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Piano
dell'opera:
STORIA D'ITALIA Voi. I 476-1250 STORIA D'ITALIA Voi. II 1250-1600 STORIA D'ITALIA Voi. I l i 1600-1789 STORIA D'ITALIA Voi. IV 1789-1831 STORIA D'ITALIA Voi. V 1831-1861 STORIA D'ITALIA Voi. VI 1861-1919 STORIA D'ITALIA Voi. VII 1919-1936 STORIA D'ITALIA Voi. V i l i 1936-1943 STORIA D'ITALIA Voi. IX 1943-1948 STORIA D'ITALIA Voi. X 1948-1965 STORIA D'ITALIA Voi. XI 1965-1993 STORIA D'ITALIA Voi. XII 1993-1997
INDRO
MONTANELLI
STORIA D'ITALIA 178911831 INDRO MONTANELLI
L'ITALIA GIACOBINA E CARBONARA Dal 1789 al 1831
STORIA D'ITALIA Voi. IV EDIZIONE PER OGGI pubblicata su licenza di R C S Libri S.p.A., Milano © 2 0 0 6 RCS Libri S.p.A., Milano I n d r o Montanelli Eltalia giacobina e carbonara © 1969 Rizzoli E d i t o r e , Milano © 1998 RCS Libri S.p.A., Milano Progetto grafico St u d i o Wise Coordinamento redazionale: Elvira M o d u g n o Fotocomposizione: C o r a p o s 90 S.r.L, Milano
Allegato a O G G I di questa settimana N O N V E N D I B I L E SEPARATAMENTE Direttore responsabile: Pino Belleri RCS Periodici S.p.A. Via Rizzoli 2 - 20132 Milano Registrazione Tribunale di Milano n. 145 del 12/7/1948
Tutti i diritti di copyright sono riservati
L
a Rivoluzione francese prima, la grande avventura napoleonica poi avevano sconvolto e distrutto l'ordine che faceva sopravvivere quegli Stati, staterelli, regni e ducati in cui era frammentata la penisola. LItalia, come scrisse Stendhal, aveva riassaporato, almeno per quanto riguarda i suoi uomini più illuminati, quel gusto per la libertà che avrebbe segnato la nascita di quel Risorgimento che, tra mille incertezze e tentennamenti, avrebbe portato alla nascita dell'Italia unita, ultima a raggiungere questo traguardo tra gli Stati europei. In questi anni si assiste, infatti, al sorgere confuso e contraddittorio degli ideali risorgimentali. Confuso e contraddittorio perché ancora oggi è difficile individuare con precisione chi volle in realtà questa unità: Casa Savoia ?, i generosi idealisti mazziniani?, le potenze straniere?, la volontà corale di un popolo ? E proprio questo l'argomento principale che viene affrontato in questo libro. La libertà fu perseguita con il sostegno della volontà popolare o le masse rimasero indifferenti o perfino avverse (come nella tragedia della Rivoluzione napoletana del 1799) agli ideali di giustizia e libertà importati d'Oltralpe? Lltalia napoleonica e repubblicana, quella borbonica del Regno delle Due Sicilie, dello Stato pontificio, del Piemonte sabaudo, dei ducati e granducati e quella dei giacobini e dei carbonari rivivono in modo superbo in questa smagliante ricostruzione che va alla radice degli eterni vizi italiani: l'incostanza nelle scelte, degli alleati, il timore di agire e di scendere in campo, le speranze e i sogni scambiati per realtà, la pavidità degli intellettuali, il cinismo e l'indifferenza di ampi strati delle diverse classi sociali, chiuse in un miope egoismo teso a difendere i propri interessi particolari. INDRO MONTANELLI (Fucecchio 1909 - Milano 2001) è stato il più g r a n d e giornalista italiano del Novecento. Laureato in legge e in
scienze politiche, inviato speciale del «Corriere della Sera», fondatore del «Giornale nuovo» nel 1974 e della «Voce» nel 1994, è tornato nel 1995 al «Corriere» come editorialista. Ha scritto migliaia di articoli e oltre c i n q u a n t a libri. Tra i suoi ultimi successi, tutti pubblicati da Rizzoli, ricordiamo: Le stanze (1998), Eltalia del Novecento (con Mario Cervi, 1998), La stecca nel coro (1999), Eltalia del Millennio (con Mario Cervi, 2000), Le nuove stanze (2001).
Indro Montanelli
L'ITALIA GIACOBINA E CARBONARA (1789-1831)
AVVERTENZA
Nel presentare L'Italia del Settecento, avevo avvertito il lettore che probabilmente non avrei potuto essere puntuale alla solita scadenza natalizia. E così infatti sarebbe stato, se avessi insistito nella mia idea di dedicare al Risorgimento due volumi. Viceversa, via via che proseguivo nella stesura, vii sono accorto che di volumi ce ne volevano almeno tre. Fermando il primo al 1831, ho potuto arrivare in tempo all'appuntamento. Qualcuno troverà arbitraria la scelta di questa data. Ma, a, parte il fatto che arbitrarie sono tutte le scelte, mi è parso che questa un suo fondamento lo abbia, e io ho cercato di riassumerlo nel titolo: L'Italia giacobina e carbonara. Che non è ancora quella del Risorgimento, ma è quella che lo prepara. E un periodo estremamente complesso, specie il primo ventennio napoleonico. E debbo dire che la più grande difficoltà l'ho incontrata appunto nell'annodare ifili delle vicende di cui esso è gremito, in modo che il lettore possa seguirli senza eccessivo sforzo. Credo che siano in pochi ad avere un'idea chiara di quella specie di balletto che Napoleone impose al nostro Paese, facendone e disfacendone gli Stati, fondendoli, dividendoli, trasformandoli da Principati in Repubbliche e da Repubbliche in Regni. Non so se questo libro aiuterà a capirne un po' meglio le «figure». Ma questo è uno dei miei obbiettivi. Ealtro è naturalmente la ricostruzione e l'analisi dei fermenti politici, sociali, culturali che la conquista francese lasciò. E qui si entra in una materia che, anche per la sua vicinanza all'epoca attuale, si presta alle più svariate interpretazioni e quindi alle più accese polemiche. Io ho cercato di non parteggiare. Se vi sia riuscito, non lo so. So soltanto che me lo sono proposto anche col sacrificio di certe mie pregiudiziali. Io vedo nel Risorgimento e in tut-
to quello che lo preparò l'unica cosa nobile e bella che l'Italia abbia fatto negli ultimi quattrocento anni, e non mi sembra di dir poco. Ma ho voluto pormi di fronte ad esso in una posizione spassionatamente critica, denunziandone anche i difetti e le inadempienze. Qualcuno, per esempio, troverà forse un po' impietose le mie riserve sulla Carboneria e i suoi uomini, compresi quelli che subirono il martirio della forca e dello Spielberg. Ma io penso che fra le tante cose che oggi contro il Risorgimento congiurano e ne offuscano gli splendidi valori, ci sia anche l'immagine statuaria che per un secolo ci si è sforzati di dargli. Di ridimensionamenti ne sono già stati fatti molti, perfin troppi, ma di solito con intenzioni che solo per eufemismo si possono chiamare ambigue. Il mio è quello di un uomo che conserva integra la religione del Risorgimento e considera bastardi gl'italiani che non la condividono. Questo tuttavia non m'impedisce di vederne e di farne vedere i limiti. Ce ne furono, purtroppo. E proprio nel periodo d'incubazione che costituisce la materia di questo libro, mi sono sforzato di cercarne i motivi. Come il lettore vede, sono rimasto solo a proseguire questo ciclo storico. Il mio amico e collaboratore Gervaso ha «messo bottega» per conto suo, ed era logico: ormai ne ha la maturità e la capacità, come si appresta a dimostrare. Gli auguro il più grande successo. Un'ultima cosa. Mi hanno sempre rimproverato di non aver fornito in questi libri una bibliografia ragionata e argomentata delle opere consultate. Io pensavo - e continuo a pensare - che il vasto pubblico a cui mi rivolgo, non essendo di specialisti, non la esiga. Comunque, stavolta gli ho dato molti più ragguagli del solito, ma sempre rifiutandomi di sommergerlo sotto un diluvio di monografie specifiche, che del resto non sono state scritte per esso, e fra le quali non è verisimile ch'esso intenda ingolfarsi. Ecco tutto. E ora la parola, come sempre, al lettore. I.M. Ottobre 1971
PARTE PRIMA
L'ITALIA N A P O L E O N I C A
CAPITOLO PRIMO
IL CONQUISTATORE
L'ultimo capitolo de L'Italia del Settecento e r a d e d i c a t o alla Francia. Ed è dalla Francia che a n c h e q u e s t o v o l u m e d e v e p r e n d e r le mosse p e r c h é la storia del nostro Paese si fa più a Parigi che a Torino, o a Roma, o a Napoli. L'influsso che la rivoluzione francese esercitò sull'Italia fu d a p p r i m a soltanto ideologico e limitato a quella s p a r u t a pattuglia d'intellettuali c h ' e r a n o gli unici in g r a d o d ' i n t e n d e r n e i motivi; e di q u e sto p a r l e r e m o p i ù tardi. Ma dal '96 in poi le idee si present a r o n o sotto forma di baionette che misero a s o q q u a d r o l'assetto politico della penisola r i b a l t a n d o n e il vecchio equilib r i o e lasciandovi, a n c h e d o p o il l o r o ritiro, quei f e r m e n t i che di lì a poco avrebbero dato avvio ai moti risorgimentali. Ecco p e r c h é il quasi v e n t e n n a l e d o m i n i o francese fu, p e r l'Italia, di decisiva i m p o r t a n z a . Abbiamo lasciato i rivoluzionari di Parigi al m o m e n t o in cui la loro ghigliottina si abbatteva sul collo del re Luigi X V I e di sua moglie, l'austriaca Maria Antonietta. Più che dei nemici, essi e r a n o rimasti vittime degli amici. I nobili fuggiti oltre frontiera p e r raccogliere aiuti e r i e n t r a r e in p a t r i a a capo di u n a spedizione punitiva, dicevano di farlo in n o m e del Re, un fratello del quale militava nelle loro file. L'Imper a t o r e d'Austria L e o p o l d o , fratello della Regina, e il Re di Prussia, oltre a p r e s t a r e larga ospitalità a questi fuorusciti, m i n a c c i a v a n o d ' i n v a d e r e la Francia se q u e s t a avesse t o r t o un capello ai suoi Sovrani. Nell'interno del Paese, e sopratt u t t o in V a n d e a , c ' e r a n o forti resistenze al n u o v o r e g i m e , che si manifestavano con u n a sanguinosa guerriglia. Il Re e la R e g i n a e r a n o n a t u r a l m e n t e sospettati di stare al giuoco 9
dei nemici di d e n t r o e di fuori. Ma forse a p r e g i u d i c a r e la loro sorte n o n fu tanto l'accusa - d ' a l t r o n d e provata - d'intelligenza coi ribelli, q u a n t o il fatto che la rivoluzione aveva bisogno, c o m e tutte le rivoluzioni, di c r e a r e nel p o p o l o u n a psicosi di p e r s e c u z i o n e p e r ristabilirne l'unità. Il d e p u t a t o C o u t h o n lo disse ai suoi elettori: «Per consolidarci ci vuole u n a g u e r r a » . II regicidio la r e n d e v a inevitabile e obbligava a n c h e i francesi c h e lo c o n t e s t a v a n o a stringersi i n t o r n o al n u o v o regime. Fu infatti la Francia a p r e n d e r e l'iniziativa s c e n d e n d o in c a m p o c o n t r o Austria e Prussia. Le d u e Potenze raccolsero la sfida p e r c h é i fuorusciti assicuravano loro che si sarebbe trattato di u n a passeggiata militare. Invece i d u e eserciti fur o n o fermati a Valmy dall'artiglieria francese, e p i ù a n c o r a dalla nebbia. Sebbene n o n si trattasse di u n a vera e p r o p r i a vittoria, essa fu p r e s e n t a t a c o m e tale dal g o v e r n o rivoluzionario e suscitò nel Paese u n ' o n d a t a di patriottismo che somm e r s e le opposizioni. Fu in q u e s t a surriscaldata atmosfera che l'Assemblea Nazionale, la quale aveva fin allora esercitato il p o t e r e , si sciolse p e r c e d e r e il posto a u n a Convenzione, cioè a un P a r l a m e n t o incaricato di r e d i g e r e la n u o v a Costituzione. In esso n o n c ' e r a n o dei veri e p r o p r i «partiti» nel senso m o d e r n o della parola. Tutti e r a n o convinti rivoluzionari e accesi nazionalisti, che volevano la g u e r r a a oltranza, e n o n si c o n t e n t a r o n o di quella difensiva c o r o n a t a a Valmy. M a n d a r o n o il loro esercito a i n v a d e r e il Belgio, t u t t o r a poss e d i m e n t o austriaco, la Renania, Nizza e la Savoia, dove fur o n o banditi dei plebisciti più o m e n o truccati c h e sancirono l'annessione alla Francia. Così la rivoluzione cominciò a traboccare fuori del Paese. Fu sulla sorte del Re e della Regina che la C o n v e n z i o n e si divise. Fin allora essa e r a stata d o m i n a t a dal g r u p p o dei «Girondini», piuttosto m o d e r a t i a n c h e p e r c h é r a p p r e s e n t a v a n o gl'interessi d i u n a classe b o r g h e s e , c h e n o n voleva spingere la rivoluzione a m i s u r e estreme. C o n t r o di essi stava la fazione massimalista dei «Giacobini» o «Montagnardi» 10
che, sebbene anch'essi di estrazione b o r g h e s e (in tutto quel p a r l a m e n t o n o n c'erano che d u e popolani), si atteggiavano a i n t e r p r e t i del proletariato - i cosiddetti «Sanculotti», cioè gli sbracati - e dei suoi violenti u m o r i . In mezzo c'era la «palude», cioè gl'indecisi. F u r o n o c o s t o r o c h e , l a s c i a n d o s e n e travolgere, d i e d e r o ai Giacobini la m a g g i o r a n z a necessaria a s t r a p p a r e la c o n d a n n a a m o r t e . Sia il Re, ai primi del ' 9 3 , che la Regina, nell'ottobre, aff r o n t a r o n o la ghigliottina con molta dignità. Ma il loro sang u e scatenò la violenta reazione di tutta l ' E u r o p a m o n a r c h i ca c h e v e d e v a in q u e l l ' e p i s o d i o la fine del p r i n c i p i o di sovranità p e r diritto divino, su cui tutte le sue dinastie si reggevano. Si formò u n a coalizione cui a d e r i r o n o anche il Piem o n t e , lo Stato pontificio e il R e g n o di Napoli. I vincitori di Valmy f u r o n o a loro volta sconfitti e il l o r o G e n e r a l e , D u m o u r i e z , passò al nemico. C o m e s e m p r e a c c a d e in q u e s t e circostanze, il p e r i c o l o diede ancora p i ù forza agli estremisti che scatenarono u n ' o n data di t e r r o r e . Essi redassero u n a Costituzione di c o n t e n u to spiccatamente socialista. Ma gli stessi autori si resero conto che la sua applicazione avrebbe provocato la rivolta, e vi r i n u n z i a r o n o p e r concentrarsi u n i c a m e n t e sul p r o b l e m a più urgente: la difesa nazionale. A essa fu p r e p o s t o un «Comitato di salute pubblica» che, p e r difendere insieme il Paese dall'invasione esterna e la rivoluzione dalla dissidenza i n t e r n a , d o v e t t e r i c o r r e r e alle m i s u r e più e s t r e m e . Il g r a n d e p r o t a gonista di questa fase violenta fu Robespierre che p e r parecchi mesi n o n diede riposo alla ghigliottina, avviandovi a n c h e i suoi vecchi amici e gli uomini p i ù prestigiosi del r e g i m e come D a n t o n , forse il più g r a n d e cervello politico del m o m e n to. Alla fine sotto la ghigliottina finì anche lui (1794): un p o ' p e r c h é anche i suoi complici e collaboratori si sentivano minacciati dal suo crescente satrapismo, un p o ' p e r c h é di terr o r e n o n c'era più bisogno: gl'istituti rivoluzionari e r a n o rinsaldati, e gli eserciti n e m i c i costretti a s u b i r e l'iniziativa di quello francese, forte di 300.000 uomini. Nel '95 la coalizio11
ne si e r a sfasciata p e r il ritiro di O l a n d a , S p a g n a e Prussia. In c a m p o restavano solo l'Inghilterra che p e r il m o m e n t o si limitava a sorvegliare i mari, e l'Austria. A n c h e con queste Potenze la pace e r a a p o r t a t a di m a n o . Il p o m o della discordia e r a soprattutto il Belgio, che i francesi avevano s t r a p p a t o all'Austria. Ma questa s e m b r a v a disposta a rinunziarvi in cambio di qualche c o m p e n s o sul Ren o , e già p e r questo si e r a n o allacciate trattative sotto banco. A Parigi il g o v e r n o , che allora si chiamava «Direttorio», e r a o r i e n t a t o verso la distensione. C o n l'annessione del Belgio, di Nizza e della Savoia, la Francia aveva r a g g i u n t o le cosidd e t t e «frontiere n a t u r a l i » , e p o t e v a c o n s i d e r a r s e n e p a g a . F u r o n o i militari che si o p p o s e r o a qualsiasi revisione in Renania. C o n le vittorie il loro peso era cresciuto, ed essi lo facevano sentire. La diplomazia inglese che n o n voleva le basi navali b e l g h e a disposizione della flotta francese ne a p p r o fittò p e r rilanciare la coalizione a t t i r a n d o v i la Russia. Così, alla fine del '95, la parola fu di n u o v o alle a r m i . Sia la Francia c h e i suoi avversari e r a n o convinti c h e la c a m p a g n a si sarebbe svolta in G e r m a n i a , e lì c o m i n c i a r o n o ad a m m a s s a r e le loro forze. Ma il Direttorio incluse nel suo p i a n o a n c h e u n a m a n o v r a di diversione in Italia che obbligasse l'Austria a dislocarvi p a r t e del suo esercito. Per questo compito secondario fu prescelto un Generale di a p p e n a ventisette anni: N a p o l e o n e B o n a p a r t e . N o n ci s o g n a m o di ricostruirne la storia e la personalità, illustrate in migliaia di biografie e in centinaia di d r a m m i e di film. N a p o l e o n e è u n a delle p o c h e figure, di cui tutti sanno a l m e n o le cose essenziali: c h ' e r a n a t o in Corsica da u n a famiglia d i o r i g i n e t o s c a n a , c h ' e r a c a p i t a n o d i artiglieria q u a n d o scoppiò la rivoluzione di cui si mise subito al servizio, c h e si e r a distinto r e p r i m e n d o s p i e t a t a m e n t e coi suoi c a n n o n i i moti controrivoluzionari di Tolone, che doveva la r a p i d i t à della sua c a r r i e r a all'amicizia di R o b e s p i e r r e , la quale poi gli e r a costata il «siluramento». 12
A r i p o r t a r l o a galla e r a n o stati un p o ' gli avvenimenti p o litici, un p o ' gl'intrighi d'alcova. D o p o la liquidazione di Rob e s p i e r r e , i c o n t r o r i v o l u z i o n a r i a v e v a n o rialzato la cresta. Anche a Parigi ci furono dei moti, e p e r schiacciarli n e s s u n o aveva le carte più in regola di N a p o l e o n e che già in questo g e n e r e di o p e r a z i o n i aveva d a t o p r o v a d e i suoi talenti. Li c o n f e r m ò a m m u c c h i a n d o sui selciati di Parigi t r e c e n t o cadaveri, e p e r di più e n t r ò nelle grazie di u n o dei più p o t e n ti m e m b r i del Direttorio, Barras, s p o s a n d o n e l'amante, Gius e p p i n a B e a u h a r n a i s , v e d o v a d ' u n altro G e n e r a l e , c h e d a b u o n a moglie francese aveva l'abitudine di t r a d i r e i p r o p r i mariti, ma a n c h e di aiutarli nella carriera. Q u a n t o essa abbia influito nella n o m i n a del B o n a p a r t e a c o m a n d a n t e del c o r p o di s p e d i z i o n e d e s t i n a t o all'Italia, n o n si sa. Ma c h e v'influì, s e m b r a accertato. Era il m a r z o del 1796. Q u e s t o c o r p o d i spedizione e r a c o m p o s t o d i 30.000 u o mini, c h e a veri e p r o p r i soldati somigliavano poco. E r a n o a n c o r a di quelli che il g o v e r n o rivoluzionario, con le casse vuote, aveva spedito sulle frontiere p e r p a r a r e l'aggressione con l ' o r d i n e di a r r a n g i a r s i , cioè di m a n t e n e r s i da soli sulle risorse dei t e r r i t o r i o c c u p a t i . Versavano in tali c o n d i z i o n i che gli storici francesi h a n n o d e d i c a t o a d d i r i t t u r a dei libri alla descrizione delle loro dilapidate uniformi e dei loro m o di inselvatichiti. Vivevano di r a p i n e c o m e u n ' o r d a b a r b a r i ca, e Alfieri li chiamò «un pidocchiume». B o n a p a r t e n o n si lasciò s g o m e n t a r e dall'aspetto di questi miserabili «capelloni» in stracci e ciocie, q u a n d o il 2 m a r z o ne assunse a Nizza il c o m a n d o , sebbene a n c h e a lui il Direttorio avesse d e t t o di a r r a n g i a r s i sia p e r i r i f o r n i m e n t i c h e p e r la «cinquina». Sapeva che p e r questo poteva c o n t a r e sull'eccezionali q u a l i t à organizzative d i u n s u o c o m p a e s a n o còrso, Saliceti, che lo aveva a c c o m p a g n a t o , anzi che lo aveva p r e c e d u t o in qualità di «Commissario». I Commissari e r a n o agenti di fiducia che il g o v e r n o rivoluzionario metteva alle calcagna dei capi militari c o n c o m p i t i vari d i p r o p a g a n d a 13
fra le t r u p p e , di consulenza politica, ma s o p r a t t u t t o di sorveglianza: molti ufficiali e r a n o di s e n t i m e n t i m o n a r c h i c i , e talvolta sabotavano gli o r d i n i o passavano al n e m i c o , c o m e aveva fatto D u m o u r i e z . Ma fra B o n a p a r t e e Saliceti i r a p p o r t i n o n e r a n o questi. Legati da u n a vecchia amicizia di famiglia, avevano e n t r a m b i fatto p a r t e del clan di Robespierr e , si e r a n o r e c i p r o c a m e n t e aiutati nei trambusti della rivoluzione e nei repentagli delle «purghe», i n s o m m a e r a n o , da b u o n i còrsi, «compari». M e n t r e Saliceti sfamava quell'orda con implacabili requisizioni e l'equipaggiava c o n t r a t t a n d o sulla p r o p r i a r e s p o n sabilità u n p r e s t i t o c o n l e b a n c h e d i G e n o v a , N a p o l e o n e metteva a p u n t o il suo p i a n o , senza t e n e r il m e n o m o conto degli o r d i n i ricevuti. N o n e r a affatto disposto a fare il comp r i m a r i o dei suoi colleghi H o c h e e M o r e a u , p r e p o s t i all'esercito che o p e r a v a in G e r m a n i a . P u r al c o m a n d o di quelle scalcagnate forze, la c a m p a g n a e r a b e n deciso a risolverla lui, d i v e n t a n d o n e il protagonista. In c u o r suo aveva già disobbedito, e seguiterà a farlo senza esitazioni, m e t t e n d o reg o l a r m e n t e il D i r e t t o r i o di fronte al fatto c o m p i u t o : ma c o m p i u t o con la vittoria. Il t e r r e n o lo aveva già coscienziosamente studiato all'Istit u t o T o p o g r a f i c o d i Parigi. O r a studiava, sui r a p p o r t i d e i suoi i n f o r m a t o r i , lo s c h i e r a m e n t o n e m i c o p e r t r o v a r e il p u n t o p i ù favorevole a r o m p e r n e il fronte. Q u e s t o schieram e n t o d i s p o n e v a di 60.000 u o m i n i , il d o p p i o dei suoi. Ma m e t à e r a n o austriaci, m e t à piemontesi, che collaboravano al solito m o d o , cioè diffidando gli uni degli altri. Il p u n t o d e bole e r a la loro saldatura, cioè la loro m a n c a n z a di saldatura. Costeggiando il colle di C a d i b o n a fra le Alpi e il m a r e , ci si poteva insinuare tra loro e affrontarli s e p a r a t a m e n t e . Il 28 m a r z o B o n a p a r t e lanciò ai suoi soldati il famoso p r o c l a m a : «Voi siete n u d i e affamati... Io voglio c o n d u r v i nelle p i ù fertili p i a n u r e del m o n d o . Vi troverete gloria, o n o r e , ricchezza...» Q u e s t e sono le parole registrate all'anagrafe della Storia. In realtà p a r e che l'ultima frase suonasse: «Vi 14
t r o v e r e t e gloria e p r e d a » , c h e s ' i n t o n a v a m o l t o m e g l i o ai sentimenti di quegli u o m i n i . C o m u n q u e , fu in questo senso ch'essi i n t e r p r e t a r o n o l'appello. M a d i p r o c l a m i , N a p o l e o n e n e firmò c o n t e m p o r a n e a m e n t e a n c h e un altro, in cui c'era p r o b a b i l m e n t e lo zampino di Saliceti, alle popolazioni piemontesi: «Il G o v e r n o della Repubblica s a p r à riconoscere in o g n i m o m e n t o i p o p o l i che sono p r o n t i a scuotere, con u n o sforzo g e n e r o s o , il giogo della tirannia!...» La politica del B o n a p a r t e nel n o s t r o Paese n o n riuscirà più a liberarsi da questa contraddizione, e p e r vent'anni gl'italiani n o n s a p r a n n o se N a p o l e o n e li scuote dai gioghi o li tratta da p r e d a .
CAPITOLO SECONDO
LA PREDA
La c o m p a r s a di N a p o l e o n e rimescolava tutto l'assetto degli Stati italiani, che da mezzo secolo n o n aveva p i ù subito traumi. Richiamiamolo r a p i d a m e n t e alla m e m o r i a del lettore. I Savoia r e g n a v a n o sul P i e m o n t e e la S a r d e g n a . La L o m b a r d i a e r a u n a p r o v i n c i a austriaca. G e n o v a serbava l a sua a u t o n o m i a . Il Veneto faceva Repubblica con Venezia e il suo r e s i d u o strascico di «dipendenze» istriane e d a l m a t e fino a Corfù. A s u d del Po sopravvivevano i vecchi Ducati di Parma e Piacenza sotto i B o r b o n e , e di M o d e n a e Reggio sotto gli Este, senz'altro a v v e n i r e che il loro passato. Poi c o m i n ciavano le «Legazioni» (Ferrara, Bologna ecc.), p u n t a avanzata d e g l i Stati pontifici c h e i n g l o b a v a n o R o m a g n a , M a r che, U m b r i a e Lazio. La Toscana faceva a n c o r a G r a n d u c a t o sotto la dinastia d e i L o r e n a , ma con l'eccezione di Lucca, Repubblica i n d i p e n d e n t e . Dall'Abruzzo in giù e r a tutto Reg n o delle D u e Sicilie, o Reame c o m e si chiamava p e r a n t o n o masia, sotto la dinastia dei B o r b o n e di Napoli. II deus ex machina, lo Stato-guida di questa costellazione era l'Austria, d i r e t t a m e n t e p a d r o n a della L o m b a r d i a , indirettam e n t e della Toscana p e r c h é il G r a n d u c a a p p a r t e n e v a alla stessa casa dell'Imperatore di Vienna, anzi era suo fratello, e del R e a m e , che la regina Maria Carolina, a sua volta zia dell ' I m p e r a t o r e , aveva sottratto all'influenza dei B o r b o n e spagnoli, cui suo marito F e r d i n a n d o a p p a r t e n e v a , p e r metterla sotto quella degli Asburgo-Lorena. Questo groviglio dinastico è p i u t t o s t o complicato, lo s a p p i a m o . Ma chi voglia meglio informarsene p u ò rifarsi alla nostra Italia del Settecento, dove ne abbiamo ritessuto più dettagliatamente la trama. 17
E r a u n a tipica s i s t e m a z i o n e da ancien regime, in cui gli Stati venivano considerati p a t r i m o n i o personale dei vari titolari, che ogni tanto a d d i r i t t u r a se li barattavano c o m e fattorie. In essi n o n c ' e r a p o s t o p e r altri p r o t a g o n i s t i c h e il Principe, laico o ecclesiastico che fosse. Anche là dove vigeva un r e g i m e r e p u b b l i c a n o - c o m e a Venezia, a Genova e a Lucca -, il p o t e r e s'incarnava in un piccolo g r u p p o di u o m i ni o di famiglie che lo esercitavano c o m e loro esclusivo m o nopolio. Il p o t e r e era tutto, e tutto era del p o t e r e . A n c h e la c u l t u r a e r a r i m a s t a legata al suo c a r r o , e la massa, oltre a n o n avere s t r u m e n t i p e r esprimersi (istituti rappresentativi, partiti politici, giornali), n o n aveva n e m m e n o la coscienza di sé e un alfabeto con cui formarsela e manifestarla. M a qui o c c o r r e u n a b r e v e p a n o r a m i c a della situazione sociale p e r c h é fu p r o p r i o su di essa che l'esercito rivoluzionario di N a p o l e o n e , a differenza di tutti gli altri invasori che nei secoli lo avevano p r e c e d u t o , agì da e l e m e n t o catalizzatore c r e a n d o , in c o n t r a p p o s t o al Principe, un n u o v o interlocutore: la pubblica o p i n i o n e . C h e questa fosse più ostile che favorevole ai n u o v i v e n u t i , c o n t a p o c o . Ciò c h e c o n t a è ch'essi la evocarono e la c h i a m a r o n o nel giuoco politico. «L'opinione dei milanesi nello spazio di un mese è cambiata ed un avvenimento [la rivoluzione francese}, che d a p p r i n c i p i o fu accolto con a m m i r a z i o n e e con giubilo, poco d o p o si rig u a r d ò con dileggio e c o m e u n a pubblica sciagura» scriveva con a m a r e z z a Pietro Verri nei suoi Pensieri sulla rivoluzione. La sua diagnosi e r a sostanzialmente esatta, e n o n si applicava soltanto a Milano. In tutta Italia, all'iniziale o n d a t a d'entusiasmo p e r le g r a n d i notizie che g i u n g e v a n o da Parigi, ne e r a seguita u n a di s b i g o t t i m e n t o . Ed è facile r i c o s t r u i r n e i motivi. L a r i v o l u z i o n e francese, m a l g r a d o c e r t e s u e v e n a t u r e proletarie e socialiste, era un fatto essenzialmente borghese. Ma in Italia di borghesia ce n'era poca e di poco peso. Quella che si e r a formata nell'età c o m u n a l e del T r e e del Q u a t 18
t r o c e n t o si e r a sbriciolata sotto i regimi s p a g n o l i e c o n t r o riformisti che avevano r e s t a u r a t o un tipo di società feudale. La s c o p e r t a d e l l ' A m e r i c a c h e aveva s p o s t a t o i traffici d a l M e d i t e r r a n e o all'Atlantico e l'inflazione d o v u t a all'alluvione d e l l ' o r o e d e l l ' a r g e n t o a m e r i c a n i a v e v a n o r o v i n a t o i nostri ceti industriali e mercantili. E la C o n t r o r i f o r m a li aveva m o r a l m e n t e screditati r i p r i s t i n a n d o i valori d e l s a n g u e e d e l r a n g o al di sopra di quelli economici e culturali. M e n t r e nell ' E u r o p a riformata l ' i m p r e n d i t o r e p r e n d e v a il sopravvento sul n o b i l e , i m p o n e n d o i suoi valori - il l a v o r o e il r i s p a r mio -, in S p a g n a e in Italia e r a il nobile t e r r i e r o e r e d d i t i e r o che p r e n d e v a il sopravvento s u l l ' i m p r e n d i t o r e facendo dell'ozio e del fasto un criterio di distinzione sociale. Nel Settecento un p o ' di ceto m e d i o si e r a riformato, ma n o n dappertutto e n o n in m o d o omogeneo. Come abbiamo d e t t o nel v o l u m e dedicato a q u e s t o secolo, solo in L o m b a r dia si p o t e v a p a r l a r e di un capitalismo industriale. A dargli avvìo e r a n o stati q u e i fittavoli che, d o p o aver esercitato le l o r o c a p a c i t à i m p r e n d i t o r i a l i n e l l a cascina - c h ' e r a a n c h e u n a piccola i n d u s t r i a d i trasformazione - , avevano i m p i a n tato fabbriche e m a n i f a t t u r e in città. N o n e s a g e r i a m o n e la p o r t a t a . Q u e l l a l o m b a r d a e r a a n c o r a u n a società d i t i p o spagnolesco, cioè d o m i n a t a dall'aristocrazia e dai suoi interessi e privilegi. Però accanto ad essa s'era f o r m a t o un ceto b o r g h e s e , che cresceva in p r o p o r z i o n e alla sua forza economica. Di q u e s t o ceto ce n ' e r a a n c h e in Toscana, ma aveva tutt'altre origini e attitudini. Q u i e r a n o gli stessi terrieri che, spintivi dalle illuminate riforme di Pietro L e o p o l d o , si erano fatti i m p r e n d i t o r i , ma r i m a n e n d o terrieri. La fattoria toscana e r a diventata, p e r quei t e m p i , u n m o d e l l o d ' i m p r e s a agricola, ma n o n ne varcava i limiti. A differenza della cascina l o m b a r d a , n o n sviluppava i n d u s t r i e di t r a s f o r m a z i o n e . Era la cabina di c o m a n d o di un «padrone» che il c o m a n d o lo esercitava di p e r s o n a , i m p e g n a n d o s i nelle sue t e r r e , migliorandole, c e r c a n d o di c a v a r n e il massimo, ma a n c h e in19
vestendovi tutti gli utili che ne traeva. Fabbriche in città n o n n e i m p i a n t a v a . Anzi, m e n t r e i n L o m b a r d i a l ' i m p r e n d i t o r e s p r e m e v a la t e r r a p e r fondare la manifattura in città, in Toscana il professionista, l'artigiano e il m e r c a n t e arricchiti in città investivano il loro capitale in t e r r a e acquistavano m e n talità e costume di terrieri. O g n i r e g i o n e i n s o m m a aveva u n suo tipo d i b o r g h e s i a . In P i e m o n t e la formavano i funzionari dello Stato. A R o m a , i notai e impiegati della Curia. Nel Sud, gli avvocati. E oltre alla povertà dei suoi r a n g h i e dei suoi conti in banca, a n c h e questa diversità di formazione, e q u i n d i a n c h e di vocazioni, c o n t r i b u i v a alla sua debolezza. L ' i m p r e n d i t o r e m i l a n e s e aveva p o c o in c o m u n e col «paglietta » n a p o l e t a n o e questi col bottegaio fiorentino. Ma a ostacolare la nascita fra loro di u n a coscienza di classe e di u n a c o m u n i t à d ' i n t e r e s s i e d'intenti c'erano a n c h e altre d u e circostanze. La p r i m a e r a il policentrismo italiano. L'elaborazione di un p e n s i e r o o di un m o v i m e n t o è facile là d o v e u n a sola città è in g r a d o di d e c i d e r e p e r l'intera n a z i o n e . In q u e s t e condizioni, grazie ai suoi l u n g h i secoli di storia unitaria, era la Francia. Parigi aveva d a t o e dava a tutta la borghesia francese u n o s t a m p o o m o g e n e o , il p u n t o d'incontro, il costume, il linguaggio. T u t t o e r a n a t o lì, e tutto lì si decideva. In Italia questo mancava. La nobiltà aveva i suoi centri di p o t e r e nelle varie Corti. Il clero lo aveva nella Curia. La borghesia n o n lo aveva. L'altro m o t i v o di d e b o l e z z a e r a il suo i s o l a m e n t o . In Francia e in I n g h i l t e r r a essa attingeva la sua forza alle classi popolari con cui aveva instaurato dei r a p p o r t i di cultura. In questi paesi, grazie alla diffusione dell'alfabeto, l'intellettuale si e r a scosso di dosso la d i p e n d e n z a d a l p o t e n t e c h e un t e m p o lo finanziava p e r t e n e r l o asservito al suo c a r r o . O r mai gli bastavano i diritti d ' a u t o r e , cioè i p r o v e n t i che gli venivano dalla vendita delle sue o p e r e . Da allora si e r a abituato a p a r l a r e al «pubblico», e il p u b b l i c o si e r a a b i t u a t o ad ascoltarlo. Così si e r a f o r m a t a quella meravigliosa u n i t à di 20
linguaggio che in Francia fa t u t t ' u n o fra lingua scritta e ling u a parlata. E così i valori ideali della borghesia - la libertà, la giustizia, il p r o g r e s s o - e r a n o d i v e n t a t i p a t r i m o n i o del p o p o l o , c h e p e r essi salì sulle b a r r i c a t e e li fece t r i o n f a r e . C h e in s e g u i t o la b o r g h e s i a li abbia t r a d i t i o sacrificati ai p r o p r i egoismi, è un altro discorso, che r i g u a r d a il poi. Alla vigilia e al m o m e n t o della rivoluzione, b o r g h e s i a e p o p o l o furono insieme p e r c h é già da un pezzo lo e r a n o , grazie alla cultura. In Italia queste condizioni m a n c a v a n o totalmente. O l t r e ad essere pochi, e t e r o g e n e i e poveri, i b o r g h e s i e r a n o soli. U n colloquio c o n l e m a s s e n o n a v e v a n o m a i p o t u t o istaurarlo p e r c h é ne m a n c a v a lo s t r u m e n t o f o n d a m e n t a l e : l'alfabeto. La Chiesa, c h e aveva il m o n o p o l i o dell'istruzione scolastica, n o n aveva sentito il bisogno di diffonderlo, da q u a n do il Concilio di T r e n t o aveva f o r m a l m e n t e r i b a d i t o c h e il c r e d e n t e n o n aveva affatto il d o v e r e , anzi n o n aveva n e m m e n o il diritto di leggere e d ' i n t e r p r e t a r e le Sacre Scritture. Di esse si era perfino proibita la t r a d u z i o n e in lingua italiana a p p u n t o p e r riservare al p r e t e il c o m p i t o di decifrarle. Il Verbo doveva restare un'esclusiva di casta, e la cultura si era a d e g u a t a al sistema. Essa e r a d i v e n t a t a un circolo chiuso e asfittico di «iniziati» che si p a r l a v a n o solo tra loro nell'ambito delle «Accademie» finanziate dal p o t e n t e . «A c h e scopo scrivere libri se n o n ho p i ù a chi dedicarli?» diceva Frugoni, c a d u t o in disgrazia presso i suoi protettori. Infatti, a n c h e se li avesse scritti, n o n avrebbe avuto di che pubblicarli p e r c h é alle spese di s t a m p a e r a d'uso che provvedesse il destinatario della dedica - di solito un Principe o un Cardinale -, n o n essendoci un pubblico in g r a d o di acquistarli. E r a q u e s t a m a n c a n z a d i u n a c u l t u r a m e d i a (che quella a c c a d e m i c a a n c o r oggi s e g u i t a s t u p i d a m e n t e a s p r e g i a r e ) che isolava la borghesia, le impediva di allacciare il dialogo c o n le classi p o p o l a r i e di suscitarvi u n ' e c o . Verri lo aveva capito. «Se n o n s'illumina p r i m a la plebe - aveva scritto nei suoi Pensieri -, s'ella n o n costringe poi i nobili a piegarsi, u n a 21
rivoluzione n o n p u ò da noi cagionare che r a p i n e e saccheggi.» Ma q u e s t a i l l u m i n a z i o n e n o n si p o t e v a o p e r a r e d ' u n tratto, g i r a n d o l'interruttore. Francia e I n g h i l t e r r a ci avevano messo più di d u e secoli: i d u e secoli che noi avevamo impiegato a fare della cultura un'esclusiva di pochi, anzi di p o chissimi: u n a mafia al servizio di quella del p o t e r e . Fra la c u l t u r a e il p o p o l o n o n c'era più in c o m u n e n e a n c h e la lingua. M e n t r e in Francia si scriveva quella di Voltaire, in Italia si scriveva quella di Vico. Il lettore le m e t t a a confronto. Per le g a m b e di un intellettuale così condizionato, l'Illum i n i s m o r a p p r e s e n t a v a il passo più l u n g o . Esso gli p e r m e t teva di a s s u m e r e un'etichetta «progressiva», ma al r i p a r o da q u a l u n q u e accusa di eversione. Gl'illuministi n o n e r a n o dei rivoluzionari. N o n volevano affatto d i s t r u g g e r e l'ordine costituito. Sia il Verri, q u a n d o reclamava il riassetto m o n e t a rio in L o m b a r d i a , che il Beccaria, q u a n d o chiedeva l'abolizione della p e n a di m o r t e , collaboravano col p o t e r e , e p e n s a v a n o p i ù a inserirvisi c h e a sovvertirlo. E r a n o i n s o m m a dei «moderati» avanti lettera, né altro p o t e v a n o essere p e r i motivi c h e a b b i a m o d e t t o : e r a n o pochi, e r a n o soli, n o n p o tevano c o n t a r e su n e s s u n a p p o g g i o p o p o l a r e , e q u i n d i il p o tere restava l'unico loro sostegno e l'unico loro interlocutor e . Il l o r o g i o r n a l e , II Caffè di M i l a n o , n o n si rivolgeva al pubblico (che n o n c'era), ma ai p a d r o n i del v a p o r e (austriaci), p e r s p i n g e r l i a p r e n d e r e le m i s u r e ch'esso r i t e n e v a le più efficaci p e r l ' a m m o d e r n a m e n t o , e q u i n d i p e r il p o t e n ziamento, del «sistema». Era u n a collaborazione che, a n c h e q u a n d o assumeva t o n i di critica vivace, n o n diventava m a i contestazione. N o n poteva diventarlo p e r c h é gliene mancava la f o n d a m e n t a l e a r m a di ricatto: l'appello alla pubblica opinione. Ecco p e r c h é la rivoluzione francese aveva suscitato quelle due ondate di sentimenti contraddittori. Dapprincipio l ' o p i n i o n e b o r g h e s e c h e , i n m a n c a n z a d i quella p o p o l a r e , e r a l'unica a potersi qualificare «opinione», vide nei fatti di Parigi il c o r o n a m e n t o del s o g n o illuministico di un p o t e r e 22
c h e liquidava le sue b a r d a t u r e feudali p e r darsi un assetto p i ù funzionale e m o d e r n o , basato sulla libertà e la giustizia. Alfieri innalzò un i n n o a Parigi sbastigliata, e perfino un p o e ta t i m i d o e t i m o r a t o c o m e I p p o l i t o P i n d e m o n t e le d e d i c ò un poema. Ma q u a n d o cominciarono ad arrivare le notizie delle barricate, del s a n g u e , del Re fatto prigioniero, dei preti costrett i a l l ' a b i u r a , l a c u l t u r a italiana i n o r r i d ì . N o n a v e n d o m a i servito il p o p o l o , ma solo il p o t e r e , nel m o m e n t o del pericolo si sentiva più solidale col p o t e r e che col p o p o l o . Ancorata c o m ' e r a a u n a t r a d i z i o n e c o r t i g i a n a , cosa a v r e b b e fatto il g i o r n o in cui le Corti fossero v e n u t e a mancarle? Principi e Prelati e r a n o la sua unica clientela. Poeti, letterati, scultori, pittori, architetti n o n avevano mai lavorato che p e r loro. Far c a u s a c o m u n e col p o p o l o n o n e r a n e a n c h e u n salto nel buio, ma un salto nel vuoto p e r c h é il p o p o l o n o n c'era. C'era soltanto u n a plebe analfabeta, in s t r a g r a n d e m a g g i o r a n za c o n t a d i n a e q u i n d i refrattaria a esigenze di m o d e r n i t à e di p r o g r e s s o . Infatti, p r i m a che le a r m a t e francesi si affacciassero sulle Alpi, veri e p r o p r i contraccolpi rivoluzionari in Italia n o n ce ne f u r o n o . In P i e m o n t e si manifestò q u a l c h e agitazione di proletariato scontento che inviò u n a petizione al Re p e r c h é riducesse gli abusi dei nobili e addossasse a n c h e a loro u n a p a r t e del peso fiscale. «Non vogliamo esser piemontesi, siam francesi!» dicevano i sottoscrittori. Un analogo g r i d o - «Vul i m m e fa' c o m e li francise!» - riecheggiò in Basilicata, dove fu b a n d i t o u n o sciopero di contribuenti. Ma è inutile cercar di m a g g i o r a r e , c o m e fanno certi nostri storici, il significato di questi episodietti. Sotto di essi covava soltanto il solito spirito p r o t e s t a t a r i o delle masse italiane, capaci di t u m u l t i , al massimo di rivolte, ma n o n di rivoluzioni. Per rivoluzione, esse i n t e n d e v a n o l'evasione fiscale. Ma le cose c a m b i a r o n o q u a n d o , o l t r e c h e con le i d e e , la Francia bussò alle p o r t e d'Italia coi suoi soldati. C o m e ab23
b i a m o già detto, essa n o n si c o n t e n t ò di r e s p i n g e r e a Valmy il p r i m o tentativo d'invasione c o m p i u t o da Austria e Prussia p e r r e s t a u r a r e a Parigi il vecchio regime. I suoi eserciti pass a r o n o all'offensiva, i n v a s e r o il Belgio e la R e n a n i a , e con un colpo di m a n o o c c u p a r o n o la Savoia e Nizza. Q u e s t i successi n o n r i m a s e r o senza effetti. Ma q u i bisog n a i n t e n d e r c i fuori di o g n i facile retorica e mitologia. L'Italia e r a abituata a far da «premio del vincitore» c ò m e diceva Voltaire. Fin dai t e m p i di Carlo V I I I , cioè da quasi tre secoli, ogni invasore ci aveva s e m p r e trovato u n a «quinta colonna» p r o n t a a s e c o n d a r l o u n p o ' p e r a c c a p a r r a r s i u n a compartecipazione agli utili della vittoria, un p o ' nella sper a n z a c h e il p a d r o n e n u o v o fosse migliore e p i ù g e n e r o s o - o p i ù raggirabile - di quello vecchio. Fin d'allora infatti i veri «partiti» italiani e r a n o stati quello francese, quello spag n o l o e quello a u s t r i a c o . N e s s u n o di essi aveva u n a base ideologica, né p o t e v a averla p e r c h é q u e s t e t r e Potenze inc a r n a v a n o lo stesso tipo di r e g i m e , basato sull'assolutismo e sui privilegi di casta. Stavolta la cosa e r a diversa. Nella «quinta colonna» di simpatizzanti della Francia, forse c'era q u a l c u n o c h e su di essa p u n t a v a p e r il solito d e s i d e r i o di t r o v a r s i dalla p a r t e del vincitore. Ma c'erano a n c h e quelli che a tale scelta e r a n o stati indotti da altri e più nobili motivi. Essi sentivano, o speravano, che un'invasione francese n o n si sarebbe risolta solt a n t o n e l solito c a m b i o d i p a d r o n e , m a a v r e b b e sconvolto tutto l'assetto italiano. Si trattava solo di u n a s p a r u t a m i n o ranza d'intellettuali. Ma c'era. E la sua p r e s e n z a d o c u m e n tava l ' i n c r i n a t u r a , d e s t i n a t a a trasformarsi con lo sviluppo degli avvenimenti in r o t t u r a , che si era verificata nel fronte della cosiddetta intellighenzia italiana. P r ò n u b a dello scisma fu s o p r a t t u t t o la Massoneria. L u n go tutto il Settecento essa e r a rimasta divisa in varie c o r r e n ti i d e o l o g i c h e , ma n o n c'è d u b b i o c h e ad avervi il s o p r a v v e n t o e r a n o quelle illuministiche: t a n t ' è v e r o c h e v i e r a n o iscritti dei sacerdoti, degli ufficiali, dei funzionari, perfino 24
dei Sovrani. N o n aveva n e s s u n a u n i t à organizzativa, seguiva riti diversi, e forse il suo successo e r a d o v u t o p i ù che alt r o agli oscuri simboli e alle complicate liturgie, che d a v a n o agl'iniziati il brivido del mistero. Ma a p a r t i r e dall'89 le logge francesi si t r a s f o r m a r o n o in c e n t r a l i r i v o l u z i o n a r i e , il c o n t a g i o su quelle italiane fu i m m e d i a t o , e a l t r e t t a n t o imm e d i a t a fu la reazione dei governi. Da tollerate e in qualche caso a d d i r i t t u r a incoraggiate e p r o t e t t e , le logge si trovarono perseguitate. E ciò pose i loro a d e r e n t i di fronte all'alternativa: o r i e n t r a r e n e l l ' o r d i n e a c c e t t a n d o quello costituito, o saltare il fosso s p o s a n d o la causa rivoluzionaria. Scegliere l a p r i m a s t r a d a significava c o n f e r m a r e l a p r o p r i a fiducia nelle capacità evolutive e riformistiche del vecchio regime: e questa e r a la posizione «moderata». Scegliere la seconda significava s c e n d e r e col vecchio r e g i m e in u n a lotta a oltranza: e questa e r a la posizione democratica o giacobina. I p i ù scelsero la p r i m a n o n solo p e r c h é e r a la m e n o scom o d a e rischiosa, ma a n c h e la più congeniale alla tradizione cortigiana e conformista del p e n s i e r o italiano. Un alibi tuttavia lo avevano, di cui n o n si poteva contestare la fondatezza: che rivoluzione - essi dicevano r i e c h e g g i a n d o il Verri si p u ò fare senza le m a s s e , e d o v e s o n o in Italia le m a s s e p r o n t e a raccogliere un messaggio rivoluzionario? Il seguito degli avvenimenti avrebbe d i m o s t r a t o a n c h e t r o p p o la validità di questa obbiezione. Coloro che scelsero la seconda strada, i «giacobini», avev a n o della situazione u n ' i d e a m o l t o p i ù astratta, che stava p e r avviarli alle p i ù cocenti delusioni. N o n m i s u r a v a n o la p r o p r i a solitudine e r i p o n e v a n o nella Francia u n a fiducia che sarebbe stata l a r g a m e n t e tradita. Ma u n a cosa avevano capito, la cosa f o n d a m e n t a l e : che le s t r u t t u r e degli Stati tradizionali n o n e r a n o riformabili dal d i d e n t r o . B i s o g n a v a spazzarli via, tutti, c o n u n ' a z i o n e violenta, dal basso: il c h e c o m p o r t a v a u n a visione, c o m e o g g i s i d i r e b b e , «globale», cioè nazionale, del p r o b l e m a italiano. I d e b u t t i di questa n u o v a forza f u r o n o , c o m ' e r a logico, 25
infelici. Il processo di chiarificazione ideologica si o p e r ò lent a m e n t e attraverso dibattiti spesso oziosi e confusi. E i p r i m i assaggi di azione politica, p r i m a d e l l ' a r r i v o di N a p o l e o n e , r i v e l a r o n o l ' i m m a t u r i t à e spesso a n c h e la fragilità m o r a l e dei loro autori. Ci limitiamo agli episodi salienti. Era fatale che il «via» venisse dal P i e m o n t e , lo Stato p i ù vicino alla Francia e più d i r e t t a m e n t e esposto alla minaccia dei suoi eserciti. Q u i la scelta era p e r e n t o r i a e n o n si poteva l i m i t a r e al p i a n o ideologico: o con la p a t r i a p i e m o n t e s e o c o n la F r a n c i a r i v o l u z i o n a r i a , a n c h e se n e m i c a . Le l o g g e m a s s o n i c h e di Alba, Asti, Vercelli, N o v a r a d i v e n t a r o n o i centri di un v e r o e p r o p r i o c o m p l o t t o . I c o n g i u r a t i si p r o p o n e v a n o , q u a n d o l'esercito francese avesse p r e s o l'offensiva, d ' i m p a d r o n i r s i c o n un colpo di m a n o della cittadella di Torino, sequestrare il Re e p r o c l a m a r e la Repubblica. D u b i t i a m o m o l t o c h e ci s a r e b b e r o riusciti p e r c h é , c o m e poi si vide, i cospiratori n o n avevano nessun seguito nel p o polo e tanto m e n o nelle t r u p p e . C o m u n q u e , la polizia n o n gli d e t t e il t e m p o di t e n t a r e . U n o dei capi, il Barolo, cedette sotto g l ' i n t e r r o g a t o r i e rivelò il p i a n o e i n o m i d e i partecip a n t i . Alcuni riuscirono a fuggire e a riparare oltralpe. Gli altri finirono in galera e d u e sulla forca. Analoga sorte s u b i r o n o i loro confratelli di Napoli. Anche qui, secondo il modello francese, alcune logge si e r a n o trasformate in clubs sotto la regia di un abate, il J e r o c a d e s , e di un nobile, il L a u b e r g . Q u e s t o è abbastanza significativo: d i m o s t r a la p o v e r t à e debolezza della borghesia m e r i d i o n a le, costretta a c e d e r e alla nobiltà e al clero a n c h e l'iniziativa rivoluzionaria. I clubs poi si fusero in u n a «Società Patriottica» che cercò di svolgere o p e r a di proselitismo fra le masse popolari, ma senza sortire altro risultato che quello di scaten a r e i furori della polizia. La r e p r e s s i o n e fu d u r a . Il ministro Medici che tentò di addolcirla ci rimise il posto e finì in galera a n c h e lui. A n c h e qui molti arrestati d e n u n z i a r o n o i p r o p r i c o m p a g n i , tre dei quali salirono il patibolo. U n o solo, De MeOj d i e d e p r o v a fino in fondo di stoico coraggio. 26
Di conati ce ne f u r o n o altri, q u a e là. A B o l o g n a lo stud e n t e Zamboni, che aveva fatto il suo a p p r e n d i s t a t o rivoluzionario a Marsiglia, cercò di reclutare adepti p e r u n ' i n s u r rezione, e anzi si dice che la coccarda ch'egli distribuì c o m e distintivo sia stata il p r i m o tricolore. In realtà si trattava invece d ' u n bicolore, bianco e rosso. Il g i o r n o stabilito p e r la rivolta n o n si p r e s e n t ò che u n o s t u d e n t e di teologia, De Rolandis, che poi v e n n e impiccato, m e n t r e Z a m b o n i si suicidava in carcere. Ma forse l'episodio più saliente, p e r c h é il p i ù indicativo degli u m o r i popolari, fu quello che si svolse a R o m a , nel ' 9 3 . Il p a p a Pio VI e r a stato esplicito nella c o n d a n n a del r e g i m e rivoluzionario, e la sua polizia l'aveva t r a d o t t a n e l l ' a r r e s t o di d u e artisti della scuola francese. Parigi aveva s p e d i t o a R o m a un suo emissario, il giornalista Basseville, a c h i e d e r e spiegazioni e a svolgere o p e r a di p r o p a g a n d a . C o m e p r i m a cosa egli reclamò la sostituzione dello s t e m m a repubblicano a quello m o n a r c h i c o nella sede dell'ambasciata. La C u r i a si o p p o s e , e la Francia minacciò r a p p r e s a g l i e . Stavolta n o n ci fu bisogno di r i c o r r e r e alla polizia p e r d i s p e r d e r e il piccolo g r u p p o d'intellettuali che si e r a raccolto i n t o r n o a Basseville. Il p o p o l i n o infuriato i r r u p p e nella residenza del francese e lo linciò. Il poeta Monti ne fu entusiasta e sciolse un inno ai massacratori, la Bassvilliana, che a n d ò a r u b a : ne furono s t a m p a t e e v e n d u t e cento edizioni. N o n c o m p r e n d i a m o p r o p r i o c o m e certi storici p o s s a n o p a r l a r e di un «movimento di vaste proporzioni». N o n lo e r a né p o t e v a esserlo p e r i motivi c h e a b b i a m o d e t t o . Esso e m e r s e c o m e forza politica o p e r a n t e solo q u a n d o p o t è a p poggiarsi sulle baionette francesi, che furono insieme la sua fortuna e la sua disgrazia. Ma la sua i m p o r t a n z a n o n sta nel n u m e r o dei seguaci, e n e m m e n o nelle i m p r e s e in cui si misurò. Sta nel compito di provocazione che assolse. Di fronte alla sua minaccia, i vari Stati italiani a b b a n d o n a r o n o o g n i p r o g r a m m a di riforma e b a d a r o n o soltanto a d i f e n d e r e le loro a n t i q u a t e s t r u t t u r e con gli a p p a r a t i polizieschi. E q u e 27
sto obbligò molti u o m i n i di f o r m a z i o n e illuminista e di att e g g i a m e n t i m o d e r a t i a r o m p e r l a col vecchio r e g i m e e a passare sulle posizioni democratiche. Ma questo lo v e d r e m o più tardi. Per o r a t o r n i a m o a Napoleone, che alla testa dei suoi «capelloni» discendeva il colle di C a d i b o n a . Q u a l i forze organizzate trovava di fronte a sé?
CAPITOLO TERZO
LA C O N Q U I S T A
La geografia c o n d a n n a v a il P i e m o n t e a s u b i r e p e r p r i m o l'invasione. La storia di questo Stato veniva data da studiare ai giovani diplomatici francesi c o m e il più perfetto modello del d o p p i o giuoco. Per secoli i suoi Duchi e Re si e r a n o barcamenati p r i m a t r a Francia e Spagna, e poi tra Francia e Austria p a s s a n d o disinvoltamente da un c a m p o all'altro secondo le convenienze del m o m e n t o . Da un pezzo il loro sogno e r a la L o m b a r d i a . E al Re in carica, Vittorio A m e d e o I I I , si e r a p r e s e n t a t o il d e s t r o di accaparrarsela, q u a n d o , nel ' 9 3 , la Francia rivoluzionaria gliel'aveva offerta c o m e p r e m i o di un'alleanza c o n t r o l'Austria. Il suo avo E m a n u e l e Filiberto p r o b a b i l m e n t e n o n a v r e b b e esitato. M a Vittorio A m e d e o n o n e r a tagliato nella stessa stoffa. O che n o n credesse alla forza della Francia, o c h e n o n volesse patteggiare con gli uomini che avevano tagliato la testa al p r o p r i o Re, declinò l'offerta. E questa rinunzia gli era costata Nizza e la Savoia, che i francesi si e r a n o affrettati a i n c a m e r a r e . Aveva c e r c a t o di rifarsene l a n c i a n d o il p r o g e t t o di u n a L e g a antifrancese fra tutti gli Stati italiani. Ciò gli a v r e b b e d a t o fra di essi un r a n g o di capofila, ma a p p u n t o perciò il tentativo fallì. Esso e r a diretto c h i a r a m e n t e c o n t r o l'Austria, ma t r o p p o c h i a r a m e n t e : n e s s u n o Stato italiano era disposto a giuocarsi i favori di quella g r a n d e p o t e n z a p e r a m o r e del piccolo Piemonte: m e n o di tutti i L o r e n a austriaci di Toscana e i B o r b o n e austriacizzati di Napoli. La Lega n o n si formò n e m m e n o ora che Napoleone compariva sulle Alpi. Gli Stati italiani ne affrontarono la minaccia p i ù disuniti del solito, e o g n u n o di essi agì p e r conto 29
suo. N a t u r a l m e n t e e r a n o tutti dalla p a r t e dei coalizzati, con cui Napoli si schierò a p e r t a m e n t e d i c h i a r a n d o alla Francia u n a g u e r r a , sia p u r e soltanto platonica. Gli altri lo fecero copertamente cercando di non compromettersi troppo. Ma p e r il Piemonte, vie di mezzo n o n ce n ' e r a n o . Esso si trovava fra i d u e eserciti che stavano p e r affrontarsi. Doveva scegliere. Ma la scelta e r a pregiudicata dall'atteggiamento che aveva già assunto. L'Austria, che lo sapeva, p r o m e t t e v a b e n poco oltre la restituzione, in caso di vittoria, di Nizza e della Savoia, che del resto sarebbe v e n u t a a u t o m a t i c a m e n t e . Ma u n a g a r a n z i a al suo Re la forniva: la difesa a o l t r a n z a d e l principio dinastico e della m o n a r c h i a assoluta p e r diritto divino su cui essa stessa si reggeva, e di cui la Francia e r a invece la negazione. Perciò Vittorio A m e d e o aveva a p e r t o le p o r t e all'esercito a u s t r i a c o c h e a c c o r r e v a dalla L o m b a r d i a e ad esso aveva unito il suo. Il p r i m o e r a c o m a n d a t o dal maresciallo Beaulieu e disponeva di 30.000 u o m i n i ; il secondo, di forza p r e s s a p p o c o equivalente, dal maresciallo Colli. T r u p p e eccellenti, le u n e e le altre, ma con d u e difetti: l'abitudine alla g u e r r a di posizion e , che ne r e n d e v a i movimenti lenti e impacciati; e la m a n canza di coordinazione. Abituati ai rovesciamenti di fronte, i piemontesi consideravano gli alleati c o m e potenziali nemici, e a n c h e stavolta a v e v a n o rifiutato u n a c o l l a b o r a z i o n e completa. N a p o l e o n e forse lo sapeva, e c o m u n q u e agì c o m e se lo sapesse. In grave svantaggio n u m e r i c o , n o n gli restava che l'arma della rapidità p e r attaccare s e p a r a t a m e n t e gli avversari e colpirli u n o alla volta. In tre giorni - p r i m a a Monten o t t e , p o i a Millesimo, p o i a D e g o -, r u p p e il fronte di Beaulieu e ci ficcò un c u n e o che lo isolava da Colli. Poi attaccò q u e s t ' u l t i m o a g g i r a n d o l o sulle ali e s b a r a g l i a n d o l o a Mondovì. Senza p i ù contatti con l'alleato, i piemontesi erano alla m e r c é del nemico e si affrettarono a c h i e d e r e l'armi30
stizio. N a p o l e o n e n o n rispose p e r u n a settimana, q u a n t o gli b a s t ò p e r r a g g i u n g e r e C h e r a s c o a 50 km da T o r i n o . Di lì d e t t ò le sue condizioni, r i n v i a n d o alla diplomazia di Parigi il n e g o z i a t o di p a c e . A lui p r e m e v a n o solo il Col di T e n d a p e r garantirsi le comunicazioni con la Francia e le piazzeforti di Tortona, Alessandria e C u n e o . E se le assicurò. Beaulieu si e r a attestato sulla riva settentrionale del Po, c o n v i n t o c h e l'avversario a v r e b b e c e r c a t o d i a t t r a v e r s a r l o p e r i r r o m p e r e su Milano. N a p o l e o n e ne fece solo finta lasciando un r e p a r t o a costruire ponti di b a r c h e . Col grosso, a m a r c e forzate, c o s t e g g i a n d o la riva m e r i d i o n a l e del fiume, si avventò su Piacenza. Vi arrivò in 36 o r e , e il Po lo passò lì, p r e n d e n d o lo schieramento avversario a rovescio. Beaulieu gli fece fronte sull'Adda. Ma N a p o l e o n e riuscì a forzare anche il p o n t e di Lodi, e da quel m o m e n t o fu p a d r o n e di Milano, già investita dal suo g e n e r a l e Masséna. A Sant'EIena, r i c o r d a n d o quelle gesta, scrisse: «Fu la sera di L o d i che io mi sono c r e d u t o un u o m o s u p e r i o r e e n a c q u e in me la scintilla dell'alta ambizione...» L'ingresso a Milano, il 16 maggio (del '96) fu il suo p r i m o g r a n d e trionfo. Ma glielo a m a r e g g i ò un dispaccio del Direttorio che gl'ingiungeva di t r a t t a r e quella città c o m e t e r r a di conquista m e t t e n d o l a a sacco in m o d o che si riducesse a un peso p e r l'Austria q u a n d o gliela si fosse restituita in cambio di qualche provincia tedesca. Era d u n q u e chiaro che la p o sta del giuoco, p e r il Direttorio, restava a n c o r a la G e r m a n i a , che lì si voleva la soluzione della g u e r r a , e che la c a m p a g n a d'Italia e r a c o n s i d e r a t a u n semplice diversivo. Lui, B o n a parte, doveva p e n s a r e soltanto a spingersi con le sue colonne verso il Sud della penisola i m p o n e n d o taglie, estorcendo tributi, facendo i n s o m m a bottino p e r c o n t r i b u i r e alle spese di g u e r r a in G e r m a n i a . Alla sistemazione dei territori occupati n o n doveva b a d a r e : tanto, d o v e v a n o servire solo c o m e articoli di scambio ai negoziati di pace. Vedremo più tardi c o m e N a p o l e o n e si c o m p o r t ò nei confronti delle p r o v i n c e c o n q u i s t a t e e delle l o r o p o p o l a z i o n i . 31
O r a seguiamo fino in fondo la sua azione militare. Il n e m i co battuto, in attesa di rinforzi, si e r a asserragliato a Mantova, u n a città-fortezza resa inespugnabile dagli acquitrini che la circondano. N a p o l e o n e vi pose assedio, ma senza logorare le sue forze con attacchi impossibili. Bastava già la malaria a decimargliele. Dal T i r o l o s c e n d e v a u n n u o v o esercito a u s t r i a c o d i 60.000 u o m i n i , guidati da Wùrmser. Avanzava su tre colonn e . N a p o l e o n e lasciò che quella del c o m a n d a n t e entrasse a Mantova, e batté le altre d u e , l'una a Salò, l'altra a L o n a t o : a n c o r a u n a volta aveva c o m p e n s a t o l'inferiorità n u m e r i c a c o n la r a p i d i t à d e i m o v i m e n t i . W ù r m s e r p a r t ì al soccorso dei suoi luogotenenti, ma t r o p p o tardi: a Castiglione fu travolto a n c h e lui. Ridiscese p o c o d o p o alla testa di altri 4 0 . 0 0 0 u o m i n i , e stavolta imboccò la valle del B r e n t a . B o n a p a r t e lo c o n t r a t taccò a B a s s a n o schiacciandolo c o n t r o l'Adige. W ù r m s e r riuscì ad attraversare il fiume, ma con le ossa rotte, e dovette n u o v a m e n t e rinchiudersi a Mantova. In suo aiuto, l'Austria spedì un terzo esercito al c o m a n d o d e l l ' u n g h e r e s e Alvinczy. E r a il p i ù d e b o l e - 3 0 . 0 0 0 u o m i ni -, e p p u r e fu l'unico c h e ad Arcole riuscì a t e n e r testa a N a p o l e o n e . La t r a p p o l a che questi gli aveva teso n o n scattò, e Alvinczy, s e b b e n e r e s p i n t o , p o t è ritirarsi oltre il B r e n t a e poi risalire in T i r o l o , d o v e si mise alla testa di u n ' a l t r a armata, di 45.000 u o m i n i , con cui ritentò l'avventura. Ma n o n aveva capito l a strategia d i B o n a p a r t e , m e n t r e B o n a p a r t e aveva capito la sua. Gli esperti c o n s i d e r a n o quella di Rivoli u n a battaglia da m a n u a l e . C e r t o , fu risolutiva. Dei q u a t t r o eserciti scagliati in questa fase dall'Austria p e r riconquistare l'Italia, n o n restavano che i brandelli asserragliati a M a n t o va e r i d o t t i o r m a i alla fame. La città-fortezza si a r r e s e . In sette mesi, dal luglio del '96 al febbraio del '97, N a p o l e o n e aveva p r o s t r a t o l'Austria e u m i l i a t o i suoi rivali M o r e a u e H o c h e , che la loro c a m p a g n a di G e r m a n i a n o n riuscivano a risolverla. 32
N a p o l e o n e n o n r i n u n z i ò a farlo n o t a r e al Direttorio nel dargli l'annunzio delle sue vittorie e nel comunicargli la sua i n t e n z i o n e di m a r c i a r e su Vienna: che in G e r m a n i a - diceva - i suoi colleghi r i p r e n d e s s e r o p u r e la l o r o offensiva: il n e m i c o e r a costretto ad a c c o r r e r e sul suo fronte. Il c o m p r i m a r i o e r a diventato protagonista, e i m p o n e v a le p r o p r i e direttive ai protagonisti diventati c o m p r i m a r i . Il suo p i a n o s e m b r a v a folle. Da V i e n n a lo s e p a r a v a n o 800 chilometri quasi tutti di m o n t a g n a , e p e r di più si trovava di fronte il più g r a n d e generale austriaco, l'arciduca Carlo d'Asburgo, quello che aveva inchiodato H o c h e e M o r e a u sul R e n o . Ma N a p o l e o n e era o r m a i deciso a giuocare il tutt o p e r tutto. P r o c e d e n d o con u n a spericolata m a n o v r a lungo le valli, senza c u r a r s i dei n i d i di resistenza s p a r p a g l i a t i sulle alture, attraversò il B r e n n e r o , raggiunse Klagenfurt, e si affacciò sul colle del S e m m e r i n g che d o m i n a il bacino dan u b i a n o . M a invece d ' i n v e s t i r e V i e n n a c o n u n ' a z i o n e d i g u e r r a , la investì con un'azione di pace scrivendo all'arciduca Carlo u n a lettera in cui, coi commossi accenti che sapeva t r o v a r e q u a n d o gli conveniva, lo invitava a collaborare con lui p e r p o r r e f i n e all'inutile massacro. Aveva p a u r a n o n d i un c o n t r a t t a c c o austriaco, s e b b e n e si trovasse in u n a posizione s t r a t e g i c a m e n t e rischiosissima, isolato n e l c u o r e d e l territorio nemico e senza comunicazioni con le retrovie; ma che Parigi lo precedesse. Voleva esser lui il protagonista anche della pace. Gli riuscì a n c h e questa. Il 7 aprile (del '97) i p l e n i p o t e n ziari austriaci si p r e s e n t a r o n o al suo q u a r t i e r g e n e r a l e di L e o b e n . D o v e t t e r o r e s t a r e stupiti dalla r a p i d i t à con cui, al p a r i delle m a n o v r e , B o n a p a r t e condusse i negoziati. Al term i n e di sette giorni li concluse b r u s c a m e n t e a p r e n d o la porta della sala in cui si svolgeva la conferenza e a n n u n z i a n d o agli ufficiali raccolti nell'anticamera: «Gli accordi p e r la pace sono firmati. Viva la Repubblica! Viva l'Imperatore!» Il D i r e t t o r i o si t r o v a v a di f r o n t e al fatto c o m p i u t o , ma c o m p i u t o in m o d o tale che n o n poteva rifiutarlo. La Fran33
eia infatti otteneva ciò che con quella g u e r r a aveva voluto: il Belgio e la riva sinistra d e l R e n o , c o m p r e s a M a g o n z a . Ma N a p o l e o n e le c o n s e g n a v a su un p i a t t o d ' a r g e n t o , a m o ' di p e r s o n a l e donativo, a n c h e la L o m b a r d i a . L'Austria ci aveva rinunziato in cambio di Venezia con tutte le sue d i p e n d e n z e venete e istriane, che la Francia stessa s'impegnava a consegnarle alla conclusione del trattato di pace. Per n o n d a r e t e m p o alla d i p l o m a z i a d i r i m e t t e r e i n discussione il suo o p e r a t o , N a p o l e o n e p r o c e d e t t e immediatam e n t e alla l i q u i d a z i o n e della Serenissima. Q u e s t a n o n gli aveva offerto n e s s u n p r e t e s t o p e r c h é i n quella g u e r r a e r a rimasta s c r u p o l o s a m e n t e n e u t r a l e , e anzi aveva lasciato occ u p a r e u n l e m b o d e l s u o t e r r i t o r i o dalle t r u p p e francesi. M a B o n a p a r t e n o n e r a u o m o d a scoraggiarsi p e r così poco; e i pretesti, q u a n d o gli facevano c o m o d o , sapeva a n c h e inventarli. D u e giorni d o p o la firma dell'accordo, inviò al d o ge M a n i n u n a lettera insultante, piena di accuse e di minacce i n g i u n g e n d o g l i di s o p p r i m e r e l'Inquisizione e il Senato, e agl'inviati della Repubblica fece u n a delle sue solite scenate a freddo. Poi, a s e c o n d a r e i suoi disegni, s o p r a g g i u n s e r o le «Pasque veronesi». Q u e s t o episodio n o n è mai stato chiarito, e a p p u n t o p e r ciò si presta ai peggiori sospetti. A Verona, dove si e r a n o disinvoltamente istallate, le g u a r n i g i o n i francesi avevano commesso soprusi e a n g h e r i e che avevano attirato su di loro l'odio della popolazione. Ma a farlo e s p l o d e r e fu un b a n d o di chiamata alle a r m i , affisso sui m u r i e firmato da un ufficiale di N a p o l e o n e . Risultò p i ù t a r d i c h e il b a n d o e r a falso. Ma p e r c h é l'ufficiale lo aveva r e d a t t o e lanciato? Le c a m p a n e s o n a r o n o a s t o r m o , i p o p o l a n i accorsero a r m a t i di schioppi e di forche, e il p o g r o m costò la vita a u n a sessantina di francesi. N a p o l e o n e li maggiorò a q u a t t r o c e n t o , disse c h e il loro, s a n g u e n o n poteva essere lavato che col s a n g u e , e ingiunse alla città l'istituzione di un g o v e r n o r a p p r e s e n t a t i v o sotto supervisione francese. Il G r a n Consiglio si r i u n ì p e r l'ultima volta l'I 1 maggio. I 34
suoi m e m b r i p o r t a v a n o le loro u n i f o r m i di p a r a t a col p a r r u c c o n e e la toga strascicante. Della passata g r a n d e z z a n o n gli restava altro. Le p r o p o s t e di resistenza a oltranza furono scarse e prive di convinzione. L'atto di decesso fu firmato, e nella notte fra il 15 e il 16 un Commissario francese v e n n e a p r e n d e r e possesso della città, in attesa di c o n s e g n a r l a agli austriaci che n o n avevano p e r s o t e m p o ad annettersi l'Istria e la Dalmazia fino alle Bocche di C a t t a r e L'ultimo atto di q u e s t a t r a g e d i a si svolse il 17 o t t o b r e di quello stesso a n n o '97, q u a n d o il trattato di pace fu definitiv a m e n t e firmato a C a m p o f o r m i o . La diplomazia aveva p o r tato p o c h e varianti alle clausole di N a p o l e o n e . Q u e l l e che r i g u a r d a v a n o la G e r m a n i a n o n c'interessano. Per l'Italia, Io Stato Veneto cessava di esistere e d i v e n t a v a u n a s e m p l i c e p r o v i n c i a austriaca. Ma, del suo t e r r i t o r i o , il l e m b o c h e si s t e n d e a ovest dell'Adige veniva a n n e s s o alla L o m b a r d i a francese, che o r a si chiamava Cisalpina. L'indomani le t r u p pe a u s t r i a c h e fecero il l o r o i n g r e s s o a Venezia, e il d o l o r e spezzò il c u o r e del vecchio d o g e Manin che, dicono, c a d d e a t e r r a fulminato. C o n un t r a t t o di p e n n a , q u a t t o r d i c i secoli di Storia e di gloria e r a n o stati cancellati.
CAPITOLO QUARTO
L'ITALIA R E P U B B L I C A N A : P R I M A FASE
È p e r il c o m o d o del lettore e p e r meglio aiutarlo a orientarsi nel groviglio degli avvenimenti che abbiamo preferito seguire la travolgente cavalcata di N a p o l e o n e dal colle di Cad i b o n a a L e o b e n s e n z ' a t t a r d a r c i sulla sua a z i o n e politica nelle t e r r e c o n q u i s t a t e . M a o r a b i s o g n a t o r n a r e sui n o s t r i passi a p p u n t o p e r v e d e r e da vicino la sua o p e r a di riassetto. Per capirla, bisognerà tuttavia t e n e r s e m p r e p r e s e n t e i suoi complessi r a p p o r t i col Direttorio. E il Direttorio n o n aveva u n a volontà univoca. In esso convivevano u o m i n i di diverse t e n d e n z e che, p e r semplificare, possiamo riassumere in d u e filoni: quello dei realisti, che nella g u e r r a v e d e v a n o un mezzo p e r consolidare il r e g i m e e accrescere la p o t e n z a , la ricchezza, il prestigio della Francia; e quello degl'ideòlogi che nella g u e r r a vedevano u n o s t r u m e n t o p e r r e d i m e r e i l m o n do c o n v e r t e n d o l o ai princìpi della rivoluzione. Queste d u e t e n d e n z e convivevano a n c h e nell'esercito che aveva valicato le Alpi, e s ' i n c a r n a v a n o r i s p e t t i v a m e n t e in N a p o l e o n e e Saliceti. N o n v e n n e r o in conflitto p e r c h é l'om e r t à còrsa fu p i ù forte di esse e riuscì s e m p r e a conciliarle. Saliceti, che a v r e b b e d o v u t o fare il r a p p r e s e n t a n t e del Direttorio presso N a p o l e o n e p e r controllarlo, fu in realtà l'avvocato di N a p o l e o n e p r e s s o il Direttorio. Ma a p p u n t o p e r questo egli p o t è esercitare u n a notevole influenza sul G e n e rale. Forse anzi, oltre che dalla vecchia amicizia la collaborazione fra questi d u e u o m i n i fu concimata dalla loro complementarietà. O p p o r t u n i s t a freddo fino al cinismo, u n i c a m e n te p r e o c c u p a t o della g r a n d e z z a della Francia e p i ù a n c o r a di quella sua p r o p r i a , N a p o l e o n e n o n vedeva che la vittoria 36
e la conquista: p e r lui l'Italia e r a soltanto un c a m p o di battaglia e u n a fonte di gloria e di p o t e r e . Per Saliceti, c h e ai princìpi ci credeva, sebbene n o n fosse p e r nulla un astratto d o t t r i n a r i o , l'Italia e r a u n p o p o l o d a l i b e r a r e . L a politica n a p o l e o n i c a in Italia fu un p o ' il c o m p r o m e s s o fra q u e s t e d u e esigenze. Vediamolo nei fatti. P r i m a che l'esercito imboccasse la via delle Alpi, Saliceti aveva avuto molti contatti coi rivoluzionari italiani esuli in Francia. A Nizza ce n ' e r a n o un paio di centinaia, scampati alle p u r g h e della polizia p i e m o n t e s e e n a p o l e t a n a , e raccolti i n t o r n o a un giornale, il Monitore italiano: Essi avevano convinto Saliceti che l'Italia e r a p i e n a di rivoluzionari p r o n t i a m e t t e r s i al servizio di N a p o l e o n e , se questi avesse t r a t t a t o con loro. N a p o l e o n e li ricevette, ma ne rimase poco persuaso: n o n soltanto p e r c h é gli p a r v e r o delle teste esagitate e confuse, ma a n c h e p e r c h é p a r l a v a n o di un'Italia unita sotto «il simbolo liberatore p i a n t a t o in Campidoglio». E r a logico che in questi u o m i n i l'ideale di democrazia si fosse sposato con quello d e l l ' i n d i p e n d e n z a nazionale, facendo di «giacobino» un sinonimo di «patriota» (e infatti i d u e termini, d'ora in p o i , n o n si d i s t i n g u e r a n n o p i ù l ' u n o d a l l ' a l t r o ) . Ma questo a N a p o l e o n e n o n interessava. Egli i n t e n d e v a servirsi di questi u o m i n i , n o n servirli. I n t e n d e v a i n s o m m a farne dei «collaborazionisti». Per questo aveva lanciato il p r o c l a m a alle popolazioni invitandole a scuotere il giogo della tirannia. Voleva che gli facessero da «quinta colonna» nella fase della lotta. Ma i m p e g n i n o n ne p r e s e . Q u a n d o , d o p o la vittoria sugli a u s t r o - p i e m o n t e s i , e n t r ò ad Alba e vi trovò u n a specie di g o v e r n o provvisorio rivoluzionario che in un p r o c l a m a invitava le popolazioni del Piem o n t e e L o m b a r d i a a costituirsi in u n a Repubblica alleata della Francia, lo lasciò fare. Ma n o n fu, con esso che t r a t t ò . Trattò coi p o t e r i costituiti, cioè col re Vittorio A m e d e o I I I . E N a p o l e o n e , d o p o ch'ebbe o t t e n u t o da lui ciò che desiderava, cioè le piazzeforti, a b b a n d o n ò i rivoluzionari alla sua mercé. 37
Il Direttorio n o n trovò nulla da ridirvi a n c h e p e r c h é in quel m o m e n t o la fazione degl'ideologi e r a in crisi p e r la scop e r t a di un complotto estremista capeggiato da u n o dei lor o , Babeuf, che voleva rilanciare u n a rivoluzione più r a d i cale. Di q u e s t o c o m p l o t t o , u n o dei capi p i ù in vista e r a un esule italiano, B u o n a r r o t i , c h ' e r a stato i n stretti r a p p o r t i con Saliceti. Sicché a n c h e costui ne usciva c o m p r o m e s s o . E ora, p e r riqualificarsi, n o n gli restava che applicare con zelo le c o n s e g n e d e l D i r e t t o r i o , di un Direttorio s e m p r e più in balìa dei fautori della «ragion di Stato» e s e m p r e p i ù d u r o nei confronti delle t e r r e conquistate. « I m p o n e t e e riscuotete tributi con r i g o r e e rapidità - ingiungeva nelle sue istruzioni -, E nei p r i m i m o m e n t i della vittoria che il vinto p a g a senza discutere.» Parigi considerava l'Italia u n a p r e d a e ne voleva il saccheggio. E Saliceti, sia p u r e controvoglia, doveva seguirne le direttive. Cercava di farlo in c o e r e n z a coi princìpi della rivoluzion e , cioè c o l p e n d o s o p r a t t u t t o i b e n i della Chiesa e dei nobili. Ma ciò n o n bastava a saziare l'appetito del Direttorio. Bisognava r e n d e r e la spoliazione più razionale e s t e n d e n d o l a all'unico vero inesauribile tesoro del Paese: quello artistico. «Questa c a m p a g n a deve u n i r e alla gloria dei trofei militari la bellezza delle a r t i b e n e f i c h e e consolatrici» diceva u n ' i struzione del 7 m a g g i o '96. E p e r r e n d e r e sistematica q u e sta consolazione, giunse da Parigi u n ' a p p o s i t a commissione di esperti, c h e fece piazza pulita di q u a n t o c'era di meglio nelle chiese, nei m u s e i , nelle p i n a c o t e c h e , nelle abitazioni private. In tutti gli armistizi che N a p o l e o n e via via firmava con gli Stati italiani c'era u n a clausola che legittimava q u e sta razzia. M o d e n a d o v e t t e v e r s a r e v e n t i c a p o l a v o r i d i G u e r c i n o , R e n i e Carracci; altri venti P a r m a fra cui i suoi splendidi C o r r e g g i o . I convogli che t r a s p o r t a v a n o in Francia il tesoro italiano si a l l u n g a v a n o s e m p r e più. Ma alla r u berìa in serie e legalizzata, si a g g i u n g e v a n o quelle spicciole d o v u t e all'iniziativa p r i v a t a di ufficiali e funzionari. Ci fur o n o rivolte, di cui la p i ù violenta s c o p p i ò a Pavia, d o v e i 38
p o p o l a n i , d o p o aver a m m a z z a t o un p o ' di francesi, si misero con loro in c o n c o r r e n z a di saccheggio. Lo stesso N a p o leone alla fine se ne p r e o c c u p ò e i m p a r t ì o r d i n i severi, anc h e d i fucilazione, c o n t r o l e r u b e r ì e d e i soldati, d e l t u t t o d i m e n t i c o di essere stato lui a indicargli l'Italia c o m e u n a « p r e d a » . Ma il fatto è c h e o r a nella sua m e n t e a n d a v a n o m a t u r a n d o idee diverse da quelle con cui aveva varcato le Alpi. N o n c h e si fosse affezionato all'Italia, c o m e q u a l c u n o dice, p e r c h é gli si e r a risvegliata «la voce del sangue». N o n e r a u o m o d a s e n t i r e questi r i c h i a m i . M a n o n c o n s i d e r a v a p i ù l'Italia c o m e un semplice c a m p o di battaglia. La consid e r a v a il p i e d e s t a l l o della sua p e r s o n a l e p o t e n z a . Perciò aveva deciso, c o n t r o il Direttorio, di n o n p i ù farne oggetto di b a r a t t o . E q u e s t o g l ' i m p o n e v a di d a r l e un'organizzazione politica. Q u e s t ' o p e r a , c o m e oggi si direbbe, di «ristrutturazione», a t t r a v e r s ò varie fasi, t u t t e c o n d i z i o n a t e d a i suoi cangevoli r a p p o r t i con Parigi. I n u n a delle s u e p r i m e r e l a z i o n i d a l P i e m o n t e , scriveva al D i r e t t o r i o : «Il p o p o l o è fiacco. Da q u a n d o siamo e n t r a t i i n Italia, n o n c'è stato a l c u n movim e n t o in favore della libertà». L'atteggiamento dei lombardi n o n fu tale da fargli cambiai" p a r e r e . A Milano le notizie dell'avanzata francese n o n avevano provocato nessun disordine. Il p e r s o n a g g i o del giorno, p e r i milanesi, n o n era Nap o l e o n e , ma il castrato Crescentini, che alla Scala aveva rip o r t a t o un clamoroso successo in Giulietta e Romeo. Tutti eran o convinti c h e i l viceré a u s t r i a c o , a r c i d u c a F e r d i n a n d o , stesse t r a t t a n d o u n a pace separata, e n e m m e n o q u a n d o invece partì, il 7 maggio, ci fu o m b r a di panico. Egli aveva lasciato il p o t e r e a u n a Giunta di notabili che b a n d ì pubbliche p r e g h i e r e e l'esposizione del Santo Sacram e n t o , ma n o n ebbe bisogno di ricorrere a misure repressiv e p e r a s s i c u r a r e l ' o r d i n e . U n c e r t o Salvador, cui Saliceti aveva affidato il c o m p i t o di organizzare manifestazioni p o polari, n o n incontrò ostilità, ma n e a n c h e consensi. L'Austria n o n aveva lasciato brutti ricordi: la sua amministrazione era 39
stata e s e m p l a r e e il suo riformismo aveva consentito, c o m e già a b b i a m o d e t t o nell'Italia del Settecento, la f o r m a z i o n e di u n a classe m e d i a abbastanza affezionata al p o t e r e che l'aveva evocata e chiamata a collaborare. N e a n c h e gl'intellettuali e r a n o su posizioni eversive: lo stesso Verri che p e r dispetto o r a faceva il giacobino, in realtà e r a un illuminista della p i ù bell'acqua, cioè u n m o d e r a t o . A n c o r a p i ù m o d e r a t i e r a n o gli u o m i n i della Giunta. Essi decisero di m a n d a r e u n ' a m b a s c e r i a a N a p o l e o n e , che fratt a n t o correva a perdifiato l u n g o la s p o n d a m e r i d i o n a l e del Po p e r p r e n d e r e gli austriaci alle spalle. E a guidarla fu d e signato Melzi d'Eril un p o ' p e r c h é p a r l a v a il francese alla perfezione, un p o ' p e r c h é s e m b r a v a l ' u o m o più indicato a cattivarsi le grazie del conquistatore, e infatti lo era. Q u e l p r i m o i n c o n t r o fu utilissimo a e n t r a m b i . Melzi disse al G e n e r a l e che un p u r o e semplice t r a p i a n t o degl'istituti francesi in Italia sarebbe stato un e r r o r e p e r la diversità delle condizioni economiche e sociali fra i d u e Paesi. E il G e n e r a l e , c h e in f o n d o n ' e r a già p e r s u a s o , disse a Melzi c h e la sorte della L o m b a r d i a era nelle m a n i dei lombardi: se essi si m o s t r a v a n o d e g n i d e l l ' i n d i p e n d e n z a , n e s s u n o a v r e b b e più p o t u t o togliergliela. E r a u n a m m o n i m e n t o , m a forse a n c h e u n a speranza. Melzi t o r n ò r i n c u o r a t o a Milano, già occupata dalle avang u a r d i e del g e n e r a l e Masséna. I francesi e r a n o stati accolti piuttosto f r e d d a m e n t e . Ma q u a n d o vi giunse N a p o l e o n e , la città si scaldò di entusiasmo. Ci furono p a r a t e , serate di gala all'opera, alberi della libertà piantati in tutte le piazze. Molto vi c o n t r i b u ì il m a g n e t i s m o che sprigionava q u e l c o n q u i statore di ventisette a n n i , così diverso dalla compassata solennità degli Arciduchi e dei Marescialli austriaci. Ma t u t t o questo e r a soltanto e p i d e r m i c o . Per il m o m e n t o , N a p o l e o n e n o n e r a in g r a d o di affront a r e p r o b l e m i politici. Sapeva che il n e m i c o stava p e r ridis c e n d e r e i n forze d a l T i r o l o p e r s o c c o r r e r e M a n t o v a , e d e r a a q u e s t o c h e d o v e v a a n z i t u t t o b a d a r e . Il p o ' di t e m p o 40
che gli avanzava preferì dedicarlo a un r e g o l a m e n t o di conti, sia p u r e m o m e n t a n e o , con gli Stati italiani che p o t e v a n o infastidirlo da tergo. Il più minaccioso e r a quello Pontificio n o n p e r c h é l e sue forze r a p p r e s e n t a s s e r o u n pericolo, m a p e r c h é esso aveva s p a l a n c a t o il p o r t o di Civitavecchia alle navi inglesi che vi stavano a m m a s s a n d o un c o r p o di spedizione. Bonaparte prese le sue precauzioni facendo occupare Bologna e F e r r a r a , e il Papa si affrettò a c h i e d e r e la mediazione dello s p a g n o l o Azara. Q u e s t e f u r o n o le trattative più l u n g h e e difficili, a n c h e p e r c h é c o n la S p a g n a il Direttorio voleva m a n t e n e r e b u o n i r a p p o r t i , e Azara e r a un negoziat o r e scaltro e paziente. B o n a p a r t e , che invece aveva fretta, e b b e c o n lui scenate terribili, in u n a delle quali s t r a p p ò a m o r s i un d o c u m e n t o . P r o b a b i l m e n t e e r a n o collere finte, e lo s p a g n o l o lo capì. Visto c h e n o n riusciva a i m p a u r i r l o , N a p o l e o n e fece o c c u p a r e a n c h e il p o r t o di A n c o n a . Azara si rese c o n t o che, se c o n t i n u a v a a tergiversare, quel G e n e rale pigliatutto avrebbe fatto dello Stato pontificio ciò che a morsi aveva fatto del d o c u m e n t o , e accettò le ultime condizioni: la S a n t a S e d e c e d e v a A n c o n a , B o l o g n a e F e r r a r a , s ' i m p e g n a v a alla p i ù stretta n e u t r a l i t à , e versava venti milioni d ' i n d e n n i t à , n o n c h é c e n t o o p e r e d ' a r t e e c i n q u e c e n t o manoscritti. M e n t r e si svolgevano queste trattative, B o n a p a r t e aveva già reciso altri n o d i r i d u c e n d o il Ducato di M o d e n a e Reggio sotto il suo vassallaggio. Il Duca in carica, Ercole Rinaldo d'Este, n o n era u o m o da e m e r g e n z e . Firmato il diktat che gl'imponeva il solito tributo in d e n a r o e q u a d r i d ' a u t o r e , lasciò il p o t e r e a u n a r e g g e n z a e si ritirò a Treviso, dove poco d o p o m o r ì . O r a t u t t a l a P a d a n i a e r a nelle m a n i del B o n a p a r t e salvo il Ducato di P a r m a e Piacenza ch'egli dovette ris p e t t a r e p e r le solite c o n s i d e r a z i o n i d i p l o m a t i c h e : il d u c a F e r d i n a n d o a p p a r t e n e v a alla dinastia b o r b o n i c a del Re di S p a g n a , d i cui e r a a n c h e c o g n a t o . B o n a p a r t e , c h e c o n l a S p a g n a n o n voleva complicazioni, lasciò questo Principe in41
n o c u o e bacchettone sul t r o n o a recitare i suoi salmi e a suon a r e i suoi orologi a cucù. U n ' a l t r a p e n d e n z a aveva liquidato col R e g n o di N a p o l i che aveva m a n d a t o un c o r p o di spedizione a c o m b a t t e r e a fianco d e g l i austriaci. Il P r i n c i p e B e l m o n t e Pignatelli e r a v e n u t o a c h i e d e r e l'armistizio, e N a p o l e o n e s'era divertito a farlo c o r r e r e di q u a e di là p e r e s s e r n e r a g g i u n t o . A n c h e Napoli a p p a r t e n e v a a u n a dinastia B o r b o n e , anzi il suo Re era fratello di quello di Spagna. Ma si odiavano, e ancora di più si odiavano le d u e Regine, che c o n t a v a n o più dei rispettivi mariti. B o n a p a r t e , cui p e r il m o m e n t o stava a c u o r e soltanto il ritiro di Napoli dalla g u e r r a , si c o n t e n t ò di poco, lasciando il compito del r e g o l a m e n t o definitivo al Direttorio, che infatti si m o s t r ò molto p i ù esigente. C o n Genova, t u t t o e r a stato sistemato con l'ingiunzione alla città di r i c h i a m a r e i giacobini banditi, di esiliare gli austriacanti e di c h i u d e r e il p o r t o alle navi inglesi. Di Venezia, abbiamo già anticipato la sorte, saldata poi a C a m p o f o r m i o . Restava la Toscana. Sebbene fratello d e l l ' I m p e r a t o r e d'Austria, il g r a n d u c a F e r d i n a n d o aveva d i c h i a r a t o la p r o p r i a neutralità fin dal p r i m o g i o r n o della g u e r r a , e l'aveva scrup o l o s a m e n t e osservata. Ma Livorno n o n aveva rispettato la consegna a n c h e p e r c h é e r a p r a t i c a m e n t e i n m a n o agl'inglesi che vi facevano ciò che volevano. B o n a p a r t e vi accorse p e r r i c h i a m a r l a alla r a g i o n e , e a Pistoia lo r a g g i u n s e il p r i m o ministro Manfredini p e r invitarlo, a n o m e del G r a n d u c a , a Firenze. B o n a p a r t e a n d ò a p r a n z o da F e r d i n a n d o c h e lo accolse c o n g r a n d i o n o r i e ne ricevette t u t t e le assicurazioni. Più tardi N a p o l e o n e scrisse nel suo Memoriale: «Fui estremam e n t e soddisfatto dell'Arciduca (voleva dire il Granduca) che mi m o s t r ò le cose di questa antica e i m p o r t a n t e capitale, fatte p e r risvegliare la mia attenzione». Ma l'indomani di quella visita, nel d a r n e c o n t o al Direttorio, scrisse: «Ho visto la Venere dei Medici che m a n c a al n o s t r o Museo e u n a collezione di cere che n o n sarebbe indifferente di possedere...» Così B o n a p a r t e , a p p r o f i t t a n d o della t r e g u a , aveva sbri42
g a t o le faccende della p e n i s o l a , c h e o r a e r a t u t t a alla sua m e r c é . Poi, con la calata di W ù r m s e r dal T i r a l o , la g u e r r a lo aveva richiamato in servizio di Generale, e lo aveva condotto di vittoria in vittoria fino a L e o b e n . Q u a n d o t o r n ò ad occ u p a r s i delle cose d'Italia, tutto e r a cambiato, a cominciare d a lui.
CAPITOLO Q U I N T O
LA CISALPINA
Di r i t o r n o dalla folgorante c a m p a g n a in Austria, B o n a p a r t e stabilì il suo q u a r t i e r g e n e r a l e n e l palazzo di M o m b e l l o a d u e passi da Milano, e lo t r a s f o r m ò in u n a v e r a e p r o p r i a Reggia. G i u s e p p i n a lo aveva r a g g i u n t o . N a p o l e o n e l'amava d i s p e r a t a m e n t e , ma aveva d o v u t o lasciarla l'indomani delle nozze, e la sua passione l'aveva sfogata in lettere torrentizie v e r g a t e nelle p a u s e di quella l u n g a corsa d i e t r o il n e m i c o . O r a voleva p r e m i a r l a di quella l u n g a attesa - di cui d'alt r o n d e essa si e r a a b b o n d a n t e m e n t e consolata - m e t t e n d o l'Italia ai suoi piedi. Da secoli avvezzi a sciogliere inni, i p o e ti della penisola n o n si fecero p r e g a r e p e r incensarla. D a m e e g e n t i l u o m i n i venivano a farle riverenza. Il P a p a le aveva m a n d a t o u n a collana di preziosi c a m m e i . T u t t o questo n o n e r a molto r e p u b b l i c a n o n é d e m o c r a t i co, ma o r m a i N a p o l e o n e poteva consentirselo. Era stato lui n o n soltanto a vincere la g u e r r a , ma a n c h e a i m p o r r e la sua pace. Il Direttorio aveva d o v u t o a r r e n d e r s i a tutte le sue esig e n z e , c o m p r e s a quella di p o r t a r e la sua a r m a t a a 8 0 . 0 0 0 u o m i n i sottoposti a un t r a t t a m e n t o di privilegio - c o m e cinquina, gratificazioni, onorificenze - che ne faceva un c o r p o pretoriano. La situazione politica in Francia accelerò questo processo. Le elezioni di quella p r i m a v e r a ('97) a v e v a n o d a t o la m a g g i o r a n z a ai m o n a r c h i c i . Per d i f e n d e r e le istituzioni r e pubblicane e se stesso, il Direttorio aveva bisogno dei G e n e rali, ma n o n sapeva di quali fidarsi. Da q u a n d o Saliceti e r a rimasto coinvolto nell'affare Babeuf-Buonarroti, i suoi r a p p o r t i n o n g o d e v a n o più molto credito. P u r senza richiamar44
lo, gli avevano m a n d a t o di rincalzo un altro C o m m i s s a r i o , G a r r a u . La sua relazione fu rassicurante: sui sentimenti rep u b b l i c a n i d e l l ' a r m a t a d'Italia, diceva, si p o t e v a c o n t a r e . Ma aggiungeva profeticamente: «Un giorno, d o p o aver conquistato l'Europa, essa conquisterà la Francia». Della profezia, il Direttorio n o n e r a in condizione di ten e r conto. Aveva bisogno, subito, di g e n t e sicura. Si rivolse a N a p o l e o n e , e questi spedì a Parigi il suo l u o g o t e n e n t e Aug e r e a u , u n caporalaccio r u d e e spavaldo, che n o n a n d ò p e r il sottile. Il r e g i m e fu salvato da lui, cioè da B o n a p a r t e , che così ne d i v e n n e ancora di più creditore, e ne approfittò p e r d a r e all'Italia l'assetto più confacente ai suoi disegni. Le cose, da q u a n d o le aveva lasciate p e r inseguire il n e mico fino a L e o b e n , si e r a n o messe in m o t o da sole. La reazione politica dell'Emilia all'occupazione francese e r a stata m o l t o p i ù vivace che in L o m b a r d i a . Già nell'agosto del '96 quelli d i R e g g i o n e a v e v a n o a p p r o f i t t a t o p e r p r o c l a m a r s i i n d i p e n d e n t i da M o d e n a , del cui Ducato avevano fin allora fatto p a r t e in posizione subalterna, e costituirsi in Repubblica. G a r r a u e r a stato b e n lieto di riconoscerla, a n c h e p e r c h é questo gli offriva il p r e t e s t o di p r o c l a m a r e d e c a d u t o il Ducato a n c h e a M o d e n a , che seguì l'esempio di Reggio. Le d u e città stabilirono subito r a p p o r t i c o n B o l o g n a e F e r r a r a , e t u t t ' e q u a t t r o decisero d ' i n d i r e u n c o n g r e s s o , c h e s i t e n n e in o t t o b r e . Fu p r o c l a m a t a l ' u n i o n e in u n a sola R e p u b b l i c a che si c h i a m ò Cispadana e b a n d ì l ' a r r u o l a m e n t o di 3.000 u o mini in u n a Legione italiana. L'episodio e r a di m o d e s t e p r o p o r z i o n i , ma di g r a n d e significato. Per la p r i m a volta italiani di Stati diversi e fra loro tradizionalmente ostili si riconoscevano fratelli e si attribuivano un'etichetta nazionale. E p e r la p r i m a volta essi agivano in n o m e della volontà p o p o l a r e e c o m e suoi «delegati». Il lettore la p r e n d a con cautela. Questi congressisti, tutti aristocratici e borghesi, di p o p o l a r e n o n avevano che la p r e t e sa di esserlo, in q u a n t o alla loro elezione n o n avevano p a r tecipato che i ceti da cui p r o v e n i v a n o . Ma p e r la p r i m a volta 45
i l l o r o p o t e r e n o n d e r i v a v a d a u n a «investitura» dall'alto. B e n e o male, e r a n o dei «rappresentanti». D u e mesi d o p o indissero un n u o v o congresso a Reggio, ed e s p r e s s e r o il voto c h e i l o m b a r d i si u n i s s e r o a l o r o p e r « f o r m a r e un solo p o p o l o , u n a sola famiglia». I l o m b a r d i , c h ' e r a n o lì c o m e invitati, mescolarono le loro acclamazioni a q u e l l e d e i p a d r o n i di casa. Ci f u r o n o p i a n t i , abbracci, ins o m m a un p o ' di m e l o d r a m m a all'italiana. Ma ci fu a n c h e un fremito di autentico entusiasmo. I l o m b a r d i avevano dato la loro adesione p e r c h é a n c h e a Milano le cose in quei mesi e r a n o molto cambiate. Essa e r a d i v e n t a t a il rifugio e il luogo di raccolta degli esuli di t u t t e le altre parti d'Italia. Costoro avevano fondato il Giornale dei patrioti e il Termometro politico dove si dibattevano i p r o b l e m i d e l m o m e n t o . N o n siamo riusciti a d a p p u r a r n e l a «tiratura», cioè il n u m e r o di copie ch'essi v e n d e v a n o . Doveva essere molto scarsa p e r c h é la massa della popolazione e r a analfabeta e m u r a t a da secoli nella sua indifferenza. La discussione restava limitata a quella piccola m i n o r a n z a d'intellettuali, ma p e r la p r i m a volta si svolgeva l i b e r a m e n t e fra italiani di d i v e r s e p r o v e n i e n z e r e g i o n a l i e i d e o l o g i c h e e su p r o b l e m i che n o n e r a n o più quelli del dio Pan e delle pastorelle d'Arcadia, ma quelli politici e economici della società attuale. Il giacobino Ranza polemizzava col m o d e r a t o Gioia, il n a p o l e t a n o L a u b e r g col r o m a n o L'Aurora. E r a n o cattivi giornalisti, impacciati da u n a sintassi macchinosa, retorici e declamatori. Ma grazie a loro Milano e r a diventata un laboratorio d'idee e di p r o g r a m m i , in cui si venivano delineando i g r a n d i filoni del pensiero risorgimentale. T u t t o q u e s t o aveva a v u t o il suo riflesso a n c h e sul p i a n o politico. Aiutato da Saliceti, un n u o v o g r u p p o radicale aveva sostituito quello m o d e r a t o alla testa della municipalità. Proveniva dalla Società popolare fondata da Salvador, sebbene ne facessero p a r t e a n c h e dei p r e t i e alcuni nobili c o m e Visconti, Serbelloni e P o r r o . Esso fece sfoggio di u n a tale intolleranza che a n c h e il Verri si trovò a disagio e il Melzi p r e 46
ferì ritirarsi disgustato nelle sue t e r r e . Però o t t e n n e da Bon a p a r t e la c o s t i t u z i o n e di un v e r o e p r o p r i o g o v e r n o , sia p u r e condizionato, che si chiamò Amministrazione G e n e r a le della L o m b a r d i a . Nell'ottobre del '96, m e n t r e N a p o l e o n e infliggeva colpi risolutivi agli eserciti austriaci, essa istituì e reclutò a n c h e un p r o p r i o esercito di 3.500 u o m i n i , la Legione lombarda, e gli assegnò la b a n d i e r a bianca, rossa e v e r d e . Era n a t o il tricolore. Ecco p e r c h é u n a d e l e g a z i o n e d i M i l a n o e r a a n d a t a a l congresso di Reggio e aveva sottoscritto con t a n t o entusias m o le s u e d e l i b e r a z i o n i . Esse m i r a v a n o alla fusione della L o m b a r d i a e dell'Emilia in un unico Stato che, sia p u r e sotto il controllo francese, facesse da polo di attrazione di tutto il resto della penisola. Forse a N a p o l e o n e l'idea n o n dispiacq u e , m a l a considerò p r e m a t u r a . I n quel m o m e n t o n o n era a n c o r a in g r a d o di sfidare a p e r t a m e n t e il Direttorio che gli r a c c o m a n d a v a di «non d a r e c o r d a al p a t r i o t t i s m o degl'italiani», e p e r di p i ù n o n voleva esasperare il P a p a r e n d e n d o irrevocabile la m u t i l a z i o n e dei suoi Stati. P i o m b a t o a n c h e lui a Reggio il 9 g e n n a i o , disse che il congresso n o n poteva p r e n d e r e decisioni: p r i m a ci voleva un g o v e r n o , e p r i m a del g o v e r n o ci voleva u n a Costituzione. E r a u n a b u o n a scusa, ma che n o n poteva a r r e s t a r e il naturale sviluppo della situazione. Il congresso si piegò al veto, ma decise di riunirsi n u o v a m e n t e in g e n n a i o a M o d e n a , d o ve si trasformò in Costituente. Stavolta vi p r e s e r o p a r t e a n c h e i delegati di Massa e C a r r a r a e di Imola, che nel f r a t t e m p o si e r a n o u n i t e motu proprio alla C i s p a d a n a . Il m o v i m e n t o unitario dilagava a chiazza d'olio. Ora, a Mombello, N a p o l e o n e p r e n d e v a atto di questa realtà. E o r m a i libero di agire a testa sua, p r o c l a m ò ufficialm e n t e una Repubblica cisalpina c h e c o m p r e n d e v a , oltre alla L o m b a r d i a , le province ex-venete di B e r g a m o e Brescia, la Valtellina e tutta la Cispadana. Prese p e r ò le sue precauzioni i m p o n e n d o a questo e m b r i o n e d'Italia u n a Costituzione 47
quasi identica a quella francese, che accentrava tutto il p o t e re esecutivo nelle m a n i di un Direttorio, di cui egli si riservava di n o m i n a r e i c o m p o n e n t i . Voleva u o m i n i m a n e g g e v o li, e aveva capito che i giacobini o «democratici», c o m e anche si chiamavano, n o n lo e r a n o . Costoro avevano p e r s o i loro migliori avvocati: Saliceti e G a r r a u . Saliceti, lo a b b i a m o già d e t t o , s e b b e n e avesse il c o m p i t o di sorvegliare B o n a p a r t e , lo aveva s e m p r e second a t o in t u t t o e p e r c i ò esercitava su di lui u n a g r a n d e influenza. Ma N a p o l e o n e lo ascoltava c o m e amico, n o n c o m e C o m m i s s a r i o . Col C o m m i s s a r i o si t r o v a v a spesso ai ferri corti p e r c h é n o n ne riconosceva le funzioni. Q u e s t o aveva gettato u n ' o m b r a sulla loro amicizia, che tuttavia e r a abbastanza forte e p r o f o n d a p e r resistere alla prova. B e n p i ù d u r o fu lo s c o n t r o c o n G a r r a u , un c o n t r o l l o r e inflessibile e b e n deciso a esercitare i suoi poteri. Anche lui a p p a r t e n e v a alla vecchia g u a r d i a di R o b e s p i e r r e , e le s u e idee r e p u b b l i c a n e e d e m o c r a t i c h e lo p o r t a v a n o a simpatizzare p i ù coi rivoluzionari italiani che coi g e n e r a l i francesi, di cui scoprì e d e n u n c i ò le r u b e r ì e . I suoi r a p p o r t i n o n ott e n n e r o risultati p e r c h é p r o p r i o allora l'esercito e r a diventato, grazie ai suoi successi, intoccabile. Ma questo n o n dis a r m ò G a r r a u , che scrisse al Direttorio: «Le vittorie dell'esercito servono a i m m u n i z z a r e i colpevoli». N a p o l e o n e , che n o n aveva il sarcasmo leggero, lo chiamava «il g o b b o velenoso», e g o b b o infatti e r a G a r r a u , ma soltanto nel fisico. M o r a l m e n t e e r a dritto c o m e u n a lama. Il contrasto si era acuito a tal p u n t o che alla fine il Direttorio aveva m a n d a t o a inchiestare un suo fiduciario, Clarke. Ma questi giunse q u a n d o Bonaparte stava già r i p o r t a n d o vittorie su vittorie, e il r a p p o r t o fu favorevole a lui. Vi si diceva che, anche se l'onestà di G a r r a u era al di sopra di ogni sospetto, il Commissariato c r e a v a nei c o m a n d i u n pericoloso dualismo che a n d a v a a tutto: scapito dell'efficienza. Sia p u r e a malincuore, il Direttorio si era uniformato al responso, e alla fine di quell'anno aveva soppresso i Commissari agli eserciti. 48
O r a N a p o l e o n e era definitivamente libero di r e g o l a r e le cose italiane a suo p i a c i m e n t o , e lo fece senza lasciarsi impacciare da pregiudiziali ideologiche. C o n la Cisalpina egli aveva già c r e a t o u n e m b r i o n e d i N a z i o n e , c h e c o n t a v a t r e milioni e m e z z o di abitanti nell'area p i ù ricca e sviluppata della penisola. Ma questa nazione egli la concepiva e la voleva napoleonica, n o n italiana. E fu questo che lo mise in conflitto coi patrioti di estrazione democratica. Per t u t t o l ' a n n o ' 9 7 , c o s t o r o c e r c a r o n o di e s t e n d e r e il m o t o u n i t a r i o al P i e m o n t e a c c e n d e n d o v i focolai rivoluzionari. La polizia del re Carlo E m a n u e l e IV, da poco successo al p a d r e Vittorio A m e d e o , fu spietata n o n o s t a n t e la mitezza d e l S o v r a n o . U n a sull'altra u n c e n t i n a i o d i teste c a d d e r o sotto il fuoco dei plotoni di esecuzione. I rivoluzionari lomb a r d i s p e r a r o n o che B o n a p a r t e avrebbe colto quel pretesto p e r d i c h i a r a r e d e c a d u t a l a dinastia s a b a u d a , i s t a u r a r e u n a repubblica a n c h e in P i e m o n t e e fonderla con la Cisalpina. E invece l o v i d e r o s e r b a r e u n a t t e g g i a m e n t o favorevole n e i confronti di Carlo E m a n u e l e e anzi s p i n g e r e il Direttorio a ratificare le clausole dell'armistizio di Cherasco. Ma il colpo più grosso ai loro sogni lo inferse il trattato di Campoformio, che consegnava Venezia all'Austria. I patrioti veneti avevano già stabilito r a p p o r t i con quelli milanesi p e r p r e p a r a r e la fusione fra i d u e Stati. Suppliche e appelli firmati da migliaia di cittadini furono mandati a Bonaparte. Questi se ne servì p e r minacciare l'Austria e indurla a ratificare al più presto le clausole dell'armistizio di Leoben. Poi a b b a n d o n ò la gloriosa Repubblica alla sorte ch'egli stesso le aveva assegnata. La r e a z i o n e fu grossa e p r o v o c ò , nel fronte patriottico, u n a spaccatura irrimediabile. L'ala più intransigente e risoluta p e r s e ogni fiducia nella Francia e nei poteri costituiti in g e n e r a l e . Nei mesi p r e c e d e n t i il dibattito svoltosi sui giornali e nei circoli milanesi aveva già lasciato affiorare questa t e n d e n z a estremista. Il Galdi aveva pubblicato un saggio intitolato Antimoderatismo, che affidava la r e d e n z i o n e dell'Italia n o n p i ù a un «liberatore», ma a u n a rivoluzione popola49
re c o n t r o troni, altari e privilegi. L'idillio dei «patrioti» con la Francia era finito. Respinti all'opposizione e sottoposti alla c e n s u r a che s o p p r i m e v a a n c h e i loro giornali, costoro si d e t t e r o alla lotta clandestina. La loro ideologia e r a a n c o r a n e b u l o s a e incerta, divisa fra t e n d e n z e u n i t a r i e e t e n d e n z e federaliste. C'era chi dava il passo alla cosiddetta istanza nazionale e chi a quella sociale. Ma ciò che o r m a i era acquisito era la r o t t u r a fra l'ala m o d e r a t a e quella democratica e rivoluzionaria. Le r i v e d r e m o all'opera, l'una c o n t r o l'altra, nel Risorgimento, che cercò di conciliarle, e qualche volta ci riuscì. Ma n o n s e m p r e , e quasi mai del tutto. A q u e s t o p u n t o i n t e r v e n n e u n fatto n u o v o . N a p o l e o n e , d o p o aver messo in ginocchio l'Austria, decise di fare altrett a n t o c o n l ' I n g h i l t e r r a . N e s s u n o s a p r à m a i se vi si risolse p e r d a r e alla Francia u n a definitiva p a c e , o p e r r i l a n c i a r e u n a g u e r r a che o r m a i languiva. P u r d o m i n a n d o i m a r i , l'Inghilterra era rimasta sola, e la sua diplomazia n o n riusciva a trovare delle p o t e n z e terrestri disposte a sfidare n u o v a m e n te quella francese. Forse p r i m a o p o i s a r e b b e scesa a u n a transazione, e d e r a p r o p r i o ciò c h e N a p o l e o n e p a v e n t a v a . Per d i v e n t a r e N a p o l e o n e , egli aveva b i s o g n o della g u e r r a . Espose e i m p o s e al Direttorio un p i a n o t e m e r a r i o : n o n p o t e n d o c o l p i r e q u e l l ' i r r i d u c i b i l e n e m i c o sul m a r e e sul suo p r o p r i o t e r r i t o r i o , lo a v r e b b e colpito nelle sue basi navali d'Africa t r a g h e t t a n d o v i un esercito. Forse fu un dialogo tra mariuoli, che cercavano di gabbarsi l'un l'altro. Il Direttorio e r a p r o n t o a rimetterci a n c h e u n ' a r m a t a , p u r di liberarsi di N a p o l e o n e e della sua p r e p o t e n t e tutela. E N a p o l e o n e e r a p r o n t o a c o r r e r e il rischio p u r di r a g g i u n g e r e il s u o t r a g u a r d o : il p o t e r e s u p r e m o . All'Italia aveva d a t o l'ultimo ritocco, i m p a d r o n e n d o s i con u n ' o p e r a z i o n e del tutto indolore a n c h e di Genova, ma senza fonderla con la Cisalpina. Come successore designò, con pieni p o t e r i militari e civili, un l u o g o t e n e n t e di tutta fiducia: il suo capo di Stato Maggiore Berthier. E il 17 n o v e m b r e del '97 partì da Mombello incontro alla sua n u o v a avventura.
CAPITOLO SESTO
I L '98
Nel passargli le c o n s e g n e , N a p o l e o n e aveva r a c c o m a n d a t o a B e r t h i e r di «sorvegliare il Papa e t e n e r a guinzaglio N a p o li», cioè di fare in m o d o c h e la situazione in Italia restasse qual era. B e r t h i e r n o n chiedeva di meglio. N o n privo di capacità, ma cinico e s p r e g i u d i c a t o , d o n n a i o l o e sibarita, e r a b e n c o n t e n t o di godersi in pace la sua privilegiata posizione di proconsole e le grazie della duchessa Visconti, sua a m a n te. Ma n o n aveva abbastanza autorità e prestigio p e r sfidare gli o r d i n i del Direttorio, che continuava a p e n s a r e all'Italia c o m e a u n a t e r r a di saccheggio. A f o r n i r e p r e t e s t i di a g g r e s s i o n e fu lo Stato pontificio, che n o n aveva a b b a n d o n a t o il suo a t t e g g i a m e n t o ostile alla F r a n c i a a n c h e p e r r a g i o n i d i politica i n t e r n a . Per q u a n t o scarsi e isolati, a R o m a i circoli intellettuali d'ispirazione giac o b i n a e r a n o in f e r m e n t o e facevano g r u p p o i n t o r n o agli emissari di Parigi. Fra questi c'era, in qualità di ambasciatore, G i u s e p p e B o n a p a r t e , fratello di N a p o l e o n e , che cercava di b a r c a m e n a r s i a t t e n u a n d o i contrasti. Ma c ' e r a n o a n c h e t r e G e n e r a l i i n i n c o g n i t o c h e invece s p i n g e v a n o i n senso d i a m e t r a l m e n t e o p p o s t o . U n o di essi, D u p h o t , si trovò coinvolto in u n a manifestazione di patrioti. Se fosse stato lui a aizzarla, c o m e poi dissero i pontifici, o se invece cercasse di placarla, c o m e invece s o s t e n n e Parigi, n o n si è mai s a p u t o . Fatto sta che la polizia, s p a r a n d o sui dimostranti, uccise anche lui. D o p o qualche esitazione, G i u s e p p e respinse le scuse del g o v e r n o e lasciò R o m a . Il Direttorio, in p r e d a a un sop r a s s a l t o di r i v o l u z i o n a r i s m o anticlericale, i n g i u n s e a Berthier di marciare sulla città. 51
D a t a la consistenza dell'esercito pontificio, n o n fu c h e u n a passeggiata militare che raggiunse i suoi obbiettivi senza i n t o p p o . Secondo gli o r d i n i ricevuti, Berthier n o n doveva usare violenza al Papa. Doveva aspettare che a scacciarlo fossero i patrioti r o m a n i , ma questi si g u a r d a r o n o b e n e dal farlo, impauriti dal minaccioso atteggiamento del popolino. Nel febbraio (del '98), Berthier scriveva a N a p o l e o n e , intento a p r e p a r a r e la sua spedizione in Africa: «In questa città n o n ho trovato che costernazione. Nessuna traccia di spirito l i b e r t a r i o . N o n un p a t r i o t a è v e n u t o a visitarmi». Ci volle del bello e del b u o n o p e r raccogliere, i n t o r n o a un albero della libertà, qualche centinaio di volenterosi e p e r far eleggere un governo provvisorio formato di sette Consoli. B e r t h i e r lo incaricò di e l a b o r a r e u n a C o s t i t u z i o n e sul modello di quella francese. I Consoli si misero al lavoro, ma n o n p r i m a di aver p r o v v e d u t o a dotarsi di u n a rutilante divisa all'altezza del loro titolo. Fra di essi c'era qualche u o m o di valore, c o m e l'archeologo Ennio Q u i r i n o Visconti, ma il factotum e r a un tale Angelucci di p r o f e s s i o n e g i n e c o l o g o - c h e allora e r a soltanto la versione maschile della levatrice - cui, s e c o n d o H é r i o t , S a r d o u si s a r e b b e ispirato p e r il p e r s o n a g g i o di Angelotti nella Tosca. Questi patrioti tuttavia si affrettarono a dichiarare che, p u r spogliato di o g n i p o t e re t e m p o r a l e , il Papa avrebbe conservato quello spirituale e seguitato a g o d e r e di tutti i privilegi connessi al suo alto magistero. N o n volevano r i n u n z i a r e all'unica i n d u s t r i a di Roma: la Chiesa. Ma questo contrastava con gli o r d i n i ricevuti da Berthier che, n o n t e n e n d o alcun conto di quella decisione, ingiunse al P a p a di lasciare la città e n t r o tre giorni. Pio VI e r a quel B r a s c h i , g r a n s i g n o r e r i n a s c i m e n t a l e e n e p o t i s t a , che da giovane aveva s a p u t o far fronte a o g n i e m e r g e n z a . Ma ora, a o t t a n t ' a n n i e d o p o ventitré di Soglio, n o n era più in g r a d o d i l o t t a r e . S e n e a n d ò i n p u n t a d i p i e d i , m a con m o l t a dignità. E il suo orgoglio fu messo a d u r a p r o v a dai rifiuti che i n c o n t r a r o n o le sue d o m a n d e d'asilo. Per q u a n t o si fregias52
sero della qualifica di «cattolici», né l ' I m p e r a t o r e d'Austria, né il Re di Napoli accettarono di ospitarlo. Solo il G r a n d u c a di Toscana gli permise di accasarsi a Siena, ma col divieto di avvicinarsi a Firenze. S e g u i a m o a n c o r a p e r un m o m e n t o il suo patetico vagab o n d a g g i o . Da Siena lo scacciò un t e r r e m o t o che distrusse il m o n a s t e r o in cui s'era rifugiato. Il G r a n d u c a gli consentì di trasferirsi nella Certosa di Firenze, ma s e m p r e vietandogli di e n t r a r e in città. Q u a n d o a n c h e lui si t r o v ò nei g u a i coi francesi, il Papa, p e r n o n aggravarli con la sua presenza, si trasferì a P a r m a . E r a m e z z o p a r a l i z z a t o e c o m p l e t a m e n t e solo p e r c h é a n c h e suo nipote, il d u c a Braschi, era stato rimpatriato d'autorità. Ma a P a r m a il Duca n o n lo volle, e il veg l i a r d o d o v e t t e piegarsi all'ultima u m i l i a z i o n e : c h i e d e r e ospitalità a coloro stessi che l'avevano scacciato. Gliela concessero. Senza seguito e quasi in stato d'incoscienza, si mise in viaggio p e r le Alpi, e d o v u n q u e al suo passaggio la gente si a m m a s s a v a , lo c o p r i v a di fiori e s'inginocchiava d i m o s t r a n d o q u a n t o c o n t r o p r o d u c e n t e sia l'anticlericalismo q u a n d o diventa persecuzione. Da Briangon dove fu accolto c o m e «il cittadino Papa» fu trasferito p r i m a a Grenoble, poi a Valenza, e a n c h e di lì stavano p e r r i m u o v e r l o , q u a n d o la m o r t e s o p r a v v e n n e a m e t t e r e fine al suo calvario. Il giornale ufficiale scrisse: «Questa fine m e t t e il sigillo alla gloriosa filosofia dei t e m p i m o d e r n i » . I delitti delle rivoluzioni n o n d e v o n o s g o m e n t a r e . S g o m e n t a la loro stupidità. A R o m a il n u o v o g o v e r n o brancolava nel v u o t o , sopraffatto dalle difficoltà s o p r a t t u t t o e c o n o m i c h e . B e r t h i e r e r a stato subito r a g g i u n t o dal g r a n d e «esattore» Haller che, n o n trovando più nulla da s p r e m e r e nella Cisalpina, veniva a saccheggiare l'Urbe p e r rifornire n o n solo il Direttorio s e m p r e a corto di quattrini, ma anche le p r o p r i e tasche. Il Vaticano fu svuotato perfino dei suoi mobili. Gli stessi ufficiali francesi ne furono così disgustati che lanciarono un appello ai r o m a ni p e r scolparsene. Il p o p o l i n o , vedendoli divisi, insorse al grido di «Viva il Papa!» E i francesi, p e r venirne a capo, d o 53
vettero accantonare i p r o p r i dissensi. Ma questi rimasero nel fondo e resero a n c o r più intricata e precaria la posizione di quel governo improvvisato, senza sostegno popolare, e privo di u o m i n i autorevoli e c o m p e t e n t i . Solo Visconti cercava di p o r r e r i p a r o al caos politico e alla bancarotta economica; ma n o n poteva nulla c o n t r o il dilagante ladroneccio francese e i n d i g e n o . A d esso r i s a l g o n o m o l t e f o r t u n e r o m a n e , c o m e quella dei b a n c h i e r i Torlonia. Un i n g e g n e r A r m a n n i fece i soldi i m p i a n t a n d o u n a fabbrica di acido solforico rifornita col p i o m b o grattato dalle bare dei defunti. L'accorto B e r t h i e r aveva preferito lavarsene le m a n i ed era a n d a t o a Parigi con la scusa di riferire. Al suo posto erano stati n o m i n a t i p r i m a Masséna, c o n t r o cui c'era stato da p a r t e degli altri G e n e r a l i un m e z z o pronunciamiento p e r la sua durezza, e poi Saint-Cyr, che invano cercava di m e t t e r e un p o ' d ' o r d i n e in quel caos. Il suo collega B r u n e scriveva: «Tutti, di qualsiasi p a r t i t o e o p i n i o n e , c o n c o r d a n o nel d i r e che mai, in n e s s u n a epoca e in n e s s u n luogo, la r u b e r i a ha r a g g i u n t o le vette d ' i m p u d e n z a che tocca nella Repubblica Romana». Lo stesso g a l a n t u o m o Visconti ne fu alla fine imbrattato, o fu accusato di esserlo, e di poco evitò l'arresto. Le cose e r a n o a questo p u n t o q u a n d o s o p r a v v e n n e r o n u o ve complicazioni internazionali. A C a m p o f o r m i o , l'Austria aveva a v u t o col Veneto il suo p r e m i o di c o n s o l a z i o n e , ma n o n se ne contentava. O r a che i francesi e s t e n d e v a n o la loro occupazione in Italia, essa reclamava u n a compartecipazione agli utili: le Legazioni. Il Direttorio n o n ne volle sapere, e la d e l u s i o n e acuì in Vienna il d e s i d e r i o di rivincita. Riallacciò l'alleanza c o n l ' I n g h i l t e r r a , r i m a s t a sola in c a m p o c o n t r o la Francia, e vi attrasse la Russia. Q u e s t a n u o v a coalizione era abbastanza forte p e r infondere speranze agli Stati italiani che a n c o r a n o n e r a n o stati occupati dai francesi, ma se ne sentivano alla m e r c é . Parigi se ne rese conto e, p r i m a che la p a r o l a fosse di n u o v o r e s t i t u i t a alla s p a d a , p r e s e le sue precauzioni, cominciando dal Piemonte. 54
Abbiamo lasciato questo Stato al trattato di Cherasco del '96, c h e p r a t i c a m e n t e lo r i d u c e v a a vassallo della Francia, ma c o n s e n t e n d o g l i di m a n t e n e r e il suo r e g i m e . B o n a p a r t e aveva negoziato con Vittorio A m e d e o , e aveva lasciato al suo successore Carlo E m a n u e l e IV m a n o libera nella repressione dei patrioti. Si contentava della sua soggezione. N o n così il D i r e t t o r i o , c h e p e r mesi aveva t r a s c i n a t o le trattative di pace, e le aveva firmate solo al m o m e n t o di C a m p o f o r m i o , e controvoglia. Carlo Emanuele era un u o m o timido, pio e indeciso, che di suo n o n avrebbe osato nulla c o n t r o i francesi. Ma a p p u n t o il suo d e b o l e c a r a t t e r e lo r e n d e v a succubo di u n a C o r t e r e a z i o n a r i a e velleitaria, e s o p r a t t u t t o di suo fratello Vittorio E m a n u e l e , d e s t i n a t o p i ù t a r d i a succedergliF u r o n o p e r ò soprattutto i patrioti l o m b a r d i che spinsero il Direttorio ad a n n u l l a r e quella pace. D'accordo con quelli locali, essi t e n t a r o n o un'incursione in Piemonte p e r istaurarvi la Repubblica e fonderla con la Cisalpina. I francesi li lasciarono m o r i r e sotto la fucileria delle regie t r u p p e p e r c h é n o n volevano affatto la fusione di quei d u e Stati che avrebb e r o costituito un centro di p o t e r e difficilmente controllabile. Ma c o m p r e s e r o c h e il Re n o n e r a in g r a d o di garantirli c o n t r o questo pericolo e gl'imposero di consegnar loro prima la cittadella di T o r i n o e p o i tutti i suoi Stati. I n v a n o la Corte istigò Carlo Felice a u n a resistenza a oltranza, d'altronde impossibile. Il Re p a r t ì di n o t t e con la Regina senz'aver n e a n c h e il coraggio di portarsi dietro i gioielli della corona. D a p p r i m a si rifugiò a F i r e n z e , d o v e a n d ò a visitare l'altro g r a n fuggiasco, il Papa, e dove fu visitato da Vittorio Alfieri. «Ecco il vostro t i r a n n o » disse b o n a r i a m e n t e al p o e t a , c h e c o n t r o i tiranni aveva t a n t o declamato. Alfieri si c o m m o s s e alla vista del suo ex-sovrano «infelicissimo e a b b a n d o n a t o » . Quell'incontro rinfocolò in lui i furori antifrancesi che p r o prio allora aveva esalato nel Misogallo. Nel suo atteggiamento si riassumevano molto b e n e gli u m o r i della cultura italiana, avversa a l vecchio r e g i m e , m a a n c o r a p i ù s p a u r i t a d a 55
quello n u o v o . Perfino in questo c a m p i o n e delle p i ù s m o d e rate passioni, l'Italia m o d e r a t a faceva sentire la sua voce. A T o r i n o fu p r o c l a m a t a la R e p u b b l i c a s u b a l p i n a . E ne p a r l e r e m o d o p o . Per o r a v e d i a m o i l seguito d e l l ' a z i o n e francese. Ci si r i m p r o v e r a di far t r o p p o posto, in q u e s t a n o s t r a Storia, al capriccio degli u o m i n i . Ma noi ci chiediamo che cosa, se n o n il capriccio, p u ò s p i e g a r e la marcia su R o m a dell'esercito n a p o l e t a n o . C h e i francesi a R o m a r a p p r e s e n t a s s e r o u n a minaccia a n c h e p e r Napoli, è evidente. Ma è altrettanto evidente che a p p u n t o p e r questo i n a p o l e t a n i n o n avevano n e s s u n interesse a provocarli, visto ch'essi p e r il m o m e n t o avevano altro a cui p e n s a r e . N a t u r a l m e n t e a n c h e a Napoli si sapeva dell'alleanza che, nell'assenza di N a p o l e o n e , si a n d a v a a b b o z z a n d o t r a A u stria, Russia e I n g h i l t e r r a p e r u n a r i p r e s a delle ostilità. Ma la d a t a n o n e r a stata decisa, e il g a b i n e t t o di V i e n n a aveva espresso la sua intenzione di n o n precipitarla. In parole p o vere, aveva detto ai n a p o l e t a n i che, se si m u o v e v a n o , lo fac e v a n o a loro rischio e pericolo. E p p u r e essi si l a n c i a r o n o u g u a l m e n t e , da soli, in quell'avventura, che n o n la ragione, ma solo le passioni possono giustificare. Ne Eltalia del Settecento a b b i a m o già d a t o il q u a d r o della C o r t e di Napoli, delle sue divisioni, dei suoi intrighi, e n o n vogliamo r i p e t e r c i . Ma ne r i c h i a m i a m o alla m e n t e il sommario. A palazzo reale c'erano in quel m o m e n t o d u e partiti: quello del re F e r d i n a n d o e del suo m i n i s t r o degli esteri, Gallo, che volevano u n a politica di c o m p r o m e s s o e d'attesa; e quello della r e g i n a Maria Carolina e del suo factotum Acton, che volevano la g u e r r a . La g u e r r a l'avevano già fatta e p e r d u t a nel '96, q u a n d o avevano m a n d a t o u n c o r p o d i spedizione in aiuto degli austro-piemontesi, che poi si era a r r e so sotto le m u r a di Mantova. N a p o l e o n e , che allora n o n voleva spingere le p r o p r i e conquiste verso il S u d della penisola, aveva concesso la pace a condizioni n o n gravose. 56
F e r d i n a n d o , cui stava a c u o r e solo la p r o p r i a tranquillità, e r a b e n deciso a r i s p e t t a r l e . Maria C a r o l i n a spiava invece l'occasione della rivincita. Essa era u n a Asburgo, n o n soltanto sorella della Maria Antonietta che i francesi avevano d e capitato, m a a n c h e m a d r e d i u n ' a l t r a Maria A n t o n i e t t a and a t a sposa a l l ' I m p e r a t o r e d'Austria, Francesco che, p r i m a di d i v e n t a r e suo g e n e r o , e r a già suo n i p o t e . Questi legami d i famiglia c o n t a v a n o m o l t o i n u n a politica d o m i n a t a dagl'interessi dinastici c o m e quella delle m o n a r c h i e assolute del Settecento. E a Napoli c'era chi sapeva sfruttarli: l'ambasciatore inglese, H a m i l t o n , e più ancora sua moglie E m m a , a m a n t e d e l l ' a m m i r a g l i o N e l s o n , il g r a n d e a n t a g o n i s t a di Napoleone. N a p o l e o n e si trovava in quel m o m e n t o in Egitto, dov'era riuscito a r i p o r t a r e brillanti vittorie. Ma ad Abukir, alle foci del Nilo, la flotta che ve lo aveva trasportato era stata imbottigliata e distrutta da quella di Nelson. A b i l m e n t e m o n t a t a dalla p r o p a g a n d a , la notizia sollevò gli entusiasmi di N a p o li, che d i v e n t a r o n o a d d i r i t t u r a deliranti nella p r i m a v e r a di q u e l l ' a n n o '98, q u a n d o Nelson, di r i t o r n o dalla sua i m p r e sa, gettò le a n c o r e nella r a d a p e r godersi il p r e m i o del suo trionfo nell'alcova di E m m a . Q u e s t a e r a già u n a violazione dei patti stipulati con la Francia che vietavano l'ospitalità alle navi inglesi. Ma a ciò si a g g i u n s e r o atti c h i a r a m e n t e provocatori. La città si p a r ò a festa p e r accogliere l'Ammiraglio, e Lady H a m i l t o n l'attraversò su u n a berlina scoperta su cui sventolava u n a bandiera c o n le p a r o l e «Nelson e la Vittoria» r i c a m a t e in p i e t r e preziose. L'ospite fu s o m m e r s o di d o n i dalla Regina, e a tal p u n t o rimase contagiato dal generale entusiasmo che, a u n a g r a n d e rivista militare inscenata in suo o n o r e , dichiarò che quelle e r a n o «le migliori t r u p p e d ' E u r o p a » . F e r d i n a n d o , a cui n o n m a n c a v a u n c e r t o b u o n s e n s o , cercò d'imbrigliare questi ottimismi. Ma, c o m e al solito, fu travolto dalla moglie. In m a g g i o consentì a firmare u n ' a l leanza offensiva e difensiva con Vienna, c h i a r a m e n t e rivol57
ta c o n t r o la Francia. In g i u g n o lanciò u n ' e n e r g i c a p r o t e s t a c o n t r o l ' o c c u p a z i o n e francese di Malta, su cui N a p o l i rivendicava u n a platonica sovranità. E infine consentì all'ing a g g i o , p r o p o s t o g l i d a M a r i a C a r o l i n a e d a Acton, d i u n g e n e r a l e a u s t r i a c o , Mack, q u a l e c o m a n d a n t e i n c a p o dell'esercito. Mack e r a un g r a n d e storico militare. Di ogni battaglia c o m b a t t u t a nel corso dei secoli sapeva citare l u o g o , data, disposizione dei r e p a r t i , n o m i degli ufficiali. Ma n o n ne aveva mai vinta u n a . Per di più n o n parlava u n a parola d'italiano. E forse p e r q u e s t o gl'italiani lo p r e s e r o p e r un genio. Fu in questo clima di bellicosi entusiasmi che m a t u r ò la decisione. F e r d i n a n d o credette che, p e r tenersi al r i p a r o dai pericoli della g u e r r a , bastasse n o n dichiararla. Alla fine di n o v e m b r e a n n u n c i ò in un p r o c l a m a che si considerava e voleva r e s t a r e a m i c o d e i francesi, m a c h e r i t e n e v a i m p e g n o d ' o n o r e r e s t i t u i r e R o m a «al suo legittimo sovrano», senza p e r ò precisare se tale considerasse il Papa o se stesso. Nella storia della diplomazia - scrisse il più g r a n d e storico di allora, Cuoco - n o n si era mai vista u n a simile dichiarazione. L'esercito di Mack, forte di 50.000 u o m i n i , n o n incontrò altro ostacolo che le piogge, ma b a s t a r o n o a r i d u r l o in b r a n delli. Q u e l l a c h e e n t r ò a R o m a e r a u n a specie d i a r m a t a B r a n c a l e o n e , che si d e t t e subito al saccheggio. F e r d i n a n d o v e n n e a passarla in rivista, e dichiarò «liberata» la Città Eterna senza fare il m i n i m o accenno al Papa. I francesi a v e v a n o e v a c u a t o l ' U r b e il g i o r n o p r i m a fra gl'insulti e gli sberleffi della popolazione, seguiti da tutti gli esponenti del r e g i m e r e p u b b l i c a n o che si sentivano in pericolo di vita. Bisognava r i u n i r e le scarse guarnigioni sparpagliate nello Stato pontificio che n o n a s s o m m a v a n o a più di 12.000 u o m i n i . Al loro c o m a n d o era C h a m p i o n n e t , forse il miglior g e n e r a l e francese, a l m e n o sul p i a n o m o r a l e : p r o d e soldato, s i n c e r a m e n t e r e p u b b l i c a n o , o n e s t o e m a g n a n i m o . T o r n a t o alla controffensiva, m a l g r a d o l'inferiorità n u m e r i ca, inflisse alle a v a n g u a r d i e di Mack un paio di disfatte che, 58
sebbene parziali, bastarono a s e m i n a r e il panico in tutto l'esercito. N o n fu u n a ritirata. Fu u n a fuga i n d e c o r o s a al «si salvi, chi può». E il più trafelato a p p a r i v a F e r d i n a n d o , che p e r n o n farsi riconoscere aveva scambiato la p r o p r i a divisa con quella di un suo aiutante, e n o n faceva che ripetere alla scorta: «Restatemi a c c a n t o , n o n lasciatemi solo!» E r a talm e n t e fuori d i s e n n o che p r o p r i o allora, n e l m o m e n t o i n cui l'aveva persa, dichiarò la g u e r r a ai francesi p e r c h é - disse - «gli avevano opposto resistenza». A r r i v a t o col fiato mozzo a N a p o l i , lanciò al suo p o p o l o un p r o c l a m a che lo invitava a battersi «per il vostro p a d r e e Re che e s p o n e p e r voi la vita, che è p r o n t o a sacrificarla p e r la vostra difesa e p e r c o n s e r v a r e a voi q u a n t o avete di più caro: la religione, l ' o n o r e delle vostre mogli e delle vostre sorelle...» Q u a n t o fosse p r o n t o a e s p o r r e la vita, lo dimostrò imbarcandosi p e r Palermo con la Regina, il seguito e i bagagli sulla n a v e a m m i r a g l i a di Nelson. «E in pochissimi dì v e n n e , vide e fuggì» scrisse un p a s q u i n o locale. Ma con quell'appello alle mogli e alle sorelle, era riuscito a toccare il c u o r e dei suoi sudditi. Molto migliore del suo esercito, il p o polo corse alle a r m i e scatenò u n a guerriglia, che sorprese e un p o ' offese C h a m p i o n n e t , convinto di essere atteso in festa da u n a città smaniosa di libertà e di repubblica. A C a p u a dovette fermarsi. E forse avrebbe rinunziato a e n t r a r e a Napoli - c o m e del resto gli s u g g e r i v a il D i r e t t o r i o , restìo a sparpagliare ancora di più le sue t r u p p e nella penisola, alla vigilia di u n a r i p r e s a delle ostilità con l'Austria -, se al gov e r n o della città ci fosse stato q u a l c u n o capace di organizzare e sfruttare la resistenza p o p o l a r e . Ma F e r d i n a n d o aveva c o m m e s s o a n c h e l ' e r r o r e di desig n a r e a questo compito, col titolo di Reggente, l ' u o m o m e no adatto: il Principe Pignatelli. Costui, invece di c h i a m a r e in aiuto la flotta tuttora all'ancora, la fece affondare. Eppoi, p u r d i o t t e n e r e u n a t r e g u a d i d u e mesi, concluse u n armistizio con cui consentiva ai francesi di o c c u p a r e tutte le piazzeforti i n t o r n o alla città e s'impegnava a versargli u n ' i n d e n 59
nità di cui n o n disponeva, p e r c h é il Re si e r a p o r t a t o via tutto il tesoro. In quei d u e mesi la città assediata fu p r e d a dell'anarchia, di cui fecero le spese i «giacobini», accusati d'intelligenza col n e m i c o . Ad aizzare c o n t r o di loro la furia p o p o l a r e f u r o n o s o p r a t t u t t o i b a r b i e r i , c h e ai giacobini r i m p r o v e r a v a n o di aver i n t r o d o t t o la m o d a dei capelli corti al posto della p a r rucca, c a m p o dei loro virtuosismi e fonte dei loro g u a d a g n i . Ma l'etichetta di giacobino veniva applicata a n c h e a chi n o n lo era, p e r c h é o g n u n o aveva il suo da liquidare o da d e p r e dare. Tuttavia questa caccia all'uomo mise i giacobini veri nella necessità di agire. A m e t à g e n n a i o essi s ' i m p a d r o n i r o n o con un colpo di m a n o dei Forti di Sant'Elmo e di Castel N u o v o , e con le loro artiglierie c o m i n c i a r o n o a b a t t e r e le strade su cui avanzavano i francesi. Ma ci vollero tre giorni e quattromila m o r t i , p e r r i d u r r e alla r a g i o n e i «lazzaroni». L'ultima loro i m p r e s a resistenzialista fu il totale saccheggio del palazzo del loro «padre e Re», in n o m e del quale si e r a n o così vig o r o s a m e n t e e g r a t u i t a m e n t e battuti. C h a m p i o n n e t s e p p e conquistarseli con un gesto accorto. E n t r a t o in città sulla fine del g e n n a i o (del '99), si recò imm e d i a t a m e n t e a r e n d e r e omaggio a San G e n n a r o che, lungi dal serbargli il broncio, reciprocò la cortesia improvvisando fuori t e m p o il solito m i r a c o l o . «San G e n n a r o è d i v e n t a t o giacobbino» disse, sorpresa e un p o ' scandalizzata, la gente. E p e r il m o m e n t o , fu pace.
CAPITOLO SETTIMO
I B O R B O N E A PALERMO
Per F e r d i n a n d o e Maria Carolina, q u a n d o sulla fine del '98 vi g i u n s e r o a b o r d o della nave ammiraglia di Nelson, la Sicilia e r a u n a t e r r a del tutto sconosciuta: in q u a r a n t ' a n n i di R e g n o n o n ci avevano mai messo piede. Di essa n o n sapevano che ciò che ne riferivano i Viceré nei loro r a p p o r t i , a m messo che li leggessero. Si t r a t t a v a d e l r e s t o di u n ' i s o l a m i s t e r i o s a a n c h e p e r i suoi abitanti p e r c h é la m a n c a n z a di strade ne r e n d e v a inaccessibili molte p a r t i specie d e l l ' i n t e r n o , e i g r a n d i p r o p r i e tari t e r r i e r i che se ne spartivano la fetta m a g g i o r e avevano un c o n c e t t o così assoluto della loro sovranità c h e nei loro feudi n o n a m m e t t e v a n o i n t e r f e r e n z e del p o t e r e centrale e si s o t t r a e v a n o p e r f i n o ai c e n s i m e n t i . N o n si c o n o s c e v a n e m m e n o l ' a m m o n t a r e della p o p o l a z i o n e , m a s i p r e s u m e c h e si a g g i r a s s e sul m i l i o n e e m e z z o . P a l e r m o , coi suoi 200.000 abitanti, era la città p i ù popolosa d'Italia d o p o Napoli, ma a n c h e quella in cui il contrasto fra lusso e miseria e r a il p i ù sfacciato. Alla b a s e della s i t u a z i o n e politica ed e c o n o m i c a stava quella sociale. U n a specie d i «Libro d'oro» s t a m p a t o p r o p r i o in quegli a n n i definiva orgogliosamente la Sicilia come «la t e r r a dei nobili» p e r il fatto che ce n ' e r a n o di p i ù che in qualsiasi altra r e g i o n e della penisola: 142 principi, 788 marchesi, 1.500 fra d u c h i e b a r o n i . Q u e s t a moltiplicazione e r a d o v u t a a un fatto molto semplice e che di nobile aveva p o co: siccome n e s s u n sistema fiscale era mai riuscito a funzion a r e , invece d'imporgli u n a tassa, al ricco si v e n d e v a un blasone. N a t u r a l m e n t e la vecchia nobiltà, quella del s a n g u e , le 61
cui dinastie più antiche risalivano ai N o r m a n n i , reagivano a questa inflazione m a g g i o r a n d o i p r o p r i titoli p e r differenziarli da quelli n u o v i . Il m a r c h e s e di Geraci aveva coniato p e r sé quello - di p u r a fantasia - di «Primo Signore p e r grazia di Dio nell'una e nell'altra Sicilia, p r i m o C o n t e d'Italia e Principe del Sacro R o m a n o I m p e r o » . N o n è che un piccolo scampolo della gara che divampava fra questi nobili p e r acc a p a r r a r s i , nell'ambito della stessa casta, delle posizioni di «vertice». E q u e s t o a c c a n i m e n t o aveva il suo p e r c h é nella s t r u t t u r a feudale della società, che faceva del r a n g o la condizione del p o t e r e e del p o t e r e la condizione della ricchezza. Un p o ' p e r la sua posizione geografica, un p o ' p e r l'inint e r r o t t o p r e d o m i n i o spagnolo, la Sicilia e r a rimasta complet a m e n t e e s t r a n e a al r i n n o v a m e n t o d ' i d e e e al r i f o r m i s m o e c o n o m i c o p o r t a t i d a l l ' I l l u m i n i s m o . «In n e s s u n sito d e l m o n d o un titolo è p i ù p r e g i a t o che in Sicilia» scriveva Colletta c h e p u r e , c o m e n a p o l e t a n o , n o n veniva c e r t o d a u n paese democratico. N o n tutti i titolati, che si chiamavano g e n e r i c a m e n t e «baroni», e r a n o ricchi. Di quelli nuovi, alcuni si e r a n o rovinati p e r diventarlo, altri s'indebitavano fino al collo p e r t e n e r e il passo di quelli che li sovrastavano. E questa era a p p u n t o la d a n n a z i o n e loro e della loro categoria. Nell'Italia del N o r d i q u a d r i dell'aristocrazia si a l l a r g a v a n o p e r l'immissione di n u o v i e l e m e n t i b o r g h e s i distintisi i n q u a l c h e m o d o , p e r e s e m p i o nel servizio di Stato, c o m e in P i e m o n t e . E questi innesti si rivelavano benefici alla stessa casta p e r c h é la rins a n g u a v a n o e c o n o m i c a m e n t e e vi p o r t a v a n o idee p i ù m o d e r n e . Fu grazie a questa osmosi che i nobili a c q u i s t a r o n o un certo spirito d ' i n t r a p r e s a , cioè fu la b o r g h e s i a c h e convertì la nobiltà alla p r o p r i a mentalità imprenditoriale: lo abbiamo visto ne L'Italia del Settecento. In Sicilia - c o m e in S p a g n a - avveniva e s a t t a m e n t e il c o n t r a r i o : il b o r g h e s e imblasonato si convertiva alla m e n t a lità r e d d i t i e r a e p a r a s s i t a r i a dell'aristocrazia d e l s a n g u e e ne adottava, m a g g i o r a n d o l i , tutti i vizi: la s m o d a t a passione
del fasto c o m e s e g n o d i p o t e n z a , l ' a r r o g a n z a , l ' e s a g e r a t o concetto delle p r o p r i e p r e r o g a t i v e , il m o r b o s o attaccamento alle a p p a r e n z e e alle «precedenze»: i n s o m m a tutti quei caratteri che ancora, a d u e c e n t ' a n n i di distanza, caratterizz a n o il nobile siciliano d i m o s t r a n d o q u a n t o quella società sia r i m a s t a i m m o b i l e e pietrificata a n c h e in q u e s t i u l t i m i d u e secoli c h e d o v u n q u e a l t r o v e n e h a n n o visto i l t o t a l e sconvolgimento. Le cifre p a r l a n o chiaro. Dei 360 villaggi della Sicilia, 280 vivevano in r e g i m e di signoria feudale, cioè sottoposti a un b a r o n e che vi si c o m p o r t a v a da sovrano assoluto. Gli abitanti - quasi tutti contadini - e r a n o p r a t i c a m e n t e dei servi della gleba, t e n u t i a p r e s t a r e corvées, cioè g i o r n a t e di lavoro gratuito, e inabilitati a cambiare domicilio. N o n che lo proibisse la legge, ma lo proibiva il b a i o n e , che sulle o r m e del fuggiasco sguinzagliava la p r o p r i a personale polizia, lo portava davanti al p r o p r i o t r i b u n a l e e lo gettava nelle p r o p r i e prigioni. Il lettore n o n si faccia un q u a d r o t r o p p o n e r o di questa situazione. Molto spesso essa e r a mitigata dal c a r a t t e r e del feudatario che, lungi dall'abusare dei p r o p r i diritti, o ch'egli c o n s i d e r a v a tali, li esercitava con p a t r i a r c a l e b o n o m i a . Ciò c h e n o n a m m e t t e v a e r a c h e gli v e n i s s e r o contestati. Molte volte si e r a n o provati a farlo sia i Viceré spagnoli che i f u n z i o n a r i p i e m o n t e s i nel b r e v e p e r i o d o in cui la Sicilia aveva fatto p a r t e del R e g n o dei Savoia. Ma la resistenza era stata irriducibile e aveva trionfato a n c h e sul p i a n o giuridico, q u a n d o un avvocato p a l e r m i t a n o , Di Napoli, riuscì a far accettare dal t r i b u n a l e di Stato il principio che il feudo - si trattasse di u n a fattoria, o di un villaggio, o di u n a i n t e r a provincia - e r a p r o p r i e t à privata del feudatario, in q u a n t o c o m e tali R u g g e r o il N o r m a n n o (figuriamoci!) li aveva considerati e distribuiti ai suoi subalterni, che lo avevano aiutato a conquistare la Sicilia. Q u e s t a causa rimase famosa negli annali siciliani p e r c h é nel suo piccolo riassumeva tutti gli aspetti più tipici e salien63
ti della situazione isolana. Anzitutto, l'onnipotenza dei b a r o ni e la loro solidarietà q u a n d o e r a n o in giuoco i titoli del loro p o t e r e . Essi passavano la vita e d r e n a v a n o i loro p a t r i m o ni a c o n t e n d e r s i un p a l m o di terra, un attributo nobiliare e la p r e c e d e n z a in u n a c e r i m o n i a . Ma q u a n d o si t r a t t a v a di difendere la loro i n d i p e n d e n z a dal p o t e r e centrale, si chiud e v a n o a testuggine in un fronte c o m u n e , i m p a r t e n d o dall'alto della loro casta l'esempio della riottosità e dell'omertà. S e c o n d o , l'impossibilità da p a r t e della Giustizia di sott r a r s i alla s u g g e s t i o n e e alle p r e s s i o n i a m b i e n t a l i . I m a g i strati siciliani giuravano fedeltà al Re, ma a un Re che se ne stava a M a d r i d o a Napoli. Probabilmente a inclinare la loro bilancia in favore dei b a r o n i n o n era tanto il sentimento della p r o p r i a indifesa solitudine di fronte alle loro milizie private, q u a n t o il ricatto di un m a l i n t e s o «patriottismo». Per c o m u n e convincimento, l'attentato al diritto del b a r o n e diventava l'attentato alle «libertà» siciliane. Il suddito (perché di «cittadino» n o n si poteva parlare) o il villaggio che voleva sottrarsi alla soggezione feudale e scuotersi di dosso la servitù della gleba p e r mettersi sotto la p r o t e z i o n e della legge dello Stato c o m m e t t e v a un gesto di fellonìa p e r c h é faceva c o m b u t t a con u n o straniero (il Re) c o n t r o un siciliano (il barone). Q u e s t o convincimento si e r a formato in secoli di d i p e n d e n z a coloniale. Il t r a t t a m e n t o r i c e v u t o lo giustificava in p a r t e , ma solo in p a r t e . La S p a g n a n o n aveva sfruttato, come qualcuno dice, la Sicilia; al contrario, ci aveva rimesso di suo. Ma n o n aveva m i n i m a m e n t e tentato di a m m o d e r n a r n e le s t r u t t u r e a n c h e p e r c h é quel tipo di società feudale corris p o n d e v a al suo. Essa preferì lasciare le cose c o m e stavano, il che accrebbe nelle plebi siciliane la totale sfiducia nei p o teri dello Stato. Q u a n d o al d o m i n i o s p a g n o l o si sostituiron o , d o p o i l fugace i n t e r m e z z o p i e m o n t e s e , p r i m a quello dell'Austria e poi quello dei B o r b o n e di Napoli, questo p r o cesso e r a o r m a i irreversibile. I n u o v i p a d r o n i t e n t a r o n o a più riprese di r i d u r r e l'onnipotenza baronale, c o m e v e d r e 64
mo a p r o p o s i t o di Caracciolo, ma si t r o v a r o n o di fronte al m u r o di u n a resistenza massiccia. Gli o p p r e s s i facevano c o m b u t t a c o n gli o p p r e s s o r i in n o m e delle minacciate «libertà» siciliane, che in pratica e r a n o la libertà del b a r o n e di t e n e r e il contadino in schiavitù. Il patriottismo siciliano - in q u a l u n q u e f o r m a si manifesti, separatista o a u t o n o m i s t a n o n è mai stato che questo e seguita ad esserlo a n c h e oggi: la trincea del privilegio e l'alibi, da p a r t e di c h i u n q u e d e t e n ga il p o t e r e , del diritto di a b u s a r n e . A n c h e gl'intellettuali ne e r a n o complici. La c u l t u r a siciliana e r a «area depressa» rispetto a quella italiana, che a sua volta e r a «area depressa» rispetto a quella e u r o p e a . L'analfabetismo dilagava. L'Università di Messina e r a stata chiusa e quella di Catania distrutta da un t e r r e m o t o sulla fine del Seicento. P a l e r m o cercò d i a p p r o f i t t a r n e p e r c r e a r n e u n a sua p r o p r i a , ma dovette rinunziarvi p e r l'opposizione di Catania, dove alla fine furono istituite tre scuole di Stato, ma riservate agli aristocratici. Così il circolo si era chiuso. Avendo a n c h e il m o n o p o l i o della cultura, l'aristocrazia n o n aveva più nulla da t e m e r e p e r i suoi privilegi. Per i pochi talenti che riuscivano u g u a l m e n t e a svilupparsi, n o n c'era scamp o : o e m i g r a r e come fecero p e r esempio l'architetto J u v a r a e il musicista Scarlatti, o mettersi al servizio del p o t e r e . L'avvocato Di Napoli che aveva fatto trionfare in tribunale il principio dell'assoluta sovranità feudale incarnava a p p u n t o q u e s t o tipo d ' i n t e l l e t t u a l e a l soldo dei b a r o n i . N o n c'è da biasimarlo. Aveva studiato dai preti, che certo n o n gli avevano dato da leggere le o p e r e degl'Illuministi. Ma a n c h e se le avesse lette e avesse v o l u t o farsi b a n d i t o r e dei loro princìpi, a chi si sarebbe rivolto? N o n parliamo dell'interno dell'isola, a s s o l u t a m e n t e i m p e n e t r a b i l e e s o r d o a qualsiasi «messaggio» sociale. Ma nella stessa Palermo, che sapessero leggere e scrivere e q u i n d i fossero in g r a d o di capire, c'erano soltanto i b a r o n i - e n o n tutti - e i M o n s i g n o r i , i quali a v e v a n o in m a n o le chiavi di qualsiasi p r o m o z i o n e e c o n o mica e sociale. Infatti Di N a p o l i g u a d a g n ò un m u c c h i o di 65
quattrini, e d o p o morto ebbe anche l'onore di un m o n u m e n t o p e r il servigio reso ai p a d r o n i . Altri che si distinsero in queste forme di collaborazionismo ebbero in p r e m i o il titolo nobiliare. Le c r o n a c h e n o n r e g i s t r a n o n o m i d'intellettuali che denunziassero quest'avvilente condizione e p r o p o nessero rimedi radicali. Forse ce ne furono, ma n o n ebbero n e a n c h e il t e m p o di e s p r i m e r s i . Gli unici che r i u s c i r o n o a farlo f u r o n o quelli che s e p p e r o m a n t e n e r e le loro critiche e n t r o i limiti della più stretta p r u d e n z a . Il più audace fu Di Blasi che giunse a c h i e d e r e u n ' i m p o s t a progressiva sul reddito, ma in un linguaggio da giurista assolutamente incomprensibile alle masse. Natale mise in discussione la p e n a di m o r t e , ma avallò la t o r t u r a . L'economista Sergio p r o p u g n ò le d o t t r i n e liberiste, ma tenendosi sull'astratto. Più che voci siciliane, e r a n o echi del riformismo n a p o l e t a n o , che si spengevano sul m u r o della generale ignoranza. Sia p u r lentissimo, q u a l c h e m u t a m e n t o t u t t a v i a avveniva anche sotto la crosta di questa società pietrificata. La Sicilia, c o m e tutti i paesi a r e g i m e feudale, viveva quasi esclusivam e n t e d i agricoltura. N o n tutto era latifondo. C ' e r a n o a n che dei feudi modesti, i cui titolari n o n avevano altro lusso che il blasone e n o n c a m p a v a n o molto meglio dei contadini, di cui condividevano a n c h e il livello intellettuale. Tuttavia la fetta più grossa e r a quella ripartita tra alcune diecine di famiglie, l e cui p r o p r i e t à r a g g i u n g e v a n o d i m e n s i o n i d a Texas, c o m e quella del principe B u t e r a che, secondo Mack Smith, ne ricavava il dieci p e r cento dell'intero r e d d i t o siciliano. Q u e s t a ingiusta redistribuzione avrebbe a n c h e p o t u t o essere u n a fortuna - come lo era p e r esempio in L o m b a r d i a e in Toscana - p e r c h é consentiva l'accumulo di capitale, che a sua volta poteva consentire gl'investimenti e q u i n d i il decollo industriale dell'isola. Ma il t e r r i e r o siciliano n o n aveva la mentalità i m p r e n d i t o r i a l e di quello l o m b a r d o . Per lui la ricchezza n o n e r a s t r u m e n t o di altra e p i ù g r a n d e ricchezza, 66
ma solo di p o t e r e e di fasto. Invece di risiedere sulla t e r r a , risiedeva in città, u n i c a m e n t e inteso ai suoi i m p e g n i di com a n d o e di r a p p r e s e n t a n z a . Questo produceva due conseguenze. La prima era un c o n t i n u o d r e n a g g i o del r e d d i t o dalla sua vera e unica fonte - l ' a g r i c o l t u r a - alla città col c o n s e g u e n t e i m p o v e r i m e n t o della c a m p a g n a e dei suoi abitanti. La seconda era la formazione di u n a nuova categoria sociale: il r a p p r e s e n t a n t e in loco del p a d r o n e assenteista, il gabellotto. In Sicilia n o n c'era mezzadria. Il r e g i m e p r e v a l e n t e e r a quello dell'affitto, che d a p p r i n c i p i o era stato a breve termin e : in g e n e r e , un a n n o . Ma alla fine i p a d r o n i si e r a n o accorti che il breve t e r m i n e invogliava il c o n t a d i n o a praticare un'agricoltura di rapina, intesa più a saccheggiare che a coltivare i c a m p i . Così si e r a n o i n t r o d o t t i t e r m i n i p i ù l u n g h i , dai t r e a n n i in su, che stimolavano a u n o s f r u t t a m e n t o più razionale. Q u e s t o p e r ò aveva a n c o r a più bisogno della sup e r v i s i o n e del p a d r o n e che, oltre a i g n o r a r e tutto di agric o l t u r a , spesso n o n s a p e v a n e m m e n o d o v e fossero l e sue t e r r e . Perciò preferiva d a r e l'intero latifondo in a p p a l t o a q u a l c u n o che gli garantisse un c e r t o r e d d i t o e se ne compensasse intascando il di più. Nella storia dell'isola, l'avvento di q u e s t o n u o v o p e r s o n a g g i o r a p p r e s e n t a u n fatto f o n d a m e n t a l e . C o m e t u t t e l e società a s t r u t t u r a feudale, la Sicilia n o n conosceva che d u e classi: il p a d r o n e e il servo. A differenza di tutte le altre città d ' E u r o p a , quelle siciliane n o n e r a n o riuscite a s v i l u p p a r e un vero e p r o p r i o ceto m e d i o con u n a sua coscienza di classe. Vita mercantile e artigiana ce n ' e r a poca. E quella poca ruotava, come la cultura, i n t o r n o al p o t e r e , cioè alla nobiltà, cui forniva u n a docile clientela. Per esempio, tutto il mercato del g r a n o , che r a p p r e s e n t a v a la principale risorsa dell'isola, era in m a n o a pochi grossisti, che ne facevano quel che volevano, spesso p r o v o c a n d o coi loro incettamenti delle carestie artificiali p e r far rialzare i prezzi. Ma tutto ciò avveniva col beneplacito del p o t e r e , di cui questo racket era solida-
le e complice. La città e r a i n s o m m a soltanto un c e n t r o milit a r e e a m m i n i s t r a t i v o , n o n c h é il l u o g o di r i t r o v o della n o biltà e la palestra dei suoi lussi e lustri e piaceri. A P a l e r m o G o e t h e scoprì che sulle s t r a d e veniva lasciato lo sterco p e r fornire un soffice t a p p e t o alle carrozze.dei nobili e n e s s u n o se ne lamentava. Del resto, bastava g u a r d a r e l'architettura: ciò che n o n era palazzo, era t u g u r i o . In Sicilia - e questo spiega molte cose -, la classe m e d i a si s v i l u p p ò in c a m p a g n a , e il suo p r o t o t i p o fu a p p u n t o il g a b e l l o t t o . E r a d i solito u n e x - c o n t a d i n o s e g n a l a t o s i agli occhi del p a d r o n e p e r p a r t i c o l a r i capacità, o p p u r e u n cap e r o n z o l o di q u e l l e s q u a d r a c c e di cui il b a r o n e si serviva c o m e di milizie private. C o m u n q u e , un analfabeta, ma che aveva dato p r o v e di zelo e di energia: un «duro», i n s o m m a . E tale infatti si rivelò. La sua c o m p a r s a n o n migliorò di certo le condizioni dei contadini, anzi le p e g g i o r ò . A n c h e p e r ché quasi s e m p r e l o n t a n o , il b a r o n e era molto più tollerante e b o n a r i o : il Gattopardo n o n è un frutto della fantasia di Lampedusa. Il gabellotto aveva b e n altri artigli. Egli si mise n o n in p o sizione di contrasto, ma di c o n c o r r e n z a col p a d r o n e . C o m e suo vicario ne esercitava i diritti, ma p o r t a n d o l i al s o p r u s o sistematico. I n t a n t o , essendo dei loro, conosceva molto m e glio i contadini e le loro malizie. Eppoi, doveva sfogare u n a l u n g a fame di d e n a r o e di autorità. C'è chi dice che la mafia n o n fu che il sindacato dei gabellotti, la loro segreta associazione di m u t u o soccorso p e r t e n e r e in soggezione i contadini e in rispetto i p r o p r i e t a r i . N o n vogliamo a d d e n t r a r c i in questo p r o b l e m a che a n c o r a suscita polemiche a n o n finire. P r o b a b i l m e n t e la mafia è p i ù antica (Titone dice che risale a d d i r i t t u r a ai saraceni) e a p r o v o c a r l a fu la p r o l u n g a t a assenza di qualsiasi p o t e r e centrale: u n a specie di rozzo a u t o g o v e r n o esercitato da privati. Ma n o n c'è d u b b i o c h e i gabellotti se l'accaparrarono e le d i e d e r o i q u a d r i . Altrettanto indubitabile è che furono loro a precostituire i caratteri della borghesia siciliana, a n c h e q u a n d o questa co68
minciò a svilupparsi nelle città, p e r il semplice motivo che i gabellotti furono i p r i m i non-nobili che p o t e r o n o d a r e ai loro figli u n ' i s t r u z i o n e e farne degli avvocati, dei medici, dei professori, dei magistrati, m a s e m p r e nel q u a d r o d i quella società f e u d a l e , di cui essi a v e v a n o m u t u a t o d a i b a r o n i la mentalità e i vizi. N o n p e r nulla la borghesia siciliana ha del titolo a c c a d e m i c o la stessa c u p i d i g i a c h e il b a r o n e m o s t r a del titolo nobiliare. N o n p e r nulla, da q u a n d o ha assunto il p o t e r e , lo esercita con gli stessi criteri corporativi. N o n p e r nulla essa ostenta lo stesso attaccamento al privilegio, e p e r d i f e n d e r l o innalza il vessillo del p a t r i o t t i s m o siciliano cont r o le i n t e r f e r e n z e dello Stato. I n s o m m a è u n a b o r g h e s i a che, p e r un vizio d'origine, n o n ha p o t u t o né s a p u t o svolgere la f u n z i o n e e c o n o m i c a e c u l t u r a l e delle a l t r e b o r g h e s i e italiane. Gli u o m i n i d'iniziativa e di talento ch'essa p r o d u c e con meravigliosa fertilità sono t u t t o r a costretti a e m i g r a r e . Verso la fine del secolo c'erano stati d u e tentativi di riscossa. Del p r i m o fu p r o t a g o n i s t a , nel ' 7 3 , la plebe di Palermo, rid o t t a alla fame d a u n raccolto a n d a t o m a l e e forse a n c h e dalle speculazioni dei soliti grossisti. Ma p r o p r i o il suo and a m e n t o d i m o s t r ò quale r e t e di o m e r t à , consapevoli o inconscie, i b a r o n i avevano saputo tessere. Essi detestavano il viceré Fogliani p e r qualche sua timida manifestazione di d e mocrazia. Trattava con g a r b o a n c h e la g e n t e di «ceto ignobile», c o m e scriveva con o r r o r e il Villabianca, cioè di u m i l e condizione, e aveva tentato d ' i m p o r r e u n a piccola tassa sui c o n s u m i di lusso, che n a t u r a l m e n t e colpiva i ricchi. E p p u r e , q u a n d o v e n n e la carestia, la plebe se la rifece con lui e lo costrinse alla fuga. La città r i m a s e in balìa degl'insorti che si avventarono, è vero, a n c h e c o n t r o i b a r o n i ; ma, privi com'er a n o d ' i d e e e di capi, n o n s e p p e r o sfruttare il successo. Ad e m e r g e r e in quel t r a m b u s t o furono le «maestranze», cioè le c o r p o r a z i o n i di arti e mestieri, u n i c a forza p o p o l a r e organizzata. Ma essa d i m o s t r ò subito il suo fondo conservatore, c h ' e r a poi il motivo p e r cui le autorità l'avevano s e m p r e fa69
vorita. Le «maestranze» e r a n o complici dei m o n o p o l i p e r ché e r a n o u n m o n o p o l i o anch'esse. Nessuno poteva ottenere un p o s t o di lavoro qualificato senza ii p e r m e s s o della «maestranza» c h e diffìcilmente l o c o n c e d e v a p e r r i d u r r e l'offerta di m a n o d o p e r a e t e n e r e aiti i salari. Essa n o n difendeva i diritti del lavoratore, ma soltanto i privilegi dei suoi consociati, e p e r q u e s t o e r a riconosciuta e p r o t e t t a c o m e p a r t e di un «sistema» c h e a p p u n t o sui privilegi si basava, p r e n d e v a ufficialmente p a r t e alle cerimonie, e spesso assolveva compiti di polizia ausiliaria. Q u a n d o i ribelli si f u r o n o i m p a d r o n i t i di P a l e r m o e rim a s e r o in balìa di se stessi, furono le maestranze che presero la direzione di tutto p e r c h é e r a n o le uniche che sapessero far funzionare i servizi. Ma i negozianti e gli artigiani che ne c o m p o n e v a n o il grosso si resero subito conto che, senza i baroni, a n d a v a n o i n c o n t r o al fallimento p e r c h é i b a r o n i erano l'unica loro clientela ( q u a n d o si dice i b a r o n i s'intende, è logico, anche gl'impiegati, i clienti, i famigli dei baroni). Essi i n t r o d u s s e r o q u a l c h e riforma t i m i d a m e n t e giustizialista, ma soffocarono nel s a n g u e la rivolta e r i c h i a m a r o n o i nobili forse s p e r a n d o di o t t e n e r e , in r i c o m p e n s a del servigio, u n a m a g g i o r e partecipazione al p o t e r e . Ma furono presto delusi. U n a volta che p o t e r o n o d i s p o r r e delle forze militari m a n date di rincalzo da Napoli, i b a r o n i r i p r e s e r o in m a n o la situazione. Il secondo tentativo fu fatto dal viceré D o m e n i c o Caracciolo. E r a u n m a r c h e s e n a p o l e t a n o , m a n a t o i n S p a g n a d a m a d r e spagnola, e formatosi a Parigi e a L o n d r a , cioè alia scuola d e l l ' i l l u m i n i s m o francese e del liberalismo inglese. Già a Napoli si sentiva spaesato: la considerava un avanzo di M e d i o Evo. P r i m a di accettare il g o v e r n o della Sicilia, c h e sapeva a n c o r a p i ù a r r e t r a t a , esitò un a n n o . Il p e r s o n a g g i o era di rilievo in tutto: nei difetti n o n m e n o che nelle qualità. E r a intelligente, colto, o n e s t o e coraggioso. Ma le sue idee liberali si sposavano male a un t e m p e r a m e n t o a u t o r i t a r i o , impaziente e talvolta perfino insolente. Era libero da tutto, 70
ma n o n dai p r e g i u d i z i , e c o n t r o i nobili siciliani ne aveva molti: li considerava dei parassiti p r e p o t e n t i e intesi solo all'esteriorità. In u n a parola, li disprezzava ed era deciso a rid u r n e la protervia. Ma i b a r o n i avevano, p e r difendere i p r o p r i privilegi, un istituto di cui e r a n o riusciti a fare la b a n d i e r a del patriottismo siciliano: il Parlamento. Nel mito p o p o l a r e esso passava p e r la trincea delle «libertà» isolane nei confronti delle Potenze s t r a n i e r e che a v e v a n o via via d o m i n a t o la Sicilia. In realtà n o n e r a affatto così. Mai o quasi mai il P a r l a m e n t o siciliano si era trovato in conflitto politico col p a d r o n e di turn o . L e u n i c h e sue battaglie e r a n o s e m p r e state d i o r d i n e amministrativo e fiscale e si r i d u c e v a n o a questo: i m p e d i r e le i n t e r f e r e n z e del p o t e r e c e n t r a l e nelle sfere che i b a r o n i consideravano di loro c o m p e t e n z a e soprattutto nella ripartizione degli utili e degli oneri. Esso e r a diviso, c o m e quello prerivoluzionario francese, in tre C a m e r e o «bracci»: quello dei nobili, quello del clero, e quello delle città «demaniali», cioè poste sotto la giurisdizione del Re, e n o n di qualche b a r o n e . Era un P a r l a m e n t o peripatetico, p e r c h é si riuniva o r a a Palermo, o r a a Catania, ora a Messina, e in nessuna di queste tre città aveva u n a sede fissa: a volte teneva le sue sessioni in palazzo reale, a volte in cattedrale, a volte a n c h e in case private. Il suo c o m p i t o p i ù i m p o r t a n t e e r a quello di stabilire l ' a m m o n t a r e dei «donativi», e questa p a r o l a r a p p r e s e n t a v a il trofeo di u n a delle sue p i ù grosse, ma a n c h e p i ù inutili, vittorie. I «donativi» e r a n o in realtà i c o n t r i b u t i che la Potenza o c c u p a n t e esigeva dalla Sicilia. Ma i b a r o n i n o n li avevano mai accettati c o m e tali. Li c h i a m a v a n o «donativi» come se si trattasse di un regalo, il che forniva loro b u o n i arg o m e n t i p e r d i m o s t r a r e con q u a n t a tenacia e successo difendevano la dignità dell'isola. Però li p a g a v a n o , o p e r m e glio d i r e li facevano p a g a i e p e r c h é il meccanismo era q u e sto: un Comitato p a r l a m e n t a r e i m p o n e v a a ciascuna città o villaggio la sua quota, ma la ripartizione di questa quota fra 71
i singoli contribuenti era affidata al feudatario locale o a u n a commissione di «notabili», e o g n u n o capisce cosa succedeva. Siccome in Sicilia p o t e r e e ricchezza e r a n o s e m p r e concentrati nelle stesse m a n i in q u a n t o l'uno e r a fonte dell'altra e viceversa, a fare le spese di questo sistema fiscale era il p o vero i m p o t e n t e . I l P a r l a m e n t o n o n ostacolò Caracciolo, q u a n d o questi decise di s o p p r i m e r e l'Inquisizione: a n c h e il «braccio» del clero a p p r o v ò , p e r c h é quel tribunale faceva c o n c o r r e n z a ai suoi. P u r t r o p p o tale s o p p r e s s i o n e n e c o m p o r t ò u n ' a l t r a : quella dell'immenso archivio in cui e r a n o c o m p e n d i a t i tutti i casi della Sicilia. La o r d i n ò il Re forse su pressione delle famiglie p i ù in vista dell'isola, t u t t e più o m e n o interessate a d i s p e r d e r e le tracce di tanti delitti, soprusi e malversazioni. Ci vollero d u e giorni p e r c o n s u m a r e nel fuoco tutte quelle carte, e p e r la Storia fu u n a p e r d i t a grave. Ma le cose c a m b i a r o n o q u a n d o il Viceré attaccò il sistema dei privilegi alla base, cioè i n v a l i d a n d o il v e r d e t t o c h e aveva dato la vittoria a Di Napoli nella famosa causa sui diritti feudali. Il feudatario, egli disse, n o n e r a che un «delegato» del Re, con cui p e r t a n t o n o n poteva mettersi in concorrenza. Il Re n o n gli aveva mai dato facoltà di a r r e s t a r e e g i u d i c a r e i suoi vassalli p e r c h é ciò spettava u n i c a m e n t e a lui, né tanto m e n o di a r m a r e u n a milizia personale. Incoraggiato da questo battagliero atteggiamento, il terzo «braccio», quello delle città demaniali, p r e s e n t ò al Viceré la richiesta di un «catasto» delle p r o p r i e t à feudali in m o d o che a n c h e queste fossero soggette a u n a q u o t a dei «donativi». Caracciolo, che p r o b a b i l m e n t e aveva sollecitato la p r o posta, la fece sua, e i b a r o n i s e n t i r o n o che lì si giuocava la partita decisiva. Fin allora mai nessun Viceré era arrivato a tanto. Anche quelli che coi b a r o n i si e r a n o trovati in conflitto n o n lo avevano mai spinto al p u n t o di aizzare c o n t r o di essi altre forze sociali. Avevano s e m p r e preferito in ultima istanza appoggiarsi a loro e c o m p r a r s e n e la complicità riconoscendoli c o m e unici legittimi r a p p r e s e n t a n t i della Sicilia 72
e lasciandogliela in a p p a l t o . Q u e s t o e r a il tacito p a t t o che p e r secoli aveva regolato i r a p p o r t i della nobiltà siciliana col p a d r o n e di t u r n o e le aveva consentito di fare dell'isola u n a sua clientela. Caracciolo vi contravveniva c r e a n d o un conflitto d'interessi e di classi che r o m p e v a il circolo dell'omertà. La richiesta delle città demaniali dimostrava che n o n tutta la Sicilia era dei b a r o n i e p e r i baroni. Dimostrava che c o m b a t t e r e le «libertà» dei b a r o n i n o n significava a t t e n t a r e a quella della Sicilia. Dimostrava che in Sicilia c'erano delle forze interessate a r i d u r r e la protervia dei baroni. P u r t r o p p o , fu Caracciolo stesso ad a n n u l l a r e gli effetti di quel p r i m o successo. Egli e r a capace di t e n e r testa a tutto e a tutti, ma n o n alla p r o p r i a lingua. Aveva perfettamente capito che questo famoso P a r l a m e n t o siciliano, strombazzato dai suoi esaltatori c o m e il gemello e anzi il modello di quello inglese, lungi dal r a p p r e s e n t a r e u n o s t r u m e n t o del p r o gresso, r a p p r e s e n t a v a la trincea del privilegio. Ma commise l ' e r r o r e di dirlo a p e r t a m e n t e , o f f e n d e n d o un mito che, sia p u r e a t o r t o , e r a p e n e t r a t o nella coscienza siciliana. N o n volle sentire di «donativi»; li chiamò «contributi» quali effettivamente e r a n o , e a n c h e questo ferì il suscettibile nominalismo isolano. Ma lo sbaglio p i ù grosso lo c o m m i s e q u a n d o p r e t e s e di s o p p r i m e r e o a l m e n o r i d u r r e le feste di Santa Rosalia, pat r o n a della città. Aveva r a g i o n e p e r c h é il costo di quelle feste, c h e si svolgevano in luglio, ma si r i p e t e v a n o a n c h e in gennaio e in ottobre, incideva p a u r o s a m e n t e sul bilancio di u n a città che n o n aveva di che p r o v v e d e r e n e a n c h e ai servizi p i ù elementari. Ma il p o p o l o vi e r a così attaccato che minacciò la rivolta. «O festa o testa» scrissero sulla p o r t a di casa del Viceré, il quale dovette rimangiarsi l'ordine e uscì da quella sconfìtta g r a v e m e n t e discreditato. La d e l u s i o n e lo esacerbò. Da b u o n illuminista, egli n o n c r e d e v a nelle libertà d e m o c r a t i c h e , e a n c h e p e r questo e r a tanto avverso al P a r l a m e n t o . Ma e r a convinto che un assolutismo efficiente e giustizialista a v r e b b e a v u t o l ' a p p o g g i o
delle masse. E invece o r a d o v e v a c o n v i n c e r s i c h e n o n e r a così: le masse p r e f e r i v a n o le l u m i n a r i e e i m o r t a r e t t i p e r Santa Rosalia alle scuole e agli ospedali. Tentò di smantellare i m o n o p o l i a cominciare da quelli delle «maestranze» ord i n a n d o loro di aprirsi a tutti i lavoratori, e u r t ò contro u n a insormontabile resistenza passiva. Fece costruire un cimitero p e r i m p e d i r e l'inumazione nelle chiese dove si sviluppavano fetori insopportabili. Ma la g e n t e seguitò a seppellire in chiesa i suoi morti, istigata da preti e becchini che su q u e st'uso facevano lauti affari. N o n suscitò consensi p o p o l a r i n e m m e n o la tassa i m p o s t a sulle c a r r o z z e p e r finanziare la pavimentazione delle strade. La tassa n o n colpiva che i ricchi e sarebbe a n d a t a a beneficio a n c h e dei poveri. Ma i p o veri vi rimasero indifferenti. N e s s u n o s a p r à m a i se le masse siciliane r i m a s e r o s o r d e alle riforme di Caracciolo p e r i n c o m p r e n s i o n e o p e r sfiducia nelle sue capacità di realizzarle. C o m u n q u e il suo insuccesso d i m o s t r a v a c h e la collusione fra aristocrazia e p l e b e era a tutta p r o v a e n o n lasciava spazio a forze riformistiche. I b a r o n i , che alla C o r t e di Napoli avevano i loro avvocati e complici, da t e m p o la bersagliavano di p r e g h i e r e e minacce p e r c h é li liberasse dei «villani e spregevoli m o d i del govern a n t e Caracciolo», c o n t r o cui n o n si stancavano di diffondere c a l u n n i e . Mobilitarono perfino il p a d r e di re F e r d i n a n d o , Carlo I I I di S p a g n a . Ma forse fu lo stesso Caracciolo a sollecitare, p e r stanchezza e delusione, il p r o p r i o richiamo. Q u e s t o n o n s i risolse tuttavia i n u n «siluramento» p e r c h é Caracciolo v e n n e anzi n o m i n a t o Primo Ministro con facoltà di designare il p r o p r i o successore a Palermo. Lo scelse nella p e r s o n a del p r i n c i p e di C a r a m a n i c o , u o m o fornito d i u n a personalità m e n o incisiva, m a a n c h e m e no angolosa, e a n c h e lui intriso di cultura francese e d'idee illuministe. C a r a m a n i c o n o n r i n n e g ò il p r o g r a m m a del p r e decessore; si limitò a s m u s s a r n e le p u n t e , e questo gli consentì di r a g g i u n g e r e q u a l c h e r i s u l t a t o . Fece ratificare il principio che il feudo era un'investitura da p a r t e del Re, cui 74
q u i n d i restava sottomesso, e con un miracolo di diplomazia o t t e n n e dal P a r l a m e n t o l'adesione di massima al catasto e a u n a più e q u a ripartizione degli o n e r i fiscali. La rivoluzione francese e il rimescolio che provocò i m p e d ì la realizzazione di questi progetti. Ma la loro esigenza era o r m a i riconosciuta e accettata. La nobile, a n c h e se malaccorta, battaglia di Caracciolo, di cui C a r a m a n i c o e r a stato il c o n t i n u a t o r e , n o n aveva raggiunto g r a n d i risultati. La Sicilia restava p r a t i c a m e n t e qual era da secoli: u n a foresta pietrificata, u n a giungla di privilegi e di m o n o p o l i , dove chi n o n e r a o p p r e s s o e r a o p p r e s s o r e , e viceversa. Però l ' i m p e g n o dei d u e Viceré e i loro r a p p o r t i e r a n o serviti a l m e n o a q u e s t o : a far capire alla C o r t e di Napoli, la quale della Sicilia n o n si e r a mai ricordata, che la Sicilia c'era ed e r a così. Q u e s t o aveva la sua i m p o r t a n z a , o r a che l'isola diventava il rifugio di un Re, che in q u a r a n t a n n i di r e g n o n o n aveva mai n e m m e n o sentito il bisogno di a n d a r l a a v e d e r e . «Tutto q u i mi r i p u g n a . I p r e t i sono c o r r o t t i , il p o p o l o selvaggio, la nobiltà infida» scriveva in u n a delle sue centomila lettere la regina Carolina, subito d o p o lo sbarco. D u r a n t e la t r a v e r s a t a d a N a p o l i , aveva sofferto u n t r e m e n d o m a l d i m a r e e l'ultimo n a t o le era m o r t o tra le braccia. P u r senza conoscerla, aveva s e m p r e d e t e s t a t o la Sicilia, e il fatiscente palazzo Colli in cui l'avevano alloggiata n o n e r a certo il p i ù i n d i c a t o p e r fargliela a m a r e . Ma s o p r a t t u t t o sentiva c h e il suo a s c e n d e n t e sul Re, e q u i n d i la sua influenza politica, era in declino: «Non mi si consulta, n e a n c h e mi si ascolta, e sono terribilmente infelice». F e r d i n a n d o aveva s e m p r e m a l s o p p o r t a t o il suo cattivo carattere, ma in politica si fidava del suo giudizio, consider a n d o l a d e g n a figlia di Maria Teresa, e p r a t i c a m e n t e le aveva lasciato fare tutto quello che voleva. Le aveva consentito di r o m p e r e il patto di famiglia che legava i B o r b o n e di Napoli a quelli di S p a g n a p e r trasferirli nell'orbita dell'Austria, 75
di l i q u i d a r e il suo m i g l i o r m i n i s t r o , T a n u c c i , e di fare d e l suo favorito Acton il vero factotum del Regno. Ma o r a aveva di che r i m p i a n g e r l o . Era stata lei a tirarsi addosso i francesi con quella disgraziata g u e r r a preventiva e ad affidare il com a n d o dell'esercito a Mack, che n o n aveva certo dimostrato g r a n g e n i o strategico. F e r d i n a n d o i n s o m m a n o n s i f i d a v a più di lei e sembrava deciso a imbrigliarne il forsennato attivismo. Per questo poteva c o n t a r e sull'aiuto di Acton che, da q u a n d o aveva smesso di essere il favorito della Regina, e r a diventato il favorito suo. Maria C a r o l i n a si e r a s e m p r e imposta con gl'intrighi di C o r t e in cui e r a maestra, ma la C o r t e e r a rimasta a Napoli. Gli unici amici che l'avevano seguita fin lì e r a n o l'ambasciat o r e inglese H a m i l t o n e sua m o g l i e E m m a , coi quali n o n aveva segreti. Gli H a m i l t o n e r a n o u n a strana coppia, in cui la m o g l i e valeva, o a l m e n o c o n t a v a , m o l t o p i ù del m a r i t o p e r via dei suoi legami con Nelson, l'eroe nazionale inglese. E m m a si m o s t r a v a nella vita u n ' a t t r i c e m o l t o m i g l i o r e di q u a n t o fosse stata sul palcoscenico, d o n d e p r o v e n i v a . D a q u a n t o se ne p u ò capire, e r a u n a m i t o m a n e frigida, che sapeva recitare a n c h e la passione, q u a n d o serviva all'ambizion e . C o m e d o m i n a v a il m a r i t o e l ' a m a n t e , così d o m i n a v a la Regina fingendo u n a partecipazione senza riserve sia ai suoi e n t u s i a s m i c h e alle s u e i n d i g n a z i o n i . Le t r e s c h e di q u e s t e d u e d o n n e esercitarono un peso nefasto sulla politica estera e d i n t e r n a dei B o r b o n e i n q u e s t o p e r i o d o , m a n o n s i p u ò n e g a r e che lo abbiano esercitato. Dal canto loro, i siciliani avevano accolto i fuggiaschi con un calore in cui tuttavia n o n c'era o m b r a né di patriottismo né di devozione a u n a dinastia, che n o n si e r a mai c u r a t a di loro. C'era solo la contentezza di essersi liberati da u n a posizione subalterna nei confronti di Napoli, di v e d e r e Palermo p r o m o s s a a capitale con la sua C o r t e e le cerimonie, le feste e i rituali di cui s e m p r e le Corti si c i r c o n d a n o ; e la speranza, da p a r t e dei b a r o n i , d ' i r r e t i r e il Re e di farne il loro s t r u mento. 76
Ma queste attese e r a n o a n d a t e deluse. F e r d i n a n d o suscitava p a r e c c h i e s i m p a t i e p e r la sua cordialità e b o n o m i a . Aveva affidato a principi siciliani d u e i m p o r t a n t i dicasteri, trattava tutti con affabilità, e si e r a affrettato a trasferirsi in u n a villa sul m a r e p e r sottrarsi alla moglie. Ma, con un a p p a n n a g g i o ridotto al lumicino, aveva b a n d i t o un r e g i m e di austerità, e come al solito si sfogava a caccia e a pesca. La R e g i n a invece si e r a fatta subito d e t e s t a r e p e r la sua a r r o g a n z a e petulanza. Essa n o n nascondeva il suo disprezzo p e r i siciliani, anzi l'ostentava con insigne malaccortezza, n o n p a r l a v a c h e di N a p o l i , e aveva f o r m a t o u n a specie di « g o v e r n o - o m b r a » , fatto di a d u l a t o r i e di a v v e n t u r i e r i , p e r organizzare la riconquista. V e d r e m o p i ù tardi quale nefasta influenza vi esercitò. Per o r a r i p r e n d i a m o il filo degli avvenimenti.
CAPITOLO OTTAVO
LA R E P U B B L I C A PARTENOPEA
Abbiamo lasciato Napoli nel m o m e n t o in cui C h a m p i o n n e t vi e n t r a v a . «La r i v o l u z i o n e è fatta - scrisse a Parigi -: un m o n a r c a di m e n o , u n a repubblica di più.» Infatti la R e p u b blica era già stata proclamata, e alla sua presidenza era stato designato quell'ex-fuoruscito L a u b e r g , che abbiamo già inc o n t r a t o a Milano fra i più irrequieti esponenti della sinistra democratica. N o n fu u n a scelta f o r t u n a t a . L a u b e r g n o n aveva n u l l a p e r piacere ai napoletani: né il n o m e che d e n u n c i a v a la sua origine tedesca, né il passato. Il p o p o l o n o n lo considerava dei suoi p e r c h é era nobile, i nobili lo consideravano traditore p e r le sue idee, i preti lo consideravano apostata p e r c h é aveva detto messa e poi aveva gettato la tonaca alle ortiche p e r sposarsi. Per di più, aveva un c a r a t t e r e i n t r a n s i g e n t e e violento, che l'esilio aveva reso ancora più aspro. «Cosa possiamo aspettarci da voi che avete tradito a n c h e Cristo?» gli disse la Principessa di Belmonte. Ma il governo era composto da u o m i n i seri e appassionati, forse a n c h e t r o p p o appassionati p e r essere dei b u o n i politici. Fra loro brillavano il giurista Mario Pagano, incaricato di e l a b o r a r e la Costituzione, e Vincenzo Russo, un giovane ascetico d o t t r i n a r i o , i n c a p a c e di d i s t i n g u e r e fra u t o p i a e realtà, ma coraggioso e devoto alia causa. E r a n o dei sognatori. Ma solo dei sognatori p o t e v a n o tentare, in un Paese c o m e quello, un e s p e r i m e n t o c o m e quello. La Costituzione fu il solito d o c u m e n t o accademico, ricalcato sul modello francese, che n o n fece né male né b e n e p e r c h é r i m a s e solo u n a d i c h i a r a z i o n e di b u o n e i n t e n z i o n i . Ma fu 78
sul piano dei problemi concreti che si vide insieme la b u o n a fede e l'inesperienza di questi improvvisati governanti. Essi esclusero dai pubblici uffici tutti coloro che avevano collabor a t o col «tiranno». Il t i r a n n o era un Re che aveva r e g n a t o p e r vari d e c e n n i . E l'epurazione q u i n d i - come diceva gius t a m e n t e C u o c o -, c o l p e n d o coloro che a v e v a n o servito il Re, colpiva coloro che avevano servito il Paese. A questa p r i m a misura, che n a t u r a l m e n t e n o n potè essere applicata ma irritò la pubblica o p i n i o n e , ne segui un'altra più logica, ma altrettanto difficile: lo smantellamento del sistema feudale. Esso era incompatibile con la democrazia, ma la sua liquidazione ledeva vasti interessi, che a n d a v a n o affrontati g r a d u a l m e n t e . I l p r i m o passo, l'abolizione d e l maggiorascato, n o n i n c o n t r ò forti contrasti. Ma q u a n d o fu a n n u n z i a t a u n a riforma agraria che distruggeva i latifondi e tutti i privilegi che vi e r a n o connessi, le resistenze s'irrigidir o n o e la battaglia si fece aspra. A c o n d u r l a sul p i a n o propagandistico fu soprattutto u n a d o n n a , Eleonora De Fonseca Pimentel, editrice e direttrice del giornale // monitore. R o m a n a di origine p o r t o g h e s e , essa e r a v e n u t a a N a p o l i da sposa, c ' e r a r i m a s t a da vedova, e aveva tentato di lanciarvi un salotto intellettuale. P u r t r o p p o la società n a p o l e t a n a n o n c o n s e n t i v a q u e i m a t r i m o n i fra m o n d a n i t à e cultura che facevano la fortuna e lo s p l e n d o r e della società francese. Eleonora aveva invano cercato di fare tra esse da p o n t e , e forse era stato p r o p r i o questo insuccesso a inasprirla contro un r e g i m e che lo r e n d e v a impossibile. S'iscrisse alla massoneria, e di li scivolò nei circoli giacobini di cui d i v e n n e la ninfa Egeria. Era stata anche arrestata e, a q u a n t o p a r e , solo p e r sbaglio rilasciata. // monitore se lo scriveva quasi tutto da sé, cimentandosi in qualsiasi a r g o m e n t o di politica, di e c o n o m i a , di l e t t e r a t u r a , di c o s t u m e . La sua prosa arzigogolata e piena di svolazzi n o n rivela né originalità né p r o f o n d i t à di p e n s i e r o . Forse nel suo i m p e g n o e r a mescolata a n c h e u n a certa dose di femminile vanità: le piaceva essere la M a d a m e Rolland di Napoli. Ma alcune cose le 79
vide con più chiarezza degli u o m i n i : p e r esempio l'inutilità di s t a m p a r e libri e opuscoli di p r o p e d e u t i c a rivoluzionaria in u n a l i n g u a italiana c h e le masse n o n c o n o s c e v a n o . E r a u n a sognatrice anch'essa, ma il risveglio s e p p e affrontarlo con ammirevole dignità. Per il n u o v o r e g i m e , u n o dei più grossi incagli era la situazione economica. C o m e al solito, i francesi avevano imposto un forte tributo p e r il m a n t e n i m e n t o delle loro t r u p p e , e il g o v e r n o n o n sapeva dove attingerlo p e r c h é il Re si era p o r t a t o via la cassa. C h a m p i o n n e t , che voleva aiutare la Repubblica, ma doveva anche accontentare l'esigente Dirett o r i o , consigliò a L a u b e r g di m a n d a r e u n a d e p u t a z i o n e a Parigi p e r spiegare la situazione e o t t e n e r e facilitazioni. Gli ambasciatori p a r t i r o n o , ma a mezza strada furono raggiunti dalla notizia del siluramento del loro p r o t e t t o r e . C h a m p i o n n e t e r a caduto p e r u n basso intrigo ordito tra un C o m m i s s a r i o ch'egli aveva allontanato p e r le sue r u b e rie, Faypoult, e il generale M a c d o n a l d che aspirava a p r e n d e r e il suo posto. Costoro lo avevano d e n u n z i a t o al Direttorio c o m e v e n d u t o agl'italiani: un'accusa che, a p p e n a arrivato a Parigi, lo p o r t ò davanti al tribunale militare e poi in galera. In seguito fu riabilitato, ma t r o p p o tardi: subito d o p o , m o r ì di c r e p a c u o r e . Così la Repubblica p e r s e il suo p i ù valido p u n t e l l o p r o prio nel m o m e n t o in cui ne aveva più bisogno: l'Austria era scesa in g u e r r a e i suoi eserciti si a p p r e s t a v a n o a riconquistare l'Italia. A Parigi gli ambasciatori furono accolti malissimo e b r u s c a m e n t e c o n g e d a t i . R i e n t r a n d o a Napoli, vi t r o v a r o n o u n a situazione in r a p i d o d e t e r i o r a m e n t o . Sebbene il fronte italiano fosse ancora calmo, i francesi r a g g r u p p a v a n o le loro t r u p p e sparpagliate nella penisola. Macdonald, p r e v e d e n d o di essere richiamato al n o r d , aveva a b b a n d o n a t o la città nelle m a n i di Faypoult, il p i ù avido e infame di tutti i ladroni che quell'esercito si era p o r t a t o al seguito. Ma c'era di p e g g i o . La r i p r e s a delle ostilità aveva rianim a t o i sentimenti filo-borbonici del popolino. Nella capitale 80
si accendevano congiure. La più celebre fu quella che p r e s e il n o m e di u n a d o n n a , destinata - del tutto e r r o n e a m e n t e a p r e n d e r e posto accanto a Eleonora nella martirologia r e pubblicana: Luisa Sanfelice. Q u e s t a signora e r a u n a testolina sventata che, a n d a t a sposa a un u o m o n o n m e n o sventato di lei, aveva dilapidato in m o n d a n i t à e galanterie il patrim o n i o di famiglia, p e r castigo e r a stata i n t e r n a t a a n c h e in un c o n v e n t o , e o r a viveva, d ' a c c o r d o col m a r i t o , facendosi m a n t e n e r e dai suoi a m a n t i . U n o di essi, un c e r t o Baccher, convinto m o n a r c h i c o , aveva a n n o d a t o un complotto p e r imp a d r o n i r s i del forte di Sant'Elmo e di là d a r e il via alla rivolta. Se ne confidò con Luisa. O u e s t a se ne confidò con un altro suo a m a n t e , che a sua volta se ne confidò con lo storico Vincenzo Cuoco. E costui la indusse a d e n u n z i a r e la tresca, anzi p a r e che redigesse di suo p u g n o la delazione. Baccher fu messo a m o r t e , e Luisa si t r o v ò p r o m o s s a a G i o v a n n a d'Arco della Repubblica p a r t e n o p e a . Ma la minaccia più g r a n d e veniva dalle province dell'int e r n o , dove il n u o v o r e g i m e n o n e r a a n c o r a riuscito ad affermarsi. C o m e negli Stati pontifici, a n c h e qui la legge la d e t t a v a n o i b r i g a n t i che si t r i n c e r a v a n o d i e t r o l'alibi della fedeltà al t r o n o e all'altare. Michele Pezza detto Fra Diavolo terrorizzava Itri e i suoi d i n t o r n i con gesta in cui è diffìcile riconoscere il fantasioso e cavalleresco p r o t a g o n i s t a dell'op e r a lirica che a lui s'ispira e ne p o r t a il n o m e . In realtà era u n o scellerato m o z z a t e s t e , e lo r i m a s e a n c h e d o p o c h e re F e r d i n a n d o l'ebbe n o m i n a t o colonnello c o m e il suo compare M a m m o n e che, a d i r e di Colletta, usava p e r boccali i teschi delle sue vittime. Q u e s t o miscuglio di spirito protestatario c o n t r o qualsiasi novità e di uzzolo di saccheggio si chiamava sanfedismo perché p r e t e n d e v a d'ispirarsi alla S a n t a Fede, e forse n o n sar e b b e a p p r o d a t o a nulla di conclusivo, se ad a s s u m e r n e le r e d i n i n o n fosse s o p r a v v e n u t o u n n u o v o p e r s o n a g g i o d i ben altro prestigio e statura. Fabrizio Ruffo era un Principe calabrese d i v e n t a t o C a r d i n a l e grazie alla p r o t e z i o n e di 81
Pio VI, che ne aveva fatto il suo tesoriere. S t a n d o a certe voci, il tesoro di cui si e r a più p r e o c c u p a t o era quello suo. Ci dev'essere qualcosa di vero p e r c h é a un certo p u n t o la carica gli fu tolta, sebbene vi avesse d a t o p r o v e eccellenti. Torn a t o a N a p o l i , e r a d i v e n t a t o , g r a z i e al suo n o m e , alla sua presenza, ai suoi m o d i di g r a n signore, u n a delle figure p i ù in vista della Corte, senza tuttavia scadere al r a n g o di cortigiano. N o n si p e r d e v a in intrighi e pettegolezzi. Le sue parole contavano a n c h e p e r c h é n e p r o n u n c i a v a p o c h e . Q u a n do il Re e la Regina p a r t i r o n o p e r Palermo, egli li seguì, ma controvoglia, p e r c h é quella fuga gli sembrava un d i s o n o r e , e lo era. Infatti n o n ci rimase che p o c h i giorni. Alla fine di g e n n a i o disse alla R e g i n a che s a r e b b e t o r n a t o in Calabria, c h ' e r a quasi p e r intero feudo della sua famiglia, p e r accendervi la rivolta, ma n o n chiese aiuti né di u o m i n i né di d e n a r o . Attraversò lo stretto c o n otto servitori. E ai p r i m i di febbraio aveva già ai suoi o r d i n i un piccolo esercito, c h e ogni giorno s'ingrossava di n u o v e reclute. La storiografia r i s o r g i m e n t a l e ha d i p i n t o a fosche tinte q u e s t o brigante porporato, p r e s e n t a n d o l o c o m e un Fra' Diavolo m a g g i o r a t o . Ma n o n è così. I n c a r n a z i o n e del vecchio r e g i m e c o n t u t t e le sue ottusità e ingiustizie, Ruffo lottava p e r u n a causa che n o n m e r i t a simpatie e che la Storia aveva già c o n d a n n a t o . Ma l ' u o m o n o n e r a da b u t t a r via, c o m e si v e d r à al t e r m i n e della sua i m p r e s a . C e r t a m e n t e i contadini calabresi gli c o r s e r o i n c o n t r o affascinati dal suo n o m e , famosissimo nella c o n t r a d a , e dalle sue seriche vesti cardinalizie che n o n smise mai. Ma egli s e p p e organizzarli e t r a d u r r e in spirito di crociata le loro torbide smanie di rapina. Da vero prelato cattolico, senza illusioni sulla u m a n a n a t u r a , patteggiò con tutti, a n c h e coi p i ù infami e s a n g u i n a r i briganti, p u r di attrarli dalla sua p a r t e . E q u a n d o n o n p o t è evitarli, finse di n o n v e d e r n e i delitti, i soprusi, le r u b e r i e . Ma riuscì a t e n e r e in p u g n o fino in f o n d o la sua o r d a , e a c o n d u r l a dove voleva. Ingigantita dalla l e g g e n d a , l'eco delle sue gesta arrivò a 82
Napoli in un m o m e n t o p a r t i c o l a r m e n t e delicato. I francesi, che n o n avevano n e m m e n o riconosciuto la Repubblica, avev a n o p r o v o c a t o u n a crisi di g o v e r n o e a r r e s t a t o lo stesso L a u b e r g che poi, rilasciato, riprese la via dell'esilio. Ma i napoletani t e n e v a n o testa alle loro p r e p o t e n z e . N o n si facevano illusioni. Anch'essi s a p e v a n o che M a c d o n a l d con le sue t r u p p e e r a in procinto di a b b a n d o n a r l i p e r n o n farsi tagliar fuori dagli austriaci già p e n e t r a t i in L o m b a r d i a . Ma, a differ e n z a dei l o r o colleghi cisalpini fuggiti al s e g u i t o dei l o r o p r o t e t t o r i , e r a n o decisi a restare e a lottare fino all'ultimo. Le l o r o leggi c o n t r o il sistema feudale c a d e v a n o nel v u o t o p e r m a n c a n z a di s t r u m e n t i con cui applicarle; ma essi contin u a v a n o a e m a n a r l e , e Eleonora Pimentel a esaltarle nel suo g i o r n a l e . Per c o r r e r d i e t r o al loro sogni di p a l i n g e n e s i sociale, avevano dimenticato di organizzare i servizi necessari a m a n d a r e avanti la barca. N o n avevano n e m m e n o u n a p o lizia efficiente. E p p u r e , riuscirono a levare tre corpi di spedizione da lanciare c o n t r o l'Armata cristiana della Santa Fede, c o m e o r m a i si c h i a m a v a n o le b a n d e di Ruffo. Costui si trovò di fronte a un avversario del suo stesso calibro: il d u c a Carafa, e la guerriglia diventò g u e r r a a p e r t a , a l m e n o finché Carafa p o t è d i s p o r r e a n c h e di un r e p a r t o francese. Ma ai primi di aprile questo v e n n e richiamato: M a c d o n a l d aveva ricevuto l'ordine di risalire verso Genova, a b b a n d o n a n d o Napoli al suo destino. La p o p o l a z i o n e ne aveva avuto sentore, ed e r a inquieta. Tutti capivano che il ritiro dei francesi avrebbe d a t o il via alle forze m o n a r c h i c h e e reazionarie che avevano seguitato a t r a m a r e n e l l ' o m b r a . Per c a l m a r e gli a n i m i e n a s c o n d e r e le sue intenzioni, M a c d o n a l d si p r e s e n t ò alla festa di San Genn a r o p e r assistere al consueto miracolo. Ma stavolta il Santo si m o s t r ò r e n i t e n t e , e la folla ne fu p r o f o n d a m e n t e turbata, v e d e n d o v i un segno di cattivo a u g u r i o . «Allora - dice il m e morialista francese T h i é b a u l t , p r e s e n t e alla scena - il capo d e l g o v e r n o , livido, si avvicinò al c a r d i n a l e Z u r l o , gli conficcò nel costato la c a n n a della pistola e gli soffiò nell'orec83
chio: "Se il miracolo n o n avviene i m m e d i a t a m e n t e , siete un u o m o morto!" Il C a r d i n a l e ne fu t a l m e n t e atterrito che n o n riuscì ad azionare il trucco - se trucco c'era -, e a q u a n t o pare ne incaricò u n o dei suoi accoliti. C o m u n q u e , il s a n g u e si mise a bollire, e la Repubblica p a r t e n o p e a si riaccreditò agli occhi dei suoi sudditi.» T r e giorni d o p o i francesi c o m i n c i a r o n o a e v a c u a r e Napoli, l a s c i a n d o solo u n a g u a r n i g i o n e d i p o c h i u o m i n i n e l forte di Sant'Elmo. La Repubblica fu sola. Ma qui a p p u n t o si vide in che legno e r a n o intagliati i suoi u o m i n i . Alcuni capi b r i g a n t i le offersero i p r o p r i servigi p e r f e r m a r e Ruffo. Ma il g o v e r n o rispose che n o n scendeva a patti col delitto. N o n scendeva a patti con nulla e con n e s s u n o . Fino in fondo rimase fedele a se stesso. Per n o n farne p e r d e r e il filo al lettore, s e g u i a m o n e la vic e n d a fino all'epilogo. L'emergenza p o r t ò alla ribalta un altro p r o t a g o n i s t a : l'ammiraglio Caracciolo. A n c h e lui, c o m e Ruffo, aveva seguito di malavoglia e con un senso di v e r g o g n a i sovrani a Palerm o . Ma a n c h e lui n o n c'era rimasto che pochi giorni. C o m e ufficiale, si sentiva umiliato n o n soltanto da quella fuga, ma a n c h e dalla diffidenza che la Regina nutriva p e r lui e dal disprezzo che Nelson ostentava p e r la fiotta n a p o l e t a n a . N o n era un democratico, ma era un patriota e un u o m o orgoglioso. C o n la scusa di r e g o l a r e i suoi affari privati, si fece d a r e il p e r m e s s o di t o r n a r e a N a p o l i , d o v e fu accolto c o n g r a n d i o n o r i e invitato a collaborare con la Repubblica. Per u n pezzo aveva rifiutato. M a q u a n d o u n a flottiglia c o m a n d a t a da Nelson sbarcò a Procida e se ne i m p a d r o n ì , lanciò un p r o c l a m a in cui accusava gl'inglesi di aver p r o v o c a t o la rovina dei sovrani obbligandoli alla fuga e assunse il c o m a n do delle navi scampate all'affondamento o r d i n a t o da Pignatelli. C o n quelle carcasse affrontò i vascelli b r i t a n n i c i e rip o r t ò a n c h e qualche successo, ma n o n riuscì a i m p e d i r e che a n c h e C a p r i e Ischia cadessero in m a n o al nemico. O r a Na84
poli e r a c h i u s a sia dalla p a r t e del m a r e c h e dalla p a r t e d i t e r r a , d o v e Ruffo seguitava ad a v a n z a r e , affiancato dai r e p a r t i dell'esercito r e g o l a r e c h e il Re gli aveva m a n d a t o di rincalzo. In città, b e n lavorati dalla p r o p a g a n d a m o n a r c h i c a , i «lazzaroni» scesero p e r strada, e la caccia al giacobino ricominciò. Sugli o r r o r i che v e n n e r o p e r p e t r a t i , le testimonianze sono u n a n i m i . Ruffo, che si e r a fermato, chiese al Re d'int e r v e n i r e con un messaggio p e r far cessare il massacro. Rispose la R e g i n a : «Il v e r m i n a i o r i v o l u z i o n a r i o d e v ' e s s e r e estirpato». Allora il C a r d i n a l e , a g e n d o d'iniziativa, m a n d ò degli emissari a t r a t t a r e un armistizio con gli e s p o n e n t i repubblicani asserragliati in Castel N u o v o e in Castel dell'Ovo. Essi n o n p o t e v a n o o r m a i o p p o r r e più n e s s u n a resistenza. E q u i n d i è chiaro che il C a r d i n a l e voleva soltanto offrir loro u n o scampo. La resa fu firmata il 23 giugno, recava l'avallo dell'ammiraglio inglese Foote, d e l g e n e r a l e francese Méjean c o m a n d a n t e della piccola g u a r n i g i o n e rimasta a S a n t ' E l m o , e d e gli ambasciatori russo e t u r c o . Ai r e p u b b l i c a n i si garantiva la vita e la libertà a Napoli, o p p u r e il p e r m e s s o d'imbarcarsi p e r Tolone. Ma l'indomani, a c c o m p a g n a t o dagli H a m i l t o n , s o p r a g g i u n s e c o n la sua n a v e N e l s o n , cui la R e g i n a aveva r a c c o m a n d a t o di «trattare i n a p o l e t a n i c o m e gli abitanti di u n a città inglese in rivolta». Fece u n a scenata a Ruffo accusandolo di aver abusato dei suoi poteri, ma il C a r d i n a l e gli t e n n e testa. E m o r a l m e n t e , da quello s c o n t r o , uscì meglio dell'Ammiraglio che, q u a n d o n o n faceva l'ammiraglio, faceva soltanto delle sciocchezze. Forse l'inglese si sarebbe a r r e s o , se ad aizzarlo n o n ci fosse stata E m m a , che si sentiva investita della p a r t e di vendicatrice affidatale dalla Regina. N o n si sa se essa abbia messo lo zampino anche nel proditorio compromesso, proposto da suo m a r i t o , c h e decise la sorte di quegli sventurati. Ma, d a t a l'assoluta nullità d e l l ' u o m o , è p i ù c h e p r o b a b i l e . H a milton scrisse a Ruffo che Nelson accettava la capitolazione. 85
Ruffo l'interpretò come un riconoscimento delle condizioni, e ne informò i repubblicani, che c o n s e g n a r o n o la loro fortezza e t r a g h e t t a r o n o sulle navi che dovevano portarli a Tolone. Le navi v e n n e r o i m m e d i a t a m e n t e sequestrate ed essi gettati nelle stive: Nelson aveva i n t e r p r e t a t o la loro resa come resa a discrezione. A i n a u g u r a r e il massacro fu Caracciolo. Ruffo gli offrì il destro di sottrarvisi con la fuga. Ma l'Ammiraglio, forse diff i d a n d o di lui, rifiutò, v e n n e c a t t u r a t o , c o n d o t t o a b o r d o della nave di Nelson e giudicato p e r direttissima da u n a corte marziale inglese. Il processo fu u n a semplice formalità e si concluse, secondo le istruzioni del Re, con la c o n d a n n a a m o r t e . L'infelice v e n n e impiccato sul posto, e il suo cadavere gettato in m a r e . E m m a Hamilton, dicono, volle assistere all'esecuzione da u n a barca p e r p o t e r n e riferire tutti i dettagli alla sua diletta amica Maria Carolina. Per un pezzo la forca n o n ebbe r e q u i e . S e c o n d o C u o c o , che la scansò p e r miracolo, le vittime furono centodiciannove, fra le quali tutti gli u o m i n i migliori della Repubblica: Pagano, Cirillo, Ciaja eccetera. Ma Cuoco n o n contava tutti coloro che v e n n e r o trucidati alla spicciolata dalla plebaglia. Fu u n a delle più orribili e ignobili feste di sangue che si fossero mai viste. I giustiziandi venivano condotti al patibolo eretto sulla pubblica piazza fra d u e file di folla e s u l t a n t e e insultante, e p p o i sospesi con la c o r d a al collo a un cavo oscillante in m o d o che la loro agonia durasse più a l u n g o . Tutti morir o n o con g r a n d e coraggio e dignità. Ma forse lo spettacolo di p i ù g r a n d e fermezza e nobiltà lo fornì E l e o n o r a P i m e n tel, le cui ultime p a r o l e furono un verso di Virgilio. I n v a n o Ruffo invocò u n a p a r o l a di c l e m e n z a da p a r t e del Re. Sul patibolo salì a n c h e un ragazzo di sedici anni, Filippo Marini, reo di aver decapitato la statua di re Carlo, p a d r e di Ferd i n a n d o . E infine fu la volta di Luisa Sanfelice. Essa riuscì a g u a d a g n a r e qualche mese fingendosi incinta, e in suo aiuto si mosse a n c h e la m o g l i e del P r i n c i p e E r e d i t a r i o . Q u e s t a aveva avuto p r o p r i o di quei t e m p i un b a m b i n o , e q u a n d o 86
F e r d i n a n d o v e n n e a vederlo, trovò nella culla u n a supplica. Ma accortosi che si trattava della Sanfelice, la gettò via stizzito insieme alla c r e a t u r a che aveva p r e s o tra le braccia. E così a n c h e questa povera d o n n a fu avviata a un martirio assol u t a m e n t e s p r o p o r z i o n a t o n o n solo alle sue colpe, ma a n c h e alla sua statura. Carafa teneva a n c o r a le sue posizioni a Pescara. Per venire a capo della sua resistenza, a n c h e con lui si ricorse a un i n g a n n o , ch'ebbe p e r protagonista u n o dei più scellerati briganti abruzzesi, P r o n i o . A n c h e questo episodio n o n è stato mai messo del tutto in chiaro. Il patto era che Carafa avrebbe a b b a n d o n a t o Pescara con la garanzia di un pacifico ritiro delle sue t r u p p e verso n o r d p e r riunirsi a quelle francesi. Concluso l'accordo, pranzava con Pronio, q u a n d o la polver i e r a della cittadella saltò p r o v o c a n d o c i n q u e c e n t o m o r t i . Pare che l'attentato fosse stato c o m p i u t o da alcuni emissari del b a n d i t o . C o m u n q u e , costui lo attribuì al G e n e r a l e accusandolo di aver c o n t r a v v e n u t o ai patti e, arrestatolo s e d u t a s t a n t e lo m a n d ò a N a p o l i , d o v e v e n n e i m m e d i a t a m e n t e processato e c o n d a n n a t o a m o r t e ma, trattandosi di un Duca, il tribunale gli usò il r i g u a r d o di farlo decapitare invece che impiccare. Il Generale esigette anche di essere steso sup i n o e n o n bocconi, in m o d o da p o t e r g u a r d a r e la scure. E al m o m e n t o in cui il boia la librava in alto, gridò: «Dite alla Regina c o m ' è m o r t o Carafa!», p e r sottolineare che a lei andava attribuito tutto quel massacro. L'ultimo ritocco a questa tragica odissea lo d e t t e il generale francese Méjean, che p e r d e n a r o consegnò ai borbonici n o n solo le sue piazzeforti, ma a n c h e i repubblicani che vi si e r a n o rifugiati m i m e t i z z a n d o s i sotto la divisa m i l i t a r e . Q u a n d o t o r n ò a Parigi, C h a m p i o n n e t lo d e n u n c i ò al tribunale di g u e r r a . L'assoluzione aveva s e m p r e fatto c r e d e r e che l'accusa n o n fosse stata provata. Invece dagli ultimi accertam e n t i risulta che lo fu, in pieno. Ma Méjean fu u g u a l m e n t e r i a s s u n t o in servizio: in fondo, n o n aveva v e n d u t o che degl'italiani. 87
I più fortunati furono quelli che languivano nelle galere. Fra di essi c ' e r a n o lo storico V i n c e n z o C u o c o e i musicisti Cimarosa e Paisiello. Dal fondo delle loro s o r d i d e celle p o tevano u d i r e il ritornello scandito in coro dai p o p o l a n i esultanti (chissà mai di che): «A lu s u o n o de li violini - s e m p r e m o r t e ai giacobbini!»
CAPITOLO N O N O
I L '99
Per seguire le vicende di Napoli, abbiamo un p o ' sopravanzato gli avvenimenti. R i p r e n d i a m o n e d u n q u e il filo. Visto che la g u e r r a e r a inevitabile, e r a stata la Francia a dichiararla all'Austria il 2 febbraio (del '99) p r i m a che i suoi eserciti si c o n g i u n g e s s e r o con quelli russi. Sul fronte t e d e sco le ostilità c o m i n c i a r o n o subito. Q u e l l o italiano g o d e t t e a n c o r a un m e s e di calma, di cui i francesi p r o f i t t a r o n o p e r liquidare s o m m a r i a m e n t e le p o c h e p e n d e n z e a n c o r a in sospeso. Anzitutto, il Piemonte dove, abbiamo detto, era stata p r o clamata la Repubblica. I l o m b a r d i avevano subito avanzato il p r o g e t t o di a n n e t t e r l a alla Cisalpina. Ma esso incontrò l'ostilità n o n solo di Parigi, ma a n c h e di T o r i n o , t i m o r o s a di d i v e n t a r e u n ' a p p e n d i c e di Milano. I particolarismi regionali seguitavano ad essere più forti dello slancio unitario. Piuttosto che u n a d i p e n d e n z a l o m b a r d a , gli stessi r e p u b b l i c a n i p r e f e r i r o n o fare del loro P i e m o n t e u n a provincia francese e inviarono u n a richiesta in questo senso al Direttorio, che indisse un plebiscito n a t u r a l m e n t e t r u c c a t o . Di p r o c e d e r e a u n ' a n n e s s i o n e ufficiale n o n ci fu il t e m p o . Ma l'amministrazione fu affidata a un Commissario che aveva i p o t e r i di un prefetto, e la frontiera con la Francia fu p r a t i c a m e n t e soppressa. Poi fu la volta della Toscana. II g r a n d u c a F e r d i n a n d o n o n aveva la personalità, l ' i m p e g n o , lo zelo r i f o r m a t o r e di suo p a d r e L e o p o l d o . M a e r a u n s o v r a n o d i g r a n d e accortezza e correttezza, equilibrato e u m a n o . Fin d a l l ' a p p a r i r e del p r i m o esercito francese, aveva d i c h i a r a t o l a p r o p r i a 89
neutralità e l'aveva s c r u p o l o s a m e n t e osservata, n o n o s t a n t e le sollecitazioni di suo fratello l ' I m p e r a t o r e d'Austria e di sua zia, Maria Carolina di Napoli, ch'era anche sua suocera p e r c h é ne aveva sposata u n a figlia. Abbiamo già d e t t o con q u a n t a amicizia aveva accolto N a p o l e o n e q u a n d o era sceso a s t r a p p a r e L i v o r n o agl'inglesi. La sua polizia n o n faceva ostacolo all'alluvione di agenti della Cisalpina e ne tollerava la p r o p a g a n d a repubblicana. N o n aveva battuto ciglio n e m m e n o alla sovversione del r e g i m e di Lucca, fin allora Stato i n d i p e n d e n t e , c h e aveva d o v u t o istituire u n g o v e r n o - f a n toccio r a d i o c o m a n d a t o da Parigi. E aveva imbrigliato le dimostrazioni p o p o l a r i a favore del Papa, q u a n d o questi e r a stato scacciato da R o m a . Ma n e m m e n o questo bastò a salvarlo. Alla fine di m a r z o , q u a n d o gli eserciti austriaci discendevano l'Adige, i francesi discesero gli A p p e n n i n i e p r o c e d e t t e r o all'occupazione del G r a n d u c a t o . Testimone oculare, l'amica di Alfieri, Contessa d'Albany, scrisse che a Firenze essi t r o v a r o n o strade e piazze deserte: «A p a r t e qualche canaglia, n e s s u n o ha manifestato in l o r o favore». F e r d i n a n d o n o n si mosse, c o n v i n t o che lo a v r e b b e r o lasciato sul t r o n o . Invece lo invitarono, sia p u r e con tutti i r i g u a r d i , ad a n d a r s e n e . Partì quasi senza bagaglio. Al m o m e n t o di salire in carrozza si avvide c h e tra gli effetti p e r s o n a l i gli a v e v a n o messo u n a M a d o n n a del T r e cento. «Questa n o n è mia; è della nazione» disse restituendola al m a g g i o r d o m o . Nel proclama di a d d i o che lasciava ai sudditi, diceva ch'essi gli avrebbero dato p r o v a di lealtà e di affetto s o t t o m e t t e n d o s i agli o r d i n i dei n u o v i p a d r o n i . La moglie dell'ambasciatore francese R e i n h a r d t scrisse: «E partito in m o d o da far sentire a disagio noi che restiamo». La p r o c l a m a z i o n e della R e p u b b l i c a fu s a l u t a t a d a i fior e n t i n i con q u a l c h e festa, m a senza g r a n d i e n t u s i a s m i . I l giacobinismo in Toscana e i a debolissimo p e r c h é l'illuminato e benevolo r e g i m e dei L o r e n a gli aveva fornito poco concime. Per di più i commissari francesi i r r i t a r o n o subito il tenace spirito m u n i c i p a l e di Firenze e il suo a t t a c c a m e n t o al 90
p a t r i m o n i o artistico, b u t t a n d o s e n e al saccheggio. «Vediamo il palazzo g r a n d u c a l e v u o t a r s i r a p i d a m e n t e d a c c h é le sue chiavi sono nelle m a n i di questi barbari ladroni» scriveva la stessa signora R e i n h a r d t . A n c h e qui i pochi patrioti che avevano salutato i francesi c o m e «liberatori» venivano considerati dalla cittadinanza complici della r a p i n a , e la loro causa ne g u a d a g n ò solo in impopolarità. Molte cose frattanto e r a n o m a t u r a t e a n c h e nella Cisalpina, cui d o b b i a m o p e r u n m o m e n t o t o r n a r e . Sebbene fosse u n o Stato, c o m e oggi si direbbe, «a sovranità limitata», anzi limitatissima, essa e r a p u r s e m p r e u n o Stato, e c o m e tale pretese di trattare d i r e t t a m e n t e con Parigi. Il Direttorio n o n aveva fatto sfoggio di generosità. Aveva imposto che a tutte le g u e r r e in cui la Francia si fosse trovata coinvolta, la Cisalpina c o n t r i b u i s s e c o n un esercito di 30.000 u o m i n i e che al m a n t e n i m e n t o dei 25.000 francesi di g u a r n i g i o n e nel suo territorio provvedesse con un a n n u a l e stanziamento di 18 milioni. Ma il p a r l a m e n t o milanese, che doveva ratificare il trattato, lo contestò: le finanze della Repubblica, disse, n o n e r a n o in g r a d o di far fronte a un simile gravame. Q u e s t a resistenza irritò Parigi che decise di sostituire gli u o m i n i al p o t e r e c o n altri p i ù docili e m a n e g g e v o l i . Q u i p e r ò si vide q u a n t o a n c h e i francesi fossero tra loro discordi. L'ambasciatore T r o u v é era p e r un g o v e r n o di m o d e r a t i ; il c o m a n d a n t e m i l i t a r e , B r u n e , e r a p e r i d e m o c r a t i c i p i ù avanzati. D a p p r i m a vinse Trouvé, che con un colpo di Stato fece n o m i n a r e un n u o v o Direttorio (il g o v e r n o si chiamava così a n c h e a Milano) con poteri amplificati a spese di quelli del p a r l a m e n t o . Poi B r u n e riuscì a farlo richiamare e sostituire con F o u c h é - il f u t u r o capo della polizia di N a p o l e o ne - con cui realizzò un secondo colpo di Stato che rimise in sella i democratici. Poco d o p o p e r ò a n c h e B r u n e fu richiamato e sostituito da J o u b e r t , che con un terzo colpo di Stato restituì il p o t e r e ai m o d e r a t i . 91
N o n vogliamo affliggere, col dettagliato resoconto delle successive crisi di governo, un lettore già abbastanza afflitto da quelle attuali. Ci basta avergli fatto capire tra quali difficoltà agivano gli uomini della Cisalpina, alla m e r c é di un pad r o n e che, dilaniato dalle sue i n t e r n e dissidenze, si contraddiceva ad ogni passo, e solo in u n a cosa si mostrava coerente e senza t e n t e n n a m e n t i : nel saccheggio. Le finanze, grazie ai pesanti prelievi che vi o p e r a v a n o i francesi, e r a n o in dissesto: la gestione del p r i m o a n n o si era conclusa con un disavanzo di quasi 35 milioni. La vecchia burocrazia austriacante, invece di collaborare, creava intoppi. Per sottrarle alle requisizioni, i contadini imboscavano le d e r r a t e p r o v o c a n d o il vertiginoso a u m e n t o dei prezzi. M a più g r a v e d i t u t t o e r a l'impossibilità di un p r o g r a m m a politico conseguente. Per i democratici, che p u r con la loro inesperienza e pochezza ne costituivano la forza n u o v a e t r a e n t e , la Cisalpina doveva r a p p r e s e n t a r e l ' e l e m e n t o unificatore, il polo di attrazione di tutte le altre Repubbliche italiane che si venivano via via c o s t i t u e n d o . E infatti, se n o n fosse stata q u e s t o , n o n sarebbe stata che un r e g i m e di Quisling al servizio dell'invasore. Perciò, ora che i francesi avevano sbancato i Savoia, il G r a n d u c a di Toscana, il P a p a e i B o r b o n e , Milano cercò di abbozzare u n a sua azione diplomatica allacciando relazioni con Torino, Firenze, R o m a e Napoli. Ma i francesi b l o c c a r o n o i m p l a c a b i l m e n t e questi tentativi, d i m o s t r a n d o in m a n i e r a solare ch'essi n o n e r a n o affatto venuti a liberare l'Italia e a farne u n a nazione i n d i p e n d e n t e , anzi intendevano impedirglielo nel t i m o r e - n o n del t u t t o i n f o n d a t o , del resto - che un'Italia unita, a n c h e se r e p u b b l i c a n a e d e m o cratica, sarebbe stata un vassallo m e n o docile di u n a galassia d'impotenti staterelli. N o n meglio, anzi molto peggio, a n d a v a n o le cose nella Repubblica R o m a n a , la cui seconda versione ricalcava scrupol o s a m e n t e l e o r m e della p r i m a , a n c h e p e r c h é n o n p o t e v a c o n t a r e n e m m e n o su un ceto b o r g h e s e abbastanza evoluto. 92
Ad a p p o g g i a r e il n u o v o r e g i m e , d o p o il tragicomico intermezzo dell'occupazione n a p o l e t a n a , n o n furono che p o c h e centinaia di p e r s o n e , fra cui i profittatori facevano aggio sugl'idealisti, senza nessun seguito nel p o p o l o , che i suoi u m o ri li aveva dimostrati con le sue calorose accoglienze a Ferdin a n d o . I loro p o t e r i e r a n o a n c o r a p i ù limitati di quelli dei l o r o colleghi della Cisalpina in q u a n t o sia i m e m b r i d e l «Consolato» che quelli del «Tribunato», c o m e p o m p o s a m e n te si chiamavano il g o v e r n o e il p a r l a m e n t o , e r a n o nominati dal c o m a n d a n t e francese, e i loro b a n d i e discorsi n o n varcavano le m u r a della città. Fuori di essa, e r a un caos, in cui l'unico e l e m e n t o d ' o r d i n e e r a r a p p r e s e n t a t o dai briganti: in n o m e della Santa Fede e con l'avallo dei p r e t i che b e n e d i c e vano le loro imprese, M a m m o n e in Abruzzo e Sciabolone in Ciociaria estorcevano tributi e tagliavano teste. Q u e s t o era pressappoco il q u a d r o della penisola nel mom e n t o in cui vi calavano gli eserciti austriaci. Era la m e t à di m a r z o del '99. Per o c c u p a r e gli Stati del cent r o Italia, i francesi avevano s p a r p a g l i a t o le loro t r u p p e , e l ' e r r o r e gli costò c a r o . P r i m a di averle r i u n i t e , il loro com a n d a n t e M o r e a u fu b a t t u t o a più r i p r e s e , e l'unico caposaldo che riuscì a d i f e n d e r e fu Genova. L o m b a r d i a , Emilia e P i e m o n t e c a d d e r o nelle m a n i degli austro-russi. E a n c h e q u i l a r e a z i o n e n o n t r o v ò resistenze d a p a r t e del p o p o l o , che anzi, alla p a r t e n z a dei francesi, aveva già p r o v v e d u t o a l i q u i d a r e il r e g i m e r e p u b b l i c a n o e i suoi e s p o n e n t i . Quelli l o m b a r d i n o n subirono la sorte dei loro colleghi napoletani p e r c h é p o t e r o n o mettersi in salvo oltre i confini c h ' e r a n o a d u e passi o seguire le t r u p p e francesi nella loro ritirata. Ma quelli che c a d d e r o nelle m a n i del conte Cocastelli cui l'Austria aveva dato in appalto la rappresaglia finirono in galera o furono d e p o r t a t i in Dalmazia. Ma in P i e m o n t e , p r i m a c h e gli austriaci vi a r r i v a s s e r o , l'insurrezione p o p o l a r e c o n t r o la Repubblica d i v a m p ò , capeggiata da preti e da monarchici. U n a b a n d a chiamata 93
Massa cristiana e c o m a n d a t a da un certo Brandaluccioni, che poi fu o n o r a t o c o m e un patriota, si distinse nei saccheggi e nei massacri. I francesi, p r i m a di ritirarsi, risposero con alt r e t t a n t a violenza, e i r e p u b b l i c a n i c h e n o n m o r i r o n o p e r m a n o dei rivoltosi si t r o v a r o n o coinvolti nelle responsabilità della r a p p r e s a g l i a . Il caos e r a a l i m e n t a t o dal c o n t r a s t o fra gli alleati. I russi volevano l'immediata restaurazione di Carlo E m a n u e l e , m e n t r e gli austriaci la r i t a r d a v a n o p e r potersi p r i m a assicurare qualche g u a d a g n o territoriale. Il g o v e r n o provvisorio assunto da T h a o n di Revel in n o m e del Re n o n aveva poteri, e tanto m e n o quello di frenare le violenze. Ma a n c h e qui si ripeteva il f e n o m e n o , che già si era visto a Napoli, delle masse p o p o l a r i in c o m b u t t a con la r e a z i o n e p i ù retriva c o n t r o la borghesia democratica e unitaria. Il g e n e r a l e M a c d o n a l d , c h e da N a p o l i risaliva verso il n o r d p e r ricongiungersi col grosso a Genova, era i m p e g n a to in continui combattimenti con b a n d e di guerriglieri. Nel V a l d a r n o u n ex-ufficiale della G u a r d i a G r a n d u c a l e , Mari, aveva o r g a n i z z a t o un'Armata aretina, di cui divideva il com a n d o con l'amante inglese di sua moglie S a n d r i n a che tutti chiamavano «la pulzella» sebbene di a m a n t i ne avesse avuti a bizzeffe. In questa specie di b a n d a Carità avanti lettera m i l i t a v a n o a n c h e p a r e c c h i frati e p r e t i c h e , n o n p o t e n d o esercitare v e n d e t t e c o n t r o i responsabili di un g o v e r n o che in Toscana n o n aveva n e m m e n o avuto il t e m p o di formarsi, se la rifacevano con c h i u n q u e fosse s o s p e t t o di giacobinismo, specie se era ebreo. Ne a n d ò di mezzo a n c h e il Gianni, l'illuminato m i n i s t r o di Pietro L e o p o l d o che d o v e t t e emigrare. In q u e s t o m a r a s m a v a g a b o n d a v a n o , sotto falsi n o m i e abiti, i superstiti delle repubbliche e repubblichette del cent r o . C ' e r a n o a n c h e i r o m a n i che il g e n e r a l e francese G a r nier aveva sottratto p r i m a di ritirarsi, alle furie del popolin o , facendogli rilasciare dei salvacondotti. Ma n o n p r o p r i o tutti si c o n t e n t a r o n o di s c a p p a r e . Ci fu q u a l c u n o che volle battersi. E fu il caso di un curioso personaggio, di cui deplo94
r i a m o che la storiografia italiana n o n abbia s a p u t o l u m e g giare la figura, che a noi sembra riassumere le d r a m m a t i c h e contraddizioni della nascente sinistra democratica italiana. Si chiamava G i u s e p p e Lahoz, ed era un milanese di pad r e spagnolo. Giovane ufficiale dell'esercito austriaco, aveva disertato p e r militare nell'ala p i ù estrema, giacobina, dello s c h i e r a m e n t o r e p u b b l i c a n o e si e r a messo al servizio di N a p o l e o n e che gli aveva affidato il c o m a n d o della piazza di Milano. Ma q u a n d o i francesi p r e t e s e r o r i f o r m a r e in senso m o d e r a t o e c o n s e r v a t o r e la costituzione della Cisalpina, a n d ò a Parigi a protestare, e p e r castigo fu destituito. Riebbe il g r a d o e il c o m a n d o nella L e g i o n e p e r c h é e r a l'unico c a p o militare c h e avesse d i m o s t r a t o notevoli capacità, m a t o r n ò a p e r d e r l o p e r la sua riottosità alle direttive francesi. S e c o n d o q u a l c u n o , aveva già p r e s o segreti contatti con gli austriaci; ma ne m a n c a qualsiasi p r o v a . È p r o v a t o soltanto c h e aveva p e r s o o g n i fiducia nella Francia, e p e r c i ò aveva deciso di fare da solo, i s t a u r a n d o nelle M a r c h e u n a specie di r e p u b b l i c a a c a r a t t e r e dittatoriale e militare. Per q u e s t o n o n esitò a fare c o m b u t t a col b r i g a n t e Sciabolone, il Fra' Diavolo marchigiano, che terrorizzava la zona alla testa della sua b a n d a . Q u a n d o francesi e austriaci r i a p r i r o n o le ostilità, egli si mise a d i s t u r b a r e gli u n i e gli altri con azioni di guerriglia. La voce di u n a sua intesa sotto banco con gli austriaci s e m b r a avvalorata dal fatto che, c a d u t o loro prigioniero in u n o di questi scontri, fu liberato. Ma in realtà il suo rilascio fu d o v u t o a un'intercessione del g e n e r a l e russo Suvorov. T o r n a t o fra i suoi, Lahoz li condusse all'assalto di Ancona, t u t t o r a nelle m a n i dei francesi, e q u i c a d d e c o m b a t t e n d o . N o n aveva ancora t r e n t ' a n n i . E possibile che L a h o z sia stato soltanto un a n a r c h i c o ribelle a qualsiasi autorità e che la sua vera n a t u r a fosse p r o p r i o quella di un capo b r i g a n t e , quale fu sul finire della sua breve e avventurosa vita. Ma è a n c o r a più probabile ch'egli fosse u n o di quei pochi democratici che fecero in t e m p o ad accorgersi d e l l ' e r r o r e c o m m e s s o l e g a n d o s i a u n a Francia 95
c h e di r i v o l u z i o n a r i o aveva s e r b a t o s o l t a n t o l'etichetta, e c e r c a r o n o di r i m e d i a r v i g e t t a n d o s i allo sbaraglio da soli, contro tutti. Forse in lui c'erano insieme l'una e l'altra cosa. C o m u n q u e , egli fu il p r i m o italiano a p e n s a r e che gl'italiani d o v e v a n o «fare da sé» e ad agire in c o n s e g u e n z a , sia p u r e alla disperata. C h e sia m o r t o da brigante dimostra u n a cosa soltanto: che p e r i patrioti italiani n o n c'era altra via da batt e r e che fuori e c o n t r o o g n i o r d i n e costituito, sia di m a r c a austriaca che di m a r c a francese. E r a p r o p r i o q u a n t o cominciava a chiarirsi nella m e n t e dei superstiti della g r a n d e illusione. Quasi tutti r i p a r a t i in Francia, essi o r a e r a n o intenti a r e d i g e r e il fallimentare bilancio della loro a v v e n t u r a . I più se ne s b r i g a v a n o a d d o s s a n d o tutte le colpe alla Francia, e gli a r g o m e n t i a sostegno di q u e s t a tesi n o n facevano difetto. C h e la Francia si fosse servita dei rivoluzionari italiani p e r poi d e l u d e r n e t u t t e le s p e r a n z e di u n i t à e di d e m o c r a z i a , c h e li avesse screditati agli occhi della p o p o l a z i o n e facendoli complici d e i p r o p r i saccheggi, e che alla fine li avesse a b b a n d o n a t i e in certi casi perfino v e n d u t i alla furia reazionaria, e r a vero. E queste fur o n o le d e n u n z i e s p o r t e dal Paribelli, dal Botta, dal Salvador, dal Fantoni e da tanti altri in n u m e r o s i «indirizzi» al Direttorio. Tutta la sua condotta militare e politica in Italia fu messa sotto processo, e il fatto che alcuni dei nuovi dirigenti sposassero le tesi dei nostri democratici consentì a questi ultimi di sorvolare sulle p r o p r i e responsabilità. C o m e semp r e , nel giuochetto del «capro espiatorio», anche allora gl'italiani si d i m o s t r a v a n o maestri. U n o solo si rifiutò di seguirli su questa strada: il n a p o l e tano Vincenzo Cuoco.
CAPITOLO DECIMO
CUOCO
Nel suo n o m e ci siamo già imbattuti a p r o p o s i t o della cong i u r a del Baccher, e d o b b i a m o r i c o n o s c e r e c h e l'episodio n o n gli fa m o l t o o n o r e . Sulla p a r t e ch'egli vi e b b e ci s o n o m o l t e versioni, e q u i n d i p u ò a n c h e d a r s i ch'essa sia stata e s a g e r a t a dai suoi n e m i c i (e ne aveva tanti). Ma c h e fosse stato lui a s p i n g e r e Luisa Sanfelice a d e n u n z i a r e il suo a m a n t e , e anzi a d d i r i t t u r a a r e d i g e r e la delazione, s e m b r a accertato, e p u r t r o p p o il carattere del p e r s o n a g g i o lo r e n d e verosimile. C u o c o a p p a r t e n e v a a u n a famiglia di piccola b o r g h e s i a p r o v i n c i a l e , ed e r a n a t o a C i v i t a c a m p o m a r a n o in quel di Campobasso. Ma fin da giovane era v e n u t o a Napoli a farvi l'avvocato, unico mestiere, insieme a quello di prete, che offriva qualche prospettiva di «promozione» economica e sociale a chi n o n aveva il privilegio di n a s c e r e nobile. C o m e tutti i suoi c o n t e m p o r a n e i , si era imbevuto di cultura illuministica, ma n o n se n ' e r a u b r i a c a t o . Da correttivo gli faceva Vico, di cui fu forse il p r i m o a capire la grandezza, e che lo t e n n e legato allo storicismo di Machiavelli. Fin d'allora aveva capito c h e o g n i n a z i o n e e o g n i c u l t u r a h a n n o u n a loro vocazione c h e le r e n d e allergiche a g l ' i n n e s t i d ' i d e o l o g i e s t r a n i e r e . I «lumi» i n s o m m a li accettava, ma previo adattam e n t o alle condizioni italiane. Q u e s t o lo r e n d e v a molto cauto nei confronti del r e g i m e b o r b o n i c o . L o criticava, m a n o n i n t e n d e v a sovvertirlo, anche p e r c h é n o n ci si trovava male. Reclamava p e r gli uomini della sua categoria più p o t e r e e più r a n g o , ma al r a n g o e al p o t e r e ci teneva moltissimo e n o n i n t e n d e v a m e t t e r n e in
discussione la legittimità. Avrebbe p o t u t o benissimo divent a r e un m i n i s t r o d e l Re, se il Re avesse a v u t o a b b a s t a n z a cervello p e r scegliersi dei ministri c o m e lui. E r a i n s o m m a un riformista, n o n un rivoluzionario. Infatti della rivoluzione francese fu un critico severissimo, né mai fece lega coi giacobini napoletani, anzi li combatté accanitamente corbell a n d o n e l'astratto d o t t r i n a r i s m o . Ma ciò n o n gl'impedì di arruolarsi sotto le loro b a n d i e r e q u a n d o essi a s s u n s e r o il p o t e r e e p r o c l a m a r o n o la R e p u b blica. Forse il b r u t t o e p i s o d i o della Sanfelice va m e s s o in r a p p o r t o a questa conversione. I suoi passati atteggiamenti dovevano r e n d e r l o sospetto ai nuovi dirigenti. E p e r g u a d a g n a r s e n e la fiducia, Cuoco si sentì t e n u t o a u n a prova di zelo. Ma n o n ebbe il t e m p o di c a v a r n e gli utili che probabilm e n t e se ne riprometteva. E fu p r o p r i o questa la sua fortuna, q u a n d o di lì a p o c o si trovò rinchiuso in galera c o m e collaborazionista del r e g i m e giacobino. Per le accuse che gli p e n d e v a n o sulla testa e di cui l'affare Baccher costituiva il capo più grosso, gli a n d ò abbastanza b e n e . Se la cavò con alcuni mesi di p r i g i o n e e la c o n d a n n a a v e n t ' a n n i di esilio. Fu nel l u n g o girovagare «parte p e r m a r e , p a r t e p e r gli a l b e r g h i di Francia e s e n z ' a l t r o a i u t o che quello della memoria» che scrisse la sua o p e r a più nota e discussa, il Saggio storico sulla Rivoluzione napoletana del 1799, poi pubblicato a Milano dov'egli a p p r o d ò d o p o la r e s u r r e zione della Cisalpina. Q u e s t o libro fu c o n s i d e r a t o un mezzo t r a d i m e n t o dagli altri r e d u c i n a p o l e t a n i e a n c o r oggi è violentemente contestato dagli storici di p a r t e radicale. Ma in realtà contiene l'analisi più lucida di quegli avvenimenti e r a p p r e s e n t a un doc u m e n t o di p r o f o n d a p e n e t r a z i o n e politica. Sull'insuccesso della Repubblica p a r t e n o p e a - dice in sostanza Cuoco -, le colpe dei francesi p e s a n o molto, ma i n o stri democratici n o n d e b b o n o farsene r i p a r o p e r nascondere quelle loro. La p r i m a è quella di aver sposato in blocco e a scatola chiusa la causa r i v o l u z i o n a r i a di un Paese, le cui 98
condizioni n o n c o r r i s p o n d e v a n o affatto a quelle dell'Italia in g e n e r e e di N a p o l i in p a r t i c o l a r e . E r a n o diverse quelle e c o n o m i c h e p e r lo stato di arretratezza e di sottosviluppo in cui versava - e versa - il nostro Mezzogiorno. E r a n o diverse quelle sociali p e r la pochezza e debolezza dei ceti m e d i . Eran o s o p r a t t u t t o d i v e r s e quelle c u l t u r a l i . L e m a s s e francesi e r a n o abbastanza istruite p e r p o t e r c o m p r e n d e r e il messaggio rivoluzionario lanciato dagl'intellettuali e dargli con la loro p a r t e c i p a z i o n e la forza di t r a d u r s i in istituti: l'appello della cattedra veniva raccolto dalla piazza e vi diventava barricata. I n Italia q u e s t a p r e m e s s a m a n c a v a : «La c u l t u r a d i pochi n o n aveva giovato alla n a z i o n e intera; e questa, a vic e n d a , quasi disprezzava u n a c u l t u r a che n o n l'era utile, e che n o n intendeva». Perciò, dice C u o c o , la rivoluzione in Italia e r a rimasta e n o n p o t e v a che r i m a n e r e l'iniziativa asfittica di u n a esigua m i n o r a n z a isolata dalle masse, con cui n o n poteva aver contatti. Lo i m p e d i v a n o il m u r o dell'analfabetismo e il fatto che quella m i n o r a n z a , invece d i e l a b o r a r e u n suo p r o p r i o p r o g r a m m a basato sulle reali condizioni del Paese e in cui quindi il Paese potesse riconoscere i p r o p r i aneliti e aspirazioni, s'ispirava a princìpi altrui, vivendone passivamente d'imitazione e di r i p o r t o . «La n a z i o n e n a p o l i t a n a si p o t e v a consid e r a r e c o m e divisa in d u e popoli, diversi p e r d u e secoli di t e m p o e p e r d u e g r a d i di clima. Siccome la p a r t e colta si era f o r m a t a s o p r a modelli s t r a n i e r i , così la sua c u l t u r a e r a diversa da quella di cui abbisognava la Nazione intera. Alcuni e r a n o diventati francesi, altri inglesi; e coloro che e r a n o rimasti n a p o l e t a n i , e che c o m p o n e v a n o il m a s s i m o n u m e r o , e r a n o a n c o r a incolti.» Ecco p e r c h é la p r e p a r a z i o n e ideologica di u n a rivoluzione che, p e r diventare v e r a m e n t e democratica c o m e si qualificava, avrebbe d o v u t o diffondersi in mezzo al p o p o l o e suscitarne la p a r t e c i p a z i o n e , e r a invece rimasta u n a d i a t r i b a di «iniziati» chiusi nelle loro accademie e intenti più a dibattere astratte questioni di dottrina, c o m e s e m p r e avviene a p 99
p u n t o nelle a c c a d e m i e , che a risolvere i p r o b l e m i concreti di u n a società assai d i v e r s a da q u e l l e p r e s e a m o d e l l o , e ch'essi n o n conoscevano affatto. I m p e g n a t i a d i s s e r t a r e su Rousseau, i democratici n a p o l e t a n i n o n si e r a n o mai curati di svolgere o p e r a di a p o s t o l a t o fra le masse, n o n a v e v a n o mai visto un c o n t a d i n o lucano o calabrese, ne ignoravano le condizioni di vita, e q u i n d i n o n p o t e v a n o trovare in lui ness u n a eco. Traditi dai francesi, avevano a loro volta tradito il p o p o l o , sia p u r e i n c o n s a p e v o l m e n t e . Ed e r a q u e s t o c h e li aveva c o n d a n n a t i alla catastrofe. Era fatale che le tesi di Cuoco venissero poi sfruttate dalla storiografia dell'Italia m o n a r c h i c a e «moderata» p e r dim o s t r a r e che i democratici del '99 n o n e r a n o che le scimmie dei giacobini francesi, degl'inconcludenti retori, delle povere teste piene solo di vento demagogico. Il che è falso. Q u e gli u o m i n i e b b e r o il t o r t o di nascere in anticipo sui t e m p i , ma senza d u b b i o c o n t r i b u i r o n o moltissimo a farli m a t u r a r e . C o m e t u t t e le g r a n d i i m p r e s e , il R i s o r g i m e n t o aveva bisog n o di pionieri, ed essi lo furono fino al sacrificio della p r o p r i a vita. Per p r i m i v i d e r o che la causa d e l l ' i n d i p e n d e n z a nazionale faceva t u t t ' u n o con quella democratica e che il solo m o d o di p e r s e g u i r l a e r a l'azione rivoluzionaria. Essi lasciarono, se n o n altro, l'esempio del sacrificio. E a n c h e i loro sbagli f u r o n o utili p e r c h é m i s e r o o a v r e b b e r o d o v u t o m e t t e r e i successori in g u a r d i a dal ripeterli. Ma che ne avessero compiuti n o n c'è da d u b i t a r n e , e n o n si p u ò far torto a Cuoco di averli d e n u n z i a t i . Egli n o n p u ò esser t e n u t o r e s p o n s a b i l e d e l l ' u s o e d e l l ' a b u s o c h e altri avrebbe fatto delle sue tesi. Di fronte agli avvenimenti di cui era stato testimone, egli si p o n e da storico p r e n d e n d o da essi le distanze necessarie a d a r n e u n a visione critica. E questa visione è ineccepibile. C h e la rivoluzione n a p o l e t a n a fosse, c o m e lui dice, «passiva», cioè copiata da quella francese, è scritto nei fatti. Il suo fallimento fu u n a vera e p r o p r i a «crisi di rigetto» della società italiana a questo c o r p o estraneo trap i a n t a t o nel suo o r g a n i s m o . A l t r e t t a n t o i n d u b i t a b i l e è che 100
furono le masse - quelle cittadine dei «lazzari» e quelle cont a d i n e dei «cafoni» - a ribellarvisi. Q u e s t o è un fatto spiacevole, ma è un fatto. Cuoco avrebbe tradito il suo i m p e g n o se lo avesse disconosciuto, c o m e fa certa nostra storiografia che i fatti spiacevoli, invece di ragionarci sopra p e r t r a r n e le necessarie conclusioni, li rifiuta. B e n altri son gli addebiti che a Cuoco si possono e si debb o n o m u o v e r e . Il p r i m o e f o n d a m e n t a l e è quello di essersi messo p e r la sua sete di «impieghi decentissimi» c o m e lui li chiamava, cioè p e r il suo arrivismo, in u n a posizione falsa. Cuoco e r a se stesso q u a n d o , da b u o n illuminista c o r r e t t o da Vico, c o m e giustamente lo definisce Croce, criticava i giacobini. Cessò di esserlo q u a n d o , c r e d e n d o che avessero vinto, si a r r u o l ò nelle loro fila. E questo che dà al Saggio un certo s a p o r e di fellonìa. Se Cuoco fosse rimasto sulle sue, a fare il testimone, c o m ' e r a nella sua vera vocazione, oltre che la galera e l'esilio, si sarebbe risparmiato a n c h e le accuse di d o p pio gioco. L'altro suo difetto è l'atteggiamento pedagogico. Cuoco è u n o storico di g r a n classe, infinitamente s u p e r i o r e al Colletta e a tutti gli altri della sua epoca. La sua diagnosi della società n a p o l e t a n a è ineccepibile e ancor oggi p u ò essere cont r a p p o s t a a certo meridionalismo p i a g n o n e e vittimista che i m p u t a tutte le m a g a g n e del S u d al malvolere del N o r d . Le sue p a g i n e traboccano di osservazioni taglienti e a bersaglio, c o m e quella dell'impiegomania dei meridionali. Ma n o n resisteva alla tentazione di fare il moralista. E vero che quella di far discendere la luce dal p r o p r i o p o d i o è la vocazione di tutta la storiografia illuministica, che in Voltaire tocca le sue p u n t e p i ù alte e s t r e n u e . Ma forse T i t o n e è nel giusto q u a n do dice che Cuoco la derivava a n c o r a di più dalla tradizione precettistica italiana che affonda le sue radici fino a Machiavelli e a Tacito. Io tuttavia ci aggiungerei a n c h e un altro elem e n t o : il cinismo. I cinici sono tutti moralisti, e spietati p e r giunta. Cuoco è terribile. Per pagine e pagine, p e r interi capito101
li, la sua storia si t r a m u t a in requisitoria, e ce n'è p e r tutti; reazionari e rivoluzionari, statisti borbonici e t r i b u n i giacobini, nobili, intellettuali e p o p o l o . Anche lui p r o c e d e p e r capri espiatori, cioè p e r semplificazioni, talvolta a n c h e molto g r o s s o l a n e . Il Re e r a un p o v e r o i r r e s p o n s a b i l e , la R e g i n a u n a pazza isterica, i l o r o ministri degl'imbecilli o dei m a riuoli, la sconfìtta dell'esercito borbonico ad o p e r a di quello francese è colpa di Mack: il quale e r a effettivamente un som a r o , ma a n c h e se fosse stato v o n Moltke, al c o m a n d o di t r u p p e c o m e quelle, n o n avrebbe p o t u t o far meglio di quel che fece Mack, cioè scappare. I r a z z o l a m e n t i di C u o c o n o n f u r o n o in p a r i c o n le sue p r e d i c h e . Dell'impiegomania che rinfacciava ai suoi c o m p a trioti, egli stesso fornì un e s e m p l a r e m o d e l l o . A Milano si attaccò subito al Melzi, ne d i v e n n e grandissimo amico e grazie a lui o t t e n n e la d i r e z i o n e del Giornale italiano. Anzi, fu forse anche p e r far piacere a lui, antigiacobino fino all'osso, e p e r procacciarsene le simpatie, che pubblicò il Saggio. Più tardi diventò il p o r t a p a r o l a di E u g e n i o di B e a u h a r n a i s , di cui avrebbe p o t u t o restare fino in fondo al servizio. Ma n o n resistette alla nostalgia di Napoli q u a n d o i B o r b o n e rifecero fagotto, e più ancora forse alla smania di t o r n a r v i da vincitore e vindice. A l u n g o tuttavia contrattò, p r i m a del r i m p a trio, lo scatto di g r a d o , e lo ebbe: fu n o m i n a t o m e m b r o del Sacro Real Consiglio con diritto a carrozza e valletti, poi dir e t t o r e del Tesoro Reale di M u r a t e alto c o n s u l e n t e p e r la pubblica istruzione. Teneva moltissimo alle insegne del potere e ne faceva u n o sfoggio spagnolesco. N o n c'era carica a cui n o n ambisse e n o n c'era piaggeria a cui rinunciasse, p u r di p r o c u r a r s e l a . P r o b a b i l m e n t e fu a n c h e il d o l o r e di p e r derle, q u a n d o i B o r b o n e t o r n a r o n o definitivamente sul trono e p r o c e d e t t e r o alla solita «purga», a procurargli la malattia mentale che afflisse i suoi ultimi anni. U n a strana e terribile nemesi volle che il cervello più lucido di quel t e m p o finisse o t t e n e b r a t o dalla follìa.
CAPITOLO UNDICESIMO
L'ITALIA R E P U B B L I C A N A : S E C O N D A FASE
Gli avvenimenti si susseguivano rapidi, c o m e mai fin allora era avvenuto. U n o dei motivi p e r cui il Direttorio di Parigi aveva favorito la spedizione in Egitto era - lo abbiamo già detto - il desiderio di liberarsi di N a p o l e o n e , che lo aveva salvato dalla minaccia di u n a controrivoluzione monarchica, ma che si m o strava un creditore s e m p r e più esigente. Fu un calcolo sbagliato. Le folgoranti vittorie riportate a n c h e in Africa accrebb e r o l a p o p o l a r i t à d e l G e n e r a l e , m e n t r e l'incalzare degli eserciti russi, austriaci e t u r c h i uniti alla flotta inglese nella seconda coalizione ne aizzavano nel p o p o l o la nostalgia. In questo clima di e m e r g e n z a nazionale il giacobinismo rialzava la cresta, e il Direttorio, s e n t e n d o s e n e minacciato, a c c e n t u ò la p r o p r i a i m p r o n t a a u t o r i t a r i a g r a z i e a Sieyès, questa «talpa della rivoluzione» c o m e lo aveva chiamato Rob e s p i e r r e : un ambizioso e spregiudicato intrigante. Egli redasse u n a n u o v a Costituzione che p r a t i c a m e n t e esautorava il Consiglio dei C i n q u e c e n t o , cioè il P a r l a m e n t o , p e r d a r e tutto il p o t e r e all'esecutivo nella s p e r a n z a di essere lui a beneficiarne. N a p o l e o n e infatti n e s e m b r a v a o r m a i tagliato fuori p e r c h é n o n aveva più u n a flotta che potesse r i c o n d u r lo in patria: Nelson gliel'aveva distrutta ad Abukir e lo t e n e va bloccato in Egitto. Ma il Generale, a v v e r t e n d o col suo fiuto l'occasione propizia, piantò in asso il suo esercito, ed elud e n d o le navi inglesi c h e p a t t u g l i a v a n o il M e d i t e r r a n e o , r i e n t r ò a Parigi accolto come un trionfatore. R e n d e n d o s i conto di n o n p o t e r c o m p e t e r e con lui, Sieyès preferì cercare un accordo che si risolse in u n a vera e p r o 103
p r i a c o n g i u r a p e r la s p a r t i z i o n e del p o t e r e . Il P a r l a m e n t o ne ebbe q u a l c h e sospetto, e il 9 n o v e m b r e (del '99) alcuni d e p u t a t i p r o n u n c i a r o n o violenti attacchi contro il Generale, invano richiamati all'ordine dal fratello di lui, Luciano, che sedeva al tavolo della presidenza. N a p o l e o n e v e n n e di persona a r i s p o n d e r e . Q u a n d o i suoi avversari chiesero che fosse dichiarato fuori legge, si rivolse ai soldati di g u a r d i a soll e c i t a n d o la l o r o p r o t e z i o n e . Essi e s i t a r o n o , ma L u c i a n o toccò i loro cuori d e n u n z i a n d o un tentativo di assassinio che in realtà n o n c'era stato. Le g u a r d i e i r r u p p e r o nella sala e ne scacciarono i C i n q u e c e n t o . Senza più opposizione, al p o sto del Direttorio fu istituito un Consolato di tre m e m b r i , con B o n a p a r t e in veste di Primo Console, cioè p r a t i c a m e n t e cap o del g o v e r n o . Subito d o p o il colpo di Stato, B o n a p a r t e volle che il p o p o l o lo consacrasse c o n un plebiscito che n o n t r a d ì le s u e speranze: oltre tre milioni votarono a suo favore, solo 1.500 contro. E o r m a i sicuro del p r o p r i o p o t e r e , t o r n ò alla sua attività favorita: la g u e r r a . Affidato il fronte del R e n o a M o r e a u , discese con un n u o v o esercito le Alpi p e r affrontare gli austriaci. Stavolta, p i ù che al p r o p r i o g e n i o strategico, dovette la vittoria alla fortuna. Il nemico lo colse di sorpresa a M a r e n g o e lo avrebbe c e r t a m e n t e sconfitto, se p e r caso in q u e l m o m e n t o n o n fosse s o p r a g g i u n t o il g e n e r a l e Desaix con la sua divisione di cavalleria che p r e s e gli austriaci alle spalle e spinse la p r o p r i a generosità fino a m o r i r e sul campo in m o d o da lasciare tutti gli allori del trionfo al B o n a p a r te. Questi volle p o r t a r e di p e r s o n a la notizia a Parigi a n c h e p e r s m i n u i r e quella d e i successi o t t e n u t i i n G e r m a n i a d a M o r e a u , o r m a i a p o c h i c h i l o m e t r i da V i e n n a , e l'Austria, con l'acqua alla gola, si rassegnò a firmare con lui la pace di Lunéville che p r a t i c a m e n t e richiamava i t e r m i n i di quella di C a m p o f o r m i o , cioè rifaceva dell'Italia u n a provincia francese. La Russia si e r a già ritirata dalla coalizione. In c a m p o restava solo l'Inghilterra, ma di lì a poco (marzo del 1802) anch'essa si decise a firmare la t r e g u a di Amiens. 104
I n q u e l m o m e n t o N a p o l e o n e e r a già a l lavoro p e r d a r e al nostro Paese un n u o v o assetto. A n c h e lui dall'esperienza del '99 aveva tratto le sue lezioni. La p r i m a r i g u a r d a v a il Piemonte. «Da q u a n d o la Casa d'Austria p o s s i e d e Venezia, il P i e m o n t e è d i v e n t a t o necessario alla Francia» disse b r u t a l m e n t e N a p o l e o n e al plenipotenziario San M a r z a n o , m a n d a t o g l i dal re Carlo E m a n u e l e . Ma i veri motivi d e i suoi p r o p o s i t i annessionistici e r a n o quelli economici e quelli logistici. I setifici di Lione e r a n o piombati in u n a gravissima crisi da q u a n d o e r a v e n u t o a m a n c a r e il g r e g g i o del P i e m o n t e che ne p r o d u c e v a p e r 17 milioni di lire a l l ' a n n o , cifra p e r quei t e m p i colossale. I lionesi r a p p r e s e n t a v a n o u n a grossa forza nel capitalismo francese, che a sua volta r a p p r e s e n t a va u n a grossa c o m p o n e n t e dell'elettorato di B o n a p a r t e . Essi volevano garantirsi u n a volta p e r s e m p r e la m a t e r i a prima, e N a p o l e o n e si m o s t r ò sensibilissimo al loro appello. Ma forse su di lui influì a n c o r a di più la p r e o c c u p a z i o n e dei passi alpini: S e m p i o n e , Cenisio e M o n g i n e v r o . Era qui che nelle sue spedizioni italiane aveva s e m p r e incontrato le più grosse difficoltà, e o r a n o n voleva più c o n d i v i d e r n e con nessuno gli sbocchi. «La loro facile transitabilità - scriveva p u ò cambiare tutto il sistema delle g u e r r e in Italia.» Ai suoi disegni c'era un ostacolo: lo Zar di Russia, Paolo I, aveva p r e s o il P i e m o n t e sotto la sua protezione, e il Bonap a r t e n o n voleva i n i m i c a r s e l o . M a nel m a r z o (del 1801), Paolo fu assassinato, e il suo figlio e successore Alessandro d i e d e subito a d i v e d e r e che il P i e m o n t e lo interessava b e n poco. B o n a p a r t e n o n gli dette il t e m p o di cambiare opinione. In aprile fece di quello Stato u n a semplice divisione amm i n i s t r a t i v a e militare della Francia, affidata al g e n e r a l e J o u r d a n . Q u e s t o fu il p r i m o passo. Il secondo v e n n e tre m e si d o p o , q u a n d o l'esercito p i e m o n t e s e fu i n c o r p o r a t o in quello francese. A q u e s t o p u n t o l'indeciso e abulico C a r l o E m a n u e l e 105
t r o v ò f i n a l m e n t e la forza di a b d i c a r e in favore d e l fratello Vittorio E m a n u e l e , p r i m o di questo n o m e , che invano tentò di riallacciare u n a trattativa. N a p o l e o n e gli p r o p o s e di riconoscerlo c o m e Re di S a r d e g n a (quale tuttora era), ma «l'avvenire del Piemonte - gli disse - è fissato p e r sempre». E infatti nel s e t t e m b r e del 1802 il P i e m o n t e fu cancellato dalla carta politica d ' E u r o p a : al suo posto n o n ci furono più che sei d i p a r t i m e n t i francesi. Lo storico C a r l o Botta p r o t e s t ò . P r o t e s t ò il cosiddetto «partito Italico» c o m p o s t o da d e m o cratici che, p u r avversi al vecchio r e g i m e dei Savoia, e r a n o tuttavia fedeli alla tradizione d e l l ' i n d i p e n d e n z a p i e m o n t e s e c o m e p e g n o e forza unificatrice della penisola. Ma la loro voce n o n trovò eco nella popolazione. Molto più laboriosa e complessa fu la sistemazione della vecchia Cisalpina. Essa emergeva dai tredici mesi della rioccupazione austriaca in condizioni disastrose. C o m e al solito, la «caccia al giacobino» aveva fatto da alibi di o g n i sorta di soprusi, r u b e r i e e v e n d e t t e personali. I m p e g n a t i nella g u e r ra, gli austriaci n o n avevano avuto il t e m p o di r e s t a u r a r e il vecchio r e g i m e . Si e r a n o limitati a l i q u i d a r e gl'istituti di quello r e p u b b l i c a n o e a p e r s e g u i t a r n e i responsabili con la g a l e r a , la d e p o r t a z i o n e e l'esilio; e t u t t o e r a r i m a s t o alla m e r c é di u n a burocrazia improvvisata e senza controlli. Come s e m p r e capita in Italia, il p a d r o n e n u o v o , r e g o l a r m e n t e accolto c o m e «liberatore», faceva r i m p i a n g e r e q u e l l o vecchio. Sicché q u a n d o , nella p r i m a v e r a del 1800, N a p o l e o n e r i c o m p a r v e alla testa del suo esercito in marcia su M a r e n g o , Milano lo accolse con e n t u s i a s m o , a n c h e se c o n m e n o illusioni della volta p r e c e d e n t e . In settembre Napoleone ricostituì ufficialmente la Cisalpina a r r o t o n d a n d o l a con la provincia di Novara, distaccata dal Piemonte. E d o p o la definitiva vittoria sull'Austria, vi aggiunse anche la provincia di Verona fino all'Adige, di cui il trattato di Lunéville faceva la nuova frontiera fra L o m b a r d i a francese e Veneto austriaco. La Cisalpina o r a r a g g i u n g e v a u n a certa compattezza territoriale e quasi quattro milioni di abitanti. 106
Si t r a t t a v a di d a r l e un assetto politico, e n o n e r a facile p e r c h é m a n c a v a n o gli u o m i n i . I tre che formavano il governo provvisorio - Ruga, S o m m a r i v a e Visconti - valevano poco, e B o n a p a r t e lo sapeva. C ' e r a poi u n a Consulta, cioè un piccolo P a r l a m e n t o di c i n q u a n t a m e m b r i , in cui qualche fig u r a di spicco allignava: C i c o g n a r a , M a s c h e r o n i , Moscati, G r e p p i , Marescalchi. Ma B o n a p a r t e , che di u o m i n i s'intendeva, sbrancò subito quello che più faceva al suo caso: Melzi d'Eril. Melzi a p p a r t e n e v a a u n a delle più g r a n d i famiglie dell'aristocrazia l o m b a r d a , e ne p o r t a v a nel s a n g u e le doti migliori: la r e t t i t u d i n e , la cultura, la cortesia, ma a n c h e u n a certa alterigia, che p r o b a b i l m e n t e gli veniva dalla m a d r e s p a g n o la. Aveva fatto p a r t e dei circoli illuministici dei Serbelloni, dei Beccaria e di Pietro Verri, di cui e r a anche cognato. Nap o l e o n e lo aveva conosciuto al t e m p o della sua p r i m a camp a g n a d'Italia, d o p o la battaglia di L o d i lo aveva invitato a Mombello, e ne aveva fatto il p r o p r i o consigliere. Q u e l g r a n signore che p o r t a v a ancora il costume settecentesco, le calze bianche e la p a r r u c c a incipriata, gli piaceva. Gli piaceva perché n o n era servile, p e r c h é n o n e r a venale, p e r c h é n o n era n e m m e n o ambizioso. U n a leggera sordità e u n a salute piuttosto precaria, insidiata da un forte artritismo, l'obbligavano a r i g u a r d i i n c o m p a t i b i l i c o n l'esercizio d e l p o t e r e . Più che il protagonista, preferiva fare il suggeritore. N o n era affatto un democratico. Anzi, al t e m p o della p r i m a Cisalpina, coi d e m o c r a t i c i s'era t r o v a t o in c o n t r a s t o , t a n t o c h e a un certo p u n t o aveva a b b a n d o n a t o n o n solo ogni attività politica, m a a n c h e Milano, p e r ritirarsi nella vasta p r o p r i e t à d i S a r a g o z z a c h e sua m a d r e gli aveva lasciato. Dei giacobini l o m b a r d i pensava ciò che di quelli napoletani stava scrivendo Cuoco, suo g r a n d e amico: c h ' e r a n o degli astratti dottrinari, incapaci di affrontare i p r o b l e m i concreti. Di questi p r o b l e m i , a lui ne interessava s o p r a t t u t t o u n o : la costituzione di u n o Stato italiano abbastanza forte da poter diventare un polo d'attrazione p e r tutti gli altri. Ma n o n 107
10 voleva repubblicano, né tanto m e n o p a r l a m e n t a r e . Nelle trattative eli Rastadt tra Francia e Austria, nel '98, si era a d o p e r a t o p e r l a t r a s f o r m a z i o n e della Cisalpina i n u n R e g n o lombardo-emiliano da affidare a un B o r b o n e di Spagna. Ma 11 p r o g e t t o era stato respinto. O r a che N a p o l e o n e lo richiamava da Saragozza p e r sollecitare n u o v a m e n t e i suoi lumi, Melzi rispolverò quell'idea, ma senza miglior successo. Capì subito che B o n a p a r t e voleva tenersi la Cisalpina p e r sé e che l'unica cosa da fare e r a secondarlo nel senso più favorevole agl'interessi italiani. La Costituzione c h ' e r a stata a p p r o n t a t a attribuiva poteri quasi illimitati al Presidente. Ma p e r l'elezione di costui, occorreva il voto di un'Assemblea che si potesse considerare in qualche m o d o rappresentativa. La Consulta n o n lo e r a in q u a n to i suoi m e m b r i e r a n o n o m i n a t i in massima p a r t e dal Gov e r n o . Si provvide q u i n d i a convocarne un'altra di 500 «notabili», scelti fra le p e r s o n a l i t à p i ù in vista delle varie città l o m b a r d e ed emiliane. Melzi p e r ò s'avvide subito che della loro arrendevolezza n o n c'era molto da fidarsi p e r c h é , sebbene divisi in «moderati» e «democratici», e r a n o accomunati dalla ferma volontà di fare della Cisalpina u n o Stato italiano, anzi lo Stato-guida dell'Italia. E, p e r poterli meglio m a n e g g i a r e , decise di sottrarli alle suggestioni ambientali, convocandoli n o n a Milan o , ma a Lione p e r i p r i m i di g e n n a i o del 1802. Sperava che lì, in mezzo ai francesi, i loro s e n t i m e n t i e r i s e n t i m e n t i nazionalisti si sarebbero addolciti. N o n fu così. I 450 (c'è chi dice a n c h e m e n o ) che a d e r i r o no all'invito a r r i v a r o n o a Lione d o p o un viaggio massacrante flagellato da p i o g g e a d i r o t t o , e t r o v a r o n o quella città piuttosto l u g u b r e , inospitale e carissima. «Si paga a n c h e l'aria che si respira» scriveva u n o di loro a sua moglie. C r e d e v a n o di essere subito ricevuti da N a p o l e o n e e convocati in assemblea plenaria. Invece furono accolti dal ministro degli esteri Talleyrand e divisi in cinque sezioni, con la scusa che così avrebbero p o t u t o meglio studiare il testo della Costitu108
zione e m a t u r a r e le loro decisioni. In realtà si voleva i m p e dire un loro eventuale pronunciamienlo. I l t i m o r e n o n e r a i n f o n d a t o . «Ci h a trascinati q u a c o n u n a legge informe, e m a n a t a da un c o r p o legislativo più vile del Senato di Tiberio. Nella sezione ci si o r d i n a di esaminare in ventiquattr'ore u n a Costituzione letta in fretta, già accettata con un d e c r e t o sin ora incognito, che rimette ad un m a g i s t r a t o e s t e r o la n o m i n a alle p r i m e cariche del n o s t r o Paese... Frattanto i d e p u t a t i v a n n o e r r a n d o di caffè in caffè, a n n o i a t i dei l o r o ospiti e dei c o n t i n u i affronti che ricevono...» N a p o l e o n e a r r i v ò 1' 11 g e n n a i o , a c c o m p a g n a t o da Gius e p p i n a . F u u n ingresso spettacolare, studiato a p p o s t a p e r i m p r e s s i o n a r e i Cisalpini e r i d u r n e la p r o t e r v i a . A n o m e della C o n s u l t a travolta nelle acclamazioni, Melzi lo salutò con queste parole: «Si rialzino tutte le speranze! Voi, Bonap a r t e , lo avete voluto, e la Cisalpina ecco esiste. Se voi lo volete, sarà a n c h e felice». Ma il 20, q u a n d o l'assemblea si r i u n ì in seduta plenaria, di felicità se ne vide poca, anzi si vide soltanto u n a g r a n delusione allorché il p r e s i d e n t e Marescalchi invitò i d e p u t a t i a d e s i g n a r e un C o m i t a t o di t r e n t a m e m b r i , che a loro volta avrebbero p r o v v e d u t o a eleggere il Presidente. Era p e r q u e sto che li avevano fatti s c o m o d a r e fino a Lione? Per delegare i loro poteri a un Comitato che si poteva costituire anche a Milano? Sebbene avessero p e r f e t t a m e n t e capito cosa gli si chiedeva, i T r e n t a d e t t e r o un solo voto a B o n a p a r t e , e C a p r a r a disse che se questi voleva il p o t e r e , se lo p r e n d e s s e con la forza. Venticinque voti si riversarono su Melzi, che rifiutò. U n a seconda votazione dette la m a g g i o r a n z a all'Aldini, che seguì l'esempio del Melzi. La terza designò un oscuro d e p u t a t o di Milano, Villa, c h e n o n p o t è rifiutare p e r c h é n o n e r a a Lion e . E la seduta fu aggiornata. B i s o g n a v a i n f o r m a r n e B o n a p a r t e . T a l l e y r a n d , c h e acc o m p a g n ò i delegati all'udienza, li avvertì c h e il G e n e r a l e 109
«somigliava a un leone con la febbre». Secondo alcune testim o n i a n z e , si rifiutò di riceverli. Secondo altre, li ascoltò senza p r o n u n c i a r parola. Secondo il Motti, scagliò u n o sgabello contro di loro: cosa che c e r t a m e n t e avrebbe voluto fare, ma altrettanto c e r t a m e n t e n o n fece. Fu Talleyrand c h e a m m o r b i d ì i ribelli e li r i c o n d u s s e al senso della realtà. Nelle vostre condizioni, gli disse, senza u n o Stato né u o m i n i di Stato, in u n a situazione internazionale che p u ò precipitare da un m o m e n t o all'altro, avete bis o g n o di u n a m a n o forte c h e vi p r o t e g g a col suo esercito, con la sua diplomazia, con la sua esperienza. I T r e n t a esitarono a n c o r a d u e giorni, trattenuti dalla ferma e coraggiosa opposizione del Cicognara. Ma alla fine d o vettero a r r e n d e r s i agli a r g o m e n t i di Talleyrand, che e r a n o quelli stessi di Melzi. E il 24 decisero di p r o p o r r e alla Consulta i l n o m e d i N a p o l e o n e , che p e r l a p r i m a volta v e n n e d e s i g n a t o in un atto ufficiale solo col suo n o m e di battesimo. L'Assemblea fu convocata il giorno d o p o in s e d u t a plenaria p e r la ratifica, e dal processo verbale risulta c h e questa fu concessa fra i generali applausi. Ma n o n è vero. La battaglia fu l u n g a e d u r a . Bellani disse c h e , c o n un P r e s i d e n t e francese, la Repubblica sarebbe stata p i ù sicura, ma n o n più italiana. Terzi rincarò la dose. I loro oppositori furono zittiti. V e d e n d o la mala parata, Marescalchi strozzò la discussione e b a n d ì la votazione p e r alzata e s e d u t a . Un t e s t i m o n e assicura che ad alzarsi furono al massimo un terzo dei p r e senti, ma g e s t i c o l a n d o e l a n c i a n d o tali g r i d a da s e m b r a r e maggioranza. Tale c o m u n q u e la considerò Marescalchi, che i m m e d i a t a m e n t e p r o c e d e t t e alla lettura del p r i m o articolo: «Il cittadino N a p o l e o n e B o n a p a r t e è eletto p e r acclamazione Presidente della Repubblica cisalpina». L'indomani il G e n e r a l e si p r e s e n t ò di p e r s o n a a ricevere l'investitura. G r a n d e attore c o m e s e m p r e , rifiutò la t r i b u n a speciale che gli avevano allestito, decorata di ori e di bronzi come un t i o n o , sedette sullo scanno presidenziale e parlò in 110
italiano (lo parlava abbastanza b e n e ) . Ma il suo discorso fu di u n o spietato realismo. Accetto q u e s t a carica, disse, p e r ché fra voi n o n c'è n e s s u n o in g r a d o di occuparla. N e s s u n o di voi ha un seguito p o p o l a r e . N e s s u n o di voi è al di s o p r a degl'interessi particolari che r a p p r e s e n t a . Ma d o p o Tamaro v e n n e il dolce. La scena è stata riferita in vari m o d i , ma s e m b r a che si sia svolta così. Alla fine della sua f r u s t a n t e a r r i n g a N a p o l e o n e o r d i n ò al s e g r e t a r i o : «Si dia lettura della Costituzione della Repubblica...», e qui fece p a u s a . I d e p u t a t i c a p i r o n o i m m e d i a t a m e n t e . B a l z a r o n o in p i e d i e u r l a r o n o in c o r o , finalmente u n a n i m i : «Italiana!... Italiana!...» N a p o l e o n e sorrise e, p l a c a n d o con un gesto il t u m u l t o , disse: «Ebbene, Repubblica italiana!» Stavolta l'acclamazione fu i m m e n s a e g e n e r a l e . B o n a p a r t e d i e d e l'ultimo tocco alla sua vittoria a n d a n d o incontro a Melzi, abbracciandolo e facendolo s e d e r e alla sua destra nel posto di vicep r e s i d e n t e . E r a u n o m a g g i o n o n solo a l l ' u o m o , m a a n c h e alla Consulta che gliel'aveva c o n t r a p p o s t o . L'episodio aveva un suo significato che t r a s c e n d e v a la questione di n o m e n c l a t u r a . Fin allora il p r o g r a m m a di u n ' I talia unita era stato privativa dei patrioti di estrazione giacobina. Q u e l g i o r n o d i v e n t ò a p p a n n a g g i o a n c h e dei «moderati». U n o di loro scriveva al Melzi, a p r o p o s i t o della n u o v a Repubblica: «Il g r a n d e suo oggetto a d u n q u e si è di t e n d e r e ad ampliarsi p e r t u t t a la circonferenza d'Italia». E, a p a r t e quegli orribili adunque e circonferenza, era l'espressione di un pensiero o r m a i condiviso, se n o n da tutti, dai più. Ma il lettore n o n p r e n d a abbagli: q u e s t i o n i v a n n o s e m p r e riferiti a quella s p a r u t a p a t t u g l i a di p e r s o n e che costituivano la cosiddetta «pubblica opinione» p e r il semplice motivo ch'erano le uniche ad avere u n ' o p i n i o n e : p o c h e migliaia di uomini s p e r d u t i in u n a massa i n e r t e e priva d'idee p e r c h é priva degli s t r u m e n t i p e r farsene. I m p a z i e n t e d i c o r o n a r e l a sua ascesa a l s u p r e m o p o t e r e , N a p o l e o n e liquidò alla svelta le p e n d e n z e con gli altri Stati 111
della penisola. Nel m a r z o del 1801 aveva stipulato a Firenze la p a c e c o n N a p o l i , lasciando il R e a m e ai B o r b o n e , ma m e t t e n d o l o p r a t i c a m e n t e sotto i l p r o p r i o c o n t r o l l o c o m e poi d i r e m o . Quasi c o n t e m p o r a n e a m e n t e aveva firmato col n u o v o Papa, Pio V I I , u n C o n c o r d a t o c o n cui s'illudeva d i averlo asservito al suo c a r r o . A G e n o v a aveva istallato il fido Saliceti col c o m p i t o di d a r e a quella Repubblica u n a Cos t i t u z i o n e c h e la legasse e c o n o m i c a m e n t e e m i l i t a r m e n t e alla Francia. D u e sole questioni restavano da definire: Parma e la Toscana. Il p r o b l e m a e r a delicato p e r c h é il Duca di P a r m a era un B o r b o n e s p a g n o l o s t r e t t a m e n t e i m p a r e n t a t o con quelli d i M a d r i d , della cui amicizia N a p o l e o n e faceva g r a n conto p e r n o n trovarsi un n e m i c o a n c h e sui Pirenei. E fu infatti con loro ch'egli si accordò col trattato di Aranjuez di quello stesso m a r z o 1801. Esso disponeva che il Duca di P a r m a r i n u n ciasse al suo Stato e che in c o m p e n s o suo figlio Luigi assumesse il G r a n d u c a t o di Toscana, ribattezzato R e g n o di Etruria. Luigi si e r a affrettato a p r e n d e r e possesso d e l p r o p r i o t r o n o , ma il p a d r e si era rifiutato di a b b a n d o n a r e il suo. All'ambasciatore spagnolo che ne p e r o r a v a la causa, B o n a p a r te r i s p o s e c o n insolita a r r e n d e v o l e z z a : «Se vuol r e s t a r e dov'è, ci resti!» Il fatto è che n o n sapeva c o m e cavarsela con quelli della Cisalpina, che i m m e d i a t a m e n t e avevano avanzato le l o r o p r e t e s e a l l ' a n n e s s i o n e del D u c a t o . «Capisco aveva detto a Melzi - che sarebbe un b u o n a r r o t o n d a m e n t o p e r la Repubblica italiana». Ma a p p u n t o p e r questo n o n volle concederglielo n e m m e n o q u a n d o , di lì a poco, il Duca lo liberò della sua p r e s e n z a , m o r e n d o p e r u n ' i n d i g e s t i o n e d i c a r n e d i maiale. P a r m a r i m a s e i n d i p e n d e n t e , cioè alle dip e n d e n z e dirette della Francia che vi n o m i n ò u n a specie di prefetto con qualifica di Residente. A F i r e n z e , il n u o v o S o v r a n o e sua moglie, la s p a g n o l a Maria Luisa, e r a n o stati accolti con indifferenza. Lui era un p o v e r o epilettico che n o n sapeva n e m m e n o m o n t a r e a ca112
vallo e passava le sue notti a tirar sciabolate c o n t r o i fantasmi. Lei e r a intelligente, astuta e intrigante, ma mezzo gobba e sciancata. Sebbene si fossero presentati con un seguito di q u a r a n t a carrozze s p a g n o l e , i fiorentini c a p i r o n o subito c h ' e r a n o figure di p a s s a g g i o , e n ' e b b e r o u n a c o n f e r m a il g i o r n o stesso del loro arrivo, q u a n d o videro che a riceverli in Palazzo Pitti e a metterli sul t r o n o era il g e n e r a l e Murat, che c o m a n d a v a le t r u p p e francesi di stanza in Italia centrale. Il v e r o Re s e m b r a v a lui, bello e marziale nella sua r u t i lante divisa. E c o m e tale infatti seguitò a c o m p o r t a r s i oscur a n d o con le sue brillanti feste a Palazzo Corsini quelle sussiegose e tetre di Palazzo Pitti. Q u e s t a e r a in sintesi la situazione della penisola, m e n t r e N a p o l e o n e a Parigi si p r e p a r a v a all'ultimo balzo: quello sul t r o n o imperiale. Il 25 m a r z o (del 1802) anche il suo nemico più irriducibile, l ' I n g h i l t e r r a , aveva a b b a n d o n a t o la lotta e f i r m a t o c o n lui la p a c e di A m i e n s . N o n s a r e b b e stata in realtà che u n a breve tregua, ma B o n a p a r t e la mise a profitto. Il 18 maggio del 1804 un plebiscito Io proclamò I m p e r a tore. L'Inghilterra aveva rotto la pace e ripreso le armi l'anno p r i m a . Ma p e r il m o m e n t o n o n trovava alleati. Napoleone poteva b a d a r e soltanto al riassetto politico che il cambiam e n t o istituzionale esigeva e in cui anche l'Italia doveva and a r e di mezzo. Le Repubbliche avevano fatto il loro t e m p o .
CAPITOLO DODICESIMO
R E X T O T I U S ITALIAE
Alla cerimonia della consacrazione imperiale di N a p o l e o n e il 2 d i c e m b r e del 1804, c'era a n c h e u n a d e p u t a z i o n e della Repubblica italiana, guidata da Melzi. N o n e r a n o venuti solo p e r d o v e r e di « r a p p r e s e n t a n z a » . Alla vigilia del plebiscito, N a p o l e o n e aveva avvertito l'ambasciatore milanese Marescalchi che la proclamazione d e l l ' I m p e r o obbligava anche l'Italia a darsi a d e g u a t e f o r m e istituzionali, cioè in p a r o l e p o v e r e a r i n u n z i a r e a quelle r e p u b b l i c a n e . Per Milano, l'unica soluzione era u n a m o n a r c h i a . N o n disse chi doveva esserne il titolare, ma lo lasciò capire. Melzi n o n pose t e m p o in mezzo. Convocò la Consulta, e le fece v o t a r e un p r o g e t t o di legge c h e t r a s f o r m a v a la Repubblica in un R e g n o e r e d i t a r i o d e s t i n a t o a B o n a p a r t e . Questi n o n si affrettò ad accettare. Disse che a v r e b b e d a t o u n a risposta al r i t o r n o da un suo viaggio d'ispezione in Belgio e Renania. In realtà era contrariato: n o n dall'offerta, si capisce, ch'egli stesso aveva sollecitata, ma dalle f o r m u l e cautelative di cui gliel'avevano condita: gl'italiani chiedevano che, alla m o r t e d e l l ' I m p e r a t o r e , le d u e c o r o n e venissero s e p a r a t e , c h e l ' u n i o n e fosse sostituita da un t r a t t a t o di alleanza, che i tributi cessassero, e che il p o t e r e della Consulta venisse accresciuto a spese di quello r e g i o . «Cosa d u n q u e vogliono questi signori di Milano?» aveva gridato N a p o l e o ne a Marescalchi che gli aveva recapitato il messaggio. «Se p e r caso pensassero di tirarsi indietro, potrei anche r i d u r r e il loro Stato a d i p a r t i m e n t o francese c o m e il Piemonte!» N o n era la p r i m a volta che B o n a p a r t e faceva scenate ai suoi italiani. Da q u a n d o a Lione lo avevano acclamato Pre114
siderite, a M i l a n o n o n aveva p o t u t o r i s i e d e r e m o l t o , e gli affari li aveva lasciati nelle m a n i di Melzi, c h e faceva q u e l c h e poteva, m a n o n p o t e v a t u t t o quello che a v r e b b e voluto. Di l o n t a n o , N a p o l e o n e n o n si r e n d e v a conto delle difficoltà in m e z z o a cui il s u o vicario si d i b a t t e v a . Ma q u e s t e difficoltà e r a n o grosse, e c o m u n q u e s p r o p o r z i o n a t e alle capacità degli u o m i n i che d o v e v a n o risolverle. Milano forniv a q u a l c h e b u o n a m m i n i s t r a t o r e ; m a , n o n e s s e n d o più l a capitale d i u n o Stato d a i t e m p i d i L u d o v i c o i l M o r o , n o n aveva u n a classe dotata di e s p e r i e n z a politica. Nel g o v e r n o di Melzi, personalità di rilievo n o n ce n ' e r a n o . Villa e Felici, che si a v v i c e n d a r o n o al ministero d e g l ' i n t e r n i , si d i m o s t r a v a n o t i t u b a n t i e di c o r t e v e d u t e . Gli esteri e r a n o stati affidati a Marescalchi, c h e p e r ò B o n a p a r t e obbligava a ris i e d e r e a Parigi p e r b e n sottolineare che la politica estera della R e p u b b l i c a la faceva lui. Il guardasigilli S p a n n o c c h i e r a un b u o n giurista, ma n i e n t e a l t r o , e il conte Trivulzio, ministro della g u e r r a , u n g r a n signore che d i g u e r r a sapeva poco s e b b e n e al t e m p o della Cisalpina si fosse improvvisato g e n e r a l e . L'unico che avesse qualità di u o m o di Stato e r a il ministro delle finanze, Prina, a n c h e p e r c h é era p i e m o n t e s e , cioè veniva da un Paese che u n o Stato lo era da secoli. Ex-procur a t o r e g e n e r a l e della C o r t e dei Conti di T o r i n o e m e m b r o del g o v e r n o provvisorio d e l '99, si e r a p o i trasferito nella Cisalpina e ne aveva p r e s o la cittadinanza. N o n aveva un carattere che attirasse simpatie. Anzi, chiuso e freddo com'era, le respingeva. Ma era un lavor