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Kylar Stern ha deciso di abbandonare la sua vita da sicario. Durzo Blint, il leggendario maestro al quale deve tutto, e Logan, il suo migliore amico, sono morti, sconfitti dal potente Re Divino. Ora Kylar vuole lasciarsi alle spalle la via delle tenebre e ricominciare da capo: una nuova città, una nuova professione e una nuova famiglia, con la sua amata Elene, che spera di convincerlo a vendere la sua spada magica compagna di tante avventure. Ma più il tempo passa più Kylar si accorge che gli manca qualcosa, spesso di notte non resiste alla tentazione di tornare a volare sui tetti della città... E presto il passato bussa alla sua porta. Quando scopre che Logan potrebbe essere vivo e che forse si sta nascondendo, Kylar si trova di fronte a una scelta dolorosa: rinunciare per sempre al mondo delle tenebre per vivere in pace con la sua nuova famiglia o rimettere in gioco tutto e accettare l'ultima, sanguinosa sfida?
Brent Weeks è nato e cresciuto in Montana. Dopo aver conseguito la laurea all'HilIsdale College, si è dedicato per qualche tempo all'insegnamento ma ha ben presto scoperto la sua vera vocazione. Oggi è scrittore a tempo pieno e vive in Oregon. Il tempo delle tenebre è il secondo capitolo di una trilogia di grande successo, iniziata con La via delle tenebre, a lungo nella lista dei bestseller del «New York Times» e finalista ai premi David Gemmell Legend for Fantasy e al Compton Crook Memorial. Potete leggere di lui sul sito www.brentweeks.com
Grafica: Alessandro Tiburtini www.newtoncompton.com Dello stesso autore
L'angelo della notte. La via delle tenebre Questa è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell'immaginazione dell'autore o sono usati in modo fittizio. Qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è casuale Titolo originale: Shadow's Edge Copyright © 2008 by Brent Weeks Traduzione dall'inglese di Daniela Di Falco Prima edizione: marzo 2011 © 2011 Newton Compton editori s.r.l. Roma, Casella postale 6214 ISBN 978-88-541-2751-7 www.newtoncompton.com Realizzazione a cura di Corpotre, Roma Stampato nel marzo 2011 da Puntoweb s.r.l., Ariccia (Roma)
Kristi, per non aver mai dubitato, nemmeno quando ero io a farlo & a Kevin, perché è sempre il fratello maggiore che aiuta il più piccolo a farsi le ossa. Quel che mi hai insegnato, mi è servito. (Anche se non mi sono più ripreso dopo quello stupido incidente).
Capitolo 1 «Abbiamo un contratto per te»,
disse Momma K. Come sempre, sedeva come una regina, altera, l'abito sontuoso inappuntabile, i capelli acconciati in modo impeccabile, sebbene si notasse la ricrescita grigia alla base. Quella mattina aveva anche due occhiaie profonde. Kylar immaginò che nessuno dei capi del Sa'kagé sopravvissuti avesse dormito molto da quando c'era stata l'invasione khalidoriana. «Buongiorno anche a te», disse Kylar, accomodandosi sulla poltrona a schienale alto nello studio. Momma K non si girò verso di lui, ma tenne lo sguardo fisso oltre la finestra. La pioggia della notte precedente aveva spento gran parte degli incendi, ma la cortina di fumo che ancora si levava dagli ultimi focolai aveva avvolto la città in un'alba rosso sangue; lo stesso colore che tingeva le acque del fiume Plith, che separava la ricca Cenaria orientale dai Cunicoli. Kylar non era del tutto sicuro che dipendesse dal fumo che oscurava il sole: nella settimana seguente al colpo di stato, i Khalidoriani avevano massacrato migliaia di persone. «C'è un piccolo problema», disse Momma K. «Il morto ne è al corrente». «Come fa a saperlo?». Di solito il Sa'kagé non era così sbadato. «Glielo abbiamo detto noi». Kylar si massaggiò le tempie. Il Sa'kagé avvertiva qualcuno in anticipo solo quando il tentativo poteva fallire e non voleva rimanerne coinvolto. Questo voleva dire che il morto poteva essere un solo uomo: il conquistatore di Cenaria, il Re Divino di Khalidor, Garoth Ursuul. «Sono venuto soltanto a prendere il mio denaro», disse Kylar. «Tutto quello di Durzo, perché i miei rifugi sono stati distrutti dal fuoco. Me ne serve solo quanto basta per corrompere le guardie al cancello». Era da quando era bambino che le consegnava una porzione delle sue paghe perché le investisse. Adesso doveva avere denaro a sufficienza per qualche mazzetta.
Senza dire una parola, Momma K scartabellò i fogli di carta di riso sulla sua scrivania e ne consegnò uno a Kylar. Rimase subito impressionato dalle cifre. Era coinvolto nell'importazione illegale di semi di marijuana e di una mezza dozzina di altre piante che producevano assuefazione, era proprietario di un cavallo da corsa, possedeva una quota di una fabbrica di birra e di varie altre attività commerciali, una parte del parco clienti di un usuraio e di carichi di merci come sete e pietre preziose - questi ultimi legali, se non fosse stato per il fatto che il Sa'kagé pagava il venti per cento in mazzette invece del cinquanta per cento in tariffe doganali. La quantità di informazioni riportate sul foglio era già di per sé sbalorditiva. Il significato di almeno la metà gli rimaneva oscuro. «Possiedo una casa?», volle sapere Kylar. «Possedevi», precisò Momma K. «In questa colonna sono riportate le mercanzie andate perdute in incendi o saccheggi». Tutte le voci dell'elenco erano spuntate tranne una spedizione di sete e una di semi di marijuana. Quasi tutto ciò che possedeva era andato perduto. «Nessuna delle due spedizioni rientrerà prima di qualche mese. Se il Re Divino continua a confiscare le navi civili, non rientreranno affatto. Naturalmente, se morisse...». Capì subito dove voleva arrivare. «Qui è scritto che la mia quota vale ancora dai dieci ai quindicimila gunder. Te la vendo per mille. Non mi serve altro». La donna lo ignorò. «C'è bisogno di un terzo sicario per essere sicuri che vada tutto a buon fine. Cinquantamila gunder per un assassinio, Kylar. Con quella somma, puoi portare Elene e Uly dove vuoi. Renderai un buon servizio al mondo e non sarai più costretto a lavorare. È solo un ultimo incarico». Esitò, ma solo per un momento. «C'è sempre un ultimo incarico. Io ho chiuso». «È per via di Elene, vero?», gli chiese. «Momma K, pensi che un uomo possa cambiare?». Lo guardò con profonda tristezza. «No. E finirà con l'odiare chiunque gli chieda di farlo».
Kylar si alzò e uscì dalla stanza. Nel corridoio trovò Jarl. Stava sogghignando, proprio come faceva ai tempi in cui erano ragazzi di strada e ne aveva in mente una delle sue. Jarl era vestito all'ultima moda, con una lunga tunica dalle spalle esagerate e calzoni aderenti infilati dentro alti stivali. Aveva un aspetto vagamente khalidoriano. I capelli erano acconciati in lunghe treccine elaborate e fissate con perline d'oro che mettevano in risalto la sua carnagione scura. «Ho un lavoro perfetto per te», disse Jarl a voce bassa, ma senza mostrare un'ombra di rimorso per aver origliato. «Niente uccisioni?», s'informò Kylar. «Non esattamente». «Vostra Santità, i codardi sono pronti a fare ammenda», annunciò Vürdmeister Neph Dada a piena voce per superare il rumore della folla. Il vecchio curvo, con la pelle segnata da grosse vene e macchie senili, emanava un fetore di morte tenuta a bada solo grazie alla magia, il respiro ridotto a un rantolo per lo sforzo compiuto salendo sul palco nel grande cortile del castello di Cenaria. Dodici corde annodate pendevano dalle spalle della veste nera, a indicare le dodici shu'ra che aveva conseguito. Con grande fatica, Neph s'inginocchiò e offrì una manciata di paglia al Re Divino. Dall'alto della piattaforma, il Re Divino Garoth Ursuul ispezionò le sue truppe. Nelle prime file erano schierati circa duecento Highlander Graavar, alti barbari con gli occhi azzurri e il torace grande e prominente, i capelli neri corti e lunghi baffi. Ai lati, il fior fiore delle tribù delle montagne che avevano conquistato il castello. Più in là, attendeva il resto dell'esercito regolare che era entrato gloriosamente a Cenaria dopo la liberazione. Un velo di nebbia si alzò dal fiume Plith lungo entrambi i lati del castello, e raggelò la folla insinuandosi sotto i denti arrugginiti delle saracinesche di ferro. I Graavar erano stati divisi in quindici gruppi di tredici uomini ciascuno, gli unici a non essere equipaggiati con armi, armature o tuniche. Con indosso i soli calzoni, i volti pallidi e impassibili, sudavano invece di rabbrividire in quel freddo mattino d'autunno.
Non c'era mai confusione quando il Re Divino passava in rassegna le truppe, ma oggi aleggiava un doloroso silenzio, nonostante le migliaia di persone riunite per l'occasione. Garoth aveva radunato tutti i soldati possibili e concesso il permesso di assistere anche ai domestici, al volgo e ai nobili cenariani. Meister nelle loro mantelle rosse e nere presenziavano spalla a spalla con Vürdmeister in toga, soldati, poderanti, bottai, nobili, braccianti, domestiche, marinai e spie cenariane. Il Re Divino portava l'ampio mantello bianco bordato di ermellino buttato indietro, per dare ancor più risalto alle larghe spalle. Sotto indossava una tunica bianca senza maniche su ampi pantaloni bianchi. Tutto quel bianco conferiva un'aria spettrale alla sua pallida carnagione khalidoriana, e richiamava l'attenzione sul vir che serpeggiava sulla sua pelle. Nere spire di potere affiorarono in superficie lungo le braccia. Grossi nodi pulsanti, bordati di spine che si muovevano non solo avanti e indietro, ma anche su e giù, a ondate, premendo per uscire; artigli Tampinavano la pelle dall'interno. E il vir non era confinato alle braccia. Le spire si allungarono a incorniciargli il volto, su fino al cranio nudo, e gli forarono la pelle, formando una fremente corona di spine nere. Rivoli di sangue gli colarono lungo il viso. Per molti Cenariani, era la prima volta che vedevano il Re Divino. Rimasero a bocca aperta, rabbrividendo se il suo sguardo li sfiorava. Esattamente il tipo di reazione che Garoth voleva provocare. Alla fine, Garoth scelse uno dei fili di paglia offerti da Neph Dada e lo spezzò in due. Ne gettò via una metà e prese dodici fili interi. «Così parlerà Khali», disse, con voce resa stentorea dal potere. Fece cenno ai Graavar di salire sul palco. Durante la liberazione, avevano ricevuto l'ordine di presidiare questo cortile per trattenere i nobili cenariani in vista del massacro. Invece, gli Highlander erano stati sbaragliati, e Terah Graesin e i suoi nobili erano fuggiti. Tutto ciò era inaccettabile, inspiegabile, davvero inusuale per gli spietati Graavar. Garoth non capiva cosa avesse spinto quegli uomini un giorno a combattere e il giorno dopo a darsela a gambe. Capiva invece cosa significasse macchiarsi d'infamia. Per tutta la settimana precedente, i Graavar erano stati costretti a pulire le stalle,
vuotare i vasi da notte, strofinare i pavimenti. Non era stato loro permesso di dormire, e avevano passato le notti lucidando armi e armature di persone di più alto rango. Oggi, avrebbero espiato la loro colpa, e l'anno a venire sarebbero stati impazienti di dar prova del loro eroismo. Mentre si avvicinava al primo gruppo con Neph al fianco, Garoth attenuò il vir delle sue mani. Quando gli uomini avrebbero estratto la paglia, dovevano pensare che la scelta di risparmiare uno di loro e condannarne un altro non dipendesse dalla magia o dal puro piacere del Re Divino. Piuttosto, era semplice destino, l'inesorabile conseguenza della loro codardia. Garoth alzò le mani e tutti i Khalidoriani intonarono una preghiera: «Khali vas, Khalivos ras en me, Khali mevirtu rapt, recu
virtum defite».
Mentre si spegneva l'eco delle ultime parole, il primo soldato si fece avanti. Forse non ancora sedicenne, con un'ombra di baffi sopra il labbro. Sembrò sul punto di collassare appena il suo sguardo si spostò rapidamente dal volto spietato del Re Divino ai fili di paglia. Il torace nudo scintillò di sudore nella luce del giorno nascente, i muscoli si contrassero. Scelse una paglia. Era lunga. Il ragazzo sospirò e sentì allentarsi metà della tensione, ma solo metà. Il prossimo della fila, un giovane talmente somigliante a lui che doveva essere il suo fratello maggiore, si leccò nervosamente le labbra e afferrò una paglia. Era corta. Un sollievo pieno di rammarico si diffuse nel resto della squadra, e le migliaia di spettatori, che non riuscivano a vedere la paglia corta, capirono dalla loro reazione che era stata estratta. Il giovane abbassò gli occhi sul fratello più giovane, che non riuscì a reggere il suo sguardo. Il condannato si rivolse incredulo al Re Divino e gli consegnò la paglia corta. Garoth fece un passo indietro e annunciò: «Khali ha parlato». Tutti trattennero il fiato, in attesa di una conferma del Re Divino. A un suo cenno del capo, tutti gli uomini della squadra si strinsero intorno al giovane sventurato - tutti, persino il fratello - e cominciarono a picchiarlo.
L'esecuzione sarebbe stata più rapida se Garoth avesse permesso loro di mettere i guanti di ferro, o di usare l'impugnatura della lancia o la parte piatta della spada, ma aveva ritenuto che fosse meglio così. Appena il sangue avesse iniziato a scorrere e a schizzare dalla carne percossa, non sarebbe finito sugli indumenti della squadra. Invece doveva finire sulla loro pelle. Sentire il calore del sangue del giovane morente. Imparare il prezzo della codardia. I Khalidoriani non fuggivano. La squadra s'infervorò nell'azione. Il cerchio si chiuse e si levarono le prime grida. C'era qualcosa di intimo nella carne nuda che colpiva altra carne nuda. La giovane vittima scomparve, e poi non si vide altro che gomiti che si sollevavano prima di calare un nuovo pugno e piedi che arretravano prima di sferrare un altro calcio. E pochi istanti dopo, sangue. Avendo estratto la paglia corta, il ragazzo era diventato la loro debolezza. Era Khali ad averlo deciso. Non era più un fratello o un amico, ma l'incarnazione dei loro errori. Nel giro di due minuti, il giovane era morto. Gli uomini si riallinearono, macchiati di sangue e con il fiato grosso per lo sforzo e l'emozione. Non abbassarono gli occhi sul morto. Garoth li esaminò uno a uno, scrutò i loro sguardi e si soffermò sul fratello della vittima. Poi distese una mano sopra il cadavere: il vir fuoriuscì dal polso e si allungò in artigli irregolari, afferrando la testa del cadavere. Gli artigli si contrassero in una morsa e il cranio esplose come un melone maturo, provocando conati di vomito in dozzine di Cenariani. «Il vostro sacrificio è accolto. Siete così purificati», dichiarò e fece loro il saluto militare. Gli Highlander restituirono fieramente il saluto e ripresero posto all'interno della formazione nel cortile, mentre il corpo veniva trascinato via. Garoth invitò la squadra successiva a farsi avanti. La procedura si ripeté pressoché identica per altre quattordici volte. Sebbene la tensione si rinnovasse all'interno di ogni gruppo - persino chi aveva già espiato continuava a perdere amici e familiari assegnati ad altre squadre -, Garoth perse interesse nella faccenda. «Neph, dimmi cosa
hai saputo di quest'uomo, l'Angelo della Notte che ha ucciso mio figlio». Il castello di Cenaria non era ai primi posti nell'elenco dei luoghi da visitare di Kylar. Si era camuffato da conciatore cospargendosi di tintura le mani e le braccia fino al gomito, aveva indossato una sudicia tunica di lana da bottegaio e si era spruzzato addosso parecchie gocce di un'essenza elaborata dal suo defunto maestro, Durzo Blint. Il fetore che emanava era solo di poco inferiore a quello di un vero conciatore. Durzo aveva sempre scelto di travestirsi da conciatore, allevatore di maiali, mendicante, o qualunque altro genere di individuo da cui le persone rispettabili tendevano a stare alla larga sentendone l'effluvio. L'essenza veniva applicata soltanto sugli indumenti esterni così, in caso di necessità, era possibile disfarsene. Un vago sentore continuava comunque a persistere, ma ogni travestimento aveva i suoi inconvenienti. L'arte stava nel saperli abbinare al lavoro da portare a termine. L'East Kingsbridge era andato in fiamme durante il colpo di stato e, sebbene i Meister ne avessero riparato un buon tratto, era ancora chiuso; così Kylar attraversò il West Kingsbridge. Le guardie khalidoriane gli lanciarono un'occhiata distratta. Sembrava che l'attenzione di ognuno - persino dei Meister - fosse inchiodata a un palco in mezzo al cortile del castello e a un gruppo di Highlander a torso nudo nel freddo del mattino. Kylar ignorò le squadre sul palco e si guardò intorno per individuare eventuali pericoli. Non sapeva ancora se i Meister fossero in grado di vedere il suo Talento, anche se immaginava che non avrebbe corso rischi finché non l'avesse usato. Le loro capacità sembravano molto più legate all'odorato che ai poteri dei maghi - e questa era la ragione principale per cui si era camuffato da conciatore. Se un Meister si fosse avvicinato, Kylar poteva solo sperare che gli odori mondani interferissero con quelli magici. Quattro guardie erano schierate ai lati del cancello, sei su ogni settore delle mura a forma di diamante, e forse un migliaio in formazione nel cortile, oltre ai circa duecento Highlander Graavar. In mezzo alla folla di diverse migliaia di persone, erano dislocati
cinquanta Meister a intervalli regolari. Al centro, su un palco improvvisato, c'erano numerosi nobili cenariani, cadaveri mutilati e il Re Divino Garoth Ursuul in persona, che parlava con un Vürdmeister. Era assurdo: persino con tutti quei soldati e i Meister presenti, era l'occasione migliore che un sicario poteva avere per uccidere quell'uomo. Ma Kylar non era lì per uccidere, doveva studiare un uomo: l'incarico più singolare che avesse mai accettato. Fece correre lo sguardo tra la folla, cercando il tizio di cui gli aveva parlato Jarl, e lo individuò rapidamente. Il barone Kirof era stato un vassallo dei Gyre. Dopo la morte del suo signore, avendo le terre così prossime alla città, era stato uno dei primi nobili cenariani a sottomettersi a Garoth Ursuul. Era un uomo grasso, con la barba rossa appuntita secondo lo stile delle pianure khalidoriane, un grosso naso adunco, il mento sfuggente e folte sopracciglia. Kylar si avvicinò. Il barone Kirof stava sudando, e si asciugava i palmi sulla tunica, parlando nervosamente con i nobili khalidoriani che erano con lui. Kylar stava cercando di superare un fabbro alto e puzzolente, quando all'improvviso l'uomo gli diede una gomitata nello stomaco. Il colpo lasciò Kylar senza fiato e, proprio mentre si piegava in due, il ka'kari si sciolse nella sua mano e formò un pugnale. «Se volevi una vista migliore, dovevi venire prima, come tutti noi», lo apostrofò il fabbro. Incrociò le braccia, tirando su le maniche per esibire i grossi bicipiti. Con un certo sforzo, Kylar fece rientrare il ka'kari nella propria pelle e si scusò, tenendo gli occhi bassi. Il fabbro fece una smorfia sprezzante e tornò a godersi lo spettacolo. Kylar si accontentò di una vista decente sul barone Kirof. Il Re Divino aveva già provveduto a metà delle squadre, e gli allibratori del Sa'kagé stavano già accettando scommesse su chi sarebbe morto fra i tredici di ogni gruppo. Il loro traffico non passò inosservato ai soldati khalidoriani. Kylar si chiese quanti Cenariani sarebbero morti per colpa degli spietati allibratori appena i soldati khalidoriani, quella sera stessa, avrebbero vagabondato per la città, sconvolti dal
dolore per i loro morti e infuriati per il modo in cui il Sa'kagé riusciva a insudiciare tutto quel che toccava.
Devo andarmene da questa città maledetta. Nella squadra successiva, dieci se l'erano cavata senza estrarre la paglia corta. Valeva quasi la pena di seguire la scena, notare la disperazione crescente degli uomini man mano che i loro vicini venivano risparmiati e le loro possibilità si facevano sempre più scarse. L'undicesimo, un uomo sulla quarantina tutto tendini e cartilagine, scelse la paglia corta. Consegnò la sua dichiarazione di condanna al Re Divino mordicchiandosi la punta di un baffo, ma non tradì altra emozione. Neph lanciò un'occhiata verso il punto dove la duchessa Jadwin sedeva insieme al marito. «Ho esaminato la sala del trono, e ho percepito qualcosa in cui non mi ero mai imbattuto prima d'ora. L'intero castello odora della magia che ha ucciso tanti dei nostri Meister. Ma in alcuni punti della sala, semplicemente... non si avverte. Sembra come se fosse scoppiato un incendio in una casa, ma in una delle stanze non ci fosse odore di fumo». Schizzi di sangue si levarono nell'aria e Garoth ebbe quasi la certezza che l'uomo dovesse essere morto, ma la squadra continuò a menare colpi su colpi. «Allora non può trattarsi del ka'kari d'argento», commentò Garoth. «No, Vostra Santità. Penso che esista un settimo ka'kari, un ka'kari segreto. Credo che annulli la magia, e credo che l'Angelo della Notte ne sia in possesso». Garoth rifletté sulla risposta mentre i superstiti si riallineavano, lasciando il cadavere davanti ai loro piedi. Il volto dell'uomo era stato completamente spappolato, con un fervore impressionante. Forse la squadra aveva voluto dar prova del proprio zelo, oppure quel miserabile non andava loro a genio. Garoth approvò con un cenno del capo. Gli artigli del vir si allungarono di nuovo e schiacciarono la testa del cadavere. «Il vostro sacrificio è accolto. Siete così purificati».
Due guardie del corpo spostarono i resti a lato del palco. I cadaveri giacevano ammucchiati nel sangue rappreso; così anche i Cenariani, che non avevano modo di assistere a quelle morti, ne potevano vedere i risultati. Appena la squadra successiva s'impegnò nell'esecuzione, Garoth esclamò: «Un ka'kari rimasto nascosto per settecento anni? Quale potere conferisce? Di occultamento? A cosa potrebbe servirmi?» «Vostra Santità, con un ka'kari del genere, voi o il vostro agente potreste entrare nel cuore della Cappella e impadronirvi di qualsiasi oggetto prezioso. Senza che nessuno vi veda. Il vostro agente potrebbe entrare nel Bosco di Ezra e trafugare per voi artefatti sufficienti per sette secoli. Non ci sarebbe più alcun bisogno di ricorrere agli eserciti o all'astuzia. Con un colpo solo, potrebbe afferrare per il collo l'intero Midcyru».
Un mio agente. Senza dubbio Neph si sarebbe coraggiosamente
offerto volontario per quel rischioso incarico. Eppure, il solo pensiero di un simile ka'kari assorbì Garoth durante l'uccisione di un altro adolescente, di due uomini nel fiore degli anni e di un reduce di molte campagne che esibiva uno dei più alti riconoscimenti al merito concessi dal Re Divino. Nello sguardo di quell'uomo si leggeva l'ombra del tradimento. «Cerca di saperne di più», gli ordinò Garoth. Si chiese se Khali sapeva dell'esistenza di questo settimo ka'kari. Si domandò se lo sapeva Dorian. Dorian il suo primo figlio legittimo, Dorian che avrebbe dovuto essere suo erede, Dorian il profeta, Dorian il Traditore. Dorian era stato qui, ne era certo. Soltanto Dorian avrebbe potuto portare Curoch, la possente spada di Jorsin Alkestes. Un mago era comparso con la spada e aveva distrutto cinquanta Meister e tre Vurdmeister, e poi era subito scomparso. Ovviamente, Neph si aspettava che Garoth gli domandasse qualcosa al riguardo, ma il Re Divino aveva perso ogni speranza di trovare Curoch. Dorian non era uno stupido. Non avrebbe portato Curoch così vicino se pensava di poterla perdere. Come superare in astuzia un uomo che prevede il futuro? Il Re Divino socchiuse gli occhi infastidito mentre schiacciava un'altra testa. Ogni volta il sangue schizzava sulla sua veste bianca
come la neve. Certo, era intenzionale - ma comunque irritante, e non c'era niente di maestoso nel ricevere uno spruzzo di sangue in un occhio. «Il vostro sacrificio è accolto», disse ai superstiti. «Siete così purificati». Si erse davanti al palco mentre la squadra riprendeva il suo posto nella piazza d'armi. Per tutta la durata della cerimonia, non si era mai girato a guardare i Cenariani seduti sul palco alle sue spalle. Lo fece ora. Appena si voltò, il vir prese vira. Neri viticci strisciarono su per il viso, si arrampicarono lungo le braccia e le gambe, e persino fuori dalle pupille. Concesse loro un istante per assorbire la luce, in modo che il Re Divino apparisse come una misteriosa macchia tenebrosa nella luce crescente del mattino. Poi pose fine all'esibizione. Voleva che i nobili lo vedessero. Non c'era un occhio che non fosse spalancato. Non era soltanto il vir o l'innata imponenza di Garoth a lasciarli ammutoliti. Erano i cadaveri accatastati come legna da ardere su entrambi i lati e alle sue spalle, che lo incorniciavano come un quadro. Era la sua veste candida imbrattata di sangue e materia cerebrale. Impressionante nella sua potenza e terrificante nella sua maestosità. Forse, se fosse sopravvissuta, avrebbe chiesto alla duchessa Trudana Jadwin di dipingere la scena. Il Re Divino osservò i nobili, e i nobili osservarono il Re Divino. Si domandò se qualcuno di loro avesse già fatto caso al loro numero: tredici. Porse la manciata di paglia ai nobili. «Venite», li invitò. «Khali vi purificherà». Questa volta, non aveva alcuna intenzione di lasciare al destino la scelta della vittima. Il comandante Gher guardò il sovrano. «Vostra Santità, deve esserci un...». Non finì la frase. I Re Divini non compivano errori. Sbiancò in volto. Estrasse una paglia lunga. Ci vollero alcuni secondi prima che riuscisse a riprendersi. La maggior parte dei rimanenti erano nobili minori - uomini e donne che avevano permesso ad Aleine Gunder IX di regnare. Tutti si erano lasciati corrompere con estrema facilità. L'estorsione può essere talmente semplice. Ma uccidere quei signorotti di campagna
non avrebbe portato a Garoth alcun vantaggio, nemmeno se lo avessero tradito. Questo pensiero lo portò a fermarsi davanti a una Trudana Jadwin imperlata di sudore. Era la dodicesima della fila, e il marito era l'ultimo. Garoth aspettò che i coniugi si scambiassero uno sguardo. Entrambi sapevano, chiunque dei presenti sapeva, che l'uno o l'altra sarebbe morto, e tutto dipendeva dalla paglia che avrebbe scelto Trudana. Il duca cominciò a deglutire spasmodicamente. «Di tutti i nobili qui riuniti», disse Garoth, «voi, duca Jadwin, siete l'unico che non è mai stato al mio servizio. Di conseguenza, non avete tradito. Vostra moglie, in compenso, lo ha fatto». «Cosa?», si stupì il duca, guardando Trudana. «Non sapevate che vi tradiva con il principe? È stata lei a ucciderlo, dietro mio ordine», concluse Garoth. C'era un che di magnifico nel trovarsi in mezzo a quel che doveva essere un momento esclusivamente privato. Il pallore sul volto del duca assunse una sfumatura livida. Chiaramente, era stato ancor meno perspicace della maggior parte dei cornuti. Garoth vide un'improvvisa consapevolezza calare sul poveruomo con la forza di un maglio. Ogni lieve sospetto che l'avesse mai sfiorato, ogni scusa poco convincente che avesse mai ascoltato gli apparvero in una nuova luce. Curiosamente, Trudana Jadwin appariva affranta. La sua non era l'espressione di compiaciuta superiorità che Garoth si sarebbe aspettato da lei. Pensava che avrebbe puntato il dito contro il marito, dicendogli che era tutta colpa sua. Invece, gli occhi della donna esprimevano sincera colpevolezza. Garoth ne dedusse che il duca era stato un bravo marito, e che la moglie ne era consapevole. Lo aveva tradito perché ne aveva avuto voglia, e adesso venti anni di bugie stavano crollando. «Trudana», riprese Garoth prima che uno dei due coniugi potesse dire qualcosa, «voi mi avete servito bene, ma avreste potuto servirmi
meglio. Quindi, ecco qui la vostra ricompensa e la vostra punizione». Le presentò i fili di paglia. «Quella corta è alla vostra sinistra». La duchessa guardò gli occhi anneriti dal vir di Garoth, poi i fili di paglia, e infine gli occhi del marito. Fu un momento eterno. Garoth sapeva che lo sguardo triste negli occhi del duca avrebbe perseguitato Trudana Jadwin per il resto della sua vita. Il Re Divino non aveva dubbi circa la sua scelta, ma evidentemente Trudana si riteneva capace di un supremo gesto di abnegazione. Facendosi coraggio, la donna allungò la mano per afferrare la paglia corta, ma poi si fermò. Guardò il marito, distolse lo sguardo e scelse il filo più lungo. Il duca si lasciò sfuggire un lungo gemito. Fu incantevole. Il suono trafisse ogni cuore cenariano nel cortile del castello. Possedeva la tonalità perfetta per trasmettere il messaggio del Re Divino: questo potrebbe capitare anche a te. Mentre i nobili - compresa Trudana - circondavano il duca con la morte nel cuore, ognuno sentendosi maledetto per dover partecipare a quel massacro e allo stesso tempo senza il coraggio di tirarsi indietro, il duca si rivolse alla moglie. «Ti amo, Trudana», disse. «Ti ho sempre amata». Poi si coprì il viso con il mantello e scomparve sotto una pioggia di colpi. Il Re Divino sorrise. Mentre Trudana esitava nella sua scelta, Kylar pensò che, se avesse accettato l'incarico di Momma K, quello sarebbe stato il momento ideale per agire. Tutti gli occhi erano concentrati sul palco. Kylar si era girato verso il barone Kirof, studiando l'espressione scioccata e inorridita apparsa sul suo volto, quando notò che sul muro alle spalle del barone c'erano solo cinque guardie. Le ricontò in fretta: sei, ma una aveva un arco e una manciata di frecce. Un secco scricchiolio riecheggiò dal centro del cortile, e Kylar intravide la sezione posteriore del palco improvvisato staccarsi e crollare. Qualcosa si levò nell'aria, risplendente di vivaci colori. Mentre tutti gli sguardi convergevano in quella direzione, Kylar si guardò in giro. La bomba pirotecnica esplose con una leggera scossa e un enorme lampo di luce bianca. Mentre centinaia di civili e di
soldati protestavano vigorosamente, accecati dall'improvviso bagliore, Kylar vide il sesto soldato sul muro tendere l'arco. Era Jonus Severing, un sicario con cinquanta assassinii al suo attivo. Una freccia dalla punta dorata saettò in direzione del Re Divino. Garoth aveva ancora gli occhi coperti dalle mani, ma una serie di scudi simili a bolle si stavano già levando intorno a lui. La freccia si conficcò nello scudo più periferico e prese fuoco, facendolo esplodere. Un'altra freccia era già per aria; attraversò lo scudo sfilacciato e colpì quello più vicino. Il successivo scoppiò, e così quello dopo, mentre Jonus Severing continuava a scagliare frecce a velocità sorprendente. Stava usando il suo Talento per tenere sospese a mezz'aria le frecce di scorta, in modo che non appena ne scoccava una, la successiva era già a contatto delle sue dita. Gli scudi si rompevano più rapidamente di quanto il Re Divino riuscisse a ricrearli. La gente continuava a gridare, abbagliata dalla luce. I cinquanta Meister sparsi nel cortile continuavano a lanciare scudi tutto intorno, lasciando di stucco la folla nelle vicinanze. Il sicario, che si era nascosto sotto il palco, saltò su avvicinandosi al Re Divino dal lato più vulnerabile. Esitò, mentre un ultimo scudo ondeggiante sbocciava a pochi centimetri dalla pelle del sovrano, e Kylar poté vedere che non era affatto un sicario. Era un ragazzino di forse quattordici anni, l'apprendista di Jonus Severing. Era talmente concentrato sul Re Divino che rimase immobile, in piena vista. Kylar udì lo schiocco della corda di un arco e vide il ragazzino crollare a terra, proprio mentre scoppiava l'ultimo scudo di Garoth. La folla impazzita si accalcava verso i cancelli, schiacciando i vicini. Diversi Meister, ancora abbagliati e in preda al panico, scagliavano missili verdi a casaccio sulla folla e sui soldati intorno a loro. Una delle guardie del corpo del Re Divino tentò di abbrancare il sovrano per portarlo al sicuro. Ancora frastornato, Garoth interpretò male la mossa e con un maglio di vir distrusse il grosso Highlander in mezzo ai nobili sul palco. Kylar cercò chi aveva ucciso l'apprendista del sicario. A non più di dieci passi da lui, era fermo Hu Gibbet, l'assassino che aveva
massacrato l'intera famiglia di Logan Gyre, il miglior sicario della città ora che Durzo era morto. Jonus Severing si stava già defilando, senza il minimo rammarico per la morte del giovane apprendista. Hu scoccò una seconda freccia, che si piantò nella schiena di Jonus Severing. Il sicario si lanciò oltre il muro, ma Kylar era certo che fosse morto. Hu Gibbet aveva tradito il Sa'kagé, e adesso aveva salvato il Re Divino. Il ka'kari fu nella mano di Kylar prima che lui se ne rendesse conto. Ma come, non avrei ucciso l'artefice della distruzione di
Cenarla, e adesso vorrei uccidere una guardia del corpo? Naturalmente, definire Hu Gibbet una guardia del corpo era come chiamare orso un bestione peloso, ma l'intenzione rimaneva. Kylar fece rientrare il ka'kari nella pelle.
Tenendo la testa bassa perché Hu non lo riconoscesse, Kylar si unì alla fiumana di Cenariani terrorizzati che si riversava fuori dal castello.
Capitolo 2 La tenuta dei Jadwin era sopravvissuta
agli incendi che avevano ridotto in macerie gran parte della città. Kylar si presentò al cancello principale pesantemente sorvegliato e le guardie lo fecero entrare senza dire una parola. Si era fermato solo per liberarsi del travestimento da conciatore e strofinarsi il corpo con l'alcol per eliminare il fetore, ed era certo di essere arrivato prima della duchessa, ma la notizia della morte del duca si era diffusa velocemente. Le guardie portavano fasce nere annodate intorno alle braccia. «È vero?», gli chiese una di esse. Kylar annuì e si avviò verso la casupola sul retro della residenza, dove vivevano i Cromwyll. Elene era stata l'ultima orfana che i Cromwyll avevano accolto, e tutti i suoi fratelli avevano cambiato mestiere o erano passati al servizio di altre famiglie. Solo la madre adottiva era ancora a servizio presso i Jadwin. Dopo il colpo di stato, Kylar, Elene e Uly erano rimasti lì. I rifugi di Kylar erano stati distrutti o resi inaccessibili dal fuoco, e non avevano avuto altra scelta. Kylar era stato dato per morto, perciò non voleva abitare in nessuno dei rifugi del Sa'kagé dove qualcuno poteva riconoscerlo. In ogni caso, ogni rifugio era pieno fino a scoppiare. Nessuno voleva restare in strada insieme alle bande nomadi di Khalidoriani. Nella casupola non c'era nessuno, così Kylar si avviò verso la cucina della residenza. In piedi su uno sgabello, l'undicenne Uly era china su una tinozza di acqua saponata, intenta a strofinare delle padelle. Kylar entrò di colpo e la afferrò sotto un braccio, la fece ruotare nonostante le proteste e la mise a sedere sullo sgabello. La bambina gli rivolse uno sguardo furioso. «Hai tenuto Elene fuori dai guai come ti avevo detto?», chiese alla piccola. Uly sospirò. «Ci ho provato, ma credo sia un'impresa disperata». Kylar rise, e anche Uly. La bambina era stata allevata dalla servitù del castello di Cenaria, che le aveva fatto credere, per la sua incolumità, di essere un'orfana. In realtà era la figlia di Momma K e di Durzo Blint. Durzo aveva saputo della sua esistenza solo negli ultimi giorni
della sua vita, e Kylar gli aveva promesso che avrebbe avuto cura della bambina. Dopo l'iniziale imbarazzo nello spiegarle che non era suo padre, le cose erano andate meglio di quanto Kylar avrebbe potuto immaginare. «Disperata? Ti faccio vedere io, "disperata"», disse una voce. Elene arrivò con un grosso calderone rivestito di una patina di grasso dello stufato del giorno prima, e lo posò accanto alla pila di piatti di Uly. La bambina protestò ed Elene ridacchiò sadicamente. Kylar si meravigliò di quanto fosse cambiata nell'arco di una sola settimana, o forse era lui che la vedeva in modo diverso. Elene aveva ancora le spesse cicatrici che le aveva provocato Ratto quando era solo una bambina: una X che le attraversava le labbra carnose, un'altra sulla guancia, e una mezzaluna dal sopracciglio all'angolo della bocca. Ma Kylar le guardò appena. Adesso, vedeva una pelle luminosa, occhi risplendenti di intelligenza e felicità, e un sorriso obliquo non a causa della cicatrice, ma di una espressione volutamente maliziosa. E come una donna potesse apparire così gradevole con i modesti abiti di lana della servitù e il grembiule, restava uno dei grandi misteri insoluti dell'universo. Elene staccò un grembiule da un gancio e guardò Kylar con occhi scintillanti. «Oh, no. Io no», si difese Kylar. Gli infilò il grembiule e lo attirò a sé con un movimento lento e seducente. Elene fissò le sue labbra e Kylar non poté fare a meno di concentrarsi sulle sue, mentre le inumidiva passandoci sopra la lingua. «Penso», disse la donna a bassa voce, lasciando scivolare le mani lungo i fianchi di Kylar, «che...». Uly tossì rumorosamente, ma nessuno dei due le diede soddisfazione. Elene gli posò le mani sui fianchi e lo attirò a sé, offrendogli la bocca, riempiendogli le narici del suo dolce profumo, «...che sarebbe molto meglio». Strinse il nodo del grembiule dietro la schiena di Kylar e lo lasciò di colpo, facendo un passo indietro per allontanarsi da lui. «È adesso puoi aiutarmi. Vuoi tagliare le patate o le cipolle?». Rise insieme a Uly di fronte alla sua espressione indignata.
Kylar scattò in avanti ed Elene cercò di schivare l'affondo, ma lui usò il Talento per afferrarla. Si era esercitato durante l'ultima settimana, e sebbene per ora riuscisse a estendere la portata solo di un passo oltre alle braccia, stavolta fu sufficiente. Attirò Elene a sé e la baciò. La donna finse di opporre resistenza per poi baciarlo con eguale fervore. Per un momento, il mondo si restrinse alla morbidezza delle labbra di Elene e alla sensazione del corpo premuto contro il suo. Da qualche parte, Uly cominciò ad avere sonori conati di vomito. Irritato, Kylar colpì di piatto l'acqua di rigovernatura e la schizzò addosso alla bambina. I conati furono repentinamente sostituiti da strilla. Elene si sciolse dall'abbraccio e si coprì la bocca, sforzandosi di non ridere. Kylar era riuscito a bagnarle completamente il viso. Uly calò con forza la mano sull'acqua e gli restituì il favore, e lui la lasciò fare. Le strofinò i capelli umidi sapendo che non lo sopportava, e disse: «Ok, mocciosa, me lo sono meritato. E adesso, tregua. Dove sono le patate?». Rientrarono senza scosse nella semplice routine dei lavori di cucina. Elene gli chiese cosa avesse visto e saputo e Kylar, pur accertandosi di continuo che nessuno stesse origliando, le raccontò come aveva osservato il barone e assistito inerme al tentato assassinio. Condividere eventi del genere era, forse, la cosa più noiosa che una coppia potesse fare, ma in tutta la sua vita Kylar non aveva mai conosciuto il lusso di annoiarsi della quotidianità di un amore. Condividere, poter raccontare la verità a una persona partecipe, era per lui qualcosa di incommensurabilmente prezioso. Durzo gli aveva insegnato che un sicario doveva tenersi pronto ad abbandonare tutto senza esitazioni. Un sicario è sempre solo. Era per un momento cosi, di semplice comunione, che Kylar aveva chiuso con la via delle tenebre. Aveva speso più della metà della propria vita allenandosi instancabilmente per diventare l'assassino perfetto. Non voleva uccidere più. «Volevano un terzo uomo per svolgere l'incarico», disse Kylar. «Uno che facesse da palo e da pugnale di riserva. Avremmo potuto riuscirci. La loro tempestività è stata straordinaria. Se il secondo non
fosse stato un novellino avrebbero messo a segno il colpo anche in due. Se fossi stato là, Hu Gibbet e il Re Divino sarebbero morti entrambi. E avremmo cinquantamila gunder». Fece una pausa, distratto da una mesta considerazione. «"Gunder". Penso che non dovrebbero più chiamarli così ora che tutti i Gunder sono morti», concluse con un sospiro. «Vuoi sapere se hai fatto la cosa giusta», disse Elene. « Sì ». «Kylar, ci saranno sempre persone talmente cattive che ai nostri occhi meriterebbero di morire. Nel castello, quando Roth ti stava... tormentando, c'è mancato un pelo che non lo uccidessi con le mie mani. Se avesse continuato ancora un altro minuto... non so cosa avrei fatto. Quel che so è cosa ha fatto alla tua anima l'aver ucciso tanta gente. Non importa se sembra di rendere un favore al mondo, alla fine ti distrugge. Non posso restare a guardare, Kylar. Non lo farò. Ci tengo troppo a te». Era l'unica condizione posta da Elene per lasciare la città insieme a Kylar: che lui smettesse di uccidere e di fare del male. Si sentiva ancora così confuso. Non sapeva se l'opinione di Elene fosse giusta, ma aveva visto abbastanza per sapere che non lo era quella di Durzo e di Momma K. «Credi davvero che la violenza generi altra violenza? Che alla fine moriranno meno innocenti se io smetto di uccidere?» «Lo credo davvero», rispose Elene. «Va bene», disse Kylar. «Questa sera ho un lavoro da sbrigare. Potremmo partire domattina».
Capitolo 3 Il Buco del Culo dell'Inferno non era un posto da re. Il nome era adeguato, poiché indicava l'estremità inferiore della prigione che i Cenariani chiamavano le Fauci. L'entrata delle Fauci era un volto demoniaco dai bordi frastagliati, scolpito in vetro fuso nero. I prigionieri venivano spinti a forza dentro la bocca aperta e lungo una rampa, resa spesso scivolosa dall'improvviso vuotarsi di vesciche sopraffatte dalla paura. All'interno del Buco, l'arte dello scultore aveva ceduto il passo al puro terrore viscerale suscitato dagli spazi angusti, dal buio, dall'altezza, dall'ululato sinistro del vento che si levava dalle profondità, e dalla consapevolezza che ogni prigioniero con cui avresti diviso il Buco era stato giudicato indegno di ricevere una morte pulita. Nel Buco regnava implacabile la calura e il tanfo di zolfo e di rifiuti umani nelle loro tre forme: escrementi, morti, corpi non lavati. C'era un'unica torcia a far luce, fissata molto in alto dall'altra parte della grata che separava gli animali umani dal resto dei prigionieri delle Fauci. Undici uomini e una donna dividevano il Buco con Logan Gyre. Lo detestavano per il suo coltello e il suo corpo vigoroso, e per il suo accento raffinato. In qualche modo, persino in quel serraglio da incubo di maniaci e svitati, lui era fuori dell'ordinario, isolato. Logan sedeva con la schiena contro la parete. L'unica, perché il Buco aveva una forma circolare. Al centro c'era un foro largo cinque passi spalancato su un abisso. Le pareti della voragine erano perfettamente verticali, di puro vetro fuso. La sua profondità, un mistero. Quando i prigionieri spingevano i loro rifiuti nel baratro, non sentivano alcun suono. L'unica cosa che fuoriusciva dal Buco era il tanfo denso di un inferno sulfureo e lo sporadico lamento del vento, o dei fantasmi, delle anime tormentate dei morti, o qualunque cosa fosse a emettere quel suono alienante. All'inizio, Logan si era chiesto perché i suoi compagni defecassero contro la parete per poi - e non sempre - spedire con un calcio le feci nel baratro. La prima volta che si avvicinò, lo capì: sarebbe stata
pura follia accovacciarsi vicino al Buco. Qualsiasi mossa nei pressi del baratro ti rendeva vulnerabile. Quando un carcerato doveva scavalcare un altro, si muoveva in fretta e con sospetto, ringhiando, sibilando e snocciolando imprecazioni senza significato. Spingere un compagno di sventura dentro il Buco era il modo più facile per ucciderlo. A peggiorare le cose c'era il fatto che la piattaforma di roccia intorno al Buco era larga solo tre passi e il terreno pendeva leggermente verso il baratro. Per gli ospiti del Buco, quella piattaforma era tutto il loro mondo. Era la brutta china che li avrebbe portati alla morte. Nei sette giorni successivi al colpo di stato, Logan non aveva mai dormito. Sbatté le palpebre. Sette giorni. Cominciava a sentirsi debole. Persino Fin, che si era preso gran parte dell'ultima razione di carne, non mangiava da quattro giorni. «Porti jella, Tredici», gli disse Fin dall'altra parte del baratro, guardandolo con occhi furiosi. «Non ci danno da mangiare da quando sei arrivato tu». Fin era l'unico che lo chiamava Tredici. Gli altri avevano accettato il nome che si era attribuito da solo in un momento di follia: Re. «Intendi dire da quando ti sei mangiato l'ultima guardia?», ribatté Logan. «Non pensi che potrebbe essere questo il motivo?». La risposta di Logan strappò risatine soffocate a tutti tranne a Gnasher l'idiota, che sorrise stupidamente attraverso le punte limate dei denti. Fin non disse niente e continuò a masticare e ad allungare la corda che aveva fra le mani. L'uomo portava già addosso un rotolo di corda talmente grosso che quasi nascondeva una corporatura robusta quanto la stessa fune. Degli ospiti del Buco, Fin era il più temuto. Logan non voleva definirlo il capo, perché questo avrebbe implicato l'esistenza di un ordine sociale fra i reclusi. Gli uomini erano come bestie: villosi, con la pelle così sporca da non riuscire a indovinare che colore avesse avuto prima dell'incarcerazione, gli occhi spiritati, le orecchie pronte a cogliere il minimo rumore. Tutti avevano il sonno leggero. Il giorno in cui Logan era arrivato, avevano mangiato due uomini.
Arrivato? Sono saltato dentro. Avrei potuto avere una morte pulita e decorosa. Adesso sono confinato qui per sempre, o almeno finché non mi divoreranno. Per gli dèi, mi mangeranno! Un movimento dall'altro lato del Buco lo riscosse dal suo crescente orrore e sconforto. Era Lilly. Soltanto lei non restava attaccata alla parete di roccia. La presenza di quel baratro la lasciava indifferente, non la spaventava. Un uomo allungò una mano e le afferrò il vestito. «Non ora, Jake», disse al guercio. Jake mantenne la presa per un momento, ma quando la donna lo guardò con aria di sfida, lasciò cadere la mano imprecando. Lilly si sedette accanto a Logan. Era una donna semplice, di età indefinibile. Avrebbe potuto avere cinquant'anni, ma Logan pensò che fosse più vicina ai venti: aveva ancora quasi tutti i denti. Lilly rimase a lungo in silenzio. Poi, appena l'interesse per la ragione che l'aveva spinta a muoversi si fu spento, si diede una grattatina distratta ai genitali e disse: «Cosa intendi fare?». Aveva una voce da ragazzina. «Intendo andarmene di qui, e intendo riprendermi il mio paese», rispose. «Ti aggrappi a quella stronzata del Re», continuò. «E ti prendono per pazzo. Vedo che ti guardi intorno come un ragazzino smarrito. Qui sei insieme ad animali. Se vuoi continuare a vivere, devi diventare un mostro. Se vuoi aggrapparti a qualcosa, non darlo a vedere. E poi fai quel che devi». Gli batté una mano sul ginocchio e tornò da Jake. Dopo pochi istanti, il guercio stava dando fondo alla sua libidine. Gli animali non ci badarono. Non guardarono nemmeno. La follia si stava impadronendo di lui. Dorian restava in sella solo per istinto. Il mondo esterno sembrava distante, insignificante, immerso nella foschia, mentre le visioni erano vicine, vitali, nitide. Il gioco era in corso e i pezzi si stavano muovendo, e la visione di Dorian si stava ampliando come mai prima d'allora. L'Angelo della Notte sarebbe fuggito a Caernarvon e i suoi poteri stavano aumentando, ma non li stava usando.
Che stai facendo, ragazzo? Dorian si aggrappò a quella vita e la
seguì a ritroso. Aveva parlato con Kylar una volta, e aveva profetizzato la sua morte. Adesso capiva perché non aveva previsto anche che questo Angelo della Notte sarebbe morto e allo stesso tempo sarebbe rimasto in vita. Durzo lo aveva confuso. Dorian aveva visto la vita di Durzo intersecarsi con altre vite. Aveva visto, ma non aveva capito. Fu tentato di ripercorrere le vite di Durzo fino alla prima, quando il sicario aveva ricevuto il ka'kari che adesso portava Kylar. Fu tentato di vedere se riusciva a rintracciare la vita di Ezra il Folle - di certo una vita simile ardeva così intensamente che non gli sarebbe sfuggita. Magari là poteva seguire Ezra, imparare tutto ciò che Ezra sapeva, imparare come lui aveva imparato. Ezra aveva creato il ka'kari sette secoli prima, e il ka'kari aveva reso Kylar immortale. Solo tre passi lo separavano dal più rispettato e oltraggiato mago della storia. Tre passi! Trovare qualcuno così famoso che era morto da così tanto. Era allettante, ma avrebbe richiesto tempo. Forse mesi. Ma, oh, quante cose avrebbe potuto imparare!
Potrei conoscere le cose del passato mentre il presente crolla a pezzi. Concentrati, Dorian. Concentrati. Risalendo a fatica lungo la vita di Kylar, Dorian la ripercorse, partendo dall'adolescenza nei Cunicoli fino all'amicizia con Elene e Jarl, e poi la violenza subita da Jarl, la menomazione di Elene, il primo assassinio di Kylar compiuto a undici anni, l'apprendistato con Durzo, l'insegnamento di Momma K, la benevola influenza del conte Drake, l'amicizia di Kylar con Logan, il secondo incontro con Elene, il furto del ka'kari, il colpo al castello, l'uccisione del suo maestro, il ritrovamento di Roth Ursuul - il mio fratellino, pensò Dorian - un mostro come lo ero anch'io una volta.
Concentrati, Dorian. Gli parve di aver sentito qualcosa, un grido,
un movimento nel mondo terreno, ma non si sarebbe lasciato distrarre di nuovo. Proprio ora che cominciava ad arrivare al sodo. Ecco! Osservò Kylar che avvelenava Momma K per giustizia, e le dava l'antidoto per pietà. Poteva conoscere le scelte che un uomo compiva ma, senza saperne il motivo, Dorian non era in grado di immaginare come
sarebbe diventato Kylar in futuro. Kylar aveva già scelto strade meno ovvie, strade assurde. Fra il togliere la vita alla sua amante o al suo mentore, aveva scelto di offrire la propria. Il toro gli aveva presentato entrambe le corna, e Kylar le aveva usate come punto di appoggio per saltare oltre la testa dell'animale. Era questo il Kylar che contava. In quel momento, Dorian vide l'anima di Kylar messa a nudo. Ora ti tengo in pugno, Kylar. Ora ti conosco. Una fitta di dolore attraversò il braccio di Dorian, ma adesso che aveva una salda presa su Kylar non avrebbe mollato. Kylar agognava a fondere insieme la cruda realtà della strada e i pii impulsi con cui l'aveva contaminato il conte Drake. Contaminato? Quella parola veniva da Kylar. Quindi, come Durzo, a volte considerava la pietà una debolezza.
Sei un tipo dannatamente difficile, non è vero? Dorian rise
osservando Kylar trattare con l'incapace Sa'kagé di Caernarvon, raccogliere erbe, pagare le tasse, scontrarsi con Elene, cercare di essere un uomo normale. Ma non se la passa bene, la tensione sta aumentando. Kylar tira fuori i vestiti grigi da sicario, esce fuori sui tetti - strano, si comporta così nonostante la sua decisione - e poi una notte qualcuno bussa alla porta e si presenta Jarl, che mette Kylar di fronte a un'altra decisione lacerante: tra la donna che ama e la vita che odia, tra l'amico che ama e la vita che dovrebbe detestare, tra un dovere e un altro, tra onore e tradimento. Kylar è Ombra al Crepuscolo, un colosso crescente con un piede piantato nel giorno e un altro nella notte. Ma un'ombra è una bestia effimera, e il crepuscolo può incupirsi nel buio della notte o schiarirsi nella luce del giorno. Kylar apre la porta a Jarl, ai futuri sviluppi... «Maledizione, Dorian!». Feir lo stava schiaffeggiando. Dorian realizzò di colpo che Feir doveva averlo fatto più di una volta, perché la mandibola gli pulsava su entrambi i lati. Doveva esserci qualcosa di grave al suo braccio sinistro. Guardò, la testa ancora confusa - cercando di trovare il giusto ritmo del tempo. C'era una freccia che sporgeva dal suo braccio. Una freccia di un Highlander khalidoriano, intinta in una sostanza nera. Avvelenata. Feir lo colpì di nuovo.
«Basta! Basta!», gridò Dorian, agitando le mani per proteggersi. Il braccio sinistro cominciò a dolergli; gemette e strinse gli occhi, ma era tornato alla realtà. Questa era sanità di mente. «Cos'è accaduto?», volle sapere. «Predoni», rispose Feir. «Un branco di idioti che voleva portarsi a casa un bottino di cui vantarsi», aggiunse Solon. Un bottino che, naturalmente, potevano essere le orecchie di Solon, di Feir o di Dorian. Uno dei quattro cadaveri portava già due orecchie appese a una collana. Sembravano fresche. «Sono tutti morti?», domandò Dorian. Era tempo di fare qualcosa con quella freccia. Solon annuì con aria mesta e Dorian ricostruì la dinamica della breve battaglia osservando il loro accampamento. L'attacco era arrivato mentre Feir e Dorian montavano il campo. Il sole si stava tuffando dentro una gola fra i Monti Faltier e il gruppo di predoni era sceso dalle alture, pensando che il sole avrebbe abbagliato le loro vittime. Due arcieri avevano cercato di coprire l'avvicinarsi dei loro amici, ma la traiettoria era molto inclinata, e le prime frecce mancarono il bersaglio. Dopodiché, la conclusione era ormai scontata. Solon non era abile con la spada, e Feir - il colossale, mostruosamente forte e lesto Feir - era un Maestro di Spada di Secondo Grado. Solon aveva lasciato a lui gli spadaccini. Era intervenuto troppo tardi per risparmiare quella freccia a Dorian, ma aveva ucciso entrambi gli arcieri con la magia. L'intera faccenda li aveva impegnati meno di due minuti. «Peccato che siano del clan Churaq», commentò Solon, dando un colpetto a uno dei giovani coperto da tatuaggi neri. «Avrebbero ucciso a cuor leggero quei bastardi del clan Hraagl a guardia della salmeria khalidoriana che stiamo seguendo». «Credevo che Screaming Winds fosse inespugnabile», disse Feir. «Come fanno i predoni a passare da questo lato del confine?». Solon scosse la testa. Così facendo, attirò l'attenzione di Dorian sui propri capelli, completamente neri tranne che alle radici. Da
quando Solon aveva ucciso cinquanta Meister servendosi di Curoch e restando quasi ucciso a sua volta a causa della quantità di magia usata per farlo - i capelli gli crescevano bianchi. Non le sfumature sale e pepe di un uomo avanti negli anni, ma un bianco candido in netto contrasto con il volto attraente di un uomo nel fior fiore degli anni, con la carnagione olivastra dei Sethi e i lineamenti cesellati dalla vita militare. In un primo tempo Solon si era lamentato che dopo l'uso di Curoch la sua visione fosse o in colori troppo accesi o in bianco e nero, ma adesso sembrava essersi definita. «Inespugnabile, sì», disse Solon. «Impraticabile per un esercito, sì. Ma a estate inoltrata quei giovani sono in grado di scalare le montagne. Tanti muoiono nel tentativo, oppure vengono spazzati via da tempeste improvvise, ma se sono forti e fortunati, niente può fermarli. Sei pronto con quella freccia, Dorian?». Sebbene tutti e tre fossero maghi, in questo frangente il loro aiuto era fuori questione. Dorian era un Hoth'salar, un Fratello Guaritore; le sue speranze di curare la propria crescente pazzia lo avevano condotto ai più alti ranghi dei guaritori. All'improvviso, dell'acqua impregnò il suo braccio intorno alla punta della freccia. «Che cos'era?», chiese Feir, impallidendo. «L'umidità rilasciata dal sangue che è già avvelenato. Dovrebbe attaccarsi tutta alla freccia quando la estrarrai», disse Dorian. «Io?», ribatté Feir, l'espressione schizzinosa sul volto, totalmente in contrasto con la sua massiccia corporatura. «Sei ridicolo», lo criticò Solon. Allungò una mano e strappò via. Dorian boccheggiò e Feir dovette sorreggerlo. Solon esaminò la freccia: le punte ricurve erano state appiattite in modo da non lacerare la carne durante l'estrazione, ma l'asta era coperta da un involucro scuro di sangue e il veleno aveva assunto una struttura cristallina, ampliando di tre volte il diametro originario della freccia. Tra i respiri ancora affannosi di Dorian, flussi di magia cominciarono a danzare nell'aria come piccole lucciole, come cento ragni che tessevano ragnatele scintillanti, arazzi di luce. Questa fu la parte che impressionò i due uomini. In teoria, qualsiasi mago era in
grado di curarsi ma, per qualche ragione, anche sanare la più piccola ferita non solo tendeva a non funzionare bene ma anche a risultare intensamente penoso. Era come se il paziente dovesse soffrire tutto in una volta il dolore, il disagio, l'irritazione e il prurito che la ferita gli avrebbe provocato nel normale tempo di guarigione. Se un mago guariva qualcun altro, poteva farlo cadere in uno stato di torpore. Quando guariva se stesso, il torpore poteva condurlo a imprevedibili errori e alla morte. Le maghe, invece, non avevano di questi problemi. Per loro curarsi era normale prassi. «Sei incredibile», disse Solon. «Come fai?» «È solo questione di concentrazione», rispose Dorian. «Ho fatto molta pratica». Sorrise e scrollò le braccia, come se volesse togliersi di dosso la stanchezza, e di colpo il suo volto si rianimò e tornò in sé, cosa che ormai accadeva sempre più raramente. Solon sembrava affranto. La follia di Dorian era irreversibile. Sarebbe aumentata finché non fosse diventato un idiota farfugliante che dormiva all'aperto o dentro i fienili. Avrebbe perso qualsiasi contatto con la realtà, conservando solo un paio di momenti di lucidità all'anno. A volte, in quei momenti si sarebbe ritrovato da solo, senza nessuno nei paraggi a ricordargli cosa aveva imparato. «Smettila», disse Dorian a Solon. «Ho appena avuto una rivelazione». Lo disse con un sorrisetto compiaciuto, sottolineando che si era trattato realmente di una rivelazione. «Stiamo andando nella direzione sbagliata. O almeno tu», disse indicando Feir. «Devi seguire Curoch a sud, fino a Ceura». «Cosa vuoi dire?», domandò Feir. «Credevo che tutti stessimo seguendo la spada. A ogni modo, il mio posto è accanto a te». «Solon, tu e io dobbiamo andare a nord, a Screaming Winds», disse Dorian. «Aspetta», insistette Feir. Ma gli occhi di Dorian erano di nuovo vitrei. Era perduto. «Magnifico», commentò Feir. «Proprio magnifico. Scommetto che l'ha fatto apposta».
Capitolo 4 Era passata la mezzanotte
quando Jarl li raggiunse alla casupola dei Cromwyll. Era in ritardo di più di un'ora. La madre adottiva di Elene si era addormentata nella stanza da letto comune, perciò Kylar, Elene e Uly erano seduti in attesa nella stanza sul davanti della casa. Uly era crollata dal sonno, appoggiata contro Kylar, ma si svegliò di soprassalto, terrorizzata, appena Jarl fece il suo ingresso.
In quale avventura sto trascinando questa ragazzina?, pensò Kylar.
Ma si limitò a darle una stretta rassicurante, e appena la piccola si riscosse completamente dal torpore del sonno, si calmò, imbarazzata. «Scusate», disse Jarl. «I pallidi stanno... punendo i Cunicoli per il tentato assassinio. Volevo tornare a controllare alcune cose, ma hanno chiuso i ponti. Oggi non c'è mazzetta che tenga». Kylar pensò che Jarl stesse evitando i dettagli perché c'era Uly nella stanza ma, considerando quanto già fosse disastrosa la situazione nei Cunicoli prima del tentato assassinio, riusciva a stento a immaginare come dovesse essere quella notte. Si domandò quanto sarebbe peggiorata se il Re Divino fosse stato davvero ucciso. La violenza genera violenza. «Significa che l'incarico è annullato?», chiese, così Elene e Uly non avrebbero fatto altre domande sui Cunicoli. «È ancora valido», rispose Jarl. Porse una borsa a Elene. Sembrava stranamente leggera. «Mi sono preso la libertà di corrompere le guardie del cancello con debito anticipo. Il prezzo è già salito, e vi garantisco che domani salirà ancora. Hai tu la lista degli orari in cui le guardie corrotte saranno di turno questa settimana?». Jarl aprì un involto e tirò fuori una tunica color panna, calzoni e alti stivali neri. «L'ho memorizzata», confermò Kylar. «Senti», intervenne Elene, «so che Kylar è abituato a eseguire incarichi senza sapere cosa sta per fare e perché lo deve fare, ma io
ho bisogno di capire. Per quale motivo qualcuno ha pagato cinquecento gunder perché Kylar finga di morire? È una fortuna!». «Non per un duca khalidoriano. È il meglio che sono riuscito a mettere insieme», disse Jarl. «I duchi di Khalidor non sono come i nostri duchi, perché la nobiltà di Khalidor è sempre inferiore ai Meister. Ma i Meister hanno ancora bisogno di gente che tenga a bada i contadini e così via; così il duca Vargun è ricco, ma ha dovuto lottare per procurarsi ogni briciola del suo potere. È arrivato a Cenaria sperando di far carriera, ma la posizione che pensava di occupare - il comando della guardia reale di Cenaria - è stata assegnata al Tenente Hurin Gher, oggi comandante Gher». «Per corromperlo affinché conducesse i nobili di Cenaria in un'imboscata durante il colpo, il traditore», concluse Kylar. «Esatto. Una mattina alla settimana, il comandante Gher si reca al pontile con alcuni dei suoi uomini più fidati fingendo di pattugliare l'area, ma in realtà per ricevere le mazzette del Sa'kagé. Questa mattina andrà e vedrà il suo rivale, il duca Vargun, compiere l'omicidio di un nobile cenariano minore, il barone Kirof. Il comandante Gher sarà ben contento di arrestare il duca. Nel giro di alcuni giorni o settimane, il "defunto" barone Kirof ricomparirà. Il comandante Gher verrà screditato per aver arrestato un duca senza alcuna ragione e, con tutta probabilità, il duca Vargun prenderà il suo posto. Parecchie cose potrebbero non andare per il verso giusto, ed è per questo che Kylar riceverà soltanto cinquecento gunder». «Sembra terribilmente complicato», osservò Elene. «Fidati di me», replicò Jarl, «se si tratta di politica khalidoriana, non c'è niente di più semplice». «In che modo il Sa'kagé volgerà la faccenda a suo vantaggio?», volle sapere Kylar. Jarl fece un largo sorriso. «Abbiamo tentato di acciuffare il barone Kirof, ma a quanto pare il duca non è tanto stupido. Kirof è già sparito». «Il Sa'kagé avrebbe rapito il barone Kirof? Perché?», domandò Elene.
Rispose Kylar: «Se il Sa'kagé acciuffasse Kirof, potrebbe ricattare il comandante Gher. E Gher saprebbe che nel momento in cui Kirof ricomparirà, sarebbe spacciato, così il Sa'kagé l'avrebbe in pugno». «Sapete», disse Elene, «a volte cerco di immaginare come sarebbe questa città senza il Sa'kagé, e non ci riesco. Voglio andare via di qui, Kylar. Posso venire con voi, questa notte?» «Non c'è spazio sufficiente per un adulto», rispose per lui Jarl. «A ogni modo, saranno di ritorno all'alba. Uly? Kylar? Siete pronti?». Kylar annuì e Uly, scura in volto, lo imitò. Due ore dopo erano al punto di approdo, in procinto di separarsi. Uly si sarebbe nascosta sotto il pontile su una zattera, camuffata per sembrare un mucchio di legname portato dalla corrente. Appena Kylar fosse caduto in acqua, gli avrebbe allungato una pertica a cui aggrapparsi, per riemergere lontano da sguardi indiscreti. Nella piccola zattera, ci sarebbe stato spazio a malapena sufficiente per far accovacciare Uly e lasciar affiorare la testa di Kylar. Dopo, il "mucchio di legname" avrebbe ripreso la corrente, scendendo di un centinaio di metri a valle verso un altro pontile, dove i due complici sarebbero riemersi. «E se va tutto male? Cioè, proprio male?», domandò Uly. Il freddo della notte le aveva arrossato le guance, facendola apparire ancora più bambina. «Allora di' a Elene che mi dispiace». Kylar sfiorò la tunica color panna. Gli tremavano le mani. «Kylar, ho paura». «Uly», disse, guardandola nei grandi occhi castani. «Volevo dirti... cioè, vorrei...». Distolse lo sguardo. «Oh, vorrei che non mi chiamassi con il mio vero nome durante un lavoro». Le diede un buffetto sulla testa; un gesto che Uly non sopportava. «Come ti sembro?» «Proprio come il barone Kirof... se ti guardo di sbieco». Questa era la reazione al buffetto sulla testa, si disse Kylar. «Ti ho mai detto che sei una rompiscatole?», la rimbeccò. La ragazzina si limitò a sorridere.
Nel giro di poche ore, il pontile avrebbe brulicato di scaricatori e marinai che approntavano le navi mercantili in attesa del sorgere del sole. Per il momento, però, l'unico rumore era lo sciabordio delle onde. La guardia notturna del porto era stata comprata, ma il timore più grande veniva dai drappelli di soldati khalidoriani che avrebbero potuto spingersi fino al pontile, assetati di sangue. Grazie al cielo, sembrava che quella notte preferissero i Cunicoli. «Bene, allora ci vediamo dall'altra parte», le disse con un sorrisetto furbo. Non era la cosa giusta da dire in quel momento. Gli occhi di Uly si riempirono di lacrime. «Su», le disse dolcemente. «Non mi succederà niente». La ragazzina si allontanò e, appena fu al sicuro fuori dal campo visivo, il volto cominciò a brillare. Sul viso giovane e asciutto di Kylar si aggiunse un doppio mento, spuntò una barba rossa in stile khalidoriano, il naso si fece adunco, le sopracciglia s'infoltirono. Adesso sì che era il barone Kirof. Tirò fuori uno specchietto e controllò il risultato. Corrugò la fronte: il naso finto si contrasse leggermente. Aprì la bocca, sorrise, s'incupì, sbatté le palpebre, esaminando i movimenti del volto. Non era perfetto, ma avrebbe dovuto accontentarsi. Uly avrebbe potuto aiutarlo nei dettagli, ma meno sapeva dei suoi piccoli talenti, meglio era per lei. Si avviò lungo il pontile. «Per gli dèi», disse il duca Tenser Vargun vedendolo avvicinarsi. «Siete proprio voi?». Il duca appariva pallido e sudaticcio, persino alla luce delle torce in fondo al molo. «Duca Vargun, ho ricevuto il vostro messaggio», disse Kylar ad alta voce, allungando la mano per afferrare il polso del duca. Poi abbassò la voce. «Andrà tutto bene. Fate tutto secondo i piani». «Vi ringrazio, barone Kirof», disse il duca, con enfasi teatrale. Abbassò la voce. «Allora voi siete l'attore». «Sì. E non vorrei perdere il lavoro». «Non ho mai ucciso nessuno prima d'ora». «Assicuriamoci che dobbiate cominciare proprio questa sera», replicò Kylar. Guardò il pugnale coperto di gemme infilato nella cintura del duca. Era un ricordo di famiglia, e la sua inspiegabile perdita sarebbe stata una prova che il duca aveva realmente ucciso il
barone Kirof. «Se lo fate, finirete in prigione, e non in una delle migliori. Possiamo rinunciare». Mentre parlava, Kylar agitava le mani come faceva il vero barone Kirof quando era nervoso. «No, no». Dal tono, sembrava quasi che il duca volesse convincere se stesso. «Lo avete mai fatto prima d'ora?» «Incastrare qualcuno spacciandomi per qualcun altro? Certo. Fingere di essere ucciso? Non spesso». «Non vi preoccupate», disse il duca. «Io...». Gli occhi di Tenser si spostarono per un istante sullo sfondo e la voce tradì una nota di tensione. «Sono qui». Kylar si allontanò di scatto dal duca, come scosso da un sussulto. «È forse una minaccia?», sbraitò. Era solo una discreta imitazione della voce del barone, ma il sangue copre una moltitudine di finti peccati. Il duca lo afferrò per un braccio. «Farete come vi dico!». «Ah sì? Il Re Divino ne sarà informato». Ormai avevano decisamente attirato l'attenzione delle guardie. «Non direte nulla!». Kylar si liberò il braccio con uno strattone. «Non siete abbastanza scaltro da prendervi il trono, duca Vargun. Siete un codardo, e...». Abbassò di colpo la voce. «Una sola pugnalata. La sacca piena di sangue è proprio sopra il mio cuore. Io farò tutto il resto». Contorse il volto del barone Kirof in una smorfia sprezzante e si girò per allontanarsi. Il duca lo prese di nuovo per un braccio e lo strattonò indietro con violenza. Con una mossa furente, Vargun conficcò la lama - non nella vescica di pecora piena di sangue, ma nello stomaco di Kylar. Lo pugnalò una, due volte, e poi ancora, e ancora. Barcollando indietro, Kylar abbassò gli occhi sulla tunica di seta color panna, gocciolante di liquido rosso cupo. Le mani di Tenser erano coperte di sangue e chiazze rosse punteggiavano il blu del suo mantello. «Che state facendo?», farfugliò Kylar con voce strozzata, sentendo appena il vento sibilare alla fine del pontile. Ondeggiò, aggrappandosi al parapetto per non crollare a terra.
Madido di sudore, con le ciocche dei capelli neri che penzolavano inerti, Tenser lo ignorò. Ogni traccia del nobile incerto e balbettante di un minuto prima era scomparsa. Agguantò Kylar per i capelli. Per lui, fu una presa fortunata. Pochi centimetri più avanti, e avrebbe distrutto il volto illusorio assunto da Kylar. Mentre un rumore di passi rimbombava lungo il molo, il duca Vargun lasciò cadere Kylar in ginocchio. Attraverso il velo di dolore che gli appannava gli occhi, Kylar vide il comandante Gher precipitarsi nella sua direzione con la spada sguainata e due guardie al seguito. Il duca Vargun incise la gola di Kylar con la lama, facendo zampillare il sangue. Poi, con la stessa delicatezza con cui un taglialegna pianta la scure nel ceppo dopo aver finito il proprio lavoro, Vargun conficcò il pugnale nella spalla di Kylar. «Fermo! Fermo o morirete!», ruggì il comandante Gher. Il duca Vargun puntò lo stivale di pelle di vitello contro la spalla di Kylar e sorrise. Con una spinta, lo fece cadere oltre il molo, nelle acque del fiume. L'acqua era talmente gelida che Kylar precipitò in uno stato di torpore - o forse era per tutto il sangue che aveva perso. Prima di sprofondare in acqua aveva inspirato profondamente, ma uno dei polmoni non voleva cooperare. Dopo pochi istanti l'aria gorgogliò fuori dalla bocca, e - in modo sconcertante - dalla gola. Poi fu solo tormento, mentre l'acqua densa e scura del Plith gli riempiva il naso. Si dibatté debolmente, ma solo per un istante. Poi discese la calma. Il suo corpo dolorante divenne solo un lontano pulsare. Qualcosa lo urtò, e Kylar allungò istintivamente la mano per afferrarla. Doveva aggrapparsi. C'era qualcosa che doveva ricordare riguardo a una pertica. Ma non seppe dire se la sua mano si fosse mossa o meno. Il mondo non divenne buio, non sbiadì nelle tenebre. Un intenso biancore riempì il suo campo visivo, mentre il cervello soffriva per la mancanza di sangue. Qualcosa lo urtò ancora. Desiderò che lo lasciasse in pace. L'acqua era calda, lo avvolse una nuvola di quiete.
Il duca Tenser Vargun distolse a malincuore gli occhi dal fiume sterile e alzò le mani. Si girò lentamente e disse: «Sono disarmato. Mi arrendo». Non riuscì a trattenere un sorriso. «E buonasera a voi,
comandante».
Capitolo 5 Il Re Divino mi scorticherà viva o mi fotterà? Vi Sovari era seduta nella sala di ricevimento fuori della sala del trono del castello di Cenaria, sforzandosi di captare qualche parola del sovrano mentre giocherellava con la guardia che non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Qualsiasi cosa avesse potuto sapere circa il motivo per cui era stata convocata, avrebbe potuto salvarle la vita. Il suo maestro, Hu Gibbet, aveva appena fatto entrare il duca Tenser Vargun - uno dei nobili khalidoriani intervenuti per favorire l'assorbimento di Cenaria nell'impero khalidoriano. A quanto pareva, il duca aveva assassinato un nobile cenariano. Doveva costituire un problema non indifferente per il re che si atteggiava a dio. Tenser Vargun era un fedele vassallo, ma mostrarsi indulgente nei suoi confronti avrebbe avuto gravi conseguenze. I nobili cenariani che si erano sottomessi a Garoth, e a cui era stato concesso di conservare almeno porzioni delle loro terre, avrebbero potuto ritrovare il coraggio e ribellarsi. I nobili cenariani che si erano dati alla macchia avrebbero avuto un'ulteriore prova della brutalità khalidoriana come pretesto per radunare altri proseliti sotto i loro stendardi.
Ma perché Mastro Gibbet è qui? Hu aveva assunto quell'aria di
saccente autocompiacimento che Vi conosceva fin troppo bene.
Accavallò le gambe per catturare di nuovo l'attenzione della guardia. In termini di lotta - i termini che le aveva insegnato Hu Gibbet - si trattava di una finta. Se muoveva le gambe attirava la sua attenzione, se girava la testa di lato gli dava sicurezza, se si protendeva in avanti gli offriva una veduta panoramica. Non osava invocare un incantesimo a pochi passi dal Re Divino, ma così andava bene. L'incavo fra i seni possedeva una magia tutta sua. Portava un vestito azzurro attillato, talmente leggero da risultare quasi trasparente. Aveva spiegato chiaramente a Mastro Piccun come desiderava l'abito, così il sarto lo aveva realizzato in modo sobrio niente ricami, tranne una traccia dell'antico stile runico khalidoriano
intorno all'orlo e ai polsi, un'iscrizione da un antico poema erotico. Niente pizzi né fronzoli, solo linee pulite e curve. Mastro Piccun era un mandrillo incallito, e questo era l'unico vestito che aveva ritenuto adatto per presentarsi davanti al Re Divino. «Quell'uomo ha dozzine di mogli», aveva sottolineato il sarto con aria sdegnata. «Lascia che quelle vacche parlino con la seta. Tu canterai le dolci melodie della carne». Se la guardia era come la maggior parte degli uomini, l'avrebbe fissata da due a quattro secondi, controllato bene che nessuno avesse notato il suo sguardo interessato, e poi l'avrebbe fissata ancora. Il trucco era... adesso. Vi alzò di colpo gli occhi e incontrò quelli della guardia, proprio mentre si stavano posando di nuovo su di lei. Lo inchiodò al muro con l'intensità dello sguardo. Colto in flagrante, l'uomo arrossì e, prima che potesse nascondere l'imbarazzo dietro una maschera di impudenza o distogliendo lo sguardo, Vi si alzò e avanzò verso di lui. Era khalidoriano, naturalmente, quindi la donna si regolò di conseguenza. La percezione che i Khalidoriani avevano del loro spazio vitale non era così ampia come quella dei Cenariani. Bucare la bolla del suo spazio personale, con tutte le implicazioni del momento, significava andargli talmente vicino da fargli sentire non solo il suo profumo, ma anche il suo respiro. Lo tenne inchiodato con lo sguardo per un altro secondo, finché non vide che l'uomo stava per dire qualcosa. «Scusate», disse, sempre guardandolo intensamente negli occhi. «Posso sedermi qui?» «Io non vi stavo fissando... voglio dire...». Si sedette sulla sedia della guardia, a pochi centimetri dalla porta, le spalle protese in avanti, il viso sollevato, l'espressione angelica. I capelli biondi erano tirati su con tale cura che le trecce finemente elaborate non oscuravano la veduta. La tentazione era troppo forte. Gli occhi della guardia si spostarono di poco, scivolando sulla scollatura per una frazione di secondo per poi tornare di colpo a guardare il suo viso. «Prego?»,
disse Vi accennando un sorriso che gli fece capire: sì, se n'è accorta e no, non le dispiace. La guardia si schiarì la gola. «Io, be', non credo che sia un problema», farfugliò. Vi si dimenticò di lui all'istante e si mise in ascolto. «...non può andare direttamente al Buco, questo vanificherebbe lo scopo», disse una voce tenorile. Doveva essere il duca Vargun. Ma sembrava sicuro di sé.
Cosa? Come può essere sicuro di sé? Vi sentì la risposta del suo maestro, ma non riuscì a capirne il senso. Poi parlò il Re Divino, ma Vi riuscì a cogliere soltanto «...celle comuni finché il processo... Poi il Buco...». «Sì, Vostra Santità», disse il duca Vargun. Vi provò un senso di vertigine. Qualsiasi cosa stessero tramando, il tono del duca khalidoriano non era certo quello di un prigioniero che domanda un atto di clemenza. Suonava più come quello di un fedele vassallo, che sta perseguendo un alto scopo con una ricompensa che lo attende a missione compiuta. La donna non ebbe tempo di mettere insieme i vari tasselli prima che le porte si aprissero e il suo maestro conducesse fuori il duca Vargun. Contrariamente a quanto aveva appena udito, il duca appariva esausto, sia fisicamente che mentalmente, i vestiti sporchi e in disordine, gli occhi incollati al pavimento. Hu Gibbet la guardò mentre le passavano accanto. Il sicario aveva dei lineamenti talmente delicati che non si poteva definire attraente. Con i sottili capelli biondi che gli ricadevano sulle spalle, gli occhi grandi, e un fisico scultoreo, era ancora splendido nonostante avesse passato da qualche anno la trentina. Le rivolse il suo solito sorriso infido e le disse: «Ora il Re Divino ti riceverà». Vi sentì un brivido correrle lungo la schiena, ma si alzò in piedi ed entrò nella sala del trono. In quella stessa sala, il defunto re Gunder l'aveva assoldata per uccidere Kylar Stern. Mentre lei era apprendista di Hu Gibbet, Kylar faceva altrettanto con l'altro grande sicario della città, Durzo Blint, che era più rispettato, egualmente temuto e meno
vituperato del suo maestro. L'uccisione di Kylar avrebbe dovuto essere il capolavoro di Vi, il coronamento del suo apprendistato. Avrebbe significato libertà, il suo affrancamento da Hu. Ma aveva eseguito un lavoro maldestro e più tardi, quello stesso giorno, qualcuno chiamato l'Angelo della Notte aveva ucciso trenta Khalidoriani, cinque stregoni e il figlio del Re Divino. Vi pensò di essere l'unica a sospettare che l'Angelo della Notte fosse proprio Kylar. Per Nysos! Kylar è entrato nella leggenda lo stesso giorno che
l'ho avuto sotto la mia lama. Avrei potuto bloccare la leggenda sul nascere. Non c'erano più tracce della battaglia. La sala del trono era stata mondata del sangue e del fuoco e della magia, ed era tornata come nuova. Su ogni lato, sette colonne sostenevano il soffitto a volta, e spessi arazzi khalidoriani drappeggiavano le pareti per respingere il freddo autunnale. Il Re Divino sedeva sul trono, circondato da guardie, Vürdmeister nelle loro vesti rosse e nere, consiglieri e servitori. Vi si aspettava quella convocazione, ma non aveva idea del motivo. Il Re Divino sapeva che Kylar era l'Angelo della Notte? Doveva essere punita per aver permesso che il figlio del Re Divino morisse? Forse quell'uomo con dozzine di mogli voleva scopare con un'altra graziosa fanciulla? Oppure era semplicemente curioso di conoscere l'unico sicario donna della città? «Pensi di essere un tipo in gamba, Viridiana Sovari?», le domandò il Re Divino. Garoth Ursuul era più giovane di quanto avesse pensato, forse sui cinquanta, e ancora nel pieno delle forze. Aveva corpo e braccia possenti, il cranio liscio come un uovo, e due occhi che si posarono su di lei con la gravità di una mola da macina. «Perdonatemi, Vostra Santità», si accinse a porgli una domanda, poi cambiò idea. «Sì. E chiamatemi Vi». Le fece cenno di avvicinarsi; la donna salì i quattordici gradini fermandosi direttamente davanti al trono. Il sovrano la squadrò, non furtivamente come facevano spesso gli uomini, né con ardore o impudenza. Garoth Ursuul la esaminò come se fosse un mucchio di grano e stesse cercando di indovinarne il peso.
«Togliti il vestito», le ingiunse. L'inflessione della voce non le lasciò intuire nulla. Poteva usare lo stesso tono per esprimere un commento sul tempo. Voleva che lo seducesse? Non le importava se Garoth Ursuul volesse scoparla ma, in quel caso, si ripromise di concedergli una pessima prestazione. Diventare l'amante del Re Divino era troppo pericoloso. Sin dalla pubertà aveva scaldato il letto di un mostro e non aspirava certo a far carriera in quel campo. Comunque, dio o re o mostro, Garoth Ursuul non era certo uno a cui potevi opporre resistenza. Così Vi ubbidì senza discutere. Dopo due secondi, l'abito di Mastro Piccun scivolava sul pavimento. Non indossava biancheria intima, e aveva messo del profumo nell'incavo delle ginocchia. Non avrebbe potuto eseguire l'ordine con maggior solerzia: il re non avrebbe potuto fargliene una colpa ma, allo stesso tempo, Vi sapeva che una totale e improvvisa nudità non era nemmeno lontanamente eccitante quanto un lento spogliarello o l'eccitante visione del pizzo sulla pelle. Ursuul pensasse pure che fosse una scadente seduttrice o una donna sciatta. Pensasse pure quel che voleva, purché lo facesse a debita distanza. Inoltre, non avrebbe dato a nessun uomo la soddisfazione di vederla arrendersi. Vi sentiva gli occhi di ogni cortigiano, consigliere, Vürdmeister, servitore e guardia fissi su di lei. Non le importava. La nudità era la sua armatura. Abbagliava quegli idioti sbavanti. Finché guardavano il suo corpo, non riuscivano a vedere altro. Garoth Ursuul la squadrò di nuovo, con la stessa distaccata meticolosità. «Non hai nulla di divertente da offrire», concluse il Re Divino. «Sei già una puttana». Per qualche ragione, dette da quell'uomo orrendo, quelle parole la punsero sul vivo. Rimase nuda di fronte al sovrano, che aveva perso ogni interesse nei suoi confronti. In fondo era quel che voleva, ma le fece male. «Tutte le donne sono puttane», replicò. «Che vendano i loro corpi, o i loro sorrisi, o il loro fascino, o i loro anni fertili sottomettendosi a un uomo. È il mondo a rendere ogni donna una puttana, ma è la donna a stabilire le proprie condizioni. Vostra Santità».
Il re parve divertito da questo inaspettato ardire, ma non per molto. «Credevi che non mi sarei accorto di quel che hai fatto con la guardia? Credevi di poter ascoltare di nascosto me?» «Certamente», ribatté Vi, ma adesso la sua impertinenza era solo una farsa. Mi ha vista? Attraverso il muro? Sapeva che doveva tenersi aggrappata alla propria spavalderia, o si sarebbe sciolta sul pavimento. Se volevi vincere un confronto con il Re Divino, dovevi comportarti come se disprezzassi la vita. Ma aveva saputo di giocatori d'azzardo che avevano perso la partita. Il Re Divino ridacchiò, subito imitato dai membri della corte. «Certamente», ripeté. «Mi piaci, chiacchierona. Per oggi non ti ucciderò. Non sono molte le donne disposte a polemizzare con un re, tanto meno con un dio». «Non sono come tutte le donne che avete conosciuto», disse Vi prima di riuscire a frenare la lingua. Il sorriso sul volto di Garoth si spense. «Ti dai fin troppo credito. Per questo, ti spezzerò, ma non oggi. Il tuo Sa'kagé ci sta creando dei problemi. Vai dai tuoi amichetti dei bassifondi e scopri chi è il vero Shinga. Non il prestanome. Trova quello vero, e uccidilo». Per la prima volta, Vi si sentì nuda. La sua armatura vacillò. Dio o uomo, Garoth Ursuul possedeva una colossale baldanza. Le aveva detto che l'avrebbe spezzata, ma non gli era nemmeno Passato per la mente che lei potesse disobbedirgli. Non era un bluff. Non era arroganza. Era il semplice esercizio delle prerogative di uno sconfinato potere. I cortigiani la puntavano come i cani che aspettano sotto la tavola del re, speranzosi in un succulento bocconcino. Vi si chiese se il Re Divino l'avrebbe data a uno di loro o a tutti. «Sai», disse il re, «di avere sangue di stregone nelle vene? Come dicono i meridionali, hai Talento. Ecco il tuo incentivo. Se uccidi questo Shinga, lo considereremo il tuo capolavoro, e non solo sarai un maestro sicario, ma ti addestrerò io in persona. Ti concederò molto più potere di quel che Hu Gibbet potrebbe mai immaginare. Potere su di lui, se lo desideri. Ma se mi deludi... bene». Stirò le labbra in un sorriso. «Non mi deludere. E adesso vattene».
Se ne andò, con il cuore che batteva all'impazzata. Il successo della missione significava tradire il suo mondo. Tradire il Sa'kagé cenariano, la malavita più temuta in tutto il Midcyru! Significava uccidere il loro capo per una ricompensa che non era certa di ottenere. Essere addestrata a diventare stregone dal Re Divino in persona? Anche mentre Garoth parlava, Vi si era figurata le singole parole come ragnatele, che la immobilizzavano sempre più saldamente tra le sue grinfie. Era quasi palpabile, un sortilegio che la intrappolava come una rete, sfidandola a divincolarsi. Provò un senso di nausea. Non aveva altra possibilità che obbedire. Per quanto fosse doloroso il successo, il fallimento non costituiva un'alternativa. Aveva sentito le storie che circolavano. «Vi!», la richiamò il Re Divino. Si fermò prima di raggiungere la porta, scossa da un brivido d'orrore nel sentire pronunciare il proprio nome. Ma il Re Divino stava sorridendo. Adesso i suoi occhi le sfiorarono il corpo come quelli di un qualsiasi uomo. Qualcosa balenò come un'ombra nella sua direzione e Vi, di riflesso, afferrò la stoffa materializzatasi dal nulla. «Prendi il tuo vestito», le disse.
Capitolo 6 «Mi sento come se avessi respirato
segatura per una
settimana», disse Kylar. «Acqua di fiume. Cinque minuti», replicò Uly. Concisa. Stizzita. Kylar si sforzò di aprire gli occhi, ma quando ci riuscì non vide nulla. «Così mi hai tirato fuori tu. Dove siamo, Uly?» «Inspira». Uly faceva la dura: voleva dire che era spaventata a morte. È così che reagiscono le bambine? Ispirò a metà, ma il tanfo lo fece tossire. Erano nella rimessa delle barche di Momma K lungo il Plith. «Non c'è niente come acqua di scolo calda in una notte fredda, eh?», ironizzò Uly. Kylar si girò dall'altra parte. «Pensavo che fosse il tuo fiato». «Che ha un odore buono quanto il tuo aspetto», ribatté. «Dovresti essere un po' più rispettosa». «Dovresti essere morto. Dormi». «Pensi che sia carino fare la dispotica arrogante?» «Che c'entra la pertica rotolante? Devi riposare e basta». Kylar rise e sussultò per il dolore. «Vedi?», disse Uly. «Hai preso il pugnale?» «Quale pugnale?». Kylar la afferrò per la tunica. «Ah, quello? Ho dovuto usare un piede di porco per sfilartelo dalla spalla», disse. Non c'era da stupirsi che la spalla gli dolesse in quel modo. Non aveva mai visto Uly così boriosa e loquace. Se avesse calcato troppo la mano, sarebbe scoppiata in lacrime. Una cosa era sentirsi una sciocca, un'altra sentirsi una sciocca impotente. «Per quanto tempo sono stato... incosciente?»
«Un giorno e una notte». Imprecò sotto voce. Era la seconda volta che Uly lo aveva visto cadere sotto i colpi di un assassino, il suo corpo mutilato. Se aveva un'incrollabile convinzione che Kylar sarebbe tornato, ne era felice. Glielo aveva promesso, ma senza averne la certezza. Tutto quel che sapeva era che, ancora una volta, era tornato. Il Lupo, quello strano uomo dagli occhi gialli che aveva incontrato in un luogo tra la vita e la morte, non gli aveva fatto alcuna promessa. A dire il vero, questa volta Kylar non l'aveva incontrato affatto. Aveva sperato di potergli fare qualche domanda, tipo quante vite aveva a disposizione. E se fossero state solo due? «Ed Elene?», volle sapere. «È andata a prendere il carro. Le guardie che Jarl ha pagato sono di turno solo per un'altra ora». Elene era andata da sola a prendere il carro? Kylar era così stanco. Avrebbe giurato che Uly fosse di nuovo sul punto di scoppiare in lacrime. Che razza di uomo era per coinvolgere una ragazzina in piani del genere? Non era un surrogato di padre per lei, ma gli piaceva pensare che fosse meglio di niente. «Dovresti dormire», ripeté Uly, facendo del proprio meglio per usare di nuovo un tono brusco. «Bada che...». Era talmente dolorante che non riuscì a completare il pensiero, tanto meno la frase. «Mi prenderò cura di te, stai tranquillo», volle rassicurarlo la bambina. «Uly?» «Sì ? » «Hai fatto un ottimo lavoro. Un magnifico lavoro. Ti sono debitore. Grazie. E scusami». Kylar riuscì quasi a sentire la dolcezza e il calore che riempirono l'aria intorno alla piccola. Gemette. Avrebbe voluto dire qualcosa di formidabile e spiritoso come avrebbe fatto Durzo ma, prima di pronunciare un'altra parola, era crollato nel sonno.
Capitolo 7 A mezzogiorno,
quando Kaldrosa Wyn si accodò alla fila dietro la Taverna delle Lucciole, c'erano già duecento donne in attesa dietro al bordello. Due ore dopo, quando la fila cominciò a muoversi, il numero si era triplicato. Le donne formavano un gruppo eterogeneo tipico dei Cunicoli, da ratti delle gang di soli dieci anni, consapevoli che Momma K non le avrebbe mai assunte ma troppo disperate per non provarci, a donne che avevano vissuto nel ricco settore orientale fino a un mese prima, ma avevano perso le loro case negli incendi e si erano ammassate nei Cunicoli. Alcune di loro erano in lacrime. Altre si stringevano addosso gli scialli con espressione assente. E alcune erano Conigli di lunga data, che ridevano e scherzavano fra loro. Lavorare per Momma K era l'ingaggio più sicuro che potesse ottenere una prostituta. Si scambiavano aneddoti sul trattamento che la Signora dei Piaceri riservava alla nuova clientela khalidoriana. Alcune sostenevano che se qualche pervertito ti faceva male, doveva sborsarti monete d'argento sufficienti a coprire i lividi. Un'altra dichiarò che si trattava addirittura di corone, ma nessuna le credette. Quando la duchessa Terah Graesin - il vecchio duca suo padre era stato ucciso durante il colpo - aveva guidato la resistenza fuori della città, i suoi seguaci avevano incendiato tutte le loro abitazioni e i negozi. Gli incendi, naturalmente, non si erano sopiti dopo aver divorato le proprietà che erano state abbandonate. Migliaia di persone in città erano rimaste senza casa. La situazione era ancora più difficile nei Cunicoli, dove i poveri vivevano stipati come bestiame. Ne erano morti a centinaia. Gli incendi erano divampati per giorni. I Khalidoriani volevano produttiva il prima possibile. considerati d'impaccio, così i Cunicoli. Nobili e artigiani
che la zona orientale diventasse Quanti non avevano un tetto furono soldati li obbligarono a trasferirsi nei sfrattati si disperarono, ma la loro
disperazione non servì a cambiare la situazione. Essere costretti a spostarsi nei Cunicoli equivaleva a una sentenza di morte. Per tutto il mese precedente, il Re Divino aveva permesso ai suoi soldati di fare nei Cunicoli qualunque cosa volessero. Gli uomini calarono a frotte per saziare qualsiasi abietto desiderio li solleticasse. Intonando quella dannata preghiera a Khali, stuprarono, uccisero, rubarono i miseri averi dei Conigli solo per gettarli nel fiume e ridere alle loro spalle. Sembrava che non potesse andare peggio di così ma, dopo il tentato assassinio, la situazione arrivò a toccare il fondo. I Khalidoriani avevano passato meticolosamente al setaccio i Cunicoli, un intricato isolato dopo l'altro. Avevano costretto le madri a scegliere quale dei figli tenere in vita e a passare gli altri a fil di spada. Le donne erano state violentate davanti agli occhi dei familiari. Gli stregoni avevano improvvisato macabri giochetti, facendo saltare via parti del corpo. Se qualcuno opponeva resistenza, rastrellavano il quartiere e giustiziavano pubblicamente dozzine di abitanti. Erano girate voci sull'esistenza di nascondigli sicuri nel sottosuolo dei Cunicoli, ma solo le persone bene ammanigliate con il Sa'kagé potevano accedervi. Tutti avevano un posto dove rintanarsi, ma i soldati arrivavano ogni notte e a volte anche durante il giorno. Era solo una questione di tempo, ma prima o poi sarebbe toccata a tutti la stessa sorte. La bellezza era diventata una maledizione. Molte delle donne che avevano amanti o mariti o persino fratelli protettivi, li avevano persi. Resistenza era sinonimo di morte. Così le donne facevano la fila fuori dei bordelli di Momma K perché erano gli unici posti sicuri nei Cunicoli. Se dovevi finire stuprata, concludevano molte di loro, che almeno ti pagassero. A quanto pareva i bordelli facevano ancora buoni affari. Ad alcuni Khalidoriani non piaceva arrischiarsi dentro i Cunicoli. Altri volevano semplicemente essere sicuri di portarsi a letto una donna bella e pulita. Tuttavia, i bordelli già non disponevano più di molti posti vacanti - e se qualcuno ne aveva ancora, nessuno voleva appurare perché. Kaldrosa aveva rinviato la decisione finché aveva potuto: non era così che dovevano andare le cose. Quel Vürdmeister, Neph Dada,
l'aveva ingaggiata specificamente perché era un'ex pirata sethi che era stata abbandonata anni prima nei Cunicoli. Erano dieci anni che non navigava - e non era mai stata un capitano, nonostante quel che le aveva detto il Vürdmeister. Ma era una Sethi, e aveva assicurato di saper pilotare una nave khalidoriana attraverso l'Arcipelago dei Contrabbandieri fino al fiume Plith e al castello. Come compenso, avrebbe tenuto la nave. Era sembrato un prezzo adeguato per un lavoretto sgradevole. Kaldrosa Wyn non era leale a Cenaria, ma lavorare per i Khalidoriani era sufficiente a far accapponare la pelle a chiunque. Magari avrebbero anche tenuto fede alla loro parte nell'accordo lasciarle quella vacca di mare di una chiatta che non valeva i chiodi che la tenevano insieme. Magari sarebbe anche riuscita a rimediare un equipaggio. Solo che un bastardo le aveva affondato la nave durante l'invasione. Era riuscita a raggiungere la riva a nuoto, senza poter dire altrettanto dei duecento uomini del clan, vestiti di armatura, che lei stava trasportando e che ormai erano diventati cibo per i pesci. Dopo aver subito quattro stupri e aver visto Tomman ridotto per due volte in fin di vita dalle percosse, si era decisa. «Nome?», le domandò la ragazza alla porta, munita di carta e penna. Doveva avere diciotto anni, una buona decina meno di Kaldrosa, ed era favolosa: capelli perfetti, denti perfetti, gambe lunghe, vitino da vespa, labbra piene, e un profumo dolcemente muschiato che fece ricordare a Kaldrosa quanto dovesse essere sgradevole l'odore che emanava il suo corpo. «Kaldrosa Wyn». «Occupazione o talenti speciali?» «Ero un pirata». La ragazza sollevò la testa dal foglio. «Sethi?». Kaldrosa annuì e la ragazza la indirizzò al piano di sopra. Mezz'ora dopo, Kaldrosa metteva piede in una delle piccole camere da letto.
Anche la donna che trovò lì era giovane e bella. Bionda, piccola ma formosa, con occhi grandi e magnifici indumenti. «Mi chiamo Daydra. Ti sei mai data da fare tra le lenzuola?» «Immagino che non ti riferisci al bucato». Daydra soffocò una risatina, anch'essa graziosa. «Un sagace, eh?». Kaldrosa toccò gli anelli del clan, quattro piccoli cerchi disposti a falce di luna intorno allo zigomo sinistro. «Clan Tetsu, a largo dell'isola Hokkai». Indicò la sua catenella da capitano - l'aveva indossata appena ottenuto il lavoro per Khalidor. Aveva scelto la più raffinata catenella in argento a spina di pesce che potesse permettersi. Pendeva dal lobo dell'orecchio sinistro fino all'anello del clan inferiore. Era un oggetto da capitano mercantile, un capitano mercantile di umili origini. I capitani militari e i capitani pirati più arditi portavano catenelle fissate con un cappio da un lobo all'altro, dietro la testa, per evitare che venissero strappate in battaglia. «Un capitano pirata», disse, «mai catturato. Se ti prendono, finisci impiccato oppure ti tolgono gli anelli e ti spediscono in esilio. Non tutti sono d'accordo su quale delle due sorti sia la peggiore». «Perché hai rinunciato?» «Mi sono imbattuta in un vero cacciatore di pirati sethi alcune ore prima di una tempesta. Le abbiamo date e le abbiamo prese, ma poi la tempesta ci ha spinto contro gli scogli dell'Arcipelago dei Contrabbandieri. Da allora, ho fatto di tutto». Kaldrosa non disse che quel "di tutto" includeva essersi sposata e lavorare per Khalidor. «Fammi vedere i capezzoli». Kaldrosa sciolse i lacci e si divincolò dal busto. «Che io sia dannata», esclamò Daydra. «Molto bene. Credo che sarai perfetta». «Ma voi siete tutte così belle», ribatté Kaldrosa. Per quanto sciocca suonasse la sua protesta, non riusciva a credere che la fortuna stesse volgendo a suo favore. Daydra sorrise. «Dobbiamo essere belle. Tutte le ragazze di Momma K devono esserlo, e tu lo sei. In più, hai una nota esotica.
Guardati. Anelli di clan. Carnagione olivastra. Hai persino i capezzoli abbronzati!». Kaldrosa ringraziò di colpo la propria testardaggine che l'aveva spinta a navigare a seno scoperto per ammaliare i soldati khalidoriani. Si era guadagnata anche una solenne scottatura, ma la pelle si era poi scurita e non aveva ancora perso colore. «Non so come sei riuscita a procurarti un'abbronzatura», disse Daydra, «ma cerca di conservarla, e parla come un pirata. Se vuoi lavorare per Momma K, dovrai essere la ragazza pirata sethi. Hai un marito o un amante?». Kaldrosa esitò. «Marito», ammise. «L'ultima volta lo hanno quasi ammazzato di botte». «Se lavori qui, non devi più vederlo. Un uomo può perdonare una donna che abbandona la prostituzione per lui, ma non perdonerà mai una che si prostituisce per lui». «Ne vale la pena», disse Kaldrosa. «Per salvargli la vita, ne vale la pena». «Un'altra cosa. Perché prima o poi me lo chiederai. Non sappiamo perché i pallidi lo fanno. Ogni nazione ha i suoi pervertiti che si divertono a far male alle prostitute, ma qui è diverso. Alcuni soddisfano prima il loro piacere e ti fanno male dopo, come se si vergognassero. Alcuni non ti fanno alcun male, ma si vantano di averlo fatto e pagano l'ammenda a Momma K senza fiatare. Ripetono sempre le stesse parole. Le hai sentite?». Kaldrosa fece cenno di sì. «Khali vas, roba del genere?» «È antico Khalidoriano, un incantesimo o una preghiera o qualcosa di simile. Non ci badare. Non giustificarli. Sono animali. Ti proteggeremo come meglio potremo, e si guadagna bene, ma dovrai aver a che fare con loro ogni giorno. Pensi di farcela?». Le parole le rimasero soffocate in gola, così Kaldrosa annuì di nuovo. «Allora vai da Mastro Piccun e digli che ti servono tre costumi da pirata. Fatti prendere bene le misure prima che ti scopi». Kaldrosa inarcò le sopracciglia, incredula.
«Spero che per te non sia un problema». «Non pensi che avremo dei problemi, vero?», domandò Elene. Si erano coricati dentro il carro, a trascorrere l'ultima notte sotto le stelle dopo tre settimane di viaggio. L'indomani sarebbero entrati a Caernarvon e nella loro nuova vita. «Ho lasciato tutti i miei problemi a Cenaria. Be', tranne per questi due che mi stanno appiccicati», disse Kylar. «Ehi!», protestò Uly. Benché dotata della stessa brillante intelligenza della sua vera madre, Momma K, aveva ancora undici anni e ci cascava facilmente. «Appiccicati?», intervenne Elene, puntellandosi su un gomito. «Se ricordo bene, questo è il mio carro». Era vero. Jarl aveva dato loro il carro e Momma K lo aveva caricato di erbe perché Kylar potesse avviare un'erboristeria. Forse per un riguardo nei confronti di Elene, la maggior parte di esse erano persino legali. «Se c'è qualcuno che resta appiccicato, questo sei tu». «Io?», ribatté Kylar. «Eri uno spettacolo così patetico che mi sentivo in imbarazzo per te. Ho voluto solo farti smettere di implorare». «Be', pensavo che tu fossi indifesa...», disse Kylar. «E adesso sai come stanno le cose», concluse Elene compiaciuta di sé, riavvolgendosi nelle coperte. «Non è vero. Hai così tante difese che un uomo sarebbe fortunato se gli andasse bene con te una volta in mille anni», concluse Kylar con un sospiro. Elene restò senza fiato per lo sdegno e saltò su a sedere. «Kylar Thaddeus Stern!». Kylar ridacchiò. «Thaddeus? Questa sì che è buona. Conoscevo un Thaddeus, una volta». «Anche io. Era un vero idiota». «Davvero?», la punzecchiò Kylar. «Quello che conoscevo io era famoso per il suo gigantesco...».
«Kylar!», lo interruppe Elene, accennando a Uly. «Il suo gigantesco cosa?», volle sapere Uly. «È ora sbrogliatela da solo», disse Elene. «Il suo gigantesco cosa, Kylar?» «Piede. E tu sai cosa dicono dei piedi grandi», concluse facendo l'occhiolino a Elene. «Cosa?», insistette Uly. «Scarpe grosse», rispose Kylar. Si avvolse nelle compiaciuto come lo era stata Elene pochi istanti prima.
coperte,
«Non capisco», riprese Uly. «Che vuol dire, Elene?». Kylar ridacchiò malignamente. «Te lo dirò quando sarai più grande», tagliò corto Elene. «Non voglio saperlo quando sarò più grande. Voglio saperlo adesso», si lagnò la piccola. Elene non le rispose. Invece, sferrò un pugno al braccio di Kylar, che grugnì in protesta. «Avete intenzione di fare la lotta, adesso?», chiese Uly. Era uscita fuori dalle coperte e si era seduta in mezzo a loro. «Perché finite sempre col baciarvi. È disgustoso». Arricciò la bocca e riprodusse il rumore di baci appassionati. «Il nostro piccolo contraccettivo», commentò Kylar. Per quanto volesse bene a Uly, Kylar era convinto che fosse l'unica ragione per cui dopo tre splendide settimane di viaggio con la donna che amava, fosse ancora a bocca asciutta. «Come hai fatto?», domandò Elene a Uly, ridendo e prevenendo saggiamente la domanda "cos'è-un-contraccettivo?". Uly arricciò di nuovo la bocca e si esibì di nuovo in uno spettacolo di baci, finché tutti e tre scoppiarono in una risata che presto degenerò in una lotta a colpi di solletico. Dopo, con i fianchi indolenziti dalle lunghe risate, Kylar restò ad ascoltare il respiro delle due compagne. Elene aveva il dono di addormentarsi appena posava la testa sul cuscino, e Uly non era da meno. Quella sera, l'insonnia di Kylar non fu una disgrazia. Sentiva la
pelle ardere d'amore. Elene si girò e si rannicchiò contro il suo petto. Inalò il fresco profumo dei suoi capelli. Non ricordava di essersi mai sentito così bene, così accettato, in tutta la sua vita. Gli avrebbe sbavato addosso, lo sapeva, ma non se ne preoccupò. Anche sbavare era grazioso, se era Elene a farlo. Non c'era da meravigliarsi che Uly fosse disgustata. Kylar era patetico. Ma per la prima volta nella sua vita, si sentiva un brav'uomo. Era sempre stato bravo in tutto: bravo a scassinare, ad arrampicarsi, a nascondersi, a lottare, ad avvelenare, a travestirsi e a uccidere. Ma, prima di Elene, non si era mai sentito buono. Quando la donna lo guardava, il Kylar che vedeva riflesso nei suoi occhi non era ripugnante. Non era un assassino; era un padre sostitutivo che scherzava con una bimba di undici anni; era l'amore che diceva a Elene quanto era bella e glielo faceva credere per la prima volta nella sua vita; era un uomo con qualcosa da donare. Quello era l'uomo che vedeva Elene quando lo guardava. Vedeva in lui così tanti lati positivi, che Kylar alternava momenti in cui ci credeva a sua volta ad altri in cui la considerava completamente pazza. Ma esserne convinto era una sensazione magnifica. L'indomani, avrebbero raggiunto Caernarvon, dove sarebbero rimasti per un po' presso la zia di Elene, Mea. Con il suo aiuto - era una levatrice esperta di erbe - Kylar avrebbe aperto una piccola erboristeria. Poi avrebbe vinto le fiacche proteste di Elene contro la fornicazione, e si sarebbe lasciato dietro le spalle la via delle tenebre una volta per tutte.
Capitolo 8 Dopo dodici giorni, forse quindici
- o forse era soltanto la sua impressione che ne fossero trascorsi molti - Logan si arrese al sonno. In sogno, udì delle voci. Sussurravano ma, fra le nude pareti di roccia del Buco, anche i sussurri rimbombavano. «Ha un coltello». «Se gli saltiamo addosso tutti insieme, non sarà un problema. Guarda quanta carne che ha addosso!». «Zitto», disse qualcuno. Logan sapeva che avrebbe dovuto muoversi, prendere il coltello, svegliarsi, ma era così stanco. Non poteva restare sveglio per sempre. Era troppo faticoso. Pensò di aver sentito la voce di una donna, un grido soffocato da una mano su una bocca. Ci fu il rumore di uno schiaffo e il grido si spense. Poi ci fu un altro schiaffo, e un altro, e un altro ancora. «Vacci piano, Fin. Se ammazzi Lilly, siamo fottuti. Dove lo infiliamo, poi?». Fin imprecò contro Sniffles, poi disse: «Prova a gridare ancora, cagna, e ti strappo unghie e capelli. Tanto non ti servono per scopare. Chiaro?». Poi la voce si perse in lontananza, e così la calura, l'ululato del vento, il tanfo, e Logan stava realmente dormendo. Sognò la sua notte di nozze. Era sposato a una ragazza che conosceva appena ma, mentre parlava nella loro camera da letto, nervoso quanto la splendida quindicenne di fronte a lui, sentì una speranza inattesa riempirgli il cuore. Quella ragazza era una donna che avrebbe potuto amare e, inspiegabilmente, era sua. Jenine sarebbe stata sua moglie e, un giorno, la sua regina, e lui era certo che l'avrebbe amata.
Jenine è morta. Smettila. Lesse negli occhi della ragazza che anche lei lo avrebbe amato, che il loro matrimonio non sarebbe stato un dovere, ma una gioia. Un leggero rossore le colorò le guance mentre lui la considerava
come moglie. Gli occhi di Logan la reclamavano - non con arroganza, ma con fiducia e dolcezza, accettandola e gioendo della sua bellezza - e quando la attirò a sé, si strinse a lui. Le sue labbra erano ardenti. Poi, forse solo un istante più tardi, si stavano ancora baciando, spogliandosi a vicenda, quando un rumore di passi pesanti risuonò su per le scale che portavano alla loro camera. Logan si sciolse dall'abbraccio, la porta si spalancò di colpo e soldati khalidoriani invasero la stanza... Logan sgranò di colpo gli occhi e cominciò ad agitare i pugni, mentre diversi corpi lo schiacciavano sotto il loro peso. La lotta fu patetica. Logan non mangiava da due settimane ed era debole come un cucciolo. Gli altri compagni di prigionia, a parte la carne che avevano ingurgitato alcune settimane prima, si alimentavano da mesi, se non anni, a pane e acqua. Erano ridotti a ombre scarne e macilente degli uomini che erano stati un tempo, cosi il combattimento proseguì in modo lento e goffo. Logan si scrollò di dosso un assalitore e ne colpì un altro alla mandibola, ma se ne presentarono subito altri due, con la pelle resa viscida e fangosa dalla sporcizia e dal sudore. Fin atterrò sull'anca di Logan, mentre Jake gli artigliò il volto. Liberatosi di un altro peso di dosso, Logan si alzò faticosamente in piedi e scagliò Jake da una parte. L'uomo cadde dentro il Buco e scomparve. Con questo, la lotta finì. «Perché l'hai fatto?», sbraitò Sniffles. «Avremmo potuto usare quella carne. Bastardo, hai gettato via della carne». Per un momento, la loro furia sembrò incontrollabile e Logan pensò che lo avrebbero assalito di nuovo. Spostò la mano sul fianco per estrarre il coltello. Era sparito. Dall'altra parte del Buco, Fin lo stava osservando, stuzzicandosi con la punta del coltello le gengive rese sanguinolente dallo scorbuto. Il tempo era dalla sua parte, adesso.
Logan aveva creduto che gli ospiti del Buco non avessero una società, ma si era sbagliato. Anche laggiù esistevano fazioni: gli animali e i mostri, i deboli e i forti. Fin era a capo degli animali, che si classificavano più che altro in base ai loro crimini: gli assassini, poi gli stupratori, poi gli schiavisti e infine i pedofili. I mostri erano Yimbo, un Ceuriano dai capelli rossi e le ossa grandi, a cui avevano mozzato la lingua; Tatts, un pallido Lodricari coperto di tatuaggi, che aveva la lingua ma non la usava mai; Gnasher, un povero idiota deforme con le spalle massicce, una spina dorsale contorta e i denti affilati. I mostri sopravvivevano grazie alla paura che incutevano negli altri e alla loro prontezza nel combattere. Adesso che erano tutti ridotti alla fame, l'inconsistente struttura di quella società stava crollando. Logan non aveva amici, né un coltello, né un ruolo. Fra gli animali, era un lupo isolato dal branco. Fra i mostri, era un cane senza il suo dente d'acciaio. Aveva cercato di vedere come uomini i suoi compagni di prigionia. Uomini sviliti e umiliati, oltraggiati e disgraziati, ma uomini. Tentò di trovare in loro qualcosa di buono, una parvenza degli dèi o del Dio che li aveva creati. Ma fra le ombre del Buco, vide soltanto animali e mostri. Logan andò a sedersi vicino a Gnasher. L'uomo gli regalò uno dei suoi sorrisi ebeti, reso ancor più orribile dai suoi denti aguzzi. Poi ci fu un suono che fece raggelare ognuno di loro. Un rumore di passi risuonò lungo il corridoio sovrastante il Buco del Culo. Logan scivolò dentro l'unica stretta sporgenza che lo avrebbe nascosto alla vista, mentre un volto appariva sopra di loro nell'alone di luce di una torcia. «Arrivo», disse la guardia. Aveva i capelli neri, il colorito pallido e un naso schiacciato: chiaramente khalidoriano. La guardia apri la grata senza staccare gli occhi dai reclusi pochi metri più in basso. Fin non preparò nemmeno le sue corde. «Avevo calcolato che a quest'ora alcuni di voi dovevano essere morti», disse. «Sarete davvero affamati». Infilò la mano in un sacco e tirò fuori un grosso filone di pane. L'avidità con cui lo guardarono lo fece sogghignare. «Bene, allora prendete». Gettò loro il pane, che volò dritto nel Buco.
I prigionieri protestarono energicamente, pensando si trattasse di un errore. La guardia estrasse un altro filone e lo gettò dentro il Buco. Stavolta si affollarono tutti intorno al baratro, persino Fin e Lilly. Il terzo filone rimbalzò sulla punta delle dita di Sniffles, che quasi cadde nella voragine per afferrarlo. La guardia scoppiò a ridere. Chiuse a chiave la grata e si allontanò, fischiettando un allegro motivetto. Diversi prigionieri scoppiarono a piangere. La guardia non tornò. I giorni passarono in una lenta agonia. Logan non aveva mai sperimentato una debolezza così debilitante. Quattro sere dopo - se i suoi calcoli avevano senso, pensò Logan, che considerava "notte" il periodo in cui gran parte degli abitanti del Buco dormivano, e l'ululato del vento era più furioso nel momento che chiamavano "mezzogiorno" - Fin tagliò la gola a uno dei suoi pedofili. Nel giro di pochi istanti, tutti erano svegli ad azzuffarsi sopra il corpo. Quando Sniffles cominciò a picchiare Gnasher per indurlo a mollare un brandello sanguinolento di carne che Logan preferì non identificare, Gnasher lasciò cadere la preda e lo aggredì. Sniffles tentò di respingerlo, ma Gnasher lo maneggiava come fosse un bambino. Dopo avergli strappato le braccia, Gnasher affondò i denti aguzzi nel collo dell'uomo. Nella zuffa che seguì per accaparrarsi il corpo, un'intera gamba volò in aria e atterrò accanto a Logan. Appena Scab si fece avanti per afferrarla, Logan la agguantò. Inorridito di se stesso, fissò minacciosamente Scab finché questi abbassò lo sguardo e si allontanò. Logan portò la gamba vicino alla parete e pianse perché, per quanto guardasse quel che stringeva in mano, vedeva soltanto carne.
Capitolo 9 In confronto a Cenaria,
Caernarvon era un paradiso. Lì non c'erano Cunicoli, nessuna rigida distinzione fra abbienti e non abbienti, nessun esercito occupante, nessun fetore di cenere e di morte, nessuno sguardo vuoto di disperazione. La capitale del Waeddryn era diventata una città prospera e fiorente sotto il governo di ventidue regine succedutesi al trono.
Ventidue regine. Insolito per Kylar, finché non realizzò che
Momma K aveva dominato il Sa'kagé e le strade di Cenaría per più di venti anni. «Quali affari vi conducono qui?», chiese loro la guardia al cancello, ispezionando il carro. La gente qui era più alta dei Cenariani, e Kylar non aveva mai visto tanti occhi azzurri o capelli dalle sfumature così luminose - di ogni colore, dal biondo slavato al rosso acceso. «Compro e vendo erbe medicinali. Siamo venuti qui per aprire una farmacia», rispose Kylar. «Da dove?» «Cenaria». La guardia assunse un'aria meditabonda. «Ho sentito dire che le cose vanno davvero male, laggiù. Se volete aprire un negozio nella zona sud, fate attenzione. C'è parecchia delinquenza...», s'interruppe appena intravide le cicatrici sul viso di Elene. Kylar sentì montare dentro di sé una furia improvvisa: erano solo le cicatrici a deturpare una bellezza altrimenti perfetta. Un sorriso radioso, intensi occhi castani che sfidavano la mancanza di pretese dell'aggettivo "marrone", occhi che solo un poeta poteva descrivere e solo una legione di bardi poteva celebrare in modo adeguato, una pelle che implorava di essere accarezzata e delle forme che lo esigevano. Con tutto quel ben di Dio, come poteva notare solo le cicatrici? Ma dire qualcosa avrebbe solo provocato una scenata. La guardia sbatté le palpebre. «Ok, passate pure», disse.
«Grazie». Kylar non si preoccupava del Sa'kagé di Caernarvon. Era roba da poco: rapine, borseggi, prostituzione di strada, scommesse sui combattimenti fra cani, e fra tori e cani. Alcuni bordelli e bische erano in affari senza essere affiliati alla malavita. La banda di ragazzini di strada della sua infanzia era più organizzata della criminalità locale. Attraversarono la città, fissando a bocca aperta le persone e gli edifici come tanti sempliciotti di campagna. Caernarvon sorgeva sulla confluenza dei fiumi Wy, Rosso e Blackberry, e le sue strade erano piene zeppe di botteghe e di una svariata moltitudine di persone piene di soldi. Passarono accanto a Sethi dalla carnagione olivastra e dai lineamenti marcati, con morbidi pantaloni corti e tuniche bianche, a Ceuriani dai capelli rossi con le loro due spade e la strana usanza di intrecciare i capelli con ciocche multicolori, ad alcuni Ladeshiani e persino a un Ymmuri con gli occhi a mandorla. Lo trasformarono in un gioco, indicando di nascosto le singole persone e tentando di indovinare la loro provenienza. «Che ne dici di quello?», domandò Uly, indicando un tipo indefinito con semplici indumenti di lana. Kylar si concentrò. «Sì, sentiamo un po' cosa ci dice l'esperto», lo stuzzicò Elene con un sorriso sbarazzino. «E non indicare, Uly». L'uomo non presentava caratteristiche particolari. Nessun tatuaggio, tunica e calzoni come tanti altri visti a Caernarvon, corti capelli castani, niente naso da aristocratico Modaini, niente di distintivo; persino la sua pelle lievemente abbronzata poteva provenire da una mezza dozzina di paesi. «Sì», disse alla fine Kylar. «Alitaeriano». «Dimostralo», lo incalzò Elene. «Solo gli Alitaeriani hanno quell'aria tronfia». «Non credo». «Chiediglielo», la sfidò Kylar. Elene scosse la testa e si ritirò nel carro, di colpo intimidita. «Ehi, maestro!», gridò Uly mentre il carro passava accanto all'uomo. «Di dove siete?» «Uly!», la richiamò Elene, mortificata.
L'uomo si girò e si erse in tutta la sua statura. «Vengo da Alitaera, per grazia di Dio la più grande nazione dell'intero Midcyru». «Per grazia degli dèi, volete dire», precisò il Waeddryner con cui stava contrattando. «No, a differenza di voi cani Waeddryner, gli Alitaeriani dicono esattamente quel che pensano», disse il mercante, e dopo un istante i due stavano già discutendo di religione e di politica, e la curiosità di Uly era dimenticata. «Sono davvero sorprendente», si vantò Kylar. «Probabilmente anche tu sei un Alitaeriano», brontolò Elene. Kylar rise, ma quel "probabilmente" gli lasciò l'amaro in bocca. Probabilmente, perché era un ratto di strada, un orfano, forse nato in schiavitù. A differenza di quell'Alitaeriano, non sapeva nemmeno quale fosse il paese d'origine dei suoi genitori. Non sapeva perché l'avessero abbandonato. Erano morti? Vivi? Persone di un certo prestigio, come nei migliori sogni di un orfano? Mentre Jarl si era dato da fare per mettere da parte qualche moneta e abbandonare la gang, Kylar aveva continuato a domandarsi perché i suoi nobili genitori fossero stati costretti ad abbandonarlo. Era inutile, stupido, e avrebbe dovuto smetterla molto tempo prima. La cosa più vicina a un padre che aveva avuto nella sua vita era stato Durzo - e Kylar era diventato quel che tutti gli uomini maledicono: un patricida. E adesso eccolo lì, una corda sciolta, slegata dal passato e dal futuro. No, non era vero. Lui aveva Elene e Uly. E aveva la libertà di amare. Quella libertà aveva il suo prezzo, ma lo valeva. «Stai bene?», gli chiese Elene con un velo di preoccupazione sugli occhi. «No», rispose Kylar. «Quando siamo insieme, sto magnificamente». Nel giro di pochi minuti avevano superato i mercati settentrionali e si stavano addentrando nella zona del porto. Anche lì quasi ogni edificio era in pietra - un notevole cambiamento rispetto a Cenaria, dove la pietra era talmente costosa che la maggior parte delle case era costruita in legno e carta di riso. Teppistelli locali erano seduti indolentemente contro le mura di case, magazzini e mulini, e li
osservavano passare con lo sguardo torvo e l'espressione di un adolescente che abbia qualcosa da dimostrare. «Sei sicura che è la strada giusta?», domandò Kylar. Elene trasalì alla domanda. «No?». Kylar non fermò il carro, ma non servì a nulla. Sei di quei ragazzi si alzarono e seguirono un uomo con i denti anneriti e una zazzera nera e untuosa che si stava avvicinando minacciosamente ai forestieri. I teppisti pescarono sotto i gradini o i mucchi di immondizia e tirarono fuori delle armi. Erano armi di strada, mazze e coltelli e un pezzo di catena. L'uomo li fece fermare davanti al carro e afferrò le briglie del cavallo. «Bene, tesoro», disse Kylar, «è arrivato il momento di conoscere il nostro ospitale vicinato del Sa'kagé». «Kylar, ricordati cosa mi hai promesso», gli disse, trattenendolo per un braccio. «Non ti aspetterai davvero che io...». Lasciò morire la domanda appena la guardò negli occhi. «'pomeriggio», disse il capo, sbattendo la mazza contro il palmo della mano. Aprì la bocca in un ampio sorriso, esibendo due incisivi neri. «Tesoro», disse Kylar, ignorandolo. «Questa è una faccenda diversa. Devi capire». «Altre persone escono da questo genere di situazioni senza ammazzare nessuno». «Non morirà nessuno se facciamo a modo mio», replicò Kylar. L'uomo dai denti neri si schiarì la gola. Il sudiciume aderiva al suo volto come un tatuaggio e i due denti sporgenti, storti e anneriti, dominavano la sua espressione. «Scusate, piccioncini. Non vorrei interrompere...». «Tu puoi aspettare», gli disse Kylar, con un tono che non ammetteva obiezioni. Tornò a rivolgersi a Elene. «Tesoro». «O fai quel che hai promesso o fai quel che hai sempre fatto», disse Elene.
«Questo non è un permesso». «No, infatti». «Scusate», insistette l'uomo. «Questa...». «Lasciami indovinare», lo interruppe Kylar, imitando la tracotanza e l'accento dell'uomo. «Questa è una strada a pedaggio, e noi dobbiamo pagare». «Già. Proprio così», ammise l'uomo. «Come ho fatto a indovinare?» «Stavo per chiedertelo... Ehi, chiudi quella bocca. Io sono Tom Gray e questa...». «È la tua strada. Certo. Quanto?», domandò Kylar. Tom Gray si accigliò. «Tredici pezzi d'argento», disse. Kylar contò ad alta voce i sette davanti al carro. «Aspetta, intendi sfruttare i tuoi picchiatori? A loro un pezzo d'argento ciascuno e a te sette?», chiese Kylar. Tom Gray sbiancò in volto. I ragazzi lo guardarono con rabbia. Kylar aveva ragione, naturalmente. Delinquenti da quattro soldi. «Te ne darò sette», decise Kylar. Tirò fuori la sacca delle monete e cominciò a lanciarle a ognuno dei giovani uomini. «Guadagnate lo stesso e senza alcuno sforzo. Perché affrontare una lotta? Questo è quanto Tom vi avrebbe dato comunque». «Fermi», disse Tom. «Se ci dà queste monete con tanta facilità, vuol dire che ne ha altre. Prendiamole». Ma i ragazzi non abboccarono. Si strinsero nelle spalle scuotendo la testa, e tornarono con passo indolente al loro posto. «Ma cosa fate?», li redarguì Tom. «Ehi!». Kylar scosse le redini e i cavalli ripartirono. Tom dovette buttarsi di lato per evitare di essere calpestato. Atterrando, si slogò una caviglia. Kylar tirò indietro le labbra per assomigliare a Tom con i suoi denti da coniglio, e sollevò le mani in un gesto impotente. I teppisti e Uly scoppiarono a ridere.
Capitolo 10 Trascorsero la notte in una locanda. La Zia Mea li trovò l'indomani mattina e li guidò attraverso un dedalo di viuzze fino alla sua casa. Era una donna sulla quarantina, ma sembrava di dieci anni più vecchia, ed era rimasta vedova quasi vent'anni prima, poco dopo la nascita del figlio Braen. Suo marito era stato un facoltoso mercante di tappeti, così la sua casa era spaziosa, e la zia assicurò a Kylar ed Elene che avrebbero potuto fermarsi per tutto il tempo che avessero voluto. Zia Mea era una levatrice e una guaritrice con lineamenti scialbi e insignificanti, occhi vivaci e due spalle da scaricatore di porto. «Allora», cominciò Zia Mea dopo una colazione a base di uova e prosciutto, «da quanto tempo siete sposati voi due?» «Circa un anno», rispose Kylar, immaginando che se lui avesse dato il la con le bugie, Elene non avrebbe avuto difficoltà a portarle avanti. Elene era una pessima bugiarda. La guardò e, com'era prevedibile, la ragazza era arrossita. Zia Mea lo prese come un segno di imbarazzo e rise. «Be', infatti avevo pensato che era un po' giovane per essere la madre naturale di questa signorina. Come hai trovato i tuoi nuovi genitori, Uly?». Kylar si appoggiò allo schienale, soffocando l'impulso di rispondere di persona. Se forniva risposte per tutti, non solo sarebbe apparso un idiota, ma anche sospetto. A volte devi lasciare che le cose seguano il loro corso. «La guerra», rispose Uly. Deglutì a disagio, abbassò gli occhi sul piatto e non aggiunse altro. Non era del tutto una bugia, e l'emozione che tradiva il viso della piccola era reale. La sua balia era rimasta uccisa durante il combattimento. Uly piangeva ancora al ricordo. «Era al castello durante il colpo di stato», spiegò Elene. Zia Mea posò il suo coltello e il cucchiaio - non usavano forchette a Caernarvon, cosa che Kylar trovava estremamente irritante.
«Ascolta, Uly. Ci prenderemo cura di te. Sarai al sicuro e avrai persino una camera tutta per te». «E giocattoli?», volle sapere la ragazzina. Qualcosa nell'espressione schietta e speranzosa sul visetto di Uly fu come una staffilata per Kylar. Le bambine dovrebbero giocare con le bambole - perché non le aveva mai regalato una bambola? -, non ripescare corpi dal fiume. Zia Mea scoppiò a ridere. «E giocattoli», confermò. «Zia Mea», disse Elene. «Ti stiamo già creando abbastanza fastidi. Abbiamo il denaro per i giocattoli, e Uly può stare con noi. Tu hai già...». «Non voglio nemmeno sentirne parlare», la interruppe Zia Mea. «Per di più, voi due siete ancora sposini novelli. Avete bisogno di tutta l'intimità possibile, anche se il cielo sa le volte che Gavin e io siamo riusciti a darci dentro quando condividevamo l'unica stanza di una baracca insieme ai suoi genitori». Elene arrossì vistosamente, ma la zia continuò imperterrita. «Ma immagino che sia difficile per una ragazzina di undici anni ignorare dei rumori nella notte. Dico bene?». Questa volta fu Kylar ad arrossire. Zia Mea lo guardò, poi si rivolse a Uly, visibilmente perplessa. «Mi state dicendo che non l'avete fatto da quando avete lasciato Cenaria?», domandò la donna. «Di certo ve la svignavate la mattina presto, mentre Uly dormiva ancora? No? Il viaggio sarà durato... quanto, tre settimane? È un'eternità per due giovani come voi. Bene. Questo pomeriggio io e Uly andremo a fare una lunga passeggiata. Il letto nella vostra camera cigola un po', ma se ve ne fate un problema Uly non avrà mai un fratellino, vero?» «Vi prego», la implorò Kylar, scuotendo la testa. Elene era mortificata. «Mmm», borbottò Zia Mea, lanciando un'occhiata a Elene. «Bene. Se avete finito la colazione, perché non andiamo a trovare mio figlio?». Braen Smith lavorava dentro la bottega adiacente alla casa. Aveva gli stessi lineamenti scialbi della madre, e spalle ampie. Vedendoli
avvicinarsi, gettò un cerchio di botte che stava modellando su una pila di elementi simili e si tolse i guanti, «'giorno», li salutò. I suoi occhi si fermarono subito su Elene. Un'occhiata fugace alle cicatrici del viso e poi una valutazione ammirata dei doni di mamma natura. Non fu quel rapido sguardo che gli uomini rivolgono istintivamente a una donna: a Kylar non avrebbe dato fastidio. Ma quello non era uno sguardo. Era un indugiare con gli occhi, e proprio sul viso di Elene. O piuttosto, sul suo seno.
«Niceta meetcha», disse Braen tendendo la mano a Kylar,
valutandolo, soppesandolo. stritolargli la mano.
Come
era
prevedibile,
tentò
di
Un flusso di Talento si prese cura della faccenda. Senza la minima traccia di tensione sul volto o nell'avambraccio, Kylar strinse la mano gigantesca in una morsa, fin quasi a romperla. Una leggera pressione in più e ogni osso della mano sarebbe finito in pezzi. Dopo un istante, fece un passo indietro e si confrontò con il giovane, mano rude contro mano rude, muscolo contro muscolo, sguardo contro sguardo - anche se fu costretto ad alzare gli occhi per guardarlo in faccia e Braen era di un terzo più grosso di lui. Il panico defluì dagli occhi di Braen e Kylar lo vide domandarsi se c'era modo di prevedere la forza della stretta di Kylar. «Kylar», mormorò Elene a denti stretti, come a ricordargli che stava dando spettacolo. Ma Kylar non interruppe il contatto visivo. C'era qualcosa da mettere bene in chiaro, e anche se era primitivo, barbarico, meschino e sciocco, era comunque importante. A Elene non piaceva essere ignorata. «Suppongo che la prossima volta confronterai le dimensioni del tuo...». Non finì la frase, imbarazzata. «Buona idea», disse Kylar appena l'uomo gli lasciò finalmente la mano. «Che ne dici, Braen?». Kylar si slacciò la cintura. Fortunatamente, Braen scoppiò a ridere. Gli altri lo imitarono, ma a Kylar Braen non andava ancora a genio. E a Braen non andava ancora a genio Kylar; ne era certo.
«Bene, niceta meetcha», ripeté Braen. «Ho una grossa ordinazione da ultimare». Si congedò con un rapido cenno del capo e raccolse un martello, flettendo di nascosto le dita indolenzite. Per il resto del mattino e nel pomeriggio, Zia Mea li portò a visitare Caernarvon. Sebbene fosse più grande di Cenaria, la città non appariva caotica quanto la patria di Kylar. La maggior parte delle strade erano lastricate e larghe a sufficienza per far transitare due carri e numerosi pedoni allo stesso tempo. I venditori ambulanti che tentavano di violare quello spazio venivano puniti con tale rapidità che pochi si azzardavano a farlo. Ogni volta che passavano due carri insieme, la folla era costretta ad accalcarsi, ma era ormai normale abitudine che i mezzi viaggiassero dentro solchi profondi una quindicina di centimetri, creati nelle lastre della pavimentazione. Persino le fogne correvano dentro tubazioni lungo le strade, con grate collocate a intervalli regolari per raccogliere ulteriori acque di scolo. In tal modo, non si sentiva quasi l'odore tipico di ogni città. Il castello di Caernarvon dominava l'area nord. A volte veniva chiamato il Gigante Blu per via del granito azzurrognolo con cui era costruito. Le pareti bluastre erano uniformi, piatte e lisce come vetro, a parte le numerose feritoie e caditoie presso i cancelli. Duecento anni prima, disse Zia Mea, diciotto uomini avevano difeso il castello per sei giorni contro cinquemila nemici. Intorno al castello, naturalmente, c'erano le grandi case. La città si faceva più sporca e più affollata man mano che ci si avvicinava al porto. Come in quasi tutti i posti, i ricchi e i nobili amavano vivere lontano da chiunque altro, e chiunque altro amava vivere il più vicino possibile ai ricchi. Qui, tuttavia, non era segnata alcuna linea di demarcazione - a differenza dei poveri di Cenaria, che erano legalmente confinati sul lato ovest del Plith. Qui, chi aveva il denaro per trasferirsi poteva farlo. La possibilità di avanzare nella gerarchia sociale sembrava rinvigorire l'intera città. Caernarvon era un dorato e scintillante specchietto per le allodole. E il suo vice era l'ingordigia. Ogni mercante poteva immaginarsi futuro imperatore del prossimo impero commerciale. Cenaria era la soffocante, fetida coltre della disperazione. Il suo vice
era l'invidia. Lì nessuno costruiva imperi. Si limitavano a rubarne un pezzo ad altri. «Sei incredibilmente silenzioso», disse Elene. «Qui è tutto diverso», rispose Kylar. «Anche prima dell'avvento di Khalidor, Cenaria era corrotta. Qui è meglio. Penso che potremmo davvero sistemarci». Per gli dèi, stava per diventare uno di quei mercanti che aveva sempre disprezzato. Non che avesse grandi ambizioni. L'erborista e il farmacista erano l'unica cosa che potesse fare, oltre a uccidere. Non era niente che avesse mai sognato. A cosa aspirava? Aprire una seconda bottega? Controllare il commercio di erbe della città? Una volta aveva avuto il futuro di una nazione nelle sue mani, avrebbe potuto cambiare ogni cosa con un tradimento, uccidendo un uomo che aveva finito con l'uccidere comunque.
Se lo avessi fatto, Logan sarebbe vivo... Mentre Zia Mea li riconduceva a casa, Kylar cercò di entrare nell'ordine di pensiero di un mercante. Aveva un piccolo gruzzoletto di monete d'oro nel carro, e una fortuna in erbe. Se fossero stati rapinati lungo il viaggio, i predoni avrebbero avuto solo l'imbarazzo della scelta. «Bene, la casa è in fondo a questa strada», disse la zia. «Braen è fuori a comprare provviste. Uly e io andremo a un negozietto di dolciumi per lasciarvi il tempo di rinnovare la vostra conoscenza». Fece l'occhiolino a Kylar, mentre Elene arrossì. Ma poi il viso di Zia Mea si rabbuiò. «Che succede?». Kylar si girò verso la casa. Un filo di fumo sempre più denso si levava dalla costruzione. Subito si unì alla folla che correva in quella direzione - in città, un incendio era una temibile minaccia e tutti erano pronti ad afferrare secchi per spegnere il fuoco - ma, quando arrivò, la stalla era già stata completamente divorata dalle fiamme. Era troppo tardi per salvare qualsiasi cosa. La gente tirò secchiate d'acqua sugli edifici vicini, mentre Kylar trattenne Elene e Uly, in silenzio. La stalla costituiva un'incommensurabile perdita. I loro due cavalli e il vecchio ronzino di Zia Mea erano ridotti a mucchi fumanti e
maleodoranti di carne. Sul carro non era rimasto quasi nulla. L'incendiario aveva scovato la cassetta nascosta con dentro l'oro. La fortuna in erbe era finita in fumo. L'unica cosa rimasta era una scatola lunga e sottile legata all'asse del carro. Il lucchetto era intatto. Kylar la aprì e vi trovò i suoi abiti da sicario e la sua spada Retribution, indenni, senza nemmeno una traccia di fumo, a deriderlo della sua impotenza.
Capitolo 11 «Cattive notizie, Vostra Santità», disse Neph Dada entrando nella camera da letto del Re Divino. Una giovane nobildonna cenariana di nome Magdalyn Drake era legata al letto e piagnucolava sotto il bavaglio, ma sia lei che il Re Divino erano ancora vestiti. Garoth era seduto sul letto accanto alla donna, carezzandole il polpaccio nudo con la lama di un coltello. «Oh, di che si tratta?» «Una delle vostre spie nella Cappella, Jessie al'Gwaydin, è morta. L'ultima volta è stata vista nel villaggio di Curva di Torras». «È stato il Cacciatore Nero a ucciderla?» «Ritengo di sì. Il nostro uomo ha detto che Jessie aveva in mente di studiare la creatura», rispose Neph. «Così è andata nel bosco e non è più tornata». «Sì, Vostra Santità», confermò Neph. Si massaggiò la schiena curva con espressione sofferente. Non solo per ricordare al Re Divino la sua veneranda età, ma anche il peso che doveva sostenere nel servirlo. Con una mossa brusca, il Re Divino pugnalò il materasso così in alto in mezzo alle gambe di Magdalyn, che Neph pensò avesse colpito la ragazza. Lanciando uno strillo soffocato, la poverina inarcò la schiena, tentando di liberarsi. Garoth incise il materasso fino ai piedi di Magdalyn, tranciandole il vestito fino all'orlo e sollevando una nuvola di piume dall'imbottitura. Poi, di colpo, il sovrano fu di nuovo calmo e controllato. Lasciò il coltello infilato nel materasso, piegò indietro la stoffa del vestito e posò delicatamente la mano sulla coscia nuda della ragazza, che fu scossa da un tremito incontenibile. «È talmente difficile procurarsi spie all'interno della Cappella. Perché insistono nel gettare via così le loro vite, Neph?» «Tanto per cominciare, per la stessa ragione che li spinge ad allearsi con noi, Vostra Santità: l'ambizione».
Garoth guardò il Vürdmeister con aria stanca. «Era una domanda retorica». «Ho anche buone notizie», aggiunse Neph. Raddrizzò la schiena, dimenticando la sua sofferenza. «Abbiamo catturato un bardo ladeshiano di nome Aristarchos. Penso che vorrà interrogarlo di persona». «Perché?» «Perché mi è apparso in una Visione, e quel che ha visto è straordinario». Garoth socchiuse gli occhi. «Sputa fuori». «Crede di aver visto il portatore di un ka'kari. Un ka'kari nero». «Smettila di guardarmi!», esplose Stephan. Era un grasso mercante di stoffe, un ex amante rancoroso che per vendetta aveva giurato di rivelare a Vi chi fosse lo Shinga. O lo Shinga era una donna, oppure Stephan non aveva grandi preferenze circa il solco in cui affondare il suo aratro, perché questo era stato il prezzo da lui richiesto. Vi giaceva sotto di lui. Si muoveva con l'agilità di un'atleta e la destrezza di una prostituta addestrata da Momma K in persona, ma non c'era traccia di passione nei suoi occhi. Non gemeva, non cambiava espressione. Non fingeva di provare piacere, e questo stava creando problemi a Stephan. Come la maggior parte degli uomini, era per tre quarti fumo e per un quarto cazzo, Anzi, al momento, un po' meno di un quarto. Si tirò indietro, imprecando contro il membro floscio. Era sudato e puzzava, nonostante l'aroma dei suoi oli raffinati. Vi non poté fare a meno di rivolgergli un sorriso condiscendente. «Pensavo che voleste fottermi ben bene». L'uomo arrossì, e Vi si chiese perché mai lo stesse distruggendo con tanta malizia. Non era da più o da meno di altri uomini, e a lei premeva ancora strappargli quell'informazione. Beffarsi di lui avrebbe solo allungato i tempi. «Lasciati andare», le disse.
«Non vi preoccupate per me». Per Nysos, possibile che dovessero sempre strafare? Si rigirò e oscillò i fianchi, ricorrendo al proprio Talento per abbrancarlo. Poi fece il necessario per togliergli ogni preoccupazione. Quando aveva quindici anni e Mastro Gibbet l'aveva portata da Momma K, la donna era rimasta a osservare mentre il sicario se la sbatteva; poi aveva commentato: «Bambina, tu scopi come se non sentissi niente, non è così?». Quel che aveva detto Momma K era vero, perciò Vi lo ammise. Era totalmente insensibile al sesso. «Be'», aveva concluso Momma K, «non sarai mai la migliore, ma non è niente che non si possa rimediare. La magia più antica è quella del sesso. Con i tuoi capezzoli e tutto il Talento che possiedi, ti trasformerò in qualcosa di speciale». Così adesso Vi ricorse alle proprie abilità, maledicendo sottovoce quell'idiota rammollito - le parole non dovevano necessariamente riflettere le sue intenzioni, ma come tutte le donne con Talento, doveva parlare per usare i propri poteri. Stephan gemette come uno stupido animale e nel giro di pochi istanti era tutto finito. Mentre era ancora stordito come un adolescente alle prime armi, Vi si ripulì dei suoi umori e si sedette a gambe incrociate sul letto ostentando la propria nudità come un'armatura. «Ditemi, grassone», disse, guardando i pallidi rotoli di grasso con tale disgusto che l'uomo si coprì, pieno di vergogna, e distolse lo sguardo. «Per tutti gli dèi, devi...». «Parlate». Stephan si coprì gli occhi. «Si serviva di messaggeri. Sapevano di dover bussare a casa mia. A volte ho udito per caso frasi smozzicate, ma è stato sempre estremamente cauto. Bruciava le poche lettere che riceveva, usciva sempre fuori per parlare con i messaggeri. Ma la notte dell'invas... della liberazione, ha chiamato un messaggero e ha scritto qualcosa qui». Stephan afferrò una vestaglia e se la passò intorno alle spalle prima di andare verso la scrivania. Tirò fuori un foglio di carta di riso ceuriana e lo porse alla donna. Era bianco.
«Mettilo in controluce», le disse. Vi sollevò il foglio davanti alla luce di una lanterna e riuscì a distinguere i caratteri debolmente impressi sulla carta. «Risparmiate Logan Gyre», lesse in quella grafia piccola e accurata, «e la ragazzina e la donna sfregiata, se vi è possibile. Vi ricompenserò come non avreste mai sperato». Al posto di un nome, il breve messaggio era firmato con due simboli: un occhio con le palpebre pesanti con una stella circoscritta, tracciato senza sollevare la penna dal foglio e, accanto, una stella a nove punte. Il primo era il glifo del Sa'kagé; il secondo il simbolo dello Shinga. I due simboli insieme significavano che ogni risorsa di cui disponeva il Sa'Kagé era a disposizione del destinatario. «Dopo averlo scritto, è uscito», riprese Stephan. «E non è mai più tornato. Gli ho detto che lo amavo, ma non ha voluto nemmeno vedermi». «Il suo nome, grassone. Ditemi il suo nome». «Jarl», confessò. «Che gli dèi mi perdonino, lo Shinga è Jarl». In uno dei rifugi più squallidi, fra oscurità, ratti e scarafaggi come in ogni angolo dei Cunicoli, Jarl e Momma K stavano incontrando un uomo morto. Sorrise, quando entrò nella stanza. La gamba destra era immobilizzata da stecche che impedivano di piegare il ginocchio, e il braccio destro era fasciato. Del sangue era filtrato attraverso la fasciatura all'altezza del gomito. Portava una stampella, ma invece di infilarla sotto l'ascella, era costretto a tenerla nella mano destra: la ferita al gomito gli impediva di usarla dal lato utile per il ginocchio, così procedeva a balzelloni più che zoppicando. Aveva capelli corti e grigi, una corporatura ancora vigorosa per la sua età e, sebbene il viso fosse livido e tirato, sorrise. «Gwinvere», disse. «È bello vedere che gli anni hanno avuto rispetto almeno per te». La donna sorrise, e invece di fare commenti sull'aspetto dell'ospite - aveva tutta l'aria di aver dormito nei fossi, i raffinati indumenti erano sporchi, e puzzava - disse: «È bello vedere che non hai perso la tua suadente parlantina».
Brant Agon saltellò fino a una sedia e si accomodò. «Allora, che si dice della mia dipartita?». «Brant, lui è Jarl, il nuovo Shinga. fari, lui è il baronetto Brant Agon, ex lord generale di Cenaria». «Cosa posso fare per voi, lord generale?», domandò Jarl. «Siete molto gentile. Il motivo per cui sono venuto qui non è diverso dalle mie sembianze; ho l'aspetto di un mendicante, e sono venuto a elemosinare. Ma sono più di un mendicante. Ho combattuto lungo ogni confine di questo paese. Ho combattuto in duello. Ho guidato drappelli di due uomini, e ho condotto campagne con cinquemila soldati. Voi state affrontando una battaglia. Khalidor ha disseminato i suoi eserciti, ma il vero potere a Cenaria è il Sa'kagé, e il Re Divino lo sa. Vi distruggerà, se non sarete prima voi a distruggere lui. Avete bisogno di guerrieri, e io lo sono. I sicari hanno un loro ruolo, ma non possono risolvere tutto - come avete riscontrato poche settimane fa, potrebbero soltanto peggiorare le cose. Io, d'altra parte, posso rendere i vostri uomini più efficienti, più disciplinati e più abili a uccidere. Datemi solo un posto e affidatemi degli uomini». Jarl si dondolò indietro sulla sedia congiungendo le punte delle dita, e osservò a lungo Brant Agon. Momma K si costrinse al silenzio. Era stata Shinga per lungo tempo ed era difficile lasciare che Jarl compisse passi falsi, ma aveva preso la sua decisione. Lasciare che Jarl affrontasse la vita, il potere e i capelli grigi. Lo avrebbe aiutato finché non avesse più avuto bisogno di lei. «Come mai siete qui, lord Agon?», gli domandò Jarl. «Perché vi rivolgete a me? Terah Graesin dispone di un esercito. Se aveste saputo trattare, il Sa'kagé sarebbe stato annientato anni fa». «Ci avevano informato che eri rimasto ucciso in un'imboscata», disse Momma K. «Roth Ursuul mi ha risparmiato», ribatté amaramente Brant. «A compenso della mia stupidità. Era stata una mia idea che Logan Gyre sposasse Jenine Gunder. Pensavo che assicurare la discendenza del re avrebbe impedito il colpo di stato. Invece, Logan e Jenine sono stati uccisi».
«Khalidor non li avrebbe mai lasciati in vita», osservò Momma K. «In effetti, è stata una fortuna per Jenine. Avrebbe potuto diventare un ennesimo trastullo per Ursuul, e dalle storie che ho sentito...». «Comunque sia», la interruppe Agon, non disposto ad ascoltare alcuna giustificazione a sua discolpa. «Me ne sono andato via con la coda fra le gambe. Arrivato a casa, ho scoperto che avevano preso mia moglie. Non so se è morta o se è diventata una degli altri "trastulli"». «Oh, Brant, mi dispiace tanto», disse Momma K. Continuò a parlare senza guardarla, con espressione risoluta. «Ho deciso di vivere e di rendermi utile, Shinga. Le casate nobili desiderano combattere una guerra leale. La duchessa Graesin cercherà di salire al trono a suon di moine e lusinghe. Non hanno la volontà di vincere. Ma io sì, e anche voi, credo. Io voglio vincere. E se non dovessi riuscirci, almeno vorrei uccidere quanti più Khalidoriani possibile». «Mi state proponendo di essere mio servo o mio socio?», sondò Jarl. «Non farebbe nessuna differenza», replicò. Fece una pausa. «Nessuna differenza, mai come adesso». «E cosa succede se vinciamo?», volle sapere Jarl. «Tornerete indietro e cercherete di eliminarci?» «Se vinciamo, voi probabilmente mi riterrete troppo pericoloso e mi farete uccidere», rispose abbozzando un sorriso. «Ora come ora, è un pensiero che non mi disturba più di tanto». «Allora, vediamo». Jarl si passò le mani sulla chioma di treccioline nere, riflettendo sulla proposta. «Non ho intenzione di dividere la vostra lealtà con altri, Brant. Servirete me, e solo me. È un problema per voi?» «Tutti quelli a cui ho giurato qualcosa sono morti», ribatté Brant, stringendosi nelle spalle. «Tranne forse mia moglie. Ma ho delle domande da porvi. Se voi siete il nuovo Shinga, chi è il vecchio? È ancora vivo? Su quanti fronti si svolgerà questa battaglia?». Jarl rimase in silenzio.
«Sono io il vecchio Shinga», rispose Momma K. «Ho deciso di ritirarmi, e non perché Jarl mi abbia costretta. Per anni l'ho preparato a questo momento, ma adesso gli eventi ci hanno forzato la mano. I Cunicoli sono il nostro centro di forza, Brant, e stanno morendo. La fame è già un problema attuale, ma la pestilenza non tarderà a seguirla. Al Re Divino non interessa quel che succede qui. Non ha nemmeno stabilito una struttura di potere. Se noi intendiamo sopravvivere - e con noi, intendo il Sa'kagé, ma anche Cenaria e ogni anima sventurata che abita i Cunicoli - le cose devono cambiare. Riusciamo ancora a far arrivare carri e imbarcazioni; i soldati ispezionano il carico in cerca di armi ed esigono tangenti, ma a questo possiamo sopravvivere. Non ci sarà possibile, invece, se ogni carro carico di cibo viene saccheggiato. La gente sta morendo di fame e non ci sono guardie a impedire simili ruberie, e se viene saccheggiato un carro, lo saranno anche tutti quelli che arriveranno in seguito. E così i mercanti non invieranno più alcuna provvista. E moriranno tutti. Non siamo ancora arrivati a tanto, ma ci siamo vicini». «Allora cosa intendete fare?», domandò Brant. «Intendiamo istituire un governo pacifico. Tutti mi conoscono», disse Momma K. «Posso assoldare dei picchiatori per sorvegliare i carri; posso dirimere le controversie; posso sovrintendere alla costruzione di rifugi». «Questo farà di te un bersaglio», osservò Brant. «Sono un bersaglio in ogni caso», replicò Momma K. «Abbiamo perso alcuni sicari, e non significa che siano morti. I sicari pronunciano un giuramento di obbedienza magicamente vincolante allo Shinga. Il Re Divino ha spezzato quel vincolo. Ho saputo che Hu Gibbet ha rivelato la mia identità al Re Divino. Caroth non crede che una donna possa essere lo Shinga, perciò adesso sta cercando quello vero. Ma un giorno dovrà cambiare idea, che io agisca pubblicamente o nell'ombra. Non posso impedire tutto questo, ma posso ben fare quel che va fatto». Momma K era calma come un qualsiasi veterano che si appresti a lanciarsi in battaglia. Brant Agon era sopraffatto dallo stupore. «Ditemi cosa devo fare», disse Brant.
Rispose Jarl: «Scegliete alcuni fra i miei uomini e fate di loro dei cacciatori di streghe. Dopo di che, voglio che creiate delle difese da utilizzare nel caso che l'esercito invada i Cunicoli. I Khalidoriani dispongono di stregoni e soldati, e hanno alcuni dei nostri migliori elementi dalla loro parte. L'unica ragione per cui sono ancora vivo è che non sanno chi sono. Comunque, benvenuto a bordo». «Il piacere è mio». Brant s'inchinò goffamente a causa delle ferite e seguì una massiccia guardia del corpo fuori dalla porta. Appena se ne fu andato, Jarl si rivolse a Momma K. «Non mi avevi detto che vi conoscevate». «In effetti non credo di conoscere questo Brant Agon», fu la risposta. «Rispondi alla domanda». Un lieve sorriso le increspò le labbra, divertita e quasi orgogliosa che Jarl stesse assumendo il comando. «Trenta anni fa Brant si innamorò di me. Ero un'ingenua. Pensavo anch'io di amarlo, e sono stata la sua rovina». «Lo amavi?», chiese Jarl, invece di domandare cosa fosse accaduto. La domanda fu per Momma K la dimostrazione che aveva scelto l'uomo giusto per succederle sul trono dello Shinga. Jarl sapeva come aprirsi uno spiraglio, ma una cosa era ammirare la sua abilità, un'altra sperimentarla di persona. Il sorriso si fermò sulle labbra. Non sarebbe riuscita a ingannare Jarl nemmeno per un istante, ma dopo tutti quegli anni, indossare una maschera era per lei una reazione istintiva. «Non lo so. Non ricordo. Ha importanza?».
Capitolo 12 «Si dice che Gaelan Starfire
abbia gettato il ka'kari blu nel mare, creando il Tlaxini Maelstrom», disse Neph. «In tal caso, può ancora trovarsi lì, ma non ho idea di come sia possibile recuperarlo. Quello bianco è andato perduto seicento anni fa. Un tempo credevamo che fosse nella Cappella, ma la vostra nonna ha dimostrato che non è così. Il verde fu portato a Ladesh da Hrothan Steelbender e andò perduto. Ho appurato che Hrothan arrivò a Ladesh circa duecentoventi anni fa, ma non sono riuscito a scoprire altro. L'argento è andato smarrito durante la guerra dei cent'anni, e potrebbe trovarsi ovunque, da Alitaera a Ceura, a meno che Garric Shadowbane non l'abbia in qualche modo distrutto. Quello rosso è stato gettato nel cuore della montagna Ashwind - oggi il Monte Tenji a Ceura - da Ferric Fireheart. Quanto al marrone, corre voce che sia conservato presso la scuola dei Creatori a Ossein, ma ne dubito». «Perché?», chiese Garoth Ursuul. «Non credo che resisterebbero alla tentazione di usarlo. Con il potere della terra, quei gretti Creatori diventerebbero cento volte più esperti in un battibaleno. Qualcosa di Creato sarebbe apparso, prima o poi, e sarebbe stato chiaro che qualcuno stava Creando ai livelli di tanto tempo fa. Ma questo non è accaduto. O gli uomini di quella scuola sono meno ambiziosi di quanto creda possibile, oppure non si trova lì. Altre voci lo vogliono chiuso all'interno del Gigante Blu di Caernarvon - il castello. Le considero niente più di una semierudita millanteria. Non è un luogo particolarmente ingegnoso dove nascondere un ka'kari». «Ma noi non abbiamo un solido vantaggio sul rosso?» «Quando Vürdmeister Quintus ha attraversato Ceura, ha detto che le esplosioni del Monte Tenji sono almeno in parte magiche. Il problema con il rosso, e anche con il blu, è che - anche se riusciamo a raggiungerli - non si ha la certezza che un ka'kari sia rimasto intatto
dopo essere stato esposto a forze così elementari e per un tempo così lungo». «Non mi stai offrendo molto, Neph». «Non è esattamente come andar a raccogliere conchiglie». La voce suonò infida. Non lo sopportava. «Intuizione davvero profonda», sospirò Garoth. «E il nero?» «Nient'altro che una diceria. Persino nei libri più antichi. Se quel che ho Visto è reale, e il Ladeshiano non è affetto da delirio, è il segreto custodito meglio di ogni altro di cui mi sia mai giunta voce». «Altrimenti non sarebbe un segreto, no?», osservò Garoth. «Eh?» «Vai a prendere il nostro uccello canterino ladeshiano. Avrò bisogno di un po' di Polvere». Elene voleva che vendesse la spada. Nelle ultime dieci sere avevano recitato i loro ruoli come se fossero marionette. Anche se, ogni tanto, persino le marionette fanno parti diverse. «Non la guardi nemmeno, Kylar. È lì, chiusa in quella cassetta sotto il letto». Le sopracciglia scure si erano avvicinate fra loro, formando quelle piccole rughe di preoccupazione che Kylar stava imparando a conoscere molto bene. Era seduto sul letto, intento a massaggiarsi le tempie. Così stanco, talmente stanco di tutto. Si aspettava davvero che le desse una risposta? Ma certo che se lo aspettava. Non erano che parole e fiato sprecato. Perché le donne pensavano sempre che parlare di un problema servisse a risolverlo? Alcune faccende erano come cadaveri. L'aria calda le faceva putrefare e corrompere, ammorbando tutto il resto. Meglio seppellirle e andare avanti. Come Durzo. Cibo per i vermi. «Era la spada del mio maestro. Me l'ha data lui», rispose Kylar, solo in lieve ritardo sulla consueta battuta. «Il tuo maestro ti ha dato un sacco di cose, e con la stessa generosità anche le percosse. Era un uomo cattivo».
A questa osservazione si sentì rimescolare il sangue. «Tu non sai niente di Durzo Blint. Era un grand'uomo. È morto per darmi l'opportunità...». «Va bene, va bene! Parliamo di quel che so», tagliò corto Elene. Era di nuovo sul punto di scoppiare in lacrime, maledizione. Si sentiva frustrata quanto lui. Il peggio era che non cercava nemmeno di convincerlo usando l'arma delle lacrime. «Siamo rovinati. Abbiamo perso tutto, e abbiamo causato gravi perdite anche a Zia Mea e a Braen. Abbiamo i mezzi per aggiustare le cose, e ne vale la pena. È colpa nostra se quei vandali hanno dato fuoco alla stalla». «Intendi colpa mia», disse Kylar. Sentì Uly piangere nella sua stanza di là dalla parete, al suono delle loro urla. Se avesse affrontato a modo suo quel Tom Gray, l'uomo avrebbe avuto troppo timore di percorrere quei cinque isolati fino alla casa di Zia Mea. Kylar conosceva la musica delle strade. Parlava la lingua della carne, suonava le corde sottili dell'intimidazione, infondeva la paura nel cuore degli uomini. Conosceva e amava quella musica. Ma le note delle canzoni che Durzo insegnava non erano sillogismi. Non c'era una tesi contrapposta a un'antitesi, e poi l'armonizzazione nella sintesi. Non era quel tipo di musica. La musica della logica era troppo nobile per la vita nelle strade, troppo inafferrabile, con tonalità inadatte. Il tema ricorrente del sicario, ovunque lo suonasse, era la sofferenza, perché tutti conoscevano il dolore. Era brutale - ma non privo di sfumature. Senza tradire il proprio Talento, Kylar avrebbe potuto sistemare tutti e sei i teppisti e Tom Gray. Avrebbe lasciato i giovani sbalorditi e pieni di ammaccature. A Tom, gli avrebbe fatto male. Quanto, avrebbe lasciato decidere a lui. Ma anche se Elene lo avesse lasciato fare, come avrebbe potuto mostrarle quel che provava? E se lei avesse notato la sua gioia? Guardò il viso della ragazza, ed era talmente bello che si ritrovò a ricacciare indietro le lacrime.
Ma di cosa stavano parlando? Kylar disse: «Saltiamo le solite stronzate dove io ti dico che la spada non ha prezzo e tu dici che ce l'ha e che potremmo aprirci il
negozio e io dico che non posso farlo ma non so spiegarti il perché così tu dici che io in realtà voglio essere un sicario e tu mi stai solo trattenendo - e poi cominci a piangere. Allora perché non cominci subito a piangere così poi io ti stringerò fra le braccia e ti bacerò per un'ora e poi tu mi impedirai di spingermi oltre e poi ti addormenterai senza problemi mentre io resterò sveglio e con le palle doloranti? Possiamo saltare subito alla parte dei baci? Perché l'unica parte che mi piace di tutta la nostra fottuta vita è quando credo che tu stia godendo quanto me e penso che forse questa sera finalmente scoperemo. Che ne dici?». Elene incassò senza fiatare. Kylar vide i suoi occhi velarsi di lacrime, ma non pianse. «Ti amo, Kylar», disse Elene sommessamente. Il viso composto, le rughe di preoccupazione comparse. «Credo in te, sono con te, comunque vada. Ti amo. Mi senti? Ti amo. Non riesco a capire perché tu non voglia vendere la spada...». Sospirò. «Ma posso accettarlo. D'accordo? Non te lo chiederò più». Così adesso era lui il vero bastardo. Restava seduto sopra una fortuna invece di usarla per provvedere a sua moglie e a sua figlia e per rimborsare persone che avevano subito un danno per causa sua. Ma lei lo avrebbe accettato. Che nobiltà d'animo. Il peggio era che Kylar sapeva - dannazione, lo sapeva perché Elene per lui era come un libro aperto - che la ragazza non riusciva a cogliere la superiorità morale di essere un osso duro. Stava cercando di fare la cosa giusta. Questo non faceva che rendere ancora più marcato il contrasto fra loro due.
Non mi conosce. Crede di conoscermi, ma non mi conosce. Mi ha accettato pensando che Kylar fosse solo una versione più anziana e leggermente più sporca di Azoth. Io non sono sporco, sono contaminato. Uccido la gente perché mi piace. «Andiamo a letto, tesoro», disse Elene. Si stava spogliando, e la rotondità dei seni attraverso la sottoveste e le curve dei fianchi e le gambe affusolate accesero in lui lo stesso fuoco di ogni sera. La pelle rosseggiò alla luce della candela e gli occhi di Kylar si fissarono sulla punta di un capezzolo. Con un soffio, Elene spense la fiammella.
Kylar si era già tolto i vestiti, e la desiderava. Un desiderio così intenso da farlo tremare. Si allungò sul letto, ma non la toccò. Il ka'kari lo aveva maledetto con una visione perfetta anche nel buio. Maledetto, perché riusciva ancora a vederla. Leggeva il dolore sul suo viso. La sua libidine era una catena a cui era legato come uno schiavo, e questo lo disgustò. Così, quando Elene si girò a sfiorarlo, non si mosse. Si girò sulla schiena e guardò il soffitto.
Sembra che abbia saltato tutte le parti precedenti fino a quella delle palle doloranti. Non dovrei esser qui. Cosa sto facendo? La felicità non è per gli assassini. Non posso cambiare. Sono un essere spregevole. Non valgo nulla. Un erborista senza erbe, un padre che non è un padre, un marito che non e un marito, un assassino che non uccide. Quella spada sono io. Per questo non riesco a liberarmene. Rappresenta quel che sono. Una spada inguainata che vale una fortuna, sepolta in fondo a un baule. Peggio che inutile. Uno spreco. Si drizzò a sedere, poi si alzò. Infilò una mano sotto il letto e tirò fuori la cassa allungata. Elene si sollevò dal letto mentre cominciava a indossare i suoi vestiti da sicario. «Tesoro?», lo chiamò Elene. Si vestì in pochi secondi - Blint lo aveva fatto esercitare anche in questo - allacciando coltelli alle braccia e alle gambe, assicurando una serie di grimaldelli a un polso e un rampino ripiegato a filo della schiena, sistemando le pieghe degli indumenti perché smorzassero qualsiasi tintinnio, legandosi Retribution alla schiena e indossando una maschera di seta nera. «Tesoro», ripeté Elene con voce tesa. «Che stai facendo?». Non uscì dalla porta per scendere lungo le scale. No, non quella sera. Invece, aprì la finestra. L'aria sapeva di buono. Di libertà. Inspirò profondamente fino a riempirsene i polmoni e trattenne il fiato, come se potesse trattenere anche quel senso di libertà. All'ironia del pensiero, espirò in un sol colpo e guardò Elene.
«Quel che faccio sempre, amore», rispose Kylar. «Vado a far casino». Con uno slancio di Talento, saltò giù nella notte. Ancora una volta, Ferl Khalius aveva ricevuto il suo incarico di merda. Dopo che il suo reparto era stato massacrato durante l'invasione, erano stato scelto per ogni compito ingrato: buttare corpi giù da quel ponte bruciacchiato e vacillante; aiutare i cuochi a trasportare provviste all'interno del castello; aiutare i Meister a costruire le nuove mura del Re Divino intorno alla città; doppi e tripli turni di guardia - e mai la possibilità di scegliere un'assegnazione come quella sul Vanden Bridge, dove le guardie, a ogni turno, si portavano a casa la paga di una settimana in mazzette solo per chiudere un occhio e lasciar passare qualche ladruncolo. E adesso questo. Guardò il suo prigioniero con disgusto. L'uomo era grasso, con le mani morbide di un nobile del Sud, sebbene portasse la barba rossa secondo lo stile khalidoriano. Il naso era adunco e le sopracciglia sembravano due cespugli. Fissava Ferl con evidente agitazione. Ferl non era tenuto a rivolgergli la parola. Ferl non era tenuto a sapere chi fosse. Ma fin dall'inizio aveva avuto un cattivo presentimento, da quando un capitano gli aveva detto che i Vurdmeister volevano vederlo. Avevano fatto proprio il suo nome. Doveva recarsi immediatamente a rapporto. Un annuncio che nessun Khalidoriano amava sentirsi fare. Ferl pensò che dipendesse da quel piccolo souvenir, la spada con l'elsa a forma di drago che aveva preso sul ponte. Ma non era stato quello il motivo della sua convocazione. Tuttavia, fu sul punto di pisciarsi addosso quando si trovò di fronte al Vurdmeister lodricari in persona: Neph Dada. Nessun Vürdmeister era normale, ma Neph era particolarmente sinistro. Per tutto il tempo che Neph aveva parlato, Ferl non aveva staccato gli occhi dalle dodici corde annodate che simboleggiavano le dodici shu'ra ottenute. Era troppo spaventato per guardarlo in faccia. Neph aveva assegnato quel compito a Ferl e non ad altri. Gli era vietato parlarne con altri soldati, e tantomeno intrattenersi con loro per tutta la durata dell'incarico. Adesso, lui e il nobile erano confinati
dentro la dimora di un mercante nella zona orientale della città. I Meister si erano affrettati a trasformare parte della casa in una prigione. Un lavoro eseguito dai Meister. C'era una sola spiegazione per questo: era una faccenda talmente importante che si doveva chiudere in fretta e all'oscuro di tutti. L'avevano lasciato lì con cibo sufficiente per qualche mese, col divieto di allontanarsi. Questo aveva reso la situazione davvero spiacevole. Ferl Khalius non era diventato il vice - adesso il capo - del suo reparto per pura stupidità. Aveva parlato con il prigioniero e appreso che il suo nome era barone Kirof. Il nobile sosteneva di non conoscere il motivo della propria reclusione. Proclamò la sua innocenza e la sua lealtà a Khalidor - e il fatto che sprecasse fiato a parlare con un semplice soldato fece capire a Ferl che il barone non era poi un elemento così brillante. Disobbedendo agli ordini, Ferl sgusciò fuori dalla casa e scoprì che il barone Kirof, a quanto pareva, era stato ucciso. Il buon duca khalidoriano, Tenser Vargun, stava adesso marcendo nelle Fauci per aver ucciso un nobile cenariano che non era morto. Fu allora che Ferl capì di essere stato fregato. La sua immaginazione non riusciva a figurarsi nessuna piega nella faccenda a favore di Ferl Khalius. Perché assegnare un incarico simile a un uomo ormai privo del suo reparto? Per poterlo poi eliminare senza che nessuno se ne accorgesse. A tempo debito, il barone Kirof sarebbe stato liberato o ucciso - l'unica ragione per tenerlo in vita, quando si supponeva fosse morto, doveva essere quella di farlo saltar fuori in un preciso momento. Ma Ferl? Ferl sarebbe stata solo la prova che i Vürdmeister avevano mentito.
Sarei dovuto tornare a Khalidor. Gli avevano offerto un lavoro:
occuparsi dei buoi della salmeria. Aveva quasi accettato. Se l'avesse fatto, ormai sarebbe stato lungo la strada che lo riportava al suo clan. Ma tutti quelli che scortavano il tesoro fino a Khalidor venivano perquisiti con cura prima di essere congedati, e questo voleva dire perdere la sua preziosa spada. Così era rimasto, certo di raggranellare una piccola fortuna durante il saccheggio della città. Proprio così.
«Dovrei uccidervi», disse Ferl. «Dovrei uccidervi solo per far loro un dispetto». L'uomo grassoccio impallidì. Non aveva dubbi circa le intenzioni di Ferl. «Ditemi, grassone», riprese Ferl. «Se i Vürdmeister vi dicessero che vi verrebbe risparmiata la vita nel caso mentiste su chi vi ha sequestrato, lo fareste?» «Che razza di domanda idiota è questa?», replicò il barone Kirof. Quindi sapevano che Kirof avrebbe retto il gioco. «Siete un brav'uomo, non è vero, grassone?» «Cosa?», domandò il barone. «Non capisco il tuo accento. Com'è che mi hai chiamato?» «Grassone. Grassone!». «Ma non capisco!». Una mano di Ferl guizzò fra le sbarre e agguantò una manciata di pelle flaccida, stringendola con tutta la forza possibile. Kirof sgranò gli occhi e lanciò uno strillo, cercando di liberarsi, ma Ferl lo tenne saldo contro le sbarre, intrappolato dal suo grasso. «Grassone! Grassone!». Afferrò la guancia del barone con l'altra mano e la strizzò con eguale spietatezza. L'uomo cominciò a menare colpi alle mani di Ferl, ma era troppo debole. Riuscì solo a piagnucolare. «Grassone!», gli gridò in faccia un'ultima volta, e poi mollò la presa. Il nobile crollò all'indietro sul giaciglio nella cella, massaggiandosi la guancia e i rotoli di grasso con gli occhi velati di pianto. «Grassone?», ripeté, profondamente offeso. Ferl era fortunato a non avere una lancia a portata di mano. «Muovete quel culo lardoso», gli disse. «Ce ne andiamo».
Capitolo 13 Il semplice muoversi, saltare di tetto in tetto, volare sopra il mondo sottostante, riempì di gioia il cuore di Kylar. Gli edifici di Cenaria erano stati un misto tra case di bambù e fibre di riso in stile ceuriano con tetti spioventi d'argilla e abitazioni di legno e mattoni rossi con il tetto di paglia. Qui, a centinaia di chilometri dalla più vicina risaia e senza la minaccia della neve, i tetti erano piatti e costruiti in argilla compatta, e sostenuti da solido legno. Per un uomo pratico come Kylar, erano come un'autostrada nel cielo. Kylar assaporò ogni dettaglio. La forza dei suoi muscoli, il profumo dell'aria della notte e il potere segreto di muoversi nell'oscurità come un'ombra. Tutto era perfetto. Niente gli calzava bene come gli indumenti da sicario. Realizzati dal miglior sarto di Cenaria, Mastro Piccun, si muovevano insieme a lui. Il colore screziato spezzettava la sua figura e avrebbe reso difficile individuare anche un uomo senza Talento. Si fermò sul bordo di un edificio; ruotò il collo e sciolse i muscoli della schiena mentre indietreggiava per prendere la rincorsa. Il balzo fino al tetto del vicino magazzino era di circa sei metri. Espirò con forza e scattò in avanti. Lo stridore dei suoi passi aumentò durante l'accelerazione finché spiccò il salto, continuando a muovere le gambe in aria mentre volava al di sopra del vicolo. Guadagnò facilmente il tetto del magazzino, atterrando quasi due metri oltre il bordo. Sfrecciò verso il muro, dove una parte del tetto saliva verso un terzo livello più circoscritto. Era troppo alto per saltare e aggrapparsi al bordo. Invece, si arrampicò rapidamente sul muro e lo scavalcò. Allungò una mano verso le travi del tetto che sporgevano dall'edificio, ma inutilmente. Le dita restarono a una decina di centimetri più in basso della trave. Mani invisibili si materializzarono dalle sue, allungandosi fino ad afferrare la trave. Kylar si issò e atterrò sulla sommità della trave
larga sette centimetri. Vacillò per un momento, poi ritrovò l'equilibrio e mise piede sul tetto. Si abbandonò a un gesto di trionfo. Gli ci erano voluti solo tre tentativi. Niente male. Niente male affatto. La prossima volta avrebbe provato mentre era invisibile. Cominciava a comprendere cosa gli aveva detto una volta il suo maestro: appena fosse stato in grado di usare il Talento, avrebbe avuto tanto da imparare. Già il semplice passare dall'usare il suo Talento per saltare a usarlo per allungare mani invisibili andava al di là di ogni immaginazione. Farlo mentre era invisibile e correndo a tutta velocità - be', doveva solo prendersi del tempo per allenarsi, no?
Per cosa? Tempo per allenarsi per cosa ? Quella considerazione inasprì la brezza notturna che soffiava dai fiumi. La libertà che aveva respirato si disperse come nebbia. Si stava allenando per niente. Si stava allenando perché non riusciva a giacere accanto a Elene mentre pensieri, emozioni e libidine agitavano il suo animo. Passava dall'impulso di strapparle i vestiti di dosso e prenderla con la forza alla voglia di gridarle qualcosa per scuoterla da quella situazione di stallo. Lo spaventava l'intensità di quelle pulsioni, di come avrebbero potuto combinarsi fra loro. Quello non era fare l'amore. Il solo pensiero gli dava la nausea. Superò con un balzo un altro vicolo sorvolando una coppia che passeggiava sottobraccio, e sentì le domande sorprese che si scambiarono - qualcosa era appena passato sopra le loro teste? Kylar rise sonoramente, e tutte le sue angustie si dissolsero nell'euforia dell'azione, del movimento, della libertà. Mentre scivolava oltre una piccola gang in agguato, pronta a sorprendere il primo ubriaco barcollante che avesse imboccato il loro vicolo, Kylar si sentì pienamente vivo. Non aveva nemmeno bisogno dei suoi poteri. Era lì, tutti i sensi allertati, ogni fibra del suo essere pronta ad agire; se uno di quei teppisti si fosse accorto di lui, avrebbe dovuto ricorrere ai propri poteri - fuggire, attaccare, saltare, schivare, nascondersi -, qualsiasi cosa. Passando vicino a uno con un coltello in mano e un otre nell'altra, ne fiutò l'odore. Doveva regolare il ritmo del proprio respiro su quello del delinquente, così non lo avrebbe sentito; doveva misurare ogni passo, seguire il
cambiamento della luce mentre la luna scivolava fuori e dentro le nuvole, osservare i volti dei quattro giovani mentre scherzavano e parlavano fra loro, passandosi una pipa di marijuana. «Ehi, fate silenzio!», esclamò il tipo più vicino a Kylar. «Non prenderemo mai nessuno se continuate a chiacchierare, idioti!». Si zittirono. Gli occhi del teppista sfiorarono Kylar, che restò senza fiato - c'era qualcosa negli occhi di quel giovane. Un che di oscuro, che gli risvegliò qualcosa nei recessi della mente. Lungo il vicolo, un uomo barcollò fuori da una taverna. Si puntellò contro un muro, poi si diresse dritto verso il punto dell'agguato.
Cosa sto facendo? Kylar realizzò che non aveva nemmeno un piano. Sono impazzito. Devo andarmene di qui. Non aveva tradito la parola data a Elene. Non ancora. Dopo tutto, non le aveva mai promesso di non uscire di notte. Aveva giurato di non uccidere. Doveva andare. Ora. Se cominciavano a pestare l'ubriaco, non sapeva cosa avrebbe fatto. O forse lo sapeva fin troppo bene, ma non poteva farlo. Il ka'kari trasudò dai suoi pori come una patina di olio nero iridescente. Ammantò la pelle e i vestiti in un momento - lo coprì, scintillò per un brevissimo istante, e scomparve. Uno dei teppisti sull'altro lato del vicolo si accigliò e aprì la bocca per dire qualcosa, ma poi cambiò idea e scosse la testa, certo che quel che aveva visto fosse solo frutto della sua immaginazione. Kylar spiccò un balzo di un metro e mezzo in aria e si afferrò al bordo del tetto. Si tirò su e si allontanò di corsa. Quando sentì un grido - e quello era il tonfo di un randello che colpiva un uomo? non si fermò. Non si guardò indietro. Era a soli quattro isolati di distanza, sempre in fuga, diretto alla casa di Zia Mea, quando vide una ragazza pedinata da altri tre teppisti. Cosa diavolo faceva per strada a quell'ora? Chiunque in questa parte della città doveva sapere quanto fosse insensato per una
ragazza - graziosa, con i capelli biondi come oro - andare in giro da sola. Non erano affari che lo riguardavano. Capelli d'Oro lanciò un'occhiata oltre la spalla e Kylar notò il viso rigato di lacrime. Magnifico. Una ragazza stupida ed emotiva che si comportava in modo stupido ed emotivo. Si fermò di colpo. Maledizione. Non puoi salvare il mondo,
Kylar. Non sei realmente l'Angelo della Notte. Sei soltanto un'ombra, e le ombre non possono occuparsi di nulla.
Imprecò, ad alta voce. Nella strada sottostante, i quattro personaggi del piccolo dramma in atto alzarono lo sguardo verso i tetti, ma naturalmente non lo videro. Né lo videro saltare giù sul selciato e cominciare a seguirli. Se l'avessero presa, avrebbe dovuto ucciderli. Avrebbe dovuto far loro del male per allontanarli da lei; e poi, cos'altro avrebbe fatto? Malmenarli rendendosi invisibile? Lasciare che andassero in giro a raccontare questa storia? Qualcuno l'avrebbe ricollegato all'Angelo della Notte, prima o poi, e allora tutto sarebbe finito in malora. No, se l'avessero presa, avrebbe dovuto rompere la promessa fatta a Elene e poi non sarebbe più potuto tornare indietro. Quindi c'era un'unica cosa da fare: assicurarsi che non la catturassero. Capelli d'Oro fece la prima cosa sensata di quella sera: cominciò a correre. I teppisti si separarono e si lanciarono alla caccia. Kylar recuperò Retribution dalla schiena, ma non la sfoderò. Si avviò dietro uno degli inseguitori, calcolò il ritmo della sua corsa e infilò la spada inguainata fra i piedi del giovane nel bel mezzo di una falcata. Il teppista crollò a terra e il suo compagno ebbe appena il tempo di lanciarsi un'occhiata alle spalle prima di seguire la stessa sorte, producendosi in un incontro con il selciato molto più intimo di quanto avrebbe gradito. Imprecarono entrambi, ma non erano due tipi molto svegli. Balzarono in piedi e ripresero l'inseguimento guadagnando rapidamente terreno. Stavolta Kylar fece inciampare l'uno addosso all'altro. I due si afflosciarono a terra in un groviglio di corpi, cominciando a bestemmiare e a menarsi colpi. Quando riuscirono finalmente a rialzarsi, la ragazza era sparita.
Kylar aveva perso di vista sia lei che l'ultimo dei teppisti. Salì su un tetto e si gettò nella ricerca. Mentre correva, lasciò cadere il velo d'invisibilità così da poter impiegare tutto il Talento nella velocità. Dopo aver volato sopra diversi tetti, la individuò di nuovo. Era a un solo isolato di distanza dall'unica casa presente in un vicolo buio, con una lanterna accesa dietro i vetri della finestra. Senza dubbio era la sua abitazione. Poi Kylar scorse l'ultimo teppista venire giù lungo un vicolo che incrociava il percorso della ragazza. Appena la vide, il delinquente si appostò nell'ombra. Non c'era tempo. Kylar si trovava più indietro di un isolato rispetto a loro. Raggiunse il bordo dell'edificio e saltò, non visto, al di sopra di Capelli d'Oro, estraendo Retribution prima di atterrare nel vicolo, proprio davanti al teppista. L'uomo aveva tirato fuori un coltello e in un istante Kylar lesse nelle pozze nere dei suoi occhi un odio profondo, incontrollato, alimentato dalla percezione di un affronto. Quell'uomo aveva già ucciso, e quella sera aveva in mente di uccidere Capelli d'Oro. Kylar non sapeva perché, ma ne era certo. E guardando quell'oscurità che reclamava morte, si rese conto di averla già vista in precedenza: negli occhi del principe Ursuul. Solo in seguito avrebbe deciso di essersi sbagliato. Ci fu un momento di stupito silenzio mentre il teppista e l'Angelo della Notte si fissavano. «Madre? Padre?», chiamò la ragazza mentre superava l'incrocio fra i vicoli. Il criminale passò all'attacco e Retribution saettò in avanti, perforando il plesso solare dell'assalitore, strappandogli l'aria dai polmoni e inchiodandolo al muro. Dietro l'angolo, si spalancò una porta e Capelli d'Oro fu fatta entrare al sicuro, sotto un diluvio di parole di scusa e di perdono, e di lacrime. Kylar dedusse che la ragazza aveva litigato con i genitori per qualche ragione che nessuno ricordava ed era scappata di casa. Il ferito si contorse. Stava cercando di respirare, ma gli era impossibile perché Retribution gli aveva spezzato le costole,
schiacciandole contro il diaframma. Le gambe erano completamente inerti. Il colpo doveva avergli lesionato almeno in parte la spina dorsale, perché l'unica cosa che lo teneva in piedi era la lama che lo affiggeva al muro. L'uomo era già morto, ma non se ne era ancora fatto una ragione.
Che io sia dannato, cosa ho fatto? Kylar ritirò la spada e il corpo
si afflosciò a terra. Con estrema freddezza, gli affondò la lama nel cuore. Ormai, era coinvolto. Non poteva lasciare lì il cadavere. Non era professionale, e il suo ritrovamento avrebbe di certo guastato la tenue felicità che trapelava dalle finestre aperte. Sul muro era rimasto un po' di sangue: lo asciugò con il mantello del morto e poi ci strofinò sopra un po' di terra. All'interno della piccola casa, era in corso una festa di gioia e riconciliazione. La madre aveva servito l'ootai e ridacchiava ripensando a quanto lei e il marito fossero stati in pensiero. La ragazza stava raccontando la storia degli uomini che l'avevano terrorizzata inseguendola, per poi cadere uno dopo l'altro. Kylar provò un moto di orgoglio, seguito dal disgusto nel constatare quanto fosse per lui dolcemente familiare. Ma mentiva a se stesso. Non era disgustato. Era commosso. Commosso e profondamente triste. Era rimasto là fuori nel vicolo, con il morto, da solo. Con la punta del piede spinse un po' di terra a coprire il sangue sul selciato e ficcò degli stracci nelle ferite del cadavere. «Sia lode a Dio», concluse la madre. «Tuo padre e io non abbiamo mai smesso di pregare».
Sono io, pensò Kylar mentre si caricava il corpo sulle spalle, la risposta a ogni preghiera. Tranne a quella di Elene. «Perché qualcuno vorrebbe distruggere un ka'kari, Neph?», domandò il Re Divino mentre camminava avanti e indietro nell'ampio salone. «Gli abitanti del Sud sono spesso privi di logica, Vostra Santità».
«Ma di certo questi eroi che si pensa abbiano distrutto il ka'kari Garric Shadowbane, Gaelan Starfire, Ferric Fireheart - dovevano avere poteri magici. Non educati come Meister, naturalmente, ma dotati di Talento. Simili guerrieri avrebbero potuto vincolare loro stessi il ka'kari. E non l'hanno fatto? Stiamo dicendo che almeno tre guerrieri hanno preferito distruggere artefatti che li avrebbero resi dieci volte più potenti di quanto già non fossero? I grandi uomini non sono così altruisti». «Vostra Santità», riprese Neph, «state tentando di riprodurre il modo di pensare di gente che abbraccia le virtù della debolezza. Questa è gente che privilegia la compassione al posto della giustizia, la pietà al posto della forza. La loro, è una filosofia malata, una sorta di pazzia. È naturale che agiscano in modo inspiegabile. Guardate con quanto ardore Terah Graesin si precipita verso il suo triste destino». Il Re Divino minimizzò la faccenda con un cenno seccato della mano. «Terah Graesin è una sciocca, ma non tutti i meridionali lo sono. Se lo fossero, i miei progenitori li avrebbero annientati secoli fa». «Certo che l'avrebbero fatto», precisò Neph Dada, «se non fosse stato per le incursioni dal Freeze». Garoth liquidò la questione. Un normale Meister era sempre stato più potente di un comune mago, spesso aveva più colleghi nella sua arte, e lui e i suoi compagni non venivano spartiti fra scuole rivali disseminate in tutto il Midcyru. Gli eserciti khalidoriani erano validi come molti altri e migliori di tanti. Nonostante questi punti a suo favore, le ambizioni del Re Divino erano state più volte frustrate. «Mi sento... osteggiato», disse Garoth. «Osteggiato, Vostra Santità?», ripeté Neph, con un asmatico colpo di tosse. «Forse questi meridionali credono davvero in quel che vanno proclamando in merito alla pietà e alla protezione dei deboli, sebbene la nostra esperienza qui ci dimostri il contrario. Ma il richiamo del potere non viene facilmente ignorato, Neph. Forse un santo delle loro fedi potrebbe distruggere un ka'kari che avrebbe
potuto invece usare. Ma come hanno potuto sparire sei ka'kari e restare nascosti per così tanto tempo? Stai parlando di generazioni di santi - ogni nuovo guardiano virtuoso quanto il precedente. Non ha senso. Uno di loro avrà ceduto». «Il ka'kari è riapparso, di tanto in tanto». «Sì, ma sempre più di rado col passare dei secoli. L'ultima volta è stato cinquanta anni fa», disse Garoth. «Qualcuno sta cercando di distruggere o almeno di occultare il ka'kari. Questa è l'unica spiegazione sensata». «Quindi, qualcuno là fuori sta tenendo in serbo il ka'kari da sette secoli?», osservò Neph, impassibile. «Di certo non qualcuno», replicò Garoth. «Ma qualche... gruppo. Riesco a mandar giù più facilmente un piccolo complotto che la cospirazione di ogni santo del Sud che sia mai esistito». Fece una pausa, seguendo una nuova idea. «Considera quei nomi Shadowbane, Fireheart, Starfire? - non sono nomi di casati. Sono fittizi. Se ho ragione, potrebbe essere che Garric Shadowbane, Ferric Fireheart e Gaelan Starfire fossero i campioni del gruppo, i loro avatar, per così dire». «E il loro odierno avatar?...», chiese Neph. Garoth sorrise. «Adesso ha un nome. Questa mattina, il mio bardo ladeshiano ha cantato. L'uomo che ha percorso questi corridoi con il ka'kari, che ha ucciso mio figlio, era o il leggendario Durzo Blint o il suo apprendista Kylar Stern. Durzo Blint è morto. Perciò, se Kylar Stern è questo avatar...». Garoth lasciò la frase in sospeso. «Spiegherebbe perché quegli eroi erano pronti a distruggere un ka'kari. Perché non potevano usarne altri. Perché ne avevano già vincolato uno. Erano i portatori del ka'kari nero». «Vostra Santità, non è possibile che, invece di distruggere quei ka'kari, li abbiano conservati?». Garoth considerò quella eventualità. «È possibile. E Kylar potrebbe non essere affatto un loro alleato». «Nel qual caso potrebbero tentare di aggiungere il ka'kari nero alla loro collezione», concluse Neph.
«Non possiamo saperlo. Non possiamo avere la certezza di nulla finché non prendiamo Kylar Stern. Il mio uccello canterino diventerà l'assassino perfetto. Nel frattempo, Neph, contatta ogni Meister e agente che abbiamo nelle regioni meridionali e di' loro di tenere gli occhi bene aperti. Dovesse anche costarmi l'intero regno, voglio quel Kylar Stern. Non m'interessa se vivo o morto, ma portatemi quel dannato ka'kari».
Capitolo 14 Le prime settimane nel Buco del Culo dell'Inferno erano state le più truci, prima che Logan diventasse un mostro. Aveva concluso il patto con il diavolo e con il proprio corpo. Aveva mangiato la carne che gli era capitata in quel terribile giorno, e quando Fin aveva ucciso Scab, Logan si era di nuovo cibato di carne. Per accaparrarsela, aveva dovuto uccidere Long Tom, e questo l'aveva reso un mostro. Essere un mostro l'aveva messo al sicuro. Ma Logan non si accontentava di sentirsi al sicuro. Non si accontentava di sopravvivere. Viveva utilizzando il lato di sé più feroce e primitivo, ma non voleva che il suo intero essere si riducesse a questo. Divideva la sua carne. Ne aveva data un po' a Lilly, non per il sesso, come facevano gli altri, ma per decenza. La donna gli aveva dato quel consiglio che gli permetteva di conservare la propria umanità. Divise la carne anche con gli altri mostri: Tatts, Yimbo e Gnasher. Tenne per sé le parti di prima scelta - almeno quelle che aveva il coraggio di ingurgitare. Braccia e gambe erano una cosa, ma mangiare il cuore di un uomo, il cervello, gli occhi, spezzare le ossa per succhiarne il midollo andava al di là delle possibilità di Logan. Era una linea sottile, e uno sapeva che l'avrebbe superata se le cose fossero peggiorate ma, per il momento, si era già svilito abbastanza; così divideva il cibo per scrupolo e per nobiltà d'animo. Era il primo passo per rivendicare la propria umanità. Fin l'avrebbe ucciso appena ne avesse avuto l'occasione. I mostri non creavano problemi, quindi era ancora possibile propiziarseli. Non si sarebbe trattato di lealtà, ma avrebbe comunque cambiato le carte in tavola. Gnasher era tutta un'altra storia. Logan se lo teneva vicino, immaginando che quel povero idiota non lo avrebbe tradito. Tuttavia, aveva imparato presto come mai gli avessero dato quel nome. Ogni notte, arrotava i denti con tale energia che Logan era stupito che avesse ancora i molari.
La terza settimana, Logan si svegliò all'improvviso silenzio di Gnasher e si mise in ascolto nel buio. Anche l'idiota aveva drizzato le orecchie, e doveva avere un udito migliore di quello di Logan perché un minuto dopo risuonò un rumore di passi. Due guardie khalidoriane si profilarono oltre la grata e guardarono in basso con disgusto. La prima era quella che detestavano. Aprì la grata, come faceva sempre, e gettò il loro pane nel Buco, come faceva sempre. Pur conoscendo ormai la crudele abitudine della guardia, i mostri e gli animali, e persino Logan, si alzarono in piedi e si piazzarono intorno al baratro, sperando in un lancio maldestro. Era accaduto solo una o due volte, ma bastava a mantenere vive le loro speranze. «Guardate qui», li provocò il Khalidoriano. Spezzò in due l'ultimo filone e ci pisciò sopra, inzuppandolo di urina. Poi lo gettò agli affamati in attesa. Logan, essendo il più alto fra i prigionieri, riuscì ad afferrarne più degli altri. Lo divorò all'istante, ignorando il fetore, ignorando il liquido caldo che gli colava lungo il mento, ignorando l'umiliazione. La prima guardia scoppiò in una risata fragorosa. La seconda rise con meno convinzione. Il giorno dopo, la seconda guardia ritornò, da sola. Aveva del pane, pulito, e lo lanciò ai prigionieri, un filone ciascuno. Con un accento marcato e senza guardare nessuno di loro negli occhi, promise che avrebbe portato il pane ogni volta che non fosse di guardia insieme a Gorkhy. La notizia diede loro forza e speranza, e un nome per l'uomo che odiavano più di ogni altro. Poco a poco, fra i reclusi si ricostituì una sorta di società. Quella prima notte, erano stati tutti talmente sopraffatti dalla gioia di avere del pane che non avevano nemmeno tentato di rubarselo fra loro. Ma poi, man mano che recuperavano le forze, ricominciarono gli scontri. Dopo pochi giorni, Yimbo il muto si azzuffò con Fin e rimase ucciso. Logan aveva seguito la scena, sperando di cogliere il momento opportuno per saltare addosso a Fin, ma la lotta si era
conclusa troppo in fretta. Il coltello che gli aveva rubato costituiva un vantaggio non indifferente. Quando arrivò il pane, Logan si assicurò di accaparrarsene più degli altri - non solo per il prestigio, ma anche per tenersi in forze. Aveva già perso ogni grammo di grasso che avesse mai messo su, e adesso stava perdendo la massa. Era tutto tendini e muscoli scarni, ma aveva ancora una corporatura imponente e aveva bisogno della sua forza. Eppure, divideva quel che poteva con Lilly, Gnasher e Tatts. Dopo più di due mesi di inferno, Logan compì una svolta. La presenza di Fin, con quella sua dannata fune di tendini che continuava ad allungarsi, lo teneva in continua tensione, sul filo del rasoio. Logan dormiva e si svegliò al lamento dei demoni ai quali a volte imputava l'ululato che si levava dal baratro - non era vento, di questo ne era certo. O erano demoni, oppure gli spiriti di tutti quei poveri bastardi che erano finiti nel Buco nel corso dei secoli. La testa gli pulsava al ritmo tormentoso di quel lamento. Gli doleva la mandibola: aveva tenuto i denti serrati per tutta la notte. Poi ritrovò la propria umanità. «Gnash», chiamò. «Gnasher, vieni qui». L'omone gli rivolse uno sguardo assente. Logan gli si avvicinò e, con molta cautela, gli posò le mani sulla mandibola. Temeva che Gnasher potesse morderlo - e in tal caso, un'infezione sarebbe stata sinonimo di morte - ma compì lo stesso quel gesto. Gnasher parve sconcertato, ma lasciò che Logan gli massaggiasse lentamente la mandibola. In pochi istanti, l'espressione sul volto dell'idiota cambiò. La tensione che Logan riteneva fosse parte della sua deformità si allentò. Quando Logan si fermò, l'uomo ruggì e lo abbrancò. Logan pensò che l'avrebbe ucciso, invece Gnasher si limitò ad abbracciarlo. Quando lo lasciò andare, Logan capì di essersi guadagnato un amico per la vita, anche se in quel Buco sarebbe stata disgustosa, brutale, breve. Avrebbe pianto - ma era una cosa che gli riusciva sempre difficile.
Doveva uccidere Jarl. Vi si fermò fuori del rifugio di Hu Gibbet e posò la testa contro la cornice della porta. Doveva entrare, affrontare Hu, prepararsi e andare a eliminare Jarl. Niente di più semplice, e poi il suo apprendistato sarebbe terminato e non avrebbe più dovuto trovarsi di fronte a Hu. Il Re Divino le aveva persino assicurato che poteva uccidere Hu, se avesse voluto. Nell'anno che Vi aveva trascorso a imparare il mestiere presso Momma K, Jarl era stato il suo unico amico. Si era fatto in quattro per aiutarla, soprattutto durante le prime settimane, quando Vi era stata un vero disastro. Per i suoi bei lineamenti esotici ladeshiani, la sua parlantina, la sua intelligenza e il suo calore, Jarl piaceva a tutti, e non solo agli uomini e alle donne che facevano la fila per ottenere i suoi servigi. (Facevano la fila in senso figurato, naturalmente. Momma K non avrebbe mai tollerato un'ostentazione così priva di buon gusto come una fila dentro il Blue Boar). Ma Vi aveva sempre sentito che fra loro due c'era un legame speciale. Interruppe il corso dei pensieri. Aveva un lavoro da eseguire. Ispezionò la porta in cerca di eventuali trappole. Nessuna. Hu diventava sbadato quando aveva compagnia. Vi aprì adagio la porta, tenendosi da un lato e con le mani bene aperte davanti a sé. A volte, quando Hu era sotto l'effetto dei funghi allucinogeni, attaccava senza fare domande. Non subodorando alcun pericolo, Vi entrò. Hu era in un angolo dell'ingombra stanza anteriore, seduto a torso nudo su una sedia a dondolo. La sedia, però, era immobile, e l'uomo aveva gli occhi chiusi. Non stava dormendo. Vi era in grado di percepire ogni sottile sfumatura nell'atteggiamento del suo maestro; sapeva come respirava quando era realmente addormentato. Fra le mani, stringeva alcuni uncinetti e un piccolo cappellino di lana quasi ultimato. Una cuffietta da bebé, stavolta disgustosa testa di cazzo. Muovendosi come se credesse davvero che Hu stesse dormendo, Vi lanciò un'occhiata nella camera da letto: due donne giacevano fra le lenzuola. Vi le ignorò e cominciò a radunare il proprio equipaggiamento.
Trovare Jarl non sarebbe stato un problema. Doveva solo far sapere in giro che voleva incontrarlo, e lui l'avrebbe ricevuta. Le sue guardie avrebbero controllato che fosse disarmata, ma dopo un po' di tempo passato da sola con lui, l'atmosfera si sarebbe rilassata oppure Jarl avrebbe congedato le guardie, e allora lei l'avrebbe ucciso con le nude mani. Il problema era come non uccidere Jarl. Non aveva intenzione di far fuori l'amico. Vaffanculo il Re Divino. Ma avrebbe tollerato la sua disobbedienza in un solo caso: di fronte a un'alternativa che gli riuscisse ancor più gradita. Vi aprì un armadio e tirò fuori un cassetto. Conteneva la sua collezione di parrucche, le migliori acquistabili sul mercato. Era diventata un'esperta nel conservarle, acconciarle, indossarle e fissarle con la cura richiesta dal suo mestiere. C'era un che di confortante nella sensazione che gli davano i capelli raccolti in una stretta coda di cavallo, talvolta tirati con tanta meticolosità da darle il mal di testa. Da Momma K, le avevano presentato una cortigiana dotata di Talento, che aveva detto a Vi di poterle insegnare come cambiare colore o stile dei capelli usando il Talento, ma Vi non era interessata. Poteva dare il proprio corpo, o Hu poteva prenderlo, ma i capelli erano suoi, ed erano preziosi. Non le piaceva nemmeno che gli uomini toccassero le sue parrucche, ma riusciva a sopportarlo. Quando si prostituiva, indossava una parrucca per quell'esiguo margine di camuffamento che le conferiva - i capelli rosso fuoco non erano così comuni fuori da Ceura. Quando lavorava come sicario, portava sempre i capelli legati a coda di cavallo. Un'acconciatura ragionevole, controllata ed efficiente, proprio come lei. L'unica volta in cui scioglieva i capelli era prima di coricarsi, e solo quando era sola e al sicuro. Dopo aver scelto una graziosa parrucca di capelli neri e lisci, lunghezza al mento, e un'altra di lunghi capelli bruni e ondulati, Vi arraffò le creme che le servivano per tingersi le sopracciglia e il trucco per scurire la carnagione, poi impacchettò le armi. Stava legando strettamente le bisacce, quando una mano le afferrò un seno e lo strizzò con malizia. Vi trasalì, senza fiato per il dolore e la sorpresa, e un istante dopo si detestò per averlo fatto. Hu le ridacchiò dentro un orecchio, premendo il proprio corpo
contro la sua schiena. «Salve, bellezza, dove sei stata?», le domandò, facendo scivolare le mani sui suoi fianchi. «Al lavoro. Ricordate?», rispose, girandosi con una certa difficoltà. Si accorse subito che era ancora sotto l'effetto di allucinogeni. Hu si avvinghiò al suo corpo e per un momento, prima di cedere, Vi fu combattuta fra la repulsione e l'odio e l'abituale arrendevolezza. Lasciò che le spingesse la testa di lato per affondare la faccia nell'incavo del collo. La baciò delicatamente, poi si fermò. «Non porti quel profumo che mi piace», disse, ancora euforico, ma con un tono sorpreso per la stupidità mostrata dalla donna. Vi sapeva bene con quanta facilità potesse diventare violento. «Ho avuto da lavorare. Per il Re Divino». Vi non permise alla propria voce di tradire la minima nota di paura. Mostrare paura a Hu era come gettare carne cruda a un branco di cani selvatici. «Oooh», disse, tornato di colpo festoso. Aveva le pupille dilatate. «Mi stavo divertendo un po'. Festeggiavo». Accennò alla camera da letto. «Ho qui una contessa e una..., dannazione, non mi ricordo, ma è un gatto selvatico. Vuoi unirti a noi?» «Cosa state festeggiando?», volle sapere Vi. «Durzo!», fu la risposta. Si staccò da Vi e danzò in cerchio, afferrando un altro fungo dal tavolo e infilandolo in bocca, e tentando poi inutilmente di prenderne un altro. «Durzo Blint è morto!», esclamò scoppiando a ridere. Vi raccolse il fungo che gli era caduto. «Davvero? Ne avevo sentito parlare, ma ne siete sicuro?». Hu aveva sempre detestato Durzo Blint. I due venivano sempre citati insieme come i migliori sicari della città, ma di solito il nome di Durzo occupava il primo posto. Hu aveva ucciso delle persone che sostenevano la superiorità del rivale, ma non aveva mai dato la caccia a Blint. Se fosse stato in grado di ucciderlo, lo avrebbe fatto. Vi ne era certa. «Momma K era sua amica e non credeva che fosse morto, così ha mandato degli uomini là dove è stato sepolto - ed eccolo lì! Morto, morto, morto». Scoppiò di nuovo a ridere. Strappò il fungo dalle dita di Vi e interruppe la danza. «A differenza del suo apprendista, il lavoro che tu hai mandato in malora». Prese una fiaschetta di liquore
di papavero e ne ingollò una sorsata. «Avevo intenzione di farlo fuori, capisci, solo per togliermi dalle palle il fantasma di Blint. Cento corone ho sprecato in mazzette, e poi viene fuori che ha lasciato la città. Ah!». Dondolò sui piedi. «Accidenti se era forte. Aiutami a sedermi». Vi sentì una morsa al petto. Aveva la sua risposta. Kylar Stern era l'Angelo della Notte. Aveva ucciso il figlio del Re Divino. Uccidere Kylar era l'unica alternativa che avrebbe soddisfatto il sovrano e salvato lei dalla sua ira per non aver ucciso Jarl. Sostenne Hu per un braccio e lo guidò alla sua sedia, assicurandosi che non si sedesse sugli uncinetti appuntiti. «Dove si trova adesso, maestro? Dov'è andato?» «Sai, non mi vieni a trovare abbastanza. Dopo tutto quello che ho fatto per te, brutta cagna». Il volto si contrasse in un'espressione odiosa e Hu la fece sedere rudemente sulle proprie gambe. I minuti prima che Hu perdesse i sensi erano sempre rischiosi: poteva palpeggiarla, fiacco come un ubriaco, e poi usare la forza schiacciante del suo Talento fino a ferirla o a ucciderla accidentalmente. Così Vi si abbandonò, passiva fra le braccia, aspettando che sprofondasse nel solito torpore. Hu era distratto dal suo corpo: tentò di accarezzarla, ma la mano si perse fra le pieghe della tunica. «Dov'è l'apprendista di Blint, maestro?», ritentò Vi. «Dov'è andato?» «Si è trasferito a Caernarvon, ha abbandonato la via delle tenebre. Chi è il migliore adesso, eh?» «Voi siete il migliore», rispose Vi, sollevandosi adagio dalle sue gambe. «Lo siete sempre stato». «Viridiana», disse Hu. La donna si senti raggelare. Non l'aveva mai chiamata con il nome per intero. Si girò cautamente, chiedendosi se i funghi non fossero stati innocui, o il liquore di papavero semplice acqua. Non sarebbe stata la prima volta che Hu simulava uno stato di ebbrezza per saggiare la sua lealtà. Ma le palpebre di Hu erano semichiuse, il corpo afflosciato nella sedia. «Ti amo», disse. «Queste puttane non hanno niente...». Le parole si spensero e il respiro assunse il ritmo del sonno.
Vi provò l'improvviso bisogno di fare un bagno. Afferrò le bisacce e la spada. Poi si fermò. Hu era incosciente. Ne era certa. Poteva sfoderare la spada e piantargliela nel cuore in meno di un secondo. Quell'uomo se lo meritava, cento volte. Anzi, cento volte peggio. Afferrò l'elsa e sfilò adagio la lama, senza far rumore. Si voltò a guardare il suo maestro, pensando alle mille umiliazioni che le aveva inflitto. Mille abusi, finché non l'aveva spezzata. Difficile, poi, rialzare la testa. Vi girò sui tacchi, rinfoderò la spada e si gettò le bisacce in spalla. Raggiunta la porta, esitò. Tornò nella camera da letto. Adesso le donne erano sveglie, una con gli occhi vitrei e dilatati, l'altra con due enormi seni e i denti sporgenti. «Hu si annoia», disse Vi. «Ogni giorno che passate con lui, la vostra vita è appesa a un filo. Se volete andarvene, lui adesso sta dormendo». «Sei semplicemente gelosa», disse quella con i denti sporgenti. «Lo vuoi tutto per te». «Peggio per voi», replicò Vi, e uscì.
Capitolo 15 «Il Sa'kagé è in guerra o no?», chiese Brant. Jarl si agitò inquieto sulla sedia. Momma K non disse nulla. Lasciò a lui gestire la risposta, se ci fosse riuscito. Il rifugio aveva assunto l'aspetto di una sala operativa, su questo non c'era dubbio. Brant aveva portato delle mappe. Stava raccogliendo informazioni circa gli effettivi khalidoriani - annotando dove era stanziato ogni reparto, dove venivano distribuiti cibo e rifornimenti, e costruendo un diagramma della gerarchia militare khalidoriana. Il tutto corredato da indicazioni su dove il Sa'kagé aveva informatori e da stime sul livello di affidabilità e di possibilità di accesso ai dati di ognuno di essi. «Rispondere a questa domanda è più difficile di...», cominciò Jarl. «No», lo interruppe Brant. «Non lo è». «Sento che siamo coinvolti in una specie di guerra...». «Sentite... Siete un capo o un poeta, bella femminuccia?» «Femminuccia?», sbottò Jarl. «Cosa intendete?». Momma K si alzò in piedi. «Siediti», le ordinarono entrambi gli uomini, fissandosi con sguardo torvo. Con una smorfia sprezzante, Momma K tornò a sedersi. Un istante dopo, Jarl disse: «Sto aspettando una risposta». «Avete il cazzo o vi limitate a succhiarli?», chiese Brant. «Sperate che sia il vostro giorno fortunato?», ribatté Jarl. «Risposta sbagliata», rimarcò Brant scuotendo la testa. «Un buon capo non è mai subdolo...». Jarl gli sferrò un pugno in faccia. Il generale crollò a terra, ma Jarl era già sopra di lui, con la spada sguainata. «E così che faccio il capo, Brant. I miei nemici mi sottovalutano, e io li colpisco quando meno se lo aspettano. Vi ascolto, ma siete al mio servizio. La prossima
volta che fate un commento sul cazzo, vi farò mangiare il vostro», concluse con il volto impassibile. Infilò la spada tra le gambe di Brant. «E non è una futile minaccia». Brant recuperò la stampella e si rialzò con l'aiuto di Jarl, strofinando via la polvere dagli abiti nuovi. «Bene, abbiamo appena vissuto un momento memorabile. Sono commosso. Credo che scriverò una poesia. La vostra risposta è...?». L'accenno alla poesia fece quasi esplodere di nuovo Jarl. Stava per dire qualcosa, quando vide Momma K torcere la bocca. Era stata una battuta. Allora, era questo l'umorismo militare. Jarl scosse la testa. Non sarebbe stata un'impresa facile. Per gli dèi, quell'uomo era tenace. «Siamo in guerra», disse Jarl, non gradendo affatto la sensazione di essersi arreso. «Che controllo avete sul Sa'kagé?», volle sapere Brant. «Perché io qui ho seri problemi. O piuttosto, li avete voi». «Non grande», rispose Jarl. «I Khalidoriani hanno avuto un'influenza galvanizzante, ma le entrate sono calate parecchio e l'autorità si sta sfaldando: persone che non riferiscono ai superiori e cose del genere. Un sacco di gente pensa che l'occupazione sia destinata ad abbassare i toni. Vogliono che tutto torni come prima». «Previsione davvero brillante. Qual è il vostro piano generale per opporvi a questa gente?». Jarl s'incupì. Non c'era alcun apparire questa mancanza come abbiamo pensato di vedere come sapere qualcosa di più su di loro necessario».
piano generale, e Brant faceva una vera assurdità. «Noi... io... si sarebbero comportati. Volevo e poi contrastarli in ogni modo
«Vi sembra una buona idea lasciare che il nemico vi sferri un attacco minuziosamente pianificato per poi trovarvi costretto a rispondere da una posizione di debolezza?», lo apostrofò Brant. «Questa è più una randellata retorica che una domanda, generale», ribatté Jarl. «Grazie», disse il generale. Momma K soffocò un sorriso. «Che cosa proponete?», domandò Jarl.
«Gwinvere ha governato il Sa'kagé in assoluta segretezza, con Shinga di copertura, giusto?». Jarl fece cenno di sì. «Allora, chi è stato lo Shinga fantoccio a partire dall'invasione khalidoriana?». Jarl sussultò, preso alla sprovvista. «Io, be', non ne ho esattamente istituito uno». «Non esattamente?». Brant lo guardò con incredula ironia. «Brant», intervenne Momma K. «Sii un po' più gentile». Con una smorfia di dolore, il generale si sistemò il braccio nell'imbracatura. «Guardate la situazione dalla strada, Jarl. Per più di un mese, non hanno avuto un capo. Nemmeno un capo inesperto. Proprio nessuno. La piccola guida offerta da Gwinvere ha aiutato tutti e finora è andata bene, ma i vostri teppisti - scusate, uomini del Sa'kagé sono sulla stessa barca, come tutti gli altri. Allora perché continuare a pagare le quote? Gwinvere è riuscita a essere uno Shinga ombra, perché non c'è mai stata una minaccia come questa. Questa è una guerra. Avete bisogno di un esercito. Gli eserciti hanno bisogno di un comandante. Voi dovete essere quel comandante, e non potete assolvere a quel ruolo restando nell'ombra». «Se rendo nota la mia identità, mi uccideranno». «Ci proveranno», disse Brant. «E ci riusciranno, a meno che non mettiate insieme un corpo di persone capaci che vi siano assolutamente leali. Persone pronte a uccidere e a morire per voi». «Questi non sono soldati nati in famiglie rispettabili, educati ai valori della lealtà, del dovere e del coraggio», replicò Jarl. «Stiamo parlando di ladri, prostitute e borsaioli, gente che pensa solo a sé e alla propria sopravvivenza». «E questo è quel che ti diranno», sottolineò Momma K con voce così bassa che Jarl riuscì a malapena a sentirla, «a meno che tu riesca a vedere le loro potenzialità nascoste e li aiuti a prenderne atto». «Quando ero generale, i miei soldati migliori provenivano dai Cunicoli», disse Brant. «Sono diventati i migliori perché avevano tutto da guadagnarci».
«Allora, che cosa proponete precisamente?», chiese Jarl. «Propongo che facciate uno splendido lavoro», rispose Brant. «Offrite ai vostri criminali il sogno di una vita migliore, un futuro migliore per i loro figli, l'occasione di considerarsi eroi, e avrete il vostro esercito». Si fermò per lasciare che il messaggio fosse recepito. Nel giro di pochi istanti, il cuore di Jarl prese a martellargli nel petto, la mente a lavorare a pieno ritmo. Era un'idea audace. Grandiosa. Era l'opportunità di usare il potere per qualcosa di più del potere stesso. Cominciò a vedere i contorni di un piano prendere forma. La sua mente stava già valutando quali persone collocare nei vari ruoli. Frammenti di discorsi si ricomposero insieme. Oh, era allettante. Brant non stava semplicemente dicendo a Jarl di offrire un sogno ai suoi criminali, lo stava offrendo proprio a lui. Poteva diventare uno Shinga particolare. Diventare nobile. Essere riverito. Se avesse vinto, avrebbe potuto probabilmente diventare un'autorità riconosciuta, ricevere titoli da ogni nobile famiglia a cui avesse restituito il potere. Per gli dèi, se era allettante! Ma significava rivelare la propria identità. Impegnarsi. Ora come ora, era un segreto. Tutti pensavano che fosse solo un giovane che aveva smesso di prostituirsi. Meno di una dozzina di persone sapeva che era lo Shinga. Se voleva, poteva interrompere i contatti con loro. Se non provava, non poteva fallire. «Jarl», lo richiamò Momma K con voce pacata. «Solo perché è un sogno non significa che sia una bugia». Il giovane guardò prima l'uno poi l'altra, chiedendosi fin dove riuscissero a leggere nella sua mente. Momma K, probabilmente, fino in fondo. Era spaventoso. Avrebbe dovuto sospettare qualcosa solo dal suo silenzio, ma non riusciva ad arrabbiarsi con quella donna. Con lui, aveva sempre avuto più pazienza di quanto meritasse.
Fare uno splendido lavoro. Elene aveva detto che non riusciva a
immaginare Cenaria senza il Sa'Kagé che inquinava ogni cosa, ma Jarl ci riuscì. Sarebbe stata una città dove nascere nella zona ovest non sarebbe stato più sinonimo di disperazione, sfruttamento, gang di strada, povertà e morte. Era stato fortunato a ottenere un lavoro da Momma K. I Cunicoli non offrivano quasi mai un lavoro onesto, di
certo non agli orfani. Il Sa'Kagé veniva alimentato direttamente da una sottoclasse autorigenerantesi di ladri e puttane che abbandonavano i loro figli, proprio come loro erano stati un tempo abbandonati. Ma le cose potevano andare diversamente, giusto?
Solo perché è un sogno non significa che sia una bugia. Gli
stavano suggerendo di infondere nuova speranza nei Cunicoli. «Va bene», disse Jarl. «Ma a una condizione, Brant: se mi uccidono chiunque sia il mandante - voglio che scriviate una poesia per il mio funerale». «D'accordo», accettò il generale con un ampio sorriso, «e i versi saranno molto toccanti».
Capitolo 16 Seduto sul letto, Kylar osservava la figura addormentata di Elene nel buio della stanza. Era il genere di ragazza che, per quanto ci provasse, non riusciva a restare alzata fino a tarda ora. La vista di lei lo riempì di una tenerezza e infelicità quasi insopportabili. Da quando gli aveva promesso di non chiedergli più di vendere Retribution, aveva tenuto fede alla parola data. Fin qui, niente di cui sorprendersi; ma il fatto era che non aveva nemmeno accennato alla spada. La amava. Non era degno di lei. Aveva sempre creduto che uno finisse con l'assomigliare alle persone con cui passava il proprio tempo. Forse questo era uno dei motivi. Amava tutte le cose di lei che lui non aveva. Schiettezza, purezza, compassione. Lei era sorrisi e luce del sole, lui apparteneva alla notte. Voleva essere un brav'uomo, lo desiderava ardentemente, ma forse alcune persone nascevano migliori di altre. Dopo quella prima notte, aveva giurato a se stesso che non avrebbe più ucciso. Sarebbe uscito a continuare l'addestramento, ma non avrebbe ucciso. Così si allenò per niente e affinò capacità che aveva giurato di non usare. L'addestramento era una pallida imitazione della lotta, ma si sarebbe accontentato. La sua determinazione resse per sei giorni, poi scese al porto e trovò un pirata che stava picchiando selvaggiamente un mozzo. Kylar voleva solo separarli, ma gli occhi del pirata reclamavamo morte. E Retribution non gliela negò. La settima notte, si stava allenando semplicemente a nascondersi all'esterno di una taverna del centro, cercando di evitare posti in cui si sarebbe imbattuto in ruffiani e ladri, o stupratori e assassini. Era passato accanto a un uomo che gestiva un giro di piccoli borseggiatori - un tiranno che faceva rigare dritto quei bambini con efferata crudeltà. Retribution trovò il cuore dell'uomo prima che Kylar potesse fermare la mano. L'ottava notte, era andato nel quartiere dei nobili, sperando di trovarvi meno violenza, quando aveva sentito un gentiluomo
picchiare la consorte. L'Angelo della Notte intervenne, invisibile, e spezzò entrambe le braccia all'uomo. Kylar aveva Retribution in grembo, e continuava a osservare Elene. Ogni giorno si riprometteva di non uccidere mai più, e per sei notti non aveva ucciso. Ma una parte di lui sapeva che era stata solo fortuna. La cosa peggiore era che non si sentiva in colpa. Ogni volta che aveva ucciso per Durzo era stato malissimo. Queste ultime morti non gli avevano lasciato alcun rimorso. Si sentiva in colpa solo per aver mentito. Forse stava diventando un Hu Gibbet. Forse adesso aveva bisogno di uccidere. Forse stava diventando un mostro. Ogni giorno lavorava con Zia Mea. Durzo aveva elogiato raramente Kylar, così lui non si era mai reso conto di quanto avesse imparato dal vecchio sicario; ma mentre passava le ore con Zia Mea a catalogare erbe, a rimpacchettarne alcune perché si conservassero più a lungo, a buttare quelle che avevano perso la loro efficacia, a etichettare il resto con date e note sulla loro provenienza, Kylar cominciò a realizzare quante cose aveva assimilato. Non si avvicinava nemmeno lontanamente al livello di competenza di Durzo, ma il suo maestro aveva qualche secolo in più di esperienza. Comunque, doveva fare attenzione. Zia Mea usava a scopo medicamentoso molte erbe che lui aveva impiegato come veleno. Una volta aveva scartato le radici di una pianta di belladonna, dicendo che erano troppo pericolose e che avrebbe usato soltanto le foglie. Senza pensarci, Kylar aveva tracciato un prospetto con le dosi letali di foglie, semi e radici di piante a seconda del tipo di preparazione - che fosse una tintura, una polvere, una pasta o un infuso - e in relazione al peso corporeo, al sesso e all'età del... aveva quasi scritto "morto", e solo all'ultimo istante l'aveva cambiato con "paziente". Quando aveva alzato gli occhi dal foglio, Zia Mea lo stava fissando. «Non ho mai visto un prospetto così dettagliato», commentò la donna. «È... davvero impressionante, Kylar». Dopo quell'episodio, cercò di essere più cauto, ma la situazione si riproponeva con allarmante regolarità. Nel corso della sua carriera, Durzo aveva sperimentato migliaia di volte ogni tipo di erbe.
Quando aveva avuto un morto da uccidere senza una scadenza precisa, aveva tentato con cinque o sei erbe differenti. Kylar cominciò a realizzare che Durzo conosceva le erbe più di chiunque altro ancora in vita - ma, considerando che veniva abitualmente ingaggiato per uccidere persone sane, le nozioni che aveva trasmesso a Kylar a volte erano del tutto inutili. Un giorno, un uomo si presentò a casa di Zia Mea chiedendo disperatamente aiuto. Il suo padrone stava morendo e quattro guaritori non erano riusciti a salvarlo. Zia Mea talvolta faceva qualcosa in più della semplice levatrice, così il servitore si era rivolto a lei come ultima risorsa. La zia, però, era uscita. Kylar si era sentito troppo in imbarazzo per andare a casa del malato, ma dopo aver interrogato il servo, preparò una pozione. In seguito venne a sapere che l'uomo era guarito. Gli fece bene al cuore: aveva salvato una vita. Proprio così. Ciò nonostante, si sentiva in colpa perché viveva della carità di Zia Mea. Aveva trascorso diverse settimane a mettere in ordine il negozio; infatti, per quanto avesse una predisposizione naturale a lavorare con altri, le sue capacità organizzative erano pessime. Ma non aveva fatto niente di utile per lei. Non le stava facendo guadagnare più soldi. Elene aveva trovato un lavoro come domestica, ma la paga era appena sufficiente a pagare il loro vitto. Braen diventava ogni giorno più sgarbato e bofonchiava qualcosa a proposito di certi scrocconi, e Kylar non poteva dargli torto. Passò le dita su Retribution. Ogni volta che si legava addosso quella spada, agiva da giudice e carnefice. La lama era diventata il simbolo del suo giuramento violato. Ma non quella notte. Kylar la ripose nella cassetta e, appellandosi al Talento, saltò fuori dalla finestra. Attraversò i tetti della città in cerca della casa di Capelli d'Oro e rimosse ogni altro pensiero dalla mente. Si arrovellava per tutto il giorno, e non voleva rovinare anche le sue notti. Tutta la famiglia era lì, addormentata nell'unico locale della casupola. Kylar stava per allontanarsi, ma qualcosa lo bloccò. Il padre e la figlia dormivano, mentre la madre stava muovendo le
labbra. In un primo tempo Kylar pensò che stesse sognando, ma poi la donna aprì gli occhi e scese dal letto. Non accese nemmeno una candela. Diede un rapido sguardo fuori della piccola finestra, dove era fermo Kylar, invisibile. Parve spaventata, al punto che Kylar controllò due volte la propria invisibilità. Ma gli occhi della donna non erano fissi su di lui. Si guardò dietro le spalle, ma non c'era nessuno nella strada. La madre di Capelli d'Oro rabbrividì e s'inginocchiò accanto al letto. Stava pregando! Che stupido. Kylar si sentì allo stesso tempo imbarazzato e irritato per aver assistito a un momento così personale. Non sapeva dire perché. Imprecò sottovoce e fece per avviarsi. Tre uomini armati stavano scendendo lungo la strada. In due di loro Kylar riconobbe gli inseguitori di Capelli d'Oro della notte precedente. «È una strega, ve lo dico io», disse uno dei teppisti al terzo uomo, che Kylar non conosceva. «È vero, Shinga, ve lo giuro», confermò l'altro.
Stai scherzando. Lo Shinga di Caernarvon che verificava di
persona la storia su una strega, riferita da un paio di teppisti? Una strega! Come se una strega si sarebbe limitata a far loro lo sgambetto invece di ucciderli. Kylar ascoltò qualche battuta e guardò di nuovo all'interno della casa. La donna aveva svegliato il marito, e adesso erano entrambi assorti in preghiera. Strano, perché dal loro letto era impossibile scorgere i teppisti del Sa'kagé. Forse la donna possedeva del Talento.
Pregano per invocare la protezione divina. Kylar sogghignò al
pensiero, e la parte più meschina di lui anelò ad andarsene. Che fosse il loro Dio a risolvere i problemi. Voltò la schiena, ma non riuscì a muovere un passo. «Barush», sussurrò allo Shinga uno dei teppisti. «Cosa facciamo?». Lo Shinga gli diede uno schiaffo. «Scusate! Scusate!», gemette l'uomo. «Volevo dire Shinga Sniggle, cosa facciamo?» «Li uccideremo».
Per gli dèi, era sorprendente. Il Sa'kagé locale era una parodia talmente scadente di un Sa'kagé che Kylar ebbe voglia di ridere. Solo che non c'era nulla di divertente. Lo Shinga schiaffeggiava i suoi uomini per ottenere rispetto? A Cenaria, appena Pon Dradin rivolgeva ai suoi uomini uno sguardo che non era di totale approvazione, questi si afflosciavano. E non era nemmeno il vero Shinga. Che assurdità! Kylar stava per allontanarsi in preda al disgusto. Eppure, non ci voleva molto per uccidere. Un sicario lo sapeva bene. Oh, era proprio uno squisito dilemma, vero? Eccolo là, forse uno dei più esperti assassini al mondo. Poteva uccidere tutti e tre prima che aprissero bocca. E con tutto ciò non poteva nemmeno ferirli. Davanti a sé aveva la feccia dei bassifondi, e quegli uomini avrebbero ucciso mentre lui non poteva. Magnifico. Erano solo a venti passi di distanza, ormai. «E se... e se usasse ancora le sue arti magiche, Shinga?». Naturalmente non si erano presi il disturbo di formulare un piano prima di raggiungere l'obiettivo. Sarebbe stata una dimostrazione di professionalità. Barush Sniggle fece una smorfia di scherno e si avvicinò alla porta. «Non ho paura di quelle stronzate». Appena Kylar incontrò gli occhi dell'uomo, la sua mano passò dietro la schiena - ma Retribution non c'era. La momentanea reazione di sorpresa fu sufficiente a liberarlo dall'impulso di uccidere. Lo aveva giurato, maledizione. Lo aveva giurato. Doveva esserci un altro modo. Quella notte, lo avrebbe trovato. Così Kylar si materializzò di fronte alla Shinga. O meglio, lo fece solo in parte. Lasciò che un po' di luce risplendesse attraverso il ka'kari che lo rivestiva, in modo da apparire in un alone di confusa traslucidità. La superficie scura di un bicipite, lucida e iridescente, scintillò dentro e fuori l'invisibilità, poi la curva delle ampie spalle, il busto scolpito, le linee dei muscoli del torace - tutto esaltato per sembrare più grande di quanto non fosse in realtà. Ogni particolare affiorava e si dissolveva come un fantasma.
Barush Sniggle raggelò, e Kylar coronò la sua esibizione con un colpo da maestro. Il ka'kari si solidificò sopra i suoi occhi, trasformandoli in due luccicanti gemme di metallo nero sospese a mezz'aria. Poi apparve il resto del volto, coperto da una maschera di metallo lucido plasmata sulla sua pelle. Era minaccioso. Più che minaccioso. Era il volto del Giudizio, l'incarnazione di Retribution, e davanti a quel che leggeva negli occhi dello Shinga - odio, invidia, avidità, morte, tradimento - la maschera divenne ancor più micidiale. Kylar dovette affondare le unghie nei palmi delle mani per resistere all'impulso di eliminarlo. Lo Shinga lasciò cadere a terra il randello, senza nerbo. Kylar non ne fu sorpreso; sapeva cosa stava vedendo quell'uomo - perché, be', si era esercitato davanti allo specchio. «Questa famiglia», disse Kylar con una voce suadente come l'incedere felino, «è sotto la mia protezione». Sollevò la mano sinistra e la piegò. Con un sibilo, il ka'kari scivolò fuori formando un lungo pugnale fumante. Un tenue fuoco blu affiorò nei suoi occhi. Fu totalmente arbitrario - gli appannò la visione notturna, per non parlare della sensazione spiacevole, ma considerando l'effetto ottenuto ne era valsa la pena. Lo Shinga rabbrividì, pietrificato, con la bocca spalancata, e Kylar notò una chiazza allargarsi sui calzoni dell'uomo e una pozza che si formava vicino ai suoi piedi. «Via di qui», intimò loro Kylar, con un ultimo bagliore di fuoco blu fra le labbra. Non sentirò più alcun sapore per una settimana. I teppisti scapparono a gambe levate, abbandonando lì le armi, ma Kylar non si sentiva soddisfatto. Proprio quando pensava di non potersi cacciare in una situazione di pericolo, se l'era cavata in modo così brillante. Cosa gli aveva detto Durzo Blint, più di dieci anni prima? «Una minaccia è una promessa, ragazzo. In strada, puoi mentire su tutto tranne che sulle tue minacce. Una minaccia a vuoto equivale a una resa». Nauseato, Kylar guardò all'interno della casupola. I due coniugi erano ancora inginocchiati accanto al letto, tenendosi per mano.
Non avevano visto né sentito nulla. Mentre Kylar li fissava, però, la donna strinse la mano al marito. «Andrà tutto bene», disse alla fine ad alta voce. «Ne sono certa. Adesso mi sento meglio».
Mi fa piacere che uno di noi stia meglio. «Non molto tempo fa, voi presenti in questa stanza eravate mogli, madri, un vasaio, un fabbricante di birra, una sarta, un capitano di una nave, un vetraio, un importatore, un cambiavalute», disse Jarl. Era la sesta volta che Jarl recitava il suo sermone, e non era stato facile per lui. Guardandosi intorno, fra prostitute e picchiatori del Craven Dragon radunatisi prima dei loro turni, vide solo imbarazzo. Adesso erano puttane - e non per scelta. La maggior parte non voleva riconoscere di essere mai stata qualcosa di diverso. Era troppo difficile. «Non molto tempo fa», riprese Jarl, «io mi prostituivo». Espressioni di sorpresa apparvero sui vari volti, sebbene Jarl scommettesse che molti conoscevano già il suo passato. Aveva scelto di proposito di autodenigrarsi, per dimostrare che il passato non gli pesava addosso. Persino fra puttane, i ragazzi che si prostituivano costituivano una classe inferiore. Le ragazze potevano anche adorarli, ma la clientela li trattava come spazzatura. Una puttana per quanto tale - era ancora una donna, ma un uomo che si prostituiva era meno di un uomo. Che il nuovo Shinga fosse stato uno di loro, non era il genere di cose che ci si aspettava potesse ammettere, tanto meno dichiarare in pubblico. «Non molto tempo fa, il Sa'kagé si occupava principalmente di contrabbando di marijuana, tabacco e whisky». Insieme, dopo l'invasione, Jarl e Momma K avevano aperto un sacco di nuovi bordelli. La maggior parte di essi non riusciva nemmeno a chiudere in pareggio, ma non era quello il punto. Li avevano creati per proteggere quanti più uomini e donne possibili. Il Craven Dragon, tuttavia, era uno dei locali più redditizi perché soddisfaceva i gusti più esotici. C'era una ragazza di nome Daydra
che avrebbe potuto essere la gemella di Elene Cromwyll, senza le cicatrici. Aveva un aspetto virginale. La sua compagna di stanza, Kaldrosa Wyn, recitava la parte di un pirata sethi. C'erano Ladeshiane fasciate di seta e Modaini con gli occhi delineati dal kajal e danzatrici Ymmuri fornite di campanellini. «Ora», disse Jarl, poi si concesse una pausa, «voi siete puttane, io sono lo Shinga, e il Sa'kagé contrabbanda ancora le stesse dannate merci. Come se niente fosse cambiato. Ma vi dirò una cosa: io sono cambiato. Ne sono uscito. Sono diverso. Ho colto la mia seconda occasione e l'ho messa a frutto, e potete farlo anche voi». Era l'unica parte del sermone che Jarl considerava una menzogna. Si era consultato al riguardo con Momma K. «Perché la gente non discute se la terra è piatta?», gli aveva detto. Jarl si era stretto nelle spalle. «È una nozione generale». «Esattamente», aveva confermato la donna. «Le cose che suscitano passione sono cose che non possiamo sapere con certezza». «Ah, come gli dèi», aveva commentato Jarl. «Non importa se non sei certo che tutto quel che dici sia vero. Quel che conta è che tu voglia intensamente credere che lo sia perché allora riuscirai convincente. E alla fine quel che conta non è se le ragazze credono alle tue ragioni. L'importante è che credano in te». Era proprio il genere di cose che avrebbe detto Momma K. Jarl era vagamente deluso. Le era sembrata diversa dopo il colpo di stato, dopo che Kylar l'aveva avvelenata e le aveva consegnato l'antidoto. Forse la continua tensione del guardare in faccia un male implacabile stava distruggendo la sua speranza. Ma il suo pragmatismo sembrava autentico, così Jarl continuò a predicare. Jarl non aveva fatto sesso da quando era diventato Shinga. Non aveva dormito con un uomo da quando aveva lasciato la casa di Stephan la notte dell'invasione, ma non aveva dormito nemmeno con una donna. Per tutta la vita, era sopravvissuto facendo quel che andava fatto, costruendo sempre la sua rete di amici e di persone influenti, sempre guardando a un futuro in cui non avrebbe dovuto prostituirsi.
Quel futuro era arrivato talmente all'improvviso che non sapeva cosa farci. La libertà giaceva inutilizzata nelle sue mani. Non sapeva cosa provare. Pensò ai massicci tori degli Harani. Non ne aveva mai visto uno, ma si diceva che venivano catturati quando erano vitelli e legati a un palo con grosse catene. Quando i tori raggiungevano l'età adulta - alti più di quattro metri e con le spalle possenti - erano in grado di spezzare le catene, ma non lo facevano. I loro padroni li legavano a una corda sottile: i tori erano talmente convinti di non poter essere liberi, che non ci provavano nemmeno. Jarl era stato così a lungo incatenato al sesso e al piacere dei suoi clienti che ora si sentiva asessuato. Prima non aveva mai avuto possibilità di scelta. La maggior parte dei suoi clienti erano uomini, ma c'erano state anche donne, di ogni grado di bellezza. Adesso che poteva scegliere, non ci riusciva. Non avrebbe saputo dire con certezza se, non essendo costretto a prostituirsi, avrebbe preferito gli uomini o le donne. Le ragazze dei bordelli adesso lo trattavano in modo diverso. Lo guardavano con occhi diversi. Flirtavano con lui. Fra terrificante. Flirtare implicava richieste. C'erano risposte appropriate e inappropriate da imparare, e lui non conosceva le regole del sesso al di fuori di un bordello. I suoi clienti abituali lo trovavano insoddisfacente - ma le esperienze di un cliente abituale di un bordello non potevano considerarsi rappresentative, no? Stava perdendo di vista l'obiettivo. Non era questo il momento per fermarsi a fare considerazioni. La speranza doveva essere venduta a scatola chiusa. «Fra tutte le donne dei Cunicoli», continuò Jarl, «voi siete le più fortunate. Avete avuto abbastanza fortuna da diventare puttane qui dentro». Scosse la testa. «Abbastanza fortunate per diventare puttane. Sei mesi fa, molte di voi avrebbero attraversato la strada piuttosto che passare accanto a una puttana. Adesso voi siete puttane, e io sono lo Shinga, e il Sa'kagé continua a fare le stesse dannate cose. Re Ursuul pensa che siate tutti spacciati. Aspetta solo che l'inverno uccida quasi tutti gli abitanti dei Cunicoli. Immagina che, appena cominceranno i tumulti per le scorte di cibo, tutti saranno talmente deboli che i suoi soldati non avranno alcun problema con noi.
Immagina che il Sa'kagé sia troppo passivo e troppo avido per fermarlo. Ha in mente di dividerci offrendoci le briciole che cadono dalla sua tavola, affinché ci distruggiamo l'un l'altro. La cosa divertente», disse Jarl, «è che ha ragione. Abbiamo saputo che a primavera farà arrivare un altro esercito e qualche migliaio di coloni, tutti uomini. Ha in progetto di uccidere tutti gli abitanti dei Cunicoli, tranne voi. Ancora una volta, sarete quelle fortunate. Verrete date in moglie a qualsiasi Khalidoriano disposto a comprarvi. Forse i Khalidoriani cambieranno e la smetteranno con le percosse e le umiliazioni in camera da letto dopo che sarete diventate loro mogli. Ursuul si aspetta che siate talmente codarde da aggrapparvi a quella labile speranza. Si aspetta che quella stessa speranza vi paralizzi finché non sarà troppo tardi, finché i vostri uomini saranno morti, i vostri amici dispersi e la forza del Sa'kagé annientata. Nel giro di un anno, comincerete a partorire figli per i vostri nuovi mariti khalidoriani, e avrete la gioia di vederli trasformarsi in mostri che minacciano le loro mogli, proprio come i loro padri hanno fatto con voi. Sarà normale. Partorirete figlie che considereranno normale essere prese a calci e sputi ed essere costrette a - be', sapete bene tutte le cose che saranno costrette a fare. Le vostre figlie non opporranno resistenza. Osserveranno la vostra mancanza di coraggio e penseranno che è questo il destino di ogni donna. Sarà normale. Questo è quel che il re si aspetta che avverrà, e finora ha previsto bene». Ormai Jarl le aveva in pugno. Leggeva l'orrore nei loro occhi. Molte ragazze che si prostituivano vivevano alla giornata. Non erano stupide. Sapevano che non avrebbero potuto svolgere quel mestiere all'infinito, ma poiché non vedevano altre valide alternative per il futuro, avevano deciso di non pensarci. Era troppo deprimente. Queste donne avevano impostato la propria vita in modalità "sopravvivenza". Sollevare dinanzi ai loro occhi lo spettro di una stessa sorte tramandata alle loro figlie, le costrinse a proiettarsi al di là di loro stesse, al di là dell'oggi. E Jarl non aveva raccontato balle. Queste donne sarebbero state le migliori sul mercato. Se fosse riuscito a convincerle che avevano molto da perdere, metà della battaglia era vinta.
«Negli ultimi mesi le cose sono cambiate per ciascuno di noi, per ognuna di voi e per me. Adesso dico che è ora di cambiare le cose per tutti noi, insieme. Dico che è ora che il Sa'kagé cambi. Siamo in guerra e stiamo perdendo. Sapete perché? Perché non abbiamo combattuto. I Khalidoriani ci vogliono far morire in silenzio? Vadano a farsi fottere. Combatteremo come non ci hanno mai visto fare. I Khalidoriani vogliono ridurci alla fame? Vadano a farsi fottere. Se siamo in grado di far entrare di nascosto la marijuana, possiamo fare altrettanto col grano. Vogliono uccidere i nostri uomini? Li nasconderemo. Vogliono compiere incursioni? Scopriremo i loro obiettivi prima che si muovano. Vogliono giocare d'azzardo? E noi bareremo. Vogliono bere? E noi pisceremo nella loro birra». «Cosa possiamo fare?», domandò una delle ragazze. Era una domanda ragionevole. Lo Shinga sorrise. «In questo preciso momento? Voglio che sogniate. Voglio che pensiate - non di tornare a quel che avevamo prima dell'arrivo di Khalidor - voglio che sogniate qualcosa di meglio. Voglio che sogniate un giorno in cui essere nati nei Cunicoli non significherà necessariamente doverci morire. Voglio che sogniate di concedervi una seconda opportunità, e sogniate quel che potrebbe succedere a questa città e a questo Paese se tutti avessero una seconda opportunità. Sogniate di crescere i vostri figli in una città dove non debbano vivere sempre nel terrore. Una città senza giudici corrotti o estorsioni del Sa'kagé. Una città con dodici ponti che attraversano il fiume Plith, e nemmeno una guardia a sorvegliarli. Una città dove le cose sono diverse - grazie a noi. Capisco che adesso siete spaventate. Il vostro turno inizierà fra pochi minuti, e voi dovete andare ad affrontare ancora una volta quei bastardi. Lo so. Va bene essere spaventate, ma vi dico: siate coraggiose nel profondo dell'animo. Presto verrà il momento in cui sarete necessarie. Se i nobili vogliono vincere questa guerra e riprendersi il paese, avranno bisogno di noi, e avranno il nostro aiuto a caro prezzo. Il nostro prezzo è una città che sia diversa, e saremo voi e io a decidere in che modo. Voi e io abbiamo questo potere. Così, per ora, possiamo proseguire nella solita routine, oppure possiamo sognare e prepararci. Più di ogni altro nei Cunicoli,
voi signore avete molto da perdere». Si avvicinò alla ragazza pirata, Kaldrosa Wyn, e le sfiorò la guancia sotto un occhio pesto. «Dimmi, è per questo che hai rinunciato a tuo marito? Una corona per un occhio nero, una di più quando ti riducono talmente male che il giorno dopo non puoi lavorare? È questo che ti meriti?». Gli occhi di Kaldrosa si riempirono di lacrime. «Io dico di no, maledizione. Sei venuta qui perché era il meglio che potessi fare. Prendi una corona per un occhio nero perché è il meglio che Momma K è riuscita a negoziare. Come vostro Shinga, sono qui per dirvi che il meglio non è abbastanza. Abbiamo pensato troppo in piccolo. Abbiamo cercato di sopravvivere ma, per quanto mi riguarda, sono stufo di sopravvivere. La prossima volta che sento un grido di dolore, voglio che esca dalla gola di un Khalidoriano». «Sì, dannazione», mormorò una delle ragazze. Adesso vide un nuovo ardore infiammare i loro sguardi. Per gli dèi, sembravano furiose! Jarl sollevò una mano. «Per ora, limitatevi a osservare, ad aspettare. Tenetevi pronte. Siate coraggiose. Perché quando sarà il nostro turno di tirare i dadi, imbroglieremo ed estrarremo tre sei». «Tesoro», disse Elene, scuotendo dolcemente Kylar. «Tesoro, alzati». «Col cavolo», rispose. «Come?» «COL CAZZO». Elene scoppiò a ridere. «Hai l'aria di chi sia stato calpestato da qualcuno», gli disse abbracciandolo. Lo annusò e fece una smorfia. «E puzzi...». «Col cazzo», ripeté, offeso. «Tesoro. Oggi dobbiamo andare a fare spese, ricordi?». Agguantò un cuscino e se lo mise sopra la faccia. Elene provò a strapparglielo, ma Kylar non mollò la presa. Allora decise di cantargli la canzone del buongiorno. Il testo era di due parole, "buon" e "
giorno", ripetute per trentasette volte. Era una delle preferite di Kylar. «BUON gior-no, buon GIOR-no, buon giorno, BUON giorno...». «COL cazzo, col CAZ-zo, col cazzo», armonizzò Kylar sotto il cuscino. La ragazza ripartì alla carica, strattonando il cuscino, e Kylar la afferrò, facendola cadere sul letto accanto a sé. Era talmente forte e rapido che era inutile resistergli. Spostò il cuscino, le rotolò sopra e la baciò. «Mmm», fece Elene. Oh, le labbra di Kylar sapevano di buono. «Cosa?», le chiese trenta secondi dopo. «La bocca del mattino», disse con una smorfia. Era una bugia, naturalmente. Con la sensazione che le davano le sue labbra, avrebbe ignorato anche il suo alito cattivo. Ma non lo aveva. Il suo alito non aveva mai odore. Tanto meno cattivo; poteva masticare foglie di menta o formaggio ammuffito e il suo alito non lo avrebbe tradito. Lo stesso valeva per ogni parte del suo corpo. Se indossava un profumo, svaniva. Probabilmente aveva qualcosa a che fare con il ka'kari. Così adesso le rivolse il suo sorriso da predatore. «Te la do io la bocca del mattino», la sfidò. Si fece largo fra le mani di Elene, che cercava di ripararsi il viso, e le baciò il collo, e poi alla base della gola, e poi le stava tirando giù la scollatura della camicia da notte e le mani di Elene non si agitavano più e le labbra di Kylar... «Ah! Le spese!». Rotolò via dalle sue braccia. Non fece nulla per fermarla. Kylar si ributtò sul letto ed Elene fece finta di sistemarsi la camicia mentre ammirava i muscoli del suo torace nudo. Zia Mea aveva portato fuori Uly. La casa sarebbe rimasta vuota per tutto il giorno. Kylar era così irresistibile quando aveva i capelli arruffati dal sonno, ed era bellissimo, e le sue labbra erano la cosa più incredibile del mondo. Per non parlare delle sue mani. Voleva sentire la sua pelle contro la propria. Voleva posare le mani sul suo torace. E viceversa. A volte, al mattino, si scambiavano delle coccole quando lui era ancora nel dormiveglia, e per Elene era diventato il momento più
bello della giornata. Una o due volte, durante la notte, la sua camicia era salita su e lei si era ritrovata rannicchiata contro di lui, pelle contro pelle. Be', forse la camicia non saliva del tutto per conto proprio, e lei non avrebbe mai osato farlo se non fosse stata certa che Kylar era stato fuori per ore durante la notte e non si sarebbe ancora svegliato. Provò una sensazione di calore al solo pensiero. Perché no?, si domandò una parte di lei. C'erano i motivi religiosi. Un bue e un lupo potevano essere legati sotto lo stesso giogo? Non sapeva nemmeno se Kylar credeva in Dio. Appariva sempre a disagio quando Elene ne parlava. La sua madre adottiva le aveva detto di prendere le sue decisioni prima che il cuore restasse coinvolto, ma col tempo le cose erano cambiate. Uly aveva bisogno di lei. Kylar aveva bisogno di lei, e lei non si era mai sentita così importante prima di allora. Kylar la faceva sentire bene, e bella. La faceva sentire una signora. Una principessa. La amava. Praticamente, era suo marito. Dicevano di essere sposati, vivevano insieme, dormivano nello stesso letto, erano come un padre e una madre per Uly. Probabilmente l'unica ragione per cui non aveva ancora fatto l'amore con Kylar era che, quando arrivava il momento della sera in cui la toccava, lei era talmente stanca che riusciva a malapena a muoversi. Se avesse tentato l'approccio al mattino, gli avrebbe consegnato la sua verginità dopo cinque secondi. Riusciva quasi a sentire il suo respiro nell'orecchio. Immaginava di fare qualcuna delle cose che Zia Mea aveva allegramente illustrato - cose che l'avevano fatta avvampare in viso, e nondimeno le erano parse splendide. Cominciava a sentirsi cosi impudente che sapeva già quale avrebbe provato per prima. Le scritture non dicevano «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no»? Aveva detto di essere la moglie di Kylar. Kylar aveva detto di essere suo marito. L'avrebbe portato davanti a quel negozio di anelli di cui le aveva parlato Zia Mea e avrebbero formalizzato la cosa con il Waeddryner molto più tardi. Dopo. Kylar si tirò a sedere sul letto; dietro di lui, le mani di Elene si spostarono sui lacci della camicia da notte. La slacciò.
«Per gli dèi», disse Kylar, dandole un bacetto sulla guancia ma senza girarsi quanto bastava per vedere il resto del suo corpo. «Mi aspetta una pisciata da cavallo». Si alzò in piedi e cominciò a vestirsi. Per un momento, Elene rimase pietrificata. La camicia pendeva dalle sue spalle, aperta, il corpo bene in vista. «Che spese dobbiamo fare?», domandò Kylar infilandosi la tunica. Si era appena allacciata la camicia quando la testa di Kylar spuntò dalla scollatura della tunica. «Allora?» «Cosa?». Si sentiva come se qualcuno le avesse appena gettato una secchiata d'acqua fredda sulla faccia. «Ah, il compleanno di Uly, vero? Le prendiamo una bambola o roba del genere?» «Sì, va bene», rispose. Ma cosa si era messa in testa?
Capitolo 17 Tenser eseguiva il suo compito
con sufficiente abilità, pensò il Vürdmeister Neph Dada. A un certo punto, era persino riuscito a mostrarsi in collera. Per il momento, la sua performance sarebbe stata ricordata come una sfida a sangue freddo. Una volta che fosse stato prosciolto, l'avrebbero reinterpretata come una sfida coraggiosa. L'uomo che si supponeva Tenser avesse ucciso, il barone cenariano Kirof, non era mai stato ritrovato. Ma sulla parola del capitano delle guardie cenariano che aveva dichiarato di averlo visto compiere il crimine, Tenser fu subito riconosciuto colpevole. L'annuncio della sua punizione direttamente pronunciato del Re Divino aveva lasciato tutti a bocca aperta. La nobiltà cenariana si aspettava un'ammenda, magari l'imprigionamento con il riconoscimento degli anni di servizio, forse la deportazione a Khalidor. Il fatto che fosse gettato nel Buco era considerato peggio di una sentenza di morte. Naturalmente, era proprio quello il punto. Tenser non poteva infiltrarsi in modo convincente nel Sa'kagé se fosse stato giustiziato o deportato. Scontando la pena nella prigione più malfamata del paese, avrebbe ottenuto una credibilità senza pari presso il Sa'kagé. Appena il barone Kirof fosse saltato fuori - vivo Tenser sarebbe stato prosciolto e avrebbe riassunto tutte le facoltà di un duca khalidoriano ma, ancor più importante, avrebbe finto di serbare un persistente rancore nei confronti del Re Divino a causa della punizione immeritata. Il duca Tenser Vargun avrebbe offerto ai membri del Sa'kagé tutto quel che volevano. E poi li avrebbe annientati dall'interno. Il Re Divino, come sempre, aveva più di un piano in mente. Punendo così severamente un duca khalidoriano, dimostrava di essere un sovrano imparziale. I Cenariani che ancora tentennavano avrebbero avuto un'altra scusa da accampare. Sarebbero tornati alle loro vite e il cappio si sarebbe stretto intorno ai ribelli, mentre i loro amici li abbandonavano.
Allo stesso tempo, la notizia dell'incarcerazione di Tenser avrebbe messo in ombra tutto il resto; perciò, quello stesso giorno, era previsto il rilascio di dozzine di criminali dalle Fauci e l'incarcerazione di centinaia di sospetti ribelli. Sconvolta dalla sorte di Tenser, la gente non ci avrebbe nemmeno fatto caso. Dopo la pronuncia della sentenza, Neph scortò Tenser e le guardie al Buco. Il duca lo guardava con diffidenza. Molti Khalidoriani non avevano una buona opinione dei loro vicini Lodricari, da lungo tempo battuti, ma nel caso di Tenser l'antipatia sembrava sia personale che generale. «Cosa volete?» «Solo mettervi a parte di una notizia che potrebbe tornarvi utile», rispose Neph. Non riuscì a nascondere la propria delizia. «Il barone Kirof è scomparso. A quanto pare, è stato rapito». Tenser sbiancò in volto. Se il barone era sparito, non avrebbe mai lasciato il Buco. «Lo troveremo», disse Neph. «Naturalmente, se dovessimo trovarlo morto...», concluse ridacchiando. Se Kirof era morto, Vargun era inutile. Se era inutile, era un fallito. Se era un fallito, era morto. Con la magia, Neph aprì il cancello di ferro che separava i passaggi sotterranei del castello dalle Fauci. «Mio signore, la vostra cella vi attende». Jarl si massaggiò le tempie. Per tutto il giorno non avevano fatto altro che interrogare i prigionieri liberati dalle Fauci. I prigionieri avevano saputo del colpo solo a fatto avvenuto, quando erano comparsi gli stregoni in cerca di qualcosa. Gli stregoni se ne erano andati a mani vuote, quindi non era parso niente di importante. Quel che sembrava degno di nota era che un ex direttore di bordello di nome Whitney si era svegliato mentre due guardie avevano accompagnato un prigioniero al Buco. Si era svegliato ed era rimasto sveglio. Giurava che nessuna delle due guardie, né il loro prigioniero, un uomo biondo, nudo con una corporatura imponente, fossero usciti.
Per di più, Whitney aveva riconosciuto una delle guardie, uno spregevole individuo che era stato nel libro paga di Jarl, e che Jarl aveva inviato al castello con un compito ben preciso da svolgere. Gli stregoni arrivati dopo di loro si erano spinti fino alle Fauci, ma non c'erano stati rumori di lotta, né indizi che avessero incontrato qualcuno. Era impossibile, e Whitney non riusciva a spiegarselo. Jarl lo congedò. «È possibile?», chiese a Momma K. «Tu cosa pensi», replicò. «Di cosa state parlando?», volle sapere Brant Agon. «Dimostra che era vivo quando pensavamo non lo fosse più», osservò Jarl. «E noi sappiamo che la testa che hanno esposto non era la sua», completò Momma K. «E indicativo». «Per gli dèi», commentò Jarl. «Cosa?», insistette Brant. «Cosa?» «Logan Gyre», rispose lo Shinga. «Cosa? È stato ucciso nella torre nord», disse Brant. «Cosa fareste se aveste appena ucciso una guardia nelle profondità delle Fauci e foste in procinto di cambiarvi gli indumenti e un gruppo di sei stregoni avanzasse nella vostra direzione? C'è un'unica via d'uscita, ed è bloccata dagli stregoni», disse Jarl. Brant rimase attonito. «Non vorrete dire che Logan è saltato dentro il Buco», disse Brant. Anche lui era sceso laggiù, una volta. «Sto dicendo che Logan Gyre potrebbe essere ancora vivo», rispose Jarl. «Aspettate», disse Momma K. Si alzò e cominciò a sfogliare una pila di carte. «Se ricordo bene... ah, ecco. Ricordatemi che dobbiamo dare un bonus a questa ragazza. Ha un cliente regolare che ama vantarsi delle sue imprese. "Gorkhy getta il pane dentro il Buco e li osserva mentre tentano di afferrarlo al volo senza precipitare nel baratro. Dice che almeno tre dei prigionieri sono stati..."». Momma K si schiarì la gola, ma quando riprese la lettura la voce era calma. «"Tre dei prigionieri sono stati mangiati dagli altri nel periodo in cui
Gorkhy li aveva ridotti alla fame". La ragazza descrive "un uomo gigantesco alto più di due metri. Diverse volte è riuscito ad afferrare il pane che Gorkhy lanciava nel Buco. Gorkhy prova un'antipatia particolare per quel prigioniero, quello che chiamano Re"». Momma K alzò gli occhi dal foglio. «Questo rapporto è di tre giorni fa». Senza scomporsi, Brant osservò: «Nessun uomo che risponda a questa descrizione è stato gettato nel Buco negli ultimi dieci anni». Tutti e tre si accomodarono meglio sulle sedie. «Se Gorkhy riferisce ai suoi superiori di un gigante che chiamano Re...», cominciò Momma K. «Logan morirà quello stesso giorno», concluse Jarl. «Dobbiamo salvarlo», disse Brant. Jarl e Momma K si scambiarono un'occhiata. «Dobbiamo valutare come inserirlo nella nostra strategia», ribatté Momma K. «Non starai pensando di lasciarlo lì», replicò Brant. Momma K si esaminò le unghie laccate di rosso. «Perché non sarebbe un'alternativa», riprese Brant. «È l'unico uomo in grado di mobilitare il paese. Jarl, se volete realmente fare quel che avete detto, ecco la vostra occasione. Se recuperate Logan, vi concederà terre, titoli e la grazia. Quindi non venite a dirmi che state anche solo pensando di lasciare il nostro re in quell'inferno». «Hai finito?», gli chiese Momma K. Il generale non disse nulla, ma irrigidì la mandibola. «Stiamo valutando la possibilità. La stiamo valutando perché lo facciamo con ogni cosa. Ed è per questo che vinceremo. Sto persino pensando a come potremmo salvarlo, se volessimo. Hai già cominciato a esaminare la situazione, oppure hai ancora intenzione di sbraitare sulla tua nobiltà d'animo?» «Maledizione, ci sono ricascato», disse, tradendo un sorriso. Momma K scosse la testa e sorrise suo malgrado. «Come se la cavano i vostri uomini, Brant?», domandò Jarl. «Ne farò dei bravi soldati, diciamo fra dieci o venti anni». «Quanti ne avete?», chiese Jarl.
«No, no», disse Momma K. «Un centinaio», rispose Agon. «Forse una trentina potranno essere utili in battaglia. Dieci potranno diventare formidabili. Alcuni ottimi arcieri. Uno potrebbe risultare un sicario di terz'ordine. Tutti indisciplinati. Non si fidano l'uno dell'altro. Combattono singolarmente». «Non abbiamo ancora esaminato a fondo la questione», disse Momma K. «Consideralo fatto», disse Jarl. «Lo stiamo facendo adesso». Momma K aprì la bocca per ribattere, ma Jarl sostenne il suo sguardo finché la donna abbassò gli occhi. «Come vuoi, Shinga», concluse Momma K. «La nostra fonte riuscirebbe a convincere Gorkhy a darci una mano?». Momma K era concentrata sulle carte, ma non le stava nemmeno leggendo. «Non in questo caso». Mentre Brant e Momma K discutevano sui vari modi di entrare nelle Fauci, Jarl continuò a riflettere. Si era presentato pubblicamente due settimane prima, e stava tenendo i suoi sermoni davanti a una platea entusiasta. La gente dei Cunicoli - i Conigli, come venivano beffardamente chiamati per il loro numero, la loro paura, e il dedalo di vicoli che abitavano - voleva speranza. Il suo