KEITH ABLOW NELLA MENTE DEL KILLER (Murder Suicide, 2004) A Karen Ablow «Ma, quando l'io parla all'io, chi parla? L'anim...
52 downloads
1665 Views
949KB Size
Report
This content was uploaded by our users and we assume good faith they have the permission to share this book. If you own the copyright to this book and it is wrongfully on our website, we offer a simple DMCA procedure to remove your content from our site. Start by pressing the button below!
Report copyright / DMCA form
KEITH ABLOW NELLA MENTE DEL KILLER (Murder Suicide, 2004) A Karen Ablow «Ma, quando l'io parla all'io, chi parla? L'anima sepolta, lo spirito spinto giù, giù, giù, fino alla catacomba centrale; l'io che ha preso il velo e ha lasciato il mondo... vile, forse, ma bello a suo modo, mentre aleggia senza requie con la sua lanterna su e giù per i corridoi bui.» VIRGINIA WOOLF, An Unwritten Novel PROLOGO 12 gennaio 2004, ore 4.40 L'ombra della notte avvolgeva ancora una gelida mattina a Boston. Il silenzio fu interrotto solo dai suoni secchi e nitidi del carrello di una Glock che rinculava e di una pallottola 9 mm che usciva dal caricatore e scattava nella camera di scoppio. John Snow, cinquant'anni, professore al Massachusetts Institute of Technology e inventore geniale, si trovava in un vicolo tra le torri Blake ed Ellison del Massachusetts General Hospital, poco distante da Francis Street. Un'ora dopo si sarebbe dovuto sottoporre a un intervento neurochirurgico sperimentale, un intervento che gli avrebbe radicalmente cambiato la vita. Abbassò lo sguardo sulla pistola puntata al petto. I battiti del cuore accelerarono per la paura, ma era una paura remota, come quella di chi è spettatore di una sparatoria. Si chiese se ciò fosse una conseguenza del fatto che aveva già detto addio alle persone che amava o che un tempo aveva amato. «Non puoi farlo» disse con voce tremante e le sue parole si persero tra gli edifici.
Di nuovo, silenzio. Iniziò a cadere una pioggerellina gelida. La pistola tremò appena. «Se vuoi davvero essere più di quello che sei, devi riuscire a reinventarti.» La pistola smise di tremare. Lui udì dei passi in lontananza. Lanciò un'occhiata nel vicolo e un barlume di speranza si levò dal suo cuore oppresso. La canna della pistola gli toccò il petto, proprio sotto lo sterno. Lui la strinse nel pugno guantato. La canna premette più forte contro di lui. I passi si avvicinavano. «Non puoi aggrapparti al passato» riuscì dire, a denti stretti. Il grilletto dell'arma cominciò a muoversi. Lui cadde in ginocchio e guardò in alto, nell'oscurità, silenziosamente, mentre la mente ritrovava il conforto delle parole che lo avevano sorretto durante la sua odissea medica, parole prese dalla Bhagavad-gītā, il testo sacro indù che aveva ispirato Thoreau e Gandhi: Certa è la morte per chiunque nasca, e certa è la nascita per chiunque muoia; poiché il ciclo è inevitabile, non c'è ragione di affliggersi. La pistola si spostò a pochi centimetri dal suo petto. Lui si sforzò di sorridere. Il grilletto cominciò a muoversi, di nuovo. Lui sentì il dolore prima di udire la detonazione, un dolore sconosciuto e inimmaginabile, un lampo che gli scoppiò dentro e gli bruciò il petto, le braccia e le gambe, l'inguine e la testa, consentendogli a stento di vedere, ma non certo di sentire, il sangue che gli imbrattava la camicia e le mani e poi colava a terra. Fu un dolore che cancellò tutto e, in un attimo, sembrò troppo grande perché il corpo e la mente potessero contenerlo. Poi fu come se non gli fosse mai appartenuto. E infine sparì. Lui se n'era liberato, come si era liberato della sofferenza e di tutti, proprio come aveva voluto che accadesse. 1
Quando, alle 4.45, i paramedici lo portarono al pronto soccorso del Massachusetts General Hospital, John Snow era privo di sensi e respirava appena. Avevano già comunicato via radio che l'uomo era vittima di una ferita d'arma da fuoco autoinferta al petto. Il neurochirurgo di Snow, il trentanovenne J.T. "Jet" Heller, faceva parte dell'équipe di sei medici e cinque infermiere che risposero alla chiamata d'emergenza. Un interno dell'ospedale, Peter Stratton, aveva sentito lo sparo mentre rincasava dopo il turno di notte e aveva chiamato il 911 con il cellulare. La polizia era accorsa sul posto e aveva trovato Snow a terra nel vicolo, in una pozza di sangue, con le braccia e le gambe raccolte in posizione fetale. Accanto a lui, sul selciato, era stata rinvenuta una borsa da viaggio di pelle nera e una pistola Glock 9 mm. Le condizioni di Snow erano state stabilizzate sul posto, ma il tracciato del suo elettrocardiogramma risultò piatto nel momento in cui varcò la soglia del pronto soccorso. Per tre volte l'equipe medica cercò di ripristinare il ritmo cardiaco, ma le pulsazioni ripresero solo per qualche secondo. Heller, allora, ricorse a misure estreme, cominciando con una pericardiocentesi. Il muscolo cardiaco è circondato dal pericardio, una resistente membrana fibrosierosa che lo avvolge come un guanto di latice. Ma tra il muscolo e la membrana può verificarsi un'emorragia, che dilata il pericardio come un palloncino e comprime il cuore impedendogli di pompare. Così, poiché il cuore di Snow non rispondeva ad alcuno stimolo, Heller introdusse un ago ipodermico di quindici centimetri sotto lo sterno e, inclinandolo di trenta gradi, lo spinse verso il cuore nel tentativo di forare il pericardio, aspirare il sangue stagnante e liberare il ventricolo sinistro, rimettendolo in funzione. Provò sette volte, ma ogni volta la siringa risultò piena solo di aria. Il tracciato dell'elettrocardiogramma rimase piatto per un minuto. «Smettiamo?» chiese un'infermiera. Heller si scostò dal viso i capelli lunghi e biondi e fissò Snow. «Dammi una siringa di adrenalina» disse. L'adrenalina è una sostanza che talvolta viene somministrata per via endovenosa ai pazienti in arresto cardiaco e ha la funzione di stimolare l'attività del cuore. Nessuno si mosse per prenderla. Sapevano che J.T. Heller aveva in mente qualcosa di ben più invasivo di una semplice endovena e sapevano che sarebbe stato inutile. Sia che il proiettile avesse forato il cuore sia che avesse reciso l'aorta, la ferita era stata letale. «È andato, Jet» intervenne uno dei medici dell'équipe, Aaron Kaplan.
«So che è un tuo paziente, ma...» «Dammi l'adrenalina» ripeté Heller, senza distogliere da Snow gli occhi blu zaffiro. I presenti si scambiarono occhiate. Heller si avvicinò al carrello dei medicinali e prese una siringa di adrenalina, poi tornò accanto a Snow, spruzzò un po' di liquido nell'aria, quindi spinse l'ago sotto lo sterno e iniettò dieci cc nel ventricolo sinistro. Poi guardò il monitor con aria corrucciata. «Riprendi a battere, maledizione!» Tenne lo sguardo fisso nello stesso punto per cinque, dieci, venti secondi, ma l'unica cosa che vide fu una linea piatta e l'unico rumore che sentì fu un ronzio sinistro. Allora Heller giocò l'ultima carta. Dal vassoio degli strumenti chirurgici accanto al lettino prese un bisturi e, senza esitare, praticò un'incisione trasversale di quindici centimetri sotto lo sterno di Snow, infilò la mano nel torace, afferrò il muscolo cardiaco e iniziò a massaggiarlo manualmente, comprimendolo e rilasciandolo a cadenza regolare, nel tentativo di rimetterlo in funzione. «Per l'amor di Dio, Jet,» sussurrò un altro dei medici dell'équipe «è finita». Heller proseguì il massaggio con più energia. «Non mollarmi» mormorava in continuazione. «Non mollarmi.» Ma fu tutto inutile. Ogni volta che Heller si fermava, il tracciato dell'elettrocardiogramma di Snow tornava piatto. Alla fine, Heller estrasse la mano guantata e sanguinante dal torace di Snow, il quale iniziò a contrarsi, con il corpo in preda alle convulsioni come un pesce fuori dall'acqua, i denti digrignati e gli occhi rovesciati all'indietro. L'attacco durò mezzo minuto. Poi Snow restò completamente immobile, gli occhi privi d'espressione fissi sul soffitto. Sudato e sporco di sangue, Heller si scostò dal lettino, fissò Snow e scosse la testa, come stordito. «Vigliacco» disse. «Tu...» Guardò i presenti. «Basta.» Lanciò un'occhiata all'orologio sulla parete. «Ora del decesso: 5.17.» 2 Ore 8.35 Grace Baxter, proprietaria di un'elegante galleria d'arte in Newbury
Street e moglie di George Reese, fondatore e presidente della Beacon Street Bank & Trust, si strinse il corpo tra le braccia per impedirsi di tremare. Da circa un anno il suo medico la teneva sotto farmaci quali Zoloft, Ambien e Klonopin, ma quella era la sua prima seduta di psicoterapia e con tutta probabilità era anche la prima volta che qualcuno l'ascoltava - ma sul serio - da quasi un'ora. «Mi dispiace di lasciarmi andare così,» sussurrò «ma le medicine non fanno effetto. Non voglio alzarmi dal letto, alla mattina. Non voglio andare a lavorare. Non voglio andare a letto con mio marito, alla sera. Non voglio questa vita.» Il quarantottenne dottor Frank Clevenger lanciò un'occhiata fuori dalla finestra del suo ufficio, nella zona portuale di Chelsea, verso la fila di auto che avanzava lentamente in direzione di Boston, lungo lo scheletro d'acciaio del Tobin Bridge. Si chiese quante delle persone dentro quelle macchine volessero davvero andare nel luogo in cui erano dirette. Quante di loro si concedevano il lusso di andare là dove avrebbero potuto esprimersi in modo autentico o almeno in modo da non sentirsi false e fuori posto? Quante di loro volevano davvero tornare in case in cui desideravano vivere? «Grace, sta pensando di farsi del male?» le chiese con delicatezza, guardandola attentamente. «Voglio solo smettere di soffrire» rispose lei, dondolandosi avanti e indietro sulla sedia. «E non voglio mai più far del male a qualcuno.» I sensi di colpa irrazionali erano sintomi caratteristici di una grave depressione. Alcuni pazienti arrivavano perfino a credere di essere responsabili dell'Olocausto o di tutte le sofferenze dell'umanità. «Far del male in che senso?» le chiese Clevenger. Lei abbassò lo sguardo. «Sono una persona malvagia. Una persona orribile, orribile.» Clevenger vide lacrime scorrerle sulle guance. Grace aveva trentotto anni ed era ancora una splendida donna, ma tutto - gli ondulati capelli castani ramati, gli occhi verde smeraldo e il disegno perfetto del naso e dei lineamenti del volto - lasciava intuire che a ventisei anni, quando aveva sposato George Reese, più vecchio di lei di quattordici anni e già straordinariamente ricco, dovesse essere una creatura fuori dall'ordinario. Solo adesso, quando il suo aspetto fisico cominciava appena a sfiorire, lei si trovava ad affrontare il fatto che non amava né il marito né il lavoro né il suo stile di vita, e neppure le macchine costose o il jet privato, la residenza di città a Beacon Hill o le case di villeggiatura a Nantucket e ad Aspen. Cominciava a sospettare che bellezza e ricchezza l'avessero allontanata
da se stessa e non sapeva come fare per tornare indietro né sapeva se, nel caso in cui ci fosse riuscita, avrebbe ancora ritrovato qualcosa di sé. «A volte è inevitabile far del male agli altri, Grace,» disse Clevenger «se si vuole mantenere la propria integrità». Grace Baxter giunse le mani in grembo. «Quando l'ho sposato, mi ha permesso di conservare il mio cognome. Doveva essere una sorta di simbolo del fatto che nessuno di noi due era proprietà dell'altro.» Strattonò nervosamente tre braccialetti di diamanti che portava a un polso, poi passò il pollice sul quadrante del Rolex d'oro e brillanti che portava all'altro. «Odio queste cose» commentò. «Me le ha regalate George. Regali d'anniversario. È un po' come portare delle manette.» Quest'osservazione indusse Clevenger a chiedersi quanto fossero foschi i pensieri di Grace in realtà. Forse lei intendeva solo suggerire l'elegante metafora della vita in una gabbia dorata, ma il fatto che, nel giro di un minuto, avesse accennato all'idea di fare male a qualcuno e poi alla similitudine delle manette lo preoccupava. Forse aveva in mente qualcosa di realmente distruttivo. Nell'anno trascorso da quando Clevenger aveva risolto il caso del "Killer dell'Autostrada", facendo catturare il serial killer Jonah Wrens prima che potesse gettare un altro cadavere decapitato lungo qualche tratto solitario d'asfalto, il divario tra le consulenze legali come psichiatra e la pratica psicoterapeutica si era ormai annullato. Ormai non erano più solo i depressi e i nevrotici comuni a bussare alla sua porta. La maggior parte delle persone che si rivolgevano a lui per essere curate combatteva contro l'impulso di nuocere al prossimo. Grace non era certo la prima donna a sentirsi tanto prigioniera del proprio matrimonio da scambiarlo con la cella di un carcere. «C'è qualcuno a cui ha immaginato di fare del male?» le chiese. Lei piegò la testa e socchiuse gli occhi. Stava chiaramente pensando a qualcosa. Qualcosa che la fece arrossire. «No» rispose. Alzò lo sguardo e lisciò pieghe immaginarie sulla gonna. «Intendevo solo dire che voglio essere una persona migliore. Che voglio imparare ad apprezzare quello che ho.» Suonava come una via di fuga. Le persone arrossiscono quando si svela una verità molto intima che le riguarda. Qualcosa di profondamente radicato nell'anima. Il nome di una persona amata. Un orientamento sessuale. Perfino un obiettivo personale ben nascosto. E l'impulso di nuocere a qualcuno aveva tutta l'aria di essere una verità molto intima di Grace. Proprio
questo - più della spiegazione fin troppo facile che lei aveva addotto, e cioè di avere visto in televisione Clevenger parlare del Killer dell'Autostrada e di essere rimasta affascinata dal suo look fatto di jeans, dolcevita nero e testa rasata - avrebbe potuto davvero spiegare perché aveva scelto di affrontare una terapia presso uno psichiatra legale che aveva la fama di saper entrare nella testa degli assassini. «A me può dirlo» la esortò Clevenger. «Devo andare» tagliò corto Grace, asciugandosi gli occhi. «Glielo giuro, non sono un pericolo per nessuno, neppure per me stessa. Non nutro mai pensieri del genere.» Era quello che gli psichiatri chiamano un "patto di incolumità": le parole che un paziente potenzialmente pericoloso deve dire per evitare di essere ricoverato contro la sua volontà e finire in un reparto psichiatrico d'isolamento. Clevenger fu indotto a chiedersi se Grace avesse più familiarità con la psichiatria di quel che lasciava intendere. «Devo domandarglielo in modo molto diretto: intende far del male a suo marito?» «Se io intendo... ma è ridicolo.» Grace lo fissò, impassibile. Lui sostenne il suo sguardo. «D'accordo.» Lei si alzò e fece scorrere le dita sulla fila di bottoni dorati della giacca nera Chanel. «La chiamo nei prossimi giorni per fissare un appuntamento, se trova un buco per me.» Clevenger rimase seduto. Voleva che fosse ben chiaro che la decisione di non approfondire l'argomento era solo ed esclusivamente di Grace. Sarebbe stata lei a voltare le spalle a lui. Alla verità. «Abbiamo ancora dieci minuti» disse. Lei rimase immobile per alcuni secondi, visibilmente a disagio, come se il silenzio di Clevenger potesse convincerla a sedersi di nuovo. Ma poi si girò di scatto e uscì. Dalla finestra, Clevenger la guardò dirigersi in fretta verso la sua auto, una grossa berlina BMW di colore blu con i vetri fumé. Grace frugò nella borsa, la scosse con violenza, poi vi frugò di nuovo. Si mise a piangere. Alla fine, trovò le chiavi, aprì la macchina e sparì all'interno dell'abitacolo, sbattendo la portiera. «Dobbiamo risarcirla?» chiese North Anderson, sulla soglia dell'ufficio di Clevenger. Clevenger si voltò verso lui. «Quando è uscita aveva un'aria peggiore di quando è entrata.» Da due anni Anderson era socio di Clevenger alla Boston Forensics. Ex
poliziotto di Baltimora e ora investigatore privato, era un nero che dimostrava dieci anni meno dei suoi quarantaquattro, probabilmente perché era un fanatico del sollevamento pesi, cui dedicava tre ore al giorno. Non aveva un grammo di grasso. Gli unici segni della sua vita da duro erano la cicatrice irregolare sopra l'occhio destro, ricordo di un sospettato armato di coltello, e la gamba sinistra lievemente claudicante, regalo di un delinquente con una calibro 45. Sia il sospettato sia il delinquente si erano ritrovati al tappeto. Il primo era finito in prigione. Il secondo all'obitorio. «Vive una vita falsa» disse Clevenger, mentre osservava la macchina di Grace Baxter uscire dal cancello che separava il Fitzgerald Shipyard - dove aveva sede la Boston Forensics - dal resto di Chelsea. «Ed è una cosa che fa male. Un dolore che aumenta di giorno in giorno.» «La verità ti renderà libero» sentenziò Anderson. «A meno che tu non sia colpevole.» Sfoggiò quel sorriso accattivante che conquistava la gente e la metteva a proprio agio, a Baltimora come a Boston. Sì, perché lui amava la gente, con tutte le sue fissazioni. «Ha telefonato il detective Mike Coady del dipartimento di polizia di Boston.» «Che cos'è successo?» chiese Clevenger. «Sai quel tizio che doveva essere operato al cervello al Massachusetts General Hospital?» «Sì, doveva essere ricoverato stamattina. John Snow. Era di nuovo sulla prima pagina del "Globe".» «L'intervento è stato annullato.» «Perché?» «Snow è morto.» «Morto? E come?» «L'hanno trovato in un vicolo tra due edifici nei pressi dell'ospedale. Un proiettile da 9 mm nel petto.» «Oddio. Sanno chi ha sparato?» «Coady pensa che sia stato... Snow stesso.» «Si è suicidato?» «Nessun testimone. La pallottola è partita dalla pistola di Snow.» «E allora perché Coady ha bisogno di noi?» chiese Clevenger. «Il coroner non scarterà ufficialmente un'ipotesi di omicidio» rispose Anderson, incrociando le possenti braccia. «Coady ha un arretrato di undici casi di omicidio irrisolti.» «E così il bravo detective vuole che gli fornisca un profilo psicologico postumo, che possa convalidare la teoria del suicidio» concluse Clevenger,
scuotendo la testa. «Lo chiamerò per dirgli di arrangiarsi con l'esame balistico.» Anderson si strinse nelle spalle. «Potrei andare a ficcare un po' il naso in giro per sentire che cosa si dice, giusto per farmi un'idea sulla storia.» «Perché sprecare energia, se a Coady interessa soltanto un timbro per chiudere il caso?» «La nostra fama non è certo quella di chi mette il timbro su qualunque cosa.» «Forse proprio per questo lui spera che stavolta lo faremo. Urgenza di credibilità.» Sollevò il ricevitore. «Mi dai il suo numero?» «Certo» rispose Anderson, senza muoversi. Clevenger lo guardò con aria sospettosa. «Che c'è?» «Sai quando ti capita di sentire qualcosa in modo istintivo? Quel che voglio dire è che, per quanto le storie su di lui fossero gonfiate dalla stampa, Snow stava per entrare in un territorio della medicina che nessuno aveva mai attraversato. Sarebbe passato alla storia. Tutti i giornalisti del paese lo assediavano per avere una sua intervista dopo l'operazione. Non sono uno strizzacervelli, ma immagino che un simile impeto possa farti passare brutti momenti. E lui si spara in un vicolo, a due passi dalla sala operatoria? Secondo me c'è qualcosa che non quadra.» «Non credi che si sia ucciso?» «Credo che questa sia la risposta che vuole Coady. E potrebbe essere quella giusta. Però stamattina un uomo si è preso una pallottola nel petto e il mio istinto mi dice di ricostruire tutta la faccenda.» «A partire da un uomo morto.» «Se fosse stato facile arrivare alla verità,» concluse Anderson «Coady non sarebbe venuto a cercarti.» 3 Ore 13.30 Clevenger salì sul suo pick-up, un Ford F-150 nero, e imboccò il Tobin Bridge in direzione di Boston. A mezzogiorno aveva appuntamento con il detective Mike Coady all'obitorio in Albany Street. Se doveva entrare nella testa di John Snow, tanto valeva per lui partire dal suo cadavere - dall'ultima pagina della sua biografia - e procedere a ritroso. Tutto quello che sapeva di Snow lo aveva appreso dai giornali e dalla te-
levisione. John Snow era un ingegnere aeronautico che aveva conseguito il dottorato ad Harvard ed era salito nella gerarchia accademica fino a diventare, a trentadue anni, il più giovane titolare di una cattedra al celebre Lincoln Lab del MIT. Qualche anno più tardi aveva lasciato il prestigioso istituto per fondare la Snow-Coroway Engineering, con sede a Cambridge e, nel giro di una quindicina d'anni, le sue invenzioni nel campo della tecnologia radar e della propulsione a razzo gli avevano fruttato più di un milione di dollari grazie alle commesse di aziende come la Boeing e la Lockheed Martin. Ma, a quanto pareva, tanta genialità aveva un suo prezzo: Snow soffriva di attacchi di convulsioni, come se le forze congiunte della conoscenza e dell'ispirazione che turbinavano nella sua mente qualche volta si agitassero con eccessiva intensità. Si trattava non tanto di quelle piccole crisi di assenza che portano una persona a fissare il vuoto, ma piuttosto di convulsioni tonico-cloniche, di attacchi epilettici che facevano cadere a terra Snow, privo di coscienza, ansimante, con il corpo in preda a contrazioni e scosse incontrollabili e la lingua sanguinante per le morsicature. Secondo un servizio di «20/20» su di lui, Snow aveva avuto il primo attacco a dieci anni mentre cercava di risolvere un'equazione che l'insegnante di calcolo gli aveva proposto, un'equazione che avrebbe messo in crisi parecchi matematici. Quando Snow aveva spezzato in due la matita, l'insegnante si era scusato per aver preteso troppo, ma poi aveva notato che Snow aveva scarabocchiato la soluzione a piè di pagina e che le sue membra irrigidite avevano cominciato a tremare. I genitori avevano temuto il peggio: un tumore al cervello. Ma un'indagine neurologica aveva escluso questa eventualità. Non c'era traccia né di riversamento di sangue né di infarto. Era stato un elettroencefalogramma a svelare quel che era successo: scariche elettriche delta e teta avevano attraversato il lobo temporale, invadendo quello frontale. Lampi di ispirazione impazziti. John Snow soffriva di epilessia. E mentre il Dilantin era bastato a tenerla sotto controllo finché lui era un ragazzino, successivamente, più o meno in coincidenza con la fine delle scuole superiori, per ottenere lo stesso effetto era stato necessario introdurre una combinazione di due farmaci. A trentacinque anni, Snow ne assumeva tre, ma continuava ad avere attacchi di convulsioni. Quanto più si concentrava su ciò che amava - le invenzioni tanto più soffriva. Era come se il suo talento alimentasse la malattia. A cinquant'anni, prendeva quattro anticonvulsivanti, ma ciononostante era
vittima degli attacchi almeno una dozzina di volte all'anno. Allora John Snow aveva deciso di farsi rimettere in sesto il cervello malandato. Aveva letto moltissimi manuali, riviste e studi di neurologia e neurochirurgia, aveva consultato neurologi e neurochirurghi di tutto il mondo e aveva svolto ricerche minuziose su Internet, alla costante ricerca della risposta a un'unica domanda: su quali parti del suo cervello era necessario intervenire per mettere fine a quelle convulsioni? Si trattava di una domanda problematica, in quanto i collegamenti elettrici del cervello di Snow erano tutti irrorati e il disturbo tendeva a filtrare attraverso i tessuti. Ogni cellula nervosa nel cervello (e ce n'erano miliardi) perdeva e assorbiva di continuo ioni carichi mentre la corrente elettrica si propagava attraverso il suo assone, terminando in un insieme di vescicole membranose che contenevano messaggeri chimici come la serotonina e la noradrenalina, facendo scoppiare quelle vescicole e riversando le sostanze chimiche nella più vicina cellula del circuito nervoso. E così via. Una sorprendente reazione elettrochimica a catena che si propagava a cascata in ogni direzione. Ma non all'infinito. Il cervello conteneva anche strutture distinte, come stati in una nazione, con frontiere difficili da attraversare, anche per l'elettricità. Snow aveva convinto il suo neurologo a prescrivergli un complesso insieme di elettroencefalogrammi e di tomografie a emissione di positroni e a risonanza magnetica nucleare per individuare la patologia. Poi aveva creato un software per incrociare i risultati e generare un'immagine tridimensionale computerizzata del suo cervello, nella quale le aree coinvolte con maggiore sicurezza negli attacchi erano evidenziate in rosso, mentre quelle meno sospette erano di colore blu. Nell'insieme, vi figuravano parti del lobo temporale, del lobo occipitale, della circonvoluzione del cingolo, dell'amigdala e dell'ippocampo: i campi di addestramento del neuroterrorismo che teneva Snow sotto tiro. Poi Snow aveva scelto il neurochirurgo: J.T. "Jet" Heller, direttore del reparto di neurochirurgia del Massachusetts General Hospital. Trentanovenne, brillante e insolente, Heller si era fatto un nome grazie al successo ottenuto con la separazione di due gemelli siamesi uniti per la testa. Ma doveva la sua fama anche a un efficace e quasi incruento sistema criochirurgico che consentiva di rimuovere gli oblastomi invasivi risparmiando il tessuto sano. Heller era un individualista disposto a rischiare tutto e a tentare l'impos-
sibile per un paziente, anche se ciò significava scontrarsi con la dirigenza del Massachusetts General Hospital e con il comitato etico. Ed era proprio ciò che aveva fatto per Snow, organizzando una conferenza stampa per protestare contro l'iniziale decisione del comitato di bloccare l'intervento chirurgico di Snow, ritenuto troppo invasivo e causa di imprevedibili effetti collaterali, tra cui possibili danni alla vista, alla memoria e alla parola. Heller riteneva che fosse diritto di Snow decidere quanto voleva rischiare per guarire e aveva minacciato di dimettersi dal suo incarico all'ospedale, se il comitato gli avesse rifiutato il permesso di procedere. Vari anchormen di Boston, come il leggendario Matty Siegel di Kiss 108, avevano sostenuto la causa di Snow, tonnellate di lettere avevano sommerso l'ospedale ed esperti di etica medica di fama nazionale erano intervenuti a suo favore. E così il comitato etico - evento raro - era tornato sulle proprie decisioni e aveva dato il consenso all'operazione. Ma adesso Snow era morto, colpito al petto da una pallottola un'ora prima del suo previsto intervento chirurgico. Clevenger pensò che forse l'impegno di Heller a favore dell'operazione di Snow era stato superiore al desiderio del suo paziente di sottoporvisi. Forse Snow si era lasciato coinvolgere nella battaglia per ribaltare la decisione del comitato etico, ma poi non aveva saputo come confessare a Heller di aver cambiato idea. Forse era giunto all'ospedale scoraggiato e indeciso tra l'idea di lasciar perdere tutto, continuando a soffrire di attacchi debilitanti, o di affrontare un'operazione che avrebbe potuto privarlo della vista o della parola. Forse nessuna delle due alternative gli era risultata praticabile. Clevenger parcheggiò la macchina ed entrò nell'obitorio. Alla reception lo informarono che il dottor Jeremiah Wolfe, il coroner, era nella cosiddetta "sala refrigerata" dove venivano eseguite le autopsie. Insieme a lui c'era il detective Coady. Clevenger li raggiunse, attraversando un corridoio e una serie di porte automatiche. Faceva freddo, lì dentro. Un altoparlante dal suono metallico diffondeva musica jazz. Wolfe e Coady erano ai lati di un tavolo d'acciaio su cui era steso un corpo coperto da un lenzuolo. «Benvenuto, dottor Clevenger» lo salutò Wolfe. Il coroner era un uomo sulla settantina, inagrissimo, con gli occhiali tondi e una selva di capelli ribelli e innaturalmente neri. Aveva mostrato a Clevenger più cadaveri di quanti entrambi desiderassero ricordare. «Pare proprio che non riusciamo mai a incontrarci in occasioni piacevoli» commentò Clevenger, avvicinandosi.
«Rischi del mestiere» ribatté Wolfe. «Il detective Coady» disse indicando, dall'altra parte del tavolo, un uomo simile a un bulldog, sui quarantacinque anni, con i capelli e la carnagione rossastri e un abito blu. Era alto circa un metro e settanta e aveva le spalle massicce. «Grazie per essere venuto» disse Coady. Clevenger gli strinse la grossa mano. Poi abbassò lo sguardo sul volto esanime di Snow, chiedendosi dove fosse finita tutta l'energia che aveva animato la sua mente fervida e il suo corpo atletico. Dimostrava vent'anni più dell'uomo un po' trascurato, ma straordinariamente bello, che aveva visto in televisione nei giorni precedenti; ora il suo sguardo sembrava fisso su qualcosa di molto lontano, svuotato dell'intelligenza che un tempo lo animava, la pelle aveva già il grigiore della pergamena essiccata e i suoi capelli argentei erano incrostati di sangue. «Ha un aspetto anche peggiore di quello che i cadaveri hanno di solito» constatò Clevenger. «La Glock fa quest'effetto» ribatté Coady, indicando con un cenno del capo una pallottola da 9 mm insanguinata, dentro una bacinella di acciaio inossidabile accanto al tavolo. «Ha perso quasi il settanta per cento del suo sangue» dichiarò Wolfe. Forse era per questo che Snow sembrava svuotato. Ma Clevenger aveva la sensazione che mancasse qualcos'altro: nell'espressione di Snow non c'era niente che suggerisse l'idea della pace raggiunta. Lì per lì, Clevenger respinse il pensiero, dicendosi che stava vedendo nelle labbra serrate, nella mascella rigida e negli occhi fissi di Snow più di quanto avrebbe dovuto e che quelli erano soltanto i primi sintomi del rigor mortis. Tuttavia non riusciva a liberarsi della sua prima, istintiva sensazione. Sì, perché, sebbene fosse un medico e avesse studiato fisica, epidemiologia e biochimica prima che psichiatria, lo scienziato che era in lui non aveva certo soffocato il poeta. E lui non poteva cancellare la netta impressione che, prima di seppellire John Snow, ci fosse del lavoro da fare. Forse si trattava della stessa sensazione che North Anderson aveva avuto in ufficio, e cioè che la storia di Snow non fosse ancora finita. «Va bene questa musica, o preferite qualcos'altro?» Clevenger e Coady si scambiarono un'occhiata. Coady si strinse nelle spalle. «Va bene così, credo» rispose Clevenger. «Fate caso agli immani sforzi che l'équipe del pronto soccorso ha fatto per salvare la vita al dottor Snow» si raccomandò Wolfe, facendo una pausa per assicurarsi che gli altri due avessero ben compreso il significato del-
le sue parole. Poi scostò il lenzuolo che copriva il corpo. «Cristo santo!» esclamò Coady. Il torace di Snow era squarciato da un'apertura grande quanto il pugno di un uomo: il pugno di Jet Heller. Il ventricolo sinistro del cuore, gonfio e bluastro per effetto del massaggio cardiaco, risaltava attraverso la ferita aperta. L'anatomia di Snow era tanto distorta e la sua pelle tanto chiazzata dai lividi che la patologia associata con la causa della sua morte - una ferita da arma da fuoco sopra la prima costola - passava quasi completamente in secondo piano. «I medici hanno cercato di salvarlo praticandogli un'incisione nel torace allo scopo di raggiungere il cuore e massaggiarlo manualmente» spiegò Wolfe. «Come potete constatare, i tessuti sono stati strappati, lacerati. Sono sicuro del punto di entrata del proiettile, sopra la prima costola.» Lo indicò con un puntatore telescopico. «Ha certamente attraversato il ventricolo destro del cuore e si è fermato nella terza vertebra toracica. Ma per formulare un'ipotesi di suicidio plausibile, dovrei sapere con precisione l'angolo di traiettoria del proiettile, in modo da capire se a sparare è stato un aggressore, tenendo la pistola parallela al terreno, oppure il dottor Snow stesso, puntando la canna verso l'alto.» «Perché non riesci a dedurre l'angolo?» domandò Coady. «Perché dipende anche dalla posizione della vittima. E io non la conosco. Il dottor Snow avrebbe potuto trovarsi in piedi dritto oppure inclinato a sinistra o a destra. Ma avrebbe potuto anche essere in ginocchio, nell'atteggiamento di chi supplica di essere risparmiato. Senza conoscere la sua posizione quando è partito il colpo, non posso fare deduzioni in base alle lesioni né tracciare con chiarezza la traiettoria del proiettile.» Coady scosse la testa. «Ti sei dimenticato di Charles Stuart? Allora avevi dichiarato che al novantanove per cento si era sparato da solo. Cosa c'è di diverso, stavolta?» Coady si riferiva al celebre caso di Charles Stuart, il quale nel 1989 aveva ucciso la moglie Carol, incinta, e poi si era sparato nell'addome dopo avere parcheggiato la macchina in un quartiere malfamato di Boston. In seguito aveva dichiarato che un nero li aveva bloccati mentre si recavano in auto all'ospedale per il corso preparto e aveva fatto fuoco su di loro. «In primo luogo, si sapeva che Stuart, al momento dell'"aggressione", si trovava al posto di guida. Il proiettile è stato ritrovato nello schienale del sedile. In secondo luogo, qui c'è una notevole lesione iatrogena.» «Per favore, professore, stai attento a come parli» disse Coady. «Io ho
frequentato lo zoo del Massachusetts.» Università del Massachusetts, 4.0, Phi Beta Kappa, due specializzazioni in diritto penale e sociologia: tutte cose che Coady non menzionava mai, perché non voleva che gli uomini della squadra pensassero che lui fosse diverso da loro. «"Iatrogena", ovvero in relazione con la terapia praticata in ospedale» spiegò Clevenger, indicando con un cenno del capo il ventricolo sinistro gonfio di Snow. «Il massaggio cardiaco.» «Bene» commentò Coady. «Che meraviglia! E che mi dici del suo guanto?» chiese a Wolfe. «Non hai detto che presenta bruciature di polvere da sparo?» «Sì, sul cuoio ci sono tracce di polvere da sparo» rispóse Wolfe. «Anche in questo caso, però, il campione è stato compromesso dai fluidi sparsi al pronto soccorso: sangue, flebo, antisettici. Non so se sia più probabile che la polvere si sia depositata nel caso in cui il dottor Snow abbia tenuto la pistola e sparato o nel caso in cui qualcun altro abbia premuto il grilletto e lui abbia cercato di allontanare l'arma.» «Insomma, mi stai dicendo che non abbiamo niente in mano» concluse Coady. «Abbiamo quello che avevamo quando ci siamo parlati al telefono» ribatté Wolfe. «Niente di decisivo.» Clevenger si chinò per osservare meglio le unghie di Snow, che brillavano sotto le lampade fluorescenti. «Si era fatto fare la manicure» osservò. «Smalto trasparente, praticamente senza un graffio.» «Se si fosse fatto fare il pedicure,» disse Coady, mentre dava un'occhiata ai piedi di Snow «almeno potremmo dire di sapere su di lui qualcosa di decisivo.» Wolfe ignorò la battuta di Coady. «Qualche riflessione che vorresti condividere con noi, dottore?» chiese. «Perché un uomo tanto depresso da spararsi un colpo si sarebbe fatto fare la manicure un giorno - due, al massimo - prima di suicidarsi?» chiese Clevenger. Coady contrasse le labbra e annuì. «Era il mio primo anno nella polizia. Mi chiamarono all'Hancock Tower. Un tizio in smoking a una festa di Natale minacciava di buttarsi giù dal tetto. Papillon, gemelli. Impeccabile. Scommetto che aveva unghie curatissime.» «Capisco dove vuoi arrivare» fece Clevenger. «Non sono uno psichiatra,» proseguì Coady «ma, per quel che ne so, il comportamento delle persone può essere molto contraddittorio. Un uomo
ama sua moglie a tal punto che, quando lei gli dice che sta per lasciarlo, la uccide. E la uccide perché non sopporta il pensiero di vivere senza di lei. Ha senso una cosa simile? Perché mai non è stato con lei prima, anziché spassarsela in giro?» «Non ha senso, in apparenza» disse Clevenger. «Esatto, in apparenza. Ma quando uno come te scava un po' più a fondo - o molto più a fondo - i pezzi forse cominciano a combaciare. Riesci a penetrare nella mente dell'assassino. Nella sua realtà. È per questo motivo che ti ho convocato. Se provi a fare la stessa cosa con Snow, penso che capiremo il perché della sua fine in quel vicolo, delle unghie smaltate e di tutto il resto. Così posso liberarmi dei giornalisti e passare a un caso con una vera vittima.» «Non stai cercando di forzare un po' la mano?» chiese Wolfe. «No di certo» rispose Coady. Perlomeno Coady non fingeva di essere un tipo di larghe vedute, pensò Clevenger. «Tu hai una tua teoria, ovvero che Snow si sia suicidato» disse. «Hai anche una teoria sulla ragione per cui l'avrebbe fatto?» «Come già ho detto al professore qui,» rispose Coady «penso che non se la sentisse più di finire sotto i ferri. Aveva perso il coraggio.» «Un momento di vigliaccheria» sintetizzò Clevenger. «È un'eventualità cui ho pensato anch'io.» Annuì. «Ma se si è ucciso senza averlo programmato, allora come si spiega il fatto che avesse con sé una pistola?» «Aveva il porto d'armi. Può darsi che volesse tenersi accanto una pistola dopo l'operazione.» «Perché?» «Era ricco» rispose Coady. «Aveva una società che faceva affari con i militari. Lui...» «Forse si sentiva minacciato» intervenne Wolfe. «Ma non spetta a me fare ipotesi.» «Tutto è possibile» disse Coady, teso. «Ha guidato lui fino all'ospedale?» chiese Clevenger. «No» rispose Coady. «Aveva un'autista da diciassette anni, un immigrato ceco, Pavel Blazek, il quale asserisce di averlo lasciato all'angolo di Staniford Street, a due isolati dal posto in cui si è sparato, quindici minuti prima che venisse chiamata la polizia.» «Snow era sposato, aveva una famiglia? Credo di averlo letto da qualche parte. Sua moglie non è un noto architetto?» «Una moglie e due figli: un maschio di sedici anni e una femmina di di-
ciotto.» «Però all'ospedale per l'operazione al cervello ci è andato da solo.» «Un caso come questo può generare una gran quantità di sospettati» disse Coady. «Un uomo viene trovato morto in un vicolo. Non ci sono testimoni. Se scovassimo una dozzina di persone che non potevano sopportarlo, la metà di loro non avrebbe un alibi. Potrebbe anche risultare che tre o quattro di loro stanno meglio con lui morto piuttosto che vivo. Ma questo non significa che l'abbiano ucciso. Resta il fatto che il colpo è partito dalla sua pistola.» «Quando è stato ritrovato aveva con sé qualcos'altro, oltre alla pistola?» chiese Clevenger. «Una borsa di pelle nera contenente un computer portatile e una specie di quadernetto o di diario. Pagine e pagine di appunti e scarabocchi. È tutto archiviato come reperto alla centrale di polizia.» «Posso esaminare la documentazione?» «Quando vuoi. Ti faccio preparare una copia del diario e dei file contenuti nel portatile.» «Potrei passare a prendere tutto domani mattina.» «D'accordo» disse Coady. Poi si schiarì la voce. «Ah, so che dopo il caso del Killer dell'Autostrada i giornalisti non possono fare a meno di te.» «Non c'è bisogno...» intervenne Wolfe. «Il "Globe", l'"Herald" e tutti i network della città mi danno già il tormento» lo interruppe Coady. «Se è possibile, preferirei evitare che Geraldo Rivera, Larry King e gli altri mi si attaccassero alle costole. Se devi dirmi qualcosa, fai in modo che resti tra noi.» «Nessun commento, in ogni caso» assicurò Clevenger. «Ottimo» approvò Coady. «Grazie.» «Non c'è di che» ribatté Clevenger. «Posso dirti una cosa fin d'ora: se non è un suicidio, potresti avere a che fare molto presto con un altro cadavere. Perché se non è stato il dottor Snow a puntarsi addosso la pistola e a farsi un buco nel petto, è stato qualcuno che non ha esitato a sparare a bruciapelo con una Glock mentre la sua vittima lo guardava. Qualcuno davvero molto arrabbiato. E non c'è alcuna ragione di pensare che adesso sia meno arrabbiato.» «Grazie per l'avvertimento» disse Coady freddamente. «Resti tra noi.» 4
Clevenger aveva ancora qualche ora a disposizione prima di passare a prendere Billy Bishop, il figlio adottivo diciottenne, agli allenamenti di pugilato al Somerville Boxing Club. Decise di recarsi da J.T. Heller al Massachusetts General Hospital. Lasciò il pick-up nel parcheggio coperto dell'ospedale e s'incamminò verso l'ala Wang. Lo studio di Heller era all'ottavo piano, in fondo a un lungo e anonimo corridoio che, nel tratto finale, era rivestito di pannelli di mogano e illuminato da applique alogene. Una porta di vetro smerigliato ad ante scorrevoli, su cui campeggiava la scritta REPARTO DI NEUROCHIRURGIA, DIRETTORE, J.T. HELLER, DOTTORE IN MEDICINA, immetteva nella sala d'aspetto. All'interno, una mezza dozzina di pazienti, alcuni dei quali con la testa rasata e un'evidente cicatrice sul cranio, sedeva su divani di pelle imbottiti con i piedi a forma di zampa, intenti a leggere riviste oppure a sonnecchiare sotto una cinquantina di riquadri contenenti fotografie, ritagli di giornali e articoli di riviste che testimoniavano l'ascesa alla fama del loro chirurgo. C'erano immagini di Heller con celebrità di ogni genere: politici, attori, atleti professionisti. Istantanee in bianco e nero mostravano il chirurgo a raccolte di fondi e a cerimonie di premiazione in compagnia di primedonne, modelle e debuttanti con le quali, invariabilmente, aveva poi avuto una storia. Su un articolo della rivista «Boston», ingrandito più degli altri, campeggiava il titolo: Jet Heller farà l'impossibile per salvarvi la vita. Clevenger si avvicinò all'addetta alla reception, una ragazza bruna sui venticinque anni che non avrebbe sfigurato sulla copertina di «Vogue» e che alzò su di lui uno sguardo interrogativo, come se non riuscisse a ricordarsi chi fosse. «È un nuovo paziente?» gli chiese con accento britannico. Squillò il telefono. La ragazza rispose, continuando a guardare Clevenger. «Studio del dottor Heller.» Clevenger sentì lo squillo di un'altra linea telefonica e abbassò lo sguardo sulla luce lampeggiante del centralino. Qualcuno rispose alla chiamata e la mise in attesa. «Posso prendere nota del suo nome e riferirlo al dottore» disse la ragazza. «No, non so dirle con esattezza quando lui la richiamerà.» Scrisse: "Joshua Resnek, Indipendent News Group", seguito da un numero telefonico. «No, non posso tenerla in linea fino a quando il dottore si libererà.»
Clevenger conosceva bene Resnek: era il giornalista più aggressivo di Boston, l'unico che non aveva mollato la presa su di lui quando sembrava che Jonah Wrens, alias il Killer dell'Autostrada, avrebbe continuato a disseminare di cadaveri le strade interstatali del paese. «Bene, allora» concluse la ragazza. «Sì, sì, certo. Mi assicurerò personalmente che lo faccia.» Riattaccò e tornò a occuparsi di Clevenger. «Qual è il suo medico curante?» Clevenger si rese conto che la sua testa rasata l'aveva fatto scambiare per un paziente da poco operato. Abbassò la voce a poco più di un sussurro. «Non sono un paziente. Mi chiamo Frank Clevenger. Sono uno psichiatra che collabora con la polizia al caso di John Snow. Il dottor Heller potrebbe ricevermi per qualche minuto?» «Oh, mio Dio! Mi scusi» disse la ragazza. «Sascha Monroe» aggiunse poi, porgendogli la mano. Clevenger gliela strinse, notando le dita lunghe e affusolate, il polso sottile e la presa sicura e decisa. «Non intendevo offenderla» si scusò di nuovo lei. «Avrei dovuto riconoscerla. L'ho vista in televisione.» «Non si preoccupi.» «La morte del dottor Snow è stata uno shock tremendo.» «Lo conosceva bene?» chiese Clevenger. «Ho avuto spesso occasione di parlare con lui mentre aspettava il dottor Heller. Avevamo un buon rapporto.» «E adesso è sorpresa?» «Non avrei mai immaginato che potesse fare una cosa del genere.» Sascha Monroe era evidentemente convinta che Snow si fosse suicidato. «È difficile prevedere il comportamento umano» commentò Clevenger. «Credo di essere una persona abbastanza intuitiva - o, almeno, lo credevo - ma non ho colto un solo indizio. Doveva soffrire moltissimo. Era proprio fuori di sé. Ma io non ho intuito nulla.» Sembrava davvero delusa di se stessa. «Si capisce che lei aveva a cuore la sua situazione» notò Clevenger. «Di sicuro, anche Snow l'aveva capito. Qualche volta è l'unico conforto che si può dare a una persona nei momenti in cui tutto sembra nero.» «Grazie» disse Sascha Monroe. «Grazie di avermelo detto.» E il modo in cui guardò Clevenger lasciava intendere che la sua gratitudine era sincera. «Vado a vedere se il dottor Heller può riceverla.» Si alzò e sparì al di là di un passaggio ad arco ricavato nella parete di marmo rosa dietro la scri-
vania. Clevenger la vide passare accanto a due segretarie che lavoravano nella parte interna dello studio del dottor Heller e poi scomparire di nuovo dietro un'imponente porta di mogano. Fu di ritorno quasi subito. «Il dottore la riceverà appena avrà terminato di visitare una paziente. Cinque o dieci minuti, se può aspettare.» «Posso aspettare.» La paziente di Heller, una donna sulla quarantina, uscì dopo cinque minuti, ma ne passarono venticinque prima che il chirurgo chiedesse a Sascha Monroe di accompagnare Clevenger nel suo ufficio. Clevenger immaginò che quel ritardo fosse dovuto al fatto che Heller aveva bisogno di tempo per rivedere la cartella clinica della sua paziente e aggiornarla, oppure che non voleva concedersi troppo in fretta, facendo chiaramente capire che lui non se ne stava con le mani in mano ad aspettare visitatori inattesi. Sascha Monroe lo accompagnò fino alla porta aperta dello studio di Heller. «Il dottor Clevenger per lei» annunciò. Poi si voltò e se ne andò. Heller si alzò dalla scrivania. «Jet Heller» disse presentandosi a Clevenger. Era alto almeno un metro e novanta, aveva un sorriso radioso e i capelli biondi lunghi quasi fino alle spalle. I suoi occhi, di una straordinaria sfumatura di azzurro, erano scuri, ma luminosi come zaffiri. La sua voce era profonda, ma sorprendentemente gentile. Aveva l'aspetto di un robusto e affabile vichingo in stivali da cowboy di coccodrillo. Il suo nome era ricamato in lettere rosse sopra il taschino del camice bianco inamidato, che gli arrivava sopra il ginocchio e che lui portava aperto, lasciando intravedere una cintura nera di coccodrillo munita di una grossa fibbia di argento lucente con lo stemma in smalto rosso dell'Università di Harvard. «Mi dispiace di averla fatta aspettare. Prego, si accomodi.» Clevenger gli strinse la mano. «Frank Clevenger.» «Non ha bisogno di presentazioni» disse Heller. «Siamo sinceri: lei è più famoso di quanto io potrò mai esserlo.» Lasciò la presa. «Il Killer dell'Autostrada le ha fatto fare una bella cavalcata per tutto il paese.» «Sì» disse Clevenger, sforzandosi di allontanare dalla mente le immagini delle vittime decapitate da Jonah Wrens. «È stata proprio una cavalcata.» «Ma l'avete preso.» «L'abbiamo catturato,» precisò Clevenger «dopo che lui si è preso diciassette persone». «Amico mio, quando si vuol sconfiggere il cancro, bisogna combatterlo» dichiarò Heller. «Certo, ci sono delle perdite, ma questo succede in ogni
guerra.» «Un punto di vista da chirurgo» commentò Clevenger, con un sorriso forzato. «Quale altro punto di vista potrebbe mai trovare qui?» sogghignò Heller. «Ma si sieda, la prego.» E indicò un paio di poltrone di pelle nera di fronte alla sua lunga scrivania con il piano di vetro. Clevenger si accomodò su una delle poltrone ed Heller, invece di tornare alla scrivania, si sistemò sull'altra. Era il suo modo di mettere a proprio agio il visitatore, si domandò Clevenger? O lo faceva per indirizzare lo sguardo di Clevenger sopra le proprie spalle, verso la parete dove campeggiavano diplomi universitari dell'Harvard College e dell'Harvard Medical School, attestati d'appartenenza all'American Medical Association e all'American Board of Neurosurgery, una medaglia del Phi Beta Kappa, una fotografia di Heller con il presidente degli Stati Uniti, l'Harvard Teaching Award per il 2001 e il 2003, il Best of Boston Doctors Award del «Boston Magazine» per il 2003 e il 2004? «Mi fa piacere che tu sia qui, Frank» disse. «Possiamo darci del tu?» «Certo.» «Chiamami Jet, per favore.» Clevenger assentì e lanciò un'occhiata alla scrivania di Heller, maniacalmente ordinata. Vi si trovavano solo lo schermo e la tastiera del computer, un tampone di cuoio nero con un foglio intonso di carta intestata e una penna Cartier d'argento con un piccolo orologio incastonato nel cappuccio. «Disturbo ossessivo-compulsivo» disse Heller. «Ne ho tutti i sintomi.» «Se vuoi, posso darti una mano» scherzò Clevenger. Heller scosse la testa. «È una patologia che mi piace. È... com'è che la chiamate? Egosintonica. Mi piacciono i margini puliti.» Si riferiva all'asportazione completa dei tumori, che non lascia dietro sé alcuna cellula cancerosa. «Non vorrei mai privarti dei tuoi sintomi. È evidente che i tuoi pazienti ne traggono beneficio.» «Può darsi.» All'improvviso Heller si rabbuiò. «Non so esattamente perché tu sia qui, Frank, ma ne sono felice. Ho bisogno che qualcuno mi aiuti a capire che cosa è successo a John Snow» disse in tono triste e rabbioso insieme. «Non ti nascondo che la questione mi sta creando dei problemi.» «Dimmi.» «Come puoi capire, il fatto che un paziente muoia non è una novità per me. Hai visto la donna che è appena uscita?»
«Sì.» «Quarantun anni. Tre figli piccoli. Le ho dato cinque, sei settimane. Sette, al massimo.» «Mi dispiace. Qual è la diagnosi?» «Glioblastoma.» Heller storse appena la bocca, come se il solo pronunciare quella parola bastasse a farlo infuriare. «Dieci giorni fa le è successo di non riuscire a ricordare il nome del suo labrador nero. L'amnesia è durata quindici, venti secondi e poi il nome le è tornato in mente, ma lei ha trovato il fatto strano e ha cominciato a preoccuparsi. Sua madre aveva avuto le prime avvisaglie dell'Alzheimer quando non aveva ancora cinquant'anni. Così è andata a farsi visitare da Karen Grant, il suo medico al Brigham, e lei le ha prescritto una risonanza magnetica. Bang. I tessuti maligni hanno già distrutto il quaranta per cento della corteccia. Inoperabile. Non c'è nulla che io possa fare per lei.» «Dev'essere dura.» «Per lei lo è senz'altro» disse Heller. «Credevo che lo fosse anche per te» osservò Clevenger. «No, non lo è. È questo che voglio dire: quando non sono coinvolto direttamente, non mi lascio prendere il cuore. Non sono un masochista. Ma con John...» Si piegò un po' in avanti e alzò le mani come un prete nell'atto di benedire i parrocchiani. «Io avrei potuto cambiare la vita di John Snow. Ecco perché ero entrato in conflitto con il comitato etico. Ho rischiato la mia carriera per lui.» Un lampo gli attraversò gli occhi azzurri. «Oggi avrei potuto compiere un miracolo.» Era questa l'arroganza per cui Heller era famoso. «Avresti potuto far cessare i suoi attacchi di convulsioni» disse Clevenger, per verificare quanto ci mettesse Heller a tornare alla realtà. All'improvviso il chirurgo sembrò rendersi conto di avere le mani sollevate a mezz'aria. «Tanto per cominciare,» disse, abbassandole «l'epilessia di John era chiaramente collegata al suo genio creativo. Quando lui si concentrava molto intensamente - cioè, quando inventava - era esposto al massimo rischio di un attacco. Non so spiegarne la ragione, ma era così. Una volta che fosse stato libero dagli attacchi, avrebbe potuto fare con la sua mente cose che prima lo avrebbero mandato letteralmente in cortocircuito: una prospettiva che l'aveva reso quasi euforico. E poi mi combina uno scherzo del genere.» Heller contrasse la mascella. «Non capisco.» «Che uomo era Snow?» chiese Clevenger. Heller ci pensò su per qualche secondo. «Un tipo tosto.» Sorrise. «Una
caratteristica che ci accomunava.» Clevenger rise. Heller poteva anche essere arrogante, ma ne era evidentemente consapevole e ciò lo rendeva subito più simpatico. «Era un passionale» continuò Heller. «Sul lavoro, come in ogni aspetto della vita. Detestava che il suo cervello fosse "guasto", "difettoso": sono parole sue, non mie. E allora mi sai dire perché ha mollato?» Clevenger non vedeva il motivo di tenere Heller del tutto all'oscuro delle indagini su Snow. «Perché presumi che abbia mollato?» chiese. Heller si strinse nelle spalle. «Il termine non ti piace, d'accordo. Sei uno psichiatra e io lo rispetto. So che ci sono persone che si tolgono la vita perché sono depresse, hanno perso il lavoro, hanno fatto bancarotta, hanno visto fallire il loro matrimonio. Magari nell'infanzia sono state vittime di violenza o di abbandono. So che John aveva avuto la sua parte di problemi nella vita. Le cose gli stavano crollando addosso.» Improvvisamente, sembrò che Heller faticasse a tenere a freno la collera. «Forse puoi aiutarmi a capire perché mi avrebbe mollato dopo che io...» «Quel che volevo sapere,» lo interruppe Clevenger «è perché pensi che si sia ucciso?» Heller sembrò sorpreso. «Anziché...?» «Essere stato ucciso.» Heller si raddrizzò di colpo, come se fosse stato colpito da una raffica di vento. «Si è sparato con la sua pistola.» «A causare la morte è stato un colpo proveniente dalla sua pistola» precisò Clevenger. «Ma è possibile che stamattina nel vicolo ci fosse qualcun altro con lui.» «Qualcun altro» disse Heller, confuso. «È un'eventualità che non avevo considerato... La polizia è stata molto chiara con me al telefono. E così pure il personale paramedico del pronto soccorso. Ha parlato di suicidio. Un certo detective Coady.» «È possibile» disse Clevenger. «E se Snow si è suicidato, cercherò di capire perché lo ha fatto.» Heller si alzò e si avvicinò alla finestra dietro la sua scrivania, incrociò le braccia e guardò il profilo della città. Rimase in silenzio per alcuni istanti, poi scosse la testa. «Non saresti qui se la polizia fosse sicura che si tratta di suicidio» disse. «Mi stai dicendo che c'è la concreta possibilità che il mio paziente sia stato ucciso. Probabilmente lui aveva intenzione di andare fino in fondo insieme a me.» Heller sembrava considerare la causa della morte di Snow un verdetto
sull'eventualità che lui lo avesse abbandonato. «Non posso ancora dirlo» dichiarò Clevenger. «Ho bisogno di sapere di più su di lui e devo cercare di capire se c'era qualcuno che poteva desiderare di vederlo morto.» «Dovrai compiere un'indagine approfondita. Dovrai mettere le mani su qualsiasi informazione lo riguardi.» «Anche a me piacciono i margini puliti» disse Clevenger. «Allora devi sapere una cosa.» Heller si voltò e fissò Clevenger. «In sala operatoria, oggi, John avrebbe rischiato qualcosa di più della parola e della vista.» «Che cosa vuoi dire?» Heller parve chiedersi fino a dove avrebbe dovuto spingersi con le sue dichiarazioni. «C'era un alto rischio che potesse morire?» domandò Clevenger. «In un certo senso» rispose Heller, tornando a sedersi sulla sua poltrona. «Se te lo dico, deve rimanere tra noi. È un'informazione strettamente confidenziale tra medico e paziente. Ti considero una specie di psichiatra... postumo di John. Questo è un consulto riservato. Da medico a medico.» «Va bene» disse Clevenger. «Da medico a medico.» Heller si chinò in avanti, appoggiando i gomiti sulle gambe. «Le aree cerebrali coinvolte negli attacchi di John,» disse «erano l'ippocampo, la circonvoluzione del cingolo e l'amigdala. E proprio queste sono le aree più strettamente correlate con il riconoscimento delle fisionomie e le componenti emotive della memoria, almeno secondo gli studi sugli animali compiuti dall'UCLA a Los Angeles e dalla Minnesota University. Si tratta di un lavoro preliminare, ma sembra sempre più probabile che tali aree siano la banca dati dove registriamo le persone che conosciamo e il modo in cui le percepiamo. Credo che i primi risultati saranno pubblicati su "Neurosciences" tra due o tre mesi.» «Mi stai dicendo che Snow avrebbe potuto soffrire di amnesia?» «Una forma molto grave e particolare» rispose Heller. «La sua memoria dei fatti sarebbe rimasta inalterata. Il suo intelletto sarebbe sopravvissuto. La sua immaginazione avrebbe potuto addirittura risultare incrementata. Ma lui si sarebbe ritrovato solo. Con ogni probabilità l'operazione avrebbe trasformato in estranei le persone cui era legato emotivamente: sua moglie, i suoi figli, tutti.» Questa volta fu Clevenger a chinarsi in avanti. «Quindi, lui avrebbe continuato a essere un inventore, ma avrebbe perso il ricordo delle persone care. Una sorta di amnesia interpersonale.»
«Proprio così» confermò Heller. «E, ciononostante, era disposto a sottoporsi all'operazione?» «Così pensavo, almeno fino a stamattina. Tuttavia, la sua situazione si era... complicata. Era ai ferri corti con Coroway, il suo socio, per via del progetto di quest'ultimo di trasformare la loro società in una public company. John era assolutamente contrario. Non voleva essere controllato da nessuno, meno che mai dai contabili. Inoltre, il suo matrimonio stava attraversando una fase critica.» Si fermò, incerto se proseguire o meno. «Devo sapere» lo esortò Clevenger. Heller lo guardò negli occhi. «Aveva un'amante. Credo che pensasse all'operazione come a una possibilità di rinascita, una possibilità di fuga.» «Di fuga...?» si stupì Clevenger. «Da tutte le questioni in sospeso nella sua vita. Dal disordine. Da ciò che non andava più. Aveva predisposto ogni cosa... una sorta di testamento biologico. Voleva lasciare il patrimonio ai figli, sistemare finanziariamente la moglie, voltare pagina in modo onesto.» «Il comitato etico non ha avuto nulla da dire su queste cose?» chiese Clevenger. «Non equivalgono forse a un'amnesia volontaria?» «Non le ha prese in considerazione» rispose Heller appoggiandosi allo schienale. «Non le ha prese in considerazione oppure tu non gliene hai parlato?» «Come ti ho già detto, si tratta di dati molto recenti» ribadì Heller senza scomporsi. «Il comitato etico non li ha presi in considerazione.» Clevenger poteva solo immaginare l'impatto che la decisione di Snow di "resettare" il software che regolava la sua esistenza avrebbe avuto sulle persone che lui progettava di lasciarsi alle spalle. Il figlio. La figlia. La moglie. Il socio. L'amante. Sarebbero diventati estranei. Si sarebbero sentiti abbandonati? Si sarebbero arrabbiati? «Aveva pensato a ciò che la sua decisione avrebbe significato per i familiari?» chiese Clevenger. «Aveva pensato che li stava abbandonando in modo così improvviso, così definitivo?» «Era la sua vita» rispose Heller in un tono tagliente. «È proprio questo che il comitato etico non è riuscito a capire, in un primo momento. John voleva due cose: liberarsi dei suoi attacchi e liberarsi del suo passato. Io ero nella posizione di aiutarlo a ottenerle entrambe. Se l'uomo possiede qualcosa, si tratta senz'altro del suo cervello e della sua mente. Non trovi?» Clevenger non era preparato a rispondere alla domanda. C'era qualcosa
in Heller che induceva a voler essere d'accordo con lui. Quell'uomo aveva un carisma straordinario. La sua personalità era come una corrente forte e fresca, capace di trascinare chiunque vi si fosse abbandonato. Ma Clevenger non sapeva cosa pensare del suo progetto di usare il bisturi per troncare le relazioni emotive del suo paziente. Heller dava l'impressione di recitare la parte di Dio. «Non importa che cosa penso io» rispose infine. «Importa che cosa avrebbe pensato la gente vicina a lui e se qualcuno di loro si sarebbe sentito tanto minacciato o arrabbiato da farlo fuori. Qualcuno dei familiari ha cercato di ostacolare l'operazione?» «Sua moglie Theresa ha insistito per una perizia psichiatrica ospedaliera che stabilisse la capacità del marito di capire ciò a cui andava incontro acconsentendo all'operazione. Pensava che i rischi fossero troppo alti e che lui si stesse comportando in modo irrazionale. Ma, per quel che ne so, lei era a conoscenza soltanto dei problemi legati alla vista e alla parola e di una possibile, temporanea perdita della memoria. John, comunque, ha aderito alla sua richiesta. È stato qui cinque giorni.» «Posso vedere i referti?» chiese Clevenger. «Se mi lasci un recapito, te li faccio avere appena possibile» rispose Heller. «Se davvero lui non aveva perso la fiducia ed era pronto a farsi operare da me, non chiedo di meglio che veder marcire in prigione il figlio di puttana che si è portato via il futuro di John.» «Pensi che lui non abbia parlato con sua moglie - o con qualcun altro dell'entità dell'amnesia?» «Per quanto ne so, le due persone di cui si fidava eravamo io e il suo avvocato, Joe Balliro junior.» «Balliro. Snow faceva sul serio.» «Stava portando a termine alcune pratiche legali molto complesse» spiegò Heller. «Il testamento biologico e tutto ciò che ne consegue.» «Qualcuno poteva averlo scoperto, considerato il viavai di documenti. Una segretaria in ufficio. Un addetto alle fotocopie. Un amico dell'amico dell'amante di Snow.» Heller assentì con un cenno del capo. «L'amante. L'incognita è lei.» «In che senso?» «John aveva cercato di mettere fine alla loro relazione qualche settimana prima dell'operazione. Pensava che per lei sarebbe stato più facile. La donna credeva che fossero due anime gemelle e insisteva perché si costruissero una vita insieme.» «E Snow?»
«Credo che per lui fosse difficile amare qualcuno.» «Perché dici così?» «Ho sentito i discorsi che faceva. Era un perfezionista. Amava le idee e gli ideali. L'ingegno. La bellezza. L'idillio perfetto. Al mondo non c'erano molte cose che corrispondessero alle sue aspettative, neppure il suo stesso cervello. Non scendeva a compromessi.» Heller fece una pausa. «Mi ha detto che lei non aveva reagito bene alla rottura.» «Hai idea di che cosa volesse dire?» «Aveva di nuovo minacciato di farsi del male. Credo che in passato si fosse tagliata le vene, o qualcosa del genere.» «Disturbo borderline di personalità, a quanto pare» osservò Clevenger, riferendosi a quel disturbo comportamentale che presenta sintomi come rapporti interpersonali intensi e instabili, cronica paura di essere abbandonati e ripetute minacce di suicidio. «Non sono in grado di pronunciarmi sulla diagnosi» disse Heller. «So che lei è una donna molto bella, molto ricca e molto inquieta. E sposata. Dirige una galleria d'arte in città.» Clevenger rimase in silenzio. Il cuore prese a battergli forte. Tutto a un tratto ebbe la sgradevole sensazione che il suo lavoro sul caso Snow fosse cominciato ancora prima della visita all'obitorio. «Snow ti aveva detto il suo nome?» chiese. «Lui la chiamava Grace» rispose Heller. «Ma non so se fosse il suo vero nome né ho mai forzato John a dirmelo.» Heller notò che Clevenger era impallidito. «Ti senti bene?» chiese. «Snow aveva, per caso, detto qualcosa sulla professione del marito di lei?» chiese Clevenger, aspettando che la risposta gli si ritorcesse contro, come un boomerang. Uno, due, tre secondi... «So che lei era molto riservata al riguardo. Paranoica. Diceva di non volere più vivere all'ombra del marito. Di non voler più essere una sua proprietà. Ma sono quasi sicuro che si trattasse di un'attività bancaria. Anzi, ne sono del tutto sicuro. Lei ne aveva parlato a Snow.» IL FOUR SEASONS Un altro giorno d'inverno, un anno prima Snow aveva appena concluso l'intervento principale del mattino alla conferenza sulla progettazione di sistemi radar al Four Seasons, in Tre-
mont Street. Uscì dall'albergo. Il cielo era cupo e cadeva una pioggerella leggera. Lui non sopportava l'idea di rimanere là dentro. Attraversò la strada e scomparve nei giardini pubblici. Sarebbe stato libero per alcune ore, fino alla tavola rotonda sui sistemi di rilevazione dei missili. Se si fosse attardato nell'atrio o alla reception si sarebbe trovato circondato da ingegneri pronti ad approfittare senza ritegno della sua competenza. Non riuscivano proprio a capire che lui non era capace di condividere le sue conoscenze. Come ricercatore del MIT aveva avuto un grandissimo successo, ma come docente era stato un completo fallimento. Come si può insegnare un momento di ispirazione, un'epifania? Le informazioni restavano inerti nel suo cervello finché una forza superiore vi infondeva la vita e le convertiva in embrioni di idee, che poi crescevano indipendentemente dal suo assenso, incanalandosi là dove era necessario. Lui non era altro che un plagiario delle invenzioni che gli erano nate dentro. Snow passò accanto alla pista di pattinaggio pubblica osservando le espressioni soddisfatte dei bambini e dei loro genitori mentre scivolavano sul ghiaccio. Aveva ben poco tempo da dedicare allo svago. La forza creativa che viveva in lui lo teneva impegnato sette giorni su sette, per cinquantadue settimane all'anno. Per quanto lui avesse una moglie, un figlio e una figlia, una casa lussuosa e abbastanza denaro da potersi permettere di lasciare il lavoro in qualunque momento, quella forza lo possedeva e aveva la meglio su tutto. I giardini finivano in Arlington Street. Lui la attraversò, incamminandosi lungo la Newbury. Si ricordava di un caffè a tre isolati di distanza e decise di andarci per un espresso. Ma, nel giro di pochi minuti, il cielo si fece ancora più cupo e la pioggia iniziò a scrosciare gelida. Fu allora che gli capitò di lanciare un'occhiata in una vetrina lì vicino e di notare la donna più bella che avesse mai visto. Aveva circa trentacinque anni, i capelli castani ramati e il corpo di una sirena, indossava un abito nero molto semplice e lo guardava con incredibili occhi verdi. Snow ebbe la sensazione che lei lo stesse osservando da un po'. Per una frazione di secondo si chiese se quella creatura fosse reale o l'ennesimo parto della sua fantasia. Entrò e si trovò circondato da magnifici dipinti a olio appesi alle pareti e illuminati da faretti. Erano vedute di Boston, tra cui scorci dei giardini pubblici e di Commonwealth Avenue, ma l'artista era andato oltre le im-
magini reali, decostruendo la severità delle linee e delle forme per creare una città ideale in cui la gente, gli edifici, le strade e il cielo erano uniti da un vortice di colori e trascinati in un mondo molto più affascinante della somma delle sue parti. Il suo sguardo si fissò sulla parete di fronte, dov'era appeso il ritratto di una donna nuda che, dietro a tende di pizzo, osservava dal bovindo di una casa in mattoni una Beacon Street illuminata dai lampioni, al crepuscolo. Snow si mosse verso la parete, fermandosi a una certa distanza dal quadro. Riconobbe subito la donna che aveva visto nella vetrina e immaginò se stesso nel dipinto, dietro di lei, con le mani appoggiate sulle sue spalle e nell'atto di baciarle il collo. «L'autore è Ron Kullaway» lo informò la donna, avvicinandosi a lui. «Vive nel Maine.» Nella sua voce forza e intelligenza si combinavano a una sfumatura di vulnerabilità. «Splendido» commentò lui, senza guardarla. «Sta diventando uno dei grandi artisti americani. Non ha mai visto una sua opera?» «No.» «Secondo me, fa sembrare la vita una cosa importante» osservò lei. «Degna di essere vissuta.» Snow sentì la mano di lei sfiorare impercettibilmente la sua. O era il contrario? «Come fa?» le chiese. «Penso che dipenda da ciò che tralascia più che da ciò che dipinge.» «La struttura» disse Snow. «I contorni.» «Ciò che ci limita. Lui non lo vede o preferisce ignorarlo.» Alla fine, Snow si decise a guardare la donna e, nel farlo, si sentì ancora più attratto da lei. «Non gliel'ha mai chiesto? Deve averci messo parecchio tempo per catturare la sua immagine.» Riportò di nuovo lo sguardo sulla tela. Lei sorrise. «Quanto costa?» «Duecentomila.» «Per un barlume di vita degna di essere vissuta.» «C'è gente che non arriva mai a capirlo.» Lei esitò. «Se è una cosa che la lascia indifferente, non dovrebbe perderci tempo.» Lui si allontanò di qualche passo dal quadro, poi si girò. «John Snow» si presentò, tendendole la mano. «Grace Baxter» rispose lei, stringendogliela.
Snow notò che lei portava all'anulare una fede nuziale e un diamante solitario di almeno cinque carati. Al polso aveva tre braccialetti di diamanti. I gioielli indicavano che era legata a qualcuno, ma null'altro gli aveva dato l'impressione che fosse impegnata: né il tono della voce né lo sguardo né il tocco della mano. «Vorrebbe venire a cena con me stasera?» le chiese d'impulso. «Prometto di prendere una decisione sul quadro prima che usciamo dal ristorante.» Lei accettò di raggiungerlo all'Aujourd'hui, all'ultimo piano del Four Seasons, dopo l'ultimo intervento di Snow. Ma arrivò in anticipo. Lui la vide in piedi in fondo alla sala intenta ad ascoltare le sue considerazioni sulla riduzione dell'energia rotazionale in volo. Notò che tutti gli uomini, compreso il suo socio Collin Coroway, le lanciavano sguardi furtivi. Avrebbe voluto parlare di qualcos'altro, di qualche argomento più ampio come l'universo o la creatività o l'amore. Ma era relegato alle leggi della fisica. Lei non sembrava affatto annoiata. «Qual è esattamente la sua qualifica?» gli chiese più tardi, mentre lui le versava il vino. «Sono un ingegnere aeronautico. Un inventore.» «E che genere di cose inventa?» «Sistemi radar. Sistemi di controllo dei missili.» Lei sorrise. «Vorrebbe dirmi a che cosa sta pensando?» «Non mi sembra il caso. La conosco appena.» Il fatto di trovarsi seduto vicino a lei, di ascoltare la sua voce e di sentire il suo profumo gli fece venire voglia di essere totalmente sincero. «Non dà questa impressione» le disse. «Sì, è vero.» Snow sentì sciogliersi in lui qualcosa ch'era rimasto a lungo congelato. «Allora può dirmi a che cosa sta pensando.» «Va bene...» acconsentì Grace. «Perché lei concentra tanta energia su quello che può o non può essere visto? Perché si interessa ai radar e a come eluderli?» «È un talento naturale» rispose. «Sono stato scelto. Non l'ho scelto io.» «Si, ma perché?» insisté lei. «Perché lei ha questo "talento"?» Lui sembrò confuso. «John Snow, c'è qualcosa di lei che non vuole mostrare agli altri? O che lei stesso non è disposto ad analizzare?» In quel momento Snow provò una sensazione che non aveva mai prova-
to prima. Fu come se qualcuno avesse stabilito un contatto con la sua vera essenza, un'essenza ancora più profonda della sua genialità, la vera essenza del suo cuore. «Lei conosce la risposta, ma non è pronto a condividerla» disse Grace. «È possibile» ammise Snow. «Non conferma né smentisce.» Grace bevve un sorso di vino. «Mi dica qualcosa di più di lei.» «Vuole che cominci io? Va bene. Che cosa desidera sapere?» «Esce a cena con tutti i suoi clienti?» «Oh.» Lei accarezzò l'orlo del bicchiere con la punta delle dita. «Vuole sapere se lei è speciale.» Snow avvertì di nuovo un'attrazione gravitazionale verso il centro di se stesso. «Sì» le rispose. «Credo di sì.» «Non sono certo qui per chiudere una vendita. Il denaro è l'ultima cosa di cui ho bisogno.» Questo li accomunava. «Di che cosa ha bisogno?» Lei scosse la testa. «Lei e io abbiamo ottimi radar, John. E a entrambi piace eluderli quando voliamo.» «Lei è sposata» disse. «Sì. E lei?» Snow fece un cenno d'assenso con il capo. Tutt'a un tratto gli sembrò che lei fosse diventata triste e si sorprese di quanto lo commuovesse quella tristezza. Spesso, quando le persone tradivano emozioni in sua presenza, Snow non sapeva come comportarsi, incapace com'era di capire la natura e il motivo di ciò che provavano, e questo lo faceva sentire più che mai solo e ostaggio della propria mente. Ma con quella donna era diverso. «Non voglio essere invisibile» disse. Lei si guardò intorno per assicurarsi che nessuno li stesse osservando, poi fece scivolare la propria mano sotto quella di lui. A quel contatto, Snow si calmò. Poi, non sapendo che cosa fare né che cosa dire, allontanò la mano e la infilò nella tasca della giacca, da cui estrasse un assegno da duecentomila dollari intestato alla Newbury Gallery. Lo posò davanti al bicchiere di Grace. «Prenderò il quadro» disse. «Ma questa non sarà l'ultima volta che ci vediamo.» «Le ho detto che non sono in vendita.» La nota fredda e tagliente della sua voce lo allarmò. «Non intendevo darle l'impressione di volerla comprare» si affrettò a precisare. «Davvero. Non sono bravo in queste cose.» E, mentre la guardava negli occhi, fece
scivolare con delicatezza la sua mano sotto quella di lei. «Ciò che volevo dire è che... non vorrei che il quadro mi ricordasse che siamo riusciti a nasconderci l'uno all'altra.» Lei contraccambiò il suo sguardo e, avendo capito che parlava sul serio, gli accarezzò il palmo della mano con il pollice. Si incontrarono al Four Seasons la settimana seguente, stavolta in una suite affacciata sui giardini pubblici. Dopo la sera della cena si erano telefonati tutti i giorni, spesso anche due o tre volte al giorno, abbandonandosi al piacere di condividere sempre di più i mondi in cui vivevano: l'arte da cui Grace Baxter era circondata alla Newbury Gallery; le invenzioni di Snow che prendevano forma alla Snow-Coroway Engineering. Né lui né lei potevano correre il rischio di cominciare una relazione alla luce del sole e, quindi, non trovarono nulla di male nel fatto che il loro primo incontro intimo avvenisse in un albergo. Fu Pavel Blazek, l'autista di cui Snow si fidava ciecamente, a prenotare la suite e a pagarla con la propria carta di credito. Snow arrivò un quarto d'ora prima di Grace, entrò in bagno e si guardò allo specchio. Aveva la pelle, i capelli e il fisico di un uomo molto più giovane. La fronte era spaziosa, la mascella decisa, il mento lievemente infossato. Era bello e lo sapeva, ma ne era consapevole in modo oggettivo, come lo era delle proprietà del carbonio o delle leggi di gravità. Non aveva mai saputo che cosa farsene di quella bellezza. Adesso, per la prima volta, voleva essere affascinante per Grace. Indossava una camicia e una giacca nuove, anche se avrebbe potuto benissimo utilizzare qualcuna di quelle vecchie. Si era dato una spuntata ai capelli ribelli. Si era rasato la barba di due giorni, mentre di solito aspettava più a lungo, finché diventava così ruvida da dargli fastidio mentre lavorava. Si versò un bicchiere d'acqua, prese dalla tasca un paio di compresse di Dilantin e le inghiottì. Durante le lunghe telefonate con Grace aveva fatto solo qualche accenno agli attacchi che aveva avuto da bambino, omettendo però di dire che non erano mai cessati. Non voleva che lei pensasse a lui come a un uomo finito. Si avvicinò alla finestra che guardava i giardini. Era una gelida giornata di sole e ogni cosa aveva un aspetto fresco e tonificante. Osservando la pista di pattinaggio affollata di famiglie, si trovò a pensare a quanto sarebbe stato piacevole se un giorno fosse andato a pattinare lì, con Grace. Diede un'occhiata all'orologio: quasi le quattro del pomeriggio. Di lì a
poco, lei sarebbe arrivata. Si sentiva eccitato e al tempo stesso impaurito. Perché ancora si chiedeva se Grace Baxter fosse una creatura reale o un prodotto della sua fantasia. Aveva permesso a se stesso di condividere con lei più pensieri e sentimenti intimi che con qualsiasi altra persona. Ma perché lei era la sua anima gemella o perché lui desiderava essere il tipo di uomo che poteva avere un'anima gemella? Con il suo matrimonio come puntello, si era semplicemente creato una giustificazione logica per staccare la spina? Aveva davvero il potenziale per essere pienamente umano o fingeva solo di averlo? Sentì bussare alla porta e si irrigidì, temendo che sua moglie o, ancora peggio, sua figlia o suo figlio potessero averlo seguito. Ma si trattava di una paura irrazionale, in quanto era impossibile che i suoi familiari sapessero dove si trovava. Blazek non lo avrebbe mai tradito. In quel momento, fra quelle quattro mura, lui era libero. A quel pensiero, tirò un sospiro di sollievo e si diresse alla porta. Come atto di fiducia, evitò di guardare nello spioncino prima di aprire. Grace Baxter era là, con il vestito che lui le aveva chiesto d'indossare: quello nero, semplice, che portava quando l'aveva vista per la prima volta. Ebbe un tuffo al cuore. Una sensazione nuova. Una sensazione che gli piaceva. Grace gli porse una mano. Lui gliele prese entrambe e, indietreggiando, la condusse con sé nel salotto. Grace si guardò intorno. «A quanto pare, dovremo accontentarci» scherzò, mentre osservava l'ampia stanza con gli arazzi orientali, la boiserie alle pareti, i soffitti decorati e i lampadari di cristallo. Lanciò un'occhiata alla camera attraverso la porta socchiusa e notò l'enorme letto con i cuscini, le lenzuola e la trapunta immacolati. Si staccò dolcemente dalla presa di lui e andò alla finestra che dava sui giardini. Poi si sfilò con grazia le scarpe e si accostò allo stipite, dietro le tende sottili. Snow si sentì come se si trovasse con lei, dietro le tende di pizzo di casa sua, nel momento in cui Kullaway l'aveva ritratta nuda. E mentre era immerso in questa sensazione, lei portò le mani dietro il collo, si slacciò il vestito e lo lasciò cadere sul pavimento. Era appoggiata alla finestra: nuda e splendida, con i capelli che le scendevano sulle spalle delicate e la schiena che si assottigliava in vita per arcuarsi poi delicatamente in corrispondenza delle anche. Le sue gambe erano sode, ma non muscolose. Era proprio come lui l'aveva immaginata. Perfetta. Si mosse verso di lei, temendo quasi che sarebbe scomparsa non appena l'avesse sfiorata. Ma quando lo
fece, Grace si voltò, lo strinse fra le braccia e lo baciò. E allora per Snow fu come perdere il senso del tempo e dello spazio per raggiungere qualcosa di più grande, qualcosa che dormiva dentro di lui e che ora si risvegliava: la passione per un'altra persona. Si strinse a lei e la baciò con maggiore intensità. Grace si staccò dalle sue labbra, senza fiato. «Spogliati per me» gli disse. Sua moglie non lo aveva mai visto svestirsi e a malapena l'aveva visto nudo. La loro attività sessuale si svolgeva furtivamente la notte, sotto le lenzuola. Snow si sbottonò la camicia, se la tolse e la lasciò cadere sul pavimento. Poi si slacciò la cintura, si sbottonò i pantaloni, esitò, aprì la cerniera. Fece un passo verso di lei. Lei alzò una mano. «Tutto.» Lui era imbarazzato e probabilmente lo diede a vedere. «Va tutto bene» lo rassicurò lei. «Voglio vedere tutto di te.» Snow si tolse i pantaloni, i calzini e le mutande. Era nudo davanti a lei. «Non hai la minima idea di quanto tu sia meraviglioso, vero?» gli chiese, avvicinandosi. Gli baciò il collo, le orecchie, il petto, infine s'inginocchiò. «Qui dentro facciamo tutto quello che vogliamo» gli disse. 5 Ore 15.40 Clevenger uscì dal parcheggio coperto del Massachusetts General Hospital diretto al Somerville Boxing Club per prendere Billy, ma faticò a concentrarsi sulla guida. Ripensava alla seduta di quella mattina con Grace, al suo tremore, ai suoi sensi di colpa e a quanto l'idea che lei fosse sul punto di uccidere se stessa o qualcun altro lo avesse preoccupato. La rivide mentre si dondolava avanti e indietro sulla sedia, tenendosi il corpo stretto tra le braccia per impedirsi di tremare. E pensò alle sue parole: «E non voglio mai più far del male a nessuno». Grace era reduce dall'omicidio? Per questo era a pezzi? Aveva appena sparato al cuore all'uomo che amava, lasciando se stessa sola con un matrimonio che per lei equivaleva alla morte? Oppure, non aveva fatto del male a nessuno? Anche se aveva scoperto dell'imminente amnesia di Snow, poteva darsi che avesse programmato di cominciare la psicoterapia
il giorno dell'operazione di lui. Forse la decisione di Snow di rifarsi una vita le aveva offerto lo spunto per fare altrettanto. Clevenger prese il cellulare e chiamò l'ufficio per sapere se Grace Baxter lo aveva cercato. Gli rispose Kim Moffett, la segretaria della Boston Forensics, una ragazza di ventinove anni con la saggezza di un'ottantenne. «Qualche chiamata?» chiese Clevenger. «È da un'ora che ti cerco» rispose lei. Lui guardò il cellulare e si accorse di aver ricevuto dei messaggi. Aveva spento il telefono prima del colloquio con Heller. «Che succede?» «Niente di urgente. A parte cinque telefonate di Grace Baxter.» «Sta bene?» «Dice che non si tratta di un'emergenza, ma continua a chiamare. Vuole un appuntamento per domani mattina. Sapendo che sei a Concord tutto il giorno per quel test di idoneità al processo, le ho detto che prima di darle una risposta avrei dovuto parlare con te.» Clevenger aveva in programma una visita alla prigione di Concord per determinare se un uomo schizofrenico che aveva assassinato il padre fosse abbastanza sano di mente da poter affrontare il processo, che comunque non era imminente. «Dille che posso riceverla domani mattina alle otto. E chiama Concord per spostare l'appuntamento, se non ti dispiace.» «Lo faccio senz'altro. Dove ti trovi? Dovresti essere al Somerville Boxing Club fra quindici minuti.» «Ci sto andando.» «North ti fa sapere che ha avuto informazioni su un certo Collin Coroway.» «North è li?» «No, ma posso raggiungerlo. Resta in linea.» Kim lo mise in contatto con Anderson. «Pronto, Frank?» disse Anderson. «Eccomi.» «Ho cominciato a indagare su Coroway, il socio di Snow.» «Continua.» «Non è un tipo da prendere alla leggera. Ex berretto verde, in servizio in Vietnam, legato al mondo dell'intelligence. È stato spesso coinvolto in traffici industriali con clienti militari. A quanto pare la Snow-Coroway Engineering funziona grazie alla genialità di Snow e ai contatti di Coroway. L'ottantacinque per cento dei loro affari è legato al governo. Sistemi radar, sonar, tecnologia missilistica.»
«E i due stavano discutendo se diventare o meno una public company.» «Stavano litigando. Il classico scontro di vedute tra il tipo con la testa per gli affari e quello con la testa nelle nuvole. Coroway era l'uomo delle cifre e Snow il sognatore. Si tratta di capire fino a che punto lo scontro fosse acceso.» «Già» convenne Clevenger. La lista delle persone che avrebbero potuto desiderare la morte di Snow cominciava ad allungarsi. Se Collin Coroway era venuto a sapere dell'intenzione di Snow di troncare i rapporti con lui, trasformandosi in un potenziale concorrente diretto, avrebbe potuto decidere di porre fine alla loro società con una pallottola. «Non è l'unico che deve essere tenuto sotto controllo» disse Clevenger. «Ho appena lasciato lo studio di Jet Heller. Mi ha confidato un segreto: Snow aveva una relazione... con la mia paziente di stamattina, Grace Baxter.» «Che, guarda caso, sembrava distrutta» osservò Anderson. «Mi leggi nella mente.» «Che pensiero spaventoso! Devi vederla ancora?» «Domani mattina, è la prima paziente. Nel frattempo sarebbe bene scoprire dove si trovava Collin Coroway stamattina alle cinque.» «Questo significa dover pestare i piedi al detective Coady?» «Sicuramente.» «Scusati per me» disse Anderson. «Non ho mai imparato a ballare.» «Considera le scuse accettate.» «Ci aggiorniamo più tardi.» Clevenger mise fine alla telefonata. Imboccò l'Hanover Street Bridge, uscendo da Boston, e arrivò al Somerville Boxing Club con qualche minuto di anticipo. Billy si stava allenando sul ring che occupava metà della sala, illuminato dall'alto da una serie di lampadine. C'erano altri quindici o venti ragazzi che colpivano i sacchi, sollevavano pesi e saltavano la corda ai bordi del ring. Nella sala dovevano esserci più di trenta gradi e l'aria era impregnata dell'odore acre del sudore degli atleti che, nel tempo, si erano allenati lì dentro. Ce n'erano alcuni, come Billy, che riuscivano a vincere i Golden Gloves; uno di loro, Johnny Ruiz, era diventato campione del mondo dei pesi massimi. Clevenger raggiunse l'angolo opposto della sala e, appoggiandosi contro la parete, si mise a guardare Billy tirare jab al suo avversario, un ragazzo più basso e dalle spalle massicce che indietreggiava, facendosi schermo coi guantoni. «Prendigli le misure» suggerì Buddy Donovan, l'allenatore, un uomo
sulla sessantina, ma con un gancio destro che poteva ancora spezzare il collo a qualcuno. Indossava una felpa grigia con una scritta sul petto. «Seleziona i colpi.» Scorgendo Clevenger, gli fece un cenno con la testa. Clevenger rispose al saluto, poi vide Billy sferrare un destro deciso alla mascella del suo avversario, il quale sembrò sul punto di cadere sulle corde, ma poi ritrovò l'equilibrio in extremis. Billy sapeva combattere, non c'era dubbio. Era forte e rapido come una saetta e dotato di un buon allungo. Aveva scolpito il proprio corpo fino a rendere il torace simile a una corazza. Ma, oltre alla solida muscolatura e ai riflessi pronti, aveva l'istinto del combattente: era in grado di intuire la strategia dell'avversario e di adattarvisi, sfruttando le debolezze dell'altro a proprio vantaggio. Aveva studiato lo sport, leggendo libri e guardando ripetutamente i video degli incontri dei grandi del pugilato: Marciano, Liston, Alì, Frazier, Foreman, Leonard. L'idea di dedicarsi alla boxe era venuta a Billy, ma Clevenger l'aveva caldeggiata, ritenendo che sarebbe stato un ottimo sistema per dare sfogo alla rabbia, invece di riversarla sulle strade di Chelsea. Clevenger aveva adottato Billy due anni prima, dopo aver contribuito alla soluzione del caso dell'omicidio della sua sorellina, a Nantucket. I sospetti della polizia si erano concentrati sul ragazzo, in considerazione del suo passato di droga e violenze, ma Clevenger aveva dimostrato che si trattava di una pista sbagliata. Al termine delle indagini, Billy era stato scagionato e a finire in galera era stato suo padre, mentre la madre era stata dichiarata inadatta al ruolo di genitore. Rimasto solo, Billy sarebbe stato dato in affidamento se Clevenger non l'avesse adottato. Billy prese un sinistro deciso in fronte, si riscosse e si mise a saltellare. Il suono del gong annunciò che il round era terminato. «Non lasciare che lui ti venga addosso, Nicky» gridò Buddy Donovan all'avversario di Billy. «Fatti avanti piano, non arretrare.» Billy si accorse della presenza di Clevenger. «Ehi, il dottore è qui» gridò, mentre si dirigeva all'angolo del ring. «Vai alla grande» disse Clevenger. Il ragazzo gli strizzò l'occhio. In realtà, Billy aveva un aspetto pericoloso, con i capelli biondi e stopposi acconciati nello stile dei musicisti reggae e il tatuaggio con la scritta LET IT BLEED - lascialo sanguinare - che gli campeggiava sulla schiena in lettere verdi e nere alte cinque centimetri, sopra le cicatrici delle botte
prese dal padre naturale. Fare il genitore di Billy significava tenerlo per mano mentre camminava sulla corda tesa sopra le fiamme del suo tormentato passato. Alcune volte sembrava che lui fosse ben saldo sulle gambe e procedesse con sicurezza, altre invece pareva destinato a precipitare nell'inferno e a lasciarsene inghiottire. La cosa più preoccupante era la sua totale mancanza di paura. Da bambino aveva subito traumi ed era stato picchiato. La capacità di avere paura è una delle principali componenti dell'empatia. Bisogna sperimentare la sofferenza per immaginare il dolore altrui. Donovan suonò il gong del round successivo. Billy avanzò lentamente verso il centro del ring. Curvo e guardingo, l'avversario gli si fece incontro. Billy saltellò, aspettando che fosse a tiro, e poi gli assestò tre veloci jab sinistri, che gli fecero volar via il casco di protezione. L'avversario avanzò di un altro passo e sferrò un destro che colpì di striscio la spalla di Billy. «È più forte di te» gridò Donovan a Billy. «Continua a muoverti!» Billy lanciò un'occhiata a Donovan e riprese a saltellare. Non tollerava di sentirsi definire un debole e ancora meno di pensare di esserlo. Smise di saltellare, mosse un passo verso l'avversario e gli si piazzò di fronte: in men che non si dica, un gancio sinistro lo colpì al naso, facendogli colare il sangue sulle labbra. «Ti avevo detto di continuare a muoverti!» urlò Donovan. «Con lui non puoi combattere da vicino.» Un lampo si accese negli occhi di Billy: la visione strategica e la ricerca delle opportunità da sfruttare avevano lasciato il posto a qualcosa che assomigliava al puro e semplice odio. Era come se il sapore del sangue avesse attivato un sentimento primordiale e connaturato in lui. Tenendo i pugni bassi alla cintura, Billy avanzò di un altro passo verso il suo avversario, il quale lasciò partire un diretto destro che avrebbe messo fine al combattimento se fosse arrivato a destinazione; ma Billy si piegò all'indietro, facendo sì che il pugno gli sfiorasse solo il mento, e poi si scatenò con la furia di una tempesta, sferrando destri e sinistri con la ferocia di un combattente da strada. Alcuni pugni erano tirati all'impazzata, ma altri erano ben mirati alle spalle, alla testa e al collo dell'avversario, tanto da farlo barcollare. «Tornate ai vostri angoli» ordinò Donovan. «L'incontro è finito.» Salì sul ring.
Clevenger fece per muoversi. Billy sferrò un gancio sinistro che andò a vuoto e un potente diretto destro che centrò l'orecchio sinistro dell'avversario. Il ragazzo cadde in ginocchio. «Avevo detto basta!» urlò Donovan, stavolta a voce più alta. Spinse Billy verso le corde. «Quando dico che l'incontro è finito, è finito. Chiaro?» Billy si sfregò gli occhi con i guantoni, come un bambino che si risveglia dopo un sogno. «Mi dispiace» disse. Si toccò il naso e fissò il sangue. «Fatti la doccia e datti una calmata, Cristo!» disse Donovan, poi si girò e si avvicinò all'altro ragazzo, che, barcollando, si era rialzato. Billy guardò Clevenger, a bordo ring. «Vai a vestirti» gli disse quest'ultimo. «Ti accompagno a casa.» Donovan si avvicinò a Clevenger mentre Billy andava nello spogliatoio. «Dottore, il ragazzo ha talento e, se vuole, può diventare un professionista. Deve solo imparare a controllarsi.» «Certo.» «Uno più in gamba di Nicky poteva metterlo al tappeto, quando ha incominciato a sferrare pugni all'impazzata.» A quanto pareva, Donovan era preoccupato della perdita di controllo di Billy per un motivo molto diverso da quello di Clevenger, il quale constatò: «Non è riuscito a fermarsi neppure quando lei glielo ha ordinato». «Non ci farei troppo caso. Questi ragazzi sprizzano energia da tutti i pori e non riescono a controllarla. Ci riusciranno con l'età e l'esperienza.» «Speriamo» si augurò Clevenger. «Sono in questo mondo da un sacco di anni» lo rassicurò Donovan, dandogli una pacca sulla spalla e dirigendosi nello spogliatoio. Mentre si avviava verso l'uscita, Clevenger osservò i ragazzi che si allenavano e sudavano. Gli sarebbe piaciuto credere che Donovan avesse ragione, che Billy non fosse diverso dai suoi coetanei, che il suo sistema nervoso di diciottenne cedesse solo occasionalmente. Ma sul conto di Billy, Clevenger ne sapeva più di Donovan, perché era a conoscenza del suo passato di violenze fuori dal ring e delle volte in cui aveva lasciato a terra ragazzi sanguinanti, con la mandibola fratturata e una commozione cerebrale. Sapeva anche qualcos'altro di Billy, per averlo sperimentato su di sé. Quando si è vittime di un padre brutale, la brutalità si insinua nella psiche. Il principio di conservazione dell'energia si applica alla mente, così come
ai pianeti. Assimilare la rabbia di una persona significa questo. Si può provarla dentro di sé e fare di tutto per purificarsene, oppure si può cercare di ignorarla. In quest'ultimo caso, essa si svilupperà sempre di più fino a conquistare, sotto forma di depressione o di aggressività, ogni angolo dell'anima di chi l'alberga in sé. Mentre aspettava Billy sul pick-up, Clevenger ripensò a Grace Baxter e fu tentato di chiamarla per assicurarsi che sarebbe venuta all'appuntamento, ma poi temette che lei l'avrebbe trattenuto al telefono in un momento in cui lui invece desiderava dedicarsi solo a Billy. Il ragazzo uscì dalla palestra in perfetta tenuta da teen-ager: T-shirt nera, pantaloni di foggia militare larghi e con la vita bassa e Nike alte slacciate. All'orecchio sinistro portava tre cerchietti d'argento e intorno al collo una collana di cuoio con perline. Camminava con passo volutamente spavaldo, come chi recita il ruolo del duro in un film. Salì sul pick-up, tenendo lo sguardo fisso davanti a sé. «Grazie per essere passato a prendermi.» «Non c'è di che.» Clevenger inserì la retromarcia e uscì dal posteggio, prese la Broadway, diretto alla Route 99 per tornare a Chelsea. «Ho rotto con Casey» annunciò Billy. Casey Simms, una diciassettenne di Newburyport, era la ragazza di Billy da un paio d'anni. Clevenger si chiese se quella dichiarazione fosse il suo modo di spiegare perché aveva perso la calma sul ring. «Non me l'aspettavo» disse Clevenger. «Mi pareva che tra voi le cose andassero bene.» «All'improvviso è diventata troppo appiccicosa. Gelosa marcia.» «All'improvviso. Ti sei fatto un'idea del perché è successo?» «È una ragazza» rispose Billy, continuando a tenere lo sguardo fisso davanti a sé. «E a te sta bene che abbiate rotto?» «Sì.» Ultimamente questo era il massimo grado di confidenza che Clevenger riusciva ad avere con Billy. «La rottura con Casey è in qualche modo collegata al fatto che hai infierito su quel ragazzo dopo che Donovan aveva dichiarato la fine dell'incontro?» Billy si strinse nelle spalle. «Non l'avevo sentito.» Clevenger lo guardò. «È la verità» ribadì il ragazzo, lanciando una rapida occhiata a Clevenger. «So quello che stai pensando, e cioè che ho scaricato su Nick la mia
frustrazione per la storia con Casey. Io, però, non attribuisco il mio comportamento a simili motivazioni inconsce.» Si girò verso Clevenger e sfoderò il suo sorriso più accattivante. «Insomma, avrei dovuto ascoltare Donovan e ammetto di non averlo fatto. Va bene così, dottore?» Billy trovava sempre il modo di minimizzare i guai in cui si cacciava, ma Clevenger non riusciva a fare altrettanto. «Se continui a non dar retta a Donovan, prima di quest'estate ti butterà fuori, campione» gli disse. «Se pratichi lo sport rispettando le regole, va benissimo. Ma se è una scusa per fare a botte, lascia perdere.» «D'accordo» disse Billy, tornando a fissare la strada davanti a sé e rimanendo in silenzio per qualche istante. «Ti occupi tu del caso di quel tipo nel vicolo al Massachusetts General Hospital?» si informò poi. «Dicono che non sia stato lui a spararsi.» «Chi lo dice?» «Un giornalista alla radio. L'ho sentito mentre facevo riscaldamento.» Clevenger, ormai, non faceva più mistero con Billy della sua attività di consulente psichiatrico, essendo convinto che se per il ragazzo focalizzare l'attenzione su casi di violenza non era molto salutare, lo sarebbe stato ancora meno crescere con un padre che teneva segreta la sua professione. Inoltre sperava che il fatto di vederlo lavorare con la polizia avrebbe forse reso Billy più propenso a rispettare la legge. «La polizia di Boston mi ha ingaggiato oggi. Vogliono che li aiuti a capire se Snow si è suicidato o meno.» «Che figata!» esclamò Billy tutto eccitato. «E tu che cosa ne pensi?» «È troppo presto per esprimere un parere.» Billy annuì. «Il tipo doveva essere operato al cervello, giusto?» «Esatto.» «Sarebbe potuto morire?» «È un rischio possibile in un'operazione del genere.» «Allora di sicuro non si è fatto fuori.» Clevenger lo guardò. «Perché?» «Perché, come si dice, libertà è non avere niente da perdere. Uno può sempre suicidarsi. Se pensi di poter morire comunque, allora perché non lasciar fare alla sorte? Forse non ti sveglierai più. O magari ti sveglierai e ti sentirai meglio, come una persona nuova.» Fece una pausa. «A me sarebbe piaciuto. E a te?» «Risvegliarsi ed essere un'altra persona, oppure non risvegliarsi?» «Entrambe le cose. L'una o l'altra. Una qualsiasi.»
Clevenger fissò Billy, il quale lo guardò veramente negli occhi per la prima volta da quando era salito sul pick-up. Aveva un modo del tutto repentino di stabilire un contatto diretto. Quando succedeva era una bella sensazione, ma non accadeva spesso e sembrava non durare mai a lungo. «Sì» ammise. «L'una o l'altra.» «E poi una volta non mi hai detto che i depressi si sentono più di merda al mattino?» chiese. «Per molti di loro è così.» «Perché quando si alzano sono ancora gli stessi della sera prima. Ma a questo tizio stavano per fare a pezzi il cervello. Avrebbe potuto accadergli qualsiasi cosa.» Nella sua semplicità, il ragionamento di Billy era perfettamente logico. Snow stava cercando di liberarsi, di lasciarsi alle spalle la sua vita precedente per cominciarne una nuova. Al suicidio avrebbe potuto ricorrere in qualunque momento. E allora perché non aveva aspettato di vedere l'esito dell'operazione? Un inventore come lui non sarebbe stato eccitato alla prospettiva di poter reinventare la propria esistenza? «È un modo molto interessante di considerare la faccenda» ammise Clevenger. «Potresti avere ragione.» L'istinto gli suggeriva di cambiare argomento, per evitare che Billy continuasse a pensare a omicidi o suicidi. «Tornando a Casey,» disse «non hai davvero nessuna idea del perché sia così gelosa delle altre ragazze?» «Ho bazzicato un po' in giro» rispose Billy. «Ma non è come pensa lei.» Tornò a fissare davanti a sé. Era il massimo che Clevenger avrebbe ottenuto da lui. «Ne parliamo un'altra volta» propose allora. «Okay» approvò Billy. «Un'altra volta.» 6 Ore 17.20 Billy rimase a casa appena il tempo di trangugiare un boccone, poi uscì per incontrare i suoi amici. Clevenger si ritrovò solo nel loft di quasi duecento metri quadrati in cui vivevano, con le ampie vetrate che incorniciavano la notte di Chelsea illuminata dai fari del fiume di auto in transito sul Tobin Bridge, tra i vapori delle vicine, torreggianti ciminiere che ne avvolgevano la verde struttura metallica. Sotto il ponte si stendeva un'area di cinque chilometri quadrati fatta di
caseggiati, fabbriche e villette a schiera in mattoni, che avevano ospitato, a più riprese, ondate di immigrati che si rifugiavano a Chelsea come in un secondo ventre materno, iscrivendovi i figli a scuola, registrandosi agli uffici della previdenza sociale in Everett Avenue, imparando l'inglese e trovando impiego nelle stazioni di servizio, nei negozi di alcolici e negli empori. Poi, dopo essersi rifatti una vita e aver fatto carriera, si trasferivano in città più ricche come Nahant, Marblehead e Swampscott. Clevenger accese il computer, che teneva su una scrivania di legno antica di fronte alle vetrate, con l'intenzione di fare qualche ricerca su John Snow, Collin Coroway e la Snow-Coroway Engineering e di scoprire il più possibile sul conto di Grace Baxter. Mentre aspettava che il sistema operativo si avviasse, ne approfittò per dare un'occhiata alla camera di Billy, fermandosi sulla soglia: al centro della stanza c'erano la panca e i bilancieri per il sollevamento dei pesi; contro una parete era appoggiato un materasso, mentre lungo un'altra c'erano pile di CD e DVD. I vestiti erano sparpagliati in giro. Clevenger sorrise nel vedere la fotografia appiccicata con il nastro adesivo all'anta dell'armadio: lui e Billy, il giorno in cui il ragazzo era arrivato in quella casa. In molti casi, il fatto di esercitare un ruolo genitoriale su un ragazzo problematico - anche uno violento come Billy - aveva aspetti sorprendentemente positivi. Nel caso di Clevenger, per esempio, l'essere responsabile di un'altra persona serviva a strutturargli l'esistenza, mentre la sua esperienza di psichiatra lo aiutava ad affrontare il fatto che la vita con Billy poteva dargli una sensazione di isolamento e anche di rabbia, perché gli ricordava la propria infernale adolescenza e il proprio sadico padre. E l'isolamento che l'educazione di un figlio adolescente comportava era l'aspetto per il quale Clevenger era meno preparato, in quanto significava concentrare una grande quantità di tempo e di energia su un'altra persona, una persona che non ti era amica e dalla quale non dovevi aspettarti aiuto nei periodi difficili né comprensione nei momenti di abbattimento e malumore. Clevenger stava scoprendo quanto ci si potesse sentire soli nella stanza accanto a quella del proprio figlio, pur amandolo quanto lui amava Billy, e per arginare la solitudine non poteva più ricorrere ai facili espedienti di un tempo. Le donne, innanzitutto. Negli ultimi due anni Clevenger aveva avuto qualche relazione, compresa quella a fasi alterne con Whitney McCormick, psichiatra legale dell'FBI, con cui aveva lavorato per il caso di Jonah Wrens. Ma non aveva mai potuto abbandonarsi a una storia d'amore, nep-
pure con lei, che pure continuava ad apparirgli in sogno. Non poteva rifugiarsi in una donna e annullare le proprie inquietudini nello stordimento della passione. Per dare al figlio l'inequivocabile impressione di essere al centro della sua vita doveva addormentarsi e svegliarsi solo e considerare le relazioni amorose come attività part-time. E poi c'era il suo altalenante rapporto con l'alcol e la droga. Clevenger aveva trovato meno stressante rimanere sobrio per se stesso, giorno dopo giorno, che assumersi tale impegno con la scusa di crescere un figlio sano. Perché una ricaduta, di tanto in tanto, era quantomeno concepibile se l'unico a subirne danno era lui stesso. Quando il dolore diventava insostenibile, sapeva di poterlo mettere a tacere, anche se poi l'avrebbe pagata molto cara. Adesso che il futuro di Billy era legato al suo e che, bevendo, sarebbe diventato il padre ubriacone di Billy, Clevenger non riusciva più neppure a toccare la bottiglia. Aveva stretto un patto con la realtà, indipendentemente da quanto essa fosse diventata dolorosa. Clevenger ripensò a ciò che John Snow stava per fare, al suo progetto di rendersi libero dal groviglio dei suoi neuroni e, molto probabilmente, da qualunque altro groviglio. In un certo senso, si trattava di un'idea esaltante: Snow avrebbe potuto vivere la vita priva di restrizioni di uno straniero in una terra lontana, senza obblighi verso nessuno, senza sensi di colpa per i peccati del passato, senza niente che lo definisse o lo limitasse. D'altra parte, c'era da chiedersi quanto sarebbe costata la libertà di Snow a coloro che lo consideravano parte della propria vita, della propria realtà. Una volta che lui se ne fosse andato, sarebbero mai riusciti a trovare una soluzione ai drammi di cui lui era stato protagonista, oppure ne sarebbero stati oppressi per sempre? E Snow non avrebbe dovuto preoccuparsi di tutto ciò? Una persona è libera a tal punto da permettersi un cambiamento tanto radicale? Che cosa sarebbe successo a Billy se Clevenger avesse deciso che i loro legami emotivi - positivi e negativi - erano privi di valore e inconsistenti, che loro due non avevano un futuro insieme e neppure un passato in comune? Billy sarebbe riuscito a sopravvivere all'abbandono? Sarebbe riuscito a sostenere l'amore e la paura, la fiducia e il risentimento che avevano condiviso? Oppure si sarebbe fatto schiacciare dal loro peso? Squillò il telefono. Clevenger tornò alla scrivania e rispose. «Frank Clevenger.» «Cattive notizie» disse North Anderson. «Che cosa? Dove sei?» «In ufficio. Ha appena chiamato Mike Coady. La polizia ha ricevuto una
chiamata dal 214 di Beacon Street. Si tratta di George Reese, il marito di Grace Baxter.» «Mio Dio, no» disse Clevenger, pensando che lei lo avesse ucciso o avesse tentato di farlo. Sentì le gambe cedergli. Grace Baxter gli aveva lanciato segnali della disperazione che provava e lui aveva preso la decisione sbagliata, permettendole di tornare a casa, invece di affidarla a un reparto psichiatrico d'isolamento. «Quanto sono cattive le notizie?» chiese. «I paramedici hanno tentato l'impossibile, ma non è servito a nulla. Il corpo era lì da un po', forse da un paio d'ore.» Clevenger riuscì a sedersi sulla poltrona della scrivania, prima che le gambe gli cedessero del tutto. «Come lo ha ucciso?» «"Lo"...?» si stupì Anderson. «Frank, il marito sta bene.» La mente di Clevenger non poteva - o non voleva - mettere insieme i fatti e arrivare alla terribile verità. «Non capisco.» «Si tratta di Grace» disse Anderson, rimanendo poi in silenzio per qualche secondo. «Si è uccisa.» Clevenger chiuse gli occhi, rivedendo Grace Baxter che si avviava alla macchina al Fitzgerald Shipyard, con il viso rigato di lacrime. Poi li riaprì e guardò fuori, nella notte di Chelsea. «In che modo lo ha fatto?» riuscì a chiedere. «Non è una bella storia.» «Quando mai lo è?» «Questa in particolare...» «Racconta.» «È andata in bagno e si è tagliata prima i polsi, poi la gola. Quindi, si è trascinata fino al letto, dove è morta dissanguata.» «Chi l'ha trovata?» «Suo marito. Grace avrebbe dovuto raggiungerlo a un cocktail alla Beacon Street Bank - una raccolta di fondi, o qualcosa del genere - ma non è mai arrivata. Allora lui è andato a cercarla a casa.» «Ha lasciato una lettera?» «Sì, però Coady non mi ha riferito che cosa c'era scritto.» «Possiamo vederci in Beacon Street?» chiese Clevenger. C'erano due motivi per cui voleva andare là: Grace era stata una sua paziente, anche se per una sola seduta; un uomo e una donna che erano stati amanti erano morti nel giro di alcune ore l'uno dall'altra. Una delle possibilità era l'omicidio-suicidio, ovvero che Grace Baxter avesse ucciso John Snow e poi si fosse suicidata. Ma ce n'erano anche altre. Clevenger voleva vedere dove
era morta Grace, dare un'occhiata alla stanza, verificare se c'erano segni di colluttazione. «Devo dirti anche che hanno trovato sul comodino un pezzo di carta con il tuo nome, il tuo numero di telefono e l'appunto per la seduta di domani. Suppongo che il marito sappia che è stata da te stamattina. Sta cercando qualcuno da incolpare.» «Non faticherà a trovarmi. Sarò al 214 di Beacon Street fra quindici minuti.» «Ci vediamo là.» Clevenger lasciò un messaggio a Billy, poi partì per Boston. Sapeva che gli psichiatri perdevano i propri pazienti, esattamente come succedeva agli altri medici, e che alcuni disturbi psichiatrici erano fatali. E sapeva anche che, ai sensi della legge, Grace Baxter gli aveva detto tutto quello che lui doveva sapere: il "patto di incolumità", per cui non avrebbe fatto del male a se stessa né ad altri. Ma la sua mente continuava a rivivere i quaranta minuti circa che avevano passato insieme e a rivedere il momento in cui lui le aveva chiesto se voleva far del male a suo marito. Perché non si era soffermato sul vero pericolo, e cioè sul fatto che lei voleva uccidersi? Perché non aveva intuito questo rischio? Parcheggiò l'auto in Beacon Street e percorse a passo sostenuto i tre isolati che lo separavano dal numero 214, un signorile edificio in mattoni con la facciata convessa, ampi gradini in granito e due lanterne in ferro battuto che incorniciavano un'alta porta cremisi. Due agenti erano di guardia davanti ai gradini e tre auto della polizia e la Porsche Carrera nera di North Anderson erano parcheggiate di fronte all'edificio. Gli agenti riconobbero Clevenger e si fecero da parte per lasciarlo passare. Mentre lui si avvicinava alla porta, questa si aprì per lasciar uscire Anderson, che se la richiuse alle spalle. Clevenger lanciò un'occhiata lungo Beacon Street. «Non avevo previsto una cosa del genere.» «Se non ci sei riuscito tu, nessun altro avrebbe potuto farlo.» Clevenger lo guardò. «Non ne sono sicuro.» Anderson distolse lo sguardo. «Il marito è andato fuori di testa molto più di quel che mi aveva detto Coady. Forse è meglio aspettare che portino il cadavere all'obitorio. Wolfe ti dirà tutto quello che hai bisogno di sapere.» Clevenger scrollò la testa. «Lei dov'è?»
«Posso fare tutto io qui.» Clevenger fece per oltrepassarlo. Anderson lo trattenne per un braccio. «Al piano superiore, in camera da letto. C'è anche Coady. Il marito è nel suo studio, a destra dell'ingresso.» Clevenger aprì la porta ed entrò in casa. George Reese, il marito di Grace Baxter, si alzò da una poltrona di pelle bordeaux, drizzò la testa e fissò Clevenger con gli occhi grigi iniettati di sangue. Alto circa un metro e ottanta, era molto snello e dimostrava meno dei suoi cinquantadue anni. La camicia bianca da smoking era insanguinata. I capelli neri come l'ebano, precedentemente pettinati all'indietro con il gel, adesso gli ricadevano sulla fronte. Clevenger si diresse verso di lui, notando che aveva anche le palme delle mani e una guancia sporche di sangue. «Mi dispiace molto...» disse. Chiazze rosse comparvero sul collo di Reese. «Lei ha davvero un bel coraggio a presentarsi in casa mia» sibilò, sforzandosi di tenere la voce bassa. Anderson si accostò a Clevenger. Reese guardò di traverso il dottore. «Grace mi aveva detto di averle telefonato cinque volte oggi. E lei non l'ha mai richiamata. Che cosa c'era di più importante della vita di mia moglie?» Clevenger si accorse che il fiato di Reese puzzava d'alcol. Si guardò intorno e notò una bottiglia di scotch aperta, sul tavolino da caffè. «Grace aveva chiamato per fissare un appuntamento» si giustificò Clevenger. «Sarebbe dovuta venire da me domani mattina alle otto.» Sapeva che come risposta non era un granché. «Be', non ce l'ha fatta ad aspettare fino a domani mattina» disse Reese, trattenendo a stento la rabbia. «Vorrei essere riuscito a fare di più» ammise Clevenger. Reese mosse un passo verso di lui e Anderson fece per frapporsi tra loro, ma Clevenger lo trattenne con un cenno. «Cinque telefonate» ripeté Reese. «La maggior parte dei suoi pazienti la chiama una mezza dozzina di volte in poche ore?» Parlava a denti stretti. «Conosceva l'anamnesi di Grace, dottor Clevenger? Si è preoccupato di esaminare la sua cartella clinica prima di riceverla? Ha parlato con il suo ultimo psichiatra?» Queste domande risvegliarono in Clevenger un altro spiacevole ricordo della sua seduta con Grace Baxter, ovvero il modo in cui lei gli aveva snocciolato il "patto di incolumità", inducendolo a chiedersi quante volte
in passato avesse dato motivo di preoccupazione agli psichiatri. A lei però non l'aveva chiesto. «Tre tentativi di suicidio» disse Reese. «Nove ricoveri in reparti psichiatrici d'isolamento.» Dopo aver abbassato lo sguardo per un attimo, Clevenger si costrinse a guardare di nuovo Reese negli occhi. «Non ha trovato un'ora per lei, magari alla fine della sua giornata piena d'impegni? Doveva andare da qualche altra parte?» «Mi spiace davvero per sua moglie» disse Clevenger. Reese si piegò per bisbigliare qualcosa nell'orecchio di Clevenger. Il suo fiato era un concentrato di alcol. «Salga in camera da letto e le dia un'occhiata. Vada a vedere che cosa ha fatto.» E si scostò da lui. Clevenger lo oltrepassò e salì la scala che portava al piano superiore, seguito da Anderson. Si fece guidare dalla voce di Mike Coady che si sentiva fin nell'atrio. Quando entrò in camera da letto, si sentì gelare. Anderson gli appoggiò una mano sulla spalla. «Deve aver barcollato in giro per la stanza nel tentativo di raggiungere il letto.» La trapunta era scostata e ripiegata e Grace Baxter giaceva nuda sulle lenzuola intrise di sangue; anche le pareti e il tappeto ne erano macchiati. Le tende di velluto azzurro erano state in parte strappate dalle finestre e giacevano sul pavimento in un mucchio insanguinato. Clevenger si avvicinò al letto camminando sul telo di plastica steso a terra dagli agenti della scientifica. Guardò Grace Baxter. Tagli color rosso cupo si intersecavano sul suo collo: un lavoro davvero maldestro. I polsi erano stati incisi una sola volta, in orizzontale. I braccialetti di diamanti e il Rolex, che indossava ancora, erano macchiati di sangue. Coady si accostò all'altro lato del letto. «Una tua paziente?» «Mi aveva detto che per lei erano come manette» osservò Clevenger. «Che cosa?» «I braccialetti» rispose. «L'orologio.» «Manette di gran lusso.» «In effetti, sì.» «Si è tagliata le arterie carotidee» disse Coady. «Il bagno è ancora più incasinato.» «Che cosa ha usato?» «Un taglierino da moquette. Stanno ristrutturando il secondo piano. Il marito dice che dev'essere di un operaio dell'impresa.» Clevenger annuì.
«Ha lasciato una lettera» lo informò Coady, allungandogli una busta di plastica contenente un foglio di carta. Clevenger la prese. Nonostante le macchie di sangue, il testo era leggibile. Amore mio, non posso più andare avanti così. La sera, quando mi addormento, e il mattino, quando mi sveglio, sono gli unici momenti in cui mi sento viva, prima di rendermi completamente conto di ciò che è diventata la mia vita. Se provi a immaginare di avere solo questi pochi istanti di felicità in tutta la giornata e in tutta la notte, la più dolce e passeggera illusione di libertà, puoi forse capire e anche perdonare quel che ho fatto. Ricordo ogni nostro bacio, ogni nostra carezza. Quando sei entrato in me, io sono entrata in te. Sono fuggita e mi sono lasciata il dolore alle spalle. Non sono in grado di affrontarlo da sola. Ho sbagliato a fare affidamento su di te per la mia felicità. La tua vita è tua. Ma il pensiero del tuo abbandono rende il mio orizzonte così oscuro che non riesco a vedere più alcun futuro, né tollero di avanzare anche di un solo passo. Per favore, perdonami di tutto. Per sempre tua, Grace «Il marito mi ha detto che stavano per divorziare» disse Coady. «Era stato da un avvocato.» Clevenger gli restituì la busta. «C'è un posto dove possiamo parlare?» «Vieni con me.» Clevenger seguì Coady lungo un altro telo di plastica fino in bagno. Le pareti erano rivestite di specchi, per cui, in qualunque direzione Clevenger si girasse, continuava a vedere se stesso macchiato del sangue di Grace Baxter. Un brivido gli percorse la schiena. Coady chiuse la porta con la mano protetta da un guanto. «Il taglierino da moquette» disse, indicando il lavabo. Clevenger abbassò lo sguardo nel punto indicatogli e vide l'arma con la lama insanguinata. «Lei era l'amante di Snow» affermò poi, senza alzare lo sguardo. «Ma di che parli?»
«Grace Baxter e Snow. Avevano una relazione.» «Te l'aveva detto lei?» «No» rispose Clevenger, guardando Coady negli occhi. «Oggi ho visto Jet Heller. Era stato Snow a parlargliene.» Coady aveva l'aria di chi si sta sforzando di trovare una soluzione semplice a un problema complesso. «Magari lei viene a sapere che il suo uomo si è ucciso, cade in depressione e...» «È possibile» disse Clevenger. Fece una pausa. «Come mai non prendi in considerazione il marito?» «Che cosa?» «La maggior parte delle volte le donne si uccidono con un'overdose» spiegò Clevenger. «Qualche volta si tagliano le vene dei polsi. Ma i tagli sul collo e un unico taglio orizzontale in ogni polso? Sarebbe materiale per le riviste di psichiatria. Chi arriva a recidersi le carotidi lo fa in risposta a una psicosi: la fissazione di avere il sangue del diavolo nelle vene, o qualcosa del genere. Non avevo riscontrato alcun segno di psicosi in Grace Baxter.» «Siamo sinceri» disse Coady. «Non avevi previsto nulla di tutto ciò.» La frase colpì Clevenger come un calcio, lasciandolo stordito per qualche secondo. «No» ammise, alla fine. «Non avevo previsto nulla. Ma anche questo è significativo.» «Ah, ho capito» disse Coady. «Tutto ciò non poteva accadere perché l'onniveggente dottor Frank Clevenger non lo aveva previsto. Non possiamo certo accettare l'evidenza, se ciò significa ammettere che hai preso una cantonata.» «Il marito è macchiato del sangue di Grace.» «È entrato, ha visto la donna che era sua moglie da dodici anni che si stava dissanguando sul letto e ha cercato di rianimarla. Quando siamo arrivati, il corpo era ancora caldo. Il cuore non batteva più, ma era ancora caldo.» Clevenger rimase zitto. «Che motivo avrebbe avuto il marito di ucciderla?» proseguì Coady. «La gelosia? La morte di Snow era su tutti i giornali, oggi. Quindi sapeva che non avrebbe più dovuto competere con lui.» Sembrava irritato dalle sue stesse parole. «D'accordo» disse Clevenger. «Snow era fuori dai piedi.» «Oh, così adesso lui è colpevole di un doppio omicidio. Un banchiere, un pilastro della comunità, in preda a furia omicida, uccide l'amante della
moglie al mattino e fa fuori la moglie verso sera. E non ha preso una pistola e li ha uccisi dopo averli sorpresi insieme. No, qui, non c'è alcun impulso incontrollabile. Lui ha pianificato di eliminarli entrambi lo stesso giorno.» Fece una pausa. «Questo sarebbe materiale interessante per le riviste di criminologia.» «Forse non l'ha pianificato bene» disse Clevenger. «Sentì, non sto dicendo che il marito sia necessariamente coinvolto. Ma sua moglie lo tradiva e sia lei sia il suo amante sono morti. E lui si è fatto trovare con il sangue della moglie addosso.» «Va bene» tagliò corto Coady. «Non lo scarterò ufficialmente.» «E ufficiosamente?» «Vieni qui a dirmi come devo svolgere le mie indagini? Avevo un'unica domanda per te: John Snow era psicologicamente capace di suicidarsi? Se vuoi il caso, questo è ciò su cui devi concentrarti. Non è affare tuo se decidiamo che Grace Baxter si è suicidata o no.» «Ricevuto» disse Clevenger. Coady sapeva che lui non lo stava ascoltando. «Dovresti farti da parte. Tu hai tutto da guadagnarci, se non è un suicidio. Perché se invece lo fosse, potrebbe anche diventare un bel caso di negligenza professionale.» «Il che potrebbe essere il solo modo di cominciare a capire che cos'è successo» disse Clevenger, voltandosi e uscendo. 7 Ore 20.40 Clevenger se ne andò con Anderson. Si ritrovarono in ufficio, a Chelsea. «Allora, che cosa ne pensi?» domandò Anderson, mentre si sedeva di fronte alla scrivania di Clevenger, sulla stessa sedia che aveva occupato Grace Baxter. «Abbiamo un uomo e una donna innamorati, o perlomeno intimamente legati, che sono morti nel giro di qualche ora l'uno dall'altra» rispose Clevenger. «La loro storia è certamente il punto da cui bisogna partire. Qualcuno non riusciva a sopportare quello che c'era tra loro, oppure non poteva sopportare che fosse una storia finita.» «Potrebbe trattarsi della stessa Grace. Potrebbe essere lei la persona che ha sparato.» «È possibile» disse Clevenger. «Ma per autoinfliggersi quelle ferite do-
veva essere psicotica.» Scosse la testa. «Forse era più malata di quanto pensassi. Ha detto di sentirsi in colpa. Magari era qualcosa di più. Magari era convinta di essere malvagia. Forse credeva che dissanguarsi fosse l'unico modo per purificarsi dai suoi peccati.» «L'assassinio di Snow potrebbe avere indotto in lei questo stato d'animo?» chiese Anderson. Clevenger lo guardò. «Sì, potrebbe.» Parte dell'efficacia di una perizia medico-legale condotta su un assassino consisteva nel capire che il suo stato mentale poteva essere stato drammaticamente influenzato dall'atto omicida in sé. Un omicidio poteva far precipitare una persona in qualcosa di molto simile alla mania, o anche alla schizofrenia paranoide: in alcuni casi pochi minuti dopo il fatto, in altri casi dopo ore. Clevenger scosse la testa. «Grace Baxter non mi è sembrata proprio una persona che stesse perdendo il contatto con la realtà.» «Fino a quando non avremo in mano qualcos'altro, dobbiamo seguire il nostro istinto. Se è stato un omicidio-suicidio, la cosa finisce qui. Come pure se si sono suicidati entrambi. Ma se c'è in giro il colpevole di un doppio omicidio, siamo gli unici a cercarlo.» Anderson aveva ragione. Loro erano gli unici a cercare la verità sino in fondo. E se questa verità includeva un assassino abbastanza temerario da uccidere un brillante inventore e la sua ricca amante, dovevano cominciare a preoccuparsi anche della loro incolumità. «Dovremo guardarci le spalle a vicenda» disse Clevenger. «Hai centrato il punto» convenne Anderson. «Penso che la prossima visita sarà alla moglie di Snow, per scoprire se sapeva di Grace Baxter. Domani mattina Coady mi farà avere il diario di Snow. Gli darò un'occhiata prima di andare da lei.» «Devo ancora rintracciare Coroway. E dovremo anche trovare il modo di stabilire un contatto con George Reese.» «D'accordo.» «Ti rendi conto che in questo caso non abbiamo un vero e proprio cliente?» osservò Anderson. «Devi preparare un rapporto sulla salute mentale di Snow per Coady, ma lui potrebbe anche decidere di lasciarlo perdere se premiamo troppo l'acceleratore sulla teoria del doppio omicidio.» Clevenger rifletté su questa osservazione. Erano liberi di mollare il caso e una parte di lui ne sarebbe stata contenta. In ufficio aveva parecchie altre urgenze, senza contare il tempo e l'energia di cui aveva bisogno per tenere Billy fuori dai guai. Ma sapeva che, se qualcuno aveva ucciso Grace Ba-
xter e John Snow, costui avrebbe dormito sonni più tranquilli se lui e Anderson avessero lasciato perdere l'indagine. E sapeva anche che ciò lo avrebbe tenuto sveglio la notte e fatto riaffiorare gli incubi, in cui suo padre ubriaco infieriva come un pazzo. E, visto che era stato ucciso a poco a poco da un simile soggetto, Clevenger non poteva sopportare l'idea di lasciare in giro un assassino. Questo era il modo in cui i frammenti della sua psiche si erano ricomposti e lui era diventato quel che era. «L'unico cliente che abbiamo effettivamente avuto era John Snow» disse. «Credo che solo lui possa revocarci il mandato.» «Se è così, speriamo che succeda il più tardi possibile.» Ore 22.35 Clevenger salì al quinto piano con l'ascensore e si avviò verso la porta d'acciaio del suo loft. Dall'interno provenivano voci e, di tanto in tanto, qualche risata. Si chiese se Billy avesse invitato un amico, un'abitudine che aveva mantenuto anche nei giorni infrasettimanali, benché Clevenger gli avesse chiesto di farlo solo nei week-end. Cercò di liberarsi la mente dall'indagine, preparandosi a pronunciare un paterno discorso del tipo diamoci-un-taglio seguito da una ramanzina un po' più severa, una volta che lui e Billy fossero rimasti soli. Ma quando aprì la porta, trovò J.T. Heller e Billy seduti in cucina a bere Coca-Cola come due vecchi amici. Heller si alzò per andare incontro a Clevenger. Aveva una grossa busta in mano. «Mi dispiace di aver approfittato dell'ospitalità» si scusò. «Nessun problema» disse Clevenger, colto alla sprovvista. «Sono passato a consegnarti la documentazione: la perizia psichiatrica effettuata su Snow in ospedale.» «Grazie.» «Volevo che tu l'avessi al più presto» disse Heller. «Oggi ti sei dimenticato di lasciarmi il tuo indirizzo. L'ho avuto dalla Massachusetts Medical Society. Billy mi ha detto che stavi per tornare a casa.» Gli porse la busta. Clevenger la prese. «Te ne sono grato.» «Vedo che anche tu hai giornate pesanti come me. Sono reduce da sei ore di sala operatoria.» «Fai interventi così tardi?» «No. Un tipo era venuto a farsi visitare dal neurologo per un fortissimo mal di testa. Lo hanno portato subito in radiologia, secondo la prassi, e gli hanno fatto un'angiografia. Un fottuto aneurisma dell'arteria cerebellare
superiore. Non c'è stato tempo da perdere.» «Com'è andata?» «Quando ho aperto, l'aneurisma si stava già espandendo. Se il tipo fosse venuto a farsi visitare un'ora dopo, adesso parleremmo di lui al passato. Comunque, ho risolto il problema e richiuso. Dovrebbe essere a posto per altri centomila anni.» Alzò gli occhi al cielo. «Se Dio vuole.» «Bene, allora.» «Non c'è dubbio che la giornata sia finita decisamente meglio di com'era cominciata» osservò, e le sue parole sembrarono riportarlo ai fatti di quella mattina, facendolo di colpo apparire stanco come avrebbe dovuto essere un uomo che ha perso un paziente e ne ha appena salvato un altro. «Devo andare» disse poi. «Ma è presto» intervenne Billy, abbassando subito lo sguardo, imbarazzato, come se la sua abituale maschera di impassibilità fosse improvvisamente caduta. Clevenger non ricordava di averlo mai sentito rivolgersi a un adulto con tanto trasporto. «Sono a pezzi» gli spiegò Heller. «Ci vedremo un'altra volta, non dubitare.» Poi strizzò l'occhio a Clevenger. «Billy e io ci siamo resi conto di avere alcune cose in comune.» Billy rialzò lo sguardo e sorrise. «Ottimo» disse Clevenger. «Quali, per esempio?» «Nella mia vita ci sono stati cambiamenti imprevisti e svolte, tra cui il fatto di essere stato dato in adozione.» «E non solo» intervenne di nuovo Billy. Il modo in cui Clevenger guardò Heller era un invito a proseguire il racconto. «I miei genitori biologici mi hanno abbandonato all'ospedale, dopo che mia madre mi aveva partorito. Se ne sono andati a notte fonda, lasciando il paese. Mi ha adottato una coppia di Brookline: lui era un medico del Massachusetts General Hospital, lei un'infermiera, e non potevano avere figli.» Heller lanciò un'occhiata a Billy, poi tornò a guardare Clevenger. «Devo ammettere che per anni ho fatto patire loro le pene dell'inferno. Marinavo la scuola, rubavo auto. A undici anni mi sono beccato otto mesi di riformatorio con l'accusa di aggressione.» «Proprio come me» disse Billy. Circa un anno prima, dopo che lui e un amico avevano avuto una lite con tre ragazzi di Saugus, Billy si era fatto tre mesi di riformatorio. I ra-
gazzi di Saugus erano finiti tutti al pronto soccorso. «Che cosa ti ha fatto cambiare?» chiese Clevenger. «La mia religione: il sistema nervoso...» rispose Heller, lasciando il discorso in sospeso per qualche istante. «Ho cominciato a seguire mio padre, quello adottivo, nel suo lavoro. Era un neurologo e mi permetteva di raggiungerlo in ospedale dopo la scuola, di frequentare il suo studio, di rispondere ogni tanto al telefono e qualche volta anche di assistere mentre lui visitava i pazienti, quelli davvero interessanti.» «Che figata, vero?» commentò Billy. Clevenger immaginò che agli occhi di Billy tutto ciò risultasse molto più affascinante del coinvolgimento nell'attività di consulente psichiatrico che lui poteva offrirgli. «E così hai finito per fare il neurochirurgo» commentò. «Ti piaceva quello che vedevi.» «Mi affascinava. Mi affascinava mio padre. L'aver partecipato alla sua vita professionale mi ha salvato, davvero. Finché non ho visto quello che lui era in grado di fare per le persone, il potere che aveva di aiutarle, non sapevo che fossimo dotati di un simile potere. Il potere di fare il bene.» «Mi ha detto che posso andare a vederlo in sala operatoria» riferì Billy raggiante. «Posso metterci il naso dentro.» Disse queste ultime parole con il tono di chi è stato ammesso a una società segreta. In un certo senso, la neurochirurgia lo era. «A dire il vero, non mi sono spinto tanto in là» corresse il tiro Heller. «Ho detto a Billy che ne avrei prima parlato con te.» Billy lanciò a Clevenger un'occhiata ansiosa. «Certo che può venire» disse Clevenger, avvertendo una fitta di gelosia. Si rendeva conto che era una cosa irrazionale. In fondo, era lui ad avere remore nel coinvolgere Billy nelle sue attività, mentre il ragazzo ne sarebbe stato entusiasta. «Ti avviserò per tempo, quando mi capita qualche caso interessante» disse Heller a Clevenger. «Ottimo» approvò lui. «Forse la settimana prossima, se non mi si incasinano i programmi. Ho una paziente che è diventata cieca a undici anni. Adesso ne ha trentatré. Un tumore benigno sul nervo oftalmico. Se tutto procederà come dovrebbe e se avrò un po' di fortuna, quando si sveglierà, aprirà gli occhi e potrà vedere.» «Gesù» commentò Billy. «Gesù ci mette sempre lo zampino» disse Heller a Billy. Poi si rivolse di
nuovo a Clevenger, accennando con la testa alla busta che aveva in mano. «Fammi sapere se c'è qualcos'altro che posso fare per te.» «A dire il vero, se hai un paio di minuti,» ne approfittò Clevenger «vorrei sottoporti velocemente un paio di cose riguardanti il caso Snow. Se vuoi, ti accompagno fuori.» Notò la delusione sul viso di Billy. Non voleva escluderlo, né dare l'impressione di contendersi con lui l'attenzione di Heller, ma non voleva neppure parlare dell'omicidio di Grace Baxter in sua presenza. Cercò di rimediare. «Immagino che tu sia stanco come me, adesso» disse a Heller. «Perché non riprendiamo l'argomento domani mattina?» Billy si alzò dalla sedia. «Non fatevi problemi per me» disse. «In ogni caso, stavo per andarmene di là.» E si avviò verso la sua camera. «Ci vediamo in ospedale» gli disse Heller. «Okay» rispose Billy. Clevenger seguì il ragazzo con lo sguardo, mentre spariva nella sua stanza. «C'è un nuovo sviluppo nel caso?» chiese Heller. «Sì» rispose Clevenger. «Grace Baxter è stata trovata morta stasera.» «Grace Baxter...» disse Heller, cercando di rintracciare quel nome nella sua memoria. «Suo marito, George Reese, è il presidente della Beacon Street Bank.» «La Grace di Snow!» Clevenger annuì. «Sono stato a casa di Reese in Beacon Street, oggi.» «Come è morta?» «Polsi tagliati, gola aperta.» «Si è uccisa.» Heller lanciò un'occhiata a Clevenger, storcendo appena la bocca. «Pensi che lei abbia ucciso Snow? Ma di cosa si tratta? Di un meschino omicidio-suicidio? Di una stronzata tipo triangolo amoroso? È per questo che ho perso il mio paziente?» «Non lo so» rispose Clevenger, colpito ancora una volta da come Heller tendesse a vedere ogni cosa attraverso la lente dell'interesse personale. Il fatto che Snow avesse perso la vita gli sembrava meno importante del fatto che lui avesse perso il suo paziente. «Quando ci siamo incontrati, oggi, nel tuo studio, non te ne ho parlato, ma Grace Baxter era una mia paziente» disse Clevenger. «Una nuova paziente. L'ho vista una sola volta.» «Era in cura da te?» «Stamattina aveva fatto la sua prima seduta di psicoterapia.» «Che strana combinazione!» «Penso che abbia fissato l'appuntamento con me perché si sentiva de-
pressa, dopo che Snow l'aveva lasciata.» «Ti ha parlato della sua relazione?» «No.» «Aveva minacciato il suicidio per questo» disse Heller. «Credo di avertene accennato, oggi.» «Se almeno avessi conosciuto i suoi trascorsi psichiatrici!» esclamò Clevenger, in preda ai sensi di colpa. «Avrei dovuto farle più domande in proposito.» «Ti senti responsabile per la sua morte» commentò Heller, fissandolo negli occhi. C'era in Jet Heller qualcosa che riusciva a creare un immediato senso di cameratismo, un'immediata fiducia: che cos'era? La sua spontanea propensione a parlare liberamente? O la sua mancanza di limiti rigidi, per cui si presentava in casa altrui a tarda sera e invitava Billy in sala operatoria? Oppure, più semplicemente, il fatto di sembrare a proprio agio in qualunque circostanza, ivi compresa la morte? Che cosa poteva turbare un uomo che ogni giorno, per mestiere, apriva la testa di altri uomini? «Ci sono domande che non ho formulato» si limitò a dire Clevenger, evitando di accennare al fatto che non era sicuro che Grace Baxter si fosse uccisa. «Avanti, Frank. Da medico a medico. Pensi di averla uccisa?» Clevenger si schiarì la voce. «Lei aveva pronunciato il "patto di incolumità".» Heller annuì. «Ho perso ventisette pazienti sul tavolo operatorio» disse. «Vuoi sapere con quanti di loro ho fallito?» «Senti, non devi...» «Sei. Forse sette. Sono morti a causa dei miei limiti come medico.» Seppur riluttante, adesso Clevenger ascoltava Heller più come suo psichiatra che come suo paziente. «E tu che cosa pensi in proposito?» gli chiese. «Penso che il mio è un lavoro maledettamente difficile, che però io adoro, e penso che sono un essere umano, qualunque cosa dicano di me i giornali. Se non riesco ad affrontare i miei fallimenti, non sono fatto per entrare nella testa degli altri.» Clevenger deglutì. «E tu, Frank? Sei un essere umano? Oppure anche tu cominci a credere a quel che dicono i giornali: che puoi guarire chiunque e risolvere qualunque caso?» Allungò la mano e strinse il braccio di Clevenger. Quando cresci con un padre che non ti dimostra affetto, un uomo che al-
lunga una mano verso di te può bloccarti oppure farti sciogliere. Clevenger distolse lo sguardo, mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime. «Risposta esatta, fratello» disse Heller. «Mi sono sentito nello stesso modo almeno una mezza dozzina di volte e prima di essere tanto vecchio da non riuscire a tenere saldamente in mano il bisturi mi capiterà un'altra dozzina di volte.» Clevenger fece un respiro profondo e lo guardò. «Grazie» disse. «Tienimi informato su questa vicenda, se non è contro le regole» si raccomandò Heller. «E se salta fuori che Snow non si è suicidato, ma è stato ammazzato e tu hai bisogno di soldi per incastrare quel bastardo, rivolgiti pure a me. Se qualcuno lo ha derubato della vita, ha derubato anche me.» «Ti terrò informato» assicurò Clevenger, costringendosi peraltro a ricordare che in realtà lui non conosceva molto bene Heller. «Dei fatti che non saranno vincolati dal segreto, beninteso.» «Tutti noi abbiamo il nostro codice etico» disse Heller. «Non ti chiederò mai di violare il tuo.» Fece un cenno con la testa in direzione della stanza di Billy. «A proposito, con lui andrà tutto bene. È un bravo ragazzo.» Si strinse nelle spalle. «E poi, non si sa mai, sotto quei capelli e quei piercing potrebbe nascondersi un neurochirurgo.» «Non si sa mai.» «Buonanotte.» «Buonanotte.» Heller si voltò ed uscì. Clevenger si diresse verso la stanza di Billy. La porta era chiusa. Non filtrava nessuna luce. O il ragazzo dormiva oppure fingeva di farlo. Clevenger rimase lì in piedi qualche secondo, quasi tentato di entrare e svegliarlo per cercare di capire meglio il suo entusiasmo per Heller e per la sala operatoria. Ma sapeva che avrebbe ottenuto il solito: «Un'altra volta, okay? Sono distrutto». Allora andò alla scrivania, si sedette e aprì la busta che Jet Heller gli aveva portato. Sfogliò le note sul ricovero e sulla visita medica, a firma di un certo dottor Jan Urkevic, e lesse la parte intitolata Resoconto dell'attuale malattia. Il dottor Johnathan Snow, 54 anni, sposato, padre di due figli, epilettico, è stato ricoverato per una valutazione delle sue capacità di intendere e di volere prima di affrontare un intervento neurochirurgico che comporta molti potenziali rischi, quali la perdita
della vista e della parola. Si è fatto ricoverare spontaneamente, dichiarando di sottoporsi a questa perizia per esaudire il desiderio dei familiari, soprattutto della moglie. «Anche se non condivide la mia posizione, lei ha bisogno di sapere se io penso in modo razionale, se ho considerato i rischi e i benefici derivanti dalla mia decisione di procedere con l'operazione.» Il dottor Snow definisce "sperimentale" il procedimento previsto. Il dottor J.T. Heller asporterà singole parti del suo cervello per tentare di rimuovere il focolaio degli attacchi responsabile della epilessia, condizione da lui descritta come «una condanna a vita, da scontare nella prigione che è dentro di me». Snow afferma: «Il mio cervello è guasto. Va in corto circuito quando la mente produce le idee migliori. Le mìe vie neurali non reggono la corrente elettrica della mia immaginazione». Nell'affermare ciò, il dottor Snow è consapevole di usare una metafora per descrivere la propria condizione. È perfettamente a conoscenza del fatto che la rimozione del focolaio degli attacchi dal suo cervello - anche nel caso in cui il procedimento lo guarisse dall'epilessia - potrebbe anche non provocare un'accresciuta funzione intellettuale. È fermamente deciso ad accettare i rischi dell'operazione chirurgica (che elenca con precisione) indipendentemente dai benefici che potrebbe ricavarne. Il dottor Snow ha una laurea in ingegneria aeronautica e lavora come inventore in una società di cui è il cofondatore (la SnowCoroway Engineering). Nulla indica che sia diventato incapace di adempiere incarichi che richiedono memoria, concentrazione o capacità di prendere decisioni razionali. Clevenger diede un'occhiata alla parte intitolata Resoconto dei trascorsi psichiatrici, dove lesse che Snow sosteneva di non avere mai sofferto di disturbi psichici e di non essere mai stato da uno psichiatra. Nell'Esame delle condizioni mentali Urkevic aveva scritto che il paziente negava di avere mai avuto pensieri suicidi o omicidi, o allucinazioni di qualunque tipo. Nelle sue conclusioni, il medico definiva Snow capace di intendere e di volere e pronto per i test psicologici. Clevenger sfogliò le pagine fino al Rapporto sui test psicologici del dottor Kenneth Sklar. Era la parte della cartella clinica di Snow che doveva offrire la visuale migliore sul suo intelletto e sulla sua vita emotiva profon-
da, compresi eventuali desideri di morte, consci o inconsci. La valutazione consisteva in una serie di esami comprendenti un test d'intelligenza, un profilo della personalità e il test delle macchie di inchiostro. Cominciò a leggere. PROCEDURE DI VALUTAZIONE Colloquio Test di Rorschach, o test delle macchie d'inchiostro Test di appercezione tematica (TAT) Test MMPI-2 (Minnesota Multiphasic Personality Inventory) WAIS-III (Wechsler Adult Intelligence Scale), o scala di intelligenza Wechsler per adulti Bender-Gestalt Test (BGT) con richiamo DRS-2 (Dementia Rating Scale), o scala di rilevazione della demenza OSSERVAZIONI SUL COMPORTAMENTO Ho ricevuto il dottor Snow nel mio studio al Massachusetts General Hospital per sottoporlo ai test. È un uomo alto e attraente, che durante tutto il nostro incontro si è mostrato affabile. Il flusso dei suoi pensieri è stato normale e lui ha dato prova di una marcata assenza di stati ansiosi (si veda sotto). Si è informato sulle ragioni effettive dei test cui si sarebbe sottoposto, ma senza invadenza. Ha dimostrato una tendenza a voler sapere se, come suo esaminatore, ero qualificato a condurre valutazioni psicologiche, chiedendomi delucidazioni sul mio curriculum scolastico e sul numero di anni di esperienza. Detto questo, si è dimostrato cortese e disponibile sotto ogni punto di vista. RISULTATI DEI TEST Dal test d'intelligenza WAIS-III risulta che il dottor Snow è un uomo molto acuto e intelligente. Dal suo modo di ragionare verbale e non verbale è risultato un individuo estremamente dotato, con un quoziente di intelligenza (QI) pari a 165, che lo colloca nella categoria dei geni. Il WAIS, inoltre, rivela in lui la capacità di pensare in modo sia concreto sia più astratto. In altre parole, le sue conoscenze tecniche non limitano la creatività. Questa dualità è molto insolita e
spiega senza ombra di dubbio il fatto che il dottor Snow possa padroneggiare una complessa disciplina scientifica ed essere poi in grado di applicarla in modi nuovi e "inventivi". I test proiettivi e oggettivi di personalità (compreso l'MMPI) hanno tuttavia messo in evidenza alcune limitazioni. Il soggetto manifesta una marcata tendenza all'autocritica e alla critica degli altri. Si sofferma sulle proprie carenze assai più che sui propri punti di forza ed è, parimenti, focalizzato sulle debolezze altrui. Definisce "imperfetti" o "non meritevoli" molti personaggi delle storie che gli vengono presentate. Vincola i comportamenti delle persone a modelli ideali, piuttosto che reali. Elogia l'intelligenza, ma solo quando riflette la genialità mentre, quando è inferiore a questo standard, la denigra. Apprezza gli ideali della bellezza fisica, mentre esagera le imperfezioni fisiche. Gli stessi argomenti vengono evidenziati anche nel test di Rorschach. Il dottor Snow ha descritto molte tavole come rappresentazioni del "caos" o di "una tempesta", manifestando il suo disagio con esempi simmetrici, ma generati casualmente. Davanti a una delle tavole più colorate, il suo commento è stato: «Forse un giardino. Mal progettato. Un guazzabuglio di cose mescolate le une alle altre». È interessante come a Snow il disordine provochi non ansia, ma un livello accresciuto di reattività prossimo all'irritabilità. Ha paragonato tale sentimento a ciò che prova quando inventa. Ha affermato che per trovare la risposta giusta a un problema è necessario scartare quelle sbagliate, ivi comprese le soluzioni corrette in senso stretto, ma mediocri. Queste idee imperfette, ha detto, «mi fanno arrabbiare, al punto da indurmi a eliminarle, soprattutto quando sono mie». È una sensazione che gli procura piacere e che lui collega direttamente alla fase iniziale del suo genio creativo. Questa insistenza sul bisogno di perfezione e di ordine può indurre il dottor Snow a riflessioni intense e concentrate. Le persone devono «capire tutto di se stesse» e impedire alle emozioni di guidare l'intelletto. Quando non lo fanno, vengono considerate «deboli» o «malate», soprattutto se il loro comportamento è causa di ulteriori tensioni per lui. Durante il TAT i commenti del dottor Snow hanno confermato tutto ciò. Per esempio, di fronte all'immagine di un ragazzino che
osserva attentamente un violino ha prodotto la seguente descrizione: «Sta pensando a Mendelsohn, a ciò che lui faceva con il violino, e si sta chiedendo se riuscirà mai a produrre una musica simile. C'è sempre speranza. Magari il ragazzo è dotato. E non c'è altro modo per scoprirlo se non suonare. Ma ci vuole un grande coraggio. Voglio dire, chi vuole davvero scoprire di essere adatto alla banda del liceo?». Quando ho provocato il dottor Snow su questo tipo di riflessione elitaria, luì ha ribadito che le sue opinioni rispecchiavano quelle dell'intera società, «anche se nessuno ci tiene ad ammetterlo». Ecco le sue parole: «Perché non trasmettono le partitelle di basket dei giardini pubblici? Perché non interessano a nessuno. Sono irrilevanti. Ciò che interessa davvero sono le partite dell'NBA e, di quelle, solo la squadra che ha vinto il campionato e, di quella squadra, solo il fuoriclasse. Ecco perché ogni partitella improvvisata, ogni partita del liceo, ogni partita del college da un capo all'altro dell'America funge da nutrimento. L'energia viene risucchiata verso la cima, come accade nelle piante, affinché noi possiamo assistere sulla CBS a un tiro da tre punti all'ultimo secondo e scattare in piedi, il che è un modo di adorazione: di adorazione della grandezza, che è appunto un riflesso di Dio». Il dottor Snow considera il proprio lavoro esattamente nello stesso modo. Rifugge dal lavoro di gruppo, è il critico più severo di se stesso e giudica i propri risultati confrontandoli con quelli di Benjamin Franklin, Albert Einstein e Bill Gates. CONSIDERAZIONI RIASSUNTIVE In conclusione, si può affermare con certezza che se il dottor Snow fosse un tipo diverso di uomo tollererebbe l'epilessia e rifiuterebbe i rischi dell'operazione, che invece accetta. Ha sempre considerato i suoi attacchi «un'assoluta debolezza», arrivando a definirli «grotteschi». Ma questa severa visione della propria patologia non arriva al livello di una fissazione e non dovrebbe influire sulla sua capacità di acconsentire a una procedura ideata per porvi rimedio. L'intelletto, la memoria e la concentrazione del dottor Snow sono integri. Non c'è niente che provi un disordine mentale o una condizione psicotica. Lo reputo capace di intendere e di volere.
Se il comitato etico negasse al dottor Snow l'opportunità di sottoporsi all'operazione, mi preoccuperei dell'impatto che ciò potrebbe avere sul suo stato mentale. C'è la possibilità che lui arrivi a rifiutare l'idea di passare il resto della vita in compagnia della sua malattia. Adesso più che mai Clevenger faticava a credere che la mattina della sua operazione Snow si fosse sparato in un vicolo perché si era perso d'animo. Né il dottor Urkevic né il dottor Sklar avevano riscontrato in lui alcuna traccia di depressione, presente o passata, che potesse spiegare la decisione di suicidarsi. Snow non era un uomo ansioso. Aveva un'immagine di sé positiva, a tratti addirittura grandiosa, e concentrava tutta la rabbia sulle sue imperfezioni, di molte delle quali stava per liberarsi. Era sul punto di eliminare non solo le parti del suo cervello responsabili degli attacchi epilettici, ma anche le parti della memoria responsabili di tante delle sue sofferenze, in quanto lo tenevano legato a rapporti interpersonali incrinati. Avrebbe dovuto sentirsi euforico. Squillò il telefono. Lui sollevò il ricevitore. «Clevenger.» «Come va?» chiese Mike Coady. Clevenger avvertì una nota di sincero interessamento nella voce di Coady. «Cerco di tener duro.» «Bene. Molto bene.» Fece una pausa. «Sono qui con Jeremiah Wolfe. È lui che si occupa dell'autopsia di Grace Baxter.» «Ebbene?» «La donna aveva del cibo nello stomaco. Ha mangiato non più di un'ora prima della morte.» Il che non quadrava esattamente con il panico da suicidio, ma neppure lo escludeva in modo assoluto. Clevenger si chiese quale fosse il vero motivo della telefonata di Coady. «Aveva deciso di farsi un ultimo pasto» commentò. «E con questo?» «Sono sicuro che è andata così.» «Senza dubbio.» «Eppure, è strano.» Clevenger non sapeva bene dove Coady volesse andare a parare né perché non arrivasse subito al punto. «Okay, è strano.» «Così, Jeremiah ha esaminato con attenzione il contenuto dello stomaco della donna e ne ha estratto il frammento di una pillola, che poi ha confrontato con quella raffigurata nella foto di un prontuario per medici.»
«Il Physician's Desk Reference» disse Clevenger. «Ne risulta che il frammento di pillola rinvenuto corrisponde a una vitamina... qualcosa che si chiama Materna.» Clevenger ebbe un tuffo al cuore. «È un complesso vitaminico per la gravidanza» mormorò. La replica di Coady non arrivò subito. «Stando all'ecografia, la donna... ehm... era incinta di tre mesi. Forse anche un po' di più.» «Tre mesi» ripeté Clevenger. «Be', non so, magari la cosa è in qualche modo in relazione con ciò che sostenevi tu. Io non sono uno psichiatra, ma non mi immagino una donna che prende vitamine per la gravidanza prima di suicidarsi. Non ho le statistiche sottomano, ma credo che i suicidi tra le donne incinte non siano particolarmente frequenti.» «Non lo sono affatto.» «Già, perché loro sono in trepidante attesa della nascita del bambino e di tutto il resto. È così, vero? Hanno un'altra vita a cui pensare.» Clevenger ebbe l'impressione di aver sentito la voce di Coady incrinarsi alla fine della frase. Volle dargli l'opportunità di esprimere ciò che provava. «Penso che non mi abituerò mai a questo lavoro» osservò. Coady non raccolse l'invito. «C'è la lettera di addio, comunque.» «Ne vorrei una copia.» «Te la faccio avere.» Si schiarì la voce. «Non ho prove concrete che implichino George Reese nella morte della moglie» disse. «E penso sempre che immaginarlo nell'atto di compiere due omicidi in dodici ore richieda un bello sforzo. Si tratterebbe di un piano incredibilmente stupido e lui non è uno stupido. Continuo a vedere Snow solo, in quel vicolo.» Clevenger non voleva affrontare una discussione sull'argomento. «George Reese non è l'unico ad avere motivo di essere arrabbiato per la relazione tra i due» disse. «Non ho ancora parlato con i familiari di Snow.» «Quando lo farai?» «Domani, o almeno questa sarebbe l'intenzione.» «Ti organizzo l'incontro. Posso convocare Reese per un interrogatorio in qualunque momento. Ma più informazioni veniamo a sapere da altre fonti sulla relazione di sua moglie con John Snow, meglio è.» «A quanto pare, ci troviamo d'accordo» osservò Clevenger. Ma Coady non raccolse il ramoscello d'ulivo. «Ah, un'altra cosa» disse. «Dopo che te ne sei andato, Reese ti ha minacciato.» «Che genere di minaccia?»
«Ha detto che saresti dovuto finire tu all'obitorio, non sua moglie.» «Grazie per avermene informato.» «Vista la situazione, posso farti assegnare una scorta» disse Coady. «Quell'uomo non manca di mezzi.» «Niente scorta, grazie» rifiutò Clevenger. «Sapevo che non avresti accettato.» La voce di Coady si affievolì. «Tre mesi, tre mesi e mezzo... non è possibile salvare un bambino, vero? Forse addirittura quattro mesi.» Clevenger chiuse gli occhi, rendendosi conto che Coady si stava chiedendo se avrebbe potuto fare qualcosa per salvare il bambino di Grace. Era un pensiero irrazionale - allora, lui non sapeva ancora che lei fosse incinta - ma i pensieri irrazionali erano i soli ad avere il potere di scavare voragini nella risolutezza di una persona. «No» rispose Clevenger. «Il bambino non sarebbe riuscito a sopravvivere.» Sapeva che Coady avrebbe avuto bisogno di qualcosa di più definitivo di questo per la notte in cui il dubbio si sarebbe riaffacciato di nuovo... forse non proprio quella notte, ma di lì a sei settimane, o a sei anni. «Nessuna possibilità» ribadì. «Zero.» «Certo» convenne Coady, riprendendo il controllo. Si schiarì la voce. «Ci sentiamo domani.» 8 13 gennaio 2004 Poco dopo le sette del mattino Clevenger ricevette una telefonata da Mike Coady, che gli comunicò di avergli fissato un incontro con la famiglia Snow alle dieci, nella loro casa di Bratde Street, a Cambridge. Prima di mettersi in viaggio si fermò alla centrale di polizia e ritirò la busta che Coady aveva lasciato per lui. All'interno c'era una copia del diario manoscritto di Snow, insieme a cinque dischetti con i file trovati nel suo portatile. Alle 9.35 Clevenger raggiunse Harvard Square e parcheggiò in Massachusetts Avenue, a mezzo chilometro dalla casa di Snow. Aprì la busta ed estrasse il plico di fogli in essa contenuti. La prima cosa a colpirlo fu il titolo in francese sul primo foglio, Renaissance, "rinascita". La seconda fu la calligrafia di Snow: i caratteri erano talmente piccoli da essere a malapena leggibili. Ciascuna pagina conteneva almeno un migliaio di parole. Alcune erano cerchiate, altre in-
corniciate in un riquadro, altre sottolineate. Le frasi uscivano dal margine, salivano in cima alla pagina, si capovolgevano e fuoriuscivano dal foglio per proseguire sul retro, come se i pensieri di Snow non conoscessero ostacoli. Clevenger sfogliò le pagine e vide che il testo era interrotto qua e là da schemi e calcoli matematici. Poi notò qualcos'altro: non c'erano errori, non c'erano cancellature né correzioni. Ciascuna delle minuscole lettere era stata vergata alla perfezione. In quello che sembrava un caos regnava un ordine assoluto, come un puzzle di centomila pezzi che combaciano l'uno con l'altro formando un labirinto perfetto. Cominciò a leggere e, di tanto in tanto, per seguire il testo dovette girare il foglio di lato o capovolgerlo. RENAISSANCE Noi esistiamo dentro i nostri corpi, ma separati da essi. Per legge, un individuo sano di mente può lasciar morire il proprio corpo e rifiutare le cure mediche che lo manterrebbero in vita, in conformità con le proprie credenze religiose. Perché la religione di questo individuo afferma che la sopravvivenza dell'anima è sovrana. Noi esistiamo dentro i nostri corpi, ma separati da essi. Un feto vive dentro una donna. Ma, secondo le leggi dello stato, la donna può decidere di eliminare quella parte del suo corpo perché incompatibile con la storia della sua vita. Ma andiamo oltre. E se lo spirito che dimora nel corpo di un uomo o di una donna vuole liberarsi di quella particolare biologia che lo tiene legato al passato? Perchè si tratta solo e unicamente di biologia, di fasci di neuroni nella circonvoluzione del cingolo, nel lobo temporale e nell'ippocampo. E se i ricordi codificati non sono più compatibili con la coscienza che l'uomo ha di sé? E se lui ne è spiritualmente consapevole con la stessa intensità con cui una donna è in grado di sapere di non essere compatibile con la
vita che si muove nel suo grembo? Quest'uomo sa che il suo spirito potrebbe elevarsi ulteriormente, se non fosse ostacolato dal passato. Incapace di realizzare i suoi sogni, lui soffre molto di questa schiavitù. Perché è degno di minor considerazione rispetto agli altri? Perché la sua anima non dovrebbe essere liberata? Perché il suo spirito dovrebbe invecchiare e morire incatenato al corpo, quando invece potrebbe rinascere semplicemente eliminando gli ostacoli presenti nel suo sistema nervoso? Io sono quest'uomo, strangolato dalle catene che mi legano a un matrimonio senza amore, a figli per i quali non sono un padre, ad amici e a un socio che sono tali solo di nome. Io vorrei liberarmi di tutti loro. La mia storia ha preso una piega sbagliata e io non vedo l'ora di scriverne un'altra. Che loro abbiano la loro vita e io la mia. Datemi la possibilità di iniziare davvero una vita nuova, sgravata anche dal più lontano ricordo di loro. Perché solo così non potranno rivendicare alcun diritto su di me. L'uomo che conoscevano sarà morto. E io rinascerò. La scienza medica che permette di ottenere questa rinascita personale è a portata di mano. Ho il diritto di farne uso? È morale che io mi separi dal passato, che dia un taglio netto alla mia vita attuale per iniziarne un'altra? Il testo scritto si fermava qui, in quanto le pagine successive erano piene di disegni e di calcoli. I disegni erano tridimensionali, molto dettagliati, e raffiguravano un cilindro in varie posizioni: orizzontale, inclinato di trenta gradi, di quarantacinque gradi, e verticale. In una versione Snow aveva disegnato frecce per indicare una rotazione in senso antiorario, in un'altra
quella in senso orario. In altre versioni ancora il cilindro cadeva a vite. I calcoli avevano l'aria di essere complesse soluzioni a equazioni di fisica. Snow ci aveva scritto sotto: «Ogni azione provoca una reazione INEGUALE e contraria». Clevenger voltò pagina e si fermò. A metà del margine destro, circondato da calcoli e cifre, c'era un disegno di cinque centimetri per cinque della testa e delle spalle di una donna: Grace Baxter. Era evidente che Snow vi aveva lavorato a lungo, soffermandosi a ombreggiare i capelli, gli occhi e le labbra e a imprigionare sulla pagina i più minuti dettagli della bellezza di lei. Quel ritratto vibrava di un sentimento che mancava non solo agli schemi e ai disegni di Snow, ma anche alle sue parole. In esso c'era vera passione. Clevenger sfogliò anche le pagine successive, una dopo l'altra: altri cilindri e numeri, altre riflessioni filosofiche. Guardò l'orologio: era ora di muoversi. Mise in moto l'auto e arrivò in Brattle Street. Parcheggiò davanti al numero 119, una maestosa dimora di mattoni in stile coloniale costruita su un terreno di circa duemila metri quadrati, circondata da un muro di pietra lungo una cinquantina di metri, con un vialetto d'accesso semicircolare ombreggiato da querce imponenti. La proprietà doveva valere almeno cinque milioni di dollari. All'esterno erano parcheggiate una limousine Mercedes, una Land Cruiser e tre radiomobili della polizia. Clevenger scese dall'auto e si incamminò verso la porta d'ingresso. Un poliziotto di nome Bob Fabrizio gli andò incontro. Clevenger lo conosceva perché lì a Cambridge aveva lavorato con lui al caso di un professore di Harvard che aveva ucciso la moglie. «Come mai questo spiegamento di forze?» si informò Clevenger. «Scorta a pagamento» rispose Fabrizio. «La vedova teme per la sua sicurezza.» «Al punto da richiedere tre radiomobili della polizia?» «Quattro, ma quelle disponibili erano tre.» «Credo che non si possa darle torto» commentò Clevenger. «Le hanno ucciso il marito non più di trenta ore fa.» «Be', il lavoro non mi dispiace» disse Fabrizio. «Ma, se proprio vuole saperlo, fa tanto O.J. Simpson e casi analoghi.» «Che cosa intendi dire?» «Quattro radiomobili della polizia? Quella donna teme forse un assalto degli uomini del Mossad? Ha detto bene lei quando ha parlato di "spiega-
mento di forze". Forse è tutta una messinscena. Forse la donna vuole sembrare buona e spaventata, per distogliere l'attenzione da lei... o dal figlio.» «Sai qualcosa di lui?» «Quello che sanno tutti i poliziotti di Cambridge. Due arresti per possesso di cocaina. Un arresto, primo e secondo grado. Una minaccia premeditata. Ha telefonato per un allarme bomba alla sua scuola nel Connecticut. Aveva addosso un dispositivo ridicolo, che non avrebbe dato fuoco neppure a un pezzo di carbonella. Tutte le accuse sono state ritirate o non hanno avuto conseguenze. Avvocati di lusso. Il ragazzo è più che altro una testa calda, ma non si sa mai. Secondo me, questo Snow o si è ucciso o è stato ammazzato da qualcuno che aveva accesso alla sua pistola. In un modo o nell'altro, la bussola del mio istinto porta proprio qui.» «Grazie per la consulenza.» «È gratuita. Come sta Billy?» «Bene» rispose Clevenger, lì per lì sorpreso dall'interessamento di Fabrizio. Qualche volta si dimenticava che Billy era diventato famoso per il caso di omicidio della sua sorellina a Nantucket. Dopo che lui era stato scagionato, la sua vicenda era finita su quasi tutti i giornali nazionali. E, in seguito alla sua adozione da parte di Clevenger, l'assalto mediatico si era fatto ancora più opprimente. «Mi fa piacere» commentò Fabrizio. «Tifiamo tutti per lui.» E ritornò verso la sua radiomobile. Clevenger si avvicinò alla porta d'ingresso di casa Snow e suonò il campanello. Venne ad aprirgli una bella ragazza con i capelli color castano chiaro, lunghi e lisci, e gli occhi scuri. Indossava una maglia nera aderente con lo scollo a "V" e un paio di jeans Levi's ancora più aderenti. Dimostrava più di vent'anni. «Lei è della polizia?» chiese. «Esatto» rispose lui, porgendole la mano. «Sono Frank Clevenger.» La ragazza gliela strinse appena. «Mamma l'aspetta in salotto.» "Possibile che abbia solo diciott'anni?" si chiese Clevenger. «Lei è la figlia di John Snow?» «Lindsey.» «Mi dispiace per suo padre.» Gli occhi della ragazza si riempirono di lacrime. «Grazie» mormorò lei, facendosi da parte. «Sempre dritto.» Clevenger si incamminò lungo una passatoia orientaleggiante che lo condusse, al di là di una scalinata, a un corridoio rivestito di pannelli di legno chiaro e di una tappezzeria a spesse righe di due diverse tonalità di
verde. Alle pareti erano appese antiche stampe dei luoghi più importanti di Cambridge, scelte molto probabilmente dalla moglie di Snow, l'architetto di famiglia. Alla fine del corridoio c'era il salotto, abbellito su due pareti da alti camini con la cappa in pietra su cui erano scolpiti angeli che suonavano la tromba. Sopra i camini erano appesi due splendidi quadri a olio. Il soffitto era decorato da un'elaborata cornice di stucco con foglie di quercia e ghiande. La stanza era così imponente che Clevenger impiegò qualche secondo prima di notare una donna sottile, alta circa un metro e sessanta, in piedi vicino a una finestra ad arco e intenta a guardare il giardino coperto di brina che brillava al sole del mattino. Indossava pantaloni di flanella grigia e una semplice maglia azzurra, che la mimetizzavano tra le righe grigie e blu della tappezzeria. «È permesso?» chiese Clevenger. Lei si voltò. «Oh, mi scusi, non l'avevo sentita arrivare. Prego, si accomodi.» E indicò due poltroncine al centro della stanza. «Frank Clevenger» si presentò lui, avvicinandosi e tendendo la mano alla donna. «Theresa Snow» rispose lei, stringendogliela con freddezza. Aveva un aspetto elegante, ma non bello. I suoi occhi erano dello stesso azzurro della maglia e i capelli, precocemente ingrigiti, le arrivavano alle spalle. I lineamenti spigolosi - gli zigomi e la mascella - le davano un'aria molto concentrata. Theresa fece un rapido sorriso, che non contribuì ad addolcirle l'espressione, poi si sedette. Clevenger si accomodò di fronte a lei. «Il detective Coady mi ha spiegato che lei lo affianca nelle indagini» disse. «Sì» confermò Clevenger. «Grazie, lo apprezziamo più di quanto lei possa immaginare.» E giunse le mani, come se volesse pregare. «Ho bisogno di sapere il più possibile su suo marito» spiegò Clevenger. «Devo conoscerlo, se voglio capire che cosa può essergli successo.» «Cioè, se si è suicidato» disse lei, sospirando. «Tra le altre cose.» «Il detective Coady ha detto la stessa cosa.» Theresa si chinò in avanti, appoggiando le mani su un ginocchio. «Deve credermi, mio marito non si sarebbe mai suicidato.» Clevenger notò che gli unici gioielli che portava erano un semplice diamante solitario e una sottile fede nuziale. «Perché?» le chiese. «Perché era un narcisista.»
Pur non suonando come un complimento, quelle parole erano prive di acredine. Theresa Snow le aveva pronunciate come un dato di fatto: suo marito era innamorato di se stesso. «Non gli interessavano gli altri?» si informò Clevenger. «Solo se confermavano quello che lui voleva credere di se stesso e del mondo che lo circondava. Usava le persone come specchi, in cui riflettere la propria immagine.» «Che immagine era?» domandò Clevenger, lanciando un'occhiata al quadro appeso sopra il camino, alle spalle della signora Snow: ritraeva una donna nuda che, in piedi dietro tende di pizzo, guardava una strada illuminata al crepuscolo. Gli sembrò familiare, come se l'avesse già visto in un libro o altrove. «L'immagine di un uomo infallibile, onnipotente» rispose Theresa Snow, appoggiandosi allo schienale della poltroncina. «Mi mancherà moltissimo. Non so come riuscirò ad andare avanti senza di lui. Ma non voglio dare un'impressione mielosa della nostra vita insieme. John era un uomo complicato.» «Che cosa le mancherà?» «La sua sicurezza. La sua creatività. Era geniale, davvero. Quando si è convissuto con una mente del genere, è molto difficile immaginare di convivere con un'altra. Almeno per me.» Nelle parole di Theresa Snow, notò Clevenger, non solo non c'era traccia di acredine, ma c'era anche pochissimo dolore. Quella donna sembrava una conduttrice televisiva che dà l'addio a un politico famoso di cui ha seguito le vicende per una ventina d'anni. «Le persone assorbite da se stesse non sono immuni dal suicidio» disse Clevenger. «Talvolta capita che non riescano a sopportare il divario tra il modo in cui si vedono e il modo in cui vengono viste dagli altri.» «Ciò vale per quelli cui interessa la gente che li circonda» osservò lei. «Ma John non concedeva a nessuno un simile potere. Non metteva mai in discussione i pensieri o i sentimenti che riguardavano se stesso, o chiunque altro. Forse è per questo che non l'ho mai visto depresso. Era sempre convinto che i problemi della sua esistenza fossero esterni a lui, mai interni.» «Si arrabbiava facilmente?» «Aveva il suo carattere.» «E come lo manifestava?» si informò Clevenger, lanciando un'altra occhiata al quadro. «Facendo in modo che le persone si sentissero inesistenti» rispose.
«Come?» chiese Clevenger, tornando a concentrarsi sulla sua interlocutrice. «Se non eri d'accordo con la visione che John aveva della realtà, lui ti trattava semplicemente come se fossi tu a non essere reale. Ci sono state volte in cui, subito dopo il matrimonio, abbiamo litigato su argomenti privi di importanza e poi lui non mi ha rivolto la parola per settimane. Riusciva a far finta che una persona fosse scomparsa dalla faccia della terra.» Era proprio quello che John Snow, grazie al bisturi di Jet Heller, si proponeva di ottenere nei confronti di tutti quelli che facevano parte della sua vita. Clevenger non aveva bisogno di domandare a Theresa Snow perché fosse rimasta sposata per circa vent'anni con una persona così assorbita da se stessa, in quanto era evidente che quella donna non era psicologicamente pronta a una relazione più profonda. La vita con Snow le aveva dato tutto ciò che in apparenza costituisce una famiglia, compresi una casa lussuosa e due figli, ma al prezzo della più completa solitudine emotiva. È il genere di compromesso che può tenere in piedi un matrimonio fra due persone affettivamente limitate, ma che può anche rivelarsi una fonte di guai: se Theresa Snow si fosse resa conto che il marito aveva una relazione davvero intima con un'altra donna, violando così il loro patto di reciproco isolamento, avrebbe potuto sentirsi come l'unica a essere oltraggiata, abbandonata alla propria solitudine. E la cosa avrebbe potuto farla infuriare parecchio. Clevenger si chiese se la moglie di Snow sapesse di Grace Baxter. E quella domanda gli fece capire che cosa avesse di tanto familiare il quadro sopra il camino. Gli ricordava Grace Baxter, ma non da morta. Ciò che gliel'aveva fatta venire in mente era lo schizzo che aveva visto nel diario: Snow aveva disegnato la testa e le spalle di Grace nella stessa identica prospettiva del quadro. Ed era stato tanto spudorato da portarsi il ritratto di lei in casa. «Le piace?» chiese Theresa Snow. «Come, prego?» «Il quadro» disse lei. «Ne sembra colpito.» «È molto bello.» «È una scoperta di John» raccontò, voltandosi a guardare il ritratto. «Lei è stupenda, vero?» Clevenger si chiese se quel modo criptico di alludere a Grace Baxter mostrasse reticenza da parte di Theresa.
«Il pittore è uno della zona» proseguì la signora Snow. «Ron Kullaway.» E indicò con un cenno la parete alle spalle di Clevenger. «Anche quello è suo.» Clevenger si voltò a guardare il dipinto sopra l'altro camino, un'immagine invernale della pista di pattinaggio dei giardini pubblici, affollata di gente. «Notevole.» Si girò di nuovo. «John non ha mai dimostrato un grande interesse per l'arte, fino a poco tempo fa. Poi, molto rapidamente, è diventato un vero esperto e ha messo insieme una raccolta di pezzi davvero importanti.» «Dev'essere stato un piacere per voi due» osservò Clevenger, rendendosi subito conto di quanto suonassero false le sue parole. «Penso che John si sia divertito parecchio» disse la signora Snow con disincanto. «Io non ho mai capito fino in fondo questa sua passione.» Clevenger voleva aprire la strada alle confidenze di Theresa Snow su Grace Baxter, ammesso che la donna sapesse qualcosa di lei. «Lo considerava un buon marito, a dispetto del suo narcisismo?» le chiese. Per diversi secondi Theresa fissò Clevenger con aria inespressiva. «Era mio marito» rispose, alla fine. «Non era l'uomo perfetto che lui immaginava di essere, ma io gli perdonavo i suoi difetti. Non mi aspettavo che fosse normale. Era un uomo fuori dal comune.» Non era la risposta che Clevenger si aspettava. «Mi domandavo se voi due andaste d'accordo» insistette lui. «Il giorno dell'operazione è stato il suo autista ad accompagnarlo in ospedale.» «E allora?» «Me ne chiedevo il motivo.» Per la prima volta Theresa Snow sembrò un po' stizzita. «Se lo chiedeva per via del suo modo di vedere le cose» disse. «Lei crede che quando qualcuno sta per affrontare un evento rischioso, come un'operazione chirurgica, dovrebbe avere tutti i familiari vicini... fisicamente vicini. La gente è perlopiù propensa a pensarla come lei. E lo sono anch'io. John, invece, aveva una visione della realtà che lo portava a considerarsi invulnerabile. Non avrebbe mai tollerato che io e i suoi figli lo vedessimo in un momento di debolezza, o di paura, prima o dopo l'operazione. L'unico modo di manifestargli il nostro sostegno era lasciarlo solo. Mi aveva detto che lo avrebbe accompagnato Pavel e io sapevo che l'argomento era chiuso.» «Altrimenti avrebbe fatto finta che lei non esistesse?» «Sono stata contenta di potergli dare un bacio e augurargli ogni bene.» «Lei capiva l'uomo che aveva sposato?»
«Non sono sicura che qualcuno lo abbia davvero capito. Io gli perdonavo i suoi limiti. Il che, da parte mia, può essere stato un atto di egoismo.» «Perché dice questo?» chiese Clevenger. «Ho sposato un genio e non me ne sono mai pentita. La scarsa attitudine di John ai rapporti interpersonali era più che compensata dalle sue capacità intellettuali. La potenza del suo cervello poteva essere davvero sbalorditiva. Stargli accanto era stupefacente. Un'esperienza che non saprei descrivere. Un po' come assistere da vicino a un evento naturale di grande impatto, credo. Il sorgere del sole. Lo scatenarsi di una tempesta. Un po' come vivere su una spiaggia, ipnotizzati dalle onde che potrebbero spazzare via la tua casa dalle fondamenta. Mia figlia, però, non accettava questo compromesso e, pur tuttavia, le toccava vivere in casa con noi. Penso che ciò le abbia reso la vita molto difficile.» «In che senso?» «Il continuo stress della perfezione» rispose Theresa Snow. «È molto fortunata. È bella e ha una testa molto simile a quella di suo padre, quando decide di usarla. Lui la adorava. Ma credo che l'incessante sforzo di soddisfare le sue aspettative sia stato un peso enorme per lei. Negli ultimi tempi non si impegnava abbastanza e le cose non andavano troppo bene.» «Che cos'è cambiato?» «Penso che lei si sia distratta, nel senso buono del termine. È sempre stata molto dedita ai suoi studi.» Sorrise, quasi timidamente. «Ma poi deve avere scoperto i ragazzi.» Il sorriso sparì. «Lei era letteralmente l'ombra di John. Faceva i compiti nello studio di casa, mentre lui lavorava ai suoi progetti. Lo chiamava alla Snow-Coroway parecchie volte al giorno per salutarlo. Ma col passare del tempo non è più stato così.» «Che cosa mi dice di suo figlio? Come l'ha condizionato il fatto di vivere con un padre come suo marito?» «Per lui è stato diverso.» Sul viso di Theresa Snow comparve un misto di tristezza e frustrazione. Sospirò. «Kyle non è mai riuscito a conquistare l'amore di suo padre, qualunque cosa facesse.» «Perché?» «Ha... problemi di apprendimento.» Era come se non volesse usare il termine esatto. «Dislessia?» «Sì, e problemi di concentrazione.» «E questi problemi come hanno interferito nel rapporto con suo marito?» chiese Clevenger, che si era già dato una risposta sulla base dei test psico-
logici nella cartella clinica di Snow. La concentrazione di Snow sugli ideali di bellezza, forza e intelligenza non era certo compatibile con un figlio alle prese con "problemi di apprendimento". «John considerava Kyle fondamentalmente imperfetto. Guasto. Quand'era piccolo lo adorava. Kyle era un bambino formidabile. Ma nel momento in cui si è capito che era diverso... In un primo tempo John si è fatto in quattro per trovare una soluzione, per curarlo. Al Massachusetts General Hospital. Al Johns Hopkins. L'ha portato anche a Londra per un programma di apprendimento mediante computer. Ma poi, quando si è reso conto che Kyle non sarebbe diventato normale, ha cominciato a tenerlo a distanza.» «E come?» «Iscrivendolo a scuole speciali, fin dalle elementari. La prima è stata quella di Portsmouth, nel New Hampshire. Kyle aveva sette anni e praticamente stava fuori tutto il giorno, partendo alle sette del mattino e tornando alle sette di sera, a volte anche più tardi. Dalle medie in poi, si è trasferito nel Connecticut. Vive con noi a tempo pieno solo da quando ha preso il diploma delle superiori, a giugno.» Clevenger annuì. «Lei non si è opposta a questo programma scolastico?» «L'idea non mi piaceva» rispose la signora Snow. «Ma ritenevo, e lo ritengo tuttora, che per Kyle fosse la soluzione migliore. Se fosse rimasto qui, John l'avrebbe ignorato e lui ne sarebbe uscito a pezzi.» «Suo marito non avrebbe finito per accettarlo, con il tempo?» «No. John, no.» Theresa Snow dava l'impressione di non avere mai affrontato il marito, neppure quando lui aveva costretto il figlio malato a un lungo esilio in scuole private lontane da casa. Ma Clevenger sapeva che almeno una volta lei gli aveva tenuto testa: quando lo aveva costretto a sottoporsi a una perizia psichiatrica prima dell'operazione. Forse perché sapeva che era l'ultima possibilità di tenerlo legato a sé? Aveva capito che lui la stava lasciando? «Lei ha corso un grosso rischio obbligando suo marito ad affrontare una perizia psichiatrica, non crede?» le chiese. «Per lui dev'essere stata una notevole sfida all'immagine che aveva di se stesso. Avrebbe potuto tagliare completamente i ponti con lei.» «Lei deve avere parlato con il dottor Heller» disse. «Ha visto la cartella clinica di John?» «Sì» rispose Clevenger. Theresa Snow fece un cenno di assenso con la testa. «Certo, il rischio
c'era» ammise. «Lui avrebbe potuto non rivolgermi mai più la parola. Ma io dovevo sapere se era capace di intendere e di volere. Avrebbe potuto rischiare di perdere la vista e la parola. E prima di decidere di affrontare l'operazione si era comportato in modo strano, quasi euforico. Una cosa che è andata avanti per mesi.» Si strinse nelle spalle. «John non ha fatto troppe obiezioni. Sono sicura che lui sapesse fin dall'inizio che la perizia avrebbe rivelato la sua piena capacità di intendere e di volere. In caso contrario, lui sarebbe sparito per sempre. Era generoso nella vittoria, molto meno nella sconfitta.» «Una persona difficile da amare.» «No» si affrettò a ribattere lei. «Amarlo era facile. Io lo capivo. Aveva investito tutta la sua tolleranza per le imperfezioni in un'unica causa: i suoi attacchi. Riusciva a sopportarli a stento. Qualsiasi altra mancanza di ordine gli risultava inaccettabile. Questo è un altro motivo per cui non si sarebbe mai suicidato: aveva la possibilità di liberarsi dagli attacchi e ciò lo entusiasmava, certo non lo deprimeva.» «Suo marito ha mai condiviso le preoccupazioni che lei nutriva sull'operazione?» «Lui aveva una fiducia totale nel dottor Heller. Conosceva i possibili effetti collaterali dell'intervento, ma credeva che non ne sarebbe stato vittima.» Clevenger annuì, tra sé e sé, sapendo che c'era, tuttavia, un effetto collaterale di cui John Snow desiderava essere "vittima": la perdita della memoria. «Se suo marito non si è tolto la vita, chi pensa che l'abbia ucciso?» chiese Clevenger. Theresa Snow esitò, ma solo per qualche secondo. «Ho esortato il detective Coady a concentrare l'attenzione su Collin» rispose. Era una risposta più precisa di quanto Clevenger si aspettasse. «Perché su Collin?» chiese. «Lui e John erano arrivati a un punto morto riguardo al futuro della società e Collin era furioso.» «Trasformare o meno la Snow-Coroway in una public company: era questo il problema, vero?» disse Clevenger. «Soprattutto questo. John non gliel'avrebbe mai permesso.» «C'era altro?» «Un'invenzione di John.» «Che tipo di invenzione?» «John era ormai quasi riuscito a mettere a punto un sistema per rendere
un oggetto volante invisibile dai radar. Lo aveva chiamato Vortek.» «Per "oggetto volante" intende un aereo?» «Il sistema era progettato specificamente per i missili. Da come me l'aveva spiegato John, i missili fanno tre cose, oltre a muoversi in avanti: ruotano, cadono a vite e si inclinano da un lato all'altro. I radar rilevano ciascuno di questi tre movimenti. John aveva messo a punto una serie di giroscopi che li avrebbe evitati tutti. La società si aspettava di fare affari d'oro con i militari.» «Ma...» «John ci aveva riflettuto a lungo. Era un inventore e gli piaceva il fatto che il suo cervello avesse partorito un'idea così intelligente come il Vortek, ma si era reso conto che stava creando un mostro. Aveva capito che quel dispositivo avrebbe causato la morte di tantissime persone. Non avrebbe dato il consenso alla cessione della proprietà intellettuale.» «Aveva il diritto di veto?» «Alla Snow-Coroway tutte le decisioni importanti richiedevano due firme, la sua e quella di Collin.» «E in caso di morte di suo marito...» «Le sue idee diventano proprietà della società. Il comando passa a Collin.» «In altre parole,» disse Clevenger «adesso Collin Coroway è libero di portare avanti il progetto.» «Sì. E John era sicuro che il Vortek avrebbe fruttato più di un miliardo di dollari. Il che avrebbe reso sensazionale un'offerta pubblica di vendita delle azioni della società. Adesso Collin non ha più ostacoli sulla sua strada.» Clevenger ebbe l'impressione che Theresa Snow stesse premendo per spostare il tiro dell'indagine su Collin Coroway. Forse perché non voleva che i sospetti si appuntassero su di lei? O sul figlio? «Lei era d'accordo con suo marito?» chiese. «Riteneva, cioè, che la sua invenzione dovesse rimanere segreta?» «Certo.» «È una posizione di grande moralità... e anche molto costosa.» A Theresa non sfuggì il sottinteso del commento di Clevenger. «Mi sta chiedendo se avrei scambiato la vita di mio marito con un'eredità più sostanziosa?» «Non intendevo...» «È una buona domanda» disse lei seccamente. «E io le darò una risposta
molto diretta. Tra la quota di mio marito nella Snow-Coroway, i nostri altri beni e la sua polizza di assicurazione sulla vita, dovrei ereditare circa centocinquanta milioni di dollari. Non meno di centoventi. Abbastanza per tirare avanti.» Clevenger fu tentato di chiederle se nel testamento di Snow fossero citati anche i figli, soprattutto il maschio che lui non era stato capace di amare, ma si trattenne. «Nei prossimi giorni, potrei fare due chiacchiere con Kyle e Lindsey?» chiese. «A quale scopo?» «Sono certo che hanno il loro punto di vista su suo marito. Raccogliere un profilo completo della famiglia è normale in una valutazione come quella che stiamo effettuando. L'anomalia sarebbe non parlare con loro.» «Quand'è così, senz'altro» acconsentì Theresa. «Faremo il possibile perché le indagini procedano senza problemi.» La mascella le si irrigidì, rendendo ancora più spigoloso il suo viso. «Chiunque abbia tolto la vita a John,» disse «ha privato me di mio marito e tutti noi dei frutti del suo intelletto. Se questa persona è Collin, non voglio che ne tragga profitto. Voglio che la paghi.» «Ha suggerito al detective Coady di prendere in considerazione qualche altro sospettato?» domandò Clevenger. «No. Se Collin riesce a provare che ieri mattina non era al Massachusetts General Hospital, non so proprio chi altro possa avere sparato. Non mi resta che affidarmi alla polizia - e a lei - per scoprirlo.» «Crede che Collin possa cercare di farvi del male?» chiese Clevenger. «Ho visto le radiomobili della polizia, qui fuori.» «È assurdo, lo so» ammise Theresa Snow. «Non ho motivo di temere che qualcuno possa fare del male a me o ai miei figli. Ma la verità è che non so più cosa aspettarmi. John faceva sembrare il mondo qualcosa di molto prevedibile e gestibile, quasi come se lui potesse inventare il suo futuro, e il nostro, senza aiuto. Ma, ovviamente, si sbagliava.» 9 Clevenger aveva quasi raggiunto il suo pick-up, quando si sentì chiamare da una voce femminile. Si voltò e vide che Lindsey Snow lo stava raggiungendo a passo svelto. Era senza giacca e si teneva il corpo stretto tra le braccia per scaldarsi. «Ha un minuto?» «Certo.»
«Ha potuto vedere mio padre?» gli chiese. «Voglio dire... dopo.» Clevenger non si aspettava che la figlia di Snow lo coinvolgesse nel proprio dolore in modo così repentino. Sentì il respiro e il battito del cuore calmarsi e si chiese ancora una volta perché la condivisione delle sofferenze altrui lo rendesse più forte. «Sì» rispose. «L'ho visto.» «So che ha appena cominciato a farsi un'idea dell'accaduto.» Lindsey si strinse ancora di più le braccia intorno al corpo. Gli occhi le si erano inumiditi di lacrime. «Fa freddo. Torniamo in casa e continuiamo a parlare lì.» Lei scosse la testa in segno di diniego. «Mamma non vuole che parli con lei.» «Perché?» «Mi faccia salire in macchina e mi porti in un altro posto.» Clevenger non aveva alcuna intenzione di andarsene via con un'adolescente che aveva appena conosciuto. «Possiamo parlare sul pick-up» disse. «Okay.» Clevenger la precedette per aprirle la portiera sul lato del passeggero e Lindsey si infilò nella vettura. Lui si accomodò al posto di guida, accese il motore e regolò il riscaldamento. La ragazza teneva lo sguardo fisso davanti a sé, proprio come talvolta faceva Billy quando era turbato. «Immagino già la risposta a quanto sto per chiederle, anche se probabilmente lei non può ancora parlarne, o non vuole farlo con me...» Deglutì e chiuse gli occhi. «Voglio sapere se mio padre si è ucciso.» Poi li riaprì, gli lanciò una rapida occhiata e distolse subito lo sguardo. «Ho bisogno di saperlo.» Sollevò le gambe, portandosi le ginocchia al petto e appoggiandovi sopra la testa. Per la prima volta, Lindsey sembrò più una ragazzina inquieta che una donna. «È la domanda più dolorosa per te?» le chiese Clevenger. Le lacrime le rigarono il viso. «È per questo che pensi di conoscere la risposta?» Lei annuì e scoppiò a piangere. «Mi sento così sola» riuscì a dire tra i singhiozzi. Clevenger provò l'impulso di stringerla a sé e consolarla, come avrebbe fatto un padre. Ma così avrebbe cancellato quel confine tra loro che, nell'esercizio della sua professione, doveva rimanere saldo. Se avesse cominciato a pensare a Lindsey come a una persona da proteggere, forse non sarebbe più riuscito a cogliere le dinamiche emotive della famiglia Snow nella loro reale essenza.
Si chiese perché Lindsey, seduta nel suo pick-up, sembrasse così a proprio agio nel confidarsi con un perfetto sconosciuto. Perché gli aveva proposto di andarsene insieme? Cercava di coinvolgerlo? «Non sei obbligata a raccontarmi quello che pensi» disse, per vedere se, tirandosi un po' indietro, riusciva a farla avvicinare di più. Funzionò. «Ma io devo raccontarlo a qualcuno» disse lei e, sempre tenendo le ginocchia strette tra le braccia, girò la testa verso di lui. Quel semplice gesto, che le fece cadere i capelli lucenti sulla guancia e sul collo e mise in risalto gli occhi scuri e umidi e le labbra piene, bastò a trasformare la ragazzina nuovamente in donna. «L'ho ucciso io» disse. Clevenger la guardò e scorse nei suoi occhi una traccia di quella vacuità che aveva visto negli occhi degli assassini. E, tutt'a un tratto, si rese conto che trovarsi lì da solo con Lindsey Snow avrebbe potuto essere pericoloso. Premette la gamba contro la portiera, per assicurarsi che la pistola si trovasse nella fondina al polpaccio. In quell'istante, vide gli occhi di Lindsey riempirsi di disperazione e vulnerabilità: la donna era tornata ragazzina e l'assassina vittima. «Mi stai dicendo che hai sparato a tuo padre?» le chiese Clevenger. Lindsey tornò a fissare il parabrezza davanti a sé. «L'ho indotto a spararsi» rispose lei. «Come?» «Io...» Sembrava che il solo proferire quelle parole le causasse una sofferenza indicibile. «L'ho fatto sentire un uomo morto.» «In che modo?» «Gli ho detto che avrei voluto che lo fosse.» «E tu pensi che avergli detto una cosa simile sia bastato a indurlo al suicidio?» Lo sguardo di Lindsey tornò freddo e vacuo. «Sì.» Era ovvio che la ragazza credeva di avere esercitato sul padre un potere assoluto: il potere di privarlo della voglia di vivere. Forse ciò significava che Snow l'aveva fatta sentire totalmente responsabile della sua felicità. «Perché volevi tuo padre morto?» le chiese Clevenger. Lei si raggomitolò ancora di più, lasciando che i capelli le ricadessero sul viso. «Mi aveva mentito» mormorò. «Su cosa?» «Su tutto» rispose lei, con un accenno di rabbia nella voce. Lindsey sapeva della relazione di Snow con Grace Baxter? Oppure sapeva che il padre si stava preparando a lasciare tutti, compresa lei? E chi
glielo aveva raccontato? La madre? Il fratello? «Qual è la menzogna che ti ha fatto arrabbiare di più?» chiese Clevenger. Lei scosse la testa. «A me puoi dirlo.» Lei allungò la mano verso la maniglia del pick-up. «Lindsey, aspetta.» Lei aprì la portiera, scese dalla vettura e corse verso casa. Clevenger la vide rallentare l'andatura quando giunse in prossimità delle radiomobili della polizia che stazionavano davanti alla casa. Dopo che le ebbe oltrepassate, sua madre comparve sulla porta d'ingresso. Uno sguardo d'insieme alle due donne bastò a Clevenger per rendersi conto di quanto fossero diverse, sotto parecchi punti di vista: una era riservata, l'altra molto emotiva; una era poco avvenente, l'altra lo era molto; una era assai indulgente verso le eccentricità di John Snow, che invece facevano infuriare l'altra. Lindsey chinò la testa, passò accanto alla madre senza fermarsi e sparì all'interno della casa. La madre la seguì. La porta si chiuse. Clevenger innestò la marcia del pick-up e partì alla volta del suo ufficio di Chelsea, distante circa venticinque minuti da lì. Ripensò a quando Mike Coady l'aveva avvertito che un caso come quello poteva generare una quantità di possibili sospettati, anche se Snow si era suicidato. Si domandò se North Anderson avesse trovato qualcosa che potesse escludere Collin Coroway. Lo chiamò. «Ciao, Frank» lo salutò Anderson. «Novità su Coroway?» «Parecchie. Alle sei e mezzo di ieri mattina ha preso un volo della US Air per Washington» disse Anderson. «Nessuna prenotazione. Alle cinque e cinquanta si è presentato allo sportello: biglietto di sola andata.» «Mentre Snow era in viaggio verso l'obitorio, lui lasciava lo stato a bordo di un aereo» commentò Clevenger. «E non si è affrettato a tornare indietro per consolare la moglie di Snow oppure per convocare una riunione urgente alla Snow-Coroway. È ancora registrato all'Hyatt.» «Ha le sue buone ragioni. Ho scoperto che Coroway eredita il controllo dell'intera proprietà intellettuale della società. Prima aveva bisogno della firma di Snow per avviare un'operazione. Avevano in cantiere un'invenzione strepitosa che Snow voleva tenere nascosta e che, invece, Coro-
way intendeva vendere ai militari. Era fondamentale per Coroway premere il grilletto per rendere la Snow-Coroway una public company.» «Adesso Snow sta per essere sepolto» disse Anderson. «Ma se pensiamo a un doppio omicidio, non è Coroway il nostro uomo. Era già a Washington quando Grace Baxter è morta.» «A meno che gli assassini non siano due» osservò Clevenger d'istinto, ma le sue parole non gli piacquero. «È meno probabile» commentò Anderson. «Snow e Grace Baxter erano amanti. Alla fine, io continuo a preferire George Reese come assassino di entrambi. Un marito geloso è una gran brutta cosa.» «In ogni caso,» disse Clevenger «magari faccio un salto a Washington e vedo di prendere Coroway in contropiede.» «Buona fortuna. Mi dicono che è un osso duro.» «Ha preso una limousine per andare all'aeroporto?» «Non lo so» rispose Anderson. «Pensi che l'autista possa dirci se aveva un'aria strana?» «O magari possa lasciarci cercare tracce di sangue sul sedile posteriore.» «Se ha preso una limousine, provvederò alle ricerche. Se ha lasciato la sua auto al parcheggio dell'aeroporto, andrò a dare un'occhiata. Sono sicuro che Coady non avrà difficoltà a emettere un mandato di perquisizione, se salterà fuori qualcosa che merita un controllo più approfondito.» «Ho appena finito di parlare con Theresa e Lindsey Snow» lo informò Clevenger. «C'è qualcosa che dovrei sapere?» «Snow le aveva in pugno entrambe, in modi diversi: lo adoravano. Il pensiero di perderlo avrebbe potuto portarle a sentirsi come chi ha perso tutto.» «Il pensiero di perderlo a causa di un'altra donna o dell'operazione?» chiese Anderson. «Entrambe le cose.» Clevenger si ricordò del quadro sopra il camino. «Snow aveva un ritratto di Grace appeso alla parete del salotto.» «Che cosa?» «Opera di un pittore che si chiama Kullaway. Non sono riuscito a capire se la moglie sapesse o no di Grace Baxter. Non ha lasciato intendere se le fossero giunte voci della relazione tra lei e il marito.» «Un ritratto dell'amante in bella vista sulla parete del salotto, davanti alla moglie e ai figli? Un po' morboso. Come si spiega?» «Non ne sono sicuro. Se devo azzardare un'ipotesi, direi che si spiega
con l'incapacità quasi totale di John Snow di stabilire una relazione con i suoi familiari in quanto persone reali.» «Vale a dire?» «Si aspettava che fossero perfetti. Il rovescio della medaglia è che non li considerava come esseri umani, con i loro pregi e i loro difetti... e con i loro sentimenti. Voleva avere Grace Baxter accanto a sé e così se l'è portata a casa. Punto e basta. Sono passato da Coady a prendere il diario di Snow: si tratta perlopiù di schemi e calcoli e di alcune sue considerazioni sull'intervento chirurgico. Ma c'è anche un suo schizzo di Grace Baxter, che rivela un'autentica attenzione per i dettagli e un autentico sentimento. Come se lei fosse riuscita ad aprire una breccia nella barriera di cui Snow si circondava per tenere tutti gli altri a distanza. Lui deve averla amata in un modo molto diverso da come ha amato il suo lavoro o sua moglie o anche sua figlia. In un modo più profondo.» «Non mi hai detto niente del figlio.» «Non l'ho visto» disse Clevenger. «Sua madre me ne ha parlato un po'. Ha un disturbo dell'apprendimento. Snow non è riuscito a instaurare un rapporto con lui. In pratica l'ha ignorato per tutta la vita.» «Snow non era uno stinco di santo. Per carità, nessuno merita una fine come la sua, ma lui non era un campione di simpatia.» «No, non lo era» convenne Clevenger, ripensando a Billy e a quanto doveva essere stato sconvolgente avere un padre che si era sbarazzato di lui come merce avariata. «A quanto pare Snow aveva maggiore dimestichezza con ciò che era prevedibile e sistematizzato, piuttosto che con i rapporti interpersonali. Quando uno è vittima di attacchi epilettici fin da bambino e sa che in qualsiasi momento potrebbe perdere conoscenza e finire sul pavimento in preda alle convulsioni, può sviluppare l'ossessione di tenere le cose sotto controllo e di far funzionare tutto correttamente. Snow poteva riuscire in ciò con i missili e i sistemi radar. Ma con un figlio, una figlia o un'amante la cosa era decisamente più difficile.» «Riusciva, comunque, a mantenere i rapporti con più di una donna.» «Mantenere i rapporti, sì, ma amare non so. Comincio a pensare davvero che l'unica a fargli provare vera passione sia stata Grace Baxter.» «Snow aveva cinquant'anni. Mi stai dicendo che nessun'altra l'ha mai davvero conquistato?» «È possibile» disse Clevenger. «Ma perché proprio Grace Baxter? Snow era famoso. Era ricco. Era bello. Deve aver affascinato un sacco di donne.»
«Forse lei era la sua "mappa dell'amore".» «La sua cosa?» «"Mappa dell'amore". Alla facoltà di medicina avevo un professore che si chiamava Money, John Money. Ebbene, lui ha intervistato alcuni scolari di prima e di seconda elementare, mostrando loro foto di ragazzini e ragazzine, poi ha chiesto loro quali preferissero e perché. Se una ragazzina dichiarava di essere attratta dalla foto di un ragazzo in particolare, Money le chiedeva che cosa le piacesse e lei gli rispondeva, magari, che era il modo di sorridere del ragazzo, con l'angolo sinistro della bocca più in alto del destro. Money ha inserito tutte le sue risposte, tutte le particolarità che le piacevano, in un database, insieme a quelle di migliaia di altri scolari. Poi, a distanza di trent'anni, ha rintracciato quegli stessi scolari per terminare la ricerca. Ne è risultato che ciò che piaceva loro a sei o sette anni - il loro ideale di bellezza - non era cambiato molto. La bambina a cui piaceva il bambino con il sorriso un po' storto aveva poi sposato un uomo con quel sorriso, con l'angolo sinistro della bocca più in alto del destro. Alcuni non avevano mai trovato ciò che cercavano e non erano mai stati molto felici in amore.» «E così esiste davvero da qualche parte l'amore perfetto per ognuno di noi.» «Secondo Money, sì. Lui crede che ciascuno di noi sia nato con una "mappa dell'amore", un insieme di caratteristiche fisiche codificate nel cervello che rappresentano il partner ideale. Se tu vai bene fisicamente e c'è qualcuno che combacia con te psicologicamente, allora scatta la combinazione giusta. L'amore vero, eterno. Forse esiste solo una persona su un milione che può combinarsi in questo modo con un'altra. Forse è stato così per Grace Baxter con Snow.» «Pensi che troverai mai la tua?» chiese Anderson. «La mia "mappa dell'amore"?» volle sapere Clevenger, ridendo. «Sì.» Nella mente di Clevenger prese corpo l'immagine di Whitney McCormick, la psichiatra legale dell'FBI che lo aveva aiutato a risolvere il caso del Killer dell'Autostrada. Tra loro era nata una relazione intima che poi aveva finito per complicarsi e passare in secondo piano nel momento in cui Clevenger aveva anteposto a tutto lo sforzo di diventare un buon padre per Billy. Non si vedevano più da un anno. «Non lo so» rispose. «Andar bene fisicamente è di gran lunga più facile che andar bene psicologicamente. Nella mia psiche ci sono strane tortuosità con cui è piuttosto difficile ar-
monizzarsi.» Anderson rise. «Eh, amico mio, per me è lo stesso. Io amo mia moglie, non fraintendermi, ma immagino che sia possibile che un giorno, per effetto della "mappa dell'amore", io prenda una sbandata.» «E, in tal caso, che cosa pensi di fare?» «Non mi sparerò, questo è sicuro.» Clevenger sorrise. «Chiamami, se scopri qualcosa sull'auto di Coroway, eh? Ti faccio sapere cosa salta fuori a Washington.» Clevenger prese il volo US Air delle 12.30 per Washington, dopo aver chiamato Billy sul cellulare e avergli chiesto se poteva aspettarlo al Somerville Boxing Club fino al suo ritorno, probabilmente intorno alle 18.30. «Nessun problema» era stata la risposta del ragazzo. Se fosse stato per lui, sarebbe rimasto in palestra ventiquattr'ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Dopo il decollo Clevenger aprì il diario di John Snow e riprese a leggere le sue annotazioni: Un uomo ha il diritto di rifarsi una vita? È l'unico proprietario della sua esistenza, oppure ne è soltanto un socio accomandante? Un uomo nasce dai suoi genitori. È il loro figlio e le loro vite si svolgono di pari passo con la sua, mescolandosi con essa, cosicché la trama di ciascuna dipende in parte anche dalle altre. I genitori gli cambiano i pannolini, lo tengono per mano il primo giorno di scuola. Per decenni non fanno che preoccuparsi con lui e per lui, festeggiare le sue vittorie, subire le sue sconfitte. Ma che cosa succede se l'idea che loro hanno di lui ha poco a che fare con la sua vera natura? E se non conoscono la sua vera essenza? È giusto che lui, il loro figlio, estragga il filo della sua identità dalle trame della vita familiare, per trovare se stesso, anche a costo di perderli? Un uomo ha la libertà di dimenticare da dove viene, così da poter procedere senza impedimenti verso la meta indicatagli dalla sua anima? Un altro esempio. Una donna è sposata da vent'anni. Ha un figlio adolescente e un marito. Una casa. Animali domestici. Un album di foto e diari traboccanti di ricordi. Che cosa succede
quando questa donna non prova più alcun entusiasmo per un futuro condiviso con il marito e il figlio? E che cosa succede se lei si sente inesistente? E depressa? Ha bisogno di un farmaco antidepressivo, tipo lo Zoloft? Di una dose maggiore? Di due farmaci? Oppure è possibile che la sua vita l'abbia talmente allontanata dalla sua verità interiore da trasformarla in tutto e per tutto in una zombie, in una morta vivente? Questa donna ha il diritto - eticamente e moralmente - di lasciare casa, famiglia e amici, di lasciarli in modo così definitivo da non conservare più traccia di loro? Per il fatto di averli messi al mondo, deve ai figli il resto dei suoi giorni o è libera di dire addio al passato e di andare oltre per creare un nuovo futuro senza di loro? La risposta dev'essere un altisonante "sì". Una persona - uomo o donna - può essere spiritualmente defunta, la carcassa della sua anima alla deriva in una gabbia di pelle e ossa che le è sopravvissuta. Che razza di madre o padre, di sorella o fratello, di moglie o marito, anteporrebbe il proprio attaccamento a un passato condiviso al futuro di quella persona, alla sua rinascita? Il vero amore non dovrebbe mai esigere tanta sofferenza. Clevenger posò il diario, rendendosi conto della differenza fra la visione del mondo di John Snow e la propria. Clevenger credeva che le persone potessero cambiare e crescere, indipendentemente dalle circostanze che intervenivano a limitarle. Con la giusta motivazione e la giusta guida e, sì, talvolta anche con la giusta medicina, potevano reinventarsi e superare il passato. Questo significava vivere una vita riuscita. Poteva essere doloroso, qualche volta straziante, ma era un dolore con cui bisognava confrontarsi. Scaricare la sofferenza sugli altri scomparendo chirurgicamente da una scena per ricomparire su un'altra gli sembrava davvero immorale. In questo modo si sarebbe potuta riattivare la
circolazione sanguigna dell'anima di una persona, ma si sarebbero provocate emorragie in tante altre. Pensò a Theresa Snow, al fatto che aveva definito il marito un narcisista, incapace di valutare i bisogni degli altri in rapporto ai propri. E forse qui stava il nocciolo della faccenda. Ma c'era ancora una domanda cui rispondere: che cosa aveva indotto John Snow a considerare se stesso un morto dentro un corpo vivo e a credere che la sua storia fosse giunta al termine? Qualcosa aveva ucciso John Snow prima del proiettile in quel vicolo. Clevenger riprese a sfogliare il diario. Le dieci pagine successive erano piene di calcoli e disegni che sicuramente si riferivano al Vortek, l'ultima invenzione di Snow adesso in mano a Collin Coroway. Clevenger guardò il disegno del missile, più grande in alcune pagine, più piccolo in altre, a volte con le ali, a volte senza. Talvolta il missile era raffigurato in sezione frontale e Snow vi aveva tracciato dentro delle spirali. Clevenger voltò un'altra pagina e si trovò a fissare un caos di lettere, numeri e simboli matematici. Snow aveva scritto le parole ancora più piccole del solito e le aveva riunite in linee ora spezzate, ora curve, persino in nuvole amorfe di lettere e numeri. Clevenger continuò a fissare la pagina, tenendola a una certa distanza. Cosi, quello che sembrava un caos a poco a poco cominciò a prendere forma. Capelli. Occhi. Naso. Labbra. Guardò con maggiore concentrazione. E allora, stupefatto, si rese conto di avere davanti a sé il viso di Grace Baxter. IL FOUR SEASONS Un giorno di primavera, nove mesi prima Tutto sembrava rinascere. Le giornate erano più lunghe, il sole brillava e i fiori nei giardini pubblici sbocciavano rosa, azzurri e bianchi ai bordi del laghetto dove le swan boats, le barche a forma di cigno, galleggiavano sotto i rami fruscianti. Le finestre della suite erano aperte, le soprattende erano tirate indietro, le tendine di mussola si gonfiavano ogni volta che un alito di vento tiepido entrava nella stanza. Nudi sul letto, sfiorati dalla brezza e persi nel rumore bianco del traffico in lontananza, Grace Baxter e John Snow potevano quasi immaginare di essere fuori da lì, sdraiati insieme sulla tenera erba del parco. Era il turno di lui nel gioco che Grace gli aveva insegnato, un gioco di
intuito nel quale uno dei due doveva immaginare ciò che l'altro voleva e indovinare il punto in cui baciare o toccare ascoltando le impercettibili variazioni nel ritmo del respiro, osservando i peli che si rizzavano e i muscoli che si rilassavano o si irrigidivano. Un sospiro. Un fremito. John non aveva indovinato né la prima né la seconda né la decima volta in cui avevano giocato e lui e Grace ne avevano riso insieme. Non era riuscito a intuire i bisogni di lei e lei aveva dovuto guidargli la mano nei punti in cui voleva essere toccata, attirarlo più vicino a sé quando desiderava che lui la prendesse, sussurrargli nell'orecchio i segreti per eccitarla. Adesso, però, Snow stava migliorando e cominciava a sviluppare una sorta di radar emotivo e sessuale simile a quello di Grace. Si sollevò su un gomito accanto a lei, rapito dalla visione dei suoi capelli sparsi sulle lenzuola bianche, dai suoi occhi che diventavano color smeraldo quando erano colpiti dalla luce del sole, dal suo collo lungo e aggraziato, dai suoi seni perfetti, dalle sinuosità dell'addome. Dopo tre mesi di incontri - una volta o due alla settimana - il desiderio per lei non era affatto diminuito. Centinaia di ore al telefono avevano solo accresciuto la sua voglia di ascoltare la voce di Grace; l'attrazione che provava per lei lo aveva sottratto dall'isolamento in cui era vissuto e lo sgretolarsi della barriera che aveva costruito intorno a sé lo aveva reso euforico. Snow appoggiò la mano sul ginocchio di Grace e avvertì la pressione della sua coscia contro la propria. Le accarezzò la gamba. Il ginocchio di lei scivolò tra le sue gambe, la coscia premette contro il suo inguine. Si chinò su di lei e la sfiorò con un bacio, accendendole il desiderio di qualcosa di più profondo, come piaceva a lei. Quando vide che Grace reclinava leggermente la testa all'indietro, la baciò lungo il contorno del mento, poi sul collo. Grace ansimò ed emise un sospiro a metà tra il dolore e il piacere. Lui colse il fremito che la percorreva e spostò la mano sul seno. Sentì il piede di lei risalire lungo il suo polpaccio e capì che cosa ciò significava. La baciò più in giù, sulla pancia. Lei aprì le ginocchia. E lui la baciò ancora più giù. Più tardi, mentre era sdraiato con la testa poggiata sul ventre di Grace che si alzava e abbassava al ritmo del suo respiro, un ritmo ipnotico, lui si ricordò di ciò che lei gli aveva chiesto la prima volta che si erano incontrati all'hotel: perché si concentrava tanto su quello che può o non può essere visto? Perché perfezionare radar e progettare sistemi per eluderli era diventato la sua professione? Lui non aveva mai saputo che cosa rispondere, fino a quel preciso istante. «Era più facile» le disse con calma.
«Mmm?» mormorò lei, facendo le fusa. «Quando abbiamo cenato all'Aujourd'hui, la prima volta che ci siamo incontrati qui, mi hai chiesto perché mi interessava tanto indagare quello che sta là fuori... nel cielo, nello spazio.» «Me lo ricordo.» «Volevo evitare di guardare dentro me stesso...» «Perché?» «Perché non ero sicuro che ci fosse qualcosa da vedere» rispose lui. Grace gli passò le dita tra i capelli. «Certo che c'era. Per qualche motivo, hai solo perso di vista te stesso.» «Per qualche motivo.» Passò qualche secondo. «Quale motivo?» gli chiese Grace. Lui si soffermò a pensarci. «Da piccolo affascinavo la gente» le rispose. «Affascinavo me stesso. Per quello che sapevo fare con il mio cervello.» «Che cosa sapevi fare?» «Calcoli. Soluzione di problemi. Complicate equazioni scientifiche.» «Un piccolo genio» commentò Grace. «Così dicevano.» «E i tuoi genitori ne erano orgogliosi?» «Molto» rispose lui. «Quindi, ciò che sapevi fare veniva scambiato per ciò che eri.» Come faceva Grace ad andare dritta al cuore delle cose? E come faceva a trovare il tono di voce capace di dargli la sicurezza di poterle raccontare la verità senza problemi? «Sì» ammise lui. «Amavano il tuo cervello.» «Quando funzionava» le disse con una risatina, ma il sorriso svanì in fretta. Lei non rise affatto. «E se non avesse funzionato?» volle sapere. «E se avesse smesso di funzionare? Ti avrebbero amato ancora?» Snow ripensò al suo primo attacco, all'età di dieci anni e si ricordò di quanto gli fosse piaciuto stare in ospedale e di come suo padre e sua madre avessero trascorso con lui molto più tempo del solito, in quella stanza dalle pareti bianche. E ne capì la ragione: loro erano lì perché era malato il suo cervello, non perché era malato lui. Ciò di cui andavano orgogliosi aveva avuto un cortocircuito. «Non lo so» rispose a Grace. «Non so se mi abbiano mai amato.» «Mi dispiace» disse lei, passandogli le dita tra i capelli. «Se non sai una cosa del genere con certezza, è difficile avere la certezza di qualunque altra
cosa.» «Va bene così» le disse. «Davvero? John, perché devi essere così coraggioso? Potresti lasciarti un po' andare ed essere lo stesso una bella persona.» Una parte di Snow avrebbe voluto raccontare a Grace il resto della storia, e cioè che il suo cervello aveva avuto un cortocircuito dopo l'altro e che lui ancora adesso, a decenni di distanza, prendeva quattro farmaci per farlo funzionare in modo affidabile. Ma Snow voleva che tra loro tutto fosse perfetto e non intendeva passare per un debole agli occhi di Grace. Forse era per questo che lui non credeva neppure che lei lo amasse. Forse lei aveva ragione su tutta la linea e perfino sul modo in cui lui avrebbe potuto, alla fine, trovare la risposta alla domanda se meritava l'amore di Grace o quello di chiunque altro, se stesso compreso: lasciandosi un po' andare, permettendo a lei di conoscere le sue imperfezioni e a se stesso di comportarsi da essere umano con lei. Ma non riusciva proprio a indurre se stesso ad assumersi quel rischio. Chiuse gli occhi e lasciò che il movimento del ventre di Grace gli calmasse il dolore. «E tu?» le chiese. «Sei stata amata?» Un altro respiro profondo. «No» rispose lei. «Credo di non esserlo stata mai.» «Da bambina?» «Tu eri un genio. Io ero carina.» «E questo era tutto quello che gli altri vedevano?» «Ero molto carina.» Grace rise. Questa volta fu Snow a non ridere affatto. «I tuoi genitori dovevano sapere quanto sei intelligente. Tu riesci a vedere - a capire - cose che agli altri sfuggono.» «Forse era questo il problema.» «In che senso?» «Riuscivo a vedere.» «E che cosa vedevi?» volle sapere lui. «Stai diventando bravo in questo gioco.» Talmente bravo da intuire che Grace non era disposta a dirgli altro. Lei gli fece scorrere la punta di un dito sulla fronte, sul contorno dell'orecchio, sul collo. «Parlami di tua moglie» gli disse. Lui si sollevò di nuovo su un gomito e alzò lo sguardo su di lei. «Perché mi fai questa domanda?» «Mi stavo chiedendo delle cose su di lei, tutto qui. Che cosa le piace?
Com'è la vita con lei?» Snow non le rispose subito. «Con me puoi parlarne» lo esortò. Lui si appoggiò alla testiera del letto, accanto a lei. Dovette pensare a lungo prima di trovare qualcosa di significativo. «È una persona migliore di me» le disse. «In che senso?» «È stata presente per mio figlio e mia figlia, mentre io non lo sono stato.» «Come avresti potuto? Non eri presente nemmeno per te stesso. Il tuo cervello era troppo occupato.» «Non è una scusa.» «Sì che lo è» ribatté Grace, piegandosi su di lui e baciandolo su una guancia. «Fai ancora l'amore con lei?» «Penso di non averlo mai fatto» rispose lui. Adesso, Grace lo baciò sulle labbra. «Che cosa mi dici di tuo marito?» le chiese Snow. «Fai ancora l'amore con lui?» «Si, ma non sono neppure nella stanza. Con la testa, vado altrove. Su una spiaggia deserta. In mezzo alle montagne. In un posto dove posso stare sola.» Snow la baciò delicatamente sulla fronte. «Perché non vieni qui?» Grace chiuse gli occhi e gli appoggiò la testa sulla spalla. «Potrei tentare» rispose. «Se lo farai anche tu. Quando sei con lei, intendo. Così, loro ci avvicineranno l'uno all'altra.» «Lo farò.» «Bene» approvò lei. «Sdraiati adesso.» Mentre lui lo faceva, lei si sollevò su un gomito. «Adesso tocca a me» disse. Gli accarezzò il ginocchio con la punta delle dita, poi cominciò a risalire lentamente con la mano lungo la coscia. 10 13 gennaio 2004 Clevenger atterrò al Reagan National Airport poco prima delle 14.00. Riaccese il cellulare e constatò che c'erano due messaggi sulla segreteria. Li ascoltò mentre si avviava alla fila dei taxi.
Il primo era del detective Coady, per riferirgli che l'autopsia di Grace Baxter aveva rivelato qualche interessante novità. Il secondo era di J.T. Heller, per comunicargli che aveva anticipato a quella sera l'operazione della donna cieca cui sperava di restituire la vista, perché aveva avuto nuovi attacchi di emicrania che gli avevano fatto temere una rapida evoluzione del tumore. Si chiedeva se Billy avesse voglia di raggiungerlo per assistere all'intervento. Clevenger chiamò per prima cosa lo studio di Heller. Gli rispose Sascha Monroe. «Sono Frank Clevenger, ho ricevuto una telefonata dal dottor Heller» disse. «Sì, mi ha avvisata di passargli subito la sua chiamata» rispose lei. «Ma prima vorrei ringraziarla.» «Di che cosa?» «Di quello che mi ha detto riguardo a John Snow: che non sempre si può salvare qualcuno e che il massimo che si può fare è lasciargli capire che si ha a cuore la sua situazione.» «E sono davvero pochi quelli che lo fanno.» «Passerà ancora di qui?» Clevenger percepì un calore autentico nella sua voce e una parte di lui avrebbe voluto passare alla domanda successiva, ovvero chiedere a Sascha se voleva davvero vederlo. Ma sapeva che la risposta di lei sarebbe stata poco significativa. Lui le aveva offerto l'assoluzione dai suoi sensi di colpa e probabilmente era questo ciò che lei desiderava ardentemente: il messaggio, non il messaggero. «Prima o poi passerò di sicuro» rispose. «Bene, spero di vederla» disse lei, in un tono più formale. «Rimanga in linea.» «Frank!» tuonò Heller dopo qualche istante. Sembrava in preda all'effetto di una trentina di caffè. «Ho ricevuto il tuo messaggio» disse Clevenger. «Credo che Billy sarebbe entusiasta di venire da te.» «Riesci a portarlo al General, diciamo per le quattro?» «Purtroppo sono fuori città» rispose Clevenger. «Provo a chiedere a un amico se può passare a prenderlo agli allenamenti di boxe e accompagnarlo lì. Altrimenti potrebbe venire con la metropolitana.» «Posso passare io a prenderlo» si offrì Heller. «Non ho impegni fino all'ora dell'operazione e potrei sfruttare il tragitto in macchina per rilassarmi. Prima di entrare in sala operatoria sono piuttosto nervoso e non faccio altro che verificare le mosse.»
«Le mosse...» «La mia strategia. Ogni intervento è una guerra, amico mio. Il tumore che grava sul nervo oftalmico della mia paziente vuole vincere a tutti costi, proprio come lo voglio io. Bisogna sempre risalire alla cellula progenitrice che per prima si è staccata dal programma scritto da Dio per lei e si è messa in proprio, collocandosi dove non aveva diritto di stare. Quella cerca con ogni parte del suo protoplasma di impossessarsi del progetto di Madre Natura e di riconfigurarlo secondo il suo piano perverso e omicida. Capisci ciò che intendo dire?» Clevenger si chiese se per caso Heller avesse passato il limite della grandiosità per sconfinare nella mania. «Che cosa?» «Oggi è il giorno del Giudizio.» «Per il tumore?» «Per il tumore. Per il disordine. Per l'entropia. A Dio piacendo, oggi ristabilirò ciò che lui, nella sua estrema saggezza, aveva progettato.» Rise di se stesso. «Frank, che ne dici di un po' di litio per il tuo nuovo amico?» Heller, se non altro, si rendeva conto di sembrare bisognoso di supporto medico. E forse non era giusto mettere in dubbio la sua stabilità. Forse, per aprire la testa di una donna e sezionare parti del suo cervello era necessaria l'energia di un guerriero, la convinzione di combattere contro il male. «Pensi che te ne basti solo un po'?» lo prese in giro Clevenger. «Giusta osservazione» ribatté Heller. «Allora, che ne dici? Passo io a prendere Billy? Mi sono appena comprato un enorme fuoristrada. Tutto nero. Al ragazzo piacerà un sacco.» Clevenger provò lo stesso disagio di quando aveva trovato Billy ed Heller che chiacchieravano nel suo loft. Era perché Heller scatenava in lui un istinto di protezione? Oppure perché scatenava la sua gelosia? Dovette ammettere che quest'ultima era l'ipotesi più probabile. Dopotutto, la gente metteva abitualmente la propria vita nelle mani di Jet Heller. E, in ogni caso, Billy sarebbe stato in grado di badare a se stesso. «Lo chiamo per sapere se è d'accordo» disse Clevenger. «Se ci sta, mi fiondo al Somerville Boxing Club nel giro di tre quarti d'ora.» Clevenger fu sorpreso che Heller sapesse dove trovare Billy. Heller dovette percepire il suo disagio. «Il ragazzo mi ha raccontato tutto della palestra» disse. «Dei Golden Gloves. Roba seria. Comunque, stai attento ai traumi cerebrali. Ho pazienti che, dopo quattro o cinque anni di boxe, non riescono più a ricordarsi quello che hanno mangiato a colazio-
ne.» «Ci sto attento» assicurò Clevenger, provando la sensazione che Heller stesse cercando di sostituirsi a lui nelle vesti di padre. «Billy indossa il casco protettivo.» Sapeva che non aveva bisogno di giustificarsi, ma era più forte di lui. Il fatto di aver avuto un padre che non era stato un padre gli faceva dubitare di essere a propria volta all'altezza del ruolo. «Billy si è già preso la sua dose di commozioni cerebrali, ma fuori dal ring.» «Per quanto mi riguarda, ne ho avute sette. E in tre occasioni sono svenuto. Il tutto prima di compiere sedici anni. So bene quello che stai passando. Io mi sono trovato dove si trova Billy. Al limite. Farlo salire sul ring è stata una grande idea.» Quante cose potevano avere in comune due persone? E perché quelle parole infastidivano tanto Clevenger? «Spero solo che anche per lui le cose vadano a finire tanto bene quanto sono finite per te.» «Sempre che aprire teste per mestiere sia un buon traguardo» commentò Heller. «A proposito, quando torni in città?» «Se tutto va bene, a fine giornata.» «Credo che non usciremo dalla sala operatoria prima delle nove. Se vuoi, possiamo berci una birra insieme, dopo che ho riportato a casa Billy.» E così nel piano rientrava anche il fatto di riaccompagnare Billy a casa. «Perché no?» Ma Clevenger non voleva lasciare che Heller desse per scontato che il ragazzo avrebbe abbandonato gli allenamenti di boxe per immergersi nella sua ombra. «Entro la prossima ora, ti faccio sapere se Billy ha accettato la tua proposta.» «Va bene.» «Grazie.» «Senti, Frank...» disse Heller. «Sì?» «Spero che tu non mi giudichi strano o invadente se mi sono offerto di mostrare a Billy quello che faccio. È solo che in lui io vedo me stesso. Probabilmente capita lo stesso a te. E poi penso che lui, sotto sotto, sia un bravo ragazzo. Ma se preferisci che mi faccia da parte...» In quel momento Clevenger si rese conto che Heller aveva una straordinaria capacità di spazzar via le remore degli altri, dandovi voce lui stesso. Sentendo le proprie obiezioni in bocca a lui, c'era meno gusto a obiettare. Era una forma di manipolazione? Oppure era soltanto il suo modo di essere sincero? «Non c'è bisogno che tu ti faccia da parte» disse Clevenger.
«Penso che per Billy assistere all'operazione sarà fantastico.» «Mi premeva solo chiarire le cose.» «Tutto chiarito. Ti richiamo.» Clevenger mise fine alla telefonata. Prese un taxi per il centro e, durante il tragitto, compose il numero del cellulare di Billy, preparandosi a lasciargli un messaggio. Le lezioni a scuola non erano ancora terminate. Billy rispose. «Che c'è? Sei già a Washington?» «Sono appena arrivato. Tu dove sei?» «Sto andando al Somerville. L'ultima ora è saltata perché il professore è malato e così ci hanno fatti uscire prima.» «Mi ha telefonato Jet Heller. Oggi opererà quella donna a cui lui pensa di restituire la vista. Vuole sapere se ti va di assistere all'intervento.» «Andrò all'ospedale con la metropolitana. Posso saltare gli allenamenti.» «Non ce n'è bisogno» disse Clevenger. «Heller ha detto che può passare a prenderti in palestra. Puoi allenarti per un'oretta e poi andare al General con lui.» «Incredibile!» Era moltissimo tempo che Clevenger non sentiva Billy tanto entusiasta. «Ci vediamo a casa quando hai finito.» «Ma certo!» esclamò Billy. «Che figata!» Sembrava su di giri come Heller. «Grazie.» Anche il ringraziamento era abbastanza insolito in lui. «Prego» disse Clevenger. Poi richiamò Heller e gli disse che poteva portare Billy con sé in ospedale e riaccompagnarlo a casa dopo l'intervento. Infine telefonò alla centrale di polizia di Boston e si fece passare Coady. «Che novità ci sono?» gli chiese. «Ha chiamato Jeremiah Wolfe. È impegnato nell'analisi microscopica su Grace Baxter.» «E...?» «Non crede che a procurare le lacerazioni ai polsi sia stato il taglierino da moquette» rispose Coady. «Perché?» «Sostiene che il tessuto è stato aperto da qualcosa di più affilato. Le ferite non sono abbastanza slabbrate, o qualcosa del genere. Pensa che una lametta da barba sia l'arma più probabile.» «Lametta che, per altro, non abbiamo.» «Nel bagno ce ne sono alcune, ma nessuna presenta tracce di sangue.»
«Wolfe pensa che il taglierino da moquette sia compatibile con le ferite sul collo?» «Sì» rispose Coady. «Immagino che non molte persone si suicidino usando due tipi diversi di lama. Ma penso anche che non molti assassini cambino arma del delitto.» «A meno che la lametta da barba non abbia funzionato» disse Clevenger. «Supponiamo che Grace Baxter fosse svenuta, ubriaca. Qualcuno intenzionato a far sembrare la cosa un suicidio avrebbe potuto iniziare l'opera con una lametta da barba sui polsi, sperando che lei non si risvegliasse e morisse nel sonno. In questo modo, l'avrebbe fatta franca. Ma forse lei non aveva perso i sensi come l'aggressore pensava e ha cominciato a divincolarsi. Allora lui ha dovuto bloccarla e forse gli è capitato sotto mano il taglierino da moquette.» «Può essere» commentò Coady. «E poi ha lavato la lametta?» «Oppure l'ha pulita.» «Farò analizzare in laboratorio tutti gli oggetti metallici affilati che si trovano in bagno. Vediamo se emergono tracce di sangue su quelli nuovi. Farò anche smontare le tubature, per vedere se ci è finito dentro qualcosa.» «Mi sembra una buona idea.» «Posso farti una domanda?» chiese Coady. «Spara.» «Immagina quest'altro scenario: Grace Baxter comincia a tagliarsi i polsi...» Di nuovo la teoria del suicidio? «Sai che io non credo che...» lo interruppe Clevenger. «Lasciami finire.» Clevenger sentì le pulsazioni farsi più frequenti e la mascella irrigidirsi. «D'accordo.» «Grace Baxter comincia a tagliarsi i polsi in bagno. È ubriaca. Il sangue sgocciola. Lei vacilla. Pensa alla morte di Snow, alla sua storia d'amore finita. Oppure, forse è fuori di testa perché lo ha ucciso.» L'insistenza di Coady nel sostenere l'idea dell'omicidio-suicidio fece digrignare i denti a Clevenger. «Forse si odia per quello che ha fatto» proseguì Coady. «Vede il sangue sgocciolare. Si mette a piangere, a urlare che la sua vita è finita. O muore adesso o muore in prigione. In ogni caso, ha perso Snow. Allora vede il taglierino da moquette, forse lasciato lì da uno degli operai. Lo afferra...» «...e si taglia la gola, uccidendo se stessa e il bambino» concluse Cle-
venger. «Credevo che avessimo scartato quest'ipotesi. Ricordi il complesso vitaminico per la gravidanza?» «Sì, certo, l'avevamo scartata, ma poi ci ho riflettuto sopra e ho pensato: e se il bambino fosse stato suo? Di Snow, intendo.» Clevenger non si era mai soffermato a pensare di chi fosse il bambino che Grace portava in grembo, il che lo indusse a chiedersi se davvero ci fosse un aspetto del caso che lui si rifiutava di vedere. Era possibile che si sentisse tanto in colpa per non aver fatto ricoverare Grace Baxter quando era venuta nel suo studio da chiudere gli occhi? In fondo alla sua mente si annidava il pensiero di aver causato le morti di Grace e del suo bambino non ancora nato? «Supponiamo che il bambino fosse di Snow» disse pacatamente. «Allora comincio a pensare che lei possa aver fatto quel che probabilmente ha fatto. Voglio dire, riesco a immaginare che prenda le vitamine un'ora prima di uccidersi. Fa parte delle sue abitudini. Lei sta cercando di tornare alla normalità, di superare quello che ha perso in quel vicolo, oppure quello che ha fatto in quel vicolo. Poi, nonostante l'alcol che ha in corpo, tutto comincia a farsi chiaro. Porta in grembo il figlio di Snow. Ha ucciso il padre di suo figlio. Sta vivendo un incubo che non avrà mai fine. Si guarda, non riesce a credere a quello che si è fatta ai polsi. Come può essere una madre e aver fatto ciò? La rabbia, il dolore, il senso di colpa confluiscono insieme...» «E l'unica cosa che lei desidera è mettervi fine.» «Basta con lo sgocciolio di sangue. Lei vuole farla finita.» «Il taglierino da moquette» disse Clevenger. Il taxi si fermò di fronte all'Hyatt. Il portiere dell'albergo aprì la portiera. «Benvenuto, signore. Ha bagagli?» Clevenger fece segno di no con la testa. Pagò l'autista, scese dalla vettura e chiuse la portiera. Non sentì l'aria fredda sul viso. «Sto solo dicendo che varrebbe la pena tenere in considerazione questa teoria» disse Coady. «Non so se l'aspetto psicologico sia plausibile.» Questo era un problema. «Può darsi di sì» disse Clevenger. «Penso che potrebbe esserlo.» «Del resto, non stiamo né accettando né scartando alcuna pista» disse Coady, evidentemente imbaldanzito. «Dobbiamo ancora considerare George Reese e tutti gli altri sospettati.» «Giusto.»
«Hai ottenuto tutte le informazioni che ti servivano dagli Snow, oggi?» «Non ho parlato con il figlio Kyle» rispose Clevenger. «Non c'era. Almeno, così mi ha detto Theresa Snow. Penso che lei cerchi di tenerlo alla larga da me.» «Perché?» «Non lo so.» «Posso metterlo dentro subito» disse Coady. «Per cosa?» «Oggi è arrivato il referto del suo esame delle urine ed è positivo agli stupefacenti. Oppiacei. È una violazione della libertà provvisoria. Vuoi passare più tardi a fare due chiacchiere con lui?» «Sono appena arrivato a Washington» lo informò Clevenger. «Washington? Che ci fai lì?» «Collin Coroway è arrivato qui ieri.» «Chi l'ha rintracciato?» «Che differenza fa?» «Contavi di farmelo sapere?» «Come ho detto, sono appena arrivato. È stata una decisione dell'ultimo momento.» Sapeva che non era la risposta alla domanda di Coady. «Ti avrei chiamato» disse. «Il caso è mio.» «Il caso è tuo.» Coady rimase in silenzio per qualche secondo. «Non voglio dire che devi mollare» disse poi. Di nuovo silenzio. «In questa faccenda ho bisogno di te più che mai. Io posso anche avere una teoria su quello che è successo, ma sono ancora ben lontano dal poterla provare. E potrei sbagliarmi alla grande. Lo so.» «Io non mollo i casi» ribatté Clevenger, sforzandosi di sembrare convincente. «Fisso subito un incontro con Kyle Snow per domani mattina. Alle nove ti va bene?» «Ci sarò.» «A domani, allora.» Clevenger chiuse la comunicazione ed entrò nella hall dell'Hyatt. Pur cercando di concentrarsi su Collin Coroway, non poteva evitare di riascoltare nella mente ciò che aveva appena sentito. Il quadro dipinto da Coady era, infatti, tutt'altro che stravagante. Se Grace Baxter portava in grembo il figlio di John Snow, la rabbia che provava verso di lui perché stava abban-
donando lei e il bambino era un movente plausibile per un omicidio. E la sua disperazione dopo la morte di lui poteva averla condotta a una totale implosione. Si ricordò di aver spiegato a Coady il motivo per cui la gola tagliata di Grace Baxter mal si addiceva al suicidio di una donna. Sono gli uomini a scegliere i metodi più violenti, tranne nei casi in cui il soggetto - maschio o femmina - è in preda a un delirio psicotico. E gli aveva fatto l'esempio della donna convinta di avere il sangue del diavolo nelle vene. E se la cosa che Grace odiava e di cui doveva liberarsi fosse stata non un demone, ma la nuova vita che cresceva dentro di lei? E se la morte di Snow l'avesse indotta a pensare al bambino come a un invasore, al suo sangue come al sangue di Snow, che si mescolava al proprio, avvelenandola? Ecco allora il bisogno disperato di far uscire quel sangue. Stava ancora rimuginando su questo pensiero, quando raggiunse il banco della reception. «Posso aiutarla?» gli chiese gentilmente un addetto di origine indiana, sulla trentina. «Per favore potrebbe chiamare la stanza di Collin Coroway e avvisarlo che sono qui?» L'uomo controllò sul computer. «Chi devo annunciare?» «Il dottor Clevenger. Frank Clevenger.» «Un attimo.» L'addetto alla reception prese il telefono, chiamò la stanza e rimase in ascolto. Passarono dieci, quindici secondi. Scosse la testa in segno di diniego. «A quanto pare, il signor Coroway non c'è.» Clevenger pensò che fosse meglio indurre un impiegato dell'albergo a fare un po' di lavoro per lui, piuttosto che mettersi lui stesso a ficcare il naso in giro, dando assai più nell'occhio. «Le dispiacerebbe chiedere al portiere se il signor Coroway ha chiesto un'auto? Forse riesco ancora a raggiungerlo.» «Mi faccia controllare.» L'addetto alla reception citofonò al portiere e gli chiese se avesse visto Coroway lasciare l'hotel. Riagganciò dopo avere ottenuto la risposta. «È fortunato. Il signore ha chiesto un'auto per andare al 1300 di Pennsylvania Avenue. Il Reagan Building. Desidera che ne faccia venire una anche per lei?» Che servizio fantastico all'Hyatt! «Sì, grazie» rispose Clevenger. «La stessa ditta, se è possibile.» Per la prima volta, l'uomo lo guardò con un po' di sospetto. «Va in nota spese» fece Clevenger con una strizzata d'occhio.
«Naturalmente. Non ci sono problemi, signore.» Un quarto d'ora dopo Clevenger era diretto al 1300 di Pennsylvania Avenue a bordo di una Lincoln Town Car nera della Capitol Limousine. «Di dov'è?» gli chiese con voce baritonale l'autista, un uomo robusto sulla sessantina. «Di Boston» rispose Clevenger. «E lei?» «Di Los Angeles.» Ridacchiò. «Non sopportavo il clima.» Clevenger sapeva che la battuta era un invito a chiedergli la vera ragione del suo trasferimento. Avrebbe voluto far finta di niente e concentrarsi su John Snow e Grace Baxter, ma non era mai riuscito a tirarsi indietro di fronte a chi voleva raccontargli la storia della propria vita. «E così laggiù faceva troppo caldo» disse. «Per così dire.» Un altro invito. «Allora il clima non c'entra niente.» L'autista scosse la testa. «Una donna.» «Le cose andavano male?» «Anche peggio.» La storia si faceva interessante. «Ah, sì?» chiese Clevenger, mettendosi comodo e disponendosi ad ascoltare. «Quando l'ho conosciuta, lei aveva già due figli. Ma me ne sono innamorato subito. Capisce? E così, dopo un anno che stavamo insieme, le cose andavano proprio bene. Lei mi amava. Io l'amavo. I figli già mi chiamavano papà, cosa che forse avrei potuto considerare un problema, visto che il padre vero era in prigione.» Alzò un dito per sottolineare il passaggio successivo. «Rapina a mano armata, pensavo.» «Rapina a mano armata» ripeté Clevenger. L'uomo alzò di nuovo il dito. «L'ho sposata. All'epoca la bambina aveva undici anni. Di punto in bianco la madre mi accusa di farle troppe feste.» «Di coccolarla, vuol dire.» L'uomo ignorò la correzione. «Io non le ho fatto niente. Lo giuro sulla testa dei miei poveri genitori. Niente. Le ho soltanto portato un asciugamano dopo la doccia. Ho aperto la porta del bagno di cinque centimetri, girando la testa dall'altra parte, per rispettare la sua privacy. Nel frattempo sua madre arriva in corridoio. Vede la scena e comincia a urlare. Come una pazza. Per farla breve, mi arrestano.» «Per cosa?» «Tentata violenza carnale e aggressione. Mia moglie dice che io ho for-
zato la porta. E la ragazzina, che io avevo appena rimproverato per avere preso brutti voti a scuola, dice che l'ho toccata.» Si portò una mano al petto. «Mai successo.» Guardò nello specchietto retrovisore, forse per verificare se Clevenger gli credeva, e sembrò soddisfatto. «Ho dovuto assumere un avvocato e dargli trentamila dollari per dimostrare che ero innocente, cosa che del resto era vera. Ma in un caso come quello non c'è bisogno di prove, basta la parola della vittima. E in tribunale lei ritirò tutte le accuse.» Annuì. «Indovini un po' come mai il padre era finito dentro.» «Tentata violenza carnale e aggressione nei confronti della ragazzina.» L'autista guardò nello specchietto. «Bravo! Vede, mi stavano col fiato sul collo per causa sua. Quello aveva fatto qualcosa che non andava e allora madre e figlia hanno giocato d'anticipo, immaginando che anch'io fossi come lui.» «Ammesso che anche lui fosse in quel certo modo» disse Clevenger. «Che intende dire?» «Può darsi che il primo marito avesse toccato la ragazzina, o che non l'avesse fatto. Può darsi che sua moglie fosse stata toccata dal padre quando aveva dieci o undici anni. Forse era successo nel bagno della casa in cui era cresciuta. Poi vede lei aprire la porta di qualche centimetro e pensa che stia per succedere la stessa cosa, questa volta a sua figlia...» «Mai pensato a niente del genere.» «E così si è trasferito» disse Clevenger. «Laggiù ero su tutti i giornali. Titoloni enormi quando mi hanno arrestato. Nemmeno un titoletto quando mi hanno scagionato. In più, mi hanno bastonato per bene con il divorzio. E senta questa...» «Mantenimento dei figli.» «Esattamente.» L'autista si voltò per guardare Clevenger. Clevenger ebbe modo di constatare che i suoi occhi erano di colore verde chiaro e straordinariamente miti. Poi, lanciando un'occhiata alla mano con cui teneva il volante, notò che l'uomo portava la fede nuziale. «E così sono rimasto al verde,» proseguì l'autista «e con il nome rovinato.» «Si è risposato?» gli chiese Clevenger. «Mai.» «Però porta la fede.» L'uomo si strinse nelle spalle. «Lo so che è una follia. Non l'ho mai tolta. Neppure quando sono andato al processo. Neppure quando mi hanno dichiarato innocente. Neppure quando ho ricevuto i documenti del divorzio.»
«Perché?» volle sapere Clevenger. «Amo ancora quella donna.» Scosse la testa. «E voglio ancora bene ai suoi figli. Ci sono cose che non si superano mai e poi mai.» "No, certe cose non si superano" pensò Clevenger, cacciando dalla mente un altro ricordo di Whitney McCormick. Ma si va avanti. Se l'autista aveva detto la verità - e sembrava proprio che l'avesse detta - aveva perso la donna che amava e due figliastri di cui si era preso seriamente cura, aveva perso la sua reputazione, aveva dato tutti i suoi risparmi a un avvocato perché lo difendesse dall'accusa di violenza sessuale e infine si era trasferito altrove per cominciare una nuova vita. Perché John Snow non avrebbe potuto fare lo stesso? Anche se il suo matrimonio era finito, anche se i suoi rapporti con i figli erano tesi fin quasi alla rottura, perché lui non avrebbe potuto cominciare daccapo? I suoi sentimenti per Grace Baxter erano troppo ingombranti, troppo minacciosi? L'intervento di neurochirurgia avrebbe dovuto togliergli dalla mente lei come tutti gli altri? «Mai pensato di riprendere i contatti con loro?» chiese Clevenger. «Mando una lettera ogni mese, per raccontare che cosa combino» rispose l'autista. «Ho scritto loro che li ho perdonati. Ventuno lettere, fino a oggi. Quasi due anni.» «Le hanno risposto?» «Non ancora. Ma le lettere non sono mai tornate indietro. Quindi le hanno ricevute.» «Penso che voglia dire qualcosa.» «Per me, sì.» L'uomo accostò l'auto di fronte al Reagan Building, un imponente complesso in granito su un terreno di circa cinque ettari. «Ecco il 1300 di Pennsylvania Avenue.» Si voltò. «Fanno venti dollari e grazie per avere ascoltato le mie stronzate.» Clevenger gli allungò cento dollari. «Forse c'è qualcosa in cui può aiutarmi» disse. «Sentiamo.» «Un tizio che si chiama Collin Coroway ha preso una limousine della Capitol per farsi portare qui dallo Hyatt. C'è un modo per scoprire se è ancora nell'edificio?» «Lei è una specie di investigatore?» volle sapere l'autista squadrando Clevenger. «È stato molto bravo ad ascoltarmi, come se sapesse in anticipo dove sarei andato a parare.» «Sono uno psichiatra» rispose Clevenger. «Questa sì che è bella.» L'ampio sorriso dell'uomo lasciava capire che
non se l'era bevuta neanche per un attimo. «Comunque non sono affari miei. Dimentichi la mia domanda.» Prese il cellulare e compose un numero. Rispose una donna. «Katie, sono Al» disse. «Collin Coroway, dall'Hyatt per il 1300 di Penn Avenue. È tornato?» Rimase in ascolto. «Fa' con calma. Aspetto.» Passò mezzo minuto prima che Katie riprendesse la linea e gli dettasse un numero di telefono. L'autista prese una penna e lo annotò. «Sono in debito con te» le disse. Schiacciò un tasto, poi compose il numero. Quando ottenne risposta, riattaccò subito. Si girò verso Clevenger. «È ancora lì. E il nostro contatto telefonico per qualunque variazione di programma sul viaggio di ritorno è quello della segreteria di qualcosa che si chiama InterState Commerce.» «Ha fatto tutto senza problemi.» «Un regalino per lei» disse strizzandogli l'occhio. «Da investigatore a investigatore.» «È un investigatore privato?» «Ho preso la licenza in California. Bisogna pur guadagnarsi da vivere, giusto?» «Giusto.» «Stia bene, amico mio.» E gli allungò il suo biglietto da visita. Clevenger lesse il nome: Al French. «Stia bene anche lei, Al.» Scese dall'auto, entrò nel Reagan Building e trovò la InterState Commerce sulla mappa dell'edificio all'ingresso. Decimo piano. L'attico. Prese l'ascensore. L'InterState occupava una delle due suite del piano, ognuna delle quali misurava circa millecinquecento metri quadrati. Clevenger si diresse verso l'entrata della società, un'imponente porta di vetro smerigliato con un'enorme "I" incisa su un battente e una corrispondente "S" sull'altro. Premette il tasto del citofono. «Posso esserle utile?» chiese una voce di donna. «Sono qui per Collin Coroway.» La serratura della porta scattò. Clevenger spinse un battente ed entrò. La reception era ultramoderna, con pareti rivestite di acciaio inossidabile e giganteschi monitor a schermo piatto appesi a massicce colonne di cemento. Uno trasmetteva il notiziario della CNN. L'altro mostrava un planisfero punteggiato di centinaia di sfere blu cobalto, con impresso il logo IS, che risaltavano come una tempesta di palline da ping-pong sui sei continenti. In mezzo ai monitor, una bellissima donna di colore con un auricola-
re sedeva dietro una scrivania di vetro blu cobalto ed esibiva un finto sorriso. Clevenger si avvicinò alla scrivania. «Sono Frank Clevenger» si presentò. «Non credo che il signor Coroway abbia già chiesto l'auto.» Un'addetta alla reception lo scambiava per un paziente operato al cervello, un'altra lo prendeva per un autista. «Non sono del servizio di autonoleggio. Per favore può dirgli che vorrei vederlo?» «La conosce?» «Collaboro con la polizia per la morte del suo socio, John Snow.» Nessuna reazione. «Quindi lui la sta aspettando?» «Mi riceverà senz'altro.» Un sorriso ancora più finto. «Attenda, per favore.» Scomparve dietro una parete di plastica blu traslucida e ondulata che separava l'atrio dal resto della lussuosissima suite. Clevenger notò sulla scrivania una pila di brochure dell'InterState. Ne prese una. La copertina era un collage di foto: un jet da caccia, una petroliera, una centrale atomica, un soldato con la mimetica che parlava in un walkie-talkie. Aprì la prima pagina e lesse la presentazione della società: InterState Commerce è specializzata nella creazione di partnership tra società private ed enti governativi nei più svariati settori industriali edilizia, trasporti, salute e servizi pubblici. "E armamenti" aggiunse mentalmente Clevenger. Sfogliò pagine e pagine di testimonianze rilasciate da amministratori delegati di importanti società, inframmezzate da foto evocative di onde, tramonti, lampi. Accanto a ogni foto si trovava uno studio analitico del ruolo svolto dall'InterState nel far incontrare una particolare esigenza governativa con un particolare prodotto. Il petrolio Getty che riforniva di carburante la Marina degli Stati Uniti. Gli antibiotici Merck che guarivano la brava e sottomessa popolazione dell'Iraq. I satelliti Viacom che trasmettevano Voice of America. «Il signor Coroway la riceverà subito» annunciò l'addetta alla reception, facendo capolino da dietro la parete di plastica. Clevenger la seguì per un lungo e ampio corridoio. Su un lato c'erano uffici con le porte a vetri, sull'altro si allineavano decine di fotografie incorniciate di leader mondiali. In ciascuna di esse c'era un politico o un alto uf-
ficiale che stringeva la mano a un uomo piccolo con la testa rasata, che indossava sempre lo stesso vestito nero. Poteva avere una settantina d'anni, ma era in ottima forma. E Clevenger aveva l'impressione di conoscerlo. «Il vostro amministratore delegato?» chiese, indicando l'uomo mentre passavano davanti a una sua foto. «Sì, è il signor Fitzpatrick» gli rispose la donna. Clevenger allora si ricordò di lui: Byron Fitzpatrick era stato segretario di stato nell'ultimo anno della presidenza di Gerald Ford. Evidentemente, aveva sfruttato al meglio le proprie conoscenze. Il cellulare di Clevenger squillò e lui lanciò un'occhiata al display: North Anderson. Rispose. «Sto per vedere Collin Coroway» sussurrò. «Fino all'aeroporto ha usato la sua macchina» lo informò Anderson. «Per quanto ho potuto vedere, non ci sono macchie di sangue, ma la mascherina è ammaccata.» «La sala riunioni è dietro l'angolo» annunciò l'addetta alla reception, visibilmente sconcertata dal fatto che Clevenger stesse parlando al telefono. «Ho dieci secondi» disse Clevenger ad Anderson. «Coady ha controllato i verbali degli incidenti. Ieri Coroway è passato con il rosso e si è scontrato con un furgone delle consegne del "Boston Globe". Indovina quando e dove?» «Tre secondi.» «In Storrow Drive, a una cinquantina di metri dal Massachusetts General Hospital. Alle quattro e quarantasette del mattino.» «Allora è coinvolto.» «Eccoci» disse l'addetta alla reception, fermandosi di fronte a un'altra porta di vetro smerigliato. «Guardati le spalle» gli raccomandò Anderson. «Non mancherò» assicurò Clevenger e chiuse la comunicazione. La donna spinse uno dei battenti e lo tenne aperto per Clevenger. «Signor Coroway, Frank Clevenger.» Coroway si alzò in piedi da una sedia all'estremità di un lungo tavolo da riunioni nero. Era un uomo elegante, sui cinquantacinque anni, alto circa un metro e ottanta, con i capelli grigi pettinati con cura, le spalle larghe e la vita stretta. Indossava un gessato grigio antracite, una camicia bianca con doppi polsini e una cravatta con lo stemma di un club. «Prego, si accomodi.» Clevenger entrò. «Grazie, Angela» disse poi Coroway, con una voce vellutata come la se-
ta della sua cravatta. La donna se ne andò. Coroway si avvicinò a Clevenger e gli tese la mano. «Collin Coroway.» Clevenger gliela strinse, notandone la presa sicura e il grande anello d'oro con uno zaffiro al centro e la scritta Annapolis, 70 ai lati. L'Accademia navale. «Frank Clevenger.» «La sua fama la precede. Mi fa piacere che lei sia qui. La sua presenza ha decisamente rinforzato la squadra.» Coroway si comportava come se fosse stato lui a convocare Clevenger a Washington. Non sembrava minimamente scosso. «Quale squadra?» chiese Clevenger. Coroway storse la bocca e annuì. «So che il detective Coady sta investigando sulla morte di John. L'ufficio del senatore Blaine è stato così gentile da passarmi qualche informazione su di lui. Nessun dubbio sulla sua competenza. Però ha un gran numero di casi irrisolti.» «Questo ha la priorità assoluta» assicurò Clevenger. «Speriamo che sia vero.» Fece un cenno in direzione del tavolo da riunioni, circondato da sedie girevoli di pelle nera. «Prego.» E tornò a sedersi sulla sedia da cui si era alzato. Clevenger si accomodò su una sedia a metà strada tra Coroway e la porta. «Grazie per avermi ricevuto senza preavviso» disse. «Non c'è di che. Ho lasciato detto a John Zack, dell'ufficio del senatore, dove potevo essere rintracciato. Mi sorprende che nessuno mi abbia contattato prima. È per questo che avevo dei dubbi sul detective Coady. Dovrei essere ai primi posti sulla lista dei sospettati.» Si allungò in avanti, mettendo in mostra i gemelli d'oro a forma di jet da caccia. «Con questo non voglio sembrare pronto alla chiacchiera o eccessivamente critico. Ma John era più di un socio per me. Era un fratello.» «Mi parli di lui.» «L'uomo più creativo, intelligente, rispettabile che abbia mai conosciuto o avessi mai immaginato di conoscere. Era il mio migliore amico.» E allora perché Coroway non dava segno di essere turbato dalla sua morte? Perché non era tornato a Boston? «Era una persona molto complicata?» chiese Clevenger. «Proprio l'opposto. Era semplice. Amava inventare. Adorava riuscire a immaginare qualcosa e vederlo realizzato.» «Non tutto quello che immaginava, però» osservò Clevenger. Coroway si appoggiò di nuovo allo schienale della sedia. «Lei è andato a
trovare la moglie di John.» «Sì, ci sono andato.» «E lei le ha parlato del Vortek.» «Mi ha detto che lei e John eravate in disaccordo sul fatto di commercializzarlo o tenerlo nascosto.» «E le ha detto anche che adesso, dopo la morte di John, io ho carta bianca. Posso iniziare la produzione del Vortek, chiamare la Merrill Lynch e annunciare un'offerta pubblica di vendita delle azioni della SnowCoroway.» «Questo è ciò che la signora Snow pensa.» Coroway rimase in silenzio per alcuni secondi. «Le piacerebbe sapere perché sono qui a Washington?» chiese infine. Clevenger avrebbe voluto dirgli che quello pareva un posto buono come un altro per aspettare che le tracce di polvere da sparo sparissero dalle sue mani, ma si trattenne. «Certo» si limitò a rispondere. «L'InterState ha finanziato una parte consistente dei costi di ricerca e sviluppo relativi al Vortek. Ho appena restituito circa la metà dei venticinque milioni di dollari investiti su di noi.» «Perché?» chiese Clevenger. «Perché non riusciamo a mantenere l'impegno preso. Non credo che sia possibile realizzare l'invenzione di John. Il Vortek era un sogno esagerato.» «Snow aveva mai completato un modello?» «Abbiamo testato due prototipi. Entrambi miseramente falliti.» «La moglie di Snow mi ha detto che il lavoro era terminato, ma che lui non voleva cederne la proprietà intellettuale.» Coroway rise e annuì. «John il difensore degli oppressi, il nemico di tutte le armi di distruzione di massa.» Si sistemò meglio sulla sedia. «È vero che Theresa ha tre radiomobili della polizia davanti a casa?» «Sono sicuro che sa già la risposta.» «Lei credeva veramente che con il suo cervellone John avrebbe potuto realizzare qualunque cosa. E ci ho creduto anch'io, fino a sei mesi fa.» «Perché non è riuscito a mantenere l'impegno del Vortek.» «Perché non ci è neppure andato vicino. Neanche con un finanziamento di venticinque milioni di dollari. Mi creda, non ci sarebbe stata alcuna offerta pubblica di vendita delle azioni.» «Perché Theresa avrebbe mentito?» «Secondo me, lei credeva sinceramente a quello che John le diceva: che
aveva sconfitto i radar, che aveva creato un missile fantasma in grado di penetrare le difese del nemico, che era troppo umano per permettere che la sua invenzione vedesse la luce.» Fece una pausa. «La verità è che John sarebbe stato il primo a vendere al governo degli Stati Uniti tutti i brevetti del Vortek, se mai fosse riuscito ad arrivarci. Tutte quelle balle pacifiste che faceva bere a sua moglie servivano solo a salvargli la faccia.» «Non ci aveva rinunciato?» gli chiese Clevenger. «No. Ciò avrebbe significato che John non era onnipotente e che la sua mente non era in grado di cambiare le leggi della fisica.» Fece una pausa. «Invece, lui ha dato la colpa al suo cervello.» «Che cosa intende dire?» «Ogni volta che John capiva di essere vicino a un punto di svolta nello sviluppo del Vortek, aveva un attacco di convulsioni. Penso che sia stato questo a dare il via all'odissea verso la sala operatoria con Jet Heller. John credeva che l'intervento avrebbe sbloccato dei poteri nel suo cervello ai quali non aveva accesso a causa dell'epilessia.» «E lei che cosa ne pensa?» «In tutta onestà? Penso che sarebbe stato più semplice lasciar perdere Grace Baxter. Lo distraeva.» «John, quindi, le ha parlato di lei.» «Tra noi non c'erano segreti.» Era evidente che Snow non aveva affatto tenuto nascosta la relazione con Grace Baxter. Heller ne era a conoscenza. Coroway pure. Il ritratto di lei era appeso in casa sua. «Sto indagando anche sulla morte di Grace Baxter» disse Clevenger. «Lo so.» Nessuna sorpresa. Coroway sapeva veramente tutto delle indagini. «Qualche idea?» «Penso che lei non potesse vivere senza di lui.» «Allora crede che si sia suicidata.» «Finché non viene dimostrato con sicurezza il contrario. Aveva minacciato il suicidio.» «Quando?» «La prima volta che John le comunicò che tra loro era finita, circa un mese fa. Lei disse che si sarebbe tagliata la gola.» Clevenger ebbe un tuffo al cuore. «Ed è stato solo il suo ultimo e più plateale modo di sconvolgerlo» precisò Coroway.
Lei disse che si sarebbe tagliata la gola. Quelle parole presero a echeggiare nella mente di Clevenger. Lui aveva lo sguardo fisso su Coroway, ma in realtà vedeva Grace Baxter nel suo bagno, con il taglierino da moquette in mano. «Va tutto bene, dottore?» Clevenger si sforzò di concentrarsi sul presente. «In che modo lei lo sconvolgeva?» «Grace era sempre nella testa di John. Non saprei come altro dirlo. Lui era ossessionato da lei, come uno sciocco quindicenne.» Si assestò sulla sedia. «Per lui era qualcosa di completamente nuovo. Lui e Theresa vivevano insieme, avevano figli insieme, ma non sono mai stati davvero insieme. John amava il suo cervello. E Theresa pure. Era un ménage à trois. Nel momento in cui lui si è innamorato di un'altra persona le cose sono precipitate. All'improvviso lui si è sentito un uomo, invece che una macchina.» Il che avrebbe potuto compromettere il bilancio della Snow-Coroway. La società faceva profitti grazie al cervello di Snow. «E lei, signor Coroway, era felice per lui?» chiese Clevenger. «Certo, per un po' sì. Era un fatto straordinario, che ha cambiato ogni cosa. L'umore di John è migliorato e la sua energia era sempre al massimo. Dio santo, si è perfino comprato abiti decenti. Ha cominciato a subire il fascino di cose per le quali in passato non aveva mai mostrato alcun interesse. L'arte. La musica. Perfino suo figlio. Per lui è stato come tornare a vivere.» Theresa Snow non gli aveva parlato del rinnovato interesse di suo marito per Kyle. «Ma il suo lavoro...» «Il lavoro è andato a farsi friggere.» L'analisi di Coroway combaciava con quello che Clevenger sapeva di Snow. Ma quanto aveva affermato sul fallimento del Vortek non era facilmente confermabile. Per quel che Clevenger ne sapeva, Coroway poteva avere brevettato l'invenzione un'ora prima. E non bisognava dimenticare che Coroway era finito contro un furgone mentre si allontanava a gran velocità dal Massachusetts General Hospital, nel momento in cui John Snow moriva dissanguato. «Ha visto Snow nelle ultime ventiquattr'ore?» gli chiese. Di nuovo, Coroway si allungò in avanti. «Non sia così cauto con me. Se a quest'ora non aveste ancora trovato il verbale dell'incidente, mi sarebbero venuti seri dubbi non solo sul detective Coady, ma anche su di lei e North