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MICHAEL CORDY IL MANOSCRITTO DI DIO (The Source, 2008) Per Phoebe NOTA DELL'AUTORE Il manoscritto Voynich, citato in questo romanzo, esiste realmente. Ogni dettaglio riguardante la sua origine, il suo testo inimitabile, le sue bizzarre illustrazioni e la storia a noi nota è descritto con la massima accuratezza. L'originale è conservato presso la Beinecke Rare Books and Manuscripts Library della Yale University negli Stati Uniti. Nonostante gli sforzi dei più eminenti studiosi e luminari, compresi i crittografi dell'illustre Agenzia per la sicurezza nazionale americana, non è mai stato decifrato. Il codice Voynich rimane a tutt'oggi il libro più misterioso al mondo. Michael Cordy, Londra 2008 PROLOGO Roma, 1561 Mentre gli occhi dell'uomo sorvolano la folla, la giovane si concentra per non distogliere lo sguardo. Se lui è abbastanza forte per affrontare tutto ciò, lo è anche lei per restare a guardare. L'uomo arranca sui piedi bendati, riarsi e stritolati dalle torture degli inquisitori. Il boia gli fa un'ultima proposta: abiurare ed essere misericordiosamente garrotato prima di finire sul rogo, o rifiutare e venire bruciato vivo. I suoi occhi incontrano quelli di lei e scuote la testa in modo provocatorio. La giovane vorrebbe trasmettergli conforto e amore, ma non riesce a muoversi. È ipnotizzata da quello che sta accadendo e. sconvolta per ciò che l'uomo le ha chiesto di fare. Per quello che lei ha giurato di fare. Il rogo si tiene di notte, nel cortile illuminato da fiaccole di un'anonima chiesa nei sobborghi di Roma. Un piccolo gruppo, meno di venti persone,
si è radunato intorno alla pira solitaria. La Santa Romana Chiesa non ha desiderio di propagandare la morte di quell'eretico, né la sua eresia. La giovane coglie un bagliore rosso con la coda dell'occhio, ma non sposta lo sguardo quando il Grande Inquisitore, il cardinale prefetto Michele Ghislieri, avanza nel suo abito scarlatto. Il Grande Inquisitore ha fatto rilasciare l'eretico dalle autorità secolari per giustiziarlo secondo il precetto della Madre Chiesa: ecclesia abhorret a sanguine, la Chiesa esecra il sangue. Ma è pur sempre il suo spettacolo. E col fuoco ogni spargimento di sangue sarà scongiurato. «Bruciate anche il libro», ordina il Grande Inquisitore. «Distruggete il Libro di Satana con l'eretico.» Quando il boia e i chierici lo perquisiscono e non trovano niente, segue un momento di sconcerto. «Dov'è?» La giovane è pervasa da un'ondata di paura, ma il condannato resta in silenzio. «Eretico, consegnaci il libro o ne pagherai le conseguenze.» Una risata amara. «Cos'altro potete farmi?» «Bruciatelo», intima l'Inquisitore. Gli uomini lo trascinano sul patibolo e lo legano alla pira. Ammucchiano gli ultimi fastelli di legna intorno alla base, poi appiccano il fuoco con delle torce. La giovane prega che l'uomo soffochi prima che le fiamme gli lambiscano la carne. Aggrappandosi al crocifisso che le ha regalato, ricambia il suo sguardo finché il fumo acre non gli offusca il volto. Soltanto allora abbassa lo sguardo e permette alle lacrime di scorrere. Mentre il fumo sale nel cielo notturno e la carne inizia a bruciare - a cuocere -, quell'odore dolciastro, sorprendentemente familiare, le dà la nausea. Le grida dell'uomo sono brevi, grazie a Dio, ma per lei è una magra consolazione. Quando le lingue di fuoco raggiungono l'apice, il Grande Inquisitore e il suo corteo se ne vanno. Poi anche gli altri si dissolvono nella notte. Sola, aspetta fin quando non rimangono che ossa, cenere e tizzoni ardenti. A quel punto si avvicina al rogo e raccoglie ciò che riesce a trovare dei suoi resti. Nel chinarsi, sente il manoscritto nascosto nella veste e spera che quel Libro di Satana sia valso le torture e la morte atroce che lui ha dovuto subire. E prega con tutto il cuore che giustifichi il terribile voto che le ha fatto fare prima di morire. «Col tempo tutto sarà rivelato», sussurra tra sé scomparendo nel buio della notte. «Il tempo rivela tutto.» PARTE PRIMA
IL LIBRO DI SATANA 1 Svizzera, quattro secoli e mezzo dopo La prima sensazione non era stata di paura, ma di tristezza: la tristezza che dovesse finire in quel modo. Aveva accumulato una fortuna durante la vita, fatto investimenti immobiliari in tutto il mondo, imparato diverse lingue e portato a letto più donne di quante riuscisse a ricordarne, eppure adesso la sua vita sembrava priva di senso. Aveva vissuto solo e sarebbe morto solo, ignorato e dimenticato, il suo corpo dato in pasto agli animali o sepolto sotto il cemento in un cantiere edile. Sarebbe stato come se non fosse mai esistito. «Inginocchiati al centro del telo di plastica.» Mentre obbediva, le mani giunte in preghiera, notò la sega chirurgica, il sacchetto di plastica a chiusura ermetica e il rotolo di nastro isolante vicino al piede destro del sicario. Non aveva bisogno di alzare lo sguardo verso la Glock semiautomatica calibro 19 nella mano sinistra dell'uomo per sapere cosa sarebbe accaduto. Conosceva quella procedura meglio di chiunque altro: era stato lui a inventarla. Prima gli sarebbero arrivate due pallottole in testa. La mano sinistra sarebbe stata amputata e messa nel sacchetto, poi il corpo sarebbe stato avvolto nel telo di plastica nera e sigillato col nastro isolante. Infine, uno stormo di avvoltoi avrebbe disposto del suo cadavere e il killer avrebbe recapitato al mandante la mano mozzata come prova della morte. «Sai chi sono io?» chiese l'uomo. «La mano sinistra del diavolo.1 L'assassino più temuto al mondo.» «E il mio vero nome? Conosci la mia vera identità? Guardami. Guardami in faccia.» Fu allora che la paura ebbe il sopravvento, una paura paralizzante. Non riusciva ad alzare lo sguardo. Era troppo spaventato da ciò che avrebbe visto. «Guardami», ripeté il killer. «Guarda negli occhi l'uomo che ha distrutto la tua vita e ti ha condannato per sempre alla dannazione.» Alzò lentamente la testa. Poi il cuore sembrò cessare di battergli in petto. Il volto dell'assassino era il suo. Stava fissando i propri occhi. Tremando 1
In italiano nel testo. (N.d.T.)
ancora per lo spavento, il fragore di un feroce latrato trapassò l'incubo e lo riportò alla veglia. Marco Bazin emerse lentamente dal sonno chimico e aprì gli occhi, ma i cani da guardia fuori dalla casa abbaiavano ancora come i segugi infernali a caccia della sua anima. Colto dal panico e disorientato, puntò lo sguardo nelle tenebre. Non riconobbe subito la sua camera: la clinica l'aveva dotata di così tante apparecchiature da farla sembrare una stanza d'ospedale. Tamponandosi il sudore sulla fronte madida, si tastò la cute calva. I capelli, folti per un uomo allo scadere dei quarant'anni, erano stati la sua unica vanità. I chirurghi dicevano che sarebbero ricresciuti, ma non avevano dimostrato altrettanto ottimismo sulla debellazione della malattia. Mentre si carezzava la testa, diede uno strattone al tubicino endovenoso sul polso e la flebo di vetro piena di sostanze chemioterapiche tintinnò contro l'asta. Rallentò il respiro e si tranquillizzò. Detestava avere paura. Fino a pochi mesi prima, quando era stato ricoverato in un'esclusiva clinica svizzera nelle vicinanze del suo rifugio alpino, sulle vette sopra Davos, era lui la fonte di ogni paura: La mano sinistra del diavolo. Rinomato per l'inesorabile efficienza, si diceva che, non appena un committente gli comunicava il nome della vittima designata, era come se fosse già morta. Adesso era lui quello che stava per crepare, la persona che doveva affrontare l'imminente mortalità. Con la mano andò a sfiorarsi automaticamente il cavallo del pigiama di cotone, come per afferrare quello che gli avevano tolto. I chirurghi avrebbero preferito che si fosse presentato prima che il seminoma si diffondesse. Gli avevano detto di prestare attenzione a una lista di sintomi, una volta concluso l'ultimo ciclo di chemioterapia. Ma il cancro non era l'unico dei suoi problemi. Mentre fissava l'oscurità, ascoltando le apparecchiature e il ritmo del proprio respiro, prese in esame la sua situazione. Non aveva parlato con nessuno della malattia e il personale della clinica gli aveva garantito la massima riservatezza. Tuttavia sapeva che la notizia aveva già iniziato a trapelare. Prima del ricovero, aveva declinato tre incarichi. E molti altri clienti avevano provato a contattarlo durante la segregazione imposta dall'intervento e dalla chemioterapia. Presto le dicerie si sarebbero tramutate in conclusioni, e le conclusioni in azioni. I clienti avrebbero iniziato a chiedersi per quale motivo non avesse risposto alle loro chiamate, alcuni avrebbero addirittura sospettato che fosse passato alla concorrenza. I nemici avrebbero fiutato il profumo del sangue e colto l'occasione per regola-
re vecchi conti. Forse erano già all'opera. Un tempo poteva anche essere stato un leone, il re della foresta, ma adesso era un animale ferito e gli sciacalli assetati di vendetta, ora più spavaldi, lo stavano accerchiando. Se non fosse morto per il cancro, sarebbe stato per un proiettile. In un modo o nell'altro, per lui era la fine. I cani abbaiarono ancora e avvertì una nuova morsa di panico. Per la prima volta da quand'era bambino, Bazin provò una sensazione di paura. Non della morte, che ormai aveva perduto il fascino della novità, ma di quello che sarebbe venuto dopo. Dal momento della diagnosi e dell'intervento, si era trovato costretto a riflettere su una vita dedita alla violenza, e aveva concluso che uccidere per guadagnarsi da vivere, al prezzo della dannazione, gli aveva fruttato solo cose di nessun valore: il denaro e i suoi vani emblemi. Si sentì percorrere da un brivido di freddo. Doveva dare un senso alla sua vita, prima di perderla. Allungò la mano per prendere il rosario di legno sul comodino - un dono d'infanzia, conservato più per valore affettivo che per fede - e lo strinse al petto. Rivolse lo sguardo verso le tende che schermavano la finestra e immaginò il profilo delle vette oltre essa. Generalmente la bellezza e la segregazione del rifugio alpino gli ispiravano un senso di pace, ma quella volta andarono soltanto ad alimentare il suo senso di solitudine e di clausura. Perché i cani continuano ad abbaiare? Scosse il capo, cercando di mettere a fuoco i pensieri, e controllò l'orologio accanto al letto: le 03.16. Sentì l'infermiera del turno di notte messa a disposizione dalla clinica sussurrare nel corridoio e meditò su quanto gli costasse essere accudito a domicilio. Mentre ascoltava distrattamente quella voce delicata, ne udì una seconda, più profonda. Bazin si alzò a sedere, col cuore in gola, frastornato dalle vertigini e senza fiato. C'era un uomo. In casa sua. In piena notte. Non c'era da sorprendersi che i suoi molti nemici si fossero fatti avanti, ora che era debole e indifeso. Ma come avevano fatto a trovarlo? Nessuno alla clinica sapeva della sua professione. E quasi nessuno conosceva l'esatta posizione di quella casa. Ma si rese conto che quello non contava. Tutti avevano un prezzo. Ripensò agli uomini che in passato avevano provato a nascondersi da lui. Li aveva snidati e li aveva eliminati. La paura lo elettrizzava. Doveva vivere. Non poteva permettere che lo uccidessero. Nel buio più totale cercò qualcosa con cui difendersi, ma le infermiere avevano fatto piazza pulita, a eccezione dei macchinari e delle
medicine che lo tenevano in vita. Non c'era niente con cui toglierla, la vita. Ascoltò i passi che si avvicinavano alla porta chiusa: c'era qualcosa di vagamente familiare in quell'incedere irregolare. Ignorando il dolore e lottando contro la nausea che minacciava di sopraffarlo, scese dal letto. Doveva fare qualcosa. Il sudore gli colava dalla fronte per lo sforzo. Il solo starsene in piedi lo faceva tremare di fatica. Avevano trovato il coraggio di affrontarlo soltanto ora che lo credevano più vulnerabile, l'ombra dell'uomo di un tempo. Ma gliel'avrebbe fatta pagare. Li avrebbe uccisi. Provò a tendere il sottile filo del rosario, ma si spezzò. Dopo aver fatto scivolare i grani sul letto, staccò il tubicino attaccato alla cannula sul polso e l'altro capo assicurato alla flebo, poi se lo avvolse stretto intorno alle mani per formare una garrota. Una volta trovato l'equilibrio sulle gambe, attraversò la stanza e si posizionò dietro la porta. Lentamente la porta si aprì e una lama di luce solcò il tappeto. Adesso lui non sentiva più la nausea, né la debolezza. L'intruso si fermò sulla soglia per un istante, come per decidere se entrare o no, poi fece capolino all'interno. Bazin non gli diede il tempo di vedere il letto vuoto. Non appena comparve la testa dell'uomo, gli avvolse la garrota intorno al collo e tirò con forza. Col filo d'acciaio, Bazin poteva strangolare un uomo in pochi secondi, recidergli la giugulare e spezzargli la trachea. Ma il tubicino di plastica si allungò, ritardando il soffocamento e salvando, così, la vita dell'intruso. Mentre lottava con le braccia debilitate per stringere la presa, Bazin notò il collare e gli indumenti dell'uomo e si accorse che era disarmato. Poi si rammentò del suo passo aritmico: era zoppo. Voltò l'uomo con violenza, in modo da guardarlo bene in faccia. Mentre fissava quegli occhi sporgenti, furibondi, Bazin rimase impietrito. In quell'istante capì perché quell'uomo era arrivato con la protezione della notte. Non per ucciderlo, ma per difendere la propria identità da occhi indiscreti. Bazin allentò la stretta. «Leo, alla fine sei venuto.» Non cercò di dissimulare lo spavento e la gratitudine. «Non riesco a crederci.» L'uomo sputò e tossì, massaggiandosi la gola. «Sei il mio fratellastro, Marco. Hai detto che stavi per morire, ovvio che sono venuto.» I suoi occhi si colmarono di disprezzo. «Allora, cosa vuoi da me? Cosa puoi volere da un prete?» La gratitudine e l'imbarazzo di Bazin si confusero con la rabbia e qualcosa di simile all'affetto. Benché fosse più robusto e potente del fratello maggiore, aveva sempre vissuto nella sua ombra. Mai bravo abbastanza.
Mai degno. Lanciò un'occhiata al rosario sul letto, poi tornò a guardare il fratello. «Voglio il perdono. Ho bisogno dell'assoluzione prima di morire.» Stavolta fu suo fratello a mostrare sconcerto. Quegli occhi scuri, intelligenti, si socchiusero. «Dici sul serio?» «Da morire.» «Allora va' a confessarti.» «Un paio di Ave Maria non basteranno. Ci vuole di più, molto di più.» Bazin gli raccontò in che modo avesse condotto la sua esistenza. Come fosse diventato La mano sinistra del diavolo. «Devo mettermi al servizio della Chiesa, espiare le mie colpe. Dimmi cosa devo fare.» Gli scuri occhi incavati penetrarono nei suoi per indagare, per sondare. «Non mi sorprendo più di quanti peccatori si rivolgano alla Chiesa nei momenti di crisi. Ma tu, Marco?» Sospirò. «Dio non abbandona mai una pecorella smarrita, purché il suo pentimento sia sincero.» «Lo è», supplicò Bazin. «Obbedirò alla Chiesa, farò qualsiasi cosa sia in mio potere.» Di nuovo gli occhi scuri penetrarono nei suoi, per scandagliare la sua anima. «Qualsiasi?» «Sì», rispose Bazin, crollando in ginocchio. «Qualsiasi.» 2 New York, cinque settimane dopo Non appena la limousine accostò di fronte alla torre di vetro nel centro di Manhattan, Ross Kelly scese con un balzo, la valigia in una mano e il computer nell'altra, e si precipitò verso l'ingresso principale. Nonostante la stanchezza, era bello correre dopo essere rimasto intrappolato in un aereo ventiquattr'ore di seguito. Ed era anche in ritardo. Attraversò l'atrio in un lampo, saltò in un ascensore vuoto e premette il pulsante del trentatreesimo piano. Mentre l'ascensore saliva, Ross scorse il proprio riflesso nella cabina a specchi e aggrottò la fronte. Indossava un completo costoso e, con la sua abbronzatura, la sua altezza e le sue spalle, avrebbe dovuto avere un'aria da milionario. Invece era soltanto impacciato. Ross pensò che fosse perché l'abito si era sgualcito durante il volo e perché si era vestito in fretta e furia dopo una doccia veloce nella sala della business class della British Airways al JFK, ma in realtà si era sempre sentito, e si vedeva pure, più a suo
agio sul campo, con le Timberland, i jeans e il casco di protezione, piuttosto che in ufficio, con indosso giacca e cravatta. Si ravviò i capelli biondicci e indisciplinati che stavano dritti come un groviglio di sterpi. L'ascensore suonò e le porte si aprirono. Ross si avvicinò a una porta a vetri a due battenti che delimitava una sfarzosa reception. Incise nel vetro c'erano le parole: XPLORE - CONSULENZA GEOLOGICA SPECIALIZZATA IN PETROLIO E GAS. Un uomo in tuta da lavoro blu stava aggiungendo una riga più sotto: DIVISIONE DELLA ALASCON OIL. Ross scosse la testa ed entrò. Le voci circolavano ormai da mesi, ma non riusciva ancora a credere che ci fossero stati così tanti cambiamenti da quand'era partito per il remoto bacino petrolifero del Kokdumalak, nell'Uzbekistan sudoccidentale. Si consolò pensando di esser rientrato nel minor tempo possibile, non appena Gail, la sua assistente, lo aveva avvisato della scalata. Dopo un volo interno a Taskent, aveva volato con la Areoflot fino a Mosca e con la British Airways fino al JFK, facendo scalo a Londra. Non era ancora passato da casa a salutare sua moglie. Gail percorse a grandi passi la reception. Non appena lo vide, il suo volto preoccupato si distese. «Ross.» Lui le sorrise. «Ciao, Gail.» «Grazie a Dio sei qui. Com'è andata in Uzbekistan?» «Bene, ma avrei raccolto più dati se non fossi dovuto tornare di corsa.» Controllò l'ora: le 10.22. «Dov'è la riunione?» Gail gli prese la valigia. «Nella sala conferenze. È già iniziata.» «Non ti hanno comunicato che il mio volo era in ritardo?» «A loro non importa niente.» «E Bill Bamford dov'è?» «Bamford non c'è più. Ross, tutto il vecchio consiglio d'amministrazione della Xplore è stato destituito.» «E il passaggio di consegne?» Gail smorzò il tono della voce. «Non ci sarà nessun passaggio di consegne. Quei discorsi sul rispetto della Alascon per la competenza specialistica della Xplore e sul desiderio di creare una società erano tutte balle. È una scalata vecchia maniera. Bill Bamford, Charlie Border e gli altri hanno dovuto fare le valigie. Sono stati scortati fuori dall'edificio stamattina.» «E tu, Gail, cosa farai?» «Non preoccuparti per me. Posso trovare un altro lavoro quando voglio. Se rimango, lo faccio solo per te.» Sorrise. «Perciò, se hai intenzione di andartene, avvisami.»
«Sarai la prima a saperlo. Promesso.» «Perfetto. Ora, se vuoi salvare il tuo vecchio progetto, è meglio che ti dia una mossa. Quei tizi non fanno prigionieri.» Fece spallucce. «Ma credo tu lo sappia già.» «Sì, purtroppo», rispose Ross con un ghigno. «Lo so.» Quando la Xplore lo aveva contattato, tre anni prima, stava lavorando come geologo nell'illustre dipartimento di Scienze della Terra della Alascon. Benché la Xplore gli avesse offerto un mucchio di soldi, non era stato solo per quello che si era licenziato e si era messo al servizio della piccola società di consulenza. Essendo una delle compagnie petrolifere più grandi del mondo, la Alascon offriva una formazione eccellente, ma i suoi dirigenti erano persone inflessibili, arroganti e poco amanti del rischio. La Alascon non poteva competere con l'offerta dei membri visionari del consiglio della Xplore: l'opportunità di dedicarsi all'autentica esplorazione e alla scoperta. Adesso sarebbe tornato a lavorare per la Alascon, e la cosa lo preoccupava. Quello che lo inquietava di più, comunque, era la seconda ragione per cui aveva lasciato la Alascon: la più importante. Si passò di nuovo una mano tra i capelli e percorse il corridoio verso la sala conferenze. Avvicinandosi alla porta, udì la propria voce. Si fermò e guardò attraverso i vetri. Le luci erano soffuse, ma riuscì a vedere i tre dirigenti della Alascon seduti intorno al grande tavolo, lo sguardo rivolto verso lo schermo al plasma su cui Ross presentava la sua teoria sul petrolio antico. Due di loro gli erano sconosciuti: un tizio calvo, anziano, con gli occhiali rotondi, e un uomo lentigginoso con una testa di ricci rossi screziati di grigio. Ma alla vista del terzo, un uomo biondo in un completo nerofumo, gli caddero le braccia: George Underwood, il motivo principale per cui aveva lasciato la Alascon. Mentre Ross studiava il suo vecchio capo, non poté far a meno di notare che, come sempre, l'abito di Underwood era impeccabile. Per un attimo, Ross rimase a guardare, cercando di prevedere la loro reazione. Sullo schermo, una palla incandescente di zolfo fuso ruotava nelle tenebre dello spazio. Giganteschi meteoriti tempestavano il globo come missili arroventati, sfregiandone e deformandone la superficie già disseminata di crateri. Quel pianeta bruciacchiato sembrava l'ultimo posto dell'universo in cui la vita potesse resistere, men che meno prosperare. Ross udì la propria voce dal DVD, calma e autorevole, descrivere le immagini digitali: «Ai suoi albori, quattro miliardi e mezzo di anni fa, la Terra era un inferno primigenio, bersagliato da miliardi di asteroidi e co-
mete, la superficie bruciata da radiazioni ultraviolette, mentre eruzioni vulcaniche riversavano gas nocivi nella sua atmosfera informe. Ma quegli asteroidi e quelle comete che cadevano sul nostro pianeta erano carichi di amminoacidi, essenziali per la genesi della vita. Persino oggi, quarantamila tonnellate di meteoriti cadono sulla Terra ogni anno. In queste rocce cosmiche sono stati rinvenuti più di settanta tipi diversi di amminoacidi, otto dei quali sono risultati essere i costituenti fondamentali delle proteine che si trovano nelle cellule dei viventi». L'impatto sullo schermo era particolarmente spettacolare. «Esattamente come gli spermatozoi che bombardano l'ovulo, questi semi di vita precipitarono sul nostro pianeta e, come per miracolo, uno, soltanto uno di questi impatti ha innescato una reazione, una scintilla che ha fatto germinare le forme batteriche primitive. In modo altrettanto sorprendente, quei semi prosperarono, ricavando energia dalle reazioni chimiche del brodo primordiale che li circondava. Prove dimostrano che tutta la vita su questo pianeta, compresa la nostra, si è evoluta a partire da quell'unico, fatidico istante, quell'irripetibile scintilla di vita di quattro miliardi e mezzo di anni fa.» L'inquadratura si spostò di nuovo, mostrando rocce fossili vecchie di tre miliardi e seicento milioni di anni provenienti dalla regione di Isua, in Groenlandia, e dall'altopiano di Ustyurt, in Uzbekistan, vicino a dove Ross era appena stato. «Queste prime forme di vita costituirono i fossili, i quali, a loro volta, diedero origine ai combustibili, tra cui il petrolio. Adesso sappiamo che gli idrocarburi possono trovarsi in giacimenti molto più antichi di quanto si credesse inizialmente. Ed è sul petrolio più antico che dovremmo concentrarci.» «Roba da matti!» esclamò Underwood incredulo, lanciando un'occhiata al collega più anziano. «Petrolio antico. Accidenti, e io che pensavo che il petrolio fosse già piuttosto vecchio!» La sua risata autodivertita innervosì Ross, che irruppe nella sala. «Per 'antico', George, intendo un petrolio che abbia duecento milioni di anni in più di quello tradizionale.» Underwood premette un pulsante sul telecomando e lo schermo tornò a proiettare il logo della compagnia. Poi le tende oscuranti della sala conferenze si sollevarono, svelando lo skyline di Manhattan, scintillante sotto il sole di maggio. Finse di guardare l'ora prima di alzarsi e stringere la mano a Ross. «Ah, è da tanto che non ci vediamo.» Fece un sorriso velenoso.
«Lascia che ti presenti i miei colleghi.» Ross ricambiò le strette di mano e apprese che l'individuo coi capelli tra il rosso e il brizzolato era il nuovo amministratore; il tizio più anziano, invece, era David Kovacs, l'uomo che aveva gestito l'acquisizione della Xplore. «Allora, questa faccenda del petrolio antico...» riprese Underwood. «Ci credi sul serio?» «Certo.» «E perché, dottor Kelly?» chiese Kovacs. Ross si mise a sedere. «Analisi recenti dimostrano che la formazione del petrolio è iniziata molto prima di quanto si pensasse. Il greggio più antico rinvenuto alla fine del millennio aveva al massimo un miliardo e mezzo di anni. Non molto tempo fa abbiamo invece scoperto alcuni giacimenti in Uzbekistan risalenti ad almeno duecentocinquanta milioni di anni prima. Gli idrocarburi di questo petrolio antico sono il prodotto della decomposizione di creature vissute sulla Terra almeno tre miliardi e duecento milioni di anni fa. Questo indica che gli strati rocciosi millenari contengono riserve inutilizzate che, finora, non hanno costituito una priorità nella ricerca del petrolio. È solo questione di tempo, però, prima che la concorrenza cominci a interessarsene.» Underwood diede una scorsa ai suoi appunti. «Stai lavorando a questo progetto con un cliente, la Scarlett Oil. È una compagnia piuttosto piccola.» «Tutti i nostri clienti, qui e oltreoceano, sono pesci piccoli o di medie dimensioni con limitate competenze geologiche interne. È per questo che si rivolgono a una società di consulenza.» Underwood diede di nuovo un'occhiata agli appunti. «E le percentuali di ritrovamenti di questo petrolio antico?» Ross sorrise. «Molto superiori alla media.» Nell'estrazione tradizionale, la percentuale di successo media non superava il dieci per cento, persino con le tecnologie più avanzate. Tirò fuori un palmare dalla giacca, lo aprì e lo posizionò sul tavolo. Sullo schermo apparve una mappa geologica del mondo su cui erano evidenziati i diversi sedimenti rocciosi che indicavano potenziali riserve di petrolio. «La mia squadra ha sviluppato un software che riesce a condensare dati sismici, gravitazionali, magnetometrici e geologici, immagini satellitari e la più avanzata tecnologia GPS per identificare i depositi più ricchi. Concentrandosi sui siti rocciosi di più antica formazione, in particolare sulle combinazioni fra strati serbatoio e strati di
copertura, siamo in grado di ottimizzare la correlazione causa-effetto tra questi sedimenti rocciosi e il petrolio.» Ross fece una pausa ben studiata. «La percentuale di successo, secondo le nostre proiezioni, è attualmente prossima al venti per cento. Il doppio della media.» Underwood annuì. «Ma non avete ancora dati concreti, giusto? Soltanto proiezioni.» «È per questo che mi sono recato in Uzbekistan. Per verificarle.» Ripescò una cartellina dalla valigetta e la poggiò sul tavolo. «Abbiamo bisogno di più tempo, ma i risultati iniziali sono promettenti. Molto promettenti. Alla Scarlett sono entusiasti.» «Ah, sì, la potente Scarlett Oil.» Underwood si rivolse all'amministratore. «A quanto ammontano i costi?» Pose la domanda come se già conoscesse la risposta. L'uomo girò il computer per consentirgli di leggere lo schermo. «Accidenti. La Xplore ha investito tempo e denaro in questo progetto. Al pari della Scarlett.» Ross serrò le mascelle, determinato a mantenere la calma. «George, si tratta di un investimento comprovato da dati attendibili che stiamo verificando sul campo. Le tecnologie di ricerca e di estrazione di cui disporremo ci permetteranno di offrire alle compagnie più piccole - la nostra clientela di base - l'opportunità di battere sul tempo la concorrenza più potente. Compresa la Alascon, a meno che non colga l'occasione al volo.» Underwood confabulò con Kovacs, poi questi raccolse le sue carte e sorrise a Ross. «La pregherei di non fraintenderci, dottor Kelly, lei ha un'ottima reputazione nel settore. La vogliamo fortemente nella nostra squadra. Ma l'unica ragione per cui la Alascon ha comprato questa piccola società di consulenza sono i suoi eccellenti contatti e le sue relazioni d'affari con l'Estremo Oriente e l'ex Unione Sovietica. E perché non costava troppo.» Gettò uno sguardo all'analisi di bilancio dell'amministratore. «Francamente, visto come la Xplore ha speso i suoi soldi, la cosa non mi sorprende. Dottor Kelly, la Alascon Oil non è interessata a iniziative imprenditoriali speculative in associazione con compagnie petrolifere americane di piccole dimensioni. Da loro abbiamo ben poco da imparare.» Puntò il dito verso Underwood. «Metto George a capo del settore di esplorazione geologica. Lei e la sua squadra dovrete fare rapporto a lui. So che ha già lavorato per George in passato.» Poi si voltò verso Underwood. «Prego, George.» Underwood sorrise a Ross. «Vogliamo che vi concentriate sull'ampliamento dei contatti in zone strategiche per l'estrazione petrolifera tradizionale. La ricerca del petrolio antico deve cessare.»
«E che ne sarà dei nostri rapporti con la Scarlett Oil?» «Non se ne parla. È un pesce troppo piccolo.» «Ma il progetto sta per dare i suoi frutti! E parliamo di un sacco di soldi.» Aveva dedicato due anni della sua carriera a quella ricerca e ci credeva ciecamente. Raccolse la cartellina dal tavolo. «Lasciate che vi mostri i dati aggiornati. È semplicissimo.» Underwood lo liquidò con un brusco gesto. «So che è un progetto che ti sta a cuore, ma alla Alascon non interessa il petrolio antico, solo il buon greggio vecchia maniera.» «Che però presto finirà.» Ross sbatté la cartellina sul tavolo. «Almeno da' un'occhiata agli ultimi dati, dannazione!» Underwood lanciò a Kovacs uno sguardo dal significato: Te l'avevo detto che sarebbe stato un osso duro, poi tornò a concentrarsi su Ross. «Ho sempre ammirato il tuo talento. Sei un geologo straordinario e hai davvero la stoffa per trovare il petrolio. Il tuo unico punto debole, però, è che metti troppo spirito d'avventura nell'esplorazione. Per te il mistero è dolce quanto la scoperta, forse anche di più. La Alascon non svolge molta attività di ricerca per ridurre i rischi. La passione, l'avventura e il mistero non hanno importanza, contano solo i risultati. E, se vuoi restare con questa compagnia e incassare il tuo sostanzioso stipendio, ficcatelo bene in testa. Voglio che tu dia ordine alla squadra di cercare giacimenti tradizionali, con effetto immediato.» Ross non fiatò, continuando a tenere lo sguardo incollato alla cartellina sul tavolo. Due anni di duro lavoro, di lavoro benfatto, ignorati, liquidati come «il progetto che gli stava a cuore», proprio ora che stavano per dare dei risultati. Underwood si accigliò e si alzò dalla sedia. «Ci siamo intesi?» Girò intorno al tavolo, si posizionò dietro Ross e agitò il dito verso il basso. Avrebbe potuto puntarlo dritto contro di lui, ma era evidente che quella manifestazione di autorità era intesa a compiacere Kovacs. «Intesi?» Nell'istante in cui Ross alzò lo sguardo, vide la sua futura carriera con la Alascon riflessa nella faccia rubiconda e nel dito puntato di George Underwood. Era stanco, stressato e ne aveva avuto abbastanza. Si erse in tutta la sua altezza, dominando Underwood, e fissò dall'alto verso il basso il suo capo di ieri e di domani. Sostenne a lungo il suo sguardo, finché Underwood non perse la pazienza e distolse gli occhi. Ross afferrò la cartellina e la strappò accuratamente in due, poi in quattro e infine in otto pezzi. «Intesi?» chiese ancora Underwood, la voce che tremava.
«Calmati, George», gli intimò Kovacs. «La Alascon ha bisogno di gente in gamba come il dottor Kelly. Sono sicuro che abbia afferrato il concetto.» «Hai capito?» insistette Underwood. «Sì, capisco perfettamente», rispose Ross con grande calma, stringendo i brandelli dei documenti strappati nella mano destra ed estraendo il cellulare dalla giacca con la sinistra. Compose il numero senza indugio, Gail rispose al secondo squillo. «Sono io. Ti avevo promesso che saresti stata la prima a saperlo.» Con lo sguardo sempre puntato verso Underwood, gli rovesciò i fogli strappati in testa come un pugno di coriandoli. «Mi licenzio.» «Aspetti, aspetti», disse Kovacs, alzandosi e fulminando con un'occhiataccia Underwood, intento a spazzolarsi freneticamente l'abito dai pezzetti di carta. «Non è necessario arrivare a tanto.» Allentandosi la cravatta, Ross rimise cellulare e palmare in tasca, raccolse la valigetta e si avviò verso la porta. Nell'aprirla, si voltò verso i tre uomini e sorrise. «È necessario, invece. Per me, è assolutamente necessario.» Poi richiuse la porta e se ne andò. 3 Ad alcuni chilometri di distanza dagli uffici della Xplore, l'ospite d'onore stava lasciando l'aula magna McNally al Lincoln Campus dell'Università di Fordham, l'università gesuita di New York. Il religioso era rimasto il minimo indispensabile alla conferenza ed era soddisfatto di aver adempiuto ai suoi doveri. Ma adesso era impaziente di andarsene. Dopo aver ringraziato i suoi ospiti e congedato gli accompagnatori, si era diretto alla limousine a passo così veloce da rendere a malapena visibile la lieve zoppia. Seduto sul sedile posteriore, protetto dal vetro oscurante, controllò l'ora. Aveva tempo in abbondanza prima del volo di ritorno a Roma. «Yale University», disse allo chauffeur. «La Beinecke.» Mentre l'auto si dirigeva a nord verso la Henry Hudson Parkway, accantonò il ricordo della conferenza cui aveva appena partecipato e fece mente locale su ciò che l'aveva tenuto impegnato dal suo arrivo in America, alcuni giorni prima. Aprì la ventiquattrore per studiare la copia di una condanna a morte vecchia di quattrocentocinquant'anni che il suo ufficio aveva scoperto negli Archivi Vaticani dell'Inquisizione, il secretum secretorum, il segreto dei segreti. Nel leggere le pagine manoscritte in latino, una delle
cinque lingue che parlava correntemente, nella sua mente iniziarono a turbinare i rischi e le opportunità che quel documento costituiva. Sempre che dicesse il vero. Solo un'ora e mezzo dopo, la limousine accostò nei pressi della Beinecke Library della Yale University, uno degli edifici più grandi al mondo consacrato interamente a manoscritti e libri rari. La struttura bianca oblunga, rivestita da finestre di marmo traslucido che somigliavano alle fossette di una palla da golf, stonava in mezzo agli edifici più classici della Yale. Uscendo dalla limousine e salendo gli scalini, il prete ignorò quell'architettura così insolita. Lesse invece gli stendardi pubblicitari che annunciavano un evento di raccolta fondi incentrato sul libro più misterioso conservato nella biblioteca e si sentì pervadere dall'entusiasmo. Al bancone principale lo attendeva un ricercatore che lo scortò verso la sala centrale. «Non vedo un grande affollamento», commentò il religioso. «No.» Un rossore di imbarazzo affiorò sul volto dell'uomo. «Ma ci sarà questa sera. Prevediamo una buona affluenza per i seminari inaugurali. Uno in particolare promette di essere strepitoso.» Additò una teca di plexiglas, in bella mostra su un basamento al centro della sala. Era vuota. «Il libro è rimasto in esposizione tutta la settimana, ma abbiamo provveduto a concederle mezz'ora per studiarlo. Se avesse bisogno di più tempo, le copie digitali di tutte le pagine sono disponibili su uno dei terminali laggiù o su Internet.» Il ricercatore lo condusse in una saletta illuminata da una luce soffusa e gli consegnò un paio di guanti bianchi da lettura. «Mi dispiace, ma può toccarlo soltanto con questi.» Il prete si avvicinò al tavolo da lettura e abbassò lo sguardo sul libro aperto. «Va benissimo, la ringrazio.» «Dunque, cosa vuole sapere? Il Voynich è una delle mie materie di specializzazione.» «Niente. Assolutamente niente.» Il prete indossò i guanti bianchi, convinto che l'uomo non potesse dirgli nulla che già non sapesse. «Ho bisogno di qualche minuto di solitudine. Per vederlo com'è in realtà.» «Giusto, giusto.» L'uomo indugiò per un momento, poi si avviò verso la porta. «Allora la lascio solo. Mi chiami se avesse bisogno di qualcosa.» Ma il prete non stava più ascoltando. Fissava il libro, pietrificato. Il documento ingiallito, delle dimensioni di un normale volume rilegato, sembrava un oggetto di poco conto. Certo non il manoscritto più enigmatico al mondo. Soltanto quando le sue mani inguantate girarono lentamente una
pagina dopo l'altra, il mistero si manifestò. I fogli erano pieni di testo inintelligibile:
E decorati da grezze illustrazioni a colori di piante bizzarre che somigliavano vagamente alla flora esistente, ma di cui sulla Terra non v'era traccia:
Altre immagini rappresentavano donne nude col ventre rigonfio in modo innaturale che nuotavano in un liquido verde:
I disegni non erano più elaborati di quelli di un bambino, ma quello non sviliva il loro fascino. Sul tavolo vicino al libro c'era la registrazione del catalogo della biblioteca: Quasi ogni pagina contiene disegni a soggetto botanico e scientifico, molti dei quali a pagina intera, dal carattere semplice ma vivace, a inchiostri di varie sfumature verdi, marroni, gialle, blu e rosse. Il contenuto del manoscritto, basato sul tema principale dei disegni, è suddiviso in sei sezioni. I dettagli di ogni sezione intensificavano il senso di stranezza e di mistero di cui il manoscritto era pervaso. La sezione botanica conteneva disegni di centotredici specie botaniche sconosciute, corredati di testo. La sezione astronomica e astrologica includeva venticinque strani diagrammi astrali. Quella biologica disegni in scala ridotta di figure femminili nude, per gran parte con addome prominente e fianchi sproporzionati, sommerse o galleggianti in fluidi, tubi o capsule intercomunicanti. La sezione farmacologica presentava disegni di oltre un centinaio di erbe, mentre le restanti due erano composte di testo continuo e di un foglio illustrato grande sei pagine ripiegate. La singolarità di quel volume era palpabile e il prete era più che consapevole di quanto fossero curiose anche le sue vicissitudini. Il manoscritto aveva iniziato a esercitare il suo fascino sull'umanità nel 1912, quando il mercante di libri Wilfrid Voynich si era imbattuto nel misterioso volume di centotrentaquattro pagine a Villa Mondragone, un col-
legio gesuita nei pressi di Frascati. Ripiegata nel manoscritto c'era una lettera datata 1666 del rettore dell'Università di Praga che chiedeva a un celebre studioso di provare a decifrare il testo. Stando a quella missiva, l'imperatore Rodolfo II di Boemia aveva acquistato il manoscritto per seicento ducati d'oro. La prima pagina del volume portava una firma sbiadita: Jacobi a Tepenece. Documenti storici certificavano che Jacobus Horcicky aveva avuto poveri natali ed era stato perciò cresciuto dai gesuiti, divenendo infine un ricco medico e alchimista alla corte di Rodolfo II, tanto da ricevere il titolo nobiliare di de Tepenec nel 1608, dopo aver salvato la vita dell'imperatore da una grave malattia. Il suo ruolo nella storia del manoscritto, comunque, non era così chiaro. Alcuni sostenevano che l'imperatore glielo avesse affidato perché lo decifrasse, altri che, dopo la morte del sovrano nel 1612, il manoscritto fosse stato trafugato insieme con altri tesori del museo imperiale e fosse finito nelle mani di Horcicky. Comunque fosse andata, il volume approdò al collegio gesuita dove Voynich lo avrebbe riportato alla luce. Molti ritenevano che le sue origini fossero italiane e che in seguito fosse stato rubato da una delle biblioteche gesuite e venduto all'imperatore Rodolfo. Alla fine era stato reclamato dalla Compagnia di Gesù, prima che ricadesse nell'oblio sotto uno strato di polvere e che il suo significato originale venisse di nuovo dimenticato. Le illustrazioni del manoscritto erano assai stravaganti, ma era stato il testo a intrigare maggiormente Voynich e gli innumerevoli altri che avevano tentato di decifrarne il significato. I caratteri avevano un'aria ingannevolmente familiare: alcuni somigliavano alle lettere romane, ai numeri arabi e alle abbreviazioni latine. Elaborati caratteri «fasulli» adornavano l'inizio di molti righi, mentre alla fine di numerose parole si trovava una voluta enigmatica a forma di nove. Nondimeno il significato del documento rimaneva ostinatamente oscuro. Quando Voynich aveva portato il manoscritto negli Stati Uniti, aveva invitato i crittografi a tentare la fortuna. Nel corso della sua vita, crittografi e squilibrati avevano reclamato il successo, ma le soluzioni non erano mai applicabili all'intero testo. H.P. Kraus, un libraio antiquario di New York, aveva acquistato il misterioso libro nel 1961 e otto anni dopo lo aveva donato alla Beinecke Library. Negli anni che erano seguiti, molti studiosi e dilettanti si erano cimentati, senza successo, nel tentativo di svelare i segreti di quello che era diventato ormai famoso col nome di «manoscritto Voynich». Negli anni '70 e '80, i migliori crittografi della NSA avevano trascritto il testo in for-
ma elettronica e avevano condotto una serie di verifiche statistiche, ma neppure loro erano riusciti a risolvere l'enigma. Secondo alcuni non era altro che una mistificazione, ma lo schema dei caratteri impiegati in tutto il testo si dimostrava così complesso e coerente da rendere un'eventuale contraffazione altrettanto straordinaria e misteriosa. Negli ultimi dieci anni, i ricercatori avevano messo in atto una gran quantità di metodologie statistiche, entropiche e di analisi spettrali, scoprendo che il voynichese - così era chiamata la lingua del testo - possedeva proprietà statistiche compatibili con quelle delle lingue naturali, a riprova che il manoscritto difficilmente poteva essere la scrittura casuale di un malato di mente o una mistificazione. I ricercatori si erano anche resi conto che il testo si leggeva da sinistra a destra e impiegava dai ventitré ai trenta singoli caratteri. L'intero manoscritto conteneva circa 234.000 caratteri e 40.000 parole, con un lessico di circa 8200 lemmi. Gran parte delle parole era costituita da sei caratteri e non presentava variazioni minori rispetto a quelle dell'inglese, del latino e di quasi tutte le lingue indoeuropee. Ciononostante, a dispetto di tutte le analisi, nessuno si era avvicinato a capire cosa dicesse il manoscritto, chi lo avesse scritto o perché. Fino ad allora. Qualcuno bussò delicatamente alla porta. La sua mezz'ora era terminata. Indugiò un momento ancora, incantato dalle pagine, presagendo che quel libro avrebbe cambiato per sempre la sua vita e che Dio lo stava guidando. Si sfilò i guanti e si concesse di sfiorare il manoscritto con le dita, sentendo il suo potere penetrargli sotto pelle. Quando la porta si aprì e il ricercatore entrò, il prete lo ringraziò, concedendosi un ultimo sguardo al Voynich, poi s'incamminò verso l'atrio. Si trattenne di fronte a un manifesto che annunciava il seminario inaugurale di quella sera: La soluzione dell'enigma. Segnalate come il pezzo forte della settimana dedicata al Voynich c'erano tre conferenze. Un matematico inglese di Cambridge e un informatico del MIT, il Massachusetts Institute of Technology, avrebbero presentato le ultime tecniche statistiche per la decodificazione del testo. Ma era la terza conferenza a interessargli di più. Quel titolo suggestivo gli mandava il cuore a mille: Il manoscritto Voynich: la vana ricerca di Eldorado? Il prete strinse forte a sé la ventiquattrore e pensò al documento fotocopiato che conteneva. L'originale riportava la confessione di un padre gesuita condannato al rogo per eresia. Attestava anche l'esistenza di un libro che avrebbe dovuto essere bruciato insieme con l'eretico: il Libro di Satana.
Si accertò dell'orario dell'ultima conferenza, felice di poter comunque prendere il suo volo, poi controllò il nome della docente che l'avrebbe tenuta. La dottoressa Lauren Kelly. 4 Seduto sul treno della linea New Haven da Grand Central a Darien che lo stava riportando a casa, il dottor Ross Kelly non pensava alla conferenza di sua moglie di quella sera. Era la propria carriera a occupare la sua mente. La geologia, o la teoria dell'evoluzione, non era stata certo una scelta semplice per un ragazzino cresciuto nella Bible Belt.2 Sua madre era convinta che la Terra fosse stata creata solo da qualche migliaio di anni e che il diluvio universale fosse l'evento geologico più importante nella storia dell'umanità. Il creato poteva anche essersi trasformato secondo il Disegno Divino, ma le cose non erano cambiate granché. E non solo nella Bible Belt. Il nuovo papa aveva recentemente smentito la teoria evolutiva di Darwin, attribuendo alla mano di Dio tutti gli aspetti della creazione. Ross, perciò, aveva sempre dovuto lottare per le sue passioni. Fin da bambino, cresciuto nella fattoria paterna, all'ombra dei maestosi monti Ozark, aveva visto la geologia come una scienza romantica e magica che tracciava una mappa della storia del nostro pianeta attraverso un abisso temporale profondo oltre ogni immaginazione. Ricordava ancora l'eccitazione quando aveva letto per la prima volta che l'Everest, il picco più alto sulla Terra, era composto di rocce oceaniche che un tempo avevano costituito il fondale marino. Come non sorprendersi della quantità di pressione e di tempo necessaria a spingere l'Himalaya dal fondo dell'oceano al tetto del mondo? Una borsa di studio per laurearsi in geologia a Princeton, un dottorato al MIT e i primi anni col dipartimento di Scienze della Terra della potente Alascon avevano tenuto in vita il suo stupore. Gli divenne subito chiaro, tuttavia, che l'industria del petrolio era più interessata ai profitti che a esplorare i tesori del mondo. Quando la Xplore, a quei tempi un'insignificante società di consulenza in crescita, lo aveva contattato, il loro appetito 2
La Bible Belt, letteralmente «la cintura della Bibbia», è un'espressione che designa un'area degli Stati Uniti, comprendente grossomodo gli Stati sudorientali, in cui la religione protestante ha un ruolo fondamentale nella cultura. (N.d.T.)
di posizioni visionarie e prospettive inesplorate aveva riacceso la sua passione. Ma la sua carriera ormai era allo sbando: i sognatori che lo avevano reclutato se n'erano andati, spazzati via da gente della schiatta di Underwood e Kovacs, che avevano molto più in comune con dei ragionieri che con degli esploratori. E non si faceva illusioni: nessuna compagnia sarebbe stata disposta ad abbracciare idee e scoperte nuove. Nel breve tragitto in taxi dalla stazione a casa, Ross meditò sul proprio futuro. La sua mente stanca cercò di non chiedersi se avesse fatto la cosa giusta né di pensare a cosa avrebbe detto la moglie. Mentre il taxi accostava al vialetto d'accesso, vide la sua vecchia Mercedes decappottabile parcheggiata a fianco della ben più economica Prius di Lauren. Aveva acquistato quell'auto d'epoca dopo esser stato assunto dalla Xplore. A quei tempi gli era sembrata il simbolo luminoso del proprio successo. Adesso, come la carriera, il suo splendore era tramontato e appariva esattamente per quello che era: una vecchia automobile ricoperta di escrementi di uccelli. Una terza auto, piccola e squadrata, era parcheggiata dietro. Ross non era in vena di visite. Il lavoro lo aveva portato in giro per tutto il mondo e sul campo era un vero avventuriero, ma quando tornava a casa desiderava soltanto passare del tempo con la moglie. Non c'era niente di meglio che cenare con una bottiglia di Pinot Nero e una pizza, fare l'amore e contendersi il telecomando; non aveva mai capito come mai una persona intelligente come Lauren preferisse programmi spazzatura come i reality show rispetto alle commedie classiche, a un bel film o un documentario di David Attenborough su Discovery Channel. Pagò il tassista, scese dalla macchina e attraversò la ghiaia scricchiolante fino alla casa bianco gesso per cui si era indebitato fino al collo. La porta principale si socchiuse e apparve Lauren. Nel fulgore del primo pomeriggio, il suo caschetto di capelli biondo miele riluceva come oro al sole, i dolci occhi verdi scintillavano e la sua pelle ardeva. Al solo vederla si sentì subito meglio. La porta si spalancò, rivelando la presenza di una seconda donna altrettanto incantevole: Elizabeth Quinn. Mentre sua moglie era dotata di una bellezza più convenzionale, la sua assistente a Yale era tutt'altro che ordinaria. Alta ed esile, Elizabeth Quinn sembrava una strana miscela tra punk, ecopacifista e secchiona. I lunghi capelli ricci erano colorati di rosso henné e indossava occhiali spessi da vista, jeans di seconda mano, una giacca informe di canapa e una maglietta con su scritto: GAIA È TUA MADRE! SMETTI DI UCCIDERLA!
Lauren si precipitò fuori per baciarlo. «Ross, sei tornato! Oddio, sono così felice.» «Mai quanto me.» La strinse forte, riempiendosi i polmoni del profumo dei suoi capelli, poi guardò dietro di lei. «Ciao, Zeb.» Elizabeth Quinn sorrise e alzò la mano per salutare. Ross si era sempre comportato in modo civile con Zeb, per quanto potesse essere civile il suo rapporto con un'ecologista che accusava l'industria petrolifera di depredare il pianeta. «Non preoccupatevi, vi lascio soli. Stavo solo dando una mano a Lauren per la conferenza di stasera.» «Quale conferenza?» Lauren strabuzzò gli occhi. «Sai, il Voynich... La traduzione? La mia grande serata?» «Ah, già. Ma certo.» A dire il vero, aveva confinato la conferenza nell'angolo più remoto della sua mente, perché in origine non aveva programmato di tornare dall'Uzbekistan prima della fine della settimana. Appena in tempo per fuggire per la prima vacanza dopo anni, due settimane di speleologia nella giungla del Borneo, seguite da sette giorni sulle spiagge della Malesia. Aveva dovuto farsi in quattro per ottenere le ferie. Ma quello ormai non era più un problema. «Comunque, bentornato», disse Zeb, sedendosi alla guida della piccola ibrida. Dopo aver messo in moto, tirò fuori la testa dal finestrino. «Ci vediamo stasera, Lauren. In bocca al lupo e, qualsiasi cosa dica Knight, non ti sbottonare più del necessario.» «D'accordo, grazie.» Lauren prese il marito sottobraccio e lo accompagnò in casa. Ross frugò distrattamente in una tasca della giacca e ne estrasse un sassolino. La superficie metallica satinata lo faceva luccicare come oro sotto i raggi del sole che inondavano l'ingresso. Aveva sempre portato una pietra speciale a Lauren dalle sue spedizioni in giro per il mondo. «È una schreibersite, un raro minerale meteoritico.» «È bellissima. Grazie.» Sorrise, gli occhi le brillavano per l'emozione. «Sono felice che tu sia dovuto tornare dall'Uzbekistan. Devo darti una bella notizia.» «Mi fa piacere. Anch'io ho una notizia da darti. Riguarda la scalata di cui ti ho parlato al telefono. Ma la mia è brutta, purtroppo.» «Sputa il rospo.» «Mi sono licenziato.» Ross non sapeva che reazione aspettarsi, ma di sicuro non quella che ricevette.
Lauren lo guardò per qualche secondo e poi scoppiò a ridere. «Che c'è da ridere?» Ross aveva sempre ammirato, e invidiato, l'atteggiamento sereno di Lauren nelle questioni economiche. Magari era così perché era cresciuta in una famiglia relativamente benestante di New York, ma la sua indifferenza nei confronti dei beni materiali era genuina; per lei non erano sinonimo di sicurezza, come per lui. A ogni modo, anche Lauren doveva comprendere che ci sarebbero state ripercussioni sul mutuo. Del resto lo aveva sempre dissuaso dal comprare quella grande casa e probabilmente sarebbe retrocessa di buon grado a una più piccola. Scosse la testa, cercando di controllarsi. «Mi dispiace, Ross. Non ridevo di te. Solo della coincidenza.» «Perché? Qual è la tua buona notizia? Non dirmi che la tua carriera ha preso il volo, ora che la mia è finita nel cesso.» «No, no, È la nostra buona notizia.» Si posò la mano sull'addome. «Oggi sono andata dal dottore. Avremo un bambino.» Per una frazione di secondo, Ross non seppe cosa dire. Provavano da anni ad avere un figlio, ma, dopo che i dottori avevano scoperto del tessuto cicatriziale sulle ovaie di Lauren, un intervento e tre cicli inefficaci di fecondazione in vitro, avevano praticamente rinunciato all'idea di avere una famiglia. La strinse in un forte abbraccio e la sollevò da terra. «È meraviglioso. Di quanto è?» «Quasi tre mesi.» «Tre mesi...» Accarezzò la pancia della moglie, come per sentire il bambino che stava crescendo dentro di lei. D'un tratto la carriera e le difficoltà economiche non avevano nessuna importanza. «Perché non me l'hai detto prima?» «L'ho appena scoperto. Ho sempre avuto il ciclo così irregolare che quando il dottore mi ha detto che ero incinta non riuscivo a crederci. Dev'essere successo quando sei tornato da quel lungo viaggio in Arabia Saudita. Ricordi come abbiamo recuperato il tempo perduto?» Ross sorrise. Se lo ricordava bene. «E non preoccuparti per il lavoro. So che ti senti in dovere di provvedere a tutto. Ma andrà bene. Più che bene. Se dopo stasera i membri del consiglio di facoltà non mi nomineranno professore ordinario, lo faranno quando avrò tradotto la sezione finale del Voynich. Una cattedra a Yale non paga quanto vendere l'anima alle sette sorelle, ma è abbastanza. Più che abbastanza.» Lui la baciò. «Non sono preoccupato. Il vero problema è la nostra va-
canza. Dovremo annullare la spedizione di speleologia - è troppo faticosa per una donna in stato interessante - e trascorrere tutto il tempo sulla spiaggia.» «Fa proprio al caso mio.» «Ci avrei scommesso.» Scoppiò a ridere. Lauren aveva sempre preferito oziare su una spiaggia a leggere, mentre lui dopo pochi giorni veniva assalito dalla noia e dalla voglia di partire in esplorazione. Ma, in quel momento, trascorrere qualche settimana di relax era una prospettiva allettante. Controllò l'orologio. «A che ora è la conferenza? Avevo idea di schiacciare un pisolino prima che tu mi mettessi al corrente del tuo secondo successo. Ma ora sono troppo emozionato per dormire.» 5 Quella sera, al suo arrivo alla Beinecke Library, Lauren Kelly diede una vigorosa stretta di mano a Ross e lo baciò sulle labbra. «Non ti mettere in prima fila o mi farai perdere la concentrazione.» Le sale trentotto e trentanove della Beinecke erano state unite per creare un auditorium capace di ospitare un pubblico di settanta persone; obbediente, Ross occupò un posto defilato. L'auditorium si riempì in fretta e Ross individuò i ricci rossi di Zeb Quinn in prima fila. Al suo fianco sedeva un uomo con una giacca di tweed: Bob Knight, professore di linguistica alla Yale e preside della facoltà di Lauren. A Ross quell'uomo non era mai andato a genio. Knight aveva una reputazione da spaccone senza scrupoli che si arrogava spudoratamente i meriti altrui. Lauren aveva fatto il possibile per tenere nascosto il suo lavoro - persino a Knight -finché i tempi non fossero stati maturi, ma lui le aveva fatto pressioni affinché quella sera relazionasse in anteprima sui dettagli dei primi risultati, in occasione della settimana dedicata al Voynich. Un prete dai tratti decisi e con gli scuri occhi infossati andò a sedersi accanto a Ross. Il seminario era aperto a tutti, ma dalla densità di giacche di velluto a coste e tweed si capiva che gran parte degli astanti erano accademici, ricercatori e fanatici del Voynich. Dando un'occhiata all'individuo seduto al suo fianco, Ross si chiese cosa ci facesse lì un prete. Le luci si abbassarono e i primi due relatori parlarono così a lungo di analisi spettrale, sequenze numeriche, cifrari polialfabetici e altri aspetti esoterici dell'arte oscura del crittografo da riuscire a far sembrare noioso e astratto persino il manoscritto più misterioso al mondo. Un torpore discese
nell'aria viziata della stanza e Ross, esausto e sotto l'effetto del jet lag, si sforzò per tenere gli occhi aperti mentre, con sua grande sorpresa, il prete sedeva teso come una corda di violino e così pieno di aspettative da irradiare elettricità. A quel punto Lauren si alzò e l'atmosfera in sala cambiò. Le labbra carnose sembravano costantemente sul punto di accennare un sorriso. I capelli biondi e l'abito verde smeraldo facevano spiccare gli occhi che scrutavano gli spettatori con determinazione. Ecco cos'erano venuti a vedere. Il prete si sporse in avanti per tirar fuori dalla tasca carta e penna. Mentre Ross la guardava sistemare i suoi appunti e presentarsi, si sentì profondamente orgoglioso che Lauren fosse sua moglie e che sarebbe presto diventata la madre di suo figlio. Ross non era uno scemo totale, ma paragonato a lei si sentiva mediocre. Lauren aveva conseguito un dottorato in conservazione delle lingue antiche, ma da qualche anno a quella parte si era concentrata sull'enigma del codice Voynich e la sua genialità era riuscita laddove altri avevano fallito. Non solo macinando numeri e analizzando sequenze con l'ausilio di un computer, ma soprattutto impiegando una conoscenza enciclopedica delle lingue. Una volta Lauren, da bambina, aveva scritto ai genitori la frase Questa scuola non mi piace. È noiosa in cinquanta lingue diverse. Puntualmente i genitori l'avevano trasferita. Si compiaceva al pensiero che in Amazzonia ci fosse un dialetto chiamato Tariano che obbligava i parlanti ad aggiungere un suffisso di rinforzo dopo qualsiasi enunciazione, o l'interlocutore non avrebbe creduto a una sola parola. Amava il fatto che ci fosse una lingua caucasica senza vocali e un dialetto dell'Asia meridionale i cui innumerevoli verbi comprendevano gobray (cadere inconsapevolmente in un pozzo) e onsra (amare per l'ultima volta). E non sopportava il fatto che delle seimila lingue rimaste al mondo più della metà si sarebbe estinta entro la fine del secolo. Lauren si schiarì la voce e la stanza piombò nel silenzio. Per prima cosa ringraziò Elizabeth Quinn, che si voltò indietro, il viso dello stesso colore dei suoi capelli. Poi abbassò lo sguardo sul leggio e diede inizio al suo intervento. «Benvenuto, saggio compagno, i tuoi sforzi non sono stati vani. Sebbene il tuo nome e il mio siano insignificanti, questa storia non lo è. Tieni bene a mente: le scoperte potranno anche infiammarci il sangue, ma sono i misteri che sostengono il nostro spirito. Quando ci sentiamo troppo forti o arroganti, i misteri ci rammentano quanto poco conosciamo del mondo che Dio ha creato. E, quando ci sentiamo deboli e disperati, ci con-
fortano ricordandoci che tutto è possibile.» Lauren riprese fiato, guardò la folla ammutolita e sorrise. «Avete appena ascoltato l'incipit del Voynich tradotto per la prima volta nella nostra lingua.» Un brusio si propagò tra i presenti come il vento su un campo di grano, poi il testo sibillino del Voynich apparve sullo schermo alle spalle di Lauren, che proseguì: «Con l'aiuto di Zeb, ho tradotto l'intero manoscritto, a eccezione della sezione astrologica. Non pubblicherò la traduzione integrale finché non avrò ultimato la sezione conclusiva.» Lanciò uno sguardo carico di significato nella direzione di Knight. «Essendo stata invitata a darvi un'anteprima della sinossi dei contenuti, posso comunque assicurarvi che non ho trovato nessun codice all'interno del testo». Il mormorio sommesso del pubblico si trasformò in un ronzio insistente. Ross vide che gli astanti prendevano appunti. «Sono del tutto sicura che il voynichese sia in effetti una lingua artificiale. I linguisti tra voi sapranno che esistono due tipi di lingue artificiali: quelle a posteriori, basate su lingue naturali, il cui esempio più celebre è l'esperanto, e quelle a priori, create interamente dal nulla. Una lingua a priori è praticamente impossibile da tradurre senza la conoscenza grammaticale e lessicale di chi l'ha creata, conoscenza che in questo caso ovviamente non abbiamo. Per nostra fortuna, tuttavia, il voynichese sembra appartenere alle artificiali a posteriori: un ibrido di due lingue antiche traslitterato nei caratteri unici che vediamo nel testo.» Qualcuno nel pubblico alzò la mano. «Quali lingue?» Il prete prese a torcersi le mani, mentre le dita tormentavano i grani di un rosario. Lauren sorrise e scosse il capo. «Non sarò pronta a rivelare le radici linguistiche finché non avrò terminato la traduzione. Quando verrà il momento ne darò pubblicamente notizia e divulgherò tutto il mio lavoro di ricerca.» «È sicura che non ci sia un codice nel testo?» chiese una donna nelle prime file. Le dita del prete si accanirono in modo ancor più convulso sui grani. «Con l'aiuto dei modelli informatici, Zeb e io ci siamo rese conto quasi subito che la presenza di un codice era inverosimile. Date l'età del documento e la fragilità del testo, l'eventuale codice avrebbe dovuto essere cifrato in forma polialfabetica. Ma la nostra analisi entropica, che ha preso in esame la distribuzione dei caratteri nel testo, ha dimostrato che lo schema era troppo regolare, troppo simile a quello di una vera lingua per costituire
un codice casuale.» Prima che qualcuno avanzasse un'altra domanda, il prete vicino a Ross puntò la mano verso l'alto: il suo inglese perfetto tradiva un lieve accento italiano. «Dottoressa Kelly, prima che ci sveli come ha tradotto il Voynich, potrebbe dirci cosa ha rinvenuto la sua traduzione?» Lauren annuì. «Innanzitutto, mi devo scusare con coloro che, come me, speravano che il manoscritto contenesse un qualche grande segreto. Contrariamente a certe affermazioni, il codice Voynich non è stato scritto per mano del frate medievale Ruggero Bacone e, purtroppo, non è nemmeno un antico testo cataro, né il trattato di alchimia di un mago, o una visione mistica, tantomeno un messaggio divino scritto nella lingua degli angeli, né qualsiasi altra cosa fantastica cui molti hanno creduto.» Si udirono i sospiri di delusione di alcuni convenuti. «Il Voynich è semplicemente una storia fantastica che narra il mito meraviglioso di una ricerca, un'allegoria dell'avidità umana che mostra una consapevolezza precoce dei problemi ecologici di oggi. Racconta di un prete erudito che accompagna un plotone di soldati in una sterminata foresta alla ricerca di Eldorado: la mitica città dell'oro. La sua missione è quella di scrivere la cronaca delle loro avventure e di rivendicare le anime dei conquistati per la Chiesa. L'estenuante ricerca decima i soldati, ormai dispersi nel cuore della foresta. La spedizione è sul punto di abbandonare ogni speranza quando s'imbatte in un giardino vergine pieno di strane piante, abitato da creature altrettanto bizzarre e da donne simili a ninfe. Quel giardino si dimostra essere più un paradiso edenico che un inferno demoniaco. Gli esploratori vi trovano meraviglie e miracoli, ma anche qualcosa di terribile. Nessun soldato scampa a quest'ultimo incontro. Solo il prete sopravvive per raccontarlo.» Mentre Lauren esponeva la storia fin nei dettagli, usava lo schermo per intercalare la narrazione alle relative, e inquietanti, immagini tratte dal Voynich. Ross notò che gran parte del pubblico silenzioso ascoltava educatamente. La sua sinossi non era che una teoria priva di sostegni finché non avesse dato alle stampe e visto approvate tutte le sue conclusioni. Il prete, nondimeno, appariva atterrito, i tratti marcati esprimevano un misto di incredulità, meraviglia e preoccupazione. Dopo aver finito il suo racconto, Lauren disse: «Il nostro autore anonimo - presumo sia un uomo - ci offre un finale a sorpresa. Non solo usa un linguaggio unico nel suo genere, ma ci mette di fronte a tavole stravaganti e una storia ancor più bizzarra, sostenendo persino che il leggendario giardi-
no illustrato e descritto nel testo esista realmente e che la sua storia sia vera. Ecco come conclude: Congratulazioni, saggio compagno, hai letto la mia storia e hai dato perciò dimostrazione di intelligenza, dedizione e saggezza. Di qualsiasi fede o nazione tu sia, Dio ti ha scelto per compiere ciò che non è più in mio potere: proteggere il Suo giardino e far sì che i suoi poteri prodigiosi vengano usati per la Sua gloria. Un giorno, l'umanità ne avrà sicuramente bisogno. Prego solo che li meriti. Amen». Lauren sorrise, come meravigliandosi dell'audacia dimostrata dall'autore. «Considerando l'immane lavoro svolto dall'anonimo nel creare questo linguaggio così ingegnoso, concepito solo per custodire il segreto della sua storia fantastica, la possibilità che possa essere tutto vero è suggestiva.» «Non ha idee riguardo all'identità dell'autore?» chiese il prete. «No. Non ci fornisce il suo nome.» «Cosa si aspetta di trovare nella sezione astrologica che non ha ancora tradotto?» domandò un'altra persona. «Una mappa?» intervenne un'altra ancora. Lauren alzò le mani per placare gli animi. «Prima di eccitarci troppo, dobbiamo tenere a mente che ai tempi in cui il Voynich è stato scritto, alla fine del XVI secolo, i documenti criptati andavano di moda. Perciò temo che l'ipotesi più probabile sia che l'autore disponesse semplicemente di un intelletto fuori del comune e di un discreto senso dell'umorismo, e del tempo libero per assecondare entrambi.» Attese che le risate del pubblico scemassero prima di concludere: «Ciononostante, il Voynich rimane un'autentica opera d'ingegno e, se volete leggere la sinossi della storia tradotta, vi invito a visitare la pagina della Beinecke sul sito della Yale University». Nell'atrio fuori dall'auditorium, alcuni spettatori attesero Lauren per tempestarla di domande. In disparte, Ross la guardava guadagnare il centro della scena e sentì un impeto di rimorso e di invidia. Dopo il dottorato, anche lui avrebbe potuto ritagliarsi una carriera accademica. Harvard e altri tre college prestigiosi gli avevano offerto un posto per portare avanti gli studi geologici, ma aveva sempre rifiutato. Se, dopo il diploma delle superiori, un ragazzo dice ai suoi genitori che il loro unico figlio non ha intenzione di rilevare la sterile fattoria che appartiene alla famiglia da generazioni, ma sta per partire per accettare una borsa di studio a Princeton, allora è meglio che ne esca vittorioso. Per Ross, ciò equivaleva a fare soldi. Soldi a palate. Perciò si era arruolato nell'industria petrolifera. E, in tutta onestà, non aveva mai deside-
rato diventare un accademico. A lui piacevano le schermaglie da bucanieri dell'esplorazione petrolifera, i soggiorni nei luoghi più inospitali della Terra e scoprire quello che nessun altro conosceva. Com'erano cambiate in fretta le cose, però. Un tempo era lui la stella indiscussa con la prospettiva di una carriera di successo davanti a sé, mentre Lauren era l'accademica coscienziosa destinata a svolgere la sua rispettabile professione nell'ombra, col naso affondato tra le pagine polverose di un libro. Ora il suo astro era in ascesa e, osservandola parare le domande con grazia e pazienza, Ross si rese conto che lei non aveva cognizione di quanto fosse grande la sua impresa. Lei confidava che la traduzione del Voynich le fruttasse una promozione all'interno della facoltà, ma per Ross era evidente che, una volta ultimato il lavoro, avrebbe potuto scegliere qualsiasi strada nel suo campo. Ebbe una fulminea visione di se stesso nei panni di casalingo, ad accudire il bambino, mentre la carriera di Lauren toccava l'apice. Si consolò col pensiero di tre settimane di vacanza con lei, le prime dopo anni. A cercarsi un altro lavoro ci avrebbe pensato al ritorno. Lauren gli sorrise e lo chiamò con un cenno, ma il prete che era stato seduto di fianco a Ross la impegnò in una conversazione. Nonostante la corporatura minuta, aveva una presenza imponente, al limite dell'arroganza. Ross lo tenne d'occhio mentre si presentava e, in mezzo al frastuono, lo sentì dire: «Le ho chiesto se conosceva il nome dell'autore perché ho visto documenti segreti del Vaticano che potrebbero rivelare la sua identità. Documenti che potrebbero aiutarla a risolvere la sezione astrologica finale». Lauren spalancò gli occhi. «Davvero?» «Le mostreremo tutto quanto, ma a una condizione.» «Quale condizione?» «Come certo capirà, il Vaticano dovrà esercitare un qualche controllo sulla pubblicazione, per arginare quello che potrebbe risultare oltraggioso per la Chiesa.» Lauren esibì il suo sorriso più garbato - e pericoloso - e Ross capì immediatamente che il prete se ne sarebbe andato a mani vuote. «Mi dispiace, ma devo declinare la sua offerta.» «Le parlo per conto della Compagnia di Gesù», replicò il prete, come se fosse impensabile che qualcuno potesse opporre un rifiuto. «È per il bene della Santa Madre Chiesa.» «Questo è da vedersi, padre, ma si tratta di un progetto molto personale e non credo in chi vuole mettere restrizioni, di qualsiasi tipo, al sapere accademico.»
Seguì un silenzio imbarazzante, dopo di che il prete mise una mano nella veste e le porse un biglietto da visita. «Mi vedo costretto a rispettare la sua decisione, dottoressa Kelly. Ma, se dovesse cambiare idea, la prego, non esiti a contattarmi.» Mentre prendeva il biglietto, Bob Knight s'insinuò nella conversazione. «Se le sembra che la dottoressa Kelly faccia troppo la preziosa, padre, non la prenda sul personale. Lauren difende a spada tratta la segretezza del suo lavoro, tenendo a casa gran parte del materiale. Sono il suo preside di facoltà e conosco a malapena i dettagli di quello che ci ha presentato stasera.» Knight prese gentilmente Lauren per un braccio e la condusse via. «Vogliate scusarci, vi ruberò la dottoressa Kelly solo per un attimo.» Mentre Knight accompagnava Lauren in fondo alla sala, al riparo da orecchie indiscrete, il prete li seguì con lo sguardo. Nonostante i capelli corvini striati di grigio e la pelle del viso liscia, salvo per le rughe di espressione tra le sopracciglia, era più vecchio di quanto non sembrasse a una prima occhiata. Si voltò all'improvviso e i suoi intensi occhi scuri incontrarono quelli di Ross. Quest'ultimo si accorse che, nonostante l'atteggiamento accomodante nei confronti di Lauren, l'uomo era furibondo, fremente di rabbia e frustrazione. Poi i suoi occhi si volsero altrove e quell'impressione sfumò. Quando Lauren fece ritorno, raggiante per l'emozione, Ross la cinse col braccio e la scortò verso l'uscita. «Congratulazioni. Hai dato a questa gente qualcosa di cui parlare. Il prete, però, sembrava alquanto infervorato.» Lauren fece una smorfia. «Ha detto che il Vaticano ha dei documenti che potrebbero interessarmi. Ma voleva mettermi la museruola, perciò ho rifiutato l'offerta.» «E Knight? Sembrava piuttosto su di giri.» «Hai ragione. Proprio su di giri...» Finalmente fuori, nella frescura della sera, Lauren guardò Ross e gli rivolse uno strano sorriso supplichevole. «Vuoi la buona o la cattiva notizia?» Ross non era mai andato matto per le cattive notizie. «La buona.» «Knight ha promesso di darmi tutto ciò che desidero. Diventerò professore ordinario e avrò un considerevole aumento di stipendio. Tutto quello che voglio.» «È magnifico.» «Vuole che traduca l'ultima sezione al più presto. Dice che sono in molti a interessarsi al progetto.» Ross s'incupì. Sapeva dove voleva andare a parare. «Ma stiamo per par-
tire per una vacanza di tre settimane.» Ancora quel sorriso implorante. «Lo so. Questa è la cattiva notizia.» 6 Roma, il giorno seguente In base ai loro poteri, si dice che la Chiesa cattolica abbia tre pontefici: il papa bianco, il vescovo di Roma; il papa rosso, il Grande Inquisitore, oggi noto come il cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede; e il papa nero, il capo dei gesuiti, il preposito generale della Compagnia di Gesù. Quella sera, il giorno dopo il seminario della dottoressa Lauren Kelly a Yale, tutto era tranquillo all'interno delle mura dello Stato Vaticano e persino il circostante traffico cittadino sembrava essersi ammutolito. Ciononostante, mentre il papa nero si addentrava nel labirinto di sale e corridoi adiacenti la Biblioteca Apostolica, la sua mente era frastornata dal rumore dei pensieri. Sull'ultimo volo dal JFK a Fiumicino, il padre generale Leonardo Torino non era riuscito a chiudere occhio, preso a riflettere sui risvolti del seminario. Per quanto esausto, si era precipitato disperatamente agli Archivi dell'Inquisizione a riconfrontare il documento originale con la fotocopia nella valigia, ma prima aveva dovuto fare rapporto alla sua confraternita della visita alla Compagnia di Gesù della provincia di New York e della conferenza all'Università di Fordham. In seguito aveva dovuto assistere a interminabili incontri con la Curia, che stava discutendo la proposta di costituire un secondo Stato Vaticano nei Paesi in via di sviluppo. Infine aveva aggiornato il Santo Padre sull'opera dell'Istituto dei miracoli, il cui nome si stava dimostrando quanto di più sbagliato, visto che la sua occupazione principale era dimostrare la totale assenza dell'intervento divino nel mondo moderno. Torino aveva semplicemente convinto il nuovo pontefice a ridare lustro all'antico Istituto dei miracoli, perché l'ultimo papa ne aveva screditato il valore, approvando più miracoli e canonizzando più santi in tutta la storia della Chiesa. Quale ordine più diffuso e intellettualmente rigoroso della Santa Romana Chiesa, quello gesuita era l'unico qualificato a convalidare i miracoli, sia per la causa della canonizzazione dei santi sia per rivelare al mondo la prova incontrovertibile dell'intervento divino. Dalla sua reintegrazione, tuttavia, l'Istituto non aveva riconosciuto un solo miracolo. Anzi
Torino era stato direttamente responsabile della revoca di almeno sei miracoli approvati in precedenza. Ma tutto ciò sarebbe cambiato se quanto aveva sentito a Yale era autentico. Quando raggiunse il secretum secretorum, l'archivio dei documenti ecclesiastici più delicati, il sovrintendente stava chiudendo la porta per la notte. «Aspetti», ordinò Torino. «Devo entrare.» Senza sollevare la testa, il vecchio continuò a girare la grossa chiave nella serratura. «È tardi. Non può tornare domani?» Alzò lo sguardo, riconobbe l'abito scuro di Torino e sul suo volto baluginò una scintilla di terrore. «Padre generale, perdonatemi. Non mi ero accorto che eravate voi.» Torino entrò a grandi passi nel dedalo di sale polverose e poco accoglienti e si diresse verso quella in fondo. Da quando il Vaticano aveva aperto le porte degli Archivi dell'Inquisizione nel 1998, gran parte degli studiosi si era concentrata sui processi più celebri, in particolare su quello a Galileo Galilei. A ogni modo, l'oscuro caso che Torino stava studiando si era rivelato potenzialmente altrettanto controverso. A distanza di un anno dalla reintegrazione dell'Istituto dei miracoli, Torino aveva perduto la speranza di trovare un vero miracolo. In un'epoca in cui i media la facevano da padrone, chi inoltrava un'istanza non aveva nulla da perdere e tutto da guadagnare falsificando le prove. Così aveva dato istruzioni agli esperti incaricati di gestire l'Istituto di guardare al passato, negli Archivi dell'Inquisizione, e individuare coloro che avevano affrontato la tortura e la morte per proclamare i propri miracoli. Uno dei casi rinvenuti aveva colpito l'immaginazione di Torino: la testimonianza e la sentenza di padre Orlando Falcon, un fratello gesuita che non solo aveva compiuto un miracolo, ma aveva scoperto un luogo meraviglioso e terribile colmo di prodigi. Dopo aver deciso di indagare personalmente sul caso, Torino ne era rimasto ossessionato. Il fascicolo era riposto in un angolo. Fino ad alcuni mesi prima, quando i suoi ricercatori l'avevano trovato e fotocopiato, erano probabilmente secoli che nessuno leggeva quel documento. Ignorando il sovrintendente che lo vigilava e il grande cartello che proibiva di rimuovere i documenti originali dall'archivio, il Preposito generale mise quel manoscritto vecchio di quattro secoli e mezzo nella valigetta, uscì dalla sala e si recò nelle sue stanze presso la Curia generalizia, il quartier generale internazionale della Compagnia di Gesù.
7 L'alto soffitto, l'arredamento di antiquariato e i tappeti orientali conferivano alla residenza ufficiale del Preposito generale gesuita un fasto sbiadito. Sfinito, Torino congedò i servitori, si ritirò in camera e spalancò le finestre. Sul comodino c'erano due fotografie incorniciate. La prima gli ricordava le sue origini: Torino da piccolo a fianco di un ragazzino più grande all'orfanotrofio gesuita di Napoli. La seconda dov'era arrivato: Torino, non ancora cinquantenne, nella tonaca nera del suo ordine, vicino al Santo Padre in persona. Sopra il letto era appeso un crocifisso e di fianco alla scrivania c'erano due diplomi con la cornice dorata: una laurea in medicina all'Università di Milano e un dottorato in teologia. Dopo aver poggiato il computer sul letto e svuotato la valigetta, le carte, i libri e il documento dell'Inquisizione formavano un solitario mucchio caotico in quella camera ordinata fino all'eccesso. Mentre si versava un bicchiere d'acqua fresca dalla brocca sul tavolo, Torino si accorse che gli tremavano le mani. Si sedette alla scrivania e aprì l'antico documento, assediato d'un tratto dal timore irrazionale che il testo originale differisse in qualche modo dalle fotocopie che aveva letto. Non c'era niente di diverso. Voltando la pergamena ingiallita, il testo latino sembrò salutarlo come un vecchio amico. Nel giorno giovedì 8 del mese di luglio 1560 al cospetto di Sua Eminenza il Grande Inquisitore, il cardinale prefetto Michele Ghislieri, si presentò padre Orlando Falcon, un gesuita accusato di eresia convocato dalla Santa Inquisizione. Gli fu chiesto: «Padre Orlando, qual era la missione di quei mille conquistadores?» «Occupare nuove terre, Vostra Eminenza, e scoprire Eldorado per re Carlo di Spagna.» «E il vostro apostolato nell'accompagnarli?» «Salvare le anime dei conquistati e rivendicare una parte dell'oro per la Santa Madre Chiesa.» «Ma non fu trovata nessuna città dell'oro, non è vero? Trovaste qualcos'altro?»
«Sì, Vostra Eminenza.» «Raccontatemi di nuovo cosa avevate scoperto, così che possiamo verbalizzarlo...» La trepidazione di Torino aumentò nel leggere di nuovo la descrizione di Falcon della scoperta di un giardino magico, dei miracoli e delle creature che vi aveva incontrato. Quando Torino giunse al macabro finale in cui i conquistadores sopravvissuti incorrevano in una morte terribile e solo il religioso rimaneva in vita per raccontare l'accaduto, riuscì a malapena a contenersi. La storia di un prete che accompagna un plotone di soldati alla ricerca di Eldorado, per poi scoprire qualcosa di ancor più fantastico e pericoloso, era praticamente identica alla sinossi del Voynich a opera di Lauren Kelly. L'unica differenza significativa era che la deposizione di Falcon agli inquisitori conteneva un riferimento ulteriore a qualcosa che aveva definito radix, che in latino significava «radice» o «fonte». Per quanto nebuloso riguardo alla radix, Falcon la considerava persino più potente del giardino miracoloso. Magari compare nella traduzione letterale del Voynich di Lauren Kelly, o nella sezione non ancora tradotta, ipotizzò Torino. Diede una scorsa alla parte conclusiva del documento: Dopo che padre Orlando ebbe descritto l'esatta natura della sua scoperta, gli fu chiesto: «Perché perseverate nella vostra eresia? Un Eden miracoloso come quello non può esistere nel Nuovo Mondo tra infedeli e selvaggi. Dovete essere in errore, bugiardo o posseduto». Padre Orlando replicò: «Sto dicendo la verità. Desidero solo rivendicarlo per la Santa Madre Chiesa». «Voi siete un prete rispettato, uno dei favoriti del fondatore del vostro ordine, Ignazio di Loyola. Dovete rendervi conto che la vostra eresia è una minaccia per la Chiesa.» «Come può la verità minacciare la Santa Madre Chiesa?» «Se insistete, non mi rimane che esprimere il rammarico per il fatto che Satana esiga un uomo di tale valore. Eppure giuro di fare tutto ciò che è in mio potere per reclamare la vostra anima.» Sua Eminenza ordinò ai sacerdoti di presentare una confessione scritta all'eretico e disse: «Abiurate, padre Orlando. Sconfessate le vostre dichiarazioni. Firmate la confessione». L'eretico si rifiutò e fu condotto nelle segrete dove gli vennero bruciati i
piedi sui carboni ardenti. Non abiurò. Fu lasciato alle cure di una suora incaricata di lenire le sue ferite e incoraggiarlo a scegliere il cammino della rettitudine. Il mattino seguente la suora riferì che i piedi dell'eretico erano guariti come per miracolo. Sua Eminenza chiese all'eretico: «Come spiegate questo maleficio?» L'uomo rispose: «È la prova che le mie affermazioni sono vere». «Questo prova soltanto che Satana ha preso possesso del vostro corpo e della vostra anima.» Padre Orlando fu ricondotto nella cella dove gli furono messi ai piedi due stivali di legno che vennero stretti finché non gli spappolarono le ossa. Anche allora non abiurò. Il mattino successivo la suora riferì che i piedi dell'eretico non erano guariti e che le ossa di padre Orlando erano ancora spezzate. La stregoneria era finita. Dopo aver esaminato il prete, Sua Eminenza concluse che il demonio era stato esorcizzato. All'eretico fu presentata di nuovo la confessione e Sua Eminenza gli chiese: «Ora, padre Orlando, volete firmare questa confessione e abiurare la vostra eresia?» Padre Orlando rifiutò di nuovo e rimase in prigione per molti mesi. In seguito nella sua cella fu ritrovato un manoscritto, redatto nella lingua di Satana, che conteneva immagini di un Eden perverso. L'eretico fu condannato a morte. Perfino sul punto di essere giustiziato, si rifiutò di abiurare. Fu ordinato di bruciare il Libro di Satana... Torino lesse di nuovo le ultime righe: Nella sua cella fu ritrovato un manoscritto, redatto nella lingua di Satana, che conteneva immagini di un Eden perverso. Le attuali autorità ecclesiastiche avevano dimenticato da tempo il volume proibito di Falcon, ma meno di un secolo prima la Curia aveva espresso il sospetto che si trattasse del documento noto al mondo come il manoscritto Voynich. Il giorno precedente, a New York, era entrato di soppiatto nella Beinecke Library per vedere il tomo originale e ascoltare il discorso di Lauren Kelly. La pubblicità e il titolo della conferenza La varia ricerca di Eldorado? - erano bastati a stuzzicare il suo interesse e, dopo averla ascoltata, a convincerlo che il Libro di Satana di Falcon fosse in effetti il Voynich. Allungando la mano per prendere gli appunti, riuscì ancora a sentire il sapore amaro della frustrazione del momento in cui la dottoressa Lauren Kelly si era rifiutata di collaborare al completamento della traduzione. A quanto pareva, la dottoressa stava per partire per una vacanza di tre setti-
mane e intendeva finire il lavoro in seguito, da sola. Accese il portatile. Internet era infestata da individui e comunità ossessionati dal desiderio di dipanare i misteri del manoscritto. Lanciando su Google la parola Voynich, si aprivano migliaia di siti, forum e chat dedicati al documento misterioso. Gran parte dei quali ospitata da pazzoidi, investigatori improvvisati, scrittori e ricercatori che esprimevano teorie personali sul manoscritto. Quando sullo schermo apparve la pagina principale della Beinecke, cliccò su Sinossi, affiancò il documento degli Archivi allo schermo e confrontò di nuovo la storia dei due scritti. I paralleli erano stupefacenti. A onta della sezione astrologica non ancora decifrata, la traduzione era un trionfo. Sebbene ci fossero stati dei giornalisti alla Beinecke, si era stupito e si era sentito sollevato per il fatto che la dottoressa avesse scelto di rivelare la sua scoperta nel corso di un dimesso congresso inaugurale di linguistica, piuttosto che dare fiato alle trombe in una conferenza stampa vera e propria. Poi gli tornò in mente che Lauren Kelly non aveva ancora dimostrato i suoi risultati. In senso accademico, finché non avesse portato a compimento la traduzione e pubblicato le sue scoperte, il tutto sarebbe rimasto solo una teoria, una tra tante. Eppure Torino non nutriva dubbi sul fatto che quella traduzione fosse corretta. Comprensibilmente, la dottoressa Kelly presumeva che quella storia inverosimile fosse un'allegoria. Ma le autorità ecclesiastiche un tempo avevano guardato a quel Libro di Satana con estrema preoccupazione. Lo avevano considerato nientemeno che un tentativo blasfemo di riscrivere il libro della Genesi e una minaccia per tutto ciò che esso rappresentava. Il loro responso inesorabile non era servito a provare nulla, ma aveva sollevato un quesito: perché padre Orlando Falcon aveva non solo creato l'elaborato volume, ma anche affrontato la tortura e una morte orribile piuttosto che rinnegare la propria storia, se era solo frutto della sua fantasia? Che il suo giardino miracoloso esistesse davvero? Torino si alzò, stirò i muscoli indolenziti e zoppicò fino alla finestra aperta. Il claudicamento era un retaggio dell'orfanotrofio. Mingherlino di costituzione, coscienzioso e intelligente, era sempre stato il preferito dei sacerdoti e un bersaglio facile per gli altri ragazzi. In seguito a un pestaggio particolarmente violento aveva riportato un'ernia del disco nella zona sacrale che era andata a schiacciare il nervo sciatico. Sebbene il dolore fosse cessato, il nervo era stato danneggiato in modo permanente, privandolo della capacità di sollevare il piede destro. Mentre respirava a pieni polmoni l'aria della sera e guardava oltre la ma-
gnifica basilica di San Pietro, si convinse che Dio gli avesse affidato il compito di risolvere l'enigma del prodigioso giardino di Falcon. Ripensò alla dottoressa Lauren Kelly e s'incupì. Non accettando di collaborare, aveva dimostrato di non essere un'amica della Chiesa. Un pensiero fulmineo lo fece rabbrividire, come se l'aria mite si fosse improvvisamente raggelata: E se avesse già decifrato l'ultima sezione e se questa non solo spiegasse la misteriosa radix, ma fosse anche una mappa? E se avesse programmato di pubblicare l'intera traduzione e dimostrare l'esistenza del giardino di Falcon rivelandone l'esatta posizione? Quel pensiero suscitò in lui un repentino attacco di panico. Le ripercussioni sulla Santa Madre Chiesa, alla quale doveva tutto, erano inimmaginabili. Altro che Galileo. Altro che Darwin. Se quel giardino esisteva, avrebbe potuto conferire poteri supremi alla sua beneamata Chiesa, o distruggerla in un istante, a seconda di chi ne avesse avuto il controllo. Prese in considerazione l'eventualità di confidare i propri timori al Santo Padre, o al cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ma erano entrambi uomini anziani privi di immaginazione. Avrebbero deriso la sua teoria, o non l'avrebbero capita; in un modo o nell'altro, non avrebbero mosso un dito. Il pontefice, oltre al progetto di fondare un secondo Stato Vaticano nell'emisfero meridionale, non stava facendo grandi passi avanti per promuovere e proteggere l'autorevolezza della Chiesa da un declino inesorabile. Avrebbe avuto bisogno di prove prima di chiamarli in causa. Doveva mettersi al corrente di quello che sapeva Lauren Kelly e di quali fossero le sue intenzioni. Ma come poteva affrontarla di nuovo senza mettere le carte in tavola e destare la sua inopportuna curiosità? Mentre tornava zoppicando alla scrivania, il suo sguardo fu attratto dalla foto da bambino a fianco di un ragazzino più grande all'orfanotrofio gesuita di Napoli. Controllò l'ora. Il fuso orario giocava a suo favore. Frugò tra le carte finché non trovò un biglietto da visita anonimo con un numero telefonico. Esitò un attimo, guardando quel numero, consapevole di essere sul punto di passare ogni limite. Poi si ricordò che erano tempi bui e che, per servire e proteggere la Chiesa di Dio, doveva ricorrere a qualsiasi espediente. In verità, forse era stato proprio il Signore a metterlo di fronte a un'opportunità così poco ortodossa. Alzò la cornetta sul comodino e digitò il numero. Al terzo squillo rispose una voce. «Sì?» Fissò il ragazzino più grande nella foto. «Marco, sono io.» «Leo, grazie a Dio. Ti aspettavo.»
«Ascolta.» Lo sguardo di Torino si spostò sui documenti sul letto. «Hai finito con la cura?» «Certo.» «Desideri ancora l'assoluzione?» Un brusco sospiro. «Sì.» «Sei pronto a scontare qualsiasi penitenza per la Chiesa?» «Qualsiasi.» «Bene.» Torino annuì lentamente, ripetendosi ancora che quella fosse la giusta linea d'azione. «Allora penso sia giunto il momento che La mano sinistra del diavolo diventi la mano destra di Dio.» 8 Sei giorni dopo Ross Kelly si sentiva esausto dopo il viaggio in auto ed era quasi mezzanotte quando parcheggiò la Mercedes nel vialetto di casa, a Darien. Trascorrere il weekend nel Vermont era stato un'idea di Lauren, un piccolo diversivo per aver rimandato la vacanza e un modo per festeggiare sia la gravidanza sia la traduzione del Voynich. Ross era stato molto bene con lei, ma avendo soprattutto bisogno di staccare la spina, specialmente dopo il licenziamento dalla Xplore, il weekend gli era sembrato più che altro una soluzione di ripiego dell'ultimo momento rispetto alle tre settimane in Estremo Oriente. Mentre la Mercedes rallentava, Lauren si sporse verso di lui e lo baciò sulla guancia. «Grazie, mi sono divertita un sacco.» «Anch'io. Sarebbe potuta durare di più, però.» Le lanciò un sorriso ironico. «Diciamo tre settimane.» Lauren scoppiò a ridere e scosse il capo. «Piantala di farmi sentire in colpa. Lo so che ci sei rimasto male per la vacanza, ma l'assicurazione ha coperto le spese. Non abbiamo perso un centesimo.» «Lo sai che non è una questione di soldi», protestò prontamente Ross. «È solo che l'avevamo programmata mesi fa. E non andiamo in vacanza insieme da anni.» Lauren sollevò un sopracciglio. «Perché tu sei sempre stato troppo impegnato col tuo lavoro.» «Touché.» L'ironia della sorte aveva voluto che, quando lui era stato libero, Lauren avesse sempre avuto qualche scadenza da rispettare. «Ma la-
vori al manoscritto da più di sette anni. Che differenza possono fare tre settimane in più o in meno?» «La differenza abissale tra essere la prima a completare la traduzione e buttare via quei sette anni di lavoro perché qualcun altro ci riesce prima di me. Ci sono vicina, ma l'ultima sezione non è come le altre. È diversa, più difficile.» Mentre Ross parcheggiava, Lauren gli posò la mano sulla sua. «Facciamo un patto. Tra due mesi sarò ancora in grado di prendere l'aereo. A quel punto partiremo per la vacanza, che abbia o no decifrato il manoscritto. D'accordo?» Lui le sorrise per un attimo, pensando a quanto l'amava. «Ci sto. Ma per allora potrei essere impegnato fino al collo con un nuovo lavoro.» «Per me va bene.» Si portò la sua mano sulla pancia. «Presto avremo un'altra bocca da sfamare.» Ross rise, sollevò i borsoni da viaggio dal sedile posteriore e uscì dall'auto. Dopo aver aperto la porta, accese le luci e seguì Lauren nell'ingresso. «Mi dispiace di aver fatto storie. Magari è perché mi sento...» Ma Lauren non stava più ascoltando. Il suo sguardo era diretto al pianerottolo di sopra. «Hai sentito?» «Cosa?» Si trovò a sussurrare anche lui. Poggiò i borsoni sul lucido parquet di cedro. «Dove?» «Nel mio studio, al piano di sopra. Penso di aver sentito dei rumori.» Ross non aveva sentito niente. Salì silenziosamente i gradini. Lauren gli andò dietro e gli posò una mano sul braccio. «Perché non chiamiamo la polizia?» «Perché potrebbe essere una sciocchezza. Aspetta qui. Vado a controllare.» Oltrepassò il pianerottolo fino alla prima porta sulla sinistra: la stanza più piccola. La casa aveva cinque camere da letto e uno studio che Ross usava per lavoro. Lauren aveva scelto come ufficio la più piccola delle camere. Si fermò davanti alla porta chiusa e ascoltò per un attimo, ma non udì niente. Tirò un respiro di sollievo, si voltò verso Lauren e scosse la testa. «Fa' attenzione», gli disse lei muovendo solo le labbra. Si scambiarono un sorriso. Lui girò il pomello e aprì la porta verso l'interno. Intuì all'istante che qualcosa non andava. Sentì Lauren sussurrare: «Non entrare, Ross. Io chiudo sempre la porta a chiave. Dev'essere entrato qualcuno». Poi il mondo esplose.
Una forza irruente gli fece sbattere la porta in pieno viso, spingendolo indietro sul pianerottolo e facendogli urtare la testa contro la ringhiera. Un rivolo di sangue caldo gli oscurò la vista e attraverso la cortina rossa vide una figura in passamontagna che lo sovrastava. Un individuo più debole sarebbe stato messo al tappeto, invece Ross si rimise in piedi, si voltò verso la moglie, paralizzata in cima alle scale, e le gridò con tutto il fiato in gola: «Scappa, Lauren. Scappa!» L'intruso gli sferrò un calcio col tallone, colpendolo alla tempia e ristendendolo a terra. Lauren corse, ma, piombando in uno stato d'incoscienza, Ross si rese conto che la moglie, incinta, non stava fuggendo. Stava correndo verso di lui, lo sguardo ardente di ansia protettiva e rabbia allo stato puro. «Lascialo stare! Lascia stare mio marito!» La figura scavalcò Ross e si precipitò giù per le scale. Lauren gli bloccava la strada. Ross allungò una mano e afferrò l'intruso, riuscendo soltanto a trattenerlo debolmente per una gamba dei pantaloni e scoprendogli una cicatrice profonda sopra la caviglia destra. Gridò a Lauren di togliersi di mezzo, ma dalla sua bocca non uscì nessun suono. Assistette inerme mentre l'uomo si lanciava in avanti, scaraventando la donna contro la balaustra con una violenza tale da spezzare il corrimano e far cadere Lauren, tra urla di orrore, sul duro parquet dell'ingresso sottostante. Si udirono un tonfo e uno schiocco ripugnante. Poi silenzio. L'ultimo suono che Ross sentì prima che le tenebre misericordiosamente lo avvolgessero fu lo scatto della porta d'ingresso che si chiudeva alle spalle dell'intruso in fuga. 9 Uganda, Africa A migliaia di chilometri di distanza, in una piccola cittadina sulle rive del lago Vittoria, il Jambo Internet Café rappresentava un angolo tecnologico all'avanguardia, il suo interno rinfrescato dall'aria condizionata un rifugio dal caldo asfissiante. Tra la giovane clientela del luogo ed escursionisti abbronzati che sorseggiavano caffè e battevano sulle tastiere dei terminali, saltava all'occhio un'anziana dal viso pallido. Bevendo un caffè macchiato dolce, suor Chantal scrutò lo schermo del computer, sbattendo a malapena le palpebre. Per mesi, armata di bastone da passeggio, si era incamminata verso la città dall'ospedale umanitario sulla collina, aveva ordinato un caffè mac-
chiato e una brioche e si era seduta a uno dei computer. Ogni volta, le sue fragili dita avevano digitato la stessa parola chiave in tutti i maggiori motori di ricerca per perlustrare la rete telematica. E, puntualmente, non aveva scoperto niente di nuovo. Dopo aver consumato la brioche e la bevanda, se ne tornava all'ospedale e si diceva che il mese successivo le cose sarebbero cambiate. Il mese successivo sarebbe stata sollevata del suo fardello. Viveva all'ospedale da dodici anni e le piaceva lavorare lì, ma era consapevole che presto sarebbe arrivato il momento di partire. Non soltanto perché la madre superiora e le autorità ecclesiastiche avrebbero finito per porre troppe domande, com'era successo in ogni altro ospedale in cui aveva lavorato, ma soprattutto perché le sue preziose provviste cominciavano a scarseggiare e, per portare avanti la sua veglia solitaria, doveva fare rifornimento. Era difficile da credere, ma il suo tempo stava per scadere. Un moto di autocommiserazione penetrò la serenità della sua autodisciplina, ma suor Chantal scacciò quel pensiero dalla mente con fare colpevole e si concentrò sullo schermo del computer. Per prima cosa, diede una scorsa ai siti di informazione: BBC, CNN e altri. Come al solito, le notizie non erano delle migliori. Un articolo sul nuovo oleodotto della Alascon Oil era particolarmente allarmante. Quando ebbe letto a sufficienza, aprì la pagina di Google e inserì la parola chiave. Scorse velocemente le prime quattro pagine, liquidando ciascun risultato con un sospiro stanco. Poi qualcosa attirò la sua attenzione. Si soffermò, la tazza in mano, mantenendo la calma: aveva già trovato elementi incoraggianti, rivelatisi tutti un buco nell'acqua. Cliccò sul link e perlustrò il sito. Inconsapevolmente, poggiò il caffè sulla scrivania, ancora intatto. Nel corso della lettura, il cuore prese a batterle forte e le iniziarono a sudare le mani. Si portò le dita al soggolo per allentarlo, sentendosi d'un tratto mancare l'aria. Lottando per tenere a freno l'emozione crescente, visitò altri due siti, ricavando altre informazioni circostanziali, poi mandò in stampa le pagine più pertinenti. Dopo di che eseguì l'accesso protetto nel sito della Banque Genève e inserì password e numero di conto. Diede appena un'occhiata al cospicuo saldo. Il denaro era il mezzo per un fine. Niente di più. Acquistò un biglietto aereo e trasferì i fondi alla banca più vicina, a Jinja. Infine si alzò, pagò per le pagine stampate e si precipitò fuori, lasciando il caffè a freddare sul tavolo. Quando rientrò, nell'ospedale regnava il silenzio. Gran parte delle monache era nella cappella o fuori, nell'orticello di fertile terra rossa, a occupar-
si del raccolto abbondante. Andò dritta nella sua stanzetta spartana e dispose tutti i suoi averi in una valigia minuscola. Prima di chiuderla recuperò un vecchio scrigno di legno non più grande di una scatola da scarpe e ne aprì il lucchetto. All'interno c'era una seconda scatola intarsiata ancor più piccola. Sollevò il coperchio per esaminarne il contenuto. La sacca, chiusa da una stringa di cuoio, era quasi vuota. Si sentì travolgere da un'ondata di sollievo e di euforia. Un tempo era stata piena fino all'orlo, ma ormai non aveva importanza se le scorte fossero finite. L'attesa era giunta al termine. Un esitante colpetto alla porta la fece voltare di scatto e chiudere d'istinto la scatola. Due bambini magri da far paura stavano sulla soglia. «Cosa fa, sorella?» Suor Chantal rivolse ai due un sorriso. «Jambo, Samuel. Jambo, Joshua.» Samuel e Joshua Jarimogi erano gemelli, entrambi malati di AIDS. La madre era morta sei mesi prima, dopo una lunga agonia, e secondo il parere dei dottori era inevitabile che i bambini facessero presto la stessa fine. Suor Chantal cercava di non affezionarsi troppo ai pazienti. Nel corso di tanti anni ne aveva visti morire troppi. Ma Samuel e Joshua avevano un posto speciale nel suo cuore. «Giochiamo insieme?» chiese Samuel. Suor Chantal gettò uno sguardo alla valigia, poi alla scatola. Avrebbe dovuto partire, prima che la madre superiora o una delle altre sorelle si fosse opposta, ma la sua veglia era quasi al termine e l'euforia la spinse a fare qualcosa di incauto: un piccolo atto di ribellione dopo un'esistenza votata alla disciplina, all'obbedienza, alla pazienza e all'abnegazione. «Sì, d'accordo. Giochiamo al tè.» Prese la scatola intagliata e condusse i bambini nella cucina deserta. Mise il bollitore sul fuoco e disse loro di prendere due tazze col piattino. Aprì la sacca di pelle e ne svuotò il contenuto nella scatola, serbando il minimo indispensabile per l'ultima missione, consapevole del fatto che le forze la stavano abbandonando e che avrebbe dovuto risparmiarle per portare a termine la veglia e passare il fardello a qualcun altro. Ma ne aveva visti morire così tanti. Che male c'era ormai? Preparò il contenuto e inclinò la scatola in modo da raccoglierlo tutto in un angolo, ne versò con cautela metà in una tazza e metà nell'altra. Poi vi rovesciò l'acqua bollente. Quando lei posò di nuovo la scatola, Samuel allungò una mano per afferrarla, stregato dagli insoliti intarsi nel legno. «Posso tenerla?» Il primo istinto di suor Chantal fu quello di riprendersela, ma, quando si rese conto di non averne più bisogno, mise in tasca la sacca e annuì. «Cer-
to, Sam, potete dividervi la scatola. Ma è molto antica e preziosa, perciò custoditela con cura.» Aggiunse del latte condensato nelle tazze e aspettò che il liquido si raffreddasse. «Ora, bambini, fate i bravi e bevete il tè.» 10 Roma, tre giorni dopo Respirando la fragranza benefica dei pini, Marco Bazin guardò in basso, in direzione della basilica di San Pietro che si ergeva sulla foschia mattutina della città eterna. L'Aventino all'alba era deserto e per un momento Bazin indugiò nell'illusione di essere solo al mondo. In lontananza apparve un uomo di cui riconobbe all'istante il passo. Mentre si approntava al faccia a faccia, considerò l'ironia di quanto era successo. In tutti i suoi anni da assassino, La mano sinistra del diavolo non aveva mai sbagliato un colpo. E tre giorni prima, l'unica volta in cui gli era stato ordinato di non far del male a nessuno, aveva fallito. La zoppia dell'uomo adesso era ben visibile, come pure il suo abito nero. Bazin tornò con la mente alla notte in cui il prete gli aveva fatto visita al rifugio alpino. Nel rievocare le emozioni discordanti di quella sera, la mente lo riportò ancora più indietro: alla sua infanzia e al torrido cortile polveroso dell'orfanotrofio gesuita di Napoli. Laggiù non c'era profumo di pini, solo il miasma delle fogne, del sudore, della paura. Fratellastri, nati dalla stessa prostituta, lui e Leo allora erano l'uno il solo amico dell'altro. Gli opposti vincolati da un comune bisogno di appartenere a qualcuno, e di sopravvivere. Il fratellastro maggiore, più minuto e intelligente, lo aveva aiutato con lo studio, mentre lui lo aveva protetto quando gli altri ragazzi lo avevano preso di mira per la sua gracilità e il suo acume. Poi avevano lasciato l'orfanotrofio e tutto era cambiato. I gesuiti avevano sempre stimato l'intelligenza di Leo e lo avevano incoraggiato a prendere i voti per proseguire gli studi. La Chiesa era diventata la sua salvezza. Bazin, invece, aveva sempre odiato quei preti che non avevano mai avuto tempo per le sue maniere un po' rozze. Così aveva voltato le spalle alla Chiesa e si era unito alla camorra. Col passare degli anni i due fratelli avevano imboccato strade sempre più diverse: il primo era diventato un potente clericale dedito alla salvezza delle anime, il secondo un temuto assassino pagato per mietere vittime. Quando però Bazin aveva scoperto che stava per morire, aveva chiamato
l'unica persona che riteneva in grado di redimerlo. Con sua sorpresa, gratitudine e vergogna, Leo aveva risposto all'appello e aveva offerto a Bazin un modo per assolversi dai peccati. Ma ora, nel guardare il padre generale Leonardo Torino avvicinarsi nella bruma del primo mattino, Bazin sapeva di aver tradito le sue aspettative. Riusciva a scorgere la rabbia e il disprezzo negli occhi del fratellastro. Torino non gli sorrise né lo salutò, diede solo un colpetto sull'orologio. «Facciamola breve, Marco. Sono un uomo impegnato e non voglio che qualcuno mi venga a cercare. Cos'è capitato in America? Pensavo che te la cavassi bene in queste cose. Il piano era di entrare, reperire le informazioni e fuggire. Non di compromettere il lavoro della dottoressa Kelly, nell'eventualità che non l'avesse finito. Di sicuro non ti avevo detto di far del male a qualcuno e di coinvolgere la polizia. Volevo solo sapere cos'avesse scoperto.» Bazin non riusciva a sostenere il suo sguardo. «Mi avevi detto che sarebbero stati fuori per tre settimane, Leo.» «Non chiamarmi Leo. Devi rivolgerti a me come 'padre generale'.» Seguì una pausa di silenzio. «Avrebbero dovuto essere in vacanza. Il punto è che tu eri tenuto a usare discrezione.» «L'ho fatto, padre generale. Mi sono coperto il viso e non ho lasciato tracce. La polizia supporrà che sia fuggito senza portar via molto. Se fossero stati fuori come lei aveva detto, nessuno si sarebbe accorto che ero stato lì. Ma ho dovuto usare la forza per scappare, o non avrebbe avuto ciò che voleva. Alla fine ho preso anche degli oggetti di valore per farlo sembrare un semplice furto.» Torino non fiatò per alcuni istanti, continuando a squadrare con occhio bieco Bazin, che teneva lo sguardo fisso nel vuoto. «Mi hai deluso, Marco. Il tuo cammino verso l'assoluzione è cominciato col piede sbagliato.» Si riempì i polmoni della fragrante aria mattutina. «Ma non è ancora tutto perduto. Se hai quello che ti ho chiesto, Marco.» Bazin frugò nella tasca della giacca ed estrasse un hard disk portatile LaCie. «Prima di essere interrotto, ho scaricato gran parte delle cartelle importanti che mi aveva detto di cercare.» Passò la scatoletta a Torino. «Ma non tutte.» Torino posò lo sguardo sull'hard disk nelle sue mani e poi lo alzò verso Bazin. «Sarà meglio che ci sia quello che ti ho chiesto. Ti contatterò quando avrò bisogno di te.» Nascose la scatoletta nella veste, si voltò di scatto e si allontanò: l'incontro era finito.
Bazin ripensò ai corpi accasciati di Ross e Lauren Kelly e a quello che aveva fatto per impossessarsi di ciò che Torino desiderava. «È sicuro che sia questo che la Chiesa vuole, padre generale?» gli gridò dietro. «È sicuro che sia il modo giusto per ottenere il perdono?» Torino si fermò e Bazin vide la tensione nelle sue spalle. «Come osi mettere in dubbio le mie parole? Se avrò bisogno di una consulenza su come uccidere qualcuno, verrò da te. Ma sono io a giudicare quali sono i desideri e le necessità della Chiesa.» Torino socchiuse gli occhi infossati e si avvicinò a Bazin, tanto che quest'ultimo riuscì a sentire l'odore di aglio e menta del suo alito. «Mi hai supplicato di aiutarti. Ricordi?» Prima che potesse rispondere, Torino afferrò Bazin per le palle, stringendo il suo morbido scroto attraverso i pantaloni. «Che cosa...» Bazin fece per tirargli via il polso. Sapeva di poter uccidere Torino con un sol colpo, ma gli occhi scuri del fratellastro lo tenevano paralizzato. «Ascoltami, Marco. Sei stato tu a chiedere il mio aiuto. Non dimenticarlo mai.» Serrò la stretta. «Sai perché Dio ha lasciato che i chirurghi ti tagliassero una delle tue palle? Perché rappresentano la tua doppia vita: quella che vivi adesso e quella dopo la morte. Dio si è preso la prima per colpa dei tuoi peccati passati e, se vuoi tenerti la seconda, quella che rappresenta il tuo futuro eterno, devi seguire Lui e la Sua Chiesa. Dio ti tiene per le palle, Marco. Hai detto che volevi l'assoluzione. La domanda è: quanto la vuoi?» «Gliel'ho detto. La voglio. Ne ho bisogno.» «Nel medioevo, in Inghilterra, quando un uomo era chiamato a deporre in tribunale, non metteva la mano sulla Bibbia. Si teneva i testicoli. La parola 'testimonianza' deriva da quella pratica. E siccome sto tenendo in mano l'ultimo che ti resta, Marco, sappi che hai giurato davanti a Dio. Stiamo combattendo una crociata, la Chiesa sta lottando per la propria sopravvivenza e Dio ti chiede di aiutare uno dei suoi ministri a fare tutto ciò che è necessario.» Rimase in silenzio, lasciando che le parole attecchissero. «Tu non lavori più per la camorra. Non sei più La mano sinistra del diavolo, un vile assassino che uccide per soldi, ma un crociato, un guerriero santo, la mano destra di Dio che brandisce una spada purificatrice contro i nemici mortali del Vaticano. Da questo giorno in poi qualsiasi cosa ti dica di fare nel Suo nome è consacrata, pura, giusta. Capisci?» «Sì.» A dispetto del dolore - o proprio per quello - Bazin si sentì rincuorato. Alla fine aveva trovato uno scopo e vi si sarebbe dedicato, anima e
corpo. Torino gli stava mostrando il cammino incondizionato che conduceva alla redenzione e che avrebbe seguito sino in fondo. Comunque fosse finita. Come per telepatia, il Preposito generale mollò la presa. «Sei pronto a fare tutto quello che è necessario per la Chiesa, per quanto rischioso? E offrirai il tuo aiuto senza fare domande?» «Sì.» «Se ne parlerai con qualcuno, la Chiesa sconfesserà tutto. Io sconfesserò tutto. Hai capito?» «Voglio solo l'assoluzione, padre generale.» «Devi guadagnartela, Marco. Devi guadagnartela.» 11 Una volta tornato ai suoi alloggi, Torino collegò l'hard disk al portatile. Mentre ne esaminava il contenuto, provò una punta di rimorso per Lauren Kelly e suo marito. D'altra parte le aveva offerto la possibilità di collaborare e lei l'aveva rifiutata. Sebbene non avesse voluto in nessun modo che Bazin facesse loro del male, entrare in possesso delle informazioni di cui disponeva la linguista era di vitale importanza. In modo quasi perverso, quello che era successo poteva persino volgere a favore della Chiesa. Con la dottoressa ridotta al silenzio, sarebbe stato più semplice proteggere la scoperta di cui si parlava nel Voynich, ammesso che avesse finito di tradurlo. La sua preoccupazione maggiore erano il Santo Padre e il resto della Curia. Finché non avesse prodotto delle prove, non avrebbero mai approvato il suo operato, soprattutto la profana alleanza con Bazin. Sullo schermo del computer, i file documentavano gran parte dei successi e dei fallimenti sul percorso tortuoso intrapreso da Lauren Kelly per decodificare il Voynich. Lesse con quale velocità avesse scartato, con l'aiuto di Zeb Quinn, l'uso di un cifrario polialfabetico e come, dopo innumerevoli tentativi, avesse fatto appello all'impressionante vastità delle sue conoscenze linguistiche per dedurre che il testo era in un linguaggio artificiale a posteriori basato su due lingue preesistenti. Torino aveva appreso tutto ciò dal discorso a Yale, ma nei file venivano svelati i dettagli. Il voynichese era a prima vista un ibrido tra un latino estremamente articolato e il dialetto cinese mandarino in cui i caratteri rappresentavano non solo le lettere dell'alfabeto ma intere parole e frasi. Sia le lettere più pertinenti dell'alfabeto latino sia gli ideogrammi chiave del cinese erano stati
traslitterati nei singolari caratteri usati nel testo del Voynich, camuffando ancor di più quella miscela di lingue. Oltre alla traslitterazione, tuttavia, la parte tradotta del manoscritto non conteneva codici. L'uso del cinese collimava con le ricerche di Torino su Falcon. Favorito di Ignazio di Loyola, padre Orlando Falcon era stato inviato, intorno al 1540, in una delle prime missioni in Cina. Torino aveva appreso dagli Archivi dell'Inquisizione che l'autore era dotato di un intelletto straordinario; era una delle ragioni per cui la Chiesa aveva preso così sul serio le sue dichiarazioni e per cui lo aveva punito con tanta severità. Torino era impressionato, nondimeno, dalla profondità e dall'ampiezza dell'erudizione della dottoressa Kelly e dall'approccio controintuitivo grazie a cui aveva investigato nella mente geniale dell'autore per trovare la chiave di tutta la sua storia. Quasi tutta. Scorrendo i documenti, Torino trovò la traduzione letterale del Voynich. Era persino più vivida e terrificante della sinossi, pur non comprendendo la sezione astrologica. E non c'erano menzioni alla radix, o «fonte», di padre Orlando. In uno dei suoi primi file la dottoressa Kelly aveva scritto: Da quanto ho capito, credo che la sezione astrologica conclusiva possa contenere una serie di rilevamenti bussola, coordinate geografiche e segni dello zodiaco. Ho il vago sospetto che, più procederò con la traduzione, più sarò costretta a rivalutare le mie supposizioni sul documento e sui suoi misteri... Cosa voleva dire? Aveva corretto l'ipotesi iniziale che il documento fosse un'allegoria, interpretandola invece come la cronistoria di quello che l'autore aveva realmente scoperto? In caso affermativo, era riuscita da allora a trovare il bandolo dell'ultima sezione astrologica e della mappa che poteva racchiudere? Era ambigua in modo seducente. Maledicendo Bazin per non aver portato a termine la sua missione, esaminò il resto dei file, ma non c'era niente a dimostrazione del fatto che la studiosa avesse decifrato la sezione finale. A ogni modo, la traduzione integrale della dottoressa Kelly poteva trovarsi nei file che Bazin non era stato in grado di scaricare prima di essere interrotto. Se le cose stavano così, Torino doveva procurarseli, per il bene della Chiesa. Ma come? Voleva precipitarsi fuori e ordinare a Bazin di tornare a perquisire il re-
sto del computer. Ma casa Kelly ormai era la scena di un crimine e probabilmente era sotto sorveglianza. In qualità di Preposito generale dei gesuiti, non poteva permettersi di avere imputazioni a suo carico. Non aveva scelta. Avrebbe dovuto portare pazienza e cogliere l'occasione quando si sarebbe presentata. Ma si sentiva tutto tranne che paziente. Era come una bomba a orologeria che ticchettava verso il momento in cui la sua amata Chiesa avesse compiuto il proprio destino come unico ministro di Dio sulla Terra, o fosse scomparsa, liquidata come una reliquia falsa. 12 Tre settimane dopo La morte li aveva fatti incontrare. Si erano conosciuti al funerale di un amico comune di Boston mentre lui era al MIT e lei a Harvard. In seguito gli aveva confessato di aver inizialmente provato antipatia nei suoi confronti. Pensava che fosse troppo sicuro del suo aspetto fisico, di se stesso. Poi avevano iniziato a parlare, a parlare sul serio, e avevano scoperto che di recente lei aveva perduto il padre e lui la madre. La morte li aveva uniti. Avevano poche cose in comune. Lei era religiosa e credeva fermamente nella conservazione. Lui era ateo e non si faceva problemi a lavorare per le sette sorelle. Ma l'uno amava il modo di pensare dell'altra. Lui amava i capelli e il profumo di lei. Lei la forza e la capacità di ascoltare di lui. Si erano innamorati subito l'uno dell'altra, e tanto era bastato. Dicevano per scherzo che sarebbero vissuti insieme per sempre o sarebbero morti provandoci. Niente li avrebbe divisi. Mai. Se uno si fosse smarrito, l'altra sarebbe andata in capo al mondo per cercarlo. Ross si ritrovò a fissare l'oscurità, attanagliato dal panico, incapace di ritrovare la sua anima gemella. Lauren si era smarrita. La morte minacciava di separarli. «Ross, Ross, Ross.» Ebbe un tuffo al cuore. La sentiva chiamare attraverso le tenebre. Era in trappola e aveva bisogno del suo aiuto. Doveva ritrovarla e fare tutto il possibile per portarla in salvo... «Ross.» La mano sulla spalla lo scosse delicatamente. «Ross, svegliati.»
Ross aprì gli occhi e, non appena vide quel volto, la sua prima sensazione fu di sollievo: era solo un incubo. Lauren stava bene. Era lì. Ma non era Lauren. Aveva i capelli rossi. Era la sua assistente, Zeb Quinn. Una tristezza nauseabonda tornò a tormentarlo. «Ross, sono circa le tre del pomeriggio. Ti ho lasciato dormire qualche ora dopo pranzo mentre vegliavo Lauren. Adesso devo tornare a Yale, ma tuo padre e la madre di Lauren stanno per arrivare. Il dottor Greenbloom, il neurologo, ha detto che vuole parlare con tutti voi. Sei d'accordo?» «Sì, sì, va bene.» Si stropicciò gli occhi e si alzò dalla sedia accanto al letto di Lauren. Indossava i jeans e un maglione scolorito e si sentiva rimbambito dal sonno. «Grazie, Zeb. Grazie di tutto.» «Se hai bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa, chiamami. D'accordo?» «Sì, grazie.» Una volta che Zeb se ne fu andata, si diresse verso il bagno adiacente e si rinfrescò il viso. Erano passate tre settimane dal furto e, da allora, era visibilmente invecchiato. La faccia pallida, gli occhi azzurri iniettati di sangue e tra i capelli - rasati parzialmente dove gli avevano applicato dodici punti - una muta di chiazze argento appena spuntata. I dottori dicevano che la microfrattura al cranio stava guarendo bene e che la spalla slogata era a posto. Ma quella era solo metà della storia. Tornò nella camera di Lauren. La stanza a pagamento all'ospedale del Sacro Cuore fuori Bridgeport, nel Connecticut, era pulita e luminosa. Una grande finestra si affacciava sul Long Island Sound e più a destra si vedevano le distanti torri di Manhattan. Fiori e biglietti incorniciavano l'ampio davanzale. Nelle ultime settimane, gli amici lo avevano tempestato di messaggi; i pochi che erano venuti in visita si erano dimostrati premurosi, ma a disagio, indecisi su come reagire di fronte alle condizioni di Lauren. Ross si sentiva sollevato che pochi avessero saputo della gravidanza e ora preferiva rimanere solo; era già abbastanza dura far fronte al proprio trauma senza dover gestire anche quello altrui. L'unica eccezione era Zeb Quinn. Sebbene lei e Ross non fossero mai andati molto d'accordo, si era rivelata un'amica vera e una persona dotata di grande senso pratico. Le due orchidee sul davanzale venivano dalle sorelle di Lauren, che adesso vivevano all'estero, una a Londra e l'altra a Sidney. Erano accorse entrambe dopo l'incidente ed erano rimaste due settimane per offrire aiuto e sostegno alla madre. Durante l'ultima settimana avevano fatto ritorno alle rispettive famiglie. Uno dei mazzi più grandi era della Xplore. Dopo i convenevoli, Kovacs aveva detto a Ross che lo rivolevano nella squadra e che erano disposti ad aspettare che fosse pronto a discutere i termini. Ma in
quel momento a Ross non poteva importare di meno della sua carriera. Il letto di Lauren era in mezzo alla stanza. Era stata girata sul fianco sinistro per impedire la formazione di piaghe da decubito. Cannule e fili collegavano il suo corpo a una serie di monitor e deflussori. Un tubo endotracheale bianco le fuoriusciva dalla bocca e il suono ritmico del respiratore regnava nella stanza silenziosa. Le bende alla testa erano state tolte e i capelli biondi avevano ricominciato a crescere dopo l'operazione. Teneva gli occhi chiusi. Sembrava fragile e bella, come una principessa addormentata. Ross immaginò che, se l'avesse baciata nel modo giusto, avrebbe potuto ridestarla e guarire il suo corpo martoriato. Guardandola, sentì salire un impeto di odio per il manoscritto Voynich. Se non si fosse sentita in dovere di finirlo, a quell'ora sarebbero stati in vacanza. Invece lui aveva trascorso le ultime settimane all'inferno, a trascinarsi per la casa vuota che Lauren - solo e soltanto lei - aveva reso una vera casa, in cui ogni dettaglio parlava di lei e dei loro momenti felici insieme. Aveva il presentimento che il ladro fosse interessato ai file di Lauren, anche se non sussistevano né prove né indizi. La polizia aveva speculato sul movente dell'intruso, ma l'unica certezza era che Ross e Lauren lo avessero interrotto e che lei si fosse semplicemente trovata sulla sua traiettoria. Era così ingiusto. Così insensato. Delle voci sommesse dal corridoio interruppero il flusso dei suoi pensieri. Ci fu un colpetto alla porta, poi Henry Greenbloom entrò con una cartella in mano: il neurochirurgo, un uomo pallido, spigoloso, tenne lo sguardo incollato al letto mentre salutava Ross. La madre di Lauren, Diana Wharton, lo seguiva in compagnia di suo padre. Non appena entrati, diedero un forte abbraccio a Ross. Quei due sembravano l'uno il contrario dell'altra: Sam Kelly era un grosso fattore con le mani callose e un viso dai tratti marcati, segnati dalle intemperie, mentre la madre di Lauren era un'elegante accademica di Manhattan dalla pelle d'alabastro. A dispetto di tutto, Sam e Diana avevano stretto un'improbabile amicizia. Entrambi erano rimasti vedovi più o meno alla stessa età, ma la vera ragione di quel sodalizio era molto più banale: erano tutti e due brave persone che si piacevano, si rispettavano e amavano i propri figli. Greenbloom indicò le sedie posizionate vicino al letto e incrociò lo sguardo di Ross per la prima volta. «Vogliamo accomodarci?» La voce del neurochirurgo era professionale e distaccata. «È essenziale che comprendiate a pieno il quadro. Il punto è che, anche nel caso in cui Lauren uscisse
dal coma, evento assai improbabile visti i traumi subiti, potrebbe rimanere cerebrolesa e paralizzata. Il midollo spinale è intatto, ma il danno tra le vertebre C3 e C4 potrebbe lasciarla immobilizzata dal collo in giù. Ora come ora, per respirare ha bisogno di un ossigenatore e la situazione potrebbe rimanere immutata.» Ross posò lo sguardo su Lauren e si domandò se avesse sentito gli oscuri presagi del chirurgo sulla sua vita futura, o sull'inesistenza di quella vita. Dalla finestra, sentì una macchina mettersi in moto, qualcuno salutare allegramente e il suono di risate. Era difficile accettare che fuori da quella stanza la vita andasse avanti come nulla fosse, indisturbata da quello che era capitato a sua moglie. «La buona notizia è che, siccome la testa e il collo di Lauren hanno assorbito gran parte dell'impatto, il feto è ancora vitale.» Greenbloom estrasse l'ecografia dalla cartella e l'esaminò. «Secondo i ginecologi, il feto è delle dimensioni giuste per sedici settimane di gestazione, con undici centimetri e mezzo di lunghezza cefalocaudale e un peso di ottantasette grammi. L'ecografia rivela un'evidente attività. C'è ancora molta strada da fare e dovremo monitorare costantemente la situazione, ma è probabile che Lauren possa portare a termine la gravidanza.» «E se perdiamo il bambino? Che scelte abbiamo?» chiese Ross. «Escludendo un miracolo, soltanto due. Una è aspettare a oltranza per vedere se Lauren esce dal coma, sperando che non rimanga paralizzata, né cerebrolesa. L'altra possibilità è spegnere l'ossigenatore dopo un lasso di tempo concordato in precedenza.» «E farla morire?» esclamò Ross, scandalizzato. «Che mi dice delle terapie con le cellule staminali e di tutte le cure miracolose cui dite di lavorare? Ho letto che nei prossimi anni potrebbe esserci un passo avanti nella cura delle lesioni al midollo spinale.» «Potrebbe, ma devo ammettere che non ritengo possibile che Lauren si risvegli, tantomeno che ricominci a camminare. La verità, anche se dura da accettare, è che per come stanno le cose non c'è molto che noi, o qualsiasi altra équipe medica al mondo, possiamo fare per Lauren. È sul bambino che dobbiamo concentrarci.» Diana Wharton si asciugò le lacrime e prese l'ecografia. «Sta soffrendo?» «No.» «E c'è davvero speranza per il bambino?» «Sì.»
La donna si rivolse a Ross e suo padre. «È già qualcosa. No?» Sam Kelly posò la mano sulla sua e sorrise teneramente. «È molto di più. C'è sempre una speranza.» Ross fu colto da uno slancio di confusa ammirazione per il padre. Gran lavoratore, assediato per tutta la vita dalle delusioni e dalle tragedie, aveva imparato ad accettare e guardare avanti. Ross ricordava il giorno in cui suo padre gli aveva riferito che il fratellino appena nato non sarebbe tornato a casa e che la mamma non poteva più avere bambini. Suo padre si era limitato a dire che si sentiva benedetto per il fatto che la moglie fosse ancora viva e che Ross doveva dimostrarsi riconoscente di avere ancora una mamma. Persino quando il cancro l'aveva portata via, alcuni anni prima, il padre si diceva fortunato per il tempo che avevano passato insieme. Ma Ross non riusciva a essere così stoico. Ad accettare quello che sarebbe successo. Guardò Lauren. Era in pace, in un cupo sonno senza sogni? O, come nel suo incubo, lo stava chiamando disperatamente perché la salvasse? Greenbloom si alzò. «Ovviamente faremo tutto il possibile per il bambino. Volevo solo assicurarmi che foste al corrente della situazione per prepararvi a ogni eventualità.» Ross ricacciò le lacrime di dolore e frustrazione. Aveva dedicato la vita a trovare quello che altri non potevano scoprire. Ma ora, nel momento culminante, non riusciva a pensare a un solo modo per aiutare Lauren. Diana gli passò l'ecografia e nel suo volto vide riflesso il proprio dolore. Poi scorse la tristezza e la compassione di suo padre. Ma i loro occhi tradivano qualcos'altro: rassegnazione. Si stavano già mettendo il cuore in pace, qualunque fosse il destino di Lauren, ed erano pronti a riporre tutte le loro speranze nel nipotino. Ross non riusciva a farlo. Esaminò l'ecografia. Il feto aveva davvero l'aspetto di un bambino: presentava una leggera lanugine sulla testolina, le unghie delle dita erano ben formate e le gambe più lunghe delle braccia. Desiderava un figlio più di qualsiasi altra cosa al mondo e voleva che avesse il fratello o la sorella che lui non aveva mai avuto, ma non conosceva ancora quel bambino. Conosceva e amava Lauren, però. A quel punto si sentì in colpa: avrebbe rinunciato volentieri al figlio pur di salvare sua moglie. Sentì una stretta al petto e il sangue martellargli nelle tempie. Non importava cosa avesse detto il medico di Lauren e quanta speranza ci fosse per il bambino, Ross non era pronto a fare a meno di sua moglie. Non ancora. E non lo sarebbe stato mai.
13 Yale University, quella sera stessa «Saprebbe dirmi dov'è lo studio della dottoressa Lauren Kelly?» Il giovane studente scosse la testa. «Mi dispiace, sorella. Yale è un posto immenso. Deve chiedere in segreteria. La indirizzeranno nel posto giusto. Vada verso lo stabile in mattoni rossi, giri a sinistra passando sotto l'arco e dall'altra parte del prato vedrà un enorme edificio di pietra: è quello.» Guardò l'ora. «Si sta facendo tardi, ma dovrebbe trovarci ancora qualcuno.» Dimentica dello scorrere del tempo, suor Chantal guardò in alto verso il grande orologio. «Grazie.» «Non c'è di che.» Incamminandosi sorretta dal bastone, iniziò a sentirsi sempre più debole. Ma presto avrebbe potuto riposare. Era piacevole passeggiare per il campus. L'accademica tranquillità verdeggiante di Yale faceva da contrappunto alla fretta del mondo moderno e le rammentava tempi dominati dal pensiero. Quella calma, però, non bastava a raffreddare il suo entusiasmo. Il cuore le vibrava in petto come l'ala di un colibrì. Proprio quand'era stata messa a più dura prova, la sua pazienza sarebbe stata ricompensata. L'attesa era agli sgoccioli. Sorrise, d'un tratto grata per l'audace tecnologia del mondo moderno: era stata sbatacchiata di jet in jet da Entebbe a Londra, da dove aveva preso un volo per Ginevra per sistemare le questioni finanziarie e ritirare l'oggetto che teneva nella cassetta di sicurezza della banca, prima di far rotta finalmente per New York. E senza Internet non sarebbe mai venuta a conoscenza così in fretta dei risultati della dottoressa Kelly. Dio le aveva sorriso quel giorno al Jambo Internet Café quando aveva trovato la sinossi di Lauren Kelly sul sito della Yale. Aprì la valigia, ignorando il pacco sottovuoto che aveva ritirato a Ginevra, e ne trasse fuori una stampata sgualcita. Rileggere le prime righe della sinossi la indusse a fermarsi e a farsi il segno della croce. Aveva dimenticato quante volte aveva dubitato che quel giorno sarebbe mai arrivato. Era destino che dovesse succedere lì, a poche centinaia di metri dalla biblioteca dov'era conservato l'originale. Entrò nell'edificio di pietra che le aveva indicato lo studente e si avvici-
nò al bancone della portineria. Le due donne dietro la scrivania stavano raccogliendo le loro borse, pronte a smontare. «Posso aiutarla?» chiese la più giovane. «Spero di sì. Dove posso trovare la dottoressa Lauren Kelly?» La giovane abbassò lo sguardo sullo schermo di un computer. «Mi dispiace. Non viene al campus da qualche settimana e non conosciamo la data del suo rientro...» «Va' pure, Maisie, ci penso io», intervenne l'altra. Si sistemò gli occhiali e sorrise in modo cordiale. «Maisie è nuova. Ha a che fare con quello che è successo, sorella?» Suor Chantal tastò nervosamente il crocifisso appeso al collo, sbigottita che l'impresa di Lauren Kelly avesse già destato scalpore. «Sì, si tratta di quello.» Aveva confidato che la traduzione avrebbe attratto poca attenzione prima di essere completata. Ed era sicura che senza il suo aiuto non sarebbe mai stato possibile. «Sa dove posso trovarla?» «Certo. Dovrei avere il nome dell'ospedale sul computer.» «Dell'ospedale?» «Credevo volesse vedere la dottoressa Kelly per via dell'incidente.» Una mano gelida avvolse il cuore di suor Chantal. «Incidente?» La donna si accigliò, esterrefatta. «Non sa cos'è successo?» 14 Ad alcuni chilometri di distanza, Ross Kelly stava ancora cercando di metabolizzare la prognosi agghiacciante di Greenbloom. Aveva bisogno di restare solo e quando lasciò l'ospedale del Sacro Cuore si sentì stranamente attratto verso la piccola cappella dell'ospedale. Ross non era religioso. Se la vita sulla Terra fosse stata ridotta a un ciclo di ventiquattr'ore, l'umanità sarebbe comparsa solo durante gli ultimi secondi. Perciò sembrava strano che Dio avesse creato l'uomo a Sua immagine e somiglianza. Aveva molto più senso pensare che l'uomo, con la sua coscienza evoluta, avesse creato Dio. Era uno dei capisaldi su cui Ross e Lauren si erano accapigliati sin dal primo incontro. Invidiava il senso di pace che la fede le infondeva e si meravigliava di come i fedeli attribuissero a Dio le cose buone e non Lo accusassero mai per quelle cattive. La fede aveva confortato sua madre nei momenti di crisi. Quando aveva abortito e non aveva più potuto avere figli, non aveva dato la colpa a Dio. E, quando poi aveva sviluppato il cancro, pregava perché Dio le desse for-
za. Persino il padre di Ross aveva trovato sollievo nell'accettare le avversità come se fossero il volere di Dio. Ma Ross non ci riusciva. Voleva credere nell'esistenza di un qualche ordine divino nel mondo: rendeva molto più facile accettare quanto sarebbe capitato. Ma non sussistevano prove. Durante le ultime settimane aveva fissato disperatamente nell'oscurità e pregato per Lauren, senza avvertire nulla, tranne un vuoto. Le rare volte in cui Ross aveva percepito qualcosa di spirituale, era stato nelle meraviglie della natura: le formazioni cristalline nella grande caverna di Lechugia, l'alba sui monti di Ozark nei pressi della fattoria di suo padre... persino la stupefacente storia del pianeta riusciva a indurlo a riconsiderare il proprio posto nello schema delle cose. Anche se Dio fosse esistito, Ross non aveva certo tempo da perdere dietro tutte le religioni che pretendevano di averne l'esclusiva. Si stupiva di vedere con quale ferocia i fedeli - cristiani, ebrei o musulmani - ripudiavano tutte le altre religioni, senza capire perché lui volesse ignorare la loro. Erano atei selettivi; l'unica differenza tra lui e loro era che Ross aveva una fede in meno. Eppure la religione gli aveva fatto un piccolo favore: da piccolo era stato incoraggiato a far parte del coro della chiesa e aveva capito di aver ereditato l'ugola d'oro di sua madre. Forse erano stati quei ricordi felici a trascinarlo verso la quiete della cappella vuota. Col suo vago odore d'incenso, con le panche di legno chiaro, le lisce pareti bianche e le vetrate in stile moderno, offriva un porto tranquillo al riparo dalle preoccupazioni. Si andò a sedere in prima fila, alzò lo sguardo verso la croce e si chiese perché alle diverse religioni importasse più la fede di una persona di quello che aveva compiuto nella sua vita. Perché si doveva credere in Dio per essere salvati? Era così vanitoso, insicuro e meschino da aver bisogno del nostro riconoscimento? Non era possibile vivere una vita meritevole e basta? Perché permetteva che Lauren soffrisse, se credeva in Lui, e risparmiava un infedele come Ross? Rimase lì seduto per un po', ascoltando il silenzio sordo, finché non si accorse di un fruscio alle spalle. «Posso sedermi qui?» Si voltò e tra le panche vide un prete. Aveva un'aria familiare. «È tutta sua. Io non sono un vero credente.» Il prete sorrise. «Tutti crediamo in qualcosa. La fede è ciò che ci distingue dagli animali.» Si andò a sedere al suo fianco. «E questa cappella è sua. È aperta per chi è nella sua situazione, dottor Kelly.» «Lei conosce il mio nome?»
Un altro sorriso. «Sono un grande ammiratore di sua moglie e del suo lavoro. Deve ricevere il riconoscimento che merita. Voglio dire, Lauren deve ricevere il riconoscimento che merita.» D'improvviso Ross individuò il prete infervorato al seminario di Lauren. «Lei era alla Beinecke quando Lauren ha presentato la traduzione del Voynich.» Gli porse la mano. «Padre generale Leonardo Torino. Sì, ero alla Beinecke. Quando ho saputo cos'era successo a sua moglie, mi sono trovato costretto a rivolgermi a lei per il suo lavoro.» Rimase in silenzio per un attimo. «Posso spiegarle? O preferisce rimanere da solo?» Dalla conferenza di Lauren, molti accademici, giornalisti e generici fanatici del Voynich erano usciti allo scoperto per informarsi se si sarebbe ripresa e per quando fosse prevista la pubblicazione della traduzione integrale, corredata della documentazione completa che ne comprovava la validità. Qualcuno si era anche accampato in macchina davanti a casa per alcuni giorni di fila. Ross aveva cambiato il numero di telefono, ma doveva ancora passare al setaccio un mucchio di posta tutte le mattine per individuare le lettere più importanti. Due giorni prima, Bob Knight, il preside di facoltà di Lauren a Yale, aveva chiesto libero accesso ai file e agli appunti che Lauren aveva accumulato a casa in modo che l'università potesse convalidare e completare il suo lavoro sul Voynich. Ross aveva opposto un secco rifiuto, dicendogli che Lauren, e nessun altro, avrebbe ultimato il lavoro. Lo mandava in bestia che le persone aspettassero che sua moglie morisse, pronte a piombare sul suo lavoro come avvoltoi. «È venuto per il Voynich?» «Sì.» Guardò fisso il prete. «Per quale motivo le interessa tanto?» «È molto semplice. Sono il Preposito generale della Compagnia di Gesù e i documenti vaticani attestano che a scrivere quel codice più di quattro secoli fa sia stato un religioso del mio ordine, un gesuita, ma finora nessuno è stato in grado di tradurre quel bizzarro testo né di comprenderne le illustrazioni. Nonostante l'attuale sede del manoscritto originale, noi ci sentiamo i suoi legittimi proprietari. La storia potrebbe essere una semplice allegoria, una parabola, ma noi guardiamo al Voynich come a un documento prezioso creato da un membro della nostra confraternita. Quando sono venuto a sapere della traduzione di sua moglie, mi sono rivolto a lei per proporle di completare il suo eccellente lavoro con l'ausilio dei nostri documenti. La dottoressa Kelly ha rifiutato, dicendo che il problema erano le
restrizioni che avremmo imposto sulla pubblicazione. Ne sono rimasto deluso e ho rispettato la sua volontà, tuttavia l'offerta è ancora valida.» Una pausa. «Poi mi hanno riferito dell'incidente e ho seguito con discrezione i suoi progressi. Quando gli impegni ufficiali mi hanno riportato in America, ho deciso di ritagliare del tempo tra i vari appuntamenti per farvi visita. È difficile da spiegare, ma il mio ordine si sente in debito nei confronti di sua moglie. Vogliamo che venga ricompensata per i suoi servigi alla nostra Chiesa. Sia in questo mondo sia nel prossimo. Naturalmente pregheremo per lei. Ci assicureremo che abbia un posto in paradiso.» L'uso della parola assicureremo disturbò Ross. «Molto gentile da parte sua, ma come fa lei a essere sicuro di avere le chiavi del regno dei cieli?» Qualcosa balenò negli occhi scuri del prelato - offesa, o forse rabbia - poi si spense. «Non intendevo offenderla. Solo che preferirei che le vostre preghiere aiutassero Lauren in questo mondo piuttosto che prepararla al prossimo.» «In effetti possiamo aiutarla anche nella vita terrena. Ecco perché mi trovo qui. I nostri esperti sono sicuri di riuscire a completare la traduzione a tempo debito, ma con l'accesso agli appunti di sua moglie potrebbero farlo in una frazione del tempo necessario. In funzione del rispetto che nutriamo per la grande cultura e i desideri di Lauren, rinunceremmo a imporre condizioni sulla pubblicazione. Ovviamente le riconosceremmo il merito della traduzione e la ricompenseremmo economicamente, che si risvegli o no. La Santa Madre Chiesa dispone di risorse illimitate e farà tutto il necessario - in ogni senso, finanziario e non - per aiutarvi in questo difficile momento.» «Volete solo accesso ai suoi appunti?» «Sì. Una copia digitale sarebbe sufficiente.» Un attimo di silenzio. «Per pura curiosità, sa se gli appunti contengono accenni a qualcosa chiamato Fonte o al suo equivalente in latino, radix?» «Non saprei dire. Mia moglie custodiva le sue carte e i suoi appunti sotto chiave. Perché?» Il religioso fece un gesto liquidatorio. «Non importa. Quello che conta è che le sue note ci permettano di finire di tradurre il manoscritto e che a sua moglie venga dato il riconoscimento che merita. Non pretendo una risposta adesso, ma la prego di pensarci.» Estrasse un biglietto da visita, lo porse a Ross, poi guardò l'ora. «Come immaginerà, la mia agenda è piuttosto fitta. Ho un impegno a New York in mattinata e devo rientrare a Roma domani sera. Le sarei grato se mi permettesse di passare da lei prima di allora per
rispondere alle sue domande. Intendo fare tutto il possibile per rassicurarla in caso voglia affidarci il lavoro di sua moglie. Posso passare domani pomeriggio? Diciamo verso le quattro?» Ross studiò il religioso da capo a piedi, cercando di sondare gli scuri occhi infossati, poi annuì. «Può andare.» Qualunque fosse il suo atteggiamento nei confronti della religione, trovava rassicurante che studiosi che non solo condividevano e apprezzavano la passione di Lauren, ma si sentivano proprietari del manoscritto, completassero l'opera. Per lui era anche essenziale che sua moglie ne ricevesse il completo riconoscimento. Sospettava che a lungo andare Knight avrebbe avanzato pretese su tutti i file originali di Lauren e ne avrebbe rivendicato gran parte del merito. Ross ne avrebbe parlato con Zeb Quinn, però dubitava fortemente che avrebbe acconsentito a condividere gli appunti con Torino. Ma, se non altro, sarebbe servito a mettere alla prova l'onestà di Knight. Diede il suo indirizzo al prete. «La lascio ai suoi pensieri, dottor Kelly. A domani.» Ross lanciò un'occhiata al biglietto del padre generale. Non poteva fare a meno di meravigliarsi che un uomo di tale levatura lo degnasse di una visita personale. Un'ulteriore dimostrazione del suo apprezzamento per il lavoro di Lauren. Alzò lo sguardo e, osservando il prete uscire dalla cappella, notò per la prima volta che era leggermente zoppo. 15 L'indomani mattina Suor Chantal aveva fatto tutto il possibile per portare a termine il suo dovere. Ma, proprio adesso che stava per passare il suo pesante fardello a qualcun altro, tutto era perduto. Dopo quello che aveva dovuto sopportare, era davvero troppo. Alle infermiere del Sacro Cuore aveva detto che voleva pregare per Lauren Kelly, ma quando la vide distesa sul letto, attaccata a cannule e tubi, sentì il desiderio di pregare solo per se stessa. Si avvicinò al capezzale, crollò in ginocchio e pianse. Per la prima volta nella sua lunga veglia, provò una vera disperazione. Tuttavia non si mise a pregare e si concentrò sul da farsi. Non poteva finire così. C'era un unico modo per mettere a posto le cose. Ma, persino con quel pensiero nella mente, abbassò il capo incredula e piena di rimpianto.
«Se solo non fossi stata così sciocca», disse con amarezza, guardando prima la valigia e poi il sondino gastrico di Lauren. «Se solo l'avessi tenuta tutta in serbo!» Si guardò alle spalle e controllò il corridoio. Poi aprì la valigia e recuperò la sacca di pelle. Quando vide quanto poco ne rimaneva, si rese conto che il suo gesto sarebbe stato vano. Eppure doveva fare qualcosa. Ci vollero sei minuti. Poi, non appena rimise la sacca ormai vuota nella valigia, sentì la porta aprirsi. A eccezione dei sogni sinistri che riguardavano Lauren, il dottor Greenbloom e il prete, Ross aveva passato la notte precedente quasi in bianco. Non si era ancora abituato ad avere il letto che divideva con Lauren tutto per sé. Negli anni della loro vita coniugale era stato spesso in viaggio per lavoro, ma ricordava appena un paio di notti in cui aveva dormito in casa da solo. La notte passata, incapace di prendere sonno, si era scolato una bottiglia di vino e aveva fatto le ore piccole a guardare la TV, badando a non disturbare suo padre, che dormiva di sopra in una delle camere degli ospiti. Libero di guardare qualsiasi canale, Ross aveva finito per addormentarsi davanti a uno dei programmi spazzatura che tanto piacevano a Lauren e al mattino si era ritrovato rannicchiato dalla parte del letto della moglie. Dopo colazione, suo padre si era recato a Manhattan a trovare la madre di Lauren, e Ross aveva compiuto il suo quotidiano pellegrinaggio all'ospedale. Quand'era arrivato, con la testa ancora annebbiata dai postumi della sbornia, l'ultima cosa che si sarebbe aspettato di trovare era una suora inginocchiata al capezzale di sua moglie. «Chi è lei? Cosa ci fa qui?» Quando si voltò, Ross vide che la donna aveva pianto. Il suo volto sfoggiava una bellezza serena, senza età, e gli occhi più straordinari che avesse mai visto: due penetranti iridi azzurro cielo cerchiate di viola. Oltre alla valigia, teneva in mano un bastone. «Mi chiamo suor Chantal. Sono venuta a trovare la dottoressa Lauren Kelly.» Parlava l'inglese impeccabile di certi europei ben istruiti. «Lei chi è?» «Ross Kelly, il marito di Lauren. È venuta col padre generale Leonardo Torino?» Il terrore baluginò negli occhi della religiosa. «Il padre generale? No.» «Allora come fa a conoscere Lauren?»
«Grazie al suo lavoro. Non ci siamo mai incontrate, ma sento di conoscerla, perché lei ha penetrato la mente di un uomo che ammiro molto.» Cercò di alzarsi e Ross le offrì il suo sostegno. «Cos'è successo?» Ross le spiegò del furto e, quando le raccontò che l'intruso era stato nello studio di Lauren, i suoi bellissimi occhi fiammeggiarono di nuovo. «È stato portato via nulla?» «La polizia non ne è sicura. Può darsi che sia stato scaricato qualcosa dal computer. Perché?» «L'ha contattata qualcun altro per il manoscritto di padre Orlando?» «Il manoscritto di chi?» «Il libro che lei conosce come Voynich. Ha fatto il nome del padre generale. È venuto da lei per la traduzione?» La situazione si stava facendo alquanto bizzarra. «Cosa sta succedendo? Voglio sapere la verità.» Quegli occhi straordinari lo guardarono fissi, impassibili, penetranti. «Ho bisogno del suo aiuto.» Indicò Lauren. «E lei ha bisogno del mio.» Dietro la sua fragile serenità c'era una violenta disperazione. «Il tempo sta per scadere. Io mi sento sempre più debole e c'è ancora molto che dobbiamo fare.» «Dobbiamo?» «Sì. Io, lei e sua moglie.» «Mia moglie? Di cosa sta parlando? Lei è...» Sollevò una gracile mano e afferrò il suo braccio con una forza sorprendente. «Mi lasci spiegare. È importante. Per tutti noi. C'è un posto dove possiamo parlare senza essere disturbati?» Adesso stava a Ross prendere in mano la situazione. Mentre scrutava quegli occhi stupefacenti, ogni istinto razionale gli suggerì di chiederle di andarsene in modo educato ma risoluto. Eppure la disperazione appassionata della suora coincideva in parte con la sua. Dopotutto cosa aveva da perdere? Così prese una decisione che avrebbe cambiato per sempre la sua vita già a pezzi. «Mi segua.» 16 Più tardi, quello stesso giorno Avviandosi lungo il vialetto di ghiaia di casa Kelly, il padre generale Leonardo Torino si sentiva sicuro del proprio successo. Si vantava di co-
noscere le menti e i cuori degli uomini e il suo incontro con Ross nella cappella dell'ospedale era andato meglio di quanto sperasse. Si era allontanato con la convinzione che, se l'uomo avesse creduto che sua moglie avrebbe ricevuto il pieno riconoscimento per il suo lavoro, gli avrebbe ceduto una copia dei file. Torino contava persino di portarseli via quella sera stessa. Suonò il campanello e aspettò. Sentì qualcuno parlare ad alta voce, poi la porta si aprì. Quando Torino strinse la mano a Ross e scorse un'espressione guardinga sul volto del geologo, la sua sicurezza si dileguò. Ross lo condusse in cucina, dove Torino si sorprese di trovare un'anziana suora seduta al tavolo con dinanzi a sé a una tazza di caffè vuota. La sorpresa di quella presenza fu aggravata da un lampo di panico che vide balenare negli occhi della donna quando Ross gliela presentò. Mentre gli frullavano per la testa quei pensieri, la intravide far scivolare una busta di plastica opaca nella valigia al suo fianco. «Buonasera, sorella.» «Buonasera, padre generale.» La mano destra tastava nervosamente il grosso crocifisso appeso al collo, poi la suora abbassò il capo e si alzò dalla sedia. «Scusate, sono esausta. Devo proprio andare.» Ross si spostò verso di lei con fare protettivo e i due si scambiarono uno sguardo. «Suor Chantal, l'accompagno in salotto. Può riposare lì mentre io parlo col padre generale.» Suor Chantal si mise in piedi vacillando, impugnò la piccola valigia e prese Ross sottobraccio. Il nome della religiosa destò la curiosità di Torino. Era sicuro di averlo sentito di recente, ma non ricordava dove. Sostò in cucina finché Ross non fece ritorno. «Mi sorprende di trovare una suora in visita da lei, che non crede in nulla.» «Come lei stesso ha detto, tutti hanno bisogno di credere in qualcosa.» Lo sguardo di Ross si fece torvo. «Mi dica, padre generale, qual è il vero motivo del suo interesse per la traduzione di mia moglie?» «Pensavo di essere stato chiaro, ieri. È stato scritto da un membro del nostro ordine. Consideriamo quel documento di nostra proprietà e vogliamo completarne la traduzione.» «Perché?» «Perché fa parte del nostro retaggio. Inoltre non dimentichiamo che è un mistero. Ed è per questo che sua moglie voleva tradurlo.» «Ieri ha sostenuto che il manoscritto fosse una parabola, una semplice
storiella. Lo crede sul serio?» La domanda preoccupò Torino. Il giorno precedente Ross si fidava di lui. Adesso no. Cosa gli era stato detto? Cosa aveva capito? Pensò alla busta che la suora aveva nascosto e si sentì attraversare da un brivido: cosa aveva visto Ross? «Certo che è una parabola. È escluso che sia una storia vera, se è questo che intende. O sbaglio?» «Mi parli di questa Fonte, questa radix che ha citato ieri. Cosa pensa che possa essere?» Torino socchiuse gli occhi. «Perché? Cosa ne sa lei, dottor Kelly?» Ross sorvolò sulla domanda e continuò col suo interrogatorio. «Mi dica, padre generale, cosa sa a proposito di un religioso di nome Orlando Falcon?» Torino era più bravo a nascondere i suoi veri pensieri rispetto a gran parte degli uomini, ma sapeva che in quel momento il suo volto lo stava tradendo. Solo lui era a conoscenza di padre Orlando e del suo legame col Voynich. «Come le ho detto ieri, crediamo che un fratello gesuita possa aver scritto il Voynich. E quel religioso potrebbe essere stato padre Orlando Falcon. Cosa sa di lui, dottor Kelly?» Ross non fiatò. «Presumo che questo abbia a che fare con la visita di suor Chantal. Perché non mi dice cosa la preoccupa? Potrei rivelarmi un potente alleato. Come le ho detto ieri, la Chiesa ha molte risorse. Se ritiene che nel Voynich ci sia più di quanto pensava inizialmente, allora dovrebbe essere nel suo interesse condividerlo con noi e mettersi sotto la protezione della Chiesa.» «Protezione? Da cosa? Non darò a nessuno gli appunti di Lauren finché non scoprirò cosa sta succedendo. Inizio a sospettare che chiunque abbia fatto irruzione in casa nostra e abbia ferito mia moglie volesse proprio quegli appunti, a tutti i costi.» Ross lo fulminò con lo sguardo. «Lei quanto li vuole, padre?» Torino, che più di ogni altra cosa teneva in gran conto l'autocontrollo, fu sul punto di perderlo. Essere arrivato a un passo dal possedere ciò che desiderava maggiormente solo per vederselo strappar via all'ultimo momento era intollerabile. La rabbia e la frustrazione strariparono. «Pensa che abbia provato a rubare gli appunti di sua moglie? Non ne ho bisogno. Abbiamo i nostri documenti in Vaticano, Archivi dell'Inquisizione che ci forniscono tutte le informazioni necessarie. Sono venuto qui solo per accelerare il processo di traduzione e per aiutarla.»
«Aiutarmi? Non vorrà certo usare gli appunti di Lauren per i suoi fini personali, qualunque essi siano?» «Stia attento, dottor Kelly. Non sa in cosa si sta invischiando. Le sto offrendo di condividere il peso di questo fardello prima che sia troppo tardi. Come può rifiutarsi?» «Perché no? Cos'ha intenzione di fare?» Torino serrò le mascelle e permise alla rabbia dirompente di solidificarsi in qualcosa di più stabile. Era inutile continuare a parlare - si era già esposto troppo - e Ross aveva preso la sua decisione. Cosa gli aveva detto o mostrato la misteriosa suor Chantal? «Se ne pentirà», minacciò Torino con gelido distacco. Lasciò la casa e salì sulla limousine. Quando si sedette, ponderando le varie possibilità, d'un tratto si ricordò dove aveva sentito quel nome: suor Chantal. Chiamò l'ufficio a Roma e chiese di essere messo in contatto con padre Seamus Dunleavy all'Istituto dei miracoli. «Padre Seamus, ricorda quella lettera dall'ospedale in Uganda che ha sottoposto alla mia attenzione la scorsa settimana?» «La guarigione spontanea dei due fratelli malati di AIDS?» «Sì. Qual era il nome della suora scomparsa nello stesso periodo?» «Suor Chantal.» Torino annuì e stava quasi per fare una domanda quando padre Seamus proseguì: «Non so se è importante, padre generale, ma l'ospedale ci ha inviato un oggetto associato al caso». «Vada avanti.» «Una scatola di legno intarsiato. I bambini guariti sostengono che sia stata la suora a regalargliela.» «Mi descriva gli intarsi.» «Faccio una foto e ve la mando.» Quando l'immagine apparve sul cellulare di Torino, gli si seccò la bocca. Era la conferma di ciò che fino ad allora aveva solo osato sperare. Il Giardino di Dio di Orlando Falcon e i miracoli che Torino cercava da sempre esistevano. Sapeva pure che suor Chantal - chiunque fosse - era cruciale per individuare quel luogo sacro. «Grazie, padre, molto utile. Un'ultima cosa. Che sappiamo della religiosa, suor Chantal?» «Non molto.» «Voglio che scopra tutto il possibile: chi è, da quanto tempo è nell'ordine, da dove viene, tutto quanto.» Riagganciò con la consapevolezza di dover pianificare la mossa successiva con grande cautela. Se il geologo e la suora avessero agito secondo le
sue previsioni, avrebbero potuto rivelarsi pedine inestimabili e inconsapevoli. In caso contrario, Torino non avrebbe avuto altra scelta se non intervenire, in modo deciso e risolutivo. Digitò il tasto di chiamata rapida sul cellulare. «Marco, sono io. La Chiesa ha bisogno che tu faccia una cosa.» 17 Ross Kelly non sapeva più cosa pensare. Quello che suor Chantal gli aveva raccontato era così assurdo, così delirante che non poteva crederci. Quando aveva affrontato Torino, Ross si aspettava che il papa nero confermasse il suo scetticismo nei confronti della donna, ma le minacce velate del prelato avevano sortito esattamente l'effetto contrario. Avevano rinforzato la credibilità della religiosa. Subito dopo che Torino se ne fu andato, Ross andò a controllare suor Chantal, assopita sul divano. Le mise addosso una coperta, le tolse dalle mani la busta di plastica opaca e salì nell'ufficio di Lauren. Avviò il computer, inserì la password ed esplorò la cartella dedicata al Voynich. Prima di aprire qualsiasi file, comunque, si trovò a fissare la busta della suora. Massaggiandosi le tempie ripensò a suor Chantal seduta in cucina a sorseggiare un dolce caffè macchiato e si sforzò per ricordare ogni singola parola. «Ross, lei sa chi ha scritto il Voynich?» «Non ne ho idea. Ma nessuno lo sa, giusto?» «È stato redatto da un gesuita, padre Orlando Falcon, nella seconda metà del XVI secolo, alcuni anni dopo che il conquistador spagnolo Pizarro aveva sottomesso l'impero inca, gli attuali Ecuador e Perú. È la cronaca della vana ricerca di Eldorado, la leggendaria città dell'oro, per conto di re Carlo di Spagna. Narra l'impresa di padre Orlando e dei conquistadores.» «Credevo che il Voynich fosse un'allegoria, finzione insomma.» La suora scosse la testa. «È il resoconto di una scoperta. Quando Orlando Falcon tornò dal Nuovo Mondo, la Santa Inquisizione era all'apice del suo potere. Non meno di tre Grandi Inquisitori divennero pontefici durante la seconda metà del XVI secolo. Il secondo, Pio V, era in carica quando padre Orlando rientrò a Roma dichiarando di aver trovato un giardino miracoloso la cui esistenza contestava la storia della Genesi. Com'è logico, questo non piacque al papa e ai suoi cardinali. La sua storia gettava dubbi
sul dogma imperante e scardinava la validità delle Scritture. Minacciava tutto ciò che la Chiesa stessa propugnava. Poteva esserci un solo Eden e doveva trovarsi nel regno dei cieli o, per lo meno, nella cristianità. Un secondo giardino dei miracoli non poteva esistere nel Nuovo Mondo, tra pagani e selvaggi, a meno che non fosse opera del demonio. La Curia, però, non poteva ignorare padre Orlando, perché era un gesuita rispettato, un protetto del grande Ignazio di Loyola. Perciò lo condannarono per eresia. Un buon religioso che era stato posseduto mentre era in missione.» «E cosa gli fecero?» «Gli ordinarono di abiurare. Quando rifiutò, lo consegnarono agli aguzzini che gli bruciarono i piedi sui carboni ardenti, ma anche allora non si piegò. Il mattino dopo i suoi piedi erano guariti. Sostenne che quel miracolo era la prova della sua scoperta, ma alla fine confermò solo la convinzione del Grande Inquisitore che Satana possedesse la sua anima. I torturatori gli misero i piedi in una morsa di legno e gli frantumarono le ossa. Stavolta le ferite non si risanarono e il Grande Inquisitore concluse che il demonio era stato esorcizzato. Ma padre Orlando continuò a rifiutarsi di sottoscrivere l'abiura dell'Inquisizione. Lo tennero in una cella per molti mesi mentre decidevano del suo destino. In quel periodo padre Orlando non rimase con le mani in mano.» La religiosa tacque per prendere un sorso di caffè e, nonostante il proprio scetticismo, Ross non vedeva l'ora che ricominciasse. «Quando si rese conto di non potersi fidare nemmeno della Chiesa e che la sua miracolosa scoperta sarebbe finita con lui nella tomba, decise di lasciare un memoriale per un futuro migliore in cui il suo lascito sarebbe stato apprezzato e capito. Deve capire una cosa: padre Orlando Falcon era un uomo eccezionale. Per documentare e proteggere la sua scoperta da coloro che volevano strumentalizzarla, inventò una lingua ibrida, dotata di speciali caratteri. Eccetto alcuni simboli privi di significato, inseriti appositamente per ingannare chi avesse provato a decifrare la sua opera, gran parte del testo e dei disegni descrive i prodigi cui aveva assistito. E fece tutto questo affidandosi solo ai ricordi, rinchiuso in una minuscola cella, menomato dalle torture, impiegando materiali che gli venivano procurati di nascosto. Ovviamente alla fine trovarono il manoscritto e il suo destino fu segnato. Lo chiamarono il Libro di Satana per la scrittura inintelligibile e le immagini di un Eden corrotto. Padre Orlando fu condannato al rogo e il manoscritto a essere bruciato con lui.» «Cosa successe?» «Fu giustiziato, ma un complice nascose il manoscritto in una delle bi-
blioteche gesuite. Padre Orlando desiderava che il libro venisse lasciato in bella vista affinché un giorno fosse ritrovato, decifrato e il suo giardino miracoloso riscoperto.» «Crede che il giardino esista davvero?» Lei lo guardò come una maestra paziente guarda uno scolaro lento di comprendonio. «Esiste.» «Ma questo cos'ha a che fare con Lauren?» «Padre Orlando ha scritto gran parte del manoscritto in un ibrido di due lingue esistenti in modo che potesse venire tradotto. Ma solo da un esperto intelligente, dedito e saggio abbastanza da penetrare la sua mente, decifrare la sua opera e cogliere il significato della scoperta. Qualcuno degno di trovare il giardino.» Ross si ricordò della sera del discorso di Lauren alla Beinecke e di quando lei aveva recitato le parole finali del Voynich: Congratulazioni, saggio compagno, hai letto la mia storia e hai dato perciò dimostrazione di intelligenza, dedizione e saggezza. Di qualsiasi fede o nazione tu sia, Dio ti ha scelto per compiere ciò che non è più in mio potere: proteggere il Suo giardino e far sì che i suoi poteri prodigiosi vengano usati per la Sua gloria. Ross sentì nascere dentro di sé un improvviso desiderio nostalgico. Alcune ore prima, quello stesso giorno, si era licenziato dalla Xplore e aveva saputo della gravidanza di Lauren. Il suo unico problema era la carriera. Beata incoscienza! «Qualcuno come mia moglie?» «Esattamente. Ma padre Orlando fece sì che una sezione chiave del manoscritto fosse impossibile da tradurre. Benché avesse usato gli stessi caratteri del resto del documento, la lingua di quella sezione è inventata di sana pianta. Non potrebbe mai essere decifrata senza prima conoscerne la grammatica o il lessico.» «Perciò mia moglie ha già tradotto tutto ciò che è possibile tradurre?» «Esatto.» «Quindi non sapremo mai cosa c'è nell'ultima sezione...» Suor Chantal rimase in silenzio per un secondo, indecisa se proseguire o no. «Quando padre Orlando tornò a Roma, fece voto di confessare soltanto al papa quello che aveva scoperto. Ma, rendendosi conto di non poter confidare i suoi segreti neppure alle più alte autorità ecclesiastiche, disse all'Inquisizione di aver bruciato gli appunti che aveva preso durante il viaggio. Era una menzogna, però. Li aveva messi al sicuro in una scatola insieme coi suoi effetti personali e, prima di venire bruciato vivo, rivelò al
suo complice dove si trovava quella scatola. Dentro c'era un libretto che forniva le indicazioni dettagliate per il giardino e descriveva gli ostacoli naturali che lo proteggevano.» «Un libretto separato?» «Un libretto distinto che contiene le coordinate per il giardino, redatto nella madrelingua di padre Orlando.» I suoi occhi imperturbabili non si staccavano da quelli di Ross. «Diede al suo complice anche una traduzione dell'ultima sezione di ciò che lei chiama il Voynich.» «E cosa conteneva?» «Il resoconto di un mistero ancor più grande di quello del giardino. Qualcosa che padre Orlando chiamò la Fonte e cui attribuiva il potere che stava alla base del giardino.» Accorgendosi di essersi sporto in avanti, sullo scrimolo della sedia, Ross tornò velocemente ad appoggiarsi allo schienale e incrociò le braccia. «Come fa a sapere tutto questo?» «Perché io sono la Guardiana.» «La Guardiana?» «La Guardiana del giardino. È mio dovere vigilare sulla scoperta di padre Orlando finché qualcuno dotato di abbastanza dedizione, intelligenza e saggezza da capire come disporne non decifri la parte principale del manoscritto. Quando ciò si verificherà, io ho il dovere di incontrare il responsabile, confermarne il merito, consegnargli il libro e passargli il mio fardello. Padre Orlando profetizzò che sarebbe avvenuto nel momento in cui il giardino si sarebbe trovato sotto la minaccia peggiore, e non è mai stato in pericolo come in questo momento.» La sua voce si fece più appassionata. «Anno dopo anno l'umanità si avvicina sempre più a scoprire e abusare del giardino e della sua Fonte. Ogni mese al telegiornale vedo taglialegna, contadini, imprese di costruzioni e compagnie petrolifere violare quella che un tempo era una foresta vergine, fuori dalla portata dell'uomo. Disperavo che il manoscritto venisse mai decifrato finché su Internet non ho letto della traduzione di sua moglie, ho fatto ricerche sul suo passato e ho scoperto il suo amore per la conservazione. Ho capito che era lei.» Suor Chantal frugò nella valigia e ne estrasse una busta di plastica opaca sottovuoto. Nel farlo, una sacca di cuoio cadde per terra. Era impolverata di frammenti di roccia sgretolata. La sua iridescenza metallica ricordò a Ross il campione di schreibersite che aveva regalato a Lauren al ritorno dall'Uzbekistan, ma la traslucidità cristallina era diversa, unica. Esaminò a fondo i frammenti, ma non riuscì a identificare il minerale da cui venivano,
e lui i minerali li conosceva quasi tutti. Spostò l'attenzione sulla busta di plastica opaca. Mentre la suora apriva la chiusura ermetica, un leggero odore di muffa ammorbò l'aria. «Questo è il libretto delle indicazioni per il giardino.» L'anziana tirò fuori un libro e lo aprì con cautela. Le ultime pagine erano di un colore differente e la suora notò che Ross le stava guardando. «Per tenere insieme le pagine, la traduzione della sezione astrologica del Voynich è stata rilegata in fondo, molti anni fa.» Gliela porse. La pelle rugosa del libretto era stata ben conservata, ma era innegabilmente vecchia. «Lo apra. È la dimostrazione delle mie parole. Se sua moglie potesse leggerlo, non avrebbe dubbi.» Ross aprì il libro. Le pagine ingiallite erano riempite da una chiara calligrafia. Con sua sorpresa, si rese conto di riuscire a leggere quasi tutto. «È in spagnolo.» «La lingua madre di Orlando Falcon. Lo scrisse prima di tornare a Roma, ed è giusto che non sia in latino, la lingua della Chiesa. Dopo essere stato tradito, padre Orlando giurò di non fidarsi mai più del Vaticano. E noi dovremmo seguire il suo esempio.» «Ma lei è una suora.» «Essere una suora mi permette di restare nell'anonimato, di impiegare il mio tempo facendo opere di bene nel mondo. Padre Orlando non perse la fede in Dio, ma in coloro che esercitavano il potere da Roma. Non servivano Dio, solo se stessi e il predominio della Chiesa. Sono pericolosi, Ross. E senza scrupoli.» «Non sono un ammiratore della Chiesa cattolica, ma non posso credere che...» «Ci sono persone a Roma che farebbero di tutto pur di proteggere e sostenere la loro adorata Chiesa, persino andare contro la morale cristiana.» Ross avvertì di nuovo la disperazione dietro quello sguardo sereno. Tornò al libro e voltò le pagine con estrema attenzione. Le prime erano ricoperte da alcune illustrazioni rozze ma molto familiari: un fiore ovale che non somigliava a niente in natura e il disegno di una donna nuda dalle strane fattezze. I disegni erano inusitatamente simili a quelli del Voynich. Persino l'elegante scrittura in spagnolo presentava influssi del bizzarro testo del manoscritto. Lo sfogliò sino in fondo, alle pagine scombinate: la traduzione della sezione indecifrabile del Voynich per risolvere la quale Lauren aveva inutilmente posticipato la vacanza. Anche quella era in spagnolo e Ross notò le
innumerevoli occorrenze della parola el origen: la Fonte. Più esaminava il libro, più i suoi occhi vedevano quello che la mente si rifiutava di accettare: che il giardino di Orlando Falcon esisteva davvero. Le implicazioni possibili accelerarono i battiti del suo cuore e affollarono la sua testa di domande. «Dove l'ha preso? Chi gliel'ha dato?» «L'ultimo Guardiano.» «Da quant'è che ce l'ha?» Ancora una volta quegli occhi inquietanti penetrarono nei suoi. «Qualsiasi cosa le dirò non le farà cambiare idea. Sappia solo che, se sua moglie vedesse questo libro, saprebbe che è autentico. Accetti il libro a riprova delle mie parole.» «Vuole che Lauren la succeda come Guardiana? Da quanto tempo ha questo incarico? Quanti ce ne sono stati prima di lei? Come siete stati scelti?» «Basta con le domande. Scoprirà tutto a tempo debito. Sappia solo che ho promesso di proteggere l'eredità di padre Orlando e non avrò riposo finché non consegnerò questo libretto al traduttore del Voynich, sua moglie. Ora la profezia si è avverata, il destino di Lauren è di essere la prossima Guardiana, ma, prima di poter assolvere al suo ruolo e aiutare il giardino, i suoi poteri miracolosi devono aiutare lei, guarirla. Soltanto allora potrà sobbarcarsi il fardello e difendere il lascito di padre Orlando. Non vede, Ross? Non c'è scelta. Dobbiamo tornare al giardino.» Si protese sul tavolo e posò la mano sulla sua. «Ross, lei e io abbiamo bisogno della stessa cosa. Lei vuole che Lauren si svegli. E io non avrò pace fino a quel momento.» 18 Seduto nello studio di Lauren, Ross studiò la busta di plastica opaca che aveva sottratto a suor Chantal mentre dormiva e si mise a meditare sulla paura negli occhi sbarrati della religiosa quando Torino, un alto funzionario della Chiesa cattolica, era apparso in cucina. Era chiaro che, qualsiasi fosse l'opinione di Ross, entrambi credevano che il Voynich fosse più di una semplice storiella. Dischiuse la busta. A eccezione di qualche pagina danneggiata, l'antico libretto era in condizioni straordinarie. Recuperò un dizionario di spagnolo dalla libreria di Lauren, aprì il libro ed esaminò il testo. Per alcuni minuti si concentrò sulle ultime pagine sfalsate, affascinato dai vaghi riferimenti alla origen, la Fonte. Anche il padre generale aveva citato quel termine,
usando la parola latina radix. Poi rivolse l'attenzione alla parte centrale del libretto. Conteneva una serie di indicazioni, inclusi coordinate geografiche, rilevamenti bussola e dati astronomici, tra cui carte che indicavano quali stelle seguire a seconda del periodo dell'anno. C'erano pagine e pagine di istruzioni dettagliate su come trovare il giardino del manoscritto. Non c'era una mappa vera e propria, però, né la possibilità di tracciarne una dalle informazioni contenute. C'era solo il nome di un luogo: la città da cui era partita la ricerca. Tutte le indicazioni successive erano in relazione a quel punto e dipendevano dalla collocazione della bussola, dalla posizione degli astri e dai punti di riferimento. Era come se padre Orlando Falcon avesse concepito la sua ricerca nella foresta come la traversata di un oceano verde inesplorato e avesse indicato la rotta. Per seguire le istruzioni ci si doveva trovare sul punto di partenza e procedere fisicamente nella direzione indicata, ovunque portasse. Sebbene le indicazioni fossero accurate, i rari punti guida avevano nomi vaghi, poetici, compresa la meta che Falcon aveva battezzato el Jardín de Dios, il Giardino di Dio. Anche se quelle indicazioni - vecchie di quattrocentocinquanta anni - fossero state genuine e il giardino fosse davvero esistito, le probabilità di trovarlo erano scoraggianti. Ross tornò a consultare la traduzione del Voynich tra gli appunti sul computer di Lauren e raffrontò l'incipit della storia che descriveva il viaggio verso il giardino col libretto di Falcon: le due versioni combaciavano quasi in tutto. Poi si collegò a internet e cercò Santa Inquisizione. Tre Grandi Inquisitori erano diventati pontefici alla fine del XVI secolo e il secondo era stato in effetti Pio V, proprio come gli aveva raccontato suor Chantal. Cercò Orlando Falcon. Non trovò nulla, ma, quando controllò i dettagli storici della conquista del Nuovo Mondo da parte di Pizarro, la cronologia concordava col periodo in cui Falcon aveva intrapreso la ricerca, secondo le parole di suor Chantal. Eppure, per quanto lo desiderasse, Ross non riusciva a credere nel Giardino di Dio di Orlando Falcon. Era uno scienziato, un geologo. Come poteva esistere un posto del genere? Era troppo fantasioso per essere credibile. Gli faceva male la testa. Era troppo coinvolto. Aveva bisogno di guardare le cose da una certa distanza. Doveva parlare con qualcuno di cui si fidava e che fosse al corrente di tutto. Guardò di nuovo il libretto. Cosa aveva detto suor Chantal? È la dimostrazione delle mie parole. Se sua moglie potesse leggerlo, non avrebbe dubbi. Lauren non poteva leggerlo. Ma
qualcuno di sua conoscenza sì. Alzò la cornetta e compose un numero. 19 Molta gente fraintendeva Elizabeth Quinn. Qualcuno la considerava lesbica solo perché non aveva un compagno. Lei, però, non era omosessuale; provava semplicemente poco interesse per gli uomini. A dire la verità, sebbene professasse l'amore per l'umanità, spesso trovava poco interessanti le persone in genere. Le sue lenti sul mondo avevano due regolazioni: grandangolo e primo piano, senza mezze misure. Si dedicava a problematiche urgenti come il destino del pianeta e adorava la genuinità e la purezza dei problemi matematici particolareggiati, ma per essere un'esperta di linguistica e la figlia di un ambasciatore che aveva viaggiato per tutto il mondo si curava sorprendentemente poco delle chiacchiere da salotto. Magra e statuaria, coi lunghi ricci colorati all'henné, aveva l'aspetto di una principessa guerriera del mondo accademico. Specialmente considerando gli occhiali spessi, i jeans di seconda mano, la giacca di canapa e le magliette che sbandieravano le sue esplicite opinioni su come salvare la Terra, o Gaia, come seguitava a chiamarla. Sotto i ricci rossi, tuttavia, c'era un cervello analitico di prima classe. E dietro quelle magliette SALVIAMO GAIA! batteva un cuore appassionato. In conformità all'insofferenza che provava nei confronti della gente, c'era una sola persona che Zeb apprezzava: la bella, brillante, generosa e grande oratrice Lauren Kelly, cui perdonava persino di aver sposato un petroliere. «Straordinario. È sicuramente autentico», dichiarò, dopo aver sfogliato qualche pagina del libretto di Orlando Falcon. Era arrivata non appena Ross l'aveva chiamata e aveva ascoltato avidamente il racconto su Torino e suor Chantal. «Ne sei sicura?» chiese Ross, camminando su e giù per l'ufficio di Lauren, mentre Zeb sedeva alla scrivania a esaminare il libretto. «Non hai bisogno di più tempo per studiarlo?» «No, questo è indubbiamente della stessa persona che ha scritto il Voynich.» «Come lo sai?» «Senti, potrò aver aiutato Lauren nelle faccende informatiche e matematiche, ma sono anche una specialista in linguistica e filologia e ho trascorso un sacco di tempo sul Voynich. È stato scritto dalla stessa mano. Ne sono
più che certa. Guarda le 'i' e il gambo delle 'g'.» Scosse la testa per lo stupore. «Lauren e io ci siamo chieste spesso se il giardino esistesse davvero.» Ross si fermò. «Anche se è assolutamente impossibile?» «Perché dici così? Intendi dire che voi geologi avete scoperto tutto quello che c'era da scoprire? La gente trova cose nuove di continuo. Ricordi, un paio di anni fa, quando in Congo hanno individuato una nuova specie di gorilla? Per non parlare di quella nuova razza di pigmei in Indonesia ribattezzati hobbit e delle innumerevoli nuove specie di piante e animali che vengono rinvenute continuamente nelle foreste vergini. Perché mai non potrebbe esistere un giardino così, nascosto da qualche parte?» «Un giardino miracoloso? Non pensi che qualcuno avrebbe già dovuto trovarlo a questo punto?» Zeb diede un colpetto sul manoscritto. «Evidentemente qualcuno l'ha trovato: Orlando Falcon, quattro secoli e mezzo fa.» «Ma io sono uno scienziato.» «Perché, io no? Ma il nostro lavoro è risolvere i misteri, non archiviarli. Applica il metodo scientifico, Ross. Sviluppa un'ipotesi. Ecco una bella sfida. Poniamo che il giardino esista. Puoi, come geologo, cercare d'ipotizzare la natura della sua esistenza?» «In parte sì.» «D'accordo, diamoci sotto.» Zeb afferrò il mouse e, mentre scorreva la traduzione di Lauren, Ross andò a sedersi accanto a lei. La nostra ricerca nacque sotto una cattiva stella. Partimmo dalla foresta tropicale sulle montagne. La bruma era così densa da impedirci di vedere persino i nostri piedi. Nella prima settimana, sette soldati caddero morti, scomparendo nel bianco vuoto spettrale. Quando alla fine scendemmo in pianura, ci attendeva una foresta impenetrabile, solcata soltanto da un fiume impetuoso. Costruimmo delle zattere e lasciammo che la corrente ci trascinasse nelle ignote profondità verdeggianti. Per giorni interi fummo in balia del fiume, tra rocce e rapide turbinose, sinché alla fine non arrivammo a una cascata. Due delle zattere finirono frantumate, risucchiate dalle acque tumultuose, e tutto l'equipaggio a bordo annegò. Le imbarcazioni rimaste sopravvissero puntando dritte verso la cascata. Dopo aver contato le perdite, proseguimmo per uno stretto corso d'acqua, popolato da creature simili a draghi, dove più della metà di noi incontrò la morte.
Abbandonammo le zattere per aprirci un varco nella giungla impenetrabile. Ormai i conquistadores avevano preso il posto dei conquistati. La giungla, infestata da animali e malattie, era così densa che il tempo perse ogni significato. Il giorno e la notte divennero una cosa sola. Durante la marcia, i serpenti velenosi mordevano i piedi e le gambe dei soldati, per poi svanire nel groviglio del sottobosco, mentre altre creature invisibili ci braccavano dagli abissi smeraldini della foresta. Persi subito la speranza di trovare la mitica città dell'oro. La morte era l'unica cosa che avremmo scoperto. Sperduti, decimati di numero, mostrai al capitano il diario su cui avevo annotato i punti di riferimento, i rilevamenti bussola e la posizione delle stelle. Ci avrebbe riportati a casa, gli dissi. Ma le sue istruzioni erano esplicite: non potevamo tornare senza l'oro. Zeb guardò Ross. «Fin qui, niente di strano.» «D'accordo, va' avanti.» Zeb fece scorrere il testo fino al punto in cui Falcon e i soldati seguivano quella che credevano una vena aurifera e s'imbattevano nel Giardino di Dio. Ci addentrammo nella giungla infernale. Esausti e disperati, superammo numerosi ostacoli prima di entrare in una grande caverna, una cattedrale di pietra. Seguimmo il filone scendendo verso una cavità svettante, calda come un forno, illuminata da una sola apertura nella volta rocciosa. La vena d'oro ci condusse ancora più in basso, presso un fiume di lava attraversato da un ponte di pietra nera. Lo percorremmo e ci spingemmo in altre cavità dove l'aria era venefica, satura di zolfo, e le pareti trasudavano una pioggia corrosiva. Ci coprimmo la bocca, ci proteggemmo gli occhi e andammo oltre, ma allora mi feci prendere dal terrore perché temetti di essere sul punto di entrare all'inferno vero e proprio. Finalmente scorsi un filo di luce. Poi un suono dolce e soprannaturale mi risuonò nelle orecchie. Mi precipitai verso la luce e fui quasi accecato dalla bellezza di ciò che mi si presentò alla vista. Non era l'inferno, ma il paradiso terrestre, il giardino dell'Eden... «Tutto chiaro?» chiese Zeb. «Penso di sì. La vena potrebbe essere d'oro o di pirite. Il fiume di lava sotterraneo e le caverne sulfuree stillanti acido solforico sono entrambi fe-
nomeni geologici possibili e spesso concomitanti.» «Bene. Una luce li guida all'esterno in un giardino pieno di strane piante mai viste al mondo e cinto da tutti i lati da una parete rocciosa strapiombante. Che mi dici di questa strana flora?» Nonostante il suo scetticismo, Ross iniziò a rispondere a Zeb con entusiasmo. «Se il giardino è circondato da lava, potrebbe aver sviluppato un ecosistema unico e irripetibile, completamente indipendente dalla giungla limitrofa. Non molto tempo fa un ragazzino ha scoperto un ecosistema preistorico in Israele, rimasto sigillato per milioni di anni. La caverna di Ayalon è nera come la pece, lunga due chilometri e mezzo, comprende un lago che giace sotto strati di gesso impermeabile. Il suo ecosistema non è alimentato dal sole, ma dalle creature che ossidano lo zolfo come fonte di energia. Sono già state trovate almeno otto nuove specie che risalgono a milioni di anni fa.» «Hai visto? Non è poi così difficile.» Zeb scorse ulteriormente il testo. «E che ne pensi di un lago perfettamente circolare al centro, alimentato da un ruscello di acqua luminescente che proviene dalle grotte al lato opposto del giardino?» «Laghi circolari non sono una rarità: c'è un lago perfettamente rotondo nel mezzo della foresta pluviale congolese. Persino l'acqua luminosa potrebbe essere l'effetto di qualche fosforescenza.» Poggiando una mano sulla spalla di Zeb, indicò un'immagine sulla scrivania di Lauren. «Cosa sono queste donne nude col ventre rigonfio che vivono in caverne proibite e sono dotate di una voce cristallina? Come si chiamano?» «Gli studiosi le hanno sempre chiamate ninfe, ma nel Voynich sono chiamate Eva.» «D'accordo, e cosa ci fanno lì? E le altre creature che compaiono nel manoscritto?» «Hai detto che il giardino potrebbe avere un proprio ecosistema indipendente in cui piante e animali si sono evoluti a prescindere dal mondo esterno. Le ninfe e le altre creature potrebbero essere come quegli hobbit trovati su una sperduta isola indonesiana, o le nuove specie fossili rinvenute in quella caverna in Israele.» «Suppongo sia plausibile.» Zeb scrollò le spalle. «È così che deve essere un'ipotesi per chiamarsi tale: plausibile.» Ross picchiettò sullo schermo del computer. «Va bene, ma qui cominciano a sorgere i problemi.» Recitò il testo a voce alta: «Quando i soldati
feriti si nutrirono delle piante e bevvero l'acqua del lago, le loro ferite e le loro ossa rotte guarirono come per miracolo. Persino quelli in punto di morte si ripresero e tornarono in piena salute». Zeb si passò le dita tra i boccoli rossi. Quello era un punto critico. Lei voleva credere nel giardino. Amava l'idea che fosse l'essenza nutritiva di Gaia: il cuore di Madre Terra entro il quale tutto era possibile. Ma la parte rigorosa, matematica della sua mente sapeva che quel desiderio non bastava a tramutare i sogni in realtà. Aveva bisogno di un motivo per credere. «D'accordo, stiamo ancora giocando a fare ipotesi. Come spiegheresti l'esistenza di un giardino unico nel suo genere, isolato, con un ecosistema evoluto in modo indipendente, dove acqua e piante hanno proprietà curative miracolose?» «Orlando Falcon pensava fosse un luogo divino, il Giardino di Dio.» «Ma lui era un prete. Tu sei un geologo, uno scienziato. Come te lo spieghi, tu?» Ross scosse la testa e alzò lo sguardo verso la stampa appesa alla parete sopra la scrivania di Lauren: un planisfero centenario. Ampie zone dell'antica cartina erano contrassegnate come Terra Incognita, e gli oceani presentavano disegni di mostri marini con l'avvertimento: Attenzione! Qui vi sono i draghi. Ross studiò la mappa per alcuni istanti, poi sul suo viso apparve una strana espressione, come se avesse visto o pensato qualcosa cui non riusciva a credere. Zeb colse l'emozione nei suoi occhi. «Che ti prende? Parla!» 20 Ross non le rispose subito. Continuò a fissare la vecchia cartina sopra la scrivania di Lauren. Mentre esaminava quel planisfero romantico e incompleto, lo paragonò con la precisa mappa geologica terrestre della Xplore, che mostrava non solo la superficie dell'intero pianeta, ma anche cosa vi si trovava al di sotto. L'idea in nuce, l'intuizione che lo aveva esaltato gli era venuta l'ultima volta che aveva usato la mappa della Xplore: per presentare la sua teoria sull'olio antico a Underwood e Kovacs nel giorno del suo licenziamento. Tolse il mouse dalla mano di Zeb e ritornò indietro fino alla descrizione del fiume di lava e delle velenose grotte sulfuree da cui colava una pioggia caustica. Si ricordò delle condizioni tossiche dominanti agli albori del mondo e gli sovvenne un collegamento così stravagante da non poter esse-
re fondato. O sì? Nonostante l'incredulità, il cuore prese a battergli più forte. Era un'ipotesi che poteva dare una giustificazione a tutto. Passò oltre, alla parte della storia in cui i soldati morivano nella ricerca di qualcosa di misterioso celato nelle cavità inaccessibili all'altro capo del giardino, convinti che si trattasse di un tesoro. Il saggio religioso tentò di fermarli, ma vennero tutti uccisi e il fiume si tinse del rosso del loro sangue. Ross afferrò il libretto di indicazioni di Orlando Falcon e andò dritto alle pagine che rivelavano la traduzione dell'ultima impenetrabile sezione del Voynich. Nello scartabellare il testo, Ross continuava a notare la parola el origen, la Fonte. Tutto puntava alla sua ipotesi, per quanto bizzarra. «Allora?» insistette Zeb, gli occhi enormi dietro le spesse lenti. «A che stai pensando?» Lui si sforzò per riordinare il guazzabuglio di pensieri. «Un dato di fatto: c'è stato un momento prima del quale la Terra era sterile e dopo il quale non lo era più. E, considerando il valore di questo momento improbabile, prodigioso ma inconfutabile nella storia del pianeta, allora tutto diventa possibile.» «Stai parlando del momento in cui sulla Terra è nata la vita?» «Non soltanto del momento in cui si è accesa la prima miracolosa scintilla vitale, ma anche del modo in cui si è verificato e, cosa ancor più importante, del luogo.» Zeb annuì lentamente. «Ti seguo, stiamo parlando del tempo e del luogo in cui la vita è iniziata sulla Terra. Va' avanti.» Sciorinò il resto in una serie di «se» e di «allora». «Se, come suggerisce un crescente numero di prove, i germi della vita sono derivati da amminoacidi asteroidali che sono caduti sul pianeta quattro miliardi di anni fa, e se il luogo in cui l'asteroide ha colpito la crosta terrestre si è conservato - proprio come si sono conservate le rocce superficiali di Isua in Groenlandia occidentale di tre miliardi e ottocento milioni di anni fa e l'Acasta Gneiss nel Canada nordoccidentale, vecchio di quattro miliardi di anni - allora il Giardino di Dio, l'Eden di Orlando Falcon, potrebbe essere l'epicentro della vita, il ground zero, il punto originale dell'impatto, chissà come cristallizzato nello spazio e nel tempo. Nella sezione conclusiva, Falcon cita persino qualcosa che chiama el origen, la Fonte.» Tacque, ma Zeb non fiatò, aveva il volto pallido e non gli staccava gli occhi di dosso. «Inoltre, se il giardino, o la sua Fonte, esiste e se segna il punto in cui è iniziata la vita, allora potrebbe contenere ancora il brodo primordiale, l'antenato del DNA, e questo potrebbe spiegare la stranezza della flora e della fauna e le sue
proprietà miracolose.» Ci fu una pausa di silenzio prima che Zeb parlasse. Quando lo fece, la sua voce non era più che un sussurro. «Perciò, come ha detto la suora, c'è qualcosa nel giardino che potrebbe curare Lauren?» «Sì», rispose Ross, percependo la prima vampa di speranza. Se quello strano giardino corrispondeva alla sua ipotesi, allora non solo lui avrebbe potuto salvare Lauren, ma avrebbe anche scoperto il Santo Graal della geologia, forse il Santo Graal di tutte le scienze: l'origine stessa dell'esistenza. Zeb ricadde indietro sulla sedia, tenendosi la testa tra le mani e scoppiando in una risata nervosa. «Cazzo... Il Giardino di Dio nel Voynich è il grembo di Gaia, la culla della vita sulla Terra. Cazzo, Ross, è un'ipotesi bomba. Non mi meraviglio che quel prete sia uscito dai gangheri.» «Be', dobbiamo ancora dimostrare l'ipotesi.» «Niente di più facile», disse Zeb, prendendo in mano il libretto di Orlando Falcon. «Troviamo il giardino.» La mente di Ross andò subito a Lauren e al bambino che portava in grembo e l'entusiasmo si affievolì. «Non posso abbandonare Lauren per andare a caccia di farfalle, ora che ha più bisogno di me.» «Non è una caccia alle farfalle», intervenne una voce alle loro spalle. Ross si voltò. «Da quant'è che è lì?» «Abbastanza da aver sentito la sua teoria.» «Lei dev'essere suor Chantal. Salve, sono Zeb Quinn. Ho lavorato con Lauren al manoscritto.» «Piacere di conoscerla, Zeb.» Suor Chantal attraversò la stanza e prese le mani della ragazza nelle sue, poi afferrò il libretto di Falcon e se lo strinse al petto. «Allora? Venite con me a cercare il giardino?» «Conti su di me», affermò Zeb. «Ehi, non così in fretta», disse Ross, ancora incerto se crederci o no e su cosa fosse meglio per Lauren. Indicò il libretto. «Anche se il giardino esistesse, alcuni indizi sono piuttosto criptici, a dir poco.» «Io posso interpretarli», replicò suor Chantal. «Davvero? E come fa a esserne sicura?» «Sono la Guardiana. Li ho già seguiti in passato.» «Per arrivare al giardino?» Ross era incredulo. «Lei c'è stata?» «Sì.» «E allora perché ha bisogno di noi per tornarci?» «Perché sono vecchia, il viaggio è lungo, irto di difficoltà ed è passato tanto tempo.» Picchiettò sul libretto. «Per trovare la strada, dobbiamo se-
guirlo passo dopo passo.» Ross si massaggiò le tempie per lo sconforto, incapace di determinare se la vecchietta stesse dicendo il vero o fosse una mitomane delirante. «Sorella, voglio credere alla sua storia. Vorrei davvero credere all'esistenza di un giardino miracoloso che possa curare mia moglie. Ma, se pensa che abbandoni Lauren nelle sue condizioni attuali solo perché lei sostiene che è vero e che c'è stata, allora si sbaglia di grosso.» «E la sua teoria?» «Non si tratta di un esperimento scientifico. Non posso lasciare mia moglie per verificare un'ipotesi assurda. Serve qualcosa di più. Ho bisogno di una prova.» «Le ho mostrato il libro.» Lui scosse la testa. La religiosa rimase in silenzio per un attimo. «Avevo qualcosa che avrebbe potuto convincerla dei poteri di guarigione del giardino, ma non era abbastanza. L'ho usato tutto...» Si ammutolì di nuovo e rivolse i suoi begli occhi a Ross. «Su Lauren.» A Ross balzò il cuore in petto e colse un'espressione sbigottita anche sul volto di Zeb. «Cos'ha detto?» D'un tratto gli tornò in mente di aver sorpreso suor Chantal inginocchiata al capezzale di Lauren, vicino al sondino gastrico. Poi ricordò la sacca di pelle vuota della suora. «Cosa le ha dato?» Lo sguardo della donna era imperturbabile. «Quel poco che mi rimaneva, non molto. È stato un gesto disperato, ma volevo guarirla con tutta me stessa. Gliene avrei somministrato di più, se me ne fosse rimasto. Sono certa che abbia avuto qualche effetto, ma purtroppo non basterà a curarla.» «Cosa le ha dato esattamente?» chiese Zeb. Ross balzò in piedi e andò al telefono. Che gli saltava in mente? Non esisteva nessun giardino. La suora non solo farneticava, aveva anche avvelenato sua moglie. «Cos'ha fatto? Per l'amor di Dio, me lo dica!» Il telefono squillò non appena le sue dita lo sfiorarono. Mise il vivavoce e fulminò suor Chantal con lo sguardo. «Pronto?» «Ross, sono Diana.» La madre di Lauren sembrava senza fiato. «Ti chiamo dall'ospedale.» Zeb impallidì e qualcosa di gelido si snodò nello stomaco di Ross. «Che c'è che non va? È successo qualcosa?» «Non preoccuparti, Ross, va tutto bene. C'è stato un piccolo ma significativo miglioramento. Hanno tolto il respiratore a Lauren. Respira da sola e il bambino riceve più sangue e ossigeno. Mi hanno avvertito di non entu-
siasmarmi troppo perché la prognosi non è cambiata, ma il bambino sta meglio, almeno un pochino.» All'improvviso Ross fu attraversato da un'ondata di sollievo e di sconcerto. Poteva essere una coincidenza? Continuò a fissare la suora. «Quando l'hanno scoperto, Diana?» «Meno di un'ora fa.» «Hanno idea di come sia successo?» «Non ancora. Stanno facendo esami e controlli. Ma i dottori dicono che è molto raro che si verifichino miglioramenti improvvisi di questo tipo. Francamente, Ross, è un piccolo miracolo.» «Arrivo.» «Non importa. È tardi e, come ti ho detto, le stanno facendo degli accertamenti. Resterò con lei fino a mezzanotte. Perché non vieni domattina presto?» «Va bene, farò così. Grazie della telefonata.» «A domani. Buonanotte.» Riagganciò e per un lungo istante non proferì parola, tentando di elaborare cosa fosse appena capitato. Non sapeva se sentirsi riconoscente o arrabbiato per l'intercessione della suora. Fu Zeb a rompere il silenzio. «Ha dato a Lauren qualcosa dal giardino?» «Sì.» «Cosa, esattamente?» chiese Ross. «Non importa. Ormai è finito. Quello che conta è che non è bastato e non ne resta altro. Ce ne vorrà di più. Molto di più.» D'un tratto sembrò esausta. «Ross, non importa in che modo le spieghi l'esistenza del giardino di padre Orlando - religioso, scientifico o spirituale -, sappia solo che ha il potere di curare sua moglie e molto altro ancora.» Si accasciò sulla sedia accanto a lui. «E non ci resta molto tempo per trovarlo. La medicina che ho dato a Lauren era quella che avevo risparmiato per me stessa, per sostenermi nell'arduo viaggio. Sono fragile, le forze mi stanno abbandonando e senza di me a interpretare le indicazioni ho paura che non lo troverete mai. Perciò, qualunque sia la sua decisione, Ross, la prenda in fretta. Al più presto. Perché io ho intenzione di partire, con o senza di lei.» 21 Quella notte, Ross sognò la sua fragile famiglia appesa a un filo: Lauren e il bambino nel suo grembo, entrambi aggrappati alla vita, quest'ultimo
che cercava disperatamente di venire al mondo, la prima che lottava per non lasciarlo. Mentre dormiva, l'assassino un tempo noto come La mano sinistra del diavolo eseguiva con fare furtivo le istruzioni del suo mandante. Per prima cosa, attaccò delle cimici alla linea telefonica di Ross. Poi, alle prime luci dell'alba, penetrò nei corridoi deserti del Sacro Cuore indossando il camice di un inserviente e una borsa nera in mano. Quando fu certo di essere solo, entrò nella stanza trentasei del reparto di Neurotraumatologia. Avvicinandosi al letto, controllò il nome sulla cartella e aprì la borsa. Per un lungo istante rimase a contemplare la sagoma inerte della paziente, ad ascoltare il suono ritmico dei macchinari che la tenevano in vita. In tutto quel tempo il suo viso si mantenne inespressivo, senza tradire nessun accenno alla natura dei suoi pensieri. Infine rovistò nella borsa ed eseguì quello che il padre generale gli aveva ordinato di fare. Una volta finito, lanciò un'ultima occhiata al letto e se ne andò. Nessuno aveva fatto caso alla sua presenza e, anche se la paziente l'avesse visto, non era certo in grado di raccontarlo. 22 Ross aveva sperato di alzarsi il mattino seguente con un piano d'azione ben definito in mente, ma quando aprì gli occhi era confuso come quando li aveva chiusi. Allora si recò all'ospedale con suo padre, ma le parole del neurologo non furono di grande aiuto. «Lauren è decisamente migliorata, per quanto non riusciamo a capirne il motivo», disse Greenbloom nel suo studio. «Adesso può respirare senza macchinari e l'ematoma intorno al tronco encefalico è regredito. Le radiografie rivelano inoltre che alcune delle fratture vertebrali non sono più visibili, un altro fatto che non riesco a spiegare. Tutto questo è un bene, ma le nostre aspettative non sono cambiate. È ancora in coma profondo, livello uno nella scala Rancho e tre nella Glasgow Coma Scale e non abbiamo ragione di credere che la sua prognosi sia migliorata.» «E il bambino?» «La prognosi del bambino è parzialmente migliore, ma non direi ancora che sia fuori pericolo.» «Perciò lei dice che c'è stato un miglioramento improvviso, e inspiegabile, però le prospettive non sono affatto mutate?» «Purtroppo è così.»
Per quanto Ross fosse contento della rimozione del tubo dalla trachea di Lauren e della scomparsa del suono meccanico e senz'anima del respiratore, dopo il responso di Greenbloom era impossibile sentirsi rinfrancati. Mentre faceva colazione con suo padre alla piccola mensa dell'ospedale, Ross continuava a riflettere sul giardino di padre Orlando. Aspettò che suo padre finisse le uova e le frittelle prima di metterlo al corrente. Si aspettava che da uomo con la testa ben piantata sulle spalle qual era si mettesse a scuotere il capo e chiedesse a Ross perché perdeva tempo dietro tutte quelle fesserie. Invece strinse con le grandi mani callose la tazza di caffè e si accigliò pensieroso. «Quello che ho imparato da una vita come contadino è che la natura ha modi strani di sorprenderci. Perciò non sarò io a dire che quel giardino non esiste. Figliolo, sei l'unico che ha studiato. Cosa ne pensi? Potrebbe essere vero?» Ross vagliò di nuovo la sua ipotesi e si strinse nelle spalle. «Credo sia possibile, almeno in teoria.» «Potrebbe essere di aiuto a Lauren? Da qualche parte ho letto che le foreste del mondo sono piene di medicine e cure di cui la scienza moderna non sa ancora nulla.» Ross ripensò al miglioramento di Lauren. «Anche questo è possibile.» «Ora come ora, la parola 'possibile' mi sembra già tanto», affermò il padre. «Ha un suono molto più bello di ciò che continua a dirci il dottor Greenbloom.» Rimase in silenzio e fissò Ross. «Senti, non sei mai stato uno che se ne sta lì seduto ad aspettare che succeda qualcosa. Cos'è che ti frena?» «Abbandonare Lauren e il bambino. Se dovessi partire alla ricerca di quel posto, dovrei farlo come si deve. Sarei lontano, in mezzo al nulla, come minimo per un paio di mesi.» Una fiamma si accese nello sguardo solitamente calmo del padre. «Ti dico una cosa, ragazzo. Se avessi potuto fare qualcosa, anche l'impresa più azzardata, per salvare il tuo fratellino mai nato tanti anni fa, o tua madre quando le diagnosticarono il cancro, non ci avrei pensato un momento.» Sorrise tristemente. «Sei fortunato, figliolo. Tu puoi fare qualcosa. Non conosco bene il tuo lavoro, ma capisco che consiste nel trovare delle cose. È quello che fai e che ti riesce meglio. Se c'è persino la più magra possibilità che quel giardino esista, solo tu puoi trovarlo. E, se salvare Lauren e il bambino significa abbandonarli per qualche mese, allora che aspetti? Penserò io a tutto. Tra l'altro, presto venderò la fattoria. Il mio cuore non è più quello di un tempo e tu non la vuoi. Il vecchio Lou Jackman mi ha fatto
un'offerta onesta e ho intenzione di andare in pensione. Quindi non preoccuparti per Lauren e per il mio nipotino. Lasciali alle cure mie e di Diana.» Ross provò uno slancio di gratitudine e speranza. «Sei sicuro, papà?» «Diavolo, figliolo, non sono mai stato così sicuro in vita mia. Va' a salutare Lauren, spiegale perché te ne vai e poi fa' di tutto per salvarla. Perché, se resterai senza far nulla, potresti pentirtene per il resto della tua vita.» Carico di nuova risolutezza, Ross s'incamminò verso la stanza di Lauren ed estrasse il cellulare. L'entusiasmo nella voce di Zeb Quinn lo fece sorridere. «Ehi, Ross, ti sei deciso?» «Sei ancora disposta a partire?» «Puoi scommetterci. Allora andiamo?» «Sì, andiamo.» «Sei d'accordo a lasciare Lauren?» «Sì, sono d'accordo», rispose lui, cercando di reprimere i dubbi. «Ma solo perché lo faccio per lei.» 23 Dopo essersi tolto la salopette, Marco Bazin si sedette sul letto del motel Best Western, ad alcuni metri dal Sacro Cuore, e attese che Ross Kelly ricomparisse sul suo schermo. Le immagini sul portatile e i suoni nelle cuffie provenivano dalla telecamera di sorveglianza wireless e dal microfono che aveva nascosto la notte precedente nella cornice sopra il letto di Lauren Kelly. Torino credeva che, qualunque fossero i piani di Ross, avrebbe aperto il suo cuore alla moglie in stato comatoso. Bazin era rimasto in attesa in un hotel di Manhattan finché il padre generale non lo aveva chiamato la sera del giorno precedente. Le sue istruzioni erano state criptiche ed esplicite allo stesso tempo: una suora traditrice aveva stretto un'alleanza col geologo ateo e insieme i due costituivano un pericolo mortale per la Santa Madre Chiesa. Minacciavano di compromettere e strumentalizzare un posto sacro dotato di grandi poteri che apparteneva di diritto alla Chiesa, solo e soltanto alla Chiesa. All'inizio, Ross doveva essere piantonato. Ma, se avesse minacciato di annunciare ai quattro venti qualche dettaglio della ricerca, allora Bazin aveva il dovere di catturare la suora e mettere a tacere Ross. Definitivamente. Torino era stato molto chiaro su quel punto. Dopo aver installato una semplice spia sulla linea telefonica di casa
Kelly, Bazin era andato dritto all'ospedale per nascondere l'apparecchiatura di sorveglianza. Negli ultimi venti anni i ferri del suo mestiere erano diventati sempre più sofisticati. Non era più sufficiente essere capaci di maneggiare un'arma. La sopravvivenza ormai dipendeva dall'abilità di districarsi in tutta una vasta gamma di tecnologie. Bazin si alzò, subito all'erta. Sullo schermo, vide Ross entrare nella stanza e sedersi accanto alla moglie in coma. Il modo tenero con cui le teneva la mano suscitò in Bazin uno spontaneo moto di commozione, che si apprestò subito a sopprimere. Schiacciò il pulsante di registrazione sullo schermo del portatile ed entrò nella casella e-mail di Torino per inviargli i file video crittati in tempo reale. Se Ross avesse rivelato qualcosa, lo avrebbe fatto in quel momento. Toc toc. Il rumore penetrò nelle cuffie di Bazin, che esclamò: «Non ho bisogno del cambio. La stanza è a posto». Toc toc. Più forte. «Ho detto: no, grazie.» Toc toc. Ancora più forte. Bazin si sfilò le cuffie, impugnò la Glock vicino al letto e si avviò verso la porta. Controllò dallo spioncino. Lo scocciatore stava troppo vicino e gli bloccava la visuale. Girò il chiavistello e aprì la porta. «Non ho bisogno...» Clic. Prima che Bazin potesse indietreggiare nella stanza, aveva una pistola, non dissimile dalla sua, puntata alla tempia. «Mettila giù. Con calma.» Bazin continuò a tenere lo sguardo fisso davanti a sé e posò l'arma sul pavimento. «Cavolo, un gioco da ragazzi. Sapevo che avevi avuto un brutto male, che avevi perso un coglione o qualcosa del genere. Ma non immaginavo che La mano sinistra del diavolo fosse diventato una femminuccia. Entra nella stanza.» L'uomo calciò la pistola di Bazin, poi richiuse la porta. Bazin riconobbe Vinnie Pesci, il tirapiedi americano della famiglia Gambini. Don Gambini aveva assoldato Bazin in passato. Da quando aveva offerto i suoi servigi a Torino, Bazin aveva tenuto una condotta cauta, era stato attento a usare una serie d'identità e passaporti falsi, ma aveva sempre saputo che sarebbe arrivato il giorno in cui la sua vecchia vita lo avrebbe raggiunto. «Cosa vuoi? Sono in pensione. Ho restituito i soldi che i Gambini mi avevano versato per l'ultimo colpo.»
«Non è così che va. Nessuno si ritira finché non lo dice Don Gambini. E, comunque, lui immagina che tu sia nella merda fino al collo e che ora lavori per i Trapani.» «Te l'ho detto. Mi sono ritirato.» «Ah, sì?» Pesci indicò il portatile e le cuffie sul letto. Sullo schermo Ross era intento a parlare con la moglie. «Stai lavorando per qualcuno. Ecco il punto: il vecchio vuole la mano sinistra del diavolo... in una busta. E, quello che Don Gambini chiede, Don Gambini ottiene.» Bazin non disse nulla, si limitò a socchiudere gli occhi. Prima della malattia, Pesci non avrebbe mai osato affrontarlo da solo. Pesci frugò nella giacca e tirò fuori una sega chirurgica e un telo di plastica ripiegato, che gettò sul pavimento. «Ho sempre ammirato il tuo stile, consideralo una sorta di omaggio. Conosci le regole. Stendi il telo e ti finirò velocemente. Proprio come facevi tu. Fa' lo stronzo e ti taglio la mano mentre sei ancora vivo.» Bazin scosse la testa. «Non farlo, Vinnie. Non costringermi a ucciderti.» Pesci scoppiò a ridere. «Uccidermi? Di che cazzo parli?» «Non posso permetterti di ammazzarmi prima di aver ottenuto l'assoluzione.» Pesci puntò la pistola all'inguine di Bazin. «Te la darò io l'assoluzione, amico. Stendi il telo e inginocchiati come un bravo chierichetto. O ci penserò io a metterti in ginocchio. Mi stai ascoltando?» Nella sua mente - e nei suoi incubi - Bazin aveva vissuto quel momento molte volte, chiedendosi cosa avrebbe fatto per salvarsi se uno come lui, La mano sinistra del diavolo, fosse venuto a reclamarlo. La risposta era sempre la stessa: non molto. A meno che l'assassino non avesse fatto un passo falso. Per fortuna fu così: Pesci non aveva aperto il telo prima di gettarlo sul pavimento. Bazin lo raccolse e glielo scosse davanti, come per togliere le pieghe dalle lenzuola di lino appena lavate. La plastica nera ondeggiò come una vela opaca, schermando per un momento Bazin dalla vista di Pesci. In quell'istante Bazin si avventò sull'americano. Prima che Pesci riuscisse a far fuoco, Bazin localizzò il plesso solare dell'uomo con la mano sinistra e la trachea con la destra. Il colpo al plesso solare lo immobilizzò. Quello alla trachea lo uccise. In piedi dinanzi al corpo di Pesci, Bazin non provò né euforia né sollievo. Non solo aveva più bisogno che mai di assoluzione, ma sapeva che Gambini avrebbe mandato un altro Vinnie Pesci a dargli la caccia, poi un
altro ancora, finché prima o poi non sarebbe finito in un telo di plastica nera e sepolto in qualche tomba abbandonata. Se voleva vivere abbastanza a lungo da guadagnarsi il perdono, doveva trovare un posto dove Gambini e i suoi vecchi nemici non potessero scovarlo. Uno dei due cellulari vicino al letto iniziò a squillare. Per un secondo Bazin rimase impalato a fissarlo, a chiedersi chi potesse essere. Poi si rese conto che era il telefono che gli aveva dato Torino. Solo il prete conosceva quel numero. «Stai guardando?» Il fratellastro sembrava col fiato in gola per l'esaltazione. Bazin tornò a rivolgere lo sguardo verso il portatile. «Vedo Ross Kelly che parla alla moglie.» «Non stavi ascoltando?» «Ero occupato.» «Ascolta cosa dice poi manda indietro la registrazione, ma non dire a nessuno cosa sentirai. Dopo di che avrò bisogno di te ancora una volta. E, se farai come ti dico, ti prometto che sarai assolto da tutti i peccati dal Santo Padre in persona.» Bazin abbassò lo sguardo verso il corpo di Pesci. «Cosa devo fare?» «Ross Kelly e la falsa suora che si è recata da lui ieri stanno per lasciare il Paese. Porteranno qualcuno con sé, una ricercatrice di nome Quinn. Ho delle questioni da sistemare in Vaticano, ma voglio che tu li segua e non li perda mai di vista.» «Dove sono diretti?» «Ascolta cosa sta dicendo Ross. Capirai tutto. Sta' alle costole dell'uomo e della suora, ovunque ti portino. Abbandoneranno il sentiero battuto verso il cuore della foresta. Credi di farcela?» Bazin pensò agli scagnozzi di Gambini e a tutti quelli che gli sarebbero stati col fiato sul collo. Poteva scomparire nella foresta. Poi pensò al Santo Padre che gli restituiva una fedina pulita e gli offriva la redenzione. «Sì. Per me va bene.» PARTE SECONDA TERRA INCOGNITA 24 Perú
Il terzo Paese più grande del Sudamerica si estende appena al di sotto dell'equatore, sulla costa nordoccidentale del subcontinente, ed è diviso in tre regioni: la stretta costa pacifica a occidente, che comprende la capitale, Lima; la possente sierra andina, che corre come una colonna vertebrale storta sul lato occidentale dell'America latina; e la regione orientale, che copre più di metà del Paese e costituisce la porzione a ovest del favoloso bacino amazzonico. E proprio l'Amazzonia fa sembrare piccola una nazione relativamente grande come il Perú. Il suo fiume leggendario percorre l'intero subcontinente, dalle Ande peruviane a ovest all'oceano Atlantico a est, per una distanza di oltre seimila chilometri. Il Rio delle Amazzoni, comprensivo dei suoi affluenti, possiede addirittura un quinto delle acque dolci del mondo superando la somma delle portate dei sei fiumi maggiori - e il suo flusso è così potente da desalinizzare le acque dell'Atlantico per più di ottocento miglia dalla linea costiera. Marajó, un'isola sulla foce del Rio, è grande come la Danimarca. La foresta amazzonica non può che essere definita maestosa. Occupa una superficie di oltre sette milioni di chilometri quadrati - ancora in parte inesplorata - e rappresenta oltre la metà di foresta pluviale della Terra. Brulicante di vita, ospita una biodiversità unica al mondo: più di due milioni di specie di insetti, centomila di piante, duemila di pesci e seicento di mammiferi, considerando solo quelle conosciute. Ogni anno ne vengono scoperte di nuove. L'Amazzonia è anche la fonte di molti minerali rari e preziosi. Leggere quelle informazioni sulla guida incoraggiava e al tempo stesso scoraggiava Ross Kelly, mentre il volo interno della Aerocondor sorvolava le Ande dall'Aeropuerto Internacional Jorge Chavez verso gli altipiani settentrionali. La vasta estensione dell'Amazzonia sottolineava quanto fosse difficile trovare quello che lui cercava, ma assicurava pure che nella foresta sconfinata e misteriosa poteva nascondersi di tutto, persino il giardino magico di Falcon. Dopo aver deciso di andare in cerca del giardino, si era concesso un barlume di speranza, ma in quel momento si sentiva solo e sperduto. Alla Xplore aveva potuto contare su una molteplicità di risorse: rilevamenti, verifiche, personale sul campo. Quella volta però era diverso. Era in un Paese straniero in compagnia di una suora di salute cagionevole, praticamente pazza, una dottoranda appassionata e un vecchio libretto pieno di indizi
criptici. Guardò verso sinistra dove sedeva Zeb, sprofondata in un libro di storia del Perú. Al suo fianco, suor Chantal giaceva abbandonata sul sedile, a russare a bocca aperta. Aveva rinunciato all'abito e al soggolo per la praticità di pantaloni di cotone, scarponi da trekking e una maglia di pile. Zeb gli diede un colpetto col gomito. «Tutto bene?» «Sì.» «Non devi preoccuparti per Lauren, è in buone mani.» Non appena atterrati a Lima, Ross aveva telefonato a suo padre, e lo aveva chiamato di nuovo prima d'imbarcarsi sul volo interno. Naturalmente non c'erano cambiamenti nelle condizioni di Lauren, ma non riusciva a fare a meno di arrovellarsi chiedendosi se avesse fatto la cosa giusta a lasciarla sola. Il suo incubo peggiore era che un momento prima di morire Lauren si svegliasse e lo chiamasse, e lui non sarebbe stato lì per consolarla e dirle addio. Zeb picchiettò sul libro. «Questo ti solleverà il morale. So da dove è partito Falcon.» «Sappiamo già da dove è partito: da Cajamarca. È per questo che stiamo andando lì.» Zeb lo freddò con lo sguardo. «Intendevo il punto esatto.» Lui frugò nella giacca di lino stazzonata e ne estrasse i suoi appunti. Falcon aveva scritto che la spedizione era partita da Cajamarca, all'esterno di un posto chiamato la prisión del rey, la prigione del re. «Sai dove si trova la prisión del rey?» «Esatto.» La notizia gli sollevò davvero il morale. Se il primo indizio trovava un riscontro nel mondo reale, indipendentemente dall'interpretazione dell'enigmatica suor Chantal, allora dava credibilità anche alle altre tracce e a tutta quella caccia alle farfalle. Soprattutto dal momento che nella guida non aveva trovato nessun luogo chiamato la prisión del rey. Zeb indicò il libro. «Risale alla conquista del Perú da parte degli spagnoli, una delle più strane della storia. Guarda qua: nel 1532 Francisco Pizarro attraversò le montagne partendo dalla costa con meno di duecento uomini e si stabilì nella grande piazza inca a Cajamarca. L'imperatore inca Atahualpa, con un migliaio di uomini disarmati al seguito, entrò nella piazza coi migliori propositi per accogliere gli strani uomini bianchi. Pizarro, tuttavia, non si presentò per incontrare Atahualpa e mandò al suo posto il cappellano. Il cappellano si rivolse al sovrano informandolo che un certo
Dio Padre aveva mandato Suo Figlio, parte della Trinità, sulla Terra dov'era stato crocifisso. Prima che ciò avvenisse, spiegò il cappellano, il Figlio, di nome Gesù Cristo, aveva trasferito il Suo potere a un apostolo, Pietro, il quale aveva tramandato quel potere, in seguito, ad altri uomini chiamati pontefici, uno dei quali aveva incaricato Carlo V di Spagna di conquistare e convertire l'inca supremo e il suo popolo. L'unica speranza per Atahualpa, concluse il cappellano, era di giurare fedeltà a Gesù Cristo e sottomettersi a Carlo V. A quelle parole, Atahualpa informò il cappellano che lui era il più grande principe del mondo e che non si sarebbe sottomesso a nessuno. Questo papa, disse, doveva essere pazzo a offrire terre che non gli appartenevano. E, per quanto riguardava Gesù Cristo, l'inca era dispiaciuto per lui, ma - e indicò il sole - 'il mio dio vive ancora nei cieli e guarda in basso verso i suoi figli'.» Ross sorrise. Gli piaceva il modo di fare di Atahualpa. Zeb proseguì: «I conquistadores se ne stavano in agguato negli enormi edifici che si affacciavano sulla piazza e, quando il cappellano tornò con la risposta del re, Pizarro si lanciò all'attacco con la fanteria e i soldati a cavallo. Facendo fuoco con archibugi e cannoni, quel giorno massacrarono tra i due e i diecimila indigeni disarmati e fecero prigioniero l'imperatore inca». «Tutto in nome di Dio e della Chiesa cattolica, senza dubbio», intervenne Ross. «Infatti. In prigione, Atahualpa parlava spesso con gli spagnoli e presto capì che, nonostante tutti quei discorsi sul papa e sulla Trinità, era stata la sete di oro ad aver portato i bianchi nella sua terra. In cambio della propria libertà, offrì a Pizarro tanto oro - che gli incas chiamavano le 'lacrime del sole' - da riempire una stanza di cinque metri per sette e alta due e mezzo. Atahualpa fu giustiziato non molto tempo dopo, ma il riscatto fu pagato lo stesso e la stanza in cui fu misurato, el cuarto del rescate, si dice sia stata la prigione del re inca, la prisión del rey.» Ross scartabellò la guida Lonely Planet e a pagina 336 trovò la principale attrazione turistica di Cajamarca, l'unico edificio inca ancora in piedi della città: el cuarto del rescate, la stanza del riscatto. Proprio allora il comandante annunciò che l'aereo stava iniziando la discesa e Ross guardò dal finestrino. Mentre perdevano quota, vide Cajamarca adagiata sui declivi delle Ande orientali, sopra le nuvole e abbracciata dalla foresta. Oltre, in lontananza, avvistò quello che sembrava il litorale di un enorme oceano verde: l'Amazzonia.
Mentre Ross guardava in basso verso quel mare verde smeraldo, sognando cosa poteva fare là in mezzo, non fece caso all'uomo che, seduto cinque file più indietro, non lo perdeva di vista un momento. 25 Roma La Sala Clementina del Vaticano era una stanza alta col pavimento di marmo; la parte superiore delle pareti e il soffitto imponente erano decorati con affreschi che sembravano protendersi fino al cielo. La Congregazione per le cause dei santi la usava spesso per perorare la canonizzazione dei candidati. Quel giorno, solo tre uomini occupavano l'ampia sala: i cosiddetti tre papi, gli uomini più potenti della cristianità. A sinistra, rifulgente nella veste porpora del suo ufficio, sedeva il cardinale prefetto Guido Vasari, il papa rosso. Alto ed esile, col naso aquilino e con occhi scuri da cane bastonato, Vasari era il capo della Congregazione per la dottrina della fede, la più antica e potente delle nove congregazioni della Curia. Originariamente chiamata Inquisizione e investita del compito di difendere a ogni costo la Santa Madre Chiesa dall'eresia, il suo ruolo era passato al promuovere e salvaguardare la dottrina cattolica nel mondo. Molti, però, si rivolgevano al cardinale prefetto col suo titolo originale: Grande Inquisitore. A destra, in una sobria veste nera, sedeva il padre generale Leonardo Torino, il papa nero, il Preposito generale della Compagnia di Gesù, l'ordine fondato da Ignazio di Loyola e celebre per il suo rigore intellettuale e il suo ascetismo. Secoli prima, durante la Controriforma, quando l'Inquisizione era ricorsa al terrore e alla tortura per arginare la diffusione del protestantesimo, la Compagnia di Gesù aveva optato per l'intelletto e l'argomentazione. I gesuiti si pregiavano di comprendere le credenze, i costumi, le usanze e la lingua di potenziali proseliti meglio di altri. Ciò comprendeva la religione più innovativa di tutte: la scienza. Seduto a capotavola, tra Vasari e Torino, c'era un uomo corpulento vestito di bianco: il pontefice, il vero papa. Torino guardò i due uomini e sentì un impeto di compassione per Orlando Falcon. Immaginò il confratello gesuita di fronte ai predecessori di quei uomini e al proprio, che cercava di spiegare quello che aveva scoperto. Un'impresa impossibile. Gli emissari di Dio in Terra avrebbero dovuto es-
sere dei visionari, non anziani guardinghi che vedevano solo impedimenti. Torino posava le mani sul portatile e sul classificatore davanti a sé, sperando di disporre di prove sufficienti per convincerli a compiere il necessario per invertire l'inevitabile declino della Santa Madre Chiesa nel mondo. I lacrimosi occhi azzurri del Santo Padre indugiarono nei suoi. «Avete richiesto questa udienza, padre generale. Perché?» Torino aprì il classificatore e poggiò l'archivio dell'Inquisizione del processo e della testimonianza di padre Orlando davanti a loro. «Quattrocentocinquanta anni fa, i nostri predecessori condannarono al rogo uno stimato padre gesuita. Il suo crimine? Sosteneva di aver scoperto un giardino miracoloso per la Santa Madre Chiesa.» Proseguì col resoconto del processo e della testimonianza di Falcon, evidenziando il ritrovamento del giardino. «Non capisco, padre generale», il papa aggrottò la fronte quando Torino ebbe finito. «Da quando siete entrato a capo dell'Istituto dei miracoli, vi siete dimostrato spietato nei confronti di qualsiasi istanza. Non fate che ricordarmi che, sebbene la Chiesa abbia bisogno di miracoli per dimostrare l'azione della mano divina nel mondo, deve trattarsi di casi dimostrati scientificamente che nessuno possa contestare. Per tutta la durata del vostro mandato, non avete ratificato un solo miracolo, perciò perché mai siete interessato alle vecchie dichiarazioni di questo religioso?» «Perché non credo che la Santa Madre Chiesa debba essere costretta ad andare a caccia di miracoli, come un segugio tra i rifiuti. Dovrebbe invece essere la loro fonte di ispirazione, la sorgente da cui zampillano.» Torino aprì il classificatore e tirò fuori una stampata del lavoro di Lauren Kelly. «Questa è la traduzione di una studiosa di Yale del cosiddetto manoscritto Voynich.» «Il Voynich?» «Il documento che padre Orlando Falcon scrisse durante la prigionia oltre quattro secoli fa. Lo stesso Libro di Satana che la Chiesa, nella fattispecie i tre uomini che ricoprivano le nostre cariche a quel tempo, incriminò come i vaneggiamenti di un posseduto. La traduzione è quasi identica alla testimonianza originale di Falcon conservata negli Archivi dell'Inquisizione. A quanto pare il testo che scrisse a quel tempo è in una lingua crittata che è stata tradotta solo oggi. Il punto è: perché padre Orlando si diede la pena d'inventare un linguaggio complesso se era tutta una bugia, un'eresia?» «Vi aggirate in territori pericolosi, padre generale», ammonì il papa.
«Non è tempo di esitare, Santità. È tempo di osare. Se questo miracoloso Giardino di Dio di cui Falcon cercò di parlare ai nostri predecessori esistesse davvero, le ripercussioni per la Chiesa sarebbero enormi.» «Ma non può esistere», replicò il cardinale prefetto Vasari, allungando la mano per prendere la testimonianza di Falcon. «Padre Orlando dichiarò di aver scoperto il giardino dell'Eden in una foresta primitiva, in mezzo ai selvaggi. L'Eden non può trovarsi nel Nuovo Mondo, tra i miscredenti. E il suo giardino di strane creature e piante stravaganti è ben lungi dalle descrizioni bibliche. Cercò di riscrivere la Genesi.» Torino annuì. «Se esistesse, però, i suoi poteri potrebbero riabilitare la posizione della Santa Madre Chiesa nel mondo.» «Non può esistere», incalzò il cardinale prefetto. «Va contro la dottrina, getta discredito sulle Scritture e minaccia la nostra Chiesa.» «Ragione in più per non lasciare che altri lo trovino», replicò Torino. Si rivolse al papa. «Santo Padre, la gente oggi crede che il Voynich sia un mito inoffensivo. Ma se sapessero che è stato scritto da un padre gesuita, unico reduce di una vera missione alla ricerca di Eldorado, torturato perché ciò che sosteneva di aver scoperto alla lunga avrebbe minato le basi della Chiesa...» Un attimo di silenzio. «Nella peggiore delle ipotesi potrebbe incoraggiare qualcun altro a partire alla ricerca del giardino.» Scosse il capo. «Esitare adesso non solo potrebbe scardinare le Scritture e la dottrina, ma sgretolare il prestigio già compromesso della Chiesa. Pensate ai miracolosi poteri di guarigione che Falcon attribuisce al giardino. Chi avrà bisogno della Chiesa se non dovrà più temere la morte o la malattia?» Alzò un dito. «Ma, se fossimo noi a trovarlo, potremmo plasmarlo, conformarlo alla nostra dottrina e portarne la gloria a Roma. Potremmo avvalerci dei suoi poteri. La Santa Madre Chiesa non dovrebbe più cercare i miracoli per dimostrare l'intervento divino, ne avrebbe il pieno controllo. Roma tornerebbe a essere una potenza mondiale dominante.» Il papa socchiuse gli occhi. «Come fate a essere così sicuro che quel posto esista?» «Perché Orlando Falcon ha lasciato le indicazioni per il giardino in un libretto distinto che sfortunatamente si trova nelle mani di un ateo, un geologo di nome Ross Kelly, il marito della studiosa che ha decifrato il Voynich. Il dottor Kelly è già in volo per il Perú per trovare il giardino.» «Cosa?» Il papa e il cardinale prefetto sussultarono come un sol uomo. Torino si strinse nelle spalle. «Ovviamente lo scienziato potrebbe anche non trovare nulla. Ma se invece così non fosse? Cosa succederà?»
Torino li ragguagliò velocemente su quello che sapeva, omettendo ogni riferimento a Bazin. Aveva sempre tenuto segreta l'esistenza del fratellastro, e quello non era proprio il momento di rivelare quel legame. Spiegò che Lauren Kelly aveva tradotto tutto il manoscritto Voynich, tranne una sezione chiave che credeva contenesse una mappa. Poi li informò che la donna era rimasta gravemente ferita durante un furto che aveva pregiudicato la pubblicazione della traduzione integrale e che in seguito lui si era rivolto al marito e aveva ottenuto il permesso verbale di vedere gli appunti. «Poi la suora gli ha fatto cambiare idea.» «Che suora?» «Suor Chantal. Si è presentata da Kelly e lo ha persuaso che il giardino di Falcon non è un'invenzione e che poteva nascondere una cura per la moglie. Gli ha dato il libretto di padre Orlando.» «Come lo ha avuto? Chi è questa suor Chantal?» Torino frugò nel classificatore e ne estrasse una lettera e una piccola scatola intarsiata. «Alcuni giorni fa il mio ufficio ha ricevuto questa istanza da uno dei nostri ospedali in Uganda per malati di AIDS. Volevano che l'Istituto dei miracoli indagasse su un presunto intervento divino. Due gemelli sono guariti insieme in modo spontaneo. Lo stesso giorno una delle sorelle è scomparsa dall'ospedale. Quando sono stati interrogati, i bambini hanno raccontato che la suora ha dato loro del tè prendendo qualcosa da questa scatola.» La porse al papa. «Guardate gli intarsi.» «Vedo dei fiori.» «Non sono fiori qualunque. Quei fiori compaiono soltanto nel manoscritto Voynich.» Silenzio. «In base alla nostra ricerca, la suora scomparsa ha operato nell'ospedale per dodici anni e in altri due prima ancora, ma il suo ordine non dispone di informazioni sulla sua vita passata. Niente. Il suo nome? Suor Chantal.» I due uomini rimasero in silenzio, ma adesso Torino aveva la loro completa attenzione. «Tutto ciò che sappiamo è che esiste un legame tra lei, padre Orlando e il Voynich. Chiunque sia questa religiosa disobbediente, il dottor Ross Kelly adesso possiede il libretto contenente le indicazioni ed è già in cerca del giardino per salvare sua moglie.» Avviò il portatile, voltò lo schermo verso i due uomini e per i cinque minuti successivi fece scorrere scene tagliate dai file video di Ross Kelly nella stanza d'ospedale della moglie in coma: Ross che le spiegava che il giardino presente nella sua traduzione del Voynich poteva contenere una
cura; che le diceva che stavano per partire alla ricerca del giardino; che le dava un bacio di addio e le chiedeva di benedirlo. «Come fate ad avere questi filmati?» chiese Vasari. «Ho un alleato, un servitore della Chiesa che mi tiene costantemente informato.» Il Santo Padre lo guardò di sbieco. «Avete messo qualcuno a spiare il dottor Kelly?» «Preferisco chiamarlo 'i miei occhi e le mie orecchie'. Vuole semplicemente servire la Chiesa, come tutti noi.» «Badate a non ricoprire di vergogna il Vaticano, padre generale», affermò il papa. «Non farei mai nulla che potesse nuocere alla Santa Madre Chiesa, ma, se Kelly trovasse il giardino e parlasse al mondo della sua esistenza, potrebbe distruggerla.» Vasari si sporse in avanti. «Pensate davvero che questo geologo riuscirà a trovare una cura miracolosa per sua moglie?» «Temo che troverà molto di più.» «Cosa, per esempio?» Torino socchiuse gli occhi infossati. «Il miracolo della creazione. La risposta scientifica al libro della Genesi.» Si girò di nuovo verso il pontefice. «Santo Padre, sei mesi fa avete annunciato che la Santa Madre Chiesa ha rivisto la sua posizione sull'evoluzione. Avete respinto la teoria di Darwin e abbracciato il Disegno Divino. Avete custodito nella dottrina il principio della Chiesa cattolica che Dio, e non l'evoluzione, è responsabile della creazione e della nascita della vita.» Il papa annuì. «E allora?» «Negli Archivi dell'Inquisizione, padre Orlando parlava di qualcosa che chiamò la radix, la Fonte. Si tratta della luminescenza del giardino che attirò i conquistadores in cerca d'oro, come falene verso la luce, e li condusse tutti alla morte. Falcon rimase sul vago riguardo all'esatta natura di questa Fonte, ma dichiarò che era il potere che aveva generato il giardino miracoloso.» «E allora?» «Kelly ha fatto riferimento a una teoria - un'ipotesi - per dare una spiegazione scientifica all'esistenza del giardino prodigioso di padre Orlando. La teoria è persino più avventata di quella che padre Orlando formulò nella sua testimonianza blasfema: che il Giardino di Dio e la sua Fonte potrebbero essere l'origine della vita sulla Terra. Altro che Darwin e l'evoluzione.
Se Kelly trovasse quel giardino, non solo sarebbe in grado di salvare sua moglie, dimostrando che i miracoli accadono indipendentemente dalla Chiesa e dalla religione, ma potrebbe anche dimostrare dove, quando e come è nata la vita sulla Terra. Avrebbe la possibilità di provare scientificamente la teoria dell'evoluzione, renderla un dato di fatto. La dottrina andrebbe in mille pezzi. La religione si fonda sul mistero, sulla fede. Queste rivelazioni renderanno superflua la Chiesa per come la conosciamo e la nostra presenza stessa.» L'espressione di orrore sul volto del papa era quasi comica, ma Torino non rise. «Allora cosa proponete di fare?» «Di trasformare la minaccia in un'opportunità. Troviamo il giardino per primi e assumiamone il controllo.» «In che modo?» Torino aveva già valutato ogni possibilità: dal rapire la suora al rubare il libro e minacciare Ross Kelly. Ma non poteva condividere col papa niente di tutto ciò. Quindi mentì. «I miei esperti sono riusciti a tradurre gran parte della sezione finale del manoscritto. Vi sono le indicazioni per il giardino e, con la vostra benedizione, intendo cercarlo io stesso.» «Ma avete dei doveri, delle incombenze.» «Niente è più importante di questo. Impiegherò due mesi, non di più. Ho già dato disposizioni a padre Xavier Alfonso perché adempia a ogni responsabilità in mia assenza.» Il papa aggrottò la fronte. «Intendete battere il geologo in velocità?» «Sì.» «Diciamo che riusciate a trovare il giardino», intervenne Vasari. «Come ne disporremmo?» Torino infilò la mano nel classificatore ed estrasse tre copie di un documento. «Questa è una lista di possibilità, a seconda di ciò che scopriremo.» Sorrise nel guardarli scorrere i punti dell'elenco. Vedeva l'entusiasmo prendere il posto della paura. «Come vedete, le possibilità sono illimitate. A patto che il tutto venga gestito con prudenza.» Il papa sollevò lo sguardo e i suoi occhi cerulei ancorarono quelli di Torino. «Vi chiedo solo una cosa, padre generale: a prescindere da quello che troverete, in qualità di Santo Padre non devo sentire né vedere niente che contravvenga alla dottrina. La dottrina dev'essere sacrosanta. Non voglio trovarmi nella posizione di dover negare tutto. L'infallibilità papale non può essere compromessa, capite?» «Capisco perfettamente. Vi assicuro che, se questo giardino esiste, por-
terà solo gloria a voi e alla Santa Madre Chiesa.» Il papa annuì lentamente. «Bene. Allora come faremo a prendere il controllo di questo posto? Di sicuro apparterrà al governo del Paese in cui si trova, no?» Torino sorrise. «Il cardinale prefetto ci ha già fornito un'eccellente soluzione al problema.» Vasari inarcò un sopracciglio. «Davvero?» «Esatto, il vostro brillante piano per rafforzare la nostra presenza fondando un secondo Stato Vaticano nel Sud del mondo.» Vasari comprese al volo. «Potete dichiarare di essere in cerca dell'ubicazione ideale. Anche se il giardino di Falcon non esistesse e voi non trovaste nulla, la Chiesa non ci rimetterebbe la reputazione. Non abbiamo niente da perdere.» «E tutto da guadagnare», disse piano il pontefice. «Se troverete qualcosa, potremo incorporarlo nel nuovo Vaticano e rivendicarne il legittimo possesso.» Torino rimase in silenzio, lasciandoli credere di essere gli autori di quel piano. Il papa si rivolse a Vasari, che sollevò le spalle e fece un impercettibile cenno di assenso. Poi il pontefice puntò il suo sguardo pallido e imperturbabile su Torino, come per indagare la sua anima. «Prendete le persone e i mezzi che vi servono. Fate quanto è necessario, ma teneteci sempre informati. E fate attenzione, padre generale. Fate molta attenzione.» «Capisco, Santità.» «Andate, ora», concluse il Santo Padre. «Andate in nome di Dio.» 26 Cajamarca, il giorno seguente Ross, Zeb e suor Chantal passarono la notte all'Hotel El Ingenio, il migliore di Cajamarca. Dato che presto avrebbero dovuto vivere all'aria aperta nella foresta, Ross decise che fosse meglio godersi gli agi della civiltà il più possibile. Dopo una sorprendente notte di sonno profondo, Ross si fece la doccia e indossò i jeans, una maglietta e un pile leggero: la temperatura mattutina era fresca, ma il meteo prevedeva venti gradi e un tasso di umidità dell'ottanta per cento. Dopo colazione, lui e le altre s'incamminarono in direzione del centro della città per cercare una guida. Non ebbero bisogno di cercare molto. A due passi dall'hotel furono av-
vicinati da un uomo che affilava un enorme coltellaccio alla cintura di pelle. «Serve una guida? Mi chiamo Chico», li informò con arroganza, sorridendo con un'aria da pazzo e mettendo in bella vista due gengive sdentate. Prima che potessero replicare, Chico stava dando dei colpetti con la lama sulla spalla di Ross, assicurandogli che li avrebbe portati ovunque in cambio di un deposito di diecimila dollari americani e una firma su un documento che lo dispensava da ogni responsabilità nel caso fossero uccisi, violentati, rapiti, imprigionati o si fossero smarriti. Chico concluse la sua imbonitura vantandosi di aver perso soltanto due gringos negli ultimi anni. Ross e le altre declinarono l'offerta ben quattro volte, ma dovettero procedere per due isolati prima che Chico afferrasse l'idea e se ne andasse in cerca di un'altra preda. Per quanto fosse imbevuta di storia, immersa nella spettacolare foresta montana andina e circondata dalle magnifiche rovine delle città preincaiche, Cajamarca non poteva vantare una grande affluenza turistica. Troppo a nord per il solito itinerario di moda tra i gringos e le attrazioni di fama mondiale: il Machu Picchu, Cusco e il lago Titicaca. Malgrado ciò Cajamarca aveva ancora un buon numero di agenzie. Dopo una giornata frustrante trascorsa passando dall'una all'altra, approdarono all'Amazonas Tours. «Siete haqueros?» L'uomo col brutto vestito e coi denti ancor più brutti parlò così forte da farsi sentire da tutti i presenti all'Amazonas Tours. Ross indicò le compagne sedute al suo fianco: l'esile suor Chantal, nel suo pile verde oliva e nei pantaloni cachi inamidati, e la fulva Zeb Quinn, dal viso acqua e sapone in jeans e maglione abbondante. «Le sembriamo dei tombaroli?» «Siete cercatori d'oro?» «No.» «Di petrolio?» Ross scosse il capo. «Nemmeno.» L'uomo dell'Amazonas Tours si grattò la testa. «E allora perché volete andare in esplorazione fuori dalle consuete zone turistiche e dai parchi nazionali? L'Amazzonia è un posto pericoloso. I turisti che lasciano gli itinerari battuti si smarriscono e non vengono più ritrovati.» «Ecco perché abbiamo bisogno di un accompagnatore.» L'uomo si accigliò. «Non è solo per i rischi che correte. Quell'area è piena di rovine e tombe e nel passato molta gente ha saccheggiato i nostri tesori. Il governo ha promulgato delle leggi per proteggere la nostra cultura.
Se volete uscire dalle aree di interesse turistico dovrete fornirvi di un salvacondotto. L'Amazonas Tours ve ne può procurare uno entro quattro, sei settimane.» Ross alzò lo sguardo al ventilatore al soffitto in preda all'esasperazione. Sedeva davanti a una delle tre scrivanie dell'ufficio. Le altre erano assediate da turisti e c'era una fila di quattro persone sedute in attesa vicino alla grande vetrata che si affacciava sui giardini di plaza de Armas di Cajamarca, elegante nella sua trascuratezza, la stessa piazza in cui secoli prima gli uomini di Pizarro avevano falcidiato gli incas e catturato l'imperatore Atahualpa. «Non vedo dove stia il problema. Vogliamo solo noleggiare dell'equipaggiamento, un mezzo di trasporto e una guida che ci aiuti a addentrarci nella foresta montana, lungo il fiume e nella foresta pluviale.» «Ma, señor, non sapete nemmeno dove volete andare. Come può esservi di aiuto una guida?» Socchiuse gli occhi e abbassò la voce. «A meno che non siate haqueros e abbiate una mappa illegale...» Ross scosse la testa. «Non siamo haqueros.» «Allora perché volete uscire...» Ross si alzò e strinse la mano all'uomo. «Grazie, señor Hidalgo, ci è stato di grande aiuto.» Mentre accompagnava le altre due fuori dall'ufficio, nel passare sfiorò un uomo azzimato con indosso un impeccabile completo cachi da safari. «Oddio, questo posto è così burocratico», disse Zeb emergendo alla luce del sole pomeridiano che inondava plaza de Armas. «Forse dovremmo affidarci a una guida non ufficiale.» Ross ripensò a Chico e borbottò. «È la quarta agenzia turistica che ci dice che non possiamo uscire dagli itinerari battuti senza permesso», esclamò Zeb. «Tutti vogliono sapere cosa andiamo cercando.» «Cosa che ovviamente non possiamo dire, perciò dobbiamo accordarci su una storia di copertura», intervenne Ross. «Sembra che non nutrano simpatia per tombaroli e sciacalli a caccia di tesori, perciò propongo di presentarci come cercatori di petrolio.» «Preferirei essere uno sciacallo», commentò Zeb. «Sempre meglio della squallida ricerca di petrolio.» «Grazie», replicò Ross. Zeb si strinse nelle spalle. Si girò verso suor Chantal. «Ha detto di essere già stata qui. Lei come ha fatto?» «È stato tanto, tanto tempo fa. Ero giovane e le cose erano molto diver-
se.» Ci avrei scommesso, pensò Ross. Frugò nello zaino e ne estrasse un piccolo palmare, completo di carte geologiche e un sistema GPS. «Potremmo seguire da soli le indicazioni, far rifornimento di scorte e attrezzature, noleggiare una macchina sino al fiume e da lì una barca.» «Sai anche che genere di provviste e attrezzature ci serve? O quante? E quando saremo nel mezzo della foresta?» incalzò Zeb. «Sei esperto in tecniche di sopravvivenza?» «In parte», rispose Ross, tristemente consapevole che alcune settimane prima lui e Lauren avevano progettato una spedizione speleologica nelle giungle del Borneo come parte della vacanza, prima che lei si accorgesse di essere incinta e che... Cercò di non seguire il corso dei pensieri. «Conosco i rudimenti: come appendere un'amaca e una rete per proteggerci dagli insetti e da gran parte dei pericoli, come il ferro di lancia.» «Il cosa?» chiese Zeb. «Un serpente», disse suor Chantal con tranquillità. «Un serpente molto piccolo, facile da calpestare, se non si sta attenti.» «Non ho altro da aggiungere», disse Zeb, incrociando le braccia. «Non farò un passo senza una guida esperta.» Osservando la fragile suor Chantal e l'ostinata Zeb, a Ross sembrò che quella loro ricerca disperata fosse sul punto di naufragare prima ancora di partire. Forse era il segno che doveva tornare a casa da Lauren e accettare qualsiasi cosa fosse successa. Lanciò uno sguardo indietro all'Amazonas Tours. Fuori c'era una coppia. Una bambina sedeva sulle spalle dell'uomo, arricciandogli i capelli con le dita. Ross si ricordò delle molteplici occasioni in cui Lauren aveva additato nuclei familiari simili. «Quelli saremo noi un giorno, Ross», diceva. Non più, pensò lui. Non se Lauren non guarisce. Non se il bambino muore. Il pensiero lo colpì come un urto fisico. Ross tornò a rivolgersi a Zeb e stava per lanciarsi in un lungo discorso sul fatto che avrebbe proseguito con o senza di lei, quando l'uomo nel completo cachi inamidato gli si parò davanti. Era più basso e tarchiato di Ross, con un viso rubicondo ben rasato e una chioma pettinata con cura. Emanava un sottile profumo di sapone. «Scusate se m'intrometto, ma non ho potuto fare a meno di ascoltare il vostro impiccio all'Amazonas Tours», disse l'uomo con uno spiccato accento anglosassone. «Credo di potervi essere d'aiuto. Mi chiamo Hackett, Nigel Hackett, e ho una proposta da farvi. Posso invitarvi a quel bar laggiù
per discuterne?» 27 Nigel Hackett non riuscì a trattenersi. «La prego, non lo faccia. Il suo strofinaccio è sucio», disse al cameriere dell'Heladeria Holanda Bar mentre poggiava una bottiglia di Inca Kola sul tavolo e asciugava il bicchiere. Hackett notò i tre potenziali clienti che lo guardavano e sorrise per scusarsi. «Odio quando asciugano un bicchiere appena lavato con uno strofinaccio sporco.» In tutta la sua vita Nigel Hackett aveva fatto quello che gli altri si erano aspettati da lui. Malaticcio e afflitto dalle allergie sin da bambino, si era fatto in quattro per compiacere l'ambizione dei suoi genitori. Quando avevano investito in un'istruzione di primo livello per l'adorato figlio unico la scuola preparatoria alla Holmewood House nel Kent, quella privata alla Charterhouse nel Surrey, seguita dalla laurea in medicina a Cambridge Nigel aveva passato diligentemente tutti gli esami e appagato tutte le loro aspettative qualificandosi come medico, trascorrendo un periodo in servizio presso il corpo medico della Royal Army e affermandosi come dottore generico nei pressi di Guildford. Dopo aver sposato una ragazza che i suoi approvavano, aveva fatto di tutto per renderla felice guadagnando abbastanza soldi e offrendole una vita da signora come moglie del medico delle ricche contee nei dintorni di Londra. Nonostante la sua apparente remissività, Nigel Hackett aveva sempre nutrito un segreto. Fin da piccolo, dal giorno in cui il leggendario avventuriero Matt Lincoln aveva fatto visita alla sua scuola per tenere una lezione sulle civiltà preincaiche del Perú e dell'Amazzonia, aveva sognato di diventare un esploratore. Il suo sogno più grande era quello di scoprire la mitica città scomparsa che Lincoln aveva cercato invano: la madre di tutte le metropoli nel cuore della foresta amazzonica da cui avevano avuto origine le civiltà sudamericane. Hackett non aveva confidato il suo sogno a nessuno, però. Almeno fino al suo trentunesimo compleanno, quando la moglie era scappata con l'insegnante di salsa lasciandolo col cuore spezzato. Tre anni dopo, aveva liquidato tutto, saldato la somma alla moglie stabilita dalla sentenza di divorzio e messo su una piccola impresa di trasporti sul Rio delle Amazzoni. Il progetto era di vivere a bordo dell'imbarcazione, di sostentarsi traghettando i turisti verso le maggiori località e usare il tempo libero per inseguire il suo sogno: esplorare la foresta e scoprire le città per-
dute, e il loro oro. I sogni, però, difficilmente si avverano. Nonostante tutta la sua sete di avventura, Hackett non aveva la stoffa dell'esploratore. Le sue allergie e la sua fobia per lo sporco erano state gestibili in Inghilterra - anche nel periodo nell'esercito - ma non nella foresta; solo la terra gli faceva prudere il naso e lacrimare gli occhi. Per correggere la vista difettosa doveva indossare occhiali spessi, invece delle lenti a contatto. Benché avesse allacciato dei buoni contatti, e qualche amicizia, che gli avevano procurato lasciapassare governativi e si erano offerti di vendere l'oro che trovava senza coinvolgere le autorità, i proventi della sua impresa fluviale gli bastavano appena per stare a galla. La gente del posto lo spremeva ben bene e per un po' aveva tirato avanti traghettando cercatori di petrolio nella foresta e offrendosi come medico sul campo. Quanto al suo sogno, aveva avuto pochissimo tempo per cercare rovine, gran parte delle quali era comunque già stata scoperta. Aveva scelto Cajamarca come ultima spiaggia per agganciarsi alle agenzie turistiche e offrire ai turisti un tour della foresta montana e del Rio delle Amazzoni. Ma nessuno degli operatori turistici di Cajamarca o della vicina Chachapoya aveva abboccato: erano già al completo. Hackett aveva bisogno di un colpo di fortuna. A meno che non avesse fatto soldi subito, avrebbe dovuto affrontare l'impensabile: vendere la barca e la Land Rover e tornarsene sotto il cielo grigio dell'Inghilterra con la coda tra le gambe. Così, quando aveva sentito del trio di viaggiatori frustrati all'Amazonas Tours - l'americano alto, la ragazza rossa dalla bellezza sconvolgente e l'elegante signora anziana con gli occhi straordinari -, aveva drizzato le orecchie. Dopo le presentazioni, sorrise ai suoi potenziali clienti, chiedendosi cosa ci facessero insieme un geologo, un'accademica e una suora. «E così, avete bisogno di attrezzature, provviste, trasporto e di una guida che vi accompagni attraverso le insidie dell'Amazzonia?» «Sì», rispose Ross. «Per quanto tempo?» «Due mesi minimo.» «Due mesi? Vi costerà un bel po'.» «Naturalmente.» Scrutò quel trio mal assortito. «Venite tutti?» «Sì», rispose l'anziana suora, che non indossava nessuna insegna religiosa, tranne il grosso crocifisso che le spuntava dal colletto. La donna sorrise
mentre sorseggiava il suo caffè macchiato e qualcosa nei suoi occhi sorprendenti suggerì a Hackett di non sottovalutarla. «Però non sapete esattamente dove andare, giusto?» «Non di preciso», rispose Ross. «Sappiamo da dove partire e abbiamo indicazioni che conducono lungo il fiume verso la foresta.» «Avete delle indicazioni?» Hackett socchiuse gli occhi, poi li spalancò come chi crede di aver capito tutto. «Fatemi indovinare. Cercate oro?» Seguirono alcuni istanti di silenzio mentre i tre si scambiavano occhiate. La ragazza affascinante, Zeb, immerse il dito nel caffè versato dalla sua tazza e se lo mise in bocca. Hackett rabbrividì. Non si rendeva conto di quanti batteri aveva ingerito? «Sì, siamo cacciatori di tesori.» «Chi non lo è?» disse lui con sarcasmo. Oddio, ne nasceva uno ogni minuto. «Non ditemelo. Qualcuno vi ha venduto una mappa.» «No», replicò Ross. Hackett sorrise. «Voi però ce l'avete una mappa, giusto? Dove l'avete presa? Ve l'ha venduta un tizio a Lima, senza dubbio. Vi ha raccontato che porta al tesoro nascosto, all'oro degli incas.» Scoppiò a ridere. «Vi avverto, ci sono migliaia di mappe in giro e sono tutte carta straccia. Ne ho verificate alcune io stesso.» Hackett li scrutò di nuovo. Quei tre non avevano l'aria dei soliti turisti americani con le loro magliette sgargianti e i denim stirati in cerca di avventura in tutta sicurezza. Aveva bisogno di guadagnare soldi, ma non così. «Statemi a sentire, amici, non perdete tempo e denaro. Godetevi il Perú: qui vicino potete visitare le magnifiche rovine Chachapoya, più a sud Cusco e il Machu Picchu, a est la città intrappolata dalla foresta di Iquitos, a nord la spiaggia di Máncora. Andatevene in giro per Lima a far baldoria e tornatevene a casa.» «Senta, non abbiamo una mappa», ribadì Ross. Hackett fu sorpreso dalla rabbia che l'uomo riuscì a malapena a reprimere. «Quello che abbiamo è un antico documento, scritto da un padre gesuita, appena dopo la conquista del Perú da parte di Pizarro.» Hackett soppresse un'altra risata, ma l'espressione di Ross fugò tutto il suo