Nick Drake Tutankhamon La vita di Rahotep, capo della polizia di Tebe, sta per diventare molto complicata. Nelle ombre ...
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Nick Drake Tutankhamon La vita di Rahotep, capo della polizia di Tebe, sta per diventare molto complicata. Nelle ombre che invadono le strade della città vengono ritrovati i corpi di alcuni giovani brutalmente mutilati. Il sospetto è che siano atti violenti quale chiara minaccia per il regime, già precario a causa della corruzione dilagante e dell'impoverimento provocato da guerre interminabili. E a corte le cose non sembrano andare meglio: il giovane Tutankhamon, erede di un impero che dovrebbe essere al culmine della sua gloriosa storia, è vittima di strani incidenti che fanno pensare a una cospirazione contro di lui. Rahotep viene, così, convocato a palazzo dalla regina, che gli affida il compito di scovare il traditore. E ciò che l'uomo scoprirà sarà destinato a cambiare per sempre la sua vita...
Nick Drake, poeta, sceneggiatore e commediografo inglese, è nato nel 1961 e vive a Londra. Presso Longanesi è apparso inoltre Nefertiti (disponibile anche in TEA). In copertina: © Getty Images Grafica Rumore Bianco Narrativa / Mystery
VOLUME DLB 193
TEA - Tascabili degli Editori Associati S.p.A., Milano Gruppo editoriale Mauri Spagnol Copyright © Nick Drake 2009 Nick Drake has asserted his right under the Copyright, Designs and Patents Act 1998 to be identified as the author of this work © 2010 Longanesi & C., Milano Edizione su licenza della Longanesi & C. Titolo originale Tutankhamun Prima edizione TEADUE luglio 2011 ISBN: 978-88-502-2610-8 Finito di stampare nel mese di luglio 2011 per conto della TEA S.p.A. da Reggiani S.p.A. - Brezzo di Bedero (VA) Printed in Italy TEADUE Periodico settimanale del 13.7.2011 Direttore responsabile: Stefano Mauri Registrazione del Tribunale di Milano n. 565 del 10.7.1989
TUTANKHAMON
PERSONAGGI Rahotep - Indagatore di Misteri, investigatore capo del Medjay di Tebe
Familiari e amici di Rahotep Tanefert - moglie Sekhmet, Thuyu, Nedjmet - figlie Amenmose - figlio piccolo Thot - babbuino Khety - collega poliziotto Nakht - nobiluomo Minmose - servitore di Nakht
Famiglia reale Tutankhamon - Signore delle Due Terre, «Immagine vivente di Amon» Ankhesenamon - regina, figlia di Akhenaton e Nefertiti Mutnodjmet - zia di Ankhesenamon, moglie di Horemheb
Autorità Ay - reggente e «Padre divino» Horemheb - generale degli eserciti delle Due Terre Khay - capo degli scribi Simut - comandante delle guardie di palazzo Nebamon - capo del Medjay di Tebe Maia - nutrice di Tutankhamon Pentu - capo dei medici di Tutankhamon
Quando venni incoronato re, i templi degli dei e delle dee, da Elefantina fino alle paludi del Delta, cadevano in rovina. Pareva che i santuari non fossero mai esistiti, erano diventati terra infestata dai canneti, le entrate ridotte a sentieri di terra battuta. Il paese, abbandonato dagli dei, era nel caos. Un esercito fu inviato nella Siria settentrionale per estendere i confini del regno, ma non riportò alcuna vittoria. Se ci si prostrava per chiedere il favore di un dio, egli taceva. Se si rivolgeva una supplica a una dea, questa non veniva ascoltata. Il cuore degli dei era svanito dalle statue divine. Si era distrutto ciò che era stato costruito. Dalla Stele della Restaurazione, eretta nel complesso del Tempio di Karnak nei primi anni del regno di Tutankhamon.
PARTE PRIMA
Conosco te, conosco i tuoi nomi Testi dei sarcofagi Formula 407
Capitolo 1 Anno decimo del regno di re Tutankhamon, Immagine vivente di Amon Tebe, Egitto Tre brevi colpi. Mi misi in ascolto del silenzio che seguì, col cuore in tumulto. Poi, con sollievo, sentii l'ultimo colpo, breve e familiare, dei tre convenuti. Espirai lentamente. Forse stavo invecchiando. Era ancora buio, ma ero già sveglio: il sonno mi aveva tradito di nuovo, come succede spesso nelle malinconiche ore che precedono l'alba. Mi alzai dal giaciglio e mi vestii velocemente, lanciando uno sguardo a Tanefert. Mia moglie posava elegantemente il capo sul poggiatesta, ma i suoi bellissimi occhi mi osservavano con preoccupazione. «Torna a dormire. Ti prometto che sarò a casa presto.» La baciai dolcemente. Si raggomitolò su se stessa come un gatto, guardandomi mentre me ne andavo. Scostai le tende e osservai per un attimo le mie tre figlie, Sekhmet, Thuyu e Nedjmet, addormentate nei letti della camera gialla che condividevano, stracolma di abiti, vecchi giocattoli, papiri, tavolette, disegni infantili e altri oggetti di cui mi sfugge il significato. La nostra casa è troppo piccola per loro, ormai cresciute. Per un istante ascoltai il rantolo del respiro pesante di mio padre, che dormiva nella camera sul retro. Ci fu una lunga pausa, poi, nel suo vecchio corpo si fece faticosamente strada un altro respiro. Infine, come faccio sempre prima di uscire di casa, sostai accanto al mio figlio più piccolo, Amenmose, pacificamente addormentato, le gambe e le braccia aperte, come un cane davanti al fuoco. Lo baciai sulla testa coperta da un velo di sudore. Non si mosse. Presi il lasciapassare notturno, dato che era ancora in vigore il coprifuoco, e mi chiusi la porta alle spalle senza far rumore. Thot, il mio intelligente babbuino, mi venne incontro a grandi falcate dal suo giaciglio nel cortile, la coda corta e arricciata con il ciuffetto, e si
alzò sulle zampe posteriori per salutarmi. Gli lasciai annusare il palmo della mano e lo accarezzai passando le dita nella folta criniera bruna. Accennai un gesto di libagione verso la nicchia del piccolo dio domestico, il quale sa che non credo in lui. Poi aprii la porta e uscii nelle ombre della viuzza, dove mi aspettava Khety, il mio assistente. «Allora?» «Hanno trovato un corpo», disse in tono pacato. «E mi hai svegliato per questo? Non potevi aspettare l'alba?» Khety sa che sono di pessimo umore quando mi disturbano troppo presto. «Aspetta e vedrai», rispose. Ci avviammo in silenzio. Thot tirava il guinzaglio, eccitato di essere fuori casa al buio e impaziente di esplorare tutto ciò che avrebbe trovato. Era una notte chiara, bellissima: la torrida stagione del raccolto, shemu, era finita e con l'apparizione del segno di Sirio, la Stella del Cane, era arrivata l'inondazione. Il Grande Fiume era straripato, inondando i campi con il fertile limo, fonte di vita. Ancora una volta era tornato il tempo della festa. Negli ultimi anni era accaduto spesso che il livello dell'acqua non si alzasse a sufficienza oppure, al contrario, che il fiume uscisse troppo dall'alveo e causasse ampie distruzioni, ma questa volta tutto era andato alla perfezione portando gioia e sollievo a una popolazione repressa, e forse depressa, nei tempi bui del regno di Tutankhamon, sovrano dell'Alto e del Basso Egitto. La faccia illuminata della luna proiettava la sua luce sul nostro cammino come se avessimo avuto una lucerna. Era quasi piena, con un flusso di stelle che l'attorniavano come un manto: la dea Nut, che secondo i sacerdoti vedremo con gli occhi dei defunti quando, sdraiati nelle barchette della morte, saremo trasportati attraverso l'oceano nell'Aldilà. Ci avevo pensato mentre giacevo insonne nel letto. Sono uno che vede ovunque l'ombra della morte: nei volti vivaci dei miei figli, nelle vie sovraffollate della città, nella vanità dorata di palazzi e uffici, e sempre, in un modo o nell'altro, con la coda dell'occhio.
«Secondo te, che cosa vedremo dopo la morte?» domandai. Khety sa che deve assecondare le mie estemporanee riflessioni filosofiche, e non solo quelle. È più giovane di me, e nonostante gli spettacoli raccapriccianti di cui è stato testimone durante gli anni di lavoro nel Medjay, il suo viso ha mantenuto freschezza e sincerità, e i suoi capelli, a differenza dei miei, sono rimasti neri come la notte. È ancora in forma come un cane da punta ben allenato, e con la stessa passione per la caccia, diversamente da me, che sono pessimista per natura e spesso demotivato. In effetti, più invecchio, più la vita mi sembra solo una sequela di problemi da risolvere, non di ore da godere. «Non sono divertente, negli ultimi tempi», ammisi. «Secondo me, vedremo campi verdi dove tutti gli aristocratici pieni di boria saranno schiavi e tutti gli schiavi saranno diventati aristocratici pieni di boria, e per tutta la giornata non dovremo far altro che andare a caccia di anitre nei canneti e bere birra per brindare ai nostri grandi successi.» Non raccolsi la sua provocazione. «Se dobbiamo vedere qualcosa, perché gli imbalsamatori infilano cipolle nelle orbite? Cipolle! Il bulbo delle lacrime...» «Forse nell'Aldilà si vede solo con gli occhi della mente...» replicò. «Che sagge parole», gli dissi. «E intanto, chi è nato ricco ozia tutto il giorno, gode di ricchezze e amori, mentre io sono qui a lavorare come un cane senza ricevere un soldo...» «Questo è un mistero ancora più grande.» Ci inoltrammo nel labirinto dei vecchi, angusti vicoli, aggirandoci tra case fatiscenti, costruite senza criterio. Di giorno, il quartiere sarebbe stato rumoroso e affollato ma, di notte, con il coprifuoco, tutto taceva: i negozi di lusso, con le loro merci costose, erano protetti dalle grate come oggetti funerari in una tomba, i carretti e le bancarelle del viale della Frutta avevano sgombrato per la notte, i laboratori del legno, del cuoio e del vetro erano deserti e immersi nell'ombra; persino gli uccelli tacevano, nelle gabbie appese sotto il
chiaro di luna. In questi giorni oscuri la paura tiene tutti a freno. Il disastroso regno di Akhenaton, dopo lo spostamento della corte reale e dei templi da Tebe alla nuova città sacra di Akhenaton nel deserto, era crollato dieci anni prima. I potenti sacerdoti di Amon, destituiti e privati delle loro ricchezze sotto il regno di Akhenaton, si erano visti restituire la loro autorità, le terre smisurate e le incalcolabili ricchezze. Il cambiamento, tuttavia, non aveva riportato la stabilità; i raccolti erano scarsi, la peste uccideva migliaia e migliaia di persone e i più ritenevano che tali calamità fossero la punizione per i gravi errori commessi durante il regno di Akhenaton. Inoltre, quasi a confermare questa ipotesi, i membri della famiglia reale erano morti uno a uno: lo stesso Akhenaton, cinque delle sue sei figlie e infine Nefertiti, la bellissima regina, i cui ultimi giorni rimangono un mistero aperto a molte interpretazioni. Tutankhamon ereditò il regno delle Due Terre all'età di nove anni e divenne immediatamente lo sposo di Ankhesenamon, l'unica figlia di Akhenaton e Nefertiti che fosse sopravvissuta. Era un'alleanza strana ma indispensabile, visto che erano entrambi figli di Akhenaton, benché nati da due diverse madri; essendo gli ultimi superstiti della loro grande dinastia, chi altri poteva essere incoronato? Poiché erano solo due bambini, fu Ay il reggente, il «Padre divino», come recitava il suo titolo ufficiale, a governare da allora con mano implacabile, imponendo il dominio del terrore tramite funzionari che sembravano fedeli soltanto alla paura. Uomini irreali. Il nostro è un mondo pieno di sole, ma viviamo in un luogo oscuro, davvero in tempi bui. Giungemmo a una casa non molto diversa dagli altri edifici di quel quartiere: un alto muro semidiroccato di mattoni di fango essiccato la proteggeva dallo stretto vicolo, l'accesso consisteva di una sola porta semiaperta di legno vecchio e deformato, e al di là di essa si vedeva la semplice casa di mattoni di fango: svariati piani di nuova costruzione accatastati l'uno sull'altro in equilibrio precario. Non c'è spazio da sprecare nella sovraffollata Tebe. Legai Thot a un palo nel cortile ed entrammo. Difficile definire la vera età della vittima; i tratti del viso
allungato, a mandorla, erano delicati ed eleganti, vecchi e giovani allo stesso tempo, e il suo era il corpo di un bambino, ma con un che di decrepito. Avrebbe potuto avere dodici anni, oppure venti. Da vivo le sue povere ossa dovevano essere state deformate, contorte e ripiegate su se stesse nella postura innaturale del corpo di uno sciancato. Alla fioca luce della lampada a olio collocata nella nicchia del muro, si vedeva che gli avevano spezzato le ossa in molti punti per poi ricomporle come i pezzi di un mosaico. Gli sollevai un braccio con cautela. Era leggero come uno stelo di canna spezzato; le ossa rotte lo rendevano contemporaneamente puntuto e floscio. Sembrava una strana bambola fatta di stoffa leggera e sassi aguzzi. Era stato composto come per un funerale, le gambe sciancate erano state raddrizzate, le sottili braccia diseguali incrociate, le mani, rattrappite come gli artigli di un falco, erano state aperte a forza e poi sovrapposte. Gli occhi erano coperti da foglie d'oro e contornati in verde e nero dall'Occhio di Ra. Spostai delicatamente le foglie. Gli avevano asportato entrambi i bulbi oculari. Fissai il mistero delle orbite vuote e rimisi a posto le foglie. Solo il viso non era stato risistemato, forse perché era così contorto nella sua smorfia abituale pensate a quanti muscoli occorrono per fare un sorriso - che neanche i martelli, le tenaglie e gli altri strumenti usati per ricomporre il suo corpo imperfetto erano riusciti nell'impresa. Quella smorfia costituiva una piccola vittoria su tanta efferatezza ma, naturalmente, non riusciva nell'intento. La pelle era slavata - segno che non gli era stato permesso di uscire molto spesso alla luce del sole - e fredda. Sulle dita, lunghe e sottili, le unghie accuratamente tagliate non erano state toccate. Le mani contorte non dovevano essergli servite molto da vivo, né avevano lottato contro quel destino assurdo. Strano a dirsi, non si notavano segni di legacci sui polsi, sulle caviglie o sul collo. La ferocia e la crudeltà delle mutilazioni che gli erano state inferte implicavano una forza fisica considerevole, oltre a una serie di conoscenze e competenze anatomiche che però non sarebbero bastate a ucciderlo. Una volta mi ero imbattuto in una vittima delle guerre di banda che si svolgono nelle periferie povere. Il giovane era stato avvolto in una stuoia di canne, con la testa fuori, perché vedesse meglio la sua punizione, che consisteva nell'essere bastonato
a sangue. Ricordo ancora lo sguardo di terrore impresso sul suo viso, mentre la stuoia impregnata di sangue veniva lentamente srotolata rivelando il corpo fracassato; solo allora morì. La maggior parte dei morti ammazzati racconta la storia della propria fine negli atteggiamenti, nei segni e nelle ferite inferte al corpo. Talvolta anche l'espressione è rivelatrice nella fissità quasi d'argilla della morte: panico, shock, terrore. Tutto viene registrato, e ne resta qualche traccia anche quando l'uccellino dell'anima, il ba, se ne è andato. Quel ragazzo, tuttavia, sembrava insolitamente calmo. Come mai? Ipotizzai che l'assassino potesse averlo sedato con un narcotico, il che implicava nozioni di farmacopea, o la disponibilità di farmaci. Aveva usato la foglia della cannabis, o magari il fiore del loto in un infuso di vino? Nessuna delle due sostanze avrebbe indotto altro che un lieve effetto soporifero. L'estratto di radice di mandragora è un sedativo più efficace. Il livello della violenza, però, e la raffinatezza della sua ideazione suggerivano qualcosa di molto più potente. Forse il succo del papavero; per procurarselo, bastava conoscere la persona giusta. Conservato in vasi a forma di capsula di papavero rovesciata, giungeva nel paese solo per vie segretissime. La maggior parte era coltivata e prodotta nei territori dei nostri nemici del Settentrione, gli ittiti, con i quali siamo impegnati da tempo in una guerra di logoramento per il controllo delle terre, vitali dal punto di vista strategico, che si trovano sui confini dei nostri imperi. Era un prodotto di lusso, proibito ma molto diffuso. La stanza della vittima, al piano terra, dava direttamente sul cortile ed era anonima come l'interno di un magazzino. I pochi ricordi della breve vita del ragazzo consistevano in alcuni rotoli di papiro, un sonaglio e poco altro. Un semplice sgabello, di legno, era collocato in una posizione riparata. Forse da lì, attraverso lo schermo dell'ingresso, aveva osservato la vita che scorreva nella strada. E attraverso quello stesso schermo il suo assassino poteva essersi introdotto facilmente nell'oscurità della notte. Le stampelle erano appoggiate al muro, vicino al letto. Il pavimento di fango
secco, pulitissimo, era stato spazzato con cura e non restava traccia dei sandali dell'assassino. A giudicare dalla casa e dalla sua ubicazione, i genitori appartenevano alla burocrazia di infimo livello e avevano tenuto il figlio nascosto, con tutta probabilità, per sottrarlo agli occhi critici e superstiziosi del mondo. C'era chi riteneva che quel tipo di infermità indicasse l'abbandono e il ripudio degli dei, mentre altri lo consideravano un segno della grazia divina. Khety avrebbe interrogato i servitori e avrebbe raccolto le dichiarazioni della famiglia, ma sapevo già che non sarebbe approdato a nulla: l'assassino non era certo incorso in errori banali, aveva troppa immaginazione e troppo stile. Rimasi seduto in silenzio a studiare lo strano rompicapo disposto davanti a me sul lettino, disorientato e confuso dalla deliberata stranezza dell'atto. Compiendo quei gesti, l'assassino intendeva esprimere qualcosa: un'intenzione, forse la volontà di lasciare un commento «scritto» sul corpo. La crudeltà dell'atto era un'ostentazione di potere? O indicava forse disprezzo per le imperfezioni della carne e del sangue, evocando un bisogno profondo di suprema perfezione? Oppure, ipotesi più interessante, suggeriva una specifica connessione fra l'apparente somiglianza del ragazzo con il re e le sue infermità che, fui costretto a rammentare, erano solo dicerie? Perché gli avevano dipinto il viso come Osiride, dio delle ombre? Perché gli avevano cavato gli occhi? E perché, stranamente, tutto mi ricordava l'antico rituale dell'anatema con cui i nostri antenati maledicevano i nemici, distruggendo prima le tavolette d'argilla con i loro nomi e titoli, per poi ucciderli e seppellirli, dopo averli decapitati, a testa in giù? Ero davanti a un'opera raffinata, intelligente, carica di significato, ma scritta in una lingua che non riuscivo ancora a decifrare. Allora vidi qualcosa. Intorno al collo, nascosta sotto la veste, c'era una striscia di un tessuto di lino straordinariamente sottile su cui erano stati tracciati geroglifici scritti con un inchiostro molto bello. Sollevai la lampada. Era una formula magica di protezione, una sorta di amuleto che avrebbe accompagnato il defunto nel suo passaggio notturno fino all'Aldilà a bordo della Barca del Sole. Terminava con le parole: «Il tuo corpo, oh Ra, è immortale grazie all'incantesimo».
Sedevo immobile studiando lo strano oggetto, quando Khety tossì con discrezione all'ingresso della stanza. Nascosi la striscia di stoffa nella mia veste. L'avrei mostrata al mio vecchio amico Nakht, nobile per ricchezza e carattere, esperto di saggezza e magia, e di molte altre cose. «La famiglia è pronta a incontrarti», disse. Aspettavano nella stanza accanto, illuminata dalle candele. La madre si dondolava e gemeva piano il suo dolore; il marito le era accanto in un silenzio disorientato. Mi avvicinai e porsi le mie inutili condoglianze. Feci un cenno discreto al padre, che mi accompagnò nel piccolo cortile. Ci sedemmo sulla panca. «Mi chiamo Rahotep. Sono ispettore capo nella divisione di Tebe del Medjay. Khety, il mio assistente, dovrà interrogarvi più a fondo. Mi dispiace, ma è necessario, anche in un momento come questo. Dimmi, hai sentito o visto qualcosa di strano, stanotte?» Scosse la testa. «No. Non abbiamo guardie per la notte, qui tutti ci conoscono, e non siamo ricchi. Siamo persone normali. Dormiamo al piano di sopra perché fa più fresco, però nostro figlio dormiva qui, al piano terra. Per lui era più facile così, poteva muoversi meglio, e gli piaceva osservare quello che succedeva in strada, l'unico scorcio che vedeva della vita qui in città. Se di notte aveva bisogno di noi, ci chiamava.» Fece una pausa, come in ascolto, nella speranza di sentire la voce del figlio morto. «Che razza di uomo può aver fatto una cosa simile a un ragazzo tanto semplice e gentile?» Mi guardò, ansioso di ottenere una risposta. Mi resi conto che in quel momento non avevo niente da dirgli che potesse aiutarlo. Nel suo sguardo l'intenso dolore si era improvvisamente trasformato nella lucida furia della vendetta. «Quando l'avrete preso, consegnatemelo. Lo ucciderò io, lentamente e senza pietà. Imparerà il vero significato della sofferenza.»
Non ero in grado di prometterglielo. Distolse lo sguardo e cominciò a tremare. Lo lasciai alla solitudine del suo dolore. Ci fermammo nella viuzza. A est l'orizzonte stava passando velocemente dall'indaco al turchese. Khety sbadigliò a bocca spalancata. «Sembri un gatto delle necropoli», gli dissi. «Sono affamato come un gatto», replicò quando ebbe finito di sbadigliare. «Prima di pensare alla colazione, dobbiamo pensare al ragazzo.» Annuì. «Terribile...» «Ma orchestrato in modo strano.» Annuì di nuovo, contemplando l'oscurità ai suoi piedi che pareva cambiare a vista d'occhio, come se potesse fornirgli un indizio. «È tutto sottosopra e a rovescio di questi tempi. Ma non fino al punto di mutilare e ricomporre ragazzi sciancati e indifesi...» Scosse la testa sconcertato. «E proprio oggi, il giorno della grande festa...» feci notare in tono pacato. Per un attimo lasciammo aleggiare il pensiero fra noi. «Fatti dare informazioni dalla famiglia e dai servitori. Controlla meglio la stanza, vedi se nel buio ci è sfuggito qualcosa... fallo ora che il delitto è recente. Scopri se i vicini hanno visto qualche persona insolita nei paraggi. L'assassino ha scelto il ragazzo con cura. Qualcuno può averlo visto gironzolare qui intorno. Poi va' alla festa e divertiti. Ci vediamo più tardi al quartier generale.» Fece un cenno di assenso e rientrò nella casa. Tenendo Thot al guinzaglio, mi allontanai percorrendo la viuzza e svoltai nella strada. Il dio Ra era appena apparso all'orizzonte, rinato nel nuovo giorno bianco-argentato dal grande mistero dell'Aldilà della notte, e diffondeva la sua immensa luce brillante. I primi raggi mi accarezzarono il viso, scaldandolo all'istante. Avevo promesso di tornare a casa dai miei figli entro l'alba, ed ero già in
ritardo.
Capitolo 2 All'improvviso le strade si animarono. La gente arrivava dai diversi quartieri, dalle ville della classe agiata nascoste dietro alte mura e inviolabili cancelli, o dalle misere stradine laterali e dai vicoli cosparsi di immondizia. Quel giorno, e solo quel giorno, i muli della città con i loro carichi di mattoni di fango, di macerie, di frutta e verdura, non erano in giro per le strade, e gli operai immigrati, di solito affaccendati in qualche lavoro ingrato, si godevano un raro giorno di riposo. I rappresentanti dell'élite burocratica, con le vesti bianche a pieghe, si tenevano stretti nel sedile posteriore dei piccoli cocchi trainati dai cavalli, che sobbalzavano e sferragliavano lungo le strade della città, a volte accompagnati dalle guardie del corpo che correvano loro accanto. Gli uomini delle gerarchie inferiori camminavano con servitori e parasole, accanto ai figli dei ricchi e ai loro sorveglianti, e alle signore splendidamente vestite che si stavano recando a far visita a qualcuno di buon mattino insieme alle cameriere emozionate; si dirigevano tutti, come al ritmo di un tamburo invisibile, verso il Tempio meridionale, ai margini del territorio urbano, per assistere alle cerimonie della festa. Tutti volevano presenziare all'arrivo delle barche sacre che avrebbero trasportato gli altari degli dei e, cosa più importante, desideravano dare un'occhiata al re che li avrebbe accolti pubblicamente. Poi sarebbe entrato nel sacrario più segreto e inviolabile del tempio per comunicare con gli dei e ricevere la divinità dentro di sé. Un tempo, tutti si sarebbero preoccupati di far sì che la famiglia fosse ben vestita, con abiti alla moda e ben pasciuta, per far colpo il più possibile. Ora, nei giorni dell'obbedienza imposta, la meraviglia e il timore reverenziale erano stati sostituiti da incertezza e inquietudine. Le feste non erano più quelle della mia infanzia, quando il mondo sembrava una favola senza fine; non c'erano più le processioni e le visitazioni, una stazione dopo l'altra, delle divine immagini nei loro altari d'oro, trasportate da grandi barche dorate, che si svelavano e sfilavano in parata, apparendo alle folle sudate
come grandi immagini su un rotolo di papiro vivente. Entrai nel cortile di casa e sciolsi Thot dal guinzaglio. Saltò subito sul suo giaciglio dove si accucciò per osservare con la coda dell'occhio una delle gatte che, impegnata nella sua raffinata toeletta, si leccava l'elegante zampa anteriore sollevandola in aria. Sembrava l'amante civettuola di un vecchio gentiluomo che facesse le moine al suo pubblico. Dentro casa regnava il caos. Amenmose era seduto a gambe incrociate davanti al tavolino come un piccolo re e batteva i pugni chiusi seguendo una melodia gioiosa che risuonava solo nella sua mente, mentre il latte della ciotola si spandeva sul pavimento, pronto a essere leccato da un altro gatto. Le ragazze correvano di qua e di là per farsi belle. Si accorsero a malapena della mia presenza. Gridai: «Buongiorno!» e mi risposero in coro qualcosa che somigliava a un saluto. Tanefert mi diede un rapido bacio mentre passava. Così mi sistemai a tavola con mio figlio, che mi osservò con lieve curiosità per un attimo, come se non mi avesse mai visto prima. Poi, d'improvviso, mi onorò di uno degli ampi sorrisi con cui dimostrava di avermi riconosciuto e continuò a pestare il piatto per farmi vedere quant'era bravo. È il figlio adorato che non ci aspettavamo, sorpresa e gioia dei miei anni maturi. Alla sua età, crede ancora a tutto quello che gli dico, perciò gli racconto solo il meglio. Ovviamente, non capisce una parola. Cercai di divertirlo imboccandolo e, come se fosse un'occasione speciale, bevve il suo latte con solennità. Mentre lo osservavo, pensai al ragazzo morto e alle sue miserevoli condizioni; la sua immagine grottesca si presentò d'improvviso come un'ombra al tavolo della vita. Non poteva essere una coincidenza che fosse stato ucciso in quel modo proprio nel giorno della festa. Non poteva essere assolutamente una coincidenza che i difetti fisici della vittima ricordassero quelli del nostro giovane re. Naturalmente, anche se nessuno osa menzionare in pubblico le sue (presunte) infermità, corre voce che Tutankhamon sia tutt'altro che perfetto nel suo aspetto terreno. Poiché lo si vede di rado in pubblico - e anche in quelle occasioni è sempre sul cocchio, o seduto su un trono - nessuno può stabilire con certezza quale sia la verità. È risaputo, tuttavia, che non ha mai esercitato il potere in prima
persona, anche se ormai è maggiorenne. In passato avevo incontrato diverse volte suo padre nella città di Akhenaton. In una di quelle occasioni avevo intravisto il ragazzo che sarebbe diventato re, anche se solo nominalmente; ricordavo il toc, toc, toc del suo bastone nei corridoi riecheggianti di quel palazzo tragico, fastoso, e ora sicuramente in rovina. Ricordavo il suo viso carismatico, affilato, con un mento piccolo e sfuggente. Sembrava un vecchio nel corpo di un giovane. E ricordavo quello che mi aveva detto il mio amico Nakht a proposito del ragazzo, che a quei tempi si chiamava Tutankhamon: Quando il tempo di Aton sarà giunto alla
fine, Amon sarà ristabilito. E forse il ragazzo assumerà un altro nome. Tutankhamon. Così era stato. Akhenaton, impazzito, era
stato confinato nel suo palazzo, nel polveroso aldilà della sua città di sogno in disfacimento. Dopo la sua morte, tutti i grandi templi aperti e la moltitudine di statue del re e di Nefertiti avevano iniziato la loro inevitabile trasformazione in rovine; si diceva che persino i mattoni della città costruita frettolosamente stessero tornando a essere la polvere con cui erano stati fabbricati. Dopo la morte di Akhenaton il culto di Aton era stato abbandonato in tutto il territorio delle Due Terre d'Egitto e dei suoi domini. L'immagine del disco solare con le tante mani che discendevano per benedire il mondo impugnando Xankh, il simbolo della vita, non era più scolpito sulle mura dei templi in nessuna delle nostre città. A Tebe la vita era proseguita come se tutti si fossero messi d'accordo per fingere che non era accaduto nulla. Ovviamente, i ricordi personali non si cancellano così facilmente dalla storia; la nuova religione aveva avuto molti fedeli devoti, e molti altri ancora, nella speranza di una promozione terrena, avevano legato la propria sussistenza e il proprio futuro al suo trionfo. In privato, molti continuavano a opporsi agli straordinari poteri terreni dei sacerdoti di Amon e, in particolare, all'autorità assoluta di un individuo: Ay, un uomo non propriamente e non del tutto umano, dotato di sangue freddo e di un animo determinato e indifferente come il gocciolio regolare di un orologio ad acqua. Ai giorni nostri l'Egitto è uno dei regni più ricchi e potenti che il mondo abbia mai conosciuto, eppure nessuno si sente al sicuro. La paura, quel nemico potente e inconoscibile, si è impossessata di noi come un segreto esercito di
ombre. Ci incamminammo tutti insieme affrettandoci, perché come al solito eravamo in ritardo. L'intensa luce dell'alba aveva lasciato spazio al forte, accecante calore del mattino. Amenmose sedeva a cavalluccio sulle mie spalle, batteva le mani e strillava di gioia. Avanzai a spintoni, gridando alla gente di farmi largo. Le insegne del Medjay facevano meno effetto, a quanto pareva, dei versacci di Thot, che contribuivano ad aprire un varco nella massa eccitata di corpi sudati che sgomitavano alla ricerca di aria e di spazio, affollando i vicoli, stretti e tortuosi, e i passaggi in direzione del Grande Fiume. La musica degli strumenti a corda e delle trombe rivaleggiava con grida, canti e schiamazzi, mentre la gente si lanciava richiami allegri o insulti fantasiosi. Le scimmie, legate, schiamazzavano e gli uccelli nelle gabbie emettevano strida. I venditori ambulanti elogiavano sbraitando mercanzie e vivande. Un pazzo, dalla faccia scavata e gli occhi stralunati, annunciava l'arrivo degli dei e la fine del mondo. A me e a mio figlio tutto questo piaceva immensamente. Le ragazze ci seguivano vestite con gli abiti più belli, i capelli lucenti di olio di loto e moringa. Alle loro spalle, Tanefert si assicurava che nessuna si smarrisse e che nessuno si avvicinasse loro. Le mie bambine stanno diventando donne. Come mi sentirò quando le tre grandi gioie della mia vita, una volta adulte, mi lasceranno? Le ho amate ancor prima che si affacciassero al mondo urlando nel sentirsi chiamare per nome. Il pensiero del loro allontanamento cominciava a far male e mi girai per dar loro un'occhiata. Sekhmet, la maggiore, sorrideva dolcemente; la studiosa di famiglia dice che mi legge nel pensiero, il che è allarmante, considerata la quantità di sciocchezze che rimugino. «Padre, dovremmo affrettarci.» Come al solito, aveva ragione. Il momento dell'arrivo degli dei si stava avvicinando. Trovammo posto negli stalli ufficiali all'ombra degli alberi che crescevano sulle rive. Lungo la sponda orientale erano stati eretti i
banchi delle offerte e gli altari, e si erano radunate grandi folle, piene di aspettative, in attesa dell'apparizione della nave. Salutai con un cenno le tante persone che conoscevo. Nell'area sottostante la nostra, i giovani agenti del Medjay riuscivano a fatica a controllare la folla, ma è sempre andata così durante la festa. Mi guardai intorno: il numero dei soldati era incredibilmente elevato. La sicurezza è diventata l'ossessione dei nostri tempi. Poi Thuyu gridò e additò la prima delle chiatte in arrivo da nord; contemporaneamente sulla riva apparvero le squadre che a fatica tiravano l'Userhet, la Grande Barca del dio Amon. A quella distanza l'imponente e famoso tempio galleggiante d'oro era solo un bagliore sulle acque luccicanti. Ma allorché si avvicinò e virò verso riva, le teste di ariete a prua e a poppa si illuminarono, il fulgore pieno del sole colpì i dischi solari che le sormontavano e una luce accecante si spandé sulla vasta distesa di acque verdi e scure, mandando bagliori sulla folla. Le ragazze erano senza fiato e si alzarono in piedi, salutando e gridando. Sull'albero della nave e sul remo posteriore garrivano al vento vessilli dai colori accesi. Al centro si ergeva il tempio d'oro che celava il dio nascosto; il rituale voleva che fosse trasportato in mezzo alla folla per la breve distanza che separava l'attracco dall'entrata del tempio. I rematori a poppa e le squadre sulla riva fecero accostare con precisione il vascello alla grande banchina di pietra. Ora si vedevano bene i fregi dei cobra a protezione dell'altare, le corone sulle teste degli arieti e i falconi d'oro sui loro posatoi. Amenmose si era azzittito, con la bocca aperta, stupefatto da quella visione ultraterrena. Poi, con un boato enorme, assordante, che spinse il bimbo a rifugiarsi impaurito fra le mie braccia, l'altare del dio fu issato sulle spalle dei sacerdoti. Faticarono a tenere in equilibrio il peso di tanto oro massiccio, e avanzarono lentamente e con prudenza lungo la passerella che scendeva sulla banchina. La folla premette contro la barriera formata dalle braccia delle guardie. Dignitari, sacerdoti e rappresentanti delle potenze straniere si inginocchiarono in segno di omaggio. Il tempio non era lontano dalla sponda del fiume. L'altare del dio avrebbe fatto una sosta rituale in una stazione prestabilita per ricevere le offerte e da lì, attraversata un'area scoperta, sarebbe stato
trasportato all'ingresso del tempio. Era ora di muoversi, se volevamo avere una buona visuale dell'arrivo dell'altare.
Capitolo 3 Ci facemmo largo tra la folla per giungere alla grande residenza urbana di Nakht, situata vicino al viale delle Sfingi, a nord dell'ingresso del tempio. Qui sorgono solo le case delle famiglie più ricche e potenti della città, la ristretta cerchia di cui fa parte il mio vecchio amico Nakht, benché lui non somigli minimamente ai personaggi arroganti, spocchiosi e grotteschi che formano gran parte della nostra cosiddetta élite. Avvertii per l'ennesima volta il profondo disprezzo che nutrivo per quella gente, e cercai di prepararmi agli inevitabili convenevoli che la festa avrebbe comportato. Con indosso le sue vesti più raffinate, Nakht attendeva dietro la porta principale di accogliere i numerosi ospiti ricchi e famosi. I lineamenti netti e delicati si erano fatti più pronunciati col passare del tempo, e gli occhi inconsueti, screziati, color topazio, sembravano osservare la vita e la gente come una parata affascinante, ma lievemente remota. È l'uomo più intelligente che io conosca e ama sopra ogni altra cosa la vita della mente e lo studio razionale dei misteri del mondo. Non ha una compagna, e sembra non sentirne il bisogno, poiché la sua esistenza è piena di interessi e di buone compagnie. In lui c'è sempre stato un che di rapace, come se stesse solo appollaiato qui sulla terra, pronto a volare nell'empireo come un falco con un veloce colpo d'ala della sua mente straordinaria. Non so perché siamo amici, ma ha sempre apprezzato la mia compagnia, almeno in apparenza. E di sicuro adora la mia famiglia. Appena vide i miei figli, il viso gli si illuminò di gioia; loro lo adorano. Li abbracciò, baciò Tanefert — che secondo me lo adora un po' troppo - e ci spinse tutti verso l'imprevedibile tranquillità di una bellissima corte, piena di piante e uccelli insoliti. «Salite sulla terrazza», disse, distribuendo gli speciali dolcetti della festa a ciascuno dei miei figli, come un benevolo stregone. «Siete quasi in ritardo, non voglio che vi perdiate una sola battuta di
questa giornata speciale.» Prendendo in braccio la raggiante Nedjmet, e tallonato dalle altre due ragazze, fece di corsa l'ampia scala che portava alla terrazza sul tetto, insolitamente spaziosa. A differenza di molti, che utilizzano il minuscolo tetto delle case urbane per far seccare frutta e verdura, o per far asciugare il bucato, Nakht usa il suo vasto spazio per scopi più affascinanti: per esempio, per osservare il transito delle stelle nel cielo notturno, poiché questo è il mistero che lo appassiona di più. E lo sfrutta per le sue famose feste, a cui invita gente di ogni condizione sociale; in quel momento vi si aggirava una gran folla che beveva il suo vino eccellente, assaggiava bocconcini di cibo squisito posti sui tanti vassoi sparsi ovunque e chiacchierava protetta dal tendone mirabilmente ricamato, o sotto i parasole sorretti da servitori pazienti e sudati. La vista era una delle migliori della città. I tetti di Tebe si estendevano in tutte le direzioni, un labirinto color terracotta e terra bruciata, ravvivato dai gialli e dai rossi dei raccolti messi a essiccare, affollato di mobili e ceste abbandonate e scartate, di uccelli in gabbia e di capannelli di persone riunite su quelle piattaforme panoramiche che sovrastavano il caos delle strade. Mentre osservavo il panorama, mi resi conto di quanto si fosse ampliata la città negli ultimi dieci anni. Tutankhamon aveva voluto dimostrare la rinnovata fedeltà e munificenza della famiglia reale nei confronti di Amon, il dio della città, e dei sacerdoti che possedevano e amministravano i suoi templi, costruendo nuovi monumenti e edifici sacri ancora più ambiziosi e magnifici. Per questo servivano ingegneri e artigiani in gran numero e in particolar modo operai, che occupavano le catapecchie e gli insediamenti che si erano moltiplicati intorno ai templi, allargando i confini della città a scapito dei campi coltivati, soprattutto a nord e a est. Guardando a nord, vidi gli antichi, ombrosi vicoli dei mercati, le porcilaie, i laboratori e le casupole dell'ingovernabile cuore della città, tagliato in due in modo innaturale dalla linea retta del viale delle Sfingi, costruito prima della mia nascita. A ovest si snodava il serpente d'argento scintillante del Grande Fiume e ai suoi lati i campi rilucevano accecanti, come uno specchio frantumato ad arte, là dove erano stati allagati dall'inondazione.
Molto più lontano, sulla riva occidentale, oltre le fasce coltivate, si estendevano nel deserto i grandi templi funerari di pietra, e ancora più in là le tombe segrete, sotterranee dei re, nella loro valle nascosta. A sud dei templi si ergeva il Palazzo reale di Malkata, con gli agglomerati di uffici e di case dei burocrati e, dinanzi, la grande distesa stagnante del lago Birket Habu. Fuori della città e del suo territorio passava il confine ultimo fra la Terra Rossa e la Terra Nera; si può stare con un piede nel mondo dei vivi e con l'altro nel regno della sabbia e della polvere, dove il sole svanisce ogni sera, dove mandiamo le anime dei defunti e i criminali a morire, e dove vagano i mostri degli incubi, perseguitandoci nella vasta oscurità desolata. Davanti a noi, fra le grandi città-tempio di Karnak e del Tempio meridionale, correva da nord a sud il viale, vuoto come il letto di un fiume in secca, fatta eccezione per gli spazzini che lavoravano alacremente a rimuovere ogni minima traccia di polvere e di sporcizia, assicurandosi che tutto fosse perfetto. Davanti alla grande parete dipinta di mattoni di fango essiccato del Tempio meridionale si erano schierate in silenzio le falangi dell'esercito tebano nei loro ranghi e le moltitudini dei sacerdoti vestiti di bianco. Dopo il vivace caos del porto, qui tutto era irreggimentato con ordine e disciplina. Gli agenti del Medjay fecero arretrare le folle, che si accalcavano in ogni angolo della zona scoperta e su entrambi i lati del viale, poi le dispersero in lontananza in una visione sfocata e baluginante. Quanta gente era accorsa, spinta dal sogno di dare uno sguardo propiziatorio al dio in quel Giorno Supremo! Nakht comparve al mio fianco. Per un momento restammo soli. «È la mia immaginazione, o c'è qualcosa di strano nell'aria?» domandai. Annuì. «Non c'è mai stata tanta tensione.» Le rondini, nella loro gioia solitaria, ci sfrecciavano intorno. Estrassi l'amuleto con circospezione e glielo mostrai. «Che mi dici di questo?» Lo guardò sorpreso e lo lesse in fretta. «È una formula magica per i defunti, lo sai persino tu. Ma è una formula speciale. Si dice sia stata scritta da Thot, dio della scrittura e
della saggezza, per il grande Osiride. Perché la formula sia efficace sul piano rituale, l'inchiostro deve essere di mirra. Oggetti come questi sono riservati alle cerimonie funebri delle persone in cima alla scala sociale.» «Per esempio chi?» domandai sconcertato. «Alti sacerdoti. Re. Dove l'hai trovato?» «Sul cadavere di un ragazzo, uno storpio. Non era di certo un re.» Ora toccò a Nakht mostrarsi sorpreso. «Quando?» «Questa mattina, all'alba», replicai. Rifletté su quelle stranezze e scosse la testa. «Non riesco proprio a venirne a capo», concluse. «Nemmeno io. Però non credo alle coincidenze.» «Per coincidenza si intende il riconoscimento di una connessione fra due eventi, di cui non si comprende il significato», rispose in modo succinto. «Le tue affermazioni sono sempre molto precise, amico mio. Hai il dono di trasformare la confusione in epigrammi.» Sorrise. «Sì, ma lo faccio a mio danno, l'eccessiva precisione non fa bene. La vita, come sappiamo, è soprattutto caos.» Lo osservai mentre studiava la striscia di lino e la sua strana formula magica. Stava pensando a qualcosa che non voleva esprimere a voce alta. «Ecco, è un mistero. Adesso andiamo», disse col suo tono perentorio, «questa è una festa, ci sono molte persone che voglio farti conoscere.» Mi prese per un gomito e mi condusse in mezzo alla gran folla vociante. «Sai che non sopporto i ricchi e i potenti», gli sussurrai. «Oh, non fare lo snob al contrario. Qui oggi ci sono molte persone che nutrono interessi e passioni notevoli - architetti, bibliotecari, scrittori, musicisti, nonché qualche uomo d'affari e alcuni
finanzieri -, sai bene che l'arte e la scienza hanno bisogno di robusti investimenti. Come possiamo migliorarci e crescere culturalmente se non mettiamo in comune le nostre conoscenze? E in quale altro luogo un funzionario del Medjay come te potrebbe frequentarli?» «Sei come le tue api, svolazzi da un fiore all'altro assaggiando il nettare qua e là...» «Bella analogia, davvero, solo che mi fa sembrare un dilettante.» «Amico mio, mai e poi mai ti accuserei di essere un dilettante, o un superficiale. Sei una specie di filosofo e al tempo stesso un avventuriero delle profondità dello spirito.» Sorrise soddisfatto. «Mi piace, suona bene. Il nostro mondo e l'Aldilà sono pieni di curiosità e di misteri. Ci vorrebbe più di una vita per capirli tutti. E, purtroppo, pare che ne abbiamo una sola...» Prima che potessi eclissarmi con garbo, mi presentò a un gruppo di uomini di mezz'età che stavano conversando tra loro sotto il tendone. Erano vestiti con opulenza e indossavano abiti e gioielli della migliore qualità. Mi esaminarono con curiosità, come un oggetto interessante e bizzarro che forse avrebbero comprato a un prezzo di favore. «Vi presento Rahotep, un mio vecchio amico. È ispettore capo qui a Tebe, ed è specializzato in delitti e misteri! Fra noi c'è chi pensa che avrebbe dovuto essere nominato capo del Medjay di Tebe quando se n'era presentata l'occasione.» Cercai di gestire al meglio la sua pubblica adulazione, anche se odiavo ritrovarmi in situazioni del genere, come Nakht sapeva bene. «Di certo già conoscete le capacità retoriche del mio caro amico. Riesce a trasformare il fango in oro.» Annuirono tutti insieme, come se la cosa li divertisse. «La retorica è un'arte pericolosa. È la manipolazione della differenza, si potrebbe dire della distanza, fra verità e apparenza», disse un ometto grasso con una faccia che sembrava un cuscino da divano, gli occhi azzurri e apprensivi di un bambino, e in mano una coppa già vuota.
«Di questi tempi, quella distanza è diventata il mezzo con cui si esercita il potere», disse Nakht. Scese un silenzio inquieto. «Signori, questa riunione sta prendendo una piega sovversiva», dissi per alleggerire la tensione. «Ma non è forse sempre andata così? La retorica esercita un potere persuasivo fin da quando l'uomo ha iniziato a parlare, cercando di convincere l'avversario delle proprie buone intenzioni...» disse qualcun altro. Ridacchiarono tutti. «Verissimo, ma quanto più raffinata è oggigiorno! Ay e i suoi compari ci vendono parole come se fossero verità. Ma le parole sono traditrici e inaffidabili. Se non lo so io!» disse pomposamente l'ometto dagli occhi azzurri. A questa affermazione, parecchi di loro risero, alzarono le braccia e agitarono le mani raffinate. «Hor è un poeta», spiegò Nakht. «Allora conosci l'arte dell'ambiguità delle parole. Padroneggi il loro significato nascosto. Un dono molto utile di questi tempi», affermai. Batté le mani deliziato e rise sguaiatamente. Mi resi conto che era un po' ubriaco. «Verissimo, questi sono tempi in cui nessuno può dire quello che pensa veramente. Nakht, amico mio, dove hai trovato questa creatura pregevole? Un funzionario del Medjay che si intende di poesia! Chi saranno i prossimi, soldati ballerini?» Tutti risero ancor più sonoramente, un'atmosfera leggera e piacevole.
decisi
a
mantenere
«Sono sicuro che a Rahotep non dispiacerà se rivelo che da giovane anche lui ha scritto dei versi», disse Nakht, come per appianare le sottili increspature che iniziavano ad affiorare nella conversazione. «Erano davvero brutti», replicai, «e non ne è rimasta traccia.»
«Come mai, che cosa ti ha indotto a rinunciare?» domandò premurosamente il poeta. «Non ricordo. Penso che la vita abbia preso il sopravvento.» Il poeta si rivolse alla compagnia, spalancando gli occhi divertito. «'La vita ha preso il sopravvento', che bella espressione, devo prenderla a prestito.» Gli altri annuirono con benevolenza. «Attento, Rahotep, conosco questi scrittori, dicono 'prendere a prestito' ma vogliono dire 'rubare'. Fra non molto leggerai le tue parole su qualche raccolta di nuove poesie che circolerà privatamente», dichiarò uno di loro. «E, se conosco Hor, sarà una piccola satira maligna, non una poesia d'amore», disse un altro. «Nel mio mestiere ci sono ben poche cose che si possono scrivere in una poesia», affermai. «Ed è per questo che sono interessanti, altrimenti tutto è artificio, di cui ci si stanca quasi subito», replicò il poeta, porgendo la coppa vuota a una servetta di passaggio. «Datemi ogni giorno il sapore della verità», proseguì. La ragazza si avvicinò e riempì di nuovo le coppe con un sorriso tranquillo che attrasse l'attenzione di parecchi, anche se non di tutti, gli uomini presenti. Pensai a quanto poco sapesse della realtà quell'uomo. La conversazione riprese. «Il mondo è molto cambiato in questi ultimi anni», disse qualcuno. «E, nonostante i progressi fatti in campo internazionale, i risultati ottenuti nella costruzione dei nuovi edifici, e le ricchezze di cui molti di noi godono...» «Bla bla bla», lo schernì il poeta. «...Non tutti i cambiamenti hanno migliorato le cose», concordò un altro. «Io sono contro il cambiamento. È sopravvalutato. Non migliora niente», sentenziò Hor. «Avanti, questa è un'idea assurda e contraria al buon senso. È solo un segno dell'età: dal momento che invecchiamo, pensiamo che
anche il mondo peggiori, che le buone maniere scompaiano, che i principi della morale e i livelli del sapere si impoveriscano...» disse Nakht. «E che la vita politica diventi sempre di più un'orribile farsa...» interruppe il poeta, svuotando di nuovo la coppa. «Mio padre se ne lamenta di continuo, io cerco di discuterne con lui, ma senza risultato», buttai lì. «Cerchiamo almeno di essere onesti l'uno con l'altro. Il gran mistero è che ci troviamo a essere governati da uomini di cui conosciamo a malapena i nomi, che ricoprono incarichi per noi imperscrutabili, sotto il dominio di un vecchio, un megalomane che non ha nemmeno un titolo regale, e che a mia memoria da sempre allunga la sua ombra raccapricciante sul mondo. Per l'ambizione del grande generale Horemheb siamo invischiati in una guerra lunga, e finora inutile, contro i nostri nemici storici, mentre di sicuro una buona attività diplomatica avrebbe prodotto risultati migliori e ci avrebbe risparmiato un drenaggio infinito di ricchezze. E per ciò che riguarda i due giovani membri della stirpe reale, non hanno mai avuto il permesso di crescere e di prendere il posto che gli spetta nel cuore della vita delle Due Terre. Come è potuto accadere? E per quanto tempo si andrà avanti?» Hor aveva espresso l'indicibile verità; nessuno ebbe il coraggio di replicare. «Guardiamo in faccia la realtà: i membri della nostra cerchia se la passano molto bene. Abbiamo ricchezza e lavoro, belle case e servitori. Forse per noi è un buon compromesso. Però immagino che tu sia testimone di un altro aspetto della vita», osservò un gentiluomo alto ed elegante, facendo un inchino e presentandosi a me come l'architetto Nebi. «O forse vedi le cose come veramente sono nell'atroce realtà da cui noi, che viviamo nel cerchio magico delle nostre comode esistenze, siamo risparmiati», aggiunse il poeta con un tono lievemente sprezzante. «Perché una notte non venite con me a vedere con i vostri occhi?» proposi. «Potrei mostrarvi le viuzze e le catapecchie dove persone
oneste ma sfortunate sopravvivono con la spazzatura che noi tutti gettiamo senza pensarci. E potrei presentarvi alcuni grandi criminali, esperti di efferatezze e crudeltà, che trafficano in esseri umani come se fossero merci. Molti di loro hanno lussuosi uffici in città, bellissime mogli e figli sistemati in stupende case tra gli agi della nuova periferia. Danno cene sontuose. Comprano terre. Ma le loro ricchezze grondano sangue. Posso mostrarvi il volto autentico di questa città, se vi interessa.» Il poeta si portò le mani grassocce alle tempie con un gesto teatrale. «Hai ragione. Lascio a te la realtà. Non riesco a sopportarla più di tanto, ma chi ce la farebbe? Lo ammetto, sono un vigliacco. La vista del sangue mi fa svenire, odio i poveri e i loro vestiti orrendi, e se per strada qualcuno mi sfiora incidentalmente strillo per paura di essere derubato e picchiato. No, preferisco rimanere in compagnia di parole e rotoli ben educati, tranquilli, nella mia comoda biblioteca.» «Forse nemmeno le parole sono tanto sicure di questi tempi», disse un uomo che si era messo in disparte, approfittando dell'ombra del tendone. «Ricorda che siamo di fronte a un funzionario del Medjay. Il Medjay è parte di questa città e non è immune alla corruzione e alla decadenza di cui stiamo parlando.» E mi guardò con freddezza. «Ah, Sobek. Vuoi unirti a noi?» domandò Nakht. L'uomo a cui si era rivolto era nella tarda maturità e aveva i capelli corti e grigi senza un'ombra di tintura. I suoi occhi erano di un grigio-azzurro sorprendente, e sui suoi lineamenti si leggeva un che di rabbioso nei confronti del mondo. Ci inchinammo l'un l'altro. «Non ritengo che parlare sia un crimine», dissi prudentemente. «Anche se qualcun altro potrebbe non essere d'accordo.» «Ma davvero? Così il crimine dipende dalla sua messa in atto, non dall'intenzione o dalla formulazione?» domandò. Gli astanti si scambiarono un'occhiata. «Sì, certo, altrimenti saremmo tutti criminali, e tutti dietro le sbarre.» Sobek annuì pensieroso. «Forse il mostro è l'immaginazione umana», disse. «Ritengo che
nessun animale soffra i tormenti dell'immaginazione. Soltanto l'uomo...» «L'immaginazione può estrarre il meglio e anche il peggio dagli uomini», concordò Hor, «e io so bene quel che la mia vorrebbe fare a certe persone.» «I tuoi versi sono già un tormento sufficiente», lo canzonò l'architetto. «Ed è per questo che la vita civile, la morale, l'etica e tutto ciò che le è affine sono importanti. Siamo illuminati per metà, e per metà siamo mostri», disse Nakht con fare assertivo. «Dobbiamo costruire la civiltà sulla ragione e sull'aiuto reciproco.» Sobek levò la coppa. «Alla salute della tua ragione. Le auguro ogni fortuna.» Fu interrotto da un boato proveniente dal basso, dalle strade. Nakht batté le mani e gridò: «È arrivato il momento!» Tutti corsero verso il parapetto del terrazzo e si dispersero alla ricerca della visuale migliore. Sekhmet comparve al mio fianco. «Padre, padre, vieni, o ti perderai tutto!» E mi trascinò via. Un'esplosione di giubilo, forte, assordante, risuonò come un tuono lungo il viale e si ripeté fra la folla stipata nel cuore della città. Vedevamo perfettamente lo spazio aperto davanti alle mura del tempio. «Che cosa succede?» domandò Thuyu. «Nel tempio, il re e la regina aspettano il momento giusto per apparire e accogliere gli dei», spiegò Nakht. «Cosa c'è nel tempio?» «Un mistero, che contiene un mistero, che contiene un mistero», disse. Lei lo guardò di traverso, seccata. «Non vuol dire assolutamente niente», commentò, e a ragione,
tutto sommato. Lui sorrise. «All'interno c'è una costruzione nuova, stupenda, la Sala delle Colonne. È stata appena terminata, dopo molti anni di fatiche. Non c'è niente di simile sulla Terra. Le colonne arrivano fino al cielo, e sono tutte scolpite e dipinte con meravigliose immagini del re che porge le offerte; il soffitto è costellato di innumerevoli stelle d'oro che circondano la dea Nut. Al di là c'è l'ampia Corte del Sole, circondata da numerose colonne alte e slanciate. E ancora oltre, un portale dopo l'altro, i pavimenti si alzano e i soffitti si abbassano, le ombre si infittiscono, e si arriva al cuore di ogni cosa: il tempio recintato dove il dio viene svegliato all'alba, nutrito con i cibi più squisiti, vestito con gli abiti più raffinati e messo a dormire la notte. Solo pochissimi sacerdoti e il re possono entrarvi e nessuno di loro può riferire quello che ha visto. E tu non devi raccontare a nessuno quello che ti ho appena detto, perché è un grande segreto, e i grandi segreti comportano grandi responsabilità.» La guardò con severità. «Voglio vederlo.» Thuyu sfoggiò un sorriso furbo. «Mai», disse all'improvviso Sekhmet. «Sei solo una ragazza.» Nakht stava pensando a una risposta quando le trombe squillarono con una fanfara assordante; a quel segnale le schiere dei sacerdoti si inginocchiarono all'unisono nella polvere perfettamente spianata, e i soldati si irrigidirono sull'attenti, con le punte delle lance e delle frecce che scintillavano sotto il sole implacabile. Dalle ombre delle mura di recinzione emersero due figurette, assise sui troni trasportati dai funzionari e attorniate dai cerimonieri e dai loro assistenti. Nel momento in cui abbandonarono le ombre per il sole, le vesti e le alte corone catturarono la luce abbagliante, e le due figure scintillarono accecanti. Un silenzio assoluto scese sulla città. Anche gli uccelli tacevano. Era cominciato il momento più importante del rituale. Per qualche attimo non accadde nulla, come se i due fossero arrivati in anticipo a una festa e nessuno sapesse come intrattenerli. I servitori che reggevano i parasole creavano ombre che
proteggevano le figure reali in un cerchio oscuro. Un boato distante annunciò il dio portato a spalla nel suo altare d'oro, mentre la processione svoltava con lentezza e fatica e compariva in un lampo di luce. Le figure reali attesero, sedute come bambole in costume, piccole e rigide. Il dio si stava avvicinando, preceduto dai sacerdoti d'alto rango che salmodiavano preghiere e formule magiche, circondato da acrobati e musicisti e seguito dal bianco toro sacrificale. Finalmente il re e la regina si alzarono in piedi: Tutankhamon, Immagine vivente di Amon, e al suo fianco Ankhesenamon. «Ha l'aria spaventata.» Abbassai lo sguardo su Sekhmet, e poi sulla regina. Mia figlia aveva ragione. Sotto i paludamenti del potere, la corona e le vesti, la regina sembrava nervosa. Con la coda dell'occhio vidi, stagliate sulla fitta folla che si proteggeva con i parasole dall'intensa luce solare, diverse figure sollevate da altre figure, come sulle mani unite degli acrobati, poi una serie di movimenti veloci, braccia che scagliavano qualcosa: piccole palle scure che descrissero un'inesorabile traiettoria ad arco sulle teste della folla e puntarono sulle figure in piedi del re e della regina. Il tempo si dilatò e rallentò, come negli ultimi istanti prima di un incidente. Vivaci spruzzi rossi apparvero improvvisamente sulla polvere immacolata e sugli abiti del re e della regina. Il re perse l'equilibrio e ricadde seduto sul trono. Il silenzio provocato dalla violenta emozione lasciò tutto in sospeso per un lungo istante. Poi il mondo esplose in migliaia di frammenti di rumore, gesta e urla. Temetti che Tutankhamon fosse morto, ma alzò lentamente le mani per l'orrore o il disgusto, riluttante a toccare il liquido rosso che colava dagli abiti regali formando una pozzanghera nella polvere. Sangue? Sì, ma non quello del re: era troppo e scorreva troppo veloce. Il sacrario del dio ondeggiò perché i sacerdoti che lo trasportavano, non sapendo che fare, aspettavano istruzioni che non giunsero. Ankhesenamon si guardava intorno in preda alla confusione; poi, come risvegliate da un sogno al rallentatore, all'improvviso le file dei sacerdoti e dell'esercito ruppero i ranghi.
Mi accorsi degli strilli e dei pianti delle ragazze, di Thuyu che mi si raggomitolava addosso, di Tanefert che stringeva a sé le ragazze e della breve occhiata di Nakht che mi comunicava impressione e sbalordimento per l'azione sacrilega. Sulla terrazza uomini e donne si guardavano, portandosi le mani alla bocca, o facendo appello al cielo in quel momento di sventura. Nelle strade sotto di noi scoppiò un tumulto, con la folla che si era fatta prendere dal panico, si agitava in preda alla confusione e spintonava le schiere di guardie del Medjay, cercando di riversarsi nel viale delle Sfingi, dove tutti si diedero a una fuga precipitosa allontanandosi dalla scena del delitto. Di rimando, le guardie del Medjay caricarono la folla, prendendo a bastonate tutti quelli che si trovavano davanti, afferrando per i capelli innocenti spettatori, scaraventando a terra uomini e donne alcuni vennero travolti - e imbrancando quante più persone possibile. Guardai il punto da cui erano state lanciate le palle e notai il viso di una giovane donna, teso e preoccupato; era certamente tra coloro che le avevano lanciate, e vidi che si guardava intorno per controllare se fosse stata notata, dopodiché si allontanò e raggiunse un gruppo di giovani che si raccolse intorno a lei quasi a proteggerla. Doveva esserle venuto in mente qualcosa, perché alzò gli occhi e vide che la osservavo. Sostenne il mio sguardo per un attimo e poi, nascostasi sotto un parasole, si allontanò rapidamente nella speranza di scomparire nel caos delle strade. Vidi un gruppo di guardie del Medjay riunire la folla col gesto con cui i pescatori tirano le reti, e la ragazza rimase intrappolata insieme a molti altri. Con una fretta sconveniente, il re e la regina erano già stati portati sui carri al sicuro delle mura del tempio, seguiti dal dio nascosto nel suo sacrario d'oro, e dalle torme dei dignitari che se la filavano a passi precipitosi, in preda alle loro ansie private. Tutti sparirono dietro le porte del tempio, lasciandosi alle spalle un pandemonio mai visto nel cuore della città. Alcune vesciche di sangue - rivelatesi armi più potenti degli archi più raffinati e delle frecce migliori e più rapide - avevano cambiato tutto. Guardai sotto di me la terra compatta, affollata da persone che si aggiravano vorticando in ondate di panico, e per un attimo tutto ciò che sembrava sicuro si trasformò in un abisso di ombre oscure, entro
le quali vidi il serpente del caos e della distruzione, che giace segretamente avvolto su se stesso sotto i nostri piedi, aprire i suoi occhi dorati.
Capitolo 4 Lasciai i miei familiari e dissi loro di rimanere nella residenza di Nakht fino a quando le sue guardie private non avessero potuto scortarli sani e salvi a casa. Presi con me Thot e uscii con prudenza dal portone affacciandomi sulla strada. Gli agenti del Medjay avevano fatto sgombrare quel che restava della folla, facendo alcuni prigionieri e incatenando i sospetti. Da lontano echeggiavano grida e urla nell'aria densa e fumosa. Il viale aveva assunto l'aspetto di un lungo rotolo di papiro su cui la vera storia dell'accaduto era stata registrata dalla sabbia calpestata, scarabocchiata con i segni delle impronte lasciate dalla folla che, fuggendo, aveva abbandonato migliaia di sandali. Rifiuti vagavano senza una meta. Folate di aria rovente si raccoglievano in spirali rabbiose, per morire in un vortice di polvere. Piccoli gruppi si erano radunati intorno ai morti e ai feriti, piangendo e lamentandosi con gli dei. I resti di tutti i fiori della festa, schiacciati e maciullati, offrivano un tributo propiziatorio quanto incongruo al dio di tanta devastazione. Esaminai le macchie del sangue schizzato, ormai appiccicoso e rappreso in pozze nere sotto il sole. Thot le annusò cautamente, sbattendo gli occhi nella mia direzione. Le mosche si disputavano con furia quel nuovo tesoro. Raccolsi con molta attenzione una delle vesciche e la esaminai nel palmo della mano. Non era un'arma sofisticata, come non era stato raffinato il gesto di lanciarla. Era tuttavia radicale nella sua originalità e nella rozza efficacia della sua dissacrazione: gli esecutori avevano umiliato il re come se l'avessero appeso a testa in giù e l'avessero imbrattato di sterco di cane. Passai sotto l'immagine di pietra scolpita del nostro emblema, il Lupo, Colui che apre la via, ed entrai nel quartier generale del Medjay. Fui subito assalito dal caos. Uomini di qualsiasi rango correvano di qua e di là, urlando ordini e contrordini, tanto per far mostra del loro grado e darsi una parvenza di efficienza. Nella folla intravidi Nebamon, capo del Medjay di Tebe. Mi fissò, evidentemente seccato dalla mia presenza, e con un gesto brusco mi
indicò il suo ufficio. Sospirando annuii. Chiuse con un calcio la porta dall'intelaiatura malferma, e Thot ed io ci sedemmo pazienti dal nostro lato del tavolo, che era basso e non molto pulito, ricoperto di rotoli di papiro, cibo lasciato a metà e lampade a olio sporche. Il suo faccione, sempre ombreggiato da una barba ispida, sembrava più scuro del solito. Nebamon guardò con disgusto Thot, che ricambiò l'occhiata senza scomporsi, mentre spostava qua e là i vari documenti con le mani tozze, inappropriate per un burocrate. Era un uomo del popolo, non un uomo da papiri. Avevamo evitato di parlarne direttamente, ma avevo cercato di dimostrargli che non nutrivo risentimenti per la sua promozione. Non desideravo il suo posto, nonostante la delusione di mio padre e i desideri di Tanefert. Mia moglie avrebbe preferito sapermi tranquillo in ufficio, ma sa che odio sentirmi intrappolato in una stanza afosa, impantanato nella noia e nell'assurdità della politica interna. Buon per lui. Ma adesso aveva potere su di me, e lo sapevamo entrambi. Malgrado tutto, qualcosa mi bruciava dentro. «Come va la famiglia?» domandò, senza molto interesse. «Bene. E la tua?» Fece un gesto vago come un sacerdote annoiato che scaccia una mosca fastidiosa. «Gran brutta rogna», disse scuotendo la testa. Decisi di tacere su quello che avevo visto. «Chi c'è dietro, secondo te?» domandai con aria innocente. «Non lo so, ma quando li troveremo, e li troveremo, ho intenzione di staccargli lentamente la pelle a striscioline e impalarli nel deserto sotto il sole di mezzogiorno, dandoli in pasto alle formiche e agli scorpioni. E io starò a guardare.» Sapevo che non aveva a disposizione risorse sufficienti per svolgere indagini accurate. Negli ultimi anni il finanziamento del Medjay era stato ridotto sempre più a favore dell'esercito, e al momento troppi ex agenti del Medjay erano disoccupati o lavoravano altrove - per uno stipendio assai più elevato - in qualche operazione di sicurezza privata per conto di ricchi clienti e delle loro famiglie, nelle abitazioni o nelle tombe colme di tesori di costoro.
Non era il momento giusto per gestire le forze di polizia. Pertanto Nebamon si sarebbe comportato come faceva sempre quando si trovava di fronte a un problema concreto: avrebbe arrestato un po' di presunti sospetti, per poi montare delle accuse contro di loro e mandarli a morte in modo da dare l'esempio. Così funziona la giustizia ai nostri tempi. Si abbandonò contro lo schienale e notai quanto gli fosse cresciuta la pancia dopo la nomina a capo della polizia. Il grasso, con le sue implicazioni di agi e ricchezza, sembrava far parte della sua nuova identità. «È passato un po' di tempo dall'epoca dei tuoi grandi progetti, eh? Ti stai dando da fare per entrare a far parte dell'indagine...» Il modo in cui mi squadrò mi fece venir voglia di andarmene. «Per niente. Mi godo la vita tranquilla», risposi. Fece una faccia offesa. «E allora che accidenti ci fai qui? Il turista?» «Ho esaminato un cadavere stamattina. Un ragazzo, giovane, e le circostanze della sua morte sono piuttosto interessanti...» Non mi lasciò finire. «Chi se ne frega di un ragazzo morto. Scrivi un rapporto, depositalo... e fammi un favore, vattene. Oggi non c'è niente per te. Forse la settimana prossima ti troverò qualcosa da raccattare, quando gli altri avranno finito. Bisogna lasciare spazio ai funzionari più giovani.» Mi sforzai di sorridere, ma il risultato fu un'espressione simile a quella di un cane rabbioso che scopre le zanne. Se ne accorse. Sogghignò, si alzò, girò attorno al tavolo e con finto zelo mi aprì la porta. Uscii. La porta fu sbattuta alle mie spalle. Fuori, centinaia di sfortunati, uomini e donne di tutte le età, pigiati nel cortile, urlavano la loro innocenza e le loro richieste, o si insultavano reciprocamente a gran voce. Molti offrivano tutto quello che avevano al momento - gioielli, anelli, abiti, persino qualche messaggio scarabocchiato su una scheggia di sasso - per cercare di guadagnarsi la libertà. Nessuno gli dava retta. Sarebbero stati
trattenuti arbitrariamente per il tempo necessario. Gli agenti del Medjay, metodici e spietati, legavano a tutti polsi e caviglie. Varcai il basso e buio ingresso della prigione e avvertii immediatamente il fetore caldo, animale, della paura. Nelle celle anguste si torturavano i prigionieri incatenati, a cui venivano torti mani e piedi, o inferte percosse, mentre i loro confessori ripetevano con calma le stesse domande, più e più volte, come un padre che interroghi un bambino bugiardo. Dei lamenti e delle implorazioni dei prigionieri non si teneva conto. Nessuno poteva sopportare un dolore simile, né la paura del dolore; pertanto, molto prima che si ricorresse ai coltelli, e le loro lame affilate fossero mostrate alle vittime, i prigionieri avrebbero confessato qualunque cosa. La vidi nella terza cella di detenzione. Era accucciata sulla terra fetida in un angolo buio. Entrai nella gabbia. I prigionieri mi fecero spazio, impauriti, come se temessero di essere presi a calci. Nascose il viso sotto i capelli scuri. Restai in piedi davanti a lei. «Guardami.» C'era qualcosa nel suo viso, quando lo sollevò - forse orgoglio, forse rabbia, forse l'estrema giovinezza - che mi colpì. Mi interessava conoscere la sua storia, sentivo che la sua vita era stata marchiata da qualche ingiustizia. «Come ti chiami?» Rimase in silenzio. «La tua famiglia ti starà cercando.» Si ritrasse leggermente. Mi inginocchiai per avvicinarmi a lei. «Perché l'hai fatto?» Ancora niente. «Lo sai che ci sono uomini che possono farti dire tutto quello che vogliono?» Adesso tremava. Sapevo che dovevo denunciarla, ma in quel momento mi resi conto che non potevo. Non potevo consegnarla
viva nelle mani dei torturatori. Non avrei sopportato il rimorso. Girò il viso, aspettando che si decidesse il suo destino. La guardai fisso. Cosa dovevo fare? La sollevai con rudezza e la portai fuori dalla cella. Ero abbastanza conosciuto da non dover mostrare un'autorizzazione alle guardie e mi limitai a fare un cenno, come per dire «è mia». La spinsi davanti a me lungo il corridoio fetido. Svoltammo ed entrammo nel mio ufficio dove, temendo il peggio, incominciò a dibattersi. «Stai calma e stai ferma», bisbigliai in fretta. Tagliai velocemente le corde che la legavano mani e piedi. Sul suo viso si dipinse uno sguardo di grato stupore. Stava per parlare, ma le feci cenno di rimanere in assoluto silenzio. Le pulii il viso come potei, con uno straccio immerso nel bacile dell'acqua, e nel frattempo la interrogai. «Parla sottovoce. Chi ha ordinato l'azione?» «Nessuno, abbiamo agito da soli. Qualcuno doveva protestare contro l'ingiustizia e la corruzione dello stato.» Scossi la testa di fronte a tanta ingenuità. «Pensavate di cambiare le cose scagliando del sangue contro il re?» Mi guardò con disprezzo. «Qualcosa è cambiato. Chi aveva mai avuto il coraggio di prendere posizione prima d'ora? Nessuno dimenticherà quel gesto. È solo l'inizio.» «E siete pronti a morire per questo?» Annuì, convinta dei suoi ideali. Scossi la testa. «Credimi, il vero bersaglio non è il ragazzo vestito d'oro. Ci sono altri, molto più potenti, che meritano la vostra attenzione.» «So benissimo che cosa combinano in questo paese gli uomini ricchi e potenti in nome della giustizia. E tu? Tu sei un funzionario del Medjay. Fai parte del problema.» «Grazie. Perché lo fate?» «Perché dovrei dirtelo?»
«Perché se non me lo dici, non farò quello che ho in mente di fare e non ti lascerò andare.» Mi guardò sbalordita. «Mio padre...» «Vai avanti.» «Mio padre era uno scriba negli uffici del re. Ad Akhenaton. Quando ero piccola, traslocammo tutti nella nuova città. Diceva che il nuovo regime gli avrebbe offerto stabilità e forse una promozione, e così fu. Vivevamo bene. Avevamo le belle cose che lui aveva sognato di darci. Possedevamo un pezzetto di terra. Quando tutto crollò, fummo costretti a rientrare a Tebe senza niente. Gli tolsero il lavoro, la terra, tutto quello che aveva, era un uomo distrutto. Poi, una notte, bussarono alla porta. Quando andò ad aprire, trovò i soldati ad aspettarlo. Lo misero in catene. Non ci permisero neppure di dargli un bacio d'addio. Se lo portarono via. Non l'abbiamo più rivisto.» Si interruppe non riuscendo a proseguire, ma ciò che vidi era rabbia, non dolore. «Ogni sera mia madre continua a mettere in tavola un piatto anche per lui. Dice che non lo farà più quando saprà che è morto. Sono stati gli uomini del re a farci questo. E ti chiedi perché lo odio?» La storia non mi era nuova. Molti uomini del vecchio regime avevano subito lavori forzati, spoliazioni e, in alcuni casi, erano spariti. Figli, mariti, padri erano stati arrestati e portati via in ceppi, in silenzio, e nessuno li aveva più visti. Avevo sentito parlare anche di cadaveri smembrati che erano venuti a galla a nord nel Grande Fiume. Di corpi a cui avevano cavato gli occhi, di cadaveri in decomposizione pescati dalle reti, di unghie, lingua e denti strappati. «Mi dispiace.» «Non importa.» Per lo meno, ora aveva un aspetto decente. La condussi nel cortile. Correvamo il grosso rischio di attirare l'attenzione ma, approfittando del caos generale, sgattaiolammo fra la folla, uscimmo dall'ingresso sotto il lupo scolpito, e ci trovammo nella strada movimentata.
«Capisco come ti senti. L'ingiustizia è una cosa tremenda, ma pensaci bene: la vita vale più di un bel gesto. È già abbastanza breve. E tua madre ha subito lutti a sufficienza. Va a casa da lei adesso, e restaci», le sussurrai. Pretesi che mi desse nome e indirizzo, nel caso mi fosse utile in futuro. Poi la lasciai andare, come se fosse un animale selvatico. Sparì nella città senza mai guardarsi indietro.
Capitolo 5 Era tardi quando tornai a casa. Io e Thot entrammo dal portone. Invece di dirigersi a grandi falcate verso il giaciglio nel cortile, si fermò con la coda ritta, intento ad ascoltare. La casa sembrava stranamente tranquilla. Forse Tanefert e le ragazze non erano ancora tornate dalla residenza di Nakht. Ma nella stanza d'ingresso, dove non stiamo mai, la lampada a olio era accesa. Arrivai alla porta della cucina, l'aprii senza fare rumore e varcai la soglia. Nella nicchia alla parete era accesa un'altra lampada, ma non c'era traccia delle ragazze. Mi spostai verso la porta che si affacciava sulla stanza d'ingresso. Tanefert era seduta su uno sgabello accanto ai dipinti murali che in tutti questi anni non siamo mai riusciti a finire per mancanza di soldi. Non mi aveva ancora visto, e sembrava tesa. Avanzai ancora e vidi un'altra ombra disegnarsi sul pavimento. Il braccio dell'ombra si mosse, scivolai veloce nella stanza e afferrai il braccio dell'uomo, torcendoglielo dietro la schiena. Un calice si frantumò al suolo, e il vino si spanse formando una pozza. Mi trovai a fissare il viso sussiegoso di un personaggio dell'aristocrazia d'età matura, abbigliato con vesti costose, che parve sorpreso, ma ancora padrone di sé. Tanefert si alzò in piedi, in atteggiamento vigile. Forse i nervi mi avevano ingannato. «Buonasera», disse l'uomo, in tono leggermente ironico. Lo lasciai andare. Si risistemò il ragguardevole Collare d'onore d'oro - veramente eccezionale - e si accorse di essersi macchiato l'abito di vino. Guardò con disappunto la macchia rossa. Forse era la cosa peggiore che gli fosse capitata da molti anni a quella parte. «Questo gentiluomo ti aspetta... da un bel po'.» Mia moglie era seccata. Immaginai che non ci fosse stata una gran conversazione. Sparì in cucina, da dove tornò con uno straccio e dell'acqua, facendomi gli occhi dolci. «Vorrei scusarmi per essere comparso così, senza preavviso, inatteso ospite», disse lui con una bella voce bassa.
«E senza dare spiegazioni...» aggiunsi. Si guardò intorno, ma niente di quel che vide lo interessò, e infine il suo sguardo tornò a posarsi su di me. «Non so come procedere in questa conversazione. Mi trovo in imbarazzo. Un dilemma...» «Un brutto frangente.» «Se preferisci. Un brutto frangente. E il dilemma è questo: non posso rivelarti perché sono qui. Posso solo chiedere se sei disposto a seguirmi per incontrare una persona.» «E non puoi dirmi chi è.» «Vedi? Questo è il mio dilemma.» «È un mistero.» «Si sa che sei una specie di esperto in misteri. L'Indagatore di Misteri. Non avrei mai pensato di incontrare una persona simile, e invece eccomi qui.» Mi onorò di uno dei suoi sguardi più raggelanti. «Potresti almeno dirmi il tuo nome e i tuoi titoli», obiettai. «Sono Khay. Capo degli scribi, Sorvegliante della Real Casa. Al momento, è tutto quello che posso dirti.» Che cosa ci faceva nella mia anticamera un funzionario di altissimo livello, che proveniva dal cuore della gerarchia di palazzo, in quella strana giornata di presagi e di sangue? Mi scocciava sentirmi così coinvolto. Versai il vino nei calici. Gli diede un'occhiata, assai dubbioso circa la sua qualità; lo bevve comunque, come se fosse acqua. «Dovrei seguirti subito?» Annuì con fare svagato, ma vidi che aveva assolutamente bisogno di me. «È tardi. Perché dovrei lasciare la mia famiglia senza sapere con certezza dove vado e quando tornerò?» «Posso farmi garante della tua sicurezza, ovviamente. O meglio, posso farmi garante del mio impegno a garantirti la sicurezza, il che,
ritengo, non è proprio la stessa cosa. Posso garantirti con sicurezza che tornerai a casa prima dell'alba, se vuoi.» «E se rifiuto?» «Ah... le cose si complicherebbero...» La voce si affievolì. Frugò nelle vesti ed estrasse un oggetto da un sacchetto di pelle. «Il mio cliente mi ha chiesto di mostrarti questo.» Era un giocattolo: un uomo di legno con un grosso cane dagli enormi occhi rossi, manovrati da corde e pulegge. C'era un piolo. Sapevo che, ruotando il piolo, le braccia dell'uomo si sarebbero levate per difendersi dal cane di legno che si sollevava per attaccarlo. Lo sapevo perché l'avevo già visto, molti anni prima, nella stanza dei bambini della famiglia reale. Quando la giovane regina, che quel giorno era stata imbrattata di sangue, era piccola. Spiegai ogni cosa a Tanefert, in cucina. Le ragazze erano sgattaiolate fuori dalla stanza e si erano riunite sotto il cerchio sicuro creato dalla luce della lampada. «Chi è quell'uomo?» domandò Thuyu. «È un alto funzionario.» «Un alto funzionario di che genere?» bisbigliò Sekhmet, elettrizzata dall'arrivo in casa nostra di un vero rappresentante dell'élite burocratica in carne e ossa. Tanefert le zittì, convincendole a tornare nelle loro stanze. Nedjmet, la Dolce, si fermò, quasi senza guardarmi. La sollevai e la baciai, promettendole che sarei tornato in tempo per la colazione. «Dove vai? È buio.» «Fuori, a trovare una persona.» «Per lavoro?» «Sì. Per lavoro.» Annuì con gravità. La consegnai a Tanefert che mi lanciò uno dei suoi sguardi. «Lascerò Thot di guardia.»
Mi baciò amorevolmente, e si ritirò nella nostra camera. Arrivammo ai moli, là dove partono i traghetti. Di giorno sono affollatissimi di barche e navi di tutti i generi, dalle zattere di canne, ai traghetti per i passeggeri, alle grosse navi da carico del regno, alle chiatte per il trasporto delle pietre. Il commercio che arricchisce la città e la rifornisce di merci di lusso, di materiale da costruzione e di provviste alimentari passa di qui; qui si concludono o si svelano gli affari, si contrabbandano o si importano le merci. Di notte è un luogo tranquillo. In queste ore non c'è traffico perché è pericoloso navigare il Grande Fiume dopo il crepuscolo; i coccodrilli, invisibili, vanno in perlustrazione celando la loro predatoria minaccia nelle correnti e nei gorghi che si creano nell'acqua scura. Per rovesciare la bellissima, raffinata imbarcazione su cui salimmo, tuttavia, ci sarebbero volute schiere di coccodrilli; ci sistemammo nella cabina protetta dalle tende e trascorremmo in silenzio il breve tragitto. Khay mi offrì del vino, che rifiutai. Si strinse nelle spalle, se ne versò un po' e si sedette per berlo. Mi gingillai con il giocattolo girando la ruota, cosicché il cane di legno, il dorso dal pelo irto appena sbozzato e le zanne rosse, si alzò più volte ad attaccare l'uomo. E pensai alla bambina che molti anni fa mi aveva detto: Guarda! Questo sei tu...! Non avevo intenzione di riaprire la scatola sigillata di quei ricordi. Non ancora. Contemplai i bassi tetti e le bianche mura di Tebe illuminati dalla luna, mentre veleggiavamo verso la riva occidentale. Gran parte della moltitudine di persone che affollava la città dormiva per prepararsi a riprendere le perenni fatiche dell'indomani; solo i ricchi e chi disponeva a piacimento del proprio tempo potevano stare ancora alzati, bere vino e godere dei piaceri delle feste, spettegolando degli eventi della giornata, della politica e delle sue conseguenze. Non attraccammo direttamente alla banchina occidentale, ma superammo la postazione delle guardie e risalimmo un canale lungo e oscuro fra alberi e campi, dove ferveva la vita notturna. Il canale, costruito secondo le linee rette tanto care agli ingegneri, si apriva d'improvviso nel grande bacino a T del lago Birket Habu. Schiere di uccelli notturni bisticciavano sulla sua superficie immota e piatta. Gli
strapiombi di roccia appena sbozzata che dovevano proteggere gli edifici contro l'inondazione nascondevano il paesaggio. Ma sapevo bene cosa c'era oltre i contrafforti: il Palazzo di Malkata, un vasto assembramento di edifici dove avevano dimora, ben sorvegliati dalle guardie, i membri della famiglia reale e le migliaia di funzionari, soldati e servitori che rendevano possibile la loro strana vita. Era noto come il «Palazzo della Gioia», ma la costruzione buia che cominciavamo a intravedere presentava ben poche caratteristiche che suggerissero un nome tanto ottimistico. Era famoso per la sua tortuosità, oltre che per quanto era costato, all'epoca del nonno di Tutankhamon, e per il notevole impianto idrico che correva voce rifornisse i bagni, le piscine, i giardini fino al cuore del palazzo. Si diceva che i letti fossero intarsiati d'ebano, d'oro e argento. Si diceva che gli stipiti fossero d'oro massiccio. Insomma, le solite cose che dice la gente su palazzi da sogno che non vedrà mai. Attraccammo al vasto pontile che si estendeva per tutto il fronte del lago. Ciotole di rame per l'olio, appoggiate a elaborati sostegni, erano accese e diffondevano una luce gialla e arancione, forte e inquietante. Le guardie di palazzo fecero un profondo inchino quando io e Khay scendemmo dalla barca. L'ampiezza della riverenza testimoniò esplicitamente l'importanza dell'uomo, che in ogni caso li ignorò come sempre fanno le persone d'alto rango. Ci incamminammo per una lunga via processionale illuminata dalle lampade e dalla luna, familiare e ben accetta, dirigendoci verso la sagoma bassa e lunga del complesso del palazzo - il cuore sospinto dal mistero che ci aspettava, i piedi dal destino - ed entrammo in una grande oscurità.
Capitolo 6 Il Sorvegliante della Real Casa prese una lampada a olio accesa da una nicchia. Tutto taceva negli splendidi arredi, impenetrabili al mondo esterno. Per tutta la lunghezza del corridoio che percorremmo in fretta, vidi statue e sculture meravigliose appoggiate ai piedistalli. Mi chiesi che cosa succedesse in quelle stanze defilate; quali riunioni, quali discussioni, quali decisioni fossero prese e con quali ripercussioni a cascata sulle gerarchie e sul mondo esterno, inconsapevole e privo di potere. Continuammo a camminare, girando ora a destra, ora a sinistra, attraversando grandi saloni dai soffitti alti e pieni di echi, dove sparuti gruppi di funzionari confabulavano e stazionavano le guardie, inoltrandoci sempre più nel cuore del complesso. Era un labirinto di ombre. Ogni tanto passavano un servo o una guardia a testa china, che cercavano di non farsi notare mentre tenevano accese le lampade a olio. Una sala dopo l'altra, apparivano e sparivano alla luce della lampada gli stupendi dipinti murali che raffiguravano i piaceri e i divertimenti dell'aristocrazia: uccelli nei canneti, pesci nelle acque limpide. Sarebbe stato difficile trovare la strada del ritorno. I miei piedi facevano il rumore sbagliato, portando un elemento di disordine in quella quiete amplificata. Khay si muoveva silenzioso nei suoi sandali costosi. Decisi di fare ancora più rumore, tanto per dargli fastidio. Si guardò bene dal voltarsi per degnarmi di una sola occhiata. Ma scoprii che si può capire l'espressione di una persona dalla sua nuca. Oltrepassammo veloci un posto di blocco, visto che a Khay bastò un cenno alle guardie scelte del quartier generale, e fui condotto nelle stanze più segrete che si affacciavano su un altro corridoio altissimo; ci fermammo infine davanti a una grande porta a due ante di legno scuro, che era intarsiata d'oro e d'argento e sovrastata dal fregio di uno scarabeo alato. Khay bussò con decisione e, dopo una pausa, le porte si aprirono consentendoci di entrare in un vasto salone.
Superfici e mobili sfarzosi erano rischiarati da grandi ciotole di ferro battuto, sistemate lungo le pareti, in cui la fiamma brillava ferma e chiara. Mobili e arredi erano di una sobrietà impeccabile. Qui, pareva dicesse la stanza, si può vivere con calma, coltivando sentimenti elevati. Ma il salone aveva anche l'aspetto di uno scenario teatrale: come se dietro le facciate meravigliose si celassero le macerie dei muratori, i pennelli dei pittori e qualche lavoro non finito. Una giovane donna entrò in silenzio dalla corte che si estendeva oltre le porte aperte e si fermò sulla soglia, fra la luce delle lampade nelle grandi ciotole e le ombre che circondavano ogni oggetto. In lei c'era qualcosa di entrambe. Ankhesenamon avanzò nella luce e si fece più vicina. Il suo viso, splendente di gioventù, era seducente e fiducioso. Portava una parrucca alla moda, lucente, con le trecce, che ne incorniciava i lineamenti, una gonna di lino a pieghe che, annodata sotto il seno destro, scolpiva la figura elegante con il suo taglio fluido, e un largo collare d'oro, formato da innumerevoli file di amuleti e perle. Ai polsi e alle caviglie bracciali rigidi e braccialetti oscillavano e tintinnavano con eleganza al suo incedere. Anelli d'oro e di elettro scintillavano sulle dita delicate. Rotondi orecchini dorati sfavillavano alla luce della lampada. Aveva dipinto accuratamente il contorno degli occhi con il kajal, disegnando le linee nere con uno stile un po' fuori moda. E mentre mi osservava con un lieve sorriso sulle labbra, mi accorsi che intenzionalmente faceva di tutto per somigliare a sua madre. Khay chinò subito la testa, e io lo imitai aspettando che fosse lei a iniziare la conversazione, come richiedeva il protocollo. «Non so se mi ricordo di te, o se ricordo semplicemente quello che mi è stato raccontato.» La sua voce esprimeva padronanza di sé e curiosità. «Vita, prosperità e salute. Eravate molto giovane, maestà.» «In un'altra vita. In un altro mondo, forse.» «Le cose sono cambiate», dissi. «Solleva lo sguardo», disse lei quietamente e con un bagliore enigmatico negli occhi scuri si girò, aspettando che la seguissi.
Entrammo nella corte. Khay non si ritirò, ma ci seguì con discrezione tenendosi a distanza, in modo da udire le nostre parole senza darlo a vedere. Una fontana gorgogliava da qualche parte nell'oscurità. L'aria tenebrosa era profumata e fresca. La regina camminò per un sentiero ornamentale illuminato da lampade più tremolanti, inoltrandosi nell'oscurità sognante. Mi sovvenni della bambina petulante e frustrata che avevo conosciuto anni addietro. Adesso eccola: una giovane donna elegante e di belle maniere. Persino il tempo aveva voglia di prendermi in giro. Dove erano finiti gli anni? Forse era cresciuta di colpo, troppo in fretta, come succede alle persone giovani quando un cambiamento devastante si abbatte sulle loro vite. Pensai alle mie figlie, così a loro agio con se stesse e con i naturali cambiamenti dell'esistenza. Grazie agli dei della buona sorte, non avevano bisogno di strategie e apparizioni di quel genere. Anch'esse, tuttavia, stavano crescendo e si dirigevano a poco a poco verso il futuro che le attendeva. «Allora ti ricordi di me», sussurrò mentre camminavamo. «Avevate un nome diverso a quei tempi», risposi prudentemente. Distolse lo sguardo per un istante. «Non ho potuto scegliere il mio destino. Ero una bambina scontrosa e infelice e, a differenza delle mie sorelle, non mi comportavo come una principessa; ora che sono tutte morte, mi tocca occupare un posto molto più importante. Ho una nuova identità, ma non mi sento ancora degna del ruolo per il quale sono stata... designata. È questa la parola? O destinata?» Sembrava che parlasse di un'estranea, non di se stessa. Giungemmo a una lunga piscina d'acqua scura al centro della corte, con lampade a olio in ogni angolo. La luna vi si rifletteva, ondeggiando lenta nel sogno dell'acqua. Il luogo aveva qualcosa di romantico e segreto. Passeggiammo lungo il bordo della piscina. Sentivo che ci stavamo avvicinando al cuore del problema. «Mia madre mi disse che se mi fossi trovata in pericolo avrei dovuto rivolgermi a te. Mi assicurò che saresti venuto.» «Eccomi qui», risposi a bassa voce. Avevo sigillato il ricordo di sua
madre in una scatola che avevo riposto in un angolo della mente. Il ricordo era troppo potente, e senza speranza, perché potessi fare diversamente. E anche se ormai era morta, non cambiava nulla, perché continuava a vivere nei miei sogni dove non avevo il potere di controllarla. «Dato che mi avete fatto chiamare, e considerata la mia presenza qui, il pericolo deve essere grave.» Un pesce ruppe la superficie immobile, formando nell'acqua anelli concentrici che si infransero silenziosi sulle sponde della piscina. Il riflesso della luna si spezzò e lentamente si ricompose. «Sono preoccupata dai segni. Dai presagi...» «Non credo molto ai segni e ai presagi.» «Così ho sentito dire, ed è importante. Io e mio marito ci lasciamo spaventare con troppa facilità. Abbiamo bisogno di una persona meno superstiziosa, afflitta da meno paure. Credo di essere una donna moderna che non si lascia spaventare da cose inesistenti, ma sotto sotto non è così. Forse questo palazzo non aiuta. È così grande e senza vita che l'immaginazione lo popola dei propri timori. Un soffio di vento arriva dalla direzione sbagliata, dalla Terra Rossa, e io avverto immediatamente la presenza di spiriti malvagi che muovono le tende. Queste camere sono troppo grandi perché vi si possa dormire tranquillamente. Tengo le lampade accese tutta la notte, mi affido alla magia, stringo gli amuleti come una bambina... è ridicolo, perché non sono più una bambina e non posso cullarmi nelle paure infantili.» Guardò lontano. «La paura è una nemica potente, ma anche un'utile amica.» «Questa è una tipica affermazione maschile», replicò divertita. «Forse dovreste dirmi di che cosa avete paura», dissi. «Mi dicono che sai ascoltare.» «Non è quello che sostengono le mie figlie.» «Già, hai delle figlie. Una famiglia felice...» «Non è sempre così semplice.» Annuì. «Nessuna famiglia è semplice.»
Fece una pausa, pensierosa. «Ho sposato mio marito quando eravamo entrambi molto giovani. Io avevo qualche anno più di lui, ma eravamo due bambini, che lo stato ha unito per via delle sue alleanze di potere. Nessuno ci ha chiesto se lo volessimo. Adesso ci esibiscono come statue nelle cerimonie pubbliche. Eseguiamo i rituali. Compiamo i gesti previsti. Ripetiamo le preghiere. Poi ci riportano a palazzo. In premio per la nostra obbedienza, abbiamo lusso, privilegi e piaceri. Non mi lamento, è tutto quello che ho. Da molti anni, questo luogo sacro e bellissimo mi fa da casa: non ne ho mai conosciute altre. È una prigione, ma l'ho sempre sentita come casa mia. È strano che la pensi così?» Scossi la testa. Fece di nuovo una pausa, pensando alle parole che stava per dire. «Ultimamente, però, non mi sento al sicuro, nemmeno qui.» «Perché?» «Per una serie di motivi. In parte, forse, perché avverto dei cambiamenti nell'atmosfera che si respira. Questo palazzo è un mondo molto controllato e disciplinato. Perciò, quando le cose cambiano, me ne accorgo subito: oggetti che non sono dove dovrebbero essere, o che appaiono dal nulla. Cose che non hanno senso e che, tuttavia, considerate sotto una luce diversa, potrebbero implicare qualcosa di misterioso... e poi, oggi...» Le mancarono le parole. Si strinse nelle spalle. Aspettai che riprendesse. «Parlate di quello che è successo durante la festa? Il sangue...?» Scosse la testa. «No. Parlo di qualcos'altro.» «Me lo potete mostrare?» «Certo. Ma prima devo dirti ancora una cosa.» Mi fece sedere su una lunga panchina tra le ombre e parlò in tono più prudente e sussurrato, come una cospiratrice. «Quello che sto per confidarti è un segreto, di cui sono al corrente, oltre a me, solo pochi uomini fidati. Mi devi dare la tua parola che manterrai il silenzio. Le parole hanno potere, e anche il silenzio ne ha. Sono poteri che mi appartengono, vanno rispettati e
osservati. Se non lo farai, lo verrò a sapere e sarai punito.» Mi guardò con espressione solenne. «Avete la mia parola.» Annuì sollevata e inspirò profondamente. «A breve Tutankhamon annuncerà la sua incoronazione e ascensione al trono. Avrebbe dovuto farlo oggi, dopo aver comunicato con gli dei. Non è stato possibile, ovviamente. Questa volta ce lo hanno impedito, ma non ci faremo fermare. È in pericolo il futuro del regno.» Mi guardò, in attesa delle mie reazioni. «È già il sovrano», commentai con prudenza. «Solo di nome, perché Ay è il reggente, e detiene tutto il potere. Il suo governo è l'autorità che domina il paese. Rimane invisibile e, con quella copertura, fa quel che vuole, mentre noi siamo soltanto i suoi burattini. Dobbiamo prendere il potere adesso. Siamo ancora in tempo.» «Sarà molto difficile. È molto pericoloso.» «Certo. Adesso sai perché ti ho fatto chiamare.» Sentivo le tenebre del palazzo infittirsi intorno a me a ogni parola che pronunciava. «Posso fare una domanda?» Annuì. «Siete certa che Ay non voglia dare il suo appoggio al re?» Di colpo Ankhesenamon assunse l'espressione più malinconica che avessi mai visto in una donna. Fu come se la porta del suo cuore si fosse improvvisamente aperta per una folata di vento, e in quell'attimo capii che non ci sarebbe stato ritorno da quella strana notte, né fuga dal lugubre labirinto di quel palazzo. «Se sapesse, ci annienterebbe entrambi.» Nei suoi occhi lessi determinazione e paura al tempo stesso. «Siete certa che non sappia?» «Non posso esserne sicura», disse, «ma non ne ha dato segno. Tratta il re con disprezzo e lo tiene in una condizione infantile di dipendenza ormai superata. La sua autorità deriva dalla nostra arrendevolezza, ma parte da presupposti sbagliatissimi: ci sottovaluta. Mi sottovaluta. Non lo sopporterò ancora a lungo. Siamo i figli di nostro padre. Io sono la figlia di mia madre. C'è lei dentro di me, che mi chiama, mi incoraggia, mi infonde sicurezza
contro le mie paure. È giunta l'ora di far valere i nostri diritti dinastici. Credo di non essere la sola a ripudiare un mondo governato da un uomo dal cuore tanto duro.» Dovevo riflettere attentamente. «Ay ha molto potere. È anche straordinariamente intelligente e spietato. Vi serve una strategia efficace e fuori dell'ordinario per sconfiggerlo», risposi. «Ho avuto molto tempo a disposizione per studiare lui e gli stratagemmi della sua mente. L'ho osservato a lungo, mentre credo che lui, al contrario, non mi abbia mai preso in considerazione. Sono una donna, quindi non si cura di me, non mi vede neanche. Ma... mi è venuta un'idea.» Per un attimo sembrò molto fiera di sé. «Conoscete la posta in gioco, vero?» dissi con prudenza. «Anche se riusciste a proclamare l'ascensione al trono del re, Ay manterrebbe saldamente le redini del governo. Controlla molte fazioni e molti potenti.» «La crudeltà di Ay è nota, ma noi non siamo privi di alleati e a lui non mancano nemici importanti. E poi c'è il suo amore ossessivo per l'ordine. Si farebbe tagliare a pezzi piuttosto che rischiare di far ripiombare il mondo nel caos.» «Preferirebbe, sempre e comunque, far tagliare a pezzi mille altri prima di lui.» Per la prima volta sorrise. «La preoccupazione maggiore di Ay è una minaccia alla sua supremazia che proviene da tutt'altra parte. Il generale Horemheb sta aspettando l'occasione, lo sanno tutti. E, ricorda, abbiamo un altro vantaggio su Ay, forse il più importante...» «Quale sarebbe?» «Il tempo. Ay è vecchio. Gli dolgono le ossa. Ha male ai denti. Il tempo, il distruttore, l'ha scovato e si sta prendendo la sua rivincita. Noi siamo giovani e il tempo è nostro alleato.» Rimase seduta in tutta la semplice bellezza della sua giovane età, vestita con l'oro del dio sole, e sorrise a quel pensiero. «Il tempo è anche un emerito traditore e ci tiene tutti alla sua mercé.» Annuì.
«Sei saggio a riconoscerlo, ma questo è il nostro momento. Dobbiamo cogliere l'attimo, per la nostra salvezza e per la salvezza delle Due Terre. Se non ci riusciamo, prevedo tempi bui per tutti noi.» «Posso fare un'ultima domanda?» Sorrise. «Ho sentito dire che ti piacciono le domande. Devo riconoscere che è vero.» «Tutankhamon quando annuncerà la sua incoronazione?» «Nei prossimi giorni. È stata fissata un'altra data per la cerimonia di inaugurazione della nuova Sala delle Colonne. In quel giorno il re entrerà nel sacrario segreto e sarà il momento più propizio al cambiamento.» Era intelligente e sveglia. Il re avrebbe fatto visita agli dei e, dopo un simile evento, l'annuncio sarebbe stato perfetto, sancito dall'autorità divina. Sentii un fremito di emozione alla prospettiva di un cambiamento: una sensazione che non provavo da tempo. Poteva funzionare. Sapevo, tuttavia, che il mio ottimismo era pericoloso, poteva trascinarmi nell'imprudenza; per ora, eravamo ancora nel mondo delle ombre. «Avete detto che volevate mostrarmi qualcosa.»
Capitolo 7 Era un intaglio di piccole dimensioni che raffigurava Akhenaton, Nefertiti e le figlie maggiori, in adorazione di Aton, il disco solare, il grande simbolo della loro rivoluzione. Dal disco scendevano numerosi raggi, ciascuno dei quali terminava con una mano divina che offriva Xankh, il sacro simbolo della vita, a strane figurette umane con le braccia alzate nell'atto di ricevere le benedizioni divine. Benché le membra fossero rappresentate nella forma allungata e fluida tipica dello stile del periodo, si trattava certamente di un ritratto di famiglia. Non avendo erosioni o screpolature ai margini, causate dal vento e dal tempo, la pietra non doveva risalire a molti anni addietro. Proveniva senz'altro dalla città di Akhenaton. Presentava alcune caratteristiche inquietanti. In primo luogo, i geroglifici del nome di Aton erano stati cancellati. I nomi hanno potere e quella era una profanazione voluta, una minaccia all'anima stessa di Ra. In secondo luogo, il disco del sole, il grande cerchio simbolo della vita, era stato asportato. Nessuna delle due manomissioni, tuttavia, era un fatto inconsueto poiché, dopo l'abolizione della religione, gli atti di iconoclastia erano comuni. Ma la cosa peggiore era che gli occhi e i nasi di tutti i membri della famiglia reale fossero stati asportati con uno scalpello, sicché nell'Aldilà non avrebbero più potuto utilizzare vista e olfatto. Notai che erano stati cancellati anche i nomi regali di Ankhesenamon: una profanazione mirata. La pietra intagliata era stata rinvenuta in una scatola quel mattino, all'interno degli appartamenti reali, mentre si svolgeva la festa. Un cartiglio offriva in regalo il contenuto al re e alla regina. Nessuno ricordava che fosse stata consegnata, e alle guardie reali di sorveglianza al cancello non risultava alcuna registrazione del suo recapito. Sembrava comparsa dal nulla. La scatola in sé e per sé non aveva nulla di speciale. Era una scatola intagliata, forse di legno d'acacia, di stile e fattura tebana. Rovistai tra la paglia in cui era stata avvolta. Nessuna annotazione. Nessun messaggio. La pietra
intagliata era il messaggio. Entrarne in possesso non doveva essere stata un'impresa da poco, poiché Akhenaton, la Città dell'Orizzonte, benché non del tutto disabitata, stava lentamente tornando a essere polvere e quasi nessuno vi si recava più. Aveva fama di essere un posto abbandonato e maledetto. Studiai l'enigmatico oggetto insieme a Khay. «Pensate possa esserci un collegamento tra la pietra e quello che è successo oggi al tempio e che i due episodi costituiscano una minaccia alle vostre vite?» domandai. «Ciascuno di essi, preso separatamente, di per sé sarebbe allarmante. Due in un giorno solo...» rispose. «Quello che è accaduto oggi non deve essere per forza collegato alla comparsa di questa pietra», dissi. «Come fai a esserne sicuro?» replicò subito Ankhesenamon. «L'evento pubblico è stato un'azione di dissenso di matrice politica. Questa pietra è più intima, personale.» «Mi sembra un po' vago», disse Khay in tono frivolo. «Il primo è stato un gesto rozzo, compiuto da un gruppo di persone che non avevano altro modo di manifestare opposizione e rabbia. Non avrebbero potuto accedere al potere costituito se non scagliando qualcosa contro il re nel corso di una cerimonia. Nonostante la drammaticità dei suoi effetti, non è l'azione di persone potenti. Si tratta di esclusi, emarginati, che non esercitano alcuna influenza. Questa pietra è diversa: è più efficace, più significativa e raffinata. Implica la conoscenza della scrittura, del potere dei nomi e degli effetti dell'iconoclastia. Ha richiesto una preparazione notevole e una conoscenza dall'interno delle misure di sicurezza in vigore negli appartamenti reali. Possiamo dedurne che è opera di un membro dell'aristocrazia, forse di qualcuno che fa parte della gerarchia.» «Che cosa stai insinuando?» domandò Khay, irrigidendosi. «Che arriva dall'interno del palazzo.» «Assolutamente impossibile. Gli appartamenti sorvegliati ininterrottamente e con molta diligenza.»
reali
sono
«Eppure, eccola qui», dissi. Sollevò il mento appuntito. Si inalberò con legittima indignazione come un uccello molestato. Seguitai prima che potesse interrompermi: «Inoltre, chi ha perpetrato il crimine era molto sicuro del fatto suo, perché l'oggetto mira a insinuare la paura là dove crea più danno. Nella mente del re e nelle persone a lui più vicine». Mi fissarono sconcertati. Forse avevo parlato troppo, attribuendo al re debolezze umane, ma ormai era troppo tardi per la correttezza e il rispetto del protocollo. «... o forse il colpevole sperava di produrre un effetto simile. Posso dare per scontato che nessuno ne è al corrente?» Khay assunse l'espressione di chi ha appena mangiato un frutto acerbo. «Ay ne è stato informato. Vuole sapere tutto quello che accade negli appartamenti reali.» Per un istante nessuno parlò. «Sai quello che sto per chiederti», disse Ankhesenamon con voce pacata. Annuii. «Volete che trovi chi ha inviato l'oggetto e ha commesso questa dissacrazione piena di ostilità.» «Ci sono persone malevole che hanno accesso agli appartamenti reali e vanno scovate, ma io ho bisogno di qualcosa di più: voglio che ti occupi di me e di mio marito come nostro... protettore privato. Voglio che tu sia il nostro guardiano, la persona che ci sorveglia in incognito...» «Avete le guardie di palazzo», obiettai. «Non mi posso fidare di loro.» Ogni frase di quella conversazione mi faceva sentire sempre più in trappola. «Sono un uomo solo.» «Sei il solo uomo. Per questo ti ho fatto chiamare.» L'ultima porta che avrebbe potuto farmi uscire e tornare alla vita che avevo scelto si chiuse in silenzio. «Qual è la tua risposta?» Nella mia mente se ne affollarono molte e tutte in conflitto tra
loro. «Per me sarà un onore adempiere alla promessa che feci a vostra madre», risposi infine. Mi si strinse il cuore pensando alle conseguenze di quelle parole. Sorrise sollevata. «Tuttavia, non posso abbandonare la mia famiglia...» «Forse è anche meglio. Deve rimanere un segreto fra noi. Farai la tua solita vita, poi...» «Ay mi conosce. Altri saranno informati della mia presenza. Non posso restare qui in segreto. Il mio compito diventerebbe impossibile. Dite semplicemente che avete assunto al vostro servizio anche me, oltre alle guardie di palazzo, per le minacce che avete ricevuto. Dite che sono qui per fare una verifica indipendente dei sistemi di sicurezza interni.» Lanciò uno sguardo a Khay, che soppesò le opzioni e infine fece un solo cenno col capo. «Accordato», disse lei. Il pensiero della doppia vita che mi aspettava mi rese ansioso e, se devo essere sincero, eccitato. Avevo promesso a Tanefert che non avrei abbandonato la famiglia. Ragionando, mi dissi che non ero venuto meno alla promessa, perché non avrei dovuto lasciare la città per inseguire quel mistero. E, sotto il controllo di Nebamon, non mi rimaneva molto da fare al quartier generale del Medjay. Mi chiesi perché stessi cercando di autoconvincermi. Khay mi stava facendo capire con opportuni rumori che era giunta l'ora di andarsene. Salutammo in modo formale. Ankhesenamon mi prese le mani fra le sue, come se con quel gesto volesse sigillare i segreti che ci eravamo scambiati. «Grazie», mi disse con gli occhi traboccanti di una sincerità di circostanza. Poi sorrise, un sorriso aperto e caldo questa volta, nel quale intravidi per un istante il viso di sua madre; non la bellissima maschera pubblica, ma la donna vera e palpitante. Le grandi porte a due battenti si aprirono silenziose alle nostre spalle e indietreggiammo, inchinandoci, fino a quando le porte si
richiusero e ci ritrovammo nel lunghissimo corridoio ovattato, con le sue tante porte tutte uguali, come nella scena di un incubo. Dovevo urinare e volevo verificare se le voci sul sistema idrico fossero vere. Khay mi condusse in un corridoio laterale. «Terza porta a sinistra.» Arricciò il naso. «Ti aspetterò davanti alla camera della regina.» Si girò. Entrai. Lo spazio era lungo e stretto e sul pavimento di pietra erano state dipinte pozze d'acqua dove nuotavano pesci dorati. Una grata lasciava entrare i profumi freschi della notte. Alcune candele ondeggiarono per lo spostamento d'aria provocato dal mio ingresso. Feci quel che dovevo. Nel silenzio totale, quasi religioso, il rumore fu eccessivo. Mi sentii come se stessi pisciando in un tempio. Mi lavai le mani in un bacile versando l'acqua da una brocca. Nessun miracolo di idraulica in quel luogo. Mi stavo asciugando le mani quando avvertii qualcosa - i capelli si rizzarono sulla nuca, un'ombra confusa apparve sulla superficie levigata dello specchio di rame - e mi girai all'istante. La donna mi guardava attenta, con gli occhi intelligenti che scintillavano nella luce fioca, i capelli neri legati stretti dietro la nuca, il viso angoloso e scarno, con le vesti che facevano pensare agli abiti delle ombre. «Mi conosci?» disse con voce bassa e pacata. «Dovrei?» Scosse la testa, delusa. «Sono venuta a dirti il mio nome.» «In un gabinetto?» «Mi chiamo Maia.» «Il tuo nome non mi dice niente.» Schioccò la lingua, seccata. Terminai di asciugarmi le mani. «Ero la balia del re. L'ho nutrito dal giorno della sua nascita. Mi sta a cuore come a nessun altro.» Doveva aver vissuto nella città di Akhenaton, assistendo in prima persona alle vicende della vita di Akhenaton e della famiglia reale. Si sapeva che il re era figlio di Kiya, una consorte del re rivale di Nefertiti. Kiya era scomparsa. E in seguito Tutankhamon, figlio di
Kiya, aveva sposato Ankhesenamon, figlia di Nefertiti. I figli delle due rivali, entrambi discendenti di Akhenaton e ultimi superstiti della loro linea ereditaria, erano diventati marito e moglie. Un'ottima alleanza, dal punto di vista politico, ma una vita d'inferno, per loro. I figliastri raramente si amano, tanto meno quando entrano in gioco enormi poteri e ricchezze. Annuì, come se avesse seguito il filo dei miei pensieri. «Che cosa vuoi dirmi?» Si guardò intorno circospetta, malgrado il luogo. «Non fidarti di quella ragazza. Ha il sangue di sua madre.» «È la regina, come lo era sua madre. Perché non dovrei fidarmi di lei?» «Con tutti i tuoi poteri, non sai niente. Non vedi quello che ti sta davanti. Ti fai abbagliare dall'oro come uno sciocco.» Mi sentii prendere alla gola dalla rabbia. «Uomo orgoglioso. Uomo vanitoso. Pensaci! Sua madre si liberò della sua rivale, Kiya, la madre del mio re. Non bisogna dimenticarlo. Non bisogna perdonare. Kiya deve essere vendicata. E adesso arrivi tu come un cane in attesa davanti alla sua porta.» «Mi sembri una cantastorie da mercato. Non hai nessuna prova di quello che sostieni, e se anche tu avessi ragione, è successo tanto tempo fa.» «La prova è quello che ho visto. E vedo lei per quello che è, la figlia della sua dinastia. Nulla cambia. Sono venuta a metterti in guardia. A lei non interessa il marito. Si preoccupa solo di se stessa.» Mi accostai a lei, che si strinse nelle vesti. «Potrei farti arrestare per quello che hai detto.» «Arrestare Maia? Il re non lo consentirebbe. È il mio bambino e parlo per amor suo. Nessun altro lo ama. Senza di me, sarebbe solo in questo palazzo. Inoltre, so i loro nomi. Conosco i nomi delle ombre.» «Che cosa vuoi dire?» «Le ombre hanno potere», replicò, e con quelle parole
enigmatiche scivolò lungo la parete oscura e svanì.
Capitolo 8 Sul pontile, Khay mi consegnò il lasciapassare in papiro che mi avrebbe consentito di tornare al Palazzo di Malkata e di chiedergli udienza in ogni momento. Mi disse che viveva negli appartamenti reali e che avrei potuto rivolgermi a lui ogni volta che l'avessi ritenuto necessario. Il suo discorso mi confermò che aveva accesso a tutte le porte: la sua parola era legge e ogni suo bisbiglio arrivava alle orecchie del potere. Stavo per andarmene, quando mi porse una borsa di pelle. «Che cos'è?» «Consideralo un piccolo anticipo.» Guardai all'interno. Conteneva un anello d'oro di buona fattura. «Perché è così piccolo?» «Ritengo che sia sufficiente.» Le sue parole fecero l'effetto della sabbia tritata da una macina. Si girò e se andò, senza aspettare una risposta da parte mia. Rimasi a poppa a guardare dietro di me i rematori allontanarsi dalla riva, fino a quando il palazzo con la sua regina triste e il suo strano, giovane re clandestino sparì dietro i contrafforti a difesa del grande lago. La barca mi lasciò in un angolo lontano e appartato della darsena. Passai accanto alle centinaia di imbarcazioni lì ormeggiate con i loro occhi dipinti che, dondolando, si urtavano sulle scure correnti di superficie del fiume, le vele ammainate, gli equipaggi e i portuali addormentati sui ponti e all'ombra delle cataste di merci, avvolti nei loro sogni come corde arrotolate. Mi accorsi che all'altra estremità della darsena stavano sbarcando il carico di due navi. Le operazioni si svolgevano senza la luce di una torcia, ma forse poteva bastare il chiaro di luna. Gli uomini lavoravano in silenzio, con efficienza, e trasferivano contenitori d'argilla in un convoglio di carri. Vidi camminare tra loro un uomo alto e magro, che dirigeva le
operazioni. Contrabbandieri, probabilmente; nessun altro avrebbe osato navigare al buio tra i pericoli del fiume. Be', non era affar mio, avevo altre preoccupazioni. Camminare è la mia cura contro la confusione, l'unica attività che a volte mi fa ritrovare un equilibrio mentale. Ripresi la via del ritorno nelle strade deserte e la città mi apparve come un teatro vuoto, una costruzione di papiro, ombre e sogni. Esaminai con cura gli avvenimenti che mi aveva riservato quella giornata straordinaria. Le cerimonie della festa e la loro atmosfera stranamente tesa, lo sconvolgente atto sacrilego, la ragazza nella cella e la sua rabbia che, fermentando come il vino, aveva prodotto un sentimento oscuro e potente, il convegno notturno con la sovrana del regno ansiosa e impaurita, l'incontro con la nutrice del re, e l'avvenimento forse più impressionante di tutti: il ragazzo morto con le membra crudelmente fracassate e ricomposte con orribile perfezione, e la maledizione sulla striscia di lino. Qual era il filo che univa gli eventi della giornata? Forse non avevano nulla in comune, ma io ho l'abitudine di vedere una trama anche dove non esiste. Avvertivo qualcosa, tuttavia, un'intuizione sfuggente, quasi alla periferia della mente, simile al margine scintillante di un frammento che lampeggia per un attimo fra le rovine, ma poi sparì. In quel momento niente quadrava. Mi piace pensare che gli elementi più disparati possono essere legati tra loro in modo inatteso, più simile al sogno o alla poesia che alla realtà. I miei colleghi mi prendono in giro, e forse hanno ragione, ma ritengo che il mistero che si cela nel cuore degli esseri umani non sempre si possa sondare con la logica, come pensano loro. Però, adesso, a che mi serviva questa convinzione? Ripensai all'intaglio sulla pietra. A un'analisi superficiale, esprimeva ostilità verso il sistema politico che aveva messo al centro Aton e di cui il re era l'erede, il superstite e (come aveva reso esplicito con dichiarazioni e atti pubblici, e facendo costruire i nuovi edifici) l'attuale distruttore. Il gesto iconoclasta non era anomalo e la domanda da porsi era: perché avevano recapitato la pietra in quel modo così studiato, addirittura intimo? A un'analisi più sottile, si trattava di una grave minaccia: la cancellazione del simbolo rappresentava la cancellazione della realtà. Il re era anche il sole. L'obliterazione del sole e, peggio ancora, dei nomi reali,
rappresentava la cancellazione del re e della regina nella vita ultraterrena. C'era dell'altro: la furia selvaggia con cui erano stati inferii i colpi di scalpello parlava di una rabbia profonda, quasi folle, come se ogni colpo fosse diretto all'anima immortale dei sovrani. Ma perché, e chi l'aveva fatto? Guardai la luna sospesa sui tetti e i pilastri del tempio, simile alla falce di luce nell'occhio sinistro di Horus; all'improvviso rammentai che ai bambini raccontiamo un'antica favola in cui quella falce è il frammento mancante dell'occhio distrutto del dio, che Thot, signore della scrittura e dei segreti, ricompose. Adesso ne sappiamo di più; le nostre osservazioni ci hanno fatto conoscere le azioni e i movimenti dei corpi celesti, il nostro calendario stellare riporta il loro moto perpetuo, il loro ripresentarsi nel corso dell'anno e nell'immensità temporale. Improvvisamente pensai: e se la pietra avesse un significato più banale? Se comunicasse la parola eclisse? Alludeva forse a un'eclisse vera e propria? Magari l'eclisse del sole vivente era soltanto una metafora. E se invece non lo fosse stata? Sembrava un collegamento ragionevole e, non so dire perché, l'idea mi piacque. Ne avrei parlato a Nakht, che sapeva tutto sull'argomento. Mi incamminai per la mia strada, spinsi il cancello e l'aprii, entrando nel cortile. Thot mi aspettava all'erta, ritto sulle zampe posteriori, come se sapesse del mio arrivo e si fosse preparato per presentarsi al meglio. Qualche anno prima Tanefert aveva insistito nel farmelo comprare perché le strade della città erano diventate ancor più pericolose per un uomo del Medjay come me. Diceva di volerlo perché restasse di guardia alla casa, ma il suo vero scopo era che avessi più protezione durante il lavoro. Avevo acconsentito per farle piacere. Ora, però, ero quasi disposto ad ammettere che amavo l'animale per le sue caratteristiche: intelligenza, lealtà e dignità. Fiutò l'aria intorno a me, come per indovinare che cos'era accaduto, e mi guardò negli occhi con il suo solito sguardo di dolce sfida. Gli passai la mano tra il pelo, e lui mi girò intorno, pronto a ricevere altre attenzioni. «Sono stanco, vecchio mio. Tu sei stato qui a pisolare, mentre io ero al lavoro...» Tornò al suo posto e si accucciò, con gli occhi color topazio che
scrutavano vigili il buio. Richiusi la porta esterna ed entrai silenziosamente in cucina. Mi lavai i piedi, bevvi una coppa d'acqua dalla caraffa d'argilla e mangiai un pugno di datteri. Percorsi il corridoio e tirai la tenda della nostra stanza cercando di fare meno rumore possibile. Tanefert era girata su un fianco, il profilo delle spalle e dei fianchi un elegante tratto sinuoso su un rotolo scuro, rivelato dalla luce della lampada. Mi spogliai, mi stesi accanto a lei, deponendo la borsa di pelle vicino al giaciglio. Sapevo che era sveglia. Mi avvicinai di più, passai le braccia intorno al suo corpo tiepido, adattando la mia forma alla sua, e baciai la sua spalla liscia. Si voltò verso di me, per metà divertita e per metà seccata, mi baciò nel buio ed entrò nel mio abbraccio, morbida e tranquilla. Questo mi faceva sentire a casa più di ogni altra cosa. Baciai i suoi capelli neri e lisci. Che cosa avrei dovuto raccontarle degli eventi di quella notte? Sapeva che parlavo poco del mio lavoro e comprendeva la mia reticenza. Non se ne era mai risentita, perché sapeva che avevo bisogno di tenere separate le due cose. In ogni caso, riesce sempre a sapere tutto: si accorge subito dalla mia espressione, o dal modo in cui entro in casa, se c'è qualcosa che non va o che mi preoccupa. Non potevano esserci segreti, e così le raccontai. Ascoltando mi accarezzava il braccio, come per calmare la propria ansia. Sentivo battere il suo cuore, l'uccello dell'anima nell'albero verde della vita. Finito il racconto, rimase immobile per un po', ponderando con calma ogni cosa, guardandomi e, in un certo senso, guardando oltre me, con l'intensità con cui si guarda il fuoco. «Avresti potuto rifiutare.» «Avrei dovuto, secondo te?» Il suo silenzio era eloquente, come sempre. «Domani lo restituirò.» Sollevai la borsa e feci cadere l'anello d'oro sul palmo della sua mano. Gli diede un'occhiata e me lo restituì. «Non chiedermi di dirti quello che devi fare. Sai che lo detesto. Non è corretto.»
«Allora, cosa c'è?» Si strinse nelle spalle. «Cosa c'è?» «Non so. Ho una brutta sensazione...» «Dove?» Allungai la mano verso di lei. «Non fare lo stupido. So che ogni giorno è pieno di pericoli, ma cosa può venirne di buono da questa storia? Intrighi di palazzo, attentati alla vita del re? Brutto affare. Ho paura. Ma guardati: ti brillano di nuovo gli occhi...» «Solo perché sono stanchissimo...» Sbadigliai in modo esagerato, per fare effetto. Per un po' restammo in silenzio. Sapevo che cosa pensava. E lei sapeva che cosa pensavo io. Poi mia moglie parlò. «Abbiamo bisogno di quell'oro», disse. «E tu non puoi farci nulla. Adori i misteri.» Sorrise con tristezza nel buio alle implicazioni delle sue parole. «Adoro mia moglie e i miei figli.» «Ma siamo abbastanza misteriosi per l'Indagatore di Misteri?» «Tra non molto le nostre figlie ci lasceranno. Sekhmet ha quasi sedici anni. Com'è successo? Per me è un gran mistero come abbia fatto il tempo a passare così in fretta da quando andavano a quattro zampe, rigettavano il pasto e sorridevano fiere con i loro musini sdentati. E adesso, guarda...» Tanefert fece scivolare la sua mano nella mia. «Guarda noi. Una coppia di mezz'età che ha bisogno di dormire.» Così dicendo, si sistemò sul poggiatesta e chiuse gli occhi eleganti. Mi chiesi se quella notte il sonno mi avrebbe fatto visita. Ne dubitavo. Dovevo pensare a come affrontare quel nuovo mistero al sorgere del sole, di lì a poco. Mi sdraiai e fissai il soffitto.
Capitolo 9 Arrivai negli uffici della tesoreria poco dopo l'alba. Un uomo delle pulizie lavorava con una scopa e un secchio muovendosi a ritroso sul grande pavimento, spruzzando acqua fresca con movimenti abili e spazzando fino a far brillare le pietre di fronte a sé. Lavorava impassibile, con metodo, a testa china, mentre cominciavano ad arrivare sul posto di lavoro i primi burocrati e funzionari; uomini vestiti di bianco che guardarono di sfuggita me e Thot con un accenno di curiosità, ma passarono accanto all'uomo delle pulizie come se non esistesse, lasciando le impronte dei sandali sporchi di polvere sul suo pavimento immacolato. L'uomo continuava a ripulire con infinita pazienza. Quell'uomo non avrebbe mai camminato su un pavimento di pietra pulito e scintillante. Non guardò mai l'estraneo seduto in attesa sulla panchina, con un paziente babbuino al fianco. Infine, un funzionario d'alto livello, l'incaricato del tesoro, mi fece entrare nel suo ufficio con una sfumatura di ansia malcelata sotto l'aspetto competente e affabile. Conoscevo il tipo: leale, consapevole e fiero dei suoi meriti, in grado di apprezzare la giusta ricompensa alla sua professione, gli agi procurati da una bella villa, fertili terreni e fedeli servitori. Lasciai fuori Thot legandolo. Ci accomodammo su due sgabelli, l'uno di fronte all'altro. Sistemò i pochi oggetti sul tavolino basso - statuette, vassoi, l'astuccio con i pennelli di giunco, la tavoletta, i dischetti degli inchiostri rosso e nero - e recitò la lunga litania dei suoi titoli, dal principio della sua vita professionale fino a quel momento. Solo allora mi chiese in che cosa poteva essermi utile. Gli dissi che volevo chiedere udienza ad Ay. Finse di essere sorpreso. Gli porsi il papiro con l'autorizzazione di Khay. Lo srotolò, e scorse in fretta i caratteri. Poi mi guardò con un'espressione diversa. «Va bene, puoi attendere un attimo?»
Annuii. Scomparve. Rimasi ad ascoltare i suoni scarsamente interessanti che provenivano dal corridoio e il lontano coro degli uccelli sul fiume. Lo immaginai bussare alle porte, una dopo l'altra, una scatola dentro l'altra, e infine giungere sulla soglia del sacrario più riposto. Quando ricomparve, sembrava che avesse camminato a lungo. Era senza fiato. «Se vuoi seguirmi...» Passammo per le fitte ombre e gli angoli di luce che il sole proiettava sui corridoi. Le guardie alle porte alzarono le armi in segno di rispetto. Il funzionario mi lasciò sull'ultima soglia. Non era autorizzato a proseguire. Un assistente spocchioso e nervoso - uno dei tre di servizio che sedevano rigidi fuori dell'ufficio - bussò alla porta come uno scolaro agitato, e rimase in ascolto. Doveva aver udito qualcosa, perché aprì e mi fece entrare. La stanza era vuota. L'arredamento era ridotto all'essenziale: due divani di fattura straordinaria, posti uno di fronte all'altro. Un tavolo basso, di una bellezza assolutamente funzionale, era posto esattamente al centro, equidistante dai divani. Le pareti non erano decorate, ma rivestite di una pietra così fine che la venatura non si interrompeva per tutta la superficie. Persino la luce che entrava nella stanza era ridotta al minimo, calma e perfetta. Quell'ordine assoluto mi diede sui nervi. Solo per dispetto spostai il tavolino, in modo da alterare l'impeccabile allineamento. Sulle opposte pareti c'erano due porte, piazzate come due pedine su una scacchiera. Senza che me ne accorgessi, una delle due si era aperta silenziosamente. Ay era apparso sulla soglia di quella scura e la sua veste bianca risplendeva alla luce proveniente da un'alta finestra. Sembrava un sacerdote. La sua espressione era difficile da decifrare. Chinai la testa. «Vita, prosperità e salute», dissi secondo la formula di rito, ma quando alzai lo sguardo rimasi sorpreso nel constatare che, come mi aveva detto Ankhesenamon, dall'ultima volta in cui ci eravamo visti tanti anni prima e nonostante il suo grande potere, Ay aveva iniziato a cedere sotto i colpi devastatori del tempo. Si
muoveva con circospezione, con rigidità, come se non si fidasse delle sue ossa. Era evidente che soffrisse di malaria, malgrado si sforzasse di nasconderlo. I suoi occhi da rettile, tuttavia, avevano mantenuto tutti i loro poteri di concentrazione e attenzione. Mi osservò con intensità, come un esperto che soppesa un oggetto dal valore incerto. La bocca sottile espresse l'inevitabile delusione e disapprovazione. Ricambiai il suo sguardo. Aveva la fronte solcata, gli occhi gelidi segnati dalle rughe, la pelle tirata sui lineamenti; quegli occhi erano infossati, quasi come quelli di un cadavere. Erano rimasti i segni rossi dei comedoni strizzati. Sentivo il profumo della pasticca che teneva sotto la lingua: chiodi di garofano e cannella, la cura per il mal di denti, maledizione della vecchiaia. «Siediti», disse con molta pacatezza. Eseguii, notando con quale difficoltà si abbassava per prendere posto su uno dei meravigliosi divani. «Parla.» «Saprai che ho...» «Basta.» Alzò la mano destra. Rimasi in attesa. «Se la regina avesse osato chiedere la mia opinione, le avrei proibito di mandarti a chiamare.» Mi squadrò dall'alto in basso. «Non mi piace che il Medjay interferisca con l'amministrazione e gli affari del palazzo.» «Mi ha fatto chiamare per motivi personali.» «Sono perfettamente al corrente della natura e delle vicende del tuo coinvolgimento con la famiglia reale», disse in tono pacato. «E se non dovesse rimanere una faccenda del tutto privata, puoi star certo che non avrei pietà né di te né della tua famiglia.» Annuii senza replicare. «A ogni modo, ho deciso che quella pietra non ha nessun significato. È da distruggere e da dimenticare.» La sua mano, ossuta e coperta di macchie scure, tremò appena
quando afferrò l'impugnatura del bastone da passeggio. Mi guardai intorno, osservando l'ordine perfetto della stanza. La vita e il suo naturale disordine erano completamente assenti. «E, tuttavia, ha messo in allarme il re e la regina.» «Sono dei bambini, e i bambini hanno paura delle cose irreali. Il fantasma nella tomba. Lo spirito malvagio sotto il letto. È superstizione. Non c'è spazio per la superstizione nelle Due Terre.» «Forse non è superstizione, ma immaginazione.» «Non c'è nessuna differenza.» Per te forse, testa vuota, pensai. Proseguì: «Nondimeno, questo rappresenta una falla nell'ordine. Le guardie del palazzo avrebbero dovuto scoprirla. Il fatto che abbia superato le mura è segno di grave negligenza e non sarà tollerato». «Ci saranno sicuramente delle indagini e si porrà rimedio alle carenze.» Non si curò del tono di disprezzo nella mia voce. «L'ordine è la priorità del potere. Dopo le catastrofi dovute all'arroganza del passato, il glorioso regno di Tutankhamon rappresenta il trionfo dell'ordine divino universale di maat per volontà degli dei. Abbiamo riportato l'ordine in queste terre. Nulla dovrà minacciarlo. Nulla.» «Poco fa, l'hai definito un bambino.» Mi guardò fisso e per un momento pensai che mi avrebbe cacciato. Non lo fece, e proseguii. «Perdonami se insisto sull'argomento, ma quando la folla comincia a lanciare sul re il sangue di un maiale sgozzato, davanti a tutti, nel momento culminante della festa di Opet...» «Un incidente isolato. Sono elementi di dissenso senza importanza e saranno eliminati.» Notò che il tavolino era fuori allineamento, aggrottò la fronte e lo ricollocò nella sua posizione originale. «Ed ecco che compare la pietra scolpita. Trovata nello stesso giorno? Nella gerarchia del palazzo c'è qualcuno che sta complottando contro il re. Se si tengono presenti le voci che corrono sul fallimento delle guerre contro gli ittiti e la lunga assenza del generale Horemheb...»
Avevo toccato un nervo scoperto. Il bastone da passeggio si abbatté sul tavolino che ci divideva. Una statuetta di vetro cadde frantumandosi. Abbaiò: «Il tuo compito è far applicare la legge, non fare domande sulla morale o sulla pratica della sua applicazione». Cercò di calmarsi. «Non hai nessuna autorità per parlare di questi argomenti. Perché sei qui a farmi perdere tempo? So che la regina ha chiesto di te. Perché dovrei preoccuparmi se vuole compiacere le sue ridicole manie di paura e protezione? E in quanto a te: ti consideri l'eroe di un romanzo di verità e giustizia. E invece chi sei? Altri sono stati promossi al posto tuo. Vivacchi in una posizione mediocre, snobbato dai colleghi, senza soddisfazioni. Pensi di essere complesso e sottile, con il tuo interesse per la poesia, quando invece eserciti una professione piena di pericoli che esalta la violenza del braccio della legge. Ecco chi sei, in poche parole.» Silenzio. Mi alzai. Rimase seduto. «Come dici tu, sono un personaggio da racconto sentimentale: assurdo, vecchio e fuori moda. La regina mi ha convinto. Non posso farci niente se ho un debole per le signore in difficoltà. Qualcuno grida la parola 'giustizia' e io appaio, come un cane.»
«Giustizia... che cosa c'entra adesso la giustizia? Niente...» Il tono
canzonatorio in cui quel vecchiaccio schifoso pronunciò la parola mi fece pensare a tutto quello che non era giusto. Mi mossi verso la porta. «Suppongo di avere la tua approvazione per continuare a indagare su questo mistero, senza badare a dove mi porterà.» «L'autorizzazione della regina è sufficiente. Appoggio il suo volere in tutto.» Naturalmente voleva dire: «Da me non avrai nessuna autorizzazione». Sorridendo aprii la porta, lasciandolo con le sue ossa doloranti nella sua stanza perfetta. Per lo meno avevo definito il mio ruolo nella situazione. E sapevo un'altra cosa importante: non sapeva nulla del progetto di Ankhesenamon.
Capitolo 10 Tornai al mio squallido ufficio in fondo alla parte sbagliata dell'ultimo corridoio, dove la luce cede le armi per la delusione e gli uomini delle pulizie non si prendono la briga di arrivare. Nessuna traccia di potere lì dentro. Naturalmente Ay aveva ragione. Non avevo nessuna prospettiva, come una foglia caduta che galleggia lenta in una pozza d'acqua stagnante. Il fascino dell'incontro della notte prima lasciò il posto alla cruda luce del giorno, e mi resi conto che non sapevo nemmeno da dove cominciare. In giornate come quella mi sento, come si suol dire, peggio del letame di avvoltoio. Thot mi precedeva scartando di qua e di là; conosceva la strada, così come sa tutto quello che importa sapere. Khety mi stava aspettando. Quando ha un mucchio di notizie da dare, ha un modo di comportarsi che riesco a sopportare solo nelle giornate in cui sono in buona. «Siedi.» Esitò per un attimo, sconcertato. «Parla.» «Ieri sera...» «Basta.» Si interruppe a bocca aperta, guardando prima me e poi Thot, come se l'animale potesse spiegare il motivo del mio cattivo umore. Restammo seduti come un trio di cretini. «Tu credi nella giustizia, Khety?» Parve un po' stordito dalla domanda. «Che cosa vuol dire, credi..?.» «È una questione di fede che va oltre l'esperienza, no?» «Ci credo, ma non penso di averla mai vista con i miei occhi.» Annuii per la bontà della sua risposta, e cambiai argomento.
«Hai delle informazioni.» Annuì. «Qualcosa che hai visto con i tuoi occhi», proseguii. Annuì di nuovo. «Hanno trovato un altro corpo.» «Che delusione», dissi con voce pacata. «Quando l'hanno scoperto?» «Stamattina, all'alba. Ti ho cercato a casa, ma eri già uscito. Questo è diverso.» Doveva essere stata stupenda. La notte prima era ancora una giovane donna, sui diciotto o vent'anni, prossima a diventare una bellezza perfetta. Adesso, però, al posto del viso e dei capelli aveva una maschera di foglia d'oro. Con la lama del coltello sollevai con cautela un angolo appiccicoso e vidi che sotto l'oro non c'era più il viso, solo il teschio, i tessuti sanguinanti e la cartilagine. Qualcuno, con un'abilità raffinata e raccapricciante, le aveva tolto la pelle, davanti e dietro, asportando il viso e gli occhi. Rimaneva una traccia netta dei suoi lineamenti nei contorni della maschera, dove il foglio era stato premuto sulle sue forme. L'avevano fatto prima di massacrarla; poteva servire a identificarla. Intorno al collo, sotto la veste di lino bianco, c'era un amuleto, un ankh, appeso a una delicata catenina d'oro; un bellissimo prodotto di oreficeria che prometteva protezione, poiché quello è il simbolo con cui scriviamo la parola «vita». Lo staccai e tenni il freddo oro nel palmo della mano. «Non è mai appartenuto alla ragazza», disse Khety. Guardai la stanza spoglia dove l'avevano trovata. Khety aveva ragione. L'oggetto era davvero troppo prezioso. Un piccolo tesoro, magari lasciato in eredità da una famiglia molto ricca. Avevo un'idea a proposito dell'identità del proprietario. Ma se avessi avuto ragione, il mistero della sua comparsa avrebbe peggiorato moltissimo le cose. «Ha un tatuaggio. Guarda...» disse Khety mostrandomi il disegno
di un serpente attorcigliato sull'avambraccio. Era un'opera rozza, di scarsa qualità. «Si chiamava Neferet e viveva sola. Il padrone di casa dice che lavorava di notte. È ragionevole dedurre che lo facesse in un locale notturno, o nei bordelli.» Osservai il bellissimo corpo. Perché, anche in questo caso, non si notava alcun segno di violenza o di lotta? Nessuno avrebbe sopportato quella sofferenza atroce senza dibattersi, mordersi la lingua e le labbra, lottando per sopravvivere nel tentativo di spezzare le corde che dovevano aver legato polsi e caviglie. E invece niente. Era come se tutto fosse stato portato a termine in un sogno. Mi aggirai nella stanza alla ricerca di indizi, ma non vidi nulla. Tornando al nudo giaciglio, la luce del sole filtrò dalla finestrella illuminando il corpo della ragazza. Fu solo allora che notai, sulla mensola accanto al letto, catturata di sbieco dall'intensa luce del mattino, la leggerissima traccia di un cerchio nella polvere; l'impronta di una tazza, che era stata posata ed era sparita. Una tazza fantasma, una tazza di sogni. Ripensai alla mia prima impressione, quando avevo immaginato che il ragazzo sciancato fosse stato narcotizzato dal suo assassino con il succo del papavero, o con qualche altra potente droga che lo aveva sedato mentre veniva sottoposto all'orrenda tortura. Il segreto che nella nostra epoca si cela nelle Due Terre - dietro i nuovi, grandi edifici e templi, le potenti conquiste, le scintillanti promesse di ricchezza e successo ai fortunati che vengono qui a faticare, a servire e a sopravvivere come possono - è che, per un numero sempre maggiore di persone, le tribolazioni opprimenti, le sofferenze quotidiane e le infinite banalità della vita sono rese sopportabili dall'illusione delle droghe. Un tempo, era il vino il mezzo per raggiungere la felicità artificiale; ora è tutto molto più sofisticato e uno dei maggiori segreti della medicina è diventato per molti l'unica gioia della vita. È irrilevante che l'euforia sia illusoria, almeno fino a quando l'effetto non svanisce lasciando il consumatore della droga in compagnia delle stesse miserie che lo avevano spinto a fuggire dalla realtà. I figli delle famiglie aristocratiche alleviano così le tensioni e le cosiddette
pressioni delle loro vite ricche e insensate. E chi, per una ragione o per l'altra, ha perso la rete di sostegno della famiglia, si trova ben presto a scendere la scala delle ombre che porta al mondo sotterraneo dove la gente vende i suoi ultimi beni - il corpo e l'anima - per un istante di felicità. Nella nostra epoca, il commercio in tutte le sue forme ha esteso le rotte e gli itinerari agli angoli più remoti e sconosciuti del mondo. Così, insieme alle merci essenziali al potere economico del regno legname, pietre, minerali, oro, forza lavoro - arrivano fin qui i nuovi prodotti di lusso, per terra, per mare e per fiume: pellicce rare, scimmie intelligenti, giraffe, boccali d'oro, tessuti, profumi nuovi e raffinati... la sconfinata serie dei desiderabili prodotti alla moda. E, naturalmente, i traffici segreti; la mercanzia dei sogni. Sacerdoti e medici hanno sempre usato le parti di alcune piante per la loro efficacia; alcune, come il papavero, sono così potenti che ne bastano poche gocce diluite in un boccale d'acqua per narcotizzare il paziente prima di un'operazione particolarmente dolorosa, per esempio un'amputazione. Ricordo che la dilatazione delle pupille è uno degli elementi che ne rivelano l'impiego. Lo so bene perché, nella vita notturna della città, le prostitute aumentano il loro fascino assumendo questa sostanza per far brillare gli occhi stanchi color della giada. Tutto sta nel dosaggio. Se è troppo elevato, gli occhi fioriscono nella luce strana e irreale della droga, chiudendosi per sempre nella morte. Illustrai la mia idea a Khety. «Perché mai l'assassino non uccide la vittima con la droga e non ricompone il corpo subito dopo?» domandò. Bella domanda. «Per lui, a quanto pare, è importante che il 'lavoro' sia eseguito quando la vittima è ancora viva. È il fulcro della sua ossessione. La sua fissazione...» «Questa parola mi fa accapponare la pelle...» sbottò Khety. «Dobbiamo scoprire dove lavorava la ragazza», dissi. «Le ragazze che arrivano in città a fare quel mestiere provengono da un sacco di posti. Cambiano nome, non hanno famiglia e non riescono più ad
andarsene.» «Vai nei locali notturni e nei bordelli. Vedi se trovi qualche traccia. Qualcuno potrebbe aver notato la sua assenza.» Gli mostrai la maschera d'oro. Annuì. «E tu?» «Tu fa' quello che ti ho chiesto, io seguirò un'altra pista.» Mi guardò con un mezzo sorriso. «Qualcun altro penserebbe che non ti vado più a genio.» «Non mi sei mai piaciuto.» Sogghignò. «Mi nascondi qualcosa...» «Deduzione corretta. I lunghi anni che abbiamo trascorso insieme non sono passati invano.» «Allora perché non ti fidi di me?» Mi toccai l'orecchio per confermare che sarei rimasto in silenzio, e gli indicai Thot. «Chiedi a lui. Sa tutto.» Il babbuino ci guardò con la sua espressione serissima. Ci recammo in una locanda tranquilla, lontana dalle zone indaffarate della città. A metà mattina erano tutti al lavoro e il posto era deserto. Ci sedemmo sulle panche in fondo al locale per bere una birra e mangiare un piatto di mandorle. Dopo aver fatto l'ordinazione al proprietario, silenzioso ma attento, sporgendomi verso Khety in modo da non farci sentire gli raccontai tutto quello che era accaduto la notte e il giorno precedenti, gli parlai del misterioso Khay, di Ankhesenamon, della pietra scolpita. Ascoltò attentamente, ma non disse nulla, chiese solo informazioni sull'aspetto del palazzo. Non era da lui. Di solito, Khety ha un'opinione ben fondata su qualsiasi cosa. Ci conosciamo da molti anni. Avevo brigato per fargli ottenere un posto da agente del Medjay a Tebe e far uscire da Akhenaton sia lui sia la moglie. Da allora è sempre stato il mio assistente. «Perché non parli?» «Sto pensando.» Bevve la birra a lunghe sorsate, come se pensare gli facesse venire
sete. «Quella famiglia è solo fonte di guai», concluse. «Dovrei ringraziarti per questa perla di saggezza?» Fece una smorfia. «Voglio dire: non ti far coinvolgere. Brutta faccenda.» «È quello che ha detto mia moglie. E secondo te che cosa dovrei fare? Lasciare la ragazza al suo destino?» «Non sai qual è il suo destino. E non è una ragazza, ma la regina. Non puoi accollarti la responsabilità di ogni cosa. Devi pensare alla tua famiglia.» Mi sentii vagamente irritato. Khety mi guardò. «Tu invece ti senti responsabile, non è così?» Mi strinsi nelle spalle, vuotai il boccale di birra e mi alzai, pronto ad andarmene. Thot stava già tirando il guinzaglio. Uscimmo nel calore e nella luce, con Khety che trotterellava per stare al passo con me. «Adesso dove vai?» mi domandò mentre scansavamo la folla. «Vado a trovare il mio amico Nakht. E tu cerca di scoprire tutto quello che puoi sulla sparizione della ragazza. Sai da dove cominciare le ricerche. Poi vieni da me.»
Capitolo 11 Andare a far visita al mio vecchio amico nella sua casa di campagna significa passare dal caos rovente della città a un mondo diverso, più tranquillo e razionale. Si è servito di una cospicua ricchezza per assicurarsi una vita lussuosa e piacevole, creando un piccolo regno di arte e sapienza nella sua residenza cintata da mura fuori città. La sua fama di coltivatore di fiori e allevatore di api gli ha guadagnato un titolo nuovo e inconsueto: «Sovrintendente dei giardinieri di Amon». Le migliaia di mazzi di fiori che decorano i templi nelle festività, e quelli che vengono offerti agli dei - per ricordare loro la vita ultraterrena — vengono coltivati sotto la supervisione di Nakht. Mi allontanai a piedi dalla periferia passando per l'ingresso meridionale e proseguii lungo il sentiero che conduce a casa sua. Il sole era alto nel cielo e la terra scintillava nel calore meridiano. Non avevo un parasole con me, ma le palme che fiancheggiavano la via mi offrirono un riparo sufficiente. Camminando osservai i raccolti abbondanti e ben curati nei loro filari, che si estendevano in ogni direzione. Qua e là il luccichio dei canali, pieni d'acqua per l'avvenuta inondazione, rifletteva in lunghe strisce l'azzurro chiaro del cielo. Incontrai poche persone, visto che tutti i braccianti stavano consumando il pasto di mezzogiorno e bevendo birra, oppure sonnecchiavano in file ordinate dovunque ci fosse un po' d'ombra, sotto i carretti, sotto le palme, di fianco alle case e ai granai, con i volti coperti dalle sciarpe. In alto sopra di noi, i falchi allargavano le ali bronzo scuro nelle correnti termiche e veleggiavano roteando mentre scrutavano il mondo sottostante. Mi sono chiesto spesso come appaia il mondo dal loro punto di vista privilegiato, che nessun uomo, condannato a camminare sulla terra con due gambe, potrà mai condividere. Immagino il serpente luccicante del Grande Fiume che scorre da un'estremità all'altra del mondo e i disegni dei campi coltivati, verdi e gialli, disposti a ventaglio sulle sue rive. Al di là si stende la sconfinata Terra Rossa, dove le famiglie reali
costruiscono le loro tombe di pietra eterna e i templi annessi ai margini della distesa selvaggia, il deserto, luogo della grande solitudine. Forse scorgono quello che a noi non è concesso vedere: il cammino del sole quando scende sotto l'orizzonte irraggiungibile del mondo conosciuto. Esiste davvero un vasto, infido oceano oscuro, popolato di divinità e di mostri, in quel grande, ineffabile regno dove il sole percorre la sua rotta notturna a bordo della propria imbarcazione, attraverso i pericoli della notte? È questo che ci raccontano gli uccelli da preda con le loro acute strida che somigliano a urla di avvertimento? Entrai nella prima corte della villa lunga e bassa di Nakht. Il suo servo, Minmose, uscì di corsa a salutarmi e mi fece entrare svelto, tenendomi premurosamente un parasole sulla testa. «Il cervello vi si cuocerà nel cranio come un uovo d'anatra, padrone, con il caldo che fa a quest'ora. Vi avrei mandato incontro un servo con un parasole se avessi saputo che ci avreste onorato di una visita.» «Ho deciso all'ultimo momento», gli spiegai. Si inchinò. «Il mio padrone è impegnato con gli alveari in fondo al giardino», disse. Si offrì di accompagnarmi. Era ansioso, lo sapevo, di udire notizie dalla città; pur a così breve distanza, la campagna è remota quasi come un altro mondo. Ma conosco bene il posto; sono anni che ci vengo, da solo o in compagnia delle ragazze. Sgusciò in cucina a preparare i rinfreschi, silenzioso come sempre. Attraversai la seconda corte, fermandomi un momento a gustare la stupenda veduta che mi si presentò. In città viviamo stipati come animali. Qui, nel lusso dello spazio e fra le alte mura a protezione della proprietà, tutto è pace; è come camminare su un rotolo di papiro vivente che illustri la bella vita ultraterrena. Seguii il bordo di pietra della lunga piscina ombreggiata dagli alberi; colma di fiori di loto bianchi e azzurri, fornisce l'acqua alle aiuole e agli orti e ospita la collezione di pesci ornamentali di Nakht.
Giardinieri alacri, vecchi e giovani, lavoravano con calma e attenzione, dedicandosi alle piante e agli alberi, innaffiando, strappando erbacce, potando e tagliando, visibilmente contenti del loro coscienzioso lavoro. Tralci rampicanti allungavano le spire ombrose sulle pergole. Piante e fiori insoliti ed esotici crescevano rigogliosi. Gli uccelli in libertà potevano approfittare di tutto quel che c'era e cantavano di piacere. Gli uccelli di palude si tuffavano e se la godevano all'ombra fresca dei papiri che crescevano nella lunga piscina. Il giardino era così bello da rasentare l'assurdo, tanto sembrava lontano dalla grandiosità, dalla miseria e dalla sporcizia della città. Trovai Nakht fra i suoi alveari, intento a fumigare le api per farle uscire dai cilindri d'argilla. Mi tenni a distanza di sicurezza, visto che non sono un patito delle api e dei loro pungiglioni, e mi sedetti all'ombra su uno sgabello per divertirmi a sue spese. Sembrava il sacerdote delirante di un culto del deserto e si muoveva a passo di danza, spingendo il fumo verso la nuvola gonfia di insetti impazziti. Trasferì con attenzione i favi nei contenitori e dopo poco ne riempì un vassoio. Allora si scostò, sollevò il cappuccio di protezione e si accorse della mia presenza. Mi salutò con un cenno della mano e si avvicinò, offrendomi un contenitore di miele. «Per i tuoi figli.» Ci abbracciammo. Un servitore gli porse una ciotola e un telo, poi arrivò Minmose con vino e spuntini, che dispose su un tavolino basso. Nakht si lavò il viso, sudato ma sempre elegante. Sedemmo all'ombra sugli sgabelli e mi versò del vino. Sapevo che sarebbe stato eccellente. «Che cosa ci fai qui in un giorno lavorativo?» domandò. «Sto lavorando.» Mi guardò attentamente, libò agli dei e bevve una lunga sorsata del suo vino. «Su cosa stai indagando? L'incidente durante la cerimonia?» «In parte.»
Sembrò incuriosito. «Ho l'impressione che il palazzo stia impazzendo più delle mie api...» «Qualcuno sta senz'altro frugando con un bastone nell'alveare reale...» Annuì. «Tu cosa ne pensi? È una cospirazione di palazzo?» domandò speranzoso. «Non credo. Penso che si tratti solo di un'anomalia. Nella peggiore delle ipotesi, un membro della gerarchia ha spinto un branco di ragazzi sconsiderati a compiere un gesto di violenza ingenuo e irresponsabile.» Sembrò quasi deluso. «Forse, ma l'effetto è stato di grande potenza. Ne parlano tutti. Sembra che abbia catalizzato il dissenso che covava sotto la superficie da anni. La gente mormora persino che sia imminente un colpo di stato...» «Ispirato da chi?» ribattei. «Mi viene in mente una sola persona. Il generale Horemheb», disse con una certa soddisfazione. Sospirai. «Non sarebbe un miglioramento rispetto al regime attuale», obiettai. «Sarebbe molto peggio, perché Horemheb ha una visione del mondo improntata alla vita militare. Non possiede la benché minima umanità», replicò, «ma siamo comunque nei guai perché quel gesto ha fatto sembrare vulnerabile il re. Quale sovrano può permetterselo? Il nostro re non ha mai avuto la stoffa del guerriero. È come se la dinastia si fosse indebolita ed estraniata sempre più con il succedersi delle generazioni. E adesso il re non ha nessun potere...» «Ed è sempre più esposto ad altre influenze», dissi. Nakht annuì. «Non è mai riuscito a far valere la sua autorità, in parte perché dopo Akhenaton nessuno l'avrebbe permesso, e in
parte perché è cresciuto all'ombra spaventosa di Ay. Che si è rivelato un tiranno. Non c'è da meravigliarsi che il ragazzo non riesca a esercitare il potere.» Ci piaceva condividere il nostro odio privato, ma profondo, nei confronti del reggente. «Stamattina sono andato a far visita ad Ay», dissi scrutando in viso Nakht. Parve sbalordito. «E perché mai?» «Non perché me l'abbia chiesto, ma ho dovuto.» «Che strano», disse il mio amico, sporgendosi per versarmi ancora un po' del suo vino eccellente. «Ieri sera ho incontrato Ankhesenamon», dissi dopo una pausa a effetto. «Ah...» Annuì lentamente, cominciando a mettere insieme gli indizi che gli fornivo un po' alla volta. «Ha mandato uno dei suoi a prendermi.» «Chi?» «Khay. Il capo degli scribi», risposi. «Sì, lo conosco: cammina come se avesse un bastone d'oro nel sedere. Che cosa ti ha detto la regina?» «Aveva qualcosa da mostrarmi. Una pietra. Proveniva da Akhenaton. Un'incisione di Aton.» «Interessante, ma non particolarmente degna di nota.» «No, finché non mi sono accorto che avevano rimosso il disco di Aton, le mani che reggono gli ankh, i nomi reali e quelli divini, i nasi e gli occhi delle figure reali», spiegai. Nakht diresse lo sguardo sul quadro idilliaco del suo giardino di colori e ombre. «Immagino che serpeggi un po' di iconoclastia, specialmente a palazzo.» «Proprio così. Sono tutti terrorizzati perché non sanno cosa
significa.» «Tu cosa pensi?» domandò. «Potrebbe trattarsi semplicemente di qualcuno che, covando un vecchio rancore, ha perso tempo a inventare un sistema con cui inviare un messaggio sgradevole alla famiglia reale.» «Ma la coincidenza...?» mi incalzò. «Lo so. Noi non crediamo nelle coincidenze, vero? Crediamo nei collegamenti. Il ragazzo morto con le ossa fracassate, l'amuleto dell'aristocrazia e, adesso, una ragazza morta con una maschera d'oro al posto del viso.» Nakht sembrò inorridito. «Che cosa tremenda! Una vera barbarie. È vero, dunque, che i tempi stanno peggiorando.» Annuii. «C'è qualcosa nella raffinatezza e nella coerenza stilistica di questi episodi che mi fa pensare a un nesso con l'oggetto lasciato a palazzo; mi sono chiesto se l'abrasione del disco solare possa avere un significato specifico...» «Quale?» chiese dubbioso. «Un'eclisse», suggerii. «Questa sì che è un'idea interessante», commentò, assorto nelle conseguenze della mia ipotesi. «Il sole in battaglia è distrutto dalla forza del buio, gli viene restituito il suo posto e rinasce... il simbolismo è potente. È molto adatto alla situazione attuale...» «Più o meno», risposi. «Perciò ho pensato di consultare l'uomo che conosce le stelle meglio di tutti.» «Ebbene, è un'allegoria», sorrise riscaldandosi, nel suo elemento. Non capii che cosa intendesse. «Dimmi di più.» «Camminiamo.» Passeggiammo per uno dei sentieri fra le aiuole fiorite, mentre Nakht cominciava a spiegare. Con lui le cose vanno sempre così: lo ascolto senza capire tutto, perché so che interrompendolo e ponendogli nuove domande arrivano altre digressioni, altrettanto meravigliose, ma infinitamente sconcertanti. «Pensa alla nostra interpretazione dei misteri del mondo che ci
circonda. Ra, dio del sole, naviga nell'azzurro oceano diurno sulla Nave dorata del giorno. Al tramonto, il dio sale sulla Nave della notte e sparisce nell'Aldilà. Compare l'oscuro oceano notturno con le sue stelle luminose - la Lucente che brilla più delle altre, le cinque stelle di Horus e le stelle di Osiride, il Sentiero delle stelle lontane nell'alto dei cieli, e la stella viaggiatrice dell'alba - ed esse navigano sulle acque oscure seguendo il sole, il cui corso notturno, con i pericoli che incontra e le prove che deve superare, non potremo mai vedere, ma solo immaginare. Nel Libro dei Morti lo paragoniamo al viaggio dell'anima dopo la morte. Fin qui ci sei?» Annuii. «E a proposito di...» «Ora la faccenda si complica. Ascolta e concentrati. Il pericolo maggiore, il più misterioso, è l'unione del sole con il corpo di Osiride nel punto più buio della notte. Il Sole riposa in Osiride, Osiride riposa nel Sole", come si suol dire. È il momento più segreto, quello in cui il sole torna a discendere nelle acque primordiali e nelle forze del caos. In quel momento oscuro riceve nuove facoltà vitali e Osiride rinasce. I viventi non potranno mai essere testimoni dell'evento, che resta celato alla nostra vista nella parte più remota dell'Ignoto. Possiamo, tuttavia, immaginarlo, con un grande sforzo mentale. All'alba, il sole torna, visibile e rinato, poiché Ra è il creatore di se stesso e di tutto quello che esiste. La forma del dio che si ripresenta la chiamiamo khepri, lo scarabeo, colui che si evolve, che passa dal non essere all'essere. Così ha inizio un nuovo giorno! E tutto si ripete, giorno dopo giorno, anno dopo anno, vita dopo vita, morte dopo morte, rinascita dopo rinascita, in perpetuo ed eternamente.» Sapevo che gli piaceva moltissimo parlare di quelle cose. Il fatto è che a me sembrava soltanto una bella storia. E come tutte le storie che raccontiamo a noi stessi e ai nostri figli, per spiegare come accadano le cose e perché siano come sono, non potranno mai essere oggetto di dimostrazione. «Ma cosa c'entra con quello che ti ho chiesto?» domandai. «Esiste un momento in cui i viventi possono essere testimoni dell'unione divina.»
«Durante un'eclisse?» «Per l'appunto. Naturalmente, esistono diverse interpretazioni dell'evento, a seconda dell'autorità che consulti o che accetti come vera. Secondo alcuni, Hathor, la dea dell'Occidente, copre il dio con il suo corpo. Una sorta di unione divina tra luce e buio. Altri sostengono invece che un potere oscuro di cui non conosciamo il nome e di cui non possiamo parlare, ha la meglio, ma la luce si riprende e trionfa nella battaglia divina del cielo.» «Per nostra fortuna.» «Ben detto. Senza luce non ci sarebbe vita. Il regno dell'oscurità è la landa delle ombre e della morte. Ci sono cose, tuttavia, che continuiamo a non capire. Credo che in futuro le nostre conoscenze saranno in grado di spiegare tutto l'esistente.» Si fermò accanto a un melograno e giocherellò con i fiori rosa l'ultima moda - strappando alcuni boccioli sfioriti, come per dare una dimostrazione dei suoi poteri semidivini sulla propria creazione. «Una specie di Libro del Tutto...» suggerii. «Proprio così. Ma le parole sono imperfette e il nostro sistema di scrittura, per quanto meraviglioso, è limitato nelle sue capacità di descrizione del creato in tutta la sua gloria, visibile e invisibile... dovremmo inventare un altro modo di descrivere i fenomeni.» «E cioè?» «Ah, be', questa è la domanda, ma la risposta non sta nelle parole, bensì nei simboli; nei numeri, in realtà...» A quel punto la mia mente incominciò a vacillare, come spesso mi capita quando parlo con Nakht. Ha una smania di filosofare che talvolta mi fa venir voglia di dedicarmi a qualcosa di pratico e insulso, come spazzare il cortile. Sorrise, alla vista della mia espressione sconcertata. Riportai la conversazione sul mio argomento. «A questo proposito so che coi calendari stellari si possono predire l'arrivo dell'inondazione e l'inizio delle festività. Ma le eclissi appaiono nelle carte astronomiche?» Rifletté sulla domanda prima di rispondere. «Non credo. Ho compilato i miei calendari basandomi sull'osservazione, ma non sono stato così fortunato da essere testimone di un'eclisse di sole, perché sono eventi davvero
rari. Ho osservato dal mio terrazzo un'eclisse di luna. Sono incuriosito e sconcertato dall'elemento sistematico della circolarità, sia per la ricorrenza degli eventi cosmici sia per le implicazioni delle curve che le ombre proiettano sulla faccia della luna, perché presuppongono un intero cerchio, così come lo percepiamo nel sole e nella luna e come lo vediamo in un'eclisse totale. Fa pensare che il cerchio sia la forma perfetta del cielo, sia sul piano ideale - perché il cerchio rammenta l'infinito ritorno - sia nella realtà.» Grato di una pausa in quel torrenziale, inarrestabile flusso filosofico, fui lesto a domandare: «Come possiamo saperne di più? Potresti accompagnarmi agli archivi astronomici?» «Quelli all'interno del Tempio di Karnak? Dove io ho accesso ?» Sorrise. «Quanto sono fortunato a poter contare sull'intima amicizia di un uomo che ha una posizione tanto elevata.» «Il tuo sarcasmo è così... perbenista», replicò divertito.
Capitolo 12 Thot e io seguimmo Nakht che procedeva con passo autoritario e con la sua solita andatura veloce ed elegante, e superammo le postazioni delle guardie di sorveglianza al pilastro principale del Tempio di Karnak. Alzai lo sguardo sulle grandi pareti di fango essiccato che torreggiavano sopra di noi. Ci immergemmo nelle ombre del «Luogo eletto», un mondo nel mondo, proibito e segreto, dove non può entrare chi non fa parte dell'aristocrazia sacerdotale, un antico enigma di pietra composto da sale a colonnati e templi oscuri, ricoperti da un'infinità di rilievi indecifrabili, che circonda un labirinto di sacrari senza sole. Lì, nel cuore profondo dell'oscurità silenziosa, le statue degli dei sono curate, risvegliate, onorate, vestite, nutrite, rimesse a dormire e sorvegliate durante la notte. Uscimmo in una zona scoperta. Tutto intorno a me, personaggi dell'aristocrazia, con i loro abiti di lino di un bianco purissimo, eseguivano senza alcuna fretta i loro rituali esoterici. Il lavoro dei sacerdoti non sembrava molto impegnativo. In alcuni momenti dell'anno già stabiliti, e in cambio di una quota dell'enorme reddito del tempio, si ritirano al suo interno per un periodo di servizio, tenuti a rispettare le antiche regole del rituale di purificazione - il bagno all'alba nel lago sacro, la rasatura di tutto il corpo, le vesti di lino bianco - e a celebrare con accuratezza e senza varianti le funzioni e i riti del culto secondo le istruzioni. Tutti i templi, però, dal più piccolo sacrario di un riarso avamposto commerciale sui confini meridionali, ai luoghi più antichi e divini delle Due Terre, sono vulnerabili alla consueta gamma delle attività umane: dissolutezza, corruzione, furto, malversazione e ogni altra nefandezza, dagli scandali dei riti abbreviati al furto di cibo e reliquie sacre, fino alla violenza e all'assassinio. Più grande è il tempio, maggiore è la ricchezza che controlla. La ricchezza è potere. E Karnak è il tempio più grande. La sua ricchezza e il suo potere hanno rivaleggiato a lungo con quelli della famiglia reale, e ora hanno prevalso.
Il grande spazio chiuso fra le mura conteneva quella che ai miei occhi parve un'accozzaglia di vecchio e nuovo: pilastri, obelischi, viali, statue, cappelle e strutture inaccessibili dalle grandi colonne a papiro e le sale ombrose. Alcuni edifici sembravano di recente costruzione, altri erano tuttora in fase di realizzazione, molti erano stati smantellati e altri ancora ridotti in macerie. C'erano anche magazzini, uffici e abitazioni per i funzionari e i sacerdoti. In effetti, era una piccola città, imponente e caotica al tempo stesso. I sacerdoti sciamavano dentro e fuori portali e pilastri, seguiti da un numero ancora maggiore di servitori e assistenti. Di fronte a noi un pilastro conduceva ad altri pilastri, e infine agli antichi santuari nel cuore del tempio. «Oltre le corti c'è il lago sacro», disse Nakht, puntando a destra. «Due volte al giorno e due volte a notte i sacerdoti devono fare abluzioni con l'acqua e sciacquarsi la bocca con un po' di natron.» «Che vita dura», commentai. «Puoi anche fare dell'ironia, ma ai sacerdoti è proibita qualsiasi attività sessuale per tutto il periodo in cui si dedicano alle funzioni nel perimetro del tempio, e sono sicuro che tu, tanto per dire, lo troveresti un divieto impraticabile», rispose con la sua solita schiettezza. «I sacerdoti, naturalmente, sono solo di passaggio. Ci sono i cantanti che officiano all'altare, gli scribi, i lettori sacri, i sacerdoti che fanno rispettare gli orari precisi dei riti... ma sono i funzionari, i servitori, i tessitori, i cuochi e gli addetti alle pulizie che si accollano in concreto gli obblighi della corretta esecuzione dei rituali. Si può dire che il dio Amon occupa più persone del re.» «In pratica, è un grande ministero...» dissi. «Per l'appunto. Ci sono persone che sorvegliano ogni aspetto della gestione del tempio: le proprietà, la contabilità, i soldati, il personale, i campi, il vestiario, i granai e il tesoro...» Si fermò davanti all'ingresso di una serie di edifici imponenti. «Questa è la Casa della Vita, dove si trovano lo scriptorium, le biblioteche, gli archivi e gli uffici dei lettori sacri.» Entrammo. Di fronte a noi, dietro una porta a due battenti, si apriva una grande stanza silenziosa.
«Quello è lo scriptorium», bisbigliò Nakht, come se si rivolgesse a un bambino; vidi al lavoro uomini di varie età, che copiavano meticolosamente i testi dai vecchi rotoli di papiro a quelli nuovi o li mettevano a confronto. Nella biblioteca l'atmosfera era sonnolenta; essendo metà pomeriggio, alcuni tra i frequentatori più anziani non lavoravano con particolare attenzione, bensì sonnecchiavano davanti ai rotoli aperti. Le cellette di legno addossate alle pareti contenevano un numero infinito di papiri, un rotolo dopo l'altro, come se tutto il sapere fosse lì, in forma scritta. La luce del sole entrava obliquamente nella stanza dalle finestre a lucernario, catturando le infinite particelle di pulviscolo che scintillavano e sparivano fluttuando nell'aria, come minuscoli frammenti di idee o simboli sbriciolatisi dai rotoli, ormai insignificanti senza i testi da cui provenivano. Nakht proseguì bisbigliando. «Sono gli archivi più antichi che esistano. Molti testi conservati qui provengono dall'alba del nostro mondo. Il papiro è molto resistente, ma alcuni rotoli sono così antichi che restano nei loro astucci di pelle, inaccessibili alla lettura. Altri potrebbero essere srotolati, ma si teme che il minimo raggio di sole possa far svanire l'inchiostro superstite ed è possibile consultarli solo alla luce delle candele. A dire il vero, c'è chi li consulta alla luce della luna, ma penso che sia solo superstizione. Molti sono scritti con simboli ormai incomprensibili e non sono altro che un miscuglio insensato di segni infantili. È un pensiero tremendo: un intero mondo di conoscenze che ha perso significato. Questo è un grande palazzo del sapere, di cui, ahimè, la gran parte è incomprensibile. Sapere perduto... Libri perduti...» Sospirò. Percorremmo un corridoio su cui si aprivano numerose porte. «Qui si conservano i trattati di mitologia e di teologia, i racconti e gli originali delle iscrizioni da cui sono stati copiati con esattezza tutti i rilievi nelle pareti dei templi e degli obelischi. Ci sono studi in cui si copia su commissione il Libro dei Morti. Ci sono le stanze dedicate all'insegnamento e all'apprendimento e le aree in cui sono conservati testi che trattano di molti argomenti, quali la scrittura, l'ingegneria, la poesia, la legge, la teologia, gli studi di magia, di medicina...»
«E di astronomia», aggiunsi. «Certo. Ecco qui.» Ci accolse un uomo anziano vestito di bianco con la fascia di lettore sacro, in piedi davanti a una porta a due battenti che era stata legata con una corda e sigillata. Ci scrutò con sguardo minaccioso sotto le magnifiche sopracciglia bianche. «Sono Nakht», disse il mio amico. «Benvenuto», lo salutò il sacerdote con un tono che indicava l'esatto contrario. «Vorrei esaminare alcuni rotoli nella sezione di astronomia», spiegò Nakht. Il sacerdote lo fissò, socchiudendo gli occhi mentre soppesava la richiesta. «Chi è il tuo compagno?» domandò sospettoso. «Si chiama Rahotep. È ispettore capo del Medjay di Tebe.» «Che bisogno astronomiche?»
ha
un
poliziotto
di
esaminare
le
carte
«Ha una mente avida di sapere e io mi sforzo di soddisfare le sue curiosità», replicò Nakht. Il sacerdote non riuscì a trovare un motivo valido per impedirci di entrare e, muovendosi come un ippopotamo che esce dal fango, emise un profondo sospiro, ruppe brontolando il sigillo e slegò la corda. Aprì la porta e con un gesto brusco delle mani ci fece segno di entrare. La stanza era molto più grande e più alta di quanto mi aspettassi. Le pareti erano rivestite di scaffali fino al soffitto, e nello spazio centrale erano disposte a spina di pesce alte casse da imballaggio. Su ogni scaffale erano collocati numerosi rotoli di papiro. Non avrei saputo da che parte cominciare, ma Nakht esaminò velocemente i cartellini alla ricerca di qualcosa. «Il mondo pensa che l'astronomia sia in funzione della religione. Finché sapremo quando appaiono le stelle importanti, in modo da far coincidere i giorni, le feste e le festività con le carte lunari, tutti saranno contenti. A nessuno è venuto in mente che la regolarità, lo schema ricorrente delle stelle immortali, implica un universo
immenso e ordinato, che sfugge alla nostra comprensione.» «Prenderebbe il posto delle vecchie storie che ci hanno raccontato dall'inizio dei tempi, secondo cui gli dei e le dee hanno avuto origine, come ogni altra cosa, dalla palude di papiri della creazione, e il mondo notturno è il luogo della vita eterna...» «Certo», sussurrò Nakht, «le stelle sono la vita eterna, ma forse non nel modo in cui abbiamo sempre pensato. Eresia, naturalmente», disse con un risolino divertito. Aprì diversi rotoli sui bassi tavoli sistemati fra le casse e mi mostrò colonne di simboli e numeri sulle carte stellari, scritte con inchiostro rosso e nero. «Guarda: trentasei colonne che elencano i gruppi di stelle in cui si divide il mondo della notte. Noi le chiamiamo decani.» Feci scorrere lo sguardo sui simboli nelle colonne, continuando ad aprire l'antico rotolo. I simboli sembravano proseguire all'infinito. Nakht mi ammonì con impazienza. «Sta attento; bisogna maneggiarli con delicatezza. Con rispetto.» «Perché le informazioni sono annotate in questo modo?» «Ciascuna colonna mostra le stelle che sorgono sull'orizzonte prima dell'alba ogni dieci giorni l'anno. Guarda, questa è la Stella del Cane, che sorge esattamente all'epoca dell'inondazione, all'inizio dell'anno solare. E questa è Sah, l'anima gloriosa di Osiride, la stella lucente che sorge all'inizio di peret, il periodo della primavera... conosci il detto, ovviamente: 'Io sono la stella che percorre le Due
Terre e naviga davanti alle stelle del cielo sul ventre di mia madre Nut'?» Scossi la testa. «A volte penso che sei proprio ignorante», disse. «Questo non è il mio campo. Ma l'eclisse?» gli ricordai.
Nei minuti successivi consultò molte altre carte, srotolandole e riarrotolandole. Ognuna di esse pareva più antica e più fragile della precedente. Infine scosse la testa, rassegnato.
«Non c'è nessuna documentazione. Speravo di sì.» «Un vicolo cieco.» «Era un'idea interessante e, se non altro, adesso hai appreso qualcosa in materia», disse col suo tono più professorale. Lasciammo la stanza dell'archivio e il sacerdote si piegò a fatica per rifare il nodo e sigillare di nuovo la corda. Uscendo, riflettei ad alta voce: «Dove tengono i libri segreti?» Nakht non riuscì a celare la sua apprensione. «Di che cosa parli? Quali libri segreti?» «I Libri di Thot, per esempio.» «Andiamo, sono una leggenda, non una realtà. Come molti altri libri cosiddetti segreti.» «Ma è vero o no che esiste un certo numero di testi sacri di cui sono a conoscenza soltanto gli iniziati?» domandai. «'Iniziati' a che cosa? E i testi, di quali argomenti segreti tratterebbero?» «Ma, per esempio, la geometria divina», risposi con indifferenza. «Non ne ho mai sentito parlare», fece lui irrigidendosi e guardandosi intorno per assicurarsi che nessuno ci potesse sentire. «Ma certo che ne hai sentito parlare, amico mio», dissi in tono pacato. Mi fissò irritato. «Cosa intendi dire?» «Sapevi che in quei rotoli non avresti trovato niente che mi interessasse. Apprezzo che tu abbia perso tempo per dimostrarmi che non c'era nulla. Ma ti conosco troppo bene e sono certo che mi nascondi qualcosa.» Ebbe il buon gusto di arrossire. «Talvolta le cose importanti non si possono discutere con superficialità.» «Quali sarebbero queste cose importanti?» «Ti detesto quando applichi su di me le tue tecniche di interrogatorio. Cercavo soltanto di aiutarti», disse senza scherzare nemmeno un po'. «Allora ti dirò quello che penso. Penso che esistano libri segreti di
astronomia, e di molti altri argomenti, e penso che tu sia fra gli iniziati, che tu li abbia visti e che tu sappia dove sono conservati.» Mi guardò dritto negli occhi, con uno sguardo gelido che non gli avevo mai visto. «Possiedi una fervida immaginazione...» E si allontanò. Lo seguii nella luce e nel calore del tardo pomeriggio e camminammo insieme in silenzio. D'improvviso si fermò e mi attirò in una zona d'ombra vicino a un tempio antico. «Non posso mentirti, amico mio, ma non posso rivelarti il contenuto dei libri. Ho giurato solennemente.» «Ti ho chiesto soltanto se esistono o no.» «Nemmeno questo si può rivelare. La loro esistenza vera o presunta va tenuta nascosta. I libri segreti sono messi al bando in questi tempi bui. Il sapere occulto è tornato a essere pericoloso. Come tu ben sai, chiunque li possieda, o possieda anche soltanto la copia di alcune loro parti, può essere punito con la morte.» «Esistono, tuttavia, e sono condivisi da una cerchia ristretta di persone, perciò sono conservati da qualche parte. Dove sono?» domandai senza giri di parole. «Non posso dirlo.» Guardai gli edifici racchiusi nel perimetro del tempio. Mi resi conto che dentro quella città segreta avrebbe potuto esserci un'altra città. Ogni segreto ne contiene un altro. Mi guardò di traverso, sinceramente arrabbiato. «Chiedi troppo alla nostra amicizia.» In quello strano momento ci fronteggiammo. Mi inchinai per allentare la tensione. «Ti chiedo scusa. Il lavoro non dovrebbe mai mettersi in mezzo fra due vecchi amici.» Annuì, abbastanza soddisfatto. Sapevo che non avrei ottenuto altro da lui in quel momento di pressione emotiva. «È il compleanno di Sekhmet, o te lo sei dimenticato, con tutte le tue idee di eclissi e libri segreti? Sono a cena da te con la tua famiglia stasera», mi rammentò. Mi colpii la fronte col palmo della mano. Non me ne ero dimenticato, perché Tanefert me lo aveva ricordato
prima che uscissi, ma avevo ancora un sacro dovere familiare da compiere. «Essendo mia la responsabilità della festa, sarà meglio che vada a comprare gli ingredienti segreti - che non dovrò mai rivelare, pena la morte - prima che i sacri ed esoterici venditori del mercato chiudano le loro bancarelle.» Riuscì a sorridere e passammo insieme sotto al grande arco che ci ricondusse alla vita della città; poi ci separammo, lui verso casa sua, io verso il mercato, a comprare carne, spezie e vino.
Capitolo 13 Ciascuno di noi ha uno sgabello su cui si siede abitualmente intorno al basso tavolo: mio padre a una estremità, Sekhmet e Thuyu su un lato insieme a Khety e a sua moglie, Tanefert e Amenmose sull'altro, vicino a Nakht e a Nedjmet la Dolce, a cui piace sedersi accanto al mio amico e mettergli le braccia al collo. Ci guarda mentre inscena il suo gesto di affetto. Dove ha imparato a lusingarlo in quel modo? Avevo preparato il nostro piatto preferito gazzella al vino rosso - riservato alle occasioni speciali. Sekhmet aveva un aspetto sereno e fiducioso nel suo nuovo abito a pieghe e sfoggiava gli orecchini che le avevamo regalato per il suo compleanno. La timidezza dell'adolescenza sta lasciando il posto a una nuova padronanza di sé. Ha letto molto più di me e ha un'ottima memoria. Sa ancora recitare le poesie un po' assurde che avevamo composto quando era piccola. Per lei, la conoscenza è tutto. Una volta mi disse, seria seria: «Non posso essere un'atleta e una studiosa». E così aveva fatto la sua scelta. Quando sono insieme alla famiglia e agli amici in serate come questa, con un buon pasto sulla tavola, le lampade a olio accese nelle nicchie, mi chiedo che cosa ho fatto per meritare tanta felicità. Nei momenti più brutti temo che il mio lavoro possa mettere tutto a repentaglio. Se dovesse capitarmi qualcosa, come vivrebbero? Mi chiedo anche: perché questa vita non mi basta? E come me la caverò, quando mio padre sarà morto, le ragazze sposate e trasferite in altre case, Amenmose altrove a studiare, forse a Menfi, e io e Tanefert soli, nell'insolita quiete dei nostri ultimi anni? «Padre, mi chiedevo perché le ragazze non abbiano occasioni di studio e di carriera nella nostra società.» Sekhmet prese un boccone di gazzella, osservando gli effetti della sua dichiarazione. «A proposito, è deliziosa», bofonchiò. Nakht, Khety e mio padre mi lanciarono un'occhiata, divertiti.
«Tu hai avuto molte occasioni.» «Solo perché Nakht mi ha insegnato cose che nessun altro avrebbe potuto spiegarmi...» «E lei è un'allieva eccezionale», aggiunse Nakht orgoglioso. «A me sembra di aver avuto meno opportunità dei ragazzi, essendo una femmina, perché in questa società tutto gioca a favore dei maschi. È assurdo. Siamo in un mondo moderno. Il fatto che io abbia il seno non vuol dire che non possieda un cervello.» Mio padre tossì come se gli fosse andato qualcosa di traverso. Nakht gli diede dei colpetti sulla schiena, ma lui continuò a tossire, con le lacrime agli occhi. Sapevo che erano lacrime di divertimento, ma non voleva mettere in imbarazzo Sekhmet. Gli strizzai l'occhio. «Hai proprio ragione», dissi, «se decidi di raggiungere un risultato, devi essere determinata.» «Ho deciso. Per ora non voglio sposarmi, ma studiare. Voglio diventare un medico.» Lanciò un'occhiata a Tanefert. Capii subito che ne avevano discusso. Guardai Tanefert, che ricambiò il mio sguardo con una preghiera silenziosa perché facessi attenzione. «Carissima, amatissima figlia...» dissi sperando che Nakht venisse in mio aiuto in quel difficile frangente. «Sì, carissimo, amatissimo padre?» Mi sforzai di trovare le parole adatte. «Le donne non diventano medici.» «Invece sì, se proprio vogliamo dirla tutta», disse Nakht dimostrandosi di nessun aiuto. «Che importanza ha se in passato non era possibile? E quello che voglio fare. C'è tanta sofferenza al mondo e vorrei cambiare le cose. C'è anche tanta ignoranza. La conoscenza può dare sollievo alla sofferenza e all'ignoranza. Se non volevi che diventassi un medico, perché mi hai chiamata Sekhmet?» «Perché l'avete chiamata Sekhmet?» domandò Nedjmet, cogliendo l'opportunità di partecipare alla conversazione. «Perché significa colei che è potente», spiegò Tanefert.
«Sekhmet, la dea leonessa, può inviare le malattie, ma può anche richiamarle a sé», disse Sekhmet. «Vedo che hai imparato molto dal tuo brillante padrino», commentai. «Ho discusso con lui.» Per una ragione che non saprei spiegare, mi sentii come l'unico pezzo sulla scacchiera che non si era spostato oltre la prima mossa. Inaspettatamente mio padre prese la parola dall'altra estremità del tavolo. «Sarà un bravissimo medico. È calma, metodica e molto bella. Niente a che vedere con quei medici anziani, puzzolenti e intrattabili, che sventolano erba fumigante in aria e ti fanno bere l'urina. Conterò su mia nipote per farmi accudire quando sarò vecchio e malato.» Sekhmet mi guardò, sorridendo con aria vittoriosa. «Ti sei guadagnata il primo paziente», dissi, «ma hai un'idea di che cosa comporti?» Annuì con espressione seria. «Comporta anni di studio e la necessità di essere brava il doppio degli altri, dal momento che sarò l'unica femmina in mezzo a tanti maschi. Dovrò combattere l'ostilità del sistema, e le offese meschine dei professori di idee arretrate. Ma ce la farò.» Non mi venne in mente nessun argomento da opporre al suo desiderio e, per la verità, ero fiero della sua risolutezza. A trattenermi dall'appoggiarla incondizionatamente era soltanto la consapevolezza delle battaglie che avrebbe dovuto affrontare quelle, e la probabilità di un fallimento - e non per una sua manchevolezza, ma per il possibile rifiuto da parte delle gerarchie. Stavo per dire qualcosa, quando improvvisamente Thot gridò nel cortile. Un colpo energico ci fece ammutolire. Mi alzai e andai alla porta. Un tipo alto, massiccio, poco amichevole, nella divisa ufficiale delle guardie di palazzo mi stava aspettando. Dietro di lui, c'erano le guardie con le spade che scintillavano alla luce della lampada a olio sistemata nella nicchia vicino all'ingresso.
«So perché sei qui», dissi pacatamente prima che aprisse bocca. «Aspetta un momento, per favore.» Tornai nella stanza. La famiglia mi fissò. Tanefert afferma che c'è sempre una scelta, ma qualche volta si sbaglia. Chiesi a Khety di accompagnarmi e a Nakht di rimanere e continuare i festeggiamenti. Sekhmet uscì con me dalla cucina. Sbirciò le guardie in attesa e annuì. «Non preoccuparti, padre. Il lavoro è importante, quello che fai è importante. Ti capisco. Saremo tutti qui quando tornerai.» Sorrise e mi baciò sulla guancia.
Capitolo 14 Riattraversando il Grande Fiume - Khety seduto di fronte a me, Thot accovacciato ai miei piedi, perché non si fida delle barche e dell'acqua, che ritiene ingannevoli - osservavo il nero oceano della notte che riluceva per le misteriose stelle. Pensai a una vecchia sentenza che mi aveva riferito mio nonno: non contano le innumerevoli stelle, ma la straordinaria oscurità che le circonda. Gli antichi papiri sbiaditi che Nakht mi aveva mostrato quel pomeriggio, con le loro colonne e i loro simboli, mi sembrarono una raffigurazione umana molto rudimentale di quei grandissimi misteri. Esperti rematori ci condussero al pontile del palazzo, dove l'acqua scura si frangeva dolcemente sulle pietre inargentate dalla luna. Khay ci stava aspettando. Nel riflesso del fuoco acceso nelle ciotole di rame sbalzato, il suo viso ossuto era trasfigurato da un'ansia malcelata. Gli presentai Khety, che restò a rispettosa distanza e a capo chino, come mio assistente. Khay lo squadrò e fece un cenno. «Sei responsabile della sua condotta e della sua incolumità», disse. Ho sentito dire che alcuni tornano a rivivere in sogno le stesse situazioni e i medesimi dilemmi. Notte dopo notte si ripresentano le immagini tormentose delle paure e degli orrori che li assillano: inseguimenti da incubo lungo tunnel senza fine, le rapide increspature prodotte da coccodrilli invisibili ma ben presenti nell'acqua nera e profonda, l'apparizione di una persona amata e morta, irraggiungibile in una moltitudine di figure indistinte. Infine il sognatore tormentato si sveglia coperto di sudore e piange, senza riuscire a controllarsi, per via della cosa o della persona che continua a perdere in quell'Aldilà visionario. Il palazzo, con i suoi lunghi corridoi, le numerose porte chiuse e i vestiboli silenziosi, mi suggerì l'analogia. Immaginai che ciascuna camera chiusa contenesse il proprio sogno, il proprio incubo. Non ne avevo paura: ero di nuovo in preda alla morsa splendida e terribile dell'eccitazione. Era
accaduto qualcosa di inatteso ed ero al colmo della felicità. Superammo la postazione di guardia ed entrammo negli appartamenti reali. Una porta sbatté da qualche parte nel buio e la voce acuta di un giovane impartì un ordine con voce tremante. Qualcuno cercò di calmarlo sussurrando in tono suadente. Un'altra porta sbattuta e tutto ripiombò in un silenzio sepolcrale. Khay, attento al significato di ogni segno ed evento inaspettato, si precipitò sui suoi sandali perfetti e costosi e ci trovammo nuovamente di fronte alla grande porta a due battenti della camera di Ankhesenamon. Khety mi lanciò un'occhiata con le sopracciglia alzate, divertito dalla situazione in cui eravamo finiti. La porta si aprì di colpo e ci fecero entrare. Non era cambiato nulla. Le lampade bruciavano nella stessa posizione. Le porte, che si affacciavano sulla corte e sul giardino, erano aperte. Ankhesenamon, sorvegliata da un soldato, era seduta immobile e fissava, come ipnotizzata, una scatoletta di legno, chiusa, appoggiata su un basso ripiano all'altra estremità della stanza. Quando entrammo, si voltò lentamente a guardarci, le mani strette in modo convulso, gli occhi scintillanti. La scatola aveva all'incirca le dimensioni di un contenitore per parrucche. Era legata con una cordicella annodata secondo un intreccio complesso. Sembrava che il nodo non avesse uno scopo pratico, bensì magico. L'enigma che racchiudeva - la fascinazione per gli indovinelli insolubili e dementi di chi l'aveva creato - ricordava in modo allarmante i misteri degli ultimi giorni. Invece di slegare il cordoncino - che costituiva un indizio, di cui forse Nakht avrebbe potuto decifrare il significato -, lo tagliai. Avvicinai la testa al coperchio della scatola e colsi un rumore leggerissimo; all'interno qualcosa si muoveva a fatica, appena udibile pur nel silenzio della stanza. Scambiai un'occhiata con Khety e Khay e alzai il coperchio con molta cautela. Un fetore dolciastro di carne in putrefazione si diffuse nella stanza. Tutti fecero un balzo all'indietro portandosi alle narici un lembo della veste. Mi feci forza e guardai all'interno. Larve bianche brulicavano nelle orbite, nel naso, nelle orecchie e nelle mandibole di una testa
umana. Vidi un paio di clavicole, alcune vertebre annodate insieme da un altro tratto di corda e alcuni teschi molto più piccoli di uccelli o di roditori. Ossa di ogni genere - animali e umane - erano state mescolate per comporre la disgustosa maschera di morte. Di solito le maschere funerarie sono fatte di prezioso oro perché rappresentino i defunti davanti agli dei; questa, invece, era stata composta come una sorta di contromaschera, assemblata con gli avanzi di un macellaio. C'era un pezzo d'oro, tuttavia, una collana con un nome inciso nel cartiglio reale. Lo estrassi con un paio di pinze che avevo trovato lì accanto. Il geroglifico diceva: Tutankhamon. Esaminai la scatola; intorno al coperchio, sia dentro sia fuori, erano stati intagliati e dipinti di rosso e di nero strani simboli, curve, falci, punti e linee nette, come una sorta di scrittura insensata. Non ne venivo a capo. Sembrava il codice di una maledizione. Pensai che non mi sarebbe piaciuto sentir pronunciare quelle parole a voce alta e nemmeno conoscere l'uomo che parlava quella lingua. Me lo raffigurai come un mostro. Sotto al coperchio, e intagliata al centro, c'era un'immagine che riconobbi immediatamente: un cerchio nero, il sole distrutto. Tenendo una pezza di lino sulla bocca e sul naso con aria disgustata, Khay si avvicinò riluttante, lanciò uno sguardo al contenuto della scatola e se la squagliò come se il pavimento fosse improvvisamente diventato instabile. Il soldato marciò verso la scatola con decisione e guardò all'interno con l'autodisciplina di un militare. Si scostò per fare spazio ad Ankhesenamon. Khay tentò di dissuaderla dal guardare, ma lei insistette. Si mise accanto a me, lottando per non soccombere al fetore, e coraggiosamente gettò un'occhiata ai resti miserevoli contenuti nella scatola. Non riuscì a resistere più di qualche istante. Le grandi porte si aprirono di colpo e, con un grido di frustrazione, irruppe nella stanza un giovane dal viso bellissimo di forma allungata, quasi a mandorla, e dai lineamenti minuti e delicati. Zoppicava leggermente e per aiutarsi si appoggiava a un elegante bastone da passeggio. Dalle spalle snelle pendeva un abbagliante pettorale d'oro. Abiti di finissimo lino vestivano il suo corpo snello, ma arrotondato in vita.
«Non mi farò trattare come un bambino!» gridò Tutankhamon, Signore delle Due Terre, Immagine vivente di Amon, alla stanza che si era azzittita. Khay e il soldato si pararono davanti alla scatola, cercando di impedirgli di avvicinarsi, ma senza osare anche il minimo contatto con il corpo del re. Malgrado la sua infermità, tuttavia, fu troppo svelto per loro; si mosse veloce e imprevedibile come uno scorpione. Osservò gli intagli, e abbassò lo sguardo sulla figura putrefatta. All'inizio parve affascinato da ciò che vide, dalla sensazione di corruzione che emanava. Ma quando cominciò a interpretarlo, la sua espressione cambiò. Ankhesenamon gli prese le mani tra le sue e, parlandogli con dolcezza e circospezione, forse più come una sorella maggiore che come una moglie, lo convinse ad allontanarsi. Mi guardò e vidi che aveva gli occhi di suo padre, uno sguardo quasi femminile, ma con un'espressione al tempo stesso apertamente innocente e potenzialmente, sia pure di riflesso, malvagia. Vide la collana con il nome reale e me la strappò di mano. Abbassai subito gli occhi, rammentando di dovergli mostrare rispetto, secondo il protocollo. Aspettavo con lo sguardo a terra, pensando a quanto fosse più interessante visto da vicino. Da lontano era parso inconsistente come un fuscello, ma a un esame ravvicinato possedeva carisma. Aveva la pelle splendente di chi si espone di rado all'aria aperta, alla cruda luce del sole. Sembrava una creatura lunare. Le mani erano perfette, delicate. Un non so che nella forma allungata delle membra si armonizzava all'eleganza levigata del collare, dei gioielli e dei sandali d'oro. In sua presenza mi sentivo una creatura terrestre; il re, al contrario, sembrava appartenere a una specie rara, la cui sopravvivenza era garantita unicamente da un ambiente protetto con cura, fatto di ombra, segreti e lusso estremo. Non mi sarei sorpreso se avessi visto un paio di bellissime ali piumate ripiegate sotto le scapole, o minuscoli gioielli fra i denti perfetti. Non mi sarei stupito se avessi saputo che sorseggiava solo l'acqua di una sorgente divina. E non mi sarei sorpreso neppure se mi avessero detto che viveva in una stanza infantile con le porte ermeticamente chiuse per difendersi dal mondo esterno, di cui si rifiutava di conoscere le esigenze. Vidi subito quanto fosse atterrito; capii che l'artefice di quei
«regali» doveva conoscerlo molto bene. Tutankhamon scagliò la collana in un angolo. «Questo abominio deve essere subito allontanato dalla nostra vista e gettato nel fuoco.» Il tono della sua voce, anche se scosso, era modulato con grazia e con un timbro delicato. Al pari di molte persone che parlano piano, lo fece deliberatamente, sapendo di creare una situazione in cui tutti avrebbero dovuto sforzarsi per udire ogni sua parola. «Con tutto il rispetto, maestà, ne sconsiglierei la distruzione. È una prova», dissi. Khay, massimo esperto di etichetta, rimase a bocca aperta per la mia audacia. Mi chiesi se il re avrebbe inveito contro di me. Al contrario, parve cambiare idea. Annuì e si sedette su un divano incurvando la schiena. Sembrava un bambino braccato. Mentalmente vidi il mondo dal suo punto di vista: era solo, in un palazzo pieno di ombre e terrori, minacce, segreti e strategie in conflitto tra loro. Mi venne la tentazione di compatirlo, ma non sarebbe stato opportuno. Mi fece cenno di avvicinarmi. Mi presentai a lui con gli occhi abbassati. «Tu saresti l'Indagatore di Misteri. Guardami.» Obbedii. Il suo era un viso inusuale: lineamenti e ossatura delicati, ampi zigomi su cui spiccavano occhi grandi e scuri, gentili ma fermi. Labbra piene e sensuali su un mento piccolo e appena sfuggente. «Tu hai servito mio padre.» «Vita, prosperità e salute, signore. Ho avuto quest'onore.» Mi osservò attentamente, come per assicurarsi che non facessi dell'ironia. Fece cenno ad Ankhesenamon di raggiungerlo. Si scambiarono tacite occhiate d'intesa. «Non è la prima minaccia alla mia vita. La pietra, il sangue, e adesso questo...» Girò lo sguardo sui presenti, sospettoso, e si chinò verso di me. Sentii sul viso il suo alito caldo, da bambino, mentre bisbigliava: «Ho paura di essere perseguitato e braccato dalle ombre...»
In quel momento la porta a due battenti tornò a spalancarsi e Ay fece il suo ingresso nella stanza. L'atmosfera sembrò raggelarsi in sua presenza. Avevo notato che tutti trattavano il re come se fosse un meraviglioso bambino, ma Ay gli rivolse un'occhiata sprezzante che avrebbe pietrificato un sasso. Poi esaminò il contenuto della scatola. «Avvicinatevi», disse pacatamente al re. Questi si diresse verso Ay con riluttanza. «Non è nulla. Non attribuitegli un'importanza che non merita.» Tutankhamon annuì, incerto. Veloce come un falco, Ay afferrò la maschera di morte che brulicava di larve e trasudava vermi e la porse al re che fece un balzo all'indietro per il terrore e il raccapriccio. Ankhesenamon si avvicinò come se volesse proteggere il marito, ma Ay alzò la mano con gesto autoritario. «Non farlo», disse quietamente la regina. Il vecchio la ignorò e tenne lo sguardo fisso sul re, con la testa putrefatta sul palmo della mano. Lentamente, con riluttanza, il giovane re allungò la mano e, facendosi coraggio, prese la disgustosa forma. La stanza rimase sospesa in un silenzio teso, mentre il re osservava le orbite vuote e la carne guasta. «La morte non sarebbe altro che vuote ossa e un ghigno orrendo, assurdo?» sussurrò. «Allora non abbiamo nulla da temere. Ciò che resterà di noi è assai più grande.» Lanciò di colpo il teschio ad Ay, che cercò di afferrare la massa scivolosa come un ragazzo solitario incapace di giocare a palla. Il re rise di gusto e la sua audacia mi piacque. Fece un cenno a un servitore perché gli portasse una ciotola e un asciugamano per lavarsi. Gettò a terra l'asciugamano davanti ad Ay con un gesto deliberato e uscì dalla stanza. Ay, ansimando di rabbia, lo seguì con lo sguardo senza parlare. Lasciò cadere il teschio nella scatola e si lavò le mani. Ankhesenamon fece un passo avanti.
«Perché manchi di rispetto al re in presenza di altre persone?» Ay la aggredì. «Deve imparare il coraggio. Quale re non riesce a sopportare la vista della rovina e della morte? Deve imparare a resistere e ad accettare queste cose, senza paura.» «Ci sono molti modi per imparare il coraggio e la paura non è il migliore dei maestri, bensì probabilmente il peggiore.» Ay sorrise mostrando i denti marci fra le labbra sottili. «La paura è un argomento curioso e di vasta portata.» «In questi anni ho imparato moltissimo sulla paura», replicò la regina. «Ho avuto un insegnante molto preparato.» Si fissarono a lungo, come due gatti pronti a sfidarsi. «Questa insensatezza deve ricevere il disprezzo che merita, non essere enfatizzata da menti deboli e vulnerabili.» «Sono perfettamente d'accordo, ed è per questa ragione che ho incaricato Rahotep di investigare. Adesso vado dal re e vi lascio mettere a punto un piano che prevenga simili gesti in futuro.» La regina uscì dalla stanza. Mi inchinai ad Ay e la seguii. Nel corridoio buio le mostrai l'amuleto con Xankh che avevo trovato sul cadavere della ragazza. «Scusate se ve lo mostro. Posso chiedervi se lo riconoscete?» «Se lo riconosco? È mio. Me lo diede mia madre. Perché ricordava il mio nome e perché mi offrisse protezione.» L'ankh, Ankhesenamon... avevo intuito correttamente il collegamento. E ora, mentre consegnavo l'oggetto alla sua proprietaria, mi sembrò che l'atto stesso rientrasse nei piani dell'assassino. «Dove l'hai trovato?» Era arrabbiata e mi strappò l'amuleto di mano. Cercai di inventarmi una spiegazione che non la mettesse in allarme. «È stato trovato. In città.» Si voltò per affrontarmi. «Non mi nascondere la verità, voglio sapere. Non sono una
bambina.» «È stato trovato su un corpo. Una giovane donna, assassinata.» «Come è stata uccisa?» Esitai, riluttante. «Scotennata. Le hanno asportato il viso e cavato gli occhi. Al loro posto, hanno messo una maschera d'oro. Indossava l'amuleto.» D'improvviso trattenne il fiato. Studiò in silenzio il gioiello che teneva in mano. «Chi era?» chiese quietamente. «Si chiamava Neferet e penso che lavorasse in un bordello. Aveva la vostra età. Per quel che vale, penso che non abbia sofferto. E scoprirò perché il vostro amuleto si trovava sul suo cadavere.» «Qualcuno deve averlo rubato dalle mie stanze private. Chi può averlo fatto? E perché?» Percorse il corridoio a lunghi passi, ansiosa. «Avevo ragione. Non siamo al sicuro da nessuna parte. Guarda questo posto, è pieno di ombre. Adesso mi credi?» Sollevò l'amuleto, che si torse scintillando nel corridoio buio. Vidi che aveva le lacrime agli occhi. «Non potrò mai più indossarlo», disse e si allontanò in silenzio. Quando rientrai nella stanza, Ay mi aggredì. «Non pensare che tutto questo giustifichi la tua presenza qui. Non è nulla. Una cosa senza significato.» «Può darsi, ma ha raggiunto lo scopo che il suo ideatore si era prefisso.» Sbuffò. «E sarebbe?» «Trarre vantaggio da un clima di paura.»
«Un clima di paura. Come sei poetico.» Avrei voluto ucciderlo schiacciandolo come una mosca. «Il 'regalo' è riuscito anche questa volta ad arrivare fino al re. Come è successo?» proseguì. Tutti gli sguardi si rivolsero al soldato.
«È stato trovato negli appartamenti della regina», ammise quest'ultimo riluttante. Persino Ay fu colto di sorpresa. «Com'è possibile?» domandò con veemenza. «Che ne è stato della sicurezza negli appartamenti reali?» «Non lo so spiegare», disse il soldato arrossendo di vergogna. Ay stava per insultarlo ma, imprecando, si afferrò la mandibola, come se avesse un attacco di mal di denti. «Chi l'ha trovato?» proseguì, appena la crisi fu cessata. «Ankhesenamon in persona», interloquì Khay. Ay esaminò la scatola per un momento. «L'episodio non deve ripetersi. Sai qual è la punizione, in caso contrario.» Il soldato fece il saluto militare. «Propongo che tu e il grande Indagatore di Misteri lavoriate insieme. Forse due idioti sono meglio di uno solo, anche se per esperienza so che succede il contrario.» Fece una pausa. «Non ci devono essere altri turbamenti alla sicurezza del palazzo. Voi due portatemi le vostre proposte per l'incolumità del re prima che si apra la cerimonia di inaugurazione della Sala delle Colonne.» Se ne andò. La tensione che aleggiava nella stanza si attenuò. Il soldato si presentò come Simut, comandante delle guardie di palazzo. Dopo i dovuti gesti di rispetto e i convenevoli di rito, mi guardò come se vedermi cadere in disgrazia potesse colmarlo di gioia. Stavo invadendo il suo territorio. «Chi ha accesso a questa stanza?» domandai. «Le dame della regina... il re, i suoi servitori, i domestici che si occupano di questa stanza e nessun altro», disse Khay. «Ci sono guardie a ogni ingresso degli appartamenti reali», spiegò Simut. «Tutti quelli che entrano devono avere un lasciapassare.»
«Pertanto l'oggetto è stato recapitato da qualcuno che ha libertà di accesso e si trova a suo agio negli appartamenti reali», replicai. «Immagino che, superate le postazioni di controllo, non ci siano altre guardie e non avvengano perquisizioni, per salvaguardare l'intimità della famiglia reale, è così?» Khay annuì, a disagio. «La competenza delle guardie di palazzo non è in discussione, ma è evidente che una grave falla ha permesso a questa scatola, e alla pietra scolpita, di comparire qui. Sono certo che sarete d'accordo con me sull'assoluta necessità di attuare misure di altissima sicurezza per il re e la regina, sia all'interno degli appartamenti reali sia durante gli eventi pubblici. Quando avverrà la celebrazione della Sala delle Colonne?» domandai. «Fra due giorni», disse Khay. «Domani si terrà una riunione del Concilio di Karnak, a cui deve partecipare il re.» «Domani?» disapprovai. «Mi sembra inopportuno.» Khay concordò. «'Inopportuno' è il fatto che questi 'turbamenti ' non potevano verificarsi in un momento peggiore», replicò. «Non è un caso», cantilenò Simut con piglio militare e senz'ombra di ironia. «Se ci trovassimo in una situazione convenzionale, in una battaglia, potrei vedere in faccia il nemico. Qui è diverso; il nemico è invisibile. Potrebbe essere uno di noi. Potrebbe trovarsi nel palazzo in questo momento. È evidente che ne conosce bene la planimetria, il protocollo e le gerarchie.» «Allora siamo nei guai, perché immagino che tu non possa interrogare gli uomini dell'aristocrazia senza prove inoppugnabili», dissi. «Proprio così, ahimè», rispose stancamente Khay, come se tutta l'energia l'avesse improvvisamente abbandonato. «Nondimeno, ciascuno di loro è un sospetto. Cominciamo a stilare un elenco di nomi. Qualche semplice domanda sui loro spostamenti potrebbe fornirci un quadro della situazione. Dobbiamo sapere chi c'era questa sera negli appartamenti reali e chi non
possiede un alibi», suggerii. «Al tempo stesso, non dobbiamo rivelare alcuna notizia sugli oggetti. È assolutamente necessario mantenere il più rigoroso silenzio sulla faccenda», disse Khay, in preda al nervosismo. «Il mio assistente sarà lieto di aiutarti a raccogliere le informazioni e a condurre le inchieste preliminari», replicai. Khay diede un'occhiata a Khety, e stava per accettare quando Simut intervenne. «La sicurezza degli appartamenti reali rientra nei miei doveri. Farò raccogliere immediatamente le informazioni.» «Molto bene», ribattei. «Ne deduco che includerai le tue guardie nell'elenco delle persone che hanno accesso all'area.» Stava per rispondermi seccato, ma lo interruppi. «Credimi, non ho motivo né intenzione di dubitare dell'integrità dei tuoi uomini. Sono sicuro che concorderai con me sul fatto che non possiamo permetterci di trascurare nessuna evenienza, per quanto inverosimile o inaccettabile.» Annuì, acconsentendo malvolentieri. Detto questo, ci lasciammo.
Capitolo 15 «Che spettacolo!» disse Khety gonfiando le guance. «Quel posto mi fa pensare a una scuola particolarmente violenta. Come al solito ci sono i grandi e i piccoli, quelli che usano i pugni e quelli che usano il cervello. Ci sono i despoti, i guerrieri, i diplomatici e i servitori. E, come al solito, c'è un ragazzo particolare, fuori dagli schemi, che prende di mira e tormenta lentamente, fino alla morte, un altro poveretto. Quello è Ay.» La terra illuminata dalla luna ci sfilò accanto mentre veleggiavamo nel canale verso il Grande Fiume. Guardai l'acqua scura scomparire sotto la chiglia prima di rispondergli. «Hai notato i segni sotto il coperchio? Soprattutto il cerchio nero? È una specie di linguaggio...» Khety scosse la testa. «Ho notato l'orrida immaginazione dell'autore, il suo gusto per il sangue e le frattaglie», disse. «Ma è colto, molto abile e fa sicuramente parte dell'élite. È affascinato dal sangue e dalle frattaglie, come dici tu, perché significano qualcosa per lui. Sono simboli, non oggetti puri e semplici.» «Vallo a raccontare alla ragazza senza volto, o al ragazzo con le ossa fracassate, oppure al nuovo uomo del mistero a cui manca la testa», rispose con scrupolosità. «Non è la stessa cosa. Secondo te è possibile che si tratti della stessa persona in tutti e tre i casi?» gli domandai. «Be', pensa ai collegamenti, alla scelta dei tempi e allo stile», rispose. «L'ho fatto. L'uomo utilizza le stesse metafore. Compare la medesima ossessione per il decadimento e la distruzione. Percepisco in tutti i suoi gesti anche un amore per la bellezza e la perfezione. C'è una sorta di dolore nelle sue azioni. Una specie di grottesca pietà
per le vittime...» Khety mi guardò come se fossi impazzito. «Sono contento che non ci sia nessuno ad ascoltare quello che stai dicendo. Che dispiacere vuoi che provi uno che asporta il viso a una bella ragazza? Vedo solo una crudeltà orribile e perversa. In ogni caso, ci è di qualche aiuto?» Rimanemmo in silenzio. Ai miei piedi, Thot osservava la luna. Khety aveva ragione, naturalmente. Forse, quella che ci trovavamo di fronte era solo follia. Immaginavo schemi ripetitivi là dove non ne esistevano? Tuttavia, percepivo qualcosa. Sotto gli omicidi e la brutalità, sotto le minacce di iconoclastia e distruzione, c'era qualcosa di più profondo e più oscuro: una specie di ricerca, di visione. Se avevamo ragione e un solo uomo aveva perpetrato tutte quelle azioni, dovevamo rispondere a una domanda incalzante: perché? Perché lo faceva? «Penso che, chiunque sia, vuole farci sapere che agisce dall'interno, per aumentare la potenza delle sue minacce. Rientra nel suo gioco farci capire che ci sta osservando», proseguì Khety. Mentre pronunciava quelle parole, mi resi conto all'improvviso che i regali e le morti avevano un altro elemento in comune: Rahotep, Indagatore
di Misteri.
Avevamo appena raggiunto il pontile e, invece di comunicargli la mia idea, decisi di relegare in un angolo della mente quel pensiero assurdo. Mi sembrò troppo inconsistente, sciocco e vano per poterlo esprimere. Salutai Khety e mi avviai verso casa lungo le strade silenziose per il coprifuoco con Thot che mi zampettava davanti. Lasciai il babbuino nel suo giaciglio ed entrai nella casa buia. Il suo silenzio era un rimprovero per la mia assenza. A volte ho la sensazione di non far parte di questa casa popolata da giovani donne, vecchi e bambini. Rimasi per un po' in cucina prima di coricarmi. Alla luce della lampada a olio sistemata nella nicchia, che Tanefert aveva lasciato accesa per il mio ritorno, mi versai una coppa di buon vino rosso dell'oasi di Kharga, e misi fichi secchi e mandorle in un piatto. Sedetti sulla panca al mio solito posto, sotto la statuetta del dio domestico che sa che non credo in lui, e pensai alle famiglie. A volte
penso che sia lì che nascono tutti i guai e tutti i delitti. Nelle nostre storie antiche, sono i fratelli ad ammazzarsi fra loro per gelosia, le mogli inferocite a evirare i mariti e i figli infuriati a vendicarsi dei genitori, colpevoli o innocenti che siano. Rammentai che le mie ragazze passavano ancora in un istante dall'affetto più tenero alla furia omicida, dall'accarezzarsi i capelli allo strapparseli a mani nude per motivi così futili che persino loro arrossiscono di vergogna quando li confessano. È così anche nei matrimoni. Il nostro è un buon matrimonio. Se ho deluso Tanefert perché non ho fatto carriera, è stata brava a dissimularlo. Dice che non mi ha sposato per il successo e mi scocca uno dei suoi sorrisi d'intesa. So, tuttavia, che tra noi ci sono argomenti intangibili su cui manteniamo il silenzio, come se le parole li rendessero troppo dolorosamente reali. Forse è così per tutte le coppie che convivono da molti anni; le influenze impercettibili dell'abitudine, i pericoli della noia domestica. Anche la conoscenza del corpo dell'altro, che in passato era oggetto di un desiderio ossessivo, porta alla voglia innegabile di farsi sorprendere da una bellezza sconosciuta. L'attrattiva e la ripulsa della consuetudine... è questo ciò a cui desidero sfuggire, quando gioisco per l'eccitazione che mi procura il mio lavoro? Non è un pensiero di cui vado fiero. Sono un uomo di mezz'età, che forse si trova a metà di qualsiasi cosa... perché non riesco ad accontentarmi di tutto quello che mi ha concesso il dio domestico che sta sopra la mia testa? Se è così per la gente comune come noi, quanto più strano sarà essere nati in una famiglia che ha come scopo la vita pubblica, la cui intimità deve essere difesa e sorvegliata di continuo, come se fosse un terribile segreto? Malgrado la ricchezza e il potere, i membri della stirpe reale e di molte famiglie dell'aristocrazia sono allevati in un'atmosfera priva di calore umano. Di che cosa parleranno a pranzo? Degli affari di stato? Delle buone maniere durante i banchetti? Dovranno ascoltare più e più volte le storie eroiche del nonno Amenhotep il Grande, le cui gesta sanno di non poter mai eguagliare? Se le mie figlie litigano per la proprietà di un pettine, come sarà la lotta tra fratelli per il possesso del tesoro, del potere, e delle Due Corone? Tuttavia, avevo visto due fratelli che non sembravano in lotta per
il potere. Mi erano sembrati vicini, mi pareva che si sostenessero a vicenda, forse legati dalle angherie subite sotto il tallone di Ay. Il loro affetto mi era sembrato assolutamente sincero. Il piano di Ankhesenamon, nondimeno, aveva un difetto: Tutankhamon non era un re guerriero. Forse aveva doti intellettuali, ma nessun coraggio fisico. Purtroppo il mondo chiede ai suoi re di mostrare una virile vitalità nelle parate, nelle affermazioni solenni e nelle avventure del potere. Certo, si potevano scolpire eroiche statue di pietra, e rilievi imponenti nei templi, che raccontassero le gesta e le campagne di Tutankhamon e il ritorno alle antiche tradizioni e agli antichi poteri. Anche la linea dinastica di Ankhesenamon poteva giocare un ruolo dal momento che, pur essendo giovane, la regina portava con sé molte tracce della madre: la sua bellezza, la popolarità e l'indipendenza intellettuale, e lei stessa aveva dato prova di notevole capacità di ripresa quella sera, quando aveva tenuto testa ad Ay. Restava, tuttavia, il fatto incontestabile che al cuore del grande dramma del potere di stato c'era una falla: l'immagine del dio vivente era un giovane intelligente, ma spaventato, e fisicamente tutt'altro che eroico. Era questo che rendeva vulnerabili il re e la regina. Chiunque stesse tormentando il sovrano con la paura lo sapeva bene. Tanefert era in piedi sulla soglia buia e mi guardava. Mi spostai per farle spazio. Si sedette accanto a me e sgranocchiò una mandorla. «Ci sarà mai una sera in cui saprò con certezza che nessuno busserà alla porta per chiederti di seguirlo?» La cinsi col braccio e l'attirai a me, ma non era questo che voleva. «Mai», disse. «Mai.» Non mi venne in mente una sola parola di conforto. «Penso di esserci abituata. Lo accetto. So che è il tuo lavoro. A volte però, come stasera, quando festeggiamo, vorrei che tu fossi qui, vorrei sapere che non te ne andrai. È impossibile. Perché la gente commette crimini, crudeltà e spargimenti di sangue, e avrai sempre più lavoro. Ci saranno sempre più colpi alla porta durante la
notte.» Distolse lo sguardo. «Vorrei restare sempre, sempre con te», balbettai. Si voltò a guardarmi negli occhi. «Ho paura. Ho paura che un giorno non tornerai da me. Potrei non sopportarlo.» Mi baciò con tristezza, si alzò e si allontanò nel buio del corridoio.
Capitolo 16 Quando il corteo reale entrò nella gran sala del consiglio di Karnak, il rumore e le grida svanirono in lontananza, come all'inizio di un'opera teatrale. La luce intensa della tarda mattinata che filtrava dai lucernai splendeva accecante nella sala di pietra. Il brusio delle persone lì riunite echeggiò a lungo fra i grandi pilastri e infine si acquietò. Tutankhamon e Ankhesenamon salirono sul palco, calpestando coi piccoli piedi regali le figure dei nemici del regno dipinte sui gradini. Si girarono e sedettero sui troni in un cerchio di luce intensa. Sembravano piccoli dei, ma al tempo stesso apparivano così giovani. Le mani perfette si chiusero sulle zampe di leone scolpite nei braccioli del trono, come se volessero dimostrare il loro dominio sulla natura selvaggia. Notai che Ankhesenamon toccò per un attimo la mano del marito, in un gesto di incoraggiamento. Vestiti di bianco, ciascuno dei due con un meraviglioso pettorale raffigurante la testa e le ali spiegate di un avvoltoio, rilucevano di gloria. Che galleria di grottesche figure formavano i membri del consiglio! Vecchi, curvi, sorretti dai servitori, tanti anni prima dovevano aver visto giorni migliori, ma ora avevano le facce pingui, segnate dal lusso e dalla venalità della loro classe, e un'espressione beffarda di superiorità incisa nei lineamenti, che fossero le rughe dei vecchi o le vacue certezze dei giovani. Mani mollicce e stomaci prominenti. Guance grasse, tremolanti sotto le bocche effeminate, e riempite, non c'è dubbio, dalle radici dei denti guasti. Erano i membri delle commissioni, che si scambiavano occhiate veloci e furbesche, valutando i continui sommovimenti della politica e le possibili mosse della partita a tante facce che giocavano tra loro. Poi venivano i despoti: prepotenti, di corporatura massiccia, minacciosi e sempre alla ricerca di una vittima, di qualcuno da attaccare e da condannare. Mi accorsi che uno di costoro aveva lo sguardo fisso su di me. Era Nebamon, capo del Medjay di Tebe. La mia presenza in quella riunione aristocratica sembrava farlo infuriare. Gli feci un
cenno col capo in segno di rispetto, sperando che cogliesse la profonda ironia che lo permeava. Poi mi voltai a guardare il re. Infine, quando tutti fecero silenzio, Tutankhamon parlò. La sua voce era acuta e sottile, ma si propagò con chiarezza nel silenzio della grande sala. «La costruzione della Sala delle Colonne in onore di Amon-Ra, re degli dei, è stata finanziata in ugual misura da questo tempio e dal nostro tesoro personale. È un segnale di unità di intenti. Questo monumento splendido fu iniziato per ordine di mio nonno, Amenhotep III. Sarebbe fiero di vedere che il progetto intrapreso molti anni fa è stato portato a magnifico compimento da suo nipote.» Fece una pausa, ascoltando il silenzio carico di aspettative della sala. «Le Due Terre sono anch'esse una grande costruzione, un vasto edificio, eterno. Stiamo costruendo insieme un nuovo regno; e questa nuova sala, la più alta e maestosa che esista e sia mai esistita sulla faccia della terra, è testimonianza dei nostri trionfi, delle nostre ambizioni e della nostra prossimità agli dei. Invito voi tutti, membri del consiglio di questa grande città e del regno delle Due Terre, a unirvi a noi nella celebrazione, poiché avete partecipato alla sua creazione e vorremmo stringervi tutti in un abbraccio nella sua magnificenza.» Il discorso solenne risuonò amplificato nel silenzio della sala. Molti annuirono con cenni di intesa, approvando il modo in cui li aveva inclusi nella sua visione. «Invito Ay, nostro reggente e padre divino, che ci rese grandi servizi, a parlarvi in nostra vece delle questioni di stato.» Forse non ero l'unico ad aver individuato un accenno di tensione, nuovo e interessante, nell'uso ingegnoso del passato remoto. Doveva essersene accorto anche Ay, con la sua capacità di cogliere le più sottili sfumature, ma non ne diede segno. Avanzò lentamente dalle ombre, cercando di mascherare il dolore che gli rodeva le vecchie ossa come un cane, e prese il posto che gli competeva, un gradino sotto il re e la regina. Fece scorrere lo sguardo imperioso sui volti che aveva di fronte. Il viso era scarno, ma gli occhi spietati e
risoluti. Poi, con una voce pressoché incolore, pronunciò una replica formale, esauriente e gelida, al re e al consiglio. Mi guardai intorno; tutti si sporgevano per non perdere nemmeno una parola, affascinati non dal significato del discorso quanto dalla calma irresistibile dell'uomo, assai più efficace di un vuoto clamore a effetto. Poi passò ai veri problemi all'ordine del giorno. «In seguito agli eventi ignobili e intollerabili accaduti durante la cerimonia, la nostra polizia urbana ha svolto indagini a tutto campo con celerità ed efficienza.» Scrutò la folla finché il suo sguardo non trovò Nebamon, a cui fece un cenno. Anche chi gli stava intorno chinò la testa con rispetto e Nebamon si gonfiò d'orgoglio. «I capi della banda di criminali hanno confessato e sono stati impalati, insieme alle mogli, ai figli e a tutti i membri delle loro famiglie. I loro corpi sono stati esposti alla pubblica vista sulle mura della città. Benché non esista castigo sufficiente per punire un simile delitto, abbiamo dato l'esempio e il problema è stato sradicato.» Fece una pausa e scrutò i consiglieri come per sfidarli a criticare il suo rapporto sul corso della giustizia e la conseguente punizione. «Il capo del Medjay mi ha persuaso che non si verificheranno altre azioni pubbliche di quello stampo. Mi fido della sua parola. La sua efficienza nelle indagini sui disordini, la sua disciplina e la determinazione dimostrata nell'arresto e nell'esecuzione dei colpevoli sono state esemplari. Vorrei che altre persone lavorassero con la stessa alacrità. Pertanto gli conferiamo, come apprezzamento dei risultati ottenuti, il Collare d'onore d'oro e garantiamo, a partire da oggi, il raddoppio dei finanziamenti concessi al Medjay sotto il suo comando.» Nebamon si fece largo fra la folla ammirata, ricevette approvazioni e acclamazioni, cenni e pacche sulle spalle, e si fermò davanti al vecchio macilento, chinando il capo. Mentre Ay poneva il collare sul collo grasso del mio superiore, provai il desiderio di farmi avanti a passo di marcia e strapparglielo. Chi, fra i presenti, era al corrente delle ingiustizie e delle crudeltà di cui si era macchiato ai danni di persone innocenti, solo per amore di quel momento, di quell'oro? Il disgusto mi fece rivoltare lo stomaco. Nebamon alzò lo
sguardo, fece un gesto di gratitudine verso Ay, il re e la regina, e tornò dai suoi compari. Nel farlo mi lanciò un gelido cenno di vittoria. Sapevo che avrebbe utilizzato gli onori ricevuti per rendermi la vita ancor più difficile. Ay proseguì: «L'ordine è tutto. Abbiamo riportato maat nelle Due Terre. Non permetterò che alcun elemento criminale, alcuna forza ribelle disturbi la stabilità e la sicurezza del nostro regno». Parlava come se le cose avvenissero in virtù della sua autorità e che lui solo fosse l'artefice dell'ordine. «Ora possiamo occuparci delle guerre contro gli ittiti. Abbiamo ricevuto rapporti che parlano di successi in battaglia, di nuove conquiste di territori, del rafforzamento delle difese delle città e delle rotte commerciali, del miglioramento della sicurezza. Ci aspettiamo di ricevere una proposta di negoziazione da parte degli ittiti. Il vecchio nemico delle Due Terre è in ritirata!» A tale affermazione senza fondamento seguì un applauso ossequioso, ma poco convinto. Tutti sapevano che le guerre non erano state affatto vinte. Le battaglie con gli ittiti, nient'altro che le schermaglie più recenti nell'infinito attrito sulle terre di confine e negli stati che si interponevano fra i due regni, non si potevano risolvere così facilmente. Ay proseguì: «Se non ci sono altre questioni di cui discutere con gli stimati amici e colleghi, propongo di concludere e dirigerci al banchetto». Guardò l'assemblea con occhio torvo. Il silenzio regnava sovrano e capii che nessuno osava contraddirlo. Si prostrarono tutti con lentezza e scarsa convinzione, come un branco di vecchie scimmie ammaestrate, mentre Ay scendeva dal palco seguito da Ankhesenamon e da Tutankhamon. Nella sala esterna, i numerosi vassoi erano stati appoggiati sui piedistalli. Ciascuno di essi era carico di cibo: pagnotte, panini e dolci appena usciti dal forno, tranci di carne arrosto, uccelli arrostiti in gelatina, zucche e scalogni arrosto, favi di miele, olive luccicanti d'olio, pingui grappoli di uva scura, fichi, datteri e mandorle in
quantità impressionanti. Tutti i buoni prodotti della terra, accatastati a mucchi. Il seguito fu uno spettacolo istruttivo. Quegli uomini, che non avevano mai lavorato la terra sotto il sole di mezzogiorno o macellato un animale con le loro mani, si avventarono sul cibo come le disperate vittime di una carestia. Sgomitarono senza ritegno né pudore, si spinsero e si urtarono per raggiungere le fragranti montagne di leccornie di quel banchetto. Manicaretti preparati con gran dispendio di tempo e fatica scivolarono dai piatti strapieni per finire a terra, calpestati. Gli uomini erano talmente avidi da servirsi da soli, invece di attendere che qualcuno li servisse. Benché vi fosse da mangiare in quantità quasi sconvolgenti, quali la maggior parte della popolazione non si sarebbe mai sognata di vedere, si comportarono come se fossero stati terrorizzati dall'eventualità che il cibo non bastasse. O come se, per quanto ne avessero davanti, temessero che non sarebbe mai bastato. Forse era ingenuo da parte mia paragonare il lusso disgustoso della scena alla povertà e alla mancanza d'acqua, di carne e di pane che perseguitava chi viveva fuori da quelle mura privilegiate, ma era inevitabile. Il rumore mi fece pensare ai maiali al trogolo. Frattanto, con il procedere dell'abbuffata, il re e la regina, seduti su un altro palco, davano udienza a una lunga coda di alti funzionari e delle persone al loro seguito, ciascuno in attesa di ossequiarli e di presentare le ultime petizioni, senz'alcun dubbio per ottenere vantaggi personali. Nakht mi raggiunse. «Che spettacolo ripugnante», dissi. «Il vero volto dei ricchi: una parabola edificante sull'avidità.» «Rovina senz'altro l'appetito», concordò per educazione, anche se sembrava meno disgustato di me. «Cosa pensi del discorso di Ay?» chiesi. Nakht scosse la testa. «Mi è sembrato pessimo. L'ennesima parodia della giustizia. Che razza di mondo! Se non altro, dimostra che persino i despoti fanno fatica a mantenere il potere, oltre certi livelli. La verità è che qualche
esecuzione capitale non risolverà i problemi immensi dello stato. E se pure nessuno lo confesserebbe nemmeno sotto tortura, lo sanno tutti: si tratta di millanterie, ed è un indizio interessante, perché significa che l'uomo ha dei grossi problemi.» Ebbi una rapida apparizione di Ay circondato dai cortigiani; vidi la meschina rappresentazione dell'arroganza e della condiscendenza dell'uomo, e dei sorrisi servili, falsi e orribili di chi lo omaggiava. Con lui c'era Nebamon, che lo guardava come uno stupido cane in adorazione del padrone. Ay si accorse che lo stavamo osservando; registrò l'informazione e le espressioni delle nostre facce nella fredda tomba del suo cervello. Annuì a qualcosa che gli stava dicendo Nebamon e sembrò che l'uomo del Medjay stesse per chiamarmi e pormi le paternalistiche domande che temevo. Ma in quel momento, mentre il rumore del festino, delle grida e delle discussioni raggiungeva il culmine, tutti furono azzittiti dall'improvvisa fanfara di un'unica, lunga tromba militare d'argento; le bocche piene si spalancarono per la sorpresa, le quaglie e le zampe d'oca rimasero a mezz'aria fra il piatto e la bocca, e tutti si voltarono a guardare un giovane soldato che marciava solitario al centro della sala. Ay sembrò colto di sorpresa. Negli occhi da rettile scintillò qualcosa di ben diverso dalla sicurezza. Non era stato preavvertito dell'arrivo di quell'uomo. Un araldo del tempio si fece avanti e lo annunciò come il messaggero di Horemheb, generale degli eserciti delle Due Terre. Il silenzio si infittì. Il soldato eseguì le prostrazioni di rito e pronunciò le formule di elogio dovute a Tutankhamon e ad Ankhesenamon. Non registrò la presenza di Ay, come se non sapesse nemmeno chi fosse. Passò in rassegna la sala silenziosa e la sua folla di ingordi con l'arroganza morale della gioventù, visibilmente disgustato dalla loro avidità. Un accenno di vergogna fece capolino sulle facce di molti di coloro che si stavano ancora ingozzando. Vi fu un leggero rumore di ceramiche raffinate e piatti di pietra scolpita che venivano velocemente appoggiati sui vassoi. Gli onorevoli consiglieri deglutirono, asciugarono le labbra grasse e ripulirono le dita unte. «Ho l'onore di recapitare e leggere un messaggio al consiglio di
Karnak da parte di Horemheb, generale degli eserciti delle Due Terre», disse a gran voce e con orgoglio. «Ascolteremo il messaggio in privato», disse Ay, che si fece avanti in fretta. «Ho ricevuto l'ordine di rivolgere il messaggio a tutto il consesso del consiglio di Karnak», replicò il messaggero con determinazione, in modo che tutti potessero udirlo. Il vecchio ringhiò. «Sono Ay, il tuo superiore, e il superiore del tuo generale. La mia autorità non si discute.» Il soldato assunse un'aria incerta. Allora Tutankhamon parlò, con voce chiara e solenne. «Noi vogliamo udire ciò che il nostro esimio generale ha da dirci.» Ankhesenamon annuì con aria innocente, ma lessi nei suoi occhi il piacere per il dilemma in cui si era venuto a trovare Ay, che non ebbe altra scelta se non accondiscendere, in pubblico, al volere del re. Esitò e si inchinò con ostentazione. «Allora, che parli subito», disse Ay voltandosi, con una voce che conservava ancora un tono di minaccia. Il soldato fece il saluto militare, srotolò un papiro e iniziò a leggere le parole scritte dal suo generale. A Tutankhamon, Immagine vivente di Amon, Signore delle Due Terre, e alla sua regina, Ankhesenamon, e ai signori del consiglio di Karnak. Quando è la diceria a parlare, da migliaia di bocche escono i bisbigli della paura, i mormorii delle congetture e i balbettii dei sospetti. La verità, invece, parla delle cose così come sono. Nulla cambia nella sua bocca. Quando io, che conduco campagne militari nelle pianure di Kadesh, sento dire che il re è stato aggredito in pubblico, nella grande città di Tebe, che cosa devo pensare? È frutto di dicerie? O l'incredibile è diventato realtà? Il messaggero fece una pausa, a disagio. Era nervoso. Non lo biasimavo.
Le Due Terre sono sotto il comando supremo di Ay, che governa in nome del nostro signore, Tutankhamon. Pertanto, perché dovrei allarmarmi? Ma allora è la diceria o la verità che mi parla di altre cospirazioni contro la persona del re nel perimetro sicuro del palazzo? Sconvolti dalla nuova, esplicita accusa, tutti guardarono Ay e la coppia regale. Ay stava per rispondere, quando il re, con inattesa autorità, alzò la mano e zittì il suo reggente. Gli astanti seguirono con grandissima attenzione i nuovi, stupefacenti sviluppi. Il re fece un cenno al soldato che, consapevole del contenuto rischioso e pervaso di minacce dello scritto che era costretto a leggere, continuò implacabile, accelerando il ritmo. Se ne deve concludere che abbiamo nemici all'esterno e all'interno. Di recente gli ittiti hanno rinnovato i loro assalti ai ricchi porti e alle città della confederazione di Amurru, comprese Kadesh, Sumur e Biblo, e facciamo fatica a difenderle. Perché? Ci mancano le risorse, le truppe, le armi sufficienti. Ci troviamo nella spiacevole situazione di non poter aiutare e sostenere i nostri alleati, essenziali nella regione. Mi vergogno a confessarlo, e tuttavia la verità me lo impone. Si dice che ultimamente gli affari esteri del regno siano stati trascurati a favore della costruzione di grandi strutture nel nome degli dei. Nondimeno, rivolgo al re e al consiglio l'offerta della mia presenza e dei miei servigi nella città di Tebe nell'attuale momento di crisi. Se è fondamentale che io ritorni, ritornerò. Contrastiamo il nemico sui nostri confini, ma i nemici interni sono una minaccia assai maggiore, e forse si sono insinuati nel cuore stesso del governo. Che altro rappresentano le minacce al re, il nostro grande simbolo di unità? Come possiamo essere così deboli da consentire simili attacchi senza precedenti? Il mio messaggero, la cui incolumità affido alle vostre mani, mi consegnerà la vostra risposta. Tutti puntarono gli occhi su Ay. Il suo viso aristocratico non mostrò alcuna reazione. Schioccò le dita con gesto autoritario a uno degli scribi, che si precipitò con la tavoletta d'avorio e le penne per
la scrittura, e mentre Ay parlava iniziò a scrivere. Siano benvenute le notizie dell'onorevole generale. Che ascolti la nostra risposta, nel nome di Tutankhamon, Signore delle Due Terre. Primo. Tutte le truppe e le armi richieste per questa campagna di guerra sono state assegnate. Perché ciò non è stato sufficiente? Perché il generale non è ancora tornato in vittoriosa parata, con i prigionieri in catene, i carri carichi delle mani mozzate dei nemici uccisi, e i comandanti sconfitti appesi nelle gabbie alle prue delle navi, da offrire al re? Secondo. Il generale profferisce accuse infondate sulla competenza della città e del palazzo nella gestione degli affari interni. Egli ha ascoltato le dicerie e dato credito alle menzogne. Ciononostante, con motivazioni dubbie si è offerto di abbandonare la sua prima responsabilità, quella di mantenere la propria posizione nella battaglia per la riconquista di Kadesh. La sua offerta è sciocca, irresponsabile e non necessaria. Potrebbe essere definita, anche se esito a esprimermi in questi termini, un atto di abdicazione di responsabilità e di slealtà. L'imperativo è la vittoria, ma il generale non è stato all'altezza del suo compito. Forse per tale ragione la sua offerta ci giunge proprio in questo momento. Gli ordini impartiti da Tutankhamon, Signore delle Due Terre, sono di rimanere al posto di combattimento, lottare, e vincere. Il generale non deve fallire. Nella sala si udì solo il rumore della penna dello scriba che scorreva sul papiro annotando la risposta di Ay. Lo passò ad Ay perché lo sigillasse. Questi lo lesse velocemente, lo arrotolò, lo legò e appose il suo sigillo al cordoncino, prima di porgerlo al soldato, che chinò la testa prendendolo e consegnando nel frattempo quello che aveva portato con sé. Ay si chinò verso il soldato e gli parlò all'orecchio a bassa voce. Nessuno udì le parole, ma l'effetto che produssero sul viso del soldato fu chiarissimo: sembrò che gli avessero comunicato la minaccia di una condanna a morte. A quel punto mi era diventato simpatico. Fece il saluto militare e uscì dalla sala. Mi chiesi se sarebbe riuscito a sopravvivere tanto da consegnare la risposta.
Le parole di Ay, tuttavia, per quanto veementi, non riuscirono a ricomporre ciò che era stato spezzato. Il messaggio del generale aveva causato un effetto dirompente sull'illusoria stabilità politica. E il clamore appena soffocato delle discussioni animate e sgomente, che ebbero inizio non appena il soldato fu uscito dalla sala, fu il rumore dei suoi edifici che crollavano in un cumulo di macerie. Vidi Ankhesenamon toccare con discrezione la mano del marito e Tutankhamon alzarsi inaspettatamente in piedi. Per un attimo sembrò incerto sul da farsi. Poi si ricompose, diede un ordine ai trombettieri, la cui fanfara fece tacere nuovamente l'assemblea, e parlò. «Abbiamo udito quello che il generale ci ha confidato. Egli si sbaglia. La Grande Proprietà è forte e sicura. Un regno prestigioso, sublime ed eterno come le Due Terre attira invidia e inimicizia, ma tutti gli attacchi saranno respinti con rapidità e fermezza. Non sarà tollerato alcun dissenso. Per quanto riguarda la 'cospirazione' a cui allude il generale, non è altro che un turbamento di minore importanza. I responsabili sono già sotto inchiesta e saranno eliminati. Abbiamo riposto la nostra fiducia in quest'uomo.» Di colpo, tutti si voltarono a guardarmi, l'estraneo in mezzo a loro. «Vi presento Rahotep. È ispettore capo del Medjay di Tebe. Noi gli conferiamo l'incarico di svolgere indagini sulle accuse che il generale rivolge in merito alla nostra sicurezza personale. Ha ricevuto gli ordini, e ha il potere che noi gli conferiamo, di eseguire le sue indagini, ovunque lo conducano.» Nella sala il silenzio era assoluto. Il re sorrise e proseguì: «Ci sono molte questioni di stato da portare a termine. Il lavoro della giornata è appena iniziato. Mi aspetto di vedervi tutti quanti all'inaugurazione della Sala delle Colonne». Per la seconda volta nella giornata Ay fu preso alla sprovvista. Ankhesenamon gli rivolse appena uno sguardo. Qualcosa in lei sembrò aver preso coraggio in quei brevi attimi, e i suoi occhi lo rivelavano. Si era accesa una scintilla di determinazione che era rimasta latente per troppo tempo. Uscendo dalla sala, mi lanciò un'occhiata con un accenno di sorriso sulle labbra. Poi sparì, avvolta
dalla schiera delle guardie che la riportavano al Palazzo delle ombre. Nebamon non perse tempo e mi venne incontro a grandi passi. Era sudato. I vestiti erano fradici e le venuzze rosse negli occhi annebbiati tremavano impercettibilmente. Gli mancò il respiro quando mi puntò in faccia il dito piccolo e tozzo. «Qualsiasi cosa tu stia combinando, Rahotep, ascoltami bene: tienimi informato. Voglio sapere tutto quello che succede. Non importa quanto potere ti abbia conferito il re, fallo, oppure, credimi, quando tutto sarà finito, e il tuo piccolo incarico privato si sarà concluso - ammesso che tu riesca ad arrivare da qualche parte, del che dubito - dovrai venire da me. Dovrai venire a vedere che cosa ti resta da fare nel Medjay di Tebe.» Sorrisi e mi inchinai. «Ogni gloria è di breve durata e la strada è lunga se si parte dal basso. Avrò molto da fare. Ti farò un rapporto scritto.» Girai i tacchi e me ne andai in fretta, con la consapevolezza di aver rischiato il mio futuro per il gusto di una risposta sprezzante, ma lo odiavo troppo per preoccuparmene.
Capitolo 17 Appena lasciai i cancelli del tempio, dalla folla assiepata dietro i cordoni di sicurezza sbucò Khety. «Vieni subito», mi disse senza fiato. «Un'altra vittima?» Annuì. «Questa volta l'assassino è stato disturbato. Sbrigati.» Esitai. Avrei dovuto assistere insieme a Simut agli interrogatori di tutti coloro che avevano accesso agli appartamenti reali, ma sapevo di non avere scelta. Corremmo tra la folla per raggiungere la casa, che si trovava in un quartiere distante. Cose e persone si muovevano con troppa lentezza; la gente si girava o si fermava proprio davanti a noi, i muli carichi di mattoni di fango essiccato, di macerie o di verdure bloccavano gli stretti passaggi, e sembrava che tutti gli anziani della città ci mettessero un'eternità ad attraversare la via, così li scansavamo, correvamo, gridavamo per farci largo, spingendo e buttando da parte perditempo, operai, funzionari e bambini, lasciandoci alle spalle ondate di recriminazioni e di agitazione. Il ragazzo giaceva sul suo letto. Aveva più o meno la stessa età del primo e un'infermità simile alla sua. Le ossa erano state fracassate allo stesso modo. La pelle era orrendamente tumefatta per i colpi ricevuti. Ma questa volta, sulla sua testa l'assassino aveva adattato lo scalpo di capelli lunghi, neri e opachi, e la faccia ora distorta, come una maschera di pelle deformata dal grande calore, che erano appartenuti alla ragazza. I bordi di pelle del viso erano stati cuciti intorno al volto del ragazzo con grande perizia, ma non c'era stato il tempo di portare a termine l'orrendo lavoro. Le labbra della ragazza morta, rinsecchite e arricciate all'insù, si aprivano intorno alla piccola cavità scura che doveva essere stata la sua bocca. Vi appoggiai l'orecchio con cautela. Lo sentii: un respiro debolissimo, leggero come il tocco di una piuma sul mio viso. Con grande cautela e delicatezza, e il più velocemente possibile,
usando il coltello per tagliare i punti, tolsi al ragazzo l'orribile maschera. Fluidi appiccicosi e tracce di sangue avevano fatto aderire il volto della ragazza al viso del ragazzo, e dovetti asportarli: le due facce si separarono a fatica. Quella del ragazzo era molto pallida, quasi cerea, e trapunta di macchie di sangue là dove l'assassino aveva eseguito le sue cuciture. La cosa peggiore fu che, al posto degli occhi, c'erano due orbite vuote e sanguinanti. Passai il viso della ragazza a Khety poiché, pur nelle sue condizioni deplorevoli, raffigurava un'identità, qualcosa da cui procedere. D'improvviso il ragazzo tirò un sospiro leggero, quasi un lamento. Cercò di muoversi, ma le ossa frantumate non glielo permisero, e un'ondata di dolore lo pervase. «Cerca di non muoverti. Sono un amico. Chi ti ha conciato così?» Non riuscì a parlare, perché anche le ossa della mandibola erano fratturate. «Era un uomo?» Si sforzò di capire quel che dicevo. «Un uomo giovane o vecchio?» Cominciò a tremare. «Ti ha dato una polverina, un succo da bere?» Khety mi toccò la spalla. «Non può capire le tue parole.» Il ragazzo cominciò a gemere ed emise un suono basso, luttuoso, come un animale in preda a un'angoscia profonda. Il ricordo di ciò che gli era stato fatto gli procurava sofferenza. Trarre un respiro era diventato all'improvviso un'azione che comportava un dolore insopportabile. Istintivamente gli toccai una mano, ma il gemito si trasformò in un lamento acuto. Tentando disperatamente di strapparlo alla morte, gli inumidii le labbra e la fronte con un po' d'acqua. Sembrò riaversi. Aprì la bocca quasi impercettibilmente, come per implorare ancora acqua, e gliela diedi. Poi svenne. Terrorizzato, mi chinai accostando di nuovo l'orecchio alla bocca e sentii - siano ringraziati gli dei - un debolissimo respiro. Era ancora vivo.
«Khety. Ci serve un medico. Subito!» «Ma io non ne conosco», balbettò. Mi lambiccai il cervello e trovai la soluzione. «Presto, dobbiamo portarlo a casa di Nakht. Non ci resta molto tempo.» «Ma come...?» cominciò, gesticolando senza senso. «Sul suo letto, idiota, come se no?» lo rimbeccai gridando. «Voglio che sopravviva e Nakht può aiutarlo.» Tra lo stupore della famiglia del ragazzo, gli coprii il viso con un telo di lino come se fosse già morto, e insieme sollevammo il letto piuttosto leggero, e al quale il gracile corpo del ragazzo non aggiungeva molto peso - facendoci largo nelle strade. Precedevo il corteo urlando a chiunque che facesse largo, cercando di ignorare le facce incuriosite della gente, che spingeva per dare un'occhiata al trasporto e alla causa di tanta agitazione. Vedendo il telo sul corpo, pensavano che stessimo trasportando un cadavere e indietreggiavano, perdendo subito interesse. Nakht reagì in modo completamente diverso, quando in sua presenza sollevai il telo dal corpo torturato. Io e Khety eravamo fradici di sudore e smaniavamo per poter bere qualcosa di fresco; ma il ragazzo aveva la precedenza. Per strada non avevo osato verificare le sue condizioni, ma solo pregato che gli scuotimenti e gli urti inevitabili del letto durante il trasporto non gli procurassero troppo dolore. Speravo che fosse svenuto, ma che non si trovasse già nell'Aldilà, per grazia divina. Nakht ordinò ai servitori di trasportarlo in una delle camere e lo esaminò accuratamente. Io e Khety osservavamo nervosi. Non appena ebbe finito, si lavò le mani in un bacile, poi ci fece un cenno severo perché lo raggiungessimo all'aperto. «Devo confessarti, amico mio, che questo è il regalo più strano che abbia ricevuto da te. Che cosa ho fatto per meritarlo? Il corpo di un ragazzo storpio, con le ossa fracassate, la faccia bucherellata da un ago e gli occhi cavati? Sono perplesso, davvero molto perplesso, e non capisco che cosa ti abbia spinto a portarmelo qui, come un gatto che porta a casa i resti delle sue prede...» Era arrabbiato, e mi resi conto che lo ero anch'io. «A chi avrei potuto portarlo? Senza cure esperte morirà. Devo proteggerlo fino a quando non guarirà. È la mia unica pista. Lui soltanto può dirmi chi
l'ha conciato così. Potrebbe essere in grado di aiutarci a identificare il suo aggressore. Si riprenderà?» «Ha una mascella fratturata, le braccia e le gambe spezzate in più punti. Sono preoccupato per le possibili infezioni ai tagli sul viso e nelle orbite oculari. A prescindere dal mistero delle crudeltà inflitte con tanta precisione sul suo corpo, perché ha i segni degli aghi sul viso?» Estrassi il volto della ragazza dalla borsa e glielo mostrai. Distolse lo sguardo, disgustato. «L'abbiamo trovato cucito sul suo viso. Appartiene a un altro corpo che abbiamo rinvenuto. La faccia apparteneva a una ragazza di nome Neferet.» «Mettila via, per favore. Non riesco a parlare con te, se mi agiti davanti i resti di un volto umano», esclamò. Ero d'accordo con lui. Passai la faccia a Khety, che la prese con riluttanza e con fare schifato la ripose nella borsa. «Possiamo parlare adesso?» Annuì. «Non sono abituato come te alle azioni più efferate della nostra specie. Non sono mai stato in battaglia, non mi hanno mai aggredito o derubato, e non ho mai preso parte a una rissa. Detesto la violenza, come ben sai, il solo pensiero mi fa star male, quindi mi scuserai se quello che per te è lavoro quotidiano per me è uno shock tremendo.» «Ti perdono. Ma dimmi: lo puoi salvare?» Sospirò. «È possibile, se non sopravviene un'infezione. Le ossa si possono sistemare. Il sangue non si può guarire.» «Quando potrò parlare con lui?» «Amico mio, questo ragazzo è stato letteralmente fatto a pezzi. Ci vorranno settimane, forse mesi, perché le ferite guariscano. La mandibola è messa male. Se sopravvivrà, gli occorrerà del tempo per guarire dalle ferite agli occhi, e ci vorrà altro tempo, come minimo un mese, prima che possa parlare. E tutto questo dando per scontato che la sua mente non abbia subito danni dopo una simile esperienza, e che sia ancora in grado di parlare e di comprendere.»
Abbassai lo sguardo sul ragazzo. Era la mia unica speranza. Mi chiesi che cosa avrebbe potuto dirmi e se, dopo un mese, non sarebbe stato troppo, davvero troppo tardi. «Adesso che cosa facciamo?» domandò Khety a bassa voce, mentre eravamo fermi davanti alla casa di Nakht. Aveva un'espressione sconvolta. «Hai qualche indizio su dove lavorava Neferet?» «Ho ristretto l'elenco a un paio di posti. Dovremmo farci una visita», rispose. Mi mostrò un elenco. «Bene. Quando?» «Sarebbe meglio dopo il tramonto, quando sono affollati.» Concordai. «Troviamoci al primo della lista. Portati quella», dissi, riferendomi alla faccia che aveva riposto nella borsa di pelle. «Cosa farai ora?» domandò. «Avrei voglia di andarmene a casa, bere una bottiglia di buon vino rosso e dar la cena a mio figlio, ma devo tornare a palazzo. Oggi pomeriggio si sono svolti gli interrogatori delle persone che hanno libero accesso agli appartamenti reali e avrei dovuto essere lì.» Guardai il sole del pomeriggio che stava declinando a ovest. Probabilmente mi ero perso tutto. «Vuoi che venga con te?» Scossi la testa. «Vorrei che tu andassi dalla famiglia del ragazzo a spiegare che lo stiamo curando. Di' loro che è vivo e che abbiamo buone speranze. E soprattutto accertati che il ragazzo sia posto sotto sorveglianza, metti un paio di guardie all'ingresso della casa di Nakht, giorno e notte. Non vogliamo che qualcuno faccia ancora del male al ragazzo, non possiamo permetterci di perderlo.» «Se dovesse morire?» domandò Khety a bassa voce. «Non lo so», replicai. «Preghiamo gli dei che sopravviva.» «Ma tu non credi agli dei», replicò. «Questa è un'emergenza. Ho deciso di rivedere il mio punto di vista.»
Capitolo 18 Mi diressi verso gli appartamenti reali, che ormai sapevo raggiungere a memoria, senza mettermi a correre. Di giorno, notai, il luogo era molto più affollato: gruppi di funzionari, ministri stranieri, delegati e monarchi a colloquio nelle diverse sale. Mostrai il lasciapassare alle guardie, che lo esaminarono accuratamente prima di consentirmi l'ingresso. Per lo meno, la sicurezza era migliorata. «Portatemi da Simut. Subito», ordinai. Mi aspettava nell'ufficio di Khay. Appena entrai, mi guardarono acidi. «Scusate. Un'altra emergenza.» «Esiste un'emergenza più impellente di questa?» si chiese Khay con aria svagata. Simut mi porse in silenzio un papiro. Osservai l'elenco, che conteneva solo una decina di nomi: i capi della real proprietà, i visir del Nord e del Sud, Huy il Cancelliere, il Sovrintendente capo, il Ciambellano, il Portatore del ventaglio della mano destra del re... «Ho convocato e interrogato tutte le persone che sono entrate negli appartamenti reali negli ultimi tre giorni. Peccato che tu non ci fossi. Non hanno gradito l'attesa né gli interrogatori. L'unico risultato è un aumento della sensazione di incertezza all'interno del palazzo. Temo di non avere nessuna prova contro di loro», disse. «Vuoi dire che tutti vantano un alibi?» domandai irritato da lui e dalla mia stessa ansia per la mancanza di progressi. Aveva ragione. Avrei dovuto esserci. Annuì. «Naturalmente li stiamo controllando tutti e ti farò avere un altro rapporto in mattinata.» «Adesso dove sono?» «Ho chiesto che rimanessero qui fino a quando non avresti potuto parlare con loro. Cos'altro potevo fare? Ormai è buio, sono
inferociti perché non possono tornare a casa dalla famiglia. Sostengono già di essere tenuti prigionieri negli appartamenti reali.» Sbuffò. «Considerata la posta in gioco, mi sembra la minore delle nostre preoccupazioni. Chi sono questi uomini? Voglio dire, a chi sono legati?» Khay mi rimbeccò all'istante. «Sono legati al re e alle Due Terre. Come ti permetti di fare delle insinuazioni?» «Certo, questa è la versione ufficiale, lo so. Quali, fra loro