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MARKUS HEITZ LA VENDETTA DEI NANI (Die Rache Der Zwerge, 2005) Dedicato soprattutto a voi che leggete questa dedica. Infatti, senza di voi questo terzo volume non sarebbe stato possibile. NOTA DELL'AUTORE Chi lo avrebbe detto: un terzo libro in compagnia di Tungdil e i suoi amici! Mi compiaccio del successo dei nani e mi fa piacere che abbiano trovato e continuino a trovare una grande eco. Alla fin fine ho avverato il mio sogno grazie a loro: mi hanno permesso di diventare uno scrittore professionista. Un grande risultato per piccole creature. Ma si presume che tutto ciò che è bello prima o poi debba finire. E in questo caso è proprio così. Perché? Vorrei lasciare tempo alla Terra Nascosta, in modo che possa sistemare la situazione creatasi in seguito a questo terzo romanzo, e che lo faccia senza che nessuno guardi. Staremo a vedere che cosa succederà nel giro di qualche anno... Forse un giorno riaprirò la porta della Terra Nascosta, e chissà come andranno lì le cose e quale destino sarà capitato ai nostri eroi. Al momento sono di nuovo sulla strada di Ulldart, il mio altro continente fantasy, pronto a sollevare nuova pace e nuovi disordini. Il mio ringraziamento va ai molti amici dei nani che hanno riso e pianto con Tungdil e compagni. E naturalmente al mio prezioso gruppo di primi lettori e consiglieri: Nicole Schuhmacher, Sonja e Jan Rüther e Tanja Karmann. Non devono essere dimenticati i contributi datimi in passato dal dottor Patrick Müller e da Meike Sewering. Un grande encomio e un grande ringraziamento vanno all'editor Angela Kuepper, che negli ultimi tre anni ha avuto fiducia nei nani. Markus Heitz, luglio 2005 «Che una creatura o un braccio siano straordinariamente lunghi non è
poi cosi importante. Basta pensare agli elfi... Come dico sempre: più è grosso, più è facile da colpire!» Boïndil Duelame, detto il Rabbioso, del clan dei Branditori d'ascia, della stirpe del Secondo, Beroïn «Di tanto in tanto si sentono battute cattive sui nani. Sarebbero poco cresciuti e chiassosi, avrebbero un modo assai strambo di mostrarsi allegri, berrebbero solo birra scura come la notte e apprezzerebbero solo le canzoni tuonate da cento gole. Inoltre preferirebbero sacrificare la loro vita piuttosto che cedere di fronte al nemico. E io vi dico: chi, come me, ha potuto sostare come ospite in una delle loro maestose corti potrebbe dirvi che è tutto vero. Dunque non ridiamo di loro come fossero buffi bambini barbuti, bensì rendiamo lode al loro eccellente stile di vita, che ci ha salvati dalla rovina. E più di una volta.» Estratti dall'opera in dieci volumi La mia vita e le mie straordinarie, eroiche gesta. Ricordi dell'Incredibile Rodario «Una volta chiesi a un nano quale creatura, a parte un nano, avrebbe voluto essere. Gli diedi la possibilità di scegliere tra un possente drago, un mago onnisciente e il suo stesso dio, Vraccas. Il nano mi guardò stupito, scosse il capo e disse: 'Il possente drago verrebbe presto sconfitto dai nani, e infatti non ne esistono più. Anche il mago onnisciente verrebbe presto sconfitto dai nani, e infatti non ne esistono più. E non vorrei neppure essere Vraccas, perché non avrei saputo creare niente di meglio dei nani, se fossi stato al suo posto'.» Dalle Annotazioni sui popoli della Terra Nascosta, sulle loro particolarità e peculiarità, Grande archivio di Viransiénsis, regno di Tabaîn, redatte dal magister folkloricum MA. Het nel 4299° ciclo solare DRAMATIS PERSONAE LE STIRPI DEI NANI
I PRIMI Xamtys II Frontealta del clan dei Frontealta della stirpe del Primo, Borengar, detta anche «dei Primi», regina dei Primi Balyndis Ditadiferro del clan dei Ditadiferro, fabbro Glaïmbar Lamatagliente del clan degli Schiacciaferro, re dei Quinti Beldobin Forteincudine del clan dei Chiodidiferro, messaggero Ginsgar Senzafuria del clan dei Forgiachiodi Bilandal Martellodiluce del clan dei Testadimaglio Bendelbar Caldoferro del clan dei Caldoferro, capitano delle guardie Gondogar Pugnoduro del clan dei Pugnoduro I SECONDI Balendilín Solbraccio del clan dei Fortidita della stirpe del Secondo, Beroïn, detta anche «dei Secondi», re dei Secondi Boïndil Duelame, detto anche il Rabbioso, del clan dei Branditori d'ascia, guerriero Fidelgar Fortecolpo Baigar Quattromani Gremdulin Mordiferro del clan dei Mordiferro Saphira Mordiferro del clan dei Mordiferro Balba Magliodaroccia del clan dei Carezzapietra I TERZI Tungdil Manodoro, guerriero ed erudito Balodil, suo figlio Goda Ardentecoraggio, guerriera Marion Passopesante del clan degli Scuremortale Malbalor Biancocchio del clan dei Frantumaossa della stirpe del Terzo, re dei Terzi Diemo Lamaferale del clan dei Lamaferale, comandante delle guardie Veltaga e Bandilor, traditori dei nani I QUARTI Gandogar Barbadargento del clan dei Barbadargento della stirpe del
Quarto, Goïmdil, detta anche «dei Quarti», re dei Quarti e imperatore dei nani Bylanta Ditafini del clan dei Barbadargento, sorella di Gandogar Ingbar Occhiodonice del clan dei Mutapietra, addetto ai montacarichi Glaïmbli Occhiorubino del clan degli Occhiorubino Tandibur Orgogliominiera del clan degli Orgogliominiera Sigdal Rossorubino del clan dei Bellagemma Feldolin Pietralevigata del clan dei Trovaoro I LIBERI Bramdal Lamadimaestro, boia Gordislan Pugnomartello, re di Aureorifugio GLI ESSERI UMANI L'Incredibile Rodario, attore Furgas, magister technicus Nolik, possidente di Sturmtal Tassia, moglie di Nolik Gesa, affascinate matrona Reimar, operaio Lambus, fabbro di Mifurdania Gilspan, oste Ilgar, tirapiedi Lia, ladra di tesori Franek, ladro di tesori Deifrich, commerciante Kartev, commerciante Kea, tirapiedi Tamàs, architetto Ove, architetto Meinart, comandante della guardia reale dell'Urgon Hakulana, portalancia, capo degli esploratori dell'Idoslân Torant, esploratore Alvaro, comandante della guardia personale del principe Mallen Kordin, comandante dell'Onda alata Retar e Algin, pescatori del Weyurn
Flira, figlia di pescatori Ormardin, figlio di pescatori Talena, moglie di pescatore Risava, apprendista maga Dergard, apprendista mago Lomostin, apprendista mago Principe Mallen von Ido, signore del regno di Idoslân Re Ortger, signore del regno di Urgon Re Bruron, signore del regno di Gauragar Regina Umilante, signora del regno di Sangreîn Regina Wey IV, signora del regno di Weyurn Regina Isika, signora del regno di Rân Ribastu Re Nate, signore del regno di Tabaîn GLI ALTRI Nagsor Inàste e Nagsar Inàste, sovrani dello Dsôn Balsur, il regno degli albi Liútasil, principe degli elfi dell'Âlandur Rejalín, principessa degli elfi Eldrur, emissario degli elfi Irdosíl, emissario degli elfi Antamar, emissario degli elfi Vilanoîl e Tiwalún, elfi dell'Âlandur Esdalân, barone di Jilsbon, dell'Âlandur Limasar, elfo guerriero Itemara, elfa guerriera Gronsha, mezz'orco Sirka, guerriera ubari Flagur, principe ubari Kamdra, guerriera ubari
PROLOGO Terra Nascosta, Monti Grigi, ai confini del regno dei Quinti, 6234° ciclo solare, primavera
Gronsha si fermò e tese l'orecchio nello spesso banco di nebbia che i suoi occhi gialli non riuscivano a penetrare, benché fosse tra i migliori esploratori dell'esercito del principe Ushnotz. A dirla tutta, era uno dei tre ultimi migliori esploratori dell'esercito; gli altri membri della pattuglia di ricognizione erano stati decapitati vicino alla Porta di Pietra. Il mezz'orco senti dei passi. Molti passi. Estrasse svelto il suo spadone segnato da molte tacche e si preparò a un attacco. In effetti lui e i suoi si erano sentiti fin troppo sicuri dopo che avevano lasciato il regno dei Cavernicoli attraverso la Porta di Pietra, scappando di fronte alla loro superiorità numerica. In quel momento, i volti barbuti stavano loro alle calcagna come tenaci escrementi di gnomo. Non che Gronsha avesse paura dei Cavernicoli. L'Acqua Nera, il sangue della Terra Estinta, scorreva nella sue vene rendendolo immortale. A meno che non gli si staccasse la testa dal collo. Purtroppo i nemici padroneggiavano assai bene quell'arte, e neppure la loro infima statura bastava a trattenerli. Se il manico di un'arma non permetteva loro di raggiungere il collo, prima attaccavano alle cosce; un nemico in ginocchio era più facile da decapitare. Nel regno settentrionale dei Cavernicoli, che si pensava abbandonato, i mezz'orchi si erano imbattuti inaspettatamente in numerosi nemici. Gronsha e altri due esploratori avevano preferito osare una ritirata oltre i confini della Terra dell'Aldilà. Forse da lì avrebbero trovato un tragitto più facile per tornare indietro e informare il principe Ushnotz della presenza dei Cavernicoli, in modo che si preparasse ad affrontare un gran numero di nemici armati fino ai denti. A quanto si raccontava, nella Terra dell'Aldilà regnava il popolo dei mezz'orchi. Gronsha ancora non ne aveva visto uno, ma certo non avrebbe disdegnato un po' d'aiuto. «Il vapore di una lavanderia non è nulla in confronto», brontolò la voce di un Cavernicolo. «Sembra che la nebbia aiuti il Maialino.» Il fatto che una creatura rachitica, abbastanza piccola da stare infilata in una piccola botte, lo chiamasse «Maialino» fece molto arrabbiare Gronsha. I maiali avevano certo un buon sapore, ma il loro aspetto non era altrettanto attraente; l'esploratore invece era imponente, alto quasi il doppio rispetto a un Barbuto. Pieno di collera, il mezz'orco gonfiò l'immensa muscolatura, e nel farlo l'armatura gli cozzò contro la roccia. Il rumore venne percepito. «Ah!» gridò il Cavernicolo. «È nostro.»
Ti sbagli, Barbuto. Gronsha si mise a correre per scuotersi di dosso gli inseguitori, ma il tintinnio dell'armatura rivelava ai nemici la sua posizione. Non poteva dire quanto avesse corso e dove si trovasse di preciso. O dove si trovassero i mezz'orchi che prima erano con lui. Si accorse solo che intorno a lui si era fatto più scuro. Era in una caverna? Si appiattì contro la prima parete che trovò, trattenne il fiato e tese le orecchie. «Fermi!» ordinò uno dei Cavernicoli, molto vicino, fermandosi con uno scalpiccio di stivali. «Lo sentite ancora?» Nessuno gli rispose. Gronsha sogghignò. A quanto pareva, in quella strana e spessa nebbia i Cavernicoli non erano meno disorientati di lui. Inspirò con cautela e rintracciò il nemico grazie all'inconfondibile odore. Poi si mise a correre verso di lui, con la spada levata, pronta a colpire. Lo avrebbe spaccato in due con un solo colpo. «Boïndil?» chiese il Cavernicolo con voce incerta, sentendolo arrivare. La piccola sagoma emerse dalla nebbia grigia, e Gronsha vibrò il colpo, sicuro della vittoria. «Almeno c'è qualcuno che mi sente», gridò il Cavernicolo allegramente, scansando l'attacco e abbassando l'ascia verso l'aggressore. La lama colpì Gronsha sulla natica destra; il mezz'orco grugnì e scomparve nuovamente nella nebbia. No, quello non era il modo di combattere che piaceva a lui. Quella maledetta nebbia! Decise di battere in ritirata, piuttosto che continuare la scaramuccia e sperare in un colpo fortunato. La ferita che aveva sul sedere si richiuse. L'oscura invulnerabilità che aveva assaporato lo guariva col suo potere, anche quando la ferita si trovava in un posto spiacevole e disonorevole. Ben si adattava ai perfidi Cavernicoli, che erano soliti evitare l'aperta battaglia e trincerarsi nelle loro fortezze e nelle loro caverne. Gronsha si voltò e riprese con cautela il suo cammino nella nebbia. Dopo poco, alle sue spalle risuonò lo strillo di un mezz'orco colpito a morte. L'urlo gli penetrò nelle ossa. D'un tratto notò una piccola ombra sgusciare nella nebbia davanti a lui; gli stava voltando le spalle. Gronsha non ci pensò due volte: sollevò lo spadone e menò un fendente proprio in mezzo all'elmo del nemico. La morte sorprese il Cavernicolo così in fretta da non dargli il tempo di aprire bocca. Il sangue schizzò in alto. Ma Gronsha non era soddisfatto. «Sudicio insetto di caverna! Ti faccio a
fette!» Infierì sul cadavere finché non l'ebbe fatto a pezzi. Nell'ebbrezza dimenticò completamente il fracasso che stava facendo. Ridendo, diede un calcio alla testa barbuta facendola rotolare via nella nebbia: era la sua maniera di vendicarsi. Prese l'elmo e lo scudo del morto; gli sarebbero tornati utili. Proprio mentre stava levando lo scudo, balzò verso di lui un altro nano, con l'ascia pronta al colpo. «Di qua!» gridò forte il Cavernicolo. «È qua! Venite!» «Lurido verme!» gemette Gronsha, facendo cozzare l'arma del nemico sullo scudo. La lama scalfì la protezione e scivolò seguendone l'inclinazione, corse oltre il bordo e colpì il mezz'orco a una spalla. Lo spesso strato di grasso che questi portava sull'armatura, e che serviva a far scivolare i colpi dei nemici sul metallo, non sortì il suo effetto. Gronsha fece un balzo indietro, ma i Cavernicoli sembravano attaccarlo da ogni lato. Corse dritto finché improvvisamente non s'imbatté in una parete. Il granito non era lavorato e i suoi spigoli acuti avrebbero causato brutte ferite, se vi fosse scivolato sopra. La scoperta non lo aiutò molto. Il mezz'orco aveva l'impressione di correre in tondo; la nebbia ondeggiante non lo lasciava scappare e sembrava divertirsi a tenerlo prigioniero nell'oscurità. Quella in cui si trovavano lui e i Cavernicoli poteva essere soltanto una grotta molto ramificata. La ferita alla spalla pulsava e bruciava. La nera invulnerabilità la stava guarendo veloce quanto poteva, ma lo squarcio faceva comunque molto male. Gronsha mosse il braccio con circospezione. I suoi nemici erano ancora nei paraggi: ne sentiva l'odore, nonostante il vapore freddo e umido, ma, più vi penetrava, meno funzionava il suo odorato; perfino l'armatura sembrava produrre a malapena qualche rumore. Era circondato da un mare di fredda e umida ovatta. Le caverne del regno dei mezz'orchi del Toboribor, nel sud-est della Terra Nascosta, erano confortevoli, calde e asciutte, e ci si poteva orientare molto bene. Invece le caverne in cui si trovava erano l'esatto contrario. Ed erano sinistre. Mentre avanzava tastando la parete rocciosa, in cerca di un'uscita, i grigi banchi si muovevano bruscamente, facendogli credere che un altro Cavernicolo gli si stesse avvicinando per attaccarlo. Tre volte si fece ingannare da quei miraggi e colpì a vuoto. Alla fine Tion e Samusin, gli dei del suo popolo, furono benevoli e gli mostrarono una via: sulla parete apparve una nera apertura.
Improvvisamente un Cavernicolo balzò davanti a lui, dalla fredda nebbia, e vibrò un colpo con l'ascia. «Muori, mostro!» Ma Gronsha era pronto. «Dopo di te, insetto di caverna!» Parò il colpo e diede un calcio in faccia al nano, facendolo barcollare e scomparire nella nebbia sputando sangue e denti. Il mezz'orco aveva tempo per preparare il suo tranello. Si abbassò fino a raggiungere la statura di un Cavernicolo, si mise in testa l'elmo rotto del nano che aveva ucciso e sollevò lo scudo. Prese a oscillare a destra e a sinistra ed emise rumori gorgoglianti camuffando la voce. «Aiuto! Mi ha colpito...» Gracchiò e gemette. «Per Vraccas, aiutami...» «Bendegar? Ti ha beccato?» «La gamba...» si lamentò forte Gronsha trattenendosi a stento. Non doveva scoppiare a ridere, non ancora. «Tieni duro!» sentì dire alla voce preoccupata del nano. «Sto arrivando.» Una sagoma spuntò dalla nebbia. «Fa' attenzione, e non fare rumore. Uno dei Musi di porco è ancora...» Gronsha non attese più a lungo. Spinse con rabbia in avanti la punta dello spadone, perforò la cotta di maglia e infilò l'arma nella pancia del nano. «Ma non mi dire, Barbuto!» lo derise con cattiveria mentre rigirava la lama. Con un gemito, il nano cercò di colpire il mezz'orco, ma questi intercettò il manico dell'ascia e la strappò al morente. «Mordi la tua ascia», ringhiò colpendolo in pieno viso. Il Cavernicolo si rovesciò all'indietro e s'inabissò nel grigiore impenetrabile, per l'ultima volta. Gronsha lo scavalcò d'un balzo e si affrettò a entrare nel tunnel coperto di nebbia che avrebbe dovuto portarlo lontano dai nemici. Stava imboccando un cammino del tutto sconosciuto, che non aveva niente a che fare con le solite esplorazioni cui era abituato. Divenne inquieto. Sono nella Terra dell'Aldilà, pensò rabbrividendo. Nel Toboribor circolavano leggende sui potenti domini dei mezz'orchi di quelle terre. Si diceva che uno solo di essi fosse grande quanto la Terra Nascosta e che mantenesse più membri del suo popolo di quante fossero le stelle che brillavano nel cielo. Gronsha pensava che quelle voci fossero esagerate; in ogni caso, però, dovevano esserci mezz'orchi nella Terra dell'Aldilà. Migliaia di cicli prima era partito da nord il primo e, fino a quel momento, unico attacco riuscito contro la Terra Nascosta. Ed era merito del suo popolo se il passaggio settentrionale era stato forzato. Tutti i discendenti dei vincitori conoscevano
la storia di quella gloriosa rotazione che aveva portato alla vittoria sui Cavernicoli. Solo i mezz'orchi possedevano la forza, la resistenza e il coraggio necessari a una simile impresa. Nel Toboribor il fatto veniva festeggiato ogni ciclo. Gronsha avrebbe celebrato assai volentieri la ricorrenza successiva in un regno dei nani appena conquistato. Sarebbe stato il massimo festeggiare organizzando gare di lancio con le teste dei nani sconfitti, com'erano soliti fare in occasione delle feste in ricordo di quell'antica vittoria e del loro ingresso nella Terra Nascosta. Inoltre c'era sempre una quantità di roba da mangiare, e Gronsha avrebbe sicuramente vinto la gara di rutti... E invece si stava inoltrando nella Terra dell'Aldilà, sperando in un qualche aiuto. Era nato nelle caverne del Toboribor e non sapeva nulla della terra di provenienza dei suoi antenati; nessun mezz'orco del Toboribor conosceva la Terra dell'Aldilà. Gronsha sperava d'incontrare non solo mezz'orchi, ma anche orchi, troll, albi e tutte le altre creature che veneravano Tion e Samusin. «Quelli sì che erano tempi...» mormorò, seccato. Dopo la sconfitta del mago Nôd'onn, col quale i mezz'orchi del Toboribor erano alleati, erano finiti i bei tempi per il principe Ushnotz, che aveva deciso di fondare un nuovo regno: braccati senza tregua dai soldati dei Sanguerosso, i mezz'orchi erano rimasti senza patria e guidati da un principe debole e ingiusto. Gronsha non osava ancora contrapporsi a Ushnotz per ucciderlo e strappargli il potere. Sentiva che altri, più esperti, avrebbero tentato prima. Chi batte il principe diventa principe: così funzionava da sempre presso la sua gente. Al migliore spetta il potere. Per quel motivo preferiva ancora attendere. Attendeva la sua occasione. L'unica nota positiva della sua condizione era l'immortalità che l'Acqua Nera gli aveva donato. Ma essere immortale senza essere potente era come avere un osso senza carne. Più avanti si spingeva e più la nebbia si rischiarava, più Gronsha mutava il suo piano. «Perché dovrei tornare indietro e seguire Ushnotz?» mormorò, e le parole rimbombarono sorde sulle pareti della caverna. Muschi e licheni luminosi generavano una luce sufficiente per i suoi occhi sensibili; in quel punto vedeva bene quasi quanto in una giornata di sole. E intanto cresceva la sua fiducia. «Anch'io potrei essere un principe.» Forse nella Terra dell'Aldilà sarebbe riuscito a mettere in piedi un piccolo corpo di spedizione e condurlo all'assalto della Porta di Pietra. Il massiccio portale di granito era stato danneggiato dai mezz'orchi poco prima
della fuga, e i Cavernicoli non sarebbero riusciti a barricarsi in fretta. Con qualche centinaio di mezz'orchi, la battaglia contro la manciata di difensori sarebbe stata vinta. Doveva cercare subito alleati e attaccare prima che i Cavernicoli riuscissero a riparare i danni. Gronsha sogghignò. Lui, il mezz'orco invulnerabile, avrebbe preso la fortezza dei Cavernicoli! Tutto ciò di cui aveva bisogno erano dei guerrieri. Non poteva permettersi di fare lo schizzinoso. Avrebbe dato il benvenuto a quasi qualunque cosa potesse impugnare un'arma. Non aveva più dubbi, ormai: Tion aveva voluto che lui finisse nella Terra dell'Aldilà. Scorse un segno su una parete. Era una runa, piena di svolazzi, aliena e in qualche strana maniera disgustosamente nanesca. Non sembrava opera degli Orecchi appuntiti. «Anche da queste parti ci sono quei bubboni barbuti?» imprecò Gronsha. Non era in grado di dire se la pietra fosse stata incisa da poco oppure centinaia di cicli prima. Prese ad avanzare con maggiore cautela seguendo il corridoio, che presto si biforcò. Dopo una breve esitazione, il mezz'orco scelse la direzione da cui spirava l'aria più calda. Subito dopo, il suo cammino si divise in una dozzina di passaggi: era l'inizio di un labirinto. Gronsha segnò il corridoio che aveva scelto incidendo sulla roccia una grossa runa orchesca, due strisce verticali con due puntini in mezzo, in modo da poter tornare indietro, in caso di bisogno. Dopo poco dovette di nuovo scegliere da quale parte andare, e così altre otto volte. C'era un silenzio di tomba. Camminando, non produceva più rumore; il sego che gli copriva l'armatura sembrava essere colato nelle fenditure e aver lubrificato le parti della corazza che fregavano l'una contro l'altra. Dal soffitto non cadevano sassolini né gocce d'acqua. Nessun rumore, nessun segno di vita. C'erano solo Gronsha e quei corridoi, a volte alti e larghi come portoni di fienili, altre volte bassi e stretti come una femmina di umano. Il terrore iniziò a insinuarsi nel mezz'orco, che prese a sudare per la paura. Presto cominciò a vedere ovunque ombre sguscianti che lo circondavano, poi credette che la sua stessa ombra si muovesse per conto proprio. Poco dopo arrivò al punto che perfino il grido di morte di un mezz'orco lo avrebbe rallegrato; almeno così avrebbe sentito qualcosa. Alla fine prese a correre senza sapere da che cosa o verso dove scappasse. Voleva sfuggire a quell'assenza di rumori, e nel farlo dimenticò di contrassegnare il percorso. La stanchezza, il trascorrere del tempo... nulla aveva più importanza.
A un certo punto, il tunnel sfociò in una grotta. Gronsha si fermò sulla soglia, ansimando, col fianco sinistro che gli doleva a ogni respiro. Stimò che la grotta fosse lunga quaranta passi e alta sicuramente più di cento. Raggi di sole spessi come un albero scendevano di traverso, passando attraverso fessure del soffitto; al mezz'orco parve quasi che formassero colonne di luce su cui poggiasse la volta di pietra. Il chiarore trafiggeva le tenebre e strappava all'oscurità piccole, pallide macchie sul pavimento. Gronsha trasalì. Erano ossa! Tutt'intorno a lui giacevano mucchi di ossa. Ossa di mezz'orco! O aveva trovato una delle camere di sepoltura in cui marcivano i resti dei vigliacchi, gettati lì senza cura né cerimonie, oppure in quelle grotte e in quei passaggi si annidava qualcosa che amava cibarsi della sua gente. Con prudenza, Gronsha si addentrò di qualche passo all'interno della sala, si lasciò cadere su un ginocchio e con la spada frugò in uno dei mucchi illuminati. Le ossa mostravano segni di coltello. Qualcuno si era preso la briga di staccare la carne; le ossa più grandi erano state rotte in modo che si potesse raggiungere il midollo. I teschi invece non erano stati toccati. Se non s'ingannava di molto, le ossa erano tutte molto recenti. Gronsha espirò forte, si alzò e fiutò in tutte le direzioni. Era possibile che i Cavernicoli fossero il male minore, nel vero senso della parola. Trottò di nuovo in avanti e attraversò la grotta, evitando di correre in mezzo alle macchie illuminate e ai chiari raggi. Raggiunta l'altra estremità, entrò nel tunnel successivo e prese a percorrerlo con la pancia che brontolava. Quella corsa ininterrotta gli aveva fatto venire fame. D'un tratto Gronsha fu messo in guardia dal suo fine fiuto. Un odore familiare gli disse che lì intorno si aggiravano membri del suo popolo, per quanto non li vedesse né li udisse. Irritato, notò che non arrivava l'odore del grasso rancido che copriva le armature della sua gente. Poi scorse un bagliore di fuoco alla fine del corridoio. Dal momento che non aveva nessuna voglia di finire trafitto dalle frecce di sentinelle troppo solerti, non si sforzò di essere particolarmente silenzioso. «Ehi», gridò lungo il passaggio, e la roccia trasportò come un imbuto la sua voce forte e bassa. «Sono un mezz'orco del Toboribor! Ho bisogno del vostro aiuto contro i Cavernicoli, fratelli!» Due sagome alte e larghe entrarono nel corridoio, oscurando la luce del fuoco. L'odore familiare divenne più intenso mentre le due ombre si muo-
vevano lungo il corridoio, verso di lui. Benché non riuscisse ancora a distinguerne i tratti, Gronsha constatò che, per quanto riguardava le dimensioni, i mezz'orchi della Terra dell'Aldilà non avevano nulla da invidiare a quelli del sud della Terra Nascosta. Lo raggiunsero con le lance abbassate; erano provviste di crudeli uncini che, suppose Gronsha, con la giusta pressione si sarebbero staccati dalla lama principale, rimanendo infilati nel corpo della vittima. Una terza figura si affrettò verso di lui, puntandogli contro la luce di una lanterna cieca. Una di loro era una femmina, cosa che meravigliò Gronsha non solo perché coi numerosi anelli che portava alle orecchie e col suo naso insolitamente fine aveva subito risvegliato le sue voglie, ma anche perché aveva raggiunto la posizione di guerriera. Una cosa del genere, nel Toboribor, non l'aveva mai vista: le femmine dovevano preoccuparsi dei marmocchi e del cibo, e dei guerrieri come lui. «Non muovere le mani», ordinò lei con voce roca, mentre le punte delle lance si posavano sulla gola dell'intruso dirigendolo verso la parete. «Rimani fermo. Fratello.» Gli altri due mezz'orchi risero. Gronsha si meravigliò delle armature e degli elmi che portavano: non usavano il grasso protettivo sulle armature! In quel modo non avrebbero vinto nessuna battaglia. Trovò che fosse stupido facilitare in quella maniera il lavoro dei nemici. Sembravano puliti, quantomeno molto più puliti di lui; puliti in modo insano. In lui si risvegliò l'invidia. Quelle armature venivano sicuramente da una fucina di mezz'orchi, ma la bontà del materiale e l'abilità con cui era stato forgiato superavano di gran lunga l'opera dei migliori fabbri di Ushnotz. Era forse per quello che non usavano il sego? «Io sono Gronsha. Portatemi dal vostro principe», disse in tono imperioso, sporgendosi in avanti. «È possibile che mi seguano. Meglio che stiate attenti.» La femmina guardò lungo il corridoio da cui era arrivato lo straniero e mandò avanti i due guerrieri a controllare. «Da dove vieni?» «Dal Toboribor.» «Toboribor?» La guerriera non lo stava nemmeno guardando, osservava invece quello che succedeva nella caverna. «E che sarebbe?» «Che sarebbe?» grugnì Gronsha, indignato e stupito al tempo stesso. «È un potente regno di mezz'orchi, molto a sud, nella Terra Nascosta.» «Un regno di mezz'orchi? Questa è davvero una bella notizia.» Gli occhi rosa della mezz'orchessa mostravano indifferenza e derisione. «Se è a sud,
che ci fai tu qui nel nord?» Parlava scandendo troppo le parole, con tono altezzoso. «Ti sei perso?» «Ero al comando di una pattuglia del principe Ushnotz, che domina sul Toboribor. Sono qui in cerca di alleati che ci aiutino contro i Cavernicoli...» rispose Gronsha, mentendo un po'. Le lesse sul volto che non lo stava capendo. «Non sai cosa sono i Cavernicoli?» La situazione stava diventando sempre più confusa. «Oh, allora siete benedetti da Tion e da Samusin, se da voi non esiste questo flagello armato di asce», sbuffò. Tenne la mano all'altezza di un fianco. «Sono alti così, senza elmo. Li chiamiamo Barbuti e insetti di caverna, e in genere...» «Ah, certo. Lì conosco», lo interruppe lei. I due mezz'orchi mandati in ricognizione tornarono e diedero il cessato allarme: nessuno aveva seguito lo straniero. «Noi li chiamiamo diversamente. È strano che uno dei nostri fratelli», e sottolineò la parola con un tono stranamente divertito, «imbocchi la strada che porta a Fòn Gàla.» «Che porta dove?» chiese Gronsha. «Qui.» «Ah, la Terra dell'Aldilà. Noi la chiamiamo così.» «Benvenuto.» La mezz'orchessa scoprì i denti e gli mostrò le zanne, che erano potenti e regolari. Gronsha la desiderava, la voleva. Se avesse conquistato la fortezza, l'avrebbe presa in moglie e avrebbe generato con lei molti piccoli. Di sicuro non aveva ancora avuto un maschio come lui. L'avrebbe domata e le avrebbe insegnato come si deve comportare una femmina. «Puoi venire con me, Gronsha. Ti porto dal nostro principe. Gli farà piacere sentir parlare del Toboribor.» Finalmente gli tolse la lancia dalla gola e indicò l'uscita illuminata del corridoio. «Dopo di te, fratello.» I due mezz'orchi risero di nuovo. Raggiunsero una grande caverna; lunga duecento passi e larga cento, era alta come la maggiore delle torri della Porta di Pietra. Nel mezzo scorreva un piccolo ruscello, lungo il quale, su entrambi i lati, erano state allestite delle nere tende pentagonali. Nell'aria indugiavano diversi odori: veniva abbrustolito del cibo, qualcuno preparava della birra, il carbone ardeva in sostegni di ferro, rendendoli incandescenti. Gronsha si stupì dell'assenza dell'inimitabile odore tipico del suo popolo, quell'aroma speziato di grandezza, forza e superiorità che i Sanguerosso chiamavano «puzza»; evidentemente i fratelli e le sorelle della Terra dell'Aldilà non erano accampati lì da molto tempo. Non poté trattenere un
ghigno. Stimando il numero dei suoi simili raccolti in quel luogo arrivò a contarne almeno duemila. Un simile numero avrebbe annientato i Cavernicoli. La sua accompagnatrice indicò la più grande delle tende nere. «Di là.» Attraversarono insieme l'accampamento, seguiti dagli sguardi curiosi di molti mezz'orchi. Gronsha si sforzava d'impressionarli. Allargò leggermente le braccia rispetto al corpo, muovendosi con vigore, digrignando i denti e facendo roteare gli occhi. «Porto al principe un phottòr», disse la mezz'orchessa di buon umore. «Viene da un regno di mezz'orchi molto lontano.» Le teste dei presenti si avvicinarono e si sentì bisbigliare, continuavano a sembrare stupiti dalla presenza dello straniero. O così almeno Gronsha interpretò i loro sguardi. «Che cos'è un phottòr?» volle sapere, senza abbandonare la sua posa. Due femmine lo guardarono vogliose, e lui sbuffò più forte che poté per impressionarle ancora di più. «Chiamiamo così quelli come te. Nella nostra lingua è una distinzione.» Gronsha sollevò il largo mento. Le distinzioni gli andavano bene. Quando si fermarono davanti all'ingresso della tenda, la mezz'orchessa gli afferrò un braccio. «Sii cortese. È possibile che le nostre maniere differiscano dalle vostre.» Poi gli diede una pacca per incoraggiarlo a entrare, e lo seguì. Gronsha si ritrovò in una tenda illuminata da innumerevoli lampade. A quattro passi da lui, un mezz'orco imponente giaceva comodamente su tappeti dai disegni colorati, e mangiava; era avvolto da un mantello di seta nera, come avrebbe potuto fare un Sanguerosso rammollito. Dietro di lui, su una serie di sostegni di legno, stava la sua collezione di armi, che sarebbe bastata ad allestire un piccolo esercito. Anelli d'oro splendevano a tre delle sue dita. Era sicuramente il mezz'orco più grande che Gronsha avesse mai visto; in confronto a quella del principe, la sua statura sembrava quella di un adolescente. Il largo volto, dalla fronte alta e sfuggente, era adornato da una rada barba; i capelli neri erano raccolti in una treccia. Incuriosito, il principe interruppe il suo pasto. «Kamdra, mia cara. Che cosa porti con te?» «Illustrissimo principe Flagur, vi porto un dono», rispose la mezz'orchessa inchinandosi di fronte al capo, gesto che Gronsha imitò in tutta fretta. «È giunto dal passaggio che credevamo chiuso.» Lo spinse in avanti. «Si chiama Gronsha, e quando parla è difficile capirlo. Un degenerato, il-
lustrissimo. Ma ha raccontato qualcosa riguardo a un regno di mezz'orchi.» Flagur si mise seduto e appoggiò una mano sul ginocchio, mentre con l'altra faceva segno all'ospite di avvicinarsi di più. «Gronsha...» ripeté pensieroso, lasciando risuonare il nome. «Sì, è molto appropriato.» Lo sguardo dei suoi occhi rosa era assai più forte e duro di quello della femmina. Nel frattempo Gronsha si era ripreso dallo stupore iniziale, anche se l'odore rivoltante di essenze aromatiche lo infastidiva. Profumo, pulizia e uno strano modo di parlare. Quei mezz'orchi non si comportavano affatto in maniera consueta, tantomeno nei suoi confronti. Il suo orgoglio reagì, e il mezz'orco si drizzò. «Non sono una cosa. E per niente deg... derg...» «Degenerato?» lo aiutò Flagur, cortese. Gronsha fece un passo in avanti, l'orgoglio faceva fermentare e ribollire la sua collera. «Principe Flagur, dammi i tuoi...» Sentì un dolore bruciante alla nuca. Si girò, fremente, e vide Kamdra. II sangue del mezz'orco macchiava la punta della sua lancia. «Tu...» «No, tu ti rivolgerai al principe usando il voi e chiamandolo illustrissimo, come si conviene.» Aveva l'arma pronta al colpo. «Ti sto insegnando i nostri costumi, phottòr.» Gronsha ringhiò, ma si diede per vinto. L'avrebbe davvero presa per moglie, ne avrebbe spezzato la volontà e l'avrebbe resa sua schiava. Si volse di nuovo verso Flagur, che era in attesa. «Datemi il vostro aiuto! Dobbiamo attaccare la fortezza dei Cavernicoli...» «Intende dire gli ubari, illustrissimo», tradusse Kamdra. «I nostri?» «No, i loro, illustrissimo.» La mezz'orchessa sembrava molto divertita. «A quanto pare, esistono anche nella terra al di là delle montagne. Non c'entrano però niente coi phottòr.» Flagur annuì, e sembrò subito di buon umore. «Questo lo verificheremo da vicino.» Fece un cenno di capo a Gronsha. «Raccontami del regno da cui provieni.» E Gronsha raccontò. Raccontò del Toboribor, delle caverne, dell'esercito del suo principe, Ushnotz, del bastione dei Cavernicoli, la Porta di Pietra, facilmente espugnabile, e degli eserciti di uomini ed elfi, sfiniti dalle lunghe guerre. Si fece portare carta e carboncino, con cui abbozzò una rozza mappa. «La Terra Nascosta è una facile preda, principe Flagur», lo allettò. «Io sono molto pratico del territorio. Datemi i vostri guerrieri più forti e conquisterò la fortezza dei Cavernicoli.» Gronsha sentì un'altra puntura sulla nu-
ca, e concluse il suo discorso gridando: «Illustrissimo». «Per poi donare la fortezza al tuo principe», sbottò Flagur ridendo. «No di certo.» Gronsha s'inchinò profondamente; il sangue gli filtrava sotto l'armatura e colava giù per la schiena. «No. Pensavo che voi potreste diventare il principe di tutti i mezz'orchi. Riflettete: potreste contare su altri cinquemila guerrieri. Illustrissimo.» Il mezz'orco socchiuse gli occhi. «Perché mai dovrebbero seguire me?» «Perché io appoggerò voi.» Flagur ebbe un accesso di risa. Sembrava sul punto di scoppiare, e Kamdra si unì a quelle risate di scherno dimenticando perfino di punire Gronsha per aver dimenticato di dire «Illustrissimo». «Veramente divertente», brontolò il principe. «E di' un po', come potresti indurli a seguire un nuovo signore? Annebbiando la loro comprensione? Perfino il mio miglior mastro di rune non ci riuscirebbe. Non con cinquemila.» Gronsha tacque stupito, con gli occhi che brillavano. «Mastro di rune?» chiese dopo un po'. Kamdra rifletté. «Un mastro di rune agisce su forze invisibili», disse per aiutarlo a comprendere meglio la parola. «Non lo capisci, phottòr?» Gronsha capiva perfettamente. Stava parlando con mezz'orchi che contavano tra le proprie file un mago. Un mago! A quel punto era certo che con loro sarebbe riuscito a incoronarsi sovrano di tutta la Terra Nascosta. Ma per farlo aveva bisogno di governare quella tribù. Il suo piano era semplice ed efficace: alla prima occasione avrebbe ucciso Flagur e, secondo l'uso, si sarebbe proclamato nuovo principe. Nessuno avrebbe mai messo in dubbio la sua superiorità, una volta che avesse ucciso quel mezz'orco simile a un gigante. «Illustrissimo, mi date i vostri guerrieri o no?» chiese di nuovo in tono energico. Flagur, che si era appena calmato, venne colto da un nuovo accesso di risa e sprofondò ansimante sui cuscini. Era quello che sperava Gronsha. Si gettò in avanti mettendo mano al pugnale; la lama puntò dritta verso il cuore del principe. Senza smettere di ridere, Flagur allungò fulmineamente la mano alle sue spalle, afferrò una spada corta e menò un colpo verso l'aggressore. Fu di una violenza impressionante. Non solo deviò lo slancio di Gronsha, ma ne fece a pezzi l'armatura e la carne sottostante; subito sgorgarono fiotti di sangue, e il mezz'orco crollò a terra.
«Ero sicuro che ci avrebbe provato», disse il principe sogghignando, mentre puliva la spada corta sugli abiti del morto. «È il loro tipico modo di comportarsi. Pura violenza. Non conoscono altra lingua.» Per sicurezza, Kamdra colpì Gronsha alla schiena con la lancia; poi lo agganciò con gli uncini dell'arma e prese a trascinare il cadavere verso l'uscita. «Illustrissimo, siete stato impressionante, come sempre», disse la mezz'orchessa inchinandosi. Ma Gronsha non era affatto morto. Colpì col pugnale alle sue spalle, allontanando il manico della lancia, e saltò in piedi. La ferita al petto si era chiusa, il sangue della Terra Estinta aveva avuto effetto. Scagliò il pugnale contro Kamdra, colpendola alla spalla sinistra. Con tre rapidi passi si trovò di fronte a Flagur, poi prese da uno dei sostegni una spada e la alzò verso di lui. Il principe menò un colpo con la spada corta e Gronsha, per dimostrare la sua sconfinata superiorità, si lasciò colpire all'avambraccio. Il taglio era profondo e doloroso, molto doloroso, ma si richiuse sotto gli occhi di Flagur. Era quello che voleva Gronsha. «Guarda che cosa sono in grado di fare!» Si voltò verso Kamdra grugnendo. «E adesso? Strappati il pugnale dalla spalla e fa' quello che ho fatto io, se ci riesci.» Flagur rotolò su di sé, spostandosi dal tappeto ai sostegni delle armi e scelse un mazzafrusto, per usarlo in aggiunta alla spada corta. «Qui abbiamo un piccolo mistero», ringhiò appassionato, con gli occhi rosa che gli brillavano. «Non sarai davvero immortale, vero?» «E invece sì», replicò Gronsha, con la voce resa troppo forte e alta dall'eccitazione. Uno o due colpi e si sarebbe fatto principe da sé. «Al contrario di te!» Il suo avversario sorrise. Sembrava una fiera. «Scopriamolo.» Gronsha attaccò Flagur, che si scansò di lato e fece per colpirgli la spalla col mazzafrusto. Gronsha ne aveva però intuito il movimento, si ritrasse, poi piantò la sua spada fino all'elsa nella pancia del principe. «Muori!» esultò. «Io sono il nuovo signore!» La gioia morì sul colpo quando Flagur lasciò cadere le armi e circondò la gola dell'avversario con entrambe le mani. Tenendo le braccia distese, lo sollevò lentamente, fino a raggiungere il soffitto della tenda. Non sembrava preoccuparsi della spada che aveva infilata nel corpo. Gronsha diede un calcio all'impugnatura dell'arma. Il suo nemico avrebbe dovuto gridare di dolore, invece non trasalì nemmeno.
«Trattiamo, illustrissimo», rantolò in preda alla paura di morire e rinunciando a tentare di liberarsi da quella morsa con le proprie forze. Trafficò con la borraccia che portava alla cintura. «Principe, qui sta il mio segreto. La Nera Immortalità!» Le dita del sovrano strinsero più forte, mentre le vertebre del mezz'orco cominciavano a scricchiolare. Gronsha gettò la borraccia a terra. «Per le tenebre di Tion, prendetela! Prendetela, ma risparmiatemi la vita!» sussurrò in un soffio. «Voglio...» Gli mancò la voce, non aveva più fiato. All'improvviso l'osso del collo si ruppe sotto l'enorme pressione. La vita immortale di Gronsha, l'ultimo membro della pattuglia di ricognizione del principe Ushnotz, terminò tra le forti mani di Flagur. Il principe gettò il cadavere a terra senza riguardo. «Kamdra, fa' venire il guaritore e il mastro di rune», disse con voce ferma mentre si sedeva con cautela, facendo attenzione che la punta della spada non s'infilasse e impigliasse nei cuscini dietro di lui. Solo a quel punto si permise di mostrare debolezza, e contrasse il volto. La voglia di combattimento e morte svanì. «Che ne facciamo di lui, illustrissimo?» s'informò Kamdra, indicando il cadavere. Muovendosi con cautela, Flagur prese la sua spada corta e tagliò una striscia di carne dal polpaccio del cadavere e la sciacquò in una scodella. Poi se la infilò in bocca e prese a masticare. «Ha un sapore eccellente», constatò, invitando la guerriera a servirsi. Kamdra assaggiò, e le si spalancarono gli occhi. «Non l'avrei mai detto. Puzzava tanto che credevo avremmo dovuto tenerlo in ammollo sette lune.» Dopo aver fatto un inchino, la guerriera si affrettò a uscire per portare al suo principe il guaritore e il mastro di rune. «Aspetta», la richiamò il mezz'orco. «Manda un messaggio agli ubari, dicendo che abbiamo novità. Saranno ansiosi di sapere che cosa sta succedendo nella Terra Nascosta.» La mezz'orchessa annuì e se ne andò. Flagur non riuscì a controllarsi e mangiò un'altra fetta di quella prelibatezza. Prede del genere rendevano la Terra Nascosta incredibilmente allettante per lui e la sua gente. Allungò la mano verso la borraccia, l'aprì e annusò. Aveva un odore terribile, saliva dal naso fino a pungere gli occhi. Disgustato, ne vuotò il contenuto nel secchio dei rifiuti. La spada gli procurava un dolore immenso al ventre, ma avrebbe resistito. Confidava nell'aiuto del suo dio, Ubar, creatore del suo popolo. Il mon-
do intorno a lui cominciò a ondeggiare. I suoi occhi rosa scivolarono sull'ingresso della tenda: numerose sagome scure si stavano avvicinando. Una voce gli sussurrò nell'orecchio: «Illustrissimo, ora cominciamo. Siate forte, e che Ubar vi assista». «Lo farà», riuscì a dire Flagur, ormai quasi privo di sensi. Tese i muscoli. «Fate in fretta.» I Terra Nascosta, Monti Grigi, confine meridionale del regno dei Quinti, 6241° ciclo solare, primavera «La prima volta che sono venuto qua era tutto in macerie, Orecchioappuntito. Ma questo... questo non me lo sarei mai aspettato.» Tungdil Manodoro accarezzò il pony grigio cui aveva parlato. Il nano cavalcava stupito lungo l'ultima curva della strada, si fermò e sollevò lo sguardo per osservare la cima della torre pentagonale che si levava nel cielo accanto alle vette dei monti, imponente e imprendibile. «Non dopo solo cinque cicli.» Portò alle labbra la borraccia quasi vuota e si fece scivolare in gola l'ultimo sorso di acquavite; l'alcol gli bruciò le labbra screpolate. Passando davanti alla costruzione, che avrebbe fatto sembrare piccolo perfino un orco, raggiunse il pianoro che si estendeva davanti all'ingresso del regno dei Quinti, gli eredi di Giselbart Occhiodiferro. Come fosse passata solo una rotazione, ricordava che lì aveva intrapreso una ricognizione alla testa di venti guerrieri, in compagnia dell'amico Boïndil e di Balyndis, colei che sarebbe diventata sua moglie. All'epoca erano avanzati tra macerie, vecchie rovine e pietre coperte di muschio. La maggior parte delle fortificazioni erette anticamente dai Quinti era stata distrutta dai mostri di Tion. Quel giorno invece si offriva uno spettacolo completamente diverso, capace di far avvampare d'orgoglio il cuore di qualunque figlio del Fabbro. Nel punto in cui stava passando, si trovava un tempo la voragine dentro cui era affogata una parte dell'esercito di mezz'orchi di Ushnotz. Ormai l'abisso era stato colmato e lastricato di marmo nero; incisioni in oro e vraccasio ricordavano la gloriosa battaglia e onoravano i nani caduti. Ognuno di loro era divenuto un eroe e sopravviveva nei canti che raccontavano quella battaglia.
Non era rimasta traccia delle rovine consumate dalle intemperie attraverso cui Tungdil, all'epoca, era avanzato" di soppiatto. Tutte le vecchie pietre erano state sgomberate e utilizzate da un'altra parte. Conci di granito chiaro e di scuro basalto erano stati posati l'uno sull'altro sino a formare un muro di cinta alto venti passi, senza giunture in vista, realizzato come un braccio protettivo posto intorno all'ingresso vero e proprio. Da esso si alzavano tre torri di basalto nero, dalle cui piattaforme i nani potevano sorvegliare il tortuoso e ripido sentiero, e scrutare per più dì cento miglia all'interno del regno di Gauragar. Lo stendardo dei Quinti, una catena di vraccasio, simbolo dell'abilità di orefici e dell'unità che contraddistinguevano la stirpe, sventolava dal pennone annunciando chi era a guardia del passo. Tungdil sentiva l'umidità bagnargli il volto. Girò la testa e vide la vicina cascata, che rumoreggiava e tuonava. Il bianco getto d'acqua scintillava al sole di primavera, come se fosse di cristallo. La vista toglieva il fiato. Orecchioappuntito sbuffò, si fermò davanti alle porte della fortezza, splendida e temibile, e cercò dell'erba; ma tra le nude pietre non trovò nulla che fosse di suo gradimento. Lo zoccolo anteriore destro raspò il suolo, impaziente. «Lo so, hai fame. Vedrai che ci faranno entrare subito», mormorò Tungdil. Non gli venne dato altro tempo per osservare i sontuosi edifici, che dimostravano la perfetta arte degli scalpellini della stirpe dei Secondi. I battenti del portale, alti come una casa, si aprirono piano. Le lastre di ferro applicate sul lato esterno offrivano un'ulteriore difesa dai colpi degli arieti e di altre macchine d'assedio. Dal passaggio emerse un nano, il cui elmo era reso scintillante da un gran numero di diamanti. Tungdil lo riconobbe: era l'imperatore Gandogar Barbadargento in persona, del clan dei Barbadargento della stirpe del Quarto. «Imperatore Gandogar.» Tungdil si lasciò cadere su un ginocchio e allungò la mano verso la Lama di Fuoco per porgergliela e offrire così il saluto formale dei nani. Era un modo silenzioso per rinnovare il proprio giuramento: dare la propria vita per il bene dei nani e della Terra Nascosta. Gandogar glielo impedì con un rapido gesto, porgendogli invece la mano. «No, Tungdil Manodoro, non ti devi inginocchiare di fronte a me. Stringimi la mano, è sufficiente. Tu sei il più grande eroe del nostro popolo. I tuoi servigi sono stati sconfinati. Sono io che...»
Tungdil si alzò, prese la mano che l'altro gli offriva e interruppe così il panegirico dell'imperatore. Muovendosi, fece gemere la sua cotta di maglia, parecchio arrugginita. Gandogar nascose meglio che poté il suo sgomento. Tungdil sembrava vecchio, più vecchio di quanto non fosse in realtà: i suoi occhi si guardavano intorno, opachi, come se dietro di essi non vi fosse più la mente acuta di un tempo; il volto pareva gonfiato, la barba e i capelli castani erano trascurati e in parte infeltriti. Non poteva dipendere solo dal lungo viaggio. «Sono io che dovrei inginocchiarmi di fronte a te», disse l'imperatore per portare a termine la sua frase. «Non lodarmi troppo.» Tungdil sorrise. «Mi metti in imbarazzo.» Si strinsero la mano. Un tempo rivali, erano entrati molto in confidenza. «Entriamo, in modo che tu possa vedere coi tuoi occhi che cos'hanno realizzato i migliori delle stirpi dei Primi, dei Secondi e dei Quarti.» Gandogar sperò di non aver fatto trapelare troppo il suo sconcerto, e fece un cenno verso l'ingresso. «Dopo di te.» «E riguardo ai Terzi, imperatore? Qual è stato il loro contributo?» chiese Tungdil mentre prendeva le briglie del pony e lo conduceva dietro di sé. «A parte il tuo, che ha reso possibile tutto questo?» replicò Gandogar. Non gli era facile vedere in quel nano trasandato l'eroe di cinque cicli addietro; era un brutto segno che un figlio del Fabbro lasciasse arrugginire la propria cotta di maglia. Si tolse l'elmo, scoprendosi i lunghi capelli castano scuro. «I Terzi fanno ciò che riesce loro meglio: ci addestrano nel combattimento. E sono incredibilmente bravi a farlo.» Sorrise. «Vieni. Abbiamo una sorpresa per te.» Oltrepassarono il portale. Dall'altra parte, un'accoglienza commovente attendeva Tungdil. Nane e nani di ogni età si affollavano lungo il cammino che portava dall'ingresso all'interno della montagna. Intorno a lui, volti felici e raggianti; si rallegravano della sua visita, lo acclamavano, battevano le mani. Musici si trovavano ai lati del cammino, sulle torri e sulle mura, facendo suonare in suo onore flauti e corni, mentre i guerrieri battevano a tempo le armi contro gli scudi. Regnava un entusiasmo indescrivibile, che lusingava Tungdil. «La notizia del tuo arrivo si è sparsa in fretta», disse Gandogar. Era compiaciuto per la sorpresa ben riuscita. «Hanno nostalgia del più grande eroe dei nani.» «Per Vraccas!» Per la commozione, Tungdil si sentì la gola secca e una leggera pressione al petto. «Qualcuno potrebbe pensare che io stia tornan-
do vincitore da una gloriosa battaglia.» Invece per cinque cicli aveva vissuto ritirato nella casa sotterranea del suo padre adottivo. I suoi occhi scivolarono sugli allegri volti di nani e nane che non avevano rinunciato a preparargli un caloroso benvenuto. Camminando tra le ali di folla accanto all'imperatore Gandogar, fece loro cenni di saluto. «Grazie!» gridò felice. «Grazie a tutti voi!» Gli applausi si fecero più forti, mentre la gente acclamava il suo nome. Il suo arrivo si sarebbe potuto anche trasformare in un giro alla gogna. Infatti sua moglie Balyndis era stata un tempo la moglie di Glaïmbar Lamatagliente del clan degli Schiacciaferro, della stirpe di Borengar: il re dei Quinti; incontrarlo di nuovo sarebbe stata la più grossa sfida della sua visita sui Monti Grigi. Era evidente che gli abitanti gli avevano perdonato di essersi unito con Balyndis, ma dovevano essere poi così tanti? Rivolse loro un sorriso valoroso e tirò il fiato quando entrarono nel gigantesco corridoio che conduceva nel cuore del massiccio. Gandogar si fermò all'ingresso. Aveva notato che la gioia di Tungdil in mezzo a tanta baraonda non era del tutto limpida. «Come ti senti?» L'altro non rispose subito. «Strano», disse dopo un po'. «Da una parte il mio cuore canta come il ferro sull'incudine sotto i colpi del maglio del fabbro. D'altra parte...» S'interruppe, tacendo pensieroso, poi si schiarì la voce. «Penso di non essere più abituato ad avere così tanti nani intorno a me, Gandogar.» Sorrise con aria di scusa, sollevò la mano e fece un cenno. «Di solito c'è solo una nana.» «Ti capisco. In parte», gli concesse Gandogar. «Come tu possa vivere lontano dalla comunità rimane per me un enigma. Certo avere intorno a sé tanti volti sconosciuti può far paura a chiunque.» Ammiccò. «So bene quello che dico. Il clan di mia moglie è immenso. Le loro feste di famiglia mi fanno tremare.» Tungdil sorrise. Nel frattempo un nano aveva preso Orecchioappuntito per le briglie e lo aveva condotto via per prendersene cura. Tungdil e l'imperatore continuarono a camminare per i corridoi e le sale, mentre la musica e le acclamazioni dei nani, alle loro spalle, si facevano sempre più lontane. Tungdil rammentava... In quel posto lui e i suoi amici non avevano trovato allora altro che polvere e rifiuti. Dopo la distruzione dell'antica stirpe dei Quinti, in quelle montagne avevano regnato per centinaia di cicli i mostri del dio Tion. Tutto ciò era passato. Era giunta una spedizione composta da nani di tut-
te le stirpi, che, dopo la vittoria, aveva portato nuova vita in quelle sale. I Monti Grigi pulsavano di nuovo. Tungdil sentiva le argentine risate dei bambini; quel suono gli fece male. «Non ci siamo limitati a riparare i danni patiti dalla roccia e dalle innumerevoli stanze», sentì dire da una voce nei pressi di un corridoio laterale. Subito dopo apparve un nano accompagnato da un nutrito seguito. «Abbiamo creato nuove sale. Nuove sale per nuove generazioni, che guarderanno il sole sorgere sulla Lingua di Drago, sulla Grande Lama e su tutte le altre cime.» Tungdil riuscì subito a inquadrare quella comparsa teatrale e la sua voce; in cuor suo aveva sperato di non incontrare quel nano. «Io ti saluto, re Glaïmbar Lamatagliente», disse inchinandosi leggermente. Constatò con stupore che dietro il sovrano c'era una nana in un abito marrone ricamato. Teneva in braccio un neonato. «Posso congratularmi per la nascita del tuo rampollo?» Glaïmbar, che era più alto e robusto di Gandogar, si accarezzo la folta barba nera. «Ti ringrazio, Tungdil Manodoro, e ti do il benvenuto nel mio regno.» Indicò il bambino. «Questi sono i veri eredi dei Quinti. Noi siamo qui solo per badare che nessuno allunghi le mani su ciò che spetta loro di diritto, finché non saranno in grado di difenderlo da soli.» Gli porse la mano; le lamine di metallo della sua pregiata armatura fregarono l'una contro l'altra. «Il tuo volto mi dice che sei preoccupato, Tungdil. Dimentichiamo quello che è accaduto in passato. Il mio cuore ha trovato un'altra nana, e io non nutro astio. Né verso di te né verso Balyndis. Riferiscilo anche a lei, quando sarai tornato a casa.» Sebbene avesse affrontato innumerevoli avventure e molte volte fosse fortunosamente riuscito a scampare da situazioni di estremo pericolo, di rado Tungdil si era sentito tanto sollevato come in quella occasione. Strinse la mano del re con entrambe le sue e le scosse con tanto vigore che Gandogar dovette frenarlo. «Piano, piano, amico mio. A Glaïmbar servirà ancora il suo braccio», disse ridendo. Una veloce occhiata al volto di Glaïmbar fece capire a Gandogar che anche il re dei Quinti era stupito dalla trascuratezza di Tungdil. «Purtroppo il mio braccio non mi serve più per combattere», aggiunse Glaïmbar dopo un attimo di silenzio. «Il passo settentrionale è tranquillo, ormai.» «Rallegratene, re Glaïmbar», replicò Tungdil. Si sentiva come liberato da una zavorra di piombo. Dopo l'amichevole accoglienza, le parole conci-
lianti del suo vecchio rivale lo sgravavano di almeno due delle sue preoccupazioni. In ogni caso si disse di non essere troppo fiducioso; finché alle parole di riconciliazione non fossero seguiti i fatti, sarebbe rimasto in guardia. «Di certo le braccia ti si stancheranno a forza di cullare bambini.» «Venite. Vi guiderò e vi mostrerò le bellezze di un fiorente regno dei nani.» I tre nani s'incamminarono, e presero a esplorare la fortezza. Ognuna delle stirpi aveva celebrato se stessa per l'eternità grazie alla propria arte. Gli scalpellini dei Secondi offrivano lavori di riparazione impeccabili e scavavano nella pietra nuovi alloggi, saloni, colonne, ponti e scale con una tale precisione da non poter che stupire. I fabbri dei Primi coronavano i lavori con grate, cancelli, mobili, lampade e altri oggetti realizzati con ogni genere di metallo. I Quarti portavano a perfezione l'opera degli altri intagliando gemme e pietre preziose che creavano ovunque il giusto scintillio. Insieme coi magistrali dipinti murali in oro, vraccasio e altri metalli pregiati della distrutta stirpe dei Quinti, i nuovi abitanti adornavano il loro regno in modo assai più sontuoso di tutti gli altri regni dei nani. Il loro stile univa in sé il meglio di tutti. Glaïmbar si compiaceva dello stupore che leggeva negli occhi spalancati dei suoi ospiti d'alto rango. «Come vedete, i Monti Grigi sono diventati un tesoro unico. E gli straordinari guerrieri della stirpe dei Terzi c'insegnano nuovi modi di combattere per proteggere il nostro regno e la Terra Nascosta», chiosò alla fine del loro giro, mentre li guidava verso la sala delle assemblee. Tungdil ricordava bene quel locale dalla forma insolita, costruito in modo simile a un teatro. Aveva una base dal diametro di circa venti passi; le pareti salivano perpendicolari per un passo e scorrevano poi ad angolo retto per circa quattro passi, formando così un ampio cornicione, prima di alzarsi nuovamente di un passo a formare quello successivo. Lì Tungdil aveva proposto Glaïmbar come re. Lì aveva rinunciato alle sue pretese. Come sarebbe andata se fossi diventato io re dei Quinti? si chiese mentre osservava le gradinate vuote. Meglio o peggio? Quel giorno non si teneva nessuna votazione. I capiclan stavano aspettando l'eroe e i due sovrani per pranzare con loro. Sedevano a un lungo tavolo posto al centro del primo livello, su cui erano ammassate prelibatezze preparate secondo le diverse ricette di tutti i regni dei nani. Quando entrarono i tre, le conversazioni si ammutolirono e tutti i presen-
ti si alzarono dalle loro sedie. Quindi s'inginocchiarono, estrassero le armi e le sollevarono, tenendo il capo abbassato. Era la muta promessa di dare la propria vita per l'imperatore. «Alzatevi e mangiate», disse Gandogar raggiungendo il suo posto, a un'estremità del lungo tavolo. «Gustiamoci questo pasto. Il viaggio mi ha reso affamato e molto assetato, avremo modo di parlare più tardi.» Tungdil si sedette alla sua sinistra, Glaïmbar alla destra. Iniziò il pasto, mentre i musici suonavano. Tungdil se ne rallegrò e si servì delle prelibatezze che incontravano il suo gusto: saporite gelatine di radici, carne di capra, funghi, formaggio acido alle erbe e gnocchi fumanti fatti con farina di tuberi di caverna. Quel pasto era uno straordinario cambiamento rispetto a quello che mangiava nella galleria in cui viveva: né lui né Balyndis erano molto versati nell'alta cucina, e poi a lui piaceva il cibo degli umani, mentre lei preferiva quello tradizionale dei nani; i compromessi risultavano in genere mediocri. Si pulì le mani sulla barba sporca. Nel suo entusiasmo per il banchetto non notò i volti orripilati dei capiclan. Il suo aspetto trasandato li aveva colpiti duramente. Gandogar gli porse un boccale di birra. «Assaggia. Una birra del genere non ce l'hai di sicuro dalle tue parti, non è vero?» Quelle parole non erano state pronunciate con cattive intenzioni, ma colpirono il punto debole della corazza di Tungdil. Il volto del nano s'incupì. «Sono pago di quello che ho», replicò seccamente. Prese dell'arrosto e cacciò i denti nella carne di capra; la salsa bruno-rossastra gli scorse come sangue nella lunga barba arruffata. Il suo contegno sgarbato contraddiceva ciò che aveva detto. «Avete già un rampollo?» volle sapere Glaïmbar, senza intuire che stava creando un'altra scalfittura sulla corazza. «Chissà quando avremo di nuovo bisogno di un eroe, e se i vostri figli...» Tungdil fece ricadere con forza il pezzo di carne nel piatto, si pulì la bocca con la manica, si scolò la birra e fece segno a un servitore di versargliene un'altra. «Se non ti spiace, spiegami perché mi hai fatto chiamare, imperatore Gandogar», disse, cambiando argomento in modo così esplicito da far capire a tutti che non desiderava rispondere alla domanda. Glaïmbar e l'imperatore si scambiarono un rapido sguardo. «Come ti ho accennato già prima, la situazione è diventata molto tranquilla, Tungdil», disse il re continuando a mangiare. «E questo mi sorprende.» «Esatto», aggiunse Gandogar. «Infatti, da un ciclo a questa parte sui
Monti Marroni stiamo assistendo invece a un intenso attacco da parte dei mezz'orchi. Cercano di forzare il passo con tutte le loro forze, come se avessero alle costole tutta la potenza del bene.» Gli venne passato il dolce. «Ma alla Porta di Pietra tutto è calmo come in una cripta.» «Avremmo potuto lasciare le porte aperte per quattro cicli e non sarebbe accaduto nulla», aggiunse Glaïmbar. Tungdil riconobbe subito il dolce e ne chiese per sé. Era una crema chiara, come quella che aveva mangiato presso i Liberi ad Aureorifugio. Nella casa della nana Myr, che si era macchiata di tradimento e lo aveva pagato con la vita. Una nana che lui aveva amato. La scelta del dolce fu un errore. Già al primo cucchiaio tornarono i ricordi: avevano un sapore amaro e gli rovinarono il gusto del cibo. Tungdil allungò di nuovo la mano verso la birra. «Questo è davvero strano», disse, sussurrando più che parlando. Tossicchiò, come se le immagini del passato lo strozzassero. Ci voleva molta birra per mandare giù quei ricordi, e ancora di più per impedire loro di venir su. «Avete mandato degli esploratori?» «No», rispose Glaïmbar. «Non volevamo svegliare l'orco che dorme, almeno finché su entrambi i lati non saranno state completamente ricostituite le difese e non ne saranno state aggiunte altre.» «Questo è il motivo per cui sei qui», intervenne Gandogar. «Abbiamo pensato che una piccola unità di ricognizione e tu, Tungdil Manodoro, faceste al caso nostro. A quanto mi dicono, sei già stato nella Terra dell'Aldilà.» Con la mano indicò l'ascia dell'eroe, che stava appoggiata accanto alla sedia. «Tu possiedi la Lama di Fuoco, in grado di vincere qualunque cosa ti si pari innanzi. Sei la guida migliore per una simile impresa.» Tungdil mise da parte il piatto e chiese un terzo boccale di birra. Voleva placare la fame a forza di birra. Come spesso era accaduto, negli ultimi cicli. «Sì, imperatore, sono stato nella Terra dell'Aldilà. C'era nebbia, ho perso tre guerrieri contro i mezz'orchi e ho trovato in una caverna una runa che non sono riuscito a decifrare. Non è stata una grande ricognizione.» Tracannò la birra, posò il boccale e ruttò piano. «Ammetterai che come esperienza non è un granché.» «Ciò non toglie che abbiamo bisogno di sapere che cosa sta accadendo là.» L'imperatore non sembrava disposto ad accettare un rifiuto, nemmeno indiretto. «Desidero che domani stesso tu parta alla volta della Porta di Pietra, con un gruppo di guerrieri scelti, per vedere qual è la situazione.» Tungdil aveva portato alle labbra il quarto boccale, ma lo abbassò. «C'è nebbia, imperatore. E tutti sanno com'è fatta la nebbia. Quante sfumature
di grigio ti dovrò descrivere al mio ritorno?» «Calma, Tungdil Manodoro.» Glaïmbar consumava il suo dolce in modo ostentatamente lento. «Forse al tuo ritorno dovrai scusarti con l'imperatore, dal momento che probabilmente laggiù pullula di mostri che si stanno adunando.» Tungdil si concentrò di nuovo sulla sua birra, poi esaminò Glaïmbar. Anche lui quindi voleva mandarlo nella Terra dell'Aldilà. Forse la loro riconciliazione non era poi così completa come aveva pensato poco prima? La diffidenza dei suoi pensieri era degna di uno gnomo, e si rimproverò per quello. Posò la birra con un'imprecazione. «Perdona il mio tono irrispettoso, imperatore Gandogar», disse a voce bassa e conciliante. «È ovvio che andrò al passo settentrionale.» Poi si rivolse a Glaïmbar. «Mi farebbe perfino piacere imbattermi nelle creature di Tion. Se dovessi incontrare la morte in battaglia, mi andrebbe anche bene! Perché...» Serrò le labbra. «Scusate, sono troppo stanco per essere di buona compagnia.» Si alzò, allungò la mano verso il boccale e lasciò la sala. I nani lo seguirono con lo sguardo, continuando a masticare in silenzio. Nessuno parlava, per non esprimere ad alta voce i dubbi su quello che un tempo era stato un eroe. Gandogar guardava preoccupato il piatto pieno che Tungdil aveva lasciato. «Qualcosa lo ha cambiato.» «Ma che cosa?» aggiunse Glaïmbar. «Qualcosa mi dice che ha a che fare con Balyndis.» «Alla Porta di Pietra troverà qualcuno con cui ne potrà parlare. Qualcuno che gli è molto più vicino di noi due.» Bevve un sorso di birra, mentre Glaïmbar lo fissava stupito. «Verrà?» «No.» Gandogar lanciò un'occhiata da sopra il bordo del boccale, lo appoggiò, lo fece oscillare per raccogliere la schiuma depositata in alto e poi lo vuotò giù per la gola. «È già qui, caro Glaïmbar.» Terra Nascosta, Monti Rossi, confini orientali del regno dei Primi, 6241° ciclo solare, primavera Fidelgar Fortecolpo, nano di statura considerevole e dalla barba chiarissima, si sedette, prese una piccola scatoletta di metallo dallo zaino e l'appoggiò sul tavolo di pietra davanti a lui. Aveva finito la prima parte della
sua ronda e si godeva una pausa nelle immense caverne, i cui alti soffitti erano sostenuti da grandi colonne. Lì un tempo erano stati posti binari e vagoncini, ma ormai non c'era più modo di usare quei carrelli. Il nano doveva controllare i corridoi, e ciò allungava il suo giro. Baigar Quattromani, che stava trafficando con un martello e piccoli ganci su un carrello danneggiato, gli lanciò uno sguardo. La sua barba scura era raccolta in due trecce che teneva sopra le spalle, in modo che non gli finissero sulla brace della forgia. Accanto a lui c'era una piccola fucina mobile, di quelle che venivano usate dagli artigiani erranti. Era sufficiente per svolgere piccoli lavori. «Be', tutto tranquillo?» chiese all'altro guardando incuriosito la piccola scatoletta. «Sì, dopo che avrò ucciso quattro mezz'orchi e vinto un troll», rispose Fidelgar in tono di scherzo, mentre prendeva due tazze e una borraccia su cui era inciso il simbolo dell'oro. «No, qua non succede niente.» A quel punto Baigar mise da parte martello e gancetti e si avvicinò sornione. «Ma che ti sei portato dietro?» «Una novità da Aureorifugio.» Fidelgar passò un dito sugli angoli della scatoletta, ne aprì la chiusura e sollevò il coperchio lentamente: ne uscì un odore di spezie e acquavite, e apparvero degli oggetti bruni, lunghi e spessi come un dito. «Sigari.» «Vengono da Aureorifugio? Una delle città in cui vivono i Liberi?» «Precisamente. Uno dei loro mercanti è stato qui e se li è portati dietro. Non potevo non comprarli.» Prese uno dei sigari e lo porse a Baigar. «Sono foglie di tabacco, rollate e marinate nelle spezie; o con delle spezie dentro.» Baigar annusò il sigaro, lasciando cadere le trecce della barba in avanti. «Se ne taglia un pezzo e lo si mette nella pipa?» «No. Non c'è più bisogno della pipa. I Liberi hanno avuto un'idea che fa risparmiare tempo.» Fidelgar si alzò, si avvicinò alla forgia e con una tenaglia prese un pezzetto di brace. Si mise un'estremità del cilindro in bocca e tenne l'altra accostata alla brace. Il tabacco si accese scoppiettando. «E a questo punto si tira come se fosse una pipa», spiegò farfugliando. Tirò più volte senza respirare e socchiuse gli occhi compiaciuto. L'odore era molto buono, sapeva di vaniglia, miele e altre spezie imprecisate. «Questa sì che è una buona idea.» Baigar prese un sigaro e imitò il compagno. Il fumo pareva più caldo e forte di quello di una pipa. E l'effetto era assai più percepibile: dopo poco gli vennero le vertigini. «Non credevo che il commercio coi Liberi ci avrebbe portato tanti vantaggi.» Agitò il sigaro
acceso. «E non intendo dire solo questa cosa qua. Pensa anche alla carne di gugul. E le loro erbe medicinali sono molto efficaci, a quanto si dice.» Fidelgar s'infilò il suo sigaro in un angolo della bocca e aprì la borraccia. Riempì le tazze col liquido chiaro che vi era contenuto. «E hanno l'Acquadoro di Aureorifugio. È un liquore con un pizzico di foglia d'oro.» Incoraggiò Baigar con un cenno. «Ha un sapore eccellente.» «Foglia d'oro? In un liquore?» Ne prese un piccolo sorso e masticò le sottili lastrine. «Sa di...» Fece schioccare le labbra, mentre cercava la parola adatta. «Oro! Non c'è nient'altro che possa descrivere questo sapore perfetto.» Sospirò felice. «È incredibile! Me lo sento scorrere nelle vene e portarmi via la stanchezza e il cattivo umore. È una medicina!» «L'oro o il liquore?» Fidelgar sogghignò. «E, a seconda del liquore che si usa e di dove si prende l'oro che ci si mette dentro, ha sempre un sapore diverso. E non si può tenere l'oro in un posto più vicino, non è vero?» Il nano bevve un sorso e fece un tiro dal suo sigaro. Poi si guardò intorno. «È diventato incredibilmente tranquillo.» Baigar soffiò il fumo e cercò di farne degli anelli. «Sei sicuro? Neanche uno gnomo di caverna?» «Sennò potrei starmene qui a farmi una fumatina?» Fidelgar guardò il vagoncino rotto su cui prima stava lavorando Baigar. «Di' un po', perché ripari i vagoncini se non possiamo più usare i tunnel?» «Perché non si sa mai», rispose Baigar. «E comunque li usiamo. Le squadre di costruzione sono in viaggio per riparare i danni. E perché tu fai la guardia, quando nella Terra Nascosta non c'è più un mostro?» «Perché non si sa mai», rispose Fidelgar ridendo. Indicò i quattro tunnel in cui correvano i binari. «È davvero un peccato. Proprio adesso che tra le stirpi regna la concordia, i collegamenti sotterranei sono ancora più danneggiati. Che sia maledetto il terremoto causato dalla Stella del Giudizio!» «Non preoccuparti, Vraccas è con noi.» Baigar dondolò la testa. «Siamo sulla buona strada per mettere a posto le tratte più importanti. Solo ieri una delle squadre ha ripulito mezzo miglio di uno dei tunnel principali.» Sospirò. «Ma le macerie non sono l'unico problema. E altrettanto difficile sostituire i binari piegati dalle frane con altri nuovi o forgiarli sul posto.» Indicò il vagoncino su cui stava lavorando col martello. «Quando i binari sono così inclinati deformano l'asse dei carretti. E questo significa altro lavoro per me.» «Ah, quando si poteva ancora viaggiare da un regno dei nani all'altro veloci come il vento! Quelli sì che erano tempi...» si accalorò Fidelgar, men-
tre soffiava un perfetto anello di fumo. «I vagoncini volavano sui binari, il vento ti soffiava tra i capelli e la barba e ti solleticava la pancia.» «Tu li hai usati?» chiese Baigar stupito. «Sì. C'ero anch'io quando la regina Xamtys II è partita per il regno dei Secondi e abbiamo combattuto contro le orde di Nôd'onn. Quella sì che è stata una battaglia!» Soffiò sulla punta incandescente per non lasciar spegnere il tabacco. «Ricordo come se fosse ieri quando...» Baigar alzò bruscamente la mano. «Zitto!» Tese le orecchie verso i neri ingressi dei quattro tunnel. «Mi è parso di sentire qualcosa.» Si tolse il sigaro dalla bocca e lo appoggiò sul tavolo di pietra. «Be', è possibile. Di sicuro là fuori c'è ancora una squadra e...» Sentirono un urlo orribile, che risuonò dal tunnel più a sinistra. Fidelgar capì che era un grido di morte. Un istante dopo risuonò un altro urlo, poi scoppiarono grida di panico. «Vieni!» S'infilò il sigaro in un angolo della bocca. Gli era costato caro e non voleva sprecarlo lasciando che si consumasse da solo e andasse in cenere. Prese velocemente ascia e scudo e trottò verso la galleria. Baigar prese la sua borsa degli attrezzi e due torce accese, poi si affrettò dietro l'altro. Un tempo avrebbe subito pensato a un agguato di mezz'orchi; in quel momento invece pensò a un qualche incidente. Corsero dentro il passaggio, dritto e piano, che era stato pensato per dare ai vagoncini tempo sufficiente per frenare, in modo da non piombare in piena velocità dentro la sala. Le grida si avvicinavano, mentre vi si mescolava lo sferragliare di elementi meccanici. Ricordavano a Baigar i rumori a lui ben noti prodotti da argani in funzione, ghiere che ruotassero velocemente e i bracci dei mulini di pietra dei nani. Ma non aveva mai sentito una simile mescolanza di tutti quei suoni. Distinse davanti a sé una luce danzante, in cui si levò un essere mostruoso che riempì l'intero passaggio. Tutt'intorno vorticava un numero enorme di artigli lucenti e bracci color bronzo, mentre i nani della squadra di costruzione cercavano disperatamente di fermarlo. Le loro piccozze non riuscivano a raggiungere la pelle del mostro; i manici si spezzavano come bastoncini. Chi veniva colpito da un artiglio urlava. Qualcuno faceva un volo di parecchi passi lungo la galleria, per poi cadere e rimanere immobile. «Vraccas, aiutaci! Che cos'è?» Fidelgar guardò sconvolto un potente artiglio perforare il corpo di un nano e uscirgli dalla schiena; poi il braccio
tornò indietro, traendo più vicino lo sventurato, che si dimenava, finché questi non finì alla portata di altri artigli stridenti. Il nano venne fatto a pezzi. Della squadra rimaneva solo un ferito grave, che gemeva a terra cercando di mettersi in salvo. Il mostro intanto continuava ad avanzare. «Dobbiamo salvare almeno lui!» disse Baigar lanciando uno sguardo al ferito e correndo in avanti. Fidelgar non esitò un attimo. Avvicinandosi al mostro, i due compresero di essersi sbagliati. Non avevano di fronte una creatura di carne e sangue, ma un grande oggetto di forma romboidale, che avanzava con uno spigolo in avanti. La pelle era costituita in realtà da piastre di ferro. I bracci lunghi un passo erano anch'essi in metallo; alle loro estremità erano innestate delle lame, ma anche delle morse dentate che a intervalli irregolari addentavano muovendosi in avanti e chiudendosi rumorosamente. I due non riuscivano a capire su che cosa il mostro si avanzasse. Una protezione di ferro impediva la vista agli sguardi curiosi, così come impediva attacchi mirati. «Non è una bestia», gridò Baigar stupefatto, fissando il sangue delle vittime che colava dalle lame e dagli artigli, scorrendo copioso sul suolo roccioso. Sulle piastre riconobbe delle rune e, quando le decifrò, un tremito gli attraversò le membra. Sperò di sopravvivere abbastanza per poterlo riferire alla sua regina. «Attento!» Fidelgar lo strattonò per una manica, e una morsa lo mancò per un pelo. «Via di qui! Prendiamolo.» I due nani sollevarono il ferito e lo sorressero insieme. La cosa stridette forte e li investì con un getto di caldo vapore che puzzava di petrolio e impediva loro di respirare. Tossendo, i due trascinarono il loro compagno lontano da quella cosa. La cosa non pensò nemmeno un istante di arrendersi, e invece infilò gli artigli coperti di sangue nel pesante vagoncino per le riparazioni, su cui si trovavano una fucina portatile e gli attrezzi, e la spinse in avanti lungo i binari. «Tienilo», gridò Fidelgar scaricando sull'altro il peso del ferito, poi saltò nel veicolo e strinse con forza i freni. La rapidità dell'avanzata del loro spaventoso nemico terminò all'istante. Ma il carretto continuò a muoversi in avanti, spinto dall'enorme forza di quella cosa. «Ci deve bastare questo vantaggio», disse Fidelgar saltando fuori dal vagone per tornare da Baigar e dal nano ferito. Si affrettarono lungo la gal-
leria, alla massima velocità consentita loro dal carico. Quando raggiunsero la sala, Baigar si separò da loro. «Voglio spingere un altro vagone nel tunnel», disse per spiegare le sue intenzioni. «Portalo alla svelta da un guaritore e chiama altre guardie.» Fissò un vagoncino al gancio di una catena collegata a una grossa carrucola. Visto che richiedeva troppo tempo mettere in funzione la macchina a vapore con cui di norma sollevavano i carichi più pesanti, dovette fare affidamento sulla sua forza fisica. Si servì del verricello; la catena si avvolse cigolando, poi si tese. «Di' agli altri di portare delle lunghe sbarre di ferro», gridò verso Fidelgar. La sentinella stava trascinando fuori il ferito. «Che devo dire se mi chiedono che mostro è?» «Di' che è una perfidia dei Terzi.» Fidelgar stentava a crederci. «Come...» «Ho decifrato le rune scritte sulla corazza.» Baigar colava sudore per il grande sforzo; con l'aiuto della carrucola riuscì a sollevare il vagoncino. «Battuti, non distrutti, portiamo la distruzione», citò concitato. «Possono essere solo i Terzi. Riferiscilo alla regina, qualora dovessi morire.» I muscoli del torace e delle braccia si gonfiarono, mentre guidava il carrello, che oscillava poco sopra il suolo, fin sul binario. Era proprio il momento giusto. Dal corridoio risuonarono gli stridii della macchina, mentre una nuvola bianca usciva dall'ingresso, annunciando l'approssimarsi del nemico micidiale. «Va'!» gridò Baigar. «Non so se basterà a fermarlo!» Si preparò ad abbassare il carrello. «Che Vraccas ti protegga!» Fidelgar gli fece un cenno, si gettò il ferito sulle spalle e si mise a correre. In tutta la sua vita non era mai stato così veloce, e per la prima volta trovò che la vastità dei regni dei nani fosse uno svantaggio. Attirò l'attenzione gridando forte. I nani abbandonarono i loro lavori abituali, si prepararono e si armarono rapidamente, sicché Fidelgar raccolse presto cinquanta guerrieri. Affidò il ferito a un compagno, poi si affrettò con gli altri a tornare nella sala. Ma vi giunsero troppo tardi. I carrelli rovesciati giacevano di traverso sui binari del tunnel, come fossero barricate. Avevano impedito che il mostro riuscisse a fare irruzione nella sala successiva e quindi nel regno dei Primi. Ma non trovarono il valoroso Baigar, a parte un pezzo di gamba e un brandello del farsetto. Di lui non si riconosceva nient'altro, in mezzo alle
spoglie fatte a pezzi degli altri nani sparse dal soffitto al pavimento. Fidelgar guardò nel tenebroso tunnel, senza distinguere nulla. Il loro nuovo nemico aveva ripiegato e verosimilmente attendeva in agguato da qualche parte in uno dei corridoi. Dopo più di cinque cicli i Terzi avevano di nuovo dichiarato guerra ai loro fratelli e alle loro sorelle. E la regina lo avrebbe appreso dalla sua bocca, come Baigar aveva desiderato. Terra Nascosta, Monti Grigi, confini del regno dei Quinti, 6241° ciclo solare, primavera Tungdil si era messo in viaggio attraverso il regno di Glaïmbar, alla volta della Porta di Pietra, percorrendo la stessa strada che aveva fatto a suo tempo con Balyndis e Boïndil. La bellezza che vide lo distolse dai suoi tetri lambiccamenti e dalla scontentezza in cui era scivolato. Non però dal dolore, che, come un animale cattivo, stava annidato in un angolo della sua mente e troppo spesso scattava in avanti, infilandogli i lunghi e affilati artigli nel cuore ferito, nell'anima. Da quel momento maledetto la scontentezza e il dolore erano stati i suoi eterni compagni. Mentre camminava, quel momento di distrazione veniva disturbato da ogni risata di bambino che gli giungeva alle orecchie. Quel suono allegro lo colpiva al cuore e lacerava la ferita della sua anima, la faceva sanguinare fino a che il nano non prosciugava quel torrente con la birra. Purtroppo quel tappo, troppo fluido, non durava mai a lungo, per cui doveva ricorrervi spesso. Così erano nate le sue cattive abitudini. Ciondolando leggermente, Tungdil raggiunse il potente portale dai giganteschi battenti che erano stati aperti dai nemici una sola volta, e soltanto grazie a un tradimento; altrimenti avrebbero sfidato gli assalti dei mostri per migliaia di cicli. I punti danneggiati erano stati riparati dagli scalpellini e i cinque chiavistelli erano di nuovo al loro posto, muovendosi solo quando venivano pronunciate le parole segrete. «Se tu avessi un occhio solo e cantassi, ti avrei preso per Bavragor Pugnomartello», disse una voce potente alle sue spalle, facendolo sussultare e distogliendolo dai suoi pensieri. «La voce di un morto parla di un morto?» replicò lui girandosi di scatto, troppo in fretta per reggersi bene in piedi. Due forti braccia lo tennero fermo, impedendogli di cadere.
«Ti sembro un morto, Sapientone?» Tungdil squadrò il muscoloso e tarchiato nano che aveva davanti. Tranne che sui lati del cranio, che erano rasati, aveva lunghi capelli neri, che pendevano sulla schiena raccolti in una treccia; la barba, dello stesso colore, arrivava fino alla cintura. Cotta di maglia, corpetto di cuoio, stivali ed elmo ne completavano l'aspetto da guerriero. Stringeva un'azza, il martello da guerra con uno spuntone lungo un avambraccio a un'estremità. «Boïndil?!» sussurrò Tungdil, incredulo. «Boïndil Duelame!» gridò poi felice tirando a sé l'amico che non vedeva più da cinque cicli. Non si vergognò di piangere e, sentendo l'altro tirare forte col naso, vicino al suo orecchio, capì che neanche un combattente maturo come il suo amico nascondeva i suoi sentimenti. «Ci siamo visti l'ultima volta sulla tomba di mio fratello Boëndal, alla Porta Alta», disse Boïndil piangendo per la gioia. «E anche là siamo rimasti a piangere forte tenendoci tra le braccia», aggiunse Tungdil dandogli pacche sulla spalla. «Boïndil, quanto ho sentito la tua mancanza!» Liberò dall'abbraccio l'amico con cui aveva superato mille incredibili avventure, condividendo il bene e il male, la tristezza e la felicità. Il gemello si terse le lacrime dalla barba. «Continuo a ingrassarla regolarmente», disse raggiante. «Sapientone, mi sei mancato.» Tungdil cercò una traccia della follia che un tempo allignava negli occhi del guerriero, pronta a erompere di tanto in tanto. Tuttavia lo sguardo dei suoi occhi marroni non era più folle, ma caldo e amichevole. «La morte cambia anche i vivi, mi hai detto una volta.» Boïndil diede un colpetto di nocche sulla cotta di maglia di Tungdil. «Ma, se tu che sei vivo continui così, il cambiamento sarà la tua morte», lo punzecchiò. «La birra che prepara Balyndis è così buona?» «La birra ce la fornisce un commerciante, e non ha niente a che vedere con quella che fanno i nani. Ha lo stesso effetto, ma dopo fa venire più mal di testa.» Tungdil non se la prese a male per l'allusione alla sua corpulenza. Ma le folte sopracciglia dell'amico si alzarono con aria di biasimo. «In parole povere, sei diventato un beone come Bavragor Pugnomartello», riassunse. Il guerriero sentiva il forte lezzo di sudore dell'altro e ne vedeva i capelli arruffati e il volto invecchiato. «Ti sei lasciato andare, mio grasso eroe. Cos'è successo?» «Ci vediamo dopo cinque cicli e mi fai una predica!» ribatté Tungdil. «Raccontami piuttosto che cosa ti ha spinto qui, lontano dalla Porta Alta.»
Si guardò intorno e vide molti guerrieri che uscivano in bell'ordine alla luce del sole per fare i propri esercizi di combattimento. «Nulla mi ha spinto o sospinto. Non ardo più dalla voglia di combattere, e il fuoco che mi scorreva nelle vene si è spento. È stato l'imperatore a chiedermi di accompagnarti. Qualcuno dovrà pur badare a te.» Accarezzò l'impugnatura dell'azza. «E anche onorare la memoria di mio fratello. Al contrario di me, lo spuntone della sua azza brama ancora la battaglia. Vuole infilarsi nel ventre di un Muso di porco.» Davanti alle file dei guerrieri camminava su e giù un Terzo; i tatuaggi neri che portava sul volto ne tradivano l'origine e la perizia in combattimento. Solo pochi cicli prima, quel Terzo e i nani che comandava si fronteggiavano sul campo di battaglia; nel frattempo l'odio irrefrenabile era svanito. Boïndil seguì il suo sguardo. «Non smetto di farmi domande», ammise. «Fatta qualche eccezione», e appoggiò una mano sulla spalla dell'amico, «ho come prima una pessima opinione dei Terzi. Non posso dimenticare che alcuni di loro hanno giurato di eliminarci. Temo i loro inganni.» «Già. Ma in ogni caso sono solo una manciata e non più una vera stirpe, come ai tempi di Lorimbas. La loro furia si spegnerà», disse Tungdil, fiducioso. «Sono i miei guerrieri?» Si avvicinò al gruppo, mentre l'amico lo seguiva. Il Terzo notò che i due si erano avvicinati e si voltò verso di loro. «Vi saluto, Tungdil Manodoro e Boïndil Duelame», disse inchinandosi. «Sono Manon Passopesante del clan degli Scuremortale. Queste sono le due dozzine di guerrieri che ho preparato appositamente per la missione nella Terra dell'Aldilà.» I suoi occhi scuri li guardavano con fermezza. «Nulla li spaventerà.» Boïndil rise amichevolmente. «Ah, credimi, Manon, ci sarà sempre qualcosa in grado di spaventare un guerriero.» Si appoggiò l'arma in spalla. «Il che non vuol dire che non riesca a controllarsi.» Manon fece un ghigno di sfida. «Allora i miei uomini ti mostreranno che ci sono nani che non provano paura.» «Sono certo che non troveremo altro che macerie e detriti», intervenne Tungdil in tono accomodante. «Quando possiamo partire?» «Quando vuoi», rispose Manon. «Allora domani all'alba», decise Tungdil, poi si diresse verso la torre, per salirne le scale che portavano in cima e raggiungere il camminamento che correva sopra la porta. Boïndil rimase al suo fianco.
Insieme guardarono la Terra dell'Aldilà, che in quel tardo pomeriggio giaceva limpida davanti a loro. Di fronte alla porta c'era una piana abbandonata, su cui un tempo si raccoglieva a intervalli regolari ogni genere di mostri per tentare l'assalto alle fortificazioni. «Sembra strano che ci abbiano rinunciato», disse Tungdil gustandosi il vento freddo che lo avvolgeva e gli soffiava via dalla testa l'effetto ottenebrante della birra. L'aria era fresca, limpida, e non recava con sé il tanfo di nessun mostro. «Solo queste antichissime montagne possono ricordare gli attacchi imperterriti e le ondate degli eserciti della prole di Tion.» «Dev'essere stata la Stella del Giudizio», replicò l'amico. «A quanto pare, non ha distrutto solo il male della Terra Nascosta, ma ha avuto effetto anche oltre i confini delle montagne.» Sospirò. «Immagina un po', Sapientone. Sarebbe davvero la pace.» Dal tono di voce si capiva che nemmeno lui osava crederci. «Ricordo bene quel momento.» L'ondata di luce magica, provocata dal sortilegio dell'Eoli, aveva attraversato la Terra Nascosta riducendo in cenere tutte le creature malvagie e raccogliendone l'energia in un diamante. Chiunque possedesse un simile artefatto e fosse in grado di usare la magia sarebbe divenuto l'essere più potente mai vissuto. Per sicurezza i nani ne avevano preparato delle copie precise che avevano ripartito tra i vari regni; anche Tungdil possedeva una di quelle pietre, senza sapere se fosse quella vera o una delle imitazioni. Ma nel frattempo una era andata persa. Ne chiese notizie a Boïndil. «È un mistero impenetrabile. La pietra che doveva essere consegnata alla regina Isika del Rân Ribastur è scomparsa. Almeno fino a oggi», disse il guerriero. «Non hanno trovato l'emissario né la scorta che doveva proteggere il diamante. E la gemma non è mai rispuntata.» Guardò la punta della Lingua di Drago, circondata dalle nuvole; i pendii del monte brillavano di un bel rosso scuro alla luce del tramonto. Le ombre si allungavano, e la brezza spirava sempre più fredda a ogni battito di ciglia. «Le ricerche non hanno portato a nulla.» «Questo è accaduto cinque cicli fa.» Tungdil rabbrividì. «Da allora ci sono stati tentativi di rubare un'altra delle pietre?» «Non che io sappia», rispose Boïndil scuotendo la testa; la treccia nera sulla schiena oscillò come una lunga fune. «Nella Terra Nascosta non esistono più maghi o maghe, quindi non c'è nessuno che sappia usare quel potere.» «A parte una manciata di apprendisti che studiavano presso il traditore
Nôd'onn», lo corresse Tungdil. «Non hanno nessun potere. A quanto si dice, la fonte della magia è stata completamente prosciugata dall'Eoîl. Da dove potrebbero trarre forza? E poi il loro apprendistato non era concluso. Che cosa potrebbero mai fare, Sapientone?» Tungdil evitò di replicare. Era cresciuto presso il mago Lot-Ionan e la sua scuola, quindi conosceva le capacità dei maghi. Ma, visto che da parecchio tempo tutto era tranquillo, concordò con la visione ottimistica dell'amico. Vedere sempre tutto nero non piaceva neanche a lui. «Andiamo di sotto. Qui al passo settentrionale la primavera si fa ancora attendere.» Lanciò uno sguardo alle maestose creste dei monti, in cui il vento soffiava la neve dalle rocce coprendo i pendii di un bianco velo. «Non vedo l'ora di gustare una birra calda con idromele.» Scesero le scale. «Come sta Balyndis?» chiese Boïndil quando ebbero raggiunto le gallerie. «Che combina la miglior nana fabbro della Terra Nascosta?» «È in lutto», rispose Tungdil. Il suo tono era così amaro e scontroso che il guerriero non osò chiedere altro. Non ancora. Continuarono a camminare l'uno accanto all'altro, in silenzio, in cerca dei loro appartamenti. «Ehi, Tungdil Manodoro!» si sentì dire piano, all'improvviso, da una porta socchiusa. «Hai un momento?» Boïndil corrugò la fronte. «Perché tanto mistero?» Andò avanti e spalancò la porta, brandendo l'azza. «Fatti vedere, se hai intenti onorevoli!» Una voce femminile gridò spaventata; non doveva aver notato il gemello. «Vieni pure, Sapientone. È inoffensiva», disse Boïndil da sopra la spalla. Tungdil gli passò accanto ed entrò nella stanza. C'era una nana. Portava vestiti semplici e aveva sicuramente vissuto trecento cicli. «Che cosa desideri?» La nana chinò il capo canuto davanti a lui. «Perdonami se ti ho rivolto la parola, ma... è vero quello che ho sentito dire? Stai per andare nella Terra dell'Aldilà?» «Non è un mistero per nessuno.» «Mi chiamo Saphira Mordiferro.» Esitò, chiudendo gli occhi. «Posso chiederti un favore?» «Vuoi un ricordino della Terra dell'Aldilà», disse Boïndil, beffardo. «No, mio figlio. Se lo trovate», mormorò con fatica, afferrando disperata la destra di Tungdil. «Ti prego, tieni gli occhi aperti e cerca di trovarlo! Si chiama Gremdulin Mordiferro, del clan dei Mordiferro. È alto più o meno
come te e porta un elmo con una luna d'oro sulla fronte...» «Pensavo che non avessero mandato nessun esploratore», disse Tungdil, stupito. La sua curiosità si era risvegliata, mentre il sospetto divampava dentro di lui. Riteneva Glaïmbar del tutto capace di farlo andare incontro a una trappola, probabilmente una specie di tardiva vendetta per il fatto che Balyndis lo aveva rifiutato infrangendo le usanze dei nani. «Non era un esploratore; stava a guardia della porta», spiegò la nana, faticando a mantenere il controllo. «I suoi amici mi hanno raccontato che aveva sentito un rumore sospetto e che voleva andare a controllare.» «Alla porta?» intervenne Boïndil. «No. Sembra che venisse da sopra la porta. Una pietra che rotolava, o qualcosa del genere.» Gli occhi le divennero umidi. «È l'ultima cosa che si sa di lui.» Il cuore di Tungdil era turbato, ma non scosso. Non conosceva nemmeno il nano di cui si stava parlando. «Quand'è successo?» «Mezzo ciclo fa», singhiozzò lei. «Sono sicura che i mostri di Tion lo hanno rapito, Tungdil Manodoro. Se c'è uno che lo può salvare, sei tu.» Gli baciò la mano. «Ti prego, per Vraccas! Salvalo, se è possibile!» Lacrime sgorgarono dagli occhi della nana, che cadde in ginocchio davanti a Tungdil. Boïndil era dispiaciuto per le parole avventate che aveva detto prima. L'aveva ingiustamente sospettata di essersi rivolta all'amico per fargli una richiesta ridicola. «Terremo gli occhi bene aperti, buona Saphira», borbottò in tono amichevole. «Perdona le mie parole.» Tungdil la aiutò a tirarsi su. «Alzati. Non c'è motivo d'inginocchiarsi davanti a me e pregarmi di aiutarti. Farò quello che farebbe qualunque nano.» Saphira gli sorrise e si asciugò le lacrime dalle guance pelose. «Vraccas ti benedica, Tungdil Manodoro!» Trasse un medaglione d'oro dalla tasca e glielo mise al collo. «Apparteneva a mio figlio. Così capirà che sono io a mandarti. E, se non doveste trovarlo, tienilo come ringraziamento per averci provato. Sarebbe fiero di sapere che un eroe come te porta al collo il suo medaglione.» Tungdil osservò il pendaglio, su cui era incisa una luna d'argento davanti a una catena di monti d'oro. «Ti ringrazio. Perché il re non lo ha fatto cercare?» Gli occhi della nana s'infiammarono. «Lo ha fatto cercare, per mezza rotazione! Hanno trovato il suo scudo accanto a un profondo crepaccio e
hanno concluso che vi fosse caduto dentro.» «Perché sei sicura che non sia andata così?» Boïndil la osservava con attenzione. «Non che mi auguri che sia morto, beninteso.» «Una madre sente quando suo figlio è morto.» Saphira sorrise debolmente. «E lui non è morto. So che è vivo e attende aiuto.» A quelle parole Tungdil sussultò come se fosse stato trafitto dalla freccia di un albo. Si voltò. «Fidati di quello che sente», fu tutto quello che disse a Boïndil, poi lasciò la stanza. Sulla soglia si voltò ancora una volta. «Ti porteremo tuo figlio. Vivo o morto.» Il mattino successivo la piccola squadra lasciò il regno dei nani e prese a marciare lungo il passo settentrionale, che li salutò con un vento tagliente. Le folate cantavano a più voci intorno agli spigoli delle rocce e Tungdil non sapeva se deridessero i nani o cercassero di metterli in guardia. «Il vento ha il vantaggio di disperdere la nebbia», disse Boïndil con la voce camuffata dalla sciarpa che si era alzato sul volto. Ispezionava con attenzione i dintorni, anche se temeva che il gelo gli trasformasse gli occhi in piccole palle di neve. «Qua fuori», precisò Tungdil. «Quella maledetta nebbia ci accoglierà non appena raggiungeremo i corridoi sotterranei. Di questo sono abbastanza sicuro.» Tacque un istante e guardò in su. «Mi chiedo che cosa se ne faranno mai i mostri del povero Gremdulin.» «Cercheranno di sapere da lui la parola d'ordine», ipotizzò Boïndil. «I Maialini sembrano farsi più furbi. Ma questa impresa non gli servirà a niente. Solo il re e due tra i suoi seguaci più fidati conoscono le parole magiche che aprono i chiavistelli.» «Questo te lo concedo.» Indicò i ripidi pendii. «Conosci una creatura che non sappia volare e che sia in grado di superare queste pareti? E se sono stati i mezz'orchi perché non si sono arrampicati in maggior numero, non hanno conquistato le mura e non hanno gettato da sopra le corde per gli altri? Perché tanta fatica per rapire un nano?» Gli occhi marroni vagarono inquisitori sulla distesa grigia, qua e là ornata dalla neve. «Credo che qui qualcosa non quadri.» «Una nuova avventura, Sapientone», sogghignò Boïndil. «Come ai vecchi tempi.» «No», replicò Tungdil scuotendo la testa. Poi bevve un sorso di grappa dalla fiasca di pelle. «No, non come ai vecchi tempi. Non sarà mai più come ai vecchi tempi. Sono morti troppi dei nostri amici e compagni.» Af-
frettò il passo e si mise in testa al reparto. Manon apparve al fianco di Boïndil. «Tungdil Manodoro è sempre stato... così?» chiese con cautela. «Che intendi dire?» sbottò il Rabbioso. «Non fraintendermi. Sarà sicuramente un buon capo, però... I guerrieri sono stupiti. Abbiamo sentito storie sulle sue imprese...» Guardò in direzione di Tungdil. Non gli riusciva facile esternare i pensieri dei suoi. «II suo aspetto non concorda con quello che immaginavano. E ci sono voci sul modo in cui si è comportato a pranzo con l'imperatore. Si dice che sia sempre ubriaco.» Manon abbassò lo sguardo. «I miei guerrieri hanno l'impressione che le maldicenze siano vere.» E non sono i soli, pensò Boïndil. «Richiamali all'ordine», gli ingiunse burbero. «Non devono slogarsi le mascelle come delle lavandaie. Vedrai che Tungdil è sempre un eroe.» Poteva solo sperare che quelle parole non si dimostrassero mendaci. Pregò silenziosamente che il suo amico avesse la forza di diventare di nuovo un nano come si doveva. Un nano come Vraccas lo aveva fatto. Manon annuì e ritornò al suo posto. Effettuata più di mezza rotazione di marcia entrarono in un passaggio che, dopo un centinaio di passi, si riempiva di nebbia. «Siamo proprio sulla strada giusta», annunciò Boïndil. «Me lo ricordo perfettamente.» Annusò la nebbia. «Era proprio così: umida, fredda e disgustosa.» «Al momento mancano solo i mezz'orchi di allora», aggiunse Tungdil a bassa voce facendo cenno ai suoi di estrarre le armi. «Fate attenzione. In questa zuppa si vede il nemico solo quando ti appare davanti al naso. E siate silenziosi. Più fate chiasso, meglio il nemico sa dove vi trovate.» Origliarono nella nebbia. I ricordi assalirono Tungdil e Boïndil. «Erano tre Maialini», sussurrò il Rabbioso. «Ne sistemammo due, ma uno ci sfuggì, ricordi?» Come avrebbe potuto dimenticare la vista dei cadaveri dei nani mutilati? Prima di fuggire, il mezz'orco superstite aveva infierito crudelmente sui nani che erano con loro. «Silenzio!» «Che il mezz'orco sia ancora qua?» mormorò Boïndil tirando indietro la testa; il fiato dell'amico era impregnato di alcol e aveva un odore acre. «Ah, a ben vedere ho ancora voglia di combattere!» «Boïndil!» lo apostrofò l'amico. «Sta' un po' zitto!» «Va bene, va bene. Non dico più niente. Finché non troviamo il
mezz'orco.» Fece ruotare il manico dell'azza. Era in preda a un'eccitazione che non provava da molto tempo. Camminavano con lentezza angosciante attraverso la nebbia che impregnava barbe e capelli, condensandosi sulle armature in piccole gocce. I nani tenevano le orecchie tese, ma in quel grigiore non sentivano altro che i passi di chi marciava loro davanti o dietro. Non si vedevano mostri, cosa che non rendeva più facile la loro esplorazione. «Finirà mai questa zuppa?» si lamentò a un certo punto Boïndil. «Rispetto a tutto questo andar di soppiatto preferirei di gran lunga un attacco. Riporterei la calma con quest'azza.» «Hai visto un mezz'orco?» replicò Tungdil, stizzito. «No, perché?» «Perché parli, allora?» Il Rabbioso tacque di nuovo e udì Tungdil trarre un lungo sorso dalla sua fiasca; sentì odore di grappa. Dopo una camminata quasi infinita il loro viaggio li condusse in una caverna, come stabilirono tastando le pareti. Tungdil ritrovò la runa vista a suo tempo, e subito dopo scoprirono una galleria che portava nel cuore della Terra dell'Aldilà. Nessuno osava parlare. A quel punto si trovavano in un luogo in cui non era mai stato nessun membro del popolo dei nani. All'improvviso, come se dietro una curva qualcuno avesse stracciato e gettato via il panno grigio e umido, la nebbia si diradò. Il silenzio che regnava tutt'intorno mise loro addosso una tensione angosciosa. Poco dopo i nani cominciarono a bramare un rumore di qualunque tipo, che finalmente desse loro un qualche segno di vita nei corridoi, non importava se ostile o amichevole. «È un labirinto», disse Manon. «C'è una biforcazione dopo l'altra.» «Lo so», replicò Tungdil. «E qualcuno è stato qui prima di noi.» Indicò un graffio sulla parete di pietra che nessuno altrimenti avrebbe notato. «È una runa dei mezz'orchi della Terra Nascosta. Si legge gr, e la stiamo seguendo da un po'.» «Siamo sulle tracce del Maialino che ci è scappato cicli fa!» Boïndil fece a Manon un cenno silenzioso, come a dire: Vedi? È un buon capo. «Dove ci starà portando?» Tungdil fece spallucce e continuò a camminare. Le rune erano tracciate in maniera sempre più approssimativa, poi la pista terminò bruscamente. Tungdil continuò a guidare il gruppo lungo i corridoi, lasciando un proprio
segno. «Una caverna», disse dopo l'ultima svolta, indicando in avanti. Raggi di luce scendevano obliqui, illuminando un pavimento stracolmo di ossa. Entrarono nella sala con circospezione. «Ehi, sembra che in questo posto qualcuno non possa vedere i Maialini», fece Boïndil dando uno sguardo ai resti. Si accovacciò per guardare meglio. «Qualcuno li ha disossati. Mi piace il mostro che lo ha fatto.» Sogghignò e sputò sulle ossa. «Sembrano già vecchie.» «Questo potrebbe spiegare perché non ci sono attacchi alle porte», aggiunse Manon, sollevando un femore e osservando i segni di coltello. «Nessuno può riuscire a mangiare da solo tutti questi Maialini», disse Boïndil, dubbioso. Manon osservò la gigantesca caverna e protese una mano verso uno dei raggi di luce. «E se si trattasse di un grande mostro? Un drago, per esempio?» «Non credo», obiettò Tungdil. «Ne avremmo trovato delle tracce. Solchi nella roccia, vecchie scaglie, schegge di zanne o cose del genere.» Aveva trovato l'uscita. «E comunque non sarebbe mai riuscito a passare attraverso questi corridoi. Sono troppo angusti.» «Un tempo esistevano anche piccoli draghi», replicò Manon. «Lo so. Conosco i libri e i documenti. Li ho letti tutti.» Tungdil fece capire al Terzo che tra loro l'erudito era lui. «E per questo escludo che si tratti di un drago.» Si voltò e proseguì. Gli altri lo seguirono nel corridoio successivo. Alla fine raggiunsero una grande caverna attraverso cui scorreva un torrente. Il gruppo di nani si aprì a ventaglio ed esplorò i dintorni. A giudicare dalle tracce sul suolo, in quel posto c'era stato un accampamento. Un grosso accampamento. Dal numero dei fuochi, Boïndil concluse che si trattasse di almeno duemila creature. «Hanno vissuto qua per un po' di tempo», disse osservando le scalfitture sulla roccia. «E non se ne sono andati via da molto.» Passò la mano sulla cenere. «È fredda, ma non è molto vecchia.» «Ma erano mezz'orchi? O erano quelli che hanno trattato i nostri peggiori nemici come cibo?» Tungdil indicò un tunnel naturale piuttosto ampio. «Per di là. Vediamo se troviamo altre tracce della loro permanenza.» Ripresero il cammino, sempre pronti a combattere e tesi all'inverosimile. Il fatto che una creatura trovasse di suo gusto i mezz'orchi non significava per forza che considerasse i nani come amici. Il tunnel terminava di fronte a un mucchio di rocce che sbarrava loro il passaggio.
Tungdil osservò la volta, poi i pezzi di roccia che aveva davanti a sé. «Non vengono da sopra. Sono stati ammucchiati intenzionalmente per chiudere il corridoio.» Guardò Boïndil. «Probabilmente l'esercito che stava accampato nella caverna dietro di noi si è coperto la ritirata.» «O voleva impedire che altri mostri usassero questo passaggio», aggiunse Manon. «Tutto questo è più che strano», mormorò il Rabbioso. «Prima era più semplice, vero, Sapientone? I Musi di porco venivano noi li annientavamo e la questione era chiusa.» Si sedette su una sporgenza della roccia, si tolse l'elmo e si passò una mano tra i capelli. Poi si grattò la testa e scosse i capelli; era una di quelle rare volte in cui li portava sciolti. «Adesso ne sappiamo quanto prima.» «A parte il fatto che a qualcuno piace mangiare i mezz'orchi», intervenne Manon. «Io rimango dell'idea che sia un drago. Siamo qui, nella Terra dell'Aldilà...» «No. Non ne esistono più. O non si fanno più scorgere.» Anche Tungdil si sedette. E ordinò una sosta; avrebbero mangiato e si sarebbero riposati. «Non si darebbe mai la pena di sviscerare con tanta cura le sue prede.» I vestiti gli stavano incollati al corpo, sudava tantissimo. Non era più abituato alla fatica di una lunga marcia. «Quelle bestie sono intelligenti. Non si sporcherebbero mai la bocca coi Maialini», disse Boïndil ridendo mentre mangiava pane e formaggio puzzolente. All'improvviso i suoi occhi si fermarono sul mucchio di rocce dietro Tungdil. «Non vedete niente?» Si alzò di scatto, rovistò fra i detriti e trovò qualcosa. «Davvero...» Chiamò subito a sé cinque guerrieri e li fece scavare. Perfino lui era troppo stanco. Ci volle parecchio prima che riuscissero a liberare completamente l'oggetto nascosto. Le macerie smottavano non appena veniva spostato un grosso pezzo, e l'aria era piena di polvere. Alla fine venne mostrato a Tungdil un elmo completamente schiacciato. Un elmo che portava sulla fronte una luna d'oro; ai bordi erano ancora attaccati dei capelli e del sangue rappreso. «Così abbiamo davvero trovato suo figlio», disse il Rabbioso a voce bassa. Tungdil mise l'elmo nello zaino. «Abbiamo trovato il suo elmo. Non lui. Non commettere lo stesso errore della squadra di ricerca mandata dal re. Può essere stato piazzato apposta perché qualcuno lo trovasse e lo ritenesse morto.»
«Perché mai qualcuno dovrebbe fare una cosa del genere?» «Per l'appunto. Perché? I mezz'orchi non si sarebbero presi una briga del genere. Dev'essere stata una creatura dotata d'intelligenza.» Boïndil si piegò indietro e guardò i detriti. «Li vuoi spianare e vedere se è lì sotto?» Tungdil scosse la testa. «Sono sicuro che sarebbe fatica sprecata. Noi...» Sentirono tutti l'acuto tintinnio che echeggiava per il tunnel, provenendo dalla caverna: un oggetto di metallo veniva sbattuto con forza contro la roccia. «Non siamo soli», sussurrò Boïndil infilando di nuovo il cibo nello zaino. «Andiamo a vedere», decise Tungdil, ordinando di rimettersi in marcia. Mentre ripercorrevano il corridoio sentirono di nuovo quel rumore. E si stava avvicinando. Tungdil, Boïndil e Manon guardarono cautamente. A una prima occhiata, non notarono niente. Come prima, la caverna stava davanti a loro vuota e abbandonata. Ma nell'aria e per terra c'era della polvere, più o meno al centro dell'ambiente, e un cumulo di detriti che prima non c'era. «Un fantasma?» sussurrò il Rabbioso. «Anche se siamo nella Terra dell'Aldilà, io non andrei tanto in là con le mie supposizioni», replicò Tungdil. «Chiunque sia, si è...» «Là sopra!» gridò Manon, facendo loro notare una figura che oscillava appena sotto la volta della caverna. Era grande come un nano. «Chi può essere?» si chiese Tungdil a voce alta. Il Rabbioso alzò la testa. «Per tutti gli dei, che ci fa lassù?» Pareva proprio che il nano fosse attaccato a una catena, con una carrucola fissata nella roccia. Era accovacciato in un'altalena pieghevole di cuoio e trafficava con uno spesso scalpello di ferro lungo un braccio. Manon scosse il capo. «Non è uno dei nostri. Non so nulla di una missione del genere e non capisco che cosa conti di fare lassù. E neppure come ci sia arrivato.» Lo straniero posizionò lo scalpello, trasse un martello dalla cintura e colpì con violenza un'estremità in modo da spingere la punta nella pietra. Saltarono via grosse schegge, che caddero a terra con fragore, seguite da una nube di polvere di granito. Boïndil imprecò. «Guardate la volta», gridò allarmato. «È piena di crepe!» «Non può farle con uno scalpello!» disse Manon, incredulo.
«Falso granito», spiegò il Rabbioso. «Io sono un Secondo e, anche se non sono mai stato bravo nel lavorare la pietra, me ne intendo più di un Terzo.» Indicò il punto del pavimento in cui si stavano raccogliendo i frammenti. «Vedete come si spezza e va in polvere quando lo colpisce? Ha l'aspetto del granito, ma è molto meno resistente. Più invecchia, più diventa poroso.» «Quel tizio sta facendo crollare la caverna!» Tungdil si voltò. «Fuori di qui, o non torneremo mai a casa!» Gli altri lo seguirono di corsa. Il nano, che continuava a lavorare ad altezza vertiginosa, aveva notato i visitatori indesiderati e raddoppiato la foga con cui lavorava. Un ultimo forte colpo e si staccò un blocco grande come una casa, che, giunto per terra, si frantumò in mille pezzi sollevando una grigia nuvola di polvere fino alla volta della caverna. Il nano scivolò subito giù lungo la catena e scomparve nella polvere. Come un'ombra scura correva davanti a Tungdil e ai suoi guerrieri, che tossivano affannati, per raggiungere anche lui il corridoio in cui avrebbero trovato la salvezza. Sopra di loro s'innescò un potente meccanismo di distruzione. Non c'era più nulla che trattenesse la pressione del soffitto, scaricandola sulle pareti laterali. Piovvero altri blocchi, che seppellirono due guerrieri schiacciandoli come morbidi funghi sotto pesanti lastre di pietra. Gli elmi rotolarono fra i piedi degli altri, e un soldato vi scivolò sopra, ma un compagno lo sorresse giusto in tempo. Neppure il più grande dei mostri avrebbe resistito a un crollo del genere; probabilmente un simile peso avrebbe messo in ginocchio perfino un drago adulto. La sottile polvere si depositava nei polmoni e nei nasi dei nani, rendendo loro impossibile respirare a fondo. La roccia sotto i loro piedi tremava e tuonava. A suo modo, la montagna esprimeva con forza il dolore per la devastazione che la stava colpendo. «Bastardo!» gridò Manon tra i colpi di tosse, superando di scatto Tungdil e Boïndil per raggiungere il nano che aveva provocato il crollo della caverna. «Lo ammazzerò!» Tungdil non dubitò un istante della sincerità di quelle parole. Il Terzo aveva perso due dei suoi guerrieri. «No, Manon!» cercò di gridare, ma la sua gola piena di polvere riusciva solo a gracchiare. Quindi non gli rimase altro che corrergli dietro e cercare d'impedire l'uccisione.
Nel tunnel in cui si trovarono a correre non c'era traccia di polvere, per cui si vedeva perfettamente. Erano in fila l'uno dietro l'altro come perle di una collana: in testa il nano sconosciuto, poi Manon e infine Tungdil, che non essendo più abituato agli sforzi perdeva sempre più terreno. «Fermo!» gemette sputando per terra un grumo grigio che si sarebbe potuto usare come malta. «Manon, aspetta! Potrebbe essere una trappola.» Quando tornarono nella caverna in cui avevano trovato le ossa dei mezz'orchi, videro Manon correre a perdifiato verso un'uscita alla loro sinistra. Nessuno aveva notato quell'apertura, prima. La caccia proseguiva. Per Tungdil i dolori al fianco divennero insopportabili. Ansimava e fischiava come un bollitore sforacchiato; perfino il Rabbioso, che era più vecchio e che aveva da tempo rinunciato alle battaglie e quindi agli sforzi, aveva più resistenza di lui. «Continuate a correre», ansimò Tungdil mettendosi a camminare. «Io vi seguo. Vi rallento soltanto.» «Non è necessario, Sapientone», disse Boïndil indicando un incrocio. Lì giaceva Manon; teneva l'arma nella sinistra, e aveva una brutta escoriazione sotto un occhio. Il Rabbioso e Tungdil s'inginocchiarono accanto a lui, mentre i loro guerrieri tenevano sotto controllo i dintorni. Non vi era traccia del nano che stavano inseguendo. Tungdil tastò la carotide del ferito. «Non è morto», disse tirando un sospiro di sollievo. Boïndil tenne in alto una sfera di pietra grossa come un occhio. Era sporca del sangue del Terzo. «Qualcuno lo ha atterrato con una fionda.» «Andatevene!» riecheggiò una voce dal corridoio. «Qui per voi non c'è niente che valga la pena di scoprire.» Riconobbero una figura alta come un nano, che non portava addosso nulla a parte un corsetto di cuoio e, sopra, una cotta di maglia; nella destra stringeva un pesante martello. Il fumo denso emanato dalle loro torce non permetteva di distinguerne il viso. Tungdil si alzò e si mise alla testa del gruppo, mentre due guerrieri si occupavano di Manon. «Chi sei? E perché hai fatto...» Dietro la figura si levò una grande ombra spigolosa che riempì l'intero corridoio. Ghiere scattavano e fischiavano forte, parti meccaniche stridevano le une contro le altre. La cosa si avvicinava sferragliando. «Andatevene, vi dico!» gridò loro la figura, facendo cadere la torcia e scagliando il martello con entrambe le mani verso di loro. Uno dei guerrieri parò il pesante proiettile con lo scudo; l'arma rimbalzò
e si schiantò contro il basso soffitto. Si ripeté ciò che era accaduto nella caverna. Grossi frammenti di falso granito caddero al suolo con fragore, e il corridoio crollò per diversi passi. «Indietro! Non possiamo fare niente, è troppo pericoloso!» Tungdil serrò i pugni, deluso. Boïndil e tre guerrieri afferrarono Manon, sempre privo di sensi, e iniziarono a correre per mettersi in salvo. Non tutti riuscirono a scampare alla pioggia mortale. Due guerrieri vennero seppelliti dal falso granito, mentre gli altri a fatica raggiunsero, ansimanti e trafelati, la caverna piena di ossa. Il tunnel alle loro spalle crollò su se stesso, sputando fuori un denso getto di polvere. E non era ancora finita. La montagna si riscosse furente, come se fosse in collera per quello che le veniva fatto e volesse punire tutti quelli che si trovavano al suo interno. Sopra le teste dei nani si sentì scricchiolare e gemere, mentre cadevano schegge di roccia. «Ma che abbiamo fatto per attirarci così l'ira di Vraccas? Questa caverna non esisterà ancora per molto», stimò il Rabbioso guardando preoccupato Tungdil, che non smetteva di ansimare. «Ce la fai?» «Non ho scelta», rispose l'altro, appoggiando le mani sulle ginocchia e respirando affannosamente. «Non avevo in mente di morire in questo modo.» Pensò alla strana sagoma che aveva visto dietro il nano. «Che era la cosa che aveva con sé?» «Non lo so. Qualunque cosa fosse, l'avrebbe aizzata contro di noi, se il corridoio non fosse crollato.» Boïndil si scosse la barba, che era diventata grigia per la polvere. «Sei tu il Sapientone, Tungdil. Hai mai visto qualcosa del genere?» Nella parte opposta della caverna cominciavano a spaccarsi grossi pezzi di parete, schegge di pietra volavano tutt'intorno come proiettili, fino a cento passi di distanza. Una colpì un guerriero in volto, e sangue schizzò dalla ferita. Tungdil non rispose, ma fece cenno di rimettersi in movimento; non riusciva affatto a spiegare quello che era successo. Si affrettarono lungo le gallerie e tornarono nella nebbia, mentre la roccia sotto i loro piedi continuava a tremare e sembrava non volersi placare. A Tungdil pareva che la montagna fosse in collera per il fatto che qualcuno avesse scavato al suo interno e distrutto la caverna. Ma scamparono alla rabbia della montagna e alla fine raggiunsero notte-
tempo il passo settentrionale, percorrendo nel gelo pungente la strada verso casa. La nebbia si condensava in brina su elmi, cotte di maglia, scudi e barbe, intonacando di bianco i nani. Quando finalmente raggiunsero le porte, li stavano già aspettando. II Terra Nascosta, regno di Gauragar, 6241° ciclo solare, primavera «Fate largo! Fate largo all'imperatore degli attori!» gridava lo strillone dal vestito variopinto, battendo sul tamburo che teneva appeso davanti alla pancia. Poi portò alle labbra la tromba e suonò una melodia che ricordava vagamente l'inno della casa reale del Gauragar. Passò schiamazzando tra la folla, che si aprì, curiosa e desiderosa di appurare che aspetto avesse un uomo di lignaggio tanto illustre. Dietro lo strillone camminava tutto impettito un uomo in abiti costosi e di grande effetto, con un bastone da passeggio rivestito d'argento e un vistoso cappello blu provvisto di tre penne. Il pizzetto si adattava in modo eccellente ai tratti aristocratici; i lunghi capelli castano scuro cadevano fino al bavero del mantello. Maestoso, salutava con la mano in ogni direzione; per sottolineare il gesto aveva fissato un piccolo fazzoletto bianco intorno al dito medio, facendolo sventolare e fluttuare come uno stendardo in miniatura. «Gli dei possano abbracciarvi e baciarvi tutti, amatissimi abitanti di Sturmtal!» gridava mentre sorrideva arditamente a una giovane donna. «E soprattutto te, bella bambina. Casomai loro non volessero, fammi sapere, e io mi farò volentieri carico dei loro compiti.» La ragazza arrossì, e tra gli astanti vi furono alcune risate. Giunti nel mezzo della piazza del mercato, l'uomo saltò sul bordo della fontana rotonda. «Venite, onorati spettatori! Venite e seguite, nel mio Curiosum errante, le meravigliose avventure che un tempo la Terra Nascosta vide, proprio come se vi aveste presenziato», disse per allettare la folla. Nel mentre, camminava sull'orlo della fontana facendo tintinnare le lucide fibbie delle sue scarpe. «La lotta contro i mezz'orchi, contro l'Eoîl e gli avatar, la crudeltà degli Eterni, che regnavano sullo Dsôn Balsur... tutto ciò vedrete coi vostri stessi occhi. Eroi e canaglie, morte e amore. Io, l'Incredibile Rodario, in passato chiamato anche Rodario l'Incredibile e amante
della maga Andôkai, racconterò le più audaci imprese di quei tempi. Saprò pure raccontarvi per quale altro motivo Andôkai veniva chiamata 'la Burrascosa'.» Qualcuno rise per la battuta ambigua. «E io ho combattuto contro l'Eoîl fianco a fianco con Tungdil Manodoro, finché la sua nebulosa figura non giacque morta innanzi a noi!» proclamò agitando il bastone. Si stirò e spalancò le braccia. «Poiché io, onorati spettatori, ho vissuto questi eventi in prima persona! Ci può essere un narratore più verace e credibile di me?» Dalle sue mani partirono fiammate blu e verdi, e la gente gridò spaventata. «Questo era solo un assaggio!» promise, poi si chinò e guardò un ragazzino. «Durante lo spettacolo ti dovrai tenere le mani davanti agli occhi, piccolo uomo, altrimenti ti cadranno dalla testa.» Il ragazzino impallidì e si strinse alla madre, che gli accarezzò la testa ridendo. Rodario fece avvampare un'altra scarica di fiammate nel cielo, che si stava incupendo e prometteva un temporale primaverile. Nel tendone, un po' di tuoni e lampi avrebbero certo giovato all'atmosfera. «Badate bene: i primi venti spettatori avranno in omaggio un bicchiere di vino e un'ampollina con un alito della nebbia dell'Eoîl! Guardatela bene, e rabbrividite! Ma non osate togliere il tappo, altrimenti...» Lasciò la minaccia inespressa, limitandosi ad assumere un'enigmatica espressione di monito. I suoi occhi scuri passarono sulla folla, che pendeva dalle sue labbra. Come sempre era riuscito ad ammaliarli con le sue parole, il suo charme e le sue offerte. Lì come in ogni altro posto che visitava, Rodario cercava tra la gente un volto familiare; e come sempre, da cinque cicli, non riuscì a scorgerlo. Alla fine notò invece una bellissima ragazza che lo guardava dalla seconda fila. Come al solito, ciò gli fece tornare il buon umore, stroncando il suo accenno di delusione. Doveva avere appena venti cicli, era alta e di bell'aspetto. Tutto in lei era come ci si aspettava in una donna, anche se per i gusti di Rodario avrebbe potuto avere un po' più di seno. Portava sciolti i lunghi capelli biondi, il volto era sottile ed espressivo, gli occhi verdi erano vivaci e attenti. L'attore l'avrebbe ritenuta una nobildonna, se non fosse stato per il cesto da lavandaia che teneva in mano e i vestiti logori che indossava. Nel volto della ragazza leggeva uno strano desiderio; non sembrava tanto volerlo come uomo, quanto piuttosto osservare quello che faceva. Rodario conosceva il significato di quella espressione. Molti cicli prima, era rimasto in piedi di fronte all'ingresso di un teatro con la stessa espressione
dipinta sul volto, senza desiderare null'altro che essere sul palco. Lo interpretò come un segno degli dei. Seguendo il suo istinto, saltò dal bordo della fontana e atterrò proprio davanti a lei. Poi s'inchinò profondamente e, grazie alla straordinaria destrezza delle sue dita, trasse dal nulla, come per magia, un fiore di carta nero-verde. «Questa sera mostrate questo all'ingresso e potrete entrare senza pagare nulla», disse sorridendo, alzando un sopracciglio e lanciandole il suo famigerato sguardo da seduttore, cui nessuna era ancora riuscita a resistere. «Svelatemi il vostro nome, bellezza di Sturmtal.» Con esitazione, la ragazza accettò il fiore. All'improvviso però un uomo spuntò davanti a lei, le strappò il dono di mano e lo gettò per terra. «Tienti per te le tue smancerie, fanfarone», ammonì in modo impossibile da fraintendere, mentre stracciava il fiore con un piede. «Non è carino che v'immischiate nella nostra conversazione, messere», replicò Rodario, gentile. «Questa non è una conversazione, damerino! Hai fatto gli occhi dolci alla mia sposa», ribatté l'altro, incollerito, agitando i pugni davanti al naso dell'attore. «Fallo un'altra volta e poi vediamo se avrai ancora voglia di regalare fiori di carta!» «No?» Rodario si chinò fulmineamente in avanti e fece finta di tirare qualcosa fuori dall'orecchio dell'uomo. Con gran diletto del pubblico, tra le dita gli apparve un altro fiore di carta. «Allora lo farete voi.» Porse il fiore alla donna. «Ecco, gentile signora. Coi migliori saluti dal vostro sposo. È veramente benedetto dagli dei: non a tutti gli uomini crescono fiori in testa. Il suo cerume è davvero copioso... nel senso che è fertile, intendo dire.» L'uomo, furente, scattò in avanti e afferrò il fiore prima che la donna potesse prenderlo, e scagliò anch'esso nel fango. «Adesso basta!» gridò. «Pagherai per questo.» Rodario finse tempestivamente di prendere qualcosa dalla bocca aperta dell'uomo, poi tenne in alto una moneta. «Ma perché mai dovrei pagarvi? Voi siete già tanto ricco che vi casca l'oro dalle mascelle!» A quel punto la gente rideva forte per lo spettacolo, gridava ed esultava. L'uomo al centro di tutta quella ilarità fremeva. Il suo orgoglio gli impedì di lasciar correre. «Ti infilerò quella moneta nel tuo culo incipriato!» gridò scagliandosi sull'attore. Rodario evitò l'attacco impetuoso e mise rapido il bastone tra le gambe
dell'uomo, facendolo cadere sul bordo della fontana. Il suo stesso slancio lo fece finire in acqua, mentre i bambini ridevano e applaudivano, e anche gli spettatori adulti perdevano ogni freno. L'uomo riemerse dai fiotti tossendo. Rodario gli offrì un'estremità del bastone. «Uscite di lì e dimenticate il nostro piccolo diverbio», disse. «Vi offrirò qualcosa da bere, che ne dite?» L'altro si terse l'acqua dagli occhi. Non sembrava affatto più disteso. Con un forte grido si scagliò un'altra volta contro l'attore, che si dimostrò di nuovo un avversario più svelto. L'uomo finì nella polvere, che si appiccicò istantaneamente agli abiti bagnati. Le dita gli si strinsero nella sporcizia per la collera. «Io ti ammazzo, pallone gonfiato...» Rodario si chinò e trafficò con l'orecchio dell'altro. «L'acqua fa germogliare i semi. Guardate, qui ce n'è un altro.» Fece comparire un terzo fiore, che gettò alla ragazza tra le risate sempre più forti della folla. «Ora basta, brav'uomo. Non vorrei che per la vostra mancanza di autocontrollo finiste per farvi male.» L'uomo si rialzò sbuffando di rabbia, si passò una mano sul volto sporco e prese a camminare coi piedi pesanti; le sue scarpe umide facevano rumore e perdevano acqua. Passando afferrò sua moglie per un polso e la trascinò via con sé. Il triste sguardo di commiato che la donna lanciò a Rodario il più forte silenzioso grido d'aiuto che l'attore avesse mai udito. La folla si chiuse dietro di loro, e Rodario non li vide più. «Ecco, guardate che cosa succede quando ci si mette contro un eroe!» gridò raggiante, facendo un nuovo inchino. «Venite stasera alla rappresentazione e lasciatevi rapire da me e dalla mia compagnia. Fino a quel momento, statemi bene.» Fece turbinare il cappello come un nobile e, voltando le spalle in modo abile e plateale, diede a intendere che lo spettacolo era finito. Gli abitanti applaudirono ancora una volta, poi tornarono a dedicarsi agli affari del mercato. Rodario strizzò l'occhio al suo strillone. «Ben strillato, Giso. Fa' ancora qualche giro per i vicoli e schiamazza come si deve. Tutti devono sapere chi è arrivato a Sturmtal.» «Dopo questo spettacolino la notizia si diffonderà più in fretta che una scoreggia nel vento», disse Giso. «Non è un'immagine molto bella, comunque rende l'idea», replicò Roda-
rio avvicinandosi a un banco in cui si serviva del vino. Si fece riempire un bicchiere, lo gustò e annuì. «Davvero una robetta niente male, degna di un imperatore! Portatemene una botte sulla strada che conduce alla parte meridionale di questa magnifica cittadina. Abbiamo piantato le nostre tende là», disse passando al mercante una piccola pila di monete del re Bruron. «Il pagamento è sufficiente?» «Certo, messere», rispose l'uomo inchinandosi e contando le monete; con gli attori, non si poteva mai stare tranquilli. Si prese perfino la briga di raschiare con un coltello un sottile strato di metallo per assicurarsi che non gli stessero appioppando piombo argentato. Solo dopo intascò le monete. Rodario sogghignò e si appoggiò al bancone, che era formato da un'asse posata su due barili. «Non vi fidate di me?» «No», rispose il commerciante in tono amichevole. «Anche voi avete voluto assaggiare il mio vino prima di ordinarne una botte, no?» Gli riempì il bicchiere. «Ecco qua! Questo quartino e il prossimo li offre la casa.» «Troppo gentile, carissimo», rise l'attore guardandosi ancora una volta intorno, sperando in cuor suo di riuscire a scorgere ancora una volta la sconosciuta. «Qualora abbiate seguito il mio piccolo intermezzo, sapreste dirmi chi è lo sfortunato che ha interpretato la parte del mio antagonista?» s'informò, facendo nel mentre segno a un ragazzo che se ne andava in giro con una cassetta appesa al collo vendendo leccornie: si trattava di schiacciate di pane appena sfornate, coperte di panna, prosciutto e un sottile strato di formaggio fuso. Rodario doveva assolutamente mangiare qualcosa, altrimenti il vino avrebbe avuto un effetto devastante. Non voleva biascicare davanti agli spettatori, e di certo non voleva cadere ubriaco dal palco, com'era già successo a qualche attore. Scambiò il prodotto, ancora fumante, con uno spicciolo. Quindi guardò il suo acquisto e ripensò al suo buon amico, che tanto apprezzava quelle schiacciate. «Certo che so chi è.» Il mercante di vino riempì dalla botte un quartino e impedì che i pensieri di Rodario scivolassero nella malinconia. «Nolik, il figlio di Leslang, l'uomo più ricco di Sturmtal. Lui e suo padre possiedono una cava da cui si estrae il miglior marmo del Gauragar. Re Bruron è un loro intimo amico.» «E tuttavia non è affatto garbato, quell'uomo.» Rodario morse lo spuntino. «Perché lascia che sua moglie faccia la lavandaia?» Il commerciante si guardò un attimo intorno, prima di continuare a parlare. «Nolik non è una brava persona. Non so come abbia fatto breccia nel cuore di Tassia. Se tutto andasse come dovrebbe, non succederebbero cose
del genere. C'è qualcosa di strano.» «Eh, chi le capisce le donne! Forse è un uomo dal cuore d'oro, a dispetto del suo modo di fare?» Rodario alzò gli occhi al cielo. «Questa schiacciata è eccellente», farfugliò con la bocca piena, spostando il boccone a destra e a sinistra con la lingua. «Ma troppo calda!» Spense il calore col vino e sospirò soddisfatto. L'uomo rise così forte che gli astanti si voltarono verso di lui. «Nolik ha un cuore d'oro? No, questo no di certo.» Poi aggiunse a voce bassa: «La famiglia di Tassia aveva debiti con suo padre. Devo aggiungere altro?» «No.» L'attore masticò il suo ultimo boccone, prese quartino e bicchiere e fece per riprendere il suo giretto. «Ricordatevi del mio vino!» Rodario amava bighellonare in mezzo alle attività della gente, perché significavano vita. Ne aveva abbastanza della morte, di imprese eroiche e roba del genere. Era un attore, un attore molto dotato e un eccellente rubacuori, come non ce n'era in tutta la Terra Nascosta. E, per esercitare entrambi quei doni consegnatigli dagli dei, aveva bisogno di persone che ne fossero sensibili. Che avesse abbandonato il suo teatro a Porista dipendeva da un altro motivo: quel volto che cercava nella folla. Il volto di Furgas. L'amico, con cui ne aveva passate tante, era disperato per la morte della sua compagna, Narmora, e dopo la vittoria sull'Eoli e la conversazione con Tungdil era diventato introvabile. Ciò era accaduto cinque cicli addietro. Da allora Rodario viaggiava attraverso i regni della Terra Nascosta, e in tutte le città, in tutti i villaggi e gli insediamenti in cui passava faceva la stessa cosa: chiedeva di Furgas alla gente, mostrando loro il ritratto che ne aveva fatto fare. Senza successo; ma non intendeva arrendersi. Anche a Sturmtal, dove, mostrando il dipinto dell'amico nelle locande, al mercato e alle guardie delle porte, non aveva ricavato altro che espressioni di diniego. Rodario era seriamente angosciato per il destino dell'amico scomparso. A quello si aggiungeva la preoccupazione per i molti marchingegni che Furgas aveva concepito e che l'attore portava addosso durante le rappresentazioni: gli eiettori di semi di erba strega, con cui creava delle palle di fuoco, le piccole tasche di pelle nera, in cui i fiori di carta attendevano il loro impiego, e molti recipienti in cui nascondeva polveri di vario tipo. Quelle invenzioni, escogitate da Furgas, agli occhi degli spettatori lo facevano sembrare un mago e gli permettevano esibizioni dal sapore unico.
L'attore temeva molto il momento in cui quegli attrezzi si sarebbero guastati definitivamente. Era riuscito in qualche modo a rattoppare i difetti più piccoli, ma di certo prima o poi non sarebbe più bastato. Poco dopo, Rodario tornò al campo della compagnia col suo consueto ma assolutamente superabile senso di abbattimento e recito sul palco le preoccupazioni che gli affliggevano l'anima. La rappresentazione terminò con un trionfo e un gigantesco temporale che fece onore una volta di più al significato del nome della città, cioè «valle della tempesta», e mise a dura prova le funi che reggevano il tendone della compagnia. Le pareti di stoffa ondeggiavano a destra e a sinistra, dando a chi sedeva all'interno l'impressione di trovarsi in un intestino scombussolato. Gli applausi si sentirono a malapena, poi gli uomini corsero nelle proprie case, rifugiandosi nella loro sicura protezione. Anche la vendita degli aliti di Eoîl sarebbe potuta andare meglio. Rodario si ritirò nella sua piccola carrozza, ornata da simboli di aspetto mistico, in cui si preparava all'ingresso in scena e contava gli incassi dopo le rappresentazioni. Sul tavolo del suo camerino si ammucchiavano monetine. Portava ancora l'abito che tempo prima, a Porista, aveva indossato in quanto presunto mago: Rodario l'Incredibile. All'epoca era servito a ingannare i nemici, ma ormai era diventato un oggetto di scena. L'attore si era però già struccato e aveva deposto i marchingegni inventati da Furgas. Si versò del vino, bevve e si guardò nello specchio; alla luce della lampada il suo volto pareva molto più vecchio. «Ogni ruga, un ciclo di preoccupazioni.» Levò il bicchiere verso il ritratto di Furgas. «Passatela bene, amico mio, finché non ti avrò trovato. Chi potrebbe competere con la tua maestria?» Buttò giù il vino, senza prestare la minima attenzione ai colpi sulla porta. «Sto dormendo», disse poi di malumore, dal momento che non sembravano cessare. «Benissimo. Allora ti vengo a portare un incubo, damerino», si sentì dire da una voce maschile. La porta volò via dai cardini e si abbatté sul pavimento di assi, sollevando un turbinio di sporcizia. Sulla soglia c'era Nolik, e alle sue spalle si distinguevano i contorni di altri due grossi uomini. Tutti e tre stringevano dei randelli. «Be', ormai sono sveglio, caro amico un po' troppo impetuoso. Che cosa vi preme tanto? Vi avrei senz'altro aperto la porta.» Rodario scattò in piedi e afferrò la sua spada. «Questa è un'arma vera, Nolik», lo avvisò tirandosi
indietro i capelli. «Non costringetemi a farle bere il vostro sangue.» «Parla in modo ampolloso perfino adesso che è calato il sipario.» Nolik rise ed entrò nella carrozza, subito seguito dai suoi due compari. Aprì il primo armadio che trovò alla sua sinistra e gettò per terra gli abiti che conteneva. «Dov'è?» chiese. «L'incasso di oggi?» Rodario alzò la spada. «Ma non eravate infinitamente ricco? Non c'è più richiesta del vostro marmo?» Nolik spalancò il secondo armadio, e quella volta piovvero per terra crogioli, ampolline e sacchetti, che andarono in frantumi o si aprirono, mescolando i contenuti. «Tu sai di chi sto parlando», tuonò Nolik facendo un passo in avanti, con gli stivali che macinavano i preziosi ingredienti necessari per produrre l'alito dell'Eoli. Rodario puntò l'arma verso il petto dell'uomo. «Messere, mi risarcirete dei danni che state combinando con la vostra sfacciataggine. E, per l'intera prole di Tion, ditemi una buona volta che cosa volete da me, voi e i vostri amici di elevata ottusità mentale.» «Tassia.» «Vostra moglie?» disse scoppiando a ridere. «Ah, ora capisco. È scappata via e ora pensate che io le stia offrendo rifugio.» Nolik si era fermato. «Certo. Ha sempre avuto una marea di sciocchezze in testa e tu, damerino, hai risvegliato in lei le sue vecchie manie. Stanotte il letto era vuoto.» Rodario sogghignò e guardò oltre Nolik, verso i due uomini che lo scortavano. «Allora tornatevene lì e coricatevi con quelle due magnifiche creature. Se fossi stato in vostra moglie, me la sarei svignata già da un pezzo. Ora sparite!» Nessuno seguì l'invito. Nolik allungò la mano verso il coperchio di una cassapanca, ma l'attore gliela colpì col piatto della spada. «Toccate ancora qualcosa e in futuro dovrete usare l'altra mano per pulirvi le chiappe», sibilò Rodario, sforzandosi di sembrare minaccioso. «Fatelo a pezzi!» ordinò Nolik imprecando mentre si stringeva con l'altra mano le dita arrossate. «Poi gli distruggeremo la tana.» I due uomini superarono esitanti il loro capo. Erano tipi robusti, presumibilmente lavoratori della cava, capaci di sollevare facilmente conci pesanti come carri. Una mazzata con quei randelli e l'attore sarebbe crollato a terra, morto. Giunse il primo attacco. Rodario evitò il bastone, che si schiantò sul lato del letto, facendolo a
pezzi. Tra le schegge fece capolino un abito femminile e, con grande sorpresa dell'attore, dentro il vestito era infilata Tassia. La donna scivolò indietro, premendosi contro la parete del carro, e si nascose la testa tra le mani. A Rodario bastò una breve occhiata per notare che aveva un occhio nero. «Ah, messer Nolik non è solo stupido, ma pure un porco vigliacco», osservò, toccato nella sua galanteria. «Se foste fatto di sterco, puzzereste così tanto da far cadere a terra il naso di qualunque creatura.» Fece subito un affondo e ferì il primo attaccabrighe alla coscia. «Ma voi, Nolik, siete meno che sterco.» Continuando a parlare, Rodario costrinse i visitatori a indietreggiare; la sua spada colpì l'avambraccio del secondo aggressore. I due girarono dunque i tacchi e corsero fuori, in mezzo al temporale. Nolik si guardò oltre le spalle, per vedere dove fossero finiti i suoi sgherri, poi gettò il randello. «Basta così», disse con tono di voce normale. La rabbia era sparita. «Alzati, Tassia, è ora di spiegargli tutto.» La donna si tirò su, prese il sacco in cui evidentemente custodiva il minimo indispensabile e si mise a fianco del marito. «Perdonate la piccola messa in scena», disse con voce ferma. «Sono felice che non vi sia successo niente, ma avevamo bisogno di quei due che avete messo in fuga. Ci servivano da testimoni involontari.» Rodario non capiva più nulla, ma abbassò prontamente la spada. «Quindi si sarebbe trattato di uno spettacolino?» chiese cauto. «E come dovremmo chiamare questo pezzo, per la precisione?» «Perdere la moglie e salvare la faccia», rispose Nolik indicando Tassia. «È stata una sua idea.» La donna fece un passo in avanti, la testa bionda abbassata. «Perdonateci», lo pregò un'altra volta. «Nolik e io non ci amiamo e non ci siamo mai amati. Suo padre ha chiesto che diventassi sua moglie, in pagamento di un debito della mia famiglia.» «Ma io non trovo nessun piacere in lei. In nessuna donna», aggiunse Nolik. «Siamo entrambi infelici, e dovevamo recitare la nostra parte di fronte alla gente e a mio padre, fino a che non si fosse presentata l'occasione e non avessimo trovato una via d'uscita che andasse bene a entrambi.» Fece un cenno verso l'attore. «Voi e il Curiosum siete la nostra salvezza, Rodario. Sempre che siate pronto ad aiutarci.» «Un grazioso, piccolo piano», commentò l'attore facendo loro cenno di sedersi, mentre chiudeva la porta e si lasciava cadere sul letto danneggiato. Non era ancora sicuro di potersi fidare di quei due e delle loro parole.
Quella storia sembrava incredibile, quasi come un pezzo di teatro. «E adesso che cosa succede?» Tassia trasse un profondo respiro. «Voi acconsentite?» Rodario si prese parecchio tempo per rispondere. Dentro di lui diffidenza, desiderio e amore per l'avventura lottavano tra loro. Se Tassia fosse stata brutta come un rospo del Weyurn, probabilmente avrebbe detto di no. Ma alla fine vinse il desiderio. «Come potrei abbandonare all'infelicità un'attrice così dotata, cara Tassia?» rispose infine sorridendo. «Avete un talento che sul palco vi renderà una stella di rara brillantezza.» Le porse la mano. «Siamo intesi?» «Di tutto cuore!» esultò lei stringendogliela. Anche Nolik strinse la mano all'attore. «Andrà così: io dirò a mio padre che mi avete battuto e mi avete costretto a lasciare libera Tassia», propose. «Ho del denaro con me, così non vi verrà a costare nulla. Io tornerò libero e farò sciogliere il matrimonio, e lei potrà prendere la sua strada. Mio padre andrà in collera, ma presto si calmerà.» Sollevò il borsello con le monete. «La vista di queste lo farà calmare. Anche se sono già soldi suoi.» Rodario si diede un colpo sulla coscia; quella situazione lo stava divertendo un mondo. «Sarà facile farne un pezzo teatrale.» Guardò Nolik. «Sono veramente meravigliato di voi. Sapete di avere una brutta fama in città? Ma le vostre azioni parlano più per voi che contro di voi.» L'uomo fece una smorfia. «No, io non sono una brava persona. L'occhio nero che ho fatto a Tassia è vero; ho spesso degli attacchi di rabbia. Ma in questo caso mi conviene che Tassia se ne vada, piuttosto che resti.» Raggiunse la porta e uscì nella pioggia, senza voltarsi neppure una volta. La donna lo guardò andarsene. «Buona fortuna!» gridò. Nolik fece un cenno di saluto continuando la sua via verso Sturmtal. «Allora, Tassia», fece Rodario guardandola. «Benvenuta nella compagnia del Curiosum. Voi volevate diventare attrice, nevvero? Da dove questo desiderio?» Le fece segno di sedersi sul letto accanto a lui, e la donna obbedì. «Non saprei dirvelo. C'è qualcosa in me che mi spinge a farlo.» Cercò lo sguardo dell'attore, alzò la mano destra e gli accarezzò una guancia. Mentre lo faceva le scivolò la stola dalle spalle, mostrandone la pelle nuda. «Così come qualcosa mi spinge verso di voi», sussurrò, come confidandosi. «Vi ho visto sul bordo della fontana, davanti all'acqua zampillante, con nere nuvole alle vostre spalle, e per me era finita. Nei vostri abiti mi sembravate un dio, le vostre battute erano per me una benedizione.» Il bel vol-
to della donna si avvicinò a quello di Rodario. «Siete l'uomo più sagace, più bello e più desiderabile che io abbia mai incontrato.» Si piegò in avanti dischiudendo leggermente le labbra. Rodario deglutì, le guardò la pelle impeccabile e abbronzata e sentì il desiderio di baciarla. E con lei avrebbe fatto anche altre cose. Quella notte aveva ancora da soddisfare le sue voglie, e lo slancio della donna arrivava molto opportuno. All'improvviso Tassia ritrasse la testa, si allontanò da lui e rise. «Come sono andata?» «Perché? Abbiamo già fatto qualcosa?» replicò l'attore stupito, finendole quasi addosso. «Parlavo della mia scena d'amore improvvisata.» Tassia si allontanò ulteriormente e sorrise innocente, come una bambina che si fosse appena riempita le tasche di dolci e avesse dato a un altro la colpa della loro scomparsa. «Ve la siete proprio bevuta, come deduco dal modo in cui avete reagito alle mie parole.» Rodario si sentì abbindolato. Ma si riprese subito e represse la sua sorpresa ridendo forte. «Avete tutto il mio rispetto, cara Tassia!» S'inchinò, le prese una mano e la baciò delicatamente. «Avete dato prova di grande bravura. Sembra quasi che sia io a dover imparare da voi. Eccellente il modo in cui avete simulato il vostro favore.» Si alzò e la prese per mano. «Venite, vi mostrerò dove potete passare la notte. Nel carro di Gesa, un'affascinante signora che si occupa dei nostri cavalli, c'è ancora un letto libero. Del vostro compenso e cose del genere parleremo domani.» «Molto volentieri», lo ringraziò Tassia. Mentre usciva dal carro lanciò uno sguardo al ritratto di Furgas. «Chi è quell'uomo?» «Un amico molto caro. Una volta apparteneva alla mia compagnia ed era un vero maestro nel suo campo. Mi manca molto», rispose l'attore mettendosi accanto alla donna per esserle il più vicino possibile. Con la sua seconda messa in scena, Tassia aveva ottenuto un risultato: il cuore di Rodario batteva ancora un po' più forte per lei. «Lo avete visto?» «Forse. Non sono sicura», disse la donna scuotendo la testa. L'attore prese l'immagine e la tenne davanti a Tassia. «Guardatelo bene.» Era molto emozionato e tratteneva a fatica la gioia. Tassia prese l'astuccio, aprì il calamaio, v'immerse la punta di un dito e con un paio di tratti alterò il ritratto. Il pizzo divenne una corta barba completa, e i capelli divennero più lunghi. «Era parecchio più magro», concluse tenendo alta l'immagine. «Ma è lui. Venne al fiume, nei pressi della ca-
va. Stavo facendo il mio bucato; lui mi chiese il nome del villaggio.» Rodario le afferrò d'impeto le spalle. «Quand'è successo? Ha detto qualcos'altro?» Ringraziò in silenzio Palandiell, per essersi imbattuto in Tassia. «È molto importante! Dove voleva andare?» «Non ha parlato molto con me. Ma vedevo chiaramente nei suoi occhi che era triste.» Cercò di richiamare alla memoria quell'incontro. «Dev'essere stato quattro cicli fa. Mi ha fatto compassione. Non avevo mai visto tanto dolore interiore sul volto di un uomo; la sofferenza gli aveva scavato profonde rughe. Per questo mi ricordo ancora bene di lui.» Guardò Rodario. «Portava un grosso carretto coperto; sulla superficie di carico era teso un panno da vela, e sotto c'era qualcosa che sferragliava e tintinnava. Lo presi per un robivecchi.» Tassia rabbrividì quando un fulmine colpì la terra nelle immediate vicinanze; era un rumore che stordiva le orecchie e che faceva paura, e per lo spavento la donna si aggrappò a Rodario. L'attore la circondò subito con le braccia, per proteggerla. Tassia, però, rimase lì solo qualche istante; poi riprese le distanze. «Scusate. Il temporale...» mormorò. «Tutto bene», replicò Rodario, dispiaciuto di non poterla trattenere più a lungo. «Continuate a raccontare, vi prego.» «Il vostro amico abbeverò i cavalli. Gli dissi il nome del villaggio, e lui sembrò esserne in qualche modo soddisfatto. Poi gli chiesi se avesse delle padelle, mai lui rise e disse che non poteva essermi d'aiuto. Ciò che portava con sé gli sarebbe servito nel Weyurn, a...» Rifletté. «Credo che abbia detto... Mafidina?» «Mifurdania», la corresse Rodario, felice. «Lì abbiamo avuto un teatro per lungo tempo.» Finalmente, aveva un indizio sugli spostamenti dell'amico; la tappa successiva del Curiosum era decisa. Si tornava così alle origini del loro successo. «Vi ha detto che cosa intendeva fare là?» «Commerciare», rispose lei. «Poi avrebbe ripreso il suo viaggio.» Represse uno sbadiglio, cosa che non sfuggì a Rodario. «Perché vi siete separati, se eravate amici?» «Ah, il sonno si è impadronito di voi già da tempo, Tassia. Vi racconterò in seguito che cos'è accaduto.» Prese la borsa della donna. «Ve la porterò io.» Una potente folata di vento scosse il carro. La pioggia picchiava forte sulle pareti; si sarebbero infradiciati completamente non appena avessero messo un piede oltre la soglia. Rodario guardò Tassia. «Be', potete dormire anche qua. Dividiamoci
quello che resta del letto», propose, e lei acconsentì sorridendo. Poco dopo sgusciarono sotto le lenzuola e si misero ad ascoltare nell'oscurità i rumori delle forze della natura. Dopo un po' Rodario sentì una mano sul petto. «Prima, quando ho detto che siete sagace, bello e desiderabile, stavo mentendo solo su una cosa», gli sussurrò la donna in un orecchio. Rodario sentì che si stava sfilando il vestito. «Badate bene a quello che state per dire», replicò contento, ridendo piano. Il suo fascino quindi funzionava ancora. Perfino nel buio più completo e senza parlare. La donna lo baciò su una guancia. In lui si fece largo la sensazione che lei fosse tutt'altro che innocente. «Voi non siete l'uomo più bello che abbia mai incontrato», disse Tassia stringendosi a lui; Rodario ne sentiva il calore della pelle e il profumo dei capelli. «Ma le altre due cose corrispondono a verità.» «Potreste anche aggiungere il più infaticabile», sussurrò Rodario baciandole la bocca. Ancora una volta, una donna lo aveva scelto perché la rendesse felice. E lui si prestava volentieri a servigi del genere. Terra Nascosta, regno di Tabaîn, due miglia a sud della capitale Güldengarb, 6241° ciclo solare, primavera Il regno di Tabaîn aveva due caratteristiche che lo rendevano inconfondibile: i campi di grano, che parevano infiniti e brillavano di giallo intenso alla luce del sole, e le case tozze, costruite con conci di pietra lunghi come uomini, alti come bambini e profondi un braccio. «Sembra una lunga foglia d'oro in cui un artigiano distratto abbia fatto dei buchi», pensò ad alta voce il principe Mallen von Ido dell'Idoslân, in sella al suo cavallo. Guardò il piatto paesaggio che si estendeva davanti a lui. C'erano giusto alcune colline non più alte di dieci o venti passi che, nel centro e nel sud del regno, gli abitanti del Tabaîn, benedetti dall'ignoranza, chiamavano montagne. Nessuno di loro aveva mai visto le montagne, per non parlare poi di un altro regno. «Per la nostra cavalleria pesante sarebbe uno scherzo conquistare questo paese. Tuoneremmo attraverso la campagna e piomberemmo su di loro come uno dei loro cicloni», disse entusiasta Alvaro, compagno del principe e comandante della sua guardia personale. Notò lo sguardo di rimprovero del suo sovrano. «Naturalmente non stavo parlando sul serio, mio signo-
re», aggiunse in fretta schiarendosi la voce imbarazzato. «Non ti è sfuggito il modo in cui costruiscono le case e le città, non è vero?» Il principe Mallen si voltò verso sinistra e gli indicò la loro destinazione, la città di Güldengarb e la fortezza reale. Gli elementi della sua preziosa e pesante armatura, recante l'emblema degli Ido, stridettero. «Come potremmo mai prenderle? Non c'è un albero con cui costruire torri d'assedio, né rocce con cui caricare le catapulte. Be', ovviamente non avremmo legno per costruire catapulte.» Diede al suo stallone qualche pacca sul collo, per tranquillizzarlo. «E naturalmente neanche io sto parlando seriamente», aggiunse sorridendo, mentre dava ad Alvaro un colpo sulla spalla. «Re Nate può tranquillamente tenersi il suo piatto regno.» Fece andare il cavallo al trotto, e il seguito del principe si mise in movimento. Entro pochissimo avrebbero raggiunto Güldengarb, cui recavano visita su invito di Nate. Alvaro continuava a sentirsi un po' in colpa per la sua osservazione. «Altezza, perdonate le mie riflessioni.» Affiancò il principe, mentre cercava le parole adatte. «Sono stato cresciuto per misurami coi mezz'orchi e con altri mostri, e per difendere il mio amato Idoslân dalle loro orde, ma ora...» Alzò le spalle, facendo cigolare l'armatura. «Ora gli uomini come me non hanno più nulla da fare. L'ozio partorisce pensieri guerreschi, mio principe.» Mallen prese l'antico elmo dal cinturone, lo mise sulla bionda testa e lo allacciò. «So che cosa intendi. Ci sono molti guerrieri che si ritengono inutili.» «Lo sa bene Palandiell!» sbottò Alvaro sollevato, vedendosi compreso. «Briganti e banditi non sono affatto una sfida. Ho combattuto battaglie contro Nôd'onn, contro gli avatar e contro rapaci mezz'orchi», disse battendosi sul petto. «Ora la mia spada arrugginisce nel fodero, mi sta venendo la pancia e le mie braccia stanno dimenticando la precisione dei movimenti.» Sospirò. «È bello che la Terra Nascosta e soprattutto l'Idoslân non abbiano più bisogno di guerrieri. Ma per noi non è facile da accettare.» «Ma ora puoi viaggiare con me e vedere nuove cose», replicò Mallen sorridendo. Il principe si gustava i raggi del sole e l'odore di terra e di spighe che maturavano. Nel cielo volteggiavano due rapaci, spiando il suolo in cerca di preda. «Prima non ti sarebbe stato possibile. Per via dei mezz'orchi che tanto ti mancano.» «Avete ragione, mio principe. Sono egoista e ingiusto.» Il percorso imboccato dalla compagnia, che era formata da quaranta cavalieri e quattro carri, li condusse a Güldengarb passando per una strada
esageratamente larga che correva tra i campi di cereali. La città sembrava coricata per terra, perfino la fortezza dava l'impressione di essere stata costruita intenzionalmente bassa. Gli uomini guardavano con stupore i campi rigogliosi. Quello era solo l'orzo invernale, che prometteva un primo raccolto molto ricco. La semina per l'estate era ancora da venire; avrebbe riempito i magazzini e i granai del Tabaîn fino al soffitto e avrebbe alimentato anche altri regni. Sempre se non si fosse verificato uno dei temporali devastanti per cui la pianeggiante regione era famosa. «Il fatto che qui si riversino tempeste che non hanno eguali deve dipendere dalla conformazione del territorio. Nemmeno sulle montagne dei nani o nel regno di Urgon ci sono venti del genere, che flagellano tutto ciò che trovano», rifletté Alvaro osservando i culmi ondeggianti. «Adesso hai capito perché costruiscono case simili a fortezze», disse Mallen. «Una casa normale verrebbe subito travolta. E i corpi degli sventurati finiti nella tempesta sparirebbero per sempre.» Alvaro guardò in alto, verso il luminoso cielo blu. «Speriamo di risparmiarci uno spettacolo del genere.» Entrarono a Güldengarb, che aprì le sue porte per loro. Dietro, per le strade della capitale, si erano raccolte centinaia di persone che agitavano panni e bandiere; altre spargevano petali colorati dalle finestre e dai tetti, in onore degli importanti ospiti. Alle grida entusiastiche si mescolava il suono di una musica vivace e sconosciuta agli stranieri. Mallen notò che non c'erano case con più di due piani, e queste ultime erano rare e spiccavano fra le altre. Per spezzare la monotonia del grigio pietra gli abitanti avevano dipinto parecchi conci. Qualcuno aveva adornato le pareti con panni di colori differenti. «È bello essere i benvenuti», commentò Alvaro, visibilmente compiaciuto di essere al centro dell'attenzione. Un gruppo di ragazze e giovani vestiti con abiti di un bianco splendente e ghirlande di paglia dorata si avvicinò per offrire un rinfresco agli ufficiali: vino e frutti di vario genere, in cui erano state intagliate figurine a forma di cavaliere. «Questa sì che è un'accoglienza», aggiunse Alvaro, raggiante. «Mi piacerebbe viaggiare un'altra volta con voi per la Terra Nascosta, mio principe.» Mallen assaggiò il vino e rimase stupito da quanto sembrasse leggero. Il vino dell'Idoslân era noto per il suo color rosso intenso, la sua alta grada-
zione e il sapore leggermente legnoso. Nel Tabaîn invece si sapeva pigiare un'uva che si beveva più in fretta dell'acqua. Troppo in fretta. Il gruppo di giovani si ritirò quando apparve una scorta a cavallo, che condusse gli ospiti alla fortezza. Non dovettero attendere a lungo una nuova meraviglia. «L'hanno costruita davvero rasoterra. Con un po' di slancio potremmo quasi saltare oltre le mura», sussurrò Alvaro al suo principe quando videro più da vicino la fortezza. Le mura si alzavano al massimo di cinque passi; dietro di esse, e dieci passi più sotto, si estendeva un cortile cui si accedeva attraverso una rampa assai ripida per i cavalli. «Dopo il tuo salto faremmo una bella caduta», lo canzonò il principe Mallen. Notò che alcune parti delle mura avevano sporgenze di pietra troppo simmetriche per poter dipendere da un errore di costruzione. Più tardi avrebbe chiesto a re Nate quale fosse la loro funzione. Arrivati nel cortile, smontarono da cavallo. Un uomo di fiducia del re li condusse nel palazzo, che da fuori, per via delle spesse pareti disadorne, pareva un desolato casermone. Il principe dovette correggere la sua impressione già dopo il primo passo all'interno. Su pareti, soffitti e pavimenti regnava un lusso raffinato. Tappeti ammortizzavano i passi, rendendo piacevole camminare; i magnifici paesaggi dipinti alle pareti davano l'impressione di non trovarsi più in un edificio dalle spesse e grigie pareti, ma di girare per infiniti campi di grano. I corridoi non erano angolati, ma curvavano dolcemente, e nessuna delle sale che attraversarono aveva i contorni spigolosi. Così, gli interni del palazzo apparivano all'occhio e allo spirito un carezzevole capolavoro dell'architettura. Re Nate, coi suoi luminosi capelli biondi come il grano e con gli occhi verdi come erba fresca, li accolse a braccia aperte nella sala del trono. I due sovrani si abbracciarono. «E così, dopo tutti questi cicli, siete riuscito a raggiungere Güldengarb e a recarmi visita», si rallegrò Nate. «Come vi sembra il granaio della Terra Nascosta, principe Mallen?» «Questo paese è regolare come il volto di una bella donna», rispose Mallen con diplomazia mentre camminava accanto a Nate, che li stava accompagnando a tavola. C'era una scelta infinita di frutta, verdura e carne, arricchita da tutti i tipi di pane possibili. «Basta che diciate che è troppo piatto», replicò Nate ridendo. Indicò il posto alla sua destra; la sedia alla sua sinistra rimase vuota. «Ma, se non altro, i vostri cavalli non si sono dovuti stancare troppo, non è vero?»
Mallen e Alvaro risero. «Dateci un momento per ripulirci della polvere della strada», lo pregò il principe. Nate scosse la testa. «No, lasciate pure la polvere tranquilla sulle vostre armature. Così portate una parte del mio regno nel mio palazzo, e io non posso avere nulla in contrario», disse arguto. «Ristoratevi con me. Poi vi attendono un bagno caldo e un letto.» «Se insistete, maestà», annuì Mallen con la pancia che brontolava. L'invito gli giungeva opportuno. I piatti vennero subito riempiti; come bevande vennero serviti vino e la migliore acqua delle profonde sorgenti del Tabaîn. «Ho previsto per voi nove rotazioni assai varie», annunciò Nate. «Mi accompagnerete in diverse fattorie, in cui vi mostrerò il nostro modo di coltivare i campi. Vedrete frutteti che vi faranno strabuzzare gli occhi.» Masticando, Alvaro sorrise a Mallen, e il principe capì perfettamente a che cosa stava pensando il suo bellicoso accompagnatore: Sì che avremmo legno per catapulte e torri d'assedio. «Inoltre, stasera verrà dato un grande ballo in maschera al quale ho invitato tutti i nobili del regno. Sono ansiosi di conoscere l'eroe che ha preservato più di una volta la nostra terra dalle forze del male, principe.» Mallen si schermì con una mano. «No, re Nate. Qui è opportuna un po' di modestia. I miei soldati e io abbiamo certo dato un contributo, ma è alle stirpi dei nani che va tributato il maggiore encomio. Senza la loro incrollabile tenacia, la forza delle loro braccia e la devozione al bene né voi né io sederemmo a questa tavola. In passato hanno fatto grandi sacrifici.» «Avete proprio ragione, principe Mallen», disse una dolce voce proveniente dall'ingresso. Un'elfa in leggeri abiti giallo e verde chiaro attendeva le fosse fatto cenno di unirsi a loro. Il principe e Alvaro si guardarono, stupiti. Vedere elfi fuori dal loro regno, l'Âlandur, era estremamente inconsueto, e fino ad allora era accaduto solo in caso di guerra. «Unitevi a noi, Rejalín!» esclamò Nate, e uno dei servi tirò indietro la sedia alla sua sinistra. A quel punto era chiaro a chi fosse destinato quel posto. «Fateci compagnia.» «Con molto piacere, re Nate.» L'elfa si avvicinò; ogni suo movimento era una composizione unica di una grazia ricercata che agli altri abitanti della Terra Nascosta rimaneva irraggiungibile. Rejalín portava i lunghi capelli biondi raccolti in una specie di corona intorno alla testa, tra cui brillavano gioielli in filigrana. Mallen ne fu subito rapito, ed era quasi sul punto
di caderle ai piedi quando l'elfa s'inchinò leggermente davanti a lui e gli rivolse la parola dicendo: «Vi porgo i miei omaggi, principe Mallen dell'Idoslân». Nessuna donna che il principe avesse mai conosciuto aveva occhi verde acqua come quell'elfa. «Rejalín appartiene a una delegazione dell'Âlandur che mi è stata mandata dal principe Liútasil», spiegò il re. L'elfa assaggiò la frutta. Anche il semplice atto del mangiare diventava in lei uno spettacolo della più alta eleganza. Alzò la testa e sorrise ad Alvaro e Mallen. «È ormai tempo che il mio popolo non sia più il solo a disporre di un grande sapere. Il principe Liútasil ha deciso di trasmetterlo alle regine e ai re della Terra Nascosta. Nella misura in cui se ne dimostrino degni.» Alvaro abbassò la forchetta che stava per portare alla bocca e lanciò a Rejalín uno sguardo di sfida. «Ah, davvero? Bisogna dimostrarsi degni per ottenere la pietà degli elfi?» Incrociò le mani e la osservò. «Di che cosa ci sarà mai bisogno per appartenere alla cerchia degli eletti?» Rejalín colse un acino dal grappolo di uva che aveva sul piatto. «Questo non mi è concesso dirlo», rispose amichevole, con voce tanto melodiosa e rasserenante da distogliere un mezz'orco furente dall'attacco. «Osserviamo ed esaminiamo, in silenzio, per poi riportare al nostro principe le nostre valutazioni.» «E allora ditemi, com'è possibile che uno dei più grandi eroi della Terra Nascosta», e Alvaro indicò il suo signore, «non abbia ancora ricevuto visita da una delegazione di elfi?» Attendeva una parola sbagliata, che risultasse offensiva. L'elfa non si lasciò attirare sul ghiaccio sottile, ma lanciò a Mallen un lungo sguardo che si avvicinava molto a quello che le donne rivolgono ai loro innamorati. «Sono certamente arrivati da voi, principe Mallen. Mentre eravate in viaggio verso il Tabaîn», disse rivolgendosi direttamente al sovrano e senza degnare il guerriero della sua attenzione, come per punirlo. «La delegazione delle mie sorelle e dei miei fratelli vi starà senz'altro aspettando. Dall'Âlandur all'Idoslân il viaggio è considerevole.» Sorrise, e l'uomo le ricambiò la cortesia senza pensarci due volte. Alvaro però non si era affatto arreso. «Questo sapere del vostro popolo... Di che cosa si tratterebbe?» insistette. «Di come si fa bella musica?» «Progresso», replicò lei senza voltarsi, continuando ad ammaliare il principe. «Riguarda tutti gli aspetti della vita quotidiana. Tra cui anche l'arte.» Abbassò brevemente lo sguardo, poi guardò il guerriero. «Non
sembrate molto cortese, messer Alvaro.» L'uomo tornò ad appoggiarsi allo schienale della sedia. «Sarei stato molto lieto di vedere le vostre belle facce alla battaglia di Porista. Ma gli elfi hanno preferito rimanere nella loro foresta.» «Stavamo combattendo contro gli albi, messer Alvaro», lo corresse l'elfa, più tagliente di quanto non fosse prima. Alvaro sogghignò: la sua interlocutrice stava cominciando a perdere il controllo. «Certo che stavate combattendo contro gli albi. Abbiamo combattuto tutti nello Dsôn Balsur contro gli albi, e quasi tutti a Porista contro gli avatar», la incalzò. «Abbiamo contribuito a difendere l'Âlandur dai vostri malvagi parenti, e voi come avete ringraziato la Terra Nascosta? Questo è un mistero che non riesco proprio a spiegare.» Prese il suo bicchiere e lo alzò in direzione dell'elfa. «Vi prego di essere voi a farlo.» Mallen gli lanciò un'occhiataccia. «Basta così, Alvaro. La risposta è davanti ai tuoi occhi: a Porista gli elfi avrebbero dovuto combattere fianco a fianco con gli albi. Sarebbe stato impossibile. Non prima che fuoco e acqua si mescolino pacificamente. Si sarebbero attaccati a vicenda, e gli avatar sarebbero risultati vincitori.» Rejalín fece un inchino. «Vedo che siete più acuto del vostro amico, principe Mallen dell'Idoslân. Sarebbe stato come pretendere da voi che vi batteste fianco a fianco con dei mezz'orchi che poco prima avessero distrutto la vostra capitale facendo strage degli abitanti. Dopo che avessero profanato e divorato i vostri bambini e le vostre donne davanti ai vostri occhi.» «Potrete anche non crederci, ma io lo farei, se così potessi sconfiggere un nemico di forza superiore. Poi avrei tutte le occasioni per annientare quei mezz'orchi», ribatté Alvaro, irremovibile. «Vi manca il criterio per soppesare qual è il momento giusto per fare o non fare le cose, Rejalín. Questa vostra apparizione è un esempio perfetto: dopo cinque cicli, al vostro principe viene in mente che potrebbe condividere il suo sapere. Dopo cinque cicli!» «Ora basta!» lo zittì Mallen. «Mi scuso per il suo comportamento, re Nate. È un guerriero che ha nostalgia della battaglia e che in tempi di pace non sa dove puntare la spada.» Si alzò. «Ora ci ritiriamo. Ci rilasseremo con un bagno e torneremo da voi rinfrescati.» «Siete scusati», disse Nate. Rejalín annuì, rivolgendo al principe un altro battito di ciglia. «Vi farò portare una scelta di travestimenti nelle vostre camere», ag-
giunse il re. Mallen accennò un inchino e lasciò la sala, seguito dal suo ufficiale. I due camminarono l'uno accanto all'altro, in silenzio, senza dirsi una parola neppure quando si ritirarono nelle loro stanze e si separarono. La discussione tra Rejalín e Alvaro aveva coinvolto anche i due uomini. Verso sera, arrivò l'ora in cui era stato fissato l'inizio del ballo in maschera; in poco tempo il cielo blu si era incupito, e al risveglio del principe Mallen si presentava come un'unica scura ragnatela. Dalla finestra della sua camera, che guardava appena sopra la merlatura della fortezza, l'uomo riconobbe le varie tonalità di grigio delle nuvole, miste a nembi neri in rapido avvicinamento. Da esse si rovesciavano a terra cortine di pioggia che imbevevano d'acqua i dintorni di Güldengarb. Il vento si era notevolmente rinfrescato. La dolce brezza era divenuta una piccola bufera indecisa se aumentare o diminuire la propria forza. All'orizzonte brillò un fulmine e, parecchio dopo, Mallen udì un cupo brontolio. Qualcuno bussò alla porta. «Perdonatemi, mio principe. Siamo attesi», disse Alvaro da fuori. «Indossate il vostro costume e andiamo.» «Arrivo subito», replicò Mallen osservando la scelta di travestimenti che re Nate gli aveva fatto portare. A prima vista non trovò nulla che avesse voglia d'indossare. Non voleva essere una creatura di fantasia tutta blu, né un'enorme spiga, e non voleva neppure indossare un abito di pezzetti d'oro che pesava più della sua armatura. Decise di tenere indosso l'armatura; vi aggiunse una maschera di piume bianche e nere ornata di rubini. Poi raggiunse la porta e l'aprì. Il principe sussultò, squadrò Alvaro, poi scoppiò a ridere. L'ufficiale si era costretto in un variopinto abito da gnomo, mentre un finto naso di cartapesta e uno sciocco berretto con sonagli rendevano chiaro quale travestimento avesse scelto per il ballo o, meglio, quale travestimento era stato costretto a indossare. «Non avevo scelta», brontolò. «Scommetto che è il modo in cui re Nate si vendica per la discussione che ho avuto a tavola.» Guardò invidioso il suo signore. «Quale sarebbe il vostro travestimento?» «Sono travestito da mio padre. Portava anche lui questa armatura, e dalle immagini pare che fosse alto quanto me», rispose Mallen senza smettere di sorridere. «Se stasera ci sarà un premio, hai in tasca il mio voto.» «Troppo buono, mio principe.» Alvaro attese che il suo signore s'in-
camminasse, poi lo seguì standogli di lato, leggermente più indietro. «Vorrei ancora scusarmi per le mie parole», disse dopo un po'. «Ma è più forte di me. Voi sapete che non ho nulla contro gli elfi. Ma finché non mi daranno un'altra spiegazione, a parte quella che Rejalín ha gentilmente dato a voi, rimarrò sul chi vive.» «Va bene così», replicò Mallen dandogli una pacca su una spalla. «Ti è perdonato, a patto che in futuro non ti comporti più così in mia presenza. Per il resto, sei libero di esternare le tue opinioni.» Sapeva che molti veterani del suo esercito condividevano l'opinione di Alvaro. Se avesse proibito loro di manifestarla, avrebbe solo rafforzato i pregiudizi verso gli elfi. «Vi ringrazio, altezza», disse Alvaro inchinandosi. I due raggiunsero la scala che portava alla sala delle feste, dove gli ospiti si erano già raccolti. I costumi erano variopinti, vistosi, in qualche caso audaci. Scorrazzavano figure di animali, creature di fantasia, e gli uomini dell'Idoslân riconobbero pure due mezz'orchi e un albo. «Quello non piacerà affatto a Rejalín», sogghignò Alvaro indicando l'albo. «La tua odiosità ben si addice a uno gnomo», lo rimproverò Mallen. «Bada che il tuo travestimento non ti rimanga attaccato e che tu non te lo debba portare addosso per sempre.» Scesero gli ultimi scalini, e un banditore annunciò ai visitatori chi si stava avvicinando. Esplosero gli applausi: ci s'inchinava due volte più volentieri di fronte a un uomo che era un eroe e un principe allo stesso tempo. Mallen si sorprese a cercare Rejalín nella folla. La trovò accanto all'ingresso. Indossava un abito che poteva essere stato tessuto solo dagli elfi; sembrava fatto di fili d'argento e stelle luccicanti. Con la corona di capelli ingioiellati, dava l'idea che la costellazione di una qualche dea elfica avesse abbandonato il firmamento notturno e fosse scesa tra i mortali. Rejalín gli sorrise e s'inchinò. Per il principe, il mondo si pietrificò; da quel momento ebbe occhi soltanto per lei. Perfino quando re Nate apparve davanti a lui travestito da mago e gli diede il benvenuto, il principe continuò a guardargli oltre per non perdere di vista l'elfa. Niente era in grado di competere con la sua perfezione, né le posate di cristallo né l'oro che ornava le pareti né gli affreschi sul soffitto... Tutto, a parte lei, divenne in un istante brutto, grigio, disadorno. «Principe Mallen, mi state ascoltando?» lo richiamò re Nate. «Dicevo che avrete modo di ammirare il diamante.»
A quel punto, Mallen dovette per forza distogliere l'attenzione. «Quale diamante?» chiese distratto. Poi gli venne in mente. «Ah, voi intendete il diamante!» Nate socchiuse gli occhi, sornione. «Sarebbe l'unica cosa in grado di tener testa alla perfezione di Rejalín.» Mallen guardò di nuovo verso l'elfa, ma era scomparsa nel movimento della festa. Deluso, tornò a rivolgersi a Nate. «Volete mostrare la pietra? Per quale motivo?» «Temete che sia in pericolo, principe Mallen?» si stupì il re. «In questa sala ci sono esclusivamente persone di cui ho fiducia. Nessuno oserà allungare la mano verso ciò che è mio.» Alzò la destra, e il suo segnale fu visto da una vicina tribuna. La musica tacque e le fanfare squillarono attirando l'attenzione sul sovrano del Tabaîn. Nate salì i gradini che portavano al suo trono. «Amici miei! Che i venti là fuori impazzino pure, noi non permetteremo che guastino la festa in onore del principe Mallen dell'Idoslân, eroe di numerose battaglie in difesa della nostra patria.» La folla applaudì entusiasta. Nate indicò Rejalín, che era apparsa accanto a Mallen. «E anche il popolo dell'Âlandur ci onora con la sua presenza, inviandoci una luminosa e saggia bellezza. Rejalín è mia ospite, e stiamo discutendo su come il sapere dei nostri due regni possa portare reciproco vantaggio.» Gli invitati applaudirono di nuovo. «Di solito, una bellezza accecante serve a distrarre da qualche macchia invisibile», disse Alvaro a mezza voce. Uno dei due ospiti travestiti da mezz'orco volse la testa verso di lui. A un cenno di re Nate, mentre le fanfare eseguivano l'inno del Tabaîn, un servitore portò nella sala un cuscino di seta su cui era appoggiato un diamante. La gente trattenne il respiro. La pietra catturava la luce delle innumerevoli lampade e brillava come un fuoco freddo. «Uomini ed elfi sono qui raccolti. E io vorrei completare la cerchia dei presenti ripetendo le parole con cui Gandogar Barbadargento, imperatore dei nani, accompagnò questo dono.» Nate si schiarì la gola. «Come si somigliano queste pietre, così in futuro dovranno accordarsi i nostri pensieri, e i nostri cuori dovranno battere allo stesso modo per il bene della nostra patria. Se un giorno nutrirete dubbi sulla nostra alleanza, guardate questa pietra e rammentate la nostra storia.» Prese il diamante con entrambe le mani e lo tenne alto sopra la testa. «Ricordiamo queste parole! Per il Tabaîn! Per la Terra Nascosta!» I presenti si fecero trascinare dal breve discorso del loro sovrano e ri-
suonarono alte grida. Alvaro invece fece una smorfia; gli sembrava che il discorso fosse diretto contro di lui. «Per quanto la sua bellezza possa scintillare, è pur sempre una cosa morta», disse Mallen a Rejalín. «Non potrà mai raggiungere la vostra lucente bellezza.» Sollevò una mano. «Mi concedete l'onore di un ballo?» L'elfa annuì e mise la sinistra nella mano di lui. «Dovrete mostrarmi voi come si fa. Non conosco i passi delle danze degli umani.» Il principe la condusse in centro alla sala, dimentico di ogni altra cosa intorno a sé. «È sufficiente che mi seguiate, Rejalín.» Nate si avvicinò ad Alvaro, che, completamente assorto, stava guardando in cagnesco il suo signore. «Avrete sicuramente sentito il mio discorso, non è vero, Alvaro?» chiese il re tenendo la pietra davanti all'altro. «C'è bisogno di concordia.» L'ufficiale s'inchinò. «Certo, re Nate.» Guardò il diamante. «Ma voi sapete che solo una delle quattordici gemme è quella vera», disse a voce così bassa che nessun altro poté sentirlo. «Per cui tredici sono belle e false. Ma qualcuno se ne lascia ingannare», aggiunse guardando rammaricato la pista da ballo. «Altri invece sanno riconoscerle.» Re Nate chiuse la mano intorno al diamante, incollerito. «Alvaro, voi siete un guerriero irragionevole e ostinato, che non saprebbe riconoscere il bene neppure se gli ballasse davanti al naso! Il costume da gnomo vi si addice perfettamente.» «E vedervi addosso quello di un saggio mago è eccessivo», replicò Alvaro con coraggio. «Io dico liberamente quello che penso, anche di fronte ai potenti della Terra Nascosta.» Si batté il petto con un dito. «Perché io ho combattuto per questa terra, re Nate. Nelle prime file. Ringraziate guerrieri irragionevoli e ostinati come me, se avete il titolo che portate.» Guardò l'ospite travestito da albo. «Perdonatemi, mi unisco agli altri mostri. Anch'io so una cosa: a tenere lontano il male è sempre stata la diffidenza, non la fiducia.» Col cuore che batteva forte, Alvaro s'inchinò davanti al sovrano: era consapevole dell'enormità di ciò che aveva detto. Improvvisamente, la porta del salone si spalancò e una potente folata di vento spense la maggior parte delle candele; solo le fiamme protette dal vetro resistettero. Un oggetto sferragliante rotolò all'interno, sprizzando scintille, e scese giù per le scale tintinnando e sferragliando. Assomigliava a due bracieri saldati insieme, se non fosse stato che, al suo interno, non si trovavano ciocchi di legno ardenti, ma una persona. La pietra andava in pezzi sotto
l'impeto e il peso dello strano costrutto. Gli ospiti si fecero da parte tra le grida, facendo largo alle guardie che avanzavano con le alabarde abbassate per proteggere il re. La sfera, costituita da bande di ferro larghe due dita, rotolò facilmente oltre le loro file, travolgendo due uomini; le ossa si ruppero scricchiolando, e le due guardie rimasero a terra urlanti. La strana cosa si fermò. Tra i clangori si sentirono aprire dei chiavistelli, e le bande di metallo accostarono tra loro per poi scomparire in una specie di zaino di ferro posto sulle spalle della creatura. Ciò che prima si scorgeva indistintamente divenne a quel punto visibile agli spettatori terrorizzati: digrignava le zanne, era alto e robusto come un mezz'orco, e la sua pelle grigia striata di nero e verde scuro riluceva. Il volto possedeva una grazia e una regolarità spaventose, quelle che gli uomini attribuivano da sempre a un popolo completamente diverso, gli albi. Orecchie a punta facevano capolino attraverso i capelli neri e, quando estrasse ringhiando la sua potente spada, mostrò una dentatura forte e appuntita. «Rimanete dove siete!» Mallen spinse Rejalín dietro di sé e corse ad aiutare re Nate. Non aveva dubbi: quel mostro voleva il diamante. Si mise in fretta alla testa delle guardie, che si erano disposte con le lance abbassate davanti al loro re; qualcuno gli passò in fretta uno scudo. Il principe osservò con maggior attenzione il mostro sconosciuto: al posto dei pantaloni indossava una protezione per le gambe costruita in modo da essere molto mobile; l'impressione era che la parte inferiore del corpo fosse fatta interamente di metallo. Petto, braccia e collo erano protetti da piastre di metallo incise di rune. Mallen non credeva ai propri occhi: erano fissate alla pelle e alla carne con spessi chiodi! «Pietra!» ordinò con voce acuta l'essere, allungando la mano verso Nate. Le dita si aprirono cigolando e scintillando alla luce delle lampade; erano coperte di metallo come il resto del corpo. Un'infinità di piccoli punzoni e sottili rivetti univa in modo inscindibile metallo e carne. «Per Palandiell! Com'è potuto sopravvivere al male?» chiese Alvaro, comparendo al fianco del principe, con in mano una spada presa a una delle guardie ferite. «Qualunque cosa sia, dovrebbe essere morta, altezza. Avete visto che cosa porta sulle spalle?» Mallen guardò meglio. Non era uno zaino, ma una specie di cassetta tenuta in sede da sei lunghe barre infilate in mezzo al corpo; le estremità di quelle barre uscivano davanti, all'altezza del petto, ed erano assicurate da puntelli incrociati, in modo che il peso del ferro non le sfilasse da dietro.
Nessun essere vivente avrebbe resistito a una tortura del genere. «Pietra!» ripeté la creatura facendo un passo in avanti; il passo delle sue scarpe di ferro rimbombò sul pavimento di pietra, lasciandosi dietro una crepa. Le rune incise nel metallo brillarono di un intimidatorio verde scuro, tranne una. Se così non fosse stato, non sarebbe saltata agli occhi di Mallen, benché si distinguesse chiaramente dalle altre: sembrava elfica! «Che cosa sei?» chiese re Nate, nascondendo intrepido il diamante nella mano. «Perché vuoi la pietra?» Mallen si voltò verso Rejalín, che era immobile sullo spazio per la danza, bianca come un lenzuolo, e fissava il mostro. Capì che aveva riconosciuto qualcosa. Che vorrà mai dire? pensò. All'improvviso il mostro saltò. Senza sforzo apparente, superò le file dei soldati e atterrò accanto a Nate; il marmo sotto di lui si frantumò. Prima che qualcuno riuscisse a fare qualcosa, afferrò il sovrano e gli strappò il diamante, insieme con tre dita. Il re cadde gridando sulle ginocchia, mentre il sangue gli scorreva dalla mano, sporcando il costoso vestito. Alvaro e Mallen attaccarono. Il mostro ruggì e intercettò il colpo di Alvaro a mani nude. Le rune della sua armatura splendettero di verde e il mostro spezzò la spada con facilità, come se fosse un sottile bastoncino. Poi diede all'ufficiale un calcio sul petto, tanto potente da scaraventarlo come un proiettile di catapulta sulle guardie che si stavano lanciando all'attacco, facendone volare tre a terra. Mallen pensò che almeno il suo attacco avrebbe avuto successo, ma il suo avversario si voltò con incredibile agilità, facendo sbattere la lama contro il pettorale di metallo. La spada rimbalzò indietro, senza ferirlo. In risposta, il pugno del mostro sfrecciò in avanti. Mallen si piegò, e il colpo gli fece a pezzi lo scudo, anziché il volto. In quel momento, il principe capì che cosa accade a un muro quando viene colpito da un ariete. Nonostante il peso dell'armatura, perse la sua postura, fu sbalzato da terra e volò di due passi attraverso la stanza. Sbatté duramente contro la parete e la vista gli si annebbiò. «Che cosa state aspettando?» riuscì a gridare. «Ha la pietra! Non lasciatelo scappare!» Gettò via lo scudo in pezzi e attaccò di nuovo. I soldati si riscossero dall'immobilità e attaccarono, confidando nel loro numero. Il mostro fece mulinare la spada intorno a sé e abbatté un uomo. Il bagliore delle rune s'intensificò, quei segni sembravano conferirgli poteri immensi. Con una sola mano afferrò la sua vittima per una gamba e urlando la usò per menare colpi contro le altre guardie, che scansarono la clava
umana. In quel modo il mostro si aprì una breccia che sfruttò subito per scappare: aveva ottenuto ciò che voleva. Gettò dietro di sé il cadavere sanguinolento e orribilmente contorto della sventurata guardia. Davanti alle scale gli sbarrò la strada Alvaro, piegato in avanti, col braccio disteso e con la spada puntata verso la bestia. «Il volto di un elfo, il corpo di un mezz'orco e le rune magiche dello Dsôn Balsur sull'armatura... Cosa sei?» domandò. Mallen correva dietro il mostro, mentre cinque soldati lo seguivano. Sperava di riconquistare la pietra. Alvaro sapeva di non poter vincere la bestia da solo. Voleva dare al suo signore il tempo di attaccarla alle spalle. Ma il mostro capì perfettamente che cosa intendeva fare l'ufficiale. Si guardò alle spalle, verso gli inseguitori, digrignò le zanne, lasciò cadere la spada e corse contro Alvaro. «Fermati!» L'ufficiale levò l'arma, pronto a colpire. La creatura orribile gli toccò la testa con la sinistra. Le rune risplendettero e si scaricò un lampo abbagliante che accecò tutte le persone presenti nella sala. Quando a Mallen tornò la vista, l'aggressore era scomparso. Rejalín era in ginocchio accanto ad Alvaro e gli reggeva la testa; dal collo dell'uomo sgorgava un fiotto inarrestabile di sangue. Le guardie salirono su per le scale per cercare il mostro all'esterno, mentre Mallen si accovacciava accanto all'ufficiale gravemente ferito. «No, amico mio! Resisti!» Gli strappò il naso da gnomo, gli prese la mano e la strinse. Si sforzò di nascondere il proprio sgomento, per non lasciare intendere ad Alvaro la gravità della sua ferita. «Ti prego!» Alvaro cercò di dire qualcosa, i suoi occhi guizzavano continuamente verso l'elfa, ma non riuscì a fare altro che sputare e gracchiare parole incomprensibili; alla fine il corpo si rilassò e gli occhi si fecero vitrei, privi di vita. Mallen pianse calde lacrime, e non se ne vergognò. Aveva perso un compagno con cui aveva cavalcato fianco a fianco in battaglie disperate. Quello che non era riuscita a fare nessuna spada di mezz'orco era riuscito a farlo quel mostro sconosciuto con un movimento della mano. «Guarda dove ti ha portato la tua voglia di combattere», sussurrò chiudendogli le palpebre. «Non ti dimenticherò. E la tua morte non rimarrà senza vendetta.» Fece un cenno di capo a Rejalín, che lo osservava con compassione. «È vero quello che ha detto?» «A che cosa vi riferite, principe Mallen?» L'elfa appoggiò delicatamente
la testa dell'ufficiale sul pavimento e osservò raccapricciata il sangue sulle proprie dita. Mallen suppose che, nella sua vita fino ad allora protetta e piena di arte e poesia, fosse la prima volta che guardava in faccia la morte violenta. «Alvaro ha detto che le rune sull'armatura di quella creatura erano albiche. E anche a me sono sembrate vagamente familiari. Assomigliavano a quelle che ho visto presso il loro esercito a Porista. Che cosa sapete dirmi al riguardo?» L'elfa evitò il suo sguardo. Mallen lasciò la mano del morto. «Era una runa elfica quella che ho visto sull'armatura?» «Vi siete ingannato.» Contro ogni consuetudine del rispetto e della cortesia, l'uomo afferrò l'elfa per un braccio e la costrinse, stringendolo piano, a guardarlo negli occhi. «Rejalín! Che cosa sapete?» «Nulla», rispose lei ostile, liberandosi dalla stretta. «Sono ben lontana dal sapere alcunché di quella creatura.» «Voi state mentendo! Ho letto nei vostri occhi che...» «Osate accusare di mendacia me, Rejalín dell'Âlandur?» L'elfa balzò in piedi. «Avrei dovuto immaginarlo... Siete un grossolano energumeno, come quasi tutti gli umani che ho finora incontrato», disse con aria di superiorità. «Temo che il vostro regno avrà bisogno di un esame estremamente accurato, prima di poter attingere alla nostra sapienza.» A Mallen parve che una maschera fosse appena scivolata dal vero volto dell'elfa; la collera stava mostrando a lui e ai suoi simili quale fosse la vera natura di Rejalín. L'ammirazione che fino a quel momento aveva provato per lei vacillò. «È stato appena rubato uno dei diamanti e voi non avete altre preoccupazioni?» «È uno dei quattordici.» «È il secondo di quattordici», la corresse Mallen alzandosi anche lui. «Rejalín, voi ora mi direte che cosa...» L'elfa si voltò senza dire una parola e andò da re Nate. Il principe la seguì, ma all'improvviso gli si pararono davanti i due ospiti travestiti da mezz'orchi. «Rejalín non desidera intrattenersi oltre con voi, principe Mallen dell'Idoslân», sentì dire da sotto una delle maschere di cartapesta. Colui che aveva parlato si smascherò, facendo apparire un volto elfico che sorrideva con fredda cortesia. «Preferirebbe occuparsi del nostro ospite e vedere che cosa può fare con la sapienza degli elfi per la sua feri-
ta.» «Sapienza che voi dovete ancora meritare. Andate a cercare il diamante», disse l'altro elfo sfilandosi anche lui la maschera. «Vi faremo sapere noi quando Rejalín desidererà parlare dell'accaduto.» Mallen li spinse da parte, ma i due lo superarono e gli sbarrarono di nuovo il cammino. L'uomo si fermò e alzò la mano con cui ancora brandiva la spada, poi però il discorso sull'unità dei popoli lo riportò al buon senso. «Riferite a Rejalín che mi aspetto una spiegazione e che le altre case reali della Terra Nascosta verranno messe a conoscenza sia dell'accaduto sia del suo strano comportamento. Se non vorrà dare spiegazioni a me, lo farà sicuramente su ordine del principe Liútasil dell'Âlandur.» «Certo, principe Mallen», replicò in tono altezzoso l'elfo alla sua destra. «Glielo diremo.» L'uomo rinfoderò l'arma, fece chiamare alcuni suoi soldati e ordinò loro di portare fuori dalla sala il corpo dell'amico morto. Mentre lo caricavano su una lettiga e lo portavano su per le scale, al principe venne in mente una cosa: il mostro aveva toccato Alvaro alla testa, non al collo, dove si trovava la ferita. E, dopo il lampo, nessuno era nei suoi pressi; nessuno a parte l'elfa. Un'idea incredibile gli passò per la testa. Mallen si fermò nella galleria e guardò verso Rejalín, che si stava occupando di re Nate. Si è vendicata delle offese? O forse le parole di Alvaro, oggi a pranzo, erano arrivate troppo vicine alla verità? E di quale verità si tratterebbe? L'incanto di quella creatura incredibilmente bella scomparve. Da quel momento l'avrebbe considerata col massimo sospetto. Lei e ogni altro elfo. III Terra Nascosta, Monti Grigi, confini del regno dei Quinti, 6241° ciclo solare, primavera Tungdil e Boïndil erano in una delle stanze preparate per l'imperatore e aspettavano Gandogar con impazienza. La polvere della Terra dell'Aldilà prudeva loro sulla pelle e ne copriva le barbe, ma nulla, neppure un bagno, avrebbe potuto trattenerli da un rapido incontro. C'erano troppe cose da discutere. «Hai visto come ha pianto quando le abbiamo portato l'elmo del figlio?»
chiese Boïndil mentre riempiva un boccale d'acqua. Stranamente non aveva voglia di birra, al contrario di Tungdil, che aveva già vuotato un boccale di birra scura. «Sarebbe stato meglio lasciarle intendere che il figlio è morto», insistette Tungdil. «Ma tu stesso hai detto che potrebbe anche essere vivo e che gli indizi ti sembravano troppo evidenti. E cosa credi che fosse quell'essere? E quella strana cosa che aveva dietro?» «Poteva essere uno gnomo travestito», rispose Tungdil, e bevve un sorso. «O un nano.» «O un Sotterraneo?» Durante il viaggio di ritorno, Tungdil aveva continuato a porsi quella domanda. Si erano imbattuti in rune indecifrabili incise sulle pareti e, in base alla perfezione e alla cura con cui erano state tracciate e al fatto che si trovassero sottoterra, lui e Boïndil avevano concordato che fossero naniche. Ed era anche vero che vecchi documenti parlavano di parenti del loro popolo insidiati al di là della cintura montuosa che proteggeva la Terra Nascosta. Erano stati loro a forgiare la prima Lama di Fuoco, per cui dovevano essere dei maestri in campo metallurgico e dovevano amare anche loro la fucina e la forgia. Purtroppo era vera anche un'altra cosa: nessuno aveva mai visto uno di quei nani. «Non lo so», ammise Tungdil con franchezza. «Ma, se era uno di loro, sappiamo che non hanno intenzioni amichevoli nei nostri confronti.» Il guerriero corrugò la fronte e strinse gli occhi minacciosamente. «Intendi dire che hanno preso di mira i nostri rifugi?» Posò il boccale e passò un dito sullo sperone dell'azza. «Che ci provino solo», brontolò burbero. «Aspettiamo di capire perché Gandogar ci ha voluti incontrare così in fretta», lo calmò Tungdil. «I messi che ci attendevano di ritorno alle porte devono essere stati mandati poco dopo la nostra partenza.» «Non possono essere brutte notizie», disse il gemello fiducioso. «Altrimenti le guardie alla porta sarebbero state messe in allarme.» La porta si aprì e Gandogar entrò. Lo seguivano tre elfi, che nei loro abiti di raffinata tessitura e dai colori chiari sembravano del tutto fuori posto. Tungdil trovava che già solo i loro abiti non si adattassero per niente alle tonalità di marrone e agli scuri colori preferiti dai figli del Fabbro. A pensarci meglio, non erano i vestiti a non piacergli: erano proprio gli elfi. Non aveva nulla contro di loro; il loro modo di vivere, dalle case ai vestiti fino
al linguaggio, formava un insieme perfetto nell'Âlandur. Ma lì, sui Monti Grigi, la loro presenza era un'acuta nota stonata, come un soprano che risaltasse in un armonioso e profondo coro di nani. A giudicare dall'espressione del volto, Boïndil la pensava allo stesso modo. «Invece sono davvero brutte notizie», mormorò alla vista degli ospiti, tra il serio e il faceto. «Delicati elfetti.» «Ah, gli eroi sono tornati», li salutò cortesemente Gandogar porgendo loro la mano. «Tungdil, ti ha fatto piacere rivedere il tuo vecchio amico?» «La sorpresa ti è riuscita, imperatore.» Gandogar fece un passo di lato. «Questi sono Eldrur, Irdosíl e Antamar. Sono stati inviati qui dal principe degli elfi, Liútasil. Non sono messi, ma una delegazione incaricata di preparare una nuova era di convivenza fra i nostri due popoli, un tempo nemici.» Poi presentò i due nani. Gli elfi s'inchinarono di fronte a Tungdil e al Rabbioso. Dieci cicli prima, quel gesto di rispetto sarebbe stato molto meno marcato, e forse non avrebbe affatto avuto luogo. Inoltre erano stati di certo avvertiti in anticipo dell'aspetto di Tungdil, altrimenti il disgusto sarebbe stato ben visibile sui loro volti. Boïndil non riuscì a trattenersi. «Questo per me è come un tizzone incandescente nei pantaloni!» gli sfuggì tra le risate. «Gli...» Orecchi appuntiti. Si bloccò in tempo, prima di pronunciare l'epiteto offensivo. «Gli elfi e i nani vogliono vivere sotto lo stesso tetto?» Diede di gomito a Tungdil. «Che ne dite tu e la tua saggezza, Sapientone?» Eldrur si unì alla risata del nano. «Vi potrà sembrare strano, Boïndil Duelame, ma per il nostro principe questo è un momento a lungo agognato. L'attesa era necessaria per convincere gli ultimi che, tra le nostre file, nutrivano dubbi in merito a una stretta vicinanza fra i nostri popoli.» Si guardò intorno. «Non mi spingerò a dire che ci stabiliremo qui a lungo. Ci tratterremo per le prossime cento rotazioni, come pure negli altri regni dei nani, per apprendere di più sul vostro popolo e sulla vostra cultura.» «Un po' come delle spie», replicò il Rabbioso. «Volete imparare i procedimenti con cui forgiamo il ferro e l'acciaio, vero?» Strizzò l'occhio a Tungdil. «No, al contrario. Saremo noi a trasmettere sapere, e senza nessuna contropartita.» L'elfo si rivolse all'imperatore dei nani. «Ma sono certo che il vostro popolo saprà ricompensare la nostra generosità. Con ciò non alludo a oggetti preziosi o cose del genere, bensì alla riconoscenza vostra e dei vostri discendenti.»
«Ah, non sono spie, sono ricattatori», sussurrò Boïndil, divertito. «Anche se si esprimono in modo ornato.» «Finalmente la Terra Nascosta cresce insieme», disse Tungdil. Si leccò le labbra secche, voleva una birra. «Pare che accada al momento opportuno, perché abbiamo alcune cose da riferire riguardo alla nostra incursione nella Terra dell'Aldilà.» Gli elfi si scambiarono rapidi sguardi. «L'imperatore ci ha accennato qualcosa. Dunque avete dimostrato una volta di più il vostro coraggio, Tungdil Manodoro», lo encomiò Eldrur. «L'ho pregato io di farlo», intervenne Gandogar, facendo cenno di sedersi intorno al tavolo al centro della stanza, su cui erano state disposte alcune cosette da mangiare. La parola «cosette» era soggetta all'interpretazione nanesca del termine, così come intesa dalle ricette della loro cucina tradizionale. I funghi lessati piacevano molto anche ai palati elfici, ma il saporito formaggio e il dolce fatto con le parti molli delle larve di gugul mettevano a dura prova la loro buona volontà. Tungdil si compiacque soprattutto della piccola botte di birra scura. «Abbiamo acquistato gli insetti dalle città dei Liberi, ma li abbiamo preparati qui», spiegò con orgoglio l'imperatore che, completamente assorbito dalla degustazione della crema bianca, non aveva notato le facce assai poco entusiaste degli ospiti. «Ti meriti un'onorificenza già solo per aver dischiuso questi traffici commerciali», disse a Tungdil. Questi, pur apprezzando il formaggio, non ne prese perché gli ricordava troppo il periodo in cui aveva vissuto tra i Liberi con Myr. «Prima che partissimo, una nana ci ha chiesto di cercare il figlio disperso», disse Tungdil iniziando il suo resoconto dell'esplorazione nella Terra dell'Aldilà. Intanto aveva vuotato un altro boccale, e un altro ancora, finché il Rabbioso non gli fece capire che stava cominciando a biascicare e che non era più molto facile capire che cosa stesse dicendo. «In una caverna abbiamo trovato molte ossa di mezz'orchi, a centinaia. E volevamo continuare a esplorare le caverne, quando ci siamo imbattuti in un nano sconosciuto che ha fatto crollare mezza montagna. Aveva vicino una strana macchina, non ho mai visto niente del genere prima...» Parlava gesticolando molto per descriverne le dimensioni. «Siamo a stento riusciti a evitare la pioggia di pietre», disse concludendo bruscamente il suo racconto. Proprio in quel momento riuscì a trasformare un sonoro rutto in un forte sospiro; ma ciò bastò a far trasalire gli elfi.
«Scommetto che sono pentiti di essere qua», sussurrò Boïndil, allegro. «Guarda come sono flosce le loro orecchie a punta. Per rincuorarli gli racconterò la mia storiella del mezz'orco e del nano.» Gandogar passò sopra il comportamento discutibile del suo eroe. «Sembra che da fuori si stia avvicinando un nuovo e sconosciuto pericolo», disse preoccupato rivolgendosi ai presenti. «Il vostro popolo ha mai sentito di macchine come quella menzionata da Tungdil?» Eldrur esitò a rispondere, mentre posava gli occhi sul boccale vuoto di Tungdil. «Perdonate la franchezza, ma si può dar credito a questo resoconto? Possiamo escludere ogni esagerazione?» Guardò il Rabbioso. «Le cose sono andate così, Boïndil Duelame? O durante il viaggio siete stato colto anche voi da una sete potente come quella del vostro amico?» Prima della morte del fratello gemello, una simile offesa, espressa con quella ipocrita cortesia, avrebbe spinto Boïndil a saltare sul tavolo, afferrare l'elfo per le orecchie e annegarlo nella sua zuppa con una sola mano, mentre con un'ascia avrebbe fatto a fettine gli altri due. Ma l'animo del nano si era raffreddato, e la maledizione del suo sangue caldo spezzata. «Lo dirò solo una volta, amico elfo: anche quando un nano è tanto sbronzo da non riuscire ad allacciarsi le scarpe, non uscirà mai una menzogna dalle sue labbra.» Il suo sorriso era tagliente come la lama di un'ascia. Eldrur comprese di aver commesso un errore e s'inchinò. «Perdonatemi, Tungdil Manodoro.» Tungdil fece cenno che non importava. Tuttavia, anche se esteriormente restava calmo, le insinuazioni dell'elfo lo stavano divorando. Si era arrivati a dubitare delle sue parole! Abbassò lo sguardo su di sé, si vide la pancia, la cotta di maglia insudiciata da macchie di cibo e polvere, in cui stava infilato come una salsiccia, poi guardò i molti boccali vuoti intorno al suo posto. Che cosa sono diventato? si chiese amareggiato, e allungò la mano verso un'altra birra. «No, imperatore Gandogar, non ho mai sentito nulla su una cosa del genere», disse Eldrur. «Non c'erano voci su una stirpe di nani indicata col nome di Sotterranei? Forse...» La porta si aprì e un messaggero coperto di sudore si precipitò dentro. «Perdonate il disturbo. Mi chiamo Beldobin Forteincudine, del clan dei Chiodidiferro.» S'inchinò di fronte all'imperatore. «Imperatore Gandogar, vi porto una lettera da parte della mia regina, Xamtys», disse senza fiato. «Dovete leggerla immediatamente! Sui Monti Rossi stanno succedendo cose terribili.»
Il rotolo di cuoio passò di mano, Gandogar ruppe il sigillo, ne trasse la lettera e la scorse; poi alzò la testa. «Amici miei, qui c'è la soluzione del nostro enigma.» Ne lesse il contenuto ad alta voce. Illustre imperatore Gandogar, abbiamo sottovalutato il lungo fiato dei nostri nemici, temo. Dopo più di cinque cicli di attesa, sono tornati ad agire per portare morte e rovina alle nostre stirpi, e certo in un modo che nessuno aveva previsto. Nel frattempo ho perso cinquantaquattro validi lavoratori e dieci guerrieri a causa di una strana macchina che si aggira per i nostri tunnel e attacca tutto ciò che incontra. Possiede tenaglie, lame e grandi armi letali con cui afferra e trafigge le sue vittime. Accludo un disegno di questo marchingegno, nel caso in cui una macchina simile comparisse da te o dai Quinti, fra cui ti trovi al momento. Ha fermato completamente i nostri sforzi per sistemare i tunnel, dal momento che nessuno osa più mettere piede in quei corridoi. Comprendo molto bene la loro paura. Finora non ci è riuscito di trovare una soluzione contro questa macchina, dal momento che ci ha colpiti in modo troppo improvviso e inatteso. Non siamo riusciti a prepararci contro di essa. Le trappole che abbiamo disposto non hanno funzionato. Non sappiamo nulla su di essa. Solo che è molto forte e molto pesante, e che è spinta in parte dal vapore. Suppongo che sia costruita in modo simile alle macchine levatrici con cui mettiamo i vagoncini sui binari, ma è più piccola ed è mobile. Le rune incise sulla corazza non lasciano dubbi sul fatto che dietro tutto ciò vi sia un Terzo: Battuti, non distrutti, portiamo la distruzione! Non vorrei che per l'ostinazione di un singolo o di un piccolo gruppo venissero chiamati a rispondere tutti i Terzi che vivono tra noi. Ma certo devono essere interrogati quelli che, tra loro, siano ritenuti capaci di progettare una simile macchina. Ho avvisato anche tutti gli altri regni dei nani, poiché non so se il pericolo sia concentrato solo su di noi o se forse, e prego Vraccas che non sia così, ci siano altre di queste macchine. Dovrebbe essere convocata un'assemblea di tutte le stirpi per discutere di ciò che sta accadendo. Vraccas ti benedica e ti protegga, imperatore Gandogar.
Regina Xamtys II Frontealta, del clan dei Frontealta, della stirpe del Primo, Borengar «Ci siamo! Ora si spiega che cos'è successo. Quella figura nel corridoio era un Terzo», gridò forte il Rabbioso colpendo il tavolo e facendo saltare le posate. «Abbiamo scoperto il loro accampamento nella Terra dell'Aldilà!» Tungdil respirava con affanno, non si sentiva affatto bene. Aveva bevuto la birra troppo in fretta. «Perché mai dovrebbero prendersi la briga di scavare un tunnel che li porti all'esterno e mandarci le macchine dalla Terra dell'Aldilà?» intervenne farfugliando, poi ruttò. «Perché là possono lavorare più indisturbati rispetto che nella Terra Nascosta», ribatté Gandogar dando ragione al Rabbioso. «Questo spiegherebbe perché hanno fatto crollare i corridoi e le sale di cui parlavate», s'intromise Eldrur. «Volevano assicurarsi che nessuno li potesse scoprire e raggiungere.» Stava seguendo la congettura dei due nani. «Posso pensare che siano accampati poco oltre i confini della Terra Nascosta e che, da lì, mandino le loro macchine contro di voi.» Gandogar posò la lettera sul tavolo. «La proposta di Xamtys è valida. Convocherò un'assemblea. Tutte le stirpi, e con esse i Liberi, devono decidere sul da farsi. In linea di massima, dovremmo marciare oltre il passo settentrionale e cercare i malfattori o la loro officina.» «Uno almeno lo abbiamo visto», disse Boïndil stringendo i pugni. «Ah, se fossimo stati solo un po' più veloci... Chissà? Alla fine avremmo fatto fuori quel fantasma più in fretta di quanto non immaginassimo.» Tungdil non era più in condizione di seguire la conversazione; la stanza girava intorno a lui e lo stomaco gli si contorceva. «Devo andare», farfugliò. Si alzò e barcollò verso l'uscita. Boïndil lo seguì e lo sostenne prima che incespicasse davanti alla porta. «Lasciami», disse Tungdil, rifiutandone l'aiuto. «Posso andarmene da solo.» Si divincolò, uscì dalla stanza vacillando e sparì. Afflitto, il Rabbioso lo guardò allontanarsi. Non riconosceva quasi più il suo vecchio amico. Tornò sospirando al tavolo, dove lo aspettavano gli elfi, coi nasi arricciati, e Gandogar, col volto cupo. «È colpa della febbre. Se l'è presa durante il viaggio», raccontò per addurre una scusa. «Di tanto in tanto gli offusca la mente.» Irdosíl gli sorrise; nei suoi occhi chiari si leggeva che non credeva una parola di quanto aveva detto il nano, ma che gli stava risparmiando l'imba-
razzo di coglierlo in fallo. Dopo quello che il Rabbioso aveva detto poco prima, si doveva presumere che i nani non mentissero mai. «Allora facciamo così», disse Gandogar. «Oggi stesso spedirò gli inviti per l'assemblea.» Si rivolse agli elfi. «Invito caldamente anche voi a partecipare.» Boïndil aprì la bocca per dire qualcosa. Ma non gli venne in mente nulla di opportuno e si dovette mordere la lingua. La disponibilità di Gandogar non gli piaceva affatto. Un conto era lasciare che gli Orecchi appuntiti prendessero parte alla loro vita e alle loro usanze, ma trovava difficile digerire che venissero messi a parte dei loro affari più importanti. Poi gli venne in mente che lo spiedo ha due punte... «Chi di noi andrà nell'Âlandur, imperatore?» chiese con fare noncurante ammiccando verso Eldrur. «Non capisco, Boïndil», replicò Gandogar, irritato. «Cosa intendi dire?» «Parlo della visita del nostro popolo. I nostri amici elfi sono ospiti ovunque, se ho capito bene», disse prendendola alla larga. «Dunque si aspetteranno di certo che noi, i figli del Fabbro, ricambiamo l'onore mandando una delegazione nell'Âlandur.» Con scarso successo, Eldrur abbozzò un sorriso. «Il principe Liútasil non ha insistito in questo senso, Boïndil Duelame, poiché sa che il vostro popolo non gradisce vivere a lungo sotto il cielo aperto o nelle foreste.» Il Rabbioso incrociò le braccia sul petto e sulla barba nera. «Questo non è corretto, amico elfo. Se voi potete sopportare di vivere sottoterra, noi possiamo stare altrettanto bene in superficie. Io non ho paura di un albero.» Gandogar sogghignò, sapeva bene che cosa fare. «Veramente un'ottima proposta, Boïndil. Perché non assumi tu questo incarico di fiducia?» «Io?» Il Rabbioso si era immaginato che la discussione avesse un esito completamente diverso. «Penso di essere molto più utile qua, imperatore Gandogar. Se dovremo marciare nella Terra dell'Aldilà, ci sarà bisogno di me.» «Su questo non c'è dubbio. Ma ci vorrà un bel po' di tempo prima che tutti i rappresentanti dei clan e delle stirpi si radunino qui», ribatté Gandogar. Era irremovibile. «E, dal momento che l'Âlandur non è molto lontano, propongo che tu faccia al regno degli elfi almeno una visita di cortesia. Chi potrebbe essere più indicato di uno dei nostri più grandi eroi?» «Imperatore, io...» cercò di dire Boïndil per far cambiare idea al suo signore, con lo sguardo ormai confuso come quello di Eldrur. «Non c'è nulla da obiettare, Boïndil», replicò Gandogar in tono gentile.
«Partirai domattina all'alba, con degli omaggi, e porterai a Liútasil i miei personali ringraziamenti per gli scambi che sta incoraggiando. Ti farò chiamare quando l'assemblea avrà raggiunto un'intesa e saremo pronti a marciare nella Terra dell'Aldilà.» Si alzò e si rivolse agli elfi. «Eldrur, siate gentile e rilasciate al mio legato una lettera in cui sia scritto, nella vostra lingua, il motivo del suo viaggio, evidenziando che giunge per ordine dell'imperatore e coi suoi migliori saluti.» «Certamente, imperatore Gandogar», disse l'elfo inchinandosi, mentre Gandogar usciva dalla sala lasciando Boïndil a mangiare con gli ospiti. Eldrur esaminò il volto barbuto del guerriero, che spiluccava controvoglia il suo pasto. «Vi state maledicendo, non è vero?» chiese, centrando in pieno i pensieri del nano. «No.» Il Rabbioso ruminava un pezzo di fungo. «Vorrei prendermi a schiaffi.» Indicò l'azza. «Con questa qua.» Gli elfi risero. Era un rumore leggero, discreto e melodioso, più un coro troppo alto e raffinato che non una risata sincera e gioiosa, ed era falso come l'oro degli gnomi. «Per l'Âlandur sarete sicuramente una distrazione», profetizzò Eldrur senza essere davvero felice. «Su quel messaggio, scrivi al tuo principe che mi deve rispedire subito a casa», disse il nano con aria truce. «La vostra capacità di sopportazione non è così grande come volevate farci credere?» lo punzecchiò Irdosíl. «Quanto darei per essere al vostro posto...» «Non funzionerebbe.» Il Rabbioso lo squadrò, poi puntò gli occhi sul suo piatto. «Sei troppo lungo per essere un nano.» Quindi allontanò il piatto e si alzò. «Non intendevo dire che vorrei essere un nano, ma che...» «Ah, sì? Non vorresti essere un nano?» Boïndil corrugò la fronte. «Allora hai qualcosa contro il mio popolo?» Appoggiò le forti mani sulla testa dell'azza. «Dillo apertamente, amico, così mettiamo le cose in chiaro una volta per tutte.» «No, no!» replicò Irdosíl. «Intendevo dire che...» Eldrur rise. «Ti sta prendendo in giro, non l'hai capito?» A quel punto, il Rabbioso sogghignò. «C'è voluto un bel po', prima che lo capisse.» Si diresse lentamente verso la porta, con l'arma appoggiata sulla spalla. «Uno di voi tre conosce la storia del mezz'orco che chiede la strada al nano?» Gli elfi scossero la testa. «Allora è tempo che qualcuno porti del senso dell'umorismo nelle vostre foreste.» Boïndil strizzò l'occhio
e uscì. Antamar, che fino a quel momento non aveva detto una parola, guardò Eldrur. «Bel pasticcio.» «Lo so», replicò Eldrur, irritato. «Ma che avremmo potuto fare?» «Prima? Niente.» Antamar guardò i due compagni. «Ora bisogna scrivere una lettera di accompagnamento adeguata alle circostanze.» Eldrur aveva percepito chiaramente l'intonazione della parola «adeguata». Non c'era bisogno di aggiungere altro. Andando verso il suo alloggio, Tungdil si perse più volte, finché qualcuno non lo accompagnò al suo Ietto. Non aveva la più pallida idea di dove si trovasse, ma la sua testa ubriaca trovò subito la bottiglia di acquavite nella dispensa. Per quanto lo stomaco minacciasse di rimettere, il nano si alzò e prese la bottiglia. La stappò avidamente e ne bevve un lungo sorso. Non appena l'aspra bevanda gli scese per la gola, Tungdil dovette vomitare davanti al letto. Il cibo risalì più volte e con forza, tanto che il vaso da notte che aveva afferrato non bastò. Mentre faticava a respirare, il nano scorse la sua immagine sul grosso specchio d'argento. Si vide in tutta la sua meschinità, la bottiglia in una mano, il vaso da notte nell'altra, la cotta di maglia e la barba coperte di vomito, il corpo grasso e gonfiato, trasandato, una parodia dell'eroe che era stato un tempo. Cadde in ginocchio. Non riusciva a distogliere gli occhi dalla sua immagine allo specchio, che gli mostrava senza pietà la sua miseria. «No», sussurrò. Scagliò la bottiglia contro la superficie lucida, la bottiglia andò in pezzi e cosparse di alcol l'immagine. L'orribile Tungdil continuava a fissarlo istupidito, coi suoi occhi arrossati. «No!» gridò lanciando il vaso, ma mancò lo specchio. Si mise le mani davanti agli occhi. «Vattene!» gridò, iniziando a piangere. «Vattene, assassino. Tu l'hai ucciso...» Crollò sulle lastre di pietra e si arrese al dolore; singhiozzò e pianse finché il sonno non prese il sopravvento. Non sentì che mani forti lo sollevavano e lo portavano via. Terra Nascosta, regno di Weyurn, Mifurdania, 6241° ciclo solare, tarda primavera Rodario sedeva in abiti più comodi e meno costosi sui gradini della stretta scala che portava al suo carro, e rifletteva su quale nuovo pezzo avrebbe
potuto proporre. L'attore e la sua compagnia erano accampati su una piccola isola davanti alla città vera e propria, intorno alla quale sciabordavano le acque. Dopo il terremoto, la superficie delle acque della regione era molto aumentata e parecchi abitanti avevano perduto case e averi. La compagnia di Rodario aveva viaggiato più su navi o attraverso isole che non sul continente, poiché solo una piccola parte del Weyurn era stata risparmiata dalle inondazioni. Era tempo di scrivere un'altra storia epica, dal momento che la vecchia vicenda della vittoria sull'Eoîl e sugli avatar non lo entusiasmava affatto più come prima. E gli sembrava che anche gli spettatori la vedessero allo stesso modo. O forse sarebbe meglio una commedia? si chiese. I suoi stimati spettatori avevano ormai più voglia di divertimento e facezie che non di pathos e stragi. I tempi erano buoni e spensierati, la gente della Terra Nascosta desiderava piegarsi dal ridere e gustarsi battute e situazioni piccanti. Mentre meditava, l'attore osservava Tassia stendere il suo bucato su un filo tirato tra due carri. In qualche punto i raggi del sole le rendevano il vestito trasparente. Quando notò il suo sguardo goloso, la donna si fermò, si voltò e gli fece un cenno. Rodario sollevò la mano che stringeva la penna e ricambiò il saluto. Non aveva dubbi, avrebbe interpretato lei il ruolo principale, attirando frotte di uomini paganti. «Oh, già, gli uomini...» mormorò l'attore. Osservò con gelosia Reimar, uno degli operai che aveva assunto per montare il tendone, che le si avvicinava e le offriva un fiore. Tassia rise felice e gli diede un bacio, sulla bocca; e gli permise di appoggiarle una mano sulla vita. «Tassia, vieni un attimo qua, per favore», gridò Rodario più forte di quanto volesse. «E tu, Reimar, torna subito al lavoro!» «Subito, maestro.» La donna stese una canottiera, accarezzò Reimar su una guancia e col cesto vuoto sotto braccio si avviò lentamente verso Rodario. «In che cosa ti posso servire?» «Ho bisogno del tuo consiglio», s'inventò lui su due piedi come scusa. In realtà voleva solo allontanarla da Reimar. Le porse i suoi appunti. «Che ne dici?» Tassia prese i fogli e vi gettò uno sguardo. «È impossibile.» «Impossibile?» replicò l'attore, inorridito, strappandoglieli di mano. «Ma è...»
«... impossibile da leggere», lo canzonò lei mentre gli si sedeva in grembo. «La tua scrittura è terribile. Mi dovrai raccontare a voce quello che hai in mente.» Gli accarezzò i lunghi capelli castano scuro e giocherellò con una ciocca. Poi sorrise. «Non era solo una scusa?» «Sì, per averti tra le mie braccia, tu che sei la più graziosa creatura della Terra Nascosta.» Le fece un sorriso falso. Nessuno che non lo conoscesse da almeno dieci cicli avrebbe notato la differenza rispetto a uno vero. «Non era quindi per scacciare il povero Reimar?» lo punzecchiò lei. «È così carino. Ed è forte e pieno di muscoli.» «Già. Purtroppo nella sua stupida zucca non c'è un minimo di comprendonio. E le sue maniere competono con quelle di un maiale.» Rodario si accarezzò il pizzo. «E io sono considerevolmente più bello. Come puoi constatare, non è un avversario alla mia altezza.» Tassia gli diede un bacio sulla fronte. «A volte, mio geniale inventore di scene e battute, una donna non ha bisogno di un uomo con belle maniere o comprendonio», disse sbattendo le ciglia con eloquente falsa innocenza. Rodario si alzò facendola cadere a terra di proposito. «Ti diverti alle mie spalle con altri?» «Non usiamo due pesi e due misure, carissimo», rise lei sdraiandosi sull'erba, con le braccia incrociate sotto la testa. «Su di te ho sentito voci che metterebbero in ombra le imprese di un montone. E ho notato perfettamente le deliziose donnette che camminano sulle strade di Mifurdania e ti osservano con sguardi adoranti.» Tassia chiuse gli occhi e volse il volto grazioso alla luce del sole. «Certo, non erano delle più giovani, ma di sicuro non si sarebbero sottratte a un amorazzo con l'Incredibile Rodario.» «Il fatto è che sono... amato dalle donne», replicò l'attore schiarendosi la voce. «Ma da quando ti conosco, Tassia, le cose sono cambiate.» «Ah, ah, ah!» La donna alzò un braccio e gli puntò contro l'indice. «Fossi in te non ci metterei la mano sul fuoco, mio amato. Non sono cieca né sorda né stupida, e sono anche perfettamente in grado di capire che cosa significano certi rumori notturni...» Rodario cominciava a sudare, e non era solo colpa del sole di primavera. La sua offensiva rischiava di volgere in una disastrosa sconfitta. In una sconfitta devastante. «Mi... mi stavo esercitando nel combattimento.» «È per quello che il tuo carro oscillava così tanto?» «Doveva essere... per via dei salti e delle schivate.» «E con che spada, carissimo?» domandò Tassia dolce come il miele. «O era un pugnale? O forse il coltello da tasca che tutti gli uomini si portano
in giro?» Aprì gli occhi e gli sorrise. «Immagino che i tuoi esercizi siano stati molto complessi, se nel farli provavi pure un ruolo da donna. Il testo prevedeva gemiti soffocati e battute ansimate, tipo: 'Oh, sei davvero incredibile'.» Rodario la fissò, aprì la bocca, balbettò qualcosa, poi alla fine scoppiò a ridere. «Credo che dovrò abdicare al mio titolo in tuo favore», la lodò mentre si sedeva sull'erba fresca. «Quello del rubacuori o quello dell'Incredibile?» lo stuzzicò lei colpendolo con un filo d'erba. «Dovrei davvero scaldarmi di meno per cose del genere. Nella mia vita finora le ho fatte in continuazione», disse l'attore, parlando più a se stesso che a Tassia. Si sdraiò accanto a lei, appoggiando il mento su un braccio e guardandola con finta compassione. «Povera, povera creatura... Hai così tanto da recuperare, con tuo marito che preferiva gli uomini alle donne...» La spensieratezza della donna scomparve. «Sì», mormorò, il mento che le tremava. Era sul punto di piangere. «Oh, sono così miserevole, non è vero?» Si mise le mani davanti al volto, con le spalle che sussultavano. «Commiserami pure. Gli dei...» «Ferma, ferma!» la interruppe Rodario. «Hai iniziato a piangere troppo in fretta.» Il piagnucolio cessò all'istante, mentre la donna guardava l'attore attraverso le dita. «Troppo in fretta?» «Il passaggio dev'essere più graduale, altrimenti non sei credibile.» Le spostò le mani e la baciò sulla fronte. «Per il resto, mia Tassia, benedetta dal viso e dal corpo di una seducente dea elfica, la tua piccola messa in scena mi piaceva molto. Ma hai ancora bisogno di un po' di esercizio.» Lei rise e si rotolò su di lui, in modo che Rodario le potesse guardare nella scollatura. «Prima o poi il Curiosum sarà mio, e tu ballerai a mio comando», lo minacciò scherzosamente. «Su questo non ho dubbi. Reimar è già dalla tua parte, e corromperai gli altri molto facilmente. Perfino la vecchia Gesa», concordò scaricandola di lato. Lei fece un breve strillo e atterrò sull'unica pozzanghera che c'era nel prato. L'attore si alzò. «Oh, mi spiace.» «Salvami!» piagnucolò Tassia. Ma in quel momento, proprio in quel momento, Rodario fu colpito dall'ispirazione. «Tirati fuori da sola, Tassia, io devo assolutamente prendere degli appunti.» Raggiunse in fretta la scaletta, su cui aveva posato carta e inchiostro. «I lampi di genio si spengono troppo in fretta perché ci si possa
permettere di non annotarli in fretta.» La donna imprecò e si rimise in piedi, lo affiancò e gli strizzò la gonna bagnata sulla testa. «Te ne meriti un po'.» «Non adesso.» Rodario stava lavorando davvero. «Ho avuto un'idea per la commedia.» «Davvero?» Si sedette accanto a lui. «Di che parla?» Gli asciugò capelli e volto. «Di un uomo e una donna.» «Originale...» Lui smise di scrivere e la guardò. «A essere più precisi, parla di te e di me.» Tassia divenne improvvisamente curiosa. «Allora sembra una commedia sentimentale.» «Esattamente, mia bionda beltà. Ciò che abbiamo vissuto fino a ora farà da modello: un uomo, una donna con un marito che preferisce gli uomini, un padre cattivo, un combattimento, una relazione piena di fuoco e passione, con battute e...» «E un tesoro!» lo interruppe Tassia. A Rodario la penna scivolava sulla carta. «Ottimo, ottimo...» la lodò. «Ma da dove arriva questo tesoro?» A Tassia s'illuminò il volto. «Potrei averlo rubato al cattivo padre del marito che preferisce gli uomini.» L'attore comprese all'istante. «Oh, no, Tassia...» «Sì, invece.» Sorrideva. «Dimmi che non è vero!» «È così, invece.» Gli prese entrambe le mani, lo trascinò nel carro e sollevò una delle assicelle. Dentro vi era appallottolato un panno che lei tirò fuori e aprì; Rodario sapeva perfettamente di non essere stato lui a preparare quel nascondiglio. «Chiudi la porta», disse Tassia, aspettando di essere certa che nessuno potesse osservarli, prima di svolgere completamente il fagotto. Nelle sue mani scintillò dell'oro: era una collana fatta di sottili piastrine dorate; al centro vi era un pendaglio, ornato da una gemma rilucente. La donna porse la collana a Rodario. «Che ne dici? Non è un tesoro?» «Oh, santo cielo! È un... diamante?» L'attore prese il gioiello con timore reverenziale e lo rigirò tra le mani. «No. Il padre di Nolik era davvero troppo avaro, anche se annegava nell'oro. Nolik mi ha detto che è un'imitazione fatta con cristallo di rocca intagliato.»
«È stato Nolik a regalartela?» «Già.» Tassia rise. «Me l'ha data come risarcimento per il modo in cui mi ha trattata, ma l'ha rubata al padre. Che non ne noterà mai la mancanza.» Rodario la vedeva diversamente. A suo giudizio, quell'oro era molto puro, e anche un cristallo di rocca di quelle dimensioni e lavorato così bene aveva il suo valore. «Sarebbe meglio rispedirgliela», disse. La donna gli sottrasse la collana. «No! E comunque ne abbiamo bisogno per il nostro pezzo teatrale. E potrai inserire questa nostra discussione nel pezzo.» Gli accarezzò una guancia. «Carissimo, se il padre di Nolik non ci ha ancora messo nessuno alle calcagna, non lo farà certo adesso. Ci siamo lasciati alle spalle più di trecento miglia senza che qualcuno ci fermasse. Non hai nulla da temere.» Rodario si lasciò convincere, e trovava inoltre eccitante inserire il tesoro nella commedia. «Nel mio pezzo ci faranno visita dei mascalzoni che vogliono strapparci la collana», disse sorridendole, poi le diede un bacio appassionato sulla bocca. «Ah, lo sto già vedendo.» Distese una mano e la mosse a destra e a sinistra, come a dipingere nell'aria. «Noi due che ci facciamo strada lottando tra i farabutti. Perché, in realtà, la collana è molto più che un gioiello!» Si stava accalorando, i pensieri ribollivano; si alzò per annotare febbrilmente le sue idee. «Ma certo! La collana è una chiave! Il cristallo apre... una caverna segreta, con una camera stipata di diamanti e gioielli.» Lo sguardo gli divenne trasognato, e l'attore assunse la sua nota postura teatrale da eroe. «Tassia, io sono un genio! Nessuno può metterlo in dubbio, neppure gli dei! E ci sarà un fantastico combattimento finale! Io contro tre, ma che dico, sette!» «Combattimento al quale prenderò parte anch'io», intervenne lei. «Mi insegni a combattere?» L'attore sogghignò, lascivo. «Che tipo di combattimento intendi, mia cara?» Si piegò verso di lei e le accarezzò i capelli. «Questo pezzo avrà l'impatto di una cometa.» Improvvisamente il suo buon umore si dileguò. «Abbiamo bisogno di Furgas», mormorò, meditabondo. «Solo lui è in grado di mettere in atto la mia rappresentazione.» Tassia riavvolse la collana nel panno, la nascose e gli si parò davanti. «Ti preoccupi molto per lui», disse, stupita da quella serietà altrimenti tanto difficile da trovare nell'attore. Rodario annuì. «Lo cerco da cinque cicli e non mi sono mai arreso, perché sono assolutamente convinto che il mio amico è ancora vivo e che si
trova in grosse difficoltà», le spiegò sedendosi sul letto e tirandola a sé. «Non sono difficoltà fisiche, ma spirituali. Ha perso la moglie e i due figli nella battaglia di Porista. E, nell'amarezza di quell'ora cupissima, era pieno di collera e odio verso tutto e tutti. Se n'è andato così, senza salutare o dire che cosa intendesse fare o dove volesse andare.» Lei gli prese la mano e la strinse, partecipe. L'attore le rivolse un sorriso amaro. «Da allora lo cerco. Quando mi hai raccontato del vostro incontro, la speranza in me è fiorita come un campo di papaveri in estate. Passerò Mifurdania al setaccio finché qualcuno non mi dirà dov'è andato a finire.» «Lo troverai», disse Tassia accarezzandogli amorevolmente il dorso delle mani. Rodario le baciò le spalle scoperte. Non le disse che era un po' in ansia all'idea di rivedere il suo migliore amico; non poteva prevedere come si sarebbe comportato Furgas. Tungdil gli aveva raccontato la loro conversazione di allora e gli aveva descritto Furgas come un uomo ormai irriconoscibile. Una volta qualcuno aveva detto che la morte cambia anche i vivi. Forse Furgas non avrebbe voluto avere più nulla a che fare con lui. «Lo troverò», disse, annuendo. «Quello che succederà poi, lo sanno gli dei.» Poco più tardi Tassia e Rodario, abbigliato come si conviene all'autoproclamato imperatore degli attori, camminavano per le strade di Mifurdania. Più precisamente, si aggiravano su ponticelli più o meno larghi, fatti in legno o pietra, che ne univano le case, dal momento che i laghi del Weyurn si erano estesi arrivando fino a lì. «Hanno fatto di necessità virtù», osservò Rodario meravigliato, mentre giravano per la città che tempo prima era stata rasa al suolo dalle orde di mezz'orchi di Nôd'onn. «Una specie di città sui trampoli.» Indicò un punto in cui dall'acqua si ergevano i resti di un muro. «Furgas e io, insieme con Tungdil e i suoi amici nani, siamo scampati alla distruzione della città passando da una porta che si trovava lì.» Il ricordo si faceva più nitido. «Vieni, ti faccio vedere dove stava il vecchio Curiosum.» Camminarono attraverso il groviglio di vicoli, che risultavano nuovi e sconosciuti anche a Rodario. La maggior parte del nuovo insediamento non aveva più nulla a che fare con la vecchia Mifurdania, che era più piccola ma notevolmente più intricata e confusa. Più di una volta si ritrovarono a girare in tondo, finché Rodario non ebbe l'impressione di riconoscere
il luogo. Fu colto dalla delusione. Della vecchia costruzione di legno non rimaneva nulla; al suo posto si ergeva una casetta angusta contro cui sciabordavano le basse onde. «Non è rimasto nulla», disse. «Mi spiace, Tassia, ma...» «Messer Rodario?!» esclamò una voce alle sue spalle. Poi qualcuno gli diede una pacca tanto forte da farlo cadere sulle ginocchia. Due braccia robuste lo circondarono. «Siete proprio voi! Oh, dei, proteggete Mifurdania, perché il pazzo è ritornato!» L'attore guardò l'ampio volto barbuto di un uomo imponente, sui cinquanta cicli, che gli sembrava vagamente familiare. Camicia sottile, uno sporco grembiule di cuoio e gli avambracci spessi come quattro manici di ascia tenuti insieme, corti capelli biondi spolverati di grigio... A quel punto ricordò. «Lambus!» Rodario scoppiò a ridere. «Vecchio fabbro, sei vivo!» «I mezz'orchi non mi hanno preso e l'acqua non mi ha portato via. Sono ancora qua», replicò l'uomo allegramente, poi guardò Tassia. «E quando mai vi si vedrà senza una bella donna accanto?» «Quando sarà morto», replicò lei sorridendo e porgendogli la mano. «Sono Tassia, attrice e sua moglie.» Rodario le lanciò uno sguardo più che meravigliato e alzò gli occhi al cielo, ma lei continuava a sorridere cordialmente. «Gestiamo il Curiosum insieme.» «Ehi, questo è un po'...» intervenne l'attore, ribellandosi a quella nuova divisione di ruoli, ma si prese un pestone su un piede che lo ridusse al silenzio. «È bello sapere che l'Incredibile Rodario torna nella sua città. Un po' di allegria ci farà bene.» Lambus rideva. «Nel frattempo la gente si è anche scordata delle vostre scappatelle. I mariti cornuti si saranno dimenticati da tempo dei vostri spettacolini privati con le loro mogli.» Sogghignò. «È incredibile che vi siate sposato. D'altra parte, anch'io sarei rimasto accanto a una donna del genere.» Indicò una taverna. «Venite, vi offro un bicchiere di vino.» «Già, anch'io stento a crederci. Dovevo essere ubriaco quando ho detto 'sì'», replicò Rodario con leggerezza, impartendo a Tassia una gomitata tra le costole che la fece gemere. In risposta lei gli diede un dolorosissimo calcio a uno stinco. Lambus non notò nulla. Li condusse nella taverna, si sedette al primo tavolo che gli capitò e ordinò un robusto pasto e una caraffa di vino. «Il mio caro amico dalle ampie spalle tempo fa preparava un gran numero di cose per il nostro Curiosum», spiegò Rodario per presentarlo a Tassi-
a. «Dalle spade alle sbarre di ferro, e tutti i preparati di metallo di cui Furgas aveva bisogno, come magister technicus, per mettere in scena gli effetti speciali stando nascosto sotto il palco.» Lambus annuì. «Quelli sì che erano tempi! L'inventiva del magister non smetteva mai di stupirmi. Per me rimane un mistero come riuscisse a inventarsi tutti quei congegni. E gli dei sanno quanto tempo ho passato nella fucina a imprecare, perché il pezzo che mi aveva richiesto non era riuscito al primo tentativo!» Brindarono. «Ai vecchi tempi!» «Ai vecchi tempi», fece eco Rodario, e Tassia sorrise. Il fabbro vuotò il suo bicchiere e guardò l'attore con curiosità. «Allora, che compito avete questa volta per me? Il magister technicus si è fatto venire in mente altre cose?» Rodario scosse la testa. «Non è più nella mia compagnia. Per questo lo sto cercando.» Lambus corrugò la fronte. «Davvero? Allora va in giro con una sua compagnia?» «Perché lo pensi?» «Era qui. In compagnia di un bambino.» Rodario stava per saltare sul tavolo per l'emozione. «Quando, mio ottimo Lambus?» «Sarà stato mezzo ciclo fa, a fine autunno.» «Continua, continua», lo incalzò l'attore versandogli altro vino. «Devo sapere tutto. Dove abita, cosa fa...» «Non ha una casa. Almeno, non a Mifurdania. Venne con una barca, una specie di chiatta.» Lambus rifletté. «Comprò provviste per l'inverno: burro, strutto, sacchi di cereali... Mi chiese i vecchi stampi in cui colavo le ghiere per il Curiosum.» La sua espressione si fece concentrata. «Aveva comprato molte provviste, per questo ho pensato che fossero per la vostra compagnia teatrale, e che per l'inverno vi foste acquartierati su una delle isole per provare con calma un nuovo pezzo.» «Non capisco», mormorò Rodario. «Ha davvero ingaggiato degli attori?» «Forse non voleva avere più nulla a che fare con voi», disse Lambus. «Avete litigato? Eppure non riesco proprio a immaginare che l'abbiate fatto.» Rodario non aveva nessuna voglia di spiegare tutta la storia al fabbro. «Sai su che isola vive?» Lambus scrollò le spalle. «No. Se avete intenzione di cercarlo, prepara-
tevi a una lunga impresa. Da quando c'è stata l'inondazione molte isole vanno e vengono, e a ogni alba si scopre qualcosa di nuovo su queste acque inquiete.» Rodario sospirò. Almeno sapeva che il suo amico era vivo. Ma nient'altro. «Ti ha detto qualcosa?» «Be', direi di no», rispose il fabbro prendendola alla larga. «Cioè, voleva che io lo accompagnassi per un mese e mezzo», gli raccontò alla fine. «Mi offrì cento monete del Weyurn a condizione che io mantenessi il silenzio sul lavoro che avrei svolto. Ma dovetti rifiutare: qui in città ho troppi clienti con cui non posso scherzare.» Lambus guardò oltre Rodario e Tassia. «È possibile che qualcuno vi stia cercando?» I due s'irrigidirono. Stavano pensando alla stessa cosa. «Quanti? Che aspetto hanno?» chiese Rodario senza voltarsi. Per difendersi aveva con sé solo un misero pugnale. Lambus li esaminò. «Sono otto. Grandi e grossi. Direi che riescono a trasportare pesi considerevoli, quando devono. Indossano abiti semplici e, a giudicare dal tipo di giacche e pantaloni, non sono del Weyurn.» «Un po' tanti, per un tesoro che non sarebbe mancato a nessuno, amore mio», sibilò Rodario rivolto a Tassia. «Non noterà nemmeno che manca, la collana», aggiunse in falsetto facendole il verso. «Chi dice che la colpa sia mia? Forse sono cornuti dei dintorni che vogliono spezzarti il coltellino da tasca», ribatté la donna non meno irritata. «Guardate, femmine, io sono il più resistente, io sono l'Incredibile», lo imitò usando un tono di voce basso e vanitoso. «No, cara. Il padre di Nolik ci ha mandato dietro i suoi scagnozzi.» «State provando un pezzo?» s'informò Lambus, entusiasta. «Mi piace davvero.» Rodario si rivolse al fabbro. «Mio carissimo Lambus, gli uomini alle nostre spalle non sono esattamente i nostri migliori amici. Avresti la gentilezza...» Gli passò una moneta di Wey. Il fabbro annuì. «Passate dalla cucina. Li tratterrò un po', se vi dovessero notare, messer Rodario.» I due si alzarono lentamente e raggiunsero il bancone; l'oste li lasciò passare attraverso la cucina. Lì, però, li stavano aspettando altri due scagnozzi, come si deduceva facilmente dai randelli che tenevano in mano. «È lei!» gridò uno di loro balzando verso Tassia. «Vedi? Sono qui per te», disse Rodario, mentre sferrava con rabbia un calcio tra le gambe dell'uomo, facendolo crollare a terra gemente.
Tassia evitò l'uomo che cadeva e ne afferrò il randello. Senza esitare piombò sul secondo uomo, che, colto di sorpresa dall'attacco, si prese un brutto colpo sul mento. Barcollò all'indietro e, prima che si riprendesse, Rodario gli spaccò una cesta piena di frutta sulla testa. Anche lui cadde a terra e non si mosse più. «Siamo una coppia maledettamente buona», gongolò lui, e fece per baciare Tassia, ma la porta sul retro si spalancò, facendo apparire quattro nuovi nemici. La donna alzò subito il randello. «Sparite! La collana è mia!» «Andiamo!» Rodario l'afferrò per una mano e la trascinò con sé. Girarono l'angolo e si fermarono sull'approdo. La strada finiva prima di quanto pensassero. Ma le barche ormeggiate l'una accanto all'altra formavano una specie di ponte traballante verso l'altra sponda. «Seguimi!» Rodario saltò e si bilanciò, mentre i gusci di noce sotto i suoi piedi ballavano e dondolavano, come se volessero farlo cadere in acqua. Tuttavia gli riuscì di raggiungere asciutto l'approdo dell'altra parte. «Che stai aspettando?» «Sta' zitto!» Tassia lo seguì imprecando. Per lei era più difficile, perché l'attore aveva messo in movimento le barche. Si fece un lungo strappo nella gonna, in modo da potersi muovere più facilmente su quel terreno insidioso. Nel frattempo, Rodario tagliò la gomena dell'ultima chiatta e la tenne ferma fino a che la donna non l'ebbe raggiunto; poi diede una spinta alla barca e la fece allontanare. A quel punto, per raggiungere l'approdo era necessario superare il vuoto con un salto. Tentando di rimanere alle loro costole, due dei loro inseguitori caddero dalle barche dondolanti, finendo nell'acqua fredda; il terzo stava prendendo la rincorsa per raggiungerli con un salto potente. In quel momento Tassia notò un'ombra che cadeva su di loro. Un uomo anziano, di Mifurdania a giudicare dai vestiti, stava sulla banchina in procinto di gettare la spazzatura nel canale, quando vide Rodario sull'approdo. «Tu?!» Sollevò il secchio, pronto a colpire. «Quanto ho aspettato questo momento, dannato seduttore! Ti strapperò la tua virilità!» Terra Nascosta, regno di Gauragar, 6241° ciclo solare, tarda primavera Tungdil dondolava ininterrottamente avanti e indietro, tanto che sentiva
la testa sul punto di scoppiare. Il cervello gli pulsava, sembrava intenzionato a fuggire passando per le orecchie, mentre la gola era secca e polverosa come se lui avesse mangiato sabbia per tre cicli. Gemendo, il nano aprì le pesanti palpebre, ammiccò alla luce chiara e vide, a distanza di un braccio, le punte delle proprie dita ciondolare sopra la ghiaia poco più sotto. C'era un forte odore di pony e sentiva che lì vicino doveva esserci almeno un altro piccolo cavallo. Raccogliendo tutte quelle informazioni, giunse alla conclusione che era in viaggio. Contro la sua volontà. «Dove...?» gracchiò cercando di sollevarsi sulla sella. Ma scivolò a capofitto dalla schiena dell'animale e atterrò nella polvere. Il pony, spaventato, fece un salto di lato e il mulo alle sue spalle ragliò allarmato. «Buono», brontolò Boïndil. «Non ti fa niente, è solo caduto di sella.» Un volto preoccupato aleggiò sopra Tungdil, la barba nera gli solleticò il naso. «Sei sveglio, Sapientone?» Tungdil si sedette e si scosse lo sporco dai pantaloni, guardandosi intorno. Vide che era circondato da alberi, cespugli ed erba. Tra le montagne non vi era nulla del genere. «Dove sono?» Si tirò in piedi, accanto alla sella del pony, e per lo sforzo la testa minacciò di andare a pezzi. «Sei con me», rispose il guerriero in modo elusivo. «Questo lo vedo.» Tungdil si voltò e vide i Monti Grigi a una certa distanza. La fortezza era ancora visibile, se si sapeva dove guardare. La torre si alzava in cielo come un faro di pietra. «Che ci facciamo qui?» «Siamo in missione. L'imperatore ci ha mandato in missione nell'Âlandur», confessò il Rabbioso. «Perché? È una punizione per il mio comportamento?» «A dire la verità... ha mandato solo me», tentennò Boïndil. «Ma ho pensato che fosse meglio avere con me un erudito che mi aiutasse in mezzo agli Orecchi ap... agli elfi.» Rimontò in sella. «E quindi ti ho portato con me.» «Gandogar sa che viaggio con te?» «Gli ho lasciato un messaggio.» «Mi hai rapito?» «No, per Vraccas!» rispose Boïndil, indignato. «Ti ho trovato nella tua stanza e, quando ti ho chiesto se volevi accompagnarmi, mi hai risposto di sì.» «Forte e chiaro?»
Boïndil rise. «Sia come sia, ho capito che eri d'accordo.» Gli fece cenno di rimontare in sella. «Parlando seriamente, un piccolo cambiamento d'aria e vedere qualcosa di nuovo non possono che farti bene. Fare una visita di cortesia al principe degli elfi non è un incarico così difficile. E poi vi conoscete. È meglio se il principe degli elfi vedrà il volto di un nano che conosce.» Gli raccontò rapidamente perché erano in viaggio verso l'Âlandur. «Gandogar ci manderà a chiamare quando l'assemblea si sarà riunita. Per cui non ci perderemo niente. Hanno bisogno di eroi come noi.» Tungdil guardò meditabondo i Monti Grigi, poi la strada davanti a lui. «Va bene», concordò salendo in sella senza farsi aiutare. Mentre gli animali trottavano l'uno accanto all'altro, Tungdil bevve dalla sua fiasca di cuoio, poi tacque, perché il mal di testa gli faceva passare completamente la voglia di chiacchierare. Solo nel tardo pomeriggio divenne più sveglio e vivace, ripensò alla conversazione con l'imperatore e a ciò che era successo nella Terra dell'Aldilà. Non ricordava più che cosa avessero detto Gandogar e gli elfi riguardo alle numerose ossa di mezz'orco, per cui chiese al Rabbioso. Questi lo guardò stupito, poi rispose: «Non si sono persi una parola. Eldrur mi ha fermato per sapere quanti Musi di porco avevano fatto da pasto a quella creatura sconosciuta». Fece una smorfia e si gettò la treccia nera dietro le spalle. «Pensi che i Terzi possano esserseli mangiati?» Tungdil scorse un incrocio e vide comparire una locanda, il che voleva dire un letto e una birra. Almeno una. «Pernotteremo lì», decise. «I Terzi toccano la carne di mezz'orco esattamente quanto noi. Non se ne ciberebbero neppure se fossero in estrema difficoltà.» «E che ne dici dei... Sotterranei?» «Ma che assurdità vai dicendo?» ribatté Tungdil. «Nessun nano farebbe una cosa del genere.» Pensò a Djerůn, la guardia del corpo di Andôkai, che era una creatura del male eppure si cibava dei popoli di Samusin e Tion. Espresse i suoi pensieri ad alta voce. «Sappiamo che ci sono altre creature come Djerůn. Ti ricordi l'esemplare che gli avatar mandarono a uccidere Andôkai?» «Questo spiegherebbe perché i mostri non osano più muoversi sul passo settentrionale», sogghignò il Rabbioso. «Se qualcuno come Djerůn ha piantato le tende nella Terra dell'Aldilà, davanti alla Porta di Pietra, non abbiamo più motivo di preoccuparci.» Tungdil annuì. «Se dietro questa storia si nascondono i Terzi, non potevano trovare circostanze più favorevoli: hanno bloccato i corridoi e scava-
to cunicoli segreti che portano nel nostro regno, mentre i simili di Djerůn risparmiavano loro di dover fare i conti coi mezz'orchi e con le altre bestie.» Il Rabbioso tacque per un po'. «Che ne pensi: manderemo un esercito nella Terra dell'Aldilà per scovare i Terzi?» «Penso che l'imperatore non abbia altra scelta», rispose Tungdil fermando il cavallo davanti alla locanda, che disponeva di una stalla immensa. L'incrocio serviva chiaramente da stazione di cambio per i cavalli di mercanti e viaggiatori. Un giovane venne di corsa e prese gli animali per le briglie. «Buona sera, signori nani. Che Vraccas sia con voi», li salutò educatamente. «Erba fresca, avena e una buona sistemazione per la notte ai vostri animali?» Boïndil gli gettò una moneta d'argento. «Basta questa perché ti prenda cura di loro al meglio?» «Certo, messer nano!» esclamò il giovane, felice. «Li striglierò fino a fargli brillare il pelo!» Condusse i quadrupedi sotto la grande tettoia e iniziò subito il lavoro. Tungdil e il Rabbioso entrarono nella locanda, restando sbalorditi alla vista di ciò che l'oste aveva raccolto come ricordo. Le pareti erano piene di vecchie armi di mezz'orchi e albi, tra cui ciondolavano zanne di tutte le creature possibili. Lunghi chiodi erano stati usati per fissare alle travi di legno, attraverso le orbite, i teschi dei mostri. «Ma guarda quello...» mormorò Boïndil indicando l'angolo accanto al bancone. Lì si ergeva un vero e proprio mezz'orco impagliato, con una spada piena di tacche nella mano destra sollevata nell'atto di colpire, e al braccio sinistro uno scudo su cui stava scritto GILSPAN MI HA UCCISO. Sull'armatura erano incisi i prezzi delle bevande. «Non sempre riesco a capire gli umani e il loro senso dell'umorismo», osservò Tungdil attraversando la sala comune, piena di gente, per raggiungere un tavolo vicino alla finestra, che faceva filtrare la luce rossa del sole al tramonto. Comparve un giovanotto magro, con un grembiule stretto intorno alla vita e sul volto un sorriso che avrebbe fatto onore all'Incredibile Rodario. «Benvenuti nel capanno di caccia di Gilspan, signori nani.» Il Rabbioso lo guardò in faccia. «Gilspan sarebbe uno scricciolo come te?» «Assolutamente», gli rispose il giovane, piccato.
«E che età avevi, quando dici di avere ammazzato i Musi di porco? Quattro o cinque cicli?» lo canzonò amabilmente il nano pizzicandogli l'avambraccio per saggiarlo. «Ehi, i tuoi muscoli bastano per trascinare un vassoio pieno, ma non per sopravvivere a una battaglia. Hai trovato il mezz'orco morto sul campo di battaglia?» I primi ospiti stavano girando la testa per vedere lo sbruffone che metteva in discussione il valore dell'oste. «L'ho ucciso con una pugnalata al cuore, messer nano!» «Ah, capisco, capisco... Al cuore.» Il Rabbioso guardò il mezz'orco impagliato. «E i Pelleverde dove hanno il cuore?» Gilspan arrossì. «Lascia stare, Boïndil», intervenne Tungdil. «Per favore, portaci due birre scure e un sostanzioso piatto di carne, verdura e patate, con una mezza forma di pane.» Mise una moneta sul tavolo. Offeso, Gilspan la prese e se ne andò. «Sé fosse l'uomo che dice di essere, mi avrebbe sfidato su due piedi», brontolò il Rabbioso. Cercò la sua pipa, la riempì di tabacco e l'accese con la candela che stava sul tavolo. La cera disciolta gocciolò sul tavolo formando un piccolo laghetto. «Quello non ha mai abbattuto un mezz'orco, ci scommetto la barba.» La birra venne portata e posata senza cura davanti a loro. Che fosse un caso oppure no, il boccale di Boïndil traboccò, versandogli della birra sulla patta. Gilspan fece un sorriso ipocrita, ma si scusò e si allontanò in fretta. «Portami una caraffa di acquavite», gli gridò Tungdil, prima di portarsi il boccale alla bocca e vuotarlo con un lungo sorso. Nella foga, la birra prese a scorrergli sulla barba, tingendola di schiuma. «Com'è successo, Sapientone?» Tungdil si asciugò la bocca e la barba. «Ho bevuto troppo in fretta.» «Intendo dire, perché trinchi come se quel vecchio ubriacone di Bavragor Pugnomartello fosse tuo fratello minore?» lo incalzò Boïndil, insolitamente tagliente. «Spiegami perché sei cambiato. E perché Balyndis è in lutto.» Tungdil s'irritò per essersi lasciato sfuggire l'allusione. «È per Balodil.» «Balodil.» Il guerriero inclinò il capo in avanti, tanto che la barba quasi gli finì nel boccale. «E chi è Balodil?» «Nostro figlio.» Tungdil bevve un sorso di acquavite. «Era nostro figlio.» Boïndil si guardò bene dal commentare. A poco a poco, il comportamen-
to di Tungdil e ciò che diceva andavano a formare un brutto quadro. Gilspan portò da mangiare. Nessuno toccò il cibo, benché avesse un ottimo odore e fossero entrambi molto affamati per il lungo viaggio; prima bisognava affrontare il passato. «È venuto al mondo quattro cicli fa, coronando il nostro amore», sussurrò Tungdil, con lo sguardo assente fisso sulla fiammella tremolante della candela. «Una volta lo stavo portando con me a fare qualche commissione, e avevo promesso a Balyndis di badare a lui. Ma il ponte di legno che prendevo sempre era rimasto danneggiato dall'ultima piena.» Tracannò l'acquavite. Il volto gli si contrasse in una smorfia di disgusto. «Io sono Tungdil Manodoro, colui che ha sconfitto Nôd'onn e gli avatar. Ho massacrato centinaia di mezz'orchi, e sono pure un erudito. Ma sono finito lo stesso su un ponte traballante», si schernì da solo, guardando l'amico negli occhi. «È stato un vecchio ponte a sconfiggermi, Boïndil. Ha semplicemente ceduto al peso del carro, e siamo finiti in acqua. La cotta di maglia mi trascinava in basso e, se non fosse stato per la botte vuota che mi sono trovato sotto, sarei affogato.» Le risate e le conversazioni degli altri avventori coprivano di tanto in tanto quello che diceva. «Ora sto seduto davanti a te e ti parlo di Balodil. Che ne pensi? Come finirà questa storia?» A quel punto non si disturbò nemmeno a versare l'acquavite nel bicchiere, ma bevve direttamente dalla caraffa. Poi la posò, tirò il fiato e ruttò. «Per quanto abbia cercato, non ho trovato il suo corpo. Da allora mi odio. Balyndis non me lo potrà mai perdonare e io... io mi sono dato al bere. Berrò fino a morire.» S'interruppe. «No, berrò per morire. Sarei dovuto annegare con mio figlio, invece di trascorrere in questo modo i lunghi cicli che mi restano. Così invece annegherò anch'io.» Disgustato, scostò il piatto. «È stato un incidente, Sapientone», intervenne Boïndil per discolparlo. «Legno marcio e la maledizione della dea Elria. La maledizione ha colpito te, il carro e tuo figlio, e vi ha tirati giù, nell'acqua. Non è stata colpa tua.» «È quello che dice Balyndis.» Tungdil abbassò la testa. «Ma, tutte le volte che la guardo, le leggo negli occhi un'accusa silenziosa. Temo che il nostro amore sia raggelato, da quel momento. Lei pensa che io non mi accorga di ciò che in realtà prova per me, dell'odio e del disgusto che nasconde dentro di sé. La nostra galleria è fredda come non è mai stata. Nel mio cuore c'è un'infelicità che mi ha tolto tutta la voglia di vivere.» Si fregò il volto con entrambe le mani. «Ora sai perché sono diventato così. Io vado a letto, Boïndil.» Si alzò barcollante, salì con piede incerto le scale e sparì.
Il Rabbioso si asciugò dagli occhi le lacrime che aveva versato di nascosto. Poi decise di aiutare l'amico e di restituirgli la voglia di vivere. C'era solo un modo per farlo. «Vraccas, che la tua pietà scenda su di noi. E che protegga soprattutto Tungdil.» Guardò Gilspan, che stava accogliendo nuovi ospiti con fare presuntuoso, mostrando loro il mezz'orco impagliato e ricevendo solerti pacche sulle spalle. Quindi il guerriero si alzò e salì la scala con passo pesante. Doveva parlare con Balyndis, perché, con tutta la buona volontà, non riusciva a immaginare che la nana provasse i sentimenti che Tungdil credeva. Era tarda notte. Gilspan sedeva al tavolo e, ancora una volta, raccontava agli ultimi ospiti la storia di come aveva ucciso il mezz'orco impagliato. «E, quando le orde del Toboribor arrivarono nelle vicinanze della mia casa, presi l'arma che avevo per difenderla. Mio padre era lontano da casa, ma mi aveva lasciato il suo pugnale. Io giurai su di esso di difendere mia madre e tutta la gente del vicinato.» Come prova appoggiò il coltello sul tavolo. «Non avevate nient'altro?» sussurrò una ragazza che viaggiava in compagnia dei genitori e del fidanzato. «No. E i mezz'orchi non intendevano risparmiarci! Vennero di sera, un'intera compagnia di quelle creature. Cercavano provviste.» Gilspan si alzò. «Io mi feci avanti e sfidai il loro capo a duello. Lui prese la sua spada, e io lo attaccai col mio pugnale...» «Oh, che uomo coraggioso!» esclamò la ragazza, battendo le mani entusiasta. «Si dice che il sangue della Terra Estinta donasse loro l'immortalità», intervenne il fidanzato, geloso. «A lui non è servita a nulla», continuò a vantarsi Gilspan, agitando in aria il pugnale. «Ero ovunque nello stesso momento, colpivo e tagliavo, finché non riuscii a infilargli la lama nel cuore fino al manico. Lui cadde morto ai miei piedi.» Mise un piede su una sedia vuota. «A quel punto, gli altri scapparono: la casa era salva. Dal momento che è morto prima che sorgesse la Stella del Giudizio, il suo cadavere non si è polverizzato.» Gli ospiti applaudirono, le donne gli lanciarono alcune monetine e la ragazza gli diede un fazzoletto di seta con le sue iniziali. «Ma come siete riuscito a tagliargli la testa con un pugnale?» domandò il fidanzato. «Bastava un colpo al cuore, messere.»
Il fidanzato guardò il mezz'orco. «Senza offesa, Gilspan, ma i soldati con cui ho parlato dicevano sempre che per distruggere definitivamente quelle creature bisognava decapitarle.» Si fece silenzio. Tutti guardavano la creatura impagliata, che digrignava le zanne e che, nella sua posa, complice la semioscurità della stanza, sembrava incredibilmente viva. «Quando siamo entrati non era in una posizione un po' diversa?» sussurrò impaurita la ragazza, avvicinandosi a Gilspan. Il fidanzato la prese per un braccio e la tirò a sé. «È vero», confermò il padre, pallido in volto. «Potrei giurare su Palandiell che teneva la spada puntata verso l'alto e non distesa.» «E che sarebbe? Una storia dell'orrore per bambini piccoli? Gli ho strappato le viscere dalla pancia con le mie mani», disse l'oste avvicinandosi alla creatura. Si sentì un forte brontolio, e il mezz'orco ruotò il torso verso Gilspan. Le donne strillarono forte, gli uomini impugnarono le armi. «Oste idiota!» gridò il fidanzato della ragazza. «Vi siete tenuto il male in casa!» Gilspan non capiva più nulla. Voleva pensare a una risposta, ma il mezz'orco si mosse verso di lui, sollevò la spada e si gettò all'attacco. Il giovane scomparve sotto il mostro, gridando. Lasciò cadere il pugnale, rotolò sotto il tavolo più vicino e iniziò a chiedere aiuto strillando come una ragazzina. Al primo piano si sentirono sbattere porte, molti stivali stavano scendendo le scale, e vennero portate delle lanterne per vedere meglio all'interno della locanda. Il mezz'orco rimase a terra immobile. E rideva. Rideva, rideva..