JAMES LOWDER IL CAVALIERE DELLA ROSA NERA (Knight Of The Black Rose, 1991) PROLOGO Dall'Iconochronos di Astinus di Palan...
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JAMES LOWDER IL CAVALIERE DELLA ROSA NERA (Knight Of The Black Rose, 1991) PROLOGO Dall'Iconochronos di Astinus di Palanthas. Un nome, registrato nella cronaca di Krynn, è diventato sinonimo di corruzione e male in tutta Ansalon: Lord Soth di Dargaard Keep. Il Cavaliere della Rosa Nera. Ma non fu sempre così. Un tempo, prima che gli dei punissero i mortali con il Cataclisma che sconvolse queste terre, Lord Soth era un valoroso e nobile soldato che combatteva per il Bene, un esponente dei famosi Cavalieri di Solamnia. E all'interno di quell'ordine, Soth era entrato a fare parte della ristretta cerchia degli eletti, dei migliori, di coloro che facevano parte dell'Ordine della Rosa. Aveva combattuto in nome della giustizia e della libertà. Il suo cuore era puro, la sua anima immacolata. Quando era giunto il momento di costruirsi un castello, Soth lo aveva voluto a somiglianza del simbolo del suo ordine: la rosa rossa. Non era trascorso molto tempo da quando Soth aveva portato la sua sposa a Dargaard Keep che l'oscurità si era impadronita della sua vita, un'oscurità così profonda da non riuscire più a liberarsene, una corruzione così totale da trasformare il prode cavaliere in un compiacente servo di Takhisis, la Regina delle Tenebre. C'è chi dice che fu l'orgoglio a minare la volontà di Soth di difendere il Bene, altri incolpano la lussuria, altri ancora l'avidità. Fra tutti coloro che camminano ancora sotto le tre lune di Krynn, soltanto Soth conosce le ragioni del proprio destino. Al mondo non resta che cercare di ricostruire gli eventi del passato affidandosi a brandelli di storia. La sposa di Soth ben si addiceva a un uomo di siffatta levatura e posizione sociale. Figlia di un nobile, offrì molto al giovane cavaliere in termini di beni terreni. Che l'amore non abitasse a Dargaard Keep diveniva lampante a tutti coloro che visitavano il maniero e che raramente avevano la fortuna di trovarvi il proprietario. Accompagnato da tredici fedelissimi cavalieri, il signore del castello trascorreva buona parte del suo tempo vagando instancabilmente per le terre solamniche alla ricerca di ingiustizie da combattere.
La convocazione a Palanthas, la più bella di tutte le città, giunse all'inizio della primavera. Insieme ai suoi uomini, Soth partì alla volta del Consiglio dei Cavalieri, ma prima che avesse raggiunto le strade della città, la tentazione ebbe la meglio su di lui. Con il suo gruppo di fedelissimi s'imbatté in una banda di orchi che avevano attaccato alcune donne elfo. I cavalieri sconfissero facilmente i bruti, tranne uno, che rapì una donna e scomparve nella foresta. Lo stesso Lord Soth lo inseguì, lo affrontò e lo sconfisse, liberando così la fanciulla, una giovane vergine destinata a prendere i voti come Reverenda Figlia di Paladine. Colpito dall'innocente bellezza della giovane, il cavaliere la sedusse, e ben presto i due divennero amanti. La passione travolse Soth al punto tale da spingerlo a infrangere i sacri voti matrimoniali e il codice d'onore dei Cavalieri di Solamnia. Forse il signore di Dargaard Keep credeva che quella macchia sulla sua anima sarebbe rimasta nascosta per sempre, poiché si recò al Consiglio dei Cavalieri come se niente fosse accaduto fra lui e la fanciulla elfo. Tuttavia, due avvenimenti cospirarono per gettare infamia e vergogna sul Cavaliere della Rosa. Il primo fu la notizia della scomparsa di sua moglie da Dargaard Keep. Le macchie di sangue trovate nelle stanze della donna erano la chiara prova di un assassinio, e la reazione quasi indifferente del nobile a una notizia così sconvolgente insinuò il dubbio sulla sua innocenza. Il secondo evento che agli occhi del Consiglio puntava il dito contro Soth fu un improvviso malore della fanciulla elfo. Quando si diffuse la voce che la giovane portava in grembo un figlio, furono in molti a sospettare di Soth. Ma furono le donne elfo salvate dal Cavaliere della Rosa a tradirlo e a svelare la sua slealtà. I dettagli del processo al nobile cavaliere sono riportati in altri punti di questa cronaca. Qui dirò soltanto che venne riconosciuto colpevole di molti crimini, condannato a morte e sottoposto al pubblico ludibrio per le strade di Palanthas. La morte sarebbe stata un destino migliore di quello rivendicato infine dal cavaliere in disgrazia. I tredici nobili a lui fedeli lo liberarono la notte prima dell'esecuzione. Accompagnati dalla fanciulla elfo, la banda di ignobili scivolò furtivamente lungo le vie della città e fuggì verso Dargaard Keep. I Cavalieri di Solamnia inseguirono i rinnegati, ma Soth e i suoi uomini riuscirono a raggiungere il castello. Nei mesi successivi, il signore di Dargaard cercò di costruirsi una nuova esistenza fra le mura del maniero assediato. Sposò la fanciulla elfo e af-
frontò il rituale imposto dall'ordine. Sebbene nessuno fra coloro che rimasero nel castello visse sufficientemente a lungo per raccontarne la storia, la leggenda vuole che Soth divenne collerico e violento, al punto da colpire anche lei, la dolce sposa che presto avrebbe dato alla luce suo figlio. Gli dei offrirono a Soth sufficiente raziocinio per aiutarlo a comprendere quanto fosse caduto in basso e per risvegliare in lui quella coscienza dell'onore che sembrava sopita per sempre. Nella cappella di Dargaard, Soth pregò Paladine, padre di tutti gli dei, mentre la sua sposa rivolgeva le proprie suppliche a Mishakal, colei che portava la luce. Ancora una volta gli dei ascoltarono il cavaliere e gli offrirono un'ultima possibilità di redenzione, affidandogli un sacro compito: impedire al Sommo Sacerdote di Istar di esigere potere dalle divinità che vegliavano su Krynn. Se Soth avesse portato a termine con successo l'incarico affidatogli, Ansalon, anzi tutta Krynn, oggi sarebbe un luogo diverso. Ma purtroppo, il cavaliere non raggiunse mai la città di Istar. Le donne elfo che un tempo aveva salvato gli avvelenarono la mente, insinuando in lui il seme del sospetto. Era certo che quel bambino fosse suo? Fu così che Lord Soth voltò le 'spalle a Istar e tornò a Dargaard Keep. Pazzo di rabbia, affrontò la moglie, convinto che la donna avesse infranto la promessa matrimoniale; in quello stesso momento, il Sommo Sacerdote fece sentire la sua voce, chiedendo il potere di estirpare il male da Krynn e ordinando agli dei di inchinarsi e di servire quei mortali che li avessero adorati. In preda all'ira per un simile affronto, gli dei scagliarono una montagna contro l'altera città di Istar. La distruzione provocata dal più terribile dei messaggeri celesti è conosciuta al mondo intero con il nome di Cataclisma. Ma pochi fra coloro che sanno come la catastrofe sconvolse la terra si rendono conto di come modificò anche il destino di Lord Soth. Mentre la montagna infuocata colpiva Istar, il fuoco avvolse Dargaard Keep. La sposa di Soth, intrappolata fra le fiamme e in fin di vita, porse il neonato al cavaliere affinché lo salvasse. Ancora in preda ai fumi della gelosia, lui si voltò e si allontanò. Per avere tradito gli dei, per avere abbandonato suo figlio, la sposa elfo maledisse quello che un tempo era stato un nobile cavaliere. «Morirai questa notte fra le fiamme!» gridò. «Proprio come moriamo tuo figlio e io. Ma tu vivrai per sempre nelle tenebre. Vivrai una vita per ogni altra vita che la tua follia ha distrutto!» C'è chi sostiene che la maledizione della fanciulla elfo echeggi ancora tra le montagne intorno al castello. E chi afferma che sia lo stesso Lord Soth a ripetere quelle parole per riempire il silenzio delle
sue lunghe notti insonni. Quella notte le fiamme presero la vita di Soth, ma lui non morì. Consumato dal fuoco, rinacque come un non-morto, una creatura del male. Oggi indossa ancora l'armatura annerita di un Cavaliere di Solamnia, ma l'emblema della rosa che un tempo parlava del suo onore è bruciata e avvizzita. È con il nome di questo simbolo di corruzione, la rosa nera, che molti conoscono Soth; e da più di trecento anni, il cavaliere vaga sulla terra agli ordini della più crudele delle divinità del male, Takhisis, Regina delle Tenebre. Sebbene il cavaliere della Rosa Nera sia già apparso nelle pagine della mia cronaca, scrivo ora di lui perché ancora una volta si sta dirigendo a Palanthas. Lo aspettiamo, terrorizzati, nella città che non è mai stata conquistata. Si sta avvicinando con un esercito spaventoso. Lui e la Signora dei Draghi, Kitiara Uth Matar, giungeranno prima del tramonto. Il futuro resta nascosto agli uomini, e a ragione. Oggi, tuttavia, non disdegnerei di conoscere l'indomani. 1 A ogni colpo degli zoccoli infuocati, il mostruoso destriero di Lord Soth lasciava dietro di sé tracce ardenti. La creatura era uno spirito maligno, un incubo abitante dell'Ade che esseri diabolici, quali il cavaliere della morte, potevano convocare per andare in battaglia. Il mantello nero come l'ebano, gli occhi fiammeggianti e le narici che sputavano fiamme rivelavano l'origine infernale del cavallo. Lord Soth era indifferente alla reputazione di traditore del suo destriero. La sua mente era concentrata su piani altrettanto sleali. Il cavaliere della morte costituiva l'avanguardia dell'esercito della Signora dei Draghi, Kitiara Uth Matar, che intendeva conquistare Palanthas per impadronirsi di un edificio magico racchiuso fra le mura della città. Nella Torre dell'Alta Magia si trovava infatti un portale che si apriva sull'Abisso e dal quale il potente fratellastro di Kitiara, Raistlin, si era avventurato per affrontare la dea del male Takhisis. La Signora dei Draghi progettava di radere al suolo Palanthas per raggiungere la torre. Da là, avrebbe offerto la città sconfitta a chiunque fosse emerso vittorioso dal portale. A Soth non interessava niente di tutto ciò: lui voleva Kitiara, preferibilmente morta. Sebbene ora guidasse l'esercito della donna, il cavaliere della morte aveva avvisato Palanthas del suo arrivo. Sapeva che gli abitanti della città non
erano sufficientemente forti da fermare le truppe del male, ma il guardiano della torre possedeva la magia necessaria per sconfiggere Kitiara. Una volta recuperato il cadavere e intrappolata l'anima della donna, Soth avrebbe abbandonato la battaglia per tornarsene a Dargaard Keep. Protetto fra le mura di quel luogo infernale, avrebbe compiuto un rito che avrebbe fatto di Kitiara la sua compagna per l'eternità. Soth scacciò quei pensieri mentre si avvicinava alle torri gemelle che svettavano ai lati della porta principale. Schierati lungo le antiche mura, il cavaliere della morte vide i nemici, alcuni in armatura, altri privi di protezione. I loro sguardi erano incatenati alla cittadella volante appena sbucata dalle nuvole e che ora sorvolava la Città Nuova. Quando Soth si fermò davanti alla porta, molti occhi lo fissarono terrorizzati. «Signore di Palanthas.» La voce cavernosa del Cavaliere della Rosa Nera echeggiò dalle mura. Quando il nobile Lord Amothus avanzò sulla merlatura, Soth continuò. «Consegnate la città a Kitiara e offritele le chiavi della Torre dell'Alta Magia, nominatela signora di Palanthas e lei vi permetterà di continuare a vivere in pace. La città verrà risparmiata.» Subito il panico s'impadronì degli uomini di Amothus. Sebbene fosse anch'egli spaventato, il signore della città si passò una mano fra i pochi capelli e guardò con finta indifferenza il cavaliere della morte e la cittadella volante che si avvicinava in cielo. Lord Soth, protetto dall'antica armatura, sedeva a cavallo dello spirito maligno. Il fuoco che si era portato via la vita del cavaliere aveva bruciato anche la cotta di maglia e ne aveva cancellato gli elaborati disegni rappresentanti martin pescatori e rose. L'unica decorazione ancora visibile, una rosa annerita sulla corazza, era diventata il simbolo dell'uomo morto. Sulla schiena di Soth, una svolazzante cappa color porpora ondeggiava come un vessillo spettrale. Dall'elmo, gli occhi del cavaliere della morte ardevano di una luce arancione. Il non-morto se ne stava rigido in sella, una mano stretta intorno alle redini, l'altra posata sull'impugnatura della spada, dalla lama ormai scura per il sangue di centinaia di uomini. Mentre la cittadella sorvolava Palanthas, un'ombra si allungò sul cavaliere della morte inghiottendolo nell'oscurità. La cittadella volante era un capolavoro di magia nera. Un castello in pietra scura svettava su una roccia gigantesca, circondata da ribollenti nuvole magiche. L'urto per la violenza con la quale era stata strappata alla terra aveva provocato il crollo di alcuni muri della prigione, ma la cittadella era ancora sufficientemente intatta per ospitare un esercito di ripugnanti crea-
ture. Mentre la fortezza volante si avvicinava alle mura che proteggevano la Città Vecchia di Palanthas, draghi infernali sbucarono dalle nuvole, iniziando a volteggiare a spirale in attesa dell'ordine di attaccare. Nella cittadella, esseri malvagi erano appostati sulla roccia, pronti a lanciarsi in battaglia. Formazioni di draghi di bronzo si levarono in volo in difesa di Palanthas, scontrandosi con lo stormo di draghi neri e azzurri. Le immense creature sfrecciarono in cielo e le loro grida echeggiarono nelle vie silenziose. «Portate questo messaggio alla Signora dei Draghi» disse infine Amothus in tono glaciale. «Palanthas ha vissuto in pace e bellezza per molti secoli, ma non siamo disposti a comperare né la pace, né la bellezza al prezzo della nostra libertà.» La cittadella sorvolava ancora le mura che cingevano la Città Vecchia, quando Lord Soth urlò la propria risposta. «E allora comperatele al prezzo della vostra vita!» Sottovoce, il Cavaliere della Rosa Nera pronunciò alcune parole magiche. Dall'oscurità intorno a lui apparvero tredici scheletri guerrieri, a cavallo, come il loro signore, di spiriti maligni. E dietro di loro, in piedi su carri fatti di ossa umane, apparvero le banshee. I wyvern, dragoni alati a due zampe, tiravano i carri spettrali, ma non erano quelle creature dall'immensa apertura alare a seminare il terrore. Le banshee gemevano e brandivano spade di ghiaccio mentre giravano in cerchio davanti alla porta. Ed era il suono delle loro urla lamentose a raggelare l'anima degli uomini sulla merlatura. Soth pronunciò altre parole magiche, puntando una mano, protetta dal guanto di cotta, verso la pesante porta innanzi a lui. Uno spettacolare ricamo di brina si allargò sulle fasce di ferro della porta. La brina si trasformò rapidamente in ghiaccio. Poi, a un altro comando di Soth, la porta, ormai tutta di ghiaccio, s'infranse. Mentre si lanciava all'interno della città, seguito dagli scheletri guerrieri e dalle banshee, il cavaliere della morte udì, come echi lontani, le grida frenetiche dei difensori di Palanthas. «Che gli dei del Bene ci proteggano!» urlò un uomo. Un soldato scagliò una freccia contro i non-morti. «Fermateli! Per il Giuramento e la Misura, non possiamo lasciare entrare quei mostri!» Quell'ultima esclamazione, pronunciata da un Cavaliere di Solamnia, catturò l'attenzione di Soth, ma solo per un istante. Le parole dell'uomo e le altre grida vennero soffocate da respiri affannosi e ansanti appena l'eser-
cito del male iniziò a lanciarsi dalla cittadella volante sulle mura e nelle strade della città. Le ali coriacee spiegate per rallentare la discesa, centinaia di draconici saltarono dalla fortezza. Simili agli uomini per alcuni aspetti, avevano la pelle ricoperta di squame e mani e piedi dotati di lunghi artigli. Mentre si tuffavano, i draconici lanciarono il loro grido di guerra. Voci feroci e fruscianti giurarono fedeltà a Kitiara e a Takhisis, la dea scura di cui erano fedeli servitori. Alcuni esternarono la loro fame di sangue umano e si leccarono le labbra con lunghe lingue biforcute. Una di quelle creature atterrò accanto all'orribile destriero di Soth e si fece piccolo per paura dell'animale demoniaco e del suo feroce cavaliere. Persino i draconici, sebbene ricoperti dalla spessa pelle squamosa, avvertivano il gelo della morte emanato da Soth. Come i difensori della città assediata, il draconico fuggì davanti al cavaliere della morte. «Kitiara intende raggiungere la Torre dell'Alta Magia a cavallo del suo drago non appena avrà inizio la battaglia. Uccidete chiunque si trovi sul nostro cammino da qui alla torre», ordinò Soth. La magia portò le sue parole agli scheletri guerrieri e alle banshee, persino oltre il frastuono della guerra. I non-morti diedero il via allo sterminio, ma l'attenzione di Soth venne destata dalla linea difensiva che si andava formando alla fine della strada. Al centro dell'ampia via lastricata, un gruppo di Cavalieri Solamnici a cavallo aspettava Lord Soth e i suoi scheletri guerrieri. Tuttavia, il gruppo di Cavalieri della Rosa interessava Soth solo marginalmente, era il loro comandante ad avere attirato il suo sguardo. Tanis Mezzelfo. Lord Soth si diresse verso Tanis. Il cavaliere della morte aveva già affrontato l'eroico mezzelfo, che era sopravvissuto allo scontro solo per pura fortuna, o così pensava Soth. In seguito, Tanis aveva ucciso il sommo signore dei draghi Ariakas e si era impadronito della Corona del Potere, soffiandola sotto il naso a Soth. Ma quella sconfitta aveva poco a che fare con l'odio travolgente che il cavaliere della morte provava per il giovane eroe. Tanis era stato uno dei molti amanti di Kitiara e aveva una forte influenza sullo spietato generale. Dall'armatura che Tanis indossava si sarebbe detto che i Cavalieri di Solamnia gli avessero riconosciuto una sorta di titolo onorario per l'aiuto offerto in difesa di Palanthas. Soth trasalì nel vedere il mezzelfo con indosso l'armatura di cavaliere; ai suoi tempi, l'Ordine non avrebbe permesso una simile mascherata. Tanis non aveva sicuramente affrontato le prove neces-
sarie per un avanzamento. Né lui, né la sua famiglia erano degni di un simile onore. Sogghignando malignamente fra sé e sé, Soth si ripromise di smascherare l'incapacità del mezzelfo. Gli occhi del cavaliere della morte scintillarono appena si posarono sulla piccola figura che saltò accanto a Tanis. Un kender, un rappresentante di quella razza dannosa e malefica famosa per la pessima abitudine di "prendere in prestito" cose non sue, si aggrappò al mezzelfo come una sposa disperata per la partenza del marito. Dopo una breve lotta, Tanis afferrò il kender per la vita e se ne disfò senza tante cerimonie. Mentre il kender atterrava in un vicolo, Soth riconobbe Tasslehoff Burrfoot, uno dei vecchi compagni del mezzelfo. «Tanis!» piagnucolò il kender, «non puoi uscire là fuori! Morirai, lo so!» Il mezzelfo lanciò un'occhiata a Tas, quindi raggiunse i cavalieri. «Fireflash!» gridò, sollevando lo sguardo. Con un forte fruscio di vento, un giovane drago di bronzo si tuffò dal cielo e atterrò accanto a Tanis. I cavalli vicini degli altri cavalieri nitrirono e si scostarono dal drago buono. Di nuovo in piedi, il kender corse verso il mezzelfo, urlando: «Tanis! Non puoi combattere contro Lord Soth senza il braccialetto!» Braccialetto? Il cavaliere della morte rifletté un istante sulle parole del kender, poi giunse alla conclusione che Tasslehoff si riferisse a qualche gingillo magico capace di aiutare Tanis contro i non-morti. «Impostore», mormorò malignamente. «Un vero cavaliere non ricorrerebbe mai alla magia in un duello d'onore.» Il cavaliere della morte si trovava sufficientemente vicino per distinguere, sull'armatura del mezzelfo, il simbolo dei Cavalieri della Rosa. All'improvviso, uno dei cavalieri indicò Soth e chiamò il suo comandante. Tanis si voltò, la barba rossiccia incorniciava un volto preoccupato. I suoi occhi incontrarono le orbite fiammeggianti di Soth e una smorfia di paura gli sfigurò il volto. Il cavaliere della morte tirò le redini e, lentamente, scese da cavallo. «Via!» gridò Tanis con voce roca. Guardò Soth. Le banshee e gli scheletri guerrieri erano dietro il cavaliere della morte. Indietreggiando verso il drago di bronzo accovacciato sulla strada, il mezzelfo gridò: «Non possiamo fare nulla contro di loro!» Lord Soth sguainò la spada e avanzò verso il nemico. In quell'istante, un draconico proveniente dalla cittadella atterrò davanti a Tanis. Il mezzelfo colpì la creatura con il pomo della spada, gli assestò un potente calcio nel-
lo stomaco e con un balzo saltò la schiena squamata e le ali coriacee. «Il kender!» strillò a Fireflash. Il drago si alzò in volo. Con la grazia elfica ereditata dal popolo della madre, grazia che nemmeno la pesante armatura riusciva a celare, Tanis saltò in sella a Fireflash. Gli altri cavalieri si sparpagliarono e fuggirono lungo i vicoli vicini. Ripugnanza e soddisfazione si impadronirono di Soth mentre guardava Tanis scappare. Il cavaliere della morte era sceso da cavallo per affrontare il mezzelfo, secondo quanto imposto dalla Misura, il codice d'onore dei Cavalieri Solamnici; secondo tale codice, combattere da cavallo un nemico appiedato era considerato un atto sleale. Soth, sebbene disprezzasse la Misura, cercava di seguirne i dettami ogniqualvolta possibile, per provare che i cosiddetti uomini d'onore dell'Ordine non avrebbero dovuto essere apprezzati per i loro rigidi principi. Ma la codarda ritirata di Tanis aveva stupito persino Soth. Si era aspettato che il mezzelfo combattesse, o per lo meno che tentasse di ritardare l'attacco del cavaliere della morte. La sorpresa era mitigata dal disgusto che provava per un uomo che portava il simbolo di Cavaliere della Rosa e aveva scelto di rifuggire dalla battaglia. Un tempo quell'armatura era il simbolo di tutto ciò che Lord Soth aveva di più caro, e vedere qualcuno macchiarla con l'infamia della codardia gli ricordava che aveva trascorso la vita a dare la caccia a un'idea illusoria di onore. I cavalieri non erano forse quei paladini dal cuore puro che pretendevano di essere, ma scoprire la loro bassezza non era mai piacevole per il cavaliere della morte. La strada ormai sgombra, gli scheletri guerrieri attorniarono Soth. Dopo avere osservato il drago di bronzo scomparire oltre un edificio, il cavaliere della morte si rivolse ai suoi seguaci. In fondo alla lunga via, un gruppo di mercanti stava ergendo una barricata per cercare di fermare l'esercito del male. Armati di vecchie spade recuperate da banchi di pegni o dal posto d'onore sopra i focolari domestici, gli abitanti di Palanthas ammassavano casse e tavoli capovolti lungo il cammino dell'armata nemica. «Quei seccatori intralciano la strada per la torre», ringhiò Soth, indicando il gruppo ormai condannato. «Eliminateli.» Gli scheletri guerrieri tirarono le redini con forza e i destrieri infernali scattarono in avanti. All'avvicinarsi degli scheletri, alcuni mercanti fuggirono, ma quelli che restarono in difesa delle barricate combatterono valorosamente. Inizialmente sembrò riuscissero a tenere a bada i non-morti, ma poi, una banshee si unì alla mischia. A bordo del macabro carro di ossa, lo
spirito inquieto si lanciò lungo la via, colpendo, con la spada di ghiaccio, gli alberi sul ciglio della strada. A ogni colpo, un albero avvizziva e moriva. «Su!» gridò lo spirito al wyvern che tirava il suo carro. «Sulla barricata!» Sbattendo le ali, il drago si sollevò in cielo. La grande lucertola volante serrò i denti gialli e appuntiti e contrasse la coda da scorpione. Poi, con un grido, si lanciò in picchiata e con le zampe dai lunghi artigli afferrò un uomo dalla cima della ridotta. La banshee tranciò in due il corpo di un altro difensore. Prima che i resti del malcapitato cadessero a terra, molti mercanti erano già fuggiti. I valorosi, rimasti per combattere, vennero rapidamente sopraffatti dai tirapiedi di Soth. Lo scontro fu breve e cruento. Senza dire una parola, il cavaliere della morte montò sul suo destriero e passò attraverso il varco aperto nella barricata. Buona parte degli scheletri guerrieri rincorsero gli abitanti di Palanthas in fuga. Altri vagarono fra i corpi, decapitando i feriti. La banshee restò sul carro, in attesa che il wyvern finisse di martoriare il corpo di un grasso fabbricante di frecce. Sebbene lo spirito inquieto avesse pieno controllo dell'animale, si guardava bene dall'impedirgli di assaporarsi il meritato spuntino. Gli antenati di quegli uomini un tempo affollavano queste strade e mentre mi conducevano in prigione, mi ricoprivano di insulti e immondizia, ricordò Soth superando i cadaveri decapitati. La mia vendetta è compiuta. Hanno pagato. Eppure quel pensiero non gli arrecò alcuna gioia; la maledizione gli impediva infatti di provare non solo la gioia ma anche molte altre emozioni. Soltanto rabbia, odio, gelosia e altri impulsi distruttivi avevano ancora il potere di infiammare il cuore senza vita di Soth. Poteva distruggere, ma non ne traeva che un piacere tedioso. Come un bicchiere di acqua tiepida, una simile ricompensa faceva ben poco per soddisfare la sua sete di sollievo dalla monotonia di quell'esistenza. Era perciò sotto una coltre di impotente insoddisfazione che Soth attraversava Palanthas. Per le strade, i draconici massacravano uomini e donne trascinati fuori dai loro nascondigli. Il sangue delle vittime tingeva di rosso gli edifici immacolati che fiancheggiavano la via che conduceva alla Torre dell'Alta Magia. Le grida selvagge dei draghi malvagi, impegnati in combattimenti all'ultimo sangue contro guerrieri a cavallo di draghi del bene, echeggiavano in tutta la città. Il sangue di un animale ferito a morte cadde a pioggia. La ripugnante cascata creò pozze rossastre che, con un sibilo,
evaporarono sotto gli zoccoli infuocati del demoniaco destriero di Soth. Il pugno stretto intorno alle redini, il cavaliere della morte intravide la cittadella volante. La montagna fluttuante ondeggiava in cielo. Perplesso, Soth si accorse all'improvviso che la cittadella si librava pericolosamente sulla Torre dell'Alta Magia. Con l'arroganza di chi era avvezzo alle minacce mortali, Soth si lanciò in direzione della torre. Trovò il resto della città sgombro del nemico; i pochi che incrociavano il cavaliere della morte fuggivano al suo avvicinarsi. Ben presto la strada incominciò ad allargarsi fino ad aprirsi nell'ampio cortile che circondava la Torre dell'Alta Magia. La cittadella che sovrastava l'antica struttura nascondeva il cielo, ma l'oscurità che regnava intorno alla torre maledetta era perenne, come il boschetto intricato che faceva la guardia intorno a essa. Soth spronò lo spirito maligno perché si avvicinasse allo sbarramento di querce giganti, conosciuto come Bosco di Shoikan, ma la creatura rifiutò. Dagli alberi s'irradiava un freddo intenso, che attenuava il bagliore degli zoccoli infuocati e trasformava in vapore il fiato bollente. Sbuffando spaventato, il destriero scalpitò sul selciato e indietreggiò. Soth lasciò retrocedere l'animale di qualche passo, quindi smontò di sella. «Vattene. Torna pure alle fiamme infernali che ti hanno generato.» Lo spirito maligno riprese ad arretrare, fino a scomparire in un'esplosione di fumo e cenere nauseanti. Mentre attraversava il cortile deserto diretto al boschetto, il cavaliere della morte studiò l'antica struttura protetta dalle alte querce. Un tempo, la Torre dell'Alta Magia era una sede prestigiosa di apprendistato magico, un luogo dove i maghi conservavano i loro libri e si sottoponevano a pericolose prove per stabilire la loro posizione all'interno della gerarchia degli stregoni. Ma molti anni addietro, quando Soth era ancora mortale, il Sommo Sacerdote di Istar aveva intrapreso una crociata contro la magia, bollandola come strumento del male e incitando il popolo di Ansalon a scagliarsi contro le torri. Piuttosto che permettere ai profani di impadronirsi dei loro segreti, i maghi avevano distrutto due delle loro cinque roccaforti, quindi avevano deciso di rifugiarsi in un'unica torre, lontano dalla civiltà. La torre di Palanthas si supponeva fosse stata abbandonata. Il giorno in cui gli stregoni avevano pianificato di lasciare la torre di Palanthas, un mago dalle vesti nere, un servo del male, aveva maledetto la struttura. Giurò che le porte della torre sarebbero rimaste chiuse e le sue sale vuote fino a quando non si fosse avverata la profezia. Per suggellare la
maledizione, si era lanciato dal balcone più alto della torre sullo steccato che la circondava. Le porte d'oro e d'argento erano divenute immediatamente nere e l'edificio, fino a un istante prima immacolato, si era annerito. Da quel giorno, la Torre dell'Alta Magia era diventata un luogo di ombre all'interno della radiosa Palanthas; il marmo grigio dell'edificio contrastava nettamente con la pietra bianca con la quale erano state costruite le torri della città. Per accedere alla Torre dell'Alta Magia era necessario attraversare il Bosco di Shoikan; neppure un incantesimo di teletrasporto avrebbe permesso di raggiungerne l'ingresso. Le contorte querce, cresciute intorno alla torre, ospitavano spaventosi guardiani sovrannaturali. Anche gli alberi incutevano terrore. Quel luogo era così raccapricciante che persino i kender, la cui curiosità sconfiggeva quasi sempre la paura, non osavano mettere piede nel bosco. Ma quei timori non avevano alcuna presa su Soth, che si addentrò nella foresta oscura come se niente fosse. Mentre avanzava fra gli alberi, il cavaliere della morte avvertì appena quel gelo che avrebbe fatto tremare un mortale. Un'oscurità eterna avvolgeva come muschio le radici e i rami intricati e nemmeno un alito d'aria agitava le foglie stracciate e avvizzite. Eppure, nel bosco c'era vita. Soth ne riconobbe il pulsare: era quello di una vita empia, orribile, che non era affatto una vita ma una morte vivente. Il terreno, reso spugnoso dalle foglie marce e coperto di muffa per la mancanza di luce, tremava a ogni passo silenzioso. Appena Soth fu circondato dagli alti alberi, il tremore cessò. Una mano sudicia e pallida spuntò dal suolo e si allungò verso la gamba di Soth. Un'altra mano ossuta, e un'altra ancora, sbucarono dalla terra per afferrare il cavaliere della morte. Molte altre mani si chiusero intorno alle sue caviglie e cercarono di trascinarlo giù. «Non avete motivo di fermarmi, fratelli», disse il cavaliere della morte in tono pacato. Le mani esangui e imputridite esitarono. «Non intendo prendere niente di ciò che dovete proteggere alla torre, ma vi distruggerò se mi rallenterete.» Dalla terra si udì una voce flebile: «Ti riconosciamo, Soth, come uno dei nostri. Che cosa cerchi nella Torre dell'Alta Magia?» «La donna mortale, Kitiara Uth Matar, sorellastra dello stregone scuro Raistlin. Ha attraversato il bosco poco fa, non è vero?» «Ci ha provato», rispose la voce incorporea.
«Provato?» domandò Soth, sentendo montare l'ira. «Possiede un talismano che le permette di passare fra di voi illesa. Ero con lei la prima volta che l'ha usato contro di voi.» «Il talismano le assicura protezione... a meno che non mostri paura», sussurrò la voce dalle profondità della terra. Infuriato per quanto sottinteso da quelle parole, Soth scattò: «Dov'è?» Le mani si allontanarono e scomparvero nel terreno. «Rinunciate al suo corpo!» gridò il cavaliere della morte, furibondo. La voce cavernosa echeggiò nel silenzio del bosco. Il senso di oppressione che aleggiava fra gli alberi aumentò e un gemito di disperazione giunse dalle profondità. Una mano sbucò fra le foglie cadute. Stringeva il frammento di un'armatura blu notte. «L'abbiamo ferita, abbiamo distrutto la sua armatura ma non abbiamo rivendicato il suo corpo. È viva, nella torre.» Il cavaliere della morte si precipitò verso la palizzata di ferro che circondava la torre. Spalancò il cancello arrugginito, quindi forzò la porta, sulla quale erano incisi simboli magici. Come i guardiani del bosco, le cose informi e indistinte, che abitavano le antiche sale della Torre dell'Alta Magia, arretrarono davanti a Soth. All'interno dell'edificio, il cavaliere della morte si fermò ai piedi di una lunga scala che portava ai piani superiori, illuminata qua e là da sfere che irradiavano una flebile luce magica. La stanza che conteneva il portale per accedere al dominio di Takhisis era sopra di lui. Soth si diresse verso un angolo in ombra, lontano dai globi magici. Utilizzando un potere conferitogli dalla sua condizione di non-morto, il cavaliere della morte si dissolse nell'oscurità. Un istante dopo, emerse da un'altra ombra e spinse la pesante porta di legno che conduceva al laboratorio della torre, dove si trovava il portale. I cardini arrugginiti cigolarono rumorosamente. L'elfo reietto, Dalamar, sollevò lo sguardo verso la porta, ma inizialmente Soth rimase nell'ombra, nascosto alla vista. Il mago sedeva su una poltrona, apparentemente assorto nei propri pensieri. A un tratto, iniziò a lisciarsi la veste nera. «Nessuno può entrare», mormorò a un uomo in armatura, che s'inginocchiò dando la schiena alla porta. Dalamar portò la mano a una pergamena che portava alla cintura. «I guardiani...» Soth avanzò nella stanza nell'istante in cui l'uomo in armatura si voltava verso la porta. Era Tanis Mezzelfo. «... non possono fermare lui» affermò il mezzelfo, completando la frase di Dalamar.
Uno sguardo inorridito si dipinse sul volto di Tanis alla vista del cavaliere della morte. Le labbra di Dalamar si arricciarono in un sorriso arcigno e il mago si rilassò. «Entrate, Lord Soth», disse. «Vi aspettavo.» Il cavaliere reietto non si mosse e Dalamar ripeté l'invito. Soth restò ancora un istante nell'ombra, lo sguardo fisso sul volto di Tanis. Non gl'importava sapere come il suo nemico fosse riuscito ad arrivare alla torre, forse aveva sorvolato il Bosco di Shoikan sul drago di bronzo e si era lanciato sul tetto. Tutto ciò che gl'importava era che Tanis Mezzelfo stava fra lui e il suo premio. Tanis portò la mano alla spada, un gesto che sorprese Soth dopo la codardia mostrata dall'altro. Dalamar posò le lunghe dita affusolate sul braccio del mezzelfo e disse: «Non interferire, Tanis. Non è a noi che è interessato. È qui per un altro motivo». La luce fioca delle candele illuminava il laboratorio, rivelando libri di magia, bottigliette e beccucci che sibilavano in modo sinistro, ed enormi tavoli di pietra riservati a esperimenti più impegnativi e spaventosi. Il portale attraverso il quale Raistlin era già passato per incontrare Takhisis era dall'altra parte della stanza, diametralmente opposto a Soth. Il grande anello di acciaio era ricoperto di simboli magici in oro e argento e cinque teste di drago erano scolpite intorno alla circonferenza. Abbandonato in un angolo a pochi passi dal portale e coperto da un mantello, si trovava l'oggetto della ricerca del cavaliere della morte. Kitiara! Il cuore di Soth fece un balzo, mentre il non-morto attraversava a lunghi passi la stanza. Il cavaliere sollevò il mantello e s'inginocchiò accanto al cadavere. Nella morte, Kitiara Uth Matar gli apparve bella come era stata in vita. Gli splendenti occhi castani erano spalancati in un'espressione di orrore. L'armatura blu notte era stata strappata dai guardiani della torre e l'aderente giubba nera, ormai a brandelli, rivelava la pelle abbronzata della donna. Il cavaliere della morte non fece caso al taglio sanguinante nella gamba o ai lunghi graffi, rossi per il veleno, provocati dalle mani dei guardiani. Il buco bruciacchiato nel suo petto, provocato sicuramente da un attacco magico di Dalamar, lo turbò per un solo istante. Le ferite avevano poca importanza, purché il corpo di Kitiara restasse sufficientemente intatto per ospitare l'anima risuscitata della donna. Le ultime scintille della vita mortale di Kitiara stavano spegnendosi, ma la sua anima era ancora sospesa sul corpo. Un'immagine spettrale della donna si contorse nel dolore, attaccata al cadavere da un filo sottile, ma luminoso, di energia. «Lascia andare questa vita», mormorò Soth a Kitiara.
Il filo divenne più luminoso, mentre l'anima cercava disperatamente di restare avvinghiata alla vita mortale. Non era per paura, ma per amore. Soth si voltò per affrontare il suo più odiato nemico. «Lasciala a me, Tanis Mezzelfo», tuonò. «Il tuo amore la lega a questo piano. Lasciala andare.» Con passo deciso, il mezzelfo avanzò verso Soth. Teneva la mano sull'impugnatura della spada. Mentre si avvicinava al cavaliere della morte, Dalamar lo ammonì: «Ti ucciderà, Tanis. Ti massacrerà senza alcuna esitazione. Lasciala a lui. Dopo tutto, credo che lui sia l'unico che l'abbia capita veramente». Le parole dell'elfo ravvivarono la fiamma dell'odio nel cuore di Soth; Kitiara era tenuta lontana da lui da codardi e lacchè! Gli occhi del cavaliere della morte fiammeggiarono. «Capita?» ringhiò. «Ammirata! Come me, lei era nata per comandare, per conquistare! Ma lei era più forte di me. Era capace di mettere da parte l'amore che rischiava di incatenarla. Se non fosse stato per uno strano scherzo del destino, avrebbe regnato su tutta Ansalon!» La mano di Tanis serrò la spada. «No», mormorò in tono sommesso. Dalamar afferrò il polso del mezzelfo e lo guardò negli occhi. «Non ti ha mai amato, Tanis», disse senza lasciare trapelare alcuna emozione. «Ti ha usato come ha usato tutti noi, lui compreso.» Mentre Dalamar spostava lo sguardo su Soth, Tanis iniziò a parlare. L'elfo scuro lo interruppe. «Ti ha usato fino alla fine, Mezzelfo. Anche adesso, cerca di raggiungerti, sperando che tu la salvi.» Mentre Soth impugnava la spada, pronto a colpire Tanis, sul volto di quest'ultimo apparve un'improvvisa stanchezza. Era come se gli fosse stato concesso di vedere l'anima egoista di Kitiara. Il mezzelfo incontrò lo sguardo feroce del cavaliere della morte mentre allontanava la mano dalla spada. Lord Soth prese in considerazione la possibilità di uccidere comunque il rivale per avere abbandonato Kitiara senza combattere. Quell'ultimo gesto era per lui l'ennesima prova di quanto Tanis fosse indegno di portare l'armatura dei Cavalieri della Rosa. Vivrà con la codardia come compagna, decise infine il cavaliere della morte, girandosi verso il cadavere di Kitiara. L'anima della donna se n'era andata. Sebbene Soth avesse sperato che Kitiara non avrebbe cercato si sfuggirgli, aveva previsto già da tempo una simile eventualità. Mentre il cavaliere della morte sollevava il cadavere avvolto nel mantello macchiato di san-
gue, il suo siniscalco si avventurava nell'Abisso diretto al dominio di Takhisis. Là, il suo servitore avrebbe catturato l'anima della donna e l'avrebbe riportata nella casa di Soth. Con il corpo di Kitiara fra le braccia, Soth raggiunse un angolo in ombra del laboratorio e pronunciò una parola magica. Ai suoi piedi si aprì un abisso tenebroso, dal quale soffiò una ventata di aria gelida. Dopo avere lanciato un'ultima occhiata a Tanis Mezzelfo, che si riparava il viso dal freddo pungente, il cavaliere della morte scomparve dalla Torre dell'Alta Magia. Le pianure polverose si estendevano a perdita d'occhio, arse da un sole infernale che non conosceva tramonto e restava sempre alto in cielo. Venti afosi, che odoravano di carne bruciata, soffiavano vorticose nubi di sabbia sulle distese inaridite. Di tanto in tanto, i vortici di vento si fondevano l'uno nell'altro dando vita a tornado ululanti. Ma perturbazioni simili non duravano mai a lungo. Il sole li schiacciava con la stessa forza con la quale opprimeva tutto ciò che entrava nel regno di Pazunia. «Quarantanovemilatrentotto. Quarantanovemilatrentanove.» Un essere solitario si trascinava nel deserto, le spalle ricurve, la testa bassa. Caradoc, così si chiamava quella pover'anima, non aveva bisogno di sollevare lo sguardo per sapere che intorno a lui si allargava una piana desertica infinita. Erano ormai ore, forse giorni, che camminava nel mondo dell'aldilà, l'anticamera dell'Abisso. Soltanto tre cose spezzavano la monotonia di quel luogo e nessuna di esse era particolarmente piacevole. All'orizzonte, il fiume Styx scorreva sinuoso. Le sue rive erano infide come tutta Pazunia, poiché il fiume era, per sua natura, ladro e non benefattore. Bastava che un uomo sfiorasse le acque dello Styx per essere privato della memoria e venire trascinato dalla corrente nell'oltretomba, verso un tragico destino. «Quarantanovemilacinquantaquattro.» Caradoc si portò una mano alla fronte. «No, un attimo. Quarantanovemilaquarantaquattro.» Fortezze arcane sbucavano dalla terra morta. Erano gli avamposti dei potentissimi tanar'ri, i signori che abitavano nei seicentosessantasei strati dell'Abisso, da dove potevano lanciare attacchi al mondo dei mortali. Sentinelle raccapriccianti facevano la guardia per proteggere le fortezze da spiriti maligni al servizio di tanar'ri rivali. Ciononostante, gli assalti erano frequenti. Gli echi di queste sanguinose battaglie venivano trasportati dai venti di Pazunia. Fortunatamente per Caradoc, gli spiriti coinvolti nei con-
flitti non nutrivano alcun interesse nei confronti di un viaggiatore solitario, soprattutto di uno già morto. «Quarantanovemilasessantotto», mormorò, dando un calcio a un sasso lungo il sentiero. Lanciò un'occhiata agli stivali di pelle nera e scosse la testa disgustato. Causa della sua infelicità non erano né il caldo di Pazunia, né il fetore, ma lo stato dei suoi abiti. Gli stivali, rimasti lucidi per tre secoli e mezzo dalla sua morte, erano ormai opachi e sporchi. I tacchi erano consumati per la lunga marcia e la giubba di seta gli si era appiccicata alla schiena madida di sudore. Scosse nuovamente la testa. Quando avrebbe lasciato l'Abisso per tornare a Krynn sarebbe stata sicuramente anche macchiata. Prima di contare il passo successivo, si lisciò la giubba e spolverò gli stivali. Quindi sollevò la testa e scrutò in lontananza. «Dovrei esserci vicino», disse, se non altro per sentire quella che un tempo era la sua voce umana. Lo stanco viandante aspettava di vedere spalancarsi una buca, ma tutto era immobile. Portali che si aprivano nel terreno erano una peculiarità del deserto ed erano il terzo elemento che spezzava la monotonia di Pazunia. Lungo il cammino, Caradoc aveva superato dozzine, forse addirittura centinaia di buche simili. Da alcune fuoriusciva una sottile nebbia. Da altre grida angosciose. Ma quei portali non interessavano a Caradoc, poiché non portavano al livello dell'Abisso dove lui era diretto. «Quarantanovemilasessantanove», sospirò e riprese. Non si affrettò. Né smise di contare. Lord Soth, il suo signore, era stato molto chiaro in merito. Doveva contare diecimila passi per ogni testa di drago cromatico, ripeté Caradoc fra sé e sé. Soltanto allora si sarebbe trovato davanti al portale oltre il quale si apriva il regno di Takhisis. Finalmente esclamò: «Cinquantamila!» Appena ebbe contato l'ultimo dei passi, si fermò. Davanti a lui non c'era nessun portale. Si schermò gli occhi contro il sole e guardò in cielo. Forse il portale era sospeso; cose simili accadevano a Pazunia. Niente. Caradoc precipitò nello sgomento. L'ululato del vento era come un gemito di dolore e la polvere sibilava come l'ultimo respiro di un uomo morente. «Cinquantamila», ripeté. «Dov'è la maledetta porta?» Afferrò la catena che portava al collo ed estrasse il medaglione da sotto la giubba. Una rosa contorta, un tempo rossa ma ora scura per la ruggine, brillò sul ciondolo.
«Sono il siniscalco di Soth di Dargaard Keep. Cerco l'ingresso al regno della Regina delle Tenebre.» All'improvviso, nella pianura assolata si aprì un baratro e Caradoc venne inghiottito. Si ritrovò nell'oscurità e lentamente fluttuò da un livello all'altro dell'Abisso. Non era la prima volta che provava la sensazione di volare, mentre non si poteva dire lo stesso per ciò che vedeva, udiva e annusava. Allo strato di totale oscurità seguì un impero di ghiaccio. Pioggia ghiacciata sferzava l'aria, sospinta da venti gelidi. Isole di ghiaccio galleggianti si allungavano all'orizzonte, inframmezzate, di tanto in tanto, da enormi pilastri di roccia incrostata di neve. Il vento ululava e si avvolgeva intorno ai monoliti, rendendoli lisci come la neve ai loro piedi. La montagna di ghiaccio si mosse. Un paio di freddi occhi azzurri si aprirono lentamente su ogni pilastro e gli sguardi ostili seguirono Caradoc mentre passava al livello successivo. Su una pianura di acciaio rugginoso erano schierati due eserciti. Si incontrarono su un ampio fronte, dove corpi e parti di corpi si lanciarono gli uni sugli altri. Nell'aria risuonò un gemito di disperazione, basso e straziante, e l'odore penetrante di metallo arrugginito sovrastò persino il puzzo del sangue e della carne in putrefazione. Una moltitudine di creature scarne si ammassava su un lato del campo di battaglia. Dietro di loro, esseri titanici le spingevano ad avanzare. Quei giganteschi tanar'ri avevano il corpo di spaventosi serpenti ma il volto, le spalle e il petto di donne. Là, finivano le somiglianze con la razza umana, poiché in ognuna delle loro sei braccia brandivano armi dalle lame affilate. Dall'altra parte del campo di metallo era radunato un altro esercito di uguali proporzioni. Caradoc rabbrividì nel riconoscere in quelle creature i mani: mortali che nel corso della vita avevano disseminato caos e malvagità. La loro pelle era cinerea e il corpo era gonfio come quello di cadaveri abbandonati in un fiume fetido; minuscoli animali necrofagi strisciavano su di loro. Gli occhi vuoti, fissi davanti a loro, i mani venivano spinti verso il nemico da un generale mostruoso: un torreggiante tanar'ri dalla pelle brunita e ali ricoperte di squame ruvide e irregolari. Ogni volta che apriva bocca, dai lunghi denti gialli gocciolava veleno. In una mano, il generale brandiva una frusta con venti code spinose, e nell'altra una spada di saette. Caradoc sapeva che se le sue gesta da mortale fossero state più atroci dell'assassinio della prima moglie di Lord Soth, ora avrebbe potuto trovarsi fra le fila di quell'esercito. Per la prima volta in trecentocinquant'anni, fu felice di essere stato condannato a trascorrere l'eternità sottoforma di spet-
tro su Krynn. Chiuse gli occhi e proseguì. Superando luoghi di oscurità e di luce, attraversò regni di fuoco, di aria e d'acqua. A un certo punto si ritrovò in un posto caldo e umido. Quando finalmente gli occhi si abituarono al buio, riuscì a vedere intorno a sé. Ovunque c'erano funghi vischiosi che s'innalzavano per un migliaio di piedi nell'oscurità, trascinando funi di squamosa vegetazione bianca. Pozze di limo grigio scorrevano lentamente sul terreno spugnoso e da masse color porpora si protendevano lunghi tentacoli. Regnava il silenzio, ma il puzzo di marciume riempì il naso e la bocca di Caradoc. Ciò che più turbava il siniscalco era la sensazione che un'entità potente e malvagia guardasse da quel silenzio. Sebbene Caradoc non vide alcun bagliore nell'oscurità, sapeva che un essere superiore lo stava osservando. Finalmente il siniscalco giunse alla fine della discesa nell'Abisso. Si ritrovò sul tetto di un tempio fatiscente, dalle colonne in rovina e le pareti annerite dal fuoco. Un tempo, quell'edificio era stato la casa del Sommo Sacerdote di Istar a Krynn; ora, Takhisis, la Regina delle Tenebre, utilizzava ciò che restava della costruzione come porta d'ingresso a Krynn. Dal tempio, tramava per distruggere tutto ciò che di buono esisteva nel mondo dei mortali. L'ironia della situazione non sfuggì a Caradoc; il Sommo Sacerdote aveva voluto con tutto se stesso distruggere il male. Ora, il suo tempio era la dimora di una delle più perfide fra tutte le divinità. «Forse anche il Sommo Sacerdote si trova nei paraggi», rifletté Caradoc, guardandosi intorno. Il tempio era circondato da una folla di anime dannate che spingeva per avvicinarsi all'edificio. «Regina dei draghi!» gridava la legione di anime. «Ti siamo fedeli. Permettici di aiutarti!» Caradoc sapeva che Takhisis non avrebbe risposto. Come Lord Soth gli aveva spiegato prima della partenza, un mago mortale di Krynn intendeva sfidare Takhisis nel suo stesso regno. Un simile conflitto era senza precedenti; pochi mortali possedevano sufficiente potere per opporsi a un dio nel suo dominio, soprattutto a una divinità potente quanto Takhisis. Tuttavia, lo scontro avrebbe sviato l'attenzione della Regina Scura sufficientemente a lungo per permettere a Caradoc di individuare l'anima di una donna appena arrivata: Kitiara Uth Matar. Sorrise al pensiero. Una volta ritrovata e condotta l'anima a Dargaard Keep, Lord Soth lo avrebbe ricompensato. Il cavaliere della morte era un servitore potente degli dei del male e poteva rivolgere una supplica a Chemosh, Signore dei Nonmorti, affinché annullasse la maledizione che
aveva colpito Caradoc. Sarebbe tornato mortale. O per lo meno era quanto Soth gli aveva promesso. Un pensiero improvviso gli attraversò la mente. Che cosa avrebbe fatto nel caso Soth si fosse rifiutato di rispettare la parola data? Dopo un istante di riflessione, il sorriso tornò sul suo volto. Conosceva diversi modi per obbligare il cavaliere della morte a onorare i patti. Il siniscalco prese fra le mani il medaglione. «Svela ai miei occhi lo spirito della Signora dei Draghi Kitiara», disse. Dalla rosa sul medaglione si diffuse una calda luce magica. Il siniscalco tenne il disco innanzi a sé e un raggio luminoso si proiettò sulla folla davanti al tempio, illuminando la donna che lui cercava. 2 «Dov'è finito quello stupido?» ringhiò Lord Soth, stringendo le mani intorno ai braccioli del trono, sbriciolati e anneriti. «L'incarico era semplice. Dovrebbe già essere tornato da tempo.» Una figura trasparente con lunghi capelli fluttuanti e orecchie a punta si librò su Soth. Ti ha ingannato così come tu hai ingannato tutti quelli che si sono fidati di te, mormorò la banshee. Il traditore è stato tradito! gridò un altro spirito inquieto volteggiando in aria. La banshee più vicina a Soth gettò la testa indietro e scoppiò a ridere, subito imitata dalle dodici sorelle, che piroettarono nella grande sala del trono. Il loro ululato echeggiò dalle pareti circolari della stanza fino al soffitto a volta e alle scale che conducevano alla terrazza. Chiunque nel raggio di un miglio avrebbe potuto sentire la terrificante cacofonia, ma pochi mortali si avventuravano nelle vicinanze del maniero e il lamento lugubre delle banshee avrebbe fatto fuggire dai dirupi rocciosi anche le creature più feroci. Uno spirito si avvicinò a Soth, il volto dai bei lineamenti sfigurato dall'odio. Gli dei hanno scritto la tua punizione con il sangue di due mogli assassinate e le lacrime del tuo unico figlio. La banshee era così vicina che se Soth avesse voluto, avrebbe potuto colpirla. Lo spirito aveva il viso di una bellissima donna elfo. Sebbene gli occhi fossero ormai pallidi e spenti, in loro s'intravedeva ancora l'azzurro intenso di un tempo. La chioma selvaggia che le incoronava il capo secoli prima era bionda. Persino i suoi movimenti flessuosi tradivano una grazia
tipica degli elfi. Ma quella visione di bellezza svanì rapidamente e la fanciulla elfo divenne ancora una volta uno spirito privo di sostanza, un'immagine luminescente e corrotta dell'essere incantevole che era stata. Il tuo destino è scritto in quel libro, Soth di Dargaard, sibilò la banshee. È fissato in quelle pagine. Conoscerai il tradimento! Le invettive dello spirito irrequieto lasciavano Soth indifferente, poiché non avvertiva più i rimorsi della coscienza o la paura inquietante del futuro che tormentavano alcuni mortali. L'incendio che secoli prima aveva annerito le mura di Dargaard Keep si era preso la sua vita. Coloro che su Krynn avevano avuto la sfortuna di incrociare il signore di Dargaard si riferivano a lui come a un "cavaliere della morte" e quel titolo diffondeva più terrore di un fantasma, di un predatore di tombe o di una banshee. «Quel libro non esiste, né a Krynn, né nei cieli. Io sono l'artefice del mio destino.» Soth allontanò lo spirito con un gesto della mano. «Sono felice di assumermi il merito e la colpa per tutto il male che ho commesso.» E ne hai commesso molto, mormorò la banshee più vicina a lui. Tu eri il buio nella luce, una macchia che si espande, un cancro. La voce di un altro spirito aggiunse: Tu eri lo squalo che iniziava a muoversi nelle acque immobili. Un terzo e un quarto spirito levarono i loro lamenti sopra quelli degli altri e le parole presero a volteggiare vorticosamente raggiungendo un volume assordante. Quando i suoni divennero un grido incomprensibile, la voce di una sola banshee superò le altre. Tu eri il più coraggioso dei Cavalieri di Solamnia, il più valoroso dell'Ordine della Rosa. Le tue gesta eroiche venivano cantate in tutta Krynn, dalle terre dei nani di Thorbardin alla foresta elfica di Silvanost, dalle radure sacre dell'isola di Sancrist ai templi del Sommo Sacerdote di Istar. Sotto l'elmo, Soth si fece minaccioso. «Assolvete malamente il vostro compito», tuonò con voce cupa. «Paladine vi ha creato e vi ha inviato a infestare il mio castello. Ogni notte, da sette volte cinquant'anni, siete la voce accusatrice del Padre del Bene, che mi ricorda i miei fallimenti.» Il cavaliere della morte si alzò di scatto. L'antica armatura non cigolò. La lunga cappa ondeggiò intorno a lui, ma in perfetto silenzio. «Le vostre insulse accuse mi annoiano. Soltanto i ricordi mi provocano dolore e il vostro ciarlare non serve a fare tornare alla mia mente il passato migliore.» Uno degli spiriti gridò. Gli altri dodici si unirono a lui, dando vita a un coro di lamenti. Vuoi ricordare i tuoi peccati? Devi crescere per godere il dolore!
«Desidero soltanto distrarmi», ammise infine il cavaliere della morte. Con la mano indicò una sagoma nascosta nell'ombra accanto al trono. «Dopo tutto, è per questo che ho portato qui Kitiara.» Con sorprendente delicatezza, sollevò un mantello macchiato di sangue. Là, seminascosto dalla nebbia che si sollevava dal pavimento, giaceva il cadavere di Kitiara Uth Matar. L'impazienza s'impadronì nuovamente di Soth. «Tra poco ti avrò ancora con me», disse al corpo immobile. Si chinò e accarezzò una guancia esangue. «Spezzerai il drappo funebre che aleggia su questo castello in rovina.» Ti stancherai di lei come hai fatto con le tue mogli, affermò uno spirito. La sua fine sarà... «Basta!» tuonò Soth e le banshee indietreggiarono. Il cavaliere della morte lasciò vagare lo sguardo nella sala; timidi raggi di un sole debole filtravano dalle porte fatiscenti, mentre le ombre si allungavano nella stanza. Il tramonto era ormai vicino. «Caradoc è partito da ore. La pagherà cara per questo ritardo!» Forse la battaglia tra la Regina Scura e Raistlin è terminata prima che Caradoc riuscisse a catturare l'anima, bisbigliò uno spirito. Sia Takhisis che il fratellastro di Kitiara hanno validi motivi per volerla nell'Abisso. Le mani intrecciate innanzi a lui, Soth misurò nervosamente la stanza a grandi passi. Il suo avanzare era silenzioso. E i suoi stivali non agitarono la foschia che s'insinuava attraverso le porte distrutte e ricopriva il pavimento annerito. Le banshee si ritirarono negli angoli oscuri della sala, mentre il cavaliere della morte raggiungeva le scale e iniziava a salire. «Vado a cercare indizi sull'esito della battaglia», affermò senza voltarsi indietro. «Che nessuno tocchi il corpo della Signora dei Draghi.» Il corridoio, privo di finestre, era immerso nell'oscurità, ma il cavaliere della morte poteva vedere nel buio. Vedeva le antiche pareti di pietra e le crepe che si arrampicavano su di esse come edera. Persino un topolino, denutrito e assordato dai continui lamenti funebri delle banshee, non passò inosservato. L'animale fuggì all'avvicinarsi di Soth, allontanato dal gelo innaturale che irradiava il corpo del non-morto. Con passo marziale, Soth percorse i corridoi oscuri, pensando ad alta voce quali punizioni fossero più adatte per il siniscalco in ritardo. «Forse dovrei trasformare i suoi abiti in stracci», mormorò. «In vita era un damerino, più interessato ai broccati che alle spade, e la morte non lo ha cambiato.» Una porta deformata su cardini arrugginiti segnava la fine del corridoio.
Cigolò fragorosamente quando Soth la spalancò. La stanza su cui si apriva era piccola, ma la breccia creatasi dove la parete era crollata secoli prima la faceva sembrare più grande. Una fresca brezza s'infiltrava dallo squarcio, sollevando la polvere e lo sporco che coprivano il pavimento. Situata in cima alla torre, quella stanzetta un tempo era un posto di guardia. Ormai, Dargaard Keep non aveva più bisogno di sentinelle. La reputazione del signore del maniero bastava a tenere lontani gli intrusi e i curiosi. Ciononostante, una figura solitaria montava la guardia nel locale colmo di macerie. «Ah, Sir Mikel», disse Soth in tono distratto. «Spostatevi.» Il militare si fermò. L'armatura arrugginita di Sir Mikel era vecchia quanto quella di Soth e pendeva sul corpo scheletrico. Scarnificate costole gialle risplendevano attraverso le aperture nella corazza del cavaliere e gli stivali consumati martellavano il pavimento quando il soldato marciava. Un teschio senza occhi né carne appariva sotto una visiera sollevata. Mentre lo scheletro guerriero lo fissava, Soth si chiese se minuscole parti dell'anima del cavaliere restassero ancora. Mikel, come tutti i tredici Cavalieri Solamnici che avevano assecondato Soth nei suoi crimini, era stato condannato a servire il cavaliere della morte per l'eternità. La carne aveva abbandonato lo scheletro dei cavalieri ormai da secoli e con essa se n'era andata la loro individualità e capacità razionale. Ora, a meno che Soth non impartisse loro degli ordini, i cavalieri montavano incessantemente la guardia nel luogo in cui erano morti. Dopo un breve istante, Mikel sembrò riconoscere il suo signore. Chinò la testa e si spostò di lato per permettere al cavaliere della morte di raggiungere la breccia nel muro. «Avete visto Caradoc, oggi?» domandò Soth al sottoposto. Una lunga e dolorosa pausa seguì la domanda, poi Sir Mikel annuì esitante. Le sue ossa sfregarono l'una contro l'altra producendo un suono stridulo e penetrante. «Lo avete visto questa mattina prima che si avventurasse nell'Abisso?» Mikel annuì nuovamente. «E lo avete visto da quando sono tornato da Palanthas con il corpo della Signora dei Draghi?» Un'altra pausa, poi lo scheletro guerriero scosse la testa. Nessuna scintilla brillò nella cavità dei bulbi oculari; nessun tipo di espressione modificò la smorfia pietrificata del nonmorto. Il cavaliere della morte guardò il cielo, che si oscurava per l'avanzare
della notte. Le tre lune, che vegliavano su Krynn, stavano sorgendo. Solinari, la luna argentea della magia bianca, non era che una scheggia nel cielo. Il simbolo della neutralità, Lunitari, brillava fulgidamente, proiettando un bagliore rossastro sulle montagne che circondavano Dargaard su tre lati. La terza luna era visibile solo alle creature del male come Soth. Nuitari emanava infatti una sorta di luce negativa, un nero fulgore che risplendeva su ciò che apparteneva alle tenebre. Anche le stelle cominciavano a stagliarsi nel cielo scuro. Ciascuna delle ventuno divinità di Krynn era rappresentata in cielo da una costellazione, un pianeta o una luna. Le stelle che raffiguravano Paladine, il Padre del Bene, creavano un drago d'argento. Quei punti di luce, chiamati il Valoroso Guerriero, si contrapponevano al drago a cinque teste conosciuto come la Regina delle Tenebre. In passato, quelle manifestazioni di potere divino avevano rispecchiato le battaglie delle divinità, i loro trionfi e le loro sconfitte. Soth posò lo sguardo sul drago a cinque teste alla ricerca di un indizio sul risultato dello scontro avvenuto, o ancora in corso, fra Takhisis e Raistlin Majere. La Regina delle Tenebre era distesa in cielo, attorcigliata e pronta per colpire il Valoroso Guerriero. Niente era cambiato. «La battaglia deve essersi conclusa», borbottò Soth. «Takhisis ha sconfitto il mago.» Voltò le spalle alla breccia nel muro e si rivolse a Sir Mikel. «Vi ordino di osservare le stelle, soprattutto la costellazione della Regina delle Tenebre. Avete capito?» Il non-morto si avvicinò allo squarcio. Con esasperata lentezza sollevò gli occhi vuoti al cielo. «Se le stelle modificano la loro posizione, avvertitemi», aggiunse Soth, allontanandosi precipitosamente. Il cavaliere della morte si avviò lungo i corridoio bui e polverosi. A ogni passo si pentiva di avere fatto affidamento sul siniscalco per recuperare l'anima di Kitiara. Nessuno dei suoi servitori possedeva sufficiente potere per sconfiggere i guardiani della Torre dell'Alta Magia, perciò Soth stesso era stato obbligato ad andare in cerca del cadavere. E tra i suoi tirapiedi, soltanto Caradoc era abbastanza intelligente da riuscire a sopravvivere a un viaggio nell'Abisso. Ma ora sembrava che lo spettro avesse fallito. O lo avesse ingannato. Spinse con violenza una porta, facendo volare ovunque schegge di legno marcio. «Caradoc pagherà. La maledizione lo obbliga a tornare qui», sibilò il cavaliere della morte.
Si fermò e rifletté sulla verità di quelle parole. C'era un luogo in cui il siniscalco avrebbe dovuto fare ritorno, che fosse riuscito o meno nell'impresa. Soth decise di attendere Caradoc proprio là. Affrettò il passo mentre saliva le scale di pietra che conducevano alla torre, utilizzata come edificio principale del maniero. Caradoc si era ritrovato intrappolato dalla maledizione che aveva condannato Soth. In vita, il siniscalco era stato un uomo avido, ambizioso, che aveva aiutato il suo signore in ogni modo. Aveva diffuso voci false su chiunque aveva tentato di minare la posizione di Soth all'interno dell'ordine cavalleresco. Quando il Consiglio dei Cavalieri aveva messo in dubbio la bontà di alcune azioni del suo padrone, Caradoc non aveva esitato a testimoniare in favore di Soth. Aveva persino ucciso per il suo signore, pugnalando la sua prima moglie nel sonno. Anche mentre il fuoco devastava Dargaard, Caradoc era rimasto nello studio privato di Soth impegnato nel controllo dei libri contabili del suo padrone. Ed era là che riposavano ancora le sue ossa. Dopo aver salito un numero di scalini sufficiente per sfiancare anche il più robusto mortale, Soth raggiunse un ballatoio, dove una spaccatura nel pavimento si apriva nel vuoto sottostante. La cornice che un tempo ospitava la porta dello studio era parzialmente crollata. Per entrare, Soth dovette superare un mucchio di masserizie. In confronto alla confusione che regnava nel resto del maniero, lo studio era pulito, persino in ordine. Lo strato di polvere e sporcizia che rivestiva il pavimento delle altre stanze era stranamente assente. Mancavano anche schegge e frammenti della porta o dei mobili di legno che un tempo arredavano lo studio. Un arazzo copriva una parete. Su di esso erano rappresentati elfi che combattevano contro loro simili nella guerra fratricida che aveva sconvolto le nazioni elfiche centinaia di anni prima. Sul pavimento sotto l'arazzo giaceva uno scheletro. Dall'unica finestra della stanza penetrava la luce delle lune. Rossa come sangue appena versato, Lunitari tingeva i resti scheletrici di Caradoc e creava macchie di oscurità negli angoli dello studio. Soth si avvicinò allo scheletro e aggrottò la fronte. Come il resto della stanza, le ossa di Caradoc erano pulite. La carne imputridita era stata eliminata con cura e non rosicchiata dai parassiti che abitavano il castello. Le braccia erano state piegate sul petto, conferendo allo scheletro quell'aspetto di serenità che nessuno degli altri abitanti di Dargaard possedeva. Soth sapeva che il siniscalco doveva avere impiegato anni per comporre
il cadavere ed eliminare i detriti dalla stanza. Per il corpo spettrale di Caradoc, come per quello della maggior parte dei fantasmi, il contatto con il mondo fisico era estremamente difficile; per muovere anche una minuscola pietra era necessaria una profonda concentrazione. Tuttavia, così come era stato in vita, anche in morte il siniscalco era costantemente preoccupato del proprio aspetto e desiderava che i suoi resti fossero presentabili. Aveva persino coperto il teschio con un drappo di seta come dettava un'antica usanza funebre solamnica. Il cavaliere della morte si piegò per sollevare il velo. «Quel drappo un tempo apparteneva a Kitiara, mio signore», affermò una voce tremante dietro Soth. «Glielo rubai una notte in cui si era fermata al castello.» Il cavaliere della morte si voltò di scatto. Là, nell'angolo buio vicino all'ingresso, era rannicchiato Caradoc. «Dov'è lei?» domandò Soth in tono pacato. Il siniscalco emerse dall'oscurità. La luce della luna lo illuminava di rosso. «Mio signore...» iniziò, ma si fermò appena il cavaliere della morte fece un passo verso di lui. «Come potete vedere, ho fatto ciò che mi avete chiesto.» Caradoc allargò le braccia, indicando se stesso. Sebbene lo spettro fosse trasparente, Soth vide che aveva i vestiti sporchi e stracciati. La polvere gli copriva ancora gli stivali. «Le pianure di Pazunia sembravano infinite e il portale...» «Dov'è l'anima di Kitiara?» lo interruppe Soth, spazientito. «Dov'è il medaglione?» Piegando il capo, Caradoc rispose: «Abbiamo fatto un patto, mio signore. Avete promesso che avreste perorato la mia causa con Chemosh, che avreste convinto il Signore dei Nonmorti a farmi tornare mortale». «Non ho scordato la mia promessa», affermò il cavaliere della morte, mentendo con sfacciata disinvoltura. Puntò un dito contro lo spettro. «La promessa verrà revocata se non mi dirai dove si trova l'anima di Kitiara.» Il siniscalco sapeva che se le sue gambe fossero state di carne e di sangue si sarebbero piegate per la paura. Facendosi coraggio, drizzò le spalle e assunse un atteggiamento sicuro. «Perdonatemi, mio signore, ma vi ho visto infrangere la parola data troppe volte negli ultimi trecentocinquanta anni. Voglio...» «Non osare pretendere niente da me!» gridò Soth, balzando in avanti. Lo spettro schivò la mano che il cavaliere della morte aveva allungato
per afferrarlo. Volò attraverso la stanza verso la finestra aperta. «Fatemi del male e non avrete mai Kitiara.» Cercando di placare l'ira che sentiva ribollire dentro di sé, Lord Soth affrontò il siniscalco. «Vola pure fuori dalla finestra se vuoi, Caradoc. So che la tua maledizione ti obbliga a tornare sempre al tuo scheletro.» Appoggiò la spessa suola dello stivale sopra il teschio sul pavimento. «Minacciami ancora e ti schiaccio come una mosca.» Lo spettro s'irrigidì. Non aveva niente di più prezioso delle ossa che un tempo avevano contenuto la sua anima, e la speranza che un giorno avrebbe abbandonato la condizione di non-morto lo aveva spinto a conservare il suo cadavere pulito e intatto. «Aspettate! Vi prego!» Soth non si mosse, lo stivale ancora sulle ossa coperte dal velo. «Vieni qua.» Riluttante, il siniscalco volò verso il suo padrone. «Ho raggiunto il regno di Takhisis quando la battaglia fra la Regina Scura e il mago mortale infuriava ancora», spiegò mentre si avvicinava a Soth. Il cavaliere della morte posò lo stivale sul pavimento. «Bene», disse. «Hai individuato l'anima di Kitiara Uth Matar?» «Sì. Il medaglione stregato mi ha aiutato.» Soth annuì e i fiammeggianti globi arancioni, che erano i suoi occhi, scintillarono pregustando già ciò che sarebbe accaduto. Lo spettro si interruppe. Un'espressione turbata gli oscurò il volto, spingendolo a distogliere lo sguardo. «Lei ha... opposto resistenza, mio signore», affermò infine. «Fortunatamente, il suo spirito era ancora disorientato per il tuffo nell'Abisso. Come mi avete ordinato, ho intrappolato la sua anima nel medaglione.» Soth non sopportava più l'attesa. La sua mano scattò in avanti e si chiuse intorno alla gola di Caradoc. Prima che lo spettro potesse reagire, con l'altra mano Soth strappò il colletto della giubba del servo. «Il medaglione non c'è! Dov'è?» Il cavaliere della morte colpì Caradoc. Nessun mortale avrebbe potuto imitarlo, poiché la spettrale forma incorporea proteggeva il siniscalco da attacchi fisici. Ma per Soth, Caradoc era solido quanto lo scheletro conservato nella stanza. «A Pazunia», ansimò lo spettro. «L'ho lasciato a Pazunia.» «E Kitiara è intrappolata al suo interno?» «S... sì.» L'acciaio della voce di Soth era più gelido del freddo emanato dalla sua
sostanza. «Che cosa speri di ottenere, traditore?» «Ho... ho fatto un patto con un potente signore tanar'ri sulla strada del ritorno dal regno di Takhisis», rispose l'altro. «Se voi...» Lo spirito deglutì e si fece forza per continuare. «Se voi non manterrete la parola e non farete in modo che io ritorni mortale, non avrete l'anima di Kitiara.» Senza pensarci due volte, Soth sferrò un potente calcio ai resti di Caradoc, frantumando la cassa toracica e spezzando entrambe le braccia. Lo spettro, ancora stretto nella morsa del cavaliere della morte, gridò disperato. Soth non si fermò e con mossa fulminea schiacciò il teschio ai suoi piedi. Le ossa si spezzarono e schizzarono sul pavimento illuminato dalla luna per poi scomparire nella nebbiolina che si andava diffondendo nella stanza. «Non immagini nemmeno quanto sia profonda la mia ira», affermò il cavaliere della morte in tono gelido. Soth trascinò Caradoc verso l'angolo in ombra dello studio. Quando furono entrambi coperti dall'oscurità, il cavaliere della morte pronunciò una parola magica. Scomparvero entrambi. Un istante dopo, emersero dall'ombra nella sala del trono del castello. Le banshee si libravano vicino al soffitto a volta. Quando il cavaliere della morte apparve dalle tenebre, stringendo ancora Caradoc per la gola, gli spiriti inquieti proruppero in assordanti ululati. La fitta nebbia che copriva il pavimento turbinò e palpitò, come spaventata dalle raggelanti grida delle banshee. Guarda come tratta il suo servo fedele! gridò una delle voci. Veloce come una saetta, una banshee attraversò la stanza. Non vedo l'anima di Kitiara. La Signora dei Draghi è sfuggita alle grinfie del cavaliere della morte! Il libro del suo destino è forse corretto? Il signore di Dargaard ha forse trovato un traditore tra le sue fila? «Non vi conviene prendervi gioco di me», intimò Soth in tono glaciale, «o quando avrò finito con Caradoc mi occuperò di voi». La minaccia placò le banshee, ma solo per pochi istanti. Appena il cavaliere della morte si mosse verso il centro della sala, gli spiriti fluttuarono fuori dalla sua portata, bisbigliando battute sarcastiche. Nel frattempo, Caradoc cercava di liberarsi dalla presa d'acciaio di Soth, ma inutilmente. «Pietà, mio signore», piagnucolò. All'improvviso, Soth si diresse verso il trono, trascinando con sé lo spettro. Là, afferrò il bordo del suo lungo mantello purpureo e lo agitò per allontanare la nebbia dal corpo rigido di Kitiara. La foschia si sollevò il tem-
po sufficiente per rivelare un cadavere coperto da goccioline di vapore. Sulle guance della donna, le gocce di umidità sembravano lacrime che scivolavano lentamente da occhi senza vita. Il cavaliere della morte fissò il bellissimo volto, poi, sollevò di peso il suo servitore. «Puoi comprare la mia pietà con l'anima di Kitiara. Dimmi dov'è.» Nel corso del lungo viaggio di ritorno dal regno di Takhisis, Caradoc aveva preparato il proprio bluff. Sapeva che difficilmente Soth avrebbe mantenuto la promessa... a meno che non avesse creduto che il siniscalco aveva un alleato di forza uguale o addirittura superiore. Era stato facile escogitare una menzogna, poiché Caradoc sapeva che persino Lord Soth rispettava i tanar'ri, i terribili signori dei demoni che abitavano l'Abisso. Ma ora, tuttavia, il pensiero di inscenare quella finzione terrorizzava lo spettro. La sua altra, e unica, alternativa era rivelare dove si trovasse realmente il medaglione e quindi l'anima di Kitiara, ma ciò avrebbe significato rinunciare per sempre alle sue speranza di risurrezione. «Su... sulla strada del ritorno da Pazunia», balbettò Caradoc, «sono giunto a una fortezza abbandonata. Là, ho lasciato il medaglione e l'anima della Signora dei Draghi». «Aprirò un portale per l'Abisso e mi condurrai alla fortezza.» «Io... non posso.» «Perché?» chiese Soth, aumentando la stretta intorno alla gola dello spettro. Caradoc si agitò come un forsennato, cercando disperatamente di liberarsi. «Un signore tanar'ri è arrivato mentre ero alla fortezza e si è impadronito del medaglione.» «Un signore tanar'ri», ripeté il cavaliere della morte. Rimise il siniscalco con i piedi per terra. «Sì, ho fatto un patto con un potentissimo abitante dell'Abisso», spiegò Caradoc, provando un certo sollievo. Restò sorpreso nello scoprire che la voce non gli tremava, come se la menzogna gli desse forza. «L'anima di Kitiara è imprigionata nel medaglione e il signore tanar'ri lo custodirà fino a quando non andrò a riprenderlo... nelle spoglie di un corpo mortale.» Le banshee risero sguaiatamente alle parole di Caradoc. Te l'ha fatta, cavaliere della morte, sghignazzarono. Il suo nuovo signore lo proteggerà da quello vecchio. Sei finito! Caradoc guardò negli occhi fiammeggianti di Soth, sperando di leggervi le sue intenzioni, ma l'espressione del cavaliere era indecifrabile.
«Il tuo piano è astuto, Caradoc», riconobbe infine Lord Soth in tono sorprendentemente calmo. «Sebbene mi obblighi ad affrontare e combattere questo tuo signore tanar'ri, non posso permettere che la tua astuzia non venga premiata.» Detto ciò, il cavaliere della morte aumentò ulteriormente la stretta intorno alla gola dello spettro. Caradoc si contorse e cercò di liberarsi dalla mano infilata nel guanto di cotta, ma le dita di Soth affondarono lentamente e dolorosamente in lui. Il siniscalco non riusciva più a parlare e a un forte ronzio nelle orecchie seguì la voce cavernosa del suo padrone. «Quando avrò distrutto questa forma, la tua anima tornerà al Signore dei Nonmorti, che ti rinchiuderà nel vuoto riservato agli spiriti che non sono più tali» ringhiò il cavaliere della morte. La vista di Caradoc si annebbiò. In lontananza udiva ancora le grida delle banshee, ma soltanto la voce di Soth risuonava forte e chiara. «Forse Chemosh ti farà risorgere ancora una volta, traditore, ma questa volta come qualcosa di più stupido, qualcosa come Sir Mikel e gli altri cavalieri condannati a servirmi.» Uno schiocco improvviso si levò dal collo di Caradoc. La testa dello spettro penzolò da una parte, non più sostenuta dalla spina dorsale ormai spezzata. «Oppure», continuò Soth, «potresti finire come i mani, arruolato nell'esercito di qualche generale mostruoso. Penso che...» Il cavaliere della morte si interruppe bruscamente, allentando la stretta. Intorno a lui, un banco di nebbia si era levato dal pavimento, oscurando la sala del trono e attutendo le grida e gli sberleffi delle banshee. «A che gioco stai giocando, Caradoc?» Lo spettro grugnì una risposta, ma Soth non la comprese. Caradoc gli avrebbe rivelato dove si trovava il medaglione solo se avesse smesso di torturarlo. Forse se Soth avesse saputo che l'anima di Kitiara si trovava fra le mura di Dargaard... Un cono di nebbia avvolse il cavaliere della morte e il siniscalco. La nebbia d'avorio si diffuse in ogni angolo della sala del trono, permeò ogni pietra. Nelle orecchie di Soth, i lamenti delle banshee diminuirono fino a cessare del tutto. La nebbia strisciò fuori dalla porta e nella notte, come se fosse stata richiamata altrove. Defluì come acqua sul pavimento di pietra, intorno al trono annerito e sbriciolato dai vermi, sul corpo immobile di Kitiara Uth Matara e sotto le tredici banshee che volteggiavano in aria. Sorelle! Gridò allibito uno degli spiriti inquieti, indicando il punto dove,
fino a un istante prima, si era trovato Soth. Il cavaliere della morte e lo spettro erano svaniti. 3 Quel bagliore accecante gli procurò un intenso bruciore agli occhi. La fitta nebbia s'insinuò da tutti gli angoli. Strisciò tra le crepe dell'armatura e si sfregò contro di lui come un gatto mostruoso. Tentacoli della sostanza lattiginosa s'infiltrarono nelle sue orecchie, nella bocca e nel naso, per poi ritrarsi rapidamente. «Caradoc», chiamò Soth, scrutando intorno a sé. La nebbia inghiottì ogni suono. Forse non aveva mai parlato! Forse aveva solo immaginato di avere chiamato il siniscalco. Ripeté il nome a voce più alta. «Caradoc!» Non ottenne risposta. Soth non sapeva come, ma lo spettro gli era sfuggito di mano quando la nebbia aveva invaso la sala del trono. Era certo che quel codardo di un siniscalco se l'era svignata. Si sarà nascosto in qualche angolo del castello, pensò. O forse sta fluttuando nello studio, cercando di rimettere insieme il suo scheletro. Dopo avere atteso qualche istante nel silenzio, Soth imprecò, infuriato. La nebbia smorzava persino i lamenti delle banshee. Era strano: i forti gemiti degli spiriti inquieti solitamente si udivano anche dalla torre più alta del maniero, nonostante le spesse mura di pietra. Soth ascoltò di nuovo. Niente. Le banshee tacevano. «È un trucco», mormorò. «O forse se ne sono andate quando ho attaccato Caradoc.» Ma Soth sapeva che le banshee non si sarebbero perse un'occasione di divertimento come la punizione di Caradoc. Gli spiriti elfici erano creature malvagie e assistere alla tortura del siniscalco sarebbe stato per loro un vero piacere. Ricordando che il trono era subito dietro di lui quando la nebbia aveva coperto ogni cosa, il cavaliere della morte si voltò e avanzò lentamente, ma dopo più di trentasei passi non aveva trovato né il trono, né la parete. Due cose gli furono subito chiare: non si trovava più nella sala del trono di Dargaard Keep e la nebbia che lo aveva inghiottito non era un prodotto della natura, ma della magia. «Tutto questo è molto al di là dei tuoi poteri, Caradoc», sibilò. «Ma ci sono altri...» Il cavaliere della morte lasciò la frase in sospeso mentre rifletteva sulla
causa della sua situazione. Forse dietro a quel mistero si nascondeva Takhisis. Aveva forse fatto infuriare la Regina Scura progettando la morte di Kitiara, una delle sue protette? No. Guerre fratricide e assassini erano all'ordine del giorno nella cerchia dei fedeli della dea del male. Non avrebbe punito un suo servo per avere seguito i propri impulsi malvagi, quegli impulsi che lei stessa osannava. Quel genere di tortura indiretta non era nemmeno opera di Paladine. Il Padre del Bene preferiva tormentare i suoi nemici con punizioni più lampanti. Lo stesso valeva per i cosiddetti Eroi della Lancia, Tanis Mezzelfo e il gruppo eterogeneo di mortali che combattevano contro le forze di Takhisis su Krynn. Come Paladine, rifuggivano infatti l'astuzia in favore dello scontro diretto con gli avversari. «Ah!» esclamo infine Soth. «L'alleato tanar'ri di Caradoc!» Scrutò nella nebbia alla ricerca della creatura malvagia. «Esci alla scoperto!» La nebbia si sollevò a spirale sotto gli occhi fiammeggianti di Soth, ma non apparve nessuna creatura. Il cavaliere della morte si accigliò sotto il pesante elmo. Ascoltò nuovamente. Nessun suono penetrò la nebbia. «Mi hai portato nell'Abisso?» domandò Soth all'invisibile nemico. «Se è così, ora mi trovo in un luogo che non ho ancora visitato.» Soth non si aspettava una risposta, ormai non parlava più nella speranza che qualcuno gli rispondesse: parlava per se stesso. Le paure mortali non esercitavano alcun potere sul cavaliere della Rosa Nera, eppure il silenzio lo spaventava quanto la morte terrorizzava la maggior parte degli esseri viventi. Era nel silenzio che Soth si sentiva scivolare nell'oblio, sentiva di perdere la memoria e di non provare più quella sofferenza che gli ricordava di esistere. Negli ultimi trecentocinquant'anni le banshee aveva riempito Dargaard Keep con i loro lamenti. Ora si ritrovava circondato dal silenzio, totalmente solo, strappato da Krynn. Prese in considerazione la possibilità di ricorrere alla magia per sfuggire alla nebbia. Aveva a disposizione alcuni incantesimi e molti poteri sovrannaturali assicuratigli dal suo stato di non-morto; per esempio, poteva muoversi da un'ombra all'altra a suo piacimento. Ma in quella nebbia non c'erano ombre e Soth sapeva che tentare qualsiasi altra magia, quando non conosceva esattamente ciò che lo circondava, sarebbe stata una pazzia. «Se non ti decidi a mostrarti, esplorerò il tuo regno e troverò la via d'uscita.» Detto ciò, si incamminò a passo di marcia. Per tenere la mente occupata, iniziò a contare i passi. Ma un'occupazione così noiosa non poteva certo
sopperire alla mancanza di suoni, di odori e di visibilità nella nebbia. Presto il torpore ebbe la meglio su Soth, indebolendo la forza di volontà che lo spingeva ad andare avanti. Fermatosi, estrasse la spada dal fodero, ma invece del sibilo del metallo, gli giunse alle orecchie un suono sordo. «Non mi spezzerai!» gridò, sollevando la spada. «Chiunque tu sia, fatti avanti!» Improvvisamente, si accorse di riuscire a vedere l'arma che teneva sollevata innanzi a lui, di riuscire a scorgerne la lama affilata e macchiata di sangue ormai scuro. La nebbia iniziava a diradarsi. Guardandosi intorno, scorse una sagoma. Inizialmente, gli apparve come un'ombra indistinta, ma presto si rivelò come un grande albero spoglio. I rami avvizziti erano contorti e nodosi e si protendevano nella nebbia come la mano di un avaro si allunga su un mucchio di monete d'oro. La collinetta sulla quale si trovava il cavaliere della morte apparve dopo pochi istanti. Erbacce infestanti cercavano di aprirsi un varco nel terreno pietroso. Piccoli cespugli e piante rachitiche si ammassavano lontano dall'albero sulla vetta della collina. Vicino a grovigli di ligustri dai fiori bianchi e scarne belladonna, turbini di nebbia coprivano ancora il suolo roccioso. «Sono lontano da Dargaard», sussurrò Soth. Il resto del paesaggio si offrì ai suoi occhi appena la nebbia si diradò completamente. Il non-morto si trovava su una collinetta circondata da una folta foresta. A sud, un fiume gonfio d'acqua serpeggiava fra gli alberi. Montagne dalle cime incappucciate di neve svettavano in lontananza. Mentre Soth si guardava intorno, il sole toccò l'orizzonte a ovest, accendendolo con mille tonalità di rosso, oro e porpora. Dopo la monotonia della nebbia, il cavaliere restò impietrito ad ammirare la natura circostante. Il cinguettio degli uccelli che annunciavano la fine della giornata, il profumo pungente dei cespugli in fiore e la carezza della brezza serale che muoveva gli alberi stimolarono i sensi assopiti del cavaliere della morte. Per chi da tempo assaporava il mondo solo come cenere, quell'improvvisa esplosione di stimoli sensori era sconvolgente. Soth riportò la propria attenzione all'albero sulla cresta della collina. Ciò che vide lo rese temporaneamente cieco alle bellezze e sordo ai suoni che lo circondavano. Sotto l'albero nodoso, in piedi sul terreno pietroso, c'era il suo siniscalco, Caradoc. Lo spettro era chiaramente stordito. Attraverso occhi senza pupille, fis-
sava il mondo intorno a sé. I brandelli di nebbia aggrappati ai vestiti del siniscalco li facevano apparire ancora più laceri di quanto fossero in realtà. Soth sogghignò, soddisfatto. «Il signore tanar'ri ti ha tradito», disse, puntando la punta della spada contro Caradoc. Il siniscalco restò immobile, come in trance. Gli occhi erano roteati all'indietro, le labbra tremanti. Non sollevò le mani per difendersi. Anzi, si comportò come se non vedesse affatto Lord Soth. «Ti spezzerò braccia e gambe prima di rispedirti a Chemosh», minacciò il cavaliere della morte avvicinandosi. «Implorerai pietà, implorerai per rivelare il luogo in cui è nascosta l'anima di Kitiara.» Soth fece un altro passo verso lo spettro, poi si fermò. Era a pochi palmi di distanza da Caradoc, eppure il siniscalco continuava a indugiare sotto l'albero. Ma ora, il cavaliere della morte era sufficientemente vicino per udire le parole sussurrate dal suo servo. «Il vuoto», mormorò Caradoc. «Morte per i non-morti. Nulla. Il vuoto!» Il viaggio nelle nebbie lo ha sconvolto, pensò Soth. Guardò il sole calante e si rivolse a esso. «Signore Tanar'ri! Quest'insetto è spezzato. Qualsiasi patto tu abbia fatto con lui è ormai nullo.» Osservò cielo e terra alla ricerca di un segno della presenza del mostro. «Dammi il medaglione contenente l'anima della donna umana, trasportami nel mio castello su Krynn e considererò risolta la faccenda. In caso contrario, ti darò la caccia per l'eternità. L'anima di Kitiara è mia!» «Kitiara?» borbottò Caradoc. «"Recuperala dall'Abisso", mi ha ordinato e così ho fatto.» In preda a un'ira furibonda, il cavaliere della morte afferrò il braccio dello spettro e lo scosse selvaggiamente. «Sì, Caradoc, l'hai recuperata. A che signore tanar'ri l'hai ceduta? Dov'è Kitiara?» Una scintilla di consapevolezza illuminò gli occhi vuoti del siniscalco. «Signore tanar'ri?» ripeté, confuso. Rabbrividendo, si liberò dalla stretta di Soth. Uno sguardo terrorizzato aveva sostituito quello disorientato e lo spettro teneva le braccia stese innanzi a sé. «Basta, mio signore. Ho visto il vuoto che attende i non-morti banditi dal mondo mortale. Mi avete torturato a sufficienza.» «Allora dimmi dove si trova Kitiara», insistette il cavaliere della morte. Infuriato, colpì con forza l'albero, dal cui tronco fuoriuscì un liquido nero e purulento. Prima che Soth potesse afferrare nuovamente il siniscalco, un lamento spezzò il silenzio. Era un suono cavernoso, come la voce di Lord Soth, ma crepitò come
l'ululato del vento che soffia via le foglie morte. Soth e Caradoc fissarono l'albero nodoso. Il taglio che il cavaliere della morte aveva aperto nel legno si era trasformato in una bocca. Un liquido denso e nero stillava ancora dal buco ma ora, prima di scivolare sul tronco, passava sopra contorte zanne di legno. Il gemito divenne più forte e risuonò sulla collina e la foresta ombrosa. Soth colpì l'albero per farlo tacere. La spada aprì un altro taglio e una seconda bocca iniziò a gemere e a stillare un liquido nero. Due voci cavernose riempirono l'aria con i loro lamenti di dolore. «Solo nell'Abisso», ringhiò Soth allontanandosi dall'albero. «Creature come questa vivono solo nell'Abisso.» Il cavaliere della morte lasciò cadere la spada. Con movimento lento e rigido, allungò una mano davanti a sé. L'incantesimo che pronunciò fu breve e l'effetto immediato. Un puntino di luce azzurra apparve sull'albero gemente, vicino alle bocche ferite. Sottili raggi luminosi s'irradiarono dal puntino, si avvolsero intorno al tronco e alle fauci dai lunghi denti. Un delicato merletto di sorprendente forza coprì ben presto tutto l'albero, trasformandosi in una coperta di luce, che riempì le bocche, soffocandone le grida. Il liquido nero congelò in rivoli che dalle ferite scendevano verso le radici dell'albero nodoso. Con la stessa forza micidiale che aveva spezzato il collo di Caradoc, Soth serrò a pugno la mano stesa. La coperta di luce si strinse intorno all'albero. Un gemito acuto risuonò non appena le prime fenditure si aprirono nel tronco e dopo pochi secondi, l'albero esplose in migliaia di schegge di legno. Un ceppo fu tutto quello che restò dell'albero. Un liquido scuro pulsò e ribollì dal troncone per qualche istante, poi cessò. Alcuni secondi di silenzio seguirono la distruzione dell'albero, poi, un rauco ululato risuonò nella foresta. Il grido basso e gutturale simulò il gemito di dolore dell'albero distrutto. A occidente, dove il sole era ormai tramontato dietro le montagne, creature nascoste nella foresta crepuscolare risposero con altri ululati. Caradoc non si era più mosso da quando le misteriose bocche avevano iniziato a gridare. Frammenti dell'albero giacevano ai suoi piedi. Alcuni pezzi erano inondati da una luce azzurra; altri, provenienti dall'interno del tronco, erano ricoperti dal liquido scuro. Quando altri ululati risuonarono da sud e nord, lo spettro sollevò bruscamente lo sguardo. «Padrone, torniamo a Dargaard Keep», disse. «Ho
visto abbastanza di questo luogo.» «Come? Hai paura del tuo alleato tanar'ri?», domandò Soth in tono ironico. «Non dovresti sentirti minacciato qui, nel suo regno.» Un'espressione perplessa si dipinse sul volto dello spettro. Alleato tanar'ri? Soth crede ancora alla mia storia sul signore tanar'ri, si disse Caradoc. Poi, un altro pensiero si fece strada nella sua mente: il cavaliere magico non li aveva trasportati in quel luogo con la sua magia. Anche Soth era stato trascinato contro la sua volontà. Anche Soth era perduto. Un ringhio tuonò dagli abeti ai piedi della collina. Laggiù, nell'oscurità, un paio di fiammeggianti occhi rossi osservavano il cavaliere e il siniscalco. Caradoc intravide solo le orbite, ma Soth vide molto di più. Accucciato dietro un rovo, il cavaliere della morte scorse un lupo gigantesco dal pelo lungo e ispido. Soth non aveva mai visto una creatura simile di tali dimensioni. Quando lo sguardo del cavaliere incontrò quello dell'animale, quest'ultimo scoprì le zanne in un ringhio feroce. Il cavaliere interpretò quel gesto come un segno di disprezzo, non d'ira; un atteggiamento che sembrava indotto da un'intelligenza superiore a quella dell'animale. Una seconda fiera scivolò di soppiatto nella foresta e raggiunse l'altra dietro i rovi, accucciandosi e sollevando il muso in un ululato. In risposta al grido dell'animale, intorno alla collina si levarono rauchi ululati. Il cavaliere della morte assunse una posizione da combattimento, la spada sollevata innanzi a lui. Sapeva che, sebbene quelle creature avessero l'aspetto di grandi lupi, sotto quelle spoglie avrebbero potuto nascondersi esseri ben più pericolosi. Dopo tutto, anche l'albero nodoso all'inizio gli era sembrato terreno. «Fatevi avanti», li sfidò Soth. Una dozzina o anche più di occhi fiammeggianti scintillavano fra gli alberi intorno alla collina. «Se il vostro padrone vi ha ordinato di attaccare, fatevi sotto, cagnacci bastardi.» I lupi restarono ai piedi della collina. Alcuni si accucciarono. Altri cominciarono ad andare avanti e indietro. Di tanto in tanto, una delle fiere ululava alla notte e in lontananza, rispondevano grida simili. Poco dopo, un altro lupo si univa al branco in attesa. Soth studiò gli avversari. Non sembrava intendessero attaccarlo subito, ma allora che cosa volevano? Brandendo la spada, il cavaliere della morte scese di qualche passo la collina. I lupi più vicini si precipitarono a bloccargli il cammino, scoprendo i lunghi denti gialli. Soth fece un altro passo e le bestie si prepararono alla carica, ma non avanzarono sulla collina. Lasciata cadere la spada, il cavaliere restò immobile, allungando le orec-
chie per avvertire eventuali movimenti provenienti dalla foresta. «Possiedono una forma di intelligenza», osservò a voce alta, senza staccare gli occhi dalle mostruose creature. «Hanno ricevuto l'ordine di tenerci qui. Nel bosco si nasconde qualcos'altro. Sta arrivando.» Il cavaliere della morte si voltò verso l'albero abbattuto, convinto di vedere il siniscalco immobile, accanto al ceppo. «Caradoc?» Scrutò la collina e la linea d'alberi, ma dello spettro non c'era traccia. Il fruscio degli aghi di pino e un sinistro scricchiolio dei rami del sottobosco rivelarono una presenza fra gli alberi. Non può essere Caradoc, pensò Soth, poiché il suo corpo in questo piano è privo di sostanza. Una strana creatura emerse dal bosco e avanzò con passo goffo e pesante sulla collina. A prima vista sembrava un uomo vestito di stracci e protetto da pochi pezzi di un'armatura malandata. Un elmo arrugginito gli cascava sulla fronte, nascondendo quasi gli occhi. Il torace era coperto da una corazza vecchia e consunta e una sola gamba era difesa da gambiere. Si trascinava a piedi nudi sui ligustri spinosi come se indossasse raffinati stivali. Il puzzo di carne putrida raggiunse il cavaliere della morte prima che la flebile luce della luna rivelasse altri particolari della creatura. «Zombie», mormorò Soth fra sé e sé. Man mano che l'essere mostruoso si avvicinava, Soth cominciò a distinguerne alcune caratteristiche. La pelle era grigiastra e la carne, ricoperta da piaghe e vesciche, sembrava spalmata sul corpo come morbida argilla. Il fetore aumentò; Soth sapeva che avrebbe soffocato un mortale. Ma l'odore di pelle imputridita e di sangue stagnante non erano nuovi per il cavaliere della morte. Sebbene la sua carne non fosse mai realmente marcita, nel corso degli anni i suoi fedeli cavalieri si erano lentamente decomposti, invadendo Dargaard Keep con il tanfo nauseante della morte. «Vattene», ordinò Soth, sebbene il suo tono fosse più condiscendente che di comando. «Non hai niente contro di me. Vattene prima che sia obbligato a farti a pezzi.» Lo zombie non arrestò la sua avanzata sulla collina. Soth ripeté l'ordine. «Vattene. Subito.» Il mostro continuò la marcia. Soth era confuso. Aveva un certo controllo su tutte le forme inferiori di non-morti di Krynn; gli zombie erano masse di carne rianimate prive di raziocinio, ma a livello istintivo avevano sempre riconosciuto il potere del cavaliere della morte. Fino a quel giorno. Soth si piantò a gambe larghe, aspettando che l'essere dinoccolato fosse più vicino prima di colpirlo.
Un passo, poi un altro. La luna gli rivelò le fattezze dello zombie. Sotto l'elmo arrugginito, due cavità oscure riempivano i bulbi oculari e soltanto un minuscolo frammento di naso restava appeso al volto. Pelle cadaverica, butterata dai vermi, era tirata su zigomi e mento. Labbra e guance erano state strappate per svelare denti grandi e marci. Lentamente, meccanicamente, il non-morto si avvicinò, fino ad allungare le mani ossute, che terminavano con affilati artigli. La lama della spada di Soth tagliò silenziosamente l'aria. Il colpo fece perdere l'equilibrio allo zombie e il suo braccio sinistro cadde con un colpo sordo sulla dura terra. Con un grugnito, la creatura si raddrizzò e con l'altro braccio cercò di afferrare il cavaliere. Con tutta calma Soth roteò nuovamente la spada. Il braccio destro dello zombie seguì il sinistro, ma la creatura continuò ad avanzare verso l'uomo in armatura. La bocca spalancata, si sporse in avanti per utilizzare l'unica arma rimastagli: i denti gialli e affilati. Imprecando, il cavaliere della morte colpì la creatura al volto con il pesante pomolo della spada. Lo zombie barcollò, il cranio sfondato, il frammento di naso saltato via. Prima che potesse fare un altro passo, Soth abbassò nuovamente la spada su di lui. La testa decapitata del mostro roteò in aria per poi atterrare a faccia in su in un cespuglio spinoso. Senza testa e senza braccia, il corpo dello zombie vacillò, per poi crollare nel fango. Gocce di sangue stillarono dal collo, macchiando di rosso la corazza arrugginita. «Hai visto?» gridò Soth nell'oscurità indicando il cadavere. «Ho superato la tua prova!» In risposta al suo sfogo, i lupi intorno alla collina levarono le loro voci nella notte. Gli ululati risuonarono nella foresta. Il fruscio di altre creature che avanzavano fra gli alberi emerse non appena le fiere tacquero. Sei zombie, ricoperti di stracci e armature come il primo, si trascinarono sulla collina. «Bah!» esclamò Soth, disgustato. «Uno, sei o seicento che differenza fa? Ucciderò questi esseri come capretti prima di un banchetto.» Quando fece un passo avanti, tuttavia, si accorse di muoversi con difficoltà. Si sentiva improvvisamente impacciato. Abbassò lo sguardo e là, avvinghiata alla caviglia destra, vide una delle braccia mozzate dello zombie. Anche se staccato dal resto del corpo, l'arto teneva Soth saldamente, bloccandolo sul posto. L'altro braccio dello zombie si trascinava sul terreno e mentre si avvicinava, le sue dita assumevano sempre l'aspetto delle zampe di un ragno.
«Che diavoleria è mai questa?» esclamò il cavaliere della morte. Guardò la testa decapitata caduta tra gli arbusti. La bocca si apriva e chiudeva come per masticare l'aria e le spine dei rovi scavavano lunghi e profondi solchi nelle guance, mentre la testa si girava da una parte all'altra. L'orrendo spettacolo distrasse il cavaliere per pochi istanti. Quando alzò nuovamente lo sguardo, i sei zombie lo avevano quasi raggiunto. Soth non sollevò subito la spada, ma puntando un dito contro i mostri, pronunciò una parola magica. Una fiammella spuntò all'improvviso dalla punta del suo dito per poi sfrecciare verso lo zombie a capo del gruppo. La palla infuocata si gonfiò rapidamente, lasciando dietro di sé una scia di fuoco e fumo. I sei mostruosi esseri non fecero niente per evitare il proiettile, come se si rendessero conto di essere ormai condannati. La palla di fuoco colpì il bersaglio. Intrappolata fra le fiamme, la prima creatura crollò a terra ridotta a poco più che un guscio annerito. L'attacco mortale non lasciò indenni le altre creature. All'improvviso, il cadavere in fiamme esplose, travolgendo sotto una pioggia di fuoco i cinque zombie. Altri tre mostri bruciarono, nascondendo il versante della collina sotto il fumo che si alzava dai loro corpi. Dei due esseri ancora in piedi, uno non aveva l'armatura. Portava una lunga veste simile a quella che su Krynn indossavano sacerdoti o monaci. Il cavaliere della morte lo uccise per primo. Sollevò la spada e stringendola con entrambe le mani, l'abbassò con violenza. La lama penetrò nella spalla dello zombie per poi scivolare verso il basso, tagliando le ossa e la pelle avvizzita, prima di uscire dall'anca dall'altra parte del corpo. Lo zombie fece un altro passo prima che il suo corpo si aprisse in due. L'ululato dei lupi risuonò ancora una volta, mentre l'ultimo mostro si fermava fuori dalla portata della spada di Soth. Lo zombie non indossava l'elmo ma il resto del corpo era protetto da una vecchia armatura. Sulla corazza era dipinto un corvo, le ali spiegate in volo. Lunghe ciocche di capelli biondi gli ricadevano dallo scalpo imputridito e buona parte del suo volto era ricoperto da pelle, conferendogli un aspetto più umano dei suoi compagni. Soth, ancora bloccato dai due monconi di braccia, sollevò la spada in atteggiamento difensivo. Ma l'attacco non ci fu. I lupi ulularono nuovamente, lo zombie si voltò e si trascinò giù per la collina. Passando accanto ai suoi simili, l'essere ripeteva un'unica parola: «Strahd». Lo zombie scomparve nella foresta. Anche i lupi svanirono uno dopo
l'altro, fino a quando ne restò uno soltanto. La bestia fissava il cavaliere della morte e i focherelli sul fianco della collina riempivano i suoi occhi di una luce malvagia. Lo sguardo di Soth incontrò quello feroce della fiera. Infine, il lupo si voltò e si allontanò. Mentre colpiva ripetutamente le mani chiuse intorno alle sue caviglie, Soth udiva i latrati dei lupi svanire a ovest. Il cavaliere della morte sapeva che quei versi erano rivolti a lui. «Seguici», dicevano. Soth buttò le membra contorte su una pira e attizzò il fuoco con pezzi dell'albero esploso. Dalla fiammata si levò un fumo ancora più denso e acre. Qualche stella brillava nel cielo nero, ma la loro posizione sembrava casuale. Soth non riconobbe la Regina Scura, il Guerriero Intrepido, le costellazioni che definivano la volta celeste di Krynn. Anche la luna rossa e quella nera erano scomparse. Rimaneva soltanto una sfera gibbosa dalla luce brillante. «Sono lontano da Krynn», mormorò Soth. E aggiunse: «Ma non ci tornerò fino a quando non avrò trovato Caradoc e non avrò scoperto dove ha nascosto l'anima di Kitiara». A occidente, il gutturale ululato di un lupo spezzò il silenzio. Il cavaliere della morte inguainò la spada. «Portatemi da questo "Strahd". Il vostro padrone potrebbe essermi di aiuto per trovare il mio servo ribelle», sussurrò. Mani ossute e segnate dagli anni accarezzarono la sfera di cristallo con la delicatezza di un amante. Sotto quel sapiente tocco, il vetro immacolato emise bagliori di luce. L'antico manufatto non avrebbe rivelato nulla a occhi inesperti, ma alle dite deformate che tessevano motivi intricati su di essa la sfera di cristallo aveva molto da dire. «Hmm», mormorò l'anziano mistico, pensieroso. Chiuse gli occhi ciechi e sfregò il globo con insistenza. La luce proveniente dalla sfera aumentò d'intensità, gettando ombre sinistre sul volto rugoso. L'anziano tolse bruscamente le mani dalla sfera, come se si fosse scottato. Con movimenti convulsi, cercò di prendere la pergamena e la penna d'oca che giacevano lì accanto. Abbassò gli occhi senza vista, bianchi come la sfera di cristallo, e iniziò a scrivere. Le linee vagarono sulla carta, alcune frasi intersecandosi con altre, alcune avvolgendosi in circolo ai lati della pergamena. Ma la mano del mistico non si sollevò nemmeno un istante dal foglio ingiallito, e per chi era abitu-
ato ai suoi scarabocchi il messaggio era più che leggibile. Quando l'uomo ebbe terminato di scrivere, ondeggiò un istante, quindi abbassò il capo sul tavolo. «Vediamo che cosa hai scoperto», disse una voce sommessa dall'altra parte della stanza. Bastò una parola magica e una mezza dozzina di candele si accesero. Una mano snella coperta da un guanto di pelle sollevò il candelabro. La luce calda della cera si diffuse sul pavimento di pietra e raggiunse il tavolo dove sedeva il mistico, esausto. Colui che aveva parlato raggiunse l'uomo e con delicatezza prese la pergamena. Due sono arrivati, diceva il messaggio, uno di grande potere, entrambi di grande utilità. I peccati di antiche offese mai perdonate li hanno portati nel tuo giardino, sebbene non conoscano i Poteri Oscuri, né il luogo in cui sono stati trascinati. Cane per la caccia al cinghiale e cinghiale, padrone e servitore; non sperare di infrangere il loro modello, ma onoralo. L'uomo posò il candelabro sul tavolo, il foglio sollevato innanzi a sé. L'espressione nei suoi occhi era distante, assente e le labbra erano piegate in una smorfia di preoccupazione. Gli abiti scuri e il lungo mantello nero inghiottivano la luce che li colpiva, ma la grande pietra rossa, che l'uomo portava appesa a una catena d'oro al collo, rifletteva perfettamente il chiarore delle candele. Una mano posata sulla guancia, l'uomo restò immobile, perso nei propri pensieri. Infine, abbassò il foglio e scompigliò affettuosamente i candidi capelli dell'anziano. «È un peccato che le tue visioni non ti offrano messaggi più chiari, Voldra», disse il conte Strahd von Zarovich, sebbene sapesse che il mistico non poteva sentirlo. Oltre che cieco, il poveretto era anche sordo. «In occasioni come questa giungo quasi a pentirmi di averti strappato la lingua. Ma purtroppo, non avevo altra scelta. Non potevo correre il rischio che rivelassi i miei segreti nel caso fossi fuggito, non ti pare?» Il conte accartocciò la pergamena e la gettò nel camino spento. Per magia, la carta prese fuoco. «Cane per la caccia al cinghiale e cinghiale», ripeté Strahd mentre apriva un pannello nascosto nel muro di pietra. Nella minuscola nicchia posò la penna, l'inchiostro e la sfera di cristallo. «Interessante.» Il mistico si mosse e allungò le mani verso il globo. «Oh», si lamentò nello scoprire il tavolo vuoto. La sfera offriva a Voldra, cieco e sordo dalla nascita, la possibilità di mantenere i contatti con il mondo. Ma gli offriva anche altri doni. Il mistico non aveva mai imparato a scrivere; nel villaggio di contadini dove ave-
va trascorso buona parte della sua vita, simili capacità non erano mai state necessarie. La sfera di cristallo gli consentiva di unire la penna alla carta e di creare frasi con un significato compiuto anche se, a volte, oscuro. I lamenti soffocati e incomprensibili del suo prigioniero lasciarono Strahd indifferente. L'uomo raggiunse la porta di ferro e lasciò la cella. Forse i due sconosciuti potrebbero essermi utili, pensò. Aveva infatti intuito che uno dei due era potente ancor prima di leggere il messaggio di Voldra; nessun essere dotato di forza di volontà o di magia entrava nel ducato all'insaputa di Strahd. Il conte sapeva che gli zombie, che aveva mandato per mettere alla prova la forza dei nuovi arrivati, erano stati distrutti. Sapeva anche che il più debole dei due sconosciuti era fuggito nella foresta prima dell'inizio della battaglia. I lupi lo stavano seguendo, spingendolo verso il castello. Con l'altro, le cose sarebbero state più difficili. Il solo pensiero eccitava Strahd; era trascorso molto tempo da quando aveva dovuto affrontare un rivale degno della sua mente perfida e astuta. Aveva bisogno di maggiori informazioni, decise, mentre con passo veloce e aggraziato percorreva il corridoio buio su cui si aprivano le celle. 4 Il malinconico lamento di un violino riempì la radura e si intrecciò alla luce della luna nella foresta. Il musicista impegnato a suonare quella triste melodia batteva il piede a tempo con il suo archetto. Vicino a lui, due dozzine di uomini, donne e bambini sedevano intorno a un fuoco. La piccola folla dondolava seguendo il ritmo, come cobra ipnotizzati dal flauto di un incantatore di serpenti. Sette carrozzoni, decorati con motivi dai colori brillanti e variopinti, erano disposti a semicerchio intorno al campo. La fascia multicolore legata intorno alla testa e la fusciacca delle stesse tonalità che il giovane musicista portava alla vita ben si armonizzavano con gli sgargianti carri, in netto contrasto con i pantaloni neri e la camicia bianca slacciata al collo. All'avvicinarsi della conclusione del brano, il musicista aumentò il ritmo. Suonò le ultime note con audacia, sprezzante del tono malinconico del pezzo. Tre note pizzicate terminarono il pezzo. Poi, nel campo scese il silenzio, rotto soltanto dal crepitio del fuoco. Il giovane non si aspettava l'applauso, poiché il pubblico era costituito da nipoti, cugini e nonni. Il loro riflessivo silenzio fece capire ad Andari che la sua musica li aveva
commossi e un simile risultato era gratificante quanto le monete con le quali gli sconosciuti premiavano le sue esibizioni. Il giovane avvolse il violino in un pesante panno ricamato, rubato il giorno precedente in un villaggio nelle vicinanze. Prestava sempre particolare attenzione al suo strumento. Era passato di padre in figlio per cinque generazioni e intendeva donarlo al suo primogenito quando le sue mani sarebbero divenute troppo rigide per suonare. «No! Lasciami!» Andari sussultò e il prezioso strumento gli scivolò di mano. Se il violino non fosse stato protetto dal panno, la pietra sulla quale cadde avrebbe potuto aprire un buco profondo nella delicata struttura di legno. Una piccola scheggiatura fu l'unico danno riportato dallo strumento, ma fu sufficiente per fare infuriare il giovane. «Magda!» gridò, stringendo fra le braccia il violino ferito come se fosse stato un bambino. Il suono di vetri infranti echeggiò da uno dei carrozzoni. «Vattene!» Un oggetto pesante colpì con un tonfo la parete del carro e la porta si spalancò. «Tornatene dalla tua grassa moglie!» Una giovane donna, illuminata dalla luce di una lanterna, apparve sull'uscio. I capelli corvini le ricadevano in riccioli scomposti oltre la spalla e lei allontanò un ciuffo ribelle con un brusco movimento della testa. Alti zigomi le conferivano un'espressione dura, nonostante le labbra piene e carnose e gli invitanti occhi verdi. Lanciò un'occhiata furibonda dietro di sé, raccolse la lunga gonna in una mano, scoprendo gambe snelle e ben modellate, e saltò i tre gradini di legno con la grazia di una danzatrice. «Accidenti a te, Magda», imprecò Andari, raggiungendo la donna. Con una mano stringeva il violino al petto e con l'altra afferrò Magda per la spalla. «Guarda cos'hai combinato! Le tue grida mi hanno fatto cadere il violino!» Un uomo basso e pelato si affacciò dal carrozzone. Il volto era pallido e gocce di sudore gli scendevano dalla fronte colandogli negli occhi piccoli e luccicanti. Con una scrollata di spalle, si raddrizzò la camicia. Mentre si allacciava i costosi bottoni d'argento, disse: «Non è per me, Andari, non ci tengo a essere ucciso nel sonno». Il giovane musicista scosse la donna con violenza. «Non ti avevo detto di essere gentile con lui?» Magda assestò un ceffone sul volto del fratello. Gli uomini e le donne presenti non li degnarono di uno sguardo e si allontanarono dal fuoco, di-
rigendosi verso i loro carrozzoni. Non era la prima volta che assistevano a scene simili fra Andari e la sorella; non c'era bisogno di intervenire. «Non puoi obbligarmi ad andare a letto con un simile zoticone, nemmeno per denaro», ribatté Magda in tono irato. La camicia perfettamente allacciata sull'addome prominente, l'uomo calvo uscì dal carro. «Avrei pagato profumatamente per una sgualdrinella avvenente come te», ammise. «Per avermi colpito con quel vaso dovrei farti frustrare. Sei fortunata che io sia un tipo bonario.» Andari sorrise ossequiosamente. «Certamente, Herr Grest», replicò in tono servile. «Ma state tranquillo. Faremo in modo che Magda venga punita per il suo comportamento.» «Come volete», rispose l'ometto in tono distratto. Spogliò con gli occhi la bellissima fanciulla. La rabbia inondò il volto abbronzato della ragazza e gli occhi verdi mandarono scintille. Anche dopo essere stato insultato, il boiaro trovava quei grandi occhi affascinanti. Un uomo avrebbe potuto annegarcisi... Grest scosse la testa. «Avrei fatto di te una donna ricca.» Detto ciò, sospirò e si rivolse ad Andari. «Il mio cavallo, ragazzo. Devo tornare al villaggio immediatamente.» Il sorriso ipocrita del musicista svanì. «Siete sicuro di non volere conoscere il vostro futuro, Herr Grest? O forse preferireste la compagnia di una delle mie cugine?» Fissò il portafoglio fissato alla cintura dell'uomo; raramente il clan permetteva agli estranei, definiti giorgio, di entrare nell'accampamento. Lasciarsene sfuggire uno con il portafoglio pieno sarebbe stato un vero peccato. «Prendimi il cavallo», ordinò Herr Grest in tono asciutto. Spostò lo sguardo sulla foresta. «Sono un pazzo a viaggiare di notte... ma pensavo che ne sarebbe valsa la pena.» «Vai a prendere il cavallo del signore», scattò bruscamente Magda. Andari si irrigidì, pronto a colpire la sorella. La fanciulla lasciò scivolare la mano alla fusciacca che le cingeva la vita e il fratello si fermò; sapeva per esperienza che lei teneva nascosto un pugnale. «Mia sorella non ha ancora capito come va il mondo», osservò il ragazzo, voltandosi per recuperare il cavallo del boiaro. Si sfregò una lunga cicatrice bianca sul dorso della mano. «Non pensate che tutti i Vistani siano così ingenui.» Il musicista corse al proprio carrozzone, depose il violino sui gradini e scomparve dietro i carri. Un silenzio imbarazzante scese fra Magda e Grest, poi la giovane sorri-
se. «Forse, dopo tutto, c'è qualcosa che posso offrirvi», disse timidamente. La zingara raggiunse il carrozzone di famiglia e stando ben attenta a non sfiorare il violino di Andari, afferrò una piccola bisaccia di tela abbandonata vicino all'ingresso. Il contenuto della sacca tintinnò mentre tornava dal giorgio. «Ci sono metodi astuti per rendervi irresistibile agli occhi delle fanciulle», mormorò Magda, estraendo una bustina dalla sacca. «Versate un pizzico di questo nel vino di una donna e lei cadrà ai vostri piedi. Naturalmente, non funziona su noi Vistani.» Herr Grest osservò il piccolo involucro. «Stupidaggini», brontolò. «I filtri d'amore sono per quelli troppo vecchi o brutti per avere la donna che vogliono.» Con un sorrisetto furbo, Magda lasciò cadere la bustina nella sacca. Meglio che non lo compri, pensò. Grest è il tipo che darebbe la caccia all'intero clan se scoprisse che il filtro non è altro che polvere d'ossa. «Forse allora questo amuleto potrebbe fare al caso vostro, Herr Grest. Siete un uomo coraggioso per attraversare Barovia dopo il tramonto, ma anche il più audace farebbe meglio a portare uno di questi.» Sollevò un cordoncino di cuoio e il talismano d'argento brillò alla luce del fuoco. Sulla goccia luminosa era inciso un occhio, socchiuso e dall'espressione malvagia. «Vi proteggerà dagli esseri oscuri che popolano questi boschi di notte.» Magda abbassò la voce a un lieve sussurro. «Zombie, lupi mannari, persino i vampiri non possono vedervi quando indossate questo.» Dal modo in cui gli occhi rotondi di Grest si fissarono sull'amuleto d'argento, Magda capì che la vendita era quasi sicura. «Quanto vuoi?» domandò il giorgio, portando la mano al portafoglio. «Trenta monete d'oro.» «Scordatele», ribatté Grest. «Quindici al massimo.» Magda scosse la testa, facendo danzare i lunghi capelli corvini. Il talismano aveva qualche potere, anche se lei ne stava esagerando l'efficacia. «Ve lo offro a questo prezzo solo per scusarmi per il mio comportamento. Se però non volete pagare per il suo valore, allora...» «E trenta siano, ciarlatana.» Mentre la vendita veniva conclusa, Andari tornò con il cavallo, sellato e pronto per partire. Grest strappò l'amuleto dalla mano di Magda e dopo avere lasciato cadere nel fango due manciate di monete d'oro, montò a cavallo. «Avrei pagato due volte tanto per una notte con te», disse alla
splendida fanciulla, mentre girava il cavallo e si avviava lungo lo stretto sentiero che conduceva nella foresta. Raggiunto il limitare del bosco, l'animale indietreggiò innervosito, riluttante ad abbandonare la sicurezza del campo. L'uomo speronò i fianchi della bestia. «Muoviti, bastardo. Vai», lo incitò con voce furibonda. Il cavallo fissò gli arbusti al di là della radura, gli occhi spalancati per la paura. Grest gli conficcò nuovamente gli speroni nei fianchi. Dopo avere scalciato un paio di volte, l'animale riprese ad avanzare. Una figura, più scura dell'oscurità in cui era nascosta, si mosse appena. Il cavaliere della morte si volse nuovamente verso l'accampamento Vistani, ricominciando a osservarlo. Per ore, aveva seguito i lupi nella foresta, oltre ruscelli dalle acque scure e attraverso rovi intricati quanto la mente di un folle. Alcune miglia prima, le bestie feroci avevano cessato di ululare e i loro versi erano stati sostituiti dalle note di una melodia lontana. Soth aveva seguito quel suono fino a quando era giunto al piccolo accampamento. Inizialmente aveva creduto che gli zingari riuniti intorno al fuoco fossero un'illusione o le spoglie umane dei ripugnanti abitanti dell'Abisso. Ma dopo avere trascorso diverse ore a spiare quegli uomini e quelle donne aveva scartato quella prima ipotesi; quelli sembravano semplici esseri umani. Ora aspettava che qualcuno si rivelasse come il capo di quel clan di straccioni; chissà, forse era proprio quello "Strahd" di cui aveva parlato lo zombie. Il giovane di nome Andari aveva chiaramente una certa autorità sugli altri del gruppo, ma nessuno sembrava temerlo. No, non era lui a tenere unito il clan. Ignaro di quegli occhi fiammeggianti che lo spiavano, Andari continuò a sgridare la sorella. «Non vuoi rubare. Non vuoi ballare per gli sconosciuti. Le tue storie non servono al clan.» Il giovane sferrò un calcio alla sorella, facendola cadere. «Ti è andata bene che Grest ha comperato l'amuleto, altrimenti questa notte avresti dormito nel bosco.» «Non spetta a te decidere il destino di Magda.» Il giovane si voltò di scatto verso l'anziana donna dal volto raggrinzito che aveva pronunciato quelle parole. «Madame Girarti», mormorò, mentre le guance gli si imporporavano per l'imbarazzo. «Non ho l'ardire di parlare per voi, ma Magda...» «Bada alle mie parole, non alle tue.» Madame Girarti posò su Andari uno sguardo gelido e gli occhi azzurri della donna succhiarono il calore dall'anima del giovane. Intimorito, il ragazzo porse la mano alla sorella.
«Molto bene», commentò l'anziana Vistari, mentre Magda si alzava e si toglieva la polvere dalla gonna. «Allora, qual è il problema?» La giovane gitana si avvicinò all'anziana e le appoggiò delicatamente una mano sulla spalla. «Andari voleva che mi vendessi a un ricco boiaro del villaggio. Quando ho rifiutato, mi ha lasciato da sola nel carrozzone con quel maiale. Ho dovuto rompergli in testa un vaso di cristallo per convincerlo a lasciarmi perdere.» Madame Girani sospirò e strinse con maggior vigore il nodoso bastone da passeggio. «Te l'ho già detto altre volte, Andari. Ho dei progetti per tua sorella. Il clan è sufficientemente grande per mantenere un cantastorie e voglio che Magda rivesta quel ruolo.» «Pensavo solo di guadagnare qualche moneta in più per il clan togliendola al gonfio portafoglio di un giorgio», replicò il giovane, inginocchiandosi e raccogliendo alcune delle monete sparse per terra. «Questo è per te.» L'anziana Vistani non ribatté. Fissò invece l'uomo in armatura apparso improvvisamente al limitare della radura. Quando lo sconosciuto si fu avvicinato, il fuoco lo svelò come un cavaliere in antica armatura. Le battaglie avevano segnato la delicata decorazione sulla corazza, annerita anche dal fumo di qualche incendio. Eppure, quegli sfregi non riuscivano a celare completamente la trascorsa bellezza dell'armatura. Un lungo mantello color porpora ondeggiava pesantemente dalle spalle dello straniero. Un ciuffo di piume nere sovrastava l'elmo, vecchio e carbonizzato come il resto dell'armatura. Dell'uomo erano visibili soltanto gli occhi sotto la cotta di maglia. Il cavaliere avanzò nell'accampamento con la tracotanza di un ricco boiaro, e il passo lento e sicuro come l'avanzata inarrestabile dell'inverno. «Benvenuto», lo salutò Madame Girani. «Questo è l'accampamento del mio clan in cui vi offro rifugio.» Lord Soth accennò un inchino e posò una mano sul pomo della spada. «E io accetto l'offerta.» Andari fissò lo straniero con aria istupidita. Al suo fianco, Magda s'irrigidì nell'udire la voce cavernosa di Soth. Come tutti i Vistani, sapeva che le creature soprannaturali si avventuravano per i boschi di Barovia dopo il tramonto e quello poteva essere uno di quei mostri. Allungò la mano verso il pugnale dalla lama d'argento nascosto nella fusciacca che portava in vita. «È sotto la protezione del padrone», sussurrò Madame Girani, posando una mano ossuta sul braccio di Magda. La giovane si rilassò, sebbene i
suoi occhi non lasciarono il cavaliere per un solo istante. Le due donne erano l'immagine, distorta dall'età, l'una dell'altra. Entrambe indossavano lunghe e morbide gonne e bluse immacolate con maniche a sbuffo. Intorno alla vita portavano fusciacche colorate, ai polsi tintinnanti braccialetti e alle orecchie scintillanti anelli dorati. E anche se i capelli di Madame Girani erano ormai fili d'argento, il cavaliere della morte era sicuro che un tempo fossero stati scuri come i riccioli di Magda. Le similarità andavano al di là della somiglianza fisica. Negli occhi di entrambe le donne Vistani, Soth lesse determinazione e sprezzo della paura. Se Andari era chiaramente terrorizzato dal cavaliere della morte, Magda e Madame Girani sembravano accettarlo per ciò che era. Queste donne sanno molto, decise Soth, ma non sono pienamente affidabili. «La notte si sta facendo fredda», osservò Magda dopo qualche istante di silenzio. «Venite, scaldatevi accanto al fuoco.» Si mosse verso Soth, ma il cavaliere sollevò una mano per fermarla. «Non ho bisogno di scaldarmi. Voglio solo delle informazioni.» «Avrete ciò che volete», assicurò Madame Girani, voltandogli le spalle. Con passi volutamente lenti, si avviò verso una sedia posta accanto al fuoco ormai morente. «Andari, suonerai per il nostro ospite. E, se vorrà onorarci, Magda danzerà.» «Magda non balla mai per...» s'intromise Andari. «Con piacere», lo interruppe la sorella. «Vai a prendere il violino, fratello. Danzerò la storia di Kulchek il Vagabondo.» Sbigottito, il musicista prese lo strumento e lo accordò, accarezzandolo dolcemente nel punto in cui si era scheggiato poco prima. Magda aiutò Madame Girani a coprirsi le spalle con un piccolo scialle. Soth rimase sul bordo della radura. Quando Adari fu pronto per iniziare, l'anziana donna si rivolse al cavaliere. «Godetevi la danza e poi parleremo.» Il cavaliere della morte attraversò la radura e si mise accanto al fuoco, lontano da Madame Girani. Quando Magda gli indicò una sedia, l'uomo scosse la testa. «Sto bene qui», affermò in tono asciutto. La canzone scelta da Andari aveva un andamento lento, ma sembrò rapire Magda fin dalle prime note. Gli occhi chiusi, si dondolava al ritmo della musica, ondeggiando il corpo con una grazia nota solo agli elfi di Krynn. Le sue labbra si muovevano come se stesse parlando a un amante nascosto e Soth s'irrigidì, temendo un attacco. «Sta raccontando una parte della storia in accordo con la musica», spiegò rassicurante Madame Girani dall'altra parte del fuoco. «È una storia
lunga e non la conosce ancora tutta.» Il ritmo divenne più incalzante. Magda volteggiava su se stessa e intorno al fuoco. La lunga gonna ondeggiava e i braccialetti tintinnavano aggiungendo un altro tono a quello del violino. Involontariamente, il cavaliere della morte si lasciò rapire dalla danza della fanciulla. Secoli prima, quando era vivo, Soth aveva amato profondamente la musica e la danza. Certo, l'appassionato flamenco di Magda aveva poco a che fare con le danze solenni e formali alle quali era abituato, eppure il cavaliere si trovò a rimpiangere la vita mortale che gli era stata strappata a causa della maledizione. Il fuoco scintillava. Al centro, le fiamme assunsero la forma di un uomo. In una mano la figura infuocata teneva un bastone, nell'altra, un pugnale. Un cane di fumo era al suo fianco. Soth sguainò la spada prima che Madame Girani avesse la possibilità di spiegare: «Fa parte del racconto, un'ombra recita la parte per coloro che non desiderano guardare la danza». Magda continuò a piroettare, ignara dell'arma nella mano del cavaliere. Lo sguardo fisso sul fuoco, Soth vide l'uomo e il cane combattere contro un gigante di lingue infuocate. Fu allora che il cavaliere si accorse che l'ombra rifletteva la danza della donna. Quando Magda volteggiava più rapidamente, i combattenti scambiavano colpi furibondi; quando i movimenti della donna rallentavano, i contendenti giravano in cerchio scrutandosi attentamente. La magica atmosfera creata dalla grazia di Magda venne infranta quando la fanciulla danzò troppo vicino al cavaliere. Il freddo che emanava il corpo senza vita di Soth raggiunse la zingara, gelandola nel profondo. La donna non smise di danzare, ma per un istante perse il ritmo, incespicando nei propri passi. La magia era spezzata. Il fuoco inghiottì l'eroe e il suo cane. Fortunatamente, Andari smise di suonare proprio allora e Magda si precipitò accanto a Madame Girarti. Incantato dalla leggiadria della danzatrice, Soth non si era accorto che l'anziana donna lo aveva osservato attentamente per tutta la danza. «Buona notte, ragazzi», disse Madame Girani. I due fratelli restarono sorpresi dall'improvviso commiato, ma non discussero. Magda si inchinò a Lord Soth e sorrise il più graziosamente possibile, sebbene le si leggesse in viso la preoccupazione per l'anziana Vistani. Andari si affrettò verso il carrozzone, il prezioso violino fra le braccia. Quando se ne furono andati, Madame Girani si alzò e si diresse verso un carro a un'estremità del semicerchio. «Parleremo da un'altra parte», fu la
lapidaria spiegazione. Il carrozzone in cui entrò era il più grande dell'accampamento e l'anziana donna vi viveva da sola. Un letto singolo, poco più che un ammasso di coperte, era relegato in un angolo. Il resto della spazio era occupato da contenitori e bottigliette di ogni forma e dimensione, alcuni pieni di polveri, altri di liquidi. Pelli di animali pendevano dal soffitto, coprendo parte della luce di una lanterna appesa in mezzo a esse. Libri dalle copertine unte e le pagine consumate erano accatastati in un angolo. Tazze piene di dadi, ossa e altri piccoli oggetti erano seminate ovunque. Una gabbia dorata, sufficientemente grande per contenere un bambino, era sistemata accanto al letto della Vistani. Lo spazio fra le sbarre era stretto e le sbarre resistenti. Serpenti in argento s'intrecciavano alla base della gabbia, dove le teste di animali divenivano un tutt'uno con le sbarre. La parte superiore della gabbia era costituita da un grosso serpente avvolto su se stesso. Su Krynn, Soth aveva visto gabbie simili utilizzate per ospitare uccelli esotici. Ma la cosa imprigionata là dentro non aveva nulla di terreno. «Vedo che vi piace il mio animaletto», disse l'anziana donna. Prese il manico di una scopa e lo fece scorrere sulle sbarre. Il grido stridulo della creatura sembrava quello di un maiale, ma le parole che seguirono furono pronunciate in una lingua sconosciuta. L'essere afferrò le sbarre con le zampe, avvolgendole intorno al metallo come la coda di una scimmia intorno a un ramo e scuotendo le sbarre con sufficiente forza da fare muovere la gabbia. Piccole ali, ricoperte di piume come quelle di una colomba, sbatterono nella minuscola prigione, per poi richiudersi sul corpo squamoso. Il muso della bestiola era tondo e grasso, ma privo di naso e orecchie; aveva un unico occhio rosso e una bocca larga e bavosa. «Me lo ha donato un mago anni fa in cambio di alcune informazioni.» Madame Girani si strinse nelle spalle. «Non so ancora che cosa sia, ma di tanto in tanto parla nel sonno, e mormora incantesimi e parole magiche. Ho imparato la magia alla quale avete assistito questa notte, l'ombra che recita nel fuoco, ascoltando i suoi farneticamenti.» Fece scivolare nuovamente il bastone sulle sbarre e la creatura sputò una serie di parole dal suono terribile. Madame Girani sghignazzò divertita, quindi coprì la gabbia con una coperta. Le grida dell'animale continuarono ancora per qualche istante, poi nel carrozzone scese il silenzio. Al centro della casa viaggiante si trovavano un tavolino e due sedie.
Madame Girani zigzagò nel disordine, evitando i mucchi di abiti abbandonati sul pavimento. Si accomodò su un lato del tavolo e indicò l'altra sedia, di fronte a lei. «Vi dirò ciò che posso, Lord Soth di Dargaard Keep», mormorò. Il cavaliere della morte annuì, restando impassibile nell'udire il proprio nome. Entrando nell'accampamento, aveva evitato di proposito di presentarsi, ma era chiaro che in quella strana terra simili precauzioni erano inutili. «Forse vi sentirete a disagio vicino a me. Il gelo dell'aldilà non mi abbandona un istante.» L'anziana rise malinconicamente. «Il freddo della morte penetra nelle mie vecchie ossa a ogni alba e a ogni tramonto», affermò, incrociando le dita sul tavolo. «Ciò che vi circonda non può farmi niente che il tempo non abbia già fatto. Sedetevi, vi prego.» Soth accettò l'invito. «I lupi dei vostri boschi sono piuttosto grandi», osservò senza alcun preambolo. Madame Girani annuì. «I lupi sono niente in confronto alle altre infauste creature che si aggirano furtive nella foresta. Ma ben poco in questa terra può farvi del male, Lord Soth.» «E che terra è mai questa?» «Il ducato di Barovia.» «Barovia», ripeté Soth, pensoso. «Non l'ho mai sentito nominare. Si trova a Krynn? È forse un livello dell'Abisso?» «Sebbene abbia viaggiato molto con il mio clan, non conosco quei luoghi», ammise l'anziana Vistani. «Barovia è semplicemente... Barovia.» Il cavaliere della morte rifletté su quelle parole. Madame Girani sorrise e giocherellò con uno dei suoi braccialetti. «Le Nebbie vi hanno portato qui, vero?» domandò dopo qualche istante. «Sì. Un attimo prima ero nel mio castello su Krynn e un attimo dopo mi sono trovato circondato dalla nebbia. Quando si è diradata, ho scoperto di essere su una collina a poche miglia da qui.» «Eravate solo?» Sotto l'elmo, Soth aggrottò la fronte. «Sono solo ora. Vi basti sapere questo.» Madame Girani non si offese per il tono brusco. Il suo sorriso svanì, mentre si appoggiava allo schienale della sedia. «Ho promesso di rispondere a ciò che potevo, Lord Soth, ma sono una donna anziana e ho bisogno di riposo. C'è nient'altro che volete sapere?» «Chi controlla le Nebbie?»
«Non lo so», fu la risposta. «C'è chi dice che siano una forza irrazionale, che spinge le genti di altri paesi fino a Barovia. E chi sostiene che siano invece controllate da forze oscure.» «Forze oscure? E Strahd ne è forse il rappresentante?» La domanda sembrò sorprendere l'anziana Vistani, che tuttavia fece del suo meglio per mantenere un atteggiamento impassibile. «Dove avete sentito quel nome?» «Non sapete leggere nel pensiero?» domandò il cavaliere della morte. «Sapevate il mio nome anche se non ve lo avevo rivelato, allora perché non sapete rispondervi da sola?» Madame Girani si accigliò. «Mia nipote ha danzato per voi, l'ombra ha mimato la leggenda, per mostrarvi che siamo un popolo magico. È stato piuttosto facile scoprire il vostro nome.» Le braccia conserte, Soth ripeté la domanda. «Chi è Strahd?» «In questa terra, alcune informazioni costano a caro prezzo», rispose Madame Girani. Soth batté il pugno sul tavolo. Una ragnatela di crepe si aprì nel legno. «Non ho denaro e non ho niente da barattare.» «Ah, vi sbagliate», ribatté la donna. «Noi Vistani viaggiamo molto. Nel corso dei secoli la mia gente ha imparato che esiste una moneta universale: le informazioni.» Si alzò, prese uno dei libri consunti abbandonati nell'angolo e lo buttò sul tavolo. Si aprì spontaneamente. Due colonne di parole occupavano ciascuna pagina. «Questo è l'elenco dei veri nomi di tutti i maghi della terra di Cormyr, nomi magici che possono essere usati per controllare quegli uomini e quelle donne. Nessuno stregone di quel paese oserebbe fare del male a un Vistani del mio clan, perché potrei dare il suo vero nome a un nemico.» «Non vi trasmetterò mai una conoscenza che potrebbe danneggiarmi, vecchia», sbottò Soth sbattendo via il libro, che si chiuse con un tonfo sordo cadendo su un mucchio di piume. «Sarei una stupida se mi aspettassi che lo faceste, Lord Soth», affermò Girarti in tono sommesso. Si sedette. «Ma vi rendete conto che devo ricevere qualcosa in cambio per ciò che vi dirò.» «Che cosa volete sapere?» Il conte Strahd aveva inviato una serie di ordini confusi all'accampamento Vistani: scoprite ciò che potete sul cavaliere, ma non fatelo arrabbiare e non rivelate troppo su di me. Gli zingari servivano spesso Strahd ed erano
abili nello strappare informazioni a viaggiatori incauti. Ma quel cavaliere era tutto tranne che incauto, per questo Madame Girani doveva riflettere sulle risposte. «Ditemi ciò che volete. Parlatemi di un vostro atto eroico. Come siete diventato ciò che siete», rispose infine. «E io vi racconterò ciò che posso su Strahd.» Il cavaliere della morte cercò nella memoria una storia adatta, una storia che potesse soddisfare la Vistani, ma che non le dicesse niente che potesse essere usato contro di lui. «Nei tre secoli e mezzo che ho trascorso come non morto, ho dimenticato molti episodi interessanti della mia vita passata», iniziò. «Ma posso dirvi questo. Un tempo ero il più ardito fra tutti i Cavalieri di Solamnia, il più valoroso dell'Ordine della Rosa. Le mie gesta eroiche venivano cantate in tutta Krynn, dalle rive sacre dell'isola di Sancrist al tempio del Sommo Sacerdote di Istar. «La mia caduta fu lenta ed ebbe inizio il giorno in cui lasciai la mia casa alla volta di un Consiglio dei Cavalieri convocato nella città di Palanthas, la più bella città di tutta Krynn. Lungo il cammino, io e miei tredici fedeli cavalieri salvammo un gruppo di donne elfo attaccate da una banda di orchi.» Il ricordo s'impadronì di Soth e lo squallido carrozzone svanì ai suoi occhi. «Ero sposato», continuò, «ma l'innocente bellezza di Isolde, una delle fanciulle elfo, mi conquistò. Nel corso del lungo viaggio verso Palanthas, la sedussi. Avrebbe dovuto diventare Reverenda Figlia di Paladine, una sacerdotessa del più grande dio del Bene di tutta Krynn, ma io la corruppi!» Un'immagine guizzò nella mente di Soth: rivide Isolde, i biondi capelli sciolti, il viso radioso. Sebbene non potesse più avvertire l'eccitazione della passione, il cavaliere della morte venne travolto per un istante dal ricordo del desiderio. «Il mio legame con un'altra donna», sottolineò Soth, «non m'impedì di volere Isolde. Ero disposto a rinunciare a tutto per lei: alla mia condizione di cavaliere, alla mia posizione sociale... al mio onore». «Era importante, per voi, l'onore?» domandò Madame Girani spezzando l'onda dei ricordi del cavaliere. Irritato per essere stato interrotto, Soth rispose: «Est Sularus oth Mithas. Il mio onore è la mia vita. È questo il giuramento sacro a ogni Cavaliere di Solamnia». Fece una pausa. «Rinunciai al mio onore per Isolde», ammise. «Prima che raggiungessi Palanthas, feci recapitare i miei ordini al siniscal-
co rimasto al castello per curare le mie terre. Doveva uccidere mia moglie, tagliarle la gola nel sonno e gettare il suo corpo in un burrone non lontano dal maniero. L'ordine venne eseguito. Pensai di avere risolto tutti i miei problemi ma a Palanthas, Isolde si ammalò. Portava in grembo mio figlio.» Agitando la mano per accantonare la questione, Soth concluse rapidamente. «Le donne elfo rivelarono il mio crimine al Consiglio dei Cavalieri e venni condannato come adultero e assassino.» Detto ciò, si piegò minacciosamente in avanti, ma l'anziana non arretrò. «Adesso ditemi, chi è Strahd?» le domandò Soth. «Il conte Strahd von Zarovich è il signore di Barovia», rispose Madame Girani senza alcuna esitazione. «Il suo castello, Ravenloft, sorge sul fianco di una montagna. Domina il villaggio di Barovia, da cui prende il nome l'intero ducato.» Soth annuì. «Questo Strahd è un potente negromante, vero? «Strahd non controlla le Nebbie che vi hanno portato qui, se è questo che intendete», affermò la donna. Uno sguardo preoccupato oscurò il volto dell'anziana Vistani. Il cavaliere della morte era troppo pressante e a lei non era consentito fornire determinate informazioni. «C'è chi dice che si diletti con tutto ciò che è magico e misterioso.» «Ci vuole più di un dilettante per resuscitare zombie che continuano a combattere anche senza braccia!» gridò il cavaliere. «Non sono uno stupido zoticone che puoi imbonire con le tue storielle, vecchia. Dimmi tutto quello che sai su Strahd!» Intimorita, Madame Girani si alzò lentamente dalla sedia. «Gli abitanti del villaggio lo chiamano "Strahd, il diavolo", un titolo pienamente meritato.» Anche Soth si alzò e con fare minaccioso si avvicinò alla donna. «Quando i Vistani passano per Barovia sono sotto la protezione di Strahd, così gli abitanti del villaggio non osano toccarci», concluse la zingara, arretrando. La risata diabolica di Soth riempì il carrozzone. «Poco fa hai detto che ben poco può farmi del male in questa terra. Se è la verità, allora non ho motivo di temere te o Strahd.» Prima che il cavaliere della morte facesse un altro passo, la Vistani estrasse un pugnale. Soth rise divertito, mentre la donna brandiva l'arma. «Pensate di uccidermi con quello?» le domandò. Allungò una mano verso la zingara. «Vi ho detto che non siamo a digiuno di magia, cavaliere della morte. Questa lama è stregata per tenere a bada quelli come voi.» Madame Girani
mosse il polso e il pugnale trapassò il guanto di cotta di Soth, conficcandosi nella sua mano. La ferita non era profonda, ma bruciava come se la lama fosse stata immersa in un potente acido. Il cavaliere della morte sussultò per il dolore, una sensazione che non provava ormai da secoli. Soth non era così stupido da sguainare la spada, poiché sapeva che non era facile maneggiare un'arma così lunga nei confini ristretti del carrozzone. Si mosse rapidamente, sollevando la gabbia e gettando da parte la coperta. L'essere all'interno della voliera gridò e artigliò la mano di Soth; le unghie affilate scivolarono indolori sull'armatura del cavaliere. Madame Girani si voltò verso la porta ma Soth, più veloce di lei, aveva già aperto la gabbia. Lo strano animale si lanciò verso l'anziana Vistani, le ali spiegate e le zampe protese. La zingara cercò di allontanarlo, ma inutilmente. La bestia atterrò sul braccio disteso della donna, per poi balzarle sul viso. Soth staccò la lanterna dal gancio. «I miei saluti ai vostri poteri oscuri», disse. E gettò la lampada a terra. Piume, vestiti e libri, impregnati di petrolio, presero subito fuoco. Le fiamme si propagarono da una catasta di ninnoli all'altra. Lottando contro la creatura avvinghiatasi a lei, Madame Girani riuscì a urlare la sua ultima maledizione. «Che tu sia maledetto, Soth di Dargaard Keep! Non tornerai mai più a Krynn, anche se la tua casa sarà sempre sotto i tuoi occhi!» L'animale graffiò la donna in volto e dai profondi solchi iniziò a sgorgare il sangue. Il piccolo mostro spalancò la bocca e il suo unico occhio roteò all'indietro, mentre i denti affondavano nella gola della gitana. Una lingua di fuoco nascose per un istante Madame Girani alla vista di Soth, poi un grido terrificante riempì il carro. Il puzzo di carne bruciata si aggiunse all'odore nauseante delle pelli di animali carbonizzate e del legno in fiamme. Soth si voltò e diede un calcio alla porta del carrozzone, facendola saltare dai cardini. L'aria fresca della notte ravvivò le fiamme e il cavaliere della morte lasciò il carro in una nuvola di denso fumo nero. «Al fuoco!» gridò una voce. «Sveglia!» «Aiuto!» rispose un'altra. «Ho sentito Madame Girani urlare.» Gli uomini del clan avevano lasciato frettolosamente i letti e ora correvano per l'accampamento alla ricerca di acqua per spegnere le fiamme. Udirono le grida provenire dal carrozzone e videro Lord Soth uscire da quell'inferno. Il fuoco non aveva nemmeno sfiorato il cavaliere della morte. Appena la cenere cadeva sul mantello o sull'elmo, si raffreddava istan-
taneamente. Quando una nuvola di denso fumo asfissiante lo avvolse, vi passò attraverso come se fosse stata una piacevole brezza di primavera. «L'ha uccisa lui», mormorò qualcuno, senza però osare avvicinarsi al cavaliere. Immobili, con in mano secchi colmi d'acqua, i Vistarli avevano i volti paralizzati in espressioni di terrore. Quell'uomo dagli occhi arancioni doveva essere un messaggero di Strahd. Forse era al servizio dei poteri oscuri del male che regnavano su ogni cosa, persino sul conte stesso. Quel pensiero spinse molti Vistani a fuggire nella foresta. Altri, più giovani e meno superstiziosi, videro Soth come niente più che un giorgio che aveva avuto il coraggio di attaccare una di loro. Due di questi, ragazzini di non più di quindici anni, si precipitarono dall'uomo in armatura. Il codice dei Vistani esigeva vendetta e i due ragazzi si fecero carico di tale incombenza con tutto l'entusiasmo della gioventù. Uno brandiva una lunga spada, l'altro un pugnale. Entrambi sembravano combattenti provetti, ma il cavaliere della morte comprese che la rabbia e la paura li avevano resi incauti. Sguainò la spada e li liquidò rapidamente. Il loro sangue fluì nel fango, tingendolo di rosso. Il cavaliere della morte restò immobile, il carrozzone alle sue spalle, la spada nella mano sinistra abbassata innanzi a lui. Le fiamme, che guizzavano avide intorno al carro, proiettarono l'ombra di Soth sui corpi ai suoi piedi e nell'intero accampamento. Un'esplosione fece tremare la terra, quando i vasi e le bottigliette di Madame Girani contenenti componenti di esotici incantesimi presero fuoco. Il soffitto del carrozzone, già in fiamme, esplose in mille frammenti che schizzarono in tutta la radura. I pochi Vistani rimasti gettarono secchi d'acqua sui fuochi minori provocati dai frammenti, ma il carro più vicino a quello dell'anziana zingara venne rapidamente avvolto da alte lingue di fuoco. Tra i bambini terrorizzati e gli adulti in preda al panico rimasti nel campo soltanto una persona osò avvicinarsi a Soth. Magda, la bellissima danzatrice, attraversò correndo la radura. «Madame Girani!» gridò, le guance bagnate di lacrime. Soth afferrò la giovane mentre gli passava accanto. Il gelo della sua mano provocò la comparsa di lividi blu sul polso sottile della ragazza. «È morta», le disse. Magda s'immobilizzò, pietrificata dalla paura e dal dolore. Cercò di liberarsi, ma la stretta del cavaliere era come una morsa di ferro. In ginocchio accanto ai corpi dei suoi compagni, la giovane spostò lo sguardo sugli ul-
timi Vistani che fuggivano nella foresta. Il fratello, Andari, si fermò sul limitare della radura e i suoi occhi incontrarono quelli della sorella. Senza provare alcuna vergogna per la propria codardia, si voltò e corse via, il violino stretto al petto. Il cavaliere della morte scrutò la radura. I Vistani si erano dispersi nella notte e soltanto il crepitio del fuoco e i singhiozzi della giovane ai suoi piedi rompevano il silenzio. Allentando la stretta sul polso, chiese: «Ti chiami Magda, giusto?» Senza aspettare una risposta, continuò. «Sembri una donna intelligente, Magda, perciò non pensare di potermi mentire o scappare.» La lasciò andare e inguainò la spada. Sfregandosi il polso, Magda non sollevò lo sguardo sul cavaliere. «Madame Girani mi ha detto che il tuo clan si sposta per tutta Barovia, perciò ho deciso di fare di te la mia guida», disse infine Soth. «Il castello di Ravenloft sarà la nostra prima tappa. Portami là.» 5 Magda inciampò in un ramo contorto nascosto dalla luce confusa dell'alba e cadde in ginocchio. Dopo cinque ore di cammino nell'intricata foresta, era esausta. «Vi prego», implorò, «fatemi riposare. Abbiamo camminato per tutta la notte». «Alzati», tuonò una voce dietro di lei. La giovane Vistani si sfregò gli occhi, quindi si alzò faticosamente. Guardò gli strappi nella gonna e le macchie di fango sulla camicetta bianca. Le scarpe si erano bagnate attraversando un fiume e le gambe erano coperte di graffi causati dai rovi spinosi del bosco. Ore prima aveva perso tutti i suoi braccialetti. «Tra poco dovremmo ricongiungerci con la via Svalich», disse speranzosa, sistemando la bisaccia che teneva legata in vita. «Avanzare sarà più facile.» Soth infranse subito le speranze della donna. «Resteremo nella foresta. Le strade sono controllate da pattuglie e non voglio che il conte sappia del mio arrivo.» Stese la mano verso la donna. In un altro luogo, quello sarebbe stato interpretato come un gesto di soccorso, ma Magda sapeva che era una minaccia: cammina o ti brucerò nuovamente con il gelo della morte. Magda fece qualcosa di più che camminare. Iniziò a correre. La giovane scattò fra gli alberi, lanciandosi a perdifiato. Rami sottili le frustarono viso e braccia e piante rampicanti sembrarono avvolgersi intor-
no alle sue caviglie. Dopo pochi minuti, era già ansante e con il fiato corto, ma non rallentò. La strada è là in fondo, continuò a ripetersi. Raggiungila e riuscirai a sfuggirgli. Magda non osò voltarsi indietro, poiché sapeva che il cavaliere della morte era dietro di lei, pronto ad agguantarla con le sue mani gelide. Il cuore le batteva all'impazzata, soffocando lo scalpiccio dei suoi piedi, che inciampavano nelle radici emerse e tra le foglie morte. Eppure le mani del cavaliere non si erano ancora chiuse sulle sue spalle, nessuna lama l'aveva ancora trafitta. Osò sperare di essere riuscita a sfuggire al suo aguzzino. Attraverso un'apertura fra gli abeti, vide l'ampia via Svalich. I raggi del sole nascente filtravano a macchie nella foresta, gettando ovunque lunghe ombre ed era proprio attraverso questo alternarsi di luce e oscurità che la giovane correva. Sono libera! gridò in silenzio. Salva! Due occhi arancioni guizzarono nell'ombra degli abeti. Magda gridò e si bloccò di colpo. I muscoli tesi dopo la lunga marcia e l'improvvisa corsa frenetica, inciampò. Ignorando l'improvviso dolore a una spalla, balzò in piedi e riprese a correre. Non sapeva se stesse avvicinandosi alla strada. Non importava più. Il non-morto era riuscito a superarla e a frapporsi fra lei e la salvezza. Continua a correre, si disse. Non può tenere il tuo passo per sempre. Lord Soth emerse dall'ombra di un grande masso ricoperto di muschio. Magda gli andò quasi addosso, poi cadde ai suoi piedi, ansante e singhiozzante. «È un bene che tu ci abbia provato», affermò il cavaliere della morte in tono pacato. «Ora che sai che scappare è impossibile, possiamo proseguire.» Con una profonda tristezza nei grandi occhi verdi, Magda si alzò faticosamente e riprese la marcia. Il cavaliere della morte si era fermato nell'accampamento Vistani quel poco che era bastato per consentire a Magda di avvolgere il polso congelato con bende ricavate dalla sua gonna e di prendere poche cose dal suo carrozzone. Non le aveva concesso nemmeno il tempo per recitare una preghiera sulle rovine del carro di Madame Girani. Nelle prime ore, a Magda era sembrato di vivere un incubo. Spesso aveva sperato di svegliarsi nel suo letto, con Andari che russava accanto a lei. L'ululato dei lupi o il ruggito di qualche creatura ancora più spaventosa la riportavano sempre alla realtà. Allora si voltava e vedeva il non-morto camminare dietro di lei, vedeva i suoi occhi arancioni ardere come fuochi fatui. I pesanti stivali del cavaliere non producevano alcun rumore mentre
avanzava nel bosco e raramente parlava. Eppure, al sorgere del sole, la giovane donna era giunta alla conclusione che Lord Soth non intendeva ucciderla, per lo meno non prima di essere giunti al castello di Ravenloft. L'idea di andare alla ricerca della casa del conte Strahd von Zarovich spaventava Magda quanto Soth. Voci sulle torture inflitte ai visitatori indesiderati circolavano liberamente nel ducato e lei stessa aveva visto i resti agghiaccianti di due vittime. Erano avventurieri, ladri che avevano cercato di intrufolarsi nel castello al calare dell'oscurità. Il miraggio di facili ricchezze li aveva accecati e Strahd li aveva usati come monito per chiunque altro avesse osato sfidarlo. La giovane Vistani tremò al ricordo di quei corpi dissanguati e decapitati gettati nella piazza del paese. Per scacciare quell'immagine spaventosa, cercò di concentrarsi sul cinguettio degli uccelli che risuonava in tutto il bosco, sui caldi raggi del sole che filtravano attraverso i rami intricati degli alberi. Fu tutto inutile. Il ricordo di quei cadaveri restava impresso nella sua mente. Ma Madame Girani aveva detto che Soth era sotto la protezione di Strahd, ricordò improvvisamente Magda. Forse il conte voleva che arrivassero sani e salvi al castello. Quel pensiero mantenne viva la speranza. Il sole era ormai alto nel cielo, quando tre cavalieri comparvero sulla via Svalich, i cavalli lanciati al galoppo. Dietro di loro tiravano un quarto cavallo, con un uomo gettato sulla sella. La strada era distante al punto tale da impedire sia a Soth che a Magda di distinguere i lineamenti dei cavalieri, ma gruppi di uomini a cavallo, così come contadini solitari con carri carichi di scorte alimentari, erano diventati piuttosto frequenti nelle ultime ore. «Probabilmente ci stiamo avvicinando al villaggio», osservò Soth appena i cavalieri furono scomparsi in lontananza. «Se continuiamo di questo passo, quando arriveremo?» Magda si guardò intorno; la strada iniziava a curvare verso sudest: il villaggio e il castello di Ravenloft erano a poco più di quattro miglia. «A metà pomeriggio», rispose, «ma solo se manterremo questo ritmo». Dopo avere riflettuto alcuni istanti sulle parole della ragazza, il cavaliere della morte le ordinò di sedersi. «È troppo presto», osservò. «Voglio raggiungere il castello dopo il calare delle tenebre. Allora sarà più facile infrangerne le difese.» A Barovia tutti sapevano che, giorno o notte, gli ospiti erano raramente i benvenuti al castello e che la grande fortezza di pietra aveva difese più
minacciose di semplici mura o spesse pareti. Ma Lord Soth non era un ladruncolo interessato a mettere le mani sulle ricchezze del conte. «Puoi dormire», disse il cavaliere della morte, sebbene le sue parole suonarono suonate più come un ordine che un invito. Magda controllò le ferite che Soth le aveva procurato afferrandole il polso all'accampamento: bruciavano ancora, ma stavano già guarendo. Anche la spalla andava meglio. Ma la lunga marcia aveva richiesto un tributo ben peggiore ai suoi piedi. Dopo avere esaminato vesciche e graffi su dita e talloni, la Vistani estrasse il pugnale d'argento e ricavò dalla fusciacca alcune bende. A un tratto si bloccò e sollevò lo sguardo su Soth. Era a pochi passi da lei, le braccia conserte. «Non vi sedete?» «Non ho bisogno di riposo», rispose l'altro, asciutto. «"I vivi si stancano facilmente, ma i morti non dormono mai"», mormorò la ragazza, ripetendo un vecchio detto Vistani. Si bendò i piedi, avvolse intorno alla vita ciò che rimaneva della fusciacca e si lasciò andare contro un albero. «Che cosa volete dal conte, non-morto?» «Non fare la sfacciata con me, ragazza», la rimproverò il cavaliere della morte. «Sono Lord Soth di Dargaard Keep. Se devi rivolgerti a me, usa il mio titolo.» Magda non aveva voluto mancare di rispetto, ma la stanchezza le aveva fatto momentaneamente dimenticare la paura. «Perdonatemi, Lord Soth», disse, senza tradire la propria ansia. Seguì un silenzio carico di tensione. «Voi Vistani siete audaci», commentò infine Soth. «Dovete nutrire grande fiducia in Strahd. Pensi che possa proteggerti se decidessi di ucciderti?» Magda si chiese se il cavaliere potesse leggerle nel pensiero. Tutti i Vistani, non solo quelli del clan di Madame Girani, servivano Strahd come suoi occhi e orecchie sul territorio di Barovia e dei ducati confinanti. In cambio, il conte garantiva loro libertà di movimento nel suo dominio. «Perché pensate che sia al servizio del conte?» domandò la gitana, nervosa. «La tua protettrice mi ha rivelato che i Vistani sono sotto la protezione di Strahd», replicò Soth. Agitò la mano, liquidando la questione. «Ciò che è accaduto al campo dovrebbe averti dimostrato come ciò significhi poco.» Per la prima volta la giovane incontrò lo sguardo di Soth. «Il potere di Strahd è grande e, in un certo senso, anche quello dei Vistani. A Barovia e nei ducati vicini vivono molti clan Vistani e presto la notizia dei vostri crimini contro di noi si diffonderà ovunque.»
«Bah!» esclamò il cavaliere della morte. «I tuoi fratelli zingari non possono farmi niente.» La schiena appoggiata al tronco di un albero, Magda chiuse gli occhi. «Esistono poteri oscuri più grandi di voi, più grandi anche di Strahd, che ascoltano le preghiere dei Vistani e rendono realtà le nostre maledizioni.» Rotolò su un fianco, voltando la schiena al cavaliere. «Persino Strahd rispetta i Vistani, Lord Soth. Non c'è niente di cui vergognarsi.» La prima reazione del cavaliere fu di rabbia, ma riflettendo sulle parole di Magda si rese conto che non erano altro che la ripetizione di un luogo comune pronunciato da una donna stanca e spaventata. Mentre guardava la fanciulla dai capelli corvini scivolare nel sonno, si trovò a paragonarla a Kitiara. Lo stesso feroce desiderio di sopravvivenza bruciava in entrambe le donne. Ma alla Vistani mancava quel coraggio che alla Signora dei Draghi non era mai venuto meno. Kitiara non si sarebbe mai sottomessa a lui con tanta facilità. Forse la giovane zingara aspettava il momento opportuno. Forse possedeva più pazienza di quanto Kitiara avesse mai sperato di avere. Da Magda e Kitiara, il flusso dei pensieri di Soth raggiunse Caradoc. Il cavaliere si chiese dove si fosse nascosto il siniscalco traditore, dove avrebbe potuto trovare rifugio a Barovia, poiché lo spettro doveva sapere che il suo padrone lo avrebbe ucciso quando si fossero incontrati. «Non esiste nessuno sufficientemente potente da proteggerti», sussurrò il cavaliere della morte. «E quando sarò certo di averti distrutto, fuggirò da questo luogo infernale e farò risorgere la mia Kitiara.» La via Svalich si svuotò di viandanti molto prima del tramonto e dopo il calare dell'oscurità non venne più percorsa da nemmeno un cavaliere. Soth svegliò Magda quando la luce iniziò a diminuire. «È ora», fu tutto quello che dovette dire per fare scattare in piedi la Vistani. Mentre arrancava ancora esausta, Magda mangiò l'ultimo pezzo di pane che era riuscita a prendere prima di lasciare il campo distrutto. Sebbene un fiume scorresse a pochi passi da loro, Soth non le permise di abbeverarcisi. Le ultime miglia prima del villaggio e del castello di Barovia furono caratterizzate da continui saliscendi, mentre la strada serpeggiava intorno a enormi affioramenti di granito. Sopra i due viandanti si librava un grande stormo di pipistrelli. Il suono ovattato del loro battito d'ali nel cielo coperto annunciava il calare della notte. «Sono di cattivo auspicio», commentò Magda, facendosi un segno sul
cuore. Soth avvertì una fitta di... qualcosa quando la donna compì il gesto superstizioso. Forse il rituale faceva parte di un incantesimo contro il male, pensò. Come aveva detto Madame Girani, i Vistani possedevano qualche conoscenza magica. Finalmente raggiunsero la cima dell'ultima salita. Sotto di loro si apriva una valle con al centro un piccolo villaggio. All'ormai fioca luce del sole, quel luogo appariva sicuro e invitante. La via Svalich passava attraverso il centro di Barovia, dividendo il villaggio in due perfette metà. Un palazzotto tozzo e fatiscente si ergeva appena fuori dal paese e una chiesa di pietra e legno, dal campanile semidistrutto, sorgeva a nord del villaggio. Le case erano delimitate dagli alberi del bosco, e il fiume che fino a poche miglia prima scorreva accanto alla strada ora fiancheggiava Barovia a sud. Sia la strada che il fiume si dirigevano verso occidente. Prima di scorrere sinuosamente fra colline alte e scoscese, il corso d'acqua si allargava in un ampio laghetto. La strada conduceva a un castello arroccato su una rupe sovrastante il villaggio. «Il castello di Ravenloft», mormorò Magda. Si strinse nelle braccia, e Soth non capì se quel gesto fosse dettato dal freddo della notte o dalla vista dell'antica fortezza. Non fu solo il castello ad attirare l'attenzione del cavaliere mentre lasciava vagare lo sguardo nella valle. Un anello di nebbia, largo svariati piedi, circondava Barovia e il castello di Ravenloft come un muro di protezione. «Ancora nebbia», sibilò. «Allora è Strahd che mi ha condotto qui da Krynn.» «No», affermò Magda. «L'anello di nebbia è una barriera di protezione per il villaggio e il castello. Strahd lo utilizza per individuare e controllare chi entra o esce da queste terre.» Frugò nella bisaccia ed estrasse una bottiglietta di vetro colma di un denso liquido rosso. Dopo avere bevuto la strana bevanda, continuò. «La nebbia è un potente veleno. A chi non beve l'antidoto, una pozione che soltanto noi Vistani abbiamo il permesso di preparare, il veleno penetra nei polmoni e raggiunge il cuore. E a chi cerca di lasciare il villaggio senza il permesso di Strahd...» La Vistani non concluse la frase. «È una fortuna che io non respiri», commentò Soth avviandosi verso la barriera. Magda si affrettò dietro di lui. Raggiunto l'anello di nebbia, il cavaliere della morte ebbe un istante di esitazione. «Stringi bene la fusciacca intorno
alla vita.» Poiché la zingara non obbediva, aggiunse: «Se non lo fai, per attraversare la nebbia sarò costretto a prenderti per il braccio». Non ebbe bisogno di dire altro. «Tieni stretta la fascia», si raccomandò. «Se la sentirò allentarsi mentre saremo nella nebbia, ti afferrerò per la gola e ti terrò così fino a quando non avremo raggiunto il villaggio.» Emersero dalla nebbia a nord dell'abitato e proseguirono verso il castello restando nascosti fra gli alberi. Quando ormai gli ultimi raggi di sole svanivano dietro le montagne a occidente, udirono delle voci. «Sbrigati!» gridò qualcuno in preda al panico. «Sta per scendere il buio.» «Lancia la fune su quel ramo!» Il cavaliere della morte si mosse silenziosamente nel bosco con Magda al suo fianco. Sul limitare della foresta, vicino alla chiesa che Soth aveva visto dall'alto, si era riunito un gruppo di dieci uomini grossi e corpulenti. Uno di loro cercava di tirare una fune sul ramo più alto di un albero che cresceva davanti all'edificio abbandonato. La maggior parte degli uomini aveva capelli e occhi scuri e sfoggiava lunghi baffi; un tempo, anche Soth aveva portato i baffi, come d'altronde tutti i Cavalieri di Solamnia. Ma le vesti di lana e il pesante accento denunciavano quegli individui come semplici contadini e non certo nobili guerrieri. «Dammela», intervenne un uomo togliendo la fune dalle mani del compagno. A differenza degli altri, aveva capelli biondi e occhi azzurri. Era anche perfettamente sbarbato e invece di pesanti abiti da lavoro indossava lunghe vesti rosse, sbiadite dal tempo e di una taglia troppo piccola per la sua corporatura. L'uomo afferrò la corda e la lanciò in aria, centrando il bersaglio al primo colpo. Nascosta fra gli alberi, Magda chiuse gli occhi. «Un'impiccagione», bisbigliò. «Forse un ladro scoperto a rubare.» Gli uomini si voltarono verso il villaggio, in attesa. Trovarsi in prossimità della foresta al calar del sole li rendeva chiaramente nervosi, poiché non facevano altro che lanciare occhiate preoccupate verso gli alberi. Il crepuscolo non aveva ancora lasciato il posto alla notte, che uno sconosciuto a cavallo di un baio castano apparve sulla strada acciottolata che proveniva dal villaggio. Legato dietro al cavallo trascinava quello che, dalla taglia, sembrava un bambino. Il poverino rimbalzava e rotolava dolosamente sul terreno. «Finalmente!» gridò uno dei contadini e il gruppo andò incontro all'ultimo arrivato. L'animale si fermò a pochi passi dall'albero e lo sfortunato
prigioniero venne obbligato ad alzarsi. Era alto non più di quattro piedi, dalla punta della testa pelata ai tacchi di ferro degli stivali. Il rude trattamento aveva ridotto i pantaloni a brandelli e profondi graffi sanguinanti gli solcavano il petto nudo e le braccia muscolose. Le mani erano legate dietro la schiena con una fune sufficientemente lunga da avvolgere più di un uomo. Il prigioniero si agitava come un pazzo per cercare di liberarsi. «State facendo un grosso sbaglio», si lamentò. Fece un respiro profondo e smise di divincolarsi. «Lasciatemi andare e mi dimenticherò di questo terribile equivoco.» «Ah, un nano», mormorò Soth. «Questo mondo non è poi così diverso dal mio.» Magda lo guardò confusa. «Volete dire che da dove venite vi sono molti di quegli scherzi della natura?» domandò. «A Barovia ne esistono pochi come lui.» Mentre Soth rifletteva sulle parole della donna, l'uomo dalle vesti rosse accese una torcia e l'avvicinò al prigioniero. «Devi pagare per i tuoi crimini.» Alla luce della fiaccola, Soth vide che il nano aveva un occhio pesto e gonfio. Il volto era graffiato come il petto e un rivolo di sangue gli scorreva dal naso, impregnando i baffi scuri. Stranamente, il nano sorrideva. «Credimi», disse il piccoletto all'uomo vestito di rosso, «sarebbe molto meglio per tutti se mi lasciaste andare». «Muoviamoci e facciamola finita», affermò uno del gruppo, lanciando occhiate preoccupate ai pipistrelli che si libravano in cielo. Senza perdere altro tempo, il nano venne spinto verso l'albero. Mentre gli uomini infilavano il cappio al collo del condannato e legavano l'altra estremità al cavallo, Soth voltò le spalle a quello spettacolo. «Andiamo», disse alla Vistarti. «Ho visto abbastanza.» Magda fu felice di seguire il cavaliere oltre la radura. Mentre si inoltravano nella foresta, le grida dell'impiccato e dei suoi boia vennero sostituiti dal piacevole frinire dei grilli. Magda cercò di rilassarsi ascoltando quei suoni familiari. «Per la miseria, no!» Un urlo fendette l'aria. Poi, un ruggito, forte e potente, echeggiò nella notte. «Scappate, stupidi! Via!» Un confuso frastuono risuonò dalla radura dell'impiccagione. Grida di
uomini penetrarono l'oscurità. Il nitrito di dolore di un cavallo superò le grida, seguito da passi che si allontanavano frettolosamente nel bosco. Senza aprire bocca, Soth cambiò direzione, tornando indietro. Magda gli restò accanto. Sussultarono entrambi quando l'uomo dalle vesti rosse sbucò all'improvviso da dietro un abete. L'uomo agitava una torcia innanzi a sé. Magda si mise sulla difensiva. Soth non si mosse, soltanto il lungo mantello sventolava silenziosamente dietro di lui. A pochi passi da loro, lo sconosciuto dalle vesti rosse fissò il cavaliere della morte con occhi colmi di terrore. Ma in quegli occhi Soth vide qualcos'altro: l'uomo lo fissava in preda al panico perché lo aveva riconosciuto per ciò che era. Con la stessa rapidità con la quale era apparso, lo sconosciuto fuggì nella foresta. Il cavaliere della morte stava per inseguirlo, quando l'ululato terrificante che giunse dalla radura gli fece cambiare idea. Si diresse verso il teatro dell'impiccagione. Una scena sorprendente attendeva il cavaliere e la sua guida. Il cavallo e cinque uomini giacevano senza vita vicino all'albero, i loro corpi dilaniati e sanguinanti. Dei loro compagni non c'era traccia. Al centro di quella carneficina sedeva il nano, ferito e ammaccato, ma libero dalla fune che gli era stata legata intorno ai polsi e al collo. Mentre s'infilava uno stivale, fischiettava allegramente. Con la lentezza di chi si è appena svegliato, si allungò e afferrò l'altro stivale. Si fermò di colpo e arricciò il naso disgustato. «Altri contadini?» brontolò, lasciando cadere lo stivale. Annusò l'aria. «Vieni fuori e fatti vedere.» Guardava verso Soth e Magda, sebbene questi ultimi fossero ben nascosti tra gli alberi. La Vistarti cercò di ritrarsi nella foresta, ma il cavaliere della morte fece un passo avanti. «Anche l'altro», disse il nano, strizzando gli occhi. «Vieni, Magda», ordinò Soth quando la zingara esitò. La ragazza abbandonò il nascondiglio, la mano sul pugnale nella fusciacca. «Vistarti!» esclamò il nano appena vide la pelle olivastra e i capelli corvini della fanciulla. Tese improvvisamente i muscoli, pronto per schizzare via. «Avrei dovuto saperlo che siete spie del conte.» Magda estrasse il pugnale e la luce della luna, che filtrava fra i rami, si rifletté sulla lama. Il nano fece un cauto passo avanti. «Basta», intervenne Soth. «La ragazza è mia prigioniera e io non sono un servo di Strahd von Zarovich.»
Il nano sbuffò e si strinse nelle spalle. «Una donna Vistani e un... hmmm.» Studiò Soth, cercando di misurarne il valore. Il suo volto tradiva interesse per lo sconosciuto. Indicando il castello, disse: «Sicuramente non siete uno dei suoi cadaveri ambulanti, signor cavaliere. Non sanno dire molto oltre al nome del loro padrone. Una chiara dimostrazione del proprio egocentrismo avere degli zombie che non sanno fare altro che ripetere "Strahd", non vi pare?» Soth osservò attentamente il nano, mentre questi si sedeva per infilarsi l'altro stivale. «Fai sempre così con gli abitanti del villaggio?» gli domandò. L'altro sorrise. «Non è tutta opera mia», rispose. «Ma li avevo avvertiti. "Se provate a impiccarmi, ve ne pentirete", avevo detto loro.» Guardò i corpi senza vita. «E così sono morti.» «Come?» domandò il cavaliere della morte. Infilatosi lo stivale, l'ometto si occupò dei pantaloni, cercando di eliminare le macchie di sangue. «Siete nuovo.» Scoppiò a ridere e posò lo sguardo sulla Vistani. «Sbaglio o... sei Magda, giusto? È appena arrivato nel ducato, vero?» La Vistani, stringendo ancora fra le mani il pugnale dalla lama d'argento, restò in silenzio. Il suo sguardo si spostava da cadavere a cadavere e ogni qualvolta il nano si muoveva, agitava minacciosamente l'arma. Indifferente all'ostilità di Magda o al silenzio di Soth, il nano riprese a pulirsi. Dopo aver fatto il possibile per rendersi più presentabile, passò di cadavere in cadavere alla ricerca di eventuali oggetti da rubare. La maggior parte dei pesanti indumenti di lana dei contadini erano logori per l'uso, ma il nano riuscì a recuperare un gilet di lana da un morto e una coperta multicolore dal cavallo. Mentre si buttava quest'ultima sulle spalle a mo' di mantello, si voltò verso il cavaliere della morte. «Posso fare qualcos'altro per voi? Immagino non siate venuto da queste parti per guardarmi derubare dei cadaveri, giusto?» «Hai detto che sono un forestiero. Come fai a esserne così sicuro?» Il nano si avvicinò a Soth e nel fare ciò, si avvolse la coperta intorno al corpo. «Da quando sono arrivato a Barovia ho imparato due cose», affermò in tono cospiratorio. «Primo: non fare mai domande agli sconosciuti. La maggior parte della gente che ho incontrato qui nasconde segreti che non vuole svelare. Hanno compiuto azioni che io e voi non riusciamo nemmeno a immaginare... beh, per lo meno voi. E alcuni, anzi molti, non gradiscono che si metta il naso nei loro affari.»
Indietreggiò e si guardò intorno come se temesse che qualcuno potesse ascoltare le sue parole. «Per esempio, so che non siete mortale, non chiedetemi come faccio a saperlo, perché non ve lo dirò. Ma vi accetto per quello che siete. Ho visto cose più strane di voi da queste parti. Non molte, naturalmente.» Quando Soth non replicò, il nano si strinse nelle spalle. «Perché mi dici tutto questo? Come fai a essere sicuro che non sia una spia di Strahd von Zarovich?» gli domandò Soth. Un sorriso compiaciuto illuminò il volto dell'omuncolo. «La seconda cosa che ho imparato è non avere niente a che fare con i Vistani. Raccontano al conte tutto quello che scoprono sugli stranieri e colpire loro è come insultare lo stesso Strahd.» Indicò Magda. «Se ha scoperto qualcosa su di voi, signor cavaliere, vi conviene ricondurla nella foresta e assicurarvi che nessuno la veda mai più. È solo un consiglio, naturalmente. Un suggerimento da uno che è bloccato in questo inferno da parecchio tempo.» Magda, che teneva ancora il pugnale stretto in pugno, indietreggiò verso il bosco. «Sta arrivando qualcuno», bisbigliò. «Dal villaggio.» «Non possono essere quegli zoticoni di Barovia», commentò il nano. «Non escono mai di casa dopo il tramonto. Troppi esseri come me e voi vagano nella notte.» Un rumore lontano di ruote di legno e di zoccoli di cavallo risuonò sul selciato. La luce di due lanterne guizzò nella notte e il tramestio aumentò. «È una carrozza», disse Soth, penetrando il buio con gli occhi incandescenti. «Due cavalli, neri come la pece.» Scrutò la strada. «Non vedo il cocchiere.» «Oh! Maledizione!» Il nano si diresse verso gli alberi. «Ve lo avevo detto, no? Maledetti Vistarti!» Continuando a imprecare scomparve nella foresta. Soth sguainò la spada e si rivolse a Magda. «Che cos'è?» La donna non aveva ancora aperto bocca che la carrozza si fermò bruscamente davanti alla chiesa in rovina. Sbuffando e agitando il muso, i cavalli battevano gli zoccoli, impazienti. Nessun cocchiere aveva guidato i cavalli lungo la strada dal villaggio e nessuna mano toccò lo sportello della carrozza, quando si aprì. «La carrozza di Strahd», riuscì infine a dire Magda. «È come nei racconti! L'ha mandata per voi!» «Per noi, Magda», la corresse Soth. «Non abbandonerei mai la mia affascinante guida.»
6 Strahd von Zarovich era in piedi davanti a un immenso camino, un braccio appoggiato sulla mensola. Un paio di ceppi bruciavano, ma la luce che emettevano illuminava appena il conte, lasciando nella completa oscurità il resto della stanza. Il signore di Barovia sfogliava distrattamente un volume di poesie. Ogni volta che girava la pagina, il sorriso che gli arricciava la bocca diveniva più ampio. «Ah, Sergei. Sei sempre stato un inguaribile romantico.» Il libro era stato scritto molti anni prima dal fratello minore di Strahd, Sergei, e i versi contenuti erano interamente dedicati a una donna, l'amata Tatyana. L'ilarità del conte non era stata suscitata dalle poesie in se stesse, poiché erano come tutto ciò che Sergei aveva creato nella sua breve vita: meraviglioso e ridondante di sentimento. No, era la consapevolezza della futilità di quelle parole d'amore a divertirlo. I sacri voti non avevano mai legato gli amanti nel vincolo matrimoniale; Strahd lo sapeva, poiché lui stesso aveva assassinato il fratello il giorno in cui lui avrebbe sposato Tatyana. Un desiderio struggente per la ragazza lo aveva reso pazzo al punto da impedirgli di pensare a qualcos'altro che non fosse la dolce, affettuosa Tatyana. Il pensiero che avrebbe sposato l'ingenuo fratello non aveva fatto che aumentare la passione che Strahd nutriva per lei; aveva trascorso giornate intere vagando per le sale del castello di Ravenloft, sperando di intravedere l'amata. Di notte, impazziva su antichi volumi di magia, nella speranza di trovare un incantesimo che l'aiutasse a conquistare il cuore di Tatyana. Alla fine, l'amore non corrisposto aveva spinto Strahd a stringere un patto con le forze delle tenebre, un patto che doveva essere suggellato con un fratricidio. Aveva concluso l'accordo il giorno in cui Sergei avrebbe dovuto sposarsi; aveva infatti trucidato il fratello con il pugnale più affilato che avesse mai visto. Con quell'assassinio, Strahd aveva ottenuto poteri che potevano essere immaginati solo negli incubi, ma nemmeno quelle nuove forze erano servite per conquistare l'amore di Tatyana. Quando le aveva rivelato ciò che provava, la fanciulla aveva preferito porre fine alla propria vita, piuttosto che trascorrere anche solo un istante fra le sue braccia. Strahd chiuse di colpo il libro. Tatyana non sapeva che lui, dopo quasi quattrocento anni dalla sua morte, abitava ancora il castello... e la deside-
rava ancora. Gettò il volume nel fuoco, lasciando che le vecchie pagine consunte venissero inghiottite dalle fiamme. In preda al nervosismo, il conte misurò la stanza a grandi passi. I poteri oscuri che Strahd aveva patteggiato secoli addietro gli avevano dato molto in cambio della morte di Sergei. Non conosceva la malattia e nemmeno il peso della vecchiaia. Regnava su Barovia da secoli e aveva dedicato buona parte del suo tempo a studi arcani e i segreti che aveva scoperto gli avevano assicurato un potere immenso sui vivi e sui morti. Barovia, il ducato in cui i von Zarovich regnavano da secoli, aveva pagato per le azioni malvagie del conte, equilibrando i trionfi di Strahd con le proprie sofferenze. Subito dopo l'assassinio di Sergei, il ducato era stato trasformato in un inferno di nebbie. Strahd scoprì ben presto di non poter superare i confini di Barovia, sebbene acquistò la capacità di impedire agli altri di lasciare le sue terre. Divenne signore incontrastato del suo regno, ma quella vittoria rivelò rapidamente i suoi limiti. Pochi, fra i contadini e i boiari che abitavano al villaggio, costituivano una vera sfida per il conte; ecco perché Strahd aspettava con ansia l'arrivo di individui del calibro di Soth. «Chissà se i miei ospiti stanno comodi», mormorò Strahd avvicinandosi a una finestra. Guardò la strada che si inerpicava lungo il fianco della montagna fino al castello. La carrozza, giunta in prossimità del fiume Ivlis, attraversò il ponte e proseguì il viaggio. Il signore del castello di Ravenloft chiuse gli occhi e si concentrò. Come la carrozza senza cocchiere obbediva alla sua volontà, così la mente dei passeggeri era per lui un libro aperto. Iniziò dalla donna Vistani. Come si aspettava, il terrore le offuscava la mente, sebbene una parte del suo intelletto resistesse alla paura, un brandello di coraggio che lei alimentava ripensando ad antiche leggende di eroi Vistani. Ma simili racconti non potevano scacciare completamente la paura. E proprio su quella paura avrebbe fatto leva Strahd per piegare la zingara al suo volere. Ma era soprattutto Soth a risvegliare l'interesse del conte. Magda, dopo tutto, non era che una pedina. Il cavaliere della morte esigeva invece un attento esame. Strahd liberò la mente e si spinse nella coscienza del nuovo arrivato. La superficie della mente di Soth appariva vaga e confusa come il muro di nebbia soffocante che circondava il villaggio. Emozioni quali amore, desiderio, rispetto, che animavano solitamente i pensieri degli uomini, era-
no scomparse o spente. Strahd si spinse oltre e venne improvvisamente investito da un'ondata di ribollente odio e impotente lussuria. L'intensità di quei sentimenti sconvolse il conte e per un breve istante la sua mente arretrò. Ripreso il viaggio nella coscienza del cavaliere, Strahd restò stupito di non trovarvi traccia di paura. Chi aveva sentito parlare del conte aveva sempre mostrato preoccupazione all'idea di doverlo incontrare; tutti, tranne quel cavaliere. È forse uno sconsiderato? si chiese il signore di Ravenloft, ma il potere che avvertiva nell'altro gli disse il contrario. Soddisfatto per quanto aveva scoperto sui pensieri tumultuosi del cavaliere della morte, Strahd si preparò a lasciare la mente di Soth. Si allontanò dal turbinio vorticoso delle emozioni violente ma, a un tratto, uno strano impulso lo fece rallentare. Il passaggio in carrozza aveva evocato antichi ricordi nella mente del cavaliere della morte. Spinto dal piacere perverso del voyeur, il signore di Barovia si fermò. Non sentiva più le ginocchia per il dolore. La grande sala era affollata dai tre ordini dei Cavalieri di Solamnia - Corona, Spada e Rosa - e tutti i presenti allungavano il collo per vedere il compagno caduto in disgrazia. I loro stupidi volti irritavano Soth, che si impose di incontrare lo sguardo di molti di loro. Ma gli diede ben poca soddisfazione vederli abbassare gli occhi prima di lui. Quelle voci bisbiglianti gli risuonavano nelle orecchie come il vuoto ciarlare delle donne al mercato, e le loro scintillanti armature odoravano come le forti fragranze predilette dai cortigiani di Kalaman. In fondo alla sala, schierati dietro a un lungo tavolo ricoperto da uno strato di rose nere, vide i generali di ciascun ordine. I fiori scuri proclamavano la sentenza del consiglio, ma Soth sapeva che i Cavalieri Solamnici avrebbero seguito il rituale del processo fino alla fine. Ma loro non dovevano starsene inginocchiati con indosso l'armatura. Le loro ginocchia non erano intorpidite e insensibili per il dolore. «Non siete stato in grado di difendervi dalle accuse formulate a vostro carico, Soth. Siete stato riconosciuto colpevole dell'assassinio di Lady Gadria, vostra moglie, di adulterio con la donna elfo Isolde e di un'altra dozzina di crimini minori», affermò in tono mesto Lord Ratelif. Il valoroso guerriero dei Cavalieri della Rosa afferrò uno dei fiori neri e lo gettò addosso al prigioniero. La rosa colpì Soth in pieno viso, ma l'uomo non sussultò. Non vi darò nemmeno questa soddisfazione, pensò, cercando soddisfazione nella ven-
detta. Sir Ratelif si alzò e pronunciò la sentenza che avrebbe segnato il destino del cavaliere. «Secondo quanto previsto dalla Misura, Soth di Dargaard Keep, Cavaliere della Rosa, verrà sottoposto al pubblico ludibrio per le vie della città. Trascorrerà la notte in prigione e al sorgere del sole verrà giustiziato per i crimini commessi contro l'onore dell'Ordine.» Mani rudi afferrarono Soth per le spalle e un sergente estrasse la spada del cavaliere dalla guaina, per poi porgerla a Lord Ratelif, che la puntò contro Soth. «L'arma dell'esecuzione sarà la spada del condannato.» Il ricordo nella mente di Soth divenne vago, mentre i cavalieri nella sala si affollavano intorno a lui. Strahd dovette sforzarsi per seguire il filo dei pensieri del cavaliere della morte. Gli tolsero l'armatura, ma Soth persistette nel suo silenzio, rifiutando di riconoscere la legittimità del processo. Vestito solo di una giubba imbottita, venne trascinato su un carro che procedette per le vie di Palanthas. La giornata era fredda e gli odori del porto si diffondevano in tutta la città: gli aromi pungenti della carne e delle verdure cotti nei mercati all'aperto, l'odore penetrante del fumo delle fornaci, il profumo dell'aria salmastra. Scribi e macellai, sacerdoti e burocrati, tutti si erano riversati per le strade per vedere il cavaliere in disgrazia, l'uomo che aveva voltato le spalle all'onore. A Soth, quella folla vociante apparve come un gregge belante. «Voi cavalieri non siete migliori dei comuni mortali», gridò una donna. Un droghiere lanciò un melone marcio sul carro. «Il Sommo Sacerdote ha ragione! Persino i Cavalieri di Solamnia sono corrotti!» La folla esultò quando il missile colpì Soth. Togliendosi la polpa dagli occhi, il condannato fissò il suo accusatore. Sul volto dell'uomo lesse più odio di quanto avesse mai visto sul volto di molti nemici. Non sono un povero innocente, si disse Soth, mentre il carro procedeva per le vie affollate. La sua determinazione s'incrinò e il dubbio s'insinuò in lui. Ho fornito al Sommo Sacerdote la prova che la corruzione esiste ovunque, persino tra i cavalieri. Una donna svuotò dalla finestra il secchio dei liquami. Sotto l'immonda cascata, Soth dimenticò le proprie colpe. La gente di Palanthas si comportava come la peggior plebaglia e i cavalieri preposti alla sua custodia non facevano niente per proteggerlo. «Siete tutti colpevoli quanto me!» gridò. Qualcosa lo colpì, mandandolo a terra. Quando riaprì gli occhi, vide sopra di lui un Cavaliere della Corona, il pugno sollevato pronto a colpire
ancora. Una fredda determinazione s'impadronì dell'anima di Soth, chiudendo il suo cuore a qualsiasi autorecriminazione. Abbassò le palpebre e restò sordo e immobile agli insulti che lo seguirono per tutte le vie della città. Un giorno gliela farò pagare, continuò a ripetersi. Non so come, ma un giorno Palanthas pagherà. Un draconico, la lama ricurva ricoperta di sangue, sovrastava una donna caduta a terra. Il viso pietrificato in un'espressione di terrore, un giovane cercò di tenere testa a uno scheletro guerriero, ma inutilmente. Il nonmorto non ebbe pietà di lui e con un colpo secco gli mozzò la testa. Tanis Mezzelfo lungo vicoli stretti, mostrando infine la sua vera anima... Qualcosa s'insinuò nell'anima di Soth. L'immagine della vittoria venne oscurata da un'ombra. Ma quando il cavaliere della morte cercò di concentrarsi su di essa, l'ombra scivolò via. Un'energia potente e misteriosa stava infiltrandosi nella sua mente. Soth si fece cupo. Annienterò chiunque mi tradisca, chiunque cerchi di impedirmi di tornare a Krynn, continuò a ripetersi, mentre la carrozza correva nella notte. Magda trasalì e l'urlo lacerante strappò Soth dal torpore in cui era caduto. Aveva perso la nozione del tempo e si accorse che la carrozza era già in cima alla salita. «Che cos'è stato?» domandò, ma la risposta era ovvia. Erano arrivato al castello di Ravenloft. Due fatiscenti torri di guardia pendevano nell'oscurità come sentinelle assonnate. Su un profondo fossato si allungava un ponte levatoio le cui catene arrugginite scricchiolavano e gemevano sospinte dal vento. Oltre il ponte si ergeva il torrione centrale, protetto da un'altra barriera di pietra grigia rivestita di muschio. Gargolle dai volti spaventosi e sofferenti fissavano il vuoto dalle mura. Le assi traballanti e stagionate gemettero quando i cavalli si lanciarono sul ponte. I loro lamenti erano come minacce inutili; la carrozza attraversò illesa. All'avvicinarsi dei cavalli, la vecchia saracinesca che sbarrava l'entrata al maniero si sollevò, aprendo l'accesso al cortile esterno. Giunti all'interno delle massicce mura, i cavalli rallentarono per poi fermarsi. «Siamo arrivati», annunciò Soth quando gli sportelli della carrozza si spalancarono. Il cavaliere della morte scese nel cortile deserto, guardandosi intorno. In passato, il castello di Ravenloft doveva essere stato spettacolare. I tetti
aguzzi e le torri altere testimoniavano ancora un antico splendore, ma l'incolta vegetazione e i danni provocati dal tempo avevano ormai devastato la bellezza virginale del luogo. Il maestoso portale del castello era aperto e una morbida luce si rifletteva nel cortile. «Vieni», ordinò Soth. Magda esitò, ritraendosi sul velluto rosso del sedile. In tono gelido, il cavaliere della morte aggiunse: «Il tuo padrone ci aspetta». Facendosi forza, la Vistani uscì dalla carrozza. Appena ebbe messo piede per terra, gli sportelli si chiusero e i cavalli scattarono in avanti. La carrozza scomparve oltre il ponte levatoio e nella notte. Magda precedette Lord Soth in un piccolo atrio. Sopra di loro, quattro draghi, scolpiti nella pietra rossa, sembravano pronti a balzare sui visitatori indesiderati. «Vostra Eccellenza?» chiamò la Vistani. Con un cigolio, la porta che dava sul cortile si chiuse. «Un trucchetto che qualsiasi buffone conosce», commentò Soth in tono sprezzante. Senza aspettare oltre, entrò nella stanza attigua. Era un locale ampio, dove le torce alle pareti offrivano quel poco di luce appena sufficiente per sconfiggere l'oscurità. La sala era priva di arredo e le pareti erano spoglie. Il soffitto a volta e le lascive gargolle, accovacciate lateralmente, erano ornate di ragnatele. I lunghi filamenti grigi danzavano e fluttuavano, gettando ombre fantastiche sugli affreschi ormai scrostati, che un tempo impreziosivano la volta. Un arco si affacciava su una stanzetta a destra; in fondo, porte di bronzo avevano ceduto sui cardini e a sinistra, una polverosa scala di pietra conduceva al piano superiore. «Conte Strahd?» mormorò Magda, tremante. L'atmosfera nel castello era opprimente, si respirava un'aria di mistero che le ricordò il mausoleo dal quale aveva salvato Andari quando erano bambini. Il fratello si era infilato nella tomba per depredare i morti, ma al termine dell'avventura si era ritrovato a mani vuote e con una caviglia slogata. «Ah, Lord Soth, Magda. Sono il conte Strahd von Zarovich, signore di Barovia. Grazie per avere accettato il mio invito.» La Vistani trasalì nell'udire quella voce, mentre il cavaliere della morte si voltò quasi seccato verso l'uomo che era apparso in cima alle scale. «Chiedo scusa per non avervi accolto sulla porta», disse con voce pacata il padrone del castello di Ravenloft. «Ero in una delle stanze della torre a leggere alcuni volumi di... valore sentimentale.» Il conte scese i gradini lentamente, con studiata eleganza. Il lungo man-
tello nero fluttuava dietro di lui. Ma il mantello non poteva celare la forza di colui che lo indossava, una forza posseduta solo dai grandi guerrieri. Il signore di Barovia era alto, superava i sei piedi. Indossava una giacca aderente, ma formale, su pantaloni neri e scintillanti stivali di pelle scura. Al collo portava una catena d'oro, alla quale era appesa un'abbagliante pietra rossa che rifletteva la luce delle torce. La camicia bianca, che il conte indossava con il colletto sollevato, era in netto contrasto con il resto dell'abbigliamento. Il tessuto immacolato incorniciava il mento volitivo come ali di colomba. Giunto al termine della scala, il conte si inchinò a Lord Soth. Aveva il viso pallido, con zigomi alti e capelli neri pettinati indietro. Sopracciglia altrettanto scure risaltavano su occhi indagatori. Posò lo sguardo sul cavaliere in armatura e attese che quest'ultimo si inchinasse a lui. Soth si fece cupo. «Non perdiamo tempo con questi convenevoli, conte», sbottò. «Perché mi avete portato qui?» Invece di rispondere, Strahd sollevò una mano inguantata e posò gli occhi dallo sguardo ipnotico su Magda. «Non è stato un viaggio piacevole per te, mia cara. Sono certo che Lord Soth non intendesse provocarti alcun fastidio trascinandoti nella foresta, ma...», arricciò le labbra sottili in un sorriso, «... è un soldato come me. I militari tendono a dimenticare che non tutti hanno ricevuto il loro addestramento». La donna si guardò le gambe sporche di fango e la gonna stracciata. «Le mie scuse, Vostra Eccellenza, io...». Strahd sorrise nuovamente, ma di un sorriso subdolo. La sua espressione era spaventosa quanto il ringhio di un lupo. «Non ti preoccupare», disse in tono mieloso. «Tuttavia, penso faresti meglio a cambiarti. Nella stanza accanto troverai dei vestiti, vecchi ma in buone condizioni. Vai e provali.» Per sottolineare l'invito, Strahd additò la stanza di fronte alle scale. «La porta alla tua destra», indicò in tono paziente. «Il pudore richiederebbe che tu chiudessi la porta dietro di te. Prenditi tutto il tempo necessario. Ti aspetteremo qui.» Il sorriso stampato in volto, Strahd seguì con lo sguardo la gitana fino a quando la porta si chiuse dietro di lei. Si voltò allora verso il cavaliere della morte. La maschera di ipocrita cortesia era già scomparsa. «La vostra domanda è un po' vaga, Lord Soth, ma vi risponderò ugualmente. Io non controllo, come voi sospettate, le nebbie che vi hanno portato a Barovia.» Tacque, in attesa di una reazione del suo interlocutore. Quando fu chiaro che Soth non intendeva controbattere, aggiunse: «Vi ho portato nella mia
casa per pura cortesia. È il mio modo di scusarmi per l'orribile accoglienza riservatavi da Madame Girani». «Allora ammettete che i Vistani sono vostre spie?» «Niente di così formale», replicò Strahd. «Garantisco loro alcuni privilegi e, in cambio, loro mi forniscono informazioni sugli stranieri che entrano nelle mie terre. Devo ammettere che avevo chiesto a Madame Girani di scoprire ciò che poteva su di voi.» «Perché? Vi interesso?» La mano di Soth si posò minacciosamente sull'elsa della spada. La rabbia oscurò il volto del conte e i suoi occhi scuri si trasformarono in tizzoni ardenti. «Siete un ospite nella mia casa e nella mia terra», affermò con malcelata calma. «Diciamo che avevate le vostre buone ragioni per attaccare gli zingari. Ora hanno pagato per qualsiasi sgarbo vi abbiano fatto. Ma non pensiate che vi permetterò di minacciarmi. Nonostante i vostri trecento anni, la mia esperienza mi rende superiore a voi. Non sottovalutate la mia rabbia.» Soth sorrise intimamente per l'atteggiamento altero del conte. Se non si fosse offeso, lo avrebbe bollato come un debole o uno sciocco. Entrambe le conclusioni lo avrebbero spinto a un attacco immediato. «Le mie scuse, conte», disse Lord Soth, allentando la presa e ricambiando l'inchino di Strahd. «Il mio viaggio nel vostro paese è stato inaspettato e sgradito. Quello che voglio ora è trovare il mio siniscalco e tornarmene a casa mia.» Strahd sollevò un sopracciglio. «Siniscalco? Vi riferite allo spettro che è arrivato con voi?» «Che notizie avete su di lui? È qui?» «Ahimè, no», replicò il conte. «È giunto al castello e ha cercato di entrarvi senza il mio permesso. La mia casa è protetta da guardie magiche... piuttosto pericolose anche per i nonmorti. Il vostro... siniscalco è stato annientato da una di queste guardie.» Dopo un'adeguata pausa, aggiunse: «Le mie condoglianze, Lord Soth. Eravate affezionato a quell'uomo?» Il cavaliere della morte non udì la domanda del conte. Caradoc morto? Non poteva crederci. Era forse stato privato del piacere della vendetta contro quel traditore? E Kitiara? La fine del siniscalco avrebbe reso più difficile il ritrovamento dell'anima della Signora dei Draghi. Ah, gridò dentro di sé Soth, avrei dato qualsiasi cosa per potermi vendicare. Venne sopraffatto da un fastidioso senso di frustrazione, eppure, c'era qualcosa che non quadrava.
«Come fate a sapere che è morto?» domandò Soth. Strahd si strinse nelle spalle come se la questione non fosse di alcuna importanza. «Come vi ho già detto, la sentinella che l'ha ucciso era magica. Io non ho assistito alla fine del siniscalco, ma gli incantesimi sul castello sono tali da permettermi di richiamare qualsiasi avvenimento verificatosi nella proprietà.» «Allora desidererei vedere come è morto Caradoc. Rievocate l'incantesimo.» «Adesso?» esclamò Strahd, sorpreso da tanta audacia. Soth annuì e il conte si strofinò il mento, perplesso. «Lo faccio solo perché siete mio ospite, Lord Soth, e perché desidero essere sincero con voi.» Con un gesto della mano, Strahd evocò un'immagine, in dimensioni ridotte, dell'immensa saracinesca del castello. Subito apparve l'immagine sfuocata di Caradoc, che avanzava furtivamente. Il collo dello spettro era spezzato, il suo passo lento e strascicato. L'immagine era priva di suoni, ma il cavaliere della morte immaginò che qualcosa tallonasse Caradoc; a ogni passo, il siniscalco si voltava, gli occhi colmi di paura. Giunto davanti alla saracinesca, lo spettro cercò di passarci attraverso, ma appena la toccò, venne colpito da un dardo luminoso. Caradoc s'irrigidì sotto le violente sferzate del dardo magico, aprì la bocca per gridare e, infine, scomparve senza lasciare tracce. Svanita l'immagine, il conte si girò e si mise a osservare gli affreschi sovrastanti. «Questo castello ha più di quattrocento anni. Non è più un luogo elegante e lussuoso come un tempo, ma...» «È chiaro che siete un mago.» Soth si avvicinò al punto in cui era apparsa l'immagine di Caradoc. «È così che avete scoperto il mio nome, che avete seguito le mie mosse... attraverso la magia?» Sospirando, Strahd fronteggiò ancora una volta il cavaliere della morte. «So molto di voi, Lord Soth. Più di quanto possiate immaginare. Come avete già capito, i Vistani sono soltanto una delle mie fonti di informazioni. Tuttavia, sarebbe imprudente da parte mia svelarvi tutti i miei segreti. A suo tempo...» Magda aprì la porta ed entrò nella stanza. Era avvolta in uno splendido abito di seta rossa che le lasciava scoperte le spalle. Il tessuto frusciava sul pavimento di pietra, sollevando la polvere. I piedi nudi della zingara spuntavano da sotto l'orlo. «Grazie, Vostra Eccellenza», disse la fanciulla. «È un abito meraviglioso, il più bello che abbia mai avuto.» Il conte la guardò avanzare, incantato dalla sua grazia e bellezza. Era
chiaro che aveva trovato la brocca d'acqua che lui aveva lasciato nella stanza; il fango sulle guance era stato sostituito da un delicato rossore e si era raccolta i capelli in un'acconciatura che faceva risaltare la curva del collo. «Un vestito non è altro che un pezzo di tessuto. È chi lo indossa a renderlo meraviglioso.» In segno di risposta, Magda si produsse in un'aggraziata riverenza, orgogliosa di indossare un dono del conte e sicura di averlo ricevuto come ricompensa per avere condotto Soth al castello. Poi lo vide. Tremò. «Lord Soth», mormorò. Le sue parole restarono sospese in un silenzio imbarazzato. «Il cavaliere ha ancora i nervi a fior di pelle per il viaggio», spiegò Strahd in tono amabile, gli occhi incatenati alla pelle morbida e immacolata della donna. «Spostiamoci in sala da pranzo per mangiare qualcosa e per un piacevole intrattenimento.» «Non ho bisogno di cibo», osservò Soth, cupo. Strahd posò una mano sulla spalla del cavaliere della morte. «Ma la signora, sì», ribatté. «E sono certo che troverete l'intrattenimento di vostro gradimento.» Soth si sottrasse immediatamente alla stretta del conte, insofferente al tocco del nobiluomo. «Non ne vedo il bisogno, conte. Voglio informazioni, non diversivi.» Magda restò immobile, timorosa di disturbare il silenzio teso che scese nella stanza. Strahd e Soth si fissarono. Senza sollevare il braccio, il conte tracciò un disegno in aria con la punta del dito. Né il cavaliere né la Vistarti si accorsero di qualcosa. La musica di un violino risuonò improvvisamente nella stanza accanto. «Ah, ha cominciato senza di noi», commentò il conte, simulando una finta sorpresa. Un'espressione sconcertata apparve sul viso di Magda. «Non c'era nessuno là dentro fino a un attimo fa e per entrare in quella stanza bisogna passare da qui...» Si diresse verso la porta aperta e sbirciò nella grande sala dove si era cambiata. Tre enormi candelieri di cristallo illuminavano la stanza. Colonne di pietra stavano sull'attenti lungo le pareti di marmo bianco. Il tavolo di legno era ricoperto da una raffinata tovaglia di raso, immacolata come il soffitto e le pareti. Gli abiti che Magda aveva provato, e gli stracci che aveva dismesso, erano buttati sul lato del tavolo vicino alla porta; sull'estremità opposta, erano state disposte un'elegante apparecchiatura per tre persone e
invitanti prelibatezze. Piatti e manicaretti non c'erano quando pochi minuti prima Magda si era cambiata, eppure la Vistani notò appena l'arrosto o il vino rosso. La sua attenzione venne attratta dalla figura solitaria dall'altra parte della sala. Il musicista era in piedi davanti a un massiccio organo a canne incorniciato da due specchiere, che occupavano tutta la parete. Il giovane aveva la testa coperta da un fazzoletto variopinto, una sciarpa nera gli proteggeva la gola e intorno alla vita snella portava una fusciacca. I pantaloni neri erano stracciati e macchiati di sangue, come anche la camicia bianca. La testa china, l'uomo si muoveva come un giocattolo meccanico che Magda aveva visto una volta in un villaggio. Terminata la canzone, il musicista sollevò il capo. «Andari!» gridò Magda, barcollando verso di lui. Fu soltanto quando si trovò accanto al fratello che ne notò l'aspetto malsano. La pelle solitamente scura era pallida, gli occhi spenti e assenti. «Andari?» Quando lui non rispose, gli posò una mano sulla guancia. Era fredda ed esangue. «Nel tardo pomeriggio tuo fratello si è precipitato al villaggio, mettendo uomini e donne in guardia contro la creatura che aveva ucciso Madame Girani», spiegò Strahd dal vano della porta. Si voltò verso Soth. «Come vi ho detto prima, sono piuttosto irritato per il trattamento riservatovi dal clan. La progenie di Girani verrà perseguitata ed eliminata per l'insulto. Andari è stato solo il primo.» La stanza iniziò a girare vorticosamente davanti agli occhi di Magda. La fanciulla allungò la mano per aggrapparsi al fratello, che aveva appena abbassato la testa per riprendere a suonare. «Non preoccuparti, Magda», disse Strahd. «Poiché hai collaborato con Lord Soth, ti risparmierò.» La voce sembrava giungere da molto lontano. Con un grido sommesso, la giovane crollò a terra, svenuta. Mentre cadeva, strappò il violino dalle mani di Andari, ma quello che un tempo era suo fratello non se ne accorse nemmeno. Continuò a muovere l'archetto come se avesse ancora avuto lo strumento fra le mani. Strahd sospirò. «La mia sorpresa sembra averla stremata.» «Perché lo avete fatto?» domandò Lord Soth sebbene le condizioni della donna lo lasciassero totalmente indifferente. «È andata come ho spiegato. Andari è arrivato al villaggio gridando ai quattro venti ciò che era accaduto all'accampamento Vistani. Aveva ori-
gliato al carrozzone della vecchia, perciò sapeva tutto quello che vi eravate detti. Venuto a conoscenza dei fatti, ho ritenuto che voi foste stato insultato e ho deciso di intervenire punendo il clan nel modo che vedete.» Strahd agitò una mano in aria. «Ritenete che la punizione sia sufficiente per l'offesa subita?» Soth seguì il suo ospite. «Sì.» Il conte sembrò rallegrarsene. «Bene», commentò. Con ostentazione, gettò il mantello oltre una spalla e si chinò per prendere la Vistani fra le braccia. «Mi occuperò di Magda. La porterò in una stanza al piano superiore, dove potrà riposare. Se non vi spiace, aspettatemi qui. Tornerò fra un attimo. Ci sono parecchie cose di cui dobbiamo parlare.» Senza aspettare una risposta, il conte si allontanò con la fanciulla in braccio. «Sono certo che troverete l'attesa proficua, Lord Soth», aggiunse, raggiunta la porta. «Ho qualcosa di grande valore da offrirvi.» La voce di Strahd che canticchiava il motivo suonato da Andari risuonò dalla stanza attigua, poi dalla scala. Quando scese nuovamente il silenzio, il cavaliere della morte incrociò le braccia e si guardò intorno. Studiò attentamente una delle grandi specchiere che torreggiavano su entrambi i lati dell'organo. Per la prima volta da molti anni vide la propria immagine: armatura annerita, mantello fluttuante, fiammeggianti occhi arancioni, ma in realtà non era il suo riflesso a interessarlo. Un istante prima, Strahd aveva sollevato Magda ed era passato attraverso quello specchio senza riflettere alcuna immagine. Ripensando a quel particolare, Soth si avvicinò ad Andari. Il Vistani stava ancora pizzicando l'aria, muovendo meccanicamente l'archetto avanti e indietro. Lentamente, il cavaliere slacciò la sciarpa nera che proteggeva il collo del ragazzo. Aveva la gola squarciata e la carne intorno a essa pendeva a brandelli. «Sì», mormorò Soth, «il conte è un uomo dalle mille sorprese». Rimise delicatamente a posto la sciarpa, quindi raccolse il violino. Dopo averlo risistemato fra le mani del musicista, si sedette al lungo tavolo e attese il ritorno del suo ospite. La porta della camera da letto si aprì spontaneamente appena Strahd ci si avvicinò. Come qualsiasi altro oggetto all'interno del castello, anch'essa riconobbe il suo signore e padrone. Un letto a quattro colonne troneggiava nella stanza. Le lenzuola bianche erano ammuffite e le tarme avevano bucato il tessuto diafano che pendeva
dal baldacchino, ma alla luce dell'unica torcia che illuminava la camera, il letto appariva elegante e sfarzoso. Il conte posò Magda sul materasso. Il volto nella penombra, indietreggiò per ammirare la fanciulla. I capelli della Vistani si erano sciolti. In netto contrasto con il candore del cuscino, i riccioli corvini si allargavano a raggiera intorno al viso. Gli occhi di Strahd scivolarono dalle guance pallide per lo spavento alla delicata curva del collo fino alle spalle nude e abbronzate. Si umettò le labbra e improvvisamente venne travolto da un impeto di lussuria. Magda aprì gli occhi e il terrore s'impadronì di lei. La sagoma di Strahd, circondata da teli di garza consunta, si profilava su di lei. L'uomo teneva gli occhi chiusi, ma la bocca spalancata lasciava intravedere denti bianchi e affilati. Quando Strahd l'afferrò, la zingara urlò con quanto fiato aveva in gola. «Dovrei ucciderti per quello che sai», la zittì lui, fissandola con occhi iniettati di sangue. Il controllo acquisito in centinaia di anni di vita permise a Strahd von Zarovich di sconfiggere la voglia impellente di bere il sangue della Vistani. Miriadi di esseri affollavano la dispensa che il conte teneva nelle prigioni sotterranee; si sarebbe dissetato con uno di loro prima del sorgere del sole. «Le forze oscure ti sono amiche questa notte», mormorò, lasciando andare la fanciulla. «Ho un lavoretto per te. Apri bene le orecchie.» Magda si rannicchiò contro la testata del letto abbracciandosi le gambe. «Ora che sei comoda», commentò Strahd in tono nuovamente mellifluo, «passiamo alla mia generosa offerta.» Sorrise. «Devi continuare a fare da guida a Lord Soth. In cambio, ti lascerò vivere.» «Do... dove devo condurlo?» balbettò la ragazza. «Il cavaliere della morte dovrà svolgere un incarico per me», replicò il conte. «Lo accompagnerai e ogni giorno mi farai rapporto utilizzando una spilla incantata che ti darò.» Magda cercò disperatamente di scacciare la paura dai suoi occhi e di fermare il tremore delle sue mani. «Noi Vistani viviamo per servirvi, Vostra Eccellenza», disse con voce pacata, rilassandosi. Pronunciò la menzogna con la stessa disinvoltura che l'aveva aiutata a vendere gingilli inutili ai boiari del villaggio; tuttavia, Strahd non era un povero commerciante ignorante. Il conte trovò divertente la falsità della donna. Le prese il mento fra le dita e la fissò negli occhi. «Penso tu abbia capito che sono un uomo di
mondo, Magda. Servimi bene e verrai ricompensata.» Strahd attraversò la stanza. «Non uscire da qui fino a quando non ti chiamerò», le ordinò. «Dirò a Lord Soth che stai riposando dopo la lunga marcia.» L'uomo chiuse la porta ma non girò la chiave. Quella doveva essere una prova per la Vistarli, decise. Se avesse obbedito agli ordini e fosse rimasta nella stanza fino al tramonto del giorno successivo, avrebbe potuto fidarsi di lei e affidarle altri incarichi. In caso contrario... beh, il castello era ben protetto e le creature che pattugliavano le mura durante il giorno l'avrebbero fatta a pezzi. Soddisfatto della decisione presa, attraversò rapidamente la parete ed entrò in una stanza senza bussare, facendo trasalire la figura solitaria che la occupava. «Mio signore», mormorò Caradoc. Lo spettro si inchinò, ma il collo rotto fece apparire il gesto più comico che ossequioso. Strahd gli fece segno di alzarsi. «Lord Soth è arrivato», mormorò il vampiro, in tono sadicamente divertito. «È come mi avevi descritto.» 7 Il suono della voce del conte fece schizzare un topo dalla sua tana al ballatoio sul quale si trovavano il vampiro e il cavaliere della morte. La creatura obesa squittì ai due uomini. Gli occhietti tondi brillarono alla debole luce del candelabro di Strahd. «Ah», esclamò il conte, sinceramente compiaciuto, «fai bene il tuo lavoro». Dopo un lungo squittio, il ratto si diresse ondeggiando verso una crepa nel muro. Strahd, soddisfatto del rapporto appena ricevuto, si diresse verso un piccolo corridoio oltre il ballatoio. «I topi sono solo alcuni degli esseri che fanno la guardia alla mia casa», spiegò a Lord Soth. Mentre avanzavano lungo il corridoio, il cavaliere della morte udì dei singhiozzi. Inizialmente gli parve una sola voce ma ascoltando meglio, capì che si trattava di un coro di voci. Il suono proveniva dal corridoio che si diramava alla sinistra di Soth. Pozze di acqua putrida insudiciavano il pavimento e scarafaggi neri, grandi quanto il pomo della spada del cavaliere, si aggiravano ovunque. Oltre le porte di legno marcio che si allineavano su entrambi i lati, pianti e suppliche si fondevano in un unico lamento.
Erano i primi segni di vita umana che il cavaliere rilevava da quando era giunto al castello di Ravenloft. Quel luogo era immenso ma sembrava deserto quanto il maniero Dargaard Keep. E se la sua fortezza aveva una collezione di banshee e scheletri guerrieri, la casa di Strahd sembrava principalmente il rifugio di ratti, ragni e poco altro. In generale, quel luogo appariva al cavaliere della morte come un monumento alla decadenza. Statue e dipinti affollavano molte stanze, ma tutte le opere d'arte erano state devastate dal tempo. Strahd aveva richiamato l'attenzione del suo ospite sulla cappella del maniero, una stanza enorme un tempo impreziosita da una magnifica collezione di finestre dai vetri colorati. Ma ora le finestre erano infrante o coperte con assi. La cappella stessa era disseminata di pezzi di panche distrutte, l'altare inutilizzato. Strahd si voltò indietro e vide Soth lanciare un'occhiata nel corridoio sul quale si aprivano le celle dove teneva rinchiuse le sue provviste. Il vampiro aggrottò le sopracciglia e aprì la porta di ferro innanzi a sé. «Da questa parte, Lord Soth. Voglio che incontriate un uomo che ha delle informazioni che sono certo troverete molto interessanti.» Il cavaliere della morte spostò la propria attenzione dalle implorazioni dei prigionieri al proprio ospite e seguì quest'ultimo in una grande stanza. La porta si chiuse con un tonfo. «Buona sera, ambasciatore Pargat», disse il vampiro. Teneva il candelabro in alto, ma la luce era troppo fioca per illuminare tutto l'ambiente. «C'è una visita per voi.» Temendo un'imboscata, Soth s'irrigidì e strinse l'elsa della spada. In quella stanza poteva esserci di tutto. Strahd s'accigliò. «Forse dorme.» Notando la posizione di allerta del cavaliere, aggiunse: «Non temete, Lord Soth. L'ambasciatore è ormai innocuo». A una parola del vampiro, le torce disseminate lungo i muri si accesero. Con l'esclusione delle porte che si aprivano su tre lati della stanza, nessun manufatto prodotto da mani umane adornava le fredde pareti di pietra, su cui spuntavano licheni e icore verdi. Ragnatele grandi quanto Soth, e geometricamente precise quanto le strade di Palanthas, affollavano gli angoli. Sulle dimensioni dei ragni Soth non poté scoprire nulla, poiché gli animali rimasero nascosti. Ma che fossero di dimensioni inusuali lo testimoniavano i topi intrappolati e paralizzati nei fili di seta. L'ambasciatore giaceva al centro della stanza, circondato da una struttura metallica intricata quanto le ragnatele dei ragni giganti. Il congegno pog-
giava su otto gambe di spesso acciaio, da cui partivano delle cinghie d'argento che tenevano l'uomo sospeso dal pavimento con braccia e gambe spalancate. Una serie di pesi, carrucole e contrappesi pendeva sopra il prigioniero, collegata alla lama di un'ascia di bronzo e a una schiera di pugnali d'argento e di bronzo. «Ripeto: buona sera, ambasciatore Pargat.» Il prigioniero si svegliò e mormorò parole incomprensibili. «Non sapete fare niente di meglio? Temo non sia sufficiente.» L'ambasciatore iniziò a piagnucolare appena il signore del castello di Ravenloft gli si avvicinò. Il vampiro appoggiò il candelabro a terra e si sfregò il mento in atteggiamento pensoso. «Ah!» esclamò infine. «La lingua. L'abbiamo danneggiata, vero?» Accarezzò la lama d'argento sospesa sul volto di Pargat. «Avrei dovuto prevederlo.» Mentre il vampiro toglieva la lama d'argento insanguinata e la sostituiva con una di bronzo, Lord Soth si avvicinò per studiare lo strumento di tortura. Quando l'ambasciatore vide il nuovo venuto, implorò, gemette e imprecò. Soth non capiva le parole distorte dell'uomo, ma bastava guardare quegli occhi terrorizzati per capirne il significato. Strahd indicò distrattamente il prigioniero. «Lord Soth, questo è l'ambasciatore Pargat. È un messaggero del duca Gundar, signore di Gundarak, un ducato confinante.» Basso e magro, l'ambasciatore sembrava, tuttavia, piuttosto forte; a ogni suo movimento, la struttura metallica gemeva. Le manette che Strahd gli aveva chiuso ai polsi, alla vita e alle caviglie erano di un particolare acciaio a reticolato, più flessibile delle catene ma ugualmente efficace. La camicia bianca priva di bottoni di Pargat era stracciata e dai buchi orlati di sangue si intravedevano ferite e, in altri punti, pelle rosea e sana. Gli stivali e i pantaloni erano nelle stesse condizioni delle camicia e tutti i buchi erano allineati con le lame che pendevano minacciosamente dalla struttura. «Non mi piacciono le torture», affermò Strahd in tono di scusa. Indietreggiò e sembrò riflettere. Soth era certo che, in realtà, il conte stesse ammirando la propria creazione. «Sembra uno strumento ingegnoso», commentò il cavaliere della morte. Con un sospiro, Pargat smise di implorare. «In realtà è molto semplice», spiegò il conte, infervorandosi immediatamente sull'argomento. «I pesi e le carrucole muovono le lame. Possono tenere la macchina in funzione per ore senza bisogno di una persona che
controlli.» Il vampiro girò intorno alla struttura metallica, accarezzando le lame e regolando la tensione dei pesi. «Avrete notato che alcune lame sono d'argento e altre di bronzo. L'ambasciatore è infatti un licantropo.» Voltò bruscamente la testa del prigioniero e fece scivolare una mano inguantata sulla sua guancia. Soth toccò una delle ferite dell'ambasciatore; l'uomo sussultò, soffocando un grido. «Le lame d'argento gli procurano ferite profonde e dolorose, al contrario di quelle di bronzo, le cui ferite lo lasciano indifferente. Grazie ai suoi poteri di guarigione, il licantropo teme solo l'argento.» «Capisco.» Fu il turno di Soth di girare intorno alla macchina. «E togliete una lama d'argento ogniqualvolta vi fornisce informazioni che vi interessano?» Un ghigno beffardo apparve sul volto di Strahd. «Esattamente il contrario. Per ogni informazione che mi dà sul suo padrone aggiungo una lama d'argento. Prima o poi il dolore, o più semplicemente le ferite, lo uccideranno.» Tirò i capelli impregnati di sangue dell'uomo. «Sono certo che Pargat si augura che accada il più presto possibile. Questa tattica è una sorta di... incentivo per spingerlo a rivelare rapidamente tutto quello che sa. Giusto, ambasciatore?» La risposta di Pargat fu solo un brontolio confuso, ma dal tono della voce non fu difficile interpretarla come una serie di maledizioni. «Che maleducato», osservò Strahd con finta indignazione. Dopo di che, sostituì la lama di bronzo posizionata sull'occhio sinistro del prigioniero con una d'argento. Soth osservò i lineamenti dell'uomo. Gli occhi azzurri di Pargat erano vacui, il volto sottile, rigido per il dolore. Le narici erano dilatate al punto da deformare il naso e un largo taglio sulla guancia rivelava denti bianchi e spezzati e quanto rimaneva della lingua. Ogniqualvolta il prigioniero cercava di parlare, sulla superficie della ferita compariva un miscuglio di sangue e saliva. «Che informazioni può mai avere quest'uomo che possano interessarmi?» domandò Soth. Posando una mano sul braccio del cavaliere, Strahd sorrise. «C'è solo un modo per fuggire da questo inferno ed è attraverso un portale che conduce in un altro mondo. L'ambasciatore sa dove si trova una di queste uscite.» «Quest'uomo conosce il portale per tornare a Krynn?» «Sa dove si trova un portale per uscire da questi inferi», lo corresse Strahd. «Non ho idea di che cosa si trovi al di là di quel passaggio. Ma un
cavaliere dalle mille risorse come voi non dovrebbe avere difficoltà per tornare a Krynn, una volta uscito dal ducato, naturalmente.» Il vampiro fece scivolare un dito sull'estremità della lama di bronzo che pendeva sulla gola di Pargat. Il pugnale oscillò su una rotaia ben oliata. «So che il portale si trova nel castello del duca Gundar. Quando l'ambasciatore si deciderà a parlare, sostituirò questa lama con una d'argento. La sua vita e le sue pene cesseranno istantaneamente.» «Da quanto tempo si trova qui?» «Tre giorni.» Strahd osservò i lineamenti del prigioniero alla ricerca di un segno di cedimento. «Gundar lo ha mandato per recapitarmi un ultimatum su questioni di carattere commerciale: libertà di movimento per i commercianti o qualcosa del genere.» Il cavaliere della morte scosse la testa. «Se dopo tre giorni di tortura non vi ha ancora detto ciò che volete sapere, non lo farà mai.» «Avete troppa fretta, Lord Soth», commentò il conte, prendendo nuovamente in mano il candelabro. «Il primo giorno la macchina ha funzionato solo alcuni minuti. Il secondo per un'ora. Questa notte, non si fermerà.» Il vampiro si rivolse al prigioniero. «Probabilmente perderete conoscenza per il dolore, ma non abbiate paura, non vi lascerò morire.» Senza degnare Pargat di uno sguardo, Strahd tirò la leva che metteva in funzione la macchina. «Venite, Lord Soth. Torneremo più tardi per vedere se le lame gli hanno fatto tornare la memoria.» Il cavaliere della morte lanciò un'occhiata dietro di sé mentre seguiva il conte fuori dalla stanza. Con un tremito, la struttura iniziò a muoversi, sollevando e abbassando le lame con una precisione cronometrica. La testa dell'accetta dondolava come un pendolo, tagliando la gola di Pargat e la lama d'argento si conficcò nell'occhio. Il prigioniero gridò e arcuò la schiena, non per evitare le lame ma per spingerle più a fondo nella speranza di procurarsi una ferita mortale. Mentre la porta si chiudeva dietro Soth e Strahd, il vampiro sorrise. «Ho permesso a Pargat di dormire perché il sonno è molto simile alla morte. Se anela alla tregua del sonno dal dolore, mi dirà presto ciò che voglio per poter riposare in eterno.» «Non potete ricorrere a un incantesimo per leggergli nella mente?» Scuotendo la testa, il conte si avviò lungo il corridoio. «Il duca Gundar, o per essere più precisi, suo figlio, è un mago di provata abilità. Non sono mai stati così stupidi da mandare qualcuno privo di protezione magica da simili incantesimi. Il primo ambasciatore è esploso quando cercai di inter-
rogarlo ricorrendo alla magia.» Passando accanto alle porte allineate lungo il corridoio, Soth chiese: «Magda è in una di queste stanze?» «Sta riposando di sopra», rispose il vampiro, sorpreso. «Come mai me lo chiedete? Quella ragazza vi interessa?» «Assolutamente no», replicò l'altro senza lasciar trapelare alcuna emozione. «La mia era solo curiosità.» «Naturalmente», commentò Strahd un po' troppo affettatamente. Raggiunse l'ultima porta e si fermò. Soth lo seguì, camminando sulla sporcizia e i nugoli di scarafaggi che coprivano il pavimento. Le grida pietose degli abitanti delle celle risuonarono nel silenzio. «Perché mi avete abbandonato, Dei della Luce?» urlò una donna. «No», rispose un uomo dalla voce grave. «Troveremo una via di uscita. Solo uno di noi deve scappare. Mettiamoci al lavoro.» Quando nessuno rispose alla sua esortazione, la ripeté. Una volta e poi un'altra ancora. Dietro un'altra porta, un uomo singhiozzava disperatamente. Di tanto in tanto, mormorava alcune parole, ma pronunciate in una lingua che il cavaliere della morte non aveva mai sentito. «Da questa parte, Lord Soth», disse il conte aprendo un uscio al termine del corridoio. La minuscola stanza in cui entrarono aveva solo un tavolino, uno sgabello e un camino spento. Strahd posò il candelabro sul tavolo traballante, illuminando un vecchio avvizzito, gli occhi spenti che scrutavano la cella, inutilmente. Era seduto sullo sgabello e toccava l'aria con dita insanguinate. Le labbra secche si muovevano senza emettere alcun suono. «Mi avevate chiesto come facevo a sapere tanto su di voi», spiegò Strahd. «Questo è Voldra, un mistico di una certa abilità, sebbene sia muto, sordo e cieco al mondo intorno a lui.» Il vampiro mormorò una parola magica e una porticina si aprì nella pietra. Una sfera di cristallo, bianca come gli occhi e l'irta barba di Voldra, era nascosta nella nicchia segreta. «Con questa», spiegò il conte, sollevando la sfera, «Voldra può svelarmi particolari su coloro che lavorano per me o contro di me». «Può dirci qualcosa di più su questo duca Gundar o sul portale che si trova nel suo castello?» «Hmm», gemette il mistico quando il globo di vetro venne a contatto con le sue dita ossute. Iniziò a tessere uno strano disegno sul cristallo,
sporcando il vetro con il sangue delle dita. «Soffre per la mancanza di contatto con il mondo», affermò Strahd, quindi aggiunse: «Quelle ferite se le è procurate nel tentativo di scavare una via di fuga». Il cavaliere della morte e il vampiro osservarono Voldra tracciare un intricato motivo sul vetro. Dopo qualche istante, Strahd prese una penna e una pergamena dalla nicchia e le posò sul tavolo. «Risponderà alle vostre domande, sebbene non le senta. Io stesso non sono ancora riuscito a capire come funzionino i suoi poteri, ma solitamente sono soddisfatto delle informazioni che mi passa.» Tremando violentemente, l'anziano mistico afferrò carta e penna e scrisse un messaggio. Lo sforzo sembrava prosciugarlo di ogni energia e quando ebbe terminato, si accasciò sul tavolo, esausto. Il conte afferrò il foglio e lesse ad alta voce: «"Il sangue di un bambino che non è mai stato innocente apre le porte del castello di Hunadora. La pazzia non è debolezza, perciò guardatevi dal figlio immortale".» Strahd accartocciò la pergamena. «Questa roba non serve a niente», sospirò e sollevò l'anziano mistico dallo sgabello. Voldra ciondolò nella morsa del vampiro come una bambola di pezza nelle mani di un bambino. «Riprovaci, d'accordo?» Il conte rimise l'uomo davanti alla sfera di cristallo e il vecchio si concentrò nuovamente per cercare di offrire al suo aguzzino una risposta migliore. «È lo stesso messaggio che Voldra ha scritto l'ultima volta che gli ho chiesto informazioni sul portale», spiegò Strahd, buttando la carta nel camino spento. «Non mi dice niente di nuovo. Temo che il problema sia la distanza. Più Voldra è lontano dalla persona oggetto della sua ricerca, più il messaggio diventa nebuloso e confuso.» Soth si avvicinò al camino e raccolse la pallottola di carta. Dopo aver letto il contenuto, la lasciò cadere sul pavimento. «Sapete chi è il bambino di cui si parla?» Tenendo gli occhi fissi su Voldra, ancora impegnato ad agitare le mani sulla sfera, il signore di Ravenloft annuì. «Il bambino è il figlio di Gundar. Per aprire il portale è necessario entrare nel castello del duca, e versare il suo sangue o quello del figlio. La chiave è il sangue. Questo è chiaro. Ciò che bisogna scoprire è in quale parte del castello si trova esattamente il portale.» «Come fate a sapere che il loro sangue aprirà il portale?» «Lo dicono la leggenda, le informazioni che ho strappato ad ambasciato-
ri e rifugiati da Gundarak, la tradizione orale dei Vistani, i messaggi di Voldra.» Il vampiro si avvolse nel mantello e si stirò voluttuosamente, come un pipistrello svegliatosi dopo un lungo sonno. «Tante fonti non possono sbagliarsi.» Il silenzio scese nella stanza mentre sia il conte che il cavaliere della morte prendevano in considerazione ciò che avrebbero guadagnato dall'impresa contro il duca Gundar. Da parte sua, Lord Soth si chiese se quella potesse essere la via giusta per tornare a Krynn, da Kitiara. Morto Caradoc, avrebbe dovuto cercare il signore tanar'ri che teneva prigioniera l'anima della donna, ma quello non era un problema. Niente gli avrebbe impedito di ricatturare la forza vitale della Signora dei Draghi e di fare di lei la sua compagna immortale. Anche la mente del vampiro si addentrò in piani diabolici. Per molti anni, Strahd e Gundar si erano scambiati insulti e scortesie. Il conte uccideva automaticamente tutti gli ambasciatori inviati dal duca e quest'ultimo lo ripagava con la stessa moneta. Per quei due signori degli inferi inviare un messaggero che non morisse troppo facilmente era diventata una sorta di sfida perversa; naturalmente, i loro inviati erano individui di cui non avevano più bisogno o che comunque non avevano saputo soddisfarli pienamente nell'esercizio dei loro doveri. Ma ora il conte cominciava a stancarsi di quel giochetto. Le grida dei prigionieri e il suono delle dita di Voldra che sfregavano il vetro lo riportarono alla realtà. A un tratto, le mani del mistico scivolarono dalla sfera. L'uomo cercò tastoni la penna e, trovatala, iniziò a scrivere. Come in precedenza, Voldra cominciò a tremare mentre le parole si facevano strada attraverso lui per poi fissarsi sulla pergamena. «Questa volta la risposta è molto più lunga», osservò Strahd. Il vampiro e il cavaliere della morte si piegarono sul vecchio, in attesa che terminasse di scrivere. Quando infine Voldra crollò sul tavolo, privo di energie, il conte prese il foglio. «"Il successo ti costerà ogni cosa"», lesse il vampiro. Strizzò gli occhi cercando di decifrare alcune parole. «Ci sono alcuni scarabocchi incomprensibili, poi continua: "Termina all'inizio, e..."» Strahd sollevò il foglio verso la luce per illuminare il messaggio. L'ombra della carta si rifletté sulla parete, mentre quella di Strahd, come era normale per quelli della sua specie, non apparve. «Temo che questo secondo tentativo abbia spossato completamente Voldra. Non si legge quasi niente.» Lanciò un'occhiata a Soth e aggiunse: «Riesco a decifrare solo
l'ultima riga: "Il generale dal sorriso sleale è per te irraggiungibile"». Il cavaliere della morte s'irrigidì e, senza tanti preamboli, strappò il foglio dalle mani di Strahd. Lesse ciò che poté del messaggio che, come aveva già detto il conte, terminava con una frase leggibile. Il generale dal sorriso sleale, ripeté fra sé e sé, mentre la rabbia s'impadroniva di lui. Quella era Kitiara! «Avete detto che può scoprire qualcosa sul castello del duca e sulla posizione del portale, giusto?» affermò Soth con voce tonante, mentre stracciava in due la pagina. Strahd si appoggiò al tavolo con grazia felina. «Voldra risponde a qualsiasi domanda di vitale importanza per chi si trova accanto a lui. Mi sembra di capire che conosciate questo generale, o sbaglio?» Veloce come una saetta, il cavaliere della morte afferrò la sfera di cristallo. La sollevò in aria e la scagliò contro il pavimento. Un lampo illuminò la stanza e un rombo di tuono scosse il tavolo, facendo sbattere la porta sui cardini di ferro. Quando la nuvola nociva di nebbia multicolore si dissipò, Soth e Strahd si trovarono faccia a faccia. «Stupido!» gridò Strahd. «Quel cristallo non può essere sostituito!» Gesticolò verso il vecchio. La barba e i capelli di Voldra erano bruciati e buona parte del lato destro dell'uomo era nero per l'esplosione. «Senza il cristallo mi serve poco.» Soth incrociò le braccia al petto. «Non amo che altri leggano i miei pensieri», affermò in tono calmo. «Ho ucciso la strega Vistani per quell'offesa. Il vecchio non è diverso. Se dite che senza la sfera di cristallo non può leggere, allora a me serve ancor meno. Sarebbe un piacere ucciderlo.» «Il vostro piacere non ha alcuna importanza», sibilò il vampiro. Si inginocchiò accanto a Voldra e avvolse le lunghe dita intorno al collo del vecchio. Un rantolo sfuggì dalle labbra del mistico, quindi il conte gli girò bruscamente la testa, spezzandogli il collo. Strahd mantenne sempre lo sguardo fisso su Soth. Quando il signore di Ravenloft si rialzò, il suo volto era rosso d'ira. «Io sono il padrone di questo regno, Soth, e la chiave per la vostra fuga è nelle mie mani. Se volete tornare a Krynn, se volete rivedere il sorriso sleale del vostro generale, farete bene a ricordarvelo.» La mano di Soth si abbatté sul tavolo, facendo schizzare ovunque schegge di legno. Il candelabro cadde a terra, le candele si spensero. «Su Krynn sono uno dei servitori prediletti della dea scura, Takhisis», disse, avvicinandosi a Strahd nell'oscurità. «Là, lei è la mia padrona. A Barovia, non
riconosco altri poteri.» Il cavaliere della morte fece partire un colpo diretto alla testa del conte. Ma prima che il guanto di cotta si fosse avvicinato all'obiettivo, il vampiro afferrò il polso di Soth. Gli sguardi dei due non-morti si incatenarono. La mano sinistra di Soth iniziò a muoversi ritmicamente. «Non penserete di usare un incantesimo contro di me?», sibilò Strahd, aumentando la pressione intorno al polso del cavaliere. «Ho studiato la magia per secoli e conosco degli incantesimi che potrebbero distruggervi.» Dopo qualche istante, quando la tensione aveva ormai abbandonato il braccio di Soth, il vampiro gli liberò il braccio. Strahd si avvolse nuovamente nel mantello e il colore dell'ira svanì dalle guance. «Sono giunti altri viaggiatori da Krynn», mormorò il conte in tono divertito. «Voldra e altri quattro sono arrivati a Barovia venticinque... anzi no, trent'anni fa. Provenivano da Palanthas.» Immobile, Soth ascoltava il conte. L'ultima volta che si era trovato ad affrontare un nemico di pari valore era ancora umano e quella consapevolezza lo agghiacciò. «Voldra si definiva un "Mago dalle Vesti Rosse"», continuò Strahd, gli occhi che scintillavano nell'oscurità, «e sosteneva di essere un servitore del grande dio Gilean, patriarca della Neutralità. Questo Gilean deve essere un rivale di Takhisis, giusto?» Il mantello del vampiro ondeggiò dietro di lui, quando si piegò sul cadavere del mistico. «Gilean non ha mandato le sue schiere per punirmi quando ho strappato la lingua a Voldra. I suoi servi non verranno nel castello di Ravenloft per portare il corpo del morto, o la sua anima, nel luogo dell'eterno riposo.» Alzandosi, raccolse il candelabro. A una sua parola, le candele si riaccesero. «In questo inferno, gli dei di Krynn non sono nessuno, cavaliere. Servitemi o non abbandonerete mai più questo luogo.» Nel silenzio che seguì, le grida dei prigionieri risuonarono distintamente. «Perché mi avete abbandonata, Dei della Luce?» urlò una donna. «Soltanto uno di noi deve fuggire», gridò un uomo con voce grave. «Mettiamoci al lavoro.» Il vampiro represse un improvviso sbadiglio. «Immagino di poter interpretare il vostro silenzio come un assenso. Saggia scelta.» Liberatosi dello stupore per il potere del vampiro, il cavaliere della morte calciò con noncuranza il corpo di Voldra. «Che cosa ne avete fatto degli altri quattro provenienti da Palanthas? Sono anche loro nella vostra dispensa?»
Strahd inclinò il capo. «Voldra era l'unico che potesse servirmi. Ho lasciato gli altri a vagare a loro piacimento nel ducato.» Si strofinò il mento con fare pensoso. «Uno di loro è ancora vivo. Un grasso chierico di nome Terlarm. Abita al villaggio.» Il signore di Ravenloft si mosse silenziosamente verso la porta. «Temo che dovremo riprendere la nostra chiacchierata questa sera, Lord Soth. Si avvicina il tramonto e sono piuttosto affaticato per la nostra... discussione.» Voltò le spalle al cavaliere della morte e scomparve nel corridoio. Le narici colme del puzzo di carne bruciata di Voldra e le orecchie assordate dai lamenti dei prigionieri, Lord Soth rimase nella piccola cella. Era decisamente lontano da casa, separato da Takhisis, dalle banshee e dagli scheletri guerrieri che in passato avevano sempre eseguito i suoi ordini. Eppure, il cavaliere della morte non era mai stato uno che accettava facilmente la sottomissione. Fermo sulla soglia, un topo scrutò nella stanza. Fissò Soth con occhietti neri e tondi e arricciò il naso annusando l'aria. Appena Soth si mosse verso di lui, la creatura, che si nutriva di carogne si accovacciò, ma non fuggì. «Strahd crede che sia sconfitto al punto tale che le sue spie parassite non debbano temermi?» mormorò Soth. Sollevò uno stivale e schiacciò il topo sotto il tacco. Allo squittio di morte dell'animale fecero eco le grida di una dozzina di suoi simili disseminati ovunque. Quell'attacco, il cavaliere della morte lo sapeva, sarebbe stato riportato a Strahd come un atto di sfida. Non aveva importanza; Soth intendeva fare ben peggio prima del tramonto del sole. 8 In piedi davanti a una torcia, Magda ne osservava la fiamma immobile. Prodotto dalla magia, il legno che alimentava il fuoco riappariva non appena veniva bruciato. La zingara si trovava in quella stanza da ore. «Se resto qui, diventerò una delle schiave del conte», iniziò, riprendendo le elucubrazioni iniziate da quando Strahd l'aveva lasciata. Rivide il fratello, gli occhi vuoti come quelli di un morto, impegnato a suonare tristi melodie. L'immagine la fece tremare di paura e disgusto. Le antiche leggende della tradizione Vistani avevano spesso come protagonisti i vampiri e Magda sapeva bene ciò che l'aspettava nel caso il conte avesse deciso di nutrirsi di lei. Sarebbe divenuta un povero essere infelice e assetato di sangue, costretto a eseguire gli ordini di Strahd. Avrebbe
vagato nella notte, uccidendo suoi simili per potersi nutrire. Era un destino orribile. Se solo ci fosse stata una finestra nella stanza! La luce del giorno era nemica dei vampiri. Protetta da quella luce, avrebbe potuto trovare il coraggio di avventurarsi nel castello. A quell'ora sarebbe almeno stata certa che Strahd riposava nella sua bara. «Il conte non è così stupido da non proteggere la sua casa mentre dorme. Ci saranno delle guardie», mormorò, chiudendo gli occhi. «Ma giorno o notte che sia, se resterò qui, Strahd mi ucciderà. Se cerco di scappare, avrò almeno una possibilità.» Fissò ancora una volta le fiamme delle torce. All'accampamento, con la musica di Andari che l'accompagnava nella danza, sarebbe stata capace di evocare l'immagine di antichi eroi della tradizione Vistarti, di raccontare le storie di atti di grande eroismo, di fughe temerarie e di liberazioni mozzafiato. Un sorriso le illuminò il viso mentre ripensava alla leggenda di Kulchek e il gigante. Era una delle sue preferite. La storia narrava di come l'astuto eroe fosse riuscito a ingannare un gigante, rapirne la bellissima figlia e fuggire da un castello colmo di trappole. Andari aveva sempre odiato quelle leggende, perché erano troppo fantasiose per uno dall'immaginazione limitata come la sua. Tuttavia, il suo disprezzo non aveva mai diminuito la passione di Magda per quei racconti. Se potesse, ora Andari si rimangerebbe le sue parole, pensò confusamente. Presa la decisione, Magda legò la lunga gonna rossa in un nodo su un fianco. Restò sorpresa nel notare che le mani le tremavano appena. Forse sono più coraggiosa di quanto pensassi, decise. Dopo tutto, sono sopravvissuta alla marcia fino al castello in compagnia di un cavaliere della morte. Perché non dovrei riuscire a fuggire per tornarmene nella foresta? Afferrata la torcia, si diresse verso la porta e l'aprì lentamente. La luce fece fuggire alcuni topi. Dalle fessure nei muri di pietra, i piccoli predatori osservarono la Vistarti scivolare fuori dalla stanza. Sul soffitto, centopiedi lunghi quanto il braccio di Magda si spingevano avanti su centinaia di sottili zampe. La donna trasalì a quella vista, ma non si fermò. Quelle creature terrene sarebbero sicuramente state le meno paurose fra tutte quelle che avrebbe incontrato. Un'unica ragnatela copriva le scale. Non c'erano né porte, né finestre. Magda avanzò lentamente verso la stretta scala, tenendo la torcia davanti a sé come un chierico che mostrava un simbolo sacro a una creatura dell'o-
scurità. Non aveva ancora appoggiato il piede sul primo gradino che sentì qualcosa scivolare lungo la scala verso di lei. Senza pensarci due volte, si diresse verso la camera da letto. Afferrò la maniglia d'ottone, ma la porta non si aprì. Il suono di passi pesanti aumentò, mentre si avvicinava ai piedi della scala. Un grido di paura soffocato in gola, Magda riprovò ad aprire la porta, ma inutilmente. Era come se la serratura fosse scattata dietro di lei. Agitò la torcia a destra e a sinistra, ma le pareti non avevano aperture, a eccezione delle fessure abitate da topi e insetti. Era in trappola. «Qualcosa è fuori posto», sibilò una voce dalla scala buia. «Qualcosa che ha bisogno della luce per vedere.» Magda si buttò con tutto il peso contro la pesante porta di legno per tentare di aprirla. I passi cessarono e due luminosi occhi azzurri apparvero nell'oscurità ai piedi della scala. «È una lei», disse la creatura allegramente. Il braccio teso, la Vistani teneva la torcia davanti a sé. L'essere misterioso ridacchiò nell'ombra. «Vuoi vedermi, vero?» domandò e apparve nel cono di luce. La creatura si reggeva su due gambe, come un uomo, ed era alta circa quattro piedi. Tutto il corpo, dalla punta del corno che gli spuntava sulla fronte alla fine della lunga coda spinosa, era coperto da pelle ruvida e scura. Gli occhi erano grandi e tondi, il naso poco più che due fori, la bocca una caverna bavosa. Con un lieve spostamento d'aria, l'essere ripiegò piccole ali robuste sulla schiena, quindi si accovacciò, grattando il pavimento con le mani dai tre lunghi artigli. Mentre studiava Magda, la guardia passò la lingua grigia e biforcuta sui denti appuntiti. «Il padrone immagino ti vorrà», disse. La creatura parlò lentamente, come se muovere le mascelle le procurasse dolore. Improvvisamente, Magda ricordò di avere già visto quell'essere, o altri simili a lui, intorno al castello. Davanti a sé aveva una gargolla, animata per magia. L'essere mostruoso si allungò in avanti e stese una mano verso la gamba di Magda. Gridando per la sorpresa, la fanciulla balzò indietro e colpì la gargolla con la torcia. Uno schianto risuonò nella stanza. La fiaccola rimbalzò sul braccio dalla pelle di pietra, urtando le spalle di Magda. La luce della torcia, spaccata, diminuì: era magica ma non indistruttibile. «Vuoi giocare, eh?» sibilò la gargolla. Strisciò fuori dal cono di luce, sfregandosi il braccio dove la fiamma lo aveva bruciato. I malvagi occhi azzurri scintillarono nell'oscurità.
Tenendo la torcia tra sé e la creatura, Magda avanzò lentamente verso le scale. Tentò di pronunciare una preghiera agli spiriti dei suoi avi, ma un nodo alla gola le impedì di aprire bocca. Dalle sue labbra uscì solo un rantolo soffocato. Un passo, poi l'altro. La Vistani tenne lo sguardo puntato sugli occhi di ghiaccio della gargolla, mentre quest'ultima si allontanava dalla luce. Una speranza la rianimò: la creatura stava andandosene! Ma non aveva fatto in tempo a formularla, che la speranza veniva già distrutta. All'improvviso, la gargolla si lanciò nel cono di luce. Il suo volto era una maschera terrificante: occhi sporgenti, denti scoperti e bocca spalancata. Un grido stridulo riempì l'aria, quando la creatura balzò verso la Vistani. Magda era impotente di fronte alla velocità dell'essere mostruoso, che le graffiò una spalla. Tre rivoli rossi apparvero dove erano affondati gli artigli. La spalla iniziò a pulsare, ma il dolore era niente in confronto al puzzo nauseante di carne in putrefazione proveniente dall'alito caldo della gargolla. In preda a conati di vomito, Magda si coprì la bocca con la mano e indietreggiò contro il muro. Una risata beffarda risuonò nel corridoio, mentre la creatura si avvicinava sempre più. La Vistani, confusa e disorientata, avanzò incespicando lungo la parete. Una mano toccò un millepiedi, che si avvolse intorno al braccio della zingara prima di cadere a terra e strisciare nell'oscurità. Magda se ne accorse appena. «Non vuoi più giocare?» sibilò la gargolla, divertita. Lo sguardo fisso sugli occhi luccicanti del mostro, la gitana continuò ad avanzare fino a quando si ritrovò alla fine del corridoio. Aveva sbagliato qualcosa e invece di raggiungere le scale era arrivata in fondo al muro di pietra. Piegò la testa, sconfitta, e la torcia le cadde quasi di mano. Appena l'avversaria abbassò le difese, la gargolla balzò in avanti. Nonostante lo sconforto, Magda reagì prontamente e affondò la torcia negli occhi di ghiaccio del mostro, come se fosse stata un pugnale dalla lunga lama. Il terrore s'impadronì dell'essere malvagio, mentre la fiamma magica gli colpiva gli occhi e si insinuava nel naso e nella bocca. Il fetore di carne bruciata invase il corridoio. «Ma come, hai smesso di giocare?» gridò la Vistani nel vedere la gargolla crollare contro il muro, le mani dai lunghi artigli che cercavano di strappare gli occhi bruciati. Mentre il mostro correva via, Magda scoppiò in una risata incontrollabile nell'udire gli ululati di dolore risuonare nell'oscurità. Quando si accorse di ciò che stava facendo, si bloccò di colpo e le lacrime
le bagnarono il viso. «Non permetterò che lo facciano a me», mormorò. «Non diventerò pazza. Non diventerò come loro.» Un suono stridulo catturò la sua attenzione, spingendola ad allontanarsi dal muro. Tenne la torcia bassa, in direzione del rumore. Là, dove la pietra si univa al pavimento, vide un angolo privo di sporcizia e polvere. La parete si era mossa! Appoggiata la torcia a terra, iniziò a spingere con tutte le sue forze. Il rumore stridente di pietra contro pietra aumentò all'improvviso quando una parte di muro scivolò indietro. Raccolta la torcia, la Vistani s'infilò sotto il basso portale che conduceva in un breve corridoio. Due porte a battenti si aprivano nella stanzetta e una luce fioca filtrava sotto la porta alla destra di Magda. Sollievo e speranza le fecero balzare il cuore in gola. Con rinnovato vigore, strinse la fiaccola e si diresse verso la porta. «Vuoi andartene?» biascicò una voce. La zingara si voltò di scatto e vide la gargolla strisciare sotto la porta segreta. La lingua grigia che penzolava dalla bocca era coperta di vesciche. La pelle di ossidiana intorno al naso si era crepata e un liquido grigio fuoriusciva dalle ferite. Gli occhi erano i più colpiti. Una cavità era vuota, sebbene le profonde ferite circostanti lasciassero supporre che il mostro stesso si fosse strappato l'organo. L'altro occhio, non più azzurro, era opaco e bianco. Tuttavia, la gargolla sembrava poterci vedere ancora bene, poiché l'unico occhio rimasto era fisso sulla Vistani. Magda si lanciò contro la porta a battenti e, apertala, si trovò in una stanza enorme. I raggi del sole filtravano attraverso finestre dai vetri infranti. L'unico mobilio della sala era un imponente trono disposto su un palco. In preda al panico, la gitana si guardò a destra e a sinistra. Due scale, separate da uno stretto muro, scendevano dalla sala del trono. L'ansimare della gargolla mise le ali ai piedi di Magda, che si lanciò verso le scale. Non dovrebbe essere difficile distanziare quel mostro, pensò, mentre si catapultava giù. L'aveva ferito quanto bastava per rallentarlo. Ma la voce stridula del suo nemico risuonò molto più vicina di quanto Magda si sarebbe aspettata. «Ti aspetta il peggio laggiù», gridò. La fanciulla lanciò un'occhiata oltre la spalla e vide la gargolla sbattere le ali di pipistrello. Fortunatamente, il soffitto era troppo basso e le pareti troppo strette perché le ali dell'essere malvagio potessero aiutarlo. Magda si lanciò per le scale saltando tre, quattro gradini alla volta, attraversando cortine di ragna-
tele e schiacciando gli onnipresenti topi. Dopo un piccolo ballatoio, le scale si univano e si allargavano in un'ampia scalinata di pietra che terminava in una stanza dal soffitto a volta. Era la stanza dove Magda e Soth avevano incontrato per la prima volta il conte. La zingara la riconobbe immediatamente. Le fiaccole, allineate lungo le pareti, erano ancora accese. Fitte ragnatele pendevano dal soffitto, nascondendo alla vista gli antichi affreschi dipinti sul soffitto. Mancavano soltanto le perfide gargolle. Le loro postazioni intorno al bordo della volta erano vuote. Magda si chiese se avrebbe dovuto cercare di recuperare il pugnale e la bisaccia dalla sala da pranzo, ma abbandonò immediatamente l'idea. Il rumore di passi pesanti lungo la scala si avvicinava pericolosamente. Si voltò verso la porta spalancata che conduceva nell'ingresso e quindi all'esterno del castello. Ma appena si mosse, qualcosa di rosso e squamoso emerse dall'ombra, bloccandole la strada. «Nessuno può andarsene senza il permesso del padrone», l'ammonì un piccolo drago rosso con voce sibilante. La Vistani non aveva mai visto un essere simile. Era lungo quanto lei era alta e mentre parlava, dalle narici gli uscivano nuvole di fumo. Un paio di ali erano ripiegate sul dorso. Accovacciato a terra, studiava la ragazza con occhi sottili come fessure e muoveva la testa lentamente, avanti e indietro sul lungo collo squamoso. Una volta, nella piazza di un mercato, Magda aveva visto un incantatore di serpenti e il cobra danzava al suono del flauto muovendosi in modo analogo. Anche l'effetto era lo stesso. La Vistani si trovò attratta dal drago come lo era stata dal serpente nella piazza. «Il peggio ti aspetta», bisbigliò una voce dietro la fanciulla. Magda non ebbe bisogno di voltarsi per capire che la gargolla aveva raggiunto i piedi della scala. La torcia le cadde dalle dita improvvisamente insensibili. Il legno crepato andò in mille pezzi e la fiaccola si divise in dozzine di frammenti luminosi. L'immenso ragno tremò, mentre saltellava lateralmente sul pavimento. Ciuffi di peli neri gli coprivano il corpo e le zampe lunghe ed esili, e dalla bocca dotata di zanne fuoriuscivano filamenti vischiosi e velenosi. La bestia s'impennò su quattro delle otto zampe e balzò in avanti. Lord Soth prestò poca attenzione a quell'essere; gli altri tre mostruosi aracnidi che avevano cercato di attaccarlo erano spiaccicati sul pavimento come mosche. L'ultimo ragno rimasto, pur sfidandolo, non si era mai avvi-
cinato tanto da rappresentare una minaccia. Bastava che il cavaliere sguainasse la spada, perché l'animale si ritraesse precipitosamente nell'angolo dove la sua ragnatela, ormai distrutta, ricopriva il pavimento. Soth riportò la propria attenzione sull'essere legato con le cinghie allo strumento di tortura davanti a lui. Il licantropo era morto, una lama d'argento nel cuore e un'altra conficcata nel cranio. Mentre il cavaliere della morte lo osservava, il muso allungato e peloso assunse caratteristiche umane e le orecchie a punta si rimpicciolirono, arrotondandosi. La gobba scomparve dalla schiena di Pargat. L'ambasciatore si era trasformato in uno spaventoso uomo-ratto subito prima che Soth conficcasse i pugnali d'argento nei suoi organi vitali; una volta morto, aveva nuovamente assunto la sua forma umana. «Vai nell'inferno che ti aspetta», mormorò Soth, allontanandosi dallo strumento di tortura. Il cavaliere della morte aveva cercato di spingere l'ambasciatore a rivelare la posizione del portale all'interno del castello di Gundar, ma inutilmente. Soth era convinto che, alla fine, Pargat avesse detto la verità: non poteva parlare del portale a causa dell'incantesimo che il figlio di Gundar aveva lanciato su di lui. Annullare un incantesimo simile andava al di là delle capacità di Soth che, spinto dall'ira, aveva ucciso lo sfortunato ambasciatore. Il ragno gigante si avvicinò, ma Soth gli voltò le spalle e attraversò la stanza. L'aracnide aspettò che il cavaliere della morte raggiungesse la porta, quindi balzò in avanti e si arrampicò fin sulla testa dell'uomo morto intrappolato fra le lame. «Buon appetito», disse Soth prima di scomparire nell'oscurità del corridoio. Un gruppo di ratti, riunitosi nel corridoio che ospitava la dispensa del vampiro, si disperse al passaggio di Soth. Ogniqualvolta le bestie immonde finivano sotto i piedi del cavaliere venivano schiacciate senza pietà e fra di loro era chiaramente passata parola di evitare il nuovo arrivato. I topi trovarono facili vie di fuga, poiché le porte delle dieci celle erano state abbattute. Dopo avere lasciato la stanza di Voldra, Soth aveva buttato giù ogni porta e tagliato la gola agli sfortunati contadini tenuti prigionieri. Un solo uomo aveva cercato di difendersi, gli altri erano andati incontro alla morte quasi con sollievo. Soth guardò i ratti fuggire. «I corpi e il sangue versato sono la ricompensa per la vostra collaborazione. Ricordate bene tutto quello che farò e riferite ogni cosa al vostro padrone quando si sveglierà.»
Le scale erano vuote e silenziose quando il cavaliere della morte scese i gradini. Mentre camminava, si chiese quali altri danni avrebbe potuto arrecare alla casa del conte; Strahd non doveva dimenticare il grave errore commesso nel trattare Lord Soth di Dargaard Keep come un suo servo. Quando si fosse vendicato, Soth avrebbe proseguito per il castello di Gundar. Non aveva bisogno di informazioni strappate con la tortura per trovare la via di accesso a Krynn. «Nessuno può andarsene senza il permesso del padrone.» Le parole giunsero dalla stanza al di là delle scale e Soth si fermò, in attesa di udire ancora la voce sibilante. Ma a parlare fu un'altra voce, alta e stridula, che pronunciò parole che il cavaliere non riuscì a comprendere. Una risata riempì la stanza, poi un oggetto di legno cadde a terra. «Ah, altri tirapiedi di Strahd da eliminare», disse il cavaliere della morte e si allontanò dalla scala. Un arco ormai fatiscente oscurava parzialmente la stanza, ma Soth distinse Magda al centro della sala dal soffitto a volta, frammenti infuocati ai suoi piedi e una gargolla accovacciata alla sua sinistra. La mostruosa creatura, dal volto deturpato e gli artigli affilati, rise di nuovo. Quel suono acuto ricordò a Soth le bande di briganti ubriachi che aveva affrontato spesso quando era ancora un Cavaliere della Rosa. «Lord Soth!» La Vistani posò uno sguardo implorante sul cavaliere. «A... aiutatemi», balbettò, in preda al terrore. La gargolla balzò verso Magda. Gli artigli raschiarono il pavimento di pietra. «Aiutatemi», la derise. «Ah! Niente può aiutarti!» Girò intorno alla zingara, lanciando un'occhiata ai resti della torcia. Con un calcio, Magda buttò alcuni tizzoni addosso alla gargolla e il mostro arretrò di alcuni passi. Soth vide la ragazza guardare alla propria sinistra e quindi la udì dire: «Strahd ha dei progetti per voi, Lord Soth. E ne sono al corrente». «Silenzio!» sibilò qualcosa. Il cavaliere della morte entrò nella stanza, il mantello che ondeggiava dietro di lui. Ciò che vide lo lasciò attonito. Un wyrm! Era solo un piccolo rosso, ma Soth sapeva che qualsiasi drago poteva essere un nemico mortale. Lo studiò attentamente, valutandone la forza. Il drago si era alzato, piantandosi con aria di sfida davanti al nuovo arrivato. Artigli bianchi come ossa schiarite dal sole grattarono la pietra, appena il mostro avanzò di un passo. Agitando la coda irritato, il wyrm sondò l'aria con la lingua biforcuta. Quello è un buon segno, notò Soth.
Non è sicuro della mia forza. Il cavaliere della morte aveva affrontato i draghi rossi su Krynn; i malvagi sputa-fuoco erano stati elementi di punta dell'esercito del male di Takhisis. Invecchiando, quei draghi acquisivano la capacità di studiare gli incantesimi come qualsiasi altro mago. Soth sperava che quel giovane rosso non fosse vissuto sufficientemente a lungo per sviluppare le sue innate qualità. «Saluti a te, Soth di Dargaard», disse il drago. Sebbene il tono fosse amichevole, sbuffi di fumo uscirono dalle narici del drago. Il cavaliere della morte replicò in tono gelido: «Sono in svantaggio. Strahd ti ha detto chi sono, ma si è dimenticato di farmi il tuo nome». «I nomi possiedono potere, Soth. Scusami se non te lo rivelerò.» Detto ciò, scivolò più vicino alla Vistani. «Forse se abbassassi la spada...» Soth si rivolse a Magda. «Presto, ragazza! Accanto a me!» La zingara riuscì a fare solo un passo prima che una mano dai tre artigli si chiudesse introno alla sua caviglia. La fanciulla finì faccia a terra. Attraverso le lacrime vide la gargolla stringerle la gamba con una mano. Il mostro si umettava le labbra con la lingua ricoperta di vesciche. Contemporaneamente, il drago scattò in avanti, frapponendosi fra la Vistani e quello che avrebbe potuto essere il suo salvatore. Il wyrm abbassò la testa mettendo bene in evidenza le corte corna. Appena Soth si mosse verso la donna, il drago spiegò le ali. «Non interferire, Soth», sibilò il drago. Quell'esibizione di forza non impressionò Lord Soth. Sollevato il braccio, abbatté la sua risposta sul drago. La spada rimbalzò sulle squame rosse senza avere arrecato alcun danno, sebbene il wyrm gridò infuriato per l'insolenza del cavaliere, e con un balzo raggiunse Soth. Denti aguzzi a affilati si chiusero sul polso del cavaliere della morte. Soth provò una fitta di dolore quando i denti penetrarono nell'armatura e nella carne. Se fosse stato mortale, l'attacco gli sarebbe costato il braccio. Il colpo gli fece anche cadere la spada, che rimbalzò a terra finendo fuori dalla portata del cavaliere. Soth prestò poca attenzione all'arma mentre stringeva il pugno nel guanto di cotta e lo abbatteva sul muso del drago. La gargolla era su Magda, a cui aveva immobilizzato le gambe e un braccio. Con la mano libera la Vistarti colpì il volto della creatura dalla pelle di pietra. Ma il suo pugno arrecò ben poco danno, e così tastò freneticamente il pavimento intorno a sé alla ricerca di qualcosa da usare come arma. Quando la sua mano si chiuse sull'elsa della spada, gelida per la
stretta di Soth, non ebbe un istante di esitazione. Magda sapeva come usare armi simili. Gli abitanti dei villaggi di Barovia e dei ducati circostanti non nutrivano simpatia per gli zingari, sebbene acquistassero avidamente la loro mercanzia. Alcuni si recavano persino dagli indovini Vistani, un'abitudine che costava cara. Tuttavia, uno zingaro lontano dalla sua gente diventava un facile bersaglio per i superstiziosi contadini e così, quando erano ancora bambini, tutti i Vistani imparavano a brandire una spada. Afferrata saldamente l'arma, Magda abbatté il pomo sulla tempia della gargolla. Il mostro ululò, afferrandosi la testa prima che cadesse. Era quanto bastava. Quel gesto diede alla fanciulla il tempo per balzare in piedi. La gargolla fissò la donna e l'arma con espressione scaltra. «Le spade non possono ferirmi, a meno che non siano incantate. Arrenditi prima che mi arrabbi veramente.» Il mostro allungò una mano. Magda esitò. Gli esseri stregati erano spesso immuni ad armi di ferro o di acciaio. Se la gargolla era incantata, c'era poco che lei potesse fare senza una spada magica. La gargolla si avvicinò, la mano tesa. «Dammela.» Magda colpì con la forza della disperazione. Sulla lama schizzarono gocce di sangue blu e l'arma affondò nella spalla della gargolla. Con un'ala appesa alla schiena per un lembo, il mostro dalla pelle d'ebano cercò di allontanarsi, ma Magda lo colpì di nuovo. Una delle mani della gargolla caddero a terra. Le dita artigliate si contrassero ritmicamente, poi restarono immobili. Un liquido grigio e purulento sgorgò dalle ferite della creatura mentre si arrampicava sulle scale gridando per il dolore. Stremata, Magda lasciò andare la spada. I battiti del cuore rallentarono e le pulsazioni nelle orecchie cessarono. Si voltò e restò impietrita davanti a una scena terrificante. In piedi, Lord Soth teneva alzato in aria il braccio destro, mentre i denti del drago erano ancora conficcati nel suo polso. La coda del mostro era avvolta intorno alle gambe del cavaliere e la zampa dai lunghi artigli raschiava sulla corazza del non-morto. Dalla ferita sul polso di Soth non sgorgava sangue, ma fitte di dolore s'irradiavano lungo tutto il braccio. Sebbene conoscesse degli incantesimi che avrebbero potuto ferire il drago, il cavaliere della morte non poteva usarli; la magia richiedeva concentrazione e libertà di movimenti, condizioni che in quel momento gli erano negate. Non gli restava che sopportare il dolore in silenzio e continuare a martellare il mostro con il pugno.
Lo spettacolo dei due malvagi titani impegnati in uno scontro mortale era qualcosa che un giorno avrebbe potuto creare la struttura di un racconto epico. Ma se non fuggo dal castello, pensò la Vistani, non ci sarà nessuno a raccontare la storia. Con un occhio sulla lotta in corso, Magda si diresse verso la sala da pranzo. Andari era scomparso e la stanza era immersa nel silenzio. La bisaccia che aveva riempito prima di lasciare l'accampamento in compagnia del cavaliere della morte giaceva nascosta dietro a un angolo del tavolo. Recuperò il suo pugnale d'argento e lo usò per strappare qualche dito di tessuto dall'orlo della gonna ed eliminare pizzi e gale. Lasciò la sala nel momento in cui Soth e il drago ruzzolarono a terra. La coda del wyrm era ancora attorcigliata intorno alle gambe del cavaliere e Soth doveva usare la mano libera per cercare di tenere lontane le fauci del mostro. Il lato destro della testa del drago era una maschera di sangue; l'occhio, gonfio, era ormai chiuso e molte squame erano state strappate. Ma l'essere demoniaco teneva ancora i denti affondati nel polso di Soth. Lo sforzo della lotta cominciava a farsi sentire. La mano destra del cavaliere della morte era dolorosamente chiusa in un pugno, pietrificata come la mano di un paralitico. I denti del drago avevano distrutto buona parte del guanto di cotta, rivelando macchie di pelle traslucida e bruciata. Con un grugnito di dolore, il cavaliere della morte spinse la mano sinistra nella bocca del drago. Gli tirò indietro le labbra e gli strappò tre denti, che restarono conficcati nel suo braccio. Lentamente, Lord Soth spalancò la bocca del drago. Lo scricchiolio di ossa spezzate riempì la stanza. All'improvviso, il drago mollò la presa e rotolò via, allontanandosi da Lord Soth. Entrambi i contendenti si rimisero dolorosamente in piedi, ma nessuno dei due sembrava pronto per riconoscere la propria sconfitta. «Il padrone non approverà la vostra fine, cavaliere della morte», ringhiò il guardiano con voce resa ancora più sibilante dalla mancanza dei tre denti. Il wyrm inarcò la schiena e inspirò profondamente. Un sibilo acuto, come un'improvvisa corrente d'aria, risuonò nel silenzio, poi il drago sputò un getto di fumo e fuoco. Magda si rifugiò nella sala da pranzo, ma Soth lasciò che il fuoco liquido lo investisse. Il lungo mantello porpora prese fuoco, riducendosi ben presto a un mucchietto di cenere. Una risata profonda riempì la stanza. «Un fuoco magico creato dagli dei mi ha privato della vita tre secoli e mezzo fa», spiegò Soth. «Sono immune al tuo sputo.» Un'improvvisa tranquillità scese sul cavaliere, permettendogli di liberare
la mente. Un'unica parola, terrificante nella sua intensità, prese vita in lui. Coloro che su Krynn studiavano le vie più oscure della stregoneria conoscevano e temevano parole magiche di tale potere, poiché potevano essere usate per accecare, tramortire o uccidere la maggior parte degli esseri viventi. Nemmeno i draghi erano immuni ai terrificanti effetti di quelle antiche stregonerie. Soth stese la mano illesa e pronunciò la più micidiale di quelle parole. Il drago indietreggiò nell'udirla e spalancò la bocca per sputare nuovamente fuoco. Ma prima che potesse agire, venne avvolto da una crepitante sfera di energia nera. Le bande luccicanti si contrassero e tentacoli magici s'insinuarono negli occhi, nelle orecchie e nella bocca del drago. Il wyrm iniziò a tremare e una luce nera fluì da fenditure nelle squame rosse. Il cavaliere della morte, l'armatura ancora incandescente per il fuoco del drago, sovrastava la creatura morente scossa da spasmi di dolore. Infine il drago giacque immobile, gli occhi fuori dalle orbite e il fumo che filtrava dalle narici dilatate. «Vieni fuori, Magda.» La Vistani emerse dalla sala da pranzo, il pugnale stretto in mano. Impegnato a esaminare il braccio ferito, Soth le dava le spalle. Il dolore che ancora sentiva pulsare lo affascinava, poiché era raro che un avversario potesse farlo soffrire. «Me ne vado.» Inguainata la spada, Soth perlustrò la stanza alla ricerca di un'ombra sufficientemente grande perché lui e la zingara potessero usarla per