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MARKUS HEITZ LA GUERRA DEI NANI (Der Krieg Der Zwerge, 2004) Dedicato a tutti coloro che portano nel loro cuore il piccolo eppure grande popolo dei nani NOTA DELL'AUTORE La storia di Tungdil e dei suoi amici nani prosegue! Dopo il gradito successo del piccolo popolo, in cui molti non avevano creduto, da parte dei lettori si è fatta presto sentire la richiesta di un seguito. Un qualunque seguito punta a non ripetere ciò che già si sa, e allo stesso tempo a essere valido almeno quanto ciò che lo ha già preceduto. Inoltre, desideravo che le lettrici e i lettori potessero cominciare leggendo La guerra dei nani senza avere per forza letto Le cinque stirpi. Quindi mi sono concentrato sul conflitto tra i nani, già accennato nel primo romanzo, senza però tralasciare la profezia su una minaccia dall'ovest. A questo punto è il caso di dirlo: la storia diventerà ancora più nanesca! E assolutamente imprevedibile... I miei ringraziamenti vanno ad Angela Kuepper e alle prime lettrici e ai primi lettori: Nicole Schuhmacher, Sonja Rüther, Meike Sewering, Tanja Karmann e il dottor Patrick Muller. Non da ultimo vorrei menzionare la Piper Verlag, che ha dimostrato di avere a cuore i nani. Markus Heitz, luglio 2004 «Nella battaglia di Giogonero ho visto troll singhiozzare, mezz'orchi piangere e i più duri dei nostri guerrieri cedere alla disperazione. Ma non ho mai visto un nano arrendersi.» Paldurìl, membro della Guardia personale del sovrano dell'Âlandur, il principe degli elfi, Liútasil «Intorno ai nani. Vivono in oscure caverne; nonostante la loro modesta statura, con le loro asce affilate abbattono un grosso mezz'orco con un singolo colpo; for-
giano le migliori lame della Terra Nascosta; svuotano barili di birra senza diventare particolarmente ubriachi. E questo lo fanno le loro donne.» Dalle Annotazioni sui popoli della Terra Nascosta, sulle loro particolarità e peculiarità, Grande archivio di Viransiénsis, regno di Tabaîn, redatte dal magister folkloricum M.A. Het nel 4299° ciclo solare «Una volta la morte andò da un nano e voleva prenderlo con sé, ma il nano piantò bene gli stivali sulla pietra su cui stava, abbassò la fronte con fare testardo e disse di no. La morte passò oltre.» Detto popolare tramandato oralmente nel sud del Sagreîn DRAMATIS PERSONAE LE STIRPI DEI NANI I Primi Xamtys II Frontealta del clan dei Frontealta della stirpe del Primo, Borengar, detta anche «dei Primi», regina dei Primi Gufgar Forteincudine del clan dei Chiodidiferro, plenipotenziario della regina Balyndis Ditadiferro del clan dei Ditadiferro, fabbro Bulingar Ditadiferro, padre di Balyndis Glaïmbar Lamatagliente del clan degli Schiacciaferro, guerriero Fynra Testanobile del clan dei Cercaferro, messaggera Beldobin Forteincudine del clan dei Chiodidiferro, messaggero I Secondi Balendilín Solbraccio del clan dei Fortidita della stirpe del Secondo, Beroïn, detta anche «dei Secondi», re dei Secondi Boïndil Duelame, detto anche il Rabbioso, e Boëndal Manouncinata del clan dei Branditori d'ascia, guerrieri e gemelli
I Terzi Tungdil Manodoro, guerriero ed erudito Lorimbas Cuordacciaio del clan dei Frantumaroccia della stirpe del Terzo, Lorimbur, detta anche «dei Terzi», re dei Terzi Romo Cuordacciaio, nipote di re Lorimbas e guerriero Salfalur Frangiscudo del clan degli Occhiodisangue, Mastro di guerra Theogil Manodura del clan dei Colpoduro, sentinella I Quarti Gandogar Barbadargento del clan dei Barbadargento della stirpe del Quarto, Goïmdil, detta anche «dei Quarti», re dei Quarti e imperatore dei nani I Liberi Gemmil Pugnocalloso, re dei Liberi Sanda Ardentecoraggio, regina dei Liberi Myrmianda Pelledalabastro, chirurga Bramdal Lamadimaestro, boia GLI ESSERI UMANI Andôkai la Burrascosa, maga Djerun, guardia del corpo di Andôkai L'Incredibile Rodario, attore Furgas, magister technicus Narmora, mezz'alba, compagna di Furgas e attrice Dorsa, sua figlia Rosild, balia Principe Mallen von Ido, signore del regno di Idoslân Re Belletain, signore del regno di Urgon Re Bruron, signore del regno di Gauragar Regina Umilante, signora del regno di Sangreïn Regina Wey IV, signora del regno di Weyurn Regina Isika, signora del regno di Rân Ribastur
Re Nate, signore del regno di Tabaîn Truk Elius, funzionario di Bergensstadt Hosjep, carpentiere Aspila, abitante di Gastinga Ertil, abitante di Porista Nufa, apprendista di Nudin/Nôd'onn Vallasin, comandante dell'esercito di Belletain GLI ALTRI Liútasil, principe degli elfi dell'Âlandur Nagsor Inàste e Nagsar Inàste, sovrani dello Dsôn Balsur, il regno degli albi Ondori, alba Shanamil, alba Estugon, albo Ushnotz, principe di mezz'orchi del Toboribor Runshak, luogotenente di Ushnotz
LIBRO PRIMO
PROLOGO Terra Nascosta, Monti Rossi, est del regno dei Primi, 6234° ciclo solare, tardo inverno I fiocchi di neve turbinavano senza sosta. Cadevano dal cielo vorticando sui Monti Rossi come danzatori ubriachi, che poi il vento distribuiva a suo piacere tra i pendii, dove coprivano le rupi come un bianco fazzoletto. Le nuvole riversavano il loro carico ormai da molte rotazioni, tanto che la neve raccolta sui declivi sarebbe bastata a coprire dieci nani in piedi l'uno sull'altro. Con la cotta di maglia coperta da uno spesso strato di pelliccia, Boëndal Manouncinata del clan dei Branditori d'ascia, della stirpe del Secondo, Beroïn, stava su una delle nove torri, la seconda per altezza, e guardava verso est. Davanti a lui si estendeva la Guardiadiferro orientale, la fortezza della schiatta di Borengar, il primo fabbro dei nani. Le duplici mura poggiavano di fronte alle pareti rocciose delle montagne, a formare una potente barriera. In quei bastioni erano inserite otto delle nove imponenti torri, collegate tra loro a un'altezza vertiginosa da ponti sospesi. La più alta torre della Guardiadiferro stava alle spalle del secondo muro; da essa partiva un largo ponte che costituiva l'unico ingresso alle montagne e al regno dei Primi. Sull'altro versante dei Monti Rossi si levava una fortezza gemella, la Guardiadiferro occidentale, costruita allo stesso modo: un ostacolo insormontabile per i mostri che assalivano la Terra Nascosta. Maledetta attesa! Il nano, che era stato ospitato nel regno dei Primi, soffocò uno sbadiglio. Il paesaggio innevato - per quanto fosse bello da guardare nelle notti chiare, in cui veniva rischiarato dalla luce della luna - continuava a non portargli nessuna novità e, inoltre, poteva nascondere pericoli inaspettati. Torri, spalti e ponti della fortezza dei Primi dovevano infatti essere sgombrati dalla neve con assiduità, poiché quella, accumulandosi, faceva gravare sulle strutture parecchie tonnellate, minacciando di farle crollare. I costruttori della roccaforte avevano tenuto conto dei possenti attacchi dei troll e del rabbioso impatto dei proiettili delle catapulte e dei giganteschi arieti, ma nessuno aveva previsto che potesse cadere così tanta neve. «Viene da occidente», disse uno dei nani di guardia, lanciando al cielo uno sguardo cupo. Il freddo trasformava il suo respiro in nuvolette; sotto il
naso, uno strato di brina copriva la folta barba castano scuro. La sentinella sbuffò, prese un boccale e lo immerse nel paiolo colmo di birra speziata. Sotto vi bruciavano braci di carbone, che mantenevano calda la bevanda senza far evaporare l'alcol. Il nano vuotò il boccale d'un fiato e ruttò forte; poi lo riempì di nuovo e lo porse in direzione di Boëndal. «Non era mai venuta da ovest. Sempre e solo da nord.» Boëndal accettò volentieri; in notti come quella, la forte bevanda d'orzo strappava il freddo dalle viscere. Gli anelli della cotta di maglia che portava sopra il farsetto di cuoio tintinnarono gli uni contro gli altri. Anche se si stavano rimarginando bene, le ferite che aveva sulla schiena gli dolevano ancora a ogni movimento. Fece una smorfia. «Come va?» chiese l'altro, preoccupato. «Ho sentito dire che le frecce degli albi feriscono in modo particolarmente doloroso.» «Va abbastanza bene», rispose Boëndal. «Il dolore mi ricorda il grande aiuto che mi ha concesso il nostro dio, Vraccas, facendomi sopravvivere alle due frecce che mi hanno colpito.» E se lo ricordava davvero. Dopo aver viaggiato in lungo e in largo per la Terra Nascosta, lui e i suoi amici si erano diretti verso la Guardiadiferro, dove si erano inaspettatamente trovati sotto il tiro degli albi. Lui era stato quello colpito più duramente: le frecce piumate gli avevano perforato l'armatura e cavato fiumi di sangue dal corpo. «Ma certo devo la mia vita anche a voi, che mi avete accolto e accudito», aggiunse. «Hai mai combattuto contro un albo?» «No. Finora abbiamo dovuto difendere il passo da orchi e mezz'orchi», rispose la sentinella. «Gli albi assomigliano agli Orecchi appuntiti, vero?» Boëndal annuì. «In tutto e per tutto. Alti, slanciati, rapidi; solo un po' più perfidi.» «Peccato non averli uccisi. Con loro in circolazione, per i tuoi amici sarà più difficile compiere la missione.» La sentinella guardò verso nord-ovest, là dov'erano riposte le speranze della Terra Nascosta: Vapordrago, una fucina dal calore straordinario, in cui gli amici di Boëndal dovevano forgiare un'arma capace di sconfiggere il male che affliggeva la Terra Nascosta. «Tungdil ce la farà», replicò Boëndal con convinzione. «Il mio gemello Boïndil e gli altri nani forgeranno con lui un'arma che annienterà il male.» «Ho sentito parlare dell'ascia leggendaria che devono forgiare: la Lama di Fuoco», riprese il nano. «Sarà davvero in grado di uccidere Nôd'onn, con tutti i poteri di cui il mago dispone?» Nella voce della sentinella traspariva chiaramente una vena di scetticismo.
«Non ti preoccupare. Un'antica pergamena dice che il filo della Lama di Fuoco può attraversare carne e ossa fino a colpire e distruggere il demone che possiede un corpo. E che poi tutto ciò che ha fatto si tramuterà di nuovo in bene.» Boëndal guardò l'altro negli occhi. «Deve funzionare, e funzionerà. Siamo nani, i custodi della Terra Nascosta. Noi facciamo ciò che dev'essere fatto.» Boëndal bevve la sua birra speziata, godendosi il tepore che gli si diffondeva dentro il corpo. «Novità sulla vostra regina Xamtys?» chiese quando l'attesa divenne insopportabile. Accompagnata dai migliori guerrieri, la sovrana dei Primi si era messa in viaggio attraverso i tunnel che collegavano i regni dei nani. Ingegneri pieni d'inventiva vi avevano costruito binari di metallo su cui potevano scorrere dei vagoncini; un raffinato sistema di saliscendi rendeva possibile procedere speditamente sotto la Terra Nascosta. «Per Vraccas, quanto darei per qualche notizia sulla sua sorte», brontolò la sentinella, giocherellando con una ciocca della barba. «Stava andando a una riunione pacifica, e si è trovata a dover aiutare le altri stirpi nella guerra contro le schiere di Nôd'onn. A parte questo, non sappiamo nulla sul suo destino e su quello dei guerrieri che erano con lei.» Teneva la mano sinistra mollemente appoggiata sul parapetto della torre. «Niente è peggio dell'attesa.» Lanciò uno sguardo verso Boëndal. «Ma che te lo dico a fare? Quando faccio il mio turno di guardia ti trovo sempre qui sopra. Notte e giorno. Non dormi mai?» Boëndal mandò giù quello che restava della birra. «Come posso dormire, mentre i miei compagni corrono pericoli del genere?» Restituì il boccale. «Grazie. Mi ha ridato forza e calore.» Mentre si risistemava la pelliccia, il guerriero puntò di nuovo lo sguardo sul monotono paesaggio bianco sotto di lui. Guardò la gola che dava accesso alla potente fortezza di Guardiadiferro, e pregò il dio Vraccas di fargli scorgere suo fratello e gli altri, partiti con lui per sconfiggere il male. È la più grande avventura che un nano possa vivere, e io non sono con loro, rimuginò pieno di malinconia. Le ferite infertegli dalle frecce e la perdita di sangue l'avevano costretto a letto per molto tempo; era troppo tardi per partire, non li avrebbe più raggiunti. In battaglia i suoi amici avrebbero sentito la sua mancanza e quella della sua micidiale azza. Vraccas, se mi hai fatto rimanere qui tra i Primi devi avere in serbo qualcosa per me. Le grosse mani si strinsero a pugno. Ma certo avrei preferito essere a fianco di mio fratello. Boëndal chiese gli occhi e richiamò alla mente i volti dei suoi amici.
C'erano Bavragor Pugnomartello, della stirpe dei Secondi, lo scalpellino privo di un occhio, sempre intento a bere e a cantare, che si era introdotto nel gruppo solo grazie a uno sfacciato stratagemma, e Goïmgar Barbalustra, nano piuttosto delicato della stirpe dei Quarti, un pavido levigatore di pietre preziose, la cui barba e il cui viso rilucevano a causa della polvere di diamanti che vi si era depositata nell'arco di una vita passata al banco per la levigatura. Rivide Tungdil, intrepido nano dalla corta barba bruna, che doveva ancora dimostrare di essere un valido capo; uniti a lui da una particolare amicizia, Boëndal e suo fratello si consideravano padrini di Tungdil, che sapeva ancora molto poco del mondo dei nani. Aveva conosciuto a malapena Balyndis Ditadiferro, fabbro della stirpe dei Primi; di lei non sapeva praticamente nulla. Infine, c'era il suo bellicoso e collerico fratello gemello, Boïndil Duelame, detto il Rabbioso; era robusto e massiccio, coi capelli neri rasati ai lati del cranio e raccolti dietro da una spessa treccia che gli arrivava alle ginocchia. Agli altri nani sembrava sempre un po' folle: l'intenso fuoco della sua fucina vitale e il sangue caldo erano la sua maledizione, ma anche la sua risorsa. Boëndal riaprì gli occhi. Mio fratello li proteggerà da qualunque nemico possano incontrare. Vraccas, che la tua benedizione scenda su di loro. Attraverso l'acuto stormire del vento, che s'insinuava tra gli aggetti delle mura e tra gli spuntoni rocciosi cantando la sua canzone, il nano percepì il tintinnio di una cotta di maglia: qualcuno si avvicinava di gran fretta alla torre su cui si trovava. Boëndal si voltò e vide un messaggero correre lungo lo spalto. Respirava affannosamente; presumibilmente aveva salito le scale di corsa per portare il più in fretta possibile le novità. «Ce l'abbiamo fatta!» gridò per farsi sentire sopra la bufera di neve; ogni sua parola era colma di gioia e di orgoglio. «È appena giunta la notizia: i nani hanno sconfitto Nôd'onn combattendo a fianco degli elfi e degli uomini!» In preda all'eccitazione e all'entusiasmo suscitati dalle buone notizie, le sentinelle circondarono il messaggero, trascurando le loro posizioni. «La Terra Nascosta è libera dalla magia di quel demone che ha portato tra noi la Terra Estinta!» annunciò il messaggero. Si guardò intorno fino a scorgere tra la folla il volto di Boëndal. «Devo riferirti che Tungdil e tuo fratello stanno venendo a prenderti. Vogliono ritornare nel regno dei Quinti per ripopolarlo.» Boëndal non riuscì a trattenersi, e lacrime di sollievo gli riempirono gli occhi. Si appoggiò al muro e inviò una silenziosa preghiera a Vraccas,
ringraziandolo con tutto il cuore per il buon esito dell'impresa. Poi raggiunse il paiolo fumante di birra, prese un boccale dallo scaffale posto accanto al fuoco e lo riempì. «Un brindisi al nostro popolo!» gridò felice. Gli altri nani gli fecero eco in coro, attingendo anche loro dal paiolo pieno di birra. Con un gesto esuberante, la sentinella rimasta per ultima afferrò l'intero paiolo, nonostante il peso, e bevve tutta la birra che era avanzata. «Noi siamo i figli del Fabbro! Annienteremo tutto ciò che Tion, nella sua malvagità, getterà all'assalto della Terra Nascosta!» I nani presero a battere ritmicamente le loro armi contro la pietra, brindarono tra loro e vuotarono i boccali. Il messaggero sogghignò. «Già cominciate coi festeggiamenti? La regina ha fatto capire che, non appena sarà tornata, per tre rotazioni non faremo altro che aprire botti e goderci un banchetto dietro l'altro.» «Questo sì che è parlare!» proruppe la sentinella con cui si era intrattenuto Boëndal. Poi si accinse a tornare alla sua postazione. «E tu puoi finalmente dormire», gli disse ammiccando. «Tuo fratello sta bene, come hai sentito tu stesso.» Con quella consapevolezza arrivò una profonda stanchezza, che piombò addosso a Boëndal come un quintale di piombo. «Sì. Ora posso coricarmi.» Sorrise e gettò un ultimo sguardo verso est, dove immaginava si trovasse il suo gemello. «Tutte le fatiche, i dolori e le pene che Tungdil e gli altri hanno sofferto alla fine sono stati ricompensati.» Inspirò profondamente l'aria fredda, che d'un tratto gli parve più pulita e dall'odore ancora migliore. «Non ho mai dubitato che ce l'avrebbero fatta, eppure stento a crederci.» La sentinella annuì. «È come combattere un drago per cicli interi, nel tentativo di scacciarlo dalla montagna, e alla fine trionfare. La gioia è così tanta da non sapere che fare.» Si appoggiò al muro e sogghignò. «A parte fare una festa come si deve, ovviamente.» Boëndal tacque per qualche istante. «Quale sarà il futuro della Terra Nascosta?» chiese poi. «Vivremo una nuova età di amicizia tra tutti i popoli? Se perfino gli elfi combattono fianco a fianco con noi, si potrebbe tentare una riconciliazione. Piano piano, la faida tra noi e loro verrebbe messa da parte.» Il volto barbuto della sentinella fece una smorfia, il suo naso si arricciò. «Solo dopo che gli asini impareranno a volare», replicò scettico. «Un'alleanza ci renderebbe ancora più forti», insistette Boëndal, ostina-
to. «Non penso che Tion si rassegnerà. Il male che minaccia la nostra patria ha altri volti, a parte quello di Nôd'onn.» Fissò l'altro nano. «Tu non permetteresti mai agli Orecchi appuntiti di vivere a casa tua; neanche io lo permetterei. Ma si tratta solo di discutere e d'incontrarsi regolarmente. Niente di più.» La sentinella ruttò e sputò giù dal muro. Ancora in volo, lo sputo si trasformò in un piccolo ammasso di ghiaccio e scomparve nello strato di neve che copriva il tetto di una torre più bassa. «Sì», mormorò con poca convinzione. «L'imperatore dovrebbe fare qualcosa del genere. Ma trovo che gli elfi siano troppo...» «Presuntuosi? Belli?» chiese Boëndal, cercando di aiutarlo. «Effeminati.» La sentinella aveva dovuto riflettere un po' per trovare quella parola, e ne sembrava soddisfatto. «Sì, sono effeminati. E la loro cultura, tanto osannata dagli uomini, non li ha salvati dagli albi, né lo ha fatto la loro sensibilità.» Diede una pacca sulla spalla di Boëndal. «Noi siamo scolpiti nella pietra, e non siamo per niente effeminati. Probabilmente nella battaglia di Giogonero li abbiamo salvati dalla rovina.» Boëndal avrebbe voluto ribattere, ma vide qualcosa oltre la cortina di neve: una stella cadente, che pareva grande come una moneta, tracciava la sua scia luminosa da est a ovest puntando dritto verso di loro. «Guarda!» gridò all'altro, facendogliela notare. A mano a mano che si avvicinava, la coda sfumava dal bianco al rosso. Improvvisamente brillò di un rosso abbagliante, poi si polverizzò. In quel punto rimasero dei puntini rosso scuro, che si spensero lentamente. A Boëndal vennero in mente delle gocce di sangue. «È un presagio buono o cattivo?» gli chiese la sentinella, disorientata. «Non ci ha colpiti», constatò Boëndal, asciutto. «Per cui direi che è un segno di buon auspicio. Una scintilla della forgia di Vraccas, forse, che vuole...» D'un tratto comparve un'altra stella cadente. Sibilando, sfrecciava anch'essa diretta a ovest, abbassandosi verso la terra senza accennare ad affievolirsi. «Per Vraccas», balbettò il vicino di Boëndal, serrando involontariamente lo scudo con più forza, come se il sottile pezzo di legno laminato di metallo potesse offrire una qualche protezione dalle potenze celesti. «Sei sicuro che sia una scintilla della Fucina Eterna, e non la collera di Tion?» «Vraccas, aiutaci!» gridò un altro nano, sgomento. «Una stella è stata strappata dal firmamento!»
«Forse è il sole che dorme! È caduto dal suo rifugio notturno e non si è ancora svegliato!» suppose un altro, preoccupato. «Svegliamolo, così tornerà su in cielo!» Batté con forza sullo scudo, facendolo vibrare. Dapprima della grandezza di una moneta, la stella cadente si gonfiò rapidamente raggiungendo le dimensioni di un sacco di cuoio colmo, e continuò a crescere, fino a che neppure delle pale di mulino infuocate sarebbero bastate più a descriverne le dimensioni. Stridendo e ruggendo, l'astro sfondò la coltre di nubi trascinando dietro di sé una coda rosso scuro che immerse le torri e i volti dei nani in una strana luce crepuscolare. Il calore che irradiava trasformava i fiocchi di neve, ancora turbinanti, in gocce d'acqua che, atterrando, si trasformavano di nuovo in ghiaccio. In pochi attimi gli spalti, i ponti e le scale furono ricoperti da una spessa corazza trasparente. «Mettetevi al riparo!» gridò Boëndal, gettandosi sul pavimento in pietra. Nel farlo sentì degli scricchiolii, perché il ghiaccio che gli si era formato sull'elmo e che gli si era allargato sulla schiena si spezzava a ogni movimento. Scivolò pancia in giù sul pavimento congelato, fino a sbattere contro lo scaffale posto accanto al focolare. A ogni movimento, le ferite sulla schiena si ribellavano con fitte dolorose; Boëndal strinse i denti, ringhiando contrariato. Alcuni dei nani che si trovavano sulle merlature seguirono il suo consiglio, altri rimasero quasi stregati dallo spaventoso spettacolo, tanto da non poter fare altro che attendere gli eventi a bocca aperta, come pietrificati dall'orrore. Altri ancora tambureggiavano ossessivamente sugli scudi, continuando a sperare che la stella cadente fosse in realtà il sole addormentato. Spargendo scintille e tuonando, l'astro sfrecciò sopra le teste dei nani. Boëndal aveva temuto che si potesse schiantare contro la fortezza, ma ciò non accadde. Scomparve invece dietro le cime dei Monti Rossi. Non erano però scampati al pericolo. La coda splendente fece piovere una quantità tale di frammenti incandescenti da poter facilmente sotterrare la casa di un uomo. Prima risuonò un fischio prolungato, poi seguì l'impatto, e a quello schianto la terra tremò come una bestia straziata. La coltre bianca schizzò nel cielo notturno formando colonne alte come torri. Evaporando per il calore, la neve creò fitti banchi di nebbia che avvolgevano i nani, limitandone la vista. «Indietro!» ordinò Boëndal, avendo intuito che le torri e le mura erano sul punto di cedere. «Correte nella montagna, là saremo al sicuro!» La nube di vapore gli aveva fatto perdere l'orientamento, ma la sentinella
che era al suo fianco sapeva in che direzione dovevano muoversi. Scivolarono più di una volta sul pavimento congelato, ritrovandosi carponi e dovendo usare le armi a mo' di piccozza per ritrovare l'equilibrio e continuare ad avanzare. I penetranti sibili sopra le loro teste potevano significare una sola cosa: i frammenti dell'astro si sarebbero abbattuti da un momento all'altro sulle torri e sulle mura. La nebbia brillava già di un arancione sporco; la luminescenza divenne rossastra, accompagnata da un assordante stridio. Vraccas, aiutaci! Boëndal non ebbe il tempo d'impartire un nuovo ordine. Un ammasso di ghiaccio infuocato piombò giù dal cielo frantumando il massiccio ponte di collegamento della torre. A causa del vapore, non si poteva capire con chiarezza quali danni avesse causato, ma risuonarono nell'aria le urla dei malcapitati che aveva trascinato nella morte. «Giù dalla torre!» gridò Boëndal lanciando uno sguardo al punto di rottura del ponte e rimpiangendo la sua vecchia agilità. Quelle maledette ferite ne limitavano le capacità. «All'uscita nord!» La pietra sotto i suoi piedi traballò, la struttura sospesa vacillò come un cespuglio in una bufera; il granito gemette e scricchiolò, e a ogni istante se ne staccavano pezzi, perché la muratura non riusciva più a reggere la tensione. Il bombardamento di frammenti continuava, mentre, attraverso l'uscita nord, i nani raggiungevano l'altana del più alto dei nove posti di vedetta. Scivolarono lungo il camminamento fino a raggiungere l'ampio ponte ad arco, l'unico passaggio che portava alla sicurezza della montagna. A destra e a sinistra del ponte si apriva un abisso di duecento passi. Il vento sferzante dissipò la nube di fumo e permise loro di gettare uno sguardo sul portale della loro salvezza, dietro il quale li attendeva il grande atrio. «Là, guardate!» Inorridito, un nano indicò ciò che la cortina di vapore, arretrando, aveva rivelato. La fiera fortezza di Guardiadiferro giaceva in macerie. Delle nove magnifiche torri ne erano rimaste in piedi solo quattro, mentre le altre erano frantumate e crollate, parzialmente o integralmente distrutte dagli impatti, e si ergevano simili a miserabili monconi di denti. Le spesse mura, gli argini che la sapiente mano dei nani aveva intagliato nella roccia, mostravano brecce attraverso le quali sarebbero tranquillamente passate orde di troll.
«Non fermatevi!» li spronò Boëndal. «Ricostruiremo tutto, ma prima dobbiamo metterci in salvo, o non rimarrà nessuno a onorare il ricordo dei vostri avi. Forza!» Aveva appena appoggiato lo stivale sul ponte quando percepì un rombo profondo, come un tuono che venisse da molto lontano. Di nuovo la terra tremò sotto i piedi dei nani, ma non erano più gli scossoni che ormai conoscevano, quelli che seguivano gli impatti. Erano movimenti più profondi, che abbracciavano ogni cosa, le mura, i nani, le torri e perfino i pendii, le forre e le cime dei Monti Rossi. Non vi era nulla che potesse sottrarsi a quella forza titanica. La maggior parte dei nani perse l'equilibrio e stramazzò a terra. Le cotte di maglia sferragliarono, le asce tremarono nei loro sostegni, gli elmi rotolarono via tintinnando. Altre due torri collassarono su se stesse con grande fragore. Dalle macerie si alzarono nubi di polvere. Era la stella cadente! Ha colpito la terra, suppose Boëndal pensando alla forza con cui le onde scuotevano la montagna, altrimenti così salda. Cercò di non pensare agli effetti che il terremoto poteva avere sulle dimore dei Primi, a quanti morti e feriti potessero esserci tra loro. Il rombo andò scemando, il tremito si affievolì per poi cessare del tutto. Ma i nani trattennero il fiato, aspettando con timore ciò che ancora sarebbe successo. Un fetore pungente irritò le loro gole, mischiandosi con la polvere degli edifici distrutti e col fumo dei fuochi che allignavano tra le rovine. Con la caduta dell'astro, il calore era di nuovo scomparso. Tornò a nevicare, come se non fosse successo nulla. Il ritorno del silenzio dette loro un'impressione di pace, ma era la quiete dopo la tempesta. La morte aveva raccolto la sua abbondante messe, lasciando dietro di sé una scia di devastazione. «Per Vraccas», gemette la sentinella. A Boëndal parve dolente e inerme come un nano appena nato. Condivideva il medesimo stato d'animo. Il loro popolo si gettava senza esitazione contro nemici infinitamente superiori per numero e difendeva gli ingressi della Terra Nascosta con la propria vita; con asce e martelli accettavano di battersi contro i più orribili mostri che il male inviava loro, ma contro un nemico di quel genere non si poteva che perdere. «Nessuno può fermare una stella, quando cade. Neppure gli dei, come hai visto», disse cercando di confortarlo. Uno sguardo oltre il bordo del ponte gli mostrò che il basamento della nona torre aveva subito gravi danni; era attraversato da crepe larghe quanto un braccio disteso, e si allargavano con deboli scricchiolii.
«Di là, forza, prima che la torre alle nostre spalle crolli e ci trascini nel baratro!» Si accinse ad attraversare il ponte di gran fretta, mentre una manciata di nani della stirpe dei Primi lo seguiva. Nel mezzo del ponte una grossa palla di neve lo colpì al collo. Trasalì, meravigliandosi che qualcuno potesse comportarsi in modo così infantile in un momento del genere. Al secondo colpo, che gli coprì la spalla sinistra con una spolverata di bianco, si voltò indignato. Avrebbe detto al burlone quello che pensava! «Chi di voi...» Mentre parlava, il cielo notturno scaricò su di lui, sul ponte e sugli altri nani grossi grumi bianchi. Ci volle un istante, prima che Boëndal associasse la pioggia di palle di neve e il rumore sempre più forte. Nessuno dei suoi compagni era responsabile dell'indecorosa aggressione. Erano i Monti Rossi ad attaccarlo! Quando si volse verso la parete delle montagne, gli si fermò il cuore. L'impatto della stella cadente, avvenuto sicuramente a molte miglia di distanza, aveva provocato qualcosa, qualcosa che c'era solo sulla superficie della terra, e che lui, nelle veglie nella sua patria, sui Monti Blu, aveva visto centinaia di volte: la Morte Bianca stava galoppando giù per il pendio. In alto, appena sotto la cima, la pioggia ghiacciata e gli scossoni provocati dall'astro avevano fatto montare la collera della montagna. Trascinando con sé tutto ciò che incontrava, la valanga correva brontolando verso di loro, coprendo tutta la lunghezza della parete. La turbinosa massa di neve si precipitava in basso simile a una cascata. Qualunque cosa cercasse di resisterle ne veniva inglobata, stritolata, trascinata via e schiacciata verso il basso. «Correte!» I piedi di Boëndal si mossero da soli. Sdrucciolò nuovamente sul ghiaccio, qualcuno lo afferrò per la treccia e lo tirò su. Due nani gli ripararono la testa sotto le loro asce e presero a trascinarlo in avanti. Tutti barcollavano e scivolavano più di quanto non corressero. La paura afferrò i loro cuori coraggiosi. A pochi passi dal portale, che si aprì proprio in quel momento, la Morte Bianca si abbatté su di loro. In trionfo, si gettò attraverso gli aggetti di pietra e piombò sui nani come una fiera affamata. Tuonando e mugghiando, li trascinò nel suo corpo di ghiaccio, sbalzandoli fuori del ponte. Le parole che Boëndal aveva sulle labbra si persero nel boato. Mentre la bocca gli si riempiva di neve, il nano annaspò disperatamente con le brac-
cia e riuscì ad afferrare uno scudo, cui si aggrappò come un naufrago si aggrappa a un pezzo di legno. A giudicare da come gli si contrasse lo stomaco, Boëndal stava precipitando a grande velocità. Il biancore tutt'intorno a lui gli impediva di orientarsi, e l'ampia superficie dello scudo ebbe l'effetto di una pala e lo trascinò verso il basso. La Morte Bianca ne aveva abbastanza di lui. Accumulò intorno al nano una maggiore quantità di neve, e la pressione sul corpo gli fece mancare il respiro. Alla fine, Boëndal perse i sensi. La sua mente naufragò, trovandosi alla deriva in un mare di tenebre, e la sua anima si preparò a raggiungere la Fucina Eterna di Vraccas, dove almeno avrebbe fatto caldo. I Terra Nascosta, regno di Gauragar, trecento miglia a nord di Giogonero, 6234° ciclo solare, tardo inverno Una goccia di sudore corse lungo i capelli unti e raggiunse la fronte, aprendosi un varco tra lo sporco e la fuliggine mista a sebo, che in alcuni punti coprivano con lo spessore della lama di un coltello il volto dalla pelle verde. La goccia strisciò a lato del grande naso, filtrò sul labbro superiore e lì fu prontamente leccata da un'avida lingua nera. Il fiato usciva a strattoni dalla brutta bocca; le zanne dipinte che ne sporgevano indicavano che il loro proprietario era un capo di alto rango. Le grandi mascelle si aprirono. «Runshak!» ruggì Ushnotz al suo subalterno. Il luogotenente superò la colonna di mezz'orchi in marcia, affrettandosi in direzione del suo principe. Si trovavano in un punto d'osservazione, su un'altura non lontana dal loro tragitto. Dopo la battaglia di Giogonero, in cui erano stati sconfitti dagli eserciti di uomini, elfi e nani, i mezz'orchi di Ushnotz erano alle prese con una difficile ritirata: dovevano raggiungere i Monti Grigi e proseguire fino alla Porta di Pietra, in tutto ottocentocinquanta maledette miglia, prima di mettere piede nel loro nuovo regno. Ma, nel frattempo, tanto valeva eliminare i nemici che capitavano sul loro cammino. Runshak corse su per il pendio. «Li abbiamo raggiunti?» domandò a Ushnotz, che un tempo dominava su una grossa parte del lontano regno di
Toboribor. «Guarda», gli ordinò questi indicando la piana che si estendeva tra le dolci colline del Gauragar. La distesa misurava almeno un miglio e mezzo di diametro, e la rugiada, defluendo dalle colline, aveva scavato stretti fossi che, visti dall'alto, parevano linee scure; portavano l'acqua verso il margine orientale, dove si disperdevano. Coperta solo da erba verdeggiante e da una manciata di cespugli e alberi spogli, la piana non offriva nessun riparo dal vento. O dai nemici. Brulicanti puntini neri popolavano la piana un tempo deserta. Runshak valutò il loro numero in più di duemila. Sentendosi assolutamente sicuri, avevano posto il campo accendendo anche molti fuochi con la legna carica di germogli, il cui fumo si alzava nel cielo limpido ed era visibile anche da molto lontano. Ushnotz accostò una mano alla larga fronte per riparare gli occhi dall'intensa luce del sole, e guardò i puntini. Quelli più grandi erano mezz'orchi, quelli più piccoli i loro più minuti parenti, i bogglin. Di gran lunga meno forti e imponenti dei mezz'orchi, i bogglin erano però più veloci e sguscianti; ma erano anche codardi, caratteristica che gli si doveva far passare con qualche sferzata bene assestata. «Mezz'orchi del nord e bogglin. Quegli stupidi si sono trovati e hanno stretto un patto tra idioti», grugnì con disprezzo l'ormai esiliato principe del Toboribor. Nôd'onn li aveva trascinati nella sua guerra per allestire una potente armata da lanciare all'assalto degli uomini. Ma, a Giogonero, Ushnotz aveva scoperto in fretta che i loro cugini del nord erano troppo selvaggi per essere validi guerrieri. Si comportavano come lupi famelici, mentre i suoi mezz'orchi erano cani ammaestrati, obbedienti ma non meno forti e determinati. E i bogglin valevano meno di niente... «Di' ai miei soldati di prepararsi. Li attaccheremo non appena si batteranno le pance e si sdraieranno intorno ai fuochi.» Runshak annuì e discese il pendio urlando ordini gutturali, che vennero riportati dai diversi capibanda in maniera altrettanto rumorosa. Poco dopo, armature e piastre di corazze cozzavano le une contro le altre, sferragliando, mentre il potente seguito di cinquemila mezz'orchi si frazionava in unità più piccole. Gli arcieri si raggrupparono verso il fondo, mentre i guerrieri armati di lance e giavellotti si raccoglievano nelle prime file.
Il principe dei mezz'orchi osservava i preparativi pieno di gioia. Le tumide labbra nere si contrassero in un ghigno, esibendo così le zanne dipinte in tutta la loro magnificenza. Quello spettacolo gli piaceva. Un profondo e basso borbottio gli saliva dalla gola; trattenne il respiro, poi esplose in un impressionante ruggito. Lo scalpiccio di piedi terminò bruscamente e subito regnò il silenzio. «Nôd'onn non ha mantenuto le sue promesse e ci ha piantati in asso. I Sanguerosso pensano che siamo diretti a sud; noi invece stiamo puntando a nord, per crearci un nuovo regno», annunciò loro. Pensando a una nuova patria, si sarebbero gettati in battaglia con forze rinnovate, dimenticando la fatica delle marce forzate. Estrasse la spada seghettata e la puntò sulla piana in cui i nemici attendevano. «Loro sono sul nostro cammino. Sono i cagnolini da salotto del mago che ha causato l'inizio della nostra rovina. Una volta che li avremo annientati, nulla ci ostacolerà. I Sanguerosso sono troppo lenti, non riusciranno più a raggiungerci.» Rise con cattiveria. «La manciata di cavalieri che ci hanno mandato dietro ci faranno da cena coi loro cavalli!» I mezz'orchi strillarono in segno d'assenso, battendo le lance per terra e tambureggiando su scudi e armature con le spade. Ushnotz sollevò l'arma, richiamandoli al silenzio. Ma la quiete appena sopraggiunta fu spezzata da una domanda insolente: «Perché non passiamo oltre, invece di combatterli?» Le buone orecchie del principe individuarono subito nella folla il mezz'orco che obiettava alla sua decisione. Era Kashbugg, uno spirito sempre ribelle, come lo era stato suo padre, Raggshor. Doveva essere una cosa ereditaria. Il padre era morto in circostanze simili a quelle. Era accaduto prima della battaglia di Giogonero: Raggshor aveva espresso ad alta voce i suoi dubbi riguardo al dirigere una campagna militare contro un monte. Il principe, che si riteneva il più intelligente di tutti, non accettava obiezioni e critiche, neppure da un valido guerriero come Raggshor, perciò il mezz'orco era morto per mano del suo principe. In quel momento, Ushnotz stava valutando un'analoga soluzione per il suo discendente. «Kashbugg, tappati la bocca!» tuonò, facendo seguire un ruggito intimidatorio. Ma Kashbugg non sembrò farsi impressionare. Si fece avanti, con la spada sguainata e lo scudo sollevato in posizione di difesa. «No. Io dico di girargli intorno e di raggiungere la Porta di Pietra prima di loro. Occupia-
mo il portale e li lasciamo a sbatterci la testa.» Piantò saldamente i piedi per terra e cercò di assumere un buon assetto, dal momento che si aspettava un attacco. «Non siamo numerosi come prima della grande battaglia, e ora abbiamo altri problemi. A Giogonero siamo morti in tanti. Se avessi ascoltato mio padre, avremmo evitato la sconfitta.» Tra la folla si udì qualche grugnito di assenso. A Ushnotz non piacque per niente. Era bastato un attimo, e il dolce profumo di una facile vittoria si era trasformato in puzza di ribellione. Il principe si drizzò in tutta la sua statura, digrignò le zanne e gonfiò i muscoli; poi prese la rincorsa e saltò giù dal pendio, atterrando proprio davanti ai piedi di Kashbugg. «Ho una brutta notizia per te», disse con voce cavernosa, col capo abbassato e una scintilla maligna negli occhi gialli. Simulò di colpirlo facendo una finta e, quando il mezz'orco alzò lo scudo per parare il colpo, lui penetrò sotto la sua guardia conficcando la spada sotto l'ascella, fino a raggiungere il cuore. Kashbugg crollò a terra sputando sangue verde scuro. «Tu sei il primo di noi a morire. Come tuo padre a Giogonero.» Ushnotz alzò la grande testa con aria di sfida. «Qualcun altro?» Non si stupì nel constatare che nessuno si faceva avanti. A stupirlo fu invece il vedere che il mezz'orco, colpito mortalmente, si rialzava. Kashbugg teneva un artiglio premuto sulla ferita, che si era rimarginata all'istante. Ushnotz si riprese dalla sorpresa prima del ribelle e gli cacciò la lama direttamente dentro il torace. Il mezz'orco cadde a terra, fissando il suo sangue. Ma anche allora non sembrò sul punto di morire. «Si può sapere che hai, maledetto sobillatore?» urlò il principe, inferocito. Lo afferrò per il bavero e lo rimise in piedi. «Non vuoi crepare? Ma come osi?» Gli infilò per la terza volta la spada seghettata nel corpo, ma l'unico risultato che ne sortì fu una gorgogliante risata da una bocca da cui sgorgavano sangue e saliva. Kashbugg allontanò il suo comandante con uno spintone. «Tion è dalla mia parte, non dalla tua! Mi ha reso immortale. La morte di mio padre esige vendetta.» Sollevò scudo e arma. «Io sarò il nuovo padrone e dominerò sul nostro regno del nord!» «No. Tion non è un idiota come te», borbottò Ushnotz, attendendo l'attacco. Nessuno dei presenti osava immischiarsi nella lotta; non era uno dei soliti litigi, c'era in gioco qualcosa di più grande. «Che cosa ti è successo?» «Ha bevuto l'Acqua Nera che abbiamo trovato per strada», gridò uno dei
mezz'orchi. «Era acqua benedetta, l'ho capito appena l'ho vista», ghignò Kashbugg, dando delle pacche alla fiasca di pelle che portava alla cinta. «Ne ho dell'altra.» Aggredì il principe, che ne parò il colpo e gli conficcò gli artigli nella faccia, facendolo grugnire e barcollare all'indietro. «Acqua Nera?» Anche Ushnotz l'aveva vista, in alcune pozzanghere ai lati del loro cammino, ma non aveva avuto il coraggio di portare alla bocca quel liquido marcescente. «È il sangue della Terra Estinta», affermò il suo avversario. «Mi ha prescelto, ha deciso che fossi io a scoprirla.» Si lanciò in avanti, brandendo la spada. Ushnotz si abbassò e sferrò all'aggressore un calcio tanto forte da rompergli il ginocchio. Kashbugg guaì per il dolore. Il lamento s'interruppe quando il principe sferrò un attacco micidiale, decapitando il ribelle con un colpo solo. Testa e corpo caddero in direzioni diverse: a quel punto, Kashbugg era davvero morto. Il principe prese la borraccia, fece un cenno a uno dei mezz'orchi e gliela passò. «Bevi», ordinò. Il soldato obbedì. Con un'espressione disgustata, bevve l'acqua, che si riversò ai lati della bocca; poi se ne staccò tossendo. «Dall'odore, sembra piscio di troll e...» Ushnotz lo colpì, trafiggendogli il cuore, poi guardò con distacco il mezz'orco cadere a terra morto. La spada era ancora infilata nella ferita. Dopo un istante le palpebre tremolarono, e il mezz'orco aprì gli occhi, mentre il flusso di sangue che sgorgava dall'ampia ferita si esauriva. «Allora?» chiese Ushnotz, scettico. «Sono ancora vivo...» mormorò il soldato, inorridito e dolorante, prima di comprendere quale dono avesse ricevuto. Quindi ruggì di gioia, mostrando le zanne e agitando la borraccia. «Sono ancora vivo! L'Acqua Nera...» Ushnotz afferrò l'elsa della spada e la estrasse dal soldato urlante, poi gli troncò la testa. Svelto, afferrò la borraccia, se la portò alle labbra, la svuotò e la scaraventò a terra. Non si sentiva diverso da prima, ma confidava nell'effetto. Se qualcuno aveva meritato di essere immortale, quello era lui. Ma sarebbe ancora meglio avere un intero esercito di guerrieri immortali, pensò. Senza spendere una parola di più, si arrampicò sull'altura per osservare i nemici e cogliere il momento più opportuno. Si stavano rimpinzando. Sentiva l'odore della carne umana che arrostiva
sul fuoco. Il profumino delizioso gli fece venire fame, anche perché lungo il tragitto lui e i suoi guerrieri si erano cibati di tutto ciò che avevano trovato - topi, lumache, scarafaggi -, ma non avevano incontrato spesso i Sanguerosso, dal momento che i mezz'orchi del Nord, precedendoli, avevano macellato tutto senza lasciarsi niente alle spalle. Tre villaggi, una cittadina e un insediamento agricolo erano caduti vittime della loro violenza. Ushnotz si stupì del fatto che non si fossero accorti di nulla. Sicuramente erano concentrati sulle carni dei Bocconcini. Non che si preoccupasse di qualche miserabile guerriero umano, ma preferiva raggiungere il nord in modo celere e discreto, prima che il grosso delle truppe della Terra Nascosta si mettesse a inseguirli. Circondati dalle solide mura di una fortezza dei nani e con le montagne alle spalle, la battaglia sarebbe stata per loro molto più facile. Sperava che nel frattempo l'esercito fosse sufficientemente impegnato a inseguire gli altri principi dei mezz'orchi, con cui un tempo divideva il dominio del Toboribor. Il sole si abbassava sempre più e, dopo la sua impegnativa rotazione, si apprestava ad abbandonarsi al sonno e a cedere il passo agli astri notturni. Il momento della battaglia si avvicinava, per cui il principe richiamò a sé Runshak per comunicargli i suoi ordini. Improvvisamente il vento cambiò, portando a loro, che stavano sul cucuzzolo, un nuovo odore. I grossi nasi iniziarono a fiutare, dubbiosi, le narici si gonfiarono freneticamente fino a che i due mezz'orchi non ebbero più nessun dubbio: cavalli. Cavalli, metallo e sudore. Sudore di Sanguerosso. «Vengono da sud», grugnì Runshak, ruotando il collo per osservare meglio la catena di colline che stava alla loro destra. «Maledetti Bocconcini!» È il grosso del loro esercito! Ushnotz provò un urgente desiderio di battere velocemente in ritirata di fronte a quelle forze preponderanti, poi quell'impulso si calmò. Aveva capito che cosa intendevano fare i nuovi avversari, che fino a quel momento erano stati traditi solo dalle loro esalazioni. «Aspetta.» «Ci hanno visti?» chiese Runshak, stupito. «Hanno trovato quelli che stavano seguendo». Il principe sogghignò e ringraziò Tion, che gli aveva instillato l'idea di deviare di alcune miglia rispetto al tragitto dei mezz'orchi del nord e di marciare attraverso un fiume. Le forti correnti avevano cancellato le loro tracce. Probabilmente i battitori dei Bocconcini avevano concluso che vi fosse soltanto un'armata
nemica. Altrimenti lui e i suoi soldati sarebbero stati attaccati già da tempo. Runshak borbottò, a disagio, porgendo di nuovo il grande naso al vento. «Il loro odore diventa più forte. Si avvicinano, non ci lasceranno il tempo di attaccare il campo.» Guardò Ushnotz, in attesa. «Attacchiamo mentre sono impegnati coi mezz'orchi del Nord?» «Lasciamo che i Sanguerosso facciano il nostro lavoro. Stiamo a guardare e aspettiamo di vedere come va la battaglia.» Il principe decise che, se l'esercito avesse battuto la feccia accampata nella valle, lui e i suoi avrebbero proseguito la marcia anche di notte. Gli omuncoli dovevano pensare che quella parte della Terra Nascosta fosse stata ripulita dai mezz'orchi. Anche se non lo avrebbe mai ammesso davanti al suo luogotenente, le parole di Kashbugg erano in parte vere: non erano più in molti. Poteva anche evitare il combattimento, non aveva bisogno di nessuno tra le sue file che glielo facesse notare. «Rimaniamocene tranquilli», disse. «Le forze degli uomini torneranno a sud, pensando di essersi liberati di noi. E invece noi potremo proseguire in tutta calma e cercare altra Acqua Nera. Dovrà essercene per tutti. Con essa diventeremo praticamente imbattibili, e ci prenderemo le vite che oggi abbiamo risparmiato.» Guardò oltre le armature coperte di grasso che marciavano dietro di sé; il suo sguardo scivolò sul punto in cui si trovava il cadavere del ribelle. Grugnì, giulivo. Sembrava che l'impetuoso Kashbugg e l'involontario assaggiatore sarebbero stati gli unici suoi guerrieri a morire, quella rotazione. *
*
*
Il principe Mallen von Ido guardò l'altura dietro cui la sua cavalleria aveva preso posizione. In cima alla collina, due battitori osservavano il campo nemico, in modo da poter dare una stima precisa del numero dei mostri, e non più solo vaghe valutazioni basate sulle orme che avevano trovato. Il principe aveva deciso d'inseguire i mezz'orchi e i bogglin che erano scampati alla morte in battaglia, per porre fine una volta per tutte al pericolo che incombeva sui villaggi. Ciò che lui e i suoi uomini avevano visto durante il tragitto gli aveva dato ragione. Non poteva permettere che quelle creature vivessero una rotazione di più. Uno dei suoi esploratori strisciò prudentemente indietro e lo raggiunse.
«Sono circa duemila, principe Mallen», lo informò. «Sono sdraiati intorno ai fuochi, sazi e sonnolenti.» «Quindi ci siamo ingannati, pensando che fossero più di cinquemila?» Mallen si rizzò sulla sella; il cavallo sbuffò, grato, dal momento che così facendo il suo padrone gli sgravava un po' la schiena; cavalcare senza quasi fare soste non era un peso solo per i soldati. Il caldo vento, che improvvisamente prese a spirare sulle loro schiene invece che suoi loro volti, portava con sé il profumo dell'imminente primavera. «Considerate che spesso abbiamo dovuto seguirne le orme sul fango e sulla neve disciolta», ribatté l'esploratore. «Su quel terreno si sprofonda di più. E poi, i Pelleverde sono ben più pesanti di noi, e le loro armature più spesse.» Guardò i ranghi della cavalleria. «Sono duemila, altezza. Né più né meno.» Lo stendardo della dinastia degli Ido - su cui campeggiava, fiero, un cavaliere - sventolava alla brezza, mostrando anche all'ultimo dei soldati che il vento era cambiato. Peggio per noi. Mallen sapeva del fine odorato dei mostri; al pari delle fiere, fiutavano la presenza di prede e nemici a grande distanza, potendo così prepararsi in tempo a ogni minaccia. La pesante armatura del principe, finemente lavorata e adornata con lo stemma del suo casato, scintillò ai raggi del sole morente. Mallen allungò la mano verso il suo splendido e antico elmo, che portava fissato alla cintura, lo sciolse e lo infilò sulla testa bionda. Lo fece con un gesto solenne, che tradiva tutto il rispetto che provava per quelle insegne, tramandate da generazioni all'interno della sua famiglia. I soldati interpretarono il gesto come un segnale. Il basso stridio metallico alle sue spalle fece capire al principe che gli uomini si stavano preparando all'attacco. «Gli arcieri si spostino sotto la cima della collina», ordinò con voce ferma. «I fanti si schierino in loro copertura.» Voltò lo sguardo verso destra. «Primo squadrone, preparatevi all'assalto. Provocateli, fateli infuriare e tornate subito indietro, come se voleste darvi alla fuga. Essendo stupidi, vi seguiranno e correranno tra le nostre braccia. Distruggeremo la loro genìa una volta per tutte.» A un suo cenno, i primi centocinquanta cavalieri risalirono la collina per piombare sull'altro versante, simili a una tempesta d'acciaio, e devastare le file più esterne dell'accampamento avversario. Tenendo gli occhi ben chiusi, Mallen si concentrò sui rumori. Sentì il
rombo degli zoccoli al galoppo, gli strilli spaventati dei mezz'orchi e le stridule urla dei bogglin. Poi udì anche colpi e tintinnii. Le urla divennero più forti, le gole che urlavano da cento divennero mille. I mostri erano in tumulto e convergevano incautamente per massacrare la schiera di uomini temerari. I cavalli stavano tornando indietro, accompagnati dalle urla dei nemici che li inseguivano. Mallen sollevò il braccio con cui brandiva la spada, in modo che si vedesse da lontano. Già si udivano scricchiolare le corde degli archi, tesi dallo sforzo degli arcieri. Il primo squadrone non stava ancora salendo la collina, quando il principe abbassò bruscamente il braccio. Più di trecento frecce scattarono in alto, tagliando l'aria con un'ampia parabola, per poi colpire perpendicolarmente le orde di mezz'orchi e bogglin. A uno scroscio di proiettili seguì il successivo. Mallen udiva le urla di morte delle creature e sorrideva felice, mentre i suoi cavalieri rientravano dalla loro incursione e si rinserravano nei ranghi dell'ampio schieramento. «Cavalcate, uomini! Cavalcate e uccidete le bestie!» gridò. Riaprì lentamente gli occhi. Inspirò ed espirò. «Per Ido! Per la Terra Nascosta!» Poi percosse il fianco del cavallo col piatto della spada, e questi si lanciò in avanti nitrendo. Col principe si misero in movimento cinquecento cavalieri. Si abbatterono sulla collina come un'onda d'argento. Il passo di duemila zoccoli si fuse in un tuono continuo e incessante, gettando nel panico le bestie in avvicinamento. Di fronte all'ondata di lance, animali e spade micidiali non vi era via di scampo. I mostri più lenti vennero travolti per primi, i più veloci morirono qualche passo dopo. Sangue verde scorreva ovunque, e nessuno degli uomini provò pietà di fronte alle ferite che aprivano e alle urla di dolore dei morenti. «Avrebbe dovuto aspettarci», brontolò Boïndil Duelame del clan dei Branditori d'ascia, della stirpe del Secondo, Beroïn, mentre si arrampicava lungo la scala dello stretto pozzo a velocità impressionante. «Ho sentito bene che la sua cavalleria ha già iniziato l'attacco.» Le mani potenti si chiudevano su un piolo di ferro dopo l'altro. La poca luce che filtrava dall'alto, attraverso una fenditura, gli bastava per trovare appoggio; come tutti i nani, vedeva molto bene anche al buio. «Per Vraccas, arriveremo che
sarà tutto finito, e i Lunghi non ci avranno lasciato neanche un Maialino!» Sembrava veramente sgomento. Tungdil Manodoro, che lo seguiva, dovette soffocare una risata. Conosceva bene i gusti del nano, soprannominato il Rabbioso, e non senza motivo: collerico, sempre ossessionato dal combattimento e del tutto privo di pietà per i propri nemici. «Niente paura, Boïndil. Il Principe Mallen mi ha promesso di lasciare qualche bestia in vita abbastanza a lungo da concederti il tempo di arrivare.» Il Rabbioso sbuffò, con la treccia nera che oscillava a destra e a sinistra. «Capisco quando mi si prende per il naso», urlò verso il basso, senza rallentare la sua risalita. «Sento l'odore del grasso rancido delle loro armature», commentò sogghignando. «Dobbiamo essere molto vicini ai Maialini!» Il peso della cotta di maglia, delle asce e dello scudo non aveva effetto su di lui; aveva già le mani sul lucernario, tirò indietro l'inferriata, sbloccandola, e la gettò in alto. Con cautela sporse fuori la testa, protetta dall'elmo. «Che cosa vedi?» chiese Tungdil, ansimante. Braccia e gambe gli tremavano visibilmente per lo sforzo. «Quanto siamo distanti?» «Be', se proprio lo vuoi sapere, solo nella Fucina Eterna di Vraccas troverai di meglio!» esultò felice il Rabbioso. «I primi dieci sono miei! Oink, oink, piccoli Maialini! Sentite il verso del porco morente!» ruggì, poi si catapultò fuori del pozzo come un proiettile. Tungdil lo vide estrarre in volo le asce dalla cintura, poi la sagoma dell'amico scomparve. «Svelti, dobbiamo stargli dietro», gridò verso il basso, per spronare gli altri nani, e si slanciò subito anche lui in superficie. Anche se sospettava che ad attenderli vi fosse una brutta sorpresa, la scena che gli si parò innanzi gli fece tremare le membra. Boïndil poteva anche considerare un dono di Vraccas l'essere spuntati nel bel mezzo dell'accampamento dei furiosi mezz'orchi e degli strepitanti bogglin, ma lui la vedeva diversamente. Non appena si trovò coi piedi saldamente al suolo, estrasse da dietro la schiena la Lama di Fuoco; i diamanti incastonati nel taglio s'infiammarono di viola alla luce del sole al tramonto. I mostri che si trovavano nei pressi si stavano già lanciando all'assalto, ma si fermarono subito, indietreggiando tra i grugniti, non appena riconobbero l'ascia che si era parata innanzi a loro. Dopo la battaglia di Giogonero, il suo nome era passato di bocca in bocca, poiché col suo aiuto Tungdil aveva distrutto il loro capo, il potente stregone Nôd'onn, e la creatura demoniaca che lo possedeva.
La paura che i mezz'orchi e i bogglin provavano di fronte a quell'arma eccezionale era più che giustificata. Forgiata dalle abili mani dei nani coi metalli più nobili e l'acciaio più puro, provvista di una piccola quantità di tionio e temprata nella più calda fucina della Terra Nascosta, era un'arma dal taglio e dalla forza inimmaginabili. Solo un mezz'orco ritrovò il suo coraggio. Sbuffando, si avvicinò al nano e vibrò un colpo con la clava. «Vuoi diventare un eroe?» lo schernì Tungdil mentre scansava il colpo. Sollevando la Lama di Fuoco, ruotò sul proprio asse e squarciò armatura e pancia dell'avversario. Le viscere caddero nella polvere, seguite dal fetido sangue verde e dal mezz'orco gemente. Tungdil levò l'ascia. «Allora? Chi è il prossimo?» Le altre bestie indietreggiarono ancora di più, chiamando a gran voce gli arcieri. L'esitazione dei nemici permise a trenta nani di uscire indisturbati dal tunnel e di disporsi in un cerchio irto di armi, pronti ad affrontare l'assalto successivo. Il Rabbioso invece continuava a imperversare, saltando tra le file dei mostri e abbassando le asce su mezz'orchi e bogglin. Tungdil lo aveva perso di vista, ma sentiva le sue risate di giubilo e l'oltraggioso verso del porco morente, che gli serviva ad attirare su di sé l'attenzione dei nemici. Tungdil scorse sul lato settentrionale del campo la cavalleria del principe Mallen, che si accingeva a riversarsi giù dall'altura coprendo un fronte di cinquecento passi abbondanti, con l'intento di falciare tutto ciò che avrebbe trovato sul suo percorso. «Boïndil, torna indietro!» gridò preoccupato. Alle sue spalle, uscirono dal pozzo gli ultimi nani; con loro, la schiera di guerrieri al comando di Tungdil era completa. «Si comincia?» L'allegra domanda di Boïndil giunse da un punto imprecisato della caotica battaglia, accompagnata dal tintinnio di armature in frantumi e da grugniti di dolore. Tungdil strinse il manico della Lama di Fuoco con entrambe le mani e abbassò la testa. Corrugò la fronte. «Per Vraccas, eccome se si comincia» mormorò, per poi aggiungere a voce alta: «Spingeteli in avanti!» I suoi soldati si aprirono a ventaglio, chiamandosi forte gli uni con gli altri, e si lanciarono sui mostri disorientati brandendo asce, scuri e martelli da guerra. Davanti a tutti combatteva Tungdil con la sua Lama di Fuoco. Nulla fermava l'arma, che trapassava sibilando scudi, piastre e maglie di catena, tranciava arti e recideva anche più vite con un solo, terribile colpo. Tungdil e i suoi nani scavarono nella massa dei nemici. Non dava loro
fastidio il fetore del sangue né la puzza rancida delle armature coperte di sego. Liquido verde zampillava su di loro dalle ferite aperte, arti mozzati cadevano a terra e venivano calpestati dai piedi dei nani, che presto si trovarono a camminare sui cadaveri. Marciarono in avanti, pronti a tutto e animati dal desiderio di spazzare via una volta per tutte il male dalla terra. La resistenza iniziale s'infiacchì. I mezz'orchi e i bogglin più coraggiosi caddero per primi e, vedendo i feroci volti barbuti dei nani, i codardi voltarono i tacchi. «Non inseguiteli!» gridò Tungdil. Il suo piano stava funzionando. Le bestie, ormai prive di controllo, scappavano da lui e i suoi guerrieri per cozzare contro una seconda ondata di fuggiaschi, quelli che, provenendo da nord, attraversavano il campo cercando di scampare alla cavalleria del principe Mallen. Non avevano più via d'uscita. Tungdil stava levando il braccio per togliere la vita a due mezz'orchi con un solo colpo, quando i mostri caddero entrambi per terra, come colpiti da una mano invisibile. Dietro di loro emerse il Rabbioso, coperto da svariati strati di sangue verde, e con una scintilla di follia negli occhi. «Ah, siete arrivati, finalmente! Iniziavo a preoccuparmi», disse salutando allegro i suoi amici. «Perché ci avete messo tanto? Colpa dei miserabili Maialini?» «Non ti avevo detto di tornare indietro?» lo rimbrottò Tungdil, scuotendo la testa. «Pensavo che ce l'avessi con uno di quelli», replicò Boïndil indicando uno dei nemici morti. «Uno che ti era sfuggito...» Si guardò intorno, contemplando la mischia con aria beata. «Non è un modo grandioso di finire una giornata, Sapientone? Abbiamo ancora un sacco di lavoro da fare.» Con tali parole, sollevò le asce imbrattate di sangue, e un'ombra calò sul suo volto. «Ma mi diverto meno del solito: mi manca mio fratello. Insieme ne avremmo ammazzati il triplo. I prossimi venti sono per Boëndal.» Con un grido di battaglia sulle labbra, si rigettò nella mischia. «Prima o poi il sangue caldo sarà la sua rovina», predisse a voce bassa un nano che stava accanto a Tungdil, prima di ributtarsi anche lui nella mischia. Prego che non succeda. Tungdil portò il corno alle labbra e dette il segnale stabilito per comunicare al principe Mallen che i nani erano arrivati e che combattevano dalla parte opposta del campo. Così facendo, avrebbe impedito agli arcieri di Mallen d'indirizzare per errore le proprie frecce mortali contro di loro. A quella distanza e frammisti ad avversari molto più
grandi, i nani erano difficili da individuare. Poco dopo sentì il segnale di risposta, e tornò dalla sua gente con rinnovato zelo. Infuriarono fino a sera, quando, con grande disappunto del Rabbioso, intervennero i fanti di Mallen. Uno squadrone di cavalieri diede la caccia ai mezz'orchi e ai bogglin che ancora cercavano di sfuggire, ma per quanto le bestie si dessero pena di mettere terreno tra loro e il campo di battaglia furono raggiunti dai soldati a cavallo e infilzati dalle lance. Fu così che, prima che scendesse del tutto la notte, la piccola pianura non disponeva quasi più di posto per i cadaveri delle bestie, e il sangue verde impregnava così tanto il suolo da unirsi alla neve che si scioglieva e formare con essa piccoli ruscelli. Nani e uomini s'incontrarono sulla collina settentrionale, dietro la quale si trovava l'accampamento dei soldati dell'Idoslân. Mallen guidò il cavallo verso Tungdil, smontò di sella e gli porse la mano. La sua armatura mostrava qualche ammaccatura e scalfittura, ma a parte un taglio sull'avambraccio destro, all'uomo erano state risparmiate ferite gravi. «Tungdil Manodoro, mi rallegra vedere che state bene.» Il nano sorrise, perché un sovrano gli si era rivolto come si fa nei confronti di un nobile signore. Prese la mano e la strinse. «Ancora una volta il mio popolo e gli uomini hanno combattuto bene insieme.» Guardarono quello che restava dell'esercito nemico, annientato fino all'ultimo mezz'orco. «Con questo potremmo aver risparmiato agli abitanti del Gauragar parecchi lutti.» Il volto del principe si rabbuiò. «Tuttavia ha avuto il suo prezzo. Lungo il tragitto abbiamo incontrato villaggi e insediamenti che sono stati saccheggiati e incendiati dalle loro orde.» Il suo sguardo cercò lo sfavillio delle stelle, che stavano gradualmente apparendo nel cielo blu scuro. «Ma avete ragione. Se non li avessimo fermati, ci sarebbero stati altri morti.» «Avete cominciato senza di noi», si lamentò Boïndil a mezza voce, ma abbastanza forte da essere sentito dal sovrano. «Li avete spaventati tanto che non hanno quasi opposto resistenza.» Con un gesto lento e accentuato, il nano incrociò i muscolosi avambracci davanti al petto robusto, e l'espressione dei suoi occhi scuri faceva capire che era arrabbiato con gli uomini. Mallen conosceva lo strano carattere di Boïndil e sapeva in che modo doveva prendere la sua osservazione, che a dire la verità non era neanche indirizzata alle sue orecchie. Quindi non evitò di mettersi a discutere con lui. «La prossima volta vi aspetteremo», promise invece. «Voi però siate
più puntuali.» «Più puntuali?» ribatté il Rabbioso, sporgendo la testa e fremendo tanto da far tremare la barba nera. «Potete già essere contenti che siamo arrivati in tempo per aiutarvi. Le rotaie all'interno dei tunnel sono state piegate dal maledetto terremoto, e sul nostro tragitto c'erano macerie grosse come il culo di un troll. Siete stati fortunati...» «Controllati, per favore», intervenne Tungdil, accomodante, prima che il gemello di Boëndal perdesse del tutto il controllo. «Il Principe Mallen ha ragione, siamo arrivati più tardi di quanto avessimo concordato.» Si rivolse al sovrano alzando gli occhi al cielo, per pregargli di lasciare che la questione si sgonfiasse da sé. «Ma è finita con una grande vittoria per la Terra Nascosta, non è vero?» «Assolutamente», concordò Mallen, sforzandosi di rimanere serio. «Di certo, questo combattimento non sarebbe stato deciso tanto facilmente senza i nani.» Chiunque altro si fosse permesso di parlargli in quel modo non avrebbe ottenuto da lui molta comprensione, ma col Rabbioso usò clemenza, anche perché nessun altro era testimone di quel colloquio. Le benevole parole di encomio servirono a distendere il cipiglio di Boïndil. Il nano si tolse l'elmo, sotto il quale comparve la lunga treccia nera, e si fregò i lati del cranio rasato. Era madido di sudore. «Be', per me è tutto a posto», disse cambiando tono. «Ci siamo divertiti tutti, e a Vraccas dev'essere piaciuto come abbiamo accerchiato i Maialini.» Si schiarì la voce. «Scusa lo sfogo», mormorò, senza badare molto a quanto prescritto dall'etichetta riguardo a come ci si doveva rivolgere a un sovrano. «Scuse accettate.» Mallen indicò l'altro lato della collina, dove si trovavano le tende del suo esercito. «Vi prego di essere miei ospiti e di festeggiare con noi la fine di quelle creature indegne», li invitò. «Abbiamo anche birra forte, i carri delle salmerie sono appena arrivati.» «Stai certo che te ne sarò grato», accettò il Rabbioso, riconoscente, scendendo a passi pesanti il declivio. La sete lo guidava a colpo sicuro nel punto in cui lo attendevano i capienti barili. A un cenno di Tungdil, gli altri nani presero a seguirlo. Anche i soldati stavano rientrando dal campo di battaglia, pregustando la prima notte tranquilla e senza marce che li attendeva. Mallen e Tungdil rimasero sulla cima della collina e osservarono i guerrieri vittoriosi che si raccoglievano intorno ai fuochi e cominciavano a mangiare insieme. «Non è passato molto tempo da quand'ero esiliato dalla mia terra», disse
Mallen, pensieroso. «Oggi sono un sovrano, come avevano sempre desiderato i miei predecessori. E non basta: sono stato anche testimone di un'alleanza che non avrei mai creduto possibile.» Il nano ripensò ai tempi emozionanti e confusi che, nell'arco di poche rotazioni, gli erano stati riservati. Da semplice tuttofare di un mago era diventato pretendente al trono di imperatore di tutti i nani, e poi il guerriero al quale, nella battaglia di Giogonero, era toccato annientare, con l'aiuto della Lama di Fuoco, il potente mago Nôd'onn e il demone che lo possedeva. «Il nemico comune ci ha uniti», concordò. «Nessuno del mio popolo avrebbe mai pensato di combattere fianco a fianco con gli elfi.» Mallen sorrise senza gioia. «Allora tutto il male che la Terra Estinta ci ha arrecato ha portato anche qualcosa di buono. Abbiamo ricordato che cosa significa essere uniti.» Tungdil annuì, poggiando la Lama di Fuoco per terra e tenendo le mani sul manico. «Così è stato. Ora dipende da noi attizzare questa scintilla e farla diventare un grande fuoco, in cui forgiare la nostra alleanza e non permettere che si raffreddi.» Guardò i soldati in festa. «Avete subito grosse perdite?» «Circa cinquanta uomini e altrettanti cavalli, ma il numero dei feriti è molto più alto», rispose Mallen. «Non c'è proprio da lamentarsi, se si considera la superiorità numerica dei nemici.» «Per fortuna, noi non abbiamo perso nessuno. Qualche ferita da taglio e un po' di ossa rotte, niente di più. Vraccas ha parato il suo scudo di fronte a noi, o forse non voleva vedere altri suoi figli nella Fucina Eterna. A Giogonero l'hanno raggiunta in troppi.» Il principe gli posò una mano sulla spalla. «Vieni, Tungdil Manodoro, e gustiamoci questa sera tranquilla, prima d'intraprendere il lungo viaggio verso casa.» Il nano non replicò. Lui e i suoi compagni sarebbero tornati indietro attraverso i tunnel, avrebbero raccolto le loro poche cose e poi si sarebbero messi in cammino insieme coi volontari delle stirpi dei Quarti e dei Secondi per incontrarsi sui Monti Rossi coi Primi. Quindi intendeva muovere verso nord, alla volta dei Monti Grigi, e riempire di nuova vita la vecchia fortezza dei nani - la Porta di Pietra -, come aveva promesso. Avrebbe raccolto discendenti delle tre Stirpi per onorare il ricordo della stirpe ormai distrutta di Giselbart Occhiodiferro, capostipite dei Quinti e del clan degli Occhiodiferro. Tungdil non si faceva illusioni. Finché la porta fosse stata aperta, altri
mostri avrebbero potuto marciare dal versante settentrionale e attraversare il passo, annidandosi nelle caverne e nei tunnel del baluardo abbandonato. Vraccas, spero che non incontreremo nemici troppo numerosi, pregò il suo creatore, mentre scendeva il colle a fianco di Mallen. Abbiamo combattuto così tanto. Prima o poi dovrà finire. Udì il Rabbioso intonare un canto che amava cantare un loro compagno di viaggio ormai morto, Bavragor Pugnomartello. Tranne per lui, forse. Mallen passò a Tungdil un boccale di birra, e brindarono insieme tra le acclamazioni dei loro guerrieri. Il nano era contento: gli pareva che il patto di concordia su cui avevano giurato dopo la battaglia di Giogonero fosse diventato realtà, almeno tra uomini e nani. Osservò come sedevano tutti insieme intorno ai fuochi. Vi era profumo di arrosto e di robusta zuppa, cibi che i soldati apprezzarono molto. Mangiando, si raccontavano della battaglia cui erano sopravvissuti; usando molti gesti e menando colpi di cucchiaio, alcuni uomini riproducevano il loro scontro con un mezz'orco o un bogglin; i nani ridevano, sorbivano rumorosamente dalle loro scodelle e, di quando in quando, li punzecchiavano con commenti amichevoli. Avevamo bisogno di un nemico, per aprirci l'un l'altro? Tungdil gironzolava tra le truppe. Qua e là sentiva nani che con voce profonda descrivevano con trasporto la bellezza delle loro montagne; pochi passi più in là, due guerrieri di Mallen erano impegnati a insegnare i loro canti di guerra ad alcuni nani. Tungdil osservava felice nani e uomini, e desiderò che Balyndis fosse al suo fianco. La donna - fabbro della Stirpe dei Primi, i discendenti di Borengar - aveva tramutato il cuore di lui in un altoforno; per lei Tungdil ardeva di amore e passione. Presto l'avrebbe rivista... «E ti dico che ce n'è più di una», sentì raccontare piano da un soldato, attraverso la cortina di chiacchiere e ricordi. «Ne abbiamo già scoperte tre. È il flagello della terra, se vuoi saperlo.» Tungdil guardò l'uomo. «Di che cosa stai parlando?» volle sapere. «Che cos'hai scoperto?» In base ai segni di riconoscimento che il soldato portava sulla leggera armatura di cuoio, capì che si trattava di un esploratore. L'uomo esitò. «Una Foresta Disanimata», rispose. «Almeno, io la chiamo così.» Con un gesto della mano indicò ciò che li circondava e accarezzò l'erba verde. «Guarda, il potere della Terra Estinta svanisce con la morte di Nôd'onn. La dea Palandiell ridà alla terra profanata la sua vecchia forza, ma in alcuni punti il male resiste.» Scambiò un rapido sguardo coi nani e
gli uomini raccolti intorno a lui, che pendevano dalle sue labbra, avvinti, mentre consumavano il loro pasto. «Io so che non avete mai visto i luoghi in cui la malvagità ha messo profonde e nere radici.» La curiosità di Tungdil si era risvegliata. «La Terra Estinta si è creata un ultimo rifugio?» L'esploratore annuì con convinzione. «Ho chiesto alla gente che viveva nei paraggi. Dei pochi sventurati che all'inizio si sono addentrati, ignari, in quella terra maledetta, tre sono tornati indietro. Erano fuori di sé e infuriavano con la forza di molti uomini; attaccavano ogni cosa che incontravano, fino a che non si mozzava loro la testa, uccidendoli così definitivamente. Da allora c'è un decreto del re di Bruron. Quei territori vengono resi inaccessibili con palizzate, fossati e mura. Nessuno può entrare o uscire. Chi lo riesca a fare, viene ucciso sul posto.» Si concesse una pausa. «Vi dico che non rimarrà qualche macchia isolata», garantì, tetro. «È la peste della terra.» Tungdil avrebbe voluto rispondere, ma venne subito interrotto. «Ah, eccolo qui, il nostro Sapientone, tutto triste», lo aggredì il Rabbioso, scacciando i pensieri su Balyndis e l'orrore della Foresta Disanimata. Gli bastò guardarlo un istante negli occhi. «Uh, stiamo sempre a pensare alle nane?» lo provocò. «Hai ottenuto un grande successo proprio perché non hai la più pallida idea di loro...» Colpì il bicchiere dell'amico col suo. «Alla tua amata! Che ti possa rendere felice. Sono contento per voi.» Tungdil percepì la sfumatura di dolore nelle parole del guerriero, che sicuramente stava pensando al suo sfortunato amore. «Anche tu troverai la felicità», lo consolò, brindando a sua volta. «A Balyndis e a tuo fratello, che mi manca quasi quanto manca a te. Ormai sarà sicuramente guarito del tutto.» Boïndil vuotò il suo boccale d'un fiato, poi scosse lentamente la testa posando la mano sinistra sulla testa di un'ascia. «Lo spero proprio. La mia felicità l'ho uccisa di mio pugno, e ormai la ritrovo solo quando combatto», bisbigliò assente, gli occhi fissi sul fuoco. La luce gli illuminò il volto segnato, svelando tutto il dolore della sua anima. «Tutto il resto mi è negato, e sarà sempre così.» Dopo un lungo silenzio intonò la canzone di Bavragor, e a lui si unirono l'uno dopo l'altro tutti i nani. A un assalto segue l'altro, a un mezz'orco ne seguon dieci,
da sempre è così, avidi valicano i confini, e noi nani li attendiamo con gioia, da sempre è così. La scure affonda nel verde ventre, l'ascia nella testa e nelle gambe, da sempre è così, fino a che i mezz'orchi son tutti morti, da sempre è così. Onorare Vraccas e difendere i popoli, senza riposo, senza sosta, questo è il nostro dovere, da sempre è così, e quando in battaglia muore un nano, versiamo lacrime e serriamo i ranghi, da sempre è così, l'anima vola alla Fucina Eterna, da sempre è così, e si scalda alla brace della forgia, da sempre è così. Non vogliamo lodi, non abbiamo bisogno di grazie, da sempre è così, facciamo il nostro dovere, lo facciamo di buon animo, da sempre è così. Le asce sono affilate, le armature splendenti, da sempre è così, non una bestia oltrepasserà le mura, da sempre è così. Gli uomini interruppero i loro racconti e si misero ad ascoltare le profonde e sonore voci che cantavano di onore, cameratismo e dovere nei confronti della Terra Nascosta. Anche se non ne capivano i versi, permetteva loro di gettare uno sguardo fugace nell'anima dei nani, in ciò che significava essere un figlio del Fabbro. Lontano risuonò il coro, attraversando la terra del Gauragar, superando pianure e colline, e salendo fino alle stelle. Il canto non mancò di fare il suo effetto. Tungdil raggiunse turbato il suo giaciglio. Non riusciva a non pensare alla Foresta Disanimata. Che cosa significa? Forse non tutte le nostre preoccupazioni sono finite, Vraccas? Prima che gli si chiudessero gli occhi, si risolse a scoprire il segreto del posto maledetto di cui aveva parlato il soldato. Finché era in tempo.
Il giorno successivo, nani e uomini si separarono. Gli uni ridiscesero nel tunnel, per raggiungere celermente i Secondi, mentre gli altri si misero in viaggio per l'Idoslân, chi a piedi, chi su un carro e chi a cavallo. I nani si lasciarono alle spalle il campo di battaglia, sopra il quale volteggiavano i corvi e su cui si era formata una nuvola di disgustoso fetore, e iniziarono la discesa nel loro regno sotterraneo. A ogni piolo che afferrava, Boïndil superava un po' dell'abbattimento della sera precedente; si rallegrava per il viaggio e soprattutto per il tanto sospirato ricongiungimento col fratello gemello Boëndal, che era rimasto nel regno dei Primi per riprendersi dalle gravi ferite. «Non siamo mai stati separati così a lungo», rivelò a Tungdil, mentre raggiungevano il pavimento del tunnel e si dirigevano verso i vagoncini su cui, correndo sulle rotaie, avrebbero continuato il viaggio. «E come sta andando?» Il Rabbioso si fregò la barba intrecciata per togliere una foglia che vi si era furtivamente introdotta. «È terribile», confessò sospirando. «A parte lui, tu sei l'unico che mi può riportare più o meno alla ragione quando vengo colto dall'ira. Ma lui ci riesce anche meglio.» Rifletté. «È come se mi mancassero un braccio e una gamba. Posso vivere senza di lui, ma è orribile. Mi sento incompleto, non c'è nessuno che condivida i miei pensieri senza bisogno di tante parole. E poi, senza di lui, anche combattere è molto meno divertente.» Rabbrividì. Tungdil lo notò. «C'è dell'altro? Ieri sera sembrava che ti opprimesse qualcos'altro.» «Io... non riesco a descriverlo.» Il nano cercò le parole. «È un'inquietudine. Sento freddo, già da un po' di tempo. Eppure sta diventando primavera. Ho paura che possa essergli successo qualcosa.» Girarono l'angolo del passaggio e si fermarono. Tungdil avrebbe voluto interessarsi al discorso di Boïndil, ma lo scenario confuso che si trovò davanti gli fece perdere le parole. Un massiccio cumulo di roccia crollata impediva loro di proseguire; i massi e i detriti arrivavano fino al soffitto, e i vagoncini erano stati lasciati proprio nel punto in cui il soffitto era collassato. Brontolando di malumore, il Rabbioso s'inginocchiò e tirò verso di sé un pezzo di ferro impolverato che sporgeva da sotto la pietra. I muscoli gli si gonfiarono; uno strattone, e si ritrovò in mano il pezzo ricurvo di un vagoncino. «Per Vraccas, dev'essere stato il calpestio dei cavalli», mugugnò
sfogando la propria rabbia. «Hanno provocato la frana con le vibrazioni dei loro zoccoli.» Gettò il pezzo di ferro tra i detriti. Tungdil pensava che invece dipendesse in qualche modo dal grande terremoto. Lo avevano sentito una sera di parecchie rotazioni prima, poco dopo la vittoria nella battaglia di Giogonero. In base ai resoconti di tutti i messi che avevano sentito, le scosse erano state percepite ovunque. Le vecchie gallerie avevano senz'altro patito gli scossoni. Speriamo che i regni dei nani abbiano retto bene, pensò. «Inutile stare qui», disse ai suoi guerrieri, invitandoli con un cenno della mano a tornare in superficie. «Cercheremo un altro ingresso ai tunnel.» In cuor suo era molto preoccupato. I tunnel che correvano sotto la Terra Nascosta dovevano essere esaminati dagli ingegneri, prima di poter essere utilizzati come un tempo. Molte sezioni delle gallerie potevano essere superate solo quando i vagoncini sferragliavano sui binari senza che i freni ne limitassero lo slancio. Un ostacolo massiccio come quello sarebbe costato a eventuali passeggeri un duro impatto e morte certa. Forse sarebbe meglio andare direttamente a piedi, o comprare dei carri non appena se ne presenti l'occasione, pensò mentre risaliva la scala a pioli. Trecento miglia fino a Giogonero, e da là altre seicento per raggiungere i Monti Blu della stirpe dei Secondi. Usando i tunnel si trattava di poche rotazioni di viaggio, a piedi sarebbe stata una piccola eternità. C'è forse una forza occulta che desidera farci arrivare dai Primi più tardi del previsto? Che cosa sta succedendo nella Terra Nascosta? Il turbamento e la preoccupazione risvegliarono in lui un'inspiegabile angoscia, che neppure la vittoria sui mezz'orchi del giorno precedente riusciva a dissipare. «Dobbiamo muoverci. Sostenete i feriti nel modo migliore possibile», ordinò. «Voglio scoprire che cos'è successo.» Orientandosi grazie alla posizione del sole, marciarono in direzione est. Quando raggiunsero la catena di rilievi e guardarono dall'altra parte, si stupirono non poco. «Ehi! Anche un cieco vedrebbe che qui c'era un accampamento», disse il Rabbioso, annusando l'aria in cerca di ulteriori tracce. Il terreno smosso rivelava le impronte di migliaia di stivali. «Sono altri Pelleverde», sibilò precipitandosi giù dall'altura mentre Tungdil e gli altri si affrettavano a seguirlo. Palpò le tracce, annusò la terra e sputò pieno di odio. «Le mie asce devono farli a pezzi!» Puntò lo sguardo infuriato sulla larga pista che la colonna aveva lasciato sulla terra acquitrinosa. «Vanno verso nord.»
Tungdil notò che non vi era traccia di un singolo fuoco. Due dei suoi nani, che si erano arrampicati sulla collinetta, gli gridarono che anche là si vedevano delle impronte. A pochi passi di distanza trovarono poi dei corvi intenti a banchettare coi cadaveri di due mezz'orchi; si contendevano gracchiando il grasso delle loro pance. A giudicare dalle loro condizioni, i mostri dovevano essere morti già da un po'. In alcuni punti, i becchi degli uccelli avevano staccato la carne scura fino alle ossa. «Ci hanno osservati», disse Tungdil. «Sono stati là sopra a osservarci mentre annientavamo i loro simili e, quando hanno capito che avevamo vinto, hanno proseguito.» «Genia di codardi», sbottò Boïndil, in collera, dando un calcio alla salma di un mezz'orco. Uno dei corvi si fece da parte, saltellando goffamente e sbattendo le ali. «Capiterebbero proprio di proposito, stavo iniziando a scaldarmi.» Si mise a fianco dell'amico. «Corrono verso nord. Direi che sono quattromila Musi di porco. Almeno.» «Ma dove sono diretti?» si chiese Tungdil sollevando una fiasca di pelle vuota. La annusò e la lasciò cadere disgustato: il fetore era ributtante. «Perché non ci hanno attaccato? Ci superavano molto di numero.» Prese una decisione. «Seguiamoli. Voglio vedere che cos'hanno in mente.» Sapeva bene che il suo popolo non era dei più veloci e che i mezz'orchi erano invece eccellenti corridori, ma non rimaneva loro altra scelta. «Accidenti, questa è quella che chiamo una grossa sfida», commentò il Rabbioso. «Noi cento contro diverse migliaia, il che fa a testa...» All'improvviso si rese conto che ciò avrebbe tardato di molto la sua riunione col fratello gemello, e il suo entusiasmo svanì. «No, non li attaccheremo. Li seguiremo per scoprire a che cosa mirano», lo interruppe Tungdil. Mandò due dei suoi guerrieri a sud, per informare il principe Mallen della loro scoperta, e ne spedì altri venti in varie direzioni. «Dovete avvertire gli abitanti del Gauragar», ordinò loro. «Devono fuggire sui monti o in una grossa città.» «Hai notato?» chiese il Rabbioso con aria meditabonda. «Qualcuno li ha trafitti e decapitati. In entrambi i casi le ferite da punta sarebbero bastate da sole a ucciderli, Sapientone.» «Un monito», suppose Tungdil. «Presumibilmente il capo voleva mettere in mostra tutta la sua forza e intimidire altri ribelli.» Il Rabbioso non sembrava d'accordo. «Questo lo ha trafitto tre volte e poi decapitato. Io trovo più impressionante decapitare un avversario con un colpo solo.» Imitò il sibilo di un colpo d'ascia. «Denota forza e preci-
sione.» «Ma che altro senso avrebbero le altre ferite?» insistette Tungdil, in risposta alle perplessità dell'altro. Dal momento che Boïndil non gli diede altre spiegazioni, la questione rimase in sospeso. Iniziarono così le loro peregrinazioni attraverso il Gauragar, che diventava a vista d'occhio più collinoso e roccioso. I prati lasciavano il passo a pietraie maculate di grigio-bruno, tra le quali si alzavano di tanto in tanto rari cespugli. Ciò nonostante, gli stivali e i rifiuti del mezz'orchi lasciavano tracce inconfondibili che conducevano sempre più a nord. «Anche tu hai sentito della Foresta Disanimata?» chiese Tungdil al Rabbioso, strada facendo. «Ieri sera, accanto al fuoco, ne ha parlato uno dei battitori di Mallen.» Il guerriero strabuzzò gli occhi. «Una Foresta Disanimata? È brutta quanto sembrerebbe dal nome?» «Pare che in alcuni luoghi la Terra Estinta si sia procurata un territorio in cui ritirarsi», rispose Tungdil riassumendo all'amico ciò che aveva sentito. «Questi luoghi si riconoscono per via degli alberi neri. Il re Bruron ha proibito di entrarci, perché pare che all'interno gli uomini perdano il senno.» «Niente di buono», brontolò Boïndil. «Pensavo che ci fossimo liberati della Terra Estinta, invece ci ha lasciato l'uovo.» Tungdil osservò le tracce dei mezz'orchi. «Dovrebbe occuparsene Andôkai. Se la Terra Estinta ha lasciato un seme nella nostra terra, chi può dirci che non si espanderà?» Il Rabbioso annuì, concorde, e si fece carico di diffondere la notizia tra gli altri nani, in modo che tutti tenessero gli occhi aperti. Ogni macchia nera doveva essere scovata e segnalata a re Bruron. Alla seconda rotazione d'inseguimento, le orme svoltarono improvvisamente verso est, direttamente verso la collina più alta. Evidentemente da quelle parti doveva esserci qualcosa d'interessante. La sera della terza rotazione accadde l'incredibile: raggiunsero l'esercito, che, due miglia davanti a loro, si riversò sulla collina e scomparve alle sue spalle. «Oink, oink», fece il Rabbioso, pregustando la battaglia. Tungdil gli rivolse uno sguardo duro per indurlo al silenzio. «Non combatteremo», gli ingiunse ancora una volta, appoggiandogli una mano sull'avambraccio per calmarlo. «Non ce la faremmo.» Con ogni cautela si misero dietro i mostri, si arrampicarono sul pendio
scosceso e poco verdeggiante e si fermarono sotto la sottile cresta. Tungdil si sfilò l'elmo; i lunghi capelli castani si agitarono alla leggera brezza. Con circospezione si sollevò in modo da sporgere, al di sopra dei culmi calpestati, non più che la fronte e gli occhi. Boïndil lo imitò. L'orrore successivo non si fece attendere a lungo. I mezz'orchi si muovevano verso un luogo scuro. I due nani osservarono i neri alberi morti tra i quali sparivano. In mezzo alla foresta vi era un laghetto nero come la pece, le cui onde sciabordavano sulla riva come fossero d'inchiostro, lasciando dietro di sé scure striature. Tungdil capì che cosa si estendeva davanti a loro. «È una Foresta Disanimata! Qui devono sentirsi a casa», mormorò. Il Rabbioso guardava in basso, sbalordito. «Terra maledetta! Che ci fanno lì? Fondano il loro nuovo regno? Ma se è misero perfino per loro!» Tungdil percepiva la silenziosa preghiera dell'amico: desiderava combattere. «Non faremo nulla», replicò. «Il principe Mallen informerà re Bruron del fatto che abbiamo scoperto un altro di questi posti senz'anima. Il re si preoccuperà sicuramente di fare in modo che i mezz'orchi rimangano lì dove sono. O che vengano annientati, se cercano di uscire.» Si sporse un po' per guardare le corone degli alberi, prive di foglie, e poter valutare l'ampiezza della macchia. Il nero si estendeva per un buon miglio in larghezza e profondità, creando un oscuro tappeto di paura e malvagità. Arricciò il naso quando il vento gli portò lo stesso fetore di marcio che aveva sentito accostando al naso la fiasca di pelle. Era chiaro che proveniva dal lago nel cuore della foresta. «Tu berresti una cosa che ha un odore del genere?» Il Rabbioso fece un rumore strozzato. «Neanche se stessi per morire di sete.» Con una vampata di caldo, a Tungdil tornarono alla mente le parole del battitore. Bisogna decapitare i folli che ci sono finiti dentro, altrimenti non muoiono. Guardò il lago color inchiostro. E se i due mezz'orchi che abbiamo trovato morti avessero bevuto questa acqua? Anche loro erano impazziti, e per questo sono stati decapitati? Non sapeva dare una risposta a quella domanda. Scivolò giù dalla cresta per andare a raccontare agli altri nani quello che avevano scoperto. Marciarono fino a che non incontrarono una delegazione di re Bruron. Tungdil raccontò loro nei minimi dettagli ciò che era capitato. «Torniamo a casa», decise poi, notizia che perfino il Rabbioso accettò con sollievo. La prospettiva di rivedere finalmente suo fratello, dopo tanto
tempo, di mettersi in pancia un pasto da nani e di bagnare la sua gola secca con la migliore birra della Terra Nascosta smorzarono il suo desiderio di combattere. E così i nani si misero sulla lunga via del ritorno. Terra Nascosta, Monti Neri, Regno dei Terzi, 6234° ciclo solare, tardo inverno «Bislipur si credeva intelligente», sentenziò una voce profonda. Le alte pareti ne rimandarono indietro un'eco roca, poi regnò il silenzio, turbato solo dallo scoppiettio e dal crepitare delle torce. Il guanto corazzato, dotato di spine di ferro in corrispondenza delle nocche, si strinse a pugno, le lamine di metallo stridettero l'una contro l'altra. «Cicli e cicli di sofisticati intrighi per poi ottenere niente di niente. Ho capito fin dall'inizio che avrebbe fallito.» «Ma ha ottenuto che le altre stirpi s'indebolissero, mio signore. La battaglia di Giogonero è costata la vita a centinaia di loro. Nei prossimi cicli questo tornerà a nostro vantaggio.» Il fuoco illuminò il cranio adorno di cicatrici di chi stava parlando. Il disegno delle linee non era dovuto al caso: era inciso nella carne per ornare chi le portava. I migliori tatuatori avevano tracciato rune naniche sul volto crudele, disponendole abilmente. Predicevano mali al nemico che le leggesse. «Hanno lanciato i loro migliori guerrieri contro le orde di Nôd'onn», disse lentamente. «In questo modo i clan sono rimasti senza denti, come un vecchio.» Il suo interlocutore si alzò. Portava i capelli, neri ma parecchio striati di bianco, raccolti in tre trecce ben strette alla testa. «Parli quindi di guerra aperta? È troppo presto per questo.» Il Mastro di guerra e generale del re sollevò le spalle. La sua armatura accompagnò il movimento cigolando; era fatta di anelli di maglia di ferro e piccole scaglie di metallo intrecciate tra loro in modo magistrale. «Ci sarà mai un'opportunità più favorevole, Lorimbas Cuordacciaio? Sicuramente non c'è stata negli ultimi duecento cicli.» «Ho altri piani, Salfalur», replicò il sovrano dei Terzi, pensieroso. La sua barba splendeva di tonalità brune, rosse e verdi, ma a causa delle tinte era diventata tanto pesante che pendeva dal mento rigida come una tavola. Lo sguardo del re si fissò sulla mappa della Terra Nascosta. «Gli intrighi di Bislipur non erano insensati, ma si era concesso troppo tempo. Io conto invece di arrivare al successo entro una decade.» Lorimbas si alzò dal suo
scranno di pietra e attraversò l'alta stanza di pietra nera in cui lui e il suo Mastro di guerra usavano tenere consiglio. Alle scure pareti, alcuni bracieri tremolavano formando minuscole scintille di luce e dando l'impressione che i due nani stessero in piedi in un nulla circondato da stelle dorate. Il re superò i grandi pilastri di sostegno triangolari, scolpiti nella montagna, salì i gradini che portavano a un enorme reliquario, fatto interamente di oro zecchino, e ne aprì le ante. Dentro, in posizione verticale, era celato il sarcofago in pietra del capostipite dei Terzi, Lorimbur. La sua figura era stata scolpita sulla lastra di chiusura, e il basalto era stato istoriato di rune naniche usando pietre preziose, gemme e diamanti, per celebrare le imprese di Lorimbur e dettare ai suoi discendenti la loro feroce eredità. Lorimbas piegò il capo con profondo rispetto. «Da troppo tempo subiamo lo scherno e la derisione degli altri», sussurrò, immerso nei suoi pensieri, toccando il coperchio con la mano destra. «E sulle cronache si leggono troppi tentativi falliti di vendicarci dello smacco che hai subito. Presto tutto ciò avrà fine, mio capostipite. I discendenti di Goïmdil, Giselbart, Borengar e Beroïn scompariranno dalla Terra Nascosta. Io, Lorimbas Cuordacciaio del clan dei Frantumaroccia, signore della stirpe dei Terzi e tuo successore, compirò le tue ultime volontà.» S'inginocchiò profondamente, estrasse la sua mazza a tre spigoli dal cinturone e la distese verso il sarcofago. «Questo ti giuro ancora una volta, e sulla mia vita.» Salfalur gli si avvicinò, s'inginocchiò alla stesso modo sui gradini e sollevò il suo martello da guerra a due teste, offrendone rispettosamente la cima. Evitò di parlare, dal momento che il suo re aveva già detto ciò che bruciava anche nel suo cuore di guerriero, per cui si limitò a giurare in silenzio di fronte al defunto capostipite. Pregarono senza parlare. Le ore volarono, le loro ginocchia cominciarono a fare male e i muscoli delle braccia a bruciare, ma nulla sarebbe riuscito a disturbare il loro raccoglimento. Alla fine Lorimbas si levò, baciò gli stivali di pietra e richiuse il reliquario. Anche Salfalur si rialzò, osservando commosso le luccicanti ante d'oro. Nei loro cuori l'antenato contava più di Vraccas, che certo lo aveva creato, ma che poi lo aveva giocato nel modo peggiore, solo perché Lorimbur aveva osato difendere la sua autonomia di fronte al dio. Con la perseveranza tipica dei nani, che gli ignoranti chiamavano testardaggine, Lorimbur aveva desiderato a lungo di poter portare un nome che
si fosse scelto lui stesso, finché alla fine Vraccas glielo aveva concesso. Ma come castigo per il suo caparbio coraggio, il creatore di tutti i nani lo aveva maledetto: non avrebbe mai padroneggiato nessuna delle arti tipiche dei nani al livello di perfezione raggiunto dalle altre stirpi. Il dio aveva perpetrato quella maledizione anche sui discendenti di Lorimbur. Salfalur osservò le incisioni che i loro artigiani avevano scavato nell'oro. Per lui erano belle a vedersi, ma i fabbri dei Primi avrebbero riso di quel lavoro e lo avrebbero ritenuto imperfetto tanto quanto quello di esseri umani. Pagherete per la vostra presunzione, giurò amaramente, sistemandosi i massicci bracciali coperti di lame, che in combattimento gli offrivano una protezione supplementare. «Quale piano hai escogitato, mio signore?» domandò, scendendo le scale senza voltarsi. Teneva il capo abbassato di fronte al reliquario. Il re lo segui. Insieme tornarono al tavolo di granito su cui era distesa la mappa della Terra Nascosta. «Pianteremo il nostro primo picchetto in mezzo a tutti loro», disse il re, cominciando a svelare i suoi propositi al consigliere. Si sedette, prese la brocca piena di birra scura e ne versò per entrambi in due boccali d'argento. Poi puntò Giogonero con l'indice destro. «È la fortezza del nostro popolo, e io la rivoglio. Ne abbiamo diritto.» Sollevò il boccale. «È stato incredibilmente amorevole da parte delle altre stirpi risistemarla per noi.» Bevve la birra a grandi sorsi, quindi posò pesantemente il boccale. «Che c'è?» chiese, meravigliato dal silenzio del suo Mastro di guerra. «Il mio piano non ti piace?» Salfalur non fece mistero dei suoi dubbi: non comprendeva a che cosa mirassero i propositi del suo re. «Che ce ne faremo del vecchio tavoliere, mio signore? Se si tratta dei tunnel, ne abbiamo anche nei Monti Neri.» Lorimbas sorrise. «Si tratta proprio dei tunnel, hai ragione. Dopo che ho saputo della riscoperta di Giogonero, ho mandato i nostri saggi negli archivi della nostra stirpe. Nelle cronache hanno trovato dei documenti secondo i quali quelle mura nascondono in sé più segreti di quanti le tre stirpi abbiano finora scoperto.» «Come fai a dirlo?» chiese il generale, interessato. «Credimi, mio vecchio guerriero, se lo avessero scoperto gli altri, tutta la Terra Nascosta ne parlerebbe, e noi lo avremmo saputo da tempo. Nessuna creatura parlante può tenere a lungo per sé una cosa tanto incredibile. Le nostre spie hanno orecchie ovunque. E non tutti si espongono come Bislipur.» Allungò una mano sul tavolo e gli porse una pergamena e una pila di tavolette di pietra, su cui erano incise ulteriori annotazioni.
Al comandante supremo bastò uno sguardo. «È l'antica lingua del nostro popolo. Io non la conosco», spiegò seccato. Lorimbas annuì soddisfatto e guardò Salfalur, il cui occhio sinistro era sempre intriso di sangue, cosa che capitava a tutti gli esponenti del clan Occhiodisangue. «Infatti! Proprio questo ci aiuterà a tenere nascosti i segreti di Giogonero fino a che una nostra delegazione non vi sia entrata. Sono in pochi a saper decifrare questa scrittura.» «Ottimo, ottimo.» Salfalur inspirò profondamente, riflettendo. «Ma come costringiamo le stirpi a sgombrare la fortezza? Ingaggiare una battaglia per questo mi sembra...» «No. Non sprecheremo le nostre preziose vite per il primo picchetto. Non saremo noi a cacciarli.» Il sovrano ghignò con cattiveria, sprofondando sullo scranno. «Lo faremo fare da qualcun altro.» «E chi mai...?» «Re Bruron.» Le scure sopracciglia del generale si accostarono. «Mi ricordi sempre di più quell'altro che poco fa hai dileggiato per il modo in cui agiva. Questo non mi piace», lo avvertì. «Mio signore, se vuoi sentire il mio consiglio, spiegati meglio.» Strinse le mani intorno al manico del poderoso martello, che era grande quasi quanto lui. «Ti porgo le mie scuse, e ti spiegherò», lo quietò Lorimbas. «È valsa la pena frugare nelle vecchie spelonche, e per molti motivi. I saggi hanno trovato un contratto antichissimo: dev'essere stato stipulato qualcosa come mille e trecento cicli fa. I nostri antenati strinsero un accordo di validità eterna coi re del Gauragar e si assicurarono, in cambio del loro aiuto, il possesso del Monte delle Nuvole.» Salfalur conosceva la leggenda che avvolgeva Giogonero. Un tempo esso si chiamava «Monte delle Nuvole» perché la sua cima svettava alta nel cielo. Quel monte era ancora più fiero e potente di tutti i monti che cingevano la Terra Nascosta, o almeno così diceva la leggenda. Sulla sua cima la neve non si scioglieva mai, e i pendii più alti erano d'oro puro. Poiché non riuscivano a raggiungere l'oro, gli esseri umani chiesero aiuto ai nani. «Vorresti dire che la nostra stirpe li ha davvero aiutati a estrarre l'oro?» «Esatto. Dalla leggenda emerge d'un tratto la verità: furono i nani di Lorimbur a inviare per primi una delegazione nel Gauragar, per vedere coi propri occhi il Monte delle Nuvole.» Lorimbas guardò la mappa. «Scavando un passaggio, riuscirono a irrompere all'interno del monte, e da lì presero a muoversi verso l'alto. Scavarono la montagna e ne consumarono l'oro.
Successivamente, oltre alla loro quota chiesero di poter conservare il monte. E l'allora sovrano del Gauragar sottoscrisse l'accordo.» Salfalur ricordava come proseguiva la storia. Le sue zie gliel'avevano tramandata cantando. Quando gli uomini e i nani presero a contendersi l'oro, il Monte delle Nuvole, diventato vivo, tremò di rabbia per scuotersi di dosso i saccheggiatori, ma i tunnel scavati al suo interno ne causarono il crollo. Da allora, l'antico monte perseguitava col suo odio uomini e nani, e la sua pietra mutilata divenne col passare del tempo nera di malvagità. «E se, quando ci troveremo al suo interno, Giogonero ci riconoscerà e ci stritolerà tra le rocce?» chiese prudente il generale. «Penso che questa parte della leggenda si sia dimostrata priva di senso, ma comunque dovremo stare attenti.» Il re non aveva distolto lo sguardo dalle cartina. «I miei messaggeri raggiungeranno re Bruron entro poche rotazioni.» «È un uomo senza onore. Non si atterrà a ciò che uno dei suoi predecessori ha concordato con la nostra stirpe», profetizzò Salfalur, corrucciato. «Questo nuovo imperatore dei nani, Gandogar, farà pressione su Bruron; e può farlo, perché sono stati i nani a impedire che il suo regno venisse completamente soggiogato dalla Terra Estinta. L'umano non riconoscerà mai gli accordi scritti su quella pergamena.» «Sarà anche un re, ma il suo cuore batte per l'oro. Ammettiamolo pure, per i re degli uomini valgono altri principi. Una moneta d'oro non basta per convincere i loro cuori. Per questo gliene ho già mandate due casse. Ne ha bisogno: deve ricostruire il suo regno, che è stato in gran parte distrutto dalla guerra, e deve provvedere al sostentamento dei suoi sudditi. E non può farlo, se non con provviste che compra dai suoi vicini.» Lorimbas intrecciò le dita sulla pancia. «Vedi, anch'io so ordire intrighi. E anche meglio dello sfortunato Bislipur.» I tatuaggi di Salfalur si misero in movimento, mentre le sue larghe mascelle rimuginavano. «Non si può negarlo, mio signore. Ma alla fine che cos'ha ottenuto Bislipur?» «Tu sei impaziente, vecchio amico. Questo è soltanto il primo picchetto, né più né meno.» «E allora rivelami dove intendi piantare il secondo.» Lorimbas alzò la mano, poi abbassò l'indice, posandolo sul regno che gli uomini chiamavano Idoslân. «Farò fare una visita al principe Mallen, non appena sarà ben impegnato a distruggere i rapaci mezz'orchi che stanno nel suo paese o a cacciarli nelle alture del Toboribor.»
«Mallen è un amico di quel Tungdil Manodoro. Il tuo oro non basterà, per quanto tu gliene offra.» Il generale corrugò la fronte. «Forse ti farà infuriare, ma ho la sensazione che il tuo piano fallirà come quello di Bislipur.» «So bene che tu preferiresti una guerra aperta», ribatté duramente il re, e i suoi occhi marroni si fissarono sul suo migliore comandante. «E può anche essere che le stelle ci siano ora più favorevoli che mai, perché le altre stirpi hanno pochi guerrieri tra le loro file. Ma hanno l'amicizia degli altri popoli, e questo pesa mille volte di più di qualunque superiorità numerica. Solo quando avremo fatto nuovamente divampare l'antica inimicizia tra nani ed elfi - e il fuoco dell'odio arderà luminoso -, potremo forgiare altri picchetti, e affondarli nel cuore di uomini ed elfi!» Lo sfogo del sovrano fece rabbrividire Salfalur. Eppure ci voleva ben più di una voce alta e di una scintilla negli occhi per impressionarlo. «Nessuno sarà più felice di me, se i tuoi propositi riusciranno. Hai ordini da dare alla nostra gente?» «Sì. Manda messaggeri ai nostri presidi e fa' dire ai soldati che depongano subito le armi non appena giunga loro un messaggio con le parole: Vendetta di Lorimbur. Qualunque somma venga loro offerta, non dovranno compiere il loro servizio. Combatteranno solamente se dovranno difendere la loro vita.» Il re poggiò il mento su una mano e sprofondò nei suoi pensieri. Pensieri foschi, che instillarono nel suo animo paura, esitazione e debolezza. «Tua figlia?» Udendo la secca domanda, Lorimbas trasalì. In effetti stava pensando a lei, che non dava notizie di sé ormai da mezzo ciclo. «Niente», mormorò scuotendo la testa. Nessuna notizia, nessun messaggio, neanche il più piccolo indizio sul fatto che fosse viva o su che cosa avesse fatto nell'ultimo periodo. «Credimi, la mia preoccupazione per lei è grande quanto lo sono i Monti Neri.» «È una buona figlia, e una sposa ancora migliore. Non deluderà la nostra fiducia.» Per la prima volta dacché i due si erano riuniti per discutere, i tratti di Salfalur persero la loro durezza. «Non le accadrà nulla. Io l'ho addestrata alla guerra, e tu l'hai istruita magistralmente nell'arte dell'inganno.» Guardò le fiamme che danzavano e guizzavano. «Ma spero che ci dia un qualche segno.» Serrò la mano sinistra a pugno; la manopola di metallo gemette e stridette. Basterebbe una sillaba per porre fine alle nostre incertezze. «Conosco i
tuoi sentimenti. A te manca la moglie, a me la figlia. Ma è andata così. Solo lei poteva farlo senza creare sospetti», si difese il re ad alta voce di fronte alla sua stessa coscienza, che gli rammentava senza sosta ciò che aveva fatto: aveva mandato la sua figlia più giovane in una missione che sarebbe terminata con la morte, se nei suoi confronti fosse sorta anche la più piccola ombra di un sospetto. Lorimbas abbassò la testa e chiuse gli occhi. «È andata così», ripeté in un sussurro. II Terra Nascosta, Monti Blu, regno dei Secondi, 6234º ciclo solare, tardo inverno «È più piccolo, ma rimane pur sempre un cavallo.» Boïndil scivolò infelice dalla sella del pony, sfregandosi ostentatamente il sedere. Poi si scrollò la polvere dai vestiti e dalla barba. «Nani e cavalli non vanno d'accordo. Se non fosse così, Vraccas ci avrebbe fatti in modo che dopo una lunga cavalcata non ci si scortichino le chiappe.» «Avrei voluto vedere i tuoi piedi, se avessimo percorso tutte queste miglia camminando invece che cavalcando», gli rispose Tungdil ghignando, mentre smontava e accarezzava il pony tra le orecchie. Anche lui era ricoperto da un leggero strato di finissima sabbia del deserto, che filtrava senza pietà attraverso gli spessi tessuti e il cuoio e arrivava a fregargli sulla pelle. «Non fare caso a quello che borbotta quel nano di cattivo umore», disse all'animale. «Mi hai portato attraverso la Terra Nascosta in modo eccellente.» Erano sul primo terrazzamento dell'impressionante fortezza di Orcomorto, uno dei più famosi bastioni mai costruiti dai nani. I costruttori avevano progettato la rocca, che si adattava alle propaggini dei Monti Blu, in parte lasciando intatta la roccia viva della montagna, in parte erigendovi degli sbarramenti; il risultato erano quattro grandi spalti difensivi disposti l'uno sopra l'altro. Per lungo tempo i nani dei clan della Seconda Stirpe avevano pensato che Orcomorto fosse imprendibile. Ma con molta perfidia le orde di Nôd'onn avevano dimostrato loro il contrario, e vi avevano infuriato terribilmente. Ovunque guardasse, Tungdil vedeva gru che sollevavano, ruote che giravano e verricelli che scorrevano; seghe da pietra affondavano nella roc-
cia, l'aria risuonava di centinaia di colpi di martelli e scalpelli. Gli scalpellini ricostruivano con solerzia ciò che i mostri avevano distrutto. Gli argini danneggiati venivano abbattuti e ricostruiti a partire dalle fondamenta. Ancora più spessi, ancora più forti. Sembra che tutto stia ritornando come prima, pensò Tungdil con sollievo. Perché continuo a sentirmi inquieto? «Finché non ci avranno completamente sterminati, non avranno vinto», dichiarò il Rabbioso. «Le ossa dei Musi di porco sbiancano al sole, e sopra le torri sventolano sempre gli stendardi dei nostri clan.» Si affrettò ad attraversare a lunghi passi lo spiazzo del terrazzamento superiore, dove si trovava l'altissimo portone che conduceva al sotterraneo regno dei Secondi. Tungdil si volse verso le bandiere, di cui già da lontano, mentre ancora cavalcavano attraverso le propaggini del deserto del Sangreïn, aveva scorto i sottili e piccoli tratti. A Orcomorto stava succedendo qualcosa di speciale. Non erano soltanto i colori dei clan che abitavano la fortezza a essere stati issati; tutto faceva pensare che nella rocca si trovassero anche i clan dei Quarti e dei Primi. L'assemblea! si ricordò di colpo. Era stato sul punto di commettere una grave dimenticanza. «Boïndil, è possibile che per un pelo di barba ci siamo persi l'elezione di Gandogar a imperatore?» Il Rabbioso era già al secondo muro interno e stava giusto per varcare il portone. Si fermò improvvisamente per aspettarlo. «Per Vraccas, seguendo mezz'orchi e bogglin ci siamo quasi persi una grande festa», gli sfuggì. Per un istante annusò l'aria in direzione dell'ingresso, poi si rilassò nuovamente. «No, non ci sono gli odori di un banchetto. Quindi non siamo in ritardo, Sapientone. Non per quello che conta, almeno.» Con gli altri nani entrarono nel regno sotterraneo, che era stato scavato nella montagna. Camminarono attraverso sale ricche di ornamenti e superarono le gigantesche colonne e l'immensa statua del capostipite dei Secondi, Beroïn, seduto sul suo trono di marmo bianco. Marciando tra i piedi dell'immobile gigante, raggiunsero il corridoio che portava davanti al portone della sala del consiglio. «Te lo ricordi ancora?» chiese Boïndil a bassa voce. «Come potrei mai dimenticarlo?» Tungdil ricordava ancora perfettamente quel cammino. Un tempo l'aveva percorso coi due gemelli guerrieri, per poi piombare nel bel mezzo di un'accesissima disputa. Per lui era stato l'inizio di un'avventura che lo aveva reso un vero nano.
«Maledetta luce! Dovevamo rimanere sottoterra, com'è giusto che sia!» Il Rabbioso si spolverò la treccia, che sotto il cocente sole del deserto del Sangreïn si era sbiancata. «Pensi che il nostro arrivo li farà di nuovo litigare su qualcosa?» Tungdil fece segno di no. «Non c'è nessun motivo di essere in disaccordo. Gandogar è il legittimo aspirante al trono. Ha liberato il suo animo dagli influssi negativi di Bislipur, e il suo comportamento onorevole ha convinto di questo anche i più dubbiosi.» Boïndil ammiccò. «Ma col tuo comportamento hai convinto ancora di più.» «Io ho un altro compito. Tu lo sai, e all'occorrenza lo spiegherò a tutti gli altri ancora una volta.» Col pugno, Tungdil colpì il portale tre volte, poi posò le mani sui battenti, trattenne il fiato e li spinse. Lo accolse una luce calda, ma già al primo sguardo il nano si accorse che le bestie avevano imperversato orribilmente nell'importante sala; le numerose colonne circolari, che salivano fino a un'altezza vertiginosa, mancavano per più della metà, e si doveva solo ai magistrali architetti dei Secondi il fatto che il tetto non crollasse. Osservare le pareti gli procurò un profondo dolore. Sulle pareti dove prima stavano dipinte le storie del popolo dei nani, che ricordavano le gloriose imprese e le eminenti vittorie dei cicli passati, spiccavano ormai rozzi buchi. Le clave dei mezz'orchi avevano distrutto irrimediabilmente le primordiali testimonianze. Tungdil sentì Boïndil gemere. Quello spettacolo tormentava il Rabbioso quanto tormentava lui; alla vista di quella devastazione, il guerriero avrebbe cacciato e ucciso i mezz'orchi con bramosia anche maggiore, ammesso che il suo odio potesse ancora crescere. Bracieri di carbone e lampade gettavano la loro luce sui seggi dei re delle Cinque Stirpi, che erano disposti a semicerchio intorno a un tavolo. Tungdil riconobbe Gandogar Barbadargento del clan dei Barbadargento, della Stirpe del Quarto, Goïmdil; accanto a lui sedevano Xamtys II Frontealta del clan dei Frontealta, della Stirpe del Primo, Borengar, e, con un solo braccio, Balendilín Solbraccio del clan dei Fortidita. Da saggio consigliere del defunto imperatore Gundrabur Testacanuta, questi era diventato re della stirpe dei Secondi. Sulle tribune di pietra alle loro spalle sedevano i capiclan delle stirpi, che mormoravano e parlavano tra loro. Accingendosi ad attuare quanto si proponeva, Tungdil cercò il volto della sua compagna, Balyndis, e le mandò un caldo sorriso. Aveva riflettuto per molte rotazioni, e aveva deciso quello che doveva fare senza chiedere
consiglio a Boïndil o altri. L'attenzione di Tungdil s'indirizzò ai due scranni vuoti e alle tribune deserte poste alle loro spalle. I Terzi, i nemici dei nani, non li aspettava certo nessuno, ma il loro posto veniva comunque tenuto libero; per contro, i Quinti non esistevano più. Tuttavia, col suo arrivo, le cose sarebbero cambiate. «Saluto il Consiglio delle Stirpi», disse a voce alta. Anche se il cuore gli batteva in gola per l'emozione, non lo diede a vedere. «Oh, ecco che arriva la lingua del Sapientone», sussurrò il Rabbioso, alzando gli occhi al cielo. Per lui era sempre un piccolo miracolo: il suo amico possedeva l'eloquenza di re e sovrani senza essere uno di loro. I più di sessanta cicli trascorsi come trovatello presso il mago umano Lot-Ionan avevano affinato la mente di Tungdil e gli avevano fornito un sapere che nessuno del loro popolo possedeva, almeno in quei tempi. «Ancora una volta i migliori di tutte le stirpi si sono adunati per eleggere un imperatore.» Tungdil si avvicinò al tavolo cui sedevano i re. Teneva la mano destra sulla testa della Lama di Fuoco, perché aveva bisogno di aggrapparsi a qualcosa. «Questa volta non ci sarà nessun altro pretendente al trono. Non contenderò più il titolo a Gandogar.» Vide il sorriso sull'anziano e venerando volto di Balendilín, la sorpresa sui tratti adorni di peluria di Xamtys e sentì l'amichevole risata di Gandogar, cui subito si unirono le altre nane e gli altri nani. La tensione si allentò. Tungdil sollevò il braccio destro e indicò lo scranno vuoto dei Quinti. «Io sono un Terzo, come la maggior parte di voi sa. Non ne sono orgoglioso, ma non è cosa che io possa cambiare. Il mio cuore però non brama in nessun modo il vostro sangue, e prego Vraccas di non essere l'unico Terzo a non essere stato temprato nell'odio.» Voltò il capo per guardare Balyndis. «Il mio cuore brama sì una nana, ma non per portarle la morte.» Lei lo guardò tanto raggiante da rendergli difficile distogliere lo sguardo. Tungdil si avvicinò al posto libero accanto a Gandogar. «Anche se alcuni potrebbero dire che il mio posto sarebbe tra i Terzi, io mi vedo da un'altra parte.» Mentre si avvicinava allo scranno dei Quinti, posò le mani sulla sua cintura tempestata di diamanti, e i suoi pensieri tornarono al momento in cui si era accomiatato dal capostipite dei Quinti, Giselbart Occhiodiferro. La cintura era appartenuta a Giselbart, che gliene aveva fatto dono prima che si separassero. Tungdil superò lo scranno vuoto e si mise nel primo banco della tribuna
dei Quinti, in modo che gli altri lo vedessero bene. «Ho fatto una promessa a Giselbart Occhiodiferro. Egli mi disse: 'Quando avrete scacciato il male dalla Terra Nascosta, ripopolate le nostre sale. Non permettete che il regno dei Quinti continui a essere dominato dalle bestie'.» Tungdil tacque, per lasciare che le sue parole ottenessero l'effetto voluto. «Mi diede la sua cintura come ricordo dei Quinti, che hanno difeso il loro regno fino all'ultimo nano. Neppure la Terra Estinta è riuscita a spezzare la loro ferrea volontà e a impedire loro di compiere il proprio dovere», proseguì. «Hanno difeso la fucina di Vapordrago, permettendoci così di creare l'arma che ha distrutto Nôd'onn.» Estrasse l'ascia e la sollevò perpendicolarmente al suolo; poi guardò i sovrani. «Volevate mandarmi i vostri guerrieri migliori, perché mi aiutassero, e di questo vi sono grato. Ma non vorrei avere mai con me qualcuno che si muova solo per ordine della propria regina o del proprio re. Nessuno è costretto a trasferirsi con me a nord. Ma chiunque decida liberamente di difendere dal male la Porta di Pietra ha il mio caloroso benvenuto.» Si sedette sulla panca e appoggiò la Lama di Fuoco sul pavimento; il suono attraversò la sala del consiglio. Tungdil non si stupì nel vedere Boïndil sedersi subito alla sua sinistra; qualche istante dopo, Balyndis sedeva alla sua destra. Col cuore che batteva forte, seguì i nani che in numero sempre crescente abbandonavano i loro vecchi posti e affluivano nella tribuna, fino a riempirla per metà. Tra loro sedevano sette capiclan, che, come gli assicurarono, erano in rappresentanza di tutto il loro lignaggio. La massiccia figura di Balendilín si alzò, facendo ticchettare i fermagli di pietra che ornavano le ciocche della sua barba grigio scuro. «Tungdil Manodoro, il tuo discorso dimostra che avresti meritato di sederti non tra i banchi, ma qui davanti, sullo scranno di un re», lo lodò. «Io so che non lo avresti mai fatto, ma sono sicuro che le nane e i nani che verranno con te riconosceranno presto quale di loro è il più adatto a guidarli. Al nostro prossimo incontro, non ho nessun dubbio, sederai qui tra noi.» Si rivolse all'assemblea, coi lunghi capelli ingrigiti che parevano fili d'argento. «C'è ancora un'altra cosa da fare. L'imperatore Gundrabur Testacanuta è volato nella Fucina Eterna di Vraccas, lasciando dietro di sé un vuoto che noi ora dobbiamo colmare. Le stirpi hanno bisogno di un sovrano forte che le guidi nella buona e nella cattiva sorte.» Con la mano che gli era rimasta, srotolò rapidamente una pergamena. «Sei pronto ad avanzare la tua pretesa sul trono imperiale, re Gandogar Barbadargento del clan dei Barbadargento, della stirpe del Quarto, Goïmdil?» domandò, pronunciando le parole
cerimoniali che gli aveva rivolto già una volta. Gandogar si alzò. «Combatterò contro i nemici del nostro popolo, duro come la roccia con cui Vraccas ci ha fatti, e spietato come la mia ascia», dichiarò lui, solenne. «Libero dal velo che Bislipur ha gettato sulla mia intelligenza, io giuro fedeltà eterna e infinita rettitudine per il benessere di tutte le stirpi. Vraccas e voi mi siete testimoni.» Balendilín gli fece un cenno di assenso. «La tua pretesa è valida.» Alzò la voce. «C'è qualcuno che intende sfidarla?» Tungdil sorrise quando il Rabbioso gli diede uno spintone e bisbigliò malizioso: «Dai! È la tua seconda occasione! Quelli ti eleggono subito, devi solo avere fiducia nella tua parlantina da sapientone». «Dal momento che nessuno ha osato, sarai tu imperatore.» Balendilín Solbraccio lasciò cadere il rotolo e prese il suo corno, con cui emise un segnale prolungato. I portoni della sala si aprirono, e ne entrò una processione di guerrieri di tutte e tre le stirpi. Portavano uno scudo cerimoniale su cui erano adagiati la corona e il martello imperiale. Le luccicanti rune incise nella testa, le pietre preziose e gli intarsi in oro, argento e perfino vraccasio facevano del simbolo della dignità imperiale un pezzo d'arte unico al mondo. I portatori si fermarono al centro della sala e si lasciarono cadere sul ginocchio destro. Balendilín si avvicinò allo scudo e fece cenno a Gandogar di raggiungerlo. «L'assemblea, unanime, ti ha eletto sovrano di tutti i nani.» Prese la corona e la pose sui capelli bruni dell'altro. «Re Gandogar Barbabargento, del clan dei Barbadargento, della stirpe del Quarto, Goïmdil, io ti nomino imperatore.» Indicò il martello, e col cuore pieno di timore reverenziale Gandogar ne afferrò il manico. Stupito dal suo peso immenso, si aiutò con l'altra mano e lo sollevò dallo scudo. Le nane e i nani si alzarono per inginocchiarsi; poi levarono le armi verso di lui, come un tempo avevano fatto per rendere omaggio a Gundrabur Testacanuta. Nello sferragliare di corazze e cotte di maglia, Tungdil ebbe un tremito di commozione, i suoi occhi vagarono sulla folla, sul suo popolo, sui figli del Fabbro, nelle cui fila non vi era mai stata tanta unità come quel giorno. Gandogar brandì il martello e lo fece cozzare contro il marmo, a indicare che si potevano alzare. «Voi avete ascoltato il mio giuramento. Chiunque abbia l'impressione che io, in qualunque momento del mio regno, lo abbia
dimenticato deve subito venire a me e ricordarmelo con parole forti e veementi.» Passò davanti ai resti fracassati delle cinque steli su cui, prima che Bislipur le distruggesse, erano incise le sacre leggi dei nani. «Ciò che il tradimento ha distrutto lo ricostruiranno l'armonia e la pace.» Poi raggiunse il suo trono e vi prese posto. «Interrompete i lavori per il resto della rotazione, dobbiamo festeggiare!» annunciò felice. A quel punto esplose il giubilo, i nani batterono asce, martelli e scuri sopra scudi e armature, e tintinnii e rimbombi non sembravano smettere più. Quando i cuochi portarono le pietanze, il gioioso fracasso svanì lasciando spazio alle risate e ai canti, mentre sempre più persone affluivano nella sala per brindare debitamente all'evento. Corni ricurvi suonarono allegre melodie; poi s'inserirono i tamburi, e il ritmo rapì perfino le gambe del Rabbioso. Con gli occhi lucidi e un boccale di birra in mano, prese parte alla vivace animazione. Gli faceva bene non pensare alla guerra o al fratello lontano, anche se lo svago sarebbe durato poco. «Ballano per allontanare dalla loro anima le esperienze terribili che hanno vissuto», disse una voce accanto a Tungdil, che avrebbe voluto intrattenersi con Balyndis. Riconobbe Balendilín. «Se lo sono meritato, non trovi?» Il volto del nuovo eppure già vecchio re dei Secondi era solcato da molte rughe, e gli occhi scuri lo guardavano pieni di preoccupazione. «Farebbe bene anche a te», gli consigliò Tungdil. Balendilín rise piano, toccandosi la barba. «Sì, hai ragione. E visto che i mezz'orchi mi hanno preso solo un braccio, e non una gamba, più tardi mi cercherò una nana e salterò su e giù per la sala come un giovane alla festa della sua maggiore età.» «Che cosa ti turba?» volle sapere Tungdil. «Ci sono notizie che ci guastano la festa?» «Non ci sono notizie», sospirò l'altro guardando Boïndil. Faceva attenzione che il Rabbioso non sentisse nulla della loro conversazione. «È questo a inquietarmi. Da diverse rotazioni non riceviamo più ambasciate dai Monti Rossi. Questo potrebbe dipendere dal crollo dei tunnel.» Nel suo tono vibrò un «ma» inespresso, l'implicita possibilità che potesse trattarsi d'altro. Balyndis sentì perfettamente quelle parole e, dal momento che apparteneva ai Primi, ne rimase scossa. «Capisco che cosa intendi dire. Nôd'onn ci aveva messi in guardia da un pericolo che sarebbe venuto da ovest, è a questo che stai pensando, vero?» La nana guardò alternativamente il volto
dei due. «Ma la Guardiadiferro occidentale è sicura. Nulla può oltrepassare le sue porte, se i nostri clan non lo vogliono», disse, anche per acquietare le sue paure riguardo alla propria famiglia. I brutti presentimenti di Tungdil dilagarono. Le strinse la mano. «Hai ragione. I Primi sono capaci di fronteggiare qualunque minaccia.» Lei sapeva che stava mentendo, ma gli fu comunque grata. Tutti e tre tacquero, pensando a quanto il mago rinnegato aveva temuto il presunto pericolo proveniente dall'ovest, benché avesse a disposizione un potere pari a quello di nessun altro nei regni degli elfi, degli uomini e dei nani, fosse riuscito a sterminare tutti i maghi tranne Andôkai e si fosse dovuto piegare solo alla Lama di Fuoco. «La regina Xamtys tornerà a casa domani», riferì Balendilín. «La sua preoccupazione è grande come la mia.» «Allora questo significa che anche noi prenderemo congedo domani», decise Tungdil stringendo la mano della nana per tranquillizzarla. «L'accompagneremo. Prima arriviamo là, e i capiclan che vogliono trasferirsi a nord con noi raccolgono la loro gente, meglio è.» Quella spiegazione era un semplice pretesto. La Lama di Fuoco aveva prestato un grandioso servizio contro Nôd'onn, e il nano era assolutamente certo che il suo taglio tempestato di diamanti funzionasse anche contro altre creature del male. Se il regno di Xamtys si trovava davvero in difficoltà, lui e la sua ascia sarebbero stati al posto giusto. Balyndis gli diede un bacio furtivo; i suoi occhi castani dicevano tutto. «So di che cosa state parlando.» Il Rabbioso si unì a loro. «A ovest sta succedendo qualcosa. E nessuno mi racconti che non state pensando a questo.» «Ma come fai a...?» «È stata quella cosa, che è caduta dal cielo.» Il Rabbioso bevve un sorso di birra; una goccia scura corse dalle labbra alla polverosa barba, unendosi allo sporco del viaggio. «Da quella sera, a Giogonero, ho la strana sensazione che a mio fratello sia successo qualcosa.» Parlava così piano che, con tutto il rumore e la musica, stentavano a sentirlo. «Siamo gemelli. Sentiamo quello che accade all'altro.» Balyndis non voleva chiederlo, ma le sue labbra si mossero da sole. La nana si sentì parlare, e maledisse la sua curiosità. «E che cosa senti da quella sera?» Il Rabbioso si sciacquò la gola con un grosso sorso. «Per molto tempo è andato bene tutto, sui Monti Rossi dev'essere ritornato in forze.» Posò il
boccale vuoto e si passò il dorso della mano sulla bocca, pulendola dalla schiuma. «Ma dopo che la stella è caduta, non ho sentito più niente.» Deglutì. «Niente, a parte freddo.» «Per Vraccas!» esclamò la nana, spaventata. Tungdil posò una mano sulla spalla del guerriero, le dita si appoggiarono sulla fredda cotta di maglia. «Ma perché non me ne hai mai parlato prima?» Si rimproverò di non aver dato maggiore importanza alle allusioni che l'amico gli aveva fatto dopo la battaglia. «A che sarebbe servito? Prima dovevamo sterminare i Musi di porco, anche se ogni fibra del mio corpo gridava il nome di Boëndal. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare, e solo ora ti posso dire quello che mi ha riservato notti senza sonno e cupe rotazioni.» Gli angoli della bocca gli si piegarono verso il basso. «Scopriremo molto presto che cosa significano queste sensazioni.» Prese il boccale, fece loro un cenno di capo e scomparve tra la folla. Voleva un'altra birra in cui affogare le sue preoccupazioni. Balendilín lo guardò allontanarsi. «Non sempre la certezza è la cosa migliore. Speriamo che le sue emozioni lo stiano ingannando», disse piano appoggiando una mano sul braccio di Tungdil. «Se avete bisogno di qualcos'altro, fatemelo sapere. I mezz'orchi non sono riusciti a saccheggiare tutte le nostre scorte, e troverete ancora abbastanza funghi essiccati, muschio kamla imbottito e formaggio per riempirvi le pance durante il viaggio.» Coi suoi occhi bruni rivolse a Balyndis uno sguardo incoraggiante. Tungdil non indugiò oltre e raccontò della Foresta Disanimata. «I mezz'orchi sono scomparsi al suo interno», disse concludendo il suo racconto. «Probabilmente la Terra Estinta esercita la sua forza di attrazione su di loro, e raccoglie così i suoi ultimi seguaci.» «A che scopo?» si chiese il re dei Secondi. «Avrebbero potuto cercarsi un nascondiglio migliore, per esempio sulle alture del Toboribor. Hai detto che quella foresta è piccola. Dove troveranno da mangiare? E se escono dalla protezione degli alberi, gli uomini di re Bruron saranno pronti ad accoglierli.» «È vero», concesse Tungdil. «Neanch'io so che cosa ci facciano, a parte cadere in preda alla follia. Avrei voluto indagare, ma i Monti Grigi mi attendevano.» Balendilín annuì. «Lascia che siano gli uomini a distruggere i mezz'orchi. Ormai sono in grado di portare a termine da soli un compito del genere, e la tua missione non ti permette altri ritardi.» Ciò detto, il re dei Se-
condi li lasciò. Balyndis sospirò. «Sai, credevo che con la morte del mago il male fosse stato sconfitto, e invece sembra che Vraccas ci voglia mettere alla prova un'altra volta.» Tungdil sorrise, accarezzandole dolcemente la guancia con la mano sinistra. Sentì la fine peluria che tutte le nane portavano sul volto, e che diventava più scura e visibile con l'età. «Sono davvero felice di vederti. Ti ho sognata, mentre eravamo in viaggio. Ogni notte. Ogni rotazione.» Notò che portava al collo una collana nuova. Era fatta di piastrine di ferro magistralmente forgiate e ornate con piccolissime sfere d'oro. Non aveva dubbi: quel gioiello era opera delle sue mani. «Ah, allora non eri esausto come lo ero io.» Balyndis guardava i nani che si esibivano in una dignitosa e lenta danza che doveva rappresentare il duro lavoro nelle miniere. «Non avevo tempo per sognarti. Mi addormentavo di sasso non appena mi fermavo un attimo per riposare. Abbiamo riacceso le forge e le abbiamo usate dalla mattina alla sera. Le braccia mi devono essere diventate due volte più grosse. I mezz'orchi hanno fatto tanti danni che potrei passare i prossimi cento cicli agli altiforni e alle incudini dei Secondi.» Lui indicò la collana. «Ma ti è rimasto abbastanza tempo per farti quel gioiello?» la punzecchiò. Lei sorrise. «Lo hai notato?» I corni ricurvi tacquero, gli applausi esplosero, e Balyndis si unì subito entusiasta. Tungdil le cinse le spalle col braccio. «Lascia perdere queste fatiche. Ho bisogno di te sui Monti Grigi.» La guardò intensamente negli occhi. «Non solo perché sei il migliore fabbro della nostra gente, ma anche perché ti voglio come mia compagna. Il tempo che ho trascorso senza di te mi ha fatto capire quanto ho bisogno della tua vicinanza.» Balyndis lo fissò, stupita dall'ammissione. «Tungdil Manodoro, stai parlando di una faccenda oltremodo seria.» «Lo so», replicò lui annuendo sotto l'insistente sguardo indagatore della nana. «Abbiamo superato molte difficoltà insieme, ne supereremo altre ancora, e un domani vorrei parlarne con te, vorrei che le ricordassimo insieme, anche se fossero passati più di quattrocento cicli. I nostri bambini ameranno queste storie e, quando gliele racconteremo, non crederanno a una sola parola.» Baciò l'accenno di peluria che lei portava sulla fronte. «Balyndis Ditadiferro del clan dei Ditadiferro, della stirpe del Primo, Borengar, un Terzo di origini incerte e dall'educazione per nulla nanesca ti
chiede: vuoi sposarmi, nella fucina di Vapordrago?» La nana ricacciò dentro di sé la commozione. «Nulla potrà mai più dividerci. Già da tempo sento il legame di ferro che unisce i nostri cuori ardenti.» Fece un passo in avanti e lo prese tra le braccia. Tungdil si strinse forte a lei, gustò il suo profumo. Chiuse con forza le palpebre, rapito da tanta felicità, poi la sentì dire: «Lo voglio, Tungdil Manodoro». E se l'istante successivo la sala fosse crollata, se tutti i mostri della Terra Nascosta e di quella dell'Aldilà si fossero scagliati su di lui, o se fosse morto tra le sue braccia trafitto da cento frecce spuntate, nessun momento della sua vita sarebbe stato comunque più felice di quello. Terra Nascosta, regno di Gauragar, ventitré miglia a sud-ovest dello Dsôn Balsur, 6234° ciclo solare, tardo inverno Il principe degli elfi, Liútasil, stava sulla più alta delle torri di vedetta in legno e abbracciava con lo sguardo file di tende variopinte, che sembravano infinite e che erano disposte in base a un ordine rigoroso. Approfittava del tempo che aveva a disposizione per pettinarsi i capelli rosso scuro con un pettine d'argento filigranato; i dentini - ricoperti da intarsi in madreperla per impedire che il metallo maltrattasse troppo le fini ciocche - scivolavano con dolcezza, sciogliendo piccoli nodi o rimuovendo capelli morti. Le truppe al comando di Liútasil avevano montato le tende degli alloggiamenti e fortificato l'accampamento con palizzate. Tutt'intorno correva un fossato profondo sette piedi e largo altrettanto. Né gli uomini né gli elfi volevano avvicinarsi tanto al tenebroso regno senza la sicurezza che potevano offrire loro le migliori fortificazioni. Mentre il principe Mallen von Ido e la sua veloce cavalleria davano la caccia ai mezz'orchi e ai mostri volti in fuga all'indomani della battaglia di Giogonero, l'esercito racimolato dai regni della Terra Nascosta si era rivolto verso nord, per distruggere il regno degli albi e annientare i malvagi e crudeli parenti degli elfi, o quantomeno ricacciarli oltre le montagne, nella Terra dell'Aldilà. La ripartizione delle forze era stata approvata da tutti i comandanti. Il sovrano dell'Âlandur sentiva l'odore dei fuochi su cui ribolliva il cibo e quello degli escrementi di animali ed esseri umani, e il vento gli portava i discorsi fatti a bassa voce. Alcuni guerrieri erano immersi nei preparativi
per la battaglia; affilavano spade e lance, oppure immergevano le punte delle frecce negli escrementi, in modo che una ferita profonda bastasse a portare il nemico a morte certa. Altri si gettavano sbronzi sui loro giacigli; si riempivano di vino nel tentativo di dimenticare la paura per gli albi. «Umani», mormorò il principe, compatendoli. S'infiacchiscono con le loro stesse mani. Gli elfi invece s'impegnavano in attività ben diverse, prima della battaglia, che li aiutassero ad acquisire la tranquillità necessaria alla lotta. Ma per marciare contro lo Dsôn Balsur, considerò Liútasil, aveva bisogno degli umani. Da tempo i suoi pochi guerrieri elfi non bastavano più neppure a difendersi dalle preponderanti forze degli albi. Non si faceva illusioni. Senza la vittoria a Giogonero il suo regno sarebbe caduto nell'arco di dieci cicli, per cui doveva ringraziare gli umani e perfino i nani. Le ultime scaramucce ai margini dell'Âlandur servivano solo a coprire la ritirata degli albi, che stavano raccogliendo tutte le forze nella difesa dello Dsôn Balsur. Non mi riesce facile, grande dea Sitalia, pensò puntando lo sguardo su un gruppo di beoni che si accapigliavano per l'ultima fiasca di vino, finché il loro superiore non li riportò all'ordine chiamando le sentinelle e facendoli separare. Vi fu una pioggia di bastonate, e gli ubriachi sparirono gemendo nei loro alloggi. Sono così diversi... Non capisco quello che pensano in questo momento. Eppure avrai in mente qualcosa, Sitalia, se ci fai muovere contro gli albi fianco a fianco con uomini e nani. Il principe si voltò e prese a scendere la scala. I suoi passi lo condussero oltre gli stendardi, fino alla grande tenda consiliare, di colore purpureo, in cui si doveva discutere di ciò che le sue spie avevano scoperto. I comandanti dei soldati del Tabaîn, del Weyurn, del Sangreîn, dell'Urgon e del Gauragar lo stavano già attendendo; sedevano al grande tavolo coperto della cartina, bevendo in silenzio l'acqua che era stata portata loro. Così almeno sarebbero rimasti ragionevoli e padroni di sé. In un angolo stavano tre elfi in leggere armature di cuoio, appena tornati dal loro giro di esplorazione. Lo sporco dello Dsôn Balsur era ancora attaccato ai loro vestiti e alle loro scarpe; sulle armature s'intravedevano tagli e macchie di sangue. Le informazioni sul conto degli albi venivano pagate a un prezzo doloroso. Liútasil salutò con un cenno del capo gli uomini disposti in cerchio e fece segno alle spie di rivelare ciò che avevano scoperto. Dal momento che non conoscevano la lingua degli uomini, il principe tradusse ai comandanti
quello che stavano raccontando. «Il nostro nemico si è ritirato nel profondo del suo regno. Ha lasciato dietro di sé molte trappole, il che ci renderà più difficile un'avanzata compatta. Le foreste rese nere dalla forza della Terra Estinta non riescono a liberarsi della sua malvagità. La prima sfida, per noi, sarà attraversare indenni il muro di alberi.» «E se aspettassimo?» propose il comandante del contingente del Sangreïn. «Abbiamo già visto altrove che la maledizione della Terra Estinta sta venendo meno e che la terra si sta riprendendo. Probabilmente succederà anche qui, no? Non posso pretendere dai miei uomini una marcia tra rami che sferzano e tronchi che si muovono. Influirebbe negativamente sul loro spirito combattivo.» Gli altri umani concordarono. «Comprendo le vostre riserve.» Liútasil si sedette e posò le braccia sul tavolo. «Come sapete, un tempo queste foreste appartenevano agli elfi, e sono antiche. Troppo antiche. Le loro radici hanno assorbito il male troppo a lungo e ne sono completamente impregnate. Le mie spie hanno visto che gli alberi muoiono definitivamente, trasformandosi in pietra, ma ci vuole molto tempo prima che i rami smettano di muoversi. Io non voglio dare tregua agli albi. A Giogonero abbiamo inflitto loro una sconfitta da cui non devono avere il tempo di riprendersi, comprendete?» A quelle parole, il silenzio calò sulla tenda. Il principe degli elfi diede ai presenti la possibilità di mettere ordine nei propri pensieri e di meditare su ciò che aveva spiegato. Dopo un ulteriore breve colloquio, congedò gli esploratori, permettendo così che si facessero curare le ferite. Quindi raggiunse l'ingresso della tenda e si mise a guardare le stelle. Unendo alcune delle sfavillanti stelle con delle linee immaginarie, si ottenevano nel nero del cielo i volti stilizzati di elfi leggendari. Dopo la loro morte erano stati portati in cielo dalla loro creatrice, Sitalia, a causa delle loro doti in fatto di lungimiranza, valore o saggezza. Da lassù vegliavano sui discendenti, mandando loro visioni e messaggi. Liútasil cercò il volto di Fantur, il secondo principe degli elfi dell'Âlandur e fratello di Veïnsa, che un tempo era stata principessa degli elfi della Pianura d'Oro. Ti prego di aiutarmi, implorò silenziosamente i punti che brillavano in alto. Mandami un'ispirazione, mostrami un modo per convincerli. Ritornò al suo posto. «Qual è la vostra opinione?» «Sono pur sempre alberi, giusto?» gli si rivolse il comandante di Rân Ribastur, e l'elfo annuì. «Sappiamo tutti che gli alberi prendono fuoco. La mia proposta è di usare il fuoco per aprirci un sentiero attraverso la male-
detta foresta, e di arrivare così fino al cuore del regno.» «Così facendo sapranno perfettamente dove siamo», replicò Liútasil. «Saremmo un facile bersaglio per i loro arcieri e perderemmo centinaia di...» L'uomo scrollò le spalle. «E che importa? Disponiamo di forze molto più numerose. Che sappiano pure che stiamo arrivando, principe Liútasil. Se non si faranno avanti, incendieremo l'intera foresta. L'idea non mi turba, se servirà a liberarci dai lasciti della Terra Estinta.» Gli umani batterono le mani sul tavolo, mostrando di approvare la proposta. Liútasil capì che avrebbe dovuto accettarla anche lui. «Dovremmo aspettare fino all'arrivo del contingente dei nani», li invitò a riflettere. «Forse uno di loro saprà consigliarci una soluzione migliore. Ho mandato loro incontro un gruppo di esploratori al comando della mia fidata Shanamil. Li accompagnerà al nostro accampamento. Dovrebbero essere qui tra due rotazioni.» «I nani sono bravi quando si tratta di lavorare sottoterra», ribatté il comandante. «Ma delle cose che capitano qua sopra, con tutto il dovuto rispetto per le loro asce affilate e il loro coraggio, non ne capiscono molto. Chi è per incendiare la foresta?» Alzò il braccio, e la maggioranza lo seguì. «Vedremo che cosa ne pensano i nani», insistette l'elfo in tono amichevole ma irremovibile. «Andate a letto. Vedremo che cosa ci porterà il sole.» L'uno dopo l'altro, gli umani abbandonarono la tenda. Rimasto solo, Liútasil sciolse i cordini che legavano i suoi lunghi capelli, che lasciò cadere sulle spalle. La sua preoccupazione cresceva; la forza degli albi stava negli agguati, nell'attaccare a tradimento senza offrire nessun bersaglio. Gli uomini lo avrebbero appreso a proprie spese durante la loro lunga marcia. Prese con sé la cartina e calcolò approssimativamente la distanza che avrebbero dovuto percorrere per arrivare dai confini della foresta fino alla capitale dei nemici, e stimò che fossero più di cinquanta miglia. Se avessero perso cinquanta soldati a ogni miglio, si sarebbero dovuti considerare fortunati. Io li ho avvertiti. Terra Nascosta, regno di Gauragar, trentadue miglia a sud-ovest dello Dsôn Balsur,
6324° ciclo solare, tardo inverno «Non trovo per niente giusto che i Lunghi e gli Orecchi appuntiti siano già avanzati. Avrebbero dovuto aspettarci.» Gisgurd guardò i volti di Bundror e Gimdur. «Non è colpa nostra se i tunnel sono crollati e siamo stati costretti a venire a piedi. Non fosse stato per quello saremmo arrivati all'accampamento già da un bel po'.» «Che cosa sentono le mie orecchie? Orecchi appuntiti? Non dovevamo smettere di chiamarli così?» lo rimproverò Bundror, ma il suo sorriso dimostrava che non stava parlando proprio seriamente. «Ormai siamo una specie di famiglia, e ci vogliamo tutti bene, no?» Gimdur staccò due grossi pezzi di fungo essiccato e v'inserì il formaggio che aveva arrostito alla fiamma su un bastoncino. «Già, e allora? Io non sopporto mia sorella, anche se siamo una famiglia», brontolò prima di ficcare i denti nel suo pasto. «Dovreste essere contenti che sono partiti in anticipo, così non ci dovremo sporcare le mani scavando fossati», borbottò. «Come se un elfo sapesse scavare un fossato. Si spalano il fango l'uno sui piedi dell'altro», ribatté Bundror in tono di scherno. «Suonano il liuto, e fin qui... Per quello che mi riguarda, usano bene l'arco. Ma non me la danno a bere, quando si tratta di zappa e badile. E non hanno la minima idea neanche di buon cibo e di birra decente.» Gisgurd gli mise una mano su una spalla. «So che cosa intendi. Per me gli elfi» - sottolineò la parola con disprezzo, in modo da non dover aggiungere parole ingiuriose - «non sono meno sgradevoli solo perché ora combattiamo con loro. Elfi e nani non ci possono soffrire e hanno combattuto tra loro per migliaia di cicli. Non si può dimenticare il passato.» «E infatti non dovete farlo, messer nano. Però dovreste guardare fiduciosi i cicli futuri, in cui vivremo in amicizia e armonia», sembrò cantare una voce di donna che proveniva dall'oscurità, lontano dal fuoco. La creatura si avvicinò subito, e i tre nani si trovarono di fronte una gracile elfa, i cui lunghi capelli castano scuro ondeggiavano sospinti dalla brezza serale. «Mi fa piacere avervi trovato così facilmente, anche se non è molto intelligente accamparsi nelle vicinanze dello Dsôn Balsur senza sentinelle e allo scoperto. Il bagliore del vostro fuoco si scorge a miglia di distanza.» Gisgurd, Bundror e Gimdur erano balzati in piedi; le loro forti mani stringevano i manici delle asce, tenendole pronte a colpire. Un richiamo volò attraverso il campo, svegliando e mettendo in guardia gli altri trecento
guerrieri che componevano il loro contingente. «Non abbiamo paura degli albi, ne abbiamo uccisi troppi a Giogonero», ribatté Gisgurd furibondo. La guardava pieno di sospetto, che crebbe ulteriormente quando vide uscire dalle ombre i nove elfi che l'accompagnavano. «Chi sei, e cosa vuoi?» «Io sono Shanamil, e sono stata inviata dal principe degli elfi, Liútasil, per trovarvi e accompagnarvi all'accampamento al sorgere del sole.» «Certo. E io sono Balyndis Ditadiferro, colei che ha forgiato la Lama di Fuoco», ringhiò il nano. «Mostrami qualcosa che provi le tue parole, o...» Si morse la lingua per non diventare troppo scortese. Gimdur intervenne prontamente. «Di notte, tutti gli Orecchi appuntiti sono uguali. Come possiamo capire se sei elfa o alba?» La donna prese la collana che le pendeva dal collo ed esibì il sigillo del principe degli elfi. «Questo oggetto dimostra che sono uno dei suoi consiglieri più fidati.» Lo lanciò a Gisgurd e si sedette accanto al fuoco. «Se non mi credete, uccidetemi, e domani scoprirete dalla bocca del sovrano dell'Âlandur a chi avete tolto la vita con le vostre asce.» Bundror si mise accanto a Gisgurd e osservò il sigillo. «Lo conosco. L'ho visto durante la battaglia. Un elfo era caduto, e un bogglin stava cercando di rubare quell'amuleto d'oro. Poi la lama della mia ascia gli è finita in mezzo alle spalle.» Shanamil fece un inchino nella sua direzione. «Vi ringrazio per la vostra impresa, signore. Un tempo avreste ballato sul cadavere di un elfo, piuttosto che vendicarne la morte.» I suoi occhi grigi lo fissarono in un modo così profondamente onesto che il nano non poté fare altro che abbassare l'arma. «Sono elfi dell'Âlandur», disse piano a Gisgurd. «Non m'inganno.» Osservarono le armature di cuoio, le armi, i volti allungati e belli, su cui non vi era traccia di menzogna, e si rilassarono. «E va bene, vi ha mandati Liútasil», acconsentì alla fine anche Gisgurd. «Ma non potete impedirci di rimanere sul chi vive fino a che i primi raggi del sole illuminino la piana. Allora potremo riconoscere dai vostri occhi se siete davvero elfi e non i loro orribili parenti.» L'elfa rimase tranquilla. «Non me la prendo per il modo in cui mi trattate. Anch'io mi aspetterei dagli albi un simile stratagemma. S'insinuerebbero nella vostra fiducia, vi farebbero crogiolare nella sicurezza e poi, furtivamente, vi taglierebbero la gola l'uno dopo l'altro.» Fece un cenno ai membri della sua scorta, che si lasciarono cadere intorno a lei. «No, non
me la prendo affatto. Verrà un giorno in cui distruggeremo del tutto gli albi, e in futuro, quando s'incontreranno degli elfi nottetempo, non sarà più necessaria la minima ombra di sospetto.» Cercò a tastoni la borraccia. «Sapete dove state andando?» Gisgurd si sedette, e Bundror e Gimdur lo imitarono. «Sappiamo che troveremo l'esercito se andiamo nella direzione in cui sta il sole quand'è più alto. Abbiamo camminato nella giusta direzione? In una galleria è più facile orientarsi.» «Rinchiudetemi sottoterra, e non troverò mai l'uscita», replicò lei sorridendo e mostrando i suoi bianchi denti regolari. Gisgurd la trovava così bella da provocare in lui una certa avversione; guardarla gli faceva male agli occhi, e la trovava quasi ripugnante. Presumibilmente dipendeva dal fatto che la sua dea, per crearla, aveva mescolato luce alla rugiada e alla pura terra. La luce e i nani non andavano d'accordo. No, non sarebbe mai diventato amico degli elfi. Ma almeno non le dava l'impressione di essere troppo presuntuosa, come altri della sua razza, cose che le fece subito presente senza tanti complimenti. «Be', cerco di adattarmi alle nuove circostanze», disse Shanamil. Prese un pezzo di pane dal tascapane che portava alla cintura e iniziò a mangiarlo. «Mi ero aspettata di trovare un'orda di Cavernicoli puzzolenti e ubriachi, e invece mi sono imbattuta in un reparto di guerrieri disciplinati ed estremamente vigili.» Ammiccò. «Anche se non avete messo delle sentinelle.» Consumò la sua razione. «Ma chi è Balyndis Ditadiferro?» chiese all'improvviso. «Di certo non siete voi, signore.» Bundror scoppiò a ridere. «No, non sono lei.» Raccontò come il gruppo di Tungdil Manodoro e dei gemelli guerrieri era partito per forgiare la Lama di Fuoco, riuscendovi tra grandi difficoltà e in mezzo alla furia dei nemici. «Hanno dovuto anche combattere contro degli albi?» domandò l'elfa. «Fin dall'inizio.» Il nano annuì e descrisse in parole ornate come Tungdil e i suoi amici avessero sconfitto la loro prima alba a Grünhain, prima ancora di cominciare la spedizione verso nord, e di come più tardi avessero ucciso anche i loro mortali nemici, Sinthoras e Caphalor. «Dovevano essere i più pericolosi albi dello Dsôn Balsur», disse concludendo il suo racconto. L'elfa applaudì e i nani intorno a lei, che lo avevano ascoltato rapiti, si unirono. «Siete un narratore eccezionale», lo lodò. «Non ci vorrà ancora molto. Presto le battaglie contro gli albi apparterranno al passato.»
«Peccato», mormorò Gisgurd guadagnandosi un sorriso dell'elfa. Gimdur si grattò la folta barba nera. «Visto che siamo alle favole della buonanotte, sai dirci come sono nati gli albi?» Shanamil annuì, incrociò le gambe e osservò i nani che, nonostante l'età matura, sporgevano verso di lei le barbe e i volti segnati, come fossero bimbi piccoli. Poi si alzò per raccontare. Elria la caritatevole, la dea dell'acqua, aveva una figlia, Inàste. Inàste vide quale splendore aveva creato Sitalia usando la luce, la pura terra e la rugiada del mattino, e volle fare qualcosa di altrettanto bello. Per questo anche lei prese la rugiada del mattino, la luce e la terra pura per creare un nuovo elfo. Ma Palandiell, la madre di Sitalia, prese a sé questo nuovo elfo, e lo distrusse, affinché nulla superasse la creazione di sua figlia. Inàste aveva pregato sua madre Elria d'impedirlo, ma quella non aveva fatto nulla. Si venne così a una contesa. Inàste giurò di non obbedire mai più né a Palandiell né a Elria e si sposò con Samusin. I due ebbero un figlio bellissimo, che assomigliava in tutto e per tutto a un elfo, ma che portava in sé la stessa collera e lo stesso odio che Inàste continuava a provare nei confronti di Palandiell ed Elria. Lo chiamarono Albo, gli diedero delle armi e lo mandarono tra gli elfi. Egli imperversò tanto tra la nostra gente, che Palandiell lo prese e lo gettò oltre le montagne del nord, dove Albo si alleò con le creature di Tion e si moltiplicò. Là attese paziente la mattina del giorno in cui sarebbe tornato e avrebbe combattuto di nuovo contro gli elfi. E così lui e i suoi discendenti divennero i più fedeli servitori della Terra Estinta, divorati dal desiderio di annientare gli elfi. Nessuno applaudì. Non perché la storia non fosse piaciuta, anzi. Le parole dell'elfa, insieme con la voce dolce e melodiosa, avevano catturato i nani, i quali tacevano e attendevano che Shanamil riprendesse a parlare, cosa che però non fece. Chinò invece la testa, in silenzio. «Quindi Inàste e Samusin sono colpevoli della nascita di questo male», disse finalmente Gisgurd, schiarendosi la voce. «O sono colpevoli tutti quelli che hanno partecipato alla contesa.» Bundror scosse la barba, facendola oscillare a destra e a sinistra. «Vraccas non
si sarebbe mai comportato così. Avrebbe capito che da una lite non può che venire male.» «È solo una leggenda», ricordò Gimdur. «Anche se è bella da ascoltare, probabilmente gli albi danno una spiegazione completamente diversa, che attribuisce tutta la colpa all'odio degli elfi.» Guardò la loro ospite. «O no?» Shanamil rimase immobile. «È la leggenda, così come la narra il mio popolo, e io ci credo, esattamente come voi credete che Vraccas vi abbia scolpiti dal granito più duro», ribatté. «Ed è giusto che vi abbia creati così. Potremo fare buon uso della vostra gagliardia e della vostra perseveranza», proseguì, per non lasciare spazio ad altre dispute verbali. «Tra le vostre file ci sono forse gli eroi di cui mi avete raccontato?» «Tungdil?» Bundror scoppiò a ridere. «No, ha cose più importanti da fare che dare la caccia a foschi Orecchi appuntiti...» Si azzittì, perché aveva usato la parola ingiuriosa, strinse gli occhi e osservò il volto dell'elfa. «Hai qualcosa in contrario se chiamo gli albi 'Orecchi appuntiti'?» s'informò. Interpretò il sorriso di lei come un incoraggiamento. «Eh no, questa nuova era non andrà tanto lontano, se non posso più insultare i miei nemici solo perché sono imparentati coi nostri alleati», brontolò Gimdur a bassa voce, e cercò la sua pipa per riempirla. «Bene», riprese Bundror. «Mentre noi venivamo mandati per aiutare voi e gli umani contro i maledetti Orecchi appuntiti di Inàste, Tungdil viaggiava verso nord. Verso i Monti Grigi.» Si compiacque visibilmente di avere utilizzato il soprannome ingiurioso e anche di aver sfoggiato le conoscenze che aveva appena acquisito. «Che peccato», mormorò Shanamil. «Mi sarebbe piaciuto conoscerlo. Eppure, se il mio popolo avesse un guerriero con un'arma così straordinaria lo avrebbe mandato dove il bisogno fosse stato più urgente.» «Infatti.» Gimdur accese il tabacco con una scheggia di legno ardente; nell'aria si alzarono dense nuvole di fumo blu scuro. «Chiuderà la Porta di Pietra e riempirà di nuova vita il regno dei Quinti.» «Da solo? Allora dev'essere un ben grande figlio del Fabbro», replicò l'elfa stupita, facendo ridere i nani. «Ma no. Lo accompagnano i migliori tra i Secondi, i Primi e i Quarti», spiegò Gimdur facendo schioccare le labbra mentre fumava. «Accompagnano lui e i suoi amici.» Puntò la pipa verso Shanamil. «Credi a me, non un solo mostro passerà più attraverso i Monti Grigi. Il nostro popolo veglia sui passi.» Gisgurd si alzò. «Non vorrei essere scortese, elfa, ma ora la mia gente
deve riposare.» Ordinò a una dozzina di nani di ripartirsi ai lati del campo improvvisato, perché proteggessero con le loro armi i dormienti da eventuali attacchi nemici. Gli era bastato essere sorpreso una volta dagli elfi. «Certo, anche perché domani vi aspettano ancora diverse miglia di viaggio», concordò subito l'elfa. «Se per voi va bene, riposeremo anche noi qui. Per quanto mi riguarda, potete farci sorvegliare, se la vostra diffidenza nei nostri confronti non è ancora svanita.» Si coricò su un fianco, col viso rivolto verso il fuoco. Un rapido movimento, e il suo mantello le si posò sul corpo, facendole da coperta. «Siamo esploratori, e siamo abituati a dormire sulla nuda terra.» La sua scorta si preparò a dormire allo stesso modo. «Non sono affatto pretenziosi», bisbigliò Bundror al loro capo. «Se uno della mia gente mi avesse detto che gli elfi dormono all'addiaccio, non gli avrei creduto.» «E che cosa ti aspettavi?» ghignò Gisgurd. «Copertine di broccato ben ricamate e cuscini di velluto profumati?» «Quelli sono rimasti all'accampamento», disse a voce alta Shanamil, che aveva sentito perfettamente il silenzioso scambio di battute. «Sui letti a baldacchino.» Chiuse gli occhi, rimanendo però col sorriso sulle labbra. «Maledizione», imprecò Bundror. «Avevo dimenticato che le loro orecchie non sono solo appuntite, ma anche acute.» *
*
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Passarono le ore. La luna si librava nel suo punto più alto, illuminava i nani dormienti di un dolce chiarore, facendoli sembrare statue d'argento. Bundror si riscosse dal torpore; un brutto sogno l'aveva strappato al benefico sonno e lo fece svegliare gemente. Le immagini notturne lo avevano ingannato, mostrandogli di essere finito in un combattimento con gli albi. Le forze preponderanti degli avversari gli uccidevano un amico dopo l'altro; il nano si era appena parato di fronte a uno dei nemici, e vederne la spada che sfrecciava verso il suo collo scoperto lo aveva svegliato. La mente gli aveva risparmiato quella sensazione orribile, per quanto immaginaria. Il cuore gli batteva all'impazzata; si passò la mano sulla fronte e sul viso, e notò che il sudore gli si era raccolto sulla pelle e da lì filtrava nella sua folta barba. Dev'essere la vicinanza allo Dsôn Balsur, cercò di spiegarsi, poiché a
casa, nel regno dei Quarti, il cervello non lo tormentava ordendo simili sogni. Sollevò la coperta e si mise seduto. Qua e là tremolavano le ultime fiammelle del fuoco, i nani giacevano tranquilli dormendo della grossa. Sembra che io sia l'unico a fare brutti sogni sugli albi. Bundror si alzò, prese la sua ascia e si fece strada tra i corpi. Allontanatosi qualche passo dal campo, cercò un cespuglio dietro il quale alleggerirsi, e poco dopo l'orina del nano gorgogliava nel sottobosco. Improvvisamente fu pervaso da una strana sensazione. Molte delle cose che si dicevano intorno ai nani non erano vere, ma altre sì. Per esempio, era vero che nel sonno profondo respiravano molto forte. Quella cosa, che gli umani chiamavano russare e che agli elfi presumibilmente non capitava mai, era tipica della stragrande maggioranza del suo popolo, esattamente come il masticare è tipico del mangiare. Corrugò la fronte e si mise attentamente in ascolto: a parte i rumori della sua pioggia artificiale, che scrosciava sulle foglie, lo scricchiolio del cuoio dei suoi stivali e il tintinnio metallico della sua cotta di maglia, non sentiva nulla. Non un colpo di tosse, non uno schiocco di labbra, e nemmeno il noto e familiare russare. Non appena ebbe completato l'impellenza, si guardò attentamente intorno, in cerca di qualcosa che spiegasse quell'improbabile silenzio. Strinse con più forza il manico dell'ascia e si diresse verso sinistra, dove scorgeva una delle sentinelle. Il nano, un po' piegato in avanti, osservava immobile la piana rischiarata dalla luna; i suoi capelli ondeggiavano liberi al vento. «Hai notato qualcosa di strano?» gli chiese Bundror. «Gli altri sono così silenziosi che il più piccolo rumore mi sembra cento volte più forte.» La sentinella non si voltò verso di lui. «È bello da parte tua prendere il tuo dovere così seriamente, ma è anche molto scortese voltarmi le spalle in questo modo.» Gli girò intorno e, quando gli fu davanti, indietreggiò di un passo lanciando una rozza imprecazione e sollevando l'ascia. La sentinella non stava in piedi sulle sue gambe. Qualcuno gli aveva conficcato nel busto uno spesso ramo, facendolo passare sotto la cotta di maglia. Pareva un pollo allo spiedo. Il legno imbevuto di sangue dava al cadavere il sostegno necessario perché non cadesse a terra e attirasse così l'attenzione. Gli occhi spenti fissavano il suolo, il volto era una smorfia di terrore; prima di morire, il nano doveva aver visto e subito qualcosa di terribile.
Non vi era puzza di mezz'orchi nell'aria, quindi rimaneva solo una possibilità. Albi! Bundror afferrò lo scudo e vi batté sopra con tutte le forze, per svegliare i nani che dormivano e chiamarli alle armi. Ma quelli rimasero fermi. Sembrava non importasse loro niente del rumore rimbombante. Neanche gli elfi si muovevano. «Svegliatevi, razza di...» L'orrore gli serrò la gola, una terribile sensazione lo aveva aggredito. Corse dal nano più vicino, che giaceva su un fianco, e ne scosse le spalle. Lo girò sulla schiena e urlò. Il corpo si mosse, ma il cranio dello sventurato rimase fermo per terra, mozzato con precisione; perfino la barba era stata tagliata in corrispondenza del collo. Bundror vide la gigantesca pozza di sangue, che alla luce della luna pareva nera come la pece. «Lascia perdere, Cavernicolo», bisbigliò una voce. «Non farai alzare nessuno dei tuoi amici. Se ci riuscissi, saresti capace di riportare in vita i morti.» Il nano ruotò su di sé e, sfruttando la forza della rotazione, inferse un colpo; la lama dell'ascia tintinnò incontrando resistenza. Vide che il suo colpo era stato parato da un'asta da combattimento in metallo nero. L'estremità inferiore dell'arma guizzò in alto a velocità incredibile e colpì la nasiera del suo elmo. Il ferro gli premette con forza sulla carne, la pressione si trasmise all'osso e lo ruppe con un leggero scricchiolio. Bundror barcollò all'indietro; le lacrime gli riempirono gli occhi, e un liquido caldo gli corse sulla bocca. Intontito, incespicò sul cadavere del compagno e cadde, senza mollare la presa sull'ascia. «Provaci ancora, albo!» gridò infuriato. Si sollevò di nuovo sulle gambe, cercò una posizione più salda e si sforzò d'individuare il nemico armato di asta. «Ti taglio in due!» Non accadde nulla. L'albo si era fuso con l'oscurità; la luce della luna non voleva tradirlo, o lui stesso era in grado di svanire nelle tenebre. Il nano capì in fretta che l'odiato albo era più forte di lui grazie alle arti magiche. Ostinato e pieno di odio verso l'assassino dei suoi amici e compagni, Bundror fronteggiò la paura che iniziava a pervaderlo. Il colpo successivo annunciò il proprio arrivo con un basso ronzio, e ciò permise al guerriero di abbassare in tempo la testa. L'arma sibilò fendendo l'aria, ma prima che il nano si potesse voltare, con un secondo movimento l'asta gli spazzò le gambe. Qualcosa lo morse all'avambraccio destro; lo attraversò un dolore vivo che lo costrinse ad aprire la mano. La pesante
ascia, la sua unica possibilità di difendersi dalla creatura nemica, gli scivolò via. Immediatamente vide davanti ai suoi occhi una stretta suola di stivale, che si abbassò, sulla sua gola mozzandogli il respiro. «Pensavi davvero di potermi battere, Cavernicolo?» Il nano guardò oltre lo stivale e riconobbe un'alta figura in armatura scura. La parte superiore del volto era coperta da una maschera da battaglia in tionio, mentre del tessuto nero lasciava appena intravedere naso, bocca e mento. Il resto della testa stava sotto un cappuccio che faceva parte di una cappa grigio scuro. «Perché no?» riuscì a dire. «Se tu non fossi un vigliacco e non ti nascondessi nell'oscurità, staresti per terra aperto in due.» «Un legittimo desiderio.» La voce, divertita, gli giunse da dietro il panno simile a seta, che il fiato faceva ondeggiare. «Forse il tuo ultimo desiderio?» «Sì», gracchiò lui. Lo stivale si sollevò. «E allora così sia.» Bundror si alzò un'altra volta, afferrò l'ascia e osservò brevemente il profondo taglio sul suo avambraccio, da cui il sangue usciva a fiotti. Strinse i denti per non dare a vedere quanto soffrisse, e inclinò la testa in avanti con fare deciso. A giudicare dalla voce, poteva trattarsi di un'alba; maschera, mantello e armatura rendevano impossibile accertarlo con più precisione. «Vraccas mi darà la forza di batterti.» Si guardò rapidamente intorno, ma non scorse nessun altro nemico. Solo lei? Com'è riuscita ad annientarci tutti da sola? Che poteri magici possiede? «Vedrai i miei guerrieri solo quando lo vorranno», disse lei, come se potesse leggere i suoi pensieri, mentre faceva roteare l'asta da combattimento. «Sto aspettando, Cavernicolo.» Il nano corse verso di lei scagliandole l'ascia addosso, lei la deviò con un movimento rapidissimo. Bundror l'aveva distratta per un tempo sufficiente. Strappò dalla cintura di un morto una scure più maneggevole e afferrò uno scudo che lo proteggesse dagli attacchi dell'alba. Con quelle armi più maneggevoli pensava di avere più probabilità di successo contro un'avversaria così veloce. Tra i cadaveri dei suoi amici, Bundror si cimentò in un combattimento impari. Le due estremità del bastone da combattimento sembravano essere o-
vunque, guizzavano da una parte per poi colpire dall'altra, cozzavano contro il legno laminato di metallo dello scudo e un istante dopo si abbattevano contro la cotta di maglia del nano, strappandogli l'aria dai polmoni e rompendogli le costole. Nelle poche occasioni che gli si dischiudevano, sferrava un colpo per poi ringhiare deluso, perché l'agile alba riusciva a parare la scure o a schivarne la traiettoria. Bundror capì che in quella maniera non sarebbe riuscito a batterla, e che la sua morte era certa. Doveva ricorrere a un'altra tattica di combattimento, anch'essa molto nanesca. Vraccas, aiutami! Lanciò la scure contro l'avversaria e, mentre quella la evitava, lui afferrò lo scudo con entrambe le mani e si gettò urlando contro di lei. Il suo insolito attacco la sorprese. Il nano avvertì la resistenza del suo corpo e la sentì rimbalzare rumorosamente contro lo scudo per poi finire a terra gemendo. «Maledetta!» tuonò Bundror in preda a un vortice di gioia e di odio. «Non ho bisogno di un'ascia per staccarti la testa dal collo!» Si lanciò su di lei, saltandole sopra col bordo inferiore dello scudo puntato verso il collo. D'un tratto accaddero due cose. L'alba conficcò l'estremità inferiore del bastone a terra e lo sollevò contro il nano, come fosse una lancia. Bundror forse sarebbe riuscito a evitarlo, ma una grande ombra nera gli piombò accanto, alla sua destra, investendolo. Sentì un roco muggito e vide un paio di scintillanti occhi rossi. L'alito bestiale che spirava dalle fauci irte di zanne della creatura turbinò intorno a lui, mostrandogli quanto fosse vicina. Ricevette un colpo al ventre, che gli fece quasi perdere i sensi; qualcosa perforò brutalmente la protezione della cotta e rispuntò dalla sua schiena. La piana notturna danzò intorno a lui, balzando su e giù col nano, che si sentiva come inchiodato a una palizzata che ondeggiasse selvaggiamente. L'elmo cadde volteggiando, perse lo scudo, il cinturone e perfino uno stivale; poi la creatura lo scagliò in aria. Stordito, Bundror volò descrivendo un'alta parabola, poi atterrò su uno dei suoi amici morti. Attraverso la cortina rossa che gli velava gli occhi riconobbe che si trattava di Gisgurd. Presto ci rivedremo, amico mio. Attizza la forgia per me, non resisterò ancora a lungo. Si girò. Un liquido dal sapore metallico gli salì in gola e gli si riversò sulla barba. Usciva dagli angoli della bocca scorrendogli sulla spalla in lunghe strisce viscose. Ma prima devo avvertire gli altri.
Con le dita palpò lo zaino di Gisgurd, da cui estrasse con fatica il corno. Lo portò sulle labbra dischiuse. Trattenere l'aria era diventata una tortura; i polmoni gli si riempivano di sangue e gorgogliavano, ma ancora obbedivano alla sua ferrea volontà. Un'unica potente nota uscì dal corno e risuonò per le pianure del Gauragar, prima che lo strumento si riempisse della rossa linfa vitale del nano e ammutolisse. Le buone orecchie degli elfi che si trovavano nell'accampamento, ormai non molto lontano, avrebbero sentito il richiamo e avrebbero dato l'allarme. Così almeno sperava Bundror. I suoi sensi si offuscavano sempre più. Dovette lasciar cadere il pesante corno; poi all'improvviso vide ricomparire davanti a sé la maschera dell'avversaria. «Qualunque cosa aveste in mente, non coglierete nessuno alla sprovvista», ansimò il nano con un sorriso feroce. «Solo se hanno sentito il tuo corno fino ai Monti Grigi.» L'alba si chinò su di lui e sollevò la maschera, in modo che ne vedesse i tratti. Era la presunta elfa con cui poche ore prima era stato seduto accanto al fuoco, chiacchierando in amicizia. «La tua morte si chiama Ondori. Io prendo la tua vita, come il tuo popolo la prese ai miei genitori. Possa la tua anima essere perduta per sempre e vagare nell'aldilà.» La lama di un'arma a forma di falce scintillò argentea alla luce degli astri notturni. L'alba pronunciò solenni, oscure parole. Il nano ne comprese il significato e si affidò a Vraccas. Prima ancora che Bundror avesse finito di pregare affinché la sua anima venisse accolta benevolmente nella Fucina Eterna, la lama gli tagliò la gola e, con essa, quel poco che restava del sottile filo della sua vita. III Terra Nascosta, Monti Rossi, est del regno dei Primi, 6234° ciclo solare, primavera Tungdil osservò con attenzione la sovrana dei Primi. Avvolta in una spessa pelliccia, Xamtys sedeva malvolentieri sul dorso di un pony e non distoglieva mai gli occhi dai pendii innevati dei Monti Rossi. Cercava un segno, una qualche indicazione che le permettesse d'intuire la sventura che era successa in sua assenza e che aveva causato il silenzio dei nani della stirpe di Borengar.
Le montagne svettavano nel cielo, coperte di neve, e alcune cime scomparivano tra le nuvole; dove la dolce luce del sole primaverile filtrava attraverso la coltre di bruma e si scorgeva una macchia non coperta di bianco, i versanti brillavano di un rosso fuoco. «Sono dove li avete lasciati, regina Xamtys», disse forte Tungdil. «Non è successo loro nulla.» La regina si girò. «Ringrazierò Vraccas quando avrò visto il mio regno coi miei occhi. A giudicare dalle condizioni dei tunnel, il terremoto non può essere passato da noi senza causare danni.» Per via del crollo delle gallerie, la colonna di nani si era spostata in superficie ed erano occorse circa sessanta rotazioni per compiere il tragitto. Da un lato la loro avanzata era rallentata dalla neve residua, dall'altro era ostacolata dallo scioglimento della neve sulle strade e nell'intera regione. Gli zoccoli dei pony e gli stivali dei nani sprofondavano nella viscosa poltiglia e le gambe si affaticavano subito. Tungdil, Balyndis e Boïndil erano abituati a camminare su un cattivo fondo, ma la maggior parte dei nani non lo era. «C'è qualcosa che non va», mormorò il Rabbioso, che si era ostinatamente rifiutato di salire su un pony e camminava accanto a Tungdil. «Le montagne paiono troppo tranquille, sembrano farci credere che sia tutto a posto.» Il piede destro gli finì in una pozzanghera con un forte ciangottio; imprecando, il nano lo tirò fuori e lo pulì sopra l'erba verde. «Voglio di nuovo solida pietra sopra e sotto di me», si lamentò di cattivo umore. «Ce l'abbiamo praticamente fatta, Boïndil.» Balyndis indicò l'ingresso di una stretta valle che si avvolgeva come un serpente intorno al fianco di una montagna. «Là c'è la prima porta.» Mentre si avvicinavano, sopraggiunse una grigia bruma, li avvolse e li privò progressivamente della vista, come se volesse distoglierli dalla loro meta. Tungdil ricordava le cinque serie di mura che, come grigie travi di ferro, tagliavano di traverso la gola e facevano da baluardi contro possibili aggressori. Il magnifico bastione della stirpe di Borengar, con le sue nove potenti torri, si ergeva alle spalle di quelle prime cinte. «Non si vede niente», disse deluso. «Avrei ammirato volentieri la Guardiadiferro in tutto il suo...» Ammutolì, notando che tutt'intorno spuntavano dalla nebbia numerose pietre squadrate. Alcune presentavano bruciature, altre erano spaccate o in frantumi. Xamtys frenò il suo pony, che si fermò sbuffando. «Vraccas, abbi pietà
di noi!» gridò forte fissando ciò che rimaneva del primo muro. Un tempo era alto quaranta passi. Un portale di ferro ornato di rune permetteva il passaggio a chi sapesse leggere e pronunciare ad alta voce le rune dei nani. Non c'erano più né l'uno né l'altro. Tre passi più avanti si spalancava l'abisso di un nero cratere. Qualunque cosa vi si fosse abbattuta, aveva frantumato gran parte del muro e trasformato il portale in un pezzo di ferro deformato dal calore. «Quale potenza può causare una cosa del genere?» mormorò Balyndis. Neppure le più potenti macchine da lancio che i loro ingegneri avevano concepito per fronteggiare le più pericolose bestie di Tion causavano una devastazione simile. «Magia? Forse Nôd'onn prima di morire...» Si ricordò di quello che avevano visto sul pianoro di Giogonero. «La stella cadente! È opera sua?» «Boëndal!» urlò il Rabbioso con voce straziante. Corse dentro le nuvole di vapore, che portavano un chiaro odore di bruciato, per raggiungere l'ingresso al regno dei nani. La preoccupazione per il suo gemello fece dimenticare ogni precauzione al nano dal sangue caldo. «No, aspetta!» gli gridò dietro la regina. Tungdil sapeva che non le avrebbe dato ascolto. Quindi si affrettò alle calcagna dell'amico, in modo da poterlo aiutare contro gli eventuali pericoli in agguato nella nebbia impenetrabile. Balyndis lo accompagnò senza esitazione. Seguirono i rumori provocati da Boïndil. Nella quiete che li circondava, lo sferragliare di una cotta di maglia e lo sbattere di un elmo producevano un baccano infernale, sicché riuscirono a sentirlo molto distintamente più di una volta. Ciò che vedevano mentre avanzavano accrebbe la loro preoccupazione. Un cratere si succedeva all'altro. A volte avevano un diametro piccolo come una ruota di carro, a volte così grande che otto pony vi avrebbero trovato posto. Il suolo non aveva offerto sufficiente resistenza a ciò che lo aveva impattato, qualunque cosa fosse, ed era stato compresso fino a sette passi di profondità. Per i nani, ciò implicava una serie di scalate. Non c'era più neve, qualcosa l'aveva disciolta completamente facendola defluire dalla valle. Perfino l'acqua sembrava essere evaporata, e cristalli di un bianco brillante pendevano dalle rocce. Nell'aria aleggiava un odore disgustoso. Continuarono a correre, avendo sempre il chiaro tintinnio della maglia di anelli davanti a loro, fino a che non si avvicinarono al punto in cui doveva ergersi la fortezza vera e propria.
Improvvisamente la neve scricchiolò di nuovo sotto le loro suole. La nebbia risputò fuori la sagoma del Rabbioso; era immobile davanti a una montagna di neve le cui pareti salivano scoscese davanti a lui, formando una massa insormontabile. Il velo di nebbia si dissolse ulteriormente, permettendo loro di vedere il caos. Dalla massa di neve spuntava, caparbia, soltanto una delle nove splendide torri. Una valanga le aveva strappato le sovrastrutture in legno e spianato i merli, ma non era crollata. Delle altre otto torri non restava più nulla. Lo spesso muro, i raffinati montacarichi, le rovine e forse i morti giacevano tutti sepolti da una distesa di bianco sporco. Balyndis cercò di scorgere il grande ponte che collegava la torre più alta con l'ingresso del regno dei discendenti di Borengar. «È scomparso», mormorò inorridita. «La Morte Bianca se l'è portato via.» Tungdil non riusciva a parlare: il terrore lo paralizzava. Risuonò un rumore di zoccoli; la colonna di nani si era rinserrata intorno a loro. Alla vista della completa distruzione, le maledizioni si mescolarono a grida sgomente e parole afflitte. Xamtys smontò dal pony e avanzò profondamente tra le lingue della valanga. Distese le braccia, infilò le mani nella neve e ne trasse un elmo deformato, che non era riuscito a proteggere il suo portatore dalla potenza della Morte Bianca. «Vraccas, i tuoi figli hanno pagato caro per la salvezza della Terra Nascosta», disse solenne, senza che nella sua voce vibrasse neppure un'ombra d'accusa. «O è solo l'inizio di quello che ci aspetta ancora?» I suoi occhi castani si alzarono verso l'ultima torre, lacrime le corsero sulle guance attraversando la peluria scura e cadendo sull'armatura dorata. «Piango tutti i nani cui fu tolta la vita, e giuro che nulla m'impedirà di ricostruire ciò che è stato distrutto. Ancora più bello, ancora più magnifico. Io non permetterò al male nessun trionfo, non oggi, non domani, anche se dovessi posare le pietre l'una sull'altra da sola.» Accarezzò con dolcezza l'elmo. «La stirpe dei Primi non si dimenticherà mai di loro.» Sollevò l'oggetto che aveva ritrovato. «Siamo i figli del Fabbro!» «Siamo i figli del Fabbro!» echeggiò da centinaia di gole. Non appena si smorzò il loro grido, sentirono risuonare un corno in lontananza. «Alla porta secondaria», tradusse Balyndis a Tungdil. «Il segnale significa che ci aspettano là.»
«Dov'è?» ringhiò il Rabbioso, impaziente, e Tungdil riconobbe la scintilla di pazzia nei suoi occhi. «Devo andare lì. Subito.» Afferrò Balyndis bruscamente per un braccio. «Forza, fa' strada.» In altre circostanze, la nana gli avrebbe dato una risposta molto scortese; ma, visto che conosceva il suo temperamento e ne vedeva lo sguardo preoccupato, si mise senza fiatare in testa alla colonna e gli mostrò la strada. Aggirarono le lingue della valanga e corsero verso una parete laterale della gola. Da fuori non appariva lavorata. «È stata costruita in caso di assedio, per poter attaccare di sorpresa i nemici su un fianco», spiegò Balyndis. «Non l'abbiamo mai usata prima.» «Adesso torna utile.» Tungdil osservò la pietra, che improvvisamente esibì delle fessure che andarono a formare un ingresso rettangolare, innalzandosi di fronte a loro per quattro passi di larghezza e quattro di altezza. Dietro, fecero capolino una dozzina di nani, in attesa dei nuovi arrivati. Tungdil squadrò il Rabbioso. Vraccas, spero che tu abbia tenuto il tuo scudo sopra Boëndal, o nel suo dolore Boïndil farà a pezzi ciò che la Morte Bianca ha risparmiato. «Dov'è Boëndal?» domandò il Rabbioso, e poiché i nani, la cui attenzione era comprensibilmente rivolta verso la loro regina, non risposero abbastanza in fretta, ne afferrò uno per il collo del farsetto di cuoio e iniziò a scuoterlo. «Dov'è mio fratello?» gridò stringendolo tanto forte da fargli diventare paonazza la faccia. Tungdil lo prese per un braccio. «Boïndil, calmati!» «È... a letto», riuscì a dire il nano strapazzato. «Lo abbiamo tirato fuori dalla neve e lo...» «Ma?» lo interruppe il Rabbioso, lasciando la presa. «Sento perfettamente che c'è un 'ma' in quello che stai balbettando!» «Non si è più svegliato. Il suo corpo è freddo come ghiaccio, e il cuore gli batte così lentamente che temiamo si possa fermare da un momento all'altro.» Svelto fece un passo indietro, badando bene di trovarsi fuori della portata del nano infuriato. Il Rabbioso aggrottò le sopracciglia sino a formare un'unica linea. «Dov'è?» chiese a voce bassa. Xamtys incaricò il nano della sua stirpe di accompagnare Boïndil dal fratello, per evitare che la sua preoccupazione desse origine a un accesso più violento. Tungdil e Balyndis accompagnarono il guerriero, mentre la regina discuteva coi suoi sudditi, che le davano un primo quadro delle perdite.
I quattro attraversarono corridoi disadorni, il cui unico scopo era collegare la fortezza con la porta laterale usata per le sortite. Dal momento che i Primi erano rinomati come abili fabbri e non come valenti scalpellini, non avevano dedicato molta cura alle decorazioni di una porta secondaria. «Il terremoto ha causato molti danni», raccontò il nano che faceva da guida. «Pensiamo che si sia trattato della stella cadente. Dalla sua coda sono piovuti frammenti incandescenti che hanno danneggiato la Guardiadiferro quasi sino alle fondamenta. Quello che non hanno distrutto loro è stato fatto a pezzi dalla Morte Bianca.» «Quanti di noi sono morti?» s'informò Balyndis. «E come sta il clan dei Ditadiferro?» «Con alcune regioni più occidentali, e quindi più vicine al punto d'impatto della stella, non ci sono ancora collegamenti. Ma il tuo clan sta bene, a quanto ne sappiamo.» La guida li accompagnò fino a un montacarichi di legno, che avrebbe risparmiato loro la fatica di arrampicarsi per parecchie centinaia di gradini; al suo interno balzarono in alto e raggiunsero rapidamente la parte orientale della fortezza. «Meno male che Xamtys è di nuovo tra noi. Ci ridarà la fiducia che molti di noi hanno perso. Nella sciagura hanno trovato la morte in più di quattrocento.» In quella parte della fortezza videro subito che cosa il nano avesse inteso parlando di danni. Sulle pareti si erano aperte crepe, a volte sottili come peli di barba, a volte spesse come il dito di un nano, e anche i robusti ponti d'acciaio lanciati sopra le forre erano deformati. «Una grotta è completamente collassata, e abbiamo dovuto puntellare la sala del trono, altrimenti il soffitto avrebbe seppellito il tesoro», spiegò la guida. «Tutto ciò è molto grave.» Si arrampicarono lungo la scala successiva e raggiunsero l'ala in cui, tempo prima, la compagnia di Tungdil era stata costretta a lasciare indietro Boëndal a causa delle sue gravi ferite. Lo ritrovarono nella stessa stanza, coricato su un letto di pietra e confortato da spesse coperte e un morbido materasso. Boïndil si gettò su di lui, lo abbracciò e gli appoggiò la testa sul petto per ascoltare il battito del cuore. «È freddo come un pesce», mormorò, «e se non sapessi che lui...» Stette in ascolto, un sorriso corse sul suo volto disperato. «Ecco! Era un battito, un battito più forte, più netto...» La gioia svanì. «Uno solo...» «Pare che abbia il sangue congelato e che il cuore sia costretto a pompare ghiaccio nelle vene», sussurrò la guida.
Una guaritrice entrò nella stanza reggendo un vassoio con una brocca contenente un decotto fumante. «La maggior parte delle persone che abbiamo tirato fuori dalla neve non ha avuto la stessa fortuna.» «Fortuna?» Tungdil scosse il capo. «Se le sue condizioni non cambiano, non la chiamerei proprio fortuna.» «Abbiamo estratto cadaveri tanto maciullati che sembrava fossero finiti tra il potente maglio di un fabbro e un'incudine. Ma la maggioranza è semplicemente soffocata sotto la massa bianca. Lui è sopravvissuto. Se la si vede così, il dio lo ha aiutato molto.» Si avvicinò al letto, riempì una fiasca di cuoio con la bevanda calda e fece per infilarne la sottile estremità anteriore nella bocca mezza aperta di Boëndal. Ma il Rabbioso intervenne, afferrando il contenitore con una morsa di ferro. «Che cosa stai facendo?» «Gli somministro un decotto di erbe per sciogliere il freddo delle sue viscere.» «Un decotto? Dagli una birra calda, piuttosto. Lo farebbe riprendere prima che non quella roba.» «No», ribatté la guaritrice. «Queste erbe sviluppano il loro effetto in acqua calda, non nella birra.» «Un bagno non sarebbe più sensato?» s'intromise Tungdil. Ricordò che, quando viveva dal suo mentore e padre adottivo Lot-Ionan, aveva letto che i bagni caldi contrastavano il congelamento interno degli uomini rimasti assiderati dopo una caduta invernale in un lago. Doveva funzionare anche coi nani. «Buona proposta, ma abbiamo già tentato. Non è servito.» La guaritrice strappò la fiasca di mano a Boïndil. «Lasciami fare il mio lavoro, guerriero. Conosco il mio mestiere. Io non mi permetterei mai di cercare di spiegarti come si maneggia un'ascia.» Il Rabbioso acconsentì controvoglia alla sua richiesta, ma non si allontanò dal fianco del fratello. «Tutto ciò che ho trovato nei prontuari era la menzione di queste erbe», continuò la nana. «Devono funzionare, se... se non si può fare altro.» Tungdil ebbe l'impressione che volesse aggiungere qualcos'altro, ma che ci avesse ripensato. «E che altro avresti trovato?» chiese. «Gli devo la vita, farò qualunque cosa per lui. Parla, per favore.» La guaritrice evitò di guardarlo negli occhi. «È una leggenda.» «Parla!» ordinò brusco il Rabbioso, come se interrogasse una spia nemica. «Parla! Subito! Per Vraccas, non lascerò nulla d'intentato per far di-
vampare la forgia vitale di mio fratello, calda e luminosa com'era prima!» Dagli occhi scuri del nano traspariva che era deciso a conoscere la leggenda, a qualunque costo. «Nei documenti più antichi, che i nostri antenati incidevano ancora nella pietra e che sopravvivevano per migliaia di cicli, si legge che si possono riportare in vita le persone assiderate, a patto che abbiano ancora una scintilla di vita in sé. Bisogna usare una scintilla tanto incandescente da essere bianca», raccontò la guaritrice. «E cosa può voler dire?» chiese Balyndis meravigliata. «Come può un fuoco di questo mondo riaccendere la forgia vitale? Certo non può voler dire che gli si deve aprire il corpo e scaldare il cuore con una scintilla, no?» «La ferita lo ucciderebbe», rifletté Tungdil. Aveva in mente una vaga idea, ma non riusciva a metterla bene a fuoco. «Da dove proviene tanta saggezza? Un fabbro si è sentito competente in guarigione e si è messo a dare consigli?» disse il Rabbioso, stizzito. «Mio fratello dovrebbe mangiare del fuoco o infilarsi nelle vene rocce bollenti?» La guaritrice lo fissò con gli occhi scintillanti di collera. «La lastra di pietra ci venne portata dal regno dei Quinti. Non so niente di più di quello che vi ho letto. E ti ho detto subito che si trattava di una leggenda.» Balyndis non volle rinunciare alla speranza, per quanto astruso sembrasse il consiglio. «Nelle leggende del nostro popolo si nasconde sempre un fondo di verità. Tu hai provato coi bagni e gli somministri bevande calde, eppure la sua temperatura non aumenta. Che altro puoi fare?» disse rivolta alla guaritrice. «A parte le preghiere a Vraccas e a ciò che continuo a fare, niente.» «Niente?» Il Rabbioso era a un passo dal cedere al furore. «In tutte queste gallerie non c'è nessuna maledetta erba miracolosa che può...» «Vapordrago...» Dopo una lunga riflessione, Tungdil comprese il collegamento esistente tra una scintilla bianca e il regno dei Quinti. «Ma certo! La leggenda si riferisce alla fucina più calda della Terra Nascosta!» Guardò i volti dei suoi amici, che lo guardavano in modo interrogativo. «È possibile che possieda proprietà particolari. Vi ricordate? Venne appiccata col fiato del grande drago Branbausíl.» Tungdil e Balyndis ricordavano perfettamente l'enorme calore della fucina; nessuno di loro aveva mai provato qualcosa di comparabile prima di allora, benché nella loro vita avessero passato entrambi molte ore all'incudine. La bianca brace scioglieva tutto: il nero tionio, che era stato creato
dal dio Tion, il bianco palandio della dea Palandiell e il vraccasio del dio dei nani. Nessun metallo, nessuna lega poteva resisterle. «Ciò che dici ha un senso, e lo capisco, ma che cosa si dovrà fare?» La guaritrice posò la fiasca e toccò la fronte del nano assiderato. «Se sono le istruzioni per curare un malato, io non le capisco.» «La lastra di pietra proviene dalle sale dei Quinti, e il nostro cammino ci porta proprio là.» Tungdil guardò Boëndal, che giaceva come morto. «Lo portiamo con noi. Soltanto là potremo cercare di guarirlo, qui è stato fatto già tutto il possibile.» Si mise al fianco del Rabbioso e gli appoggiò una mano sulla spalla per consolarlo. «Metti da parte la tua preoccupazione. Vraccas non ha permesso che lo uccidesse la freccia di un albo, né che cadesse vittima della Morte Bianca. Non permetteremo che giaccia in un letto fino a che non si esaurisca la brace della sua vita. Setaccerò i corridoi dei Monti Grigi finché non troverò un indizio su come usare la fucina per farlo ridiventare la persona che amiamo e che ci manca.» Boïndil gli afferrò la mano e la strinse con forza. «È bello poter contare su un amico sapientone come te.» Lasciò di nuovo la mano e accarezzò dolcemente la guancia del fratello; poi spinse uno sgabello vicino al giaciglio, vi si rannicchiò e rimase immobile. «Dovresti riposare», gli raccomandò Tungdil. «Anche tu», gli disse Balyndis. Pregò la guaritrice di portare qualcosa da mangiare al Rabbioso. «Vieni, mangiamo e mettiamoci a letto.» «Ma la regina...» si oppose Tungdil. La nana scosse energicamente la testa facendo volare le trecce brune. «La regina ci farà chiamare, se ha bisogno di noi. Prima si farà raccontare in che condizioni è il nostro regno, poi anche lei andrà a letto e rimanderà tutto il resto a domani.» Lo condusse lungo il corridoio che portava al suo alloggio, in cui lo ospitava per la prima volta dacché si conoscevano. Era pulito e ordinato; durante la sua assenza, qualcuno aveva spazzato via la polvere. Prese qualche coperta dall'armadio e le gettò sopra il materasso. Insieme pregarono per la guarigione di Boëndal davanti al piccolo sacrario di Vraccas che Balyndis aveva allestito in un angolo del locale. Poi si sfilarono le pesanti cotte di maglia e, con la sola biancheria indosso, si sprofondarono nel letto. Balyndis non toglieva gli occhi dal volto di Tungdil, lo guardava piena di affetto e gioia. Lui rispose con lo sguardo a quell'amore profondo e silenzioso e la baciò dolcemente sulle labbra.
«Sai che la gente parla di noi?» disse lei sorridendo debolmente. «E perché non dovrebbe? Siamo eroi.» Lei scoppiò a ridere. «No, non per quello. Per l'amore che dimostriamo.» Dall'espressione del volto di Tungdil, la nana capì che non riusciva a seguirla. «È possibile che i gemelli ti abbiano nascosto alcune cose sul conto del nostro popolo? Noi ci comportiamo in modo strano, Tungdil. Non sta bene che mostriamo apertamente il nostro affetto e che ci scambiamo tenerezze, non finché non abbiamo stretto il patto. Ogni contatto che va oltre l'amicizia - anche quello che stiamo facendo adesso - viola il codice morale.» Lui fece un grande sorriso. «Noi siamo eroi, Balyndis. Per noi queste cose non valgono. E poi saremo presto una coppia sposata.» Balyndis non sembrava affatto distesa quanto lui. «Anche gli eroi devono attenersi al codice. Questa è la legge dei nani, ed è per questo che alcuni parlano di noi. Anche le coppie sposate si danno un contegno quando non sono sole.» «No, questo i gemelli non me lo avevano detto.» Tungdil scivolò più vicino a lei. «Parlino pure. Presto non avranno più motivo di farlo.» Si addormentarono stringendosi forte. *
*
*
Andò esattamente come Balyndis aveva predetto. La regina Xamtys II li lasciò al loro benefico sonno e li fece convocare dopo un'intera rotazione. Impiegarono il tempo che ebbero a disposizione per lavarsi con cura, naturalmente ben separati l'uno dall'altra da un divisore di legno, perché non avevano ancora stretto quello che i nani chiamavano «patto di ferro». Anche se Tungdil non attribuiva importanza alle chiacchiere degli altri, volle compiacere la nana e si sforzò di controllarsi di più. Mentre mangiavano insieme, lui apprese con stupore che Balyndis non si era ancora impegnata con nessuno. Il nano che il suo clan aveva scelto per lei era caduto in battaglia prima che avessero stretto il patto. Dal patto di ferro non si tornava indietro, a meno che non venisse volontariamente sciolto da entrambi. Ma Balyndis non ricordava che una cosa del genere fosse mai successa. «Poi sei comparso tu, Tungdil, e hai conquistato il mio cuore», gli confessò mettendosi a cucinare. Dopo tanti pasti da viaggio, Balyndis si com-
piaceva visibilmente del fatto di poter finalmente mangiare vero cibo nanesco. Cucinò tuberi al vapore in ragù di funghi; in più c'erano fette di fungo fudi su cui era spalmato uno spesso strato di composta di bacche e muschio. Tungdil mangiò con appetito moderato, cosa che lei notò subito. «Ti sembra poco condito?» gli chiese. «Sono ancora abituato alla cucina degli umani, così come ho molte delle loro abitudini», si scusò lui. «È ottimo.» Si guardò intorno. «Hai un po' del formaggio che i gemelli...» La nana lo guardò incredula. «Quella roba puzzolente? Ha un sapore peggiore dell'odore.» «A me piace», si difese Tungdil, e si sentì un po' offeso dal fatto che lei non potesse sopportare proprio quel poco di cucina nanesca che nel frattempo lui aveva accettato. Per evitare che ne sorgesse un battibecco, guidò la conversazione in un'altra direzione. «Allora il tuo clan non sa ancora che noi...» «No. Come potrebbe? Ma rimedieremo.» Tungdil si grattò la barba. «Non gli spiacerà?» Improvvisamente doveva confrontarsi con le leggi del suo popolo, cosa che fino ad allora aveva potuto evitare. «Questa è un'altra questione», replicò lei mangiando con passione un pezzo di tubero. «Non è usanza che una giovane nana come me si scelga da sola il compagno. Le vedove possono farlo, e io al massimo sono una specie di mezza vedova.» Per mostrarle che gradiva la sua cucina, Tungdil si ammucchiò una quantità di ragù di funghi nella ciotola. Solo in quel momento nella sua mente si definì un'idea terribile. «Che facciamo se la tua famiglia non è d'accordo?» Balyndis affondò il cucchiaio nel ragù e gli accarezzò la mano. «Ti seguirò nei Monti Grigi, non importa affatto cosa mi dirà il clan.» Il suo sguardo divenne serio. «Se mi proibirà di sposarti, però, non potrò farlo. Non posso gettare su di loro una simile vergogna.» «Che cosa significa?» «Non potrei più essere la tua buona compagna.» Per poco un fungo non gli si fermò in gola; parlare, respirare e mangiare non andavano d'accordo. È più complicato di quanto pensassi. Col massimo terrore immaginò di averla accanto a sé rotazione dopo rotazione, ma di non poterla più toccare, per tutto il resto della sua vita. Mai più come
faceva allora. Non gli sarebbe stato mai più permesso qualcosa che non fosse una semplice stretta di mano o un abbraccio amichevole, avrebbe perso per sempre le sue morbide labbra. Già solo il pensiero che uno sconosciuto prendesse il suo posto - e sicuramente, al contrario di lui, con tutti i diritti compresi dal patto tra una nana e un nano - lo fece tremare. Che tortura. Tale idea scalzò persino le preoccupazioni che nutriva per Boëndal, per la situazione dei Monti Grigi e per tutti i mostri che Tion poteva contrapporre loro. Continuò a mangiare il ragù di funghi in silenzio. «Che c'è? Quello che ho detto ti ha rovinato il buon umore?» chiese lei stringendogli la mano. «Non volevo.» Tungdil sollevò la testa e gioì del suo sguardo; i pensieri che lo angustiavano si dissiparono come freddo al fuoco. «È passato», la tranquillizzò. «Saremo una bella coppia, avremo molti bambini e mostreremo loro come si forgiano le cose più meravigliose.» Le baciò il dorso della mano, e lei gli accarezzò la barba. Le orribili visioni erano scomparse. Finalmente il messo della regina bussò alla loro porta per condurli alla sala del trono. Attraverso un grande portale giunsero in un'ampia sala ottagonale, che li salutò col caldo bagliore della foglia d'oro di cui erano coperte tutte le pareti. Il terremoto aveva lasciato tracce anche in quella sala venerabile; le crepe che si aprivano sui muri dimostravano ai nani che vi erano forze cui doveva piegarsi anche la roccia più dura. Tungdil riconobbe subito le colonne che erano state erette da poco, non per abbellire la sala, ma per sostenerla. Benché i costruttori si fossero sforzati di armonizzarle col resto della sala, decorandole in modo prezioso e provvedendole di intarsi in oro, argento, vraccasio e altri metalli di valore, rimanevano pur sempre corpi estranei. Anche i mosaici che ornavano l'alto soffitto erano rimasti danneggiati dal terremoto, e alcuni tasselli erano saltati. Xamtys li attendeva sul suo trono d'acciaio. «Abbiamo molte cose da sistemare», disse commentando gli sguardi del suo ospite. Tungdil e Balyndis s'inchinarono rispettosamente di fronte alla sovrana. Con un cenno, lei li trattenne prima che toccassero il pavimento col ginocchio. «Lasciamo da parte le formalità. Dobbiamo parlare.» I servitori portarono degli sgabelli perché i due non restassero in piedi per tutta la durata del colloquio. «Tungdil, credo sia meglio che tu parta presto per i
Monti Grigi. Prima verrà chiusa la Porta di Pietra - e più numerosi saranno i guerrieri pronti a difenderla -, meglio sarà per la Terra Nascosta. Se là il terremoto è stato anche solo lontanamente devastante come da noi, tu e i tuoi volontari troverete molto lavoro ad attendervi. Ciò che i mezz'orchi hanno solo danneggiato potrebbe essere stato interamente distrutto dall'impatto dell'astro.» «Pensieri simili preoccupano anche me», ammise lui. «Ma ora sarebbe arrogante pretendere che tu mi ceda i volontari della stirpe di Borengar, visto che hai bisogno di ogni mano che ti possa aiutare. Mandameli quando la situazione te lo permetterà.» La regina lo guardò. La luce dei bracieri di carbone le risplendeva sulla cotta di maglia dorata, e il riflesso le finiva sul viso tondo ma serio. «È nobile da parte tua pensare prima agli altri, ma lascerò partire tutti quelli che ti vorranno accompagnare. È meglio così.» Il suo sguardo si rivolse a Balyndis. «Alcuni membri del tuo clan sono arrivati da noi, hanno portato notizie sulle zone occidentali del mio regno. L'astro è volato ancora più a ovest e si è abbattuto oltre le ultime propaggini delle montagne. Da allora le guardie che sorvegliano la Porta Rossa vedono ogni notte all'orizzonte il riverbero di fuochi, come se la Terra dell'Aldilà fosse in fiamme.» Rimase qualche istante in silenzio. «Ho mandato ambasciate agli umani e agli elfi, e nelle prossime rotazioni anche Andôkai verrà informata delle nostre scoperte. Ciò che sappiamo non è però molto.» Tungdil rifletté su come quelle notizie concordassero con quanto aveva asserito Nôd'onn riguardo a una minaccia futura. Quando il pericolo giungerà da ovest avremo bisogno di tutte le forze, aveva detto il demone ad Andôkai, e aveva sempre sottolineato che desiderava proteggere la Terra Nascosta. «Considerando quali effetti hanno avuto i frantumi della stella, non riesco a immaginare come possa essere ridotto il posto in cui si è schiantata la stella stessa», disse Tungdil, pensando ai tremendi crateri e ai punti d'impatto attraverso i quali erano passati. «Qualunque cosa vivesse là è stata completamente annientata dalla violenza dell'impatto e dal fuoco che portava con sé.» «Ti stai chiedendo come possa uscire una minaccia da quell'inferno?» completò il suo ragionamento Balyndis. Tungdil annuì. «Già. Come potrebbe? Comunque è inutile rompersi la testa su questo, anche se io lo farò lo stesso. Il viaggio verso i Monti Grigi purtroppo è molto lungo.» Rifletté, poi sottopose a Xamtys la sua idea. «Regina, potreste proporre di convocare un consiglio che raccolga i sa-
pienti di tutti i popoli. Quelle grandi menti troveranno la risposta più in fretta di noi.» Sorrise. «E farebbe una figura eccellente la nana cui venisse l'idea di sottoporre a una prima verifica l'alleanza che elfi, uomini e nani hanno proclamato.» Xamtys ricambiò il suo sorriso. «Tu fai davvero onore al soprannome di 'Sapientone' che ti danno i tuoi amici, Tungdil Manodoro. Grazie a te il regno di Occhiodiferro tornerà velocemente a un nuovo splendore, su questo non ho dubbi. Ma ora andate, il clan dei Ditadiferro desidera vedervi.» I due s'inchinarono e uscirono. Fuori li stava già attendendo la delegazione della famiglia di Balyndis. Tungdil vide un gruppo di nani, tra cui quattro nane, che indossavano i tipici abiti di cuoio marrone e di lana. Una parte della delegazione portava massicce cotte di maglia e aveva con sé le armi; erano chiaramente nel novero dei guerrieri del clan, e mostravano pieni di orgoglio quale compito al servizio della comunità era stato assegnato loro da Vraccas. Anche se pareva difficile che potessero non notarlo, non degnarono Tungdil di uno sguardo. Balyndis volò addosso al più grande e imponente dei soldati e lo cinse tra le braccia. Questi le posò le mani sul viso ridendo sonoramente. «Ah, la mia audace figliola! Abbiamo saputo che hai combattuto a Giogonero contro le orde di Nôd'onn. Ringrazio Vraccas di rivederti sana e allegra.» In tutta la profonda cordialità che c'era nella gioia di rivedersi, il nano e sua figlia rimasero controllati, dignitosi; l'allegria scatenata e la festosità rumorosa che Tungdil aveva visto spesso tra gli esseri umani non si addicevano ai nani. E non ne avevano neppure bisogno: gli sguardi e lo scintillio degli occhi dicevano tutto. «Stanno tutti bene?» volle sapere Balyndis, mentre la gioia dell'incontro veniva offuscata dalla paura della risposta. «Il terremoto...» «... non ci ha fatto niente», disse il padre. «Grazie a Vraccas, ha fatto cadere rocce tutt'intorno a noi, ma non ci è successo nulla. Alcune stanze hanno patito gli scossoni, niente di più. Ma prima di ascoltare i tuoi racconti su Giogonero abbiamo altre belle notizie da darti subito.» «Altre buone notizie? Allora la mia preoccupazione più grossa è passata.» Balyndis proseguì coi saluti ai membri del suo clan. Poi si rivolse a Tungdil e gli fece cenno di avvicinarsi. «Padre, questo è Tungdil Manodoro, con cui sono partita per creare la Lama di Fuoco e combattere il male.» Gli strinse la mano. «In lui ho trovato un amico e un compagno.»
Tungdil allungò la mano, e non evitò gli sguardi indagatori. «Io sono Tungdil Manodoro, un figlio del Fabbro...» «... e membro dei Terzi», lo interruppe il padre, che non si era interessato alla mano tesa. «Io sono Bulingar Ditadiferro del clan dei Ditadiferro, della stirpe dei Primi, e non ho intenzione di affidare mia figlia a uno che discende da coloro che perseguitano il nostro popolo con tanto odio. So che a Giogonero hai compiuto gesta onorevoli e che sei un eroe. Ma ciò che hai fatto non può ingannarmi riguardo alla tua discendenza.» Un colpo di clava, una pugnalata al cuore o un impatto sul granito dopo un lungo volo non avrebbero tramortito Tungdil con altrettanta forza. Le viscere gli si contrassero in un unico grumo. Era come se i colori con cui lui e Balyndis avevano dipinto ciò che fantasticavano sul loro futuro insieme si fossero squagliati e fossero caduti a terra trasformandosi in una poltiglia marrone. «Ti assicuro che in me non vive nessuno dei sentimenti per i quali la mia stirpe è temuta», disse sforzandosi di ritrovare sicurezza. «In tutta la mia vita non ho mai avvertito l'impulso a...» «Vita? Non sei molto vecchio, a quanto mi dicono; hai vissuto poco più di sessanta cicli, e per di più tra gli uomini. Come poteva emergere la tua avversione verso di noi? Chi mi dice che non si risveglierà a mano a mano che vivi tra i nani?» lo interruppe di nuovo Bulingar. «La tua vera natura potrebbe farsi largo verso l'esterno come uno scalpello attraverso la pietra. Sotto il tuo strato d'oro potrebbe esserci un nocciolo di ignobile piombo.» Balyndis fissò il padre irritata. «A parlare per lui sono le sue azioni, non la sua origine. Avrebbe faticato tanto e avrebbe sopportato tutte queste privazioni se il suo cuore desiderasse la distruzione delle nostre stirpi?» chiese, controllandosi a stento. «Io...» «Basta così!» tuonò Bulingar. «È inutile parlare di lui. Siamo qui per salutarti e per presentarti il tuo futuro consorte.» La nana indietreggiò di un passo; il suo volto perse il poco rossore che ancora le rimaneva. «Il mio... consorte?» ripeté balbettando, e guardò Tungdil. Il volto di Balyndis rivelava tutto il suo smarrimento. «Calmati, figlia», disse una vecchia nana, che Balyndis prima aveva salutato come zia. «Hai perso il tuo fidanzato; pensavi che saremmo rimasti oziosi? Ci siamo dati un gran da fare per trovarti un degno sposo.» Batté le mani, e dall'entrata laterale spuntò un nano che sembrava uscito direttamente da un inno di guerra. Grande e grosso, era ornato da una folta barba nera e da un'armatura che doveva avergli forgiato il secondo miglior
fabbro dei Primi, tanto impressionò Tungdil. Vattene, desiderò pieno di ardore, e strinse le mani a pugno. L'altro non gli fece quella cortesia, e si presentò invece a Balyndis con volto solenne. «Sono Glaïmbar Lamatagliente del clan degli Schiacciaferro, della stirpe del Primo, Borengar. Tutto il ferro e l'acciaio che porto l'ho forgiato io stesso, e questo è il mio dono per te.» Aprì il pugno, in cui sfavillò un magnifico anello d'oro con intarsi in vraccasio. «Sono molto onorato del fatto che il tuo clan mi consideri degno di stringere il patto di ferro con te.» I suoi occhi castani si posarono su di lei, in fiduciosa attesa. Dentro di Tungdil tutto stava urlando. Il suo coraggio voleva sfidare seduta stante il rivale, ma la sua intelligenza lo trattenne dal farlo, per non rendere la situazione ancora più difficile per Balyndis e anche per non compromettersi definitivamente davanti a Bulingar, dimostrando di essere davvero un nemico dei nani. Il suo cuore intonò un lamento, la sua anima cantò la canzone della pena eterna. Deve accettare, non le resta altra scelta. Le leggi del clan erano sacre quanto le leggi del popolo dei nani, perché il clan stava subito dopo i diretti consanguinei. Desiderò comunque che dalle sue labbra uscisse un percettibile no. A lui sarebbe riuscito facile, non conosceva vincoli del genere. Per lei le cose stavano diversamente. Era cresciuta in una famiglia, in un clan, in una gigantesca comunità che l'aveva protetta, nutrita, istruita nel combattimento e nella metallurgia per trentacinque cicli. Per la cura che le aveva mostrato, il clan poteva pretendere la stessa lealtà. Se non avesse mostrato tale gratitudine, sarebbe diventata una reietta, una nana senza famiglia. Un masso caduto lontano dalla montagna: solitaria e irrimediabilmente perduta. Balyndis si girò verso Tungdil, gli occhi luccicanti di lacrime che scendevano dalle guance e si raccoglievano nel mento, formando una grossa goccia che brillava come un diamante. «Tua per sempre», formarono le sue labbra silenziosamente; poi si voltò verso Glaïmbar e prese con mano tremante il dono. Con ciò era deciso: Balyndis si sarebbe sposata con lui. «Sei nell'età migliore, sei forte e hai un corpo sano, che darà rampolli al nostro clan e lo perpetuerà», disse il padre, di cui si percepiva chiaramente il sollievo. «E tu, Glaïmbar Lamatagliente del clan degli Schiacciaferro, sii benvenuto nella nostra famiglia e nel nostro clan. Gli anziani ti accetteranno subito, quando sapranno della felice decisione di mia figlia.» Si mise tra i due, posò loro le mani sulle spalle e li spinse avanti, lontano da Tungdil. «Venite, mangiamo insieme e discutiamo su come organizzare la festa in
onore del vostro patto. Dovrà ben essere all'altezza di un'eroina.» Balyndis camminò attraverso il passaggio formato dalla sua famiglia e dal suo clan. Si guardò un'ultima volta indietro, poi il grande elmo di un parente si parò davanti a lei; il sentiero si chiuse e impedì a Tungdil di vedere la sua compagna. Poco dopo scomparvero tutti dietro l'angolo del corridoio, e l'eco dei loro stivali e lo sferragliare delle loro cotte di maglia si spensero. Tungdil rimase immobile come uno scarto della forgia. Cercò di placare l'agitazione che aveva nel petto, o quantomeno di darvi un ordine. Inutilmente. Si mise a camminare, in stato confusionale. Vagò senza meta tra i corridoi e i passaggi dei Primi, senza vedere le rune magistralmente intagliate e le rappresentazioni incise sulle piastre di metallo. Il volto di Balyndis davanti a sé, camminò su ponti sospesi e attraversò atri e gallerie. Più che camminare, barcollava; andava avanti come in preda alla febbre, senza sapere dove si trovasse o chi incontrasse strada facendo. Perse ogni cognizione del tempo. A un certo punto, in una caverna vuota e poco illuminata, si lasciò cadere a terra e appoggiò la testa fradicia di sudore contro la pietra. Sentiva lo sgocciolio dell'acqua che dall'alto cadeva su di lui; a ogni ticchettio gli gridava il nome di Balyndis. In lontananza, picconi cozzavano contro la pietra, e anch'essi si unirono al coro delle gocce. Qualunque cosa emettesse un rumore ricordava alle orecchie di Tungdil il nome di lei. Smettetela! Abbassò le palpebre e si raggomitolò. Smettetela! Non smisero, ma fu sopraffatto dallo sfinimento, che gli concesse un sonno liberatorio. Nessun sogno lo tormentò; solo una volta, poco prima di addormentarsi profondamente, vide i volti di Bulingar e di Glaïmbar comparire nelle tenebre. I suoi pugni si strinsero per la collera. E per l'odio. Terra Nascosta, Gauragar, Porista, già capitale del regno incantato di Lios Nudin, 6234° ciclo solare, primavera Con le sue campagne militari e i suoi sortilegi Nôd'onn sarà davvero riuscito ad annientare tutti gli apprendisti di magia della Terra Nascosta? Mentre passeggiava tra i luminosi portici del palazzo, Andôkai continuava a porsi tale domanda.
Aveva dismesso la sua armatura in favore di una veste rosso scuro molto aderente; la piccola scollatura e i lunghi spacchi sottolineavano la femminilità della donna, in contrasto col volto spigoloso. Era instancabilmente alla ricerca di persone che potessero essere introdotte all'arte della magia. Ce ne devono essere. Non può averli sterminati tutti. I leggeri stivali di pelle scamosciata camminavano sui mosaici di magnifica fattura. Pur se il sole stava lentamente tramontando, attraverso i tetti di vetro a forma semisferica dei portici filtrava ancora abbastanza luce; le colonne di marmo bianco la riflettevano fino agli angoli più remoti del porticato. La maga scese i gradini di quella che per altezza era la seconda torre del palazzo e giunse fino alle sale ricavate tra le fondamenta, dove percepiva più chiaramente il flusso di magia che attraversava la regione. Il regno incantato che un tempo portava il nome di Lios Nudin stava al centro dei campi di magia. Le invisibili energie ne sgorgavano senza sosta, fluendo verso le altre regioni della Terra Nascosta e alimentandole come una sorgente inesauribile. Andôkai si sedette sul pavimento di un ambiente coperto di tappeti. Si concentrò e cercò mentalmente quelle forze impalpabili. Vi percepì l'alterazione che Nôd'onn aveva causato al loro interno. La Terra Estinta aveva insegnato allo stregone come trasformare le energie neutre, di cui prima tutti i maghi e gli apprendisti potevano servirsi, e creare una forza impregnata di sola malvagità. Tale cambiamento non la riguardava molto. La maga era devota a Samusin, il dio che sovrintendeva all'equilibrio tra luce e tenebra; pertanto in lei viveva, accanto al bene, anche quello che la mente semplice di un contadino avrebbe chiamato «male». Perciò le era ancora possibile utilizzare la forza inquinata. Ne rimaneva escluso però chiunque fosse legato esclusivamente alla luce. Pur con tutta la fatica che investiva nell'esplorazione dei flussi di magia, Andôkai non riconosceva nulla che facesse pensare a una nuova alterazione. La Terra Estinta era stata sconfitta, ma la fonte della magia e con essa i campi magici rimanevano inquinati fino alle propaggini più remote. La maga si alzò. Ti riprenderai da ciò che ti ha fatto, o avrai bisogno di centinaia di cicli per recuperare la tua purezza originaria? Ritornò al piano superiore, lasciò il palazzo passando per l'edificio principale e si fermò davanti alla scala che conduceva al giardino sottostante.
Uno splendido tramonto tracciava un dipinto ricco di colori, fatto di nuvole, ombre e luci all'orizzonte. La luce calda giungeva fino a Porista, avvolgeva di oro le maestose costruzioni e conferiva alle torri color sabbia un bagliore ambrato. Una leggera brezza trasportava l'odore della terra arata da poco, mentre uccelli sfrecciavano nell'aria a caccia d'insetti. Si aveva quasi l'impressione che tutto fosse perfettamente in ordine. Andôkai ricordava di essere stata spesso lì, con gli altri maghi e maghe della Terra Nascosta, ad ammirare la morte del sole con la consapevolezza che all'alba successiva si sarebbe di nuovo levato fiammeggiante dal suo letto. Anche quella volta era certa che l'astro sarebbe riapparso il giorno seguente, ma non era altrettanto sicura che avrebbe osservato di nuovo quel tramonto, sempre affascinante, in compagnia di suoi pari. Per non meno di duemila cicli il consiglio dei maghi si era tenuto nel luogo che Nôd'onn aveva trasformato in una tomba. Una tomba per quattro dei maghi più potenti, e poco era mancato che lo divenisse anche per lei; una tomba per i migliori allievi dei maghi; e una tomba per la forza di cui un tempo disponeva il consiglio per proteggere la Terra Nascosta. Andôkai era tornata per forza di cose a Porista, aveva cavalcato attraverso le rovine bruciate della città e si era trasferita in quel palazzo crudele che aveva resistito alle fiamme. Nonostante tutto ciò che era accaduto, quello rimaneva il posto migliore in cui formare nuovi maghi e maghe. Dal muro di cinta del palazzo vedeva le macerie e gli isolati resti delle case; non era rimasto altro dei più di ottomila edifici che un tempo occupavano la Pianura Verde. I soldati di Mallen vi avevano appiccato il fuoco per bruciare i morti viventi di Nôd'onn. Gli innocenti abitanti si erano rifugiati nella campagna e avevano atteso là; dopo essersi accertati che la notizia della morte di Nôd'onn era vera, i primi avevano osato ritornare. Gli stendardi della maga, che sventolavano sulle torri, promettevano loro la protezione della nuova signora di tutti i sei regni incantati. Andôkai abbassò lo sguardo, distogliendolo dal cielo che iniziava a farsi scuro, e lo lasciò vagare tra gli stendardi mossi dal vento. Samusin, dio del vento e dell'equilibrio, mandami degli uomini, che siano vecchi o giovani, cui io possa insegnare. Se c'era qualcosa di vero nelle farneticazioni di Nudin, ho bisogno di aiuto. Qualcuno bussò forte contro la porta a doppi battenti, che si trovava dall'altra parte dello spiazzo. In punti diversi del palazzo erano incisi simboli
che s'illuminavano, informando gli inservienti che vi erano dei visitatori desiderosi di entrare. Almeno così era un tempo. Visto che ormai non vi era nessun servitore che potesse adempiere ai propri doveri, la maga aprì il portale con un incantesimo. I battenti vibrarono permettendo l'ingresso a palazzo. Una donna alta e slanciata e un uomo molto giovane superarono la soglia e attraversarono il cortile. La donna portava un'armatura di cuoio nera, al cui cinturone pendevano strane armi con cui solo lei sapeva combattere. In una città devastata come Porista si aggiravano anche saccheggiatori, e la donna non voleva essere indifesa, qualora ne avesse incontrati. Camminava spedita e senza mostrare traccia di soggezione, mentre l'uomo teneva un fagotto stretto al corpo e si guardava incessantemente intorno in cerca di possibili minacce. Una grande ombra si proiettò su Andôkai. «Va tutto bene, Djerun», disse lei alla sua guardia del corpo, senza voltarsi. «Sono innocui ospiti, niente di più.» Rise senza gioia. «Come se ci fosse altro. In questo periodo sarei perfino contenta se comparisse uno degli apprendisti di Nôd'onn e mi sfidasse in un combattimento per le strade di Porista.» Si voltò verso di lui e alzò lo sguardo fino alla sua lucente visiera argentea, che ritraeva la faccia di un demone e ne nascondeva il vero volto. «Almeno saprei che esistono ancora persone portate per la magia», aggiunse piano. Djerun rimase immobile dietro di lei, scostato di lato. Presumibilmente osservava i nuovi arrivati. Non si sapeva mai con certezza in che direzione stesse guardando, perché dietro le fessure della maschera regnava l'oscurità. Solo in rare situazioni vi risplendeva una luce violetta capace di gettare chiunque nel puro terrore. Anche la sua rigidità era ingannevole. Pur essendo completamente coperto da un'armatura che non rivelava in nessun punto che cosa vi si nascondesse all'interno, quando combatteva o la sua signora era in pericolo Djerun saltava, correva e lottava come se la sua corazza non fosse fatta d'acciaio, ma di una leggera seta tinta d'argento. Pochi conoscevano il suo segreto, e così doveva essere. I visitatori salirono i gradini. Andôkai capì di essersi sbagliata. «Narmora, chi porti con te? Da lontano ho pensato che fosse Furgas», disse sorpresa, anziché salutare. La mezz'alba, che celava le sue orecchie a punta sotto un fazzoletto ros-
so scuro, sorrise. Anche lei nascondeva agli sconosciuti la sua natura, dal momento che gli albi erano considerati nemici acerrimi di tutti i popoli della Terra Nascosta. A una folla inferocita le sarebbe riuscito difficile spiegare che non era uno dei servitori di Tion, ma una creatura ibrida che si era votata al bene; il fazzoletto serviva quindi a risparmiarle delle noie. «Maga, ho trovato un uomo che vagava per la città e non osava disturbarvi.» Lo sguardo dell'uomo cadde su Djerun e sui suoi tre passi di statura. Scivolò pieno di paura sulla corazza con l'alta gorgiera, che conferiva al suo portatore l'aspetto di un blocco di ferro muscoloso, poi salì fino all'elmo con la spaventosa visiera e l'anello che lo sormontava, simile a una corona di punte di ferro lunghe come dita. «Per Palandiell!» Senza volerlo indietreggiò di un passo, e mancò il gradino. Sarebbe caduto, se Narmora, agile come un felino, non lo avesse afferrato per il gomito e non lo avesse tenuto. «Stai tranquillo», gli disse. Lo sconosciuto si contenne, o almeno ci provò. «Il mio nome è Wenslas. Appartenevo agli aspiranti di Turgur il Bello», si presentò dominandosi a stento. Proprio un apprendista di quel bellimbusto... «Stai tranquillo, Wenslas», disse Andôkai dandogli il benvenuto. «Che grado avevi raggiunto, prima che il mago morisse?» «Nessuno, venerabile maga», ammise l'uomo. «Come ho detto, ero un aspirante. Il mio nome era sulla lista di coloro che dovevano essere sottoposti alla prova di ammissione. Mi è giunta voce che stavate cercando uomini per iniziarli all'arte della magia, e sono venuto fin qui.» «Dove, tra le mura annerite dalla fuliggine, il coraggio gli è venuto meno, e alla fine è corso tra le mie braccia», terminò la storia Narmora. «Penso che sia più al sicuro qui da voi.» «Propongo di sottoporti subito alla prova, in modo da scoprire quanto sei forte.» Andôkai si girò e si diresse di nuovo verso l'edificio principale. È un incapace. Mi ci vorranno cicli per renderlo un apprendista decente. Dubitava che quell'uomo pauroso possedesse la forza mentale per maneggiare le complicate formule ed eseguire gli estenuanti rituali. Era sulla lista di attesa di Turgur, il che diceva tutto. Una soluzione di ripiego, non rappresentava niente di più. «Narmora, accompagnaci. Mi puoi dare una mano, se hai tempo.» «Certo.» La mezz'alba spinse in avanti Wenslas, che fece un largo giro intorno a Djerun e seguì Andôkai. «Furgas ha abbastanza lavoro, e al mo-
mento non gli sarei d'aiuto.» Camminarono attraverso il palazzo vuoto. Soltanto i passi di Wenslas riecheggiavano sulle pareti, cosa che non lo fece sentire meglio. La statua ambulante e il comportamento delle due donne lo inquietavano ancor più delle storie che aveva sentito sulla maga. Stava proprio per aprire la bocca e comunicare che aveva cambiato idea, quando attraversarono un immenso portone ed entrarono nella devastata sala del consiglio. Un tempo ornato da un'imponente cupola, il posto era ormai in macerie. Quando si era palesato che Nudin aveva tradito gli altri maghi e la Terra Nascosta, era avvenuto uno scontro che era costato alla sala tutta la sua bellezza. Parte del tetto e delle colonne giaceva in frantumi sul pavimento; il vento aveva trasportato la cenere della città, e la pioggia l'aveva lavata dalle pareti, formando dense pozze nere sul pavimento. In mezzo a quel caos si trovava la statua di un uomo, la prova della crudeltà con cui Nudin aveva infierito contro i suoi colleghi. Lot-Ionan il Paziente era diventato un monumento commemorativo di quel triste evento: la potenza della magia lo aveva completamente tramutato in pietra. Andôkai condusse Wenslas attraverso un punto in cui il pavimento era coperto da innumerevoli schegge di malachite, finché l'uomo non si trovò perfettamente al centro della sala. «Manderò verso di te un debole flusso di magia, non ti può succedere nulla», gli spiegò. «Se hai un qualche talento nascosto in relazione a questa forza, lo capiremo subito.» Fece cenno a Narmora di mettersi alle spalle dell'uomo, per sorreggerlo in caso di bisogno. «Pronti?» Stavano ancora annuendo quando Andôkai scagliò una sfera blu contro Wenslas, che involontariamente sollevò le braccia per proteggersi, coi palmi delle mani rivolti verso l'esterno. La sfera sfrigolante si abbatté su di lui, sbilanciandolo; sibilava forte, e l'uomo urlò di terrore e dolore. La mezz'alba afferrò Wenslas sotto le ascelle per evitare che cadesse sulle schegge di malachite. La sfera sibilante però non si dissolse. Volò attraverso la sala, si avvitò sempre più in alto e prese palesemente slancio per un nuovo attacco. Ronzando come una vespa infuriata, fece un ultimo giro e poi si precipitò sui due. «Maga?» Incalzata dalla necessità, Narmora decise di lasciar scivolare Wenslas sul pavimento e di tentare qualcosa contro la sfera di energia. Alzò un'ampia tavola davanti a sé, a mo' di primitivo scudo, e coi suoi oc-
chi scuri seguì i movimenti della sfera, che piombò verso di lei tracciando un frenetico zigzag. A mezzo braccio di distanza dalla donna, la sfera si dissolse improvvisamente con una forte esplosione. Le sopracciglia di Andôkai si alzarono. «Il mio rispetto, Wenslas», lo lodò allibita. «Ho pensato che avresti mostrato il tuo vero talento solo se ti avessi sfidato sul serio.» Andò verso di lui e osservò la pelle bruciata dei palmi delle sue mani. «È doloroso, ma guariranno in poco tempo.» Gemendo, l'uomo si rimise in piedi. «Venerabile maga, non dovete comportarvi come se fossi stato io a distruggere la sfera», replicò avvilito. «Non ho superato la prova, e che voi mi vogliate incoraggiare è molto gentile, ma non è necessario. Non fosse stato per voi, la sfera mi avrebbe annientato.» Prese il suo fagotto. «Il mago Turgur me l'aveva detto che non ero adatto, e voi me l'avete confermato. Avevo sperato... Gli dei siano con voi.» S'inchinò e lasciò la sala. Sentirono i suoi passi nel porticato. Djerun lo seguì per assicurarsi che lasciasse davvero il palazzo. La maga osservò Narmora attentamente. «Sei stata tu», mormorò esterrefatta. «Tu l'hai distrutta.» I suoi occhi si strinsero a fessura. «Ma come? Avevi detto di padroneggiare solo i doni che sono connaturati al popolo di tua madre. Ma, che io sappia, un albo non può agire sulla magia come hai fatto tu.» Narmora sembrava piuttosto confusa. «Io... non ho recitato nessuna formula. Quella cosa doveva sparire, non ho pensato nient'altro, tutti i miei pensieri si sono indirizzati a questo... e...» Tacque e si mise le mani davanti agli occhi. «Poi è successo. Tutto qui», sussurrò quasi spaventata. Andôkai si riscosse dallo stupore, il cui posto fu preso da eccitazione e speranza. «Narmora, sai che cosa significa?» Afferrò la mezz'alba per le spalle. «Ho trovato qualcuno cui posso insegnare!» la investì entusiasta. «Non ci vorrà molto, e farò di te una...» «No.» La risposta era salita alle labbra di Narmora con una tale durezza e rabbia che Andôkai lasciò la presa e indietreggiò di due passi. «No?» ripeté senza capire, cercando lo sguardo dell'altra. «Questo non lo puoi fare.» «Invece posso.» La mezz'alba si drizzò in tutta la sua statura. Non temeva la collera della maga, pur sapendo di poterla incontrare. «Ci sono sicuramente aspiranti migliori di me, dobbiamo solo trovarli. Non diventerò una vostra apprendista.» Lesse la domanda stampata sul volto della maga. «L'ho giurato a Furgas: niente più avventure. Siamo quasi morti a Giogonero. E dopo che lo avete pregato di venire con voi a Porista per accelerare
la costruzione della città col suo sapere, le sue macchine e la sua tecnica, l'ho seguito perché non intendo lasciarlo mai più. Continuate a non capire? Allora ve lo spiego.» Si sedette su una delle colonne che giacevano tutt'intorno e abbassò la voce. «Voglio invecchiare con Furgas, avere figli e nipoti e vederli crescere. Questo non potrò farlo, se diventerò una maga e mi dovrò di nuovo gettare nella mischia. Ho trovato pace e amore.» Le sue dita sollevarono l'armatura allentata e accarezzarono amorevolmente il ventre arrotondato. «E aspetto un bambino. Dovrebbe nascere tra novanta rotazioni.» Andôkai sbuffò irritata, ma tacque. Narmora vide che la sua gioia non era condivisa. Inspirò profondamente. «Perdonate, è tardi. Vorrei vedere a che punto è Furgas», si scusò, si alzò e si diresse verso l'uscita. «Non posso davvero convincerti?» La domanda dell'ostinata maga la colpì alle spalle. «Che cosa deve succedere per farti cambiare idea?» La mezz'alba si guardò indietro, al di sopra della spalla, e vide la sagoma dell'altra alla luce della luna sorgente. «Non c'è nulla che mi possa far rompere il mio giuramento», dichiarò con voce ferma prima di proseguire il suo cammino verso l'esterno. La maga sospirò, e i suoi passi la condussero alla statua che un tempo era stata un uomo in carne e ossa. «Povero amico mio. Come avrei bisogno del tuo sostegno», sussurrò immersa nei suoi pensieri, mentre le dita scivolavano sopra la fredda pietra tastando ogni piega del vestito. Morto. Morto come Turgur il Bello, Sabora la Taciturna e Maira la Guardiana. Andôkai si voltò, triste. Con lo sguardo vagò per la stanza del consiglio. Narmora è una pazza a permettere che i suoi sentimenti e l'amore per un uomo le impediscano di pensare a cose più importanti. Terra Nascosta, sud-est del Gauragar, capitale Richemark, 6234° ciclo solare, primavera Re Bruron stava davanti alle porte dell'immenso granaio, attraverso le quali dalle prime ore del mattino sfilavano carri stracarichi. Intorno a lui c'erano sette soldati della sua guardia personale e due addetti al magazzino, che registravano scrupolosamente la quantità e il tipo di cerali che lasciavano la capitale. La loro strada portava verso nord, là dove la Terra Estinta aveva lasciato dietro di sé tracce pesanti. I pascoli e i campi si riprendevano dall'influsso
della forza oscura, e forse in estate la terra avrebbe dato un raccolto sano, ma prima di allora gli uomini che vivevano in quella regione avevano bisogno di qualcosa da mangiare e da far mangiare agli animali. Una mano con uno stilo indicò un carro che passava davanti a loro. «Mio re, le nostre scorte diminuiscono notevolmente.» «So che i nostri granai saranno presto vuoti.» Bruron, avvolto nei panni marroni scuro e poco appariscenti di un amministratore, osservava le botti che ballonzolavano sulle superfici di carico, portando fuori della città i suoi ultimi cereali. «Non importa. Re Nate ha ricevuto ieri un'ordinazione di cinquemila botti che sono destinate al nord del mio regno. E riceveremo rifornimenti dall'Idoslân.» Sorridendo diede al suo funzionario una pacca sulla spalla. «Li includo nel conto. I miei sudditi non dovranno vivere di stenti. Ci sono altre cinquemila botti in viaggio verso di noi.» Una delle sue guardie gli fece notare che una trentina di persone si dirigeva verso l'ufficio commerciale della città. Si trattava di un gruppo misto di uomini e di nani, e le loro facce non facevano presagire nulla di buono. Bruron strinse le labbra. Aveva messo in conto quella visita e non se ne rallegrava affatto. Purtroppo per lui non c'era scampo, avrebbe dovuto affrontare le spiacevoli domande dei suoi sgraditi ospiti. Il principe Mallen frenò il cavallo e smontò di sella. Subito i servitori si affrettarono a occuparsi della sua cavalcatura. I suoi soldati rimasero in sella, mentre i nani si misero a fianco dell'Ido. «Vi saluto, re Bruron», disse accennando un inchino. «E io saluto voi, principe Mallen», rispose il re amichevolmente. «Ho sentito del trionfo che voi e i vostri cavalieri avete conseguito contro i mezz'orchi.» Fece un cenno di capo ai nani. «Naturalmente con l'efficace aiuto del vostro popolo. I miei sudditi sanno bene il ruolo che avete avuto nel liberarli da quel flagello.» La sua mano adorna di anelli si posò sul petto all'altezza del cuore. «E lo so anch'io. La mia gratitudine è sconfinata.» Uno dei nani batté con rabbia l'ascia per terra. «Gran bel ringraziamento! Lasciare la fortezza di Giogonero al nostro peggior nemico, mentre noi a nord combattevamo per te! Questa è perfidia, e ci aspettavamo tutt'altro dagli uomini.» Bruron fece un'espressione dispiaciuta. «Voi mi ferite profondamente, messer nano. E mi attribuite malefatte che non sono vere. Non è stata in nessun modo una perfidia, bensì un contratto gravido di conseguenze, a impormi lo sgombero del pianoro poco dopo che i miei soldati ne avevano
assunto la sorveglianza perché voi poteste andare nello Dsôn Balsur...» Il volto dell'ambasciatore divenne ancora più torvo. «È stata una perfidia», insistette. Il principe Mallen osservava il carro che gli stava passando accanto. «Di quale contratto state parlando?» «Molto tempo fa i miei antenati strinsero coi Terzi un patto che li rendeva proprietari di Giogonero. Per sempre e senza limitazioni.» «Non può trattarsi di un imbroglio?» chiese Mallen. Bruron scosse il capo incanutito. «Ho sguinzagliato i miei archivisti nei sotterranei più profondi e nelle torri più alte, e purtroppo sono tornati con la conferma dell'accordo. Era la ricompensa dovuta ai Terzi, che aiutarono i miei antenati nello spianare il Monte delle Nuvole.» Si rivolse ai nani. «Non c'è niente da fare. Appartiene ai Terzi.» «Avreste potuto rifiutarvi», ribatté il nano. «Sono vincolato alla parola dei miei avi, e proprio voi, che difendete tradizioni incrollabili, dovreste saper comprendere la mia posizione.» Il tono di Bruron a quel punto cambiò sensibilmente, sembrava più tagliente e indignato. Era stato detto tutto. «Quello che è fatto è fatto, messer nano. Non piace neanche a me, ma la parola di un re è la parola di un re.» Mallen lo guardò con attenzione. «Non ho il diritto di giudicare la vostra decisione, ma sarebbe stato più saggio parlare con noi di questo lascito, in modo che potessimo valutare insieme una soluzione.» «Non mi era concesso...» «Avreste dovuto farlo. Avevate bisogno di più tempo per verificare e fare indagini. Ora i peggiori nemici dei nostri amici stanno in mezzo a tutti i regni dei nani, e solo gli dei sanno a che cosa mirano impossessandosi di Giogonero.» Si avvicinò a Bruron e sorrise con freddezza quando questi, dopo una breve resistenza, abbassò gli occhi. I Terzi avevano aiutato il re a prendere una decisione, su questo non aveva dubbi. «Capisco», disse così piano che il sovrano lo percepì a stento. «Non capite proprio per niente», sibilò Bruron in risposta, altrettanto piano. «Il mio popolo soffre la fame, e io devo comprare provvigioni a caro prezzo per fornire alla gente il necessario. Se mi aveste regalato voi il grano, allora...» «È scortese sussurrare in presenza di altri», si fece sentire il nano alle loro spalle, strepitando. «Ma non ti disturberemo ulteriormente, torneremo al fronte nello Dsôn Balsur e riferiremo le tue parole, re Bruron. Anche l'imperatore saprà della perdita di Giogonero e deciderà come rispondere a
questa perfidia.» Con un saluto appena abbozzato, che poteva anche essere un gesto offensivo, i nani girarono sui tacchi e si allontanarono. «Quindi l'avete fatto in cambio di oro», constatò Mallen con rabbia, non appena i nani furono abbastanza lontani. «Avete venduto Giogonero.» «No», giunse tagliente la risposta del re. «Esiste questo accordo, mi ci sono soltanto attenuto.» «E avete osato attirare su di voi, e quindi su noi tutti uomini, la rabbia e il dispetto dei nani?» Mallen scosse la testa pieno di rimprovero. «Mi sono sbagliato quando ho detto che non potevo giudicare la vostra decisione: è stata stolta.» «Come potete parlare...» cercò di opporsi Bruron. «Parlo come meritate, e come anch'io meriterei se avessi commesso una simile stoltezza.» Mallen non diede a Bruron nessuna possibilità di difendersi. «Non avete idea del fatto orribile che è accaduto nello Dsôn Balsur. I nani hanno perso trecento dei loro, nottetempo, in una trappola tesa dagli albi, che si sono spacciati per persone fidate di Liútasil e li hanno sorpresi nel sonno. Ed ecco che arrivate voi e consegnate un importante punto di raccolta e relative scorte al loro peggiore nemico. Comprendete quali conseguenze può assumere il vostro operato?» Bruron divenne pallido. «Questo non lo sapevo», mormorò. «Incaricherò i miei saggi di trovare un modo per annullare l'accordo.» «Vi prego di farlo, re Bruron. Abbiamo bisogno dei nani. I legami che uniscono i nostri popoli sono sottili e recenti. Uno strappo al posto sbagliato e l'alleanza si dissolverà.» La rabbia di Mallen si placò. «In verità sono venuto a dirvi che abbiamo iniziato a incendiare l'anello di foresta intorno allo Dsôn Balsur. Gli alberi bruciano con difficoltà, abbiamo bisogno di più pece. Ma bruciano. Presto comincerà l'assalto al cuore nero degli albi.» «Anch'io ho qualcosa da riferirvi, principe Mallen», disse re Bruron. «I Terzi vogliono parlare con voi, il loro ambasciatore è in città e attende che vi annunciate per incontrarsi con voi.» Gli nominò il posto in cui risiedeva il nano. «Ho già visto alcuni membri del piccolo popolo, ma questo tipo...» Si controllò, affinché il suo disagio non diventasse troppo palese. «Voi avrete più informazioni di me.» «Non c'è nulla da discutere con loro.» Mallen saltò in sella al cavallo. «Vado nell'Idoslân per farla finita con gli ultimi Pelleverde che si sono rintanati nel Toboribor a leccarsi le ferite.» La sua mano si alzò in saluto. «Palandiell sia con voi e coi vostri soldati», gli augurò Bruron.
«Potrei averne bisogno.» Mallen, circondato dalla sua gente, ritornò sui suoi passi. Il sovrano del Gauragar puntò i suoi occhi grigi sulla lista mostratagli dai suoi amministratori. Aveva preso una decisione. Per il bene del suo popolo. Le tre altre casse piene d'oro inviategli dai Terzi sarebbero arrivate entro nove rotazioni, e gli avrebbero permesso di acquistare nuove forniture di cereali dai suoi vicini. Avrebbe scacciato i Terzi da Giogonero solo quando avesse posseduto abbastanza denaro per consolidare il suo regno. Le critiche di Mallen e dei nani lo toccavano poco, loro non conoscevano le sue preoccupazioni. I miei sudditi sono quelli che hanno patito le cose più orribili sotto il dominio della Terra Estinta. Devono vedere che è cominciata un'epoca nuova. Niente più farina ammuffita per il pane, solo gli impasti migliori. Comunicò i suoi nuovi ordini. «Fate in modo che i granai vengano completamente svuotati, ogni singolo chicco dev'essere portato a nord per permettere ai miei sudditi la semina. È ordinate novemila botti di orzo in più dal Tabaîn. Non voglio sentire neanche una pancia brontolare.» *
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«Pare che in locanda non ci siamo incrociati.» Il principe Mallen udì una voce sonora che proveniva dal basso. Distolse lo sguardo dai giochi di nuvole proiettati sul cielo serale e cercò la persona che, in mezzo alle strade di Richemark, gli rivolgeva la parola in modo tanto impertinente. Era un nano in pesante armatura. Doveva essersi intrufolato tra le zampe dei cavalli delle sue guardie del corpo. «Non è che non ci siamo incrociati. È che non volevo avere nulla a che fare con voi», replicò Mallen scortesemente; con un rapido gesto della mano fermò una delle guardie, la quale stava per compiere un gesto sconsiderato che sarebbe sicuramente sfociato in un combattimento. Il principe vedeva per la prima volta un'armatura come quella indossata dal nano. Gli spallacci erano rinforzati e muniti di spine di ferro lunghe un dito, lame scintillavano sui bracciali e perfino le manopole erano coperte di punte di ferro. Ogni colpo che il nano avesse inferto avrebbe provocato gravi ferite anche senza ricorrere alle armi vere e proprie. «Avete un nome, o devo darvene io uno che potrebbe non piacervi?»
«Se non mi piacesse, finiresti disarcionato. Quello che farei potrebbe non piacere al tuo bel cavallo.» Il nano fece un largo ghigno; gli scuri tatuaggi sul suo volto si contrassero e sembrarono tracciare un disegno differente. «Se vuoi che questa bella bestia non subisca danno, chiamami Romo. Romo Cuordacciaio del clan dei Frantumaroccia, della stirpe di Lorimbur, nipote di re Lorimbas Cuordacciaio e suo ambasciatore.» Gli occhi di Mallen scivolarono sull'armatura, notando la protezione per il basso ventre, simile a una gonna di piastrine di ferro, e il mazzafrusto a tre teste che pendeva dal cinturone. «Un ambasciatore? Sembra piuttosto che vogliate andare in guerra, Romo Cuordacciaio. Be', con la vostra lingua vi procurerete sicuramente nemici a sufficienza.» «Io sono sempre in guerra, come sai. I miei nemici sono numerosi, e sono tuoi alleati.» Estrasse dal gambale dello stivale una bolla sigillata in un tubo di cuoio. «Mio zio mi ha comandato di darti questo e di riportargli la tua risposta.» Gli porse il messaggio, invitandolo a prenderlo. L'intuito suggerì al principe che era meglio leggere il documento; quantomeno sarebbe servito a metterlo in guardia da ciò che attendeva lui e gli altri nani. Rimosse il sigillo, aprì il coperchio e ne estrasse la pergamena. Si aspettava un ricatto, e fu quello che trovò. Le righe parlavano di un antico accordo tra la dinastia degli Ido e i Terzi, che li avevano serviti nelle guerre contro i mezz'orchi nel Toboribor. A quel riguardo, negli ultimi cicli non era cambiato nulla. I governi dell'Idoslân avevano bisogno della furia e della collera che i nani provavano verso i mostri; e i nani facevano parte delle guarnigioni che presidiavano la striscia di terra che i rapaci mezz'orchi colpivano con particolare frequenza e forza. A differenza di Romo, i Terzi che prestavano servizio a pagamento in quelle piazzeforti non si distinguevano minimamente dai nani delle altre Stirpi. E gli antenati di Mallen avevano tenuto nascosto al principe il giuramento di fedeltà che, in cambio del loro aiuto, i Terzi pretendevano da chi di volta in volta governava l'Idoslân. «Il vostro re pensa seriamente che io lo debba sostenere contro i Quarti?» Il principe abbassò il documento. «Che razza di perfido gioco sta portando avanti vostro zio? Prima si prende Giogonero, poi vuole scavare un abisso tra l'Idoslân e il resto della Terra Nascosta.» Le sue dita lasciarono la presa sulla pergamena, che librò verso terra atterrando su un mucchio di letame di cavallo. «I Quarti non sono solo nostri alleati, sono nostri amici.»
«Amici, principe? Questo suona davvero toccante e commovente.» Romo guardò verso di lui, non sembrava molto stupito dalla durezza del rifiuto di Mallen. «Potremmo addolcirti la decisione di cercarti nuovi amici. Desideriamo solo che ti attenga a ciò che i tuoi avi hanno concordato di loro spontanea volontà.» «Se lo hanno fatto davvero, non si trovavano nella mia situazione. E comunque non do nessun valore ad accordi stipulati con voi. Nessuno mi può garantire che quello che dite corrisponde a verità. Nessuno della mia famiglia mi ha mai menzionato questo patto.» Restando in sella, si piegò in avanti. «E riferite al vostro re che io non mi lascio adescare dall'oro come ha fatto Bruron.» «Non lo abbiamo adescato. Lo abbiamo pagato. Non è forse l'Idoslân una terra benedetta, principe? Tranne che per la gravosa maledizione dei mezz'orchi.» Il nano guardò il messaggio, che lentamente assorbiva l'umidità dal letame e si accartocciava. «Tu possiedi una cavalleria in grado di sbaragliare le bestie con facilità. E i presidi garantiscono una sicurezza continua, come sappiamo entrambi.» «Dove volete andare a parare?» «Io? Da nessuna parte», fece Romo, ipocrita. «Ma mio zio vi manda a dire...» Senza una parola di più, Mallen gettò l'involucro di cuoio a terra e spronò i fianchi del cavallo. Considerava terminata la discussione. Per esprimergli la sua riprovazione, si allontanò ignorandolo completamente. Le guardie superarono il nano cavalcandogli intorno, e la gente di Richemark riempì rapidamente il buco lasciato dalla partenza dei cavalieri. Il letame e la pergamena vennero calpestati senza nessun riguardo. Il nano emise un grido di disprezzo nei confronti di Mallen. Visto che non vuole ascoltare, presto verrà a sapere delle conseguenze del suo operato. Romo notò con piacere che la gente si teneva a distanza da lui; in primo luogo perché era un nano, ma anche perché non sembrava interessato a una conversazione. Il silenzioso diniego del sovrano implicava che l'ambasciatore si mettesse di nuovo in viaggio. Doveva raggiungere il nord-est della Terra Nascosta. Là avrebbero accolto le sue proposte molto meglio di quanto non avesse fatto il principe Mallen. Una frotta di bambini vinse il timore che la gente provava di fronte a lui; si fermarono e presero a osservarlo da ogni angolazione, pieni di curiosità. «Ehi, tu. Anche tu sei un nano, vero?» s'informò il più grande di loro.
«Sembri strano.» «E tu sei brutto, piccolo sacco di pulci.» Romo divenne improvvisamente attento. Il ragazzino aveva chiaramente detto «anche». «Certo che sono un nano. Uno speciale. Un vero guerriero», rispose con un sorriso falso. «Ce ne sono altri in città?» Tutti i bambini annuirono contemporaneamente, facendo ondeggiare i capelli. «Che bello! Sapete dove posso trovarli?» Prese una monetina dal sacchetto di cuoio e la gettò verso il ragazzino, mentre la sua destra si posava sul manico avvolto in filo d'argento del mazzafrusto. La sua giornata di lavoro avrebbe trovato una piacevole conclusione. IV Terra Nascosta, davanti ai Monti Grigi, regno dei Quinti, 6234° ciclo solare, primavera «Non è cambiato niente dall'ultima volta che siamo stati qui.» Boïndil osservava le torri spezzate e le mura demolite, che ricordavano quella che un tempo era stata la fortezza dei Quinti. Una schiera scelta di trenta nani accompagnava lui, Tungdil e Balyndis nella ricognizione. Davanti a loro, a poca distanza, si trovava l'altissimo portale, i cui battenti giacevano in pezzi a terra. Il Rabbioso guardò alle sue spalle, in direzione del sentiero scosceso su cui, a un miglio di distanza, nani e nane arrancavano con armi e bagagli verso la cima, avvicinandosi all'ingresso. «Non devono marciare così in fretta», disse a un nano, incaricandolo di riportare il messaggio. «Li si sente già. E di' loro di fare molta attenzione alla barella di Boëndal!» Tungdil si sforzò di essere il più silenzioso possibile e sgusciò in avanti, riparato dalle rovine consumate dal tempo. Per precauzione impugnava la Lama di Fuoco, in modo da poter opporre una pronta resistenza contro eventuali aggressori. Giunto vicino all'ingresso, si accovacciò dietro un mucchio di macerie. «Ma guardalo! Non erano questi i patti», borbottò il Rabbioso, seguendolo. «Se pensa di poter sgozzare Maialini da solo, il suo cervello da sapientone si sbaglia di grosso.» Corse tra i frammenti di roccia e lungo i tratti di muro su cui si stavano sciogliendo gli ultimi avanzi di neve. Balyndis e i restanti guerrieri lo seguirono facendo chiasso e sferraglian-
do come il carretto di un rigattiere su un percorso accidentato. Tungdil roteò gli occhi. «In futuro ricordatemi che chiunque venga in ricognizione con me si deve togliere la cotta di maglia. Tanto valeva appendersi campanacci al collo o cantare una marcia.» Osservò la scura apertura sul fianco della montagna. Tutto sembrava tranquillo. Intorno a loro si udivano sgocciolii e gorgoglii. I ghiacci si scioglievano; la cascata solidificata, posta accanto all'ingresso, aveva infranto la sua trasparente armatura d'acqua ghiacciata e ormai rumoreggiava libera. Nubi di schiuma si alzavano dando all'aria riflessi cangianti. «Cosa? Senza cotta di maglia sono nudo», brontolò Boïndil, risentito. «Fa parte di me quanto la mia barba.» Sollevò il naso, le narici si gonfiarono. «Non c'è odore, niente puzzo di mezz'orchi o del loro sego. L'ultima volta ci aspettavano tutti nell'atrio della fucina, vi ricordate? Ah, che divertimento! Bastava alzare il braccio e squarciavi la pancia a una bestiaccia, tanto stavano stretti. Tutti là in coda ad aspettare la morte! Forse ci hanno...» «Silenzio», l'apostrofò Tungdil, avendo cura di non guardare in direzione di Balyndis. La nana aveva mantenuto la sua promessa e lo aveva seguito nei Monti Grigi; come aveva preannunciato l'aveva fatto da amica, non da compagna. Con lei viaggiava Glaïmbar Lamatagliente, il nano cui si era promessa. Tungdil non sapeva come comportarsi nei suoi confronti. Nel giro di una rotazione aveva smesso di essere la sua amata compagna ed era diventata una buona amica, ma il cuore tormentato di lui continuava a parlare una lingua completamente diversa. «Vado avanti io», disse. Saltò su e corse verso il passaggio, stando piegato. Si appiattì contro la parete laterale e rimase in ascolto, per sentire se qualcosa nell'atrio si muoveva; dopo qualche istante vi entrò. I suoi amici lo videro scomparire nell'oscurità della galleria. Boïndil giocherellava inquieto con le sue asce. «Non ce la faccio più», sbottò. La voglia di combattere e la preoccupazione per il destino di Boëndal gli ribollivano nelle vene, incendiando il suo temperamento di nuovo ardore. «Dobbiamo occupare subito la fucina. È il rimedio che curerà mio fratello, e nessuno m'impedirà di conquistarla. Se è necessario, combatterò contro forze cento volte superiori.» Senza riguardo alla sua incolumità, si alzò e corse verso la montagna. Imprecando, Balyndis lo seguì insieme con gli altri. Notò che i loro passi sulla roccia suonavano diversamente dal solito. Che strano! Le venne da
pensare che vi fosse uno spazio vuoto sotto i loro piedi. Andarono quasi a sbattere contro Tungdil, che stava immobile all'imboccatura del passaggio guardandosi intorno. «Lasciamo perdere il sotterfugio», annunciò di cattivo umore, impugnando il manico della Lama di Fuoco con entrambe le mani. «Col rumore che avete fatto, non ha più nessun senso. Andiamo a vedere se le bestie di Tion si trovano ancora nella nostra nuova patria o se la sono svignata.» «Così mi piaci. Il sotterfugio è per quelli che temono il nemico o la verità», osservò il Rabbioso, digrignando i denti. «Forza, Maialini, brucio dalla voglia di un piccolo combattimento.» «Tu bruci sempre dalla voglia di un piccolo combattimento», replicò Balyndis con aria di rimprovero. Insieme esplorarono i passaggi di cui il Rabbioso, Balyndis e Tungdil si ricordavano perfettamente. Si passava davanti alle lastre di palandio, incastonate alle pareti, su cui erano sbalzate le immagini dei più nobili tra i Quinti, che salutavano amichevolmente i nuovi arrivati con le asce levate. Strada facendo, il gruppo trovò segni inconfutabili del passaggio delle bestie; probabilmente avevano preso quella strada per adunarsi e marciare verso Giogonero. Il pavimento era imbrattato di sporcizia e impronte di stivali e piedi nudi. Una volta raggiunta la sala pentagonale, sostenuta da colonne, i nani presero il corridoio che doveva portarli alla fucina di Vapordrago. Ogni passo che facevano riportava alla mente di Tungdil gli eventi che aveva vissuto in quel luogo. Sentì di nuovo la forte voce di Gandogar schernire i bogglin che lo stavano attaccando, vide davanti a sé gli amici morti, immaginò perfino di sentire lo squittire e lo strillare dei mezz'orchi. Ma erano solo scherzi della sua immaginazione. «Maledetti! Qui è vuoto come il cranio di un orco», commentò Boïndil, infelice, quando raggiunsero l'atrio in cui si trovavano gli altiforni per la produzione di ferro. All'atrio seguiva la fucina di Vapordrago; i fuochi sotto le fornaci erano spenti, le caldaie fredde, e il lerciume dei mostri spandeva un fetore disgustoso. «Sono andati via.» Boïndil si affrettò a salire gli scalini. «Venite, andiamo a controllare la fucina. Prego che il fuoco non sia spento.» Lo sconsiderato comportamento dell'amico fece arrabbiare Tungdil, che però in fondo lo comprendeva. La paura che provava per le condizioni del gemello e l'incresciosa voglia di combattere prosciugavano al Rabbioso l'intelligenza; se presto dei mezz'orchi non gli fossero finiti davanti alle
asce, il suo umore sarebbe diventato insopportabile e la sua irritazione sarebbe cresciuta fino a diventare un pericolo anche per gli altri. L'odio per le bestie lo rendeva un guerriero impareggiabile, ma rappresentava al tempo stesso una minaccia. La furia si ammassava dentro di lui, gonfiava e cresceva fino a che il nano non riusciva più a frenarla. Allora si gettava ciecamente su qualunque cosa trovasse sul suo cammino. Vraccas lo aveva reso un combattente eccezionale, ma lo aveva anche punito. Entrarono nella fucina, in cui faceva sensibilmente più caldo che non nei co