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STORIA D'ITALIA Voi. I 476-1250 STORIA D'ITALIA Voi. II 1250-1600 STORIA D'ITALIA Voi. I I I 1600-17...
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Piano
dell'opera:
STORIA D'ITALIA Voi. I 476-1250 STORIA D'ITALIA Voi. II 1250-1600 STORIA D'ITALIA Voi. I I I 1600-1789 STORIA D'ITALIA Voi. I V 1789-1831 STORIA D'ITALIA Voi. V 1831-1861 STORIA D'ITALIA Voi. V I 1861-1919 S T O R I A D'ITALIA Voi. V I I 1919-1936 S T O R I A D'ITALIA Voi. V i l i 1936-1943 S T O R I A D'ITALIA Voi. I X 1943-1948 STORIA D'ITALIA Voi. X 1948-1965 STORIA D'ITALIA Voi. X I 1965-1993 STORIA D'ITALIA Voi. X I I 1993-1997
INDRO
MONTANELLI
STORIA D'ITALIA 1861 1919 INDRO MONTANELLI
L'ITALIA DEI NOTABILI Dal I8ÓI al 1900
INDRO MONTANELLI
L'ITALIA DI GIOLITTI Dal 1900 al 1920
STORIA
D'ITALIA
Voi. VI E D I Z I O N E PER O G G I pubblicata su licenza di R C S Libri S.p.A., Milano © 2006 R C S Libri S.p.A., M i l a n o Q u e s t o v o l u m e è f o r m a t o da: I n d r o Montanelli
LItalia dei Notabili © 1973 Rizzoli E d i t o r e , Milano © 1999 RCS Libri S.p.A., Milano I n d r o Montanelli
LItalia di Giolitti © 1974 Rizzoli E d i t o r e , Milano © 1999 R C S Libri S.p.A., Milano Progetto grafico S t u d i o Wise Coordinamento redazionale: Elvira M o d u g n o Fotocomposizione: C o m p o s 90 S.r.l., Milano
Allegato a O G G I di questa settimana N O N V E N D I B I L E SEPARATAMENTE Direttore responsabile: Pino Belleri RCS Periodici S.p.A. Via Rizzoli 2 - 20132 Milano Registrazione Tribunale di Milano n. 145 del 12/7/1948
Tutti i diritti di copyright, sono riservati
O
ra che l'Italia è fatta bisogna fare gli italiani» aveva detto Massimo d'Azeglio subito dopo la raggiunta Unità del Paese, ma a questa celebre frase fa da inquietante controcanto una battuta che il romanziere Federico De Roberto mette in bocca a un notabile e gattopardo siciliano nel suo romanzo I Viceré ambientato nella Sicilia annessa al Continente: «Ora che l'Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri...». Il cinismo di questa battuta è determinato dalle delusioni di un'Unità che, se aveva fatto più ricco il Nord, aveva di fatto ridotto il Meridione a una colonia amministrata o da «piemontesi» o da «tangentari» ante litteram che facevano incetta di denaro. Un'Italia in cui i lavori pubblici arricchiscono i privati, in cui -fatta eccezione per pochi personaggi (uno su tutti, Quintino Sella) - la cosa pubblica diviene cosa privata, in cui gli scandali economici hanno come ispiratori governi e uomini politici, in cui nasce la piaga del trasformismo in cui la destra non ha alcuna remora a divenire sinistra e viceversa. Sono anche anni in cui assistiamo al declino fatale dell'esercito italiano, con le sconfitte di Custoza e di Lissa nel 1866, ai velleitari tentativi dell'«Italietta» di trovare, il suo posto al sole in Africa (dove incorrerà però nelle disfatte di Dogali (1887) e di Adua (1896) e di essere (senza risultato) annoverata tra le «potenze» europee, alla feroce repressione del generale Bava Beccaris che non esita (1898) a ordinare all'esercito di sparare sulla folla che protestava a Milano per il rincaro del pane. Puomo che riuscì a mutare questo stato di cose fu uno dei pochi grandi statisti italiani dello scorso secolo: Giovanni Giolitti, che pose fine all'involuzione autoritaria in cui rischiava di precipitare il Paese, contribuì con le sue riforme alla nascita della grande industria, soddisfo le velleità
di potenza dell'esercito conquistando la Libia - il famoso «scatolone di sabbia» -, cercò, vanamente di tenere l'Italia fuori dal bagno di sangue del primo conflitto mondiale. Tornò per l'ultima volta al governo nel 1919 e pose fine all'impresa fiumana di D'Annunzio. Quando abbandonò il suo incarico di primo ministro non c'era più nessuno in grado di arrestare la marea montante del fascismo.
INDRO MONTANELLI (Fucecchio 1909 - Milano 2001) è stato il più grande giornalista italiano del Novecento. Laureato in legge e in scienze politiche, inviato speciale del «Corriere della Sera», fondatore del «Giornale nuovo» nel 1974 e della «Voce» nel 1994, è tornato nel 1995 al «Corriere» come editorialista. Ha scritto migliaia di articoli e oltre cinquanta libri. Tra i suoi ultimi successi, tutti pubblicati da Rizzoli, ricordiamo: Le stanze (1998), LItalia del Novecento (con Mario Cervi, 1998), La stecca nel coro (1999), LItalia del Millennio (con Mario Cervi, 2000), Le nuove stanze (2001).
Indro Montanelli
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AVVERTENZA
In questo volume ho cercato di riassumere gli avvenimenti del quarantennio compreso fra la proclamazione dell'Unità nel 1861 e l'uccisione di Re Umberto nel 1900. L'ho chiamato L'Italia d e i Notabili perché mi sembra che siano stati costoro a dare il carattere più saliente alla vita italiana di questo periodo. Molte cose vi mancano. Vi manca per esempio un panorama culturale. Me l'ero proposto. Gli avevo anche dedicato alcuni capitoli. Ma poi vi ho rinunciato, sopraffatto - lo confesso - dalla complessità del compito, e ho preferito attenermi a un quadro strettamente politico, sociale ed economico. Se sono riuscito a renderlo, sia pure con una certa sommarietà, credo di potermene contentare. Un caloroso ringraziamento lo debbo alla signora Maria Stella Signorini Sernas per la valida cMaborazione che mi ha dato nella ricerca e nella cernita delle fonti. I. M. Ottobre '73
PARTE PRIMA
G L I A N N I DELLA D E S T R A
CAPITOLO PRIMO
«SIC TRANSIT...»
C o m e abbiamo detto a c h i u s u r a del p r e c e d e n t e volume, nel g e n n a i o del ' 6 1 , q u a n d o a n c o r a nel S u d resistevano l e t r e cittadelle b o r b o n i c h e di Gaeta, Civitella del T r o n t o e Messina, si svolsero le elezioni, le p r i m e a carattere nazionale. Per il p a r t i t o m o d e r a t o di C a v o u r fu un trionfo. Ma n o n va dimenticato che su oltre 20 milioni di abitanti, il diritto di voto e r a riconosciuto solo a 4 0 0 . 0 0 0 , che r a p p r e s e n t a v a n o il d u e p e r cento della popolazione, e che a esercitarlo furono poco più della m e t à p e r c h é i p a r r o c i avevano predicato l'astensionismo. Fu questa C a m e r a r a p p r e s e n t a t i v a di u n a ristretta m i n o r a n z a , c h e nel m a r z o p r o c l a m ò l'Unità e ricon o b b e il titolo di Re a Vittorio E m a n u e l e II e ai suoi legittimi successori. D o p o d i c h é , c o m e la p r a s s i r i c h i e d e a o g n i r i n n o v o di legislatura, il g o v e r n o p r e s e n t ò le dimissioni. L'incarico di f o r m a r n e u n o n u o v o fu affidato n a t u r a l m e n t e a Cavour, che b a d ò s o p r a t t u t t o a dargli un carattere m e n o p i e m o n t e s e e p i ù italiano c o n u n abile d o s a g g i o d i e s p o n e n t i di t u t t e le r e g i o n i . Per la Toscana c'era Peruzzi, Fanti e Minghetti p e r l'Emilia, De Sanctis e Niutta p e r Napoli, Natoli p e r la Sicilia eccetera. Esso si p r e s e n t ò alla Cam e r a in aprile e, n o n o s t a n t e le forze di cui disponeva, fu subito investito dalla tempesta. A provocarla fu Garibaldi. D o p o la p a r t e n z a da Napoli, il G e n e r a l e si e r a ritirato a C a p r e r a d i c e n d o a tutti, forse a n c h e a se stesso, che di politica n o n voleva p i ù s a p e r n e . Perciò, q u a n d o i napoletani gli offrirono la c a n d i d a t u r a a d e p u t a t o , rispose: «Il m i o posto n o n è sugli scranni del p a r l a m e n t o » . Ma d o p o che, malgrado il rifiuto, lo ebbero eletto, finì p e r accettare il m a n d a t o . 9
A provocare quel r i p e n s a m e n t o , e r a stata l'onda di ritorno della Gloria. La pubblica o p i n i o n e che, nel m o m e n t o in cui egli assumeva atteggiamenti di ribelle, gli si era rivoltata c o n t r o , o r a l o c o n s i d e r a v a u n a vittima p e r gli sgarbi c h e aveva subito a Napoli e gli attribuiva u n ' a u r e o l a di Cincinnato. O g n i venerdì, sul piccolo molo di C a p r e r a , il «postale» rovesciava t o r m e di visitatori. Arrivavano vecchi amici, commilitoni, cacciatori di autografi, socialiste russe, fìlantropesse inglesi, e m a n c i p a t r i c i a m e r i c a n e , d e p u t a z i o n i patriottiche, irredentisti veneti, trentini, istriani, proscritti u n g h e r e si, polacchi, greci, r o m e n i . Lady Shaftesbury gli chiese u n a ciocca di capelli. Il Duca di S u t h e r l a n d gli sottoponeva piani di rivoluzione c o n t r o l ' I m p e r o asburgico e quello t u r c o . Un diplomatico a m e r i c a n o riferiva a Washington c h e Garibaldi era «una delle G r a n d i Potenze d ' E u r o p a » . A t a n t e sollecitazioni, si aggiunse un pretesto provocatorio: la C a m e r a doveva d e c i d e r e il t r a t t a m e n t o da fare ai volontari garibaldini che avevano conquistato le D u e Sicilie: il loro capo n o n poteva declinarne il p a t r o n a t o . Garibaldi a p r ì le ostilità d i c h i a r a n d o a u n a r a p p r e s e n t a n z a di o p e r a i venuti a o m a g g i a r l o nell'isola: «Vittorio è c i r c o n d a t o da g e n t e senza c u o r e , senza patriottismo, da u o m i n i che h a n n o creato un dualismo fra l'esercito regolare e i volontari. Quegl'ind e g n i h a n n o seminato discordie e odio». L'eco di quelle parole, g i u n g e n d o a Torino quasi contemp o r a n e a m e n t e al Generale, suscitò indignazione fra i m o d e rati e p a n i c o fra i d e m o c r a t i c i , c h e in G a r i b a l d i a v e v a n o g r a n fiducia sul c a m p o d i battaglia, m a sui b a n c h i p a r l a m e n t a r i p r e f e r i v a n o n o n averlo tra i piedi. E i fatti conferm a r o n o la loro a p p r e n s i o n e . G a r i b a l d i n o n e n t r ò , i r r u p p e a d d i r i t t u r a n e l l ' a u l a con camicia rossa e poncho grigio sulle spalle, affiancato da d u e fedelissimi. U n o scroscio d'applausi lo salutò da sinistra, un m o r m o r i o di disapprovazione e di sarcasmo da destra. Dopo c h ' e b b e r o parlato Ricasoli e Fanti, chiese la parola. «Dov e n d o p a r l a r e dell'armata meridionale - disse -, dovrei nar10
r a r e d e i fatti b e n gloriosi: i p r o d i g i da essa o p e r a t i furono offuscati s o l a m e n t e q u a n d o la f r e d d a e n e m i c a m a n o di questo ministero (rumori) faceva sentire i suoi effetti malefici (urla). Q u a n d o , p e r l'amore della concordia, l'orrore di u n a g u e r r a fratricida provocata da questo stesso ministero...» A questo p u n t o la sua voce si p e r s e nel p a n d e m o n i o . C a v o u r gridava: «Non è p e r m e s s o d'insultarci!» Gridava Garibaldi: «Sì, u n a g u e r r a fratricida!» B i s o g n ò s o s p e n d e r e p e r u n q u a r t o d ' o r a la s e d u t a , che fu r i p r e s a c o n un discorso di Bixio in cui si manifestava il disagio degli stessi garibaldini di più stretta osservanza. Garibaldi vuotò il sacco. « Q u a n d o arrivai a Torino - disse p a r l a n d o della c a m p a g n a del '59 -, accorrevano i volontari, ma a me n o n si d a v a n o che i gobbi e gli storpi...»: u n a frase che deve aver r i e m p i t o d'orgoglio i p o v e r i r e d u c i . C a v o u r tagliò c o r t o : «C'è, t r a il G e n e r a l e e m e , un fatto che ci separa: io ho c r e d u t o di a d e m p i e r e il mio d o v e r e consigliando al Re la cessione di Nizza». C'era a n c h e quello, infatti, ma n o n soltanto quello. L'Italia m o d e r a t a e quella rivoluzionaria p o t e v a n o finalmente sfidarsi in un lib e r o P a r l a m e n t o , e o g n u n a di esse rivendicava il m e r i t o di aver fatto l'unità nazionale e il diritto di darle il suo volto. L ' i n d o m a n i Cialdini scrisse a G a r i b a l d i u n a l e t t e r a c h e poi fu pubblicata da La Perseveranza: «Dacché vi conobbi, fui vostro amico, e lo fui q u a n d o l'esserlo e il dirlo era biasimato da molti. O r a le vostre parole nella C a m e r a mi p o r t a r o n o u n d i s i n g a n n o p e n o s i s s i m o , m a c o m p l e t o . Voi n o n siete l ' u o m o che io credeva, voi n o n siete il Garibaldi c h e a m a i . Voi osate mettervi al livello del Re p a r l a n d o n e con l'affettata familiarità d ' u n camerata; al di sopra del g o v e r n o , dicend o n e traditori i ministri; al di sopra del P a r l a m e n t o , vituper a n d o n e i r a p p r e s e n t a n t i ; al di s o p r a degli usi p a r l a m e n t a ri, p r e s e n t a n d o v i alla C a m e r a in costume s t r a n o e teatrale; al di s o p r a infine di t u t t o il Paese c h e v o r r e s t e s o s p i n g e r e d o v e e meglio vi aggrada...» Per evitare un d u e l l o d o v e t t e i n t e r p o r s i da p a c i e r e il Re. G a r i b a l d i finì p e r a b b r a c c i a r e Cialdini e p e r riconciliarsi a n c h e con C a v o u r cui tuttavia, da 11
q u a n t o disse a G u e r z o n i , si rifiutò di stringere la m a n o . Ma poi da C a p r e r a gli scrisse u n a lettera cortese che t e r m i n a v a con queste parole: «Fidente nelle di lei capacità superiori e ferma volontà di fare il b e n e della patria, io aspetterò la fausta voce che mi chiami u n a volta a n c o r a sui c a m p i di battaglia». Chiuso l'incidente, Cavour si p r e p a r a v a ad affrontare gl'imm e n s i p r o b l e m i dell'unificazione, q u a n d o fu colto a t r a d i m e n t o dal male. Di che n a t u r a fosse, i medici di allora n o n si r e s e r o conto. Ma quelli di oggi, dalla descrizione dei sintomi lasciatane d a alcuni testimoni, p r o p e n d o n o p e r u n attacco di malaria d e g e n e r a t a in perniciosa p e r e r r o r e di cur e . F u alla fine d i m a g g i o c h e , r i e n t r a n d o u n a sera dalla consueta visita alla sua amica Ronzani, avvertì i brividi della febbre, ma n o n vi d i e d e p e s o p e r c h é negli ultimi t e m p i gli e r a già capitato altre volte. Chiese un salasso p e r t i m o r e di un attacco a p o p l e t t i c o . E d u e g i o r n i d o p o , sfebbrato, convocò al suo letto i Ministri p e r t e n e r e consiglio con loro. Ma alla sera il t e r m o m e t r o salì a q u a r a n t a , e sopraggiunse u n ' e m o r r a g i a . Nel delirio parlava di progetti., di riforme, di leggi, di strade da costruire, e insisteva che la notizia della sua malattia n o n fosse d i v u l g a t a p e r n o n intralciare u n ' o p e r a zione di prestito che lo Stato aveva a p p e n a lanciato. Invece già tutti s a p e v a n o che le sue condizioni e r a n o gravi e facev a n o ressa davanti al p o r t a l e e n e l l ' a n d r o n e . II 4 la n i p o t e , figlia di suo fratello, c h ' e r a la p e r s o n a a lui più cara, gli chiese se voleva v e d e r e il confessore che a t t e n d e v a in anticamera. C a v o u r c o m p r e s e e a n n u ì . «Voglio che si s a p p i a - disse p o c o d o p o a Farini: - voglio c h e il b u o n p o p o l o di T o r i n o sappia ch'io m u o i o da b u o n cristiano.» L'indomani v e n n e il Re. C a v o u r lo riconobbe e p r e n d e n d o g l i la m a n o farfugliò: «Ho molte cose da c o m u n i c a r e a Vostra Maestà, molte carte da mostrarle, ma sono t r o p p o a m m a l a t o , le m a n d e r ò Farini c h e le p a r l e r à di t u t t o in particolare... N i e n t e stato d'assed i o , n e s s u n m e z z o di g o v e r n o assoluto. Tutti son b u o n i a 12
g o v e r n a r e con lo stato d'assedio... Garibaldi è un g a l a n t u o m o , io n o n gli voglio alcun male. Egli vuole a n d a r e a R o m a e a Venezia, e a n c h ' i o : n e s s u n o ne ha p i ù fretta di noi. Q u a n t o all'Istria e al Tirolo, è un'altra cosa. Sarà il lavoro di un'altra generazione. Noi abbiam fatto abbastanza, noialtri: a b b i a m fatto l'Italia, sì, l'Italia, e la cosa va...» P u r nel delirio, il suo p e n s i e r o restava fisso lì, sull'Italia. Q u a n d o e n t r ò il confessore c o n l'olio s a n t o , gli disse: «Frate, frate, libera Chiesa in libero Stato!», e furono le sue ultime p a r o l e . Aveva c i n q u a n t u n a n n o . Il 6 g i u g n o , q u a n d o si sparse la notizia della sua m o r t e , T o r i n o p r e s e il lutto. I n e g o z i a n t i a b b a s s a r o n o le saracinesche, i teatri chiusero gli sportelli, le s t r a d e si v u o t a r o n o . Il cordoglio era g e n e r a l e e sincero. Il Primo Ministro inglese, Peel, d i c h i a r ò l ' i n d o m a n i in p a r l a m e n t o c h e quella di Cav o u r era «senza d u b b i o la scomparsa d e l l ' u o m o di Stato p i ù illustre tra quelli che abbiano diretto i destini di u n a nazione e u r o p e a nella via della libertà costituzionale», e il capo dell'opposizione Palmerston: «La storia cui resterà legata la sua m e m o r i a è delle più straordinarie, anzi dirò la più romantica che ricordino gli annali del m o n d o » . Ma forse l'omaggio p i ù cavalleresco e c o n v i n c e n t e glielo r e s e , u n a v e n t i n a di giorni d o p o , alla C a m e r a dei Deputati, il suo arcinemico Ferrari, autorevole esponente dell'opposizione democratica: «No, voi n o n s e n t i r e t e d a m e i n q u e s t o r e c i n t o u n a p a r o l a c o n t r a r i a al C o n t e di Cavour, che ha c o m p i u t o l'opera sua, che ci ha vinti, e la cui m o r t e nella vittoria p u ò essere a u g u rata al migliore d e i nostri amici. La t e r r a p o t r e b b e g i r a r e mille volte i n t o r n o al sole, il C o n t e di Cavour ci avrebbe vinti. Io considero c o m e un o n o r e della mia vita di essermi misurato con lui nello scontro di poche parole, indelebili nella mia m e m o r i a . Q u a l u n q u e cosa che voi o r a facciate, a n d a t e a R o m a , p e n e t r a t e a Venezia, sarà il C o n t e di C a v o u r c h e vi avrà condotti, preceduti, consigliati, menati...» La sola eccezione ài c o r o la fece la s t a m p a clericale, la quale scrisse che C a v o u r aveva m a n d a t o a c h i a m a r e il con13
fessore p e r fare atto di ritrattazione della sua politica e chied e r n e p e r d o n o . Ma lo stesso fratello Gustavo, n o n o s t a n t e la sua bigotteria, s m e n t ì s d e g n o s a m e n t e q u e s t a v e r s i o n e . I n verità, che cosa a v v e n n e fra il p r e t e e il m o r i b o n d o n o n lo sa n e s s u n o p e r c h é il p r e t e , p a d r e Giacomo da Poirino, si rifiutò di dirlo a n c h e al Papa, q u a n d o fu convocato davanti a lui, trincerandosi dietro il segreto sacramentale. Secondo la versione più accreditata, C a v o u r si era in p r e c e d e n z a accordato con lui, i m p e g n a n d o l o a n o n fargli sul letto di m o r t e il ricatto di cui e r a stato vittima il ministro Sahtarosa d o p o le leggi Siccardi, e il confessore t e n n e p a r o l a i m p a r t e n d o g l i i Sacramenti senza esigere n e s s u n a ritrattazione. Il che, dicono i laici, troverebbe conferma nel d u r o castigo che a p a d r e G i a c o m o fu inflitto. Ma i clericali n e g a n o a n c h e questo castigo, e n e s s u n o saprà mai chi abbia ragione. O r a v e n i a m o all'eredità che il g r a n d e s c o m p a r s o lasciava. C o m e vastità e complessità di problemi, era un p a t r i m o nio i m p o n e n t e .
CAPITOLO SECONDO
ITALIA, A N N O ZERO
A s s u m e n d o il titolo di Re d'Italia c o m e Vittorio E m a n u e l e secondo, cioè col suo vecchio n u m e r a l e di Re di S a r d e g n a , questi aveva fatto u n a scelta della cui i m p o r t a n z a forse n o n si r e n d e v a esatto conto, ma che ne pregiudicava un'altra di carattere sostanziale. C e r t a m e n t e quello c h ' e r a stato proclam a t o nel m a r z o del '61 e r a u n o Stato n u o v o , consacrato dai plebisciti. Ma questi plebisciti avevano s e m p l i c e m e n t e sanzionato l'annessione al P i e m o n t e , di cui accettavano la dinastia e le leggi f o n d a m e n t a l i , e di cui così il n u o v o Stato nazionale diventava un semplice i n g r a n d i m e n t o . Esso nasceva n o n da un p a t t o fra S o v r a n o e Popolo, basato su reciproci i m p e g n i , ma da un atto deditizio, che a u t o m a t i c a m e n t e implicava la rinunzia a u n a Costituente. O r a , il vecchio Stato p i e m o n t e s e si e r a f o r m a t o sul m o dello d i quello francese, r i g i d a m e n t e a c c e n t r a t o . C a v o u r aveva cercato di a l l e n t a r n e il monolitismo. Ma, scoraggiato dalle resistenze che incontrava, aveva preferito desistere, lasciando le cose come stavano. E le cose stavano in m o d o che nella Provincia il Prefetto e r a p r a t i c a m e n t e o n n i p o t e n t e , e nel C o m u n e il Sindaco era di n o m i n a regia, cioè un funzion a r i o d i Stato più c h e u n d e l e g a t o del p o p o l o . D o p o l'annessione della L o m b a r d i a , che aveva u n a certa tradizione di a u t o n o m i e a m m i n i s t r a t i v e locali, si e r a n o a p p o r t a t i dei ritocchi. Ma il sistema restava tipicamente centralistico. E a rib a d i r e q u e s t o c a r a t t e r e , o r a c h e si trattava di e s t e n d e r l o a tutta la Nazione, c o n t r i b u i r o n o vari fattori. P r i m o , la m a n c a n z a di u n a spinta rivoluzionaria dal basso: la sola che avrebbe p o t u t o imporsi al p o t e r e centrale e li15
m i t a r n e l'invadenza. S e c o n d o : il fatto c h e lo stesso Partito d'Azione, i n t e r p r e t e delle scarse forze popolari che avevano recato q u a l c h e c o n t r i b u t o al Risorgimento, e r a rimasto d'ispirazione mazziniana a n c h e q u a n d o a Mazzini si ribellava, e q u i n d i era a n c h ' e s s o r i g i d a m e n t e u n i t a r i o . T e r z o : la n e cessità di m a s c h e r a r e in qualche m o d o , agli occhi del m o n do e degli stessi italiani, l'intrinseca debolezza di u n a Nazione d i v e n t a t a tale senza volerlo e q u i n d i b i s o g n o s a di u n a «ingessatura» c h e ne tenesse saldate le m e m b r a e desse alm e n o l'illusione di u n a volontà unitaria che in realtà nel p o polo mancava. Q u a r t o , e forse più decisivo di tutti: l'interesse della classe d i r i g e n t e di costituire il p o t e r e in m o d o da poterlo t e n e r e s a l d a m e n t e in m a n o . Gli u o m i n i che la comp o n e v a n o , quasi tutti di estrazione m o d e r a t a , avevano fondati motivi di r i t e n e r e che l'Italia da loro fatta, senza di loro si sarebbe disfatta. E da questo si sentivano m o r a l m e n t e autorizzati a g a r a n t i r s e n e il m o n o p o l i o . U n a s t r u t t u r a centralizzata, basata su Prefetti investiti di poteri proconsolari, era il mezzo più sicuro p e r conservarlo. E p p u r e , sia detto a suo o n o r e , questa classe politica n o n p r o c e d e t t e a occhi chiusi, lasciandosi g u i d a r e soltanto dai p r o p r i interessi corporativi. Anche se p e r le ragioni che abb i a m o d e t t o aveva abbracciato il p r i n c i p i o u n i t a r i o , essa si era formata all'insegna di un liberalismo che esaltava le aut o n o m i e locali, e il p r o b l e m a di rafforzarle o di darvi avvìo se lo pose. Anzi, a lanciarlo fu p r o p r i o un nobile p i e m o n t e se, Ponza di San Martino, che fin dal '53 aveva elaborato un p i a n o di d e c e n t r a m e n t o amministrativo, che suscitò l'entusiasmo di altri d u e influentissimi m o d e r a t i , Minghetti e Farini. Forse p e r p r e v e n i r e sospetti e diffidenze, esso n o n parlava di «Regioni». Ma p r e v e d e v a l'istituzione di « G r a n d i Province», che t e r r i t o r i a l m e n t e c o r r i s p o n d e v a n o p r e s s a p poco alle Regioni, dotate di poteri abbastanza a m p i . Q u a n d o nel '60 diventò Ministro d e g l ' I n t e r n i , Farini istituì p e r lo studio di questa f o n d a m e n t a l e riforma u n a C o m m i s s i o n e di cui M i n g h e t t i fu l ' a n i m a , e ne tracciò il p r o 16
g r a m m a in u n a Nota in cui si r i t r o v a n o tutti i prò e i contro della polemica regionalistica attuale. In Italia, diceva Farini riferendosi a un'Italia che ancora n o n c o m p r e n d e v a il Mezz o g i o r n o , ci s o n o sei R e g i o n i , di cui a l m e n o q u a t t r o (Piem o n t e , L o m b a r d i a , Liguria, Toscana) h a n n o u n a tradizione di Stato e q u i n d i u n a certa e s p e r i e n z a a m m i n i s t r a t i v a . Lo Stato p u ò q u i n d i delegar loro dei poteri. Ma d o p o q u e s t o p r o m e t t e n t e e s o r d i o ; la Nota faceva macchina indietro dicendo che questi poteri dovevano p e r ò essere esercitati da funzionari di Stato, cioè da qualche specie di S u p e r p r e f e t t o , e n o n da organi elettivi p e r c h é questi si sarebbero messi in c o n c o r r e n z a col P a r l a m e n t o nazionale e a v r e b b e r o s e m p l i c e m e n t e moltiplicato p e r sei i difetti del centralismo p i e m o n t e s e . Sono gli a r g o m e n t i c h e a n c h e noi a b b i a m o sentito dibattere in questo d o p o g u e r r a e che p r o babilmente c o n t i n u e r a n n o ad affliggerci a n c h e o r a che l'ord i n a m e n t o regionale ha p r e s o il suo r u g g i n o s o avvìo. Poi successe quel che successe. Garibaldi p a r t ì p e r Marsala, g i u n s e da t r i o n f a t o r e a N a p o l i , Vittorio E m a n u e l e fu p r o c l a m a t o Re d'Italia, di un'Italia alla cui completezza n o n m a n c a v a n o p i ù che R o m a e le Venezie, e il p r o b l e m a della sua s t r u t t u r a si p r e s e n t ò c o n m a g g i o r e u r g e n z a , ma sotto u n a luce del tutto nuova. Minghetti n o n aveva p e r s o il suo t e m p o . Alla vigilia della consacrazione dell'Unità, la sua Commissione aveva già a p p r o n t a t o q u a t t r o disegni di legge, che a n c h e lui c o r r e d ò di u n a Nota in cui si r i t r o v a n o le stesse s p e r a n z e , ma a n c h e le stesse p a u r e , di Farini. N e m m e n o lui parlava di Regioni. Le c h i a m a v a «consorzi di province», le voleva r e t t e da un gov e r n a t o r e di n o m i n a regia e si affrettava a d i r e ch'esse d o vevano c o l l a b o r a r e al rafforzamento, n o n a l l ' a l l e n t a m e n t o del vincolo unitario. Ma p u r c o n t u t t e q u e s t e p r e c a u z i o n i e riserve, i p o t e r i concessi ai Consorzi e r a n o sostanziali, e facevano di quella di Minghetti la p r o p o s t a più a u d a c e . Così a u d a c e che i più se ne s p a v e n t a r o n o . La Farina mobilitò c o n t r o di essa la sua 17
Società Nazionale, e N i g r a da Parigi scrisse a Cavour: «Per carità, combatta il sistema regionale, se no siam perduti». C a v o u r n o n c o n d i v i d e v a questi t i m o r i , m a e r a t r o p p o animale politico p e r i m p e g n a r s i in u n a battaglia che offriva b e n p o c h e s p e r a n z e di vittoria. S p e c i a l m e n t e i notabili del Sud, c h ' e r a n o la forza del suo p a r t i t o , invocavano lo Stato forte e a u t o r i t a r i o c h e imbrigliasse i m o v i m e n t i eversivi e sanfedisti da cui si sentivano minacciati. E p p o i doveva fare i conti con la vecchia b u r o c r a z i a p i e m o n t e s e , a b i t u a t a al com a n d o accentrato e f e r m a m e n t e decisa a esercitarlo su tutta la Nazione p e r n o n p e r d e r n e il controllo. P u r incoraggiando Minghetti a difendere in P a r l a m e n t o la sua riforma e sos t e n e n d o l a di p e r s o n a , C a v o u r si rifiutò di farla sua i m p e g n a n d o v i la sorte del g o v e r n o , e q u i n d i n o n pose la «questione di fiducia». Cioè disse a Minghetti: «Combatti la tua battaglia. Se vinci, n o i f a r e m o n o s t r a la t u a vittoria realizz a n d o la riforma. Se p e r d i , la sconfitta è soltanto tua». N a t u r a l m e n t e questo indebolì la posizione di Minghetti, ma n o n fu la causa d e t e r m i n a n t e del suo insuccesso. Agli avversari n o n m a n c a r o n o gli a r g o m e n t i p e r d i m o s t r a r e l a pericolosità di un p r o g e t t o che, a n c h e se lasciava un margin e i r r i s o r i o alle a u t o n o m i e locali, c r e a v a tuttavia q u a l c h e imbarazzo al p o t e r e centrale nel m o m e n t o in cui questo d o veva risolvere p r o b l e m i urgentissimi c o m e quelli di R o m a e di Venezia, l'unificazione di b e n sette diversi sistemi legislativi, doganali, m o n e t a r i , scolastici, eccetera, tutte operazioni che esigevano il c o m a n d o accentrato e vi c o n d u c e v a n o . Ma a r e n d e r e inevitabile la bocciatura f u r o n o altri d u e motivi, molto più profondi. Il p r i m o - su cui n o n s'insisterà mai abbastanza - e r a la particolare n a t u r a del processo unitario. Il Risorgimento e r a stato, c o m e oggi si direbbe, u n a «operazione di vertice», c h e seguitava a i n t e r e s s a r e soltanto il vertice, cioè l'esigua m i n o r a n z a che lo aveva fatto. E vero ch'essa m o s t r a v a u n a spiccata allergia a qualsiasi delega di p o t e r e . Ma è altrettanto vero che, a n c h e se avesse voluto farne, avrebbe incontra18
to grosse difficoltà p e r m a n c a n z a di p e r s o n a l e . La tradizione e l'abitudine del «pubblico servizio» m a n c a v a totalmente. Il «servitore dello Stato» e r a esistito solo a Torino e un p o ' a N a p o l i . T u t t e le a l t r e piccole capitali italane n o n a v e v a n o conosciuto che il cortigiano, cioè il servitore del p a d r o n e , e in q u e s t e c o n d i z i o n i la c r e a z i o n e di c e n t r i di p o t e r e locali era impossibile, o q u a n t o m e n o molto difficile, p e r c h é n o n si sarebbe s a p u t o a chi affidarli. Il secondo motivo e r a che la riforma si basava su un equivoco. S e b b e n e i suoi p a l a d i n i dicessero c h e n o n i n t e n d e v a n o r i a n i m a r e l'antico spirito a u t o n o m i s t i c o , essi s p e r a v a n o di trovarvi un sostegno. Ma questo spirito n o n c'era p e r c h é i vecchi Stati n o n e r a n o che delle satrapie - a n c h e se b e n e vole, c o m e in Toscana - che, i m p e d e n d o al s u d d i t o di a m m i n i s t r a r s i da sé, a v e v a n o soffocato in lui o g n i slancio di partecipazione. Gl'italiani restavano assenti dalla vita nazionale n o n p e r c h é fossero attaccati a quella regionale o m u n i cipale, m a p e r c h é e r a n o t o t a l m e n t e d i s e d u c a t i a qualsiasi f o r m a di autodecisione. Solo i l o m b a r d i avevano u n a certa tradizione amministrativa, p e r c h é sia gli spagnoli che gli austriaci gli a v e v a n o c o n s e n t i t o , i n q u e s t o c a m p o , u n c e r t o m a r g i n e di a u t o g o v e r n o . Tutti gli altri consideravano la cosiddetta «cosa pubblica» c o m e cosa del p a d r o n e , cui a d d o s savano t u t t e le responsabilità nella stessa m i s u r a in cui gli riconoscevano tutti i p o t e r i , e c o n t r o il quale si riservavano solo un diritto di protesta a voce più o m e n o alta a seconda della sua t o l l e r a n z a : u n a t t e g g i a m e n t o c h e n e a n c h e d o p o c e n t ' a n n i ha subito sostanziali m u t a m e n t i . E q u e s t o fece sì che al p r o g e t t o Minghetti mancasse a n c h e l'appoggio xieila pubblica o p i n i o n e . C o n g r a n meraviglia di tutti, esso trovò un difensore in Mazzini. I g n o r i a m o c h e cosa lo s p i n g e s s e a r i t r a t t a r e in quell'occasione il suo risoluto e tenace centralismo unitario. Ma il suo e s e m p i o n o n fece scuola n e a n c h e fra coloro che a lui s'ispiravano. Il p r o g e t t o Minghetti fu forse l'unico su cui n o n si vide u n a c o n t r a p p o s i z i o n e di s c h i e r a m e n t i . U o m i n i 19
di Destra si t r o v a r o n o alleati di u o m i n i di Sinistra sia nella critica c h e nell'elogio. Ma le critiche furono molto più massicce e a p p l a u d i t e degli elogi. Il 18 m a g g i o , cioè dieci g i o r n i p r i m a c h e C a v o u r fosse c o l p i t o d a l m a l e c h e l o a v r e b b e c o n d o t t o alla t o m b a , u n a C o m m i s s i o n e n o m i n a t a dalla C a m e r a decise di seppellire i q u a t t r o disegni di legge p r i m a a n c o r a c h e venissero in discussione. I regionalisti d ' o g g i g i o r n o p a r l a n o di p r o c u r a t o a b o r t o . Ma s b a g l i a n o . La soluzione u n i t a r i a n o n fu scelta dagli u o m i n i , ma imposta dalla stessa logica del processo risorgimentale. E r a fatale che la Nazione prevalesse sulla Regione. Per q u a n t o fragile, la p r i m a era u n a realtà concreta; la seconda u n a creatura astratta che n o n rispondeva né a u n a t r a d i z i o n e né a un anelito di p o p o l o . Possiamo d e p l o r a r l o p e r c h é l ' a c c e n t r a m e n t o aveva i suoi i n c o n v e n i e n t i : p r i m o fra tutti quello di estraniare vieppiù il cittadino dalla cosa p u b b l i c a e di d i s e d u c a r l o a l l ' a u t o g o v e r n o . Ma n o n si p u ò contestarlo. Così n a c q u e , accentrata e prefettizia, l'Italia dei «notabili». E o r a vediamo i p r o b l e m i di fronte a cui si trovava, p r o p r i o nel m o m e n t o in cui p e r d e v a l ' u o m o più qualificato ad affrontarli. Delle statistiche di quei t e m p i - e forse di tutti i t e m p i n o n c'è molto da fidarsi. Ma a l m e n o all'ingrosso s e m b r a accertato che l'Italia unificata sotto la c o r o n a di Vittorio Emanuele, e cioè senza il Lazio e le tre Venezie, contava nel '61 circa 22 milioni di abitanti, i quali p e r la p r i m a volta d o p o la c a d u t a di Roma, cioè d o p o quindici secoli, si accingevano a coabitare sotto lo stesso tetto e la m e d e s i m a legge. Di essi, circa il 70 p e r cento vivevano di agricoltura, che p e r ò n o n e r a d a p p e r t u t t o la stessa, e n o n soltanto p e r la diversa n a t u r a del suolo. Nella p i a n u r a p a d a n a d a u n pezzo aveva già p r e s o avvìo un capitalismo a g r a r i o , t e c n i c a m e n t e abbastanza evoluto. Le a z i e n d e e r a n o in m a n o a g r a n d i affittuari, che le c o n d u c e v a n o a risaie e a pascoli, i n t e g r a n d o le con allevamenti di bestiame e caseifici. Nel C e n t r o subap20
p e n n i n i c o , e specialmente in Toscana, questo sviluppo aveva trovato un insormontabile ostacolo nella mezzadria, cui i terrieri e r a n o rimasti fedeli n o n tanto p e r motivi economici, q u a n t o p e r ragioni sociali. La mezzadria era l'immobilismo, ma a n c h e , anzi a p p u n t o p e r questo, la tranquillità. C h i u s a nel suo p o d e r e , autosufficiente nei suoi bisogni e sottomessa a l l ' o n n i p o t e n t e «capoccia», la famiglia del m e z z a d r o e r a p i ù c o n s e r v a t r i c e del p a d r o n e . Nei m e t o d i tradizionali, il c o n t a d i n o toscano dava il meglio. Ma n o n evolveva. La dis t r i b u z i o n e delle p r o p r i e t à e r a a b b a s t a n z a equilibrata, razionale la r o t a z i o n e delle c o l t u r e , eccellente il p r o d o t t o , il p a n e assicurato a tutti, ma poco più che il p a n e . Un m o n d o stagnante, basato sulla parsimonia. Nel Sud, p e r m a n e v a n o i violenti contrasti tipici del sottosviluppo. Accanto a latifondi vasti c o m e province, c'era u n a piccola p r o p r i e t à sbriciolata in minifondi, insufficienti a n che ai più elementari bisogni. Salvo certe limitatissime zone privilegiate - quelle, p e r e s e m p i o , degli a g r u m e t i -, la colt u r a e r a praticata coi mezzi r u d i m e n t a l i dell'aratro a chiodo senz'altri concimi che quelli naturali e spesso senza rotazione p e r c h é quasi tutta a cereali, che impoveriscono e spossano la t e r r a . Infatti la resa era così scarsa, che fin d'allora l'Italia d o v e t t e i m p o r t a r e g r a n o , a n c h e nelle a n n a t e b u o n e , m e n t r e e s p o r t a v a il riso p i e m o n t e s e e l o m b a r d o che s u p e rava il fabbisogno nazionale. A n c h e c o m e Paese agricolo i l n o s t r o , d u n q u e , e r a u n Paese p o v e r o , e lo si vedeva dalle diete. In molte zone il pane era già un lusso domenicale: il cibo di base e r a la polenta di g r a n t u r c o , c h e p r o v o c ò il diffondersi della «pellagra». Sulla m e n s a del c o n t a d i n o settentrionale, la c a r n e n o n compariva più di u n a volta al mese, e su quella del meridionale, m e n o di u n a volta all'anno. Ma a n c h e peggio a n d a v a n o le cose nel c a m p o dell'industria, c h e c o n t r i b u i v a solo p e r u n o scarso 2 0 p e r c e n t o a l reddito nazionale e n o n assorbiva c h e un diciotto p e r cento della p o p o l a z i o n e attiva. Il suo pilastro e r a la seta greggia, 21
di cui l'Italia restava la p i ù g r a n d e e s p o r t a t r i c e d ' E u r o p a . Q u e s t o p r i m a t o era stato minacciato dalla c o n c o r r e n z a prima d e l l ' I n d i a , p o i della C i n a e infine del G i a p p o n e . Ma il costo dei trasporti da quei lontani Paesi aveva consentito ai bachicoltori italiani di s u p e r a r e la crisi, o a l m e n o di limitarn e l e c o n s e g u e n z e . P r o p r i o negli a n n i d e l l ' U n i t à u n altro flagello si era abbattuto su di loro: u n a malattia del baco c h i a m a t a pebrina. Ma a n c h e q u e s t a j a t t u r a fu di lì a p o c o scongiurata, e le filande r i p r e s e r o aìre. Esse e r a n o a d d e n s a t e quasi esclusivamente in P i e m o n t e e L o m b a r d i a , e ciò contribuisce a s p i e g a r e c o m e mai il d e collo industriale avvenne p r o p r i o in queste regioni. I p r i m i impianti industriali d e g n i di questo n o m e furono i cotonifici di T o r i n o , d e l V e r b a n o e di B u s t o Arsizio, e i lanifici di Biella, di Schio e di Prato. Alcuni studiosi dicono che questa localizzazione fu d e t e r m i n a t a soltanto da motivi orografici, e cioè dal fatto che qui c'erano dei fiumi cui, in un Paese povero di c a r b o n fossile c o m e il n o s t r o , si p o t e v a a t t i n g e r e la forza m o t r i c e p e r le m a c c h i n e . La spiegazione n o n ci convince affatto. Fiumi e t o r r e n t i in Italia ce ne sono d a p p e r tutto. I m p r e n d i t o r i e tecnici svizzeri ne avevano trovati, p e r i m p i a n t a r e un cotonificio, a n c h e a Salerno. Ma il fatto è che le i n d u s t r i e n a s c o n o grazie all'iniziativa degli u o m i n i , n o n ai favori dell'orografia. Ai p r i m i dell'Ottocento g l ' i m p r e n d i tori piemontesi e l o m b a r d i e r a n o a n c o r a terrieri, ma già a p plicavano all'agricoltura dei criteri industriali. Avevano regimato e canalizzato i corsi d'acqua e trasformato la fattoria in «cascina» che col suo caseificio e r a già u n a piccola i n d u stria di t r a s f o r m a z i o n e . A l t r e t t a n t o succedeva in Toscana. C o m e fiumi, P r a t o n o n ha che il Bisenzio, cioè un r i g a g n o lo. Ma in c o m p e n s o ha i pratesi, che già nel T r e c e n t o p r o d u c e v a n o lana e l'esportavano in tutto il m o n d o . Se il decollo industriale ebbe in queste zone i suoi epicentri, fu p e r c h é solo qui trovò degli u o m i n i disposti ad affrontarne i rischi. Il s e c o n d o passo fu la meccanica, cui d i e d e avvìo l'ebbrezza ferroviaria. Oggi è difficile r e n d e r s i conto di questa 22
u b r i a c a t u r a . Ne fu contagiato lo stesso Cavour, il quale vedeva nelle ferrovie l'unica soluzione dei problemi economici italiani. E a n c o r a q u a l c h e d e c e n n i o p i ù t a r d i C a r d u c c i scioglieva alla locomotiva u n i n n o famoso. M a n o n c'è d a meravigliarsene: in u n ' E u r o p a c o m e quella d'allora, e specialmente in un'Italia p o v e r a di strade e ferma alla diligenza, e r a logico c h e l a ferrovia a p p a r i s s e c o m e u n a g r a n d e c o n q u i s t a , la p i ù necessaria e r i v o l u z i o n a r i a di quelle c h e oggi si c h i a m a n o le «infrastrutture di base». Era p e r costruire binari e vagoni che a Napoli e r a n o nati gli stabilimenti di Pietrarsa e a Genova quelli dell'Ansaldo, i quali a l m o m e n t o d e l l ' U n i t à c o n t a v a n o già u n migliaio d i o p e r a i , p r i m o n u c l e o di un v e r o e p r o p r i o p r o l e t a r i a t o ind u s t r i a l e . Ma al l o r o s v i l u p p o m a n c a v a la f o n d a m e n t a l e c o n d i z i o n e : la s i d e r u r g i a , cioè il f e r r o . A essa n o n faceva ostacolo la p o v e r t à di minerale, di cui l'Italia d'allora ricavava dalle sue viscere circa 100 mila t o n n e l l a t e ; ma quella di c a r b o n fossile p e r f o n d e r l o e r i c a v a r n e ghisa e acciaio. Di ghisa, p r o d u c e v a m o 25 mila tonnellate, di acciaio 30 mila. E n a t u r a l m e n t e n o n b a s t a v a n o p e r fare d a p r o p e l l e n t e a u n decollo industriale che nella siderurgia ha s e m p r e il suo pilastro. Ecco p e r c h é quello n o s t r o seguitava a librarsi sulle ali malcerte delle manifatture, che p o t e v a n o c o n t a r e su u n a m a n o d o p e r a a b b o n d a n t e , senza s t r u m e n t i p e r far valere le p r o p r i e rivendicazioni, e q u i n d i sfruttabile all'osso. P u r d o v e n d o i m p o r t a r e dall'estero locomotive e macchinari, la sbornia ferroviaria continuò. Il p r i m o treno era c o m p a r s o a N a p o l i , c h e a n c o r a ne m e n a g r a n v a n t o e lo sbandiera c o m e il segno di un p r e t e s o p r i m a t o tecnologico. In realtà quel t r e n o n o n era stato che il balocco di Re B o m ba e dieci a n n i d o p o la sua c o m p a r s a , cioè alla vigilia dell'Unità, n o n aveva a disposizione che 100 chilometri di binari. Il P i e m o n t e ne aveva nel f r a t t e m p o costruiti 900, il L o m b a r d o - V e n e t o 5 0 0 , la T o s c a n a 2 5 0 , e n e l suo c o m p l e s s o la rete nazionale s u p e r a v a i 2.000. Il loro esercizio in p a r t e era statale, in p a r t e privato, e la scelta fra i d u e sistemi e r a u n o 23
dei p r o b l e m i che più dovevano travagliare e dividere la vita politica del Paese p e r alcuni decenni. C o m e quello f e r r o v i a r i o , a n c h e Io s v i l u p p o della flotta mercantile era abbastanza p r o m e t t e n t e . Per tonnellaggio, al m o m e n t o dell'Unità, e r a v a m o al terzo posto in E u r o p a d o po I n g h i l t e r r a e Francia; e, grazie alle g r a n d i tradizioni mar i n a r e di Genova e Napoli, p o t e v a m o c o n t a r e su equipaggi di p r i m a qualità. Ma n o n altrettanto poteva dirsi del m a t e riale, cioè delle navi. E r a n o quasi tutte a vela, m e n t r e le flotte concorrenti e r a n o già quasi tutte a vapore. I vantaggi del v a p o r e sulla vela n o n e r a n o a n c o r a decisivi. Ma lo diventar o n o q u a n d o il canale di Suez a p r ì la via m a e s t r a del M a r Rosso, che con le sue bonacce alla vela n o n si presta. A questi motivi di debolezza economica che facevano dell'Italia, al suo d e b u t t o di nazione, u n ' a r e a di sottosviluppo, frangia agricola di u n ' E u r o p a i n d u s t r i a l e , si a g g i u n g e v a il dissesto finanziario. Lo Stato doveva o r a accollarsi i debiti contratti dal P i e m o n t e p e r le g u e r r e di liberazione, che seg n a v a n o un passivo p a u r o s o : quasi il d o p p i o del r e d d i t o nazionale. Q u e s t o n o n sarebbe stato molto grave in un Paese i n d u s t r i a l m e n t e a t t r e z z a t o e a n i m a t o d a u n forte slancio p r o d u t t i v o . M a i n Italia m a n c a v a n o n o n soltanto q u e s t e condizioni, ma a n c h e il p r e s u p p o s t o p e r crearle: i capitali. I l d e n a r o scarseggiava a l p u n t o c h e i n m o l t e z o n e del Sud n o n lo conoscevano n e m m e n o e gli scambi avvenivano in n a t u r a . M e n o che in P i e m o n t e , d o v u n q u e e r a diffusa la diffidenza p e r la carta m o n e t a , e chi se la trovava tra le mani correva subito a convertirla in metallo che poi tesaurizzava d e n t r o il materasso o la calza di lana. Per stanare dai loro nascondigli e mobilitare a scopi produttivi questi piccoli peculi mancava la f o n d a m e n t a l e condizione: la fiducia. Specie nel M e r i d i o n e la r e n i t e n z a agl'investimenti era g e n e r a l e e irriducibile. N o n vollero farne n e m m e n o i p r o p r i e t a r i delle solfatare di Sicilia, che con qualche miglioria tecnica avrebb e r o p o t u t o c o m o d a m e n t e triplicare il loro p r o d o t t o , allora senza c o n c o r r e n t i in E u r o p a , e sfruttarlo in loco con raffine24
rie di acido solforico. Lo stesso accadeva dei vini e dei formaggi che con lo zolfo e la seta greggia r a p p r e s e n t a v a n o le più forti «voci» della nostra esportazione. Ne p r o d u c e v a m o in a b b o n d a n z a , ma di tale q u a l i t à c h e s t a v a m o p e r d e n d o quasi tutti i mercati esteri. L'unico investimento che gl'italiani seguitavano a considerare sicuro e proficuo e r a quello in t e r r e : C a t t a n e o calcolava che nella stessa L o m b a r d i a , la reg i o n e p i ù i n t r a p r e n d e n t e d i t u t t e , quello i n t e r r e r a p p r e sentava gli otto decimi di tutti gl'investimenti. Di Banche ce n ' e r a n o p e r c h é ogni Stato della vecchia Italia aveva la sua o le sue, anzi ce n ' e r a n o t r o p p e , il che contribuiva alla loro debolezza. L'Unità i m p o n e v a di fonderle in istituti p i ù robusti, o m o g e n e i ed elastici, ma s o p r a t t u t t o più disponibili a u n a politica creditizia che favorisse l'industrializzazione. Ma questo urtava contro d u e grossi ostacoli. Anzitutto, la m a n c a n z a di spirito e di coraggio i m p r e n d i t o riale. Ad a v e r n e e r a n o così pochi che si conoscevano p e r n o m e : il siciliano O r l a n d o che aveva a n i m a t o l'Ansaldo, il ligure De Ferrari, il r o m a n o Torlonia, il livornese Bastogi. Il sec o n d o ostacolo era la mentalità degli stessi governanti, tutti di estrazione «moderata», e q u i n d i attaccatissimi al vecchio assetto economico e sociale, che l'industrializzazione avrebbe c e r t a m e n t e sconvolto. Per q u a n t o la loro a g r i c o l t u r a avesse a s s u n t o c a r a t t e r i capitalistici, gli stessi t e r r i e r i d e l N o r d , c o n c o r d a v a n o coi latifondisti del S u d n e l m a n t e n i m e n t o d e l l ' o r d i n e t r a d i z i o n a l e , b a s a t o sulla s o n n o l e n z a e q u i e s c e n z a di plebi r u r a l i ligie al «notabile» ed escluse da tutto, a cominciare dal voto. Infatti se in c a m p o creditizio qualcosa si mosse, fu p i ù dal basso che dall'alto. Le g r a n d i B a n c h e , a cominciare da quella Nazionale - nata dalla fusione di quella di Torino con quelle di Genova, delle Legazioni e di P a r m a -, d'incoraggiamenti all'industria ne d e t t e r o b e n pochi. Ne d e t t e r o molti di più le Casse di Risparmio che, nate a Milano negli a n n i venti, al m o m e n t o dell'Unità s u p e r a v a n o i cento milioni di d e p o s i t i , cifra p e r quei t e m p i di t u t t o r i s p e t t o . Ma q u e s t e 25
Casse si e r a n o diffuse s o l t a n t o n e l C e n t r o - N o r d , d o v e la g e n t e cominciava già a divezzarsi dall'economia del m a r e n go nel materasso. Era d u n q u e il d e n a r o privato, n o n quello dello Stato, che accettava il rischio dell'investimento. Q u e s t o r a p p r e s e n t a v a in se stesso un notevole progresso, ma contribuiva ad a g g r a v a r e la j a t t u r a che t u t t o r a ci perseguita: il divario fra N o r d e Sud. Alcuni meridionalisti contin u a n o a sostenere che i settentrionali si servirono dell'Unità p e r schiacciare e d i s t r u g g e r e l'economia del M e z z o g i o r n o . M e n t r e le casse dello Stato p i e m o n t e s e e r a n o vuote, essi dicono, quelle del R e a m e borbonico e r a n o piene, e Napoli vantava floride industrie, che in pochi a n n i v e n n e r o spazzate via. C h e il bilancio del R e a m e fosse in attivo, è vero, p e r d u e motivi. Anzitutto p e r c h é Napoli n o n aveva d o v u t o sostenere le i m m a n i spese di g u e r r a cui il P i e m o n t e si e r a sobbarcato p e r liberare e unificare l'Italia. E p p o i p e r c h é i suoi governi b a d a v a n o solo a tesaurizzare, m e n t r e quelli p i e m o n t e si b a d a v a n o ad a t t r e z z a r e il Paese, r e a l i z z a n d o bonifiche e c o s t r u e n d o strade, ferrovie e canali. Le casse di Napoli erano p i e n e di o r o p e r c h é Re Bomba, c o m e i suoi «cafoni», n o n c r e d e v a n e m m e n o nella c a r t a m o n e t a s t a m p a t a dalla sua p r o p r i a b a n c a e si stizziva solo a s e n t i r n e p a r l a r e ; ma dei 1.848 C o m u n i del suo R e a m e , 1.621 n o n avevano n e a n c h e u n a trazzera che r o m p e s s e il loro isolamento. E sul confronto fra queste d u e politiche e c o n o m i c h e , il n a p o l e t a n o Scialoja aveva scritto anni p r i m a un saggio m e m o r a b i l e . Q u a n t o alle floride industrie, si r i d u c e v a n o a d u e : gli stabilimenti meccanici di P i e t r a r s a e i cotonifici di S a l e r n o . I p r i m i e r a n o dello Stato c h e gli g a r a n t i v a le c o m m e s s e e li e s e n t a v a dagli utili t o g l i e n d o g l i così o g n i i n c e n t i v o al mig l i o r a m e n t o del p r o d o t t o e alla riduzione dei costi. I secondi e r a n o stati i m p i a n t a t i da i m p r e n d i t o r i e tecnici svizzeri che s e g u i t a v a n o a gestirli in condizioni di m o n o p o l i o p e r c h é p r o t e t t i d a u n a tariffa d o g a n a l e c h e a r r i v a v a a l c e n t o p e r cento: cioè il p r o d o t t o concorrenziale straniero, oltre a 26
esser g r a v a t o d a forti spese d i t r a s p o r t o , p e r e n t r a r e n e l m e r c a t o n a p o l e t a n o , doveva r a d d o p p i a r e il p r e z z o p e r c h é la m e t à gli veniva sottratta dal dazio. Q u a n d o , con l'unificazione, le b a r r i e r e doganali fra Stato e Stato f u r o n o s o p p r e s s e , le m a c c h i n e di P i e t r a r s a f u r o n o s o p p i a n t a t e da quelle dell'Ansaldo e le cotonate di Salerno da quelle di Busto Arsizio p e r c h é le fabbriche liguri e lomb a r d e , sviluppatesi in r e g i m e di libera c o n c o r r e n z a , p r o d u cevano meglio e a m i n o r costo. Q u e s t o fu il motivo p e r cui le «floride» i n d u s t r i e n a p o l e t a n e d e c a d d e r o : p e r c h é e r a n o m i n a t e dal vizio d'origine dell'autarchia. N a t u r a l m e n t e a n c h e questa crisi contribuì ad a g g r a v a r e il r i t a r d o del Sud, di cui fu u n a delle cause, ma n o n la sola. Quella più grave e r a il fallimento della riforma agraria tentata fra il Sette e l'Ottocento. I ceti borghesi e r a n o riusciti a far abolire il sistema feudale p e r c h é a n c h e il Re vi aveva trovato la sua convenienza. Il b a r o n e che poteva s o t t o p o r r e il c o n t a d i n o al p r o p r i o fisco e alla p r o p r i a giustizia diventava u n o Stato nello Stato. Ecco p e r c h é il p o t e r e centrale aveva abolito questi privilegi e c e r c a t o di c o n t r a p p o r r e a quella p r o t e r v a aristocrazia u n a classe i n t e r m e d i a d i piccoli p r o p r i e t a r i d i s t r i b u e n d o loro le t e r r e del pubblico d e m a n i o e quelle confiscate alla Chiesa. I contadini r e s p i r a r o n o p e r c h é al fisco e ai tribunali del b a r o n e preferivano quelli dello Stato. Ma dalla quotizzazione delle t e r r e n o n trassero alcun beneficio, p e r c h é ad a p p r o f i t t a r n e f u r o n o s o l t a n t o i g r a n d i p r o p r i e t a r i , nobili e b o r g h e s i , che con esse i n g r a n d i r o n o i p r o p r i latifondi, lasciando ai «cafoni» soltanto le briciole e ribadendoli nelle loro condizioni di miseria. N e g a t i v a sul p i a n o sociale, l ' o p e r a z i o n e si rivelava tale a n c h e sul p i a n o economico. P u r con tutte le sue ingiustizie, il latifondo poteva servire, c o m e aveva servito nel N o r d , all ' a c c u m u l o di capitale e al suo i n v e s t i m e n t o in m i g l i o r i e agricole e in altre attività p r o d u t t i v e . Ma il t e r r i e r o del S u d s'era b e n g u a r d a t o da q u e s t e o p e r a z i o n i , e q u e s t o e r a il g r a n d e fallimento della b o r g h e s i a m e r i d i o n a l e , che n o n si 27
e r a d i m o s t r a t a migliore della nobiltà. Essa viveva di t e r r a , ma n o n sulla terra, vi praticava un'agricoltura di r a p i n a , angariava i contadini n o n m e n o di q u a n t o facessero i b a r o n i , e con costoro era p e r f e t t a m e n t e solidale nella difesa dell'ordine costituito. Da questa n u o v a classe dirigente p r o v e n i v a n o i «moderati» che avevano s e c o n d a t o l'azione di C a v o u r sia c o n t r o i B o r b o n i che c o n t r o Garibaldi. Essi accettavano u n a p o s i z i o n e s u b a l t e r n a nei c o n f r o n t i d e i s e t t e n t r i o n a l i , c h e c o m p o r t a v a l'inferiorità economico-sociale del Mezzogiorno rispetto al Settentrione. A patto che fossero rispettate le loro prerogative baronali, sulle quali si p r e p a r a v a n o a vegliare gelosamente. Lo s t r u m e n t o p e r conservarle era soprattutto il m o n o p o lio della scuola. Da un'inchiesta fatta tre a n n i d o p o , risultò che nel '61 gl'italiani analfabeti e r a n o 80 su 100. Ma m e n t r e in Piemonte, L o m b a r d i a e Liguria questa p e r c e n t u a l e scendeva al 50, nel S u d toccava il 90. A n c o r a p e g g i o a n d a v a n o le cose p e r q u a n t o r i g u a r d a v a l'istruzione m e d i a e superior e . Dei giovani fra gli u n d i c i e i diciotto a n n i , solo il n o v e p e r mille p r o s e g u i v a n o gli studi oltre quelli della scuola elem e n t a r e , e in t u t t o il R e g n o gli s t u d e n t i u n i v e r s i t a r i a m m o n t a v a n o a 6.500. I motivi di questa catastrofica situazione li abbiamo già illustrati nei volumi p r e c e d e n t i . Il vero p u n t e l l o del vecchio r e g i m e era stata l'ignoranza. Principi e preti l'avevano coltivata con s o m m a c u r a b e n s a p e n d o che solo su di essa potevano reggersi, e Francesco IV di M o d e n a , al C o n g r e s s o di Verona, ne aveva a d d i r i t t u r a fatto un p r o g r a m m a di governo d i c e n d o che bisognava m a n d a r e sulla forca tutti coloro che sapevano leggere e scrivere. A p p u n t o p e r c h é n o n sapev a n o leggerli, gl'italiani e r a n o rimasti sordi agli appelli di Mazzini, e il Risorgimento e r a rimasto l'isolata iniziativa di u n a piccola élite. O r a m a n c a v a n o le aule. M a n c a v a n o gl'insegnanti. Mancava lo stesso desiderio di cultura, che solo la c u l t u r a i n f o n d e . M a m a n c a v a a n c h e u n ' a l t r a cosa, quella f o n d a m e n t a l e : lo spirito di apostolato, che della scuola è l'a28
n i m a . L'italiano colto p r o v a v a un'invincibile r i p u g n a n z a a p a r l a r e all'italiano incolto p e r c h é n o n c'era abituato e n o n ne possedeva n e m m e n o lo s t r u m e n t o : la lingua. Sulla lingua, fra il Sette e l'Ottocento, c'erano state polem i c h e a n o n finire, di cui a b b i a m o già d a t o conto ai nostri lettori. Gl'illuministi d e l Caffè volevano che fosse a d o t t a t a quella del p o p o l o , ma di p o p o l i in Italia ce n ' e r a n o molti, che p a r l a v a n o lingue diversissime. I «puristi» volevano che si a d o t t a s s e quella c h e si p a r l a v a nelle C o r t i fra il T r e e il C i n q u e c e n t o . Manzoni p r o p o n e v a che si adottasse il toscan o , c h ' e r a forse u n a lingua n o n migliore delle altre in senso lessicale, ma sulle altre aveva q u e s t o v a n t a g g i o : che quella scritta variava poco da quella parlata, e quella parlata la parl a v a n o quasi allo stesso m o d o sia i colti c h e gl'incolti. E r a d u n q u e l'unica lingua «viva», levigata dall'uso, ma p u r t r o p po lo era solo in bocca ai toscani. In bocca agli altri, diventava artificiale e leziosa. La diatriba era destinata a c o n t i n u a r e b e n oltre l'Unità, ma provocava intanto questa nefasta conseguenza: che gl'italiani s e m p r e più si abituavano a p r e o c c u p a r s i m e n o di cosa d i c e v a n o c h e di come lo d i c e v a n o . E q u e s t o assillo dello «stile» fine a se stesso, del b e l l ' e l o q u i o p e r il b e l l ' e l o q u i o , della bella p a g i n a p e r la bella pagina, n o n solo ci ha regalato u n a l u n g a dinastia d'inutili calligrafi e retori, ma ha p o t e n t e m e n t e contribuito a isolare la c u l t u r a dalla società. Se la lingua che si parla nelle accademie, nei tribunali, in p a r l a m e n t o s e g u i t a a essere i n c o m p r e n s i b i l e a l l ' u o m o della strada, è colpa di questa frattura cui la scuola n o n ha ovviato. Perché n o n potè, o p e r c h é n o n volle? C h e n o n volle, l o d i c o n o alcuni studiosi d i e s t r a z i o n e marxista semplificando g r o s s o l a n a m e n t e un p r o b l e m a molto più complesso. Essi lasciano s u p p o r r e u n a specie di losca c o n g i u r a fra u o m i n i di p o t e r e e u o m i n i di cattedra p e r fare della scuola u n a scuola di classe, privilegio e r e d i t a r i o d e i «notabili» che avevano costruito l'Italia e i n t e n d e v a n o confiscarla a p r o p r i o esclusivo beneficio. C o m e v e d r e m o , n o n fu 29
affatto così: gli u o m i n i che d o p o Cavour g o v e r n a r o n o l'Italia, p u r nelle ristrettezze in cui il Paese versava, fecero grossi sforzi p e r diffondere l'istruzione. Però è vero che i risultati furono i n a d e g u a t i p e r i motivi che a b b i a m o detto, e cioè p e r l'incomunicabilità di u n a c u l t u r a che, nata nei palazzi, n o n ne era mai uscita e, anche ai livelli p i ù bassi, p r e t e n d e va restare «accademica» e m o n o p o l i o di «iniziati». N o n p e r congiura d u n q u e , ma p e r secolare costume, i suoi depositari r i p u g n a v a n o alla d i v u l g a z i o n e . Ma n o n c'è d u b b i o che, p e r q u a n t o n o n p r e o r d i n a t a , questa incapacità d i «apertura» finiva p e r far della scuola u n o s t r u m e n t o di classe. La politica scolastica resterà u n a delle maggiori i n a d e m pienze dei governi post-risorgimentali, e forse la più grave, quella di cui s e g u i t i a m o a p a g a r e le c o n s e g u e n z e . P e r ò le responsabilità v a n n o giudicate nel loro contesto. C r e d i a m o che p o c h e classi d i r i g e n t i a b b i a n o d o v u t o affrontare con mezzi così scarsi p r o b l e m i così a r d u i c o m e quella c h e o r a raccoglieva l'eredità di Cavour. Per q u a n t o abusata, la frase di D'Azeglio - l'Italia è fatta, b i s o g n a fare gl'italiani - ris p o n d e v a al vero. E fare gl'italiani doveva rivelarsi i m p r e s a molto più diffìcile che fare l'Italia. Tant'è vero che vi siamo ancora impegnati.
CAPITOLO TERZO
RICASOLI
«Se morissi domani, il mio successore è designato» aveva detto Cavour pochi mesi prima di chiudere gli occhi, alludendo a Bettino Ricasoli. Fra i due, i rapporti non erano sempre stati idilliaci. Ma anche nei momenti di tempesta Cavour riconosceva che, come statura morale, Ricasoli sopravanzava di parecchie spanne qualsiasi altro uomo politico. I Ricasoli erano una delle poche casate toscane che traevano la loro origine nobiliare non dalla mercatura, ma dalle armi. Mugello, Valdarno e Chianti erano irti di torri e castelli Ricasoli che datavano fin dal Mille. Con la città non si erano mai appastati, e anche Bettino la detestava. Quando nacque nel 1809, il patrimonio Ricasoli era piuttosto dissestato, nonostante la cospicua dote portata dalla madre, che apparteneva alla dinastia dei banchieri Peruzzi. Il ragazzo studiò al «Cicognini» di Prato e poi, come tutti quelli della sua condizione, fu mandato col precettore a fare il giro d'Europa. Ma nemmeno la dolce vita di Parigi e di Vienna riuscì a vincere la sua scontrosità. Solitario, taciturno e difficile alle amicizie, quando tornò a Firenze, invece di frequentare circoli e salotti, si chiuse in un laboratorio di fisica e chimica e non cercò contatti che con uomini di studio e di scienza. «In società è così maldestro, timido e imbarazzato, che si sente compassione per lui» scrisse lo storico tedesco Hillbrand che lo incontrò un paio di volte. Fu felice quando a vent'anni gli fu affidata l'amministrazione della vasta ma malandata fattoria di Brolio, dove si trasferì insieme alla moglie da poco sposata, Anna Bonaccorsi. Secondo una voce arrivata fino all'orecchio di Berenson 31
e riferita da Barzini, Sanminiatelli e M o r r a , B e t t i n o «deportò» A n n a a Brolio e ve la m u r ò viva p e r c h é l'aveva sorp r e s a ad a m o r e g g i a r e con un Petrovich m o n t e n e g r i n o , zio o prozio della futura Regina d'Italia, Elena. Ma n o n e r a che u n a maldicenza nata nei salotti fiorentini, offesi dal dispregio in cui Bettino li teneva. A n n a e r a u n a c r e a t u r a di severissima moralità e così devota al m a r i t o che riusciva a sopp o r t a r l o , e Dio sa se ce ne voleva. Il n o m i g n o l o di «orso dell ' A p p e n n i n o » c h e gli a v e v a n o affibbiato gli a n d a v a a p e n nello a n c h e c o m e m a r i t o . La vita in quell'isolato castello sol e n n e e minaccioso, doveva essere un castigo. Ma n o n p e r castigo essa la subì. I suoi apologeti dicono che in un battibaleno Ricasoli rimise in sesto il p a t r i m o n i o . Ma n o n è vero. A n c h e lui p a g ò p e d a g g i o a l l ' i n e s p e r i e n z a , e solo d o p o a n n i di sforzi r a g giunse il p a r e g g i o . Ma se commise e r r o r i , fu p e r c h é egli imp e g n a v a nell'impresa u n o spirito di apostolato che lo portava spesso a t r a s c u r a r e il lato economico. Di Brolio aveva fatto u n a piccola repubblica, di cui si considerava egli stesso il p r i m o servitore. O g n i d o m e n i c a vi r i u n i v a i c o n t a d i n i - la m a t t i n a i ragazzi, la sera gli adulti -, cui si rivolgeva con p r e diche p i ù d a p a s t o r e che d a p a r r o c o , che cominciavano r e g o l a r m e n t e con u n : «In verità, in verità vi dico», e snocciolavano massime sul tipo dell'Ecclesiaste. Forse, più che dalle sue parole, gli ascoltatori e r a n o affascinati dal suo esempio. I castellani vivevano da monaci, con pochissima servitù trattata alla pari, vestendosi e m a n g i a n do c o m e i loro m e z z a d r i . N o n ricevevano. N o n d a v a n o feste. Brolio e r a i n s i e m e la Chiesa e la Banca di tutti p e r c h é tutti vi p o r t a v a n o il loro peculio, che Bettino a m m i n i s t r a v a con scrupoloso r i g o r e . Egli intitolava i suoi s e r m o n i «Della nobiltà del lavoro», «Come possa a d o r a r s i I d d i o nello studio delle s u e o p e r e » , «Venite, amici, a i m p a r a r e m e c o le virtù c h e f a n n o l ' u o m o felice di a n i m a e di c o r p o » : t u t t a un'etica di s t a m p o p r o t e s t a n t e c h e esaltava il lavoro c o m e p r e g h i e r a e il risparmio c o m e segno della Grazia. 32
Bettino n o n sapeva molto di teologia. Ma fra i pochi amici di cui subiva l'influenza c'era Gino C a p p o n i che a sua volta aveva subito quella di Scipione d e ' Ricci, il Vescovo di Pistoia che con l'aiuto del G r a n d u c a L e o p o l d o aveva t e n t a t o di riformare il clero toscano in senso giansenista. Forse egli ne avrebbe a d d i r i t t u r a seguito l'eresia, se a t r a t t e n e r l o n o n ci fosse stato l'altro suo g r a n d e a m i c o , L a m b r u s c h i n i , un a b a t e c h e p e r le sue i d e e liberali e r a stato m a n d a t o a p u r garsi in Corsica e alla fine si era ritirato nella sua villa di Vald a r n o , ma che, sebbene ribelle alla Chiesa, seguitava a sentirsene figlio. La c o r r i s p o n d e n z a e r a fìtta fra i d u e u o m i n i , che spesso p e r meglio confrontare le loro idee si ritiravano in cenobio, cui talvolta partecipava a n c h e un terzo singolare p e r s o n a g g i o , il conte Piero Guicciardini d e t t o «il Q u a c c h e ro» dalle sue a p e r t e simpatie p e r il p r o t e s t a n t e s i m o , che lo c o n d u s s e r o a n c h e al c a r c e r e e all'esilio. E c u r i o s o c o m e il meglio dell'intelligenza toscana seguitasse a recare Io stampo p r o t e s t a n t e e a girare i n t o r n o a questi problemi. C o n la C o r t e , Ricasoli n o n aveva r a p p o r t i . E q u a n d o il G r a n d u c a lo n o m i n ò C i a m b e l l a n o , rifiutò la carica. Alla m a n o e p e r f i n o u m i l e c o n chi gli stava sotto, Ricasoli e r a s u p e r b o fino alla p r o t e r v i a c o n chi gli stava s o p r a . E di se stesso e d e l p r o p r i o casato aveva un tale c o n c e t t o c h e gli faceva c o n s i d e r a r e i L o r e n a d e i semplici parvenus, di cui n o n si s a r e b b e m a i r a s s e g n a t o a i n d o s s a r e la livrea. Ma a q u e s t o si a g g i u n g e v a un c e r t o d i s d e g n o p e r le miserie della politica m i l i t a n t e e il t i m o r e di d o v e r v i s i a b b a s s a r e . Di f o n d o , e r a un c o n s e r v a t o r e . Ma, diceva, «le rivoluzioni, a n c h e le p i ù macchiate di delitti, p r o d u c o n o un r i s a n a m e n t o m o r a l e t r a gli u o m i n i . N o n l e a m o , m a talvolta s e m b r a a m a r l e la p r o v v i d e n z a » , e guai, a g g i u n g e v a , a chi cerca di r e s i s t e r e «al p r o g r e s s o d e i l u m i e delle civili libertà». Ciò m a l g r a d o , e r a r i m a s t o e s t r a n e o alla g r a n d e s u g g e s t i o n e del m o m e n t o , quella neoguelfa, e n o n si era i m b r a n c a t o coi m o d e r a t i . U n geloso senso d ' i n d i p e n d e n z a g l ' i m p e d ì s e m p r e di a d e r i r e a partiti. E q u a n t o a simpatie u m a n e , le 33
s u e a n d a v a n o p i u t t o s t o a Mazzini p e r r a g i o n i di affinità m o r a l e , e - s t r a n o a dirsi - a G a r i b a l d i . S e b b e n e r a p p r e sentasse la sua antitesi u m a n a o forse p r o p r i o p e r q u e s t o , Ricasoli ebbe s e m p r e un d e b o l e p e r q u e l coraggioso e gen e r o s o pasticcione. E l'iniziativa di offrirgli u n a s p a d a d'on o r e q u a n d o n e l '47 g i u n s e i n Italia l'eco delle s u e gesta s u d a m e r i c a n e , fu u n o dei pretesti p e r t r a r r e l'orso dell'App e n n i n o fuor dei suoi boschi. Un altro glielo fornì Salvagnoli appellandosi al suo senso del d o v e r e . A n c h e sulla Toscana e r a cominciata a soffiare la g r a n v e n t a t a liberale p r o v o c a t a dall'elezione di Pio IX, e i fiorentini e r a n o p e r le s t r a d e a c h i e d e r e C o s t i t u z i o n e e riforme. Salvagnoli, c h ' e r a tra i p i ù focosi e p e r la politica esercitava su Ricasoli la stessa influenza c h e L a m b r u s c h i n i esercitava p e r la religione, lo p e r s u a s e che sottrarsi in quell ' e m e r g e n z a a l l ' i m p e g n o s a r e b b e stata diserzione. Ricasoli rispose nel suo stile: cioè buttandocisi a capofitto e con tale grinta da e n t r a r e in serio contrasto coi suoi amici m o d e r a t i e p e r f i n o col suo carissimo C a p p o n i . D o p o d i c h é , c o m e un soldato che avesse t e r m i n a t o la sua ferma, t o r n ò a Brolio fra i suoi m e z z a d r i e i suoi vigneti. N o n e r a ambizioso. N o n lo fu mai. Tutte le volte che scese nell'agone politico, lo fece, o credette di farlo, p e r «precetto» di coscienza. Ma gli avvenimenti n o n t a r d a r o n o a richiamarlo di n u o vo in servizio. L'annessione al G r a n d u c a t o del Principato di Lucca creò u n a «grana» col Duca di M o d e n a che con un colpo di m a n o occupò Pontremoli, e il g o v e r n o affidò a Ricasoli u n a missione p r e s s o Carlo Alberto p e r c h é si facesse m e diatore fra i d u e litiganti. A quel Re esigentissimo in fatto di etichetta, Ricasoli si p r e s e n t ò senza abito di C o r t e , s e m p r e p e r la sua allergia alla «livrea», e gli p a r l ò senza perifrasi n o n solo di Pontremoli, ma dell'Italia e della necessità di liberarla. Carlo Alberto fu evasivo. Ma Ricasoli, t o r n a t o a Fir e n z e , avvertì i m a g g i o r e n t i che la g u e r r a era i m m i n e n t e e che alla Toscana n o n restava che far causa c o m u n e col Piem o n t e . D o p o d i c h é r i p a r t ì p e r Brolio, m a qui l o r a g g i u n s e 34
la n o m i n a a Gonfaloniere, cioè a Sindaco di Firenze, accomp a g n a t a d a un'alta decorazione. Per impedirgli di rifiutare carica e patacca, ci volle tutta l'energia di Salvagnoli e di L a m b r u s c h i n i , che o r a insieme a lui avevano fondato un giornale, La Patria. Ma Ricasoli pose le sue condizioni: l'immediata riforma del sistema a m m i n i strativo e l'inclusione nello Statuto, che stava p e r essere p r o m u l g a t o , di un articolo che garantiva libertà di culto a tutte le C h i e s e . La sua i n t r a n s i g e n z a lo m e t t e v a f a t a l m e n t e in conflitto con gli u o m i n i del g o v e r n o , e specialmente con Ridolfi, n o n m e n o ispido di lui, e con Baldasseroni, un minis t r o efficiente e o n e s t o , ma t a l m e n t e p i e n o di sé c h e i fior e n t i n i lo c h i a m a v a n o Sua B a l d a n z a Eccellenzoni. Ricasoli fu tacciato di «albertista», cioè in p a r o l e p o v e r e di v e n d u t o al P i e m o n t e , e u n a delle p o l e m i c h e che ne seguì su La Patria lo costrinse a un duello con Torrigiani. D o p o essersi battuti in u n a strada del centro, e n t r a m b i a n d a r o n o a chiederne scusa al G r a n d u c a che rispose allargando le braccia: «L'avete voluta, la libertà di s t a m p a ? E o r a t e n e t e v i le c o n s e guenze». Per Torrigiani, e r a facile. Per Ricasoli, un p o ' m e n o : il duello r a p p r e s e n t a v a un caso di coscienza, che seguitò a t o r m e n t a r l o p e r tutta la vita. Per tutto il '48, fu tra i più ferventi sostenitori dell'intervento in g u e r r a accanto al Piemonte. Ma q u a n d o Guerrazzi e M o n t a n e l l i p r e s e r o la m a n o m o b i l i t a n d o la piazza e costrinsero il G r a n d u c a alla fuga, preferì ritirarsi di n u o v o a Brolio, « s p e t t a t o r e c u r i o s o e nulla p i ù di t u t t e le stoltezze che si c o m m e t t o n o » . A u r t a r l o n o n e r a il p r o g r a m m a d e m o cratico di quei capipopolo, ma la loro d e m a g o g i a . Poi v e n n e la definitiva liquidazione della p r i m a g u e r r a d ' i n d i p e n d e n za a N o v a r a , e il r i t o r n o d e l G r a n d u c a sulla p u n t a delle b a i o n e t t e a u s t r i a c h e . Ricasoli, c h ' e r a stato u n o d e i c i n q u e «probi cittadini» cui la città si e r a affidata p e r t r a t t a r e c o n L e o p o l d o u n a r e s t a u r a z i o n e senza v e n d e t t e , n o n volle coll a b o r a r e con quella imposta dai vincitori, e preferì addiritt u r a e m i g r a r e con la famiglia in Svizzera. 35
N o n t o r n ò che d u e a n n i d o p o , m a p e r rintanarsi nuovam e n t e a Brolio senza n e a n c h e p a s s a r e d a Firenze p e r n o n v e d e r e le uniformi austriache. Alle amarezze politiche si agg i u n s e r o quelle domestiche. M o r t a la moglie, a n d a t a sposa l'unica figlia, si ridusse a viver solo in d u e stanzette del castello francescanamente a r r e d a t e , più schivo e orso che mai. C o r s e voce c h e fra le a l t r e p e n i t e n z e s ' i m p o n e s s e a n c h e quella d i r i n c h i u d e r s i p e r q u a l c h e o r a a l g i o r n o d e n t r o l e corazze dei suoi avi g u e r r i e r i , e p e r questo c o m i n c i a r o n o a chiamarlo «il b a r o n e di ferro» c o m e un p e r s o n a g g i o d'Italo Calvino. C o n la politica riprese qualche contatto solo nel '55, ma a Torino, n o n a Firenze, dove n o n metteva piede. Per Cavour c o n c e p ì subito u n a s i m p a t i a vivissima, m a n o n scevra d i qualche riserva. A m m i r ò la sua c o m p e t e n z a in fatto di agricoltura, il suo progressismo, la sua visione e u r o p e a , la sua efficienza di organizzatore, e più a n c o r a forse il suo m o d o di servire lealmente il Re senza cortigianeria, il suo odio p e r la «livrea». Ma fin d'allora dovette p r o v a r e qualche repulsione p e r l a s p r e g i u d i c a t e z z a d i C a v o u r nella m a n o v r a d i c o r r i doio, p e r la sua disponibilità a qualsiasi giuoco, c h ' e r a n o la forza d e l l ' u o m o politico. I d u e tuttavia s ' i n c o n t r a r o n o solo tre a n n i d o p o , e da u n a lettera di Massari risulta che Cavour rimase molto impressionato da quell'irsuto e ascetico toscano di razza antica. N o n gli rivelò i retroscena di Plombières, da cui era a p p e n a r e d u c e . Ma gli fece capire che g r a n d i cose e r a n o alle viste, che anche la Toscana vi avrebbe avuto la sua p a r t e , e che p e r questo contava su di lui. L'attesa n o n fu lunga. Il 27 aprile del '59, d o p o le sconfitte austriache in L o m b a r d i a a o p e r a dei franco-piemontesi, il G r a n d u c a si c o n g e d ò dai fiorentini - che a dire il vero avevano fatto b e n poco p e r m a n d a r l o via -, affidando il p o t e r e a un Comitato di Liberazione, che n o n dovette faticare molto p e r m a n t e n e r e l'ordine. L e o p o l d o partì alle cinque, scortato c o n t u t t i gli o n o r i dalla G u a r d i a Civica, e «alle sei scrisse Salvagnoli - la rivoluzione a n d ò a desinare». 36
Ministro d e g l ' I n t e r n i , sotto il commissariato di Boncomp a g n i , Ricasoli fu l'anima di quel r e g i m e , in cui - dice Spadolini - p o r t ò lo stesso zelo religioso, la stessa carica apostolica che aveva spiegato nella sua Brolio. «In verità, in verità vi dico» ripeteva a n c h e ai funzionari, e giù le solite massime da Ecclesiaste. G o v e r n a v a p e r b a n d i affissi ai b a t t e n t i delle chiese, c o m e a Brolio li affiggeva alle p o r t e del castello, ligio n o n agli o r d i n i d e l C o m m i s s a r i o che li riceveva da T o r i n o , ma solo a quelli della sua coscienza. Q u i n a c q u e il p r i m o screzio con C a v o u r che n o n voleva p r e c i p i t a r e le cose p e r n o n alienarsi l'animo di N a p o l e o n e , cui la Toscana faceva gola p e r suo cugino G e r o l a m o . C a v o u r in q u e l m o m e n t o n o n si e r a a n c o r a convertito all'idea dell'unità nazionale. Il suo p r o g r a m m a si fermava a un R e g n o s a b a u d o dell'Alta Italia con L o m b a r d i a e V e n e t o . Ricasoli invece n o n aveva dubbi. Voleva l'annessione al Piemonte, la voleva s u b i t o , e p e r c o m b a t t e r e q u e s t a battaglia f o n d ò il g i o r n a l e La Nazione, e n o n esitò n e m m e n o ad allearsi coi vecchi nemici democratici, confusionari ma unitari. Senz'aspettare l'autorizzazione di Torino b a n d ì un plebiscito, e ne p o r t ò di p e r s o n a il r e s p o n s o a Vittorio E m a n u e l e , ma rimase p r o f o n d a m e n t e deluso q u a n d o si accorse che il Re ne era p i ù i m b a r a z z a t o che soddisfatto. Vittorio E m a n u e l e infatti n o n voleva r i n u n z i a r e alla Toscana, ma n e m m e n o alla p r o tezione di N a p o l e o n e . E p e r trarsi d'imbarazzo rispose che accoglieva il plebiscito, il che n o n voleva dire che lo accettava. In quel m o m e n t o e r a al g o v e r n o Rattazzi. Cavour se n'era ritirato d o p o u n a violenta scenata col Re, in segno di p r o testa c o n t r o la pace di Villafranca. Ma Ricasoli a n d ò a consigliarsi c o n lui, e l ' i n c o n t r o fu affettuoso q u a n t o p o t e v a esserlo fra u o m i n i di così d u r a scorza. C a v o u r gli suggerì d'int e r p r e t a r e quell'accoglimento c o m e meglio gli conveniva, e Ricasoli così fece. I loro r a p p o r t i r i d i v e n n e r o tesi q u a n d o , t o r n a t o di lì a poco al p o t e r e , C a v o u r chiese un altro plebiscito a Ricasoli, che ci vide u n a p r o v a di sfiducia in quello ch'egli aveva già indetto p e r conto suo. Ma poi si piegò alla 37
r a g i o n di Stato, che esigeva quella c o n t r o p r o v a , e ricorse a tutti i mezzi p e r c h é il risultato n o n lasciasse adito a d u b b i . Nel r i m e t t e r e il r e s p o n s o all'inviato di T o r i n o , Massari, gli disse: «Il mio r e g n o è finito. C o n s e g n o al Re u n a perla che abbellirà di molto la sua corona». Per c o n d u r r e a t e r m i n e quella ch'egli considerava la sua missione, n o n aveva esitato a r o m p e r e coi suoi vecchi amici m o d e r a t i , t u t t o r a attaccati alla loro «Toscanina» cui a v r e b b e r o v o l u t o g a r a n t i r e u n a c e r t a a u t o n o m i a . Perfino L a m bruschini lo aveva r i p u d i a t o con u n a lettera in cui Io tacciava p r e s s a p p o c o di t r a d i t o r e . E p e r Ricasoli era stato addiritt u r a un lutto. «Ma - diceva -, fra Dio e la mia coscienza n o n c'è posto p e r nessuno.» E n o n i n t e n d e v a farlo n e m m e n o a Lambruschini. Convinto che l'avrebbe rifiutata, C a v o u r gli offrì la carica di G o v e r n a t o r e provvisorio della Toscana. I n v e c e Ricasoli accettò, ma r i s e r v a n d o s i di fissare lui stesso i t e r m i n i d e l p r o p r i o m a n d a t o c h e nei suoi i n t e n d i m e n t i doveva d u r a r e fino a quella unificazione nazionale cui C a v o u r seguitava a n o n p e n s a r e ( G a r i b a l d i n o n e r a a n c o r a p a r t i t o p e r l a sua i m p r e s a nel Sud). E da questo m o m e n t o gli screzi fra i d u e u o m i n i d i v e n t a r o n o quotidiani. Più che da g o v e r n a t o r e , Ricasoli agì da d i t t a t o r e . D i e d e ospitalità a Mazzini sulla cui testa p e n d e v a t u t t o r a la c o n d a n n a a m o r t e , e q u a n d o da Tor i n o gl'ingiunsero di espellerlo, p r o p o s e con tutta serietà di dargli un foglio di via p e r Brolio, c o m e se Brolio fosse un R e a m e i n d i p e n d e n t e in cui lui solo faceva legge. Infischiandosi dei difficili r a p p o r t i con N a p o l e o n e , m a n d ò a r m i a Viterbo e nelle M a r c h e p e r suscitarvi la rivolta c o n t r o il Papa. E q u a n d o Napoli a p r ì le p o r t e a Garibaldi, spedì a C a v o u r il famoso i n a u d i t o t e l e g r a m m a : «Tutti gl'italiani si d o m a n d a no dov'è il Re e che fa il g o v e r n o del Re. Garibaldi p e r c o r r e trionfalmente il R e a m e di Napoli, e il Re n o n si m u o v e e il g o v e r n o n o n si scuote. Il re m o n t i a cavallo e chiami i n t o r n o a sé la Nazione». Un foglio d'ordini, insomma. Più che c o n t r o Ricasoli, C a v o u r schiumava di rabbia con38
tro se stesso che n o n riusciva a r o m p e r e con Ricasoli. Il suo rispetto p e r 1'«insopportabile barone» e r a s e m p r e p i ù forte del dispetto. E q u a n t o fosse fondato lo si vide q u a n d o , d o p o le elezioni del g e n n a i o ' 6 1 , Cavour, sebbene trionfatore, diede le dimissioni. N o n e r a che u n a formalità p e r c h é l'incarico n o n p o t e v a t o r n a r e c h e a lui. Ma il Re e s a s p e r a t o dalla sua p r o t e r v i a e «montato» da Rattazzi e dalla Rosina, cercò di a p p r o f i t t a r n e p e r disfarsi di lui. L'unico c h e la C a m e r a a v r e b b e p o t u t o accettare al suo p o s t o e r a Ricasoli, di cui si e r a detto che intrallazzava con Mazzini e Garibaldi a p p u n t o p e r s o p p i a n t a r e il C o n t e con l'aiuto della Sinistra. Ma q u a n do il Re lo c h i a m ò p e r offrirgli la carica, n o n solo rifiutò recisamente, ma si m o s t r ò s d e g n a t o di quella obliqua m a n o vra c o n t r o il solo u o m o - disse - c h e p o t e v a c o m p i e r e l'unità n a z i o n a l e . Poco d o p o ci fu alla C a m e r a il d r a m m a t i c o s c o n t r o fra C a v o u r e Garibaldi. L'aula e r a t u t t a u n o schiamazzo. Ma q u a n d o Ricasoli si alzò a p a r l a r e «alto, m a g r o , il viso scarno e angoloso, lo s g u a r d o fisso e d u r o , chiuso in un n e r o s o p r a b i t o a b b o t t o n a t o , l e m a n i , c o m ' e r a s e m p r e suo costume, c o p e r t e di guanti neri, severo e accigliato c o m e un d i s d e g n o s o p u r i t a n o » , si fece un g r a n silenzio. S'inchinò a Garibaldi r i c o r d a n d o n e gl'immensi servigi resi alla Patria e i n v o c a n d o p e r l e sue i n t e m p e r a n z e l ' a t t e n u a n t e della sua p a s s i o n e n i z z a r d a . D o p o d i c h é fece l'apologia d i C a v o u r a v a l l a n d o n e senza riserve l ' o p e r a t o politico. Alla fine della s e d u t a , C a v o u r gli strinse la m a n o c o m m o s s o . E fu allora che ad alta voce disse: «Se morissi d o m a n i , il mio successore è designato». Il Re avrebbe preferito Rattazzi o Farini. Ma Farini e r a già m i n a t o da u n a inesorabile malattia m e n t a l e ; e q u a n t o a Rattazzi, la C a m e r a n o n avrebbe mai accettato c o m e successore di C a v o u r colui che negli ultimi a n n i lo aveva p i ù subdolam e n t e c o m b a t t u t o . C h i a m ò q u i n d i Ricasoli, ma senza e n t u siasmo. L'insopportabile b a r o n e aveva già a b b o n d a n t e m e n te d i m o s t r a t o la sua scarsa m a n e g g e v o l e z z a rifiutando n o n
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solo lo s t i p e n d i o di Ministro («la paga», l'aveva c h i a m a t a ) , ma a n c h e i biglietti ferroviari g r a t u i t i . N o n voleva s a p e r e della divisa di ministro, che infatti n o n indossò mai, aveva r i n c h i u s o in un cassetto il C o l l a r e d e l l ' A n n u n z i a t a c h e gli era stato imposto quasi di forza, n o n n a s c o n d e v a la sua dis a p p r o v a z i o n e p e r la vita privata del Re, e a chi gli faceva n o t a r e la sconvenienza di quelle critiche, r i s p o n d e v a ch'egli n u t r i v a rispetto p e r la m o n a r c h i a , n o n p e r i m o n a r c h i . Ma ciò che più irritava il Re e i suoi cortigiani e r a che il b a r o n e n o n p e r d e v a occasione p e r r i c o r d a r e che i suoi avi guidavano u o m i n i m e n t r e i Savoia n o n g u i d a v a n o ancora che pecore. E questo a t t e g g i a m e n t o di superiorità n o n lo smise mai. Q u a n d o , di lì a qualche a n n o , il Re a n d ò a fargli visita a Brolio, Ricasoli lo fece p r e n d e r e ai confini del feudo sotto scorta dalle sue g u a r d i e p e r fargli b e n e i n t e n d e r e che lì il Re era lui. Ma n o n fu solo q u e s t a p e r s o n a l e incompatibilità a r e n d e r p r e c a r i o il n u o v o g o v e r n o . Esso era f o r m a t o in p r e v a lenza di «consorti», c o m e venivano chiamati i r a p p r e s e n t a n ti delle n u o v e province centro-settentrionali, e specialmente i toscani che formavano il g r u p p o più compatto; il che urtava t e r r i b i l m e n t e i p i e m o n t e s i , che fin allora avevano avuto la quasi assoluta esclusiva del c o m a n d o . Altro e l e m e n t o n e gativo era l'ostilità di N a p o l e o n e p e r l'uomo che aveva «soffiato» la Toscana a suo c u g i n o G e r o l a m o , p e r l'amico di Mazzini e Garibaldi, p e r il sobillatore delle rivolte negli Stati del Papa, suo g r a n d e p r o t e t t o . E infine il suo compito e r a reso a r d u o dalla stessa gravosità dei compiti che attendevano il successore di Cavour, fra i quali c'era a n c h e quello di n o n far r i m p i a n g e r e il predecessore. Di q u e s t o , Ricasoli si r e n d e v a c o n t o , ma n o n e r a u o m o da a d o t t a r e m a s c h e r e e da a d a t t a r e i mezzi ai fini. Lo si vide dal piglio con cui affrontò la questione più u r g e n t e , ma anche p i ù spinosa: quella di R o m a . Le p r o p o s t e che Ricasoli m a n d ò a N a p o l e o n e p e r c h é se ne facesse mallevadore presso la Santa Sede e r a n o p r e s s a p p o c o quelle stesse di Cavour: 40
r i n u n c i a del Papa al p o t e r e t e m p o r a l e , in cambio di un ricon o s c i m e n t o della sua s o v r a n i t à sul Vaticano con d i r i t t o di rappresentanza diplomatica, assegnazione di una rendita a n n u a l e di d u e milioni, assoluta libertà nella n o m i n a dei Vescovi. I n s o m m a , la solita formula di «Libera Chiesa in libero Stato». Ma a questo d o c u m e n t o , Ricasoli aggiungeva la bozza di u n a lettera, che rivelava un'impostazione del tutto diversa e piuttosto i n g e n u a . Per C a v o u r quello d i R o m a e r a u n p r o b l e m a squisitamente politico, a n c h e se coinvolgeva question i religiose. Per Ricasoli e r a u n p r o b l e m a e s s e n z i a l m e n t e religioso, a n c h e se coinvolgeva q u e s t i o n i p o l i t i c h e , p e r il q u a l e si sentiva autorizzato a i m p a r t i r e al P a p a il consiglio di r i f o r m a r e la Chiesa, p u r g a n d o l a di o g n i m o n d a n i t à , rip r i s t i n a n d o v i severità di c o s t u m i e r i p o r t a n d o l a alle p u r e fonti del Cristianesimo originario. Un linguaggio che rivelava il fondo savonaroliano d e l l ' u o m o e giustifica il n o m i g n o lo che gli v e n n e a p p i o p p a t o di «Barone evangelico». Siccome Parigi si rifiutò d'inoltrare la lettera giudicandola i n o p p o r t u n a , Ricasoli ne fece un libro verde d a n d o l a in pasto alla pubblica o p i n i o n e e di conseguenza p r o v o c a n d o un ulteriore irrigidimento della Curia. Altrettanta m a n c a n z a di duttilità, Ricasoli d i m o s t r ò nella questione del b r i g a n t a g g i o m e r i d i o n a l e , che p r o p r i o allora scoppiava in tutta la sua virulenza, e di cui d i r e m o in seguito. Incapace di coglierne i sottofondi e le implicazioni sociali, egli n o n ci vide che un f e n o m e n o di d e l i n q u e n z a c o m u n e da affrontare soltanto con m i s u r e repressive. Volle la lotta a oltranza, affidandola al G e n e r a l e di p u g n o più d u r o , Cialdini. E l'emergenza lo spinse ad abolire il r e g i m e l u o g o t e n e n ziale del Sud p e r accelerarne l'integrazione. Q u e s t o lo mise in contrasto con Minghetti che, ministro dell'interno, era rimasto fedele alle sue idee di d e c e n t r a m e n t o e finì p e r d a r e le dimissioni. Né Lanza né Ponza di San Martino ne accettar o n o la successione. E il loro rifiuto indicava q u a n t o fosse indebolito Ricasoli, che avocò a sé a n c h e quel Ministero. Al 41
Segretario Generale che gli chiedeva direttive, rispose: «Una sola: eseguire il precetto della legge, in modo da rendere impossibile l'arbitrio anche a me». Non erano parole: Ricasoli razzolava come predicava. Ma il suo procedere a scatti, l'allergia ai compromessi, la «tenacia anche nell'errore» - come dice Spadolini -, caratteristica delle anime religiose, facevano di lui più un grande moralista che un grande politico. «Che mente singolare! - diceva Scialoja. - Ha delle grandi idee, nelle quali la vista del suo intelletto è lucidissima: da quelle altissime scende a piccolissime. Gli mancano le idee mediane. Come dire un cantante privo delle corde di mezzo.» C'era chi, senza averne l'aria, sapeva approfittare dei suoi sbagli. Quando, sulla fine del '61, fu discusso l'operato del governo, Rattazzi, p u r appoggiandolo, avanzò molto abilmente critiche e riserve, un po' come dieci anni prima aveva fatto Cavour con D'Azeglio. Che fosse lui il designato alla successione, lo dimostrò la missione affidatagli dal Re alle spalle e all'insaputa di Ricasoli. Vittorio Emanuele non aveva smesso il vizio di fare una politica per conto suo e si cullava in piani fantapolitici. Ora farneticava di accendere una rivoluzione in Grecia per mettere su quel trono un Principe di Casa Savoia, che con l'aiuto dei Serbi e dei Montenegrini avrebbe dato il colpo di grazia alla Turchia, mentre Garibaldi sarebbe sbarcato in Dalmazia per accendere la rivolta in Ungheria prendendo alle spalle gli austriaci e lasciando il Veneto alla mercé di un esercito italo-francese. Si trattava di persuadere Napoleone. E questo fu il compito affidato a Rattazzi, il quale era abbastanza intelligente per capire che non ci sarebbe mai riuscito, ma anche abbastanza spregiudicato per volgere la missione a proprio vantaggio offrendosi all'Imperatore come il suo fiduciario in Italia. Orgoglioso com'era, Ricasoli non chiese spiegazioni al Re. Si limitò a ignorarne la manovra controbilanciandola con una politica del tutto opposta. Tenne desto il problema di Roma anteponendolo a quello di Venezia, e mandò un 42
emissario a Garibaldi p e r sconsigliargli la spedizione in Dalmazia. Ma q u a n d o Rattazzi t o r n ò da Parigi e gli chiese un colloquio, gli fece r i s p o n d e r e che la dignità sua e della Nazione gl'impediva di riceverlo. Sobillati dal Re, gli attacchi c o n t r o di lui alla C a m e r a si facevano s e m p r e più frequenti e insistenti. U n a volta lo accusarono perfino di «modi servili». Rispose s p r e z z a n t e m e n t e che la p a r o l a «servizio» n o n e r a nel vocabolario dei Ricasoli, se n o n riferita al Paese e ne diede la p r o v a d e n u n z i a n d o a p e r t a m e n t e «le follie della C o r o na», li Re voleva destituirlo, ma lo scaltro Rattazzi gli consigliò di lasciare che si consumasse da sé. Ricasoli si p r e s t ò al giuoco c a l d e g g i a n d o u n a petizione p r e s e n t a t a da alcuni d e p u t a t i di sinistra p e r il rientro in patria di Mazzini, g r a v e m e n t e a m m a l a t o , e rifiutandosi di sciogliere le organizzazioni democratiche. I m o d e r a t i insorsero accusandolo di voler rovesciare il regime e i n s t a u r a r e la Repubblica. A fine febbraio, Ricasoli rispose con un discorso alla C a m e r a , p i u t t o s t o m a l a c c o r t o e senza smalto, p e r c h é c o m e o r a t o r e valeva p o c o . E la discussione si concluse con un o r d i n e del giorno votato all'unanimità che p r e n d e v a sal o m o n i c a m e n t e atto delle s u e d i c h i a r a z i o n i . Ma il Re, che o r m a i aveva deciso di liberarsi di lui, disse che quell'unanimità n o n valeva p e r c h é «inquinata» dai voti di sinistra, e gli o r d i n ò di ripresentarsi alla C a m e r a . Piuttosto che piegarsi all'ingiunzione, Ricasoli offrì le dimissioni. Il Re, che n o n aspettava altro, le accolse i m m e d i a t a m e n t e , e lo stesso g i o r n o (1° m a r z o del '62) d i e d e a Rattazzi l'incarico di f o r m a r e il n u o v o g o v e r n o . D o p o l'esperienze fatte con Cavour e Ricasoli, n o n voleva più un P r i m o Ministro. Voleva solo un segretario.
CAPITOLO QUARTO
ASPROMONTE
R i e n t r a t o a L o n d r a d o p o l'inutile s o g g i o r n o a N a p o l i al t e m p o dei «Mille», Mazzini aveva ripreso a tessere la sua tela m i r a n d o a conquistare le società operaie. Sorte negli a n n i c i n q u a n t a , s i e r a n o diffuse u n p o ' d o v u n q u e . M a solo i n quelle di G e n o v a l'elemento mazziniano aveva la prevalenza; t u t t e le a l t r e e r a n o d i r e t t e da b o r g h e s i di confessione progressista, ma di a n i m a m o d e r a t a , che m i r a v a n o a fare di esse un p u r o s t r u m e n t o di rivendicazioni sindacali, c o m e la regolamentazione degli o r a r i di lavoro, l ' a u m e n t o dei salari e l'istruzione g r a t u i t a . Per d i b a t t e r e questi p r o b l e m i , esse a v e v a n o già t e n u t o vari c o n g r e s s i . Ma n e l '61 Mazzini ne convocò un altro a Firenze m e t t e n d o all'ordine del g i o r n o la questione del voto politico, da cui gli o p e r a i seguitavano a essere esclusi. La battaglia che su di essa si scatenò fu talm e n t e aspra da p r o v o c a r e u n a scissione, la p r i m a delle tante c h ' e r a n o destinate a tribolare il m o v i m e n t o o p e r a i o italian o . I m o d e r a t i a b b a n d o n a r o n o il c a m p o , di cui Mazzini rim a s e p a d r o n e . E q u e s t a vittoria gli fece s p e r a r e di p o t e r riassorbire sotto la p r o p r i a b a n d i e r a tutte le dissidenze d e mocratiche. Per riuscirci n o n c'era che un m o d o , il solito m o d o : p r e c e d e r e l'avversario e trascinarselo a r i m o r c h i o con q u a l c h e gesto risoluto. Al c o m p i m e n t o dell'unità nazionale m a n c a vano a n c o r a R o m a e Venezia, p e r le quali esistevano già dei «Comitati di provvedimento» che avevano la loro direzione centrale a Genova. Bisognava conquistarli, e p e r questo occorreva l'assenso di Garibaldi che ne restava l'alto p a t r o n o . Ma Garibaldi, q u a n d o s e p p e che Mazzini e r a riuscito a im44
m e t t e r e nei Comitati u n a m a g g i o r a n z a d i u o m i n i suoi, n e declinò la presidenza, e solo su p r e s s a n t e p r e g h i e r a di Crispi e M o r d i n i , che a n d a r o n o a p p o s t a a C a p r e r a , accettò di p a r t e c i p a r e a un'assemblea cui, oltre ai Comitati, s a r e b b e r o i n t e r v e n u t e le società o p e r a i e e varie a l t r e organizzazioni d e m o c r a t i c h e . Il r a d u n o si t e n n e a G e n o v a , e si c o n c l u s e con la fusione di tutte queste forze nella «Società Emancipatrice». Accettando la formula «Italia e Vittorio Emanuele», i mazziniani c r e d e v a n o di aver r e c u p e r a t o Garibaldi. Ma Garibaldi e r a nel giuoco del Re, di cui seguitava a subire il fascino, e che sperava, attraverso di lui, di strumentalizzare le iniziative democratiche. C o m e abbiamo d e t t o , Vittorio E m a n u e l e credeva di avere nelle m a n i le carte di un g r a n d e giuoco politico: m e t t e r e in ginocchio l'Austria c o l p e n d o l a alle spalle con u n a spedizione n e i Balcani. N o n si è m a i s a p u t o quali affidamenti avesse d a t o in q u e s t o senso a Garibaldi, che n a t u r a l m e n t e a v r e b b e g u i d a t o l'impresa. Altrettanto o s c u r o resta l'attegg i a m e n t o di N a p o l e o n e , di cui Vittorio E m a n u e l e diceva di avere in tasca l'assenso: n o n m e n o avventuroso di lui, l'Imp e r a t o r e e r a a n c h e più a m b i g u o , e Dio sa quali progetti covava. C o m u n q u e , q u a n d o si accorse che Vittorio E m a n u e l e s ' i m p e g n a v a s c o p e r t a m e n t e nell'impresa, s'affrettò a fargli s a p e r e c h e n o n lo a v r e b b e s e c o n d a t o , e il p r o g e t t o p e r il m o m e n t o sfumò. Ma n o n sfumò p e r Garibaldi che o r m a i aveva mobilitato l'Emancipatrice e p r o n u n c i a t o discorsi incendiari, regolarm e n t e conclusi d a l g r i d o : «Roma e Venezia!» Mazzini n o n aveva d u b b i : era su Venezia che p e r p r i m a bisognava m a r ciare p e r c h é gli u n g h e r e s i , scriveva in u n a lettera ad Alberto Mario, n o n aspettavano altro p e r insorgere, e le loro barricate contagiandosi in tutta E u r o p a a v r e b b e r o travolto anche N a p o l e o n e , facendo di R o m a , u n a volta sguarnita dalle t r u p p e francesi, la più facile delle p r e d e . Per u n a volta tanto, Garibaldi a d e r ì al p i a n o dell'Apostolo. C o n la scusa di p r o p a g a n d a r e la Società del T i r o a Se45
g n o di cui aveva assunto la vicepresidenza, egli stava facend o u n giro i n L o m b a r d i a , accolto o v u n q u e d a folle osann a n t i . A Milano, d o p o aver a r r i n g a t o «il p o p o l o delle cinq u e g i o r n a t e capace di venticinque», e r a a n d a t o a visitare M a n z o n i , che gli si e r a quasi b u t t a t o ai piedi c h i a m a n d o l o «Duce». N o n c o m p r e n d e n d o , scriveva Guerzoni, «quanto di r e t o r i c o , m e l o d r a m m a t i c o e c a r n e v a l e s c o si n a s c o n d e s s e , p e r antica legge ereditaria, nelle vene dei suoi concittadini», egli e r a c o n v i n t o c h e c o s t o r o n o n a s p e t t a s s e r o altro c h e il suo appello p e r arruolarsi nella crociata di liberazione. Stabilito il suo q u a r t i e r g e n e r a l e in casa del suo vecchio a m i c o C a m o z z i a T r e s c o r e n e l b e r g a m a s c o , sguinzagliò i suoi l u o g o t e n e n t i alla raccolta dei v o l o n t a r i . Per un p o ' lo lasciarono fare. L'imbarazzo di cui dava s e g n o Rattazzi dimostrava che qualche i m p e g n o a n c h e lui lo aveva preso, e il Re in q u e l m o m e n t o e r a a N a p o l i . Ma q u a n d o p e r f i n o i giornali s e p p e r o e p u b b l i c a r o n o c h e l'attacco sul T r e n t i n o era p r o g r a m m a t o p e r il 29 maggio (del '62), le prefetture di Brescia e di B e r g a m o ricevettero l'ordine di d i s a r m a r e i volontari. Alcuni di essi che a Sarnico resistettero v e n n e r o arrestati. La folla cercò di liberarli, la t r u p p a a p r ì il fuoco, e q u a t t r o morti e parecchi feriti rimasero sul selciato. L'indomani l'Italia e r a in fiamme. Rattazzi cercò di spengerle con u n a circolare ai Prefetti in cui diceva di «avere giusti motivi p e r r e p u t a r e insussistente q u a l u n q u e compartecipazione dell'illustre G e n e r a l e a i m p r e s e di simile fatta». Tutti a s p e t t a r o n o u n a risposta fulminante di Garibaldi, che n o n v e n n e . P e n s a r o n o che l'avrebbe data alla C a m e r a che si riapriva il 3 g i u g n o . Invece arrivò soltanto u n a sua lettera che in t o n o s t r a n a m e n t e remissivo s d r a m m a t i z z a v a i fatti e ne dava la s e g u e n t e versione: i volontari e r a n o accorsi di p r o p r i a iniziativa i n t o r n o a lui p e n s a n d o ch'egli volesse t e n t a r e un colpo di m a n o sul T r e n t i n o ed egli ne aveva approfittato p e r fargli fare q u a l c h e esercitazione di tiro a s e g n o . T u t t o qui. I d e p u t a t i della Sinistra insorsero d i c e n d o che quella let46
t e r a l'aveva d e t t a t a Rattazzi, p e r ò n e m m e n o essi p o t e v a n o n e g a r e che Garibaldi l'aveva firmata. Il d i s o r i e n t a m e n t o si p r o p a g ò al Paese e riecheggiò nella stampa. «Chi ne capisce qualcosa? - scriveva la Gazzetta di Bergamo. - Garibaldi nega recisamente la spedizione in Tirolo, e ci p a r e un b u o n ritrovato p e r a c c o m o d a r e alla meglio lo scandalo. Facciamo p u re noi l'atto di fede, r i n n e g h i a m o di avere u d i t o con le n o stre orecchie le disposizioni particolari e i n o m i dei designati al p r i m o passaggio, di aver v e d u t o le carte geografiche...» L'inconsueta docilità di Garibaldi aveva il suo p e r c h é . Il Re lo aveva m a n d a t o a c h i a m a r e in g r a n segreto, e che cosa gli avesse detto n o n si sa. Ma si sa che Rattazzi, p a r l a n d o p o co d o p o con l'ambasciatore francese, gli aveva confidato di aver i n v a n o cercato di convincere il G e n e r a l e a r i n u n z i a r e all'impresa nei Balcani. Si d o v r e b b e q u i n d i d e d u r n e che il Re aveva placato G a r i b a l d i p r o m e t t e n d o g l i il c o m a n d o di quella spedizione, m e n t r e il suo P r i m o Ministro provvedeva a coprirgli le spalle presso N a p o l e o n e . U n a sola cosa era certa: che i soci dell'Emancipatrice erano furenti con Garibaldi, cui o r a toccava fare qualcosa p e r r e c u p e r a r e il suo c r e d i t o . Il 25 g i u g n o egli e r a a C a p r e r a , dove col figlio Menotti e u n a ventina di fedelissimi s'imbarcò p e r Palermo. Quale fosse la sua vera meta, forse n o n lo sapev a n e m m e n o lui. G u e r z o n i , c h e faceva p a r t e del g r u p p o , scrisse: « N e s s u n o di q u a n t i lo a c c o m p a g n a r o n o s e p p e mai dal suo l a b b r o né d o v e s'andasse né p e r c h é s'andasse». A c h i u n q u e s'attentava a chiederglielo, il Generale rispondeva: «Andiamo verso l'ignoto. Dopo, sarà quel che sarà». I p a l e r m i t a n i lo accolsero t r i o n f a l m e n t e , ed egli li alluv i o n e di discorsi infiammati. L ' e x - p r o d i d a t t o r e di N a p o l i , Pallavicino, c h ' e r a lì in funzione di Prefetto, n o n fece nulla p e r i m p e d i r g l i e l o , n e m m e n o q u a n d o egli si lanciò in u n a violenta requisitoria contro N a p o l e o n e tacciandolo di despota, fedifrago, p r o t e t t o r e di briganti e di assassini, e aizzando la folla a un n u o v o Vespro. A Marsala, dalla piazza si levò un grido: «O Roma, o morte!» Il retorico dilemma, ch'era desti47
nato a risuonare anche in altre occasioni della storia d'Italia, p i a c q u e a Garibaldi che lo fece suo. Lo a d o t t ò a n c h e Fra' Pantaleo, un frate che lo aveva accompagnato nell'avventura dei Mille e che, officiando con la pistola a tracolla, lo sostituì all'/te Afosa est. Sembrava d u n q u e che la sua scelta fosse fatta e ch'egli intendesse marciare sull'Urbe, come reclamava l'Em a n c i p a t r i c e , ribelle alle direttive di Mazzini c h e insisteva p e r Venezia. Ma in un successivo proclama Garibaldi rivolse un appello a n c h e «alle genti slave sotto la d o m i n a z i o n e austriaca e ottomana» che sembrava p r e l u d e r e alla spedizione nei Balcani. Forse n o n aveva ancora deciso. A T o r i n o n o n s a p e v a n o c h e fare. La D e s t r a c h i e d e v a a Rattazzi d ' i n t e r v e n i r e , e Rattazzi cercò di c o n t e n t a r l a silur a n d o Pallavicino. Il 3 agosto a n c h e il Re lanciò un proclama agl'italiani: « G u a r d a t e v i dalle colpevoli i m p a z i e n z e e dalle i m p r o v v i s e agitazioni - diceva. - Q u a n d o l'ora del c o m p i m e n t o della g r a n d e o p e r a sarà giunta, la voce del Re si farà u d i r e da voi. O g n i appello che n o n è il suo, è un a p pello alla ribellione, alla g u e r r a civile». E concludeva: «Sap r ò conservare i n t e g r a la dignità della C o r o n a e del Parlam e n t o , p e r avere il diritto di c h i e d e r e all'Europa intera giustizia p e r l'Italia». E probabile che, più che a Garibaldi, queste p a r o l e fossero rivolte a N a p o l e o n e p e r esercitare su di lui u n o di q u e i ricatti c h e t a n t o b e n e e r a n o riusciti a Cavour: o c e d e r e R o m a al R e g n o S a b a u d o , o c o r r e r e il rischio che vi piantasse b a n d i e r a u n a rivoluzione, la quale poteva a n c h e n o n fermarsi lì. I n q u e s t o senso c o m u n q u e l'appello f u i n t e r p r e t a t o d a Garibaldi, n o n si sa se p e r la solita i n g e n u a fiducia nel Re o p e r segreti accordi presi in p r e c e d e n z a con lui e con Rattazzi. Circa tremila volontari e r a n o affluiti al suo richiamo e si stavano c o n c e n t r a n d o alla Ficuzza. Ma fra di essi n o n c'era nessuno della vecchia guardia, né Bixio, né Medici, né Sirtori, né Cosenz, o r m a i integrati nell'esercito r e g o l a r e col grado di Generali. Medici anzi, ch'era lì come c o m a n d a n t e della G u a r d i a Nazionale, cercò di dissuaderlo. «Mettiti u n a m a n o 48
sul c u o r e - gli disse -, p e n s a all'Italia, p e n s a a t u t t o quello c h e si è m i r a c o l o s a m e n t e fatto. N o n ostinarti in questa via: essa c o n d u c e alla g u e r r a civile». Alla sua supplica, si aggiunsero quelle di Cucchi e T u r r . V e n n e r o anche, p e r trattenerlo, i d e p u t a t i Calvino, Mordini e Fabrizi che, q u a n d o ripass a r o n o da Napoli, f u r o n o fermati da La M a r m o r a , il quale telegrafò a Rattazzi: «Ho arrestato i deputati. Li fucilo?» «Li rimetta in libertà e si scusi» rispose il Primo Ministro. Ma tutto fu inutile a n c h e p e r c h é mille piccoli episodi ribadivano in Garibaldi la convinzione che il Re fosse d'accord o . I r e p a r t i regolari che i n c o n t r ò nella sua marcia su Catania n o n solo gli lasciavano il passo, ma lo rifornivano di viveri. Nelle città che attraversava, le c a m p a n e si scioglievano e le autorità gli venivano festosamente incontro. Si e r a sparsa la voce che Garibaldi avesse in tasca un «talismano», cioè u n a lettera del Re che lo autorizzava a p r o c e d e r e . N e a n c h e di questa lettera r i m a n g o n o tracce. Ma tutti si c o m p o r t a r o no come se esistesse r e a l m e n t e , a cominciare dagli stessi Ministri. Quelli d e l l ' I n t e r n o e della G u e r r a p r o c l a m a r o n o lo stato d'assedio in tutto il Mezzogiorno e vi m a n d a r o n o il gen e r a l e Cialdini. Ma quello della Marina, P e r s a n o , inviò all'ammiraglio Albini, la cui s q u a d r a incrociava nello Stretto di Sicilia ed e r a q u i n d i in g r a d o di tagliare la strada a Garibaldi, la s e g u e n t e r i g o r o s a direttiva: «Agite a s e c o n d a dell'occasione, m a t e n e t e s e m p r e i n m e n t e i l b e n e d e l vostro Re e del Paese». Q u a l e fosse questo bene, Albini n o n sapeva, q u a n d o si vide sfilare sotto gli occhi i d u e piroscafi c h e t r a g h e t t a v a n o Garibaldi e i suoi volontari in Calabria. Pare che si consultasse coi suoi subalterni e che u n o di costoro gli giurasse di aver visto il «talismano». C o m u n q u e , li lasciò passare. E se Garibaldi fosse arrivato a R o m a , molto p r o b a b i l m e n t e l'Ammiraglio a v r e b b e a v u t o u n o scatto di g r a d o . I n v e c e a cose fatte, cioè fallite, fu invitato a d a r e le dimissioni da Persano, che rimase al suo posto. Chi ha detto che l'Italia si è guastata nel crescere? E s e m p r e stata la stessa. 49
Era l'alba del 25 agosto q u a n d o le camicie rosse sbarcar o n o fra Melito e C a p o d e l l ' A r m i , p r e s s a p p o c o lo stesso p u n t o in cui d u e a n n i p r i m a e r a n o sbarcati i Mille, e s'incol o n n a r o n o verso Reggio. Al p r i m o r e p a r t o regolare che inc o n t r a r o n o , sventolarono i cappelli lanciando grida di saluto. Ma la risposta fu u n a scarica di fucileria. G u a r d a r o n o sorpresi il Generale, n o n m e n o sorpreso di loro e p e r un att i m o esitante. Ma s u b i t o , c o m p r e n d e n d o c h e se al fuoco avesse risposto col fuoco sarebbe stata davvero la g u e r r a civile, o r d i n ò u n a diversione verso l'interno dell'Aspromonte. Flagellata dalla pioggia, la scalata d e l l ' i m p e r v i o e b r u l l o acrocoro fu d u r a . La colonna, priva di viveri, si era affidata a guide che poi risultarono essere delle spie e che la fecero v a g a b o n d a r e q u a t t r o giorni e q u a t t r o notti p e r c o n d u r l a al rifugio dei Forestali dov'essa sperava trovare delle vettovaglie che invece n o n c ' e r a n o . Garibaldi contò i suoi u o m i n i : di duemila, gliene restavano cinquecento. Il 29 f u r o n o attaccati da un r e p a r t o di b e r s a g l i e r i . Vedendoli avanzare, il G e n e r a l e gli si fece incontro da solo, allo scoperto, la m a n o d e s t r a sull'elsa della sciabola, la sinistra sul fianco. Forse sperava che avrebbero abbassato i fucili come a v e v a n o fatto i soldati francesi d a v a n t i a N a p o l e o n e q u a n d o e r a t o r n a t o dall'Elba. Invece gli s p a r a r o n o addosso, e u n a pallottola gli strisciò la coscia. «Non fate fuoco!» intimò ai suoi. Un'altra pallottola gli si conficcò nel malleolo. «Andate fuori g r i d a n d o viva l'Italia!» o r d i n ò m e n t r e s'accasciava, e Cairoli a c c o r r e v a p e r s o r r e g g e r l o . I volontari obb e d i r o n o , ma i b e r s a g l i e r i s e g u i t a r o n o a s p a r a r e , e allora s'accese u n a breve mischia che lasciò sul t e r r e n o 12 m o r t i e u n a q u a r a n t i n a di feriti. Garibaldi giaceva sotto un albero col p i e d e s p a p p o l a t o e il sigaro in bocca. Q u a n d o un t e n e n t e gl'intimo burbanzosam e n t e la resa, disse ai suoi: «Disarmatelo!», e il t e n e n t e n o n reagì. Sopraggiunse il colonnello Pallavicini, che a sua volta gl'intimo la resa, ma a bassa voce e togliendosi il b e r r e t t o . Garibaldi a n n u ì , e su u n ' i m p r o v v i s a t a barella si lasciò tra50
s p o r t a r e a Scilla, d o n d e p e r m a r e lo trasferirono nel forte di Varignano presso La Spezia. N e i g i o r n i successivi i suoi s p a r p a g l i a t i r e p a r t i f u r o n o catturati e internati fino al 5 ottobre, q u a n d o fu p r o m u l g a t a u n ' a m n i s t i a che li rimise in libertà. Ma nel milazzese sette volontari v e n n e r o fucilati c o m e disertori dell'esercito r e g o lare. La n o t a farsesca di tutta quella vicenda f u r o n o le settantasei medaglie al valor militare distribuite ai vincitori e la p r o m o z i o n e sul c a m p o a Pallavicini «per meriti speciali». A Torino, Rattazzi cercava affannosamente di approfittare della c h i u s u r a del P a r l a m e n t o p e r p a r a r e la t e m p e s t a che si e r a scatenata. N o n soltanto l'Italia, ma tutta E u r o p a e r a in subbuglio p e r Garibaldi. A Parigi, a L o n d r a , a Lipsia, a Stoccolma era un rincorrersi di dimostrazioni e di manifesti in suo favore. Rattazzi fece dire a N a p o l e o n e che il g o v e r n o p i e m o n t e s e aveva t e n u t o parola d i m o s t r a n d o la sua volontà di o r d i n e , ma che l'impresa dei volontari era «l'espressione di un bisogno p i ù che mai imperioso: la Nazione intera reclama la sua capitale». Sperava di o t t e n e r e d a l l ' I m p e r a t o r e qualcosa che gli p e r m e t t e s s e di placare l'opinione pubblica e di affrontare la battaglia p a r l a m e n t a r e che si a n n u n z i a v a r o v e n t e . Ma la replica d e l l ' I m p e r a t o r e fu negativa, e perfino sgarbata. Alla fine di n o v e m b r e si a p r ì il dibattito alla C a m e r a . Rattazzi fu v i o l e n t e m e n t e attaccato n o n solo dalla Sinistra, ma anche dalla Destra. Si difese con molta abilità, ma senza riuscire a dissipare l'impressione ch'egli si fosse cacciato in un giuoco più grosso di lui e ne fosse stato travolto. Sebbene alla ricostruzione dei fatti m a n c h i n o ancora parecchi elementi, a n d a t i d i s t r u t t i o seppelliti negli archivi di Casa Savoia che U m b e r t o II ha trasferito a Cascais, questa i m p r e s s i o n e r i m a n e . C h e in quella disgraziata i m p r e s a egli avesse qualc h e r e s p o n s a b i l i t à , n o n c'è d u b b i o . Resta solo da stabilire q u a n t e ne aveva, e se le aveva assunte p e r eccessiva fiducia nelle p r o p r i e risorse di t r e s c a t o r e o p e r c o m p i a c e r e al Re, che c e r t a m e n t e d e g l ' i n c o r a g g i a m e n t i a Garibaldi ne aveva 51
dati, p r o n t o ad a p p r o p r i a r s i i suoi successi o ad a b b a n d o n a r l o in caso di fallimento. Era stato il giuoco di Cavour. Ma né Vittorio E m a n u e l e né Rattazzi e r a n o Cavour. B e n e o m a l e , il P r i m o Ministro riuscì a scagionarsi. Ma c o m p r e n d e n d o che da quell'avventura il g o v e r n o usciva più discreditato e il Paese più diviso che mai, n o n si sentì di affrontare il voto di fiducia e preferì r a s s e g n a r e le dimissioni. Basato sugli equivoci c o m e il p r i m o , a n c h e il s u o s e c o n d o ministero n o n e r a d u r a t o che pochi mesi. M a d a quella t e m p e s t a , a n c h e l ' o p p o s i z i o n e uscì sconquassata. Faticosamente ricucita con l'Emancipatrice, l'unità della Sinistra si e r a di n u o v o rotta. Mazzini se ne a n d ò con le sue società o p e r a i e ; m e n t r e un altro filone, sostituendo al suo verbo quello di Pisacane, infilò la strada del socialismo. E la saldatura fra queste d u e forze si farà, d o p o d e c e n n i di travaglio, grazie a tutt'altro mastice ideologico.
CAPITOLO Q U I N T O
F I R E N Z E CAPITALE
A f o r m a r e il n u o v o g o v e r n o il Re c h i a m ò Farini, e n o n fu u n a scelta felice. Braccio d e s t r o di Cavour, i n g e g n o brillante e g r a n g a l a n t u o m o , Farini n o n aveva molto senso politico, e p e r di più e r a o r m a i ridotto da u n a incurabile malattia m e n t a l e all'ombra di se stesso. Ma fu scelto p e r c h é e r a u n o dei pochissimi n o n piemontesi che, p e r essere tanto t e m p o vissuto in mezzo a loro, godeva la fiducia dei piemontesi, e q u i n d i poteva conciliare l'esigenze, s e m p r e più contrastanti, degli u n i e degli altri. La sua p r e s e n z a doveva servire solo a gettare acqua sul fuoco di questi conflitti regionali, che già dividevano sia la Destra che la Sinistra, m e n t r e il p o t e r e effettivo sarebbe rimasto nelle m a n i del bolognese Minghetti, Ministro delle Finanze, e del fiorentino Peruzzi, Ministro dell'Interno. Ma n o n d u r ò che pochi mesi. Un giorno, a u n a r i u n i o n e di Gabinetto, Farini mise un coltello alla gola del Re minacciando di tagliargliela se n o n dichiarava seduta stante g u e r r a alla Russia, e bisognò i n t e r n a r l o in u n a clinica dove morì poco d o p o . Minghetti p r e s e il suo posto e a p p r o fittò delle u n i c h e dimissioni, quelle del Ministro degli Esteri Pasolini, p e r affidarne il portafoglio a Visconti-Venosta. La scelta fece s e n s a z i o n e p e r c h é Visconti-Venosta n o n aveva che t r e n t a q u a t t r o anni. Ma si rivelò indovinatissima. Fra i tanti p r o b l e m i c h e il n u o v o G a b i n e t t o d o v e v a affrontare, d u e p r i m e g g i a v a n o p e r la loro gravità e u r g e n z a : quello del b r i g a n t a g g i o m e r i d i o n a l e , di cui d i r e m o più tardi; e quello di Roma, reso vieppiù d r a m m a t i c o dal fattaccio di A s p r o m o n t e che divideva la pubblica o p i n i o n e e ne inaspriva i contrasti. 53
Per t u t t o il ' 6 3 , M i n g h e t t i e Visconti-Venosta c e r c a r o n o invano, attraverso l'Ambasciatore a Parigi, Nigra, di avviare trattative con N a p o l e o n e p e r i n d u r l o a ritirare d a l l ' U r b e il presidio francese. N o n riuscendovi, p e n s a r o n o di fomentare u n ' i n s u r r e z i o n e dall'interno della città. E la stavano p r e p a r a n d o sotto b a n c o , q u a n d o l ' i m p e r a t o r e c a m b i ò , c o m e spesso gli succedeva, i m p r o v v i s a m e n t e idea. Nell'aprile del ' 6 4 , di r i t o r n o dalla Russia d o v ' e r a A m b a s c i a t o r e , a n d ò a t r o v a r l o G i o a c c h i n o Pepoli c h ' e r a a n c h e suo c u g i n o , i n q u a n t o figlio d i u n a f i g l i a d i C a r o l i n a B o n a p a r t e M u r a t (questi legami di famiglia p e r N a p o l e o n e contavano). E p i ù t a r d i costui r a c c o n t ò che, messo il discorso sulla q u e s t i o n e r o m a n a , gli e r a b a l e n a t a in testa q u e s t a i d e a : la F r a n c i a avrebbe ritirato il suo presidio, l'Italia si sarebbe i m p e g n a t a a rispettare lo Stato Pontificio, e p e r d i m o s t r a r e la serietà di q u e s t o i m p e g n o a v r e b b e trasferito la capitale da T o r i n o a un'altra città. L ' I m p e r a t o r e - dice Pepoli - si era subito molto interessato al p r o g e t t o , e così le trattative avevano p r e s o avvìo. In realtà le cose stavano altrimenti. N a p o l e o n e si trovava in u n a situazione diffìcile. Per l'atteggiamento di a p e r t a simpatia assunto nei confronti dei rivoluzionari polacchi, aveva p e r s o l'amicizia della Russia. L'Austria si mostrava diffidente. Il costoso tentativo d'istaurare in Messico u n a m o n a r c h i a satellite e r a c l a m o r o s a m e n t e fallito, e all'interno del Paese il m a l c o n t e n t o cresceva. In queste condizioni, egli n o n voleva a l i m e n t a r e a n c h e i r a n c o r i dell'Italia, e p e r c i ò e r a p r o n t o a d a c c e t t a r e q u a l u n q u e soluzione della q u e s t i o n e r o m a n a che gli p e r m e t t e s s e di salvare la faccia di fronte al P a p a e ai cattolici francesi. Q u a n t o alla p r o p o s t a di cui Pepoli si attribuiva la p a t e r nità, molte cose lasciano c r e d e r e che gli fosse stata suggerita da Visconti-Venosta, e c o m u n q u e Nigra si affrettò a p r e s e n tarla c o m e «di fonte m o l t o autorevole». N o n m e n t i v a p e r c h é effettivamente l'idea di t r a s f e i i r e la capitale e r a n o in molti a sostenerla p e r «spiemontesizzare» l'Italia. La caldeg54
giava perfino un p i e m o n t e s e fra i più illustri, Massimo D'Azeglio, c h e la capitale la voleva a Firenze p e r i m p e d i r l e di andare a Roma. Il negoziato di Parigi a n d ò avanti s p e d i t a m e n t e . L'unica difficoltà furono i «tempi» dell'operazione. N a p o l e o n e voleva scinderla in d u e atti i n d i p e n d e n t i . Prima, l'Italia avrebbe trasferito la capitale. Poi, la Francia a v r e b b e r i c h i a m a t o da R o m a il suo p r e s i d i o . M i n g h e t t i invece c h i e d e v a c h e i d u e i m p e g n i fossero f i r m a t i c o n t e m p o r a n e a m e n t e : u n p o ' p e r i m p e d i r e c h e l ' I m p e r a t o r e ricominciasse, c o m e al solito, a tergiversare; un p o ' p e r c h é solo il ritiro del presidio poteva fare ingoiare al Re e ai suoi torinesi il r o s p o del trasferimento. E alla fine la sua tesi prevalse. La C o n v e n z i o n e , che fu d e t t a «di S e t t e m b r e » dal m e s e in cui v e n n e c o n c o r d a t a , si c o m p o n e v a di c i n q u e articoli e stabiliva: che l'Italia r i n u n ziava a ogni atto di ostilità c o n t r o il territorio pontificio; che la Francia ne avrebbe ritirato le sue t r u p p e via via che il gov e r n o del Papa le avesse rimpiazzate con volontari indigeni e stranieri, e c o m u n q u e e n t r o d u e a n n i ; e che questo d o p pio i m p e g n o sarebbe e n t r a t o in vigore dal m o m e n t o in cui il g o v e r n o italiano avesse decretato il trasferimento della capitale da o p e r a r s i nello spazio di sei mesi. O r a bisognava i n f o r m a r n e il Re che di quest'ultima clausola e r a stato t e n u t o all'oscuro. Per g u a d a g n a r s i l'assenso suo e la rassegnazione dei piemontesi, Minghetti cercò l'app o g g i o d i L a M a r m o r a offrendogli u n M i n i s t e r o , m a n o n o t t e n n e che u n rifiuto. N o n restava d u n q u e c h e affrontare Vittorio E m a n u e l e , i l q u a l e a n d ò sulle furie, m a m e n o d i q u a n t o Minghetti avesse t e m u t o . Egli m a n d ò a Parigi il generale M e n a b r e a p e r convincere N a p o l e o n e a lasciare la capitale dov'era. Ma q u a n d o si rese conto che il trasferimento e r a la c o n d i z i o n e dello s g o m b e r o delle t r u p p e francesi, allargò le braccia e convocò u n a Commissione di militari p e r d e c i d e r e q u a l e fosse, dal p u n t o di vista strategico, la città più qualificata all'alto o n o r e . E tutti c o n c o r d a r o n o su Firenze, la più centrale e la meglio p r o t e t t a dai suoi A p p e n n i n i . 55
A p p e n a la notizia t r a p e l ò , i t o r i n e s i scesero p e r s t r a d a . Essi e r a n o convinti che l'Italia n o n fosse c h e un i n g r a n d i m e n t o del P i e m o n t e , cui spettava il c o m p i t o di governarla, cioè di «piemontesizzarla». I t u m u l t i f u r o n o violenti e si conclusero con u n a t r e n t i n a di m o r t i e un centinaio di feriti. II Re, che n o n aveva mai avuto in simpatia Minghetti, ne approfittò p e r intimargli le dimissioni e sostituirlo con La M a r m o r a alla testa di un Ministero z e p p o di p i e m o n t e s i e p r i v o di toscani, che la s t a m p a n o n aveva esitato a d e n u n ziare come i veri autori del «complotto». E tale era il risentim e n t o c o n t r o di loro che il p o v e r o Peruzzi q u a n d o usciva p e r le strade di Torino, doveva indossare u n a maglia di ferro antipugnale. Q u e s t a r e a z i o n e e r a del t u t t o ingiustificata. Peruzzi p i ù volte aveva detto c h ' e r a impossibile g o v e r n a r e l'Italia da Tor i n o . Ma, a n c h e se era fra i pochi che avevano s a p u t o delle trattative di Parigi e le aveva a p p r o v a t e , n o n aveva fatto nulla p e r c h é la scelta cadesse su Firenze, a n c h e p e r c h é sapeva c h e Firenze n o n gradiva affatto quel r e g a l o . «Una tazza di veleno» l'aveva definito Ricasoli. La prospettiva dell'alluvione che stava p e r abbattersi sulla città riempiva di gioia solo i p r o p r i e t a r i di case e di aree fabbricabili, che videro di colpo salirne i prezzi alle stelle. Ma i ceti piccoli e m e d i e r a n o sgomenti, e n o n soltanto p e r ragioni economiche. Visceralmente attaccata alla sua «Tòscanina» g r a n d u c a l e , Firenze era refrattaria ad ambizioni di megalopoli. «Temo forte che me la sciupino» scriveva allarmato Galeotti, e p u r t r o p p o fu b u o n profeta. Gli s v e n t r a m e n t i che furono operati p e r alloggiare i Ministeri e i n u o v i quartieri che sorsero alla periferia p e r ospitare i venticinque o trentamila impiegati che calarono da Torino, lasciarono la città o r r e n d a m e n t e sfregiata e carica di debiti. Ma il trasferimento ebbe a n c h e un'altra, e più sostanziale, c o n s e g u e n z a : la s p a c c a t u r a dello s c h i e r a m e n t o politico. C o m e a b b i a m o d e t t o , nel c o m p o s i t o r a g g r u p p a m e n t o che f o r m a v a «la Destra», si e r a già d e l i n e a t o un f r o n t e tosco-
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emiliano, cui spesso facevano capo a n c h e i l o m b a r d i e qualc h e m e r i d i o n a l e , b e n deciso a i n f r e n a r e lo s t r a p o t e r e dei piemontesi. Costoro lo c h i a m a r o n o spregiativamente «Consorteria» e gli o p p o s e r o u n a «Associazione Liberale P e r m a nente», tutta p i e m o n t e s e , a n c h e se n o n tutti i piemontesi vi p a r t e c i p a r o n o . Attribuito a un intrigo dei Consorti, il trasfer i m e n t o acuì il contrasto r e n d e n d o l o più forte della p a r e n tela ideologica. O g n u n o dei d u e g r u p p i , p e r c o m b a t t e r e l'altro, si r e s e disponibile a intese sotto b a n c o c o n la Sinistra. Q u e s t a dal canto suo aveva subito lo stesso processo di dilacerazione d o p o la crisi di A s p r o m o n t e , q u a n d o l'ala gar i b a l d i n a divorziò da quella m a z z i n i a n a . E q u e s t o d i e d e avvìo a un rimescolamento di carte in cui i connotati ideologici si p e r s e r o . Lo si vide nella c a m p a g n a elettorale che il g o v e r n o b a n d ì subito d o p o il s u o trasloco. Gli u o m i n i della P e r m a n e n t e c e r c a r o n o a c c o r d i c o n quelli della Sinistra g a r i b a l d i n a e p e r c i ò a s s u n s e r o degli a t t e g g i a m e n t i t a l m e n t e sfumati e d equivoci che l'elettorato ne fu disorientato. Su mezzo milione d'iscritti al voto, n o n ne a n d ò alle u r n e che la metà, m e no della volta p r e c e d e n t e . La m a g g i o r a n z a rimase ai m o d e rati, ma falcidiata di quasi un terzo. Le spese del calo lo fecero s o p r a t t u t t o i Consorti tosco-emiliani. Solo a fatica, e al s e c o n d o scrutinio, i d u e più prestigiosi capi del m o d e r a t i smo fiorentino, Ricasoli e Peruzzi, m a n t e n n e r o i loro seggi. E questo confermava q u a n t o poco Firenze avesse gradito la p r o m o z i o n e al r a n g o di capitale. Un'altra c o n s e g u e n z a del trasferimento fu la spinta u n i ficatrice. Fin allora la c o s t r u z i o n e dello Stato u n i t a r i o e r a p r o c e d u t a con u n a certa cautela. Si era unificato il sistema d o g a n a l e , a b o l e n d o le b a r r i e r e fra Stato e Stato, ed estend e n d o a tutta l'Italia, p e r le merci d ' i m p o r t a z i o n e , la tariffa piemontese. Si era unificato il sistema m o n e t a r i o a d o t t a n d o quello p i e m o n t e s e , basato in prevalenza sulla m o n e t a a u r e a invece che su quella d ' a r g e n t o c o m e avveniva nelle altre regioni (la circolazione cartacea raggiungeva a p p e n a il 15 p e r 57
c e n t o , t a n t o scarsa e r a la fiducia nel biglietto di b a n c a ) . Si e r a unificato il debito pubblico, iscrivendo nel G r a n Libro tutti quelli lasciati in e r e d i t à dai sette Stati p r e - u n i t a r i . Si e r a unificato u n a p a r t e d e l sistema a m m i n i s t r a t i v o e s t e n d e n d o a tutta l'Italia le leggi piemontesi sui poteri degli Enti locali, che p e r il m o m e n t o si r i d u c e v a n o a b e n poca cosa. Per acquistare un p o ' d ' a u t o n o m i a C o m u n i e Province d o v r a n n o aspettare le riforme di Crispi. Ma restava da fare l'unificazione legislativa. I Ministeri c h e a v e v a n o t e n t a t o di e s t e n d e r e a tutta l'Italia un codice unico, sia in materia p e nale che in m a t e r i a civile e di p r o c e d u r a , e r a n o caduti p r i ma di p o t e r c o n d u r r e in p o r t o l'impresa. A fare opposizione e r a n o s o p r a t t u t t o i toscani, i quali effettivamente g o d e vano di u n a legislazione più liberale e avanzata, e n o n volevano rinunziarci. Ma era a p p u n t o questo che o r a i m p o n e v a di s e r r a r e i ritmi: la città c h e ospitava la capitale n o n p o t e v a s e g u i t a r e a g o d e r e d i o r d i n a m e n t i p a r t i c o l a r i senza c o n t r a d d i r e alla sua funzione di guida. Prima ancora che il trasloco avvenisse, la C a m e r a a p p r o v ò un o r d i n e del g i o r n o che i m p e g n a v a il g o v e r n o a p r o v v e d e r e con u r g e n z a «alla più p r o n t a unificazione amministrativa e legislativa del Regno». Il g o v e r n o e r a allora quello di La M a r m o r a , che tuttavia rimase in carica d o p o le elezioni del '65 forse a n c h e p e r ass i c u r a r e l a c o n t i n u i t à d e l l ' o p e r a i n t r a p r e s a . Per r e n d e r l a p i ù spedita, esso chiese e o t t e n n e u n ' a m p i a d e l e g a c h e gli p e r m i s e d i v a r a r e u n e n o r m e blocco d i p r o v v e d i m e n t i , o g n u n o dei quali, se si fosse d o v u t o seguire la prassi, avrebbe richiesto a n n i di discussioni. La p r o c e d u r a n o n e r a molto intonata alla Costituzione, ma la C a m e r a riconobbe ch'era imposta dall'urgenza dei p r o b l e m i . La fretta di risolverli indusse il legislatore a esaltare il carattere centralistico dello Stato italiano che consentiva d ' i m p o r r e regolamenti uniformi, e q u i n d i di p i ù semplice confezione, a un Paese estrem a m e n t e differenziato. E questo fece sì che la legge entrasse in molti casi in contrasto col c o s t u m e e lo sopraffacesse. 58
Molte delle m a l f o r m a z i o n i e disfunzioni e c o n t r a d d i z i o n i che t u t t o r a affliggono lo Stato italiano sono a p p u n t o il frutto di questo vizio d'origine. Ma n o n c'è d u b b i o c h e fu il lavoro di questi a n n i a d a r e , bello o b r u t t o , un volto all'Italia e a farne u n a Nazione. A battersi c o n t r o di essa in n o m e delle vecchie b a n d i e r e p r e - u n i t a r i e restavano solo i briganti.
CAPITOLO SESTO
I BRIGANTI
Il 7 a p r i l e d e l ' 6 1 , un piccolo esercito di fuorilegge si e r a a d u n a t o nel bosco di Lagopesole in Lucania, e aveva acclam a t o a suo generalissimo C a r m i n e Crocco Donatelli, alzando la b a n d i e r a dei B o r b o n e e a d o t t a n d o n e la coccarda rossa. Nel R e g n o delle D u e Sicilie e negli Stati pontifici, il fenom e n o del b r i g a n t a g g i o n o n e r a n u o v o , e r a anzi e n d e m i c o . Lo provocavano la miseria, la m a n c a n z a di comunicazioni e la stessa s t r u t t u r a dei regimi polizieschi. Ma e r a un b r i g a n taggio spicciolo, affidato all'iniziativa p r i v a t a di p a s t o r i e contadini che, scontenti del loro stato, preferivano darsi alla macchia e al saccheggio. Molte cose contribuivano a fornire reclute alle loro b a n d e : i soprusi dei signorotti, le a n g h e r i e del fisco, i dinieghi di giustizia, e la coscrizione obbligatoria, fucina di d i s e r t o r i . N o n e r a n o c h e feroci m o z z a t e s t e e taglieggiatori spietati. E p p u r e , la connivenza delle popolazion i n o n gliela p r o c u r a v a soltanto l a p a u r a che i n c u t e v a n o , ma a n c h e la simpatia. Lo dimostra la trasfigurazione del brig a n t e , s e c o n d o il m i t o p o p o l a r e , nel p a l a d i n o del p o v e r o , cavalleresco e generoso r i p a r a t o r e dei torti. Il «cafone» era carico di repressi rancori, specie da q u a n do le g r a n d i speranze suscitate dalla liquidazione del feudalesimo e r a n o a n d a t e deluse. Lo Stato aveva liberato il contad i n o da certe medievali soggezioni, ma n o n gli aveva d a t o di che n u t r i r e questa conquista. N e m m e n o la distribuzione delle t e r r e ecclesiastiche e demaniali si e r a risolta a suo vantaggio. Ad a p p r o f i t t a r n e e r a n o stati solo q u e i «notabili» di estrazione b o r g h e s e , i cosiddetti «galantuomini» che, d e t e n e n d o d o v u n q u e il p o t e r e , lo u s a r o n o con u n a spregiudica60
tezza e rapacità da far r i m p i a n g e r e i vecchi b a r o n i , coi quali del resto fecero subito lega nella difesa dei p a t r i m o n i e dei privilegi. Q u e s t a situazione faceva sì che il c o n t a d i n o fosse m e n o ostile al Re e al suo g o v e r n o da cui q u a l c h e aiuto, sia p u r e senza efficacia, gli era v e n u t o , che a questa n u o v a classe pad r o n a l e , di cui subiva d i r e t t a m e n t e le a n g h e r i e . E lo si e r a visto nel '98 q u a n d o , sotto l'incalzare delle baionette francesi, i B o r b o n e fuggirono a Palermo e a Napoli si formò la Repubblica giacobina, di cui quella classe fu, o avrebbe d o v u t o essere il p u n t e l l o . Sbarcato in Calabria, il c a r d i n a l e Ruffo n o n e b b e n e s s u n a difficoltà a raccogliere sotto la sua b a n d i e r a legittimista le masse c o n t a d i n e di cui i b r i g a n t i r a p p r e s e n t a v a n o la p u n t a avanzata. Ad a n i m a r e la loro crociata «sanfedista» n o n era tanto la fedeltà al Re e la devozione alla Chiesa, c h e il C a r d i n a l e p r e d i c a v a e i n c a r n a v a , q u a n t o l'odio p e r gli «anticristi liberali» che avevano s o p p i a n t a t o il vecchio r e g i m e e di cui fecero indiscriminati massacri. Q u e s t a fu la p r i m a strumentalizzazione politica del brigantaggio. E da essa rimase condizionato tutto il movimento risorgimentale del Sud. La C a r b o n e r i a n o n d i s d e g n ò gli accordi coi b r i g a n t i , e q u a l c h e volta riuscì a p r o c u r a r s e n e l ' a p p o g g i o . Ma l ' e l e m e n t o m o d e r a t o ne p a v e n t a v a la violenza eversiva, e a p p u n t o p e r q u e s t o e r a m o d e r a t o . I «galantuomini» volevano l'Italia, ma la volevano nell'ordine e a p a t t o che rispettasse le loro p r e r o g a t i v e . Al f o n d o del loro p a t r i o t t i s m o c'era a n c h e l'aspirazione a u n o Stato p i ù efficiente di quello b o r b o n i c o , che con polso più fermo li p r o teggesse da quegli scoppi di collera delle plebi affamate, di cui il b r i g a n t a g g i o n o n e r a c h e u n a rozza e b r u t a l e espressione. Ad allearsi con queste plebi e a sollecitarne la partecip a z i o n e al m o t o nazionale, n o n p e n s a r o n o mai: e questa è l'accusa - fondatissima - che tanti a n n i d o p o fu loro mossa da Gramsci. Perciò l'appello all'indipendenza n o n trovò mai n e s s u n a eco n e l p r o l e t a r i a t o a g r a r i o c h e r a p p r e s e n t a v a la s t r a g r a n d e m a g g i o r a n z a della popolazione. E perciò, c o m e 61
abbiamo già d e t t o , i «galantuomini» a b i u r a r o n o b e n p r e s t o alla vocazione a u t o n o m i s t a e si c o n v e r t i r o n o in massa all'unitarismo: n o n volevano trovarsi a t u p p e r t ù con c a m p a g n e in rivolta, pattugliate dai briganti. Molti di costoro, q u a n d o Garibaldi arrivò, accorsero sott o l a sua b a n d i e r a : u n p o ' p e r c h é , d a quel c h e n e a v e v a n o sentito dire, lo consideravano pressappoco u n o dei loro; un p o ' p e r c h é s p e r a v a n o di o t t e n e r e da lui il c o n d o n o dei loro delitti, e m a g a r i a n c h e l'assunzione in servizio regolare. Fra i più solleciti ci fu C a r m i n e Crocco, un ex-pastore di Rionero in Vulture che, c o n d a n n a t o p e r diserzione a v e n t ' a n n i di c a r c e r e , ne e r a evaso, si e r a d a t o alla m a c c h i a , e in p o c o t e m p o e r a d i v e n t a t o il p i ù t e m u t o e r i s p e t t a t o c a p o b a n d a della L u c a n i a n o n s o l t a n t o p e r i l s u o c o r a g g i o , m a a n c h e p e r la sua intelligenza di guerrigliero. All'origine della sua rivolta c'era un patetico episodio che b e n illustra la condizione delle plebi meridionali. Un giorno, q u a n d o era bambino, il cane d'un signore era entrato nella sua c a t a p e c c h i a e aveva a m m a z z a t o un coniglio. Un suo fratello, p e r strapparglielo di bocca, gli assestò u n a bastonata che lo stese m o r t o . Il signore se la riprese con la mad r e , e con tale violenza la m a l m e n ò da farla a b o r t i r e e lasciarla p e r s e m p r e inferma. D o p o poco il s i g n o r e fu ferito da un'archibugiata. Il tribunale ne r i t e n n e colpevole il marito della d o n n a , e lo c o n d a n n ò ai lavori forzati. Solo d o p o d u e a n n i e mezzo, un vecchietto del luogo che tutti r i t e n e vano i n n o c u o e pio, rivelò in p u n t o di m o r t e di essere stato lui l ' a u t o r e del t e n t a t o omicidio. C a r m i n e riebbe il p a d r e , ma n o n p i ù la m a d r e , d i v e n t a t a pazza, e da allora n e l suo a n i m o n o n ci fu posto p e r altro anelito che quello della vendetta. Disertò p e r n o n servire lo Stato che nella sua m e n t e di analfabeta si c o n f o n d e v a col signore. D o p o d u e a n n i di vita alla macchia p u n t e g g i a t a di r a p i n e e omicidi, si schierò con Garibaldi, partecipò all'insurrezione di Potenza, e si mise al servizio del n u o v o r e g i m e , c o n v i n t o di o t t e n e r n e la grazia e di potervisi i n s e r i r e . I n v e c e della grazia, e b b e le 62
m a n e t t e e u n a n u o v a c o n d a n n a . Ma p e r la s e c o n d a volta riuscì a e v a d e r e grazie all'aiuto di u n a famiglia di «notabili» da cui doveva uscire il p i ù g r a n d e e illuminato studioso del M e r i d i o n e : Giustino F o r t u n a t o . E riprese la sua a v v e n t u r o sa vita alla testa di u n a b a n d a c h e i n g r o s s a v a a vista d'occhio. A p r o c u r a r g l i r e c l u t e e r a la d i s s e n n a t a politica dei p r o consoli p i e m o n t e s i , che a N a p o l i a v e v a n o d a t o il c a m b i o a Garibaldi, e che della situazione locale n o n capivano nulla, a n c h e p e r c h é i «galantuomini» loro alleati n o n avevano ness u n interesse a fargliela capire. Certo n o n si poteva improvvisare u n a riforma a g r a r i a che, a n c o r a n d o i c o n t a d i n i alla t e r r a , li sottraesse alla fame e alla tentazione del b r i g a n t a g gio. Ma si p o t e v a n o a l m e n o t r a t t e n e r e in servizio i soldati dell'esercito borbonico che invece, d o p o la battaglia del Volt u r n o e la r e s a di Gaeta, f u r o n o c o n g e d a t i e gettati sul lastrico. Era u n a massa di quasi 100.000 u o m i n i senza soldo né possibilità d ' i m m e d i a t o r e i n s e r i m e n t o nella vita civile - se così possiamo c h i a m a r l a -, e q u i n d i disponibili a qualsiasi a v v e n t u r a . E r a fatale c h e si a r r u o l a s s e r o nelle b a n d e c h e già esistevano o che ne f o r m a s s e r o di n u o v e . E altrettanto fatale e r a che da R o m a , dove si era rifugiato, re Francesco tentasse di organizzarle p e r riconquistare il suo Reame con l'appoggio del g o v e r n o p a p a l i n o , s e m p r e più ostile al processo unitario. A Napoli, Ponza di San Martino aveva dato il cambio, come L u o g o t e n e n t e Generale, a Farini. Ma né l'uno né l'altro si e r a n o resi c o n t o del p e r i c o l o c h e i n c o m b e v a . E n t r a m b i c o n s i d e r a v a n o il b r i g a n t a g g i o c o m e un f e n o m e n o di delinq u e n z a c o m u n e , reso più acuto dal disordine di quella fase di passaggio fra il vecchio e il n u o v o r e g i m e , e della stessa o p i n i o n e e r a Ricasoli a Torino. Convinti di poterlo combatt e r e con m i s u r e d i polizia, b a n d i r o n o l a coscrizione p e r rinforzare le g u a r n i g i o n i piuttosto a corto di u o m i n i p e r c h é il grosso dell'esercito e r a r i e n t r a t o al N o r d p e r presidiare i confini col Veneto austriaco. Ma fu un fiasco totale: dei 70 e 63
più mila richiamati, se ne presentarono solo 20.000: il che voleva dire 50.000 disertori alla macchia. Le conseguenze si videro subito. Abbandonando i boschi e le montagne, dove sin allora si erano tenute acquattate, le bande investirono paesi e città. Una dopo l'altra, Venosa, Ripacandida e Ginestra caddero sotto i loro colpi, e le guarnigioni vennero massacrate. Ma la cosa più grave era che, alla comparsa dei briganti, il popolino insorgeva spesso facendo piazza pulita di autorità, polizia e «galantuomini» e accoglieva le bande da «liberatrici» con luminarie, feste e Te Deum perché il clero era tutto schierato dalla loro parte. Anzi, a Pontelandolfo, furono proprio i preti che, approfittando di una processione, diedero il segnale della rivolta, e che a Casalduni guidarono la folla al linciaggio di cinquanta bersaglieri. Così si era giunti a quel famoso raduno di Lagopesole, cui le bande si presentarono come a una specie di giuramento di Pontida per coordinare la loro azione, come mai sin allora era avvenuto, ed eleggere il capo. C'erano tutti: Nicola Somma detto Ninco-Nanco, Luigi Alonzi detto Chiavone, Gioseffi detto Caporal Teodoro, Guerra, Caruso, Malacarne, Sacchitiello, e quel Ciucciarello, di cui le donne di Andria, sua patria, seguitano a cantare un «lamento», dove si dice che, dopo morto ammazzato, risorse come Gesù Cristo, cui a quanto pare vagamente somigliava. Erano tutti uomini che si erano guadagnati i galloni di capibanda con prove di coraggio, di astuzia e di ferocia, non accettavano di sottomettersi a nessuno, e per questo non erano mai riusciti a mettersi d'accordo fra loro. A indurveli erano stati gli agenti borbonici, che recavano le promesse del Re, le benedizioni del Papa e gl'incoraggiamenti del comando francese, rappresentato da uno strano e misterioso avventuriero bretone, Langlois, di cui non si è mai riusciti a ricostruire i precedenti e la figura. Fu in questo arengo che Crocco venne riconosciuto Generalissimo non solo per l'autorità che gli conferivano le sue gesta, ma anche perché, sebbene mezzo analfabeta, posse64
d e v a u n ' o r a t o r i a i m m a g i n o s a e apocalittica. «Non si comm u o v e a n c o r a il cielo, n o n f r e m e la t e r r a , n o n s t r a r i p a il m a r e al cospetto delle infamie commesse ogni giorno dall'in i q u o u s u r p a t o r e piemontese?» Tutti g i u r a r o n o nelle m a n i dei cappellani che infoltivano i r a n g h i di quelle squadracce e sulle i m m a g i n i dei Santi e delle M a d o n n e di cui e r a n o imbottiti, p e r c h é questi scannatori, che adibivano i teschi delle loro vittime a boccali, e r a n o devotissimi alla M a d o n n a . Olt r e alle c o c c a r d e , f u r o n o distribuiti g r a d i e u n i f o r m i . Ma C h i a v o n e rifiutò quella d i c o l o n n e l l o m a n d a t a g l i d a r e F r a n c e s c o p e r c h é i b o t t o n i e r a n o di r a m e : li voleva d ' o r o zecchino. Alla g r a n d e assise p a r t e c i p a r o n o a n c h e le d o n n e dei capi: Arcangela C o t u g n o , moglie di C h i r i c h i g n o , d e t t o C o p p o l o n e ; Maria Lucia, c o m p a g n a di Ninco-Nanco; la bellissima Michelina D e C e s a r e , c o m p a g n a d i G u e r r a ; Rosa Giuliani, che in seguito d e n u n z i ò e fece fucilare il suo Chiavone, che l'aveva r i p u d i a t a p e r u n a levatrice di Melfi. Q u a l c h e mese d o p o giunse, con u n a dozzina di suoi compatrioti, u n c a p e r o n z o l o s p a g n o l o , J o s é Borjés, mezzo avv e n t u r i e r o , mezzo cavaliere d e l l ' I d e a l e , che aveva militato sotto la b a n d i e r a di Don Carlos, il c a m p i o n e dell'assolutis m o , e diceva di essere stato investito da re F r a n c e s c o del c o m a n d o s u p r e m o . Ma Crocco si rifiutò di mettersi ai suoi ordini. Non era u o m o da p r e n d e r n e da nessuno, e tanto m e n o da u n o straniero che n o n conosceva il paese, ne p a r lava a m a l a p e n a la l i n g u a e p r e t e n d e v a c o n v e r t i r e q u e l l e b a n d e a un galateo cavalleresco e a u n a strategia da t r u p p e regolari. Deluso dalla brutalità e indisciplina di quegli u o mini, Borjés c e r c ò s c a m p o nello Stato pontificio. Ma a Tagliacozzo fu s o r p r e s o da un r e p a r t o di bersaglieri e i m m e d i a t a m e n t e fucilato coi suoi diciassette c o m p a g n i . Crocco n o n riuscì a t e n e r e u n i t e le b a n d e , ma seguitò a esercitare su di esse u n a specie di alto p a t r o n a t o che gli p e r mise di svolgere azioni da vera e p r o p r i a g u e r r a m a n o v r a t a . A Ruvo d e l M o n t e accettò a d d i r i t t u r a battaglia in c a m p o a p e r t o con u n r e g g i m e n t o d i fanteria e d u e s q u a d r o n i d i 65
cavalleria, ne rintuzzò i tentativi di accerchiamento, e li costrinse a ritirarsi. I briganti festeggiarono la vittoria con un p a n t a g r u e l i c o b a n c h e t t o n e l b o s c o d i M o n t i c c h i o , i n cui v e n n e r o immolati mille polli e d u e c e n t o p e c o r e . Finalmente a Torino si r e s e r o conto della gravità della sit u a z i o n e , e d e c i s e r o di m a n d a r e a N a p o l i c o m e L u o g o t e n e n t e Cialdini, che da b u o n militare n o n vide né poteva ved e r e le cause del brigantaggio; b a d ò soltanto a r e p r i m e r l o , ma in q u e s t o c o m p i t o s p i e g ò la m a s s i m a e n e r g i a , e a n c h e u n a n o t e v o l e intelligenza. R o v e s c i a n d o l'alleanza stabilita dai suoi predecessori col vecchio e infido e l e m e n t o b o r b o n i co, attrasse dalla p a r t e del g o v e r n o quello democratico e gar i b a l d i n o , c h e aveva p e r l o m e n o u n a c e r t a e s p e r i e n z a d i lotta c o n t r o il b r i g a n t a g g i o sanfedista, e col suo aiuto costituì u n a G u a r d i a Mobile c h e , f o r m a t a di g e n t e del posto, si rivelò p a r t i c o l a r m e n t e efficace. Da quel m o m e n t o cominciò u n a terribile g u e r r a rustican a senza esclusione d i colpi n é d a u n a p a r t e n é dall'altra. Alle atrocità dei banditi, le t r u p p e regolari risposero con fucilazioni in massa, distruzioni d'interi paesi e incendi di foreste: g r a n p a r t e della desolazione del S u d coi suoi disalberati calanchi è il frutto della caccia all'uomo che i m p e r v e r s ò in quegli a n n i . Q u a n d o Ricasoli, indignato, cercò d ' i m p o r r e m i s u r e più u m a n e e il rispetto della legalità, Cialdini d i e d e le dimissioni, e Ricasoli dovette rifiutarle. Da quel m o m e n t o il G e n e r a l e trattò il S u d c o m e u n a colonia in rivolta. I n t o r no al confine con lo Stato pontificio, da cui sapeva che venivano a r m i , o r d i n i e d e n a r o , stese u n a vera e p r o p r i a cintura. E trattò il clero, c h ' e r a il vero sobillatore della guerriglia, con p u g n o di ferro, senza r i g u a r d o n e m m e n o p e r i più alti p o r p o r a t i . O l t r e al Cardinale di Napoli, Riario Sforza, furono b e n settanta i Vescovi espulsi, fuggiti, o arrestati p e r collusione coi briganti. Tuttavia, p e r p o r t a r e avanti le o p e r a z i o n i , gli ci vollero 120.000 u o m i n i , p e r molti d e i quali q u e l l a t r e m e n d a r e pressione r a p p r e s e n t ò un'atroce sorpresa e un d r a m m a t i c o 66
caso di coscienza. «Io sono ributtato da questa g u e r r a atroce e bassa - scriveva G a e t a n o Negri, futuro sindaco di Milano -, dove n o n si p r o c e d e che p e r t r a d i m e n t i e p e r intrighi, dove spogliamo il carattere di soldati p e r a s s u m e r e quello di birri, e sospiro all'istante di a b b a n d o n a r e q u e s t ' a t m o s f e r a di delitti e di bassezze.» Gli u o m i n i di Cialdini infatti n o n c o m b a t t e v a n o soltanto con le armi, ma a n c h e con la c o r r u z i o n e e i p a t t e g g i a m e n t i sotto b a n c o p e r dividere le b a n d e e isolarne i capi. Crocco si rivelò guerrigliero di g r a n d i risorse a n c h e nel p a r a r e questi colpi e nel restituirli. U n o d o p o l'altro, egli i n d i v i d u ò tutti gl'informatori dell'esercito che militavano nelle sue fila; ma invece di ucciderli se ne servì p e r fargli d a r e notizie false. L'unico c h e riuscì a b a t t e r l o fu q u e l c o l o n n e l l o Pallavicini che, d o p o essersi m a l a m e n t e g u a d a g n a t o i g r a d i di G e n e r a le con la cattura di Garibaldi ad A s p r o m o n t e , d i m o s t r ò tuttavia di meritarseli n o n solo p e r la decisione ma a n c h e p e r l'abilità con cui c o n d u s s e la caccia all'irriducibile b a n d i t o . Egli n o n esitò ad accordarsi con Caruso, c h ' e r a c a d u t o vivo nelle sue m a n i e che odiava Crocco, lo trasse dal carcere, e ne fece il p r o p r i o c o n s u l e n t e , n o n o s t a n t e le efferatezze di cui si era macchiato. C a r u s o gli rivelò il n o m e degl'informat o r i e m a n u t e n g o l i di C r o c c o , e g l ' i n s e g n ò i rifugi c h e gli servivano di base nei boschi di Monticchio e di Lagopesole. S e g u e n d o questi fili, la caccia all'indomito guerrigliero si fece così serrata e pressante c h e questi nel '64 s b a n d ò i suoi u o m i n i e si rifugiò nello Stato pontificio. Era sicuro di essere accolto c o m e un e r o e da re Francesco che, insieme al grado di Generale, gli aveva m a n d a t o tanti affettuosi messaggi. Lo accolse invece la polizia, c h e lo g e t t ò in p r i g i o n e e nel '70 lo c o n s e g n ò alle a u t o r i t à italiane, che lo c o n d a n n a r o n o all'ergastolo. Q u i Crocco si trasformò da u o m o di s p a d a in u o m o di p e n n a , e scrisse un libro di m e m o r i e , viziato dall'enfasi e dalle reticenze, ma n o n privo di spunti descrittivam e n t e efficaci sulla vita dei b r i g a n t i , e a b b a s t a n z a sincero. R o b u s t o c o m ' e r a e r o t t o a t u t t o , resse b e n e alle privazioni 67
del c a r c e r e , e m o r ì vecchio. Il c a p i t a n o Massa, che lo vide d o p o v e n t ' a n n i di lavori forzati, scrisse: «Ha gli occhi castagni, i capelli l e g g e r m e n t e brizzolati, il naso greco, la bocca, il m e n t o , il viso regolari, la fronte a m p i a , solcata da p o c h e r u g h e . C a l m o , s e r e n o , ilare, u b b i d i e n t e e docile c o n tutti, rispettosissimo v e r s o le g u a r d i e c a r c e r a r i e , r i c o n o s c e n t e verso chi p u ò fargli un p o ' di bene». Il suo libro finiva con q u e s t e p a r o l e : «Io n o n h o m a i p o t u t o c o m p r e n d e r e c o m e sia c o m p o s t o il consorzio sociale. So che il disonesto nessuno lo p u ò vedere, ma la legge n o n lo colpisce, e poi chiama scellerato colui che Io assassina, e n o n si vuole affatto comp r e n d e r e c o m e n o n tutti gli u o m i n i siano d e g n i di vivere». Il suo ritiro dalla lotta aveva segnato la fine di quell'atroce g u e r r a . U n o d o p o l'altro, i c a p i b a n d a c a d d e r o , quasi tutti con l'arma in p u g n o . Ninco-Nanco, catturato vivo, fu ucciso da u n o dei suoi m e n t r e lo trascinavano via, p e r c h é n o n parlasse. N e a n c h e p e r le loro c o m p a g n e ci fu clemenza: fin i r o n o quasi t u t t e fucilate e d esposte n u d e sulla p u b b l i c a piazza. Q u a n t i u o m i n i fosse costata quella g u e r r a , n o n si è mai s a p u t o c o n p r e c i s i o n e . Alla c o m m i s s i o n e d'inchiesta, L a M a r m o r a dichiarò: «Dal mese di m a g g i o del '61 al febbraio del ' 6 3 , a b b i a m o ucciso o fucilato 7.151 briganti», ma c h e tutti lo fossero c'è da d u b i t a r e . Le p e r d i t e dell'esercito n o n sono mai state accertate, ma p a r e che superassero quelle di tutte le c a m p a g n e c o n t r o l'Austria. E r a logico che l'opinione pubblica ne restasse traumatizzata, e il suo stato d ' a n i m o lo riassunse D'Azeglio in u n a lettera a Matteucci: «La q u e s t i o n e del t e n e r e N a p o l i o n o n t e n e r l a mi p a r e c h e d o v r e b b e d i p e n d e r e p i ù d i tutti d a i n a p o l e t a n i , salvo c h e v o g l i a m o , p e r c o m o d o d i circostanze, c a m b i a r e q u e i princìpi che a b b i a m o sin qui proclamati. A Napoli abbiamo cacciato u n S o v r a n o p e r stabilire u n g o v e r n o sul c o n s e n s o universale. Ma ci vogliono, e p a r e che n o n bastino, 60 battaglioni p e r t e n e r e il R e g n o , ed è notorio che, briganti o n o n briganti, n o n tutti ne vogliono sapere. Mi d i r a n n o : e il suf68
fragio universale? Io n o n so n i e n t e di suffragio, ma so che di q u a dal T r o n t o n o n ci vogliono 60 battaglioni, e di là sì. D u n q u e dev'esser corso qualche e r r o r e . D u n q u e , o cambiar principio o cambiar atti, e trovar m o d o di s a p e r e dai n a p o letani u n a b u o n a volta se ci vogliono, sì o no. P e r c h é a chi volesse c h i a m a r tedeschi in Italia, c r e d o c h e gl'italiani che n o n li vogliono h a n n o diritto di fare la g u e r r a . Ma a italiani che, r i m a n e n d o italiani, n o n volessero unirsi a noi, n o n abbiamo diritto di d a r e archibusate». N o n era la p r i m a volta che D'Azeglio p r e n d e v a u n a posizione antiunitaria. Lo aveva già fatto a n c h e pubblicando un opuscolo c o n t r o il trasferimento della capitale a R o m a . Com u n q u e , dava voce a un sentimento assai diffuso, e n o n soltanto in Italia. N o n si sa come, la sua lettera a Matteucci capitò nella r e d a z i o n e di un giornale francese che la pubblicò con molto rilievo p e r c h é p o r t a v a acqua al m u l i n o di N a p o l e o n e , il q u a l e m a n t e n e v a nei c o n f r o n t i d e l l ' u n i t à italiana u n a t t e g g i a m e n t o d i n e t t a sfiducia c o n s i d e r a n d o l a t r o p p o affrettata e senza basi. O r a questa sfiducia, grazie all'insurrezione brigantesca, dilagava in tutta E u r o p a , r e n d e n d o anc o r a p i ù difficile la vita al g o v e r n o di T o r i n o . Sia Ricasoli che Rattazzi dovettero i m p e g n a r s i a fondo p e r sdrammatizzare e s m i n u i r e i resoconti di quella g u e r r i g l i a a p p a r s i sui giornali del C o n t i n e n t e . Ma a n c o r a di p i ù d o v e t t e r o i m p e gnarsi p e r fronteggiare le t e m p e s t e che quelle notizie p r o vocavano in p a r l a m e n t o da p a r t e della Sinistra, la quale nat u r a l m e n t e n o n si c o n t e n t a v a della semplicistica spiegazione che i m o d e r a t i seguitavano a d a r e del b r i g a n t a g g i o , com e d i u n semplice f e n o m e n o d i d e l i n q u e n z a c o m u n e . Fu grazie a questa polemica che v e n n e decisa la n o m i n a di u n a commissione d'inchiesta, che passò alla storia col nome del suo p i ù attivo p a r t e c i p a n t e : Massari. Sebbene a n c h e lui m o d e r a t o , Massari spinse Io scandaglio abbastanza a fond o , d e n u n z i ò coraggiosamente gli e r r o r i c h ' e r a n o stati compiuti, e disse quello che n o n si era fatto, o che si e r a fatto all ' i n c o n t r a r i o , e quello c h e restava da fare. Di t u t t o q u e s t o 69
p e r ò n o n fu d a t a alla C a m e r a che u n a relazione sommaria, e alla s t a m p a soltanto alcuni estratti, d e b i t a m e n t e p u r g a t i delle accuse p i ù gravi. Solo in t e m p i recenti il d o c u m e n t o è stato pubblicato p e r intero. A n c h e Massari tuttavia caldeggiò, c o m e m i s u r a d ' e m e r genza, u n i n a s p r i m e n t o della r e p r e s s i o n e c h e u n d e p u t a t o abruzzese, Pica, tradusse in legge. Q u e s t a proclamava tutto il S u d , salvo p o c h e p r o v i n c e , «in stato di b r i g a n t a g g i o » , e p e r i r e a t i c h e r i e n t r a v a n o sotto q u e s t a voce trasferiva la c o m p e t e n z a d a i t r i b u n a l i o r d i n a r i a quelli militari. Per q u a n t o arbitraria, questa legge si rivelò tuttavia efficace. Alla fine del '65 il b r i g a n t a g g i o e r a effettivamente debellato. P u r t r o p p o n o n ne furono debellate le cause e le conseguenze. Q u a l c h e d e c e n n i o d o p o , Nitti scriveva che p e r il «cafone» n o n c'era a l t e r n a t i v a : «o e m i g r a n t e , o b r i g a n t e » . Ma spesso diventava insieme l'una cosa e l'altra: il gangsterismo italo-americano lo dimostra.
CAPITOLO SETTIMO
G U E R R A ALL'ITALIANA
Nel luglio del ' 6 5 , l'Ambasciatore prussiano a Firenze chiese a La M a r m o r a che a t t e g g i a m e n t o avrebbe t e n u t o l'Italia nel caso di u n a g u e r r a fra il suo Paese e l'Austria. Le d u e Potenze stavano per concludere un'alleanza ai d a n n i della D a n i m a r c a , cui infatti di lì a p o c o tolsero d u e Ducati p e r spartirseli t r a l o r o . Ma ciò c h e le divideva e r a molto p i ù sostanziale di ciò che le aveva m o m e n t a n e a m e n t e u n i t e . Si trattava di stabilire quale delle d u e avrebbe unificato la G e r m a n i a f a c e n d o n e u n a nazione. A n a l o g a m e n t e a quella c h ' e r a l'Italia p r i m a del ' 6 1 , la G e r m a n i a era un coacervo di staterelli, che solo sulla carta e r a n o uniti da un vincolo confederale. L ' I m p e r a t o r e d'Austria, che esercitava su di essi u n a specie di alto p a t r o n a t o , n o n solo n o n aveva fatto nulla p e r rafforzare questo legame, ma anzi aveva fatto e faceva di t u t t o p e r allentarlo in base alla vecchia regola del divide et impera. Ma ciò n o n e r a b a s t a t o a i m p e d i r e c h e la Prussia, s o t t r a e n d o s i al suo vassallaggio, diventasse un Reg n o i n d i p e n d e n t e e , c o n l'affermarsi i n t u t t a E u r o p a del principio di nazionalità, finisse col r a p p r e s e n t a r e , agli occhi dei patrioti tedeschi, ciò che il P i e m o n t e aveva r a p p r e s e n t a to agli occhi dei patrioti italiani: la forza unificatrice. Q u e s t a forza, m o l t o s u p e r i o r e a quella p i e m o n t e s e , e r a stata t e n u t a in freno dagli stessi Re H o h e n z o l l e r n che, p u r c o n s i d e r a n d o la G e r m a n i a , c o m e i Savoia avevano considerato l'Italia, «un carciofo da m a n g i a r e foglia a foglia» a spese dell'Austria, c o n t r o questa esitavano a p r e n d e r e posizione risoluta p e r congenialità di regime. Anch'essi infatti erano assolutisti e q u i n d i restii all'indebolimento di un I m p e r o 71
c h e dell'assolutismo r e s t a v a il g r a n d e c a m p i o n e . Ma o r a avevano trovato un Cancelliere, o P r i m o Ministro, il Princip e d i Bismarck che, c o m e Cavour, n o n condivideva q u e s t e esitazioni e n o n seguiva altri voleri che i suoi. Egli c o m p r e n d e v a c h e o r m a i l a p a r t i t a c o n l'Austria a n d a v a risolta sul c a m p o di battaglia e perciò aveva fatto quel sondaggio. L a M a r m o r a rispose c h e p r i m a d o v e v a i n t e r p e l l a r e l a Francia, e i n t a n t o iniziò segreti negoziati c o n V i e n n a p r o p o n e n d o l e l a pacifica cessione del Veneto p e r u n m i l i a r d o di lire. Fu l ' I m p e r a t o r e che fece fallire la trattativa già b e n e avviata. E n a t u r a l m e n t e la sua i n t r a n s i g e n z a spinse l'Italia nelle braccia della Prussia. Alla fine d e l l ' a n n o fu concluso t r a i d u e Paesi un trattato di commercio, e nel febbraio successivo Bismarck invitò La M a r m o r a a m a n d a r e un G e n e r a le di sua fiducia a Berlino p e r studiare le modalità di un'alleanza militare. La M a r m o r a a d e r ì p e r c h é lo stesso N a p o l e o n e ve lo spinse. S e m p r e a t t r a t t o dalle a v v e n t u r e , l'inquieto I m p e r a t o r e voleva t e n e r e a b a t t e s i m o a n c h e quella, s e b b e n e n o n sia c h i a r o quali v a n t a g g i sperasse di r i c a v a r n e : forse q u a l c h e i n g r a n d i m e n t o territoriale p e r la Francia in Belgio o in Renania, forse il rafforzamento del suo p a t r o n a t o sull'Italia. E c e r t o c o m u n q u e ch'egli n o n s o s p e t t ò d i d a r e , con quella g u e r r a , il «via» alla p r o p r i a rovina. II G e n e r a l e italiano prescelto p e r quella missione, Govon e , arrivò a Berlino d o p o che vi si e r a t e n u t o un consiglio di g u e r r a in cui il Generalissimo von Moltke aveva dichiarato che la condizione p e r b a t t e r e l'Austria e r a che questa fosse costretta a t e n e r e p a r t e delle sue t r u p p e dislocate in Italia. Ma Govone e i suoi consiglieri diplomatici n o n s e p p e r o molto a p p r o f i t t a r n e . Essi r e d a s s e r o un a c c o r d o con cui l'Italia s'impegnava a dichiarare g u e r r a all'Austria a p p e n a la Prussia l'avesse iniziata, p u r c h é questo avvenisse e n t r o tre mesi dalla firma del trattato, m e n t r e la Prussia n o n s'impegnava a fare altrettanto se fosse stata l'Austria ad attaccare l'Italia. Il c o m p e n s o sarebbe stato il Veneto, ma n o n il T r e n t i n o , che 72
Bismarck p r o m i s e solo nel caso che gl'italiani riuscissero a conquistarlo. N e s s u n a c c o r d o fu p r e s o sulla c o n d o t t a delle o p e r a z i o n i , m a q u e s t o a v v e n n e p e r rifiuto n o n d i v o n Moltke, ma di La M a r m o r a che, c o m e poi si vide, aveva in a n i m o di fare u n a g u e r r a all'italiana, cioè a mezzo. Q u a n d o si rese conto del pericolo, l'Austria cercò di stornarlo facendo sua la p r o p o s t a , che poco p r i m a aveva rifiutato, di c e d e r e il Veneto p e r via amichevole. La M a r m o r a si trovò a u n a scelta difficile: o contravvenire all'impegno contratto con la Prussia, o c o m b a t t e r e u n a g u e r r a inutile. Nap o l e o n e , p e r u n o dei suoi soliti rovesciamenti d ' i d e e (o di umori?) si e r a ora riavvicinato all'Austria, con cui si e r a imp e g n a t o a d i s s u a d e r e l'Italia dall'intervento, o p e r lo m e n o da un i n t e r v e n t o efficace. «Sarebbe utile che l'Italia n o n facesse la g u e r r a con t r o p p o vigore» aveva detto all'ambasciatore Nigra. Fu questa ambiguità di fondo a condizionare tutta la cond o t t a italiana. Forse p e r p r e v e n i r e un n o s t r o voltafaccia, il 12 g i u g n o la Prussia r u p p e le r e l a z i o n i d i p l o m a t i c h e c o n l'Austria e q u a t t r o giorni d o p o invadeva gli Stati suoi vassalli. L'Italia t a r d ò q u a t t r o giorni a c o n s e g n a r e la dichiarazione di g u e r r a all'arciduca Alberto d'Asburgo, c o m a n d a n t e delle forze austriache nel Veneto, e n o n iniziò le ostilità che il 2 3 . I l p i a n o d i o p e r a z i o n i e r a stato r e d a t t o a l l ' u l t i m o m o m e n t o , e anch'esso risentiva di tutti gli equivoci fra i quali la situazione si e r a m a t u r a t a . Il c o m a n d o s u p r e m o fu assunto dal Re, ma al suo fianco fu c h i a m a t o c o m e c a p o di Stato Maggiore La M a r m o r a , che passò la m a n o c o m e Presidente del Consiglio a Ricasoli. Ma delle venti Divisioni che formav a n o l'esercito r e g o l a r e , solo dodici e r a n o a sua disposizione p e r c h é le altre otto furono poste agli o r d i n i di Cialdini, che da La M a r m o r a si rifiutava di riceverne. A queste forze a n d a v a a g g i u n t o u n c o r p o d i volontari, n a t u r a l m e n t e raccolto sotto la b a n d i e r a di Garibaldi, c o m e al solito mobilitato p e r l e g a r e a l l ' i m p r e s a le forze di sinistra e nello stesso 73
t e m p o m a n t e n e r l e i n u n r u o l o subalterno. Garibaldi aveva chiesto l'assegnazione di alcuni ufficiali di sua fiducia, n o n ché di alcuni r e p a r t i regolari e di qualche pezzo di artiglieria. Ma le sue d o m a n d e e r a n o state eluse: i suoi 38.000 volontari e r a n o in g r a n p a r t e senza divisa e a r m a t i solo di vecchi archibugi a pietra focaia. «Per controllare ventimila garibaldini, o c c o r r o n o q u a r a n t a m i l a regolari» diceva La Marm o r a . E p e r t e n e r l i l o n t a n i dal p r i n c i p a l e t e a t r o di o p e r a zioni, gli assegnò come obbiettivo il T r e n t i n o . In t u t t o , e r a n o c o m u n q u e 260.000 u o m i n i quelli che si p r e p a r a v a n o ad affrontare i 190.000 austriaci dell'Arciduca Alberto, u n a b u o n a m e t à dei quali immobilizzati nei presidi veneti, d a l m a t i e istriani p e r p r e v e n i r v i sbarchi o i n s u r r e zioni. Il 17 g i u g n o La M a r m o r a , che con le sue dodici divisioni si e r a schierato sul Mincio, s'incontrò a B o l o g n a con Cialdini che con le sue otto si e r a schierato sul Po. Quali acc o r d i p r e s e r o n o n si è mai s a p u t o , ma a g i u d i c a r e dai successivi a v v e n i m e n t i si d i r e b b e che n o n ne p r e s e r o n e s s u n o p e r c h é o g n u n o di essi agì c o m e se spettasse a lui l'azione risolutiva e all'altro quella d ' a p p o g g i o . Il 23 La M a r m o r a prese l'iniziativa e mise d u e Divisioni a g u a r d i a di Peschiera e q u a t t r o a g u a r d i a di Mantova, convinto che il grosso austriaco si trovasse asserragliato in q u e ste d u e cittadelle del Q u a d r i l a t e r o . Fu q u i n d i solo con u n a m e t à dei suoi effettivi che l ' i n d o m a n i si trovò alle p r e s e col nemico, che si e r a invece c o n c e n t r a t o sulle posizioni di Custoza. N o n si è mai p o t u t o ricostruire l ' a n d a m e n t o della battaglia, p e r c h é questa si risolse in u n a serie di scontri fra reparti isolati e privi di collegamento tra loro, il che rese impossibile qualsiasi azione di c o m a n d o . Il Re, che voleva attaccare dalla p a r t e di Villafranca, n o n p o t è farlo p e r c h é n o n aveva t r u p p e e n o n riuscì a mettersi in contatto con La Marm o r a . I pochi u o m i n i di cui disponeva b a s t a r o n o solo a far quadrato attorno al Principe ereditario Umberto, che in quell'emergenza diede prova di freddo coraggio anche se n o n c o m p ì quei p r o d i g i di eroismo che poi gli v e n n e r o ac74
ereditati e gli valsero u n a n o m e a di g u e r r i e r o s p r o p o r z i o nata ai suoi meriti. C o m e p e r d i t e , gli austriaci ne e b b e r o il d o p p i o degl'italiani: 1.200 morti. Ma rimasero sul c a m p o , m e n t r e gl'italiani se ne r i t i r a v a n o r i p a s s a n d o in d i s o r d i n e il Mincio. La M a r m o r a c r e d e t t e di aver p e r s o la battaglia m e n t r e aveva p e r s o soltanto la testa, e ne d i e d e a n n u n c i o con t e l e g r a m m i catastrofici che fecero c r e d e r e a Vienna di averla vinta. Voleva a d d i r i t t u r a ritirarsi fin sull'Adda, e occorse tutta l'energia di C o v o n e p e r i n d u r l o a f e r m a r s i sull'Oglio. Cialdini n o n si e r a mosso, anzi aveva fatto r i p i e g a r e su M o d e n a le sue intatte Divisioni. Invece di passare al contrattacco, i d u e G e n e r a l i i n i z i a r o n o fra l o r o u n a g u e r r a di r a p p o r t i e m e moriali in cui o g n u n o dava all'altro la colpa della sconfitta e s a g e r a n d o n e la portata. L'unico che aveva r i p o r t a t o successi e r a stato Garibaldi. L a sua o r d a m a l e a r m a t a e p o c o a d d e s t r a t a aveva d o v u t o vedersela con la migliore t r u p p a alpina dell'Austria, i Kaiserjaeger del g e n e r a l e K u h n . E p p u r e , c o n aspri attacchi all ' a r m a b i a n c a , e r a riuscita a s t r a p p a r l e a l c u n e i m p o r t a n t i posizioni c o m e M o n t e Suello e il p o n t e sul Caffaro, e stava p e r sboccare sulla strada di T r e n t o , q u a n d o Garibaldi ricevette il t e l e g r a m m a di La M a r m o r a che a n n u n z i a v a la «irreparabile disfatta». Le cose e r a n o a questo p u n t o q u a n d o von Moltke agganciò a Sadowa le forze austriache e le a n n i e n t ò in u n a m e m o rabile battaglia m a n o v r a t a . L'Austria chiese la m e d i a z i o n e di N a p o l e o n e e o r d i n ò a l l ' a r c i d u c a A l b e r t o di ritirarsi v e r s o l'Isonzo p e r p a r a r e la minaccia prussiana. Il Re r i u n ì a F e r r a r a un consiglio di g u e r r a in cui fu deciso di affidare a Cialdini il grosso dell'esercito - quattordici Divisioni - p e r gettarsi all'inseguimento del nemico in cerca di un successo che rialzasse il prestigio della nostra b a n d i e ra, m e n t r e la flotta avrebbe tentato la rivincita sul m a r e . La flotta era c o n c e n t r a t a ad A n c o n a agli o r d i n i dell'ammiraglio Persano, e fino a quel m o m e n t o n o n si e r a mossa, 75
n o n o s t a n t e la sua netta superiorità. Essa disponeva di d o d i ci corazzate c o n t r o le sette austriache, ma era insidiata dallo stesso male dell'Esercito: le rivalità e i contrasti dei c o m a n d a n t i . N a t a nel '60 dall'incorporazione della M a r i n a n a p o letana in quella p i e m o n t e s e , che p r e s s a p p o c o c o m e forze si equivalevano* n o n e r a riuscita a f o n d e r l e , né P e r s a n o e r a u o m o da potervi r i m e d i a r e col suo prestigio e autorità. Più che a reali meriti, la sua c a r r i e r a era d o v u t a alle convenienze politiche. Nel '60, p e r controbilanciare le clamorose imp r e s e di Garibaldi nelle D u e Sicilie, C a v o u r aveva esaltato le o p e r a z i o n i di blocco n a v a l e d i r e t t e ad A n c o n a e G a e t a da Persano che, ambizioso c o m ' e r a , n o n aveva m a n c a t o di a p p r o f i t t a r n e , e si e r a fatto p r o m u o v e r e A m m i r a g l i o d a l gov e r n o Rattazzi, q u a n d o questo e r a già dimissionario. C o m e Ministro della Marina, p r o v e di capacità ne aveva date. Era stato lui a d o t a r e la flotta di m o d e r n e navi in ferro e a istituire l'Accademia Navale di Livorno, rimasta a n c o r a oggi la più seria scuola militare italiana. Ma a creargli antipatie, olt r e alla fama di arrivista intrigante, contribuivano i suoi difetti di c a r a t t e r e . A s p r o coi sottoposti, a r r e n d e v o l e fino al servilismo coi superiori, Persano mascherava sotto un piglio a u t o r i t a r i o u n a f o n d a m e n t a l e i r r e s o l u t e z z a , di cui tutti si e r a n o accorti. Doveva e s s e r s e n e a c c o r t o a n c h e il suo a v v e r s a r i o Tegetthoff che, n o n o s t a n t e la p r o p r i a inferiorità di forze, alla fine di g i u g n o si p r e s e n t ò davanti ad Ancona p e r provocarlo. P e r s a n o n o n si mosse n o n o s t a n t e gl'incitamenti del Min i s t r o della M a r i n a , D e p r e t i s , e la p u b b l i c a o p i n i o n e , già p r o f o n d a m e n t e scossa dalle notizie di Custoza, ne fu indignata. D o p o il consiglio di g u e r r a di Ferrara, Depretis a n d ò di p e r s o n a ad A n c o n a p e r s p i n g e r e l'Ammiraglio a p r e n d e r e l'iniziativa. A m a l i n c u o r e e senza p u n t a convinzione, Persano si risolse finalmente a un attacco c o n t r o l'isolotto di Lissa, a v a m p o s t o austriaco davanti alla costa dalmata. S e m b r a c h e q u e s t a azione avesse p e r scopo di a d e s c a r e Tegetthoff 76
fuori della sua base di Pola p e r d a r g l i b a t t a g l i a in m a r e a p e r t o . Ma u n a volta davanti all'isola Persano dovette cambiare idea p e r c h é cominciò a b o m b a r d a r l a furiosamente d a n d o avvio a n c h e a qualche tentativo di sbarco. Il tentativo fallì e le p o s t a z i o n i a u s t r i a c h e fecero alle n o s t r e navi p i ù d a n n i di q u a n t i ne subissero. Ma il 20 luglio Tegetthoff venne u g u a l m e n t e in loro soccorso. L'Ammiraglio a u s t r i a c o , c h e n o n aveva a n c o r a q u a r a n t a n n i , e r a l'antitesi u m a n a d i P e r s a n o . A s s o l u t a m e n t e d i g i u n o di politica, aveva trascorso tutta la sua vita sul m a r e e tra i m a r i n a i , sui quali esercitava un indiscusso prestigio sebbene fossero quasi tutti italiani del Veneto, d'Istria e della Dalmazia. Fu nel loro dialetto che i m p a r t ì gli o r d i n i dalla sua Ammiraglia. C o m e La M a m o r a a Custoza, Persano si fece s o r p r e n d e re senza p o t e r d i s p o r r e delle s q u a d r e di Albini e di Vacca, coi quali aveva p e r s o contatto o che (non si è mai saputo con precisione) finsero di averlo p e r s o p e r sottrarsi ai suoi ordini: il c h e gli tolse il vantaggio della superiorità n u m e r i c a . In u n ' o r a di c o m b a t t i m e n t o l'Ammiraglia austriaca s p e r o n ò e affondò quella italiana, la Re d'Italia, che Persano aveva p o co p r i m a a b b a n d o n a t o p e r trasferirsi su u n ' a l t r a corazzata, e la Palestro s'inabissò p e r l'esplosione della s a n t a b a r b a r a . N o n e r a n o p e r d i t e decisive. La nostra flotta conservava un b u o n m a r g i n e di superiorità e un'azione di c o m a n d o risoluta ed efficiente a v r e b b e p o t u t o c o n d u r l a alla rivincita. Ma Persano, c o m e La M a r m o r a , si credette sconfitto p e r c h é già lo era p r i m a di cominciare e p e r c h é aveva p e r s o ogni fiducia nei suoi subalterni che in lui n o n ne avevano mai avuta. E si ritirò in pessimo o r d i n e , lasciando Tegetthoff p a d r o n e del c a m p o . Anche stavolta Vienna s e p p e della p r o p r i a vittoria dai comunicati italiani che p a r l a v a n o di disfatta. Nel suo r a p p o r t o , l'Ammiraglio austriaco di vittoria n o n parlò. Solo n e l l ' o r d i n e del g i o r n o agli e q u i p a g g i disse che «uomini di ferro su navi di legno avevano a v u t o r a g i o n e di u o m i n i di legno su navi di ferro». 77
Cialdini, cui e r a stato affidato il c o m p i t o di r i m e d i a r e a t a n t e mortificazioni con q u a l c h e successo sia p u r e soltanto di figura sul nemico in ritirata, n o n c'era riuscito p e r c h é sull'Isonzo aveva d o v u t o fermarsi: i prussiani avevano già concluso c o n gli austriaci u n a t r e g u a c h e m e t t e v a l'Italia alla scelta: o accodarvisi, o c o n t i n u a r e la g u e r r a da sola. Garibaldi era l'unico che seguitava a o n o r a r e la b a n d i e r a . Ferito a u n a coscia e costretto a seguire le operazioni in carrozza, il 21 luglio batté K u h n in un d u r o e difficile scontro a Bezzecca, e già aveva spinto le sue a v a n g u a r d i e fino a dieci chilometri da Trento, q u a n d o fu fermato da un telegramma di La M a r m o r a , lo s p r e g i a t o r e dei volontari, che gl'ingiungeva di ritirarsi. «Ho visto - scrisse la giornalista inglese Jessie White - r o m p e r e spade, spezzare baionette, molti gettarsi a t e r r a e ravvoltarsi nelle zolle a n c o r a i n z u p p a t e del s a n g u e dei fratelli.» Forse, a furia di bazzicare gl'italiani, la W h i t e ne aveva un p o ' contratto il vizio retorico. Ma lo stato d'animo doveva essere p r e s s a p p o c o quello. Dicono che Garibaldi lo condivideva e che p r i m a di r i s p o n d e r e col famoso: «Obbedisco», e b b e la t e n t a z i o n e di d i s o b b e d i r e . Ma n o n aveva scelta. La pace, firmata a Vienna il 3 ottobre, ribadiva la mortif i c a n t e clausola della c o n s e g n a del Veneto, a m p u t a t o del T r e n t i n o , a N a p o l e o n e p e r c h é a sua volta lo cedesse all'Italia: u n ' u m i l i a z i o n e c h e c o n c l u d e v a e c o m p e n d i a v a q u e l l e già subite sul c a m p o di battaglia grazie a u n a condotta politica a m b i g u a e a u n ' a z i o n e di c o m a n d i pavidi e inefficienti. Col solito plebiscito il Veneto d i e d e circa 650.000 sì all'unione con l'Italia e solo 60 no. I n s i e m e a l l ' o m a g g i o dei n u o v i sudditi, Vittorio E m a n u e l e ricevette la c o r o n a ferrea degli antichi Re l o n g o b a r d i , che l ' i m p e r a t o r e Francesco G i u s e p pe aveva fatto p o r t a r e da Milano a Vienna e o r a restituiva. L'Italia si e r a arricchita di u n a ricca e p o p o l o s a provincia, aveva fatto un altro i m p o r t a n t e passo sulla via della completa u n i t à nazionale, e aveva e l i m i n a t o l'ultima minaccia austriaca alla sua i n d i p e n d e n z a : il Q u a d r i l a t e r o . 78
Ma n o n o s t a n t e questi sostanziosi risultati, il Paese usciva dalla p r o v a d e m o r a l i z z a t o e travagliato da u n a p r o f o n d a crisi di sfiducia nella classe d i r i g e n t e e in se stesso. C o m e s e m p r e capita in q u e s t e occasioni, cercò di l i b e r a r s e n e add o s s a n d o tutte le colpe a un c a p r o espiatorio, che fu Persan o , c o m e nel '49 e r a stato R a m o r i n o . C o m e S e n a t o r e , egli n o n poteva essere giudicato che dal Senato costituito in Alta Corte di Giustizia. Q u e s t a respinse l'accusa di codardìa, ma riconobbe l ' i m p u t a t o colpevole di negligenza e imperizia e lo c o n d a n n ò alla d e g r a d a z i o n e . Ma la pubblica o p i n i o n e n o n stette al giuoco, e della sua insoddisfazione e a m a r e z z a si rese i n t e r p r e t e C a t t a n e o in u n a lettera a Musio: «Il Senato non può esigere il r e n d i c o n t o di Lissa senza esigere il r e n d i c o n t o di Custoza... A Lissa n o n si vede c o m e a Custoza il p r o p o s i t o sofistico di vincere senza vincere, n o n si vede l'umile a c c o r d o con lo straniero i m p e rioso, il vile accordo col b u r b e r o nemico, n o n si vede il traffico d e l l ' o n o r e col g u a d a g n o , la g u e r r a finta e p u r sanguinosa che p o n e p e r s e m p r e nel c u o r e del soldato n o n la fiducia della vittoria, ma il ghiaccio d e l sospetto. E p e r q u e s t e arti i n d e g n e che l'Italia aveva p e r d u t o a m e m o r i a nostra l'on o r e delle armi».
CAPITOLO OTTAVO
MENTANA
«Mi d o m a n d o mille volte se sono io che ho fatto la j e t t a t u r a su questa p o v e r a Italia» scriveva Ricasoli a suo fratello subito d o p o Lissa. Q u e s t o g r a n d e italiano e r a così poco italiano da avanzare questo d u b b i o persino p e r iscritto.. D o p o la p r i m a disgraziata e s p e r i e n z a di g o v e r n o , aveva manifestato l'intenzione n o n solo di ritirarsi dalla politica, ma a d d i r i t t u r a di e m i g r a r e in America. Aveva r i n u n z i a t o a quei propositi u n p o ' p e r orgoglio, u n p o ' p e r c h é nella sua vita e r a e n t r a t o u n e l e m e n t o n u o v o . L'inflessibile p u r i t a n o aveva p a g a t o finalmente p e d a g g i o alla più u m a n a di tutte le debolezze, l ' a m o r e ; e c o m e tutti i p u r i t a n i , ne e r a r i m a s t o sconvolto. Fra i tanti inglesi che bazzicavano Firenze, c'era u n a giovane Florence H a m i l t o n cattolica e moglie divorziata dello scrittore M a c k n i g h t . La storia della sua r e l a z i o n e con Ricasoli è d o c u m e n t a t a nelle lettere conservate nell'archivio di Brolio. Florence aveva ambizioni di cantante lirica, e s p e r a v a di essere lanciata nei teatri italiani con l'aiuto di Bettino. N o n essendoci riuscita p e r c h é Bettino n o n poteva sostituirsi alle sue c o r d e vocali, si avvalse di lui p e r assumere u n a p a r t e d ' i s p i r a t r i c e della politica italiana. T o r n ò a L o n d r a p e r pubblicarvi un libro sull'Italia ispirato da lui (facendolo con u n o s t r a t a g e m m a t r a d u r r e dal suo e x - m a r i t o , senza che questi sapesse chi ne e r a l'autore), e scandalizzò l'ambasciatore D'Azeglio - nipote di Massimo - p r e s e n t a n d o g l i c o m e la fidanzata del B a r o n e . T o r n a t a in Italia, si fece affidare da Ricasoli u n a missione segreta presso il Vaticano v a n t a n d o alte relazioni nella Curia, dove n o n o t t e n n e alt r o risultato c h e quello di fornire ai nemici di Ricasoli, che 80
nella C u r i a e r a n o tanti, u n a r g o m e n t o p e r c o m b a t t e r l o anche sul p i a n o della vita privata. Il Papa scrisse al Re di g u a r darsi da certi collaboratori immorali e viziosi. Ma questa lettera, invece d'indignarlo, riempì il Re di tenerezza p e r il suo ex-ministro. O r a c h ' e r a diventato peccatore a n c h e lui, n o n n e p r o v a v a p i ù s o g g e z i o n e : «Caro B a r o n e , v i r i c o r d o i n ogni m o m e n t o e circostanza» gli scriveva. La riconciliazione fra i d u e u o m i n i fu suggellata nel '63 q u a n d o Vittorio E m a n u e l e , capitato a Firenze p e r u n a rivista, a n d ò a Brolio a visitare Ricasoli, che l'accolse da castellano medievale. «Non c'è che d i r e , è un g r a n g a l a n t u o m o » disse il Re a M e n a b r e a . Altra cosa che lo commosse fu il fatto che Ricasoli fu t r a quelli che p i ù si o p p o s e r o al trasferim e n t o della capitale a F i r e n z e , e n o n smise m a i di d e p r e carla. Gli sventramenti e le demolizioni cui si dovette proced e r e f u r o n o p e r Ricasoli u n a t o r t u r a . Fu in questo p e r i o d o che la sorte gl'inferse il colpo p i ù grave p o r t a n d o g l i via l'unica a d o r a t a figlia Bettina. Forse, oltre che p e r senso di r e sponsabilità, fu a n c h e p e r trovare u n o scampo al suo d o l o r e di p a d r e che accettò l'invito del Re a sostituire c o m e Presid e n t e del Consiglio La M a r m o r a , richiamato al c a m p o dalle sue m a n s i o n i d i C a p o d i Stato M a g g i o r e p e r l a c a m p a g n a del '66. Egli visse quella sfortunata g u e r r a c o m e un d r a m m a p e r sonale. Ferito da Custoza, il suo orgoglio d'italiano n o n resse all'annunzio che il Veneto sarebbe stato d a t o all'Italia n o n dall'Austria, m a d a N a p o l e o n e , c o m e u n ' e l e m o s i n a . «C'è qualcosa di più prezioso della Venezia, ed è l'onore dell'Italia, del Re, della Monarchia» telegrafò a Nigra, ambasciatore a Parigi. Siccome N a p o l e o n e minacciava, in caso di rifiuto, di allearsi con l'Austria, rispose alla Pier C a p p o n i : «Convochi p u r e il suo P a r l a m e n t o , noi c o n v o c h e r e m o il nostro». Disse Minghetti: «Ricasoli è s e m p r e al di sopra della sua p o sizione, o al di sotto». P u r t r o p p o , ne e r a s e m p r e al di sopra, che in politica è più pericoloso che starne al di sotto. Fu Ricasoli che incitò Garibaldi, sulla testa dei c o m a n d i 81
militari, a gettarsi sul Trentino, e spedì Depretis ad Ancona per forzare l'irresoluto Persano all'azione. Così la disfatta di Lissa fu un po' anche la sua, e per questo non seppe mai perdonarla all'Ammiraglio. Si prese una parziale rivincita col trionfale successo del plebiscito nel Veneto, cui volle partecipare in incognito, mescolato al popolino della Serenissima. Ma questo non bastò a metterlo al riparo dall'ondata di sfiducia che investiva la Nazione. La collera popolare scoppiò a Palermo, dove un Comitato insurrezionale cercò di comporre i contrastanti motivi che alimentavano la protesta: quello sanfedista dei clericoborbonici, quello autonomista, e quello democratico repubblicano. Ma era impossibile fondere in uno tre gridi così diversi come quelli di: «Viva Francesco II!», «Viva Santa Rosalia!» e «Viva la Repubblica!» Dapprincipio padroni del campo anche perché la guerra aveva risucchiato al Nord le truppe di stanza nell'isola, probabilmente i ribelli avrebbero finito per scannarsi tra loro. Il generale Cadorna, spedito in tutta fretta con cospicui rinforzi, non gliene diede il tempo. La repressione fu spietata, e il biasimo ricadde su Ricasoli, che dovette fronteggiare anche quella tempesta. Ma subito dopo se ne scatenò un'altra, che mise ancora più in risalto la sua sprovvedutezza di manovratore. Alla Camera venne in discussione la liquidazione del patrimonio ecclesiastico. Una legge dell'anno precedente aveva tolto il riconoscimento giuridico a quasi duemila ordini, congregazioni e corporazioni religiose, assegnando i loro beni al demanio di Stato, che avrebbe corrisposto al Fondo per il Culto il 5 per cento della rendita. Ora si trattava di stabilire la destinazione di questo patrimonio. E Ricasoli pensò di prendere il caso a pretesto per ridiscutere con la Chiesa tutto il problema dei suoi rapporti con lo Stato. Poteva essere, diceva, la grande occasione di risolvere la questione di Roma d'accordo col Papa. Il progetto di legge ch'egli fece preparare dal Ministro della Giustizia Borgatti e da quello delle Finanze Scialoja ri82
b a d i v a il p r i n c i p i o c a v o u r i a n o di «Libera Chiesa in libero Stato», ma i m p e g n a v a lo Stato a l a r g h e concessioni economiche p e r invogliare la Chiesa alla definitiva rinunzia al p o tere t e m p o r a l e . Q u e s t a pessima c o m b i n a z i o n e di rigidità e di a r r e n d e v o l e z z a d e n o t a v a l'insensibilità di Ricasoli agli u m o r i del Paese e del P a r l a m e n t o . La Destra clericale ci vide la r i a f f e r m a z i o n e d e l p r i n c i p i o s e p a r a t i s t a , c h e aveva s e m p r e rifiutato. La Sinistra ci vide u n a legittimazione di privilegi, c h e si p o t e v a a c c e t t a r e solo c o m e c o n t r o p a r t i t a della rinunzia, da p a r t e della Chiesa, a R o m a . Convinto di avere p e r sé tutta la pubblica o p i n i o n e , Ricasoli rimase s g o m e n t o nel vederla tutta c o n t r o di sé, n o n solo alla C a m e r a , ma a n c h e sui giornali e nelle piazze. E a questa levata di scudi, reagì nella m a n i e r a più malaccorta: vietando le manifestazioni. Il Re gli v e n n e in aiuto sciogliendo la C a m e r a che gli aveva votato la sfiducia, e i n d i c e n d o n u o v e elezioni. Ma molti ministri n o n vollero r e s t a r e in carica, e tutta la c a m p a g n a elettorale si svolse contro la sua politica. Le elezioni si t e n n e r o ai p r i m i di m a r z o del ' 6 7 , e l'affluenza fu a n c o r a più bassa di quelle p r e c e d e n t i . Di mezzo milione di elettori, n o n se ne p r e s e n t ò ai seggi che la metà, e gli s p o s t a m e n t i di voto f u r o n o m i n i m i . La Sinistra m a n tenne i posti che aveva, e la Destra ne perse qualcuno a vantaggio della frangia clericale. Ricasoli cercò di rafforzare il suo ministero offrendo le Finanze a Sella; ma il Re rispose che Sella era t r o p p o i m p o p o l a r e p e r la sua severità fiscale. In realtà aveva o r m a i deciso di t o r n a r e al suo docile Rattazzi. E a Ricasoli n o n r e s t a r o n o che le dimissioni. A n c h e lui ormai si era accorto di n o n avere la stoffa d e l l ' u o m o politico, e nel giudizio sulla p r o p r i a o p e r a e r a p i ù spietato dei suoi più spietati critici. La considerava un fallimento, e aveva a b b a n d o n a t o ogni speranza di rifarsene. Si ritirò a Brolio p e r iniziare alla gestione dell'azienda il n i p o t e Luigi, figlio della figlia Bettina, cui aveva intestato p a t r i m o n i o e n o m e , e alla C a m e r a n o n si fece vedere che di r a d o . Scomparve nel1"80, d u e a n n i d o p o il Re, cui era r i m a s t o p r o f o n d a m e n t e 83
affezionato. E solo da m o r t o si vide riconosciuto il titolo che gli spettava di «coscienza della Nazione». Rattazzi, c h ' e r a l a sua antitesi u m a n a , c o n d u s s e i n p o r t o con molta abilità la liquidazione del p a t r i m o n i o ecclesiastico su cui Ricasoli era i n c i a m p a t o , p r e s e n t a n d o alla C a m e ra u n a legge già discussa e a p p r o v a t a in sede di C o m m i s sione. Essa e r a m o l t o p i ù d u r a di quella Borgatti-Scialoja. S o p p r i m e v a b e n 2 5 . 0 0 0 e n t i ecclesiastici e a u t o r i z z a v a il g o v e r n o a v e n d e r n e i beni all'asta. Fu la festa degli speculatori che ci fecero affari d ' o r o ; ma fu a n c h e un grosso sollievo p e r il Tesoro, minacciato dal crescente disavanzo p e r c h é c o n s e n t ì un realizzo di 6 0 0 milioni, cifra di t u t t o rispetto in un p e r i o d o in cui le e n t r a t e dello Stato s u p e r a v a no di poco i 500. Q u e s t o d u r o colpo alla Chiesa Rattazzi lo inferse n o n soltanto p e r c h é rispondeva alle sue convinzioni laiche, ma anche p e r c h é egli aveva r i n u n z i a t o a risolvere la questione di Roma p e r via di accordo col Papa, confidando di poterlo fare con un gesto di forza: la forza di Garibaldi. Questi, rinfrancato dai successi del '66, si era p r e s e n t a t o c a n d i d a t o alle elezioni, e tutti i suoi comizi e r a n o stati u n a violenta requisitoria c o n t r o la Chiesa, «negazione di Dio», «vivaio di vipere» e «pestilenziale istituzione». S e b b e n e poi gii elettori disertassero le u r n e , le piazze e r a n o affollate e gli applausi scrosciavano. L'Ambasciatore di N a p o l e o n e fece le sue rimostranze p e r questi aizzamenti contro lo Stato pontificio e il suo p r o t e t t o re, e Rattazzi gli assicurò che si trattava solo d ' i n t e m p e r a n z e verbali. Ma n o n e r a vero, e a n c h e lui Io sapeva benissimo. Attraverso i suoi emissari, Garibaldi aveva organizzato a Roma un « C e n t r o d ' i n s u r r e z i o n e » , il cui p r o g r a m m a e r a già implicito nel n o m e . Per risolvere la questione r o m a n a senza provocare l'intervento francese n o n c'era in realtà altro m o do. La convenzione di settembre i m p e g n a v a l'Italia ad astenersi d a q u a l u n q u e azione c o n t r o R o m a , m a n o n c o n t e m 84
piava il caso di una sollevazione dall'interno. Ed era proprio questo che Garibaldi cercava di provocare. Ma, come tutte le matasse italiane, anche questa fece presto ad arruffarsi. A Roma c'era già un'altra organizzazione irredentista, il «Comitato nazionale» formato da elementi moderati che facevano capo al governo di Firenze e ne prendevano il la. E in più c'era il nucleo dei repubblicani rimasti fedeli a Mazzini. L'unico punto su cui questi tre gruppi concordavano era l'abbattimento dello Stato pontificio. Ma i moderati del Comitato volevano arrivarci con un plebiscito che immediatamente sancisse l'annessione di Roma all'Italia. I garibaldini del Centro miravano a un movimento armato che fornisse a quelli di fuori il pretesto di un intervento. I mazziniani perseguivano un piano più complesso: istituire nell'Urbe liberata un governo provvisorio che trattasse con la Monarchia un «patto nazionale» da estendere poi a tutto il Paese e che trasferisse la effettiva sovranità al popolo, lasciandone al Re soltanto il simbolo. Rattazzi conosceva questa situazione e con la consueta fiducia nelle proprie risorse di doppiogiuochista, cercava di volgerla a favore del governo senza correre rischi. Stavolta, di una sua segreta intesa con Garibaldi manca qualsiasi prova, anzi si può escluderla senz'altro, come si rileva dai carteggi di Crispi che tentò di combinarla e non ci riuscì. Ma in aprile, rispondendo a un'interpellanza di Ferrari alla Camera, dopo aver dichiarato che intendeva rispettare scrupolosamente la convenzione di settembre, aggiunse: «Noi non assumeremo impegni compromettenti». Forse, pronunciata da un altro capo di governo, la frase sarebbe passata inosservata. Ma, venendo dall'uomo di Aspromonte, tutti si misero a cercarvi significati reconditi, e l'interpretazione che alla fine prevalse fu questa: che anche Rattazzi mirava a un'insurrezione dei romani che togliesse a Napoleone ogni pretesto d'intervento e lo mettesse di fronte al fatto compiuto. Sembra però che stavolta agisse di suo, e non su istigazione del Re che di andare a Roma non mo85
strava punta fretta e manteneva col Papa un'ossequiosa corrispondenza. In giugno Garibaldi riportò un successo diplomatico, forse l'unico della sua carriera: riuscì a mettere d'accordo il suo Centro d'insurrezione coi moderati del Comitato nazionale. Coi repubblicani non tentò nemmeno, convinto che Mazzini sabotasse i suoi piani perché geloso di lui. Eppoi, pensava di non averne bisogno. Riunì i suoi fedeli, l'incaricò di reclutare volontari, ne fissò il raduno «alla rinfrescata», cioè ad autunno, e ai primi di settembre andò a Ginevra per partecipare al Congresso Internazionale per la Pace, di cui fu acclamato Presidente. Ne approfittò per tenere un discorso con cui si proponeva di preparare e guadagnare la pubblica opinione europea alla sua impresa. Ma infilò una tal serie di castronerie da lasciar tutti perplessi e costernati. La settimana dopo era già di ritorno a Firenze, dove impartì gli ordini di operazione: il figlio Menotti doveva marciare con la sua colonna su Passo Corese, Acerbi su Viterbo, Nicotera su Frosinone. Disse che non c'era bisogno né di molti uomini né di molte armi perché sarebbero bastati «alcuni spari in aria» per spingere i romani a fare il resto con le barricate. E dal modo in cui agiva e parlava, alla luce del sole, sembrava convinto di avere il governo dalla sua, sebbene poco prima Rattazzi gli avesse mandato Crispi a tentare di dissuaderlo. Ma a Sinalunga, mentre scendeva verso la frontiera pontificia, fu arrestato e ricondotto d'autorità a Caprera, cui la flotta pose il blocco. Garibaldi bombardò di proteste l'Italia e l'Europa e parlò di «tradimento», ma stavolta tutto lascia credere che si fosse tradito da solo. Risulta tuttavia dai fatti che il governo non fece nulla per ostacolare i movimenti dei volontari, già penetrati in territorio pontificio secondo gli ordini del loro Capo. Menotti era a Montelibretti, Acerbi alle porte di Viterbo, Nicotera a Frosinone. Napoleone, che in quel momento aveva subito alcuni 86
smacchi diplomatici e perciò aveva più che mai bisogno dell'appoggio dei cattolici, r u p p e gl'indugi e impartì al corpo di spedizione già concentrato a Tolone l'ordine d'imbarco per Civitavecchia. Per una volta tanto, Rattazzi diede prova di decisione suggerendo al Re di prevenire la mossa dell'Imperatore lanciando su Roma le truppe regolari col pretesto di fermare le bande garibaldine. Ma il Re respinse la sua proposta, e anzi gli ordinò di dare le dimissioni. Quella stessa notte Garibaldi, con la barba tinta di nero, riuscì a eludere il blocco sgusciando fra le navi con una piccola barca a remi, approdò alla Maddalena e di qui, a bordo di una paranza, fece vela per Livorno. La sua evasione fece sulla stampa europea quasi lo stesso scalpore di quella di Napoleone dall'Elba. E Rattazzi, tuttora in carica in attesa della formazione del nuovo Ministero, non fece nulla per fermarlo, anzi agevolò il suo viaggio verso la frontiera. Crispì mise addirittura a sua disposizione un treno speciale, e non ci pare possibile che abbia potuto farlo all'insaputa e contro la volontà del governo. Il mandato di cattura contro il fuggiasco fu firmato solo quando questi era già a Passo Corese, e Vittorio Emanuele confidò all'Ambasciatore britannico Paget che, se ne avesse avuto la forza, sarebbe corso a dare man forte al Generale ribelle anche contro i francesi. A Passo Corese, brutte notizie aspettavano Garibaldi. Gli spari in aria non erano bastati a spingere i romani sulle barricate. Cucchi, penetrato clandestinamente in città con pochi compagni, non aveva trovato aiuto per impadronirsi con un colpo di mano del Campidoglio, e aveva dovuto scampare con la fuga. Guerzoni, che doveva portare un carico d'armi, invece dei congiurati con cui aveva appuntamento, trovò a Porta San Paolo gli zuavi del Papa. Altrettanto era capitato ai fratelli Enrico e Giovanni Cairoli penetrati sino a Ponte Milvio alla testa di una settantina di uomini. Attaccati, si difesero gagliardamente, ed Enrico spirò fra le braccia del 87
fratello, c h e p e r l e ferite r i p o r t a t e l o seguì d u e a n n i d o p o nella t o m b a . C o n lui f u r o n o q u a t t r o i Cairoli c a d u t i nelle c a m p a g n e del Risorgimento. N e r i m a n e v a u n o solo, Benedetto, che in seguito fu Primo Ministro. L'unico colpo a n d a t o a segno fu quello di d u e m u r a t o r i che fecero saltare con u n a m i n a un'ala della caserma Serristori u c c i d e n d o u n a v e n t i n a d i soldati. M a n o n b a s t ò p e r scuotere la popolazione. Lo storico tedesco Gregorovius, testimone degli avvenimenti, scrisse a un amico che la polizia p a p a l i n a n o n fece nulla p e r p r e v e n i r e le barricate: bastò la pioggia. I n v a n o Garibaldi accese di n o t t e i fuochi sulla vetta del M o n t e Sacro che le sue a v a n g u a r d i e avevano già scalato. I r o m a n i li videro b e n e , ma n o n si mossero. Sapevano ch'egli n o n aveva che 7.000 u o m i n i senza cavalli né c a n n o n i , m e n t r e nella r a d a di Civitavecchia g e t t a v a n o le a n c o r e le navi del c o r p o di spedizione francese. A Firenze l'emergenza p o se fine alla crisi di g o v e r n o . Il g e n e r a l e M e n a b r e a costituì un Ministero di e s t r e m a Destra, m e n t r e il Re lanciava alla nazione un p r o c l a m a in cui, v e d e n d o l a o r m a i avviata al fallimento, sconfessava l'azione di Garibaldi. Q u e s t i si e r a r i t i r a t o su M o n t e r o t o n d o p e r r i o r d i n a r e i p r o p r i r e p a r t i già sfoltiti dalle diserzioni. Gli u o m i n i che li c o m p o n e v a n o n o n e r a n o della p a s t a dei Mille: il cattivo t e m p o e il cattivo rancio e r a n o bastati a demoralizzarli. Anche Nicotera se ne a n d ò p e r n o n guastarsi col Re e c o m p r o m e t t e r e la p r o p r i a c a r r i e r a politica. Il 2 n o v e m b r e Garibaldi decise di r a g g i u n g e r e Tivoli p e r potersi rifugiare s u l l ' A p p e n n i n o in caso di ritirata. Sapeva che questa e r a inevitabile, ma sapeva anche che un Garibaldi n o n poteva fuggire. Nei r a n g h i c'era un tale d i s o r d i n e e c o n f u s i o n e c h e l a p a r t e n z a subì u n r i t a r d o d i sette o r e , q u a n t e n e b a s t a r o n o alle t r u p p e p a p a l i n e p e r s o r p r e n d e r e la c o l o n n a in marcia a M e n t a n a . Sopraffatto p e r n u m e r o e a r m a m e n t o , Garibaldi fu a n c o r a Garibaldi nel contrattacco alla baionetta. I papalini ne f u r o n o scompaginati, ma p r o 88
p r i o in quel m o m e n t o g i u n g e v a n o i francesi coi loro n u o v i fucili a tiro r a p i d o Chassepot. Garibaldi lasciò 150 m o r t i sul c a m p o e 1.600 prigionieri nelle m a n i del nemico, e suo gen e r o Canzio dovette trascinarlo via di forza p e r impedirgli di farsi a m m a z z a r e . Ricondusse i superstiti a Passo C o r e s e dove furono presi in consegna dalle forze regolari del generale Ricotti, e in t r e n o p a r t ì p e r Firenze. A Figline lo a r r e s t a r o n o , lo t r a d u s s e r o al Forte di V a r i g n a n o d o v ' e r a stato d o p o A s p r o m o n t e , e di lì lo r i p o r t a r o n o a C a p r e r a . «Gli Chassepot h a n n o fatto meraviglie» aveva telegrafato il facile vincitore di M e n t a n a , De Failly, a Parigi. E quell'ann u n z i o , c h e doveva servire a rialzare il prestigio p i u t t o s t o basso dell'industria bellica francese agli occhi di tutta E u r o pa, fece molto c o m o d o a n c h e a certi storici italiani p e r giustificare quell'ennesima sconfitta. In realtà quei fucili si rivelarono pessimi arnesi, e infatti dovettero essere subito d o p o sostituiti. N o n da essi e r a stato sconfitto Garibaldi, ma dagli equivoci in m e z z o ai quali la sua i m p r e s a e r a m a t u r a t a . G r a n p a r t e dei volontari e r a n o accorsi al suo richiamo solo p e r c h é convinti di g u a d a g n a r s i u n ' a u r e o l a di «reduci» con pochi o p u n t i rischi. C r e d e v a n o di aver di fronte u n a città in festa p e r il loro a r r i v o e alle loro spalle l'esercito regolar e . E q u a n d o si e r a n o accorti c h e n o n e r a così, si e r a n o sbandati. Ma oltre che alla scarsezza delle forze insurrezionali, l'insuccesso e r a d o v u t o a n c h e al loro disaccordo. Garibaldi parlava d a u o m o accecato dall'odio q u a n d o accusava Mazzini di aver sobillato i volontari alla diserzione. Ma senza d u b b i o la defezione dei r e p u b b l i c a n i lo aveva privato di un grosso appoggio ideologico e morale. Tutta la Sinistra uscì - e n o n è un giuoco di p a r o l e - sinistrata dalla crisi di M e n t a n a e dalla polemica che ne seguì fra garibaldini e mazziniani. Ma stavolta la loro divisione n o n a n d ò a profìtto delle forze m o d e r a t e , c h e uscivano a n c h ' e s s e p i u t t o s t o d i s c r e d i t a t e d a quella vicenda p e r l'ambiguo c o n t e g n o t e n u t o dal g o v e r n o p e r la sua timidezza di fronte a N a p o l e o n e . e
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Gli unici beneficiari di quella ennesima umiliazione furono i movimenti protestatari ed eversivi, di cui diremo più avanti, concimati dalla sfiducia in uno Stato che non riusciva a collezionare che disfatte e per farsi rispettare dai cittadini doveva ricorrere agli stati d'assedio.
CAPITOLO N O N O
GLI A N N I DELLA «LESINA»
O u a n d o , caduto Rattazzi, il Re affidò l'incarico di f o r m a r e il n u o v o g o v e r n o a M e n a b r e a , si diffuse il t i m o r e ch'egli intendesse strangolare il P a r l a m e n t o e t o r n a r e a qualche form a d i r e g i m e assolutistico. M e n a b r e a e r a u n G e n e r a l e del Genio savoiardo, che in politica aveva d e b u t t a t o c o m e liberale abbastanza avanzato, ma poi si era spostato dalla p a r t e dei conservatori, era stato insieme a Revel u n o dei più tenaci oppositori del «connubio» di Cavour, e passava p e r l'uomo di fiducia del Sovrano. Ma il timore si d i m o s t r ò subito infondato. M e n a b r e a n o n aveva g r a n d i qualità politiche. Ma era un g a l a n t u o m o , incapace di o r d i r e colpi di Stato e di venir m e n o all'impegno di rispettare la Costituzione. N e s s u n o dei tre Ministeri ch'egli presiedette nei d u e anni in cui rimase al p o t e r e - dalla fine del '6*7 alla fine del '69 - t e n t ò di sottrarsi al controllo del P a r l a m e n t o . Anzi, usò con molta p a r s i m o n i a l'arma autoritaria del decreto-legge. In realtà, di questi Ministeri M e n a b r e a , la figura di m a g gior spicco e rilievo n o n fu M e n a b r e a , ma il Ministro delle Finanze Cambray-Digny. D i s c e n d e n t e d i u n a nobile famiglia fiorentina che aveva s e m p r e fedelmente servito i L o r e na, Cambray-Digny aveva da giovane fatto p a r t e del g r u p po m o d e r a t o di C a p p o n i e Ridolfi. D o p o il plebiscito era stato n o m i n a t o a m m i n i s t r a t o r e dei beni della Real Casa in Toscana, e a tal p u n t o aveva conquistato la fiducia del Re che a Poco a poco era diventato ciò che il d u c a A c q u a r o n e doveva Più tardi diventare p e r Vittorio E m a n u e l e I I I : il consigliere segreto, il discreto suggeritore. C o n questa differenza: che i 91
consigli e i suggerimenti di Cambray-Digny si d i m o s t r a r o n o sempre buoni. I p r o b l e m i cui dovette far fronte e r a n o angosciosi. La sit u a z i o n e finanziaria, avviata a furia di e c o n o m i e a risanam e n t o nel q u i n q u e n n i o p r e c e d e n t e , e r a di n u o v o precipitata p e r la g u e r r a del '66, che aveva p o r t a t o il disavanzo a 721 milioni, cifra mai toccata p r i m a di allora. Per p u n t e l l a r e la situazione, e r a stato adottato il corso forzoso che esentava le b a n c h e dal d o v e r e di c o n v e r t i r e la carta m o n e t a in metallo a richiesta d e l d e t e n t o r e . La m i s u r a aveva suscitato m o l t o m a l c o n t e n t o data la scarsa fiducia che gl'italiani r i p o n e v a n o n e l biglietto di b a n c a , ma le circostanze la i m p o n e v a n o e C a m b r a y - D i g n y la m a n t e n n e . B e n deciso a r i p o r t a r e il bilancio in p a r e g g i o e sfidando l'impopolarità che gliene derivava, caricò il c o n t r i b u e n t e di tasse e ne inventò u n a nuova: la tassa sul macinato. Le macine furono provviste di un cont a t o r e c o m e quello della luce elettrica. C h i ritirava il p r o d o t t o doveva p a g a r e al m u g n a i o un s o v r a p p r e z z o di 2 lire al quintale p e r il g r a n o , 1,20 p e r l'avena eccetera. Il consum a t o r e di città n o n ne risentiva molto p e r c h é a p a g a r e l'imposta e r a il grossista che poi ne ripartiva l ' o n e r e sul dettaglio r e n d e n d o l o impercettibile. Ma l'aggravio e r a i m m e d i a to e p e s a n t e p e r il c o n t a d i n o c h e p e r di p i ù , a v e n d o q u e l contatore sotto gli occhi, se ne sentiva provocato. D o v u n q u e s c o p p i a r o n o tumulti, ma s o p r a t t u t t o nella Padania, d o v e si sentì g r i d a r e «Viva il Papa!», «Viva Francesco V!» e a n c h e «Viva la Repubblica!» E negli scontri che seguirono fra polizia e d i m o s t r a n t i , r i m a s e r o sul t e r r e n o 2 5 0 m o r t i e o l t r e 1.000 feriti. Q u a n d o si fecero i conti, si dovette c o n c l u d e r e che tutto questo sangue era un prezzo sproporzionato ai vantaggi che ne derivavano alle pubbliche finanze. La tassa sul macinato fruttò, in un a n n o , m e n o di 30 milioni. E p p u re, fu m a n t e n u t a . Un'altra misura, che p e r fortuna n o n sortì effetti luttuosi, ma diede appiglio a c a m p a g n e scandalistiche, fu la privatizzazione della regìa dei tabacchi. Cambray-Digny la decise 92
n o n soltanto p e r c h é , da b u o n liberista, n o n aveva alcuna fiducia nell'impresa di Stato, ma a n c h e p e r c h é aveva u r g e n t e bisogno di d e n a r o e, a p p a l t a n d o quel m o n o p o l i o a u n a società di capitalisti privati, poteva ricavarne i m m e d i a t a m e n t e un cospicuo anticipo. Nella combinazione e n t r a r o n o a n c h e alcune fra le p i ù forti b a n c h e straniere, ma in seguito si scop r ì che dietro u n a di esse si celava un finanziere livornese, Bastogi, che già veniva accusato di aver corrotto p a r l a m e n tari e giornalisti p e r farsi c o n c e d e r e l'appalto delle Ferrovie M e r i d i o n a l i . I n Italia n o n c ' e r a a n c o r a u n v e r o e p r o p r i o capitalismo, ma già c ' e r a n o gli scandali che a c c o m p a g n a n o gli sviluppi capitalistici. Cambray-Digny n o n se ne lasciò dis a r m a r e , e c o n d u s s e in p o r t o l ' o p e r a z i o n e c h e assicurò al Tesoro un gettito di circa 170 milioni all'anno. Nel dibattito ch'essa p r o v o c ò alla C a m e r a , si r e s e a n c o r a p i ù visibile lo sfaldamento degli schieramenti tradizionali. Un'ala della Sinistra si alleò con la Destra della P e r m a n e n t e p e r combattere il p r o g e t t o ; m e n t r e l'altra ala, che già cominciava a chiamarsi «Terzo partito», guidata da Mordini, si alleava con la Destra g o v e r n a t i v a , c h e grazie a essa riportò la vittoria. Scrisse Lanza a cose fatte: «La p a u r a di un n u o v o Ministero Rattazzi ha fatto subire e Digny e Bastogi, e avrebbe a n c h e fatto i n g o i a r e il diavolo se p u r facesse p a r t e di quella società, il che è p e r ò probabile». S o r d o alle c r i t i c h e e alle divisioni c h e le s u e d r a s t i c h e m i s u r e p r o v o c a v a n o n e l suo stesso p a r t i t o , e f e r m a m e n t e risoluto a c r e a r e le c o n d i z i o n i p e r abolire il corso forzoso e n t r o il '69, il Ministro delle Finanze accelerò al massimo la vendita dei b e n i ecclesiastici. Nel '67 si e r a n o alienati circa 7.000 lotti p e r un a m m o n t a r e di 57 milioni. Nel '68 i lotti f u r o n o circa 2 6 . 0 0 0 e l'incasso r a g g i u n s e i 162 milioni. Quelli c h e r e s t a v a n o , D i g n y p r o p o s e di c e d e r l i a u n a Società dei Beni Demaniali già fondata q u a t t r o a n n i p r i m a in cambio di un anticipo di 300 milioni, e a t t i n g e r e altri 100 milioni alla B a n c a N a z i o n a l e c o n c e d e n d o l e i servizi della T e s o r e r i a di S t a t o . Ma a q u e s t o p u n t o il P a r l a m e n t o lo 93
fermò p e r c h é , disse Minghetti, «a lasciarlo fare, questo vend e a n c h e noi». Sul suo o p e r a t o si accesero roventi polemiche. Dall'estrema Sinistra, Cavallotti accusò alcuni p a r l a m e n t a r i di Destra di aver mercanteggiato il loro voto, e corse voce che perfino il Re avesse l u c r a t o sei milioni. La Storia ha p o i a p p u r a t o che queste accuse e r a n o del tutto infondate, e che a ispirare l a c a m p a g n a d e n i g r a t o r i a e r a stato s o p r a t t u t t o Crispi n o n tanto p e r screditare la Destra, q u a n t o p e r t r a t t e n e r e Mordini e il suo «Terzo partito» dall'allearsi con essa. La conclusione dello scandalo fu anzitutto un clamoroso processo i n t e n t a t o dai diffamati, c h e lo vinsero. E p p o i u n a crisi di g o v e r n o che p e r ò sortì il risultato contrario a quello c h e i diffamatori si p r o p o n e v a n o . M e n a b r e a e Digny si acc o r d a r o n o definitivamente con M o r d i n i c h i a m a n d o l o nella m a g g i o r a n z a , riuscirono a t r a r r e dalla loro la vecchia Cons o r t e r i a r i c u c e n d o n e i b r a n d e l l i , e si a s s i c u r a r o n o la «non belligeranza» della P e r m a n e n t e facendo intervenire in p r o p r i o favore il Re c h e su q u e l clan p i e m o n t e s e esercitava u n ' i n c o n d i z i o n a t a a u t o r i t à . Così n a c q u e il terzo Ministero Menabrea. Ma la Sinistra passò subito al contrattacco i n s c e n a n d o un altro scandalo. Un suo e s p o n e n t e , Lobbia, dichiarò di essere in possesso di d o c u m e n t i che p r o v a v a n o la colpevolezza di u n o dei d e p u t a t i che avevano intentato processo p e r diffamazione, Civinini, e lo avevano vinto. Il dibattito q u i n d i si riaccese, e la C a m e r a d o v e t t e n o m i n a r e u n a c o m m i s s i o n e d'inchiesta. Q u e s t a si era a p p e n a insediata che Lobbia veniva aggredito di notte da u n o sconosciuto e ferito con tre p u gnalate. Lo scalpore fu e n o r m e . Vi contribuì a n c h e Garibaldi con u n a lettera alla vittima in cui si parlava di «tempi borgiani». La s t a m p a di Destra i n s i n u ò c h e a n e s s u n o Lobbia aveva mostrato le sue ferite, m e n o che a un suo intimo amico, la cui testimonianza e r a p e r lo m e n o sospetta. Un altro testimone, chiamato a d e p o r r e , m o r ì p r i m a di poterlo fare, e il p r e s u n t o a t t e n t a t o r e fu r i n v e n u t o affogato nell'Arno. Ce
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n ' e r a q u a n t o bastava p e r m e t t e r e a fuoco il paese, e la Magistratura fece del suo meglio p e r attizzare le fiamme, trasform a n d o la d e n u n z i a sporta da Lobbia c o n t r o ignoti p e r tentato omicidio in un processo c o n t r o Lobbia p e r simulazione di r e a t o , che si concluse con u n a c o n d a n n a confermata anche in a p p e l l o . La C o r t e di Cassazione accolse il r i c o r s o e rinviò il processo a un altro Tribunale. Ma n o n ci fu il tempo di celebrarlo. A poco più di q u a r a n t a n n i , Lobbia morì, e poco d o p o lo seguì nella t o m b a Civinini, e n t r a m b i stroncati dallo scandalo. La commissione p a r l a m e n t a r e concluse la sua inchiesta con u n a r e l a z i o n e evasiva c h e assolveva tutti e n o n faceva luce su nulla. Ma da quella oscura vicenda tutta la classe p o litica usciva discreditata: la Sinistra p e r l'avventatezza con cui aveva lanciato accuse n o n suffragate da p r o v e convincenti; la Destra p e r la pesantezza con cui aveva approfittato del p o t e r e p e r r i d u r r e al silenzio gli avversari. Inoltre a p p a riva c h i a r o c h e , a n c h e se n o n c'era stata c o r r u z i o n e , c'era stata p e r ò , fra il m o n d o politico e quello affaristico, collusione. E questo a n n u n z i a v a la nascita di quel sottobosco governativo, che doveva d i v e n t a r e la caratteristica e la d a n n a z i o ne di tutti i nostri regimi. Per n o n r o m p e r e in m a n i e r a definitiva il fronte della Destra e n o n d i s p i a c e r e al Re, la P e r m a n e n t e n o n si dissociò da M e n a b r e a , ma gli tese un tranello. Dovendosi eleggere il n u o v o P r e s i d e n t e della C a m e r a , c o n c e n t r ò i p r o p r i voti su Lanza, c o n d a n n a n d o alla sconfitta il c a n d i d a t o governativo, Mari. M e n a b r e a capì e d i e d e le dimissioni. Ma n o n volle capire il Re, che d a p p r i m a cercò d ' i m p e d i r e la crisi, e p p o i di risolverla a suo m o d o . La Permanente proponeva Lanza perché, p u r essendo piemontese, n o n era dei suoi e q u i n d i e r a il meglio qualificato a r i c o m p o r r e i n t o r n o a sé tutta la Destra. Q u e s t a infatti voleva ricostituire la p r o p r i a m a g g i o r a n z a senza dover dip e n d e r e d a i voti « d e t e r m i n a n t i » , c o m e oggi si d i r e b b e , di qualche c o r r e n t e di Sinistra: un p o ' p e r c h é sapeva che il Re 95
v i s i s a r e b b e o p p o s t o ; u n p o ' p e r c h é , p u r e s s e n d o stata i n p a r t e ostile alle m i s u r e d i Digny, c o n s i d e r a n d o l e t r o p p o b r u t a l i , ne c o n d i v i d e v a il p r o g r a m m a : r a g g i u n g i m e n t o a tutti i costi del p a r e g g i o del bilancio e abolizione d e l corso forzoso attraverso u n a politica di «lesina» e di economie «all'osso». Ma, composte su questo p u n t o le rivalità tra P e r m a n e n t i e Consorti, altre ne nascevano di o r d i n e personale, e q u i n d i a n c o r a p i ù accanite. Dei t r e «cavalli di razza» della D e s t r a - Lanza, Sella e Minghetti - n e s s u n o a n d a v a d'accordo con l'altro. Figlio di un fabbro e m e d i c o di professione, L a n z a i n c a r n a v a , nella D e s t r a p i e m o n t e s e t r a d i z i o n a l m e n t e form a t a d a nobili, militari e g r a n d i b o r g h e s i , u n tipo u m a n o d e l t u t t o insolito: il n u o v o piccolo ceto m e d i o , s p a r t a n o e p u r i t a n o , formatosi nelle scuole serali e nell'Università p o polare. Coi suoi scarponi da m o n t a n a r o , la sua parsimonia, i suoi m o d i r u d i e spicciativi, Sella s e m b r a v a tagliato nello stesso legno. Ma, r a m p o l l o di u n a dinastia di lanieri di Biella, r a p p r e s e n t a v a un p a t r o n a t o ostinato e a u t o r i t a r i o , c h e fondava la sua forza sul lavoro e sul risparmio. Il bolognese Minghetti e r a la loro antitesi: colto, raffinato, g a u d e n t e , lo chiamavano «la sirena» p e r il suo eloquio forbito e le arti di seduttore. Per c o m p o r r e i loro dissidi, ci volle un mese. Ma alla fine L a n z a p o t è v a r a r e il suo g o v e r n o in coppia con Sella c o m e Ministro delle Finanze, m e n t r e M i n g h e t t i preferì r e s t a r n e fuori p e r p r e p a r a r s i a u n ' e v e n t u a l e successione. Nel suo discorso p r o g r a m m a t i c o il n u o v o Presidente del Consiglio p o se l'accento sul p r o b l e m a e c o n o m i c o r i c o n o s c e n d o n e la priorità, e cedette la parola a Sella. Questi disse che lo Stato o r m a i aveva v e n d u t o tutto quello che c'era da v e n d e r e : ferrovie, b e n i d e m a n i a l i , b e n i ecclesiastici, regìa dei tabacchi; m a n o n e r a bastato. P r o p o s e q u i n d i u n a serie d i p r o v v e d i m e n t i n o n m e n o drastici di quelli adottati dal suo predecessore, e di tale ampiezza che il suo p r o g e t t o fu chiamato «un omnibus finanziario», e la C a m e r a dovette n o m i n a r e q u a t t r o 96
C o m m i s s i o n i p e r e s a m i n a r l o . P u r c o n m o l t e modifiche, il disegno di legge fu a p p r o v a t o in p r i m a v e r a . E la «lesina» si rimise all'opera sulla pelle degl'italiani. Ma p r o p r i o in quel m o m e n t o la politica estera p r e n d e v a il s o p r a v v e n t o su quella e c o n o m i c a : la g u e r r a improvvisam e n t e scoppiata con la Prussia costringeva la Francia a ritir a r e le sue t r u p p e da Roma, a b b a n d o n a n d o l a al suo destino.
CAPITOLO DECIMO
PORTA PIA
N o n è c o m p i t o n o s t r o a d d e n t r a r c i nei motivi di fondo c h e c o n d u s s e r o alla g u e r r a franco-prussiana del '70. Ma la sequenza degli avvenimenti fu questa. Alla ricerca di un Re, la S p a g n a offrì il t r o n o a un principe della Casa H o h e n z o l l e r n di Berlino. N a p o l e o n e si o p p o se i m m e d i a t a m e n t e , e fece appello all'Italia. Il Re voleva accoglierlo: u n p o ' p e r i m p e g n o d ' o n o r e e p e r g r a t i t u d i n e verso l'antico alleato che gli aveva consentito di unificare la penisola sotto il suo scettro, un p o ' p e r c h é c r e d e v a alla superiorità militare della Francia. Ma il g o v e r n o fu di p a r e r e diverso. Sebbene gli u o m i n i della Destra che lo c o m p o n e v a no c o n d i v i d e s s e r o i s e n t i m e n t i filo-francesi d e l Re, si p r o n u n c i a r o n o c o n t r o l'alleanza p e r c h é p a v e n t a v a n o sia l e complicazioni e u r o p e e che p o t e v a n o d e r i v a r n e , sia quelle i n t e r n e : t r a d i z i o n a l m e n t e avversa a N a p o l e o n e , la Sinistra se ne a u g u r a v a la disfatta, c o m e condizione p e r risolvere la questione di Roma. Per vincere q u e s t e resistenze, N a p o l e o n e lanciò la p r o posta di un fronte italo-franco-austriaco e ritirò la sua g u a r nigione da Roma, d i c e n d o che affidava l'integrità dello Stato pontificio all'onore del Re d'Italia. D'accordo con L a n z a e Sella, Visconti-Venosta ringraziò l ' I m p e r a t o r e dello sgomb e r o , ma senza accennare a un ripristino della Convenzione di S e t t e m b r e , cioè senza p r e n d e r e i m p e g n i p e r il futuro, e respinse l'idea dell'alleanza tripartita, come del resto aveva già fatto l'Austria. La g u e r r a scoppiò subito d o p o , precipitata dal Cancelliere p r u s s i a n o B i s m a r c k c o n un abile e f r a u d o l e n t o strata98
g e m m a escogitato p e r tagliare l a s t r a d a a d altre m a n o v r e diplomatiche. E il suo a n d a m e n t o fu tale da n o n d a r t e m p o a Vittorio E m a n u e l e d ' i m p o r r e al g o v e r n o le sue volontà. Con un Blitz-krieg avanti lettera, il Generalissimo prussiano von Moltke «insaccò» a Metz il grosso dell'esercito francese togliendogli o g n i possibilità di m a n o v r a e p o n e n d o le p r e messe p e r la sua liquidazione. N o n occorse aspettarla a lungo. Fra il 1° e il 2 settembre, d o p o a p p e n a un mese dall'inizio delle ostilità, von Moltke costringeva l'avversario ad arr e n d e r s i a S e d a n , N a p o l e o n e cadeva suo p r i g i o n i e r o , e a Parigi veniva proclamata la Repubblica. Via via che la sconfìtta francese si delineava, crescevano in Italia le agitazioni p e r u n ' i m m e d i a t a azione su R o m a . In P a r l a m e n t o la discussione incominciò il 19 agosto, e all'impeto parolaio dell'opposizione, il g o v e r n o c o n t r a p p o s e u n a p e d e s t r e p r u d e n z a c h e sconfinava n e l l ' a m b i g u i t à . Sulle piazze s c o p p i a r o n o tafferugli. In u n o di questi, a R a v e n n a , fu ucciso il c o m a n d a n t e della piazza, generale Escoffier, e a Pavia a n c h e la g u a r n i g i o n e fece c o m b u t t a coi d i m o s t r a n t i . E r a n o i repubblicani ad aizzare i disordini nel solito tentativo di r i p r e n d e r e l'iniziativa. Ma il g o v e r n o n o n a b b a n d o n ò la sua posizione di a t t e n d i s m o c h e il 3 s e t t e m b r e , q u a n d o giunse la notizia di Sedan. Il p r i m o a r o m p e r e il fronte ministeriale fu Sella. L'indomani si schierò dalla sua p a r t e anche Lanza, il quale tuttavia p r o p o s e di escludere dall'occupazione la città di Roma. Solo il 5 settembre, q u a n d o si seppe c h e a Parigi e r a stata p r o c l a m a t a la R e p u b b l i c a , a n c h e questa riserva fu a b b a n d o n a t a , e il G a b i n e t t o si p r o n u n c i ò u n a n i m e m e n t e p e r l'annessione di tutto lo Stato pontifìcio, previo tuttavia un ultimo tentativo di accordo col Papa. Per il Re fu un mezzo d r a m m a . D o p o aver fino all'ultimo carezzato il sogno di a c c o r r e r e in aiuto del vecchio alleato, si sentiva mortificato di approfittare della sua disgrazia, e di a n d a r e a R o m a n o n aveva nessuna voglia. (Anca custa balussada am fan fa, a n c h e questa sciocchezza mi fan fare, disse.) Un mezzo d r a m m a fu p e r Ponza di San Martino che, i m p e 99
gnato da cinque a n n i a r i p o r t a r e la capitale a Torino, doveva o r a collaborare al suo t r a s f e r i m e n t o n e l l ' U r b e , r e c a n d o al P a p a la lettera con cui Vittorio E m a n u e l e lo supplicava, «con affetto di figlio e fede di cattolico», di n o n o p p o r r e un'inutile resistenza. E un d r a m m a completo fu p e r il Minis t r o della G u e r r a , C o v o n e , d e v o t o alla Chiesa fino alla bigotteria, cui il r i m o r s o p r o c u r ò lo squilibrio m e n t a l e t a n t o che dovett'essere ricoverato in manicomio. U n a certa a n i m a z i o n e regnava a Roma, q u a n d o Ponza vi giunse il 10 settembre. Ma a provocarla n o n e r a n o le notizie politiche. E r a n o i residuati del Concilio E c u m e n i c o Vaticano I, conclusosi da p o c h i g i o r n i . A q u a n t o p a r e , l'idea di convocarlo era v e n u t a al Papa nel ' 6 3 . E il suo proposito era quello di far riconoscere c o m e d o g m a il p o t e r e t e m p o r a l e , in m o d o c h e c h i u n q u e lo avesse violato s a r e b b e c a d u t o in eresia. Egli n o n era n u o v o a questi colpi di testa. Già col Sillabo aveva rispolverato il linguaggio di Bonifacio V i l i cont r o le «possanze laiche della t e r r a » , di u n a t e r r a in cui le possanze che largamente la d o m i n a v a n o e r a n o n o n soltanto laiche, ma p r o t e s t a n t i . Molto p i ù accorti di lui, c h e n o n lo e r a p u n t o , i Gesuiti f r e n a r o n o i suoi bollori. Cosa a v r e b b e fatto il Papa se, n o n o s t a n t e il d o g m a , l'Italia avesse occupato R o m a ? L'avrebbe s c o m u n i c a t a . E se l'Italia si fosse infischiata a n c h e della scomunica? Meglio n o n lanciare simili sfide, e ripiegare su u n a formula più sfumata che consentisse qualche scappatoia. Così si e r a giunti a quella dell'infallibilità, ma senza specificare se fosse applicabile al P a p a a n che c o m e Sovrano t e m p o r a l e . N o n o s t a n t e il l u n g o e accurato lavoro di p r e p a r a z i o n e , il Concilio fu u n o dei più solenni, ma a n c h e dei p i ù turbolenti nella storia della Chiesa, e forse fu p e r questo che ci volle quasi un secolo e la fantasia ribelle di Giovanni X X I I I p r i ma che ne fosse i n d e t t o un altro. Esso si a p r ì l'8 d i c e m b r e del '69 e lo spettacolo fu d e g n o della Basilica di San Pietro in cui si svolgeva. Le p o r p o r e dei Cardinali al g r a n comple100
to, le mitrie dei settecento Vescovi accorsi da tutto il m o n d o , le t r i b u n e g r e m i t e di Principi e d i p l o m a t i c i p r e s e n t a v a n o un colpo d'occhio impressionante, ed e r a p r o p r i o quello su cui il Papa contava p e r riaffermare la vocazione dell'Urbe a capitale della Cristianità, e n o n di u n a Nazione. Ma q u a n d o si v e n n e al nocciolo, cioè alla q u e s t i o n e p e r cui quell'assise e r a stata i n d e t t a , n o n solo m a n c ò l ' u n a n i mità su cui il Papa contava, ma la polemica si accese fino al tafferuglio: t a n t o che, a q u a n t o dice De C e s a r e , a un certo p u n t o i g e n d a r m i v o l e v a n o a d d i r i t t u r a forzare la p o r t a . Malgrado il grido di sileat, sileatì scandito in coro dagl'infallibilisti, soprattutto italiani e spagnoli, gli oppositori francesi e olandesi p r o n u n c i a r o n o violente r e q u i s i t o r i e c o n t r o il d o g m a , e i tedeschi g u i d a t i da S t r o s s m e y e r m i n a c c i a r o n o a d d i r i t t u r a u n o scisma. Alla fine il d o g m a passò con 500 placet e d u e soli non placet. Ma 200 Vescovi m a n i f e s t a r o n o il loro dissenso rifiutando di votare. Il 18 luglio, m e n t r e veniva giù un furioso temporale, il Papa lesse (aveva u n a bellissima voce) la Bolla Pastor aeternus, che lo p r o c l a m a v a infallibile. A mezzo del m o nologo, un fulmine si abbatté a pochi passi dalla Basilica seminandovi il t e r r o r e , e i r o m a n i lo p r e s e r o p e r un segno di dispetto da p a r t e del P a d r e t e r n o p e r illecita c o n c o r r e n z a alle sue prerogative. T r e g i o r n i p r i m a e r a s c o p p i a t o qualcosa d i a n c o r a p i ù grosso del fulmine. Era scoppiata la g u e r r a franco-prussiana, e a n c h e i più sprovveduti capivano che la marcia dei tedeschi su Parigi c o m p o r t a v a fatalmente u n a marcia degl'italiani su R o m a . Soltanto il P a p a s e m b r a v a n o n r e n d e r s e n e conto. Sebbene scontento del m o d o in cui gliel'avevano attribuita, l'infallibilità lo r e n d e v a felice. «Ne è così p e r s u a s o - scriveva lo storico tedesco G r e g o r o v i u s - che se la s e n t e addosso.» Il Concilio, secondo lui, aveva «liberato da tutti i mali la Chiesa e la società civile, risolto tutte le difficoltà, rimosso tutti i pericoli, r i p a r a t o a tutte le miserie, calmato tutti i patimenti». Le piazzeforti francesi cadevano c o m e birilli 101
sotto le spallate di von Moltke, e lui studiava i p r o g e t t i p e r e r i g e r e sul Gianicolo un m o n u m e n t o a r i c o r d o del fausto evento. Fu in q u e s t o stato d ' a n i m o d'infantile trionfalismo c h e Ponza gli consegnò la lettera del Re. Via via che la scorreva, il volto del Papa si faceva p r i m a rosso, poi paonazzo d'ira. E alla fine sbottò: «Siete tutti un sacco di vipere, sepolcri imbiancati, m a n c a t o r i di parola!» Ma poi aggiunse: «Non sono profeta, né figlio di profeta, ma vi assicuro che in R o m a n o n entrerete». Forse voleva m e t t e r e a p r o v a la p r o p r i a infallibilità. La stessa sera a n d ò in piazza di T e r m i n i a i n a u g u r a r e con g r a n p o m p a l ' a c q u e d o t t o dell'Acqua Marcia. E l'indom a n i , q u a n d o gli a n n u n z i a r o n o che le t r u p p e italiane avev a n o varcato il confine, r i p e t è : «Non e n t r e r a n n o , n o n e n treranno...» T a n t a spensieratezza e r a c o m p e n s a t a dal freddo realismo del Segretario di Stato, cardinale Antonelli. Figlio di contadini ciociari, Antonelli era un vero prelato r o m a n o : scettico, di scarsa cultura, ma di naso l u n g o . Si r e n d e v a conto che di evitabile, nella fine dello Stato pontificio, c'era solo il sang u e , ed ebbe il b u o n senso di m i r a r e solo a questo. L'esercito p a p a l i n o era un'accozzaglia di m e r c e n a r i delle più svariate nazionalità (c'erano perfino dei turchi). I r o m a n i li disting u e v a n o , secondo le uniformi, in Zampilli, Caccialepri, Sigari scelti, Squadriglieli eccetera: circa 15.000 u o m i n i , al c o m a n do del g e n e r a l e Kanzler. C o m p i t o g e n t i l u o m o , ligio al Reg o l a m e n t o c o m e lo e r a al Catechismo, questi aveva tuttavia un concetto tedesco d e l l ' o n o r e militare e avrebbe preferito u n a sconfìtta a u n a resa. Ma Antonelli n o n era di questa opinione. Gli o r d i n ò di ritirare le t r u p p e d e n t r o le m u r a e di limitarsi a un simulacro di resistenza. Il c o r p o di spedizione italiano, forte di 50.000 uomini, aveva attraversato il confine il giorno stesso in cui Ponza aveva recapitato in Vaticano la lettera del Re. Ma p e r d a r e t e m p o al Papa di sbollire i suoi furori e di rassegnarsi, aveva scelto 102
la via più lunga, quella p e r O r t e e Civita Castellana. Lo com a n d a v a il g e n e r a l e Raffaele C a d o r n a , un cattolico di stretta osservanza, c o m b a t t u t o fra la soddisfazione p e r l'alto incarico e lo s g o m e n t o p e r l'offesa alla Chiesa. N o n o s t a n t e il suo disprezzo p e r i garibaldini, aveva d o v u t o accettarne d u e c o m e G e n e r a l i di Divisione, Bixio e Cosenz, impostigli dal Ministero p e r esigenze di politica interna. Aveva d o v u t o accettare a n c h e i giornalisti che detestava e che faceva t e n e r e sotto sorveglianza p e r c h é n o n rivelassero il suo «piano». Credeva di a v e r n e elaborato u n o di alta strategia p r e d i s p o n e n d o un attacco dimostrativo alla Porta di San Pancrazio per cogliere di sorpresa Porta Pia. Più tardi scrisse addiritt u r a un libro su questa sua impresa, che p o t r e b b e a n c h e a p parire epica, se n o n vi fosse allegata la tabella delle p e r d i t e : 49 morti e 141 feriti da p a r t e italiana, 19 morti e 49 feriti da parte pontificia. D o v u n q u e fossero passate nella loro lenta marcia di avvicinamento, le colonne e r a n o state festosamente accolte dalla p o p o l a z i o n e . Gli unici proiettili c h e m i s e r o a r e p e n t a g l i o l'incolumità dei nostri soldati furono i mazzi di fiori e i cesti di frutta c h e gli p i o v e v a n o a d d o s s o da t u t t e le p a r t i , e gli unici crepitìi che si u d i r o n o furono quelli dei m o r t a r e t t i . Il 17 s e t t e m b r e il c o r p o di spedizione, che fin lì aveva d o v u t o affrontare soltanto problemi logistici, e a q u a n t o p a r e li aveva risolti assai m a l e , era in vista di R o m a , e fece sosta p e r dare al Papa il t e m p o d'issare b a n d i e r a bianca. D o p o tre giorni d'inutile attesa, all'alba del 20, l'attacco cominciò. Alle nove i c a n n o n i avevano già a p e r t o la famosa «breccia», larga u n a t r e n t i n a di metri. I p r i m i a varcarla fur o n o i bersaglieri, che vi p e r s e r o un c o m a n d a n t e di battaglione. Ma in quel m o m e n t o i p l e n i p o t e n z i a r i di K a n z l e r e r a n o già al q u a r t i e r e g e n e r a l e di C a d o r n a p e r t r a t t a r e la resa. Sull'accoglienza dei r o m a n i alle t r u p p e italiane, le testim o n i a n z e s o n o c o n t r a d d i t t o r i e , m a ciò n o n e s c l u d e c h e o g n u n a di esse r a p p r e s e n t i u n a faccia della verità, la quale 103
di facce ne ha m o l t e . S e c o n d o le versioni di p a r t e laica, il t r i p u d i o sarebbe stato generale e travolgente. Secondo u n a «Strenna» pontificia pubblicata poco d o p o , i soli a esultare s a r e b b e r o stati gli ebrei, i quali a v r e b b e r o approfittato del t r a m b u s t o p e r m e t t e r e la città a sacco: un sacco di cui nessuno è mai riuscito a scoprire tracce e a d d u r r e p r o v e . A G r e gorovius p a r v e «un'invasione di ciarlatani». Tutto s o m m a t o , i resoconti più attendibili sono quelli dei giornalisti, entrati con le p r i m e t r u p p e n o n o s t a n t e i divieti di C a d o r n a . Nelle loro c r o n a c h e si avverte lo sforzo di c o l m a r e alla meglio la s p r o p o r z i o n e fra la m o d e s t i a d e l l ' e p i s o d i o m i l i t a r e e la g r a n d e z z a del suo significato. Ma, a saperle leggere, la verità trapela. I r o m a n i che, in attesa del g r a n d e evento, trascorsero insonni l'ultima n o t t e di R o m a p a p a l i n a p r e p a r a n d o le b a n diere tricolori, furono pochi. Secondo un diario abbastanza i m p a r z i a l e del P a l o m b a , la s t r a g r a n d e m a g g i o r a n z a a n d ò tranquillamente a d o r m i r e anche p e r c h é il Papa, n o n potendo a m m e t t e r e di essersi sbagliato, aveva ingiunto ai suoi funzionari d i n o n a p p o r t a r e varianti all'ordinaria a m m i n i s t r a zione: tanto che un tribunale aveva a p p i o p p a t o p r o p r i o quel giorno vent'anni di carcere a d u e giovanotti p e r c h é sorpresi a leggere il Fanfulla, giornale democratico fiorentino. Q u a n d o si c o m i n c i a r o n o a u d i r e i r o m b i del c a n n o n e , i più rimasero in casa, e infatti le a v a n g u a r d i e e n t r a t e in città trovarono strade semideserte. Ma tutto cambiò q u a n d o i bersaglieri i r r u p p e r o in massa. Allora l'entusiasmo esplose, ma con esso esplose a n c h e la collera di u n a popolazione che p e r il r e g i m e p a p a l i n o n o n aveva nessun motivo di affetto. Sui giornali italiani si lesse che i r o m a n i sfogavano «la vergogna» di aver s o p p o r t a t o p e r tanti secoli «l'infame tirannia sacerdotale». Di questo dubitiamo, a n c h e se p e r u n a esigua m i n o r a n z a e r a v e r o . Quelli che sfogavano e r a n o i r a n c o r i della miseria. Su u n a popolazione di 230.000 abitanti c'erano 50.000 disoccupati e 30.000 accattoni, q u o t i d i a n a m e n t e offesi dagli sciali e dagli sfarzi di u n a C u r i a e di u n ' a r i s t o 104
crazia u g u a l m e n t e sceiccali. La città era sporca e ciabattona. I suoi scandalosi contrasti sociali e r a n o scritti nella stessa architettura: splendidi palazzi barocchi incastrati in ragnatele di t u g u r i . Di che u m o r i fosse la piazza lo d i m o s t r a il fatto che, subito d o p o il suo ingresso, C a d o r n a fu r a g g i u n t o da u n a pressante sollecitazione del c a r d i n a l e Antonelli a o c c u p a r e anche la Città L e o n i n a , c h e s e c o n d o le clausole di armistizio doveva restare sotto la giurisdizione militare del Papa, p e r sedare i disordini che vi e r a n o scoppiati. A manifestare ostilità c o n t r o l'Italia e il suo esercito e r a n o solo il patriziato (e n o n tutto) e quella pseudo-borghesia di avvocati, notai e a p paltatori, che formavano il sottogoverno laico della Curia e che ancor oggi si chiama «il g e n e r a n e » . Il principe Torlonia cambiò le giubbe dei suoi staffieri p e r c h é avevano lo stesso colore dei Savoia, e il principe Lancellotti sbarrò in segno di lutto il p o r t o n e del suo palazzo che si r i a p r ì solo nel 1929, l ' a n n o del C o n c o r d a t o e della rappacificazione fra Stato e Chiesa. Ma la massa della p o p o l a z i o n e n o n r i m p i a n g e v a il vecchio r e g i m e . Il plebiscito del 2 o t t o b r e che d i e d e all'annessione di R o m a all'Italia più di 40.000 sì e solo 46 no, forse n o n diceva tutta la verità. Ma u n a verità la diceva.
CAPITOLO UNDICESIMO
LE G U A R E N T I G I E
A Mazzini, che p e r R o m a aveva spasimato tutta la vita, quella c o n q u i s t a fatta in p u n t a di p i e d i e quasi di sotterfugio parve «una profanazione». Era un sentimento diffuso. A furia di anelarvi, gli u o m i n i del Risorgimento e quelli formatisi alla loro scuola avevano finito p e r d a r e alla p a r o l a Roma un significato magico di consacrazione e di p r i m a t o , c o m e se solo a n d a n d o a R o m a l'Italia potesse t r o v a r e il senso di u n a missione nel m o n d o . Perfino il «mercante di panni», come il Re chiamava Sella, era succubo di questi entusiasmi, ai quali la breccia di Porta Pia a n d a v a terribilmente stretta. Ma se l'Italia «reale» e r a delusa, quella «legale» e r a spav e n t a t a di ciò c h e aveva fatto. In realtà, s e b b e n e l ' E u r o p a avesse b e n altro a cui p e n s a r e , messa c o m ' e r a a s o q q u a d r o dalla g u e r r a franco-prussiana, il pericolo di un i n t e r v e n t o straniero sussisteva. Visconti-Venosta i n o n d ò le n o s t r e r a p p r e s e n t a n z e all'estero di circolari p e r c h é rassicurassero tutti i governi che la libertà del Papa n o n sarebbe stata minimam e n t e condizionata. Ma n e s s u n o di essi riconobbe l'annessione. Pio I X n o n p e r d e v a occasione p e r d e n u n z i a r e a l m o n d o la sua condizione di prigioniero, fece circolare la voce che si p r e p a r a v a ad a b b a n d o n a r e R o m a e a istallare altrove la Santa Sede, e m a n ò un'enciclica in cui definì «ingiusta, violenta, nulla e invalida» l ' o c c u p a z i o n e italiana, e ne s c o m u n i c ò i responsabili «di qualsivoglia d i g n i t à insigniti, a n c h e d e g n a di specialissima menzione». Ed era chiaro a chi alludesse. Visto che un a c c o r d o e r a impossibile, il g o v e r n o p r o c e d e t t e p e r suo conto, ma coi piedi di p i o m b o . Il 2 ottobre ci
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fu nel Lazio il plebiscito che dette il solito risultato: 133.000 sì su 135.000 votanti e 30.000 a s t e n u t i . Ma p e r il trasferim e n t o della capitale si preferì p r e n d e r e t e m p o e altrettanto se ne p r e s e il Re p e r farvi il suo ingresso. Q u a n d o gli p r o posero di a n d a r v i in p o m p a m a g n a e di salire sul C a m p i d o glio con l'elmo di Scipio, rispose che p e r lui l'elmo di Scipio era «buono solo p e r cuocervi la pastasciutta». Era assolutam e n t e insensibile al fascino di R o m a , e si sentiva a disagio nei confronti del Papa. Si decise a farvi u n a capatina solo alla fine dell'anno, q u a n d o gliene offrì pretesto il Tevere strar i p a n d o e allagando la città. Vi p i o m b ò quasi all'improvviso e a l l ' i n s a p u t a della p o p o l a z i o n e . E l ' O r i a n i r a c c o n t a c h e , s c e n d e n d o di carrozza nel cortile del Quirinale, disse in piemontese a La M a r m o r a che l'accompagnava: Finalment ij suma, finalmente ci siamo, frase che la storiografia ufficiale tradusse in: «Ci siamo e ci resteremo». Il Q u i r i n a l e e r a stato, fino al 20 s e t t e m b r e , la residenza del P a p a che, a n d a n d o s e n e , s'era p o r t a t o via le chiavi. Occorse c h i a m a r e un fabbro p e r a p r i r e le p o r t e m e n t r e l'aiut a n t e di c a m p o del Re, Spinola, si r e c a v a in Vaticano p e r esprimere i sentimenti di cattolica devozione del suo Sovrano verso il Santo P a d r e . Ma questi si rifiutò di riceverlo. Poi, con un respiro di sollievo, Vittorio E m a n u e l e ripartì p e r Firenze. Un mese e mezzo p r i m a , c o m e s e m p r e d o p o l'annessione di u n a n u o v a provincia, si e r a n o svolte le elezioni. Ma di nuovo c'era stato solo un ulteriore a g g r a v a m e n t o dell'astensionismo, predicato da tutti i pulpiti c o m e d o v e r e di p r o t e sta c o n t r o l'offesa alla Chiesa. Su 530.000 iscritti al voto, solo 240.000 a n d a r o n o alle u r n e , il 45 p e r cento. Nel suo complesso la Destra, che o r m a i n o n era più un partito, ma u n a federazione di partiti, g u a d a g n ò q u a l c h e seggio, q u a l c u n o ne perse la Sinistra, il Terzo Partito di M o r d i n i quasi scomparve. Ma ci furono quasi 200 uomini nuovi che si dichiararono i n d i p e n d e n t i p e r c h é n o n avevano o r i e n t a m e n t i precisi. Fu questa C a m e r a che discusse e a p p r o v ò la L e g g e delle 107
Guarentigie, cioè delle garanzie, destinata a regolare i r a p porti fra Stato e Chiesa fino al 1929. I suoi principali ispiratori, Lanza e Venosta, e r a n o allievi di Cavour, ma si r e n d e v a n o c o n t o che la f o r m u l a del loro Maestro, «Libera Chiesa in libero Stato», n o n si adattava più alle m u t a t e circostanze. E infatti ne r e s t ò solo lo spirito informatore della netta separazione fra i d u e poteri. La legge constava di venti articoli e si divideva in d u e parti. La p r i m a r i g u a r d a v a le p r e r o g a t i v e del Pontefice cui veniva garantita l'inviolabilità della persona, gli onori sovrani, il diritto di t e n e r e g u a r d i e a r m a t e nei palazzi Vaticano, L a t e r a n o , Cancelleria e villa di Castelgandolfo, sottoposti a un r e g i m e di extra-territorialità che li esentava dalle leggi italiane, libertà di comunicazioni postali e telegrafiche, il diritto di r a p p r e s e n t a n z a diplomatica attiva e passiva, e infine un a p p a n n a g g i o a n n u o di 3 milioni e 250.000 lire pari alla s o m m a che l'ultimo bilancio pontificio attribuiva al Papa p e r il m a n t e n i m e n t o suo, del Sacro Collegio e dei palazzi a p o stolici. La seconda p a r t e regolava i r a p p o r t i fra Stato e Chiesa, m i r a n d o a g a r a n t i r n e la massima r e c i p r o c a i n d i p e n d e n z a . Al clero e r a riconosciuta illimitata libertà di r i u n i o n e , i Vescovi esentati dal g i u r a m e n t o al Re, abolito «l'appello p e r abuso», cioè il ricorso a speciali o r g a n i amministrativi contro gli atti dell'autorità ecclesiastica, che venivano sottratti a o g n i obbligo di regio exequatur, cioè n o n avevano più bisog n o di approvazione da p a r t e dello Stato. Q u e s t a era tuttora obbligatoria solo p e r q u a n t o r i g u a r d a v a la destinazione e l'alienazione dei beni ecclesiastici, al cui r i o r d i n a m e n t o ci si r i p r o m e t t e v a di p r o v v e d e r e con ulteriori disposizioni. II dibattito si p r o l u n g ò , fra C a m e r a e Senato, p e r quasi d u e mesi, e fu tra i più elevati che mai si siano svolti nel Parl a m e n t o italiano. C o n t r o la legge furono i depositari del liberalismo ortodosso che esigevano u n a più netta separazione fra i d u e p o t e r i , e gli u o m i n i della Sinistra c h e la consid e r a r o n o un'abdicazione dello Stato alla Chiesa. Ma l'attac108
co più violento le v e n n e dal Papa che la c h i a m ò «mostruoso p r o d o t t o della g i u r i s p r u d e n z a rivoluzionaria». Pio IX n o n aveva cessato le sue m a n o v r e p e r p r o v o c a r e un i n t e r v e n t o s t r a n i e r o . Si rivolse p e r f i n o al l u t e r a n o Bismarck, che si disse p r o n t o a p a t r o c i n a r e «fino in fondo» la sua causa, p u r c h é egli si trasferisse in G e r m a n i a . A un amico che si stupiva di questa offerta, rispose c h ' e r a l'unico m o do p e r ripristinare l'unità religiosa in G e r m a n i a : u n a volta conosciuto il Papa da vicino, i cattolici tedeschi si sarebbero convertiti al luteranismo. Pio IX toccò tutte le c o r d e p e r suscitare u n a crociata i n p r o p r i o favore, d i p i n g e n d o s i c o m e un p o v e r o senzatetto in cerca di un «piccolo a n g o l o di terra» in cui p o t e r svolgere l i b e r a m e n t e il suo Ministero. E fu per avvalorare la sua condizione di perseguitato che respinse in blocco «quei futili privilegi e i m m u n i t à che v o l g a r m e n te s o n o detti guarentigie», rifiutò i « t r e n t a d e n a r i » d e l l ' a p p a n n a g g i o , e dichiarò che «nessuna conciliazione sarà mai possibile fra Cristo e Belial, fra la luce e le t e n e b r e , fra la verità e la menzogna». Q u e s t a intransigenza si tradusse a n c h e in gesti che ebbero effetti esiziali sulla vita politica del Paese. Il g r a n d e p r o blema dell'Italia e r a - ed è - quello di stimolare la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica. Il Papa fece il possibile p e r i m p e d i r l a . La Sacra Penitenzieria, d o p o aver d a p p r i m a dichiarato «non conveniente» p e r i cattolici p r e n d e r e p a r t e all'elezione, lo proibì a d d i r i t t u r a t r a s f o r m a n d o il non expedit in un categorico non licei. Così molti cattolici, i quali n o n a v r e b b e r o chiesto di meglio che conciliare la coscienza civile con quella religiosa e contribuire alla costruzione della N a z i o n e , ne f u r o n o i m p e d i t i , si t r o v a r o n o m o r a l m e n t e relegati in un ghetto e, c o m e s e m p r e avviene in tutti i ghetti, si r i n c h i u s e r o in un r a n c o r o s o a t t e g g i a m e n t o di «contestazione» globale verso lo Stato, che ancor oggi ha i suoi rigurgiti nelle correnti «integraliste» della Democrazia cristiana, a n i m a t e da un s o r d o e s o r d i d o spirito di v e n d e t t a nei confronti del Risorgimento, delle sue conquiste e della sua
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t r a d i z i o n e . Q u e s t a anti-Italia t r o v e r à il suo s t r u m e n t o nelYAzione Cattolica, fondata nel '74, ma di questo d i r e m o in seguito. All'intransigenza di Pio IX, lo Stato reagì con p a r i intransigenza. In tutte le Università furono soppresse le facoltà di teologia, i seminari sottoposti al controllo laico, e i preti assoggettati al servizio militare. A r e c l a m a r e e i m p o r r e queste m i s u r e fu n a t u r a l m e n t e la Sinistra che, nel suo irriducibile anticlericalismo, si dichiarava insoddisfatta delle g u a r e n t i gie e predicava contro la Chiesa un Kulturhampf, c o m e quello che Bismarck aveva scatenato contro di essa in G e r m a n i a . L u n g i dal disarmarla, il Papa seguitò a fornire b u o n i argom e n t i a questa p r o p a g a n d a , c o m e se desiderasse di vederla t r a d o t t a in p e r s e c u z i o n e . U n a volta disse che la differenza fra la Destra e la Sinistra era quella che passa fra il colera e il t e r r e m o t o , lasciando capire che preferiva il t e r r e m o t o . Fu nel colmo di questa lotta che Mazzini scomparve. Fino all'ultimo, instancabilmente, aveva tentato di ricucire i brandelli della sua b a n d i e r a . Ma alla fine la disperazione aveva p r e s o sul suo a n i m o il sopravvento. «E l'Italia? L'Italia dei miei sogni? L'Italia c h e ho p r e d i c a t o ? L'Italia che ho sognato? E soltanto un fantasma? U n a parodia?» Sebbene la polizia sapesse benissimo chi e r a e dov'era e cosa faceva, circolava con un falso passaporto inglese intestato a Mr. B r o w n . Ma q u a n d o s'avvide che le r e s i d u e forze lo a b b a n d o n a v a n o , si rifugiò a Pisa nell'ospitale casa di Pellegrino Rosselli, il g e n e r o della sua g r a n d e amica Sarah N a t h a n . Lo curava il vecchio fedelissimo Bertani, ma il paziente lo aiutava poco. «Questa vita di macchina che scrive, scrive, scrive da t r e n t a c i n q u e a n n i comincia a pesarmi» diceva. Ma seguitava a scrivere sostentandosi solo di sigari e di caffè. All'idea che l'Italia fosse solo un fantasma n o n si rassegnava. «Amate o p e r o s a m e n t e questa g r a n d e e p o v e r a patria nostra» raccom a n d a v a ai p o c h i fedeli rimastigli. E sul letto di m o r t e , le sue ultime parole furono a n c o r a di speranza: «Ora tutti la-
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v o r e r e t e c o n p i ù fede, c o n più a r d o r e p e r far sì c h ' i o n o n abbia vissuto invano». Spirò il 10 m a r z o del '72 lasciando detto che voleva essere sepolto nel cimitero di Staglieno accanto a sua m a d r e . E così fu fatto, ma alla chetichella. L'Italia «legale» n o n mosse p a l p e b r a e n o n p r o n u n z i ò parola, ma a n c h e quella «reale» n o n si m o s t r ò molto colpita dalla sua scomparsa. La rigorosa coscienza m o r a l e e la concezione tragica della vita c o m e di un d o v e r e da assolvere e di u n a missione da c o m p i e r e lo avevano s e m p r e reso straniero in un Paese da m e l o d r a m m a c o m e il nostro. La stima di cui aveva g o d u t o era stata semp r e mescolata a un certo fastidio, e n e m m e n o a un secolo di distanza se ne sa districare. Ancor oggi egli resta il p a d r e di u n a Patria che n o n si è mai sentita figlia sua. E se lo fosse, n o n sarebbe com'è.
CAPITOLO DODICESIMO
LA CADUTA DELLA D E S T R A
Quella che nel g i u g n o del 1873 pose fine al Ministero Lanza-Minghetti fu u n a crisi i n t e r n a della Destra. Subito d o p o Porta Pia e il trasferimento della capitale a Roma, i d u e statisti p i e m o n t e s i e r a n o tornati a c o n c e n t r a r e i loro sforzi sul p a r e g g i o del bilancio che, già alle viste nel '70, era stato turb a t o dalla s p e d i z i o n e d i C a d o r n a . I l p r i m o p r o d r o m o del dissenso Io si ebbe q u a n d o alcuni p r o v v e d i m e n t i finanziari p r o p o s t i da Sella f u r o n o a b b o n d a n t e m e n t e r i d i m e n s i o n a t i d a u n a commissione p a r l a m e n t a r e p r e s i e d u t a d a Minghetti. Fin allora latente, il conflitto fra i d u e u o m i n i scoppiava. E si risolveva a favore di Minghetti. Costui, p i ù c h e dalle «correnti» del s u o p a r t i t o r i d o t t o o r m a i a un coacervo di clientele personali e n u m e r i c a m e n t e d o m i n a t o d a d e p u t a t i d i n u o v a n o m i n a senza f i s s a d i m o r a ideologica e q u i n d i disponibili a ogni «combinazione», traeva la sua forza dalle maggiori simpatie che godeva nella Sinistra. E lo si vide dall'aiuto che q u e s t a gli p o r s e q u a n d o , subito d o p o , si a p r ì un altro contrasto a p r o p o s i t o di un arsenale da istallare a T a r a n t o . Lo s p a r a g n i n o Sella aveva stanziato 6 milioni. I r a p p r e s e n t a n t i d e l S u d , c h ' e r a n o in prevalenza di Sinistra, ne r e c l a m a r o n o il q u a d r u p l o , e l'ottennero. Le dimissioni offerte da L a n z a e Sella f u r o n o rifiutate p e r c h é in quel m o m e n t o e r a in discussione u n a legge sulle c o r p o r a z i o n i religiose che urgeva c o n d u r r e in p o r t o . Ma il fronte era o r m a i i r r e p a r a b i l m e n t e rotto: a fargli da mastice era solo il t i m o r e che il p o t e r e slittasse nelle m a n i della Sinistra. Q u e s t o t i m o r e d i l e g u ò q u a n d o , nel g i u g n o del ' 7 3 , 112
morì Rattazzi, l'unico u o m o che alla bell'e meglio riusciva a t e n e r n e legate le correnti. Infatti il suo cadavere n o n si era ancora raffreddato nella t o m b a che il g o v e r n o veniva battuto su un o r d i n e del g i o r n o , e stavolta le dimissioni e r a n o inevitabili. Il Re, c h e o r m a i se le a s p e t t a v a , e r a già d ' a c c o r d o con Minghetti p e r la formazione di un g o v e r n o di coalizione con le c o r r e n t i p i ù m o d e r a t e della Sinistra c a p e g g i a t e da Depretis. Si t r a t t a v a di u n a r i e d i z i o n e del «connubio» di Cavour. Ma l ' o p e r a z i o n e n o n a n d ò in p o r t o p e r le resistenze che incontrò in e n t r a m b i gli schieramenti. Minghetti dovette q u i n d i rassegnarsi a un Gabinetto tutto di Destra e perciò condizionato dalla concordia di un partito in cui la concordia e r a da un pezzo latitante. Per di più, esso dovette subito far fronte alla crisi finanziaria che investiva tutta l ' E u r o p a e anche sull'Italia riverberava i suoi effetti. A r e n d e r l i più gravi era lo stato confusionale in cui versava la circolazione monetaria. A differenza degli altri Paesi, in Italia n o n c'era un solo istituto di e m i s s i o n e , ma sei: la Banca Nazionale, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di C r e d i t o , la Banca R o m a n a , il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Lo Stato assegnava un limite alle loro emissioni, ma n o n riusciva a farlo r i s p e t t a r e . Sollecitate dagli o p e r a t o r i economici p e r r i a n i m a r e il m e r c a t o colpito dalla stagnazione, le sei B a n c h e avevano s t a m p a t o biglietti oltre la misura consentita e n a t u r a l m e n t e questo provocava inflazione e disordine. M i n g h e t t i , c h e si e r a t e n u t o il Ministero delle F i n a n z e , r e n d e n d o s i conto che n o n aveva abbastanza forza p e r unificare gl'istituti di emissione, mise allo studio un p r o g e t t o di lègge c h e creava fra essi un consorzio p e r r e g o l a r n e l'attività. La discussione d i m o s t r ò in m a n i e r a l a m p a n t e q u a n t o fosse o r m a i fuori corso la tradizionale toponomastica parlam e n t a r e . Gli attacchi più violenti, il p r o g e t t o li subì da u n a parte della Destra, sostenitrice dell'assoluta libertà bancaria; m e n t r e i consensi più caldi li ebbe dalla Sinistra m o d e r a t a , 113
grazie alla quale la legge passò a forte maggioranza. Essa regolò p e r v e n t ' a n n i il sistema b a n c a r i o italiano, ma n o n lo mise al r i p a r o da guasti destinati a provocare u n a delle crisi più sconvolgenti che l'Italia abbia mai attraversato. Fu tuttavia un successo senza d o m a n i . Q u a n d o Minghetti, a n c h e lui a l l ' i n s e g u i m e n t o del p a r e g g i o , p r o p o s e degli aggravi fiscali, p e r q u a n t o modesti, la sua m a g g i o r a n z a via via si dissolse, e l'ultimo p r o v v e d i m e n t o passò con 166 voti c o n t r o 165 e 177 astenuti. Minghetti tentò un a c c o r d o con Sella p e r ricucire il fronte di Destra, ma il m u r o di r a n c o r e c h e o r m a i divideva i d u e u o m i n i si rivelò p i ù forte della coincidenza ideologica e degl'interessi del partito. Un sondaggio in direzione opposta, cioè con la Sinistra di Depretis, n o n diede risultati. N o n restavano d u n q u e che le dimissioni del governo, o nuove elezioni. Il Re preferì la seconda alternativa. La c a m p a g n a e l e t t o r a l e del '74 fu m o l t o p i ù vivace di quella del '70 a n c h e p e r c h é il g o v e r n o vi s ' i m p e g n ò a fond o , ma rivelò in m a n i e r a ancora più eloquente le d e c o m p o sizione dell'antica m a g g i o r a n z a m o d e r a t a . Il processo era già cominciato con la guerriglia fra P e r m a n e n t i e Consorti. Ma questi a l m e n o e r a n o d u e blocchi abbastanza o m o g e n e i e caratterizzati, sulla cui c o m p a t t e z z a si poteva fare assegnam e n t o . O r a , al loro posto, e r a n o s u b e n t r a t e delle forze pur a m e n t e clientelari, ribelli a qualsiasi disciplina, e i m p e g n a t e i n u n a lotta d i p o t e r e p i ù a l l ' i n t e r n o d e i l o r o rispettivi schieramenti che c o n t r o quello avversario. I discorsi di Sella e b b e r o come bersaglio Minghetti che, p e r r i p a r a r e alla sua defezione, cercò a p p o g g i presso i cattolici, cui il non expedit i m p e d ì di darglielo. Su d u e soli p u n t i p r o g r a m m a t i c i la Destra trovò u n a certa u n a n i m i t à : il solito sospirato p a r e g g i o del bilancio, e la resistenza a oltranza alle riforme d e m o c r a tiche, c o m e quella del suffragio universale, avanzate dalla Sinistra. Questa manifestava a sua volta gravi segni di dilacerazione i n t e r n a . Q u e l l o più c l a m o r o s o fu la quasi c o n t e m p o r a 114
nea c o m p a r s a di d u e manifesti. U n o , firmato da Crispi, Cairoli, Nicotera, Bertani e altri, ribadiva le tradizionali posizioni oltranziste, e r a p p r e s e n t a v a il p e n s i e r o della Sinistra «storica». U n o , a n o n i m o , m a c h i a r a m e n t e i s p i r a t o d a D e Luca, De Sanctis, C o p p i n o e altri, in s t r a g r a n d e m a g g i o r a n za m e r i d i o n a l i , p r o p u g n a v a la t r a s p o s i z i o n e dei p r o b l e m i da un p i a n o a s t r a t t a m e n t e ideologico a quello c o n c r e t o , ch'era poi il m e t o d o del m o d e r a t i s m o . «I p r o g r a m m i - diceva - n o n siamo noi che li facciamo, li fa il Paese, e il Paese ora n o n chiede riforme politiche, chiede riforme finanziarie e amministrative, sicché la vera riforma politica oggi è q u e sta.» E fu il biglietto da visita di quella che si c h i a m ò la «Sinistra giovane», la q u a l e aveva p e r p a t r o n o un vecchio, Dep r e t i s , c h e tuttavia r i m a s e d i e t r o l e q u i n t e . A n c h e q u e s t e d u e Sinistre si c o m b a t t e r o n o con la stessa virulenza con cui si c o m b a t t e v a n o le Destre, n o n o s t a n t e un accordo stipulato fra loro. P u r r e s t a n d o bassa - il 55 p e r cento -, l'affluenza alle urne, m a l g r a d o l'astensione dei cattolici, fu n e t t a m e n t e superiore a quella del '70. E il risultato complessivo fu un notevole successo della Sinistra, soprattutto nel Sud. Essa ottenne 232 seggi c o n t r o i 276 della m a g g i o r a n z a g o v e r n a t i v a , che c o n s e r v ò le sue posizioni soltanto n e l N o r d . Ma l'elem e n t o caratterizzante della n u o v a C a m e r a e r a ì'indefinibilità dei confini fra i d u e schieramenti. Essi sfumavano in un C e n t r o , d e s t i n a t o a costituire la v e r a base di ogni f u t u r a combinazione. Sulla sua conquista s'imperniò la lotta p e r il potere fra Minghetti e Depretis. Minghetti che, c o m e capo della m a g g i o r a n z a , ebbe l'incarico di f o r m a r e il n u o v o g o v e r n o , cercò n a t u r a l m e n t e di giuocare sulle divisioni fra Sinistra storica e Sinistra giovane. Ma esse si rivelarono m e n o p r o f o n d e di quelle che dilan i a v a n o la D e s t r a un p o ' p e r c h é , a differenza del p o t e r e , l'opposizione unisce; un p o ' p e r c h é nell'arte dei r a t t o p p i e dei r a m m e n d i Depretis n o n aveva rivali. In questa malcerta situazione, qualsiasi passo poteva di115
v e n t a r e fatale, e infatti il g o v e r n o ne mosse p o c h i , a l m e n o nel senso delle riforme. Q u a n d o azzardò l ' a u m e n t o d i u n a tassa di registro sugli atti immobiliari, a n d ò a un pelo dalla c a d u t a p e r c h é u n a fetta della m a g g i o r a n z a votò c o n t r o o si a s t e n n e . Stavolta il pei'icolo i n d u s s e Sella ad a c c e t t a r e un accordo e un posto nel g o v e r n o , il che p e r m i s e a Minghetti di p r o p o r r e un i n a s p r i m e n t o di m i s u r e di polizia specie in Sicilia, dove i delitti si a n d a v a n o p a u r o s a m e n t e moltiplicando e la mafia s e m p r e più spadroneggiava. La Sinistra si schierò c o m p a t t a m e n t e c o n t r o il disegno di legge, e il dibattito r a g g i u n s e toni di alta d r a m m a t i c i t à . Il discorso che più i m p r e s s i o n ò fu quello di Tajani, che c o m e e x - P r o c u r a t o r e G e n e r a l e della Corte d'Appello di Palermo, fece sensazionali rivelazioni sulle collusioni fra mafia e polizia. Ma, trascinati dal furore polemico, gli oratori della Sinistra c o m m i s e r o l ' e r r o r e di coinvolgere nelle responsabilità tutta la Destra, che reagì schierandosi c o m p a t t a m e n t e in difesa del governo. L'insuccesso a g g r a v ò i c o n t r a s t i fra i capi della Sinistra. Gli «storici» f u r o n o messi sotto accusa p e r il l o r o oltranzis m o , e q u a n t o s c o m o d a fosse diventata la loro posizione lo d i m o s t r ò la p r o n t a defezione di Nicotera, il c a m p i o n e dell ' o p p o r t u n i s m o , c h e accostò ai «giovani». A s p i n g e r l o su questa strada e r a stato il Re, che gli aveva fatto b a l e n a r e la possibilità di un Ministero Sella-Nicotera; Ma Depretis n o n e r a u o m o da lasciarsi tagliar fuori da u n a m a n o v r a e da un p e r s o n a g g i o di quella fatta. «I partiti politici che n o n s a n n o aspettare - disse ai suoi elettori di Stradella - n o n m e r i t a n o di a n d a r e al g o v e r n o . Essi d e v o n o g i u n g e r v i p e r la s t r a d a diritta, a t a m b u r o b a t t e n t e , con la loro b a n d i e r a spiegata.» A u n a simile p r e d i c a il suo p u l p i t o e r a il m e n o qualificato p e r c h é questo m e t o d o egli n o n lo seguì mai. Ma lì p e r lì gli p e r m i s e di r i c o m p o r r e il fronte delle Sinistre. A n c h e Nicotera finì p e r r i e n t r a r e nei r a n g h i . E Depretis, lungi dall'infliggergli mortificazioni, lo incaricò di c e r c a r e un a c c o r d o sottobanco coi Consorti toscani in vena di «deviazionismo». 116
Così, t r a s f o r m a n d o l o in collaboratore, si sbarazzò di un rivale, e avviò la m a n o v r a che p r e s t o doveva c o n d u r l o al p o tere. I fatti si svolsero così. Firenze aveva d a t o l'addio alla capitale senza n e s s u n r i m p i a n t o , ma chiedeva di essere i n d e n nizzata delle i m m a n i spese che aveva d o v u t o sostenere p e r ospitarla e che avevano ridotto il suo bilancio in condizioni fallimentari. G u i d a t a da Peruzzi, p r o g e n i e di b a n c h i e r i , la Destra toscana era su questo p u n t o u n a n i m e e h-riducibile. Ma altrettanto ostinato e r a il rifiuto di quella piemontese, e il contrasto ridava alimento alla vecchia g u e r r a fra Consorti e Permanenti. Ancora più aggrovigliata era la questione delle ferrovie. C o m e a b b i a m o già d e t t o , il p r o b l e m a se convenisse di p i ù affidarne la gestione allo Stato o lasciarle a società private, da a n n i divideva e avvelenava l'opinione pubblica con polemiche roventi, scandali o sospetti di scandali. N o n c'era su questo p u n t o un'antitesi Destra-Sinistra. Le società private, cui p a r t e c i p a v a n o a n c h e b a n c h e s t r a n i e r e della forza e del prestigio dei Rothschild, avevano i loro avvocati sia n e l l ' u n o che nell'altro schieramento. E questo contribuiva a r e n d e r e la lotta confusa e imprevedibile. Nel m a r z o del '76 Minghetti e il suo Ministro dei Lavori Pubblici, S p a v e n t a , p r e s e n t a r o n o dei d i s e g n i d i legge c h e p r a t i c a m e n t e d a v a n o avvìo alla statalizzazione. L'episodio d i m o s t r a q u a n t o c a n g e v o l e sia la t o p o n o m a s t i c a politica. Oggi a p p a r e quasi inconcepibile che ad avanzare u n a simile p r o p o s t a fossero degli u o m i n i di Destra, e ad avversarla fosse, quasi u n a n i m e m e n t e , la Sinistra. E p p u r e , fu q u a n t o avv e n n e nel '76. Ma i m o d e r a t i toscani e b u o n a p a r t e di quelli lombardi, p u r d ' i m p e d i r e quella saggia misura o r m a i adottata o in via di adozione in tutti gli Stati m o d e r n i , r u p p e r o il fronte e p a s s a r o n o dalla p a r t e degli avversari. Il g o v e r n o , b a t t u t o , p r e s e n t ò le dimissioni. E il Re d i e d e l'incarico di f o r m a r n e u n o n u o v o a l c a p o della vittoriosa o p p o s i z i o n e , Depretis. 117
Q u e s t a la sequenza, piuttosto casuale, degli avvenimenti c h e c o n d u s s e r o alla c a d u t a della D e s t r a . Ma se q u e s t a assunse un carattere definitivo, fu p e r c h é alla sua origine c'er a n o dei motivi sostanziali e profondi. C e r c h i a m o di chiarirli. L a p i ù a p p a r i s c e n t e d e b o l e z z a della D e s t r a , negli ultimi tempi, era stata la m a n c a n z a di un leader. D o p o la m o r t e di Cavour, essa n o n ne aveva più trovato u n o in g r a d o di d o m i n a r l a e d ' i m b r i g l i a r n e le forze centrifughe. Il suo u o m o di più alta statura m o r a l e , Ricasoli, mancava di qualità politiche, e d o p o di lui un v e r o e p r o p r i o c a p o n o n c'era p i ù stato. Dei tre c h e a s p i r a v a n o a d i v e n t a r l o - L a n z a , Sella e Minghetti -, n e s s u n o aveva la forza d'imporsi agli altri d u e . Ma forse questo d i p e n d e v a a n c h e dal fatto che l'impresa era d i v e n t a t a m o l t o p i ù a r d u a . C a v o u r aveva a v u t o a c h e fare c o n u n a D e s t r a c h e r a p p r e s e n t a v a ceti sociali a b b a s t a n z a o m o g e n e i : la g r a n d e e m e d i a borghesia agraria del C e n t r o N o r d . I suoi successori d o v e v a n o vedersela a n c h e con u n a borghesia meridionale che, sebbene essa p u r e in g r a n p a r t e agraria, e r a mossa da criteri e interessi molto diversi. In parole p o v e r e : i p r i m i e r a n o degli a g r a r i capitalisti, i secondi degli a g r a r i feudali; i p r i m i e r a n o a u t e n t i c a m e n t e liberali, i secondi a u t e n t i c a m e n t e conservatori. T r o v a r e fra loro u n a c o m p o n e n t e e r a difficile. Un altro motivo era il m u t a m e n t o del q u a d r o e u r o p e o in cui la Destra aveva o p e r a t o . In politica estera i suoi p u n t i di riferimento e r a n o s e m p r e stati l'amicizia dell'Inghilterra e il p a t r o n a t o militare della Francia. C o n t r o la Sinistra, che voleva m a z z i n i a n a m e n t e «fare da sé», la Destra aveva fatto tutto quel che aveva fatto con la Francia e grazie alla Francia. Q u e s t o passato costituiva un p a t r i m o n i o di ricordi e un leg a m e di g r a t i t u d i n e che n e m m e n o il «tradimento» di Villafranca e l'ostinato servizio di g u a r d i a m o n t a t o dai francesi allo Stato pontificio e r a n o riusciti a i n t a c c a r e . A n c h e p e r l'ultima c a m p a g n a d ' i n d i p e n d e n z a c o n t r o l'Austria, quella 118
del '66, l'Italia aveva chiesto il p e r m e s s o a Parigi, ne aveva seguito a n c h e il consiglio d ' i m p e g n a r v i s i soltanto a mezzo, ed era dalle m a n i della Francia che aveva ricevuto il Veneto. Ma la disfatta di Sedan e la caduta di N a p o l e o n e lasciavano la Destra orfana del tradizionale p r o t e t t o r e . O r a bisognava v e r a m e n t e «fare da sé», e a questo e r a molto più qualificata l a Sinistra, c h e n e aveva s e m p r e fatto u n o dei suoi p u n t i programmatici. Il terzo motivo era la crisi del liberismo economico, che p e r la Destra era stato un d o g m a : un po' p e r c h é era il p r i n cipio cui s'ispiravano le d u e Potenze Occidentali col cui aiuto l'Italia e r a d i v e n t a t a N a z i o n e , un p o ' p e r c h é esso corris p o n d e v a all'esigenze d ' u n Paese essenzialmente agricolo e d o m i n a t o dai ceti agrari c o m e il nostro. Solo n o n oberati da dazi i vini, i formaggi, la frutta, lo zolfo e la seta italiani potevano conquistare i mercati stranieri, m e n t r e si poteva, anzi si doveva c o n c e d e r e reciprocità di t r a t t a m e n t o ai m a n u fatti e macchinari stranieri p e r il semplice motivo che l'Italia n o n e r a in g r a d o di p r o d u r n e . Ecco p e r c h é C a v o u r era stato o s t i n a t a m e n t e libero-scambista e i suoi successori seguitavano a esserlo. Ma verso la m e t à degli a n n i 70 l'agricoltura fu colpita da u n a g r a v e crisi. La facilità dei mezzi di c o m u n i c a z i o n e , e quindi la riduzione dei costi di t r a s p o r t o , consentì all'America di scaricare le sue d e r r a t e sui mercati e u r o p e i a prezzi fuori di qualsiasi c o n c o r r e n z a . Per i Paesi i n d u s t r i a l i , nei quali l'agricoltura svolgeva un r u o l o s u b a l t e r n o , fu un imbarazzo. Per l'Italia fu un disastro, che p r o d u s s e d u e conseg u e n z e : i n c r i n ò la fede nel liberismo, e d i e d e u n a s p i n t a agl'investimenti nell'industria convogliandovi b u o n a p a r t e di quei risparmi che fin allora venivano quasi esclusivamente impiegati in acquisti e migliorie di terre. T u t t o q u e s t o sovvertiva il tradizionale q u a d r o e c o n o m i co. Via via c h e c r e s c e v a n o di p e s o , g l ' i n d u s t r i a l i facevano s e n t i r e l e l o r o esigenze c h ' e r a n o i n p i e n a c o n t r a d d i z i o n e con quelle degli agricoltori. A farsene portavoce fu Alessan119
d r o Rossi che aveva fondato a Schio il più m o d e r n o lanificio italiano e nel '70 era stato n o m i n a t o Senatore. Egli fece del suo banco u n a t r i b u n a p e r sostenere le tesi protezioniste. E gli a r g o m e n t i n o n gli m a n c a v a n o . Bisogna scegliere, egli diceva: se l'Italia vuole le sue i n d u s t r i e - e n o n si vede c o m e possa farne a m e n o - bisogna che le p r o t e g g a dalla concorr e n z a s t r a n i e r a con r o b u s t e tariffe d o g a n a l i , a l m e n o fin q u a n d o esse n o n siano in g r a d o di resistere da sé, c o m e del resto h a n n o fatto tutti gli Stati nel p e r i o d o del loro decollo. N o n era il solo a sostenere questa tesi. A n c h e Luigi Luzzatti, il più brillante fra gli e c o n o m i s t i italiani della n u o v a leva, parlava lo stesso linguaggio contro i liberisti della vecchia scuola. Ma se queste idee attecchirono n o n fu grazie all ' e l o q u e n z a dei l o r o sostenitori, ma al fatto ch'esse c o r r i s p o n d e v a n o ai bisogni del Paese, d o v e si profilava u n a situazione che la Destra n o n aveva previsto ed era i m p r e p a rata ad affrontare. N o n che la Sinistra si trovasse, ideologic a m e n t e , in condizioni migliori. Anch'essa seguiva in m a g g i o r a n z a il credo liberista. Ma vi e r a m e n o legata della Destra, che ne aveva s e m p r e fatto il c a r d i n e della sua politica economica e che quindi, r i n n e g a n d o l o , r i n n e g a v a se stessa. M i n g h e t t i cercò di allentare la p r e s s i o n e d e n u n c i a n d o parecchi trattati commerciali e affidandone la revisione a Luzzatti. Ma oltre n o n potè a n d a r e , e a n c h e p e r questo fu travolto. Un altro p u n t o c h e coglieva la Destra di s o r p r e s a e r a il p r o b l e m a del Mezzogiorno, sebbene ad anticiparlo fosse stato p r o p r i o u n o dei suoi u o m i n i , Massari, nell'inchiesta sul brigantaggio. Ma a p o r l o in t e r m i n i chiari e d r a m m a t i c i fu nel '75 la «Rassegna settimanale» di Firenze con gli scritti di S i d n e y S o n n i n o , L e o p o l d o F r a n c h e t t i , P a s q u a l e Villari e Giustino F o r t u n a t o . Q u e s t ' u l t i m o , che poi diventò il p a d r e e ispiratore dei «meridionalisti», sapeva quel che diceva cont r o i terrieri del Sud p e r c h é era u n o dei loro, e a p p u n t o p e r questo la sua testimonianza pesava. G r a n d e «notabile» della Lucania, malinconico e pessimista c o m e tutti i suoi conter-
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r a n e i (chi scrive ha fatto in t e m p o a conoscerlo), egli era di fondo un conservatore. Nei miracoli n o n ci credeva, e nella decadenza del Sud vedeva u n a specie di fatalità ineluttabile. Ma la probità m o r a l e e intellettuale gl'ispirò un terribile atto di accusa c o n t r o la classe sociale da cui egli stesso proveniva e che costituiva in quelle province il sostegno della Destra. Così questa m e t t e v a sotto processo se stessa e r i c o n o sceva di aver fallito il riscatto del Sud. Nelle elezioni del '76 sarà infatti il voto dei meridionali a d e t e r m i n a r e il definitivo trionfo della Sinistra. E infine, l'esaurimento della missione. I d u e obbiettivi su cui la Destra si e r a i m p e g n a t a allo spasimo e r a n o l'unificazione legislativa e amministrativa del Paese e il p a r e g g i o del bilancio. Li aveva raggiunti, ma a p r e z z o di un t e n i b i l e logorio. Più imposta dall'alto che sollecitata dalla base, l'unificazione aveva richiesto il sacrificio d'infiniti interessi p a r t i colari. Il p o t e r e centrale aveva violentato costumi e tradizioni d a n d o allo Stato le sembianze di un p a d r o n e sopraffattore e q u i n d i p r o v o c a n d o scontentezze e rancori, che o r a venivano al pettine. N o n m e n o faticoso e p r o n u b o d ' i m p o p o l a r i t à era stato il pareggio. N o n è vero che a questo t r a g u a r d o gli u o m i n i della Destra avessero sacrificato i bisogni del Paese. P u r semp r e «lesinando», un notevole passo avanti glielo avevano fatto fare. E r a n o migliorate le Forze A r m a t e , e r a migliorata la flotta mercantile, e r a n o migliorate e moltiplicate le ferrovie, e r a n o migliorate le scuole. Ma tutto questo era costato sacrif i c i d u r i s s i m i . Impeccabili, m a a n c h e implacabili a m m i n i stratori, quegli u o m i n i avevano torchiato il Paese senza discriminare; m a , a p p e s a n t e n d o la m a n o sulle i m p o s t e indir e t t e che colpivano nella stessa m i s u r a il ricco e il p o v e r o , facevano di quest'ultimo la vera vittima raschiandolo all'osso. Il sistema aveva trovato la sua più esemplare applicazione nella tassa sul macinato, rimasta in vigore a n c h e d o p o il b a g n o di s a n g u e che aveva provocato. T u t t o era stato sprem u t o , a cominciare dalle i n d e n n i t à dei Ministri e dei parla-
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m e n t a r i . E q u e s t o è un m e r i t o c h e n e m m e n o i p i ù settari paladini della Sinistra possono contestare agli u o m i n i della Destra. A n c h e se q u a l c u n o di loro fu coinvolto in scandali - p r o b a b i l m e n t e del tutto p r e t e s t u o s i -, la regola fu la più specchiata probità. E il t r a g u a r d o era stato r a g g i u n t o . La sequenza degli avvenimenti è significativa. Il 16 marzo d e l 1876 M i n g h e t t i a n n u n c i ò c h e il deficit e r a stato colm a t o . D u e giorni d o p o questo a n n u n z i o , la Destra cadeva, c o m e se le fosse v e n u t o a m a n c a r e il m o t i v o della s u a sop r a v v i v e n z a . Q u a n d o la C a m e r a t o r n ò a r i u n i r s i d o p o le elezioni che a v e v a n o c o n s a c r a t o il trionfo della Sinistra, M i n g h e t t i disse, r i v o l g e n d o s i a D e p r e t i s : «Abbiamo vinto noi. A b b i a m o straziato, se volete, c o n le i m p o s t e i c o n t r i b u e n t i , ma a b b i a m o salvato le finanze e il credito e l ' o n o r e d'Italia, e vi a b b i a m o lasciato lo stato di cose che o r a p e r m e t t e a voi di c o m p i e r e gli atti di cui vi gloriate». L'opinione pubblica salutò con dimostrazioni e l u m i n a r i e il g r a n d e evento e gli dette l ' i m p o n e n t e e i m p e g n a t i v o n o m e di «rivoluzione p a r l a m e n t a r e » . Ma i fatti si affrettarono a dim o s t r a r e che la r i v o l u z i o n e e r a p i ù nelle p a r o l e che nelle cose. E i motivi sono abbastanza evidenti. Destra e Sinistra e r a n o legate da solidarietà di fondo, più forti d i qualsiasi c o n t r a s t o . E n t r a m b e e r a n o d i e s t r a z i o n e borghese, e n t r a m b e attingevano i loro titoli morali al Risorg i m e n t o , ed e n t r a m b e e r a n o espressione della ristretta categoria di «notabili», che p r a t i c a m e n t e esercitava in esclusiva il diritto di voto. Finché d u r a v a questo assetto, che la Sinistra si g u a r d e r à b e n e p e r molti a n n i dallo sconvolgere n o n o s t a n t e la p e r e n t o r i a richiesta del suffragio u n i v e r s a l e avanzata dalla sua E s t r e m a , di rivoluzione e r a impossibile p a r l a r e . Il notabile di Sinistra che p r e n d e v a il posto di quell o d i D e s t r a e r a u n suo strettissimo p a r e n t e , q u a n d o n o n a d d i r i t t u r a la stessa p e r s o n a . Per di più già da un pezzo erano v e n u t i a c a d e r e , o si e r a n o smussati, molti dei motivi ideologici che li a v e v a n o divisi e c o n t r a p p o s t i , e che gira e
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rigira si c o m p e n d i a v a n o in questo: se l'Italia la dovesse fare il P i e m o n t e s a b a u d o col suo esercito e la sua diplomazia, o il p o p o l o in a r m i con le sue b a r r i c a t e . T u t t o il R i s o r g i m e n t o n o n e r a stato che il conflitto fra q u e s t e d u e soluzioni concorrenziali, m a a n c h e c o m p l e m e n t a r i : quella illuministica di un'Italia fatta dal Principe, cioè dall'alto; e quella rivoluzionaria di un'Italia fatta dal p o p o l o , cioè dal basso. Ma l'ult i m a battaglia d i q u e s t a g u e r r a e r a stata c o m b a t t u t a sulla q u e s t i o n e di R o m a . Risolta la quale, e così concluso il p r o cesso unitario, la polemica diventava p u r a m e n t e retrospettiva, e si trasferiva dalla sede politica a quella storica. Il p r o b l e m a n o n e r a p i ù chi dovesse fare l'Italia, ma chi l'aveva fatta. Lo si d i b a t t e a n c o r a . Lo si d i b a t t e r à s e m p r e . Ma rig u a r d a solo il retaggio m o r a l e delle d u e parti in causa. Sul piano dei p r o g r a m m i , già nel 76 aveva p e r s o g r a n p a r t e del suo significato. Ma anche su quello degl'interessi, il contrasto era sorpassato, o p e r meglio dire si presentava in m a n i e r a del tutto diversa da quella tradizionale. In seno alla Destra, che aveva s e m p r e avuto e seguitava ad avere il suo p u n t o di forza nella borghesia centro-settentrionale, si e r a n o v e n u t e s e m p r e più accentuando le spinte progressiste dei ceti mercantili e i n d u striali. M e n t r e in seno alla Sinistra, che aveva la sua roccaforte nelle borghesie meridionali, s e m p r e più si sviluppavano le resistenze conservatrici dei p r e d o m i n a n t i ceti terrieri. O g n u n o dei d u e s c h i e r a m e n t i covava i n s o m m a nel suo seno e n t r a m b e le t e n d e n z e . E infatti sui g r a n d i p r o b l e m i , c o m e quello del libero scambio, essi si e r a n o spaccati. Per questo i d u e blocchi avevano cessato di c o n t r a p p o r s i f r o n t a l m e n t e . Ma p e r questo a n c h e il passaggio del p o t e r e d a l l ' u n o all'altro n o n poteva c o m p o r t a r e t r a u m i rivoluzionari. Ciò n o n vuol d i r e che tutto restasse i m m u t a t o . Q u a l c h e c a m b i a m e n t o c'era. Ma, più che le idee e i p r o g r a m m i , rig u a r d a v a gli u o m i n i . Quelli di Destra avevano s e m p r e visto le cose da posti di responsabilità: il loro tirocinio e r a stato il p o t e r e , ch'essi a v e v a n o i n i n t e r r o t t a m e n t e esercitato p e r 123
quindici a n n i , salvo le d u e brevi p a r e n t e s i di Rattazzi (che poi era di Sinistra solo di etichetta e aveva a n c h e lui governato con u o m i n i di Destra). Militari, diplomatici, magistrati, amministratori, gli u o m i n i della Destra, a furia di stare immersi nella realtà dei p r o b l e m i concreti, spesso p e r d e v a n o di vista gl'ideali, consideravano il p o p o l o un «oggetto», e ten e v a n o verso di esso un a t t e g g i a m e n t o mescolato di p a t e r n a l i s m o , diffidenza e p a u r a . Per gli u o m i n i di Sinistra la scuola e r a stata la cospirazione; le cose le a v e v a n o s e m p r e viste dalla barricata o dal banco dell'opposizione p a r l a m e n tare; a furia di pascersi d'ideali, spesso p e r d e v a n o di vista la realtà; e mitizzavano il p o p o l o di cui si atteggiavano a direttori di coscienza. Essi n o n toccarono le istituzioni, anzi vi s'inserirono con e s t r e m a disinvoltura. Ma, p e r g r a n p a r t e infeudati alla Massoneria, furono p i ù anticlericali, p i ù avventurosi in politica estera, più audaci nel lancio delle riforme, a l m e n o sulla carta, p i ù chiassosi, d e m a g o g i c i e declamatori, p i ù massimalisti, e quindi a n c h e più esposti a tentazioni autoritarie. I n s o m m a , a subire u n a vera e p r o p r i a svolta n o n fu il «sistema», ma il suo «stile».
PARTE SECONDA
SINISTRA AL POTERE
CAPITOLO TREDICESIMO
DEPRETIS
A r i l e g g e r e ciò c h e i c o n t e m p o r a n e i dissero e scrissero di lui, viene da chiedersi c o m e fece Depretis a d o m i n a r e la scena politica m a n t e n e n d o s i quasi i n i n t e r r o t t a m e n t e al p o t e r e p e r u n a d e c i n a di a n n i . Lo stesso Cavour, c h e in un c e r t o senso lo aveva «lanciato» n o m i n a n d o l o p r i m a g o v e r n a t o r e di Brescia e poi p r o d i t t a t o r e in Sicilia, lo giudicava «un u o m o indeciso, i r r e s o l u t o , che riuscirà u n m e d i o c r i s s i m o direttore in un g r a n m o v i m e n t o politico». D e p u t a t o di Stradella, in provincia di Pavia, in gioventù aveva militato da c o s p i r a t o r e sotto la b a n d i e r a repubblicana, ma n e m m e n o Mazzini r i p o n e v a in lui g r a n fiducia. Infatti D e p r e t i s n o n p e r s e t e m p o a trasferirsi nei r a n g h i di quella Sinistra costituzionale che accettava la m o n a r c h i a , e sotto questa insegna conquistò il collegio elettorale che poi m a n t e n n e p e r q u a r a n t a n n i , fino alla m o r t e . Da allora la sua casa e la sua vita f u r o n o il b a n c o d e l P a r l a m e n t o , della cui meccanica d i v e n n e in b r e v e il p i ù a g g u e r r i t o e s p e r t o . Nessuno conosceva meglio di lui la tecnica delle mozioni e delle interpellanze, i cavilli di p r o c e d u r a , il groviglio dei corridoi, i p u n t i d ' i n c o n t r o dietro le quinte. E n e s s u n o sapeva meglio di lui orientarvisi e profittarne. Fu grazie a questa maestria di tessitore ch'egli d i v e n n e il capo riconosciuto dell'opposizione democratica, n o n c e r t o per le sue mediocri qualità oratorie, e m e n o a n c o r a p e r l'audacia e la fantasia delle sue concezioni politiche. Forse egli avversò il famoso «connubio» fra C a v o u r e Rattazzi più p e r motivi di p o t e r e che p e r ragioni ideologiche. C o n d a n n a n d o quella o p e r a z i o n e , emarginava Rattazzi, c h ' e r a il suo più pe-
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ricoloso e a u t o r e v o l e rivale, e restava p a d r o n e della Sinistra. Q u e s t o n o n gl'impedì di accettare incarichi da Cavour, che sapeva servirsi di tutti, a n c h e dei nemici. Ma né a Brescia né a P a l e r m o fece g r a n figura. Fuori del P a r l a m e n t o e delle sue m a n o v r e e «combinazioni», si sentiva spaesato. E anche le sue esperienze di g o v e r n o e r a n o state piuttosto infelici. C e r t a m e n t e egli n o n ebbe n e s s u n a responsabilità nel «fattaccio» di A s p r o m o n t e . Ma a n c h e lui ne fu travolto come Ministro dei Lavori Pubblici del g o v e r n o in carica. T o r n ò a farne p a r t e n e l '66 c o n Ricasoli, e stavolta gli a n d ò a n c h e p e g g i o . C o m e Ministro della Marina, toccò a lui a n d a r e ad A n c o n a p e r s p i n g e r e all'azione l'indeciso e svogliato Persan o . L'ordine e r a di Ricasoli, e Depretis n o n ne fu che il messaggero. Ma sia p u r e solo c o m e tale, il disastro di Lissa coinvolse a n c h e lui. A n c h e il Re aveva scarsa o p i n i o n e di Depretis. Ma probabilmente fu p r o p r i o questo il motivo p e r cui n o n fu affatto t u r b a t o dall'obbligo di affidargli, c o m e capo dell'opposizione che aveva rovesciato Minghetti, l'incarico del n u o v o Gov e r n o . La sconfitta della D e s t r a n o n gli dispiaceva affatto. Essa n o n gli aveva fornito che dei C a v o u r e dei Ricasoli, cioè degli uomini che n o n si e r a n o mai prestati ai suoi giuochi di politica personale, anzi li avevano s e m p r e risolutamente avversati. Ecco p e r c h é aveva s e m p r e trescato con la Sinistra, e o r a sperava che questa gli desse, con Depretis, un altro Rattazzi. P r o b a b i l m e n t e D e p r e t i s , che - diceva Petruccelli della G a t t i n a - «affabile, p i a g g i a t o r e , famigliare c o n tutti, p r o m e t t e s e m p r e , p r o m e t t e tutto», p r o m i s e molto a n c h e a lui, c o m e del resto era nel suo stile. C o m e m a n i p o l a t o r e di uom i n i , n o n aveva rivali. Q u a n d o l o a c c u s a v a n o d i s a p e r n e sfruttare p i ù i difetti che le virtù, egli non r i s p o n d e v a che i difetti degli u o m i n i sovrastano di g r a n l u n g a le virtù, p e r ché questo avrebbe p o t u t o farglieli nemici. Ma c e r t a m e n t e lo pensava. «Amico delle spie e dei ladri» lo definì un giornale. «Il divo B u d d a » lo chiamava B e r t a n i . E di questi n o -
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mignoli si potrebbe compilare un interminabile elenco. «Giano bifronte», «Caino», «il clown», «il volpone», «il m a go», «l'affondatore». La sua vocazione, incalzava l'implacabile Petruccelli, è «crear dissensi, scompigliare partiti, gualcire caratteri. Egli è n a t o malfattore politico, c o m e si nasce poeta o ladro». E Silvio Spaventa, p e r p r e n d e r n e le difese, n o n trovò nulla di meglio che p a r a g o n a r l o a «un cesso, che resta pulito, sebbene ogni i m m o n d e z z a vi passi». Sotto questa g r a g n u o l a di dileggi e di accuse, Depretis rimase s e m p r e i m p e r t u r b a b i l e . Egli n o n r u p p e mai con coloio che glieli lanciavano, n e m m e n o q u a n d o essi r o m p e v a n o con lui. La sua pazienza era inesauribile. La p e r s e u n a volta sola q u a n d o in u n a discussione alla C a m e r a i n t e r r u p p e un c o n t r a d d i t t o r e che parlava a vanvera esclamando: «Che bestialità!»; ma se ne p e n t ì subito e gliene chiese scusa. BarziIai diceva c h ' e r a «invaso dal d è m o n e della p r o c r a s t i n a z i o ne». E Salvemini racconta che un giorno, i n d i c a n d o le carte che si accatastavano sul suo tavolo, Depretis disse: « O g n u n a d i queste p r a t i c h e dovevo d e c i d e r l a e n t r o v e n t i q u a t t r ' o r e , se n o n volevo m a n d a r e in rovina l'Italia. Le v e n t i q u a t t r ' o r e son passate, la pratica è s e m p r e lì, e l'Italia va avanti lo stesso». C o m e tutti gli scettici, senza illusioni sugli u o m i n i , a cominciare da se stesso, aveva anche un certo u m o r i s m o , sebb e n e n e facesse u n o sfoggio moderatissimo. Q u a n d o u n dep u t a t o gli disse che, «maestro in tutto, egli lo era a n c h e nell'arte di a n d a r piano», rispose: «Ho la gotta». Se l'avesse ver a m e n t e , n e s s u n o lo ha mai s a p u t o con certezza. Si sa solo che della gotta si ricordava soprattutto q u a n d o si trovava in qualche situazione difficile. Alla vigilia, p e r e s e m p i o , di un voto di fiducia - quello da cui d i p e n d e la sopravvivenza di un Ministero - dall'esito incerto, si p r e s e n t a v a alla C a m e r a zoppicante, tossicoloso e con l'aria d ' u n p o v e r o valetudinario o r m a i allo s t r e m o . D i c e v a n o p e r f i n o c h e p e r a p p a r i r e più vecchio si tingeva la b a r b a di bianco. I caricaturisti se ne facevano u n a pacchia, r a p p r e s e n t a n d o l o c o m e il «Vecchio della M o n t a g n a » , e giornali satirici, con d u b b i o gusto, n o n 129
e s i t a v a n o a s p e c u l a r e sul fatto c h e sua m o g l i e avesse t r e n t ' a n n i m e n o di lui. Fra le t a n t e accuse che gli v e n n e r o lanciate ci fu a n c h e quella di r u b a r e . Ma questo n o n lo cred e t t e n e s s u n o , forse n e a n c h e chi lo aveva d e t t o . Da Presid e n t e del Consiglio, egli c o n t i n u ò a vivere in un a p p a r t a m e n t o c h ' e r a poco p i ù di u n a soffitta da conquistare, gotta o n o n gotta, con centoventi scalini; e q u a n d o m o r ì , n o n lasciò u n a lira. Pareto chiamò il suo r e g i m e «la dittatura più assoluta che sia possibile in u n o Stato a r e g i m e p a r l a m e n t a r e » , e c'è del vero. Egli n o n assunse mai atteggiamenti autoritari: n o n era nella sua n a t u r a . Ma n o n c'è d u b b i o che esercitò il p o t e r e c o n u n a tecnica che lasciava p o c o spazio a l l ' o p p o s i z i o n e . Questa tecnica è passata alla Storia col n o m e un p o ' spregiativo di trasformismo, ma di n u o v o c'era a p p u n t o soltanto il n o m e . Anche Cavour l'aveva praticata, e del resto era quella che meglio conveniva alla classe politica italiana. Depretis illustrò il suo m e t o d o con queste parole: «Mentre si e r a soliti dire c h e il g o v e r n o r a p p r e s e n t a v a un partito, noi intendiamo invece g o v e r n a r e nell'interesse di tutti, ed accetteremo l'appoggio di tutti gli u o m i n i onesti e leali, a qualsiasi g r u p po a p p a r t e n g a n o » . In p a r o l e p o v e r e ciò significava che n o n d o v e v a n o p i ù esserci divisioni p r e c o n c e t t e , c h e i vecchi g r u p p i p o t e v a n o sciogliersi p e r d a r e avvìo a n u o v e coalizioni e m a g g i o r a n z e , e c h e i n s o m m a o g n i n e m i c o p o t e v a trasformarsi in a m i c o (ma a n c h e viceversa). «Io s p e r o - disse Depretis - che le mie p a r o l e p o t r a n n o facilitare quella concordia, quella feconda trasformazione delle parti liberali della C a m e r a , che v a r r a n n o a costituire quella t a n t o invocata e salda maggioranza, la quale, ai n o m i storici tante volte abusati e forse i m p r o v v i d a m e n t e scelti dalla t o p o g r a f i a della C a m e r a , sostituisce p e r p r o p r i o s e g n a c o l o u n a idea c o m prensiva, vecchia c o m e il m o t o , c o m e il m o t o s e m p r e n u o va: il progresso.» C o n questo a p p e l l o all'abbraccio e c u m e n i c o in n o m e di un ideale che n e s s u n o poteva d e c e n t e m e n t e rifiutare a prio-
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ri, Depretis i n t e n d e v a ripristinare quella p a t e r n a «dittatura p a r l a m e n t a r e » , basata sull'autorità e sul prestigio di alcuni g r a n d i «notabili» coi loro seguiti e clientele, e sulle l o r o «combinazioni», c h ' e r a stato a n c h e il m e t o d o di Cavour. Ma se Cavour vi e r a ricorso c o m e ripiego, p e r Depretis fu invece u n a vocazione e u n a professione. A p a r t e le d u e Estreme - quella reazionaria di Destra e quella radicale-repubblicana di Sinistra -, che poi e r a n o d u e esigue m i n o r a n z e , sotto di lui i partiti si dissolsero, ma con essi si dissolsero a n c h e i g r a n d i princìpi ideologici su cui si f o n d a v a n o . Alla vecchia « g u e r r a di religione» fra m o d e r a t i e democratici si sostituì lo spirito di c o m p r o m e s s o che r e n d e v a tutto fluido e n e g o ziabile, ma a n c h e facilmente corruttibile. D o p o a n n i di q u e sta pratica, Crispi dirà: «Bisognerebbe v e d e r e il p a n d e m o nio di M o n t e c i t o r i o q u a n d o si avvicina il m o m e n t o di u n a s o l e n n e votazione. Gli agenti del Ministero c o r r o n o p e r le sale e pei c o r r i d o i , o n d e a c c a p a r r a r e voti. Sussidi, d e c o r a zioni, canali, ponti, strade, tutto si p r o m e t t e , e talora un atto di giustizia, l u n g a m e n t e n e g a t o , è il prezzo del voto p a r lamentare». Era vero. Ma c o n t i n u ò ad esserlo a n c h e d o p o che al potere fu salito Crispi. Depretis formò il suo p r i m o g o v e r n o con u o m i n i esclusivam e n t e di Sinistra. Ma siccome questa n o n aveva la maggioranza, se la c o m p r ò d a n d o soddisfazione sul p r o b l e m a delle ferrovie a quei g r u p p i della C o n s o r t e r i a che, r o m p e n d o il fronte della Destra, gli avevano dato la vittoria su Minghetti. Il p r o b l e m a delle ferrovie era - c o m e abbiamo già detto quello del loro esercizio. Si doveva finalmente d e c i d e r e se esso doveva essere a s s u n t o dallo Stato o affidato a società p r i v a t e con cui e r a n o già state avviate trattative. C e n t r o e C o n s o r t i e r a n o p e r la s e c o n d a alternativa, m e n t r e la Sinistra storica e r a p e r la p r i m a . Fra gli u n i e l'altra, D e p r e t i s r a g g i u n s e un c o m p r o m e s s o . Egli fece i n g h i o t t i r e alla Sinistra la tesi privatistica, p r o m e t t e n d o l e in cambio lo sciogli-
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m e n t o della C a m e r a e le n u o v e elezioni ch'essa reclamava. Egli stesso si r e n d e v a conto che senza u n a m a g g i o r a n z a stabile e r a impossibile g o v e r n a r e . Ma n o n tutti i suoi colleghi la p e n s a v a n o c o m e lui. Il Ministro d e g l ' I n t e r n i N i c o t e r a p r e f e r i v a la s i t u a z i o n e a t t u a l e p e r c h é , essendosi s p o s t a t o verso il C e n t r o , meditava di f o r m a r e con esso u n a maggior a n z a sua p r o p r i a con cui scalzare Depretis e p r e n d e r n e il posto. Ma con queste operazioni si poteva s o r p r e n d e r e un Ricasoli, n o n un Depretis, che ne era egli stesso m a e s t r o , e che p r o b a b i l m e n t e sciolse la C a m e r a a n c h e p e r m e t t e r s e n e al r i p a r o . Il Re n o n fece obbiezioni, le elezioni furono indette p e r il 5 n o v e m b r e ( s e m p r e del '76), e Depretis i n a u g u r ò la c a m p a g n a elettorale con un discorso ai suoi fedeli di Stradella in cui svolse e fissò i p u n t i p r o g r a m m a t i c i della Sinistra: abolizione del corso forzoso, riforma tributaria, allarg a m e n t o del c o r p o elettorale, istruzione e l e m e n t a r e obblig a t o r i a , elettività dei sindaci e dei p r e s i d e n t i dei consigli provinciali che fin allora e r a n o di n o m i n a governativa. Stavolta l ' e l e t t o r a t o r i s p o s e con un c e r t o slancio. Dei 600.000 iscritti nelle liste, a n d ò alle u r n e quasi il 60 p e r cento: che n o n era m o l t o , ma e r a già qualcosa. Su questo successo, più c h e il r i c h i a m o delle riforme a n n u n c i a t e da Dep r e t i s , influì l'azione di N i c o t e r a . Fin all'ultimo ostile alle elezioni, q u a n d o queste furono b a n d i t e , come Ministro deg l ' I n t e r n i n o n gli restava che vincerle. A cose fatte, gli avversari lo a c c u s a r o n o di n o n a v e r b a d a t o ai mezzi, ed e r a vero. Specie nel suo Sud, mobilitò mafie, c a m o r r e e clientele, i n t i m i d e n d o gli avversari e c o m p r a n d o con d i s p e n s e e favori governativi tutto ciò che c'era di comprabile, e Dio sa se ce n ' è . S p a v e n t a p a r l ò di « t e r r o r e a m m i n i s t r a t i v o » e di «Stato ridotto a u n a mostruosa macchina elettorale». E vero che la Destra, q u a n d o era al potere, lo aveva usato pressapp o c o allo stesso m o d o . Ma è a l t r e t t a n t o v e r o che, p e r conquistarlo, la Sinistra aveva p r o m e s s o di «moralizzare» la sua gestione. I m e t o d i che vi aveva i n t r o d o t t o Nicotera forniva132
no b u o n i a r g o m e n t i a chi diceva che «la Sinistra n o n è che u n a D e s t r a p e g g i o r a t a » . Ma i risultati n o n e r a n o m a n c a t i . La Sinistra uscì dal c o n f r o n t o con 4 0 0 d e p u t a t i , la D e s t r a con 120. Solo C a v o u r nel '61 aveva o t t e n u t o u n a vittoria altrettanto schiacciante. L'unico c h e n o n si lasciò a c c e c a r e d a l l ' e n t u s i a s m o p e r questo trionfo fu Depretis. Egli sapeva benissimo q u a n t o il suo partito fosse e t e r o g e n e o , m i n a t o da discordie ideologiche e da rivalità personali. G u i d a t o da Bertani e Cavallotti, il piccolo ma r u m o r o s o g r u p p o della E s t r e m a , in cui c o n fluivano i resti mazziniani e garibaldini del vecchio «partito d'azione», r a p p r e s e n t a v a u n a vera e p r o p r i a dissidenza radicale, dotata di poco seguito, ma di forte credito morale. E quasi altrettanto a u t o n o m a era la cosiddetta «Sinistra pura» di Crispi, Cairoli e Zanardelli. Di quali forze disponesse era impossibile d i r e p e i x h é esse si s p o s t a v a n o c o n t i n u a m e n t e da u n a «corrente» all'altra secondo le circostanze e le convenienze. E p r o p r i o di questo era conscio Depretis che subito, p e r p r e v e n i r e colpi a s o r p r e s a , c e r c ò u n a c o l l a b o r a z i o n e con gli elementi di Destra più disposti all'intesa. Ancora u n a volta li favorì sulla q u e s t i o n e delle ferrovie a p p a l t a n d o l e a un p o t e n t e g r u p p o di b a n c h e italiane e s t r a n i e r e . Ma q u e sto gli provocò nel partito u n a mezza rivolta. Zanardelli, Ministro dei Lavori Pubblici, d i e d e le dimissioni, B e r t a n i e Cairoli uscirono dalla maggioranza, e della Sinistra p u r a rimase con Depretis il solo Crispi, ma in cambio del Ministero degl'Interni. Il p o s t o e r a v a c a n t e p e r c h é N i c o t e r a e r a scivolato sulla «gamba di Vladimiro» un episodio ridicolo, ma che rivelava il carattere d e l l ' u o m o . Un p r i n c i p e russo di stanza a R o m a aveva r i c e v u t o d a l suo Paese un t e l e g r a m m a in cui un tal Alessandro gli c o m u n i c a v a che il figlio V l a d i m i r o era stato ferito a u n a g a m b a . Nicotera aveva c r e d u t o c h e il m i t t e n t e fosse lo zar Alessandro che dava notizia di un attentato contro il figlio V l a d i m i r o e, p r i m a che al d e s t i n a t a r i o , la fece comunicare ai giornali che la pubblicarono con grandissimo 133
rilievo. Essa fu subito smentita, ma confermò quello che già si sapeva: e cioè che il Ministro d e g l ' I n t e r n i violava sistemat i c a m e n t e il s e g r e t o telegrafico. L ' i n d i g n a z i o n e fu tale e - quel che è peggio - condita di tali risate e corbellature che Nicotera dovette a n d a r s e n e . D e p r e t i s n o n ne fu dispiaciuto. La g a m b a di V l a d i m i r o gli forniva u n a b u o n a scusa p e r liberarsi di un collaboratore infido e p e r a m m a n s i r e u n pericoloso rivale. Ma, a p p e n a a s s u n t a la carica, a n c h e Crispi fu v i o l e n t e m e n t e attaccato p e r bigamia e dovette a sua volta dimettersi. P r o p r i o allora il c a n d i d a t o governativo alla Presidenza della C a m e r a venne b a t t u t o da Cairoli. La Destra aveva cominciato a dilaniarsi d o p o a n n i di p o t e r e . Alla Sinistra e r a n o bastati pochi m e si. E Depretis, il navigatore abituato più a evitare che ad aff r o n t a r e la t e m p e s t a , p r e f e r ì a s p e t t a r e c h e si placasse ritirandosi in b u o n o r d i n e . A n c h e p e r c h é nel frattempo e r a acc a d u t o qualcosa c h e p o t e v a r i m e s c o l a r e t u t t e l e c a r t e del giuoco: Vittorio E m a n u e l e e r a m o r t o , e sul suo t r o n o o r a sedeva un altro Re, di cui n e s s u n o conosceva il carattere e le intenzioni.
CAPITOLO QUATTORDICESIMO
IL MARITO DI MARGHERITA
Il 5 g e n n a i o del '78 scomparve a Firenze u n o dei maggiori protagonisti del R i s o r g i m e n t o , il g e n e r a l e La M a r m o r a . Il Re voleva mettersi in t r e n o p e r p a r t e c i p a r e ai suoi funerali e p o i p r o s e g u i r e p e r la M a n d r i a a visitarvi la Rosina, a n ch'essa m a l a t a . Ma n o n ce la fece. Da un p a i o di g i o r n i si sentiva i brividi nelle ossa, e alla fine aveva d o v u t o mettersi il t e r m o m e t r o : t r e n t a n o v e . Sulla n a t u r a del male, i medici n o n ebbero dubbi: b r o n c o p o l m o n i t e . Ma la p r o g n o s i era favorevole: Vittorio E m a n u e l e n o n aveva c h e c i n q u a n t o t t o anni ed era di fibra robusta. Viceversa, d o p o un lieve m i g l i o r a m e n t o iniziale, il suo stato precipitò, e il Papa incaricò un M o n s i g n o r e di farsi int r o d u r r e dal cappellano di Corte presso l'infermo. N o n si è mai s a p u t o di q u a l e m e s s a g g i o fosse l a t o r e . Ma e v i d e n t e m e n t e il cappellano temette che la C u r i a volesse m e r c a n t e g giare l'assoluzione condizionandola a qualche ritrattazione politica, e si sottrasse all'incombenza. Q u a n d o il medico gii chiese se voleva v e d e r e il confessore, il Re lo fissò c o n un piccolo trasalimento di s t u p o r e , ma n o n di p a u r a . «Ho capito» disse, e fece e n t r a r e il cappellano. Questi rimase con lui u n a ventina di minuti, poi a n d ò alla parrocchia di San Vincenzo p e r p r e n d e r e il viatico. Il p a r r o c o disse che n o n e r a autorizzato a darglielo, e p e r r i m u o v e r e la sua resistenza occorse l'intervento del Vicario. Cosa p o i sia successo fra costui, la Curia, il p a r r o c o e il cappellano, n o n sappiamo. Il Re r i m a s e p r e s e n t e a se stesso fino all'ultimo, e volle morire da Re. Rantolante, si fece t r a r r e sui cuscini, si b u t t ò sulle spalle u n a giacca grigia da caccia, e lasciò sfilare ai pie-
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di del letto tutti i dignitari di Corte salutandoli u n o p e r u n o con un c e n n o di testa. Infine chiese di restar solo con Umb e r t o e Margherita, ma all'ultimo m o m e n t o fece i n t r o d u r r e nella c a m e r a a n c h e il figlio c h e aveva a v u t o dalla Rosina, E m a n u e l e di Mirafiori, e p e r la p r i m a volta costui si trovò di fronte a U m b e r t o che n o n aveva mai voluto incontrarlo. Era il 9 gennaio. «Il v a n t a g g i o che ha un Re m o r e n d o - scrive Alfassio Grimaldi - è di n o n dover ascoltare le poesie che, a salma ancora calda, s p u n t a n o c o m e funghi.» E infatti l'Italia ne fu alluvionata. «E m o r t o il p i ù valoroso dei Maccabei, è m o r t o il leone d'Israele, è m o r t o il veltro dantesco, è m o r t a la provv i d e n z a della n o s t r a casa. P i a n g e t e , o c e n t o città d'Italia! P i a n g e t e a singhiozzo, o cittadini!...» scriveva // Piccolo di Napoli. Ma di questa istigazione alla prèfica n o n c'era bisog n o , p e r c h é gl'italiani p i a n g e v a n o davvero, e n o n soltanto quelli di fede monarchica. «Chi sapeva, o g r a n Re, di a m a r ti tanto?» si chiedeva Fabio Nannarelli. Perfino Cavallotti si commosse, e scrisse u n a lettera a U m b e r t o . La s t a m p a s t r a n i e r a fu quasi a l t r e t t a n t o u n a n i m e . Solo quella a u s t r i a c a a v a n z ò q u a l c h e riserva. S e c o n d o la Neue Prete Presse, «nessun Principe fu più fortunato di lui, ch'ebb e i n r e g a l o u n a m e t à d e l suo R e g n o dagli alleati, l'altra m e t à dai sudditi», e il Morgen Post p r o p o s e d ' i n c i d e r e sulla sua t o m b a q u e s t o epitaffio: «Qui giace u n Re, cui t u t t o t o r n ò vantaggioso, a n c h e le disfatte». Ma a p a r t e queste voci viennesi, le c a m p a n e r i n t o c c a r o n o a gloria in t u t t o il m o n d o , e anche il giornale della Curia, POsservatore romano, cercò a m o d o suo d'intonarsi al coro scrivendo che «il Re ha ricevuto i Santi Sacramenti d i c h i a r a n d o di d o m a n d a r e p e r d o n o al P a p a dei torti di cui s'era reso responsabile». HAgenzia Stefani s m e n t ì i m m e d i a t a m e n t e . La C u r i a s m e n t ì la smentita. E i giornali laici insorsero a u n a voce d a n d o al Papa di «avvoltoio» e accusandolo di «infame speculazione sul segreto confessionale». Così quella che avrebbe p o t u t o esse-
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re un'occasione di distensione, diventò un e n n e s i m o motivo di rissa. Un'altra polemica scoppiò p e r la sepoltura. C e r t a m e n t e il defunto avrebbe voluto essere t u m u l a t o a S u p e r g a , e Sup e r g a voleva la C o r t e , c o m p o s t a quasi e s c l u s i v a m e n t e di piemontesi. Ma Crispi disse: «II Pantheon», e questo grido, riecheggiato da R o m a e da tutta l'Italia, diventò a d d i r i t t u r a travolgente q u a n d o il Vaticano, con insigne malaccortezza, dichiarò che n e s s u n a delle q u a t t r o g r a n d i basiliche e r a disponibile p e r le esequie. A U m b e r t o n o n restò che accettare la sfida e inchinarsi alla voce p o p o l a r e . Fatta p e r gli spettacoli, R o m a - a detta di Massari - «non vide mai un trionfo di vivo p i ù s o l e n n e di quello del m o r to». All'alba, a n c h e i tetti e r a n o già gremiti di folla. I t r e n i ne avevano riversata a fiotti da tutta Italia. Oltre tremila deputazioni e tutte le associazioni combattentistiche e patriottiche e r a n o presenti con le loro b a n d i e r e . Fra d u e massicce ali di t r u p p a schierate l u n g o tutto il percorso, il corteo p r e se avvìo dal Quirinale. La salma imbalsamata e r a distesa su un c a r r o d o r a t o tirato da otto cavalli e p r e c e d u t o dal p r i m o aiutante di c a m p o che portava, con la p u n t a a p p o g g i a t a alla sella, la s p a d a del Re, g l o r i o s a m e n t e a m m a c c a t a . A p p a r t e n u t a a l G e n e r a l e francese M a s s é n a , quella s p a d a p o r t a v a sulla lama la scritta: «Viva la Repubblica Italiana!» Seguiva, parato a lutto, il cavallo arabo che Vittorio E m a n u e l e aveva m o n t a t o a Palestra e a San M a r t i n o , o r m a i u l t r a t r e n t e n n e . Dietro, su un baldacchino, la C o r o n a Ferrea. Poi, i Principi stranieri calati a frotte, fra i q u a l l'Arciduca R a n i e r i d'Austria e Federico Guglielmo di Prussia. E il c o r p o diplomatico al completo. E tutti i dignitari del R e g n o in gibus e m a r sina. Di preti, d u e soli: il cappellano, e un altro che Io aspettava al P a n t h e o n p e r insultarlo d a n d o g l i di «venduto». Il compito che aspettava il n u o v o Re n o n e r a dei p i ù facili. Se suo p a d r e fosse stato davvero «un gigante», è tuttora controverso. Ma tale e r a a p p a r s o alla m a g g i o r a n z a degl'italiani. 137
E ciò faceva sì ch'egli lasciasse un vuoto a n c o r a più g r a n d e d e l p o s t o c h e aveva o c c u p a t o . Per r i e m p i r l o , ci voleva un u o m o di stazza, e a U m b e r t o n o n ne veniva attribuita molta. Anni p r i m a , d o p o un colloquio con lui, Silvio Spaventa aveva scritto al fratello B e r t r a n d o : «Il male positivo è che il giovane è p u r t r o p p o i g n o r a n t e . Ha fatto r e g o l a r m e n t e gli studi di scuola, c o m p r e s o il diritto costituzionale insegnatogli da Mancini, ma d o p o la scuola n o n ha fatto altro e n o n fa altro, e n o n mi p a r e abbia voglia di altro». In c o m u n e col p a d r e , sembrava avere solo il genetliaco: a n c h e lui era n a t o il 14 m a r z o (del '44). Ma se un p o ' lo ricordava nel fisico atticciato, nel carattere n o n gli somigliava affatto. Alla disciplina da caserma che vigeva in Casa Savoia si e r a piegato senza resistenze, e di tenerezze n o n aveva ric o r d o . La m a d r e n o n aveva t e m p o di occuparsi di lui perc h é , spossata dalle g r a v i d a n z e , e r a s e m p r e malata, e lo lasciò orfano q u a n d o aveva undici anni. Il p a d r e n o n lo vedeva quasi mai p e r c h é i sentimenti p a t e r n i Vittorio E m a n u e l e li sfogava solo sui figli che gli aveva dato la bella Rosina: per quelli legittimi n o n aveva n e s s u n t r a s p o r t o . L'unica a rivolgergli qualche attenzione e r a la n o n n a Maria Teresa, la vedova di Carlo Alberto. Ma lo faceva da « m u m m i a a m b u l a n te» c o m e la definiva il suo fedelissimo Morozzo della Rocca, «sola, seria, stecchita». E p p o i a n c h e lei m o r ì quasi c o n t e m p o r a n e a m e n t e alla n u o r a . Da quel m o m e n t o , m e n t r e le d u e sorelle (Clotilde e Maria Pia) r e s t a v a n o a T o r i n o , U m b e r t o e i suoi t r e fratelli (Amedeo, O d d o n e e Carlo Alberto) f u r o n o istallati a Moncalieri, affidati alla pedagogia di un folto stuolo di preti e di militari, e sottoposti alle solite r e g o l e s p a r t a n e di Casa Savoia: sveglia alle 5, m e s s a alle 6, e c o m p i t i e p r e g h i e r e , e p r e g h i e r e e c o m p i t i fino alle 2 1 . O g n i t a n t o , ma solo ogni t a n t o , il Re li convocava p e r un frettoloso saluto: la sua vera casa e r a la Mandria, dove Rosina gli cavava gli stivali, gli tagliava le u n g h i e dei piedi - che poi metteva sotto teca come cimeli -, gli caricava la p i p a di maiolica, e gli p r e p a r a v a la 138
b a g n a c a u d a , m e n t r e lui giocherellava coi suoi b a s t a r d i n i , d i cui e r a orgogliosissimo: « G u a r d a t e c o m e v e n g o n b e n e - diceva a tutti -, q u a n d o si mescola il nostro s a n g u e a quello del popolo!» D o p o la proclamazione dell'unità, C a v o u r volle che l'erede al t r o n o si facesse conoscere, e lo m a n d ò in giro coi fratelli p e r tutta Italia. U m b e r t o aveva diciassette a n n i e i famosi baffi n o n se li e r a ancora fatti crescere, ma già portava i capelli «alla Umberto», cioè tagliati corti a spazzola. I sudditi n o n lo t r o v a r o n o m o l t o a t t r a e n t e p e r via delle l a b b r a cascanti e della bocca socchiusa, c o m e se soffrisse di adenoidi, che dava al suo volto un'espressione un p o ' ebete. Per di più u n a faringite, che i medici n o n avevano s a p u t o c u r a r e , gli aveva a r r u g g i n i t o le c o r d e vocali e lasciato u n a voce cavernosa, c h e s e m b r a v a iraconda a n c h e q u a n d o p r o n u n z i a va parole gentili. Sebbene di p a r o l e gentili ne dicesse molte e stesse s e m p r e al suo posto, tutti gli p r e f e r i v a n o A m e d e o , molto più discolo, ma a n c h e molto più s p o n t a n e o e spiritoso. E a q u a n t o p a r e lo preferiva a n c h e il p a d r e , che n o n cessò mai di b r i g a r e p e r p r o c u r a r e un t r o n o a n c h e a lui e alla fine glielo trovò in Spagna, ma solo a titolo provvisorio. Q u a n d o fece il suo giro, U m b e r t o e r a già c o l o n n e l l o e, da b u o n Savoia, lo e r a dalla testa ai p i e d i . Se di q u a l c h e ideale fu capace, p e r tutta la vita accarezzò quello di diventare u n g r a n d e c o n d o t t i e r o m a senza l e r o m a n t i c h e r i e d a crociato medievale di suo n o n n o , né il trascinante slancio di suo p a d r e . La sorte lo deluse fornendogli occasione di gloria u n a volta sola: a Custoza nel '66. C o n t r o il p a r e r e di cortigiani e ministri, Vittorio E m a n u e l e aveva voluto che tutti i suoi figli, legittimi e illegittimi, scendessero in c a m p o a n c h e a costo di lasciare il t r o n o senza e r e d i . E p o c o ci m a n c ò . Amedeo r i p o r t ò u n a ferita al v e n t r e . E U m b e r t o , G e n e r a l e di Divisione, p e r essersi spinto t r o p p o avanti p e r riconoscere il t e r r e n o , a un c e r t o p u n t o si t r o v ò investito da u n o s q u a d r o n e di Ulani, e fece a p p e n a in t e m p o a r i e n t r a r e fra i suoi e a disporli in difesa. 139
Q u e s t o famoso « q u a d r a t o di Villafranca» doveva diventare la pacchia di tre generazioni di poeti di corte, e i poeti italiani sono quasi tutti di corte. Fossero veri tutti i gesti e le p a r o l e che agiografi e memorialisti i m p r e s t a r o n o p e r quell'occasione a U m b e r t o , l'episodio a v r e b b e d o v u t o d u r a r e q u a l c h e g i o r n o . I n v e c e d u r ò solo m e z z ' o r a , ma il giovane p r o t a g o n i s t a vi si c o n d u s s e r e a l m e n t e b e n e , con tranquillo c o r a g g i o . Esso gli valse la m e d a g l i a d ' o r o , n o n c h é la G r a n C r o c e dell'Aquila Rossa e quella dell'Aquila N e r a da p a r t e dell'alleato p r u s s i a n o . Ma s o p r a t t u t t o gli valse u n a certa sicurezza di sé e fu p e r questo che U m b e r t o n o n lo dimenticò mai. I r e d u c i di Villafranca d i v e n t a r o n o i suoi beniamini, li favorì in tutti i m o d i , e di un solo pittore - lui che di pittura n o n capiva nulla - ebbe stima, Fattori, p e r c h é aveva r a p p r e s e n t a t o la scena di quella battaglia e gli aveva d e t t o , m e n t e n d o , che vi aveva partecipato a n c h e lui. L'anno d o p o il p a d r e decise di dargli moglie, e la prescelta fu u n ' A r c i d u c h e s s a di quella dinastia A s b u r g o L o r e n a presso la quale i Savoia n o n avevano mai smesso di rifornirsi. Ma il p r o g e t t o a n d ò in fumo, e n o n in senso figurato. Per un b a n a l e i n c i d e n t e gli abiti della Principessa p r e s e r o fuoco, e la ragazza m o r ì bruciata. Per U m b e r t o n o n fu un trauma p e r c h é n o n l'aveva m a i vista. Ma b i s o g n ò p e n s a r e a un'altra. E in quel m o m e n t o , come a p p a r e da u n a lettera di Clotilde a La M a r m o r a che l'aveva incaricata d'inventariare le varie possibilità, le Case r e g n a n t i e r a n o piuttosto a corto di m a t e r i a l e p r e g i a t o . Fu M e n a b r e a c h e s u g g e r ì al Re u n a s o l u z i o n e in famiglia: M a r g h e r i t a , la figlia o r f a n a del suo prediletto fratello F e r d i n a n d o , Duca di Genova. Il Re d a p p r i n c i p i o rifiutò r e c i s a m e n t e . C o n la cognata, Elisabetta di Sassonia, aveva r o t t o in m a n i e r a c l a m o r o s a , q u a n d o aveva saputo che costei aveva sposato morganaticam e n t e u n m a g g i o r e d i artiglieria senza blasone. D o p o u n a violenta scenata, aveva fatto r a d i a r e il Maggiore dall'esercito e confinato Elisabetta a Belgirate p o r t a n d o l e via il figlio e lasciandole solo la figlia. Ma secondo D'Ideville c'era anche
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dell'altro. Vittorio E m a n u e l e aveva s e m p r e subito il fascino della cognata, che ne aveva da v e n d e r e e che, rimasta vedova, aveva sognato di farsi sposare da lui. II Re si e r a sottratto c o n s i d e r a n d o l o quasi un incesto. Ma era rimasto segretam e n t e i n n a m o r a t o di lei, e a r e n d e r l o così spietato nei suoi confronti s a r e b b e stata a n c h e la gelosia. Ma questi e r a n o soltanto pettegolezzi di Corte. C o m u n q u e , d o p o a v e r r e s p i n t o il s u g g e r i m e n t o di Men a b r e a , il Re ci r i p e n s ò e volle a n d a r e di p e r s o n a a v e d e r e la n i p o t e , che r i c o r d a v a b a m b i n e t t a . O r a essa aveva sedici anni, e la trovò che ricopiava certi autografi di un a n t e n a t o Savoia. Q u e s t o lo colpì quasi q u a n t o la sua avvenenza. «A l'è d'mè sang», è p r o p r i o del mio sangue, esclamò soddisfatto. E q u a n d o s e p p e ch'essa stava p e r fidanzarsi con Carlo di Romania, pose fine a g l ' i n d u g i . «Vieni, ti ho trovato la sposa» scrisse al figlio. T r e giorni d o p o il P r e s i d e n t e del Consiglio diede l'annunzio ufficiale alla C a m e r a . Le nozze furono celebrate il 21 aprile del '68. E si svolsero a Torino, forse p e r darle l'illusione di essere a n c o r a u n a capitale. Per l'ultima volta la città s a b a u d a assistè a un c o r t e o di teste c o r o n a t e . Ma fu la sola a festeggiarle. In tutto il resto del Paese il p o polino faceva a s c h i o p p e t t a t e coi g e n d a r m i p e r p r o t e s t a r e contro la tassa sul macinato, e negli obitori c'erano 250 m o r ti, 1.000 feriti negli ospedali, e 4.000 nuovi ospiti nelle p r i gioni. U m b e r t o aveva accettato p e r c h é n o n p o t e v a r i f i u t a r e . Come e r e d e al t r o n o , il suo p r i m o d o v e r e era quello di mettere al m o n d o un altro e r e d e al t r o n o . Ma la d o n n a con cui gii sarebbe piaciuto farlo, n o n e r a Margherita. Chiuso e introverso, da ragazzo n o n aveva m o s t r a t o i d i r o m p e n t i a p p e titi sessuali di suo p a d r e . P r o b a b i l m e n t e e r a a n c o r a casto, q u a n d o a diciott'anni i n c o n t r ò a Milano la duchessa E u g e nia Litta d e t t a d a l n o m e p a t e r n o «la B o l o g n i n a » . Essa ne aveva sette più di lui e n o n li aveva sprecati. D u r a n t e la campagna del '59 era stata il riposo del g u e r r i e r o più famoso e i m p o r t a n t e : N a p o l e o n e I I I . E s e c o n d o le m a l e l i n g u e , e r a 141
p a s s a t a subito d o p o in e r e d i t à a Vittorio E m a n u e l e , che p e r ò e r a il m e n o a d a t t o ad a p p r e z z a r e la sua vita di vespa, le sue carni pallide e i suoi raffinatissimi gusti. Balzac le aveva reso omaggio. Boito seguitava a r e n d e r g l i e n e . D'Annunzio d i r à ch'essa «aveva r u b a t o il s e g r e t o a N i n o n de Lenclos». I n s o m m a , c o m e iniziatrice all'amore, il giovane Principe n o n poteva d e s i d e r a r n e u n a p i ù fascinosa e d esperta. Lo fu al p u n t o che, n o n o s t a n t e la differenza d'età, egli le rimase d e v o t o - a n c h e se n o n fedele - fino alla fine dei suoi giorni. Molto p r o b a b i l m e n t e , M a r g h e r i t a sapeva già di questa relazione p e r c h é la sapeva t u t t a Italia. Ma essa n o n voleva s p o s a r e u n u o m o . Voleva s p o s a r e u n Re, p e r c h é e r a nata col destino di Regina e ne aveva tutte le stigmate. Era bella, ma assai m e n o di q u a n t o dicessero i poeti che p e r l'occasione si moltiplicarono (non ci fu sindaco di villaggio che n o n si sentisse t e n u t o a r a b b e r c i a r e q u a l c h e q u a r t i n a ; a n c h e la p i ù s g a n g h e r a t a fruttava di solito u n a croce di Cavaliere). Bellissimi e r a n o i capelli fra il b i o n d o e il fulvo, ma aveva le g a m b e un p o ' corte, la pelle slavata, e s o p r a t t u t t o n o n possedeva la carica sessuale di E u g e n i a , la sua fantasia, la sua iniziativa. In c o m p e n s o e r a u n a vera e seria professionista del t r o n o , e gl'italiani lo sentirono. Essi c o m p r e s e r o che, anche se n o n avessero avuto un g r a n Re, a v r e b b e r o avuto u n a g r a n d e Regina. «Margherita, u n a g r a n d e s p e r a n z a - p e r l'Italia comincia da te» scriveva Giacosa. E a p a r t e la loro bruttezza, questi versi e s p r i m e v a n o un sentimento, o un present i m e n t o autentico. U m b e r t o e b b e i l b u o n senso d i n o n e n t r a r e i n concorrenza con lei, e anzi di mettersi al suo rimorchio. Subito dopo le nozze, essi e r a n o partiti n o n tanto p e r v e d e r e q u a n t o p e r farsi vedere in tutto il Paese. Ma il Paese vedeva soltanto M a r g h e r i t a , che n o n t r a s c u r ò nulla p e r d a r e sostanza al m i t o p o p o l a r e della «bella coppia» a r m o n i o s a e felice. Dov u n q u e andassero, U m b e r t o si p r e o c c u p a v a quasi esclusivam e n t e d i r i c o n o s c e r e nella folla u n r e d u c e del «quadrato» 142
da c h i a m a r e p e r n o m e e battergli u n a m a n o sulla spalla. Il resto lo lasciava fare a lei, che lo faceva benissimo. Era infaticabile. Aveva un gesto e u n a p a r o l a p e r t u t t i , ed e r a n o sempre gesti e parole azzeccati. C o m e andassero le cose nell'intimità, è un'altra questione, e n o n ci sono motivi p e r supp o r r e che a n d a s s e r o del tutto b e n e . Ma, di lì a pochi mesi, essa potè a n n u n z i a r e all'impaziente suocero c h ' e r a incinta. E in un m a t r i m o n i o reale, questo basta p e r farlo considerare riuscito. Il lieto evento fu atteso a Napoli. Q u a n d o la levatrice g r i d ò : «Maschio!», l'Italia m o n a r c h i c a , che n o n e r a tutta l'Italia, ma ne r a p p r e s e n t a v a u n a b u o n a fetta, fu ai piedi della Principessa c o m e se lo avesse fatto soltanto lei. C i n q u a n t a c i n q u e Vescovi c e l e b r a r o n o altrettanti Te Deum, i Comuni si caricarono di debiti p e r inviare sontuosi presenti al f u t u r o Re d'Italia, e u n a i n d u l g e n z a p l e n a r i a svuotò le carceri. Un solo n u o v o ospite politico c'entrò: il b a r d o della democrazia Felice Cavallotti, a u t o r e di u n ' o d e intitolata «Il parto e l'amnistia». D u e mesi d o p o , Margherita e r a in Duomo a baciare l'ampolla che c o n t i e n e il s a n g u e di San G e n n a r o , di cui aveva d a t o il n o m e al figlio a g g i u n g e n d o l o a quello di Vittorio E m a n u e l e p e r tradizione sabauda, di Ferdinando p e r r i g u a r d o al n o n n o m a t e r n o , e di Maria p e r omaggio alla Chiesa. Pensava p r o p r i o a tutto. Si ritirarono nella villa Reale di Monza, dove Margherita non protestò contro l'assunzione della Litta in qualità di dama di c o m p a g n i a . Ma protestò moltissimo q u a n d o un giorno, r i e n t r a n d o p r i m a del previsto da u n a passeggiata, trovò la Duchessa fra le braccia di U m b e r t o . Anzi, n o n p r o t e s t ò affatto. Fece le valige e si p r e s e n t ò al suocero, a n n u n z i a n d o gli che tornava da sua m a d r e . «Ma c o m e - le rispose il Re vuoi a n d a r t e n e soltanto per questo?» Era sinceramente sbalordito e più ancora imbarazzato: c o m e avrebbe p o t u t o t e n e r e , p r o p r i o lui, u n a lezione di m o r a l e c o n i u g a l e a suo figlio? Margherita rimase, «ma da questo m o m e n t o - disse - n o n ^ r ò più che la Principessa, mai più la moglie». Pochi giorni dopo il Gazzettino rosa r i p o r t a v a c h e d u r a n t e la n o t t e n e l s
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p a r c o della villa di Monza si era sentito un colpo di pistola c h e aveva messo in a l l a r m e le g u a r d i e , e c o n u n a serie di perifrasi comprensibili soltanto agl'iniziati lasciava intendere che a spararlo era stata Margherita alle spalle di Umberto, il q u a l e si avviava c o m e o g n i sera a r e n d e r visita all'am a n t e . R i t e n e n d o l o l ' a u t o r e d i q u e l l ' i n d i s c r e z i o n e , alcuni ufficiali schiaffeggiarono in p i e n a Galleria Cavallotti, e ne seguì u n a specie di disfida di Barletta, tanti furono i duelli che n e d e r i v a r o n o . Molto p r o b a b i l m e n t e si t r a t t a v a d ' u n chiacchiericcio. Quella di Margherita n o n era di certo gelosia. Essa n o n era d o n n a di passioni, e forse n e m m e n o di s e n t i m e n t i , m e n o quello del d o v e r e . Di suo m a r i t o , nulla lascia c r e d e r e che fosse i n n a m o r a t a . C o m e n o t a il suo più p e n e t r a n t e e inform a t o biografo, Casalegno, nelle sue lettere si t r o v a n o parole di rispetto p e r il Re, mai di tenerezza p e r il marito. Prima del m a t r i m o n i o aveva avuto un debole p e r il suo cugino e futuro cognato A m e d e o , ma si era trattato di cosa infantile e del tutto i n n o c e n t e . Le «distrazioni» coniugali che in seguito le v e n n e r o i m p r e s t a t e p a r e che n o n a b b i a n o n e s s u n fondam e n t o . «Nessuna s o v r a n a d e l l ' O t t o c e n t o ebbe i n t o r n o a sé tanti savii, e così p o c h i e r a d i ufficiali di cavalleria» scrive l'Adam. Esercitò le sue seduzioni su Carducci, ma solo per legarlo al c a r r o della Monarchia. Del generale Osio fu grande amica, ma n o n certo l'amante. Se un legame ebbe, fu col b a r o n e savoiardo Peccoz; ma u n i c a m e n t e basato, p a r e , sul c o m u n e r o m a n t i c o a m o r e p e r l a m o n t a g n a . N e m m e n o come m a d r e fu affettuosa. E l'unica p e r s o n a p e r cui m o s t r ò u n a vera tenerezza fu il nipotino U m b e r t o . Ma, Regina dalla testa ai piedi, esigeva che anche suo m a r i t o si comportasse da Re. N o n s p a r ò di certo: le Regine n o n s p a r a n o . Ma è molto probabile che, q u a n t o ai r a p p o r t i coniugali, abbia ten u t o parola, cioè n o n ne abbia più avuti. Cosa di cui lui n o n dovette molto soffrire, ma forse n e m m e n o lei. Della famiglia r e a l e , M a r g h e r i t a fu l'unica c h e accolse con gioia il trasferimento a Roma. Vittorio E m a n u e l e aveva 144
cercato di r i t a r d a r l o il più possibile p e r n o n d a r e un altro dispiacere a cui pover veij, a q u e l p o v e r o vecchio (il P a p a ) , cui a l'hai già faine abastanza, ne ho già p r o c u r a t i abbastanza. La verità è che R o m a n o n gli piaceva, n o n gli piaceva l'idea d'istallarvi u n a vera e p r o p r i a C o r t e , c o m e o r a si r e n d e v a necessario, e m e n o a n c o r a quella di separarsi da Rosina. A bassa voce, aveva a v a n z a t o la p r o p o s t a di accasarla in u n a «dipendenza» d e l Q u i r i n a l e , m a L a n z a e r a stato esplicito: «O via lei, o via io». Sicché aveva d o v u t o sistemarla in un villino di Via N o m e n t a n a , c h e di fatto e r a a n c h e la sua abitazione. La p a d r o n a di casa in palazzo reale e r a M a r g h e r i t a . Era lei che fungeva da Regina. Ed era p r o p r i o questo che la colmava di gioia. R o m a b i s o g n a v a c o n q u i s t a r l a , e n o n e r a facile. T u t t o il patriziato «nero» aveva f o r m a t o c o n t r o i p i e m o n t e s i un «quadrato» più c o m p a t t o di quello di Villafranca. A u n a visitatrice tedesca, il Papa aveva confidato: «La cosa più m e r a vigliosa r i m a n e p u r s e m p r e che a R o m a viviamo io, Re Vittorio E m a n u e l e e Garibaldi, senza divorarci». Ma questa bonomia la mostrava solo in privato. Nelle pubbliche dichiarazioni e r a aggressivo, seguitava a scagliare a n a t e m i c o n t r o «gli usurpatori». E q u a n d o s e p p e che U m b e r t o i n c o n t r a n d o un Cardinale m e n t r e conduceva in sfilata il suo r e p a r t o , gli aveva fatto r e n d e r e l ' o n o r e delle a r m i , o r d i n ò ai p o r p o r a t i di n o n uscire più dal Vaticano e di fare, c o m e lui, i prigionieri. Ma c o n t r o M a r g h e r i t a , p e r f i n o i p r e t i l o t t a v a n o m a l e . Non ci fu chiesa in cui n o n andasse a inginocchiarsi, n o n ci fu p a r r o c o c h e n o n ricevesse le sue e l e m o s i n e , n o n ci fu ospizio od o p e r a pia di cui essa n o n assumesse l'alto e fattivo p a t r o n a t o . Era d a p p e r t u t t o e d a p p e r t u t t o e r a «la Regina bionda e gemmata» più tardi descritta da Carducci. La dava da b e r e a tutti. A n c h e gl'intellettuali la c o n s i d e r a v a n o dei 'oro, m e n t r e le sue lettere d i m o s t r a n o u n a totale m a n c a n z a di cultura, e perfino di sintassi. Le venivano a n c h e i m p r e cate opinioni progressiste, m e n t r e il suo vero fondo e r a te145
descamente autoritario e militarista. Prima che le «pubbliche relazioni» fossero inventate, essa già le praticava da esperta professionista. Teneva salotto privato con gli uomini di penna, e prendeva lezioni di latino da Minghetti, ch'era il suo consulente culturale e con cui teneva una fitta corrispondenza piena di esclamativi (e di strafalcioni ortografici). Ma la sua vera «passerella» erano i balli che il Quirinale dava l'ultimo mercoledì di ogni mese. «Mediocri e pacchiani» scriveva Guiccioli storcendo il naso. Ma c'era tutto il mondo politico. C'era tutto il mondo diplomatico. C'erano le grandi personalità straniere di passaggio. C'era tutta l'intellighenzia. C'erano insomma tutte le occasioni per intrecciare utili amicizie e sapere in tempo tante cose: per esempio, dove sarebbero sorti i nuovi quartieri che abbisognavano a una capitale, di cui tutte le aree fabbricabili, se non erano dei preti, erano dei nobili. Piano piano i ranghi dell'aristocrazia nera cominciarono ad assottigliarsi, e quella che lo rimase fu meno nera di prima. Margherita accoglieva i convertiti come amici di sempre, e finalmente riuscì a convertire anche il Re, che smise di svignarsela dopo la quadriglia d'apertura e rimase sempre più a lungo, sia pure senza ballare, in piedi nel vano della porta, coi pollici infilati nelle tasche, a guardare gli scolli delle dame. Il vocabolario italiano si arricchì di un nuovo verbo: «margheritinizzare». Questo verbo però non si estendeva alla politica. Come dice Casalegno, Margherita, anche da Regina, ebbe delle simpatie per certi uomini politici, ma non un «partito». Teneva per Crispi contro Giolitti, e più tardi per Mussolini. Ma non si può dire che abbia complottato per loro. In un caso solo forse fu tentata d'intervenire: per porre il veto alla legge sul divorzio che offendeva i suoi sentimenti di fervente cattolica. Ma se ne astenne. Anche Umberto alla politica si teneva estraneo un po' per fedeltà alla vecchia regola dei Savoia per cui «si regna uno alla volta», un po' perché quel padre non gliene lasciava lo spazio. Ma Umberto lo cercava in tutte quelle attività 146
che il Re trascurava, e ce n ' e r a n o a bizzeffe. Lo rimpiazzava nei banchetti di cui Vittorio E m a n u e l e aveva o r r o r e , e n o n mancava u n congresso n é u n c e n t e n a r i o . Forse s u suggerim e n t o dei suoi consiglieri - e fra costoro Margherita doveva essere quella che p i ù pesava -, evitava il c o n f r o n t o col pad r e p o n e n d o s i un p o ' a sua antitesi. Q u a n t o Vittorio Emanuele e r a imperioso e brusco, tanto U m b e r t o era o cercava di mostrarsi paziente e a c c o m o d a n t e . Aveva fatto a n c h e un onesto sforzo p e r disintossicarsi della Litta, ma e r a riuscito solo a i m p o r l e un m a g g i o r rispetto delle a p p a r e n z e . Tutti riconoscevano la sua volonterosità. Molti gli volevano b e n e . Ma agli occhi della p u b b l i c a o p i n i o n e egli n o n e r a c h e il «principe consorte» di Margherita, che invece veniva considerata Regina p r i m a ancora che lo diventasse. Q u e s t o era l'uomo che o r a saliva sul t r o n o , e di quali intenzioni fosse a n i m a t o lo d i m o s t r a r o n o i suoi p r i m i gesti. Non sciolse la C a m e r a , implicitamente riconoscendo che la sovranità n o n era i n t e r r o t t a in q u a n t o di essa e r a depositario n o n il Re, ma il P a r l a m e n t o . C o n t r a r i a m e n t e a ciò che aveva fatto suo p a d r e , assunse il titolo di U m b e r t o I e n o n IV, c o m e a v r e b b e voluto l ' o r d i n e dinastico dei Savoia piemontesi. Nella c e r i m o n i a d e l l ' i n v e s t i t u r a a M o n t e c i t o r i o , giurò fedeltà alla C o s t i t u z i o n e n o n solo «in p r e s e n z a di Dio», c o m e voleva la formula tradizionale di s a p o r e tuttora assolutistico, ma a n c h e «innanzi alla Nazione» con cui veniva così a stabilire un p a t t o di r e c i p r o c o i m p e g n o . E a conclusione del suo p r i m o discorso, disse: «La religiosa osservanza delle libere istituzioni è la p i ù sicura s a l v a g u a r d i a contro i maggiori pericoli. Q u e s t a è la fede della mia Casa, questa sarà la mia forza. Il Parlamento, i n t e r p r e t e della volontà nazionale, v o r r à g u i d a r m i nei p r i m i passi del mio Regno». Perfino Cavallotti dovette a m m e t t e r e che, p e r cominciare', si cominciava b e n e .
CAPITOLO QUINDICESIMO
L'AVVIO D ' U N R E G I M E
C o m e successore di Depretis, il n o m e di Cairoli s'imponeva di forza p r o p r i a . Il suo stato di servizio era e s e m p l a r e . Aveva p e r s o q u a t t r o fratelli nelle g u e r r e del R i s o r g i m e n t o , in cui aveva egli stesso militato sotto le b a n d i e r e di Garibaldi in Sicilia e poi a M e n t a n a . Sul suo n o m e n o n c ' e r a n o macchie né ideologiche né morali. Sia in g u e r r a che in pace, era rimasto s e m p r e fedele al suo Eroe, di cui seguitava a essere il portavoce in P a r l a m e n t o . Tutto questo gli valeva il rispetto a n c h e degli avversari e il titolo di «Baiardo della d e m o crazia». Era, dice Bonomi, u n o di quei cavalieri e r r a n t i della politica «cui tutto era p e r m e s s o , a n c h e l'ingenuità r o m a n tica». Detto in t e r m i n i più crudi, egli n o n godeva molto credito c o m e u o m o d'azione. Nella m a n o v r a p a r l a m e n t a r e era s e m p r e a p p a r s o piuttosto impacciato, e del resto lo sapeva a n c h e lui. «Non s a r e m o abili - disse in u n o dei suoi p r i m i discorsi dal banco presidenziale -, ma vogliamo essere onesti.» N a t u r a l m e n t e questo era, a parole, il proposito di tutti. Ma in bocca a Cairoli diventava credibile. Vittorio E m a n u e l e n o n aveva mai a v u t o p e r lui molta simpatia. M a U m b e r t o n o n condivideva questa prevenzione, e p p o i n o n aveva scelta. Depretis era c a d u t o p r o p r i o perché il suo c a n d i d a t o alla Presidenza della C a m e r a e r a stato b a t t u t o da Cairoli che insieme a Bertani e a Zanardelli aveva a b b a n d o n a t o la coalizione governativa. E q u e s t o d i m o strava che i n t o r n o al suo n o m e c'era già u n a m a g g i o r a n z a precostituita. Per d i p i ù a n c h e alcuni u o m i n i della Destra c o m e Sella si d i c h i a r a r o n o in suo favore, convinti ch'egli fos-
do, grazie al suo passato, di f r e n a r n e il massimalismo. Dando l'incarico a lui, il Re si a d e g u a v a alle indicazioni del Parlamento: il gesto più adatto p e r i n a u g u r a r e un Regno. Cairoli p r e s e n t ò il suo g o v e r n o alla fine di m a r z o del '78. A p a r t e il solito G e n e r a l e e il solito Ammiraglio imposti dal Re, esso c o m p r e n d e v a un p o ' tutti i g r u p p i in cui la Sinistra si era frantumata, eccetto - si capisce - l'Estrema. Ma il n u cleo più forte e r a quello della Sinistra storica settentrionale, formato dallo stesso Presidente, Zanardelli, Seismit-Doda e Baccarini. Il p u n t o principale del p r o g r a m m a era l'applicazione di quei princìpi di libertà c h e fin allora e r a n o rimasti sulla c a r t a dello S t a t u t o . E l ' i m p e g n o fu in b u o n a p a r t e m a n t e n u t o . Le circolari di Nicotera, che aveva trasformato la m a c c h i n a b u r o c r a t i c a in u n o s t r u m e n t o di coazione e di c o r r u z i o n e , v e n n e r o revocate, e p e r la p r i m a volta l'Italia ebbe u n a giustizia amministrativa abbastanza imparziale. Un altro i m p e g n o che Cairoli affrontò con notevole risolutezza fu l'abolizione della tassa sul m a c i n a t o . Ma qui la battaglia fu a s p r a e i risultati scarsi p e r la tenace opposizione dei «notabili» m e r i d i o n a l i che, fossero di Destra o di Sinistra, r a p p r e s e n t a v a n o gl'interessi terrieri, ben decisi a caricare il p e s o fiscale sulle spalle d e l c o n t a d i n o . Cairoli e il suo Ministro delle Finanze Seismit-Doda d o v e t t e r o contentarsi di u n a r i d u z i o n e e di un i m p e g n o della C a m e r a ad abolire a n c h e il resto e n t r o 1"83. Ma il grosso scoglio fu la discussione sul diritto di riunione e di associazione. La svolta che stava p r e n d e n d o la politica estera, e di cui d i r e m o in un capitolo a p a r t e , portava fascine al fuoco d e l l ' i r r e d e n t i s m o che n o n aveva mai smesso di covare. Molti c h i e d e v a n o m i s u r e repressive c o n t r o q u e sto m o v i m e n t o che, r e c l a m a n d o la ripresa della lotta c o n t r o l'Austria p e r la «redenzione» del T r e n t i n o e della Venezia Giulia, intralciava la diplomazia. Ma Cairoli rifiutò un p o ' Perché d e l l ' i r r e d e n t i s m o e r a egli stesso u n e s p o n e n t e , u n Po' p e r motivi di principio sui quali trovava il p i e n o a p p o g gio del Ministro d e g l ' I n t e r n i Zanardelli. Questi p r o n u n c i ò 149
a Iseo un m e m o r a b i l e discorso in cui si affermava il p i e n o diritto d e l cittadino a r i u n i r s i e a m a n i f e s t a r e p u r c h é n o n violasse la legge. Il r e g i m e di libertà, disse, è un r e g i m e diffìcile; ma n o n ha altra alternativa che il r e g i m e dell'arbitrio. T r e Ministri, fra cui quello degli Esteri, Corti, c h ' e r a div e n t a t o il bersaglio d e g l ' i r r e d e n t i s t i p e r la sua «accostata» all'Austria, si dimisero s o s t e n e n d o c h e il d o v e r e del governo e r a di «prevenire» e n o n soltanto di «reprimere». Ma la favorevole i m p r e s s i o n e suscitata dal discorso di Zanardelli consentì a Cairoli di ricucire il suo Ministero, c h e anzi a p p a r v e r i n v i g o r i t o dalla crisi, e forse a v r e b b e p o t u t o collez i o n a r e altri successi se n o n fosse s o p r a v v e n u t o un episodio che s e m b r a v a fatto a p p o s t a p e r d a r r a g i o n e ai suoi avversari. Il 17 n o v e m b r e (sempre del '78) i Reali t o r n a r o n o a visitare Napoli. Cairoli, che li accompagnava, sfilò sul loro cocchio, s e d u t o di fronte al Re e alla Regina e di fianco al piccolo Principe Ereditario. Si accorse che, p e r un e r r o r e di cerimoniale, invece di dargli la destra, dava al Principe la sinistra, e fece p e r alzarsi, ma U m b e r t o lo t r a t t e n n e . U n a folla festosa si accalcava ai b o r d i della strada lanciando fiori e coriandoli. A un certo p u n t o da essa si staccò un u o m o male in a r n e s e che, balzato sul predellino, vibrò u n a p u g n a l a t a a U m b e r t o . «Cairoli, salvi il Re!» gridò la Regina che aveva indovinato il gesto. E Cairoli che, grazie a q u e l l ' e r r o r e di cerim o n i a l e si trovava di fronte a lui, riuscì a fargli s c u d o del p r o p r i o c o r p o ricevendo la stoccata sulla coscia m e n t r e il Re veniva a p p e n a scalfito al braccio, e M a r g h e r i t a g e t t a v a in faccia all'aggressore il suo mazzo di fiori. Tutto si era svolto così r a p i d a m e n t e che la folla n o n si era a c c o r t a di nulla. Q u a n d o ne fu i n f o r m a t a , si accalcò sotlo palazzo reale p e r u n a i m p o n e n t e dimostrazione di affetto. 1 g i o r n a l i u s c i r o n o con titoli a t u t t a p a g i n a e p a r l a r o n o di «terrorismo organizzato» e di un vasto c o m p l o t t o sovversivo. Viceversa p o i risultò che l ' a t t e n t a t o r e , un cuoco ventin o v e n n e di n o m e Passanante, e r a un mezzo squilibrato che 150
aveva agito di sua disperata iniziativa. Ma i n t a n t o il suo gesto prestava formidabili a r g o m e n t i ai fautori del «prevenire, n o n r e p r i m e r e » c h e a c c u s a v a n o il g o v e r n o di debolezza. L'indomani u n a b o m b a fu lanciata a Firenze c o n t r o un corteo di giubilo p e r lo scampato pericolo del Re, che lasciò sul selciato q u a t t r o morti e u n a diecina di feriti, e un'altra scoppiò a Pisa, f o r t u n a t a m e n t e senza vittime. In P a r l a m e n t o , Zanardelli dovette far fronte a un a u t e n tico t o r n a d o . A t t r i b u e n d o il gesto d e l l ' a t t e n t a t o r e a cattive l e t t u r e , B o n g h i chiese la c e n s u r a e la limitazione della libertà d ' i n s e g n a m e n t o nelle scuole. Rispose il Ministro dell'Istruzione D e Sanctis: «Io n o n posso c r e d e r e c h e F o n . Bonghi voglia p o r t a r e t r o p p o i n n a n z i quello che h a d e t t o . Io n o n c r e d o alla reazione. Ma b a d i a m o , le reazioni n o n si presentano con la loro faccia; e q u a n d o la reazione ci viene a far visita, n o n dice: Io sono la reazione. Consultate un p o ' le storie. T u t t e le reazioni son v e n u t e con questo l i n g u a g g i o : che è necessaria la vera libertà, che bisogna ricostituire l'ordine morale». Parole che n o n h a n n o p e r s o nulla della loro attualità, ma che n o n salvarono la situazione: posta la q u e stione di fiducia, il g o v e r n o fu b a t t u t o e dovette dimettersi. Il Re avrebbe voluto salvare Cairoli, che lo aveva salvato. Di p e r s o n a e r a a n d a t o a portargli e a p p u n t a r g l i sul petto la medaglia d ' o r o , lo aveva a c c o m p a g n a t o alla stazione e aiutato a salire, a n c o r a zoppicante, sul t r e n o . Ancora u n a volta, nel rischio, U m b e r t o si e r a c o m p o r t a t o da u o m o del «quadrato». A un p r a n z o , qualche g i o r n o d o p o l'attentato, aveva detto ai suoi ospiti: «Non facciamo aspettare i cuochi: avete visto di cosa son capaci». Ma p e r Cairoli n o n p o t è far nulla se n o n accoglierne le dimissioni e ricambiarle con un affettuoso abbraccio. Il Parlamento diceva: Depretis. depretis r i e n t r ò in scena s a p e n d o benissimo che n o n vi sae b b e d u r a t o a l u n g o . Le passioni scatenate dal gesto di Pass a n t e e più a n c o r a dagli attentati c h e lo avevano seguito, r
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a v e v a n o c r e a t o il clima m e n o c o n g e n i a l e alla sua tattica emolliente e dilatoria. La pressione di u n a pubblica opinione e m o t i v a e facile allo s g o m e n t o lo c o s t r i n g e v a a m i s u r e poliziesche poco compatibili con le sue pregiudiziali di Sinistra. Le «retate» si s u s s e g u i v a n o alla cieca: in u n a di esse v e n n e coinvolta u n a c e r t a A n n a Kuliscioff, rivoluzionaria r u s s a e ninfa E g e r i a del n a s c e n t e socialismo italiano; in u n ' a l t r a Francesco Saverio Merlino, la miglior testa dell'mtellighenzia anarchica. Di quest'azione intimidatrice a n d ò di mezzo perfino un giovane p o e t a di n o m e Giovanni Pascoli che d u r a n t e il processo di Passanante gridò: «Se questi sono i malfattori, evviva i malfattori!», e finì in prigione. Depretis cercò c o m e al solito di p r e n d e r e t e m p o mettendo in cantiere dei p r o g e t t i di riforma di sicura popolarità, c o m e l'abolizione del corso forzoso e l'allargamento del corpo elettorale. Ma s a p e n d o benissimo q u a n t i interessi queste m i s u r e a v r e b b e r o u r t a t o , fece in m o d o c h e restassero allo stato delle intenzioni p r o c r a s t i n a n d o n e all'infinito la discussione. L'unica cosa su cui s ' i m p e g n ò v e r a m e n t e fu un vasto p r o g r a m m a di costruzioni ferroviarie p e r c h é questo gli dava il m o d o di c o n t e n t a r e le sue clientele a n c h e a costo di modificare i tracciati e di a g g i u n g e r e linee secondarie cond a n n a t e alla passività p e r p e t u a . Ma questa politica evasiva n o n poteva d u r a r e a l u n g o , e finì p r o p r i o p e r u n o di q u e i g i u o c h i trasformistici, di cui egli stesso forniva l'esempio e il modello. Q u a n d o t o r n ò in discussione la tassa sul macinato, Depretis cercò d'insabbiare a n c h e quella rifiutando gli e m e n d a m e n t i che il Senato vi aveva a p p o r t a t o . Ma a q u e s t o p u n t o la Sinistra storica di Cairoli e Zanardelli fece c o m b u t t a con la Destra di Sella per bloccare la m a n o v r a e trascinò con sé la maggioranza. Il terzo Ministero Depretis era d u r a t o sette mesi, e nel luglio del '79 ripassò la m a n o a Cairoli. «Il San G e n n a r o del Re», c o m e lo c h i a m a v a n o a Napoli, cercò di m e t t e r e a profitto la sua p r i m a esperienza ministeriale, p r e s e n t a n d o s i con un p r o g r a m m a più cauto. E quan152
do vide che ciò non bastava a garantirgli una stabile maggioranza, procedette a un rimpasto arruolando come Ministro degl'Interni lo stesso Depretis, pronto come al solito a trasformare in amicizia la passata inimicizia. Ma questo lo costrinse a estromettere Zanardelli che a sua volta trasformò in inimicizia la passata amicizia. Così ancora una volta, grazie alla sua frantumazione, la grande Sinistra fu in balìa della piccola Destra che ora, aggiungendo il suo voto a quello dei dissidenti, poteva decidere la sorte del governo. Ciò avvenne nell'aprile dell"80 a proposito del bilancio. Stavolta però il Re respinse le dimissioni autorizzando Cairoli a sciogliere quella ingovernabile Camera e a indire le elezioni. Queste si tennero in maggio, e furono le ultime a suffragio ristretto, anzi ristrettissimo. Dei 600 e più mila iscritti andò alle urne il 60 per cento, e la Sinistra pagò il fio della confusione in cui era precipitata con le sue lotte intestine. La Destra salì da 110 a 170 seggi e l'Estrema ne guadagnò una ventina a tutto scapito della Sinistra storica e suoi affini che scesero a poco più di 200. Solo Depretis vi fece un guadagno manovrando i Prefetti in modo da dare la vittoria agli uomini suoi: il che lo rese ancora di più il vero arbitro della situazione. Egli lasciò logorare Cairoli nello sforzo di condurre in porto le due riforme più urgenti, ma anche più pericolose: l'abolizione della solita tassa sul macinato, e quella del corso forzoso. Ma intanto si accordò sotto banco con Zanardelli e con l'Estrema gettando loro come offa un progetto di riforma elettorale che estendeva il diritto di voto a due milioni di cittadini. Sia lui che Cairoli vinsero la loro battaglia. La tassa sul macinato fu drasticamente decurtata con l'impegno di totale abolizione entro quattro anni. Il corso forzoso fu revocato. E nell'aprile del!"81 venne approvata la legge elettorale. Ma a questo punto il governo inciampò nella crisi di Tunisi. Diremo più tardi come vi si giunse. Ma per anticiparlo in breve, si trattava di questo. Nel crescente disfacimento del153
l ' I m p e r o t u r c o , Bismarck aveva suggerito all'Italia di occup a r e la Tunisia, t u t t o r a sotto la platonica sovranità del Sultano. L'Italia aveva rinunciato, e la Francia ne approfittò per annettersela. Il contraccolpo fu violento, sia nelle piazze che in P a r l a m e n t o . Assalito da tutte le parti e tacciato di rinunciatario, il g o v e r n o p r o p o s e di a g g i o r n a r e il dibattito p e r un esame più a p p r o f o n d i t o di tutta la sua politica estera. Ma la sua richiesta fu respinta, e a Cairoli n o n restarono che le dimissioni. Il suo secondo Ministero era d u r a t o quasi d u e anni. E il successore c'era già. Depretis compose il suo g o v e r n o in m o d o da includervi c o m e «ostaggi» gli e s p o n e n t i d e i v a r i g r u p p i . E siccome questi g r u p p i , s e c o n d o la legge del trasformismo, cambiav a n o c o n t i n u a m e n t e , a n c h e lui c a m b i ò u o m i n i f a c e n d o e disfacendo, l ' u n o di seguito all'altro, sei Ministeri, ma res t a n d o n e s e m p r e P r e s i d e n t e fino a l l " 8 7 , a n n o d e l l a sua morte. La legge elettorale, di cui egli e r a stato l'architetto, fu subito messa alla prova, e d i e d e b u o n i frutti. Dei d u e milioni di elettori, ne a n d a r o n o alle u r n e p i ù di un milione e 200 mila, cioè quasi il 61 p e r cento. E questo era già un successo. Ma, q u a n t o ai risultati, la pratica trasformista li rendeva difficilmente decifrabili p e r c h é il sistema u n i n o m i n a l e , per cui ogni collegio veniva r a p p r e s e n t a t o da un solo d e p u t a t o , spostava la lotta più sugli u o m i n i che sulle idee, e gli uomini facevano i n m o d o d a r e s t a r e disponibili p e r qualsiasi trasformazione. Sicché di molti di essi e r a perfino difficile stabilire se fossero di Destra o di Sinistra, fra questi d u e tradizionali s c h i e r a m e n t i essendosi p e r d u t a qualsiasi discrimin a n t e ideologica, ora che le d u e riforme su cui si era svolta l'ultima loro battaglia (l'allargamento del c o r p o elettorale e l'abolizione del macinato) e r a n o state realizzate. Solo all'ingrosso si p u ò dire che i veri vincitori e r a n o i «governativi», i n t e n d e n d o s i p e r tali n o n solo i g r u p p i di Sinistra che sosten e v a n o Depretis, ma a n c h e quelli di Destra che ne accetta154
vano la tattica trasformista e q u i n d i e r a n o p r o n t i a collabor a r e con lui e a lasciarsene assorbire. Q u e s t o creava, p e r il r e g i m e , u n a condizione di relativa stabilità, di cui D e p r e t i s s e p p e a p p r o f i t t a r e da p a r suo. Gli storici t u t t o r a si d o m a n d a n o se egli si servì dell'accordo con la Destra p e r attrarla e convertirla a u n a politica di Sinistra sostanzialmente progressista, o se si avvalse dell'etichetta di Sinistra p e r svolgere u n a politica di Destra, sostanzialmente c o n s e r v a t r i c e . L a risposta varia s e c o n d o l e p r o p e n s i o n i ideologiche, e forse n o n a v r e b b e s a p u t o d a r l a n e m m e n o Depretis. C o m u n q u e , fu sull'accusa di a m b i g u i t à e d o p p i o giuoco che si costituì c o n t r o di lui la pentarchia di Crispi, Cairoli, Zanardelli, Baccarini e Nicotera. Essi d i s p o n e v a n o di u n a forza a b b a s t a n z a r a g g u a r d e v o l e , circa un c e n t i n a i o di d e p u t a t i , m a q u a n t o a o m o g e n e i t à ideologica n e a v e v a n o q u a n t a i l blocco trasformista. N o n e r a i n s o m m a c h e u n g r u p p o di p o t e r e , sulle cui i n t e r n e contraddizioni e rivalità Depretis p o t è m a n o v r a r e facilmente, c h i a m a n d o n e l suo giuoco o r a l'uno, o r a l'altro suo e s p o n e n t e . Mentre egli si dedicava a queste m a n o v r e , la Patria p e r d e v a l'ultimo dei suoi q u a t t r o Padri. S e b b e n e immobilizzato dall'artrite, Garibaldi n o n aveva cessato di c r e a r e grattacapi al g o v e r n o coi suoi t u m u l t u o s i proclami e messaggi. L'ultimo lo lanciò nel m a r z o dell"82 a Palermo, dov'era a n d a t o p e r la celebrazione dei Vespri. Era ridotto in tale stato che la folla lo accolse in silenzio, c o m e u n a salma, e lui la salutò dalla carrozza con un t r e m u l o c e n n o di mano. E p p u r e , trovò a n c o r a la forza di d e t t a r e un'invettiva contro il Papa che, a d i r e il vero, coi Vespri c'entrava p o c o . Era a p p e n a r i e n t r a t o a C a p r e r a che fu colto dalla paralisi, ^indomito guerrigliero se ne rese conto, e si dispose al passo supremo col consueto coraggio. «Muoio nel dolore di n o n veder r e d e n t e T r e n t o e Trieste» furono le sue ultime parole. A p p e n a il telegrafo e b b e trasmesso la notizia, un fiume di discorsi e u n a m a r e a di b a n d i e r e a b b r u n a t e s o m m e r s e r o 155
l'Italia. Per la sepoltura fu p r o p o s t o un mausoleo sul Gianicolo, in C a m p i d o g l i o , o nel P a n t h e o n . Ma il d e f u n t o aveva disposto che il suo corpo, vestito di camicia rossa, fosse crem a t o con legna di C a p r e r a e le ceneri raccolte in u n ' u r n a da m u r a r e accanto alla t o m b a delle sue b a m b i n e . E nonostante l'opposizione di Crispi che gridava: «A Roma!... A Roma!...», il consiglio di famiglia decise di rispettare queste vol o n t à , solo s o s t i t u e n d o alla c r e m a z i o n e l'imbalsamazione «per n o n offendere i s e n t i m e n t i religiosi del popolo». Alla cerimonia i n t e r v e n n e r o ministri, d e p u t a t i , stuoli di reduci, r a p p r e s e n t a n z e di corpi militari e civili, tutto il campionario d e l R i s o r g i m e n t o c o n le s u e fanfare e i suoi vessilli. Il Re n o n a n d ò , ma ci m a n d ò il D u c a di Savoia. «Chi è spento? - t u o n ò Bovio. - U n a popolazione, un Regno? N o . Cesare, Dante? No. E s p e n t o il verbo, l'energia della sovranità della nazione. O r a il senso del m o n d o è cenere...» A distanza d ' u n secolo, Garibaldi ci a p p a r e con b e n altri c o n n o t a t i : quelli di un u o m o semplice, d i s i n t e r e s s a t o , coraggioso, onesto, pasticcione e m e l o d r a m m a t i c o . Ma il fatto che p e r riconoscerli sia occorso un secolo d i m o s t r a quale magica suggestione egli aveva esercitato e seguitava a esercitare sulle folle italiane. S u l l ' i m p o r t a n z a dei servigi da lui lesi alla Patria si p u ò discutere. Ma u n o n o n gli si p u ò contestare: di essere stato, fra i protagonisti del Risorgimento, l'unico ch'era riuscito a farne u n a saga p o p o l a r e .
CAPITOLO SEDICESIMO
U N PAESE I N R I T A R D O
Nel 1877, subito d o p o l'avvento della Sinistra, il P a r l a m e n t o aveva deciso di m e t t e r e sotto inchiesta l'agricoltura italiana, e a questo scopo aveva istituito u n a G i u n t a di cui fu animatore Stefano Jacini. Jacini era u n o di quei cattolici l o m b a r d i d'ispirazione s i n c e r a m e n t e liberale che stavano p e r la Chiesa, ma n o n p e r lo Stato della Chiesa, e avevano caldeggiato l'annessione di R o m a . Il c o m p i t o c h e gli a v e v a n o affidato era dei più a r d u i p e r la diversità delle situazioni fra r e g i o n e e regione e p e r la scarsezza di dati statistici. E infatti gli costò sette a n n i d ' i n d a g i n i in tutti gli angoli della penisola. A leggere i quindici v o l u m i dei suoi Atti c r e d i a m o c h e siano stati in pochi, a n c h e fra i c o n t e m p o r a n e i . Ma il loro succo è condensato in u n a Relazione finale che a n c o r oggi costituisce il più esauriente ritratto dell'Italia r u r a l e di quei tempi. L'agricoltura, vi si legge, era ancora il pilastro dell'economia nazionale p e r c h é contribuiva al p r o d o t t o l o r d o p e r oltre il 55 p e r c e n t o , m e n t r e l ' i n d u s t r i a n o n a r r i v a v a al 2 0 . E p p u r e , su u n a superficie totale di circa 30 milioni di ettari, quasi 7 e r a n o incolti, e gli altri coltivati in m o d o tale che il loro r e d d i t o , in t e r m i n i di d e r r a t e , n o n arrivava a un terzo della m e d i a e u r o p e a occidentale. N a t u r a l m e n t e c'erano delle zone abbastanza b e n sviluppate c o m e quelle p a d a n e . Ma il p a n o r a m a g e n e r a l e era, a n c h e sul p i a n o agricolo, quello di un Paese a n c o r a in fase di sottosviluppo, dove la p r o d u rne, a n c h e se in lenta crescita, lo era n o n p e r investimento di capitali e a m m o d e r n a m e n t o di attrezzature, ma p e r allargamento delle a r e e coltivate spesso c o n t r o o g n i criterio di economicità. I n s o m m a , quelli che prevalevano e r a n o an157
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cora i metodi di u n a c u l t u r a estensiva, tipici dei Paesi arretrati. Era stata questa condizione di debolezza che aveva reso p a r t i c o l a r m e n t e gravi i riflessi in Italia della crisi agricola e u r o p e a degli a n n i o t t a n t a . Essa e r a d o v u t a , c o m e già abb i a m o d e t t o , all'irruzione sul m e r c a t o delle d e r r a t e americane, e s p e c i a l m e n t e del g r a n o , i cui bassi costi mettevano in difficoltà la nostra p r o d u z i o n e . Jacini p r o p o n e v a di farvi fronte con un'energica azione governativa intesa ad alleggerire il carico fiscale, a p r o m u o v e r e vaste o p e r e di bonifica, e a facilitare gl'investimenti in aziende m o d e r n e ed efficienti. Ma p e r q u e s t o ci volevano dei capitali. Di capitali ce n'era pochi. E p e r di p i ù quella che Jacini chiamava «l'Italia agricola» e r a u n m o n d o e t e r o g e n e o p e r d i s c o r d a n z a d i condizioni, interessi e idealità. Da b u o n milanese, Jacini si rifaceva al modello del t e r r i e r o l o m b a r d o c h ' e r a già un i m p r e n ditore. Ma il latifondista m e r i d i o n a l e era un r e d d i t i e r o che mirava soltanto alla conservazione dello status quo p e r p a u r a delle c o n s e g u e n z e sociali che qualsiasi m u t a m e n t o avrebbe c o m p o r t a t o . Per salvare il suo g r a n o dalla c o n c o r r e n z a di quello a m e r i c a n o , ricorse all'espediente p i ù semplice e meno rivoluzionario: chiese l ' a u m e n t o delle tariffe doganali, c o n v e r t e n d o s i a n c h e lui al p r o t e z i o n i s m o che fin allora era stato s o s t e n u t o e difeso solo d a g l ' i n d u s t r i a l i del N o r d . E q u e s t o toglie o g n i f o n d a m e n t o alla polemica di certi meridionalisti c o n t e m p o r a n e i , i quali sostengono che col protezionismo gl'interessi del M e z z o g i o r n o a g r a r i o v e n n e r o sacrificati a quelli dell'industria settentrionale. Si tratta di un falso. L'industria settentrionale fu, è vero, la p r i m a a sosten e r e la causa del protezionismo. Ma negli a n n i ottanta questa fu adottata a n c h e dagli agrari del Sud. A s o r m o n t a r e la crisi, o p e r lo m e n o ad a l l e g g e r i r n e gli effetti, s o p r a v v e n n e a n c h e un altro e l e m e n t o : l'emigrazion e . In dieci anni, q u a n t i ne corsero fra il censimento del '70 e quello d e l l " 8 0 , la p o p o l a z i o n e italiana e r a passata da 27 milioni a 28 milioni e mezzo con un tasso d ' a u m e n t o dell'u158
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n o p c e n t o a l l ' a n n o , c h ' e r a quello della m e d i a e u r o p e a . js[on è q u i n d i vero che l'Italia soffrisse fin d'allora di congestione demografica. Il motivo dell'esodo e r a un altro: il dir o m p e n t e s v i l u p p o i n d u s t r i a l e del c o n t i n e n t e a m e r i c a n o che p o m p a v a braccia da lavoro. Esso mise in m o t o la più gigantesca o n d a t a m i g r a t o r i a di tutti i t e m p i : dalla m e t à del secolo alla p r i m a g u e r r a m o n d i a l e 3 0 milioni d i e u r o p e i varcarono l'Oceano. Fin allora l ' e m i g r a z i o n e italiana e r a stata quasi t u t t a di settentrionali nei Paesi confinanti come la Francia e la Svizzera, e di carattere stagionale. Il risucchio a m e r i c a n o le diede un carattere massiccio e p e r m a n e n t e . Fra 1"80 e il '90 la media a n n u a degli espatrii passò dai 110 ai 220 mila fino ad arrivare ai 600 mila del p r i m o d e c e n n i o del n u o v o secolo, e l'emotività del n o s t r o p o p o l o d i e d e a questo f e n o m e n o un carattere d r a m m a t i c o e m e l o d r a m m a t i c o . L ' e m i g r a n t e diventò l'eroe di u n a saga p o p o l a r e intrisa di p i a n t o e carica di vittimismo, e il simbolo della nostra condizione di reietti. 11 nazionalismo, che doveva a l i m e n t a r e tutta la nostra politica coloniale con la sua retorica del «posto al sole», vi trovò il suo più efficace concime. In realtà l ' e m i g r a z i o n e e r a soltanto la c o n s e g u e n z a del mancato decollo industriale. Dal '60 in poi un certo sviluppo c'era stato, ma n o n da p a r a g o n a r s i con quello degli altri Paesi occidentali, sui quali q u i n d i il n o s t r o r i t a r d o si era fatto ancora più p e s a n t e . Delle industrie tessili, solo quella cotoniera aveva fatto notevoli passi avanti c o m e dimostrava la crescente i m p o r t a z i o n e di materia p r i m a . Ma n o n altrettanto p o t e v a dirsi di quella l a n i e r a , m e n t r e quella della seta, arretrata c o m e p r o c e d i m e n t i tecnici e ferma ai semilavorati, era alla m e r c é delle e p i d e m i e che colpivano p e r i o d i c a m e n te la cultura dei bachi. Ma a d a r e la m i s u r a del nostro sottosviluppo era soprattutto l'industria mineraria. L'estrazione si era r a d d o p p i a t a e * certi casi a n c h e q u a d r u p l i c a t a : il p i o m b o e r a passato da ^ a 40 mila tonnellate, lo zolfo da 150 a 300 mila, lo zinco lr
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a d d i r i t t u r a da 305 tonnellate a 60 mila. Ma questi minerali venivano quasi tutti esportati p e r c h é n o n c'era un'industria in g r a d o di utilizzarli. La siderurgia n o n d i s p o n e v a di carb o n e p e r fonderli, e q u i n d i trovava più c o n v e n i e n z a a imp o r t a r e dall'estero i rottami, il che le conferiva quel carattere s u b a l t e r n o e di d i p e n d e n z a che conservò fino all'ultima g u e r r a . Q u a n t o all'acciaio, ne p r o d u c e v a m e n o di 4 mila t o n n e l l a t e , l a d d o v e quella fase di s v i l u p p o ne a v r e b b e richiesto q u a l c h e m i l i o n e . Q u e s t o n a t u r a l m e n t e frenava lo slancio d e l l ' i n d u s t r i a meccanica, c h e a sua volta frenava quello di tutte le altre. I n s o m m a , il p a n o r a m a generale e r a migliore, ma n o n diverso da quello del '60. C o m e allora, tutta l'attività industriale del Paese e r a concentrata in quello che oggi si chiama «il triangolo» l o m b a r d o - l i g u r e - p i e m o n t e s e c o n q u a l c h e incip i e n t e p r o p a g g i n e nel Veneto e i d u e vecchi nuclei meridionali: quello cotoniero di Salerno e quello metalmeccanico di Napoli. Il p r i m o si era salvato p e r c h é tuttora in m a n o al capitale e alla tecnica svizzeri; il secondo grazie alle «commesse» della m a r i n a da g u e r r a . Ma né l'uno né l'altro e r a n o riusciti a stimolare iniziative collaterali e sussidiarie. Il capitale m e r i d i o n a l e era del tutto r e n i t e n t e all'investimento nell'industiia. A n c o r a oggi ci si c h i e d e il p e r c h é di questo r i t a r d o e su chi ne ricada la responsabilità. Alcuni motivi sono evidenti, e di responsabilità n o n ne c h i a m a n o in causa. L'Italia iniziava la sua corsa all'industria p r o p r i o nel m o m e n t o che meno vi si p r e s t a v a . La forte d i m i n u z i o n e dei costi di t r a s p o r t o r e n d e v a proibitiva la c o n c o r r e n z a d e i Paesi p i ù avanzati che, grazie alla loro siderurgia e alla loro meccanica, dispon e v a n o di beni strumentali con cui p o t e v a n o r i d u r r e la man o d o p e r a , p r o c e d e r e a razionali c o n c e n t r a z i o n i , e quindi p r o d u r r e a costi molto più bassi. N o n solo. Ma questi Paesi, in a s p r a g a r a fra l o r o , a v e v a n o in c o m u n e un interesse: a scoraggiare l'industrializzazione dei Paesi nuovi in m o d o da r e s t a r e p a d r o n i del loro m e r c a t o . Q u i n d i , m e n t r e abbassa-
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vano continuamente il prezzo del manufatto, tenevano alto quello del macchinario. A questo si aggiunga l'arretratezza tecnica. In Italia c'erano eccellenti artigiani, i migliori del inondo. Ma non c'erano scuole professionali in grado di trasformarli in manodopera qualificata. E tutto questo non si poteva improvvisare. Ma la causa vera, di fondo, era un'altra: la mancanza di quell'accumulazione di capitale che in tutti gli altri Paesi occidentali aveva preceduto e condizionato il decollo industriale. Questo problema è materia di ponderosi trattati. Ma noi preferiamo esemplificarlo sul piano concreto. Prendiamo come modello di sviluppo l'Inghilterra, che su questa strada era allora la Nazione più avanzata. La sua rivoluzione industriale non era la causa, ma il frutto di un sistema capitalistico, che aveva già fatto le ossa nel campo dell'agricoltura. Erano stati i terrieri che, reinvestendo continuamente nelle loro aziende agrarie, razionalizzandole e riducendone manodopera e costi di produzione, cioè conducendole con criteri capitalistici, avevano accumulato il risparmio necessario agl'investimenti industriali. Fu di qui che prese avvìo quella serie di processi a catena che si chiama appunto «decollo». La riduzione di manodopera sui campi ne rese disponibile una grossa aliquota per le fabbriche. La trasformazione del contadino in operaio agricolo mise in crisi l'industria tessile esercitata a domicilio dalle famiglie dei mezzadri con criteri artigianali dando l'aìre ai grandi complessi moderni. Eccetera. Tutto insomma era partito dall'agricoltura. E, sia pure su scala infinitesimale, il fenomeno si ripeteva anche in Italia. Il vero motivo per cui l'industrializzazione aveva preso avvìo in Lombardia era che solo in Lombardia l'agricoltura aveva subito una trasformazione capitalistica che le aveva consentito l'accumulo del risparmio. Invece che a estendere le sue proprietà, il terriero lombardo aveva mirato a renderle più produttive reinvestendovi i suoi redditi per attrezrle. L'industria era nata dalla «cascina» dove si erano colZa
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l a u d a t e le capacità d i r e t t i v e e t e c n i c h e della n u o v a classe imprenditoriale. Ecco un p r e c e d e n t e che i nostri riformatori di questo dop o g u e r r a a v r e b b e r o d o v u t o t e n e r e a m e n t e , q u a n d o si accinsero al riscatto del M e z z o g i o r n o . La decisione e r a ed è sacrosanta. Quella che lascia a d e s i d e r a r e è la sua esecuzion e . Vittima della p r o p r i a demagogia, la nostra classe politica ha preteso trasformare il Sud p a r t e n d o dall'industria invece che dall'agricoltura, cioè saltando il suo p r e s u p p o s t o . Invece che dal pastificio e dal caseificio, ha cominciato dall'acciaieria. E i risultati sono quelli che si v e d o n o . I n t o r n o ai giganti industriali istallati dallo Stato o importati dal Nord, n o n è nato nulla. Essi n o n h a n n o stimolato nessuna energia i m p r e n d i t o r i a l e né attratto il risparmio locale. Il decollo del Mezzogiorno rimane un fenomeno di p u r a importazione, senza radici nell'ambiente. Ma t o r n i a m o agli a n n i o t t a n t a . C h e fin allora fossero m a n c a t i i capitali da investire nell'industria era logico perché t u t t o il r i s p a r m i o e r a stato r a s t r e l l a t o p e r finanziare l'impianto dello Stato unitario con le sue più indispensabili «infrastrutture»: strade, ferrovie, Esercito, Marina eccetera. Q u e s t a era la missione che la Destra aveva assolto con la sua politica di «lesina». Ma o r a che q u e s t ' o p e r a e r a compiuta, molti storici m o d e r n i si c h i e d o n o c o m e mai gli u o m i n i della Sinistra, saliti al p o t e r e , n o n s e p p e r o approfittarne p e r aprire u n a n u o v a fase. In realtà c'è da d u b i t a r e che Depretis avesse u n a chiara visione della realtà economica. Ma n o n si p u ò n e m m e n o dire che i suoi governi siano rimasti con le m a n i in m a n o . La p r i n c i p a l e m i s u r a ch'essi p r e s e r o fu l'abolizione del corso forzoso, decisa nell"80, ma attuata nell"83 nella solita atmosfera di s g o m e n t o e di p a u r a che in Italia a c c o m p a g n a tutte le novità. I b e n p e n s a n t i e r a n o convinti che gl'italiani avrebb e r o fatto ressa agli sportelli delle b a n c h e p e r cambiare i biglietti in m o n e t e di metallo, e tesaurizzarle nella calza di lana s o t t r a e n d o l e alla circolazione. Ma q u e s t e pessimistiche
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previsioni furono i m m e d i a t a m e n t e smentite dai fatti. Fino a quel m o m e n t o il cosiddetto aggio, cioè la differenza di valore della lira-oro sulla lira-carta, era stato di circa il dieci p e r cento (cioè nelle contrattazioni private u n a m o n e t a d ' o r o da cento lire ne valeva centodieci di carta). Il semplice a n n u n cio del d e c r e t o di convertibilità, r i d u s s e q u e s t a differenza allo 0,80 p e r cento. E c o n t r a r i a m e n t e a tutte le aspettative, i biglietti cambiati a m m o n t a r o n o soltanto a 250 milioni. Gl'italiani si e r a n o o r m a i abituati alla circolazione cartacea. Q u e s t o p r o v o c ò diverse sostanziose c o n s e g u e n z e . Anzitutto con l'oro a c c u m u l a t o nelle sue casse p e r fare fronte alle richieste del r i s p a r m i a t o r e nel caso in cui questi avesse voluto effettivamente convertire i suoi biglietti di b a n c a , lo Stato p o t è lanciare un prestito che gli fruttò 650 milioni. Ma oltre a questo, la p r o v a di forza e di stabilità fornita dalla lira, ne rialzò la quotazione in tutte le Borse del m o n d o attir a n d o in Italia circa un mezzo miliardo di capitali stranieri. Poteva essere la g r a n d e occasione del decollo. Ma p u r troppo ne m a n c a r o n o i d u e principali s t r u m e n t i : lo Stato e le Banche. Le B a n c h e italiane e r a n o e in p a r t e sono t u t t o r a affette dal vizio congenito dell'usura. Gli alti interessi ch'esse esigevano ne r e n d e v a n o proibitivi i finanziamenti a scopo industriale che r i c h i e d o n o tassi modesti, l u n g h e scadenze, fiducia e coraggio. Perciò a l l ' i m p r e n d i t o r e esse avevano s e m p r e p r e f e r i t o lo s p e c u l a t o r e di cui e r a n o d i v e n t a t e le grandi complici. Anche o r a che avevano a disposizione tutto quel circolante ne approfittarono p e r inflazionare il credito a vantaggio soprattutto della speculazione edilizia, nella cui clamorosa b a n c a r o t t a d o v e v a n o r e s t a r e di lì a p o c h i a n n i coinvolte. Per trovare l'ossigeno necessario alle loro iniziative, gl'imprenditori italiani d o v r a n n o aspettare l'arrivo delle Banche e b r a i c h e t e d e s c h e , cioè della Commerciale di J o e l e Toeplitz. Q u a n t o allo Stato, s a r e b b e i n g i u s t o d i r e c h e n o n fece diente. C o n le sue misure protezionistiche esso creò la condizione necessaria - a n c h e se n o n sufficiente - al decollo. 163
Ma a q u e s t o «incentivo» si a g g i u n s e a n c h e il vigoroso appoggio alla costituzione di g r u p p i che o p e r a v a n o soprattutto nel c a m p o armatoriale e siderurgico. Fu col suo aiuto che i Rubattino di Genova e i Florio di Palermo d i e d e r o vita alla g r a n d e Compagnia di Navigazione generale italiana, la seconda p e r t o n n e l l a g g i o di t u t t o il M e d i t e r r a n e o . E fu su sua garanzia che B r e d a fondò le g r a n d i acciaierie di Terni. Q u e s t a azione tuttavia m a n c ò di organicità, e più che di un chiaro p r o g r a m m a di sviluppo industriale fu il p r o d o t t o delle pressioni esercitate dai g r u p p i interessati. Lo Stato insomma, lungi dall'orientare le forze economiche verso certi obbiettivi, se ne lasciava c o n d u r r e a rimorchio. E ciò provocava d u e conseguenze negative. Primo, favoriva le tendenze monopolistiche di questi g r u p p i , che n o n m a n c a r o n o di approfittarne. Secondo, c r e a r o n o fra p o t e r e politico e potere economico dei legami, destinati a gettare molti sospetti sulla vita pubblica e ad a l i m e n t a r e clamorosi scandali. Si è semp r e detto che, q u a n t o a rettitudine, i governi di Sinistra fecero r i m p i a n g e r e quelli di Destra, ed è vero. Ma questo forse d i p e n d e a n c h e d a l fatto che la politica della Destra, di stretta osservanza liberista, cioè basata sul n o n intervento in m a t e r i a e c o n o m i c a , n o n forniva occasioni di collusione, e q u i n d i n o n ne faceva nascere n e m m e n o il sospetto; m e n t r e la Sinistra p e r il solo fatto d'interferire nelle cose economiche, a questo sospetto si esponeva fatalmente. E ora vediamo che cosa avveniva fra le masse popolari di questa società in m o v i m e n t o .
CAPITOLO DICIASSETTESIMO
DA MAZZINI A MARX
Nella società italiana degli a n n i ottanta, l'elemento o p e r a i o r a p p r e s e n t a v a u n a esigua m i n o r a n z a . L e m o d e s t e d i m e n sioni delle aziende industriali n o n consentivano la nascita di un vero e p r o p r i o proletariato di fabbrica. In quelle tessili, che tuttora p r i m e g g i a v a n o , g r a n p a r t e del lavoro lo facevano a domicilio i c o n t a d i n i , che restavano a n c o r a t i alla loro mentalità individualistica e ai loro costumi patriarcali. C'erano delle categorie che si a n d a v a n o affermando p e r il nascere e il moltiplicarsi di nuovi fabbisogni e in cui si sviluppavano sentimenti e interessi di classe: i ferrovieri, gli edili, i tipografi. Ma e r a n o t r o p p o esigue p e r p o t e r esercitare un peso. Q u e s t o poteva avvenire a u n a sola condizione: ch'esse trovassero u n a s a l d a t u r a c o n l e m a s s e a g r a r i e l a r g a m e n t e p r e d o m i n a n t i in un Paese tuttora r u r a l e c o m e il nostro. Q u e s t a saldatura fu il frutto n o n di q u a l c h e forza politica, ma di certe trasformazioni strutturali. Specie nella Bassa Padana lo s v i l u p p o di a z i e n d e a g r a r i e di tipo capitalistico provocò la fine della mezzadria con la sua famiglia patriarcale, d o m i n a t a dal «capoccia» a u t o r i t a r i o e c o n s e r v a t o r e , e la nascita di un bracciantato n u m e r o s o e inquieto, molto p i ù vicino p e r interessi al m o n d o o p e r a i o e p a r t e c i p e delle sue stesse esigenze. E un dato da t e n e r e a m e n t e , p e r capirci fra noi. M e n t r e negli altri Paesi occidentali la classe o p e r a i a fu fin d a l l ' o r i g i n e soltanto o p e r a i a e n a c q u e nelle fabbriche, dove era relativamente facile organizzarla in u n a forza politica cosciente e c o e r e n t e , in Italia essa fu m e z z o o p e r a i a , mezzo contadina, ed ebbe c o m e base il «focolare» di c a m p a gna, carico di u m o r i eversivi, ma restio alla disciplina di p a r -
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tito. Ecco p e r c h é il m o v i m e n t o o p e r a i o italiano è rimasto s e m p r e a n c o r a t o a quel rozzo massimalismo, che p e r lungo t e m p o gli rese impossibile, e a n c o r oggi gli r e n d e difficile, l ' i n s e r i m e n t o nello Stato d e m o c r a t i c o . E questo spiega anche la sua tribolata vicenda politica. Fino all'unità, la sua unica espressione organizzata erano state le «Società O p e r a i e » f o n d a t e e d o m i n a t e da Mazzini, Infatti la p r i m a l'avevano istituita sotto i suoi auspici i lavoratori italiani emigrati a L o n d r a . Ma subito d o p o esse si erano diffuse p e r tutta Italia. Nel '62 se ne contavano 450, quasi t u t t e c e n t r o - s e t t e n t r i o n a l i , con 120.000 iscritti. Ma dieci a n n i d o p o , si e r a n o triplicate, e cominciavano ad attecchire nel Sud. N o n e r a senza lotte e d i l a c e r a z i o n i c h e Mazzini aveva conservato su di esse il p r o p r i o ascendente. I m o d e r a t i avevano cercato di sottrargliele p e r tenerle l o n t a n e dalla politica e f a r n e soltanto delle associazioni di m u t u o soccorso. Mazzini vinse la partita, ma a prezzo di u n a scissione, al congresso di Napoli del '64, d o v e fu a p p r o v a t o il suo «Atto di Fratellanza» ispirato ai princìpi di un solidarismo volto ai fini dell'unità e della g r a n d e z z a nazionale. Ma d o p o aver battuto il nemico di «destra», dovette fare i conti con quello di «sinistra», che lo accusava di strumentalizzare le società operaie a fini politici estranei ai loro interessi di classe. Lo stesso Mazzini fornì b u o n i a r g o m e n t i a queste critic he t r a s c u r a n d o l'organizzazione, p e r dedicarsi esclusivamente al p r o b l e m a di R o m a e di Venezia, t u t t o r a i r r e d e n t e . Solo d o p o Porta Pia, che o r m a i aveva chiuso il processo unitario, egli cercò di r i p r e n d e r e il controllo delle Società, a n c h e perché e r a n o la sola forza politica che gli restava. Ma o r m a i era t r o p p o tardi. Facciamo un passo indietro. P r o p r i o lo stesso a n n o '64 in cui a Napoli si era riunito il congresso delle Società italiane - quello dell'«Atto di Fratellanza» -, un altro di carattere internazionale se n'era t e n u t o a L o n d r a . Di questo congresso da cui p r e s e avvìo la p r i m a «Internazionale», così Mazzini 166
scrisse al suo amico C a m p a n e l l a : «L'Associazione I n t e r n a zionale, b u o n a nel suo concetto, è d o m i n a t a un p o ' t r o p p o d a u n M a r x , tedesco, piccolo P r o u d h o n , dissolvente, odiatore, c h e n o n p a r l a . c h e di g u e r r a da classe a classe». Ciò malgrado Mazzini tentò d ' i m p a d r o n i r s i di quella n u o v a organizzazione, o a l m e n o di acquistarvi posizioni di p o t e r e del e g a n d o al c o n g r e s s o a l c u n i r a p p r e s e n t a n t i della Società O p e r a i a l o n d i n e s e c h e p r o p o s e r o l ' a d o z i o n e dell'«Atto d i Fratellanza». N o n ci vuol molta fantasia p e r i m m a g i n a r e il g h i g n o d i M a r x nel sentir p a r l a r e d i fratellanza. C o m u n que, la p r o p o s t a fu subito declinata, e M a r x i m p o s e il suo criterio di organizzazione autoritaria e monolitica, c e n t r a t a su un o n n i p o t e n t e «Consiglio Generale», che fu il p r i m o Politburo avanti lettera. Di t u t t o q u e s t o , in Italia n e s s u n o aveva s a p u t o nulla. A r e c a r n e notizia, l ' a n n o d o p o , fu un s i n g o l a r e missionario, che doveva esercitare sul n o s t r o Paese u n a p r o f o n d a e d u ratura influenza: Michele B a k u n i n . Era un russo di nobile famiglia che, avviato alla carriera militare, l'aveva quasi subito a b b a n d o n a t a p e r dedicarsi a studi filosofici e imbrancarsi in quella intellighenzia rivoluzionaria che covò t u t t e le uova: liberali, socialiste, a n a r c h i c h e (o nihiliste). Per n o n finire in p r i g i o n e , e forse p i ù a n c o r a p e r obbedire al suo peripatetico istinto, p r e s e la via dell'esilio e a lungo v a g a b o n d ò p e r l ' E u r o p a occidentale, d o v u n q u e acc e n d e n d o cospirazioni, f o n d a n d o sètte e facendosi espellere dalla polizia. Era u n a specie di commesso viaggiatore della rivoluzione, p r o n t o a d a c c o r r e r e d o v u n q u e n e scoccasse una scintilla. E fu così che nel '49 si trovò sulle barricate di Dresda, gomito a gomito con Riccardo Wagner, che in quel m o m e n t o attraversava u n a fase di «contestazione globale». Arrestato e c o n d a n n a t o a m o r t e dal tribunale locale, fu poi consegnato agli austriaci che lo restituirono ai russi. Costo° gli r i b a d i r o n o la c o n d a n n a , ma poi lo graziarono, e d o p o •dcuni a n n i di carcere d u r o lo d e p o r t a r o n o a Irkutsk, nella r
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più lontana Siberia. Di qui egli era r o m a n z e s c a m e n t e evaso, e attraverso il G i a p p o n e e gli Stati Uniti era a p p r o d a t o nuovamente a Londra. 11 p i ù bel ritratto di lui ce lo ha lasciato il suo compatriota H e r z e n nella pagina in cui racconta il suo r i t o r n o : «Bakunin si riprese in mezzo a noi d o p o nove a n n i di silenzio e di s o l i t u d i n e . Egli discuteva, p r e d i c a v a , d a v a o r d i n i , urlava, decideva, organizzava, esortava l'intero g i o r n o , la n o t t e intera, p e r le i n t e r e v e n t i q u a t t r ' o r e . Nei p o c h i m o m e n t i che gli r i m a n e v a n o , si gettava sul tavolo, lo ripuliva del tabacco e della c e n e r e , e scriveva cinque, dieci, quindici lettere a Sem i p a l a t i n s k e ad A r a d , a B e l g r a d o e a C o s t a n t i n o p o l i , in Bessarabia, Moldavia e Russia Bianca. La sua attività, la sua pigrizia, il suo appetito, il suo disordine, c o m e tutte le altre sue caratteristiche, c o m p r e s a la gigantesca statura e il contin u o t r a s u d a r e , e r a n o d i p r o p o r z i o n i s o v r u m a n e . Era ancora, a c i n q u a n t ' a n n i , u n o s t u d e n t e v a g a b o n d o , un bohémien senza casa». C o n M a r x si era incontrato d u r a n t e il suo p r i m o soggiorno a Parigi. Ma n o n e r a n o amici, né p o t e v a n o esserlo. Sul p i a n o ideologico - p e r lui p r e m i n e n t e su tutti gli altri -, il professore tedesco disprezzava il nobile russo, e lo considerava soltanto un grosso pasticcione. «Non ho a n c o r a b e n capito - diceva - se B a k u n i n si diverta di p i ù ad avere dei segreti, o ad a n d a r e a raccontarli a tutti, e s p e c i a l m e n t e agli agenti dello Zar.» Ma n o n sottovalutava l'ascendente ch'egli esercitava, o r a m a g g i o r a t o d a l l ' a l o n e del m a r t i r i o . Perciò, subito d o p o il lancio dell'«Internazionale», lo indusse a farsene p r o p a g a t o r e , e gli affidò c o m e t e r r a di missione l'Italia. B a k u n i n accettò con entusiasmo. Per l'Italia aveva un debole: un po' p e r i racconti che gliene aveva fatto suo p a d r e , c h ' e r a stato vari a n n i ambasciatore dello Zar a Firenze, un p o ' p e r c h é in Siberia si e r a i n n a m o r a t o di G a r i b a l d i il cui n o m e era arrivato fin lassù. T a n t o che, a p p e n a r i e n t r a t o in E u r o p a d o p o la l u n g a odissea, era corso a C a p r e r a p e r ren-
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dere o m a g g i o all'Eroe, e c'era rimasto tre giorni. Cosa si dissero, n o n si sa. Ma c e r t a m e n t e simpatizzarono p e r c h é Bakunin descrisse il suo Garibaldoff « g r a n d i o s o , c a l m o , a p p e n a s o r r i d e n t e » . I n q u e l suo p r i m o viaggio, aveva fatto t a p p a anche a Firenze p e r ricercarvi gli amici p a t e r n i . E De G u bernatis, che in quell'occasione lo conobbe e più tardi sposò u n a sua cugina, così lo descrive: «Vidi in un salotto dieci o dodici p e r s o n e attente, sospese alla p a r o l a a n i m a t a di un grigio p e r s o n a g g i o da l e g g e n d a ; una figura tra quella di G a m b r i n u s e quella di Falstaff; u n a specie di o r c o gigantesco, i n n a n z i al q u a l e Francesco Pulszky aveva fatto p o r t a r e u n ' e n o r m e c o p p a di tè, visto che le piccole tazze egli le v u o t a v a u n a d o p o l'altra in un sorso, con qualche impazienza dei camerieri. Era un bel parlatore; aveva fatto i suoi studi nelle Università tedesche; conosceva p r o f o n d a m e n t e le d o t t r i n e di H e g e l e di Schelling, di Fichte e di S c h o p e n h a u e r , e ne d i s c o r r e v a con u n a facilità, a b b o n d a n z a e sicurezza m e r a v i g l i o s e . Aveva piccoli occhi di scoiattolo, ma essi g u a r d a v a n o in m o d o p e n e t r a n t e ; la p a r o la gli spumeggiava infuocata sulle labbra, o r a soave, o r a tonante, facilmente concitata e impetuosa». In quella visita aveva cercato di far proseliti p e r u n a «Famiglia I n t e r n a z i o n a l e Segreta» c h e esisteva solo nella sua fantasia, sebbene egli la presentasse c o m e u n a p o t e n t e organizzazione e u r o p e a ; m a c o n p o c o c o s t r u t t o . P u r simpatizz a n d o con q u e l p i t t o r e s c o e t u m u l t u o s o p e r s o n a g g i o , gli scettici fiorentini n o n a p p r e z z a r o n o molto le sue idee, d'altronde assai confuse. Il libero a m o r e , l'abolizione del matrimonio, la parificazione dei sessi, la «rivoluzione p e r m a n e n te» p a r v e r o a t u t t i delle u t o p i e , b u o n e solo c o m e balocchi da salotto. Ma il fatto è che B a k u n i n e r a a n c o r a romanticamente legato a quella specie di contestazione fine a se stessa, c h ' e r a il vecchio nihilismo russo (e un p o ' lo r e s t e r à p e r tutta la vita). N o n aveva a n c o r a e l a b o r a t o u n a vera e p r o pria dottrina. Q u e s t o avvenne l'anno d o p o a Napoli, q u a n d o B a k u n i n 169
t o r n ò in Italia c o m e ambasciatore di Marx, ma con la ferma intenzione di crearvi un m o v i m e n t o suo p r o p r i o e di restarne p a d r o n e . A N a p o l i trovò alcuni vecchi m a z z i n i a n i convertiti alle i d e e socialiste di Pisacane: Fanelli, G a m b u z z i , Dramis, Friscia, Mileti. Ed è molto difficile stabilire se fu più forte l'influenza ch'egli esercitò su di loro, o quella ch'essi esercitarono su di lui. È un fatto che da questo interscambio n a c q u e un manifesto p r o g r a m m a t i c o intitolato La situazione, c h e già c o n t i e n e i p u n t i f o n d a m e n t a l i del socialismo a n a r chico e lo differenzia da t u t t e le altre ideologie, c o m p r e s e quelle mazziniane e garibaldine della Sinistra tadizionale. Il p r o b l e m a italiano è posto in t e r m i n i s o m m a r i e grossolani, ma chiari. Le masse p o p o l a r i , esso dice, sono tagliate fuori da u n o Stato rimasto m o n o p o l i o dei ceti privilegiati che ora c e r c a n o d ' i n t e g r a r l e nelle loro istituzioni p e r meglio soffocarle. Guai ad accettare c o m p r o m e s s i e transazioni. II «sistema» n o n p u ò essere riformato, va distrutto. E n o n p e r sopp i a n t a r l o con u n altro, m a p e r liberare l'individuo d a ogni s o p r u s o autoritario e r e n d e r l o finalmente p a d r o n e del suo destino. Q u e s t a rozza schematizzazione n o n aveva nulla a che fare con la d o t t r i n a socialista c h e M a r x e il suo amico Engels stavano e l a b o r a n d o , ma era il messaggio p i ù congeniale al m a s s i m a l i s m o d i u n a società s o t t o s v i l u p p a t a c o m e quella italiana, ed esercitò un irresistibile fascino a n c h e su molti intellettuali. Da esso n a c q u e un m o v i m e n t o che formalmente a d e r ì all'«Internazionale» di L o n d r a , ma con essa n o n ebb e c h e scarsi r a p p o r t i u n p o ' p e r c h é B a k u n i n n o n aveva n e s s u n interesse ad a p p r o f o n d i r l i , un p o ' p e r c h é i suoi seguaci e r a n o tutti presi d a l l ' i m p e g n o della lotta c o n t r o Mazzini. C h e Mazzini avesse a n c o r a la sua p a r o l a da d i r e , lo dim o s t r a r o n o i tentativi i n s u r r e z i o n a l i della p r i m a v e r a del ' 7 0 . Fu in suo n o m e c h e in Valtellina si c o s t i t u i r o n o delle b a n d e a r m a t e p e r a c c e n d e r e la scintilla rivoluzionaria e che il caporale Barsanti cercò di sollevare la g u a r n i g i o n e di Pa170
via e finì davanti al plotone di esecuzione. Finché R o m a restava da c o n q u i s t a r e , il fremito r i v o l u z i o n a r i o della gioventù italiana seguitava a o b b e d i r e al r i c h i a m o patriottico, sul quale Mazzini n o n e r a battibile. Ma con la g u e r r a francoprussiana e la breccia di Porta Pia, a n c h e quel t r a g u a r d o fu raggiunto, sia p u r e in m a n i e r a poco gloriosa, e quel fremito rifluì nella lotta sociale, l'unica o r m a i che offrisse a m p i p r e testi d ' i m p e g n o alle impazienti n u o v e leve. Un manifesto di Bakunin diceva: «In t u t t e le statistiche del felice r e g n o d'Italia evvi d u e dati di u n a semplicità ed e l o q u e n z a straordinaria: p o p o l a z i o n e circa 25 milioni; c o n t r i b u e n t i della imposta dei fabbricati, t e r r e coltivate e tassa di commercio: circa 2 milioni. C h e cosa siano e che cosa facciano questi 2 milioni di bravi cittadini contribuenti, tutti lo s a n n o . Ma gli altri 23 milioni d'italiani che cosa fanno e che cosa sono? Borghesi e privilegiati, ve la siete mai fatta questa d o m a n d a ? » Su questo t e r r e n o , Mazzini era piuttosto indifeso. E la resa di conti con lui avvenne subito d o p o . Alla caduta dell'Impero, il p o p o l o di Parigi aveva istaurato, c o n t r o il g o v e r n o legale, la Repubblica socialista della «Comune». Su di essa e sui suoi m e t o d i terroristici, l'opinione pubblica m o n d i a l e si divise. Mazzini fu d e c i s a m e n t e c o n t r o «l'assurdo, r e t r o g r a do, politicamente i m m o r a l e concetto di Repubblica, trovato novellamente in Parigi». Q u e s t a p r e s a di posizione segnò il suo definitivo divorzio da Garibaldi che, d o p o aver combattuto in Francia e coi francesi la sua ultima c a m p a g n a , si era pronunciato in favore dei p o p o l a n i parigini, e gli alienò p e r sempre la gioventù socialista che vedeva nella «Comune» il proprio simbolo, a n c h e p e r c h é la s t a m p a conservatrice, forzando a l q u a n t o la verità, la p r e s e n t a v a c o m e la figlia dell'«Internazionale». L'ultima vittoria Mazzini la r i p o r t ò al congresso delle Società O p e r a i e che si t e n n e a R o m a n e l l ' a u t u n n o del ' 7 1 , ma ' a p a g ò con u n a s e c o n d a scissione d o p o quella p r o v o c a t a e t t e a n n i p r i m a dai m o d e r a t i . L a m a g g i o r a n z a c o n f e r m ò ''«Atto di Fratellanza», ma esso fu bersagliato da un piccolo s
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