Piano
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STORIA D'ITALIA Voi. I 476-1250 STORIA D'ITALIA Voi. II 1250-1600 STORIA D'ITALIA Voi. I l i 1600-17...
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Piano
dell'opera:
STORIA D'ITALIA Voi. I 476-1250 STORIA D'ITALIA Voi. II 1250-1600 STORIA D'ITALIA Voi. I l i 1600-1789 STORIA D'ITALIA Voi. IV 1789-1831 STORIA D'ITALIA Voi. V 1831-1861 STORIA D'ITALIA Voi. VI 1861-1919 STORIA D'ITALIA Voi. VII 1919-1936 STORIA D'ITALIA Voi. VIII 1936-1943 STORIA D'ITALIA Voi. IX 1943-1948 STORIA D'ITALIA Voi. X 1948-1965 STORIA D'ITALIA Voi. XI 1965-1993 STORIA D'ITALIA Voi. XII 1993-1997
MONTANELLI I GERVASO
STORIA D'ITALIA 1 6 0 0 1789 INDRO MONTANELLI j ROBERTO GERVASO
L'ITALIA DEL SEICENTO Dal 1600 al 1700 INDRO MONTANELLI ! ROBERTO GERVASO
L'ITALIA DEL SETTECENTO Dal 1700 al 1789
STORIA D'ITALIA Voi. I l i EDIZIONE PER OGGI pubblicata su licenza di RCS Libri S.p.A., Milano © 2006 RCS Libri S.p.A., Milano Questo volume è formato da: Indro Montanelli - Roberto Gervaso Eltalia del Seicento © 1969 Rizzoli Editore, Milano © 1998 RCS Libri S.p.A., Milano Indro Montanelli - Roberto Gervaso Eltalia del Settecento © 1970 Rizzoli Editore, Milano © 1998 RCS Libri S.p.A., Milano Progetto grafico Studio Wise Coordinamento redazionale: Elvira Modugno Fotocomposizione: Compos 90 S.r.l., Milano
Allegato a OGGI di questa settimana NON VENDIBILE SEPARATAMENTE Direttore responsabile: Pino Belleri RCS Periodici S.p.A. Via Rizzoli 2 -20132 Milano Registrazione Tribunale di Milano n. 145 del 12/7/1948
Tutti i diritti di copyright sono riservati
G
li anni che vanno dal 1600 al 1789 segnano, per l'Italia, un momento di profonda decadenza, politica e commerciale. La scoperta delle Americhe e il commercio per le Indie orientali avevano drasticamente ridotto l'importanza del Mediterraneo e, di conseguenza, dei porti italiani. Gli staterelli in cui è frazionata la penisola, sempre divisi e rissosi tra loro, assistono impotenti alla guerra tra Spagna e Francia, in trepidante attesa di conoscere chi sarebbe stato il loro padrone e di correre in aiuto del vincitore. La Controriforma, in nome della fede e del papa re, imperversa perseguitando, attraverso la lunga mano dell'Inquisizione, pensatori come Galileo, Paolo Sarpi e Tommaso Campanella. Solo l'arte sembra, almeno in parte, sopravvivere a questo declino in caduta libera: Claudio Monteverdi, Giambattista Marino, Gian Lorenzo Bernini fanno sì che il pensiero creativo italiano mantenga ancora una posizione di tutto rispetto in àmbito europeo. Sono gli anni degli avventurieri della spada e della penna: geniali imbroglioni come, nel migliore dei casi, Giacomo Casanova e il sedicente conte di Cagliostro. Se in Francia nasce il «secolo dei lumi» e Voltaire e Rousseau con le loro opere preparano il terreno per quella Rivoluzione del 1789 che avrebbe mutato per sempre il mondo, in Italia, salvo alcune eccezioni, è la stagione dell'arcadia e delle accademie, tese alla ricerca di una vuota perfezione formale, priva di nerbo e di contenuto. Un'Italia stanca, esangue, quasi dormiente e ben esemplificata dal «giovin signore» nel G i o r n o di Giuseppe Parini. Un'Italia, però, che sarebbe stata bruscamente costretta al risveglio dalla ventata di desiderio di libertà e di nuovo che, proveniente dalla Francia, travolse ogni cosa. INDRO MONTANELLI (Fucecchio 1909 - Milano 2001) è stato il più g r a n d e giornalista italiano del Novecento. Laureato in legge e in
scienze politiche, inviato speciale del «Corriere della Sera», fondatore del «Giornale nuovo» nel 1974 e della «Voce» nel 1994, è tornato nel 1995 al «Corriere» come editorialista. Ha scritto migliaia di articoli e oltre c i n q u a n t a libri. Tra i suoi ultimi successi, tutti pubblicati da Rizzoli, ricordiamo: Le stanze (1998), Eltalia del Novecento (con Mario Cervi, 1998), La stecca nel coro (1999), Eltalia del Millennio (con Mario Cervi, 2000), Le nuove stanze (2001). ROBERTO GERVASO è nato a Roma nel 1937. Ha studiato in Italia e negli Stati Uniti. Collabora a quotidiani e periodici, alla radio e alla televisione, e da decenni si dedica alla divulgazione storica. 1 suoi libri sono stati tradotti in numerosi Paesi. Tra le sue opere ric o r d i a m o : La bella Rosina (1991), / destri (1999), Appassionate (2001), Amanti (2002).
Indro Montanelli - Roberto Gervaso
L'ITALIA DEL SEICENTO (1600-1700)
AVVERTENZA
Eccoci alla quinta tappa di questa ricostruzione storica della civiltà italiana, cominciata con L'Italia dei secoli bui, L'Italia dei Comuni, L'Italia dei secoli d ' o r o e L'Italia della Controriforma. Forse il lettore troverà un po' smorto il panorama di questa Italia del Seicento, specie raffrontandolo a quello del volume precedente. Ma la colpa non è nostra. Checché ne dicano certi storici, consapevolmente o inconsapevolmente legati a concezioni autoritarie, l'Italia del Seicento è una povera Italia: povera di eventi, povera di uomini, povera di pensiero, povera di tutto. Il barocco non è che la maschera della sua miseria, lo stile di una minoranza di satrapi che ingrassano sulla fame collettiva di una società pietrificata. Noi abbiamo cercato di ravvivare come meglio abbiamo potuto questo plumbeo quadro, dando il massimo rilievo alle figure che lo animano. Ce ne sono di grandi, come Galileo, Sarpi, Bernini, Monteverdi. Ma non è una galleria comparabile a quella del Cinquecento: le condizioni del Paese non lo consentono. Eppure, questo secolo rappresenta una svolta decisiva non tanto per la nostra storia politica, quanto per la formazione del nostro costume su cui lascia un segno indelebile e purtroppo catastrofico. E soprattutto su questo punto che abbiamo infatti insistito. E per renderlo più chiaro, siamo ricorsi a continui raffronti con gli altri Paesi, di cui pertanto siamo stati costretti a seguire succintamente le vicende. Siamo convinti che chi si limita a studiare soltanto l'Italia, dell'Italia non capirà mai nulla. A qualcuno le nostre tesi potranno sembrare soggettive e arbitrarie. È un'accusa a cui si espone qualsiasi storia che non voglia essere soltanto un elenco di nomi e di date. E vero: noi rievochiamo il 5
passato tenendo sempre di vista il presente: gli chiediamo di spiegarci perché l'Italia è com'è. In questo volume, per la prima volta, abbiamo aggiunto una bibliografia. L'abbiamo fatto non per rintuzzare le critiche di certi specialisti che ci accusano di non essere sufficientemente documentati (come se la citazione delle fonti bastasse a dimostrare ch'esse sono state realmente consultate e criticamente vagliate!), ma per liberare da questo sospetto il lettore, unico nostro destinatario e giudice. Eabbiamo però ridotta all'essenziale perché ci rifiutiamo, e seguiteremo a rifiutarci, di costellarne le pagine di note che, rompendo il ritmo della lettura, la rendono più faticosa. Chi non capisce o disprezza questi piccoli accorgimenti non sa cosa sia la divulgazione. Sappiamo benissimo che ogni dettaglio storico è oggetto di continue scoperte e revisioni. Ma noi non scriviamo questi libri per approfondire l'uno o l'altro particolare. Li scriviamo per offrire a chi non l'ha, o l'ha dimenticata, una visione generale della vita italiana nel corso dei secoli. E quando ci si propone un simile panorama non ci si può attardare in puntigliose diatribe su fatterelli secondari o comunque irrilevanti alla sua comprensione e valutazione. Questo fa parte di un altro tipo di Storia, monografica, che ha la sua utilità, anzi la sua necessità, ma non rientra nei nostri interessi, né, crediamo, in quelli dei nostri lettori. Costoro ci hanno tangibilmente dimostrato di apprezzare il nostro sforzo. E siccome questi libri sono dedicati esclusivamente a loro, è solo il loro giudizio che conta. Noi li ringraziamo della loro fedeltà.
Ottobre '69.
I. M. R. G.
PARTE PRIMA
ITALIA, EUROPA, A M E R I C H E
CAPITOLO PRIMO
LA GALASSIA ITALIANA
A p r i m a vista, l'Italia che il 1° g e n n a i o del 1600 festeggiò l'inizio del n u o v o secolo, offriva un i n c o r a g g i a n t e spettacolo di o r d i n e e di t r a n q u i l l i t à , specie se lo si raffrontava alle i n q u i e t u d i n i e alle g u e r r e , politiche e religiose, c h e travagliavano i l r e s t o d ' E u r o p a . L'assetto c h e u n a q u a r a n t i n a d ' a n n i p r i m a la pace di Cateau-Cambrésis aveva d a t o al nostro Paese e r a rimasto sostanzialmente invariato, e i vari Stati e staterelli in cui la penisola era frazionata avevano smesso di dilaniarsi tra loro, c o m e p e r secoli avevano seguitato a fare. N o n che avessero c o m p r e s o l'inanità di q u e l l ' a s s u r d o fratricidio. Ma il p a d r o n e n o n glielo consentiva. Il p a d r o n e e r a la S p a g n a , d e s t i n a t a a r i m a n e r tale fino al 1715, cioè p e r oltre un secolo e mezzo. Essa si e r a dirett a m e n t e a p p r o p r i a t a q u a t t r o d e i n o s t r i m a g g i o r i Stati: l a Sicilia, la S a r d e g n a , Napoli e il Ducato di Milano, oltre u n a testa di p o n t e in M a r e m m a che si chiamava Stato dei Presidi. Li a m m i n i s t r a v a con u o m i n i suoi, Viceré o G o v e r n a t o r i m a n d a t i d a M a d r i d , che n o n tolleravano n e s s u n c o n t r o l l o da p a r t e di o r g a n i locali, a n c h e se ne lasciavano sussistere q u a l c u n o p e r figura c o m e il Parlamento di Napoli, il Senato di Milano e lo Stamento di S a r d e g n a . Del resto, n o n si capisce p e r c h é gli spagnoli a v r e b b e r o d o v u t o r i s p e t t a r e le a u t o n o m i e italiane, visto c h e le a v e v a n o s o p p r e s s e a n c h e in casa loro. Il g o v e r n o degli Asburgo di S p a g n a , c o m e lo aveva costituito F i l i p p o e i suoi successori si p r e p a r a v a n o a m a n t e n e r l o , n o n e r a m e n o centralistico d i quello sovietico d ' o g g i g i o r n o . I funzionari, quasi tutti castigliani, n o n facevano che eseguire gli o r d i n i del Re, c h e s'impicciava a n c h e 9
d e i m i n i m i p a r t i c o l a r i . E ai s u d d i t i n o n r e s t a v a c h e o b bedire. Q u a n t o agli altri Stati della penisola, Filippo gli aveva lasciato u n sembiante d ' i n d i p e n d e n z a , m a solo u n sembiante, p e r c h é dalle c i n q u e r o c c h e f o r t i c h e a b b i a m o m e n z i o n a t e egli e r a in g r a d o in qualsiasi m o m e n t o di ridurli alla ragion e . Vediamo c o m u n q u e i n u n a r a p i d a retrospettiva c o m ' e r a stata regolata la loro sorte e di quali principali vicende erano stati teatro nella seconda m e t à del C i n q u e c e n t o . L'unico che avesse conservato le sue istituzioni e potesse a n c o r a fare u n a sua politica era la Repubblica di Venezia, rimasta p a d r o n a di quasi tutto il Veneto, di un pezzo di L o m bardia, di g r a n p a r t e dell'Istria e della Dalmazia e di alcune isole greche. Venezia doveva questa situazione di privilegio, un p o ' al suo carattere di città l a g u n a r e difficilmente e s p u gnabile p e r via di t e r r a , un p o ' alla sua a g g u e r r i t a flotta tutt o r a fra l e p i ù p o t e n t i d ' E u r o p a , u n p o ' all'accortezza d e i suoi u o m i n i di Stato. Per costoro n o n e r a facile destreggiarsi fra le d u e p o t e n z e A s b u r g o : quella d'Austria e quella di Spagna. Ma ci riuscirono s e m p r e g i u o c a n d o sulla flotta, n e cessaria ad e n t r a m b e p e r la lotta c o n t r o i t u r c h i . L e p a n t o e r a stata u n a vittoria s o p r a t t u t t o v e n e z i a n a . E quasi t u t t o v e n e z i a n o e r a il c o m m e r c i o c o n l ' O r i e n t e , di cui a n c h e la S p a g n a aveva b i s o g n o . Venezia i n s o m m a s a p e v a r e n d e r s i necessaria, e ne a p p r o f i t t ò p e r a c c e n t u a r e s e m p r e p i ù la p r o p r i a i n d i p e n d e n z a a n c h e nei confronti della Chiesa, cui la S p a g n a consentiva di s p a d r o n e g g i a r e su tutto il resto della penisola. All'altro polo dell'Italia settentrionale, il Piemonte cominciava a far parlare di sé. Esso era stato u n a delle g r a n d i poste nell'interminabile conflitto tra Francia e Spagna, i cui eserciti vi si e r a n o dati il c a m b i o m e t t e n d o l o a sacco. Q u a n d o il duca E m a n u e l e Filiberto di Savoia, che si era messo al servizio degli spagnoli e alla loro testa aveva sgominato i francesi a San Quintino, vi fece r i t o r n o d o p o la pace di Cateau-Cambrésis, trovò le città ridotte a macerie e le c a m p a g n e a b r u 10
ghiera. Fin allora la sua capitale era stata C h a m b é r y p e r c h é i suoi p o s s e d i m e n t i e r a n o p i ù di là dalle Alpi, in t e r r i t o r i o francese, che di qua, in territorio italiano. E m a n u e l e Filiberto la trasferì a Torino, e questo gesto implicava u n a scelta p o litica c h e n e l corso dei secoli si s a r e b b e rivelata di decisiva importanza. Grazie ad essa i Savoia, di origine b o r g o g n o n a e q u i n d i francese, d i v e n t a v a n o u n a dinastia italiana. Italiana fu la lingua che a d o t t a r o n o negli atti della loro amministrazione. E italiano diventò il loro c a m p o di azione politica. N o n e r a n o Re. Il loro titolo era ancora quello di Duca, e i loro p o s s e d i m e n t i n o n i n g l o b a v a n o c h e u n a piccola p a r t e del Piemonte, p e r c h é il resto e r a tuttora diviso fra altri d u e Principati: quello di Saluzzo e quello del Monferrato. Emanuele Filiberto provvide anzitutto a procurarsi u n o sbocco al m a r e , e ci riuscì annettendosi la Contea di T e n d a che gli dava accesso a Nizza e c o m p r a n d o dai genovesi il p o r t o di O n e glia. Q u a n d o m o r ì nel 1580, suo figlio Carlo E m a n u e l e I ne continuò la politica con molta energia, anzi forse con t r o p p a p e r c h é i suoi c i n q u a n t ' a n n i di governo furono t u t t ' u n susseguirsi d'iniziative d i p l o m a t i c h e e militari a u d a c i e spregiudicate, ma - come v e d r e m o - n o n s e m p r e fortunate. Più a sud, G e n o v a aveva conservato anch'essa u n a certa a u t o n o m i a , grazie agli e n o r m i servigi che il suo «protettore» A n d r e a Doria e la sua flotta a v e v a n o r e s o alla S p a g n a . Ma, p i ù c h e p e r fare politica, G e n o v a n e a p p r o f i t t a v a p e r fare affari. Il suo t e r r i t o r i o e r a limitato a u n a smilza fascia costiera c h e si s t e n d e v a fra Massa a s u d e M o n a c o a ovest. La città n o n si era mai c u r a t a di darsi solidi istituti cittadini. Il più p o t e n t e era u n a banca privata, quella di San Giorgio, in m a n o alle g l a n d i dinastie finanziarie dei Doria, Grimaldi, Spinola e C e n t u r i o n e , c h e c o n t a v a n o p i ù dello Stato. Tant'è vero che n o n e r a dallo Stato, ma dalla Banca, che dip e n d e v a il più i m p o r t a n t e p o s s e d i m e n t o genovese: la Corsica. Solo in seguito a u n a s a n g u i n o s a rivolta degl'isolani contro l'esoso sfruttamento dei banchieri, costoro preferirono disfarsene e affidarla allo Stato. 11
I migliori clienti della B a n c a e r a n o i Re spagnoli. Malg r a d o il fiume d ' o r o e d ' a r g e n t o che dalle colonie americane affluiva nelle sue casse, la S p a g n a e r a s e m p r e a corto di q u a t t r i n i : un p o ' p e r c h é le sue pazze g u e r r e glieli m a n g i a v a n o tutti, u n p o ' p e r c h é n o n p r o d u c e v a più nulla d a q u a n do si e r a messa a p e r s e g u i t a r e i moriscos, cioè i m u s s u l m a n i convertiti, gli unici che n o n tenessero a vile il lavoro. L'agric o l t u r a l a n g u i v a p e r c h é i c o n t a d i n i e r a n o rastrellati dalle coscrizioni militari, e industria n o n ce n'era. La S p a g n a d o veva i m p o r t a r e tutto. E a provvedervi e r a n o i genovesi con le loro navi e i loro capitali. I cantieri e la flotta mercantile spagnola e r a n o genovesi, e in m a n o genovese e r a n o tutti gli appalti di lavori pubblici, le m i n i e r e e le a z i e n d e c o m m e r ciali catalane. Di Milano abbiamo già detto. Ridimensionato nei suoi possedimenti, il vecchio Ducato dei Visconti e degli Sforza, che aveva aspirato a diventare la potenza e g e m o n e della penisola, n o n e r a p i ù che u n a colonia spagnola. Era a n c o r a u n a città ricca e culturalmente viva. Ma gli agenti del fisco madrileno e i tribunali dell'Inquisizione ne stavano già massicciamente d r e n a n d o le risorse economiche e l'energie intellettuali. Fra il Po e l ' A p p e n n i n o , vi sopravvivevano alcuni Principati t u t t o r a in m a n o alle vecchie dinastie rinascimentali. Al loro Ducato di Mantova, i Gonzaga avevano aggiunto quello del M o n f e r r a t o , p o m o di discordia coi Savoia. I Farnese e r a n o rimasti signori di P a r m a grazie ad Alessandro, c h ' e r a stato insieme a E m a n u e l e Filiberto u n o dei p i ù g r a n d i condottieri dell'esercito spagnolo. Gli Este e r a n o t u t t o r a signori d i F e r r a r a , R e g g i o e M o d e n a . Ma, a v e n d o s e m p r e p a r teggiato p e r la Francia, o r a che questa aveva p e r s o ogni influenza sulla penisola, e r a n o rimasti senza p r o t e t t o r e . Alla fine del C i n q u e c e n t o , q u a n d o la dinastia e n t r ò in crisi p e r m a n c a n z a d i successori diretti, p a p a C l e m e n t e V i l i n e a p profittò p e r a n n e t t e r e F e r r a r a agli Stati Pontifici, e la Spag n a lo lasciò fare. Gli Este del r a m o cadetto d o v e t t e r o contentarsi di Reggio e M o d e n a . 12
La Toscana aveva trovato in Cosimo d e ' Medici u n o statista d e g n o in tutto dei suo o m o n i m o del Q u a t t r o c e n t o , «pad r e della patria». Egli aveva t e n u t o il suo Ducato giudiziosam e n t e al r i p a r o dalle b e g h e franco-spagnole, b a d a n d o soltanto a dargli u n a b u o n a amministrazione. M e n o Lucca che riuscì a salvare la sua sovranità di repubblica i n d i p e n d e n t e , tutte le altre città toscane d o v e t t e r o sottomettersi al p o t e r e centrale di Firenze, che d ' a l t r o n d e ne fece b u o n uso. Fu allora che c o m i n c i a r o n o le bonifiche in M a r e m m a e si d e t t e avvìo al p o r t o di L i v o r n o in sostituzione di quello di Pisa, o r m a i tagliata dal m a r e dall'insabbiarsi del litorale. P r i m a di m o r i r e , C o s i m o riuscì a farsi p r o m u o v e r e dal Papa da Duca a G r a n d u c a . E fu questo il titolo che lasciò ai suoi eredi. Il p r i m o g e n i t o Francesco fece molto r i m p i a n g e re il p a d r e . Ma il fratello F e r d i n a n d o I che gli successe nel 1587 riprese la politica i n t e r n a di Cosimo, e in quella estera riuscì a sottrarsi alla soffocante influenza spagnola, s e m p r e più a p p o g g i a n d o s i a Enrico IV, il r e s t a u r a t o r e dell'unità nazionale francese, cui d e t t e in moglie la p r o p r i a n i p o t e Maria. Ma n e m m e n o l'accortezza di questi suoi governanti p o t è restituire a Firenze il lustro e lo s p l e n d o r e dei t e m p i di Lorenzo il Magnifico. L'Italia n o n e r a più, c o m e allora, il centro del m o n d o ; e il capitalismo fiorentino, c h e p e r un paio di secoli aveva d o m i n a t o l ' E u r o p a con le sue i n d u s t r i e e le sue b a n c h e , e r a stato scavalcato da quello dei ceti i m p r e n d i toriali calvinisti di F i a n d r a , di Francia, di G e r m a n i a e d'Inghilterra. A sud e ad est del G r a n d u c a t o si stendeva lo Stato Pontificio, che o r a aveva assunto u n a fisionomia diversa da quella che lo aveva caratterizzato nel Rinascimento. L'appoggio quasi incondizionato del cattolicissimo Filippo II aveva consentito ai Papi n o n solo di e s t e n d e r e i loro d o m i n i , che o r a i n g l o b a v a n o , da F e r r a r a a T e r r a c i n a , t u t t o il Lazio, t u t t a l'Umbria, tutte le M a r c h e , tutta la R o m a g n a e p a r t e dell'Emilia c o m p r e s a Bologna; ma a n c h e di smantellarvi le picco13
le t u r b o l e n t e S i g n o r i e c h e vi si e r a n o installate. Resisteva a n c o r a quella dei Della R o v e r e a U r b i n o . Ma t u t t o il resto era stato richiamato sotto il p o t e r e centrale di R o m a . Q u e s t o era d o v u t o al fatto che i Papi, liquidate col Concilio di T r e n t o le p e n d e n z e con la Riforma protestante, potevano o r a t o r n a r e a dedicarsi allo Stato e ai suoi p r o b l e m i . A d a r e avvìo a questo n u o v o corso e r a stato il Ghislieri, salito al Soglio c o m e Pio V nel 1566. A p p a r t e n e v a a quella corr e n t e rigorista che credeva di salvare le a n i m e dal braciere dell'inferno m a n d a n d o i corpi ad arrostire sui roghi dell'Inquisizione. Ma, a p a r t e questa discutibile teoria, era un u o mo e n e r g i c o e volitivo, severo c o n se stesso p r i m a a n c o r a che con gli altri, scrupoloso ed efficiente. N o n volle p a r e n t i i n t o r n o a sé e combatté senza q u a r t i e r e il riottoso clientelismo delle vecchie dinastie r o m a n e che seguitavano a consid e r a r e la Chiesa e i suoi Stati c o m e un loro a p p a n n a g g i o . A lui era succeduto G r e g o r i o X I I I , passato alla storia sop r a t t u t t o p e r la riforma del calendario. Su di essa r i t e n i a m o o p p o r t u n o s p e n d e r e qualche parola, visto che ne Eltalia, della Controriforma n o n abbiamo avuto il destro di farlo. Fin allora si e r a seguito il c a l e n d a r i o di Giulio C e s a r e c h e aveva diviso i q u a d r i e n n i in tre a n n i di 365 giorni e u n o di 366: il che, p e r quei tempi, r a p p r e s e n t a v a un miracolo di precision e . Ma gli a s t r o n o m i e i m a t e m a t i c i d e l C i n q u e c e n t o avev a n o a p p u r a t o c h e , s e c o n d o q u e l calcolo, o g n i 4 0 0 a n n i il cosiddetto a n n o «tropico», cioè l ' a n n o n a t u r a l e , anticipava di tre giorni l'anno giuliano: p e r cui, p e r esempio, nel Cinq u e c e n t o l'equinozio di p r i m a v e r a veniva a c a d e r e in realtà, l'I 1 m a r z o , m e n t r e il c a l e n d a r i o lo fissava al 2 1 . G r e g o r i o , p e r r i m e t t e r e o r d i n e in quella dissestata contabilità, o r d i n ò nel 1582 che undici giorni fossero saltati in o t t o b r e - dal 4 al 15 -, e c h e d ' a l l o r a in p o i gli a n n i c e n t e n a r i , cioè di c h i u s u r a di un secolo, n o n fossero più bisestili, c o m e fin allora e r a n o stati considerati, ma o r d i n a r i , m e n o quelli le cui d u e p r i m e cifre fossero divisibili p e r q u a t t r o (ad esempio, il 1600). Successivi studi stabilirono c h e n e m m e n o q u e s t o 14
c o m p u t o e r a a s s o l u t a m e n t e esatto, p o i c h é esso c o n d u c e a un r i t a r d o di 61 diecimilionesimi di g i o r n o o g n i 100 a n n i . Ma lo scarto è tale che solo tra 4 0 0 0 a n n i occorrerà sopprim e r e un altro bisestile p e r r i p o r t a r e il c o n t o in p a r i t à . (Ci a u g u r i a m o di aver reso intelligibili e riportato con esattezza questi complicati calcoli. Se n o n ci siamo riusciti o siamo cad u t i in q u a l c h e e r r o r e di diecimilionesimo, il l e t t o r e ce lo perdoni.) La riforma gregoriana, i m m e d i a t a m e n t e adottata da tutti i Paesi cattolici, fu d a p p r i m a osteggiata da quelli p r o t e stanti. Ma alla fine a n c h e questi d o v e t t e r o a r r e n d e r s i e accettare il n u o v o m e t r o di misura. I Paesi greco-ortodossi invece r i m a s e r o o s t i n a t a m e n t e fedeli al c a l e n d a r i o g i u l i a n o n o n o s t a n t e la sua riconosciuta i m p r e c i s i o n e , solo p e r c h é a riformarlo era stato il capo dell'odiata Chiesa cattolica: e ciò d i m o s t r a a quali e s t r e m i di faziosità c o n d u c a il litigio religioso. G r e g o r i o fu un g r a n Papa, a n c h e a p r e s c i n d e r e d a l cal e n d a r i o . C o m e il s u o p r e d e c e s s o r e , fu un m o d e l l o di sobrietà e di zelo e n o n e b b e debolezze p e r i p r o p r i p a r e n t i . Rimise o r d i n e nell'amministrazione dello Stato. E il suo fisco, se fu r a p a c e e s p i e t a t o , lo fu i m p a r z i a l m e n t e con gli umili e coi p o t e n t i . Per sfuggire alle s u e esazioni, r a m p o l l i di nobili famiglie come il Piccolomini e il Malatesta si dettero alla macchia e diventati capi di b a n d e brigantesche p r o v o c a r o n o u n a tale a n a r c h i a che G r e g o r i o dovette s c e n d e r e con loro a un c o m p r o m e s s o umiliante. Ma il s u o successore, Sisto V, r i p r e s e la lotta c o n piglio a n c o r p i ù risoluto. Veniva d a u n a p o v e r a famiglia m a r c h i giana, e oltre che nel fisico tracagnotto e atticciato, p o r t a v a le stigmate della sua origine c o n t a d i n a a n c h e nel c a r a t t e r e inflessibile e paziente. Il giorno in cui ascese al Soglio, il suo discorso i n a u g u r a l e fu la l e t t u r a della c o n d a n n a a m o r t e contro q u a t t r o banditi, che v e n n e r o impiccati seduta stante. Per liquidare quelli alla macchia, si rivalse sulle famiglie imprigionandole c o m e ostaggi. Il Duca d ' U r b i n o , in o t t e m p e 15
ranza ai suoi ordini, caricò alcuni muli con cibi avvelenati e li avviò verso le zone infestate dai briganti. Costoro ne fecero m a n bassa, e in capo a p o c h e o r e rimasero stecchiti. I r o m a n i dicevano - ma più con rispetto che con dispetto - che San Pietro t r e m a v a all'idea d i d o v e r u n g i o r n o o s p i t a r e i n Paradiso quel tipo che avrebbe messo sotto processo a n c h e lui p e r aver r i n n e g a t o Gesù il giorno della tortura. E p p u r e ci fu q u a l c u n o c h ' e b b e r a g i o n e di q u e s t ' u o m o che aveva r a g i o n e di tutti: i p a r e n t i . Sisto li ebbe subito datt o r n o e n o n s e p p e r e s i s t e r e alla loro miseria forse p e r c h é egli stesso l'aveva così a l u n g o sofferta. C o n lui rifece capolino la piaga del n e p o t i s m o , che i Papi della C o n t r o r i f o r m a avevano eliminato; ma n o n sulla scala e nelle forme sfacciate che aveva assunto nella Rinascenza. Quello che ricomincia con Sisto e che doveva caratterizzare quasi tutti i Pontificati successivi si chiama infatti «piccolo nepotismo», che tuttavia p e r certi aspetti doveva rivelarsi a n c h e p e g g i o r e , p i ù i p o c r i t a e insidioso di quello g r a n d e . I familiari d e l P a p a n o n d i v e n t a n o p i ù Principi o D u c h i p r e p o s t i al g o v e r n o di q u a l c h e Stato. S i c o n t e n t a n o d e l s o t t o g o v e r n o , m o n o p o lizzandone i posti p i ù lucrosi, grazie alla protezione del Cardinale-nipote, cioè del n i p o t e p r e f e r i t o , che viene n o m i n a t o cardinale a p p u n t o p e r c h é p r o v v e d a alla parentela. E così fu rjroprio quel Sisto che aveva perseguito con tanta energia la bonifica dello Stato a riportarvi quei veleni della c o r r u z i o n e che nei tre secoli successivi dovevano fare di quello pontificio il p e g g i o r e g o v e r n o italiano, i n e t t o e sopraffattore allo stesso t e m p o , inteso soltanto alla difesa dell'analfabetismo e dei privilegi. Alla c h i u s u r a del secolo, sul Soglio sedeva C l e m e n t e V i l i della principesca famiglia toscana A l d o b r a n d i n o L'ugonotto Sully, p r i m o ministro di Enrico IV, lo descrive c o m e «il più libero, fra gli ultimi Pontefici, da pregiudizi di p a r t e e il più rispettoso della carità e della c o m p r e n s i o n e c h e il Vangelo prescrive». Q u a n d o si p e n s a che fu lui a m a n d a r e sul r o g o G i o r d a n o B r u n o , si capirà facilmente che cosa avevano d o 16
v u t o essere, q u a n t o a c o m p r e n s i o n e e carità, i Papi della Controriforma. Da Terracina in giù si stendevano i d u e vicereami di Napoli e di Sicilia, n o n a n c o r a unificati sebbene e n t r a m b i sotto il d i r e t t o g o v e r n o della S p a g n a . C o m e M i l a n o , a n c h ' e s s i n o n avevano p i ù storia e si stavano avviando a u n a r a p i d a d e c a d e n z a grazie all'assetto feudale che Filippo vi aveva ripristinato. Nel N a p o l e t a n o un q u a r t o delle t e r r e era diventato p r o p r i e t à di enti ecclesiastici, che n o n a caso si c h i a m a « m a n o m o r t a » . E m o r t a infatti è s e m p r e stata sul p i a n o produttivo. Il resto era al novanta p e r cento latifondo in m a n o a p r o p r i e t a r i assenteisti e rapaci, che da q u a n d o avevano smesso di fare i «baroni-ladri» p e r trasferirsi in città, e r a n o diventati soltanto dei parassiti. D a q u e s t o m o m e n t o le popolazioni meridionali n o n conoscono più che d u e classi sociali: quella del privilegio e quella della fame. Tutta la loro storia nei secoli successivi sarà u n a protesta c o n t r o q u e sta pietrificazione della società, che si manifesta con sanguinose rivolte p l e b e e s e g u i t e da feroci r e p r e s s i o n i , e c h e in Sicilia trova il suo s t r u m e n t o nella «mafia». Ecco, m o l t o g r o s s o l a n a m e n t e a b b o z z a t o , il p a n o r a m a geo-politico che l'Italia p r e s e n t a allo schiudersi del Seicento. E o r a vediamo in quale cornice e u r o p e a era i n q u a d r a t o .
CAPITOLO SECONDO
L'EUROPA DELLE PATRIE
Filippo II - el Rey prudente, c o m e lo c h i a m a v a n o - m o r ì nel 1598, q u a n d o già la S p a g n a aveva p e r s o il suo slancio di conquista p e r ripiegare su u n a posizione difensiva. S e b b e n e t u t t o r a i m b a t t u t i , i suoi eserciti n o n e r a n o riusciti ad aver ragione né di quelli francesi né della rivolta olandese, m e n t r e la sua flotta aveva p e r s o il d o m i n i o dei m a r i d o p o la disfatta della «invincibile a r m a t a » ad o p e r a d e l l ' I n g h i l t e r r a . Filippo si e r a p r e s o u n a rivalsa fagocitando il Portogallo, e il suo i m p e r o restava t e r r i t o r i a l m e n t e il più vasto del m o n d o grazie alla conquista del c o n t i n e n t e s u d - a m e r i c a n o . E p p u r e , già manifestava segni d'involuzione. I motivi della crisi n o n si p r e s t a n o a essere fraintesi. Spos a n d o l a C h i e s a della C o n t r o r i f o r m a , l a S p a g n a sposa u n c e r t o tipo d i società c h e i l m o n d o m o d e r n o h a o r m a i sorpassato e c o n d a n n a t o . È u n a società pietrificata in rigide gerarchie, che soffoca ogni anelito di libertà, e q u i n d i i m p e d i sce qualsiasi evoluzione e ricambio. Il nobile e il p r e t e , che svettano in cima alla p i r a m i d e , sono a loro m o d o a m m i r e voli a r c h e t i p i u m a n i : l ' u n o p e r il Re, l'altro p e r la Chiesa, s o n o capaci di e r o i s m i i n a u d i t i . Fra l o r o i d u b b i , le a m b i g u i t à e i t r a d i m e n t i n o n a l l i g n a n o . Si p u ò n o n a m a r e , ma bisogna a m m i r a r e questi u o m i n i di ferro disposti a tutto, a uccidere c o m e a m o r i r e , p e r assolvere la loro missione. L'unica cosa a cui n o n sono disposti è a intaccare il p r i n cipio d'autorità su cui tutta la loro i m p a l c a t u r a si regge. E il p r i n c i p i o d ' a u t o r i t à implica la r i d u z i o n e del p o p o l o a u n a massa acéfala t e n u t a solo all'obbedienza e svogliata da qualsiasi iniziativa. «Faltan cabezas», m a n c a n o gli u o m i n i , si la18
meritava Olivares, il g r a n d e ministro di Filippo IV. Egli n o n alludeva tanto agli spaventosi vuoti c h e le c o n t i n u e g u e r r e a v e v a n o scavato nella p o p o l a z i o n e s p a g n o l a , q u a n t o alla scarsezza di ricambi p e r la classe dirigente. N o n ce ne potevano essere p e r c h é il Paese p i ù ricco e p o t e n t e del m o n d o n o n aveva sentito il bisogno di m a n d a r e a scuola i suoi sudditi; anzi, aveva sentito quello d i n o n m a n d a r c e l i . T e n u t i soltanto a c r e d e r e , o b b e d i r e e c o m b a t t e r e , c h e se ne facevano dell'istruzione? La g u e r r a - la g u e r r a del C i n q u e c e n to, fatta solo coi cavalli e con gli archibugi - n o n la esige: le b a s t a n o il c o r a g g i o e la disciplina. Q u a n t o al Vangelo, la Chiesa della Controriforma n o n vuole che il fedele lo legga da sé: questo è un compito che spetta in esclusiva al p r e t e . Di questa m a n c a n z a d ' u o m i n i e d'iniziative, e r a fatale che anche l'economia risentisse. La S p a g n a avrebbe avuto tutto p e r diventare u n a g r a n d e p o t e n z a industriale: u n i m m e n s o m e r c a t o e u r o p e o e a m e r i c a n o p e r l ' a s s o r b i m e n t o d e i suoi p r o d o t t i , sbocchi privilegiati sui d u e g r a n d i m a r i , il M e d i t e r r a n e o e l'Atlantico, le flotte mercantili catalane e genovesi, le collaudate m a e s t r a n z e italiane e fiamminghe, e infine il g r a n d e p r o p e l l e n t e di o g n i s v i l u p p o capitalistico: l'oro messicano e p e r u v i a n o . Ma quest'oro n o n trovava né cervelli né braccia capaci d'impiegarlo a scopi produttivi. Esso serviva soltanto a m a n t e n e r e esercito e burocrazia, e q u a n t o ne avanzava si f e r m a v a nelle c h i u s e caste d e l privilegio, c h e n o n conoscevano altro investimento che la t e r r a . Così, m e n tre l ' E u r o p a del N o r d compiva, sotto la spinta della Riform a , la sua g r a n d e rivoluzione industriale, la S p a g n a restava inchiodata a u n a economia agraria, n a t u r a l e pascolo di u n a società f e u d a l e , immobilistica, r e d d i t i e r a , p a r a s s i t a r i a , e chiusa a ogni esigenza di progresso. M a l g r a d o le m o n t a g n e di lingotti che i suoi conquistadores gli avevano m a n d a t o dall'America, Filippo e r a s e m p r e vissuto in m e z z o ai debiti, e p e r sottrarsi ai c r e d i t o r i aveva dichiarato fallimento, c o m e u n p r i v a t o qualsiasi, b e n t r e volte. L'ultima e r a stata nel 1596, d u e a n n i p r i m a della m o r t e . Q u e l l o ch'egli lasciava 19
all'erede e r a s e m p r e un vasto e p o t e n t e i m p e r o - S p a g n a , Portogallo, Belgio, Italia, America latina -, ma senza dote. L'erede si chiamava a n c h e lui Filippo, ma col p a d r e n o n aveva in c o m u n e che il n o m e e la bigotteria. «Dio, che mi ha dato tanti reami, mi ha n e g a t o un figlio capace di g o v e r n a r li» aveva detto di lui el Rey prudente. N o n si sbagliava. Casto p e r timidezza e bacchettonerìa, m a n s u e t o e svogliato, Filippo I I I a g o v e r n a r e n o n si p r o v ò n e m m e n o . Ne affidò il c o m p i t o al Duca di L e r m a , del tutto d i m e n t i c o del m ò n i t o che suo n o n n o Carlo V aveva rivolto a suo p a d r e e suo pad r e a lui: «Scegli b e n e i t u o i consiglieri, e n o n f i d a r t e n e mai». Filippo fece il contrario: scelse male, e si fidò. Il Duca volle u n a rivincita alla batosta navale che l'Inghilterra aveva inflitto alla S p a g n a , e ci rimise altre d u e flotte. Fu la solita m a n c a n z a di d e n a r o che gl'impedì di fare altri malestri. Fece pace con L o n d r a e accettò u n a t r e g u a di dodici a n n i con l ' O l a n d a p i ù c h e m a i risoluta a d i f e n d e r e la p r o p r i a indip e n d e n z a dai tentativi d i r e s t a u r a z i o n e asburgica. I n c o m p e n s o , d i e d e avvìo a un altro disastro scacciando dalla S p a g n a i moriscos, cioè gli a r a b i convertiti al cristianesimo, solo p e r c h é l'Arcivescovo di Valenza, sua città natale, a n d a va d i c e n d o che Dio aveva inflitto tante disgrazie alla S p a g n a p e r castigarla dell'ospitalità che a c c o r d a v a a quella g e n t e . Ma quella g e n t e e r a l'unica m i n o r a n z a , assieme a quella ebraica, che, esclusa dal servizio militare p e r le origini razziali e religiose, aveva conservato la b u o n a a b i t u d i n e di lav o r a r e . Gli e b r e i e r a n o già stati scacciati. Col b a n d o ai moriscos, che a s s o m m a v a n o a un mezzo milione, il Paese p e r s e gli ultimi suoi artigiani e mercanti. C r e d e t t e di essersi p u r i ficato il s a n g u e e di aver fatto un b u o n affare con l'incamer a m e n t o dei loro beni. Invece, un b u o n affare l'aveva fatto soltanto L e r m a c h e della cospicua refurtiva t r a t t e n n e 250.000 ducati p e r sé, 100.000 p e r la figlia, e 150.000 p e r il genero. Filippo I I I m o r ì p r o p r i o all'indomani di questa rovinosa operazione, lasciando il t r o n o a un altro Filippo, il IV, che al 20
p a d r e somigliava solo nella prodigalità e nell'allergia al lavoro. Era bello, b i o n d o , appassionato di arte, a m a v a la vita e le d o n n e , tanto che ebbe t r e n t a d u e figli, di cui ventiquatt r o illegittimi. T u t t o p r e s o d a q u e s t a attività d e m o g r a f i c a , a n c h e lui p r e f e r ì d e l e g a r e il p o t e r e a un Valido, cioè a un P r i m o Ministro, ma nello sceglierlo ebbe la m a n o più felice del suo p r e d e c e s s o r e . I l conte Olivares e r a u n u o m o o r g o glioso e i m p e r i o s o , ma i n t e g r o , e s o p r a t t u t t o a n i m a t o da u n a p r o f o n d a dedizione allo Stato. Lavorava dall'alba a notte i n o l t r a t a , la sua d i e t a e r a s p a r t a n a , la sua e n e r g i a indomabile. Rimise o r d i n e nella dissestata amministrazione, eliminò molti abusi, costrinse a n c h e il Re a qualche economia. Ma nella sua azione diplomatica, ebbe la sfortuna d'inc a p p a r e in un avversario che aveva t u t t e le sue qualità p i ù qualche altra: il Richelieu. Il g r a n d e C a r d i n a l e stava r i c o s t r u e n d o , c o m e v e d r e m o , la Francia, e p e r restituirle il suo r a n g o in E u r o p a vi m i n a v a la supremazia spagnola. Era un giuoco coperto, ma senza esclusione di colpi. Olivares doveva t e n e r e eserciti con le armi al p i e d e n o n solo sui Pirenei, ma a n c h e in Portogallo, in Belgio, a Milano, in Valtellina, a Napoli, d o v e agenti e d e n a r o francesi e r a n o c o n t i n u a m e n t e al lavoro p e r c r e a r e impacci e t e n d e r e insidie. Richelieu, n o n o s t a n t e la sua p o r p o ra, finanziava i p r o t e s t a n t i di G e r m a n i a p e r i m p e g n a r e le forze degli Asburgo tedeschi, e Olivares passava un lauto stip è n d i o al Duca di R o h a n , capo degli ugonotti francesi in rivolta c o n t r o il C a r d i n a l e . E r a il p r o l o g o della G u e r r a d e i Trent'anni. La Francia era d u n q u e in fase di riscossa, e tornava a far sentire l a sua p r e s e n z a sulla scena e u r o p e a . N e e r a quasi scomparsa con la m o r t e di Francesco I, il g r a n d e e sfortunato rivale di C a r l o V. Suo figlio E n r i c o II aveva c e r c a t o di vendicarlo, aveva subito un'altra disfatta, ed e r a m o r t o (nel 1559) p e r un colpo di lancia ricevuto nell'occhio in un torn e o . Lasciava u n a situazione precaria, u n e r e d e m i n o r e n n e 21
- Francesco II -, e u n a vedova energica e intrigante: Caterina d e ' Medici. Il Paese era mal ridotto dalle interminabili g u e r r e con la S p a g n a che lo avevano dissanguato e impoverito. Il suo r e d dito l o r d o e r a di 12 milioni di lire, il suo debito pubblico di 43 milioni. E secondo certi calcoli i d u e terzi della ricchezza immobiliare francese a p p a r t e n e v a n o alla Chiesa. Forse e r a a n c h e questo, ma n o n soltanto questo, che aveva favorito il moltiplicarsi degli ugonotti, c o m e in Francia si c h i a m a v a n o i calvinisti. M a l g r a d o le severe persecuzioni di Francesco e di Enrico, essi a s s o m m a v a n o o r a dal dieci al venti p e r cento della p o p o l a z i o n e ; m a n o n c o n t a v a n o t a n t o p e r i l n u m e r o q u a n t o p e r la qualità. C ' e r a fra l o r o il m e g l i o della n u o v a borghesia i m p r e n d i t o r i a l e , g r a n p a r t e della cultura, e a n c h e parecchi aristocratici, c o m e i B o r b o n e , r a m o della famiglia reale. Si arrivò ai ferri corti p r o p r i o nel m o m e n t o in cui Francesco II moriva di a p p e n a sedici a n n i lasciando la c o r o n a al fratello (Carlo IX), che ne aveva dieci. Il p o t e r e e r a q u i n d i più che mai nelle m a n i di Caterina. I giudizi su questa d o n n a n o n c o n c o r d a n o n e a n c h e nei connotati f i s i c i . B r a n t ó m e la descrive di «petto bianco e sodo» e di «coscia bellissima», m a d i l i n e a m e n t i i r r e g o l a r i . Dagli a n t e n a t i Medici aveva e r e d i t a t o l'ambizione, la d o p p i e z z a e la sifilide. L'accusavano di ogni specie di malizia. Ma forse il giudizio p i ù e q u o lo dette a posteriori Enrico IV: «Cosa poteva fare u n a stranier a lasciata sul t r o n o d a l m a r i t o c o n c i n q u e b a m b i n i sulle braccia e d u e dinastie di s a n g u e reale - la nostra dei Borbone e quella di Guisa -, decise a strapparle la corona?». La situazione infatti e r a p r o p r i o questa. Sia i Guisa cattolici che la servivano, sia i B o r b o n e u g o n o t t i che la osteggiavano, cercavano in realtà di arraffarle p o t e r e e titolo. Ma essa lo sapeva. «Dio volendo», scriveva «non mi lascerò govern a r e n é d a l l ' u n a n é dall'altra p a r t e , a v e n d o i m p a r a t o fin t r o p p o b e n e che tutti a m a n o Dio, il re e me stessa m e n o del loro vantaggio»: u n a frase in cui c'era tutta l'italiana sfiducia 22
negli uomini, e che c e r t a m e n t e sarebbe piaciuta al b i s n o n n o Cosimo. C a t e r i n a n o n poteva p e r m e t t e r s i il lusso di aggrav a r e le divisioni in un Paese m i l i t a r m e n t e ed e c o n o m i c a m e n t e p r o s t r a t o , e s t r e t t o nella t e n a g l i a degli A s b u r g o di S p a g n a e degli A s b u r g o di Austria e G e r m a n i a ; d o v e v a giuocare fra le d u e forze t e n e n d o l e in bilico. Ma l'impresa era a r d u a . O g n i poco cattolici e u g o n o t t i venivano alle mani, ci f u r o n o v e r e e p r o p r i e battaglie in c a m p o a p e r t o c o n migliaia di morti, e a Caterina n o n restava che un lavoro di rammendo. È impossibile seguire tutti gli episodi di questa spaventosa g u e r r a di religione che in cadaveri e distruzioni costò alla Francia p i ù di q u a n t o le fossero costate le g u e r r e con la Spagna. A un certo p u n t o essa spezzò il Paese in d u e : quello a s u d della Loira fu c o m p l e t a m e n t e in m a n o agli u g o n o t ti c o n un loro esercito, u n a loro capitale a La Rochelle, e un loro Re, il B o r b o n e E n r i c o di N a v a r r a . C a t e r i n a ricorse a u n a m a n o v r a tipicamente femminile e medicea: offrì sua figlia Margherita in sposa a Enrico. Enrico accettò, ma si p r e sentò alle nozze con un seguito di quattromila a r m a t i e n o n volle m e t t e r e p i e d e in chiesa. Dai pulpiti, i predicatori cattolici t u o n a v a n o c o n t r o il «tradimento» della M o n a r c h i a . E la tensione sboccò in un attentato c o n t r o il Coligny, il grand e Ammiraglio u g o n o t t o , tuttavia legato d a p r o f o n d a amicizia p e r s o n a l e col giovane Carlo. Si scatenò la rappresaglia p r o t e s t a n t e , e le s t r a d e t o r n a r o n o a lastricarsi di m o r t i . I Guisa che p r o b a b i l m e n t e avevano a r m a t o la m a n o del sicafio è t e m e v a n o il castigo, ne a p p r o f i t t a r o n o p e r i n d u r r e Caterina allo sterminio dei ribelli. C a t e r i n a cercò di convincere Carlo a d a r n e l'ordine, e siccome il giovane resisteva, minacciò di t o r n a r s e n e in Italia lasciandolo solo. In un accesso di d i s p e r a z i o n e , il g i o v a n e g r i d ò : «Per la m o r t e di Dio, se avete scelto di a m m a z z a r e l'Ammiraglio, fatelo. Ma allora sterminateli tutti, gli ugonotti... Tutti, in m o d o che n o n ne r i m a n g a n e s s u n o a rinfacciarmi l'assassinio!» E r a n o le parole d i u n u o m o d e b o l e , sconvolto dall'idea del m a s s a c r o . 23
Ma C a t e r i n a e i Guisa le p r e s e r o alla lettera, e fu la famosa «notte di San B a r t o l o m e o » (24 agosto 1572). B a n d e di arm i g e r i si s g u i n z a g l i a r o n o p e r le s t r a d e al g r i d o di «Ammazza, a m m a z z a , o r d i n e del Re», e t r o v a r o n o la p i ù e n t u siastica collaborazione nel p o p o l i n o , eccitato dalla p r o s p e t tiva d e l s a c c h e g g i o . Il Coligny fu r a g g i u n t o d a i p u g n a l i m e n t r e pregava inginocchiato. Il Duca La Rochefoucauld fu s c a n n a t o d o p o u n a p a r t i t a a t e n n i s col Re. Costui convocò il cognato Enrico e il Principe Enrico di C o n d é e li mise alla scelta: o u n a messa, o la m o r t e . Il C o n d é scelse la m o r t e , Enrico accettò la messa. Il «sacro macello» si estese a t u t t e le p r o v i n c e e si saldò con c i n q u e o diecimila cadaveri (c'è chi dice trentamila). Sembrava la fine del calvinismo francese, e tale la consid e r a r o n o c o n t r i p u d i o Filippo I I e p a p a G r e g o r i o X I I I (quello del calendario). Ma i fatti d i m o s t r a r o n o che l'eresie n o n si e s t i r p a n o col s a n g u e . Alimentata dalle flotte dell'Ing h i l t e r r a p r o t e s t a n t e , La Rochelle si rivelò i m p r e n d i b i l e , m o l t e città c h i u s e r o le p o r t e alle t r u p p e del Re m a n d a t e a e s p u g n a r l e , e alla fine Caterina dovette scendere a un n u o vo c o m p r o m e s s o con gli u g o n o t t i riconoscendo loro libertà di culto. A p a g a r e il conto fu il giovane Carlo. Macerato dai rimorsi, c a d d e in u n a crisi di p r o s t r a z i o n e da cui n o n ci fu verso di risollevarlo. Accusava la m a d r e di t u t t o q u e l sang u e , nel s o n n o urlava: «Assassini!... Assassini!...» E q u a n d o sentì p r o s s i m a la fine, c h i a m ò il c o g n a t o Enrico, gli chiese p e r d o n o e gli affidò la moglie e la figlia. E n r i c o r i m a s e a c o r t e , m e n t r e sul t r o n o saliva u n altro E n r i c o , il I I I , fratello del d e f u n t o e p i ù di costui sotto la pantofola d i sua m a d r e . I l n u o v o s o v r a n o e r a l'ultimo d e i Valois, e d i e d e subito a d i v e d e r e c h e da lui n o n c ' e r a da a s p e t t a r s e n e altri, p r e s e n t a n d o s i alla festa i n a u g u r a t i v a del suo r e g n o con un cerchio di p e r l e al collo, orecchini, braccialetti, e un seguito di guaglioni il cui aspetto n o n e r a n e a n che equivoco. Le male lingue dicevano c h ' e r a stata sua mad r e a s p i n g e r l o su quella s t r a d a p e r p o t e r c o n t i n u a r e a 24
g o v e r n a r e . A n c h e q u e s t a p r o b a b i l m e n t e e r a u n a calunnia, ma è certo che il vero Re seguitò ad essere lei. E fu lei che a un certo p u n t o , vista l'impossibilità di u n a successione diretta, consentì che e r e d e al t r o n o venisse designato il g e n e ro Enrico di B o r b o n e . Costui aveva da un pezzo a b b a n d o n a t o Parigi p e r tornare nelle s u e t e r r e e r i a b b r a c c i a r e la fede p r o t e s t a n t e . Sua moglie lo aveva r a g g i u n t o . Q u e s t a d o n n a bellissima, spiritosa, volubile e p i e n a di sex-appeal, r i e m p i v a il m a r i t o di corna, o p e r meglio dire gli ricambiava quelle che lui le faceva. Ma nelle e m e r g e n z e e r a s e m p r e p r e s e n t e . Tuttavia tante ne fece che alla fine i d u e Enrichi - il marito e il fratello - decisero di c o m u n e accordo di confinarla in un castello. Essa lo ridusse mezzo a salotto, m e z z o ad alcova, fu in c o r r i s p o n denza con M o n t a i g n e , scrisse un libro di pettegolezzi a u t o biografici d e g n o di un rotocalco m o d e r n o , ingrassò nel peccato, d o p o la m e n o p a u s a se ne pentì, si p r e s e c o m e cappell a n o V i n c e n z o d a Paola, f o n d ò u n c o n v e n t o , e m o r ì r i m pianta da tutti. Il B o r b o n e f r a t t a n t o v e d e v a in p e r i c o l o la p r o p r i a successione p e r l'ascendente che i Guisa avevano n u o v a m e n t e preso sul Re. Ma essi sfruttarono male il successo a s s u m e n do atteggiamenti autoritari che ferirono il debole e suscettibile s o v r a n o . Questi convocò il loro capostipite, lo fece assassinare in a n t i c a m e r a , e o r d i n ò l'arresto di tutti i p i ù influenti capi cattolici. Q u a n d o a n d ò a vantarsi di quell'energiche misure con sua m a d r e , questa gridò disperata: «Avete rovinato tutto!», e ne m o r ì di collera e di s g o m e n t o . Abband o n a t o a se stesso e braccato dai cattolici levatisi in a r m i , a Enrico n o n restò che rifugiarsi tra le braccia del suo o m o n i mo e cognato, che gli mise a disposizione l'esercito u g o n o t to e riebbe la designazione al t r o n o . Un m o n a c o fanatizzato raggiunse il Re fedifrago col suo p u g n a l e , lo uccise, rimase ucciso, e il suo ritratto fu posto sull'altare delle chiese e venerato c o m e quello di un santo. Così E n r i c o B o r b o n e di N a v a r r a salì sul t r o n o (era il 25
1589), o meglio si dispose a conquistarlo p e r c h é i d u e terzi del Paese glielo contestavano. Fu u n a «lunga marcia» comb a t t u t a dal p r i m o all'ultimo miglio c o n t r o l'esercito della L e g a Cattolica c o m a n d a t o dal M a y e n n e . Enrico aveva m e no uomini, ma e r a aiutato da I n g h i l t e r r a e Venezia, che pav e n t a v a n o u n a Francia asservita alla Chiesa che a sua volta e r a asservita agli Asburgo. Vinse tutte le battaglie, e mise assedio a Parigi. La città si ridusse allo s t r e m o , e p e r salvarla Filippo II inviò dalle F i a n d r e u n ' a r m a t a di veterani s p a g n o li al c o m a n d o di Alessandro Farnese, u n o dei più g r a n d i c o n d o t t i e r i del t e m p o . Enrico evitò lo scontro con un'abile ritirata; e q u a n d o il F a r n e s e fu m e s s o fuori causa da u n a malattia, t o r n ò su Parigi. Ma capiva che, a n c h e se fosse riuscito a e s p u g n a r l a , n o n a v r e b b e p o t u t o t e n e r l a c o n t r o u n a m a g g i o r a n z a cattolica. Convocò i suoi l u o g o t e n e n t i , l'informò che aveva deciso di convertirsi («Parigi vale u n a messa», disse), e li lasciò liberi di confermargli o ritirargli la loro lealtà. Alcuni lo a b b a n d o n a r o n o i n d i g n a t i , ma i più gli r i m a s e r o fedeli, e fra di essi l'avveduto e a u t o r e v o l e Sully. I capi della Chiesa francese n o n c r e d e t t e r o i n quella c o n v e r s i o n e , m a l ' a c c e t t a r o n o . E n r i c o a sua volta accettò di essere istruito da un teologo, ma rifiutò l ' i m p e g n o di p e r s e g u i t a r e l'eresia, e q u a n d o si trattò di digerire la d o t t r i n a del Purgatorio, che i protestanti r e s p i n g e v a n o con o r r o r e , l'ammise con queste parole: «E va b e n e , visto ch'è la migliore fonte dei vostri redditi», allud e n d o alle «indulgenze» di cui la Chiesa seguitava a fare mercato. P r i m a di a n d a r e , tutto vestito di bianco, a ricevere la c o m u n i o n e nella chiesa di Saint Denis, scrisse alla sua a m a n t e Gabrielle d'Estrées: «Sto p e r fare il salto mortale». Enrico p r o m u l g ò il famoso «editto di Nantes» che g a r a n tiva agli u g o n o t t i p i e n a libertà di culto, e c o n d u s s e la sua azione pacificatrice con un sapiente dosaggio di severità e di clemenza. Istigati dai gesuiti, i cattolici intransigenti n o n si stancavano di a r m a r e sicari c o n t r o di lui. Egli ne graziò alcuni, ne decapitò altri, e p r o c e d e t t e alla ricostruzione di un 26
Paese che ne aveva u r g e n t e bisogno. Sully gli p r e s t ò i suoi talenti, c h ' e r a n o g r a n d i , e le sue energie, c h ' e r a n o i m m e n se. N o n e r a u n u o m o facile, n e a n c h e col suo Re. Q u a n d o Enrico gli m o s t r ò la lettera che si p r o p o n e v a di m a n d a r e a H e n r i e t t e d ' E n t r a g u e s p r o m e t t e n d o l e di sposarla a condizióne che gli desse un figlio, Sully gliela s t r a p p ò in faccia. Il m a t r i m o n i o era u n a faccenda di Stato, che doveva servire a qualcosa. Il ministro p r o t e s t a n t e pensava che dovesse servire soprattutto a rimettersi in b u o n a con la Chiesa che seguitava a diffidare di quella conversione. Infatti si rivolse al Papa. Il Papa p r o p o s e Maria d e ' Medici, figlia del G r a n d u c a di Toscana, e Sully ne approfittò p e r farsi r i m e t t e r e dai banchieri fiorentini tutti i debiti che la Francia aveva c o n t r a t t o con loro. Enrico a n d ò incontro alla sposa a Lione, la trovò t r o p p o alta, t r o p p o grossa, t r o p p o autoritaria, ma c o m p ì il suo d o vere - un d o v e r e dal quale n a c q u e un figlio, il futuro Luigi X I I I -, e t o r n ò fra i suoi soldati e dalla sua H e n r i e t t e . Meditava u n a g u e r r a c o n t r o gli Asburgo che seguitavano a stringere la Francia nella loro morsa, p r e n d e n d o a pretesto u n a complicata successione nel piccolo p r i n c i p a t o di Clèves in G e r m a n i a . L'imperatore Rodolfo p r e t e n d e v a n o m i n a r v i u n cattolico di sua fiducia, ma i protestanti tedeschi si o p p o n e vano, ed Enrico i n t e n d e v a schierarsi al loro fianco. Nel maggio del 1610 affidò la r e g g e n z a a Maria, e si p r e p a r a v a a r a g g i u n g e r e l'esercito, q u a n d o fu p u g n a l a t o dal m o n a c o Ravaillac. N o n si è mai saputo se e r a n o stati i gesuiti a istigarlo. Ma, a n c h e se n o n c'era u n a loro diretta r e s p o n sabilità, ce n'era u n a indiretta. Le esequie del Re dimostrar o n o d a q u a l e successo l a sua o p e r a pacificatrice e r a stata c o r o n a t a . Salvo p o c h i fanatici, tutta Parigi seguì in lutto il suo feretro e tutta la Francia - cattolica e u g o n o t t a - lo pianse. Il p o p o l o lo amava n o n soltanto p e r la concordia, l'ordine e la p r o s p e r i t à c h e aveva r e s t i t u i t o al Paese, ma a n c h e p e r c h é aveva i n c a r n a t o il suo p r e d i l e t t o a r c h e t i p o u m a n o : g u e r r i e r o , insolente e libertino. 27
L a m o r t e d i E n r i c o r i t a r d ò d i otto l a G u e r r a d e i T r e n t ' a n n i , ma r i p i o m b ò la Francia nelle sue divisioni religiose. La s e c o n d a Medici si trovò p r e s s a p p o c o nelle stesse condizioni della p r i m a , ma senza p o s s e d e r n e le qualità, con un figlio di otto anni, un Paese in subbuglio e dei consiglieri infidi. Sully t e n t ò di d i f e n d e r e l ' o r d i n e e il T e s o r o , n o n ci riuscì, e si ritirò d i s g u s t a t o a scrivere le s u e m e m o r i e . Il p r i n c i p e e r e d i t a r i o n o n somigliava in n u l l a a suo p a d r e e cresceva male, tribolato da mille afflizioni. Il Boulainvilliers dice che in un a n n o a r r i v a r o n o a fargli quarantasette salassi e d u e c e n t o q u i n d i c i clisteri. Soffriva di crisi depressive, la severa educazione religiosa che gli avevano impartito lo aveva r e s o bigotto ma n o n g l ' i m p e d i v a di p r e f e r i r e i ragazzi alle ragazze, e odiava sua m a d r e che lo considerava u n o scemo e riservava il suo affetto al secondogenito Gastone. Q u a n d o lo sposarono ad A n n a d'Austria, d o v e t t e r o spingerlo di forza nel t a l a m o , e gli ci vollero t r e lustri p e r g e n e r a r e un figlio, il f u t u r o «Re Sole», c h e tuttavia si m o s t r ò d e g n o d e i l u n g h i sforzi compiuti dal p a d r e p e r la sua procreazione. Il d e b u t t o in politica Luigi X I I I lo fece a sedici a n n i organizzando l'assassinio di un cortigiano, che la Medici si e r a p o r t a t o al seguito dall'Italia, il Concini. Era un avventuriero c h e m e r i t a v a quella s o r t e . Ma Luigi gliela r i s e r v ò sop r a t t u t t o p e r c h é e r a amico di Maria, che fu d e p o r t a t a in un castello p e r c h é protestava. D o p o d i c h é r u p p e la t r e g u a con gli u g o n o t t i , e mosse con l'esercito c o n t r o di loro, ma n o n riuscì a e s p u g n a r e La Rochelle, e di n u o v o la Francia rischiò di dividersi. A trarla da quel repentaglio fu il Richelieu. Il Richelieu e r a un Vescovo, che Maria e il Concini avev a n o «scoperto» e p o r t a t o giovanissimo alla S e g r e t e r i a di Stato. Q u a n d o il cortigiano fu ucciso e la Regina confinata, a n c h e lui p e r s e il p o s t o . Ma u n a c o n g i u r a di nobili organizzata da Maria, c h ' e r a evasa dalla sua p r i g i o n e , costrinse il Re a r i c h i a m a r e in servizio il p r e l a t o , l'unico c h e potesse riconciliarlo con sua m a d r e e i ribelli. Richelieu ci riuscì, e da allora diventò indispensabile. 28
Alto, fragilissimo, e s a n g u e , egli g o d e v a di u n a p e s s i m a salute, di un cervello l i m p i d o , di u n a volontà d'acciaio e di u n o smisurato orgoglio. Luigi, c h e c r e d e v a di aver trovato in lui un servitore, trovò invece un p a d r o n e che sapeva p a r largli c o m e a un subalterno. Sebbene u o m o di Chiesa (il Papa si e r a affrettato a farlo Cardinale), egli p r o c e d e t t e subito a l i b e r a r e lo Stato da o g n i s u d d i t a n z a religiosa, e d e t t e lo sfratto allo stesso confessore del Re. Capiva che solo così si poteva r e s t a u r a r e la c o n c o r d i a , e infatti la resistenza u g o notta ne fu disarmata. Solo la fanatica g u a r n i g i o n e della Rochelle si rifiutò di scendere a patti. Il Cardinale salì a cavallo, pose il blocco alla città sia da p a r t e di t e r r a che da p a r t e di m a r e m e t t e n d o in rotta le navi inglesi che la rifornivano, e la lasciò m o r i r e di fame. La resistenza di quei disperati fu epica: m a n g i a r o n o Cavalli, gatti, topi u c c i d e n d o c h i u n q u e parlasse di resa. Ma alla fine, dimezzati e ridotti a larve d o vettero piegarvisi, sebbene persuasi di esser tutti destinati al patibolo. Richelieu n o n n e toccò u n o , p r o m u l g ò u n ' a m n i stia e richiamò in vigore l'editto di Nantes. Debellata la d i s s i d e n z a religiosa, il C a r d i n a l e affrontò quella politica dei g r a n d i nobili che p r e t e n d e v a n o farla da sovrani assoluti nei p r o p r i feudi. G l ' i n t i m o di s m a n t e l l a r e tutte le loro fortezze, e quelli risposero m o n t a n d o contro di lui u n a rivolta di cui la sua vecchia protettrice Maria assunse il p a t r o n a t o . Richelieu sventò il complotto origliando dietro le p o r t e , affrontò di p e r s o n a la Regina m a d r e e l'obbligò a f u g g i r e in Belgio. I c o n g i u r a t i si s t r i n s e r o i n t o r n o al secondogenito Gastone, Duca di Orléans, che levò un esercito c o n t r o il fratello e il C a r d i n a l e . G a s t o n e fu sconfitto, c a d d e p r i g i o n i e r o e p e r salvare la pelle fece il n o m e dei complici. Richelieu n o n si lasciò i m p r e s s i o n a r e dai l o r o g r a n d i n o m i e ne m a n d ò parecchi al patibolo. C o n questi m e t o d i «il Cardinale di ferro» - come lo chiamavano - ricostruì l'unità della Francia, le restituì il suo p r e stigio e la riportò nel g r a n d e giuoco internazionale. Il quale consisteva soprattutto nel r o m p e r e il cerchio degli Asburgo e 29
distruggerne l'egemonia sull'Europa. Poiché gli Asburgo erano i campioni del cattolicesimo, l'uomo di Chiesa Richelieu si volse ai nemici della Chiesa e li attrasse nella sua rete diplomatica. N o n risulta che la sua coscienza di sacerdote ne fosse turbata. Fu lui a inventare le p a r o l e «ragione di Stato», u n a r a g i o n e t a n t o forte da vincere n o n soltanto i suoi scrupoli religiosi, ma a n c h e le sue debolezze fisiche. Ne aveva molte, procurategli dalla malcerta salute: e m o r r o i d i , calcoli alla vescica, insonnia e incubi. Ma nessuna riuscì a incrinare la sua volontà. Ebbe a n c h e qualche difetto morale: era permaloso, avido di titoli nobiliari, nepotista, e afflitto da u n a vanità letteraria che lo rendeva geloso dei successi altrui, specie di Corneille. Lasciò dieci libri di m e m o r i e , nutriti di ottima prosa e soprattutto di encomiabile modestia. E, a differenza di tutti i dittatori che fanno s e m p r e piazza pulita i n t o r n o a sé, lasciò anche un successore. Ma di questo d i r e m o più tardi. La d i s s i d e n z a religiosa c h e aveva m e s s o a s o q q u a d r o la Francia stava p e r p r o v o c a r e gli stessi g u a i in I n g h i l t e r r a . C o n Eltalia della Controriforma abbiamo lasciato questo Paese in p i e n o boom, sotto l'accorta g u i d a di Elisabetta. La g r a n d e R e g i n a aveva s a p u t o t r o v a r e u n c o m p r o m e s s o t r a l e forze cattoliche, quelle anglicane e i «puritani» calvinisti, dirottand o n e le tensioni all'esterno, cioè alla conquista dell'Oceano e alla costruzione di un i m p e r o . La sua era stata u n a g r a n d e I n g h i l t e r r a c h e aveva n o n soltanto d i s t r u t t o la «invincibile armata» di Filippo, ma a n c h e dato alla cultura e u r o p e a i Bacone, gli Shakespeare e i Marlowe. O r a Elisabetta era alla fine, e siccome n o n si e r a mai sposata, n o n aveva e r e d i d i r e t t i cui affidare la successione. Il p a r e n t e p i ù prossimo era il Re di Scozia, Giacomo, figlio di quella Maria S t u a r d a che, cacciata dal t r o n o p e r u n ' i n s u r r e zione e rifugiatasi a L o n d r a , Elisabetta aveva fatto decapitare p e r congiura c o n t r o di lei. L'ayvento di Giacomo avrebbe consentito l'unificazione delle d u e c o r o n e . M a u n p u n t o restava oscuro: a quale confessione Giacomo a p p a r t e n e s s e . 30
A q u a n t o p a r e , n o n lo sapeva n e m m e n o lui che, stretto fra gli opposti fanatismi di quei suoi protervi sudditi m o n t a n a r i , aveva evitato d i p r e n d e r e p o s i z i o n e . Sua m a d r e e r a cattolicissima, ma e r a fuggita q u a n d o lui n o n aveva a n c o r a un a n n o lasciandolo in balìa dei calvinisti che l'avevano cacciata. Questi n o n a n d a v a n o d'accordo n e m m e n o fra loro e, d o p o a v e r istituito u n a g e r a r c h i a di Vescovi c h ' e r a in flag r a n t e c o n t r a d d i z i o n e col loro c r e d o d e m o c r a t i c o e legalitario (la Chiesa calvinista n o n conosce che i «pastori»), le si e r a n o ribellati. Giacomo fu p e r i Vescovi, il p o p o l o si ribellò anche a lui costringendolo alla fuga, e lo riaccolse solo a certe condizioni. La verità è c h e G i a c o m o e r a di m e n t a l i t à e sentimenti cattolici, e c o m e tale si considerava Re p e r grazia di Dio, m e n t r e i suoi s u d d i t i p r o t e s t a n t i lo c o n s i d e r a v a n o Re p e r loro volontà. Però si g u a r d ò b e n e dal dirlo, n o n soltanto p e r c o n s e r v a r e l a c o r o n a scozzese, m a a n c h e p e r c h é già p e n s a v a a quella inglese. Sicché, q u a n d o Elisabetta gli chiese di dichiararsi protestante, egli lo fece. L'uomo e r a un coacervo di c o n t r a d d i z i o n i . Sully lo chiamò «il più saggio sciocco della Cristianità». Volgare d'aspetto e nel linguaggio, aveva gusti raffinati in fatto di cultura, e fu egli stesso un eccellente scrittore. Triviale e p e r m a l o so, offendeva tutti, si offendeva di nulla e si a b b a n d o n a v a a collere violente, salvo a p i a n g e r e di p e n t i m e n t o e di vergogna. U n a volta prese a calci il suo aiutante p e r c h é n o n trovava un d o c u m e n t o , poi gli s'inginocchiò ai piedi e gli chiese p e r d o n o . Sapeva tutto di scienza, ma credeva solo agli astrologi e alle s t r e g h e , e a n d a v a in giro imbottito di talismani. N o n si lavava, ma s p e r p e r a v a p a t r i m o n i in abiti, profumi e biancheria. Q u a n d o lo sposarono ad A n n a di Danimarca, costei si accorse ch'egli n o n aveva molto trasporto p e r le d o n n e e preferiva i bei guaglioni. Ma, a p a r t e questo deviazionismo, Giacomo fu un b u o n m a r i t o e s o p r a t t u t t o un eccellente pad r e , i n n a m o r a t o del figlio che Anna gli diede, Carlo. Q u a n d o ci venne p e r l'incoronazione, nel 1603, L o n d r a lo accolse b e n e . Ma Giacomo disse al Parlamento che saliva sul 31
t r o n o c o m e l u o g o t e n e n t e di Dio e che solo a Dio i n t e n d e v a r i s p o n d e r n e . Evidentemente, aveva sbagliato secolo e Paese, e gl'inglesi glielo fecero subito capire obbligandolo a p r e n d e r m i s u r e c o n t r o i cattolici che rialzavano il capo. Costoro p e r rivalsa organizzarono un complotto, la cosiddetta «congiura delle polveri», p e r far saltare la Reggia con tutti i suoi inquilini. La s c o p e r t a della tresca p r o v o c ò u n a violenta r e a z i o n e , cui Giacomo dovette cedere m a n d a n d o a m o r t e molti preti e s b a n d a n d o n e il g r e g g e . Così rimase nelle m a n i dei p r o t e stanti, che accettavano la Monarchia, ma n o n l'assolutismo. La partita p e r ò n o n fu liquidata; fu soltanto rinviata. In c a m p o diplomatico, Giacomo p e r s e g u ì u n a politica di p a c e , c h ' e r a s o p r a t t u t t o di p a c e con la S p a g n a , il n e m i c o e r e d i t a r i o . A s p i n g e r v e l o f u r o n o n o n soltanto le s i m p a t i e ideologiche p e r il r e g i m e a u t o r i t a r i o dei cattolici Asburgo, ma a n c h e i consigli d e l suo p r i m o m i n i s t r o . E r a costui un certo Villiers, che G i a c o m o aveva conosciuto v e n t e n n e . Se n ' e r a i n n a m o r a t o , lo aveva fatto p r i m a conte, poi m a r c h e s e , e infine, col titolo di Duca di B u c k i n g h a m , gli aveva delegato il p o t e r e . Il Paese n o n a p p r o v ò né quella scelta né quella politica, ma ne profittò l a r g a m e n t e . S e m p r e p i ù forti e sig n o r e degli Oceani, le flotte inglesi completavano in America e in Asia quella rete di «basi» destinate a fornire l'intelaiat u r a del p i ù g r a n d e i m p e r o i n t e r c o n t i n e n t a l e . Nel 1606 fu fondata la p r i m a vera e p r o p r i a «colonia» d'oltre Atlantico: la Virginia. In I n d i a c'era da vincere la c o n c o r r e n z a olandes e c h e p e r a n n i s i d i m o s t r ò imbattibile. M a n e l 1615 u n a missione inglese riuscì a mettervi p i e d e e a stabilirvi scali e fondachi. L'impero p r e n d e v a forma, e la politica di L o n d r a cominciava a r u o t a r e su di esso: secondo i suoi interessi si sarebbe orientata a n c h e la diplomazia nei confronti dell'Europa. Per questo l'Inghilterra tergiversò tanto a e n t r a r e nella G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , sebbene la questione dinastica ve la coinvolgesse sin dal p r i m o m o m e n t o . Ma questo lo v e d r e m o a suo tempo. 32
E veniamo alla più ingarbugliata di tutte le matasse: la GermaniaVoltaire diceva che il Sacro R o m a n o I m p e r o n o n e r a né sacro, né r o m a n o , né i m p e r o . Aveva r a g i o n e . Esso r i u n i v a infatti u n i n s i e m e d i p r o v i n c e ( G e r m a n i a , L u s s e m b u r g o , Franca Contea, L o r e n a , Austria, U n g h e r i a , Boemia, Moravia) assai diverse p e r lingua, cultura, religione; cioè n o n le riuniva affatto p e r c h é l'unico loro vincolo era r a p p r e s e n t a to da un I m p e r a t o r e che i m p e r a v a b e n poco. Dal 1438 questo titolo e r a rimasto i n i n t e r r o t t a m e n t e a p p a n n a g g i o della dinastia Asburgo. Ma costoro avevano potestà assoluta e gov e r n o d i r e t t o soltanto sull'Austria, d i cui e r a n o Duchi p e r diritto ereditario, e p e r certi p e r i o d i a n c h e su Boemia, Moravia e U n g h e r i a . Da tutte le altre province, dovevano farsi riconoscere il titolo i m p e r i a l e di volta in volta, c o n t r a t t a n d o l o con i sette g r a n d i «elettori» qualificati ad attribuirlo: i Principi di Boemia, Sassonia, B r a n d e b u r g o , Palatinato, e gli Arcivescovi di Colonia, Treviri e Magonza. Fra costoro c'er a n o differenze di r a n g o e di attribuzioni, ma qui è inutile addentrarvisi. ' Con la diplomazia, col d e n a r o , con l'intrigo, gli Asburgo e r a n o riusciti p e r oltre c e n t ' a n n i a c o n s e r v a r e alla p r o p r i a famiglia l'altisonante investitura. Ma con Carlo V essa si era sposata con un p o t e r e effettivo: quello degl'immensi d o m i n i ereditati dalla m a d r e , Giovanna la Pazza: Spagna, F i a n d r e , Sud-America, p e r n o n citare che i p i ù i m p o r t a n t i , cui si aggiunse mezza Italia. Per qualche m o m e n t o s e m b r ò che, d o tato di questa forza, Carlo potesse v e r a m e n t e riunificare sotto il suo scettro tutto l'Occidente e d a r e consistenza al titolo imperiale com'era avvenuto con Carlo Magno. Ma n o n ci riuscì. Svegliate dalla Riforma, le forze nazionali si rifiutarono di sottomettersi a un p o t e r e centrale sopranazionale come quello d e l l ' I m p e r o , e d i e d e r o avvìo alla formazione dell'Europa delle Patrie, ciascuna col suo Stato sovrano. Carlo «bbe il b u o n senso di p r e n d e r n e atto e, accorgendosi che il Suo R e a m e e r a t r o p p o vasto e sparpagliato, al m o m e n t o di 33
a b d i c a r e lo divise, lasciando al figlio Filippo II la S p a g n a , l'Italia, le F i a n d r e , l'America latina, le colonie africane, e al fratello F e r d i n a n d o i p o s s e d i m e n t i e r e d i t a r i degli Asburgo - Austria, U n g h e r i a , Boemia, Moravia - e il titolo imperiale. F e r d i n a n d o si trovò in u n a posizione difficilissima. Person a l m e n t e e r a cattolico zelante, e in prevalenza cattolici erano austriaci, u n g h e r e s i e moravi. Ma i Principati tedeschi che gli avevano conferito il titolo e con cui doveva vedersela erano in m a g g i o r a n z a p r o t e s t a n t i . Egli riuscì tuttavia a m a n o vrare abbastanza b e n e fra gli u n i e gli altri: tanto che, q u a n do m o r ì , il titolo imperiale fu trasferito al figlio Massimiliano, che n o n ne spasimava. Era infatti Un compito e squisito gentiluomo che amava tutte le arti, m e n o quella del comand o . Sul p r o b l e m a religioso, che in q u e l m o m e n t o e r a il p i ù scottante, sebbene anagraficamente egli fosse cattolico, le sue simpatie e r a n o incerte. Era certa solo la sua antipatia p e r tutti gli estremismi, e infatti riuscì a infrenarli. Al suo letto di m o r t e n o n permise che si avvicinasse né il p r e t e cattolico né il «ministro» protestante. A benedirlo fu tutto il p o p o l o , che ne aveva apprezzato la tolleranza e l'imparzialità. Fu p e r ripagarlo di questi meriti che gli elettori nel 1576 a s s e g n a r o n o il titolo a suo figlio Rodolfo, che dal p a d r e aveva ereditato tante cose, ma n o n tutte. A n c h e lui era sobrio e affabile, di t r a t t o democratico, n e m i c o della p o m p a , amico delle arti e delle scienze, dove si g u a d a g n ò u n a giusta fama di m e c e n a t e c o n la p r o t e z i o n e a c c o r d a t a a Tycho B r a h e e Keplero, i g r a n d i pionieri dell'astronomia. Ma sul p i a n o religioso fu m o l t o m e n o a p e r t o , forse p e r c h é da ragazzo l'avevano affidato a Filippo II di S p a g n a che, deluso dei figli suoi, carezzava l'idea di farne il p r o p r i o e r e d e , e che a sua volta l'aveva affidato ai gesuiti. Rodolfo subì da loro un lavaggio di cervello che lo rese p o c o disponibile al «dialogo» con gli eretici. N o n li perseguitò; ma impose loro parecchie restrizioni. L e n t a m e n t e tuttavia si ritrasse dall'esercizio del p o t e r e , d e l e g a n d o l o a dei favoriti, scelti p u r t r o p p o con man o p i u t t o s t o infelice. E r a afflitto d a u n a f o r m a d e p r e s s i v a 34
che lo r e n d e v a malinconico, i n s o n n e e ossessionato da mille p a u r e , s o p r a t t u t t o degli attentati. Nel 1606 affidò il governo dei d o m i n i ereditari asburgici (Austria, U n g h e r i a , Moravia e poi a n c h e Boemia) al fratello m i n o r e Mattia, che così si trovò già sul t r o n o q u a n d o Rodolfo m o r ì (1612). Ma a n c h e Mattia, già sessantenne e stanco di u n a vita spesa quasi tutta in servizio militare fra u n a g u e r r a e l'altra, preferì delegare il p o t e r e a Klesl, l'Arcivescovo di Vienna: un prelato così coscienzioso e liberale che i cattolici lo accusarono di collusione coi protestanti. Un altro Asburgo, F e r d i n a n d o , cugino di Mattia, ne approfittò p e r i m p r i g i o n a r e l'Arcivescovo, assum e r n e i p o t e r i e assicurarsi la successione al t r o n o , che effettivamente alla m o r t e di Mattia (1619) gli fu riconosciuta. Fu il p r o l o g o della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i . E q u i n d i vediamo di spiegare un p o ' meglio i termini del conflitto e la p o sta che vi era in giuoco. L ' I m p e r o e r a u n a cosa vaga: n o n solo sul p i a n o giuridico, cioè dei p o t e r i c h ' e r a n o connessi al titolo, ma a n c h e su quello t e r r i t o r i a l e . Di sicuro, c o m e a b b i a m o già d e t t o , gli Asburgo p o t e v a n o c o n t a r e soltanto sul p r o p r i o p a t r i m o n i o e r e d i t a r i o , cioè sulle p r o v i n c e di cui e r a n o Re. Su di esse avevano diretta giurisdizione, a esse p o t e v a n o attingere tasse p e r le p r o p r i e finanze e soldati p e r il p r o p r i o esercito. Però le situazioni variavano dall'una all'altra. La vera cittadella della dinastia, il suo p u n t o di forza, era l'Austria, sua p a t r i a n o n d ' o r i g i n e (gli A s b u r g o e r a n o alsaziani), ma d'elezione. La sua compattezza era stata messa a d u r a prova dal conflitto religioso che sulla m e t à del Cinquecento sembrava volgere a vantaggio dei luterani, i quali avevano conquistato anche l'Università di Vienna. Ma fu ripristinata da F e r d i n a n d o I, lo zio di Filippo I I , e d a i gesuiti ch'egli c h i a m ò al p r o p r i o servizio. Essi a g i r o n o con un'abilità in cui la fermezza si univa al tatto. Sicché alla fine del secolo il Paese n o n soltanto aveva quasi del tutto sanato i suoi ifentrasti, ma era diventato un bastione della Chiesa nei confronti sia del luteranesimo che dell'Islam. 35
I Turchi infatti e r a n o alle sue p o r t e , solidamente impiantati nel c u o r e d e l l ' U n g h e r i a , d i cui o c c u p a v a n o d u e b u o n i terzi. Q u e s t o fece sì che l'altro terzo si stringesse s e m p r e più agli A s b u r g o e ne accettasse la signoria. A n c h e in q u e s t o b r a n d e l l o di n a z i o n e il conflitto religioso e r a stato a s p r o e p e r l u n g o t e m p o i n c e r t o fra l u t e r a n i , calvinisti e cattolici. Ma a risolverlo fu la r a g i o n di Stato. L'unico sostegno dell ' U n g h e r i a nei c o n f r o n t i d e l l ' i n v a s o r e m u s s u l m a n o e r a l'Austria cattolica. Il gesto di Peter P à z m à n y esemplifica la situazione. Figlio di calvinista e calvinista egli stesso, si convertì, ricevette dal Papa il galero cardinalizio, e a p r ì le p o r t e del Paese ai gesuiti. Moravia, Slesia e Lusazia riconoscevano c o m e loro legittimo sovrano quello di Boemia, che da oltre un secolo riconosceva c o m e suoi Re gli A s b u r g o . Ma ciascuna di q u e s t e q u a t t r o province m a n t e n e v a la p r o p r i a capitale (Praga, Brn o , Breslavia e Bautzen) e la p r o p r i a Dieta o p a r l a m e n t o . Il p r o b l e m a religioso e r a p a r t i c o l a r m e n t e complicato in q u e ste t e r r e c h e a v e v a n o covato la rivolta di H u s s , e d o v e ai contrasti spirituali se ne a g g i u n g e v a n o di razziali e sociali. L'aristocrazia, quasi t u t t a di s a n g u e tedesco, e r a in p r e v a lenza l u t e r a n a ; la borghesia, calvinista; la massa c o n t a d i n a , cattolica. F e r d i n a n d o I p e n s ò di ripristinare l'unità religiosa affidandosi ai gesuiti, e quella politica a b o l e n d o le q u a t t r o capitali e a c c e n t r a n d o tutti i p o t e r i a V i e n n a . Ma q u e s t e s o m m a r i e m i s u r e servirono a dilazionare, n o n a eliminare il conflitto che covava. I suoi successori Massimiliano, Rodolfo e Mattia se lo r i t r o v a r o n o r e g o l a r m e n t e di fronte, e lo las c i a r o n o in e r e d i t à a F e r d i n a n d o I I , fra le cui m a l a c c o r t e m a n i e r a d e s t i n a t o a s c o p p i a r e a c c e n d e n d o la miccia della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i . L a Svizzera faceva a n c h ' e s s a n o m i n a l m e n t e p a r t e dell ' I m p e r o . Ma solo n o m i n a l m e n t e . In pratica, le sue inaccessibili m o n t a g n e e a n c h e la sua poco invitante povertà avevano consentito ai Cantoni, in cui quel territorio e r a diviso, di sottrarsi al p o t e r e c e n t r a l e . Il conflitto religioso minacciò 36
questa loro a u t o n o m i a p e r c h é Savoia e S p a g n a accorsero a spalleggiare i C a n t o n i cattolici, m e n t r e la Francia e i luterani tedeschi d a v a n o m a n forte a quelli protestanti. Ma il patriottismo svizzero ebbe la meglio su queste i n f r a m m e t t e n ze. P u r c o n t i n u a n d o a litigarsi tra loro, i C a n t o n i r i m a s e r o sostanzialmente solidali nella difesa della loro i n d i p e n d e n z a e libertà. D o p o Calvino, alla testa della Venerabile Compagnia da lui fondata a Ginevra, c'era un pastore di g r a n d e tatto e accortezza, De Bèze, che fra gli altri meriti ebbe a n c h e quello di c a m p a r e fino a quasi n o v a n t ' a n n i . Egli sfoggiò nella battaglia missionaria un senso politico p i ù fine del suo intollerante predecessore, e p i a n o piano, sotto la sua guida, il calvinismo conquistò la Svizzera senza m e t t e r n e a r e p e n t a glio l'indipendenza. G l ' I m p e r a t o r i d o v e t t e r o contentarsi di riceverne qualche formale omaggio. L'imbroglio p i ù grosso e r a la G e r m a n i a , e il lettore n o n s'illuda c h e n o i p o s s i a m o fornirgliene la chiave. Possiamo solo alla meglio semplificarglielo. Dei sette G r a n d i Elettori che di volta in volta conferivano il titolo imperiale, qualcuno e r a laico, Principe o Duca, qualche altro Vescovo. Ma essi n o n e r a n o i soli p a d r o n i del Paese. C o m e l'Italia, la Germ a n i a e r a u n a galassia di Stati e staterelli, q u a l c u n o vasto c o m e u n a r e g i o n e , qualche altro piccolo c o m e un villaggio, ma tutti gelosissimi della p r o p r i a sovranità. Il conflitto religioso aveva e s a s p e r a t o q u e s t a d i s p e r s i o n e , e forse e r a diventato così p r o f o n d o a p p u n t o p e r c h é secondava gl'interessi particolari e le loro t e n d e n z e centrifughe. L'unico vincolo c h e u n i v a q u e s t e p r o v i n c e e r a u n a Dieta o p a r l a m e n t o , cui t u t t e inviavano i l o r o delegati, ma col m a n d a t o d ' i m p e d i r g l i d i f u n z i o n a r e . N e l 1555 t u t t a v i a , r i u n i t i a d A u g u s t a , essi r i u s c i r o n o a d a c c o r d a r s i s u u n p r i n c i p i o , quello del Cuius regio, eius religio, c h e in p r a t i c a significava q u e s t o : o g n i cittadino è t e n u t o a s e g u i r e la r e ligione d e l l o Stato cui a p p a r t i e n e , cioè d e l s u o S o v r a n o . Se vi si rifiuta, e m i g r i in un altro Stato che p r a t i c a la sua. Non era una soluzione; era soltanto un r a m m e n d o , ma 37
c h e al r o g o sostituiva l'esilio: il c h e r a p p r e s e n t a v a un discreto p r o g r e s s o . All'ingrosso, le province meridionali e la R e n a n i a e r a n o cattoliche; p r o t e s t a n t e il resto. Ma questo resto a n d a v a diviso fra luterani e calvinisti, che fra loro si odiavano n o n m e no di q u a n t o e n t r a m b i odiassero i cattolici. «Abbiamo notato» scrive Rescius alla fine del secolo «che i libri dei p r o t e stanti c o n t r o i p r o t e s t a n t i s o n o t r e volte p i ù n u m e r o s i di quelli scritti c o n t r o i cattolici.» C o n t r o questa «rabbia teologica», c o m e la chiamava Melantone, il mite e tollerante successore d i L u t e r o , l'editto d i A u g u s t a p o t e v a p o c o , a n c h e p e r c h é esso e r a r i m a s t o i n g r a n p a r t e lettera m o r t a p e r l e pratiche difficoltà che p r e s e n t a v a n o i trasferimenti. E ancora m e n o poteva l ' I m p e r a t o r e , che oltre a dover c o n t r a t t a r e volta p e r volta il suo titolo vitalizio coi sette Elettori, n o n aveva giurisdizione diretta su n e s s u n o di questi Stati, i quali obbedivano soltanto ai loro rispettivi Sovrani, i quali disobbedivano a lui. Al guazzabuglio politico e religioso si aggiungeva u n a crisi economica. Ne LItalia della Controriforma a b b i a m o visto le forze t r a e n t i della p r o d u z i o n e e del c o m m e r c i o spostarsi dalla G e r m a n i a del S u d verso quella del N o r d . Q u e s t a inversione di poli e r a un effetto della d e c a d e n z a d e l l ' e c o n o mia italiana, d i cui quella tedesca e r a s e m p r e stata u n ' a p p e n d i c e . Le capitali industriali e mercantili tedesche e r a n o state le città a ridosso delle Alpi: Augusta e N o r i m b e r g a . Ma da q u a n d o l'Italia e r a stata tagliata fuori dai g r a n d i traffici internazionali spostatisi verso l'Atlantico, il capitalismo tedesco aveva cominciato a g r a v i t a r e sul M a r e del N o r d , sospintovi a n c h e dalla Riforma che nella G e r m a n i a settentrionale, m o l t o m e n o romanizzata, trovava p i ù favorevole terreno. Soprattutto le città anseatiche - B r e m a , Lubecca ecc. - se n ' e r a n o e n o r m e m e n t e avvantaggiate, grazie ai loro attrezzatissimi p o r t i e scali. Ma verso la fine del C i n q u e c e n t o avevano d o v u t o vedersela con le flotte olandesi, di cui n o n ave38
vano retto la c o n c o r r e n z a . Nel 1572 la g r a n d e b a n c a Loitz fallì riducendo sul lastrico i suoi clienti. Nel 1614 fallirono i Welser. E quasi c o n t e m p o r a n e a m e n t e crollarono quelli che da oltre un secolo e r a n o considerati l'architrave della finanza tedesca, i Fugger, travolti dai ripetuti fallimenti di Filippo I I , che n o n si e r a n o stancati di sovvenzionare. Il caos e r a al c o l m o . Fra le t a n t e cose c h e l ' I m p e r a t o r e n o n riusciva a i m p o r r e alla Dieta e agli Elettori era u n a zecc a c o m u n e . O g n i Stato b a t t e v a m o n e t a p e r c o n t o p r o p r i o eppoi, p e r sottrarsi ai debiti, la tosava. Q u e s t o scoraggiava il risparmio, cioè l'accumulo del capitale. La m a n c a n z a di capitale i m p e d i v a g l ' i n v e s t i m e n t i . E la m a n c a n z a d'investim e n t i faceva l a n g u i r e la p r o d u z i o n e . N e a n c h e le m i n i e r e d a v a n o p i ù r e d d i t o , d a q u a n d o l ' E u r o p a e r a stata alluvionata dall'oro e dall'argento delle colonie d'oltreoceano. Questa e r a la situazione con cui il n u o v o i m p e r a t o r e Ferd i n a n d o II doveva vedersela. Ma p e r c o m p l e t a r e il q u a d r o e r e n d e r e un p o ' più intelligibile, o un p o ' m e n o oscuro l'imbroglio della g u e r r a che sta per scoppiare, d o b b i a m o a p r i r e a l m e n o u n a finestrella sull ' E u r o p a del N o r d , c h e p e r la p r i m a volta si affaccia sulla storia in veste di protagonista. Alla m e t à del C i n q u e c e n t o la p o t e n z a e g e m o n e e r a la Dan i m a r c a , signora a n c h e della N o r v e g i a , della Svezia m e r i dionale, e i n s o m m a di quasi tutto il Baltico. In questi Paesi, convertitisi in massa al l u t e r a n e s i m o , n o n c'erano dissidenze religiose. Il re C r i s t i a n o IV se ne avvalse p e r c e r c a r di unificare quelle vaste province, a c c e n t r a n d o n e il g o v e r n o a C o p e n a g h e n , che sotto di lui diventò u n a bella e attrezzatissima capitale. Cristiano, che r e g n ò s e s s a n t ' a n n i , ricordava un p o ' il suo quasi coetaneo Giacomo I d ' I n g h i l t e r r a . Anche lui era un curioso miscuglio di finezza e di volgarità. Il suo giudizio in fatto d'arte, di scienza, di cultura, era infallibile; ma s e m p r e espresso in un linguaggio da stalliere e con un c o n t o r n o di scurrilità da far arrossire un livornese. Il p o p o 39
lo lo a m a v a p e r c h é Cristiano partecipava ai suoi balli, alle sue feste, e a n c h e alle sue sbornie; e p e r questo n o n lesinava reclute q u a n d o il Re bandiva la mobilitazione. Ciò gli capitava spesso p e r c h é Cristiano aveva un debole p e r la g u e r r a , e ne fece parecchie p e r rintuzzare le t e n d e n ze s e p a r a t i s t e dei suoi d o m i n i . Fra questi, la Svezia e r a la p i ù i n q u i e t a . P r a t i c a m e n t e , essa aveva già r a g g i u n t o l ' i n d i p e n d e n z a nel 1523 con Gustavo I Vasa, fondatore della dinastia r e g n a n t e . Ma i nobili mal sopportavano l'accent r a m e n t o dei poteri, e suscitavano torbidi. Eric, il successore di Gustavo, dovette abdicare e fu messo a m o r t e dal fratello Giovanni. Costui, spintovi dalla moglie, c h ' e r a u n a principessa polacca, si convertì di nascosto al cattolicesimo: il che consentì a suo figlio di d i v e n t a r e Re di Polonia col titolo di S i g i s m o n d o I I I , in attesa di d i v e n t a r l o a n c h e della Svezia alla m o r t e del p a d r e , i n m o d o d a unificare l e d u e c o r o n e . Ma Carlo, altro fratello di Giovanni, r a d u n ò a Uppsala trecento ministri protestanti e trecento laici in r a p p r e s e n t a n z a di tutte le classi sociali, i quali p r o c l a m a r o n o che il t r o n o di Svezia e r a accessibile solo ai l u t e r a n i . Q u a n d o il p r o b l e m a della successione si pose, Sigismondo accorse p e r assicurarsela. Ma i capi svedesi gl'imposero un'abiura, che gli avrebbe fatto a u t o m a t i c a m e n t e p e r d e r e il trono di Polonia. Sigis m o n d o tergiversò a l c u n i mesi i n cerca d i u n impossibile c o m p r o m e s s o . Alla fine decise d ' i n v a d e r e la Svezia, vi sbarcò col suo esercito, ma fu b a t t u t o dallo zio, che subito d o p o fu i n n a l z a t o al t r o n o col titolo di Carlo IX. Il n u o v o Sovrano, già vecchiotto, impiegò i suoi pochi a n n i di r e g n o a organizzare lo Stato. E ci riuscì così b e n e che Cristiano, ved e n d o in pericolo il p r i m a t o d a n e s e , gli mosse g u e r r a . Carlo cercò di evitarla s f i d a n d o a singoiar t e n z o n e C r i s t i a n o , che rifiutò. M o r e n d o q u a n d o già il conflitto e r a scoppiato, pose u n a m a n o sulla testa del figlio sedicenne d i c e n d o : «Rie faciet», p e n s e r à lui a fare il resto. Q u e s t o figlio si chiamava Gustavo Adolfo, e la Svezia già lo a d o r a v a p e r la sua atletica prestanza, p e r la sua cortesia e 40
p e r il suo coraggio. S e b b e n e d e s t i n a t o a t r a s c o r r e r e la sua breve esistenza sui campi di battaglia e a immortalarsi c o m e il p i ù g u e r r i e r o di tutti i Re scandinavi, egli d e b u t t ò comp r a n d o l a p a c e dalla D a n i m a r c a p e r u n milione d i talleri. Aveva capito c h e il p e r i c o l o n o n e r a quello, ma il colosso russo, cui occorreva p r e c l u d e r e gli sbocchi sul Baltico p r i ma che si fosse organizzato sotto il p o t e r e centralizzatore dei suoi Zar Romanov. C o n u n a fulminea spedizione si annesse la C a r d i a O r i e n t a l e e l'Ingria fino all'odierna L e n i n g r a d o , s t r a p p a n d o alla D a n i m a r c a l ' e g e m o n i a s u l l ' E u r o p a n o r d orientale. Q u e s t a e r a p r e s s a p p o c o l ' E u r o p a alla vigilia della G u e r ra dei T r e n t ' a n n i . Ma p r i m a di a d d e n t r a r c i in questa ingarbugliata vicenda, occorre d a r e u n o s g u a r d o anche al n u o v o m o n d o d ' o l t r e Atlantico, c h e i r r o m p e anch'esso nella Storia.
CAPITOLO TERZO
L'ALTRO O C C I D E N T E
Sono pochi gli e u r o p e i del Seicento ad accorgersi che l'Occ i d e n t e si allarga: l'America sta e n t r a n d o nella sua cerchia. Essa è ancora u n a t e r r a remotissima, di leggenda. Ma la sua conquista è in p i e n o sviluppo, e fra poco farà sentire i suoi sconvolgenti effetti sui c o n q u i s t a t o r i . C e r c h i a m o di d a r n e u n a rapida retrospettiva. Sono avvenimenti in gran parte del C i n q u e c e n t o , che c r o n o l o g i c a m e n t e a v r e b b e r o d o v u t o r i e n t r a r e ne L'Italia della Controriforma. Se ne p a r l i a m o solo ora, è p e r c h é solo o r a c o m i n c i a n o a esercitare influssi sull'Europa, e q u i n d i a n c h e sul nostro Paese. I p r i m i a gettarsi sulle rotte oceaniche che Colombo aveva a p e r t o con le sue piccole caravelle furono gli spagnoli. Il g r a n d e n a v i g a t o r e g e n o v e s e aveva c r e d u t o c h e l e Antille, dov'era sbarcato, fossero un arcipelago dell'Estremo O r i e n te. Ma i suoi successori fecero p r e s t o ad accorgersi che quelle isole e r a n o invece l'antemurale di un i m m e n s o continente, e lo p r e s e r o d'assalto. Protagonisti di quest'avventura fur o n o u n p u g n o d i spericolati che a g i r o n o d i p r o p r i a iniziativa, in piccoli g r u p p i , senz'aspettare gli o r d i n i del loro gov e r n o e senza riceverne alcun aiuto. I conquistadores n o n volevano colonizzare il n u o v o m o n d o . Volevano soltanto saccheggiarlo p e r c h é avevano sentito dire c h ' e r a p i e n o d ' o r o , d ' a r g e n t o e di spezie. D a p p r i n c i p i o si c o n t e n t a r o n o di C u b a e delle altre isole del Mar dei Caràibi. Ma p r o p r i o l'anno dell'elezione di Carlo V a I m p e r a t o r e (1519), u n o di loro gettò le a n c o r e nella baia messicana di Vera Cruz. Si chiamava F e r n a n d o Cortes, ed e r a un piccolo nobile castigliano tagliato nella stoffa di 42
C e s a r e Borgia. N o n aveva letto Machiavelli p e r c h é e r a semianalfabeta, ma lo aveva n e l s a n g u e . Alla testa della sua piccola c i u r m a di p r e d o n i , si a v v e n t u r ò in quella t e r r a di cui n u l l a sapeva, senza lasciarsi i n t i m o r i r e dalle t e s t i m o n i a n z e della g r a n d e civiltà cui si t r o v ò di f r o n t e : e r o i c h e strade scavate nella roccia, ciclopiche m u r a , m e t r o p o l i chiuse d e n t r o i loro bastioni. Q u e s t a civiltà e r a fatta di strati s o v r a p p o s t i . A iniziarla e r a stata u n a p o p o l a z i o n e i n d i g e n a dell'America centrale, i Maya, circa millecinquecento a n n i p r i m a . Poi i Maya e r a n o stati sopraffatti da un'altra popolazione più settentrionale, i Toltechi, che avevano esteso il loro d o m i n i o su tutto il Messico, ma a loro volta e r a n o stati ridotti in servitù dai p i ù bellicosi Aztèchi, gli attuali p a d r o n i . Gli Aztèchi n o n avevano distrutto i loro predecessori. Li avevano semplicemente d e g r a d a t i a schiavi. E questo condizionava il l o r o r e g i m e m o l t o simile alle a n t i c h e s a t r a p ì e orientali. T u t t o il p o t e r e e tutti i privilegi e r a n o m o n o p o l i o di u n a casta d o m i n a n t e incarnata in un capo militare, il tlatuano. La loro unica occupazione e r a la g u e r r a , cui gli schiavi fornivano la cosiddetta «carne da cannone», oltre ai frutti delle loro fatiche. C o m e tutti i regimi di lavoro forzato, anc h e quello degli Aztèchi e r a b a s a t o sul t e r r o r e poliziesco, che alimentava fra le vittime m o l t e scontentezze. E fu q u e sto che i m m e d i a t a m e n t e capì Cortes, p u r essendo assolutam e n t e n u o v o del paese e i g n o r a n d o n e storia, geografia, costumi e lingua. Lo spagnolo n o n aveva che settecento u o m i n i e u n a diecina di c a n n o n i . Affrontare, con queste miserevoli forze, un i m p e r o c o m e quello azteco, sembrava u n a follia. E tale forse si s a r e b b e d i m o s t r a t a , senza l ' i n t e r v e n t o di un fattore sul q u a l e n e m m e n o C o r t e s c o n t a v a . Fra q u e i suoi s e t t e c e n t o u o m i n i , ce n ' e r a n o quattordici a cavallo. La p r i m a popolazione con cui si s c o n t r a r o n o n o n aveva mai visto quegli animali, d a p p r i n c i p i o c r e d e t t e c h e facessero t u t t ' u n o coi cavalieri, e q u a n d o vide u n o di costoro s m o n t a r e di sella, ri44
mase sbigottita c o m e da un sortilegio, si a r r e s e all'aggressore e passò dalla sua p a r t e . La voce corse su p e r l'altipiano a rinfocolarvi lo spirito di rivolta c o n t r o l'oppressione aztèca. Un'altra tribù, i Tlaxaltechi, si mise agli o r d i n i dell'invasore. Ma n e m m e n o questi aiuti p o t e v a n o rovesciare il r a p p o r t o di forze che restava largamente favorevole agli Aztèchi. Il loro t l a t u a n o si chiamava M o n t e z u m a , e n o n si d i m o strò all'altezza della t r a d i z i o n e g u e r r i e r a d e l suo p o p o l o . Spaurito, dicono, dal r u m o r di t u o n o dei c a n n o n i spagnoli, d a p p r i m a si rinchiuse nella capitale, Tenochtitlan; poi scese a trattative con C o r t e s , s p e r a n d o p r o b a b i l m e n t e di r a g g i rarlo. Cortes gli p r o m i s e di lasciarlo sul t r o n o , anzi di p u n tellarvelo, se il t l a t u a n o gli a p r i v a le p o r t e della città. U n a volta e n t r a t i , gli s p a g n o l i si d i e d e r o a un sistematico saccheggio. Il materiale n o n m a n c a v a p e r c h é gli Aztèchi avevano s e m p r e p r a t i c a t o u n ' e c o n o m i a di tesaurizzazione acc u m u l a n d o , grazie al lavoro forzato degli schiavi, o r o e pietre preziose. E gli spagnoli n o n cercavano altro. Q u a n d o alcuni nobili aztèchi si ribellarono a quella spoliazione, Cortes ne d i e d e la colpa a M o n t e z u m a ; d o p o averlo i m p r i g i o n a t o lo fece s o p p r i m e r e , e ne assunse il p o t e r e in n o m e dell'imp e r a t o r e Carlo V. Costui era r a p p r e s e n t a t o dal viceré Velasquez, che risiedeva a C u b a e c h e n o n aveva a u t o r i z z a t o la s p e d i z i o n e di Cortes. Vedendosi scavalcato da lui, m a n d ò un distaccamento ad arrestarlo. Cortes, che conosceva i suoi polli, invece di p r e n d e r e i soldati a c a n n o n a t e , l'invitò a p a r t e c i p a r e al bottino, e li ebbe tutti con sé. Ma o r m a i gli Aztèchi si e r a n o svegliati, a v e v a n o t r o v a t o nel fratello di M o n t e z u m a , Cuit l à h u a c , un t l a t u a n o c o r a g g i o s o e risoluto. E, c h i a m a t e a raccolta d a l l ' i n t e r n o d e l Paese l e l o r o g u a r n i g i o n i , e r a n o passati alla controffensiva. I c o n q u i s t a t o r i , circondati, riuscirono con u n a sortita a r o m p e r e l'assedio, ma ci rimisero i d u e terzi delle loro forze, e fu b u o n p e r i superstiti che i fedeli Tlaxaltechi li accogliessero nel p r o p r i o territorio. C o n la loro p r o t e z i o n e e complicità, C o r t e s r i p r e s e contatti coi 45
capi dell'opposizione indigena, con loro ricostituì un esercito, e di lì a p o c o fu lui a c i r c o n d a r e il n e m i c o asserragliato nella capitale. Per mesi ve lo lasciò c o n s u m a r e di fame e di sete. Poi lanciò le sue t r u p p e all'assalto con l'ordine di n o n fare prigionieri. Infatti n o n ce ne furono. Di lì a poco, colui c o n t r o il quale il viceré aveva spiccato m a n d a t o d ' a r r e s t o ricevette d a l l ' I m p e r a t o r e la n o m i n a a g o v e r n a t o r e della Nuova Spagna, c o m e il Messico lì p e r lì fu chiamato. E allora si vide che il Conquistador n o n era soltanto un p r e d o n e avido e t e m e r a r i o . Col suo p u g n o di u o m i n i di poco rinforzato da modesti contingenti, mise in piedi un g o v e r n o tirannico ma efficiente, organizzò polizia e tribunali, divise le popolazioni in m o d o da giuocare le u n e c o n t r o le altre, e lanciò i suoi distaccamenti alla conquista delle terr e circonvicine. N o n e r a n o c h e p a t t u g l i e della forza d i u n p l o t o n e . E p p u r e u n a di esse p i a n t ò le sue b a n d i e r e in California d o v e mise su un a r s e n a l e p e r il v a r o di u n a flotta spagnola del Pacifico, u n ' a l t r a nel Texas, u n a si spinse fino al Mississippi, a l t r e invece scesero al S u d e i n c a m e r a r o n o G u a t e m a l a , H o n d u r a s e P a n a m a . Bisogna risalire ad Aless a n d r o M a g n o e ai Califfi di M a o m e t t o p e r t r o v a r e e s e m p i di conquiste altrettanto folgoranti. Il loro protagonista ebbe il titolo di Marchese, ma poi fu messo in d i s p a r t e dal S o v r a n o cui aveva regalato un i m p e r o , e q u a n d o t o r n ò in p a t r i a n o n fu r i c e v u t o n e m m e n o a Corte. Seguitò tuttavia a servire i n t r e p i d a m e n t e il suo Paese che lo ignorava, e in p u n t o di m o r t e chiese soltanto che le sue spoglie fossero traslate nel suo Messico. Il g o v e r n o di M a d r i d vi si decise solo d o p o molti a n n i . Se è v e r o c h e la grandezza di un p o p o l o la si m i s u r a a n c h e dalla sua ingratit u d i n e , la S p a g n a di quei secoli e r a davvero i m m e n s a . M e n t r e l'aristocratico Cortes compiva i suoi raids al n o r d del Mar dei Caràibi, un p o r c a r o andaluso, rozzo e analfabeta, Francisco Pizarro, e un soldataccio di v e n t u r a , Diego de Almagro, ne imitavano le gesta al sud. Ricercato dalla polizia p e r debiti, n o n si sa c o m e Pizarro riuscì a farsi d a r e dal46
l ' I m p e r a t o r e l'investitura a g o v e r n a t o r e su q u e i t e r r i t o r i che oggi si c h i a m a n o Colombia ed Ecuador. Forse l'ottenne perché erano territori ancora da conquistare. Pizarro si dispose a farlo con p o c h e centinaia di p r e d o n i prezzolati di q u a e di là. Ma subito dalla costa p r e s e a risalire l'altopiano del Perù, d o v e aveva sentito d i r e che l'oro si sprecava. D'oro, ce n ' e r a infatti moltissimo. Si accumulava nei forzieri d e g l ' I n c a , u n a t r i b ù g u e r r i e r a c h e aveva p r e s o il sop r a v v e n t o sulle p o p o l a z i o n i i n d i g e n e : i Q u e c h u a . GITnca dicevano di discendere dal dio Sole e costituivano u n a casta militare e sacerdotale, che esercitava un p o t e r e assoluto. Il loro Stato e r a totalitario, e la sua e c o n o m i a si basava, c o m e quella degli Aztèchi, sul lavoro forzato. Le città e r a n o scavate nella roccia e collegate da strade che r a p p r e s e n t a v a n o capolavori d ' i n g e g n e r i a e assicuravano il controllo del p o t e r e centrale. Q u e s t o e r a p i ù efficiente di quello azteco, specie sul p i a n o tributario. Drenava tutta la p r o d u z i o n e nazionale - m i n e r a r i a , agricola e artigiana -, ne ripartiva un'aliquota fra la popolazione secondo un criterio s t r e t t a m e n t e egalitario che n o n consentiva differenze di ceti e di classi, e accum u l a v a il grosso n e i m a g a z z i n i della casta d o m i n a n t e c h e forniva in esclusiva i q u a d r i dell'esercito e della burocrazia. Il privilegio era giustificato dall'origine divina che gl'Inca si attribuivano e che gli altri Q u e c h u a n o n gli c o n t e s t a v a n o . Ma se essa li m e t t e v a al r i p a r o d a l l ' i n s u b o r d i n a z i o n e dei soggetti, n o n li salvava dalle p r o p r i e dissidenze i n t e r n e . E q u a n d o Pizarro arrivò, c e n ' e r a a p p u n t o u n a c h e divideva la famiglia reale, in cui si accentrava p e r diritto ereditario il s u p r e m o c o m a n d o : quella fra il re A t a h u a l p a e suo fratello Huàscar. H u à s c a r alla fine e r a stato eliminato. Ma aveva lasciato u n a fazione smaniosa di vendetta. Pizarro e r a al c o r r e n t e di questi avvenimenti, q u a n d o a un certo p u n t o della sua scalata si trovò di fronte allo sterminato esercito degl'Inca. Il p o r c a r o a n d a l u s o n o n se ne lasciò s g o m e n t a r e . I n v i t ò a un c o l l o q u i o A t a h u a l p a c h e fiduciosamente vi si p r e s e n t ò , lo mise in c a t e n e , e lanciò i 47
suoi pezzenti all'attacco. La fulmineità dell'azione s o r p r e s e gl'Inca che si lasciarono t r u c i d a r e dagli archibugi degli spagnoli p r i m a di esser v e n u t i c o n l o r o a c o n t a t t o di lancia e p u g n a l e , uniche loro armi. Pizarro a r r e s t ò m a g n a n i m a m e n te il macello p e r p r o p o r r e ai s u p e r s t i t i la r e s t i t u z i o n e di Atahualpa dietro adeguato compenso d'oro e di g e m m e . Siccome un figlio del Sole n o n ha prezzo, il c o m p e n s o fu altissimo. Q u a n d o f u i n t e r a m e n t e p a g a t o , P i z a r r o c o n v o c ò A t a h u a l p a , n o n p e r restituirlo ai suoi, ma p e r incriminarlo di fratricidio. Il processo fu r a p i d o e si concluse con la cond a n n a a m o r t e che fu subito eseguita. D o p o d i c h é il p o r c a r o e i suoi masnadieri, che o r a n a s c o n d e v a n o i loro stracci sotto collane d ' o r o e p e n d a g l i di p i e t r e preziose, r i p r e s e r o la marcia verso la capitale, Cuzco. Sotto l e m u r a della città f u r o n o r a g g i u n t i d a A l m a g r o , cui e r a arrivata n o n si sa c o m e la voce del favoloso b o t t i n o p e r u v i a n o , e c h e a c c o r r e v a p e r p a r t e c i p a r v i a n c h e lui coi suoi p r e d o n i . A l m a g r o e Pizarro e r a n o vecchi c o m p a r i . Insieme avevano partecipato ad altri saccheggi, ma poi avevano litigato p e r il t r a t t a m e n t o di privilegio che Pizarro aveva ricevuto con la n o m i n a a g o v e r n a t o r e . Fecero pace p e r unire le loro forze, t o r n a r o n o a litigare d o p o la vittoria p e r la spartizione della p r e d a , e alla fine la controversia fu risolta dal tribunale più indicato a d i r i m e r e vertenze fra simili p r o tagonisti: il p u g n a l e . E fu Almagro a farne le spese. Lasciava p e r ò u n f i g l i o , Diego, che t r e a n n i d o p o p a r e g g i ò i l c o n t o , facendo fare a Pizarro la stessa fine. P r i m a p e r ò che tutto questo avvenisse, il p o r c a r o a n d a l u so aveva c o m p i u t o u n ' i m p r e s a che n o n aveva nulla da invidiare a quella di Cortes. Lanciati alla v e n t u r a , i suoi distacc a m e n t i a v e v a n o p i a n t a t o b a n d i e r a in Bolivia e in Cile sul Pacifico, e si e r a n o ricongiunti ai capisaldi spagnoli che altri conquistadores avevano stabilito in Venezuela sull'Atlantico. E n o n c'è c h e d a d a r e u n o s g u a r d o alla c a r t a geografica p e r r e n d e r s i c o n t o della grandiosità di q u e s t a e p o p e a . La conquista spagnola si stendeva o r a dal Mississippi, nell'America 48
del N o r d , al Rio della Piata in quella del Sud. E a compierla e r a n o stati m e n o di diecimila straccioni a r m a t i di grossolani archibugi con le m u n i z i o n i contate. Se n o n avevano incontrato resistenze invincibili d a p a r t e d e g l ' i n d i g e n i , avevano tuttavia d o v u t o sfidare la giungla, i climi t o r r i d i dell'Equatore e quelli gelidi delle A n d e , la fame, la sete, Io s g o m e n t o dell'ignoto. E r a n o p e r la maggior p a r t e avanzi di galera. Ma è con questo materiale u m a n o che si costruiscono gl'imperi. L'Europa del C i n q u e c e n t o aveva quasi t o t a l m e n t e i g n o r a t o questa e p o p e a . Ma già ai p r i m i del Seicento i suoi effetti com i n c i a v a n o a farsi s e n t i r e d a p p e r t u t t o , a n c h e n e l n o s t r o Paese. E p e r motivi e v i d e n t i . L'Italia, p u r a v e n d o v i d a t o avvìo coi suoi g r a n d i navigatori, e r a r i m a s t a tagliata fuori da questa g r a n d e a v v e n t u r a . Ma essa faceva p a r t e dell'imp e r o spagnolo che ne e r a invece il massimo protagonista. Il contraccolpo e r a inevitabile. I sovrani spagnoli n o n p e n s a v a n o di costruire un i m p e r o . Nell'affidare le tre caravelle a C o l o m b o , re F e r d i n a n d o gli aveva r a c c o m a n d a t o di p o r t a r e i n d i e t r o q u a n t o più o r o trovava, e la r e g i n a Isabella di c o n v e r t i r e al c r i s t i a n e s i m o q u a n t i p i ù i n d i g e n i p o t e v a . I l o r o successori r i p e t e r o n o p r e s s a p p o c o le m e d e s i m e direttive ai soldati, ai m a r i n a i , ai funzionari e ai missionari che s ' i m b a r c a v a n o . L'organizzazione dei viaggi e r a m o n o p o l i o di u n ' a g e n z i a , la Casa de contratación di Siviglia, c h e p r o v v e d e v a a r e c l u t a r e i volontari, a n o l e g g i a r e le navi e a p r e l e v a r e p e r c o n t o dello Stato un'imposta sui metalli preziosi che i reduci riportavano in patria, p a r i alla m e t à del loro valore. Q u e s t a e r a l'unica cosa che i m p o r t a v a al g o v e r n o di M a d r i d . Per esso le Indias, c o m e si seguitava a c h i a m a r e le A m e r i c h e , e r a n o soltanto u n a riserva d ' o r o . Privi di carte geografiche, all'oscuro sull'estensione e ubicazione di quelle l o n t a n e t e r r e , i b u rocrati castigliani m i s u r a v a n o le i m p r e s e dei loro conquistadores u n i c a m e n t e sui quantitativi di metallo che fruttavano. N o n avevano del tutto torto p e r c h é infatti quegli avven49
turieri e r a n o dei p r e d o n i , n o n dei colonizzatori e solo all'or o b a d a v a n o . Saccheggiata u n a r e g i o n e , n e o c c u p a v a n o un'altra: ma s e m p r e e soltanto p e r farvi bottino. Q u e s t o bott i n o lo t r o v a r o n o d a p p r i m a , già confezionato, nei forzieri degli Aztèchi e degl'Inca. E a b b i a m o visto c o m e lo incamer a r o n o . Ma questa fonte di rifornimento n a t u r a l m e n t e fece p r e s t o a esaurirsi. E allora occorse rifarsi alle miniere. Ma le m i n i e r e volevano braccia che le scavassero alla ricerca dei filoni, e gli spagnoli e r a n o pochi e allergici al piccone. Ci misero gì'indios, che del resto e r a n o già stati abituati al lavoro forzato dai vecchi p a d r o n i aztèchi e inca. E così n a c q u e il sistema dell'encomienda, che assegnava a ogni colono, assieme a u n a vasta a r e a di p r o s p e z i o n e , un certo n u m e r o di indios ridotti a servitù di gleba. F u r o n o le circostanze a i m p o r r e p o i u n ' e v o l u z i o n e , q u a n d o , esauritesi a n c h e le m i n i e r e , i coloni a d i b i r o n o i loro latifondi a l l ' a g r i c o l t u r a e a l l ' a l l e v a m e n t o del b e s t i a m e . Q u e s t o n o n migliorò la sorte degì'indios che r i m a s e r o servi della gleba, a n c h e se di u n ' a l t r a gleba. Ma ciò r i g u a r d a la storia americana, ai cui testi (e ce ne sono di appassionanti) r i m a n d i a m o il lettore. In E u r o p a , il p r i m o contraccolpo fu di n a t u r a economica. La S p a g n a n o n era costituzionalmente un Paese p o v e r o p e r c h é di risorse nelle sue viscere ne aveva e t u t t o r a ne ha. Ma e r a i m p o v e r i t o dalla sua politica di g r a n d e z z a militare c h e s t r a p p a v a gli u o m i n i d a i c a m p i p e r f a r n e d e i soldati. G r a n d i , g r a n d i s s i m i soldati, ma i m p r o d u t t i v i c o m e t u t t i i soldati. Il lavoro e r a riservato agli scarti di leva, e perciò era diventato, c o m e a b b i a m o già d e t t o , il disprezzato m o n o p o lio degli ebrei e dei moriscos - i residui dell'occupazione araba f o r z a t a m e n t e convertiti al cristianesimo -, che l'esercito rifiutava. Q u a n d o la ventata d'intransigenza cattolica portata dalla C o n t r o r i f o r m a spinse i Re spagnoli a p e r s e g u i t a r e e scacciare queste d u e m i n o r a n z e , il Paese si ridusse a u n a cas e r m a che viveva u n i c a m e n t e di ciò che i suoi soldati arraffavano nelle t e r r e conquistate, e specialmente in F i a n d r a e 50
in Italia. Carlo V, il g r a n d e i m p e r a t o r e sui cui d o m i n i il sole n o n t r a m o n t a v a mai, era u n o squattrinato che riusciva a par e g g i a r e i suoi cronici disavanzi di bilancio solo grazie ai prestiti dei b a n c h i e r i tedeschi F u g g e r (i quali n o n riuscirono mai a farseli r i m b o r s a r e né da lui né dal figlio, e a un certo p u n t o , come abbiamo detto, fallirono). N o n e r a facile trovare d a n a r o p e r c h é l ' E u r o p a era p o v e r a di metalli, e q u i n d i di circolante. Era questo, anzi, che faceva ostacolo al decollo del capitalismo. I ceti i m p r e n d i t o r i a l i c ' è r a n o , s o p r a t t u t t o nei Paesi del N o r d . C ' e r a n o i tecnici. C'era un a b b o n d a n t e e abile artigianato. Mancava il capitale. E il p o c o disponibile e r a d r e n a t o dal fisco spagnolo e dalle b a n c h e infeudate alla Spagna p e r alimentare gli eserciti e le flotte di M a d r i d . Ecco perché la S p a g n a in America cercava soltanto l'oro. E l'oro arrivò. D a p p r i n c i p i o fu quello p r e d a t o a M o n t e z u m a e A t a h u a l p a c h e , se r e s e m i l i a r d a r i gli straccioni di Cortes e di Pizarro, n o n r a p p r e s e n t ò tuttavia nulla di risolutivo p e r l'esausto T e s o r o s p a g n o l o . Ma verso la m e t à del C i n q u e c e n t o i conquistadores a f f o n d a r o n o i l o r o picconi, o meglio i picconi dei loro schiavi, negl'inesauribili giacimenti d'argento del Perù e del Messico. E allora fu l'alluvione. Sui moli della Casa de contratación i galeoni c o m i n c i a r o n o a riversare fiumi di metallo. Carlo V fece in t e m p o a vederli, e forse p e n s ò che o r a poteva t r a n q u i l l a m e n t e c e d e r e il p o t e r e affiglio Filippo cui, con quella ricchezza, sarebbe stato facile ricostituire u n g r a n d e i m p e r o cattolico e u r o p e o . A quei tempi, l'economia politica e r a u n a scienza ancora sconosciuta. E q u i n d i n o n si p u ò r i m p r o v e r a r e né a Carlo né ai suoi successori il fatto di n o n a v e r p r e v i s t o le conseguenze d e l l ' a v v e n i m e n t o . Ma esse f u r o n o sconvolgenti. In p r o p o r z i o n e con la moltiplicazione del circolante, salirono v e r t i g i n o s a m e n t e i prezzi delle d e r r a t e . Le p r i m e vittime furono, c o m e al solito, i ceti che vivevano di r e d d i t i fissi, e quelli dei professionisti e degli o p e r a i , i cui salari n o n ten_x- g o n o mai il passo di questi rincari. Ne a p p r o f i t t a r o n o i con*adini, m a g g i o r a n d o c o n t i n u a m e n t e il prezzo dei loro p r o 51
dotti. Ma fu un profitto effimero p e r c h é con t u t t o il resto salirono a n c h e i canoni di affitto che l'agricoltore pagava al p r o p r i e t a r i o , n o n c h é i l p r e z z o delle m e r c i ch'esso n o n p r o d u c e v a e doveva acquistare. C o m e s e m p r e avviene, ins o m m a , l'inflazione coinvolgeva nei suoi effetti devastatori t u t t e le classi sociali, m i n a n d o e r e n d e n d o instabile la m o neta. E l'instabilità della m o n e t a - dice L e n i n , che di queste cose s ' i n t e n d e v a a b b a s t a n z a - è la p r e m e s s a della rivoluzione. Q u e s t a rivoluzione n o n si tradusse soltanto in barricate. Anche di queste ce ne furono un p o ' d o v u n q u e . Ma la rivoluzione vera fu la involuzione sociale che ne derivò. L'unico ceto al r i p a r o da questo cataclisma e r a quello dei militari e dei burocrati preposti alla conquista. Per finanziarla, essi p o tevano attingere senza limiti al fiume d ' o r o che i galeoni rovesciavano sui moli di Siviglia. N a t u r a l m e n t e u n a b u o n a aliq u o t a r i m a n e v a nelle loro tasche. Ma un p o ' p e r c h é p r o v e nivano quasi tutti dall'aristocrazia feudale che n o n concepiva altra ricchezza c h e quella immobiliare, un p o ' p e r c h é la svalutazione colpiva senza p i e t à tutti gli altri investimenti r e n d e n d o l i i m p r o d u t t i v i , questi profittatori i m p i e g a r o n o i loro miliardi a ricostituire i g r a n d i latifondi c o n le briciole delle piccole p r o p r i e t à costrette alla svendita. Q u e s t e e r a n o infatti a p p a n n a g g i o di u n a piccola nobiltà che viveva parass i t a r i a m e n t e di c a n o n i di affìtto c o n t i n u a m e n t e scavalcati dall'inflazione. Il peculio ricavato dalla vendita dei loro beni si volatilizzò r a p i d a m e n t e e li costrinse a cercare altre fonti di g u a d a g n o . Ma n o n ce n ' e r a che u n a p e r u o m i n i inabili a o g n i l a v o r o : la s p a d a al servizio del Re. Così si r i f o r m ò , sulla r o v i n a di t u t t e le categorie p r o d u t t i v e , la società m e dievale. Al vertice, i g r a n d i dignitari che m o n o p o l i z z a v a n o tutte le alte cariche civili e militari e inglobavano nei loro latifondi i n t e r e province. Nelle loro a n t i c a m e r e , i piccoli n o bili, spadaccini disoccupati alla ricerca di favori e di «posti»: turbolenta genìa che in Spagna alimentò soprattutto le schiere dei conquistadores. Alla base, un amorfo proletariato 52
di contadini in miseria, di artigiani senza clienti, di m e r c a n ti falliti- Le borghesie cittadine i n s o m m a e r a n o state sopraffatte da u n a macchina statale che con l'inflazione aveva svalutato i l o r o r i s p a r m i . Il t o r r e n t e d e l l ' o r o e d e l l ' a r g e n t o a m e r i c a n i , c h e a v r e b b e r o p o t u t o o s s i g e n a r e il n a s c e n t e capitalismo, finiva i n t e r a m e n t e nelle insaziabili fauci delle flotte, degli eserciti e del loro sottobosco amministrativo. I partigiani del materialismo storico, secondo cui alla base di qualsiasi avvenimento n o n c'è che il fattore economico, d i c o n o c h e fu q u e s t a i n v o l u z i o n e a p r o v o c a r e la Riforma. N o n è vero. E n o n coincidono n e m m e n o le date. La Riform a p r e s e avvìo p a r e c c h i d e c e n n i p r i m a d e l g r a n d e sconquasso m o n e t a r i o , i cui effetti c o m i n c i a r o n o a farsi sentire solo sulla fine del C i n q u e c e n t o . A provocarla e alimentarla f u r o n o i n n a n z i t u t t o e s o p r a t t u t t o degli aneliti spirituali e morali. Ma n o n c'è d u b b i o c h e lo s c o n q u a s s o c o n t r i b u ì al s u o successo, e il suo successo c o n t r i b u ì a limitare lo sconquasso e anzi a i n v e r t i r n e le conseguenze. Basta v e d e r e come diversamente reagirono le due borghesie europee. jQuelle cattoliche italiane si lasciarono r o v i n a r e senza resistenza. C o m e a v e v a n o accettato il giogo politico e militare della Spagna, così ne s u b i r o n o il sistema economico e il m o dello sociale. Quelle olandesi e inglesi, infiammate dal calvin i s m o , a p p r o f i t t a r o n o della colata d ' o r o p e r sviluppare industrie, e al militarismo spagnolo o p p o s e r o vittoriosamente il loro produttivismo. Così l'Occidente vieppiù si divise. Da -*I
ne d e i c o n s u m i . A b b i a m o visto gli Aztèchi di M o n t e z u m a sbigottiti davanti all'apparizione del c e n t a u r o - b i p e d e dalla cintola in su, q u a d r u p e d e dalla cintola in giù - che a un certo p u n t o si scomponeva in d u e animali diversi. Il cavallo essi n o n lo avevano m a i visto. N o n ce n ' e r a , nelle A m e r i c h e . Ma c ' e r a n o in c o m p e n s o s t e r m i n a t e p r a t e r i e , d o v e i q u a t tordici cavalli di Cortes e quelli dei suoi l u o g o t e n e n t i e successori t r o v a r o n o un ideale habitat p e r moltiplicarsi p r o d i giosamente. Altra fauna ignota agl'indigeni e r a n o il b u e e la p e c o r a . N o n s a p p i a m o q u a l e d e i conquistadores ebbe l'idea d ' i m p o r t a r l i laggiù, e anch'essi vi si t r a s f o r m a r o n o r a p i d a m e n t e in greggi e m a n d r i e allo stato b r a d o . Questi furono i regali c h e l ' E u r o p a fece all'America, a p a r z i a l e c o m p e n s o dei saccheggi compiuti ai suoi d a n n i . Regali interessati p e r ché p o i q u e l b e s t i a m e si rivelò u n a ricchezza p i ù p r e z i o s a dell'oro. Ma p e r i coloni, n o n p e r i poveri indigeni. L'Europa d ' a l t r o n d e se la fece subito restituire. Pizarro, p e r p a g a r e i suoi schiavi, si era servito della loro stessa m o neta che, oltre tutto, a lui n o n costava nulla p e r c h é consisteva nei g r a n i di u n a p i a n t a locale. E r a il cacao. U n a volta assaggiatolo, i suoi p r e d o n i ne d i v e n t a r o n o subito ghiottissimi. Alcuni di essi, q u a n d o i forzieri dei vinti furono vuotati e le m i n i e r e d ' o r o esaurite, si d i e d e r o a coltivarlo e di q u a d a l l ' O c e a n o t r o v a r o n o subito u n a clientela con cui avviare un florido commercio. Subito d o p o fu la volta della c a n n a da zucchero, che p r o vocò un'autentica rivoluzione. Il Vecchio M o n d o la conosceva già: l'avevano i m p o r t a t a gli Arabi in S p a g n a e in Sicilia. Ma e r a n o piccole p i a n t a g i o n i , e il l o r o p r o d o t t o r a p p r e sentava il lusso dei ricchi. L'America, che ne traboccava, lo mise alla p o r t a t a di o g n i tasca, e tutta l'alimentazione degli e u r o p e i ne fu trasformata. N o n solo. Ma con la c a n n a si fecero a n c h e le melasse, e dalle melasse si distillò u n a bevand a c h e d o v e v a l a r g a m e n t e influire sul c o s t u m e d e l l'Occidente: il r u m . Alcuni dietisti m o d e r n i dicono che, assieme al tè e al caffè suoi coetanei sui nostri mercati, il r u m 54
s e g n ò u n a svolta p e r i l c a r a t t e r e d e l l ' u o m o e u r o p e o , svegliandone i riflessi e la fantasia, e che a questo si deve l'accelerazione d e l suo p r o g r e s s o . Q u e s t o forse è eccessivo. Ma n o n c'è d u b b i o che su u n a p o p o l a z i o n e , la quale sin allora n o n aveva conosciuto a l t r o eccitante c h e il vino e la b i r r a , l'uso di queste n u o v e b e v a n d e e quello del tabacco che cominciò a diffondersi s u b i t o d o p o , q u a l c h e effetto d o v e t t e sortirlo. N e sortì c o m u n q u e sui c o m m e r c i c h e v i d e r o u n a frenetica corsa a questi p r o d o t t i . Le Antille con le loro mille isolette d i v e n t a r o n o la base di o p e r a z i o n e di quella specie d'internazionale della pirateria che fu la famosa Filibusta. Le sue c i u r m e ubriache di r u m furono la d a n n a z i o n e delle flotte mercantili e u r o p e e e c o n t r i b u i r o n o g r a n d e m e n t e , schierandosi o r a dall'una, o r a dall'altra p a r t e , alla lotta competitiva che si era scatenata tra le p o t e n z e navali e u r o p e e , e specialmente tra quella spagnola e quella olandese. Altri p r o d o t t i a r r i v a n o dal n u o v o m o n d o , a rivoluzionare n o n solo la dieta, ma il c o s t u m e di quello vecchio, e p e r fino a crearvi n u o v i r a p p o r t i di forza. A r r i v a n o la vainiglia, l'indaco, la c h i n a . A r r i v a il p o m o d o r o . A r r i v a n o i fagioli. Arriva la p a t a t a che, t r a p i a n t a t a in Prussia, la riscatterà dalla sua e n d e m i c a fame e le c o n s e n t i r à di d i v e n t a r e u n a p o tenza. Tutto questo d i e d e avvìo - su scala, si capisce, molto più ridotta r i s p e t t o a quella d ' o g g i - a u n a n u o v a «civiltà dei consumi» che n o n m a n c ò di p r o v o c a r e le sue c o n s e g u e n z e a n c h e sul p i a n o e c o n o m i c o e sociale. O r a alle carestie, che seguitavano a tribolare l'Europa, c'era qualche r i m e d i o . Ess o n o n consisteva t a n t o nei r i f o r n i m e n t i c h e g i u n g e v a n o d'oltre O c e a n o , q u a n t o nella possibilità di c e r c a r e s c a m p o laggiù. L'emigrazione e r a u n ' a v v e n t u r a da s g o m e n t a r e anche i p i ù a u d a c i . Si calcola c h e i d u e terzi di coloro che la tentavano m o r i v a n o di naufragio o di stenti d u r a n t e il viaggio e nel p r i m o p e r i o d o d'insediamento. I g r a n d i esodi n o n e r a n o ancora cominciati. Ma già ai p r i m i del Seicento risulta che circa 200.000 e u r o p e i si e r a n o trasferiti oltre O c e a n o . 55
Fra di essi, italiani n o n ce n ' e r a n o , salvò q u a l c h e m a r i naio di servizio nelle flotte s p a g n o l e . La S p a g n a praticava nelle sue colonie u n a politica p u n t i g l i o s a m e n t e discriminatoria, r i s e r v a n d o l e solo ai suoi sudditi. E così i c o m p a t r i o t i di Colombo, di Vespucci, di Vei-razzano, cioè di coloro che avevano scoperto queste n u o v e t e r r e , ne furono esclusi. Ma ciò n o n toglie che a n c h e l'Italia risentisse del loro sviluppo. N o n soltanto p e r la crisi inflazionistica che, investendo tutta l'Europa, coinvolse a n c h e il nostro Paese con le conseguenze che d i r e m o . N o n soltanto p e r la rivoluzione che i p r o d o t ti a m e r i c a n i p r o v o c a r o n o nei c o n s u m i , e q u i n d i nel costum e . N o n soltanto p e r c h é lo s p o s t a m e n t o dei traffici, delle flotte e dei conflitti di p o t e n z a d a l M e d i t e r r a n e o all'Atlantico contribuì a relegare s e m p r e di più l'Italia in u n a p o sizione periferica e subalterna. Ma a n c h e p e r c h é nel n u o v o m o n d o si s p e r i m e n t a r o n o , c o m e in un ideale laboratorio, le d u e concezioni di vita, i d u e sistemi morali, politici ed economici che si disputavano il p r i m a t o in E u r o p a . Vediamo r a p i d a m e n t e c o m e si stavano d e l i n e a n d o .
CAPITOLO QUARTO
LE DUE AMERICHE
1
3*8=?
«8^
Abbiamo d e t t o c h e le u n i c h e cose che i conquistatori e u r o pei i m p o r t a r o n o in America furono il cavallo, il b u e e la p e cora. D o b b i a m o rettificare. V ' i m p o r t a r o n o a n c h e l e loro idee, la loro mentalità, il loro c o s t u m e . Ed è q u e s t o , m o l t o p i ù che la geografia, a dividere a n c o r oggi quel d o p p i o continente. Per r e n d e r l o p i ù chiaro, limitiamoci a isolare il contrasto nelle sue manifestazioni più clamorose. La conquista spagnola attraversò diverse fasi. La p r i m a si riassunse, c o m e abbiamo visto, in un gigantesco saccheggio, e n a t u r a l m e n t e d u r ò finché ci fu r o b a da saccheggiare. U n a volta dato fondo al tesoro degl'Inca e degli Aztèchi ed esaurito il g e t t i t o delle m i n i e r e col sistema dell'encomienda, i 200.000 fra spagnoli e portoghesi che si e r a n o trasferiti laggiù si rivolsero, p e r c a m p a r e , all'agricoltura e all'allevamento, cioè iniziarono u n a vera e p r o p r i a colonizzazione. N a t u r a l m e n t e lo fecero coi criteri e m e t o d i cui e r a n o stati abituati in patria, cioè r i c r e a r o n o nel n u o v o m o n d o il m o d e l l o politico, e c o n o m i c o e sociale di q u e l l o vecchio. O p e r a z i o n e facile p e r c h é n o n c ' e r a n o forze c h e p o t e s s e r o opporglisi. A p a r t e la scarsa p o p o l a z i o n e i n d i g e n a , che aveva dimostrato la sua i m p o t e n z a lasciandosi debellare al primo u r t o , l'America e r a un c o n t i n e n t e v u o t o : si poteva farne ciò che si voleva. E gli s p a g n o l i ne a p p r o f i t t a r o n o p e r farne u n a specie d i c a r i c a t u r a della S p a g n a nella sua organizzazione t i p i c a m e n t e feudale. O g n u n o di essi si a p p r o p r i ò un vasto latifondo col lavoro forzato degl'indios. Ne derivò u n a società divisa in d u e sole classi n e t t a m e n t e individuate: quella dei p a d r o n i e quella dei servi. Nel corso dei 57
d e c e n n i le cose si modificarono. Ai c o n q u i s t a t o r i v e n u t i di S p a g n a si a g g i u n s e r o i criollos, cioè la loro p r o g e n i e di sang u e bianco nata su suolo a m e r i c a n o , e i mestizos, cioè quella di s a n g u e incrociato con le d o n n e i n d i g e n e . Ma questo fece s e n t i r e i suoi effetti m o l t o p i ù t a r d i . Per t u t t o il S e i c e n t o l'America l a t i n a r i p r o d u s s e p u n t u a l m e n t e i c a r a t t e r i d e l Medio Evo e u r o p e o con le sue g e r a r c h i e sociali e i suoi conc e n t r a m e n t i di p o t e n z a e di ricchezza nelle m a n i della piccola casta d o m i n a n t e . Ma la S p a g n a n o n e r a soltanto questo. Essa e r a a n c h e il braccio secolare della Controriforma, e approfittò dell'America p e r travasarvene gl'ideali. Già Isabella aveva r a c c o m a n dato a Colombo di conquistare a n i m e a Cristo, c o n v e r t e n d o gl'indigeni. I suoi successori e r a n o rimasti ligi alla direttiva, e avevano chiuso l'America agli stranieri a n c h e p e r i m p e d i re che vi entrassero dei protestanti. La volevano i n t e r a m e n te e d e v o t a m e n t e cattolica. E nel clero t r o v a r o n o u n ' a p p a s sionata c o l l a b o r a z i o n e . Sin d a p p r i n c i p i o , fra gli avanzi di galera che formavano le c i u r m e e le t r u p p e dei conquistadores, c'era s e m p r e il missionario col crocifisso, l'aspersorio e l'ostia consacrata nello zaino. Pizarro, d o p o ogni carneficina, si confessava, e il battesimo era la p r i m a cosa che i m p o neva agl'indigeni scampati al massacro. Era un i m p e r o costruito sul s a n g u e , sul furto e sulle messe. Ma i preti n o n si c o n t e n t a r o n o soltanto di benedirlo. Vollero a n c h e f o n d a r v i un loro r e g n o , che fosse di m o d e l l o a tutto il m o n d o , vecchio e n u o v o . Al principio del secolo d u e gesuiti italiani, Cataldino e Mazeta, g i u n s e r o in Paraguay, se ne fecero assegnare un a p p e z z a m e n t o g r a n d e c o m e l'Italia, vi r i c h i a m a r o n o un c e n t i n a i o di confratelli, e vi c r e a r o n o u n a teocrazia di loro invenzione. I circa centomila indios che vi abitavano v e n n e r o distolti con la forza dalle loro n o m a d i abitudini, fissati alla t e r r a e a d d e s t r a t i ai lavori agricoli, all'artigianato e all'allevamento. I frutti di questo lavoro erano raccolti in g r a n d i depositi, cui i b u o n i p a d r i attingevano p e r distribuirne u n a p a r t e agl'indios secondo un criterio ri58
g i d a m e n t e egalitario, e v e n d e r e il resto nelle città vicine p e r l'acquisto di attrezzi, sementi e altro materiale. All'alba suon a n o la c a m p a n a p e r c h i a m a r e il g r e g g e alla messa, gli regolano m i n u z i o s a m e n t e tutta la g i o r n a t a fino al t r a m o n t o , sorvegliano che ciascuno faccia il p r o p r i o d o v e r e con la m o glie, gli s e q u e s t r a n o i figli p e r allevarli s e c o n d o i d e t t a m i della Chiesa e i bisogni della comunità, li n u t r o n o , li vestono, li sposano, ma soprattutto b a d a n o che n e s s u n o sviluppi u n a sua p e r s o n a l i t à c h e possa differenziarlo dagli altri. GYindios n o n h a n n o n e s s u n bisogno di p e n s a r e , visto che i p a d r i p e n s a n o già a t u t t o , a n c h e p e r l o r o . N o n d e b b o n o crescere e d i v e n t a r e u o m i n i . D e b b o n o r e s t a r e d e i b u o n i fanciulli e perciò n o n gli si p e r m e t t e n e m m e n o di p r e n d e r e i voti. Il sacerdozio e il p o t e r e assoluto che vi è connesso restano m o n o p o l i o della piccola casta gesuitica. Un p o t e r e bonario che amministra la giustizia p a t e r n a m e n t e , con u n a severità c o n d i t a d ' i n d u l g e n z a , che p e r i suoi i n t e r r o g a t o r i si serve del confessionale, e tratta il r e a t o c o m e un peccato remissibile con qualche frustata e parecchie avemarie. N o n fu un piccolo episodio m a r g i n a l e e p a s s e g g e r o . La repubblica teocratica del Paraguay d u r ò un secolo e mezzo, cioè fino alla seconda m e t à del Settecento, q u a n d o la C o m pagnia di Gesù fu soppressa. Di colpo, tutto crollò senza lasciare altra traccia che i r u d e r i di qualche chiesa nella foresta. GYindios che da q u a t t r o g e n e r a z i o n i e r a n o sottoposti a quel r e g i m e n o n m o s s e r o u n dito p e r d i f e n d e r l o e contin u a r l o . N o n p o t e v a n o p e r c h é i loro maestri n o n gli avevano insegnato a farlo. Avevano avuto tutto, dai gesuiti. Tutto, m e n o la libertà. E senza libertà n o n a v e v a n o p r o g r e d i t o , non erano mai diventati uomini. E r a n o rimasti, in quel m o n d o m u m m i f i c a t o nel suo a s s o l u t i s m o , d e i fanciulloni abituati a farsi c o m a n d a r e , vestire, n u t r i r e , sculacciare. E u n a volta restituiti a se stessi, r i d i v e n t a r o n o di colpo indios come tutti gli altri, n o m a d i e infingardi. Per sua fortuna, n o n tutta l'America latina subì la stessa sorte. Ma, grazie alla Spagna, essa fu l a r g a m e n t e clericaliz59
zata. I missionari t r o v a r o n o nei cattolicissimi viceré e govern a t o r i spagnoli, un i n c o n d i z i o n a t o aiuto alla realizzazione degl'ideali controriformisti di cui Cataldino e Mazeta avevano incarnato il modello. E i viceré e i governatori t r o v a r o n o nei missionari il p i ù valido a p p o g g i o p e r la c o s t r u z i o n e di u n i m p e r o b a s a t o sul p r i n c i p i o d ' a u t o r i t à , sul p i ù r i g i d o centralismo e sul privilegio delle caste d o m i n a n t i . Tutto veniva dall'alto. Le leggi e r a n o dettate da M a d r i d , cioè da u n a burocrazia che ignorava totalmente la realtà americana, giustizia e polizia e r a n o al soldo dei p a d r o n i . Nel soffocare qual u n q u e anelito di a u t o n o m i a , sia in c a m p o politico e a m m i nistrativo che in c a m p o spirituale, p r e t e e g e n d a r m e collab o r a v a n o f r a t e r n a m e n t e . E gli effetti sono tuttora sotto i n o stri occhi. Questi effetti si afferrano ancora meglio mettendoli controluce a quelli sortiti dall'avventura dell'altra America. La sua p r i m a e p i ù g r a n d e f o r t u n a fu di n o n p o s s e d e r e metalli preziosi. In realtà ce n ' e r a n o , nell'Alaska. Ma, d a t a l'impraticabilità di quella zona polare, v e n n e r o scoperti solo tre secoli d o p o . Fu p e r questo che i conquistadores spagnoli si l i m i t a r o n o a p i a n t a r b a n d i e r a in California e nel Texas, rin u n c i a n d o ad a n n e t t e r s i il m a r e di foreste che si s t e n d e v a all'infinito verso il N o r d . I p r i m i ad avventurarvisi furono i francesi. U n o di loro, Cartier, aveva e s p l o r a t o già nella p r i m a m e t à del C i n q u e c e n t o le coste d e l C a n a d a . E il g r a n d e m i n i s t r o Richelieu ebbe l'idea di fondarvi u n a colonia all'alba del Seicento. Ma a n c h e lui, e s s e n d o c a r d i n a l e , n e s b a r r ò l e p o r t e a i p r o t e stanti, c o m p r e s i gli u g o n o t t i francesi: gli unici che, p e r sottrarsi alle p e r s e c u z i o n i c h e s u b i v a n o i n p a t r i a , a v r e b b e r o avuto motivo di trasferirsi laggiù. Gli altri, a n c h e i più miserabili, ne e r a n o svogliati dal fatto che a n c h e il C a n a d a , come le colonie spagnole, ricalcava il r e g i m e feudale della m a d r e p a t r i a . E i diseredati, che a queste operazioni forniscono s e m p r e il m a t e r i a l e , p r e f e r i v a n o r e s t a r tali in Francia c h e c o n t i n u a r e a esserlo in quella t e r r a gelida e sconosciuta. Ri60
chelieu p e n s ò di rimediarvi d e p o r t a n d o v i di forza galeotti e p r o s t i t u t e . Ma i p i ù s c a p p a r o n o . Gli altri s ' i m b r a n c a r o n o coi pellirosse p e r fare incetta di pellicce. E i n s o m m a , d o p o d e c e n n i di sforzi, tutta la colonizzazione francese si ridusse a un i n s e d i a m e n t o di un paio di migliaia di p e r s o n e , il cui nucleo principale e r a formato da missionari in cerca di anime da convertire. Q u e s t o spiega l ' i m p r o n t a cattolica che il C a n a d a tuttora fortemente conserva. Altro fu il d e s t i n o , in quelle stesse c o n t r a d e , d'inglesi e olandesi. Gl'inglesi avevano fatto un p r i m o tentativo al tempo della g r a n d e Elisabetta, ma e r a fallito. Ci si r i p r o v ò il suo successore G i a c o m o I c h e , da b u o n cattolico, si lanciò in quell'avventura con lo stesso spirito degli spagnoli, cioè p r o g r a m m a n d o l a c o m e u n ' i m p r e s a di r a p i n a , alla ricerca dell'oro. Egli istituì u n a Compagnia della Virginia c h e sbarcò q u a l c h e c e n t i n a i o d i d i s p e r a t i nella c o n t r a d a che d a essa prese il suo n o m e . Costoro furono decimati dal freddo, dalla fame e dai selvaggi. S e m b r a v a che i superstiti dovessero a b b a n d o n a r e l'impresa, q u a n d o di colpo il successo li ripagò di tante traversìe: n o n con l'oro (che n o n c'era), ma col tabacco. Le foglie disseccate di quella pianta, m a n d a t e in Eur o p a assieme ad a l c u n e p i p e di pellirosse, vi a t t e c c h i r o n o i m m e d i a t a m e n t e c o m e solo capita ai vizi. Re Giacomo provvide a d a n n e t t e r s i quella t e r r a c h e , s e c o n d o l o s t a t u t o , avrebbe d o v u t o restare p r o p r i e t à della C o m p a g n i a , e quindi dei coloni. Ma l'avvìo alla colonizzazione vera e p r o p r i a n o n v e n n e dall'iniziativa del Re e del suo g o v e r n o . Un g r u p p o di puritani, come si chiamavano i calvinisti inglesi, avevano abband o n a t o l'Inghilterra già dai t e m p i di Elisabetta p e r rifugiarsi in O l a n d a , loro p a t r i a spirituale. Essi chiesero alla C o m p a gnia di essere trasbordati in Virginia. La C o m p a g n i a diede loro un passaggio sul Mayflower, che tanto posto occupa nella mitologia americana. Secondo la leggenda, fu quella nave c h e nel 1620 sbarcò a C a p o C o d , in u n a t e r r a di n e s s u n o n o n annessa alla c o r o n a d ' I n g h i l t e r r a , i p r i m i pionieri detti 61
Pilgrim Fathers, o p a d r i pellegrini, che gli Stati Uniti consid e r a n o i loro Romoli e Remi. Anagraficamente, si tratta di un falso anzi di d u e . I primi coloni e r a n o stati quelli della Virginia. E a b o r d o del Mayflower i veri p a d r i p e l l e g r i n i , a n i m a t i d a l p r o p o s i t o di cos t r u i r e nel n u o v o m o n d o u n o Stato c h e i n c a r n a s s e i l o r o ideali di libertà, n o n e r a n o p i ù di tre dozzine. Gli altri pass e g g e r i - c e n t o d u e in t u t t o - e r a n o c o m e al solito degli avanzi di galera in cerca di fortuna, disposti più al saccheggio che alla c r e a z i o n e di un n u o v o m o n d o . Ma sta di fatto che in questa composita pattuglia furono i pochi idealisti a imporsi, grazie alla loro s u p e r i o r e forza morale, ai molti avventurieri, e a d e t t a r e il m o d o di vita comunitario nel g r u p po di c a p a n n e in cui s'insediarono. C o m e p r i m a cosa, r e d a s s e r o u n a specie di Costituzione con cui o g n u n o s'impegnò a obbedire «a quelle giuste leggi, uguali p e r tutti, c h e s e m b r e r a n n o le più atte a g a r a n t i r e il b e n e della c o m u n i t à » . A n c h e gli analfabeti firmarono, con u n a croce, quel d o c u m e n t o . Poi elessero un «governatore» che in realtà aveva le mansioni di u n o «sceriffo», e stabilirono 1'«obolo» che ciascuno doveva versare p e r il finanziamento di questa r u d i m e n t a l e organizzazione. La regione in cui e r a n o sbarcati è quella che oggi si chiama Massachusetts. Di fronte, avevano l'oceano. Alle spalle, la foresta. Il p r i m o i n v e r n o fu d u r i s s i m o : fame, f r e d d o , scorbuto e incursioni di selvaggi d e c i m a r o n o quella p a t t u glia di pionieri, fra cui c'erano a n c h e alcune d o n n e e b a m bini. B a r r i c a t i nelle loro c a p a n n e d i l e g n o c o s t r u i t e c o m e fortini, essi attinsero solo alla Bibbia e alla loro coscienza la forza di resistere. E r a n o convinti, da b u o n i calvinisti, di essere gli «unti d e l Signore» e, s e c o n d o la l o r o m o r a l e , ved e v a n o nel successo il segno della Grazia. Perciò lo volevano ad ogni costo. Il successo fu lento a v e n i r e . A p r o p i z i a r l o n o n fu l'oro né il tabacco, ma il lavoro, il d u r o paziente spossante lavoro di ogni giorno: gli u o m i n i sulla t e r r a p e r strapparla alla fo62
resta con l'accetta e ai pellirosse col fucile, le d o n n e anch'esse a r m a t e di g u a r d i a alle c a p a n n e . In c a p o a p o c h i a n n i , centinaia di ettari e r a n o diventati t u t t ' u n c a m p o di g r a n o e di mais, e sugli scogli d o v ' e r a a v v e n u t o lo sbarco si accatastavano i tronchi d'albero che le navi inglesi venivano a caricare p e r trasportarli nella m a d r e p a t r i a e farne altre navi. I pionieri se li facevano r i p a g a r e con fucili e munizioni. Gli restava un m a r g i n e di g u a d a g n o che gli p e r m i s e di ricomp r a l e dai finanzieri di L o n d r a le c a r a t u r e della colonia. O r a essi ne e r a n o proprietari. A p p e n a e b b e r o accumulato un altro p o ' di d e n a r o , lo i n v e s t i r o n o nella c o s t r u z i o n e di u n a scuola, «sapendo» scrissero n e l l ' a t t o costitutivo «che u n a delle più perfide malizie del vecchio i m b r o g l i o n e Satana è quella di t e n e r gli u o m i n i l o n t a n o dalla c o n o s c e n z a della Scrittura». Nel frattempo, t u t t ' i n t o r n o , c'erano stati altri arrivi, altri eroismi, altre morti, altre fughe, altri sudati successi. Le difficoltà deH'acclimatamento o p e r a v a n o u n a spietata selezione. Resistevano solo quelli che trovavano in se stessi le risorse fisiche e morali p e r n o n lasciarsi sopraffare, cioè che sentivano di essere lì p e r qualcosa che n o n e r a n o soltanto i b u o ni affari. Un fortissimo spirito di solidarietà li affratellava, come s e m p r e nella lotta p e r la sopravvivenza. Gli unici m o tivi di dissenso fra loro e r a n o quelli religiosi. Questi u o m i n i che di giorno lottavano tutti p e r u n o e u n o p e r tutti, raccolti di sera i n t o r n o al Libro - unica loro lettura - si accapigliavano sull'interpretazione dei suoi c o m a n d a m e n t i . Nel 1635, cioè a p p e n a quindici anni d o p o lo sbarco del p r i m o nucleo, il pastore Williams accusò i suoi colleghi d'intolleranza verso le altre confessioni, e solo p e r questo fece secessione, seguito d a u n g r u p p o d i p i o n i e r i c h e c o n d i v i d e v a n o l e sue idee. Alla loro testa egli fondò un'altra colonia a Providence n c o m i n c i a n d o da zero la terribile e s p e r i e n z a dell'insediam e n t o nella foresta. Q u a l c u n o la c o n s i d e r ò u n a follia. Ma quella follia si tradusse in un atto costitutivo che garantiva a ogni cittadino piena libertà di culto. E questo atto costituti63
vo consentì a un g r a n signore cattolico inglese, L o r d Baltim o r e , di f o n d a r e u n a colonia - la cui capitale p r e s e il suo n o m e - p e r i p r o p r i correligionari. Così, all'opposto dell'America ispano-portoghese, che chiudeva la p o r t a ai n o n cattolici, quella anglosassone, che i calvinisti avevano d a p p r i n cipio considerato u n a T e r r a Promessa solo a loro, lo fu a tutti offrendo s c a m p o alle vittime delle persecuzioni religiose europee. N o n è affar n o s t r o s e g u i r n e l'evoluzione. E n o n ce n ' è n e m m e n o b i s o g n o p e r c o g l i e r n e i c a r a t t e r i . Essi s o n o già tutti riconoscibili nel p r i m o i n s e d i a m e n t o del Mayflower. Eccoli in riassunto. I p a d r i pellegrini n o n e r a n o stati i primi, abbiamo detto: quelli della Virginia li avevano p r e c e d u t i . Ma costoro e r a n o a n d a t i laggiù p e r conto d ' i m p r e s a r i inglesi, e vi si consider a v a n o «in trasferta», a n c h e quelli che poi invece vi si stabilir o n o p e r s e m p r e . I p a d r i p e l l e g r i n i e r a n o sbarcati invece col fermo p r o p o s i t o di costruire un m o n d o n u o v o , n o n già a i m m a g i n e e simiglianza della m a d r e p a t r i a , ma anzi in c o n t r a d d i z i o n e ad essa e alle sue ingiustizie. S e b b e n e n o n r a p p r e s e n t a s s e r o , c o m e a b b i a m o d e t t o , c h e u n t e r z o della piccola s p e d i z i o n e , il l o r o spirito m i s s i o n a r i o s'impose a quello a v v e n t u r o s o , p r e d a t o r i o e b e l l u i n o dei l o r o c o m p a gni di viaggio, ma n o n lo distrusse. E così già in quel piccolo n u c l e o si r i t r o v a n o le d u e g r a n d i c o m p o n e n t i della vita americana: l'idealismo che p r o d u r r à i Lincoln, e la violenza che p r o d u r r à gli assassini di Lincoln (e d e i K e n n e d y , e di L u t h e r King). Ogni americano se le porta mescolate nel s a n g u e , a n c h e p e r c h é nel corso della sua storia ha avuto bis o g n o di e n t r a m b e . A differenza di C o r t e s e P i z a r r o , egli n o n ha trovato sulla sua strada delle civiltà indigene. I pellirosse n o n e r a n o arrivati n e a n c h e allo stadio dell'agricoltur a . Vivevano n o m a d i , solo di caccia. A n i m a t i da zelo r e d e n t o r e , i p r i m i pionieri c e r c a r o n o di convertirli alla Bibbia e a l l ' a r a t r o . N o n ci r i u s c i r o n o . E da q u e l m o m e n t o il conflitto fu inevitabile p e r c h é l'aratro distruggeva il t e r r e n o 64
di caccia. In questo clima di u n a lotta imposta dalla fatalità si formò il cosiddetto frontierman, l'uomo della frontiera con la Bibbia in tasca e la pistola alla cintola, classico e r o e di ogni western che si rispetti. A seconda che in lui prevalga lo slancio m i s s i o n a r i o o l'istinto della violenza, egli d i v e n t a un m a r t i r e o u n p r e d o n e . Q u e s t e d u e vocazioni c o n v i v o n o quasi costantemente nella coscienza dell'americano, m e t t e n dola a s o q q u a d r o e t o r m e n t a n d o l a di r i m o r s i c h e sovente solo l'alcool riesce a placare. Ma questo n o n è tutto. Diventato, p e r la sua superiorità morale, il d i r e t t o r e di coscienza della piccola c o m u n i t à , è il missionario che, a p p e n a sbarcato, si p r e o c c u p a di d a r l e un o r d i n e e u n a legge. Q u e s t a legge n o n riconosce altra differenza fra i suoi m e m b r i che quella derivata dall'efficienza e dal merito, né altra autorità che quella attribuita p e r elezion e . L e cariche n o n sono d e s i g n a t e dall'alto p e r c h é q u e s t a minuscola popolazione n o n si riconosce suddita di n e s s u n o . È il voto p o p o l a r e c h e vi designa i migliori. E migliori sono considerati coloro che più riescono, visto che la riuscita è il segno della Grazia divina. La religione del successo, già implicita nel c r e d o calvinista, trova nel n u o v o m o n d o il t e r r e n o ideale n o n solo p e r il p r o p r i o sviluppo, ma a n c h e p e r le sue applicazioni sociali. Qui nasce il solidarismo a m e r i c a n o , basato sulla m o r a l e del good neighbor, il b u o n vicino. Il b u o n vicino è quello che accorre di notte a difendere col fucile la c a p a n n a del vicino, o a salvarla dalle fiamme. E quello c h e n o n si s o t t r a e m a i al t u r n o di g u a r d i a , e anzi vi sostituisce il vicino m a l a t o . E quello che, s a p e n d o l'alfabeto, la sera insegna a l e g g e r e (la Bibbia, n a t u r a l m e n t e ) a coloro che n o n sanno. E quello che, c o m e fa il p a s t o r e H a r v a r d n e l 1636 in u n a cittadina c h ' è a n c o r a un m u c c h i o di b a r a c c h e , d e s t i n a t u t t o il suo p a t r i monio alla fondazione di u n a Università che diventa la culla della cultura americana. Q u i nasce il rigore fiscale che c o n t r a d d i s t i n g u e l'America. Il p i o n i e r e p a g a volentieri il suo «obolo». Perché il suo 65
obolo è il salario dello sceriffo che di notte fa la r o n d a intorno alla sua c a p a n n a e gli consente di d o r m i r e . Chi si sottrae a questa tassa è un disonesto che cerca di profittare dei p u b blici servizi senza contribuirvi, u n o sfruttatore, un parassita privo di dignità. Q u i nasce il culto della d o n n a , l'altissimo r i s p e t t o c h e s e m p r e la circonderà. Se l'è g u a d a g n a t o la sposa del pioniere che col fucile a tracolla m o n t a la g u a r d i a al focolare m e n tre il marito lavora sui campi, sforna u n o d o p o l'altro t o r m e di figli e sovrintende alla loro educazione con u n a m a n o arm a t a di Bibbia e l'altra di frusta. E qui nasce a n c h e il conformismo a m e r i c a n o . La vita di a c c a m p a m e n t o che c o n d u c o n o queste piccole c o m u n i t à insidiate da u n a n a t u r a ostile e dalle incursioni degl'indiani, esige u n a rigida disciplina. Chi la viola, chi si sottrae al compito assegnatogli p e r agire di testa p r o p r i a , l'individualista, i n s o m m a , è u n n e m i c o p u b b l i c o che ogni tanto viene a d d i r i t t u r a espulso. E anche questo carattere resterà u n a costante della vita americana, specie nei piccoli centri di provincia. C o m e si vede, è u n ' e s p e r i e n z a del tutto diversa da quella d e l l ' A m e r i c a latina, anzi o p p o s t a su t u t t ' i p i a n i : politico, e c o n o m i c o , sociale e spirituale. Q u i l ' i m m i g r a t o n o n è un soldato di v e n t u r a alla conquista di u n a colonia da a n n e t t e re alla m a d r e p a t r i a . Il p i o n i e r e anglosassone agisce in n o me p r o p r i o , c o n t a n d o solo sulla p r o p r i a iniziativa, e seg u e n d o solo gl'imperativi del suo interesse e della sua coscienza. La società ch'egli crea n o n è priva di difetti. Delle s u e d u e c o m p o n e n t i f o n d a m e n t a l i , la Bibbia e la pistola, spesso è questa a p r e n d e r e il sopravvento su quella. Malgrado gli sforzi d e i b e n i n t e n z i o n a t i , la p o p o l a z i o n e i n d i g e n a n o n subisce sorte migliore di quella che ha avuto a che fare coi m a s n a d i e r i di Cortes e di P i z a r r o . L o zelo religioso si t r a d u r r à talvolta in intolleranza e l'intolleranza si t r a d u r r à in «cacce alle streghe» d e g n e della p e g g i o r e I n q u i s i z i o n e e u r o p e a . La religione del successo d a r à avvìo a un capitalismo di r a p i n a , c o n t r o cui o c c o r r e r à lottare a l u n g o p e r ri66
d u r n e le sopraffazioni. U n a delle sue manifestazioni sarà la vergognosa tratta dei n e g r i che a p r i r à nella c a r n e americana la p u r u l e n t a piaga delle discriminazioni razziali, c o n t r o cui ancor oggi invano si lotta. E p e r n a s c o n d e r e tutte queste contraddizioni, la società americana d o v r à r i c o r r e r e a molte ipocrisie. Ma ciò n o n toglie n u l l a , o toglie p o c o , alla g r a n d i o s i t à d e l l ' e s p e r i m e n t o che qui si compie. In q u e s t o n u o v o m o n do si a f f e r m a n o p r i n c ì p i e n a s c o n o istituzioni, c h e quello vecchio n o n aveva mai conosciuto né mai s a r e b b e stato in g r a d o , d a solo, d i e l a b o r a r e . Q u a n d o l ' E u r o p a volle m e t tersi sulla strada della libertà e della democrazia, fu in q u e sta America calvinista che v e n n e a cercarne il modello. Tutto il p e n s i e r o politico d e l l ' E u r o p a m o d e r n a è qui che trova la sua ispirazione e le s u e c o n f e r m e . Q u e s t o g r a n d e contin e n t e n o n ci ha regalato solo il tabacco e la b o m b a atomica. Ci ha dato a n c h e l'esempio, con tutti i suoi difetti, ma anche coi suoi insostituibili m e r i t i , d e l l ' a u t o g o v e r n o , della libera iniziativa, dell'affrancamento del s u d d i t o in cittadino. Nel Seicento tutto questo ancora n o n e r a chiaro agli occhi degli e u r o p e i . Essi n o n c o n o s c e v a n o l ' e s p e r i e n z a , n o r d - a m e r i c a n a , c h e infatti s p r i g i o n ò la sua s u g g e s t i o n e ideologica solo nel Settecento. E p p u r e , p e r quella misteriosa forza di contagio che solo le idee possiedono, fin d ' o r a il nostro continente cominciò a risentirne l'influsso. C h i e d i a m o scusa al l e t t o r e se lo a b b i a m o s t a n c a t o c o n questa l u n g a divagazione nel vecchio e nel n u o v o m o n d o , forse t r o p p o affollata di eventi. Ma solo t e n e n d o p r e s e n t e questo p a n o r a m a , in cui tutti i r a p p o r t i politici, economici e spirituali sono diventati infinitamente più vasti e complessi, egli p o t r à c o m p r e n d e r e i motivi della catastrofe che sta p e r abbattersi sull'Europa: la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i .
PARTE SECONDA
L'ITALIA LA GUERRA DEI T R E N T A N N I
CAPITOLO QUINTO
L A G U E R R A DEI T R E N T A N N I
Abbiamo d e t t o c h e la p a c e d ' A u g u s t a del 1555, basata sul p r i n c i p i o d e l cuius regio eius religio, p e r cui i s u d d i t i d ' u n o Stato d o v e v a n o abbracciare la fede del loro sovrano, aveva lasciato a p e r t o il conflitto religioso in G e r m a n i a . La sua a p plicazione avrebbe c o m p o r t a t o massicci trasferimenti di p o polazione che in pratica risultavano impossibili, o difficilissimi. E a complicare le cose c'era l'instabilità degli stessi Principi. L'elettore palatino Federico I I I fu un calvinista arrabbiato. Il figlio Luigi si fece l u t e r a n o . Il fratello Giovanni Casimiro ripristinò la fede p a t e r n a . N e l l T s e n b u r g - R o n n e b u r g , il conte Wolfgang invitò i l u t e r a n i ad a n d a r s e n e e r i p o p o l ò lo Stato di m a r b a c h i a n i , altra setta di p r o t e s t a n t i affini ai calvinisti. E n r i c o , fratello e successore di F e d e r i c o , b a n d ì questi e r i c h i a m ò quelli. N e l 1 6 0 1 , il c o n t e E r n s t e s p u l s e n u o v a m e n t e i l u t e r a n i e rimise in a u g e i calvinisti. Milioni di tedeschi e r a n o in balìa della fede dei loro capricciosi sovrani, di cui n o n facevano in t e m p o a seguire le giravolte, e spesso, nello spazio d ' u n a settimana, passavano dalla p a r t e di persecutori a quella di perseguitati, e viceversa. La diatriba religiosa e il fratricidio in n o m e di Dio e r a n o la causa principale del caos tedesco, ma n o n la sola. Altre vi concorrevano. Ciascun p r i n c i p e g e r m a n i c o sognava di cingere l a c o r o n a d i Sacro R o m a n o I m p e r a t o r e , a n c h e s e d a secoli n o n era più che un simbolo vuoto e screditato. Per inseguire l'impossibile c h i m e r a d ' u n a r e s t a u r a z i o n e carolingia, i signori tedeschi abdicavano all'unità nazionale, rintuzzando e soffocando ogni tentativo di d a r e al Paese u n a gui71
da centralizzata. Ciascuno badava al suo «particulare» e mirava solo a l l ' i n g r a n d i m e n t o del p r o p r i o territorio a spese di quelli vicini e rivali. Batteva m o n e t a , a r r u o l a v a eserciti, faceva e disfaceva alleanze, dichiarava g u e r r e . Anche all'interno di questi mini-reami c'era u n a g r a n bar a o n d a . Le leggi di successione e r a n o incerte e anacronistiche. Nell'Assia-Cassel il diritto di p r i m o g e n i t u r a e r a sconosciuto, il p r i n c i p e spartiva i suoi p o s s e d i m e n t i tra i figli, e questi a loro volta li sbocconcellavano fra gli eredi. I Principati s p u n t a v a n o c o m e funghi: in u n a provincia se ne potevano c o n t a r e fino a dieci, molti e r a n o limitati a u n a città, alcuni n o n uscivano dai confini d ' u n villaggio con p o c h e centinaia d ' a n i m e , strette a t t o r n o a un rozzo padiglione di caccia, capitale e palazzo del S i g n o r e . C ' e r a n o le c o s i d d e t t e città libere, sottoposte alla giurisdizione p u r a m e n t e platonica d e l l ' I m p e r a t o r e . C ' e r a n o i feudi della Chiesa, in m a n o a Principi-vescovi, i n d i p e n d e n t i da tutti, specialmente dal Papa. C ' e r a n o i liberi cavalieri, c o m e quel certo Gòtz von Berlichingen, che si vantava d ' o b b e d i r e solo a Dio, all'Impera tore e a se stesso. E c'erano, infine, delle enclaves in m a n o a sovrani stranieri. Il Re di Danimarca, p e r esempio, era duca d e l l ' H o l s t e i n , quello di S p a g n a d o m i n a v a il Circolo B u r g u n d o , cioè le zone r e n a n e , eccetera. Si calcola che alla vigiHa della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , v e n t u n milioni di tedeschi fossero governati da più di d u e m i l a autorità diverse, in perp e t u o conflitto fra loro. La sovranità che l ' I m p e r a t o r e esercitava sul Paese - l'abb i a m o già d e t t o - era p u r a m e n t e n o m i n a l e . Teoricamentev egli poteva convocare la Dieta, o assemblea di tutti i governi i n d i p e n d e n t i , l'unico o r g a n o qualificato a legiferare. In realtà, r a d u n a r e in u n o stesso l u o g o i d e l e g a t i tedeschi e metterli d'accordo e r a c o m e q u a d r a r e il circolo. Le r a r e volte che q u e s t e assise si r i u n i v a n o n o n c o m b i n a v a n o n i e n t e , anzi spesso n o n c o m i n c i a v a n o n e a n c h e i lavori p e r c h é 1 p a r t e c i p a n t i e r a n o t u t t i o c c u p a t i a d i b a t t e r e e a n o n risolvere complicate e puntigliose questioni di p r o c e d u r a e di 1
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p r e c e d e n z e . La Dieta finì così fatalmente p e r p e r d e r e autorità e prestigio. In m a n c a n z a di leggi nazionali, funzionavano quelle locali, che aggravavano il particolarismo e fomentavano le divisioni i n t e r n e . I m p o t e n t e davanti alla Dieta, l ' I m p e r a t o r e e r a p e r di più prigioniero dei sette g r a n d i elettori. Tre - quelli di Magonza, Colonia e Treviri - e r a n o vescovi, q u a t t r o - quelli di Boe.mia, del Palatinato, della Sassonia e del B r a n d e b u r g o - eratrio laici. I loro poteri e r a n o e n o r m i . Eleggevano I'Imperato-re, il quale e r a t e n u t o a consultarli nelle questioni p i ù gravi tà e trattavano dall'alto in basso i borghesi. Questi - commercianti, artigiani e piccoli industriali - sfruttavano il p o polo m i n u t o , d i s e r e d a t o e i n e r m e . Il clero c a m p a v a , c o m e •solito, di decime ed elemosine. ,/MLa moralità pubblica e privata lasciava molto a desideratt in nessun Paese d ' E u r o p a i costumi e r a n o rilassati c o m e G e r m a n i a . Specie l'alcolismo dilagava. «I buoi» scriveva c o n t e m p o r a n e o «cessano d i b e r e q u a n d o n o n h a n n o più
sete. I tedeschi, invece, cominciano allora.» Nelle città e nelle c a m p a g n e , vino e b i r r a s c o r r e v a n o a fiumi. Un p r i n c i p e cattolico si c o n g e d a v a dagli amici con questa frase: «Valete et inebriamini» state b e n e e sbronzatevi. Il L a n g r a v i o d'Assia, i n u n accesso d i t e m p e r a n z a , f o n d ò u n a lega a n tialcolica, il cui p r i m o p r e s i d e n t e m o r ì u b r i a c o . Luigi del W u r t t e m b e r g sfidò d u e noti b e o n i a chi t r a c a n n a v a p i ù vino. Q u a n d o costoro furono c o m p l e t a m e n t e ebbri, li fece caricare su un c a r r o c o n alcuni maiali e r i n c h i u d e r e in un p o r cile. Il vizio e r a c o m u n e a tutte le classi e diffuso a tutti i livelli. Le leggi c o n t r o gli eccessi d e l b e r e r e s t a v a n o l e t t e r a m o r t a . U g u a l e effetto sortivano quelle c o n t r o le prostitute, i lenoni, i pederasti, gli usurai. Già da t e m p o Francia e S p a g n a spiavano c o m p i a c i u t e il deteriorarsi della situazione tedesca e soppesavano i p r ò e i c o n t r o d'eventuali alleanze. Nel 1608, Enrico IV p r e s e posizione a favore dei principi protestanti, schierandosi con l'Un i o n e evangelica, costituitasi p r o p r i o in q u e l l ' a n n o in funzione antiasburgica. Nel 1609 si formò la Lega cattolica, capeggiata dal d u c a di Baviera Massimiliano I, cui la S p a g n a offrì i p r o p r i eserciti. La s c o m p a r s a del Re di Francia, p u gnalato il 14 maggio 1610 da un m o n a c o fanatico, fu un d u ro colpo p e r i p r o t e s t a n t i . La L e g a cattolica i m b a l d a n z ì , e nel 1615 si s p a r s e la notizia ch'essa si stava a r m a n d o p e r estirpare dal suolo tedesco l'eresia. Le n u b i all'orizzonte si fecero più fosche. Il ciclone che p e r t r e n t ' a n n i avrebbe infuriato sulla G e r m a n i a e r a alle viste. Il suo occhio fu la Boemia. Questa faceva p a r t e , c o m e abb i a m o già d e t t o , dei d o m i n i degli A s b u r g o , e l ' i m p e r a t o r e Mattia l a g o v e r n a v a p e r i n t e r p o s t a p e r s o n a a t t r a v e r s o u n collegio di cinque fedeli l u o g o t e n e n t i . Mattia e r a vecchio e p i e n o d'acciacchi, e la sua fine era attesa da un m o m e n t o all'altro. I p r o t e s t a n t i v e d e v a n o in essa la g r a n d e occasione p e r s t r a p p a r e finalmente agli Asburgo la c o r o n a imperiale. L a m a n o v r a e r a semplice: i n n a l z a r e sul t r o n o b o e m o u n p r i n c i p e p r o t e s t a n t e e garantirsi la m a g g i o r a n z a nel Colle74
gio elettorale, d e t e n u t a fin allora dai cattolici, che avevano già il l o r o c a n d i d a t o in un altro A s b u r g o : il lentigginoso e bigotto arciduca di Stiria, F e r d i n a n d o II. A Praga, l ' a n n u n c i o della sua designazione fece precipitare gli eventi. Il conte H e i n r i c h von T h u r n mobilitò i p r o testanti e il 23 m a g g i o 1618 li fece m a r c i a r e sul castello di -Hradcany, d o v e si t r o v a v a n o d u e d e i c i n q u e l u o g o t e n e n t i • imperiali. G i u n t i al loro cospetto, il C o n t e d i e d e o r d i n e di buttarli dalla finestra assieme a u n o dei s e g r e t a r i , che p e r caso si trovava nella stanza. I tre fecero un volo di quindici metri, ma r e s t a r o n o illesi p e r c h é e b b e r o la fortuna di cadere su un m u c c h i o di rifiuti. L'episodio, n o t o c o m e la «defenestrazione di Praga», segna l'inizio ufficiale della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i . ••-<•• D o p o essersi sbarazzato dei r a p p r e s e n t a n t i imperiali, il von T h u r n cacciò l'Arcivescovo e i gesuiti, e insediò un direttorio rivoluzionario con pieni poteri. Il vecchio Mattia, con un piede già nella fossa, fece sapere al Conte d'essere disposto a trattare con gl'insorti. Il rifiuto di von T h u r n provocò d'intervento di F e r d i n a n d o , cui la c o r o n a b o e m a serviva da Sgabello p e r quella imperiale. F e r d i n a n d o era u o m o di grandi ambizioni, di scarsa cultura, di m o d e s t a intelligenza, ma di n o n comuni doti politiche. Gliel'avevano coltivate e affinati? i gesuiti, di cui era stato u n o zelante allievo. L ' a n n u n c i o c h e d u e suoi eserciti stavano i n v a d e n d o l a U o e m i a seminò il panico fra i protestanti. Il v o n T h u r n n o n poteva c o n t a r e c h e su p o c h e migliaia d ' u o m i n i m a l e equipaggiati, e l'Unione evangelica n o n si muoveva. Ne profittò l'elettore del Palatinato, Federico, calvinista arrabbiato e gen e r o del Re d ' I n g h i l t e r r a , p e r offrire, in cambio della corona boema, il p r o p r i o aiuto militare. Gli a v v e n i m e n t i precipitarono. Il 20 m a r z o Mattia morì, lasciando F e r d i n a n d o Re di Boemia ed e r e d e al t r o n o imperiale. Il 17 agosto la Dieta
L'elettore p a l a t i n o sentì vacillare la sua. Era già p e n t i t o d'averla accettata, d o p o aver t a n t o b r i g a t o p e r o t t e n e r l a . Aveva agito sotto l'impulso dell'ambizione e dell'età (aveva a p p e n a v e n t i d u e anni) senza t e n e r conto che, c o m e calvinista, avrebbe avuto c o n t r o n o n solo i cattolici, ma a n c h e i luterani. C o m e avrebbe p o t u t o in quelle condizioni t e n e r testa a tanti nemici, fra cui il colosso spagnolo? Si rivolse allora al suocero. Ma Giacomo I, invece d ' u n esercito, d i e d e al g e n e r o il consiglio di r i n u n z i a r e al t r o n o . Era un b u o n consiglio, ma a F e d e r i c o s e m b r ò i n c o m p a t i b i l e col p r o p r i o o n o r e . Il 4 n o v e m b r e egli e n t r ò a P r a g a , accolto trionfalm e n t e dal Direttorio e dal p o p o l o . Aveva tutto p e r piacere alla folla: bello, elegante, raffinato e malinconico. Ma sotto queste a p p a r e n z e c'era un c a r a t t e r e debole, irresoluto e facilmente influenzabile s o p r a t t u t t o dalla moglie, la bellissima Elisabetta. Il suo d e b u t t o di Re fu u n a catastrofe. L'ordine che died e , a p p e n a g i u n t o a Praga, di r i m u o v e r e dalle chiese altari e immagini, esasperò le masse c o n t a d i n e , tutte cattoliche, e fornì a l l ' I m p e r a t o r e u n p r e t e s t o d ' i n t e r v e n t o . F e r d i n a n d o Io colse al volo e lanciò un u l t i m a t u m : se e n t r o il p r i m o giug n o (1620) Federico n o n avesse deposto la c o r o n a usurpata, egli l'avrebbe dichiarato fuori legge. C o n t e m p o r a n e a m e n te, con abile mossa, si riconciliò a U l m coi p r i n c i p i p r o t e s t a n t i , u n o dei quali, l'elettore di Sassonia G i o v a n n i Giorgio, si schierò a d d i r i t t u r a dalla sua p a r t e . S e b b e n e a b b a n d o n a t o d a tutti, Federico n o n mollò, rifiutò di d e p o r r e il titolo e s'accinse, con le p o c h e forze di cui disponeva, a sostenere l'urto di quelle imperiali, calcolate a oltre v e n t i c i n q u e m i l a u o m i n i , guidati da un abilissimo gen e r a l e , il C o n t e di Tilly, allievo ed e m u l o del g r a n d e Aless a n d r o Farnese. I d u e eserciti si s c o n t r a r o n o nei pressi della M o n t a g n a Bianca, a ovest di P r a g a , l'8 n o v e m b r e . I calvinisti f u r o n o messi in r o t t a . F e d e r i c o , la m o g l i e e la c o r t e f u g g i r o n o in Slesia, dove il Palatino cercò inutilmente di racimolare n u o 76
ve milizie. Il 9 n o v e m b r e i vincitori, guidati da Massimiliano di Baviera, v a r c a r o n o le m u r a di P r a g a . I t e m p l i cattolici riebbero i m m e d i a t a m e n t e i loro altari e le loro i m m a g i n i , furono richiamati i gesuiti, l'istruzione passò n u o v a m e n t e sotto il controllo del clero r o m a n o , tutte le religioni, eccetto quelle cattolica ed ebraica, furono b a n d i t e . O g n i simulacro d'eresia v e n n e cancellato: l'anniversario di G i o v a n n i H u s s fu proclamato lutto nazionale. I partigiani di Federico, che n o n avevano fatto in t e m p o a mettersi in salvo, f u r o n o impiccati o decapitati, e i loro cadaveri esposti sulla t o r r e del ponte di Carlo sopra la Moldava. Mentre in Boemia i m p e r v e r s a v a n o le p u r g h e , un esercito s p a g n o l o , al c o m a n d o del g e n e r a l e g e n o v e s e Spinola, muoveva dalle Fiandre alla conquista del Palatinato. Q u e s t o malaccorto i n t e r v e n t o allarmò i protestanti, che s e m b r a r o no ritrovare la loro unità. Nei pressi di H e i d e l b e r g le loro t r u p p e si s c o n t r a r o n o con quelle s p a g n o l e , ma e b b e r o la peggio. La città, mecca e roccaforte del calvinismo, v e n n e b a r b a r a m e n t e saccheggiata. La s t u p e n d a biblioteca dell'Università, p e r o r d i n e di Massimiliano, fu smantellata fino all'ultimo volume, caricata su c i n q u a n t a carri e spedita a Roma, d o n o al p a p a Gregorio XV. F e r d i n a n d o esultò e in cambio dei servigi resi concesse a Massimiliano il Palatinato, il c h e r e n d e v a schiacciante la m a g g i o r a n z a cattolica nel collegio e l e t t o r a l e d e l l ' I m p e r o . Così schiacciante c h e a p r e o c c u p a r s e n e f u r o n o n o n solo i principi p r o t e s t a n t i , ma a n c h e i cattolici. F e r d i n a n d o n o n aveva vinto. Aveva stravinto, e cominciava a diventare pericoloso. Si vociferava che carezzasse l'idea d'unificare sotto il suo scettro la G e r m a n i a . Anche il Papa e la Francia sentivano il puzzo d ' u n a n u o v a e g e m o n i a asburgica. S ' i m p o n e v a una mobilitazione antimperiale. Artefice e regista ne fu il Richelieu. Il Cardinale isolò gli Asburgo s t i p u l a n d o u n ' a l l e a n z a con l ' O l a n d a , a t t i r a n d o v i subito d o p o l ' I n g h i l t e r r a , la Svezia e la D a n i m a r c a , infine e s t e n d e n d o l a ai Savoia e a Venezia p e r s t r a p p a r e agli
A s b u r g o la Valtellina, c o r r i d o i o strategico di vitale imp o r t a n z a e passaggio obbligato degli eserciti spagnoli e imperiali dall'Italia all'Austria. I frutti di questi m a n e g g i n o n si fecero a t t e n d e r e . Il p r i m o fu un frutto a m a r o , e toccò alla D a n i m a r c a inghiottirlo. Il suo bellicoso re, Cristiano IV, e r a a n c h e Duca di Holstein e controllava vasti t e r r i t o r i nella G e r m a n i a del N o r d , che costituivano un formidabile b a l u a r d o p e r la p o t e n z a m a r i t t i m a d a n e s e nel Baltico. Questi possedimenti facevano n a t u r a l m e n t e gola a F e r d i n a n d o , c h e s o g n a v a q u e l l o sbocco al m a r e e si stava a r m a n d o p e r p i a n t a r v i le s u e b a n d i e r e . Per p r e v e n i r l o C r i s t i a n o fece s b a r c a r e sul C o n t i n e n t e un esercito di ventimila u o m i n i che nella Bassa Sassonia si congiunse con quello savoiardo, c o n d o t t o da von Mansfeld, forte di quattromila. L'Imperatore o r d i n ò al Tilly di marciare contro il Re danese. Il generale obbedì ma chiese a F e r d i n a n d o rinforzi p e r c h é n o n gli e r a n o rimasti che diecimila u o m i n i , stanchi e male in arnese. L'Imperatore gli m a n d ò u n certo Wallenstein. Costui, di s a n g u e b o e m o , si chiamava in realtà Albrecht von Waldstein, ed e r a nato nel 1583, figlio d ' u n piccolo gentiluomo di c a m p a g n a protestante. Aveva studiato nella celeb r e scuola l u t e r a n a di Altdorf, di dove e r a stato cacciato p e r il carattere violento e rissaiolo. D o p o un viaggio a R o m a s'era convertito al cattolicesimo, e q u a n d o F e r d i n a n d o e r a ancora arciduca di Stiria, s'era messo al suo servizio. Giovanissimo, aveva sposato u n a ricca vedova, che l'aveva a sua volta lasciato vedovo. Q u a n d o l ' I m p e r a t o r e aveva messo in vendita i b e n i dei protestanti boemi, egli s'era precipitato a farne incetta. I ritratti che di lui possediamo ce lo m o s t r a n o alto, m a g r o , zigomi sporgenti, naso grosso, mascella pesante, labbra carnose. Era d'approccio sgradevole, poco incline alle effusioni e agli entusiasmi, diffidente, taciturno, ambizioso e testardo. S'indovinava in lui l'uomo abituato al comand o . Era m a n i a c o d e l l ' o r d i n e e della p u n t u a l i t à . D'abitudini spartane, mangiava con m o d e r a z i o n e e n e s s u n o ricorda d'a78
verlo m a i visto u b r i a c o . Si vestiva di n e r o , un c o l o r e c h e contrastava col pallore del volto, e p o r t a v a al collo u n a sciarpa rossa. P a r e c h e si tingesse a n c h e le labbra. E r a d e v o t o , ma più che a Dio credeva agli astrologi. La sua ascesa di condottiero era cominciata nel 1618. In q u e l l ' a n n o e r a scoppiata in Moravia u n a rivolta c o n t r o gli Asburgo, alla q u a l e a v e v a n o a d e r i t o a n c h e l e t r u p p e del Wallenstein, g o v e r n a t o r e della provincia. Questi e r a riuscito a i m p a d r o n i r s i del tesoro militare e a metterlo in salvo alla corte di F e r d i n a n d o . I ribelli, rimasti al v e r d e , se n ' e r a n o tornati a casa. L'anno d o p o , Wallenstein aveva p r e s t a t o all'Imperatore in bolletta q u a r a n t a m i l a fiorini, poi centosessantamila, poi duecentomila e, nel 1623, mezzo milione. Sapeva che F e r d i n a n d o n o n glieli avrebbe mai resi, ma sapeva anche che quel d e n a r o gli sarebbe t o r n a t o p r i m a o poi in tasca sotto forma di favori e privilegi. Ecco p e r c h é , q u a n d o Tilly sollecitò rinforzi, l ' I m p e r a t o re n o n ebbe dubbi su chi avrebbe d o v u t o fornirglieli. A Wallenstein quella p a r v e l a g r a n d e occasione p e r e n t r a r e d a p r o t a g o n i s t a nel teatro della g u e r r a , a fianco e di fronte ai c o n d o t t i e r i più prestigiosi d e l l ' e p o c a . I n p o c h e s e t t i m a n e mise insieme un esercito di ventimila u o m i n i , li equipaggiò di tutto p u n t o e li lanciò contro von Mansfeld, travolgendolo, m e n t r e Tilly sconfiggeva C r i s t i a n o . Q u i n d i invase il ÌBrandeburgo e costrinse l'elettore Giorgio G u g l i e l m o a schierarsi c o n l ' I m p e r a t o r e . Dal B r a n d e b u r g o m a r c i ò sul4'Holstein e lo sottomise, cacciando i danesi dal loro ultimo a v a m p o s t o c o n t i n e n t a l e , m e n t r e Richelieu r i c h i a m a v a l e ^touppe francesi che aveva spedito in Valtellina. -rf- II n o m e di Wallenstein e r a o r m a i sulla bocca di tutti. La « a fama di g e n e r a l e aveva offuscato q u e l l a d e l Tilly, di Mansfeld, di Cristiano. Egli era, col suo esercito, il p a d r o n e «tìci destini d ' E u r o p a . Ma l ' e g e m o n i a c o n t i n e n t a l e , c h e le strabilianti vittorie avevano dato a F e r d i n a n d o , n o n baa ad a p p a g a r e la sconfinata ambizione del c o n d o t t i e r o . £uoi napoleonici piani esse n o n d o v e v a n o essere che la r
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p r e m e s s a e la base di c a m p a g n e successive c h e a v r e b b e r o p o r t a t o al d o m i n i o imperiale sul Baltico e sul M a r del N o r d . Sognava la rinascita dell'Hansa, l'ormai fatiscente federazione dei g r a n d i porti commerciali che s'affacciavano su quelle grigie distese d ' a c q u e , le cui b a n c h i n e ricevevano e smistav a n o m e r c i p r o v e n i e n t i d a ogni p a r t e d ' E u r o p a . L a realizzazione di q u e s t o d i s e g n o a v r e b b e significato il crollo dell'Olanda, dell'Inghilterra, della Svezia, che del Baltico e del Mar del N o r d e r a n o le principali utenti. Anche la Chiesa ne a v r e b b e t r a t t o il suo utile p e r c h é F e r d i n a n d o , aizzato dai gesuiti, n o n avrebbe resistito alla tentazione di stroncare l'eresia nei nuovi territori. La minaccia i n s o m m a e r a g r a v e , e c o l o r o sui quali inc o m b e v a c o r s e r o ai r i p a r i . I p i ù i m m e d i a t a m e n t e esposti e r a n o i p r i n c i p i tedeschi, p e r c h é sul suolo g e r m a n i c o Wal-. lenstein giocava la sua partita. Essi avevano seguito con sgom e n t o l'ingrossarsi dell'esercito del condottiero b o e m o , che, contava o r a c e n t o q u a r a n t a m i l a u o m i n i , m e n t r e quello della Lega cattolica e r a sceso a ventimila. C o n u n a siffatta massa d ' u o m i n i , p e r f e t t a m e n t e addestrati, magnificamente a r m a i e disciplinati, r e v o c a r e le «libertà germaniche» e r i d u r r e la miriade di staterelli tedeschi sotto l'egida asburgica sarebbe stato u n gioco d a b a m b i n i . N e l l ' i n v e r n o d e l 1627-28, gli elettori d e l l ' I m p e r o si r i u n i r o n o a M u l h a u s e n p e r discutere il da farsi. I protestanti e r a n o n a t u r a l m e n t e più p r e o c c u p a ^ dei cattolici. Ma a n c h e costoro s'allarmarono, q u a n d o Feffiì d i n a n d o , senza n e p p u r e consultarli, s t r a p p ò al suo legittìj? mo titolare il ducato di M e c l e m b u r g o e l'assegnò al Wallenfc Stein. Bisognava f e r m a r e l ' I m p e r a t o r e p r i m a che fosse trop~ po tardi, p r i m a cioè c h e Wallenstein diventasse p i ù potente di lui. -f P r o p r i o in quei giorni F e r d i n a n d o voleva n o m i n a r e il i-,, glio Re di Roma, p e r spalancargli la successione alla coro."., imperiale, e un veto dei g r a n d i elettori avrebbe fatto fallii* la prova. Il 28 m a r z o costoro fecero s a p e r e a l l ' I m p e r a t o ! che n o n lo a v r e b b e r o posto s'egli avesse licenziato il Walle 80
Stein. N o n gli nascosero n e p p u r e che, se n o n si fosse messo „«jn freno all'ambizione del g e n e r a l e , l ' I m p e r o sarebbe p r e gio caduto in sua balìa. F e r d i n a n d o p r o m i s e che avrebbe ten u t o conto del monito. Esso gli veniva rivolto in un m o m e n t o p a r t i c o l a r m e n t e difficile, in cui più che mai aveva bisogno del Wallenstein e delle sue milizie. Dietro le insistenti pressioni dei gesuiti infiltri YImperatore stava p r o m u l g a n d o un editto che obbligal a i possessori d i antichi b e n i ecclesiastici, passati i n m a n i ittiche d o p o il 1552, a restituire alla Chiesa ciò c h e da essa «vevano r e g o l a r m e n t e acquistato. E r a u n a colossale truffa, Ch'ingiustizia senza p r e c e d e n t i , che poteva imporsi solo con |uso, o la minaccia, della forza. ; L'editto v e n n e applicato con zelo fino all'ultimo centimeq u a d r a t o di t e r r a . Ci furono q u a e là delle resistenze, sujito d o m a t e dai lanzichenecchi del Wallenstein. Decine di i e cittadine protestanti passarono ai cattolici e i loro abiliti, in ossequio al p r i n c i p i o del cuius regio eius religio, o iiirarono la vecchia fede o e m i g r a r o n o . Accontentati i ge"ti, F e r d i n a n d o si decise finalmente a d a r soddisfazione i elettori d e l l ' I m p e r o , che gli avevano chiesto la testa del lenstein. Ma il g e n e r a l e , al c o r r e n t e delle m i r e d e i suoi nemici e ^sospetti c h e c o s t o r o a v e v a n o i n s i n u a t o n e l l ' a n i m o d i - i n a n d o , aveva avviato trattative segrete con Cristiano, Ihainate il 22 m a g g i o 1629 nella pace di Lubecca e nella itùzione al Re danese di g r a n p a r t e dei suoi ex territori ^eschi. Wallenstein aveva agito in p a r t e all'insaputa deljperatore, che n o n nascose il suo d i s a p p u n t o , convocò il rale e gli o r d i n ò di s t o r n a r e dal suo esercito trentamila ini e spedirli in Italia. Wallenstein rifiutò, d i c e n d o che "di Svezia Gustavo Adolfo stava a r r u o l a n d o t r u p p e p e r | | r e l'Europa. Ma F e r d i n a n d o fu irremovibile, e alla fisflìenstein d o v e t t e c e d e r e . D u e mesi d o p o , il c o n d o t ipwemo perse a n c h e il c o m a n d o dell'esercito, che passò §ttniliano di Baviera. Senza clamori si ritirò nelle s u e r
t e n u t e in Boemia in attesa, come Cincinnato, che l ' I m p e r a tore lo richiamasse. Il suo esilio n o n sarebbe d u r a t o a l u n g o con l'aria c h e tirava dal N o r d , e p r e c i s a m e n t e dalla Svezia, dove il re Gustavo Adolfo si atteggiava a g r a n d e c a m p i o n e della causa protestante, e lo era. Il 4 luglio 1630 sbarcò a U s e d o m , in P o m e r a n i a . Aveva trentasei a n n i ed e r a l'idolo dei suoi soldati, che trattava da commilitoni, c o n d i v i d e n d o n e i triboli, le fatiche, i r e p e n t a gli. Dormiva con loro sotto la t e n d a , c o n s u m a v a con loro il r a n c i o e indossava p e r s i n o la l o r o stessa divisa: g i u b b a e p a n t a l o n i di camoscio e un b e r r e t t o di castoro. Lo si riconosceva p e r u n a fascia o un mantello scarlatto che solo lui portava. Era un cavaliere formidabile e instancabile, si lavava di r a d o , i suoi abiti e r a n o gualciti e sbrindellati, i suoi stivali scorticati e inzaccherati. Q u a n d o p a r l a v a g u a r d a v a diritto negli occhi l'interlocutore e a n d a v a subito al sodo. I suoi sì e r a n o sì, i suoi n o , n o . Sotto questa crosta ruvida e cameratesca c'era p e r ò u n senso puntigliosissimo del r a n g o . Guai se un ambasciatore, p r e s e n t a n d o g l i le credenziali, n o n si rivolgeva a lui con tutti i titoli che gli spettavano, guai se a palazzo il m a e s t r o delle cerimonie commetteva u n a svista. Quelli con cui sbarcò a U s e d o m e r a n o in tutto tredicimila u o m i n i , p i ù a l c u n e migliaia di m e r c e n a r i , r e c l u t a t i in G e r m a n i a d o p o un'accurata selezione. E r a n o in m a g g i o r a n za luterani, ma n o n m a n c a v a n o seguaci di altre religioni. A tutti G u s t a v o c h i e d e v a o b b e d i e n z a cieca e fedeltà assoluta n o n solo alla b a n d i e r a svedese, ma a n c h e agli ideali in n o me dei quali egli combatteva e si diceva p r o n t o a m o r i r e : la sicurezza e l'indipendenza del suo Paese, minacciate da Ferd i n a n d o . Ai suoi c o r r e l i g i o n a r i chiedeva in p i ù di recitare d u e volte al giorno le p r e g h i e r e e di c a n t a r e d u r a n t e le battaglie. N o n obbligava n e s s u n o a farlo, ma tutti lo facevano p e r c h é lo faceva lui. E l'esempio del Re valeva più d ' u n ord i n e . Sebbene la disciplina fosse molto rigida, il saccheggio fosse p u n i t o con la m o r t e e n o n ci fossero p r o s t i t u t e al seguito delle t r u p p e , n e s s u n o si lamentava. 82
Gustavo Adolfo aveva meticolosamente p r e p a r a t o la spedizione a n c h e dal p u n t o di vista psicologico p e r g u a d a g n a re alla sua causa le masse l u t e r a n e g e r m a n i c h e . Alla vigilia di salpare p e r il C o n t i n e n t e , aveva pubblicato un manifesto in c i n q u e l i n g u e , c h ' e r a stato diffuso in t u t t ' E u r o p a , in cui spiegava p e r c h é m u o v e v a g u e r r a a F e r d i n a n d o . N e d e t t ò un secondo s b a r c a n d o a U s e d o m , nel quale accusava i g r a n di elettori p r o t e s t a n t i di t r a d i r e la loro fede, che lui solo si trovava o r a a difendere. Ma n e s s u n o si mosse, e Gustavo d o vette g u a d a g n a r s i gli alleati con la forza delle baionette. In tre settimane quasi tutta la costa baltica era in m a n i svedesi. Di qui il «leone del N o r d » , c o m e lo c h i a m a v a n o , dilagò nel C o n t i n e n t e , p a s s a n d o da u n a conquista all'altra. Il 23 gennaio 1631 Svezia e Francia suggellarono la loro alleanza: Richelieu a v r e b b e fornito i mezzi ( q u a t t r o c e n t o m i l a talleri), Gustavo avrebbe trovato gli u o m i n i . Nessuno dei d u e avrebbe fatto la pace senza il consenso dell'altro, né avrebbe sollevato la questione religiosa. Richelieu invitò Massimiliano di Baviera (e del Palatinato) a p a s s a r e nel c a m p o franco-svedese, ma il Duca rispose s p e d e n d o il Tilly c o n t r o Gustavo. Il g e n e r a l e , o r m a i s e t t a n t u n e n n e , p u n t ò sulla cittadina di N e u b r a n d e n b u r g , se ne i m p a d r o n ì e massacrò i tremila u o mini che la p r e s i d i a v a n o . Gustavo n o n volle essere da m e no: m a r c i ò su F r a n c o f o r t e , l'occupò e s t e r m i n ò l ' i n t e r a g u a r n i g i o n e . Tilly replicò a s s e d i a n d o M a g d e b u r g o . D o p o sei mesi di resistenza disperata, la città stremata dalla fame, dalla perniciosa e dalla m a n c a n z a di munizioni, spalancò le p o r t e agli imperiali, c h e s ' a b b a n d o n a r o n o a un saccheggio d e g n o di Attila. Case, scuole, ospedali furono dati alle fiamme, venti dei trentamila abitanti sterminati. Il macello d u r ò q u a t t r o g i o r n i , e lo stesso Tilly a m m i s e c h e s'era s p a r s o troppo sangue. La Germania protestante inorridì e d u e suoi principi, l'elettore di B r a n d e b u r g o e Giovanni Giorgio di Sassonia, misero i loro eserciti a disposizione di Gustavo, c h e con queste n u o v e forze, il 17 s e t t e m b r e del ' 3 1 , sbaragliò il Tilly a Breitenfeld, presso Lipsia. Fu u n a vittoria stre83
pitosa, c h e r i a n i m ò t u t t o lo s c h i e r a m e n t o a n t i a s b u r g i c o e p r o c u r ò al Re di Svezia nuovi alleati. La b a n d i e r a svedese sventolava ora d a l l ' O d e r al R e n o . A M a g o n z a , d o v e G u s t a v o aveva stabilito il suo q u a r t i e r gen e r a l e , e r a stata issata sul p e n n o n e del più alto edificio citt a d i n o , simbolo della trionfante causa p r o t e s t a n t e . Q u e l l a cattolica, affidata al vecchio e stanco Tilly, sembrava definit i v a m e n t e p e r d u t a . Solo u n u o m o forse a v r e b b e p o t u t o o p e r a r e la riscossa: l'imbattuto Wallenstein. Q u a n d o Ferdin a n d o gli chiese di r i p r e n d e r e il c o m a n d o dell'esercito imp e r i a l e , il c o n d o t t i e r o b o e m o accettò, ma volle d e t t a r e le condizioni del reingaggio: c o m a n d o s u p r e m o delle t r u p p e , pieni p o t e r i di negoziato e di t r e g u a , diritto di saccheggio, di confìsca e d ' a m n i s t i a . L ' I m p e r a t o r e n o n aveva scelta, e accettò. Wallenstein r i u n ì i n u n b a t t e r d ' o c c h i o u n p o d e r o s o e s e r c i t o , i n d u s s e G i o v a n n i G i o r g i o di Sassonia a u n ' e n n e s i m a p i r o e t t a . D o p o d i c h é p u n t ò su P r a g a e, senza colpo ferire, l'occupò. Nel frattempo, p e r la seconda volta Gustavo Adolfo sconfiggeva a Rain il Tilly, che d u e settimane d o p o m o r i v a p e r le ferite riportate. Da Rain, il Re svedese piegò su Monaco, dove lo r a g g i u n s e la notizia che all'esercito del Wallenstein, Massimiliano aveva u n i t o il suo, e t u t t ' e d u e si stavano o r a p r e p a r a n d o al g r a n d e s c o n t r o . Q u e s t o a v v e n n e il 16 n o v e m b r e 1632 a L ù t z e n , nei d i n t o r n i di Lipsia. Fino al tram o n t o la lotta infuriò in u n ' a l t a l e n a d ' a t t a c c h i e c o n t r a t tacchi, a v a n z a t e e r i t i r a t e . Sul far della sera, s e m b r ò c h e i cattolici p r e n d e s s e r o il sopravvento. Gustavo allora d i e d e il segnale della riscossa, e vi si p o s e a c a p o , l a n c i a n d o il suo cavallo c o n t r o la p r i m a linea nemica. A un tratto, un proiettile lo colpì al braccio sinistro e un altro a n d ò a conficcarsi nella fronte del cavallo, che stramazzò al suolo, disarcionando il sovrano, r a g g i u n t o alla schiena da u n a seconda pallottola. Nella confusione n e s s u n o s'accorse della sua c a d u t a . La ferita n o n e r a m o r t a l e ed egli forse se la sarebbe cavata se ai soldati imperiali, che p e r p r i m i gli s'avvicinarono p e r 84
chiedergli chi fosse, n o n avesse risposto: «Sono il Re di Svezia, che suggello la religione e la libertà della n a z i o n e germanica col mio sangue». Fu investito da u n a selva di lance e il suo petto ridotto un crivello. La notizia della m o r t e di Gustavo si sparse nel c a m p o con la rapidità del fulmine. Gl'imperiali esultarono. Gli svedesi, d o p o un m o m e n t o iniziale di panico, s e r r a r o n o le file e, come belve inferocite, s ' a v v e n t a r o n o sul n e m i c o , f r a n t u m a n d o n e le difese e volgendolo in rovinosa rotta. Ma mai vittoria era costata più cara. Le r e d i n i della g u e r r a furono p r e s e dal Richelieu che da Parigi seguiva le mosse degli eserciti antiasburgici rimasti in c a m p o : quello francese, c o m a n d a t o da B e r n a r d o di Sassonia Weimar, e quello svedese, guidato da B a n é r e Torstensson. Gl'imperiali s u b i r o n o nuovi rovesci, e il Wallenstein si ritirò in Boemia p e r r i m e t t e r e insieme i cocci della sua n o n più invincibile armata. Sapeva benissimo che a g u e r r a finita F e r d i n a n d o n o n avrebbe esitato un solo istante a liquidarlo. Ma s a p e v a a n c h e c h e i capi p r o t e s t a n t i , il Richelieu e l'Oxenstierna, e r a n o disposti a trattare con lui, e che gli esuli boemi gli avrebbero volentieri offerto la c o r o n a di Re. Il 24 gennaio 1634, F e r d i n a n d o gli tolse il c o m a n d o delle t r u p p e . Wallenstein, con p o c h e migliaia di u o m i n i rimastigli fedeli, fuggì a Eger, dove s'acquartierò. Il 25 febbraio, m e n t r e se ne stava nella sua stanza a curarsi la gotta, quattro soldati v ' i r r u p p e r o e lo m a s s a c r a r o n o a colpi di s p a d a , f u g g e n d o p o i a V i e n n a , d o v e l ' I m p e r a t o r e li r i c o m p e n s ò con u n a lauta mancia e u n o scatto di g r a d o . Al suo p o s t o , F e r d i n a n d o mise il p r o p r i o figlio, c h e si chiamava c o m e lui. E r a un giovane di ventisei a n n i , colto, delicato, a m a n t e della musica e della filosofìa, e a n c h e b u o n g e n e r a l e . La sua p r i m a sortita a N ò r d l i n g e n c o n t r o Bern a r d o fu un trionfo. Da quella battaglia l'esercito protestante uscì assai malconcio, e Richelieu e O x e n s t i e r n a dovettero b a n d i r e n u o v e leve, a cui p e r ò i principi tedeschi rifiutarono reclute. La g u e r r a , che sembrava n o n dovesse più finire, 85
li aveva s t r e m a t i e sui loro Stati, devastati dagli eserciti di m e z z ' E u r o p a , incombeva lo spettro della fame e della b a n carotta. C i o n o n o s t a n t e e r a n o a n c o r a disposti a cofnbattere, ma n o n più p e r la Francia e la Svezia, cioè p e r lo straniero. Se dovevano c o n t i n u a r e a versar s a n g u e , l'olocausto a n d a v a c o m p i u t o in n o m e della G e r m a n i a . La g u e r r a seguitò a d i v a m p a r e su vari fronti con sorti alt e r n e , c h e s a r e b b e t r o p p o l u n g o s e g u i r e . Nella G e r m a n i a d e l N o r d l'esercito della Sassonia si s c o n t r ò nel 1635 con quello svedese. A occidente B e r n a r d o , affiancato dal francese T u r e n n e , batté tre a n n i d o p o gl'imperiali a Wittemweiler e d i e d e alla Francia l'Alsazia. Nel 1642 Torstensson sconfisse la lega asburgica a Breitenfeld. Nel 1643 E n g h i e n mise in r o t t a gli spagnoli a Rocroi, nel '44 lo stesso E n g h i e n e Tur e n n e c o n q u i s t a r o n o la Renania, nel '46 a n c o r a T u r e n n e dilagò in Baviera. I franco-svedesi e r a n o imbattibili e gl'imperiali esausti. F e r d i n a n d o I I I , successo nel 1637 al p a d r e , cominciò a p e n s a r e alla pace. Trattative s ' a n d a v a n o t r a s c i n a n d o da p i ù di dieci a n n i . Nel 1635, il p a p a U r b a n o V i l i aveva invitato i belligeranti a s o s p e n d e r e le ostilità. Le varie p a r t i s'erano riunite a Colonia, ma n o n avevano concluso niente. Sei a n n i d o p o , francesi, svedesi e imperiali s'erano dati c o n v e g n o ad A m b u r g o e avevano designato le città di M ù n s t e r e O s n a b r ù c k c o m e sedi di negoziati s e p a r a t i : nella p r i m a , la Francia a v r e b b e trattato con F e r d i n a n d o , m e d i a t o r i il P a p a e Venezia; nella s e c o n d a , Francia e I m p e r o si s a r e b b e r o a b b o c c a t e c o n la Svezia, m e d i a t o r e il Re d a n e s e . La divisione e r a stata chiesta dal r a p p r e s e n t a n t e svedese, che n o n voleva s e d e r e allo stesso tavolo col n u n z i o pontifìcio, e da q u e s t ' u l t i m o c h e n o n voleva aver d i fronte u n l u t e r a n o . B e g h e p r o c e d u r a l i , cavilli di protocollo, puntigli d'etichetta e soprattutto le cangevoli vicende della g u e r r a che r e n d e v a n o riluttante il vincitore del m o m e n t o ad a b b a n d o n a r e la lotta, r i t a r d a v a n o il concreto avvìo dei negoziati. Solo il 4 d i c e m b r e 1644 essi finalmente c o m i n c i a r o n o , 86
presenti c e n t o t r e n t a c i n q u e delegati, che p e r sei mesi dibatt e r o n o le p i ù futili questioni di p r e c e d e n z e . L'ambasciatore francese fece ufficialmente sapere che n o n avrebbe partecipato ai lavori se n o n gli fosse stato riconosciuto il titolo d'Altezza. Finalmente, nell'ottobre 1648, la pace, la famosa pace di Westfalia, ossia il d u p l i c e t r a t t a t o di M ù n s t e r e O s n a bruck, fu firmato: Svizzera e O l a n d a o t t e n n e r o l ' i n d i p e n denza; l'Alto Palatinato passò alla Baviera, il Basso t o r n ò a Federico, anzi al figlio, c h e d i v e n t ò ottavo e l e t t o r e dell'Impero; il B r a n d e b u r g o acquistò la P o m e r a n i a orientale e le città di M a g d e b u r g o e M i n d e n , e gettò le basi d ' u n n u o v o Stato: la Prussia; alla Svezia v e n n e r o assegnate le diocesi di Brema e Verden, le città di Wismar e Stettino, è il territorio alla foce dell'Oder; ai principi tedeschi furono riconfermate le c o s i d d e t t e libertà g e r m a n i c h e , cioè la l o r o p i e n a i n d i p e n d e n z a d a l l ' I m p e r a t o r e ; questi o t t e n n e il riconoscim e n t o della sua sovranità in Boemia e in U n g h e r i a ; la Francia e b b e P i n e r o l o , l'Alsazia c o n le diocesi di Metz, T o u l e Verdun, ma s o p r a t t u t t o vide realizzarsi tutti i sogni d e l Richelieu: l ' a l l a r g a m e n t o delle p r o p r i e frontiere, l'indebolim e n t o degli Asburgo e il m a n t e n i m e n t o della divisione dei principi tedeschi. La g r a n d e sconfitta fu la Chiesa cattolica, che aveva sognato di r i p o r t a r e la G e r m a n i a all'ortodossia sugli scudi imperiali. L a p a c e a m a r e g g i ò p r o f o n d a m e n t e i l p a p a I n n o cenzo X che la definì: «Nulla e n o n valida, maledetta, e senza effetto a l c u n o né risultato p e r il passato, il p r e s e n t e e il futuro». Ma n e s s u n o gli d i e d e retta. In G e r m a n i a la C o n troriforma era stata bocciata. La Riforma, invece, g u a d a g n ò punti a N o r d e ne p e r s e a Sud, dove n o n e r a mai stata forte. Il calvinismo fu ufficialmente riconosciuto. T r e n t ' a n n i di g u e r r a - e che g u e r r a ! - avevano ridotto la Germania a un deserto dei tartari. Sul suo suolo sei eserciti - tedesco, danese, svedese, b o e m o , spagnolo, francese - s'erano abbandonati a ogni sorta di violenze, che n o n cessarono n e m m e n o con la pace p e r c h é molti soldati m e r c e n a r i , li87
cenziati dai loro c o m a n d a n t i , si t r a s f o r m a r o n o in briganti e razziatori, s e b b e n e da razziare nel Paese fosse rimasto b e n poco. Secondo i calcoli, spesso discordanti, dei c o n t e m p o r a nei, i v e n t u n milioni d'abitanti d e l l ' a n t e g u e r r a e r a n o scesi a tredici e mezzo. La Baviera aveva p e r d u t o ottantamila famiglie e novecento villaggi; la Boemia tre quarti della popolazione e c i n q u e sesti dei suoi villaggi. I p i ù colpiti f u r o n o i contadini, c h ' e b b e r o i loro c a m p i devastati dagli eserciti, e i m e r c a n t i , tagliati fuori dai c o m m e r c i fra Stato e Stato, fra città e città. Anche le r i m a n e n t i attività economiche - i n d u stria, artigianato, servizi - e r a n o ridotte allo stremo, e ci volle più d ' u n secolo p e r c h é rifiorissero. N e s s u n conflitto c o m e quello dei T r e n t ' a n n i i m p o v e r ì e i n s a n g u i n ò t a n t o la G e r m a n i a e l ' E u r o p a , n e s s u n a pace fu più s u d a t a e sospirata di quella di Westfalia. Il 1648 chiuse l'epoca delle g u e r r e d i r e l i g i o n e e a p r ì quella, n o n m e n o c r u e n t a , delle g u e r r e nazionali. Al f a n a t i s m o teologico e ideologico si sostituì un'altra forma di fanatismo, n o n m e n o esiziale E o r a vediamo il contraccolpo che questo cataclisma aveva provocato negli Stati italiani.
CAPITOLO SESTO
IL PIEMONTE
Dal 1580 lo Stato s a b a u d o era nelle m a n i di Carlo E m a n u e le I, figlio di E m a n u e l e Filiberto. Del p a d r e possedeva l'ambizione, l'intelligenza, la g r i n t a , ma n o n la c o e r e n z a e la p r u d e n z a . Era diventato Duca a diciott'anni e s'era trovato sulle spalle il peso d ' u n o Stato ancora in fasce, su cui seguitavano ad a p p u n t a r s i le diffidenze e gli appetiti della vicina, Francia, che vedeva con sospetto il suo consolidamento. Fu p e r a r g i n a r e q u e s t ' i n v a d e n z a c h e Carlo E m a n u e l e si p r e s e in m o g l i e la figlia di Filippo I I , C a t e r i n a . Bastava g u a r d a r l a p e r capire c h ' e r a stata u n a scelta dettata p i ù dalla r a g i o n di Stato che da quella del c u o r e . L'Infanta era piccola, e s a n g u e , malaticcia, col volto b u t t e r a t o d a l vaiolo. N e a n c h e il Duca e r a un c a m p i o n e di bellezza: di statura inferiore alla m e d i a c o m e molti Savoia, aveva le spalle leggerm e n t e arcuate, i lineamenti delicati, l'incarnato pallido. Ma fin da b a m b i n o il p a d r e l'aveva abituato a ogni sorta d'esercizi fisici e di s p o r t e ne aveva fatto un abile cavaliere e un invincibile spadaccino. Il m a t r i m o n i o suggellò l'alleanza con la S p a g n a e il Duca ne profittò subito p e r sollevare la q u e s t i o n e di Saluzzo, avamposto francese in Piemonte e spina nel fianco dello Stato s a b a u d o . Nel 1588, m e n t r e a Parigi infuriava la g u e r r a civile tra i Valois e i Guisa, Carlo E m a n u e l e fece o c c u p a r e il Marchesato di Saluzzo in n o m e di antichi diritti aleramici e in quello della Fede, minacciata - egli diceva - dalla presenza nel territorio di sette u g o n o t t e . Imbaldanzito dal successo, si lanciò q u i n d i alla conquista di Ginevra e della Provenza, ma stavolta dovette fare i conti col maresciallo francese 89
Lesdiguières, che dal Delfinato p i o m b ò col suo esercito sulla Savoia e sul Marchesato, obbligando il Duca a far marcia indietro. Fra a l t e r n e vicende, la g u e r r a si trascinò fino al 1601. In quell'anno, a Lione, il re di Francia Enrico IV cedette a Carlo E m a n u e l e il Marchesato di Saluzzo o t t e n e n d o in cambio la Bresse, il Bugey, il Valromey e il p a e s e di G e x , possedim e n t i sabaudi al di là delle Alpi. Il baratto ribadiva la vocazione italiana dei Savoia e legava i destini di questa Casa, di c e p p o b o r g o g n o n e , a quelli della Penisola. «E molto meglio» a n n o t ò n e i suoi Ricordi C a r l o E m a n u e l e «avere u n o Stato solo, tutto u n i t o , come è questo di q u a d e ' monti, che d u e , e tutti e d u e malsicuri.» Tredici a n n i di g u e r r a avevano s t r e m a t o la p o p o l a z i o n e e s v u o t a t o le casse s a b a u d e . Il D u c a t e n t ò di r i m p o l p a r l e i n a s p r e n d o i vecchi balzelli, i n v e n t a n d o n e di nuovi e i m p e g n a n d o i gioielli della moglie che n o n p o t è p r o t e s t a r e p e r ché e r a già calata nella t o m b a . L'aumento delle tasse, invece, s e m i n ò m o l t o m a l c o n t e n t o tra i sudditi, specialmente a T o r i n o che, c o m e capitale e c e n t r o e c o n o m i c o dello Stato, e r a la città p i ù tartassata dal fisco. Il Duca la s p r e m e v a , ma a n c h e l'abbelliva. Per il suo riassetto urbanistico molto aveva già fatto E m a n u e l e Filiberto, c h e vi s'era installato q u a n d ' e s s a e r a poco p i ù d ' u n b o r g o m o n t a n a r o . Il figlio le d i e d e un volto razionale e m o d e r n o , a p r e n d o e p a v i m e n t a n d o strade, scavando fogne, i n n a l z a n d o edifici e m u n e n doli di g r o n d a i e . Accanto alla Torino medievale s p u n t ò così u n a città n u o v a con n u o v e m u r a e solidi bastioni. N o n contava che ventimila abitanti, ma già stava acquistando il tono di u n a capitale. Il suo fulcro e r a la C o r t e . S e b b e n e s ' i n t e n d e s s e d ' a r t e , parlasse francese, spagnolo, latino, scrivesse poesie e aforismi militari, leggesse i classici, Carlo E m a n u e l e n o n era un m e c e n a t e . Lo sarebbe forse stato se ne avesse avuto il temp o , ma gli affari di g o v e r n o n o n gli d a v a n o t r e g u a , l'assorbivano tutto il g i o r n o e spesso lo t e n e v a n o sveglio anche 90
la notte. E r a u n a specie di m o t o r i n o , s e m p r e in m o v i m e n t o , s e m p r e all'erta. N o n aveva orari, m a n g i a v a q u a n d o capitava, t e n e n d o in p e r e n n e mobilitazione cuochi e camerieri. A C o r t e , feste, balli, spettacoli si svolgevano senza di lui. Le d o n n e gli p i a c e v a n o , ma a n c h e a l o r o si c o n c e d e v a p o c o . N o n aveva hobbies né svaghi, la sua u n i c a o c c u p a z i o n e e preoccupazione era la politica. C o m e il p a d r e , si circondava di consiglieri ma n o n ne seguiva i consigli. Faceva e disfaceva tutto di testa sua: g u e r r e , paci, alleanze. Sognava, in anticipo di d u e secoli, di fare del piccolo P i e m o n t e lo Stato guida d'Italia, e in questo sogno spese tutte le sue risorse e le sue energie. Conquistato Saluzzo, si volse al M o n f e r r a t o su cui sventolava lo s t e m m a dei G o n z a g a di M a n t o v a . Sposò le figlie M a r g h e r i t a e Isabella a d u e p r i n c i p i di quella casata, si staccò dalla Spagna, ostile al passaggio del M o n f e r r a t o nell'orbita sabauda, e strizzò l'occhio al Re di Francia, s p e r a n do che questi li chiudesse tutt'e d u e sulle sue ambizioni annessionistiche. Nel 1612 il Duca di Mantova Francesco, che aveva sposato M a r g h e r i t a , m o r ì lasciando u n a figlia. Carlo Emanuele reclamò p e r essa il Monferrato. Il fratello del Duca, F e r d i n a n d o , spalleggiato dalla Spagna, s'oppose. Il Duca di Savoia occupò allora Trino, Alba e Moncalvo. Il govern a t o r e s p a g n o l o di Milano gli o r d i n ò di r i t i r a r s e n e . C a r l o E m a n u e l e rispose r e s t i t u e n d o al Re di S p a g n a il Collare del Toson d ' o r o e dichiarandogli g u e r r a . Q u i n d i lanciò appelli alla Francia, a Venezia, agli Stati italiani p e r c h é scendessero MI c a m p o al suo fianco, ma n e s s u n o si mosse. Allora il piccolo Davide decise di sfidare da solo il gigante Golia. L'esercito p i e m o n t e s e si scontrò a p i ù r i p r e s e con quello spagnolo e fu battuto. Solo q u a n d o vide minacciata Torino, « D u c a si piegò alla pace, che fu stipulata alla fine di g i u g n o •fel 1615 ad Asti. Carlo E m a n u e l e s'impegnò a smobilitare e ^disinteressarsi del Monferrato. Ma subito si rimise a tesser l e f i l a d ' u n a n u o v a e p i ù solida alleanza con l a Francia, p o s a n d o il figlio ed e r e d e Vittorio A m e d e o alla sorella di 91
Luigi X I I I , Cristina. Pensava che p r i m a o poi la q u e s t i o n e del Monferrato sarebbe tornata a galla e che con l'appoggio francese egli l'avrebbe spuntata. Ma nel 1627 si spense l'ultimo dei Gonzaga, Vincenzo, d o p o aver d a t o la figlia Maria in sposa a C a r l o di N e v e r s , c h e d i v e n t a v a così il n a t u r a l e successore al Ducato di Mantova, e q u i n d i a n c h e d e l Monferrato. Tutti i disegni di Carlo E m a n u e l e a n d a v a n o a m o n te, e a m o n t e a n d a v a a n c h e l'alleanza con la Francia. Il Duca approfittò della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , c h e imp e g n a v a fino al collo la d i p l o m a z i a e le forze francesi p e r passare in c a m p o s p a g n o l o e lanciarsi p e r la s e c o n d a volta alla conquista della sua p r e d a . Il Richelieu spedì subito un esercito al di q u a delle Alpi p e r sostenere le rivendicazioni del Nevers, ma a S a m p e y r e Carlo E m a n u e l e lo mise in fuga. Il m i n i s t r o francese t e n t ò allora d ' i n d u r r e il D u c a a sganciarsi dagli spagnoli, offrendogli in cambio le piazzeforti m o n f e r r i n e già da lui occupate. E siccome Carlo E m a n u e le nicchiava, r i p e t è l'invito, ma affidandolo alle baionette di u n esercito c h e sbaragliò quello d e l D u c a . Q u e s t i accettò dalla forza le condizioni che aveva rifiutato dalla d i p l o m a zia. Si t e n n e il suo cantuccio di M o n f e r r a t o e r i p u d i ò l'alleanza spagnola. Ma sotto sotto seguitò a trescare con Mad r i d . Richelieu allora lo convocò a Bussoleno e gl'intimo di far presidiare il Monferrato dai francesi. Nell'estate, t r u p p e spagnole sbarcarono a Genova. Carlo E m a n u e l e tirò un sospiro di sollievo, ma q u a n d o le vide dirigersi su Casale anzic h é verso la valle di Susa, o r m a i c o m p l e t a m e n t e in m a n o francese, si b a r r i c ò a Rivoli a difesa della Capitale, distante u n a quindicina di chilometri. Il Richelieu, t e m e n d o forse di n o n r i u s c i r e a e s p u g n a r l a , o r d i n ò alle t r u p p e d ' o c c u p a r e Pinerolo e Saluzzo. Alla testa di diciottomila u o m i n i , il Duca scese in c a m p o p e r affrontarle, ma a Savigliano fu stroncato da un attacco di b r o n c o p o l m o n i t e . Aveva sessantott'anni e p e r c i n q u a n t a aveva r e g n a t o , cacciandosi i n i m p r e s e s p r o p o r z i o n a t e alle sue esigue forze, ma n o n alle sue sconfinate ambizioni. Si e r a b a r c a m e n a t o con eccessiva disinvoltu92
ra t r a S p a g n a e Francia, aveva c a m b i a t o c o n t i n u a m e n t e bandiera, n o n aveva o r d i t o che intrighi. Ma qualcosa aveva intuito e vagheggiato: un'Italia unita sotto gli stemmi sabaudi, u n o Stato nazionale sul modello francese e spagnolo. Per i suoi t e m p i e r a stato un visionario. Per quelli successivi, un profeta. Lasciava il Piemonte in balìa degli eserciti francesi e d'una terribile peste, e il titolo di Duca al figlio Vittorio A m e deo. Questi aveva da poco passato la quarantina, era un bell'uomo, alto, b r u n o , aitante. Ma l'aspetto ingannava. Fin dall'infanzia soffriva d'asma e di crisi depressive, che combatteva col lavoro e la caccia. Amava p e r d u t a m e n t e la moglie che lo tradiva con un gentiluomo di corte. N o n aveva né l'ambizione né l'intelligenza del p a d r e , ma conosceva i p r o p r i limiti, e n o n faceva mai il passo più l u n g o della gamba. A p p e n a salito al t r o n o , cercò subito un accordo con la Francia, con la S p a g n a e c o n l ' I m p e r o p e r i m p e d i r e c h e il P i e m o n t e fosse, coinvolto nella spaventosa G u e r r a dei T r e n t ' a n n i e diventasse, come la G e r m a n i a , un c a m p o di battaglia e di r a p i n a di eserciti stranieri. Riconobbe i diritti del D u c a di Nevers su Mantova e o t t e n n e in cambio altre città del Monferrato, ma dovette cedere Pinerolo alla Francia col trattato di Cherasco del marzo 1631. U n a data da ricordare p e r c h é l'ipoteca francese su Pinerolo e r a destinata a p e s a r e sulla storia n o n solo del Piemonte, ma di tutta l'Italia. La capitolazione e r a stata imposta dall'abilità diplomatica del Richelieu sotto la minaccia delle b a i o n e t t e . Ma e r a stata d e t t a t a a n c h e da motivi familiari. I fratelli del Duca, Tommaso e Maurizio, odiavano Cristina, che accusavano di francofilia. La D u c h e s s a a sua volta rinfacciava ai c o g n a t i d'essere al soldo della Spagna. Q u e s t e liti avvelenavano l'atmosfera di C o r t e , e il Richelieu ne a p p r o f i t t ò da p a r s u o , esercitando subdole pressioni sul Duca p e r i n d u r l o a schierarsi c o n t r o la Spagna, a dichiararle g u e r r a e a i n v a d e r e la L o m b a r d i a , su cui a n c h e i Savoia n u t r i v a n o m i r e . L'astuto ministro sperava che u n a n u o v a c a m p a g n a militare lavoras93
se l'alleato al p u n t o da p o r l o c o m p l e t a m e n t e in sua balìa. Vittorio A m e d e o accettò la sfida, si pose a capo dell'esercito, passò il T i c i n o e p u n t ò su M i l a n o . N e i pressi di G a l l a r a t e s'imbattè negli spagnoli, li sconfisse, ma le p e r d i t e che subì gli consigliarono di far marcia indietro e dirigersi su G e n o va. A M o m b a l d o n e r i p o r t ò u n ' a l t r a vittoria, c h e lo volse n u o v a m e n t e verso la L o m b a r d i a . Ma, g i u n t o a Vercelli, nell'ottobre del 1637, fu assalito da u n a misteriosa febbre, che in pochi giorni lo stroncò assieme a d u e suoi generali. Qualc u n o disse che il Duca e r a stato avvelenato p e r o r d i n e di Richelieu, ma tutto lascia p e n s a r e c h e a ucciderlo sia stata la malaria, che infestava allora la zona. La sua m o r t e a p r ì in m o d o d r a m m a t i c o il p r o b l e m a della successione. N o n p o t e v a n o a s p i r a r v i né il p r i m o g e n i t o Francesco Giacinto c h e aveva c i n q u e a n n i , n é C a r l o E m a n u e l e che n e aveva tre. Bisognava n o m i n a r e u n r e g g e n t e . Ma chi? I francesi a p p o g g i a v a n o Cristina, gli spagnoli i d u e fratelli del Duca. I sudditi, che odiavano Cristina, si schierar o n o dalla p a r t e di Maurizio e T o m m a s o . Parigi e M a d r i d s p e d i r o n o a T o r i n o a g e n t i p e r s o s t e n e r e i rispettivi c a n d i d a t i . Si f o r m ò così il p a r t i t o d e i madamistì, seguaci della Duchessa, e quello dei principisti, fautori di Maurizio e Tommaso che avevano lasciato la Capitale e da lontano guidavano l'opposizione alla cognata. Nel m a r z o del 1639 i d u e d i c h i a r a r o n o illegale la r e g g e n za di C r i s t i n a e m o s s e r o su T o r i n o alla testa d ' u n esercito spagnolo. La Duchessa allontanò Carlo E m a n u e l e dalla città (Francesco Giacinto e r a m o r t o da poco) e invitò i sudditi a p r e n d e r e le a r m i c o n t r o i cognati. Ma l'appello c a d d e nel vuoto, e Cristina decise d ' a b b a n d o n a r e la Capitale. Già tutto era p r o n t o p e r la p a r t e n z a e la Duchessa stava p e r salire in carrozza, q u a n d o u n o del seguito le disse che quella n o n e r a u n a fuga, m a u n v e r o e p r o p r i o t r a d i m e n t o . Cristina t o r n ò allora sui suoi passi e a n n u n c i ò che sarebbe rimasta. Il gesto p i a c q u e ai torinesi, che si r i t r o v a r o n o improvvis a m e n t e tutti madamisti. Da un capo all'altro s'innalzarono 94
b a r r i c a t e , si s c a v a r o n o t r i n c e e , si d i s t r i b u i r o n o a r m i . Ma t a n t o e n t u s i a s m o doveva b e n p r e s t o essere soffocato dalle t r u p p e francesi di stanza a T o r i n o , c h e a v e v a n o r i c e v u t o l ' o r d i n e dal Richelieu di d i s a r m a r e gli abitanti e a r r e s t a r e gli ufficiali p i e m o n t e s i sospetti. Ne profittarono Maurizio e T o m m a s o p e r attaccare la città, c h e c a d d e nelle loro m a n i senza quasi o p p o r r e resistenza. La Duchessa trovò rifugio nella cittadella. I torinesi a b b a n d o n a r o n o la sua causa, uscir o n o dalle loro case e s c i a m a r o n o nelle s t r a d e sventolando b a n d i e r e , o s t e n t a n d o coccarde e i n t o n a n d o inni principisti. Il Senato p r o c l a m ò Maurizio e T o m m a s o t u t o r i e r e g g e n t i per il d u c h i n o Carlo E m a n u e l e . Cristina, vista la mala p a r a ta, a b b a n d o n ò il suo rifugio e p r e s e la via di Grenoble, dove l ' a t t e n d e v a n o il fratello Luigi X I I I e il Richelieu. La D u chessa e il Re n o n si v e d e v a n o da dieci a n n i . Il l o r o colloquio fu cordiale e c o m m o s s o . T e m p e s t o s o fu invece quello col c a r d i n a l e , c h e chiese a Cristina di c o n s e g n a r g l i il Piem o n t e e Carlo E m a n u e l e . La Duchessa rifiutò. Il Richelieu ebbe un'esplosione di collera e uscì dalla stanza d o v ' e r a avvenuto l'incontro sbattendo la porta. A T o r i n o i n t a n t o si seguitava a c o m b a t t e r e . T r u p p e fresche e r a n o state spedite da Parigi a d a r m a n forte al presidio francese. Alla fine di m a g g i o (1640) esse cinsero d'assedio la Capitale. I torinesi, in p r e d a al panico, fecero e s p o r r e fuori del D u o m o la Santa S i n d o n e . Q u i n d i c o m p i r o n o u n a sortita contro i francesi, che li respinsero con gravi p e r d i t e , l'inseguirono e p e n e t r a r o n o nella città. I principisti dovettero a r r e n d e r s i e scendere a patti. Cristina r i e n t r ò a Torino, ma prima di varcare le m u r a ordinò numerosi arresti ed e m a n ò un editto di proscrizione. Il suo ingresso in città avvenne su u n o splendido cocchio. Giunta a Porta N u o v a , ne discese e salì su u n a p o r t a n t i n a ; s o r m o n t a t a da un baldacchino, che si diresse alla volta del D u o m o , dove fu celebrata u n a messa solenne e cantato un Te Deum di r i n g r a z i a m e n t o Per il r a g g i u n t o accordo. Ma questo sarebbe stato p r e c a r i o finché la Duchessa e i 95
cognati n o n si fossero rappacificati. Lo stesso Richelieu facilitò la riconciliazione s p e d e n d o suoi emissari a t r a t t a r e con T o m m a s o e M a u r i z i o . L'intesa fu p i ù facile d e l p r e v i s t o : T o m m a s o accettò di passare al servizio della Francia; Maurizio, c h ' e r a c a r d i n a l e , a c c o n s e n t ì a lasciare la p o r p o r a e a s p o s a r e la figlia di Cristina, L u d o v i c a , c h e oltre ad essere sua nipote aveva quattordici a n n i , m e n t r e lui ne aveva quarantanove. Anche p e r il P i e m o n t e , che aveva solo cercato di a p p r o fittarne p e r i suoi interessi passando disinvoltamente da un c a m p o all'altro, la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i e r a finita. E senza risultati. La situazione era rimasta quella sancita dal trattato di C h e r a s c o , c h e v e d e v a P i n e r o l o nelle m a n i francesi e il M o n f e r r a t o nelle m a n i dei G o n z a g a - N e v e r s , p r o t e t t i dai francesi.
CAPITOLO SETTIMO
MILANO
Ne / promessi sposi A l e s s a n d r o M a n z o n i ci ha lasciato u n o splendido affresco di Milano nella p r i m a m e t à del Seicento. Sotto il d o m i n i o s p a g n o l o , cominciato nel 1536, la città aveva p e r d u t o l'antico fulgore. Le sue sorti di colonia dell'immenso I m p e r o fondato da Carlo V e r a n o affidate a un governatore n o m i n a t o da M a d r i d , i cui poteri equivalevano a quelli d ' u n Viceré e n o n e r a n o limitati c h e dalla volontà dell'Escuriale. Il S e n a t o ne aveva p r e s o atto e vi s'era a d e guato. I suoi m e m b r i , reclutati fra i cittadini patrizi di collaudata fedeltà alla S p a g n a , p o t e v a n o infatti c o n v a l i d a r e i decreti reali, ma n o n avevano facoltà d'invalidarli, venivano consultati dal g o v e r n a t o r e , ma n o n esercitavano alcun diritto di veto sulle sue decisioni. E r a n o i n s o m m a dei notai, ai cui titoli n o n c o r r i s p o n d e v a un'effettiva funzione politica. Di u n ' a m p i a a u t o n o m i a godeva invece la burocrazia. Fin dai tempi comunali, Milano s'era data, in questo settore, dei q u a d r i di p r i m ' o r d i n e , che la S p a g n a lasciò inalterati. Se le cose in L o m b a r d i a a n d a r o n o meglio che nelle altre colonie spagnole, ciò fu a n c h e d o v u t o alla sopravvivenza di questa vetusta e gloriosa t r a d i z i o n e a m m i n i s t r a t i v a , c h e servì di modello ai conquistatori. Costoro avevano u n a sola p r e o c c u p a z i o n e : evitare g r a n e coi sudditi e i m p e d i r e sommosse. La r e g i o n e costituiva u n a base militare d'eccezionale i m p o r t a n z a strategica grazie alle fcue inespugnabili piazzeforti, rifugi e centri di rifornimento degli eserciti spagnoli. A Milano, il famoso Castello e r a u n a città nella città. Ospitava u n a g u a r n i g i o n e di c i n q u e c e n t o 97
u o m i n i , le s u e m u r a si s n o d a v a n o p e r un miglio e m e z z o c i n g e n d o case, palazzi, botteghe, cinque pozzi, un ospedale, un m u l i n o , u n a chiesa con otto cappellani e un curato. Nella sua piazza si p o t e v a n o schierare fino a seimila soldati, e sui bastioni c'era posto p e r d u e c e n t o c a n n o n i . Q u i facevano t a p p a le t r u p p e dirette nella Valtellina, il corridoio strategico che collegava la L o m b a r d i a all'Austria, dove r e g n a v a l'alt r o r a m o degli Asburgo. N o n s e m p r e questo corridoio e r a a p e r t o p e r c h é i Grigioni, che ne p o s s e d e v a n o le chiavi, e r a n o protestanti e odiavano la S p a g n a e il Papa, m e n t r e cattolica e r a la p o p o l a z i o n e valtellinese, perseguitata e sottoposta dai d o m i n a t o r i a ogni s o r t a d i s o p r u s i . S u b i t o d o p o l o s c o p p i o della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , il g o v e r n a t o r e di Milano, D u c a di Feria, s p e d ì emissari nella Valle a o r g a n i z z a r e u n a rivolta c o n t r o i Grigioni. L'azione, condotta con g r a n d e p r u d e n z a e abilità, dette i suoi frutti. La mattina del 19 luglio (1620), a un segnale c o n v e n u t o - q u a t t r o colpi d'archibugio -, gli abitanti di Tir a n o scesero p e r le strade d a n d o il via a quello ch'è passato alla Storia c o m e il «Sacro Macello della Valtellina». L'esempio fu subito i m i t a t o d a i cittadini di S o n d r i o , c h e massac r a r o n o centottanta protestanti. L a carneficina d u r ò alcuni giorni e costò dai trecento ai seicento m o r t i (trecento secondo i cattolici, seicento secondo i protestanti). Costoro, colti di sorpresa, mossero sulle città insorte p e r r i c o n d u r l e all'obbedienza, m e n t r e t r u p p e spagnole accorrevano a d a r m a n forte ai ribelli. La Francia, t e m e n d o u n a vittoria cattolica, inviò aiuti ai p r o t e s t a n t i . Fu l'inizio d ' u n a g u e r r a che fece capitolo a sé d e n t r o quella dei T r e n t ' a n n i e ne d u r ò sei in un'indescrivibile altalena di t r e g u e , battaglie, arbitrati, compromessi. Il 5 m a r z o 1626, finalmente, la pace di M o n z ó n pose fine alle ostilità. La Valtellina fu restituita ai Grigioni, che riconobbero i pieni diritti dei cattolici. In cambio, austriaci e spagnoli dovettero r i n u n z i a r e a farvi passare i loro eserciti. Il c o n t i n u o via-vai di t r u p p e aveva trasformato il Milane98
se in u n ' i m m e n s a , desolata b r u g h i e r a . Le c a m p a g n e s'erano spopolate, molti contadini p e r sfuggire alle violenze e ai saccheggi delle soldatesche s ' e r a n o i n u r b a t i m e t t e n d o in crisi l'agricoltura che dalla caduta di Ludovico il M o r o n o n aveva fatto che declinare. Gli spagnoli n o n solo avevano assistito impassibili a questa rovina, ma con la loro sordità ai p r o blemi economici, ne a v e v a n o accelerato il corso. C o n s i d e r a v a n o la L o m b a r d i a u n a semplice b a s e m i l i t a r e e s'infischiavano della sua prosperità. N o n si r e n d e v a n o conto che il progressivo d e p a u p e r a m e n t o delle colonie avrebbe i n d e bolito il loro I m p e r o fino a farlo crollare. Gli stessi i m p r e n ditori e m e r c a n t i milanesi p r e f e r i v a n o investire i l o r o capitali in b e n i immobili piuttosto che farli circolare. Le Corporazioni, che ai t e m p i del C o m u n e e della Signoria e r a n o state le protagoniste della vita economica, o r a r a p p r e s e n t a v a n o soltanto un ostacolo alla sua p r o s p e r i t à . A m e t à d e l Seicento, se ne c o n t a v a n o circa un centinaio: m e r c a n t i , armaioli, s p a d a r i , calzolai, c a r p e n t i e r i , barbieri, librai, stamp a t o r i , cartai, lattai, macellai, orefici, r i c a m a t o r i , speziali, sarti, pellicciai. Ciascun'arte aveva un p r o p r i o statuto, di cui e r a gelosissima e g u a r d a v a in c a g n e s c o le a l t r e . I lanaioli litigavano coi commercianti, i sarti accusavano i rigattieri di v e n d e r e abiti nuovi, i ricamatori p r o t e s t a v a n o c o n t r o i cinturari che smerciavano p r o d o t t i lavorati. Il Vicario di Provvisione, cioè il Sindaco, da cui le C o r p o r a z i o n i d i p e n d e v a no, passava g r a n p a r t e del suo t e m p o a d i r i m e r e queste baruffe. Un'altra iattura e r a il fisco. A far l'elenco dei balzelli imposti dalla S p a g n a ai poveri milanesi n o n basterebbe un vol u m e . Salvo l'aria, tutto era tassabile e tassato. O g n i g i o r n o veniva escogitata u n a n u o v a gabella. Oltre all'imposta di farfuglia, a quelle sugli immobili e sui redditi, a quelle indirette sui generi di c o n s u m o - sale, farina, vino, legna - c'erano le taglie, i donativi, i balzelli straordinari, con cui la popolazione contribuiva al m a n t e n i m e n t o delle t r u p p e spagnole. I sistemi d'esazione e r a n o antiquati e colpivano, c o m e al soli99
to, s o p r a t t u t t o il p o p o l o e la b o r g h e s i a , cioè le sole classi produttive della società. I nobili fruivano infatti d'ogni sorta d ' e s e n z i o n i e i m m u n i t à : c o s t i t u i v a n o il ceto privilegiato, legato alla S p a g n a dall'interesse e dal costume di vita parassitario. Grazie alle r e n d i t e delle p r o p r i e t e r r e nel contado, il nobile viveva tra feste e banchetti, battute di caccia, p r i m e teatrali. Era p i ù istruito dei suoi a n t e n a t i che si v a n t a v a n o di n o n saper né leggere né scrivere, aveva studiato nei collegi dei gesuiti e dei barnabiti che d e t e n e v a n o il m o n o p o l i o dell'insegnamento, conosceva le lingue, viaggiava e n o n p e r d e va occasione di sfoggiare i suoi titoli, il suo r a n g o , le sue ricchezze. Era m a n i a c o dell'etichetta e del p r o t o c o l l o , e p e r u n a questione di p r e c e d e n z a b r a n d i v a la spada. Scimmiottava i m o d i esteriori del nobile spagnolo, ma n o n la sua concezione della vita ascetica e tragica. La sua i m p o r t a n z a era c o m m i s u r a t a al n u m e r o di cavalli e carrozze e alla dovizia di p e n n a c c h i , fregi, velluti con cui li a d d o b b a v a . M a n t e n e v a stuoli di servi, che reclutava fra ex soldati o ex contadini disoccupati. Le gesta di d o n Rodrigo, grazie al Manzoni, le conosciam o tutti. Q u e l l e d i P o r r o n e e D u g n a n i n o n f u r o n o m e n o scellerate. Il p r i m o e r a un nobilotto t r a c o t a n t e , m a n e s c o e borioso che un g i o r n o , innervosito dalle g r i d a d ' u n lattaio a m b u l a n t e , uscì in strada, l'immobilizzo e l'obbligò a b e r e tutto il latte, fino a farlo scoppiare. Un'altra volta, v e n u t o a lite con d u e ciabattini, li cucì insieme con lo spago. U n a notte, in un accesso di zelo p u r i t a n o , invitò, nel suo palazzo u n a ventina di prostitute, le fece spogliare e le frustò a sangue. Ai colpi di staffile il D u g n a n i preferiva invece quelli di bas t o n e , che distribuiva i m p a r z i a l m e n t e e g e n e r o s a m e n t e a tutti coloro che l'infastidivano: ai gabellieri che volevano ficcare il naso nella sua carrozza, agli agenti dei suoi creditori, ai servi che facevano r u m o r e q u a n d o dormiva. Su questi misfatti la polizia chiudeva un occhio e, se chi li c o m m e t t e v a era, c o m e si dice a Napoli, un «omo e' p a n 100
za», cioè un p o t e n t e , li chiudeva t u t t ' e d u e . Il g o v e r n a t o r e sfornava o g n i g i o r n o gride, o editti, c o n t r o i p i ù c o m u n i reati, che lasciavano il t e m p o che trovavano. A n c h e la giustizia usava d u e pesi e d u e m i s u r e . Poteva capitare che un nobile finisse sul patibolo, ma il p i ù delle volte restava imp u n i t o . A n c h e in caso di c o n d a n n a , godeva d ' u n t r a t t a m e n to di favore. Gli e r a infatti riservata la m a n n a i a , m e n t r e i c o m u n i mortali venivano squartati, arrotati o legati alla coda d ' u n cavallo e trascinati p e r le strade. Gli e r a p u r e concessa u n a speciale messinscena. Parenti, amici, servi, debitori p o t e v a n o a c c o m p a g n a r l o al supplizio vestiti di n e r o , i m p u g n a n d o torce e c a n t a n d o salmi, e d a r e solenne sepoltura al cadavere. D ' u n a totale i m m u n i t à beneficiavano invece i diplomatici: a m b a s c i a t o r i e consoli di p o t e n z e s t r a n i e r e accreditati presso il governatore. Alle loro abitazioni n o n p o t e v a n o avvicinarsi m a g i s t r a t i né sbirri. U n a r o n d a , a v v e n t u r a t a s i a quattrocento metri dal palazzo del connestabile Colonna, fu bastonata a sangue dai servi. Sorte peggiore toccò a un bargello, commissario di pubblica sicurezza, e ad alcuni suoi cagnotti che avevano osato passare davanti alla casa dell'ambasciatore veneto: fatti c e n t r o a u n a scarica d'archibugiate, il bargello restò ucciso e i suoi u o m i n i feriti. Poiché la legge funzionava male, anzi n o n funzionava affatto, ciascuno se la faceva da sé. Il sistema più spiccio e r a il duello. Ne avvenivano a tutte le ore del g i o r n o e della notte, nelle s t r a d e , nelle piazze, nei vicoli. Spesso s c e n d e v a n o in c a m p o fino a sei, sette coppie p e r volta. S'incrociavano le armi p e r i più futili motivi: di d o n n e , d'interessi, ma soprattutto di r a n g o . Appositi m a n u a l i e n u m e r a v a n o tutti i casi in cui s'imponeva la sfida. Dalla violenza n o n s'asteneva n e p p u r e il clero, specialmente quello regolare. I monaci e r a n o turbolenti, riottosi, attaccabrighe; gli abati d i s p o n e v a n o di vere e p r o p r i e milizie che d a v a n o n o n poco filo da torcere agli spagnoli. I c o n v e n t i e r a n o più l u o g h i di p e r d i z i o n e e c a m o r r a che di d e v o z i o n e e r a c c o g l i m e n t o . Q u a n d o n o n 101
e r a n o essi stessi fucine di briganti, ne e r a n o ostello. Il malc o s t u m e dilagava. N o n n e e r a n o i m m u n i n e m m e n o i conventi femminili. L e m o n a c h e d i M o n z a p u l l u l a v a n o . N o n m a n c a v a n o le vocazioni a u t e n t i c h e , ma i più p r e n d e v a n o i voti solo p e r c h é costretti dalla famiglia, c o m e i figli cadetti e le ragazze nubili. II maggiorascato concentrava infatti tutto il p a t r i m o n i o nel p r i m o g e n i t o , e i m i n o r i d o v e v a n o a r r a n giarsi a r r u o l a n d o s i nell'esercito o nella Chiesa. C o n t r o l'imperversante corruzione ecclesiastica tuonavano i vescovi. Carlo B o r r o m e o soppresse l'Ordine degli Umiliati, tali ormai solo di n o m e , e avviò u n a riforma dei costumi che diede m e n o frutti di quelli sperati e fu a l u n g o avversata dalla popolazione. Anche l'attribuzione al Foro ecclesiastico dei casi di bestemmia, sodomia e adulterio suscitò molto malc o n t e n t o , p o i c h é le sue s e n t e n z e e r a n o assai p i ù severe di quelle dei tribunali laici. C o n particolare d u r e z z a venivano colpiti l'eresia, i peccati della carne, la d a n z a e il gioco delle carte. Un tizio fu scomunicato p e r aver ballato di domenica; u n altro, m o r t o i m p r o v v i s a m e n t e m e n t r e giaceva con u n a ragazza, si vide rifiutare la sepoltura. E r a n o eccessi che n u o cevano alla fede più di q u a n t o giovassero alla morale. Ma c'era il rovescio della medaglia. A n c h e il clero aveva le sue virtù che rifulgevano nei m o m e n t i difficili q u a n d o le calamità naturali, le carestie, l'epidemie s'abbattevano sulla città, s e m i n a n d o v i il p a n i c o e la m o r t e . Q u a n d o , nel 1630, Milano fu investita dalla peste, il suo vescovo Federico, cugino del g r a n d e C a r l o , a b b a n d o n ò la diocesi e scese p e r le s t r a d e in mezzo alla folla, istituì centri di p r o n t o soccorso, distribuì medicinali, visitò lazzaretti ed ebbe p e r tutti u n a p a r o l a di conforto. Centinaia di altri ecclesiastici ne imitarono l'esempio. Basta leggere le bellissime p a g i n e del Manzoni sulla peste p e r cogliere in tutto il suo eroismo l'opera dei religiosi in favore delle vittime del contagio. A n c h e in q u e sta circostanza n o n m a n c a r o n o t u t t a v i a manifestazioni d i s u p e r s t i z i o n e e f a n a t i s m o c h e , invece d ' a r r e s t a r e l ' e p i d e mia, ne favorirono la diffusione. Le processioni propiziato102
rie, o r d i n a t e dal vescovo, n o n ebbero certo un valore profilattico. A n c h e la caccia, che il clero milanese n o n osò sconfessare, alle s t r e g h e e agli u n t o r i , c o n t r i b u ì a i n q u i n a r e la già a m m o r b a t a atmosfera. La p e s t e del 1630 fu il p i ù g r o s s o t r i b u t o che Milano p a g ò alla G u e r r a dei T r e n t ' a n n i e u n a delle p a g i n e più tragiche della sua storia. N o n conosciamo il n u m e r o esatto delle vittime. Tutti p e r ò sono d'accordo che ci vollero a n n i prima che la città si risollevasse e la vita r i p r e n d e s s e il suo corso n o r m a l e . L'economia ne uscì ancora più malconcia. Centinaia di b o t t e g h e fallirono, decine d'opifici c h i u s e r o i battenti, il p a n e e i generi di p r i m a necessità v e n n e r o a mancare. Un sudario di disperazione e di squallore avvolse la città. Dall'ultimo Sforza, questa n o n aveva fatto che contrarsi e immiserirsi. I t e m p i di Ludovico il M o r o e della sua splendida corte a p p a r t e n e v a n o a un passato m o r t o e sepolto. Milano era p e r gli spagnoli t e r r a di conquista e o g n i forma di vita intellettuale, artistica e di r e l a z i o n e e r a g u a r d a t a con sospetto, c o m e fomite di sedizione. I d o m i n a t o r i facevano vita a sé, e solo p o c h i privilegiati a v e v a n o accesso ai loro chiusi compounds. Un b a r l u m e di mecenatismo si poteva cogliere in alcuni illuminati patrizi e in certi ordini religiosi. Il conte Vitaliano B o r r o m e o f o n d ò l'Accademia dei Faticosi presso il convento dei Teatini, i gesuiti d i e d e r o vita a quelle degli Animosi e degli Arisofi, riservate agli studi filosofici e teologici, in g r a n d e a u g e in questo secolo. Ma si trattava d'istituzioni d'elite, dalle quali la massa era esclusa. Per questa c'erano le vecchie scuole pubbliche del Broletto, ribattezzate Scuole p a l a t i n e , ma solo u n a piccola m i n o r a n z a le f r e q u e n t a v a . I p i ù vivevano n e l l ' i g n o r a n z a , u n i c a m e n t e preoccupati di m e t t e r d'accordo il desinare con la cena. Anche l'arte s'era affiochita. Architetti c o m e il B r a m a n t e , pittori c o m e L e o n a r d o n o n e r a n o più apparsi all'orizzonte. Salvo r a r e eccezioni, c o m e i Richini, i Crespi, i Boccaccini, gli epigoni di quei d u e grandi maestri erano mestieranti di scarso estro e di poca fantasia. 103
Il q u a d r o di Milano nella p r i m a m e t à del Seicento n o n poteva essere più desolato e desolante. N o n cambierà molto nella seconda e solo con la cacciata degli spagnoli si cominc e r a n n o a i n t r a v e d e r e i p r i m i segni di risveglio e rinnovam e n t o . Ma n o n anticipiamo, e dalla L o m b a r d i a spostiamoci a Venezia, la città italiana p i ù viva, libera e spensierata del Seicento.
CAPITOLO OTTAVO LA S E R E N I S S I M A
La posizione geografica, l'abilità dei suoi diplomatici, la tradizionale politica di n e u t r a l i t à e d'equidistanza dai blocchi avevano t e n u t o p e r secoli Venezia al r i p a r o dalle bufere che s'erano abbattute sul resto dello Stivale. Anche se aveva aderito a questa o a quella lega c o n t r o questo e quello Stato, la Serenissima n o n aveva mai visto minacciate la p r o p r i a incolumità e i n d i p e n d e n z a . Solo in seguito al c o n s o l i d a m e n t o d e l l ' e g e m o n i a s p a g n o l a in Italia e alle m i r e asburgiche sul Veneto, essa spostò decisamente l'asse della p r o p r i a politica verso la Francia e i suoi alleati. Il Veneto faceva gola a M a d r i d e a V i e n n a p e r c h é collegava la L o m b a r d i a all'Austria e vari furono i tentativi i m p e riali d'assicurarselo. Nel 1615, l'Arciduca d'Austria o c c u p ò Gorizia e dilagò nel Friuli, ma sull'Isonzo fu r e s p i n t o dagli eserciti della Serenissima. S e m p r e nel 1615 s'infittirono le incursioni degli Uscocchi, corsari slavi al soldo degli Asburgo, c o n t r o le navi veneziane. Nel 1617, d o p o u n a l u n g a serie di sanguinosi scontri, gli atti di pirateria cessarono grazie alla mediazione della Francia, e gli Uscocchi si ritirarono nelle loro basi. Nello stesso a n n o , l'ambasciatore di Spagna, marchese Bedmar, ordì u n a congiura p e r rovesciare dall'int e r n o la Repubblica. C o m p r a t e dal suo o r o , le milizie m e r cenarie v e n e t e d o v e v a n o a m m u t i n a r s i , far saltare in aria l'arsenale, o c c u p a r e il palazzo Ducale e la Zecca e q u i n d i p r o c l a m a r e la sovranità s p a g n o l a sulla Serenissima. Ma il c o m p l o t t o fu s c o p e r t o , il B e d m a r fuggì a Milano e la Repubblica fu salva. D u r a n t e la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , nella quale Venezia, 105
come gli altri Stati italiani, si trovò coinvolta solo di riflesso, le ostilità c o n t r o gli Asburgo si rinfocolarono. La Serenissima scese in c a m p o a fianco del P i e m o n t e e della Francia, e la stessa linea m a n t e n n e nel corso della lotta di successione di Mantova. Ma queste guerriglie e guerricciole n o n sortir o n o altro effetto che quello di salassare le finanze della Repubblica, già messe a d u r a p r o v a dalle ingenti spese ch'essa aveva d o v u t o e doveva s o s t e n e r e p e r f r o n t e g g i a r e la sfida d e l m a r e . O g g i c h e q u e s t a minaccia d i n u o v o i n c o m b e s u Venezia e il g o v e r n o italiano si mostra i m p a r i a fronteggiarla m a l g r a d o le illimitate possibilità che la tecnica gli offre, vale la p e n a r i c o r d a r e gli eroismi c h e la Repubblica s e p p e c o m p i e r e da sola c o m p e n s a n d o con la volontà, l'efficienza e l'intelligenza la povertà delle cognizioni e dei mezzi di allora. E u n a lezione c h e d o v r e b b e far a r r o s s i r e di v e r g o g n a i nostri attuali dirigenti. La l a g u n a aveva s e m p r e salvato e seguitava a salvare Venezia. Resa i n e s p u g n a b i l e p e r via di t e r r a da quello specchio d'acqua, la Serenissima aveva p o t u t o costruire un imp e r o che s'era esteso fino all'Egeo e al Mar N e r o . Ma la lag u n a è s e m p r e un f e n o m e n o t e m p o r a n e o : rinchiusa fra la t e r r a e il m a r e , alla l u n g a o se la m a n g i a il m a r e , o se la m a n g i a la terra. Salvare la l a g u n a significava perciò r e n d e re p e r m a n e n t e il p r e c a r i o equilibrio che la c o n d i z i o n a . E q u e s t o c o m p i t o e r a affidato ai «Magistrati delle Acque», investiti di poteri quasi assoluti, ma a n c h e di responsabilità altrettanto assolute. Costoro si rivelarono, u n o d o p o l'altro, dei tecnici di primissima scelta n o n soltanto p e r c o m p e t e n za, m a a n c h e p e r risolutezza. N e l C i n q u e c e n t o l a l a g u n a aveva corso un pericolo mortale: i tre fiumi che vi sboccavano - il Piave, il B r e n t a e il Sile - la stavano l e n t a m e n t e ma inesorabilmente c o l m a n d o col loro limo. Venezia sembrava avviata alla sorte di Ravenna, città anch'essa in origine anfibia e poi diventata t e r r e s t r e . I Magistrati dissero che c'era un solo scampo: deviare i fiumi e farli sboccare in m a r e fuori della laguna. 106
Discussioni e p o l e m i c h e a n d a r o n o avanti p e r d e c e n n i . Molti r i t e n e v a n o irrealizzabile, coi mezzi d'allora, il p r o g e t to. E n o n a v e v a n o t o r t o p e r c h é si t r a t t a v a d ' u n a i m p r e s a n o n inferiore, c o m e dimensioni, allo scavo del canale di Pan a m a . Ma i Magistrati t e n n e r o d u r o e, a s s u m e n d o n e p i e n a r e s p o n s a b i l i t à , d i e d e r o avvìo a i lavori. Q u a n t i d e c e n n i , quanti miliardi e q u a n t e vite u m a n e siano costati n o n sapp i a m o . S a p p i a m o soltanto che q u e l miracolo fu d o v u t o in parti uguali all'abnegazione del p o p o l o , alla sagacia dei gov e r n a n t i e alla coscienza d ' u n a b u r o c r a z i a che p e r il p r o p r i o d o v e r e sapeva rischiare n o n soltanto il «posto» ma la pelle (i v e n e z i a n i di allora e r a n o g e n t e seria e a v e v a n o la forca facile). Salvata dalla minaccia della t e r r a , la l a g u n a doveva tuttavia vedersela con quella del m a r e . U n a m i s u r a radicale e definitiva s a r e b b e stata la c h i u s u r a delle t r e i m b o c c a t u r e - Chioggia, Malamocco e Lido - che al m a r e la collegavano. Ma questo avrebbe c o n d a n n a t o Venezia alla peste p e r p e t u a . La città n o n aveva - e n o n ha - fognature, tutti i suoi rifiuti non potevano che finire nei canali, e la nettezza u r b a n a era affidata all'Adriatico che, con le sue m a r e e , e n t r a p e r le tre bocche nella l a g u n a , la spazza e ne r i n n o v a le a c q u e . Col m a r e q u i n d i Venezia era ed è costretta a restare abbracciata. I v e n e z i a n i della Serenissima risolsero il p r o b l e m a con vari accorgimenti. Anzitutto costruirono i «murazzi» p e r imp e d i r e c h e il m a r e s'aprisse altri ingressi t r a v o l g e n d o lo s b a r r a m e n t o n a t u r a l e dei «lidi», cioè delle fettoline di t e r r a distese fra p o r t o di Chioggia e p o r t o di Lido, e c h e di suo h a n n o poca consistenza. I «murazzi» n o n e r a n o semplici dighe anteposte a p r o t e z i o n e dei «lidi». E r a n o costruiti c o m e scalinate che s p i n g e v a n o i loro ultimi g r a d i n i p e r p a r e c c h i metri d e n t r o il m a r e , in m o d o che l'onda si frangesse su di essi e vi p e r d e s s e la p r o p r i a violenza, p r i m a d'abbattersi sulla p a r t e s u p e r i o r e . In s e c o n d o l u o g o , lasciarono a p e r t e , sì, le i m b o c c a t u r e , ma solo di q u a n t o bastava a c o n s e n t i r e il flusso e deflusso 107
delle m a r e e . A o g n u n o di q u e i p o r t i n o n faceva c a p o un unico, largo e p r o f o n d o canale, ma un reticolato di canaletti stretti e bassi, in m o d o c h e il m a r e faticasse ad aprirvisi la strada. Faticavano ad aprirsi la strada a n c h e le navi. Infatti quelle da g u e r r a sbarcavano i loro c a n n o n i a Pola, e quelle mercantili i loro carichi al Lido a p p u n t o p e r d i m i n u i r e , col peso, il p r o p r i o pescaggio. Ma anche così alleggerite, avevano bisogno, per r a g g i u n g e r e la città, di timonieri espertissimi nel seguire il m o v i m e n t o dell'acqua che s'irrorava nella l a g u n a come il s a n g u e nel p o l m o n e , cioè p e r u n a miriade di canaletti capillari, fatti apposta p e r smorzare la violenza del mare. Per il m a n t e n i m e n t o di questo delicato equilibrio, Venezia n o n badava a spese né a castighi. Chi, senza esservi autorizzato, piantava un palo nella l a g u n a , finiva d r i t t o in p r i gione p e r c h é , dicevano i veneziani, «palo fa paluo», a n c h e un p a l o basta a fare u n a piccola p a l u d e . E un d e c r e t o del Senato del 1505 c o m m i n a v a cento ducati di a m m e n d a (cifra colossale p e r quei tempi) «a c h i u n q u e , n o n essendo professore o savio alle acque, s'occupava della laguna». I n s o m m a , e r a p r o i b i t o p e r f i n o p a r l a r n e p e r c h é a n c h e l e chiacchiere facevano «paluo». Venezia n o n e r a p i ù la «signora dei mari» del T r e e d e l Q u a t t r o c e n t o . L o s p o s t a m e n t o d e i traffici sul M a r e del N o r d e sull'Atlantico, e l'egemonia turca sul M e d i t e r r a n e o , n o n glielo c o n s e n t i v a n o . C o m e c e n t r o d i p o t e r e , l a sua d e c a d e n z a era cominciata. Ma essa restava la più vivace m e t r o p o l i italiana, la p i ù c o s m o p o l i t a , la m e n o c o n d i z i o n a t a dalla Spagna e dalla Chiesa: quella in cui meglio si p u ò riconoscere il costume italiano dell'epoca. Il Rinascimento, sbocciato qui più tardi che altrove, aveva lasciato la sua indelebile i m p r o n t a , cui si g i u s t a p p o n e v a o r a quella barocca. Il n u o v o stile attorcigliava le c o l o n n e , curvava le sagome, appesantiva gli aggetti, complicava le volute, faceva scialo di m o d a n a t u r e , capitelli, cornici, festoni, 108
statue, stucchi. I palazzi a c q u i s t a r o n o u n a n u o v a m a e s t à e magnificenza col loro scaglione d ' a p p r o d o sul C a n a l g r a n d e e i l o r o i n t e r n i n o n m e n o fastosi delle facciate. La profusione di ori, cristalli, mosaici, tappeti, arazzi li r e n d e v a simili a r e g g e . Pareti e soffitti e r a n o un'orgia d'affreschi ispirati a temi p a g a n i e cristiani. Mobili e suppellettili n o n avevano più la vecchia s a g o m a classica, l i m p i d a e l i n e a r e . S ' e r a n o fatti svolazzanti e arzigogolati, tutti curve, sbalzi, contorsioni, tempestati di pietre, rutilanti di specchi e cristalli. Cassap a n c h e , a r m a d i , letti, seggioloni, stipi e r a n o popolati di tralci, c h i m e r e , sfingi, uccelli intagliati. N o n m a n c a v a un pizzico d'esotismo nelle lacche e nelle porcellane che i m e r c a n t i della Serenissima i m p o r t a v a n o dal G i a p p o n e e dalla Cina. Tanta ostentazione di lusso e licchezza n o n si limitava all'abitazione ma si ritrovava a n c h e nell'abbigliamento. Parigi n o n aveva ancora soppiantato Venezia c o m e Mecca dell'eleganza. Q u i c'erano i migliori sarti d ' E u r o p a , le lane più p r e giate, le sete più fini. Il g u a r d a r o b a e r a la principale occupazione e p r e o c c u p a z i o n e delle d a m e veneziane. La scelta dei colori e dei modelli doveva intonarsi con l'ambiente in cui l'abito veniva i n d o s s a t o . N i e n t e e r a lasciato all'improvvisazione e al caso. La veste più c o m u n e consisteva in un c o l p e t t o con gorgiera increspata, m a n i c h e a sbuffi, larghe alle spalle e strette ai polsi, rinforzato alla vita da stecche di b a l e n a , e in u n a g o n n a p i e g h e t t a t a t e n u t a larga da un guardinfante che faceva risaltare i fianchi e dava maestà alla figura femminile. Il p o e t a M a r i n o disse che in esso «la m i n o r cosa e r a la d o n n a » . Sopraffatta da q u e s t a specie di mongolfiera, la d a m a veneziana si muoveva a piccoli passi e per fare un inchino era obbligata a spogliarsi. A n c h e l e c a l z a t u r e n o n e r a n o u n m o d e l l o d i praticità. Quelle più in voga avevano la forma di zoccoli, alti e scoscesi c o m e trampoli, che richiedevano esercizi d'equilibrismo. La m o n a c a Angela Tarabotti n ' e r a entusiasta p e r c h é , diceva, grazie ad essi la d o n n a veniva innalzata «dalle o r d i n a r i e bassezze». G l ' i n d u m e n t i intimi, ricercati e civettuoli, e r a n o 109
confezionati con tela di F i a n d r a , pizzi, merletti, e g u a r n i t i con gioielli, pietre preziose, bottoni d'oro. Gradevoli alla vista, lo e r a n o assai m e n o all'olfatto. Le signore e r a n o piuttosto refrattarie al sapone, e il b a g n o lo facevano di r a d o , anche p e r c h é la Chiesa considerava le abluzioni un'insidia del demonio. Per neutralizzare gli effluvi c h ' e m a n a v a n o dal suo corpo, la veneziana faceva largo uso d ' u n g u e n t i , cosmetici e profumi. La sua toilette d u r a v a tutta la mattina, i m p e g n a v a stuoli di c a m e r i e r e e culminava nella confezione del n e o , che del maquillage costituiva il m o m e n t o s u p r e m o . Ce n ' e r a n o di tutti i tipi e p e r tutti i gusti. Ciascuno aveva il suo significato simbolico e il suo n o m e : sul naso si chiamava sfrontato, all'angolo dell'occhio a p p a s s i o n a t o , sulle l a b b r a g a l a n t e , in mezzo alla fronte maestoso, all'angolo della bocca assassino. Le u n g h i e si p o r t a v a n o lunghissime, e i m p o n e n t i dovevano essere le chiome. I p a r r u c c h i e r i n o n lesinavano in posticci, trecce, riccioli, chignons, e si sbizzarrivano in a c c o n c i a t u r e b a r o c c h e e s t r a v a g a n t i t r a s f o r m a n d o le teste femminili in nidi d'uccelli imbalsamati, g r a p p o l i d'uva, cestini di frutta, mazzi di fiori. Pettini, spille, fermagli intralicciavano i capelli. Un coiffeur p a d o v a n o v'issò a d d i r i t t u r a un parafulmine. A n c h e i gioielli avevano la loro p a r t e nell'abbigliamento femminile. Più e r a n o massicci e p o m p o s i , più facevano colp o . C o l l a n e , braccialetti, d i a d e m i , anelli, c a t e n i n e , sigilli p e n d e v a n o dalle m a n i , dalle braccia, dal seno, dal collo, dalla testa. Accessorio indispensabile d ' o g n i d a m a e complice della sua galanteria e r a il ventaglio: di seta, di p e r g a m e n a , di carta, d i p i n t o a m a n o , fregiato di p e r l e e g e m m e . N o n t u t t e l e v e n e z i a n e n a t u r a l m e n t e p o t e v a n o sfoggiare t a n t a eleganza. Il g u a r d a r o b a delle p o p o l a n e era m o l t o p i ù m o desto e si riduceva a pochi capi di vestiario semplici e senza pretese, ma decorosi e intonati a un innato b u o n gusto. Gli uomini, n o n m e n o vanitosi e ricercati, s'ispiravano ai modelli spagnoli e francesi. Sotto la toga n e r a , c h ' e r a la loro veste ufficiale, i patrizi indossavano abiti eccentrici e vario110
pinti di d a m a s c o e velluto, camicie di lino, calze d ' I n g h i l t e r r a , s c a r p e strette, a p p u n t i t e e infiocchettate. Sulla fine del secolo si diffuse la m o d a della giubba, del g i u s t a c u o r e , delle calze di seta, delle scarpe Abbiate e dei jabot. I b o r g h e si s ' a c c o n t e n t a v a n o d ' u n t a b a r r o di seta o di p a n n o , i p o polani d ' u n paio di b r a c h e e d ' u n a giubba. C ' e r a n o poi gli zerbini, dandìes ignoranti e fannulloni, le cui sedute davanti allo specchio n o n e r a n o m e n o e s t e n u a n t i e laboriose di quelle femminili. S'incipriavano e si m a n t e c a v a n o la chioma, si p r o f u m a v a n o , s'ingioieliavano, a s s u m e v a n o p o s e sdolcinate e leziose. C o n t r o gli eccessi del dilagante lusso la Repubblica sfornava ogni g i o r n o leggi che c o m m i n a v a n o severe m u l t e a chi vendeva stoffe e guarnizioni t r o p p o costose, a chi i m p o r t a va p o p p e finte dalla Francia, dove quest'industria e r a partic o l a r m e n t e fiorente. Ma i divieti r e s t a v a n o l e t t e r a m o r t a . I n t e r e f o r t u n e venivano dilapidate in occasione di battesimi, onomastici, funerali, s e b b e n e il g o v e r n o c o n d a n n a s s e anche qui ogni forma di s p e r p e r o : dall'abuso di baldacchini a l n u m e r o eccessivo d i p a d r i n i , c h e n o n d o v e v a n o essere più di dodici. Ma e r a s o p r a t t u t t o lo sfarzo p r i n c i p e s c o d e i m a t r i m o n i che dava scandalo. Il cerimoniale che li precedeva e li accompagnava era costoso e complicato. Il fidanzato doveva, p e r un certo n u m e ro di giorni e a u n ' o r a fissata, passare sotto la finestra della promessa sposa e saiutarla con un a m p i o gesto della m a n o . D o p o d i c h é veniva a m m e s s o al cospetto dei suoceri e d o n a va alla fidanzata un anello, o ricordino. Il g i o r n o delle nozze la d o n n a a n d a v a a far visita ai g e n i t o r i dello sposo, che la benedivano. Q u i n d i il corteo, fra ali di folla festante, s'avviava verso la chiesa. Al t e r m i n e della c e r i m o n i a , nel palazzo dello sposo veniva i m b a n d i t o u n trimalcionico b a n c h e t t o , cui seguiva un g r a n ballo. Per d u e giorni si danzava, si m a n giava e si beveva fra lazzi e canti. Sebbene il m a t r i m o n i o fosse ufficialmente indissolubile, e r a facile o t t e n e r n e l'annullam e n t o e passare a n u o v e nozze. La Chiesa era di manica lar111
ga n e l c o n c e d e r e l ' a n n u l l a m e n t o , s p e c i a l m e n t e ai ricchi. G i u d i c a v a invece con severità q u e i nobili cadetti che p e r r i s p a r m i a r e p r e n d e v a n o u n a moglie i n c o m u n e . La g r a n d e p a s s i o n e d e i v e n e z i a n i e r a il t e a t r o . Ma di q u e s t o d i r e m o a p r o p o s i t o di M o n t e v e r d i . La stagione teatrale, che toccava l'acme nei mesi invernali, subiva u n a batt u t a d ' a r r e s t o solo fra luglio e o t t o b r e , q u a n d o i nobili e i ricchi sciamavano nelle loro ville sulla t e r r a f e r m a . Le p i ù s o n t u o s e e r a n o d i s s e m i n a t e l u n g o le rive del B r e n t a , sullo sfondo d ' u n o scenario n a t u r a l e d'incomparabile bellezza. A p r o g e t t a r l e e decorarle e r a n o chiamati gli architetti, gli scultori e i pittori più in voga. Esse eguagliavano e spesso super a v a n o in magnificenza, grandiosità e dovizia d ' a r r e d i i fastosi palazzi sul C a n a l g r a n d e . I parchi, i giardini all'italiana p o p o l a t i di statue, cascate, peschiere, fontane, tritoni facevano di queste d i m o r e veri e p r o p r i paradisi terrestri. La vita d e i l o r o inquilini n o n e r a m e n o b r i l l a n t e e sfarzosa di quella cittadina, le feste si susseguivano a un r i t m o a n c o r a p i ù frenetico, e il lusso si faceva p i ù o s t e n t a t o e insolente: m a g g i o r d o m i in p o l p e , cocchieri in livrea, carrozze cesellate, g u a r n i t e d ' o r o e d ' a v o r i o , cavalli i m p e n n a c c h i a t i con frontali di velluto, collari di seta, borchie d ' a r g e n t o . Ai balli e ai banchetti s'alternavano gite in c a m p a g n a , b a t t u t e di caccia, partite a carte, giochi di società. Il m o m e n t o più solenne della giornata era quello del caffè, che veniva servito alle cinque del pomeriggio. Se ne faceva un tale scialo che il suo acquisto assorbiva b u o n a p a r t e del bilancio domestico. La villeggiatura e r a n a t u r a l m e n t e riservata ai ricchi. Il p o p o l i n o d o v e v a a c c o n t e n t a r s i d ' u n a s c a m p a g n a t a dalla mattina alla sera in terraferma, d'un'escursione al lido e delle feste che la città gli offriva: da quella, solenne e g r a n d i o sa, dello «Sposalizio col mare», che aveva insieme un significato politico e religioso, alle mascherate, ai trionfi che celeb r a v a n o u n a vittoria navale o l'elezione del Doge, alle regate. C ' e r a n o poi le piccole c e r i m o n i e di q u a r t i e r e e di p a r rocchia, cui solo il volgo partecipava. La più m o v i m e n t a t a e 112
pittoresca era quella p e r l'elezione del n u o v o p a r r o c o o del nuovo becchino, condita di fuochi d'artificio, scoppi di m o r taretti, squilli di t r o m b a . N o n m a n c a v a n o le risse, q u a n d o il candidato n o n era gradito ai fedeli. I n s o m m a , ogni occasione e r a b u o n a p e r s c e n d e r e in piazza e far b a l d o r i a . Tutti i viaggiatori c h e c a p i t a v a n o a Venezia r e s t a v a n o colpiti da u n a festosità e gioia di vivere che n o n avevano riscontro in nessun'altra città italiana o e u r o p e a . Se ci siamo un p o ' dilungati nel descriverne il costume, è p e r c h é è Venezia ó r a che gli dà il la p e r t u t t a l'Italia. Nel ruolo di «capitale morale» essa si è sostituita a Firenze.
CAPITOLO NONO IL G R A N D U C A T O
S e b b e n e n o n fosse p i ù la Mecca del capitalismo e la Wall Street del Rinascimento, il G r a n d u c a t o di Toscana n o n aveva c o m p l e t a m e n t e p e r d u t o quei connotati che ne avevano favorito l'ascesa: le antiche tradizioni mercantili, l ' i n t r a p r e n d e n z a dei suoi o p e r a t o r i economici, la vastità delle sue relazioni internazionali, i fermenti culturali. Cosimo, n o n o s t a n t e le sue stranezze, aveva g o v e r n a t o ben e . Il figlio Francesco, che gli era succeduto, n o n ne aveva ricalcato le o r m e . S u c c u b o d e l l ' a m a n t e , dei m a g h i e della S p a g n a , aveva p a s s a t o la vita fra storte e alambicchi, infischiandosi dei sudditi e dello Stato. Il fratello F e r d i n a n d o c h e , alla sua m o r t e (1587), ne p r e s e il p o s t o , e b b e invece stoffa di statista. Q u a n d o diventò G r a n d u c a aveva trentasei a n n i . Eletto a q u a t t o r d i c i C a r d i n a l e e m e m b r o d e l Sacro Collegio, aveva lasciato Firenze p e r R o m a dove, coi soldi di p a p à , s'era fatto c o s t r u i r e al Pincio la famosa villa Medici, a t t u a l m e n t e sede dell'Accademia di Francia, che aveva tras f o r m a t o in un p r e z i o s o m u s e o . Aveva infatti il p a l l i n o dell'archeologia e faceva incetta di statue, c o l o n n e , frontoni, capitelli antichi. Finanziava p e r s o n a l m e n t e c a m p a g n e di scavi e qualche volta, m u n i t o di piccone e vanga, egli stesso vi partecipava. Era a n c h e un patito della musica e n o n perd e v a un c o n c e r t o . La l e t t e r a t u r a lo lasciava invece indifferente ed e r a r a r o vederlo con un libro in m a n o . Anche con la Bibbia e i p a d r i della Chiesa poco se la diceva. La fede n o n era il suo forte e, più che ai santi, credeva agli astrologi e alle fattucchiere. Era piacente, affabile, raffinato e generoso. Si vestiva con eleganza, ma alla p o r p o r a di cardina114
le preferiva l ' a r m a t u r a di cavaliere sebbene fosse un u o m o pacifico. Amava l'equitazione e aveva u n a scuderia di cento cavalli. P u r a p p a r t e n e n d o alla C u r i a r o m a n a , n o n n e c o n d i v i d e v a i vizi. N o n fu m a i o g g e t t o di p a s q u i n a t e o di corbellature, e mai si trovò coinvolto in scandali. Q u a n d o fu eletto G r a n d u c a , i fiorentini e s u l t a r o n o al g r i d o di «palle, palle, viva, viva!» Egli li ricompensò elargendo ingenti somme in beneficenza e c o n c e d e n d o u n a g e n e r a l e amnistia. Liberò la m a t r i g n a Camilla Martelli, che Francesco aveva fatto r i n c h i u d e r e in un m o n a s t e r o , e le assegnò un vitalizio e u n a villa. Fu m a g n a n i m o anche coi p a r e n t i della cognata, che detestava, e coi nemici. L'indomani dell'incoronazione decise di p r e n d e r moglie. Scelse Cristina di L o r e n a , figlia della figlia di C a t e r i n a d e ' Medici, la vecchia regina di Francia. F e r d i n a n d o n o n la conosceva, ma sapeva benissimo quali sarebbero stati i vantaggi d ' u n a simile u n i o n e . A p a r t e la dote c h e n o n e r a da buttar via - 600 mila scudi e la cessione di tutti i diritti di Caterina sul p a t r i m o n i o dei Medici -, essa gli consentiva di passare dal c a m p o spagnolo a quello francese. La Francia era, in quel m o m e n t o , dilaniata dalle g u e r r e di religione fra cattolici e ugonotti, ma s'avviava a diventare la p r i m a p o t e n z a europea. Le nozze furono celebrate col solito sfarzo. Cristina piacq u e subito ai fiorentini p e r la sua grazia, la sua eleganza, il suo spirito. Sebbene fisicamente n o n fosse g r a n che, Ferdin a n d o se n ' i n n a m o r ò e le restò fedele tutta la vita, forse perché gli affari di Stato n o n gli lasciarono il t e m p o di n o n esserlo. Lavorava dalla m a t t i n a alla sera, e q u a l c h e volta anche la notte. Il fratello aveva p o r t a t o la Toscana sull'orlo della bancarotta. Egli ne restaurò le finanze col c o m m e r c i o dei cereali, cui adibì la sua personale flotta. Grazie a questa e ad altre fortunate speculazioni riuscì a m e t t e r e insieme un bel gruzzolo, che custodiva in u n a c a m e r a segreta, di cui solo lui e l'architetto che l'aveva costruita possedevano le chiavi. Ma il suo m a g g i o r merito fu d'aver valorizzato Livorno, 115
che p r o c l a m ò p o r t o franco, e d ' a v e r n e fatto lo scalo tirrenico più i m p o r t a n t e d o p o Genova e la città italiana più toller a n t e in fatto di r e l i g i o n e . Ne s p a l a n c ò infatti le p o r t e a calvinisti, luterani, ebrei, e con speciali editti ne garantì la lib e r t à di culto e l'incolumità. I m m e n s o fu il c o n t r i b u t o che queste attive e a g g u e r r i t e m i n o r a n z e d i e d e r o allo sviluppo economico della città, che F e r d i n a n d o chiamava «la mia dama» e il Montesquieu definì «il capolavoro della dinastia d e ' Medici». Egli abbellì e a m p l i ò a n c h e Siena e Grosseto, erig e n d o v i n u o v i q u a r t i e r i e f a v o r e n d o v i l ' i m m i g r a z i o n e di m a n o d o p e r a specializzata. A Firenze incoraggiò l'edilizia di lusso e quella p o p o l a r e . Per sé fece costruire n u m e r o s i casini di caccia c h ' e r a , n o n o s t a n t e la gotta, il suo p r i n c i p a l e
hobby. C o m e tutti i Medici, si p o r t a v a q u e s t a malattia nel sang u e fin dalla nascita. T e n t a v a di c u r a r l a con la dieta, m a n giando poco e in bianco e b e v e n d o con m o d e r a z i o n e . Q u a n do sentiva che l'attacco s'avvicinava, cominciava a p r e g a r e . Q u a n d ' e r a passato, s'inginocchiava e baciava la croce. Ma n o n era bigotto. Andava a messa e faceva la c o m u n i o n e più p e r d a r e l'esempio ai sudditi e far p i a c e r e ai gesuiti, a Firenze assai potenti, che p e r autentica devozione. Il p o p o l o l'amava p e r c h é e r a p r o d i g o e dava u n a m a n o a tutti. In occasione d'ogni festa distribuiva fiorini e viveri alla p o p o l a z i o n e , q u a n d o gli n a c q u e il p r i m o figlio istituì il «Monte delle doti» p e r le fanciulle p o v e r e , col p r o p r i o den a r o fece e r i g e r e l'ospedale dei convalescenti, u n o dei primi d e l g e n e r e n o n solo in Italia ma in E u r o p a . Fin allora, chi veniva d i m e s s o d a u n n o s o c o m i o e r a a b b a n d o n a t o a l p r o p r i o destino, con le c o n s e g u e n z e facilmente i m m a g i n a bili. Per un paio di decenni, sotto di lui, la Toscana s e m b r ò rit r o v a r e all'interno la pace e il b e n e s s e r e dei t e m p i di Cosim o . A n c h e in politica e s t e r a F e r d i n a n d o agì c o n abilità e l u n g i m i r a n z a . Il suo m a t r i m o n i o , d e t t a t o p i ù dalla r a g i o n di Stato che da quella del cuore, e forse p r o p r i o p e r questo 116
felice, gli garantiva l'appoggio della Francia che riconquistò l'unità religiosa grazie un p o ' a n c h e a lui. Q u a n d o infatti, nel 1589, Enrico di Valois fu assassinato, fu F e r d i n a n d o che convinse il Papa ad accettare la successione al t r o n o di Enrico di N a v a r r a , il B o r b o n e u g o n o t t o , l i b e r a n d o l o dalla scom u n i c a . Il G r a n d u c a riuscì a n c h e a d a r e in moglie al brill a n t e s o v r a n o francese la p r o p r i a n i p o t e Maria, figlia d e l m o r t o g r a n d u c a F r a n c e s c o , c o n u n a d o t e d i seicentomila scudi. Sully, m i n i s t r o di E n r i c o , aveva chiesto un milione; ma F e r d i n a n d o , fra tira e molla, lo ridusse quasi a metà. N o n fu q u e s t a l'ultima i m p r e s a d i n a s t i c o - m a t r i m o n i a l e di F e r d i n a n d o . Anche le nozze del p r i m o g e n i t o Cosimo fur o n o o p e r a sua. La sposa stavolta a n d ò a cercarla in Austria alla corte dell'arciduca Carlo, p a d r e del futuro I m p e r a t o r e F e r d i n a n d o II. Si chiamava Maria M a d d a l e n a , n o n era bella ma aveva un carattere nobile e fiero. La cerimonia fu allietata da giostre, tornei, fuochi pirotecnici. Seguì un g r a n de b a n c h e t t o cui il G r a n d u c a fece insolito o n o r e , i m m e m o re della p r o p r i a gotta. Pochi giorni d o p o p e r ò si mise a letto. Ci stette un mese. Poi, sentendosi meglio, volle a n d a r e a caccia. Uccise d u e lepri, ma al r i t o r n o fu assalito da un terribile mal di ventre. I medici di corte convocati al suo capezzale d i a g n o s t i c a r o n o un'occlusione intestinale. F e r d i n a n d o m a n d ò a c h i a m a r e il p r i m o g e n i t o , lo b e n e d ì e spirò fra le sue braccia. Cosimo aveva diciannove anni, era b i o n d o , m i n g h e r l i n o , di salute cagionevole, malinconico e taciturno. Era stato un bambino-prodigio. A tre a n n i sapeva già leggere e scrivere, a otto disquisiva di grammatica, a quattordici maneggiava il latino c o m e l'italiano. Conosceva a n c h e lo spagnolo e il tedesco e aveva nozioni di filosofia, scienza e musica. Fu forse quest'eccesso di s t u d i o a c o n d u r l o p r e m a t u r a m e n t e alla tomba. N o n amava lo sport e n o n si concedeva svaghi. Usciva di r a d o dalle sue stanze, aveva pochi amici, le d o n n e lo lasciavano indifferente, e r a allergico ai piaceri della tavola, si coricava con le galline e passava a letto b u o n a p a r t e del 117
suo t e m p o . La c o r o n a di G r a n d u c a dovette pesargli parecchio, specialmente negli ultimi anni. All'inizio infatti g o v e r n ò con saggezza, consigliato e guid a t o dai ministri del p a d r e , di cui c o n t i n u ò la politica d'es p a n s i o n e c o m m e r c i a l e . Potenziò la flotta, strinse alleanza con Fakhr-ad Din, e m i r o dei Drusi del Libano e della Siria, incoraggiò la sua rivolta c o n t r o i turchi, o t t e n e n d o in cambio fondachi e franchigie sulle coste della Siria. Da b u o n Medici protesse artisti e scienziati, c h i a m ò da Padova Galileo, lo n o m i n ò «matematico soprastraordinario» all'Università di Pisa e gli d i e d e u n a p e n s i o n e di mille scudi l ' a n n o . Sovvenzionò cenacoli scientifici e filosofici e favorì il diffondersi della musica nella n u o v a f o r m a del m e l o d r a m m a . A v e n t i q u a t t r ' a n n i , agli acciacchi che già l'affliggevano, s'agg i u n s e l'ulcera gastrica. A n c h e la tisi, da cui e r a da t e m p o minato, s'aggravò. C o m e se ciò n o n bastasse, fu assalito dalla solita gotta. Era c o s t a n t e m e n t e circondato dai medici, che ogni sera diffondevano bollettini sulle sue condizioni di salute: «Sua altezza ha un poco di febbre», «Sua altezza è molto malicente», «Sua altezza bevve il licore di San Nicolò, et li u n s e r o il c o r p o con l'olio della l a m p a d a di Santa Maria di Trapani». O g n i r i m e d i o , ogni t e r a p i a si rivelavano vani. Il G r a n d u c a s e m p r e più pallido, s e m p r e più s m u n t o , s e m p r e p i ù triste sapeva c h e n o n c'era s c a m p o e s e m b r a v a rassegnato. Passò le redini dello Stato nelle m a n i della m a d r e , della moglie e del p r i m o ministro. Q u a n d o la febbre e le e m o r r a gie gli d a v a n o t r e g u a , convocava nella sua stanza filosofi, poeti e scienziati, ma le loro discussioni e le loro b e g h e finivano invariabilmente p e r infastidirlo. Allora con dolcezza li invitava ad a n d a r s e n e e restava solo coi suoi n a n i e i suoi m o r i , che facevano a gara p e r divertirlo e m e t t e r l o di b u o n u m o r e . Cosimo si sforzava di r i d e r e , o a l m e n o di sorridere ai loro lazzi e alle loro buffonate, ma poi r i p i o m b a v a nella sua sconsolata e inconsolabile malinconia. Aspettava la morte, e la m o r t e lo g h e r m ì in u n a grigia e gelida m a t t i n a di 118
febbraio del 1620. Un e n n e s i m o sbocco di s a n g u e gli fu fatale. Aveva t r e n t ' a n n i , e pesava q u a r a n t a chili. Nel testam e n t o lasciò scritto che voleva un funerale senza p o m p a e corteo. Vi i n t e r v e n n e r o infatti solo i familiari. Col d e n a r o risparmiato, secondo la volontà dell'estinto, fu r i m p a n n u c ciato il fondo istituito da F e r d i n a n d o in favore delle fanciulle p o v e r e della città. A corte, la scomparsa del G r a n d u c a passò quasi inosservata. La m a d r e , la moglie e i più fidati ministri seguitarono a r e g g e r e le sorti dello Stato, in attesa c h e il p r i m o g e n i t o F e r d i n a n d o , che nel 1620 aveva dieci anni, diventasse m a g g i o r e n n e . II p o t e r e , solo in teoria, e r a collegiale. In realtà, arbitra della situazione e r a la G r a n d u c h e s s a m a d r e , Cristina, che n o n nascondeva le sue simpatie p e r la Francia, dove era nata. Era u n a d o n n a imperiosa, sicura di sé, energica e battagliera. Amava la n u o r a e n'era ricambiata, sebbene Maria M a d d a l e n a fosse di s e n t i m e n t i a p e r t a m e n t e austriaci e p e r s e g u i s s e u n a politica filo-imperiale. I n c o m u n e l e d u e principesse avevano la passione p e r il lusso, le cerimonie, i banchetti, le feste. E n t r a m b e s p e n d a c c i o n e , finché era vissuto C o s i m o , c h e al soldo ci b a d a v a , a v e v a n o d o v u t o contentarsi di quel che passava il c o n v e n t o : il G r a n d u c a d e t e stava o g n i o s t e n t a z i o n e di fasto, n o n a m m e t t e v a spese superflue, e soprattutto n o n voleva che s'intaccasse il tesoro di famiglia, c h e il p a d r e aveva a c c u m u l a t o e lui stesso impinguato. Ma a l l ' i n d o m a n i della sua m o r t e , la m a d r e e la m o glie, infischiandosi delle sue volontà, a p r i r o n o i forzieri e fecero m a n bassa. La vita di c o r t e riacquistò la magnificenza d e i t e m p i di Lorenzo. Le sale del palazzo ducale furono r e s t a u r a t e e abbellite, gli a p p a r t a m e n t i di Cristina e Maria si r i e m p i r o n o di tappeti, q u a d r i , arazzi, damaschi, i migliori sarti furono incaricati di rifare il g u a r d a r o b a delle reggenti, che i m p o s e r o a corte un r i g i d o c e r i m o n i a l e e u n a p u n t i g l i o s a etichetta. Per sottolineare e s t e r i o r m e n t e la regalità del loro r a n g o , rec l u t a r o n o u n o stuolo di p a g g i da viaggio o, c o m e allora si 119
c h i a m a v a n o , «da valigia», agli o r d i n i d ' u n m a g g i o r d o m o . A u m e n t a r o n o il n u m e r o dei camerieri, dei cuochi, delle damigelle, dei cocchieri, dei buffoni, dei parassiti. Le feste si s u s s e g u i v a n o a un r i t m o v e r t i g i n o s o . Balli, concerti, c o m m e d i e deliziavano le serate delle G r a n d u c h e s se e dei loro ospiti in un rigurgito di rinascimentale ebbrezza. F e r d i n a n d o n o n aveva ancora l'età p e r parteciparvi, ma la n u o v a aria che si respirava a corte d o p o la m o r t e del pad r e gli e r a congeniale e gli piaceva. Era un bel ragazzo, aitante, vivace e p i e n o di salute. A vederlo, n e s s u n o l'avrebbe d e t t o figlio di C o s i m o . S t u d i a v a c o n profitto e aveva u n a spiccata i n c l i n a z i o n e p e r il d i s e g n o e la fisica. A m a v a lo sport, specialmente il n u o t o , a n d a v a ogni m a t t i n a a cavallo ed era un abile cacciatore. Fin da b a m b i n o e r a stato sottoposto a u n a rigida educazione religiosa, che l'aveva reso pio, m a n o n bacchettone. H a r o l d Acton che di lui e dei suoi successori ci ha lasciato smaglianti ritratti nei suo libro Gli ultimi Medici, racconta c h e q u a n d o F e r d i n a n d o c o m p ì tredici a n n i , la n o n n a e la m a d r e decisero di dargli in moglie la cuginetta Vittoria, figlia della sorella di Cosimo, Claudia, e del defunto Federico della Rovere, figlio del D u c a d ' U r b i n o . Vittoria n o n aveva che diciannove mesi, ma alla m o r t e del n o n n o avrebbe portato in eredità al futuro marito u n a delle più ricche province dell'Italia c e n t r a l e . Le nozze, a causa dell'età dei fidanzati, furono n a t u r a l m e n t e r i m a n d a t e . Vittoria fu affidata alle c u r e d ' u n a zia monaca, e solo nel 1634 il m a t r i m o n i o fu celebrato. In q u e l l ' a n n o , la sposa ne aveva quattordici e lo sposo ventiquattro. Per altri d u e la coppia visse separata. Vittoria fu r i c o n s e g n a t a alla tutrice e F e r d i n a n d o , che dal 1628 e r a uscito di minorità, t o r n ò ai compiti di G r a n d u c a . N o n aveva la stoffa politica dei suoi g r a n d i a n t e n a t i , la diplomazia l'annoiava, e r a refrattario all'economia e d e t e stava la g u e r r a . Vi fu sull'orlo q u a n d o , alla m o r t e del Duca d ' U r b i n o , il p a p a U r b a n o V I I I r i v e n d i c ò alla Chiesa quel t e r r i t o r i o che, a t t r a v e r s o Vittoria, s a r e b b e invece d o v u t o 120
p a s s a r e ai Medici. L'intervento dello zio I m p e r a t o r e , c h e n o n voleva g r a n e col Pontefice, i n d u s s e F e r d i n a n d o a rin u n z i a r e all'eredità della moglie. Ad essa a n d a r o n o soltanto le collezioni d ' a r t e del n o n n o , che a n n o v e r a v a n o dipinti di Piero della Francesca, Raffaello, Sebastiano del Piombo. Alle a r m i F e r d i n a n d o dovette invece far ricorso q u a n d o il terribile U r b a n o V I I I decise d ' a n n e t t e r s i la città di Castro, feudo dei Farnese, verso i quali il p a p a B a r b e r i n i n u triva un odio implacabile. Il G r a n d u c a unì il suo esercito a quelli di Venezia e di M o d e n a , schierati coi Farnese. Fu u n a guerricciola s a n g u i n o s a che si concluse c o n la r i t i r a t a d e l Pontefice e la vittoria della lega, e costò a Firenze molte vite u m a n e e parecchio d e n a r o . Per finanziarla F e r d i n a n d o impose u n a n u o v a tassa sulle m a c i n e , che colpì sopi-attutto i poveri, e u n a sulle p a r r u c c h e , che dispiacque specialmente ai ricchi. Anche in t e m p o di pace il G r a n d u c a s p r e m e t t e i sudditi. Aveva s e m p r e b i s o g n o di soldi p e r c h é a n c h e lui a m a v a il lusso, gli piacevano le feste e i g r a n d i spettacoli all'aperto, e r a un m e c e n a t e g e n e r o s o e aveva u n a m o g l i e particolarm e n t e spendacciona. Il bigottismo istillatole dalla zia m o n a ca infatti n o n i m p e d ì mai a Vittoria di divertirsi e far sfoggio d'eleganza. Dagli ambasciatori a R o m a e a Parigi si faceva m a n d a r e cosmetici, stoffe, ventagli, scarpe, le sue toilettes facevano c r e p a r e d'invidia le d a m e di corte, e t u t t e le fior e n t i n e i m i t a v a n o l e sue a c c o n c i a t u r e . N o n e r a simpatica p e r c h é aveva poca comunicativa e molta spocchia. Gelosissima, subì u n autentico t r a u m a q u a n d o sorprese F e r d i n a n d o fra le braccia d ' u n p a g g i o g i o v a n e e a v v e n e n t e . Per r a p presaglia a b b a n d o n ò il talamo nuziale, si trasferì in un altro a p p a r t a m e n t o e p e r diciott'anni n o n volle più avere relazioni col marito. Per n o n d a r e scandalo e salvare le a p p a r e n z e seguitò p e r ò a stare al suo fianco nelle cerimonie ufficiali e ad a c c o m p a g n a r l o nei suoi viaggi. F e r d i n a n d o , che n o n l'aveva mai a m a t a , c o n t i n u ò c o m e se n i e n t e fosse a r i e m p i r l a di corna. Sebbene prediligesse i giovani efebi, gli piacevano 121
a n c h e le d o n n e . N o n faceva distinzione fra p o p o l a n e e principesse. Era galante con t u t t e , p u r c h é fossero a r r e n d e v o l i , r o t o n d e e i m p u d i c h e . Quest'imparzialità era dovuta alla sua indole a p e r t a e cordiale, che lo p o r t a v a a familiarizzare col p i ù u m i l e dei servitori. C e n a v a spesso con le sue g u a r d i e svizzere, e tra un b i c c h i e r e e l'altro r a c c o n t a v a e si faceva r a c c o n t a r e storielle oscene. Q u a n d ' e r a a corto di quattrini, alla fine di questi pasti, vendeva a un oste dirimpettaio il vin o avanzato. Per n o n r i n u n c i a r e a questi e ad altri p a s s a t e m p i decise di s p a r t i r e coi fratelli gli affari di Stato. A Mattias affidò quelli militari, a Giovanni quelli finanziari, a L e o p o l d o quelli politici, r i s e r v a n d o s i su tutti u n a g e n e r i c a s u p e r v i s i o n e . Potè così dedicarsi con più assiduità a n c h e all'agricoltura e alla scienza, di cui e r a un appassionato. C h i a m ò a Firenze i migliori botanici italiani, raffinò le vecchie colture, ne introd u s s e di n u o v e e fece d e l G r a n d u c a t o il p i ù bel g i a r d i n o d ' E u r o p a . Si costruì un piccolo laboratorio e l'adibì a esper i m e n t i di fisica e chimica. Perfezionò il t e r m o m e t r o sostit u e n d o nella colonnina lo spirito di vino all'acqua, che aveva l'inconveniente di gelare q u a n d o la t e m p e r a t u r a scendeva sotto lo zero. Lo s t r u m e n t o , così modificato, si diffuse in tutta la Toscana. I fiorentini lo p o r t a v a n o in tasca e l'append e v a n o alle p a r e t i di casa. Se ne v e d e v a n o n e i l u o g h i p i ù i m p e n s a t i : nelle carrozze, nei confessionali, nei vespasiani. F e r d i n a n d o lo mise perfino sotto il s e d e r e d ' u n a gallina, e l ' e s p e r i m e n t o gli s u g g e r ì l'idea d e l l ' i n c u b a t r i c e . Fu a n c h e sensibile all'arte e, p e r m e r i t o suo e del fratello L e o p o l d o , le gallerie di Pitti e degli Uffizi, c h ' e r a n o state fin allora un coacervo dì q u a d r i , statue, macchine belliche, animali esotici, pietre r a r e , d i v e n t a r o n o dei veri e p r o p r i musei. F u r o n o i n s o m m a più i servigi resi dal m e c e n a t e che dallo statista a d a r e lustro al r e g n o di F e r d i n a n d o , l'ultimo Medici d e g n o di questo n o m e . C o n lui calò definitivamente nella t o m b a la g r a n d e tradizione rinascimentale fiorentina.
CAPITOLO DECIMO
L O STATO P O N T I F I C I O
A s u d del G r a n d u c a t o , lo Stato pontificio d o m i n a v a il centro dello Stivale. La C o n t r o r i f o r m a l'aveva rafforzato all'int e r n o , ma indebolito all'esterno. Dal p u n t o di vista politico n o n era più u n a potenza d i spicco e u r o p e o , m a u n a p e d i n a del g r a n gioco franco-spagnolo. I t e m p i eroici d ' I n n o c e n z o III, Gregorio V I I , Bonifacio V I I I e r a n o t r a m o n t a t i . Gli Stati nazionali n o n a m m e t t e v a n o più le i n g e r e n z e del Papa. Le s c o m u n i c h e e g l ' i n t e r d e t t i c a d e v a n o nel v u o t o . La sottile, subdola e spregiudicata diplomazia vaticana, che p e r secoli aveva t e n u t o in scacco l ' I m p e r o e fatto il b u o n o e il cattivo t e m p o , n o n aveva più voce in capitolo, scavalcata ed esautorata da quelle di M a d r i d e di Parigi, c h e si d i s p u t a v a n o la leadership continentale. La G u e r r a dei T r e n t ' a n n i ne fornì la conferma. Lo Stato pontificio visse ai m a r g i n i di quell'imm a n e cataclisma, e sporadici e vani furono i suoi tentativi di cacciarsi nella mischia. Sul p i a n o politico internazionale, insomma, il Papato dovette rassegnarsi a un ruolo subalterno. Su quello n a z i o n a l e m a n t e n n e invece il suo r a n g o , p u r a v e n d o d a t e m p o p e r d u t o o g n i slancio e c o n o m i c o . L a sua unica i n d u s t r i a e r a infatti il Vaticano che d a v a da vivere a tutta la p o p o l a z i o n e , ma p a r t i c o l a r m e n t e al patriziato. Anche se il Soglio n o n era più esclusivo a p p a n n a g g i o delle dinastie r o m a n e , che se lo c o n t e n d e v a n o con la c o r r u z i o n e e la violenza, o g n u n a di esse aveva s e m p r e in curia un cardinale che p r o v v e d e v a ad assicurare ai familiari lucrose cariche, c u r e e sinecure. Lo Stato pontifìcio e r a abbastanza vasto p e r p a g a r e gli ozi e gli sfarzi di questa casta parassitaria, che forniva i cortigiani più infidi e bacchettoni, gli a m m i n i 123
stratori più rapaci e i funzionari più incompetenti. Il p o p o lino seguitava a vivere d'elemosine, d'espedienti e d'adulazioni. La Chiesa incoraggiava questa sua atavica vocazione scroccona p e r tenerlo a b a d a e propiziarselo. La mancanza d ' u n a borghesia m e r c a n t i l e e d ' u n a classe i m p r e n d i t o r i a l e impoveriva lo Stato, ma lo liberava da pericolosi antagonisti. C l e m e n t e V i l i , l'ultimo Papa del Cinquecento e il p r i m o del Seicento, aveva cinto la tiara nel 1592, d o p o un conclave breve e senza contrasti. Sul suo n o m e , gradito alla Spagna, tutti s'erano trovati d'accordo, m a l g r a d o l'età insolitamente acerba del c a n d i d a t o : c i n q u a n t a s e i a n n i . C l e m e n t e si chiamava I p p o l i t o A l d o b r a n d i n i e discendeva da u n a famiglia fiorentina di nobili lombi, ma di scarsi mezzi. Fu il cardinale .Alessandro Farnese che fornì al ragazzo i fondi p e r studiare legge a P a d o v a e a P e r u g i a facendogli b a l e n a r e al t e m p o stesso la possibilità d'abbracciare la carriera ecclesiastica. I p polito conciliò le d u e ambizioni a r r u o l a n d o s i c o m e avvocato concistoriale e u d i t o r e di Rota. Pio V lo n o t ò e lo spedì in Spagna con un vago incarico diplomatico. Ma la sua g r a n d e ascesa cominciò con Sisto V, un Papa che di u o m i n i s'intendeva. Nel 1585 lo n o m i n ò cardinale, e tre a n n i d o p o legato in Polonia. Ippolito assolse la sua missione con tale sagacia ed energia che, q u a n d o t o r n ò a Roma, molti videro in lui il n a t u r a l e successore di Sisto. Ma la tiara, p e r a r r i v a r e a lui, n o n prese la strada diretta. Prima passò a U r b a n o V I I , che la t e n n e a p p e n a tredici giorni; poi a Gregorio XIV e I n n o cenzo IX, che la c o n s e r v a r o n o poco più a l u n g o . Finalmente, il 30 gennaio 1592, essa si posò sul capo d'Ippolito. Fu u n a scelta indovinata. C l e m e n t e e r a u o m o di g r a n d e giudizio e di s a n g u e freddo, che n o n p r e n d e v a mai decisioni affrettate e sapeva v e d e r e t u t t e le facce d ' u n p r o b l e m a . Aveva u n a s t r a o r d i n a r i a capacità d i l a v o r o , n o n e r a mai stanco e, a p a r t e un p o ' di gotta, godeva d ' u n a b u o n a salute. Vigilava su tutto e tutti, niente gli sfuggiva, leggeva dalla p r i m a parola all'ultima la valanga di relazioni che s'ammucchiavano sul suo tavolo, le postillava, le c o m m e n t a v a , le di124
scuteva coi suoi collaboratori. A un p r e l a t o che un g i o r n o gli chiese di cosa preferiva occuparsi, rispose: «Di tutto o di niente». Gli affari di Stato non lo distraevano dalle pratiche di devozione e dai d o v e r i ecclesiastici, c h e assolveva con zelo e umiltà. La mattina s'alzava di b u o n ' o r a , s'inginocchiava più volte davanti al Crocifisso, diceva le p r e g h i e r e , celebrava la messa e s o m m i n i s t r a v a a p o c h i i n t i m i la c o m u n i o n e . Fra u n ' u d i e n z a e l'altra si ritirava nella cappella privata. O g n i sera si confessava e n o n p r e n d e v a s o n n o s e n z ' a v e r letto qualche p a g i n a dei p a d r i della Chiesa. Osservava rigorosam e n t e i d i g i u n i , m a n g i a v a r a r a m e n t e c a r n e e il v e n e r d ì si nutriva esclusivamente di p a n e e acqua. Pare che indossasse anche il cilicio, che si sottoponesse a severe penitenze fisiche e c h e in t e m p o di Q u a r e s i m a facesse r i m u o v e r e d a l l ' a p p a r t a m e n t o pontificio tappeti, damaschi, q u a d r i , arazzi, oggetti preziosi e persino la biblioteca. Al loro posto collocava tibie e teschi, davanti ai quali si l'accoglieva in p r e g h i e r a . Si recava in pellegrinaggio alle t o m b e dei santi, a n d a v a scalzo in processione r e g g e n d o il crocifisso e i n t o n a n d o i salmi. Pietà e ascetismo sono qualità che di r a d o rifulgono nei Papi e che quasi mai si a c c o l g a n o con quelle che fanno l'accorto u o m o di Stato e lo scaltro d i p l o m a t i c o . C l e m e n t e fu dei pochi che riuscirono a conciliare le u n e con le altre. Fu lui che g u a d a g n ò al Papato l'alleanza con la Francia, i m p a r tendo l'assoluzione a Enrico IV, che p e r cingere la c o r o n a di Re aveva ripudiato il p r o t e s t a n t e s i m o e abbracciato la fede cattolica. Gliela concesse d o p o m o l t e t i t u b a n z e , d o v u t e in parte al timore che il B o r b o n e , u n a volta r a g g i u n t o lo scopo della sua conversione, tornasse all'antica religione, in p a r t e ai s e n t i m e n t i antifrancesi e filospagnoli c h e p r e v a l e v a n o nella Curia r o m a n a . Il Pontefice riuscì a vincerli, o piuttosto ad aggirarli, invitando in u d i e n z e separate i m e m b r i del Sacro Collegio a motivare la loro opposizione. Quasi tutti, dopo l'incontro a quattr'occhi col Papa, finirono p e r accettarne il p u n t o di vista. 125
U n o dei frutti p i ù cospicui di q u e s t o c a p o l a v o r o d i p l o matico fu, d u e a n n i d o p o , la conquista di F e r r a r a e il suo inc a m e r a m e n t o negli Stati pontifici. In base a u n a bolla di Pio V, che si richiamava a un antico diritto papale, questa città, in m a n c a n z a di eredi diretti alla successione, doveva passare al p a t r i m o n i o di San Pietro. Il 27 o t t o b r e 1597, Alfonso II d'Este m o r ì senza prole, d o p o aver designato a succedergli il nipote Cesare. Il Pontefice si disse spiacente che Alfonso n o n avesse avuto figli, ribadì i diritti della Chiesa su Ferr a r a , e siccome C e s a r e insisteva a far valere il suo titolo, il Papa p r i m a lo scomunicò, poi inviò il nipote ad A n c o n a ad a r r u o l a r e un esercito. Anche Cesare mobilitò e al suo fianco si schierarono il G r a n d u c a di Toscana e la Repubblica di Venezia, che t e m e v a n o l ' i n g r a n d i m e n t o dello Stato pontificio. Milano, in n o m e della Spagna, p r e s e posizione c o n t r o Clem e n t e . Q u a n t o alla Francia, n e s s u n o dubitava che il suo Re, legato da vincoli di g r a t i t u d i n e alla casa d'Este, che in passato l'aveva sovvenzionato, sarebbe sceso in lizza con Cesare. Ma E n r i c o , i m m e m o r e di questi favori, si schierò c o n la Chiesa e a n n u n c i ò che le a r m i francesi e r a n o p r o n t e a sos t e n e r l a . E r a u n m o d o c o m e u n altro p e r r i b a d i r e l a p r o pria fedeltà al Pontefice e «rimettere in o n o r e i gigli alla corte di Roma». La p r e s a di posizione del più p o t e n t e m o n a r c a d ' E u r o p a decise le sorti di F e r r a r a . Gli alleati di C e s a r e a c c u s a r o n o E n r i c o di t r a d i m e n t o , ma r e v o c a r o n o il loro a p p o g g i o al giovane Duca. Cesare, che n o n aveva la stoffa dello zio, perse la testa. I n c a p a c e di d e c i d e r e da solo, chiese al p r o p r i o confessore se doveva o no sottomettersi. Q u e s t i gli rispose che n o n aveva scelte e che solo rinunziando a Ferrara avrebbe o t t e n u t o il p e r d o n o del Papa. Cesare cedette, e F e r r a r a passò alla Chiesa. C l e m e n t e fu al colmo della soddisfazione. Aveva r i p o s t o b e n e la sua fiducia. L'alleato francese n o n avrebbe p o t u t o sdebitarsi meglio. Questi successi politici e diplomatici rafforzarono la già solida posizione del Papa. All'interno della Curia le vecchie 126
ostilità, a l m e n o in a p p a r e n z a , si sopirono. Il governo di Clem e n t e si fece p i ù assoluto. Le c o n g r e g a z i o n i v e n n e r o c o n s u l t a t e dal Pontefice s e m p r e più di r a d o . I nobili p e r sero molti privilegi, e la l o r o influenza a C o r t e d i m i n u ì m e n t r e cresceva quella del c a r d i n a l e n i p o t e P i e t r o Aldob r a n d i n i . Q u e s t o giovane dall'aspetto insignificante, d e t u r p a t o dal vaiolo, afflitto d a l l ' a s m a e da u n a tosse ostinata, aveva fatto studi scarsi e svogliati, ma e r a energico, intelligente e p i e n o di comunicativa. C l e m e n t e aveva un d e b o l e p e r lui, di lui solo si fidava e c o n lui solo s'apriva. I n v e c chiando, gli delegò poteri s e m p r e più ampi. «Tutte le trattative» leggiamo in u n a relazione «tutti i segni di grazia e di favore, d i p e n d o n o da lui: la sua casa è piena di prelati, n o bili, cortigiani, ambasciatori. Si p u ò dire: tutto viene u d i t o dal suo orecchio, dal suo giudizio d i p e n d e t u t t o , dalla sua bocca viene la s e n t e n z a , nelle sue m a n i l'esecuzione.» Nel 1605 q u a n d o lo zio morì, Pietro era il vero p a d r o n e di Roma, e lo r e s t ò p e r un c e r t o t e m p o a n c h e coi successori di C l e m e n t e : L e o n e X I , r i m a s t o sul Soglio a p p e n a ventisei giorni e Paolo V, che r e g n ò sedici anni. In quest'elezione, la voce dello Spirito Santo aveva parlato p e r bocca di Pietro, che tuttavia aveva scelto molto b e n e il suo u o m o . Il n u o v o Papa - cosa r a r a a quei t e m p i - n o n aveva nemici, o n'aveva m e n o degli altri candidati, e r a gradito a tutte le fazioni, lo v e d e v a n o di b u o n occhio francesi e spagnoli. Si c h i a m a Camillo B o r g h e s e ed e r a n a t o a R o m a nel 1552 da u n a famiglia d'origine senese. Aveva studiato a Perugia, dove s'era laureato in legge, poi era a p p r o d a t o nell'Urbe, e vi aveva abbracciato la c a r r i e r a ecclesiastica. Clemente V I I I l'aveva preso a benvolere, e a più riprese se n'era servito c o m e ambasciatore in delicate missioni diplomatiche. Nel 1596 l'aveva fatto cardinale, e sette a n n i d o p o vicario di R o m a . S e b b e n e fosse u n o dei p r e l a t i p i ù autorevoli, Camillo se ne stava in disparte, sprofondato negli studi giuridici e teologici. La sua vita e r a un m o d e l l o di virtù e di devozione. Quelli che lo conoscevano dicevano che n o n ave127
va ambizioni, p a g o del suo r a n g o e della b e n e v o l e n z a del Pontefice. «Sarà piuttosto un b u o n P a p a che un g r a n d e Papa» c o m m e n t ò il r a p p r e s e n t a n t e del Duca d ' U r b i n o . La profezia fu confermata a rovescio: Paolo fu un g r a n d e Papa, ma n o n un Papa b u o n o . Lo dimostrò l'indomani dell a n o m i n a facendo d e c a p i t a r e u n o scrittorello c r e m o n e s e che aveva p a r a g o n a t o C l e m e n t e V i l i a l l ' i m p e r a t o r e Tiberio. Il raffronto era cervellotico, ma il poveraccio se lo teneva p e r sé, in un q u a d e r n o chiuso nel tiretto della scrivania. L a c o n d a n n a a l c a p e s t r o p e r q u e s t o semplice r e a t o d'opin i o n e suscitò o r r o r e e sdegno. La tiara aveva dato alla testa del Pontefice. Le sue a b i t u d i n i , i suoi gesti, p e r s i n o il suo m o d o di parlare m u t a r o n o . Scrive il Ranke: «Coi suoi studi canonistici, Paolo V s'era p e r m e a t o d ' u n concetto esagerato dell'autorità papale. Voleva far valere in tutta la sua portata la d o t t r i n a che il Pontefice è l'unico r a p p r e s e n t a n t e di Gesù Cristo, c h e g o d e senza limitazioni del p o t e r e di legare e di sciogliere, che tutti i p o p o l i e tutti i p r i n c i p i d e v o n o p r o strarsi u m i l m e n t e davanti a lui. Diceva che n o n gli u o m i n i l'avevano innalzato al Soglio, ma lo spirito di Dio, con l'obbligo di tutelare le i m m u n i t à della Chiesa e i diritti di Dio. Era t e n u t o in coscienza a dedicare tutte le sue forze a liberare la Chiesa dall'usurpazione e dai soprusi. Preferiva mettere a r e p e n t a g l i o la sua vita p i u t t o s t o di d o v e r un g i o r n o , q u a n d o si s a r e b b e p r e s e n t a t o al c o s p e t t o di Dio, r e n d e r e c o n t o d ' a v e r t r a s c u r a t o il suo d o v e r e . C o n sottigliezza da giurista c o n s i d e r ò diritti t u t t e le p r e t e s e della Chiesa; e si sentì s o l e n n e m e n t e i m p e g n a t o a farli valere in tutto il loro rigore». Era, c o m e C l e m e n t e , un lavoratore forsennato e infaticabile, passava anche lui molte ore al giorno a p r e g a r e e a legg e r e il breviario, si sottoponeva a frequenti digiuni e penitenze, amava la solitudine e disdegnava il lusso. Solo coi poveri era di manica larga. Ne invitava ogni g i o r n o qualcuno a p r a n z o , e q u a n d o a n d a v a in giro p e r R o m a faceva a b b o n danti elemosine. Per r i m p a n n u c c i a r e le esauste finanze del128
la Chiesa, economizzava su tutto. Limitò a n c h e le sue gite in c a m p a g n a , che i medici gli avevano prescritto p e r t e n e r e in esercizio m u s c o l i e p o l m o n i . Gli piaceva c a m m i n a r e , e q u a n d o n o n p o t e v a uscire all'aria a p e r t a a n d a v a su e giù p e r i c o r r i d o i vaticani, o b b l i g a n d o s e g r e t a r i , p r e l a t i , ambasciatori a seguirlo. I ritratti che di lui possediamo ce lo m o s t r a n o alto, maestoso, t e n d e n t e alla p i n g u e d i n e , di lineamenti marcati, con barbetta, mustacchi a p u n t a e occhi fort e m e n t e miopi. Il suo g o v e r n o n o n fu m e n o dispotico di quello di Clem e n t e . L'evento che lo caratterizzò fu la g r a n d e contesa con Venezia, che si rifiutava di riconoscere certi privilegi giurisdizionali della Chiesa di Roma, culminata nella scomunica del Sarpi e n e l l ' i n t e r d e t t o della Serenissima. Ma questa vic e n d a , c h e p o r t ò i d u e Stati italiani sull'orlo della g u e r r a , sarà oggetto d ' u n capitolo successivo, cui r i m a n d i a m o il nostro giudizio su q u e s t o P a p a , frutto m a t u r o della C o n t r o riforma e intransigente assertore di suoi princìpi. Q u a n d o , nel gennaio 1621, Paolo V, stroncato da un colpo apoplettico, calò nella t o m b a e a succedergli fu chiamato il b o l o g n e s e A l e s s a n d r o Ludovisi, i r o m a n i trassero un r e spiro di sollievo. Il n u o v o Pontefice, c h e si fece c h i a m a r e Gregorio XV, era un vecchio p i e n o d'acciacchi e un po' rimbambito. Restò infatti assiso sul Soglio a p p e n a d u e a n n i e in sua vece r e g n ò il cardinale nipote. Nel 1623 uscì di scena, e il suo posto fu p r e s o da un u o m o che fece r i m p i a n g e r e p e r sino il Borghese. Maffeo Vincenzo B a r b e r i n i e r a il q u i n t o figlio d ' u n a nidiata di sei. Era nato a Firenze cinquantacinque a n n i p r i m a da un ricco m e r c a n t e , che l'aveva fatto studiare in un istituto di gesuiti, aveva frequentato il Collegio r o m a n o , s'era imbevuto di cultura classica, aveva letto O m e r o , Virgilio, O r a zio, C a t u l l o . D u e a n n i d o p o aveva a b b a n d o n a t o l a poesia per il diritto ed e r a e m i g r a t o a Pisa dove, c o m e desiderava la famiglia, aveva preso la sua brava l a u r e a in legge. La madre avrebbe voluto che si sposasse, ma Maffeo era deciso a 129
restar scapolo. Le d o n n e gli piacevano t r o p p o p e r legarsi a u n a sola. E p p o i un m a t r i m o n i o , con l'inevitabile fardello di figli, gli sarebbe stato d ' i n t o p p o alla carriera, ne e r a a p p e n a all'inizio, ma covava g r a n d i ambizioni. I soldi di p a p à e la p r o t e z i o n e d ' u n o zio c h e abitava a R o m a ed e r a amico di potenti cardinali, gli a v r e b b e r o spianato la strada. Nel 1588, a vent'anni, c o m p r ò p e r ottomila scudi un posto d'avvocato n e l l ' a m m i n i s t r a z i o n e pontificia. Fece m o l t o b e n e , e il P a p a gli affidò n u ò v i incarichi. Nel 1606, grazie a n c h e all'appoggio della Francia, d o v ' e r a stato n u n z i o , ott e n n e la p o r p o r a . Fu Enrico IV in p e r s o n a a porgli sul capo la b e r r e t t a di c a r d i n a l e . Alla m o r t e dello zio, ne e r e d i t ò il p a t r i m o n i o , s'installò in u n a bellissima casa, l ' a r r e d ò con fasto rinascimentale, reclutò u n o stuolo di camerieri e segretari, e ne fece un l u o g o di ritrovo di letterati e poeti. Ne tenne invece l o n t a n e le d o n n e un p o ' p e r c h é gli a r d o r i giovanili gli s'andavano s p e g n e n d o e un p o ' p e r c h é temeva che i pettegolezzi e gli scandali p o t e s s e r o c o m p r o m e t t e r e la sua ascesa al Soglio. Vi anelava al p u n t o che si fece confezionare u n a mitra personale tempestata di gemme. In pochi anni diventò il cardinale più in vista e influente dell'Urbe. Alla m o r t e di Gregorio XV, fu chiaro a tutti che il successore s a r e b b e stato lui. Il Sacro Collegio e r a diviso in d u e partiti: u n o filofrancese, l'altro filospagnolo. Maffeo era riuscito a restare al di fuori delle d u e fazioni e a fare in m o d o c h e n e s s u n a potesse p r e v a l e r e sull'altra. Così riuscì a r e n d e r s i necessario a e n t r a m b e e a d i v e n t a r e P a p a , col n o m e d'Urbano Vili. Piacque subito ai r o m a n i e soprattutto alle r o m a n e p e r la possanza fisica, la maschia bellezza, il colorito olivastro del volto, la fronte spaziosa e levigata, le sopracciglia folte e irs u t e , i g r a n d i occhi celesti, lo s g u a r d o m a g n e t i c o . E r a un c o n v e r s a t o r e affascinante e i n e s a u r i b i l e , t u t t o p u n t a e taglio. Nella discussione s'infervorava, gesticolava, batteva i p u g n i sul tavolo e q u a l c h e volta si lasciava s c a p p a r e anche q u a l c h e moccolo. Ma, sotto questi a p p a r e n t i bollori, il suo 130
sangue restava ghiaccio. N o n p r e n d e v a m a i decisioni precipitose, n o n assumeva e n o n accettava i m p e g n i verbali, esigeva c h e t u t t o fosse m e s s o p e r iscritto, firmato, controfirmato, sigillato. Sul c o m o d i n o , a c c a n t o ai p o e t i classici, a m m u c c h i a v a trattati d ' a r t e militare. E r a n o questi, p i ù della Bibbia e dei Padri della Chiesa, le sue letture preferite. Conosceva tutto quello che L e o n a r d o aveva scritto sui sistemi di fortificazione e s'esaltava alle i m p r e s e del terribile Giulio I I , il «Papa soldato». Voleva r e s t i t u i r e alla C h i e s a il r a n g o di p o t e n z a e u r o p e a senza r e n d e r s i c o n t o c h e , c o n l a G u e r r a d e i T r e n t ' a n n i , alla q u a l e gli Stati pontifici r e s t a r o n o militarm e n t e estranei, il Papato, c o m e istituto t e m p o r a l e , n o n contava più n i e n t e . N o n e r a r a r o v e d e r l o a s s u m e r e pose m a r ziali o g u a r d a r e estasiato la statua e q u e s t r e d ' u n condottiero. I m o n u m e n t i e r a n o la sua passione, ma li voleva di ferro o di b r o n z o ; quelli di m a r m o gli s e m b r a v a n o effeminati. Passava l u n g h e o r e , m u n i t o di matita, s q u a d r a e compasso, a disegnare fortezze, m u r a , arsenali. N e l Bolognese fece cos t r u i r e u n a cittadella i n e s p u g n a b i l e , e a Tivoli f o n d ò u n a fabbrica d ' a r m i da fuoco. Un solido a p p a r a t o militare doveva - secondo U r b a n o - far da p u n t e l l o a un g o v e r n o assoluto e dispotico. Il suo r e g n o fece r i m p i a n g e r e i t e m p i di Paolo V e Clem e n t e V i l i . U n a volta, a un tale che osò richiamarlo a certe antiche costituzioni papali, replicò: «La decisione d ' u n p a p a vivo vale p i ù di q u e l l e di c e n t o p a p i morti». Q u a n d o gli r a m m e n t a r o n o la deliberazione del p o p o l o r o m a n o che vietava d ' i n n a l z a r e m o n u m e n t i a un pontefice i n c a r i c a , ribatté: «Essa n o n p u ò riferirsi a un p a p a c o m e me». A chi gli magnificava le qualità diplomatiche d ' u n suo nunzio, rispose: «Ha agito secondo le mie istruzioni». E p p u r e questo Papa ambizioso, g u e r r a f o n d a i o e satrapesco, che credeva più nell'efficacia delle a r m i da fuoco che in quella della Fede e che voleva fare della Chiesa la p o t e n z a e g e m o n e della Penisola e l ' a r b i t r a delle c o n t e s e e u r o p e e , 131
n o n conobbe che smacchi, a cominciare da quello di Castro, un Ducato d a t o in feudo da Paolo I I I Farnese ai nipoti, situato alle p o r t e di Roma, in ottima posizione strategica, che godeva di speciali privilegi fiscali. Castro e r a u n a spina nel fianco d ' U r b a n o , che odiava i Farnese e voleva a tutti i costi cacciarli dalle loro t e r r e e p r e n d e r n e il posto. Facendo leva sul m a l c o n t e n t o di alcuni banchieri r o m a n i , coi quali i Farn e s e s ' e r a n o i n d e b i t a t i fino al collo, il Pontefice confiscò i beni che questa famiglia aveva nell'Urbe e le dichiarò guerra. Il 13 ottobre 1641, Castro fu occupata. Pochi mesi d o p o , U r b a n o scomunicò il duca O d o a r d o Farnese, lo dichiarò dec a d u t o da tutti i suoi diritti di s o v r a n i t à e minacciò di togliergli anche P a r m a e Piacenza. Si ventilò la possibilità d ' u n accordo, ma il Papa rispose ch'esso e r a assurdo p e r c h é Castro a p p a r t e n e v a alla Chiesa e i Farnese e r a n o degli usurpatori. A questo p u n t o , gli Stati italiani cominciarono ad allarmarsi. Se il Papa, d o p o essersi i m p a d r o n i t o del feudo laziale del d u c a O d o a r d o , con l'aiuto delle a r m i francesi avesse occupato a n c h e P a r m a e Piacenza, il pericolo p e r i Principi del N o r d si sarebbe fatto piuttosto serio. Per scongiurarlo essi r i u n i r o n o le loro forze e le misero i n c a m p o c o n t r o U r b a n o . I l F a r n e s e , i m b a l d a n z i t o dallo schieramento in suo favore di Firenze e Venezia, si mise alla testa d ' u n piccolo esercito e marciò s u l l ' U r b e , che riuscì a sostenerne l'urto e a respingerlo. La g u e r r a si trascinò avanti con alterne vicende p e r q u a t t r o anni. A porvi fine fu l'alto costo delle spese militari e l'esaurimento finanziario dei belligeranti, specie del Pontefice. La pace fu stipulata nel 1644 a t u t t o s v a n t a g g i o d ' U r b a n o c h e d o v e t t e r e v o c a r e la scom u n i c a e restituire Castro al Farnese. A n c h e sul p i a n o i n t e r n a z i o n a l e , d u r a n t e la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , il P a p a subì u n a serie d'umiliazioni. La p r i m a volta, q u a n d o l ' i m p e r a t o r e F e r d i n a n d o I I , d o p o aver eman a t o il famoso editto di restituzione, chiese al B a r b e r i n i di p o t e r a s s e g n a r e le sedi ecclesiastiche t o r n a t e al cattolicesimo, e a v e n d o n e avuto un rifiuto, n o n ne t e n n e alcun conto 132
e fece u g u a l m e n t e le n o m i n e . Un'altra volta, q u a n d o Urbano si schierò col Re di Svezia c o n t r o l ' I m p e r a t o r e nell'illusione che Gustavo Adolfo riconsegnasse ai cattolici i vescovadi p r o t e s t a n t i della G e r m a n i a s e t t e n t r i o n a l e , cosa che il c a m p i o n e dei p r o t e s t a n t i n o n avrebbe fatto p e r tutto l'oro del m o n d o . Se questi smacchi accorciarono la vita del Barberini n o n sappiamo. C e r t a m e n t e gliela a m a r e g g i a r o n o più di q u a n t o gliel'avessero allietata l'esercizio del p o t e r e e il suo sfrenato abuso. La sua m o r t e fu salutata con sollievo da tutti. Solo i nipoti la p i a n s e r o a m a r a m e n t e . Lo zio li aveva colmati d'ogni sorta d'onori, p r e b e n d e , privilegi. Fu calcolato che nelle loro tasche finirono la bellezza di c e n t o c i n q u e milioni di scudi.
CAPITOLO UNDICESIMO IL REAME
D u r a n t e l a G u e r r a dei T r e n t ' a n n i u n a delle p i ù p i n g u i riserve di c a r n e da c a n n o n e p e r la S p a g n a fu il Viceregno di Napoli. Si calcola che circa c i n q u a n t a m i l a soldati e cinquemilacinquecento cavalli ne varcarono i confini p e r a n d a r e a concimare i campi di battaglia d e l l ' E u r o p a centrale. Quella u m a n a e r a l'unica m e r c e che il Mezzogiorno produceva in quantità s u p e r i o r e al p r o p r i o fabbisogno e la sola che fosse in g r a d o d ' e s p o r t a r e . Il p r o b l e m a demografico già a q u e i t e m p i affliggeva il S u d f a v o r e n d o n e il d e p a u p e r a m e n t o , d o v u t o all'assoluta m a n c a n z a d ' i n d u s t r i e , allo scarso slancio c o m m e r c i a l e , allo stato d ' a b b a n d o n o delle campagne. Dai t e m p i d i F e d e r i c o I I l ' e c o n o m i a m e r i d i o n a l e n o n aveva fatto c h e declinare. Gli Angioini e gli Aragonesi avev a n o assistito impassibili alla sua rovina. Gli s p a g n o l i n o n m o s s e r o un dito p e r arginarla. Pessimi a m m i n i s t r a t o r i , allergici a ogni p r e o c c u p a z i o n e di bilancio, qui, m e n o che altrove, riuscirono a farlo q u a d r a r e . Nella sua storia del Reg n o di Napoli, B e n e d e t t o Croce ha scritto che la conquista del Mezzogiorno fu p e r M a d r i d un pessimo affare. E vero. Ma lo fu altrettanto p e r i suoi abitanti la d o m i n a z i o n e spagnola, la quale, più che a p o r t a r o r o all'Escuriale, tirò a farsi m a n t e n e r e dai sudditi, s o m m e r g e n d o l i sotto un diluvio di balzelli. La scure del Fisco s'abbatteva su tutto. Gli appaltatori s o t t o p o n e v a n o i c o n t r i b u e n t i a o g n i specie di soprusi, facevano la cresta sulle gabelle e n o n r e n d e v a n o conto che alla p r o p r i a rapacità. Poiché le tasse n o n bastavano a coprire le spese e a colmare i s e m p r e crescenti disavanzi, i Viceré 134
escogitavano, di volta in volta, esazioni s t r a o r d i n a r i e . I m p o n e v a n o d o g a n e , dazi, calmieri, c o n c e d e v a n o o r e v o cavano privative, limitavano le importazioni, scoraggiavano le esportazioni, m a n i p o l a v a n o p e r s i n o la m o n e t a e alteravano i cambi, stabilivano i «donativi» che servivano p e r le spese più futili e frivole, come l'acquisto delle pianelle p e r l'Imperatrice. La S p a g n a governava il Viceregno come se stessa, con criteri antieconomici e m e t o d i antiquati, che p i o m b a r o no la colonia nel p i ù spaventoso b a r a t r o finanziario. Alla s p r o v v e d u t e z z a a m m i n i s t r a t i v a e alla cupidigia dei d o m i n a t o r i facevano r i s c o n t r o l'abulia e l ' i n e t t i t u d i n e dei dominati, a cominciare dalla classe p i ù altolocata: la nobiltà. Nel Sud essa era assai p i ù composita e differenziata che altrove. C ' e r a quella d ' o r i g i n e g u e r r i e r a n o r m a n n a e sveva che p r e e s i s t e v a al d o m i n i o s p a g n o l o e n o n d i m e n t i c a v a i suoi titoli di priorità. Né i Re aragonesi, né i Viceré di Madrid e r a n o mai riusciti a r i d u r l a all'obbedienza. Il nobile nap o l e t a n o , calabrese, siciliano e r a r i m a s t o s o v r a n o assoluto nel suo feudo, i cui abitanti si consideravano più sudditi suoi che del Re. A n c h e se e r a v e n u t o ad a b i t a r e in un palazzo della Capitale e a o c c u p a r e u n a carica a corte, conservava g e l o s a m e n t e le p r e r o g a t i v e di q u e s t o s u p r e m o r a n g o e manteneva le distanze col pari g r a d o di n u o v a estrazione. Il g o v e r n o vicereale i n a u g u r a t o da d o n P e d r o di Toledo era stato infatti p r o d i g o d i titoli nobiliari: u n p o ' p e r c h é , ambiti c o m ' e r a n o p e r gli onori e i privilegi che comportavano in q u e s t a c h i u s a e g e r a r c h i z z a t a società secentesca, fruttavano al tesoro fior di quattrini, un p o ' p e r c h é creavano u n a categoria di clienti legati al p o t e r e costituito, un p o ' perché questa n u o v a aristocrazia serviva a controbilanciare quella p i ù antica e p r e p o t e n t e . Ma q u e s t ' u l t i m o obiettivo s'era d i m o s t r a t o illusorio p e r c h é il n u o v o nobile, più che a infrenare quello vecchio, badava a imitarlo soprattutto nell'arroganza. A n c h e lui si c o n s i d e r a v a s o v r a n o assoluto nel suo f e u d o , a n c h e lui si sentiva al di s o p r a della legge. In Pratica, il Viceré n o n g o v e r n a v a c h e un t e r z o d e l R e a m e . 135
Gli altri d u e terzi e r a n o «feudali», cioè soggetti ai Signori che se li t r a m a n d a v a n o p e r diritto ereditario e vi dettavano la legge loro. Vi risiedevano di r a d o . Anzi, c'erano dei nobili c h e n o n a v e v a n o m a i m e s s o p i e d e nelle l o r o t e r r e . Le amministravano - se si p u ò usare questo verbo - attraverso ìgabelloti, così chiamati p e r c h é si i m p e g n a v a n o a p a g a r e una «gabella», o affìtto a n n u o , al p a d r o n e che n o n voleva occuparsi del suo p a t r i m o n i o , p a g o d i s p r e m e r n e q u a n t o più p o t e v a p e r c a m p a r e a N a p o l i o a P a l e r m o . È facile capire ciò che avveniva: il gabellato, a sua volta, cercava di sfruttare al massimo la sua posizione p r a t i c a n d o un'agricoltura e una pastorizia di r a p i n a e r i d u c e n d o allo stremo i contadini. La d e g r a d a z i o n e del Sud ad «area depressa», depressa n o n solo e c o n o m i c a m e n t e , ma a n c h e m o r a l m e n t e , dalle a n g h e r i e che vi esercitavano, in n o m e del S i g n o r e assente e col suo tacito consenso, questi rapaci affittuari distruttori di boschi e pascoli, risale a quest'epoca. E l ' h a n n o sulla coscienza i nobili. C o s t o r o , o r m a i accasati in città, n o n a v e v a n o altro p r o blema da risolvere che la conquista e la difesa delle «precedenze». A differenza dei p i e m o n t e s i e dei veneziani infatti essi n o n costituivano un'aristocrazia di p o t e r e p e r c h é i Viceré spagnoli si g u a r d a v a n o b e n e dall'affidargliene anche le leve subalterne. Per le forze a r m a t e si fidavano solo - e facev a n o b e n e - dei loro generali c a s i g l i a n i . Per l'amministrazione preferivano p e r s o n a l e borghese. Il nobile quindi, per i n g a n n a r e i suoi ozi, n o n aveva altre risorse che la m o n d a nità, il gioco e le gare di prestigio e di protervia coi suoi pari. Per un posto a tavola, p e r un titolo omesso in un indirizzo, p e r un s u p e r l a t i v o in p i ù o in m e n o , e r a disposto a u c c i d e r e e a farsi u c c i d e r e . R a c c o n t a il Viterbo: « D u r a n t e u n a solennità, a Napoli, il Viceré uscì indispettito di chiesa, p e r c h é vide p o s a r e d u e cuscini sotto i piedi dell'Arcivescovo, che aveva d i r i t t o a un cuscino solo. Violenti contrasti scoppiarono in mezzo alla nobiltà di Bari p e r c h é il castellano G i u s e p p e Pappacoda, m a r c h e s e di C a p u r s o , si faceva da136
re di eccellenza e soprattutto p e r c h é la moglie nei divini uffizi alla basilica di San Nicola e in D u o m o usava la sedia con cuscino, il c h e offendeva la suscettibilità delle altre gentild o n n e prive di cuscino, e p e r giunta, d o p o essersi seduta, si lasciava avvolgere in nugoli d'incenso da pretonzoli e sagrestani che agitavano turiboli davanti a lei». I duelli del nobile n o n si c o n t a v a n o . Il suo senso dell'onore gli consentiva di n o n p a g a r e i debiti in cui il suo patrim o n i o stava s p r o f o n d a n d o , ma n o n di c e d e r e il passo sul marciapiede a un suo pari. Q u e s t o «affronto» l'obbligava a p o r m a n o alla s p a d a che gli cingeva il fianco, e gli u o m i n i del suo seguito ( p e r c h é u n nobile d e g n o d i q u e s t o n o m e non a n d a v a mai in giro da solo) e r a n o tenuti a imitarlo. Ne nascevano, in p i e n a strada, vere e p r o p r i e battaglie c h e lasciavano sul t e r r e n o m o r t i e feriti. I n v a n o i Viceré e m a n a vano b a n d i p e r i m p e d i r e queste orge d ' a r r o g a n z a e di sangue. Solo verso la fine del secolo i nobili n a p o l e t a n i si r e n d e r a n n o c o n t o d e l l ' a s s u r d i t à di questi massacri e con u n a dichiarazione s ' i m p e g n e r a n n o a cessarli. Era fatale che u n a siffatta classe, con la sua atavica refrattarietà alle attività produttive e la totale renitenza all'investimento, si giocasse il patrimonio, che dalle sue tasche cominciò lentamente a scivolare in quelle del ceto medio. Nel resto d'Italia, ceto m e d i o e r a s i n o n i m o di borghesia artigianale, mercantile, imprenditoriale. Nel Reame, no. Qui designava esclusivamente gli speculatori e gli avvocati. I p r i m i e r a n o appaltatori di gabelle, m e r c a n t i di pochi scrupoli, strozzini, usurai, questi ultimi in g r a n p a r t e forestieri, s p e c i a l m e n t e genovesi. I napoletani li chiamavano «giudei» p e r c h é e r a n o stati gli ebrei a d e t e n e r e il monopolio di quest'attività, p r i m a che d o n Pedro di Toledo li mettesse al b a n d o . Se gli speculatori, coi loro traffici più o m e n o leciti, s'imp i n g u a v a n o alle spalle dei nobili ricchi, s e m p r e m e n o ricchi, gli avvocati facevano d e n a r o sfruttando la loro litigiosa rivalità. I motivi di contesa, c o m e a b b i a m o visto, e r a n o 'nnumerevoli. Qualche volta, è vero, ci si faceva giustizia da 137
sé, con un duello o un agguato. Più spesso, a causa dei bandi vicereali che c o m m i n a v a n o p e n e severe a chi regolava in p r o p r i o i conti col nemico, s'andava dall'avvocato. Q u a n t i ce ne fossero a Napoli nel Seicento n o n sappiam o . C e r t a m e n t e dovevano essere legioni se, c o m e dice Croce, «la strada dell'avvocazione p a r v e fosse la sola a p e r t a agli u o m i n i i n t r a p r e n d e n t i , p e r c h é quella delle a r m i n o n valeva più a tal fine, e quella dei c o m m e r c i e delle industrie m a n cava, o n d e il " v e n d e r fole ai garruli clienti" d i v e n n e la vera industria e il lucroso c o m m e r c i o i n t e r n o di Napoli». Ma c'era a n c h e un'altra circostanza a r e n d e r e vantaggiosa e ambita la carriera forense: gli avvocati p o t e v a n o facilmente otten e r e cariche politiche. G u a d a g n a v a n o m e n o m a accrescevano il p r o p r i o prestigio e, se g i u n g e v a n o a ricoprire uffici importanti, venivano insigniti d ' u n titolo nobiliare. Accanto a questo ceto m e d i o e all'aristocrazia, c'era un'altra classe benestante e privilegiata: il clero. Napoli pullulava di edifici e istituzioni religiose. A m e t à del Seicento, nella sola Capitale, s o r g e v a n o p i ù di c e n t o conventi, in m a g g i o r a n z a d o m e n i c a n i , francescani, gesuiti. Alcuni risalivano al M e d i o Evo, molti e r a n o stati innalzati d o p o il Concilio di T r e n t o . Il n u m e r o dei religiosi si faceva a m m o n t a r e a trentamila su u n a popolazione che oscillava fra le d u e c e n t o e le trecentocinquantamila a n i m e . Essi n o n e r a n o dediti solo alla p r e g h i e r a e alle o p e r e di carità, ma a n c h e all'artigianato e al c o m m e r c i o . I gesuiti trafficavano in vino, altri o r d i n i lav o r a v a n o l ' o r o e l ' a r g e n t o , c h e i fedeli gli lasciavano p e r t e s t a m e n t o , le m o n a c h e c o n f e z i o n a v a n o e v e n d e v a n o biscotti, canditi, lasagne e altre leccornìe. La chiesa di D o n n a r o m i t a si specializzò nella c o m p o s i z i o n e di foglie di rosa c a n d i t e , quella di Santa C a t e r i n a nella fabbricazione di tagliolini più fini di capelli, quella di San Potito acquistò rinom a n z a p e r il «casatiello», o torta pasqualina. Grazie a q u e s t ' i m p o n e n t e attività gastronomica, Napoli g o d e v a la fama della città più buongustaia d'Italia. A n c h e nel R e a m e , c o m e nel r e s t o della Penisola, gli ec138
clesiastici beneficiavano d ' i m m u n i t à e privilegi. L'alto clero faceva c o n c o r r e n z a ai nobili nello sfoggio di ricchezza e di p o m p a e , n o n m e n o d e i p r i n c i p i e d e i b a r o n i , e r a geloso delle p r o p r i e prerogative. Il Vescovo viveva da g r a n Signor e , t e n e v a m e n s a i m b a n d i t a , aveva u n o stuolo d i m a g g i o r d o m i , c u o c h i e c a m e r i e r i , e r a riverito e ossequiato dal Viceré, dall'aristocrazia e dalla plebe, che a lui ricorreva in occasione di carestie e cataclismi naturali. D u r a n t e l ' o c c u p a z i o n e s p a g n o l a s e n ' a b b a t t e r o n o sulla città di terribili: tre volte Napoli fu squassata dal t e r r e m o t o , u n a volta fu sconvolta dall'eruzione del Vesuvio, un'altra la sua p o p o l a z i o n e fu d e c i m a t a dalla p e s t e . A far le spese di questi flagelli e r a n o il «popolo» e il «popolino». Al p o p o l o a p p a r t e n e v a n o bottegai, barcaioli, m u l a t t i e r i , piccoli c o m mercianti che guadagnavano abbastanza per campare ma n o n a b b a s t a n z a p e r affrontare l e c o n s e g u e n z e d ' u n a calamità. Il p o p o l i n o , che c o m p r e n d e v a la m a g g i o r a n z a degli abitanti, era u n a specie di sottoproletariato cencioso, disered a t o , affamato, c h e viveva d ' a c c a t t o n a g g i o e d ' e s p e d i e n t i , facile esca di suggestioni d e m a g o g i c h e e di m i r e sovversive. I Viceré lo t e n e v a n o a b a d a con piccoli sussidi ed elargizioni di vino e farina e se ne servivano, in caso di disordini, c o m e contraltare alla nobiltà. Q u e s t a p l e b e viveva nei bassi, stipata in l u r i d e catapecchie, infette e fatiscenti, dove n e m m e n o la polizia osava entrare. Forniva i q u a d r i alla malavita locale che nel Seicento, con la nascita della camorra, così d e n o m i n a t a da u n ' o m o n i ma bisca dove conveniva g e n t e della p e g g i o r risma, si diede u n a vera e p r o p r i a organizzazione gerarchica. I capi si chiam a v a n o guappi, indossavano abiti vistosi e sgargianti, assum e v a n o pose minacciose e spavalde, c a m m i n a v a n o col petto in fuori e le m a n i sui fianchi, seguiti da un codazzo di fedeli, a r m a t i fino ai denti. N o n c'era r a t t o , omicidio, r a p i n a in cui la camorra n o n avesse lo z a m p i n o . I suoi sicari venivano assoldati indifferentemente dai nobili, dagli spagnoli, dai ricchi signori che trovavano molto c o m o d o far liquidare un 139
nemico dal guappo, che l'assoluta o m e r t à della p o p o l a z i o n e r e n d e v a inafferrabile e metteva al sicuro da o g n i sanzione. Talvolta la camorra assumeva le difese del debole, angariato ingiustamente dal p o t e n t e che, con le b u o n e o le cattive, più con queste che con quelle, doveva r i p a r a r e il torto e risarcire la vittima, se n o n voleva rimetterci la pelle. Ma più spesso si c o m p o r t a v a c o m e u n ' a s s o c i a z i o n e a d e l i n q u e r e , spiccia nei m e t o d i , inesorabile negli odi, spietata nelle v e n d e t t e . E tale s'è t r a m a n d a t a fino ai giorni nostri. G o v e r n a r e in q u e s t e condizioni n o n e r a facile. I Viceré che s'avvicendarono a Napoli, salvo r a r e eccezioni, lasciaron o d i s é u n p e s s i m o r i c o r d o . Venivano dalle f i l e della n o biltà castigliana, e r a n o c o m p l e t a m e n t e d i g i u n i d ' a m m i n i strazione, consideravano la loro carica un titolo da sfoggiare e u n a facile fonte di g u a d a g n o , b a d a v a n o solo al p r o p r i o t o r n a c o n t o e s'infischiavano dei bisogni dei sudditi. Valga p e r tutti l'esempio del Duca d ' O s s u n a , a p p r o d a t o a Napoli n e l 1616, a b o r d o d ' u n a lettiga. C o m b a t t e n d o in F i a n d r a s'era infatti ferito a u n a g a m b a e c a m m i n a v a con difficoltà. Aveva t r e n t a s e t t e a n n i e t u t t e le s t i m m a t e dell'hidalgo. Di statura piuttosto bassa, b r u n o d'occhi e di capelli, olivastro d i pelle, sfrontato, i m p u l s i v o , s u p e r b o , e r a d o m i n a t o d a u n ' a m b i z i o n e sfrenata e da un'irresistibile i n c l i n a z i o n e al bel sesso. Ecco il ritratto che di lui tracciò l'agente a Napoli del Duca d ' U r b i n o : «I concetti di questo Viceré sono smisurati et d e g n i d ' u n Alessandro M a g n o . Si è messo in a n i m o di fabbricare et a r m a r galeazze, et s p e r a p r e n d e r Costantin o p o l i , r a c q u i s t a r G e r u s a l e m m e , pigliar l'Albania et cose maggiori. Cominciò a far descrivere la g e n t e di Napoli atta alle a r m i , poi à s o p r e s e d u t o . Vuol far venire q u a 1500 Valloni, 5 0 0 A l e m a n n i e t 4 0 0 0 S p a g n u o l i e t t e n e r i n o r d i n e 6000 regnicoli, p e r h a v e r un esercito valente». Era un esibizionista. Vestiva in m o d o eccentrico, ostentava gioielli di g r a n fattura, p a r l a v a a voce alta, apostrofava chi, i n c o n t r a n d o l o p e r s t r a d a , n o n gli t r i b u t a v a i l d o v u t o omaggio, si circondava di buffoni, faceva plateali elemosine, 140
i m b a n d i v a b a n c h e t t i p a n t a g r u e l i c i e dava feste da «Mille e u n a notte». Ma sapeva a n c h e g u a d a g n a r s i le simpatie p o p o lari con gesti teatrali e demagogici. Un giorno, attraversando in carrozza il m e r c a t o , g i u n t o d a v a n t i all'ufficio dove si riscuoteva il balzello sulla frutta, o r d i n ò al cocchiere di fermarsi. Scese, sguainò la spada, e con un colpo netto recise le c o r d e della bilancia su cui si pesava la frutta, e s c l a m a n d o : «Così si leva la gabella dei frutti; piuttosto p e r d i la vita che sopportarla». C o n questi gesti da g u a p p o si p r o c u r a v a i favori del popolino,, di cui aveva bisogno p e r c o m p e n s a r e l'odio che i nobili n u t r i v a n o p e r lui. Li trattava dall'alto al basso, li offendeva in p u b b l i c o e insidiava in p r i v a t o le l o r o d o n n e . Organizzava feste con prostitute e teppisti, che spesso d e g e n e r a v a n o in orge e tafferugli. Q u a l c h e volta ci scappava a n c h e il m o r t o . Fu la sua avidità a p e r d e r l o . In q u a t t r ' a n n i - quanti d u r ò la sua missione - l'Ossuna n o n m a n d ò in patria un solo r e n d i c o n t o . R u b ò a p i e n e m a n i e fece r u b a r e ai suoi amici. «Questi» scrive a n c o r a l ' a g e n t e d e l D u c a d ' U r b i n o , c o m m e n t a n d o il richiamo in S p a g n a del Viceré «è u n o d e ' g r a n matti c h ' a b b i n o mai g o v e r n a t o q u e s t o R e g n o ; e t u t t o q u e l c h ' h a fatto p e r n o n partirsi di qua, è stata v e r a m e n t e pazzia, senza f o n d a m e n t o nissuno de potersi sostenere; ma l'amore g r a n d i s s i m o di d a m e ne dà g r a n c a g i o n e ; con t u t t o ciò si p o r t e r à seco d u e cento mila ducati d'oro, senza quel che ha dissipato e dato via.» Lasciando Napoli, g i u r ò che vi sarebbe t o r n a t o p e r vendicarsi di coloro che avevano voluto, e o t t e n u t o , il suo eson e r o . M a n o n m a n t e n n e l a parola p e r c h é u n a n n o d o p o essere r i e n t r a t o in patria fu imprigionato. Ne aveva fatte t r o p p e . I suoi successori ne f a r a n n o a l t r e t t a n t e , e il R e a m e seguiterà a rotolare verso l'abisso, t r a v o l g e n d o l'economia e la società di tutto il Mezzogiorno.
CAPITOLO DODICESIMO
L'INVOLUZIONE POLITICA
Se l'Italia n o n e r a stata fra le maggiori vittime della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , che l'aveva coinvolta solo m a r g i n a l m e n t e e di riflesso, ciò n o n vuol dire che n o n ne abbia anch'essa sofferto le c o n s e g u e n z e . Abbiamo già visto cosa quel conflitto costò al P i e m o n t e , lo Stato italiano che vi si trovò p i ù dirett a m e n t e i m p e g n a t o . Gli a v v e n t u r o s i D u c h i d i Savoia c h e avevano cercato di approfittarne p e r impadronirsi del M o n f e r r a t o s t r a p p a n d o l o ai D u c h i di M a n t o v a e r i u n i r e sotto la loro signoria tutta la r e g i o n e , d o v e t t e r o contentarsi di p ò c h e briciole e c o n s e g n a r e in cambio P i n e r o l o ai francesi. C o s t o r o , d a q u e s t a testa d i p o n t e , p o t e r o n o s e m p r e più s v i l u p p a r e le l o r o i n t e r f e r e n z e nella p e n i s o l a p e r minarvi la -supremazia spagnola. E questa lotta doveva contin u a r e a n c h e d o p o la p a c e di Westfalia, a c c e n t u a n d o le divisioni dell'Italia e p r e c i p i t a n d o l a in un s e g u i t o di conflitti intestini, che n o n e r a n o l a g u e r r a , m a n o n e r a n o n e m m e no la p a c e . Più c h e di g r a n d e politica, si t r a t t a d ' i n t r i g h i , c h e alla fine l a s c i a r o n o le cose p r e s s a p p o c o c o m e p r i m a , ma che tuttavia l o g o r a r o n o vieppiù le r e s i d u e forze del n o stro esausto Paese. La vittima p i ù illustre fu Venezia. La sua d i p l o m a z i a si e r a b a r c a m e n a t a s a g g i a m e n t e nel g r a n d e conflitto che o p p o n e v a gli A s b u r g o d'Austria e quelli di S p a g n a ai Valois francesi. Ma la divisione d'Italia e d ' E u r o p a le fu fatale nella lotta contro i turchi all'assalto del suo i m p e r o m e d i t e r r a n e o . Di questo i m p e r o , il p u n t e l l o e r a l'isola di Creta. I turchi la conquistarono di sorpresa nel 1645; ma la g u a r n i g i o n e della capitale, C a n d i a , resistè. E Venezia, p e r sostenerla, m a n d ò 142
flotte su flotte. L o r e n z o Marcello distrusse quella avversaria nell'Ellesponto, e Lazzaro Mocenigo forzò a d d i r i t t u r a i Dardanelli m e t t e n d o il blocco a Costantinopoli. E n t r a m b i p e r sero la vita in q u e s t e s a n g u i n o s e battaglie c h e testim o n i a v a n o l'indomito valore della m a r i n e r i a veneziana, ma nello stesso t e m p o la d i s s a n g u a v a n o . Venezia aveva deciso questa resistenza a oltranza nella fiducia che p r i m a o poi si riformasse il fronte cristiano che c e n t ' a n n i p r i m a aveva cond o t t o al trionfo di L e p a n t o . Ma la s p e r a n z a a n d ò d e l u s a . Q u a n d o , d o p o ventitré a n n i di g u e r r a nella città assediata, il c o m a n d a n t e dell'eroica piazzaforte, Morosini, si arrese coi brandelli della sua g u a r n i g i o n e , Venezia aveva p e r d u t o centomila u o m i n i e oltre d u e c e n t o navi. Da questo colpo n o n si riprese più. Da allora, tutta la sua politica n o n sarà più che u n ' a z i o n e di r e t r o g u a r d i a , volta n o n già a rilanciare la sua gloriosa avventura, ma a r i t a r d a r n e la fine. Gli altri Stati italiani facevano soltanto del piccolo cabotaggio. Abbiamo visto i francesi approfittare dei dissidi fra i Savoia di Torino e i Gonzaga-Nevers di Mantova, titolari anche del Monferrato, p e r installarsi a Pinerolo. Di lì a pochi a n n i s ' i m p a d r o n i r o n o a n c h e di Casale, m e t t e n d o così il Piem o n t e sotto il p r o p r i o c o n t r o l l o e t e n e n d o sotto c o n t i n u a minaccia sia il g o v e r n a t o r a t o spagnolo di Milano che la r e pubblica d i Genova, i n d i p e n d e n t e m a s t r e t t a m e n t e legata alla S p a g n a sin dai t e m p i di A n d r e a Doria. Ma non si contentarono di questo. Con un improvviso attacco n a v a l e , o c c u p a r o n o a n c h e P i o m b i n o e i cosiddetti «Presidi» della M a r e m m a e dell'Elba. Dal p u n t o di vista territoriale, n o n e r a n o g r a n d i conquiste. Ma lo e r a n o dal p u n to di vista strategico p e r c h é q u e i capisaldi d o m i n a v a n o le rotte marittime fra Genova e Napoli. Poteva essere il principio di un sovvertimento di tutta la situazione italiana a p r ò della Francia, se questa n o n fosse c a d u t a in p r e d a alle convulsioni della Fronda, che precipitò n u o v a m e n t e il Paese nella g u e r r a civile. Casale fu evacuata, m e n t r e Piombino t o r n ò n o m i n a l m e n t e ai Ludovisi, ma di fatto alla S p a g n a , l o r o 143
p r o t e t t r i c e . M a i n t a n t o , d i tutti questi s u b b u g l i p r o v o c a t i dalla i n t e r m i n a b i l e rissa franco-spagnola, a v e v a n o cercato di approfittare gli altri potentati. Nei capitoli che a b b i a m o loro singolarmente dedicato, abbiamo fatto c e n n o di queste piccole avventure. Rivediamole nel loro insieme. Saldo nei suoi p o s s e d i m e n t i garantitigli dalla S p a g n a , il Papato n o n p e r d e v a occasione p e r cercar di dilatarli a spese dei vicini. Al Lazio, all'Umbria, alle Marche, a un bel boccone dell'Emilia-Romagna, nel 1598 esso aveva a g g i u n t o Ferr a r a a p p r o f i t t a n d o di u n a complicata q u e s t i o n e di successione p e r toglierla agli Este, cui rimasero soltanto M o d e n a e R e g g i o . Nel 1631 si e r a a n n e s s o U r b i n o , soffiandolo al G r a n d u c a di Toscana. Nel '49 riuscì finalmente a incamerare a n c h e Castro, il feudo laziale dei Farnese, c o n t r o cui invano si era avventato pochi a n n i p r i m a U r b a n o V i l i . Gli Este si fecero c o m p e n s a r e dai protettori spagnoli, che s o v r i n t e n d e v a n o a t u t t e q u e s t e t r a n s a z i o n i , con l'assegnazione di C o r r e g g i o . I G o n z a g a r i e b b e r o Casale, s g o m b r a t a dai francesi. Q u a n t o al G r a n d u c a di Toscana c h e , confin a n d o con gli Stati pontifici, si considerava il più minacciato dal loro accrescimento, ricevette c o m e c o n t e n t i n o le contee m a r e m m a n e di Pitigliano e di S a n t a Fiora, e P o n t r e m o l i nella Lunigiana, antichissimo feudo dei Malaspina. E r a n o c a m b i a m e n t i che n o n c a m b i a v a n o n u l l a . Quelli che passavano da u n a m a n o all'altra n o n e r a n o degli Stati, e n e m m e n o dei C o m u n i o dei Municipi, ma solo delle «fattorie» che i vari signori c o n s i d e r a v a n o loro privato p a t r i m o nio. Tutti i nuovi equilibri che questi baratti creavano e r a n o m o m e n t a n e i e n o n incidevano m i n i m a m e n t e sulle sorti del Paese, che s e m p r e più volgevano al peggio. Prima della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i infatti l'Italia esercitava a n c o r a un certo peso. Venezia e r a u n a g r a n d e potenza, la capitale di un vasto i m p e r o coloniale, con cui l ' E u r o p a doveva fare i conti. In c a m p o spirituale, la C o n t r o r i f o r m a aveva rifatto di R o m a un Caput mundi, e sia p u r e di un m o n do mutilato qual era quello cattolico d o p o la g r a n d e divisio144
ne o p e r a t a da Calvino e da L u t e r o . In c a m p o c u l t u r a l e , il p r i m a t o italiano restava, sia p u r e solo p e r forza d'inerzia, cioè di tradizione. Malgrado i suoi Galilei, i suoi Sarpi, i suoi B e r n i n i , i suoi M o n t e v e r d i , l'Italia n o n e r a p i ù quella del Cinquecento. Ma il prestigio p e r d u r a v a . L'italiano era ancora la lingua della intellighenzia e delle Corti e u r o p e e . Il nazionalista S h a k e s p e a r e , nei suoi d r a m m i e c o m m e d i e , n o n si stanca di avventare strali contro i suoi compatrioti che p e r snobismo u s a n o parole italiane e ostentano m o d i e vezzi italiani. La «rifinitura» di un u o m o di m o n d o e il c o m p l e t a m e n t o della sua educazione era il viaggio in Italia. La G u e r r a dei T r e n t ' a n n i s e g n a lo s p a r t i a c q u e e dà l'avvìo al g r a n d e declino. Venezia r i m a n e u n a città o p u l e n ta, fastosa e festosa; ma il suo i m p e r o n o n è più il Mediterr a n e o , che del resto ha c e d u t o la sua c o r o n a di «Re dei mari», all'Atlantico; è soltanto l'Adriatico. Q u a n t o a R o m a , i fatti d i m o s t r a n o che il suo p r i m a t o spirituale, nella stessa area cattolica, e r a c o n d i z i o n a t o dal p o t e r e m a t e r i a l e della Spagna, e con esso t r a m o n t a . Il Papato, che con la Controriforma aveva c r e d u t o di r i p r e n d e r e l'iniziativa e di p o t e r ric r e a r e in E u r o p a u n ' a t m o s f e r a di crociata, d o p o la pace di Westfalia si trova r i d o t t o , c o m e influenza, al livello di u n o dei tanti Stati italiani; ed ecco p e r c h é c o m e essi si a b b a n d o na a u n a politica famelica di annessioni territoriali. Q u e s t a involuzione la si nota financo nella d e c a d e n z a fisica delle dinastie italiane. Gli Este, i G o n z a g a , i F a r n e s e , che nel Q u a t t r o e nel C i n q u e c e n t o avevano sfornato splendidi a r c h è t i p i di c o n d o t t i e r i , m a g a r i b r u t a l i e c r u d e l i , ma fisicamente gagliardi e carichi di aggressiva e n e r g i a , s o n o ora r a p p r e s e n t a t i da delle specie di m o n g o l o i d i , minati da tare ereditarie. L'ultimo Medici che fa o n o r e al n o m e è Ferd i n a n d o II. D o p o di lui, sarà un seguito di d e g e n e r a t i fino all'estinzione della casata. Ciò n o n r a p p r e s e n t a u n a semplice curiosità patologica. Ha il suo p e s o in u n a politica p e r s o n a l i z z a t a c o m e quella degli Stati italiani, che quasi d o v u n q u e s'identificano col Si145
g n o r e , anzi n o n r a p p r e s e n t a n o - c o m e abbiamo detto - che il suo privato p a t r i m o n i o . Questo, si dirà, è un tratto comune anche alla Francia, dato il carattere assolutistico della sua m o n a r c h i a . Ma la Francia e r a o r m a i u n a N a z i o n e , che già e s p r i m e v a delle classi d i r i g e n t i . I suoi Re, a n c h e q u a n d o n o n li a m a v a n o , dovevano subire i Sully, i Richelieu, i Mazar i n o , i Colbert, che r i m e d i a v a n o alle deficienze dei loro sovrani. In Italia l'unica città che potesse p r o d u r r e di questi u o mini e r a Venezia, d a t a la sua s t r u t t u r a oligarchica che, alm e n o nell'ambito delle sue «grandi famiglie», poteva procurarsi i necessari ricambi. Venezia n o n era il Doge, figura solt a n t o r a p p r e s e n t a t i v a e simbolica, ma un insieme di Magis t r a t u r e elettive c h e d a u n a p a r t e c o n t r o l l a v a n o i l p o t e r e , dall'altra servivano a selezionarne gli aspiranti. Il filtro n o n era automatico e perfetto. C o m e in tutti i regimi e in tutti i tempi, anche a Venezia l'intrigo e la malizia a v r a n n o spesso avuto la meglio sul valore e sui meriti. Ma il r e g i m e a m m e t teva u n a libera competizione, forniva u n a palestra, garantiva u n a r o t a z i o n e . E q u e s t o è il s e g r e t o della l u n g a d u r a t a della Serenissima. Nulla di tutto questo avveniva negli altri Stati italiani. A i m p e d i r l o n o n era l'assolutismo che poteva a n c h e spalancare le p o r t e alla collaborazione di u o m i n i energici e p r e p a r a ti. Lo si stava v e d e n d o , c o m e a b b i a m o d e t t o , in Francia; lo si sarebbe visto nel secolo successivo nella stessa Italia, specie nella Firenze di L e o p o l d o , il sovrano illuminato che seppe a p p a l t a r e le p r o p r i e riforme agli u o m i n i più adatti selez i o n a n d o l i i n d i p e n d e n t e m e n t e dal loro r a n g o sociale. A impedirlo e r a un altro motivo: il fatto che, nell'Italia del Seicento, il p o t e r e r a p p r e s e n t a v a l'unica industria redditizia, e q u i n d i la classe che ne d e t e n e v a il m o n o p o l i o n o n e r a disposta a r i n u n c i a r v i p e r n e s s u n a r a g i o n e al m o n d o . Negli altri Paesi e r a o r m a i cominciata la g r a n d e a v v e n t u r a capitalistica e coloniale che offriva l a r g h e e r e m u n e r a t i s s i m e possibilità a c h i u n q u e fosse dotato d'iniziativa. Più che a di146
ventar «funzionari», l'inglese e l'olandese m i r a v a n o a diventare a r m a t o r i , a i m p i a n t a r e fabbriche, a impossessarsi dei c o m m e r c i con l ' I n d i a o l ' I n s u l i n d i a . Gli stessi s p a g n o l i e portoghesi avevano il g r a n d e sbocco dell'America latina, d o ve c'erano da a c c a p a r r a r e miniere e latifondi. Gl'italiani vivevano in piccoli m o n d i asfittici e senza sbocchi. Tutta la loro ricchezza era investita in t e r r e che davano scarsi utili pelle ragioni che d i r e m o nel capitolo s e g u e n t e . Per i n t e g r a r e questi r e d d i t i miserelli, alle classi privilegiate n o n restava che scalare qualche pubblico ufficio. La sete del «posto» che caratterizza gl'italiani, specie i meridionali, nacque allora. E allora n a c q u e lo strano concetto che del «posto» h a n n o gl'italiani, n o n c o m e di un «servizio», ma come di u n a g r e p p i a o licenza di s f r u t t a m e n t o . Il privilegio si manifestava così: come un titolo, spesso ereditario, all'accaparramento di tutti i pubblici uffici, compresi quelli degli enti caritativi e assistenziali. C o l o r o che d e t e n e v a n o q u e s t a esclusiva la difend e v a n o p u n t i g l i o s a m e n t e d a qualsiasi i n t r o m i s s i o n e d i estranei. Perfino la gestione dei Monti di Pietà e r a u n a privativa di casta. Era questo che r e n d e v a così sclerotica la società italiana e così p o v e r a di ricambi. Dal P a p a al Duca di Mantova, i signorotti che s g o v e r n a v a n o l'Italia e r a n o p r i gionieri di q u e s t e mafie e c a m o r r e c h e col m o n o p o l i o del p o t e r e si t r a m a n d a v a n o di p a d r e in figlio il diritto di abusarne. Ed ecco p e r c h é le loro personali tare e deficienze erano più catastrofiche di q u a n t o n o n fossero là dove si poteva attingere ad altri serbatoi, e specialmente a quelli della cultura e della tecnica. Ma questa malformazione rischia di restare incomprensibile se n o n ci si rifa alla situazione economica che la provocava.
CAPITOLO TREDICESIMO L'INVOLUZIONE ECONOMICA
N e g l ' i m m e n s i cimiteri che la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i aveva disseminato in tutta E u r o p a , ossa di soldati italiani ce n'erano - r e l a t i v a m e n t e - p o c h e : alcuni p i e m o n t e s i t r a s b o r d a t i dai loro Duchi dal c a m p o francese al c a m p o spagnolo e viceversa, secondo l'esigenza della loro politica «pendolare», alcuni lombardi reclutati dal G o v e r n a t o r e di Madrid, alcuni m e r i d i o n a l i m a n d a t i d a l Viceré di N a p o l i di rinforzo alle a r m a t e asburgiche. Briciole, in confronto all'ecatombe degli altri Paesi e u r o p e i . Ma l'Italia aveva u g u a l m e n t e pagato un grosso contributo di cadaveri grazie alle d u e g r a n d i epidem i e di peste c h e l ' i m m a n e conflitto p r o v o c ò : quella del 1630, di cui il Manzoni ci ha lasciato un così vivido e lugub r e affresco, e quella del 1656-57. Q u a n t e vittime siano costate n o n s a p p i a m o : censimenti a quei t e m p i n o n se ne facevano. Ma alcune cifre le abbiamo: su 240.000 abitanti, Napoli ne perse 50.000; Milano 35.000 su 200.000; Venezia 20.000 su 150.000, eccetera. P u r facendo le debite riserve sull'esattezza di questi dati, è probabile che la m a g g i o r a n z a degli storici siano p r e s s a p p o c o nel giusto q u a n d o d i c o n o c h e l'intera p o p o l a z i o n e italiana fu ridotta da quel flagello a n o n più di dieci milioni di abitanti. Fra le t a n t e carestie c h e affliggevano l'Italia c'era d u n q u e anche quella degli uomini. R e g i m i politici illuminati e a m m i n i s t r a z i o n i oculate a v r e b b e r o p o t u t o benissimo ovviare al m a l a n n o razionalizz a n d o le attività p r o d u t t i v e , cioè a p p o r t a n d o v i migliorie tecniche che r e n d e s s e r o m e n o grave la p e n u r i a di braccia, come facevano p e r esempio l'Inghilterra e l'Olanda, già di148
ventate patrie della Tecnica. Ma questo n o n era il caso di un Paese che, come v e d r e m o , tappava la bocca a Galileo. S t r e t t a m e n t e legato alla Chiesa della C o n t r o r i f o r m a , a sua volta s t r e t t a m e n t e avversa a ogni p r o g r e s s o , il d o m i n i o spagnolo n o n era di certo il più indicato a sollevare le sorti dell'economia italiana. Molti storici, specialmente m e r i d i o nali (Benedetto Croce, Panfilo Gentile, Virgilio Titone) contestano quest'affermazione. Ma noi n o n riusciamo a v e d e r e come gli spagnoli, che amministravano così male la Spagna, potessero a m m i n i s t r a r e b e n e l'Italia. G r a n d i soldati, g r a n d i conquistatori, g r a n d i sacerdoti, gli spagnoli sono stati semp r e e d o v u n q u e cattivi amministratori. Tuttavia, p e r q u a n t o r i g u a r d a l'Italia, bisogna i n t e n d e r ci. Essi n o n sfruttarono il nostro Paese, n o n cercarono di arricchirsi a spese della sua miseria, mortificando di proposito le s u e capacità p r o d u t t i v e p e r i m p o r l e le p r o p r i e m e r c i e manufatti. Al contrario. Siccome la Spagna, ridotta dai suoi stessi Re a u n a caserma, n o n dava e c o n o m i c a m e n t e più nulla, specie d o p o la cacciata degli ebrei e dei moriscos, u n i c h e sue m i n o r a n z e p r o d u t t i v e , l'Italia t r o v ò in essa la sua migliore cliente. Non soltanto gli a r m a t o r i e i banchieri g e n o vesi ci fecero affari d'oro, ma tutta l'industria italiana trovò nell'impero spagnolo il suo m e r c a t o e vi d e t e n n e , p e r m a n canza di c o n c o r r e n z a , posizioni di privilegio. Infatti la n o stra decadenza economica n o n comincia con l'egemonia coloniale spagnola, ma col suo declino in seguito alla G u e r r a dei T r e n t ' a n n i . È allora che i difetti di quell'amministrazione n o n sono più compensati dal vantaggio che all'Italia derivava di trovarsi inserita in un sistema imperiale bisognoso dei suoi manufatti e capace di assorbirli. Quali e r a n o questi difetti? E r a n o quelli insiti nel tipo di società feudale, che la S p a g n a e la Chiesa della Controriforma avevano anacronisticamente restaurato, m e n t r e in tutto il resto d ' E u r o p a la si stava l i q u i d a n d o . Q u e s t a società, basata sul privilegio ereditario, disprezzava il lavoro, m e t t e n do al vertice della gerarchia n o n il p r o d u t t o r e , ma il r e d d i 149
fiero. E r a stata q u e s t a i m p o s t a z i o n e psicologica che aveva spinto i capitalisti italiani a investire i loro p a t r i m o n i in terr e . Da Paese i n d u s t r i a l e , q u a l e r a stato fino alla m e t à del C i n q u e c e n t o , l'Italia si era trasformata in Paese agricolo. E - attenzione! - questo e r a avvenuto nel m o m e n t o in cui, attraverso la Spagna, tutta l ' E u r o p a veniva s o m m e r s a dall'oro che i conquistadores m a n d a v a n o dall'America, e c h e aveva provocato un'autentica inflazione, che a sua volta aveva p r o vocato il rincaro. Le t e r r e quindi e r a n o state p a g a t e a prezzi altissimi. M e n t r e ora, esaurito l'afflusso dell'oro americano, si apriva la fase della deflazione, e con essa la caduta dei prezzi, a cominciare da quelli dei p r o d o t t i agricoli. Di qui, la crisi dell'agricoltura: le t e r r e , p a g a t e care, r e n d e v a n o p o co. E ciò provocava d u e c o n s e g u e n z e : lo spasmodico attacc a m e n t o dei p r o p r i e t a r i alle posizioni di p o t e r e , le u n i c h e che potessero i n t e g r a r e gli scarsi redditi, come abbiamo detto nel p r e c e d e n t e capitolo; e la fuga dei contadini, s p r e m u t i dal latifondista. A b b i a m o in p r o p o s i t o cifre indicative. Nel c o r s o del Seicento, l a M a r e m m a p e r d e u n t e r z o della sua p o p o l a z i o n e , m e n t r e n e l l ' a g r o r o m a n o la t e r r a coltivata si riduce a d d i r i t t u r a a un decimo. Questo massiccio esodo avrebbe p o t u t o essere u n a fortuna, come e n t r o certi limiti lo è oggi, se la popolazione r u r a le avesse trovato nelle città delle i n d u s t r i e p r o n t e ad accoglierla e a t r a s f o r m a r l a in o p e r a i a . Ma a n c h e le i n d u s t r i e e r a n o c a d u t e in crisi da q u a n d o il loro più ricco cliente - la S p a g n a dissanguata e impoverita dalle g u e r r e - era entrata in fase di declino. Q u e s t a era la causa principale della decad e n z a i n d u s t r i a l e italiana, m a n o n l'unica. U n ' a l t r a e r a l a m a n c a n z a di capitali che, come abbiamo detto, avevano p r e so la via della t e r r a e n o n ne ritraevano q u a n t o bastasse ad a c c u m u l a r e del risparmio p e r la formazione di n u o v o capitale da investire in altre i m p r e s e . E infine le pesanti b a r d a t u r e c o r p o r a t i v e c h e la società feudale del Seicento aveva restaurato. La corporazione, che assolveva i compiti del sindacato o d i e r n o , n o n voleva n u o v e reclute, p e r c h é le n u o v e 150
reclute significavano a b b o n d a n z a di m a n o d o p e r a e q u i n d i d i m i n u z i o n e dei salari. Essa mirava a u n a cosa sola: a far sì che gli o p e r a i qualificati fossero p o c h i , in m o d o che l'imp r e n d i t o r e fosse costretto ad accettare le loro condizioni. E questo provocava il paradosso di un Paese che soffriva insieme di p e n u r i a di braccia, di disoccupazione e di costi di lavoro t r o p p o alti. Era s e m p r e stato così, a n c h e nel Tre e nel Q u a t t r o c e n t o . Ma allora l'Italia era il solo Paese d ' E u r o p a a p o s s e d e r e delle m a e s t r a n z e qualificate. Q u i n d i , a g e n d o quasi in r e g i m e di m o n o p o l i o , poteva v e n d e r e a prezzi che compensassero i suoi alti costi di p r o d u z i o n e dovuti all'alto livello dei salari. Ma l ' E u r o p a del Seicento n o n presentava prù le stesse condizioni. Francesi, inglesi, olandesi n o n solo avevano i m p a r a to le tecniche italiane, ma, grazie al r e g i m e di p i e n a libertà concesso ai l o r o scienziati e alla g e n e r o s i t à con cui p o t e r i pubblici e i m p r e s e private finanziavano s p e r i m e n t a z i o n i e ricerche di laboratorio, le avevano di g r a n l u n g a migliorate. Ci s u p e r a v a n o a n c h e nei c a m p i in cui sembrava che il prim a t o italiano fosse imbattibile. Per esempio, quello a r m a t o riale. Per secoli, Genova e Venezia avevano dettato legge coi loro cantieri. Ma alla m e t à dei Seicento il loro naviglio n o n poteva più c o m p e t e r e con quello olandese e inglese, che ormai d o m i n a v a n o tutti i m a r i , c o m p r e s o il M e d i t e r r a n e o , grazie alla loro s u p e r i o r e velocità e robustezza e ai loro p i ù convenienti noli. Se i p o r t i italiani, specie G e n o v a e Livorno, e r a n o a n c o r a molto attivi, lo e r a n o n o n p e r le navi italiane, ma p e r quelle inglesi e olandesi. E così si dica dell'industria tessile, altro c a m p o in cui avevamo p e r secoli d o m i n a t o . Nello spazio di pochi decenni, la p r o d u z i o n e a n n u a di Venezia si ridusse da 20.000 a 2.000 p a n n i , l e s e t t a n t a i m p r e s e d i Milano d i v e n t a r o n o c i n q u e , dei 30 telai di C o m o n o n ne rimase u n o . E soltanto u n a piccola esemplificazione che n o n va presa alla lettera. Il p a n o r a m a n o n è tutto catastrofico. M e n t r e queste tradizionali e accreditate aziende declinano, ce ne sono altre che sorgono 151
in città c h e m a i ne a v e v a n o a v u t e . E il motivo è c h i a r o : in q u e s t e città n o n ci sono delle c o r p o r a z i o n i a b b a s t a n z a agg u e r r i t e p e r i m p o r r e m e r c e d i t r o p p o alte. Q u i l ' i m p r e n d i tore poteva giovarsi della m a n o d o p e r a in fuga dalla campagna, m e n o abile, ma a n c h e m e n o esigente, e p r o d u r r e a costi concorrenziali grazie ai p i ù bassi salari. Ma la d e c a d e n z a c o m u n q u e r i m a n e e si aggrava. I cosiddetti «indici di p r o duttività», invece di c r e s c e r e , d i m i n u i s c o n o o g n i a n n o . E con essi diminuisce il cosiddetto «reddito pro-capite». Gli effetti sociali di questa crisi economica sono facilmente comprensibili. Fino alla m e t à del C i n q u e c e n t o , a d a r e il t o n o alla società italiana e r a stata u n a b o r g h e s i a cittadina che, a n c h e q u a n d o c o m p r a v a il b l a s o n e p e r trasferirsi nel c a m p o dell'aristocrazia, conservava i suoi caratteri di classe i n t r a p r e n d e n t e e colta o p e r lo m e n o amica della cultura, e q u i n d i sensibile alle sue esigenze di p r o g r e s s o . I Medici inc a r n a n o al meglio questi caratteri. Essi rifiutano il titolo nobiliare. «Per fare un nobile» dice Cosimo con disprezzo «basta q u a l c h e m e t r o di b u o n p a n n o . » Voleva d i r e : «Per fare un Medici invece ci vuole un grosso cervello, un g r a n d e spirito d'iniziativa e un gusto abbastanza raffinato p e r capire i Ficino e i Michelangelo, e fare di essi la p r o p r i a Corte». E questo il ceto che ha fatto dell'Italia del Rinascimento il faro della civiltà e u r o p e a . S o n o le b a n c h e , le i n d u s t r i e , la m o d e r n i t à di questa g e n t e c h e h a n n o consentito il miracolo. Il nobile del Seicento inverte la marcia. Ispirandosi al m o dello feudale spagnolo, egli p o n e il r a n g o al di sopra di qualsiasi altro valore e lo identifica con la condizione di redditiero. II blasone è incompatibile con le «arti vili e meccaniche» come di questi t e m p i si chiama il lavoro. L'unica attività consentita a u n a p e r s o n a di b u o n i lombi - in u n a società che dei lombi fa l'unico m e t r o di m i s u r a - è la funzione pubblica. Q u i n d i si liquida l'azienda, e col ricavato si c o m p r a la fattoria in c a m p a g n a . N o n già p e r viverci e p e r a p p o r t a r v i migliorìe, m a p e r ricavarne delle r e n d i t e che c o n s e n t a n o u n a vita di fasto in città, p e r c h é il fasto caratterizza il r a n g o socia152
le e p e r m e t t e la scalata ai posti di p o t e r e , concepiti c o m e quote di partecipazione alla r a p i n a del pubblico d e n a r o . Q u e s t o p r o c e s s o n o n si svolge soltanto n e l V i c e r e g n o , d o v e la S p a g n a g o v e r n a d i r e t t a m e n t e e l'aristocrazia ha s e m p r e seguito questo andazzo: il b a r o n e m e r i d i o n a l e n o n è mai stato che un feudatario parassita, u n a s a n g u i s u g a di contadini, né altro sa fare. Ma a questo m o d o di vita vediamo convertirsi nel Seicento a n c h e quei patriziati italiani che, in gran parte di origine borghese, avevano dato prova di b e n altre attitudini. Vediamo diventare t e r r i e r o e r e d d i t i e r o il s i g n o r e v e n e t o , fin q u i vissuto di m a r e e di c o m m e r c i o . N a t u r a l m e n t e ha le sue a t t e n u a n t i . L'impero della Serenissima si è contratto, la g u e r r a gli ha m a n g i a t o le flotte, i suoi «fondachi», cioè le sue basi commerciali d ' O r i e n t e , sono stati inghiottiti dai turchi. Ecco p e r c h é il patrizio veneziano si volge alla t e r r a , vi si costruisce ville s t u p e n d e , ma vi p e r d e a n c h e lo spirito d'iniziativa, l'amore dell'avventura, il senso dei vasti orizzonti, l'esperienza del m o n d o . Da cosmopolita, si fa provinciale; da i m p r e n d i t o r e , r e d d i t i e r o . Lo stesso succede al patrizio fiorentino. Aveva u n a banca o u n ' a z i e n d a tessile, girava l ' E u r o p a p e r i p r o p r i affari, p r e stava soldi a Re e Papi: e r a un u o m o vivo e m o d e r n o . O r a c a m p a di r e n d i t a su t e r r e c o m p r a t e con m o n e t a inflazionata, cioè a p r e z z o altissimo, m e n t r e le d e r r a t e che ne ricava d e v e v e n d e r l e a prezzi di deflazione, cioè bassissimi. C'è qualcuno, specie in Veneto, in L o m b a r d i a e in Toscana che, a n c o r a c o n s e r v a n d o un certo spirito i m p r e n d i t o r i a l e , cerca di trasferirlo in questa n u o v a attività bonificando e miglior a n d o le colture. Ma questo avverrà piuttosto nel Settecento. Nel Seicento r a p p r e s e n t a l'eccezione. L a n u o v a classe t e r r i e r a , che r u o t a i n t o r n o alle Corti, n e p r e n d e a n c h e l'esempio. E l'esempio delle Corti è quello di un fasto assolutam e n t e s p r o p o r z i o n a t o alle miserevoli condizioni del Paese. Oltre la m a n c a n z a d'iniziativa e di capitali, ad a g g r a v a r e la crisi d e l l ' a g r i c o l t u r a c ' e r a n o altri d u e fattori. Anzitutto, l ' e n o r m e dilatazione della m a n o m o r t a ecclesiastica, cioè dei 153
beni della Chiesa, ch'è s e m p r e stato il peggiore di tutti i p r o prietari. Inalienabile ed esente dal fisco, questo p a t r i m o n i o i n e r t e e p e s s i m a m e n t e a m m i n i s t r a t o da p a r r o c c h i e e conventi di cui serviva a finanziare l'ozio, inglobava un b u o n terzo del territorio nazionale, sottraendolo a qualsiasi bonifica e migliorìa. Il s e c o n d o motivo era il r e g i m e di c o n d u zione, quasi d o v u n q u e a mezzadria. Esso dava al c o n t a d i n o u n a certa sicurezza e tranquillità, ma incoraggiava l'immobilismo e l'assenteismo del p r o p r i e t a r i o , che p r e d i l i g e v a questo sistema a p p u n t o p e r c h é lo esentava dall'impegnarsi. Il m e z z a d r o faceva da sé. Il p a d r o n e si contentava di prelevare la sua quota di p r o d o t t o . E questa r e n d i t a di tutto riposo era un invito al letargo: un letargo che si è p r o l u n g a t o fino ai nostri giorni. Così q u e s t a c o n v e r s i o n e del capitalismo italiano dalla fabbrica alla t e r r a m a n d ò in rovina l'industria senza recare nessun beneficio all'agricoltura che p r e s e anzi ad a r r e t r a r e nei confronti di quella e u r o p e a . Ed è su q u e s t o f e n o m e n o che incise letalmente il disservizio delle amministrazioni di m o d e l l o s p a g n o l e s c o . L u n g i dal favorire la f o r m a z i o n e di nuovi capitali e il loro investimento in migliorìe terriere, gli p s e u d o g o v e r n i s p a g n o l i e i n d i g e n i li d r e n a v a n o spietatam e n t e col loro fisco discriminatorio a tutto scapito dei ceti produttivi. E r a n o le classi lavoratrici, cioè le classi povere a far le spese dell'indulgenza con cui e r a n o trattate quelle del privilegio, laiche ed ecclesiastiche, esentate da tributi. Questa bestiale ripartizione di carichi, che toglieva al ricco o g n i stimolo a p r o d u r r e altra ricchezza p r e m i a n d o n e il p a r a s s i t i s m o , e i m p e g n a v a il p o v e r o a u n a lotta s e r r a t a e senza quartiere contro il bisogno, fece fare al Paese un balzo indietro di alcuni secoli, nel m o m e n t o in cui l ' E u r o p a ne faceva u n o altrettanto r a p i d o in avanti. Tutto si a d d o r m e n t a e sclerotizza. Il destino d e l l ' u o m o è deciso dalla nascita: privilegiato e d i s e r e d a t o r e s t e r a n n o tali sino alla m o r t e , senza possibilità di far valere i p r o p r i meriti e valori. Il risultato s a r a n n o l'accidia, l'ignoranza, la passività m o r a l e , l'allergia 154
a ogni serio i m p e g n o , la p r o p e n s i o n e a sfruttare a p r o p r i o vantaggio le malformazioni e i vizi della società invece che a eliminarli, p e r totale sfiducia nel successo di simili tentativi. Nel v o c a b o l a r i o italiano, {'«idealista» d i v e n t a s i n o n i m o di «fesso» e 1'«intelligenza» di «furberia». Per meglio c a p i r l e , m e t t i a m o q u e s t e distorsioni m o r a l i contro luce al costume che s'instaura in E u r o p a .
CAPITOLO QUATTORDICESIMO
L'INVOLUZIONE DEL COSTUME
C o m e se avessero intuito a che sorte si avviavano, alla fine d e l C i n q u e c e n t o gl'italiani si v e s t i r o n o a l u t t o . Un t e m p o v a r i o p i n t i e sgargianti, i c o r p e t t i , i p a n t a l o n i , le c a p p e , le calze, le s c a r p e si t i n s e r o di n e r o , s e c o n d o il f u n e b r e e sol e n n e modello d e t t a t o da M a d r i d . I Viceré spagnoli e i tribunali dell'Inquisizione n o n tolleravano infrazioni, n e a n c h e negli abiti, all'austerità controriformista. Il loro ideale di vita e r a un ideale di m o r t e . Esso stese un s u d a r i o di silenzio e di c o n f o r m i s m o su un Paese c h e p e r quasi tre secoli aveva assordato e abbagliato il m o n d o con le sue disordinate lotte, con le sue furibonde rivalità, coi suoi forsennati individualismi, col suo slancio industriale, con la sua inventiva artistica, con u n a spregiudicatezza intellettuale spinta fino al cinismo. Stato c o n t r o Stato, città c o n t r o città, q u a r t i e r e c o n t r o q u a r t i e r e , u o m o c o n t r o u o m o , l'Italia aveva sfrenato le sue e n e r g i e c o m p e t i t i v e , c h e a v e v a n o toccato i n s i e m e i vertici del sublime e dell'abbietto. C h e cosa, o r a , la riduceva a cim i t e r o p r o p r i o nel m o m e n t o in cui un fremito di n u o v a vita p e r c o r r e v a tutta l'Europa? A b b a n d o n a n d o l'astratto p i a n o d o t t r i n a r i o , r i p o r t i a m o la c o n t r a p p o s i z i o n e sul p i a n o c o n c r e t o dei fatti. Perché da essa p r e n d e avvìo il solco destinato a dividere in m a n i e r a irr e p a r a b i l e e d r a m m a t i c a i d u e Occidenti, quello cattolico e quello riformato, e a fare del secondo, a d a n n o del p r i m o , il protagonista della storia m o d e r n a . Personalmente, Calvino n o n e r a n é u n liberale n é u n d e mocratico; e r a anzi un intollerante assolutista, che t r a t t a v a ! p r o p r i eretici c o m e l'Inquisizione trattava i suoi: b r u c i a n d o 156
li. Ma ciò che conta n o n è la p e r s o n a , sibbene il magistero di Calvino. Esso fa piazza pulita di tutte le autorità. N o n riconosce n e m m e n o quella del sacerdote p e r c h é dice al fedele: «Il tuo sacerdote sei tu. Sei tu che devi leggere la Bibbia. Sei tu che devi interpretarla. Sei tu che rispondi d i r e t t a m e n t e a Dio del m o d o in cui ne osservi o ne trasgredisci il precetto. N o n p r e o c c u p a r t i della t u a sorte u l t r a t e r r e n a : essa è già stata regolata dal Signore. Tu n o n saprai mai se Egli ti riserba la Grazia o la d a n n a z i o n e , né p u o i influire sul Suo verdetto. È inutile q u i n d i che ti isoli dal m o n d o e ti dia a u n a vita di contemplazione e di p r e g h i e r a . La t u a p r e g h i e r a sia il comp i m e n t o del t u o d o v e r e . E il t u o d o v e r e è di l a v o r a r e e di p r o d u r r e . Più ci riuscirai, e p i ù v o r r à d i r e c h e godi del favore divino». Il lettore italiano, da secoli a b i t u a t o a dissociare la p r o p r i a c o n d o t t a pratica dalla regola religiosa, p r o b a b i l m e n t e si rifiuterà di c r e d e r e che questo i n s e g n a m e n t o possa aver influito sul costume, sulla mentalità, sul c o m p o r t a m e n t o di chi lo adottava. Ma dimentica che a p p u n t o p e r g u a d a g n a r s i il diritto di adottarlo e di praticarlo i suoi conversi sfidarono la s c o m u n i c a , a f f r o n t a r o n o la p e r s e c u z i o n e e il m a s s a c r o , m o r i r o n o a migliaia e a centinaia di migliaia. E v i d e n t e m e n te c r e d e v a n o in q u e i p r i n c ì p i e si s e n t i v a n o i m p e g n a t i a u n i f o r m a r v i la loro vita. Essa ne fu q u i n d i rimodellata. Ed ecco quali ne furono i pratici riflessi. Anzitutto, il calvinista scopre la libertà e le dà un fondam e n t o religioso. I polemisti cattolici lo n e g a n o d i c e n d o che nessun u o m o è più schiavo di lui, visto ch'è soggetto a u n a sorte prefabbricata s u cui egli n o n p u ò influire n e m m e n o con u n a condotta di santità e di rinunzia. Ma questo riguarda solo il suo d e s t i n o u l t r a t e r r e n o . Sul p i a n o dei r a p p o r t i u m a n i - l'unico che c'interessa in q u e s t o libro di storia, e n o n di teologia -, il calvinista è libero p e r c h é n o n riconosce più n e s s u n a autorità esterna, n e m m e n o quella del sacerdote in q u a n t o egli stesso è il p r o p r i o sacerdote. E cos'altro è la libertà, se n o n questo? Noi cattolici, c h e della libertà n o n 157
abbiamo il senso religioso, c r e d i a m o ch'essa consista nel fare ciò che detta la legge, cioè qualcosa che sta al di fuori di noi, u n ' a u t o r i t à che si p u ò a n c h e raggirare. I calvinisti sanno ch'essa consiste nel fare ciò che d e t t a la coscienza. Dio, s e c o n d o loro, è lì, terribile G i u d i c e c h e r a g g i r a r e n o n si p u ò . Egli li lascia liberi di c o m p i e r e le loro scelte, ma li chiama a r i s p o n d e r n e , ed essi si sentono i m p e g n a t i solo di fronte a lui. E l'unica a u t o r i t à che riconoscono, e sta d e n t r o di loro, n o n di fuori. Ecco la libertà. Seconda conseguenza: la democrazia. Calvino n o n ha delegato la ricerca della Verità a un sacerdote che la «riveli» ai fedeli dall'alto del suo p u l p i t o . Q u e s t o c o m p i t o lo affida ai fedeli stessi, cioè alla loro «congregazione». Il pastore che la riunisce è da essa «eletto», p u ò esserne revocato, e i suoi poteri sono solo di consiglio e di assistenza spirituale. Siccome passa la vita sulla Bibbia p u ò f o r n i r e l u m i sulla sua interp r e t a z i o n e , m a n o n p u ò i m p o r l i . I l fedele d e v e c e r c a r e l a Verità p e r c o n t o suo, e n o n ci s o n o differenze sociali che t e n g a n o . Il c o n t a d i n o , l ' a r t i g i a n o , il capitalista e il nobile, seduti gomito a gomito sullo stesso banco, s e g u o n o lo stesso Libro, e sul senso da attribuirgli il p a r e r e d e l l ' u n o vale esatt a m e n t e q u a n t o quello degli altri, p e r c h é tutti sono sacerdoti, e o g n u n o Io è solo di se stesso. Gl'istituti democratici nascono da questa parificazione di fronte a Dio. Essi n o n sono che il trasferimento sul piano politico di u n a concezione religiosa che esclude ogni autorità, se n o n quella conferita p e r elezione, cioè p e r delega. I calvinisti sono repubblicani, c o m e d i m o s t r a n o la Svizzera e l ' O l a n d a . Il l o r o c a m p i o n e inglese, Cromwell, taglia la testa al Re. Nei loro Stati, il p o tere si accentra s e m p r e di più nel Parlamento, che n o n è altro che u n a congregazione nazionale intesa agli affali civili. Esso è n a t o in chiesa: ecco la forza che gli ha consentito di resistere, fino al g i o r n o d ' o g g i , a tutti gli assalti. Nei Paesi cattolici, che ne h a n n o fatto un istituto p u r a m e n t e giuridico e politico senza f o n d a m e n t o religioso, esso è s e m p r e stato più o m e n o in crisi. 158
Terza conseguenza: il capitalismo. Calvino ha detto: «Più riuscirai a lavorare e a p r o d u r r e , e più v o r r à dire che godi del favore divino». Ma per p r o d u r r e s e m p r e di più, bisogna investire s e m p r e di più. E p e r investire s e m p r e di più, bisog n a r i s p a r m i a r e s e m p r e di p i ù . Il calvinista è t a c c a g n o . Il d e n a r o speso p e r scopi voluttuari è p e r lui u n a «colpa», di cui ha rimorso di fronte a se stesso e vergogna di fronte agli altri. Q u e s t a m o r a l e coinvolge t u t t o il c o s t u m e , e lo r i m o della. Vesti sobrie e di solide stoffe, che si rifiutano ai capricci della m o d a . Case c o m o d e , ma semplici, che assicurano il confort (parola che nei Paesi cattolici n o n ha e q u i v a l e n t e ) , ma e s c l u d o n o il lusso: n i e n t e saloni di r a p p r e s e n t a n z a , fastose gallerie, servitorame in livrea, teatrali scaloni, sciali di m a r m i , alberi genealogici coi loro r a m i protesi alla ricerca di un capostipite b l a s o n a t o . N i e n t e barocco, i n s o m m a , coi suoi sfarzi decorativi. Il calvinista n o n tiene alle a p p a r e n z e p e r c h é n o n tiene al r a n g o sociale. Egli n o n mira a inserirsi nelle s t r u t t u r e della società f e u d a l e c o m p r a n d o u n titolo che gli p e r m e t t a di scalarne il vertice. Mira a sovvertirla sos t i t u e n d o a quelle tradizionali - aristocrazia e clero - u n a n u o v a classe, la borghesia, coi suoi nuovi valori: il lavoro, il d e n a r o , il r i s p a r m i o , la frugalità, l'austerità. N o n p o t e n d o cercare la salvezza della p r o p r i a a n i m a in convento p e r c h é Calvino gli ha detto che la p r e g h i e r a n o n serve a p r o c u r a r gliela e la vita contemplativa è u n a diserzione, egli trasforma in conventi la p r o p r i a casa e la p r o p r i a bottega. Riposi se ne concede pochi. Oltre tutto, a v e n d o abolito il culto dei Santi, gli v e n g o n o a m a n c a r e quelle festività che gremiscono il c a l e n d a r i o del cattolico, il cui a n n o c o n t a sessanta o settanta giornate lavorative m e n o del suo. Già questo basterebbe ad assicurare all'imprenditore olandese e svizzero un grosso vantaggio su quello italiano che fin qui aveva d o m i n a t o l ' e c o n o m i a e u r o p e a . Ma a n c o r a p i ù d e t e r m i n a n t e , a questi fini competitivi, è p r o p r i o l'impegno morale al contin u o reinvestimento dei risparmi. Né l'Olanda, coi suoi bassifondi c o n t i n u a m e n t e invasi dal m a r e , né la Svizzera, con 159
le sue inaccessibili m o n t a g n e , possiedono risorse naturali e disponibilità di m a t e r i e p r i m e . Il loro «miracolo e c o n o m i co» che da q u e s t o m o m e n t o p r e n d e avvìo si basa d u n q u e soltanto su questa concezione del lavoro c o m e d o v e r e assoluto e della ricchezza come fonte n o n di piacere, ma di altra ricchezza. E n a t u r a l e c h e a questa scuola si f o r m i n o dei finanzieri e dei capitani d'industria che in pochi a n n i sottragg o n o tutti i mercati ai rivali cattolici, intesi a investire i loro risparmi in blasoni, palazzi e altri articoli di lusso. Q u a r t a conseguenza: le lingue e gli Stati nazionali. Siccome tutti h a n n o il d o v e r e di leggere le Scritture, la p r i m a imp r e s a di luterani e calvinisti è la t r a d u z i o n e della Bibbia nelle varie lingue cosiddette «volgari». La Chiesa le aveva proibite. Essa n o n a m m e t t e v a che la versione in latino fatta da San G i r o l a m o , i n m o d o d a lasciarne l ' i n t e r p r e t a z i o n e i n esclusiva al p r e t e che il latino lo sapeva, m e n t r e la massa dei p a r r o c c h i a n i lo ignorava. S o p r a t t u t t o su questo m o n o p o l i o si basava la p r e t e s a della Chiesa a porsi c o m e insostituibile mediatrice fra il fedele e Dio, c o m e unica autorità qualificata a decifrare e spiegare il Verbo. I protestanti affidano questo compito allo stesso fedele, e siccome costui il latino n o n lo sa, gli m e t t o n o a disposizione la Bibbia nella lingua ch'egli è a b i t u a t o a p a r l a r e in m o d o che possa capirla e interp r e t a r l a d a sé. O l t r e a d e s s e r e u n b e n s e r v i t o a l p r e t e , i n molti Paesi questa t r a d u z i o n e è a n c h e il p r i m o testo di ling u a «scritta» che da esso p r e n d e a p p u n t o l'avvìo. E la lingua è lo s t r u m e n t o con cui u n a nazione acquista coscienza della p r o p r i a individualità e si diversifica dalle altre. L u t e r o n o n è soltanto il p a d r e della Riforma; ma con la sua t r a d u z i o n e della Bibbia lo è a n c h e della l i n g u a e della p a t r i a tedesca. O r a la via è libera alla costituzione degli Stati laici. Sia che nel c o r p o della stessa nazione se ne formino parecchi e che essi a s s u m a n o a n c h e l'alta supervisione in materia spirituale c o m e avviene nella G e r m a n i a f r a n t u m a t a nei suoi Principati, sia che se ne costituisca u n o solo che il p o t e r e spirituale lo lascia alle «congregazioni» e ai loro pastori c o m e avviene 160
nei Paesi calvinisti, il risultato n o n cambia: lo Stato si sottrae alla tutela della Chiesa, cioè r a g g i u n g e finalmente la sua sovranità. Q u i n t a e decisiva conseguenza: il n u o v o assetto culturale. La Riforma, d i c e v a m o , obbliga il fedele a tuffarsi nella Bibbia, p e r c h é solo la Bibbia fornisce u n a bussola alla sua condotta. Per cercarvela, egli deve d u n q u e i m p a r a r e a legg e r e . Ed è la fine dell'analfabetismo, in u n ' e p o c a in cui si calcola che il novanta o il n o v a n t a c i n q u e p e r cento degli europei siano afflitti da questa piaga. Il protestantesimo i m p e gna tutti a c o m b a t t e r e l'ignoranza c o m e s t r u m e n t o del d e monio n o n soltanto p e r sé, ma a n c h e p e r gli altri. Abbiamo già raccontato che u n a delle p r i m e decisioni prese dai «padri pellegrini», a p p e n a sbarcati in America, fu quella di fond a r e u n a scuola p e r sventare «la più perfida malizia del vecchio i m b r o g l i o n e Satana»: t e n e r gli u o m i n i l o n t a n o dalle Scritture. I n t e s o u n i c a m e n t e al profitto c o m e fonte di p i ù massicci i n v e s t i m e n t i , l ' i m p r e n d i t o r e calvinista a g g i o g a i suoi operai ai lavori forzati e li s p r e m e fino all'ultima goccia di s u d o r e . Ma li m a n d a a scuola, m a g a r i spingendoceli a p e date, p e r c h é considera suo d o v e r e sottrarli alla perdizione. Il suo mecenatismo si sfoga solo in questo c a m p o . Ma sortisce effetti sconvolgenti. La conversione all'alfabeto di semp r e più vaste masse popolari crea, p e r tutte le attività culturali, un «mercato» che le rimodella sulle sue esigenze. Il lett e r a t o p r o t e s t a n t e n o n scrive p e r il S i g n o r e . Scrive p e r il «pubblico», o r a che grazie alla diffusione delle scuole se n'è formato u n o in g r a d o di leggere, e grazie alla diffusione del benessere in g r a d o di c o m p r a r e libri. Q u e s t o pubblico vuol ritrovare nelle sue pagine i p r o p r i problemi, interessi, aspirazioni, sentimenti, e a n c h e la p r o p r i a lingua: quella che si parla nelle strade, nelle officine, nei campi. Ed ecco p e r c h é tutta la letteratura p r o t e s t a n t e acquista quello stile semplice e «parlato», quella concretezza, quella immediatezza, che la r e n d o n o ancor oggi così viva e attuale, così a d e r e n t e alle cose, senza fronzoli né p e n n a c c h i . Lo si vede a n c h e nella pit161
tura. Quella fiamminga cerca la poesia nella r i p r o d u z i o n e realistica della vita quotidiana, p e r c h é solo in questa si riconosce il suo acquirente, che n o n è né la Chiesa né il Signore, ma l ' a n o n i m o i m p r e n d i t o r e , il tecnico, il professionista. Costoro al pittore n o n c h i e d o n o un atto di cortigianeria, ma u n a trasfigurazione poetica del p r o p r i o m o n d o e ambiente. Vediamo cosa succede invece in Italia. Molto p i ù che il d o m i n i o s p a g n o l o , è la C o n t r o r i f o r m a che la taglia fuori da questa colossale rivoluzione. Ed è il fatto di esserne stata tagliata fuori che r e n d e l'Italia così docile al giogo spagnolo. L'italiano n o n vi si ribella p e r c h é n o n ha acquistato il senso religioso della libertà. O g n i t a n t o il suo m a l c o n t e n t o e s p l o d e in q u a l c h e violenza di piazza, o lo spinge a darsi alla macchia c o m e brigante. Ma in queste dis o r d i n a t e r e a z i o n i m a n c a u n i m p e g n o d i coscienza, e d è questo che le c o n d a n n a alla sterilità. I pochi istituti democratici ereditati dall'età dei C o m u n i c a d o n o u n o d o p o l'altro. Avevano s e m p r e a v u t o u n a vita precaria e tribolata p e r c h é n o n e r a n o nati in chiesa, e quindi P a p a e S p a g n a n o n fanno fatica a sbarazzarsene p e r res t a u r a r e al loro posto il principio d'autorità, di cui e n t r a m b i sono i depositari. Il cattolicesimo n o n conosce «deleghe» dal basso, conosce solo «investiture» dall'alto. I d u e poteri, quello spirituale e quello t e m p o r a l e , spesso litigano tra loro per le « p r e c e d e n z e » , ma s o n o solidali nel n e g a r e a l l ' u o m o la qualità di cittadino e ribadirlo in quella di suddito. Si riforma la società del Medio Evo col suo «vertice» di aristocratici e prelati. Tutti i ceti i n t e r m e d i in cui essa si era articolata si dissolvono in u n a massa a m o r f a , la p l e b e , c h e n o n è più protagonista di nulla e si difende solo con la disobbedienza. Gli effetti sulla cultura sono immediati ed esiziali. Nessuno dei d u e poteri ha interesse a che essa si diffonda. L'analfabeta è facile da g o v e r n a r e , sia sul piano t e m p o r a l e che su quello spirituale. Sia p e r p a r l a r e con Dio (il quale, secondo la Chiesa, n o n p a r l a che il latino), sia p e r p a r l a r e col Govern a t o r e , l'analfabeta ha bisogno d'interpreti, alla cui autorità 162
n o n gli resta che sottomettersi. Q u i n d i , niente scuole, m e n o quelle adibite alla p r e p a r a z i o n e del personale di Chiesa e di Stato, cioè degli s t r u m e n t i dell'autorità costituita. E questo impedisce la formazione di un «mercato» culturale. Il pittore, p e r d i p i n g e r e , d e v e a s p e t t a r e l ' o r d i n a t i v o d i u n P a p a che gli commissioni u n a M a d o n n a , o di un Principe che lo incarichi di un ritratto. Sia l'uno che l'altro vogliono u n ' o p e r a agiografica e laudativa. D e n t r o questi limiti, il g e n i o italiano seguiterà a d a r e dei capolavori; ma sono limiti che alla l u n g a ridurranno l'arte ad accademia. Ed è q u a n t o avviene anche in letteratura. Lo scrittore italiano, di q u a l u n q u e cosa scriva - poesia, saggistica, n a r r a t i va, storia -, lo fa p e n s a n d o n o n al «pubblico» che, essendo analfabeta, n o n c o m p r a libri, ma al «potente», p e r c h é q u e sto è il suo unico cliente. Lo si vede dal linguaggio: aulico, solenne, latineggiarne, tutto riverenze, esclamativi e piaggerie. Un l i n g u a g g i o c h e n o n ha p i ù nulla a c h e fare c o n la l i n g u a p a r l a t a nelle case e nelle piazze, e c h e si avvia a n ch'esso a diventare accademia. Ma il guasto n o n è soltanto di forma. Per piacere al p o tente, dalla cui borsa in esclusiva d i p e n d e , l ' u o m o di cultura d e v e s e c o n d a r n e a n c h e gl'interessi. E così egli d i v e n t a complice del p o t e r e e suo s t r u m e n t o . M e n t r e gl'intellettuali protestanti, che nel pubblico h a n n o trovato la loro clientela, ne d i v e n t a n o i direttori di coscienza e acquistano u n a funzione di g u i d a e di a v a n g u a r d i a , i loro colleghi italiani fanno le sentinelle all'autorità costituita, e d i v e n t a n o semp r e p i ù parassiti e c o r t i g i a n i . Essi e v a d o n o tutti i g r a n d i problemi politici, sociali, spirituali, p e r c h é in o g n u n o di essi l'autorità costituita avverte puzzo di sovversione. Si rifugiano nei formalismi e tecnicismi del mestiere, si c h i u d o n o in circoli in cui ci si parla solo tra soci (non p e r nulla questo è il secolo delle Accademie), si d a n n o a fabbricare «maniere», i n v e n t a n o l'Arcadia cioè l'evasione in sogni pastorali; e i n s i e m e col senso del «pubblico servizio», p e r d o n o o g n i c o n t a t t o con la realtà. E u n a d i s e r z i o n e in massa, c h e p e 163
sera t e r r i b i l m e n t e sulle sorti del nostro Paese, e vi fa tuttora sentire i suoi effetti. C o m e si v e d e , l'Italia d e l Seicento aveva r a g i o n e di vestirsi a lutto. Nella scala dei valori civili, in p o c h i d e c e n n i e r a passata dal p r i m o all'ultimo posto d ' E u r o p a . E ci sarebbe rimasta p e r quasi tre secoli.
PARTE TERZA LA C I V I L T À BAROCCA
CAPITOLO QUINDICESIMO CAMPANELLA E IL P E N S I E R O P O L I T I C O
Il Medio Evo n o n aveva conosciuto che d u e p o t e r i : quello spirituale della Chiesa e quello t e m p o r a l e d e l l ' I m p e r o . Perciò il p e n s i e r o politico s'incentrava u n i c a m e n t e sui r a p p o r t i fra l ' u n o e l'altro; e quello spirituale aveva a v u t o costantem e n t e il sopravvento. E il P a p a che i n c o r o n a Carlo M a g n o inginocchiato di fronte a lui e che p e r secoli e secoli si a r r o ga il diritto di conferire l'investitura, di n e g a r l a o di r e v o carla con l'anatema. Enrico IV, che contesta questa facoltà a I l d e b r a n d o , deve poi venire a Canossa a chiedergliene umilmente p e r d o n o . Ma con la formazione degli Stati nazionali, le cose cambiano. Per c o n d u r r e avanti questo processo, i Re d e v o n o acc e n t r a r e nelle loro m a n i tutti i p o t e r i . E q u e s t o li m e t t e fat a l m e n t e in c o n t r a s t o con la Chiesa, la q u a l e n o n conosce «sudditi» ; conosce soltanto «fedeli» sui quali rivendica p i e n a e assoluta potestà. Bonifacio V i l i dice a Filippo il Bello: «Tu sei il p a d r o n e dei c o r p i d e i francesi, ma delle l o r o a n i m e , c o m p r e s a la tua, son p a d r o n e io; e q u i n d i a m e , p r i m a che a te, essi d e v o n o obbedienza». Filippo r i s p o n d e m a n d a n d o il N o g a r e t a schiaffeggiarlo, m i n a c c i a n d o il patibolo a chiunq u e riconosca in quella del P a p a u n ' a u t o r i t à s u p e r i o r e alla sua, e a t t r i b u e n d o s i financo il p o t e r e di d i s t r i b u i r e a suo giudizio o capriccio le più alte cariche ecclesiastiche di Francia. In questo conflitto la Riforma trova il suo principale alim e n t o . L u t e r o dice ai Principi tedeschi: «Come cattolici, voi n o n sarete mai p a d r o n i nei vostri Stati p e r c h é dovrete semp r e dividere il p o t e r e con gli Arcivescovi o i Vescovi che vi esercitano quello spirituale e che sono più fedeli al Papa che 167
a voi. Io invece vi offro u n a Chiesa nazionale che g i u r e r à fedeltà a voi e in voi riconoscerà i suoi unici capi». Sul p i a n o politico, fu così che L u t e r o vinse la sua battaglia. Il Papato della C o n t r o r i f o r m a decise di passare alla controffensiva, e furono s o p r a t t u t t o i gesuiti a d e t t a r n e la strategia. B i s o g n a r i c o n o s c e r e c h e lo fecero da p a r l o r o , cioè c o n s o m m a abilità. Essi n o n r i s p o l v e r a r o n o la c o n c e z i o n e medievalesca esemplificata da San T o m m a s o nell'immagine del Sole e della L u n a (la L u n a r a p p r e s e n t a , si capisce, il p o tere t e m p o r a l e la cui luce è un riflesso di quella del Sole che i n c a r n a il p o t e r e spirituale). Q u e s t a concezione p r e s u p p o n e v a u n a u n i t à del m o n d o cristiano g r a v i t a n t e i n t o r n o à d u e poli - il P a p a t o e l ' I m p e r o -, che o r m a i invece si e r a f r a n t u m a t a negli Stati nazionali. I n q u e s t a n u o v a situazione, p e r r e s t a u r a r e i l p r i n c i p i o del p r i m a t o della Chiesa, bisognava p a r t i r e da altri p r e s u p posti. E il p r i m o a esporli in m a n i e r a sistematica e coerente fu il gesuita s p a g n o l o J u a n de M a r i a n a , a n c h e se p r i m a di lui i suoi confratelli Suarez e Molina ne avevano fornito degli anticipi. Mariana, p e r arrivare alle sue conclusioni, m u o ve a d d i r i t t u r a dalla preistoria. Nello stato di n a t u r a , dice, gli u o m i n i vivevano senza vincoli associativi. Fu p e r difendersi dall'insidia degli altri animali c h e si d e t t e r o u n ' o r g a nizzazione, d e l e g a n d o il p o t e r e di c o m a n d o a un capo. Ma si tratta soltanto di «delega». Della sovranità vera e p r o p r i a resta d e t e n t o r e il g r u p p o , il quale perciò conserva il diritto di revocare, q u a n d o lo voglia, quella delega. G u a r d a t e un p o ' questi gesuiti. Essi n o n sono mai stati amici della democrazia, né mai l ' h a n n o praticata nelle loro organizzazioni. Ma q u a n d o gli conviene, s a n n o a n c h e sciogliere in suo o n o r e degl'inni come questo di Mariana, al quale p r e m e v a u n a cosa sola: dimostrare che il p o t e r e t e m p o r a le, cioè il potere dello Stato, che s'incarni in u n a Monarchia o in u n a Repubblica, n o n si basa su un'investitura divina come quello della Chiesa, e q u i n d i a questo è subordinato. Pros e g u e n d o sul filo di tale r a g i o n a m e n t o , M a r i a n a a r r i v a a 168
conclusioni a dir poco s o r p r e n d e n t i sulla bocca di un p r e t e : l'apologia del tirannicidio. Per ritirare la «delega» al Re, egli dice, il p o p o l o ha diritto di ricorrere anche al p u g n a l e . Bruto è un e r o e . E un e r o e è a n c h e il frate C l é m e n t che p o c h i anni p r i m a aveva assassinato Enrico I I I di Francia. M a r i a n a aveva a p p e n a scritto queste parole, che un altro frate, Ravaillac, stendeva m o r t o a p u g n a l a t e Enrico IV. Solo allora il G e n e r a l e dei gesuiti, Acquaviva, che fin lì aveva a p p r o v a t o tutti gli scritti del suo s u b a l t e r n o , si decise a riconoscere che in essi c'era qualche «esagerazione» e o r d i n ò che venissero corretti, ma senza a l t e r a r n e la tesi f o n d a m e n tale. L e o p e r e d i M a r i a n a s u s c i t a r o n o u n vespaio che d i m o stra q u a n t o complessi fossero i contrasti d'idee e di m e n t a lità in E u r o p a . I cattolici si divisero: quelli che oggi chiamer e m m o «integralisti», cioè i p a r t i g i a n i del p o t e r e assoluto della Chiesa, furono n a t u r a l m e n t e p e r Mariana; quelli che allora si c h i a m a v a n o «i politici», e c h e noi c h i a m e r e m m o i «laici» cioè i paladini dello Stato, furono violentemente cont r o di lui. Ma il bello è che si divisero a n c h e i p r o t e s t a n t i . F u r o n o c o n t r o M a r i a n a i l u t e r a n i e gli anglicani, e si capisce: essi n o n avevano a b b a t t u t o il principio d'autorità, Io avevano soltanto trasferito dal Papa al Re, e in quest'ultimo n o n v e d e v a n o p e r t a n t o un «delegato», ma un sovrano assoluto, assoluto c o m e il Papa, investito dei suoi p o t e r i dir e t t a m e n t e da Dio, e c o n t r o cui l'attentato, più che delitto, e r a sacrilegio. Viceversa p e r M a r i a n a f u r o n o entusiasticam e n t e i calvinisti, e a n c h e q u e s t o si capisce: il p r i n c i p i o d'autorità essi n o n lo avevano trasferito, ma a d d i r i t t u r a rinn e g a t o . Essi avevano m a t u r a t o la loro vocazione d e m o c r a tica nella «congregazione» che n o n riconosce altri poteri se n o n quelli da essa «delegati»: anche il «pastore» o «ministro» viene eletto e p u ò esserne in qualsiasi m o m e n t o revocato. P r e s s a p p o c o negli stessi a n n i e r a stato p u b b l i c a t o in Francia un a l t r o libro, Della Repubblica, scritto con i n t e n t i m e n o polemici e più scientifici. Ne era a u t o r e Giovanni Bo169
d i n , un avvocato c h e aveva g e t t a t o alle o r t i c h e la toga p e r i m m e r g e r s i nello s t u d i o della Storia, i n d a g a r n e le leggi e c h i a r i r e la n a t u r a dei suoi p r o t a g o n i s t i : gli Stati. Lo aveva già fatto Machiavelli, che resta il g r a n d e m a e s t r o e capostip i t e della filosofia politica. Ma la sua o p e r a risentiva d e i t e m p i in cui e r a stata concepita e mal si accordava a quelli n u o v i . Machiavelli e r a vissuto nell'età dei g r a n d i d e s p o t i , c h e r i a s s u m e v a n o nella p r o p r i a p e r s o n a l a s o r t e dei l o r o Stati. Per lui q u i n d i la politica si riduceva a u n a gara di forza e di abilità p e r s o n a l e fra questi u o m i n i . In essa n o n c'è p o s t o p e r i p r o b l e m i del f o n d a m e n t o giuridico del p o t e r e . Il p o t e r e è la forza, e solo con la forza si giustifica. Il n o m e di «virtù», Machiavelli lo riserva solo alle doti che contribuiscono al successo, c o m p r e s e la m e n z o g n a , la perfidia, la crudeltà. Q u a n d o Cesare Borgia finge di riconciliarsi con Vitellozzo Vitelli e poi lo fa sgozzare a t r a d i m e n t o , Machiavelli esulta e la chiama «impresa r a r a e mirabile». Questa n o n è immoralità da p a r t e di Machiavelli. E semp l i c e m e n t e la codificazione della m o r a l e «giusnaturalista» che si praticava al t e m p o di Machiavelli. Ed essa sopravvisse ai d e s p o t i italiani del Q u a t t r o e del C i n q u e c e n t o p e r c h é t r o v ò dei c o n t i n u a t o r i n e i m o n a r c h i assoluti d ' E u r o p a . Gl'interessi ch'essi p e r s e g u i v a n o n o n e r a n o nazionali, m a personali e dinastici. Francesco I e Filippo II d i s s a n g u a r o n o rispettivamente la Francia e la S p a g n a p e r a g g i u n g e r e altre c o r o n e alle famiglie Asburgo e Valois. Del b e n e dei sudditi si p r e o c c u p a v a n o poco, anzi n o n si p r e o c c u p a v a n o affatto. Essi e r a n o loro «proprietà» di cui p o t e v a n o d i s p o r r e a discrezione. Basta v e d e r e con che disinvoltura ne s p e r p e r a r o no le vite con le loro c o n t i n u e g u e r r e . N o n d o v e v a n o r e n d e r e conto al p o p o l o , e q u i n d i p o t e v a n o infischiarsi di giustificare il loro p o t e r e e l'uso che ne facevano. Fu il calvinismo a i n c r i n a r e q u e s t a c o n c e z i o n e . I Paesi che n o n ne furono toccati c o m e la S p a g n a p o t e r o n o p e r p e t u a r e il loro r e g i m e assolutistico, al r i p a r o da ogni p r o b l e matica sulle origini, il f o n d a m e n t o g i u r i d i c o e i limiti del 170
potere. Ma gli altri, c o m e la Francia dove allignano gli u g o notti, l ' I n g h i l t e r r a d o v e allignano i p u r i t a n i , e s o p r a t t u t t o l'Olanda che ha posto su basi religiose la concezione d e m o cratica della sovranità p o p o l a r e , sono costretti a e l a b o r a r e u n a teorica dello Stato: u n o Stato che n o n s'incarna più in un u o m o e q u i n d i n o n p u ò più d i p e n d e r e soltanto dalle sue personali «virtù». B o d i n riecheggia a p p u n t o queste n u o v e esigenze, e cerca di c r e a r e u n a teorica dello Stato i n d i p e n d e n t e m e n t e dalla p e r s o n a che lo r a p p r e s e n t a . Secondo lui, l'unità di un p o polo è data dalla geografia e dalla razza: e su questi dati int r o d u c e distinzioni abbastanza cervellotiche. Ma è il p r i m o a distinguere fra Stato e società e a cercar di ricostruire su basi realistiche i loro r a p p o r t i . N o n è vero, egli dice in polemica con M a r i a n a , c h e il p o p o l o abbia d e l e g a t o a q u a l c u n o il p o t e r e , e q u i n d i seguiti a esserne il v e r o depositario. Il p o tere nasce da un atto di forza di un g r u p p o sopra altri g r u p pi: e questa è la giustificazione storica della m o n a r c h i a assoluta c h e al francese e cattolico B o d i n s e m b r a il r e g i m e migliore fin q u a n d o n o n trascenda nella tirannia. Il suo compito n o n è di r i d u r r e le d i s u g u a g l i a n z e p e r c h é le d i s u g u a glianze s o n o nella n a t u r a delle cose e degli u o m i n i ; ma di m a n t e n e r e l ' o r d i n e e di g a r a n t i r e la b u o n a amministrazion e . Esso n o n d e v e i n t r a l c i a r e la libera circolazione delle merci né svalutare la m o n e t a p e r c h é ciò fa rialzare i prezzi. S v i l u p p a n d o questi r a g i o n a m e n t i , p e r p o c o B o d i n n o n inventa l'economia politica. Ma a n c h e qui è c o m u n q u e il primo che nel t r a t t a r e di politica fa posto all'economia: cosa a cui n o n avrebbe mai p e n s a t o un Machiavelli con la sua p e r sonificazione dello Stato in un P r i n c i p e inteso soltanto all'accrescimento del p r o p r i o p o t e r e . Q u a n t o ai r a p p o r t i con l'autorità spirituale, ch'era il g r a n d e p r o b l e m a del m o m e n t o , B o d i n dice che Io Stato d e ve p r o t e g g e r e la religione dei sudditi, ma n o n dice a quale religione si riferisce. Ed è n a t u r a l e p e r c h é la religione n o n lo interessa come verità rivelata, ma solo c o m e regola m o r a 171
le che contribuisce all'ordine: e in questo, che si tratti di cattolicesimo o di p r o t e s t a n t i s m o , di cristianesimo o d'islamismo, p e r lui n o n c'è differenza. N a t u r a l m e n t e questo agnosticismo attirò su Bodin la generale indignazione. Da u n a p a r t e e dall'altra della barricata lo t r a t t a r o n o di ateo e di ebreo p e r c h é sua m a d r e Io era. Ma Bodin, più che di sua m a d r e , era figlio dei suoi t e m p i : di q u e i t e m p i sconvolti dal fanatismo e i n s a n g u i n a t i dalla persecuzione. La sua Repubblica nacque nel m o m e n t o in cui a Parigi si scatenava la famosa «notte di San B a r t o l o m e o » che vide lo sterminio indiscriminato degli ugonotti. Bodin è un u o m o i m p a u r i t o che avalla l'autorità dello Stato p e r c h é s p e r a ch'esso lo metta al r i p a r o da quelle convulsioni e massacri. Q u a n d o morì, dissero c h ' e r a finito «come un cane», in p r e d a al d e m o n i o avendogli il p r e t e rifiutato i sacramenti. N o n è v e r o : i s a c r a m e n t i li chiese, li ricevette, e chiuse gli occhi tranquillo nel suo letto. Le conclusioni a cui B o d i n n o n e r a g i u n t o le trasse Ugo Grozio nel suo Trattato sulla guerra e sulla pace, che fa di lui il f o n d a t o r e del d i r i t t o i n t e r n a z i o n a l e . E r a n a t o i n O l a n d a , u n o dei Paesi più t o r m e n t a t i dalle g u e r r e di religione che si confondevano con quelle di liberazione nazionale dal giogo spagnolo. Anche lui, c o m e tutte le m e n t i più illuminate del suo t e m p o , si appellava contro gli opposti fanatismi allo spirito d e l c o m p r o m e s s o , c h e in O l a n d a aveva t r o v a t o il suo c a m p i o n e in Arminius, ultimo e p i g o n o di E r a s m o . Ma cont r o costui si s c a t e n ò la furia p e r s e c u t o r i a d e i calvinisti int r a n s i g e n t i , e a n c h e G r o z i o ne fece le spese. C a n d i d a t o al patibolo, se la cavò con la prigione a vita. Sua moglie chiese di c o n d i v i d e r n e la p e n a , fu esaudita e d o p o tre a n n i riuscì a farlo evadere, nascosto in u n a cassa di libri. Grozio r i p a r ò a Parigi e lì, m e n t r e la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i impazzava coi suoi o r r o r i e massacri, compose la sua o p e r a . Grozio n o n c o r r e dietro a utopie. Egli accetta in p a r t e la d i s p e r a t a m o r a l e di Machiavelli, s e c o n d o cui lo Stato n o n conosce altra «ragione» che la sua, la quale giustifica tutto: 172
i n g a n n o , furto, delitto. Q u e s t o è vero, dice Grozio, p e r c h é lo Stato a v e n d o il p o t e r e di fare le leggi, n o n ha il dovere di attenervisi. Ma la legge n o n è tutto. AI di s o p r a di essa c'è un «diritto n a t u r a l e » , cui lo Stato legislatore deve n o n soltanto ispirarsi, ma a n c h e esso stesso uniformarsi p e r c h é è il f o n d a m e n t o del «diritto delle genti», cioè che vale p e r tutti e o g n u n o . Q u e s t o diritto n o n c o n d a n n a l a g u e r r a p e r c h é riconosce c h e in certi casi essa è inevitabile e necessaria. C o n d a n n a soltanto la g u e r r a «ingiusta» e s o p r a t t u t t o certi metodi di condurla. Dicendo questo, Grozio n o n si faceva illusioni. Egli sapeva benissimo (e lo dice) che un preciso criterio di distinzione fra g u e r r a giusta e ingiusta gli u o m i n i n o n sarebbero mai riusciti a i n t r o d u r l o . Si limita a fissare alcune regole generali: è giusta la g u e r r a di difesa, è ingiusta la g u e r r a di conquista. Ma si r e n d e conto che o g n i aggressore avrà s e m p r e qualche a r g o m e n t o p e r farsi passare da aggredito. Tuttavia egli crea n e l l ' o p i n i o n e p u b b l i c a a l m e n o il b i s o g n o di u n a giustificazione morale. Lo Stato machiavellico poteva farne a m e n o : la sua «ragione» l'autorizzava a tutto e n o n l'obbligava a d a r e n e a n c h e u n a m a s c h e r a t u r a di legittimità alle sue «imprese r a r e e mirabili». Grozio lo costringe a qualche ipocrisia che gli r e n d e , se n o n altro, più difficile il giuoco. Esso seguita in realtà ad essere machiavellico; ma u n ' o p i nione pubblica resa più esigente dalle idee di Grozio gl'imp o n e di rivestirsi di p a n n i un p o ' più decenti. Grozio insomma, a n c h e se n o n crea u n a n o r m a giuridica, crea un'esigenza m o r a l e . Ed è già molto. Ma risultati a n c o r a più g r a n d i o t t e n n e nella discriminazione dei m e t o d i . Egli fu il p r i m o a p a r l a r e di «criminali di g u e r r a » , i n v o c a n d o u n t r a t t a m e n t o u m a n o p e r tutti i n o n combattenti e p e r i prigionieri. Il suo g r i d o si p e r s e fra i clam o r i della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i c h e gliel'aveva i s p i r a t o . Ma r i m a s e nell'aria. La r e g i n a C r i s t i n a di Svezia, figlia di Gustavo Adolfo, io tradì e n o m i n ò Grozio suo ambasciatore a Parigi. C o m e diplomatico, Grozio se la cavò piuttosto ma173
le e rassegnò le dimissioni quasi subito. La sua protettrice lo chiamò a Stoccolma e gli dette u n a b u o n a p e n s i o n e p e r c h é seguitasse a studiare e a scrivere. Ma anche c o m e cortigiano Grozio si sentiva un pesce fuor d'acqua, e preferì trasferirsi in G e r m a n i a . Era un i n v e r n o rigido, la nave s'incagliò fra i ghiacci, e Grozio prese u n a p o l m o n i t e che lo stroncò. L'Eur o p a n o n si era accorta di lui e seguitava a dilaniarsi in guerr e feroci che n o n c e r c a v a n o d i salvare n e m m e n o l e a p p a r e n z e della «giustizia» e n o n r i s p a r m i a v a n o n e a n c h e i vecchi, le d o n n e , i bambini. Ma d u e secoli e mezzo d o p o la sua m o r t e , nel 1899, i delegati alla C o n f e r e n z a I n t e r n a z i o n a l e della Pace all'Aja and a r o n o a d e p o r r e u n a c o r o n a d ' a r g e n t o sulla statua che l'Ol a n d a , d o p o averlo c o n d a n n a t o e costretto all'esilio, aveva elevato a Grozio. Quella c o r o n a era l'omaggio al fondatore del diritto internazionale m o d e r n o , o a l m e n o al suo p r e c u r sore. Da Grozio in p o i le n o r m e che r e g o l a n o «lo sport dei Re», c o m e qualcuno chiama le g u e r r e , sono molto migliorate. P u r t r o p p o n o n sono migliorati i Re. E n e m m e n o le Repubbliche. In Italia q u e s t o travaglio ideologico n o n ebbe eco, ed è n a t u r a l e . Anzitutto p e r c h é il nostro Paese n o n e r a diventato u n o Stato nazionale, e q u i n d i n o n poteva sentire il bisogno di d a r e a questo Stato un f o n d a m e n t o m o r a l e e giuridico né delle regole d i c o n d o t t a . E p p o i p e r c h é e r a p i a n t o n a t o dal giudice dell'Inquisizione da u n a p a r t e e dal g e n d a r m e spag n o l o dall'altra, cioè da d u e p o t e r i assoluti e u g u a l m e n t e interessati a i m p e d i r e qualsiasi discussione sulla loro legittimità e sui loro diritti. Se ne accorse T o m m a s o C a m p a n e l l a , che volle a p r i r e il discorso su questi a r g o m e n t i , sebbene lo facesse con ispirazione s q u i s i t a m e n t e c o n t r o r i f o r m i s t a . E r a u n m e r i d i o n a l e di Stilo di Calabria, e poco più che ragazzo si e r a arruolato nei d o m e n i c a n i . Ma p r e s t o c a d d e in o d o r di eresia p e r via di c e r t e sue critiche al t o m i s m o , cioè al p e n s i e r o di San T o m m a s o , della cui Summa la Chiesa aveva fatto, al Concilio 174
di T r e n t o , l'architrave del sistema. C a m p a n e l l a doveva p e r ò essere a n c h e un abile avvocato p e r c h é riuscì a s c a m p a r e a tre processi consecutivi. Al q u a r t o c a d d e , fu r i n c h i u s o nel carcere di R o m a dove, secondo qualcuno, ebbe a c o m p a g n o il B r u n o ; ma d o p o q u a l c h e m e s e fu l i b e r a t o , t o r n ò al suo p a e s e , e p e r n u l l a istruito dalla p r e c e d e n t e e s p e r i e n z a , si cacciò in u n a cospirazione contro tutte le autorità costituite, politiche e religiose. La c o n g i u r a fallì, e stavolta a C a m p a nella le risorse dialettiche n o n b a s t a r o n o . Fu t o r t u r a t o p e r q u a r a n t a o r e consecutive, e alla fine r i b u t t a t o in p r i g i o n e dove languì ventisette anni. Ma l ' u o m o doveva avere un fisico d'eccezione e u n a volontà di ferro p e r c h é n o n solo sopravvisse alla fame e al f r e d d o che lo t o r t u r a v a n o , ma lì c o m p o s e quasi tutte le sue o p e r e , fra cui la più celebre: La Città del Sole. In questa città, che C a m p a n e l l a p r e s e n t a c o m e modello di organizzazione sociale, l'autorità assoluta riposa nelle mani di un Re-sacerdote, o n n i p o t e n t e sia nel c a m p o t e m p o r a l e che in quello s p i r i t u a l e , igienista e razzista. Egli infatti si p r e o c c u p a soprattutto del m i g l i o r a m e n t o biologico dei sudditi, a c c o p p i a n d o d'autorità il meglio col meglio e d a n d o gli scarti in p a s t o ai leoni. La famiglia n o n esiste. Le d o n n e a p p a r t e n g o n o alla c o m u n i t à . I b a m b i n i c r e s c o n o senza n e a n c h e s a p e r e di chi s o n o figli, allevati dallo Stato c h e li p r e p a r a p e r la g u e r r a : chi vi si dimostra inadatto, viene soppresso. Tutti sono uguali: n o n esistono differenze di nascita, di censo, di professioni, di r i m u n e r a z i o n i . Tutti sono vestiti allo stesso m o d o , m a n g i a n o allo stesso m o d o , p e n s a n o allo stesso m o d o , o b b e d i s c o n o allo stesso c a p o , r i v e r i s c o n o lo stesso Dio: il Sole. Il lettore avrà l'impressione di aver già sentito qualcosa di simile. Infatti lo ha sentito a p r o p o s i t o della Repubblica gesuitica del Paraguay che realizzava a p p u n t o questo ideale comunitario. E molto probabile che C a m p a n e l l a n o n avesse mai u d i t o p a r l a r e dei p a d r i Cataldino e Mazeta, né loro di lui. Ma tutti e tre e r a n o italiani della C o n t r o r i f o r m a . E l'u175
topia della C o n t r o r i f o r m a e r a questa: u n o Stato in cui si ass o m m a n o il ricordo della Repubblica di Platone e l'annunzio del nazismo di Hitler e del c o m u n i s m o di Stalin: i n s o m m a il t o t a l i t a r i s m o assoluto. La c o n c e z i o n e di C a m p a n e l l a sta a quella di Grozio, c o m e l'esperienza cattolica s u d - a m e r i c a n a sta a quella calvinista del N o r d . E ci vuol poco a capire quale dei d u e m o n d i e dei d u e pensieri interpretasse meglio le istanze della libertà, della democrazia e del p r o g r e s s o . Nel '26 C a m p a n e l l a fu alla fine graziato p e r intercessione di papa Urbano V i l i . Ma n e m m e n o i cinquantott'anni di età e i quasi t r e n t a di galera avevano fiaccato la sua fibra e a n n a c q u a t o la sua protervia. Il ritratto che p r o p r i o allora gli fece il suo c o m p a e s a n o Cozza ce lo m o s t r a in tutta la sua rozza p o t e n z a di c o n t a d i n o calabrese: la folta c h i o m a tuttora n e r a , il naso dritto, la mascella forte, un grosso p o r r o sulla guancia destra, gli occhi fissi e intensi. L u n g i dal cercare un p o ' di pace d o p o tanti triboli e travagli, ridiscese subito in g u e r r a col Sant'Uffizio, c h e t o r n ò a r i n c h i u d e r l o nella sua p r i g i o n e . A restituirgli u n ' a l t r a volta la libertà ci volle tutta l'energia e la pazienza di U r b a n o che tuttavia, p e r impedirgli di c o m b i n a r e altri malestri, gli consigliò di lasciare l'Italia. A Parigi, d o v e l'eco delle sue o p e r e lo aveva p r e c e d u t o , fu accolto con r i g u a r d o . Sia il re Luigi X I I I c h e l ' o n n i p o t e n t e cardinale Richelieu gli a p r i r o n o le p o r t e della C o r t e . Al m o n a c o italiano s a r e b b e b a s t a t o p o c o p e r inserircisi in pianta stabile, e forse ci si p r o v ò c o m p o n e n d o u n a Egloga in o n o r e del p r i n c i p e e r e d i t a r i o , il f u t u r o Luigi XIV. Ma il c o m p o n i m e n t o n o n dovett'essere m o l t o a p p r e z z a t o p e r c h é e r a l'invito a sovvertire la Francia p e r farne u n a Città del Sole: p r o g r a m m a che nella patria e nel secolo dei Bodin e dei Descartes d o v e v a a p p a r i r e p o c o m e n o c h e d e m e n z i a l e . I l fatto è c h e C a m p a n e l l a n o n p o t e v a , n e a n c h e v o l e n d o , div e n t a r e un cortigiano: gliene m a n c a v a n o sia le qualità che i difetti. T o r n ò n e l suo habitat n a t u r a l e , cioè in u n a cella di c o n v e n t o c h e gli r i c o r d a v a quella della p r i g i o n e . E lì tra176
scorse i suoi ultimi a n n i a t t e n d e n d o alla definitiva stesura e alla pubblicazione delle o p e r e composte in carcere. La p i ù sostanziosa sul p i a n o filosofico è forse il De sensu rerum, il senso delle cose, in cui si c o n f o n d o n o il p r o b l e m a cosmologico e quello «gnoseologico», cioè della conoscenza. C a m p a n e l l a è cattivo scrittore. Il suo p e n s i e r o è difficile da rintracciare sotto le volute di un p e r i o d a r e oscuro e contorto che, messo controluce alla cristallina chiarezza dei francesi suoi c o n t e m p o r a n e i , ci dà la m i s u r a del livello d'involuzione cui stava s c e n d e n d o la nostra letteratura. N o n s e g u i r e m o la tematica di C a m p a n e l l a : essa r i e n t r a più nella storia della filosofia c h e in quella nostra. D i r e m o soltanto che forse abbiamo sbagliato a r u b r i c a r e C a m p a n e l la nel capitolo del p e n s i e r o politico p e r c h é la sua vera vocazione n o n fu né politica né filosofica, ma poetica. Soltanto di r e c e n t e la critica ha «scoperto» i versi ch'egli c o m p o s e nella l u n g a prigionia. A p p a r t e n g o n o alla cosiddetta «poesia civile», e n o n h a n n o c e r t o la levigatezza, la l u m i n o s i t à , la musicalità di quelli del Petrarca e dell'Ariosto. Sono anzi spigolosi e difficili. Ma li scalda u n a vibrazione di s e n t i m e n t i , u n a sincerità di passioni che i n v a n o c e r c h e r e m m o sotto le preziosità accademiche dei suoi c o n t e m p o r a n e i . Questi versi ci d a n n o il ritratto di un u o m o che valeva molto p i ù delle sue i d e e a r r u f f a t e e s o s t a n z i a l m e n t e r e a z i o n a r i e . Il v e r o p e n s a t o r e politico di questo «momento» italiano n o n fu lui. Fu il Sarpi, che m e r i t a un capitolo a p a r t e .
CAPITOLO SEDICESIMO SARPI
Nel 1605, alla m o r t e di L e o n e XI ch'era d u r a t o in carica a p p e n a tre settimane, v e n n e eletto al Soglio il C a r d i n a l e Borghese, che prese il n o m e di Paolo V. Nel capitolo sugli Stati pontifici, abbiamo già detto di lui e della sua concezione assolutistica. S e c o n d o Paolo il Pontefice e r a effettivamente il Vicario di Cristo, e q u i n d i o g n i offesa a lui e r a b e s t e m m i a da c h i u n q u e venisse, a n c h e dai Principi e dai Re. Era l'atteggiamento, p o r t a t o a conseguenze e s t r e m e e quasi caricaturali, della C h i e s a c o n t r o r i f o r m i s t a . Paolo fu subito in g u e r r a con tutti gli Stati italiani che t e n t a v a n o di difendere un b a r l u m e di a u t o n o m i a . Scomunicò il R e g g e n t e di N a p o li p e r c h é aveva c o n d a n n a t o un notaio ecclesiastico; minacciò i Savoia, Lucca, G e n o v a che i n t e n d e v a n o r e g o l a r e sec o n d o la l o r o legge c e r t e q u e s t i o n i a m m i n i s t r a t i v e . Ma lo scontro frontale l'ebbe con Venezia. La Serenissima era il solo Stato italiano - lo abbiamo già detto - che fosse riuscito a conservare, fra Chiesa e Spagna, u n a certa i n d i p e n d e n z a . Gli ambasciatori di R o m a e di Mad r i d e r a n o accolti con g r a n d i inchini e r i v e r e n z e . Ma poi, come oggigiorno quelli occidentali a Mosca, si trovavano int o r n o i l v u o t o p e r c h é c h i u n q u e i n t r a t t e n e s s e r a p p o r t i con loro finiva nei Piombi. Il governo dogale n o n p e r d e v a occasione di d i c h i a r a r e al Papa la sua p r o f o n d a devozione. Ma n e m m e n o p e r d e v a occasione d i a f f e r m a r e l a s u p e r i o r i t à delle leggi dello Stato su q u a l u n q u e altra. Così, p e r esempio, u l t i m a m e n t e aveva proibito a tutti di costruire chiese e di c e d e r e al clero b e n i immobili senza il p e r m e s s o dell'autorità, e aveva s b r i g a t i v a m e n t e m e s s o in g a l e r a d u e ec179
clesiastici p e r r i p e t u t e e riconosciute infrazioni al codice p e nale. Paolo c o n s i d e r ò q u e s t e m i s u r e un affronto alla Chiesa. Reclamò p e r e n t o r i a m e n t e che le d u e leggi venissero revocate e che i d u e ecclesiastici fossero c o n s e g n a t i a lui. Ma si trovò di fronte un Doge che aveva dello Stato la stessa concezione che lui aveva della Chiesa, e che p r o p r i o p e r questo e r a giunto al p o t e r e s u p r e m o : L e o n a r d o Dona. Costui n o n si c o n t e n t ò di r e s p i n g e r e le p r e t e s e del Papa. Volle a n c h e contestarle sul p i a n o giuridico in m o d o da toglier loro ogni validità a n c h e p e r il futuro. E ne affidò l'incarico a un frate c h e già aveva r e s o segnalati servigi in q u e s t o senso c o m e teologo-canonista della Repubblica: Paolo Sarpi. Il Sarpi e r a figlio d ' u n c o m m e r c i a n t e friulano a n d a t o in r o v i n a p e r s p e c u l a z i o n i sbagliate. Ma a e d u c a r l o aveva p r o v v e d u t o un suo zio, fratello della m a d r e , d i r e t t o r e d ' u n collegio frequentato dalla migliore gioventù veneziana. Paolo aveva a v u t o p e r condiscepoli d e i C o n t a r i n i e d e i M o r o sini, ma n o n s'era lasciato sopraffare dalla t e n t a z i o n e di mettersi sul loro livello sociale. Stava in disparte, silenzioso e solitario, e lo c h i a m a v a n o «la vergine» p e r via della sua p u n t i g l i o s a castità, c h e specie nella Venezia di q u e i t e m p i r a p p r e s e n t a v a u n ' a u t e n t i c a a n o m a l i a . A quindici a n n i e r a e n t r a t o in un c o n v e n t o di serviti, e d a p p r i n c i p i o si e r a orientato verso gli studi scientifici. A quelli filosofici e teologici arrivò p i ù tardi, d o p o aver scritto un trattatello sul p r o b l e m a della c o n o s c e n z a , c h e alcuni suoi a m m i r a t o r i considerano un'anticipazione delle teorie di Locke. Ma n o n è così: quel libretto n o n anticipa nulla e vale poco. Paolo lo c o m p o s e al r i t o r n o da Roma, dove il suo O r d i n e lo aveva m a n d a t o c o m e p r o c u r a t o r e . Era il m o m e n t o in cui Sisto V cercava di d a r e un c o n t e n u t o spirituale alla Chiesa della C o n t r o r i f o r m a con u n a bonifica d a l l ' i n t e r n o che n o n si limitasse alle s t r u t t u r e organizzative. Paolo p a r t e c i p ò con fervore a quel travaglio e si legò di stretta amicizia c o n un gesuita p e r il m o m e n t o a n c o r a sconosciuto e con cui più tar180
di si sarebbe trovato in b e n altri r a p p o r t i : B e l l a r m i n o . Ent r a m b i e r a n o p a r t i g i a n i d i u n a C h i e s a p i ù i m p e g n a t a nel c a m p o m o r a l e e p i ù d i s i m p e g n a t a in quello m o n d a n o . Ed e n t r a m b i f u r o n o delusi dalla m o r t e di Sisto e dall'elezione d i U r b a n o V I I , che appariva l ' u o m o m e n o a d a t t o a d attuare quella riforma. Paolo n o n aveva simpatizzato con l ' U r b e e tanto m e n o con la Curia. Q u e i grassi preti r o m a n i unicam e n t e intesi al p o t e r e e alla ricchezza lo avevano disgustato. E r a stato p e r q u e s t o , cioè p e r trovarvi u n a distrazione, che si era dato alla scienza. N o n vi raggiunse risultati, ma vi fece d e g l ' i n c o n t r i che c e r t a m e n t e c o n t r i b u i r o n o al suo d e v i a z i o n i s m o . Il p i ù i m p o r t a n t e fu quello c o n Galileo c h e allora i n s e g n a v a a P a d o v a e c h e , p u r n o n e s s e n d o a n c o r a c a d u t o in sospetto di eresia, vi si stava a v v i a n d o p e r le s u e c o n v i n z i o n i c o p e r n i c a n e . D i v e n t a r o n o g r a n d i amici e si scambiarono lettere sul p r o b l e m a della c a d u t a dei corpi nello spazio. Ma o r a altri interessi stavano p r e n d e n d o in Paolo il sopravvento. La Repubblica lo aveva assoldato c o m e consulente nelle sue vertenze con l'autorità ecclesiastica. Paolo vi si m o s t r ò subito agguerritissimo e vi g u a d a g n ò tale p r e stigio c h e il g o v e r n o p r o p o s e la sua n o m i n a a Vescovo di N o n a . Ma il Papa rifiutò. Q u a l c u n o dice che fu questo sgarbo a fare del frate un ribelle. Ma n o n è che u n a c o m o d a semplificazione. Può darsi che lo sgarbo abbia contribuito. Ma esso s o p r a v v e n n e q u a n do il Sarpi aveva già assunto un atteggiamento molto preciso c o n t r o le p r e t e s e ecclesiastiche. I p u n t i di a t t r i t o n o n m a n c a v a n o . Il clero veneto era u n o dei più ricchi d'Italia: le sue e n t r a t e s u p e r a v a n o i dieci milioni di d u c a t i , u n a cifra - p e r quei t e m p i - colossale. Da s e m p r e il g o v e r n o vi prelevava u n a «decima», cioè u n a tassa che n o n s u p e r a v a i dodicimila ducati, u n a briciola, che tuttavia la Chiesa considerava arbitraria. Sarpi sosteneva che arbitraria e r a soltanto l'es e n z i o n e c h e il g o v e r n o a c c o r d a v a agli alti prelati, i quali, secondo lui, a n d a v a n o più s e v e r a m e n t e tassati del basso clero. Ma, oltre a questo, c'era il p r o b l e m a dei libri. Dal g r a n 181
de Manuzio in poi, che ne aveva fornito modelli d'insuperata eleganza, Venezia e r a r i m a s t a la capitale dell'editoria. I d u e terzi di ciò che si stampava in Italia, si stampava lì. Ma questa industria, da cui d i p e n d e v a lo sviluppo culturale del Paese - e forse p r o p r i o p e r questo - era c o n t i n u a m e n t e minacciata di crisi dall'Indice r o m a n o che colpiva spietatament e qualsiasi o p e r a n o n a s s o l u t a m e n t e c o n f o r m i s t a m e t t e n d o l a al b a n d o e o r d i n a n d o n e il ritiro. Esso n o n a m m e t teva che messali e breviari, e p e r cautelarsi c o n t r o la farina del diavolo aveva o r d i n a t o che tutti i libri colpiti da censura venissero ristampati a Roma. Il g o v e r n o veneziano si era accorto che i funzionari dell'Indice g r a d u a v a n o la loro severità secondo le «bustarelle» delle varie tipografie d e l l ' U r b e d o ve, come al solito, la bigotteria dava u n a m a n o alla ladroneria. Il vaso q u i n d i e r a già c o l m o q u a n d o il P a p a i n g i u n s e al g o v e r n o v e n e t o di consegnargli i d u e ecclesiastici già a r r e stati, p e n a la scomunica del D o g e e l'interdetto contro la Serenissima, cioè il divieto di esercitarvi i servizi divini. La minaccia e r a g r a v e a n c h e p e r i suoi riflessi politici. La Repubblica confinava col D u c a t o di Milano, roccaforte degli spagnoli. E gli spagnoli avevano s e m p r e agito da braccio secolare della Chiesa. Ma D o n a e il g o v e r n o n o n vacillarono n e m m e n o di fronte a questo pericolo. C o n f e r m a r o n o le loro leggi, rifiutarono la consegna dei galeotti e q u a n d o il Papa, trascorsi i termini dell'ultimatum, lanciò l'interdetto, ord i n a r o n o al clero d ' i g n o r a r l o . I gesuiti esitarono, e solo su u n p e r e n t o r i o o r d i n e del Papa a b b a n d o n a r o n o l a Serenissima che si affrettò a lanciare c o n t r o di loro un b a n d o p e r p e t u o . I teatini e i cappuccini li seguirono di malavoglia. Ma tutto il resto del clero si schierò con la Repubblica e seguitò a svolgere le sue funzioni. S a r p i , c h i a m a t o a d i f e n d e r e l ' o p e r a t o del g o v e r n o sul p i a n o teologico, capì i m m e d i a t a m e n t e che quella e r a l a g r a n d e occasione n o n p e r l i q u i d a r e u n i n c i d e n t e , m a p e r p o r r e in t e r m i n i di d o t t r i n a e su basi p e r m a n e n t i il proble182
ma d e l g i u r i s d i z i o n a l i s m o , cioè dei r a p p o r t i fra Chiesa e Stato. La passione con cui si gettò in q u e s t a i m p r e s a testimonia la forza delle sue convinzioni. Il compito n o n e r a facile p e r c h é a n c h e R o m a , p e r far valere i suoi a r g o m e n t i , aveva mobilitato il suo controversista più a g g u e r r i t o : il cardinale B e l l a r m i n o . E così i d u e vecchi amici si r i t r o v a r o n o dalle d u e parti della barricata, e bisogna dire che dell'amicizia si r i c o r d a r o n o poco. Tuttavia la p r i m a battaglia il Sarpi d o v e t t e c o m b a t t e r l a n o n t a n t o c o n t r o il suo avversario q u a n t o c o n t r o gli stessi giuristi veneti, renitenti a u n a polemica col Papa che rimettesse in discussione il suo p r i m a t o assoluto in tutti i campi. Fra' Paolo fu reciso. Disse che se si a m m e t t e v a quel principio, t a n t o valeva a r r e n d e r s i senza c o n d i z i o n i . M a q u e s t o , a g g i u n s e , e r a t r a d i m e n t o dello Stato (e di u n o Stato - sottintendeva - che i traditori li aveva s e m p r e m a n d a t i al patibolo senza pensarci d u e volte). Eppoi, continuava fra' Paolo, n o n era il p r i m a t o del Papa che bisognava discutere; ma l'esenzione degli ecclesiastici dalle leggi dello Stato. N e m m e n o lo Stato p o t r e b b e accordarla, p e r c h é ciò facendo verrebbe m e n o al m a n d a t o affidatogli da Dio: quello di e m a n a re e di far valere la legge su qualsiasi interesse privato di laici o di ecclesiastici. Q u e s t o , dice Sarpi, è i n s i e m e il fondam e n t o , la giustificazione e la missione dello Stato. Sarpi svolse queste tesi, assolutamente rivoluzionarie nell'Italia di allora, nelle Considerazioni sopra le censure della San-
tità di Papa Paolo V contro la Serenissima Repubblica di Venezia, cui s e g u i r o n o l'Apologia per le opposizioni dell'Illustrissimo e Reverendissimo Cardinal Bellarmino e il Trattato dell'Interdetto. Erano scritti f o r t e m e n t e polemici in cui il Sant'Uffizio ravvisò
plurima temeraria, calumniosa, scandalosa, seditiosa, schismatica, erronea et haeretica. Invitato a presentarsi a R o m a p e r rispond e r e di questi delitti, fra' Paolo n a t u r a l m e n t e rifiutò, rispose p e r le r i m e e fu s c o m u n i c a t o . Ma quella « g u e r r a delle scritture», c o m e fu chiamata, aveva r a g g i u n t o lo scopo che il ribelle, scatenandola, si era p r o p o s t o : la «contesa dell'In183
terdetto», da piccolo episodio di cronaca locale, era diventato un «caso» m o n d i a l e , su cui l'intera E u r o p a si e r a divisa. L'Inghilterra e l ' O l a n d a acclamavano il Sarpi c h i a m a n d o l o «il piccolo L u t e r o d'Italia», e poco m a n c ò che quella diatriba anticipasse la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i . C o m u n q u e , a corr e r e n o n fu solo l'inchiostro. N e l l ' a u t u n n o del 1607, l'intrep i d o frate fu aggredito da alcuni sicari, p u g n a l a t o e lasciato p e r m o r t o . G u a r ì invece delle ferite, e si dice che c o m m e n tasse: «Riconosco lo stile della C u r i a R o m a n a » , g i u o c a n d o sul d o p p i o senso della parola stile che significa a n c h e stiletto. L'attentato aveva m o l t o c o n t r i b u i t o alla p o p o l a r i t à del Sarpi i n E u r o p a , m a a r r i v a v a t r o p p o t a r d i p e r l a vittoria della sua causa. Malgrado la sua ostinatezza, a n c h e il Papa si era reso conto della gravità della situazione. Se si fosse rivolto alla S p a g n a p e r infliggere un castigo a Venezia, questa si sarebbe rivolta alla Francia di Enrico IV, in cerca di pretesti p e r i n t e r v e n i r e nella penisola. N o n solo. Ma si correva anche il rischio che la Serenissima, m o r a l m e n t e e diplomaticam e n t e sostenuta dai Paesi protestanti, ne adottasse a n c h e la religione. La città formicolava di agenti inglesi e olandesi, e dai loro r a p p o r t i risultava che s p e c i a l m e n t e l'aristocrazia, cioè la classe d i r i g e n t e , e r a fortemente t e n t a t a d a l calvinismo e p r o p e n d e v a p e r un a p e r t o scisma. Per quel Papa p r e p o t e n t e il c o m p r o m e s s o dovett'essere un a m a r o boccone. Lo fu anche p e r i veneziani più attaccati alla causa del laicismo. Ma bisognava a r r e n d e r s i alla ragion di Stato: la massa della popolazione era p u r s e m p r e cattolica, e u n a g u e r r a di religione sarebbe stata a n c h e u n a guerra civile. Le trattative furono l u n g h e : a m b e d u e le parti d o vevano salvare la faccia, e n o n era facile, specie p e r q u a n t o r i g u a r d a v a i d u e p r e t i p r i g i o n i e r i . F i n a l m e n t e fu trovata u n a di quelle scappatoie che i diplomatici c o n s i d e r a n o geniali m e n t r e a noi s e m b r a n o soltanto farsesche. I veneziani «regalarono» i d u e galeotti a l l ' a m b a s c i a t o r e di Francia, il quale a sua volta li regalò a un messo del Papa. In c o m p e n so Venezia ribadiva le leggi di cui le e r a stata i n t i m a t a l'a184
b r o g a z i o n e , n o n riconosceva la scomunica c o n s i d e r a n d o l a n o n soltanto nulla, ma mai p r o n u n c i a t a e, p u r c o n c e d e n d o il p e r m e s s o di r i t o r n o ai cappuccini e ai teatini, confermava il b a n d o ai gesuiti. Q u e s t a soluzione era u n a vittoria p e r la Serenissima, ma u n a delusione p e r Sarpi, che aveva sperato di v e d e r e sboccare quel conflitto in un vero e p r o p r i o distacco dalla Chiesa. Sebbene q u a l c u n o lo abbia n e g a t o , il suo epistolario coi protestanti d ' O l a n d a e d ' I n g h i l t e r r a parla chiaro: Sarpi era u n o dei pochi italiani che avevano capito l'inconciliabilità di u n o Stato libero e di u n a società o r d i n a t a e civile col cattolicesimo della C o n t r o r i f o r m a . E n e s s u n o oggi p u ò d i r e che cosa avrebbe r a p p r e s e n t a t o p e r l'Italia u n a Repubblica ven e t a c h e fin d'allora avesse r i p u d i a t o i legami con R o m a e fosse diventata il focolare delle libertà laiche. L'indomito frate continuò la battaglia p e r conto suo. N o n ve lo spingeva di certo l ' a m o r e della p o p o l a r i t à . Viveva in disparte, chiuso nel suo convento, da cui n o n e r a riuscita a cacciarlo n e m m e n o la s c o m u n i c a p e r c h é i serviti, solidarizzando con lui, l'avevano ignorata. N o n e r a n e m m e n o u o mo da covare illusioni. Anzi, f r e d d o e distaccato c o m ' e r a , sui risultati pratici della p r o p r i a azione si mostrava piuttosto pessimista. Ma a spingerlo e r a la sua coscienza cristiana. «Se sarà g u e r r a in Italia», scriveva a un amico francese, «va b e n e p e r la r e l i g i o n e : l ' I n q u i s i z i o n e cesserà e l'Evangelio avrà corso.» P u r t r o p p o fu p r o p r i o il Re di Francia, q u e l l ' E n r i c o IV, che p u r e in g i o v e n t ù e r a stato u g o n o t t o e di cui si diceva che conservasse r i m p i a n t i calvinisti, a infliggere un d u r o colpo al frate ribelle. Egli i n t e r c e t t ò e c o n s e g n ò al N u n z i o pontifìcio a Parigi u n a lettera del Diodati, c o r r i s p o n d e n t e del Sarpi, in cui tutta l'opera di proselitismo che costui stava svolgendo veniva descritta nei suoi particolari. L'emozione fu g l a n d e , sia a R o m a che a Venezia. Tutti i timorati e benp e n s a n t i della Repubblica videro in Sarpi un p e r t u r b a t o r e della pubblica quiete, un fomentatore di «grane», e gli fece185
ro il vuoto i n t o r n o . Era un b r u t t o m o m e n t o , p e r lui. In tutta E u r o p a spirava aria di bonaccia. C o n Enrico IV, pugnalato da un frate, scompariva n o n soltanto il delatore del Sarp i , ma a n c h e il g r a n d e rivale e c o n c o r r e n t e della S p a g n a . Gli amici protestanti d ' I n g h i l t e r r a e O l a n d a a b b a n d o n a v a n o l a S e r e n i s s i m a p e r m a n c a n z a d i p r o s p e t t i v e d i azione c o n c r e t a . Galileo, c o n cui fra' Paolo aveva s e r b a t o stretti r a p p o r t i , aveva lasciato Padova p e r Firenze. Ma il Sarpi n o n p e r questo si scoraggiò. E q u a n d o l'ambasciatore d ' I n g h i l t e r r a v e n n e a portargli un messaggio di re Giacomo che gli consigliava di cambiar aria e di trasferirsi suo ospite a L o n d r a , rifiutò. Aveva t r o v a t o un altro c a m p o di battaglia: la Storia. Q u e l l o stesso a m b a s c i a t o r e inglese, C a r l e t o n , si a r r o g ò p i ù tardi il merito di aver suggerito al Sarpi l'idea di scrivere u n a storia del Concilio di T r e n t o e di avergliene fornito il modello nel libro di un suo cugino, ministro anglicano. Ma si t r a t t a di m i l l a n t a t o c r e d i t o . Sarpi aveva già raccolto parecchio materiale sull'argomento p e r c h é si e r a s e m p r e vivam e n t e interessato al Concilio, in cui vedeva - giustamente la g r a n d e svolta, l'avvenimento più decisivo della storia mod e r n a . C o n o s c e v a a n c h e d i p e r s o n a alcuni suoi p r o t a g o nisti, fra i quali l'amico-nemico Bellarmino. Q u a n d o nel '14 si sparse la notizia ch'egli aveva posto m a n o a q u e l lavoro, tutta la c u l t u r a e u r o p e a ne trasalì. U n a storia del Concilio d e g n a di q u e s t o n o m e a n c o r a m a n c a v a , e Sarpi e r a consid e r a t o p e r la sua i n d i p e n d e n z a e serietà l'unico che potesse scriverla. I protestanti t r e p i d a r o n o p e r lui, e specialmente re Giacomo lo bersagliò di lettere, sollecitandolo di n u o v o a trasferirsi a L o n d r a o p e r lo m e n o a m a n d a r g l i i fascicoli del lavoro, via via c h e lo c o m p o n e v a , p e r sottrarlo alle insidie dell'Inquisizione. A tanto orgasmo Sarpi o p p o s e u n a pazienza che gli valse a s p r e critiche. Lo a c c u s a v a n o di f r e d d e z z a e i n d e c i s i o n e , spesso d u b i t a n d o c h e avesse a b b a n d o n a t o il l a v o r o p e r m a n c a n z a di coraggio. Il fatto è ch'egli sentiva l'importanza 186
d i quella i m p r e s a che richiedeva u n a d o c u m e n t a z i o n e coscienziosa e g r a n controllo critico. Q u a n t o p r o f o n d a m e n t e vi si sentisse i m p e g n a t o , lo dice nella prefazione: «Raccont a r e le cause e li m a n e g g i d ' u n a convocazione ecclesiastica, nel corso di ventidue anni, p e r diversi fini e con vari mezzi da chi procacciata e sollecitata, da chi impedita e differita, e p e r altri a n n i diciotto o r a a d u n a t a , o r a disciolta, s e m p r e celebrata con vari fini, e che ha sortito forma e c o m p i m e n t o t u t t o c o n t r a r i o al d i s e g n o di chi l'ha p r o c u r a t a e al t i m o r e di chi con ogni studio l'ha disturbata: chiaro d o c u m e n t o p e r r a s s i g n a r e li p e n s i e r i in Dio e n o n fidarsi della p r u d e n z a umana». Dedicò al lavoro q u a t t r o intensi anni. Poi affidò il m a n o scritto (o u n a copia) a un inglese m a n d a t o apposta p e r ritirarla dall'Arcivescovo di C a n t e r b u r y che lo fece s t a m p a r e a L o n d r a : n e s s u n e d i t o r e italiano avrebbe osato farlo. Il successo fu p a r i all'attesa che, data la situazione, era i m m e n s a : s'era alla vigilia della g u e r r a che p e r t r e n t ' a n n i doveva fare d e l l ' E u r o p a un r o g o di passioni religiose. Sarpi aveva d u n q u e scelto il m o m e n t o giusto. N o n r i a s s u m e r e m o il suo libro che seguita ad essere oggetto di vivaci p o l e m i c h e . S e g u e n d o il l o r o solito cavilloso m e t o d o , i gesuiti ne d e n u n z i a r o n o i m m e d i a t a m e n t e le inesattezze, c o m e avevano fatto p e r d e m o l i r e la versione biblica di E r a s m o . E c o m e in E r a s m o , p u ò d a r s i c h e a n c h e in S a r p i delle inesattezze ci s i a n o . Ma c o m e E r a s m o , a n c h e Sarpi esce t r i o n f a n t e d a q u e s t o assalto d i p e d a n t i . L a sua Storia ha c e r t a m e n t e dei difetti. Approfondisce poco le q u e stioni d o g m a t i c h e , e r i d u c e a u n a battaglia p u r a m e n t e verbale perfino quella sull'Eucarestia. N o n s e m p r e lo scrupolo di oggettività dello storico ha la meglio sui suoi risentimenti polemici. Sono difetti da cui n e s s u n libro di Storia è mai del tutto i m m u n e , e che scompaiono di fronte agl'immensi p r e g i del Sarpi. Il suo c o r a g g i o a n z i t u t t o , cioè la sua libertà. Sarpi n o n p a g a p e d a g g i o a n e s s u n a c e n s u r a né esterna né inter187
na: obbedisce soltanto al suo cervello e alla sua coscienza. I suoi e r r o r i - se ne c o m m e t t e - s a n n o di b u c a t o : n o n sono mai suggeriti da p a u r a o da calcolo. E questa sincerità si riflette a n c h e nell'impasto della sua prosa, nel suo calore di c o n v i n z i o n e , nel suo r i t m o s e r r a t o . La sua è u n a storia di u o m i n i , colti in tutti i l o r o aspetti g r a n d i e m e s c h i n i . Mai ch'essa d e g e n e r i in astratto dibattito o che si p e r d a in retorici moniti. Niente letteratura, che è poi l'unico m o d o di far b u o n a letteratura. Sarpi va subito all'osso. Il suo bersaglio, più che la d o t t r i n a della Chiesa, è il Papato, e lo s'individua subito. Il suo anticattolicismo, p r i m a ancora che dichiarato, è implicito nella insofferenza di q u e s t ' u o m o , che t r a s p a r e c h i a r a m e n t e da tutta la sua prosa, a u n a fede i m p o s t a dall'alto, puntigliosamente dettagliata nei suoi articoli come un codice, ridotta a p u r a osservanza di pratiche liturgiche, che n o n concede libertà di p a r o l a alla coscienza né spazio a un d u b b i o . Questi r i m p r o v e r i Sarpi li m u o v e i m p a r z i a l m e n t e a n c h e a un certo d o g m a t i s m o p r o t e s t a n t e . Il suo c o n t r a d d i t t o r e B e l l a r m i n o , da b u o n gesuita r o t t o al cavillo, ha un Dell'inchiodare il Sarpi sul particolare teologico. La sua argomentazione sarà a n c h e d o t t r i n a r i a m e n t e ineccepibile, ma sotto ci si sente l'uomo di Chiesa, cioè n o n libero. In Sarpi si sente l'uomo, e basta. E la Storia, fra i d u e , ha giudicato: di Bellarmino r i m a n e solo l'Inquisitore; di Sarpi, r i m a n e tutto lo scrittore. Il r u m o r e suscitato da quel libro fu presto sopraffatto da quello della g u e r r a che scoppiava. Ma Sarpi n o n se ne dolse. Anzi. In quella g u e r r a aveva investito t u t t e le sue speranze, c o m p r e s a quella che Venezia v'intervenisse schierandosi dalla p a r t e dei protestanti. La battaglia della M o n t a g n a Bianca, che vide il trionfo degli eserciti cattolici, fu p e r lui un a m a r o disinganno. I «papalini» ripresero il sopravvento nel g o v e r n o e nell'opinione pubblica della Serenissima, e il N u n z i o apostolico riferiva a R o m a in t o n o t r i o n f a n t e che fra' Paolo e r a odiato da tutti, nobili e p o p o l o . C ' e r a a n c h e da s p e r a r e , aggiungeva il prelato con squisito senso cristia188
n o , che ormai il r e p r o b o , in là con gli a n n i (ne aveva settanta) e piuttosto m a l a n d a t o , ne avesse p e r poco. E q u i n d i consigliava d i « r e c u p e r a r l o » i n m o d o c h e n o n d i v e n t a s s e , d a m o r t o , l'eroe di un'apostasia. Per d u e volte la C u r i a invitò fra' Paolo a R o m a i m p e g n a n d o s i a rispettarne la vita e la libertà in cambio di un atto di sottomissione. E p e r d u e volte fra' Paolo rifiutò. Morì nel ' 2 3 , nella cella e tra i fedeli monaci del suo conv e n t o . L a R e p u b b l i c a , che n o n aveva m a i r i c o n o s c i u t e l e s c o m u n i c h e lanciate dal Papa, e q u i n d i n e m m e n o quella che aveva colpito il Sarpi, fece s t e n d e r e u n a relazione sulle ultime o r e di fra' Paolo, da cui risultava che questi e r a spirato s e c o n d o t u t t e le r e g o l e c h i e d e n d o i s a c r a m e n t i e rivolg e n d o gli u l t i m i p e n s i e r i alla Chiesa e alla Patria. Ma l'estensore di quell'atto fece poi s a p e r e che il Sarpi invece, in perfetta coerenza con le sue idee, i sacramenti li aveva rifiutati, m e n o la c o m u n i o n e . Così finì l'ultima g r a n d e coscienza italiana scampata alla Controriforma.
CAPITOLO DICIASSETTESIMO LA RIVOLTA DELLA R A G I O N E
C o m e devastazioni, la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i d e t i e n e forse un p r i m a t o assoluto nella Storia. C o m e a b b i a m o già detto, alcuni Paesi ne u s c i r o n o l e t t e r a l m e n t e d i s t r u t t i , c o m e la Boemia che vi perse i tre quarti dei p r o p r i abitanti. Le Nazioni che a v e v a n o p r e s o p a r t e a q u e l «sacro macello» ne e m e r s e r o imbarbarite. Ma a fare le spese di quella interminabile g u e r r a di religione fu anche la religione. Il f e n o m e n o è a b b a s t a n z a facile da c a p i r e . S e b b e n e a p r e n d e r v i il sopravvento fossero poi stati tutt'altri interessi, di p o t e r e e di ragion di Stato, il conflitto era n a t o come regolamento di conti fra le d u e Chiese, quella cattolica e quella p r o t e s t a n t e , e a p p u n t o p e r q u e s t o e r a stato così l u n g o , accanito e micidiale. Ma p r o p r i o negli o r r o r i che provocava, il fanatismo trovava il suo contravveleno. Questi orrori n o n e r a n o soltanto le stragi e le razzie degli eseixiti che scorrazzavano c o m e o r d e imbestialite dal D a n u b i o al Mare del N o r d . E r a n o a n c h e gli eccessi cui si a b b a n d o n a v a n o gli zelatori d e l l ' u n o e dell'altro credo, sospinti dal furore della lotta e travolti da quell'orgia di sangue. È il m o m e n t o della «caccia alle streghe», nelle quali la superstiziosa m e n t e popolare incarna le p r o p r i e calamità. L'Europa, intendiamoci, conosceva di già questo flagello. Ma ora esso diventa febbre, delirio, m a n ì a collettiva, al cui contagio n o n sfuggono nemm e n o uomini di cultura e prelati d'alto b o r d o . C'è chi v'imp e g n a a d d i r i t t u r a u n ' a m b i z i o n e agonistica c o m e il Vescovo di W i i r z b u r g che r i v e n d i c a il p r i m a t o dei r o g h i p e r averci m a n d a t o oltre mille disgraziati, fra cui a n c h e dei bambiniMa un p e r s e c u t o r e l o r e n e s e glielo c o n t e n d e vantandosi di 190
a v e r n e accesi di più. L'iniziativa privata trova in questo lug u b r e sport il p i ù fertile dei t e r r e n i : o g n u n o ha la sua strega da bruciare, e o g n u n o p u ò diventare la strega di qualche altro. Di fronte allo spettacolo di q u e s t a u m a n i t à impazzita, s e m p r e più un d u b b i o s'insinua e u n a d o m a n d a ronza nella m e n t e degli u o m i n i , vittime e carnefici: «Ma che Dio è, un Dio nel cui n o m e si p o s s o n o c o m m e t t e r e simili massacri e crudeltà, e che li consente?» Se lo c h i e d o n o sia i cattolici che i protestanti. Ed è n a t u r a l e che gli u n i e gli altri siano portati a riconsiderare le rispettive posizioni. Il g r a n d e accusato, in q u e s t o p r o c e s s o , è n a t u r a l m e n t e l ' i n t r a n s i g e n z a . Così Ignazio di Loyola e Calvino si t r o v a n o sullo stesso banco. E la g e n t e si accorge che si somigliano c o m e d u e gocce d'acqua. Q u e s t a n o n è, si capisce, che u n a schematizzazione. Ma il f e n o m e n o , r i d o t t o all'osso, è q u e s t o . D o p o t a n t o s a n g u e , l'Europa cominciava a d o m a n d a r s i , da u n a p a r t e e dall'altra della barricata, se la teologia giustificasse un tale salasso. La p r i m a risposta e r a v e n u t a implicitamente da Erasmo, m a t r o p p o p r e s t o . Per sua disgrazia, i l g r a n d e u m a n i s t a fiammingo aveva lanciato la sua invocazione di pace nel m o m e n t o in cui i furori teologici d i r o m p e v a n o , e la sua voce si era p e r s a n e i c l a m o r i della battaglia che cominciava. Ma p r o p r i o m e n t r e q u e s t a toccava l a sua a c m e nelle g r a n d i g u e r r e della s e c o n d a m e t à del C i n q u e c e n t o fra Riforma e Controriforma, c'era già q u a l c u n o che ne d e n u n c i a v a tutta la futilità. Montaigne, fra gli altri e sugli altri. C h e q u e s t o r i c h i a m o alla m i s u r a e alla saggezza venisse dalla Francia, ha il suo p e r c h é . Diviso fra cattolici e p r o t e stanti, quello e r a a n c h e il Paese che p i ù aveva b i s o g n o di trovare fra di essi un t e r r e n o di conciliazione. E la conciliazione esigeva u n a lotta a f o n d o c o n t r o il fanatismo d e l l ' u n a e dell'altra p a r t e . M o n t a i g n e n o n lo c o m b a t t é di proposito e p e r cosciente calcolo politico. Era, come oggi si direbbe, u n o scrittore «disimpegnato», che n o n si a r r u o l ò 191
sotto n e s s u n a b a n d i e r a . Ma p r o p r i o qui sta il suo valore di esempio, in un m o m e n t o in cui p e r tutta l ' E u r o p a risuonava il g r i d o , il solito g r i d o che d a c c h é m o n d o è m o n d o ann u n z i a i massacri e gli fa da alibi: «Chi n o n è con noi, è cont r o di noi». Montaigne insegnò che si poteva, anzi si doveva, n o n essere con n e s s u n o . E in mezzo a q u e i suoi cont e m p o r a n e i ubriachi di Dio fino al p u n t o di massacrarsi in Suo n o m e gli u n i con gli altri, rispolverò Socrate «che aveva fatto calare la saggezza u m a n a dal cielo, dove s'era persa così a l u n g o , p e r restituirla all'uomo». Non, era né contro i cattolici né c o n t r o i protestanti. Era contro il loro d o g m a t i s m o , cui c o n t r a p p o n e v a il p r o p r i o dubbio. «Non so nulla» diceva con Socrate e P i r r o n e «non so n e m m e n o se abbia r a g i o n e Copernico o Tolomeo. P r o p e n d o per Copernico. Ma può d a r s i c h e di q u i a mille a n n i s c o p r i r e m o c h e avevan t o r t o e n t r a m b i e che questo e n o r m e c o r p o da noi chiamato Mondo è un g e n e r e di cosa assolutamente diversa da quella che tutti crediamo.» Ecco in cosa consiste il suo cosiddetto «scetticismo». Glielo suggerisce la storia d e l l ' u o m o . O g n i volta, dice Montaig n e , questo stupido b i p e d e p r e t e n d e di aver scoperto la Verità e il B e n e definitivi e assoluti; e o g n i volta suo figlio o suo nipote gli d i m o s t r a n o che n o n è vero. Un p o ' di m o d e stia n o n farebbe male. Oltre tutto, essa i m p e d i r e b b e agli uom i n i di a v e r e delle p r o p r i e o p i n i o n i u n ' o p i n i o n e così alta da sentirsi autorizzati ad arrostire coloro che n o n le condiv i d o n o . Richiamo p e r t i n e n t e in quell'epoca di roghi. M o n t a i g n e fu il p a d r e del «memorialismo»: quello che ne d e t t ò il m o d e l l o a Saint-Simon e agli altri. Forse n o n fu un g r a n d e filosofo. Ma molti filosofi del Sei e del Settecento, senza M o n t a i g n e , n o n s a r e b b e r o diventati g r a n d i . Più che all'altezza del p e n s i e r o la sua influenza fu d o v u t a alla perfezione della sua prosa, u n a perfezione assoluta p e r c h é assol u t a m e n t e i m m u n e d a l e t t e r a t u r a . M o n t a i g n e n o n scrive; parla. I suoi Essais (per i quali d a r e m m o a occhi chiusi tutta la p r o d u z i o n e italiana del Seicento, m e n o Galileo) sono u n a 192
c o n v e r s a z i o n e d i r e t t a , i n t i m a , familiare. L e g g e r l o è c o m e a n d a r e a braccetto con lui che ci p a r l a di tutto, ma specialm e n t e di se stesso, e n o n soltanto delle sue idee, ma a n c h e dei suoi personali triboli, in cui riconosciamo i nostri. Il lettore n o n c r e d a che tanta spontaneità fosse un d o n o di natura: n o n Io è mai. Montaigne stesso racconta, r i d e n d o , c o m e nei suoi p r i m i c o m p o n i m e n t i egli si fosse c o m p i a c i u t o di lardellare le sue p a g i n e di svolazzi, ribòboli e soprattutto di citazioni dai classici che fanno tanto «cultura». Poi s'era accorto della pacchianeria di tutto questo, e se n ' e r a liberato, ma n o n senza lotte e difficoltà. «Sentii» dice «di a v e r r a g g i u n t o il vero stile, q u a n d o riuscii a p a r l a r e alla carta come faccio con la p r i m a p e r s o n a che incontro.» Se gli scrittori italiani avessero udito queste parole e ne avessero fatto tesoro, q u a n t i secoli di retorica e di p e d a n t e r i a ci a v r e b b e r o risparmiato! Montaigne ebbe un c o n t i n u a t o r e nel suo amico C h a r r o n il cui trattato Della Saggezza riscosse là p e r là ancora più successo degli Essais. Molto m e n o geniale, vivo, brillante e immediato, C h a r r o n ebbe tuttavia il m e r i t o di d a r e al p e n s i e r o suo (e di Montaigne) u n a q u a d r a t u r a più sistematica. Il fatto di essere un p r e t e n o n gl'impedì di p o r t a r e un colpo decisivo al fanatismo religioso. Cattolico o protestante, egli dice, il fanatismo è soltanto il frutto dell'ignoranza e della p r e sunzione. La Verità n o n la possiede n e s s u n o p e r c h é all'uomo n o n è dato di conoscerla. Chi uccide in n o m e di essa uccide solo p e r le p r o p r i e opinioni, e n o n è che un d e l i n q u e n te. Il vero g a l a n t u o m o , p e r r e s t a r e tale, n o n ha bisogno di c r e d e r e né al p a r a d i s o né all'inferno, che infatti n o n ci sono. Ciò n o n vuol d i r e che le religioni siano infondate. Esse assolvono il prezioso compito di d a r e agli u o m i n i u n a regola di c o n d o t t a m o r a l e , ma nulla di più. E questa proposizione riassume il p e n s i e r o degli scettici in rivolta c o n t r o gli opposti fanatismi. Essi n e g a n o il Cristianesimo come verità rivelata, sia nella sua i n t e r p r e t a z i o n e cattolica c h e in quella p r o t e s t a n t e . L o a c c e t t a n o s o l t a n t o c o m e g u i d a ideale d i 193
u m a n a convivenza. C h e e r a il m o d o più diretto ed efficace di sottolinearne la incompatibilità con le barbarie che in suo n o m e si stavano p e r p e t r a n d o . A o r d i n a r e questo o r i e n t a m e n t o del pensiero in un sistema filosofico coerente fu Descartes, o Cartesio. Lo avevano chiamato Renato, cioè rinato p e r c h é sua mad r e , tubercolosa, lo mise al m o n d o in tali condizioni da far d i s p e r a r e che ci restasse. Solo verso gli otto a n n i la sua salute si normalizzò, tanto che lo misero in un collegio di gesuiti, d o v e tuttavia gli concessero c u r e speciali, fra cui l u n g h i s u p p l e m e n t i di s o n n o la mattina. Si sdebitò di queste indulgenze con lo zelo negli studi. A Poitiers si l a u r e ò in diritto canonico, conobbe l'amore, ci p r o v ò poco gusto; ma frattanto aveva acquistato u n a tale fiducia nelle p r o p r i e forze che si a r r u o l ò nell'esercito olandese p e r la G u e r r a dei T r e n t ' a n ni. Ma a n c h e l'esperienza militare gli p r o c u r ò scarse soddisfazioni, e quasi subito l ' a b b a n d o n ò p e r i n t r a p r e n d e r e un l u n g o viaggio in Italia. In quel m o m e n t o egli si e r a già orientato verso gli studi matematici, o p e r meglio d i r e gli e r a b a l e n a t a l'idea di a p plicare alla filosofia il m e t o d o matematico. A suggerirgliela, egli dice, fu un s o g n o fatto da soldato, m e n t r e d o r m i v a in u n a c a p a n n a della Baviera: lo spirito divino gli a p p a r v e , e gli suggerì la geometria analitica come strada p e r la ricerca del vero. Curioso avvìo p e r un filosofo che doveva affermare i diritti assoluti della R a g i o n e e tacciare di superstizioso pregiudizio tutto ciò che con essa e r a incompatibile. Altrettanto curioso è che, p u r con quella vocazione p e r la matematica, nel passare da Firenze m e n t r e scendeva da Venezia a Roma, n o n andasse a visitare Galileo, di cui n o n poteva i g n o r a r e il n o m e , r e s o o r m a i famoso n o n solo dalle g r a n d i scoperte ad esso legate, ma a n c h e dal processo che aveva fatto sensazione in tutta E u r o p a . Il fatto è c h e il coraggio di Cartesio n o n era p a r i al suo talento. L'uomo n o n voleva storie con la Chiesa, p e r tutta la vita m a n t e n n e un att e g g i a m e n t o filiale verso i gesuiti. E ad ogni m o d o , p e r met194
tersi del tutto al sicuro, n o n solo decise di stabilirsi nella calvinista O l a n d a , ma p e r v e n t i q u a t t r o volte in v e n t ' a n n i vi cambiò domicilio. Problemi di d e n a r o n o n ne aveva, grazie alle cospicue r e n d i t e lasciategli dal p a d r e . Visse s e m p r e com o d a m e n t e in belle case, ma «isolato in mezzo a questo p o p o l o g r a n d e e attivissimo, c o m e n e l p i ù r e m o t o d e s e r t o » . N o n aveva bisogno di c o m p a g n i a : gli bastava quella del suo l i m p i d o cervello i n t e s o a tessere la tela di u n a logica che escludeva tutto ciò che n o n avesse un f o n d a m e n t o razionale, a c o m i n c i a r e dai s e n t i m e n t i . Q u e s t o n o n g l ' i m p e d ì di avere u n ' a m a n t e , m a n o n l a sposò n e m m e n o q u a n d o essa gli d i e d e u n a figlia. A p p r e n d i a m o con un p o ' di s o r p r e s a , ma a n c h e con un c e r t o sollievo, che q u a n d o la b a m b i n a a cinque a n n i morì, egli pianse come un p a d r e qualsiasi, senza chiedersi se le lacrime fossero razionali o n o . Aveva deciso di d a r f o n d o a l l ' u m a n o s a p e r e in t u t t e le sue discipline. Era un t r a g u a r d o irraggiungibile, ma Cartesio fu il p e n s a t o r e che più vi si avvicinò grazie n o n soltanto alla sua forza di lavoro, ma a n c h e al suo o r d i n e . Nel culto dell'orario e c o m e b u r o c r a t e della scrivania, n o n fu da m e no di Aristotele e di Kant. Si rifece dall'inizio con un Discorso sul metodo in cui con meravigliosa chiarezza e in un francese intelligibile a tutti disse cosa voleva fare e c o m e intendeva farlo. Voleva cancellare, disse, dalla lavagna della m e moria tutto ciò che vi avevano scritto gli altri, a cominciare a p p u n t o da Aristotele, c o n s i d e r a t o l'infallibile, la fonte di ogni verità; e p a r t i r e dal d u b b i o su tutto. Subito p e r ò si rese conto che il d u b b i o n o n offre un ubi consistimi su cui si possa costruire qualcosa. Per r a g g i u n g e r e delle certezze, bisogna p u r partire da alcunché di certo. Cartesio, d o p o lungo annaspare, Io trovò nel pensiero. La famosa formula Cogito ergo sum, penso d u n q u e sono, diventò la sua base di partenza, il p u n t o fermo del suo sistema. Gl'intenditori dicono ch'esso n o n aveva nulla di originale p e r c h é è già in Sant'Agostino. C e r t a m e n t e era già implicito in Montaigne, che Cartesio conosceva a fondo. Ma lasciamo queste discus195
sioni da specialisti. La cosa i m p o r t a n t e è che Cartesio affermò quel suo principio n o n come u n a «idea», ma come u n a «esperienza», cioè disse in parole p o v e r e : «Sono sicuro che esisto p e r c h é il fatto che p e n s o me ne dà la dimostrazione». E qui sta l'essenza del suo m e t o d o , che consiste a p p u n t o nel sottop o r r e tutto alla verifica dell'esperimento. N o n seguiremo lo sviluppo del suo p e n s i e r o p e r c h é questo fa p a r t e della storia della filosofia. Ci basta di sottolineare la sua i m p o s t a z i o n e , cioè il rifiuto di o g n i fideismo. Dic e n d o : «Io n o n accetto altre verità che quelle sperimentabili e dimostrabili», Cartesio infligge un colpo mortale al d o g m a e q u i n d i al fanatismo. A l m e n o f o r m a l m e n t e , egli n o n n e g a Dio. Anzi. «Come potrei concepire Dio, se Dio n o n esistesse v e r a m e n t e ? » dice a un c e r t o p u n t o . Ma c'è da chiedersi se queste p a r o l e gli fossero suggerite dalla convinzione o dalla p r u d e n z a . Un eroe, lo a b b i a m o già d e t t o , n o n era; e l'aver p r e s o domicilio in un Paese c o m e l ' O l a n d a n o n lo metteva al r i p a r o dalla persecuzione p e r c h é a n c h e i calvinisti la praticavano. Infatti l'attacco p i ù a s p r o gli v e n n e p r o p r i o da lor o . Un teologo di U t r e c h t lo d e n u n c i ò ai magistrati, i quali lo c o n v o c a r o n o a discolparsi. Cartesio n o n si p r e s e n t ò , ma alcuni suoi amici i n t e r v e n n e r o , e la faccenda si chiuse con un ostracismo alle sue o p e r e . N o n s e n t e n d o s i p i ù a b b a s t a n z a sicuro i n q u e l Paese, t o r n ò in Francia per v e d e r e c o m e vi si mettevano le cose. Il n u o v o re Luigi XIV gli assegnò u n a pensione, che forse l'av r e b b e i n d o t t o a r e s t a r e , se p r o p r i o in quel m o m e n t o n o n fosse scoppiata la g u e r r a civile della Fronda. Cartesio rifece precipitosamente fagotto, e d o p o u n a breve sosta in O l a n d a p r o s e g u ì p e r Stoccolma, dove l'aveva invitato la regina Cristina, la g r a n d e p a t r o n e s s a della c u l t u r a , che voleva le sue lezioni. C a r t e s i o fu o n o r a t o di d a r g l i e n e , ma i m b a r a z z a t o d a l l ' o r a r i o i m p o s t o g l i d a l l ' i m p e r i o s a e i n s o n n e allieva: le cinque del mattino, il che significava p e r lui - che a n c h e in collegio aveva u s u f r u i t o di un s u p p l e m e n t o di s o n n o e di letto - alzarsi alle q u a t t r o e attraversare la città sepolta nella 196
neve. C o m e già e r a successo a Grozio, i suoi fragili p o l m o n i n o n resistettero alla p r o v a , e u n a b r o n c h i t e lo stroncò nell'inverno del 1650. Negli ultimi dieci a n n i egli si e r a dedicato esclusivamente alla scienza, che offriva un t e r r e n o molto p i ù congeniale al suo s p e r i m e n t a l i s m o , e s o p r a t t u t t o alla geometria. Portò a f o n d o i calcoli p e r il r a d d o p p i o del c u b o e la trisezione dell'angolo, e dette avvìo a quelli del calcolo infinitesimale. Aveva trasformato la casa in un laboratorio p i e n o di aggeggi - pule, r u o t e , m o r s e , torni - costruiti con le p r o p r i e mani. Studiava l'angolo di rifrazione della luce, operava dissezioni di animali p e r r e n d e r s i conto della loro anatomia, e a un visitatore che gli chiedeva d o v ' e r a la sua biblioteca m o strò un q u a r t o di b u e a p p e s o alla p a r e t e p e r dire che la sua c u l t u r a e r a negli e s p e r i m e n t i , n o n nei libri. Diceva a n c h e delle sciocchezze, c o m e q u a n d o n e g ò l'esistenza del vuoto, s o s t e n e n d o ch'esso era solo nella testa del suo p i ù giovane rivale Pascal. Ma molte sue scoperte r i m a n g o n o f o n d a m e n tali, a n c h e n e l c a m p o della fisica e della fisiologia. T u t t o s o m m a t o , c'è qualcosa di v e r o nel giudizio che di lui, d o p o morto, diede Fontenelle: «Proprio applicando le regole ch'egli ci ha fornito possiamo v e d e r e q u a n t o di falso o arbitrario ci sia nella sua filosofia, molto m e n o valida della sua g e o m e t r i a . Ma Cartesio ci ha i n s e g n a t o un m e t o d o , anzi il m e t o d o del r a g i o n a m e n t o » . È p r o p r i o così. Cartesio n o n conta t a n t o p e r le sue scoperte, q u a n t o p e r quelle ch'egli ha p e r m e s s o di fare ai suoi successori, indicandogliene la strada. Egli v e r a m e n t e liberò la filosofia da quella specie di t e r r o r i s m o aristotelico che fin lì l'aveva paralizzata. D'allora in poi fu m o l t o p i ù diffìcile i m p o r r e c e r t e a s s u r d i t à sulla base dell'Ipse dixit, cioè solo p e r c h é le aveva dette Aristotele o - c o m e p i ù f r e q u e n t e m e n te avveniva - a lui e r a n o attribuite. O r a la ragione affermava i suoi diritti a n c h e su di lui.
CAPITOLO DICIOTTESIMO
LA RIVOLTA DELLA SCIENZA
A b b i a m o visto Cartesio a l m a n a c c a r e n e l suo d o m e s t i c o laboratorio con lenti, torni e bisturi. C o n quegli aggeggi, aveva fatto molte scoperte, e n o n trascurabili, nel c a m p o della Scienza. E p p u r e , m a l g r a d o il giudizio di F o n t e n e l l e , egli n o n era stato un vero u o m o di Scienza. Di essa si era servito soltanto p e r sviluppare il p r o p r i o m e t o d o ; ma il fine p e r lui restava la filosofia. E in questo, egli era a n c o r a un u o m o del Rinascimento, che alla Scienza riconosceva soltanto un rango subalterno. Infatti il p i ù g r a n d e cultore della Scienza rinascimentale era stato L e o n a r d o che p u r con tutte le sue illuminazioni, faceva della Scienza un hobby. Solo nella s e c o n d a m e t à d e l C i n q u e c e n t o la Scienza comincia a ribellarsi a q u e s t a squalifica. A n c h e qui la spinta v e n n e d a u n a r e a z i o n e : l a r e a z i o n e alle s u p e r s t i z i o n i c h e p u l l u l a v a n o in t u t t o il m o n d o . Il t e r r o r e delle s t r e g h e e r a soltanto la più diffusa e pericolosa. Ma ce n ' e r a di o g n i gen e r e , forse di p i ù che nei p i ù b u i secoli del M e d i o Evo. In I n g h i l t e r r a il B r o w n e ne r i e m p ì un elenco di 6 5 0 p a g i n e , m o s t r a n d o c i in q u a l e g i u n g l a di t e r r o r i e di esorcismi si svolgeva la vita di q u e i n o s t r i p r o g e n i t o r i . Essi d o v e v a n o passare g r a n p a r t e delle loro giornate a difendersi dai diavoli, fantasmi, spiriti, j e t t a t o r i , «untori» dai quali si sentivan o p e r p e t u a m e n t e insidiati r i c o r r e n d o a s c a r a m a n z i e , astrologi, c a r t o e c h i r o m a n t i , a m u l e t i , m i n e r a l i , p i a n t e . E tutto questo n o n era prerogativa solo della gente semplice e i g n o r a n t e . Lo stesso re G i a c o m o I pubblicò u n a Demonologia, in cui con la massima serietà si attribuiva a certe persone il p o t e r e di s e m i n a r e il malocchio, di trasferire le malat198
rie da un c o r p o all'altro, di p r o v o c a r e t e m p e s t e , e si affermava il diritto di c o n d a n n a r e a m o r t e questi agenti del demonio. L ' I n g h i l t e r r a e r a forse u n o dei casi-limite di q u e s t o van e g g i a m e n t o , e quindi è n a t u r a l e che p r o p r i o lì la reazione si manifestasse con più vigore. Ma vi c o n c o r r e v a a n c h e un altro m o t i v o : lo s v i l u p p o della c u l t u r a sotto gli stimoli e gl'impulsi che aveva ricevuto dalla g r a n d e Elisabetta. Q u e sta c u l t u r a p r o g r e d i v a in tutti i c a m p i , ma r e s t a n d o fedele alle caratteristiche che la stessa situazione economica e politica del Paese esigeva: la concretezza e la praticità. L'Inghilt e r r a e r a i m p e g n a t a in u n a lotta p e r la vita e p e r la m o r t e . Doveva difendersi da d u e Potenze molto più forti di essa, la S p a g n a e la Francia. Le sue e n e r g i e creative n o n p o t e v a n o q u i n d i distrarsi nel Bello, c o m e q u e l l e degl'italiani d e l Rinascimento che non avevano u n a nazione da difendere p e r c h é n o n lo e r a n o . Dovevano concentrarsi sull'Utile: istallare industrie, costruire flotte, fabbricare cannoni. E quindi e r a n o attirate soprattutto dalla Scienza. L'uomo che riassume nel suo n o m e il genio inglese fra il Cinque e il Seicento, e lo illumina, è u n a di quelle figure che s e m b r a n o confezionate apposta dal b u o n Dio p e r gettare lo scompiglio nelle n o s t r e idee p r e c o n c e t t e . R a r a m e n t e il talento e la canaglieria si sono così felicemente sposati c o m e in Francesco B a c o n e . Dei vizi che lastricano l'inferno n o n gliene m a n c a v a n e s s u n o , dalla omosessualità all'arrivismo alla l a d r o n e r i a . Ma n o n gli m a n c a v a n e m m e n o n e s s u n a di quelle virtù che s p i a n a n o la s t r a d a alla g r a n d e z z a . Si servì dei d e n a r i della moglie p e r far carriera e u n a volta r a g g i u n to il vertice di P r i m o Ministro, si servì della carica p e r fare altri d e n a r i . V e n d e v a le s e n t e n z e , accettava b u s t a r e l l e da c h i u n q u e e in m a n i e r a così sfacciata che alla fine il Parlam e n t o si ribellò e lo mise sotto processo. Bacone riconobbe tutte le p r o p r i e malversazioni e peculati, ma se ne giustificò dicendo che, a n c h e d o p o aver intascato le bustarelle, aveva colpito c o l o r o c h e gliele a v e v a n o d a t e . A c o m m e n t o della 199
c o n d a n n a al carcere che il tribunale gli aveva inflitto, scrisse p i ù tardi: «E stata la p i ù giusta sentenza che il P a r l a m e n t o abbia e m e s s o negli u l t i m i d u e c e n t o a n n i . E p p u r e i o sono stato il p i ù giusto m a g i s t r a t o c h e l ' I n g h i l t e r r a abbia avuto negli ultimi cinquanta». La p e n a gli fu a b b u o n a t a dal Re che aveva un debole per questo suo ministro mariuolo. «Se dovessi p u n i r e tutti quelli che p r e n d o n o mance, non mi rimarrebbe n e m m e n o un suddito» disse quel s o v r a n o che p r e n d e v a le m a n c e a n c h e lui. E mai indulgenza si d i m o s t r ò così b e n e investita. Ricco e libero da i m p e g n i di lavoro e ambizioni di carriera, Bacone p o t è d e d i c a r s i i n t e r a m e n t e allo s t u d i o . N o n gli m a n c a v a nulla p e r grandeggiarvi, n e m m e n o l'immodestia. Nella p r e fazione alla sua p r i m a o p e r a , La grande Restaurazione, scriveva: «Bacone di Verulamio ritiene che sia nell'interesse della p r e s e n t e e delle future generazioni ch'esse siano e d o t t e dei suoi pensieri». E p e r u n a volta tanto la p r e s u n z i o n e n o n fu la m a d r e di un i n g a n n o . Il suo dichiarato p r o p o s i t o e r a di «provare tutto di n u o v o p e r d a r e inizio a u n a ricostruzione totale delle scienze e di t u t t o il s a p e r e u m a n o » . A n c h e lui d u n q u e , c o m e Cartesio, avrebbe fatto tabula rasa di tutte le c r e d e n z e fin allora accettate p e r sostituirle c o n quelle dimostrabili p e r via di e s p e r i m e n t o , e da q u e s t e risalire alle verità generali ed e t e r n e della Filosofia. Noi possiamo s o r r i d e r e di questa p r e t e s a di abbracciare tutto lo scibile. Ma, a p a r t e il fatto che lo scibile di allora n o n e r a così vasto e a p p r o f o n d i t o c o m e quello d ' o g g i c h e costringe alla specializzazione, ciò che di Bacone conta c o m e di Cartesio, è il m e t o d o ch'egli i n t r o d u c e . C o n t r o il sistema aristotelico invalso fin allora, Bacone insegna agli u o m i n i a p r o c e d e r e n o n dall'idea al f e n o m e n o , ma dal f e n o m e n o all'idea. Egli dice: «Se voglio avere u n ' i d e a dell'aria, devo prima sapere come e di cosa l'aria è fatta. E p e r questo il sillogismo astratto di Aristotele n o n mi serve. Mi serve solo l'es p e r i m e n t o c o n c r e t o N o n è la filosofia che mi p e r m e t t e di capire le cose. E lo studio e la c o m p r e n s i o n e delle cose che 200
in seguito mi p e r m e t t e r a n n o di f a r m e n e u n a r a p p r e s e n t a zione filosofica». Noi oggi s a p p i a m o quale illusione sia alla base di u n a simile i m p o s t a z i o n e e quali insidie essa n a s c o n d a . Ma p e r i nostri a n t e n a t i del Seicento si trattava di u n a conquista ass o l u t a m e n t e rivoluzionaria p e r c h é , l i b e r a n d o l a dal vassallaggio alla filosofia, conferiva alla Scienza u n a sua i n d i p e n d e n t e d i g n i t à . E infatti Dignità e progresso delle Scienze intitolò Bacone u n a delle sue successive o p e r e . Era un b a n do di mobilitazione, un appello agl'intellettuali per u n a crociata del s a p e r e n o n p i ù a t t r a v e r s o i libri e s e c o n d o le f o r m u l e e i d e t t a m i di Ille Philosophus, c o m e a n c o r a si seguitava a c h i a m a r e Aristotele s o t t i n t e n d e n d o c h e l'unico depositario della verità era lui; ma attraverso la s p e r i m e n tazione. G u a r d a t e v i i n t o r n o , dice Bacone. «L'uomo, essendo il servitore e l ' i n t e r p r e t e della N a t u r a , p u ò fare e comp r e n d e r e solo in r a p p o r t o e l i m i t a t a m e n t e a q u a n t o abbia o s s e r v a t o n e l c o r s o della N a t u r a . O l t r e d i esso, n é s a n é p u ò fare alcunché.» In p a r o l e p o v e r e : lo scienziato è u n a p e r s o n a seria; il filosofo, che dalla scienza n o n p r o c e d a , è u n ciarlatano. Polemicamente, in c o n t r a p p o s t o all'Organon di Aristotele, egli c h i a m ò Novum Organon la sua o p e r a p r i n c i p a l e . E a n n u n z i a n d o l a agli amici, disse con la sua solita modestia: «Ho l'impressione che questo libro d u r e r à finché d u r a n o i libri». Ma n e a n c h e stavolta la p r e s u n z i o n e fu m a d r e d'ing a n n o . Più che d a r e all'umanità un p e n s i e r o n u o v o , Bacone disintossica quello vecchio di tutti i t a b ù e idoli e feticci che lo impacciavano e paralizzavano. Ma n o n c'è d u b b i o che da lui p r e n d o n o avvìo t u t t e le scuole filosofiche m o d e r n e , anche quelle che poi g i u n g e r a n n o a conclusioni antitetiche alle sue. Egli sottrae l'uomo alle tentazioni della metafisica e gli dice: «Il t u o r e g n o è la n a t u r a . C o n t e n t a t i di c a p i r e le leggi che la r e g o l a n o » . A n c h e lui, c o m e Socrate e M o n t a i gne, ritrasferisce sulla t e r r a la saggezza che si e r a così a lungo persa nel cielo. 201
Lavorò fino all'ultimo giorno nella sua lussuosa villa circ o n d a t a da u n o s t u p e n d o parco e accudita da u n o stuolo di servi e s e g r e t a r i . Fra q u e s t i ultimi c'era un c e r t o T h o m a s Hobbes, di cui u d r e m o riparlare. A chi gli diceva che quella vita da g r a n signore n o n s'intonava alla sua attività di filosofo, r i s p o n d e v a : «Non capisco p e r c h é il talento d e b b a indossare vesti sdrucite». Era un u o m o felice. N o n aveva d u b bi su nulla, n e a n c h e sui suoi vizi che seguitò a praticare senza scrupoli né rimorsi, e tanto m e n o sulla sua priorità nella scala dei geni passati e presenti. Forse s e g r e t a m e n t e credeva di essere esente dalla fatalità biologica della m o r t e sicché n o n si a l l a r m ò q u a n d o , a s e s s a n t a c i n q u e a n n i , fu colto da u n a b r o n c h i t e . Laveva presa p e r r i e m p i r e di neve un pollo e v e d e r e q u a n t o il ghiaccio ne avrebbe ritardato la putrefazione. «L'esperimento è riuscito perfettamente» scrisse a un amico: «il pollo è rimasto fresco e conto di m a n g i a r l o d o m a ni.» Ma l'indomani era m o r t o . Il suo c o m p a t r i o t a P o p e lo definì «il più sapiente, il più geniale, il p i ù m e s c h i n o degli uomini». Meschino, n o . N o n lo e r a n o stati n e m m e n o i suoi difetti. Anche c o m e canaglia, era stato un colosso. Per c o r r e r dietro a Bacone - personalità t r o p p o p o t e n t e p e r poterle resistere - abbiamo un po' p e r s o il filo del nostro discorso. R i p r e n d i a m o l o , d u n q u e . Montaigne col suo scetticismo, Cartesio col suo razionalismo, Bacone col suo e m p i r i s m o (anche se questo t e r m i n e fu c o n i a t o p i ù tardi) p o r t a v a n o un attacco c o n c e n t r i c o sia al d o g m a t i s m o cattolico che a quello p r o t e s t a n t e p r o p r i o nel m o m e n t o in cui la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i ne d o c u m e n t a v a le t r a g i c h e c o n s e g u e n z e . Ciò n o n vuol d i r e ch'essi e b b e r o subito partita vinta, e che di colpo tutto il pensiero e u r o p e o si o r i e n t ò sul loro i n s e g n a m e n t o ed e s e m p i o . N o n ci stanc h e r e m o mai di m e t t e r e in g u a r d i a il l e t t o r e dalle n o s t r e stesse schematizzazioni. Noi ce ne s e r v i a m o solo p e r p e r m e t t e r g l i di c a p i r e le p i ù i m p o r t a n t i direttrici di m a r c i a 202
ideologica di quel p e r i o d o . Chi voglia più a fondo indagarne la complicata matassa, si rivolga a qualche storia della filosofia c o m e quella del Russell. Ma il senso f o n d a m e n t a l e è quello che a b b i a m o d e t t o : la crisi di stanchezza e q u i n d i la reazione d e l l ' E u r o p a ai «sacri macelli» di cui è stata vittima p e r quasi un secolo. Questi macelli sono stati p e r p e t r a t i in n o m e di Dio, o p e r meglio d i r e di d u e diverse i n t e r p r e t a zioni di Dio, e h a n n o trovato alimento nel furore teologico. Per p o r v i fine e p r e v e n i r n e degli altri, b i s o g n a b a t t e r e in breccia la teologia d i s t r a e n d o l ' u o m o dalla c o n t e m p l a z i o n e del cielo, dove esso n o n sembra trovare altra ispirazione che a g u e r r e e persecuzioni, p e r r i p o r t a r n e l'attenzione sul suo r e g n o : la N a t u r a . Q u e s t o è il t e m a che p r o p o n g o n o ai loro c o n t e m p o r a n e i l e d u e più g r a n d i voci del t e m p o , specialm e n t e Bacone. E questo tema è l'invito alla Scienza p e r c h é la Scienza è a p p u n t o lo studio della N a t u r a . Si capisce che di voci ce ne sono a n c h e altre, e discordanti. Ma quelle che meglio i n t e r p r e t a n o il m o m e n t o storico sono q u e s t e . Esse s u s c i t a r o n o u n ' e c o p r o f o n d a a n c h e i n Italia, m a p e r altri motivi. E l t a l i a e r a stata il principale t e a t r o dei g r a n d i conflitti di p o t e n z a fra Asburgo s p a g n o l i e Valois francesi. Ma dal trattato di Cateau-Cambrésis, cioè dal 1559 in poi, il dominio spagnolo l'aveva t e n u t a al r i p a r o dalle lotte di religione e s t e r n e e i n t e r n e . All'esterno, solo le flotte di Venezia e di Genova e r a n o state i m p e g n a t e a L e p a n t o . All'interno, la m a n c a n z a d i sostanziosi m o v i m e n t i p r o t e s t a n t i n o n aveva offerto p r e t e s t o a massicce persecuzioni. C ' e r a stato il m o struoso massacro dei d u e m i l a valdesi di Calabria. C ' e r a n o stati altri processi e roghi. Ma in confronto a q u a n t o accadeva in Francia e G e r m a n i a , l'Italia sembrava un'oasi di pace: a n c h e l a G u e r r a dei T r e n t ' a n n i n o n l'aveva c h e m a r g i n a l m e n t e sfiorata. Da noi quindi la fuga dalla teologia n o n derivava dall'abuso che se n'era fatto e dagli eccessi che aveva provocato. Veniva soltanto dai rigori inquisitoriali della Controriforma. Ann u s a n d o p u z z o di eresia in ogni speculazione filosofica che 203
n o n fosse s c r u p o l o s a m e n t e ortodossa, il T r i b u n a l e del Sant'Uffizio dirottava le menti verso la Scienza sperimentale, ma p o n e n d o loro un limite b e n preciso. Sia nella fisica che nella matematica, nella meccanica, nell'astronomia, gl'italiani furono i più g r a n d i «specialisti» di questo periodo. Ma i loro studi restavano delle costruzioni senza tetto, p e r c h é dalle leggi che via via scoprivano essi n o n p o t e v a n o risalire all'idea generale cioè all'idea filosofica, che p e r forza di cose li avrebbe messi in contrasto col d o g m a e fatti cadere sotto le grinfie dell'Inquisizione. Lo d i m o s t r e r à Galileo. Ma p r i m a di lui lo d i m o s t r a r o n o a n c h e degli altri che, p u r n o n v e n e n d o dalla Scienza, c e r c a r o n o di battere in breccia tutta la tradizionale impalcatura su cui la Chiesa sorreggeva il suo castello di verità rivelate a furia di Aristotele e di terrorismo persecutorio. Il p r i m o era stato B e r n a r d i n o Telesio, a u t o r e di u n a De rerum natura, di cui il titolo basta a chiarire gli orientamenti. Telesio era un calabrese di Cosenza che, d o p o aver insegnato a Padova p e r dieci a n n i , t o r n ò nella sua città natale e vi fondò u n a scuola destinata a d a r e b u o n i frutti. Lo dimostra il fatto che meridionali e più o m e n o influenzati da lui sono tutti i pochi pensatori italiani di questo p e r i o d o . Telesio ebbe u n a vita tribolata da mille guai. Per lo studio trascurò il p a t r i m o n i o lasciatogli dal p a d r e , fu s e m p r e a corto di soldi, ebbe un figlio assassinato. Ma gli toccò a n c h e la fortuna di restare al r i p a r o dai furori inquisitoriali. Anzi, Pio IV gli offrì a d d i r i t t u r a l'Arcivescovato di Cosenza. Telesio, ch'era un g a l a n t u o m o , lo p r e g ò di darlo a suo fratello. Telesio d ' a l t r o n d e si g u a r d ò b e n e dal disturbare la Chiesa. N o n discusse l'autorità sovrana di Aristotele nel c a m p o delle idee, anzi le rese o m a g g i o i n c o n d i z i o n a t o . Si limitò a dire che la N a t u r a è regolata da leggi che h a n n o in se stesse il loro principio e il loro fine e che p e r t a n t o v a n n o indagate senza r i f e r i m e n t i al t r a s c e n d e n t e . Q u e s t a discriminazione gli permise di c a m p a r e p o v e r o , sì, ma indisturbato fino agli o t t a n t ' a n n i facendo dell'«Accademia Cosentina» u n centro culturale di g r a n richiamo p e r tutto il Sud Italia. 204
Non sappiamo se il B r u n o lo conobbe p e r c h é q u a n d o a n d ò a Padova, Telesio l'aveva già lasciata da parecchi anni. Ma c e r t a m e n t e vi trovò i semi del suo i n s e g n a m e n t o e se ne alimentò, sebbene la personalità di B r u n o fosse t r o p p o p r e p o t e n t e e disordinata p e r accettare u n a scuola e i n q u a d r a r visi. Di lui abbiamo già detto ne L'Italia della Controriforma, e n o n v o g l i a m o r i p e t e r c i . R i c o r d e r e m o solo che il Seicento s'inaugurò a p p u n t o col r o g o di B r u n o , eloquente a m m o n i m e n t o agl'intellettuali italiani. Si c o n v e r t i s s e r o p u r e alla Scienza, diceva l'Inquisizione. Ma n o n p r e t e n d e s s e r o d'ind u r n e u n a n u o v a filosofia in contrasto con quella tradizionale di Aristotele e dei Padri della Chiesa. Guai a chi avesse violato questo offlimits. Giulio C e s a r e Vanini lo fece forse senza a c c o r g e r s e n e . Aveva quindici a n n i q u a n d o B r u n o salì sul patibolo, e a n che lui era un meridionale di Taurisano in quel di Lecce. Si era laureato in medicina, ma poi era e n t r a t o nei carmelitani e aveva g i r o v a g a t o n e i Paesi r i f o r m a t i del N o r d - E u r o p a . Convinzioni molto salde n o n doveva a v e r n e p e r c h é i n I n ghilterra si convertì alì'anglicanismo, ma d o p o t o r n ò al cattolicesimo. Forse, c o m ' e r a stato a n c h e p e r B r u n o , gli u m o r i in lui e r a n o più forti delle idee e lo p o r t a v a n o a litigare con tutti. Lo p u n g o l a v a n o delle ambizioni molto più g r a n d i del suo i n g e g n o , c h ' e r a in realtà assai modesto. Accanto a qualche s o r p r e n d e n t e i n t u i z i o n e c o m e quella che l ' u o m o i n origine era stato un q u a d r u p e d e , i suoi libri sono u n a cattiva antologia d'idee raccattate un po' d a p p e r t u t t o . A Praga, una delle tante t a p p e del suo inquieto e rissoso vagabondare, Vanini suscitò i sospetti dell'Inquisizione, e p e r sottrarvisi si rifugiò a Tolosa sotto falso n o m e . Per un p a i o d'aniri riuscì a viverci abbastanza t r a n q u i l l a m e n t e i n s e g n a n d o . Ma uno dei suoi allievi riferì c h e nelle sue lezioni egli n e g a v a non soltanto la divinità di Cristo, ma a n c h e l'esistenza di un Dio individuato. Gli misero accanto un provocatore p e r ind a g a r n e il p e n s i e r o e gli o r i e n t a m e n t i . Era difficile v e n i r n e capo p e r c h é Vanini n o n e r a i n q u a d r a b i l e in n e s s u n coea
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r e n t e sistema. Egli riecheggiava soltanto, e confusamente, la g r a n d e rivolta dello scetticismo e dello scientismo, c h ' e r a nell'aria d o v u n q u e , c o n t r o la teologia. Ma in quei t e m p i di furori persecutori ce n ' e r a d'avanzo p e r incriminarlo. Convocato davanti al tribunale p e r ateismo e bestemmia, Vanini d a p p r i m a cercò di r e s p i n g e r e gli addebiti protestando la p r o p r i a fede in Dio e nei d o g m i della Chiesa. Ma q u a n d o si vide p e r d u t o , accettò con coraggio la p r o p r i a sorte. E al m o m e n t o di avviarsi al patibolo dove gli a v r e b b e r o tagliato la lingua p r i m a di strangolarlo e bruciarlo, p a r e che abbia d e t t o : «Andiamo a l l e g r a m e n t e a m o r i r e da filosofo». Aveva ragione p e r c h é , a n c h e se filosofo n o n era, lo diventò grazie a quel supplizio che fece di q u e s t ' u o m o di pochi pensieri un m a r t i r e della libertà di pensiero.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO
GALILEO
Il C i n q u e c e n t o , lo abbiamo già detto, era stato più il secolo degli artisti e dei letterati che degli scienziati, specialmente in Italia. Ma fu p r o p r i o in questo p e r i o d o che fra le m a n i di L e o n e X, il g r a n d e Medici, capitò un libriccino intitolato Piccolo commentario che p r e a n n u n c i a v a u n a delle p i ù g r a n d i scoperte scientifiche di tutti i tempi, e forse la più g r a n d e di tutte: la scoperta cioè che il centro dell'Universo n o n e r a la Terra, ma il Sole. N o n si trattava di u n a novità assoluta. Già nell'antichità alcuni a s t r o n o m i greci c o m e Filolao e Aristarco di S a m o avevano avanzato ipotesi a n a l o g h e . Ma n o n si trattava a p p u n t o che d'ipotesi senz'appoggio di dati che le convalidassero. Esse n o n a v e v a n o resistito alle confutazioni di Tolomeo d'Alessandria, che nel secondo secolo d o p o Cristo aveva formulato la cosiddetta teoria «geocentrica» che restituiva alla T e r r a la sua posizione di fulcro dell'Universo c o m e dice la Bibbia: teoria che, a p p u n t o dal n o m e del suo a u t o r e , si chiamò «tolemaica». E p e r più d ' u n millennio n e s s u n o l'aveva più rimessa in discussione. Solo nel Q u a t t r o c e n t o q u a l c u n o ricominciò ad a v a n z a r e dei d u b b i . Nicola da Cusa disse che, s e c o n d o lui, la T e r r a n o n stava ferma, ma si m u o v e v a insieme a tutti gli altri astri del firmamento. E il solito L e o n a r d o , che con le sue intuizioni anticipava s e m p r e le scoperte degli altri, aggiunse che a star fermo e r a il Sole, m e n t r e la T e r r a n o n e r a il c e n t r o di nessun sistema. Tutto questo p e r ò era detto c o m e lo dicevano i greci, cioè sempre c o m e ipotesi basate più su impressioni che su osser207
vazioni ed e s p e r i m e n t i . M e n t r e il Commentario a d d u c e v a a s o s t e g n o della teoria «eliocentrica», cioè quella c h e fa del Sole il c e n t r o d e l l ' U n i v e r s o , calcoli, dati, rilievi, i n s o m m a un vero e p r o p r i o c o r r e d o scientifico. Il suo a u t o r e , Nicola Copernico, era un polacco che aveva fatto studi seri a Bologna sotto la g u i d a d ' u n maestro italiano, Domenico da Novara. P u r senza sostenere la dottrina eliocentrica, costui criticava quella geocentrica t r o v a n d o l a d e l t u t t o insoddisfacente. C o p e r n i c o aveva fatto t e s o r o di quegli i n s e g n a m e n t i e li aveva a p p r o f o n d i t i p e r suo conto a n c h e d o p o esser t o r n a t o nei Paesi suoi a fare il p r e t e . Quel p r o b l e m a lo turbava p r o f o n d a m e n t e p e r c h é capiva q u a n t o l'eliocentrismo fosse incompatibile con le Sacre Scritture. E infatti q u a n d o L u t e r o e Calvino videro il suo Commentario, r e a g i r o n o con furore tacciandolo di «follia» e di «empio attentato contro il Verbo di Dio». Papa Leone invece vi si era vivamente interessato perché a lui delle Sacre Scritture importava poco. L'incredulità lo rendeva molto più tollerante dei d u e capi della Riforma. E forse, se n o n si fosse trovato coinvolto nel turbine dello scisma, avrebbe fornito aiuti e incoraggiamenti a Copernico che ne aveva urgente bisogno. Era rimasto infatti amareggiato dagli anatemi protestanti, aveva deciso di abbandonare gli studi, e solo le insistenze di un suo amico matematico glieli fecero r i p r e n d e r e . Così compose il Primo libro delle rivoluzioni, che vide la luce proprio lo stesso giorno (24 maggio 1543) in cui l'autore entrava nel buio della morte. Ebbe a p p e n a il t e m p o di palparne la copertina, e chiuse gli occhi contento. Ne aveva di che. Il libro e r a z e p p o di e r r o r i , a n c h e m a r c h i a n i : fra cui quello che il Sole è il centro di tutto l'Universo e sta fermo. Conserva, di Tolomeo, u n a cervellotica e macchinosa farragine di «sfere», «cicli», «epicicli», eccetera. Ma p e r la p r i m a volta, n o n p i ù c o m e ipotesi basata solo sull'intuizione, ma c o m e teoria poggiata sull'osservazione e il calcolo, d e g r a d a la T e r r a da c e n t r o del C r e a t o a suo periferico f r a m m e n t o , con tutte le conseguenze che ne derivano. 208
E le c o n s e g u e n z e e r a n o catastrofiche, s p e c i a l m e n t e p e r la teologia. Cattolica o protestante, essa p o n e a f o n d a m e n t o della sua costruzione la p r e m e s s a che tutto è stato creato in funzione d e l l ' u o m o . L'unico p u n t o sul quale tutte le Chiese sono d'accordo è il conferimento all'uomo di questa s u p r e ma dignità. Tutto ciò che l ' O n n i p o t e n t e ha fatto, lo ha fatto per l'uomo, dandogli in appalto il centro immobile di un Cosmo che r u o t a i n t o r n o a lui. Q u e s t a è l'architrave di ogni religione cristiana, anzi di ogni religione allora nota p e r c h é a n c h e quella e b r a i c a e m u s s u l m a n a p a r t o n o dalla stessa pregiudiziale. Sopra l ' u o m o c'è il paradiso, sotto l ' u o m o c'è l'inferno: tutto, confezionato p e r lui. Il crollo di questo sistema p o n e alla m e n t e d o m a n d e terribili. Se il suo abitacolo n o n è c h e un f r a m m e n t o relegato alla periferia del Creato, che f o n d a m e n t o ha la pretesa dell ' u o m o di c o n s i d e r a r s e n e il c e n t r o ? E p e r c h é il S i g n o r e a v r e b b e m a n d a t o suo Figlio a m o r i r e p r o p r i o su q u e s t a scheggia p e r s a tra le tante che p o p o l a n o l'infinito? E il Cielo dove sta, in questa n u o v a concezione che abolisce il criterio stesso di sopra e di sotto, lasciando il nostro pianeta a r u o t a r e in u n o sterminato vuoto i n t o r n o a se stesso e ad altri corpi? Tutte le p i ù radicate certezze su cui l ' u o m o ha costruito la p r o p r i a vita e c r e d u t o d ' i n t e r p r e t a r e la p r o p r i a missione e il p r o p r i o d e s t i n o , e s c o n o sconvolte dalla n u o v a t e o r i a . Scrisse G e r o l a m o Wolf, i n o r r i d i t o : « L ' i n t e r p r e t a z i o n e cristiana del m o n d o n o n ha mai subito un attacco più pericoloso di questo». Ma a r e n d e r s e n e c o n t o , lì p e r lì, f u r o n o in p o c h i . E fra questi n o n ci fu p e r esempio n e a n c h e il p a p a Paolo I I I , cui C o p e r n i c o aveva dedicato il suo libro, e v i d e n t e m e n t e nella s p e r a n z a di m e t t e r s i al r i p a r o da accuse di eresia. E c'era, per il m o m e n t o , riuscito. Ancora q u a r a n t a n n i d o p o la m o r te dell'astronomo, il vescovo K r o m e r fece elevare un m o n u m e n t o sulla sua t o m b a nella c a t t e d r a l e di F r a u e n b u r g . La Chiesa n o n aveva afferrato le implicazioni e le c o n s e g u e n z e d i quella r i v o l u z i o n a r i a s c o p e r t a p e r c h é , t u t t o s o m m a t o , 209
n o n ci credeva: seguitava a considerarla u n a semplice congettura, u n a specie di balocco p e r intellettuali in vena di originalità. N o n c'è da stupirsene p e r c h é n o n ci c r e d e v a n o n e a n c h e gli a s t r o n o m i . Il l o r o p i ù a u t o r e v o l e e s p o n e n t e , Tycho B r a h e , e r a un nobile d a n e s e nato tre a n n i d o p o la m o r t e di C o p e r n i c o , e p i e n o di soldi e di bizzarrìe. Portava un naso artificiale d ' o r o p e r c h é quello vero l'aveva p e r s o in un duello. Aveva sposato u n a c o n t a d i n e l l a c o n g r a n s c a n d a l o dei suoi p a r i , e aveva investito tutto il p a t r i m o n i o nella costruzione di un o s s e r v a t o r i o . Ci r i m a s e v e n t ' a n n i a s c r u t a r e il cielo. Lo scrutava come poteva p e r c h é il telescopio n o n era stato a n c o r a i n v e n t a t o . M a q u e s t o n o n g l ' i m p e d ì d i raccogliere un materiale che batteva ogni p r i m a t o p e r ricchezza e precisione di dati. Scoprì le variazioni del m o t o della luna, la n a t u r a delle comete e i loro tracciati orbitali, la rifrazione della luce. I n s o m m a era, m a l g r a d o il naso, u n o studioso serio che lasciò alla Scienza un prezioso p a t r i m o n i o di accert a m e n t i e le a p r ì molte s t r a d e . Ma rifiutava C o p e r n i c o . La terra, p e r lui, restava il centro del Creato. Fra gli allievi che gli s'erano r a d u n a t i i n t o r n o , c'era anc h e un giovane p r o t e s t a n t e tedesco che si e r a cacciato nei guai coi suoi correligionari p e r c h é in un libriccino aveva sostenuto la d o t t r i n a di Copernico. Si chiamava Giovanni Kep l e r o . N o n o s t a n t e l a sua d i v e r g e n z a dalle p r o p r i e i d e e , B r a h e , c h e f r a t t a n t o si e r a trasferito a P r a g a , capì c h e in quel ragazzo c'era qualcosa, e ne fece p r i m a il suo assistente e poi il p r o p r i o successore. L'eredità consisteva soltanto negli studi e nei calcoli del m a e s t r o . K e p l e r o , che n o n era ricco, anzi e r a poverissimo, n o n p o t è c o m p r a r e gli s t r u m e n t i p e r a p p r o f o n d i r l i . E dovette c o n t e n t a r s i di m e d i t a r c i s o p r a . Ma lo fece così a fond o , c h e d a q u e i dati riuscì a r i c a v a r e u n a s c o p e r t a fondam e n t a l e : la s c o p e r t a c h e l'orbita di M a r t e a t t o r n o al Sole n o n è u n c e r c h i o , c o m e aveva c r e d u t o C o p e r n i c o , m a un'ellissi. Subito si chiese se n o n fossero ellittiche t u t t e le 210
orbite p l a n e t a r i e , c o m p r e s a quella della T e r r a . Si p r o v ò a fare i calcoli sui dati di B r a h e . T o r n a v a n o . E allora e n u n c i ò le t r e f a m o s e «leggi di K e p l e r o » . P r i m o : o g n i p i a n e t a si m u o v e s e g u e n d o u n ' o r b i t a ellittica di cui u n o dei fuochi è il Sole. S e c o n d o : il m o v i m e n t o è p i ù r a p i d o q u a n d o il pian e t a è vicino al Sole, p i ù lento q u a n d o è l o n t a n o . Terzo: il q u a d r a t o del t e m p o di rivoluzione di un p i a n e t a i n t o r n o al Sole è p r o p o r z i o n a l e al c u b o del g r a n d e asse dell'ellissi da lui descritta. Q u e s t e tre leggi r a p p r e s e n t a n o u n a t a p p a f o n d a m e n t a l e nella storia d e l l ' a s t r o n o m i a , e il fatto che K e p l e r o le abbia s c o p e r t e senza n e a n c h e l'aiuto del telescopio ha del m i r a coloso. Il s e g r e t o d e l s u o successo stava nella forza di c o n c e n t r a z i o n e . K e p l e r o aveva avuto u n a vita p i e n a di triboli. La m o g l i e gli s'era a m m a l a t a di epilessia: egli aveva d o v u t o p r e n d e r s i c u r a di lei e d e i sette figli c h e ne aveva avuto. La m a d r e e r a stata a r r e s t a t a e processata c o m e «strega», e K e p l e r o aveva d o v u t o l o t t a r e p e r salvarla dal r o g o . Unica evasione e consolazione a queste t r a g e d i e e difficoltà era stato lo studio. La scoperta che il cosmo e r a regolato da leggi che gli d a v a n o un o r d i n e assoluto e i m m u t a b i l e lo ripagava dei suoi guai i m m e r g e n d o l o in u n a specie di mistica e s a l t a z i o n e , di cui si v e d e la traccia nella p r e f a z i o n e al suo libro L'armonia del Mondo: «Nulla mi t r a t t i e n e , mi a b b a n d o n e r ò a l mio sacro f u r o r e . S e sarò p e r d o n a t o , m e n e rallegro. Se sarò c o n d a n n a t o , lo s o p p o r t e r ò . Il d a d o è tratto, il libro è c o m p o s t o . C h e lo l e g g a n o i c o n t e m p o r a n e i o i p o s t e r i , n o n m ' i n t e r e s s a . S e Dio h a a s p e t t a t o p e r seimila anni u n o scopritore, io posso b e n aspettare p e r cent'anni un lettore». Perché in Dio seguitava a crederci. «Il mio solo desiderio» disse «è di p o t e r p e r c e p i r e Dio d e n t r o di me con la stessa chiarezza e certezza con cui mi si rivela nella struttura del Creato.» M o r ì p o v e r o i n c a n n a nel 1630, m e n t r e infuriava l a G u e r r a dei T r e n t ' a n n i che sembrava dover spazzar via ogni traccia di cultura e cancellò perfino la sua tomba. Ma se i li211
b r i di K e p l e r o a v e v a n o effettivamente avuto p o c h i lettori, fra di essi ce n ' e r a u n o c h e bastava da solo a g a r a n t i r n e la continuazione e l'immortalità. Fin d a l 1597 K e p l e r o aveva r i c e v u t o u n a l e t t e r a d i u n professore italiano, che gli diceva di rallegrarsi moltissimo p e r aver trovato «un così g r a n d e alleato nella ricerca della verità, e t a n t o più in q u a n t o già da molti a n n i fui dell'opin i o n e di C o p e r n i c o , il q u a l e , b e n c h é abbia o t t e n u t o fama i m m o r t a l e presso pochi, fu posto in ridicolo e c o n d a n n a t o da g e n t e infinita (poiché grandissimo è il n u m e r o degli stupidi)». La lettera era firmata: Galileo Galilei. Galilei aveva sette a n n i p i ù di K e p l e r o , ma c o m e astron o m o e r a più giovane di lui p e r c h é a questi studi si era convertito da poco. N a t o a Pisa di p a d r e fiorentino e cresciuto nel p i e n o meriggio del Rinascimento, avrebbe voluto essere un L e o n a r d o , di cui p e r tutta la vita invidiò la completezza. Il suo p r i m o interesse era stato p e r la pittura, il secondo p e r la musica. Disegnava abbastanza b e n e e i m p a r ò l'organo e il liuto, c h e p o i d i v e n t e r a n n o l'unica c o n s o l a z i o n e nella sua vecchiaia di cieco proscritto. Alla fine si e r a deciso p e r la filosofia, ma p e r assumervi subito atteggiamenti n o n conformisti e polemici. Galilei accusava i suoi professori di essersi a d d o r m e n t a t i in braccio ad Aristotele, le cui astratte categorie rischiavano di paralizzare ogni progresso scientifico. Occ o r r e liberarsene, diceva, e restituire al p e n s i e r o u n a maggiore concretezza s o t t o p o n e n d o l o alle verifiche dell'esperimento. Fu questo che lo condusse alla p r i m a scoperta. Misurando sul p r o p r i o polso le oscillazioni del p e n d o l o , accertò ch'esse i m p i e g a n o u n t e m p o u g u a l e i n d i p e n d e n t e m e n t e dalla loro ampiezza. N o n era g r a n c h é . Ma e r a la scelta di un c e r t o m e t o d o : il m e t o d o i n d u t t i v o della scienza, che p a r t e dall'osservazione del f e n o m e n o particolare p e r risalire alla formulazione di u n a legge generale. Quell'attività l'occupò al p u n t o che t r a s c u r ò gli s t u d i accademici e n o n riuscì a p r e n d e r e n e m m e n o la laurea. Per cui, q u a n d o il p a d r e morì 212
lasciandolo senza mezzi, dovette accontentarsi di un incarico di s u p p l e n t e nella c a t t e d r a di m a t e m a t i c a con u n o stip e n d i o di fame. Alla m a t e m a t i c a si e r a convertito grazie a un p r e c e t t o r e dei paggi del G r a n d u c a che gli aveva dato da leggere gli Elementi di Euclide. Galilei trovò che in quel libriccino c'erano più verità che nei q u a r a n t a volumi della Stimma di San Tommaso, fin allora considerata l'architrave del pensiero filosofico. E q u i n d i si p u ò capire c o m e le sue lezioni facessero un c e r t o s c a n d a l o . Fra l'altro, egli s'era d a t o a s m o n t a r e u n o dei postulati della fisica di Aristotele, secondo cui la velocità di c a d u t a nel vuoto di un c o r p o cresce p r o p o r z i o n a l m e n t e alle sue dimensioni. Secondo il suo amico e biografo Viviani, Galileo convocò professori e s t u d e n t i davanti alla t o r r e p e n d e n t e , dalla cui cima lanciò oggetti di varie d i m e n s i o n i p e r d i m o s t r a r e che la loro velocità di c a d u t a era uguale. «E questo» dice Viviani, «fece sì che molti filosofastri suoi rivali, spronati dall'invidia, si levarono c o n t r o di lui.» Gli storici h a n n o rifiutato questo episodio, di cui lo stesso Galileo n o n fa m e n z i o n e . Ma n o n ci sembra che il particolare abbia molta importanza. Ne ha di più il fatto, c o m u n q u e accertato c h e Galileo aveva nel c o r p o a c c a d e m i c o p i ù n e mici che amici. A procurarglieli n o n era solo la spregiudicatezza e novità dei suoi metodi, ma a n c h e il suo carattere. Fin d'allora Galileo sapeva di essere Galileo, e mal s o p p o r t a v a che gli altri lo ignorassero. Aveva il disprezzo facile e la p o lemica r o v e n t e . A c h i u n q u e lo c o n t r a d d i c e v a a p p i o p p a v a con disinvoltura la qualifica di s o m a r o , cretino e perfino eun u c o . E q u i n d i n o n c'è da stupirsi che molti lo t r o v a s s e r o insopportabilmente p r e s u n t u o s o e insolente. Fatto sta che nel '92 lasciò Pisa p e r trasferirsi a Padova a insegnarvi meccanica. Ebbe subito un g r a n successo con gli studenti p e r c h é invece di limitarsi a lezioni teoriche, li faceva p a r t e c i p a r e ai suoi esperimenti. Col loro aiuto riuscì a dim o s t r a r e c h e la c u r v a di un proiettile è la r i s u l t a n t e delle forze d ' i m p u l s o e di gravità, e formulò la legge dell'inerzia 213
p r e p a r a n d o così la strada a Newton. Ma fra i colleghi dovette trovare p r e s s a p p o c o la stessa ostilità che a Pisa, p e r c h é in u n ' a l t r a lettera a K e p l e r o si l a m e n t a ch'essi si rifiutassero n o n solo di a m m e t t e r e le sue scoperte, ma perfino di g u a r d a r e il cielo col telescopio ch'egli aveva costruito. A quell'invenzione di decisiva i m p o r t a n z a Galileo era arrivato grazie agli studi di d u e ottici olandesi, L i p p e r s h e y e Metius, che a l l ' i n s a p u t a l ' u n o dell'altro a v e v a n o costruito u n r u d i m e n t a l e cannocchiale a p p l i c a n d o u n a d o p p i a lente convessa a un capo di un t u b o e u n a d o p p i a lente concava all'altro c a p o . L'episodio d i m o s t r a q u a n t o Galileo fosse informato e seguisse i progressi tecnologici in tutto il m o n d o . Subito si a p p r o p r i ò q u e l l ' e s p e r i e n z a e l'applicò ai suoi fini. Il suo telescopio i n g r a n d i v a gli oggetti solo di p o c h i d i a m e t r i . M a gli b a s t ò p e r s c o p r i r e nel f i r m a m e n t o u n a quantità di stelle che n e s s u n o fin allora aveva mai catalogato. Egli rivelò che le Pleiadi n o n e r a n o sette, come finora si e r a c r e d u t o , m a t r e n t a s e i , c h e l a Via L a t t e a n o n e r a u n a massa di vapori, ma u n a s t e r m i n a t a foresta di stelle, che la luce della L u n a n o n era che quella del Sole riverberata sulla T e r r a , che la sua superficie e r a increspata di valli e m o n t a gne, e che anche Giove e r a un pianeta coi suoi satelliti. Infine u n ' a t t e n t a osservazione gli rivelò che anche Venere girava i n t o r n o al Sole, c o m e C o p e r n i c o aveva intuito ma senza riuscire a dimostrarlo, e infatti aveva anch'essa le sue «fasi» c o m e la T e r r a . E questa era la conferma della teoria eliocentrica. Galileo a n n u n z i ò le sue scoperte in un libro, Sidereus nuncius, dedicato al G r a n d u c a di Toscana Cosimo I I , e diede il n o m e di Medìcei ai q u a t t r o satelliti di Giove da lui scoperti. N o n ne poteva più di Padova. E il G r a n d u c a , lusingato dall'omaggio, lo richiamò in patria n o m i n a n d o l o «Primo Matematico» all'Università di Pisa e filosofo di Corte. A quest'ult i m a qualifica Galileo t e n e v a i n m o d o p a r t i c o l a r e p e r c h é , c o m e Bacone, più che a singole scoperte, egli si sentiva vocato a rivoluzionare il m e t o d o della conoscenza. Si lamenta214
va anzi di dover p r o v a r e le sue verità con tanti e s p e r i m e n t i p e r c h é , diceva, «per soddisfare soltanto me stesso, mai avrei sentito il bisogno di compierne». La scoperta p e r lui era soltanto u n ' a r m a contro l'ordine costituito delle verità rivelate. E q u e s t o lo p o n e v a f a t a l m e n t e in c o n t r a s t o c o n la Chiesa che di quelle verità era la g r a n d e depositaria e g a r a n t e . Q u e s t o c o n t r a s t o n o n esplose subito. D a p p r i n c i p i o anzi egli m a n t e n n e i migliori r a p p o r t i coi gesuiti. U n a loro commissione riferì al cardinale Bellarmino che gli studi di Galileo r a p p r e s e n t a v a n o q u a n t o si e r a fatto di meglio nel campo d e l l ' a s t r o n o m i a e n o n p r e s t a v a n o il fianco a n e s s u n a obiezione. E q u a n d o nel 1611 Galileo a n d ò a R o m a , lo stesso p a p a Paolo V lo accolse con tutti i r i g u a r d i . L'idillio n o n poteva d u r a r e : p r i m a o poi l'incompatibilità fra le teorie eliocentriche di Galileo e il d o g m a della Chiesa sarebbe emersa. Ma d o b b i a m o riconoscere che a fornirgliene il p r e t e s t o m o l t o c o n t r i b u ì la vanità dello scienziato. In u n a conferenza tenuta a Roma, Galileo si e r a vantato di avere p e r p r i m o scoperto le macchie solari. Forse era in b u o n a fede. Ma quella s c o p e r t a p r e t e n d e v a di a v e r l a fatta p o c o p r i m a di lui un gesuita, Scheiner, che insegnava matematica a I n g o l s t a d t . C o s t u i r i v e n d i c ò la p r e c e d e n z a c o n t a n t o di d o c u m e n t i . E Galileo gli rispose nel suo brusco stile polemico, cioè d a n d o g l i a l l ' i n a r c a dell'imbroglione e affermando che quella scoperta lui l'aveva fatta sin dal 1610 a Padova: il che p a r e che n o n fosse vero. C o m u n q u e , ne seguì u n a polemica piuttosto arroventata, nella quale i gesuiti si schierarono col loro confratello. E q u e s t o ferì a m o r t e l'orgoglio di Galileo. Fin allora egli si era sempre riferito a quelle di Copernico e di Keplero come a semplici ipotesi. D'allora in poi cominciò a citarle c o m e teorie e leggi. I gesuiti gii rivolsero q u a l c h e blando a m m o n i m e n t o . Lo stesso Scheiner, s u p e r a n d o i r a n cori della p r e c e d e n t e polemica, gli scrisse in t e r m i n i concilianti. «Se desiderate e s p o r r e le vostre tesi, n o n ce ne offend e r e m o affatto, anzi e s a m i n e r e m o volentieri i vostri argo215
m e n t i nella speranza che tutto questo aiuti a illustrare la verità.» Era un richiamo a quella specie di sottinteso Gentlemen's agreement che rie! Rinascimento si era stabilito fra la Chiesa e gl'intellettuali. «Sviluppate pure» aveva detto quella a questi «una cultura e u n a filosofia profane. Ma fatelo in latino e dentro le Accademie, in m o d o che resti tra noi e n o n turbi la fede delle masse.» Tale era stato il senso di quell'alleanza, anche se n o n lo si trova scritto in nessun d o c u m e n t o . Galileo n o n raccolse l'invito. Gliel'impediva n o n soltanto l ' i m p e t u o s o t e m p e r a m e n t o , ma a n c h e lo s c o p o c h e si e r a prefisso. V o l e n d o i n s e g n a r e agli u o m i n i a r a g i o n a r e p e r esperienze invece che p e r astrazioni e superstizioni, n o n gli restava c h e b a t t e r e in breccia q u e s t e u l t i m e , e s c o p e r t a m e n t e . Scrisse a p a d r e Castelli: «Io c r e d o che i processi naturali che p e r c e p i a m o attraverso a t t e n t e osservazioni o d e d u c i a m o da dimostrazioni coerenti n o n possono essere confutati da b r a n i della Bibbia». Era u n a dichiarazione di guerra, e il Bellarmino se ne allarmò. N o n volle tuttavia interven i r e d i r e t t a m e n t e e si limitò a d a r e qualche consiglio di p r u denza a u n o degli allievi dell'astronomo: «Contentatevi» gli diceva «di p a r l a r e ex suppositione, c o m e io ho s e m p r e creduto c h e abbia p a r l a t o il C o p e r n i c o » . Si rifiutò di a d o t t a r e provvedimenti anche quando un predicatore domenicano, il Caccini, d e n u n z i ò Galileo al t r i b u n a l e d e l l ' I n q u i s i z i o n e . Anzi si affrettò a far s a p e r e a Galileo che, se inseriva nei suoi testi qualche frase che li riaccreditasse c o m e semplici ipotesi, la d e n u n z i a s a r e b b e stata archiviata. Ma Galileo rispose che n o n i n t e n d e v a «moderare» Copernico. A n c h e il G r a n d u c a ne fu spaventato e gli consigliò di and a r e a chiarire le cose con quelli del Sant'Uffizio. Galileo accettò e scese a R o m a con lettere di r a c c o m a n d a z i o n e di Cosimo p e r l ' a m b a s c i a t o r e di F i r e n z e e p e r a l c u n i influenti p r e l a t i di Curia. Si c o m p o r t ò da u o m o sicuro del fatto suo s o s t e n e n d o con s p a v a l d e r i a , in pubblici dibattiti e in conversazioni p r i v a t e , le tesi di C o p e r n i c o . Il 26 febbraio il Sant'Uffizio incaricò il c a r d i n a l e B e l l a r m i n o di c o n v o c a r e 216
Galileo e d'intimargli l ' a b b a n d o n o di quelle teorie. «Se n o n acconsente, sia imprigionato.» Dal m o d o c o m e sin lì si e r a c o m p o r t a t o , s e m b r a v a c h e Galileo dovesse c o n d u r r e la battaglia fino in fondo. Viceversa si a r r e s e quasi senza resistenza, e firmò. Egli n o n e r a affatto il c o d a r d o mollaccione che Bertolt B r e c h t ha r a p p r e sentato in un suo d r a m m a famoso (e tendenzioso); ma n o n era n e m m e n o l'eroe che in b u o n a fede credeva di essere. In lui c'era p i ù spavalderia c h e coraggio. Si cacciava i m p e t u o s a m e n t e nella lotta; ma q u a n d o si trovava a tu p e r tu col pericolo, si smarriva. Bisogna a n c h e dire che aveva di fronte un avversario da far raggelare il s a n g u e a c h i u n q u e . Bell a r m i n o n o n e r a soltanto il p i ù g r a n d e controversista della Chiesa di q u e i tempi, e forse di tutt'i tempi, m e n t e lucida e o r d i n a t a , a r g o m e n t a t o r e d'inesauribili risorse. E r a l'incarnazione della C o n t r o r i f o r m a in tutto il suo rigore. Gli storici protestanti e laici ne h a n n o poi fatto un m o s t r o della persecuzione poliziesca, u n a specie di H i m m l e r dell'Inquisizion e . N o n è così, e a n c h e il suo c o n t e g n o con Galileo lo dimostra. Lo a m m o n ì , cercò di p e r s u a d e r l o ; ma siamo sicuri che n o n rinunciò a n e s s u n a minaccia p u r di r i d u r l o alla rag i o n e . E le m i n a c c e , nelle p a r o l e e nello s g u a r d o di q u e l l ' u o m o inflessibile, dovevano esser tali da spezzare qualsiasi resistenza. Se d o p o lo fecero Santo, n o n fu certo p e r le sue doti di carità. Bellarmino somigliava più a Ignazio di Loyola, dal cui O r d i n e del resto veniva, che a Francesco d'Assisi. Il 5 m a r z o ( s e m p r e del 1616) il Sant'Uffizio pubblicava il suo storico E d i t t o : «L'opinione c h e il Sole stia i m m o b i l e al c e n t r o d e l l ' U n i v e r s o è a s s u r d a , falsa filosoficamente, e p r o f o n d a m e n t e ereticale p e r c h é c o n t r a r i a alla Sacra Scrittura. L'opinione che la T e r r a n o n è il c e n t r o dell'Universo e anche che ha u n a rotazione quotidiana, è filosoficamente falsa, e p e r lo m e n o u n a c r e d e n z a e r r o n e a » . La Chiesa credeva così di aver seppellito Galileo; e invece aveva solo d a t o un colpo di z a p p a a se stessa. II m i t o della sua infallibilità n o n se n'è mai più riavuto. 217
Galileo e r a t o r n a t o a F i r e n z e , nella sua villa di Bellos g u a r d o . Vi conduceva vita ritiratissima, sembrava deciso a tenersi fuori dalla polemica, e forse lo era. Ma nel '22 il suo allievo Guiducci mosse u n a confutazione a u n a teoria sulle c o m e t e f o r m u l a t a d a u n altro gesuita, Grassi. I n c o l l e r i t o , costui rispose d a n d o di s o m a r o e di eretico n o n solo a Guiducci, ma a n c h e al suo m a e s t r o . Galileo, cui col t e m p o la p a u r a e r a u n po' passata, m a n d ò all'Accademia dei Lincei, p e r c h é Io pubblicasse, u n o scritto di replica, II saggiatore. E forse il più bel c o m p o n i m e n t o di prosa italiana del Seicento p e r c h é Galileo era a n c h e un g r a n d e , un grandissimo scrittore. Ma negava o g n i autorità, in fatto di Scienza, che n o n fosse quella della ragione, dell'osservazione e dell'esperienza. C o m e dire che la verità n o n si confuta con gli editti, anche se v e n g o n o dalla Chiesa. Più p r u d e n t e dell'autore, l'Accademia a t t e n u ò questo ed altri passi pericolosi. E così p u r g a t a , Galileo p o t è d e d i c a r e l ' o p e r a a U r b a n o V i l i che la lesse con c o m p i a c i m e n t o e l'approvò. Ma questo n o n fu di g r a n d e giovamento all'autore p e r c h é , lungi dal disamarli, irritò i gesuiti più che mai all'agguato di un'occasione p e r fargliela p a g a r e . A fornirgliela provvide lo stesso Galileo. F i d a n d o sulla simpatia del Papa, t o r n ò a R o m a p e r convincerlo delle verità di C o p e r n i c o . Il Papa gli accordò sei l u n g h i colloqui e, p u r n o n revocando il divieto dell'Inquisizione, lo r i m a n d ò a Firenze con u n a lettera al G r a n d u c a p i e n a di elogi p e r «questo g r a n d e u o m o , la cui fama brilla nel cielo e p r o c e d e sulla terra». Imbaldanzito da quell'accredito, Galileo si affrettò a completare la g r a n d e o p e r a cui in tutti quegli a n n i di ritiro aveva atteso, Dialogo sopra ? due massimi sistemi del Mondo (i sistemi cui si riferiva e r a n o , si capisce, quello tolemaico e quello c o p e r n i c a n o ) , e lo p o r t ò a R o m a p e r sottoporlo al Papa. Il Papa lesse anche quello e gli rilasciò l'imprimatur, cioè l'autorizzazione a pubblicare, ma alla solita condizione: che la teoria di Copernico fosse p r e s e n t a t a c o m e ipotesi. Galileo s'imp e g n ò e t e n n e parola. Ma il livore verso i gesuiti e l'uzzolo 218
di rivincita che covavano in lui lo indussero a strafare. Premise al lavoro u n a prefazione in cui si faceva c h i a r a m e n t e capire al lettore ch'egli aveva scelto la forma del dialogo p e r sfuggire all'Inquisizione. E n o n basta. Il dialogo è fra d u e sostenitori del sistema c o p e r n i c a n o e un p a l a d i n o di quello tolemaico. Ma costui Galileo lo chiama Simplicio, ch'è sinonimo di sempliciotto o imbecillotto, e gli mette in bocca tutti gli a r g o m e n t i che i suoi avversari gesuiti avevano svolto contro di lui, facendoli a p p a r i r e c o m e sofismi (quali del resto e r a n o ) . Simplicio alla fine vince in forza di un assioma che taglia la testa al toro: la ragione di Dio, dice, ha delle ragioni che l a r a g i o n e d e l l ' u o m o n o n p u ò c o m p r e n d e r e . Q u i n d i è inutile cercar di capire che cosa ha fatto e come lo h a fatto: n o n resta c h e accettarlo nel suo i m p e r s c r u t a b i l e mistero. Ma questo era in realtà ciò che in p r e c e d e n z a aveva d e t t o il Papa. E u n o degli altri d u e i n t e r l o c u t o r i così lo c o m m e n t a con e v i d e n t e s a r c a s m o : «Mirabile e v e r a m e n t e angelica dottrina». I gesuiti, che n o n a s p e t t a v a n o altro, m o s t r a r o n o il passaggio a U r b a n o facendogli rilevare che Galileo aveva posto le sue parole in bocca a u n o stolto. E il Papa, sentendosi (con qualche ragione) tradito e corbellato dal suo p r o t e t t o , lo abb a n d o n ò alla furia del Sant'Uffizio. Nell'agosto del '32, il Dialogo fu messo all'Indice e il suo a u t o r e invitato a p r e s e n t a r s i a R o m a . Aveva quasi sett a n t a n n i , e gli amici c e r c a r o n o d ' i n d u r r e il G r a n d u c a a p r e n d e r l o sotto la sua protezione. Ma il G r a n d u c a n o n osò: dietro l'Inquisizione n o n c'era soltanto la Chiesa, ma a n c h e la Spagna, e n e s s u n o Stato italiano era in condizione di sfid a r n e i fulmini. Galileo si p r e s e n t ò il 12 aprile 1633, e fu subito dichiarato in stato d'arresto. Solo q u a n d o c a d d e ammalato, gli consentirono di alloggiarsi in casa dell'ambasciatore fiorentino, ma sotto sorveglianza. Al p r i m o i n t e r r o g a torio gli chiesero se si riconosceva colpevole. Rispose di no. Ma alcuni g i o r n i d o p o a m m i s e di aver esposto la d o t t r i n a copernicana con p i ù vigore di quella tolemaica, e si offrì di 219
p u r g a r e il testo e di fare penitenza. N e g l ' i n t e r r o g a t o r i successivi dichiarò che dall'editto del 1616 aveva smesso di dubitare della validità del sistema tolemaico, e o r m a i a n c h e lui e r a arciconvinto c h ' e r a il Sole a g i r a r e i n t o r n o alla T e r r a , n o n viceversa. Q u a l c u n o dice che gli a v e v a n o s t r a p p a t o questa m e n z o g n a con la t o r t u r a . C o n la tortura, n o . Ma con la minaccia della t o r t u r a - ch'è già di p e r se stessa u n a tortura -, è probabile. Il Papa aveva s e m p r e voluto essere informato sugl'interr o g a t o r i , ma n o n ci aveva p a r t e c i p a t o , e molti s p e r a v a n o che all'ultimo m o m e n t o sarebbe i n t e r v e n u t o in favore dello scienziato. N o n fu così. L'Inquisizione p r o c l a m ò Galileo colpevole di eresia e gl'impose di r i n n e g a r e le sue teorie. Per q u e l l ' u o m o orgoglioso dovett'essere terribile p r o n u n c i a r e , inginocchiato, l'atto di ritrattazione: «Con cuor sincero e fede n o n finta abiuro, maledico e detesto li suddetti e r r o r i et heresie... e giuro che p e r l'avvenire n o n dirò mai p i ù né asserirò, in voce o p e r scritto, cose tali p e r le quali si possa riaver di me simil sospitione, ma se conoscerò alcun heretico o che sia sospetto d'heresia, lo d e n u n t i a r ò a questo Santo Offizio...». D o p o d i c h é il T r i b u n a l e gl'inflisse la p r i g i o n e «per un p e r i o d o da d e t e r m i n a r s i a nostro piacere», e come penitenza, p e r tre anni, la recitazione quotidiana dei sette salmi p e n i t e n z i a l i . Il P a p a n o n volle f i r m a r e la s e n t e n z a . Forse aveva tentato di addolcirla, ma i gesuiti gliel'avevano impedito. La l e g g e n d a vuole che, nel lasciare il t r i b u n a l e , Galileo m o r m o r a s s e a l l u d e n d o alla T e r r a : « E p p u r si muove!» Ma n o n è che u n a leggenda. L'uomo era distrutto. D o p o pochi g i o r n i gli p e r m i s e r o d i t o r n a r e nella r e s i d e n z a d e l l ' a m basciatore di Firenze, e p p o i di trasferirsi a Siena, nel palazzo del vescovo Piccolomini, suo amico e allievo. Di lì rientrò alla sua villa di Arcetri, a Firenze. N o n p o t e v a uscirne, ma gli consentirono di ricevere qualche visitatore, fra cui ci fu il p o e t a inglese Milton. U n a figlia s u o r a e r a v e n u t a a vivere con lui e si era accollata la penitenza dei salmi. 220
L'unico ritratto che p o s s e d i a m o di lui - ch'io sappia - è quello che gli fece Sustermans e che oggi si trova alla Galleria Pitti. S e b b e n e già vecchio, Galileo vi a p p a r e in t u t t a la sua i m p o n e n z a e nobiltà. N o n doveva essere stato un u o m o facile, e qualche volta aveva deluso chi vedeva in lui un irriducibile g l a d i a t o r e . La sua m e n t e e r a c e r t a m e n t e p i ù alta del suo c a r a t t e r e : «la più g r a n d e m e n t e di tutti i tempi» la definì il Grozio. N o n ebbe il coraggio del martirio; ma ebbe la forza di c o n t i n u a r e ad essere se stesso anche d o p o l'umiliazione. N o n p o t e n d o più occuparsi di astronomia, t o r n ò ai suoi studi di meccanica facendovi scoperte decisive e d a n d o n e notizia al m o n d o in altri Discorsi e Dialoghi. Siccome in Italia n o n poteva pubblicarli p e r via della c o n d a n n a , li faceva s t a m p a r e a L e i d a dalla casa o l a n d e s e Elzevir. Il Dialogo, tradotto in tutte le lingue, correva il m o n d o , suscitava polem i c h e e a m m i r a z i o n e , s p i a n a v a la s t r a d a a N e w t o n . O g n i tanto il g r a n vecchio alzava lo s g u a r d o al cielo, ma n o n lo vedeva p i ù p e r c h é le c a t e r a t t e e r a n o calate sui suoi occhi c o n d a n n a n d o l o al buio; e diceva: «Questo Universo che io ho i n g r a n d i t o mille volte si è o r a ristretto al mio stesso cosmo. Così è piaciuto a Dio, così deve piacere a me». Soffriva d'insonnia, e r i e m p i v a le notti col liuto, sua unica consolazione fin q u a n d o n o n p e r s e anche l'udito. Q u a n d o s'accorse di esser vicino alla fine, chiese e o t t e n n e il p e r m e s s o di visitare a n c o r a u n a volta F i r e n z e . A n d ò b r a n c o l a n d o p e r l e strade sorretto dalla figlia, e n o n vide nulla p e r c h é era comp l e t a m e n t e cieco. Pochi giorni d o p o - aveva settantotto anni - m o r ì fra le braccia dei suoi allievi. A c o s t o r o lasciava u n a scuola e un e s e m p i o . La scuola p r o d u s s e a n c o r a dei g r a n d i maestri: Torricelli, Redi, Morgagni, Malpighi, Cassini, Borelli, che p e r m i s e r o alla Scienza italiana di p r i m e g g i a r e ancora p e r un pezzo in E u r o p a . Ma l'esempio del Maestro scoraggiò questi u o m i n i dal t e n t a r e l'elaborazione di veri e p r o p r i sistemi e forse g l ' i m p e d ì di r a g g i u n g e r e la s t a t u r a del loro iniziatore. N e s s u n o voleva seguirne la sorte. E così, grazie all'Inquisizione, il p e n s i e r o 221
scientifico trasmigrò dall'Italia, e in g e n e r e dai Paesi cattolici, p e r diventare a p p a n n a g g i o di quelli protestanti. U n ' a l t r a cosa che di Galileo n o n riuscì a fare scuola è la sua p r o s a . Se i nostri letterati si fossero formati su quella sua, così asciutta e concreta, n o n a v r e m m o allevato tante gen e r a z i o n i d ' i n s o p p o r t a b i l i retori^ m a r c i di c o n v e n z i o n a l i s m o e d ' a c c a d e m i a . Ma il fatto è c h e asciuttezza e concretezza sono lo stile della sincerità. E di sincerità, d o p o la Controriforma, gl'Italiani n o n sono stati mai più capaci.
CAPITOLO VENTESIMO
LA RIVOLTA DELLA C O S C I E N Z A
Il p r o c e s s o di Galileo n o n d o c u m e n t a soltanto il s o p r u s o della Chiesa sul p e n s i e r o italiano, ma anche il suo anacronismo. Esso infatti si svolge p r o p r i o nel m o m e n t o in cui d o v u n q u e altrove il fanatismo, colpevole dei massacri che ha p r o v o c a t o , è b a t t u t o in breccia e costretto a q u a l c h e r e visione. Così l'intransigenza inquisitoriale aggrava il divorzio dell'Italia n o n solo d a l l ' E u r o p a p r o t e s t a n t e , m a a n c h e da quella che, p u r rimasta cattolica, si avvia ad esserlo in un m o d o diverso che d a noi, p i ù r i g o r o s o nel c a m p o m o r a l e , più libero e fecondo in quello intellettuale. E logico che q u e sto processo p r e n d a avvìo in O l a n d a e si sviluppi in Francia: sono i Paesi c h e più p r o f o n d a m e n t e h a n n o sentito la lotta religiosa, e che q u i n d i più a c u t a m e n t e avvertono il bisogno di conciliarne i termini, come la Chiesa di R o m a n o n ha mai saputo o voluto fare. La scintilla p a r t ì d a l l ' U n i v e r s i t à di L o v a n i o d o v e insegnava J a n s e n , o G i a n s e n i o , un teologo di U t r e c h t r i m a s t o fedele al cattolicismo, ma che aveva vissuto gomito a gomito coi calvinisti. Per polemizzare con loro, aveva d o v u t o a p p r o f o n d i r n e i temi, e specialmente quello della p r e d e s t i n a z i o ne, su cui si basa la loro teologia. Risalendo p e r questa strada a Sant'Agostino e a San Paolo, che della predestinazione sono i veri p a d r i , ne rimase p r i g i o n i e r o . E si convinse che p e r c o m b a t t e r e il calvinismo la Chiesa doveva s t r a p p a r g l i l'esclusiva di questa tesi e a d o t t a r n e il s u p e r i o r e codice morale. Cioè si convinse che p e r vincere i calvinisti, bisognava diventare più calvinisti di loro. Egli espose il suo pensiero in un libro, Augustinus, che fu pubblicato d u e a n n i d o p o la sua 223
m o r t e , e che i gesuiti i m m e d i a t a m e n t e d e n u n z i a r o n o a papa U r b a n o V i l i . Questi si limitò a u n a generica c o n d a n n a . Ma v e n t a n n i d o p o il caso t o r n ò a e s p l o d e r e c l a m o r o s a m e n t e : i professori della Sorbona si e r a n o accorti che gli studenti avevano fatto di Giansenio il loro Marcuse, e ne reclam a r o n o la solenne sconfessione. P a p a I n n o c e n z o X li contentò con la bolla Cavi occasione, che proclamava eretiche le proposizioni di Giansenio. Giansenio aveva incontrato tanta fortuna in Francia, grazie al suo vecchio amico e condiscepolo Duvergier che frattanto era diventato abate di Saint-Cyran, di cui aveva preso a n c h e il n o m e . Egli condivideva in p i e n o la d o t t r i n a dell'olandese e aveva trovato un uditorio p a r t i c o l a r m e n t e fervido fra le s u o r e del m o n a s t e r o di Port-Royal, d e s t i n a t o a u n a p a r t e di p r i m o p i a n o nella storia del pensiero religioso transalpino. Era un antico convento cistercense, situato a dieci chilometri da Versailles in u n a triste vallata paludosa e nebbiosa. Da t e m p o era in completo a b b a n d o n o , q u a n d o vi giunse u n a recluta di eccezione, sebbene avesse solo sette anni: Jacqueline A r n a u l d . Suo p a d r e Antonio, magistrato dell'Afvernia, sebbene cattolico, a p p a r t e n e v a a quella g r a n d e borghesia colta, i n t r a p r e n d e n t e e severa che aveva fornito al calvinismo i suoi migliori q u a d r i . D e p u t a t o al p a r l a m e n t o , d o p o il p r i m o a t t e n t a t o a Enrico IV, egli p r o n u n c i ò un violento discorso c o n t r o i gesuiti d e n u n z i a n d o n e la r e s p o n s a b i l i t à m o r a l e e c h i e d e n d o n e l'espulsione. Forse fu p e r r i p a g a r e tanta lealtà, che il Re n o m i n ò la piccola J a c q u e l i n e badessa di Port-Royal e sua sorella J e a n n e , che aveva un a n n o m e n o di lei, badessa di Saint-Cyr. Per o t t e n e r e l'approvazione del Papa, l'atto di nascita delle d u e b a m b i n e fu falsificato. Per A n t o n i o , o b e r a t o da oltre venti figli, quelle n o m i n e r a p p r e s e n t a v a n o un s u c c e d a n e o della d o t e . E così dovette c o n s i d e r a r l a a n c h e J a c q u e l i n e , che aveva p r e s o il n o m e di M a d r e Angelica, e c h e d a p p r i n c i p i o n o n m o s t r ò n e s s u n a vocazione. Via via che cresceva anzi si mostrava s e m p r e più 224
insofferente della disciplina monastica, sebbene fosse molto allentata, e n o n fece nulla p e r restaurarla. Approfittò di u n a malattia p e r t o r n a r e a casa, e solo p e r le insistenze del pad r e r i e n t r ò in convento. Fu d u r a n t e le p r e d i c h e di un m o naco cappuccino che la Grazia la toccò. Insieme al richiamo del S i g n o r e , essa sentì la v e r g o g n a di servirlo così m a l e in quel m o n a s t e r o dove si passava la g i o r n a t a p i ù a far uso di cosmetici e sfoggio di vestiti che a m e d i t a r e e p r e g a r e . Per istaurare u n a n u o v a regola n o n volle tuttavia r i c o r r e r e alla p r o p r i a autorità, e l'applicò solo a se stessa. Ma si vede che le altre suore avevano p e r lei stima e affetto p e r c h é spontan e a m e n t e la i m i t a r o n o e a c c e t t a r o n o a n c h e la p i ù d u r a di tutte le p e n i t e n z e : la reclusione dal m o n d o . Q u a n d o Antonio e la moglie v e n n e r o a visitare la figlia, questa si rifiutò di riceverli e gli p a r l ò di dietro u n a grata. L'esempio fece impressione sulle altre sei giovani A r n a u l d rimaste a casa. U n a d o p o l'altra esse chiesero di e n t r a r e a Port-Royal, che in tal m o d o diventò un m o n a s t e r o di famiglia. Sainte-Beuve insin u a ch'esse si d e c i s e r o a q u e l passo p e r c h é r e d u c i da un vaiòlo che aveva sfigurato il loro volto. Ma q u e s t o basterebbe a spiegare la loro e n t r a t a in convento, n o n il fervore e l'abnegazione che vi spiegarono. Q u a n d o rimase vedova, anche la m a m m a chiese e o t t e n n e di essere accolta come novizia, e c h i a m ò s e m p r e «Madre» la figlia. Infine, a n c h e un fratello e alcuni nipoti si ritirarono a Port-Royal e vi fond a r o n o la piccola c o m u n i t à dei «Solitari». U n o di essi, Antonio A r n a u l d junior, ne diventò l'ideologo e il portavoce alla Sorbona. Molti storici n e g a n o o g n i p a r e n t e l a fra questi allievi di Giansenio e i calvinisti. Ed effettivamente alcune differenze ci sono. Essi n o n fanno della Bibbia un p u n t o di riferimento altrettanto p e r e n t o r i o e assoluto, n o n fanno del c r e d e n t e il sacerdote di se stesso, n o n fanno del dovere verso la società il massimo i m p e g n o . Però dei calvinisti condividono la dottrina f o n d a m e n t a l e , la predestinazione, e l'etica severa. Vivono e l a v o r a n o da contadini p r o s c i u g a n d o le p a l u d i , can225
t a n o , d i g i u n a n o e p r e g a n o , ma a n c h e i n s e g n a n o e conv e r t o n o . Le «piccole scuole» d e i «Solitari» s p r i g i o n a v a n o u n a tale forza di c o n t a g i o c h e Richelieu se ne a l l a r m ò e spedì Saint-Cyran in prigione. Anche di lì l'irriducibile abate seguitò a c o r r i s p o n d e r e coi suoi, e specialmente con Antonio Jr. detto «il g r a n d e Arnauld». Costui, q u a n d o i gesuiti i m p o s e r o a I n n o c e n z o la c o n d a n n a di Giansenio, insorse acc u s a n d o l i di aver alterato il p e n s i e r o del M a e s t r o . S e m b r a infatti che il Papa n o n ne avesse letto le o p e r e e si fosse fidato del tendenzioso riassunto fattone da loro. La Sorbona decise di espellere A r n a u l d . Questi p r e p a r ò la p r o p r i a difesa e ne d i e d e lettura agli amici di Port-Royal. U n o di costoro, un giovanottello di vent'anni, se ne dichiarò insoddisfatto, tanto che A r n a u l d lo sfidò a scrivere lui qualcosa di meglio. Il giovane si ritirò nella sua cella e compose la p r i m a di quelle Lettere provinciali c h e a t u t t ' o g g i r i m a n g o n o u n o d e i più g r a n d i testi francesi, forse il più g r a n d e , di stile letterario e di p e n s i e r o filosofico. L'autore si chiamava Blaise Pascal. E r a a l v e r n i a t e a n c h e lui, c o m e gli A r n a u l d , e a n c h e lui veniva d a u n a famiglia della g r a n d e b o r g h e s i a «di toga», cioè di magistrati. Aveva respirato il risveglio scientifico della sua epoca, vi s ' i m m e r s e fin da b a m b i n o , e a u n d i c i a n n i c o m p o s e u n trattatello sulle vibrazioni del s u o n o . Suo pad r e , l u n g i dal c o m p i a c e r s e n e , se ne a l l a r m ò , e gli p r o i b ì quegli studi. Ma d o v e t t e a r r e n d e r s i q u a n d o il ragazzo, disubbidendogli, scrisse un altro trattato sulle sezioni coniche c h e suscitò l ' a m m i r a z i o n e d i u n i n t e n d i t o r e d e l calibro d i Cartesio. Da allora Blaise n o n si e r a stancato di scavallare in tutti i c a m p i della Scienza. Aveva costruito delle macchine calcolatrici, fra cui un r u d i m e n t a l e computer che poi aveva m a n d a to in d o n o a Cristina di Svezia e, sull'esempio di Torricelli, un b a r o m e t r o a m e r c u r i o p e r m i s u r a r e la p r e s s i o n e a t m o sferica. Per s p e r i m e n t a r l o , si a r r a m p i c ò fin sulla vetta del P u y - d e - D ò m e , d o v ' e b b e c o n f e r m a della sua i n t u i z i o n e fra gli a p p l a u s i di t u t t a E u r o p a . Si c i m e n t ò nel calcolo delle 226
probabilità g e t t a n d o le f o n d a m e n t a della statistica. E infine, sotto u n n o m e d'accatto, b a n d ì u n c o n c o r s o a p r e m i o p e r chi trovasse la q u a d r a t u r a di u n a cicloide. Anche lui m a n d ò la p r o p r i a soluzione, e n a t u r a l m e n t e vinse. I rivali si accorsero della corbellatura, e ne v e n n e fuori un litigio da lavandaie, cui a n c h e Pascal contribuì con scampoli polemici, che n o n facevano d i c e r t o p r e s a g i r e l'impeccabile p r o s a delle Lettere provinciali. A d a r e u n a svolta alla sua vita fu anzitutto u n a di quelle malattie n e r v o s e c h e m e t t o n o i n i m b a r a z z o a n c h e l a p r o g r e d i t a m e d i c i n a d'oggi. C e r t o si trattava d ' u n a forte crisi depressiva con sconcertanti manifestazioni psico-somatiche: emicranie violente, colite, arresti di circolazione che l'obbligavano a p o r t a r e calze intrise di cognac p e r scaldare i piedi, e u n a emiplegia che p e r un pezzo lo inchiodò alle grucce. Si affidò al m e d i c o che curava a n c h e suo p a d r e . E r a un giansenista, che fra un salasso e un impiastro parlava ai suoi pazienti di Port-Royal. Q u a n d o la famiglia si trasferì a Parigi, Blaise cominciò a frequentare quel m o n a s t e r o , e sua sorella J a c q u e l i n e ne rimase t a l m e n t e colpita che decise di e n t r a r vi. Il fratello fece il possibile, ma inutilmente, p e r dissuaderla. Poi, rimasto solo e c r e d e n d o s i guarito, si tuffò nella dolce vita della capitale, nel giuoco, nelle d o n n e , nella m o n d a n i t à . J a c q u e l i n e lo s e p p e , se ne accorò, e un g i o r n o a n d ò a t r o varlo p e r r i c o n d u r l o sulla retta strada. Probabilmente Blaise n o n l'avrebbe ascoltata, se p r o p r i o in quel m o m e n t o n o n fosse s o p r a v v e n u t o un e p i s o d i o in cui, i m p r e s s i o n a b i l e com'era, egli vide un a m m o n i m e n t o e un richiamo. M e n t r e a t t r a v e r s a v a un p o n t e in c a r r o z z a , i cavalli s'imbizzirono, scavalcarono la paratìa e p r e c i p i t a r o n o nel fiume lasciando la vettura miracolosamente in bilico. Blaise svenne, e q u a n do r i p r e s e i sensi ebbe l'impressione di essere stato visitato da Dio. Cercò di fissarne il ricordo in alcune frasi mozze scarabocchiate s u u n a p e r g a m e n a c h e d ' a l l o r a i n p o i p o r t ò s e m p r e cucita nella fodera della giacca. E corse a n c h e lui a Port-Royal. 227
Questo era l'uomo che, su invito di A r n a u l d aveva assunto la difesa del giansenismo e ne diventerà il g r a n d e dottrinario. Il titolo v e r o delle Provinciali e r a Lettere scritte da Luigi di Montalto ( n o m e di c o m o d o di Pascal) a un suo amico provinciale e ai Reverendi Padri Gesuiti sulla morale e la politica di costoro . II p r i m o scopo che si p r o p o n e v a n o era la difesa di Arn a u l d dalle accuse della S o r b o n a e lo fallirono: A r n a u l d fu espulso. Ma il secondo obiettivo, il contrattacco ai gesuiti, fu c e n t r a t o in p i e n o grazie alla p r o n t e z z a con cui Pascal s'imp a d r o n ì di quella materia, che fin lì gli era rimasta del tutto estranea, e al vigore e al nitore di quella requisitoria che tutta la Francia intellettuale lesse c o n a m m i r a z i o n e , a n c h e q u a n d o la disapprovava. F i n g e n d o di p a r l a r e a u n o sprovveduto - l'amico provinciale - e m e t t e n d o s i sul suo livello con quel t o n o discorsivo di cui M o n t a i g n e , suo a u t o r e preferito, gli forniva l'esempio, Pascal si avventa c o n t r o tutte le deformazioni impresse dai gesuiti alla d o t t r i n a cristiana p e r farne un instrumentum regni, u n o s t r u m e n t o di p o t e r e . Si capisce che a reggergli la m a n o era A r n a u l d , r o t t o a quei p r o b l e m i . Ma Pascal ci aggiunse l'acutezza di a r g o m e n t a z i o n e , la tersità della lingua, e a n c h e (non b u t t i a m o l a via) quella collera che, se va a discapito dell'anima, spesso innalza lo stile d a n d o g l i r i t m o e calore. C o m e tutti i polemisti, Pascal è ingiusto. M e n t r e r i m p r o vera ai gesuiti di aver alterato il pensiero di Giansenio dand o n e riassunti tendenziosi e isolandone dei b r a n i che fuori del l o r o c o n t e s t o a c q u i s t a n o altro significato, egli a d o t t a contro di loro lo stesso p r o c e d i m e n t o . Però nei p u n t i essenziali la sua contestazione va a bersaglio: c o m e p e r esempio q u a n d o r i m p r o v e r a agli e s p e r t i d i teologia m o r a l e della C o m p a g n i a , e specialmente a Escobar, di aver elaborato col probabilismo u n a d o t t r i n a che si presta a tutti gli usi e applicazioni. Ed è lui a i n v e n t a r e la p a r o l a casuistica, o meglio a 228
darle il significato che poi ha conservato di s t r a t a g e m m a cavilloso p e r rifiutare ciò che imbarazza e avallare ciò che fa c o m o d o : o p e r a z i o n e nella quale effettivamente i gesuiti sono maestri. Lo sono anche nel vendicarsi, e lo d i m o s t r a r o n o p e r s u a d e n d o il Papa a c o n d a n n a r e le Lettere (che d'allora in poi, si capisce, f u r o n o a n c o r a più ricercate e a p p r e z z a t e dal p u b blico) e la Regina m a d r e (Luigi X I V e r a a n c o r a un bambino) a c h i u d e r e le «piccole scuole» e a n o n a m m e t t e r e altri conversi a Port-Royal. M a d r e Angelica e le altre suore d e p o sero sull'altare u n a s p i n a c h e si diceva p a r t e della c o r o n a che aveva t o r t u r a t o Cristo, o g n u n a di esse la baciò, e q u a n do fu la volta di u n a n i p o t i n a di Pascal, mezzo accecata da u n a f i s t o l a , questa g u a r ì i m p r o v v i s a m e n t e . Q u e s t o a l m e n o fu riferito, e questo a n c h e Pascal sostenne con convinzione. L'impressione suscitata dal miracolo i n d u s s e la R e g i n a ad atteggiamenti più concilianti. Ma Luigi XIV, a p p e n a assunto il p o t e r e , impose ai ribelli un'abiura, a p p e n a mitigata da u n a formula conciliante. I Solìtaires si p i e g a r o n o e sottoscrissero. M a d r e Angelica persistette fino alla m o r t e nel rifiuto, che fu condiviso a n c h e da J e a n n e , q u a n d o p r e s e il suo p o sto. «Poiché i Vescovi», disse, « h a n n o un coraggio da d o n n e , le d o n n e d e v o n o avere un coraggio da Vescovi.» Pascal e r a m o r t o , a q u a r a n t u n a n n i . L'ultimo p e r i o d o lo aveva passato a scrivere i Pensieri, che p e r quasi d u e c e n t ' a n ni rimasero inediti. L'opera r a p p r e s e n t a il più alto tentativo, c o m p i u t o da un u o m o di fede, p e r a d e g u a r e il Cristianesimo al m o n d o m o d e r n o , cioè alle sue rivoluzionarie scoperte, c h e a v e v a n o ribaltato m o l t e delle tradizionali certezze. Non c'è n e s s u n r a p p o r t o , egli dice, fra la religione da u n a parte, la r a g i o n e e la scienza dall'altra; e chi cerca di mescolarle è vittima e r e s p o n s a b i l e di un i m b r o g l i o . N e l r e g n o della N a t u r a l ' u o m o p o t r à scoprire molte cose, forse tutte; ma n o n p o t r à scoprire la ragione di Dio. N e a n c h e la Bibbia p u ò aiutarci, poiché attraverso essa Dio parla p e r immagini e p a r a b o l e che h a n n o un significato diverso da quello che 229
l ' u o m o con la sua p o v e r a r a g i o n e gli ha dato. Q u e s t o «verme imbecille» che è l'uomo, si rassegni d u n q u e al mistero, o cerchi di p e n e t r a r l o con l'estasi mistica, cioè col cuore, perché con la m e n t e n o n p o t r à mai. Più che i suoi infantili sillogismi p o t r à soccorrerlo la certezza f o n d a m e n t a l e che l'uomo conobbe la Grazia divina, la p e r s e c o m m e t t e n d o il peccato originale e ne fu r e d e n t o solo dal m a r t i r i o del Cristo crocefisso. Chi n o n c r e d e a questo, vuol dire che Dio n o n lo ha prescelto p e r la salvezza. P u n t a sulla fede, dice Pascal: è la scommessa più vantaggiosa. «Se Dio c'è, avrai g u a d a g n a to il paradiso. Se n o n c'è, n o n avrai p e r s o nulla.» Si p u ò s o r r i d e r e di questa fede i n t e r p r e t a t a e p r e s e n t a t a come un «affare». Ma il fascino e la m o d e r n i t à di Pascal, più che nella fede, stanno nella inquieta ricerca della fede, cioè nel d u b b i o . E l ' u o m o m o d e r n o che vuol c r e d e r e , m a n o n p u ò p i ù farlo c o m e quello m e d i e v a l e . R i c o n o s c e n d o che n o n c'è speranza di salvezza senza quella fede che solo Dio p u ò d a r e , egli accetta la dottrina p r o t e s t a n t e della predestinazione, e nello stesso t e m p o toglie ogni significato alla sua disperata «scommessa». Ecco un u o m o di scienza che ha già capito i limiti della Scienza e u n a coscienza cristiana che n o n si riconosce più in n e s s u n a Chiesa. Alle soglie del g r a n Mistero, volle m o r i r e tuttavia da cattolico, c h i a m ò un p r e t e , si confessò, chiese il viatico, e lasciò quasi t u t t a la sua f o r t u n a ai p o v e r i . Se ne avesse avuto coscienza, avrebbe c e r t a m e n t e sorriso dei m e dici che dissezionarono il suo cadavere. Essi scoprirono che il fegato e r a in decomposizione, l'intestino in c a n c r e n a e la massa c e r e b r a l e i n s o l i t a m e n t e grossa e i n d u r i t a ; e dissero che da questo d i p e n d e v a n o le sue malattie. Ma Pascal avrebbe voluto sapere da cosa questo a sua volta d i p e n d e v a . Nello stesso m o m e n t o in cui q u e s t e revisioni si o p e r a v a n o n e l p e n s i e r o cattolico, se ne manifestavano di a n a l o g h e in quello p r o t e s t a n t e . N o n ci a d d e n t r e r e m o nelle loro diatribe. Basti r i c o r d a r e la loro ispirazione, s e m p r e e d o v u n q u e 230
la stessa: la ribellione ai d o g m a t i s m i , fonte di t u t t e le intolleranze che avevano insanguinato l'Europa. In Inghilterra sono Milton e B u n y a n c h e vi d a n n o avvìo, in Francia è un ex-gesuita convertito al calvinismo, Labadie; in O l a n d a e in I n g h i l t e r r a sono i m e n n o n i t i , i battisti, i quaccheri (che letteralmente vuol dire «i tremanti», cioè coloro che t r e m a no al cospetto di Dio). Ma, c o m e s e m p r e avviene in questi movimenti spirituali, in essi c'è a n c h e u n a c o m p o n e n t e p o litica e utilitaria. Ciò che ha reso possibile la G u e r r a dei T r e n t ' a n n i è stata la c o m m i s t i o n e del p o t e r e politico con quello religioso. La fede è diventata persecutrice p e r c h é ha avuto a disposizione la spada dello Stato. Bisogna d u n q u e s e p a r a r e u n a volta p e r tutte le d u e sfere. Il sacrario di Dio è la coscienza, dove ogni intromissione dello Stato è sacrilegio. Su questo p r i n c i p i o c o n c o r d a n o con e n t u s i a s m o le borghesie mercantili e i m p r e n d i t o r i a l i di L o n d r a , di Ginevra, di A m s t e r d a m , t r u p p e scelte del calvinismo, che in esso ved o n o u n a garanzia di liberismo. Escludere lo Stato dalle coscienze è il p r i m o passo p e r escluderlo a n c h e dall'industria, dal c o m m e r c i o , i n s o m m a da t u t t o il c a m p o e c o n o m i c o , in cui esso continua a interferire p e s a n t e m e n t e coi suoi balzelli, i suoi pedaggi, le sue corvées, le sue d o g a n e . La tolleranza è la p a c e . E la p a c e significa sicurezza di traffici e d'investimenti, accumulo di capitali, benessere, progresso. Ecco a cosa c o n d u c e u n o Stato sdivinizzato, c o m e o r a lo vogliono questi revisionisti della Riforma. Dio è u n ' a l t r a faccenda, che n o n ha bisogno né di eserciti né di tribunali, con cui anzi è i n c o m p a t i b i l e : o g n u n o se lo cerchi d e n t r o di sé. Per i quaccheri anzi questo dentro è così p r o f o n d o e r e m o t o ch'essi rifiutano a d d i r i t t u r a qualsiasi forma di Chiesa e la riducono a u n a «società di amici» senza s a c r a m e n t i né c e r i m o n i e liturgiche. Tutto questo n o n è che un riassunto molto schematico e s o m m a r i o di tutto un travaglio che avrebbe bisogno di b e n altra disamina. Ma ci p r e m e g i u n g e r e alla conclusione. Nel231
l ' E u r o p a che si r i c o m p o n e d o p o il g r a n b a g n o di s a n g u e della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , né il protestantesimo né il cattolicesimo s o n o p i ù gli stessi. D o v u n q u e q u e s t e d u e forze sono p e r c o r s e d a fremiti revisionistici c h e l e n t a m e n t e n e s c a r d i n a n o le i m p a l c a t u r e d o g m a t i c h e e ne p r o p i z i a n o l'ap e r t u r a all'esigenze del m o n d o m o d e r n o . D o v u n q u e , m e n o che in S p a g n a e in Italia. Legati m a n i e piedi a u n a Chiesa che ha fisicamente a n n i e n t a t o ogni cont r a d d i t t o r e tacciando di eresia qualsiasi dissenso, questi d u e Paesi sono tagliati fuori n o n solo dal pensiero dell'Occidente, ma a n c h e dal suo riassetto economico e sociale. Q u a n d o finalmente cadrà la cortina di ferro che li isola, essi si trover a n n o proiettati in u n ' E u r o p a che ha tre secoli di vantaggio su di loro. E ancora n e s s u n o sa se riusciranno ad adeguarvi le p r o p r i e strutture.
CAPITOLO VENTUNESIMO LE ACCADEMIE
Nel seguire le vicende di Galileo, abbiamo a un certo p u n t o i n c i a m p a t o nell'Accademia dei Lincei. L e A c c a d e m i e n o n e r a n o istituzioni n u o v e . Ce n ' e r a n o già state nell'antica Grecia, e nel Q u a t t r o c e n t o la Firenze medicea aveva restaurato quella platonica, che tanto aveva contribuito al r i n n o v a m e n to del p e n s i e r o filosofico rinascimentale. Ma è nel Seicento che il f e n o m e n o si s v i l u p p a in t u t t ' E u r o p a , sollecitato da motivi di varia n a t u r a . Il p r i m o è quello che abbiamo chiamato «la rivolta della scienza». La scienza, a differenza dell'arte, n o n è un p o r t a t o del t a l e n t o e dell'iniziativa i n d i v i d u a l e . E frutto di lavoro collettivo. Raffaello e M i c h e l a n g e l o p o s s o n o d i p i n g e r e e scolpire in assoluta solitudine, a t t i n g e n d o solo alla p r o p r i a ispirazione. Galileo ha bisogno di confrontare i p r o p r i esper i m e n t i c o n quelli a l t r u i e t e n e r s e n e al c o r r e n t e : scambia lettere c o n C o p e r n i c o , nel q u a l e t r o v a il p r o p e l l e n t e alle p r o p r i e fondamentali scoperte, e g i u n g e al telescopio attraverso gli studi di L i p p e r s h e y e Metius. L'Accademia nàsce anzitutto p e r facilitare questi scambi. Il Seicento n o n conosce quelli c h e oggi si c h i a m a n o i «mezzi di comunicazione di massa»: radio, televisione, cinema, eccetera. Nelle nazioni più p r o g r e d i t e sono nati i giornali. Ma n o n c o n t e n g o n o che b a n d i e avvisi commerciali, e la loro circolazione è limitata alle città in cui si pubblicano. Piano p i a n o si avverte l'esigenza di «centrali» che provvedano a stabilire e m a n t e n e r e contatti p e r m a n e n t i fra gli uomini di scienza, in m o d o che ciascuno di essi possa giovarsi del lavoro dell'altro. In un certo senso, l'Accademia assolve con 233
lo scienziato il compito che il m e c e n a t e assolveva con l'artista: gli fornisce i mezzi di ricerca, gli p r o c u r a i libri, glieli stampa. Ma a r e n d e r l a necessaria c o n t r i b u i s c o n o a n c h e le gravi deficienze del sistema scolastico, e s p e c i a l m e n t e di quello universitario. Università ce ne sono; anzi in questo p e r i o d o si sono moltiplicate. Ma quasi d a p p e r t u t t o sono m o n o p o l i o della Chiesa. E la Chiesa, ferma ai suoi schemi e metodi aristotelici, rifiuta quella libertà di discussione e di critica, ch'è l'ossigeno della cultura e soprattutto della scienza. Essa n o n ha n e s s u n interesse a d a r e a l l ' u o m o gli s t r u m e n t i p e r r e n dersi conto con la sua testa del m o n d o in cui vive e dei suoi fenomeni p e r c h é ci vede u n a minaccia alla verità rivelata di cui essa d e t i e n e l'esclusiva. N o n p e r nulla la c a r r i e r a u n i versitaria di Galileo fu così tribolata anche p r i m a ch'egli fosse dichiarato eretico. Eretici e r a n o già considerati i suoi metodi che miravano a stimolare l'attiva partecipazione dei discepoli alla ricerca e alla continua revisione critica dei risultati. La Chiesa, dal suo p u n t o di vista, aveva ragione di detestarli: i giovani che si formavano a questo tirocinio avrebb e r o finito col r i m e t t e r e in discussione n o n soltanto Tolom e o e la sua dottrina geocentrica, ma a n c h e Aristotele e San T o m m a s o , considerati le intangibili architravi del «sistema»; n o n avrebbero più riconosciuto «unti del Signore», si sarebb e r o ribellati a qualsiasi autorità r e s p i n g e n d o n e il principio stesso. Ma a questi motivi se ne a g g i u n g e v a un altro, forse anche più decisivo: quella involuzione del costume a cui abbiamo già dedicato un capitolo di questo libro, coi suoi riflessi sull'assetto c u l t u r a l e . La C o n t r o r i f o r m a riservava al sacerd o t e la l e t t u r a e l ' i n t e r p r e t a z i o n e delle Scritture. E questa privativa, su cui il clero fondava i p r o p r i titoli di privilegio, in pratica si t r a d u c e v a n e l l ' i n c o r a g g i a m e n t o all'analfabetismo. Le scuole, limitate a u n a ristrettissima m i n o r a n z a , dov e v a n o servire u n i c a m e n t e a p r e p a r a r e gli s t r u m e n t i del p o t e r e , laico ed ecclesiastico. La massa ne era esclusa. Essa 234
n o n doveva i m p a r a r e a leggere p e r c h é , i m p a r a n d o a leggere, a v r e b b e i m p a r a t o a p e n s a r e . E questo i m p e d i v a la formazione di un «pubblico» in g r a d o di a p p r e z z a r e i p r o d o t t i della cultura. Nell'Italia del Seicento lo scrittore e lo scienziato n o n avevano altri lettori e ascoltatori che il Principe o il Prelato che lo p r o t e g g e v a n o , e i colleghi. Per reazione all'isolamento, cui l'ignoranza del p o p o l o li c o n d a n n a v a , erano portati a fare g r u p p o tra loro. Ecco p e r c h é l'Italia è, e r i m a n e , la p a t r i a delle Accademie. Ce l'ha spinta il carattere asfittico della sua cultura, che in esse poi ha c o r r o b o r a t o tutti i suoi vizi. L'Accademia aveva bisogno del mecenate finanziatore, sempre legato d i r e t t a m e n t e o i n d i r e t t a m e n t e al p o t e r e , di cui p e r t a n t o essa diventava complice. Di qui i suoi rituali cortigianeschi, le formule ampollose di ossequio «a Sua Signoria l'Eccellentissimo e munifico» eccetera eccetera. E di qui la sua t e n d e n z a al circolo chiuso degli «eletti», che si manifesta anche in un particolare linguaggio p e r «addetti ai lavori», avvezzi a parlarsi solo tra loro con allusioni e strizzatine d'occhi che solo loro capiscono. La Chiesa aveva s e m p r e favorito questo andazzo. Anche nella g r a n d e fioritura umanistica e rinascimentale, la cultura in Italia n o n era mai stata «popolare». Era rimasta un privilegio di pochi, e la Chiesa l'aveva p r o t e t t a p r o p r i o a q u e sta condizione: che restasse un privilegio di pochi, legati al potere, cioè agli altri pochi che lo d e t e n e v a n o , dal fatto stesso che ne e r a n o m a n t e n u t i . D e n t r o questi ristretti circoli, si era tollerata u n a certa libertà. T a n t o , a limitarne gli effetti p r o v v e d e v a l'analfabetismo della massa. M a o r a n a t u r a l m e n t e la C o n t r o r i f o r m a aveva esasperato queste t e n d e n z e . Di Accademie, in questo p e r i o d o , ne n a c q u e r o in tutta Europa. Ma solo in Italia esse monopolizzarono la cultura che n o n aveva altri circuiti in cui diffondersi; e se da u n a p a r t e la c o n t a m i n a r o n o dei suoi vizi, dall'altra le p r o c u r a r o n o alm e n o un «focolare». Il poco che restava del genio italiano, soprattutto scientifico, si salvò d e n t r o di esse. 235
Alla più gloriosa d i e d e avvìo un nobile r o m a n o , il principe Federico Cesi, che in famiglia e r a c o n s i d e r a t o u n a p e c o r a n e r a p e r le sue i d e e p e r i c o l o s a m e n t e p r o g r e s s i s t e e anticonformiste. N o n era un genio. Ma aveva u n a passione per gli u o m i n i di g e n i o e li sapeva scovare e s t i m o l a r e . Eccellente suscitatore e impresario di talenti, rimase p e r ò semp r e un dilettante della cultura p e r c h é la varietà dei suoi interessi n o n gli p e r m i s e d ' a p p r o f o n d i r n e alcuno. Alla comp a g n i a della g e n t e del suo r a n g o , aveva f i n d a ragazzo preferito quella d'intellettuali italiani e stranieri con cui teneva circolo in un clima quasi di complotto. Il p a d r e , quando se n'accorse, provvide subito a sfrattare gl'intrusi e, p e r disintossicare il figlio dai loro veleni, lo m a n d ò a Napoli. Fu un d o p p i o e r r o r e . Anzitutto p e r c h é a Napoli viveva u n o dei p o c h i autentici scienziati italiani, il n a t u r a l i s t a Porta, col q u a l e i m m e d i a t a m e n t e F e d e r i c o strinse amicizia. E p p o i p e r c h é quell'ostracismo, lungi dallo s p e g n e r e gli entusiasmi di Federico, li trasformò in u n a sorta di spirito crociato che fece di lui un m i s s i o n a r i o laico della scienza. T a n t ' è vero che, m o r t o il p a d r e ed ereditatone il p a t r i m o n i o , Federico si d i e d e a n i m a , c o r p o e q u a t t r i n i a t r a d u r r e i suoi sogni in azione concreta. L'Accademia, chiamata dei Lincei p e r c h é i suoi soci si piccavano di osservare la n a t u r a e i suoi fenomeni con l'occhio acuto e infallibile della lince, aveva la funzione di stimolo e collettore d'esperienze e ricerche. Nelle intenzioni del fond a t o r e , alla «centrale» d o v e v a n o far capo «filiali» sparse in tutto il m o n d o , dotate di musei, biblioteche, tipografie, specole, orti botanici, l a b o r a t o r i . O g n i i n v e n z i o n e o scoperta doveva i m m e d i a t a m e n t e essere riferita a R o m a e sottoposta al vaglio degli accademici. All'inizio costoro e r a n o facilmente riconoscibili p e r c h é p o r t a v a n o u n a collana da cui p e n d e va a ino' di ciondolo u n a lince, e si facevano c h i a m a r e con u n o p s e u d o n i m o . Il Cesi era noto c o m e il Cerivago, lo Stellila' c o m e il T a r d i g r a d o , l'Heckio c o m e l'Illuminato. L'Accad e m i a fu i n a u g u r a t a il 17 agosto 1603 dal Cesi, alla presen236
za di tutti i soci, che alla fine della cerimonia i n t o n a r o n o un Te Deum. In quella stessa r i u n i o n e decisero d ' a p r i r e le successive con la recita d ' u n salmo di Davide e di p o r r e il sodalizio sotto la protezione di San Giovanni. D o p o d i c h é si recar o n o in L a t e r a n o a r e n d e r e omaggio al novello p a t r o n o . Ma solo nel 1610 l'attività del cenacolo diventò regolare. Le sedute si t e n e v a n o nel palazzo di Federico in via della M a s c h e r a d ' o r o e si p r o t r a e v a n o spesso fino all'alba. O g n i r a m o dello scibile veniva messo sul t a p p e t o e sviscerato. L'as t r o n o m o illustrava la sua ultima scoperta, il fisico o il matematico la sua più recente invenzione, il filosofo dissertava su Platone, Aristotele, San T o m m a s o , il p o e t a d e c l a m a v a i suoi versi, il medico esponeva u n a n u o v a teoria sulla circolazione del s a n g u e o sulla lue. L u n g h e o r e e r a n o d e d i c a t e alla l e t t u r a di manoscritti e alla scelta di quelli da d a r e alle stampe. L'attività dell'Accademia fu fervida e intensa finché visse il suo fondatore e a n i m a t o r e . Q u a n d o il Cesi morì, v e n n e r o m e n o n o n solo i fondi, ma a n c h e lo slancio e l'entusiasmo dei soci. L'istituzione d e c a d d e , p e r s e i m p e g n o e a u t o r i t à e, verso la m e t à del Seicento, la sua fama fu eclissata dall'Accademia fiorentina del C i m e n t o , che del resto anagraficamente l'aveva p r e c e d u t a . La città medicea e r a stata la culla dei p r i m i cenacoli culturali. Q u i - come abbiamo tentato di spiegare ne\Y Italia dei Secoli d'oro - grazie al m e c e n a t i s m o di Cosimo e r a nata, nel Q u a t t r o c e n t o , l'Accademia platonica, c h e d i v e n t ò u n attivissimo centro di studi filosofici e attirò il fior fiore dell'mtellighenzia e u r o p e a . Un secolo d o p o , nel 1540, un farmacista, A n t o n Francesco Grazzini, che aveva l'hobby della filologia, aveva fondato con alcuni amici l'Accademia degli Umidi p e r d i f e n d e r e il volgare dagli attacchi di coloro che volevano i m m e r g e r l o in un «bucato» di latino a tutto scapito della sua vivezza e naturalezza. Anche gli Umidi, come i Lincei, si r i b a t t e z z a r o n o , affibbiandosi n o m i acquatici, e Grazzini scelse quello di Lasca, un pesce di fiume agile, veloce e guiz237
zante. Il g i o r n o d e l l ' i n a u g u r a z i o n e si lanciò c o n t r o l'imitazione dei classici e in favore dei m o d e r n i e della lingua parlata. Ma la sua c a r r i e r a d ' a c c a d e m i c o fu di b r e v e d u r a t a . U n a violenta polemica coi colleghi che volevano farsi assorbire dai Platonici lo riportò dietro i banchi della farmacia, di d o v e p e r v e n t ' a n n i seguitò a scagliare feroci e p i g r a m m i c o n t r o gli U m i d i . Nel 1582 t o r n ò all'ovile c h e , f r a t t a n t o , aveva m u t a t o n o m e in Accademia della Crusca. La Crusca aveva p e r e m b l e m a il frullone, u n a specie di setaccio, e p e r motto: «Il più bel fior ne colsi», e si p r o p o n e va di purificare e r i g e n e r a r e la lingua italiana. La sua sede s ' a d o r n ò di suppellettili b i z z a r r e : le librerie, p e r e s e m p i o , e r a n o di legno a forma di sacco, dipinte di grigio ad imitazione della tela grezza, e s'aprivano n o n sul davanti ma da un lato. Le «tornate», cioè le sedute, si c h i a m a v a n o «sollazzi» p e r c h é d o v e v a n o svolgersi in u n ' a t m o s f e r a festosa e cameratesca. I Cruscanti si d i e d e r o anche u n a gerarchia e dei gradi: il p i ù alto era quello di Arciconsole. Fra coloro c h e ne furono insigniti ci fu a n c h e un calzolaio, Giovan Battista Gelli, un autodidatta che q u a n d o s'alzava dallo scagno si profondava nello studio di Dante, del Boccaccio, del Machiavelli, e compilava dotte o p e r e sul volgare, di cui era a n c h e lui un accanito fautore contro i nostalgici del latino. Rivendicava il prim a t o del toscano p o p o l a r e s c o schietto e colorito sugli altri dialetti italiani, e si batteva p e r c h é assurgesse a i d i o m a nazionale. Era un patito di D a n t e , citava a m e m o r i a la Divina Commedia e proclamava il suo a u t o r e il massimo p o e t a di tutti i tempi. Il prestigio di cui il Gelli godeva presso i colleghi, che v a n t a v a n o p o m p o s i titoli accademici, e r a i m m e n s o . N e s s u n o ne eguagliava l'eloquenza, l'erudizione e l'acutezza di giudizio. Gli annali di questo glorioso sodalizio fanno rivivere l'atmosfera in cui si svolgevano le sue riunioni, alle quali si diceva che partecipassero a n c h e i fantasmi di D a n t e , Boccaccio e Petrarca. Il n o m e della Crusca è legato alla compilazio238
ne dei g r a n d i vocabolari della lingua italiana. Il p r i m o vide la luce nel 1612, ma le revisioni, gli a g g i o r n a m e n t i , le riedizioni n o n si c o n t a n o . Q u e s t ' A c c a d e m i a servì da m o d e l l o a molti Paesi d ' E u r o p a , t r a cui Francia, S p a g n a e G e r m a n i a , che ne assimilarono lo spirito e ne a d o t t a r o n o i metodi. L'Accademia del C i m e n t o n a c q u e q u a n d o quella della Crusca e r a già all'apice della fama. A fondarla fu, nel 1657, il p r i n c i p e L e o p o l d o , fratello del g r a n d u c a F e r d i n a n d o II. Era u n o degli u o m i n i più colti del suo t e m p o , sapeva di tutto: la filosofia, la g r a m m a t i c a e la poesia n o n l'entusiasmav a n o m e n o della m a t e m a t i c a , della geologia, d e l l ' a s t r o n o mia. Ma la sua passione e r a la fisica e il suo dio Galileo, al cui m e t o d o dovevano ispirarsi tutti gli scienziati. Fu p e r difendei"e e d i f f o n d e r e q u e s t o m e t o d o c h e L e o p o l d o istituì l'Accademia del C i m e n t o . C o m e insegna le d i e d e un fornello acceso con t r e crogioli, e c o m e m o t t o il d e t t o d a n t e s c o : « P r o v a n d o e r i p r o v a n d o » , invito e m o n i t o a p e n e t r a r e la n a t u r a e scoprirne i segreti attraverso la ricerca diretta, l'osservazione attenta, la sperimentazione. La p r i m a s e d u t a si svolse a Palazzo Pitti il 19 g i u g n o (1657) al cospetto dell'Arciduca, che ne divenne il munifico finanziatore. Dapprincipio i soci dell'Accademia furono dieci, oltre L e o p o l d o che assunse la carica di Presidente: Viviani, Borelli, Oliva, Dati, Rinaldini, Marsili, Paolo e C a n d i d o del B u o n o , Magalotti e Redi. Francesco Redi era u n o studioso di g r a n d e i n g e g n o e di versatile talento. Di professione faceva il medico, ma i suoi interessi e r a n o infiniti. C o m e L e o p o l d o , s'occupava di tutto, e con la stessa facilità e c o m p e t e n z a disquisiva di botanica e di teologia, di astrologia e di storia. Era un o r a t o r e n a t o e possedeva straordinarie doti di divulgatore, che pose al servizio d ' u n a spietata c a m p a g n a c o n t r o le s u p e r s t i z i o n i c h e affli* g e v a n o la scienza ufficiale e ne impacciavano l'evoluzione. Si mise a c o n f u t a r e in m o d o sistematico m o l t e scoperte degli antichi accettate c o m e o r o colato dagli scienziati contemporanei. Rilevò, ad esempio, le contraddizioni di Pli239
nio che in un passo diceva che le api n o n m a n g i a n o carne e in un altro consigliava di nutrirle con polpette di pollo crud o . Ridicolizzò le p i ù bislacche ipotesi sull'origine di questi insetti g e n e r a t i , s e c o n d o alcuni, dalle viscere p u t r e f a t t e d ' u n toro; secondo altri, dalle sue corna; secondo altri ancora dal cervello o dal midollo spinale. Anche le vipere, sulle quali scrisse un d o t t o trattato, furono oggetto delle sue ricerche. Gli antichi sostenevano che questi serpentelli avevano o r r o r e p e r i frassini e le foglie di betonica. Il Redi, prove alla m a n o , d i m o s t r ò che le vipere, lungi dall'averne p a u r a , p r e d i l i g e v a n o q u e s t e p i a n t e . G a l e n o aveva scritto c h e chi mangiava vipere sarebbe m o r t o di sete. Il Redi convinse un amico pieno d'acciacchi a b e r e il b r o d o di vipera e a mescol a r n e la c a r n e col p a n e . N o n gli v e n n e p i ù sete di q u a n t a n o n ne avesse p r i m a di sottoporsi a questo disgustoso esper i m e n t o . Per Avicenna u n a goccia di s a n g u e di vipera bastava a fulminare un u o m o . Un certo J a c o p o Sozzi, su istigazione s e m p r e del Redi, diluì in un bicchier d'acqua u n a piccola quantità di veleno, lo t r a n g u g i ò e ne uscì incolume. In tutte queste sperimentazioni, n o n sappiamo se a m m i r a r e di più il talento del Redi o l'abnegazione dei suoi amici che così d o c i l m e n t e si p r e s t a v a n o a fare da cavia. C o m u n q u e , il celebre medico n o n si limitò a m e t t e r e alla berlina le opinion i degli antichi. I m p u g n ò a n c h e quelle dei m o d e r n i , boll a n d o la loro fede nelle più esotiche e strampalate panacee, i m p o r t a t e dai missionari in O r i e n t e . U n o di costoro raccom a n d a v a l'uso delle setole di coda d'elefante contro le vertigini, un altro suggeriva di c u r a r e le emicranie a p p o g g i a n d o sulla fronte certi sassolini del Malabar. E Redi s m o n t ò ad u n a a d u n a tutte queste corbellerie. I n t e n d i a m o c i : gli accademici n o n dedicavano le loro sed u t e solo alla confutazione delle stravaganze. Dibattevano anche p r o b l e m i più impegnativi e facevano n u m e r o s i esperimenti. Questi tuttavia e r a n o r a r a m e n t e frutto d ' u n lavoro di équipe p e r c h é i soci, divisi da invidie, gelosie e b e g h e personali, n o n a n d a r o n o mai m o l t o d ' a c c o r d o . Solo l'autorità 240
di L e o p o l d o e il rispetto che incuteva riuscirono, finché egli fu alla g u i d a del sodalizio, a t e n e r l i u n i t i . Ma q u a n d o nel 1667 il principe diventò cardinale e si trasferì a Roma, le rivalità si s c a t e n a r o n o e il cenacolo, r i m a s t o o r f a n o del suo fondatore e m o d e r a t o r e , dovette c h i u d e r e i battenti. Quella del C i m e n t o fu l'ultima g r a n d e Accademia del secolo. L'Arcadia, i n a u g u r a t a alla fine del 1690, a p p a r t i e n e infatti a quello successivo e n a c q u e p r o p r i o c o m e reazione al Seicento e al suo m a g g i o r e e p i ù discusso poeta: il cavalier Giambattista Marino.
CAPITOLO VENTIDUESIMO
IL CAVALIER M A R I N O
Giambattista M a r i n o e r a n a t o a N a p o l i nel 1569 p r i m o di sette t r a fratelli e sorelle. Il p a d r e e r a avvocato e a v r e b b e voluto fare di Giambattista il p r o p r i o successore. Ma il figlio seguì svogliatamente gli studi di legge e n o n riuscì a conseguire la laurea. N o n e r a fatto p e r i codici e le p a n d e t t e . Sang u i g n o , e s u b e r a n t e , focoso, a m a v a la bella vita, le belle donn e , la b u o n a tavola, il gioco. Era un f r e q u e n t a t o r e accanito di t a v e r n e e bordelli, gli piaceva far bisboccia con gli amici fino all'alba e ficcarsi in t u t t e le zuffe. F i s i c a m e n t e e r a un bel ragazzo, di s t a t u r a s u p e r i o r e alla m e d i a , aitante, la faccia allungata, la fronte ampia, gli occhi celesti e brillanti, la bocca g r a n d e , le labbra carnose e sensuali. Da b u o n napoletano teneva molto all'esteriorità. Si vestiva con ricercata eleganza ed era s e m p r e à la page, sebbene il p a d r e lo tenesse a stecchetto. Per raggranellare qualche soldo scriveva versi su o r d i n a z i o n e . Ne b u t t a v a giù a migliaia c o n incredibile facilità e su q u a l u n q u e t e m a . L'amore e r a p e r ò l ' a r g o m e n t o che più lo ispirava e ne sollecitava la vena. Il suo n o m e cominciò a circolare nei salotti alla m o d a di Napoli. Le d a m e lo c o l m a v a n o di favori e t e n e r e z z e , e lui, oltre a dedicargli i suoi c o m p o n i m e n t i , le riempiva di doni. N o n a v e n d o g r a n d i risorse, fece molti debiti. Dapprincipio il p a d r e glieli p a g ò , p o i lo cacciò di casa. A v e n t u n a n n i , Giambattista lasciò N a p o l i e a n d ò in cerca d ' u n m e c e n a t e . Ló trovò p r i m a nel d u c a di Bovino, poi in altri nobilotti che in cambio d'elogi e panegirici gli fornivano vitto e alloggio. Ma il M a r i n o n o n e r a tipo d'accontentarsi d ' u n piatto di m i n e s t r a e d ' u n b u o n letto. Voleva riconoscimenti e onori. 242
Nel 1592 ebbe questi e quelli alla corte di d o n Matteo di Capua, principe di Conca, dove si d a v a n o convegno il fior fiore dell'intellighenzia n a p o l e t a n a e le più belle d o n n e del Regno. Don Matteo era u n o splendido p a t r o n o , aveva le m a n i b u c a t e , a m a v a la c u l t u r a e s'intendeva d ' a r t e . Giambattista restò p r e s s o di lui alcuni a n n i , riverito e t r a t t a t o da p a r i a pari. Ma un bel giorno, improvvisamente, fu i m p r i g i o n a t o , secondo alcuni p e r sodomia, secondo altri p e r aver sedotto la figlia d ' u n notabile locale. Essendo costei m o r t a in seguito a un a b o r t o , il p a d r e avrebbe chiesto e o t t e n u t o da d o n Matteo la p u n i z i o n e del poeta, che fu rinchiuso nel carcere della città. Ci r e s t ò l u n g h i mesi l a m e n t a n d o s i , s c r i v e n d o versi e invocando clemenza. Finalmente fu liberato. Il p r i n c i p e lo p e r d o n ò , lo r e i n t e g r ò nel suo r a n g o e nel 1600 se lo p o r t ò con sé a R o m a p e r il giubileo di C l e m e n t e V i l i . Ma p o i lo fece di n u o v o i m p r i g i o n a r e sotto l'accusa d'aver tentato di s o t t r a r r e alla giustizia un amico che in un eccesso d'ira aveva ucciso un servo. D i s p e r a n d o di o t t e n e r e u n a seconda grazia, Marino preferì evadere, e male in a r n e se e senza il becco d ' u n quattrino, si rifugiò a Roma. U n c e r t o m o n s i g n o r M e l c h i o r r e C r e s c e n z i o , c h e aveva letto i suoi versi, l'ospitò nel p r o p r i o palazzo, lo rifocillò e r i m p a n n u c c i ò . Nell'Urbe Giambattista si sentì subito a p r o prio agio. D o n n e , letterati e p r o t e t t o r i ce n ' e r a n o a j o s a e, n o n o s t a n t e la C o n t r o r i f o r m a , si viveva a l l e g r a m e n t e . O g n i tanto il Crescenzio gli pagava a n c h e un viaggetto a Siena, a Firenze, a Padova, a Venezia. Nel luglio 1602, p e r ragioni che i g n o r i a m o m a che n o n ci è difficile i m m a g i n a r e , cambiò p a d r o n e , m e t t e n d o s i alle d i p e n d e n z e d e l c a r d i n a l e P i e t r o Aldobrandino n i p o t e d i C l e m e n t e V i l i . I l C a r d i n a l e e r a u n o degli u o m i n i p i ù p o tenti della città e il M a r i n o diventò il poeta più in vista e più conteso. Tutti gli chiedevano versi e n e s s u n o se li vedeva rif i u t a r e . G i a m b a t t i s t a c o m p o n e v a c a n z o n i , o t t a v e , sonetti, e p i g r a m m i . Le d e d i c h e che li a c c o m p a g n a v a n o p u z z a v a n o d'incenso e rigurgitavano di lodi. Q u a n d o n o n e r a al tavoli243
no il poeta intratteneva le belle signore nei salotti e nelle alcove, p a r t e c i p a v a a feste, si faceva v e d e r e in c o m p a g n i a di prelati, declamava in pubblico i p r o p r i versi, interveniva a dibattiti letterari e filosofici, diventava m e m b r o dell'Accademia degli U m o r i s t i , s p e n d e v a e s p a n d e v a , sfoggiava vesti s o n t u o s e , faceva vita da pascià: i n s o m m a i n c a r n a v a il modello dell'intellettuale italiano del Seicento, cortigiano e parassita. Nel 1605, la s c o m p a r s a dello zio assestò un d u r o colpo alle fortune del cardinale Pietro, a cui il Marino aveva legato le p r o p r i e . L'Aldobrandini l'aveva t e n u t o s e m p r e come un figlio e p e r questo Giambattista si rassegnò, con la morte nel c u o r e , a seguire il suo p a t r o n o q u a n d o questi si trasferì a Ravenna. La città e r a u m i d a , malsana, noiosa. Al calar delle t e n e b r e le vie si svuotavano, la gente si rintanava nelle case, d ' u n a società n e m m e n o l'ombra. Per fortuna, ogni tanto il p o e t a riusciva a farsi m a n d a r e dal C a r d i n a l e a R o m a , a Bologna, a Venezia. Alla fine, col p e r m e s s o del suo p r o t e t t o r e , si accasò a Tor i n o , su invito di Carlo E m a n u e l e I. Conquistò immediatam e n t e il Duca d a n d o fiato alle t r o m b e d e l l ' a d u l a z i o n e . In poco t e m p o si g u a d a g n ò i galloni di p r i m o poeta di corte, il che gli valse l'ostilità dei colleghi, capeggiati dal segretario del Duca, il genovese G a s p a r e Murtola, che l'accusò d'empietà e d'altri turpi vizi. Il Marino riuscì a o t t e n e r e dal Duca il l i c e n z i a m e n t o del suo d e n i g r a t o r e . E costui, p e r vendicarsi, s'appostò in p i e n a notte in piazza Castello, e q u a n d o vide passare il rivale gli sparò cinque pistolettate. Ma fallì il bersaglio e i colpi f e r i r o n o un amico di Giambattista. L'attentatore fu c o n d a n n a t o a m o r t e ; ma, p e r intercessione dello stesso Marino, Carlo E m a n u e l e gli concesse la grazia. L'episodio fece sensazione, e la fama del poeta napoletano salì alle stelle. Il suo n o m e era sulla bocca di tutti. I nobili facevano a gara nell'accaparrarselo. Giambattista assaporava con voluttà gli a r o m i della gloria, p r e n d e v a p a r t e a caroselli, balli in m a s c h e r a , n o n p e r d e v a u n a prima. Ma ogni 244
tanto faceva u n a capatina a R o m a o a R a v e n n a a trovare il suo vecchio C a r d i n a l e . Veleggiava o r m a i verso la q u a r a n t i na, era ricco, conteso, adulato, i colleghi ne t e m e v a n o il giudizio e ne ricercavano le lodi. U n a sua parola poteva fare la loro fortuna o rovinarli. Era diventato l'arbitro intellettuale della piccola corte sabauda, e il Duca ne aveva fatto u n o dei p r o p r i favoriti. Ma dietro le q u i n t e le malelingue seguitavano a s e m i n a r e zizzania e a spargere voci calunniose sul suo conto. U n a di queste, n o n s a p p i a m o quale, giunse all'orecchio del sospettosissimo Carlo E m a n u e l e , che fece a r r e s t a r e e c h i u d e r e in c a r c e r e il poeta. Alla liberazione, M a r i n o ottenne in risarcimento u n a forte s o m m a di d e n a r o e riebbe i m a n o s c r i t t i c h e gli e r a n o stati s e q u e s t r a t i , fra cui l'Adone, l'opera sua più famosa, a cui lavorava da a n n i . Cercò di rig u a d a g n a r s i la fiducia del Duca s o s t e n e n d o le sue rivendicazioni al titolo di Re e celebrandolo c o m e il r e d e n t o r e d'Italia. Ma tutti questi tentativi, a n c h e se a p p a r e n t e m e n t e lo rimisero in a u g e c o m e p o e t a e cortigiano, n o n servirono a smobilitare la diffidenza di Carlo E m a n u e l e . Q u a n d o questi gli ridusse lo s t i p e n d i o , il M a r i n o capì c h ' e r a meglio cambiar aria e cercarsi un altro mecenate. N o n gli fu difficile t r o v a r l o . Da a n n i dalla Francia gli g i u n g e v a n o inviti a trasferirsi a Parigi, la capitale e u r o p e a più ricca, colta, g a u d e n t e e cosmopolita del t e m p o . Giambattista vi g i u n s e nel 1615, ricevuto c o n o n o r i d e g n i d ' u n sovrano. Il n u n z i o apostolico, m o n s i g n o r Ubaldini, gli mise a disposizione il p r o p r i o a p p a r t a m e n t o , dove Giambattista provvisoriamente s'istallò. In poco t e m p o conquistò la città e questa conquistò lui. N e a n c h e a R o m a era stato così b e n e . Si lanciò nel vortice della vita m o n d a n a e si mise a studiare il francese, ma l'unica parola che i m p a r ò fu oui. E lui stesso a confessarlo in u n a delle i n n u m e r e v o l i lettere che q u o t i d i a n a m e n t e m a n d a v a agli amici italiani, e che sono i migliori scampoli della sua prosa p e r c h é scritte senza artificio. In una definisce la Francia «paese mirabile p e r le sue stravaganze e p e r le sue mutazioni c o n t i n u e , g u e r r e civili p e r p e 245
tue», in un'altra d e r i d e gli abiti effeminati degli u o m i n i e si fa beffa delle d o n n e che «per essere t e n u t e belle sogliono mettersi degli empiastri e d e ' bullettini in sul viso, si spruzzano le c h i o m e di certa polvere di zanni, che le fa diventar c a n u t e , talché da principio io stimavo che tutte fossero vecchie... Usano p o r t a r e a t t o r n o semicerchi di botte a guisa di pergole». Ma la gioia di vivere, lo spirito gaio, scanzonato e festaiolo dei parigini l'entusiasmano: «Le signore n o n fanno scrupolo di lasciarsi baciare in pubblico; si tratta con tanta libertà che o g n i p a s t o r e p u ò d i r e alla sua ninfa c o m m o d a m e n t e il fatto suo. Circa il resto... giuochi, festini, con balletti e con banchetti continovi». Ma la cosa che più lo strabilia è la l i n g u a : «L'oro si a p p e l l a a r g e n t o ; il far colazione si dice digiunare, le città son dette ville, il b r o d o buglione come se fosse della schiatta di Goffredo!» A p a r t e c o m u n q u e le bizzarrie della m o d a , la pioggia, la lingua, è felice di trovarsi qui. La Regina lo colma d'attenzioni, i nobili sono gentili con lui, g u a d a g n a tremila scudi l'anno, fa quello che vuole, si concede ogni sorta di svaghi, viaggia, tiene conferenze, c o m p o n e versi, fa strage di cuori femminili e - s e c o n d o i maligni - a n c h e di quelli maschili. «Mi pare» scrive «che importi assai vivere all'ombra di u n a corona così grande.» Si disobbliga sciogliendo encomi e ditirambi ai suoi benefattori. Il loro successo è strepitoso: «Le maitre des maìtres», il «maestro dei maestri» lo definiscono i colleghi francesi, p o n e n d o l o a d d i r i t t u r a al di s o p r a del Tasso. Molti poeti lo p r e n d o n o a modello, lo traducono, lo copiano. Giambattista, gongolante, si vanta di «aver portato le Muse toscane al di qua da l'Alpi e introdottele nelle camere reali». I suoi libri si v e n d o n o a migliaia di copie. Il poeta sovrintende person a l m e n t e alla loro s t a m p a in francese, ma c'è p e r s i n o chi si mette a studiare l'italiano p e r leggerli nell'originale. G r a n p a r t e del t e m p o lo dedica p e r ò alla rifinitura dell'adone, alla cui p u b b l i c a z i o n e ha p r o m e s s o di c o n t r i b u i r e con un sussidio la C o r o n a stessa. O g n i t a n t o fa circolare qualche scampolo del p o e m a p e r saggiare e stuzzicare la cu246
riosità del pubblico. Tutti si d o m a n d a n o q u a n d o lo finirà. Il poeta nicchia, fiuta il m o m e n t o favorevole, vuol essere sicuro che i p e r s o n a g g i della corte che ha rivestito di p a n n i favolosi e mitologici n o n c a d a n o in disgrazia trascinando con sé il loro a e d o . Finalmente il lavoro vede la luce, m u n i t o di tutti i crismi e viatici. È dedicato al Re e trabocca di lodi p e r b e n q u a r a n t a c i n q u e m i l a versi, divisi in venti interminabili canti. L'ispirazione è idillico-mitologica c o m e Y'Aminta del Tasso, il Postar Fido del G u a r i n i , YArcadia del S a n n a z a r o . Il p o e m a s ' a p r e c o n un p r o l o g o enfatico e u n ' i n v o c a z i o n e a Venere. La vicenda, trita e ritrita, è di s t a m p o ovidiano, e trae l o s p u n t o dall'infelice a m o r e d'Afrodite p e r A d o n e , propiziato dal figlio della dea, C u p i d o . Ci m a n c a lo spazio per riassumere l'intera t r a m a che richiederebbe un altro lib r o e a n n o i e r e b b e il lettore d'oggi nella stessa m i s u r a in cui esaltò il c o n t e m p o r a n e o . I suoi arzigogoli e riboboli n o n riescono a m a s c h e r a r e la povertà dell'ispirazione. Si sente che il p o e t a n o n sente. Si limita, con sbalorditiva abilità e v e n a fecondissima, a c o m p o r r e rime. Ma n o n c'è partecipazione, n o n ci sono emozioni. Le immagini, le metafore, le similitudini m i r a n o solo all'effetto. C o l p i s c o n o la fantasia, stordiscono, d a n n o le vertigini, ma n o n c o m m u o v o n o : «E del poeta il fin la meraviglia», p r o c l a m a il Marino. Il suo virtuosismo tocca vette eccelse, i versi r i d o n d a n o e r i m b o m b a n o . Sono enfatici, ampollosi, iperbolici. Il poeta n o n conosce la misura, t e n d e all'eccesso, trabocca, si scrive addosso, e se ne compiace. I caratteri n o n h a n n o anima, sono manichini addobbati con vesti sontuose e bizzarre dai colori sgargianti, m a n o v r a t i con g r a n d e maestria ma senza pathos. Il M a r i n o si rivela artefice geniale, ma n o n artista. Possiede u n a tecnica perfetta, n e s s u n o meglio di lui sa p a d r o n e g g i a r e il verso, trovare la rima, costruire l'ottava, girarla, rigirarla, cesellarla, darle un r i t m o e u n a musica, ma n o n u n ' a n i m a . Le d e scrizioni migliori sono quelle amorose, nelle quali il Marino s'abbandona alla sua vena più autentica e felice: quella erotica. «Poema della voluttà» fu p e r questo definito YAdone. 247
L'eco che suscitò fu i m m e n s a , e n o n solo in Francia e in Italia. La m a g g i o r p a r t e dei critici parlò di capolavoro, e l'op e r a a n d ò a r u b a . Il p o e t a r a g g i u n s e l ' a p o g e o della fama. Ma gli acciacchi che avevano cominciato ad affliggerlo gl'imp e d i r o n o di g o d e r s e l a . A c i n q u a n t ' a n n i s e m b r a v a un vecchio, era diventato un p o ' sordo, e n o n o s t a n t e gli allori mietuti si sentiva solo e scontento. N e m m e n o le d o n n e , che aveva tanto a m a t o , riuscivano p i ù a consolarlo. La stessa Parigi cominciava a venirgli a noia. Per la p r i m a volta, da q u a n d o vi e r a a p p r o d a t o , aveva nostalgia dell'Italia. Da Torino, da R o m a , da Napoli riceveva o g n i g i o r n o lettere di amici che l'invitavano a t o r n a r e . Egli r i s p o n d e v a che n o n ne vedeva l'ora. Q u e s t a g i u n s e n e l l ' a p r i l e d e l 1623. Si c o n g e d ò dal Re con le lacrime agli occhi e le tasche piene di scudi, e con un piccolo seguito rivalicò le Alpi. Fece u n a breve t a p p a a Torir n o , dove ricevette dalle m a n i di T o m m a s o di Savoia u n a collana d ' o r o . Poi si mise in c a m m i n o alla volta d e l l ' U r b e , che gli aveva p r e p a r a t o g r a n d i festeggiamenti. Un p o e t a romano invitò i colleghi ad andargli incontro e a salutarlo «unico cigno». Principi e prelati gli s p a l a n c a r o n o le p o r t e dei loro palazzi. Giambattista scelse quello dei Crescenzi e, lì p e r lì, s e m b r ò ritrovare la vecchia gioia di vivere. In Francia aveva accumulato un bel gruzzolo. U n a p a r t e se l'era p o r t a t a con sé, un'altra - circa seimila scudi - l'aveva chiusa in un baule e affidata a u n a galera diretta a R o m a . D u r a n t e la traversata i pirati avevano assalito la nave spogliandola di tutto il bottin o . Per il p o e t a fu un colpo terribile, c h e gli p r o c u r ò u n a crisi d'ipocondria. O g n i piccola cosa l'infastidiva, usciva pesco di casa, passava l u n g h i p e r i o d i a letto, lavorava a fatica, lo scirocco r o m a n o lo stremava. ? Decise di trasferirsi a N a p o l i , c h e n o n v e d e v a da quasi c i n q u e lustri. Il Viceré gli m a n d ò i n c o n t r o la sua carrozza* i p a d r i Teatini l'ospitarono nel loro c o n v e n t o in attesa che la casa che il p o e t a aveva affittato in via T o l e d o fosse p r o n ta, le Accademie degl'Infuriati e degli Oziosi se lo disputa*248
vano, l'Università voleva a d d i r i t t u r a innalzargli u n m o n u m e n t o con t a n t o d'epitaffio, m a i l M a r i n o rifiutò. N i e n t e riusciva p i ù a rallegrarlo. Voleva a n d a r s e n e , t o r n a r e a Parigi, ma i medici lo sconsigliarono: le sue condizioni di salute infatti p e g g i o r a v a n o , ai vecchi acciacchi s ' e r a n o a g giunti acuti d o l o r i alla vescica. U n a m a t t i n a si sparse la voce che il p o e t a e r a m o r t o . Era vera solo a metà: Giambattista viveva a n c o r a , ma aveva i giorni contati. «Da un t e m p o in qua» confidò all'amico B r u n i «non posso cacare un m a ledetto verso; il m e s t i e r o d e ' versi n o n è p e r quelli che s'inc a m m i n a n o verso l'occaso. Apollo è giovine e le Muse sono pulzelle v e r g i n i , e c o m e n o n p r a t i c a n o v o l e n t i e r i co' vecchi, così si m a r i t a r e b b e r o l i e t a m e n t e a giovani senza b a r ba.» Ad a g g r a v a r e il suo stato gli g i u n s e da R o m a la notizia che l'Inquisizione aveva giudicato Y Adone i m m o r a l e ed esigeva u n a revisione dei passi p i ù scabrosi. «Se il libro m e r i ta il fuoco» e s c l a m ò r a s s e g n a t o l ' a u t o r e «che s'abbruci.» L'editore si limitò invece a p u r g a r l o , e il p o e m a v e n n e ristampato. A q u e s t o p u n t o l'assalì la p a u r a di finire all'inferno p e r via di quell'opera licenziosa, decise di far a m m e n d a dei p r o pri peccati, e supplicò i Teatini di seppellirlo nel loro convento, p r o m e t t e n d o loro in cambio la sua biblioteca e i suoi q u a d r i p i ù belli. N e l m a r z o (1625) v e n n e s o t t o p o s t o a u n difficile i n t e r v e n t o c h i r u r g i c o . L'operazione n o n riuscì e il giorno 25 spirò. Aveva cinquantasei a n n i . Il cordoglio, n o n solo a Napoli e in Italia, ma a n c h e all'estero, f u i m m e n s o . L e e s e q u i e f u r o n o c e l e b r a t e c o n g r a n p o m p a , gli elogi funebri si s p r e c a r o n o . Gli amici lo p i a n s e r o c o m e il «massimo p o e t a del secolo», e forse - p u r t r o p p o avevano r a g i o n e . I nemici attaccarono con i n a u d i t a violenza la sua o p e r a , r i e s u m a r o n o le vecchie accuse di sodomia, trasformarono il poeta erotico in p o r n o g r a f o e fecero circolare certi suoi c o m p o n i m e n t i lascivi, fin allora inediti, m e scolandoli a t u r p i e oscene poesie apocrife. C o n t r o questi d e t r a t t o r i si l e v a r o n o g l ' i n n u m e r e v o l i e p i g o n i del poeta, o 249
marinisti. F u r i b o n d a e senza q u a r t i e r e fu la p o l e m i c a che ne seguì e che d i v a m p ò p e r decenni. Il M a r i n o ne uscì piuttosto malconcio. Molte delle critiche che gli e r a n o state mosse e r a n o sacrosante. Giambattista n o n e r a stato u n p o e t a , m a u n verseggiatore d'eccezionale b r a v u r a . Più che u n o stile aveva creato u n a m a n i e r a , artificiosa e lambiccata, ma che tuttavia rispecchiava perfettam e n t e lo spirito del Seicento: gonfio, ampolloso, prezioso e p i e n o solo di vuoto. N e s s u n o meglio di lui s e p p e incarnarlo. In questo fu v e r a m e n t e il genio del secolo.
CAPITOLO VENTITREESIMO B E R N I N I E IL B A R O C C O
Sul barocco si sono sparsi fiumi d'inchiostro, a cui n o n vorr e m m o a g g i u n g e r n e altri. R i m a n d e r e m m o anzi senz'altro il lettore ai trattati di storia dell'arte, se solo a questa il barocco avesse d a t o la sua i m p r o n t a . In realtà esso r a p p r e s e n t a un f e n o m e n o c u l t u r a l e e di c o s t u m e , che ha lasciato il suo sigillo n o n soltanto nella p i t t u r a , nella scultura, nell'architettura, ma a n c h e nella società, nella politica, nelle ideologie, nei r a p p o r t i u m a n i . Ed è perciò che n o n possiano p r e scinderne. Secondo qualcuno, la parola viene dal p o r t o g h e s e barroco, ed è il n o m e che in questa lingua si dà a certe perle n o n sferiche irregolari e bizzarre. Secondo altri, viene invece da baroco: un t e r m i n e dispregiativo coniato nell'Italia del Cinq u e c e n t o c o n t r o il m o d o di r a g i o n a r e p e d a n t e s c o e artificioso dei filosofi di scuola aristotelica. Il guaio è che a m b e d u e le ascendenze sono plausibili. E forse il barocco r a p p r e senta a p p u n t o il loro incrocio. Nel c a m p o plastico e figurativo, p e r barocco s'intende la f i n e dell'arte rinascimentale. U n a f i n e logica, p e r n a t u r a l e e s a u r i m e n t o . Raffaello, Michelangelo e gli altri g r a n d i dei secoli d ' o r o a v e v a n o r a g g i u n t o l'equilibrio, l ' a r m o n i a , la perfezione assoluta. Su quella strada i loro epigoni del Seicento n o n avevano più t r a g u a r d i da conquistare. Il barocco nasce anzitutto da quest'ansia di n u o v e forme ed esperienze al di fuori delle regole tradizionali, c o m u n e a tutti i periodi cosiddetti di «transizione». Ma p e r c a p i r e p e r quali motivi infilò quella strada, bisogna rifarsi al m o m e n t o storico. Il barocco è il tipico p r o d o t t o della C o n t r o r i f o r m a , e in251
fatti nasce e si sviluppa quasi esclusivamente nei Paesi cattolici: quelli p r o t e s t a n t i ne sono toccati solo p e r contagio. Il p e r c h é è facile da c a p i r e . Nei Paesi p r o t e s t a n t i , e specialm e n t e in quelli calvinisti, l'arte è p r o f a n a p e r c h é le chiese h a n n o messo al b a n d o gli elementi decorativi, e g o d e di u n a libertà g a r a n t i t a dal «mercato». Il p i t t o r e e lo scultore n o n l a v o r a n o p e r il m e c e n a t e che li m a n t i e n e e di cui d e v o n o s e c o n d a r e i gusti. L a v o r a n o p e r u n a clientela a n o n i m a di artigiani, di m e r c a n t i , d ' i m p r e n d i t o r i , di professionisti, ins o m m a di borghesi arricchiti, che agli abbellimenti conced o n o poco, e quel poco lo vogliono in t o n o col loro m o d o di vivere p a r s i m o n i o s o e l a b o r i o s o . Nelle l o r o case solide e confortevoli, ma aliene da ogni solennità, c'è posto solo per u n a p i t t u r a e u n a scultura realistiche e a d e r e n t i alla verità. Q u e s t a è la g r a n d e arte fiamminga, con la sua d i s a d o r n a ed essenziale ritrattistica senza ruffianeggiamenti apologetici, con le s u e corali scene di villaggio, con le sue meticolose anatomie. L'arbitrario, il bizzarro, l'esclamativo, il compiacim e n t o stilistico n o n vi attecchiscono p e r c h é in quella clientela, intesa al sodo e al soldo, n o n trovano amatori. Nei Paesi cattolici, e s o p r a t t u t t o in Italia, la situazione è diversa, anzi opposta. L'arte n o n ha mercato p e r c h é manca un ceto b o r g h e s e in g r a d o di a c q u i s t a r n e i p r o d o t t i . La principale c o m m i t t e n t e è la Chiesa, di cui gli artisti sono al soldo e d e b b o n o s e c o n d a r e i voleri. Q u e s t a Chiesa, nel Q u a t t r o e nel C i n q u e c e n t o , n o n ha abusato del suo m o n o polio p e r d u e motivi. P r i m a d i t u t t o p e r c h é n o n l o aveva: l'Italia del Rinascimento e r a piena a n c h e di mecenati laici, e un Raffaello, se fosse stato licenziato dal Papa, n o n avrebbe p e n a t o a trovar lavoro p r e s s o un Medici, o un Doge, o un M o n t e f e l t r o , o un Este, o un G o n z a g a . E p p o i p e r c h é la Chiesa di allora era intrisa di un u m a n e s i m o che la rendeva e s t r e m a m e n t e liberale e t o l l e r a n t e . Essa n o n r i m p r o v e r ò mai ai suoi pittori di attribuire alle loro M a d o n n e u n a carnalità e sensualità sfacciatamente t e r r e s t r i . Di sacro, q u e st'arte aveva solo l'etichetta. In realtà e r a profana. E fu ap252
p u n t o q u e s t o c h e le c o n s e n t ì di toccare i più alti livelli di perfezione. Ma il Concilio di T r e n t o pose fine a questa tolleranza. Esso p r o c l a m ò che l'arte n o n aveva altra ragione di essere che quella di s t r u m e n t o propagandistico della Fede. Doveva essere edificante e apologetica, in funzione del n u o v o o r d i n e costituito. Per gli artisti n o n ci fu scampo. La Chiesa, p u n tellata dai g e n d a r m i spagnoli, esercitava la sua rigida censura in tutti gli Stati italiani. Ed essa n o n era più amministrata da dei L e o n e X o Paolo I I I , g e n t e di p o c o zelo e di m o l t o gusto; ma dai Carafa, dai Ghislieri, dagli Odescalchi, gente di p u n t o gusto e implacabile zelo. Per m a n g i a r e , bisognava g u a d a g n a r s e n e i favori. Per g u a d a g n a r s e n e i favori, bisognava seguirne le direttive. E queste direttive e r a n o : enfasi e declamazione. Checché ne dicano i suoi esaltatori, il barocco è aria fritta. Fritta - qualche volta - benissimo, con g r a n d e maestria, ma s e m p r e inficiata dal virtuosismo di mestiere. Le m a n c a l'anima. Ed anzi è p r o p r i o p e r n a s c o n d e r e questo vuoto che si a b b a n d o n a a quell'orgia di forme e di colori, a quella teatralità di sfondi, a quei contorsionismi muscolari nella scultura, a quella s o l e n n i t à scenografica n e l l ' a r c h i t e t t u r a . A questo piatto conformismo che mira a gonfiare e ingigantire n o n c'è altra evasione che la bizzarria decorativa. Ed ecco perché tutta l'inventiva si sfoga lì, fino alla farneticazione. Ma c'è a n c h e un altro motivo che spinge in questo senso: le m o s t r u o s e d i s u g u a g l i a n z e e c o n o m i c h e . Il b a r o c c o è u n ' a r t e ricca che nasce nei Paesi p o v e r i . N o n a caso la sua culla sono l'Italia e la Spagna. Q u i la Controriforma - lo abbiamo già d e t t o - ricrea u n a società di tipo feudale, su cui torreggia la casta chiusa dei privilegiati ecclesiastici e laici. Come d e t e n g o n o tutto il p o t e r e politico, così costoro detengono tutto il p o t e r e e c o n o m i c o . La s u p e r s t i t e ricchezza di questi Paesi n o n circola. R i m a n e accentrata in p o c h e satrapie che n o n si c o m p o r t a n o d i v e r s a m e n t e da c o m e si comp o r t a n o quelle che a b b i a m o sotto gli occhi nei Paesi arabi. 253
Esentate da o g n i tassa e c o n t r i b u z i o n e , moltiplicano i loro p a t r i m o n i - quasi tutti t e r r i e r i - alle spalle dei c o n t a d i n i e degli altri ceti spolpati all'osso dal fisco. N o n u s a n o la loro ricchezza p e r c r e a r e altra ricchezza c o m e la b o r g h e s i a imp r e n d i t o r i a l e delle nazioni r i f o r m a t e . L a u s a n o p e r degli sfarzi che accrescano il loro prestigio in u n a società dove il prestigio s'identifica con la potenza. Il barocco, con le sue dovizie e teatralità, è insieme il p r o dotto e il d o c u m e n t o di questa mentalità. Basta fare un giro nella vecchia R o m a p e r r e n d e r s e n e c o n t o . I l palazzo del Seicento sorge, solenne e s u p e r b o , g r o n d a n t e di fontane e costellato di statue, in mezzo ai t u g u r i in cui si accatasta il p o p o l i n o . Q u e s t o è torchiato e ridotto allo stremo a p p u n t o p e r c o n s e n t i r e a i signori q u e s t e ostentazioni, c h e t r o v a n o nel barocco la loro ideale espressione. Il pittore sulla tela e lo scultore nel m a r m o d e v o n o celebrare il signore che li paga, e che li p a g a a p p u n t o p e r c h é lo celebrino in tutta la magnificenza delle s u e u n i f o r m i e d e c o r a z i o n i , simbolo della sua p o t e n z a . S o n o p e r s o n a g g i p o m p o s i r i t r a t t i d a artisti p o m p i e r i . Le loro case n o n sono fatte p e r l'intimità, ma per la « r a p p r e s e n t a n z a » : gli architetti sono chiamati a p r o g e t tarle in m o d o che facciano il più spicco possibile sulla miseria d e l q u a r t i e r e c i r c o s t a n t e , n e t e n g a n o i n s o g g e z i o n e l a plebe, stupiscano e impressionino il visitatore. Q u e s t o è, a g r a n d i linee, il barocco. E ripetiamo: ha dato a n c h e dei capolavori. Ma nel suo insieme esso n o n testimonia c h e il v u o t o s p i r i t u a l e c r e a t o dalla C o n t r o r i f o r m a col suo a u t o r i t a r i s m o i n t o l l e r a n t e di o g n i libera ricerca e inventiva, e le m o s t r u o s e d i s u g u a g l i a n z e sociali c h e consentivano ai privilegiati di p r o f o n d e r e in chiese e palazzi dei tesori a c c u m u l a t i sulla fame della massa. In terricci sociali così malformati, n e s s u n a g r a n d e arte è mai nata. Nel c a m p o dell'architettura, il p r i m o e s e m p i o di questo «nuovo corso» fu la chiesa r o m a n a del Gesù c o m m e s s a nel 1568 dal cardinale Alessandro Farnese all'architetto J a c o p o Barozzi, detto il Vignola, e condotta a t e r m i n e , alla sua mor254
te, da Giacomo Della Porta. È innalzata secondo schemi dic h i a r a t a m e n t e antirinascimentali su u n a pianta a croce latina a l l u n g a t a , tipica delle basiliche m e d i e v a l i . Sul braccio longitudinale s'innesta u n a vasta navata, su cui s'affacciano u n a teoria di cappelle, che invitano al raccoglimento e alla m e d i t a z i o n e . Dal l u c e r n a r i o p o s t o al c u l m i n e della c u p o l a piove sull'altare u n a luce fioca e senza toni. La navata è invece a b b o n d a n t e m e n t e illuminata da alte e a m p i e finestre, c o n t o r n a t e da stucchi, fregi e affreschi. L'ambiente mistico e severo i n c a r n a c o m p i u t a m e n t e lo spirito e gli aneliti della reazione cattolica. N o n p e r nulla la Chiesa del Gesù diventò il c u o r e di q u e l l ' o r d i n e di Sant'Ignazio c h e tanto contribuì alla riscossa dell'ortodossia, di cui il barocco costituì la plastica e m o n u m e n t a l e testimonianza. Per tutto il Seicento R o m a fu il fulcro e la Mecca di questo stile. N o n si c o n t a n o i pittori, gli scultori, gli architetti che v a r c a r o n o le sue m u r a p e r mettersi al servizio di p o n t e fici e c a r d i n a l i . C o s t o r o p r o f u s e r o tesori i m m e n s i p e r costruire e d e c o r a r e chiese, chiostri, oratori e celebrare, attraverso queste o p e r e , la Fede e i suoi rinnovati ideali. Ci m a n ca lo spazio p e r elencare tutti gli artisti che s'avvicendarono nell'Urbe d u r a n t e il X V I I secolo. Ci limiteremo a colui che ne fu il m a e s t r o : Giovanni L o r e n z o Bernini. Era nato a Napoli nel 1598, figlio di un pittore fiorentino d ' u n certo n o m e trasferitosi con la famiglia nella città p a r t e n o p e a in cerca di fortuna. A sette a n n i fu c o n d o t t o a Roma, dove il p a d r e e r a stato c h i a m a t o dal P a p a a scolpire la facciata della c a p p e l l a Paolina. Il piccolo L o r e n z o n o n seguì regolari corsi scolastici. Alle lezioni di g r a m m a t i c a e di retorica preferiva quelle che il p a d r e gl'impartiva col martello e il bulino. Stava s e m p r e al suo fianco, lo seguiva d o v u n q u e , e a ogni colpo di scalpello la sua fantasia s'accendeva e le sue mani fremevano. N o n si mescolava ai coetanei e n o n partecipava ai loro giochi. Stava ore e o r e a c o n t e m p l a r e u n a statua o un edifìcio classico, c h e p o i r i p r o d u c e v a su un q u a d e r n o che portava s e m p r e con sé. 255
A dieci a n n i modellò u n a testina di m a r m o p e r la chiesa di Santa Potenziana. Q u a n d o Paolo V la vide, volle conoscere l'autore. Il giovinetto fu c o n d o t t o al cospetto del Pontefice che gli o r d i n ò , seduta stante, il ritratto di San Paolo. Lor e n z o prese carta e p e n n a e b u t t ò giù u n a testina dell'apostolo. I l Papa l a trovò bellissima e r i c o m p e n s ò l'imberbe a r tista con dodici medaglie d ' o r o . Poi c h i a m ò il cardinale Maffeo Barberini e affidò L o r e n z o alle sue cure. «Speriamo che diventi il Michelangelo del suo secolo», disse. B e r n i n i n o n d i v e n t ò Michelangelo p e r c h é n e a n c h e Michelangelo, se fosse nato allora, sarebbe diventato Michelangelo. Ma c o m e lui era un lavoratore infaticabile ed esigentissimo, mai soddisfatto di quel che faceva, e infatti lo disfaceva e rifaceva c o n t i n u a m e n t e . Passava notti i n t e r e a c o r r e g g e r e un naso, a limare u n a fronte, a scavare u n a ruga. Le sue opere cominciarono presto ad a n d a r e letteralmente a ruba, spec i a l m e n t e fra i ricchi c a r d i n a l i , dei quali L o r e n z o ci ha lasciato, scolpita nel m a r m o , l'effigie. Anche Paolo V si fece f a i re il ritratto, che teneva sul c o m o d i n o accanto al breviario. Il suo successore G r e g o r i o XV n o n volle essere d a m m e n o e commissionò a L o r e n z o il p r o p r i o busto. L'opera riuscì b e n e e il Papa ne fu talmente entusiasta che, da quel giorno, ammise l'artista alla p r o p r i a mensa. Q u a n d o , col n o m e d'Urbano V i l i , cinse la tiara il c a r d i n a l e B a r b e r i n i , il B e r n i n i esultò: «Siete stato davvero fortunato» gli disse il n u o v o Pontefice d o p o l'elezione «a v e d e r m i salire sul Soglio; ma ancora p i ù fortunato sarò io a vedervi o p e r a r e sotto il mio regno/* L o r e n z o si sdebitò s o m m e r g e n d o di ritratti il suo munifico p a t r o n o . S e b b e n e amasse s o p r a t t u t t o l a scultura, m a n e g giava con g r a n d e abilità a n c h e il p e n n e l l o , aveva un senso innato del colore e possedeva doti n o n c o m u n i di disegnator re. Era insomma, come tutti i veri artisti, un artista completo, anche se i dipinti che ci ha lasciato n o n eguagliano le star tue. Moltissimi ne eseguì d u r a n t e il pontificato del Barberi^ ni, e tutti facevano infatti a g a r a neh"accaparrarseli poiché e r a n o di m o d a , com'era di m o d a il loro autore. 256
Un g i o r n o il P a p a lo c o n v o c ò n e l suo s t u d i o e gli disse c h ' e r a o r a di sposarsi e m e t t e r su famiglia. L o r e n z o , c h e n o n aveva mai nascosto la p r o p r i a allergia al m a t r i m o n i o , d a p p r i n c i p i o fece orecchio da m e r c a n t e e siccome U r b a n o s'ostinava a ripetergli che un g r a n d e artista n o n poteva m o rire senza lasciare eredi, rispose che la sua vera prole e r a n o i q u a d r i che aveva d i p i n t o e le statue che aveva scolpito. Il Pontefice a d d u s s e allora motivi d ' o r d i n e p r a t i c o : o b e r a t o com'era di lavoro, L o r e n z o aveva bisogno d ' u n a d o n n a che accudisse alla sua p e r s o n a e gli m a n d a s s e avanti la casa. Alla fine, p e r c o m p i a c e r e a U r b a n o , l'artista s'arrese e i m p a l m ò la figlia d ' u n certo Paolo Tazio, segretario della C o n g r e g a zione della SS. N u n z i a t a . S e b b e n e c o n t r a t t o senza entusiasmo, o forse p r o p r i o p e r questo, fu un m a t r i m o n i o quasi felice, che u n a n u m e r o s a figliolanza allietò. Q u a n d o d i e d e l'addio al celibato, il B e r n i n i aveva q u a r a n t a n n i suonati. E r a piuttosto u n bell'uomo, d i m e d i a statura, vigoroso, b r u n o di c a r n a g i o n e e n e r o di capelli, occhi vivaci e p e n e t r a n t i , ciglia l u n g h e e folte, f r o n t e spaziosa, narici dilatate, gote un p o ' cascanti. C o m e tutti gli uomini di carattere aveva un caratteraccio, che le frequenti emicranie vieppiù incupivano. Si adirava p e r un n o n n u l l a e faceva scenate terribili. Era di gusti semplici e d'abitudini s p a r t a n e . I suoi pasti e r a n o limitati a u n a fetta di c a r n e e a un p o ' di frutta. Dormiva poco, di g i o r n o n o n si concedeva un attimo di t r e g u a , p o n e v a m a n o e a t t e n d e v a c o n t e m p o r a n e a m e n t e a più o p e r e , a n d a v a ogni m a t t i n a a messa, faceva d u e volte la settimana la c o m u n i o n e e la sera, p r i m a di coricarsi, leggeva i Padri della Chiesa. Ma n o n e r a un b a c c h e t t o n e . Era - a n c h e lui c o m e M i c h e l a n g e l o - a u t e n t i c a m e n t e t u r b a t o dal p r o b l e m a di Dio, cui cercava scampo rifugiandosi nel lavoro. Vi era t a l m e n t e sprofondato e i m m e r s o che d o v e t t e r o m e t t e r g l i u n g a r z o n e alle costole p e r i m p e d i r g l i c h e s e l e r o m p e s s e p r e c i p i t a n d o da u n ' i m p a l c a t u r a o i n c i a m p a n d o in un blocco di m a r m o . Q u a n d o lavorava, guai se q u a l c u n o gli rivolgeva la p a r o l a o l ' i n t e r r o m p e v a . Gli stessi c o m 257
mittenti che avevano libero accesso al suo studio n o n potevano fiatare. In p o c h i a n n i il suo n o m e diventò di d o m i n i o e u r o p e o . N o n c'era r e , n o n c'era p r i n c i p e che n o n spasimasse p e r il possesso d ' u n a sua statua, d ' u n suo q u a d r o , d ' u n suo semplice d i s e g n o . C a r l o I d ' I n g h i l t e r r a l'invitò a L o n d r a p e r farsene r i t r a r r e i n m a r m o . N o n volendo L o r e n z o muoversi da R o m a , il sovrano gli m a n d ò tre q u a d r i del Van Dyck con la p r o p r i a effigie affinché ne traesse il m o d e l l o . C o m p i u t a l'opera, il Bernini l'affidò a un messo che la recapitò a Carlo, il quale, d o p o averla veduta, si sfilò dal dito un d i a m a n t e di seimila scudi e lo c o n s e g n ò al c o r r i e r e p e r c h é coronasse la m a n o dell'artista. Luigi X I I I Io supplicò di trasferirsi a Parigi, ma n o n fu e s a u d i t o . E r a a n c o r a vivo U r b a n o , e il B e r n i n i n o n si s a r e b b e staccato da lui p e r t u t t o l'oro del m o n d o . Il Papa gli aveva spalancato le p o r t e dei palazzi apostolici, aveva fatto di lui il p r o p r i o confidente e, p r i m a d'and a r e a letto, voleva che fosse L o r e n z o ad abbassare gli scuri e a c h i u d e r e le finestre della sua c a m e r a . Un g i o r n o , p e r attestargli la sua benevolenza, si recò a casa sua, seguito da u n codazzo d i sedici c a r d i n a l i scandalizzatissimi. Q u a n d o calò nella t o m b a , l'artista lo p i a n s e c o m e un p a d r e . I suoi successori n o n gli l e s i n a r o n o o r d i n a z i o n i e o n o r i , ma n o n eguagliarono l'amore che gli aveva p o r t a t o U r b a n o . Nel 1664 Colbert, l ' o n n i p o t e n t e m i n i s t r o di Luigi XI gli sottopose i disegni del palazzo del L o u v r e , che il Re Sole voleva i n g r a n d i r e . L o r e n z o studiò i progetti, li corresse, ne eseguì alcuni di sua m a n o e rispedì il tutto al m o n a r c a francese. Da t e m p o costui carezzava il s o g n o d ' a v e r e presso di sé il Bernini, il quale, sebbene il suo g r a n d e p r o t e t t o r e fosse m o r t o , seguitava a n o n volersi m u o v e r e da R o m a . Aveva ormai sessantott'anni, e il viaggio lo spaventava. Ma alla fine cedette alle insistenze, e il 25 aprile 1665 partì alla volta dejr la Francia, a c c o m p a g n a t o dal figlio Paolo, da d u e allievi e da u n o stuolo di servi, m a g g i o r d o m i e cavalieri inviatigli dal Re Sole, cui piaceva far le cose in g r a n d e . Fu u n a m a r c i a 258
trionfale. D o v u n q u e l'artista fu accolto con onori d e g n i d ' u n sovrano. A Firenze, dove sostò alcuni giorni, il G r a n d u c a lo festeggiò c o n balli, concerti, fuochi d'artificio e lo fece acc o m p a g n a r e sino al confine a l p i n o dal p r o p r i o cocchiere. A n c h e sul s u o l o francese le manifestazioni d ' o m a g g i o si s p r e c a r o n o . A Lione tutti i pittori, scultori e i n g e g n e r i della città gli a n d a r o n o incontro, e a t r e giorni da Parigi lo attendeva la lettiga r e a l e . L'ingresso nella capitale fu u n a v e r a apoteosi. L o r e n z o v e n n e alloggiato in un bellissimo a p p a r t a m e n t o al L o u v r e , ed ebbe un posto alla m e n s a del Re. Il Bernini si fermò a Parigi sei mesi. Lavorava dalla mattina alla sera, e qualche volta a n c h e la notte: fece altri disegni d e l L o u v r e , p o s e m a n o a l r i t r a t t o d i Luigi, e s e g u ì u n n u m e r o imprecisato di p i t t u r e e sculture. Il suo s t u d i o diventò m e t a d ' u n incessante pellegrinaggio di nobili, d a m e , p r e l a t i c h e v o l e v a n o v e d e r e d a vicino i l g r a n d e m a e s t r o , l'artista conteso e a d u l a t o dai p o t e n t i della t e r r a . Allergico, a differenza del M a r i n o , a ogni forma di m o n d a n i t à , n o n si fece travolgere dalla vita parigina. Si t e n n e in disparte, n o n frequentò salotti, allacciò p o c h e amicizie, i n t e n t o u n i c a m e n te alla p r o p r i a arte. Ma il successo che le sue o p e r e riscuotevano a corte e le lodi di cui il Re lo colmava finirono p e r aizzargli l'invidia d e i colleghi francesi, c h e lo c o n s i d e r a v a n o un intruso e n o n gli r i s p a r m i a v a n o le critiche. A ottobre dello stesso a n n o , l'artista, a m a r e g g i a t o , decise di rivalicare le Alpi. Chiese il consenso al Re, che gliel'accordò con un p r e mio di ventimila scudi e un vitalizio a n n u o di duemila. M e n t r e si trovava a Parigi, a n c h e nell'Urbe avevano p r e so a circolare voci calunniose sul suo conto. La p i ù insistente attribuiva a certi suoi lavori nella basilica di San Pietro le c r e p e a p e r t e s i nella c u p o l a . Già in p a s s a t o la sua attività d'architetto e r a stata oggetto d ' a s p r e censure, di cui L o r e n zo aveva r e g o l a r m e n t e d i m o s t r a t o l'infondatezza. A n c h e stavolta s e p p e rintuzzarle, ma ne fu p r o f o n d a m e n t e turbato. C i o n o n o s t a n t e seguitò a l a v o r a r e con infaticabile lena, distratto solo dalle p r a t i c h e di d e v o z i o n e e dalle o p e r e di 259
carità. Negli u l t i m i t e m p i usciva r a r a m e n t e di casa e solo p e r a n d a r e a messa e fare la c o m u n i o n e . La sera, q u a n d o d e p o n e v a la matita o il b u l i n o , si s p r o f o n d a v a nella lettura della Bibbia o s'intratteneva con q u a l c h e teologo a p a r l a r e della m o r t e . Q u e s t a lo colse il 28 n o v e m b r e 1680, a ottantad u e anni. Lasciò molti r i m p i a n t i e moltissime o p e r e . I suoi q u a d r i a m m o n t a n o a un c e n t i n a i o . N o n tutti sono riusciti, alcuni d i f e t t a n o d ' i s p i r a z i o n e , altri m a n c a n o d ' o r i g i n a l i t à . I migliori sono quello raffigurante i santi A n d r e a e T o m m a s o e l'autoritratto, che si trova agli Uffizi. Più vasta fu la sua attività d'architetto e soprattutto di scultore. C o m p l e t ò palazzo B a r b e r i n i p e r il c a r d i n a l e Maffeo, il f u t u r o p a p a U r b a n o V i l i . Progettò il celebre colonnato, all'interno della basilica eresse il Baldacchino, c h e costò al Pontefice d u e c e n t o m i l a scudi e all'artista nove a n n i di lavoro. Nell'abside innalzò la cattedra di San Pietro, c o n t e n e n t e la sedia di legno che, sec o n d o la tradizione, a p p a r t e n n e all'apostolo. Accanto vi edificò la t o m b a di U r b a n o . Ma le sue o p e r e forse p i ù famose sono la fontana del Tritone e quella dei Q u a t t r o Fiumi, che campeggia al centro di piazza Navona. Il Bernini cercò di fondere scultura e architettura, in u n o stile m o s s o , r i d o n d a n t e e talvolta b i z z a r r o . «Scambiò» ha scritto il D u r a n t «il teatrale p e r il d r a m m a t i c o , la grazia per la bellezza, il s e n t i m e n t o p e r la simpatia, la grandezza p e r la grandiosità.» Ma è un giudizio che sbaglia bersaglio. Questi equivoci n o n furono di Bernini, ma di un secolo di cui Bernini resta c o m u n q u e la più g r a n d e e c o m p i u t a testimonianza. Nessuno riuscì a dargli o m b r a . La sua fama offuscò tutti i rivali, c o m p r e s o il B o r r o m i n i . Il B o r r o m i n i si c h i a m a v a in r e a l t à Francesco Castelli, e r a n a t o nel 1599 a Bissone, figlio d ' u n architetto dei Visconti, A quindici a n n i e r a fuggito di casa p e r a n d a r e a R o m a , dove aveva trovato lavoro c o m e scalpellino nella bottega d ' u n m a e s t r o l o m b a r d o . Scontroso, timido, taciturno, i suoi unici 260
c o m p a g n i e r a n o il m a r m o , il b u l i n o e il m a r t e l l o . N o n si concedeva svaghi e passava tutto il t e m p o fra cornici e scalini, stipi e b a l a u s t r e , statue e c o l o n n e . D o p o un p e r i o d o di tirocinio c o m e a p p r e n d i s t a , o t t e n n e un posto d ' o p e r a i o nella fabbrica di San Pietro, diretta da Carlo M a d e r n o che, colpito dal p r e c o c e t a l e n t o d e l g i o v a n e , gli a s s e g n ò incarichi s e m p r e più i m p o r t a n t i . Q u a n d o il M a d e r n o morì, il B o r r o mini passò alla d i p e n d e n z e del Bernini, p e r il quale eseguì g l ' i n g r a n d i m e n t i dei disegni del Baldacchino. Ma la collaborazione fra i d u e artisti d u r ò poco, e col passare degli a n n i il malinteso d e g e n e r ò in a p e r t a inimicizia. Ne i g n o r i a m o i motivi. Forse il c a r a t t e r a c c i o del m a e s t r o , forse l'ipersensibilità dell'allievo, forse q u a l c h e divergenza artistica, forse u n a incompatibilità di c a r a t t e r e d o v u t a p i ù alle loro somiglianze che alle loro dissonanze: n o n ci si odia - si sa - che tra fratelli. Forse la gelosia. Fatto sta che il Borr o m i n i p i a n t ò la fabbrica di San P i e t r o e a n d ò a l a v o r a r e presso i p a d r i Filippini, che gli affidarono la costruzione del loro O r a t o r i o . Francesco impresse all'edificio caratteri n u o vi e p e r s o n a l i s s i m i , e l i m i n ò o g n i d e c o r a z i o n e pittorica, b a n d ì la policromia, e rivestì colonne e pareti d ' u n a bianca p a t i n a di calce. L'opera p i a c q u e e d i e d e al B o r r o m i n i u n a certa r i n o m a n z a . Le ordinazioni si fecero da quel m o m e n t o s e m p r e p i ù n u m e r o s e : l'oratorio e la facciata del collegio di P r o p a g a n d a F i d e , la t r a s f o r m a z i o n e della Basilica l a t e r a n e n s e e, finalmente, la chiesa di Sant'Agnese, il suo capolavoro e u n o dei capolavori dell'arte barocca. Fu q u e s t a l'impresa che più i m p e g n ò il B o r r o m i n i e ne consacrò la fama. D a p p r i n c i p i o essa era stata affidata a Girolamo e Carlo Rainaldi, i quali, p e r ragioni che i g n o r i a m o , e r a n o stati p o i licenziati e sostituiti da Francesco, c h e d e molì il l a v o r o già fatto e c o n c e p ì un n u o v o p r o g e t t o : u n a chiesa a p i a n t a greca con facciata lievemente concava, fiancheggiata da d u e campanili su cui incombe u n a cupola alta, a u d a c e e m a e s t o s a . L ' i n t e r n o , vasto, s o l e n n e , o p u l e n t o , scandito da c o l o n n e e fiammeggiante d'ori, s p r i g i o n a u n a 261
p o t e n t e suggestione che riecheggia le inquietudini dell'artista, fin da ragazzo t o r m e n t a t o da d u b b i religiosi e dall'angoscia dell'aldilà. F u r o n o questi travagli, a g g r a v a t i da r i c o r r e n t i crisi depressive e da m a n i a di p e r s e c u z i o n e , a c o n d u r r e il B o r r o mini alla tomba. U n a notte d'estate del 1667, n o n riuscendo a p r e n d e r e s o n n o , Francesco afferrò la s p a d a e si trapassò da p a r t e a p a r t e come un samurai. Vani furono i tentativi di salvarlo. Il g i o r n o d o p o m o r ì d i s s a n g u a t o , e con lui scomp a r v e u n o dei g r a n d i m a e s t r i del b a r o c c o . I l p i ù g r a n d e , forse, d o p o il grandissimo Bernini.
CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO LA R E G I N A C R I S T I N A
Nel 1668 v e n n e ad accasarsi a Roma un singolare p e r s o n a g gio, destinato a svolgervi u n a p a r t e di p r i m o piano fra politica, m o n d a n i t à e cultura: la regina Cristina di Svezia. Era figlia di quel Gustavo Adolfo, l'invincibile condottiero protestante della G u e r r a dei T r e n t ' a n n i , che abbiamo lasciato c a d a v e r e a L ù t z e n nel 1632. Q u a n d o e r a v e n u t a al m o n d o , l a levatrice l'aveva p r e s a p e r u n m a s c h i o : u n p o ' p e r c h é così gli astrologi a v e v a n o p r e d e t t o , u n p o ' p e r c h é questo sperava il Re, smanioso di un e r e d e al t r o n o , un po' p e r c h é il corpicino era inguainato nella placenta che gli nascondeva il sesso e si d i m e n a v a con virile protervia. Gustavo accolse il d i s i n g a n n o con filosofia. Sollevando la c r e a t u r i n a fra le braccia, disse: «Dev'essere in g a m b a , visto che ci ha imbrogliato così bene». Cristina aveva sei a n n i , q u a n d o rimase orfana. Più che sua m a d r e Eleonora - u n a principessa H o h e n z o l l e r n di Prussia, frivola e isterica -, alla sua educazione sovrintese il cancelliere Axel Oxenstierna, u n o statista fra i più g r a n d i del Seicento, imbevuto di Tacito e di Seneca. Era s e m p r e stato l'uomo di fiducia di Gustavo che p r i m a di m o r i r e lo aveva n o m i n a t o r e g g e n t e e t u t o r e della figlia. La scelta n o n p o t e v a rivelarsi p i ù giudiziosa. O x e n s t i e r n a assunse il c o m a n d o dell'esercito r i m a s t o o r f a n o del suo g r a n d e c o n d o t t i e r o , lo g u i d ò in altre vittoriose battaglie, e q u a n d o Cristina raggiunse la m a g g i o r e età, cioè i diciott'anni, le c o n s e g n ò u n o Stato p o t e n t e e m a g n i f i c a m e n t e organizzato. C h e c c h é d i c a n o certi memorialisti in vena di piaggeria, Cristina n o n e r a bella, né faceva nulla p e r sembrarlo. Aveva 263
un c o r p o fragile, ma le g i u n t u r e massicce, la f r o n t e alta e p r o m i n e n t e , naso imperioso, bocca larga. Si lavava poco, vestiva c o m e un b ù t t e r o , cacciava con passione, e bestemmiava a b b o n d a n t e m e n t e . Alcuni biografi dicono che si c o m p o r tava così, da maschio, p e r c h é sua m a d r e n o n faceva che rinfacciarle di essere n a t a femmina. C o m u n q u e dava p r o p r i o l ' i m p r e s s i o n e di aver sbagliato sesso. Prediligeva infatti la c o m p a g n i a degli u o m i n i , e si dice che ne abbia a m a t o u n o : M a g n u s de la G a r d i e . Ma n o n s e m b r a c h e la relazione sia uscita d a l c a m p o d e i s e n t i m e n t i . Il gesuita c h e d o p o la c o n v e r s i o n e essa si p r e s e c o m e confessore riferì all'ambasciatore d i S p a g n a c h e C r i s t i n a e r a allergica all'amplesso p e r c h é ci vedeva u n a forma di sottomissione c h e il suo car a t t e r e i n d i p e n d e n t e n o n poteva accettare. Detto in parole p o v e r e , e r a lesbica, e n e m m e n o la ragion di Stato che le imp o n e v a di d a r e un e r e d e al t r o n o riuscì a farle s u p e r a r e la repulsione al m a t r i m o n i o . Rimase ostinatamente zitella, e le u n i c h e l e t t e r e d ' a m o r e le scrisse a u n a damigella di corte» Ebba S p a r r e , c h e u n g i o r n o p r e s e n t ò a l l ' a m b a s c i a t o r e inglese d i c e n d o g l i c o n la sua abituale sfrontatezza: «Ecco la mia c o m p a g n a di letto». Anche p e r c h é dormiva poco, aveva studiato furiosamenite, conosceva il latino, il greco e l'ebraico, oltre a q u a t t r o ling u e m o d e r n e fra cui l'italiano, e teneva un'attiva corrispond e n z a con tutti i «notabili» della c u l t u r a e u r o p e a . Ne attirò alcuni alla sua C o r t e , da G r o z i o a C a r t e s i o , e a molti altri d i e d e m o d o di p r o s e g u i r e i loro studi con g e n e r o s i finanziamenti. La sua passione mecenatesca e r a di s t a m p o rinascimentale. Vuotò le casse del Tesoro p e r fare di Uppsala là più g r a n d e Università del N o r d , altre d u e ne creò a Turku in Finlandia e a T a r t u in Estonia, che allora facevano parte dei suoi possedimenti, i m p i a n t ò u n a casa editrice i m p o r t a n do s t a m p a t o r i d a l l ' O l a n d a , e i n g a g g i ò C o m e n i o c o m e riformatore del sistema scolastico. Q u e s t o la mise spesso in u r t o con Oxenstierna, l'integro e fedele Cancelliere che aveva a c u o r e il bilancio. Ma n o n c'è d u b b i o che la Svezia fece 264
con Cristina il salto che l ' I n g h i l t e r r a aveva fatto con Elisabetta. Attività e successi n o n b a s t a v a n o tuttavia a r i e m p i r l e la vita. Cercò un c o m p e n s o alla p r o p r i a irrequietezza nella filosofia, e si mise in r e l a z i o n e c o n Pascal, c h e le m a n d ò in d o n o , c o m e abbiamo detto, u n a specie di computer avanti lett e r a di sua i n v e n z i o n e . C h e fosse travagliata da un v e r o e p r o p r i o p r o b l e m a religioso, molti lo m e t t o n o in d u b b i o , e a n c h e noi ci c r e d i a m o poco. I dignitari della Chiesa luterana cui la Svezia si e r a massicciamente convertita, accusavano anzi Cristina di ateismo, e ne d a v a n o la colpa al suo m e dico francese Bourdelot, ch'era a n c h e suo consulente spirituale. Secondo Voltaire, essa si e r a convinta, a furia di bazzicar filosofi, che la verità è p e r l ' u o m o un t r a g u a r d o i r r a g giungibile, e che perciò meglio valeva contentarsi di quella rivelata dalla Chiesa cattolica, c h e a l m e n o aveva dalla sua l'autorità dei secoli e di R o m a . Forse è così. Ma forse, sulla sua inclinazione, influirono a n c h e altri motivi. I l u t e r a n i , cui e r a stata affidata la sua educazione religiosa, avevano seguito il precetto dei gesuiti: «Impadronitevi di u n ' a n i m a di sette a n n i , e sarà vostra p e r tutta la vita». Ma qualche volta succede il c o n t r a r i o . E q u e sto c r e d i a m o che sia stato il caso di Cristina. Essa aveva detestato i minacciosi s e r m o n i e il severo rituale di q u e i suoi p r e c e t t o r i , che c e r c a v a n o d'istillarle i n s i e m e l ' a m o r e della Bibbia e l'odio p e r la cultura umanistica e rinascimentale di cui il cattolicesimo è intriso. E forse e r a stato p r o p r i o p e r reazione a questa severa p e d a g o g i a c h e la giovanetta si era tuffata in quella c u l t u r a e se n ' e r a imbevuta. Se vi cercasse u n a consolazione dell'anima, n o n s a p p i a m o . C e r t a m e n t e vi trovò un a p p a g a m e n t o dell'intelletto e dei sensi. Ciò c h e l'attirava delle c a t t e d r a l i e basiliche r o m a n e n o n e r a Dio, ma Raffaello e Michelangelo. La regina di Svezia n o n amava la Svezia, e cercava di trasformarla in un'altra Italia. C o n t r o la conversione militava la r a g i o n di Stato. C o m e poteva la figlia del g r a n d e c a m p i o n e della causa p r o t e s t a n 265
te r i n n e g a r e la fede del p a d r e e restare r e g i n a di un Paese l u t e r a n o ? M a d ' a l t r a p a r t e p e r c h é r e s t a r l o , visto c h e n o n poteva d a r e un e r e d e al trono? Per a n n i essa covò la sua irresolutezza, ma senza del tutto riuscire a n a s c o n d e r l a . Nel Paese c o m i n c i a r o n o a s e r p e g g i a r e i n q u i e t u d i n i e sospetti, di cui alcuni nobili si avvalsero p e r t e n t a r e u n a rivolta. Cristina la soffocò alla m a n i e r a d e l p a d r e , cioè col s o m m a r i o massacro dei responsabili. Ma era scontenta della Svezia, e la Svezia di lei. C o n la sua prodigalità, aveva a p e r t o grosse falle nel suo p a t r i m o n i o p r i v a t o , e il f e r r e o O x e n s t i e r n a , a p p o g g i a t o dal p a r l a m e n t o , le impediva di stender la m a n o su quello dello Stato. I n o l t r e la salute aveva smesso di assisterla, il r i g i d o clima le p r o c u r a v a c o n t i n u e b r o n c h i t i , e questo le impediva di trovare sfogo nelle cavalcate e cacciate di un t e m p o . Nel '51 (aveva venticinqu'anni), essa scoprì che un interp r e t e dell'Ambasciata p o r t o g h e s e , un certo Macedo, era in realtà un gesuita a d d e t t o allo spionaggio. Invece di espellerlo, se lo prese come confidente, ebbe con lui varie discussioni sui p r o b l e m a religioso, e un g i o r n o gli c o n s e g n ò u n a lettera p e r il Generale d e l l ' O r d i n e a Roma, in cui essa chiedeva di m a n d a r l e - travestiti, s'intende, e con falso n o m e d u e teologi che la p r e p a r a s s e r o alla conversione. L'invito suscitò g r a n d e sensazione in Curia, dove lì p e r lì si p e n s ò che l'abiura di Cristina, oltre a r a p p r e s e n t a r e un grosso colpo propagandistico p e r la Chiesa, le avrebbe p e r m e s s o di recup e r a r e l'intera Svezia, o r m a i tra le più forti p o t e n z e e u r o p e e . Ma i d u e messi, inviati subito a Stoccolma, furono presto disingannati. Essi t r o v a r o n o u n ' i n t e r l o c u t r i c e in p r e d a più a preoccupazioni politiche che a crisi mistiche. Cristina n o n voleva discutere di teologia; voleva soltanto sapere quale r a n g o le avrebbero riconosciuto a Roma se vi si fosse stabilita, e intanto p r e p a r a v a con O x e n s t i e r n a u n a successione al t r o n o che garantisse alla Svezia la continuità dinastica e a lei p e r s o n a l m e n t e u n a liquidazione di tutto favore. Malgrado le sue turbe spirituali, essa i n s o m m a restava u n a d o n n a 266
coi piedi b e n piantati p e r t e r r a , e Io dimostrò c o n t r a t t a n d o puntigliosamente titoli, a p p a n n a g g i o e p r e b e n d e . C o m e e r e d e si era scelto il cugino Carlo Gustavo, che già le aveva i n u t i l m e n t e p r o p o s t o di sposarla e che aveva d a t o b u o n e p r o v e di soldato e di statista. Il p a r l a m e n t o espresse il suo g r a d i m e n t o , e nel g i u g n o del '54 Cristina disse addio al suo t r o n o e al suo p o p o l o . La cerimonia fu solenne e comm o v e n t e . Cristina d e p o s e su un cuscino la s p a d a e lo scettro, svestì il rosso m a n t o regale r e s t a n d o in un semplice abito di seta bianca, e p r o n u n c i ò un b r e v e discorso, patetico ma senza retorica, che i n u m i d ì gli occhi di tutti gli astanti. Q u a n d o curvò la testa p e r c h é le togliessero la corona, ness u n o volle farlo, ed essa dovette r i c o r r e r e a un o r d i n e . Fu i'ultimo che dette c o m e regina, ma n o n come d o n n a . Poi fece, da suddita a sovrano, u n a riverenza a Carlo Gustavo, che reciprocò la cortesia r e g g e n d o a Cristina le redini del cavallo. Era un gesto i m p o r t a n t e , nell'etichetta di allora: p e r secoli, Papi e I m p e r a t o r i si e r a n o f u r i o s a m e n t e contesi il diritto di esigerlo gli u n i dagli altri. Esso riassumeva i cavallereschi sentimenti del n u o v o Re, coronato col n o m e di Carlo X, verso Cristina. Per la traversata del Baltico, egli le offrì u n a i n t e r a flotta, ch'essa d e c l i n ò ; e p p o i la r i n c o r s e fino a Halmstad in G e r m a n i a con un messaggio in cui ancora u n a volta le p r o p o n e v a di sposarlo e di dividere il t r o n o con lui. Ma Cristina, m e t t e n d o piede sul continente, aveva esclamato con t r i p u d i o : «Eccomi finalmente libera e l o n t a n a dalla Svezia, dove s p e r o di n o n t o r n a r e mai più!» Il seguito delle sue a v v e n t u r e d i m o s t r a q u a n t o essa ne fosse avida. Vestita da u o m o e con un falso n o m e , si divertì a beffare i Reali di Danimarca c h ' e r a n o venuti ad accoglierla alla frontiera e che v i d e r o a r r i v a r e soltanto il suo bagaglio. Scandalizzò la G e r m a n i a razzista facendosi ospitare ad A m b u r g o dal suo b a n c h i e r e e b r e o . Attraversò in incognito la p r o t e s t a n t e O l a n d a . Ma in Belgio, Paese cattolico, si p r e sentò da Regina, e c o m e tale volle essere trattata. L'atto di abiura alla fede l u t e r a n a n o n lo aveva ancora c o m p i u t o . In267
t e n d e v a farlo a R o m a , un p o ' p e r d a r e al gesto la solennità di cui e r a s e m p r e avida e che solo i d r a m m a t i c i scenari dell'Urbe p o t e v a n o conferirgli, un po' p e r c h é voleva risolvere le s u e p e n d e n z e finanziarie c o n la Svezia p r i m a d'in i m i c a r s e n e con quel gesto la pubblica o p i n i o n e . S'era infatti accorta che le vaste p r o p r i e t à immobiliari lasciate lassù le r e n d e v a n o poco, p r e t e n d e v a r i v e n d e r l e allo Stato, e sicc o m e Carlo nicchiava, cominciò a spargere calunnie contro di lui. Arrivò perfino a dire che n o n riusciva a m o n t a r e a cavallo t a n t ' e r a grasso: il che, riferito a un condottiero che tra poco avrebbe offuscato perfino il ricordo del g r a n d e Gustavo Adolfo q u a n t o a rapidità di m a n o v r e , diventava ridicolo. Il Papa le fece p e r ò sapere che a R o m a doveva presentar^ si già convertita. E questo la costrinse ad anticipare la cerim o n i a a I n n s b r u c k . L'Urbe tuttavia gliene p r e p a r ò un'altra in cui rifulse tutto il suo genio teatrale e pubblicitario. Cristina fu accolta come se nelle sue valige portasse, p e r restituirle alla Chiesa, le province che L u t e r o le aveva tolto. Tutto il clero in p a r a m e n t i , capeggiato da u n a t r e n t i n a di cardinali, e t u t t o il p o p o l o g u i d a t o dai suoi nobili in alta u n i f o r m e la scortarono fino a San Pietro, dove Alessandro V I I l'attendeva. Ci furono parate, feste, luminarie a n o n finire. L'illustre ospite si accasò d a p p r i m a in palazzo Farnese, ed ebbe R o m a ai suoi piedi. D o p o aver tanto almanaccato per disfarsi del suo titolo di Regina, teneva moltissimo a essere considerata ancora tale, e i r o m a n i la c o n t e n t a r o n o facendo di lei la loro first lady. Prima di fissarsi definitivamente fra lor o , volle fare un viaggio in Francia p e r incontrare n o n tanto Luigi XIV, a p p e n a d i c i o t t e n n e , q u a n t o gli scrittori e gli scienziati, di cui le era giunta la fama. Voltaire dice che volle vedere anche N i n o n de Lenclos, t e m p o r a n e a m e n t e rinchiu<sa in convento da tante ne aveva fatte, p e r c h é l'attiravano i suoi peccati, il suo spirito e la sua spregiudicatezza. Parigi fu piuttosto scandalizzata dai m o d i di quella strana d o n n a che parlava e rideva a voce t r o p p o alta e contravveniva continuam e n t e all'etichetta, p u r e s i g e n d o n e dagli altri il più scrupo268
Ioso rispetto. Ma fu a d d i r i t t u r a orripilata q u a n d o Cristina, accortasi c h e u n g e n t i l u o m o del suo seguito, Monaldeschi, faceva dello spionaggio contro di lei, lo c o n d a n n ò a m o r t e e lo fece giustiziare negli a p p a r t a m e n t i in cui il Re la teneva ospite. Tutti trassero un respiro di sollievo q u a n d o quell'ing o m b r a n t e personaggio ripartì p e r l'Italia. Rientrata a Roma, lasciò palazzo Farnese, t r o p p o costoso p e r le s u e m a l c e r t e finanze, e si trasferì in quello Corsini, che allora p o r t a v a il n o m e dei Riario. Glielo aveva trovato il cardinale Decio Azzolino, diventato il suo u o m o di fiducia e forse qualcosa di più. Q u i siamo di fronte allo stesso mistero che seguita ad avvolgere i trascorsi con M a g n u s . Le inclinazioni d i C r i s t i n a n o n e r a n o c e r t a m e n t e c a m b i a t e . P u r p r e d i l i g e n d o la c o m p a g n i a degli u o m i n i , essa continuava a n u t r i r e p e r il loro a m p l e s s o la p i ù p r o f o n d a avversione, e della p e r d i t a di Ebba si era consolata p r e n d e n d o sotto la sua p r o t e z i o n e u n a certa Angelica Giorgini, eccellente s o p r a n o e g r a n bella figliola. Per di più Azzolino n o n aveva n i e n t e di efebico. E nulla di lui, se n o n l'intelligenza, p o t e v a attirare Cristina. E p p u r e , a n c h e se n o n s a p p i a m o fino a che p u n t o , un idillio fra loro ci fu. «Voglio vivere e m o r i r e c o m e vostra schiava» essa gli dice in u n a lettera. Tutta R o m a parlava di quella r e l a z i o n e . E il C a r d i n a l e d o v e t t e giustificarsene di fronte al P a p a , g i u r a n d o g l i c h e in essa n o n c ' e r a n u l l a di peccaminoso. Il Papa n o n era p i ù Alessandro V I I , ma C l e m e n t e IX, un Rospigliosi g r a n s i g n o r e , c h e c o n d i v i d e v a la p a s s i o n e festaiola di Cristina. Insieme essi organizzarono nel '69 il p i ù bel carnevale di tutti i t e m p i con accecanti l u m i n a r i e e chilometriche sfilate di carri. Su u n o di essi troneggiava, in vesti di A r m i d a , M a r i a M a n c i n i C o l o n n a , la n u o v a bellissima «stella» d e l g r a n m o n d o r o m a n o . S e m b r a c h e fra l e d u e d o n n e covasse u n a s o t t e r r a n e a rivalità. M a C r i s t i n a e b b e l'avvertenza di nasconderla, e dal suo palco regale ricambiò la r i v e r e n z a della bellissima trionfatrice col gesto con cui i sovrani in carica d e s i g n a n o l ' e r e d e al t r o n o . Essa si p r e s e 269
c o m u n q u e u n a specie di rivincita intellettuale finanziando u n o spettacolo teatrale p e r i n t e n d i t o r i , Eempio punito di Fil i p p o Acciajoli, affidato a l l ' i n t e r p r e t a z i o n e del p i ù g r a n d e a t t o r e dell'epoca: T i b e r i o Fiorirli, d e t t o Scaramuccia. C o n t u t t i gli e s p o n e n t i dell'aristocrazia e della c u l t u r a , p r e senziavano ventisei cardinali e, nascosta in un palco p e r c h é n o n invitata, Maria Mancini. Cristina era o r m a i la g l a n d e p a t r o n e s s a della vita r o m a n a , c h e gravitava quasi e s c l u s i v a m e n t e su palazzo Riario. Q u i essa aveva fondato u n a Accademia reale, che fu il nucleo originario della famosa Arcadia, e di cui essa stessa aveva red a t t o statuto e r e g o l e . I suoi interessi e r a n o l e o n a r d e s c h i . C o m e archeologa, i n t r a p r e s e degli scavi e ne fu c o m p e n s a t a dal r i n v e n i m e n t o di u n a s t u p e n d a Venere del p r i m o secolo avanti Cristo. C o m e collezionista, riuscì a i n c e t t a r e tele di T i z i a n o , R u b e n s e Raffaello. A d o r a v a B e r n i n i , a n d a v a sov e n t e nel suo studio a g u a r d a r l o scolpire, gli commissionò u n o specchio, e q u a n d o il m a e s t r o m o r ì lasciando u n a modesta f o r t u n a di q u a r a n t a m i l a scudi, Cristina esclamò: «Se fosse stato al mio servizio, sarebbe stato molto p i ù ricco». L a sua p a s s i o n e f o n d a m e n t a l e p e r ò r e s t a v a i l t e a t r o . Avrebbe voluto a v e r n e u n o p e r conto suo c o m e i Colonna e i Barberini, ma n o n a v e n d o abbastanza soldi p e r m a n t e n e r lo, si c o n t e n t ò di a i u t a r e l'Acciajoli a f o n d a r e quello di Tor di N o n a , che fu i n a u g u r a t o nel '71 con u n ' o p e r a lirica,.Scipione Africano, dedicata a lei, e fu un g r a n d e successo. Da allora essa lo diresse quasi da impresaria scritturando di persona i cantanti. Ne ebbe alle sue d i p e n d e n z e di famosi, e ne e r a così gelosa che q u a n d o il D u c a di Savoia le p o r t ò via il castrato Antonio Rivani detto Cicciolino, il C a r u s o del temp o , essa scrisse a un suo agente: «Fate sapere a tutti c h e Cicciolino è r o b a mia, e se n o n c a n t a p e r me n o n c a n t e r à p e r nessun altro. Se ha p e r s o la voce, c o m e vogliono farmi cred e r e , n o n i m p o r t a : lo rivoglio com'è, e guai a lui se n o n torr na al mio servizio». Cicciolino, c h e conosceva la storia del Monaldeschi, si affrettò a obbedire. 270
Un'altra passione di Cristina, condivisa da Azzolino, e r a l'alchimia. Aveva istallato a palazzo Riario u n a «distilleria» cui aveva p r e p o s t o il p i ù a c c r e d i t a t o «mago» del t e m p o , il B a n d e r a , di cui seguiva con t r e p i d a z i o n e gli e s p e r i m e n t i . Diceva di farlo p e r a m o r e della scienza, di cui p u r e si considerava patronessa, fino a m e t t e r e a disposizione i suoi saloni all''Accademia di Esperienza fondata in quegli a n n i dal Campini. In realtà - ed e r a q u e s t o u n o d e i suoi p o c h i caratteri femminili -, e r a il lato stregonesco e fattucchiero di quegli a l m a n a c c a m e n t i fra s t o r t e e alambicchi, c h e sollecitava la sua fantasia. P e r c h é di fantasia ne aveva m o l t a , e la sfogava in o g n i sorta di tresche, a n c h e politiche. D o p o aver rinunziato a un t r o n o , n o n aveva m a i smesso d i b r i g a r e p e r p r o c u r a r s e n e un a l t r o : o r a quello di Polonia, o r a quello di F i a n d r e , o r a quello di N a p o l i . O g n i t a n t o s t u d i a v a p r o g e t t i e avanzava p r o p o s t e fantapolitiche, c o m e quella che Cromwell, il dittatore p u r i t a n o d ' I n g h i l t e r r a , abbracciasse la fede cattolica r i n n e g a n d o quella calvinista, e ottenesse dalla Chiesa l'investitura a Re. N o n rinunziò mai al sogno di c o m b i n a r e un'alleanza fra i sovrani d ' E u r o p a p e r u n a crociata c o n t r o i turchi, di cui sperava che le affidassero il s u p r e m o c o m a n d o : e qui e r a il s a n g u e p a t e r n o che lé ricicciava nelle vene. Ma e r a s o p r a t t u t t o nei Conclavi che si sbrigliavano le sue risorse d'intrigo, p e r c h é questa devota figlia della Chiesa si c o m p o r t a v a c o m e se ne fosse stata la m a d r e . N a t u r a l m e n t e essa avrebbe voluto v e d e r e sul Soglio il prediletto Azzolino. Ma siccome costui n o n e r a «papabile», e n t r a m b i si battevano p e r il successo di q u a l c u n o della loro clientela. E p e r ten e r e Cristina al c o r r e n t e di c o m e a n d a v a n o le cose, Azzolino violava a n c h e il segreto del Conclave, inviandole di nascosto delle lettere in cui alle previsioni sulle scelte dello Spirito Santo si mescolavano s p u n t i di galanteria. Ma il giuoco era più grosso di loro, e quasi s e m p r e li deluse. Lo smacco più c o c e n t e l ' e b b e r o alla m o r t e di C l e m e n t e X, q u a n d o al Soglio salì, c o m e I n n o c e n z o XI, l'austero Odescalchi, che i 271
r o m a n i ribattezzarono subito Papa minga p e r la sua p r o p e n sione a r i s p o n d e r e a tutto e a tutti di no nel suo dialetto milanese. Lo disse subito a n c h e al teatro di Tor di N o n a ordin a n d o n e l a c o n v e r s i o n e i n u n g r a n a i o . Cristina r e a g ì con tali bestemmie, che perfino i suoi stallieri ne furono scandalizzati. Per un pezzo essa covò a d d i r i t t u r a il proposito di lasciare Roma, o r a che quel Pontefice p u r i t a n o la stava trasformando in u n a q u a r e s i m a da farle r i m p i a n g e r e la Stoccolma lut e r a n a , e scrisse a suo c u g i n o Carlo c h i e d e n d o g l i l'investit u r a al Ducato di B r e m a . Ma anche quella m a n o v r a a n d ò a m o n t e , e l'inacidita Cristina si sfogò in calunnie e provocazioni contro I n n o c e n z o . Un giorno un servo dell'Ambasciata di Francia fu arrestato p e r furto, ma riuscì a scappare e si rifugiò in palazzo Riario. Le g u a r d i e p a p a l i n e cercarono di riacciuffarlo, ma Cristina le fece scacciare, e q u a n d o seppe che il tribunale aveva c o n d a n n a t o in contumacia il transfuga alla p e n a capitale, scrisse al magistrato: «Avete disonorato voi stesso e il vostro p a d r o n e . Ma io vi g i u r o che i vostri c o n d a n n a t i a m o r t e v i v r a n n o . E se d o v e s s e r o m o r i r e di m o r t e violenta, altri farà la stessa fine». Q u a n d o glielo rifer i r o n o , il Papa c o m m e n t ò con un sospiro: «Eh, le donne!...» C o n gli anni, la sua protervia un p o ' si addolcì. Aveva cominciato a scrivere la p r o p r i a biografia. Ma, essendo b u o n giudice di p r o s a , capì che la sua n o n valeva g r a n c h é , e ripiegò sulla confezione di certi aforismi in cui c'è un p o ' di La Rochefoucauld, un po' di Molière, ma parecchio anche di Cristina. Un turista francese che v e n n e a visitarla nell"88 così la descrive: «A s e s s a n t a n n i s u o n a t i , è quasi p i ù larga che l u n g a , vestita c o m e u n a c o n t a d i n a , con u n g r a n naso, g r a n d i occhi blu e un d o p p i o m e n t o da cui spruzzano isolati peli di barba». Seguitava a interessarsi di tutto, ma cominciava ad accorgersi che viveva in un Paese in piena decadenza. Scriveva al suo vecchio amico B o u r d e l o t : «Qui, di vivo, ci sono soltanto i morti, e solo con loro si p u ò parlare...» Un g i o r n o , alla fine di quello stesso a n n o , stava provan272
d o u n abito d a c e r i m o n i a , q u a n d o e n t r ò u n a c a r t o m a n t e che aveva libero accesso alle sue stanze. Cristina le disse: «Sento c h e q u e s t o abito l o i n d o s s e r ò p e r u n a c e r i m o n i a molto i m p o r t a n t e . Riesci, sibilla, a v e d e r e quale?» «Sì,» rispose la d o n n a «il vostro funerale, che n o n è m o l t o lontano.» «Hai detto il vero, ma lo sapevo digià» c o m m e n t ò Cristina, i m p e r t u r b a b i l e . S i a m m a l ò p o c o d o p o , d u r a n t e u n viaggio nel Mezzogiorno. N o n e r a u n a novità: p e r tutta la vita aveva sofferto, a p e r i o d i , di febbri e svenimenti, di cui n e s s u n m e d i c o e r a riuscito a c a p i r e l'origine. Molto p r o b a b i l m e n t e si trattava di manifestazioni p s i c o s o m a t i c h e p e r c h é si a c c o m p a gnavano a coliti, depressioni e insonnie. Ma stavolta la crisi fu più grave e seguita da u n a tale prostrazione che disperar o n o di salvarla. Invece poi migliorò. E forse si sarebbe del tutto rimessa, se n o n le fosse occorso un i n c i d e n t e che agì su di lei c o m e un t r a u m a . La sua diletta Angelica viveva confinata nel palazzo da q u a n d o il Papa, che nel suo odio p e r ogni m o n d a n i t à e specialmente p e r il t e a t r o considerava le cantanti c o m e d o n n e p e r d u t e , aveva o r d i n a t o di r i n c h i u d e r l a in convento. Cristina n a t u r a l m e n t e se la teneva in casa n o n solo p e r a m o r e di lei, ma a n c h e p e r dispetto al Pontefice. Bella com'era, la ragazza faceva gola a molti uomini. E fra questi c'era un abate Vanini, n o t o l i b e r t i n o , che con u n a m a n c i a d i mille scudi riuscì a c o r r o m p e r e la m a d r e di Angelica e si fece int r o d u r r e nel suo a p p a r t a m e n t o . Ma la ragazza o p p o s e resistenza e lanciò tali urla che i servi accorsero e costrinsero il ribaldo alla fuga. Q u a n d o Cristina, tuttora a letto convalescente, lo s e p p e , in un accesso di furore o r d i n ò al capitano delle sue g u a r d i e di acciuffare l'abate e di p o r t a r g l i e l o vivo o m o r t o , e p p o i svenne. N o n si r i p r e s e più. Per alcuni giorni rimase senza coscienza, c o s t a n t e m e n t e vegliata dal fedele Azzolino e dalle p r e g h i e r e del Papa che, d i m e n t i c o dei vecchi dissapori, le m a n d ò la sua speciale b e n e d i z i o n e . E all'alba del 19 aprile 273
(1689) spirò. Nel t e s t a m e n t o n o m i n a v a Azzolino suo e r e d e universale ed esprimeva il desiderio di essere sepolta senza alcuna p o m p a nel P a n t h e o n , accanto al suo prediletto Raffaello. S e b b e n e Azzolino lottasse fino all'ultimo p e r far ris p e t t a r e le s u e v o l o n t à , esse f u r o n o sacrificate alle conven i e n z e pubblicitarie. Per q u a t t r o g i o r n i t e n n e r o esposto il c a d a v e r e i n u n a s o n t u o s a c a p p e l l a a r d e n t e , e p p o i l o cond u s s e r o in s o l e n n e p r o c e s s i o n e fino à San P i e t r o , d o v e lo s o t t e r r a r o n o . Ma - fosse p e r sbaglio o con malizia - la corona che le avevano d e p o s t o sulla b a r a n o n era quella vera di Regina, ma quella ch'essa aveva p o r t a t o nel suo p r i m o carnevale r o m a n o del '69. Azzolino p e n s ò d i elevarle u n mon u m e n t o , ma n o n fece in t e m p o p e r c h é a n c h e lui m o r ì poc o d o p o . Solo alla f i n e del secolo p a p a C l e m e n t e X I , u n o dei p o c h i sopravvissuti f r e q u e n t a t o r i di palazzo Riario, ne affidò l'incarico allo scultore Fontana. L'opera è p r e g e v o l e . Ma il suo stile agiografico e declam a t o r i o , lungi dal rivelarlo, tradisce in p i e n o il carattere di Cristina: questa figlia del r e g g i m e n t o dal sesso sbagliato, pop o i a n a , selvatica e a u t o r i t a r i a , c h e a n c h e senza t r o n o era riuscita a restare regina, ma mai a diventare quello che pi$ di ogni altra cosa avrebbe voluto essere: u n a d o n n a .
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CAPITOLO VENTICINQUESIMO
M O N T E V E R D I E IL M E L O D R A M M A
Nel 1598, in u n a sala di palazzo Corsi a Firenze, fu r a p p r e sentato p e r la p r i m a volta un d r a m m a i n t e r a m e n t e cantato. L'avevano messo in scena i soci d ' u n cenacolo musicale che, dal n o m e del suo m e c e n a t e , si chiamava «Camerata d e ' Bardi». Agli occhi e agli orecchi dei profani l'avvenimento passò del tutto inosservato. E p p u r e esso segnò la d a t a di nascita del m e l o d r a m m a , un g e n e r e musicale destinato a r a p p r e sentare p e r oltre d u e secoli il più g r a n d e e forse l'unico originale c o n t r i b u t o della civiltà artistica italiana a quella occidentale. N o n è facile far la storia della sua l u n g a e lenta gestazione, cioè fissare le t a p p e che d i e d e r o vita a questa n u o v a forma espressiva, n a t a dal c o n n u b i o di p a r o l e e m u s i c a . La «Camerata d e ' Bardi» p o r t ò a c o m p i m e n t o un processo che già da t e m p o era nell'aria e che aveva c o m e obiettivo di mettere in n o t e un testo d r a m m a t i c o , t r a s f o r m a n d o gli attori in cantanti. A n c h e la scelta del soggetto fu un'innovazione. L'opera r a p p r e s e n t a t a a palazzo Corsi s'ispirava al mito di Dafne, cioè a un t e m a profano al posto di quelli sacri rimasti fin allora in voga. C e r t a m e n t e a n c h e le c o n d i z i o n i sociali e a m b i e n t a l i e i p r e c e d e n t i storici c o n t r i b u i r o n o a fare dell'Italia la culla dell'opera. N e s s u n Paese d ' E u r o p a vantava u n a tradizione musicale p i ù antica e feconda. Essa risaliva al cristianesimo primitivo delle catacombe, dove le c o m u n i t à dei fedeli si davano convegno a l t e r n a n d o la p r e g h i e r a al canto, considerato n o n solo un e l e m e n t o di coesione, ma a n c h e u n a p o t e n t e arma di proselitismo p e r c h é , più della predicazione, colpiva 275
la fantasia e commuoveva. Q u a n d o il cristianesimo uscì dalla clandestinità e d i v e n n e religione di Stato, la musica entrò nelle chiese. D u e secoli d o p o , G r e g o r i o M a g n o le d i e d e un c a n o n e e ne fece p a r t e i n t e g r a n t e della liturgia. Per tutto il Medio Evo i canti gregoriani, senza a c c o m p a g n a m e n t o strum e n t a l e e senza c o n t r a p p u n t o , e c h e g g i a r o n o fra le navate delle g r a n d i cattedrali, rafforzando con le loro mistiche suggestioni la Fede. D o p o G r e g o r i o , i progressi furono lenti e scarsi, finché, i n t o r n o al Mille, un aretino di n o m e Guittone, d o p o l u n g h e ricerche, diede alla musica il suo alfabeto, cioè le note, allarg a n d o n e il c a m p o d ' a z i o n e e p o r t a n d o l a fuori d e i confini e n t r o i quali sin allora e r a r i m a s t a p r a t i c a m e n t e chiusa: le chiese e i conventi. A n c h e lo sviluppo della cavalleria favorì la mondanizzazione della musica e la sua diffusione. Fu infatti nei turriti castelli, s p e c i a l m e n t e in P r o v e n z a , c h e n a c q u e r o le n u o v e melodie, m o d u l a t e sulla lira da b a r d i erranti, che n a r r a v a n o a v v e n t u r e d ' a m o r e , di g u e r r a e di m o r t e d ' e r o i veri o immaginari, di cavalieri senza macchia e senza p a u r a che avevano solcato i m a r i p e r liberare il Santo Sepolcro o messo a repentaglio la p r o p r i a vita p e r il c u o r e d ' u n a d o n n a . Il canto cavalleresco contagiò l'Europa. Il testo, concepito all'inizio in latino, finì p e r piegarsi agl'idiomi nazionali. Il troubadour francese diventò minstrel in I n g h i l t e r r a , trobador in Spagna, minnesanger in G e r m a n i a e trovatore in Italia. Anche gli s t r u m e n t i si m o l t i p l i c a r o n o : c o m p a r v e r o la viola, il violino, l'arpa; si raffinò la scienza degli accordi, o armonia. Il r e p e r t o r i o s'articolò, e ciascun Paese vi c o n t r i b u ì con le sue saghe e le sue l e g g e n d e : quella g e r m a n i c a dei Nibelunghi, quella scandinava dell'Edda, quella spagnola del Cid. La musica trovadorica assestò un d u r o colpo a quella tradizionale d'ispirazione liturgica, e spezzò il m o n o p o l i o della Chiesa in questo c a m p o . Successivamente, la rinascita delle città e la formazione delle borghesie mercantili e laiche coop e r a r o n o a m e t t e r e in crisi gl'ideali religiosi c h e avevano 276
d o m i n a t o l'alto M e d i o Evo. Le arti, musica c o m p r e s a , acc e n t u a r o n o il loro anelito verso forme p r o f a n e . A n c h e la tecnica p r o g r e d ì . La m o n o d i a , il canto cioè a u n a sola voce, tipico del trovatore, cedette il passo a u n a più evoluta e complessa polifonia, combinazione simultanea di più voci e strumenti. I principali centri della n u o v a musica sorsero nelle Fiand r e , c h e f o r n i r o n o c o m p o s i t o r i e c a n t a n t i a t u t t o il C o n t i nente. Le corti e u r o p e e fecero a g a r a nell'accaparrarseli. I circoli filarmonici s p u n t a r o n o come funghi, specialmente in G e r m a n i a . A N o r i m b e r g a , un g r u p p o di cittadini di vario ceto e c e n s o (notai, sarti, p a n e t t i e r i , calzolai) si r i u n i v a n o ogni sera ad ascoltare ed e s e g u i r e musica. Ad essi W a g n e r dedicherà u n a delle sue o p e r e più celebri: I maestri cantori. II mecenatismo dei nuovi ricchi e l'entusiasmo p o p o l a r e favorirono la p r o m o z i o n e sociale dei musici professionisti, trattati fin allora alla stregua dei vagabondi, dei mendicanti, dei d o m a t o r i d'animali. I Signori cominciarono a sollecitarne i servigi e a ricompensarli l a u t a m e n t e , i consigli c o m u n a li ad assoldarne in pianta stabile intere formazioni. Nel 1426 l'orchestra cittadina di B e r n a vantava tre pifferi, d u e t r o m bettieri, un c a n t o r e e un organista. I vecchi s t r u m e n t i si p e r fezionarono e se n ' i n v e n t a r o n o di nuovi. I musicisti s'associarono in corporazioni e si d i e d e r o o r d i n a m e n t i e statuti. A Vienna fu istituita la «fratellanza di San Nicola», che restò in vita c i n q u e secoli, in Francia acquistò fama la «Ménestrandie». Contesi al p a r i dei poeti, dei letterati, dei pittori, i musicisti d i v e n t a r o n o i pupilli, gli amici, i confidenti di papi, principi, i m p e r a t o r i . Ma la vera culla della musica fu, c o m e di tutte le altre arti, l'Italia del Rinascimento. Venezia, che all'inizio del Q u a t trocento era la città più m o d e r n a d ' E u r o p a e, coi suoi d u e centomila a b i t a n t i , u n a delle p i ù p o p o l o s e , s t r a p p ò alle Fiandre il p r i m a t o musicale. All'organo di San Marco s'avvic e n d a r o n o i p i ù famosi m a e s t r i del t e m p o , fra cui il fiammingo A d r i a n Willaert, le cui teorie esercitarono un influs277
so i m m e n s o sui c o n t e m p o r a n e i . A n c h e a R o m a la musica t r o v ò , s p e c i a l m e n t e n e i Papi, d e i p a t r o n i munifici e d e gl'intenditori squisiti. Il p r i m o «maestro» d e g n o di q u e s t o n o m e fu G i o v a n n i Pierluigi da Palestrina, d o v ' e r a n a t o i n t o r n o al 1525. A u n dici a n n i e n t r ò a far p a r t e del coro di Santa Maria Maggior e . P a p a Giulio I I I gli affidò la C a p p e l l a Giulia, d o v e venivano addestrati i cantori della Sistina. In segno di gratitudin e , Pierluigi dedicò al Pontefice il suo p r i m o libro di Messe. M e n o f o r t u n a t o fu coi successori. P a p a Marcello, suo p r o t e t t o r e , m o r ì t r e s e t t i m a n e d o p o aver cinto l a tiara. Paolo IV, c h e ne p r e s e il p o s t o , l ' a l l o n t a n ò dal Vaticano p e r c h é aveva p r e s o moglie e l'assegnò al coro di San Giovanni Lat e r a n o . T o r n ò in a u g e con Pio IV che lo colmò d ' o n o r i e favori. Ma fu il Concilio di T r e n t o c h e lo rese immortale. I fulmini della C o n t r o r i f o r m a a v e v a n o colpito a n c h e la musica sacra, fatta eccezione p e r i canti gregoriani. A Trento t u t t i i teologi s ' e r a n o trovati d ' a c c o r d o nell'«escludere dalle chiese t u t t a quella m u s i c a c h e i n t r o d u c e qualcosa d ' i m p u r o e lascivo, così che la Casa di Dio possa v e r a m e n t e essere c o n s i d e r a t a la casa della p r e g h i e r a » . Ma q u a n d o un c a r d i n a l e p r o p o s e d'abolire in blocco la musica polifonica; C a r l o B o r r o m e o i n s o r s e e c o m m i s s i o n ò al Palestrina u n a Messa p e r d i m o s t r a r e c h e polifonia e F e d e n o n e r a n o i n c o m p a t i b i l i . S e c o n d o u n a l e g g e n d a , f u r o n o gli angeli à d e t t a r e al musicista le n o t e della s u b l i m e Messa di p a p a Marcello. Il successo d e l l ' o p e r a d i s a r m ò a n c h e i critici più accaniti, e la polifonia fu salva. Pierluigi, elevato al r a n g o di musicista ufficiale della Chiesa, s ' a b b a n d o n ò alla p r o p r i a v e | na e scodellò un profluvio di messe, antifone, offertori, sai-mi, m a d r i g a l i . N e l 1592 i colleghi lo a c c l a m a r o n o « p a d r e c o m u n e di tutti i musicisti». » I suoi epigoni lo fecero r i m p i a n g e r e , c e d e n d o al virtuosismo e sacrificando l'arte alla tecnica. La polifonia, divenuta m a n i e r a e lenocinlo, d e c a d d e e riacquistò voga la m o n o d i a con a c c o m p a g n a m e n t o s t r u m e n t a l e . L'interesse dei compor 278
sitori, in altre parole, t o r n ò a concentrarsi sul c a n t a n t e singolo, o m e g l i o sui solisti c h e s ' a v v i c e n d a v a n o sulla scena, d o v e m u s i c a e recitazione s e g u i t a v a n o ad a l t e r n a r s i senza riuscire a fondersi. Bisognerà - come abbiamo visto - aspettare la «Camerata d e ' Bardi» p e r v e d e r i n t e r a m e n t e tradotto in n o t e un testo d r a m m a t i c o . Ma fu Claudio M o n t e v e r d i a far assurgere ad arte questa trasposizione e a d e t t a r n e u n a volta p e r tutte le regole. M o n t e v e r d i e r a n a t o a C r e m o n a n e l 1567, figlio d ' u n m o d e s t o cerusico. La sua vocazione musicale si manifestò p r e c o c e m e n t e , q u a n d o v e n n e c h i a m a t o a far p a r t e della cantoria della cattedrale. Aveva u n a bella voce e possedeva straordinarie doti d'esecutore. A quindici anni compose canzoni e m a d r i g a l i c h e lasciarono di stucco i suoi m a e s t r i ed e n t u s i a s m a r o n o i cremonesi. A v e n t i d u e si trasferì a Milano. C o n u n a c o m m e n d a t i z i a si p r e s e n t ò al p r e s i d e n t e del senato Ricardi e gli fece ascoltare, a c c o m p a g n a n d o s i sulla viola, alcuni m a d r i g a l i . Il Ricardi li trovò belli, l o d ò il loro autore, m a n o n mosse u n dito p e r aiutarlo. Claudio, sconsolato, rifece fagotto e p r e s e la via di Mantova, dove gli avevano a s s i c u r a t o c h e i G o n z a g a l ' a v r e b b e r o accolto a braccia aperte. O t t e n n e infatti il p o s t o di viola n e l l ' o r c h e s t r a di c o r t e , con u n o stipendio mensile di dodici scudi; il d u c a Vincenzo lo p r e s e subito a benvolere, lo p r o m o s s e maestro di cappella e se lo p o r t ò con sé p e r sei mesi in giro p e r l ' E u r o p a . Fu p e r lui u n ' e s p e r i e n z a i n d i m e n t i c a b i l e n o n solo p e r c h é conobbe gente n u o v a e v e n n e a contatto con musicisti famosi, ma a n c h e p e r c h é , a causa della tirchieria del Duca, d i e d e fondo ai p r o p r i r i s p a r m i e r i m p a t r i ò p i e n o di debiti. N e l 1599, col «particolare consenso» - c o m e dice un biografo del suo Signore, sposò la figlia d ' u n collega, Claudia Cattaneo, d o n n a d i g r a n d e bellezza, c h e oltre tutto g u a d a g n a v a fior di quattrini c o m e c a n t a n t e di corte. Il m a t r i m o n i o infatti - secondo i maligni - più che dall'amore, fu dettato dal bisogno d ' a r r o t o n d a r e con gli introiti della m o g l i e il m a g r o 279
stipendio che gli passava il Duca. Più che avido, Monteverdi e r a un ansioso. L'incubo di n o n riuscire a m e t t e r e d'accordo il desinare con la cena l'assillerà tutta la vita. L'importanza della carica che ricopriva, il successo delle sue composizioni, e s o p r a t t u t t o la p r e d i l e z i o n e del suo Sig n o r e gli attiravano l'invidia di molti cortigiani, che fecero a g a r a p e r screditarlo agli occhi del Duca. Un p o ' queste maldicenze, un p o ' il r i t a r d o nel p a g a m e n t o degli stipendi, un p o ' il sovraccarico di l a v o r o s p i n s e r o C l a u d i o a lasciare Mantova e rifugiarsi a C r e m o n a . Ma n o n passò m o l t o tempo che il Duca lo richiamò a corte. Q u i Claudio aveva conosciuto il p o e t a Alessandro Striggio e n'aveva fatto il p r o p r i o librettista. Da q u e s t o sodalizio n a c q u e r o le o p e r e p i ù belle del Monteverdi, fra cui VOrfeo, il suo capolavoro, che fu rapp r e s e n t a t o la p r i m a volta nel febbraio del 1607, l'anno stesv so in cui il musicista restò vedovo. \ L a m o r t e della m o g l i e , c h e a d o r a v a , l o p i o m b ò i n u n o sconforto m a g g i o r a t o a n c h e da gravi difficoltà economiche p e r la p e r d i t a dello stipendio di Claudia. C o n quello che lo s p a r a g n i n o Gonzaga passava a lui, c o m e avrebbe p o t u t o sfa* m a r e e m a n t e n e r e agli studi i d u e figli? N e m m e n o la trionr fale accoglienza tributata l'anno d o p o alla sua n u o v a o p e r a Arianna lo liberò dai crucci. Le malelingue n o n cessavano di calunniarlo e mettergli i bastoni fra le r u o t e , e il Duca seguis tava a tenerlo a stecchetto e a r i t a r d a r e i p a g a m e n t i . U n bei g i o r n o C l a u d i o p e r s e la pazienza e decise di c a m b i a r ariai Al suo S i g n o r e disse c h e quella di M a n t o v a gli p r o c u r a v i r e u m a t i s m i ed emicranie, e che d o p o tanto lavoro aveva bi* s o g n o d ' u n l u n g o p e r i o d o d i r i p o s o i n u n a città d a l clima p i ù mite. Il Duca lo supplicò di r e s t a r e , ma Claudio si raòistrò irremovibile. Solo q u a n d o il suo p r o t e t t o r e gli fece saf < p e r e c h e gli a v r e b b e a u m e n t a t o lo s t i p e n d i o e accordato u n a p e n s i o n e a n n u a di c e n t o scudi, il m a e s t r o dimenticò!? p r o p r i acciacchi e t o r n ò all'ovile. Ma n o n vi restò a lungo) Nel 1612 il duca Vincenzo m o r ì e il figlio Francesco, che raccolse i titoli e i debiti, licenziò quasi tutti gli artisti di cui*M il
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p a d r e s'era c i r c o n d a t o . N o n o s t a n t e la fama di cui g o d e v a , anche Claudio dovette sloggiare. Se ne t o r n ò a C r e m o n a , poi a n d ò a Milano a cercarsi un posto nel D u o m o . N o n lo trovò, e allora decise di trasferirsi a Venezia, d o v e fu accolto t r i o n f a l m e n t e , o t t e n n e la carica di m a e s t r o della cappella ducale di San Marco e un anticipo di c i n q u a n t a scudi, che in quel m o m e n t o gli facevano partic o l a r m e n t e c o m o d o p e r c h é d u r a n t e il viaggio e r a stato d e r u b a t o dei bagagli. Nella Repubblica la musica e r a t e n u t a in g r a n d e o n o r e , e o r c h e s t r e e teatri g o d e v a n o di larghe sovvenzioni pubbliche. Un complesso d'oltre t r e n t a coristi, fra cui n u m e r o s i castrati, u n a schola di «putti cantori», u n ' o r chestra di p i ù di venti strumentisti e d u e eccellenti organisti furono messi a disposizione di C l a u d i o . La m e d i o c r i t à dei maestri che l'avevano p r e c e d u t o aveva c o m p r o m e s s o il primato musicale di San Marco e della sua cappella. Monteverdi glielo restituì, e Venezia riacquistò grazie a lui il suo antico r a n g o musicale. In nessun'altra città i teatri e r a n o così affollati e gli spettacoli così ricchi e vari. La vigilia della recita i «provveditori di c o m u n e » o r d i n a v a n o un sopralluogo alla sala p e r accert a r n e l'agibilità, cioè la t e n u t a dei m u r i e d e l soffitto. Se il collaudo e r a positivo, veniva affisso il c a r t e l l o n e c o n l'ora d'inizio e di fine della r a p p r e s e n t a z i o n e . Il battage v e r o e p r o p r i o era affidato agli «imbonidori», che strillavano p e r la città il titolo d e l l ' o p e r a e i n o m i dei c a n t a n t i . Alla «prima» p o t e v a n o assistere solo gl'invitati: il D o g e , la D o g a r e s s a , i m e m b r i del Maggior Consiglio, i cittadini più r a g g u a r d e v o li, gli ambasciatori stranieri. D o p o d i c h é le p o r t e si a p r i v a n o al g r a n d e pubblico, che faceva le «code». I posti e r a n o unici e ciascuno si s e d e v a d o v e voleva: sulle p o l t r o n e di platea, sulle g r a d i n a t e di l e g n o , nelle gallerie. La sala e r a scarsamente illuminata e i s u o n a t o r i d o v e v a n o accontentarsi d'una p u z z o l e n t e c a n d e l a di sego. N o n c'era un b o t t e g h i n o , e lo s p e t t a t o r e acquistava il biglietto d a l c u s t o d e d e l t e a t r o . Negl'intervalli, giravano p e r la sala venditori di p e r e cotte, 281
ciambelle, brustolini, c a r r u b e e caffè. Se il sipario tardava a levarsi gli s p e t t a t o r i m u g u g n a v a n o , b a t t e v a n o i p i e d i p e r terra, e i più impazienti smoccolavano contro gl'impresari. Un boato d'applausi salutava l'inizio dello spettacolo, cui il pubblico p a r t e c i p a v a nel m o d o p i ù scomposto: u r l a n d o , fischiando, b e s t e m m i a n d o , lanciando p e t a r d i , sberleffando. Nel loggione le d o n n e cicalavano i n i n t e r r o t t a m e n t e e i giovani s ' a b b a n d o n a v a n o a o g n i s o r t a d ' i n t e m p e r a n z e . I più maleducati s'affacciavano alla balaustra e b o m b a r d a v a n o di sputi chi stava sotto. I cantanti n o n e r a n o migliori degli spettatori. S'infischiavano degli orari, c o m p a r i v a n o in scena a n c h e con u n ' o r a di ritardo, improvvisamente s'interrompevano, bevevano un caffè, a n n u s a v a n o tabacco, chiacchieravano col buttafuori, a m m i c c a v a n o alle d a m e . Se r i t e n e v a n o di n o n essere stati p a g a t i a b b a s t a n z a , sul p i ù bello s m e t t e v a n o di c a n t a r e e p i a n t a v a n o tutti in asso. G u a d a g n a v a n o s o m m e favolose e c o n d u c e v a n o vita da nababbi, idolatrati dai pubblico, contesi e o n o r a t i da p a p i , p r i n c i p i e sovrani. I p i ù esigenti, capricciosi e ricercati e r a n o i castrati. Q u e l l a dei semiviri e r a u n a c a r r i e r a m o l t o redditizia. C ' e r a n o dei genitori che facevano mutilare i figli al solo scopo di lucro. Ma c'erano a n c h e quelli che li c o n d a n n a v a n o a q u e s t o sacrificio p e r p a s s i o n e di bel c a n t o . Il «tifo» n o n è e v i d e n t e m e n t e f e n o m e n o esclusivo del nostro secolo. Ma la cosa più strana è che di solito i castrati n o n d e l u d e v a n o i calcoli e le s p e r a n z e dei loro carnefici, gli si m o s t r a v a n o riconoscenti e li m a n t e n e v a n o . La legge proibiva queste b a r b a r e mutilazioni, ma p e r perseguirle ci voleva la d e n u n z i a , e n e s s u n o la faceva. A Roma c'era perfino la scomunica p e r chi sottoponeva i p r o p r i figli allo scempio, ma ciò n o n impediva che ci fossero botteghe su cui stava scritto a c h i a r e lettere: «Qui si c a s t r a n o ragazzi»Q u a n d o costoro si presentavano al Conservatorio dove veniv a n o raccolti e istruiti, ci si asteneva dal p o r r e ai loro a c c o m p a g n a t o r i d o m a n d e imbarazzanti. Gli «incomodati», 282
c o m e venivano chiamati con vezzosa ipocrisia, ricevevano un trattamento di favore, gli s'insegnava n o n soltanto a cantare, ma anche a muoversi e a gestire come d o n n e . N o n s e m b r a che i castrati rimpiangessero i loro attributi virili; o s m e t t e v a n o di r i m p i a n g e r l i d o p o i p r i m i successi. Elites e masse, corti e loggioni, c o n d i v i d e v a n o l'entusiasmo p e r questi «urlatori», facevano di essi i loro idoli e se li disputavano con accanimento. In queste frenesie i castrati si crogiolavano, e ciò che n o n p o t e v a n o sfogare in virilità lo sfogavano in vanità, facendosi tra loro concorrenza, n o n soltanto in vocalizzi, ma a n c h e in capricci, bizzarrie e spavalderie. E r a n o avidi, b u g i a r d i , insolenti e s p e n d a c c i o n i . P i a n o piano s'abituavano al successo come a u n a d r o g a e ne facevano, c o m e oggi certe dive dello s c h e r m o , l'esclusiva ragione della loro vita. C a p i t a v a a n c h e c h e s ' i n n a m o r a s s e r o . E s e b b e n e la C h i e s a cattolica proibisse l o r o il m a t r i m o n i o , molte d o n n e li r i c a m b i a r o n o , e ci f u r o n o veri e p r o p r i r o manzi, c o m e quello di B a r t o l o m e o De Sorlisi, che sposò seg r e t a m e n t e Dorotea Lichtwer, tutta la vita lottò p e r restarle accanto e alla fine, n o n riuscendovi, m o r ì di c r e p a c u o r e . Finazzi e b b e più f o r t u n a p e r c h é s ' i n n a m o r ò d ' u n a r a g a z z a p r o t e s t a n t e che, n o n e s s e n d o colpita da divieti p o t è fargli da m o g l i e . Ma di solito i castrati p r e n d e v a n o a l t r e s t r a d e sentimentali e, a furia di comportarsi da femmine in teatro, lo d i v e n t a v a n o a n c h e nella vita. La fioritura d e i castrati d u r ò finché d u r ò l'interdizione alle d o n n e di salire sulla scena. A R o m a essa fu revocata solo nel 1795. Sicché se Tosca fosse r e a l m e n t e esistita, sarebbe stata un castrato a n c h e lei. In questo bizzarro e bizzoso m o n d o si rigirava Monteverdi. C o m e m a e s t r o della cappella d u c a l e di San M a r c o egli aveva il compito d'istruire i cantori e i musici, di c o m p o r r e messe, inni, litanie e dirigere le p r o p r i e o p e r e . Ma, oltre al lavoro, c ' e r a n o i figli e l'eterne p r e o c c u p a z i o n i finanziarie. Lo spettro della miseria n o n cessava di t o r m e n t a r l o , sebbene fra s t i p e n d i o e p e n s i o n e g u a d a g n a s s e a b b a s t a n z a p e r sbarcare c o m o d a m e n t e il lunario. Si lamentava che a Vene283
zia la vita era t r o p p o cara e che il peso della famiglia si faceva o g n i g i o r n o p i ù gravoso. Il suo n o m e aveva varcato da un pezzo i confini della Penisola, e le sue o p e r e v e n i v a n o stampate, r a p p r e s e n t a t e e acclamate in t u t t ' E u r o p a . Gl'inviti gli fioccavano da ogni p a r t e , i poeti gli dedicavano versi, i veneziani avevano fatto di lui il loro idolo e q u a n d o , alla fine del 1 6 3 1 , cessò l'epidemia di peste che aveva falciato la p o p o l a z i o n e , i superstiti si r i t r o v a r o n o tutti in San Marco p e r assistere alla messa d i r i n g r a z i a m e n t o , c o m p o s t a p e r l'occasione dal Monteverdi. In q u e l l ' a n n o il m a e s t r o era e n t r a t o nei sessantacinque, ma ne dimostrava parecchi di più. Si sentiva vecchio e stanco, p r o f o n d e r u g h e gii solcavano il volto affusolato e intenso, le spalle s'erano incurvate, emicranie e r e u m a t i s m i n o n gli d a v a n o t r e g u a . La l u n g a vedovanza, la c u r a dei figli e il t e r r o r e patologico di finire sul lastrico avevano aggravato la sua i p o c o n d r i a . C e r c ò e trovò c o n f o r t o nella F e d e e nelle pratiche di devozione. Nel 1643 le sue condizioni di salute p e g g i o r a r o n o e nel n o v e m b r e morì fra le braccia della Chiesa. I funerali furono celebrati, in forma solenne, a spese dello Stato. In un commosso panegirico, Paolo Piazza lo definì «il m a g g i o r musico d ' E u r o p a » . C o n lui il m e l o d r a m m a p e r s e il suo p r i m o grande m a e s t r o , e la Serenissima lo scettro di capitale dell'opera. Ma la nostra e g e m o n i a in questo c a m p o e r a o r m a i irreversibile. P e r c h é l'Italia n o n «faceva» il m e l o d r a m m a . Lo era. E diffìcile stabilire se il m e l o d r a m m a n a c q u e in Italia p e r c h é gli italiani sono melodrammatici, o se gl'italiani sono m e l o d r a m m a t i c i g r a z i e a l m e l o d r a m m a . C o m u n q u e mai identificazione, fra u n a forma di teatro e un costume di vita, fu p i ù perfetta. T r a quei fondali di c a r t a p e s t a il nostro p o p o l o riviveva gli unici eroismi di cui fosse ancora capace. Sull'esempio dei loro protagonisti i m p a r ò o ribadì la sua vocazione a urlare le p r o p r i e sventure, a piangersi addosso, a farla da «mattatore» in mezzo alla scena. Ciò n o n toglie nulla alla g r a n d e z z a di certi suoi capolavori. Ma nel suo insie284
me il m e l o d r a m m a è stato la d a n n a z i o n e degl'italiani, u n a c o r r u z i o n e del loro gusto, un a d e s c a m e n t o a q u a n t o c'è in noi di più retorico, falso, teatrale e g r a n d i l o q u e n t e . Esso diventò u n a seconda n a t u r a dell'italiano. E t u t t o r a fa p a r t e di un certo nostro bagaglio di gesti, di atteggiamenti e di m e n talità.
PARTE QUARTA CREPUSCOLO DEL SEICENTO
CAPITOLO VENTISEIESIMO L'EUROPA
Le vicende italiane della seconda m e t à del Seicento n o n sono c h e p o c h e e p o v e r e c r o n a c h e , i cui p r o t a g o n i s t i h a n n o statura di c o m p r i m a r i . C o m u n q u e , p r i m a di r i p r e n d e r n e il racconto, conviene v e d e r e in quale q u a d r o e u r o p e o si svolsero, a n c h e p e r c h é è dal di fuori ch'esse sono dettate e condizionate. L'Italia, a b b i a m o già detto, è oggetto di Storia. Il soggetto va ricercato altrove. In S p a g n a s o p r a t t u t t o , m a l g r a d o il suo declino. Q u e s t o Paese ha p a g a t o caro l'eroico e insensato tentativo di ricostruire l'unità e u r o p e a sotto la s p a d a degli Asburgo e la ben e d i z i o n e del Papa. Fu l'ultimo d e i suoi Filippi, il IV, che dovette p r e n d e r e atto del fallimento. La S p a g n a era ancora detentrice dell'immenso impero latino-americano. Ma per la p r i m a volta, d o p o un secolo d'imbattibilità, i suoi eserciti e r a n o stati sconfitti d a i francesi a Rocroi, il P o r t o g a l l o ne aveva approfittato p e r r e c u p e r a r e la p r o p r i a i n d i p e n d e n z a , la Catalogna tentò di fare altrettanto e p e r diciannove a n n i ci riuscì, l ' O l a n d a c o r o n ò la sua epica lotta s o t t r a e n d o s i definitivamente al giogo di Madrid c o n i a pace di Westfalia. In E u r o p a , alla S p a g n a restavano soltanto il Belgio e la docile Italia. Tutte le responsabilità di questa bancarotta furono gettate sul valido Olivares, che in realtà ne aveva molte. Q u e s t o g r a n d e servitore dello Stato ascetico e spietato si e r a rifiutato, da b u o n s p a g n o l o , di s c e n d e r e a c o m p r o m e s s i c o n la realtà. C o n t i n u ò a i g n o r a r l a a n c h e d o p o essere stato licenziato, e sprofondò nella follia. Il soave Filippo, che n o n s'era mai occupato d'altro che di pittura, di libri, di teatro, di cac289
eia e di d o n n e , si trovò a disagio in quel disastro e, se n o n ebbe la forza di r i p a r a r l o , ebbe a l m e n o il b u o n senso di riconoscerlo. La sorte, che gli aveva d i s p e n s a t o tanti favori, glieli fece ripagare p o r t a n d o g l i via i figli che adorava, m e n o M a r i a Teresa, e p o i a n c h e la m o g l i e , la d e v o t a Isabella di B o r b o n e . Maria Teresa a n d ò sposa a Luigi XIV, e Filippo, p e r p r o c u r a r s i un e r e d e , risposò a q u a r a n t a q u a t t r ' a n n i la n i p o t e M a r i a d ' A u s t r i a c h e ne aveva q u a t t o r d i c i . Essa gli d i e d e d u e bambini. Il p r i m o morì. L'altro successe al p a d r e nel 1665 col titolo di Carlo I I , e n o n aveva che q u a t t r o anni. Finché n o n ebbe r a g g i u n t o i sedici, a g o v e r n a r e fu la regina Maria, o p e r meglio dire furono il suo confessore gesuita N i t h a r d t e il suo a m a n t e Valenzuela. G o v e r n a r o n o male, ma c'è da chiedersi se avrebbero p o t u t o farlo meglio. Quali fossero i motivi della decadenza spagnola, l'abbiamo già detto. Le g u e r r e a v e v a n o fatto della Castiglia un d e s e r t o . Le flotte e r a n o state d i s t r u t t e p r i m a dagl'inglesi e poi dagli olandesi. N o n c'erano iniziative, da q u a n d o gli ebrei e i moriscos, uniche m i n o r a n z e produttive, e r a n o stati scacciati. Con la loro mentalità di uomini di spada, gli spagnoli n o n concepivano altra fonte di ricchezza che la terra, cioè il latifondo. Ma il latifondo mancava di braccia, sicché la Spagna, oltre a tutti i manufatti, doveva i m p o r t a r e a n c h e molti g e n e r i alimentari. La sua bilancia si reggeva solo sull'afflusso dell'oro americano, i cui carichi venivano spesso intercettati dalla pir a t e r i a a n g l o - o l a n d e s e . N o n c ' e r a n o p i ù s t r a d e , l'amministrazione era un caos. La popolazione di Madrid era scesa da quattrocento a duecentomila abitanti fra cui ventimila accattoni, e il suo t e n o r e di vita e r a fra i p i ù bassi d ' E u r o p a . A questa miseria facevano contrasto le favolose ricchezze dei pochi oligarchi, laici ed ecclesiastici. Il Duca d'Alba possedeva diecimila vasi d'oro, il Vescovo di Santiago s'era fatto costruire u n a cappella d ' a r g e n t o , e l'Inquisizione considerava eretico c h i u n q u e protestasse c o n t r o q u e s t e mostruosità. Il p o p o l i n o si divertiva ai roghi. Ci si divertivano a n c h e i Sovrani, i quali sovente vi assistevano in p o m p a m a g n a . 290
C'era ancora u n a g r a n d e Spagna nel c a m p o dell'arte. Ma barocca, c o m e si conveniva a u n a società in cui la ricchezza restava c o n c e n t r a t a nelle m a n i di p o c h i privilegiati, che la concepivano solo come s t r u m e n t o di fasto e di potenza personale. La generazione dei Murillo, dei C a r r e n o , dei Coello, dei Valdés n o n vale quella degli El Greco, Z u r b a r à n e Velàzquez che l'aveva p r e c e d u t a , ma ne m a n t i e n e la tradizione. Sono invece scaduti, dai t e m p i di Cervantes e di L o p e de Vega, il teatro e la letteratura, anche se Calderón de la Barca è ancora in attività di servizio grazie alla sua longevità. Ma i n s o m m a il declino era inarrestabile, e Carlo II ne fu l'incarnazione. Era il tipico p r o d o t t o di u n a dinastia stremata dai m a t r i m o n i fra consanguinei. Il suo volto caricaturava i lineamenti degli Asburgo, u n a deformazione m a n d i b o l a r e e la lingua ingrossata gli r e n d e v a n o difficile la masticazione e la parola. L'avevano t e n u t o in collo fino ai dieci a n n i p e r ché le g a m b e stortignàccole n o n r e g g e v a n o il c o r p o , p e r q u a n t o meschinello; era epilettico, e sapeva a p p e n a leggere e scrivere. Gli d e t t e r o d u e mogli, ma n o n riuscì a m e t t e r e al m o n d o un figlio. Così, alle tante afflizioni che già tribolavano il Paese, si a g g i u n s e quella della successione. C a r l o si trovò fra l ' i n c u d i n e della m a d r e , la quale m a n o v r a v a p e r ché il t r o n o restasse alla casa Asburgo, cioè andasse a quelli d'Austria, e l'ambasciatore di Francia che gli minacciava la g u e r r a se n o n si p r o n u n c i a v a in favore della sorellastra Maria Teresa, a n d a t a sposa a Luigi XIV. Carlo spirò col secolo. N o n si sa se p e r p a u r a di Luigi o per dispetto alla m a d r e , aveva n o m i n a t o suo e r e d e Filippo d'Angiò, nipote del Re di Francia, c o m e costui a p p u n t o voleva. Così finì il r a m o asburgico spagnolo, p e r lasciare il trono a un r a m o cadetto dei B o r b o n e di Parigi. Era la Francia, ora, che aveva p r e s o il posto di potenza e g e m o n e d ' E u r o p a . La sua ricostruzione e r a il frutto d e l l ' o p e r a unificatrice iniziata da Enrico IV, l ' u g o n o t t o convertito alla causa cattolica p e r r a g i o n i politiche, e di d u e g r a n d i ministri: p r i m a il 291
Sully, poi il C a r d i n a l e di Richelieu. Costui volle essere utile al p r o p r i o Paese a n c h e in p u n t o di m o r t e , d e s i g n a n d o come p r o p r i o successore e f a c e n d o accettare al docile Luigi X I I I u n p r e l a t o italiano, Giulio Mazarino. Mazarino e r a un p r e t e abruzzese e d u c a t o dai gesuiti, che aveva fatto u n a bella c a r r i e r a i n C u r i a c o m e d i p l o m a t i c o . Q u a n d o il Papa lo m a n d ò c o m e N u n z i o a Parigi, capì subito che nella lotta p e r il p o t e r e a quella Corte il cavallo vincente e r a l'imperioso Cardinale, e a lui legò le p r o p r i e sorti. I d u e u o m i n i n o n si somigliavano. Richelieu e r a d'acciaio, Mazarino di g o m m a . Ma c o m e g o m m a n o n ce n ' e r a di p i ù elastic h e . Si rese c o n t o c h e la Francia n o n a v r e b b e tollerato da u n o straniero c o m e lui ciò che aveva accettato da Richelieu: Per cui n o n si mise avanti n e m m e n o q u a n d o il Re m o r ì , lasciando e r e d e un b a m b i n o di cinque a n n i , e si r i p a r ò dietro le spalle della R e g i n a - m a d r e , A n n a d'Austria, n o m i n a t a reggente. Se essa sia stata a n c h e la sua a m a n t e , n o n si sa. Certo; era c o m p l e t a m e n t e sotto il fascino di questo bell'italiano elegante e galante, latin lover avanti lettera, che sapeva esserle indispensabile. I francesi n o n lo a m a v a n o , n o n lo h a n n o mai a m a t o , né d u r a n t e né d o p o . Il c a r d i n a l e De Retz lo definisce «un avv e n t u r i e r o i m b r o g l i o n e senza scrupoli né carattere». Ma è u n t e s t i m o n e s o s p e t t o p e r c h é M a z a r i n o aveva o c c u p a t o i l p o s t o cui a s p i r a v a lui, e riuscì a m a n t e n e r l o p e r d e c e n n i ; m a l g r a d o diffidenze e ostilità, r e n d e n d o allo Stato segnalati servigi. Ne rese a n c h e a se stesso a c c u m u l a n d o un i m m e n s o p a t r i m o n i o e «sistemando», da b u o n italiano, t o r m e di parenti. Ma il t i m o n e lo resse da g r a n d e navigatore. L'indomani della sua n o m i n a , le t r u p p e francesi schiacciavano quelle spagnole a Rocroi, e questo n o n e r a m e r i t o di Mazarino. Ma fu merito suo il g r a n partito che la diplomazia francese seppe t r a r r e da quella vittoria alla pace di Westfalia, che sancì il p r i m a t o di Parigi in E u r o p a . Q u e s t o n o n i m p e d ì al P a r l a m e n t o di ribellarglisi, e fu la cosiddetta «prima Fronda», che costrinse alla fuga la Regina 292
e il Principino. Ma l'abile ministro, sebbene fosse il vero bersaglio della rivolta, riuscì a d i v i d e r e gli avversari e a g i u o carli gli u n i c o n t r o gli altri. D u e a n n i d o p o , la Fronda si r i f o r m ò , e stavolta e b b e l ' a p p o g g i o a n c h e del p i ù g r a n d e g e n e r a l e francese, il T u r e n n e . Il M a z a r i n o p r e f e r ì la fuga alla lotta, c o n t a n d o sulle discordie dei p r o p r i nemici. Il calcolo si d i m o s t r ò fondato. «Tutti i partiti» dice Voltaire «non facevano c h e allearsi e t r a d i r s i fra loro.» Sul p i ù bello di questa complicata quadriglia, il Principino, a v e n d o r a g g i u n to i tredici a n n i , p r o c l a m ò la fine della r e g g e n z a e assunse p e r s o n a l m e n t e il p o t e r e . D a p p r i m a , p e r amicarsi il Parlam e n t o , confermò il b a n d o al Mazarino, ma poi lo richiamò. Stavolta e r a p r o p r i o la g u e r r a civile, con tanto di eserciti in c a m p o : quello lealista c o m a n d a t o dal riconvertito T u r e n n e , quello ribelle c o m a n d a t o dal C o n d é . Ci fu u n a battaglia alle p o r t e di Parigi, che si concluse senza vincitori, ma con u n a vincitrice: la « G r a n d e Mademoiselle», figlia di G a s t o n e d ' O r l é a n s , il fratello di Luigi X I I I che già si era ribellato al Richelieu. Essa a m m u t i n ò gli artiglieri della Bastiglia, rimase p a d r o n a della città e a p r ì le p o r t e al C o n d é . Ma fu u n a vittoria di Pirro. D o p o qualche g i o r n o Parigi si ribellò ai ribelli e tributò g r a n d i accoglienze al Re, che rientrava con la m a d r e e il Mazarino. Costui ridiventò il p a d r o n e della Francia, stavolta con l'avallo di un giovanissimo ma prestigioso Sovrano: Luigi XIV, il futuro «Re Sole». N o n a n c o r a affezionato al p o t e r e , Luigi lo lasciò in a p palto al C a r d i n a l e , che seguitò a farne l'uso p i ù assennato. Per venire a capo della S p a g n a con cui la g u e r r a seguitava a trascinarsi d a v e n t ' a n n i , e d e l C o n d é c h e n o n voleva a r r e n d e r s i , si alleò con l ' I n g h i l t e r r a di Cromwell. Lo scandalo f u e n o r m e : u n u o m o d i Chiesa, p r i m o ministro d i u n Paese m o n a r c h i c o e cattolico, a braccetto del dittatore calvinista che aveva fatto decapitare il suo Re. Ma Mazarino n o n aveva di questi scrupoli: a lui p r e m e v a soltanto farla finita col nemico e s t e r n o e col ribelle i n t e r n o . L'uno e l'altro, con l'aiuto inglese, f u r o n o liquidati alla battaglia delle D u n e . 293
C o n la pace dei Pirenei (1659), la S p a g n a dovette rinunziare alle province francesi ancora in suo possesso, l'Artois e il Rossillon, e ad ogni pretesa sull'Alsazia. C o m e spesso accad e v a a quei t e m p i , la p a c e fu c o n s a c r a t a con un m a t r i m o nio: il re Filippo IV d e t t e la p r o p r i a figlia Maria Teresa in moglie a Luigi i m p e g n a n d o s i a versarle u n a dote di 500.000 c o r o n e , p u r c h é Luigi a sua volta s'impegnasse a r i n u n z i a r e a ogni pretesa sul t r o n o di Spagna. La dote n o n fu mai pagata, e fu questo il pretesto di cui Luigi si avvalse p e r avanzare diritti alla successione q u a n d o , alla fine del secolo, il fratellastro di Maria Teresa, Carlo I I , m o r ì senza eredi. Q u a n t o al C o n d é , n o n solo fu p e r d o n a t o , ma anche reintegrato in tutti i suoi diritti, titoli e a p p a n n a g g i . Ma tanta indulgenza n o n disarmò i suoi rancori verso il Cardinale. Non smise mai di trescare c o n t r o di lui e di discreditarlo, dicendo che n o n riusciva a capire come mai il Re lasciasse d e p r e d a r e la Francia da quel l a d r o n e . Lo c o m p r e s e solo all'indom a n i della m o r t e del suo n e m i c o , q u a n d o Luigi i n c a m e r ò tutto il p a t r i m o n i o accumulato dal Mazarino - circa 200 milioni di franchi, s t a n d o a Voltaire -, il che fece di lui il monarca più ricco d ' E u r o p a . Ecco p e r c h é Io aveva lasciato così i m p u n e m e n t e r u b a r e : sapeva che la refurtiva sarebbe finita nelle sue tasche. A q u e l l a confisca seguì da p a r t e d e l Re un a l t r o gesto n o n m e n o autoritario. Il P a r l a m e n t o mosse obiezioni a u n o d e i suoi decreti. Luigi si p r e s e n t ò all'assemblea in abito da caccia, con gli stivaloni e il frustino in m a n o . «Voi con le vostre chiacchiere» disse, «avete già fatto abbastanza male alla Francia. Vi o r d i n o di sciogliervi e vi proibisco di t o r n a r e a riunirvi.» L'assolutismo aveva trovato in lui la sua più perfetta incarnazione. Luigi n o n p r o n u n z i ò mai la frase che gli è stata attribuita: Ilétat c'est mot, lo Stato sono io, ma si comp o r t ò c o m e se questa fosse la sua più incrollabile convinzion e . Ne aveva d e l r e s t o tutti i requisiti fisici e m o r a l i : u n a bella p r e s e n z a , u n a n a t u r a l e a u t o r e v o l e z z a c h e l o faceva a p p a r i r e più i m p o n e n t e di q u a n t o fosse in realtà, un carat294
tere imperioso, un'insolenza m a s c h e r a t a dalle m a n i e r e più signorili, e u n a b u o n a dose di cinismo. N o n e r a colto, ma lo s e m b r ò p e r il fatto di essere il Re della nazione p i ù colta d ' E u r o p a . L a m a g g i o r p a r t e delle sue famose b a t t u t e d i spirito e r a n o in realtà dei suoi cortigiani, ma v e n i v a n o accreditate a lui p e r c h é gli somigliavano. Lo smisurato orgoglio lo i n d u s s e in parecchi e r r o r i . Ma ebbe il m e r i t o di con o s c e r e gli u o m i n i e di s a p e r n e s f r u t t a r e sia le d e b o l e z z e che le virtù. Pare che Mazarino, s p i r a n d o , gli dicesse: «Maestà vi devo tutto, ma p a g o il mio debito d a n d o v i Colbert». Colbert e r a un piccolo ianaiolo, c h e il C a r d i n a l e si e r a p r e s o c o m e amministratore privato. La gratitudine n o n doveva essere il suo forte p e r c h é si sdebitò di quella designazione rivelando a Luigi d o v ' e r a nascosto il tesoro del suo benefattore. Il primo successore di Mazarino era stato F o u q u e t che, q u a n t o a furti, n o n fu da m e n o . Ma siccome e r a francese, i francesi ne f u r o n o m e n o i n d i g n a t i . Luigi lo lasciò i n g r a s s a r e . Poi, come al solito, gli confiscò tutto, lo mise in prigione, e al suo posto n o m i n ò il Colbert, l ' u o m o che ha d a t o alla Francia il suo definitivo assetto di Stato f o r t e m e n t e a c c e n t r a t o sia in campo politico che amministrativo ed economico. Fu lo Stato, sotto la spinta di Colbert, a fare la rivoluzione industriale che nei Paesi protestanti veniva invece fatta dai privati, e così l'industria francese è s e m p r e rimasta u n ' i n d u s t r i a condizionata e p r o t e t t a dallo Stato. N o n è compito nostro a d d e n t r a r c i in questi temi. Veniamo al consuntivo. Nello spazio di pochi decenni, la Francia diventò il Paese p i ù c o m p a t t o , meglio o r g a n i z z a t o e p i ù c u l t u r a l m e n t e avanzato d ' E u r o p a . I n questa ricostruzione la personalità di Luigi ebbe la sua i m p o r t a n z a : i francesi ritrovarono in lui quel modello di Re insolente e libertino che già avevano a m a t o in suo n o n n o Enrico IV. Nel suo assolutismo si a n n i d a v a n o i vizi che tutti gli assolutismi c o m portano, e che i suoi discendenti avrebbero p a g a t o di lì a un secolo. Ma p e r il m o m e n t o n o n se ne videro che i benefici: 295
un Paese p u r g a t o di tutte le dissidenze che lo avevano diviso, e unito i n t o r n o al suo Sovrano. Costui aveva ora in mano t u t t e le carte p e r u n a politica di g r a n d e Potenza, a cominciare dall'esercito, ricostruito da g r a n d i generali come il C o n d é , il T u r e n n e , il Louvois, il Vauban. E Luigi, che aveva u n d e b o l e p e r l a gloria, s p e c i a l m e n t e quella militare, n o n e r a u o m o da lasciarlo inoperoso. Le sue g u e r r e n o n si c o n t a n o . La p r i m a la mosse alle F i a n d r e meridionali, cioè al Belgio, d o m i n i o spagnolo. Vinse facilmente, e si avventò s u l l ' O l a n d a p e r toglierle il controllo delle foci del R e n o . I coraggiosi olandesi si b a t t e r o n o c o n t r o i francesi c o m e si e r a n o battuti c o n t r o gli spagnoli: a p r e n d o le d i g h e e t r a s f o r m a n d o in m a r e le p r o p r i e terre, m e n t r e la loro diplomazia tesseva le fila di u n a «Grande coalizione» antifrancese. E inutile s e g u i r e il groviglio di q u e s t e v i c e n d e belliche i n t e r r o t t e da effimere paci. Sulla fine del secolo l'esercito francese era diventato ciò che ai giorni nostri è stato quello tedesco: il t e r r o r e d ' E u r o p a n o n soltanto p e r le sue vittorie, ma anche p e r i suoi saccheggi. O l a n d a , Spagna, Inghilterra, I m p e r o s'unirono. Tutti i c o n t e n d e n t i si s t r e m a r o n o inutilm e n t e in u n a g u e r r a che vide i generali di Luigi quasi semp r e trionfatori, m a c h e s i rivelò n o n m e n o disastrosa d i quella dei t r e n t ' a n n i a n c h e p e r la Francia. Dei suoi riflessi italiani p a r l e r e m o a p r o p o s i t o del Piemonte, che vi fu coinvolto. La p a c e di Rijswijk d e l 1697 con O l a n d a , S p a g n a e I n g h i l t e r r a fu in realtà solo u n a tregua. Tutti sapevano che c o n la v a c a n z a del t r o n o s p a g n o l o , c h e o r m a i si profilava all'orizzonte, quell'effimero equilibrio si sarebbe r o t t o perché mai gli Asburgo di Vienna avrebbero rinunziato a quella corona. Abbiamo lasciato l ' I n g h i l t e r r a nelle m a n i del suo re Giacomo I Stuart, che le aveva p o r t a t o in d o t e la c o r o n a di Scozia, unificando così tutta l'isola sotto il suo scettro. N o n fu, tutto sommato, un cattivo sovrano. Ma, sebbene facesse p r o 296
fessione di fede anglicana, e r a d'educazione e mentalità cattolica, e q u i n d i p o r t a t o a u n a c o n c e z i o n e assolutistica d e l p r o p r i o p o t e r e , in un Paese dove invece il P a r l a m e n t o aveva o r m a i acquisito u n a coscienza abbastanza p r o f o n d a delle p r o p r i e prerogative. Il contrasto e r a stato evitato a furia di c o m p r o m e s s i , ma restava nel s o t t o f o n d o , e s c o p p i ò fra le mani di Carlo I, successo al p a d r e nel 1625. O l t r e al t r o n o , Carlo aveva e r e d i t a t o a n c h e il p r i m o ministro B u c k i n g h a m , il brillante ma spregiudicato e sventato favorito di Giacomo. Carlo, suo coetaneo, era cresciuto con lui in un c a m e r a t i s m o che n o n gli consentiva di v a l u t a r n e meriti e difetti. Malaticcio, timido e balbuziente, il giovane principe nutriva u n a p r o f o n d a a m m i r a z i o n e p e r la sicumera e spavalderia del suo amico, e ne era c o m p l e t a m e n t e succubo. Lo difese c o n t r o il P a r l a m e n t o c h e d i s a p p r o v a v a la g u e r r a contro la S p a g n a voluta da B u c k i n g h a m e gli lesinava i crediti p e r gli a r m a m e n t i . «Non p e r m e t t o alla C a m e r a di discutere i miei servitoli, e m e n o che mai quello che mi è più caro» disse. Il P a r l a m e n t o rispose c h i e d e n d o l'incriminazione del Primo Ministro. Il Re lo sciolse, ma i fondi n o n li ebbe, e alla fine dovette riconvocarlo. Alla s e d u t a i n a u g u r a l e , C a r l o t o r n ò ad a v a n z a r e le sue richieste, a g g i u n g e n d o v i u n a malaccorta conclusione: «Non p r e n d e t e le mie parole p e r u n a minaccia. N o n mi abbasso a minacciare che i miei pari», come a dire che i d e p u t a t i li disprezzava. Fra costoro c'era un certo Oliviero Cromwell, un piccolo nobile t e r r i e r o allevato nella religione calvinista, che aveva reso a n c o r a più a d a m a n t i n o il suo carattere. Ispirato da lui, il P a r l a m e n t o si dichiarò disposto ad accordare i fondi, p u r c h é il Re firmasse u n a «petizione di diritti» con cui si riconosceva in esclusiva alla C a m e r a quello d ' i m p o r r e tasse e tributi. E r a un diritto già sancito dalla Magna Charta del 1215, ma i Re n o n lo avevano quasi mai osservato. Il Parlam e n t o ne chiedeva il ripristino definitivo, in più r i n n o v a n do le sue richieste contro B u c k i n g h a m . M e n t r e si discuteva, un p o p o l a n o accoltellò il P r i m o Ministro e si c o n s e g n ò alle 297
a u t o r i t à , che lo giustiziarono, ma senza t o r t u r a r l o . Carlo, furibondo, sciolse di n u o v o il Parlamento e p e r undici anni, fino al 1640, g o v e r n ò da S o v r a n o assoluto. A s p i n g e r l o su questa via e r a a n c h e sua moglie, la francese Enrichetta Maria, figlia di Enrico IV e sorella di Luigi X I I I . Carlo n o n fu un cattivo Re. Perseguì t e n a c e m e n t e la pace, cercò di r i m e t t e r e un p o ' d ' o r d i n e nella dissestata macchina amministrativa e d'istaurare u n a certa giustizia sociale. Ma n o n c o m p r e s e l'aspirazione p r o f o n d a del Paese, mor a l m e n t e d o m i n a t o dalla m i n o r a n z a calvinista, a un regime r a p p r e s e n t a t i v o , cioè limitativo d e i p o t e r i della C o r o n a . Carlo dovette convocare un q u a r t o P a r l a m e n t o , scioglierlo di n u o v o p e r c h é gli t e n e v a testa, e a c c e t t a r n e un altro che fu detto «lungo Parlamento» p e r c h é stavolta rifiutò di sciogliersi, mise sotto p r o c e s s o il P r i m o M i n i s t r o Strafford, e c o n t r o la volontà del Re Io giustiziò. Fu in questa e m e r g e n z a che Cromwell v e n n e alla ribalta. Egli intimò alcune decisive riforme, fra cui il diritto del Parl a m e n t o a bocciare le n o m i n e del Re alle p i ù alte cariche dello Stato e alla direzione dell'esercito. Carlo, anticipando il gesto di Luigi XIV, fece i r r u z i o n e nella C a m e r a alla testa di t r e c e n t o soldati p e r a r r e s t a r e i riottosi. Costoro avevano già p r e s o il largo, e la m a g g i o r a n z a dei loro colleghi li ragg i u n s e in un altro edificio m e n t r e C r o m w e l l t o r n a v a nelle sue t e r r e a raccogliervi un esercito. Era la g u e r r a civile. D a p p r i n c i p i o questa fu favorevole al Re, a n c h e p e r c h é i capi p a r l a m e n t a r i e r a n o divisi e i n e s p e r t i di a r m i . Ma le sorti c a m b i a r o n o , q u a n d o Cromwell riuscì a i m p o r r e la sua a u t o r i t à di capo s u p r e m o e rivelò sul c a m p o s o r p r e n d e n t i q u a l i t à militari. Alla testa d i u n c o r p o d i cavalleria a d d e strato p e r s o n a l m e n t e da lui con ferrea disciplina, gli Ironsides, a n n i e n t ò le t r u p p e di Carlo che dovette a r r e n d e r s i dopo aver messo in salvo in Francia la moglie incinta e l'erede al t r o n o . Le p a r t i si r o v e s c i a r o n o . S e n t e n d o s i alla m e r c é di Cromwell e delle sue milizie, il P a r l a m e n t o cominciò a ne298
goziare col Re prigioniero. C o m e s e m p r e avviene in queste convulsioni, gli estremisti stavano p r e n d e n d o il sopravvento in tutto il Paese, e l ' a t t e g g i a m e n t o di Cromwell nei loro confronti e r a a dir p o c o a m b i g u o . Ma q u a n d o Carlo fuggì dalla sua prigione e reclutò milizie fra gli scozzesi p e r tentar e u n a rivincita, a l P a r l a m e n t o n o n r i m a s e c h e affidarsi n u o v a m e n t e a Cromwell. Questi v e n n e , vide e vìnse, com'era o r m a i nel suo stile. Forse fin allora n o n aveva accarezzato propositi dittatoriali. Ma q u a n d o vide che il P a r l a m e n t o ricominciava a trescare col Re c o n t r o di lui, r u p p e gl'indugi. Fece a r r e s t a r e i p a r l a m e n t a r i , e in n o m e del p o p o l o «che, d o p o Dio, è l'origine di ogni giusto potere», incriminò il Re di t r a d i m e n t o . Alcuni suoi l u o g o t e n e n t i , s p a v e n t a t i dall'idea del regicidio, offrirono a Carlo la salvezza e il m a n t e n i m e n t o del t r o n o se accettava u n a forma di m o n a r c h i a costituzionale, cioè soggetta ai voleri del Parlamento. Carlo, m o strando p i ù coraggio che lungimiranza, preferì il processo, lo affrontò con g r a n d e dignità, disse c h e quel P a r l a m e n t o d o m i n a t o dall'esercito era m e n o libero e più oppressivo della C o r o n a , fu acclamato dalla folla al g r i d o di «Dio salvi il Re!», e i m p e r t u r b a b i l m e n t e p o r s e la testa al boia s e b b e n e q u a t t r o nobili, p e r salvargliela, avessero offerto la loro. Un t e s t i m o n e o c u l a r e d e l supplizio scrisse: «Fra gli astanti si levò un grido d ' o r r o r e quale mai avevo u d i t o e quale mi aug u r o di n o n u d i r e mai più». «D'ora in poi l ' I n g h i l t e r r a sarà g o v e r n a t a c o m e Stato lib e r o dai r a p p r e s e n t a n t i d e l p o p o l o i n n o m e d e l popolo» aveva detto Cromwell nel firmare senza un trasalimento la sentenza di m o r t e . In realtà la g o v e r n ò lui in n o m e di u n a minoranza tanto p i ù risoluta q u a n t o più sapeva d'essere esigua. Ma a Cromwell questo n o n i m p o r t a v a p e r c h é , a n c h e se non aveva dalla sua il p o p o l o , e r a convinto di avere Dio che, com'egli stesso aveva detto, veniva p r i m a del p o p o l o . Il credo calvinista l'aveva abituato a p r e n d e r e gli o r d i n i direttamente da Lui, che fra gli altri gli dette anche quello di ripristinare l'ordine nella ribelle I r l a n d a con massacri sommari. 299
Cromwell li c o n s u m ò «a gloria del Signore, al quale spetta la lode di questa misericordia»: u n a misericordia che costò a l l ' I r l a n d a u n a b u o n a m e t à della sua p o p o l a z i o n e . C o n l o stesso p u g n o schiacciò la rivolta scozzese. E alla fine, impaziente delle critiche e o p p o s i z i o n i c h e seguitava a fargli il P a r l a m e n t o , lo chiuse, fece affiggere sulla p o r t a il cartello: «Da affittare», e d ' a l l o r a in p o i , col titolo di Protettore, gov e r n ò c o m e il più assoluto di tutti i m o n a r c h i . Ma s e m p r e in n o m e di Dio e del p o p o l o . F u u n d e s p o t a , m a n o n u n s a t r a p o . O l t r e che p r e d i c a r e , egli a n c h e praticava u n a severa m o r a l e p u r i t a n a . Vestiva con semplicità, m a n g i a v a s o b r i a m e n t e , n o n aveva vizi. Q u a n d o lo i n v i t a r o n o ad a s s u m e r e il titolo di Re declinò, ma riservandosi il diritto di n o m i n a r e il p r o p r i o successore e d e s i g n a n d o l o , in p u n t o di m o r t e (1658), nel figlio Riccardo. C o m e spesso capita ai g r a n d i u o m i n i , l'affetto gli aveva a p p a n n a t o il giudizio. Riccardo e r a un u o m o civile e cortese, ma n o n aveva la stoffa p e r t e n e r e in p u g n o un Paese così p r o f o n d a m e n t e diviso. Se n'accorse subito egli stesso, ebbe il b u o n senso di d i m e t t e r s i , si ritirò in Francia sotto un altro n o m e , e solo v e n t ' a n n i d o p o t o r n ò a m o r i r e in Inghilt e r r a . Ci fu un seguito di colpi di Stato da p a r t e dei vecchi l u o g o t e n e n t i del dittatore. Ma n o n si trovò un capo che potesse sostituirlo. Fu alla fine u n o di loro che, i n t e r p r e t a n d o il generale desiderio di pace, prese contatti col figlio del Re decapitato. Si chiamava Carlo a n c h e lui, e aveva vissuto da esule in Francia in dignitosa povertà. Q u a n d o Mazarino s'era alleato con Cromwell, era emigrato nelle F i a n d r e . Lì Io raggiunsero gli emissari inglesi che gli offrirono il r i t o r n o sul trono a condizione di ragionevoli limitazioni costituzionali. Carlo n o n mosse obiezioni, e r i e n t r a n d o a L o n d r a trovò il popolo inginocchiato al suo passaggio m e n t r e le c a m p a n e stormivano a festa. Questa festa continuò p e r quasi tutto il r e g n o di Carlo IL 300
Questi aveva capito il d e s i d e r i o di o r d i n e e di legalità che aveva s p i n t o l ' I n g h i l t e r r a a r i c h i a m a r l o e vi s ' a d e g u ò c o n molto giudizio. Aveva t r e n t ' a n n i q u a n d o risalì sul t r o n o , ci rimase p e r altri venticinque e, l u n g i dal c h i e d e r e v e n d e t t e c o n t r o i regicidi, r a c c o m a n d ò al P a r l a m e n t o la p i ù g r a n d e indulgenza. Il P a r l a m e n t o gli obbedì (dati i tempi) con m o d e r a z i o n e . Dei firmatari della c o n d a n n a a m o r t e p r o n u n ciata c o n t r o Carlo I, solo quindici furono impiccati e squartati, e il cadavere di Cromwell v e n n e r i e s u m a t o e attaccato a un gancio. Carlo lasciò fare un p o ' p e r il rispetto a cui si e r a i m p e g n a t o verso il P a r l a m e n t o , un p o ' p e r c h é agli atti di forza aveva u n a fisiologica allergia. Era c o n t e n t o che a g o v e r n a r e fossero altri, coloro che il Parlamento designava a quei compiti. I p r o b l e m i da risolvere e r a n o gravi. Q u a n d o gli m o strarono il bilancio, Carlo si avvide che il tesoro dello Stato a m m o n t a v a a undici sterline, m e n t r e il debito pubblico superava i d u e milioni. E fu felice di lavarsene le m a n i , anche p e r c h é le aveva s e m p r e occupate in esercizi molto più piacevoli. Nelle sue vene il sangue franco-italiano della m a d r e - figlia di u n a Medici - aveva avuto la prevalenza su quello scozzese, e faceva di lui, n o n un vizioso, ma un libertino. Ebbe un'infinità d ' a m a n t i e figli naturali, e seguitò a praticare quest'allegra poligamia a n c h e d o p o aver sposato C a t e r i n a di B r a g a n z a , figlia del Re di Portogallo, che gli p o r t ò u n a bellissima d o t e , ma n o n riuscì a dargli un e r e d e . E curioso che, sebbene il P a r l a m e n t o l'autorizzasse a divorziare, Carlo rifiutò. N o n era fedele alla moglie, ma al m a t r i m o n i o sì: un tratto a n c h e questo molto latino. Alla sua spensieratezza m i s e r o fine le difficoltà i n t e r n e ed esterne, che frattanto s'erano aggravate. C o m e p r i m a s'era stancato della g u e r r a , il Paese o r a s'era stancato della pace e r e c l a m a v a u n a politica p i ù risoluta s o p r a t t u t t o v e r s o l'Olanda, che con le sue potenti flotte stava c r e a n d o un impero transoceanico in c o n c o r r e n z a con quello inglese. C'erano già stati vari scontri risoltisi quasi s e m p r e a favore de301
gli olandesi. Carlo cercò un accordo. M e n t r e lo stava p r e p a r a n d o , l'ammiraglio olandese De Ruyter p e n e t r ò di s o r p r e sa nel T a m i g i e d i s t r u s s e quasi t u t t a la flotta inglese. Per Carlo fu un colpo t r e m e n d o , aggravato dal fatto che, essendo senza figli, aveva d e s i g n a t o c o m e successore al t r o n o il fratello Giacomo, c h ' e r a cattolico. La diatriba religiosa s'era violentemente riaccesa, e a p o r t a r l a al parossismo fu la scop e r t a d ' u n c o m p l o t t o d i gesuiti che p r o b a b i l m e n t e e r a inventato di sana pianta. Carlo, p u r r e n d e n d o s e n e conto, non riuscì a salvare gli accusati, e G i a c o m o d o v e t t e r i p a r a r e in Francia p e r sottrarsi al t e r r o r e che dilagava. Questi drammatici avvenimenti avevano p r o f o n d a m e n t e inciso sul carattere del Re che, trascinatovi p e r i capelli, aff r o n t ò la battaglia c o n u n a risolutezza c h e n e s s u n o gli a v r e b b e a c c r e d i t a t o . Nella sua lotta c o n t r o il P a r l a m e n t o , che si rifiutava di ratificare la designazione di Giacomo come successore al t r o n o , rischiò la vita insidiatagli da u n a mezza dozzina di c o n g i u r e e la g u e r r a civile, ma n o n si lasciò mai p r e n d e r la m a n o dai furori della vendetta, e alla fine vinse. Ma e r a s t r e m a t o , e g u a r d a v a al f u t u r o senza illusioni. «Non so cosa farà mio fratello» diceva. «Io gli lascio i miei regni in pace, a u g u r a n d o m i che possa conservarli così. Ma su questo p u n t o ho molti timori e p o c h e speranze.» Q u a n d o Giacomo gli r a c c o m a n d a v a di n o n uscire in carrozza s c o p e r t a sotto il tiro d e i m a l i n t e n z i o n a t i , r i s p o n d e v a : «C'è m o l t a g e n t e c h e n o n m i v o r r e b b e p i ù sul t r o n o , m a n o n c'è n e s s u n o che ci voglia te». Al m o m e n t o del trapasso; nel 1685, gli m a n d a r o n o p e r il viatico un vescovo anglican o , ma il m o r e n t e lo rifiutò e chiese un p r e t e cattolico, finalm e n t e rivelando quale fosse la sua vera religione. Poi chiese p e r d o n o alla moglie dei suoi adulteri, e spirò. Giacomo II aveva c i n q u a n t ' a n n i q u a n d o cinse la corona; e certe qualità n o n gli m a n c a v a n o : e r a coraggioso e frugale* schietto e fedele alla sua p a r o l a di Re. Ma a p p u n t o p e r que* sto n o n e r a d i s p o s t o a t r a n s i g e r e su quelli ch'egli consi: d e r a v a i suoi d u e s u p r e m i i m p e g n i : r e s t a u r a r e il cattolicesi 1
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mo e l'assolutismo, I p u r i t a n i insorsero. Giacomo gl'inflisse u n castigo d a far i m p a l l i d i r e C r o m w e l l . N e i n o r r i d i r o n o perfino Luigi XIV, che p u r e coi suoi ugonotti a n d a v a p e r le spicce, e lo stesso p a p a I n n o c e n z o X I . Giacomo rimase sordo ai loro richiami e a quelli dei suoi sudditi più m o d e r a t i . Ricominciò la dissidenza del P a r l a m e n t o , che bocciava regol a r m e n t e i d e c r e t i del Re. I tribunali si rifiutavano di cond a n n a r e gli oppositori. La rivolta n o n scoppiò solo p e r c h é Giacomo n o n aveva altro e r e d e che u n a figlia, Mary, di dichiarata fede p r o t e s t a n t e , e p e r di p i ù a n d a t a sposa a G u glielmo d ' O r a n g e , u n o dei g r a n d i c a m p i o n i del calvinismo olandese. Era u n a coppia che dava, p e r il futuro, a m p i e garanzie di laicismo e liberalismo. Ma nell' '88 Giacomo e b b e un figlio maschio, che fu subito battezzato col rito cattolico. Allora i dissidenti invitarono Guglielmo a r o m p e r e gl'indugi e a i n v a d e r e l'Inghilterra. L'esercito con cui Guglielmo sbarcò oltre Manica e r a piccolo, ma fu subito ingrossato dalle t r u p p e che d i s e r t a v a n o Giacomo, e p e r di p i ù G u g l i e l m o e r a un g r a n d e c a p i t a n o . Sconfisse a p i ù r i p r e s e il suocero, lo c a t t u r ò , ma lo mise in condizione di fuggire. Giacomo ne approfittò senza r e n d e r si conto c h ' e r a p r o p r i o questo che Guglielmo voleva p e r discreditarlo e p r e v e n i r e qualsiasi c o m p r o m e s s o . Il trànsfuga riparò in Francia col suo prezioso figlioletto, che di lì a molti a n n i avrebbe tentato, ma invano, di r i p o r t a r e sul t r o n o la dinastia Stuart. Oltre c h e valente soldato, Guglielmo si d i m o s t r ò abilissimo politico. P e r s o n a l m e n t e fedele a un i n t r a n s i g e n t e calvinismo, n o n pretese tuttavia i m p o r l o a un Paese che n o n tollerava l'intolleranza e cercava un c o m p r o m e s s o fra le s u e tre diverse religioni. Egli lo sanzionò insieme con le p r e r o gative del P a r l a m e n t o , che si c o n t e n t ò di d i r i g e r e di d i e t r o le q u i n t e senza mai sovrapporglisi. N o n aveva g r a n d i qualità di s e d u t t o r e . Era assolutamente privo di calore u m a n o , e la sua m a g n a n i m i t à , ispirata soltanto dal calcolo politico e si vedeva - e r a spesso c o n t r a d d e t t a da gesti di gelida spie303
tatezza. Le d o n n e Io c h i a m a v a n o «l'orso olandese» p e r c h é n o n s i c u r a v a d i l o r o . Parlava p o c h i s s i m o a n c h e p e r c h é p r o n u n c i a v a m a l e l'inglese, e p e r gl'inglesi o s t e n t a v a un certo disprezzo. Per di più n o n nascondeva la sua ferma volontà di servirsi della p o t e n z a inglese p e r aiutare l'Olanda a difendersi dalle aggressioni della Francia. Ma gl'inglesi glielo consentirono p e r c h é la Francia e r a anche il loro maggiore p e r i c o l o . E su q u e s t a c o m u n a n z a d'interessi si basò la convivenza tra quel Re straniero e i suoi nuovi sudditi. Costoro c h i e s e r o u n a u t o g o v e r n o s e m p r e p i ù i n d i p e n d e n t e dalla Corona, e Guglielmo glielo concesse in cambio di u n a politica estera s e m p r e p i ù antifrancese. Q u e s t a sfociò nel 1689 nella sua a d e s i o n e ufficiale alla « G r a n d e Alleanza» e nel 1701 nella sua partecipazione attiva alla p r i m a coalizione continentale c o n t r o la successione del B o r b o n e al t r o n o spagnolo, che al t e r m i n e di u n a lunga lotta doveva ridimensionare l'ambizione del Re Sole e castigarne l'insolenza. E veniamo all'Austria, che p r o p r i o al t e r m i n e di questa lunga g u e r r a a v r e b b e d a t o il cambio alla S p a g n a nella s u p r e mazia sull'Italia. L'Austria seguitava a soffrire di ciò di cui i suoi sovrani Asburgo seguitavano a vantarsi: cioè di essere la «centrale» d ' u n I m p e r o che si rifiutava di avere un «centro» e cui ness u n a forza u m a n a sarebbe riuscita a d a r e organica unità. Ci s e m b r a di essere stati a b b a s t a n z a espliciti sul caos che reg n a v a in G e r m a n i a fra tutti q u e g l i Stati e staterelli c h e la frastagliavano e c h e a l l ' I m p e r a t o r e n o n t r i b u t a v a n o che q u a l c h e formale o m a g g i o , m e r c a n t e g g i a n d o n e l a n o m i n a vitalizia volta p e r volta. E n o n vogliamo ripeterci. Diremo soltanto che la p a c e di Westfalia aveva p e g g i o r a t o la situazione politicamente ed e c o n o m i c a m e n t e . Di saldo e solido, agli Asburgo restavano soltanto gli Stati ereditari d'Austria, n o n c h é la B o e m i a e l ' U n g h e r i a di cui o r m a i e r a n o Re di fatto. Nel 1658 questi troni toccarono - insieme col solito alti304
sonante e vuoto titolo imperiale - a L e o p o l d o I che doveva conservarli oltre la fine del secolo, e che cercò finalmente di d a r e u n a s t r u t t u r a di Stato ai suoi p o s s e d i m e n t i . Per cond u r r e a t e r m i n e l'impresa avrebbe avuto bisogno di qualche d e c e n n i o di pace. Ma questa gli fu c o s t a n t e m e n t e insidiata dai t u i c h i e da Luigi XIV il flagello d ' E u r o p a . I turchi, p a d r o n i di tutti i Balcani e di d u e terzi dell'Ungheria, e r a n o attestati a un centinaio di chilometri da Vienna, il che faceva dell'Austria il vero bastione dell'Occidente cristiano. Ma q u e s t ' O c c i d e n t e si ricordava di r a d o d'essere cristiano, di solito p r e f e r e n d o lasciare il suo bastione a sbrigarsela da solo. Così l'antimilitarista L e o p o l d o , più che alle riforme e alla musica - che e r a la sua g r a n d e passione - d o vette dedicarsi alla g u e r r a . Egli trovò un g r a n d e generale in un italiano, il Montecuccoli, che c o n p o c h e forze, nel '64, sbaragliò gli O t t o m a n i . Ma le discordie i m p e d i r o n o all'Eur o p a d i a p p r o f i t t a r n e p e r a n n i e n t a r e q u e s t o suo secolare nemico. Sicché, c o m e già era avvenuto d o p o L e p a n t o , i turchi r i p r e s e r o l'offensiva, r i c o n q u i s t a r o n o il l o r o b o c c o n e d ' U n g h e r i a , e la loro flotta s t r a p p ò Creta ai veneziani e rimase p a d r o n a del M e d i t e r r a n e o . Un solo Re cristiano scese n u o v a m e n t e in c a m p o c o n t r o di loro, Giovanni Sobieski di Polonia. Ma L e o p o l d o , invece d'aiutarlo, istigò i turchi a invadere il suo Paese, m e n t r e Luigi X I V li sobillava ad attaccare L e o p o l d o . Q u e s t a e r a la solidarietà e u r o p e a , e n o n si p u ò dire che col passar dei secoli abbia fatto progressi. I turchi t o r n a r o n o all'offensiva nel 1682 con un esercito d i 250.000 u o m i n i . L e o p o l d o e r a c o n v i n t o che a v r e b b e r o attaccato la Polonia. Essi invece si diressero su V i e n n a e le posero assedio. A n c o r a u n a volta in soccorso del b a l u a r d o della cristianità pochi cristiani si mossero. Ce n ' e r a n o molti di più sotto le b a n d i e r e m u s s u l m a n e . Poco g l o r i o s a m e n t e Leopoldo a b b a n d o n ò la sua capitale affidando il c o m a n d o a Carlo di L o r e n a e l a n c i a n d o un a p p e l l o a Sobieski che accorse con 2 5 . 0 0 0 u o m i n i . S o m m a n d o l i agli austriaci e ai contingenti tedeschi, ne mise insieme 60.000. M a l g r a d o la 305
sua inferiorità, attaccò l'avversario che n o n se l'aspettava, e lo mise in rotta. Vienna l'acclamò come un eroe, m e n t r e accolse f r e d d a m e n t e L e o p o l d o . Le solite rivalità e gelosie r i t a r d a r o n o l'inseguimento delle forze n e m i c h e . Solo a metà settembre esse furono r a g g i u n t e da Sobieski e Carlo di Lor e n a , che n u o v a m e n t e le sconfissero. Stavolta p a p a I n n o c e n z o XI fu p r o n t o a c o m b i n a r e un'alleanza fra Austria, Polonia e Venezia p e r lo sfruttamento del successo. Francesco Morosini riconquistò con la sua flotta A t e n e d o p o u n feroce b o m b a r d a m e n t o c h e provocò i r r e p a r a b i l i guasti a n c h e al P a r t e n o n e , adibito dai turchi a deposito di munizioni; m e n t r e Sobieski e Carlo riportavano sulla t e r r a f e r m a altre decisive vittorie, c h e c o n s e n t i r o n o la r i c o n q u i s t a di tutta l ' U n g h e r i a , c o m p r e s a la Transilvania. Subito d o p o a n c h e l ' a v a m p o s t o m u s s u l m a n o d i B e l g r a d o c a d e v a . S a r e b b e bastata u n ' a l t r a spallata p e r scacciare gli O t t o m a n i d a l l ' E u r o p a e liberare Costantinopoli. Ma a questo p u n t o Luigi X I V t o r n ò alla riscossa. Il «Re cristianissimo», c o m e a m a v a chiamarsi, seguitava a pensare che gli Asburgo e r a n o un n e m i c o molto più pericoloso dei t u r c h i , invase il Palatinato, e L e o p o l d o d o v e t t e d i s t r a r r e p a r t e delle sue forze dai teatri di g u e r r a balcanici p e r far fronte a questa n u o v a aggressione. Tuttavia i suoi eserciti, c h e o r a a v e v a n o t r o v a t o u n altro g r a n d e c o n d o t t i e r o nel p r i n c i p e E u g e n i o di Savoia, inflissero u n a n u o v a m e m o r a bile disfatta al S u l t a n o , c o s t r i n g e n d o l o a c h i e d e r pace. Il trattato di Carlowitz nel 1699 lasciava alla Turchia quasi tutti i Balcani fino alla Dalmazia, ma l'Austria ebbe l'Ungheria con la Transilvania, t r a n n e Temesvàr assegnata alla Turchia, la Polonia i n c a m e r ò l ' i m m e n s a U c r a i n a , e Venezia rimase p a d r o n a del Peloponneso. Da quel m o m e n t o i turchi badar o n o soltanto a c o n s e r v a r e in E u r o p a quello c h e gli era rimasto: la loro minaccia n o n incombeva più sull'Occidente. La p a c e a Est servì soltanto di c o n c i m e p e r la g u e r r a a Ovest c o n t r o la Francia, che doveva a l u n g o prolungarsi nel secolo s e g u e n t e p e r la successione al t r o n o s p a g n o l o . Ma 306
sortì a n c h e un altro effetto. Gli Asburgo s'erano resi ancora meglio conto q u a n t o poco potessero fare affidamento sulla Germania, vocata c o m e si dimostrava al suo rissoso inguaribile p a r t i c o l a r i s m o , e si d i e d e r o a consolidare i loro tradizionali possessi, r e n d e n d o ereditarie le c o r o n e di Boemia e d ' U n g h e r i a e affermandovi il loro assolutismo. C o m e titolo, il Sacro R o m a n o I m p e r o c o n t i n u ò a esistere. Ma solo come tìtolo. La n u o v a realtà politica che o r a p r e n d e v a c o r p o era un altro I m p e r o : quello austro-boemo-ungarico, che p e r oltre d u e c e n t ' a n n i e r a destinato a restare u n o dei g r a n d i pilastri d ' E u r o p a . Q u e s t o I m p e r o , d i cui l'Italia stava p e r d i v e n t a r e u n a succursale c o m e p a r t e dell'eredità spagnola degli Asburgo, n o n e r a il p a r a d i s o della libertà, né mai lo s a r e b b e diventato. La sua stessa n a t u r a di Stato composito, p l u r i n a zionale e p l u r i l i n g u e , lo spingeva a o p p o r r e alle sue forze centrifughe quella c e n t r i p e t a d ' u n a m a r c a t a centralizzazione. In c o m p e n s o p e r ò fu sin d a p p r i n c i p i o un modello di ord i n e a m m i n i s t r a t i v o . T u t t o si d e c i d e v a a V i e n n a , c h e da quel m o m e n t o p r e s e lo slancio d ' u n a g r a n d e capitale in gara con Parigi p e r il p r i m a t o e u r o p e o . E la C o r t e e r a il suo cuore e il suo cervello. Ma a differenza degli Asburgo spagnoli che n o n avevano mai sentito il bisogno d'istituire veri e p r o p r i governi e consideravano i loro Stati e possedimenti come limoni da s p r e m e r e col loro fìsco e serbatoi di reclute per le loro g u e r r e , gli Asburgo austriaci concepivano di solito la loro autorità c o m e quella di un paterfamilias severo, ma sollecito del pubblico benessere. Anch'essi si a p p o g g i a v a n o sulle aristocrazie locali, anch'essi scoraggiarono ogni forma di a u t o n o m i a , anch'essi p r a t i c a r o n o u n o zelante cattolicesimo e fecero del clero un c o a d i u t o r e della loro polizia. Ma costruirono u n a macchina burocratica di g r a n d e efficienza, p r e p o n e n d o v i un p e r s o n a l e molto b e n selezionato, che sapeva applicare con giudiziosa elasticità leggi e o r d i n a n z e , e non soltanto servirsene p e r i p r o p r i personali soprusi. Tutto questo lo v e d r e m o meglio nei volumi che dediche307
r e m o al Sette e a l l ' O t t o c e n t o . Per il m o m e n t o lo si poteva presagire solo dal più accentuato disinteresse degli Asburgo p e r le inestricabili vicende della galassia germanica e dal loro r i p i e g a m e n t o sulle province austro-ungarico-boeme. Ecco p r e s s a p p o c o c o m e s'era v e n u t a configurando l'Europa nella seconda m e t à del secolo. Quello che ne abbiamo fornito n o n è n e a n c h e un s o m m a r i o riassunto. E solo l'indicazione, limitata alle maggiori Potenze, di certe fondamentali vic e n d e i n t e r n a z i o n a l i : necessario p u n t o d i r i f e r i m e n t o p e r c h i u n q u e voglia c a p i r e la storia d ' u n Paese c o m e il nostro che s t r e t t a m e n t e n e d i p e n d e , p e r c h é d i suo n o n n e h a più nessuna. L'Italia è c o m e gli stranieri decidono che sia: la posta d ' u n giuoco in cui n o n ha voce e n e m m e n o cerca d'avern e . Vediamo o r a da vicino i principali Stati, anzi stateremo che la c o m p o n g o n o .
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CAPITOLO VENTISETTESIMO IL PIEMONTE
Anche nella seconda m e t à del Seicento l'unico Stato italiano politicamente vivo rimase il Piemonte. La riconciliazione fra m a d a m i s t i e principisti, suggellata d a l l ' a c c o r d o di T o r i n o del 1642, aveva c o m p o s t o , a l m e n o in a p p a r e n z a , le b e g h e i n t e r n e , ma n o n aveva eliminato lo z a m p i n o francese a Corte, d o v e g r a n p a r t e della nobiltà seguitava a n u t r i r e sentimenti gallicani e ad a d o t t a r e fogge e pose parigine. Le donne - scrive un cronista dell'epoca - si vestono «alla franzesa», m o s t r a n o sfacciatamente il seno, baciano gli u o m i n i in pubblico. Q u a n t o a M a d a m a Reale, nelle cui vene scorre il s a n g u e dei Borboni, il suo c u o r e batte p i ù di là che di qua delle Alpi. I francesi m a n t e n g o n o a Torino un presidio con tre r e g g i m e n t i al cui s o s t e n t a m e n t o d e v o n o p r o v v e d e r e i suoi abitanti. Nel 1645 la g u a r n i g i o n e si restringe nella cittadella, ma solo dodici a n n i d o p o si decide a sloggiare. Nel n o v e m b r e 1659 la pace dei Pirenei pose ufficialmente fine alla g u e r r a franco-spagnola, di cui il P i e m o n t e era stato u n o dei principali teatri, r e i n t e g r ò il D u c a di Savoia nelle t e r r e che il t r a t t a t o di C h e r a s c o gli aveva assegnato, ma ribadì la presenza francese a Pinerolo. Q u a t t r o a n n i dopo, M a d a m a Reale calò nella tomba. F u r o n o in molti a trarre un sospiro di sollievo, ma il p i ù p r o f o n d o lo tirò senza d u b b i o il figlio Carlo E m a n u e l e II. Nel 1663 il Duca aveva ventinove a n n i , da quindici era m a g g i o r e n n e , cioè legittimo s o v r a n o , ma di fatto le redini del p o t e r e le aveva s e m p r e t e n u t e la m a d r e . Essa lo aveva circondato d'allegre c o m p a g n i e e di belle d o n n e nella sper a n z a , forse, di svogliarlo p e r s e m p r e dalle c u r e dello Sta310
to. Tuttavia, p e r a s s i c u r a r e u n e r e d e alla d i n a s t i a , decise d ' a m m o g l i a r l o a u n a l o n t a n a n i p o t e , G i o v a n n a Battista di Savoia N e m o u r s , d o n n a di g r a n d e bellezza e di r a r a intelligenza. A p p e n a il Duca la vide, se ne i n n a m o r ò contravven e n d o ai patti, o a l m e n o ai calcoli della m a d r e . La q u a l e , t e m e n d o c h e il figlio d i v e n t a s s e s u c c u b o della m o g l i e , m a n d ò a m o n t e il m a t r i m o n i o . Poco d o p o capitò a T o r i n o u n a nobile francese, Giovanna Maria di Trécesson. Il Duca, che aveva e v i d e n t e m e n t e la cotta facile, d i m e n t i c ò la cugin a e s'invaghì della n u o v a v e n u t a , c h e n o n i m p a l m ò , m a dalla q u a l e e b b e t r e f i g l i . N e l 1663, f i n a l m e n t e , c o n d u s s e all'altare la n i p o t e del Re di Francia, Francesca d ' O r l é a n s , passata alla storia col vezzeggiativo di «Colombina d ' a m o re». M a l ' u n i o n e d u r ò solo u n a n n o , p e r c h é n e l g e n n a i o 1664 Francesca m o r ì . Rimasto nello spazio di pochi mesi orfano e vedovo, Carlo accantonò p e r il m o m e n t o l'idea di n u o v e nozze e si diede a n i m a e c o r p o al mestiere di sovrano. Dalla m a d r e e dagli a n t e n a t i aveva e r e d i t a t o la m a n i a di g r a n d e z z a e il mal della pietra. Voleva fare del P i e m o n t e un g r a n d e Stato e di Torino u n a m e t r o p o l i d i r a n g o e u r o p e o . Q u a n d ' e r a ancora in vita M a d a m a Reale aveva speso s o m m e favolose p e r abbellire la Capitale, d i s s e m i n a n d o l a di ville e palazzi e chiamandovi artisti di grido da ogni p a r t e della Penisola, di cui il p i ù illustre fu il t e a t i n o G u a r i n o G u a r i n i , che C a r l o n o minò i n g e g n e r e ducale e che p r o g e t t ò la cappella della Sind o n e , la chiesa di San L o r e n z o e quella d e l l ' I m m a c o l a t a . Grazie a lui, Torino diventò un i m m e n s o cantiere, brulicante di muratori, sterratori, capimastri, decoratori, pittori, stuccatori. La città, che la p e s t e del 1630 aveva s p o p o l a t o , riprese n u o v o slancio demografico. E fu il boom, d o p o i lunghi e sanguinosi a n n i di g u e r r a . Vi c o n t r i b u i r o n o molte cose, ma soprattutto il fatto che il P i e m o n t e aveva o r m a i u n o Stato, cioè qualcosa c h e si sov r a p p o n e v a agl'interessi particolari, e riusciva a t e n e r l i in freno. I nobili ne formavano il n e r b o . Essi vi g o d e v a n o mol311
ti privilegi, ma li r i p a g a v a n o col «pubblico servizio». L'aristocrazia s a b a u d a si sentiva m o r a l m e n t e i m p e g n a t a a m a n t e n e r e l e cariche d i «vertice» a n c h e p e r c h é n o n e r a abbastanza ricca p e r p o t e r s e n e e s e n t a r e . I p a t r i m o n i e r a n o soltanto terrieri e n o n molto vasti. I p o d e r i n o n r e n d e v a n o abbastanza p e r m a n t e n e r e il castello che s'ergeva sul cucuzzolo della collina o il p a l a z z o t t o in città. Q u i n d i ci voleva l'impiego che obbligava il nobile p i e m o n t e s e a indossare la divisa d'ufficiale o la feluca di diplomatico. A questa nobiltà, d'origine g u e r r i e r a e. feudale, se n ' a n d a v a g i u s t a p p o n e n d o u n a n u o v a d'estrazione borghese. E r a n o stati i Duchi stessi a c r e a r l a p e r b i l a n c i a r e e t e n e r e in r i s p e t t o quella di sang u e . Nelle sue file militavano avvocati, magistrati, notai, m e dici. La borghesia vera e p r o p r i a , priva di blasone, ma laboriosa, agiata e socialmente evoluta, era un altro solido p u n tello dello Stato s a b a u d o . Q u a n t o a l p o p o l o , g o d e v a d ' u n b e n e s s e r e s u p e r i o r e a quello del resto della Penisola, fatta eccezione forse p e r Venezia. Anche nelle c a m p a g n e , che più avevano subito gli orrori della g u e r r a e le devastazioni delle soldatesche, la vita aveva r i p r e s o il suo r i t m o n o r m a l e . Il Duca n o n aveva lesinato ih provvidenze, sovvenzioni e m u t u i ai contadini p i ù bisognosi. Sotto di lui a n c h e il c o m m e r c i o e r a rifiorito e gli scambi con gli altri Stati italiani e stranieri s'erano infittiti. La mort te improvvisa a soli q u a r a n t u n a n n i g l ' i m p e d ì di p o r t a r e a t e r m i n e q u e s t ' o p e r a di ricostruzione. Fu stroncato nel 1675 da u n a febbre violenta, d o v u t a p r o b a b i l m e n t e alla malaria e n o n - c o m e h a n n o i n s i n u a t o alcuni storici - agli strapazzi sessuali. P r e s a g e n d o la fine convocò al capezzale la moglie; quella G i o v a n n a Battista c h ' e r a stato il suo p r i m o a m o r e e che poi aveva finito p e r sposare, e il figlioletto Vittorio Ame* deo. Q u i n d i chiese il viatico. M e n t r e il p r e t e glielo porgeva* u d ì un vocìo di folla levarsi da d i e t r o la p o r t a della sua cam e r a . «Fatela entrare» disse «perché veda che a n c h e i prinìcipi muoiono.» Vittorio A m e d e o aveva nove a n n i e doveva a s p e t t a r n e al* 312
tri cinque p e r diventare m a g g i o r e n n e e assumere personalm e n t e il p o t e r e , ma a C o r t e molti s c o m m e t t e v a n o c h e sarebbe m o r t o p r i m a . Pallido, fragile, m i n g h e r l i n o , n o n poteva sottoporsi ad alcuno sforzo, passava lunghi p e r i o d i a letto, c i r c o n d a t o d a medici, infermieri, stregoni. Q u a l e m a l e l'affliggesse con precisione n e s s u n o lo sapeva. Le diagnosi e r a n o c o n t r a d d i t t o r i e , le t e r a p i e g e n e r i c h e e bislacche. Per a n n i gli f u r o n o p r o p i n a t i g l ' i n t r u g l i p i ù s t r a n i , finché u n giorno un m e d i c o di n o m e Petecchia consigliò la Duchessa d i d a r g l i d a m a n g i a r e certi b a s t o n c i n i d i farina c h i a m a t i grissini. Abbiamo qualche d u b b i o sulle qualità t e r a p e u t i c h e dei grissini. Ma i m e m o r i a l i s t i a s s i c u r a n o c h e in p o c h e settimane il piccolo Vittorio rifiorì. G i o v a n n a Battista ne fu felice c o m e m a d r e , ma n o n come r e g g e n t e . L'idea che il figlio, r a g g i u n t a la m a g g i o r e età, rivendicasse i p r o p r i diritti, sottraendoli a lei, p o c o le garbava. Per s c o n g i u r a r e q u e s t o p e r i c o l o fece con Vittorio quello c h e la s u o c e r a aveva fatto col m a r i t o . L'allevò nella b a m b a g i a , l'affidò a g o v e r n a n t i smidollati, a p r e c e t t o r i ignoranti e a d a m e di facili costumi. Ma l'influsso che costoro e s e r c i t a r o n o sul giovane Duca deluse le sue aspettative. D a p p r i n c i p i o Vittorio s ' a b b a n d o n ò ai piaceri della caccia, della m e n s a e dell'alcova, e frequentò c o m p a g n i e scioperate e dissolute, ma poi finì p e r m e t t e r e la testa a partito. E la Duchessa allora decise di farlo sposare all'Infanta d e l Portogallo, u n i c a e r e d e a l t r o n o del s u o Paese. E r a u n m o d o come u n altro p e r allontanarlo dal P i e m o n t e , nell'illusione di r e s t a r n e l'incontrastata p a d r o n a . Ma la C o r t e insorse inviperita c o n t r o questo p r o g e t t o , che avrebbe messo lo Stato sabaudo alla m e r c é della c o r o n a lusitana, e Giovanna Battista d o v e t t e c e r c a r e al figlio u n ' a l t r a moglie. La trovò nella nipote di Luigi XIV, A n n a d ' O r l é a n s . Nel 1684 v e n n e stipulato a Versailles il c o n t r a t t o di m a t r i m o n i o , che si celebrò in q u e l l o stesso a n n o . Alla vigilia (nel febbraio), c o m e un fulmine a ciel sereno, il Duca d i e d e l ' a n n u n c i o che avrebbe assunto i p i e n i p o t e r i , d e t e n u t i fin allora dalla m a d r e . Co313
stei fece b u o n viso a cattiva sorte e uscì di scena senza colpi di scena. La r e g g e n z a era d u r a t a anche t r o p p o e i suoi effetti erano stati deleteri. G i o v a n n a Battista aveva fatto dello Stato sabaudo un satellite di Parigi, p e r oltre dieci a n n i gli ambasciatori del Re Sole avevano i n t r i g a t o a C o r t e e gli eserciti francesi avevano trattato il suolo p i e m o n t e s e come t e r r a di conquista. Le decisioni p r e s e a Versailles s'erano p u n t u a l m e n t e ripercosse al di q u a delle Alpi. La revoca, ad esempio, d e l l ' e d i t t o di N a n t e s , c o n t r o gli u g o n o t t i , scatenò un terribile pogrom delle p o p o l a z i o n i valdesi, che abitavano il v e r s a n t e orientale delle Alpi Cozie e le sue scoscese e inaccessibili valli. Abbiamo fatto la conoscenza di questa setta ne Eltalia dei Comuni, r i e v o c a n d o n e s o m m a r i a m e n t e la figura del fondatore. Vediamola o r a più da vicino. C a p i r e m o meglio la politica dei Savoia in questo p e r i o d o . Si chiamavano valdesi dal n o m e del loro capostipite Piet r o Valdo, un ricco m e r c a n t e di Lione che nel dodicesimo secolo, in seguito a u n a crisi religiosa, s'era spogliato di tutti i suoi beni, li aveva d o n a t i ai poveri, s'era messo a leggere, anzi a farsi t r a d u r r e dal latino la Bibbia e a spiegarla in pubblico. Il gesto gli aveva attirato l'ostilità del clero ufficiale, che delle Sacre Scritture si riteneva l'esclusivo depositario e l'infallibile i n t e r p r e t e . Ma Valdo n o n s'era limitato a questo. Era a n d a t o più in là. Aveva d e n u n c i a t o gli abusi e la corruzione dei p r e t i e p r o c l a m a t o che solo il r i t o r n o alle fonti evangeliche poteva r e d i m e r e la Chiesa e salvare la fede. Valdo aveva messo il dito sulla piaga e molti concittadini erano diventati suoi seguaci, si facevano c h i a m a r e Poverelli di Lione, s'erano sbarazzati di tutti i loro averi, avevano adottato la regola essenica degli antichi apostoli e messo tutto in com u n e tra loro. Il m o v i m e n t o s'ingrossò r a p i d a m e n t e , i suoi a d e p t i si moltiplicarono al p u n t o che le autorità s'allarmarono e pre314
sero a p e r s e g u i t a r l i . Valdo s'appellò d i r e t t a m e n t e al Papa, che n o n solo lo difese, ma ne benedisse i propositi. L'avallo pontificio n o n intimidì il clero francese, tollerante in fatto di d o t t r i n a , ma i n t r a n s i g e n t e nella difesa dei p r o p r i interessi temporali. Valdo fu messo al b a n d o . N o n passò molto tempo che a n c h e R o m a , di fronte ai p r o g r e s s i dei Poverelli di Lione, prese posizione contro il loro capo, e nel 1183 lo scomunicò. La data è i m p o r t a n t e p e r c h é segna il distacco definitivo di questi dissidenti dalla Chiesa cattolica e l'inizio della loro tribolata diaspora. I valdesi sciamarono in Boemia, dove il fondatore m o r ì , in Austria, in G e r m a n i a , in Francia, ma soprattutto in Italia. Qui si sparsero un p o ' d o v u n q u e : in L o m b a r d i a , nel Veneto, in Toscana, in U m b r i a , in Calabria. Ma la schiera più n u trita e c o m p a t t a a p p r o d ò , come abbiamo visto, sul versante orientale delle Alpi Cozie. Si riconoscevano p e r c h é vestivano con semplicità, e r a n o schivi, modesti, frugali. N o n praticavano il c o m m e r c i o , si rifiutavano di p r e s t a r g i u r a m e n t o , n o n a c c u m u l a v a n o ricchezze, n o n f r e q u e n t a v a n o locali pubblici, d i s d e g n a v a n o i clamori, lavoravano, p r e g a v a n o e si riunivano solo tra loro. Q u a l c u n o li accusò p e r questo di deviazioni sessuali, ma n o n si t r a t t a v a che d'infami calunnie. Sul p i a n o dottrinale n e g a v a n o al sacerdote la funzione di m e d i a t o r e tra l ' u o m o e Dio, c o n d a n n a v a n o le i n d u l g e n z e e rifiutavano l'idea del Purgatorio c o m e anticamera del Paradiso. E r a n o , p e r quei tempi, dei veri e p r o p r i rivoluzionari. Molte l o r o i d e e s a r a n n o r i p r e s e p i ù t a r d i d a i g r a n d i riformatori protestanti. Fin d a p p r i n c i p i o la vita dei valdesi riparati nelle valli del Piemonte fu g r a m a . Nel 1210, l ' i m p e r a t o r e O t t o n e IV ordinò al vescovo di Torino d'espellerli dalla città. Dieci a n n i dopo, a Pinerolo, un b a n d o c o m m i n a v a u n a m u l t a di dieci soldi a chi dava loro ospitalità. Nel 1297 Filippo di Savoia, principe di Acaja, incaricò un inquisitore di cacciarli dalle sue t e r r e . Ma r i n u n z i a m o a elencare le persecuzioni subite dai valdesi nei secoli. Sono t r o p p e . Ci l i m i t e r e m o a quelle 315
più mostruose. Nel 1560 E m a n u e l e Filiberto, d'accordo coi Re di Francia e di Spagna, s ' i m p e g n ò a estirpare dal suolo s a b a u d o l'eresia: d e c i n e di valdesi finirono sul r o g o , molti fuggirono in Svizzera, tutti e b b e r o i b e n i confiscati. Quelli che r i m a s e r o in P i e m o n t e si d i s p o s e r o a u n a resistenza disperata, e nel g i u g n o dell'anno successivo riuscirono a ott e n e r e u n a limitata libertà di culto. Nello stesso 1561 un m a s s a c r o di p r o p o r z i o n i b e n più spaventose fu p e r p e t r a t o in Calabria, dove viveva u n a colonia valdese d'alcune migliaia d ' a n i m e , a g g r u m a t e nei villaggi di La G u a r d i a e San Sisto. L'ordine di s t e r m i n i o partito da M a d r i d fu e s e g u i t o dal g o v e r n a t o r e s p a g n o l o con implacabile zelo. Le testimonianze che i c o n t e m p o r a n e i ci hanno lasciato di q u e s t o genocidio sono agghiaccianti. Eccone u n a di fonte cattolica: «Oggi di b u o n ' o r a s'è ricominciato a fare l ' o r r e n d a giustizia di questi luterani (così si chiamavano a quei tempi tutti i ribelli della Chiesa), che solo il pensarvi è spaventevole. E r a n o tutti s e r r a t i in u n a casa, e veniva il boia e li pigliava a u n o a u n o e gli legava u n a b e n d a davanti agli occhi, e p o i lo m e n a v a in un l u o g o spazioso p o c o distante da quella casa, e lo faceva inginocchiare, e con un coltello gli tagliava la gola e lo lasciava così; di poi pigliava quella b e n d a così i n s a n g u i n a t a e col coltello fumante ritorn a v a a pigliar l'altro e faceva il simile... Ha seguito q u e st'ordine fino al n u m e r o 88... S'è dato o r d i n e , e già son qua le carra, e tutti si s q u a r t e r a n n o e si m e t t e r a n n o di m a n o in m a n o p e r t u t t a la s t r a d a che fa il procaccio fino ai confini della Calabria... S'è d a t o o r d i n e di far v e n i r e oggi cento d o n n e delle più vecchie, e quelle far t o r m e n t a r e e poi farle giustiziare ancor loro, p e r avere la mistura perfetta... In undici giorni s'è fatta esecuzione di duemila anime; e ve ne sono prigioni mille e sei cento c o n d a n n a t i , ed è seguita giustizia di c e n t o e p i ù a m m a z z a t i in c a m p a g n a » . I p o c h i che s c a m p a r o n o alla carneficina furono venduti c o m e schiavi. I protestanti e u r o p e i i n o r r i d i r o n o . I valdesi e r a n o dei loro. T r e n t ' a n n i p r i m a , infatti, avevano aderito alla Riforma e 316
Calvino gli aveva s p a l a n c a t o le p o r t e di G i n e v r a e fornito assistenza m a t e r i a l e e spirituale. Ma q u e s t o n o n t r a t t e n n e Carlo E m a n u e l e II dallo scatenare contro di loro u n a persecuzione in g r a n d e stile, passata alla storia sotto il n o m e di «Pasque piemontesi». Ricorreva il p r i m o centenario di quell'istituzione del culto pubblico, che a v r e b b e d o v u t o assicurare a tutti p i e n a lib e r t à di p r o f e s s i o n e religiosa. Nella r e a l t à i valdesi e r a n o s e m p r e stati g u a r d a t i con sospetto e trattati con disprezzo dalle a u t o r i t à locali e dalla p o p o l a z i o n e cattolica a n c h e q u a n d o n o n e r a n o in atto massacri e stermini. Gli appelli rivolti al Duca p e r c h é facesse rispettare il trattato di tolleranza cadevano nel vuoto. Il 17 aprile u n a delegazione valdese si recò a T o r i n o p e r essere r i c e v u t a dal m i n i s t r o di C a r l o E m a n u e l e , il m a r c h e s e di Pianezza. Il giorno stesso un esercito di quindicimila u o m i n i invase la valle di L u s e r n a al grido di «Viva la Santa Chiesa R o m a n a ! Guai ai Barbetti!» I valdesi, colti di s o r p r e s a , v e n n e r o in g r a n p a r t e t r u c i d a t i nel sonno. I superstiti s ' a r m a r o n o in fretta e furia e s'accinsero alla difesa. Ma le forze e r a n o impari, la superiorità del Pianezza, che aveva a s s u n t o il c o m a n d o della s p e d i z i o n e , schiacciante. I valdesi c a d d e r o c o m e m o s c h e sotto le baionette sabaude. Si r i p e t e r o n o le scene di t e r r o r e , le stragi feroci e indiscriminate di San Sisto e La Guardia. Le vittime n o n si contarono, e lo sterminio sarebbe stato totale c o m e in Calabria se a n c h e in quest'occasione, da tutta l ' E u r o p a p r o t e s t a n t e , non si fossero levate grida di s d e g n o e minacce di r a p p r e s a glie. In I n g h i l t e r r a Oliviero Cromwell b a n d ì un digiuno nazionale e incitò i Paesi riformati a scendere in c a m p o a fianco dei valdesi. A n c h e la Svizzera, i Paesi Bassi, la G e r m a n i a p r o t e s t a r o n o . La stessa Francia, dove r e g n a v a il cattolicissimo Luigi XIV, auspicò la cessazione delle ostilità e l'apertura di negoziati di pace. Questi si svolsero a Pinerolo, d u r a r o n o u n a quindicina di giorni e p o r t a r o n o a un'amnistia generale dei valdesi. 317
Per u n a t r e n t i n a d ' a n n i costoro vissero abbastanza t r a n quilli. Ma la revoca, nel 1685, dell'editto di Nantes li rimise al b a n d o . Vittorio A m e d e o I I , aizzato dal Re Sole, abolì tutti i diritti che aveva loro riconosciuto in passato, gli vietò di riunirsi, gli o r d i n ò di distruggere i templi e d'abiurare alla fede dei p a d r i . Vani furono i tentativi dei governi stranieri d'ind u r r e il Duca a più clementi propositi. Agli «eretici» n o n rimase che scegliere fra l'esilio e la g u e r r a . Scelsero la guerra, m a d o p o n e m m e n o t r e mesi d o v e t t e r o a r r e n d e r s i e consegnarsi al n e m i c o . Dodicimila f u r o n o fatti prigionieri. Poco più d ' u n centinaio, sfuggiti alle soldatesche savoiarde, s'imboscarono e diedero vita a u n a micidiale guerriglia. N o n riuscendo a venirne a capo, il Duca scese a patti coi «ribelli». Acconsentì a liberare i prigionieri ma in cambio pretese che tutti lasciassero il Piemonte. I valdesi presero mestamente la via della Svizzera, dove i calvinisti li accolsero come fratelli. N e l 1689, d o p o d u e a n n i e m e z z o d'esilio, u n migliaio vollero t o r n a r e alle loro valli. La notte tra il 15 e il 16 agosto s i d i e d e r o c o n v e g n o sulle s p o n d e d e l lago L e m a n o , dove q u i n d i c i battelli li t r a g h e t t a r o n o in t e r r i t o r i o s a v o i a r d o . Q u i n d i s ' i n c a m m i n a r o n o verso il Moncenisio, flagellato dal v e n t o e dalla pioggia. Fu u n a m a r c i a m e m o r a b i l e , c h e siconcluse, d o p o i n e n a r r a b i l i t r a v e r s i e , sul contrafforte dei Q u a t t r o Denti, in Val San M a r t i n o . Q u i i circa seicento superstiti s'attestarono in o t t a n t a b a r a c c h e fortificate, da essi stessi costruite e p a s s a r o n o i n d i s t u r b a t i l ' i n v e r n o . Ma alle p r i m e avvisaglie di p r i m a v e r a t r u p p e francesi, al comando, del generale Catinat, c i r c o n d a r o n o il contrafforte e lo sottor. p o s e r o a un n u t r i t o fuoco d'artiglieria. Gli assediati a b b a m ' d o n a r o n o allora le posizioni, invano inseguiti dai francesi, i quali si m u o v e v a n o m a l e fra sentieri, rocce e boscaglie chen o n conoscevano. 'f Nel g i u g n o 1690, i n o p i n a t a m e n t e , giunse ai fuggiaschi lanotizia che il Duca di Savoia aveva a d e r i t o alla Lega d'Au? gusta contro Luigi X I V ed era p r o n t o a riconciliarsi con tetro. La r e i n t e g r a z i o n e dei valdesi nelle valli avite m a n d ò ìft 318
bestia il Papa, che invano cercò di far t o r n a r e sui suoi passi il Duca. Costui, da b u o n Savoia, era s e m p r e p r o n t o a sacrificare agl'interessi dello Stato quelli della fede (che n o n aveva) soprattutto ora ch'era sceso in g u e r r a con la Francia. Negli ultimi t e m p i i r a p p o r t i fra T o r i n o e Parigi s'erano andati d e t e r i o r a n d o . Il Re Sole era diventato il flagello dell'Europa, che si era coalizzata c o n t r o di lui. Il P i e m o n t e era e n t r a t o in questa «grande alleanza», e Luigi lo fece i n v a d e r e dal C a t i n a t . Le t r u p p e s a b a u d e i n g a g g i a r o n o a Staffarda u n a furiosa battaglia, e la p e r s e r o . Vittorio A m e d e o corse ai ripari a r r u o l a n d o in fretta e furia ventimila u o m i n i . Si rituffò nella mischia, ma nulla p o t è di fronte alle schiaccianti forze n e m i c h e . I p i e m o n t e s i s u b i r o n o u n a serie impression a n t e di rovesci, finché il Duca, di nascosto agli alleati, avviò con Parigi trattative segrete, c h e p o r t a r o n o ai trattati di Torino e di Vigevano. Luigi X I V s'impegnò, sebbene vincitore, a s g o m b e r a r e Casale e P i n e r o l o . In c a m b i o Vittorio A m e d e o d i e d e la p r o p r i a figlia Maria A d e l a i d e in sposa al nipote del Re Sole. Così il P i e m o n t e fu finalmente libero da presidi stranieri.
CAPITOLO VENTOTTESIMO
LA SERENISSIMA
Nell'imbelle e s o n n o l e n t a Italia del Seicento un altro Stato, oltre il Piemonte, dà segni di vita, n o n o s t a n t e la crisi che già lo investe: la Repubblica di Venezia. Essa n o n è più la «regina dei mari». Le sue flotte n o n fanno p i ù p a u r a e c o n c o r r e n z a a n e s s u n o . I suoi ammiragli n o n sono p i ù imbattibili. I suoi mercanti n o n d e t e n g o n o più le chiavi del c o m m e r c i o col L e v a n t e . Le sue finanze sono m a l c o n c e . La ricchezza è c o n c e n t r a t a nelle m a n i di pochi nobili, che si g u a r d a n o b e n e dall'investirla in imprese marin a r e d'esito i n c e r t o . I capitali p r e n d o n o la via della terraferma e s'immobilizzano nell'acquisto di latifondi. A questa c r u d a realtà fa da m a s c h e r a e orpello il fasto esteriore della città. Nelle calli, nelle piazze, sul C a n a l g r a n d e , i segni della d e c a d e n z a n o n si colgono. I veneziani n o n h a n n o p e r d u t o la l o r o s p e n s i e r a t e z z a g o d e r e c c i a , anzi vi si a b b a n d o n a n o v i e p p i ù . O g n i p r e t e s t o è b u o n o p e r far baldoria. La Serenissima s'avvia al crepuscolo c o m e a u n a festa. E un declino lento ma fatale p e r c h é n o n ci sono forze né economiche né politiche in g r a d o d'arrestarlo. L'oligarchia che monopolizza il p o t e r e , d i l a n i a t a da gelosie e rivalità personali, ha p e r d u t o la sua antica c o m p a t t e z z a . L'autorità del Senato è scemata. Gli altri organi dello Stato sono passivi. Solo la polizia e i servizi di spionaggio s e m b r a n o funzionare. E p p u r e , la Repubblica riesce a m a n t e n e r e la p r o p r i a ind i p e n d e n z a grazie a un s a p i e n t e d o s a g g i o d'alleanze e a u n ' a c c o r t a politica d ' e q u i d i s t a n z a dai d u e g r a n d i blocchi che d o m i n a n o l'Europa: Francia e Spagna-Austria. Si tratta d ' u n equilibrio assai precario, c o m e ha dimostrato la guerra 320
contro gli Uscocchi, i pirati adriatici al soldo degli Asburgo, che t a n t o f i l o d a t o r c e r e h a n n o d a t o alle flotte v e n e z i a n e ; ma la g r a n d e e s p e r i e n z a a c c u m u l a t a in secoli di politica m o n d i a l e riesce a m a n t e n e r l o . Nella seconda m e t à del Seicento i r a p p o r t i con l'Austria si f a n n o m o l t o tesi. V i e n n a cerca u n o sbocco al m a r e e a p p u n t a i suoi sguardi sul golfo adriatico. Ma il nemico n u m e r o u n o della Serenissima resta s e m p r e l ' I m p e r o o t t o m a n o , c h e d o m i n a i n c o n t r a s t a t o l'Adriatico e il M e d i t e r r a n e o orientale. Le sue galere h a n n o s o p p i a n t a t o quelle veneziane e gettano indisturbate le a n c o r e nei porti in cui un tempo sventolavano le insegne di San Marco. I motivi d'attrito fra la Sublime Porta e la Repubblica sono infiniti e t r a g g o n o pretesto da veri o p r e s u n t i atti di pirateria, imboscate, violazioni di territorio, rettifiche di confini. Sono s e m p r e i turchi a far r i m o s t r a n z e , a m i n a c c i a r e r a p p r e s a g l i e , a c h i e d e r e spiegazioni. Venezia cerca di c o m p o r r e le controversie pacificamente, a s u o n di ducati, a n c h e q u a n d o ha r a g i o n e . L'idea d ' u n a g u e r r a col Sultano la terrorizza. «Dobbiamo» dice A n t o n i o Q u e r i n i «studiarci di conservare il nostro i m p e ro m e d i a n t e l'accortezza politica piuttosto che con il valore militare, e a b o r r i r e la g u e r r a , c h e v o r r e b b e d i r e il n o s t r o a n n i e n t a m e n t o . » E u n a confessione d ' i m p o t e n z a . La Repubblica, r i d o t t a allo s t r e m o , n o n solo n o n ha i mezzi p e r c o m b a t t e r e gli O t t o m a n i , m a n o n p u ò n e m m e n o p e r m e t tersi il lusso di m a n t e n e r e il suo u l t i m o a v a m p o s t o nell'Egeo: l'isola di Creta. Questa, d a t a la sua posizione strategica, faceva molto gola al Sultano. Il pretesto di accaparrarsela glieroffrirono nel 1644 i cavalieri di Malta, i quali, a v e n d o catturato u n a nave turca carica d ' o r o e di schiavi, volevano r i m o r c h i a r l a nella loro isola. A causa dei venti c o n t r a r i a v e v a n o p e r ò d o v u t o dirottare su Creta e rifugiarsi in u n o dei suoi porti in attesa del bel t e m p o . C o s t a n t i n o p o l i p r e s e la palla al balzo e a n n u n c i ò u n a s p e d i z i o n e p u n i t i v a c o n t r o Malta. L'anno successivo u n a flotta di oltre o t t a n t a navi da g u e r r a e d u e c e n 321
t o c i n q u a n t a t r a s p o r t i c o n c i n q u a n t a m i l a u o m i n i salpò d a Costantinopoli, diretta a Navarino, di dove doveva successiv a m e n t e sciogliere le vele in direzione di Malta. Ma questa isola era, in realtà, un falso obiettivo. Quello vero e r a Creta. Q u a n d o i veneziani si resero conto dell'inganno, era ormai t r o p p o t a r d i : le navi n e m i c h e e r a n o già in vista della loro colonia. Q u e s t a e r a difesa da u n a g u a r n i g i o n e scarsa e male in arn e s e , p o s s e d e v a un sistema di fortificazioni a s s o l u t a m e n t e i n a d e g u a t o e, c o m e se ciò n o n bastasse, la popolazione indig e n a nutriva tale scontento verso la d o m i n a z i o n e veneta da v e d e r e un liberatore in c h i u n q u e promettesse di riscattarla: Poco d o p o i t u r c h i s b a r c a r o n o nei pressi di C a n e a , e quasi senza colpo ferire p u n t a r o n o sul forte di San T e o d o r o . Q u e sto e r a p r e s i d i a t o d a u n a sessantina d i u o m i n i , c o m a n d a t i da un certo generale Giuliani, il quale, a p p e n a gli Ottomani si lanciarono all'assalto della rocca, d i e d e fuoco alle polveri p r o v o c a n d o insieme la m o r t e di assaliti e assalitori. Questo gesto da kamikaze, c h e t e s t i m o n i a v a le p e r d u r a n t i virtù g u e r r i e r e dei v e n e z i a n i , c o m m o s s e l ' E u r o p a e i n d u s s e la stessa Serenissima a inviare u n a s q u a d r a navale alla volta di Creta, del Peloponneso e dei Dardanelli, passaggio obbligato delle flotte o t t o m a n e . C o n t e m p o r a n e a m e n t e gli ambasciatori della Repubblica visitavano le principali Corti europ e e sollecitando aiuti. L a F r a n c i a rispose a l l ' a p p e l l o con u n a p r o m e s s a (che n o n m a n t e n n e ) di navi e un d o n o di centomila ducati. Il Papa, il Viceré di N a p o l i e il G r a n d u c a di Toscana, più generosi, c o n t r i b u i r o n o con venti galere. I Turchi c o n t i n u a v a n o i n t a n t o la loro avanzata nell'isola e m a r c i a v a n o su C a n e a , u n a c i t t a d i n a situata nella p u n t a n o r d occidentale. Gli abitanti, sebbene scarseggiassero d'armi e munizioni, si difesero con valore p e r d u e mesi. Poi ca* pitolarono. D o p o u n a settimana g i u n s e r o le venti galere del Papa, del G r a n d u c a e del Viceré, che s'unirono a u n a flotta veneziana. Ma i c o m a n d a n t i cominciarono subito a litigare* alcuni volevano p a r t i r e i m m e d i a t a m e n t e alla riconquista div 322
C a n e a , altri consigliavano d ' a s p e t t a r e l a b u o n a s t a g i o n e . Dopo più d ' u n mese di questi tira e molla il c o m a n d a n t e veneziano decise d ' a b b a n d o n a r e l'impresa e p i a n t a r e in asso i cretesi. Il Senato insorse. Se C a n e a - disse - e r a p e r d u t a , restava il resto dell'isola. A tutti i costi esso a n d a v a difeso. La g u e r r a p e r la sua conservazione si trascinò fra alterne vicende p e r venticinque a n n i . Vani furono i tentativi diplomatici per m e t t e r e d'accordo le parti. Gli O t t o m a n i volevano il d o minio c o m p l e t o di Creta, e d o p o aver o c c u p a t o R e t i m n o e Chissamo, p u n t a r o n o su Candia e la cinsero d'assedio. Q u e s t o d u r ò v e n t i d u e a n n i , e p e r s o s t e n e r n e l ' o n e r e la Repubblica fu costretta a v e n d e r e a privati cittadini titoli nobiliari e p a r t e dei suoi beni di terraferma. Col ricavato a r m ò nuove galere, arruolò nuovi equipaggi, ingaggiò nuovi c o m a n d a n t i . Il Senato decise di n o n limitare le operazioni a Creta e d'estenderle a tutto l'Egeo, fino allo stretto dei Dardanelli, a t t r a v e r s o il q u a l e affluivano al n e m i c o i rifornim e n t i di viveri e m u n i z i o n i . La s u p e r i o r i t à o t t o m a n a e r a schiacciante, i convogli della Serenissima si m u o v e v a n o fra mille insidie e r e p e n t a g l i , ma a C a n d i a gli assediati seguitavano a battersi c o m e leoni, sebbene accerchiati da tutte le parti e tagliati fuori dalle linee di rifornimento. L'eroica resistenza seguitava a suscitare in E u r o p a p i ù ammirazione che slanci di solidarietà. Nel 1660 quattromila volontari salparono dalla Francia alla volta di Creta. G i u n t o nell'isola, l'improvvisato esercito, f o r m a t o da nobili spiantati, avanzi di galera, sfaccendati e a v v e n t u r i e r i d ' o g n i risma, si mise a saccheggiare villaggi, p r o f a n a r e chiese, violentare d o n n e , razziare bestiame. Avanzò fino alle p o r t e della capitale dove si scontrò con quello turco, che lo respinse con gravi p e r d i t e . La dissenteria fece il resto. I superstiti abb a n d o n a r o n o l'isola e si s p a r p a g l i a r o n o nell'arcipelago greco. Poco d o p o d u e m i l a tedeschi r i t e n t a r o n o l'impresa, m a non ebbero miglior fortuna. Il destino di C a n d i a a p p a r i v a o r m a i segnato e a Venezia ci si rese conto che la resistenza n o n avrebbe sortito altro ri323
sultato che quello di s t r e m a r e le residue forze della R e p u b blica. Nell'estate 1669, i difensori di Candia, ridotti o r m a i a p o c h e migliaia e c o m p l e t a m e n t e esauriti, decisero d ' a r r e n dersi. I loro emissari s ' i n c o n t r a r o n o con quelli o t t o m a n i e, d o p o l u n g h e trattative, il 6 s e t t e m b r e , firmarono l'accordo di capitolazione. Esso obbligava la Serenissima a evacuare Creta e cederla alla Turchia, la quale rinunciava a indennità e tributi, concedeva alle t r u p p e veneziane che lasciavano l'isola l'onore delle a r m i e delle b a n d i e r e , e consentiva alle navi della Repubblica il libero accesso ai porti di Suda e Spinalonga. Per u n a quindicina d'anni, Venezia considerò definitivam e n t e p e r d u t o q u e l suo u l t i m o b a s t i o n e n e l L e v a n t e . M a nel 1683 il Sultano pose l'assedio a Vienna e costrinse l'imp e r a t o r e L e o p o l d o a fuggire. Il m o n d o cristiano fu percorso da un brivido di t e r r o r e e solo q u a n d o l'esercito polacco di Giovanni Sobieski respinse l'invasore esso s e m b r ò rianimarsi. Le nazioni cristiane che già avevano fatto lega contro gli O t t o m a n i (Austria, Polonia e Stato pontificio) decisero d'allargare la coalizione ad altre potenze. Fu interpellata anche Venezia, che offrì agli alleati la p r o p r i a marina, in cambio della restituzione di Creta, N e g r o p o n t e e Cipro. A capo della flotta la Signoria pose u n o dei più g r a n d i ammiragli di tutti i tempi: Francesco Morosini. Il Morosini a p p a r t e n e v a a u n a delle cosiddette «duecento famiglie», e un suo a n t e n a t o e r a stato Doge. Aveva semp r e avuto la passione della storia, della nautica e della scienza militare, fin da b a m b i n o n o n faceva che p a r l a r e di guerra, conosceva vita, m o r t e e miracoli dei g r a n d i condottieri v e n e z i a n i e s o g n a v a d ' e m u l a r n e le gesta. Si a r r u o l ò come mozzo sulla galera del c u g i n o , che dava la caccia ai corsari barbareschi. I galloni di ammiraglio se li g u a d a g n ò d u r a n t e la resistenza di Candia, e fu lui a firmare la resa della città e a o r d i n a r e lo s g o m b e r o . Q u a n d o t o r n ò in patria fu accusato d'essersi a r r i c c h i t o a spese della Repubblica, processato e assolto p e r c h é n e s s u n o riuscì a d i m o s t r a r n e la colpevolezza, 324
sebbene molti ne fossero convinti. Si m o r m o r a v a che in p o chi a n n i si fosse messo illecitamente in tasca un milione di ducati, e lui n o n trascurava nulla p e r d a r c r e d i t o a q u e s t e voci. Viveva in un magnifico palazzo, da n a b a b b o , amava il lusso, le o p e r e d ' a r t e e le belle d o n n e . E r a d i v o r a t o da u n ' a m b i z i o n e che sfiorava la m e g a l o m a n i a . Ma e r a a n c h e un abile politico, un sagace diplomatico, un b u o n cristiano e s o p r a t t u t t o un magnifico g e n e r a l e . Sotto la sua g u i d a la flotta veneziana r i p o r t ò un seguito di clamorose vittorie che c o n t r i b u i r o n o g r a n d e m e n t e alla definitiva disfatta degli O t t o m a n i . Costoro si videro finalmente costretti a c h i e d e r e la pace, che fu firmata il 26 gennaio 1699 a Carlowitz. Venezia o t t e n n e il riconoscimento del p r o p r i o dominio sulla Morea, su Egina, Santa M a u r a , L e u c a d e e Zante. La ricostituzione del vecchio i m p e r o coloniale doveva rivelarsi effimera. Ma questo lo v e d r e m o ne Eltalia del Settecento. Q u a n t o a Morosini, che era stato fra i massimi artefici del trionfo, undici anni p r i m a e r a stato eletto Doge all'unanimità e quasi a furor di p o p o l o . N e l l ' a p p r e n d e r e in Morea, dove stava t u t t o r a c o m b a t t e n d o , la notizia della n o m i n a , volle s a p e r e q u a n t o la carica gli avrebbe reso e quali o n o r i gli sarebbero stati tributati. Il suo r i t o r n o in patria, nel '90, fu salutato da salve di c a n n o n e , da fuochi d'artificio e da una popolazione in festa. Il r e d u c e passò sotto un arco alto q u a r a n t a p i e d i e largo in p r o p o r z i o n e , tra ali di soldati in alta uniforme. Il Doge restò a Venezia poco più di tre anni. Nel gennaio 1693, vista la b r u t t a piega che p r e n d e v a n o le operazioni navali n e l l ' E g e o affidate a c o n d o t t i e r i inetti, r i a s s u n s e il com a n d o s u p r e m o della flotta. D e s i g n ò alla r e g g e n z a della Repubblica tre suoi funzionari e salpò n u o v a m e n t e alla volta del L e v a n t e . Fu il suo ultimo viaggio. A N a u p l i a , un attacco del male che da t e m p o l'affliggeva, la calcolosi, l'uccise. Il cadavere fu sottoposto ad autopsia e nella vescica venne trovata u n a pietra di sei once. Venezia celebrò i funerali con g r a n d e p o m p a e p e r alcu325
ni giorni si p a r ò a lutto. Poiché il Doge e r a m o r t o in g u e r r a , i p a r e n t i , ai quali aveva lasciato tutti i suoi beni in cambio di seimila messe in suffragio, n o n i n d o s s a r o n o le g r a m a g l i e . Nel testamento il Morosini si ricordò a n c h e del p r o p r i o nan o , d i a l c u n e schiave c h e aveva r i c e v u t o c o m e b o t t i n o d i g u e r r a e del suo inseparabile gatto, di cui il m u s e o C o r r e r conserva le spoglie imbalsamate. C o n lui la Repubblica perse l'ultimo c o n d o t t i e r o d e g n o di q u e s t o n o m e e d i e d e l'estremo saluto alla p r o p r i a «grandeur».
CAPITOLO VENTINOVESIMO
IL GRANDUCATO DI TOSCANA
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Q u a n d o , nel 1670, F e r d i n a n d o II m o r ì stroncato da un col• po apoplettico, il figlio Cosimo aveva v e n t o t t o a n n i . Aveva ricevuto dai gesuiti u n ' e d u c a z i o n e bigotta, a m a v a lo studio e aveva un d e b o l e p e r la teologia. F i n o a diciassette a n n i aveva fatto m o l t o sport, s p e c i a l m e n t e e q u i t a z i o n e . Dicono che fu u n a c a d u t a da cavallo a d e t e r i o r a r e il suo c a r a t t e r e . Ne d u b i t i a m o . Ma fatto sta che da quel g i o r n o n e s s u n o ricorda d'averlo più visto sorridere. I suoi m o d i e r a n o garbati, ma alteri e distaccati, s o p r a t t u t t o con le signore, che stentavano a r i c o n o s c e r e in lui il figlio del g a l a n t e e g a u d e n t e F e r d i n a n d o . Partecipava alle feste di C o r t e p e r c h é il r a n g o ve lo impegnava, ma si vedeva che n'avrebbe fatto volentieri a m e n o . Detestava il ballo e la musica p r o f a n a lo scandalizzava. Spasimava invece p e r i canti g r e g o r i a n i , le messe del Palestrina, i madrigali del Monteverdi. Aveva pochi amici, e solo p r e t i , coi quali faceva l u n g h i p e l l e g r i n a g g i ai s a n t u a r i di La Verna, Camaldoli e Vallombrosa, d o v e o g n i volta lasciava il s u o b r a v o obolo. Ascoltava a l m e n o d u e messe al giorno, cantava con grazia gl'inni sacri e, all'occorrenza, sapeva anche c o m m e n t a r e un passo della Bibbia o del Vangel o . La sua biblioteca traboccava di Vite di Santi, b r e v i a r i , edizioni r a r e del Vecchio e N u o v o T e s t a m e n t o . Il suo scrittoio e il suo c o m o d i n o straripavano di rosari, crocifissi, icone, reliquie. Dalle p a r e t i p e n d e v a n o ritratti della Vergine, di Gesù, di santi e di martiri. Sembrava, v a r c a n d o le soglie ideile sue stanze, d ' e n t r a r e in u n a cappella. Le p o c h e volte Phe il p a d r e vi faceva c a p o l i n o , atroci d u b b i sulla salute f r e m a l e di Cosimo l'assalivano. Perché il figlio e r a così bac327
c h e t t o n e ? Perché q u a n d o incrociava u n a d o n n a abbassava gli occhi e affrettava il passo? E r a r e p u l s i o n e o timidezza? Forse gli ci voleva u n a moglie. N o n era facile trovare u n a d o n n a di lombi a d e g u a t i e insieme c a p a c e di risvegliare i sensi t o r p i d i di C o s i m o e distrarlo dagli eccessi di d e v o z i o n e . Decine di ambasciatori, c o r r i e r i , n u n z i , c o r r i s p o n d e n t i c o m m e r c i a l i , spie f u r o n o sguinzagliati in t u t t ' E u r o p a alla caccia d ' u n p a r t i t o d e g n o del futuro G r a n d u c a . D o p o l u n g o vaglio, fu prescelta la nip o t e di Luigi XIV, M a r g h e r i t a Luisa d ' O r l é a n s . Ecco il rit r a t t o che ne fa a F e r d i n a n d o un c e r t o d o n Bonsi, toscano t r a p i a n t a t o a Parigi: «Mademoiselle ha tredici a n n i . E bella di lineamenti, ha i capelli castani, gli occhi color turchese, e s e m b r a e s t r e m a m e n t e dolce e gentile». Q u a n d o il c a r d i n a l e M a z a r i n o fu m e s s o al c o r r e n t e di questi m a n e g g i , n o n nascose il suo c o m p i a c i m e n t o . Se, lui p r o n u b o , la figlia di Gastone d ' O r l é a n s fosse a n d a t a sposa a Cosimo, il suo sogno di diventare Papa coi voti dei cardinali toscani, che tante volte avevano deciso le sorti dei conclavi* si sarebbe forse realizzato. L'onnipotente ministro chiese a l . G r a n d u c a un ritratto del figlio. F e r d i n a n d o gli spedì il più. bello, a c c o m p a g n a n d o l o con alcuni barili d ' u n vino, di cui^ sapeva che il C a r d i n a l e e r a ghiottissimo. M a z a r i n o si sdet bitò m a n d a n d o al G r a n d u c a , a n o m e del Re, u n a coppia di ' palafreni. F e r d i n a n d o replicò con u n a cassetta di centoven tiquattro limoni. ^ Sul tavolo del G r a n d u c a i n t a n t o s e g u i t a v a n o a fio< c are r a p p o r t i confidenziali su Margherita. «Parla bene» scriveva.'; M a d a m e de Gobelin, «ha un t o n o di voce piacevole, cantd g r a d e v o l m e n t e , s u o n a c o n grazia la s p i n e t t a , e balla alla, perfezione. E alta e ha i seni più belli e formosi che ci siano» Ha la pelle bianca, gli occhi scintillanti, i capelli castani e lol ti. E molto affezionata alle sorelle. È stata allattata da un'oi>, tima balia, e fino a oggi n o n è mai stata g r a v e m e n t e maialai Molto t e m p o fa ebbe il vaiolo, ma in forma così leggera eh© quasi n o n si vede. N o n ha mai p r e s o m e d i c i n e p e r conserf i
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varsi la salute, ch'è b u o n a di n a t u r a . D u r a n t e il giorno a volte ricama un p o ' , e q u a n d o gioca a carte, a tric-trac o a scacchi, lo fa con g r a n d e abilità.» Il Bonsi rincarò la dose: «Marg h e r i t a o d i a il L o u v r e p e r c h é c'è t a n t a g e n t e : è n a t a p r o p r i o p e r vivere in Toscana, d o v e l'esistenza è r e g o l a t a in m o d o così metodico». Le missive f u r o n o m o s t r a t e a n c h e a Cosimo, che un bel g i o r n o s'accorse d ' e s s e r e i n n a m o r a t o di M a r g h e r i t a . Gli v e n n e i m p r o v v i s a m e n t e u n a g r a n voglia di sposarsi e d'assaporare le gioie, a lui fin allora sconosciute, dell'alcova. Cominciò a d i r a d a r e i pellegrinaggi, ad ascoltare m e n o messe, a farsi v e d e r e m e n o in giro con monaci e preti, e a p r e n d e re p i ù c u r a della p r o p r i a p e r s o n a . R i n n o v ò il g u a r d a r o b a r a c c o m a n d a n d o al s a r t o di confezionargli abiti a l l ' u l t i m o grido e si fece spedire da Parigi e da L o n d r a tutti quei piccoli accessori che « d a n n o il cachet a un gentiluomo». Era ferm a m e n t e deciso a conquistare la principessa, la quale, sebb e n e n o n s m a n i a s s e c o m e C o s i m o , n o n s e m b r a v a affatto scontenta di convolare a nozze col figlio del G r a n d u c a che, stando al ritratto, doveva essere piuttosto un bell'uomo. Fino a q u e s t o m o m e n t o l ' a r g o m e n t o d o t e n o n e r a stato n e p p u r e sfiorato. Ma o r a bisognava affrontarlo. Cosa offriva Margherita in cambio della c o r o n a di Granduchessa? Poco - confidò il M a z a r i n o al Bonsi - q u a n t o a soldi, m o l t o quanto a virtù, di cui la p i ù r a r a e preziosa e r a u n a straordinaria prolificità. M a r g h e r i t a e r a «adatta a fare molti figli». Non s a p p i a m o c o m e il C a r d i n a l e potesse fornire questa garanzia. S a p p i a m o solo che d o p o queste assicurazioni la q u e stione d o t e v e n n e accantonata. Il 24 g e n n a i o 1661 fu firmato il contratto. A questo p u n to a v v e n n e un fatto che né il M a z a r i n o , né Luigi XIV, né F e r d i n a n d o , n é l'interessata a v e v a n o previsto: M a r g h e r i t a s'invaghì del cugino Carlo di L o r e n a , e lui di lei. La p o v e r a principessa cominciò a p i a n g e r e , a disperarsi, a p r o t e s t a r e ehe n o n voleva lasciare Parigi e sposare un u o m o che n o n aveva mai visto. M a n d ò la m a d r e dal Re p e r scongiurarlo di 329
sciogliere il c o n t r a t t o e i m p e d i r e il m a t r i m o n i o . Ma Luigi X I V fu irremovibile. E infatti le nozze furono p u n t u a l m e n te celebrate (per p r o c u r a ) , nella cappella del L o u v r e , il 1? aprile dello stesso 1661. M e n t r e M a r g h e r i t a p r o n u n c i a v a il fatidico sì, lo sposo se ne stava a Firenze a letto col morbillo, allietato dai rintocchi delle c a m p a n e che s u o n a v a n o a festa. Ai p r i m i di maggio la principessa partì p e r l'Italia. Il 12 g i u g n o sbarcò a Livorno, il 15 giunse a Empoli, d o v e Cosim o , sopraffatto forse d a l l ' e m o z i o n e , l'accolse c o n molta freddezza e si dimenticò p e r s i n o di darle il bacio coniugale, fra lo s t u p o r e e la desolazione degli astanti. La tensione e lo s g o m e n t o a u m e n t a r o n o q u a n d o si trattò di m a n d a r e a letto gli sposi. C o s i m o e r a a n c o r a c o n v a l e s c e n t e e il m e d i c o di Margherita temeva che un contatto t r o p p o intimo la contat giasse. D o p o l u n g h e confabulazioni fu deciso che gli sposj" a v r e b b e r o passato la n o t t e in letti separati. M a r g h e r i t a tire un sospiro di sollievo, e forse a n c h e C o s i m o , sia p u r e pe* r a g i o n i diverse, fu felice di q u e l rinvio. Ma si trattava solò; d ' u n rinvio. Il 22 g i u g n o il rito finalmente si compì. Fu me* no l u n g o del previsto, forse p e r c h é Cosimo e r a ancora coni,' valescente. Margherita n o n nascose la p r o p r i a delusione, né il marito tentò di riabilitarsi le notti successive. Il 18 luglio)*^ Bonsi scrisse a Fouquet: «Il p r i n c i p e è a n d a t o a letto con moglie tre volte sole e, o g n i volta che n o n ci va, m a n d a un-; valletto a dire a M a d a m a di n o n aspettarlo. Le d a m e f r a n a g si e le ancelle sono molto sorprese che il Principe faccia oosjl pochi complimenti». La vita coniugale di Cosimo e rita n o n poteva cominciare sotto auspici peggiori. C o s i m o r i p i o m b ò nel suo vecchio spleen, r i p r e s e a fo q u e n t a r e p r e t i e teologi e ridusse al m i n i m o le sue già sca'r| se p r e s t a z i o n i m a r i t a l i . M a r g h e r i t a passava le giornate" p i a n g e r e e a lamentarsi del marito, che trovava s e m p r e odioso e r i p u g n a n t e . II Cosimo che aveva a m m i r a t o in effig gie e r a u n altro u o m o . Q u e l l o che aveva o r a d i fronte .ew u n mostriciattolo pesante, goffo, con u n a p a n c e t t a d a coi^É m e n d a t o r e , le labbra molli, gli occhi bovini, le gote cascanti 330
il naso t r o p p o grosso, i capelli t r o p p o ricci. Anche dal p u n t o di vista u m a n o e r a p i e n o di difetti. N o n aveva comunicativa, e r a incapace di slanci, d'entusiasmi, d'effusioni. Se così Margherita vedeva Cosimo, Cosimo vedeva Margherita c o m e u n a ragazza testarda, capricciosa, i m p e r t i n e n te, c o n le m a n i b u c a t e , c h e r i n n o v a v a c o n t i n u a m e n t e il g u a r d a r o b a , o r d i n a v a sete e broccati in Francia, pizzi e merletti nelle F i a n d r e . E a n c h e in questo c'era del vero. Gli scrigni di M a r g h e r i t a s t r a r i p a v a n o di gioielli, il suo boudoir di profumi, cosmetici e u n g u e n t i rari. Dalla Francia s'era portata il cuoco p e r s o n a l e che c o n s u m a v a da solo p i ù c a r n e e spezie di tutti i colleghi di C o r t e messi assieme. Il G r a n d u c a chiudeva un occhio p e r n o n inasprire la n u o r a , di cui disapprovava la condotta, ma p e r la quale provava u n a certa simpatia abbastanza ricambiata. Alla fine del 1662 si sparse la notizia che la moglie di Cosimo aspettava un figlio. La C o r t e esultò, e M a r g h e r i t a ne fu t a l m e n t e i n d i s p e t t i t a c h e fece di t u t t o p e r m a n d a r l o a m o n t e , c a v a l c a n d o dalla m a t t i n a alla sera e i n e r p i c a n d o s i per sentieri scoscesi. C i o n o n o s t a n t e , d o p o n o v e mesi, scodellò un maschio, che fu chiamato F e r d i n a n d o c o m e il n o n no. Il p a r t o lasciò la p u e r p e r a d e b o l e e di pessimo u m o r e . Essa si chiuse nelle p r o p r i e stanze e p e r alcuni g i o r n i n o n volle v e d e r e n e s s u n o . Q u a n d o le forze le t o r n a r o n o , a b b a n d o n ò il t a l a m o nuziale, e a n d ò a d o r m i r e con la n u trice. Il G r a n d u c a n o n nascose il p r o p r i o d i s a p p u n t o e cercò in tutti i m o d i di r i c o n d u r r e la n u o r a ai suoi doveri di moglie e di m a d r e . Ma Margherita seguitava a r i p e t e r e che odiava il marito, Firenze e i fiorentini, e voleva t o r n a r s e n e a Parigi. A questo p u n t o F e r d i n a n d o si rivolse d i r e t t a m e n t e al - Re di Francia p e r c h é la rabbonisse e mettesse un freno alle sue bizze e ai suoi isterismi. Luigi le fece u n a bella e v a n a : o m a n z i n a . A n c h e la minaccia di F e r d i n a n d o di rinchiuderla in convento n o n scompose Margherita, che diventava ogni g i o r n o p i ù bizzarra e intrattabile. Si mise in testa ^ o forse finse di c r e d e r e - che i Medici volessero avvelenarf
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la, p e r cui i m p e d ì ai cuochi e ai camerieri del G r a n d u c a di varcare la soglia della sua cucina. A tavola faceva preventU v a m e n t e assaggiare i cibi al p r o p r i o m a g g i o r d o m o . F e r d i n a n d o , n o n s a p e n d o p i ù c o m e m e t t e r e p a c e fra i d u e , spedì Cosimo a Venezia. D u r a n t e la assenza del marito M a r g h e r i t a s e m b r ò r i t r o v a r e il suo equilibrio, e i r a p p o r t i coi suoceri si fecero p i ù cordiali. Q u a n d o il G r a n d u c a giù» dico i t e m p i m a t u r i p e r u n a riconciliazione, r i c h i a m ò a Fi^ r e n z e il figlio. A p p e n a lo rivide, la moglie l'aggredì e gli rispiattellò t u t t o il suo d i s p r e z z o . C o s i m o stavolta p e r s e le staffe, allontanò Margherita da Firenze e la relegò nella vili la di L a p p e g g i di d o v e in un s e c o n d o t e m p o la trasferì in quella di Poggio a Caiano. Q u e s t a specie d ' i s o l a m e n t o , c h e la principessa francese dichiarava di preferire alla vita di Corte, n o n le impedì,,at| traverso i suoi agenti, di restare in contatto col Re. N o n cessava di supplicarlo di richiamarla in patria, di seppellirla in un m o n a s t e r o , di fare di lei quel c h e voleva ma di n o n obV bligarla a vivere con un u o m o che le r i p u g n a v a e del quale: si r i t e n e v a moglie illegittima p o i c h é c o n t r o la sua v o l o n t à l'aveva sposato. L'idea d e l c o n c u b i n a g g i o a t t e r r ì Cosimo che Luigi teneva scrupolosamente al c o r r e n t e del carteggi^ con la moglie: se le nozze davvero n o n e r a n o valide, il figliai F e r d i n a n d o e r a un b a s t a r d o . C o s i m o c o n s u l t ò i p i ù dofl^ teologi, m a n e s s u n o osò p r o n u n c i a r s i i n m o d o n e t t o sull, q u e s t i o n e . I l p o v e r o Principe, roso dai rimorsi, p i o m b ò ^ ' u n o stato d'indicibile prostrazione morale. Il Re di Franci: che dell'infelice m a t r i m o n i o era u n o dei responsabili, pensft di m a n d a r e il confessore Cosme Feillet a fare u n a bella pr$ dica all'irriducibile Principessa. Ma a n c h e questa missioi fallì. N e l l ' o t t o b r e 1665 M a r g h e r i t a si p r e s e n t ò inaspefct t a m e n t e a Corte e supplicò il G r a n d u c a di farla t o r n a r e d„ m a r i t o e dal figlio. F e r d i n a n d o l'accolse a braccia a p e r t e n solo p e r c h é a n e l a v a alla riconciliazione ma a n c h e perete m a n t e n e r e d u e famiglie gli costava t r o p p o . La rappacino! 332
zione liberò Cosimo dall'incubo di finire all'Inferno e gli risvegliò i sensi, che la l u n g a astinenza sembrava aver sopito. I frutti n o n si fecero a t t e n d e r e . D o p o pochi mesi Margherita e r a di n u o v o incinta. La g r a v i d a n z a ne ridestò lo spirito di ribellione. A n c h e stavolta p a r t o r ì m a l e d i c e n d o il m a r i t o . II G r a n d u c a decise allora di s e p a r a r e n u o v a m e n t e gli sposi e rispedì il figlio in giro p e r l'Europa. Cosimo t o r n ò a Firenze d o p o sei mesi p e r subito ripartire. Fu d u r a n t e q u e s t o s e c o n d o t o u r che visitò Parigi, d o v e fu ricevuto dal Re con molti onori e dalla suocera con dissim u l a t a f r e d d e z z a . P a r t e c i p ò a feste, balli, b a n c h e t t i , c o m m e d i e e q u a n d o lasciò la Capitale francese la sorella della moglie scrisse di lui: «Parlava molto b e n e di q u a l u n q u e arg o m e n t o e d e r a p r a t i c o del m o d o d i vivere d ' o g n i c o r t e d ' E u r o p a : in quella di Francia n o n ha mai fatto n e a n c h e un errore... Laverlo visto m ' h a p e r s u a s o che ha torto M a r g h e rita, c h e n o n è m a i a n d a t a d ' a c c o r d o con lui». T o r n ò a Firenze nel n o v e m b r e 1669 p e r assistere agli ultimi mesi di vita del p a d r e , che il m a g g i o successivo calò nella tomba, d o po averlo n o m i n a t o e r e d e . I p r i m i t e m p i g o v e r n ò con sagacia e avvedutezza, p o i il baciapile p r e s e il sopravvento sullo statista e lo fuorviò. Delegò g r a n p a r t e dei p o t e r i alla m a d r e e ai ministri, e si d e dicò con più assiduità alle pratiche religiose. I r a p p o r t i con la moglie si fecero a n c o r a p i ù tesi. M e n t r e infatti il p a d r e aveva s e m p r e cercato d ' a p p i a n a r e i contrasti fra C o s i m o e Margherita, la m a d r e n o n p e r d e v a occasione p e r esasperarli. La vita a C o r t e diventò un inferno. La giovane G r a n d u chessa aveva p e r d u t o o g n i r i t e g n o , diceva peste e c o r n a di tutti, t r a s c u r a v a i figli che nel 1 6 7 1 , c o n la nascita di Gian Gastone, e r a n o saliti a t r e . C o s i m o n o n ne p o t e v a p i ù e q u a n d o M a r g h e r i t a si ritrasferì nella villa di Poggio a Calano, trasse un sospiro di sollievo. Q u i la moglie c o n t i n u ò a lanciare appelli a Luigi p e r c h é la facesse t o r n a r e in patria. Ma il Re Sole seguitava a fare orecchio da m e r c a n t e . Era lui solo o r m a i a n o n volere c h e M a r g h e r i t a lasciasse 333
la Toscana e il m a r i t o , il quale scriveva a M a d a m e du Deffand: «Se ritornasse da m e , quali sentimenti, quale u n i o n e p o t r e b b e esserci fra noi, e q u a l e n o n s a r e b b e il t o r m e n t o della m i a coscienza? Sarei a n c o r a infelice sulla validità di questo m a t r i m o n i o . Da q u a l u n q u e p a r t e mi volga, p e r il fut u r o vedo solo angosce». Finalmente a n c h e Luigi capitolò e la G r a n d u c h e s s a p o t è c o r o n a r e il suo s o g n o . Il 10 g i u g n o 1675 lasciò Poggio a C a i a n o , d i r e t t a al c o n v e n t o di Montm a r t r e , vicino a Parigi, dove ne c o m b i n e r à di tutti i colori, s c a n d a l i z z a n d o p e r s i n o i suoi c o m p a t r i o t i . I fiorentini ne furono molto addolorati, n o n p e r c h é amassero Margherita, m a p e r c h é odiavano Cosimo. N e s s u n o dei suoi predecessori e r a riuscito a r e n d e r s i tanto i m p o p o l a r e . L'indomani della p a r t e n z a della moglie egli stupì i sudditi, che l'avevano s e m p r e tacciato d'avarizia, abb a n d o n a n d o s i a folli spese g a s t r o n o m i c h e . Faceva affluire alla sua m e n s a d a i Paesi p i ù s t r a n i salse e spezie esotiche, o r d i n a v a uva a d i c e m b r e e m a n d a r i n i a luglio, dalle sue cucine uscivano le pietanze p i ù raffinate, gl'intrugli più complicati, serviti da camerieri indiani, calmucchi, g r o e n l a n d e si. Ecco la deliziosa descrizione che H a r o l d Acton, nella eccellente storia d e d i c a t a agli ultimi Medici, ci fa di Cosimo, della sua smodata ingordigia e delle c o n s e g u e n z e della medesima: «Voleva che i suoi c a p p o n i ingrassati venissero pesati a tavola e, se un p a i o di questi n o n arrivava alle venti libbre regolamentari, li faceva p o r t a r via, come se gli avessero fatto un affronto p e r s o n a l e . I suoi dolci esotici venivano innaffiati di liquori ghiacciati nella neve. C o n q u e s t o regim e , divenne presto s p r o p o r z i o n a t a m e n t e grosso e di conseguenza cominciò a soffrirne. Per d i m i n u i r e di peso, gli venn e r o consigliate m e d i c i n e c h e lo m i s e r o in u n o stato peggiore, p e r c h é le g a m b e c o m i n c i a r o n o a c e d e r e sotto la sua mole». La gola era l'unico peccato cui Cosimo indulgesse, e 1 unico che tollerasse nei p r o p r i sudditi. Inesorabile si mostrava invece verso quelle tentazioni della carne, ch'egli n o n era 334
mai riuscito né a p r o v a r e né a suscitare. B a n d ì n u m e r o s e crociate c o n t r o la prostituzione e la pederastia, istituì un Ufficio del d e c o r o p u b b l i c o , d a cui d i p e n d e v a u n c o r p o d i g u a r d i e che s'appostavano la n o t t e agli angoli delle s t r a d e p e r cogliere in flagrante le meretrici e m a n d a r l e in prigione. L'età accentuò in Cosimo la misoginia e il bigottismo. Stava b e n e solo in mezzo ai preti a discutere di teologia, a recitare i salmi, a leggere la Bibbia. Secondo un cronista dell'epoca, alla fine del Seicento, Firenze aveva circa c i n q u a n t a mila abitanti, di cui un q u i n t o e r a n o ecclesiastici che g o d e vano d'infiniti privilegi, benefici, i m m u n i t à . Il G r a n d u c a ne era c o m p l e t a m e n t e succubo. Il suo zelo religioso n o n conosceva limiti. Il suo attaccamento alla Chiesa s'accompagnava a un odio cieco p e r gli ebrei, che p e r s e g u i t ò senza t r e g u a e con stolto fanatismo. Vietò ai cristiani di mettersi al loro servizio e f r e q u e n t a r n e le case, p e n a u n ' a m m e n d a di cinquanta scudi. Multò con trecento gli ebrei colti in c o m p a g n i a di prostitute cristiane, che p e r p u n i z i o n e venivano d e n u d a t e fino alla cintola e frustate a sangue. Se tanto ci siamo dilungati sulle vicende personali e coniugali di Cosimo, è p e r c h é esse costituiscono gli unici avvenimenti di rilievo in quella Firenze che fino a tutto il Rinascimento era stato l'epicentro della vita economica e culturale italiana. Mai d e c a d e n z a fu a l t r e t t a n t o r a p i d a e a l t r e t t a n t o dovuta a l m a l g o v e r n o d i u n u o m o . Per c o s t r u i r e n u o v e chiese e conventi, p e r acquistare reliquie di santi e di martiri, p e r finanziare processioni e pellegrinaggi, Cosimo a p p e santì il fisco. Il fisco distrusse q u a n t o restava della b a n c a , dell'industria, dell'artigianato, del commercio, cioè distrusse q u a n t o restava dei ceti medi, che coi loro capitali e le loro iniziative avevano costituito la forza e lo s p l e n d o r e di Firenze. Lo dimostra, n o n o s t a n t e le sue origini u r b a n e e m e r c a n tili, la conversione in massa del patriziato fiorentino alla terra. A n c h e in Toscana, perfino in Toscana, l'agricoltura di335
venta l'unica fonte di ricchezza. E i paesi u n i c a m e n t e agricoli s p r o f o n d a n o nella miseria n o n soltanto m a t e r i a l e , ma a n c h e spirituale. Q u a n t o gli ultimi Medici abbiano influito su questa deg r a d a z i o n e , lo d i m o s t r a la p r o n t e z z a con cui la Toscana si r i p r e n d e r à d o p o la fine del loro m a l g o v e r n o e il passaggio del G r a n d u c a t o agli Asburgo-Lorena austriaci. P u r t r o p p o il Seicento è un secolo in cui la personalità di un sovrano (e i sovrani del Seicento sono quasi tutti di stoffa deteriore) d e t e r m i n a la sorte del popolo.
CAPITOLO TRENTESIMO L O STATO P O N T I F I C I O
La pace di Westfalia aveva inferto un d u r o colpo al prestigio t e m p o r a l e della Chiesa, che s'era rifiutata di riconoscerla, ma aveva n o n d i m e n o d o v u t o p r e n d e r e atto delle sue decisioni. La G u e r r a dei T r e n t ' a n n i aveva d i m o s t r a t o che lo Stato pontificio, fuori dei suoi confini, n o n aveva p i ù voce in capitolo, c h ' e r a anch'esso u n a p e d i n a del g r a n gioco internazionale i m p e r n i a t o sull'eterna rivalità franco-spagnola e che, p e r sopravvivere, doveva b a r c a m e n a r s i fra Parigi e Madrid e p a r t e g g i a r e , di volta in volta, p e r questa o quella capitale. Fino a U r b a n o V i l i le sue simpatie e r a n o a n d a t e ai Borboni francesi. Coi successori di q u e s t o P a p a si volsero agli Asburgo s p a g n o l i . Fu I n n o c e n z o X, a s s u r t o al Soglio n e l 1644, a farsi p r o m o t o r e d'un'alleanza con la S p a g n a contro la Francia, che aveva osteggiato la sua elezione. I m m e d i a t e furono le r i p e r c u s s i o n i n e l l ' U r b e . Il p a r t i t o s p a g n o l o , che sotto U r b a n o V I I I e r a vissuto n e l l ' o m b r a , rialzò la cresta, m e n t r e quello francese dovette b a t t e r e in ritirata. I Barberini, che lo capeggiavano, si videro costretti ad a b b a n d o n a r e Roma e tutti i loro averi, che il Pontefice fece p r o n t a m e n t e incamerare. I n n o c e n z o X, al secolo Giambattista P a m p h i l i , n o n e r a u n u o m o a v i d o . E r a s e m p l i c e m e n t e u n vecchio d e b o l e e pieno d'acciacchi, s u c c u b o della c o g n a t a O l i m p i a Maidalchini, d o n n a di n o n c o m u n e intelligenza ma intrigante e di sfrenata a m b i z i o n e . Da q u a n d o e r a r i m a s t a vedova, aveva Puntato tutte le sue carte sul fratello del marito, alla cui elezione c e r t a m e n t e contribuì, anche se i g n o r i a m o in quale do337
se. Q u a n d o il conclave p r o c l a m ò P a p a Giambattista, essa s p a l a n c ò p e r s o n a l m e n t e le p o r t e di palazzo P a m p h i l i al p o p o l i n o p e r c h é saccheggiasse, s e c o n d o l'uso, la casa del C a r d i n a l e elevato al Soglio. P r i m a , p e r ò , fece p o r t a r e in quella sua le suppellettili p i ù pregiate. Avrebbe voluto istallarsi in Vaticano p e r stare p i ù vicina al cognato, ma il cardinale Panzirolo s'oppose. Olimpia restò nel p r o p r i o palazzo, m a o t t e n n e d i p o t e r v e d e r e I n n o cenzo in q u a l u n q u e o r a del g i o r n o e della notte. Il Papa fu c o m p l e t a m e n t e alla m e r c é della c o g n a t a , c h e c o n c e d e v a e revocava privilegi, distribuiva cariche e p r e b e n d e , fissava le u d i e n z e del Pontefice, p r e n d e v a decisioni in suo n o m e . Tutto in C u r i a d i p e n d e v a dai suoi u m o r i , m a l u m o r i , capricci. Gli ambasciatori le r e n d e v a n o o m a g g i o , i cardinali riempiv a n o di suoi ritratti le loro stanze, le Corti s t r a n i e r e la coU m a v a n o di doni p e r procacciarsene la benevolenza. Essa fece n o m i n a r e cardinale il figlio Camillo, un bellimbusto ignor a n t e e sventato, ma il giovane rinunziò al galero p e r poter sposare u n a delle più ricche e avvenenti ereditiere r o m a n e , ' Olimpia A l d o b r a n d i n o Era u n magnifico partito m a , come n u o r a , poteva essere u n a pericolosa rivale, p e r c h é il Papa» s e b b e n e d e c r e p i t o e r i m b a m b i t o , o forse p r o p r i o p e r q u e sto, aveva un debole p e r le belle d o n n e . La rissa fra le d u e Olimpie scoppiò al r i t o r n o degli sposi dal viaggio di nozze; e fu d e g n a p i ù di lavandaie che di principesse. Alla fine la: n u o r a fu sconfitta, ma a n c h e la suocera dovette p a g a r e il fio delle sue p r e p o t e n z e e scenate: i cardinali ne i m p o s e r o l'all o n t a n a m e n t o dalla Curia. * Sia p u r e a m a l i n c u o r e , I n n o c e n z o dovette accettare l'o? stracismo della c o g n a t a . Essa e r a stata o g g e t t o di t r o p p e : chiacchiere e lui, il Papa, di t r o p p e corbellature. Un anoni*, mo gli aveva m a n d a t o u n a m e d a g l i a c o n incisa su un lato •' l'effigie della M a i d a l c h i n i a d d o b b a t a da Pontefice e-sul-f l'altro quella sua vestito da d o n n a coi capelli l u n g h i e con 1» ' m a n o u n a conocchia e un fuso. Tuttavia I n n o c e n z o e Olimi pia seguitarono a vedersi, e q u a n d o scomparve il cardinale 338
Panzirolo, c h ' e r a stato l ' a u t o r e del s i l u r a m e n t o , l a d o n n a t o r n ò n u o v a m e n t e alla ribalta e I n n o c e n z o r i d i v e n t ò il suo fantoccio. Essa esercitava un tale p o t e r e in Vaticano c h e q u a n d o il Papa - nel 1655 - m o r ì , Olimpia riuscì a t e n e r n e nascosta p e r d u e giorni la notizia p e r c o n d u r r e a t e r m i n e il saccheggio degli a p p a r t a m e n t i del defunto: mobili, preziosi e o p e r e d'arte. I l c a d a v e r e del P a p a v e n n e a b b a n d o n a t o i n u n a stanza infestata dai topi in attesa d ' u n a sepoltura di cui n e s s u n o in Vaticano, a cominciare dalla Maidalchini, volle sostenere le spese. F i n a l m e n t e un canonico di San Pietro, che e r a stato un t e m p o al servizio del Pontefice, sborsò mezzo scudo p e r le esequie. Q u e s t e furono celebrate alla chetichella, senz'alcuna p o m p a , tra i lazzi e gli sberleffi del p o p o l i n o e la gioia dei cardinali, che nella scomparsa d ' I n n o c e n z o vedevano la fine d e l m a l g o v e r n o della c o g n a t a . Costei sopravvisse un anno, lasciando i figli eredi di u n ' i m m e n s a ricchezza. Al P a m p h i l i successe Fabio Chigi, che p r e s e il n o m e di Alessandro V I I . Era un u o m o di scarsa levatura intellettuale e facilmente influenzabile. D e b u t t ò v a n t a n d o s i di n o n aver mai c e d u t o a tentazioni nepotistiche e v i e t a n d o ai parenti di venire a R o m a . Ma il r e t t o r e del collegio dei gesuiti gli disse c h ' e r a peccato s n o b b a r e i congiunti e tenerli lontani dalla Corte, dove i suoi predecessori li avevano impiegati negli uffici p i ù i m p o r t a n t i . Alessandro sollecitò il p a r e r e dei cardinali, e costoro n a t u r a l m e n t e - tutti c o n g i u n t i di qualche Papa o in attesa di diventarlo a loro volta p e r fare cardinali altri c o n g i u n t i - a v a l l a r o n o con calore il consiglio del rettore. In massa la tribù dei Chigi calò sull'Urbe, razziando cariche e p r e b e n d e . Il fratello Mario o t t e n n e la s o p r i n t e n d e n z a a l l ' a n n o n a e l ' a m m i n i s t r a z i o n e della giustizia d e l Borgo; il n i p o t e Flavio fu n o m i n a t o c a r d i n a l p a d r o n e ; un altro nipote fu scelto c o m e capostipite d ' u n a n u o v a dinastia, ricevette in d o t e il d u c a t o di Ariccia, d o p o i p r i n c i p a t i di Farnese e di C a m p a g n a n o , oltre il palazzo in piazza Colonna, e fu fatto sposare a u n a Borghese. 339
A l e s s a n d r o V I I r e g n ò dodici a n n i senz'infamia e senza lode. Sotto di lui riacquistarono r a n g o e autorità le congregazioni, che Olimpia aveva ridotto a s t r u m e n t i passivi della p r o p r i a volontà. I cardinali che ne facevano p a r t e riconobb e r o al Papa pieni poteri «decisionali» in c a m p o ecclesiastico ma glieli contestarono - e limitarono - in quello politico, riv e n d i c a n d o a se m e d e s i m i la facoltà di d i c h i a r a r e g u e r r e , firmare paci, alienare territori, i n t r o d u r r e tasse. Alessandro V I I n o n solo n o n fece rimostranze, ma se ne rallegrò. Aveva in uggia gli affari di Stato, a m a v a la vita all'aria a p e r t a , in Vaticano si sentiva un pesce fuor d'acqua, e a p p e n a poteva si ritirava a Castelgandolfo. La sua m o r t e , nel 1667, passò del tutto inosservata, come inosservato era passato il suo regno. A raccoglierne l'eredità fu chiamato il segretario di Stato Rospigliosi, C l e m e n t e IX. Scrive di lui il R a n k e : «Era l'uomo migliore e più b u o n o che si potesse trovare. Più che attivo, era pieno di b u o n e intenzioni; lo si p a r a g o n ò a un albero ricco di r a m i che p o r t a in a b b o n d a n z a foglie e forse anc h e f i o r i , m a n o n frutti; aveva p e r ò i n alto g r a d o quelle virtù morali che consistono nell'assenza di vizi, e cioè purezza di costumi, modestia, m o d e r a z i o n e . Fu il p r i m o Papa che favorì i p r o p r i n i p o t i in m o d o d a v v e r o m o l t o limitato». A differenza dei suoi predecessori lasciò le cose come stavano, n o n licenziò nessuno, si t e n n e b u o n i tutti, si fece notare per la sua prodigalità (nel p r i m o mese di pontificato d o n ò oltre seicentomila scudi ai cardinali). Sotto di lui l'aristocrazia rom a n a , che il nepotismo dei Papi aveva esautorato, ritrovò la sua antica baldanza. I Savelli, gli Orsini, i Colonna, i Caetani, c h ' e r a n o le famiglie più in vista dell'Urbe, ricominciarono a p r i m e g g i a r e e a rivaleggiare, ma lo Stato pontificio seguitò a essere a m m i n i s t r a t o dalla Curia. In che m o d o , lo si p u ò v e d e r e dai rendiconti della tesoreria vaticana: nel 1670 i debiti pontifici a m m o n t a v a n o a c i n q u a n t a d u e milioni di scudi. Le cause di tanto dissesto e r a n o molteplici. La p r i m a era 340
la mancanza d ' u n a borghesia imprenditoriale, la seconda lo stato d ' a b b a n d o n o delle c a m p a g n e , irretite nel latifondo e divorate dalle zanzare, la terza la rarefazione dei commerci, la q u a r t a l'isolamento dello Stato, tagliato fuori dai g r a n d i traffici i n t e r n a z i o n a l i . C o n t r o questi secolari m a l a n n i , p e r r i m p a n n u c c i a r e le sitibonde casse dell'erario, i Papi inasprivano il fisco e m e t t e v a n o in v e n d i t a sinecure e benefici ecclesiastici. Q u a n d o si trovavano con l'acqua alla gola - il che gli accadeva spesso - i n c a m e r a v a n o senza t r o p p i c o m p l i m e n t i i b e n i d ' i n t e r i conventi o a d d i r i t t u r a d'interi o r d i n i . Si giustificavano d i c e n d o che i m o n a s t e r i e r a n o sentine di c o r r u z i o n e e che il clero r e g o l a r e aveva tralignato, i n t e n t o solo a p r e v a r i c a r e e ad arricchirsi. E r a n o accuse forse un po' esagerate, ma che le regole si fossero a l q u a n t o rilassate lo si vedeva a occhio n u d o . Gli stessi gesuiti avevano rinunciato alla monolitica costituzione monarchica d e l l ' O r d i n e , affiancando al p a d r e generale un vicario con a m p i poteri e diritto automatico alla successione, il che aveva g r a v e m e n t e scosso il principio d ' a u t o rità. Anche la devozione alla Chiesa r o m a n a era venuta m e no. La C o m p a g n i a , nata come milizia del Papa e g e n d a r m e dell'ortodossia, aveva c o m i n c i a t o a m a n i f e s t a r e pericolosi sentimenti filofrancesi, che i B o r b o n i a v e v a n o s a p u t o abilmente sfruttare facendo dei p a d r i gesuiti i p r o p r i consiglieri e i più rigidi assertori dei diritti della c o r o n a contro gli stessi pontefici. Vani furono le c e n s u r e della Curia e i moniti dell'Inquisizione p e r r i p o r t a r e l ' O r d i n e all'ordine. La C o m p a g n i a ribadì le p r o p r i e posizioni e «aprì» s e m p r e di più al m o n d o , contravvenendo all'impegno di dedicarsi esclusivamente alla vita s p i r i t u a l e . C o n s e n t ì p e r s i n o ai suoi m e m b r i d ' a m ministrare beni, investire e riscuotere d e n a r o , c o m m e r c i a re, e ai p r o p r i insegnanti d'accettare d o n i dagli allievi, m e n tre fin allora l'istruzione impartita d a l l ' O r d i n e ai giovani era stata c o m p l e t a m e n t e gratuita. N o n m e n o deleterie furono le conseguenze di questo ri341
v o l g i m e n t o nel c a m p o della m o r a l e . I teologi d e l l ' O r d i n e sottoposero i peccati a u n a meticolosa casistica e stabilirono che chi li commetteva accecato dalla passione e fuorviato dal cattivo esempio meritava u n a particolare indulgenza. In altre p a r o l e solo chi contravveniva di p r o p o s i t o ai c o m a n d a m e n t i divini e r a passibile di c o n d a n n a . Fu a m m e s s o a n c h e il duello nei casi in cui e r a n o in gioco l'onore e gl'interessi, e il falso g i u r a m e n t o , p u r c h é chi lo p r o n u n c i a v a fosse in cuor suo convinto della verità. C o n t r o questa c o m o d a e a c c o m o d a n t e m o r a l e insorsero i d o m e n i c a n i , i francescani, i cappuccini, nemici tradizionali dei gesuiti e, fra il clero secolare, i vescovi e i p a r r o c i . Ma i più accaniti furono i giansenisti, c o m ' e r a n o stati battezzati i seguaci di Cornelio J a n s e n , a u t o r e d ' u n libro, uscito postumo nel 1640 e intitolato Augustinus. Esso sosteneva la p r e d e stinazione d e l l ' u o m o alla salvezza e il valore assoluto della grazia divina rispetto alla volontà u m a n a , invocava il ritorno alla Chiesa delle origini, sollevava dubbi sull'infallibilità del Papa. La polemica tra le parti si trascinò p e r d e c e n n i e finì p e r coinvolgere la Chiesa stessa. Le posizioni ch'essa assum se m u t a r o n o col m u t a r e dei Pontefici. I n n o c e n z o X e Alesi Sandro V I I c o n d a n n a r o n o la d o t t r i n a giansenista; Clemerte te IX si limitò a deplorarla, ma in t e r m i n i molto blandi. L^, disputa seguiterà a d i v a m p a r e nel Settecento, appassionane do l'opinione pubblica e u r o p e a e aizzando diatribe religiose d'inaudita violenza, specialmente in Francia. '4. Nella s e c o n d a m e t à del secolo q u e s t o Paese d i e d e alla C h i e s a m o l t o filo da t o r c e r e a causa della politica filo$, s p a g n o l a d e i successori d ' U r b a n o V i l i . Luigi X I V incal, m e r o p e r r a p p r e s a g l i a i b e n i d e l c l e r o , a s s e g n ò o revocò, p r e b e n d e e benefici, limitò gl'invii di d e n a r o alla CurialL'urto con R o m a si fece d r a m m a t i c o q u a n d o , sotto il p o n t i ! ficato d ' I n n o c e n z o X I , al secolo B e n e d e t t o Odescalchi, uosa mo energico e a m m i n i s t r a t o r e sagace, il Re Sole fece votarci dal clero francese q u a t t r o articoli che ribadivano le a n t i c h e ! libertà d'Oltralpe: l ' i n d i p e n d e n z a del p o t e r e laico da quelle^ 342
ecclesiastico, la superiorità del concilio sul Papa, l'intangibilità delle c o s t u m a n z e gallicane e la limitazione del p o t e r e pontificio nelle questioni di fede. I n n o c e n z o replicò n e g a n do ai vescovi di n o m i n a regia l'istituzione canonica, cioè le funzioni ecclesiastiche, e a c c e n t u a n d o la t e n d e n z a filoasburgica della C u r i a , t e n d e n z a che si r i t r o v a v a nella m a g g i o r parte degli Stati e u r o p e i , allarmati dall'invadenza egemonica di Luigi XIV. Fu un t r e m e n d o braccio di ferro che si risolse con la m o r t e del Pontefice e l'abilità diplomatica d ' I n nocenzo X I I , che cinse la tiara d ò p o Alessandro V i l i , successore dell'Odescalchi. D o p o d u e a n n i di trattative i vescovi francesi si r i m a n g i a r o n o i q u a t t r o articoli, o t t e n e n d o in cambio l'istituzione canonica. Il Papa aveva vinto, ma n o n p e r forza p r o p r i a . E r a n o stati la situazione i n t e r n a z i o n a l e e il massiccio s c h i e r a m e n t o antifrancese d e l l ' E u r o p a a p i e g a r e il B o r b o n e . Lo Stato pontificio, al di là dei p r o p r i confini infatti n o n contava più nulla. E n o n solo sul p i a n o t e m p o r a l e .
CAPITOLO TRENTUNESIMO
IL VICEREGNO
Lo Stato italiano in cui meglio si coglievano gli effetti devastatori del neo-feudalesimo spagnolesco e controriformista e r a il Viceregno di Napoli. Q u i i contrasti sociali e r a n o addirittura drammatici. Sui duecentomila abitanti, che faceva^ no della capitale la p i ù p o p o l o s a città italiana, e u n a delle più popolose d ' E u r o p a , i nove decimi e r a n o plebei, o lazzari, affamati e cenciosi, che c a m p a v a n o d'elemosine e d'espe* dienti, facile esca di mire d e m a g o g i c h e ed eversive. La borghesia era composta d'avvocati, magistrati, appaltatori d'im* poste che servivano la Corte, g o d e v a n o d ' u n r e d d i t o d e c e m te e di qualche privilegio. La nobiltà, verso la m e t à del secolo, contava centodiciannove principi, centocinquanta duchi, c e n t o s e s s a n t a t r é m a r c h e s i , a l c u n e c e n t i n a i a di conti e un n u m e r o incalcolabile di b a r o n i . Ostentava titoli altisonanti^ cui n o n s e m p r e facevano riscontro r e n d i t e a d e g u a t e , trattava dall'alto in basso le altre classi e dava, con la sua riottosità, parecchio filo da torcere ai Viceré. Da costoro M a d r i d esigeva fedeltà assoluta, p u g n o di f e r r ro e s o p r a t t u t t o a b b o n d a n t i rimesse d ' o r o e di d e n a r o , che costringevano a moltiplicare e inasprire all'infinito i balzelli, s u s c i t a n d o fra la p o p o l a z i o n e s c o p p i di collera violenti e passeggeri c o m e tornados. Essi lasciavano q u a l c h e cadavere p e r le strade e le cose c o m e p r i m a . A n c h e quello scoppiato nel 1647 s e m b r ò avviato alla stessa sorte. N e s s u n o lì p e r lì ne colse le implicazioni e ne imm a g i n ò gli sviluppi. A farne scoccare la scintilla fu il ripristiN no della gabella sulla frutta, imposto dal Viceré, Duca d'Ar^ cos. Il p r o v v e d i m e n t o colpiva s o p r a t t u t t o i lazzari, ch'erano 344
i maggiori c o n s u m a t o r i d ' a g r u m i . Le reazioni n o n si fecero a t t e n d e r e . Il 6 g i u g n o fu dato alle fiamme il casotto del n u o vo dazio. Il Duca d'Arcos o r d i n ò un'inchiesta, ma p r i m a che questa facesse luce, il colpevole si costituì. E r a un p o v e r o p e s c i v e n d o l o e si c h i a m a v a T o m m a s o Aniello, o Masaniello. Aveva ventisei a n n i , la m a d r e e r a rimasta vedova p r i m a di p a r t o r i r l o , n o n aveva ricevuto alcuna istruzione, aveva trascorso l'infanzia nei bassi, vivendo di patacche e furtarelli. Era il p r o t o t i p o dello sciuscià: piccolo, tarchiato, pelle b r u n a , capelli n e r i e ricci, s g u a r d o vivo, mano lesta, spaccone, rissoso, insolente. Faceva il pescivendolo ai mercati generali, ma gli affari d o v e v a n o andargli maluccio se spesso, n o n a v e n d o d e n a r o p e r acquistare sardelle e merluzzi, s'accontentava di v e n d e r e cartocci. Più d ' u n a volta aveva avuto a che fare con la polizia, ed e r a a n c h e stato in carcere. Q u a n d o la plebe insorse c o n t r o il balzello sulla frutta egli si tuffò nella mischia al g r i d o di «Niente gabella! Viva il re di S p a g n a e m o r a il m a l g o v e r n o » , seguito da a l c u n e centinaia di monelli, che il p o p o l o chiamava alarti. Dal violento tafferuglio che seguì, sbirri ed esattori u s c i r o n o assai malconci. Masaniello, imbaldanzito, s'improvvisò c a p o p o p o l o , p r o mise ai n a p o l e t a n i la libertà, r e c l u t ò altri alarbi e, i m p u g n a n d o u n a frasca, si diresse verso il palazzo vicereale. Le g u a r d i e c h e lo p r e s i d i a v a n o si d i e d e r o alla fuga e i dimostranti p e n e t r a r o n o disordinatamente all'interno brand e n d o coltelli, lance, bottiglie, bastoni con cui fecero poltiglia di t u t t o ciò che gli capitò a tiro: mobili, q u a d r i , arazzi, specchi. Il Viceré, in p r e d a al panico, cercò scampo nei p r o pri a p p a r t a m e n t i , d o v e fu r a g g i u n t o da u n o dei c a p o r i o n i che l'obbligò a revocare la gabella sulla frutta. I l p r i m o obiettivo della s o m m o s s a e r a stato r a g g i u n t o . Ora bisognava o t t e n e r e dal Duca d'Arcos l'abolizione di tutti gli altri balzelli. Il ferro a n d a v a b a t t u t o finché era caldo. A questo p u n t o e n t r ò i n scena u n u o m o c h e a N a p o l i tutti conoscevano e che godeva fama di scaltro d e m a g o g o e astu345
to politico: Giulio G e n o i n o . Avvocato e sacerdote, e r a stato l'eminenza grigia del Viceré d ' O s s u n a , sotto il quale aveva ricoperto i m p o r t a n t i cariche pubbliche. Q u a n d o il suo p r o tettore era stato richiamato in patria, il G e n o i n o lo aveva seg u i t o , ma a M a d r i d e r a stato c o n d a n n a t o a molti a n n i di c a r c e r e e solo nel 1638 aveva p o t u t o far r i t o r n o a Napoli. Qui, in attesa di t e m p i migliori, s'era sprofondato negli studi. A ristanarlo fu p r o p r i o Masaniello, che ne fece il profeta e l'ideologo della rivoluzione. Sebbene avesse già c o m p i u t o gli o t t a n t ' a n n i , il vecchio m a n e g g i o n e stilò u n a specie di Magna Charta, in cui espose le rivendicazioni della plebe nap o l e t a n a : p i e n a p a r i t à coi nobili nel g o v e r n o della città, e q u a ripartizione dei debiti, abolizione delle gabelle. Su q u e s t ' u l t i m o p u n t o Masaniello si m o s t r ò particolarm e n t e intransigente. Disse chiaro e t o n d o che n o n s'accontentava delle p r o m e s s e del Viceré, il q u a l e p o t e v a s e m p r e rimangiarsele, ma che esigeva la consegna d ' u n antico papiro con cui C a r l o V e s e n t a v a i n a p o l e t a n i da o g n i sorta di balzelli. Il D'Arcos, colto di c o n t r o p i e d e , tergiversò a n c h e p e r c h é del d o c u m e n t o negli archivi cittadini n o n c'era nemm e n o l'ombra. Gli insorti p e n s a r o n o ch'egli volesse g u a d a g n a r t e m p o e con r i n n o v a t a foga r i p r e s e r o le a r m i , aizzati da Masaniello, che fece m e t t e r e a ferro e fuoco la città. Tutti i popolani riconoscevano in lui il d u c e della rivolta, tutti gli obbedivano, tutti gli r e n d e v a n o omaggio. Alcuni dic e n d o c h ' e r a u n s a n t o ; altri c h ' e r a u n e r o e ; altri a n c o r a c h ' e r a questo e quello. Scalzo, sbracato, in p r e d a a frenesia tribunizia, l'ex pescivendolo a r r i n g a v a la folla, distribuiva o r d i n i a destra e a manca, sbraitava, minacciava, accusava il Viceré d'aver tentato di c o r r o m p e r l o e i nobili di c a m p a r e a sbafo della plebe. Tanta v e e m e n t e e scomposta d e m a g o g i a finì p e r spargere il t e r r o r e nella città, o r m a i c o m p l e t a m e n t e nelle m a n i dei rivoltosi. I più s g o m e n t i e r a n o i ricchi b o r g h e s i e i patrizi che u n bel g i o r n o , d ' a c c o r d o p a r e coi Viceré, decisero d'assassinare Masaniello. Il complotto fallì p e r c h é i proietti346
li sbagliarono traiettoria. Q u a l c u n o g r i d ò al miracolo, e in molti q u a r t i e r i della città si diffuse la voce che il bersaglio era invulnerabile. Masaniello festeggiò lo scampato pericolo con u n a feroce repressione. O r d i n ò ai suoi di d a r e la caccia a coloro che dir e t t a m e n t e o i n d i r e t t a m e n t e avevano p a r t e c i p a t o alla congiura e di condurli tutti al suo cospetto: egli stesso li avrebbe giudicati. Q u a n d o i colpevoli, o p r e s u n t i tali, gli furono davanti, ne p r o n u n c i ò la sentenza con un semplice m o v i m e n t o verticale della m a n o che alludeva alla scure del boia. Il sangue scorse a fiumi e i morti n o n si c o n t a r o n o a n c h e p e r c h é Masaniello lasciò libero sfogo alle vendette personali. C o m e già e r a accaduto a Cola di Rienzo, i fumi della p o polarità gli d i e d e r o alla testa. N o n s'accontentò più d'essere semplicemente il capo della rivolta. Ne volle anche i galloni e il protocollo. Si a u t o n o m i n ò «generalissimo del p o p o l o napoletano» e prese ad e m a n a r e editti con i d u e stemmi del Re di S p a g n a e di Napoli. Proibì l'uso di vesti t r o p p o l u n g h e , mantelli, tonache e guardinfanti p e r p a u r a che celassero armi e munizioni, e intimò ai nobili la consegna i m m e d i a t a di pistole, fucili, polvere da sparo. Sebbene n o n capisse niente d'economia e di finanze, avocò a sé tutti i problemi amministrativi della città. Meditava a l u n g o le soluzioni, la testa a p poggiata alla m a n o e il gomito p u n t a t o sul ginocchio. I suoi fanatici dicevano che aspettava l'ispirazione dello Spirito Santo. I maligni i n s i n u a v a n o che aspettava i s u g g e r i m e n t i del Genoino, s e m p r e appiccicato a lui. L'ex pescivendolo esercitava c o m u n q u e tale suggestione che il Viceré, p e r t e n e r l o buono, lo trattava come un sovrano, lo invitava a palazzo con la moglie, lo colmava di complimenti e di doni. L' 11 luglio le richieste avanzate dal Genoino, d o p o essere state a p p r o v a t e dai n a p o l e t a n i , f u r o n o p r e s e n t a t e al Duca d'Arcos dallo stesso Masaniello, che indossò p e r l'occasione una sontuosa veste a r g e n t a t a , d o n o del Viceré in p e r s o n a . L'incontro fu, a l m e n o in a p p a r e n z a , cordiale e amichevole. A p p e n a giunse al cospetto del Duca, il «generalissimo» gli si 1
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gettò ai piedi. Il Viceré lo fece rialzare, l'abbracciò con effusione e lo condusse all'interno del palazzo, dove si svolse un l u n g o colloquio, e p r i m a di c o n g e d a r l o gli regalò u n a collana del valore di tremila scudi. Masaniello l'accettò solo dopo molte insistenze, e fu l'ultima volta che si mostrò nel pieno possesso delle sue facoltà m e n t a l i . Uscito da palazzo, si s t r a p p ò l'abito argentato, si tolse le scarpe, t o r n ò a indossare la blusa e le b r a c h e di pescivendolo, e da allora in poi le sue stranezze n o n si c o n t a r o n o . In un i m p r o v v i s o accesso d'ira p r e s e a calci nel s e d e r e un cavaliere che e r a v e n u t o a fargli visita, diede un ceffone a un collaboratore, ferì con un colpo di b a s t o n e il vecchio G e n o i n o , e il 13 luglio fece improvvisamente arrestare un solenne corteo al quale partecipava anche il Viceré e, d o p o essersi a b b a n d o n a t o a un lungo sproloquio, estrasse di tasca u n a m o n e t a con l'effigie dell'imperatore Carlo V, la baciò, poi se la mise in testa, quindi la p o r s e al Duca d'Arcos p e r c h é facesse altrettanto. Giunto all'altezza del D u o m o , a v e n d o scorto u n a fontana, scese da cavallo, a n d ò a dissetarsi, si s b o t t o n ò i calzoni e o r i n ò davanti a tutti. D o p o d i c h é corse ad a p r i r e la portiera della carrozza del Duca, ma nella foga p e r s e l'equilibrio e ruzzolò p e r terra. Poco d o p o , in D u o m o a n d ò a sedersi ai piedi del Viceré, p e r poterglieli meglio baciare, scoppiò in un pianto dirotto, si alzò, si stracciò il vestito, e gettò le braccia al colio del Viceré. Al t e r m i n e del rito si a c c a m p ò sul p e r g a m o e si mise ad a r r i n g a r e la folla: «Popolo mio, io sono nato povero marinaio e marinaio voglio m o r i r e . N o n avete a far cosa alc u n a con m e : ecco q u a il vostro p a d r o n e (additò il Viceré) e siate fedeli al Re». G e n o i n o e c o m p a g n i t e n t a r o n o di ricond u r l o alla ragione, ma invano. Alcuni dicevano c h ' e r a stato affatturato p e r o r d i n e del Viceré, altri che aveva p r e s o un colpo di sole, altri ancora che il p o t e r e gli aveva dato alla testa. Chissà. Quel ch'è certo è che a n c h e i suoi più tenaci ammiratori si accorsero ch'era uscito di s e n n o , e lo abbandonar o n o al suo d e s t i n o , o r m a i m a t u r o . Il 16 luglio, d o p o u n ' e n n e s i m a di queste esibizioni, fu avvicinato nella chiesa 348
del C a r m i n e da un g r u p p o di cavalieri e popolani. «Andate c e r c a n d o me?» chiese Masaniello r i c o n o s c e n d o l i . Q u a t t r o colpi d ' a r c h i b u g i o f u r o n o la risposta. Il «generalissimo» cadde al suolo stecchito, ma gli assassini, t e m e n d o che fosse ancora in vita, c h i a m a r o n o un macellaio e gli fecero tagliare la testa. Napoli s e m b r ò uscire da un incubo e i suoi abitanti sciam a r o n o nelle strade e nelle piazze c a n t a n d o , ballando, svent o l a n d o b a n d i e r e . I lazzari, c h ' e r a n o stati i p i ù scalmanati fans del p e s c i v e n d o l o s ' i m p a d r o n i r o n o d e l c a d a v e r e , lo s q u a r t a r o n o e l ' a b b a n d o n a r o n o in u n a chiavica. I fornai profittarono della generale kermesse p e r a u m e n t a r e il prezzo del p a n e . I nobili e il Viceré e s u l t a r o n o , ma colui c h e più g o n g o l ò fu il G e n o i n o , u n o degli a u t o r i d e l c o m p l o t t o , di cui il Viceré lo c o m p e n s ò con la n o m i n a a p r e s i d e n t e della Corte della Sommaria. Ma n o n p a s s a r o n o v e n t i q u a t t r ' o r e che i volubili n a p o l e tani c o m i n c i a r o n o a r i m p i a n g e r e la loro vittima. Gli stessi carnefici, pentiti e in p r e d a ai rimorsi, ne r i e s u m a r o n o il cadavere e, d o p o avergli ricucito alla meglio la testa sul busto, lo l a v a r o n o , lo v e s t i r o n o , gli m i s e r o al fianco la s p a d a e il bastone di c o m a n d o , tributandogli solenni esequie, cui parteciparono q u a r a n t a m i l a p e r s o n e . L'assassinio, se aveva l i b e r a t o la città da un p a z z o , n o n aveva c e r t a m e n t e risolto i suoi p r o b l e m i . La rivolta infatti seguitò a d i v a m p a r e . C o n t i n u a r o n o a n c h e le trattative col Viceré al quale i r a p p r e s e n t a m i del p o p o l o a v a n z a r o n o u n a serie di richieste, fra cui la destituzione del G e n o i n o . Ad alcune il Duca disse sì, ad altre n o . Sì, disse al siluramento del G e n o i n o , che fu esiliato, sì all'amnistia dei reati commessi d u r a n t e i t u m u l t i , no alla c o n s e g n a d ' u n ' i m p o r t a n t e piazzaforte e al presidio del palazzo reale con milizie popolari. Un n u o v o leader i n t a n t o e r a v e n u t o alla ribalta. Si chiamava G e n n a r o Annese, faceva il fabbro ed era stato a l u n g o in galera p e r falsificazione di m o n e t e . La sua c o m p a r s a sulla scena coincise con l'arrivo, il 1° ottobre 1647, della flotta 349
s p a g n o l a , c o m a n d a t a dal f i g l i o n a t u r a l e del R e cattolico, Giovanni d'Austria, nella baia di Napoli. Vi e r a stata spedita p e r d o m a r e la sommossa e r i p o r t a r e la pace nel Viceregno. Ai suoi c a n n o n i la città o p p o s e un'eroica resistenza. L'Annese, c h ' e r a riuscito a farsi n o m i n a r e «generalissimo», ne assunse la guida e a n n u n c i ò l'instaurazione della Repubblica. Fu convocata l'assemblea p l e n a r i a del p o p o l o che votò all'unanimità la nuova costituzione. Bisognava o r a darle un p r o t e t t o r e . L'Annese si rivolse ad Enrico II di L o r e n a , Duca di Guisa, un giovane ambizioso, c o r r o t t o e senza scrupoli, che sbarcò con la sua flotta a Napoli, salutato dalla folla come un salvatore. Gli fu i m m e d i a t a m e n t e conferito il titolo di «Doge della Serenissima Repubblica di Napoli», e d u r a n te u n a cerimonia in D u o m o il vescovo gli b e n e d ì la spada. T u t t o s e m b r a v a a n d a r e a gonfie vele q u a n d o , c o m e un fulmine a ciel s e r e n o , g e t t ò le a n c o r e nel golfo di Napoli u n a s q u a d r a navale francese, spedita dal Re p e r seguire gli a v v e n i m e n t i e sfruttarli a favore della C o r o n a . Il D u c a di Guisa, v e d e n d o minacciati i p r o p r i p i a n i e la p r o p r i a p e r s o n a l e e g e m o n i a , licenziò l'Annese che, a l l a r m a t o dalle m i r e t i r a n n i c h e del «Doge», aveva p l a u d i t o all'arrivo dei francesi. I napoletani ne furono indignati e la popolarità del Guisa cominciò a vacillare. Molti suoi sostenitori, bramosi di pace, d i s e r t a r o n o e d i e d e r o vita a u n a coalizione c o n t r o di lui, cui a d e r i r o n o i partigiani della Spagna, della Francia e dell'Annese. Solo e a b b a n d o n a t o , Enrico di L o r e n a dovette r i n u n z i a r e a tutti i suoi sogni e lasciare la Capitale. I napoletani, che n o n l'avevano mai a m a t o , s p a l a n c a r o n o l e p o r t e della città agli spagnoli al grido di «Venite, venite, pace, pace». Era la restaurazione. All'inizio essa fu liberale e t o l l e r a n t e . Poi si tolse la maschera e mostrò il suo solito volto aggressivo, reazionario, fiscale.
Indro Mont anell i- Robe rto Gervaso
L'ITALIA DE L SET TEC EN TO (1700-1789)
AVVERTENZA
Eccoci alla sesta tappa di questa ricostruzione della Storia d'Italia. Gli scopi ch'essa si propone li abbiamo già spiegati troppe volte per doverli enunciare. Possiamo soltanto aggiungere che, malgrado l'ostilità di cui siamo stati fatti segno da. parte della storiografia accademica, la schiera dei nostri lettori non solo non sì è assottigliata, ma si è di volume in volume irrobustita. Del resto, anche le critiche hanno mutato tono e registro. Ed è naturale. Un successo momentaneo lo si può interpretare come un abbaglio del pubblico. Ma quando esso dura da venti anni sempre in crescendo, bisogna pur riconoscergli qualche motivo un po' più valido. Lasciamo tuttavia questa polemica che, a dire il vero, non ci ha mai scalfito, convinti coni 'eravamo che sarebbero stati il tempo e i risultati a farne giustizia. E veniamo al Settecento: questo secolo contraddittorio in cui si consuma il processo di decadenza iniziato con la Riforma e il predominio spagnolo, ma nello stesso tempo si pongono le premesse del successivo risveglio. Noi abbiamo cercato di far risaltare questo contrappunto, che ci ha obbligato a dettagliare più di quanto fin qui avessimo usato. Il lettore vedrà che abbiamo amputato il secolo, facendolo finire all'89. Ma non c'è bisogno di chiarirne i motivi. Che la rivoluzione francese abbia posto fine a/rancieri regime, al vecchio regime, e iniziato una nuova èra, non soltanto in Francia,, ma in tutta Europa, e quindi anche in Italia, è cosa ormai riconosciuta da tutti. Quindi non abbiamo fatto che attenerci al tradizionale criterio. Un'ultima cosa. Probabilmente l'anno venturo non potremo essere puntuali alla solita scadenza. Per quanto già da un pezzo ne abbiamo avviato il lavoro preparatorio, quello del Risorgimento è 353
un periodo che c'impone almeno un altro paio d'anni di ricerche, e che forse dovremo dividere in due puntate, e anche di più. Arrivederci quindi, caro lettore, non al '71, ma al '72, nella speranza che questa pausa non basti a cancellarci dalla tua memoria.
Ottobre 1970
I.M. R.G.
PARTE PRIMA L'ITALIA IN E U R O P A
CAPITOLO PRIMO LA G U E R R A DI S U C C E S S I O N E
Con Eltalia del Seicento, abbiamo lasciato l ' E u r o p a in u n a situazione - come oggi si dice - di suspense, china sul capezzale di un m o r i b o n d o , in attesa di conoscere il suo testamento. Q u e s t o m o r i b o n d o era Carlo I I , ultimo Asburgo del ramo spagnolo. Vediamo di riassumere, p e r c o m o d o del lettore, il p e r c h é di tanta trepidazione. Gli A s b u r g o e r a n o stati, p e r quasi d u e secoli, l ' i n c u b o dell'Europa. Piccoli feudatari dell'Alsazia, poi diventati Duchi d'Austria, avevano moltiplicato, a furia di spada e di mat r i m o n i , p o s s e d i m e n t i e titoli. Il c o l m o lo aveva toccato ai primi del C i n q u e c e n t o l ' i m p e r a t o r e Carlo V, nelle cui m a n i si era trovata c o n c e n t r a t a u n a favolosa eredità. Da p a r t e di p a d r e gli t o c c a r o n o i Ducati d'Austria, il T i r o l o , la B o r g o gna e le F i a n d r e . Da p a r t e di m a d r e - G i o v a n n a la Pazza, unica figlia di F e r d i n a n d o d'Aragona e Isabella di Castiglia - gli toccarono la S p a g n a e t u t t o il n u o v o m o n d o l a t i n o - a m e r i c a n o , d a l Messico alla Patagonia. A tutto questo, egli potè a g g i u n g e r e il titolo di Sacro R o m a n o I m p e r a t o r e , già d e t e n u t o da suo n o n n o Massimiliano; un titolo che, p e r q u a n t o svuotato di effettivo c o n t e n u t o , gli conferiva u n a teorica s o v r a n i t à su quella galassia di Principati divisi e discordi c h ' e r a allora la Germania. Sicché si p u ò dire che solo la Francia e l'Inghilterra si sottraevano al suo dominio. Carlo aveva sognato di ricostituire sotto il suo scettro l'unità e u r o p e a di Carlo M a g n o . Pare che carezzasse l'idea di d i v e n t a r n e a n c h e la g u i d a spirituale a s s u m e n d o la tiara di Papa. Ma dovette r e n d e r s i conto a p r o p r i e spese che questi 357
p r o g r a m m i ecumenici - cioè di u n i o n e universale - e r a n o ormai fuori t e m p o . Egli trovò sulla sua strada d u e implacabili n e m i c i : i Re di Francia, e L u t e r o . I p r i m i si sentivano m a t e r i a l m e n t e soffocati dai d o m i n i Asburgo che p r e m e v a n o su quelli loro sia dalla p a r t e della G e r m a n i a che da quella della S p a g n a . Il s e c o n d o , r o m p e n d o l'unità religiosa, dis t r u g g e v a il p r e s u p p o s t o di quella politica. L ' E u r o p a n o n t e n d e v a all'unità. T e n d e v a alla formazione di Stati nazionali, o g n u n o con la p r o p r i a Chiesa i n d i p e n d e n t e da quella di R o m a . E gli Stati nazionali n a t u r a l m e n t e si ribellavano al p o t e r e soprannazionale che Carlo voleva imporgli. Al c r e p u s c o l o della sua vita di c o n t i n u e lotte e d'inutili vittorie, C a r l o e b b e il b u o n senso di a r r e n d e r s i a questa realtà. E c o m p r e n d e n d o che n e s s u n o , d o p o di lui, sarebbe stato in g r a d o di t e n e r e in p u g n o un i m p e r o così vasto, ma anche così diviso e sparpagliato, lo ripartì. I d o m i n i ereditari di Casa d'Asburgo (Austria, Moravia, Boemia) li lasciò al fratello F e r d i n a n d o che assunse a n c h e il titolo imperiale. La S p a g n a con t u t t o il suo i m p e r o a m e r i c a n o , le F i a n d r e e i possedimenti italiani (che inglobavano mezza penisola e ten e v a n o l'altra mezza alla loro mercé) a n d a r o n o al figlio Fil i p p o I I . Così la dinastia A s b u r g o si e r a s c o m p o s t a in d u e rami: quello spagnolo, e quello austriaco. Cattolico zelante, e perfino bigotto, Filippo volle ritentare l'avventura del p a d r e . Se egli intendesse approfittare della C o n t r o r i f o r m a , che chiamava i cattolici alla riscossa, per i m p o r r e il p r o p r i o p o t e r e all'Europa, o se approfittasse del p r o p r i o p o t e r e p e r restituire alla Chiesa il suo esclusivo primato, n e s s u n o lo sa, e forse n o n lo sapeva n e m m e n o lui. Com u n q u e , i d u e interessi coincidevano, ed egli ne fu il camp i o n e . Ma ora, oltre che coi francesi, doveva vedersela con gli olandesi in rivolta contro il giogo spagnolo, e con la flotta inglese, smaniosa del d o m i n i o sui mari. Filippo n o n v e n n e mai a capo di questa coalizione. I suoi successori, Filippo I I I e Filippo IV, n o n riuscirono a risolvere le d u e g r a n d i crisi - quella demografica e quella econo358
mica - che travagliavano il Paese. Sicché q u a n d o sul t r o n o di M a d r i d salì l ' u l t i m o r a m p o l l o della dinastia, C a r l o I I , quell'immenso i m p e r o , n o n o s t a n t e le sue dimensioni, aveva già da un pezzo cessato di r a p p r e s e n t a r e un pericolo p e r gli Stati e u r o p e i e la loro i n d i p e n d e n z a . Ma ce n'era un altro, che aveva preso il suo posto: la Francia. Essa era stata p r e d a di convulsioni religiose che avevano messo a repentaglio la sua unità. C'era stata anche, in seguito all'estinzione della dinastia Valois, u n a lotta p e r la successione al trono risoltasi infine con la vittoria del r a m o collaterale dei B o r b o n e . Ma in mezzo a tanti triboli, la Francia aveva avuto la v e n t u r a di trovare dei g r a n d i ministri - Sully, Richelieu, Mazarino, Colbert - che ne avevano fatto la più forte potenza e u r o p e a . Così forte che, q u a n d o sul trono salì un sovrano ambizioso, insolente e i n n a m o r a t o della gloria militare come Luigi XIV, il Re Sole, credette di p o t e r ripetere con successo il tentativo di Carlo e di Filippo. Negli ultimi d e c e n n i del Seicento, l'Europa fu messa a soqquadro dagli eserciti di questo monarca, che trovava pretesti di g u e r r a in tutto. Ma a n c h e lui aveva d o v u t o fare i conti con la n u o v a Europa degli Stati nazionali. I n g h i l t e r r a e O l a n d a avevano capeggiato la resistenza, che alla fine aveva prevalso. C o n la pace di Ryswick del 1697, la Francia aveva dovuto rinunziare alla sua pretesa di farla da p a d r o n a . Essa restava u n o dei più i m p o r t a n t i fattori della politica e u r o p e a , ma n o n era più in c o n d i z i o n e di d e t t a r l a . Si e r a i n s o m m a stabilita u n a balance ofpowers, un equilibrio di poteri, in cui quello francese aveva il suo considerevole peso, ma a n c h e i suoi c o n t r a p p e si, c h ' e r a n o s o p r a t t u t t o tre: l'Olanda, piccola t e r r a , ma già g r a n d e p o t e n z a m a r i t t i m a e coloniale; l ' I m p e r o asburgico d'Austria coi suoi eccellenti eserciti; e l'Inghilterra, che già fin d'allora vedeva in queste situazioni di equilibrio l'unica garanzia della p r o p r i a incolumità e la c o n d i z i o n e del p r o prio sviluppo: finché gli e u r o p e i si neutralizzavano a vicenda, essa p o t e v a t r a n q u i l l a m e n t e c o s t r u i r e il suo i m p e r o transoceanico. 359
Malgrado la vastità dei suoi d o m i n i , la S p a g n a era scorna p a r s a dall'elenco delle g r a n d i potenze. M a d r i d n o n e r a piy u n «centro direzionale» della politica e u r o p e a . E p p u r e , e c co che p r o p r i o allo scadere del secolo, tutti gli sguardi torn a v a n o a convergervi. L'Europa p e n d e v a dalla bocca di un Re che da vivo n o n aveva contato nulla, ma da m o r t o poteva metterla di n u o v o a s o q q u a d r o . A chi avrebbe lasciato la sua corona? Carlo II l'aveva p o r t a t a di malavoglia, o p p r e s s o dal suo p e s o . Nelle sue a s c e n d e n z e c ' e r a n o p r o b a b i l m e n t e t r o p p i m a t r i m o n i fra consanguinei. Era n a t o male, e reggeva l'ani* ma coi d e n t i . F i n o a dieci a n n i a v e v a n o d o v u t o t e n e r l o in collo p e r c h é le g a m b e n o n lo sostenevano. U n a mal forma*, zione del p a l a t o g l ' i m p e d i v a di articolar b e n e le p a r o l e . :I suoi sudditi lo chiamavano El hechizado, lo stregato, perché*»: p r e t i a t t r i b u i v a n o al diavolo i suoi m a l a n n i . Ne aveva u n a collezione, che avevano trasformato la Corte in u n a clinica} N e s s u n o c r e d e v a c h e s a r e b b e sopravvissuto a suo padre,i%: p e r q u e s t o l o a v e v a n o sposato prestissimo, nella s p e r a n z a c h e lasciasse a l m e n o u n e r e d e . M a C a r l o n o n e r a riuscito; n e m m e n o a questo, e sua moglie, u n a principessa austriaca.!;;' e r a afflitta da t r o p p i scrupoli religiosi p e r r i m e d i a r e con u«£ cortigiano o con u n o stalliere, c o m e talvolta le regine fànnoj in questi casi (e n o n s o l t a n t o in questi casi). O r a si apriva u n a crisi dinastica, che metteva in subbuglio tutta l'Europ " L'eredità infatti e r a grossa. O l t r e la S p a g n a , e r a n o i giuoco le F i a n d r e , cioè il Belgio c o n la sua p o t e n z a indi» striale, i possedimenti italiani che consentivano un assolutf d o m i n i o su tutta la penisola, e l'immenso i m p e r o sud-amefe ricano. I n m a n o a u n o Stato in crisi, c o m ' e r a quello lo, questo p a t r i m o n i o n o n esercitava g r a n p e s o sulla bila eia mondiale. Ma se fosse toccato a u n o Stato già di suo en c i e n t e , l'equilibrio e u r o p e o n e s a r e b b e stato sconvolto^ c o n c o r r e n t i in lizza e r a n o d u e : gli A s b u r g o d'Austria, c avanzavano un diritto dinastico e di s a n g u e , visto che Ca e r a Asburgo a n c h e lui; e Luigi XIV. Il Re Sole aveva spos" _
spagna
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la sorella di Carlo, Maria Teresa. È vero che nel contratto di m a t r i m o n i o rinunziava a ogni pretesa al t r o n o spagnolo anche a n o m e dei discendenti suoi e di sua moglie. Ma in quello stesso contratto si garantiva a Maria Teresa u n a ricca d o te c h e invece n o n e r a stata mai p a g a t a . E Luigi sosteneva che i d u e i m p e g n i si condizionavano a vicenda: evaso l'uno, cadeva a n c h e l'altro. O p e r meglio dire lo aveva sostenuto finché i suoi eserciti gliene a v e v a n o d a t o la forza. D o p o la p a c e di Ryswick, aveva rinfoderato queste ambizioni. E anzi si e r a accordato con I n g h i l t e r r a e O l a n d a p e r cercare u n a soluzione di compromesso, al di fuori della volontà di Carlo. Così le tre Potenze si s p a r t i r o n o - sulla carta - la pelle dell'orso. Napoli e Sicilia sarebbero toccate alla Francia p e r ripagarla della sua rinunzia, la L o m b a r d i a all'Austria p e r tacitarla, m e n t r e sul trono di M a d r i d sarebbe salito un p e r s o n a g g i o n e u t r o e di poco conto, che fornisse garanzia di n o n diventare un pericolo pubblico. Si a v a n z a r o n o le c a n d i d a t u r e di Pietro II di Braganza e di Vittorio A m e d e o II di Savoia. Ma poi furono scartate, e il prescelto fu un piccolo p r i n c i p e Wittelsbach di Baviera. P u r t r o p p o , costui m o r ì subito d o p o , e bisognò ricominciare daccapo. Il secondo accordo prevedeva l'assegnazione della corona, con la Spagna, il Belgio e l'impero latino-americano a C a r l o d ' A s b u r g o , s e c o n d o g e n i t o d e l l ' i m p e r a t o r e Leopoldo, m e n t r e alla Francia s a r e b b e r o a n d a t e Napoli, la Sicilia e Milano: il che l'avrebbe resa arbitra dell'Italia. Pare impossibile, ma a rifiutare questa soluzione fu p r o prio la p a r t e c h e p i ù ne profittava: l'Austria. Sicuro c h e il Re spagnolo avrebbe testato in favore di suo figlio, Leopoldo rispose che costui n o n poteva accettare u n a successione così saccheggiata, e si disse p r o n t o a d i f e n d e r n e l'integrità con la spada. Era in questo tramestìo di p r o p o s t e , c o n t r o p r o p o s t e , lu. m g h e e minacce, che Carlo si disponeva a passare a miglior Vita, e n o n si tratta di figura retorica p e r c h é mai agonia fu s
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più tribolata della sua. N e s s u n o gli dava requie. Ai salassi e ai clisteri dei medici s'intramezzavano gli esorcismi dei preti, incaponiti a liberarlo dalla malìa. La moglie austriaca lo teneva sotto il ricatto sentimentale della fedeltà dinastica. I dignitari di Corte e r a n o divisi, ma tutti intrigavano prospett a n d o catastrofi. Il disgraziato c o n s u l t ò i teologi, ma trovò divisi anche quelli, e si appellò al Papa, il quale n a t u r a l m e n t e fece i conti in base al p r o p r i o interesse. La presenza in Italia di un Principe imperiale in g r a d o di esercitarvi u n a forte autorità costituiva, p e r gli Stati della Chiesa, un pericolo. Perciò il responso di R o m a fu favorevole alla Francia. Carlo, forse più p e r stanchezza che p e r convinzione, vi si a t t e n n e , e all'insap u t a della moglie lo tradusse in testamento. Il t r o n o era assegnato a Filippo d'Angiò, nipote di Luigi e di Maria Teresa. A Parigi la notizia fu accolta p i ù c o n o r g a s m o che con gioia. Accettare quel lascito significava provocare l'Europa a u n a n u o v a g u e r r a . Rifiutarlo, oltre che la rinuncia a un imm e n s o i m p e r o , e r a u n a confessione di p a u r a e u n a perdita di faccia. Il Re Sole esitò. Ma alla fine l'orgoglio e la passione dei gesti teatrali e b b e r o la meglio. Nel ricevere gli ambasciatori spagnoli che venivano a comunicargli ufficialmente il t e s t a m e n t o del m o r t o , Luigi spalancò u n a p o r t a e, addit a n d o il nipote Filippo che dietro di essa aspettava, esclamò: «Signori, ecco il Re di Spagna!» La risposta o r m a i e r a agli eserciti. N o n s e g u i r e m o le sorti di q u e s t o conflitto, c h e d u r ò un'altra diecina d'anni. Basterà un r a p i d o riassunto. La fort u n a d a p p r i n c i p i o aiutò la Francia. U n a caduta da cavallo la liberò dal suo p i ù irriducibile n e m i c o , il re G u g l i e l m o IH d ' I n g h i l t e r r a ; e l'Olanda, attaccata di sorpresa, piegò la testa. R i m a n e v a l'Austria, ma e r a l o n t a n a e p e r di p i ù presa tra d u e fronti: quello balcanico e t e r n a m e n t e minacciato dai T u r c h i , e quello settentrionale su cui t o r n a v a a profilarsi il p e r i c o l o della Svezia, c o m ' e r a a c c a d u t o nella g u e r r a dei Trent'anni. 362
Q u e s t o consentì a Luigi di r i p o r t a r e alcuni facili successi, che r i d i e d e r o ossigeno alle sue ambizioni e g e m o n i c h e . N o n si c o n t e n t ò d'istallare Filippo sul t r o n o di M a d r i d . C o n t r a riamente agl'impegni che aveva preso, lo dichiarò qualificato a succedergli a n c h e su quello di .Parigi: il che avrebbe fatto della S p a g n a e del suo i m p e r o u n ' a p p e n d i c e della Francia, e di questa u n a p o t e n z a irresistibile. A q u e s t o p u n t o la coalizione avversaria p a s s ò risolutam e n t e alla controffensiva. E a guidarla furono d u e condottieri di altissimo r a n g o : J o h n Churchill, ed E u g e n i o di Savoia. Churchill, a n t e n a t o di Winston, era u n a geniale canaglia, che doveva la sua c a r r i e r a s o p r a t t u t t o alla bellissima moglie, Sara. N o n l'aveva sposata p e r f r e d d o calcolo. L'amava a p p a s s i o n a t a m e n t e , seguitò ad a m a r l a p e r tutta la vita, le fu s e m p r e fedele, ma s e p p e a n c h e s e r v i r s e n e sfrutt a n d o al meglio la sua amicizia con la R e g i n a A n n a , la cog n a t a di G u g l i e l m o , cui e r a s u c c e d u t a sul t r o n o . Fu così, «per r a c c o m a n d a z i o n e » , c h e si g u a d a g n ò il titolo di Duca di M a r l b o r o u g h e i galloni di Generalissimo. Ma se ne m o strò p i ù che d e g n o infliggendo ai francesi d u e m e m o r a b i l i batoste, a B l e n h e i m e a Ramillies. P u ò i n d u r r e a q u a l c h e a m a r a riflessione il fatto che q u e s t ' u o m o g i u n t o ai p i ù alti fastigi p e r intrigo, p e r intrigo c a d d e d o p o aver d i m o s t r a t o che se li m e r i t a v a . Lo p r e m i a r o n o delle sue vittorie m e t t e n d o l o sotto inchiesta p e r m a l v e r s a z i o n e e o b b l i g a n d o l o all'esilio p e r evitare la galera. Solo p i ù t a r d i fu riabilitato e potè r i m p a t r i a r e . L'altro g r a n d e condottiero fu E u g e n i o di Savoia, italiano d'origine, ma a p o l i d e di vocazione. E r a infatti figlio di un Savoia di r a m o c a d e t t o e di O l i m p i a M a n c i n i , n i p o t e del Mazarino. Aveva offèrto i suoi servigi di soldato al Re Sole che li aveva s p r e z z a n t e m e n t e rifiutati. E allora si era a r r u o lato negli eserciti di L e o p o l d o d'Asburgo. N o n s a p e n d o più g l i stesso c o m e considerarsi, si firmava, con un miscuglio d'italiano, tedesco, francese, Eugenio von Savoy. In realtà la u a patria e r a la caserma, e la servì m i r a b i l m e n t e . A ventie
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q u a t t r ' a n n i e r a già Maresciallo d e l l ' I m p e r o . E nel 1697, aveva inflitto ai T u r c h i u n a tale disfatta che, con la pace di Carlowitz, l'Austria fu liberata p e r s e m p r e dalla loro m i n a c eia. Questi d u e u o m i n i , o l t r e t u t t o legati d a p r o f o n d a amicizia, rovesciarono le sorti della g u e r r a . I loro eserciti irromp e v a n o in M a d r i d , cacciandone Filippo e istallandovi Carlo d'Asburgo. Ridotto allo s t r e m o , il t r a c o t a n t e Re Sole si disponeva alla resa, q u a n d o il vento della fortuna n u o v a m e n te cambiò. In I n g h i l t e r r a un g o v e r n o conservatore e pacifrsta p r e s e il posto di quello liberale e g u e r r a f o n d a i o provoc a n d o , c o m e a b b i a m o d e t t o , la disgrazia di L a d y Churchill e di suo marito. Gli u n g h e r e s i , liberati dalla minaccia turca, i n s o r s e r o c o n t r o l'Austria c o s t r i n g e n d o il g r a n d e E u g e n i o ad accorrervi. E infine gli spagnoli sorsero in a r m i . Essi aver v a n o accolto Filippo senza e n t u s i a s m o . Ma v e d e n d o l o cao ciato da un esercito straniero, il loro orgoglio reagì e li spin>|-. se alla rivolta. Nel 1710, b e n guidati da un generale francese, il V e n d ò m e , scacciarono a loro volta l ' u s u r p a t o r e Cai lo.. Il Re Sole, reso ragionevole dalla vecchiaia e dagli acciac*' chi, capì tuttavia che n o n e r a il caso di spingere t r o p p o oìtréi le cose: la Francia e r a spossata e in p r e d a a u n a grave c J isi economica. Doveva contentarsi di u n a pace a b u o n e condii* zioni. E q u e s t a p a c e fu saldata coi t r a t t a t i di U t r e c h t dei; 1713 e di R a s t a d t d e l 1714. i Fra le t a n t e c h e si p o s s o n o a n c h e d i m e n t i c a r e , questa è-, u n a data da r i c o r d a r e , specie p e r noi italiani. Per un secol^-, e mezzo l'atto costitutivo del n o s t r o Paese era rimasto quello stabilito dal trattato di Cateau-Cambrésis del 1559, che prà^J t i c a m e n t e aveva fatto dell'Italia u n a colonia spagnola. Orf', sopravveniva quello di U t r e c h t che p e r un secolo e mezz% avrebbe fatto dell'Italia u n a colonia austriaca. Il destino defc„ la penisola cambiava cavallo. L'unica cosa che n o n cambiavi e r a la sua qualifica di colonia. 1
CAPITOLO SECONDO
UTRECHT
U t r e c h t 1713 e R a s t a d t 1714: d u e d a t e , dicevamo, i m p o r tanti. I relativi trattati r a p p r e s e n t a n o infatti l'atto costitutivo della n u o v a Italia nel q u a d r o della n u o v a E u r o p a . Vediamo d u n q u e di ricapitolarne un po' più c h i a r a m e n t e i risultati. Primo fatto di f o n d a m e n t a l e i m p o r t a n z a , che tocca dirett a m e n t e il nostro Paese: il cambio della guardia, sul t r o n o di M a d r i d , fra Asburgo e B o r b o n e . N o n dimentichiamoci che l ' E u r o p a del S e t t e c e n t o è a n c o r a u n ' E u r o p a p r e v a l e n t e m e n t e «dinastica», cioè u n ' E u r o p a in cui l'interesse delle dinastie r e g n a n t i prevale su quelli nazionali. Non è più così in O l a n d a , d o v e in s e g u i t o alla r i v o l u z i o n e d e m o c r a t i c a del calvinismo il p o t e r e è scivolato nelle m a n i del Parlamento, cioè d e i r a p p r e s e n t a n t i del p o p o l o . N o n è p i ù completam e n t e così in Inghilterra, dove la combattiva m i n o r a n z a puritana, anche se n o n è riuscita a istaurare p e r m a n e n t e m e n te la repubblica, limita il p o t e r e della m o n a r c h i a e la sta avv i a n d o verso u n a forma «costituzionale» che al Parlamento la s u b o r d i n a . Ma è così nei t r e g r a n d i Paesi cattolici - Austria, Francia, S p a g n a - di cui l'Italia n o n è che u n a dipend e n z a . Re n o n «per volontà della nazione», ma «per grazia di Dio», Asburgo e B o r b o n e si r i t e n g o n o i legittimi e assoluti p r o p r i e t a r i dei loro Reami. Li considerano un b e n e di famiglia, di u n a famiglia il cui b e n e è molto più i m p o r t a n t e di quello del popolo. E in base a questa concezione che si comb a t t o n o le g u e r r e , si n e g o z i a n o le paci, si sconvolgono e si ristabiliscono gli equilibri. La p a r t i t a fra loro s'era saldata, c o m e a b b i a m o visto, m d u e tempi. A U t r e c h t le d u e Potenze borboniche - Francia e 366
Spagna - si misero d'accordo con Inghilterra, O l a n d a , Prussia, Portogallo e Savoia che formavano la coalizione avversaria. Ma m a n c a v a il m a g g i o r e interessato: gli Asburgo d'Austria, r a p p r e s e n t a t i da Carlo VI, quello che aveva cercato di coronarsi Re di S p a g n a e che frattanto era diventato I m p e r a t o r e p e r la m o r t e del p a d r e L e o p o l d o e del fratello Giuseppe. Costui t e n t ò di p r o s e g u i r e la g u e r r a p e r conto suo. Ma d o p o un a n n o dovette piegarsi alle condizioni concordate a Utrecht. E a n c h e lui firmò la pace, a Rastadt. O r a ved i a m o cosa g u a d a g n a r o n o e cosa p e r s e r o i principali contraenti, e q u i n d i a quale n u o v o equilibrio di forze d i e d e r o avvio. Per la Francia, a riprova di q u a n t o dicevamo, d o b b i a m o distinguere fra Paese e dinastia. La dinastia fece un grosso affare p e r c h é piazzò u n o dei suoi principi B o r b o n e , Filippo V, sul t r o n o di S p a g n a , a n c h e se s'impegnava, p e r allora e p e r s e m p r e , a n o n r i u n i r e le d u e C o r o n e sulla testa dello stesso Re. Q u a n t o al Paese, è un altro discorso. Per il fatto di non avere p e r d u t o n e a n c h e un p a l m o del suo territorio m e tropolitano, d o p o essere stato sull'orlo del collasso, p o t r e b be s e m b r a r e ch'esso se la fosse cavata abbastanza b e n e . Però le sue forze navali uscivano dal conflitto decimate e scompaginate, e p e r di più doveva c e d e r e all'Inghilterra T e r r a n o v a e i possedimenti canadesi dell'Acadia, cioè della N u o v a Scozia e d e l N u o v o Brunswick, le sue teste di p o n t e in N o r d America. L a Francia restava u n a g r a n d e p o t e n z a t e r r e s t r e , ma veniva cancellata c o m e p o t e n z a m a r i t t i m a e i m p e r o transoceanico. Agl'interessi della dinastia, che si e r a arricchita del t r o n o s p a g n o l o , il Re Sole aveva sacrificato quelli della Nazione. Lo stesso va detto della Spagna. La partita s'era chiusa a vantaggio del B o r b o n e - Filippo V - c h e aveva c o n s e r v a t o la c o r o n a lasciatagli da Carlo IL Ma a q u a l e p r e z z o , p e r il Paese! Esso m a n t e n e v a il suo i m m e n s o i m p e r o latino-americano, ma doveva a b b a n d o n a r e tutti i suoi vecchi possedimenti europei, che n o n erano roba da poco: le Fiandre 367
( p r e s s a p p o c o l'attuale Belgio), il D u c a t o di Milano, la Sard e g n a , Napoli, lo Stato dei Presidi (Orbetello e dintorni) e Sicilia: u n p a t r i m o n i o d i cui d i r e m o d o p o l a r i p a r t i z i o n e . Ma la p e r d i t a più grave n o n era questa. E r a n o i mari, a cominciare dal M e d i t e r r a n e o . Doveva c e d e r e infatti Gibilterra e Minorca all'Inghilterra che così nel M e d i t e r r a n e o s'istallava da p a d r o n a . N o n solo. Ma all'Inghilterra dovette cedere a n c h e il cosiddetto asiento, cioè p r a t i c a m e n t e il controllo sulla tratta dei n e g r i , c h ' e r a il p i ù redditizio affare dell'epoca. D'allora in poi le sue comunicazioni col Sud-America furono alla m e r c é della flotta britannica. E fu s o p r a t t u t t o questa situazione a fare della Spagna, m a l g r a d o la vastità e ricchez, za del suo i m p e r o transoceanico, u n a p o t e n z a di second'ordine. , Per l'Austria il discorso va rovesciato. La dinastia Asburgo aveva p e r s o la posta principale: la corona di Spagna. Malo Stato austriaco aveva fatto un affare. Gli e r a n o stati assegnati, c o m e i n d e n n i z z o della rinuncia asburgica al t r o n o di Spagna: le F i a n d r e , il Ducato di Milano, il R e g n o di Napoli; la S a r d e g n a e lo Stato dei Presidi. % Ed eccoci d u n q u e all'Italia, c h e così v e d e v a sovvertito tutto il suo assetto. Dei sonnecchianti staterelli in cui era disvisa, u n o solo aveva attivamente partecipato al sobbollimene to della g u e r r a di successione: il P i e m o n t e . Il suo litolarei Vittorio A m e d e o I I , s'era gettato in quel conflitto soprattute to p e r un'ambizione di r a n g o : da Duca qual era (di Savoia^, voleva d i v e n t a r e Re. E a U t r e c h t c'era riuscito. C o m e pref m i o del s u o c o n t r i b u t o , gli a v e v a n o r i c o n o s c i u t o , - in ag* g i u n t a ai suoi vecchi titoli di D u c a di Savoia e Principe di P i e m o n t e - quello di Re di Sicilia. Q u e s t o e r a il p i ù impor* t a n t e dei suoi g u a d a g n i , in u n ' e p o c a in cui il r a n g o era, perle dinastie, la p r i n c i p a l e p r e o c c u p a z i o n e . Ma n o n il solo..! Savoia avevano a n c h e a r r o t o n d a t o i loro possedimenti piefc montesi con l'acquisto di Casale, rimasta fin allora in man® francese; e di Alessandria, Valenza e alcune zone del M o n ferrato c e d u t e dall'Austria. 368
T u t t o il r e s t o della penisola restava c o m ' e r a , cioè c o m e dice la cartina geografica qui r i p r o d o t t a a p a g . 388. La Repubblica di Venezia, oltre i suoi possedimenti istriani e dalmati sull'altra s p o n d a adriatica, m a n t i e n e il suo e n t r o t e r r a che ingloba tutto il Veneto, il Friuli e u n a bella fetta di L o m bardia fino a B e r g a m o , r i d u c é n d o all'osso il Ducato di Milano, che p e r ò dal 1707 ha assorbito quello di Mantova. I Farnese restano signori di P a r m a e Piacenza. La Repubblica di G e n o v a m a n t i e n e le sue strisce di Riviera di P o n e n t e e di Levante. Il Ducato di M o d e n a resta p a t r i m o n i o degli Este. Lucca m a n t i e n e l a p r o p r i a i n d i p e n d e n z a sotto r e g i m e r e pubblicano. I Medici conservano il loro t r o n o di G r a n d u c h i di Toscana. Lo Stato della Chiesa r i m a n e n e i suoi vecchi confini. Napoli e la S a r d e g n a , lo abbiamo detto, e n t r a n o nel patrimonio asburgico, m e n t r e la Sicilia è passata ai Savoia. Su questa situazione p e s a n o a l c u n e incertezze. Le d i n a stie Medici e F a r n e s e s o n o m i n a c c i a t e di e s t i n z i o n e p e r m a n c a n z a di successori. C h i ne sarà l ' e r e d e ? L'inchiostro n o n si è a n c o r a seccato sui trattati di U t r e c h t e di R a s t a d t che già le diplomazie e u r o p e e sono al lavoro p e r risolvere la spinosa q u e s t i o n e . N e p a r l e r e m o p i ù t a r d i . Per o r a affrettiamoci alla conclusione. L'Italia ha trovato un n u o v o p a d r o n e . Essa n o n è più che u n ' a p p e n d i c e dell'Austria, che n o n solo vi d o m i n a t e r r i t o rialmente, ma ne condiziona l'equilibrio. Però con u n a forza indigena deve fare i conti: il Piemonte. N e a n c h e o r a che è d i v e n t a t o ( p r o v v i s o r i a m e n t e ) Re di Sicilia, il Savoia ha mezzi e s t a t u r a p e r c o n t r a p p o r s i al colosso Asburgo. Ma la sua diplomazia lo tiene agganciato all'Europa, che lo considera un e l e m e n t o attivo del p r o p r i o equilibrio e che gli ha affidato p r o p r i o la m a n s i o n e di fare da c o n t r a p p e s o all'Austria. Ecco il vero g r a n d e successo dei Savoia. I loro Stati e i loro mezzi sono poca cosa. La Sicilia gli ha fornito u n a corona di Re, ma n i e n t e a l t r o : gli costa p i ù di q u a n t o n o n gli renda. Però sono inseriti nel giuoco internazionale, e ne sono protagonisti attivi. 369
Q u e s t o sistema è o p e r a dell'Inghilterra, la vera trionfatrice di U t r e c h t . Essa ha r a g g i u n t o tutti i suoi obbiettivi. Quello f o n d a m e n t a l e n o n e r a di d a r e la vittoria a l l ' u n o o all'altro c o n t e n d e n t e , ma d ' i m p e d i r l a a e n t r a m b i . E stata alleata degli A s b u r g o q u a n d o i B o r b o n e m i n a c c i a v a n o di spazzarli via. Ma q u a n d o ha visto che a c o r r e r e questo rischio e r a n o i B o r b o n e , si è affrettata a far la pace. Essa ha o r m a i scelto la sua linea politica c h e r i m a r r à invariata p e r d u e secoli, cioè fino alla s e c o n d a g u e r r a m o n d i a l e , e c h e si r i a s s u m e nella formula baiarne of powers, equilibrio delle potenze. Applicata a l l ' E u r o p a di allora, questa formula significava equivalenza di forze fra i d u e g r a n d i blocchi continentali: quello b o r b o nico e quello asburgico. Infatti a p o r fine al conflitto l'hanno spinta soprattutto d u e cose: il fatto che il Re di Francia Luigi XIV, il p r e p o t e n t e Re Sole, si è f o r m a l m e n t e i m p e g n a t o a t e n e r e p e r s e m p r e s e p a r a t e l e d u e C o r o n e , quella d i Francia e quella di S p a g n a ; e il fatto che l'aspirante Asburgo ai t r o n o di M a d r i d , Carlo, in seguito alla m o r t e del suo frateL 10 m a g g i o r e , ha e r e d i t a t o insieme al titolo d ' I m p e r a t o r e il t r o n o d'Austria e, se fosse riuscito ad a c c a p a r r a r s i a n c h e quello di Spagna, sarebbe diventato il p a d r o n e di un'Euro* pa che l'Inghilterra vuole senza p a d r o n i . Ecco p e r c h é Lonf d r a ha detto: basta. Meglio d u e sovrani borbonici a Parigi e a M a d r i d che un solo Asburgo a M a d r i d e a Vienna. Ma la diplomazia britannica n o n si c o n t e n t a di questo ri? sultato. Fra i d u e blocchi così rimessi in equilibrio tra loro in m o d o c h e si n e u t r a l i z z i n o a vicenda, essa i n t e r p o n e e po* tenzia u n a sfilza di piccoli Stati satelliti, che da questo mom e n t o d i v e n t a n o i suoi p r o t e t t i . A n z i t u t t o l ' O l a n d a p e r s b a r r a r e il passo n e l n o r d - E u r o p a a l l ' e s p a n s i o n i s m o dell'Austria, istallata nel Belgio. Poi la Prussia e la Baviera per .; t e n e r e in scacco l'Asburgo e r e n d e r e s e m p r e m e n o effettivo 11 suo titolo d ' I m p e r a t o r e di G e r m a n i a . E in Italia il Piem o n t e a fare da i n t e r c a p e d i n e fra Austria e Francia. Di q u e s t o equilibrio, l ' I n g h i l t e r r a si fa la p a t r o n a e ga* • r a n t e . Essa n o n ha cercato di annettersi n e a n c h e un p a l m o ' r
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di terra, sul continente. Il p r e m i o alla sua vittoria l'ha cercato altrove. Si è accaparrata Gibilterra e Minorca: d u e piccole cose, ma che le d a n n o il controllo del M e d i t e r r a n e o , dove d'ora in poi la sua flotta la farà da p a d r o n a . Si è fatta conseg n a r e la Baia di H u d s o n , T e r r a n o v a e l'Acadia dalla Francia, che forse n o n si è accorta di avere con queste cessioni rinunziato al C a n a d a , o a n c h e se se n'è accorta n o n vi ha d a t o peso p e r c h é a n c h e il C a n a d a Parigi lo c o n s i d e r a v a «pochi a r p e n t i di neve», c o m e diceva Voltaire. T u t t e briciole, insomma. E briciola sembrava a n c h e il m o n o p o l i o dell'asiento s t r a p p a t o alla S p a g n a e il vascello dì permesso, cioè il diritto d'inviare u n a volta all'anno u n a nave a v e n d e r e il suo carico nei Paesi s p a g n o l i del Sud-America. Solo p i ù t a r d i la Spagna si rese conto che Vasiento costituiva la più grossa fonte di ricchezza dei commerci marittimi internazionali e che il vascello di permesso era un grimaldello destinato a far saltare labarriera protezionistica in cui la S p a g n a si sforzava di chiud e r e i l suo i m p e r o l a t i n o - a m e r i c a n o p e r f a r n e l a p r o p r i a esclusiva «riserva» e c o n o m i c a . Così l ' I n g h i l t e r r a , con tre o quattro clausole del trattato di U t r e c h t che s e m b r a n o di secondaria i m p o r t a n z a , è diventata insieme, o si sta avviando a diventare, l'arbitra d e l l ' E u r o p a e la incontrastata p a d r o n a delle vie di c o m u n i c a z i o n e tra il vecchio e il n u o v o m o n d o americano, dove n e s s u n o p u ò p i ù farle concorrenza. Il p e r c h é di tanto successo è abbastanza facile da capire. E si p u ò r i a s s u m e r e così: di tutte le p o t e n z e e u r o p e e , salvo l ' O l a n d a , l ' I n g h i l t e r r a è l'unica c h e agisce in base ai suoi interessi nazionali, invece che a quelli dinastici. Il Re Sole ha messo a s o q q u a d r o il C o n t i n e n t e n o n p e r la Francia, ma p e r p r o c u r a r e altri t r o n i alla sua famiglia, i B o r b o n e . Gli Asburgo h a n n o fatto altrettanto. I Savoia n o n h a n n o avuto di m i r a c h e la c o r o n a r e a l e . Fra p o c o v e d r e m o la S p a g n a lanciarsi allo sbaraglio p e r p r o c u r a r e R e a m i e Ducati ai figli della sua r e g i n a F a r n e s e . Q u e l l a c h e p e r s e g u o n o t u t t e queste teste c o r o n a t e è u n a politica di p u r o i n g r a n d i m e n t o dinastico. 371
L'Inghilterra, n o . Anch'essa ha un Re o u n a Regina. Ma ha a n c h e un P a r l a m e n t o che n o n gli consente di sovrapporre l'interesse della dinastia a quello del Paese. Ecco p e r c h é , invece che il prestigio, essa p e r s e g u e vantaggi concreti. La g u e r r a la fa il c i t t a d i n o , c h e la p a g a di tasca sua e col suo sangue. E questi sacrifici n o n è disposto a farli p e r regalare al suo Re un t r o n o o un titolo. Il cittadino vuole Gibilterra p e r c h é G i b i l t e r r a è il M e d i t e r r a n e o coi suoi noli e i suoi m e r c a t i . Vuole Vasiento, p e r c h é Yasiento è il m o n o p o l i o del traffico più redditizio. Vuole il C a n a d a p e r c h é il C a n a d a è il g r a n o , il l e g n a m e e le pellicce. Vuole il vascello di permesso p e r c h é c o n quello a p r e alla p r o p r i a e s p o r t a z i o n e il conti* n e n t e sud-americano. E soprattutto vuole la p a d r o n a n z a in* c o n t r a s t a t a sui m a r i p e r c h é i m a r i sono, p e r lui isolano, la sicurezza e la ricchezza. Di troni e di titoli p e r i suoi Re, s'im fischia. E questa p r e m i n e n z a del pubblico interesse sull'interesse dinastico che r e n d e così prosaica, ma a n c h e così efficiente^ la politica inglese. Essa n o n c o r r e dietro ai p e n n a c c h i della grandezza. Va al sodo. Le g u e r r e n o n si fanno p e r la gloriai' Si fanno p e r la p r o s p e r i t à , di cui la p o t e n z a militare è solo u n o s t r u m e n t o . La g u e r r a di successione spagnola è costata ' parecchio d e n a r o , che ha obbligato la Tesoreria a c o n t r a r r e i parecchi debiti coi cittadini. Costoro r e c l a m a n o il rimborso*,' Il g o v e r n o li a p p a g a facendoli azionisti di u n a Compagnia dd\ Mari del Sud, cui c o n c e d e il m o n o p o l i o del c o m m e r c i o col continente latino-americano. L'Asburgo vuole a g g i u n g e r e il' Belgio ai gioielli della sua c o r o n a ? Se lo p r e n d a . Ma cori., l ' i m p e g n o che resti spalancato alle flotte e all'esportazioni* britanniche. 4' La p r e p o n d e r a n z a inglese sull'Europa è il frutto di queS? sta s u p e r i o r e saggezza che n o n si esaurisce soltanto nel fatti?'"* militare e d i p l o m a t i c o . Diventa a n c h e lezione ed e s e m p i ^ morale. Piano p i a n o le m e n t i più avvertite del continente r e n d o n o c o n t o c h e il successo d e l l ' I n g h i l t e r r a è dovutoi'ra u n a concezione dello Stato che contraddice in p i e n o a
quelli
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la delle m o n a r c h i e p e r diritto divino che affliggono l'Europa, e si m e t t o n o alla sua scuola. A g a r a n t i r e e rafforzare il suo p r i m a t o , d ' o r a in poi, n o n sono più soltanto l'invincibile flotta, l a g r a n d e b a n c a , l a g r a n d e i n d u s t r i a c h e d a q u e s t o m o m e n t o p r e n d e l'aìre, ma a n c h e il m o d e l l o di organizzazione politica m o d e r n a ch'essa offre a l l ' a n t i q u a t a E u r o p a degli assolutismi, affrettandone la crisi.
CAPITOLO TERZO
ALBERONI
P a r l a n d o della g u e r r a di successione, ci è già c a p i t a t o di m e n z i o n a r e il V e n d ò m e , il g r a n d e g e n e r a l e francese, che aveva o r g a n i z z a t o e g u i d a t o gli s p a g n o l i in rivolta c o n t r o Carlo d'Asburgo Nel suo seguito, q u a n d o arrivò a M a d r i d p e r r i p o r t a r v i sul t r o n o Filippo V, c'era un piccolo prelato italiano d e s t i n a t o a un g r a n d e avvenire n o n soltanto sulla scena spagnola, ma su quella e u r o p e a . Si c h i a m a v a Giulio Alberoni. Era figlio d ' u n o r t o l a n o di Piacenza che, oltre ai cavoli, doveva coltivare a n c h e parecchie ambizioni p e r c h é m a n d ò il ragazzo a studiare, chissà con quali sacrifici, in un signorile collegio di gesuiti. Giulio se ne m o s t r ò d e g n o n o n solo nelle pagelle, ma a n c h e nella scelta della carriera: quella ecclesiastica, l'unica, in quei t e m p i di caste chiuse, che apriva prospettive a n c h e ai giovani di umili origini. ^occasione di m e t t e r e in luce i suoi talenti diplomatici gli si p r e s e n t ò al principio della g u e r r a di successione spagnola, q u a n d o il V e n d ò m e calò in Italia alla testa d ' u n esercito francese. Il Farnese, Duca di Parma, ebbe bisogno di trattare con lui, e ne affidò il c o m p i t o al Vescovo di B o r g o San D o n n i n o che si p o r t ò dietro, come aiutante, l'Alberoni. Einc o n t r o fra il generale francese che, sebbene Duca anche lui, era un rozzo soldataccio, e gli emissari p a r m e n s i , lo racconta Saint-Simon, dalle cui Memorie lo trascriviamo p a r i pari: «... il Vescovo di Parma si trovò assai sorpreso d'essere ricevuto dal generalissimo m e n t r e stava sul vaso e più ancora dal vederlo alzarsene a m e t à della intervista e pulirsi il culo davanti a lui. Ne fu così i n d i g n a t o che, p u r senza protesta374
re, se ne t o r n ò a P a r m a lasciando a mezzo la sua missione e dichiarò al Duca che, d o p o q u a n t o gli era capitato, n o n int e n d e v a r i p r e n d e r l a . Sul p o s t o e r a r i m a s t o Alberoni... I l Duca p e n s ò che il vaso del signor di V e n d ò m e n o n meritasse meglio di un tale ambasciatore, e lo incaricò di c o n d u r r e a fine le trattative che il Vescovo aveva interrotte. Alberoni, che n o n aveva ragioni di m o s t r a r e la sua fierezza, e che sapeva benissimo che tipo e r a V e n d ò m e , decise di piacergli a q u a l u n q u e costo p e r assolver b e n e il compito che gli era stato affidato, e così salire a n c o r a di p i ù in grazia del suo pad r o n e . F u d u n q u e i n t r o d o t t o dal signor d i V e n d ò m e m e n tre sedeva sul suo solito vaso, e s e p p e r a l l e g r a r e la conferenza con scherzi e pagliacciate e oscenità che e b b e r o tanto m a g g i o r successo in q u a n t o e r a n o state p r e c e d u t e da ogni sorta di lodi e c o m p l i m e n t i . A un bel m o m e n t o V e n d ò m e fece davanti a lui quello che aveva fatto davanti al Vescovo: si alzò e si pulì il culo. A quella vista Alberoni esclamò: " O h culo d'angelo!", e corse a baciarglielo». Saint-Simon n o n amava Alberoni, e p u ò darsi che in questa descrizione abbia un p o ' calcato la m a n o . Ma il guaio è che il p e r s o n a g g i o r e n d e la scena del tutto credibile. Un p o ' lusingato nella sua volgare tracotanza, un po' p e r s u a s o che un u o m o capace di tali gesti incarnasse l'ideale del diplomatico, il V e n d ò m e assunse l'Alberoni al suo servizio e in breve n o n s e p p e p i ù fare a m e n o di lui. L'Alberoni lo p r e s e - e non in senso figurato - p e r la gola. S'era accorto che la gola, p e r il g e n e r a l e , c o n t a v a m o l t o , e gliela soddisfece di t u t t o p u n t o , a m m a n n e n d o g l i i piatti c h e più g r a d i v a e altri inv e n t a n d o n e di testa sua: z u p p e al formaggio, complicate salse, dolci annaffiati al liquore. «Al p u n t o - dice Saint-Simon - che il V e n d ò m e , t r o v a n d o l o s e m p r e p i ù di suo g u s t o e c o n t i n u a n d o a confidarsi di tutto con lui, lo introdusse comp l e t a m e n t e nella sua i n t i m a c o m p a g n i a assai più c o m e un amico e consigliere che come un domestico; e presto a n c h e i pezzi p i ù grossi dell'esercito s ' a b i t u a r o n o a far la corte all'Alberoni.» 375
Così l ' i n t r a p r e n d e n t e abatino arrivò a M a d r i d , e s e m p r e all'ombra del suo p a d r o n e s'istallò a Corte. C o n la prontezza che lo distingueva, fece presto a capire la situazione, e soprattutto il carattere di Re Filippo. Q u e s t o giovanottello «scarso di difetti come di virtù» era un sensuale bigotto d o m i n a t o da d u e sole passioni: la femmina e l'inginocchiatoio. N o n tradiva la moglie per p a u r a dell'inferno, ma la spossava. Q u e s t a moglie, Maria Luisa di Savoia, c r e a t u r a di carattere dolce e docile, p r o b a b i l m e n t e avrebbe preferito un marito infedele. Q u e l surmenage coniugale la svuotava di energie e contribuiva a farla succuba della camarera major, o dama di compagnia, che si era p o r t a t a dall'Italia: la principessa Orsini, d o n n a astuta e volitiva, che a C o r t e contava più della stessa coppia reale, a n c h e p e r c h é c o r r i s p o n d e v a dirett a m e n t e col n o n n o e p r o t e t t o r e di Filippo, Luigi XIV, di cui e r a la fiduciaria. L'Alberoni n o n p e r s e t e m p o a c o n q u i s t a r s e l a . Sicché q u a n d o il V e n d ò m e m o r ì , fulminato dal colesterolo che gli aveva p r o c u r a t o il suo diletto cuoco, questi aveva già il protettore di ricambio. Subito d o p o morì a n c h e Maria Luisa. E fu allora che l'alleanza fra i d u e m a n e g g i o n i italiani diventò operativa. E n t r a m b i s a p e v a n o che Filippo n o n e r a tipo d a consolarsi della vedovanza con avventure d'alcova, anche se la discendenza era già assicurata. Bisognava d u n q u e procurargli u n ' a l t r a moglie che stesse al loro giuoco. E chi, meglio di un'italiana, faceva al caso? La scelta c a d d e su Elisabetta Farnese. E ci vuol p o c o a c a p i r e che fu l'Alberoni, suddito dei Farnese e ad essi t u t t o r a legatissimo, a suggerirla. Descrisse Elisabetta c o m e «una b u o n a l o m b a r d a impastata di b u t i r r o e di formaggio». E p e r l'Orsini quella era la miglior referenza: essa voleva soltanto u n ' a l t r a Maria Luisa da dominare. Bisognava convincere il Re. Ma a quello p r o v v i d e Alber o n i f a c e n d o valere a n z i t u t t o le r a g i o n i d i n a s t i c h e . Unica nipote di Antonio Farnese, Elisabetta era l'erede del Ducato di Parma. E il Ducato di P a r m a poteva diventare la testa di 376
p o n t e p e r la riconquista dei vecchi possedimenti spagnoli in Italia. Ma poi, a g g i u n g e v a Alberoni, c'erano le qualità p e r sonali della Principessa: b u t i r r o e formaggio di g i o r n o , ma di notte... Eccitato da questi discorsi, Filippo rispettò a stento i sei mesi di lutto. Elisabetta, sposata p e r p r o c u r a , giunse in S p a g n a . E l'impaziente sposò le m a n d ò i n c o n t r o a Pamp l o n a l'Alberoni, artefice del m a t r i m o n i o . Cosa si dissero, n o n si sa. Ma il fatto è che l'indomani del suo arrivo, la n u o va regina m a n d ò a c h i a m a r e la camarera mayor. Questa corse da lei, convinta di riceverne i ringraziamenti p e r la collaborazione prestata al m a t r i m o n i o , e invece trovò d u e g u a r d i e che l ' a c c o m p a g n a r o n o a u n a carrozza già p r o n t a p e r condurla al confine. Alberoni n o n doveva più dividere con nessuno la fiducia della Regina e l'ascendente su di lei. Elisabetta n o n era u n a p a d r o n a facile da servire. Lo stesso Alberoni la definiva «scaltra c o m e u n a zingara e consumata nelle più fini arti del regnare». Ma queste arti si riducevano poi a u n a sola: t e n e r e sotto la sua pantofola il Re, e fu Alberoni a insegnargliene il m o d o : «Far a p p a r i r e tale attaccamento p e r lui, da n o n p o t e r n e r i m a n e r e un solo istante divisa senza patir svenimento». Docilissima di notte a quel marito s e m p r e avido di amplessi, Elisabetta si p r e n d e v a le sue rivincite di g i o r n o coi suoi capricci, le sue ostinazioni, i suoi eccessi. Costringeva i cortigiani a cavalcate e cacce spossanti, ne metteva a d u r a p r o v a i succhi gastrici con banchetti pantagruelici, trattava i ministri c o m e lacchè. L'unico che riusciva a tenerla a b a d a era quel prelato italiano, che le faceva insieme da «balia, confidente, s e g r e t a r i o , cuoco e padre». Duttile e soave, s e m p r e p r o n t o a r i s p o n d e r e all'insulto con u n a b a t t u t a a d u l a t o r i a o scherzosa, l'Alberoni la secondava nelle piccole cose p e r g a r a n t i r s e n e la complicità in quelle g r a n d i . C o m e aveva fatto col V e n d ò m e , sfruttava soprattutto la sua ingordigia. Nelle c r o n a c h e del t e m p o si legge di un frenetico rincorrersi di valige diplomatiche da Parma a M a d r i d . Quelle valige e r a n o p i e n e n o n di d o c u m e n t i , ma di specialità p a r m i g i a n e (formaggi, culatelli, passate al377
l'uovo) di cui l'Alberoni curava con le p r o p r i e m a n i il trattam e n t o in cucina. Solo a s t o m a c o p i e n o , la vorace s o v r a n a d i v e n t a v a ragionevole. E l'accorto p r e l a t o ne approfittava p e r attrarla nei suoi disegni politici e farli avallare dal Re. N o n ci voleva m o l t o del resto, p e r c h é sul p u n t o fondam e n t a l e c o n c o r d a v a n o : sebbene l'una Regina, l'altro p r i m o ministro di Spagna, quei d u e italiani seguitavano a p e n s a r e soltanto all'Italia, e a pensarci da p a r m e n s i , cioè in funzione degl'interessi Farnese. Il p r i m o t r a g u a r d o era assicurare la successione dinastica del Ducato. Elisabetta aveva avuto d u e figli, Carlo e Filippo, che n o n p o t e v a n o aspirare al t r o n o di S p a g n a p e r c h é quello aveva già il suo titolare nei rampolli d i p r i m o letto del m a r i t o . Carlo doveva d u n q u e d i v e n t a r e Duca di Parma. Ma come si sarebbe m a n t e n u t o quel Princip a t o in un'Italia o r m a i alla m e r c é degli Asburgo d'Austria? Alcuni storici v e d o n o nell'Alberoni un p r e c u r s o r e del Risorgimento p e r c h é parlava di «liberare l'Italia». Sì, la voleva l i b e r a r e dagli A s b u r g o , m a p e r farne u n a d i p e n d e n z a dei B o r b o n e spagnoli in q u a n t o successori dei Farnese. Questo era il suo p r o g r a m m a . Per realizzarlo, occorrevano d u e cose: ricostruire la p o t e n z a militare della S p a g n a e p r o c u r a r l e degli alleati. La p r i m a i m p r e s a gli riuscì, a l m e n o e n t r o i limiti consentiti dalle arcaiche s t r u t t u r e del Paese: in pochi a n n i a p p r o n t ò un esercito e u n a flotta abbastanza efficienti. Ma sul p i a n o diplomatico, n o n c o n o b b e che insuccessi non o s t a n t e la s p r e g i u d i c a t e z z a delle sue mosse, o forse p r o p r i o p e r questo. I suoi d o p p i giuochi e r a n o così sfacciati che tutti diffidavano di lui, e n e l l i n g u a g g i o delle Cancellerie e u r o p e e veniva c o m u n e m e n t e chiamato «l'avventuriero italiano». Cercò d'isolare l'Austria, inserendosi nell'alleanza anglofranco-olandese, la cosiddetta Triplice. N o n essendoci riuscito, intrallazzò con lo Zar di Russia e col Re di Svezia perché attaccassero gli Asburgo alle spalle. Nello stesso t e m p o trattava coi Turchi p e r c h é r i p r e n d e s s e r o l'offensiva nei Balcani. Ma c o n t e m p o r a n e a m e n t e , siccome aspirava al cappel378
lo di C a r d i n a l e , offriva al P a p a la flotta s p a g n o l a p e r u n a crociata contro di loro. A q u e s t o p u n t o , c o m e spesso capita ai m a n e g g i o n i t r o p po furbi, rimase impigliato nel p r o p r i o giuoco. Il P a p a accettò il b a r a t t o m a n d a n d o g l i il c a p p e l l o c a r d i n a l i z i o , ma c h i e d e n d o g l i in c a m b i o le navi p e r d a r e il colpo di grazia ai T u r c h i , c h e p o c h i mesi p r i m a e r a n o stati sbaragliati da E u g e n i o di Savoia a P e t e r v a r a d i n o . «Quelle bestiazze si fanno b a t t e r e così m a l e a proposito!» aveva esclamato Alb e r o n i , i n d i s p e t t i t o . L a l o r o sconfitta, l i b e r a n d o TAustria dal pericolo più grave, m a n d a v a a m o n t e tutti i suoi piani. Pensò di r i v a l e r s e n e g i u o c a n d o a n c h e il P a p a , visto che il cappello o r m a i lo aveva avuto. E invece di m a n d a r la flotta su C o s t a n t i n o p o l i , la m a n d ò c o n diecimila soldati in Sard e g n a , che le scarse g u a r n i g i o n i a u s t r i a c h e n o n p o t e r o n o difendere. Lì p e r lì p a r v e che il colpo di forza riuscisse. L'Austria, che sul m a r e contava poco, si rivolse p e r aiuto alle Potenze che lo d o m i n a v a n o : I n g h i l t e r r a e O l a n d a . Ma q u e s t e , p r e o c c u p a t e del c r e s c e n t e p e s o degli A s b u r g o d o p o il trionfo d i P e t e r v a r a d i n o , n o n solo n o n i n t e r v e n n e r o , m a a v a n z a r o n o u n a p r o p o s t a d i c o m p r o m e s s o che a n d a v a a tutto vantaggio della Spagna: questa avrebbe d o v u t o a n n e t tersi d i r e t t a m e n t e Napoli e Sicilia, m e n t r e il figlio di Elisabetta avrebbe avuto n o n soltanto Parma, ma anche il G r a n ducato di Toscana, dove la dinastia Medici stava p e r estinguersi. La S a r d e g n a sarebbe a n d a t a ai Savoia p e r c o m p e n sarli della p e r d u t a Sicilia. Sicché agli Asburgo n o n sarebbe rimasto che il Ducato di Milano. S e m b r a impossibile, ma fu p r o p r i o Alberoni a rifiutare questa transazione, che p r a t i c a m e n t e avrebbe rifatto dell'Italia u n a colonia s p a g n o l a . Forse la colpa n o n fu sua, ma della forsennata Elisabetta - la «strega di Spagna», c o m e ormai la chiamavano - che, imbaldanzita dal successo e sobillata dallo zio di P a r m a , voleva la definitiva cacciata degli Asburgo dalla penisola. Ma il C a r d i n a l e e b b e c o m u n q u e il 379
torto di lasciarsene p r e n d e r e la m a n o . Era t r o p p o abituato a strisciare p e r p u n t a r e i piedi. Volente o n o l e n t e , i m p a r t ì alla flotta l'ordine di r i p e t e r e in Sicilia l'operazione già compiuta in Sardegna. Anche lì resistenza ce ne fu poca da parte delle g u a r n i g i o n i piemontesi solo da poco istallate nell'isola. Ma ce ne furono molte di p i ù da p a r t e delle p o t e n z e eur o p e e , allarmate da questo rigurgito di aggressività spagnola. La Triplice, che fino a poco p r i m a le si era mostrata avversa, accettò l'Austria c o m e socia t r a s f o r m a n d o s i in Quadruplice, e regolò la sorte dell'Italia senza consultare la Spagna, r i p i o m b a t a nel suo isolamento. C o n Milano e Napoli, l'Austria avrebbe riavuto a n c h e la Sicilia. Il Re del Piemonte ne s a r e b b e stato i n d e n n i z z a t o con la S a r d e g n a . Q u a n t o ai B o r b o n e , il figlio di Elisabetta avrebbe ereditato, alla morte degli attuali titolari, il Ducato di P a r m a e il G r a n d u c a t o di Toscana. I l R e p i e m o n t e s e , Vittorio A m e d e o , n o n e r a m e n o arm e g g i o n e dell'Alberoni, c o m e si v e d r à nel capitolo che gli d e d i c h e r e m o . Per sottrarsi a quel baratto ne inventò di tutte. P r o p o s e perfino di r i n u n z i a r e , oltre che alla S a r d e g n a , a n c h e al Piemonte, se gli d a v a n o in cambio Napoli e la Sicilia. Ma n o n lo ascoltarono, e dovette a r r e n d e r s i . La Spagna n o n si piegò, e la Q u a d r u p l i c e passò alle vie di fatto. La flotta spagnola fu distrutta da quella inglese a Capo Passero lasciando le t r u p p e sbarcate in Sicilia tagliate fuori dalla mad r e - p a t r i a . L'Alberoni rispose v i e t a n d o agli spagnoli, p e n a la vita, di p r o p a l a r e la notizia e m o n t a n d o a Parigi u n a congiura c o n t r o il Duca d ' O r l é a n s , in quel m o m e n t o sul trono come r e g g e n t e . La c o n g i u r a fu scoperta, e fornì alla Francia il pretesto p e r u n a dichiarazione di g u e r r a alla Spagna non o s t a n t e la c o m u n a n z a della dinastia r e g n a n t e . L'esercito faticosamente ricostruito dall'Alberoni n o n resse. E a fare le spese della disfatta n a t u r a l m e n t e fu lui, il Cardinale. Lo abb a n d o n a r o n o tutti, a n c h e il D u c a di P a r m a , ch'egli aveva s e m p r e trattato come suo legittimo sovrano e ai cui interes380
si aveva sacrificato quelli spagnoli; e a n c h e Elisabetta, eli cui aveva secondato tutti i capricci. E p p u r e questo arrendevole cortigiano, pronto anche a baciare il sedere a un generale, e di cui a L o n d r a dicevano: «Da vero italiano, gli m a n c a il senso dell'onore», s e p p e cad e r e con u n a dignità e anche u n a grinta che nessuno gli sospettava. Cacciato come un servo (il Re e la Regina inventar o n o u n a partita di caccia p e r evitare la visita di c o n g e d o ) , attraversò la S p a g n a d i f e n d e n d o s i con la pistola alla m a n o dai sicari c h e gli a v e v a n o sguinzagliato alle calcagna p e r s o p p r i m e r l o e i m p a d r o n i r s i dei suoi d o c u m e n t i . Riuscì a salvare il più i m p o r t a n t e , l'Epistolario, ma n o n se ne valse contro n e s s u n o dei suoi p e r s e c u t o r i . R i n n e g a t o e insultato da tutti, n o n tentò r a p p r e s a g l i e né si a b b a n d o n ò a p i a g n i stei. Processato, ma poi assolto e riabilitato dalla Chiesa, fece ancora valere i suoi talenti, che n o n e r a n pochi, c o m e governatore della R o m a g n a . E m o r ì senza lasciare né un m e moriale di difesa del p r o p r i o o p e r a t o , né - cosa ancora più strabiliante - un g r a n p a t r i m o n i o : gli unici suoi «profitti di regime» e r a n o u n a bella collezione di q u a d r i .
CAPITOLO QUARTO
CAMBRAI, V I E N N A , A Q U I S G R A N A
Tutte queste vicende trovarono u n a loro (momentanea) c o n c l u s i o n e nel t r a t t a t o dell'Aja, cui seguì il c o n g r e s s o di C a m b r a i del 1722. Ancora u n a volta esso ribadiva, a profitto dell'Inghilterra, il principio dell'equilibrio delle Potenze in E u r o p a . Ma a noi interessa s o p r a t t u t t o l'assetto italiano, di cui ecco il riepilogo: I Savoia, promossi a U t r e c h t al r a n g o di Re, n o n lo erano p i ù della Sicilia, ma della S a r d e g n a . La Sicilia tornava con Napoli sotto la sovranità dell'Austria, già p a d r o n a del Ducato di Milano. Ma siccome d u e dinastie i n d i g e n e - i Medici di Toscana e i F a r n e s e di P a r m a - stavano p e r estinguersi, la loro eredità sarebbe a n d a t a al p r i m o g e n i t o di Filippo e di Elisabetta di Spagna, Carlo. Ma i trattati, si sa, d u r a n o quel che d u r a n o . Quello dell'Aja e r a a p p e n a stato firmato, che già la diplomazia e u r o p e a si rimetteva in m o v i m e n t o . Noi n o n s e g u i r e m o tutte le sue quadriglie che r i c h i e d e r e b b e r o un trattato in più volumi. Ci limiteremo solo agli episodi che p i ù da vicino interessano il nostro Paese. II p r i m o fu un e n n e s i m o r o v e s c i a m e n t o di alleanze. Il m o t i v o p e r cui la Francia s'era schierata c o n t r o la S p a g n a e r a che i n quel m o m e n t o sul suo t r o n o c'era u n Reggente della casa Orléans, il quale n a t u r a l m e n t e sentiva molto meno la solidarietà dinastica coi B o r b o n e spagnoli. Ma a p p e n a la r e g g e n z a finì, e sul t r o n o di Parigi t o r n ò , grazie al ragg i u n g i m e n t o della m a g g i o r e età, u n B o r b o n e v e r o , Luigi XV, la sua politica r i d i v e n t ò di stretta amicizia con la Spag n a . Q u e s t e d u e P o t e n z e si a c c o r d a r o n o su un 'altra delle 382
tante «liberazioni» dell'Italia, cioè p e r cacciarne gli Asburgo austriaci e istallarvi i B o r b o n e . In q u e s t o giuoco la Francia p e n s ò di coinvolgere il Piem o n t e che sarebbe stato c o m p e n s a t o col Ducato di Milano, m e n t r e alla Spagna, cioè ai figli di Elisabetta, sarebbero andati, oltre i soliti Ducati di Toscana e di P a r m a - tuttora in attesa della m o r t e dei legittimi titolari Medici e Farnese -, Napoli e la Sicilia. Fu un negoziato difficilissimo p e r c h é p e r «Ducato di Milano» il P i e m o n t e i n t e n d e v a tutta la L o m b a r dia, c o m p r e s e Mantova e C r e m o n a , e gli spagnoli n o n volevano s a p e r n e . La g u e r r a scoppiò p r i m a che un accordo fosse raggiunto. Scoppiò n o n p e r l'Italia, ma p e r la Polonia, dove si era aperta un'altra crisi dinastica, che metteva di fronte Francia e Austria: la p r i m a voleva che il t r o n o fosse assegnato al Leczynski; la s e c o n d a Io reclamava p e r il suo vassallo A u g u s t o di Sassonia. Ma, u n a volta scoppiato, il conflitto si estese subito anche all'Italia, d o v e il Savoia di t u r n o , Carlo E m a n u e l e , provvide ad a n n e t t e r s i Milano. Gli austriaci, i m p e g n a t i in Polonia, n o n la difesero e si rinchiusero in Mantova. I franco-spagnoli mossero c o n t r o di loro, c o m a n d a t i dallo stesso principe Carlo che, in seguito alla m o r t e dello zio, era finalmente diventato Duca di Parma, in attesa di diventarlo anche di Toscana. Ma p e r d a r e il colpo di grazia all'avversario, occorreva l'aiuto di Carlo E m a n u e l e . E Carlo Emanuele n o n si decideva a darlo, se p r i m a n o n gli garantivano Mantova e C r e m o n a . Il t e m p o passava. N u o v e situazioni andavano m a t u r a n d o . E la Francia, d o p o aver fatto il possibile p e r m e t t e r e d ' a c c o r d o i suoi d u e alleati, preferì intendersi d i r e t t a m e n t e con l'Austria. I negoziati sboccarono nel trattato di Vienna del 1738, la cui c o m p r e n s i o n e r i c h i e d e u n a piccola d i g r e s s i o n e . L'Austria era t o r m e n t a t a da u n a grave crisi dinastica. L'imperatore Carlo VI era salito sul t r o n o p e r c h é il fratello p r i m o g e nito G i u s e p p e era m o r t o lasciando soltanto delle figlie che p e r legge n o n p o t e v a n o e r e d i t a r l o . P e r ò aveva chiesto a 383
Carlo l'impegno, se a n c h e lui fosse rimasto senza eredi maschi, di c a m b i a r e quella legge in m o d o che la successione toccasse alla m a g g i o r e delle sue figlie. La condizione si era realizzata. Anche Carlo n o n aveva avuto che figlie femmine, e q u i n d i aveva e m a n a t o u n a n u o v a legge, la c o s i d d e t t a Prammatica Sanzione, la quale autorizzava la successione anche in linea femminile; ma a cominciare dalla figlia sua, Maria Teresa, n o n da quelle di Giuseppe. Da anni, Carlo stava lottando p e r i n d u r r e gli altri Sovrani d ' E u r o p a a riconoscere la validità di questa legge in modo che costoro n o n facessero scoppiare, il g i o r n o della sua m o r t e , u n a e n n e s i m a g u e r r a d i successione a n c h e i n Austria. Col trattato di Vienna la Francia s'impegnava a questo r i c o n o s c i m e n t o , c h e p e r ò c o m p o r t a v a u n a serie d i conse* g u e n z e a n c h e sulla situazione italiana. L'Austria infatti lo ripagava r i n u n z i a n d o a Napoli e Sicilia, che sarebbero andati ai B o r b o n e di S p a g n a , cioè al Principe Carlo. Ma in comp e n s o otteneva, oltre alla restituzione di Milano, il G r a n d u cato di Toscana. Quest'ultima clausola esige anch'essa u n a digressione, di cui chiediamo scusa al lettore; ma la colpa è del groviglio dinastico. A b b i a m o d e t t o c h e la g u e r r a e r a scoppiata p e r la successione al t r o n o di Polonia. Alla fine aveva vinto il can? didato austriaco. Ma siccome lo sconfitto Leczynski era suocero di Luigi XV, bisognava trovargli un c o m p e n s o . E questo c o m p e n s o fu il Ducato di L o r e n a . Ma questo aveva a sua volta un titolare, Francesco. A n c h e a lui bisognava d a r e un c o m p e n s o p e r c h é e r a il m a r i t o di Maria Teresa, futura Imperatrice d'Austria. E il c o m p e n s o fu a p p u n t o il Granduca* to di Toscana, che così cambiava p e r la seconda volta p a d r o ne p r i m a ancora di esser rimasto vacante. C o m ' e r a logico, questo accordo suscitò il furore sia della S p a g n a che del Piemonte. E n t r a m b i minacciarono di contin u a r e la g u e r r a p e r c o n t o loro. Ma e r a la minaccia di u n a pistola scarica. Prima l'uno, poi l'altra dovettero arrendersi* ma r e s t a n d o all'agguato di un'occasione p i ù favorevole. 384
Q u e s t a s i p r e s e n t ò alla m o r t e d i C a r l o V I , nel ' 4 0 . I n quel m o m e n t o l'Austria era i m p e g n a t a fino al collo nel suo eterno conflitto coi Turchi, che tratteneva nel c u o r e dei Balcani i suoi eserciti. Ne approfittò subito Federico di Prussia p e r contestare la Prammatica Sanzione, cioè l'ascesa al t r o n o di Maria Teresa. Federico a p p a r t e n e v a alla dinastia H o h e n zollern c h e , c o m e i Savoia, da p o c o e r a n o d i v e n t a t i R e , e n o n p e r d e v a n o occasione p e r i n g r a n d i r s i i n G e r m a n i a a spese degli A s b u r g o , c o m e i Savoia n o n la p e r d e v a n o p e r i n g r a n d i r s i in Italia. Federico o c c u p ò di s o r p r e s a la Slesia i n t a c c a n d o n o n t a n t o il t e r r i t o r i o d e l l ' I m p e r o , q u a n t o il principio della sua integrità. Elisabetta di S p a g n a - poiché e r a s e m p r e lei a d e t t a r e la politica di M a d r i d - ci vide la g r a n d e occasione p e r realizzare il suo sogno: quello di d a r e u n a c o r o n a a n c h e all'altro suo figlio, Filippo, r i u n e n d o sotto il suo scettro L o m b a r d i a , Parma e Piacenza. Ma fu p r o p r i o questo che i m p e d ì al Piemonte di a d e r i r e al p r o g e t t o . C a r l o E m a n u e l e n o n voleva gli Asburgo a Milano. Ma n o n ci voleva n e m m e n o i B o r b o n e . E siccome in quel m o m e n t o i B o r b o n e , s e m p r e spalleggiati da quelli francesi, e r a n o più forti e q u i n d i più pericolosi degli Asburgo, egli si riavvicinò a Vienna, dalla cui p a r t e o r a stavano I n g h i l t e r r a e Olanda, ma a m o d o suo, cioè con un piede solo. Il s u o i n t e r v e n t o m i l i t a r e si s a r e b b e limitato alle o p e r a z i o n i in L o m b a r d i a e s a r e b b e stato c o m p e n s a t o con l'annessione di Vigevano e di u n o sbocco al m a r e in Liguria, Finale, che a p p a r t e n e v a a Genova, la quale si alleò subito alla Francia. Q u a n t o a Milano, l ' e t e r n o m i r a g g i o dei Savoia, l ' i m p e g n o p r e v e d e v a q u e s t o : c h e , esclusine in o g n i caso i B o r b o n e , P i e m o n t e e Austria si r i s e r v a v a n o di m a n o v r a r e ciascuno p e r conto p r o p r i o a n c h e t r a t t a n d o s e p a r a t a m e n t e col n e m i c o . E r a la legalizzazione d e l d o p p i o giuoco, e m a n d ò in visibilio i diplomatici del t e m p o : l'ambasciatore di Venezia a Torino lo chiamò «un fatto meraviglioso». La c o n d o t t a della g u e r r a fu in t o n o c o n l ' a m b i g u i t à di queste p r e m e s s e . E noi n o n vogliamo affliggere il lettore col 385
resoconto di tutt'i capovolgimenti cui d i e d e luogo. Diremo soltanto che nel '43 il P i e m o n t e era in tali condizioni da dover i m p e g n a r s i coi d e n t i r i n u n z i a n d o p e r s e m p r e ai «fatti meravigliosi», cioè a ogni speranza su Milano; e nel '45 tutta la p e n i s o l a e r a alla m e r c é d e i d u e figli di Elisabetta al com a n d o dei franco-spagnoli. U n a controffensiva degli a u s t r o - p i e m o n t e s i ricacciò gl'invasori, ma a c a p o v o l g e r e gli a v v e n i m e n t i f u r o n o i capricci degli uomini, e nella fattispecie di u n a d o n n a , la solita «strega di Spagna». Spaventata dai suoi appetiti, la Francia p e n s ò di c o n t r a p p o r l e il P i e m o n t e , r i c h i a m a n d o l o nella sua alleanza. Da b u o n Savoia specializzato in rovesciamenti di fronte, Carlo E m a n u e l e n o n si fece p r e g a r e , ma s e m p r e a suo m o d o ; cioè i m p e g n a n d o s i solo a mezza bocca. A p p e n a s e p p e che gli austriaci, liquidate p e r il m o m e n t o le p e n d e n ze con la Prussia, r i d i s c e n d e v a n o il B r e n n e r o , assalì di sorp r e s a e i m p r i g i o n ò le guarnigioni francesi di Asti e Alessandria. Il colpo di grazia ai borbonici in Italia lo assestò la morte a M a d r i d di Filippo V. N o n e r a un p e r s o n a g g i o di gran r i r lievo. Ma la sua fine c o m p o r t a v a quella di sua moglie. Il sue cessore F e r d i n a n d o V I , figlio del p r i m o letto, detestava la m a t r i g n a e provvide subito a esiliarla dalla capitale e, anche p e r far dispetto a lei e ai suoi rampolli, richiamò le t r u p p e spagnole dall'Italia, a b b a n d o n a n d o i fratellastri al loro de* stino. Per Carlo E m a n u e l e , questo e r a a n c h e t r o p p o . Egli n o n voleva il definitivo trionfo dei B o r b o n e , ma n e m m e n o quello degli Asburgo. Lo si vide dalla fretta con cui s'impadronì di Finale e di Savona p e r s b a r r a r e il passo agli austriaci in marcia su Genova p e r castigarla della sua solidarietà con la Francia. Fu in questa occasione che Balilla lanciò il famoso sasso, destinato a rimbalzare sulla testa di generazioni d'italiani c o m e il p r i m o s e g n o di u n a riscossa n a z i o n a l e . No A e s a g e r i a m o . P r o b a b i l m e n t e Balilla lo a v r e b b e lanciato an< c h e c o n t r o i p i e m o n t e s i , se fossero stati l o r o a r i m a n e r e a 1
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Genova. Tuttavia il suo gesto e s p r i m e v a un s e n t i m e n t o di fierezza - sia p u r soltanto municipale - assolutamente n u o vo da p a r t e di un p o p o l o «abituato da secoli - diceva Voltaire - a essere il p r e m i o dei vincitori». La sassata diventò p r i m a sassaiola, poi insurrezione, e gli austriaci d o v e t t e r o s g o m b r a r e . I francesi si misero in m o t o lungo la Riviera p e r d a r e m a n forte alla Repubblica. Per impedirgli di piantarvi b a n d i e r a , la flotta inglese bloccò il porto. Ne derivò un garbuglio diplomatico ancora p i ù aggrovigliato del solito, che finì p e r i m p a u r i r e un p o ' tutti. Da cinq u a n t ' a n n i l ' E u r o p a n o n aveva c o n o s c i u t o c h e r a r i i n t e r mezzi di pace. Le g u e r r e «politiche» del Settecento n o n erano c o n d o t t e con l'ottuso f u r o r e e n o n s o r t i v a n o gli effetti devastatori di quelle religiose del secolo p r e c e d e n t e . Ma n e m m e n o esse e r a n o dei minuetti c o m e le farebbero a p p a rire le incipriate p a r r u c c h e e le sofisticate uniformi militari del t e m p o . Tutti sentivano.il bisogno di p o r fine a quell'interminabile d r e n a g g i o di s a n g u e e di d e n a r o . L'Inghilterra se ne rese i n t e r p r e t e e, c o m e aveva fatto a Utrecht, p r e s e l'iniziativa delle t r a t t a t i v e a p r e n d o n e p e r c o n t o suo c o n l a Francia. Gli altri dovettero seguire. L ' a p p u n t a m e n t o fu fissato p e r l ' a u t u n n o del '48 ad Aquis g r a n a . E q u i ci affrettiamo ad a c c o r r e r e a n c h e n o i d o p o questa l u n g a carrellata di. g u e r r e s p a r p a g l i a t e , di effimere alleanze, d'intrighi e tradimenti, di cui d i s p e r i a m o che il lettore abbia p o t u t o seguire il filo. Se qualche volta lo ha smarrito, n o n se ne faccia. Tutto, da U t r e c h t in poi, rimase allo stato fluido. Solo A q u i s g r a n a d i e d e u n n u o v o assetto c h e , per l'Italia, e r a destinato a d u r a r e più d ' u n secolo, salvo l'intermezzo degli eserciti di N a p o l e o n e . Vediamo di r e n d e r c e n e conto più da vicino.
CAPITOLO QUINTO
I L N U O V O A S S E T T O ITALIANO
Il 18 o t t o b r e 1748 i r a p p r e s e n t a n t i delle Potenze e u r o p e e f i r m a r o n o ad A q u i s g r a n a il t r a t t a t o di pace. Il p r i n c i p i o a cui s'informava e r a quello d e l l ' e q u i l i b r i o . N a t u r a l m e n t e senza dirlo, i c o n t e n d e n t i p r e n d e v a n o atto che la l u n g a ser i e d i g u e r r e c h e a v e v a n o i n s a n g u i n a t o p e r mezzo secolo l ' E u r o p a e r a stata del tutto inutile. Il p r i m a t o e u r o p e o , di cui sia gli Asburgo che i B o r b o n e avevano rincorso il sogno, si era rivelato un fantasma. Dovevano rassegnarsi a convivere tenendosi in bilico c o m e voleva l'Inghilterra, ancora u n a volta trionfatrice. E l'Italia fu adibita a c a m p o sperimentale di questo giuoco di contrappesi. C o m e al solito, il P i e m o n t e se l'era cavata, e anzi c o n qualche g u a d a g n o ; a n c h e se n o n p r o p o r z i o n a t o ai costi di quel l u n g o almanaccare fra g u e r r e , alleanze e tradimenti. I g r a n d i sogni d e i Savoia e r a n o stati: la L o m b a r d i a fino a Mantova, il Ducato di Parma e Piacenza, e lo sbocco al m a r e di Finale. Questi sogni r i m a n e v a n o proibiti. Al tavolo delle trattative i Savoia dovettero contentarsi di qualche briciola: Voghera, Vigevano e l'alto Novarese. Gli Asburgo conservavano il Ducato di Milano, fino al Ticino, c h e r i e n t r a v a d i r e t t a m e n t e sotto la loro c o r o n a ; ma d o v e v a n o rinunziare a G e n o v a su cui a v e v a n o s p e r a t o di mettere le m a n i . In c o m p e n s o la Toscana e r a assegnata d e finitivamente a loro, ma n o n a titolo di provincia austriaca come la L o m b a r d i a . Il titolo g r a n d u c a l e veniva attribuito a Francesco di L o r e n a , il m a r i t o di Maria T e r e s a , da p o c o eletto I m p e r a t o r e di Germania, ma con l'impegno di tenerlo s e m p r e s e p a r a t o dalla c o r o n a austriaca. Alla p r o p r i a 389
m o r t e , Francesco lo avrebbe trasmesso n o n al p r i m o g e n i t o destinato a succedergli sul t r o n o di Vienna, ma al secondog e n i t o , che così a v r e b b e d a t o avvio a u n a dinastia formalm e n t e a u t o n o m a di L o r e n a toscani. D o p o il brusco a l l o n t a n a m e n t o della «strega di Spagna» dalla scena politica, il suo secondogenito Filippo aveva dov u t o r i n u n z i a r e alle sue p r e t e s e sul D u c a t o di Milano. Ma suo suocero, Luigi XV di Francia, era riuscito a procurargli la sospirata eredità Farnese: il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla. Ma con una, anzi con d u e condizioni sospensive: se fosse m o r t o senza p r o l e , o se p e r motivi di successione avesse a s s u n t o u n ' a l t r a c o r o n a , il D u c a t o s a r e b b e stato s m e m b r a t o : P a r m a e Guastalla agli Asburgo, Piacenza ai Savoia. A N a p o l i s'insediava d e f i n i t i v a m e n t e il p r i m o g e n i t o di Elisabetta, Carlo, col titolo di Re. Ma a n c h e p e r la sua successione si e r a n o prese delle precauzioni. C o m e fratellastro del Re di S p a g n a , F e r d i n a n d o V I , rimasto senza figli, egli n e e r a a n c h e l ' e r e d e p r e s u n t i v o . Perciò a n c h e lui, come Francesco di L o r e n a , se fosse salito sul t r o n o di Spagna, s ' i m p e g n a v a a t r a s m e t t e r e la c o r o n a di N a p o l i n o n al prim o g e n i t o , destinato a succedergli in quella di Madrid, ma al secondogenito, in m o d o da tenerle separate. Gli altri Stati della penisola, cioè quelli della Chiesa, Genova, Venezia e la piccola Repubblica di Lucca, rimanevano inalterati. C o m e si vede, l'equilibrio e r a b e n dosato. Si bilanciavano b e n e le forze esterne delle d u e dinastie straniere, Asburgo e B o r b o n e . E si bilanciavano a l t r e t t a n t o b e n e quelle interne: R e g n o s a r d o - p i e m o n t e s e , R e g n o di Napoli, G r a n d u c a t o di Toscana, Stati della Chiesa e le d u e Repubbliche marinare. Ci sono un paio di cose da n o t a r e . La p r i m a è che anche le dinastie s t r a n i e r e insediate in Italia d o v e v a n o avviarsi con le «secondogeniture» a diventare italiane. La seconda è che in questo giuoco di contrappesi il Piemonte p e r d e v a , almeno p e r il m o m e n t o , il suo m o n o p o l i o di p r o t a g o n i s t a . Fin 390
qui era stato l'unico stato italiano con u n a politica attiva. Ora faceva p a r t e di un coro. E v e d i a m o r a p i d a m e n t e l'evoluzione di q u e s t o assetto nel corso del secolo. C o m e il lettore b e n capisce, essa n o n d i p e n d e v a da forze e volontà i n t e r n e , che n o n esistevano; ma dalle vicende dinastiche e dai mutevoli r a p p o r t i internazionali, di cui l'Italia restava u n a semplice posta, un articolo di scambio. Subito d o p o la spartizione della p r e d a , S p a g n a e Austria trovarono conveniente intendersi p e r m a n t e n e r l a . Col trattato di Aranjuez del 1752 esse si a c c o r d a r o n o sui d u e p u n t i di m a g g i o r e c o m u n e interesse: riaffermare il loro rispettivo diritto di t u t e l a su Napoli e sulla Toscana m a l g r a d o le sec o n d o g e n i t u r e , e i m b r i g l i a r e il P i e m o n t e c h i a m a n d o l o a c o n t r o f i r m a r e il t r a t t a t o che ribadiva lo status quo. Il Piemonte cercò di sottrarsi invocando la partecipazione a n c h e di Francia e I n g h i l t e r r a , nella s p e r a n z a di t r o v a r e in esse qualche p u n t o d ' a p p o g g i o p e r r i p r e n d e r e l'iniziativa, m a n o n ci fu nulla da fare. «Avvezzo a pescar nel torbido, il re sardo c o n v i e n c h e al p r e s e n t e segga m u t o l o s p e t t a t o r e di quel che gii altri fanno» scriveva con visibile soddisfazione l'ambasciatore di Napoli a Vienna. S e n o n c h é i r a p p o r t i internazionali sono cangevoli c o m e il cielo di marzo. Subito d o p o Aranjuez sopravvenne un ennesimo «rovesciamento di alleanze»: la Francia, da tradizionale nemica, d i v e n t a l'amica dell'Austria, m e n t r e la t r a d i zionale amica dell'Austria, l'Inghilterra, ne diventa la nemica e s'allea alla Prussia. N o n ci s e m b r a il caso di diffonderci sugl'inghippi e i motivi, d ' a l t r o n d e complicatissimi, di q u e sti voltafaccia. Ma d u e p a r o l e v a n n o spese p e r spiegare come questa piccola Prussia, finora sconosciuta nel G o t h a delle g r a n d i p o t e n z e , fosse diventata u n a seria rivale dell'Austria, p e r il p r i m a t o in G e r m a n i a . La G e r m a n i a - n o n ci s t a n c h e r e m o di ripeterlo - era più disunita dell'Italia; un coacervo di Stati e staterelli gelosissimi delle p r o p r i e a u t o n o m i e e in p e r p e t u a lotta tra loro. Gli 391
otto più i m p o r t a n t i , incarnati in altrettanti Principi o Vesco* vi, eleggevano l ' I m p e r a t o r e , ma n o n gli riconoscevano che un p o t e r e p u r a m e n t e n o m i n a l e . Da circa tre secoli il titolo e r a s e m p r e a n d a t o agli Asburgo, che tuttavia dovevano ogni volta s u d a r e p e r assicurarselo. O r a Maria Teresa era riuscita a farlo attribuire a suo m a r i t o , Francesco di L o r e n a . Ma tutto questo aveva provocato u n a crisi, di cui la Prussia aveva approfittato. I suoi Re H o h e n z o l l e r n facevano in Germa* nia, nei r i g u a r d i dell'Austria, u n a politica a n a l o g a a quella che in Italia facevano i Savoia, cui somigliavano nell'ambi;zione e nella spregiudicatezza. Essi volevano scacciarne gli A s b u r g o sostituendoli c o m e forza unificatrice, e un secolo, d o p o ci sarebbero riusciti. L'attuale titolare della corona, Ke»derico il G r a n d e , perseguiva questa mira con particolare vii gore. Era t a l m e n t e machiavellico che scrisse un libro contro Machiavelli p e r d i m o s t r a r e che n o n lo era. C o n t r o di lui, & suo a g g u e r r i t i s s i m o esercito e le sue spericolate iniziativi® politiche, l'Austria e r a costretta a c o n c e n t r a r e i suoi ma^s! giori sforzi diplomatici e militari. E di questo n a t u r a l m e n o ' risentiva la sua posizione in Italia. N o n solo. Ma quella inquieta Prussia forniva al P i e m o n t e l'aggancio p e r uscire dafc l'inerzia cui l'accordo di Aranjuez lo c o n d a n n a v a . L'accorda; fra i d u e R e a m i e r a , p e r così d i r e , scritto nelle stelle. Ess| avevano in c o m u n e la cosa più i m p o r t a n t e : il nemico. fi-' Ma r i p r e n d i a m o il filo delle vicende internazionali, clwg condizionavano quelle italiane. Fra le d u e coalizioni (Frane eia, S p a g n a e Austria da u n a p a r t e , I n g h i l t e r r a e Prussici dall'altra), la c o m p e t i z i o n e e r a o r m a i s c o p p i a t a in g u e r r a aperta, la cosiddetta «Guerra dei sette anni». Essa n o n coi*» volgeva l'Italia, ma consentiva al P i e m o n t e di rimettersi ài. l'asta come s e m p r e aveva fatto. Nel '59 un emissario segre* della Prussia giunse a Torino p e r p o r t a r e a Carlo Emanuele u n a lettera di Federico con u n a p r o p o s t a allettante: alleanza, fra il P i e m o n t e e Napoli p e r scacciare l'Austria dall'Italia', spartirsene le spoglie. Ma e r a u n ' i d e a che poteva m a t u r a solo nella testa di u o m i n i che n o n conoscevano la situazio 392
italiana. Napoli n o n avrebbe mai p r e s o iniziative, n e a n c h e le più vantaggiose, se avessero recato altrettanti vantaggi al Piemonte. Per di più il suo Re, Carlo, sapeva di d o v e r succedere tra poco sul t r o n o di S p a g n a al fratellastro F e r d i n a n d o , o r m a i alla fine, e voleva lasciar la c o r o n a di N a p o l i al suo terzogenito. Per c o m p i e r e senza intralci questa o p e r a zione, aveva b i s o g n o d e l l ' a p p o g g i o di Francia e Austria, contro cui perciò n o n avrebbe mai p r e s o iniziative. Di tutto questo Carlo E m a n u e l e era conscio, e perciò lasciò c a d e r e la p r o p o s t a p r u s s i a n a , c h e d ' a l t r o n d e la stessa I n g h i l t e r r a si rifiutava d'avallare. Il disegno di Carlo si compì. Pochi mesi d o p o egli salì sul t r o n o di M a d r i d , e suo figlio F e r d i n a n d o gli successe su quello di Napoli. Per il P i e m o n t e il giuoco diventava sempre più difficile, chiuso c o m ' e r a da tutte le parti nella m o r s a dei B o r b o n e e degli Asburgo. Carlo E m a n u e l e e il suo successore Vittorio A m e d e o I I I ne escogitarono di tutte. Si offrirono c o m e m e d i a t o r i di pace. E l a b o r a r o n o un complesso p r o g e t t o p e r farsi r i c o n o s c e r e c o m e Principi d e l l ' I m p e r o con diritto di voto p e r l'elezione d e l l ' I m p e r a t o r e . Per secoli avevano lottato p e r sottrarsi a q u e s t a qualifica, c h e gli Asburgo volevano imporgli. O r a la r e c l a m a v a n o p e r p a r t e cipare all'elezione i m p e r i a l e e crearvi degl'impacci p e r gli A s b u r g o . Ma gli A s b u r g o lo c a p i r o n o , e r i f i u t a r o n o . La g u e r r a d e i Sette a n n i seguì il suo c o r s o , senza c h e il Piem o n t e riuscisse in q u a l c h e m o d o a interferirvi e a t r a r n e profitti. Al tavolo della pace che nel '63 liquidò le p e n d e n z e , i suoi r a p p r e s e n t a n t i n o n s e d e t t e r o . Il P i e m o n t e restava il piccolo R e a m e di un'Italia sospinta al m a r g i n e della g r a n d e politica e ribadita nel suo immobilismo. Ma se l'assetto della penisola n o n era cambiato, cambiato era il contesto e u r o p e o . I trionfatori di quella g u e r r a e r a n o l ' I n g h i l t e r r a e la Prussia. L ' I n g h i l t e r r a aveva v i e p p i ù ingrandito e rafforzato il suo i m p e r o coloniale a spese di Francia e Spagna, le cui flotte e r a n o state spazzate via dalla sua. La Prussia s'annetteva definitivamente la Slesia, ma soprat393
tutto si affermava c o m e la forza t r a e n t e e unificatrice della G e r m a n i a , n a t u r a l m e n t e a t u t t o scapito dell'Austria il cui p r e s t i g i o aveva r i c e v u t o u n colpo m o r t a l e . M a r i a Teresa, s e m p r e p i ù sollecita p e r la p r o p r i a famiglia che p e r il p r o p r i o Paese, aveva o t t e n u t o da F e d e r i c o l ' a p p o g g i o p e r la successione di suo figlio G i u s e p p e al titolo i m p e r i a l e . Ma questo titolo aveva p e r s o a n c h e il poco c o n t e n u t o che gli restava. La G e r m a n i a g u a r d a v a o r m a i agli H o h e n z o l l e r n , come un secolo d o p o l'Italia avrebbe g u a r d a t o ai Savoia. E r a logico c h e gli sconfitti A s b u r g o e B o r b o n e cercassero c o m p e n s i . E altrettanto logico e r a che li cercassero soprattutto in Italia, dove e n t r a m b e le dinastie avevano già i loro capisaldi. La p r i m a a farne le spese fu Genova. La Repubblica era, c o m e al solito, nei guai con la Corsica, ribelle al suo dominio. Stavolta p e r ò gl'insorti avevano trovato un capo di notevoli qualità, a n c h e politiche: Pasquale Paoli. Per venire a c a p o della sua rivolta, G e n o v a chiese aiuto alla. Francia di cui era la tradizionale alleata, e che s e m p r e giiel'aveva prestato. Glielo prestò a n c h e in questa occasione, ma se lo fece r i p a g a r e con q u a t t r o piazzeforti, fra cui Ajaccio. E di lì cominciò a tessere il suo d o p p i o giuoco fra Paoli e Genova, fingendo di volerli c o n d u r r e a un accordo, ma in realtà lav o r a n d o p e r a g g r a v a r e il disaccordo. A un certo p u n t o Gen o v a e b b e il sospetto c h e Francia e insorti stessero p e r intendersi alle sue spalle e ai suoi d a n n i . E, n o n p o t e n d o sventare la m a n o v r a con la forza, preferì uscire dal giuoco cav a n d o n e a l m e n o qualche utile. Essa stessa p r o p o s e a Luigi XV di a s s u m e r e «provvisoriamente» la sovranità sull'isola dietro v e r s a m e n t o di un sussidio. Q u e l «provvisoriamente» serviva soltanto a salvare la faccia. N e l l ' a c c o r d o e r a detto c h e G e n o v a a v r e b b e r e c u p e r a t o i suoi diritti solo q u a n d o essa avesse p o t u t o r i m b o r s a r e alla Francia n o n solo i sussidi, ma a n c h e t u t t e le spese di o c c u p a z i o n e e amministrazione dell'isola, u n a volta che questa fosse stata pacificata. 394
A r e n d e r e irrealizzabili queste condizioni provvide Paoli scatenando u n a vera e p r o p r i a g u e r r a c o n t r o i francesi, che d u r ò fino al '69. Egli s'appellò a tutte le p o t e n z e e u r o p e e , ma nessuna gli rispose. Austria e S p a g n a e r a n o ancora legate alla Francia, e il loro accordo paralizzava gli Stati italiani su cui s'esercitava la loro tutela. L'unico che cercò di ostacolare l'operazione fu il P i e m o n t e , che invocò l'aiuto dell'Ing h i l t e r r a , m a i n v a n o . L o n d r a e r a t r o p p o soddisfatta d e i grossi g u a d a g n i realizzati e t r o p p o i m p e g n a t a a digerirli per rimescolare le carte del giuoco. Si limitò a m a n d a r e ai ribelli qualche aiuto in armi e d e n a r o , ma n o n si lasciò coinvolgere. A Paoli n o n restò che a b b a n d o n a r e la p r o p r i a terra. Dieci a n n i d o p o , c o m e previsto dal t r a t t a t o , la Francia presentò a Genova il conto dei sussidi che le aveva versato e delle spese di occupazione. Era u n a s o m m a che Genova n o n poteva r i m b o r s a r e . E così la Corsica diventò definitivamente u n a provincia francese. M e n t r e la Repubblica di G e n o v a si riduceva a u n a fetta di Riviera e la sua flotta p e r d e v a le sue più i m p o r t a n t i basi nel M e d i t e r r a n e o occidentale, Venezia e n t r a v a in crisi in quello orientale. La Serenissima aveva s e m p r e seguito u n a sua p r o p r i a politica, volta più verso il Levante che verso l'Italia. Da un pezzo le sue flotte marciavano di conserva con gli eserciti austriaci nella lotta contro i Turchi. Sulla fine del Seicento essa aveva p e r s o C a n d i a , suo p r i n c i p a l e p u n t o di forza, ma si era rifatta con la conquista della Morea. Ma fu un successo effimero. La pace di Passarowitz del 1718 gliela ritolse. E da q u e l m o m e n t o a Venezia n o n r i m a s e r o , fuor dell'Adriatico, c h e le isole J o n i e . Ma la p e r d i t a p i ù g r a v e non e r a n o quelle territoriali; e r a quella dell'iniziativa politica. Per difendersi dai Turchi, la Serenissima aveva d o v u t o legarsi m a n i e piedi al carro Asburgo. Le vittorie di E u g e n i o di Savoia avevano c o n d o t t o l'Austria nel c u o r e dei Balcani. E i d o m i n i della Serenissima si trovavano ora c o m p l e t a m e n te incastrati in quelli austriaci. Vienna n o n si c o n t e n t ò della p r o p r i a p o t e n z a t e r r e s t r e . 395
Volle d i v e n t a r e a n c h e u n a p o t e n z a m a r i n a r a , e si mise a c o s t r u i r e flotte. Trieste e F i u m e v e n n e r o dichiarate «porti franchi» e c o m i n c i a r o n o a d a t t r a r r e g r a n p a r t e d i quei traffici, di cui fin allora Venezia aveva g o d u t o l'esclusiva. Sul m e t r o italiano, la Repubblica e r a u n o Stato di considerevole entità. O l t r e a t u t t o il Veneto e al Friuli, inglobava a n c h e g r a n p a r t e dell'attuale L o m b a r d i a c o m p r e s a Bergam o , e sull'altra s p o n d a a d r i a t i c a si p r o l u n g a v a p e r quasi t u t t a la costa j u g o s l a v a dell'Istria alla Dalmazia fino a Ragusa e C à t t a r o . Ma la forza di Venezia n o n stava nelle sue dimensioni territoriali. Stava nella sua posizione geografia ca e n e l l a s u a q u a l i t à di u n i c a p o t e n z a m a r i t t i m a dell'Adriatico. Perciò essa r a p p r e s e n t a v a un grosso impaccio per l'Austria di cui o r a si trovava in balia. Ne r e n d e v a asfittici gli sbocchi sul m a r e e ne r o m p e v a le c o m u n i c a z i o n i con Milano o b b l i g a n d o l e a d i r o t t a r s i p e r l ' i m p e r v i o Trentino» E r a c h i a r o c h e V i e n n a aspettava soltanto la b u o n a occasione p e r sbarazzarsi d e l l a R e p u b b l i c a , e i n t a n t o cercava di.' m e t t e r l a e c o n o m i c a m e n t e in crisi con la c o n c o r r e n z a della p r o p r i a flotta. Venezia se ne r e n d e v a conto. «Scansare ogni scossa» eria diventata la parola d ' o r d i n e della sua diplomazia, u n a paro?' la d ' o r d i n e che implicava la totale rinuncia a qualsiasi inizia* tiva. In realtà essa n o n aveva più nessuna carta da giuocai^.. L'Inghilterra, intenta al suo i m p e r o transoceanico su cui l'Ad r i a t i c o n o n p o t e v a i n t e r f e r i r e , b a d a v a solo al suo duellòcon la Francia, e q u e s t a e r a amica dell'Austria. La Turchia,, e r a o r m a i in posizione difensiva. Solo la Russia, che nella sua marcia di p e n e t r a z i o n e in E u r o p a trovava nell'Ausi i ia 3 suo m a g g i o r e ostacolo, poteva essere interessata a Venezia Ma c'era a n c h e il pericolo che p r o p r i o a spese di Venezia Iff; d u e rivali si accordassero. Nel 1782 l'Austria p r o p o s e iiilaUÌ alla Russia un r e g o l a m e n t o di conti con la spartizione de& l ' i m p e r o t u r c o in cui r i e n t r a v a a n c h e la liquidazione della «eredità giacente» di Venezia. Il p r o g e t t o n o n a n d ò in port# p e r c h é la Francia si o p p o s e (si o p p o s e p e r la Turchia, no „ 396
p e r Venezia). Ma così o r m a i e r a c o n s i d e r a t a la Repubblica di San Marco, un t e m p o signora del Mediterraneo: u n a «eredità giacente». La sua d e c a d e n z a e r a misurabile in cifre. U n a popolazione di t r e milioni e mezzo di abitanti, c o m p r e s i i Domini da mar dell'Adriatico e dell'Egeo^ venticinque vascelli di linea, quindici fregate e alcune unità di naviglio leggero. Cosa sono di fronte ai sedicimila navigli della flotta inglese e ai suoi o t t a n t a m i l a m a r i n a i ? E p p u r e q u e s t a r e s i d u a forza è s p r o porzionata alle risorse economiche di u n o Stato che n o n sa più dove a t t i n g e r n e o r a che la c o n c o r r e n z a austriaca batte in breccia i suoi porti e i suoi noli. Il bilancio in dissesto n o n consentiva di r i n n o v a r e le a t t r e z z a t u r e e di r i m o d e r n a r e i cantieri. La flotta e r a invecchiata. Ma con essa e r a invecchiato tutto: gl'ingranaggi amministrativi, la mentalità degli u o m i n i di Stato, p e r f i n o la d i p l o m a z i a , c h e p e r secoli e r a stata m a e s t r a a tutta E u r o p a . All'origine di questo declino c ' e r a n o tanti fattori, o r m a i arcinoti. Li capivano e li d e n u n z i a v a n o a n c h e i c o n t e m p o r a n e i . Ma ad essi sfuggiva q u e l l o f o n d a m e n t a l e : Venezia e r a stata la p i ù g r a n d e p o t e n z a m a r i t t i m a e coloniale di u n ' E u r o p a senza Potenze. Ma dal m o m e n t o c h e queste com i n c i a r o n o a f o r m a r s i sull'unità di m i s u r a n a z i o n a l e , p e r Venezia, rimasta sul m o d e l l o r i n a s c i m e n t a l e u n o Stato cittadino, n o n ci fu s c a m p o , né poteva esserci. Anch'essa d o veva p a g a r e c o m e t u t t i gli altri Stati italiani, la divisione dell'Italia. Ecco il q u a d r o dell'Italia del Settecento, che p e r tutto il resto del secolo n o n fu più t u r b a t o da avvenimenti internazionali di rilievo. Abbiamo preferito seguirne il filo dal principio alla fine - un filo s o m m a r i o , lo r i c o n o s c i a m o , volutamente ridotto agli episodi più salienti - p e r fornire al lettore dei p u n t i di r i f e r i m e n t o , c h e gli c o n s e n t a n o di m e g l i o c o m p r e n d e r e le vicende i n t e r n e dei singoli Stati. Ma p r i m a di a d d e n t r a r c i in queste vicende, d o b b i a m o v e d e r e di quali 397
o r i e n t a m e n t i politici e c u l t u r a l i esse f u r o n o il riflesso e il frutto. Perché l'Italia è u n a colonia in tutto: a n c h e nel campo del pensiero. N o n ne elabora di suo. Adatta alle p r o p r i e condizioni quello degli altri. E gli altri sono soprattutto l'Austria, la Francia e l'Inghilterra.
CAPITOLO SESTO
IL RIFORMISMO AUSTRIACO
Fra i Paesi che esercitavano la loro influenza sull'Italia, l'Austria teneva n a t u r a l m e n t e il p r i m o posto: era essa che dominava la penisola dalle posizioni-chiave di Milano e di Firenze, cui p r e s t o si sarebbe a g g i u n t o il R e a m e di Napoli p e r il lento scivolamento nella sua orbita dei B o r b o n e di laggiù. Era u n ' i n f l u e n z a quasi e s c l u s i v a m e n t e politica p e r c h é sul piano culturale l'Italia subiva di più altre attrazioni. Ma p e r influenza politica n o n si deve i n t e n d e r e soltanto il vincolo che faceva della penisola u n a «dipendenza» dell'Austria. Ci fu qualcosa di più. L'Austria n o n si limitò a m a n d a r e in Italia dei g o v e r n a t o r i , dei G r a n d u c h i e dei r e g g i m e n t i . V ' i m p o r t ò a n c h e delle idee e delle riforme che scossero il Paese e vi fecero scuola. Gli a p o l o g e t i del R i s o r g i m e n t o n o n se n'abbiano a male. Ma sul piano organizzativo e amministrativo, l'Italia deve molto all'Austria, che a sua volta deve molto a Maria Teresa e alla sua discendenza. A b b i a m o già d e t t o c o m e q u e s t a d o n n a ascese a l t r o n o , alla m o r t e del p a d r e Carlo VI nel 1740. E dovette trovarlo piuttosto scomodo. N o n solo p e r c h é fu subito costretta a difenderlo con le a r m i , ma a n c h e p e r c h é esso aveva p i ù lustro che sostanza. Non p a r l i a m o del titolo imperiale che - lo abbiamo già visto - e r a ridotto a u n a p u r a finzione. Ma anche il p a t r i m o n i o ereditario di casa Asburgo, a p a r t e la compatta cittadella austriaca, era piuttosto s g a n g h e r a t o : un coacervo di t e r r e e genti di diversa razza, r e l i g i o n e , l i n g u a e cultura, t e n u t e insieme da forze centripete a c o r r e n t e alternata. Boemi, moravi, u n g h e r e s i , croati e r a n o o g n i poco in subbuglio c o n t r o il c e n t r a l i s m o di V i e n n a . E p r o p r i o nel 399
m o m e n t o in cui francesi, prussiani e bavaresi, approfittando della crisi a p e r t a c o n la successione di Maria T e r e s a e forse c o n t a n d o sulla sua i n e s p e r i e n z a , c e r c a v a n o di sacc h e g g i a r n e il tesoro, i nobili u n g h e r e s i innalzavano il vessillo della rivolta. I retori della Storia (ce ne sono a n c h e in Austria) h a n n o t r a m a n d a t o ai posteri l'edificante e m e l o d r a m m a t i c a scena della giovane sovrana che, accorsa nel p a r l a m e n t o di Budapest, solleva tra le braccia il figlioletto in fasce invocando su di lui la protezione dei cavallereschi m a g n a t i che a quella vista balzano in piedi g r i d a n d o : Moriamurpro rege nostro Maria Theresia! In realtà le cose si svolsero in m a n i e r a molto più prosaica. I m a g n a t i c o n t r a t t a r o n o p u n t i g l i o s a m e n t e la loro lealtà facendosela r i p a g a r e con l a r g h e a u t o n o m i e . M a l ' I m p e r a trice diede p r o v a in questa transazione di notevole accortezz a e s a n g u e f r e d d o . N o n e r a u n g e n i o , m a n o n n e aveva n e m m e n o gli scompensi. Le sue qualità e r a n o l'equilibrio, la praticità, u n a g r a n d e carica u m a n a e soprattutto un altissimo senso del dovere. C'è da chiedersi se quella di Regina fosse la sua vera vocazione. Forse n o . Ma, visto che le toccar va di esserlo, lo fu c o n i m p e g n o , s c r u p o l o e b u o n senso. Forse al suo equilibrio giovò il fatto ch'essa n o n sacrificò all'ambizione la sua vita di d o n n a . A m ò t e n e r a m e n t e suo marito Francesco di L o r e n a , gli d e t t e b e n sedici figli, e sopp o r t ò con molta pazienza i suoi adulteri. Q u a n d o Francesco morì, abbracciò la sua ultima a m a n t e e le disse: «Ah, signora mia, cosa abbiamo perso!» ' Sebbene essa gli avesse fatto assegnare, oltre al Grandu* cato di Toscana, il titolo d ' I m p e r a t o r e , Francesco l'aiutò por co negli affari di Stato. Era t r o p p o occupato nelle battaglie d'alcova e nell'amministrazione delle finanze domestiche, à$ cui fu un abilissimo regista. Investì i suoi soldi in industrie tessili, cui poi fece d a r e l'appalto delle uniformi p e r l'esercì*, to, e seguitò a v e n d e r e materie belliche a Federico di Prussia; a n c h e q u a n d o costui guerreggiava con l'Austria. N o n si curoj 400
molto n e a n c h e dei figli, cui invece Maria Teresa dedicò c u r e fin t r o p p o assidue. II suo a m o r e m a t e r n o era soffocante come quello di u n a chioccia. Regolava m i n u t a m e n t e la loro vita e trascorse la p r o p r i a a p r o c u r a r troni ai maschi e b u o n i partiti alle f e m m i n e . Al p r i m o g e n i t o e r a d e s t i n a t o il titolo i m p e r i a l e , al s e c o n d o il G r a n d u c a t o di Toscana, al t e r z o il g o v e r n a t o r a t o di Milano, a Maria A n t o n i e t t a il Delfino di Francia, Luigi X V I (che d o p o averla c o n d o t t a all'altare la c o n d u r r à sulla ghigliottina), a M a r i a C a r o l i n a il p r i n c i p e ereditario di Napoli, F e r d i n a n d o . G r a n p a r t e della sua politica estera fu condizionata da questo assillo del «posto» p e r i suoi pulcini. E a n c h e d o p o averveli sistemati, seguitava a sorvegliarli p e r c h é voleva che del posto a loro volta si servissero p e r p r o c u r a r n e degli altri alla famiglia. Li t e m p e s t a v a di lettere, ne esigeva a l t r e t t a n t e , li t e n e v a in u n a p e r p e t u a «sauna» di amorose sollecitudini e di cocenti rimbrotti. Ma q u e s t o s u p e r l a v o r o d o m e s t i c o n o n a n d a v a a d e t r i m e n t o dei suoi i m p e g n i di sovrana. «Tutti i Re d ' E u r o p a sono soltanto illustri imbecilli, m e n o Carlo E m a n u e l e di Sard e g n a e Maria Teresa» scrisse il suo mortale nemico Federico di Prussia. Essa n o n p e r m i s e mai ai p r o p r i s e n t i m e n t i e p r o p e n s i o n i di p r e v a l e r e sugl'interessi dello Stato. Person a l m e n t e m o l t o pia e p e r f i n o b a c c h e t t o n a , fu tuttavia fermissima n e l l ' i m b r i g l i a r e la Chiesa e n e l r i d u r n e il p o t e r e t e m p o r a l e . L'Inquisizione con lei fece pochi affari e n o n riuscì n e m m e n o a conservare ai gesuiti l'Università di V i e n n a che fu affidata ai laici. Essa rivelò il suo giudizio soprattutto nella scelta dei collaboratori. Quello che meglio la secondò fu il principe Kaunitz che fu p e r q u a r a n t a n n i il suo factotum. Kaunitz veniva dalla diplomazia e Carlyle lo descrive come un p e r s o n a g g i o sofisticato e p i u t t o s t o i n s o l e n t e . I n s o l e n t e d o v e v a esserlo davvero p e r c h é un g i o r n o che Maria Teresa gli mosse degli a p p u n t i p e r la s p r e g i u d i c a t e z z a con cui o s t e n t a v a le sue amanti, le rispose: «Maestà, sono qui a p a r l a r e dei vostri affari, n o n dei miei». Ma Maria sapeva a n c h e incassare, q u a n 401
do le c o n v e n i v a . E K a u n i t z e r a d a v v e r o insostituibile: «la miglior testa d'Europa» lo definì il solito Federico, che p u r e ne era la maggior vittima p e r c h é fu Kaunitz che, p e r isolarlo, provocò quel «rovesciamento di alleanze» di cui abbiamo già parlato. Ma il Cancelliere n o n si limitò alla politica estera. Quell'insieme di disparate t e r r e e genti che formavano il Reame asburgico n o n aveva altro mastice che la p e r s o n a del Re Imp e r a t o r e . Un'ossatura di Stato n o n c'era. Kaunitz gliela died e . Fu lui a costruire dal nulla q u e l l ' a m m i n i s t r a z i o n e - m o dello che ha consentito all'Austria di sopravviversi p e r quasi d u e secoli. Essa ha d a t o l ' i m p r o n t a a un tipo di «funzionario» solerte, scrupoloso e intriso di u n a dignità che p e r farsi valere n o n aveva bisogno di r i c o r r e r e ad atteggiamenti autoritari, alla cui scuola noi italiani possiamo solo rimpiangere di aver t r o p p o poco i m p a r a t o . Kaunitz e la sua sovrana n o n c o m p i r o n o u n a vera e prop r i a rivoluzione. Essi a m m o d e r n a r o n o il loro Paese cioè i ioro Paesi, ma senza violentarne la tradizione, il costume e l'economia. Ne rispettarono l'impalcatura feudale e agraria, lasciarono che o g n u n o parlasse la sua lingua. Si limitarono a c r e a t e u n a ferrea i n t e l a i a t u r a amministrativa, affidando alla scuola e all'esercito la formazione di un tipo di suddito c h e vedeva nella m o n a r c h i a e nella sua b a n d i e r a qualcosa di s u p e r i o r e alla p r o p r i a nazionalità. U n ' e c o n o m i a basata sul risparmio e sulla solidità della m o n e t a , un codice chiaro e flessibile, u n a magistratura rigorosa ed efficiente, u n a burocrazia m o d e s t a m e n t e pagata, ma altissimamente considerata, furono gli s t r u m e n t i con cui Maria Teresa riuscì a fare delle sue s p a r p a g l i a t e p r o v i n c e u n o dei più c o m p a t t i (per allora) Stati e u r o p e i . Alla cultura b a d ò poco, e fu il suo g r a n d e difetto. Per lei la cultura e r a soltanto la scuola, e la scuola era n o n u n a palestra d'intelligenze, ma un'incubatrice di funzionari e di ufficiali. Sotto il suo regime, in fatto di servizi, sviluppo urban o , fasto, eleganza, Vienna rivaleggiò con Parigi. Ma di Pa402
rigi n o n ebbe mai il fremito intellettuale, la commistione fra u o m i n i di Stato e u o m i n i di l e t t e r e o d ' a r t e o di filosofia, ch'era stata anche la caratteristica dell'Atene di Pericle e della Firenze di Cosimo e L o r e n z o il Magnifico. Il p a d r e di Mozart scrisse che il p u b b l i c o dei t e a t r i v i e n n e s i e r a fatto di g e n t i l u o m i n i e di g e n t i l d o n n e eleganti di fuori ma rozzi e grossolani di d e n t r o , assolutamente refrattari all'intelligenza e alla bellezza. Forse lo scrisse p e r c h é quel pubblico aveva fischiato suo figlio. Ma quei fischi gli d a v a n o ragione. Com u n q u e è un fatto che la Vienna di Maria Teresa n o n riuscì a esercitare s u l l ' E u r o p a c o n t e m p o r a n e a u n ' i n f l u e n z a p r o porzionale al suo peso p e r c h é le m a n c ò l ' a p p o r t o culturale. Essa e s p o r t a v a nei Paesi della sua a r e a eccellenti generali, g o v e r n a t o r i e prefetti, validi criteri amministrativi, b u o n e leggi e regolamenti. I d e e , n o . Di questo aveva coscienza il p r i m o g e n i t o Giuseppe, e r e d e al trono. Per meglio p r e p a r a r v e l o , sua m a d r e aveva curato in m a n i e r a particolare la sua educazione. Ma tanta sollecitudine aveva sortito, c o m e spesso a c c a d e , l'effetto c o n t r a r i o . G i u s e p p e fu, da ragazzo, un contestatore avanti lettera. «Il mio Giuseppe n o n sa obbedire» si lamentava la m a d r e . I gesuiti che gli a v e v a n o d a t o c o m e p r e c e t t o r i fecero di lui un furioso anticlericale. Q u a n d o scoprì Voltaire, se ne ubriacò. E q u a n d o s e p p e che Voltaire e r a intimo amico di Federico di Prussia e lo teneva in g r a n conto, si entusiasmò a n c h e di lui, sebbene fosse il nemico giurato degli Asburgo, e n o n ebbe pace finché n o n a n d ò a esternargli di p e r s o n a la p r o p r i a ammirazione. Maria Teresa p e n s ò che l'unico m o d o di disciplinarlo e r a di affidargli q u a l c h e responsabilità, e a v e n t ' a n n i Io fece m e m b r o del Consiglio di Stato. G i u s e p p e vi p o r t ò u n a ventata d'ideologia progressista che sconvolse i tradizionalisti e abitudinari patriarchi che lo c o m p o n e v a n o . Propose di abolire tutto il rituale di Corte, le p r o p r i e t à ecclesiastiche, i dazi e le gabelle, di tassare a n c h e l'aristocrazia, e di l i b e r a r e i 403
c o n t a d i n i d a ogni g r a v a m e f e u d a l e . C ' e r a g e n t e c h e , p e r aver p r o p a g a n d a t o idee molto m e n o radicali di quelle, era finita in salerà. Gli d e t t e r o m o g l i e , e p e r u n a volta t a n t o egli g r a d ì la scelta che gli veniva imposta: Isabella di Parma, figlia di Don Filippo di B o r b o n e . G i u s e p p e a p p r e z z ò m o l t o la sua gioventù, la sua grazia e più ancora forse la sua malinconia perché la condivideva. Ma in Isabella quella malinconia era patologica. La vita la spaventava. E q u a n d o , d o p o pochi mesi di m a t r i m o n i o , fu colpita dal vaiolo, si sottrasse alle c u r e e si lasciò morire. G i u s e p p e n o n si riebbe mai più da quel dolore. Si piegò alla r a g i o n di Stato che g l ' i m p o n e v a di risposarsi, ma odiò la seconda moglie, u n a principessa di Baviera, p r i m a ancora di conoscerla. La trovò «repulsiva», n o n ebbe con lei alc u n r a p p o r t o , e forse b e n e d i s s e il vaiolo c h e con assoluta imparzialità si p o r t ò via poco d o p o anche lei. Da allora non volle più sentir p a r l a r e di m a t r i m o n i o , e si dedicò alle cure del governo con u n a dedizione esclusiva che rasentava il fanatismo. Nel '64 lo a v e v a n o c o r o n a t o Re dei Romani, il titolo che avviava a quello d ' I m p e r a t o r e . La cerimonia dell'investitura, cui partecipò da spettatore a n c h e il giovane G o e t h e , gli p a r v e un grottesco r e s i d u a t o medievale (qual era). «Mi costa un g r a n d e sforzo - scrisse al fratello - t r a t t e n e r m i dal dire a tutti questi imparruccati signori q u a n t o sono idioti, loro e i loro discorsi.» L'anticamera al titolo imperiale fu breve: suo p a d r e lo lasciò vacante l ' a n n o d o p o . La m o r t e del marito fu p e r Maria Teresa un terribile colpo. Si tagliò i capelli, si disfece di ogni monile, regalò il suo g u a r d a r o b a meno gli abiti di lutto, e a n n u n z i ò il p r o p o s i t o di ritirarsi in c o n v e n t o . La t r a t t e n n e il senso del d o v e r e : G i u s e p p e era t r o p p o giovane e i m p e t u o s o p e r abbandonargli interamente le redini del p o t e r e . Insieme al titolo imperiale essa gli affidò il c o m a n d o dell'esercito e la supervisione sulla politica estera che tuttavia rimase nelle accorte m a n i di Kaunitz. Ma 404
m a n t e n n e la qualifica di Regina e la s u p r e m a autorità sugli affari interni d'Austria, U n g h e r i a e Boemia. La convivenza fra m a m m a e figlio fu burrascosa. Giuseppe tentava c o n t i n u a m e n t e di forzarle la m a n o con p r o g e t t i di riforme in cui la t i m o r a t a s o v r a n a avvertiva con o r r o r e un g r a n puzzo di Voltaire e d'ateismo. Ma q u a n d o anch'essa c a d d e malata di vaiolo, la trepidazione di Giuseppe, che sfidando il contagio rimase i n i n t e r r o t t a m e n t e al suo capezzale, fu sincera e appassionata. Di quell'interregno m a t e r n o si valse solo p e r e m a n a r e u n a legge sanitaria che liberava i medici dal vincolo di molti tabù imposti dalla Chiesa. Subito d o p o p e r ò ricominciarono i bisticci. G i u s e p p e n o n si contentò di a n d a r e a r e n d e r visita al g r a n d e e s e m p r e p i ù minaccioso Federico. Volle anche, rovesciando il tradizionale sistema di alleanze, c o m b i n a r n e u n a con lui. Il risultato fu un accordo fra Austria, Prussia e Russia p e r la spartizione della Polonia, la p r i m a delle t a n t e che quell'infelice Paese ha subito. N o n o s t a n t e la bella fetta che a s s e g n a v a all'Austria, Maria Teresa vi a p p o s e la sua firma a malincuore e dopo molte riluttanze. «Piange, ma p r e n d e » fu il cinico comm e n t o di Federico. Ma il r i n c r e s c i m e n t o della R e g i n a e r a sincero. Scrisse al figlio F e r d i n a n d o : «Il r i m o r s o mi pesa sul cuore, mi t o r t u r a la m e n t e , e mi avvelena le notti». E a Giuseppe: «Che vi siate scelto p e r m o d e l l o Federico n o n vi fa o n o r e . Q u e s t o c o n q u i s t a t o r e n o n è mai riuscito a c o n q u i starsi un amico. E che vita è, u n a vita senza calore umano?» Forse in queste parole c'è a n c h e un po' di gelosia. Col passare degli a n n i , la volontà di G i u s e p p e prevalse sempre più su quella della m a d r e . Egli ebbe u n a g r a n p a r t e nella soppressione dell'ordine dei gesuiti, che Maria Teresa proteggeva, e nella confisca dei loro beni e nell'abolizione della tortura: fatto, per quei tempi, rivoluzionario. Poi il giovane I m p e r a t o r e volle a n d a r e a Parigi p e r d a r e - disse - qualche consiglio alla sorella Maria Antonietta, da poco salita al trono. Il consiglio ai d u e giovani sovrani fu di p r o c e d e r e allo smantellamento del vecchio regime feudale e alle riforme di 405
cui il Paese aveva bisogno, p r i m a che u n a rivoluzione spazzasse via anche il t r o n o . C o m e si vede, q u a n d o Giuseppe aff e r m ò di aver capito in p o c h i g i o r n i della Francia p i ù di q u a n t o suo cognato Luigi XVI ne avesse capito in tutta la vita, n o n era u n a vanteria. Ma la vera ragione che l'aveva spinto ad a n d a r c i era il desiderio di p r e n d e r contatto con l'ambiente dei Filosofi, di cui aveva a m m i r a t o le o p e r e e fra i quali o t t e n n e un g r a n d e successo. Solo p e r n o n dispiacere a sua m a d r e , che lo considerava il diavolo in p e r s o n a , rinunziò a u n a visita a Voltaire. Q u a n d o r i e n t r ò a V i e n n a , vi trovò b r u t t e novità. Incoraggiati dal suo anticlericalismo, i b o e m i si stavano convert e n d o al protestantesimo così massicciamente che la Regina aveva reagito con misure persecutorie. Fra m a d r e e figlio ci fu u n o scontro che solo il tatto di Kaunitz riuscì a appianar e . Ma subito s o p r a v v e n n e u n ' a l t r a complicazione. Il Duca di Baviera era m o r t o senza lasciare eredi. Al candidato dell'Austria, Federico ne o p p o s e u n o suo. S e n t e n d o s e n e tradito nell'amicizia, G i u s e p p e mobilitò, sordo ai richiami di sua m a d r e che lo a m m o n i v a di n o n stuzzicare quell'avversario spericolato e r o t t o a t u t t e le insidie. I p r u s s i a n i e r a n o già sconfinati in Baviera, la stavano m e t t e n d o a sacco, e l'Europa t r a t t e n e v a il fiato p a v e n t a n d o u n ' a l t r a g u e r r a dei Sette a n n i . In un soprassalto d'autorità la vecchia Regina riprese in m a n o il t i m o n e e m a n d ò a Federico un emissario segreto con un'offerta di c o m p r o m e s s o , che Federico accettò. M a r i a Teresa aveva salvato la pace, ma usciva da quel* l'ennesima crisi col figlio definitivamente p r o s t r a t a . Grassa di costituzione, negli ultimi a n n i si e r a vieppiù appesantita', e il c u o r e ne risentiva. Colpita da u n a brpnchitella, n o n potè mettersi a letto, dove n o n riusciva a respirare. Giuseppe fili c o m e al solito, la sua più a m o r o s a e assidua infermiera. Utìa sera, a g g i u s t a n d o l e i cuscini, le disse: «Vostra Maestà è in cattiva posizione». «Sì», rispose lei, «ma a b b a s t a n z a b u o n a p e r morirci.» Spirò il g i o r n o stesso: 29 n o v e m b r e 1780. O r a G i u s e p p e e r a libero d i g o v e r n a r e c o m e v o l e v a , * . ì!
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n o n mise t e m p o in mezzo. Liquidò in pochi giorni la vita di Corte col suo p e s a n t e rituale di feste e c e r i m o n i e , e ne ins t a u r ò u n ' a l t r a da g r a n d e e coscienzioso b u r o c r a t e . C o m e Federico, volle essere soltanto «il p r i m o servitore dello Stato», e n o n gli costò sforzo p e r c h é solo lo Stato lo interessava. N o n aveva né d o n n e né hobbies. Aveva solo, davanti ai suoi occhi, il miraggio di u n a Città del Sole che realizzasse gl'ideali della giustizia e dell'efficienza e servisse di modello a tutte le altre nazioni. N o n si lasciò c o n d i z i o n a r e da p r e g i u d i z i a l i d e m o c r a t i che. Il p o p o l o , diceva, n o n aveva abbastanza p r e p a r a z i o n e e d e s p e r i e n z a p e r p o t e r fare d a sé. Bisognava d u n q u e governare per, ma n o n con e attraverso il p o p o l o . E il principio su cui si basano tutti i dispotismi. E d e s p o t a fu a n c h e lui, nel senso p i ù p i e n o della p a r o l a . Scelse i p r o p r i ministri infischiandosi di titoli, r a n g o e anzianità, e li trattava c o m e impiegati, ad eccezione di Kaunitz che riuscì p e r qualche a n n o a tenergli testa. Li controllava con un sistema di spionaggio d e g n o di Stalin e, accentrati così nelle p r o p r i e m a n i tutti i poteri, si diede a costruire il suo utopico R e g n o . F u u n a g r a n d i n e d i r i f o r m e : abolizione della p e n a d i m o r t e e di t u t t e le discriminazioni religiose, i n t r o d u z i o n e del divorzio, liberazione dei servi, a b b a t t i m e n t o dei privilegi feudali. E r a n o misure che mettevano a s o q q u a d r o tutte le impalcature di quella società agraria e basata sulle caste n o biliari. Ma G i u s e p p e n o n si c u r ò degli squilibri che ne derivavano. T r a v o l g e n d o ogni resistenza, demolì tutto il sistema d i dazi i n t e r n i c h e facevano d a s u p p o r t o e c o n o m i c o delle a u t o n o m i e r e g i o n a l i . Lasciò solo, e anzi rafforzò, quelli esterni a v v i a n d o così il suo R e a m e a l l ' a u t a r c h i a . N a t u r a l m e n t e gli altri Paesi r e c i p r o c a r o n o con alte tariffe protettive. E questo spinse G i u s e p p e a «pianificare» la p r o d u z i o n e in m o d o da d a r e il passo all'industria e alla città sull'agricolt u r a e il c o n t a d o . Q u e s t o significava l ' i n d e b o l i m e n t o della p r o p r i e t à t e r r i e r a su cui si basava l'aristocrazia a profitto dei ceti borghesi e imprenditoriali. Insigniti di titoli e blaso407
ni, industriali e m e r c a n t i f o r m a r o n o anch'essi u n a nobiltà c h e faceva da c o n t r a p p e s o a quella tradizionale e d i e d e r o avvio a un capitalismo fortemente p r o t e t t o dallo Stato. G i u s e p p e n o n si lasciò s c o r a g g i a r e d a l s e n t i m e n t o p r o f o n d a m e n t e cattolico della p o p o l a z i o n e e le i m p o s e la tolleranza con editti di e s e m p l a r e intolleranza. A coloro che si o s t i n a v a n o a p r a t i c a r e discriminazioni religiose fece infliggere ventiquattro scudisciate (che n o n venivano considerate t o r t u r a p e r c h é n o n p r o c u r a v a n o la m o r t e ) . L'effetto fu un r a p i d o i n c r e m e n t o nelle conversioni al protestantesimo e u n a p r o l i f e r a z i o n e di logge m a s s o n i c h e c h e G i u s e p p e , lungi dal combattere, organizzò in d u e sette in m o d o da evit a r n e la dispersione. N o n abolì la censura. Ma la c o m m i n ò i m p a r z i a l m e n t e sia ai libri che c o n t e n e v a n o attacchi al Cristianesimo, sia a quelli c h e p r o p a l a v a n o miracoli e leggende , che alimentassero la superstizione. Le o p e r e scientifiche ne e r a n o c o m u n q u e i m m u n i , e quelle all'Indice e r a n o messe a . disposizione degli studiosi. L ' i n s e g n a m e n t o doveva essere assolutamente libero, e q u a n d o quattordici s t u d e n t i bigotti • c o n t e s t a r o n o un l o r o p r o f e s s o r e p e r c h é sosteneva che ii m o n d o era p i ù antico di q u a n t o la Bibbia dicesse, Giuseppe ,' o r d i n ò che fossero espulsi «perché delle teste così vuote n o n ' possono profittare dell'istruzione». 4* Q u e s t e m i s u r e c r e a r o n o nella Chiesa tale a p p r e n s i o n e / che Pio VI si precipitò a Vienna. Da più di tre secoli e mezi-j zo n e s s u n P a p a aveva a t t r a v e r s a t o il B r e n n e r o . Fu accolto ì da u n a folla o s a n n a n t e che volle così manifestare la sua avversione all'anticlericalismo d e l l ' I m p e r a t o r e . Questi scrisse f con u n a p u n t a di cinismo: «E stato un bellissimo spettacolo* j Dal balcone il Papa ha i m p a r t i t o l'assoluzione a rate anche.; di sessantamila p e c c a t o r i alla volta e u n a d o n n a è rimasta schiacciata nella ressa p r o p r i o sotto la mia finestra». Egli " colmò il Pontefice di d o n i e onori, ma n o n gli concesse n u l £ | la. Q u a n d o , di lì a pochi mesi, gli restituì la visita a Roma, vi. fu accolto da u n a folla n o n m e n o o s a n n a n t e che volle cosi manifestare la p r o p r i a avversione al clericalismo. t
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Ma di b e n altra portata si rivelarono le resistenze i n t e r n e della t r a d i z i o n e , del c o s t u m e , delle a u t o n o m i e locali, delle singole nazionalità e, se si vuole, a n c h e del pregiudizio. C o n l'occhio fisso alla sua Città del Sole, G i u s e p p e le aveva sottovalutate. Ma alle p r i m e difficoltà e c o n o m i c h e e d i p l o m a t i che, se le trovò di fronte. U n ' i n c a u t a alleanza con C a t e r i n a di Russia lo costrinse a u n a c a m p a g n a c o n t r o i Turchi, che mise in luce le m a g a g n e dell'esercito. Q u a s i tutti a p p a r t e nenti alla nobiltà t e r r i e r a o ad essa legati, i c o m a n d a n t i n o n avevano molta voglia di battersi p e r un I m p e r a t o r e che aveva mortificato la loro casta tradizionalmente depositaria del culto della lealtà e dei valori g u e r r i e r i . Per r i d a r e slancio alle t r u p p e d e m o r a l i z z a t e dall'apatia dei capi, G i u s e p p e d o vette richiamare in servizio e passare il c o m a n d o al vecchio maresciallo L a u d o n , e r o e della g u e r r a dei Sette a n n i . Ma la Prussia aveva approfittato degli smacchi austriaci p e r scend e r e i n c a m p o accanto a i T u r c h i . Sul suo t r o n o n o n c'era più il g r a n d e Federico, di cui G i u s e p p e aveva celebrato la scomparsa con queste cavalleresche p a r o l e : «Come soldato r i m p i a n g o la m o r t e di questo g r a n d e condottiero. C o m e patriota, r i m p i a n g o che sia v e n u t a con t r e n t ' a n n i di ritardo». Ma il suo successore ne continuava la politica antiaustriaca. I m a g n a t i u n g h e r e s i , s e m p r e all'agguato della b u o n a occasione, i n n a l z a r o n o il vessillo d e l l ' i n d i p e n d e n z a n a z i o n a l e , sotto cui si nascondeva il p r o p o s i t o reazionario di restaurare i privilegi feudali e la servitù della gleba c h e G i u s e p p e aveva abolito. I Belgi s e g u i r o n o l'esempio, scacciarono il gov e r n a t o r e austriaco, c h ' e r a il c o g n a t o stesso d e l l ' I m p e r a t o re, e p r o c l a m a r o n o la Repubblica. G i u s e p p e si rivolse p e r aiuto alla sorella Maria Antonietta e a suo marito Luigi X V I . Ma p r o p r i o in quel m o m e n t o la rivoluzione spazzava via anche loro. Lo sventurato sovrano n o n sapeva più a che santo votarsi, anche p e r c h é coi Santi e r a s e m p r e stato in g u e r r a . Tutta la sua U t o p i a e r a in pezzi. Perfino la fedelissima Austria gli si ribellava, sobillata dai preti. Su consiglio del fratello Leo409
p o l d o , G r a n d u c a di Toscana, restituì agli u n g h e r e s i la loro c o r o n a , la c o r o n a di S a n t o Stefano, e se ne r i g u a d a g n ò i consensi. M a o r m a i e r a t a r d i p e r t e n t a r e u n a rivincita. I l suo fisico n o n aveva retto ai dieci a n n i di forsennato lavoro che si era imposto. Stomaco e p o l m o n i e r a n o in disordine, i nervi cedevano rosi dalla tensione e dall'insonnia. O r a si aggiungeva l'idropisia. C h i a m ò L e o p o l d o p e r passargli le redini del p o t e r e , lasciò che il p r e t e gì'impartisse i sacramenti e d e t t ò il p r o p r i o epitaffio: «Qui giace G i u s e p p e c h e n o n riuscì in nulla». Perché n o n fosse riuscito, n o n ebbe il t e m p o di d o m a n darselo. Se lo avesse avuto, forse si sarebbe accorto che quel «nulla» n o n era del tutto esatto. Ciò che gli era mancato era quel realismo che invece sua m a d r e aveva posseduto al massimo g r a d o . N o n aveva visto, o aveva sottovalutato gli ostacoli, e aveva t r o p p o anticipato i suoi t e m p i . Gli u o m i n i di Stato miopi sono rovinosi p e r i loro popoli, e quelli presbiti p e r se stessi. G i u s e p p e aveva a v u t o il p e g g i o r n e m i c o nel p r o p r i o carattere impaziente e dispotico, inaccessibile ad altre voci che n o n fossero quelle di d e n t r o . C o m e tutti i grandi «pianificatori» aveva della società u n ' i d e a astratta e libresca, ma assoluta e refrattaria a qualsiasi c o m p r o m e s s o . La cieca fede in ciò che faceva lo r e n d e v a intollerante, e perfino brutale, con chi n o n la condivideva. Perciò aveva saputo più com a n d a r e che dirigere. E perciò si e r a fatto s o r p r e n d e r e da u n a realtà di cui n o n aveva mai voluto p r e n d e r e atto. Ma ciò n o n toglie nulla alla generosità e nobiltà dei suoi i n t e n t i . Di tutti i d e s p o t i di q u e s t ' e p o c a di despoti, egli fu c e r t a m e n t e il più «illuminato». Le sue riforme anticiparono t r o p p o l'età m o d e r n a , ma l ' a n t i c i p a r o n o . E del resto egli stesso ne ebbe il p r e s e n t i m e n t o , q u a n d o scrisse nella sua lettera di addio a Kaunitz: «Spero che la posterità, più imparziale e q u i n d i più giusta dei c o n t e m p o r a n e i , riconoscerà l'onestà e giustezza delle mie intenzioni». Aveva visto chiaro. La posterità ha p r e s o atto del suo fall i m e n t o , ma lo c o n s i d e r a p i ù m e r i t e v o l e di t a n t i successi. 410
L'Austria impiegò d u e secoli a realizzare le riforme che Giuseppe aveva preteso di realizzare in dieci a n n i . Ma dovette realizzarle. D o p o la m o r t e dell'autore esse furono frettolosamente revocate. Ma il loro spirito rimase, si travasò anche all'estero, specialmente in Italia, e provocò un fermento d'idee che nessuno p o t è più arrestare. I riformatori del Settecento, soprattutto in L o m b a r d i a e Toscana dove l'influenza austriaca e r a p i ù d i r e t t a e p a l p a b i l e , ne f u r o n o ispirati e pervasi. Quel po' di n u o v o che nei c a m p o dell'organizzazione politica e amministrativa si realizzò sullo scorcio del secolo nel nostro Paese, fu in g r a n p a r t e sollecitato dall'esempio di Giuseppe. La sua o p e r a cadde. Il suo seme fruttò.
CAPITOLO SETTIMO
L'ESEMPIO I N G L E S E
Più c h e le g u e r r e , che preferiva lasciar fare agli altri, l'In*g h i l t e r r a d e l S e t t e c e n t o aveva s a p u t o v i n c e r e le paci. Sia U t r e c h t che Aquisgrana furono il trionfo della sua diploma*zia, s e m p r e tesa a quella balance of potvers, a quell'equilibrio di poteri in E u r o p a che n o n consentisse a n e s s u n o di essi di p r e n d e r e il sopravvento sugli altri. E questo faceva sì che i p o p o l i p i ù deboli, m a attaccati alla p r o p r i a i n d i p e n d e n z a nazionale, vedessero n e l l ' I n g h i l t e r r a u n a garanzia. A Tonano e a Venezia, p e r esempio, l'ambasciatore inglese era cons i d e r a t o «amico» p e r definizione e g o d e v a di «entrature» particolari. Ma queste simpatie n o n si limitavano al c a m p o diploma**; tico. L'Europa cominciava a capire che i successi di quel PaéK se n o n e r a n o dovuti soltanto all'accortezza dei suoi d i r i g e r ti, ma a n c h e alla stabilità del suo sistema politico e sociale'.-' Ed è questo sistema che comincia ad essere p r e s o a modeltò e a fare scuola. ** N e a n c h e in I n g h i l t e r r a i c o n t r a s t i m a n c a v a n o . Fino a; m e t à del secolo, a d i v i d e r e l ' o p i n i o n e , c'era stata a n c h e là questione dinastica. Ne Eltalia del Seicento abbiamo succinta-] m e n t e raccontato le vicende dei suoi Re Stuart. U n o di es$ fu d e c a p i t a t o da C r o m w e l l , l'ultimo fu scacciato dal trorìé ad o p e r a del m a r i t o di sua figlia Maria, l'olandese Guglielmo d ' O r a n g e , c h e si c o r o n ò al suo p o s t o , ma n o n ri user 4, fondare u n a n u o v a dinastia p e r m a n c a n z a di eredi. Dopo' lasua m o r t e , sua cognata A n n a r e g n ò da sola, e c o m e successore si scelse l'unico suo c o n g i u n t o di religione protestante» c o m e il popolo voleva: il Duca Giorgio di Hannover. Era tii| 412
personaggio di mezza tacca, un principotto di marca tipicam e n t e tedesca, cioè rozzo e caporalesco, che oltre tutto n o n parlava u n a p a r o l a d'inglese. Le antipatie che suscitò diedero forza ai «giacobiti» c o m e si c h i a m a v a n o i partigiani dell'ultimo Stuart, Giacomo, esule in Francia, e spinsero suo figlio a t e n t a r e u n o sbarco in I n g h i l t e r r a p e r riconquistare il trono. P r e n d e n d o - c o m e spesso capita ai fuorusciti - le speranze p e r realtà, contava su u n a rivoluzione, che n o n scoppiò. Solo alcuni e s p o n e n t i della più retriva nobiltà scozzese, tuttora partigiani dell'assolutismo m o n a r c h i c o che gli Stuart incarnavano, si schierarono al suo fianco, ma furono sbaragliati dall'esercito r e g o l a r e . Il p r e t e n d e n t e se ne t o r n ò in Francia, e gli H a n n o v e r si s e n t i r o n o più sicuri sul loro trono, sebbene u n a certa fronda giacobita seguitasse a serpeggiare nel Paese. Ad a l i m e n t a r l a e r a s o p r a t t u t t o la classe t e r r i e r a , di sua n a t u r a conservatrice e autoritaria, che faceva capo a un p a r tito, quello Tory, in c o n t r a p p o s i z i o n e ai Whigs, che r a p p r e sentavano gl'interessi e le idealità dei ceti progressisti legati all'industria e alla finanza. P e r c h é o r a m a i in I n g h i l t e r r a i partiti c'erano, e q u i n d i c'era u n a vita politica articolata, che dettava le sue c o n d i z i o n i ed e s i g e n z e a n c h e al Re. Costui n o n poteva agire di sua testa, c o m e facevano i suoi colleghi di Vienna e di Parigi, a n t e p o n e n d o m a g a r i i p r o p r i interessi n e l l ' H a n n o v e r - il Principato tedesco da cui p r o v e n i v a n o e di cui avevano conservato la c o r o n a - a quelli inglesi. L'Inghilterra e r a o r m a i u n a nazione che si governava da sé. E si g o v e r n a v a a p p u n t o a t t r a v e r s o i suoi d u e partiti, c h e r a p presentavano le d u e g r a n d i forze, materiali e morali, in cui il Paese e r a diviso: quella della c a m p a g n a e dell'agricoltura, i Torìes; e quella della città, dell'industria e del commercio, i Whigs. La lotta fra l o r o e r a vivace, ma di r a d o d e g e n e r a v a in scontri frontali. A impedirlo e r a n o la conformazione e il costume delle classi dirigenti, che a p p u n t o p e r questo facevano spicco sul resto d ' E u r o p a e ne venivano p r e s e a modello. 413
Esse e r a n o c o m p o s t e quasi esclusivamente di aristocratici; M a questi aristocratici n o n f o r m a v a n o u n a casta chiusa d i parassiti del p o t e r e e della ricchezza. C h i u n q u e acquistasse titoli di merito come u o m o di Stato, o c o m e finanziere, o come industriale, veniva insignito di un titolo nobiliare ed en*t r a v a a far p a r t e della categoria, a r r i c c h e n d o l a con le sue fresche energie; m e n t r e il figlio cadetto del nobile, n o n pot e n d o a s p i r a r e al titolo c h e spettava u n i c a m e n t e al primo^ genito, cercava di p r o c u r a r s e n e un altro dandosi al servizio di Stato, o alla finanza o all'industria. Tutto questo assicurai va un continuo ricambio di uomini che, anche q u a n d o si combattevano fra loro, difficilmente si dimenticavano di far p a r t e dello stesso sistema, e ne condividevano la mentalità!, il linguaggio e i f o n d a m e n t a l i interessi. Q u e s t o n o n faceva d e l l ' I n g h i l t e r r a il r e g n o della giustizia sociale. Il g r a n d e , anelito democratico ed egalitario che aveva a n i m a t o la rivoluzione di Cromwell si era spento assieme alle passioni reli-, giose del Seicento. Tories o Whigs, le n u o v e classi d i r i g e n t i ; avevano in c o m u n e la religione della ricchezza, e in base ad essa c o m m i s u r a v a n o i diritti individuali. Quello di voto ef« r i c o n o s c i u t o soltanto a chi avesse a d e g u a t i titoli di prof' prietà, e q u i n d i la massa n ' e r a esclusa. Ma rispetto al i estì» d ' E u r o p a l ' I n g h i l t e r r a a p p a r i v a l a n a z i o n e p i ù avanzata^, senza esserlo tuttavia al p u n t o da s e m b r a r e irraggiungibiléi; Il suo esempio funziona a p p u n t o p e r questo. Il tipo di libè+ , ralismo ch'essa offre al c o n t i n e n t e n o n ha nulla di utopico* Anche sul p i a n o religioso esso ha p e r s o le asprezze, le angoV losità, il terrificante rigore del p r i m o calvinismo. Esso fa dejj^ la «tolleranza» la p r o p r i a architrave, e p e r poterla praticai^, nei confronti di tutti si c o n t e n t a d ' u n vago deismo complèh t a m e n t e disancorato da qualsiasi teologia. Esso insomma di^ ce a tutti, cattolici e p r o t e s t a n t i : «Lasciate stare i p r o b l e r t i della rivelazione, della predestinazione, del sacerdozio ecce;; tera. Contentatevi di s a p e r e che c'è un Essere sopranna!»» rale chiamato Dio. La sua esistenza è dimostrabile anche r-, losoficamente e i suoi precetti morali sono quelli che secoUfi r
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d a n o le inclinazioni naturali d e l l ' u o m o . Chi condivide q u e sto c r e d o e lo pratica, a n d r à s i c u r a m e n t e in p a r a d i s o . L'inferno è riservato ai fanatici, cioè agl'intolleranti, a q u a l u n que chiesa o sètta a p p a r t e n g a n o » . Era il messaggio più facile da t r a d u r r e in qualsiasi lingua e il più t e n t a t o r e p e r dei cervelli e u r o p e i già intrisi di razionalismo e rischiarati dai «lumi» francesi. Ma a p r o p i z i a r n e la diffusione e il successo ci furono a n c h e altri d u e fattori. Il p r i m o fu la p a r t e di guida che l'Inghilterra assunse risolutamente in c a m p o economico con la sua rivoluzione industriale. Gli storici ancora si d o m a n d a n o p e r c h é questo fen o m e n o n a c q u e lì. Perché, dice qualcuno, l'Inghilterra n o n subì invasioni e n o n ne fu devastata, e p e r c h é aveva un vasto i m p e r o coloniale in cui poteva a t t i n g e r e le m a t e r i e p r i me e riversare i suoi p r o d o t t i . Ma la S p a g n a e r a stata nelle stesse condizioni, e p p u r e l'industria n o n vi si sviluppò. Perché, dice q u a l c h e altro, la conversione dall'agricoltura alla pastorizia liberò molta m a n o d o p e r a c o n t a d i n a e la rese o p e raia. Ma questa conversione fu provocata dallo sviluppo dell'industria tessile che aveva bisogno di lana, e q u i n d i di bestiame, e q u i n d i di p a s t u r e : cioè fu u n a c o n s e g u e n z a , n o n u n a causa. C r e d i a m o c h e i motivi siano altri. Anzitutto, la gestione del p o t e r e da p a r t e di u n a classe dirigente sensibilissima a i p r o b l e m i e c o n o m i c i p e r c h é f o r m a t a d a u o m i n i che venivano dagli affari, o vi si davano. Secondo, il carattere della Scienza inglese che dette subito la p r e c e d e n z a alla ricerca p r a t i c a , cioè alla tecnologia, invece c h e a quella astratta c o m e avveniva d a p p e r t u t t o altrove: p i ù che a scoprire leggi e princìpi, lo scienziato inglese mirava a inventare m a c c h i n e e p r o c e d i m e n t i . L ' I n g h i l t e r r a n o n dà p i ù i grandi geni solitari alla Bacone e alla Newton, ma p r o d u c e una pleiade di pratici realizzatori. Darby costruisce il p r i m o altoforno, suo figlio il p r i m o p o n t e di ferro, Reynolds la prima ferrovia, Wilkinson rischia il manicomio p e r aver avanzato il p r o g e t t o di costruire in ferro a n c h e le navi, ma poi trova il m o d o di realizzarlo, e q u e s t o c o n s o l i d a l'assoluto 415
p r i m a t o della f l o t t a m e r c a n t i l e inglese. Perfezionato d a H a r g r e a v e s , il telaio inglese p r o d u c e q u a t t r o volte più di q u a l u n q u e altro e u r o p e o e p e r m e t t e all'Inghilterra d'inond a r e il mercato m o n d i a l e coi suoi cotonati. L'elenco potrebbe c o n t i n u a r e p e r p a g i n e e p a g i n e . R i a s s u m i a m o l o nella conquista culminante: la macchina a v a p o r e di Watt. Watt i n c a r n a alla p e r f e z i o n e il g e n i o scientifico inglese del Settecento. Invece di frequentare la scuola, aveva istallato u n a fabbrica di attrezzi. L'Università di Glasgow gliene d i e d e da r i p a r a r e u n o , che avrebbe d o v u t o g e n e r a r e del vap o r e , ma n o n ci riusciva p e r c h é lo p e r d e v a quasi tutto p e r strada. Watt ideò un contenitore, e al m o m e n t o d'applicarlo s'accorse che il v a p o r e n o n solo ci restava imprigionato, ma s v i l u p p a v a u n a forza c a p a c e d i a z i o n a r e t u t t o i l m e c c a n i s m o . La s c o p e r t a fu accettata, ma le a p p l i c a z i o n i furono c o n s i d e r a t e di p o c a utilità e t r o p p o costose. Watt cercò fin a n z i a m e n t i , e ne o t t e n n e u n o a n c h e dal P a r l a m e n t o , a rir p r o v a di q u a n t o la classe dirigente inglese fosse a p e r t a all'ejsigenze del progresso tecnico. Ma i risultati furono deludenti. Ci volle un i m p r e n d i t o r e di larghi mezzi e di m e n t e ilio m i n a t a , B o u l t o n , p e r c o n s e n t i r e e s p e r i m e n t i s u scala più larga. B o u l t o n aveva c i n q u e fabbriche di articoli vari, ch# a n d a v a n o ad acqua. Capì quale balzo avanti p o t e v a n o far^ col v a p o r e e rilasciò a Watt u n a specie di assegno in bianco p e r dargli m o d o di p e r f e z i o n a r e la sua m a c c h i n a . I difetti; d i p e n d e v a n o dalla grossolanità dei cilindri. Ma Wilkinsoa riuscì a p r o d u r n e u n o che r i s p o n d e v a ai requisiti. L'ami© d o p o B o u l t o n p o t e v a d i r e a un visitatore m o s t r a n d o g l i il suo stabilimento g r e m i t o di centinaia di operai: «Io qui prò,*d u c o e v e n d o ciò di cui tutti h a n n o bisogno: l'energia». Ifl' fatti tutti g l ' i m p r e n d i t o r i vi accorrevano da ogni angolo dell'Inghilterra p e r provvedersi della n u o v a macchina. 3
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Le c o n s e g u e n z e della rivoluzione industriale furono va rie. A n z i t u t t o , essa spinse l ' I n g h i l t e r r a ad a l l a r g a r e il su»., i m p e r o coloniale p e r cercarvi le materie p r i m e e vendervi? ., suoi p r o d o t t i . Gl'inglesi n o n lo conquistarono p e r a r r i c c h ì ^ . 1
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di n u o v e province la c o r o n a del loro Re c o m e facevano spagnoli e francesi; lo conquistavano p e r p r o c u r a r e cotone alle p r o p r i e tessiture e metalli alle p r o p r i e fonderie. Q u e s t o p o neva su basi solide e c o n c r e t e i r a p p o r t i fra m a d r e p a t r i a e colonie: l ' I n g h i l t e r r a e r a la forza dirigenziale di q u e s t o cosmo p e r c h é ne e r a il c e n t r o finanziario e manifatturiero. Ecco p e r c h é questo i m p e r o ha resistito fino ai nostri giorni. S e c o n d o , essa sconvolse l'assetto sociale del Paese. Il bisogno d i m a n o d o p e r a s p o p o l ò l e c a m p a g n e d i s t r u g g e n d o la famiglia patriarcale c o n t a d i n a e spazzò vie le vecchie corporazioni. L'imprenditore p r e n d e l'operaio dove lo trova e l'operaio c o r r e da chi lo cerca infischiandosi di «patenti» e «licenze». Fin allora immobile, la società si fluidifica e crea i g r a n d i c o n c e n t r a m e n t i u r b a n i d i Liverpool, B i r m i n g h a m , Manchester, Newcastle. L'unica a g r i c o l t u r a c h e si salva è quella che si presta ad essere meccanizzata, cioè sfruttata secondo precisi criteri capitalistici. T e r z o . S e m p r e m e g l i o razionalizzata, e q u i n d i s e m p r e più massiccia, la p r o d u z i o n e gettò sul m e r c a t o u n a crescente quantità di beni d a n d o l'abbrivo a quella che oggi si chiama «la civiltà dei consumi». Ma nello stesso t e m p o creò il bis o g n o d i u n a m a n o d o p e r a s e m p r e p i ù qualificata c h e richiese un moltiplicarsi di scuole, librerie e a t t r e z z a t u r e scientifiche, tutte intese p e r ò al professionalismo pratico. Q u a r t o . La ferrea legge della concorrenza i m p o n e v a p r o cedimenti s e m p r e p i ù raffinati, e q u i n d i m a c c h i n e s e m p r e più complicate, e q u i n d i investimenti s e m p r e p i ù cospicui. Di qui il colossale sviluppo delle b a n c h e , le cui sedi d o m i n a no p e r i m p o n e n z a le fabbriche, e il perfezionarsi dei loro sistemi operativi. Ma di q u i a n c h e la corsa ai profitti. L'imp r e n d i t o r e inglese n o n lesina n e l m a c c h i n a r i o : n o n solo è sempre p r o n t o a rinnovarlo, ma p r o f o n d e capitali p e r finanziarne i perfezionamenti: «Ogni stabilimento - diceva Tucker - ha i suoi inventori e il suo c a p a n n o n e p e r gli esperimenti». Ma quello c h e si s p e n d e nelle m a c c h i n e si cerca di r i s p a r miarlo sugli operai, sfruttati all'osso. I salari sono miserabili, 417
gli orari oscillano fra le dodici e le quattordici ore, d o n n e e bambini sono b r u t a l m e n t e sfruttati, e fino alla fine del secolo u n a legge i n u m a n a proibisce s e v e r a m e n t e la formazione di sindacati che p o s s a n o organizzare gli o p e r a i e avanzare rivendicazioni in loro n o m e . Così il capitalismo m o d e r n o , figlio della rivoluzione industriale, si p r e s e n t a subito col suo d o p p i o volto: d'insostituibile p r o m o t o r e del p r o g r e s s o economico e di responsabile dell'ingiustizia sociale. A c o m p r e n d e r e e a d e n u n z i a r e questa conti-addizione fu un u o m o che p e r n a t u r a e a b i t u d i n i di vita vi s e m b r a v a il m e n o qualificato. A d a m o S m i t h e r a u n q u i e t o giovanotto scozzese, che con l'economia n o n aveva altro r a p p o r t o che il fatto di essere figlio d ' u n ispettore delle d o g a n e . N o n fu mai tentato né dalla banca, né dall'agricoltura, né dall'industria p e r c h é in quell'epoca d o m i n a t a dal d e n a r o , era u n o dei pochi che al d e n a r o n o n badasse. Aveva fatto b u o n i studi filosofici a Oxford, s'era p r e s t a t o a far da t u t o r e al figlio di un Duca p e r poterlo a c c o m p a g n a r e a Parigi e aver occasione di frequentarvi i Filosofi più in vista da Voltaire a Turgot a Quesnay. Ma n o n mostrava nessuna fretta d'«arrivare». Per n o n complicare la p r o p r i a esistenza e r i d u r n e al m i n i m o le esigenze, n o n aveva n e m m e n o preso moglie, né gli si conoscevano amanti. Viveva con la m a d r e , p a g o dei p r o p r i pensieri, di cui si decise a s p r e m e r e il frutto solo nel '76, q u a n d o aveva già c i n q u a n t a t r é anni. Il libro che aveva così a l u n g o m a t u r a t o si chiamava Natura e cause della ricchezza delle Nazioni, e ad esso si p u ò con tutto c o m o d o far risalire la nascita di u n a n u o v a scienza: l'ec o n o m i a politica. N e s s u n o p u ò contestargli q u e s t a paternità. In fatto di pensiero economico, da Smith nasce tutto e il contrario di tutto: anche Marx, anche Marcuse. Q u a n t o a Mao, ve lo d i r e m o il g i o r n o in cui a v r e m o capito che cosa Mao pensa. Molte delle sue idee n o n sono sue. Per esempio n o n lo e la distruttiva critica del sistema «mercantile», già bersagliato e ridicolizzato dai fisiocratici in Francia e da H u m e nella 418
stessa I n g h i l t e r r a . Per i mercantilisti, lo abbiamo già d e t t o , la ricchezza e r a l'oro, e perciò d i p e n d e v a u n i c a m e n t e dalla cosiddetta «bilancia dei pagamenti». Più s'esportava, più o r o entrava; m e n o s'importava, m e n o o r o usciva. Q u e s t o spingeva i governi, c o m p r e s o quello inglese, a innalzare tariffe doganali contro le importazioni. E questo creava dei mercati nazionali protetti e autarchici, cioè dei c o m p a r t i m e n t i stagni, che i m p e d i v a n o la libera circolazione delle m e r c i , e quindi la c o n c o r r e n z a , e q u i n d i il p r o g r e s s o . Era un'assurdità. Ma lo era specialmente p e r l'Inghilterra nel m o m e n t o in cui, grazie alla sua rivoluzione industriale, essa si trovava nella necessità di d a r e u n o sbocco ai suoi manufatti sui mercati stranieri ed era in condizione di conquistarli grazie alla sua superiorità tecnica. Già i fisiocratici avevano negato che la ricchezza fosse l'oro. Ma p o i a v e v a n o a g g i u n t o c h e la sua unica fonte e r a la t e r r a , cioè il p r o d o t t o agricolo: e qui sbagliavano. S m i t h r a d d r i z z ò l ' e r r o r e d i c e n d o che la fonte della ricchezza e r a anche la terra, in q u a n t o fornitrice delle m a t e r i e p r i m e , ma ad essa a n d a v a a g g i u n t o il lavoro n o n solo c o m e m a n o d o pera ma a n c h e c o m e organizzazione e «servizi». L o r o , diceva, è soltanto u n o s t r u m e n t o di scambio: un Paese p u ò averne molto ed essere poverissimo, c o m e p u ò a v e r n e poco ed essere ricchissimo. Q u e l che conta è la p r o d u z i o n e . E da cosa è stimolata e r e g o l a t a ? Dalla legge d e l «mercato», cioè dalla d o m a n d a e dall'offerta. Se l'offerta, cioè la disponibilità d ' u n p r o d o t t o , diminuisce, ne cresce la d o m a n d a , cioè il bisogno. Il prezzo sale. Salendo, assicura un più largo p r o fitto che i n d u c e l ' i m p r e n d i t o r e a p r o d u r r e di più. L'aumento dell'offerta, cioè della disponibilità, provoca la riduzione della d o m a n d a . E questo fa scendere il prezzo che così si riequilibra. Il n o s t r o n o n è, si capisce, che un riassunto m o l t o schematico e grossolano del p e n s i e r o di Smith. Ma ci p a r e che basti p e r far capire le sue implicazioni politiche. Egli diceva in pratica ai governanti: «Basta con le restrizioni, coi m o n o 419
poli, coi calmieri, con le d o g a n e , i n s o m m a con tutte le bard a t u r e mercantiliste. Laissez faire, lasciate fare all'economia. Essa ha già le sue leggi: gliele dà il "mercato"». E la cosiddetta d o t t r i n a «liberista», di cui Smith è consid e r a t o il c r e a t o r e . Ma è un c r e a t o r e che sapeva v e d e r e anc h e i vizi della sua c r e a t u r a . Egli p o n e a f o n d a m e n t o del processo e del progresso economico l'interesse individuale, considerandolo u n o stimolo insostituibile. E il g r a n d e avvocato della p r o p r i e t à privata. Ma n o n la idealizza, anzi ne anticipa e d e n u n z i a le pericolose d e g e n e r a z i o n i . Evidentem e n t e questo studioso casalingo e m a m m a i o n e , che trascorre la sua giornata rinvoltato nelle pantofole e nelle scartoffie, ha saputo g u a r d a r s i i n t o r n o . Ha visto la nascita d ' u n miserabile proletariato u r b a n o , la sua d e g r a d a z i o n e nelle baracche che sorgono i n t o r n o alle fabbriche, ha visto le d o n n e e i bambini s p r e m u t i da un capitalismo di r a p i n a , ha capito che l'interesse individuale a b b a n d o n a t o alle p r o p r i e tentazioni p u ò t r a s c e n d e r e i n u n bestiale s f r u t t a m e n t o dell'uom o , e scrive: «L'interesse d e l l ' i m p r e n d i t o r e n o n s e m p r e coincide con quello pubblico, e p e r t a n t o bisogna guardarsi dal seguirlo ciecamente. Le p r o p o s t e di legge che vi s'ispir a n o v e n g o n o da u n a categoria di p e r s o n e che sono istintiv a m e n t e p o r t a t e a i n g a n n a r e e o p p r i m e r e i lavoratori, e che di fatto molto spesso li i n g a n n a n o e li o p p r i m o n o » . Sembra di leggere Marx. Subito d o p o egli aggiungeva, è vero, che n o n doveva essere il governo, ma la stessa classe i m p r e n d i t o r i a l e a frenare i p r o p r i istinti sopraffattori p e r motivi n o n di moralità e di giustizia, ma di calcolo: salari più alti, egli dice, e t e m p o più libero c o n s e n t i r a n n o agli o p e r a i di m o l t i p l i c a r e i p r o p r i c o n s u m i , e q u i n d i s a r a n n o anch'essi di stimolo alla p r o d u zione. Ma Smith chiede che anche agli operai si riconosca il diritto d'organizzarsi c o m e lo si riconosce agl'imprenditori. E questa proposta doveva s u o n a r e pericolosamente sovversiva agli orecchi di u n a classe d i r i g e n t e che veniva tutta da quella capitalista, o c o m u n q u e vi e r a s t r e t t a m e n t e legata. 420
E p p u r e Smith n o n solo n o n incorse in nessuna censura, ma fu riconosciuto come maestro e ispiratore dagli stessi uomini di Stato. Il più g r a n d e di essi, Pitt, a un b a n c h e t t o ufficiale gli assegnò il p o s t o d ' o n o r e dicendogli: «Noi n o n siamo che i vostri scolari». Era questa l ' I n g h i l t e r r a che faceva scuola al resto d'Europa: la scuola n o n dell'alta filosofia, ma dello spirito pratico e utilitario, della stretta collaborazione fra u o m i n i di p e n siero e u o m i n i d'azione, cioè di u n a cultura al servizio della società c h e la teneva al r i p a r o da ogni s e n t i m e n t o di «frustrazione» e q u i n d i da ogni tentazione eversiva.
CAPITOLO OTTAVO
I «LUMI» FRANCESI
Nel 1743 un filosofo squattrinato di n o m e Diderot propose all'editore p a r i g i n o Le B r e t o n di pubblicare u n a Enciclopedia che raccogliesse t u t t o il s a p e r e u m a n o e lo spiegasse in un linguaggio chiaro e accessibile a tutti. L'idea n o n e r a n u o v a . U n a Enciclopedia, anzi u n a Cyclopoedia o Dizionario universale di Arti e Scienze, esisteva digià in lingua inglese, e Le B r e t o n ne aveva i n t r a p r e s o la traduzion e , cui a p p u n t o a t t e n d e v a n o lo stesso D i d e r o t e D'Alemb e r t . Ma D i d e r o t la trovava, oltre c h e s u p e r a t a , p i e n a di squilibri e di lacune. T a n t o valeva c o m p i l a r n e u n a n u o v a e più aggiornata. L'editore esitò. L'impresa, secondo i suoi calcoli, sarebbe costata d u e milioni di lire - u n a s o m m a folle, p e r q u e i t e m p i - , e p e r t e n t a r l a o c c o r r e v a l ' a p p o g g i o del g o v e r n o e la certezza d ' u n a clientela. D i d e r o t s e m b r a v a il m e n o indicato a fornire queste garanzie. P r o p r i o in quel periodo egli veniva arrestato p e r un suo libello c o n t r o l'ordine costituito. Ma, rilasciato poco d o p o , si diede alla realizzazione del suo p r o g e t t o con tale a r d o r e che tutti gli ostacoli fur o n o travolti. Il suo «prospetto» in cui e r a esposto il piano d e l l ' o p e r a p e r s u a s e i lettori c h e in massa sottoscrissero le 2 8 0 lire richieste p e r dieci v o l u m i c h e s a r e b b e r o usciti in d u e a n n i . Fu - c r e d o - il p r i m o e s p e r i m e n t o di vendita rateale, perfettamente riuscito. II p r i m o v o l u m e a p p a r v e nel g i u g n o del ' 5 1 . Lo apriva un «discorso preliminare» di D'Alembert, che riassumeva i criteri con cui e r a n o stati scelti a r g o m e n t i e collaboratori, e ne chiariva l'impostazione. C o n t r o la religione n o n c'erano attacchi diretti. Anzi, s'annunziava che molte delle relative 422
«voci» - c o m e Gesù, Cristianesimo, Ateismo ecc. - e r a n o state affidate alla p e n n a di sacerdoti. Ma queste chiazze d'ortodossia, disseminate fra le sue pagine p e r p r e v e n i r e c e n s u r e e sequestri, n o n alteravano lo spirito dell'opera, razionalistico e anticlericale. La voce «Cronologia sacra» p e r e s e m p i o elencava m i n u t a m e n t e e m e t t e v a in ridicolo senza pietà le contraddizioni e i n c o n g r u e n z e dei testi sacri. Gli autori più citati e r a n o Bacone e Cartesio, i g r a n d i p a d r i del libero p e n siero. A G i o r d a n o B r u n o era sciolto un i n n o , perfino esagerato. I n s o m m a , tutta l'opera recava l ' i m p r o n t a di quei Filosofi, che costituivano il grosso dei compilatori, e il cui sogno era di sostituire la scienza alla religione e se stessi ai preti. N o n s e g u i r e m o le vicende di questa straordinaria avventura editoriale, che ne ebbe molte. A un certo p u n t o p a r v e che il g o v e r n o i n t e n d e s s e m a n d a r e al m a c e r o l ' o p e r a e in galera i suoi autori. Voltaire sollecitò D i d e r o t a trasferirsi a Berlino e a c o n t i n u a r e lì le pubblicazioni. Ma l'intrepido enciclopedista t e n n e d u r o , e il suo coraggio fu p r e m i a t o . La signora di P o m p a d o u r , a m a n t e del Re e g r a n d e amica e p r o tettrice dei Filosofi, persuase i ministri a i g n o r a r e il libro e le reazioni che suscitava. N o n sappiamo se più a m m i r a r e quel Sovrano e i suoi collaboratori p e r la loro tolleranza o p e r la loro miopia. Q u e l l ' o p e r a era infatti il più t r e m e n d o colpo di piccone che mai fosse stato inferto alle i m p a l c a t u r e dell'antico r e g i m e , c h ' e r a p o i il r e g i m e a t t u a l e . E r a - dice il D u rant - «la rivoluzione p r i m a della Rivoluzione». Di e r r o r i e inesattezze, era lardellata. E i gesuiti n o n persero t e m p o a denunziarli. C o n la p e d a n t e r i a che li distingue, q u a n d o si tratta di confutare tesi eterodosse e imbarazzanti, essi rilevarono dozzine di svarioni, di omissioni, di dati arbitrari, di negligenze, perfino di plagi. Sottolinearono il semplicismo di certe argomentazioni, la mancanza di senso storico di g r a n p a r t e dei compilatori a cominciare dallo stesso Diderot, l'astrattezza del loro ragionare. P u n t o p e r p u n t o , quasi tutte le loro critiche e r a n o fondate. Ma p e r d e v a n o di vista il senso dell'opera nel suo insieme. Essa rappresentava la rot423
t u r a dei chiusi p e r i m e t r i accademici in cui la c u l t u r a era s e m p r e rimasta fin allora circoscritta e la sua liberazione dai vincoli che la tenevano asservita al p o t e r e politico ed economico. Diffondendosi, grazie all'Enciclopedia, in mezzo al g r a n d e pubblico, essa ne iniziava la r e d e n z i o n e , e in questo apostolato trovava a n c h e u n a c o n d i z i o n e d ' i n d i p e n d e n z a . D'ora in poi l'intellettuale n o n si rivolge più al Signore, non gli dedica la sua o p e r a , n o n ne seconda gl'interessi p e r c h é n o n ne ha più bisogno. Il suo p a d r o n e è il lettore. E la sua n u o v a a m b i z i o n e è di d i v e n t a r n e il d i r e t t o r e di coscienza. Così la cultura si affranca dal p o t e r e e il potere p e r d e il p u n tello della cultura. Questo era il g r a n d e risultato dell'Enciclopedia, che nessuna p e d a n t e r i a di gesuita p u ò inficiare. Ma c'è di più. llEncìclopedia e r a la voce dei n u o v i ceti e delle loro aspirazioni. N o n v'è traccia di d e m o c r a z i a né di socialismo p e r c h é i Filosofi, che di questi ceti sono l'espressione p i ù alta, n o n e r a n o orientati in questo senso. Un po' p e r convinzione, un p o ' forse p e r p r u d e n z a , essi si p r o p o n e v a n o di realizzare la loro rivoluzione p e r interposta persona, cioè servendosi dello s t r u m e n t o che avevano a portata di m a n o : la m o n a r c h i a . I loro m o d e l l i e r a n o Federico di Prussia e Giuseppe II d'Austria (che n o n p e r nulla aveva inc o n t r a t o fra loro t a n t o successo), cioè il «despota illuminato», che valendosi dei suoi assoluti poteri mettesse in opera le riforme, come oggi si direbbe, «di fondo», capaci di creare il «nuovo ordine», che essi suggerivano. Cos'erano queste riforme? E r a n o la trasposizione sul piano pratico delle p r e m e s s e filosofiche da cui gli enciclopedisti e r a n o partiti. Fra le voci di questo g r a n d e dizionario facevano p r e m i o su tutte le altre quelle relative all'economia e alla tecnologia. Era logico, visto che gli ambienti da cui traevano ispirazione e a cui si rivolgevano e r a n o quelli della nascente borghesia i m p r e n d i t o r i a l e . Essi n o n si contentavano d'idee astratte. Volevano m i s u r e concrete che secondassero i loro interessi. O p e r meglio dire, su questi interessi avevano m o d e l l a t o delle idee, che d o v e v a n o servire di bussola e
g u i d a ai legislatori. Essi volevano la scienza al p o s t o della religione p e r c h é scienza significa a n c h e tecnica, tecnica significa progresso economico e il progresso economico comp o r t a v a il c a m b i o della g u a r d i a , nelle posizioni di p o t e r e , tra la vecchia aristocrazia feudale, r e d d i t i e r a e parassitaria, e i nuovi ceti capitalisti. VEnciclopedia riscosse un successo c l a m o r o s o in t u t t o il m o n d o . Fu t r a d o t t a a n c h e in Italia, e vi t r o v ò a b b a s t a n z a clienti p e r e s a u r i r e d u e edizioni. P o c h e , in c o n f r o n t o al massiccio smercio che ebbe in Francia e in quasi tutti gii altri Paesi. Moltissime, se si p e n s a al dilagante analfabetismo del nostro Paese, dove la cultura seguitava ad essere il privilegio di u n a piccola casta chiusa nelle sue Accademie, e p e r di più i n t e r a m e n t e asservita al p o t e r e politico ed economico, che dell'Enciclopedia era il bistrattato bersaglio. Data q u e s t a situazione, e r a logico c h e gl'italiani assimilassero di q u e l l ' o p e r a solo quello c h e p o t e v a n o , cioè solo quello che n o n dava noia al p o t e r e , il quale variava, c o m e sappiamo, da Stato a Stato. E diciamo subito u n a verità p o co gradevole al palato dei patrioti. Gli Stati che si m o s t r a r o no più aperti all'influsso dell'Enciclopedia n o n furono quelli indigeni (Stati della Chiesa, P i e m o n t e , Venezia), ma quelli d o m i n a t i dall'Austria, c o m e v e d r e m o . Ed è n a t u r a l e , p e r ché i despoti nostrani e r a n o soltanto despoti, m e n t r e quelli austriaci - G i u s e p p e e poi L e o p o l d o - e r a n o , o almeno,avevano la p r e t e s a di essere, «illuminati», cioè si t r o v a v a n o in linea coi Filosofi dell'Enciclopedia, se n o n su tutto, a l m e n o su un certo riformismo: quello dei fìsiocratici. Si dice c h e nel 1668 Colbert, il g r a n d e m i n i s t r o di Luigi XIV, d o m a n d a s s e al finanziere L e g e n d r e in che m o d o il gov e r n o p o t e v a i n c r e m e n t a r e la p r o d u z i o n e e il c o m m e r c i o . «In un m o d o solo - rispose L e g e n d r e -: lasciandoli fare». Di queste parole i fìsiocratici fecero nel secolo successivo il loro motto e p r o g r a m m a , che d i v e n t a r o n o anche quelli dell'isnciclopedia, di cui essi furono tra i principali collaboratori. 425
Il n o m e «fisiocrazia», derivato dal greco antico, significa «governo della natura», e a inventarlo fu un funzionario del M i n i s t e r o d e l l ' I n d u s t r i a e C o m m e r c i o , Du Pont, a u t o r e d ' u n libro che s'intitola a p p u n t o Fisiocrazia. Ma, a n c h e se n o n ancora battezzata, la dottrina era già grandicella. L'avevano elaborata i Filosofi amici della P o m p a d o u r , che si riunivano nel suo salotto di Versailles. Fra di loro c'era un p o ' di tutto. C'era il milionario Gournay, che derivava la sua c u l t u r a d a l l ' e s p e r i e n z a a c c u m u l a t a c o m e u o m o d'affari i n S p a g n a e Inghilterra. N o n fu a u t o r e di nessun'opera, ma in c o m p e n s o lasciò un allievo che basta a g a r a n t i r e il valore dei suoi insegnamenti e di cui r i p a r l e r e m o : Turgot. C'era Quesnay, un g r a n d e p r o p r i e t a r i o t e r r i e r o c h e si e r a d a t o alla medicina ed era diventato il medico c u r a n t e della p a d r o n a di casa e del suo reale a m a n t e Luigi XV. C'era Mirabeau che n o n fu soltanto il p a d r e di un figlio d e s t i n a t o a u n a fama più g r a n d e della sua; fu anche lui un pittoresco e vulcanico personaggio, mezzo genio, mezzo canaglia, dissoluto, coraggioso e anticonformista. C'era Diderot. C'era Buffon. C'era Helvétius, Duclos e tanti altri che o r a passano p e r precursori della g r a n d e Rivoluzione: quella che tagliò la testa al Re, del cui palazzo e r a n o assidui ospiti. Lasciamo stare le loro diverse sfumature e i bisticci che li dividevano. Su un p u n t o e r a n o d'accordo: c h ' e r a venuto il m o m e n t o d'applicare la logica della r a g i o n e a n c h e all'economia, e questa logica c o m a n d a v a che lo Stato si limitasse a g a r a n t i r e la vita, la libertà e la p r o p r i e t à . Nei processi produttivi n o n doveva e n t r a r e . Doveva lasciarli all'iniziativa dei singoli e al giuoco dei loro interessi. «Lasciate fare - dicevano ai governanti r i p r e n d e n d o il discorso di L e g e n d r e a Colb e r t -, n o n t u r b a t e la legge n a t u r a l e che regola i r a p p o r t i e c o n o m i c i . Essi t r o v a n o in se stessi i p r o p r i p r o p e l l e n t i e correttivi.» N o n e r a in sé un appello rivoluzionario. Ma r a p p o r t a t o alla situazione vigente, lo diventava. La Francia aveva imprigionato p r o d u z i o n e e commercio in u n a ferrea catena di 426
controlli e restrizioni che garantivano, sì, u n a bilancia commerciale in attivo e q u i n d i u n a crescente eccedenza di riserve auree, ma f r a p p o n e v a n o invalicabili ostacoli all'iniziativa, all'innovazione e alla c o n c o r r e n z a . La Francia e r a u n ' a r e a depressa lastricata di lingotti che servivano soltanto a finanziare la politica di p o t e n z a di Re faraoni, intesi u n i c a m e n t e ad a g g i u n g e r e c o r o n e al p r o p r i o serto e a innalzare piramidi a p r o p r i a gloria. R e c l a m a n d o l'inversione di questa tend e n z a e s o v r a p