a t i c o . C l e m e n t e fu dei pochi che riuscirono a conciliare le u n e con le altre. Fu lui che g u a d a g n ò al Papato l'alleanza con la Francia, i m p a r tendo l'assoluzione a Enrico IV, che p e r cingere la c o r o n a di Re aveva ripudiato il p r o t e s t a n t e s i m o e abbracciato la fede cattolica. Gliela concesse d o p o m o l t e t i t u b a n z e , d o v u t e in parte al timore che il B o r b o n e , u n a volta r a g g i u n t o lo scopo della sua conversione, tornasse all'antica religione, in p a r t e ai s e n t i m e n t i antifrancesi e filospagnoli c h e p r e v a l e v a n o nella Curia r o m a n a . Il Pontefice riuscì a vincerli, o piuttosto ad aggirarli, invitando in u d i e n z e separate i m e m b r i del Sacro Collegio a motivare la loro opposizione. Quasi tutti, dopo l'incontro a quattr'occhi col Papa, finirono p e r accettarne il p u n t o di vista. 125
U n o dei frutti p i ù cospicui di q u e s t o c a p o l a v o r o d i p l o matico fu, d u e a n n i d o p o , la conquista di F e r r a r a e il suo inc a m e r a m e n t o negli Stati pontifici. In base a u n a bolla di Pio V, che si richiamava a un antico diritto papale, questa città, in m a n c a n z a di eredi diretti alla successione, doveva passare al p a t r i m o n i o di San Pietro. Il 27 o t t o b r e 1597, Alfonso II d'Este m o r ì senza prole, d o p o aver designato a succedergli il nipote Cesare. Il Pontefice si disse spiacente che Alfonso n o n avesse avuto figli, ribadì i diritti della Chiesa su Ferr a r a , e siccome C e s a r e insisteva a far valere il suo titolo, il Papa p r i m a lo scomunicò, poi inviò il nipote ad A n c o n a ad a r r u o l a r e un esercito. Anche Cesare mobilitò e al suo fianco si schierarono il G r a n d u c a di Toscana e la Repubblica di Venezia, che t e m e v a n o l ' i n g r a n d i m e n t o dello Stato pontificio. Milano, in n o m e della Spagna, p r e s e posizione c o n t r o Clem e n t e . Q u a n t o alla Francia, n e s s u n o dubitava che il suo Re, legato da vincoli di g r a t i t u d i n e alla casa d'Este, che in passato l'aveva sovvenzionato, sarebbe sceso in lizza con Cesare. Ma E n r i c o , i m m e m o r e di questi favori, si schierò c o n la Chiesa e a n n u n c i ò che le a r m i francesi e r a n o p r o n t e a sos t e n e r l a . E r a u n m o d o c o m e u n altro p e r r i b a d i r e l a p r o pria fedeltà al Pontefice e «rimettere in o n o r e i gigli alla corte di Roma». La p r e s a di posizione del più p o t e n t e m o n a r c a d ' E u r o p a decise le sorti di F e r r a r a . Gli alleati di C e s a r e a c c u s a r o n o E n r i c o di t r a d i m e n t o , ma r e v o c a r o n o il loro a p p o g g i o al giovane Duca. Cesare, che n o n aveva la stoffa dello zio, perse la testa. I n c a p a c e di d e c i d e r e da solo, chiese al p r o p r i o confessore se doveva o no sottomettersi. Q u e s t i gli rispose che n o n aveva scelte e che solo rinunziando a Ferrara avrebbe o t t e n u t o il p e r d o n o del Papa. Cesare cedette, e F e r r a r a passò alla Chiesa. C l e m e n t e fu al colmo della soddisfazione. Aveva r i p o s t o b e n e la sua fiducia. L'alleato francese n o n avrebbe p o t u t o sdebitarsi meglio. Questi successi politici e diplomatici rafforzarono la già solida posizione del Papa. All'interno della Curia le vecchie 126
ostilità, a l m e n o in a p p a r e n z a , si sopirono. Il governo di Clem e n t e si fece p i ù assoluto. Le c o n g r e g a z i o n i v e n n e r o c o n s u l t a t e dal Pontefice s e m p r e più di r a d o . I nobili p e r sero molti privilegi, e la l o r o influenza a C o r t e d i m i n u ì m e n t r e cresceva quella del c a r d i n a l e n i p o t e P i e t r o Aldob r a n d i n i . Q u e s t o giovane dall'aspetto insignificante, d e t u r p a t o dal vaiolo, afflitto d a l l ' a s m a e da u n a tosse ostinata, aveva fatto studi scarsi e svogliati, ma e r a energico, intelligente e p i e n o di comunicativa. C l e m e n t e aveva un d e b o l e p e r lui, di lui solo si fidava e c o n lui solo s'apriva. I n v e c chiando, gli delegò poteri s e m p r e più ampi. «Tutte le trattative» leggiamo in u n a relazione «tutti i segni di grazia e di favore, d i p e n d o n o da lui: la sua casa è piena di prelati, n o bili, cortigiani, ambasciatori. Si p u ò dire: tutto viene u d i t o dal suo orecchio, dal suo giudizio d i p e n d e t u t t o , dalla sua bocca viene la s e n t e n z a , nelle sue m a n i l'esecuzione.» Nel 1605 q u a n d o lo zio morì, Pietro era il vero p a d r o n e di Roma, e lo r e s t ò p e r un c e r t o t e m p o a n c h e coi successori di C l e m e n t e : L e o n e X I , r i m a s t o sul Soglio a p p e n a ventisei giorni e Paolo V, che r e g n ò sedici anni. In quest'elezione, la voce dello Spirito Santo aveva parlato p e r bocca di Pietro, che tuttavia aveva scelto molto b e n e il suo u o m o . Il n u o v o Papa - cosa r a r a a quei t e m p i - n o n aveva nemici, o n'aveva m e n o degli altri candidati, e r a gradito a tutte le fazioni, lo v e d e v a n o di b u o n occhio francesi e spagnoli. Si c h i a m a Camillo B o r g h e s e ed e r a n a t o a R o m a nel 1552 da u n a famiglia d'origine senese. Aveva studiato a Perugia, dove s'era laureato in legge, poi era a p p r o d a t o nell'Urbe, e vi aveva abbracciato la c a r r i e r a ecclesiastica. Clemente V I I I l'aveva preso a benvolere, e a più riprese se n'era servito c o m e ambasciatore in delicate missioni diplomatiche. Nel 1596 l'aveva fatto cardinale, e sette a n n i d o p o vicario di R o m a . S e b b e n e fosse u n o dei p r e l a t i p i ù autorevoli, Camillo se ne stava in disparte, sprofondato negli studi giuridici e teologici. La sua vita e r a un m o d e l l o di virtù e di devozione. Quelli che lo conoscevano dicevano che n o n ave127
va ambizioni, p a g o del suo r a n g o e della b e n e v o l e n z a del Pontefice. «Sarà piuttosto un b u o n P a p a che un g r a n d e Papa» c o m m e n t ò il r a p p r e s e n t a n t e del Duca d ' U r b i n o . La profezia fu confermata a rovescio: Paolo fu un g r a n d e Papa, ma n o n un Papa b u o n o . Lo dimostrò l'indomani dell a n o m i n a facendo d e c a p i t a r e u n o scrittorello c r e m o n e s e che aveva p a r a g o n a t o C l e m e n t e V i l i a l l ' i m p e r a t o r e Tiberio. Il raffronto era cervellotico, ma il poveraccio se lo teneva p e r sé, in un q u a d e r n o chiuso nel tiretto della scrivania. L a c o n d a n n a a l c a p e s t r o p e r q u e s t o semplice r e a t o d'opin i o n e suscitò o r r o r e e sdegno. La tiara aveva dato alla testa del Pontefice. Le sue a b i t u d i n i , i suoi gesti, p e r s i n o il suo m o d o di parlare m u t a r o n o . Scrive il Ranke: «Coi suoi studi canonistici, Paolo V s'era p e r m e a t o d ' u n concetto esagerato dell'autorità papale. Voleva far valere in tutta la sua portata la d o t t r i n a che il Pontefice è l'unico r a p p r e s e n t a n t e di Gesù Cristo, c h e g o d e senza limitazioni del p o t e r e di legare e di sciogliere, che tutti i p o p o l i e tutti i p r i n c i p i d e v o n o p r o strarsi u m i l m e n t e davanti a lui. Diceva che n o n gli u o m i n i l'avevano innalzato al Soglio, ma lo spirito di Dio, con l'obbligo di tutelare le i m m u n i t à della Chiesa e i diritti di Dio. Era t e n u t o in coscienza a dedicare tutte le sue forze a liberare la Chiesa dall'usurpazione e dai soprusi. Preferiva mettere a r e p e n t a g l i o la sua vita p i u t t o s t o di d o v e r un g i o r n o , q u a n d o si s a r e b b e p r e s e n t a t o al c o s p e t t o di Dio, r e n d e r e c o n t o d ' a v e r t r a s c u r a t o il suo d o v e r e . C o n sottigliezza da giurista c o n s i d e r ò diritti t u t t e le p r e t e s e della Chiesa; e si sentì s o l e n n e m e n t e i m p e g n a t o a farli valere in tutto il loro rigore». Era, c o m e C l e m e n t e , un lavoratore forsennato e infaticabile, passava anche lui molte ore al giorno a p r e g a r e e a legg e r e il breviario, si sottoponeva a frequenti digiuni e penitenze, amava la solitudine e disdegnava il lusso. Solo coi poveri era di manica larga. Ne invitava ogni g i o r n o qualcuno a p r a n z o , e q u a n d o a n d a v a in giro p e r R o m a faceva a b b o n danti elemosine. Per r i m p a n n u c c i a r e le esauste finanze del128
la Chiesa, economizzava su tutto. Limitò a n c h e le sue gite in c a m p a g n a , che i medici gli avevano prescritto p e r t e n e r e in esercizio m u s c o l i e p o l m o n i . Gli piaceva c a m m i n a r e , e q u a n d o n o n p o t e v a uscire all'aria a p e r t a a n d a v a su e giù p e r i c o r r i d o i vaticani, o b b l i g a n d o s e g r e t a r i , p r e l a t i , ambasciatori a seguirlo. I ritratti che di lui possediamo ce lo m o s t r a n o alto, maestoso, t e n d e n t e alla p i n g u e d i n e , di lineamenti marcati, con barbetta, mustacchi a p u n t a e occhi fort e m e n t e miopi. Il suo g o v e r n o n o n fu m e n o dispotico di quello di Clem e n t e . L'evento che lo caratterizzò fu la g r a n d e contesa con Venezia, che si rifiutava di riconoscere certi privilegi giurisdizionali della Chiesa di Roma, culminata nella scomunica del Sarpi e n e l l ' i n t e r d e t t o della Serenissima. Ma questa vic e n d a , c h e p o r t ò i d u e Stati italiani sull'orlo della g u e r r a , sarà oggetto d ' u n capitolo successivo, cui r i m a n d i a m o il nostro giudizio su q u e s t o P a p a , frutto m a t u r o della C o n t r o riforma e intransigente assertore di suoi princìpi. Q u a n d o , nel gennaio 1621, Paolo V, stroncato da un colpo apoplettico, calò nella t o m b a e a succedergli fu chiamato il b o l o g n e s e A l e s s a n d r o Ludovisi, i r o m a n i trassero un r e spiro di sollievo. Il n u o v o Pontefice, c h e si fece c h i a m a r e Gregorio XV, era un vecchio p i e n o d'acciacchi e un po' rimbambito. Restò infatti assiso sul Soglio a p p e n a d u e a n n i e in sua vece r e g n ò il cardinale nipote. Nel 1623 uscì di scena, e il suo posto fu p r e s o da un u o m o che fece r i m p i a n g e r e p e r sino il Borghese. Maffeo Vincenzo B a r b e r i n i e r a il q u i n t o figlio d ' u n a nidiata di sei. Era nato a Firenze cinquantacinque a n n i p r i m a da un ricco m e r c a n t e , che l'aveva fatto studiare in un istituto di gesuiti, aveva frequentato il Collegio r o m a n o , s'era imbevuto di cultura classica, aveva letto O m e r o , Virgilio, O r a zio, C a t u l l o . D u e a n n i d o p o aveva a b b a n d o n a t o l a poesia per il diritto ed e r a e m i g r a t o a Pisa dove, c o m e desiderava la famiglia, aveva preso la sua brava l a u r e a in legge. La madre avrebbe voluto che si sposasse, ma Maffeo era deciso a 129
restar scapolo. Le d o n n e gli piacevano t r o p p o p e r legarsi a u n a sola. E p p o i un m a t r i m o n i o , con l'inevitabile fardello di figli, gli sarebbe stato d ' i n t o p p o alla carriera, ne e r a a p p e n a all'inizio, ma covava g r a n d i ambizioni. I soldi di p a p à e la p r o t e z i o n e d ' u n o zio c h e abitava a R o m a ed e r a amico di potenti cardinali, gli a v r e b b e r o spianato la strada. Nel 1588, a vent'anni, c o m p r ò p e r ottomila scudi un posto d'avvocato n e l l ' a m m i n i s t r a z i o n e pontificia. Fece m o l t o b e n e , e il P a p a gli affidò n u ò v i incarichi. Nel 1606, grazie a n c h e all'appoggio della Francia, d o v ' e r a stato n u n z i o , ott e n n e la p o r p o r a . Fu Enrico IV in p e r s o n a a porgli sul capo la b e r r e t t a di c a r d i n a l e . Alla m o r t e dello zio, ne e r e d i t ò il p a t r i m o n i o , s'installò in u n a bellissima casa, l ' a r r e d ò con fasto rinascimentale, reclutò u n o stuolo di camerieri e segretari, e ne fece un l u o g o di ritrovo di letterati e poeti. Ne tenne invece l o n t a n e le d o n n e un p o ' p e r c h é gli a r d o r i giovanili gli s'andavano s p e g n e n d o e un p o ' p e r c h é temeva che i pettegolezzi e gli scandali p o t e s s e r o c o m p r o m e t t e r e la sua ascesa al Soglio. Vi anelava al p u n t o che si fece confezionare u n a mitra personale tempestata di gemme. In pochi anni diventò il cardinale più in vista e influente dell'Urbe. Alla m o r t e di Gregorio XV, fu chiaro a tutti che il successore s a r e b b e stato lui. Il Sacro Collegio e r a diviso in d u e partiti: u n o filofrancese, l'altro filospagnolo. Maffeo era riuscito a restare al di fuori delle d u e fazioni e a fare in m o d o c h e n e s s u n a potesse p r e v a l e r e sull'altra. Così riuscì a r e n d e r s i necessario a e n t r a m b e e a d i v e n t a r e P a p a , col n o m e d'Urbano Vili. Piacque subito ai r o m a n i e soprattutto alle r o m a n e p e r la possanza fisica, la maschia bellezza, il colorito olivastro del volto, la fronte spaziosa e levigata, le sopracciglia folte e irs u t e , i g r a n d i occhi celesti, lo s g u a r d o m a g n e t i c o . E r a un c o n v e r s a t o r e affascinante e i n e s a u r i b i l e , t u t t o p u n t a e taglio. Nella discussione s'infervorava, gesticolava, batteva i p u g n i sul tavolo e q u a l c h e volta si lasciava s c a p p a r e anche q u a l c h e moccolo. Ma, sotto questi a p p a r e n t i bollori, il suo 130
sangue restava ghiaccio. N o n p r e n d e v a m a i decisioni precipitose, n o n assumeva e n o n accettava i m p e g n i verbali, esigeva c h e t u t t o fosse m e s s o p e r iscritto, firmato, controfirmato, sigillato. Sul c o m o d i n o , a c c a n t o ai p o e t i classici, a m m u c c h i a v a trattati d ' a r t e militare. E r a n o questi, p i ù della Bibbia e dei Padri della Chiesa, le sue letture preferite. Conosceva tutto quello che L e o n a r d o aveva scritto sui sistemi di fortificazione e s'esaltava alle i m p r e s e del terribile Giulio I I , il «Papa soldato». Voleva r e s t i t u i r e alla C h i e s a il r a n g o di p o t e n z a e u r o p e a senza r e n d e r s i c o n t o c h e , c o n l a G u e r r a d e i T r e n t ' a n n i , alla q u a l e gli Stati pontifici r e s t a r o n o militarm e n t e estranei, il Papato, c o m e istituto t e m p o r a l e , n o n contava più n i e n t e . N o n e r a r a r o v e d e r l o a s s u m e r e pose m a r ziali o g u a r d a r e estasiato la statua e q u e s t r e d ' u n condottiero. I m o n u m e n t i e r a n o la sua passione, ma li voleva di ferro o di b r o n z o ; quelli di m a r m o gli s e m b r a v a n o effeminati. Passava l u n g h e o r e , m u n i t o di matita, s q u a d r a e compasso, a disegnare fortezze, m u r a , arsenali. N e l Bolognese fece cos t r u i r e u n a cittadella i n e s p u g n a b i l e , e a Tivoli f o n d ò u n a fabbrica d ' a r m i da fuoco. Un solido a p p a r a t o militare doveva - secondo U r b a n o - far da p u n t e l l o a un g o v e r n o assoluto e dispotico. Il suo r e g n o fece r i m p i a n g e r e i t e m p i di Paolo V e Clem e n t e V i l i . U n a volta, a un tale che osò richiamarlo a certe antiche costituzioni papali, replicò: «La decisione d ' u n p a p a vivo vale p i ù di q u e l l e di c e n t o p a p i morti». Q u a n d o gli r a m m e n t a r o n o la deliberazione del p o p o l o r o m a n o che vietava d ' i n n a l z a r e m o n u m e n t i a un pontefice i n c a r i c a , ribatté: «Essa n o n p u ò riferirsi a un p a p a c o m e me». A chi gli magnificava le qualità diplomatiche d ' u n suo nunzio, rispose: «Ha agito secondo le mie istruzioni». E p p u r e questo Papa ambizioso, g u e r r a f o n d a i o e satrapesco, che credeva più nell'efficacia delle a r m i da fuoco che in quella della Fede e che voleva fare della Chiesa la p o t e n z a e g e m o n e della Penisola e l ' a r b i t r a delle c o n t e s e e u r o p e e , 131
n o n conobbe che smacchi, a cominciare da quello di Castro, un Ducato d a t o in feudo da Paolo I I I Farnese ai nipoti, situato alle p o r t e di Roma, in ottima posizione strategica, che godeva di speciali privilegi fiscali. Castro e r a u n a spina nel fianco d ' U r b a n o , che odiava i Farnese e voleva a tutti i costi cacciarli dalle loro t e r r e e p r e n d e r n e il posto. Facendo leva sul m a l c o n t e n t o di alcuni banchieri r o m a n i , coi quali i Farn e s e s ' e r a n o i n d e b i t a t i fino al collo, il Pontefice confiscò i beni che questa famiglia aveva nell'Urbe e le dichiarò guerra. Il 13 ottobre 1641, Castro fu occupata. Pochi mesi d o p o , U r b a n o scomunicò il duca O d o a r d o Farnese, lo dichiarò dec a d u t o da tutti i suoi diritti di s o v r a n i t à e minacciò di togliergli anche P a r m a e Piacenza. Si ventilò la possibilità d ' u n accordo, ma il Papa rispose ch'esso e r a assurdo p e r c h é Castro a p p a r t e n e v a alla Chiesa e i Farnese e r a n o degli usurpatori. A questo p u n t o , gli Stati italiani cominciarono ad allarmarsi. Se il Papa, d o p o essersi i m p a d r o n i t o del feudo laziale del d u c a O d o a r d o , con l'aiuto delle a r m i francesi avesse occupato a n c h e P a r m a e Piacenza, il pericolo p e r i Principi del N o r d si sarebbe fatto piuttosto serio. Per scongiurarlo essi r i u n i r o n o le loro forze e le misero i n c a m p o c o n t r o U r b a n o . I l F a r n e s e , i m b a l d a n z i t o dallo schieramento in suo favore di Firenze e Venezia, si mise alla testa d ' u n piccolo esercito e marciò s u l l ' U r b e , che riuscì a sostenerne l'urto e a respingerlo. La g u e r r a si trascinò avanti con alterne vicende p e r q u a t t r o anni. A porvi fine fu l'alto costo delle spese militari e l'esaurimento finanziario dei belligeranti, specie del Pontefice. La pace fu stipulata nel 1644 a t u t t o s v a n t a g g i o d ' U r b a n o c h e d o v e t t e r e v o c a r e la scom u n i c a e restituire Castro al Farnese. A n c h e sul p i a n o i n t e r n a z i o n a l e , d u r a n t e la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , il P a p a subì u n a serie d'umiliazioni. La p r i m a volta, q u a n d o l ' i m p e r a t o r e F e r d i n a n d o I I , d o p o aver eman a t o il famoso editto di restituzione, chiese al B a r b e r i n i di p o t e r a s s e g n a r e le sedi ecclesiastiche t o r n a t e al cattolicesimo, e a v e n d o n e avuto un rifiuto, n o n ne t e n n e alcun conto 132
e fece u g u a l m e n t e le n o m i n e . Un'altra volta, q u a n d o Urbano si schierò col Re di Svezia c o n t r o l ' I m p e r a t o r e nell'illusione che Gustavo Adolfo riconsegnasse ai cattolici i vescovadi p r o t e s t a n t i della G e r m a n i a s e t t e n t r i o n a l e , cosa che il c a m p i o n e dei p r o t e s t a n t i n o n avrebbe fatto p e r tutto l'oro del m o n d o . Se questi smacchi accorciarono la vita del Barberini n o n sappiamo. C e r t a m e n t e gliela a m a r e g g i a r o n o più di q u a n t o gliel'avessero allietata l'esercizio del p o t e r e e il suo sfrenato abuso. La sua m o r t e fu salutata con sollievo da tutti. Solo i nipoti la p i a n s e r o a m a r a m e n t e . Lo zio li aveva colmati d'ogni sorta d'onori, p r e b e n d e , privilegi. Fu calcolato che nelle loro tasche finirono la bellezza di c e n t o c i n q u e milioni di scudi.
CAPITOLO UNDICESIMO IL REAME
D u r a n t e l a G u e r r a dei T r e n t ' a n n i u n a delle p i ù p i n g u i riserve di c a r n e da c a n n o n e p e r la S p a g n a fu il Viceregno di Napoli. Si calcola che circa c i n q u a n t a m i l a soldati e cinquemilacinquecento cavalli ne varcarono i confini p e r a n d a r e a concimare i campi di battaglia d e l l ' E u r o p a centrale. Quella u m a n a e r a l'unica m e r c e che il Mezzogiorno produceva in quantità s u p e r i o r e al p r o p r i o fabbisogno e la sola che fosse in g r a d o d ' e s p o r t a r e . Il p r o b l e m a demografico già a q u e i t e m p i affliggeva il S u d f a v o r e n d o n e il d e p a u p e r a m e n t o , d o v u t o all'assoluta m a n c a n z a d ' i n d u s t r i e , allo scarso slancio c o m m e r c i a l e , allo stato d ' a b b a n d o n o delle campagne. Dai t e m p i d i F e d e r i c o I I l ' e c o n o m i a m e r i d i o n a l e n o n aveva fatto c h e declinare. Gli Angioini e gli Aragonesi avev a n o assistito impassibili alla sua rovina. Gli s p a g n o l i n o n m o s s e r o un dito p e r arginarla. Pessimi a m m i n i s t r a t o r i , allergici a ogni p r e o c c u p a z i o n e di bilancio, qui, m e n o che altrove, riuscirono a farlo q u a d r a r e . Nella sua storia del Reg n o di Napoli, B e n e d e t t o Croce ha scritto che la conquista del Mezzogiorno fu p e r M a d r i d un pessimo affare. E vero. Ma lo fu altrettanto p e r i suoi abitanti la d o m i n a z i o n e spagnola, la quale, più che a p o r t a r o r o all'Escuriale, tirò a farsi m a n t e n e r e dai sudditi, s o m m e r g e n d o l i sotto un diluvio di balzelli. La scure del Fisco s'abbatteva su tutto. Gli appaltatori s o t t o p o n e v a n o i c o n t r i b u e n t i a o g n i specie di soprusi, facevano la cresta sulle gabelle e n o n r e n d e v a n o conto che alla p r o p r i a rapacità. Poiché le tasse n o n bastavano a coprire le spese e a colmare i s e m p r e crescenti disavanzi, i Viceré 134
escogitavano, di volta in volta, esazioni s t r a o r d i n a r i e . I m p o n e v a n o d o g a n e , dazi, calmieri, c o n c e d e v a n o o r e v o cavano privative, limitavano le importazioni, scoraggiavano le esportazioni, m a n i p o l a v a n o p e r s i n o la m o n e t a e alteravano i cambi, stabilivano i «donativi» che servivano p e r le spese più futili e frivole, come l'acquisto delle pianelle p e r l'Imperatrice. La S p a g n a governava il Viceregno come se stessa, con criteri antieconomici e m e t o d i antiquati, che p i o m b a r o no la colonia nel p i ù spaventoso b a r a t r o finanziario. Alla s p r o v v e d u t e z z a a m m i n i s t r a t i v a e alla cupidigia dei d o m i n a t o r i facevano r i s c o n t r o l'abulia e l ' i n e t t i t u d i n e dei dominati, a cominciare dalla classe p i ù altolocata: la nobiltà. Nel Sud essa era assai p i ù composita e differenziata che altrove. C ' e r a quella d ' o r i g i n e g u e r r i e r a n o r m a n n a e sveva che p r e e s i s t e v a al d o m i n i o s p a g n o l o e n o n d i m e n t i c a v a i suoi titoli di priorità. Né i Re aragonesi, né i Viceré di Madrid e r a n o mai riusciti a r i d u r l a all'obbedienza. Il nobile nap o l e t a n o , calabrese, siciliano e r a r i m a s t o s o v r a n o assoluto nel suo feudo, i cui abitanti si consideravano più sudditi suoi che del Re. A n c h e se e r a v e n u t o ad a b i t a r e in un palazzo della Capitale e a o c c u p a r e u n a carica a corte, conservava g e l o s a m e n t e le p r e r o g a t i v e di q u e s t o s u p r e m o r a n g o e manteneva le distanze col pari g r a d o di n u o v a estrazione. Il g o v e r n o vicereale i n a u g u r a t o da d o n P e d r o di Toledo era stato infatti p r o d i g o d i titoli nobiliari: u n p o ' p e r c h é , ambiti c o m ' e r a n o p e r gli onori e i privilegi che comportavano in q u e s t a c h i u s a e g e r a r c h i z z a t a società secentesca, fruttavano al tesoro fior di quattrini, un p o ' p e r c h é creavano u n a categoria di clienti legati al p o t e r e costituito, un p o ' perché questa n u o v a aristocrazia serviva a controbilanciare quella p i ù antica e p r e p o t e n t e . Ma q u e s t ' u l t i m o obiettivo s'era d i m o s t r a t o illusorio p e r c h é il n u o v o nobile, più che a infrenare quello vecchio, badava a imitarlo soprattutto nell'arroganza. A n c h e lui si c o n s i d e r a v a s o v r a n o assoluto nel suo f e u d o , a n c h e lui si sentiva al di s o p r a della legge. In Pratica, il Viceré n o n g o v e r n a v a c h e un t e r z o d e l R e a m e . 135
Gli altri d u e terzi e r a n o «feudali», cioè soggetti ai Signori che se li t r a m a n d a v a n o p e r diritto ereditario e vi dettavano la legge loro. Vi risiedevano di r a d o . Anzi, c'erano dei nobili c h e n o n a v e v a n o m a i m e s s o p i e d e nelle l o r o t e r r e . Le amministravano - se si p u ò usare questo verbo - attraverso ìgabelloti, così chiamati p e r c h é si i m p e g n a v a n o a p a g a r e una «gabella», o affìtto a n n u o , al p a d r o n e che n o n voleva occuparsi del suo p a t r i m o n i o , p a g o d i s p r e m e r n e q u a n t o più p o t e v a p e r c a m p a r e a N a p o l i o a P a l e r m o . È facile capire ciò che avveniva: il gabellato, a sua volta, cercava di sfruttare al massimo la sua posizione p r a t i c a n d o un'agricoltura e una pastorizia di r a p i n a e r i d u c e n d o allo stremo i contadini. La d e g r a d a z i o n e del Sud ad «area depressa», depressa n o n solo e c o n o m i c a m e n t e , ma a n c h e m o r a l m e n t e , dalle a n g h e r i e che vi esercitavano, in n o m e del S i g n o r e assente e col suo tacito consenso, questi rapaci affittuari distruttori di boschi e pascoli, risale a quest'epoca. E l ' h a n n o sulla coscienza i nobili. C o s t o r o , o r m a i accasati in città, n o n a v e v a n o altro p r o blema da risolvere che la conquista e la difesa delle «precedenze». A differenza dei p i e m o n t e s i e dei veneziani infatti essi n o n costituivano un'aristocrazia di p o t e r e p e r c h é i Viceré spagnoli si g u a r d a v a n o b e n e dall'affidargliene anche le leve subalterne. Per le forze a r m a t e si fidavano solo - e facev a n o b e n e - dei loro generali c a s i g l i a n i . Per l'amministrazione preferivano p e r s o n a l e borghese. Il nobile quindi, per i n g a n n a r e i suoi ozi, n o n aveva altre risorse che la m o n d a nità, il gioco e le gare di prestigio e di protervia coi suoi pari. Per un posto a tavola, p e r un titolo omesso in un indirizzo, p e r un s u p e r l a t i v o in p i ù o in m e n o , e r a disposto a u c c i d e r e e a farsi u c c i d e r e . R a c c o n t a il Viterbo: « D u r a n t e u n a solennità, a Napoli, il Viceré uscì indispettito di chiesa, p e r c h é vide p o s a r e d u e cuscini sotto i piedi dell'Arcivescovo, che aveva d i r i t t o a un cuscino solo. Violenti contrasti scoppiarono in mezzo alla nobiltà di Bari p e r c h é il castellano G i u s e p p e Pappacoda, m a r c h e s e di C a p u r s o , si faceva da136
re di eccellenza e soprattutto p e r c h é la moglie nei divini uffizi alla basilica di San Nicola e in D u o m o usava la sedia con cuscino, il c h e offendeva la suscettibilità delle altre gentild o n n e prive di cuscino, e p e r giunta, d o p o essersi seduta, si lasciava avvolgere in nugoli d'incenso da pretonzoli e sagrestani che agitavano turiboli davanti a lei». I duelli del nobile n o n si c o n t a v a n o . Il suo senso dell'onore gli consentiva di n o n p a g a r e i debiti in cui il suo patrim o n i o stava s p r o f o n d a n d o , ma n o n di c e d e r e il passo sul marciapiede a un suo pari. Q u e s t o «affronto» l'obbligava a p o r m a n o alla s p a d a che gli cingeva il fianco, e gli u o m i n i del suo seguito ( p e r c h é u n nobile d e g n o d i q u e s t o n o m e non a n d a v a mai in giro da solo) e r a n o tenuti a imitarlo. Ne nascevano, in p i e n a strada, vere e p r o p r i e battaglie c h e lasciavano sul t e r r e n o m o r t i e feriti. I n v a n o i Viceré e m a n a vano b a n d i p e r i m p e d i r e queste orge d ' a r r o g a n z a e di sangue. Solo verso la fine del secolo i nobili n a p o l e t a n i si r e n d e r a n n o c o n t o d e l l ' a s s u r d i t à di questi massacri e con u n a dichiarazione s ' i m p e g n e r a n n o a cessarli. Era fatale che u n a siffatta classe, con la sua atavica refrattarietà alle attività produttive e la totale renitenza all'investimento, si giocasse il patrimonio, che dalle sue tasche cominciò lentamente a scivolare in quelle del ceto medio. Nel resto d'Italia, ceto m e d i o e r a s i n o n i m o di borghesia artigianale, mercantile, imprenditoriale. Nel Reame, no. Qui designava esclusivamente gli speculatori e gli avvocati. I p r i m i e r a n o appaltatori di gabelle, m e r c a n t i di pochi scrupoli, strozzini, usurai, questi ultimi in g r a n p a r t e forestieri, s p e c i a l m e n t e genovesi. I napoletani li chiamavano «giudei» p e r c h é e r a n o stati gli ebrei a d e t e n e r e il monopolio di quest'attività, p r i m a che d o n Pedro di Toledo li mettesse al b a n d o . Se gli speculatori, coi loro traffici più o m e n o leciti, s'imp i n g u a v a n o alle spalle dei nobili ricchi, s e m p r e m e n o ricchi, gli avvocati facevano d e n a r o sfruttando la loro litigiosa rivalità. I motivi di contesa, c o m e a b b i a m o visto, e r a n o 'nnumerevoli. Qualche volta, è vero, ci si faceva giustizia da 137
sé, con un duello o un agguato. Più spesso, a causa dei bandi vicereali che c o m m i n a v a n o p e n e severe a chi regolava in p r o p r i o i conti col nemico, s'andava dall'avvocato. Q u a n t i ce ne fossero a Napoli nel Seicento n o n sappiam o . C e r t a m e n t e dovevano essere legioni se, c o m e dice Croce, «la strada dell'avvocazione p a r v e fosse la sola a p e r t a agli u o m i n i i n t r a p r e n d e n t i , p e r c h é quella delle a r m i n o n valeva più a tal fine, e quella dei c o m m e r c i e delle industrie m a n cava, o n d e il " v e n d e r fole ai garruli clienti" d i v e n n e la vera industria e il lucroso c o m m e r c i o i n t e r n o di Napoli». Ma c'era a n c h e un'altra circostanza a r e n d e r e vantaggiosa e ambita la carriera forense: gli avvocati p o t e v a n o facilmente otten e r e cariche politiche. G u a d a g n a v a n o m e n o m a accrescevano il p r o p r i o prestigio e, se g i u n g e v a n o a ricoprire uffici importanti, venivano insigniti d ' u n titolo nobiliare. Accanto a questo ceto m e d i o e all'aristocrazia, c'era un'altra classe benestante e privilegiata: il clero. Napoli pullulava di edifici e istituzioni religiose. A m e t à del Seicento, nella sola Capitale, s o r g e v a n o p i ù di c e n t o conventi, in m a g g i o r a n z a d o m e n i c a n i , francescani, gesuiti. Alcuni risalivano al M e d i o Evo, molti e r a n o stati innalzati d o p o il Concilio di T r e n t o . Il n u m e r o dei religiosi si faceva a m m o n t a r e a trentamila su u n a popolazione che oscillava fra le d u e c e n t o e le trecentocinquantamila a n i m e . Essi n o n e r a n o dediti solo alla p r e g h i e r a e alle o p e r e di carità, ma a n c h e all'artigianato e al c o m m e r c i o . I gesuiti trafficavano in vino, altri o r d i n i lav o r a v a n o l ' o r o e l ' a r g e n t o , c h e i fedeli gli lasciavano p e r t e s t a m e n t o , le m o n a c h e c o n f e z i o n a v a n o e v e n d e v a n o biscotti, canditi, lasagne e altre leccornìe. La chiesa di D o n n a r o m i t a si specializzò nella c o m p o s i z i o n e di foglie di rosa c a n d i t e , quella di Santa C a t e r i n a nella fabbricazione di tagliolini più fini di capelli, quella di San Potito acquistò rinom a n z a p e r il «casatiello», o torta pasqualina. Grazie a q u e s t ' i m p o n e n t e attività gastronomica, Napoli g o d e v a la fama della città più buongustaia d'Italia. A n c h e nel R e a m e , c o m e nel r e s t o della Penisola, gli ec138
clesiastici beneficiavano d ' i m m u n i t à e privilegi. L'alto clero faceva c o n c o r r e n z a ai nobili nello sfoggio di ricchezza e di p o m p a e , n o n m e n o d e i p r i n c i p i e d e i b a r o n i , e r a geloso delle p r o p r i e prerogative. Il Vescovo viveva da g r a n Signor e , t e n e v a m e n s a i m b a n d i t a , aveva u n o stuolo d i m a g g i o r d o m i , c u o c h i e c a m e r i e r i , e r a riverito e ossequiato dal Viceré, dall'aristocrazia e dalla plebe, che a lui ricorreva in occasione di carestie e cataclismi naturali. D u r a n t e l ' o c c u p a z i o n e s p a g n o l a s e n ' a b b a t t e r o n o sulla città di terribili: tre volte Napoli fu squassata dal t e r r e m o t o , u n a volta fu sconvolta dall'eruzione del Vesuvio, un'altra la sua p o p o l a z i o n e fu d e c i m a t a dalla p e s t e . A far le spese di questi flagelli e r a n o il «popolo» e il «popolino». Al p o p o l o a p p a r t e n e v a n o bottegai, barcaioli, m u l a t t i e r i , piccoli c o m mercianti che guadagnavano abbastanza per campare ma n o n a b b a s t a n z a p e r affrontare l e c o n s e g u e n z e d ' u n a calamità. Il p o p o l i n o , che c o m p r e n d e v a la m a g g i o r a n z a degli abitanti, era u n a specie di sottoproletariato cencioso, disered a t o , affamato, c h e viveva d ' a c c a t t o n a g g i o e d ' e s p e d i e n t i , facile esca di suggestioni d e m a g o g i c h e e di m i r e sovversive. I Viceré lo t e n e v a n o a b a d a con piccoli sussidi ed elargizioni di vino e farina e se ne servivano, in caso di disordini, c o m e contraltare alla nobiltà. Q u e s t a p l e b e viveva nei bassi, stipata in l u r i d e catapecchie, infette e fatiscenti, dove n e m m e n o la polizia osava entrare. Forniva i q u a d r i alla malavita locale che nel Seicento, con la nascita della camorra, così d e n o m i n a t a da u n ' o m o n i ma bisca dove conveniva g e n t e della p e g g i o r risma, si diede u n a vera e p r o p r i a organizzazione gerarchica. I capi si chiam a v a n o guappi, indossavano abiti vistosi e sgargianti, assum e v a n o pose minacciose e spavalde, c a m m i n a v a n o col petto in fuori e le m a n i sui fianchi, seguiti da un codazzo di fedeli, a r m a t i fino ai denti. N o n c'era r a t t o , omicidio, r a p i n a in cui la camorra n o n avesse lo z a m p i n o . I suoi sicari venivano assoldati indifferentemente dai nobili, dagli spagnoli, dai ricchi signori che trovavano molto c o m o d o far liquidare un 139
nemico dal guappo, che l'assoluta o m e r t à della p o p o l a z i o n e r e n d e v a inafferrabile e metteva al sicuro da o g n i sanzione. Talvolta la camorra assumeva le difese del debole, angariato ingiustamente dal p o t e n t e che, con le b u o n e o le cattive, più con queste che con quelle, doveva r i p a r a r e il torto e risarcire la vittima, se n o n voleva rimetterci la pelle. Ma più spesso si c o m p o r t a v a c o m e u n ' a s s o c i a z i o n e a d e l i n q u e r e , spiccia nei m e t o d i , inesorabile negli odi, spietata nelle v e n d e t t e . E tale s'è t r a m a n d a t a fino ai giorni nostri. G o v e r n a r e in q u e s t e condizioni n o n e r a facile. I Viceré che s'avvicendarono a Napoli, salvo r a r e eccezioni, lasciaron o d i s é u n p e s s i m o r i c o r d o . Venivano dalle f i l e della n o biltà castigliana, e r a n o c o m p l e t a m e n t e d i g i u n i d ' a m m i n i strazione, consideravano la loro carica un titolo da sfoggiare e u n a facile fonte di g u a d a g n o , b a d a v a n o solo al p r o p r i o t o r n a c o n t o e s'infischiavano dei bisogni dei sudditi. Valga p e r tutti l'esempio del Duca d ' O s s u n a , a p p r o d a t o a Napoli n e l 1616, a b o r d o d ' u n a lettiga. C o m b a t t e n d o in F i a n d r a s'era infatti ferito a u n a g a m b a e c a m m i n a v a con difficoltà. Aveva t r e n t a s e t t e a n n i e t u t t e le s t i m m a t e dell'hidalgo. Di statura piuttosto bassa, b r u n o d'occhi e di capelli, olivastro d i pelle, sfrontato, i m p u l s i v o , s u p e r b o , e r a d o m i n a t o d a u n ' a m b i z i o n e sfrenata e da un'irresistibile i n c l i n a z i o n e al bel sesso. Ecco il ritratto che di lui tracciò l'agente a Napoli del Duca d ' U r b i n o : «I concetti di questo Viceré sono smisurati et d e g n i d ' u n Alessandro M a g n o . Si è messo in a n i m o di fabbricare et a r m a r galeazze, et s p e r a p r e n d e r Costantin o p o l i , r a c q u i s t a r G e r u s a l e m m e , pigliar l'Albania et cose maggiori. Cominciò a far descrivere la g e n t e di Napoli atta alle a r m i , poi à s o p r e s e d u t o . Vuol far venire q u a 1500 Valloni, 5 0 0 A l e m a n n i e t 4 0 0 0 S p a g n u o l i e t t e n e r i n o r d i n e 6000 regnicoli, p e r h a v e r un esercito valente». Era un esibizionista. Vestiva in m o d o eccentrico, ostentava gioielli di g r a n fattura, p a r l a v a a voce alta, apostrofava chi, i n c o n t r a n d o l o p e r s t r a d a , n o n gli t r i b u t a v a i l d o v u t o omaggio, si circondava di buffoni, faceva plateali elemosine, 140
i m b a n d i v a b a n c h e t t i p a n t a g r u e l i c i e dava feste da «Mille e u n a notte». Ma sapeva a n c h e g u a d a g n a r s i le simpatie p o p o lari con gesti teatrali e demagogici. Un giorno, attraversando in carrozza il m e r c a t o , g i u n t o d a v a n t i all'ufficio dove si riscuoteva il balzello sulla frutta, o r d i n ò al cocchiere di fermarsi. Scese, sguainò la spada, e con un colpo netto recise le c o r d e della bilancia su cui si pesava la frutta, e s c l a m a n d o : «Così si leva la gabella dei frutti; piuttosto p e r d i la vita che sopportarla». C o n questi gesti da g u a p p o si p r o c u r a v a i favori del popolino,, di cui aveva bisogno p e r c o m p e n s a r e l'odio che i nobili n u t r i v a n o p e r lui. Li trattava dall'alto al basso, li offendeva in p u b b l i c o e insidiava in p r i v a t o le l o r o d o n n e . Organizzava feste con prostitute e teppisti, che spesso d e g e n e r a v a n o in orge e tafferugli. Q u a l c h e volta ci scappava a n c h e il m o r t o . Fu la sua avidità a p e r d e r l o . In q u a t t r ' a n n i - quanti d u r ò la sua missione - l'Ossuna n o n m a n d ò in patria un solo r e n d i c o n t o . R u b ò a p i e n e m a n i e fece r u b a r e ai suoi amici. «Questi» scrive a n c o r a l ' a g e n t e d e l D u c a d ' U r b i n o , c o m m e n t a n d o il richiamo in S p a g n a del Viceré «è u n o d e ' g r a n matti c h ' a b b i n o mai g o v e r n a t o q u e s t o R e g n o ; e t u t t o q u e l c h ' h a fatto p e r n o n partirsi di qua, è stata v e r a m e n t e pazzia, senza f o n d a m e n t o nissuno de potersi sostenere; ma l'amore g r a n d i s s i m o di d a m e ne dà g r a n c a g i o n e ; con t u t t o ciò si p o r t e r à seco d u e cento mila ducati d'oro, senza quel che ha dissipato e dato via.» Lasciando Napoli, g i u r ò che vi sarebbe t o r n a t o p e r vendicarsi di coloro che avevano voluto, e o t t e n u t o , il suo eson e r o . M a n o n m a n t e n n e l a parola p e r c h é u n a n n o d o p o essere r i e n t r a t o in patria fu imprigionato. Ne aveva fatte t r o p p e . I suoi successori ne f a r a n n o a l t r e t t a n t e , e il R e a m e seguiterà a rotolare verso l'abisso, t r a v o l g e n d o l'economia e la società di tutto il Mezzogiorno.
CAPITOLO DODICESIMO
L'INVOLUZIONE POLITICA
Se l'Italia n o n e r a stata fra le maggiori vittime della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , che l'aveva coinvolta solo m a r g i n a l m e n t e e di riflesso, ciò n o n vuol dire che n o n ne abbia anch'essa sofferto le c o n s e g u e n z e . Abbiamo già visto cosa quel conflitto costò al P i e m o n t e , lo Stato italiano che vi si trovò p i ù dirett a m e n t e i m p e g n a t o . Gli a v v e n t u r o s i D u c h i d i Savoia c h e avevano cercato di approfittarne p e r impadronirsi del M o n f e r r a t o s t r a p p a n d o l o ai D u c h i di M a n t o v a e r i u n i r e sotto la loro signoria tutta la r e g i o n e , d o v e t t e r o contentarsi di p ò c h e briciole e c o n s e g n a r e in cambio P i n e r o l o ai francesi. C o s t o r o , d a q u e s t a testa d i p o n t e , p o t e r o n o s e m p r e più s v i l u p p a r e le l o r o i n t e r f e r e n z e nella p e n i s o l a p e r minarvi la -supremazia spagnola. E questa lotta doveva contin u a r e a n c h e d o p o la p a c e di Westfalia, a c c e n t u a n d o le divisioni dell'Italia e p r e c i p i t a n d o l a in un s e g u i t o di conflitti intestini, che n o n e r a n o l a g u e r r a , m a n o n e r a n o n e m m e no la p a c e . Più c h e di g r a n d e politica, si t r a t t a d ' i n t r i g h i , c h e alla fine l a s c i a r o n o le cose p r e s s a p p o c o c o m e p r i m a , ma che tuttavia l o g o r a r o n o vieppiù le r e s i d u e forze del n o stro esausto Paese. La vittima p i ù illustre fu Venezia. La sua d i p l o m a z i a si e r a b a r c a m e n a t a s a g g i a m e n t e nel g r a n d e conflitto che o p p o n e v a gli A s b u r g o d'Austria e quelli di S p a g n a ai Valois francesi. Ma la divisione d'Italia e d ' E u r o p a le fu fatale nella lotta contro i turchi all'assalto del suo i m p e r o m e d i t e r r a n e o . Di questo i m p e r o , il p u n t e l l o e r a l'isola di Creta. I turchi la conquistarono di sorpresa nel 1645; ma la g u a r n i g i o n e della capitale, C a n d i a , resistè. E Venezia, p e r sostenerla, m a n d ò 142
flotte su flotte. L o r e n z o Marcello distrusse quella avversaria nell'Ellesponto, e Lazzaro Mocenigo forzò a d d i r i t t u r a i Dardanelli m e t t e n d o il blocco a Costantinopoli. E n t r a m b i p e r sero la vita in q u e s t e s a n g u i n o s e battaglie c h e testim o n i a v a n o l'indomito valore della m a r i n e r i a veneziana, ma nello stesso t e m p o la d i s s a n g u a v a n o . Venezia aveva deciso questa resistenza a oltranza nella fiducia che p r i m a o poi si riformasse il fronte cristiano che c e n t ' a n n i p r i m a aveva cond o t t o al trionfo di L e p a n t o . Ma la s p e r a n z a a n d ò d e l u s a . Q u a n d o , d o p o ventitré a n n i di g u e r r a nella città assediata, il c o m a n d a n t e dell'eroica piazzaforte, Morosini, si arrese coi brandelli della sua g u a r n i g i o n e , Venezia aveva p e r d u t o centomila u o m i n i e oltre d u e c e n t o navi. Da questo colpo n o n si riprese più. Da allora, tutta la sua politica n o n sarà più che u n ' a z i o n e di r e t r o g u a r d i a , volta n o n già a rilanciare la sua gloriosa avventura, ma a r i t a r d a r n e la fine. Gli altri Stati italiani facevano soltanto del piccolo cabotaggio. Abbiamo visto i francesi approfittare dei dissidi fra i Savoia di Torino e i Gonzaga-Nevers di Mantova, titolari anche del Monferrato, p e r installarsi a Pinerolo. Di lì a pochi a n n i s ' i m p a d r o n i r o n o a n c h e di Casale, m e t t e n d o così il Piem o n t e sotto il p r o p r i o c o n t r o l l o e t e n e n d o sotto c o n t i n u a minaccia sia il g o v e r n a t o r a t o spagnolo di Milano che la r e pubblica d i Genova, i n d i p e n d e n t e m a s t r e t t a m e n t e legata alla S p a g n a sin dai t e m p i di A n d r e a Doria. Ma non si contentarono di questo. Con un improvviso attacco n a v a l e , o c c u p a r o n o a n c h e P i o m b i n o e i cosiddetti «Presidi» della M a r e m m a e dell'Elba. Dal p u n t o di vista territoriale, n o n e r a n o g r a n d i conquiste. Ma lo e r a n o dal p u n to di vista strategico p e r c h é q u e i capisaldi d o m i n a v a n o le rotte marittime fra Genova e Napoli. Poteva essere il principio di un sovvertimento di tutta la situazione italiana a p r ò della Francia, se questa n o n fosse c a d u t a in p r e d a alle convulsioni della Fronda, che precipitò n u o v a m e n t e il Paese nella g u e r r a civile. Casale fu evacuata, m e n t r e Piombino t o r n ò n o m i n a l m e n t e ai Ludovisi, ma di fatto alla S p a g n a , l o r o 143
p r o t e t t r i c e . M a i n t a n t o , d i tutti questi s u b b u g l i p r o v o c a t i dalla i n t e r m i n a b i l e rissa franco-spagnola, a v e v a n o cercato di approfittare gli altri potentati. Nei capitoli che a b b i a m o loro singolarmente dedicato, abbiamo fatto c e n n o di queste piccole avventure. Rivediamole nel loro insieme. Saldo nei suoi p o s s e d i m e n t i garantitigli dalla S p a g n a , il Papato n o n p e r d e v a occasione p e r cercar di dilatarli a spese dei vicini. Al Lazio, all'Umbria, alle Marche, a un bel boccone dell'Emilia-Romagna, nel 1598 esso aveva a g g i u n t o Ferr a r a a p p r o f i t t a n d o di u n a complicata q u e s t i o n e di successione p e r toglierla agli Este, cui rimasero soltanto M o d e n a e R e g g i o . Nel 1631 si e r a a n n e s s o U r b i n o , soffiandolo al G r a n d u c a di Toscana. Nel '49 riuscì finalmente a incamerare a n c h e Castro, il feudo laziale dei Farnese, c o n t r o cui invano si era avventato pochi a n n i p r i m a U r b a n o V i l i . Gli Este si fecero c o m p e n s a r e dai protettori spagnoli, che s o v r i n t e n d e v a n o a t u t t e q u e s t e t r a n s a z i o n i , con l'assegnazione di C o r r e g g i o . I G o n z a g a r i e b b e r o Casale, s g o m b r a t a dai francesi. Q u a n t o al G r a n d u c a di Toscana c h e , confin a n d o con gli Stati pontifici, si considerava il più minacciato dal loro accrescimento, ricevette c o m e c o n t e n t i n o le contee m a r e m m a n e di Pitigliano e di S a n t a Fiora, e P o n t r e m o l i nella Lunigiana, antichissimo feudo dei Malaspina. E r a n o c a m b i a m e n t i che n o n c a m b i a v a n o n u l l a . Quelli che passavano da u n a m a n o all'altra n o n e r a n o degli Stati, e n e m m e n o dei C o m u n i o dei Municipi, ma solo delle «fattorie» che i vari signori c o n s i d e r a v a n o loro privato p a t r i m o nio. Tutti i nuovi equilibri che questi baratti creavano e r a n o m o m e n t a n e i e n o n incidevano m i n i m a m e n t e sulle sorti del Paese, che s e m p r e più volgevano al peggio. Prima della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i infatti l'Italia esercitava a n c o r a un certo peso. Venezia e r a u n a g r a n d e potenza, la capitale di un vasto i m p e r o coloniale, con cui l ' E u r o p a doveva fare i conti. In c a m p o spirituale, la C o n t r o r i f o r m a aveva rifatto di R o m a un Caput mundi, e sia p u r e di un m o n do mutilato qual era quello cattolico d o p o la g r a n d e divisio144
ne o p e r a t a da Calvino e da L u t e r o . In c a m p o c u l t u r a l e , il p r i m a t o italiano restava, sia p u r e solo p e r forza d'inerzia, cioè di tradizione. Malgrado i suoi Galilei, i suoi Sarpi, i suoi B e r n i n i , i suoi M o n t e v e r d i , l'Italia n o n e r a p i ù quella del Cinquecento. Ma il prestigio p e r d u r a v a . L'italiano era ancora la lingua della intellighenzia e delle Corti e u r o p e e . Il nazionalista S h a k e s p e a r e , nei suoi d r a m m i e c o m m e d i e , n o n si stanca di avventare strali contro i suoi compatrioti che p e r snobismo u s a n o parole italiane e ostentano m o d i e vezzi italiani. La «rifinitura» di un u o m o di m o n d o e il c o m p l e t a m e n t o della sua educazione era il viaggio in Italia. La G u e r r a dei T r e n t ' a n n i s e g n a lo s p a r t i a c q u e e dà l'avvìo al g r a n d e declino. Venezia r i m a n e u n a città o p u l e n ta, fastosa e festosa; ma il suo i m p e r o n o n è più il Mediterr a n e o , che del resto ha c e d u t o la sua c o r o n a di «Re dei mari», all'Atlantico; è soltanto l'Adriatico. Q u a n t o a R o m a , i fatti d i m o s t r a n o che il suo p r i m a t o spirituale, nella stessa area cattolica, e r a c o n d i z i o n a t o dal p o t e r e m a t e r i a l e della Spagna, e con esso t r a m o n t a . Il Papato, che con la Controriforma aveva c r e d u t o di r i p r e n d e r e l'iniziativa e di p o t e r ric r e a r e in E u r o p a u n ' a t m o s f e r a di crociata, d o p o la pace di Westfalia si trova r i d o t t o , c o m e influenza, al livello di u n o dei tanti Stati italiani; ed ecco p e r c h é c o m e essi si a b b a n d o na a u n a politica famelica di annessioni territoriali. Q u e s t a involuzione la si nota financo nella d e c a d e n z a fisica delle dinastie italiane. Gli Este, i G o n z a g a , i F a r n e s e , che nel Q u a t t r o e nel C i n q u e c e n t o avevano sfornato splendidi a r c h è t i p i di c o n d o t t i e r i , m a g a r i b r u t a l i e c r u d e l i , ma fisicamente gagliardi e carichi di aggressiva e n e r g i a , s o n o ora r a p p r e s e n t a t i da delle specie di m o n g o l o i d i , minati da tare ereditarie. L'ultimo Medici che fa o n o r e al n o m e è Ferd i n a n d o II. D o p o di lui, sarà un seguito di d e g e n e r a t i fino all'estinzione della casata. Ciò n o n r a p p r e s e n t a u n a semplice curiosità patologica. Ha il suo p e s o in u n a politica p e r s o n a l i z z a t a c o m e quella degli Stati italiani, che quasi d o v u n q u e s'identificano col Si145
g n o r e , anzi n o n r a p p r e s e n t a n o - c o m e abbiamo detto - che il suo privato p a t r i m o n i o . Questo, si dirà, è un tratto comune anche alla Francia, dato il carattere assolutistico della sua m o n a r c h i a . Ma la Francia e r a o r m a i u n a N a z i o n e , che già e s p r i m e v a delle classi d i r i g e n t i . I suoi Re, a n c h e q u a n d o n o n li a m a v a n o , dovevano subire i Sully, i Richelieu, i Mazar i n o , i Colbert, che r i m e d i a v a n o alle deficienze dei loro sovrani. In Italia l'unica città che potesse p r o d u r r e di questi u o mini e r a Venezia, d a t a la sua s t r u t t u r a oligarchica che, alm e n o nell'ambito delle sue «grandi famiglie», poteva procurarsi i necessari ricambi. Venezia n o n era il Doge, figura solt a n t o r a p p r e s e n t a t i v a e simbolica, ma un insieme di Magis t r a t u r e elettive c h e d a u n a p a r t e c o n t r o l l a v a n o i l p o t e r e , dall'altra servivano a selezionarne gli aspiranti. Il filtro n o n era automatico e perfetto. C o m e in tutti i regimi e in tutti i tempi, anche a Venezia l'intrigo e la malizia a v r a n n o spesso avuto la meglio sul valore e sui meriti. Ma il r e g i m e a m m e t teva u n a libera competizione, forniva u n a palestra, garantiva u n a r o t a z i o n e . E q u e s t o è il s e g r e t o della l u n g a d u r a t a della Serenissima. Nulla di tutto questo avveniva negli altri Stati italiani. A i m p e d i r l o n o n era l'assolutismo che poteva a n c h e spalancare le p o r t e alla collaborazione di u o m i n i energici e p r e p a r a ti. Lo si stava v e d e n d o , c o m e a b b i a m o d e t t o , in Francia; lo si sarebbe visto nel secolo successivo nella stessa Italia, specie nella Firenze di L e o p o l d o , il sovrano illuminato che seppe a p p a l t a r e le p r o p r i e riforme agli u o m i n i più adatti selez i o n a n d o l i i n d i p e n d e n t e m e n t e dal loro r a n g o sociale. A impedirlo e r a un altro motivo: il fatto che, nell'Italia del Seicento, il p o t e r e r a p p r e s e n t a v a l'unica industria redditizia, e q u i n d i la classe che ne d e t e n e v a il m o n o p o l i o n o n e r a disposta a r i n u n c i a r v i p e r n e s s u n a r a g i o n e al m o n d o . Negli altri Paesi e r a o r m a i cominciata la g r a n d e a v v e n t u r a capitalistica e coloniale che offriva l a r g h e e r e m u n e r a t i s s i m e possibilità a c h i u n q u e fosse dotato d'iniziativa. Più che a di146
ventar «funzionari», l'inglese e l'olandese m i r a v a n o a diventare a r m a t o r i , a i m p i a n t a r e fabbriche, a impossessarsi dei c o m m e r c i con l ' I n d i a o l ' I n s u l i n d i a . Gli stessi s p a g n o l i e portoghesi avevano il g r a n d e sbocco dell'America latina, d o ve c'erano da a c c a p a r r a r e miniere e latifondi. Gl'italiani vivevano in piccoli m o n d i asfittici e senza sbocchi. Tutta la loro ricchezza era investita in t e r r e che davano scarsi utili pelle ragioni che d i r e m o nel capitolo s e g u e n t e . Per i n t e g r a r e questi r e d d i t i miserelli, alle classi privilegiate n o n restava che scalare qualche pubblico ufficio. La sete del «posto» che caratterizza gl'italiani, specie i meridionali, nacque allora. E allora n a c q u e lo strano concetto che del «posto» h a n n o gl'italiani, n o n c o m e di un «servizio», ma come di u n a g r e p p i a o licenza di s f r u t t a m e n t o . Il privilegio si manifestava così: come un titolo, spesso ereditario, all'accaparramento di tutti i pubblici uffici, compresi quelli degli enti caritativi e assistenziali. C o l o r o che d e t e n e v a n o q u e s t a esclusiva la difend e v a n o p u n t i g l i o s a m e n t e d a qualsiasi i n t r o m i s s i o n e d i estranei. Perfino la gestione dei Monti di Pietà e r a u n a privativa di casta. Era questo che r e n d e v a così sclerotica la società italiana e così p o v e r a di ricambi. Dal P a p a al Duca di Mantova, i signorotti che s g o v e r n a v a n o l'Italia e r a n o p r i gionieri di q u e s t e mafie e c a m o r r e c h e col m o n o p o l i o del p o t e r e si t r a m a n d a v a n o di p a d r e in figlio il diritto di abusarne. Ed ecco p e r c h é le loro personali tare e deficienze erano più catastrofiche di q u a n t o n o n fossero là dove si poteva attingere ad altri serbatoi, e specialmente a quelli della cultura e della tecnica. Ma questa malformazione rischia di restare incomprensibile se n o n ci si rifa alla situazione economica che la provocava.
CAPITOLO TREDICESIMO L'INVOLUZIONE ECONOMICA
N e g l ' i m m e n s i cimiteri che la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i aveva disseminato in tutta E u r o p a , ossa di soldati italiani ce n'erano - r e l a t i v a m e n t e - p o c h e : alcuni p i e m o n t e s i t r a s b o r d a t i dai loro Duchi dal c a m p o francese al c a m p o spagnolo e viceversa, secondo l'esigenza della loro politica «pendolare», alcuni lombardi reclutati dal G o v e r n a t o r e di Madrid, alcuni m e r i d i o n a l i m a n d a t i d a l Viceré di N a p o l i di rinforzo alle a r m a t e asburgiche. Briciole, in confronto all'ecatombe degli altri Paesi e u r o p e i . Ma l'Italia aveva u g u a l m e n t e pagato un grosso contributo di cadaveri grazie alle d u e g r a n d i epidem i e di peste c h e l ' i m m a n e conflitto p r o v o c ò : quella del 1630, di cui il Manzoni ci ha lasciato un così vivido e lugub r e affresco, e quella del 1656-57. Q u a n t e vittime siano costate n o n s a p p i a m o : censimenti a quei t e m p i n o n se ne facevano. Ma alcune cifre le abbiamo: su 240.000 abitanti, Napoli ne perse 50.000; Milano 35.000 su 200.000; Venezia 20.000 su 150.000, eccetera. P u r facendo le debite riserve sull'esattezza di questi dati, è probabile che la m a g g i o r a n z a degli storici siano p r e s s a p p o c o nel giusto q u a n d o d i c o n o c h e l'intera p o p o l a z i o n e italiana fu ridotta da quel flagello a n o n più di dieci milioni di abitanti. Fra le t a n t e carestie c h e affliggevano l'Italia c'era d u n q u e anche quella degli uomini. R e g i m i politici illuminati e a m m i n i s t r a z i o n i oculate a v r e b b e r o p o t u t o benissimo ovviare al m a l a n n o razionalizz a n d o le attività p r o d u t t i v e , cioè a p p o r t a n d o v i migliorie tecniche che r e n d e s s e r o m e n o grave la p e n u r i a di braccia, come facevano p e r esempio l'Inghilterra e l'Olanda, già di148
ventate patrie della Tecnica. Ma questo n o n era il caso di un Paese che, come v e d r e m o , tappava la bocca a Galileo. S t r e t t a m e n t e legato alla Chiesa della C o n t r o r i f o r m a , a sua volta s t r e t t a m e n t e avversa a ogni p r o g r e s s o , il d o m i n i o spagnolo n o n era di certo il più indicato a sollevare le sorti dell'economia italiana. Molti storici, specialmente m e r i d i o nali (Benedetto Croce, Panfilo Gentile, Virgilio Titone) contestano quest'affermazione. Ma noi n o n riusciamo a v e d e r e come gli spagnoli, che amministravano così male la Spagna, potessero a m m i n i s t r a r e b e n e l'Italia. G r a n d i soldati, g r a n d i conquistatori, g r a n d i sacerdoti, gli spagnoli sono stati semp r e e d o v u n q u e cattivi amministratori. Tuttavia, p e r q u a n t o r i g u a r d a l'Italia, bisogna i n t e n d e r ci. Essi n o n sfruttarono il nostro Paese, n o n cercarono di arricchirsi a spese della sua miseria, mortificando di proposito le s u e capacità p r o d u t t i v e p e r i m p o r l e le p r o p r i e m e r c i e manufatti. Al contrario. Siccome la Spagna, ridotta dai suoi stessi Re a u n a caserma, n o n dava e c o n o m i c a m e n t e più nulla, specie d o p o la cacciata degli ebrei e dei moriscos, u n i c h e sue m i n o r a n z e p r o d u t t i v e , l'Italia t r o v ò in essa la sua migliore cliente. Non soltanto gli a r m a t o r i e i banchieri g e n o vesi ci fecero affari d'oro, ma tutta l'industria italiana trovò nell'impero spagnolo il suo m e r c a t o e vi d e t e n n e , p e r m a n canza di c o n c o r r e n z a , posizioni di privilegio. Infatti la n o stra decadenza economica n o n comincia con l'egemonia coloniale spagnola, ma col suo declino in seguito alla G u e r r a dei T r e n t ' a n n i . È allora che i difetti di quell'amministrazione n o n sono più compensati dal vantaggio che all'Italia derivava di trovarsi inserita in un sistema imperiale bisognoso dei suoi manufatti e capace di assorbirli. Quali e r a n o questi difetti? E r a n o quelli insiti nel tipo di società feudale, che la S p a g n a e la Chiesa della Controriforma avevano anacronisticamente restaurato, m e n t r e in tutto il resto d ' E u r o p a la si stava l i q u i d a n d o . Q u e s t a società, basata sul privilegio ereditario, disprezzava il lavoro, m e t t e n do al vertice della gerarchia n o n il p r o d u t t o r e , ma il r e d d i 149
fiero. E r a stata q u e s t a i m p o s t a z i o n e psicologica che aveva spinto i capitalisti italiani a investire i loro p a t r i m o n i in terr e . Da Paese i n d u s t r i a l e , q u a l e r a stato fino alla m e t à del C i n q u e c e n t o , l'Italia si era trasformata in Paese agricolo. E - attenzione! - questo e r a avvenuto nel m o m e n t o in cui, attraverso la Spagna, tutta l ' E u r o p a veniva s o m m e r s a dall'oro che i conquistadores m a n d a v a n o dall'America, e c h e aveva provocato un'autentica inflazione, che a sua volta aveva p r o vocato il rincaro. Le t e r r e quindi e r a n o state p a g a t e a prezzi altissimi. M e n t r e ora, esaurito l'afflusso dell'oro americano, si apriva la fase della deflazione, e con essa la caduta dei prezzi, a cominciare da quelli dei p r o d o t t i agricoli. Di qui, la crisi dell'agricoltura: le t e r r e , p a g a t e care, r e n d e v a n o p o co. E ciò provocava d u e c o n s e g u e n z e : lo spasmodico attacc a m e n t o dei p r o p r i e t a r i alle posizioni di p o t e r e , le u n i c h e che potessero i n t e g r a r e gli scarsi redditi, come abbiamo detto nel p r e c e d e n t e capitolo; e la fuga dei contadini, s p r e m u t i dal latifondista. A b b i a m o in p r o p o s i t o cifre indicative. Nel c o r s o del Seicento, l a M a r e m m a p e r d e u n t e r z o della sua p o p o l a z i o n e , m e n t r e n e l l ' a g r o r o m a n o la t e r r a coltivata si riduce a d d i r i t t u r a a un decimo. Questo massiccio esodo avrebbe p o t u t o essere u n a fortuna, come e n t r o certi limiti lo è oggi, se la popolazione r u r a le avesse trovato nelle città delle i n d u s t r i e p r o n t e ad accoglierla e a t r a s f o r m a r l a in o p e r a i a . Ma a n c h e le i n d u s t r i e e r a n o c a d u t e in crisi da q u a n d o il loro più ricco cliente - la S p a g n a dissanguata e impoverita dalle g u e r r e - era entrata in fase di declino. Q u e s t a era la causa principale della decad e n z a i n d u s t r i a l e italiana, m a n o n l'unica. U n ' a l t r a e r a l a m a n c a n z a di capitali che, come abbiamo detto, avevano p r e so la via della t e r r a e n o n ne ritraevano q u a n t o bastasse ad a c c u m u l a r e del risparmio p e r la formazione di n u o v o capitale da investire in altre i m p r e s e . E infine le pesanti b a r d a t u r e c o r p o r a t i v e c h e la società feudale del Seicento aveva restaurato. La corporazione, che assolveva i compiti del sindacato o d i e r n o , n o n voleva n u o v e reclute, p e r c h é le n u o v e 150
reclute significavano a b b o n d a n z a di m a n o d o p e r a e q u i n d i d i m i n u z i o n e dei salari. Essa mirava a u n a cosa sola: a far sì che gli o p e r a i qualificati fossero p o c h i , in m o d o che l'imp r e n d i t o r e fosse costretto ad accettare le loro condizioni. E questo provocava il paradosso di un Paese che soffriva insieme di p e n u r i a di braccia, di disoccupazione e di costi di lavoro t r o p p o alti. Era s e m p r e stato così, a n c h e nel Tre e nel Q u a t t r o c e n t o . Ma allora l'Italia era il solo Paese d ' E u r o p a a p o s s e d e r e delle m a e s t r a n z e qualificate. Q u i n d i , a g e n d o quasi in r e g i m e di m o n o p o l i o , poteva v e n d e r e a prezzi che compensassero i suoi alti costi di p r o d u z i o n e dovuti all'alto livello dei salari. Ma l ' E u r o p a del Seicento n o n presentava prù le stesse condizioni. Francesi, inglesi, olandesi n o n solo avevano i m p a r a to le tecniche italiane, ma, grazie al r e g i m e di p i e n a libertà concesso ai l o r o scienziati e alla g e n e r o s i t à con cui p o t e r i pubblici e i m p r e s e private finanziavano s p e r i m e n t a z i o n i e ricerche di laboratorio, le avevano di g r a n l u n g a migliorate. Ci s u p e r a v a n o a n c h e nei c a m p i in cui sembrava che il prim a t o italiano fosse imbattibile. Per esempio, quello a r m a t o riale. Per secoli, Genova e Venezia avevano dettato legge coi loro cantieri. Ma alla m e t à dei Seicento il loro naviglio n o n poteva più c o m p e t e r e con quello olandese e inglese, che ormai d o m i n a v a n o tutti i m a r i , c o m p r e s o il M e d i t e r r a n e o , grazie alla loro s u p e r i o r e velocità e robustezza e ai loro p i ù convenienti noli. Se i p o r t i italiani, specie G e n o v a e Livorno, e r a n o a n c o r a molto attivi, lo e r a n o n o n p e r le navi italiane, ma p e r quelle inglesi e olandesi. E così si dica dell'industria tessile, altro c a m p o in cui avevamo p e r secoli d o m i n a t o . Nello spazio di pochi decenni, la p r o d u z i o n e a n n u a di Venezia si ridusse da 20.000 a 2.000 p a n n i , l e s e t t a n t a i m p r e s e d i Milano d i v e n t a r o n o c i n q u e , dei 30 telai di C o m o n o n ne rimase u n o . E soltanto u n a piccola esemplificazione che n o n va presa alla lettera. Il p a n o r a m a n o n è tutto catastrofico. M e n t r e queste tradizionali e accreditate aziende declinano, ce ne sono altre che sorgono 151
in città c h e m a i ne a v e v a n o a v u t e . E il motivo è c h i a r o : in q u e s t e città n o n ci sono delle c o r p o r a z i o n i a b b a s t a n z a agg u e r r i t e p e r i m p o r r e m e r c e d i t r o p p o alte. Q u i l ' i m p r e n d i tore poteva giovarsi della m a n o d o p e r a in fuga dalla campagna, m e n o abile, ma a n c h e m e n o esigente, e p r o d u r r e a costi concorrenziali grazie ai p i ù bassi salari. Ma la d e c a d e n z a c o m u n q u e r i m a n e e si aggrava. I cosiddetti «indici di p r o duttività», invece di c r e s c e r e , d i m i n u i s c o n o o g n i a n n o . E con essi diminuisce il cosiddetto «reddito pro-capite». Gli effetti sociali di questa crisi economica sono facilmente comprensibili. Fino alla m e t à del C i n q u e c e n t o , a d a r e il t o n o alla società italiana e r a stata u n a b o r g h e s i a cittadina che, a n c h e q u a n d o c o m p r a v a il b l a s o n e p e r trasferirsi nel c a m p o dell'aristocrazia, conservava i suoi caratteri di classe i n t r a p r e n d e n t e e colta o p e r lo m e n o amica della cultura, e q u i n d i sensibile alle sue esigenze di p r o g r e s s o . I Medici inc a r n a n o al meglio questi caratteri. Essi rifiutano il titolo nobiliare. «Per fare un nobile» dice Cosimo con disprezzo «basta q u a l c h e m e t r o di b u o n p a n n o . » Voleva d i r e : «Per fare un Medici invece ci vuole un grosso cervello, un g r a n d e spirito d'iniziativa e un gusto abbastanza raffinato p e r capire i Ficino e i Michelangelo, e fare di essi la p r o p r i a Corte». E questo il ceto che ha fatto dell'Italia del Rinascimento il faro della civiltà e u r o p e a . S o n o le b a n c h e , le i n d u s t r i e , la m o d e r n i t à di questa g e n t e c h e h a n n o consentito il miracolo. Il nobile del Seicento inverte la marcia. Ispirandosi al m o dello feudale spagnolo, egli p o n e il r a n g o al di sopra di qualsiasi altro valore e lo identifica con la condizione di redditiero. II blasone è incompatibile con le «arti vili e meccaniche» come di questi t e m p i si chiama il lavoro. L'unica attività consentita a u n a p e r s o n a di b u o n i lombi - in u n a società che dei lombi fa l'unico m e t r o di m i s u r a - è la funzione pubblica. Q u i n d i si liquida l'azienda, e col ricavato si c o m p r a la fattoria in c a m p a g n a . N o n già p e r viverci e p e r a p p o r t a r v i migliorìe, m a p e r ricavarne delle r e n d i t e che c o n s e n t a n o u n a vita di fasto in città, p e r c h é il fasto caratterizza il r a n g o socia152
le e p e r m e t t e la scalata ai posti di p o t e r e , concepiti c o m e quote di partecipazione alla r a p i n a del pubblico d e n a r o . Q u e s t o p r o c e s s o n o n si svolge soltanto n e l V i c e r e g n o , d o v e la S p a g n a g o v e r n a d i r e t t a m e n t e e l'aristocrazia ha s e m p r e seguito questo andazzo: il b a r o n e m e r i d i o n a l e n o n è mai stato che un feudatario parassita, u n a s a n g u i s u g a di contadini, né altro sa fare. Ma a questo m o d o di vita vediamo convertirsi nel Seicento a n c h e quei patriziati italiani che, in gran parte di origine borghese, avevano dato prova di b e n altre attitudini. Vediamo diventare t e r r i e r o e r e d d i t i e r o il s i g n o r e v e n e t o , fin q u i vissuto di m a r e e di c o m m e r c i o . N a t u r a l m e n t e ha le sue a t t e n u a n t i . L'impero della Serenissima si è contratto, la g u e r r a gli ha m a n g i a t o le flotte, i suoi «fondachi», cioè le sue basi commerciali d ' O r i e n t e , sono stati inghiottiti dai turchi. Ecco p e r c h é il patrizio veneziano si volge alla t e r r a , vi si costruisce ville s t u p e n d e , ma vi p e r d e a n c h e lo spirito d'iniziativa, l'amore dell'avventura, il senso dei vasti orizzonti, l'esperienza del m o n d o . Da cosmopolita, si fa provinciale; da i m p r e n d i t o r e , r e d d i t i e r o . Lo stesso succede al patrizio fiorentino. Aveva u n a banca o u n ' a z i e n d a tessile, girava l ' E u r o p a p e r i p r o p r i affari, p r e stava soldi a Re e Papi: e r a un u o m o vivo e m o d e r n o . O r a c a m p a di r e n d i t a su t e r r e c o m p r a t e con m o n e t a inflazionata, cioè a p r e z z o altissimo, m e n t r e le d e r r a t e che ne ricava d e v e v e n d e r l e a prezzi di deflazione, cioè bassissimi. C'è qualcuno, specie in Veneto, in L o m b a r d i a e in Toscana che, a n c o r a c o n s e r v a n d o un certo spirito i m p r e n d i t o r i a l e , cerca di trasferirlo in questa n u o v a attività bonificando e miglior a n d o le colture. Ma questo avverrà piuttosto nel Settecento. Nel Seicento r a p p r e s e n t a l'eccezione. L a n u o v a classe t e r r i e r a , che r u o t a i n t o r n o alle Corti, n e p r e n d e a n c h e l'esempio. E l'esempio delle Corti è quello di un fasto assolutam e n t e s p r o p o r z i o n a t o alle miserevoli condizioni del Paese. Oltre la m a n c a n z a d'iniziativa e di capitali, ad a g g r a v a r e la crisi d e l l ' a g r i c o l t u r a c ' e r a n o altri d u e fattori. Anzitutto, l ' e n o r m e dilatazione della m a n o m o r t a ecclesiastica, cioè dei 153
beni della Chiesa, ch'è s e m p r e stato il peggiore di tutti i p r o prietari. Inalienabile ed esente dal fisco, questo p a t r i m o n i o i n e r t e e p e s s i m a m e n t e a m m i n i s t r a t o da p a r r o c c h i e e conventi di cui serviva a finanziare l'ozio, inglobava un b u o n terzo del territorio nazionale, sottraendolo a qualsiasi bonifica e migliorìa. Il s e c o n d o motivo era il r e g i m e di c o n d u zione, quasi d o v u n q u e a mezzadria. Esso dava al c o n t a d i n o u n a certa sicurezza e tranquillità, ma incoraggiava l'immobilismo e l'assenteismo del p r o p r i e t a r i o , che p r e d i l i g e v a questo sistema a p p u n t o p e r c h é lo esentava dall'impegnarsi. Il m e z z a d r o faceva da sé. Il p a d r o n e si contentava di prelevare la sua quota di p r o d o t t o . E questa r e n d i t a di tutto riposo era un invito al letargo: un letargo che si è p r o l u n g a t o fino ai nostri giorni. Così q u e s t a c o n v e r s i o n e del capitalismo italiano dalla fabbrica alla t e r r a m a n d ò in rovina l'industria senza recare nessun beneficio all'agricoltura che p r e s e anzi ad a r r e t r a r e nei confronti di quella e u r o p e a . Ed è su q u e s t o f e n o m e n o che incise letalmente il disservizio delle amministrazioni di m o d e l l o s p a g n o l e s c o . L u n g i dal favorire la f o r m a z i o n e di nuovi capitali e il loro investimento in migliorìe terriere, gli p s e u d o g o v e r n i s p a g n o l i e i n d i g e n i li d r e n a v a n o spietatam e n t e col loro fisco discriminatorio a tutto scapito dei ceti produttivi. E r a n o le classi lavoratrici, cioè le classi povere a far le spese dell'indulgenza con cui e r a n o trattate quelle del privilegio, laiche ed ecclesiastiche, esentate da tributi. Questa bestiale ripartizione di carichi, che toglieva al ricco o g n i stimolo a p r o d u r r e altra ricchezza p r e m i a n d o n e il p a r a s s i t i s m o , e i m p e g n a v a il p o v e r o a u n a lotta s e r r a t a e senza quartiere contro il bisogno, fece fare al Paese un balzo indietro di alcuni secoli, nel m o m e n t o in cui l ' E u r o p a ne faceva u n o altrettanto r a p i d o in avanti. Tutto si a d d o r m e n t a e sclerotizza. Il destino d e l l ' u o m o è deciso dalla nascita: privilegiato e d i s e r e d a t o r e s t e r a n n o tali sino alla m o r t e , senza possibilità di far valere i p r o p r i meriti e valori. Il risultato s a r a n n o l'accidia, l'ignoranza, la passività m o r a l e , l'allergia 154
a ogni serio i m p e g n o , la p r o p e n s i o n e a sfruttare a p r o p r i o vantaggio le malformazioni e i vizi della società invece che a eliminarli, p e r totale sfiducia nel successo di simili tentativi. Nel v o c a b o l a r i o italiano, {'«idealista» d i v e n t a s i n o n i m o di «fesso» e 1'«intelligenza» di «furberia». Per meglio c a p i r l e , m e t t i a m o q u e s t e distorsioni m o r a l i contro luce al costume che s'instaura in E u r o p a .
CAPITOLO QUATTORDICESIMO
L'INVOLUZIONE DEL COSTUME
C o m e se avessero intuito a che sorte si avviavano, alla fine d e l C i n q u e c e n t o gl'italiani si v e s t i r o n o a l u t t o . Un t e m p o v a r i o p i n t i e sgargianti, i c o r p e t t i , i p a n t a l o n i , le c a p p e , le calze, le s c a r p e si t i n s e r o di n e r o , s e c o n d o il f u n e b r e e sol e n n e modello d e t t a t o da M a d r i d . I Viceré spagnoli e i tribunali dell'Inquisizione n o n tolleravano infrazioni, n e a n c h e negli abiti, all'austerità controriformista. Il loro ideale di vita e r a un ideale di m o r t e . Esso stese un s u d a r i o di silenzio e di c o n f o r m i s m o su un Paese c h e p e r quasi tre secoli aveva assordato e abbagliato il m o n d o con le sue disordinate lotte, con le sue furibonde rivalità, coi suoi forsennati individualismi, col suo slancio industriale, con la sua inventiva artistica, con u n a spregiudicatezza intellettuale spinta fino al cinismo. Stato c o n t r o Stato, città c o n t r o città, q u a r t i e r e c o n t r o q u a r t i e r e , u o m o c o n t r o u o m o , l'Italia aveva sfrenato le sue e n e r g i e c o m p e t i t i v e , c h e a v e v a n o toccato i n s i e m e i vertici del sublime e dell'abbietto. C h e cosa, o r a , la riduceva a cim i t e r o p r o p r i o nel m o m e n t o in cui un fremito di n u o v a vita p e r c o r r e v a tutta l'Europa? A b b a n d o n a n d o l'astratto p i a n o d o t t r i n a r i o , r i p o r t i a m o la c o n t r a p p o s i z i o n e sul p i a n o c o n c r e t o dei fatti. Perché da essa p r e n d e avvìo il solco destinato a dividere in m a n i e r a irr e p a r a b i l e e d r a m m a t i c a i d u e Occidenti, quello cattolico e quello riformato, e a fare del secondo, a d a n n o del p r i m o , il protagonista della storia m o d e r n a . Personalmente, Calvino n o n e r a n é u n liberale n é u n d e mocratico; e r a anzi un intollerante assolutista, che t r a t t a v a ! p r o p r i eretici c o m e l'Inquisizione trattava i suoi: b r u c i a n d o 156
li. Ma ciò che conta n o n è la p e r s o n a , sibbene il magistero di Calvino. Esso fa piazza pulita di tutte le autorità. N o n riconosce n e m m e n o quella del sacerdote p e r c h é dice al fedele: «Il tuo sacerdote sei tu. Sei tu che devi leggere la Bibbia. Sei tu che devi interpretarla. Sei tu che rispondi d i r e t t a m e n t e a Dio del m o d o in cui ne osservi o ne trasgredisci il precetto. N o n p r e o c c u p a r t i della t u a sorte u l t r a t e r r e n a : essa è già stata regolata dal Signore. Tu n o n saprai mai se Egli ti riserba la Grazia o la d a n n a z i o n e , né p u o i influire sul Suo verdetto. È inutile q u i n d i che ti isoli dal m o n d o e ti dia a u n a vita di contemplazione e di p r e g h i e r a . La t u a p r e g h i e r a sia il comp i m e n t o del t u o d o v e r e . E il t u o d o v e r e è di l a v o r a r e e di p r o d u r r e . Più ci riuscirai, e p i ù v o r r à d i r e c h e godi del favore divino». Il lettore italiano, da secoli a b i t u a t o a dissociare la p r o p r i a c o n d o t t a pratica dalla regola religiosa, p r o b a b i l m e n t e si rifiuterà di c r e d e r e che questo i n s e g n a m e n t o possa aver influito sul costume, sulla mentalità, sul c o m p o r t a m e n t o di chi lo adottava. Ma dimentica che a p p u n t o p e r g u a d a g n a r s i il diritto di adottarlo e di praticarlo i suoi conversi sfidarono la s c o m u n i c a , a f f r o n t a r o n o la p e r s e c u z i o n e e il m a s s a c r o , m o r i r o n o a migliaia e a centinaia di migliaia. E v i d e n t e m e n te c r e d e v a n o in q u e i p r i n c ì p i e si s e n t i v a n o i m p e g n a t i a u n i f o r m a r v i la loro vita. Essa ne fu q u i n d i rimodellata. Ed ecco quali ne furono i pratici riflessi. Anzitutto, il calvinista scopre la libertà e le dà un fondam e n t o religioso. I polemisti cattolici lo n e g a n o d i c e n d o che nessun u o m o è più schiavo di lui, visto ch'è soggetto a u n a sorte prefabbricata s u cui egli n o n p u ò influire n e m m e n o con u n a condotta di santità e di rinunzia. Ma questo riguarda solo il suo d e s t i n o u l t r a t e r r e n o . Sul p i a n o dei r a p p o r t i u m a n i - l'unico che c'interessa in q u e s t o libro di storia, e n o n di teologia -, il calvinista è libero p e r c h é n o n riconosce più n e s s u n a autorità esterna, n e m m e n o quella del sacerdote in q u a n t o egli stesso è il p r o p r i o sacerdote. E cos'altro è la libertà, se n o n questo? Noi cattolici, c h e della libertà n o n 157
abbiamo il senso religioso, c r e d i a m o ch'essa consista nel fare ciò che detta la legge, cioè qualcosa che sta al di fuori di noi, u n ' a u t o r i t à che si p u ò a n c h e raggirare. I calvinisti sanno ch'essa consiste nel fare ciò che d e t t a la coscienza. Dio, s e c o n d o loro, è lì, terribile G i u d i c e c h e r a g g i r a r e n o n si p u ò . Egli li lascia liberi di c o m p i e r e le loro scelte, ma li chiama a r i s p o n d e r n e , ed essi si sentono i m p e g n a t i solo di fronte a lui. E l'unica a u t o r i t à che riconoscono, e sta d e n t r o di loro, n o n di fuori. Ecco la libertà. Seconda conseguenza: la democrazia. Calvino n o n ha delegato la ricerca della Verità a un sacerdote che la «riveli» ai fedeli dall'alto del suo p u l p i t o . Q u e s t o c o m p i t o lo affida ai fedeli stessi, cioè alla loro «congregazione». Il pastore che la riunisce è da essa «eletto», p u ò esserne revocato, e i suoi poteri sono solo di consiglio e di assistenza spirituale. Siccome passa la vita sulla Bibbia p u ò f o r n i r e l u m i sulla sua interp r e t a z i o n e , m a n o n p u ò i m p o r l i . I l fedele d e v e c e r c a r e l a Verità p e r c o n t o suo, e n o n ci s o n o differenze sociali che t e n g a n o . Il c o n t a d i n o , l ' a r t i g i a n o , il capitalista e il nobile, seduti gomito a gomito sullo stesso banco, s e g u o n o lo stesso Libro, e sul senso da attribuirgli il p a r e r e d e l l ' u n o vale esatt a m e n t e q u a n t o quello degli altri, p e r c h é tutti sono sacerdoti, e o g n u n o Io è solo di se stesso. Gl'istituti democratici nascono da questa parificazione di fronte a Dio. Essi n o n sono che il trasferimento sul piano politico di u n a concezione religiosa che esclude ogni autorità, se n o n quella conferita p e r elezione, cioè p e r delega. I calvinisti sono repubblicani, c o m e d i m o s t r a n o la Svizzera e l ' O l a n d a . Il l o r o c a m p i o n e inglese, Cromwell, taglia la testa al Re. Nei loro Stati, il p o tere si accentra s e m p r e di più nel Parlamento, che n o n è altro che u n a congregazione nazionale intesa agli affali civili. Esso è n a t o in chiesa: ecco la forza che gli ha consentito di resistere, fino al g i o r n o d ' o g g i , a tutti gli assalti. Nei Paesi cattolici, che ne h a n n o fatto un istituto p u r a m e n t e giuridico e politico senza f o n d a m e n t o religioso, esso è s e m p r e stato più o m e n o in crisi. 158
Terza conseguenza: il capitalismo. Calvino ha detto: «Più riuscirai a lavorare e a p r o d u r r e , e più v o r r à dire che godi del favore divino». Ma per p r o d u r r e s e m p r e di più, bisogna investire s e m p r e di più. E p e r investire s e m p r e di più, bisog n a r i s p a r m i a r e s e m p r e di p i ù . Il calvinista è t a c c a g n o . Il d e n a r o speso p e r scopi voluttuari è p e r lui u n a «colpa», di cui ha rimorso di fronte a se stesso e vergogna di fronte agli altri. Q u e s t a m o r a l e coinvolge t u t t o il c o s t u m e , e lo r i m o della. Vesti sobrie e di solide stoffe, che si rifiutano ai capricci della m o d a . Case c o m o d e , ma semplici, che assicurano il confort (parola che nei Paesi cattolici n o n ha e q u i v a l e n t e ) , ma e s c l u d o n o il lusso: n i e n t e saloni di r a p p r e s e n t a n z a , fastose gallerie, servitorame in livrea, teatrali scaloni, sciali di m a r m i , alberi genealogici coi loro r a m i protesi alla ricerca di un capostipite b l a s o n a t o . N i e n t e barocco, i n s o m m a , coi suoi sfarzi decorativi. Il calvinista n o n tiene alle a p p a r e n z e p e r c h é n o n tiene al r a n g o sociale. Egli n o n mira a inserirsi nelle s t r u t t u r e della società f e u d a l e c o m p r a n d o u n titolo che gli p e r m e t t a di scalarne il vertice. Mira a sovvertirla sos t i t u e n d o a quelle tradizionali - aristocrazia e clero - u n a n u o v a classe, la borghesia, coi suoi nuovi valori: il lavoro, il d e n a r o , il r i s p a r m i o , la frugalità, l'austerità. N o n p o t e n d o cercare la salvezza della p r o p r i a a n i m a in convento p e r c h é Calvino gli ha detto che la p r e g h i e r a n o n serve a p r o c u r a r gliela e la vita contemplativa è u n a diserzione, egli trasforma in conventi la p r o p r i a casa e la p r o p r i a bottega. Riposi se ne concede pochi. Oltre tutto, a v e n d o abolito il culto dei Santi, gli v e n g o n o a m a n c a r e quelle festività che gremiscono il c a l e n d a r i o del cattolico, il cui a n n o c o n t a sessanta o settanta giornate lavorative m e n o del suo. Già questo basterebbe ad assicurare all'imprenditore olandese e svizzero un grosso vantaggio su quello italiano che fin qui aveva d o m i n a t o l ' e c o n o m i a e u r o p e a . Ma a n c o r a p i ù d e t e r m i n a n t e , a questi fini competitivi, è p r o p r i o l'impegno morale al contin u o reinvestimento dei risparmi. Né l'Olanda, coi suoi bassifondi c o n t i n u a m e n t e invasi dal m a r e , né la Svizzera, con 159
le sue inaccessibili m o n t a g n e , possiedono risorse naturali e disponibilità di m a t e r i e p r i m e . Il loro «miracolo e c o n o m i co» che da q u e s t o m o m e n t o p r e n d e avvìo si basa d u n q u e soltanto su questa concezione del lavoro c o m e d o v e r e assoluto e della ricchezza come fonte n o n di piacere, ma di altra ricchezza. E n a t u r a l e c h e a questa scuola si f o r m i n o dei finanzieri e dei capitani d'industria che in pochi a n n i sottragg o n o tutti i mercati ai rivali cattolici, intesi a investire i loro risparmi in blasoni, palazzi e altri articoli di lusso. Q u a r t a conseguenza: le lingue e gli Stati nazionali. Siccome tutti h a n n o il d o v e r e di leggere le Scritture, la p r i m a imp r e s a di luterani e calvinisti è la t r a d u z i o n e della Bibbia nelle varie lingue cosiddette «volgari». La Chiesa le aveva proibite. Essa n o n a m m e t t e v a che la versione in latino fatta da San G i r o l a m o , i n m o d o d a lasciarne l ' i n t e r p r e t a z i o n e i n esclusiva al p r e t e che il latino lo sapeva, m e n t r e la massa dei p a r r o c c h i a n i lo ignorava. S o p r a t t u t t o su questo m o n o p o l i o si basava la p r e t e s a della Chiesa a porsi c o m e insostituibile mediatrice fra il fedele e Dio, c o m e unica autorità qualificata a decifrare e spiegare il Verbo. I protestanti affidano questo compito allo stesso fedele, e siccome costui il latino n o n lo sa, gli m e t t o n o a disposizione la Bibbia nella lingua ch'egli è a b i t u a t o a p a r l a r e in m o d o che possa capirla e interp r e t a r l a d a sé. O l t r e a d e s s e r e u n b e n s e r v i t o a l p r e t e , i n molti Paesi questa t r a d u z i o n e è a n c h e il p r i m o testo di ling u a «scritta» che da esso p r e n d e a p p u n t o l'avvìo. E la lingua è lo s t r u m e n t o con cui u n a nazione acquista coscienza della p r o p r i a individualità e si diversifica dalle altre. L u t e r o n o n è soltanto il p a d r e della Riforma; ma con la sua t r a d u z i o n e della Bibbia lo è a n c h e della l i n g u a e della p a t r i a tedesca. O r a la via è libera alla costituzione degli Stati laici. Sia che nel c o r p o della stessa nazione se ne formino parecchi e che essi a s s u m a n o a n c h e l'alta supervisione in materia spirituale c o m e avviene nella G e r m a n i a f r a n t u m a t a nei suoi Principati, sia che se ne costituisca u n o solo che il p o t e r e spirituale lo lascia alle «congregazioni» e ai loro pastori c o m e avviene 160
nei Paesi calvinisti, il risultato n o n cambia: lo Stato si sottrae alla tutela della Chiesa, cioè r a g g i u n g e finalmente la sua sovranità. Q u i n t a e decisiva conseguenza: il n u o v o assetto culturale. La Riforma, d i c e v a m o , obbliga il fedele a tuffarsi nella Bibbia, p e r c h é solo la Bibbia fornisce u n a bussola alla sua condotta. Per cercarvela, egli deve d u n q u e i m p a r a r e a legg e r e . Ed è la fine dell'analfabetismo, in u n ' e p o c a in cui si calcola che il novanta o il n o v a n t a c i n q u e p e r cento degli europei siano afflitti da questa piaga. Il protestantesimo i m p e gna tutti a c o m b a t t e r e l'ignoranza c o m e s t r u m e n t o del d e monio n o n soltanto p e r sé, ma a n c h e p e r gli altri. Abbiamo già raccontato che u n a delle p r i m e decisioni prese dai «padri pellegrini», a p p e n a sbarcati in America, fu quella di fond a r e u n a scuola p e r sventare «la più perfida malizia del vecchio i m b r o g l i o n e Satana»: t e n e r gli u o m i n i l o n t a n o dalle Scritture. I n t e s o u n i c a m e n t e al profitto c o m e fonte di p i ù massicci i n v e s t i m e n t i , l ' i m p r e n d i t o r e calvinista a g g i o g a i suoi operai ai lavori forzati e li s p r e m e fino all'ultima goccia di s u d o r e . Ma li m a n d a a scuola, m a g a r i spingendoceli a p e date, p e r c h é considera suo d o v e r e sottrarli alla perdizione. Il suo mecenatismo si sfoga solo in questo c a m p o . Ma sortisce effetti sconvolgenti. La conversione all'alfabeto di semp r e più vaste masse popolari crea, p e r tutte le attività culturali, un «mercato» che le rimodella sulle sue esigenze. Il lett e r a t o p r o t e s t a n t e n o n scrive p e r il S i g n o r e . Scrive p e r il «pubblico», o r a che grazie alla diffusione delle scuole se n'è formato u n o in g r a d o di leggere, e grazie alla diffusione del benessere in g r a d o di c o m p r a r e libri. Q u e s t o pubblico vuol ritrovare nelle sue pagine i p r o p r i problemi, interessi, aspirazioni, sentimenti, e a n c h e la p r o p r i a lingua: quella che si parla nelle strade, nelle officine, nei campi. Ed ecco p e r c h é tutta la letteratura p r o t e s t a n t e acquista quello stile semplice e «parlato», quella concretezza, quella immediatezza, che la r e n d o n o ancor oggi così viva e attuale, così a d e r e n t e alle cose, senza fronzoli né p e n n a c c h i . Lo si vede a n c h e nella pit161
tura. Quella fiamminga cerca la poesia nella r i p r o d u z i o n e realistica della vita quotidiana, p e r c h é solo in questa si riconosce il suo acquirente, che n o n è né la Chiesa né il Signore, ma l ' a n o n i m o i m p r e n d i t o r e , il tecnico, il professionista. Costoro al pittore n o n c h i e d o n o un atto di cortigianeria, ma u n a trasfigurazione poetica del p r o p r i o m o n d o e ambiente. Vediamo cosa succede invece in Italia. Molto p i ù che il d o m i n i o s p a g n o l o , è la C o n t r o r i f o r m a che la taglia fuori da questa colossale rivoluzione. Ed è il fatto di esserne stata tagliata fuori che r e n d e l'Italia così docile al giogo spagnolo. L'italiano n o n vi si ribella p e r c h é n o n ha acquistato il senso religioso della libertà. O g n i t a n t o il suo m a l c o n t e n t o e s p l o d e in q u a l c h e violenza di piazza, o lo spinge a darsi alla macchia c o m e brigante. Ma in queste dis o r d i n a t e r e a z i o n i m a n c a u n i m p e g n o d i coscienza, e d è questo che le c o n d a n n a alla sterilità. I pochi istituti democratici ereditati dall'età dei C o m u n i c a d o n o u n o d o p o l'altro. Avevano s e m p r e a v u t o u n a vita precaria e tribolata p e r c h é n o n e r a n o nati in chiesa, e quindi P a p a e S p a g n a n o n fanno fatica a sbarazzarsene p e r res t a u r a r e al loro posto il principio d'autorità, di cui e n t r a m b i sono i depositari. Il cattolicesimo n o n conosce «deleghe» dal basso, conosce solo «investiture» dall'alto. I d u e poteri, quello spirituale e quello t e m p o r a l e , spesso litigano tra loro per le « p r e c e d e n z e » , ma s o n o solidali nel n e g a r e a l l ' u o m o la qualità di cittadino e ribadirlo in quella di suddito. Si riforma la società del Medio Evo col suo «vertice» di aristocratici e prelati. Tutti i ceti i n t e r m e d i in cui essa si era articolata si dissolvono in u n a massa a m o r f a , la p l e b e , c h e n o n è più protagonista di nulla e si difende solo con la disobbedienza. Gli effetti sulla cultura sono immediati ed esiziali. Nessuno dei d u e poteri ha interesse a che essa si diffonda. L'analfabeta è facile da g o v e r n a r e , sia sul piano t e m p o r a l e che su quello spirituale. Sia p e r p a r l a r e con Dio (il quale, secondo la Chiesa, n o n p a r l a che il latino), sia p e r p a r l a r e col Govern a t o r e , l'analfabeta ha bisogno d'interpreti, alla cui autorità 162
n o n gli resta che sottomettersi. Q u i n d i , niente scuole, m e n o quelle adibite alla p r e p a r a z i o n e del personale di Chiesa e di Stato, cioè degli s t r u m e n t i dell'autorità costituita. E questo impedisce la formazione di un «mercato» culturale. Il pittore, p e r d i p i n g e r e , d e v e a s p e t t a r e l ' o r d i n a t i v o d i u n P a p a che gli commissioni u n a M a d o n n a , o di un Principe che lo incarichi di un ritratto. Sia l'uno che l'altro vogliono u n ' o p e r a agiografica e laudativa. D e n t r o questi limiti, il g e n i o italiano seguiterà a d a r e dei capolavori; ma sono limiti che alla l u n g a ridurranno l'arte ad accademia. Ed è q u a n t o avviene anche in letteratura. Lo scrittore italiano, di q u a l u n q u e cosa scriva - poesia, saggistica, n a r r a t i va, storia -, lo fa p e n s a n d o n o n al «pubblico» che, essendo analfabeta, n o n c o m p r a libri, ma al «potente», p e r c h é q u e sto è il suo unico cliente. Lo si vede dal linguaggio: aulico, solenne, latineggiarne, tutto riverenze, esclamativi e piaggerie. Un l i n g u a g g i o c h e n o n ha p i ù nulla a c h e fare c o n la l i n g u a p a r l a t a nelle case e nelle piazze, e c h e si avvia a n ch'esso a diventare accademia. Ma il guasto n o n è soltanto di forma. Per piacere al p o tente, dalla cui borsa in esclusiva d i p e n d e , l ' u o m o di cultura d e v e s e c o n d a r n e a n c h e gl'interessi. E così egli d i v e n t a complice del p o t e r e e suo s t r u m e n t o . M e n t r e gl'intellettuali protestanti, che nel pubblico h a n n o trovato la loro clientela, ne d i v e n t a n o i direttori di coscienza e acquistano u n a funzione di g u i d a e di a v a n g u a r d i a , i loro colleghi italiani fanno le sentinelle all'autorità costituita, e d i v e n t a n o semp r e p i ù parassiti e c o r t i g i a n i . Essi e v a d o n o tutti i g r a n d i problemi politici, sociali, spirituali, p e r c h é in o g n u n o di essi l'autorità costituita avverte puzzo di sovversione. Si rifugiano nei formalismi e tecnicismi del mestiere, si c h i u d o n o in circoli in cui ci si parla solo tra soci (non p e r nulla questo è il secolo delle Accademie), si d a n n o a fabbricare «maniere», i n v e n t a n o l'Arcadia cioè l'evasione in sogni pastorali; e i n s i e m e col senso del «pubblico servizio», p e r d o n o o g n i c o n t a t t o con la realtà. E u n a d i s e r z i o n e in massa, c h e p e 163
sera t e r r i b i l m e n t e sulle sorti del nostro Paese, e vi fa tuttora sentire i suoi effetti. C o m e si v e d e , l'Italia d e l Seicento aveva r a g i o n e di vestirsi a lutto. Nella scala dei valori civili, in p o c h i d e c e n n i e r a passata dal p r i m o all'ultimo posto d ' E u r o p a . E ci sarebbe rimasta p e r quasi tre secoli.
PARTE TERZA LA C I V I L T À BAROCCA
CAPITOLO QUINDICESIMO CAMPANELLA E IL P E N S I E R O P O L I T I C O
Il Medio Evo n o n aveva conosciuto che d u e p o t e r i : quello spirituale della Chiesa e quello t e m p o r a l e d e l l ' I m p e r o . Perciò il p e n s i e r o politico s'incentrava u n i c a m e n t e sui r a p p o r t i fra l ' u n o e l'altro; e quello spirituale aveva a v u t o costantem e n t e il sopravvento. E il P a p a che i n c o r o n a Carlo M a g n o inginocchiato di fronte a lui e che p e r secoli e secoli si a r r o ga il diritto di conferire l'investitura, di n e g a r l a o di r e v o carla con l'anatema. Enrico IV, che contesta questa facoltà a I l d e b r a n d o , deve poi venire a Canossa a chiedergliene umilmente p e r d o n o . Ma con la formazione degli Stati nazionali, le cose cambiano. Per c o n d u r r e avanti questo processo, i Re d e v o n o acc e n t r a r e nelle loro m a n i tutti i p o t e r i . E q u e s t o li m e t t e fat a l m e n t e in c o n t r a s t o con la Chiesa, la q u a l e n o n conosce «sudditi» ; conosce soltanto «fedeli» sui quali rivendica p i e n a e assoluta potestà. Bonifacio V i l i dice a Filippo il Bello: «Tu sei il p a d r o n e dei c o r p i d e i francesi, ma delle l o r o a n i m e , c o m p r e s a la tua, son p a d r o n e io; e q u i n d i a m e , p r i m a che a te, essi d e v o n o obbedienza». Filippo r i s p o n d e m a n d a n d o il N o g a r e t a schiaffeggiarlo, m i n a c c i a n d o il patibolo a chiunq u e riconosca in quella del P a p a u n ' a u t o r i t à s u p e r i o r e alla sua, e a t t r i b u e n d o s i financo il p o t e r e di d i s t r i b u i r e a suo giudizio o capriccio le più alte cariche ecclesiastiche di Francia. In questo conflitto la Riforma trova il suo principale alim e n t o . L u t e r o dice ai Principi tedeschi: «Come cattolici, voi n o n sarete mai p a d r o n i nei vostri Stati p e r c h é dovrete semp r e dividere il p o t e r e con gli Arcivescovi o i Vescovi che vi esercitano quello spirituale e che sono più fedeli al Papa che 167
a voi. Io invece vi offro u n a Chiesa nazionale che g i u r e r à fedeltà a voi e in voi riconoscerà i suoi unici capi». Sul p i a n o politico, fu così che L u t e r o vinse la sua battaglia. Il Papato della C o n t r o r i f o r m a decise di passare alla controffensiva, e furono s o p r a t t u t t o i gesuiti a d e t t a r n e la strategia. B i s o g n a r i c o n o s c e r e c h e lo fecero da p a r l o r o , cioè c o n s o m m a abilità. Essi n o n r i s p o l v e r a r o n o la c o n c e z i o n e medievalesca esemplificata da San T o m m a s o nell'immagine del Sole e della L u n a (la L u n a r a p p r e s e n t a , si capisce, il p o tere t e m p o r a l e la cui luce è un riflesso di quella del Sole che i n c a r n a il p o t e r e spirituale). Q u e s t a concezione p r e s u p p o n e v a u n a u n i t à del m o n d o cristiano g r a v i t a n t e i n t o r n o à d u e poli - il P a p a t o e l ' I m p e r o -, che o r m a i invece si e r a f r a n t u m a t a negli Stati nazionali. I n q u e s t a n u o v a situazione, p e r r e s t a u r a r e i l p r i n c i p i o del p r i m a t o della Chiesa, bisognava p a r t i r e da altri p r e s u p posti. E il p r i m o a esporli in m a n i e r a sistematica e coerente fu il gesuita s p a g n o l o J u a n de M a r i a n a , a n c h e se p r i m a di lui i suoi confratelli Suarez e Molina ne avevano fornito degli anticipi. Mariana, p e r arrivare alle sue conclusioni, m u o ve a d d i r i t t u r a dalla preistoria. Nello stato di n a t u r a , dice, gli u o m i n i vivevano senza vincoli associativi. Fu p e r difendersi dall'insidia degli altri animali c h e si d e t t e r o u n ' o r g a nizzazione, d e l e g a n d o il p o t e r e di c o m a n d o a un capo. Ma si tratta soltanto di «delega». Della sovranità vera e p r o p r i a resta d e t e n t o r e il g r u p p o , il quale perciò conserva il diritto di revocare, q u a n d o lo voglia, quella delega. G u a r d a t e un p o ' questi gesuiti. Essi n o n sono mai stati amici della democrazia, né mai l ' h a n n o praticata nelle loro organizzazioni. Ma q u a n d o gli conviene, s a n n o a n c h e sciogliere in suo o n o r e degl'inni come questo di Mariana, al quale p r e m e v a u n a cosa sola: dimostrare che il p o t e r e t e m p o r a le, cioè il potere dello Stato, che s'incarni in u n a Monarchia o in u n a Repubblica, n o n si basa su un'investitura divina come quello della Chiesa, e q u i n d i a questo è subordinato. Pros e g u e n d o sul filo di tale r a g i o n a m e n t o , M a r i a n a a r r i v a a 168
conclusioni a dir poco s o r p r e n d e n t i sulla bocca di un p r e t e : l'apologia del tirannicidio. Per ritirare la «delega» al Re, egli dice, il p o p o l o ha diritto di ricorrere anche al p u g n a l e . Bruto è un e r o e . E un e r o e è a n c h e il frate C l é m e n t che p o c h i anni p r i m a aveva assassinato Enrico I I I di Francia. M a r i a n a aveva a p p e n a scritto queste parole, che un altro frate, Ravaillac, stendeva m o r t o a p u g n a l a t e Enrico IV. Solo allora il G e n e r a l e dei gesuiti, Acquaviva, che fin lì aveva a p p r o v a t o tutti gli scritti del suo s u b a l t e r n o , si decise a riconoscere che in essi c'era qualche «esagerazione» e o r d i n ò che venissero corretti, ma senza a l t e r a r n e la tesi f o n d a m e n tale. L e o p e r e d i M a r i a n a s u s c i t a r o n o u n vespaio che d i m o stra q u a n t o complessi fossero i contrasti d'idee e di m e n t a lità in E u r o p a . I cattolici si divisero: quelli che oggi chiamer e m m o «integralisti», cioè i p a r t i g i a n i del p o t e r e assoluto della Chiesa, furono n a t u r a l m e n t e p e r Mariana; quelli che allora si c h i a m a v a n o «i politici», e c h e noi c h i a m e r e m m o i «laici» cioè i paladini dello Stato, furono violentemente cont r o di lui. Ma il bello è che si divisero a n c h e i p r o t e s t a n t i . F u r o n o c o n t r o M a r i a n a i l u t e r a n i e gli anglicani, e si capisce: essi n o n avevano a b b a t t u t o il principio d'autorità, Io avevano soltanto trasferito dal Papa al Re, e in quest'ultimo n o n v e d e v a n o p e r t a n t o un «delegato», ma un sovrano assoluto, assoluto c o m e il Papa, investito dei suoi p o t e r i dir e t t a m e n t e da Dio, e c o n t r o cui l'attentato, più che delitto, e r a sacrilegio. Viceversa p e r M a r i a n a f u r o n o entusiasticam e n t e i calvinisti, e a n c h e q u e s t o si capisce: il p r i n c i p i o d'autorità essi n o n lo avevano trasferito, ma a d d i r i t t u r a rinn e g a t o . Essi avevano m a t u r a t o la loro vocazione d e m o c r a tica nella «congregazione» che n o n riconosce altri poteri se n o n quelli da essa «delegati»: anche il «pastore» o «ministro» viene eletto e p u ò esserne in qualsiasi m o m e n t o revocato. P r e s s a p p o c o negli stessi a n n i e r a stato p u b b l i c a t o in Francia un a l t r o libro, Della Repubblica, scritto con i n t e n t i m e n o polemici e più scientifici. Ne era a u t o r e Giovanni Bo169
d i n , un avvocato c h e aveva g e t t a t o alle o r t i c h e la toga p e r i m m e r g e r s i nello s t u d i o della Storia, i n d a g a r n e le leggi e c h i a r i r e la n a t u r a dei suoi p r o t a g o n i s t i : gli Stati. Lo aveva già fatto Machiavelli, che resta il g r a n d e m a e s t r o e capostip i t e della filosofia politica. Ma la sua o p e r a risentiva d e i t e m p i in cui e r a stata concepita e mal si accordava a quelli n u o v i . Machiavelli e r a vissuto nell'età dei g r a n d i d e s p o t i , c h e r i a s s u m e v a n o nella p r o p r i a p e r s o n a l a s o r t e dei l o r o Stati. Per lui q u i n d i la politica si riduceva a u n a gara di forza e di abilità p e r s o n a l e fra questi u o m i n i . In essa n o n c'è p o s t o p e r i p r o b l e m i del f o n d a m e n t o giuridico del p o t e r e . Il p o t e r e è la forza, e solo con la forza si giustifica. Il n o m e di «virtù», Machiavelli lo riserva solo alle doti che contribuiscono al successo, c o m p r e s e la m e n z o g n a , la perfidia, la crudeltà. Q u a n d o Cesare Borgia finge di riconciliarsi con Vitellozzo Vitelli e poi lo fa sgozzare a t r a d i m e n t o , Machiavelli esulta e la chiama «impresa r a r a e mirabile». Questa n o n è immoralità da p a r t e di Machiavelli. E semp l i c e m e n t e la codificazione della m o r a l e «giusnaturalista» che si praticava al t e m p o di Machiavelli. Ed essa sopravvisse ai d e s p o t i italiani del Q u a t t r o e del C i n q u e c e n t o p e r c h é t r o v ò dei c o n t i n u a t o r i n e i m o n a r c h i assoluti d ' E u r o p a . Gl'interessi ch'essi p e r s e g u i v a n o n o n e r a n o nazionali, m a personali e dinastici. Francesco I e Filippo II d i s s a n g u a r o n o rispettivamente la Francia e la S p a g n a p e r a g g i u n g e r e altre c o r o n e alle famiglie Asburgo e Valois. Del b e n e dei sudditi si p r e o c c u p a v a n o poco, anzi n o n si p r e o c c u p a v a n o affatto. Essi e r a n o loro «proprietà» di cui p o t e v a n o d i s p o r r e a discrezione. Basta v e d e r e con che disinvoltura ne s p e r p e r a r o no le vite con le loro c o n t i n u e g u e r r e . N o n d o v e v a n o r e n d e r e conto al p o p o l o , e q u i n d i p o t e v a n o infischiarsi di giustificare il loro p o t e r e e l'uso che ne facevano. Fu il calvinismo a i n c r i n a r e q u e s t a c o n c e z i o n e . I Paesi che n o n ne furono toccati c o m e la S p a g n a p o t e r o n o p e r p e t u a r e il loro r e g i m e assolutistico, al r i p a r o da ogni p r o b l e matica sulle origini, il f o n d a m e n t o g i u r i d i c o e i limiti del 170
potere. Ma gli altri, c o m e la Francia dove allignano gli u g o notti, l ' I n g h i l t e r r a d o v e allignano i p u r i t a n i , e s o p r a t t u t t o l'Olanda che ha posto su basi religiose la concezione d e m o cratica della sovranità p o p o l a r e , sono costretti a e l a b o r a r e u n a teorica dello Stato: u n o Stato che n o n s'incarna più in un u o m o e q u i n d i n o n p u ò più d i p e n d e r e soltanto dalle sue personali «virtù». B o d i n riecheggia a p p u n t o queste n u o v e esigenze, e cerca di c r e a r e u n a teorica dello Stato i n d i p e n d e n t e m e n t e dalla p e r s o n a che lo r a p p r e s e n t a . Secondo lui, l'unità di un p o polo è data dalla geografia e dalla razza: e su questi dati int r o d u c e distinzioni abbastanza cervellotiche. Ma è il p r i m o a distinguere fra Stato e società e a cercar di ricostruire su basi realistiche i loro r a p p o r t i . N o n è vero, egli dice in polemica con M a r i a n a , c h e il p o p o l o abbia d e l e g a t o a q u a l c u n o il p o t e r e , e q u i n d i seguiti a esserne il v e r o depositario. Il p o tere nasce da un atto di forza di un g r u p p o sopra altri g r u p pi: e questa è la giustificazione storica della m o n a r c h i a assoluta c h e al francese e cattolico B o d i n s e m b r a il r e g i m e migliore fin q u a n d o n o n trascenda nella tirannia. Il suo compito n o n è di r i d u r r e le d i s u g u a g l i a n z e p e r c h é le d i s u g u a glianze s o n o nella n a t u r a delle cose e degli u o m i n i ; ma di m a n t e n e r e l ' o r d i n e e di g a r a n t i r e la b u o n a amministrazion e . Esso n o n d e v e i n t r a l c i a r e la libera circolazione delle merci né svalutare la m o n e t a p e r c h é ciò fa rialzare i prezzi. S v i l u p p a n d o questi r a g i o n a m e n t i , p e r p o c o B o d i n n o n inventa l'economia politica. Ma a n c h e qui è c o m u n q u e il primo che nel t r a t t a r e di politica fa posto all'economia: cosa a cui n o n avrebbe mai p e n s a t o un Machiavelli con la sua p e r sonificazione dello Stato in un P r i n c i p e inteso soltanto all'accrescimento del p r o p r i o p o t e r e . Q u a n t o ai r a p p o r t i con l'autorità spirituale, ch'era il g r a n d e p r o b l e m a del m o m e n t o , B o d i n dice che Io Stato d e ve p r o t e g g e r e la religione dei sudditi, ma n o n dice a quale religione si riferisce. Ed è n a t u r a l e p e r c h é la religione n o n lo interessa come verità rivelata, ma solo c o m e regola m o r a 171
le che contribuisce all'ordine: e in questo, che si tratti di cattolicesimo o di p r o t e s t a n t i s m o , di cristianesimo o d'islamismo, p e r lui n o n c'è differenza. N a t u r a l m e n t e questo agnosticismo attirò su Bodin la generale indignazione. Da u n a p a r t e e dall'altra della barricata lo t r a t t a r o n o di ateo e di ebreo p e r c h é sua m a d r e Io era. Ma Bodin, più che di sua m a d r e , era figlio dei suoi t e m p i : di q u e i t e m p i sconvolti dal fanatismo e i n s a n g u i n a t i dalla persecuzione. La sua Repubblica nacque nel m o m e n t o in cui a Parigi si scatenava la famosa «notte di San B a r t o l o m e o » che vide lo sterminio indiscriminato degli ugonotti. Bodin è un u o m o i m p a u r i t o che avalla l'autorità dello Stato p e r c h é s p e r a ch'esso lo metta al r i p a r o da quelle convulsioni e massacri. Q u a n d o morì, dissero c h ' e r a finito «come un cane», in p r e d a al d e m o n i o avendogli il p r e t e rifiutato i sacramenti. N o n è v e r o : i s a c r a m e n t i li chiese, li ricevette, e chiuse gli occhi tranquillo nel suo letto. Le conclusioni a cui B o d i n n o n e r a g i u n t o le trasse Ugo Grozio nel suo Trattato sulla guerra e sulla pace, che fa di lui il f o n d a t o r e del d i r i t t o i n t e r n a z i o n a l e . E r a n a t o i n O l a n d a , u n o dei Paesi più t o r m e n t a t i dalle g u e r r e di religione che si confondevano con quelle di liberazione nazionale dal giogo spagnolo. Anche lui, c o m e tutte le m e n t i più illuminate del suo t e m p o , si appellava contro gli opposti fanatismi allo spirito d e l c o m p r o m e s s o , c h e in O l a n d a aveva t r o v a t o il suo c a m p i o n e in Arminius, ultimo e p i g o n o di E r a s m o . Ma cont r o costui si s c a t e n ò la furia p e r s e c u t o r i a d e i calvinisti int r a n s i g e n t i , e a n c h e G r o z i o ne fece le spese. C a n d i d a t o al patibolo, se la cavò con la prigione a vita. Sua moglie chiese di c o n d i v i d e r n e la p e n a , fu esaudita e d o p o tre a n n i riuscì a farlo evadere, nascosto in u n a cassa di libri. Grozio r i p a r ò a Parigi e lì, m e n t r e la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i impazzava coi suoi o r r o r i e massacri, compose la sua o p e r a . Grozio n o n c o r r e dietro a utopie. Egli accetta in p a r t e la d i s p e r a t a m o r a l e di Machiavelli, s e c o n d o cui lo Stato n o n conosce altra «ragione» che la sua, la quale giustifica tutto: 172
i n g a n n o , furto, delitto. Q u e s t o è vero, dice Grozio, p e r c h é lo Stato a v e n d o il p o t e r e di fare le leggi, n o n ha il dovere di attenervisi. Ma la legge n o n è tutto. AI di s o p r a di essa c'è un «diritto n a t u r a l e » , cui lo Stato legislatore deve n o n soltanto ispirarsi, ma a n c h e esso stesso uniformarsi p e r c h é è il f o n d a m e n t o del «diritto delle genti», cioè che vale p e r tutti e o g n u n o . Q u e s t o diritto n o n c o n d a n n a l a g u e r r a p e r c h é riconosce c h e in certi casi essa è inevitabile e necessaria. C o n d a n n a soltanto la g u e r r a «ingiusta» e s o p r a t t u t t o certi metodi di condurla. Dicendo questo, Grozio n o n si faceva illusioni. Egli sapeva benissimo (e lo dice) che un preciso criterio di distinzione fra g u e r r a giusta e ingiusta gli u o m i n i n o n sarebbero mai riusciti a i n t r o d u r l o . Si limita a fissare alcune regole generali: è giusta la g u e r r a di difesa, è ingiusta la g u e r r a di conquista. Ma si r e n d e conto che o g n i aggressore avrà s e m p r e qualche a r g o m e n t o p e r farsi passare da aggredito. Tuttavia egli crea n e l l ' o p i n i o n e p u b b l i c a a l m e n o il b i s o g n o di u n a giustificazione morale. Lo Stato machiavellico poteva farne a m e n o : la sua «ragione» l'autorizzava a tutto e n o n l'obbligava a d a r e n e a n c h e u n a m a s c h e r a t u r a di legittimità alle sue «imprese r a r e e mirabili». Grozio lo costringe a qualche ipocrisia che gli r e n d e , se n o n altro, più difficile il giuoco. Esso seguita in realtà ad essere machiavellico; ma u n ' o p i nione pubblica resa più esigente dalle idee di Grozio gl'imp o n e di rivestirsi di p a n n i un p o ' più decenti. Grozio insomma, a n c h e se n o n crea u n a n o r m a giuridica, crea un'esigenza m o r a l e . Ed è già molto. Ma risultati a n c o r a più g r a n d i o t t e n n e nella discriminazione dei m e t o d i . Egli fu il p r i m o a p a r l a r e di «criminali di g u e r r a » , i n v o c a n d o u n t r a t t a m e n t o u m a n o p e r tutti i n o n combattenti e p e r i prigionieri. Il suo g r i d o si p e r s e fra i clam o r i della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i c h e gliel'aveva i s p i r a t o . Ma r i m a s e nell'aria. La r e g i n a C r i s t i n a di Svezia, figlia di Gustavo Adolfo, io tradì e n o m i n ò Grozio suo ambasciatore a Parigi. C o m e diplomatico, Grozio se la cavò piuttosto ma173
le e rassegnò le dimissioni quasi subito. La sua protettrice lo chiamò a Stoccolma e gli dette u n a b u o n a p e n s i o n e p e r c h é seguitasse a studiare e a scrivere. Ma anche c o m e cortigiano Grozio si sentiva un pesce fuor d'acqua, e preferì trasferirsi in G e r m a n i a . Era un i n v e r n o rigido, la nave s'incagliò fra i ghiacci, e Grozio prese u n a p o l m o n i t e che lo stroncò. L'Eur o p a n o n si era accorta di lui e seguitava a dilaniarsi in guerr e feroci che n o n c e r c a v a n o d i salvare n e m m e n o l e a p p a r e n z e della «giustizia» e n o n r i s p a r m i a v a n o n e a n c h e i vecchi, le d o n n e , i bambini. Ma d u e secoli e mezzo d o p o la sua m o r t e , nel 1899, i delegati alla C o n f e r e n z a I n t e r n a z i o n a l e della Pace all'Aja and a r o n o a d e p o r r e u n a c o r o n a d ' a r g e n t o sulla statua che l'Ol a n d a , d o p o averlo c o n d a n n a t o e costretto all'esilio, aveva elevato a Grozio. Quella c o r o n a era l'omaggio al fondatore del diritto internazionale m o d e r n o , o a l m e n o al suo p r e c u r sore. Da Grozio in p o i le n o r m e che r e g o l a n o «lo sport dei Re», c o m e qualcuno chiama le g u e r r e , sono molto migliorate. P u r t r o p p o n o n sono migliorati i Re. E n e m m e n o le Repubbliche. In Italia q u e s t o travaglio ideologico n o n ebbe eco, ed è n a t u r a l e . Anzitutto p e r c h é il nostro Paese n o n e r a diventato u n o Stato nazionale, e q u i n d i n o n poteva sentire il bisogno di d a r e a questo Stato un f o n d a m e n t o m o r a l e e giuridico né delle regole d i c o n d o t t a . E p p o i p e r c h é e r a p i a n t o n a t o dal giudice dell'Inquisizione da u n a p a r t e e dal g e n d a r m e spag n o l o dall'altra, cioè da d u e p o t e r i assoluti e u g u a l m e n t e interessati a i m p e d i r e qualsiasi discussione sulla loro legittimità e sui loro diritti. Se ne accorse T o m m a s o C a m p a n e l l a , che volle a p r i r e il discorso su questi a r g o m e n t i , sebbene lo facesse con ispirazione s q u i s i t a m e n t e c o n t r o r i f o r m i s t a . E r a u n m e r i d i o n a l e di Stilo di Calabria, e poco più che ragazzo si e r a arruolato nei d o m e n i c a n i . Ma p r e s t o c a d d e in o d o r di eresia p e r via di c e r t e sue critiche al t o m i s m o , cioè al p e n s i e r o di San T o m m a s o , della cui Summa la Chiesa aveva fatto, al Concilio 174
di T r e n t o , l'architrave del sistema. C a m p a n e l l a doveva p e r ò essere a n c h e un abile avvocato p e r c h é riuscì a s c a m p a r e a tre processi consecutivi. Al q u a r t o c a d d e , fu r i n c h i u s o nel carcere di R o m a dove, secondo qualcuno, ebbe a c o m p a g n o il B r u n o ; ma d o p o q u a l c h e m e s e fu l i b e r a t o , t o r n ò al suo p a e s e , e p e r n u l l a istruito dalla p r e c e d e n t e e s p e r i e n z a , si cacciò in u n a cospirazione contro tutte le autorità costituite, politiche e religiose. La c o n g i u r a fallì, e stavolta a C a m p a nella le risorse dialettiche n o n b a s t a r o n o . Fu t o r t u r a t o p e r q u a r a n t a o r e consecutive, e alla fine r i b u t t a t o in p r i g i o n e dove languì ventisette anni. Ma l ' u o m o doveva avere un fisico d'eccezione e u n a volontà di ferro p e r c h é n o n solo sopravvisse alla fame e al f r e d d o che lo t o r t u r a v a n o , ma lì c o m p o s e quasi tutte le sue o p e r e , fra cui la più celebre: La Città del Sole. In questa città, che C a m p a n e l l a p r e s e n t a c o m e modello di organizzazione sociale, l'autorità assoluta riposa nelle mani di un Re-sacerdote, o n n i p o t e n t e sia nel c a m p o t e m p o r a l e che in quello s p i r i t u a l e , igienista e razzista. Egli infatti si p r e o c c u p a soprattutto del m i g l i o r a m e n t o biologico dei sudditi, a c c o p p i a n d o d'autorità il meglio col meglio e d a n d o gli scarti in p a s t o ai leoni. La famiglia n o n esiste. Le d o n n e a p p a r t e n g o n o alla c o m u n i t à . I b a m b i n i c r e s c o n o senza n e a n c h e s a p e r e di chi s o n o figli, allevati dallo Stato c h e li p r e p a r a p e r la g u e r r a : chi vi si dimostra inadatto, viene soppresso. Tutti sono uguali: n o n esistono differenze di nascita, di censo, di professioni, di r i m u n e r a z i o n i . Tutti sono vestiti allo stesso m o d o , m a n g i a n o allo stesso m o d o , p e n s a n o allo stesso m o d o , o b b e d i s c o n o allo stesso c a p o , r i v e r i s c o n o lo stesso Dio: il Sole. Il lettore avrà l'impressione di aver già sentito qualcosa di simile. Infatti lo ha sentito a p r o p o s i t o della Repubblica gesuitica del Paraguay che realizzava a p p u n t o questo ideale comunitario. E molto probabile che C a m p a n e l l a n o n avesse mai u d i t o p a r l a r e dei p a d r i Cataldino e Mazeta, né loro di lui. Ma tutti e tre e r a n o italiani della C o n t r o r i f o r m a . E l'u175
topia della C o n t r o r i f o r m a e r a questa: u n o Stato in cui si ass o m m a n o il ricordo della Repubblica di Platone e l'annunzio del nazismo di Hitler e del c o m u n i s m o di Stalin: i n s o m m a il t o t a l i t a r i s m o assoluto. La c o n c e z i o n e di C a m p a n e l l a sta a quella di Grozio, c o m e l'esperienza cattolica s u d - a m e r i c a n a sta a quella calvinista del N o r d . E ci vuol poco a capire quale dei d u e m o n d i e dei d u e pensieri interpretasse meglio le istanze della libertà, della democrazia e del p r o g r e s s o . Nel '26 C a m p a n e l l a fu alla fine graziato p e r intercessione di papa Urbano V i l i . Ma n e m m e n o i cinquantott'anni di età e i quasi t r e n t a di galera avevano fiaccato la sua fibra e a n n a c q u a t o la sua protervia. Il ritratto che p r o p r i o allora gli fece il suo c o m p a e s a n o Cozza ce lo m o s t r a in tutta la sua rozza p o t e n z a di c o n t a d i n o calabrese: la folta c h i o m a tuttora n e r a , il naso dritto, la mascella forte, un grosso p o r r o sulla guancia destra, gli occhi fissi e intensi. L u n g i dal cercare un p o ' di pace d o p o tanti triboli e travagli, ridiscese subito in g u e r r a col Sant'Uffizio, c h e t o r n ò a r i n c h i u d e r l o nella sua p r i g i o n e . A restituirgli u n ' a l t r a volta la libertà ci volle tutta l'energia e la pazienza di U r b a n o che tuttavia, p e r impedirgli di c o m b i n a r e altri malestri, gli consigliò di lasciare l'Italia. A Parigi, d o v e l'eco delle sue o p e r e lo aveva p r e c e d u t o , fu accolto con r i g u a r d o . Sia il re Luigi X I I I c h e l ' o n n i p o t e n t e cardinale Richelieu gli a p r i r o n o le p o r t e della C o r t e . Al m o n a c o italiano s a r e b b e b a s t a t o p o c o p e r inserircisi in pianta stabile, e forse ci si p r o v ò c o m p o n e n d o u n a Egloga in o n o r e del p r i n c i p e e r e d i t a r i o , il f u t u r o Luigi XIV. Ma il c o m p o n i m e n t o n o n dovett'essere m o l t o a p p r e z z a t o p e r c h é e r a l'invito a sovvertire la Francia p e r farne u n a Città del Sole: p r o g r a m m a che nella patria e nel secolo dei Bodin e dei Descartes d o v e v a a p p a r i r e p o c o m e n o c h e d e m e n z i a l e . I l fatto è c h e C a m p a n e l l a n o n p o t e v a , n e a n c h e v o l e n d o , div e n t a r e un cortigiano: gliene m a n c a v a n o sia le qualità che i difetti. T o r n ò n e l suo habitat n a t u r a l e , cioè in u n a cella di c o n v e n t o c h e gli r i c o r d a v a quella della p r i g i o n e . E lì tra176
scorse i suoi ultimi a n n i a t t e n d e n d o alla definitiva stesura e alla pubblicazione delle o p e r e composte in carcere. La p i ù sostanziosa sul p i a n o filosofico è forse il De sensu rerum, il senso delle cose, in cui si c o n f o n d o n o il p r o b l e m a cosmologico e quello «gnoseologico», cioè della conoscenza. C a m p a n e l l a è cattivo scrittore. Il suo p e n s i e r o è difficile da rintracciare sotto le volute di un p e r i o d a r e oscuro e contorto che, messo controluce alla cristallina chiarezza dei francesi suoi c o n t e m p o r a n e i , ci dà la m i s u r a del livello d'involuzione cui stava s c e n d e n d o la nostra letteratura. N o n s e g u i r e m o la tematica di C a m p a n e l l a : essa r i e n t r a più nella storia della filosofia c h e in quella nostra. D i r e m o soltanto che forse abbiamo sbagliato a r u b r i c a r e C a m p a n e l la nel capitolo del p e n s i e r o politico p e r c h é la sua vera vocazione n o n fu né politica né filosofica, ma poetica. Soltanto di r e c e n t e la critica ha «scoperto» i versi ch'egli c o m p o s e nella l u n g a prigionia. A p p a r t e n g o n o alla cosiddetta «poesia civile», e n o n h a n n o c e r t o la levigatezza, la l u m i n o s i t à , la musicalità di quelli del Petrarca e dell'Ariosto. Sono anzi spigolosi e difficili. Ma li scalda u n a vibrazione di s e n t i m e n t i , u n a sincerità di passioni che i n v a n o c e r c h e r e m m o sotto le preziosità accademiche dei suoi c o n t e m p o r a n e i . Questi versi ci d a n n o il ritratto di un u o m o che valeva molto p i ù delle sue i d e e a r r u f f a t e e s o s t a n z i a l m e n t e r e a z i o n a r i e . Il v e r o p e n s a t o r e politico di questo «momento» italiano n o n fu lui. Fu il Sarpi, che m e r i t a un capitolo a p a r t e .
CAPITOLO SEDICESIMO SARPI
Nel 1605, alla m o r t e di L e o n e XI ch'era d u r a t o in carica a p p e n a tre settimane, v e n n e eletto al Soglio il C a r d i n a l e Borghese, che prese il n o m e di Paolo V. Nel capitolo sugli Stati pontifici, abbiamo già detto di lui e della sua concezione assolutistica. S e c o n d o Paolo il Pontefice e r a effettivamente il Vicario di Cristo, e q u i n d i o g n i offesa a lui e r a b e s t e m m i a da c h i u n q u e venisse, a n c h e dai Principi e dai Re. Era l'atteggiamento, p o r t a t o a conseguenze e s t r e m e e quasi caricaturali, della C h i e s a c o n t r o r i f o r m i s t a . Paolo fu subito in g u e r r a con tutti gli Stati italiani che t e n t a v a n o di difendere un b a r l u m e di a u t o n o m i a . Scomunicò il R e g g e n t e di N a p o li p e r c h é aveva c o n d a n n a t o un notaio ecclesiastico; minacciò i Savoia, Lucca, G e n o v a che i n t e n d e v a n o r e g o l a r e sec o n d o la l o r o legge c e r t e q u e s t i o n i a m m i n i s t r a t i v e . Ma lo scontro frontale l'ebbe con Venezia. La Serenissima era il solo Stato italiano - lo abbiamo già detto - che fosse riuscito a conservare, fra Chiesa e Spagna, u n a certa i n d i p e n d e n z a . Gli ambasciatori di R o m a e di Mad r i d e r a n o accolti con g r a n d i inchini e r i v e r e n z e . Ma poi, come oggigiorno quelli occidentali a Mosca, si trovavano int o r n o i l v u o t o p e r c h é c h i u n q u e i n t r a t t e n e s s e r a p p o r t i con loro finiva nei Piombi. Il governo dogale n o n p e r d e v a occasione di d i c h i a r a r e al Papa la sua p r o f o n d a devozione. Ma n e m m e n o p e r d e v a occasione d i a f f e r m a r e l a s u p e r i o r i t à delle leggi dello Stato su q u a l u n q u e altra. Così, p e r esempio, u l t i m a m e n t e aveva proibito a tutti di costruire chiese e di c e d e r e al clero b e n i immobili senza il p e r m e s s o dell'autorità, e aveva s b r i g a t i v a m e n t e m e s s o in g a l e r a d u e ec179
clesiastici p e r r i p e t u t e e riconosciute infrazioni al codice p e nale. Paolo c o n s i d e r ò q u e s t e m i s u r e un affronto alla Chiesa. Reclamò p e r e n t o r i a m e n t e che le d u e leggi venissero revocate e che i d u e ecclesiastici fossero c o n s e g n a t i a lui. Ma si trovò di fronte un Doge che aveva dello Stato la stessa concezione che lui aveva della Chiesa, e che p r o p r i o p e r questo e r a giunto al p o t e r e s u p r e m o : L e o n a r d o Dona. Costui n o n si c o n t e n t ò di r e s p i n g e r e le p r e t e s e del Papa. Volle a n c h e contestarle sul p i a n o giuridico in m o d o da toglier loro ogni validità a n c h e p e r il futuro. E ne affidò l'incarico a un frate c h e già aveva r e s o segnalati servigi in q u e s t o senso c o m e teologo-canonista della Repubblica: Paolo Sarpi. Il Sarpi e r a figlio d ' u n c o m m e r c i a n t e friulano a n d a t o in r o v i n a p e r s p e c u l a z i o n i sbagliate. Ma a e d u c a r l o aveva p r o v v e d u t o un suo zio, fratello della m a d r e , d i r e t t o r e d ' u n collegio frequentato dalla migliore gioventù veneziana. Paolo aveva a v u t o p e r condiscepoli d e i C o n t a r i n i e d e i M o r o sini, ma n o n s'era lasciato sopraffare dalla t e n t a z i o n e di mettersi sul loro livello sociale. Stava in disparte, silenzioso e solitario, e lo c h i a m a v a n o «la vergine» p e r via della sua p u n t i g l i o s a castità, c h e specie nella Venezia di q u e i t e m p i r a p p r e s e n t a v a u n ' a u t e n t i c a a n o m a l i a . A quindici a n n i e r a e n t r a t o in un c o n v e n t o di serviti, e d a p p r i n c i p i o si e r a orientato verso gli studi scientifici. A quelli filosofici e teologici arrivò p i ù tardi, d o p o aver scritto un trattatello sul p r o b l e m a della c o n o s c e n z a , c h e alcuni suoi a m m i r a t o r i considerano un'anticipazione delle teorie di Locke. Ma n o n è così: quel libretto n o n anticipa nulla e vale poco. Paolo lo c o m p o s e al r i t o r n o da Roma, dove il suo O r d i n e lo aveva m a n d a t o c o m e p r o c u r a t o r e . Era il m o m e n t o in cui Sisto V cercava di d a r e un c o n t e n u t o spirituale alla Chiesa della C o n t r o r i f o r m a con u n a bonifica d a l l ' i n t e r n o che n o n si limitasse alle s t r u t t u r e organizzative. Paolo p a r t e c i p ò con fervore a quel travaglio e si legò di stretta amicizia c o n un gesuita p e r il m o m e n t o a n c o r a sconosciuto e con cui più tar180
di si sarebbe trovato in b e n altri r a p p o r t i : B e l l a r m i n o . Ent r a m b i e r a n o p a r t i g i a n i d i u n a C h i e s a p i ù i m p e g n a t a nel c a m p o m o r a l e e p i ù d i s i m p e g n a t a in quello m o n d a n o . Ed e n t r a m b i f u r o n o delusi dalla m o r t e di Sisto e dall'elezione d i U r b a n o V I I , che appariva l ' u o m o m e n o a d a t t o a d attuare quella riforma. Paolo n o n aveva simpatizzato con l ' U r b e e tanto m e n o con la Curia. Q u e i grassi preti r o m a n i unicam e n t e intesi al p o t e r e e alla ricchezza lo avevano disgustato. E r a stato p e r q u e s t o , cioè p e r trovarvi u n a distrazione, che si era dato alla scienza. N o n vi raggiunse risultati, ma vi fece d e g l ' i n c o n t r i che c e r t a m e n t e c o n t r i b u i r o n o al suo d e v i a z i o n i s m o . Il p i ù i m p o r t a n t e fu quello c o n Galileo c h e allora i n s e g n a v a a P a d o v a e c h e , p u r n o n e s s e n d o a n c o r a c a d u t o in sospetto di eresia, vi si stava a v v i a n d o p e r le s u e c o n v i n z i o n i c o p e r n i c a n e . D i v e n t a r o n o g r a n d i amici e si scambiarono lettere sul p r o b l e m a della c a d u t a dei corpi nello spazio. Ma o r a altri interessi stavano p r e n d e n d o in Paolo il sopravvento. La Repubblica lo aveva assoldato c o m e consulente nelle sue vertenze con l'autorità ecclesiastica. Paolo vi si m o s t r ò subito agguerritissimo e vi g u a d a g n ò tale p r e stigio c h e il g o v e r n o p r o p o s e la sua n o m i n a a Vescovo di N o n a . Ma il Papa rifiutò. Q u a l c u n o dice che fu questo sgarbo a fare del frate un ribelle. Ma n o n è che u n a c o m o d a semplificazione. Può darsi che lo sgarbo abbia contribuito. Ma esso s o p r a v v e n n e q u a n do il Sarpi aveva già assunto un atteggiamento molto preciso c o n t r o le p r e t e s e ecclesiastiche. I p u n t i di a t t r i t o n o n m a n c a v a n o . Il clero veneto era u n o dei più ricchi d'Italia: le sue e n t r a t e s u p e r a v a n o i dieci milioni di d u c a t i , u n a cifra - p e r quei t e m p i - colossale. Da s e m p r e il g o v e r n o vi prelevava u n a «decima», cioè u n a tassa che n o n s u p e r a v a i dodicimila ducati, u n a briciola, che tuttavia la Chiesa considerava arbitraria. Sarpi sosteneva che arbitraria e r a soltanto l'es e n z i o n e c h e il g o v e r n o a c c o r d a v a agli alti prelati, i quali, secondo lui, a n d a v a n o più s e v e r a m e n t e tassati del basso clero. Ma, oltre a questo, c'era il p r o b l e m a dei libri. Dal g r a n 181
de Manuzio in poi, che ne aveva fornito modelli d'insuperata eleganza, Venezia e r a r i m a s t a la capitale dell'editoria. I d u e terzi di ciò che si stampava in Italia, si stampava lì. Ma questa industria, da cui d i p e n d e v a lo sviluppo culturale del Paese - e forse p r o p r i o p e r questo - era c o n t i n u a m e n t e minacciata di crisi dall'Indice r o m a n o che colpiva spietatament e qualsiasi o p e r a n o n a s s o l u t a m e n t e c o n f o r m i s t a m e t t e n d o l a al b a n d o e o r d i n a n d o n e il ritiro. Esso n o n a m m e t teva che messali e breviari, e p e r cautelarsi c o n t r o la farina del diavolo aveva o r d i n a t o che tutti i libri colpiti da censura venissero ristampati a Roma. Il g o v e r n o veneziano si era accorto che i funzionari dell'Indice g r a d u a v a n o la loro severità secondo le «bustarelle» delle varie tipografie d e l l ' U r b e d o ve, come al solito, la bigotteria dava u n a m a n o alla ladroneria. Il vaso q u i n d i e r a già c o l m o q u a n d o il P a p a i n g i u n s e al g o v e r n o v e n e t o di consegnargli i d u e ecclesiastici già a r r e stati, p e n a la scomunica del D o g e e l'interdetto contro la Serenissima, cioè il divieto di esercitarvi i servizi divini. La minaccia e r a g r a v e a n c h e p e r i suoi riflessi politici. La Repubblica confinava col D u c a t o di Milano, roccaforte degli spagnoli. E gli spagnoli avevano s e m p r e agito da braccio secolare della Chiesa. Ma D o n a e il g o v e r n o n o n vacillarono n e m m e n o di fronte a questo pericolo. C o n f e r m a r o n o le loro leggi, rifiutarono la consegna dei galeotti e q u a n d o il Papa, trascorsi i termini dell'ultimatum, lanciò l'interdetto, ord i n a r o n o al clero d ' i g n o r a r l o . I gesuiti esitarono, e solo su u n p e r e n t o r i o o r d i n e del Papa a b b a n d o n a r o n o l a Serenissima che si affrettò a lanciare c o n t r o di loro un b a n d o p e r p e t u o . I teatini e i cappuccini li seguirono di malavoglia. Ma tutto il resto del clero si schierò con la Repubblica e seguitò a svolgere le sue funzioni. S a r p i , c h i a m a t o a d i f e n d e r e l ' o p e r a t o del g o v e r n o sul p i a n o teologico, capì i m m e d i a t a m e n t e che quella e r a l a g r a n d e occasione n o n p e r l i q u i d a r e u n i n c i d e n t e , m a p e r p o r r e in t e r m i n i di d o t t r i n a e su basi p e r m a n e n t i il proble182
ma d e l g i u r i s d i z i o n a l i s m o , cioè dei r a p p o r t i fra Chiesa e Stato. La passione con cui si gettò in q u e s t a i m p r e s a testimonia la forza delle sue convinzioni. Il compito n o n e r a facile p e r c h é a n c h e R o m a , p e r far valere i suoi a r g o m e n t i , aveva mobilitato il suo controversista più a g g u e r r i t o : il cardinale B e l l a r m i n o . E così i d u e vecchi amici si r i t r o v a r o n o dalle d u e parti della barricata, e bisogna dire che dell'amicizia si r i c o r d a r o n o poco. Tuttavia la p r i m a battaglia il Sarpi d o v e t t e c o m b a t t e r l a n o n t a n t o c o n t r o il suo avversario q u a n t o c o n t r o gli stessi giuristi veneti, renitenti a u n a polemica col Papa che rimettesse in discussione il suo p r i m a t o assoluto in tutti i campi. Fra' Paolo fu reciso. Disse che se si a m m e t t e v a quel principio, t a n t o valeva a r r e n d e r s i senza c o n d i z i o n i . M a q u e s t o , a g g i u n s e , e r a t r a d i m e n t o dello Stato (e di u n o Stato - sottintendeva - che i traditori li aveva s e m p r e m a n d a t i al patibolo senza pensarci d u e volte). Eppoi, continuava fra' Paolo, n o n era il p r i m a t o del Papa che bisognava discutere; ma l'esenzione degli ecclesiastici dalle leggi dello Stato. N e m m e n o lo Stato p o t r e b b e accordarla, p e r c h é ciò facendo verrebbe m e n o al m a n d a t o affidatogli da Dio: quello di e m a n a re e di far valere la legge su qualsiasi interesse privato di laici o di ecclesiastici. Q u e s t o , dice Sarpi, è i n s i e m e il fondam e n t o , la giustificazione e la missione dello Stato. Sarpi svolse queste tesi, assolutamente rivoluzionarie nell'Italia di allora, nelle Considerazioni sopra le censure della San-
tità di Papa Paolo V contro la Serenissima Repubblica di Venezia, cui s e g u i r o n o l'Apologia per le opposizioni dell'Illustrissimo e Reverendissimo Cardinal Bellarmino e il Trattato dell'Interdetto. Erano scritti f o r t e m e n t e polemici in cui il Sant'Uffizio ravvisò
plurima temeraria, calumniosa, scandalosa, seditiosa, schismatica, erronea et haeretica. Invitato a presentarsi a R o m a p e r rispond e r e di questi delitti, fra' Paolo n a t u r a l m e n t e rifiutò, rispose p e r le r i m e e fu s c o m u n i c a t o . Ma quella « g u e r r a delle scritture», c o m e fu chiamata, aveva r a g g i u n t o lo scopo che il ribelle, scatenandola, si era p r o p o s t o : la «contesa dell'In183
terdetto», da piccolo episodio di cronaca locale, era diventato un «caso» m o n d i a l e , su cui l'intera E u r o p a si e r a divisa. L'Inghilterra e l ' O l a n d a acclamavano il Sarpi c h i a m a n d o l o «il piccolo L u t e r o d'Italia», e poco m a n c ò che quella diatriba anticipasse la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i . C o m u n q u e , a corr e r e n o n fu solo l'inchiostro. N e l l ' a u t u n n o del 1607, l'intrep i d o frate fu aggredito da alcuni sicari, p u g n a l a t o e lasciato p e r m o r t o . G u a r ì invece delle ferite, e si dice che c o m m e n tasse: «Riconosco lo stile della C u r i a R o m a n a » , g i u o c a n d o sul d o p p i o senso della parola stile che significa a n c h e stiletto. L'attentato aveva m o l t o c o n t r i b u i t o alla p o p o l a r i t à del Sarpi i n E u r o p a , m a a r r i v a v a t r o p p o t a r d i p e r l a vittoria della sua causa. Malgrado la sua ostinatezza, a n c h e il Papa si era reso conto della gravità della situazione. Se si fosse rivolto alla S p a g n a p e r infliggere un castigo a Venezia, questa si sarebbe rivolta alla Francia di Enrico IV, in cerca di pretesti p e r i n t e r v e n i r e nella penisola. N o n solo. Ma si correva anche il rischio che la Serenissima, m o r a l m e n t e e diplomaticam e n t e sostenuta dai Paesi protestanti, ne adottasse a n c h e la religione. La città formicolava di agenti inglesi e olandesi, e dai loro r a p p o r t i risultava che s p e c i a l m e n t e l'aristocrazia, cioè la classe d i r i g e n t e , e r a fortemente t e n t a t a d a l calvinismo e p r o p e n d e v a p e r un a p e r t o scisma. Per quel Papa p r e p o t e n t e il c o m p r o m e s s o dovett'essere un a m a r o boccone. Lo fu anche p e r i veneziani più attaccati alla causa del laicismo. Ma bisognava a r r e n d e r s i alla ragion di Stato: la massa della popolazione era p u r s e m p r e cattolica, e u n a g u e r r a di religione sarebbe stata a n c h e u n a guerra civile. Le trattative furono l u n g h e : a m b e d u e le parti d o vevano salvare la faccia, e n o n era facile, specie p e r q u a n t o r i g u a r d a v a i d u e p r e t i p r i g i o n i e r i . F i n a l m e n t e fu trovata u n a di quelle scappatoie che i diplomatici c o n s i d e r a n o geniali m e n t r e a noi s e m b r a n o soltanto farsesche. I veneziani «regalarono» i d u e galeotti a l l ' a m b a s c i a t o r e di Francia, il quale a sua volta li regalò a un messo del Papa. In c o m p e n so Venezia ribadiva le leggi di cui le e r a stata i n t i m a t a l'a184
b r o g a z i o n e , n o n riconosceva la scomunica c o n s i d e r a n d o l a n o n soltanto nulla, ma mai p r o n u n c i a t a e, p u r c o n c e d e n d o il p e r m e s s o di r i t o r n o ai cappuccini e ai teatini, confermava il b a n d o ai gesuiti. Q u e s t a soluzione era u n a vittoria p e r la Serenissima, ma u n a delusione p e r Sarpi, che aveva sperato di v e d e r e sboccare quel conflitto in un vero e p r o p r i o distacco dalla Chiesa. Sebbene q u a l c u n o lo abbia n e g a t o , il suo epistolario coi protestanti d ' O l a n d a e d ' I n g h i l t e r r a parla chiaro: Sarpi era u n o dei pochi italiani che avevano capito l'inconciliabilità di u n o Stato libero e di u n a società o r d i n a t a e civile col cattolicesimo della C o n t r o r i f o r m a . E n e s s u n o oggi p u ò d i r e che cosa avrebbe r a p p r e s e n t a t o p e r l'Italia u n a Repubblica ven e t a c h e fin d'allora avesse r i p u d i a t o i legami con R o m a e fosse diventata il focolare delle libertà laiche. L'indomito frate continuò la battaglia p e r conto suo. N o n ve lo spingeva di certo l ' a m o r e della p o p o l a r i t à . Viveva in disparte, chiuso nel suo convento, da cui n o n e r a riuscita a cacciarlo n e m m e n o la s c o m u n i c a p e r c h é i serviti, solidarizzando con lui, l'avevano ignorata. N o n e r a n e m m e n o u o mo da covare illusioni. Anzi, f r e d d o e distaccato c o m ' e r a , sui risultati pratici della p r o p r i a azione si mostrava piuttosto pessimista. Ma a spingerlo e r a la sua coscienza cristiana. «Se sarà g u e r r a in Italia», scriveva a un amico francese, «va b e n e p e r la r e l i g i o n e : l ' I n q u i s i z i o n e cesserà e l'Evangelio avrà corso.» P u r t r o p p o fu p r o p r i o il Re di Francia, q u e l l ' E n r i c o IV, che p u r e in g i o v e n t ù e r a stato u g o n o t t o e di cui si diceva che conservasse r i m p i a n t i calvinisti, a infliggere un d u r o colpo al frate ribelle. Egli i n t e r c e t t ò e c o n s e g n ò al N u n z i o pontifìcio a Parigi u n a lettera del Diodati, c o r r i s p o n d e n t e del Sarpi, in cui tutta l'opera di proselitismo che costui stava svolgendo veniva descritta nei suoi particolari. L'emozione fu g l a n d e , sia a R o m a che a Venezia. Tutti i timorati e benp e n s a n t i della Repubblica videro in Sarpi un p e r t u r b a t o r e della pubblica quiete, un fomentatore di «grane», e gli fece185
ro il vuoto i n t o r n o . Era un b r u t t o m o m e n t o , p e r lui. In tutta E u r o p a spirava aria di bonaccia. C o n Enrico IV, pugnalato da un frate, scompariva n o n soltanto il delatore del Sarp i , ma a n c h e il g r a n d e rivale e c o n c o r r e n t e della S p a g n a . Gli amici protestanti d ' I n g h i l t e r r a e O l a n d a a b b a n d o n a v a n o l a S e r e n i s s i m a p e r m a n c a n z a d i p r o s p e t t i v e d i azione c o n c r e t a . Galileo, c o n cui fra' Paolo aveva s e r b a t o stretti r a p p o r t i , aveva lasciato Padova p e r Firenze. Ma il Sarpi n o n p e r questo si scoraggiò. E q u a n d o l'ambasciatore d ' I n g h i l t e r r a v e n n e a portargli un messaggio di re Giacomo che gli consigliava di cambiar aria e di trasferirsi suo ospite a L o n d r a , rifiutò. Aveva t r o v a t o un altro c a m p o di battaglia: la Storia. Q u e l l o stesso a m b a s c i a t o r e inglese, C a r l e t o n , si a r r o g ò p i ù tardi il merito di aver suggerito al Sarpi l'idea di scrivere u n a storia del Concilio di T r e n t o e di avergliene fornito il modello nel libro di un suo cugino, ministro anglicano. Ma si t r a t t a di m i l l a n t a t o c r e d i t o . Sarpi aveva già raccolto parecchio materiale sull'argomento p e r c h é si e r a s e m p r e vivam e n t e interessato al Concilio, in cui vedeva - giustamente la g r a n d e svolta, l'avvenimento più decisivo della storia mod e r n a . C o n o s c e v a a n c h e d i p e r s o n a alcuni suoi p r o t a g o nisti, fra i quali l'amico-nemico Bellarmino. Q u a n d o nel '14 si sparse la notizia ch'egli aveva posto m a n o a q u e l lavoro, tutta la c u l t u r a e u r o p e a ne trasalì. U n a storia del Concilio d e g n a di q u e s t o n o m e a n c o r a m a n c a v a , e Sarpi e r a consid e r a t o p e r la sua i n d i p e n d e n z a e serietà l'unico che potesse scriverla. I protestanti t r e p i d a r o n o p e r lui, e specialmente re Giacomo lo bersagliò di lettere, sollecitandolo di n u o v o a trasferirsi a L o n d r a o p e r lo m e n o a m a n d a r g l i i fascicoli del lavoro, via via c h e lo c o m p o n e v a , p e r sottrarlo alle insidie dell'Inquisizione. A tanto orgasmo Sarpi o p p o s e u n a pazienza che gli valse a s p r e critiche. Lo a c c u s a v a n o di f r e d d e z z a e i n d e c i s i o n e , spesso d u b i t a n d o c h e avesse a b b a n d o n a t o il l a v o r o p e r m a n c a n z a di coraggio. Il fatto è ch'egli sentiva l'importanza 186
d i quella i m p r e s a che richiedeva u n a d o c u m e n t a z i o n e coscienziosa e g r a n controllo critico. Q u a n t o p r o f o n d a m e n t e vi si sentisse i m p e g n a t o , lo dice nella prefazione: «Raccont a r e le cause e li m a n e g g i d ' u n a convocazione ecclesiastica, nel corso di ventidue anni, p e r diversi fini e con vari mezzi da chi procacciata e sollecitata, da chi impedita e differita, e p e r altri a n n i diciotto o r a a d u n a t a , o r a disciolta, s e m p r e celebrata con vari fini, e che ha sortito forma e c o m p i m e n t o t u t t o c o n t r a r i o al d i s e g n o di chi l'ha p r o c u r a t a e al t i m o r e di chi con ogni studio l'ha disturbata: chiaro d o c u m e n t o p e r r a s s i g n a r e li p e n s i e r i in Dio e n o n fidarsi della p r u d e n z a umana». Dedicò al lavoro q u a t t r o intensi anni. Poi affidò il m a n o scritto (o u n a copia) a un inglese m a n d a t o apposta p e r ritirarla dall'Arcivescovo di C a n t e r b u r y che lo fece s t a m p a r e a L o n d r a : n e s s u n e d i t o r e italiano avrebbe osato farlo. Il successo fu p a r i all'attesa che, data la situazione, era i m m e n s a : s'era alla vigilia della g u e r r a che p e r t r e n t ' a n n i doveva fare d e l l ' E u r o p a un r o g o di passioni religiose. Sarpi aveva d u n q u e scelto il m o m e n t o giusto. N o n r i a s s u m e r e m o il suo libro che seguita ad essere oggetto di vivaci p o l e m i c h e . S e g u e n d o il l o r o solito cavilloso m e t o d o , i gesuiti ne d e n u n z i a r o n o i m m e d i a t a m e n t e le inesattezze, c o m e avevano fatto p e r d e m o l i r e la versione biblica di E r a s m o . E c o m e in E r a s m o , p u ò d a r s i c h e a n c h e in S a r p i delle inesattezze ci s i a n o . Ma c o m e E r a s m o , a n c h e Sarpi esce t r i o n f a n t e d a q u e s t o assalto d i p e d a n t i . L a sua Storia ha c e r t a m e n t e dei difetti. Approfondisce poco le q u e stioni d o g m a t i c h e , e r i d u c e a u n a battaglia p u r a m e n t e verbale perfino quella sull'Eucarestia. N o n s e m p r e lo scrupolo di oggettività dello storico ha la meglio sui suoi risentimenti polemici. Sono difetti da cui n e s s u n libro di Storia è mai del tutto i m m u n e , e che scompaiono di fronte agl'immensi p r e g i del Sarpi. Il suo c o r a g g i o a n z i t u t t o , cioè la sua libertà. Sarpi n o n p a g a p e d a g g i o a n e s s u n a c e n s u r a né esterna né inter187
na: obbedisce soltanto al suo cervello e alla sua coscienza. I suoi e r r o r i - se ne c o m m e t t e - s a n n o di b u c a t o : n o n sono mai suggeriti da p a u r a o da calcolo. E questa sincerità si riflette a n c h e nell'impasto della sua prosa, nel suo calore di c o n v i n z i o n e , nel suo r i t m o s e r r a t o . La sua è u n a storia di u o m i n i , colti in tutti i l o r o aspetti g r a n d i e m e s c h i n i . Mai ch'essa d e g e n e r i in astratto dibattito o che si p e r d a in retorici moniti. Niente letteratura, che è poi l'unico m o d o di far b u o n a letteratura. Sarpi va subito all'osso. Il suo bersaglio, più che la d o t t r i n a della Chiesa, è il Papato, e lo s'individua subito. Il suo anticattolicismo, p r i m a ancora che dichiarato, è implicito nella insofferenza di q u e s t ' u o m o , che t r a s p a r e c h i a r a m e n t e da tutta la sua prosa, a u n a fede i m p o s t a dall'alto, puntigliosamente dettagliata nei suoi articoli come un codice, ridotta a p u r a osservanza di pratiche liturgiche, che n o n concede libertà di p a r o l a alla coscienza né spazio a un d u b b i o . Questi r i m p r o v e r i Sarpi li m u o v e i m p a r z i a l m e n t e a n c h e a un certo d o g m a t i s m o p r o t e s t a n t e . Il suo c o n t r a d d i t t o r e B e l l a r m i n o , da b u o n gesuita r o t t o al cavillo, ha un Dell'inchiodare il Sarpi sul particolare teologico. La sua argomentazione sarà a n c h e d o t t r i n a r i a m e n t e ineccepibile, ma sotto ci si sente l'uomo di Chiesa, cioè n o n libero. In Sarpi si sente l'uomo, e basta. E la Storia, fra i d u e , ha giudicato: di Bellarmino r i m a n e solo l'Inquisitore; di Sarpi, r i m a n e tutto lo scrittore. Il r u m o r e suscitato da quel libro fu presto sopraffatto da quello della g u e r r a che scoppiava. Ma Sarpi n o n se ne dolse. Anzi. In quella g u e r r a aveva investito t u t t e le sue speranze, c o m p r e s a quella che Venezia v'intervenisse schierandosi dalla p a r t e dei protestanti. La battaglia della M o n t a g n a Bianca, che vide il trionfo degli eserciti cattolici, fu p e r lui un a m a r o disinganno. I «papalini» ripresero il sopravvento nel g o v e r n o e nell'opinione pubblica della Serenissima, e il N u n z i o apostolico riferiva a R o m a in t o n o t r i o n f a n t e che fra' Paolo e r a odiato da tutti, nobili e p o p o l o . C ' e r a a n c h e da s p e r a r e , aggiungeva il prelato con squisito senso cristia188
n o , che ormai il r e p r o b o , in là con gli a n n i (ne aveva settanta) e piuttosto m a l a n d a t o , ne avesse p e r poco. E q u i n d i consigliava d i « r e c u p e r a r l o » i n m o d o c h e n o n d i v e n t a s s e , d a m o r t o , l'eroe di un'apostasia. Per d u e volte la C u r i a invitò fra' Paolo a R o m a i m p e g n a n d o s i a rispettarne la vita e la libertà in cambio di un atto di sottomissione. E p e r d u e volte fra' Paolo rifiutò. Morì nel ' 2 3 , nella cella e tra i fedeli monaci del suo conv e n t o . L a R e p u b b l i c a , che n o n aveva m a i r i c o n o s c i u t e l e s c o m u n i c h e lanciate dal Papa, e q u i n d i n e m m e n o quella che aveva colpito il Sarpi, fece s t e n d e r e u n a relazione sulle ultime o r e di fra' Paolo, da cui risultava che questi e r a spirato s e c o n d o t u t t e le r e g o l e c h i e d e n d o i s a c r a m e n t i e rivolg e n d o gli u l t i m i p e n s i e r i alla Chiesa e alla Patria. Ma l'estensore di quell'atto fece poi s a p e r e che il Sarpi invece, in perfetta coerenza con le sue idee, i sacramenti li aveva rifiutati, m e n o la c o m u n i o n e . Così finì l'ultima g r a n d e coscienza italiana scampata alla Controriforma.
CAPITOLO DICIASSETTESIMO LA RIVOLTA DELLA R A G I O N E
C o m e devastazioni, la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i d e t i e n e forse un p r i m a t o assoluto nella Storia. C o m e a b b i a m o già detto, alcuni Paesi ne u s c i r o n o l e t t e r a l m e n t e d i s t r u t t i , c o m e la Boemia che vi perse i tre quarti dei p r o p r i abitanti. Le Nazioni che a v e v a n o p r e s o p a r t e a q u e l «sacro macello» ne e m e r s e r o imbarbarite. Ma a fare le spese di quella interminabile g u e r r a di religione fu anche la religione. Il f e n o m e n o è a b b a s t a n z a facile da c a p i r e . S e b b e n e a p r e n d e r v i il sopravvento fossero poi stati tutt'altri interessi, di p o t e r e e di ragion di Stato, il conflitto era n a t o come regolamento di conti fra le d u e Chiese, quella cattolica e quella p r o t e s t a n t e , e a p p u n t o p e r q u e s t o e r a stato così l u n g o , accanito e micidiale. Ma p r o p r i o negli o r r o r i che provocava, il fanatismo trovava il suo contravveleno. Questi orrori n o n e r a n o soltanto le stragi e le razzie degli eseixiti che scorrazzavano c o m e o r d e imbestialite dal D a n u b i o al Mare del N o r d . E r a n o a n c h e gli eccessi cui si a b b a n d o n a v a n o gli zelatori d e l l ' u n o e dell'altro credo, sospinti dal furore della lotta e travolti da quell'orgia di sangue. È il m o m e n t o della «caccia alle streghe», nelle quali la superstiziosa m e n t e popolare incarna le p r o p r i e calamità. L'Europa, intendiamoci, conosceva di già questo flagello. Ma ora esso diventa febbre, delirio, m a n ì a collettiva, al cui contagio n o n sfuggono nemm e n o uomini di cultura e prelati d'alto b o r d o . C'è chi v'imp e g n a a d d i r i t t u r a u n ' a m b i z i o n e agonistica c o m e il Vescovo di W i i r z b u r g che r i v e n d i c a il p r i m a t o dei r o g h i p e r averci m a n d a t o oltre mille disgraziati, fra cui a n c h e dei bambiniMa un p e r s e c u t o r e l o r e n e s e glielo c o n t e n d e vantandosi di 190
a v e r n e accesi di più. L'iniziativa privata trova in questo lug u b r e sport il p i ù fertile dei t e r r e n i : o g n u n o ha la sua strega da bruciare, e o g n u n o p u ò diventare la strega di qualche altro. Di fronte allo spettacolo di q u e s t a u m a n i t à impazzita, s e m p r e più un d u b b i o s'insinua e u n a d o m a n d a ronza nella m e n t e degli u o m i n i , vittime e carnefici: «Ma che Dio è, un Dio nel cui n o m e si p o s s o n o c o m m e t t e r e simili massacri e crudeltà, e che li consente?» Se lo c h i e d o n o sia i cattolici che i protestanti. Ed è n a t u r a l e che gli u n i e gli altri siano portati a riconsiderare le rispettive posizioni. Il g r a n d e accusato, in q u e s t o p r o c e s s o , è n a t u r a l m e n t e l ' i n t r a n s i g e n z a . Così Ignazio di Loyola e Calvino si t r o v a n o sullo stesso banco. E la g e n t e si accorge che si somigliano c o m e d u e gocce d'acqua. Q u e s t a n o n è, si capisce, che u n a schematizzazione. Ma il f e n o m e n o , r i d o t t o all'osso, è q u e s t o . D o p o t a n t o s a n g u e , l'Europa cominciava a d o m a n d a r s i , da u n a p a r t e e dall'altra della barricata, se la teologia giustificasse un tale salasso. La p r i m a risposta e r a v e n u t a implicitamente da Erasmo, m a t r o p p o p r e s t o . Per sua disgrazia, i l g r a n d e u m a n i s t a fiammingo aveva lanciato la sua invocazione di pace nel m o m e n t o in cui i furori teologici d i r o m p e v a n o , e la sua voce si era p e r s a n e i c l a m o r i della battaglia che cominciava. Ma p r o p r i o m e n t r e q u e s t a toccava l a sua a c m e nelle g r a n d i g u e r r e della s e c o n d a m e t à del C i n q u e c e n t o fra Riforma e Controriforma, c'era già q u a l c u n o che ne d e n u n c i a v a tutta la futilità. Montaigne, fra gli altri e sugli altri. C h e q u e s t o r i c h i a m o alla m i s u r a e alla saggezza venisse dalla Francia, ha il suo p e r c h é . Diviso fra cattolici e p r o t e stanti, quello e r a a n c h e il Paese che p i ù aveva b i s o g n o di trovare fra di essi un t e r r e n o di conciliazione. E la conciliazione esigeva u n a lotta a f o n d o c o n t r o il fanatismo d e l l ' u n a e dell'altra p a r t e . M o n t a i g n e n o n lo c o m b a t t é di proposito e p e r cosciente calcolo politico. Era, come oggi si direbbe, u n o scrittore «disimpegnato», che n o n si a r r u o l ò 191
sotto n e s s u n a b a n d i e r a . Ma p r o p r i o qui sta il suo valore di esempio, in un m o m e n t o in cui p e r tutta l ' E u r o p a risuonava il g r i d o , il solito g r i d o che d a c c h é m o n d o è m o n d o ann u n z i a i massacri e gli fa da alibi: «Chi n o n è con noi, è cont r o di noi». Montaigne insegnò che si poteva, anzi si doveva, n o n essere con n e s s u n o . E in mezzo a q u e i suoi cont e m p o r a n e i ubriachi di Dio fino al p u n t o di massacrarsi in Suo n o m e gli u n i con gli altri, rispolverò Socrate «che aveva fatto calare la saggezza u m a n a dal cielo, dove s'era persa così a l u n g o , p e r restituirla all'uomo». Non, era né contro i cattolici né c o n t r o i protestanti. Era contro il loro d o g m a t i s m o , cui c o n t r a p p o n e v a il p r o p r i o dubbio. «Non so nulla» diceva con Socrate e P i r r o n e «non so n e m m e n o se abbia r a g i o n e Copernico o Tolomeo. P r o p e n d o per Copernico. Ma può d a r s i c h e di q u i a mille a n n i s c o p r i r e m o c h e avevan t o r t o e n t r a m b i e che questo e n o r m e c o r p o da noi chiamato Mondo è un g e n e r e di cosa assolutamente diversa da quella che tutti crediamo.» Ecco in cosa consiste il suo cosiddetto «scetticismo». Glielo suggerisce la storia d e l l ' u o m o . O g n i volta, dice Montaig n e , questo stupido b i p e d e p r e t e n d e di aver scoperto la Verità e il B e n e definitivi e assoluti; e o g n i volta suo figlio o suo nipote gli d i m o s t r a n o che n o n è vero. Un p o ' di m o d e stia n o n farebbe male. Oltre tutto, essa i m p e d i r e b b e agli uom i n i di a v e r e delle p r o p r i e o p i n i o n i u n ' o p i n i o n e così alta da sentirsi autorizzati ad arrostire coloro che n o n le condiv i d o n o . Richiamo p e r t i n e n t e in quell'epoca di roghi. M o n t a i g n e fu il p a d r e del «memorialismo»: quello che ne d e t t ò il m o d e l l o a Saint-Simon e agli altri. Forse n o n fu un g r a n d e filosofo. Ma molti filosofi del Sei e del Settecento, senza M o n t a i g n e , n o n s a r e b b e r o diventati g r a n d i . Più che all'altezza del p e n s i e r o la sua influenza fu d o v u t a alla perfezione della sua prosa, u n a perfezione assoluta p e r c h é assol u t a m e n t e i m m u n e d a l e t t e r a t u r a . M o n t a i g n e n o n scrive; parla. I suoi Essais (per i quali d a r e m m o a occhi chiusi tutta la p r o d u z i o n e italiana del Seicento, m e n o Galileo) sono u n a 192
c o n v e r s a z i o n e d i r e t t a , i n t i m a , familiare. L e g g e r l o è c o m e a n d a r e a braccetto con lui che ci p a r l a di tutto, ma specialm e n t e di se stesso, e n o n soltanto delle sue idee, ma a n c h e dei suoi personali triboli, in cui riconosciamo i nostri. Il lettore n o n c r e d a che tanta spontaneità fosse un d o n o di natura: n o n Io è mai. Montaigne stesso racconta, r i d e n d o , c o m e nei suoi p r i m i c o m p o n i m e n t i egli si fosse c o m p i a c i u t o di lardellare le sue p a g i n e di svolazzi, ribòboli e soprattutto di citazioni dai classici che fanno tanto «cultura». Poi s'era accorto della pacchianeria di tutto questo, e se n ' e r a liberato, ma n o n senza lotte e difficoltà. «Sentii» dice «di a v e r r a g g i u n t o il vero stile, q u a n d o riuscii a p a r l a r e alla carta come faccio con la p r i m a p e r s o n a che incontro.» Se gli scrittori italiani avessero udito queste parole e ne avessero fatto tesoro, q u a n t i secoli di retorica e di p e d a n t e r i a ci a v r e b b e r o risparmiato! Montaigne ebbe un c o n t i n u a t o r e nel suo amico C h a r r o n il cui trattato Della Saggezza riscosse là p e r là ancora più successo degli Essais. Molto m e n o geniale, vivo, brillante e immediato, C h a r r o n ebbe tuttavia il m e r i t o di d a r e al p e n s i e r o suo (e di Montaigne) u n a q u a d r a t u r a più sistematica. Il fatto di essere un p r e t e n o n gl'impedì di p o r t a r e un colpo decisivo al fanatismo religioso. Cattolico o protestante, egli dice, il fanatismo è soltanto il frutto dell'ignoranza e della p r e sunzione. La Verità n o n la possiede n e s s u n o p e r c h é all'uomo n o n è dato di conoscerla. Chi uccide in n o m e di essa uccide solo p e r le p r o p r i e opinioni, e n o n è che un d e l i n q u e n te. Il vero g a l a n t u o m o , p e r r e s t a r e tale, n o n ha bisogno di c r e d e r e né al p a r a d i s o né all'inferno, che infatti n o n ci sono. Ciò n o n vuol d i r e che le religioni siano infondate. Esse assolvono il prezioso compito di d a r e agli u o m i n i u n a regola di c o n d o t t a m o r a l e , ma nulla di più. E questa proposizione riassume il p e n s i e r o degli scettici in rivolta c o n t r o gli opposti fanatismi. Essi n e g a n o il Cristianesimo come verità rivelata, sia nella sua i n t e r p r e t a z i o n e cattolica c h e in quella p r o t e s t a n t e . L o a c c e t t a n o s o l t a n t o c o m e g u i d a ideale d i 193
u m a n a convivenza. C h e e r a il m o d o più diretto ed efficace di sottolinearne la incompatibilità con le barbarie che in suo n o m e si stavano p e r p e t r a n d o . A o r d i n a r e questo o r i e n t a m e n t o del pensiero in un sistema filosofico coerente fu Descartes, o Cartesio. Lo avevano chiamato Renato, cioè rinato p e r c h é sua mad r e , tubercolosa, lo mise al m o n d o in tali condizioni da far d i s p e r a r e che ci restasse. Solo verso gli otto a n n i la sua salute si normalizzò, tanto che lo misero in un collegio di gesuiti, d o v e tuttavia gli concessero c u r e speciali, fra cui l u n g h i s u p p l e m e n t i di s o n n o la mattina. Si sdebitò di queste indulgenze con lo zelo negli studi. A Poitiers si l a u r e ò in diritto canonico, conobbe l'amore, ci p r o v ò poco gusto; ma frattanto aveva acquistato u n a tale fiducia nelle p r o p r i e forze che si a r r u o l ò nell'esercito olandese p e r la G u e r r a dei T r e n t ' a n ni. Ma a n c h e l'esperienza militare gli p r o c u r ò scarse soddisfazioni, e quasi subito l ' a b b a n d o n ò p e r i n t r a p r e n d e r e un l u n g o viaggio in Italia. In quel m o m e n t o egli si e r a già orientato verso gli studi matematici, o p e r meglio d i r e gli e r a b a l e n a t a l'idea di a p plicare alla filosofia il m e t o d o matematico. A suggerirgliela, egli dice, fu un s o g n o fatto da soldato, m e n t r e d o r m i v a in u n a c a p a n n a della Baviera: lo spirito divino gli a p p a r v e , e gli suggerì la geometria analitica come strada p e r la ricerca del vero. Curioso avvìo p e r un filosofo che doveva affermare i diritti assoluti della R a g i o n e e tacciare di superstizioso pregiudizio tutto ciò che con essa e r a incompatibile. Altrettanto curioso è che, p u r con quella vocazione p e r la matematica, nel passare da Firenze m e n t r e scendeva da Venezia a Roma, n o n andasse a visitare Galileo, di cui n o n poteva i g n o r a r e il n o m e , r e s o o r m a i famoso n o n solo dalle g r a n d i scoperte ad esso legate, ma a n c h e dal processo che aveva fatto sensazione in tutta E u r o p a . Il fatto è c h e il coraggio di Cartesio n o n era p a r i al suo talento. L'uomo n o n voleva storie con la Chiesa, p e r tutta la vita m a n t e n n e un att e g g i a m e n t o filiale verso i gesuiti. E ad ogni m o d o , p e r met194
tersi del tutto al sicuro, n o n solo decise di stabilirsi nella calvinista O l a n d a , ma p e r v e n t i q u a t t r o volte in v e n t ' a n n i vi cambiò domicilio. Problemi di d e n a r o n o n ne aveva, grazie alle cospicue r e n d i t e lasciategli dal p a d r e . Visse s e m p r e com o d a m e n t e in belle case, ma «isolato in mezzo a questo p o p o l o g r a n d e e attivissimo, c o m e n e l p i ù r e m o t o d e s e r t o » . N o n aveva bisogno di c o m p a g n i a : gli bastava quella del suo l i m p i d o cervello i n t e s o a tessere la tela di u n a logica che escludeva tutto ciò che n o n avesse un f o n d a m e n t o razionale, a c o m i n c i a r e dai s e n t i m e n t i . Q u e s t o n o n g l ' i m p e d ì di avere u n ' a m a n t e , m a n o n l a sposò n e m m e n o q u a n d o essa gli d i e d e u n a figlia. A p p r e n d i a m o con un p o ' di s o r p r e s a , ma a n c h e con un c e r t o sollievo, che q u a n d o la b a m b i n a a cinque a n n i morì, egli pianse come un p a d r e qualsiasi, senza chiedersi se le lacrime fossero razionali o n o . Aveva deciso di d a r f o n d o a l l ' u m a n o s a p e r e in t u t t e le sue discipline. Era un t r a g u a r d o irraggiungibile, ma Cartesio fu il p e n s a t o r e che più vi si avvicinò grazie n o n soltanto alla sua forza di lavoro, ma a n c h e al suo o r d i n e . Nel culto dell'orario e c o m e b u r o c r a t e della scrivania, n o n fu da m e no di Aristotele e di Kant. Si rifece dall'inizio con un Discorso sul metodo in cui con meravigliosa chiarezza e in un francese intelligibile a tutti disse cosa voleva fare e c o m e intendeva farlo. Voleva cancellare, disse, dalla lavagna della m e moria tutto ciò che vi avevano scritto gli altri, a cominciare a p p u n t o da Aristotele, c o n s i d e r a t o l'infallibile, la fonte di ogni verità; e p a r t i r e dal d u b b i o su tutto. Subito p e r ò si rese conto che il d u b b i o n o n offre un ubi consistimi su cui si possa costruire qualcosa. Per r a g g i u n g e r e delle certezze, bisogna p u r partire da alcunché di certo. Cartesio, d o p o lungo annaspare, Io trovò nel pensiero. La famosa formula Cogito ergo sum, penso d u n q u e sono, diventò la sua base di partenza, il p u n t o fermo del suo sistema. Gl'intenditori dicono ch'esso n o n aveva nulla di originale p e r c h é è già in Sant'Agostino. C e r t a m e n t e era già implicito in Montaigne, che Cartesio conosceva a fondo. Ma lasciamo queste discus195
sioni da specialisti. La cosa i m p o r t a n t e è che Cartesio affermò quel suo principio n o n come u n a «idea», ma come u n a «esperienza», cioè disse in parole p o v e r e : «Sono sicuro che esisto p e r c h é il fatto che p e n s o me ne dà la dimostrazione». E qui sta l'essenza del suo m e t o d o , che consiste a p p u n t o nel sottop o r r e tutto alla verifica dell'esperimento. N o n seguiremo lo sviluppo del suo p e n s i e r o p e r c h é questo fa p a r t e della storia della filosofia. Ci basta di sottolineare la sua i m p o s t a z i o n e , cioè il rifiuto di o g n i fideismo. Dic e n d o : «Io n o n accetto altre verità che quelle sperimentabili e dimostrabili», Cartesio infligge un colpo mortale al d o g m a e q u i n d i al fanatismo. A l m e n o f o r m a l m e n t e , egli n o n n e g a Dio. Anzi. «Come potrei concepire Dio, se Dio n o n esistesse v e r a m e n t e ? » dice a un c e r t o p u n t o . Ma c'è da chiedersi se queste p a r o l e gli fossero suggerite dalla convinzione o dalla p r u d e n z a . Un eroe, lo a b b i a m o già d e t t o , n o n era; e l'aver p r e s o domicilio in un Paese c o m e l ' O l a n d a n o n lo metteva al r i p a r o dalla persecuzione p e r c h é a n c h e i calvinisti la praticavano. Infatti l'attacco p i ù a s p r o gli v e n n e p r o p r i o da lor o . Un teologo di U t r e c h t lo d e n u n c i ò ai magistrati, i quali lo c o n v o c a r o n o a discolparsi. Cartesio n o n si p r e s e n t ò , ma alcuni suoi amici i n t e r v e n n e r o , e la faccenda si chiuse con un ostracismo alle sue o p e r e . N o n s e n t e n d o s i p i ù a b b a s t a n z a sicuro i n q u e l Paese, t o r n ò in Francia per v e d e r e c o m e vi si mettevano le cose. Il n u o v o re Luigi XIV gli assegnò u n a pensione, che forse l'av r e b b e i n d o t t o a r e s t a r e , se p r o p r i o in quel m o m e n t o n o n fosse scoppiata la g u e r r a civile della Fronda. Cartesio rifece precipitosamente fagotto, e d o p o u n a breve sosta in O l a n d a p r o s e g u ì p e r Stoccolma, dove l'aveva invitato la regina Cristina, la g r a n d e p a t r o n e s s a della c u l t u r a , che voleva le sue lezioni. C a r t e s i o fu o n o r a t o di d a r g l i e n e , ma i m b a r a z z a t o d a l l ' o r a r i o i m p o s t o g l i d a l l ' i m p e r i o s a e i n s o n n e allieva: le cinque del mattino, il che significava p e r lui - che a n c h e in collegio aveva u s u f r u i t o di un s u p p l e m e n t o di s o n n o e di letto - alzarsi alle q u a t t r o e attraversare la città sepolta nella 196
neve. C o m e già e r a successo a Grozio, i suoi fragili p o l m o n i n o n resistettero alla p r o v a , e u n a b r o n c h i t e lo stroncò nell'inverno del 1650. Negli ultimi dieci a n n i egli si e r a dedicato esclusivamente alla scienza, che offriva un t e r r e n o molto p i ù congeniale al suo s p e r i m e n t a l i s m o , e s o p r a t t u t t o alla geometria. Portò a f o n d o i calcoli p e r il r a d d o p p i o del c u b o e la trisezione dell'angolo, e dette avvìo a quelli del calcolo infinitesimale. Aveva trasformato la casa in un laboratorio p i e n o di aggeggi - pule, r u o t e , m o r s e , torni - costruiti con le p r o p r i e mani. Studiava l'angolo di rifrazione della luce, operava dissezioni di animali p e r r e n d e r s i conto della loro anatomia, e a un visitatore che gli chiedeva d o v ' e r a la sua biblioteca m o strò un q u a r t o di b u e a p p e s o alla p a r e t e p e r dire che la sua c u l t u r a e r a negli e s p e r i m e n t i , n o n nei libri. Diceva a n c h e delle sciocchezze, c o m e q u a n d o n e g ò l'esistenza del vuoto, s o s t e n e n d o ch'esso era solo nella testa del suo p i ù giovane rivale Pascal. Ma molte sue scoperte r i m a n g o n o f o n d a m e n tali, a n c h e n e l c a m p o della fisica e della fisiologia. T u t t o s o m m a t o , c'è qualcosa di v e r o nel giudizio che di lui, d o p o morto, diede Fontenelle: «Proprio applicando le regole ch'egli ci ha fornito possiamo v e d e r e q u a n t o di falso o arbitrario ci sia nella sua filosofia, molto m e n o valida della sua g e o m e t r i a . Ma Cartesio ci ha i n s e g n a t o un m e t o d o , anzi il m e t o d o del r a g i o n a m e n t o » . È p r o p r i o così. Cartesio n o n conta t a n t o p e r le sue scoperte, q u a n t o p e r quelle ch'egli ha p e r m e s s o di fare ai suoi successori, indicandogliene la strada. Egli v e r a m e n t e liberò la filosofia da quella specie di t e r r o r i s m o aristotelico che fin lì l'aveva paralizzata. D'allora in poi fu m o l t o p i ù diffìcile i m p o r r e c e r t e a s s u r d i t à sulla base dell'Ipse dixit, cioè solo p e r c h é le aveva dette Aristotele o - c o m e p i ù f r e q u e n t e m e n te avveniva - a lui e r a n o attribuite. O r a la ragione affermava i suoi diritti a n c h e su di lui.
CAPITOLO DICIOTTESIMO
LA RIVOLTA DELLA SCIENZA
A b b i a m o visto Cartesio a l m a n a c c a r e n e l suo d o m e s t i c o laboratorio con lenti, torni e bisturi. C o n quegli aggeggi, aveva fatto molte scoperte, e n o n trascurabili, nel c a m p o della Scienza. E p p u r e , m a l g r a d o il giudizio di F o n t e n e l l e , egli n o n era stato un vero u o m o di Scienza. Di essa si era servito soltanto p e r sviluppare il p r o p r i o m e t o d o ; ma il fine p e r lui restava la filosofia. E in questo, egli era a n c o r a un u o m o del Rinascimento, che alla Scienza riconosceva soltanto un rango subalterno. Infatti il p i ù g r a n d e cultore della Scienza rinascimentale era stato L e o n a r d o che p u r con tutte le sue illuminazioni, faceva della Scienza un hobby. Solo nella s e c o n d a m e t à d e l C i n q u e c e n t o la Scienza comincia a ribellarsi a q u e s t a squalifica. A n c h e qui la spinta v e n n e d a u n a r e a z i o n e : l a r e a z i o n e alle s u p e r s t i z i o n i c h e p u l l u l a v a n o in t u t t o il m o n d o . Il t e r r o r e delle s t r e g h e e r a soltanto la più diffusa e pericolosa. Ma ce n ' e r a di o g n i gen e r e , forse di p i ù che nei p i ù b u i secoli del M e d i o Evo. In I n g h i l t e r r a il B r o w n e ne r i e m p ì un elenco di 6 5 0 p a g i n e , m o s t r a n d o c i in q u a l e g i u n g l a di t e r r o r i e di esorcismi si svolgeva la vita di q u e i n o s t r i p r o g e n i t o r i . Essi d o v e v a n o passare g r a n p a r t e delle loro giornate a difendersi dai diavoli, fantasmi, spiriti, j e t t a t o r i , «untori» dai quali si sentivan o p e r p e t u a m e n t e insidiati r i c o r r e n d o a s c a r a m a n z i e , astrologi, c a r t o e c h i r o m a n t i , a m u l e t i , m i n e r a l i , p i a n t e . E tutto questo n o n era prerogativa solo della gente semplice e i g n o r a n t e . Lo stesso re G i a c o m o I pubblicò u n a Demonologia, in cui con la massima serietà si attribuiva a certe persone il p o t e r e di s e m i n a r e il malocchio, di trasferire le malat198
rie da un c o r p o all'altro, di p r o v o c a r e t e m p e s t e , e si affermava il diritto di c o n d a n n a r e a m o r t e questi agenti del demonio. L ' I n g h i l t e r r a e r a forse u n o dei casi-limite di q u e s t o van e g g i a m e n t o , e quindi è n a t u r a l e che p r o p r i o lì la reazione si manifestasse con più vigore. Ma vi c o n c o r r e v a a n c h e un altro m o t i v o : lo s v i l u p p o della c u l t u r a sotto gli stimoli e gl'impulsi che aveva ricevuto dalla g r a n d e Elisabetta. Q u e sta c u l t u r a p r o g r e d i v a in tutti i c a m p i , ma r e s t a n d o fedele alle caratteristiche che la stessa situazione economica e politica del Paese esigeva: la concretezza e la praticità. L'Inghilt e r r a e r a i m p e g n a t a in u n a lotta p e r la vita e p e r la m o r t e . Doveva difendersi da d u e Potenze molto più forti di essa, la S p a g n a e la Francia. Le sue e n e r g i e creative n o n p o t e v a n o q u i n d i distrarsi nel Bello, c o m e q u e l l e degl'italiani d e l Rinascimento che non avevano u n a nazione da difendere p e r c h é n o n lo e r a n o . Dovevano concentrarsi sull'Utile: istallare industrie, costruire flotte, fabbricare cannoni. E quindi e r a n o attirate soprattutto dalla Scienza. L'uomo che riassume nel suo n o m e il genio inglese fra il Cinque e il Seicento, e lo illumina, è u n a di quelle figure che s e m b r a n o confezionate apposta dal b u o n Dio p e r gettare lo scompiglio nelle n o s t r e idee p r e c o n c e t t e . R a r a m e n t e il talento e la canaglieria si sono così felicemente sposati c o m e in Francesco B a c o n e . Dei vizi che lastricano l'inferno n o n gliene m a n c a v a n e s s u n o , dalla omosessualità all'arrivismo alla l a d r o n e r i a . Ma n o n gli m a n c a v a n e m m e n o n e s s u n a di quelle virtù che s p i a n a n o la s t r a d a alla g r a n d e z z a . Si servì dei d e n a r i della moglie p e r far carriera e u n a volta r a g g i u n to il vertice di P r i m o Ministro, si servì della carica p e r fare altri d e n a r i . V e n d e v a le s e n t e n z e , accettava b u s t a r e l l e da c h i u n q u e e in m a n i e r a così sfacciata che alla fine il Parlam e n t o si ribellò e lo mise sotto processo. Bacone riconobbe tutte le p r o p r i e malversazioni e peculati, ma se ne giustificò dicendo che, a n c h e d o p o aver intascato le bustarelle, aveva colpito c o l o r o c h e gliele a v e v a n o d a t e . A c o m m e n t o della 199
c o n d a n n a al carcere che il tribunale gli aveva inflitto, scrisse p i ù tardi: «E stata la p i ù giusta sentenza che il P a r l a m e n t o abbia e m e s s o negli u l t i m i d u e c e n t o a n n i . E p p u r e i o sono stato il p i ù giusto m a g i s t r a t o c h e l ' I n g h i l t e r r a abbia avuto negli ultimi cinquanta». La p e n a gli fu a b b u o n a t a dal Re che aveva un debole per questo suo ministro mariuolo. «Se dovessi p u n i r e tutti quelli che p r e n d o n o mance, non mi rimarrebbe n e m m e n o un suddito» disse quel s o v r a n o che p r e n d e v a le m a n c e a n c h e lui. E mai indulgenza si d i m o s t r ò così b e n e investita. Ricco e libero da i m p e g n i di lavoro e ambizioni di carriera, Bacone p o t è d e d i c a r s i i n t e r a m e n t e allo s t u d i o . N o n gli m a n c a v a nulla p e r grandeggiarvi, n e m m e n o l'immodestia. Nella p r e fazione alla sua p r i m a o p e r a , La grande Restaurazione, scriveva: «Bacone di Verulamio ritiene che sia nell'interesse della p r e s e n t e e delle future generazioni ch'esse siano e d o t t e dei suoi pensieri». E p e r u n a volta tanto la p r e s u n z i o n e n o n fu la m a d r e di un i n g a n n o . Il suo dichiarato p r o p o s i t o e r a di «provare tutto di n u o v o p e r d a r e inizio a u n a ricostruzione totale delle scienze e di t u t t o il s a p e r e u m a n o » . A n c h e lui d u n q u e , c o m e Cartesio, avrebbe fatto tabula rasa di tutte le c r e d e n z e fin allora accettate p e r sostituirle c o n quelle dimostrabili p e r via di e s p e r i m e n t o , e da q u e s t e risalire alle verità generali ed e t e r n e della Filosofia. Noi possiamo s o r r i d e r e di questa p r e t e s a di abbracciare tutto lo scibile. Ma, a p a r t e il fatto che lo scibile di allora n o n e r a così vasto e a p p r o f o n d i t o c o m e quello d ' o g g i c h e costringe alla specializzazione, ciò che di Bacone conta c o m e di Cartesio, è il m e t o d o ch'egli i n t r o d u c e . C o n t r o il sistema aristotelico invalso fin allora, Bacone insegna agli u o m i n i a p r o c e d e r e n o n dall'idea al f e n o m e n o , ma dal f e n o m e n o all'idea. Egli dice: «Se voglio avere u n ' i d e a dell'aria, devo prima sapere come e di cosa l'aria è fatta. E p e r questo il sillogismo astratto di Aristotele n o n mi serve. Mi serve solo l'es p e r i m e n t o c o n c r e t o N o n è la filosofia che mi p e r m e t t e di capire le cose. E lo studio e la c o m p r e n s i o n e delle cose che 200
in seguito mi p e r m e t t e r a n n o di f a r m e n e u n a r a p p r e s e n t a zione filosofica». Noi oggi s a p p i a m o quale illusione sia alla base di u n a simile i m p o s t a z i o n e e quali insidie essa n a s c o n d a . Ma p e r i nostri a n t e n a t i del Seicento si trattava di u n a conquista ass o l u t a m e n t e rivoluzionaria p e r c h é , l i b e r a n d o l a dal vassallaggio alla filosofia, conferiva alla Scienza u n a sua i n d i p e n d e n t e d i g n i t à . E infatti Dignità e progresso delle Scienze intitolò Bacone u n a delle sue successive o p e r e . Era un b a n do di mobilitazione, un appello agl'intellettuali per u n a crociata del s a p e r e n o n p i ù a t t r a v e r s o i libri e s e c o n d o le f o r m u l e e i d e t t a m i di Ille Philosophus, c o m e a n c o r a si seguitava a c h i a m a r e Aristotele s o t t i n t e n d e n d o c h e l'unico depositario della verità era lui; ma attraverso la s p e r i m e n tazione. G u a r d a t e v i i n t o r n o , dice Bacone. «L'uomo, essendo il servitore e l ' i n t e r p r e t e della N a t u r a , p u ò fare e comp r e n d e r e solo in r a p p o r t o e l i m i t a t a m e n t e a q u a n t o abbia o s s e r v a t o n e l c o r s o della N a t u r a . O l t r e d i esso, n é s a n é p u ò fare alcunché.» In p a r o l e p o v e r e : lo scienziato è u n a p e r s o n a seria; il filosofo, che dalla scienza n o n p r o c e d a , è u n ciarlatano. Polemicamente, in c o n t r a p p o s t o all'Organon di Aristotele, egli c h i a m ò Novum Organon la sua o p e r a p r i n c i p a l e . E a n n u n z i a n d o l a agli amici, disse con la sua solita modestia: «Ho l'impressione che questo libro d u r e r à finché d u r a n o i libri». Ma n e a n c h e stavolta la p r e s u n z i o n e fu m a d r e d'ing a n n o . Più che d a r e all'umanità un p e n s i e r o n u o v o , Bacone disintossica quello vecchio di tutti i t a b ù e idoli e feticci che lo impacciavano e paralizzavano. Ma n o n c'è d u b b i o che da lui p r e n d o n o avvìo t u t t e le scuole filosofiche m o d e r n e , anche quelle che poi g i u n g e r a n n o a conclusioni antitetiche alle sue. Egli sottrae l'uomo alle tentazioni della metafisica e gli dice: «Il t u o r e g n o è la n a t u r a . C o n t e n t a t i di c a p i r e le leggi che la r e g o l a n o » . A n c h e lui, c o m e Socrate e M o n t a i gne, ritrasferisce sulla t e r r a la saggezza che si e r a così a lungo persa nel cielo. 201
Lavorò fino all'ultimo giorno nella sua lussuosa villa circ o n d a t a da u n o s t u p e n d o parco e accudita da u n o stuolo di servi e s e g r e t a r i . Fra q u e s t i ultimi c'era un c e r t o T h o m a s Hobbes, di cui u d r e m o riparlare. A chi gli diceva che quella vita da g r a n signore n o n s'intonava alla sua attività di filosofo, r i s p o n d e v a : «Non capisco p e r c h é il talento d e b b a indossare vesti sdrucite». Era un u o m o felice. N o n aveva d u b bi su nulla, n e a n c h e sui suoi vizi che seguitò a praticare senza scrupoli né rimorsi, e tanto m e n o sulla sua priorità nella scala dei geni passati e presenti. Forse s e g r e t a m e n t e credeva di essere esente dalla fatalità biologica della m o r t e sicché n o n si a l l a r m ò q u a n d o , a s e s s a n t a c i n q u e a n n i , fu colto da u n a b r o n c h i t e . Laveva presa p e r r i e m p i r e di neve un pollo e v e d e r e q u a n t o il ghiaccio ne avrebbe ritardato la putrefazione. «L'esperimento è riuscito perfettamente» scrisse a un amico: «il pollo è rimasto fresco e conto di m a n g i a r l o d o m a ni.» Ma l'indomani era m o r t o . Il suo c o m p a t r i o t a P o p e lo definì «il più sapiente, il più geniale, il p i ù m e s c h i n o degli uomini». Meschino, n o . N o n lo e r a n o stati n e m m e n o i suoi difetti. Anche c o m e canaglia, era stato un colosso. Per c o r r e r dietro a Bacone - personalità t r o p p o p o t e n t e p e r poterle resistere - abbiamo un po' p e r s o il filo del nostro discorso. R i p r e n d i a m o l o , d u n q u e . Montaigne col suo scetticismo, Cartesio col suo razionalismo, Bacone col suo e m p i r i s m o (anche se questo t e r m i n e fu c o n i a t o p i ù tardi) p o r t a v a n o un attacco c o n c e n t r i c o sia al d o g m a t i s m o cattolico che a quello p r o t e s t a n t e p r o p r i o nel m o m e n t o in cui la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i ne d o c u m e n t a v a le t r a g i c h e c o n s e g u e n z e . Ciò n o n vuol d i r e ch'essi e b b e r o subito partita vinta, e che di colpo tutto il pensiero e u r o p e o si o r i e n t ò sul loro i n s e g n a m e n t o ed e s e m p i o . N o n ci stanc h e r e m o mai di m e t t e r e in g u a r d i a il l e t t o r e dalle n o s t r e stesse schematizzazioni. Noi ce ne s e r v i a m o solo p e r p e r m e t t e r g l i di c a p i r e le p i ù i m p o r t a n t i direttrici di m a r c i a 202
ideologica di quel p e r i o d o . Chi voglia più a fondo indagarne la complicata matassa, si rivolga a qualche storia della filosofia c o m e quella del Russell. Ma il senso f o n d a m e n t a l e è quello che a b b i a m o d e t t o : la crisi di stanchezza e q u i n d i la reazione d e l l ' E u r o p a ai «sacri macelli» di cui è stata vittima p e r quasi un secolo. Questi macelli sono stati p e r p e t r a t i in n o m e di Dio, o p e r meglio d i r e di d u e diverse i n t e r p r e t a zioni di Dio, e h a n n o trovato alimento nel furore teologico. Per p o r v i fine e p r e v e n i r n e degli altri, b i s o g n a b a t t e r e in breccia la teologia d i s t r a e n d o l ' u o m o dalla c o n t e m p l a z i o n e del cielo, dove esso n o n sembra trovare altra ispirazione che a g u e r r e e persecuzioni, p e r r i p o r t a r n e l'attenzione sul suo r e g n o : la N a t u r a . Q u e s t o è il t e m a che p r o p o n g o n o ai loro c o n t e m p o r a n e i l e d u e più g r a n d i voci del t e m p o , specialm e n t e Bacone. E questo tema è l'invito alla Scienza p e r c h é la Scienza è a p p u n t o lo studio della N a t u r a . Si capisce che di voci ce ne sono a n c h e altre, e discordanti. Ma quelle che meglio i n t e r p r e t a n o il m o m e n t o storico sono q u e s t e . Esse s u s c i t a r o n o u n ' e c o p r o f o n d a a n c h e i n Italia, m a p e r altri motivi. E l t a l i a e r a stata il principale t e a t r o dei g r a n d i conflitti di p o t e n z a fra Asburgo s p a g n o l i e Valois francesi. Ma dal trattato di Cateau-Cambrésis, cioè dal 1559 in poi, il dominio spagnolo l'aveva t e n u t a al r i p a r o dalle lotte di religione e s t e r n e e i n t e r n e . All'esterno, solo le flotte di Venezia e di Genova e r a n o state i m p e g n a t e a L e p a n t o . All'interno, la m a n c a n z a d i sostanziosi m o v i m e n t i p r o t e s t a n t i n o n aveva offerto p r e t e s t o a massicce persecuzioni. C ' e r a stato il m o struoso massacro dei d u e m i l a valdesi di Calabria. C ' e r a n o stati altri processi e roghi. Ma in confronto a q u a n t o accadeva in Francia e G e r m a n i a , l'Italia sembrava un'oasi di pace: a n c h e l a G u e r r a dei T r e n t ' a n n i n o n l'aveva c h e m a r g i n a l m e n t e sfiorata. Da noi quindi la fuga dalla teologia n o n derivava dall'abuso che se n'era fatto e dagli eccessi che aveva provocato. Veniva soltanto dai rigori inquisitoriali della Controriforma. Ann u s a n d o p u z z o di eresia in ogni speculazione filosofica che 203
n o n fosse s c r u p o l o s a m e n t e ortodossa, il T r i b u n a l e del Sant'Uffizio dirottava le menti verso la Scienza sperimentale, ma p o n e n d o loro un limite b e n preciso. Sia nella fisica che nella matematica, nella meccanica, nell'astronomia, gl'italiani furono i più g r a n d i «specialisti» di questo periodo. Ma i loro studi restavano delle costruzioni senza tetto, p e r c h é dalle leggi che via via scoprivano essi n o n p o t e v a n o risalire all'idea generale cioè all'idea filosofica, che p e r forza di cose li avrebbe messi in contrasto col d o g m a e fatti cadere sotto le grinfie dell'Inquisizione. Lo d i m o s t r e r à Galileo. Ma p r i m a di lui lo d i m o s t r a r o n o a n c h e degli altri che, p u r n o n v e n e n d o dalla Scienza, c e r c a r o n o di battere in breccia tutta la tradizionale impalcatura su cui la Chiesa sorreggeva il suo castello di verità rivelate a furia di Aristotele e di terrorismo persecutorio. Il p r i m o era stato B e r n a r d i n o Telesio, a u t o r e di u n a De rerum natura, di cui il titolo basta a chiarire gli orientamenti. Telesio era un calabrese di Cosenza che, d o p o aver insegnato a Padova p e r dieci a n n i , t o r n ò nella sua città natale e vi fondò u n a scuola destinata a d a r e b u o n i frutti. Lo dimostra il fatto che meridionali e più o m e n o influenzati da lui sono tutti i pochi pensatori italiani di questo p e r i o d o . Telesio ebbe u n a vita tribolata da mille guai. Per lo studio trascurò il p a t r i m o n i o lasciatogli dal p a d r e , fu s e m p r e a corto di soldi, ebbe un figlio assassinato. Ma gli toccò a n c h e la fortuna di restare al r i p a r o dai furori inquisitoriali. Anzi, Pio IV gli offrì a d d i r i t t u r a l'Arcivescovato di Cosenza. Telesio, ch'era un g a l a n t u o m o , lo p r e g ò di darlo a suo fratello. Telesio d ' a l t r o n d e si g u a r d ò b e n e dal disturbare la Chiesa. N o n discusse l'autorità sovrana di Aristotele nel c a m p o delle idee, anzi le rese o m a g g i o i n c o n d i z i o n a t o . Si limitò a dire che la N a t u r a è regolata da leggi che h a n n o in se stesse il loro principio e il loro fine e che p e r t a n t o v a n n o indagate senza r i f e r i m e n t i al t r a s c e n d e n t e . Q u e s t a discriminazione gli permise di c a m p a r e p o v e r o , sì, ma indisturbato fino agli o t t a n t ' a n n i facendo dell'«Accademia Cosentina» u n centro culturale di g r a n richiamo p e r tutto il Sud Italia. 204
Non sappiamo se il B r u n o lo conobbe p e r c h é q u a n d o a n d ò a Padova, Telesio l'aveva già lasciata da parecchi anni. Ma c e r t a m e n t e vi trovò i semi del suo i n s e g n a m e n t o e se ne alimentò, sebbene la personalità di B r u n o fosse t r o p p o p r e p o t e n t e e disordinata p e r accettare u n a scuola e i n q u a d r a r visi. Di lui abbiamo già detto ne L'Italia della Controriforma, e n o n v o g l i a m o r i p e t e r c i . R i c o r d e r e m o solo che il Seicento s'inaugurò a p p u n t o col r o g o di B r u n o , eloquente a m m o n i m e n t o agl'intellettuali italiani. Si c o n v e r t i s s e r o p u r e alla Scienza, diceva l'Inquisizione. Ma n o n p r e t e n d e s s e r o d'ind u r n e u n a n u o v a filosofia in contrasto con quella tradizionale di Aristotele e dei Padri della Chiesa. Guai a chi avesse violato questo offlimits. Giulio C e s a r e Vanini lo fece forse senza a c c o r g e r s e n e . Aveva quindici a n n i q u a n d o B r u n o salì sul patibolo, e a n che lui era un meridionale di Taurisano in quel di Lecce. Si era laureato in medicina, ma poi era e n t r a t o nei carmelitani e aveva g i r o v a g a t o n e i Paesi r i f o r m a t i del N o r d - E u r o p a . Convinzioni molto salde n o n doveva a v e r n e p e r c h é i n I n ghilterra si convertì alì'anglicanismo, ma d o p o t o r n ò al cattolicesimo. Forse, c o m ' e r a stato a n c h e p e r B r u n o , gli u m o r i in lui e r a n o più forti delle idee e lo p o r t a v a n o a litigare con tutti. Lo p u n g o l a v a n o delle ambizioni molto più g r a n d i del suo i n g e g n o , c h ' e r a in realtà assai modesto. Accanto a qualche s o r p r e n d e n t e i n t u i z i o n e c o m e quella che l ' u o m o i n origine era stato un q u a d r u p e d e , i suoi libri sono u n a cattiva antologia d'idee raccattate un po' d a p p e r t u t t o . A Praga, una delle tante t a p p e del suo inquieto e rissoso vagabondare, Vanini suscitò i sospetti dell'Inquisizione, e p e r sottrarvisi si rifugiò a Tolosa sotto falso n o m e . Per un p a i o d'aniri riuscì a viverci abbastanza t r a n q u i l l a m e n t e i n s e g n a n d o . Ma uno dei suoi allievi riferì c h e nelle sue lezioni egli n e g a v a non soltanto la divinità di Cristo, ma a n c h e l'esistenza di un Dio individuato. Gli misero accanto un provocatore p e r ind a g a r n e il p e n s i e r o e gli o r i e n t a m e n t i . Era difficile v e n i r n e capo p e r c h é Vanini n o n e r a i n q u a d r a b i l e in n e s s u n coea
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r e n t e sistema. Egli riecheggiava soltanto, e confusamente, la g r a n d e rivolta dello scetticismo e dello scientismo, c h ' e r a nell'aria d o v u n q u e , c o n t r o la teologia. Ma in quei t e m p i di furori persecutori ce n ' e r a d'avanzo p e r incriminarlo. Convocato davanti al tribunale p e r ateismo e bestemmia, Vanini d a p p r i m a cercò di r e s p i n g e r e gli addebiti protestando la p r o p r i a fede in Dio e nei d o g m i della Chiesa. Ma q u a n d o si vide p e r d u t o , accettò con coraggio la p r o p r i a sorte. E al m o m e n t o di avviarsi al patibolo dove gli a v r e b b e r o tagliato la lingua p r i m a di strangolarlo e bruciarlo, p a r e che abbia d e t t o : «Andiamo a l l e g r a m e n t e a m o r i r e da filosofo». Aveva ragione p e r c h é , a n c h e se filosofo n o n era, lo diventò grazie a quel supplizio che fece di q u e s t ' u o m o di pochi pensieri un m a r t i r e della libertà di pensiero.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO
GALILEO
Il C i n q u e c e n t o , lo abbiamo già detto, era stato più il secolo degli artisti e dei letterati che degli scienziati, specialmente in Italia. Ma fu p r o p r i o in questo p e r i o d o che fra le m a n i di L e o n e X, il g r a n d e Medici, capitò un libriccino intitolato Piccolo commentario che p r e a n n u n c i a v a u n a delle p i ù g r a n d i scoperte scientifiche di tutti i tempi, e forse la più g r a n d e di tutte: la scoperta cioè che il centro dell'Universo n o n e r a la Terra, ma il Sole. N o n si trattava di u n a novità assoluta. Già nell'antichità alcuni a s t r o n o m i greci c o m e Filolao e Aristarco di S a m o avevano avanzato ipotesi a n a l o g h e . Ma n o n si trattava a p p u n t o che d'ipotesi senz'appoggio di dati che le convalidassero. Esse n o n a v e v a n o resistito alle confutazioni di Tolomeo d'Alessandria, che nel secondo secolo d o p o Cristo aveva formulato la cosiddetta teoria «geocentrica» che restituiva alla T e r r a la sua posizione di fulcro dell'Universo c o m e dice la Bibbia: teoria che, a p p u n t o dal n o m e del suo a u t o r e , si chiamò «tolemaica». E p e r più d ' u n millennio n e s s u n o l'aveva più rimessa in discussione. Solo nel Q u a t t r o c e n t o q u a l c u n o ricominciò ad a v a n z a r e dei d u b b i . Nicola da Cusa disse che, s e c o n d o lui, la T e r r a n o n stava ferma, ma si m u o v e v a insieme a tutti gli altri astri del firmamento. E il solito L e o n a r d o , che con le sue intuizioni anticipava s e m p r e le scoperte degli altri, aggiunse che a star fermo e r a il Sole, m e n t r e la T e r r a n o n e r a il c e n t r o di nessun sistema. Tutto questo p e r ò era detto c o m e lo dicevano i greci, cioè sempre c o m e ipotesi basate più su impressioni che su osser207
vazioni ed e s p e r i m e n t i . M e n t r e il Commentario a d d u c e v a a s o s t e g n o della teoria «eliocentrica», cioè quella c h e fa del Sole il c e n t r o d e l l ' U n i v e r s o , calcoli, dati, rilievi, i n s o m m a un vero e p r o p r i o c o r r e d o scientifico. Il suo a u t o r e , Nicola Copernico, era un polacco che aveva fatto studi seri a Bologna sotto la g u i d a d ' u n maestro italiano, Domenico da Novara. P u r senza sostenere la dottrina eliocentrica, costui criticava quella geocentrica t r o v a n d o l a d e l t u t t o insoddisfacente. C o p e r n i c o aveva fatto t e s o r o di quegli i n s e g n a m e n t i e li aveva a p p r o f o n d i t i p e r suo conto a n c h e d o p o esser t o r n a t o nei Paesi suoi a fare il p r e t e . Quel p r o b l e m a lo turbava p r o f o n d a m e n t e p e r c h é capiva q u a n t o l'eliocentrismo fosse incompatibile con le Sacre Scritture. E infatti q u a n d o L u t e r o e Calvino videro il suo Commentario, r e a g i r o n o con furore tacciandolo di «follia» e di «empio attentato contro il Verbo di Dio». Papa Leone invece vi si era vivamente interessato perché a lui delle Sacre Scritture importava poco. L'incredulità lo rendeva molto più tollerante dei d u e capi della Riforma. E forse, se n o n si fosse trovato coinvolto nel turbine dello scisma, avrebbe fornito aiuti e incoraggiamenti a Copernico che ne aveva urgente bisogno. Era rimasto infatti amareggiato dagli anatemi protestanti, aveva deciso di abbandonare gli studi, e solo le insistenze di un suo amico matematico glieli fecero r i p r e n d e r e . Così compose il Primo libro delle rivoluzioni, che vide la luce proprio lo stesso giorno (24 maggio 1543) in cui l'autore entrava nel buio della morte. Ebbe a p p e n a il t e m p o di palparne la copertina, e chiuse gli occhi contento. Ne aveva di che. Il libro e r a z e p p o di e r r o r i , a n c h e m a r c h i a n i : fra cui quello che il Sole è il centro di tutto l'Universo e sta fermo. Conserva, di Tolomeo, u n a cervellotica e macchinosa farragine di «sfere», «cicli», «epicicli», eccetera. Ma p e r la p r i m a volta, n o n p i ù c o m e ipotesi basata solo sull'intuizione, ma c o m e teoria poggiata sull'osservazione e il calcolo, d e g r a d a la T e r r a da c e n t r o del C r e a t o a suo periferico f r a m m e n t o , con tutte le conseguenze che ne derivano. 208
E le c o n s e g u e n z e e r a n o catastrofiche, s p e c i a l m e n t e p e r la teologia. Cattolica o protestante, essa p o n e a f o n d a m e n t o della sua costruzione la p r e m e s s a che tutto è stato creato in funzione d e l l ' u o m o . L'unico p u n t o sul quale tutte le Chiese sono d'accordo è il conferimento all'uomo di questa s u p r e ma dignità. Tutto ciò che l ' O n n i p o t e n t e ha fatto, lo ha fatto per l'uomo, dandogli in appalto il centro immobile di un Cosmo che r u o t a i n t o r n o a lui. Q u e s t a è l'architrave di ogni religione cristiana, anzi di ogni religione allora nota p e r c h é a n c h e quella e b r a i c a e m u s s u l m a n a p a r t o n o dalla stessa pregiudiziale. Sopra l ' u o m o c'è il paradiso, sotto l ' u o m o c'è l'inferno: tutto, confezionato p e r lui. Il crollo di questo sistema p o n e alla m e n t e d o m a n d e terribili. Se il suo abitacolo n o n è c h e un f r a m m e n t o relegato alla periferia del Creato, che f o n d a m e n t o ha la pretesa dell ' u o m o di c o n s i d e r a r s e n e il c e n t r o ? E p e r c h é il S i g n o r e a v r e b b e m a n d a t o suo Figlio a m o r i r e p r o p r i o su q u e s t a scheggia p e r s a tra le tante che p o p o l a n o l'infinito? E il Cielo dove sta, in questa n u o v a concezione che abolisce il criterio stesso di sopra e di sotto, lasciando il nostro pianeta a r u o t a r e in u n o sterminato vuoto i n t o r n o a se stesso e ad altri corpi? Tutte le p i ù radicate certezze su cui l ' u o m o ha costruito la p r o p r i a vita e c r e d u t o d ' i n t e r p r e t a r e la p r o p r i a missione e il p r o p r i o d e s t i n o , e s c o n o sconvolte dalla n u o v a t e o r i a . Scrisse G e r o l a m o Wolf, i n o r r i d i t o : « L ' i n t e r p r e t a z i o n e cristiana del m o n d o n o n ha mai subito un attacco più pericoloso di questo». Ma a r e n d e r s e n e c o n t o , lì p e r lì, f u r o n o in p o c h i . E fra questi n o n ci fu p e r esempio n e a n c h e il p a p a Paolo I I I , cui C o p e r n i c o aveva dedicato il suo libro, e v i d e n t e m e n t e nella s p e r a n z a di m e t t e r s i al r i p a r o da accuse di eresia. E c'era, per il m o m e n t o , riuscito. Ancora q u a r a n t a n n i d o p o la m o r te dell'astronomo, il vescovo K r o m e r fece elevare un m o n u m e n t o sulla sua t o m b a nella c a t t e d r a l e di F r a u e n b u r g . La Chiesa n o n aveva afferrato le implicazioni e le c o n s e g u e n z e d i quella r i v o l u z i o n a r i a s c o p e r t a p e r c h é , t u t t o s o m m a t o , 209
n o n ci credeva: seguitava a considerarla u n a semplice congettura, u n a specie di balocco p e r intellettuali in vena di originalità. N o n c'è da stupirsene p e r c h é n o n ci c r e d e v a n o n e a n c h e gli a s t r o n o m i . Il l o r o p i ù a u t o r e v o l e e s p o n e n t e , Tycho B r a h e , e r a un nobile d a n e s e nato tre a n n i d o p o la m o r t e di C o p e r n i c o , e p i e n o di soldi e di bizzarrìe. Portava un naso artificiale d ' o r o p e r c h é quello vero l'aveva p e r s o in un duello. Aveva sposato u n a c o n t a d i n e l l a c o n g r a n s c a n d a l o dei suoi p a r i , e aveva investito tutto il p a t r i m o n i o nella costruzione di un o s s e r v a t o r i o . Ci r i m a s e v e n t ' a n n i a s c r u t a r e il cielo. Lo scrutava come poteva p e r c h é il telescopio n o n era stato a n c o r a i n v e n t a t o . M a q u e s t o n o n g l ' i m p e d ì d i raccogliere un materiale che batteva ogni p r i m a t o p e r ricchezza e precisione di dati. Scoprì le variazioni del m o t o della luna, la n a t u r a delle comete e i loro tracciati orbitali, la rifrazione della luce. I n s o m m a era, m a l g r a d o il naso, u n o studioso serio che lasciò alla Scienza un prezioso p a t r i m o n i o di accert a m e n t i e le a p r ì molte s t r a d e . Ma rifiutava C o p e r n i c o . La terra, p e r lui, restava il centro del Creato. Fra gli allievi che gli s'erano r a d u n a t i i n t o r n o , c'era anc h e un giovane p r o t e s t a n t e tedesco che si e r a cacciato nei guai coi suoi correligionari p e r c h é in un libriccino aveva sostenuto la d o t t r i n a di Copernico. Si chiamava Giovanni Kep l e r o . N o n o s t a n t e l a sua d i v e r g e n z a dalle p r o p r i e i d e e , B r a h e , c h e f r a t t a n t o si e r a trasferito a P r a g a , capì c h e in quel ragazzo c'era qualcosa, e ne fece p r i m a il suo assistente e poi il p r o p r i o successore. L'eredità consisteva soltanto negli studi e nei calcoli del m a e s t r o . K e p l e r o , che n o n era ricco, anzi e r a poverissimo, n o n p o t è c o m p r a r e gli s t r u m e n t i p e r a p p r o f o n d i r l i . E dovette c o n t e n t a r s i di m e d i t a r c i s o p r a . Ma lo fece così a fond o , c h e d a q u e i dati riuscì a r i c a v a r e u n a s c o p e r t a fondam e n t a l e : la s c o p e r t a c h e l'orbita di M a r t e a t t o r n o al Sole n o n è u n c e r c h i o , c o m e aveva c r e d u t o C o p e r n i c o , m a un'ellissi. Subito si chiese se n o n fossero ellittiche t u t t e le 210
orbite p l a n e t a r i e , c o m p r e s a quella della T e r r a . Si p r o v ò a fare i calcoli sui dati di B r a h e . T o r n a v a n o . E allora e n u n c i ò le t r e f a m o s e «leggi di K e p l e r o » . P r i m o : o g n i p i a n e t a si m u o v e s e g u e n d o u n ' o r b i t a ellittica di cui u n o dei fuochi è il Sole. S e c o n d o : il m o v i m e n t o è p i ù r a p i d o q u a n d o il pian e t a è vicino al Sole, p i ù lento q u a n d o è l o n t a n o . Terzo: il q u a d r a t o del t e m p o di rivoluzione di un p i a n e t a i n t o r n o al Sole è p r o p o r z i o n a l e al c u b o del g r a n d e asse dell'ellissi da lui descritta. Q u e s t e tre leggi r a p p r e s e n t a n o u n a t a p p a f o n d a m e n t a l e nella storia d e l l ' a s t r o n o m i a , e il fatto che K e p l e r o le abbia s c o p e r t e senza n e a n c h e l'aiuto del telescopio ha del m i r a coloso. Il s e g r e t o d e l s u o successo stava nella forza di c o n c e n t r a z i o n e . K e p l e r o aveva avuto u n a vita p i e n a di triboli. La m o g l i e gli s'era a m m a l a t a di epilessia: egli aveva d o v u t o p r e n d e r s i c u r a di lei e d e i sette figli c h e ne aveva avuto. La m a d r e e r a stata a r r e s t a t a e processata c o m e «strega», e K e p l e r o aveva d o v u t o l o t t a r e p e r salvarla dal r o g o . Unica evasione e consolazione a queste t r a g e d i e e difficoltà era stato lo studio. La scoperta che il cosmo e r a regolato da leggi che gli d a v a n o un o r d i n e assoluto e i m m u t a b i l e lo ripagava dei suoi guai i m m e r g e n d o l o in u n a specie di mistica e s a l t a z i o n e , di cui si v e d e la traccia nella p r e f a z i o n e al suo libro L'armonia del Mondo: «Nulla mi t r a t t i e n e , mi a b b a n d o n e r ò a l mio sacro f u r o r e . S e sarò p e r d o n a t o , m e n e rallegro. Se sarò c o n d a n n a t o , lo s o p p o r t e r ò . Il d a d o è tratto, il libro è c o m p o s t o . C h e lo l e g g a n o i c o n t e m p o r a n e i o i p o s t e r i , n o n m ' i n t e r e s s a . S e Dio h a a s p e t t a t o p e r seimila anni u n o scopritore, io posso b e n aspettare p e r cent'anni un lettore». Perché in Dio seguitava a crederci. «Il mio solo desiderio» disse «è di p o t e r p e r c e p i r e Dio d e n t r o di me con la stessa chiarezza e certezza con cui mi si rivela nella struttura del Creato.» M o r ì p o v e r o i n c a n n a nel 1630, m e n t r e infuriava l a G u e r r a dei T r e n t ' a n n i che sembrava dover spazzar via ogni traccia di cultura e cancellò perfino la sua tomba. Ma se i li211
b r i di K e p l e r o a v e v a n o effettivamente avuto p o c h i lettori, fra di essi ce n ' e r a u n o c h e bastava da solo a g a r a n t i r n e la continuazione e l'immortalità. Fin d a l 1597 K e p l e r o aveva r i c e v u t o u n a l e t t e r a d i u n professore italiano, che gli diceva di rallegrarsi moltissimo p e r aver trovato «un così g r a n d e alleato nella ricerca della verità, e t a n t o più in q u a n t o già da molti a n n i fui dell'opin i o n e di C o p e r n i c o , il q u a l e , b e n c h é abbia o t t e n u t o fama i m m o r t a l e presso pochi, fu posto in ridicolo e c o n d a n n a t o da g e n t e infinita (poiché grandissimo è il n u m e r o degli stupidi)». La lettera era firmata: Galileo Galilei. Galilei aveva sette a n n i p i ù di K e p l e r o , ma c o m e astron o m o e r a più giovane di lui p e r c h é a questi studi si era convertito da poco. N a t o a Pisa di p a d r e fiorentino e cresciuto nel p i e n o meriggio del Rinascimento, avrebbe voluto essere un L e o n a r d o , di cui p e r tutta la vita invidiò la completezza. Il suo p r i m o interesse era stato p e r la pittura, il secondo p e r la musica. Disegnava abbastanza b e n e e i m p a r ò l'organo e il liuto, c h e p o i d i v e n t e r a n n o l'unica c o n s o l a z i o n e nella sua vecchiaia di cieco proscritto. Alla fine si e r a deciso p e r la filosofia, ma p e r assumervi subito atteggiamenti n o n conformisti e polemici. Galilei accusava i suoi professori di essersi a d d o r m e n t a t i in braccio ad Aristotele, le cui astratte categorie rischiavano di paralizzare ogni progresso scientifico. Occ o r r e liberarsene, diceva, e restituire al p e n s i e r o u n a maggiore concretezza s o t t o p o n e n d o l o alle verifiche dell'esperimento. Fu questo che lo condusse alla p r i m a scoperta. Misurando sul p r o p r i o polso le oscillazioni del p e n d o l o , accertò ch'esse i m p i e g a n o u n t e m p o u g u a l e i n d i p e n d e n t e m e n t e dalla loro ampiezza. N o n era g r a n c h é . Ma e r a la scelta di un c e r t o m e t o d o : il m e t o d o i n d u t t i v o della scienza, che p a r t e dall'osservazione del f e n o m e n o particolare p e r risalire alla formulazione di u n a legge generale. Quell'attività l'occupò al p u n t o che t r a s c u r ò gli s t u d i accademici e n o n riuscì a p r e n d e r e n e m m e n o la laurea. Per cui, q u a n d o il p a d r e morì 212
lasciandolo senza mezzi, dovette accontentarsi di un incarico di s u p p l e n t e nella c a t t e d r a di m a t e m a t i c a con u n o stip e n d i o di fame. Alla m a t e m a t i c a si e r a convertito grazie a un p r e c e t t o r e dei paggi del G r a n d u c a che gli aveva dato da leggere gli Elementi di Euclide. Galilei trovò che in quel libriccino c'erano più verità che nei q u a r a n t a volumi della Stimma di San Tommaso, fin allora considerata l'architrave del pensiero filosofico. E q u i n d i si p u ò capire c o m e le sue lezioni facessero un c e r t o s c a n d a l o . Fra l'altro, egli s'era d a t o a s m o n t a r e u n o dei postulati della fisica di Aristotele, secondo cui la velocità di c a d u t a nel vuoto di un c o r p o cresce p r o p o r z i o n a l m e n t e alle sue dimensioni. Secondo il suo amico e biografo Viviani, Galileo convocò professori e s t u d e n t i davanti alla t o r r e p e n d e n t e , dalla cui cima lanciò oggetti di varie d i m e n s i o n i p e r d i m o s t r a r e che la loro velocità di c a d u t a era uguale. «E questo» dice Viviani, «fece sì che molti filosofastri suoi rivali, spronati dall'invidia, si levarono c o n t r o di lui.» Gli storici h a n n o rifiutato questo episodio, di cui lo stesso Galileo n o n fa m e n z i o n e . Ma n o n ci sembra che il particolare abbia molta importanza. Ne ha di più il fatto, c o m u n q u e accertato c h e Galileo aveva nel c o r p o a c c a d e m i c o p i ù n e mici che amici. A procurarglieli n o n era solo la spregiudicatezza e novità dei suoi metodi, ma a n c h e il suo carattere. Fin d'allora Galileo sapeva di essere Galileo, e mal s o p p o r t a v a che gli altri lo ignorassero. Aveva il disprezzo facile e la p o lemica r o v e n t e . A c h i u n q u e lo c o n t r a d d i c e v a a p p i o p p a v a con disinvoltura la qualifica di s o m a r o , cretino e perfino eun u c o . E q u i n d i n o n c'è da stupirsi che molti lo t r o v a s s e r o insopportabilmente p r e s u n t u o s o e insolente. Fatto sta che nel '92 lasciò Pisa p e r trasferirsi a Padova a insegnarvi meccanica. Ebbe subito un g r a n successo con gli studenti p e r c h é invece di limitarsi a lezioni teoriche, li faceva p a r t e c i p a r e ai suoi esperimenti. Col loro aiuto riuscì a dim o s t r a r e c h e la c u r v a di un proiettile è la r i s u l t a n t e delle forze d ' i m p u l s o e di gravità, e formulò la legge dell'inerzia 213
p r e p a r a n d o così la strada a Newton. Ma fra i colleghi dovette trovare p r e s s a p p o c o la stessa ostilità che a Pisa, p e r c h é in u n ' a l t r a lettera a K e p l e r o si l a m e n t a ch'essi si rifiutassero n o n solo di a m m e t t e r e le sue scoperte, ma perfino di g u a r d a r e il cielo col telescopio ch'egli aveva costruito. A quell'invenzione di decisiva i m p o r t a n z a Galileo era arrivato grazie agli studi di d u e ottici olandesi, L i p p e r s h e y e Metius, che a l l ' i n s a p u t a l ' u n o dell'altro a v e v a n o costruito u n r u d i m e n t a l e cannocchiale a p p l i c a n d o u n a d o p p i a lente convessa a un capo di un t u b o e u n a d o p p i a lente concava all'altro c a p o . L'episodio d i m o s t r a q u a n t o Galileo fosse informato e seguisse i progressi tecnologici in tutto il m o n d o . Subito si a p p r o p r i ò q u e l l ' e s p e r i e n z a e l'applicò ai suoi fini. Il suo telescopio i n g r a n d i v a gli oggetti solo di p o c h i d i a m e t r i . M a gli b a s t ò p e r s c o p r i r e nel f i r m a m e n t o u n a quantità di stelle che n e s s u n o fin allora aveva mai catalogato. Egli rivelò che le Pleiadi n o n e r a n o sette, come finora si e r a c r e d u t o , m a t r e n t a s e i , c h e l a Via L a t t e a n o n e r a u n a massa di vapori, ma u n a s t e r m i n a t a foresta di stelle, che la luce della L u n a n o n era che quella del Sole riverberata sulla T e r r a , che la sua superficie e r a increspata di valli e m o n t a gne, e che anche Giove e r a un pianeta coi suoi satelliti. Infine u n ' a t t e n t a osservazione gli rivelò che anche Venere girava i n t o r n o al Sole, c o m e C o p e r n i c o aveva intuito ma senza riuscire a dimostrarlo, e infatti aveva anch'essa le sue «fasi» c o m e la T e r r a . E questa era la conferma della teoria eliocentrica. Galileo a n n u n z i ò le sue scoperte in un libro, Sidereus nuncius, dedicato al G r a n d u c a di Toscana Cosimo I I , e diede il n o m e di Medìcei ai q u a t t r o satelliti di Giove da lui scoperti. N o n ne poteva più di Padova. E il G r a n d u c a , lusingato dall'omaggio, lo richiamò in patria n o m i n a n d o l o «Primo Matematico» all'Università di Pisa e filosofo di Corte. A quest'ult i m a qualifica Galileo t e n e v a i n m o d o p a r t i c o l a r e p e r c h é , c o m e Bacone, più che a singole scoperte, egli si sentiva vocato a rivoluzionare il m e t o d o della conoscenza. Si lamenta214
va anzi di dover p r o v a r e le sue verità con tanti e s p e r i m e n t i p e r c h é , diceva, «per soddisfare soltanto me stesso, mai avrei sentito il bisogno di compierne». La scoperta p e r lui era soltanto u n ' a r m a contro l'ordine costituito delle verità rivelate. E q u e s t o lo p o n e v a f a t a l m e n t e in c o n t r a s t o c o n la Chiesa che di quelle verità era la g r a n d e depositaria e g a r a n t e . Q u e s t o c o n t r a s t o n o n esplose subito. D a p p r i n c i p i o anzi egli m a n t e n n e i migliori r a p p o r t i coi gesuiti. U n a loro commissione riferì al cardinale Bellarmino che gli studi di Galileo r a p p r e s e n t a v a n o q u a n t o si e r a fatto di meglio nel campo d e l l ' a s t r o n o m i a e n o n p r e s t a v a n o il fianco a n e s s u n a obiezione. E q u a n d o nel 1611 Galileo a n d ò a R o m a , lo stesso p a p a Paolo V lo accolse con tutti i r i g u a r d i . L'idillio n o n poteva d u r a r e : p r i m a o poi l'incompatibilità fra le teorie eliocentriche di Galileo e il d o g m a della Chiesa sarebbe emersa. Ma d o b b i a m o riconoscere che a fornirgliene il p r e t e s t o m o l t o c o n t r i b u ì la vanità dello scienziato. In u n a conferenza tenuta a Roma, Galileo si e r a vantato di avere p e r p r i m o scoperto le macchie solari. Forse era in b u o n a fede. Ma quella s c o p e r t a p r e t e n d e v a di a v e r l a fatta p o c o p r i m a di lui un gesuita, Scheiner, che insegnava matematica a I n g o l s t a d t . C o s t u i r i v e n d i c ò la p r e c e d e n z a c o n t a n t o di d o c u m e n t i . E Galileo gli rispose nel suo brusco stile polemico, cioè d a n d o g l i a l l ' i n a r c a dell'imbroglione e affermando che quella scoperta lui l'aveva fatta sin dal 1610 a Padova: il che p a r e che n o n fosse vero. C o m u n q u e , ne seguì u n a polemica piuttosto arroventata, nella quale i gesuiti si schierarono col loro confratello. E q u e s t o ferì a m o r t e l'orgoglio di Galileo. Fin allora egli si era sempre riferito a quelle di Copernico e di Keplero come a semplici ipotesi. D'allora in poi cominciò a citarle c o m e teorie e leggi. I gesuiti gii rivolsero q u a l c h e blando a m m o n i m e n t o . Lo stesso Scheiner, s u p e r a n d o i r a n cori della p r e c e d e n t e polemica, gli scrisse in t e r m i n i concilianti. «Se desiderate e s p o r r e le vostre tesi, n o n ce ne offend e r e m o affatto, anzi e s a m i n e r e m o volentieri i vostri argo215
m e n t i nella speranza che tutto questo aiuti a illustrare la verità.» Era un richiamo a quella specie di sottinteso Gentlemen's agreement che rie! Rinascimento si era stabilito fra la Chiesa e gl'intellettuali. «Sviluppate pure» aveva detto quella a questi «una cultura e u n a filosofia profane. Ma fatelo in latino e dentro le Accademie, in m o d o che resti tra noi e n o n turbi la fede delle masse.» Tale era stato il senso di quell'alleanza, anche se n o n lo si trova scritto in nessun d o c u m e n t o . Galileo n o n raccolse l'invito. Gliel'impediva n o n soltanto l ' i m p e t u o s o t e m p e r a m e n t o , ma a n c h e lo s c o p o c h e si e r a prefisso. V o l e n d o i n s e g n a r e agli u o m i n i a r a g i o n a r e p e r esperienze invece che p e r astrazioni e superstizioni, n o n gli restava c h e b a t t e r e in breccia q u e s t e u l t i m e , e s c o p e r t a m e n t e . Scrisse a p a d r e Castelli: «Io c r e d o che i processi naturali che p e r c e p i a m o attraverso a t t e n t e osservazioni o d e d u c i a m o da dimostrazioni coerenti n o n possono essere confutati da b r a n i della Bibbia». Era u n a dichiarazione di guerra, e il Bellarmino se ne allarmò. N o n volle tuttavia interven i r e d i r e t t a m e n t e e si limitò a d a r e qualche consiglio di p r u denza a u n o degli allievi dell'astronomo: «Contentatevi» gli diceva «di p a r l a r e ex suppositione, c o m e io ho s e m p r e creduto c h e abbia p a r l a t o il C o p e r n i c o » . Si rifiutò di a d o t t a r e provvedimenti anche quando un predicatore domenicano, il Caccini, d e n u n z i ò Galileo al t r i b u n a l e d e l l ' I n q u i s i z i o n e . Anzi si affrettò a far s a p e r e a Galileo che, se inseriva nei suoi testi qualche frase che li riaccreditasse c o m e semplici ipotesi, la d e n u n z i a s a r e b b e stata archiviata. Ma Galileo rispose che n o n i n t e n d e v a «moderare» Copernico. A n c h e il G r a n d u c a ne fu spaventato e gli consigliò di and a r e a chiarire le cose con quelli del Sant'Uffizio. Galileo accettò e scese a R o m a con lettere di r a c c o m a n d a z i o n e di Cosimo p e r l ' a m b a s c i a t o r e di F i r e n z e e p e r a l c u n i influenti p r e l a t i di Curia. Si c o m p o r t ò da u o m o sicuro del fatto suo s o s t e n e n d o con s p a v a l d e r i a , in pubblici dibattiti e in conversazioni p r i v a t e , le tesi di C o p e r n i c o . Il 26 febbraio il Sant'Uffizio incaricò il c a r d i n a l e B e l l a r m i n o di c o n v o c a r e 216
Galileo e d'intimargli l ' a b b a n d o n o di quelle teorie. «Se n o n acconsente, sia imprigionato.» Dal m o d o c o m e sin lì si e r a c o m p o r t a t o , s e m b r a v a c h e Galileo dovesse c o n d u r r e la battaglia fino in fondo. Viceversa si a r r e s e quasi senza resistenza, e firmò. Egli n o n e r a affatto il c o d a r d o mollaccione che Bertolt B r e c h t ha r a p p r e sentato in un suo d r a m m a famoso (e tendenzioso); ma n o n era n e m m e n o l'eroe che in b u o n a fede credeva di essere. In lui c'era p i ù spavalderia c h e coraggio. Si cacciava i m p e t u o s a m e n t e nella lotta; ma q u a n d o si trovava a tu p e r tu col pericolo, si smarriva. Bisogna a n c h e dire che aveva di fronte un avversario da far raggelare il s a n g u e a c h i u n q u e . Bell a r m i n o n o n e r a soltanto il p i ù g r a n d e controversista della Chiesa di q u e i tempi, e forse di tutt'i tempi, m e n t e lucida e o r d i n a t a , a r g o m e n t a t o r e d'inesauribili risorse. E r a l'incarnazione della C o n t r o r i f o r m a in tutto il suo rigore. Gli storici protestanti e laici ne h a n n o poi fatto un m o s t r o della persecuzione poliziesca, u n a specie di H i m m l e r dell'Inquisizion e . N o n è così, e a n c h e il suo c o n t e g n o con Galileo lo dimostra. Lo a m m o n ì , cercò di p e r s u a d e r l o ; ma siamo sicuri che n o n rinunciò a n e s s u n a minaccia p u r di r i d u r l o alla rag i o n e . E le m i n a c c e , nelle p a r o l e e nello s g u a r d o di q u e l l ' u o m o inflessibile, dovevano esser tali da spezzare qualsiasi resistenza. Se d o p o lo fecero Santo, n o n fu certo p e r le sue doti di carità. Bellarmino somigliava più a Ignazio di Loyola, dal cui O r d i n e del resto veniva, che a Francesco d'Assisi. Il 5 m a r z o ( s e m p r e del 1616) il Sant'Uffizio pubblicava il suo storico E d i t t o : «L'opinione c h e il Sole stia i m m o b i l e al c e n t r o d e l l ' U n i v e r s o è a s s u r d a , falsa filosoficamente, e p r o f o n d a m e n t e ereticale p e r c h é c o n t r a r i a alla Sacra Scrittura. L'opinione che la T e r r a n o n è il c e n t r o dell'Universo e anche che ha u n a rotazione quotidiana, è filosoficamente falsa, e p e r lo m e n o u n a c r e d e n z a e r r o n e a » . La Chiesa credeva così di aver seppellito Galileo; e invece aveva solo d a t o un colpo di z a p p a a se stessa. II m i t o della sua infallibilità n o n se n'è mai più riavuto. 217
Galileo e r a t o r n a t o a F i r e n z e , nella sua villa di Bellos g u a r d o . Vi conduceva vita ritiratissima, sembrava deciso a tenersi fuori dalla polemica, e forse lo era. Ma nel '22 il suo allievo Guiducci mosse u n a confutazione a u n a teoria sulle c o m e t e f o r m u l a t a d a u n altro gesuita, Grassi. I n c o l l e r i t o , costui rispose d a n d o di s o m a r o e di eretico n o n solo a Guiducci, ma a n c h e al suo m a e s t r o . Galileo, cui col t e m p o la p a u r a e r a u n po' passata, m a n d ò all'Accademia dei Lincei, p e r c h é Io pubblicasse, u n o scritto di replica, II saggiatore. E forse il più bel c o m p o n i m e n t o di prosa italiana del Seicento p e r c h é Galileo era a n c h e un g r a n d e , un grandissimo scrittore. Ma negava o g n i autorità, in fatto di Scienza, che n o n fosse quella della ragione, dell'osservazione e dell'esperienza. C o m e dire che la verità n o n si confuta con gli editti, anche se v e n g o n o dalla Chiesa. Più p r u d e n t e dell'autore, l'Accademia a t t e n u ò questo ed altri passi pericolosi. E così p u r g a t a , Galileo p o t è d e d i c a r e l ' o p e r a a U r b a n o V i l i che la lesse con c o m p i a c i m e n t o e l'approvò. Ma questo n o n fu di g r a n d e giovamento all'autore p e r c h é , lungi dal disamarli, irritò i gesuiti più che mai all'agguato di un'occasione p e r fargliela p a g a r e . A fornirgliela provvide lo stesso Galileo. F i d a n d o sulla simpatia del Papa, t o r n ò a R o m a p e r convincerlo delle verità di C o p e r n i c o . Il Papa gli accordò sei l u n g h i colloqui e, p u r n o n revocando il divieto dell'Inquisizione, lo r i m a n d ò a Firenze con u n a lettera al G r a n d u c a p i e n a di elogi p e r «questo g r a n d e u o m o , la cui fama brilla nel cielo e p r o c e d e sulla terra». Imbaldanzito da quell'accredito, Galileo si affrettò a completare la g r a n d e o p e r a cui in tutti quegli a n n i di ritiro aveva atteso, Dialogo sopra ? due massimi sistemi del Mondo (i sistemi cui si riferiva e r a n o , si capisce, quello tolemaico e quello c o p e r n i c a n o ) , e lo p o r t ò a R o m a p e r sottoporlo al Papa. Il Papa lesse anche quello e gli rilasciò l'imprimatur, cioè l'autorizzazione a pubblicare, ma alla solita condizione: che la teoria di Copernico fosse p r e s e n t a t a c o m e ipotesi. Galileo s'imp e g n ò e t e n n e parola. Ma il livore verso i gesuiti e l'uzzolo 218
di rivincita che covavano in lui lo indussero a strafare. Premise al lavoro u n a prefazione in cui si faceva c h i a r a m e n t e capire al lettore ch'egli aveva scelto la forma del dialogo p e r sfuggire all'Inquisizione. E n o n basta. Il dialogo è fra d u e sostenitori del sistema c o p e r n i c a n o e un p a l a d i n o di quello tolemaico. Ma costui Galileo lo chiama Simplicio, ch'è sinonimo di sempliciotto o imbecillotto, e gli mette in bocca tutti gli a r g o m e n t i che i suoi avversari gesuiti avevano svolto contro di lui, facendoli a p p a r i r e c o m e sofismi (quali del resto e r a n o ) . Simplicio alla fine vince in forza di un assioma che taglia la testa al toro: la ragione di Dio, dice, ha delle ragioni che l a r a g i o n e d e l l ' u o m o n o n p u ò c o m p r e n d e r e . Q u i n d i è inutile cercar di capire che cosa ha fatto e come lo h a fatto: n o n resta c h e accettarlo nel suo i m p e r s c r u t a b i l e mistero. Ma questo era in realtà ciò che in p r e c e d e n z a aveva d e t t o il Papa. E u n o degli altri d u e i n t e r l o c u t o r i così lo c o m m e n t a con e v i d e n t e s a r c a s m o : «Mirabile e v e r a m e n t e angelica dottrina». I gesuiti, che n o n a s p e t t a v a n o altro, m o s t r a r o n o il passaggio a U r b a n o facendogli rilevare che Galileo aveva posto le sue parole in bocca a u n o stolto. E il Papa, sentendosi (con qualche ragione) tradito e corbellato dal suo p r o t e t t o , lo abb a n d o n ò alla furia del Sant'Uffizio. Nell'agosto del '32, il Dialogo fu messo all'Indice e il suo a u t o r e invitato a p r e s e n t a r s i a R o m a . Aveva quasi sett a n t a n n i , e gli amici c e r c a r o n o d ' i n d u r r e il G r a n d u c a a p r e n d e r l o sotto la sua protezione. Ma il G r a n d u c a n o n osò: dietro l'Inquisizione n o n c'era soltanto la Chiesa, ma a n c h e la Spagna, e n e s s u n o Stato italiano era in condizione di sfid a r n e i fulmini. Galileo si p r e s e n t ò il 12 aprile 1633, e fu subito dichiarato in stato d'arresto. Solo q u a n d o c a d d e ammalato, gli consentirono di alloggiarsi in casa dell'ambasciatore fiorentino, ma sotto sorveglianza. Al p r i m o i n t e r r o g a torio gli chiesero se si riconosceva colpevole. Rispose di no. Ma alcuni g i o r n i d o p o a m m i s e di aver esposto la d o t t r i n a copernicana con p i ù vigore di quella tolemaica, e si offrì di 219
p u r g a r e il testo e di fare penitenza. N e g l ' i n t e r r o g a t o r i successivi dichiarò che dall'editto del 1616 aveva smesso di dubitare della validità del sistema tolemaico, e o r m a i a n c h e lui e r a arciconvinto c h ' e r a il Sole a g i r a r e i n t o r n o alla T e r r a , n o n viceversa. Q u a l c u n o dice che gli a v e v a n o s t r a p p a t o questa m e n z o g n a con la t o r t u r a . C o n la tortura, n o . Ma con la minaccia della t o r t u r a - ch'è già di p e r se stessa u n a tortura -, è probabile. Il Papa aveva s e m p r e voluto essere informato sugl'interr o g a t o r i , ma n o n ci aveva p a r t e c i p a t o , e molti s p e r a v a n o che all'ultimo m o m e n t o sarebbe i n t e r v e n u t o in favore dello scienziato. N o n fu così. L'Inquisizione p r o c l a m ò Galileo colpevole di eresia e gl'impose di r i n n e g a r e le sue teorie. Per q u e l l ' u o m o orgoglioso dovett'essere terribile p r o n u n c i a r e , inginocchiato, l'atto di ritrattazione: «Con cuor sincero e fede n o n finta abiuro, maledico e detesto li suddetti e r r o r i et heresie... e giuro che p e r l'avvenire n o n dirò mai p i ù né asserirò, in voce o p e r scritto, cose tali p e r le quali si possa riaver di me simil sospitione, ma se conoscerò alcun heretico o che sia sospetto d'heresia, lo d e n u n t i a r ò a questo Santo Offizio...». D o p o d i c h é il T r i b u n a l e gl'inflisse la p r i g i o n e «per un p e r i o d o da d e t e r m i n a r s i a nostro piacere», e come penitenza, p e r tre anni, la recitazione quotidiana dei sette salmi p e n i t e n z i a l i . Il P a p a n o n volle f i r m a r e la s e n t e n z a . Forse aveva tentato di addolcirla, ma i gesuiti gliel'avevano impedito. La l e g g e n d a vuole che, nel lasciare il t r i b u n a l e , Galileo m o r m o r a s s e a l l u d e n d o alla T e r r a : « E p p u r si muove!» Ma n o n è che u n a leggenda. L'uomo era distrutto. D o p o pochi g i o r n i gli p e r m i s e r o d i t o r n a r e nella r e s i d e n z a d e l l ' a m basciatore di Firenze, e p p o i di trasferirsi a Siena, nel palazzo del vescovo Piccolomini, suo amico e allievo. Di lì rientrò alla sua villa di Arcetri, a Firenze. N o n p o t e v a uscirne, ma gli consentirono di ricevere qualche visitatore, fra cui ci fu il p o e t a inglese Milton. U n a figlia s u o r a e r a v e n u t a a vivere con lui e si era accollata la penitenza dei salmi. 220
L'unico ritratto che p o s s e d i a m o di lui - ch'io sappia - è quello che gli fece Sustermans e che oggi si trova alla Galleria Pitti. S e b b e n e già vecchio, Galileo vi a p p a r e in t u t t a la sua i m p o n e n z a e nobiltà. N o n doveva essere stato un u o m o facile, e qualche volta aveva deluso chi vedeva in lui un irriducibile g l a d i a t o r e . La sua m e n t e e r a c e r t a m e n t e p i ù alta del suo c a r a t t e r e : «la più g r a n d e m e n t e di tutti i tempi» la definì il Grozio. N o n ebbe il coraggio del martirio; ma ebbe la forza di c o n t i n u a r e ad essere se stesso anche d o p o l'umiliazione. N o n p o t e n d o più occuparsi di astronomia, t o r n ò ai suoi studi di meccanica facendovi scoperte decisive e d a n d o n e notizia al m o n d o in altri Discorsi e Dialoghi. Siccome in Italia n o n poteva pubblicarli p e r via della c o n d a n n a , li faceva s t a m p a r e a L e i d a dalla casa o l a n d e s e Elzevir. Il Dialogo, tradotto in tutte le lingue, correva il m o n d o , suscitava polem i c h e e a m m i r a z i o n e , s p i a n a v a la s t r a d a a N e w t o n . O g n i tanto il g r a n vecchio alzava lo s g u a r d o al cielo, ma n o n lo vedeva p i ù p e r c h é le c a t e r a t t e e r a n o calate sui suoi occhi c o n d a n n a n d o l o al buio; e diceva: «Questo Universo che io ho i n g r a n d i t o mille volte si è o r a ristretto al mio stesso cosmo. Così è piaciuto a Dio, così deve piacere a me». Soffriva d'insonnia, e r i e m p i v a le notti col liuto, sua unica consolazione fin q u a n d o n o n p e r s e anche l'udito. Q u a n d o s'accorse di esser vicino alla fine, chiese e o t t e n n e il p e r m e s s o di visitare a n c o r a u n a volta F i r e n z e . A n d ò b r a n c o l a n d o p e r l e strade sorretto dalla figlia, e n o n vide nulla p e r c h é era comp l e t a m e n t e cieco. Pochi giorni d o p o - aveva settantotto anni - m o r ì fra le braccia dei suoi allievi. A c o s t o r o lasciava u n a scuola e un e s e m p i o . La scuola p r o d u s s e a n c o r a dei g r a n d i maestri: Torricelli, Redi, Morgagni, Malpighi, Cassini, Borelli, che p e r m i s e r o alla Scienza italiana di p r i m e g g i a r e ancora p e r un pezzo in E u r o p a . Ma l'esempio del Maestro scoraggiò questi u o m i n i dal t e n t a r e l'elaborazione di veri e p r o p r i sistemi e forse g l ' i m p e d ì di r a g g i u n g e r e la s t a t u r a del loro iniziatore. N e s s u n o voleva seguirne la sorte. E così, grazie all'Inquisizione, il p e n s i e r o 221
scientifico trasmigrò dall'Italia, e in g e n e r e dai Paesi cattolici, p e r diventare a p p a n n a g g i o di quelli protestanti. U n ' a l t r a cosa che di Galileo n o n riuscì a fare scuola è la sua p r o s a . Se i nostri letterati si fossero formati su quella sua, così asciutta e concreta, n o n a v r e m m o allevato tante gen e r a z i o n i d ' i n s o p p o r t a b i l i retori^ m a r c i di c o n v e n z i o n a l i s m o e d ' a c c a d e m i a . Ma il fatto è c h e asciuttezza e concretezza sono lo stile della sincerità. E di sincerità, d o p o la Controriforma, gl'Italiani n o n sono stati mai più capaci.
CAPITOLO VENTESIMO
LA RIVOLTA DELLA C O S C I E N Z A
Il p r o c e s s o di Galileo n o n d o c u m e n t a soltanto il s o p r u s o della Chiesa sul p e n s i e r o italiano, ma anche il suo anacronismo. Esso infatti si svolge p r o p r i o nel m o m e n t o in cui d o v u n q u e altrove il fanatismo, colpevole dei massacri che ha p r o v o c a t o , è b a t t u t o in breccia e costretto a q u a l c h e r e visione. Così l'intransigenza inquisitoriale aggrava il divorzio dell'Italia n o n solo d a l l ' E u r o p a p r o t e s t a n t e , m a a n c h e da quella che, p u r rimasta cattolica, si avvia ad esserlo in un m o d o diverso che d a noi, p i ù r i g o r o s o nel c a m p o m o r a l e , più libero e fecondo in quello intellettuale. E logico che q u e sto processo p r e n d a avvìo in O l a n d a e si sviluppi in Francia: sono i Paesi c h e più p r o f o n d a m e n t e h a n n o sentito la lotta religiosa, e che q u i n d i più a c u t a m e n t e avvertono il bisogno di conciliarne i termini, come la Chiesa di R o m a n o n ha mai saputo o voluto fare. La scintilla p a r t ì d a l l ' U n i v e r s i t à di L o v a n i o d o v e insegnava J a n s e n , o G i a n s e n i o , un teologo di U t r e c h t r i m a s t o fedele al cattolicismo, ma che aveva vissuto gomito a gomito coi calvinisti. Per polemizzare con loro, aveva d o v u t o a p p r o f o n d i r n e i temi, e specialmente quello della p r e d e s t i n a z i o ne, su cui si basa la loro teologia. Risalendo p e r questa strada a Sant'Agostino e a San Paolo, che della predestinazione sono i veri p a d r i , ne rimase p r i g i o n i e r o . E si convinse che p e r c o m b a t t e r e il calvinismo la Chiesa doveva s t r a p p a r g l i l'esclusiva di questa tesi e a d o t t a r n e il s u p e r i o r e codice morale. Cioè si convinse che p e r vincere i calvinisti, bisognava diventare più calvinisti di loro. Egli espose il suo pensiero in un libro, Augustinus, che fu pubblicato d u e a n n i d o p o la sua 223
m o r t e , e che i gesuiti i m m e d i a t a m e n t e d e n u n z i a r o n o a papa U r b a n o V i l i . Questi si limitò a u n a generica c o n d a n n a . Ma v e n t a n n i d o p o il caso t o r n ò a e s p l o d e r e c l a m o r o s a m e n t e : i professori della Sorbona si e r a n o accorti che gli studenti avevano fatto di Giansenio il loro Marcuse, e ne reclam a r o n o la solenne sconfessione. P a p a I n n o c e n z o X li contentò con la bolla Cavi occasione, che proclamava eretiche le proposizioni di Giansenio. Giansenio aveva incontrato tanta fortuna in Francia, grazie al suo vecchio amico e condiscepolo Duvergier che frattanto era diventato abate di Saint-Cyran, di cui aveva preso a n c h e il n o m e . Egli condivideva in p i e n o la d o t t r i n a dell'olandese e aveva trovato un uditorio p a r t i c o l a r m e n t e fervido fra le s u o r e del m o n a s t e r o di Port-Royal, d e s t i n a t o a u n a p a r t e di p r i m o p i a n o nella storia del pensiero religioso transalpino. Era un antico convento cistercense, situato a dieci chilometri da Versailles in u n a triste vallata paludosa e nebbiosa. Da t e m p o era in completo a b b a n d o n o , q u a n d o vi giunse u n a recluta di eccezione, sebbene avesse solo sette anni: Jacqueline A r n a u l d . Suo p a d r e Antonio, magistrato dell'Afvernia, sebbene cattolico, a p p a r t e n e v a a quella g r a n d e borghesia colta, i n t r a p r e n d e n t e e severa che aveva fornito al calvinismo i suoi migliori q u a d r i . D e p u t a t o al p a r l a m e n t o , d o p o il p r i m o a t t e n t a t o a Enrico IV, egli p r o n u n c i ò un violento discorso c o n t r o i gesuiti d e n u n z i a n d o n e la r e s p o n s a b i l i t à m o r a l e e c h i e d e n d o n e l'espulsione. Forse fu p e r r i p a g a r e tanta lealtà, che il Re n o m i n ò la piccola J a c q u e l i n e badessa di Port-Royal e sua sorella J e a n n e , che aveva un a n n o m e n o di lei, badessa di Saint-Cyr. Per o t t e n e r e l'approvazione del Papa, l'atto di nascita delle d u e b a m b i n e fu falsificato. Per A n t o n i o , o b e r a t o da oltre venti figli, quelle n o m i n e r a p p r e s e n t a v a n o un s u c c e d a n e o della d o t e . E così dovette c o n s i d e r a r l a a n c h e J a c q u e l i n e , che aveva p r e s o il n o m e di M a d r e Angelica, e c h e d a p p r i n c i p i o n o n m o s t r ò n e s s u n a vocazione. Via via che cresceva anzi si mostrava s e m p r e più 224
insofferente della disciplina monastica, sebbene fosse molto allentata, e n o n fece nulla p e r restaurarla. Approfittò di u n a malattia p e r t o r n a r e a casa, e solo p e r le insistenze del pad r e r i e n t r ò in convento. Fu d u r a n t e le p r e d i c h e di un m o naco cappuccino che la Grazia la toccò. Insieme al richiamo del S i g n o r e , essa sentì la v e r g o g n a di servirlo così m a l e in quel m o n a s t e r o dove si passava la g i o r n a t a p i ù a far uso di cosmetici e sfoggio di vestiti che a m e d i t a r e e p r e g a r e . Per istaurare u n a n u o v a regola n o n volle tuttavia r i c o r r e r e alla p r o p r i a autorità, e l'applicò solo a se stessa. Ma si vede che le altre suore avevano p e r lei stima e affetto p e r c h é spontan e a m e n t e la i m i t a r o n o e a c c e t t a r o n o a n c h e la p i ù d u r a di tutte le p e n i t e n z e : la reclusione dal m o n d o . Q u a n d o Antonio e la moglie v e n n e r o a visitare la figlia, questa si rifiutò di riceverli e gli p a r l ò di dietro u n a grata. L'esempio fece impressione sulle altre sei giovani A r n a u l d rimaste a casa. U n a d o p o l'altra esse chiesero di e n t r a r e a Port-Royal, che in tal m o d o diventò un m o n a s t e r o di famiglia. Sainte-Beuve insin u a ch'esse si d e c i s e r o a q u e l passo p e r c h é r e d u c i da un vaiòlo che aveva sfigurato il loro volto. Ma q u e s t o basterebbe a spiegare la loro e n t r a t a in convento, n o n il fervore e l'abnegazione che vi spiegarono. Q u a n d o rimase vedova, anche la m a m m a chiese e o t t e n n e di essere accolta come novizia, e c h i a m ò s e m p r e «Madre» la figlia. Infine, a n c h e un fratello e alcuni nipoti si ritirarono a Port-Royal e vi fond a r o n o la piccola c o m u n i t à dei «Solitari». U n o di essi, Antonio A r n a u l d junior, ne diventò l'ideologo e il portavoce alla Sorbona. Molti storici n e g a n o o g n i p a r e n t e l a fra questi allievi di Giansenio e i calvinisti. Ed effettivamente alcune differenze ci sono. Essi n o n fanno della Bibbia un p u n t o di riferimento altrettanto p e r e n t o r i o e assoluto, n o n fanno del c r e d e n t e il sacerdote di se stesso, n o n fanno del dovere verso la società il massimo i m p e g n o . Però dei calvinisti condividono la dottrina f o n d a m e n t a l e , la predestinazione, e l'etica severa. Vivono e l a v o r a n o da contadini p r o s c i u g a n d o le p a l u d i , can225
t a n o , d i g i u n a n o e p r e g a n o , ma a n c h e i n s e g n a n o e conv e r t o n o . Le «piccole scuole» d e i «Solitari» s p r i g i o n a v a n o u n a tale forza di c o n t a g i o c h e Richelieu se ne a l l a r m ò e spedì Saint-Cyran in prigione. Anche di lì l'irriducibile abate seguitò a c o r r i s p o n d e r e coi suoi, e specialmente con Antonio Jr. detto «il g r a n d e Arnauld». Costui, q u a n d o i gesuiti i m p o s e r o a I n n o c e n z o la c o n d a n n a di Giansenio, insorse acc u s a n d o l i di aver alterato il p e n s i e r o del M a e s t r o . S e m b r a infatti che il Papa n o n ne avesse letto le o p e r e e si fosse fidato del tendenzioso riassunto fattone da loro. La Sorbona decise di espellere A r n a u l d . Questi p r e p a r ò la p r o p r i a difesa e ne d i e d e lettura agli amici di Port-Royal. U n o di costoro, un giovanottello di vent'anni, se ne dichiarò insoddisfatto, tanto che A r n a u l d lo sfidò a scrivere lui qualcosa di meglio. Il giovane si ritirò nella sua cella e compose la p r i m a di quelle Lettere provinciali c h e a t u t t ' o g g i r i m a n g o n o u n o d e i più g r a n d i testi francesi, forse il più g r a n d e , di stile letterario e di p e n s i e r o filosofico. L'autore si chiamava Blaise Pascal. E r a a l v e r n i a t e a n c h e lui, c o m e gli A r n a u l d , e a n c h e lui veniva d a u n a famiglia della g r a n d e b o r g h e s i a «di toga», cioè di magistrati. Aveva respirato il risveglio scientifico della sua epoca, vi s ' i m m e r s e fin da b a m b i n o , e a u n d i c i a n n i c o m p o s e u n trattatello sulle vibrazioni del s u o n o . Suo pad r e , l u n g i dal c o m p i a c e r s e n e , se ne a l l a r m ò , e gli p r o i b ì quegli studi. Ma d o v e t t e a r r e n d e r s i q u a n d o il ragazzo, disubbidendogli, scrisse un altro trattato sulle sezioni coniche c h e suscitò l ' a m m i r a z i o n e d i u n i n t e n d i t o r e d e l calibro d i Cartesio. Da allora Blaise n o n si e r a stancato di scavallare in tutti i c a m p i della Scienza. Aveva costruito delle macchine calcolatrici, fra cui un r u d i m e n t a l e computer che poi aveva m a n d a to in d o n o a Cristina di Svezia e, sull'esempio di Torricelli, un b a r o m e t r o a m e r c u r i o p e r m i s u r a r e la p r e s s i o n e a t m o sferica. Per s p e r i m e n t a r l o , si a r r a m p i c ò fin sulla vetta del P u y - d e - D ò m e , d o v ' e b b e c o n f e r m a della sua i n t u i z i o n e fra gli a p p l a u s i di t u t t a E u r o p a . Si c i m e n t ò nel calcolo delle 226
probabilità g e t t a n d o le f o n d a m e n t a della statistica. E infine, sotto u n n o m e d'accatto, b a n d ì u n c o n c o r s o a p r e m i o p e r chi trovasse la q u a d r a t u r a di u n a cicloide. Anche lui m a n d ò la p r o p r i a soluzione, e n a t u r a l m e n t e vinse. I rivali si accorsero della corbellatura, e ne v e n n e fuori un litigio da lavandaie, cui a n c h e Pascal contribuì con scampoli polemici, che n o n facevano d i c e r t o p r e s a g i r e l'impeccabile p r o s a delle Lettere provinciali. A d a r e u n a svolta alla sua vita fu anzitutto u n a di quelle malattie n e r v o s e c h e m e t t o n o i n i m b a r a z z o a n c h e l a p r o g r e d i t a m e d i c i n a d'oggi. C e r t o si trattava d ' u n a forte crisi depressiva con sconcertanti manifestazioni psico-somatiche: emicranie violente, colite, arresti di circolazione che l'obbligavano a p o r t a r e calze intrise di cognac p e r scaldare i piedi, e u n a emiplegia che p e r un pezzo lo inchiodò alle grucce. Si affidò al m e d i c o che curava a n c h e suo p a d r e . E r a un giansenista, che fra un salasso e un impiastro parlava ai suoi pazienti di Port-Royal. Q u a n d o la famiglia si trasferì a Parigi, Blaise cominciò a frequentare quel m o n a s t e r o , e sua sorella J a c q u e l i n e ne rimase t a l m e n t e colpita che decise di e n t r a r vi. Il fratello fece il possibile, ma inutilmente, p e r dissuaderla. Poi, rimasto solo e c r e d e n d o s i guarito, si tuffò nella dolce vita della capitale, nel giuoco, nelle d o n n e , nella m o n d a n i t à . J a c q u e l i n e lo s e p p e , se ne accorò, e un g i o r n o a n d ò a t r o varlo p e r r i c o n d u r l o sulla retta strada. Probabilmente Blaise n o n l'avrebbe ascoltata, se p r o p r i o in quel m o m e n t o n o n fosse s o p r a v v e n u t o un e p i s o d i o in cui, i m p r e s s i o n a b i l e com'era, egli vide un a m m o n i m e n t o e un richiamo. M e n t r e a t t r a v e r s a v a un p o n t e in c a r r o z z a , i cavalli s'imbizzirono, scavalcarono la paratìa e p r e c i p i t a r o n o nel fiume lasciando la vettura miracolosamente in bilico. Blaise svenne, e q u a n do r i p r e s e i sensi ebbe l'impressione di essere stato visitato da Dio. Cercò di fissarne il ricordo in alcune frasi mozze scarabocchiate s u u n a p e r g a m e n a c h e d ' a l l o r a i n p o i p o r t ò s e m p r e cucita nella fodera della giacca. E corse a n c h e lui a Port-Royal. 227
Questo era l'uomo che, su invito di A r n a u l d aveva assunto la difesa del giansenismo e ne diventerà il g r a n d e dottrinario. Il titolo v e r o delle Provinciali e r a Lettere scritte da Luigi di Montalto ( n o m e di c o m o d o di Pascal) a un suo amico provinciale e ai Reverendi Padri Gesuiti sulla morale e la politica di costoro . II p r i m o scopo che si p r o p o n e v a n o era la difesa di Arn a u l d dalle accuse della S o r b o n a e lo fallirono: A r n a u l d fu espulso. Ma il secondo obiettivo, il contrattacco ai gesuiti, fu c e n t r a t o in p i e n o grazie alla p r o n t e z z a con cui Pascal s'imp a d r o n ì di quella materia, che fin lì gli era rimasta del tutto estranea, e al vigore e al nitore di quella requisitoria che tutta la Francia intellettuale lesse c o n a m m i r a z i o n e , a n c h e q u a n d o la disapprovava. F i n g e n d o di p a r l a r e a u n o sprovveduto - l'amico provinciale - e m e t t e n d o s i sul suo livello con quel t o n o discorsivo di cui M o n t a i g n e , suo a u t o r e preferito, gli forniva l'esempio, Pascal si avventa c o n t r o tutte le deformazioni impresse dai gesuiti alla d o t t r i n a cristiana p e r farne un instrumentum regni, u n o s t r u m e n t o di p o t e r e . Si capisce che a reggergli la m a n o era A r n a u l d , r o t t o a quei p r o b l e m i . Ma Pascal ci aggiunse l'acutezza di a r g o m e n t a z i o n e , la tersità della lingua, e a n c h e (non b u t t i a m o l a via) quella collera che, se va a discapito dell'anima, spesso innalza lo stile d a n d o g l i r i t m o e calore. C o m e tutti i polemisti, Pascal è ingiusto. M e n t r e r i m p r o vera ai gesuiti di aver alterato il pensiero di Giansenio dand o n e riassunti tendenziosi e isolandone dei b r a n i che fuori del l o r o c o n t e s t o a c q u i s t a n o altro significato, egli a d o t t a contro di loro lo stesso p r o c e d i m e n t o . Però nei p u n t i essenziali la sua contestazione va a bersaglio: c o m e p e r esempio q u a n d o r i m p r o v e r a agli e s p e r t i d i teologia m o r a l e della C o m p a g n i a , e specialmente a Escobar, di aver elaborato col probabilismo u n a d o t t r i n a che si presta a tutti gli usi e applicazioni. Ed è lui a i n v e n t a r e la p a r o l a casuistica, o meglio a 228
darle il significato che poi ha conservato di s t r a t a g e m m a cavilloso p e r rifiutare ciò che imbarazza e avallare ciò che fa c o m o d o : o p e r a z i o n e nella quale effettivamente i gesuiti sono maestri. Lo sono anche nel vendicarsi, e lo d i m o s t r a r o n o p e r s u a d e n d o il Papa a c o n d a n n a r e le Lettere (che d'allora in poi, si capisce, f u r o n o a n c o r a più ricercate e a p p r e z z a t e dal p u b blico) e la Regina m a d r e (Luigi X I V e r a a n c o r a un bambino) a c h i u d e r e le «piccole scuole» e a n o n a m m e t t e r e altri conversi a Port-Royal. M a d r e Angelica e le altre suore d e p o sero sull'altare u n a s p i n a c h e si diceva p a r t e della c o r o n a che aveva t o r t u r a t o Cristo, o g n u n a di esse la baciò, e q u a n do fu la volta di u n a n i p o t i n a di Pascal, mezzo accecata da u n a f i s t o l a , questa g u a r ì i m p r o v v i s a m e n t e . Q u e s t o a l m e n o fu riferito, e questo a n c h e Pascal sostenne con convinzione. L'impressione suscitata dal miracolo i n d u s s e la R e g i n a ad atteggiamenti più concilianti. Ma Luigi XIV, a p p e n a assunto il p o t e r e , impose ai ribelli un'abiura, a p p e n a mitigata da u n a formula conciliante. I Solìtaires si p i e g a r o n o e sottoscrissero. M a d r e Angelica persistette fino alla m o r t e nel rifiuto, che fu condiviso a n c h e da J e a n n e , q u a n d o p r e s e il suo p o sto. «Poiché i Vescovi», disse, « h a n n o un coraggio da d o n n e , le d o n n e d e v o n o avere un coraggio da Vescovi.» Pascal e r a m o r t o , a q u a r a n t u n a n n i . L'ultimo p e r i o d o lo aveva passato a scrivere i Pensieri, che p e r quasi d u e c e n t ' a n ni rimasero inediti. L'opera r a p p r e s e n t a il più alto tentativo, c o m p i u t o da un u o m o di fede, p e r a d e g u a r e il Cristianesimo al m o n d o m o d e r n o , cioè alle sue rivoluzionarie scoperte, c h e a v e v a n o ribaltato m o l t e delle tradizionali certezze. Non c'è n e s s u n r a p p o r t o , egli dice, fra la religione da u n a parte, la r a g i o n e e la scienza dall'altra; e chi cerca di mescolarle è vittima e r e s p o n s a b i l e di un i m b r o g l i o . N e l r e g n o della N a t u r a l ' u o m o p o t r à scoprire molte cose, forse tutte; ma n o n p o t r à scoprire la ragione di Dio. N e a n c h e la Bibbia p u ò aiutarci, poiché attraverso essa Dio parla p e r immagini e p a r a b o l e che h a n n o un significato diverso da quello che 229
l ' u o m o con la sua p o v e r a r a g i o n e gli ha dato. Q u e s t o «verme imbecille» che è l'uomo, si rassegni d u n q u e al mistero, o cerchi di p e n e t r a r l o con l'estasi mistica, cioè col cuore, perché con la m e n t e n o n p o t r à mai. Più che i suoi infantili sillogismi p o t r à soccorrerlo la certezza f o n d a m e n t a l e che l'uomo conobbe la Grazia divina, la p e r s e c o m m e t t e n d o il peccato originale e ne fu r e d e n t o solo dal m a r t i r i o del Cristo crocefisso. Chi n o n c r e d e a questo, vuol dire che Dio n o n lo ha prescelto p e r la salvezza. P u n t a sulla fede, dice Pascal: è la scommessa più vantaggiosa. «Se Dio c'è, avrai g u a d a g n a to il paradiso. Se n o n c'è, n o n avrai p e r s o nulla.» Si p u ò s o r r i d e r e di questa fede i n t e r p r e t a t a e p r e s e n t a t a come un «affare». Ma il fascino e la m o d e r n i t à di Pascal, più che nella fede, stanno nella inquieta ricerca della fede, cioè nel d u b b i o . E l ' u o m o m o d e r n o che vuol c r e d e r e , m a n o n p u ò p i ù farlo c o m e quello m e d i e v a l e . R i c o n o s c e n d o che n o n c'è speranza di salvezza senza quella fede che solo Dio p u ò d a r e , egli accetta la dottrina p r o t e s t a n t e della predestinazione, e nello stesso t e m p o toglie ogni significato alla sua disperata «scommessa». Ecco un u o m o di scienza che ha già capito i limiti della Scienza e u n a coscienza cristiana che n o n si riconosce più in n e s s u n a Chiesa. Alle soglie del g r a n Mistero, volle m o r i r e tuttavia da cattolico, c h i a m ò un p r e t e , si confessò, chiese il viatico, e lasciò quasi t u t t a la sua f o r t u n a ai p o v e r i . Se ne avesse avuto coscienza, avrebbe c e r t a m e n t e sorriso dei m e dici che dissezionarono il suo cadavere. Essi scoprirono che il fegato e r a in decomposizione, l'intestino in c a n c r e n a e la massa c e r e b r a l e i n s o l i t a m e n t e grossa e i n d u r i t a ; e dissero che da questo d i p e n d e v a n o le sue malattie. Ma Pascal avrebbe voluto sapere da cosa questo a sua volta d i p e n d e v a . Nello stesso m o m e n t o in cui q u e s t e revisioni si o p e r a v a n o n e l p e n s i e r o cattolico, se ne manifestavano di a n a l o g h e in quello p r o t e s t a n t e . N o n ci a d d e n t r e r e m o nelle loro diatribe. Basti r i c o r d a r e la loro ispirazione, s e m p r e e d o v u n q u e 230
la stessa: la ribellione ai d o g m a t i s m i , fonte di t u t t e le intolleranze che avevano insanguinato l'Europa. In Inghilterra sono Milton e B u n y a n c h e vi d a n n o avvìo, in Francia è un ex-gesuita convertito al calvinismo, Labadie; in O l a n d a e in I n g h i l t e r r a sono i m e n n o n i t i , i battisti, i quaccheri (che letteralmente vuol dire «i tremanti», cioè coloro che t r e m a no al cospetto di Dio). Ma, c o m e s e m p r e avviene in questi movimenti spirituali, in essi c'è a n c h e u n a c o m p o n e n t e p o litica e utilitaria. Ciò che ha reso possibile la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i è stata la c o m m i s t i o n e del p o t e r e politico con quello religioso. La fede è diventata persecutrice p e r c h é ha avuto a disposizione la spada dello Stato. Bisogna d u n q u e s e p a r a r e u n a volta p e r tutte le d u e sfere. Il sacrario di Dio è la coscienza, dove ogni intromissione dello Stato è sacrilegio. Su questo p r i n c i p i o c o n c o r d a n o con e n t u s i a s m o le borghesie mercantili e i m p r e n d i t o r i a l i di L o n d r a , di Ginevra, di A m s t e r d a m , t r u p p e scelte del calvinismo, che in esso ved o n o u n a garanzia di liberismo. Escludere lo Stato dalle coscienze è il p r i m o passo p e r escluderlo a n c h e dall'industria, dal c o m m e r c i o , i n s o m m a da t u t t o il c a m p o e c o n o m i c o , in cui esso continua a interferire p e s a n t e m e n t e coi suoi balzelli, i suoi pedaggi, le sue corvées, le sue d o g a n e . La tolleranza è la p a c e . E la p a c e significa sicurezza di traffici e d'investimenti, accumulo di capitali, benessere, progresso. Ecco a cosa c o n d u c e u n o Stato sdivinizzato, c o m e o r a lo vogliono questi revisionisti della Riforma. Dio è u n ' a l t r a faccenda, che n o n ha bisogno né di eserciti né di tribunali, con cui anzi è i n c o m p a t i b i l e : o g n u n o se lo cerchi d e n t r o di sé. Per i quaccheri anzi questo dentro è così p r o f o n d o e r e m o t o ch'essi rifiutano a d d i r i t t u r a qualsiasi forma di Chiesa e la riducono a u n a «società di amici» senza s a c r a m e n t i né c e r i m o n i e liturgiche. Tutto questo n o n è che un riassunto molto schematico e s o m m a r i o di tutto un travaglio che avrebbe bisogno di b e n altra disamina. Ma ci p r e m e g i u n g e r e alla conclusione. Nel231
l ' E u r o p a che si r i c o m p o n e d o p o il g r a n b a g n o di s a n g u e della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , né il protestantesimo né il cattolicesimo s o n o p i ù gli stessi. D o v u n q u e q u e s t e d u e forze sono p e r c o r s e d a fremiti revisionistici c h e l e n t a m e n t e n e s c a r d i n a n o le i m p a l c a t u r e d o g m a t i c h e e ne p r o p i z i a n o l'ap e r t u r a all'esigenze del m o n d o m o d e r n o . D o v u n q u e , m e n o che in S p a g n a e in Italia. Legati m a n i e piedi a u n a Chiesa che ha fisicamente a n n i e n t a t o ogni cont r a d d i t t o r e tacciando di eresia qualsiasi dissenso, questi d u e Paesi sono tagliati fuori n o n solo dal pensiero dell'Occidente, ma a n c h e dal suo riassetto economico e sociale. Q u a n d o finalmente cadrà la cortina di ferro che li isola, essi si trover a n n o proiettati in u n ' E u r o p a che ha tre secoli di vantaggio su di loro. E ancora n e s s u n o sa se riusciranno ad adeguarvi le p r o p r i e strutture.
CAPITOLO VENTUNESIMO LE ACCADEMIE
Nel seguire le vicende di Galileo, abbiamo a un certo p u n t o i n c i a m p a t o nell'Accademia dei Lincei. L e A c c a d e m i e n o n e r a n o istituzioni n u o v e . Ce n ' e r a n o già state nell'antica Grecia, e nel Q u a t t r o c e n t o la Firenze medicea aveva restaurato quella platonica, che tanto aveva contribuito al r i n n o v a m e n to del p e n s i e r o filosofico rinascimentale. Ma è nel Seicento che il f e n o m e n o si s v i l u p p a in t u t t ' E u r o p a , sollecitato da motivi di varia n a t u r a . Il p r i m o è quello che abbiamo chiamato «la rivolta della scienza». La scienza, a differenza dell'arte, n o n è un p o r t a t o del t a l e n t o e dell'iniziativa i n d i v i d u a l e . E frutto di lavoro collettivo. Raffaello e M i c h e l a n g e l o p o s s o n o d i p i n g e r e e scolpire in assoluta solitudine, a t t i n g e n d o solo alla p r o p r i a ispirazione. Galileo ha bisogno di confrontare i p r o p r i esper i m e n t i c o n quelli a l t r u i e t e n e r s e n e al c o r r e n t e : scambia lettere c o n C o p e r n i c o , nel q u a l e t r o v a il p r o p e l l e n t e alle p r o p r i e fondamentali scoperte, e g i u n g e al telescopio attraverso gli studi di L i p p e r s h e y e Metius. L'Accademia nàsce anzitutto p e r facilitare questi scambi. Il Seicento n o n conosce quelli c h e oggi si c h i a m a n o i «mezzi di comunicazione di massa»: radio, televisione, cinema, eccetera. Nelle nazioni più p r o g r e d i t e sono nati i giornali. Ma n o n c o n t e n g o n o che b a n d i e avvisi commerciali, e la loro circolazione è limitata alle città in cui si pubblicano. Piano p i a n o si avverte l'esigenza di «centrali» che provvedano a stabilire e m a n t e n e r e contatti p e r m a n e n t i fra gli uomini di scienza, in m o d o che ciascuno di essi possa giovarsi del lavoro dell'altro. In un certo senso, l'Accademia assolve con 233
lo scienziato il compito che il m e c e n a t e assolveva con l'artista: gli fornisce i mezzi di ricerca, gli p r o c u r a i libri, glieli stampa. Ma a r e n d e r l a necessaria c o n t r i b u i s c o n o a n c h e le gravi deficienze del sistema scolastico, e s p e c i a l m e n t e di quello universitario. Università ce ne sono; anzi in questo p e r i o d o si sono moltiplicate. Ma quasi d a p p e r t u t t o sono m o n o p o l i o della Chiesa. E la Chiesa, ferma ai suoi schemi e metodi aristotelici, rifiuta quella libertà di discussione e di critica, ch'è l'ossigeno della cultura e soprattutto della scienza. Essa n o n ha n e s s u n interesse a d a r e a l l ' u o m o gli s t r u m e n t i p e r r e n dersi conto con la sua testa del m o n d o in cui vive e dei suoi fenomeni p e r c h é ci vede u n a minaccia alla verità rivelata di cui essa d e t i e n e l'esclusiva. N o n p e r nulla la c a r r i e r a u n i versitaria di Galileo fu così tribolata anche p r i m a ch'egli fosse dichiarato eretico. Eretici e r a n o già considerati i suoi metodi che miravano a stimolare l'attiva partecipazione dei discepoli alla ricerca e alla continua revisione critica dei risultati. La Chiesa, dal suo p u n t o di vista, aveva ragione di detestarli: i giovani che si formavano a questo tirocinio avrebb e r o finito col r i m e t t e r e in discussione n o n soltanto Tolom e o e la sua dottrina geocentrica, ma a n c h e Aristotele e San T o m m a s o , considerati le intangibili architravi del «sistema»; n o n avrebbero più riconosciuto «unti del Signore», si sarebb e r o ribellati a qualsiasi autorità r e s p i n g e n d o n e il principio stesso. Ma a questi motivi se ne a g g i u n g e v a un altro, forse anche più decisivo: quella involuzione del costume a cui abbiamo già dedicato un capitolo di questo libro, coi suoi riflessi sull'assetto c u l t u r a l e . La C o n t r o r i f o r m a riservava al sacerd o t e la l e t t u r a e l ' i n t e r p r e t a z i o n e delle Scritture. E questa privativa, su cui il clero fondava i p r o p r i titoli di privilegio, in pratica si t r a d u c e v a n e l l ' i n c o r a g g i a m e n t o all'analfabetismo. Le scuole, limitate a u n a ristrettissima m i n o r a n z a , dov e v a n o servire u n i c a m e n t e a p r e p a r a r e gli s t r u m e n t i del p o t e r e , laico ed ecclesiastico. La massa ne era esclusa. Essa 234
n o n doveva i m p a r a r e a leggere p e r c h é , i m p a r a n d o a leggere, a v r e b b e i m p a r a t o a p e n s a r e . E questo i m p e d i v a la formazione di un «pubblico» in g r a d o di a p p r e z z a r e i p r o d o t t i della cultura. Nell'Italia del Seicento lo scrittore e lo scienziato n o n avevano altri lettori e ascoltatori che il Principe o il Prelato che lo p r o t e g g e v a n o , e i colleghi. Per reazione all'isolamento, cui l'ignoranza del p o p o l o li c o n d a n n a v a , erano portati a fare g r u p p o tra loro. Ecco p e r c h é l'Italia è, e r i m a n e , la p a t r i a delle Accademie. Ce l'ha spinta il carattere asfittico della sua cultura, che in esse poi ha c o r r o b o r a t o tutti i suoi vizi. L'Accademia aveva bisogno del mecenate finanziatore, sempre legato d i r e t t a m e n t e o i n d i r e t t a m e n t e al p o t e r e , di cui p e r t a n t o essa diventava complice. Di qui i suoi rituali cortigianeschi, le formule ampollose di ossequio «a Sua Signoria l'Eccellentissimo e munifico» eccetera eccetera. E di qui la sua t e n d e n z a al circolo chiuso degli «eletti», che si manifesta anche in un particolare linguaggio p e r «addetti ai lavori», avvezzi a parlarsi solo tra loro con allusioni e strizzatine d'occhi che solo loro capiscono. La Chiesa aveva s e m p r e favorito questo andazzo. Anche nella g r a n d e fioritura umanistica e rinascimentale, la cultura in Italia n o n era mai stata «popolare». Era rimasta un privilegio di pochi, e la Chiesa l'aveva p r o t e t t a p r o p r i o a q u e sta condizione: che restasse un privilegio di pochi, legati al potere, cioè agli altri pochi che lo d e t e n e v a n o , dal fatto stesso che ne e r a n o m a n t e n u t i . D e n t r o questi ristretti circoli, si era tollerata u n a certa libertà. T a n t o , a limitarne gli effetti p r o v v e d e v a l'analfabetismo della massa. M a o r a n a t u r a l m e n t e la C o n t r o r i f o r m a aveva esasperato queste t e n d e n z e . Di Accademie, in questo p e r i o d o , ne n a c q u e r o in tutta Europa. Ma solo in Italia esse monopolizzarono la cultura che n o n aveva altri circuiti in cui diffondersi; e se da u n a p a r t e la c o n t a m i n a r o n o dei suoi vizi, dall'altra le p r o c u r a r o n o alm e n o un «focolare». Il poco che restava del genio italiano, soprattutto scientifico, si salvò d e n t r o di esse. 235
Alla più gloriosa d i e d e avvìo un nobile r o m a n o , il principe Federico Cesi, che in famiglia e r a c o n s i d e r a t o u n a p e c o r a n e r a p e r le sue i d e e p e r i c o l o s a m e n t e p r o g r e s s i s t e e anticonformiste. N o n era un genio. Ma aveva u n a passione per gli u o m i n i di g e n i o e li sapeva scovare e s t i m o l a r e . Eccellente suscitatore e impresario di talenti, rimase p e r ò semp r e un dilettante della cultura p e r c h é la varietà dei suoi interessi n o n gli p e r m i s e d ' a p p r o f o n d i r n e alcuno. Alla comp a g n i a della g e n t e del suo r a n g o , aveva f i n d a ragazzo preferito quella d'intellettuali italiani e stranieri con cui teneva circolo in un clima quasi di complotto. Il p a d r e , quando se n'accorse, provvide subito a sfrattare gl'intrusi e, p e r disintossicare il figlio dai loro veleni, lo m a n d ò a Napoli. Fu un d o p p i o e r r o r e . Anzitutto p e r c h é a Napoli viveva u n o dei p o c h i autentici scienziati italiani, il n a t u r a l i s t a Porta, col q u a l e i m m e d i a t a m e n t e F e d e r i c o strinse amicizia. E p p o i p e r c h é quell'ostracismo, lungi dallo s p e g n e r e gli entusiasmi di Federico, li trasformò in u n a sorta di spirito crociato che fece di lui un m i s s i o n a r i o laico della scienza. T a n t ' è vero che, m o r t o il p a d r e ed ereditatone il p a t r i m o n i o , Federico si d i e d e a n i m a , c o r p o e q u a t t r i n i a t r a d u r r e i suoi sogni in azione concreta. L'Accademia, chiamata dei Lincei p e r c h é i suoi soci si piccavano di osservare la n a t u r a e i suoi fenomeni con l'occhio acuto e infallibile della lince, aveva la funzione di stimolo e collettore d'esperienze e ricerche. Nelle intenzioni del fond a t o r e , alla «centrale» d o v e v a n o far capo «filiali» sparse in tutto il m o n d o , dotate di musei, biblioteche, tipografie, specole, orti botanici, l a b o r a t o r i . O g n i i n v e n z i o n e o scoperta doveva i m m e d i a t a m e n t e essere riferita a R o m a e sottoposta al vaglio degli accademici. All'inizio costoro e r a n o facilmente riconoscibili p e r c h é p o r t a v a n o u n a collana da cui p e n d e va a ino' di ciondolo u n a lince, e si facevano c h i a m a r e con u n o p s e u d o n i m o . Il Cesi era noto c o m e il Cerivago, lo Stellila' c o m e il T a r d i g r a d o , l'Heckio c o m e l'Illuminato. L'Accad e m i a fu i n a u g u r a t a il 17 agosto 1603 dal Cesi, alla presen236
za di tutti i soci, che alla fine della cerimonia i n t o n a r o n o un Te Deum. In quella stessa r i u n i o n e decisero d ' a p r i r e le successive con la recita d ' u n salmo di Davide e di p o r r e il sodalizio sotto la protezione di San Giovanni. D o p o d i c h é si recar o n o in L a t e r a n o a r e n d e r e omaggio al novello p a t r o n o . Ma solo nel 1610 l'attività del cenacolo diventò regolare. Le sedute si t e n e v a n o nel palazzo di Federico in via della M a s c h e r a d ' o r o e si p r o t r a e v a n o spesso fino all'alba. O g n i r a m o dello scibile veniva messo sul t a p p e t o e sviscerato. L'as t r o n o m o illustrava la sua ultima scoperta, il fisico o il matematico la sua più recente invenzione, il filosofo dissertava su Platone, Aristotele, San T o m m a s o , il p o e t a d e c l a m a v a i suoi versi, il medico esponeva u n a n u o v a teoria sulla circolazione del s a n g u e o sulla lue. L u n g h e o r e e r a n o d e d i c a t e alla l e t t u r a di manoscritti e alla scelta di quelli da d a r e alle stampe. L'attività dell'Accademia fu fervida e intensa finché visse il suo fondatore e a n i m a t o r e . Q u a n d o il Cesi morì, v e n n e r o m e n o n o n solo i fondi, ma a n c h e lo slancio e l'entusiasmo dei soci. L'istituzione d e c a d d e , p e r s e i m p e g n o e a u t o r i t à e, verso la m e t à del Seicento, la sua fama fu eclissata dall'Accademia fiorentina del C i m e n t o , che del resto anagraficamente l'aveva p r e c e d u t a . La città medicea e r a stata la culla dei p r i m i cenacoli culturali. Q u i - come abbiamo tentato di spiegare ne\Y Italia dei Secoli d'oro - grazie al m e c e n a t i s m o di Cosimo e r a nata, nel Q u a t t r o c e n t o , l'Accademia platonica, c h e d i v e n t ò u n attivissimo centro di studi filosofici e attirò il fior fiore dell'mtellighenzia e u r o p e a . Un secolo d o p o , nel 1540, un farmacista, A n t o n Francesco Grazzini, che aveva l'hobby della filologia, aveva fondato con alcuni amici l'Accademia degli Umidi p e r d i f e n d e r e il volgare dagli attacchi di coloro che volevano i m m e r g e r l o in un «bucato» di latino a tutto scapito della sua vivezza e naturalezza. Anche gli Umidi, come i Lincei, si r i b a t t e z z a r o n o , affibbiandosi n o m i acquatici, e Grazzini scelse quello di Lasca, un pesce di fiume agile, veloce e guiz237
zante. Il g i o r n o d e l l ' i n a u g u r a z i o n e si lanciò c o n t r o l'imitazione dei classici e in favore dei m o d e r n i e della lingua parlata. Ma la sua c a r r i e r a d ' a c c a d e m i c o fu di b r e v e d u r a t a . U n a violenta polemica coi colleghi che volevano farsi assorbire dai Platonici lo riportò dietro i banchi della farmacia, di d o v e p e r v e n t ' a n n i seguitò a scagliare feroci e p i g r a m m i c o n t r o gli U m i d i . Nel 1582 t o r n ò all'ovile c h e , f r a t t a n t o , aveva m u t a t o n o m e in Accademia della Crusca. La Crusca aveva p e r e m b l e m a il frullone, u n a specie di setaccio, e p e r motto: «Il più bel fior ne colsi», e si p r o p o n e va di purificare e r i g e n e r a r e la lingua italiana. La sua sede s ' a d o r n ò di suppellettili b i z z a r r e : le librerie, p e r e s e m p i o , e r a n o di legno a forma di sacco, dipinte di grigio ad imitazione della tela grezza, e s'aprivano n o n sul davanti ma da un lato. Le «tornate», cioè le sedute, si c h i a m a v a n o «sollazzi» p e r c h é d o v e v a n o svolgersi in u n ' a t m o s f e r a festosa e cameratesca. I Cruscanti si d i e d e r o anche u n a gerarchia e dei gradi: il p i ù alto era quello di Arciconsole. Fra coloro c h e ne furono insigniti ci fu a n c h e un calzolaio, Giovan Battista Gelli, un autodidatta che q u a n d o s'alzava dallo scagno si profondava nello studio di Dante, del Boccaccio, del Machiavelli, e compilava dotte o p e r e sul volgare, di cui era a n c h e lui un accanito fautore contro i nostalgici del latino. Rivendicava il prim a t o del toscano p o p o l a r e s c o schietto e colorito sugli altri dialetti italiani, e si batteva p e r c h é assurgesse a i d i o m a nazionale. Era un patito di D a n t e , citava a m e m o r i a la Divina Commedia e proclamava il suo a u t o r e il massimo p o e t a di tutti i tempi. Il prestigio di cui il Gelli godeva presso i colleghi, che v a n t a v a n o p o m p o s i titoli accademici, e r a i m m e n s o . N e s s u n o ne eguagliava l'eloquenza, l'erudizione e l'acutezza di giudizio. Gli annali di questo glorioso sodalizio fanno rivivere l'atmosfera in cui si svolgevano le sue riunioni, alle quali si diceva che partecipassero a n c h e i fantasmi di D a n t e , Boccaccio e Petrarca. Il n o m e della Crusca è legato alla compilazio238
ne dei g r a n d i vocabolari della lingua italiana. Il p r i m o vide la luce nel 1612, ma le revisioni, gli a g g i o r n a m e n t i , le riedizioni n o n si c o n t a n o . Q u e s t ' A c c a d e m i a servì da m o d e l l o a molti Paesi d ' E u r o p a , t r a cui Francia, S p a g n a e G e r m a n i a , che ne assimilarono lo spirito e ne a d o t t a r o n o i metodi. L'Accademia del C i m e n t o n a c q u e q u a n d o quella della Crusca e r a già all'apice della fama. A fondarla fu, nel 1657, il p r i n c i p e L e o p o l d o , fratello del g r a n d u c a F e r d i n a n d o II. Era u n o degli u o m i n i più colti del suo t e m p o , sapeva di tutto: la filosofia, la g r a m m a t i c a e la poesia n o n l'entusiasmav a n o m e n o della m a t e m a t i c a , della geologia, d e l l ' a s t r o n o mia. Ma la sua passione e r a la fisica e il suo dio Galileo, al cui m e t o d o dovevano ispirarsi tutti gli scienziati. Fu p e r difendei"e e d i f f o n d e r e q u e s t o m e t o d o c h e L e o p o l d o istituì l'Accademia del C i m e n t o . C o m e insegna le d i e d e un fornello acceso con t r e crogioli, e c o m e m o t t o il d e t t o d a n t e s c o : « P r o v a n d o e r i p r o v a n d o » , invito e m o n i t o a p e n e t r a r e la n a t u r a e scoprirne i segreti attraverso la ricerca diretta, l'osservazione attenta, la sperimentazione. La p r i m a s e d u t a si svolse a Palazzo Pitti il 19 g i u g n o (1657) al cospetto dell'Arciduca, che ne divenne il munifico finanziatore. Dapprincipio i soci dell'Accademia furono dieci, oltre L e o p o l d o che assunse la carica di Presidente: Viviani, Borelli, Oliva, Dati, Rinaldini, Marsili, Paolo e C a n d i d o del B u o n o , Magalotti e Redi. Francesco Redi era u n o studioso di g r a n d e i n g e g n o e di versatile talento. Di professione faceva il medico, ma i suoi interessi e r a n o infiniti. C o m e L e o p o l d o , s'occupava di tutto, e con la stessa facilità e c o m p e t e n z a disquisiva di botanica e di teologia, di astrologia e di storia. Era un o r a t o r e n a t o e possedeva straordinarie doti di divulgatore, che pose al servizio d ' u n a spietata c a m p a g n a c o n t r o le s u p e r s t i z i o n i c h e affli* g e v a n o la scienza ufficiale e ne impacciavano l'evoluzione. Si mise a c o n f u t a r e in m o d o sistematico m o l t e scoperte degli antichi accettate c o m e o r o colato dagli scienziati contemporanei. Rilevò, ad esempio, le contraddizioni di Pli239
nio che in un passo diceva che le api n o n m a n g i a n o carne e in un altro consigliava di nutrirle con polpette di pollo crud o . Ridicolizzò le p i ù bislacche ipotesi sull'origine di questi insetti g e n e r a t i , s e c o n d o alcuni, dalle viscere p u t r e f a t t e d ' u n toro; secondo altri, dalle sue corna; secondo altri ancora dal cervello o dal midollo spinale. Anche le vipere, sulle quali scrisse un d o t t o trattato, furono oggetto delle sue ricerche. Gli antichi sostenevano che questi serpentelli avevano o r r o r e p e r i frassini e le foglie di betonica. Il Redi, prove alla m a n o , d i m o s t r ò che le vipere, lungi dall'averne p a u r a , p r e d i l i g e v a n o q u e s t e p i a n t e . G a l e n o aveva scritto c h e chi mangiava vipere sarebbe m o r t o di sete. Il Redi convinse un amico pieno d'acciacchi a b e r e il b r o d o di vipera e a mescol a r n e la c a r n e col p a n e . N o n gli v e n n e p i ù sete di q u a n t a n o n ne avesse p r i m a di sottoporsi a questo disgustoso esper i m e n t o . Per Avicenna u n a goccia di s a n g u e di vipera bastava a fulminare un u o m o . Un certo J a c o p o Sozzi, su istigazione s e m p r e del Redi, diluì in un bicchier d'acqua u n a piccola quantità di veleno, lo t r a n g u g i ò e ne uscì incolume. In tutte queste sperimentazioni, n o n sappiamo se a m m i r a r e di più il talento del Redi o l'abnegazione dei suoi amici che così d o c i l m e n t e si p r e s t a v a n o a fare da cavia. C o m u n q u e , il celebre medico n o n si limitò a m e t t e r e alla berlina le opinion i degli antichi. I m p u g n ò a n c h e quelle dei m o d e r n i , boll a n d o la loro fede nelle più esotiche e strampalate panacee, i m p o r t a t e dai missionari in O r i e n t e . U n o di costoro raccom a n d a v a l'uso delle setole di coda d'elefante contro le vertigini, un altro suggeriva di c u r a r e le emicranie a p p o g g i a n d o sulla fronte certi sassolini del Malabar. E Redi s m o n t ò ad u n a a d u n a tutte queste corbellerie. I n t e n d i a m o c i : gli accademici n o n dedicavano le loro sed u t e solo alla confutazione delle stravaganze. Dibattevano anche p r o b l e m i più impegnativi e facevano n u m e r o s i esperimenti. Questi tuttavia e r a n o r a r a m e n t e frutto d ' u n lavoro di équipe p e r c h é i soci, divisi da invidie, gelosie e b e g h e personali, n o n a n d a r o n o mai m o l t o d ' a c c o r d o . Solo l'autorità 240
di L e o p o l d o e il rispetto che incuteva riuscirono, finché egli fu alla g u i d a del sodalizio, a t e n e r l i u n i t i . Ma q u a n d o nel 1667 il principe diventò cardinale e si trasferì a Roma, le rivalità si s c a t e n a r o n o e il cenacolo, r i m a s t o o r f a n o del suo fondatore e m o d e r a t o r e , dovette c h i u d e r e i battenti. Quella del C i m e n t o fu l'ultima g r a n d e Accademia del secolo. L'Arcadia, i n a u g u r a t a alla fine del 1690, a p p a r t i e n e infatti a quello successivo e n a c q u e p r o p r i o c o m e reazione al Seicento e al suo m a g g i o r e e p i ù discusso poeta: il cavalier Giambattista Marino.
CAPITOLO VENTIDUESIMO
IL CAVALIER M A R I N O
Giambattista M a r i n o e r a n a t o a N a p o l i nel 1569 p r i m o di sette t r a fratelli e sorelle. Il p a d r e e r a avvocato e a v r e b b e voluto fare di Giambattista il p r o p r i o successore. Ma il figlio seguì svogliatamente gli studi di legge e n o n riuscì a conseguire la laurea. N o n e r a fatto p e r i codici e le p a n d e t t e . Sang u i g n o , e s u b e r a n t e , focoso, a m a v a la bella vita, le belle donn e , la b u o n a tavola, il gioco. Era un f r e q u e n t a t o r e accanito di t a v e r n e e bordelli, gli piaceva far bisboccia con gli amici fino all'alba e ficcarsi in t u t t e le zuffe. F i s i c a m e n t e e r a un bel ragazzo, di s t a t u r a s u p e r i o r e alla m e d i a , aitante, la faccia allungata, la fronte ampia, gli occhi celesti e brillanti, la bocca g r a n d e , le labbra carnose e sensuali. Da b u o n napoletano teneva molto all'esteriorità. Si vestiva con ricercata eleganza ed era s e m p r e à la page, sebbene il p a d r e lo tenesse a stecchetto. Per raggranellare qualche soldo scriveva versi su o r d i n a z i o n e . Ne b u t t a v a giù a migliaia c o n incredibile facilità e su q u a l u n q u e t e m a . L'amore e r a p e r ò l ' a r g o m e n t o che più lo ispirava e ne sollecitava la vena. Il suo n o m e cominciò a circolare nei salotti alla m o d a di Napoli. Le d a m e lo c o l m a v a n o di favori e t e n e r e z z e , e lui, oltre a dedicargli i suoi c o m p o n i m e n t i , le riempiva di doni. N o n a v e n d o g r a n d i risorse, fece molti debiti. Dapprincipio il p a d r e glieli p a g ò , p o i lo cacciò di casa. A v e n t u n a n n i , Giambattista lasciò N a p o l i e a n d ò in cerca d ' u n m e c e n a t e . Ló trovò p r i m a nel d u c a di Bovino, poi in altri nobilotti che in cambio d'elogi e panegirici gli fornivano vitto e alloggio. Ma il M a r i n o n o n e r a tipo d'accontentarsi d ' u n piatto di m i n e s t r a e d ' u n b u o n letto. Voleva riconoscimenti e onori. 242
Nel 1592 ebbe questi e quelli alla corte di d o n Matteo di Capua, principe di Conca, dove si d a v a n o convegno il fior fiore dell'intellighenzia n a p o l e t a n a e le più belle d o n n e del Regno. Don Matteo era u n o splendido p a t r o n o , aveva le m a n i b u c a t e , a m a v a la c u l t u r a e s'intendeva d ' a r t e . Giambattista restò p r e s s o di lui alcuni a n n i , riverito e t r a t t a t o da p a r i a pari. Ma un bel giorno, improvvisamente, fu i m p r i g i o n a t o , secondo alcuni p e r sodomia, secondo altri p e r aver sedotto la figlia d ' u n notabile locale. Essendo costei m o r t a in seguito a un a b o r t o , il p a d r e avrebbe chiesto e o t t e n u t o da d o n Matteo la p u n i z i o n e del poeta, che fu rinchiuso nel carcere della città. Ci r e s t ò l u n g h i mesi l a m e n t a n d o s i , s c r i v e n d o versi e invocando clemenza. Finalmente fu liberato. Il p r i n c i p e lo p e r d o n ò , lo r e i n t e g r ò nel suo r a n g o e nel 1600 se lo p o r t ò con sé a R o m a p e r il giubileo di C l e m e n t e V i l i . Ma p o i lo fece di n u o v o i m p r i g i o n a r e sotto l'accusa d'aver tentato di s o t t r a r r e alla giustizia un amico che in un eccesso d'ira aveva ucciso un servo. D i s p e r a n d o di o t t e n e r e u n a seconda grazia, Marino preferì evadere, e male in a r n e se e senza il becco d ' u n quattrino, si rifugiò a Roma. U n c e r t o m o n s i g n o r M e l c h i o r r e C r e s c e n z i o , c h e aveva letto i suoi versi, l'ospitò nel p r o p r i o palazzo, lo rifocillò e r i m p a n n u c c i ò . Nell'Urbe Giambattista si sentì subito a p r o prio agio. D o n n e , letterati e p r o t e t t o r i ce n ' e r a n o a j o s a e, n o n o s t a n t e la C o n t r o r i f o r m a , si viveva a l l e g r a m e n t e . O g n i tanto il Crescenzio gli pagava a n c h e un viaggetto a Siena, a Firenze, a Padova, a Venezia. Nel luglio 1602, p e r ragioni che i g n o r i a m o m a che n o n ci è difficile i m m a g i n a r e , cambiò p a d r o n e , m e t t e n d o s i alle d i p e n d e n z e d e l c a r d i n a l e P i e t r o Aldobrandino n i p o t e d i C l e m e n t e V i l i . I l C a r d i n a l e e r a u n o degli u o m i n i p i ù p o tenti della città e il M a r i n o diventò il poeta più in vista e più conteso. Tutti gli chiedevano versi e n e s s u n o se li vedeva rif i u t a r e . G i a m b a t t i s t a c o m p o n e v a c a n z o n i , o t t a v e , sonetti, e p i g r a m m i . Le d e d i c h e che li a c c o m p a g n a v a n o p u z z a v a n o d'incenso e rigurgitavano di lodi. Q u a n d o n o n e r a al tavoli243
no il poeta intratteneva le belle signore nei salotti e nelle alcove, p a r t e c i p a v a a feste, si faceva v e d e r e in c o m p a g n i a di prelati, declamava in pubblico i p r o p r i versi, interveniva a dibattiti letterari e filosofici, diventava m e m b r o dell'Accademia degli U m o r i s t i , s p e n d e v a e s p a n d e v a , sfoggiava vesti s o n t u o s e , faceva vita da pascià: i n s o m m a i n c a r n a v a il modello dell'intellettuale italiano del Seicento, cortigiano e parassita. Nel 1605, la s c o m p a r s a dello zio assestò un d u r o colpo alle fortune del cardinale Pietro, a cui il Marino aveva legato le p r o p r i e . L'Aldobrandini l'aveva t e n u t o s e m p r e come un figlio e p e r questo Giambattista si rassegnò, con la morte nel c u o r e , a seguire il suo p a t r o n o q u a n d o questi si trasferì a Ravenna. La città e r a u m i d a , malsana, noiosa. Al calar delle t e n e b r e le vie si svuotavano, la gente si rintanava nelle case, d ' u n a società n e m m e n o l'ombra. Per fortuna, ogni tanto il p o e t a riusciva a farsi m a n d a r e dal C a r d i n a l e a R o m a , a Bologna, a Venezia. Alla fine, col p e r m e s s o del suo p r o t e t t o r e , si accasò a Tor i n o , su invito di Carlo E m a n u e l e I. Conquistò immediatam e n t e il Duca d a n d o fiato alle t r o m b e d e l l ' a d u l a z i o n e . In poco t e m p o si g u a d a g n ò i galloni di p r i m o poeta di corte, il che gli valse l'ostilità dei colleghi, capeggiati dal segretario del Duca, il genovese G a s p a r e Murtola, che l'accusò d'empietà e d'altri turpi vizi. Il Marino riuscì a o t t e n e r e dal Duca il l i c e n z i a m e n t o del suo d e n i g r a t o r e . E costui, p e r vendicarsi, s'appostò in p i e n a notte in piazza Castello, e q u a n d o vide passare il rivale gli sparò cinque pistolettate. Ma fallì il bersaglio e i colpi f e r i r o n o un amico di Giambattista. L'attentatore fu c o n d a n n a t o a m o r t e ; ma, p e r intercessione dello stesso Marino, Carlo E m a n u e l e gli concesse la grazia. L'episodio fece sensazione, e la fama del poeta napoletano salì alle stelle. Il suo n o m e era sulla bocca di tutti. I nobili facevano a gara nell'accaparrarselo. Giambattista assaporava con voluttà gli a r o m i della gloria, p r e n d e v a p a r t e a caroselli, balli in m a s c h e r a , n o n p e r d e v a u n a prima. Ma ogni 244
tanto faceva u n a capatina a R o m a o a R a v e n n a a trovare il suo vecchio C a r d i n a l e . Veleggiava o r m a i verso la q u a r a n t i na, era ricco, conteso, adulato, i colleghi ne t e m e v a n o il giudizio e ne ricercavano le lodi. U n a sua parola poteva fare la loro fortuna o rovinarli. Era diventato l'arbitro intellettuale della piccola corte sabauda, e il Duca ne aveva fatto u n o dei p r o p r i favoriti. Ma dietro le q u i n t e le malelingue seguitavano a s e m i n a r e zizzania e a spargere voci calunniose sul suo conto. U n a di queste, n o n s a p p i a m o quale, giunse all'orecchio del sospettosissimo Carlo E m a n u e l e , che fece a r r e s t a r e e c h i u d e r e in c a r c e r e il poeta. Alla liberazione, M a r i n o ottenne in risarcimento u n a forte s o m m a di d e n a r o e riebbe i m a n o s c r i t t i c h e gli e r a n o stati s e q u e s t r a t i , fra cui l'Adone, l'opera sua più famosa, a cui lavorava da a n n i . Cercò di rig u a d a g n a r s i la fiducia del Duca s o s t e n e n d o le sue rivendicazioni al titolo di Re e celebrandolo c o m e il r e d e n t o r e d'Italia. Ma tutti questi tentativi, a n c h e se a p p a r e n t e m e n t e lo rimisero in a u g e c o m e p o e t a e cortigiano, n o n servirono a smobilitare la diffidenza di Carlo E m a n u e l e . Q u a n d o questi gli ridusse lo s t i p e n d i o , il M a r i n o capì c h ' e r a meglio cambiar aria e cercarsi un altro mecenate. N o n gli fu difficile t r o v a r l o . Da a n n i dalla Francia gli g i u n g e v a n o inviti a trasferirsi a Parigi, la capitale e u r o p e a più ricca, colta, g a u d e n t e e cosmopolita del t e m p o . Giambattista vi g i u n s e nel 1615, ricevuto c o n o n o r i d e g n i d ' u n sovrano. Il n u n z i o apostolico, m o n s i g n o r Ubaldini, gli mise a disposizione il p r o p r i o a p p a r t a m e n t o , dove Giambattista provvisoriamente s'istallò. In poco t e m p o conquistò la città e questa conquistò lui. N e a n c h e a R o m a era stato così b e n e . Si lanciò nel vortice della vita m o n d a n a e si mise a studiare il francese, ma l'unica parola che i m p a r ò fu oui. E lui stesso a confessarlo in u n a delle i n n u m e r e v o l i lettere che q u o t i d i a n a m e n t e m a n d a v a agli amici italiani, e che sono i migliori scampoli della sua prosa p e r c h é scritte senza artificio. In una definisce la Francia «paese mirabile p e r le sue stravaganze e p e r le sue mutazioni c o n t i n u e , g u e r r e civili p e r p e 245
tue», in un'altra d e r i d e gli abiti effeminati degli u o m i n i e si fa beffa delle d o n n e che «per essere t e n u t e belle sogliono mettersi degli empiastri e d e ' bullettini in sul viso, si spruzzano le c h i o m e di certa polvere di zanni, che le fa diventar c a n u t e , talché da principio io stimavo che tutte fossero vecchie... Usano p o r t a r e a t t o r n o semicerchi di botte a guisa di pergole». Ma la gioia di vivere, lo spirito gaio, scanzonato e festaiolo dei parigini l'entusiasmano: «Le signore n o n fanno scrupolo di lasciarsi baciare in pubblico; si tratta con tanta libertà che o g n i p a s t o r e p u ò d i r e alla sua ninfa c o m m o d a m e n t e il fatto suo. Circa il resto... giuochi, festini, con balletti e con banchetti continovi». Ma la cosa che più lo strabilia è la l i n g u a : «L'oro si a p p e l l a a r g e n t o ; il far colazione si dice digiunare, le città son dette ville, il b r o d o buglione come se fosse della schiatta di Goffredo!» A p a r t e c o m u n q u e le bizzarrie della m o d a , la pioggia, la lingua, è felice di trovarsi qui. La Regina lo colma d'attenzioni, i nobili sono gentili con lui, g u a d a g n a tremila scudi l'anno, fa quello che vuole, si concede ogni sorta di svaghi, viaggia, tiene conferenze, c o m p o n e versi, fa strage di cuori femminili e - s e c o n d o i maligni - a n c h e di quelli maschili. «Mi pare» scrive «che importi assai vivere all'ombra di u n a corona così grande.» Si disobbliga sciogliendo encomi e ditirambi ai suoi benefattori. Il loro successo è strepitoso: «Le maitre des maìtres», il «maestro dei maestri» lo definiscono i colleghi francesi, p o n e n d o l o a d d i r i t t u r a al di s o p r a del Tasso. Molti poeti lo p r e n d o n o a modello, lo traducono, lo copiano. Giambattista, gongolante, si vanta di «aver portato le Muse toscane al di qua da l'Alpi e introdottele nelle camere reali». I suoi libri si v e n d o n o a migliaia di copie. Il poeta sovrintende person a l m e n t e alla loro s t a m p a in francese, ma c'è p e r s i n o chi si mette a studiare l'italiano p e r leggerli nell'originale. G r a n p a r t e del t e m p o lo dedica p e r ò alla rifinitura dell'adone, alla cui p u b b l i c a z i o n e ha p r o m e s s o di c o n t r i b u i r e con un sussidio la C o r o n a stessa. O g n i t a n t o fa circolare qualche scampolo del p o e m a p e r saggiare e stuzzicare la cu246
riosità del pubblico. Tutti si d o m a n d a n o q u a n d o lo finirà. Il poeta nicchia, fiuta il m o m e n t o favorevole, vuol essere sicuro che i p e r s o n a g g i della corte che ha rivestito di p a n n i favolosi e mitologici n o n c a d a n o in disgrazia trascinando con sé il loro a e d o . Finalmente il lavoro vede la luce, m u n i t o di tutti i crismi e viatici. È dedicato al Re e trabocca di lodi p e r b e n q u a r a n t a c i n q u e m i l a versi, divisi in venti interminabili canti. L'ispirazione è idillico-mitologica c o m e Y'Aminta del Tasso, il Postar Fido del G u a r i n i , YArcadia del S a n n a z a r o . Il p o e m a s ' a p r e c o n un p r o l o g o enfatico e u n ' i n v o c a z i o n e a Venere. La vicenda, trita e ritrita, è di s t a m p o ovidiano, e trae l o s p u n t o dall'infelice a m o r e d'Afrodite p e r A d o n e , propiziato dal figlio della dea, C u p i d o . Ci m a n c a lo spazio per riassumere l'intera t r a m a che richiederebbe un altro lib r o e a n n o i e r e b b e il lettore d'oggi nella stessa m i s u r a in cui esaltò il c o n t e m p o r a n e o . I suoi arzigogoli e riboboli n o n riescono a m a s c h e r a r e la povertà dell'ispirazione. Si sente che il p o e t a n o n sente. Si limita, con sbalorditiva abilità e v e n a fecondissima, a c o m p o r r e rime. Ma n o n c'è partecipazione, n o n ci sono emozioni. Le immagini, le metafore, le similitudini m i r a n o solo all'effetto. C o l p i s c o n o la fantasia, stordiscono, d a n n o le vertigini, ma n o n c o m m u o v o n o : «E del poeta il fin la meraviglia», p r o c l a m a il Marino. Il suo virtuosismo tocca vette eccelse, i versi r i d o n d a n o e r i m b o m b a n o . Sono enfatici, ampollosi, iperbolici. Il poeta n o n conosce la misura, t e n d e all'eccesso, trabocca, si scrive addosso, e se ne compiace. I caratteri n o n h a n n o anima, sono manichini addobbati con vesti sontuose e bizzarre dai colori sgargianti, m a n o v r a t i con g r a n d e maestria ma senza pathos. Il M a r i n o si rivela artefice geniale, ma n o n artista. Possiede u n a tecnica perfetta, n e s s u n o meglio di lui sa p a d r o n e g g i a r e il verso, trovare la rima, costruire l'ottava, girarla, rigirarla, cesellarla, darle un r i t m o e u n a musica, ma n o n u n ' a n i m a . Le d e scrizioni migliori sono quelle amorose, nelle quali il Marino s'abbandona alla sua vena più autentica e felice: quella erotica. «Poema della voluttà» fu p e r questo definito YAdone. 247
L'eco che suscitò fu i m m e n s a , e n o n solo in Francia e in Italia. La m a g g i o r p a r t e dei critici parlò di capolavoro, e l'op e r a a n d ò a r u b a . Il p o e t a r a g g i u n s e l ' a p o g e o della fama. Ma gli acciacchi che avevano cominciato ad affliggerlo gl'imp e d i r o n o di g o d e r s e l a . A c i n q u a n t ' a n n i s e m b r a v a un vecchio, era diventato un p o ' sordo, e n o n o s t a n t e gli allori mietuti si sentiva solo e scontento. N e m m e n o le d o n n e , che aveva tanto a m a t o , riuscivano p i ù a consolarlo. La stessa Parigi cominciava a venirgli a noia. Per la p r i m a volta, da q u a n d o vi e r a a p p r o d a t o , aveva nostalgia dell'Italia. Da Torino, da R o m a , da Napoli riceveva o g n i g i o r n o lettere di amici che l'invitavano a t o r n a r e . Egli r i s p o n d e v a che n o n ne vedeva l'ora. Q u e s t a g i u n s e n e l l ' a p r i l e d e l 1623. Si c o n g e d ò dal Re con le lacrime agli occhi e le tasche piene di scudi, e con un piccolo seguito rivalicò le Alpi. Fece u n a breve t a p p a a Torir n o , dove ricevette dalle m a n i di T o m m a s o di Savoia u n a collana d ' o r o . Poi si mise in c a m m i n o alla volta d e l l ' U r b e , che gli aveva p r e p a r a t o g r a n d i festeggiamenti. Un p o e t a romano invitò i colleghi ad andargli incontro e a salutarlo «unico cigno». Principi e prelati gli s p a l a n c a r o n o le p o r t e dei loro palazzi. Giambattista scelse quello dei Crescenzi e, lì p e r lì, s e m b r ò ritrovare la vecchia gioia di vivere. In Francia aveva accumulato un bel gruzzolo. U n a p a r t e se l'era p o r t a t a con sé, un'altra - circa seimila scudi - l'aveva chiusa in un baule e affidata a u n a galera diretta a R o m a . D u r a n t e la traversata i pirati avevano assalito la nave spogliandola di tutto il bottin o . Per il p o e t a fu un colpo terribile, c h e gli p r o c u r ò u n a crisi d'ipocondria. O g n i piccola cosa l'infastidiva, usciva pesco di casa, passava l u n g h i p e r i o d i a letto, lavorava a fatica, lo scirocco r o m a n o lo stremava. ? Decise di trasferirsi a N a p o l i , c h e n o n v e d e v a da quasi c i n q u e lustri. Il Viceré gli m a n d ò i n c o n t r o la sua carrozza* i p a d r i Teatini l'ospitarono nel loro c o n v e n t o in attesa che la casa che il p o e t a aveva affittato in via T o l e d o fosse p r o n ta, le Accademie degl'Infuriati e degli Oziosi se lo disputa*248
vano, l'Università voleva a d d i r i t t u r a innalzargli u n m o n u m e n t o con t a n t o d'epitaffio, m a i l M a r i n o rifiutò. N i e n t e riusciva p i ù a rallegrarlo. Voleva a n d a r s e n e , t o r n a r e a Parigi, ma i medici lo sconsigliarono: le sue condizioni di salute infatti p e g g i o r a v a n o , ai vecchi acciacchi s ' e r a n o a g giunti acuti d o l o r i alla vescica. U n a m a t t i n a si sparse la voce che il p o e t a e r a m o r t o . Era vera solo a metà: Giambattista viveva a n c o r a , ma aveva i giorni contati. «Da un t e m p o in qua» confidò all'amico B r u n i «non posso cacare un m a ledetto verso; il m e s t i e r o d e ' versi n o n è p e r quelli che s'inc a m m i n a n o verso l'occaso. Apollo è giovine e le Muse sono pulzelle v e r g i n i , e c o m e n o n p r a t i c a n o v o l e n t i e r i co' vecchi, così si m a r i t a r e b b e r o l i e t a m e n t e a giovani senza b a r ba.» Ad a g g r a v a r e il suo stato gli g i u n s e da R o m a la notizia che l'Inquisizione aveva giudicato Y Adone i m m o r a l e ed esigeva u n a revisione dei passi p i ù scabrosi. «Se il libro m e r i ta il fuoco» e s c l a m ò r a s s e g n a t o l ' a u t o r e «che s'abbruci.» L'editore si limitò invece a p u r g a r l o , e il p o e m a v e n n e ristampato. A q u e s t o p u n t o l'assalì la p a u r a di finire all'inferno p e r via di quell'opera licenziosa, decise di far a m m e n d a dei p r o pri peccati, e supplicò i Teatini di seppellirlo nel loro convento, p r o m e t t e n d o loro in cambio la sua biblioteca e i suoi q u a d r i p i ù belli. N e l m a r z o (1625) v e n n e s o t t o p o s t o a u n difficile i n t e r v e n t o c h i r u r g i c o . L'operazione n o n riuscì e il giorno 25 spirò. Aveva cinquantasei a n n i . Il cordoglio, n o n solo a Napoli e in Italia, ma a n c h e all'estero, f u i m m e n s o . L e e s e q u i e f u r o n o c e l e b r a t e c o n g r a n p o m p a , gli elogi funebri si s p r e c a r o n o . Gli amici lo p i a n s e r o c o m e il «massimo p o e t a del secolo», e forse - p u r t r o p p o avevano r a g i o n e . I nemici attaccarono con i n a u d i t a violenza la sua o p e r a , r i e s u m a r o n o le vecchie accuse di sodomia, trasformarono il poeta erotico in p o r n o g r a f o e fecero circolare certi suoi c o m p o n i m e n t i lascivi, fin allora inediti, m e scolandoli a t u r p i e oscene poesie apocrife. C o n t r o questi d e t r a t t o r i si l e v a r o n o g l ' i n n u m e r e v o l i e p i g o n i del poeta, o 249
marinisti. F u r i b o n d a e senza q u a r t i e r e fu la p o l e m i c a che ne seguì e che d i v a m p ò p e r decenni. Il M a r i n o ne uscì piuttosto malconcio. Molte delle critiche che gli e r a n o state mosse e r a n o sacrosante. Giambattista n o n e r a stato u n p o e t a , m a u n verseggiatore d'eccezionale b r a v u r a . Più che u n o stile aveva creato u n a m a n i e r a , artificiosa e lambiccata, ma che tuttavia rispecchiava perfettam e n t e lo spirito del Seicento: gonfio, ampolloso, prezioso e p i e n o solo di vuoto. N e s s u n o meglio di lui s e p p e incarnarlo. In questo fu v e r a m e n t e il genio del secolo.
CAPITOLO VENTITREESIMO B E R N I N I E IL B A R O C C O
Sul barocco si sono sparsi fiumi d'inchiostro, a cui n o n vorr e m m o a g g i u n g e r n e altri. R i m a n d e r e m m o anzi senz'altro il lettore ai trattati di storia dell'arte, se solo a questa il barocco avesse d a t o la sua i m p r o n t a . In realtà esso r a p p r e s e n t a un f e n o m e n o c u l t u r a l e e di c o s t u m e , che ha lasciato il suo sigillo n o n soltanto nella p i t t u r a , nella scultura, nell'architettura, ma a n c h e nella società, nella politica, nelle ideologie, nei r a p p o r t i u m a n i . Ed è perciò che n o n possiano p r e scinderne. Secondo qualcuno, la parola viene dal p o r t o g h e s e barroco, ed è il n o m e che in questa lingua si dà a certe perle n o n sferiche irregolari e bizzarre. Secondo altri, viene invece da baroco: un t e r m i n e dispregiativo coniato nell'Italia del Cinq u e c e n t o c o n t r o il m o d o di r a g i o n a r e p e d a n t e s c o e artificioso dei filosofi di scuola aristotelica. Il guaio è che a m b e d u e le ascendenze sono plausibili. E forse il barocco r a p p r e senta a p p u n t o il loro incrocio. Nel c a m p o plastico e figurativo, p e r barocco s'intende la f i n e dell'arte rinascimentale. U n a f i n e logica, p e r n a t u r a l e e s a u r i m e n t o . Raffaello, Michelangelo e gli altri g r a n d i dei secoli d ' o r o a v e v a n o r a g g i u n t o l'equilibrio, l ' a r m o n i a , la perfezione assoluta. Su quella strada i loro epigoni del Seicento n o n avevano più t r a g u a r d i da conquistare. Il barocco nasce anzitutto da quest'ansia di n u o v e forme ed esperienze al di fuori delle regole tradizionali, c o m u n e a tutti i periodi cosiddetti di «transizione». Ma p e r c a p i r e p e r quali motivi infilò quella strada, bisogna rifarsi al m o m e n t o storico. Il barocco è il tipico p r o d o t t o della C o n t r o r i f o r m a , e in251
fatti nasce e si sviluppa quasi esclusivamente nei Paesi cattolici: quelli p r o t e s t a n t i ne sono toccati solo p e r contagio. Il p e r c h é è facile da c a p i r e . Nei Paesi p r o t e s t a n t i , e specialm e n t e in quelli calvinisti, l'arte è p r o f a n a p e r c h é le chiese h a n n o messo al b a n d o gli elementi decorativi, e g o d e di u n a libertà g a r a n t i t a dal «mercato». Il p i t t o r e e lo scultore n o n l a v o r a n o p e r il m e c e n a t e che li m a n t i e n e e di cui d e v o n o s e c o n d a r e i gusti. L a v o r a n o p e r u n a clientela a n o n i m a di artigiani, di m e r c a n t i , d ' i m p r e n d i t o r i , di professionisti, ins o m m a di borghesi arricchiti, che agli abbellimenti conced o n o poco, e quel poco lo vogliono in t o n o col loro m o d o di vivere p a r s i m o n i o s o e l a b o r i o s o . Nelle l o r o case solide e confortevoli, ma aliene da ogni solennità, c'è posto solo per u n a p i t t u r a e u n a scultura realistiche e a d e r e n t i alla verità. Q u e s t a è la g r a n d e arte fiamminga, con la sua d i s a d o r n a ed essenziale ritrattistica senza ruffianeggiamenti apologetici, con le s u e corali scene di villaggio, con le sue meticolose anatomie. L'arbitrario, il bizzarro, l'esclamativo, il compiacim e n t o stilistico n o n vi attecchiscono p e r c h é in quella clientela, intesa al sodo e al soldo, n o n trovano amatori. Nei Paesi cattolici, e s o p r a t t u t t o in Italia, la situazione è diversa, anzi opposta. L'arte n o n ha mercato p e r c h é manca un ceto b o r g h e s e in g r a d o di a c q u i s t a r n e i p r o d o t t i . La principale c o m m i t t e n t e è la Chiesa, di cui gli artisti sono al soldo e d e b b o n o s e c o n d a r e i voleri. Q u e s t a Chiesa, nel Q u a t t r o e nel C i n q u e c e n t o , n o n ha abusato del suo m o n o polio p e r d u e motivi. P r i m a d i t u t t o p e r c h é n o n l o aveva: l'Italia del Rinascimento e r a piena a n c h e di mecenati laici, e un Raffaello, se fosse stato licenziato dal Papa, n o n avrebbe p e n a t o a trovar lavoro p r e s s o un Medici, o un Doge, o un M o n t e f e l t r o , o un Este, o un G o n z a g a . E p p o i p e r c h é la Chiesa di allora era intrisa di un u m a n e s i m o che la rendeva e s t r e m a m e n t e liberale e t o l l e r a n t e . Essa n o n r i m p r o v e r ò mai ai suoi pittori di attribuire alle loro M a d o n n e u n a carnalità e sensualità sfacciatamente t e r r e s t r i . Di sacro, q u e st'arte aveva solo l'etichetta. In realtà e r a profana. E fu ap252
p u n t o q u e s t o c h e le c o n s e n t ì di toccare i più alti livelli di perfezione. Ma il Concilio di T r e n t o pose fine a questa tolleranza. Esso p r o c l a m ò che l'arte n o n aveva altra ragione di essere che quella di s t r u m e n t o propagandistico della Fede. Doveva essere edificante e apologetica, in funzione del n u o v o o r d i n e costituito. Per gli artisti n o n ci fu scampo. La Chiesa, p u n tellata dai g e n d a r m i spagnoli, esercitava la sua rigida censura in tutti gli Stati italiani. Ed essa n o n era più amministrata da dei L e o n e X o Paolo I I I , g e n t e di p o c o zelo e di m o l t o gusto; ma dai Carafa, dai Ghislieri, dagli Odescalchi, gente di p u n t o gusto e implacabile zelo. Per m a n g i a r e , bisognava g u a d a g n a r s e n e i favori. Per g u a d a g n a r s e n e i favori, bisognava seguirne le direttive. E queste direttive e r a n o : enfasi e declamazione. Checché ne dicano i suoi esaltatori, il barocco è aria fritta. Fritta - qualche volta - benissimo, con g r a n d e maestria, ma s e m p r e inficiata dal virtuosismo di mestiere. Le m a n c a l'anima. Ed anzi è p r o p r i o p e r n a s c o n d e r e questo vuoto che si a b b a n d o n a a quell'orgia di forme e di colori, a quella teatralità di sfondi, a quei contorsionismi muscolari nella scultura, a quella s o l e n n i t à scenografica n e l l ' a r c h i t e t t u r a . A questo piatto conformismo che mira a gonfiare e ingigantire n o n c'è altra evasione che la bizzarria decorativa. Ed ecco perché tutta l'inventiva si sfoga lì, fino alla farneticazione. Ma c'è a n c h e un altro motivo che spinge in questo senso: le m o s t r u o s e d i s u g u a g l i a n z e e c o n o m i c h e . Il b a r o c c o è u n ' a r t e ricca che nasce nei Paesi p o v e r i . N o n a caso la sua culla sono l'Italia e la Spagna. Q u i la Controriforma - lo abbiamo già d e t t o - ricrea u n a società di tipo feudale, su cui torreggia la casta chiusa dei privilegiati ecclesiastici e laici. Come d e t e n g o n o tutto il p o t e r e politico, così costoro detengono tutto il p o t e r e e c o n o m i c o . La s u p e r s t i t e ricchezza di questi Paesi n o n circola. R i m a n e accentrata in p o c h e satrapie che n o n si c o m p o r t a n o d i v e r s a m e n t e da c o m e si comp o r t a n o quelle che a b b i a m o sotto gli occhi nei Paesi arabi. 253
Esentate da o g n i tassa e c o n t r i b u z i o n e , moltiplicano i loro p a t r i m o n i - quasi tutti t e r r i e r i - alle spalle dei c o n t a d i n i e degli altri ceti spolpati all'osso dal fisco. N o n u s a n o la loro ricchezza p e r c r e a r e altra ricchezza c o m e la b o r g h e s i a imp r e n d i t o r i a l e delle nazioni r i f o r m a t e . L a u s a n o p e r degli sfarzi che accrescano il loro prestigio in u n a società dove il prestigio s'identifica con la potenza. Il barocco, con le sue dovizie e teatralità, è insieme il p r o dotto e il d o c u m e n t o di questa mentalità. Basta fare un giro nella vecchia R o m a p e r r e n d e r s e n e c o n t o . I l palazzo del Seicento sorge, solenne e s u p e r b o , g r o n d a n t e di fontane e costellato di statue, in mezzo ai t u g u r i in cui si accatasta il p o p o l i n o . Q u e s t o è torchiato e ridotto allo stremo a p p u n t o p e r c o n s e n t i r e a i signori q u e s t e ostentazioni, c h e t r o v a n o nel barocco la loro ideale espressione. Il pittore sulla tela e lo scultore nel m a r m o d e v o n o celebrare il signore che li paga, e che li p a g a a p p u n t o p e r c h é lo celebrino in tutta la magnificenza delle s u e u n i f o r m i e d e c o r a z i o n i , simbolo della sua p o t e n z a . S o n o p e r s o n a g g i p o m p o s i r i t r a t t i d a artisti p o m p i e r i . Le loro case n o n sono fatte p e r l'intimità, ma per la « r a p p r e s e n t a n z a » : gli architetti sono chiamati a p r o g e t tarle in m o d o che facciano il più spicco possibile sulla miseria d e l q u a r t i e r e c i r c o s t a n t e , n e t e n g a n o i n s o g g e z i o n e l a plebe, stupiscano e impressionino il visitatore. Q u e s t o è, a g r a n d i linee, il barocco. E ripetiamo: ha dato a n c h e dei capolavori. Ma nel suo insieme esso n o n testimonia c h e il v u o t o s p i r i t u a l e c r e a t o dalla C o n t r o r i f o r m a col suo a u t o r i t a r i s m o i n t o l l e r a n t e di o g n i libera ricerca e inventiva, e le m o s t r u o s e d i s u g u a g l i a n z e sociali c h e consentivano ai privilegiati di p r o f o n d e r e in chiese e palazzi dei tesori a c c u m u l a t i sulla fame della massa. In terricci sociali così malformati, n e s s u n a g r a n d e arte è mai nata. Nel c a m p o dell'architettura, il p r i m o e s e m p i o di questo «nuovo corso» fu la chiesa r o m a n a del Gesù c o m m e s s a nel 1568 dal cardinale Alessandro Farnese all'architetto J a c o p o Barozzi, detto il Vignola, e condotta a t e r m i n e , alla sua mor254
te, da Giacomo Della Porta. È innalzata secondo schemi dic h i a r a t a m e n t e antirinascimentali su u n a pianta a croce latina a l l u n g a t a , tipica delle basiliche m e d i e v a l i . Sul braccio longitudinale s'innesta u n a vasta navata, su cui s'affacciano u n a teoria di cappelle, che invitano al raccoglimento e alla m e d i t a z i o n e . Dal l u c e r n a r i o p o s t o al c u l m i n e della c u p o l a piove sull'altare u n a luce fioca e senza toni. La navata è invece a b b o n d a n t e m e n t e illuminata da alte e a m p i e finestre, c o n t o r n a t e da stucchi, fregi e affreschi. L'ambiente mistico e severo i n c a r n a c o m p i u t a m e n t e lo spirito e gli aneliti della reazione cattolica. N o n p e r nulla la Chiesa del Gesù diventò il c u o r e di q u e l l ' o r d i n e di Sant'Ignazio c h e tanto contribuì alla riscossa dell'ortodossia, di cui il barocco costituì la plastica e m o n u m e n t a l e testimonianza. Per tutto il Seicento R o m a fu il fulcro e la Mecca di questo stile. N o n si c o n t a n o i pittori, gli scultori, gli architetti che v a r c a r o n o le sue m u r a p e r mettersi al servizio di p o n t e fici e c a r d i n a l i . C o s t o r o p r o f u s e r o tesori i m m e n s i p e r costruire e d e c o r a r e chiese, chiostri, oratori e celebrare, attraverso queste o p e r e , la Fede e i suoi rinnovati ideali. Ci m a n ca lo spazio p e r elencare tutti gli artisti che s'avvicendarono nell'Urbe d u r a n t e il X V I I secolo. Ci limiteremo a colui che ne fu il m a e s t r o : Giovanni L o r e n z o Bernini. Era nato a Napoli nel 1598, figlio di un pittore fiorentino d ' u n certo n o m e trasferitosi con la famiglia nella città p a r t e n o p e a in cerca di fortuna. A sette a n n i fu c o n d o t t o a Roma, dove il p a d r e e r a stato c h i a m a t o dal P a p a a scolpire la facciata della c a p p e l l a Paolina. Il piccolo L o r e n z o n o n seguì regolari corsi scolastici. Alle lezioni di g r a m m a t i c a e di retorica preferiva quelle che il p a d r e gl'impartiva col martello e il bulino. Stava s e m p r e al suo fianco, lo seguiva d o v u n q u e , e a ogni colpo di scalpello la sua fantasia s'accendeva e le sue mani fremevano. N o n si mescolava ai coetanei e n o n partecipava ai loro giochi. Stava ore e o r e a c o n t e m p l a r e u n a statua o un edifìcio classico, c h e p o i r i p r o d u c e v a su un q u a d e r n o che portava s e m p r e con sé. 255
A dieci a n n i modellò u n a testina di m a r m o p e r la chiesa di Santa Potenziana. Q u a n d o Paolo V la vide, volle conoscere l'autore. Il giovinetto fu c o n d o t t o al cospetto del Pontefice che gli o r d i n ò , seduta stante, il ritratto di San Paolo. Lor e n z o prese carta e p e n n a e b u t t ò giù u n a testina dell'apostolo. I l Papa l a trovò bellissima e r i c o m p e n s ò l'imberbe a r tista con dodici medaglie d ' o r o . Poi c h i a m ò il cardinale Maffeo Barberini e affidò L o r e n z o alle sue cure. «Speriamo che diventi il Michelangelo del suo secolo», disse. B e r n i n i n o n d i v e n t ò Michelangelo p e r c h é n e a n c h e Michelangelo, se fosse nato allora, sarebbe diventato Michelangelo. Ma c o m e lui era un lavoratore infaticabile ed esigentissimo, mai soddisfatto di quel che faceva, e infatti lo disfaceva e rifaceva c o n t i n u a m e n t e . Passava notti i n t e r e a c o r r e g g e r e un naso, a limare u n a fronte, a scavare u n a ruga. Le sue opere cominciarono presto ad a n d a r e letteralmente a ruba, spec i a l m e n t e fra i ricchi c a r d i n a l i , dei quali L o r e n z o ci ha lasciato, scolpita nel m a r m o , l'effigie. Anche Paolo V si fece f a i re il ritratto, che teneva sul c o m o d i n o accanto al breviario. Il suo successore G r e g o r i o XV n o n volle essere d a m m e n o e commissionò a L o r e n z o il p r o p r i o busto. L'opera riuscì b e n e e il Papa ne fu talmente entusiasta che, da quel giorno, ammise l'artista alla p r o p r i a mensa. Q u a n d o , col n o m e d'Urbano V i l i , cinse la tiara il c a r d i n a l e B a r b e r i n i , il B e r n i n i esultò: «Siete stato davvero fortunato» gli disse il n u o v o Pontefice d o p o l'elezione «a v e d e r m i salire sul Soglio; ma ancora p i ù fortunato sarò io a vedervi o p e r a r e sotto il mio regno/* L o r e n z o si sdebitò s o m m e r g e n d o di ritratti il suo munifico p a t r o n o . S e b b e n e amasse s o p r a t t u t t o l a scultura, m a n e g giava con g r a n d e abilità a n c h e il p e n n e l l o , aveva un senso innato del colore e possedeva doti n o n c o m u n i di disegnator re. Era insomma, come tutti i veri artisti, un artista completo, anche se i dipinti che ci ha lasciato n o n eguagliano le star tue. Moltissimi ne eseguì d u r a n t e il pontificato del Barberi^ ni, e tutti facevano infatti a g a r a neh"accaparrarseli poiché e r a n o di m o d a , com'era di m o d a il loro autore. 256
Un g i o r n o il P a p a lo c o n v o c ò n e l suo s t u d i o e gli disse c h ' e r a o r a di sposarsi e m e t t e r su famiglia. L o r e n z o , c h e n o n aveva mai nascosto la p r o p r i a allergia al m a t r i m o n i o , d a p p r i n c i p i o fece orecchio da m e r c a n t e e siccome U r b a n o s'ostinava a ripetergli che un g r a n d e artista n o n poteva m o rire senza lasciare eredi, rispose che la sua vera prole e r a n o i q u a d r i che aveva d i p i n t o e le statue che aveva scolpito. Il Pontefice a d d u s s e allora motivi d ' o r d i n e p r a t i c o : o b e r a t o com'era di lavoro, L o r e n z o aveva bisogno d ' u n a d o n n a che accudisse alla sua p e r s o n a e gli m a n d a s s e avanti la casa. Alla fine, p e r c o m p i a c e r e a U r b a n o , l'artista s'arrese e i m p a l m ò la figlia d ' u n certo Paolo Tazio, segretario della C o n g r e g a zione della SS. N u n z i a t a . S e b b e n e c o n t r a t t o senza entusiasmo, o forse p r o p r i o p e r questo, fu un m a t r i m o n i o quasi felice, che u n a n u m e r o s a figliolanza allietò. Q u a n d o d i e d e l'addio al celibato, il B e r n i n i aveva q u a r a n t a n n i suonati. E r a piuttosto u n bell'uomo, d i m e d i a statura, vigoroso, b r u n o di c a r n a g i o n e e n e r o di capelli, occhi vivaci e p e n e t r a n t i , ciglia l u n g h e e folte, f r o n t e spaziosa, narici dilatate, gote un p o ' cascanti. C o m e tutti gli uomini di carattere aveva un caratteraccio, che le frequenti emicranie vieppiù incupivano. Si adirava p e r un n o n n u l l a e faceva scenate terribili. Era di gusti semplici e d'abitudini s p a r t a n e . I suoi pasti e r a n o limitati a u n a fetta di c a r n e e a un p o ' di frutta. Dormiva poco, di g i o r n o n o n si concedeva un attimo di t r e g u a , p o n e v a m a n o e a t t e n d e v a c o n t e m p o r a n e a m e n t e a più o p e r e , a n d a v a ogni m a t t i n a a messa, faceva d u e volte la settimana la c o m u n i o n e e la sera, p r i m a di coricarsi, leggeva i Padri della Chiesa. Ma n o n e r a un b a c c h e t t o n e . Era - a n c h e lui c o m e M i c h e l a n g e l o - a u t e n t i c a m e n t e t u r b a t o dal p r o b l e m a di Dio, cui cercava scampo rifugiandosi nel lavoro. Vi era t a l m e n t e sprofondato e i m m e r s o che d o v e t t e r o m e t t e r g l i u n g a r z o n e alle costole p e r i m p e d i r g l i c h e s e l e r o m p e s s e p r e c i p i t a n d o da u n ' i m p a l c a t u r a o i n c i a m p a n d o in un blocco di m a r m o . Q u a n d o lavorava, guai se q u a l c u n o gli rivolgeva la p a r o l a o l ' i n t e r r o m p e v a . Gli stessi c o m 257
mittenti che avevano libero accesso al suo studio n o n potevano fiatare. In p o c h i a n n i il suo n o m e diventò di d o m i n i o e u r o p e o . N o n c'era r e , n o n c'era p r i n c i p e che n o n spasimasse p e r il possesso d ' u n a sua statua, d ' u n suo q u a d r o , d ' u n suo semplice d i s e g n o . C a r l o I d ' I n g h i l t e r r a l'invitò a L o n d r a p e r farsene r i t r a r r e i n m a r m o . N o n volendo L o r e n z o muoversi da R o m a , il sovrano gli m a n d ò tre q u a d r i del Van Dyck con la p r o p r i a effigie affinché ne traesse il m o d e l l o . C o m p i u t a l'opera, il Bernini l'affidò a un messo che la recapitò a Carlo, il quale, d o p o averla veduta, si sfilò dal dito un d i a m a n t e di seimila scudi e lo c o n s e g n ò al c o r r i e r e p e r c h é coronasse la m a n o dell'artista. Luigi X I I I Io supplicò di trasferirsi a Parigi, ma n o n fu e s a u d i t o . E r a a n c o r a vivo U r b a n o , e il B e r n i n i n o n si s a r e b b e staccato da lui p e r t u t t o l'oro del m o n d o . Il Papa gli aveva spalancato le p o r t e dei palazzi apostolici, aveva fatto di lui il p r o p r i o confidente e, p r i m a d'and a r e a letto, voleva che fosse L o r e n z o ad abbassare gli scuri e a c h i u d e r e le finestre della sua c a m e r a . Un g i o r n o , p e r attestargli la sua benevolenza, si recò a casa sua, seguito da u n codazzo d i sedici c a r d i n a l i scandalizzatissimi. Q u a n d o calò nella t o m b a , l'artista lo p i a n s e c o m e un p a d r e . I suoi successori n o n gli l e s i n a r o n o o r d i n a z i o n i e o n o r i , ma n o n eguagliarono l'amore che gli aveva p o r t a t o U r b a n o . Nel 1664 Colbert, l ' o n n i p o t e n t e m i n i s t r o di Luigi XI gli sottopose i disegni del palazzo del L o u v r e , che il Re Sole voleva i n g r a n d i r e . L o r e n z o studiò i progetti, li corresse, ne eseguì alcuni di sua m a n o e rispedì il tutto al m o n a r c a francese. Da t e m p o costui carezzava il s o g n o d ' a v e r e presso di sé il Bernini, il quale, sebbene il suo g r a n d e p r o t e t t o r e fosse m o r t o , seguitava a n o n volersi m u o v e r e da R o m a . Aveva ormai sessantott'anni, e il viaggio lo spaventava. Ma alla fine cedette alle insistenze, e il 25 aprile 1665 partì alla volta dejr la Francia, a c c o m p a g n a t o dal figlio Paolo, da d u e allievi e da u n o stuolo di servi, m a g g i o r d o m i e cavalieri inviatigli dal Re Sole, cui piaceva far le cose in g r a n d e . Fu u n a m a r c i a 258
trionfale. D o v u n q u e l'artista fu accolto con onori d e g n i d ' u n sovrano. A Firenze, dove sostò alcuni giorni, il G r a n d u c a lo festeggiò c o n balli, concerti, fuochi d'artificio e lo fece acc o m p a g n a r e sino al confine a l p i n o dal p r o p r i o cocchiere. A n c h e sul s u o l o francese le manifestazioni d ' o m a g g i o si s p r e c a r o n o . A Lione tutti i pittori, scultori e i n g e g n e r i della città gli a n d a r o n o incontro, e a t r e giorni da Parigi lo attendeva la lettiga r e a l e . L'ingresso nella capitale fu u n a v e r a apoteosi. L o r e n z o v e n n e alloggiato in un bellissimo a p p a r t a m e n t o al L o u v r e , ed ebbe un posto alla m e n s a del Re. Il Bernini si fermò a Parigi sei mesi. Lavorava dalla mattina alla sera, e qualche volta a n c h e la notte: fece altri disegni d e l L o u v r e , p o s e m a n o a l r i t r a t t o d i Luigi, e s e g u ì u n n u m e r o imprecisato di p i t t u r e e sculture. Il suo s t u d i o diventò m e t a d ' u n incessante pellegrinaggio di nobili, d a m e , p r e l a t i c h e v o l e v a n o v e d e r e d a vicino i l g r a n d e m a e s t r o , l'artista conteso e a d u l a t o dai p o t e n t i della t e r r a . Allergico, a differenza del M a r i n o , a ogni forma di m o n d a n i t à , n o n si fece travolgere dalla vita parigina. Si t e n n e in disparte, n o n frequentò salotti, allacciò p o c h e amicizie, i n t e n t o u n i c a m e n te alla p r o p r i a arte. Ma il successo che le sue o p e r e riscuotevano a corte e le lodi di cui il Re lo colmava finirono p e r aizzargli l'invidia d e i colleghi francesi, c h e lo c o n s i d e r a v a n o un intruso e n o n gli r i s p a r m i a v a n o le critiche. A ottobre dello stesso a n n o , l'artista, a m a r e g g i a t o , decise di rivalicare le Alpi. Chiese il consenso al Re, che gliel'accordò con un p r e mio di ventimila scudi e un vitalizio a n n u o di duemila. M e n t r e si trovava a Parigi, a n c h e nell'Urbe avevano p r e so a circolare voci calunniose sul suo conto. La p i ù insistente attribuiva a certi suoi lavori nella basilica di San Pietro le c r e p e a p e r t e s i nella c u p o l a . Già in p a s s a t o la sua attività d'architetto e r a stata oggetto d ' a s p r e censure, di cui L o r e n zo aveva r e g o l a r m e n t e d i m o s t r a t o l'infondatezza. A n c h e stavolta s e p p e rintuzzarle, ma ne fu p r o f o n d a m e n t e turbato. C i o n o n o s t a n t e seguitò a l a v o r a r e con infaticabile lena, distratto solo dalle p r a t i c h e di d e v o z i o n e e dalle o p e r e di 259
carità. Negli u l t i m i t e m p i usciva r a r a m e n t e di casa e solo p e r a n d a r e a messa e fare la c o m u n i o n e . La sera, q u a n d o d e p o n e v a la matita o il b u l i n o , si s p r o f o n d a v a nella lettura della Bibbia o s'intratteneva con q u a l c h e teologo a p a r l a r e della m o r t e . Q u e s t a lo colse il 28 n o v e m b r e 1680, a ottantad u e anni. Lasciò molti r i m p i a n t i e moltissime o p e r e . I suoi q u a d r i a m m o n t a n o a un c e n t i n a i o . N o n tutti sono riusciti, alcuni d i f e t t a n o d ' i s p i r a z i o n e , altri m a n c a n o d ' o r i g i n a l i t à . I migliori sono quello raffigurante i santi A n d r e a e T o m m a s o e l'autoritratto, che si trova agli Uffizi. Più vasta fu la sua attività d'architetto e soprattutto di scultore. C o m p l e t ò palazzo B a r b e r i n i p e r il c a r d i n a l e Maffeo, il f u t u r o p a p a U r b a n o V i l i . Progettò il celebre colonnato, all'interno della basilica eresse il Baldacchino, c h e costò al Pontefice d u e c e n t o m i l a scudi e all'artista nove a n n i di lavoro. Nell'abside innalzò la cattedra di San Pietro, c o n t e n e n t e la sedia di legno che, sec o n d o la tradizione, a p p a r t e n n e all'apostolo. Accanto vi edificò la t o m b a di U r b a n o . Ma le sue o p e r e forse p i ù famose sono la fontana del Tritone e quella dei Q u a t t r o Fiumi, che campeggia al centro di piazza Navona. Il Bernini cercò di fondere scultura e architettura, in u n o stile m o s s o , r i d o n d a n t e e talvolta b i z z a r r o . «Scambiò» ha scritto il D u r a n t «il teatrale p e r il d r a m m a t i c o , la grazia per la bellezza, il s e n t i m e n t o p e r la simpatia, la grandezza p e r la grandiosità.» Ma è un giudizio che sbaglia bersaglio. Questi equivoci n o n furono di Bernini, ma di un secolo di cui Bernini resta c o m u n q u e la più g r a n d e e c o m p i u t a testimonianza. Nessuno riuscì a dargli o m b r a . La sua fama offuscò tutti i rivali, c o m p r e s o il B o r r o m i n i . Il B o r r o m i n i si c h i a m a v a in r e a l t à Francesco Castelli, e r a n a t o nel 1599 a Bissone, figlio d ' u n architetto dei Visconti, A quindici a n n i e r a fuggito di casa p e r a n d a r e a R o m a , dove aveva trovato lavoro c o m e scalpellino nella bottega d ' u n m a e s t r o l o m b a r d o . Scontroso, timido, taciturno, i suoi unici 260
c o m p a g n i e r a n o il m a r m o , il b u l i n o e il m a r t e l l o . N o n si concedeva svaghi e passava tutto il t e m p o fra cornici e scalini, stipi e b a l a u s t r e , statue e c o l o n n e . D o p o un p e r i o d o di tirocinio c o m e a p p r e n d i s t a , o t t e n n e un posto d ' o p e r a i o nella fabbrica di San Pietro, diretta da Carlo M a d e r n o che, colpito dal p r e c o c e t a l e n t o d e l g i o v a n e , gli a s s e g n ò incarichi s e m p r e più i m p o r t a n t i . Q u a n d o il M a d e r n o morì, il B o r r o mini passò alla d i p e n d e n z e del Bernini, p e r il quale eseguì g l ' i n g r a n d i m e n t i dei disegni del Baldacchino. Ma la collaborazione fra i d u e artisti d u r ò poco, e col passare degli a n n i il malinteso d e g e n e r ò in a p e r t a inimicizia. Ne i g n o r i a m o i motivi. Forse il c a r a t t e r a c c i o del m a e s t r o , forse l'ipersensibilità dell'allievo, forse q u a l c h e divergenza artistica, forse u n a incompatibilità di c a r a t t e r e d o v u t a p i ù alle loro somiglianze che alle loro dissonanze: n o n ci si odia - si sa - che tra fratelli. Forse la gelosia. Fatto sta che il Borr o m i n i p i a n t ò la fabbrica di San P i e t r o e a n d ò a l a v o r a r e presso i p a d r i Filippini, che gli affidarono la costruzione del loro O r a t o r i o . Francesco impresse all'edificio caratteri n u o vi e p e r s o n a l i s s i m i , e l i m i n ò o g n i d e c o r a z i o n e pittorica, b a n d ì la policromia, e rivestì colonne e pareti d ' u n a bianca p a t i n a di calce. L'opera p i a c q u e e d i e d e al B o r r o m i n i u n a certa r i n o m a n z a . Le ordinazioni si fecero da quel m o m e n t o s e m p r e p i ù n u m e r o s e : l'oratorio e la facciata del collegio di P r o p a g a n d a F i d e , la t r a s f o r m a z i o n e della Basilica l a t e r a n e n s e e, finalmente, la chiesa di Sant'Agnese, il suo capolavoro e u n o dei capolavori dell'arte barocca. Fu q u e s t a l'impresa che più i m p e g n ò il B o r r o m i n i e ne consacrò la fama. D a p p r i n c i p i o essa era stata affidata a Girolamo e Carlo Rainaldi, i quali, p e r ragioni che i g n o r i a m o , e r a n o stati p o i licenziati e sostituiti da Francesco, c h e d e molì il l a v o r o già fatto e c o n c e p ì un n u o v o p r o g e t t o : u n a chiesa a p i a n t a greca con facciata lievemente concava, fiancheggiata da d u e campanili su cui incombe u n a cupola alta, a u d a c e e m a e s t o s a . L ' i n t e r n o , vasto, s o l e n n e , o p u l e n t o , scandito da c o l o n n e e fiammeggiante d'ori, s p r i g i o n a u n a 261
p o t e n t e suggestione che riecheggia le inquietudini dell'artista, fin da ragazzo t o r m e n t a t o da d u b b i religiosi e dall'angoscia dell'aldilà. F u r o n o questi travagli, a g g r a v a t i da r i c o r r e n t i crisi depressive e da m a n i a di p e r s e c u z i o n e , a c o n d u r r e il B o r r o mini alla tomba. U n a notte d'estate del 1667, n o n riuscendo a p r e n d e r e s o n n o , Francesco afferrò la s p a d a e si trapassò da p a r t e a p a r t e come un samurai. Vani furono i tentativi di salvarlo. Il g i o r n o d o p o m o r ì d i s s a n g u a t o , e con lui scomp a r v e u n o dei g r a n d i m a e s t r i del b a r o c c o . I l p i ù g r a n d e , forse, d o p o il grandissimo Bernini.
CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO LA R E G I N A C R I S T I N A
Nel 1668 v e n n e ad accasarsi a Roma un singolare p e r s o n a g gio, destinato a svolgervi u n a p a r t e di p r i m o piano fra politica, m o n d a n i t à e cultura: la regina Cristina di Svezia. Era figlia di quel Gustavo Adolfo, l'invincibile condottiero protestante della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , che abbiamo lasciato c a d a v e r e a L ù t z e n nel 1632. Q u a n d o e r a v e n u t a al m o n d o , l a levatrice l'aveva p r e s a p e r u n m a s c h i o : u n p o ' p e r c h é così gli astrologi a v e v a n o p r e d e t t o , u n p o ' p e r c h é questo sperava il Re, smanioso di un e r e d e al t r o n o , un po' p e r c h é il corpicino era inguainato nella placenta che gli nascondeva il sesso e si d i m e n a v a con virile protervia. Gustavo accolse il d i s i n g a n n o con filosofia. Sollevando la c r e a t u r i n a fra le braccia, disse: «Dev'essere in g a m b a , visto che ci ha imbrogliato così bene». Cristina aveva sei a n n i , q u a n d o rimase orfana. Più che sua m a d r e Eleonora - u n a principessa H o h e n z o l l e r n di Prussia, frivola e isterica -, alla sua educazione sovrintese il cancelliere Axel Oxenstierna, u n o statista fra i più g r a n d i del Seicento, imbevuto di Tacito e di Seneca. Era s e m p r e stato l'uomo di fiducia di Gustavo che p r i m a di m o r i r e lo aveva n o m i n a t o r e g g e n t e e t u t o r e della figlia. La scelta n o n p o t e v a rivelarsi p i ù giudiziosa. O x e n s t i e r n a assunse il c o m a n d o dell'esercito r i m a s t o o r f a n o del suo g r a n d e c o n d o t t i e r o , lo g u i d ò in altre vittoriose battaglie, e q u a n d o Cristina raggiunse la m a g g i o r e età, cioè i diciott'anni, le c o n s e g n ò u n o Stato p o t e n t e e m a g n i f i c a m e n t e organizzato. C h e c c h é d i c a n o certi memorialisti in vena di piaggeria, Cristina n o n e r a bella, né faceva nulla p e r sembrarlo. Aveva 263
un c o r p o fragile, ma le g i u n t u r e massicce, la f r o n t e alta e p r o m i n e n t e , naso imperioso, bocca larga. Si lavava poco, vestiva c o m e un b ù t t e r o , cacciava con passione, e bestemmiava a b b o n d a n t e m e n t e . Alcuni biografi dicono che si c o m p o r tava così, da maschio, p e r c h é sua m a d r e n o n faceva che rinfacciarle di essere n a t a femmina. C o m u n q u e dava p r o p r i o l ' i m p r e s s i o n e di aver sbagliato sesso. Prediligeva infatti la c o m p a g n i a degli u o m i n i , e si dice che ne abbia a m a t o u n o : M a g n u s de la G a r d i e . Ma n o n s e m b r a c h e la relazione sia uscita d a l c a m p o d e i s e n t i m e n t i . Il gesuita c h e d o p o la c o n v e r s i o n e essa si p r e s e c o m e confessore riferì all'ambasciatore d i S p a g n a c h e C r i s t i n a e r a allergica all'amplesso p e r c h é ci vedeva u n a forma di sottomissione c h e il suo car a t t e r e i n d i p e n d e n t e n o n poteva accettare. Detto in parole p o v e r e , e r a lesbica, e n e m m e n o la ragion di Stato che le imp o n e v a di d a r e un e r e d e al t r o n o riuscì a farle s u p e r a r e la repulsione al m a t r i m o n i o . Rimase ostinatamente zitella, e le u n i c h e l e t t e r e d ' a m o r e le scrisse a u n a damigella di corte» Ebba S p a r r e , c h e u n g i o r n o p r e s e n t ò a l l ' a m b a s c i a t o r e inglese d i c e n d o g l i c o n la sua abituale sfrontatezza: «Ecco la mia c o m p a g n a di letto». Anche p e r c h é dormiva poco, aveva studiato furiosamenite, conosceva il latino, il greco e l'ebraico, oltre a q u a t t r o ling u e m o d e r n e fra cui l'italiano, e teneva un'attiva corrispond e n z a con tutti i «notabili» della c u l t u r a e u r o p e a . Ne attirò alcuni alla sua C o r t e , da G r o z i o a C a r t e s i o , e a molti altri d i e d e m o d o di p r o s e g u i r e i loro studi con g e n e r o s i finanziamenti. La sua passione mecenatesca e r a di s t a m p o rinascimentale. Vuotò le casse del Tesoro p e r fare di Uppsala là più g r a n d e Università del N o r d , altre d u e ne creò a Turku in Finlandia e a T a r t u in Estonia, che allora facevano parte dei suoi possedimenti, i m p i a n t ò u n a casa editrice i m p o r t a n do s t a m p a t o r i d a l l ' O l a n d a , e i n g a g g i ò C o m e n i o c o m e riformatore del sistema scolastico. Q u e s t o la mise spesso in u r t o con Oxenstierna, l'integro e fedele Cancelliere che aveva a c u o r e il bilancio. Ma n o n c'è d u b b i o che la Svezia fece 264
con Cristina il salto che l ' I n g h i l t e r r a aveva fatto con Elisabetta. Attività e successi n o n b a s t a v a n o tuttavia a r i e m p i r l e la vita. Cercò un c o m p e n s o alla p r o p r i a irrequietezza nella filosofia, e si mise in r e l a z i o n e c o n Pascal, c h e le m a n d ò in d o n o , c o m e abbiamo detto, u n a specie di computer avanti lett e r a di sua i n v e n z i o n e . C h e fosse travagliata da un v e r o e p r o p r i o p r o b l e m a religioso, molti lo m e t t o n o in d u b b i o , e a n c h e noi ci c r e d i a m o poco. I dignitari della Chiesa luterana cui la Svezia si e r a massicciamente convertita, accusavano anzi Cristina di ateismo, e ne d a v a n o la colpa al suo m e dico francese Bourdelot, ch'era a n c h e suo consulente spirituale. Secondo Voltaire, essa si e r a convinta, a furia di bazzicar filosofi, che la verità è p e r l ' u o m o un t r a g u a r d o i r r a g giungibile, e che perciò meglio valeva contentarsi di quella rivelata dalla Chiesa cattolica, c h e a l m e n o aveva dalla sua l'autorità dei secoli e di R o m a . Forse è così. Ma forse, sulla sua inclinazione, influirono a n c h e altri motivi. I l u t e r a n i , cui e r a stata affidata la sua educazione religiosa, avevano seguito il precetto dei gesuiti: «Impadronitevi di u n ' a n i m a di sette a n n i , e sarà vostra p e r tutta la vita». Ma qualche volta succede il c o n t r a r i o . E q u e sto c r e d i a m o che sia stato il caso di Cristina. Essa aveva detestato i minacciosi s e r m o n i e il severo rituale di q u e i suoi p r e c e t t o r i , che c e r c a v a n o d'istillarle i n s i e m e l ' a m o r e della Bibbia e l'odio p e r la cultura umanistica e rinascimentale di cui il cattolicesimo è intriso. E forse e r a stato p r o p r i o p e r reazione a questa severa p e d a g o g i a c h e la giovanetta si era tuffata in quella c u l t u r a e se n ' e r a imbevuta. Se vi cercasse u n a consolazione dell'anima, n o n s a p p i a m o . C e r t a m e n t e vi trovò un a p p a g a m e n t o dell'intelletto e dei sensi. Ciò c h e l'attirava delle c a t t e d r a l i e basiliche r o m a n e n o n e r a Dio, ma Raffaello e Michelangelo. La regina di Svezia n o n amava la Svezia, e cercava di trasformarla in un'altra Italia. C o n t r o la conversione militava la r a g i o n di Stato. C o m e poteva la figlia del g r a n d e c a m p i o n e della causa p r o t e s t a n 265
te r i n n e g a r e la fede del p a d r e e restare r e g i n a di un Paese l u t e r a n o ? M a d ' a l t r a p a r t e p e r c h é r e s t a r l o , visto c h e n o n poteva d a r e un e r e d e al trono? Per a n n i essa covò la sua irresolutezza, ma senza del tutto riuscire a n a s c o n d e r l a . Nel Paese c o m i n c i a r o n o a s e r p e g g i a r e i n q u i e t u d i n i e sospetti, di cui alcuni nobili si avvalsero p e r t e n t a r e u n a rivolta. Cristina la soffocò alla m a n i e r a d e l p a d r e , cioè col s o m m a r i o massacro dei responsabili. Ma era scontenta della Svezia, e la Svezia di lei. C o n la sua prodigalità, aveva a p e r t o grosse falle nel suo p a t r i m o n i o p r i v a t o , e il f e r r e o O x e n s t i e r n a , a p p o g g i a t o dal p a r l a m e n t o , le impediva di stender la m a n o su quello dello Stato. I n o l t r e la salute aveva smesso di assisterla, il r i g i d o clima le p r o c u r a v a c o n t i n u e b r o n c h i t i , e questo le impediva di trovare sfogo nelle cavalcate e cacciate di un t e m p o . Nel '51 (aveva venticinqu'anni), essa scoprì che un interp r e t e dell'Ambasciata p o r t o g h e s e , un certo Macedo, era in realtà un gesuita a d d e t t o allo spionaggio. Invece di espellerlo, se lo prese come confidente, ebbe con lui varie discussioni sui p r o b l e m a r