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MARION ZIMMER BRADLEY STREGHE GUERRIERE (Sword and Sorceress XI, 1994) INDICE Introduzione di Marion Zimmer Bradley Il RICHIAMO DEI CAVALLI SELVAGGI di Bunnie Bessell Il PEGNO di Lynn Michals Il CANTO DELLO SPIRITO di Diana L. Paxson ESAME FINALE di Jessica R. Lerbs L'ORSO DI STRATMOOR di Charley Pearson SNOOT BRONTOLONE di Vaughn Heppner STORIE di Javonna L. Anderson Il FESTINO DELLE LARVE di Jo Clayton I CAVALIERI DELLA LUNA di Lynne Armstrong-Jones AL LADRO! di Mary Catelli LA GUARIGIONE di Hannah Blair LA SORGENTE DELLE VERGINI di Cynthia McQuillin Il RIFUGIO di Judith Kobylecky Il SALVATORE di Tom Gallier SFORTUNA E MALEDIZIONI di Jessie Eaker L'ENIGMA DELLA SIGNORA di Karen Luk UNA LAMA ARRUGGINITA di Dave Smeds IMMAGINI D'AMORE di Larry Tritten UN DESTINO PEGGIORE DELLA MORTE di Diann Partridge GIOCO DI POTERE di Sandra Morrese LA STREGA DELLA PALUDE di Sarah Evans Il MOSTRO DAGLI OCCHI VERDI di Vicki Kirchhoff FUOCO DI NEVE di D. Lopes Heald ANTICA GUERRIERA di Stephanie Shaver EREDITÀ BARBARICA di Lawrence Schimel NEBBIA di Laura J. Underwood GUARITRICE MUSICALE di Tammi Labrecque NON È TUTTO ORO... di Kathy Ann Trueman SOGNI AVVELENATI di Deborah Wheeler Il MOSTRO DELLA NOTTE di Cynthia Ward Il REGALO di Rochelle Uhlenkott
LA BARA DI CRISTALLO di Kristine Sprunger ANELLO DI STREGA di Mildred Perkins Introduzione Marion Zimmer Bradley Per questo undicesimo volume dell'antologia ho fatto molta fatica a trovare la giusta serie di racconti. E non per mancanza di buone storie, ma perché, al contrario, avevo l'imbarazzo della scelta. Anche dopo aver scartato i racconti composti da ragazzine di dieci armi che, non possedendo una macchina per scrivere, inviano testi scritti a mano - che non potrei utilizzare nemmeno se fossero da premio Nebula, cosa che, per metterla nel modo più gentile possibile, di solito non sono - e buttato via senza leggere gli sforzi letterari a interlinea singola redatti da persone che avrebbero dovuto essere consapevoli di star scrivendo sciocchezze, e letto a fatica tutte le storie riguardanti personaggi definiti «streghe» ma che, per le magie che si vedono, potrebbero tranquillamente essere idraulici o falegnami... d'accordo, sto di nuovo sproloquiando. Ma, se non posso brontolare nelle mie introduzioni alle raccolte di racconti scelti da me, dove potrei farlo? Una piccola sfuriata solleva lo spirito, e poi anche i dilettanti dovrebbero avere almeno una vaga idea del mondo professionale in cui stanno cercando di entrare: Mi sognerei forse di cantare al Metropolitan o di dirigere la Filarmonica senza aver mai preso lezioni di vocalizzi o senza possedere orecchio per la musica? No di certo! Perché allora un aspirante scrittore dovrebbe credere di poter fare a meno di studiare la grammatica? Eppure è così. Alcuni seguaci della New Age, con più indulgenza che cervello, insistono ad affermare che tutti hanno talento e che l'unica cosa che serve è l'occasione di liberare la propria creatività! Può essere che sia così... in una terapia psicologica. Ma non nelle mie antologie, per favore! Non posso non pensare a quanto mi sono piaciute anche alcune storie che adesso, al termine della selezione, mi vedo costretta a rifiutare. Ho scoperto con stupore e delusione che molti editor - o dovrei dire quasi tutti? - non condividono la mia gioia davanti alla pila di racconti e romanzi non richiesti. Dove io vedo tutto quel grande talento non ancora plasmato quelle voci giovani, originali, sconosciute - alcuni miei colleghi scorgono solo rozzi tentativi che non porteranno mai a nulla di buono.
Parecchi dei manoscritti che vengono inviati sono davvero pessimi. Ma a volte capita di trovare una perla in mezzo a tutte quelle ostriche. Io ne trovo sempre, ed è per questo che vale la pena cercare. Mentre molti editor riescono a pensare solamente a tutti i rospi che devono baciare, io mi concentro sulle rare perle. O sui principi, a seconda della metafora che preferite. Ed è questo che s'intende parlando del senso del meraviglioso. Gli editor migliori non lo perdono mai, e così io non mi lascio scappare neppure un'ostrica, per quanto bagnata e maleodorante sia. Magari la perla è proprio li. E, se non c'è in questa, chissà che non si trovi nella prossima. Chi può dirlo? Potrebbe essere la vostra. MZB Bunnie Bessell Il RICHIAMO DEI CAVALLI SELVAGGI Bunnie Bessell è una di quei giovani scrittori che considero con orgoglio «una di noi», dato che il primo racconto l'ha venduto a me, per il Marion Zimmer Bradley's Fantasy Magazine. Una delle mie gioie maggiori consiste nello scoprire nuovi autori che poi faranno dell'hobby della scrittura una vera professione; così avrò qualcosa da leggere quando qualche altro scrittore della mia generazione verrà invitato alla grande Convention della Fantascienza nell'aldilà. Chissà quanti miei contemporanei ci troverò! Di sé, Bunnie Bessell afferma di raccontare favole da sempre. Da bambina credeva che dentro di lei vivessero delle piccole creature, che uscivano la notte per raccontare le loro avventure alle sue due sorelle mentre si rannicchiavano sotto le coperte. In realtà è così che hanno cominciato tutti gli scrittori di narrativa che conosco. Nonostante tutte le chiacchiere New Age circa il liberare la propria creatività, abbiamo iniziato tutti preferendo una qualche variante del «Facciamo finta che:» a qualunque altro gioco. E un'altra cosa che Bunnie scrive nella sua biografici mi suona talmente familiare che potrebbe riferirsi alla mia adolescenza. Era «il tipo di ragazzina che continuava a giocare a far finta mentre le altre scoprivano i ragazzi». Io, per esempio, ero quella che a mezzogiorno si nascondeva in biblioteca mentre le compagne della mia età venivano radunate in
massa e portate in palestra per l'inserimento sociale obbligatorio, e cioè: ballo coi ragazzi] Forse è proprio per questo che le scuole hanno tanti problemi: troppa enfasi sulle attività sociali e troppo poca sulla lettura. A costo di essere considerata reazionaria, suggerirei agli istituti scolastici di riportare l'attenzione sulla cultura degli alunni invece di enfatizzare «l'inserimento sociale» a tal punto che poi le ragazze lasciano gli studi per sposarsi quando sono ancora delle vere ignoranti. Bunnie dice pure che proprio come me - ha scritto il suo primo libro in terza media e che si trattava di un giallo fantascientifico. «Adesso abita nell'angolo più buio sotto il mio letto. Non ne abbiamo tutti uno sotto il letto?» Be', no; a volte li tiriamo fuori quando siamo sulla quarantina e li riscriviamo, trovandoli poi in lizza per un premio letterario! A me è successo! Magari accadrà anche a voi. Se è interessante come questo racconto su un clan di streghe cavallerizze, potrebbe succedere. Bunnie aggiunge che colleziona giocattoli a molla e, non avendo figli, ha deciso di diventare «la migliore zia del mondo». Al momento ha l'onore di viziare e coccolare undici nipoti, tra maschi e femmine, con cui si diverte pazzamente. Un punto a favore dell'essere zie: i nipoti mai - o quantomeno assai di rado - ti svegliano alle tre di notte per un cambio di pannolino o un biberon. In questo modo, si ha molto più tempo per dormire e... inventare trame interessanti. È sulla quarantina, vive ad Arlington, nel Texas, ed è una «abbracciatrice provetta». Che possa continuare a lungo con gli abbracci e la scrittura. Ci volle tutto il coraggio di Marlee per entrare nel cerchio del falò. Non guardò da nessuna parte, non volendo incontrare lo sguardo delle dorme del Clan, ma tenne gli occhi fissi davanti a sé. Quando entrò nel cerchio, il brusio della conversazione s'interruppe. Dall'altra parte del fuoco, Hesta si alzò e Marlee andò a fermarsi proprio dinanzi a lei. Alla vista della donna più anziana il suo cuore ebbe uno spasmo. Da quando la madre di Marlee era morta, molti anni prima, Hesta era stata per lei una seconda madre. Un tempo avrebbe fatto un passo avanti per abbracciarla, ma da dodici mesi aveva perso quel diritto. Alle spalle di Marlee giunse Sabrine, che la scostò e si mise accanto a Hesta. «Dille di andarsene», ingiunse, indicando Marlee. «Ha fatto abbastanza danni.» Temendo che Hesta la scacciasse, Marlee si affrettò a levarsi il mantello
e a inginocchiarsi di fronte al fuoco. Indossava solo una corta tunica di pelle non conciata. «Io, Marlee, figlia di Quebacc, nipote di Iris, bisnipote di Leemay, chiedo di servire il Clan dei Cavalli.» A quelle parole udì dei mormorii stupiti, ma continuò a recitare con cura l'appello rituale di una novizia che desiderava entrare a far parte delle Richiamanti. «In questa Notte del Richiamo, sfiorerò la mente di puledre e puledri, di giumente e stalloni. Condividerò il loro pensiero e li condurrò via in p... pace.» Su quell'ultima parola ebbe un'incertezza. «Ordinerò loro di vivere in mezzo al Popolo, di servire il Clan e di essere tutt'uno con esso. Faccio questo affinché il Popolo e il Branco possano crescere e prosperare. Richiamerò i Cavalli Selvaggi dal Grande Branco e li renderò docili.» Poi chinò il capo. «Richiamerò per il Clan dei Cavalli, se questa Capoclan lo consente.» Attese, sapendo di non dover alzare lo sguardo finché Hesta non avesse annunciato la propria decisione. Si era inginocchiata a quel modo anche cinque anni prima, da vera novizia allora. Al suo fianco c'era Juliane; erano entrambe giovani e piene di eccitazione. Nessuna delle due dubitava che sarebbero state ammesse nel gruppo delle Richiamanti: provenivano da famiglie in cui la magia del Richiamo era forte. Erano state accettate in fretta e avevano festeggiato con gioia il primo Richiamo. Quella notte, però, Marlee sapeva di stare compiendo un azzardo disperato. Tornando a essere una novizia, cambiava il modo in cui Hesta doveva considerare la sua richiesta. La Capoclan non poteva tenere conto dell'esperienza di Marlee, nemmeno dell'ultimo anno, e doveva valutare soltanto il possibile beneficio che avrebbe potuto apportare al Clan. Il suo stratagemma obbligava Hesta a mettere da parte i sentimenti personali e a considerare le necessità di tutto il Popolo. E le necessità del Clan erano grandi: gli ultimi anni non erano stati positivi per la sua gente. In quello appena trascorso, a causa della fuga sfrenata - che proprio Marlee aveva causato - dal Branco non era stato richiamato nessun cavallo; e, senza cavalli, non avevano nulla con cui barattare provviste e riparo per l'inverno. Avevano passato i lunghi e aspri mesi in tende collocate nelle pianure aperte; molti, tra i più giovani e i più anziani, erano morti di fame o malattia. Nessuno era tanto sciocco da pensare che sarebbero potuti sopravvivere a un altro inverno del genere. I cavalli dovevano essere richiamati dal
Branco, e anche in gran numero. Quindi, era necessaria ogni possibile Richiamante. «Non puoi prenderla in considerazione!» protestò Sabrine. «Non dopo ciò che ha fatto.» «La fuga sfrenata è stata un incidente», intervenne Jamine. «Abbiamo intenzione di punire Marlee per tutta la vita a causa di un incidente?» Jamine era stata una delle poche a cercare di consolare Marlee dopo la fuga sfrenata. Tuttavia lei aveva respinto le attenzioni della donna, e si era isolata da tutti. Viveva all'interno del Clan, ma non lasciava che qualcuno le toccasse il cuore. Non poteva perdonarsi per ciò che era accaduto; di certo non avrebbe accettato il perdono di nessuno. «Si è fatta prendere dal panico», ricordò Sabrine a Hesta. «Ha perso il controllo e fatto sparpagliare il Branco. Sono morte in quattordici.» A quelle parole Marlee trasalì. Quattordici vite perse; tutto a causa sua. E un'altra dozzina di persone ferite, alcune invalide per sempre. Per un attimo, il senso di colpa la sopraffece. Non aveva il diritto di essere lì. Poi si riprese e raddrizzò le spalle. Sì, aveva fatto uno sbaglio. Aveva perso il controllo e ne accettava la responsabilità. Ma non era stata l'unica; qualcun altro aveva avuto un ruolo nella fuga sfrenata, anche se lei era l'unica a saperlo. E quella notte Marlee doveva andare col Clan. Doveva individuare l'altra donna e fermarla prima che accadesse di nuovo. Andando contro la consuetudine, Marlee alzò la testa e incrociò lo sguardo di Hesta dall'altra parte del falò. Negli occhi della Capoclan non lesse la minima emozione. «Marlee è una Richiamante di esperienza», riprese Jamine. «Ha attirato molti cavalli dal Grande Branco.» Con stupore di Marlee, dalle donne che la circondavano salirono mormorii di consenso. Vide lo sguardo di Hesta guizzare, come a valutare ognuna delle presenti. Si fermò su Sabrine. Sabrine era tra le Richiamanti più anziane e di maggiore esperienza. Richiamava cavalli dal Branco con regolarità, e cercava di fare in modo che nessuno lo dimenticasse. Anche se poteva essere sgradevole, Marlee sapeva che la sua opinione aveva grande peso. «Guarda cosa ha fatto a mia figlia. E alla tua», disse con asprezza Sabrine. «Ha ucciso Juliane. Lascerai che uccida di nuovo?» A quelle parole Marlee vide Hesta sobbalzare, e seppe di aver perso. Non le avrebbe dato un'altra possibilità. Una parte di lei sapeva di non me-
ritarsela. Il pensiero di Juliane le offuscava la mente; lottò contro il dolore che le cresceva dentro. Erano state amiche del cuore sin dall'infanzia. Juliane, così divertente e vivace, era l'opposto della più lenta e riflessiva Marlee; la quale non avrebbe mai neanche potuto immaginare una vita senza Juliane. E adesso il ricordo più intenso che aveva della sua amica era quel corpo straziato dopo la fuga sfrenata. Niente avrebbe potuto cancellare quell'immagine. «E chi sarebbe la sua guida?» riprese Sabrine, la voce tesa per la rabbia. «Nessuno agirebbe mai da Vista per una come lei.» Marlee vide un lampo di preoccupazione attraversare il volto di Hesta. Una Richiamante e la sua Vista lavoravano a contatto molto stretto; la sicurezza di entrambe dipendeva dalla loro rapidità di reazione. Era stata Juliane la Vista di Marlee, e lei sapeva che Hesta era riluttante a chiedere a qualcun altro di prendere quel posto. «Non mi serve una Vista», replicò Marlee. «Richiamerò un animale e lo farò coricare a margine del Branco.» Richiamanti più timide a volte scivolavano nella mente di un cavallo e lo mettevano a dormire finché il Branco non se n'era andato. In situazioni normali, Marlee non avrebbe mai accettato di far addormentare un cavallo. Si sarebbe sentita insultata se qualcuno avesse insinuato che non aveva il talento per renderlo docile e richiamarlo tranquillamente al suo fianco. Per quello che aveva intenzione di fare, però, non le serviva né desiderava avere attorno qualcuno che le facesse da guida. «Sarò io la sua Vista!» Una ragazza di qualche estate più vecchia di Marlee si fece avanti tra le donne riunite. Quando vide di chi si trattava, Marlee trattenne il fiato. Un silenzio imbarazzato scese sul Clan mentre la ragazza si dirigeva verso di lei. Camminava piano, trascinando la gamba destra in un'andatura goffa, il piede storpiato durante la fuga sfrenata dell'anno prima. Fermandosi davanti a Marlee, sollevò le mani coi palmi in alto. «Io, Dana, figlia di Sabrine, nipote di Lilla, bisnipote di Camarre, sarò la Vista di Marlee. Se lei mi accetta.» Marlee esitava. Faceva fatica persino a guardare Dana. Non era sicura di poterle camminare al fianco nelle pianure, tantomeno di poter dividere con lei ciò che una Richiamante e la sua Vista dovevano condividere. Lo sguardo di Dana non tremò incrociando quello di Marlee. «Le mie mani non sono storpie», disse sottovoce, perché solo Marlee potesse senti-
re. Quando l'altra ragazza trasalì, aggiunse con maggiore dolcezza: «E neppure la mia mente». Marlee vide qualcosa nei suoi occhi: un'angoscia che riconobbe. In quell'ultimo anno, lei poteva avere sofferto per il disprezzo del Clan, ma Dana ne aveva sopportato la pietà. Guardò verso la madre di Dana. Il viso di Sabrine era teso. Ci volle un secondo perché Marlee si accorgesse che Sabrine fissava Dana, non lei. Era evidente che la vedeva solo come un'inutile invalida. Ma come poteva una madre essere tanto insensibile verso il proprio figlio? Riportando lo sguardo su Dana, Marlee si rese conto che la ragazza era consapevole dei sentimenti della madre. Dana non era una grande Richiamante, e più di una volta Marlee aveva sentito Sabrine che la rimproverava, quando tornava a mani vuote da una battuta di Richiamo. All'interno del Clan il prestigio era determinato dal numero di cavalli che si era in grado di richiamare dal Branco. Una donna che ogni anno portasse un cavallo era considerata degna del Clan. Chi ne portava due, o anche di più, si guadagnava una reputazione migliore. Quelle che non ne portavano nessuno non meritavano onore. Alla fine, venivano mandate a vivere tra le tende degli uomini. Le possibilità che la zoppa Dana riuscisse a condurre al Clan un cavallo erano davvero minime. E Marlee vide che l'orgogliosa Sabrine non poteva accettare un simile fallimento da sua figlia. Mentre osservava la ragazza più anziana, in Marlee si fece strada un'altra certezza. Dana non sarebbe mai più riuscita a partecipare a un Richiamo, se non avesse fatto coppia con lei. Nessun'altra avrebbe preso con sé una storpia. «Accetto Dana come mia Vista», dichiarò. «È ridicolo», sbottò Sabrine. «Dana riuscirebbe solo a farsi di nuovo male. Che aiuto potrebbe mai dare?» Hesta si accigliò alle dure parole di Sabrine. Rimase in silenzio per parecchi minuti, e Marlee si era ormai convinta che la decisione sarebbe stata negativa. Alla fine, Hesta annunciò: «Marlee, figlia di Quebacc, Dana, figlia di Sabrine, questa Capoclan accetta i vostri servigi come Richiamante e Vista per il Clan dei Cavalli». Marlee si alzò, barcollando, quasi incredula che Hesta avesse dato la sua approvazione. Fissò speranzosa la donna più anziana, implorando anche il perdono. Ma Hesta mantenne un'aria severa. «Sei una novizia», l'ammonì. «Ri-
chiamerai un unico cavallo dal fianco esterno del Branco, dove sarà meno probabile influire sull'intera mandria. Se il cavallo che richiamerai ti causasse problemi, lo lascerai andare.» Marlee annuì, pur sapendo benissimo che si trattava di regole cui non avrebbe potuto obbedire. L'intero Clan si mise a parlare, ma Marlee non avrebbe saputo dire se la maggior parte approvasse o disapprovasse la decisione di Hesta. Intimando il silenzio con un gesto, Hesta dichiarò: «Dobbiamo andare». Un istante dopo, il Clan era in movimento. Un gruppo di giovani donne si fece avanti con ceste piene di escrementi di cavallo essiccati. Richiamanti e Viste tesero il mantello alle ragazze, poi si cosparsero corpo e tunica di letame sbriciolato. Mentre aspettava il suo turno, Marlee contò le Richiamanti. Soltanto venticinque. L'anno prima erano almeno quaranta. Fu sopraffatta dal dubbio. Doveva davvero affrontare il Branco? E se fosse accaduto di nuovo? Se avesse provocato un'altra fuga sfrenata? Aveva già causato un tale danno! Sul serio si meritava un'altra occasione? Dana le sfiorò la spalla e le tese un cesto. Prese una manciata di letame e lo strofinò sulla spalla e sul braccio di Marlee. «Sei una brava Richiamante», le disse per rincuorarla. Marlee scosse il capo, non sapendo se fosse ancora vero. «Il Clan ha bisogno di te», aggiunse Dana con maggiore fermezza. Scrutò negli occhi di Marlee. «Saremo una buona squadra, tu e io. Vedrai.» Marlee guardò l'altra ragazza, e comprese che era impaurita proprio quanto lei. Per un attimo dubitò della forza di Dana e si chiese anche come mai non erano mai state amiche. Ma la risposta giunse immediata: fino all'anno precedente la sua amica era stata Juliane. Non gliene erano servite altre. Raccolse una manciata di letame e, storcendo il naso per l'odore, aiutò Dana a spargerselo addosso. Quando furono pronte, presero posto dietro Hesta, Jamine e le altre Richiamanti. In silenzio, le donne lasciarono il fuoco dell'accampamento e si diressero oltre il pascolo. La luna piena gettava sulla pianura una vivida luce bianca. Marlee percepiva l'acuirsi dei sensi mentre sì muoveva nell'erba alta. Era la prima luna piena della Stagione di Crescita e l'unica notte dell'anno in cui si radunava il Grande Branco. L'unica notte dell'anno in cui i cavalli potevano
essere richiamati. Ricordi di Juliane le si affollavano attorno a ogni passo. L'anno prima avevano camminato insieme in quel luogo, mano nella mano, bisbigliando l'una all'altra, soffocando risatine di eccitazione. Possibile che fosse trascorso soltanto un anno? Avevano un piano: quell'anno intendevano richiamare tre cavalli. Sarebbe stata una bella prodezza per una coppia tanto giovane. Se ci fossero riuscite... E ce l'avevano quasi fatta. I primi due cavalli erano stati individuati e vincolati con facilità. Il terzo, un puledro di un anno, si era dimostrato nervoso e furbo. Marlee era praticamente esausta quando era riuscita a renderlo docile a sufficienza da iniziare a vincolarlo. Juliane le aveva stretto la mano a mo' d'incoraggiamento, e con un respiro profondo Marlee aveva cominciato l'incantesimo. Ma, proprio in quel momento, la mente di un'altra Richiamante aveva sfiorato la sua. Il contatto non preoccupava Marlee. A volte capitava che, vagando tra il Branco, le Richiamanti s'incontrassero. Ritirati, aveva avvertito con gentilezza in modo da non mettere paura al puledro. Questo cavallo è attribuito. Con sua grande sorpresa, l'altra Richiamante non aveva indietreggiato. Al contrario, aveva iniziato a lanciare sul puledro un incantesimo di legatura. Questo è mio, aveva sostenuto con maggiore fermezza, spingendo la mente contro quella dell'altra. Che però era più fresca della sua, non affaticata dall'estenuante sforzo necessario a rendere docile un cavallo. Di chiunque si trattasse, doveva essere una Richiamante debole, o semplicemente una scansafatiche. Stava cercando di rubare il cavallo di Marlee dopo che tutto il lavoro impegnativo era già stato fatto. Marlee sapeva di non voler cedere. Quando un cavallo veniva vincolato, la percezione della sua mente cambiava in modo radicale. Anche se Marlee aveva speso immense energie nel domare l'animale, non sarebbe più riuscita a riconoscerlo se l'altra donna l'avesse legato a sé. Aveva cercato d'identificarla, ma non era riuscita a riconoscerne l'essenza. Vattene, aveva detto brusca. Ma ancora quella insisteva. Era difficile a credersi. Marlee aveva udito racconti di Richiamanti che si sottraevano i cavalli a vicenda, ma accadeva quando erano Clan diversi a contendersi lo stesso Branco. Non si rubava a una compagna. La seconda Richiamante aveva continuato a tessere il suo incantesimo, e
Marlee sentiva che il puledro le veniva strappato. Disperata, aveva usato tutta la sua magia, lottando per riconquistare il puledro. L'animale sbuffava per il conflitto in atto nella sua mente; Marlee riusciva a percepire la sua paura che aumentava. E, tuttavia, si era rifiutata di cedere: quel cavallo era suo. Aveva spinto con più forza, cercando di scacciare l'altra donna dalla testa del cavallo. D'un tratto, il puledro si era allontanato di scatto da entrambe, impennandosi e scalciando nell'aria. Marlee allora aveva fatto la cosa peggiore che potesse fare una Richiamante. Aveva aperto gli occhi. All'istante, non solo il puledro ma anche gli altri due cavalli legati a lei avevano visto attraverso i suoi occhi umani, oltre che attraverso i propri. Era stato il terrore totale. Imbizzarriti, avevano preso a nitrire di paura; l'intero Branco, centinaia di cavalli, si era dato a una fuga sfrenata. Marlee si era gettata a terra, rotolando in un avvallamento e coprendosi la testa con le braccia. I cavalli correvano proprio sopra di lei, colpendola ripetutamente con zolle e terriccio. C'era voluta un'eternità prima che il rombo degli zoccoli si affievolisse. Poi, Marlee era uscita dalla buca. Juliane era distesa qualche metro più in là, il corpo contorto e sformato. Gridando, Marlee era crollata al suolo e aveva abbracciato l'amica: «No, Juliane, no. Ti prego, no». Cullandola, piangeva senza più controllo. Tutto attorno a lei altre gridavano per il dolore e la perdita. Infine aveva alzato lo sguardo e trovato Hesta in ginocchio lì accanto. «Ho aperto gli occhi», aveva confessato. «È colpa mia. Io ho ucciso Juliane.» Aveva visto lo sguardo di Hesta passare dall'incredulità alla rabbia e poi all'odio. La donna più anziana aveva sollevato Juliane per portarla via, senza mai voltarsi. Marlee inciampò, sopraffatta dal ricordo di quella notte. Dana le prese il braccio per non lasciarla cadere, e lei si divincolò. Lanciò un'occhiata verso l'altra ragazza che le afferrò la mano, obbligandola a fermarsi. «L'anno scorso, prima della fuga sfrenata, qualcuno aveva cercato di rubarti il cavallo, non è vero?» le chiese sottovoce. «Tu?» «No. Non io.» Dana scosse rapida il capo. «Ma l'anno precedente, qualcuno mi ha rubato il cavallo. E lo stesso è accaduto l'anno ancora prima.»
«Cosa?» «È arrivata un'altra Richiamante e ha preso i cavalli che avevo domato, prima che li potessi vincolare.» «Per due volte?» chiese Marlee. Dana annuì. «Perché non l'hai detto a qualcuno? Hesta...» «Non mi avrebbero creduto», replicò Dana. Marlee stava per controbattere: ma certo che qualcuno le avrebbe creduto! Poi si fermò, considerando la situazione. E lei, Marlee, le avrebbe creduto? Dopo tutto Dana non era mai stata una grande Richiamante. Se all'improvviso avesse affermato che qualcuno le rubava i cavalli, le avrebbero creduto? No. Non sarebbe stato ritenuto plausibile. «E perché tu non l'hai detto a qualcuno?» chiese Dana di rimando. Marlee distolse lo sguardo. Perché non l'aveva fatto? All'inizio, era stato per il dolore. Per parecchie settimane non aveva quasi parlato con nessuno. Era così istupidita dal senso di colpa e dalla perdita di Juliane che non riusciva a pensare ad altro. Poi, aveva anche sperato che la seconda Richiamante si sarebbe fatta avanti ammettendo il proprio coinvolgimento nella tragedia. Quando si era resa conto che l'altra non avrebbe confessato, era troppo tardi. Era passato troppo tempo. «Non avrebbero creduto neanche a me.» «Io sì», ribatté Dana. Abbassò lo sguardo, il viso rosso d'imbarazzo. «Io... io non avevo la forza per impedirle di rubarmi i cavalli. Non sapevo come oppormi.» «Io mi sono opposta», replicò Marlee mentre in gola le si formava un grosso nodo. «E Juliane è morta.» Rimasero in piedi, l'una accanto all'altra, senza sapere come lenire il reciproco dolore. Poi Dana fece un cenno col capo in direzione delle Richiamanti che le stavano lasciando indietro, e ripresero il cammino. «Che cos'hai intenzione di fare?» chiese Dana. «Trovare l'altra Richiamante!» «Come?» «Non ne sono sicura», rispose Marlee. «Tu sai di chi si trattava? L'hai riconosciuta?» Dana scosse il capo. «Penso che se riuscissi a sfiorarle di nuovo la mente potrei capire chi è», spiegò Marlee. «E fermarla?» domandò Dana.
«Sì.» Almeno, sperava di poterlo fare. Per diversi minuti Dana non disse nulla. Poi sussurrò: «Quindi quest'anno non richiamerai nessun cavallo?» «No», ribatté Marlee, e lesse il disappunto negli occhi dell'altra ragazza. Si allontanò da lei. Alla fine, le Richiamanti si fermarono su un crinale. Sotto di loro, il Grande Branco brucava nella vallata. Marlee abbassò lo sguardo e a quella vista le mancò il respiro. Centinaia di cavalli: bai e lupini, bigi e pezzati, giumente coi puledrini al fianco e giovani esemplari, maschi e femmine, che amoreggiavano in libertà. Gli animali erano così tanti che il Branco si estendeva fino a dove l'occhio poteva guardare. Brucavano tranquilli l'erba verde, i mantelli splendenti nella luce della luna, per nulla preoccupati dalle donne silenziose e immobili che stavano sul crinale. Subito, Marlee desiderò ardentemente di trovarsi in mezzo ai cavalli. Di accarezzarne il muso morbido e passare le dita tra la folta criniera. Voleva far scivolare le mani attorno a un collo possente, montare su un'ampia groppa e lanciare l'animale al galoppo. Correre col suono degli zoccoli che rimbombava nelle orecchie e col cuore che batteva allo stesso ritmo. Sentì Dana avvicinarsi e, quando lanciò un'occhiata al suo fianco, lesse lo stesso desiderio sul viso dell'altra ragazza. Si scambiarono un sorriso, poi guardarono verso Hesta. La Capoclan sollevò la mano e indicò che il Richiamo poteva avere inizio. Facendo scivolare la mano in quella della compagna, Dana le tambureggiò sul palmo nel codice usato dalle Richiamanti e le chiese: «Come farai a cercarla?» Marlee si strinse nelle spalle. «Mi limiterò a inserirmi nella mente del maggior numero possibile di cavalli, sperando di trovarla», tambureggiò di rimando. Si squadrarono un istante, consapevoli che come piano non valeva molto. «Ce la puoi fare», segnalò Dana, incoraggiante. Con un cenno d'intesa, Marlee chiuse gli occhi e rese più profonda la respirazione; si lasciò cadere gradualmente nella trance. Mentre attorno a lei scendeva l'oscurità, perse la percezione di chi era e dove si trovava. I suoi piedi non toccavano più il terreno, la sua mano non era più stretta attorno a quella di Dana.
Quando nulla esistette più, fece appello alla magia. Trasse l'essenza dalla terra umida e fertile, dai verdi steli d'erba; sul viso la fresca brezza e il tocco delicato dei raggi di luna. Riunì tutto insieme e divenne parte di quel tutto. Per un istante, fu ogni cosa e niente. Si lasciò trasportare. Il potere si accumulò dentro di lei e la vibrante forza vitale del Branco l'attirò a sé. Si fece avanti, fondendosi col primo cavallo che incontrò: un giovane stallone. Avvertì i muscoli delle spalle dell'animale incresparsi sotto la pelle. Il cavallo si muoveva con forza e grazia. Collo inarcato e coda alta, aggirava il fianco della mandria; desiderava le giumente, ma non era abbastanza coraggioso da sfidare il capobranco. Marlee condivideva la sua frustrazione. L'animale scalciò, sollevando le zampe posteriori, e si allontanò attraversando la valle a grandi falcate; correva per l'assoluta necessità di essere semplicemente in movimento. Quando Dana accarezzò il palmo di Marlee, facendola tornare in sé, lei faticò a staccarsi dallo stallone. Riluttante, incominciò la ricerca, spostandosi nella mente di una giumenta più anziana. C'era già un'altra Richiamante che legava a sé la cavalla. Ritirati, le disse subito l'altra donna, e Marlee lo fece. Non era quella la mente che aveva incontrato l'anno prima. Si spostò ancora, scivolando di cavallo in cavallo, senza tentare di domarli né di richiamarli; si limitava a entrare in contatto, per poi passare oltre. In modo del tutto imprevisto, penetrò nella mente di un animale che conosceva già. Lei e Juliane avevano richiamato quella giumenta quattro anni prima, quando era a malapena svezzata. Le due ragazze l'avevano addestrata, e tenuta per due anni. Quando infine era giunto il momento, non avevano avuto il cuore di barattarla. Avevano preferito invece reinserirla nel Branco come fattrice. Marlee non riusciva a credere di averla ritrovata. Canto del Vento? La giumenta reagì all'istante; sollevò la testa e si guardò attorno, come si aspettasse di vederla. No, non sono qui. Almeno, non fisicamente. Percepiva la gioia di Canto del Vento nell'averla incontrata di nuovo. Si fuse con la mente della cavalla. Qualcosa colpì al fianco Marlee, che estese la consapevolezza fino a sfiorare una puledrina. Hai una figlia. Al tocco della ragazza, la cavallina sbuffò, puntando in avanti le piccole orecchie. Marlee la tranquillizzò. È una vera gemma. E potremo proprio chiamarla così, Gemma.
S'interruppe. Cosa stava facendo? Dava un nome a quella puledrina... Ma non poteva richiamare Canto del Vento e neppure sua figlia. Con ogni probabilità non le avrebbe più riviste. Doveva rimettersi a fare ciò per cui era lì. Abbiate cura di voi, splendide creature. E, mentre si ritirava, poteva ancora percepire Canto del Vento che si guardava attorno, cercandola. Spostandosi, scivolò dentro e fuori una mente dopo l'altra, senza mai trovare Richiamanti. Si fermò una volta, quando toccò la mente di una vecchia cavalla. La personalità dell'animale era così piacevole che Marlee non poté limitarsi a passarle accanto. Quando finalmente procedette oltre, rimpianse la propria debolezza. Il cuore le batteva forte e le ginocchia cominciavano a tremare. Aveva quasi esaurito l'energia. Dana le passò un braccio attorno alla vita, offrendole sostegno. Immediatamente Marlee si raddrizzò, non volendo pesare sulla ragazza storpia. «Appoggiati a me», le segnalò Dana. Ma Marlee non riusciva a persuadersi a contare sull'altra ragazza. Mantenendosi più dritta che poteva, inviò di nuovo la sua consapevolezza all'esterno, toccando decine di menti senza alcun risultato. Il tempo pareva allungarsi a dismisura, e Marlee cominciò a temere che la ricerca sarebbe stata infruttuosa. Venne attratta dalla mente di un altro cavallo, un giovane puledro, talmente vivace da strapparle un sorriso. Per un momento si fuse con lui, gustandone l'essenza; quando lo fece, l'animale sbuffò. Quello sarebbe stato pestifero da addestrare, ma ne sarebbe valsa la pena. Per un attimo fu tentata di legare a sé il puledro. Poi sentì il rapido tambureggiare di Dana sulla mano. «Cosa stai facendo?» «Che vuoi dire?» «Pensavo che non stessi richiamando», segnò Dana. «Si sono avvicinate due cavalle. Ti hanno annusato e...» «Come?» chiese Marlee. «Due cavalle, si sono...» ricominciò a segnare Dana. «Una aveva una puledrina?» domandò Marlee. «Sì.» Marlee non capiva. Non aveva richiamato. Almeno, non in modo intenzionale. Eppure in qualche maniera l'aveva fatto. Quelle dovevano essere
Canto del Vento e l'altra giumenta che si era fermata ad accarezzare. Provò un'ondata di eccitazione: aveva richiamato e vincolato, senza neppure averne l'intenzione. Marlee dovette sforzarsi di non scoppiare a ridere, e in qualche modo sentì che anche Dana soffocava una risata di gioia. Un'altra mente si accostò a quella di Marlee, che s'irrigidì. Il puledro che aveva appena sfiorato era impaurito, quasi frenetico. Marlee aveva già avuto un assaggio di quel tipo di panico; due Richiamanti si battevano per conquistare la mente del giovane cavallo. Il cuore di Marlee martellava per la paura. Canto del Vento, la sua puledrina e l'altra giumenta erano già legate a lei. Se avesse cercato di fermare lo scontro, si sarebbero spaventate anche loro. Per di più, era quasi sfinita; riusciva a malapena a reggersi in piedi. Cosa poteva fare? Doveva spezzare il legame con gli animali che aveva richiamato. O indebolirlo. Le venne un'idea, e la mise in pratica senza pensarci due volte. Attirò la mente delle cavalle che aveva richiamato; le radunò, le accarezzò e coccolò, legandole ancora più strette. Poi visualizzò mentalmente Dana. Mostrò alle cavalle una ragazza magra, coi capelli corti e con un piede zoppo. La fece apparire come un luogo sicuro, dove avrebbero trovato cibo e riparo; una persona che avrebbe dato una grattatina ai punti che prudevano e procurato prelibatezze come carote e alfa alfa. Presentò Dana come tutto ciò che era buono e rassicurante e protettivo; poi, con la stessa perizia con cui le aveva legate a sé, le vincolò a lei. «Cosa succede?» le tambureggiò Dana sulla mano. «Adesso strofinano il muso contro di me?» «Non te lo posso spiegare», replicò Marlee. «Le ho legate a te. Abbine cura.» «Marlee?» «Fallo e basta.» Marlee percepì che Dana reagiva in modo automatico. Sapeva che la ragazza più grande non poteva usare una trance completa per trattenere i cavalli; avrebbe dovuto utilizzare quella leggera, che s'impiegava durante l'addestramento. Marlee si augurava di averle spianato la strada, presentandola alle cavalle; sperava che quanto aveva fatto fosse sufficiente, ma non poteva aspettare di esserne certa. Quando percepì che Dana si apriva all'esterno, avvolgendo le giumente, si ritrasse. Una volta messa la giusta distanza tra sé e i cavalli che aveva richiama-
to, si protese verso il puledro spaventato. Scivolò nella mente del cavallo, e fu circondata dal caos. Per un attimo condivise quel terrore. Voleva scappare via; correre veloce e lontano. Si riscosse. L'animale era quasi accecato dalla paura. Due menti si combattevano rabbiose per possederlo. Marlee riusciva a stento a separare le Richiamanti da quell'intrico di paura. Ritiratevi! ordinò in tono energico. No! replicarono entrambe. Per un attimo Marlee si sentì persa. E Branco si darà alla fuga sfrenata, avvertì, sperando che il rischio le avrebbe fatte indietreggiare. Per un istante pensò che non avesse funzionato. Poi, all'improvviso, una delle menti era scomparsa. Era rimasta sola con l'altra Richiamante. Ed era la mente che aveva incontrato l'anno prima! Chi sei? chiese. L'altra non rispose. Cominciò invece, quasi con indifferenza, a legare il cavallo ancora agitato. Come osi? gridò Marlee. La Richiamante non le badò. Marlee si rese conto che, se non fosse riuscita a far parlare l'altra donna, non avrebbe avuto modo d'identificarla. E non sarebbe riuscita a fermarla. Inutile essere andata lì quella notte; per quanto tentasse con tutte le forze, avrebbe fallito. In lei divamparono rabbia e frustrazione; e subito quei sentimenti si riversarono nella mente del cavallo. All'improvviso il puledro aveva ricominciato a dibattersi, quasi frenetico. Marlee si bloccò. Non di nuovo! Un altro accesso di panico, un'altra fuga incontrollata; il Clan sarebbe stato colto impreparato. Marlee fu sopraffatta dalle proprie paure: non riusciva a pensare, non riusciva a muoversi. Disperata, si afferrò alla mano di Dana. Calma, calma. Il tono sereno con cui Dana rendeva docili i cavalli raggiunse anche Marlee. La pacata forza dell'altra ragazza le diede l'incoraggiamento di cui aveva bisogno. Sì, calma, convenne. Fece un respiro profondo. Aveva detto a Hesta che avrebbe fatto coricare un cavallo, ed era giunto il momento di mantenere la parola. Focalizzò le energie. Calmo, disse al puledro. Sta' tranquillo, pic-
colino. Nessuno ti farà del male. La paura del cavallo diminuì leggermente. Rimise in gioco tutto il suo potere. Non prestò attenzione all'altra Richiamante, concentrandosi solo sul cavallo. Sta' fermo. Sei al sicuro. Marlee visualizzò un ampio pascolo con dolci colline; evocò i caldi raggi del sole e una lieve brezza. Il puledro cominciò a respirare meglio. Stava funzionando. Marlee aggiunse bella erba verde alla visione e fece credere al cavallo di avere lo stomaco pieno. La testa dell'animale cominciò a piegarsi. A margine della propria mente, Marlee si accorse con sorpresa che anche l'altra Richiamante iniziava a sentirsi stanca, assonnata come il puledro. Non aveva mai pensato di poter raggiungere la mente di una persona passando attraverso quella di un cavallo. A quel punto raddoppiò gli sforzi, espandendo la portata, includendo in modo deliberato l'altra Richiamante. Hai sonno. È stata una giornata lunga. Sdraiati. Sdraiati sull'erba e riposa. Il cavallo si piegò sulle ginocchia, quindi con un nitrito rotolò sul fianco. La mente della Richiamante lo seguì, intrappolata dentro l'animale, profondamente addormentata. Per un breve istante, Marlee restò inebetita da ciò che aveva ottenuto. «Dobbiamo lasciare il Branco», segnalò Dana. «Subito! Una Richiamante è a terra!» «Chi?» chiese Marlee. «Sabrine. Rimarrà Yvonne con lei», aggiunse in fretta Dana. «Hesta manderà degli aiuti più tardi.» Di colpo, Marlee sentì Dana irrigidirsi. «Era Sabrine, vero?» Senza aspettare la risposta di Marlee, la ragazza cercò di liberare la mano a strattoni. «È sempre stata lei, per tutti questi anni.» Marlee non la lasciò andare. Non sapeva cosa dirle, come confortarla, ma non avrebbe permesso che scappasse via. «Avrei dovuto saperlo», tambureggiò brusca Dana contro il palmo di Marlee. «Sabrine ha sempre voluto essere la migliore di tutte. Ma stava invecchiando. Stava perdendo la capacità di richiamare. Perciò rubava la forza delle altre!» Marlee percepiva un miscuglio di emozioni attraversare la ragazza: incredulità, rabbia, dolore. «A Sabrine non importava di fare del male, non guardava in faccia nes-
suno.» Dana strinse la mano di Marlee. «Non le importava di nessuno.» Neppure di sua figlia. Lei non lo disse, ma Marlee sapeva che erano quelle le parole che stava pensando. «Non sapeva che eri tu», le segnalò con dolcezza. Per un attimo, Dana continuò a essere tesa, la mano stretta in quella di Marlee. Poi si rilassò un poco. «Non mi metterò a piangere. Non per Sabrine.» Fece un respiro profondo. «Cosa le succederà?» Esitante, Marlee rispose: «Adesso lo dirò a Hesta. E se mi crede...» «Ti crederà!» «Allora Sabrine andrà davanti al Consiglio del Clan per essere giudicata. È probabile che venga bandita. Di sicuro non richiamerà mai più.» Dana restò in silenzio per qualche minuto poi tambureggiò: «È giusto così». Fece un altro respiro e diede una lieve stretta a Marlee. «Riprendi il controllo dei tuoi cavalli. Dobbiamo portarli via dal Branco», le comunicò, decisa. All'inizio Marlee non era sicura di riuscirci. Si sentiva i piedi di piombo e la mente annebbiata. Le ci volle uno sforzo immenso anche solo per individuare la mente degli animali. In un modo o nell'altro li radunò, li rassicurò a uno a uno e ordinò loro di seguirla. Con grande stupore, trovò la mente di Dana ancora leggermente collegata alla sua. «Andiamo», fece Dana, cominciando a guidarla. Procedeva lenta, adeguando il passo a quello vacillante di Marlee. La stanchezza tradì la giovane Richiamante, che inciampò e quasi cadde sulle ginocchia sul terreno irregolare. Dana fu rapidissima ad afferrarla, scivolandole sotto il braccio per rimetterla in piedi. Marlee cercò di divincolarsi, di recuperare da sola l'equilibrio. «Fidati di me», le sussurrò veemente Dana. «Sono la tua Vista.» Per un secondo, Marlee oppose resistenza, poi si lasciò andare; magari, finalmente, poteva consentire a qualcuno di aiutarla. Dana era più forte di quanto avesse pensato. Non aveva nessun problema a sopportare il peso di Marlee, la quale si stupì della facilità con cui si adattava all'andatura zoppicante dell'altra ragazza. Mentre si allontanavano dal Branco, Marlee notò che le cavalle le seguivano senza esitazione. Dopo tutto, ricordò, non erano legate soltanto a lei, ma anche a Dana. E quel legame non si sarebbe mai spezzato. Lynn Michals
Il PEGNO Lynn Michals afferma di abitare a Baltimora con due parrocchetti azzurri e una persona «importante» che sta per trasferirsi a Washington, mentre lei trasloca nel North Carolina per insegnare alla Wake Foresi University; praticamente «dietro l'angolo», a guardare come vanno al giorno d'oggi i rapporti caratterizzati dal pendolarismo. Ha trascorso gli ultimi sei anni dedicandosi all'attività accademica a Baltimora e, a causa della recessione, ha passato parecchio tempo in cerca di lavoro, arrivando al punto di valutare l'idea di trasferirsi in Australia. Afferma che la cosa migliore dei mondi immaginari è la facilità con cui si possono portare con sé; qualunque altra cosa fosse stata costretta a lasciare a Baltimora, poteva sempre impacchettare tutti i suoi universi fantastici senza pagare un centesimo per il peso in più. Non so se a Lynn e ai suoi parrocchetti, per non parlare dell'altra persona importante, piacerebbe l'Australia - in fondo, non è da lì che vengono i parrocchetti? - ma è un paese piuttosto lontano, e sono molto alte le tariffe postali sui manoscritti, che Lynn pare avere in gran quantità. Dopo aver scelto questo racconto, l'annotazione che ho scritto come promemoria per l'introduzione era «molto commovente». Dice che passerà l'estate in una celletta senza finestre, per finire la tesi. A volte ho la sensazione di essere l'unica persona al mondo senza un titolo post-laurea; persino la mia segretaria ha un master in informatica, cosa che risulta estremamente utile quando il computer mi pianta in asso o io faccio qualche stupidaggine e mi perdo una mezza giornata di lavoro. «Non funzionerà mai!» dichiarò Fel, con la fredda sicurezza di una veggente di professione. «Per prima cosa non siete addestrate in modo adeguato e, secondariamente, non riuscirete ad andare sino in fondo. Cos'è Ori per voi, da rischiare la vita e la sanità mentale per salvarla?» «Senti, strega, se dopo tre mesi in casa della Guardiana non la conosci ancora...» iniziò Per, la Maestra d'arme, poi mandò giù la rabbia e riprese: «Bambina, tu adesso appartieni alla tenuta di Ash, che ci piaccia oppure no. Fai parte della famiglia; perciò Guardiana Ismail non lascerà morire la tua amica. E se, per farlo, la Guardiana dovrà andare all'inferno e tornare io andrò con lei». «Tenterò col tuo piano, Maestra d'arme», disse Fel, con un barlume di speranza negli occhi gelidi.
Quella speranza quasi scomparve quando Fel incontrò il ragazzino che doveva sorvegliare il suo corpo mentre lei ne era al di fuori. Per e Sa Ismail sembravano fidarsi di Nil, ma loro avevano trascorso l'anno precedente urlando grida di guerra, facendo a pezzi razziatori e predoni per difendere le genti di Ash ogniqualvolta i negoziati di pace coi confinanti fallivano. Fresca com'era degli insegnamenti delle discipline arcane dell'Ordine di Para, Fel era decisamente meno abituata di loro a lasciare la propria vita appesa a un filo. Il tredicenne Nil aggrottò le sopracciglia per la concentrazione, entrando in contatto coi tre corpi che sarebbero rimasti con lui nella polverosa stanza degli archivi mentre le loro abitanti si libravano verso le terre dell'ombra. Sa Ismail assunse la posizione del Tessitore; Fel fu sorpresa e rassicurata dalla sua abilità. La Guardiana aveva gli occhi come la notte, la pelle come oro, e una forza naturale che sfidava qualunque accenno di sorriso. Estese un filo di fiducia tra sé e Per, quindi si allungò verso la mente brillante e disciplinata di Fel, inserendola nella sua rete. Ed ecco fatto. Le tre si ritrovarono mano nella mano nelle terre dell'ombra, la forma del loro spirito libera dal mascheramento del corpo. La Maestra d'arme aveva le sembianze di una profuga giovane e magra, con lo sguardo furtivo di un gatto: la bambina disperata e pericolosa che continuava a essere nei suoi incubi. Sa Ismail era se stessa, con l'aspetto che avrebbe avuto entro dieci o vent'anni, segnata dalle battaglie e dall'immensa fatica di far superare carestie e incendi alla sua gente. Fel era una novizia dalla veste bianca, radiosa e impaziente. Senza una parola, le tre s'incamminarono per gli spazi grigi, dirigendosi verso la prima delle muraglie che circondavano il cuore della terra dell'ombra, dove una giovane donna giaceva morente. Per sottrarre un'anima dal cuore avido di quel mondo, dovevano rischiare di essere divorate loro stesse e trattenute lì per sempre da ciò che più temevano: le ombre erano sempre affamate. Attraversarono incendi e inondazioni, superarono fiumi di vetro frantumato e montagne di roccia bollente; alla fine giunsero davanti a una porta di legno, dall'aspetto ordinario, collocata in una parete di pietra grigia che si estendeva all'infinito. «Qualunque cosa mi succeda, voi continuate. Ricordatevi che dovete salvare Ori, in modo che lei possa salvare tutti noi», ordinò Sa Ismail, avvicinandosi alla porta come un lottatore deciso a farla finita una volta per tutte con una battaglia impari.
«Idiota», sbottò Per, spingendola da parte e bussando all'uscio. «Pensi davvero che potrei stare a guardare mentre il morto ti assale? Abbi almeno la decenza di lasciare che prenda me per prima.» La porta si aprì, mostrando un signore ben vestito; c'era un buco nero nel punto in cui ci sarebbe dovuta essere la faccia. Per aveva dimenticato il viso, ma ricordava quelle mani lisce; mani che l'avevano tenuta ferma, costringendo il suo corpo infantile a sopportare un mondo fatto di dolore. «Come osi farti chiamare 'Maestra d'arme'?» domandò una voce gelida. «La Guardiana ha preso il tuo giuramento come uno scherzo, marmocchia che non sei altro.» La protesta di Sa Ismail risuonò come un grido di guerra, ma Per aveva già pugnalato il gentiluomo al cuore; erano avvinghiati, pallidi come ombre e immobili come la morte. Fel afferrò la Guardiana e le impedì di avvicinarsi alla sua amica, sapendo che chiunque avesse toccato Per sarebbe stato avvolto nell'ombra del suo dolore. Sa Ismail corse con Fel fino alla seconda muraglia, piangendo; caricarono i leviatani e le sfingi che bloccavano la strada, i grifoni e i basilischi che strisciavano verso di loro, sibilando morte e disperazione. In lontananza, al di là del muro, scorgevano torri e merlature indistinte: la parte superiore di un grigio fantasma della città di Para. Sa Ismail estrasse la spada e avanzò a colpi di lama attraverso le mostruosità che si affollavano attorno alla porta della seconda muraglia, su cui poi batté con l'impugnatura del coltello. «Che tu sia dannato! Prendi me questa volta, e me soltanto!» strillò. Ed ecco davanti a loro una donna di mezza età, disarmata, il sangue che zampillava da uno squarcio nella camicia di semplice lino. «Figlia, hai forse tradito la mia fiducia? Stai cercando di far pace con quel lerciume che mi ha ucciso?» chiese. Sa Ismail emise un silenzioso grido di dolore e lasciò cadere le armi; si gettò tra le braccia morte di sua madre, raggelandosi nell'abbraccio di quell'ombra. Fel si rimise a correre, verso lo spettro dell'imponente casa che una volta conosceva così bene. Volò attraverso corridoi di pietra - al tempo stesso familiari e sconosciuti - privi delle novizie, dei maghi e dei veggenti che li avevano animati nell'altro mondo. Al piano più alto trovò Ori. Non la Ori che aveva visto l'ultima volta, una diciassettenne dagli occhi immensi; ma come sarebbe stata in futuro,
se fosse vissuta abbastanza da diventare ciò per cui era nata: Arcimaga. Era come una lama di spada, o il fuoco al centro di una stella: alta, orgogliosa e assolutamente immobile. «Questo è ciò che non potevi tollerare che accadesse. Ciò che non mi avresti permesso di diventare», disse Ori. «Ma non ho potuto fermarti», protestò Fel. «Quando la nostra Tessitrice disse che ti stavo trattenendo, ho abbandonato Para. Sono andata fino agli estremi confini di Imlay, mi sono ritirata in quelle Province Orientali dimenticate da Dio! Ho iniziato una nuova vita da sola.» «Te ne sei andata arrabbiata, e ti sei lasciata alle spalle il cuore», l'accusò Ori. «Ho portato il peso del tuo pegno, troppo giovane per sapermene liberare. E, quando si è fatto troppo pesante da sopportare, mi sono sdraiata e sono morta, proprio quando la mia vita era a un punto di svolta.» «No, me lo riprenderò, ti lascerò continuare!» gridò Fel. «Sicuramente siamo ancora in tempo. Ascoltami, Ori, io non volevo che mi dimenticassi, ma neppure volevo farti del male. Sono stata un'idiota, e me ne dispiace.» Ori sorrise. Tese mani che Fel non poteva sfiorare, reggendo un dono che lei non poteva vedere. «Riprenditi il tuo cuore, tesoro. Ti lascio libera di amare la tua nuova vita, così come tu hai lasciato libera me di essere ciò che devo essere», disse. «Ma chi sono quelle altre, che stanno soffrendo là fuori?» «La mia famiglia», replicò Fel, trovando la parola giusta senza doverci pensare. «Mi hanno portato qui perché potessi ritrovarti; adesso ci serve il tuo aiuto per tornare indietro.» Ori sorrise di nuovo, e il bastone che stringeva in mano splendeva come un raggio di fuoco blu; era l'unica cosa solida, reale, in quel mondo d'ombra. Il tredicenne Nil scoppiò in lacrime quando i tre corpi che erano rimasti seduti, del tutto immobili, mentre il sole calava e la luna sorgeva, presero finalmente a muoversi; la vita si riaffacciò nel loro sguardo. «Ho fatto del mio meglio; vi ho fatto respirare. Ma poi tu, zia Sa Ismail, ti sei irrigidita come fossi morta; e anche la Maestra d'arme stava svanendo, e io non riuscivo a trovarvi», gridò Nil, esausto e sconvolto. «Non riuscivo a riportarvi indietro, finché non è venuta la signora ad aiutarmi, la signora tutta di fuoco. Era proprio qui. Dov'è andata?» «È tornata a casa presso l'Ordine di Para, il luogo cui appartiene», rispose Fel. Si voltò a guardare Sa Ismail e Per, con gli occhi che le brillavano per il
riacquistato calore. «Ori ha trovato la strada per tornare a casa», ripeté Fel. «E, se voi due mi volete ancora, anch'io ho trovato la mia.» Diana L. Paxson Il CANTO DELLO SPIRITO Diana Paxson abita a Berkeley, un miglio da casa mia, il che le rende facile consegnare i manoscritti per queste antologie. Con molta modestia, quando parla del proprio lavoro afferma che era «incluso nel contratto matrimoniale». Ha sposato mio fratello Don e, dopo aver scoperto che entrambi i miei fratelli, Don e Paul - per non parlare di me -, avevano venduto romanzi e racconti, deve aver deciso che se potevamo farlo noi poteva riuscirci chiunque. Anche se in realtà non è così semplice. Circa il novanta per cento dei manoscritti che ricevo da sconosciuti sono opere uniche: dopo il primo rifiuto, gli autori spariscono da qualche parte e di loro non si sa più nulla. Ma, se non sopportano il caldo, che ci stanno a fare in cucina? Il rifiuto è la prima esperienza di ogni scrittore; se non hanno la grinta per tenere duro, farebbero meglio a mettersi a lavorare a maglia, se proprio vogliono avere un hobby. Dopo aver fatto mostra della necessaria combinazione di sensibilità e pelle da elefante, che con ogni probabilità è l'unica caratteristica indispensabile per sopravvivere ai rifiuti che inevitabilmente si ricevono, Diana è diventata una dei pochi scrittori che io personalmente trovo sempre molto piacevole da leggere. Le sue storie di «Shanna» sono apparse in quasi tutti i precedenti dieci volumi di questa antologia; e non sono di certo l'unica cui piacciono. Uno dei suoi romanzi, The White Raven, che narra del mito di Artù, ha ottenuto la pubblicazione in edizione rilegata, ed è stato tra i pochi Vibri per cui ero desiderosa di scrivere un commento per la quarta di copertina. Avete idea di quanti siano ogni anno i libri su quell'argomento per i quali mi chiedono un commento per la quarta? Più di recente, ha lavorato a due trilogie: Wodan's Children e, insieme con Adrienne Martine-Barnes, Chronicle of Fiorai MacCumhal. Se non avete ancora letto gli altri romanzi di Diana, cercateli in libreria: ne vale la pena. Sono talmente belli che, quando ho deciso di scrivere la storia menzio-
nata alla fine delle Nebbie di Avalon - riguardo alla Britannia al tempo dei romani e alla sacerdotessa druida Eilan -, ho chiesto a Diana di collaborare con me. Per questioni di marketing, la Viking ha stabilito che col mio nome soltanto il libro avrebbe venduto di più - non so bene perché -, ma qui tra amici, per così dire, sono felice di riconoscere a Diana il ben documentato aiuto e il notevole apporto. Provate un po' a cercare Le querce di Albion. Diana è stata insegnante d'inglese agli stranieri ed è madre di due ragazzi ormai grandi che, come i miei, erano piccolini quando ha cominciato a scrivere. Il maggiore, Ian, frequenta il college, e il minore, Robin, avendo dei problemi, vive in una comunità per disabili. Il tempo, come capisco meglio ogni anno, vola. Sembra che molti di quei ragazzi dovrebbero ancora al massimo gattonare, e invece sono già al college. Suppongo sia così che ci si rende conto di stare invecchiando, o almeno del fatto che il tempo continua a passare. Le mucche avevano risalito il versante nord della collina che sovrastava la fattoria, dove resisteva ancora un po' di neve e cresceva l'erba più saporita. Dal prato sopra il campo di orzo, Bera riusciva a udire il campanaccio della mucca capomandria. Staccò a forza lo sguardo dall'imbarcazione che bordeggiava lenta sulle fredde acque del fiordo e fissò i pendii di granito che vi si riflettevano. Il suo pensiero però era ancora con la nave. Doveva essere quella che stavano aspettando, quella che trasportava a Bjornhall la veggente affinché dicesse loro se Steinbjorn Sweinsson, il capo della comunità, era ancora in vita. Ma, qualunque cosa accadesse, Bera doveva riportare a casa le mucche. Lasciò scivolare fuori il suo spirito con un sospiro, mentre osservava le vette costellate di pini. Attorno a lei il tempo rallentò, e in quell'immobilità divenne più facile vedere la punta di un corno e scure sagome irsute muoversi sullo sfondo degli alberi. Per un istante percepì se stessa e il bestiame e la terra e il cielo come un tutt'uno, poi con un sobbalzo tornò al normale stato di coscienza. Sarebbe stato faticoso arrampicarsi fino a raggiungere le bestie, e aveva già scarpinato dal cortile alla collina anche troppe volte. Ma, dato che l'unica cosa per cui veniva lodata era l'abilità nel canto, fece un profondo respiro, inclinò la testa all'indietro e lasciò che la gola si aprisse alle aspre armonie prive di parole dell'antico richiamo per gli armenti. Il suono, dall'intonazione giusta per attraversare fiordi e montagne, salì
incantevole nell'immobile aria azzurra, e l'animo di Bera andò con quel canto. «Venite a me, e avrete acqua fresca da bere», diceva il messaggio. «Venite a casa e libererò dal latte le vostre mammelle dolenti. Venite a me, venite a me...» Le mucche l'udirono. Bera s'interruppe, in ascolto, mentre gli animali riscendevano con pacata lentezza. Ma perché non vi spicciate? pensò impaziente, spostando di nuovo lo sguardo in basso verso gli edifici dal fitto tetto di paglia della fattoria, che si annidavano su un tratto di terreno pianeggiante al di sopra del fiordo. Le vele a righe tremarono un poco mentre l'imbarcazione girava per raggiungere l'attracco. Non costringetemi a venire a prendervi! Le vacche da latte, che venivano tenute nel cortile recintato anche in estate, erano state affidate a Bera praticamente da quando aveva iniziato a camminare; ma a volte erano testarde come se i troll avessero gettato su di loro un incantesimo. E di sicuro quel giorno era una di quelle volte! Poi la discesa ricominciò, più rumorosa; la vecchia Orecchie rosse, la mucca capobranco, avanzò decisa e prudente tra i pini striminziti e prese a seguire il sentiero. Bera udiva delle grida provenire dal basso. La nave era stata fatta arenare, e presto avrebbero accompagnato a riva la veggente e i suoi compagni. Si chiamava Groa, la Vcelva, e viaggiava per tutto il paese, scrutando il passato e il futuro della gente con magico seidh. Un tempo, di persone come lei ce n'erano tante, assistite da gruppi di giovani e fanciulle; ma, da quando i re avevano cominciato a costringere la popolazione a seguire il Cristo Bianco, erano diminuite di numero. Tuttavia, quando la gente era messa a dura prova da gravi preoccupazioni, sfidava ancora la proibizione reale per consultarle. Ma Bjornhall era solo un paesino; non c'era mai stato motivo di far arrivare una veggente. Non importa che io sia là a dare il benvenuto alla Vcelva, si disse Bera, ricacciando indietro le lacrime. In ogni caso non mi sarei neanche potuta avvicinare abbastanza da vederla. Arin farà gli onori di casa come se fosse già il padrone, e Thorhild la condurrà alla grande sala. Non c'è bisogno di me. Se ci fosse stato suo padre, sarebbe stato diverso. Si era sempre dimostrato gentile verso la bambina dai capelli scuri che era nata dall'amore con la sua prigioniera irlandese. Ma Thorhild aveva fatto capire con estrema chiarezza quanto reputasse inutile la presenza in casa della figlia bastarda di suo marito. Se mio padre non torna, mi faranno sposare il primo che offre in cambio qualche mucca o mi dichiareranno non-libera e mi venderanno come fossi
una schiava? Thorhild, la sua matrigna, poteva farlo. Era passato un anno e mezzo da quando Steinbjorn Sweinsson e il suo figlio maggiore erano scesi navigando lungo il fiordo per una spedizione di saccheggio, e non si avevano più avuto notizie; nessuno che potesse dire se erano prigionieri in qualche terra straniera o stessero banchettando con Ran sul fondo del mare. Oh, padre mio, dove sei? gridò nell'animo. Mi hai abbandonato? Ma, se i suoi parenti avessero saputo dove si trovava Steinbjorn, non avrebbero convocato la Vcelva alla fattoria. Quando finalmente Bera ebbe fatto scendere le mucche dalla montagna e terminato di mungerle, il lungo crepuscolo della primavera cominciava a svanire. Uscì dalla stalla coi secchielli del latte appesi al bilanciere che portava sulle spalle e nel cortile trovò un ronzante brusio simile a quello di un alveare. «Dov'è la veggente?» chiese allo schiavo Finn. «Dentro, vicino al focolare, con la donna che canta inni sacri per il suo viaggio.» Finn aggiunse un altro pezzo di legno al suo carico e lo sollevò. «La visione seidh verrà fatta stasera?» «Oh, no», replicò l'uomo. «La Vcelva dice che prima deve restare qui una notte, per presentarsi agli spiriti. E deve cenare col cuore di ogni tipo di animale che abbiamo. La Signora non era molto contenta quando l'ha saputo.» Fece un sorriso acido, e Bera annuì. Senza la generosità di Steinbjorn a equilibrare le cose, Thorhild era il tipo che avrebbe messo da parte la luce del sole, come recitava il detto, se fosse riuscita a trovare un contenitore abbastanza grande. «Ma Arin dice che deve avere tutto ciò che chiede!» continuò Finn, e Bera assentì di nuovo. In famiglia il suo fratellastro si comportava da padrone, come fosse già sicuro della propria eredità. Ma non osava sembrare troppo ansioso di dichiarare esplicitamente che suo padre e il suo fratello maggiore non sarebbero più tornati. «Eccoti qui, sgualdrina scansafatiche che non sei altro!» La stridula voce di Thorhild la strappò ai suoi pensieri. «Porta quel latte in latteria prima che inacidisca!» Bera cominciò a muoversi, ma non abbastanza in fretta da evitare il colpetto dell'estremità di una corda contro la parte posteriore delle gambe. Vecchia, è la tua lingua che lo farà inacidire, pensò mentre si faceva largo in mezzo al trambusto. Quando entrò nella fresca oscurità della latteria e appoggiò il carico, riusciva ancora a udire Thorhild che rimproverava
Finn. Quando Bera, dopo aver terminato il lavoro, rientrò in casa, la loro ospite era già nascosta dietro la tenda che schermava il letto in fondo alla sala. Haki, il servitore dai capelli fulvi della veggente, era ancora sveglio, e stava ridendo con alcuni uomini vicino al focolare; ma cos'avrebbe potuto chiedergli? È vero che la Vcelva può evocare le tempeste? È vero che può assumere forma di giumenta, di foca o di civetta? Non poteva che rispondere di sì. Se non avessero creduto che quella donna fosse in grado di compiere meraviglie, non l'avrebbero fatta arrivare fin lì. Per vederla, Bera avrebbe dovuto aspettare fino al giorno successivo. In realtà, non fu proprio il giorno dopo che le due s'incontrarono. Bera si era alzata in quell'ora immobile che precede l'albeggiare, per recarsi alla latrina. Mentre rientrava vide che l'abbeveratoio dei cavalli aveva acquisito un'ombra gibbosa e si fermò di colpo, le dita che tremolavano in un segno di difesa. Anche se la figura era immobile, ne percepiva il potere, simile alla forza che sentiva nella roccia-troll accanto al ruscello. «Pensi di bandirmi? Il tuo padrone non ti ringrazierebbe, dopo tutta la pena che si è preso per portarmi qui...» La voce non era potente, ma sembrava portare con sé il sospiro di un vento lontano. Bera batté le palpebre. «Arin è mio fratello... il mio fratellastro...» disse stupidamente, comprendendo che ciò che aveva percepito era la magia della veggente. Le ricordò l'atmosfera che a volte aleggiava attorno a Thorhild, anche se in quella donna si trattava di un alone luminoso. Era l'hamr della Vcelva, la sua forma spirituale. Batté di nuovo gli occhi, intravedendo per un istante non una donna ma una grande civetta grigia. «Perdonami per averti disturbato.» Bera sapeva che sarebbe dovuta rientrare, ma il cuore le batteva troppo furiosamente. Un'opportunità come quella non si sarebbe ripresentata. «Non riuscivi a dormire? Se vuoi posso scaldarti un po' di latte...» «Nei luoghi che non conosco non dormo mai più di qualche ora. Sono uscita apposta per tracciare i segni dell'alba.» «Il sole sorge là.» Bera indicò dall'altra parte del fiordo. «Proprio accanto al dirupo dove i troll...» S'interruppe di colpo. «Dove dimorano le genti-troll?» La voce della veggente celava un sorriso. «Non ne dubito. Ma tu come fai a saperlo?» «Io non...» bisbigliò Bera. «Non li vede nessun altro. Ma, quand'ero pic-
cola, a volte scorgevo delle luci laggiù. Non raccontare a Thorhild che te l'ho detto, ti prego!» «Perché, hai paura che non ti crederebbe?» domandò la veggente. No, ho paura che lo farebbe, pensava Bera. Aveva imparato presto che la moglie di suo padre, con la sua conoscenza delle erbe e le piccole stregonerie, non voleva rivali per quanto riguardava il potere. La madre di Bera veniva dall'Irlanda, ed era molto bella; la gente della fattoria le attribuiva grandi capacità magiche. Lei si era chiesta spesso se fosse stato vero, o se, più semplicemente, una bella donna che cantava in una lingua straniera mentre sì pettinava vicino al fuoco dovesse per forza essere ritenuta un'abile strega. Se così era, né la magia né l'amore di Steinbjorn l'avevano salvata dalla malattia logorante che le aveva tolto la vita. Ammesso che di malattia si fosse trattato. La gente raccontava anche storie su Thorhild... Bera rabbrividì al ricordo, e alzò lo sguardo verso il dirupo. Le mancò il respiro, perché il cielo là dietro si era illuminato, e all'improvviso le rocce erano contornate d'oro. Per un istante sembrò che una trama di venature luminose si fosse diffusa sulla parete della scogliera, e le parve di scorgere una porta. Poi il sole salì sopra il crinale e, abbagliata, Bera distolse lo sguardo. Ma da qualche parte lì vicino udì un canto sommesso. La Vcelva stava pregando, chinandosi in omaggio al sole nascente. Mentre la veggente si rialzava, Bera poté udire la gente muoversi all'interno della grande sala; dalla stalla, invece, proveniva un muggito triste. Con un sospiro fece per voltarsi. «Aspetta!» La donna più anziana tese la mano. Il suo viso era ancora ombreggiato dallo scialle, ma Bera colse le tracce di una bellezza consumata dal tempo, così come la pietra viene levigata dall'acqua. «Come ti chiami?» «Mi chiamano Bera», rispose. «Adesso però devo andare. Le mucche...» «Eri tu, allora, figlia dell'Orso di Pietra, che cantavi il richiamo che ho udito dal fiordo? Bambina, hai proprio una bella voce.» «Lo pensava anche mio padre...» Bera si tirò lo scialle sopra la testa per nascondere le lacrime, e corse verso la stalla. Quel giorno fu un giorno strano. Il vento era calato, come se il mondo stesse trattenendo il respiro in attesa di ciò che avrebbe portato la notte. Accanto al boschetto di betulle che dava sull'acqua, gli uomini stavano creando una piattaforma seidh legando insieme giovani arbusti. Il rumore
delle asce risuonava distintamente nell'aria immobile. La Vcelva si aggirava per la fattoria, avvolta nel suo mantello blu, appoggiandosi a un bastone con rune intagliate e intarsi di giaietto, ambra e cristallo di rocca che brillavano al sole. A mezzogiorno si recò al tumulo dove erano seppelliti i genitori di Steinbjorn e vi si sdraiò sopra, come fosse in ascolto. Quel giorno Bera tenne il bestiame nel prato vicino alla casa, stupita che Thorhild non le ordinasse di allontanarsi. Ma col passare delle ore fu chiaro che la padrona di Bjornhall aveva altre preoccupazioni. Lavorando nella capanna del formaggio, Bera udì voci concitate all'esterno e capì che la sua matrigna e il suo fratellastro stavano litigando. «Stupido! Non vedi che è una donna di potere? Sei stato pazzo a portarla qui!» «Dobbiamo sapere», fu la replica di Arin. «Davvero? A me sembrava che ce la cavassimo bene anche così. A ogni luna che passa, la gente si abitua sempre di più all'idea che qui il padrone sia tu.» «Ma se mio padre tornasse all'improvviso?» «Non lo farà.» La voce di Thorhild si abbassò di colpo, e Bera tese l'orecchio per ascoltare. «Ma allora perché hai paura di ciò che può dire la veggente?» La risposta della donna fu un mormorio indistinto e, quando Arin parlò di nuovo, a Bera parve che la sua voce celasse la paura. «Fa' quello che vuoi, allora. Non posso impedirtelo...» Udì scricchiolare la ghiaia quando il giovane si allontanò, e si rannicchiò dietro le zangole nel caso Thorhild avesse dato un'occhiata all'interno. Non molto tempo dopo, la matrigna la chiamò perché portasse un boccale di birra alla veggente, ma il servitore Haki rise e le disse di risparmiarsi il disturbo, perché Groa non avrebbe preso altro che acqua di fonte sino a quando non avesse compiuto la magia. A Bera parve che, nell'udire quelle parole, il viso di Thorhild, sempre rubicondo, diventasse ancora più rosso; ma dopo un momento la rabbia sembrò essere passata e la donna le ingiunse di portare quella birra alla cantante della Vcelva, che stava raccontando dei suoi viaggi insieme con la veggente alle donne intente a filare all'ombra della sporgenza rocciosa all'esterno della sala. Dopo di che, Thorhild aveva pronti altri incarichi per lei. Solo al calare del sole Bera capì che Arin non l'aveva avuta vinta con sua madre nella discussione. Infatti, quando tornò dalla mungitura serale, le venne riferito che la cantante non aveva fatto che vomitare tutto il pomeriggio, fino quasi
a non riuscire più nemmeno a parlare. Di certo quella sera non avrebbe intonato nessun inno spirituale, ammesso che fosse mai riuscita di nuovo a cantare. «Una cosa terribile. E dopo aver fatto tanta strada!» disse Thorhild, infilandosi una ciocca ribelle di capelli grigi sotto il copricapo. «Ma wyrd, la runa bianca, ha parlato, e noi dovremo aspettare per comprendere il volere degli dei.» Scosse il capo con aria triste, e le sue donne mormorarono in segno di solidarietà. Arin però aveva aggrottato le sopracciglia, e Bera, ricordando ciò che aveva ascoltato di nascosto, comprese all'improvviso che Thorhild non era affatto dispiaciuta. Che avesse avvelenato la donna? Era possibile, e a Bera sembrò che Arin lo sapesse. «No!» La bassa voce di Groa impose il silenzio. In quel momento i lineamenti che erano parsi gentili sembravano intagliati nella pietra. «Gli spiriti desiderano parlare. Si stanno già radunando. C'è un'altra persona qui col potere di cantare quegli inni, se vorrà aiutarmi. Bera, sei disposta a imparare la salmodia che mi consente di volare?» Bera sentì fisicamente l'occhiata velenosa di Thorhild come se la donna l'avesse colpita, e indietreggiò trasalendo. «Quella ragazza è una stupida», disse ad alta voce Thorhild. «Non ti sarà di nessun aiuto.» «Non lo credo. Credo sia solo impaurita. Bera, figlia dell'Orso di Pietra, ascoltami.» La veggente le sollevò il mento in modo che non avesse alternative e dovesse per forza guardare quegli occhi limpidi. Era come cadere in un pozzo. «Tu sei la figlia d'un guerriero. Intendi tradire il tuo sangue e riconoscerti schiava?» «Io sono una donna libera!» Bera raddrizzò la schiena. «E allora provalo: aiuta tuo padre aiutando me!» «Non possiamo aspettare che la tua assistente si riprenda?» chiese, dolorosamente consapevole dello sguardo di Thorhild. Groa continuava a fissarla e, mentre il silenzio si faceva più profondo, a Bera venne in mente che, se avessero aspettato, Thorhild avrebbe trovato il modo di completare l'opera e la cantante sarebbe morta. «È oggi che gli auspici sono propizi...» disse Groa con tono sommesso. «Molto bene. Ma sono le vacche e non gli spiriti che si presenteranno al suo canto», commentò Thorhild con un improvviso scoppio di risa. «E sei tu che ti renderai ridicola insistendo a usare lei. Io non le proibirò certo di tentare.»
Bera sentì lo stomaco diventare di ghiaccio e, anche se Thorhild continuava a sorridere, non si sentì per niente tranquilla. Quando le portarono della minestra, appena prima che il rito avesse inizio, riuscì a gettarla nella paglia senza che nessuno vedesse. Scesero al boschetto di betulle proprio al calare del crepuscolo, in quello strano momento che non è ancora buio ma nemmeno più giorno. Le torce ardevano pallide contro il cielo che scuriva, e Bera, la mente ancora piena delle insolite armonie del canto degli spiriti, faceva fatica a concentrarsi sugli uomini che le portavano. C'erano tutti gli abitanti della fattoria e quei vicini che erano riusciti ad arrivare. Forse era per la luce delle torce, ma le loro sagome parevano distorte. Un momento le sembrava che lo schiavo, Finn, si muovesse con la timida grazia di un cerbiatto; il successivo avrebbe detto che Arin fosse diventato un bue, condotto da una capra che indossava la veste cremisi di Thorhild. Haki camminava davanti alla veggente, rapido e cauto come una volpe, ma Groa non le sembrava più una civetta, piuttosto qualcosa di più nobile. Indossava un mantello con cappuccio di cavallino nero, e a Bera pareva che nei suoi movimenti ci fosse parte della potenza di una giumenta. E allora, io cosa sono? si domandò. Ma la risposta era ovvia: coi folti capelli scuri e ricciuti e col fisico robusto, era un piccolo orso bruno. La piattaforma seidh era posta davanti a una fila di betulle bianche; i pali, privi di corteccia, risplendevano debolmente alla luce delle torce. Sul sedile avevano collocato un cuscino di piuma d'oca e addobbato lo schienale con delle pelli; davanti avevano sistemato una panca. Su un lato avevano addirittura costruito un altare di pietre ammucchiate. Quando Haki aiutò la sua padrona a salire, il sedile scricchiolò; tutti erano in silenzio. Bera poteva vedere il volto di quelli che stavano in prima fila, attenti e curiosi, ma gli altri erano solo ombre. Ci sarebbe potuta essere qualunque cosa laggiù. Si chiese se anche il resto dei presenti percepiva la crescente tensione. Sotto l'ombra del cappuccio, gli occhi di Groa scintillavano; le ossa e gli ornamenti d'argento che l'adornavano brillavano e tremolavano alla fioca luce, mentre voltava il capo per guardare le persone in cerchio. «Siamo fuori del cortile ora», disse a bassa voce. «Nella dimora di poteri più antichi. Chiediamo il loro aiuto e il favore dei sacri dei. Chiediamo la benedizione di Odino Padre di Tutti, che vaga tra i mondi, di Lady Freya, che ha portato l'arte del seidh agli Aesir, e di Nornir che conosce il destino
degli uomini. Versate il sangue sulle pietre; possano esse concederci libero passaggio tra i mondi.» In silenzio, Arin avanzò lento e versò sopra le pietre il sangue che aveva fatto conservare dopo l'uccisione degli animali, la sera precedente. Nella penombra pareva nero; mentre affondava nel terreno, Bera percepì attorno a sé un cambiamento. Sorpresa, alzò lo sguardo verso la Vcelva, che le sorrise. «È sicuro, verranno», disse con tono sommesso la donna. «Sono più desiderosi di sfiorare il mondo degli uomini di quanto tu possa pensare.» «Gli spiriti della terra o i morti?» domandò Bera. «Non importa. Dopo un po', diventano la stessa cosa.» Fece un profondo respiro e si tirò il velo sul viso. «Ho un viaggio da compiere. Canta per me, figlia mia. Conducimi sulla giusta via con la tua voce!» La bocca arida, Bera deglutì, desiderando all'improvviso di essersi portata un otre d'acqua del ruscello. Ma il richiamo che le aveva insegnato Groa non era poi tanto diverso da quelli che usava per le mucche. Se fosse riuscita a fingere con se stessa di essere sull'altura, in cerca di una giovenca smarrita... Sì! Riusciva a sentire la musica. Bera si alzò in piedi, chiuse gli occhi e lasciò che salisse dentro di lei, che salisse e scendesse secondo aspre armonie per finire col tipico respiro spezzato che lasciò la propria eco sospesa nell'aria che scuriva. E così come a volte percepiva la mandria avvicinarsi, anche senza vederla, seppe che qualcosa era in ascolto: una presenza che si faceva sempre più forte. Al di sopra del suo canto poteva udire la respirazione della veggente diventare irregolare, e il rumore di uno sbadiglio. E poi, nel silenzio tra un respiro e l'altro, udì la voce della Vcelva mormorare un lunghissimo elenco di nomi strani. Bera si zittì, quindi si lasciò cadere ai piedi dell'alto seggio. «Io, chiamato Haki, evoco la veggente», disse il servitore. La sua voce divenne un sussurro in modo che soltanto Bera potesse udire il nome segreto di Groa. «Margerd, puoi sentirmi? In quali profondità del buio stai vagando? Puoi dirci ciò che vedi ora?» «Il cancello si spalanca, gli spiriti si radunano.» La voce della veggente era aspra e cavernosa, come venisse da molto lontano. «Rapidi giungono, perché forte era il canto. Perché mi avete svegliato dal mio sonno?» Haki fece segno ad Arin di avvicinarsi. «Parla, figlio di Steinbjorn. Cosa vorresti sapere?»
«Vorrei sapere di mio padre», rispose Arin. «Due stagioni fa ha portato la sua nave Serpe dell'onda lungo il fiordo, insieme con mio fratello maggiore e con venti ottimi guerrieri ai remi. Quando non è tornato dopo il raccolto abbiamo pensato trascorresse l'inverno presso qualche re. Ma un secondo inverno è passato senza notizie. Dicci, Saggia, puoi vederlo? Risiede nell'infernale regno di Hella o in terre di viventi?» La veggente inarcò la schiena all'indietro. Bera sentì i pali tremare mentre la donna si contorceva, mormorando. Poi le parole si fecero distinte. «Neracriniera, Neracriniera, dai prati di Hella vieni correndo. Acchiappatopi, plana qui su ali silenziose... Vocemarina, dalle onde io ti chiamo.» La struttura scricchiolò mentre Groa oscillava, e Bera alzò lo sguardo preoccupata, temendo potesse cadere. Haki allungò una mano per tenere fermo l'alto schienale del sedile, ma non toccò la donna che lo occupava. Poi la veggente si fermò, immobile, e l'istante successivo Bera alzò di nuovo lo sguardo sorpresa, certa di avere udito lo sbuffare di un pony. Il velo fluttuava al ritmo del respiro di Groa. Era stata lei a emettere quel suono? Di nuovo un nitrito, e poi, con grande chiarezza, Bera udì rumore di zoccoli e il grido di una civetta. Da molto distante, le parve, udì l'urlo di una foca. Finn lo schiavo sobbalzò e si guardò attorno come un altro paio di persone, ma Arin e Thorhild osservavano la veggente, accigliati. Loro non lo sentono! pensò Bera. È lo spirito di un destriero quello che sta chiamando! Il martellare degli zoccoli rallentò mentre la voce della Vcelva diventava una cantilena sommessa. «Eccoti giunta, Neracriniera, a te il mio grazie per essere venuta. Lasciami salire ora, tu che lontano vai, perché abbiamo da percorrere una lunga strada. Devi trasportarmi rapida come Sleipnir portava il Supremo, finché non avremo raggiunto il nostro scopo!» Una volta di più, Bera udì il nitrito del cavallo; poi la veggente sembrò rilassarsi. «Canta!» disse Haki. «Canta l'inno del viaggio adesso, con tutta la forza che hai!» Bera trattenne il respiro, temendo per un attimo di aver dimenticato la melodia. Poi le giunse la musica. «Alvar, vattar, tomtar, fate levare in volo la veggente! «Nissen, duergar, troll, fate apparire la visione alla veggente!» Bera cantava con grande energia e, nello slancio del canto, salì in volo anche lei. Groa aveva detto che non doveva seguirla, ma non riuscì a evitarlo. Sentiva i muscoli della giumenta in azione sotto di lei, il soffio del
vento tra i capelli. «Da Bjornhall io salgo, nel cielo sto volando!» disse la veggente quasi salmodiando. «Da Halogaland e dal regno del re nordico io vado al di là del mare. Ora posso vedere la grande isola degli angli; cerco Jorvik dove comanda Jarl Erik, ma Steinbjorn non è tra i suoi guerrieri. Giungo alle Orcadì, dove uomini stanno tirando a riva delle imbarcazioni, per calafatare e prepararle a riprendere il mare. Ma non vedo la Serpe dell'onda.» La voce della donna si abbassò fino a diventare un borbottio. «Al di sopra del mare devo viaggiare, dove banchi di ghiaccio galleggiante pascolano nella pastura di Aegir...» Mentre Groa parlava, a Bera sembrava di sentire sulle guance gli spruzzi del mare, e di avere i capelli ingarbugliati da un vento gelido. «Vedo balene che si dilettano sotto i ghiacci. Vedo le alture ventose dell'Islanda e la gente che là vive. Ma non vedo Steinbjorn.» Adesso la sua voce era un sussurro. Di quando in quando Bera coglieva nomi di luoghi, che però non conosceva. Infine la veggente si raddrizzò e sospirò. «Non riesco a trovare Steinbjorn o suo figlio Griot in nessuna parte di Midgard.» Per un momento non ci fu altro suono che il suo respiro. Era buio ormai, e la luce delle torce trasformava le pieghe del mantello della veggente in un aspro rilievo che si stagliava contro le ombre nere. «Allora è morto?» chiese Ann, avvampando. L'euforia di Bera scomparve di colpo. Morto! Si rese conto di aver continuato a sperare. Ma se la Vcelva non era stata in grado di trovare suo padre in tutta la Terra di Mezzo, doveva proprio essere morto. «Neracriniera, Neracriniera», mormorava Groa. «Ora dobbiamo prendere la strada che conduce sotto le radici dell'Albero del Mondo fino alla terra dove cresce la verde cicuta... Fammi attraversare il fiume di sangue, e le acque color del piombo dove si scontrano le spade spezzate e le punte di lancia, attraverso Myrkwood e Ironwood, dove vagano i selvaggi warg.» Bera trattenne il fiato perché, mentre la veggente parlava, lei vedeva ogni cosa. Se volare sopra Midgard era pericoloso, compiere il viaggio fino agli inferi senza protezione era esattamente ciò che la veggente le aveva proibito di fare. Haki e la cantante erano stati addestrati a resistere al richiamo, ma Bera non riusciva a trattenersi, e non osava distrarre Groa. Aiutatemi! chiamò gli spiriti che percepiva roteare attorno a loro. Faccio appello allo spirito che protegge la mia anima! Per un attimo la confusione fu schiacciante. Poi udì, con estrema chiarezza, il grugnito di un orso alle sue spalle. Un delicato calore l'avvolse, e si rilassò come un cucciolo
tra le zampe della madre. Per la prima volta da quando avevano cominciato, Bera fu in grado di fare qualcosa di più che reagire alle necessità del momento. Era consapevole del rapido viaggio della veggente verso le profondità; allo stesso tempo percepiva gli spiriti del bosco e dell'acqua che si libravano attorno e, più indistinto, il groviglio di emozioni delle persone che attendevano le parole della donna. Haki era una forza incrollabile al suo fianco. Poco distante poteva percepire Arin, indeciso come un torello che non sa che sentiero prendere per attraversare una palude. E, accanto a lui - indietreggiò, e sentì il potere che la tratteneva rafforzarsi -, Thorhild non era più una capra, ma un essere marino dalla pelliccia ruvida e dalle zanne taglienti. Ma era l'ostilità che irradiava da quella figura grottesca che aveva fatto trasalire Bera. Thorhild non voleva che la veggente riuscisse nell'intento! «Giù, ancora più giù devo viaggiare, scendendo a spirale nelle profondità sotto l'Albero», giunse aspro il sussurro della veggente. «La fanciulla di Etin si alza per sbarrarmi la strada, ma ho le parole di potere per superarla. L'ultimo e più grande fiume ruggisce sotto di me. Neracriniera, conducimi oltre il ponte scintillante. Veloce, mio destriero, avanza senza paura!» A ogni parola pronunciata dalla veggente, Bera sentiva crescere la malevolenza della sua matrigna. «Il cancello si spalanca. All'interno vedo oscurità. Mi attrae, mi attrae... gli spiriti si stanno radunando. Pronunciate ora il nome di coloro che state cercando!» gridò Groa. «Steinbjorn Sweinsson e Griot, mio fratello.» La voce di Arin tremava. «Ugga e Ulf», disse una donna. La maggior parte dell'equipaggio di Steinbjorn proveniva dal vicinato. «Thorvald il Grosso!» «Hildir Haraldsson!» continuarono. Mentre l'oscurità si faceva più fitta, Bera si strinse alla forza-Orso che aveva alle spalle. Adesso i nomi sembravano giungere da molto lontano, ma da quelle ombre emergevano delle figure. Riusciva a vederli, quei brav'uomini che si erano chinati sui remi della Serpe dell'onda, radunarsi ai Cancelli dell'inferno. All'improvviso un tremito scosse l'alto seggio. Dalle labbra della veggente uscì un suono aspro, come se stesse tentando di parlare; ma, quando si trasformò in parole, fu con la voce di un giovane uomo. «Alto è il salone dove siedo con Swein e i miei padri. Chi mi distoglie dai miei festeggiamenti quaggiù?»
Arin restò senza fiato, e Bera si sforzò di riconoscere il volto della figura che le stava davanti. «È un trucco», disse sottovoce Thorhild, ma suo figlio la ignorò. «Griot! Sei tu? Sei morto, allora, fratello mio?» «Naufragato sulle rocce di una riva sconosciuta...» fu la risposta. «Lunga fu la strada e buio il tragitto fino a questo porto sicuro. I miei compagni sono con me. Invitano i loro congiunti a smettere di piangere, perché il loro dolore li tormenta.» Di colpo Bera si sentì gelare. Quella era senza dubbio la voce di Griot, e i lineamenti che intravedeva nel buio avevano un'aria familiare. «Come siete arrivati lì?» gridò una donna. Bera pensò fosse la moglie di Thorvald. «Si è trattato di una disgrazia, o siete stati attaccati da qualche nemico?» «Abbiamo combattuto contro una burrasca», continuò la voce di Griot, attraverso le labbra di Groa. «Dalle onde che ci sballottavano è giunto un essere in forma di femmina di tricheco. Si muoveva dritto verso la nave e, quando ci ha toccato, di colpo il vento ci ha spinto sulle rocce e il mare ha cominciato a irrompere nello scafo!» «Questa è follia», commentò di nuovo Thorhild. «Un'astuta invenzione!» «Chi era la strega?» chiese a gran voce il padre di Ulf. «Dicci il suo nome!» «Tutto questo è andato troppo oltre!» urlò Thorhild. Con un passo si parò davanti al figlio e alzò le braccia, salmodiando. Mentre si faceva piccola per la paura, Bera percepì un'ondata di odio. Dal sedile sopra di lei venne un grido. «Acchiappatopi, difendimi!» Bera non poteva dire se avesse percepito quel richiamo col corpo, o con lo spirito. Vide una grande civetta grigia staccarsi maestosa dal cancello scuro, e Thorhild schivare qualcosa d'invisibile che le passava accanto. Poi la donna si raddrizzò, gridando, e Bera vide la sagoma di un tricheco che si espandeva attorno a lei come foschia e faceva ondeggiare le lunghe zanne gialle per colpire l'alto seggio. La civetta scese di nuovo in planata con un acuto grido di guerra. Nessun altro poteva vedere la battaglia, ma ormai la maggior parte dei presenti udiva gli stridii. Spostavano lo sguardo nell'oscurità, in modo concitato, disegnando frenetici segni di protezione. Il tricheco attaccò ancora, la sagoma distorta in qualcosa di mostruoso; mentre quel potere oscuro saliva verso l'alto seggio, Bera percepì la pro-
pria consapevolezza fondersi in quella dell'Orso dietro di lei. Si alzò in piedi, braccia tese e dita ricurve come artigli, scossa da un ringhio profondo che non sembrava suo. Per un attimo intimidì il tricheco, ma la forza maligna che esplodeva verso di lei andava al di là della più terribile immaginazione; non essendo addestrata, il suo legame con l'Orso cominciò a indebolirsi. Ma l'aveva mantenuto abbastanza a lungo. Un attimo dopo un'altra figura le apparve accanto: un volto terrificante con zanne che brillavano dalle fauci spalancate, in equilibrio su un agile collo rivestito di scaglie lucenti. La testa di drago della Serpe dell'onda avanzava oscillando verso Thorhild, animata dallo spirito degli uomini che erano morti quando la nave era affondata. Il tricheco scomparve in un battito di ciglia; adesso era Thorhild che, con gli occhi fuori dalle orbite, fissava l'apparizione. Era Thorhild che gridava. «Tu mi hai ucciso, madre mia...» disse la voce di Griot dalle labbra di Groa. «È su di te che scenderà la mia maledizione!» «Non può essere vero!» urlò Arin. «Se sono morti tutti, dov'è mio padre? Questo dev'essere un troll che ci vuole imbrogliare. Veggente, evoca lo spirito di Steinbjorn, e mostraci se conferma questa storia!» Lentamente l'immagine del drago cominciò a dissolversi. Bera rientrò di colpo nel suo corpo e vide che la veggente si era accasciata sul seggio. Thorhild invece era accovacciata a terra, suo figlio che le torreggiava accanto, mentre gli altri guardavano. «Acchiappatopi, Acchiappatopi, possono i tuoi occhi acuti trovarlo?» bisbigliò la Vcelva. Si contorse, voltando la testa da una parte e dall'altra, poi sospirò. «Negli inferi la vista della civetta rintraccia gli spiriti, ma Steinbjorn non è tra loro.» «Allora sei un'imbrogliona», sbottò Thorhild, mettendosi a sedere. Il fazzoletto da testa era scivolato via e le ciocche grigie stavano ritte in un ammasso aggrovigliato, che metteva paura quasi quanto l'essere visto da Bera. «Non l'hai trovato nella Terra di Mezzo e non l'hai trovato fra i morti. Veggente, la tua vista è difettosa, e pagherai care le accuse che mi hai fatto!» «Neracriniera, Acchiappatopi, perché mi avete abbandonato?» bisbigliò la Vcelva. Si raddrizzò un poco, girando la testa come fosse in ascolto; poi, sorprendentemente, cominciò a ridere. «Vengo dall'oscurità e i cancelli degli inferi si chiudono con fragore alle mie spalle», mormorò Groa. «Neracriniera mi conduce rapida di regno in
regno. Emergo dalle radici dell'Albero del Mondo; fino alla Terra di Mezzo mi conduce. Mi porta...» - la voce si fece indistinta; poi, all'improvviso, un violento sobbalzo - «... a casa!» Haki l'afferrò, toccandole le spalle e mormorando il suo nome; sollevò l'otre per l'acqua e glielo accostò alle labbra. Dopo qualche istante la veggente sospirò e spinse all'indietro il velo. «Allora... adesso ammetti la tua sconfitta?» disse in malo modo Thorhild. Groa si voltò a guardarla, e Bera riuscì a vedere che sorrideva. «Nelle profondità ho cercato, oltre i verdi campi degli uomini e le onde salate», replicò con voce stanca. «In un solo luogo ho mancato la ricerca dello scomparso, e da là ora lo evoco. Fatti avanti, Steinbjorn Sweinsson, e smentisci coloro che ti vorrebbero distruggere!» Per un attimo, nessuno si mosse. Poi all'estremità della folla qualcosa si agitò, e una figura cenciosa raggiunse zoppicando la zona illuminata. Arin sgranò gli occhi, e quel poco colorito che restava a Thorhild scomparve. «Sei tu la malvagia», disse la figura, con voce aspra, fissando Thorhild dall'alto in basso. «Sei tu l'ingannatrice. Tu hai fatto montare la burrasca, e hai inviato quell'essere a trascinarci sul fondo. Mio figlio è morto, e con lui tutti i miei coraggiosi uomini. Soltanto io ho raggiunto vivo la riva, sopravvivendo solo per amor di vendetta.» «Cosa sta dicendo?» mormorava la folla. «Suo figlio e suo marito? Anche se è una strega, come dicono, perché l'ha fatto?» «Odiavi Griot perché si era opposto ai tuoi intrighi?» domandò Steinbjorn. «Hai agito contro di me in modo da poter governare qui, insieme con questa vipera che puoi piegare al tuo volere?» «No...» Arin stava scuotendo il capo, gli occhi immensi per l'orrore. «Non poteva... non avrei... non sapevo!» Il padre non gli badò. Afferrò la moglie per una spalla e la sollevò di peso, scuotendola. «Non è forse così, donna? Dillo, e potrei anche mostrare pietà! Non è forse così?» Con uno scrollone improvviso, Thorhild si liberò dalla stretta, e lo affrontò. «Ti avevo avvertito!» gli sbraitò contro. «Quando hai portato nel tuo letto quella strega irlandese, hai fatto di me il tuo nemico. Due figli vivi ti avevo partorito, più il bambino che è morto; e, dopo che è arrivata lei, non mi hai più toccato. Uccidimi, vecchio, se hai il coraggio, e i miei fratelli finiranno quello che la mia stregoneria ha cominciato.» Disgustato, l'uomo distolse lo sguardo. «Vattene! Io ti ripudio. Vaga per
le strade o torna dalla tua famiglia, se credi che i tuoi parenti vogliano ancora avere a che fare con te una volta che si sarà sparsa la voce di quanto è accaduto stasera.» Thorhild sputò ai piedi del marito e si voltò verso le persone che erano state suoi servitori e vicini, ma anche loro si ritrassero. Quando vide che nessuno avrebbe preso le sue parti, cominciò a lanciare maledizioni, un borbottio alto e stridulo che fece accapponare la pelle, finché due servi non arrivarono a trascinarla via. «E anche tu...» Steinbjorn aggredì il figlio minore, che continuava a scuotere il capo in una protesta silenziosa. «La tua vista mi dà il voltastomaco!» «Padre...» Bera si alzò in piedi, appoggiandosi ai pali. «Piccolina!» L'uomo la guardò, e adesso il suo viso era quello del padre che ricordava. «Mio tesoro! Vieni qui.» Tese le braccia e lei gli corse incontro, stringendolo con tutta la forza che aveva, come fosse un fantasma che poteva sparire in qualsiasi momento. Era solo l'ombra della forte solidità che ricordava; poteva sentirgli le ossa. «Ah, il mio orsacchiotto, la mia dolcezza», le disse commosso. «Sei l'unico vero figlio che ho. Ti troverò un buon marito che diventi il mio erede e la smetteremo con tutte queste stregonerie.» Lo sguardo di Bera si spostò dal padre alla Vcelva. Erano accadute troppe cose e troppo in fretta. Non era più sicura di se stessa né di lui. «È questo che pensi?» chiese Groa, guardandoli dall'alto in basso con compatimento. «Vecchio, da ciò che è successo questa notte non hai imparato niente, oltre a come ti ha tradito tua moglie? Il tuo cucciolo d'orso ha più magia nella punta del mignolo di quanta ne abbia Thorhild in tutto il corpo. Lascia che venga con me.» L'uomo scosse il capo. «Che razza di vita sarebbe, fuggendo la disapprovazione del re? Meglio che stia qui e dimentichi ciò che ha visto.» Bera chiuse gli occhi. Avrebbe potuto dimenticare quel combattimento, e l'alto volo dello spirito? Avrebbe potuto dimenticare la musica? «Se non viene addestrata, il potere le avvelenerà l'anima come ha fatto con Thorhild. Se resta con me, invece, Bera diventerà una Vcelva; e una davvero magnifica, te lo prometto!» «Dunque, figlia?» chiese Steinbjorn. «Hai ascoltato le offerte: una vita da vagabonda, o ricchezza e posizione sociale, qui con me!» Bera guardò il padre, poi Groa, quindi di nuovo suo padre. C'era stato un tempo, forse addirittura la mattina precedente, in cui non avrebbe potuto
sognare niente di meglio che rimanere per sempre amata e al sicuro tra le braccia di suo padre. Ma sotto lo stormire delle betulle udiva qualcos'altro, quasi un canto, e sapeva che da quel momento in poi quella musica non l'avrebbe mai abbandonata. «Concedi ad Arin il tuo perdono», disse a bassa voce. «Ha fatto solo ciò che la donna gli diceva di fare. Quanto a me...» Deglutì e si sforzò d'incrociare lo sguardo dell'uomo. «La veggente ha detto la verità. Nemmeno io, come Thorhild, posso più rimanere qui dopo quanto è successo oggi. Perdonami.» «Il mio orsetto adorato», bisbigliò Steinbjorn, tirandola a sé, e la ragazza sapeva che stava piangendo. «Sei tu che devi perdonare me!» Bera lo teneva stretto, ma aveva già la percezione del suo animo che si allontanava da lui. Il canto degli spiriti si faceva più forte. Come la sua voce aveva attirato il bestiame dalla montagna, ecco che ora quel canto risvegliava la sua consapevolezza, richiamandola verso casa. Jessica R. Lerbs ESAME FINALE Questo racconto è una divertente variante sul tema del genio, e dei relativi tre desideri. È un altro di quegli argomenti su cui ricevo almeno una nuova versione all'anno, quindi sono molto critica nell'accettarli. Jessica è una diciottenne, frequenta l'ultimo anno di liceo e anche alcuni corsi di primo livello all'università locale. Abita a Brooklyn Center, nel Minnesota, e lavora da Burger King, ma se ne andrà presto per iscriversi al college di Bryn Mawr, dove ha intenzione di laurearsi in francese e relazioni internazionali. Le piace leggere, scrivere, giocare a tennis, cavalcare e tirare con l'arco, e sta lavorando a un romanzo. Dice che questo racconto non è stato il primo inviato a un editore, «neppure il decimo, in verità; tuttavia, adesso credo con tutto il cuore che la perseveranza venga ripagata». Molto vero. Strano che dovesse ridursi tutto al tremolare della fiamma di una candela. Sono decisamente nella media per la mia razza: capelli neri, occhi castani, pelle dorata. Mi chiamo Djil. E sono un genio. Quasi. Sapete, come per qualunque altro mestiere, noi geni dobbiamo studiare e
passare degli esami per essere dichiarati pronti ad andare in giro a esaudire i desideri di chiunque conosca il nostro segreto. Ovviamente, non sono tanto sciocco da mettere per iscritto il mio; uno dei miei stimati parenti è stato così sfortunato da ritrovarsi col suo segreto reso noto a tutto il mondo da parte di un padrone irresponsabile di nome Aladino, e ha dovuto chiedere il pensionamento anticipato. Per tradizione, il nostro compito è scovare quei mortali considerati «buoni» per consenso popolare e vedere, prima di tutto, se sono abbastanza intelligenti da poter diventare nostri padroni; e poi se sono abbastanza saggi da formulare i loro desideri in modo da ottenere ciò che davvero vogliono. Il nostro lavoro consiste nel rendere la cosa il più difficile possibile. Al termine dei miei trecento anni di addestramento, mi sono presentato all'insegnante esaminatore. Con un sorriso incoraggiante, che metteva in mostra il suo dente d'oro, ha dichiarato: «Dato il fine di questa prova, io sono il tuo padrone. È tuo dovere concedermi tre desideri. Sei pronto?» Ho annuito, fissando nervoso il cerchio d'oro che portava all'orecchio sinistro. Quindi, con la dovuta arroganza, ha sentenziato: «Voglio avere il mondo nelle mie mani!» Era facile! Ho sorriso, poi ho battuto le mani gridando: «Accordato!» Gli avevo fatto apparire in mano un bel mappamondo. Ha arricciato le labbra; sapevo che gli altri due non sarebbero stati altrettanto semplici. Quindi ha detto: «Voglio sapere cos'hanno in comune un corvo e una scrivania». Era complicato, ma ho evitato con cura di accigliarmi. Sembrava che dovessi dargli una risposta diretta. Be', può succedere, soprattutto con gli studiosi, o almeno così mi avevano detto i miei istruttori. Per la seconda volta ho battuto le mani e gridato: «Accordato! Un corvo e una scrivania hanno in comune le penne». La sua bocca era imbronciata, in segno di approvazione. Poi, con un gesto della mano, ha fatto apparire in mezzo a noi una candela accesa. Mi ha detto: «Voglio che tu spenga questa fiamma senza strumenti, senza soffiarci sopra e senza toccarla». Difficile, eh? E così eccomi qua a fluttuare, desiderando di avere delle ginocchia su cui appoggiare i gomiti. Invece, incrocio le braccia, assumendo l'aria più saputa che mi riesce, e fisso la candela. E se non facessi altro che usare la magia? No, anche quello è uno stru-
mento. E se volassi avanti e indietro per creare un vento? Ma sarebbe come soffiare. Fisso la cera che cola, rovinando la liscia parte esterna della candela, e percepisco la disapprovazione del mio insegnante. Non bisogna metterci troppo; è pessimo per la reputazione. Poi ho un'idea, che mi colpisce come una tempesta di sabbia, e sorrido. Aveva detto solo di non toccare la fiamma! Con delicatezza, faccio in modo che la cera liquefatta in cima alla candela sciolga i margini. La piccola pozza di cera sale lentamente fino a coprire del tutto lo stoppino. E la fiamma si spegne. Per la terza volta eseguo il battito di mani obbligatorio, grido e m'inchino con umiltà, dicendo: «La fiamma è spenta, Padrone». Il suo sorriso è la cosa più dolce che abbia mai visto. Finalmente sono un vero genio! Voi, amici miei, che avete letto la mia storia, fareste meglio a cominciare a elaborare i vostri desideri, potrei venirvi a trovare molto presto... Charley Pearson L'ORSO DI STRATMOOR Charley Pearson ha già venduto racconti per queste antologie, e mi ha ricordato che ci siamo anche incontrati, insieme con un «fantastiliardo» di altre persone, alla Convention di Darkover della East Coast. Trovo divertente il fatto di aver pensato che il suo nome corrispondesse a una donna, quando è risaputo che il modo in cui è scritto il mio fa spesso credere che io sia un uomo. Una volta, in una libreria, un cliente ha detto al proprietario di sapere che Marion Bradley era un uomo. A quel punto il libraio ha replicato: «Lo riferirò alla signora; di certo ai suoi figli interesserà saperlo». Charley ha venduto un racconto a Towers of Darkover e ha lavorato a novelle brevi e a «frizzi e lazzi in rima». Afferma con decisione di non scrivere poesie: «Quello che faccio io ha metrica solida, rima ferrea ed è divertente, cosa che ritengo lo escluda dal genere». Non per me, Charley. Io preferisco una poesia con entrambe le caratteristiche, e credo che uno dei migliori autori in questo campo sia W.S. Gilbert, che gli snob non reputano affatto un poeta. Considerando quello che al giorno d'oggi è definito «poesia», direi che gli fanno un complimento. Questo racconto riguarda una spadaccina diventata cantastorie per
bambini. E sul manoscritto ho aggiunto qualcos'altro che adesso non riesco a decifrare... forse «ricorda la trasformazione»? No, ecco... ho scritto «iniziazione», che ha molto più senso. Charley è stato in Marina per vent'anni, lavorando come ingegnere nucleare; chissà, potrebbe esserci all'orizzonte un romanzo di fantascienza «hard». In fondo, anche Hal Clement ha fatto così, ed era una lettura molto interessante. Lo stesso vale per il compianto signor Asimov, ma lui ha scritto un po' di tutto; e, a dire il vero, io apprezzo di più i suoi testi non di fantascienza, come peraltro mi succede coi libri di Poul Anderson. I gusti sono gusti. Non che la fantascienza hard non mi piaccia, semplicemente non ho la capacità di scriverne molta. Adesso che posso permettermi il lusso di scegliere cosa scrivere, poi, non ne scrivo proprio più. «E così il regno dell'Orso di Stratmoor giunse alla fine. Non avrebbe più fracassato fienili e case né rubato bestiame e bambini. Elrork divenne Elrork l'Audace, sposò la nipote del Duca, e vivono ancora felici e contenti in quella dimora.» Tyrensis indicò la collina appena dietro il villaggio di Stratmoor. Il suo giovane pubblico si voltò e rimase a bocca spalancata, impressionato, anche se doveva avere ascoltato quella storia un'infinità di volte dai Narratori locali e da quelli viaggianti come lei. Tyrensis sorrise. Un pubblico felice era un regalo. È sempre un grandissimo cambiamento rispetto allo spavento iniziale davanti alla benda colorata che portava sull'occhio e alla mancanza della mano sinistra. I giovani non avevano idea dei pericoli della vita. «Ma chi aveva lottato per primo contro l'orso?» chiese una bambina. Tyrensis inarcò un sopracciglio. «Che vuoi dire?» «Ha detto che l'orso era ferito. Zoppicava, e riusciva a stento a usare un artiglio. Non avrebbe potuto fare tutte le cose che dicono, se fosse stato ferito. Qualcuno doveva avere lottato con lui prima che arrivasse Elrork.» Tyrensis sbatté le palpebre e appoggiò la schiena. Tutti i bambini la guardavano, gli occhi che imploravano un'altra storia. «Be', non so darti una risposta precisa; nessuno l'aveva mai chiesto. Hai sicuramente ragione, ma nei racconti non se ne fa parola», rispose, massaggiandosi la guancia e alzando lo sguardo verso l'antica dimora. «Non c'era nessun altro!» sbottò il più elegante tra tutti i bambini. Si alzò e si spazzolò le ginocchia. «Elrork ha ucciso l'orso, e non c'è altro da dire», aggiunse. Poi si voltò e si allontanò a grandi passi.
Tyrensis si accigliò e riprese a guardare i bambini rimasti. «Il suo migliore amico è il nipote di Elrork», spiegò la stessa ragazzina che aveva fatto la domanda. «E suo padre va al Consiglio. Non fa che ripeterlo.» «Suo padre?» «No», rise la bambina. «Bartron. Crede di essere migliore di noi.» Tyrensis sorrise. «Capisco. E tu come ti chiami?» La bambina si alzò e accennò a una riverenza con la sporca sottoveste marrone. «Annaria.» Si lasciò ricadere di peso. Tyrensis sogghignò. «E voi potete chiamarmi Tyrensis, se i vostri genitori consentono tale familiarità.» «Non gliene importa», replicò Annaria. «Non glielo diciamo.» Due degli altri ridacchiarono. «Ma cos'era successo all'orso?» Tyrensis lanciò un'occhiata in direzione degli alberi tra cui era scomparso Bartron. «Magari potrei fare qualche indagine, oppure leggere le acque», disse dopo qualche istante. Guardò di nuovo Annaria. «Sì, così dovrebbe andare. Tornate domani. No, dopodomani.» I bambini brontolarono. «Oh, d'accordo. Domani, allora. Vuol dire che se non avrò ancora una risposta vi rimanderò a casa. Va bene?» I bambini annuirono, saltarono in piedi e si sparpagliarono in direzione del paese. Tyrensis rise tra sé. Raccolse le verdure e il pane che i genitori avevano dato ai figli per lei, per ripagarla dell'intrattenimento. Avrebbe mangiato bene quella sera, e forse anche l'indomani. Ma doveva una storia ai bambini. Il sorriso svanì. Una storia. Una mai raccontata prima. Guardò di nuovo verso la dimora di Elrork, poi salì i due gradini che portavano al suo polveroso carro coperto e chiuse la malandata porta di legno. Un'ora prima del crepuscolo Tyrensis lasciò il carro, con indosso la migliore veste di lino che possedeva. Fece una smorfia; avrebbe potuto impressionare l'ultima delle servette della grande casa, ma niente di più. Fissò le colonne in lontananza, chiedendosi quanti anni fossero passati. La brezza della sera trasportava l'odore di foglie bruciate; un refolo le mandò i lunghi capelli grigi dietro le spalle. Accarezzò un ricciolo ribelle, poi sfiorò la cicatrice che aveva sulla guancia. No, non si sarebbe ricordato di lei. Un'idea sciocca. Ma era passato così tanto tempo, magari Elrork sarebbe stato felice di raccontarle ciò che sapeva. Magari sarebbe stato felice di
rendere noto al mondo come aveva sconfitto l'orso. Fece un bel respiro, attraversò il paese, e sali a fatica la collina. Quando bussò alla porta di Elrork, il servitore non la fece entrare. Non aveva motivo di disturbare il padrone. Una misera Narratrice viaggiante che va a chiedere di un fatto vecchio quarant'anni? Che assurdità! Il servitore sbatté la porta; lei si allontanò. Una voce rauca mugghiò dietro l'angolo della casa e un bambino rise. Tyrensis si morse il labbro, quindi seguì quei suoni. Ed eccolo lì, a giocare col suo nipotino. Almeno, così pensava: con abiti così lussuosi indosso, il bambino era certamente un parente, e Annaria aveva detto che l'Eroe aveva un nipote.. Elrork... era invecchiato bene, e sembrava ancora in forma. «Buona sera», disse avvicinandosi. Con una rapida giravolta Elrork posò a terra il bambino e si voltò ad affrontarla. Dopo un attimo si rilassò. «Che cosa vuole?» Anche Tyrensis si rilassò. Negli occhi dell'uomo neppure un barlume a indicare che l'avesse riconosciuta. Benissimo. In fondo, l'aveva incontrato soltanto una volta, e non era certo il tipo da attirare l'attenzione di un uomo simile. Anche se lei, allora, qualche sogno l'aveva fatto, sciocca che non era altro. Non ci volle molto a sciogliergli la lingua. C'era un bambino su cui fare colpo ed Elrork pareva felice di parlare della sua antica impresa con l'Orso di Stratmoor. Ma il suo resoconto fu ancora più scarno della versione scritta che la Narratrice teneva nel carro. Pareva non ricordarsi nemmeno che l'orso fosse ferito. Aveva fatto tutto da solo, grazie ad abilità e coraggio. Il bambino beveva ogni parola, e forse proprio la sua presenza distorceva i ricordi di Elrork. Tyrensis riusciva benissimo a capirlo. Cercò comunque di carpirgli qualcosa. «Ma, quando l'ha trovato, l'orso non zoppicava? Non c'era qualcuno...» «No! No di certo! Dove ha sentito simili calunnie?!» «Io...» «Se ne vada!» Alzò il pugno e avanzò verso di lei. «Non permetto si dicano bugie del genere sulla mia terra!» Tyrensis sollevò la gonna e si precipitò giù dalla collina. Sembrava che, se non fosse stato presente il nipote, l'uomo avrebbe anche potuto colpirla col frustino. Tornò al carro e si guardò alle spalle; se non altro non le aveva mandato dietro nessuno per scacciarla dal paese. Rimase alzata fino a tardi, seduta accanto al fuoco, a pensare. Elrork non poteva aver dimenticato quel che era successo; altrimenti non avrebbe rea-
gito con tanta violenza. Ma ciò voleva dire che aveva tradito il proprio onore, mentito per una maggiore gloria. Perché? Aveva ucciso l'orso. Si era guadagnato quello che possedeva. Perché negare di essere stato aiutato da qualcuno? Cercò di ricordare come era stato Elrork da giovane, tanti anni prima. Così sicuro di sé... be', no; presuntuoso, piuttosto. Ma un uomo superiore... o forse soltanto arrogante. E bello. Oh, sì, proprio bello. Per lui avrebbe fatto qualsiasi cosa. Scosse il capo. Aveva portato con sé quel ricordo da quando aveva diciannove anni? Non riusciva a crederci. Ma nient'altro aveva senso. Aveva avuto in mente soltanto la gloria, e la propria immortalità, e finali perfetti. E adesso raccontava storie. E alcuni di quelli che l'ascoltavano venivano ispirati dalle sue parole e se ne andavano in giro a farsi ammazzare. Forse non era affatto migliore di Elrork. E cosa avrebbe detto ai bambini? Dovevano avere già sentito che l'orso era malamente ferito quando Elrork si era imbattuto in lui. Quanto a lei, la verità la conosceva bene; era praticamente l'unica a conoscerla. Ma voleva proprio svelarla, dopo aver mantenuto il segreto così a lungo? Si alzò per dar da mangiare al cavallo, vecchio e stanco; fu tentata di attaccarlo al carro e partire. Non si sarebbe inventata niente solo per accontentare i suoi giovani ascoltatori. Avrebbe significato violare il Codice dei Narratori. Avrebbe raccontato loro la verità o neppure aperto bocca. E, tuttavia, come poteva affermare di conoscere la storia? Perché avrebbero dovuto crederle? Sospirò e salì sul carro. Magari avrebbe potuto rifiutarsi di aggiungere qualcosa. Ma sapeva che non sarebbe andata così. Elrork aveva goduto di quarant'anni di fama, ed era ora di mettere in chiaro le cose. In piedi al centro del carro, fissò il letto. Quindi si sedette sul pavimento appoggiandosi a una parete dura. E, nonostante le sue migliori intenzioni, si addormentò. Si svegliò sentendosi eccitata. Quel giorno non avrebbe potuto fare niente di sbagliato; in ogni caso, sarebbe stata raccontata una storia. E magari stavolta il suo pubblico non sarebbe stato invaso da insensati sogni di avventura. Si stiracchiò, per riprendersi dalla stupida posizione in cui si era addormentata, e si dedicò alle faccende domestiche con l'energia di una donna con un terzo della sua età. Prima che potesse pensarci ancora, qualcuno bussò alla porta.
I bambini erano già lì. Il cuore le batté più forte, e disse ai piccoli di aspettarla fuori. Afferrò il telaio della porta, lo sguardo che vagava per il carro. All'improvviso vide la ciotola di legno sul tavolo da cucina, nell'angolo. Sospirò di sollievo. Ma certo: una lettura delle acque. Come aveva potuto essere tanto distratta? Prese la ciotola, ne rovesciò fuori alcuni pezzi di carota, e diede una passata col grembiule. Reggendola pomposamente davanti a sé uscì dal carro. Vide la bambina che il giorno precedente le aveva chiesto la nuova storia. «Armarla, corri al pozzo a riempire questa bacinella», le disse, tendendole il contenitore di legno. «Perché funzioni, l'acqua dev'essere limpida e fresca di fonte.» La bambina parve onorata e corse via con la ciotola. Tyrensis dovette soffocare una risata vedendo che tentava furtivamente di pulirla, prima di riempirla d'acqua. La Narratrice riuscì a restare seduta con serena dignità, ignorando gli altri bambini, finché la ciotola non le fu posta davanti. «Non vi spingete», disse. I bambini continuarono a fare a gara per riuscire a vedere la bacinella mentre Tyrensis chinava il capo sopra di essa. «Devo avere silenzio.» Infine si calmarono, trovando tutti e nove un posto da cui potevano scorgere l'acqua. Bartron, il bambino ricco, non era con loro; non c'era da stupirsi. Tyrensis osservò la superficie scintillante senza dire niente, finché i bambini annoiati non cominciarono a sbuffare. «L'acqua dev'essere assolutamente immobile», ammonì, sollevandosi e stiracchiandosi. I bambini colsero il suggerimento e si allontanarono un po'. Infine l'acqua si fece calma, e Tyrensis si chinò di nuovo. Non avrebbe potuto avere un pubblico più attento. Si riunirono tutti accanto a lei. Da una borsetta che portava in vita estrasse delle foglie secche, che sbriciolò attorno alla ciotola, due, tre volte, formando cerchi sempre più ampi. Ciò li avrebbe tenuti indietro; non avrebbero osato disturbare il suo disegno. Fece un respiro profondo e fissò l'acqua. Nuvole e alberi autunnali quasi spogli tessevano sulla superficie un arabesco che mutava lentamente. «Si sta formando!» Tyrensis si avvicinò ancora di più, facendo ondeggiare la mano destra secondo una danza complessa; si teneva in equilibrio appoggiandosi sul moncherino della sinistra. «Qualcuno di voi riesce a vederlo?» «Io...» Tyrensis alzò lo sguardo. Era uno dei maschietti; ma il bambino abbassò
gli occhi, scosse la testa e arrossì. Nessuno degli altri affermò di vedere qualcosa di più che riflessi. Molto bene; odiava i bugiardi. Riprese a fissare la ciotola e allontanò ogni pensiero dalla mente. Il silenzio durò ancora un attimo. Poi cominciò. «Vedo un guerriero. O meglio, vedo stivali di cuoio, e il fodero di una spada, e un... «Grande dea, è una donna! Ha un arco con la freccia incoccata, e sta cercando, seguendo... ah, sì. Escrementi d'orso. Fumano ancora. E adesso un'impronta. Grandissima. Non ha mani piccole, ma non riesce ad allargarle abbastanza da coprire le tracce. «Prosegue ancora. Che idiota! Non può sperare di fermare quell'orso, anche se ha avvelenato la punta delle frecce. E da sola! A meno che... no. Da sola. Ma che... «Attenta! Cosa sto dicendo, non può... più avanti i rami si muovono, al di là di un ruscello che non ha visto. Sta guardando verso il monte, è uscita dagli alberi, scivola sulla riva fangosa, si riprende e guarda verso valle, lei... «... l'ha sentito! Si volta per tornare indietro e l'orso balza nel fiumiciattolo, e poi dritto verso di lei che tende l'arco e... lo colpisce, ma solo alla coscia, e quello grida e le si precipita contro sulla riva e lei estrae la spada e la fa roteare, e schizza via e poi scivola e la bestia la sbatte nell'acqua ma lei si rialza di nuovo e rotea l'arma e... lo colpisce! Libera la lama con uno strattone e l'animale si gira bruscamente e lei perde la presa e quello... oh, dea, le ha preso il braccio, sta masticando... le sfregia il viso, ma lei continua a lottare, ha un pugnale nell'altra mano e lo colpisce ancora e ancora e una zampa penzola zoppa, e l'orso la lascia andare e si ritira e lei colpisce con la spada e quello se ne va e lei si volta e barcolla, no, l'orso la segue ancora e la raggiunge, ma cade e le lacera il polpaccio e... lei se ne è andata, traballando nel sottobosco, e l'orso ne ha avuto abbastanza e zoppica via, leccandosi le ferite, e lei...» Tyrensis rabbrividì e chiuse gli occhi. «Lei cosa?» chiese Annaria. «L'ha inseguito di nuovo?» Gli occhi di Tyrensis si aprirono di scatto. «Ma sei matta?!» Tornò a guardare la bacinella, poi l'allontanò con un colpo, schizzando d'acqua i bambini. Strinse il pugno e si alzò, il viso rivolto alla dimora sulla collina. «La lettura delle acque non dice altro. Suppongo sia morta per le ferite. Di sicuro non se ne è più sentito parlare.»
Il silenzio durò solo un istante. Due dei maschietti cominciarono a fare la lotta. «Io sono l'orso», disse uno. E l'altro ribatté: «Io sono Elrork!» A quel punto Annaria - chi altri? - saltò in mezzo ai due. «Io sono la dama guerriera!» proclamò. «E combatterò contro di voi!» «Smettetela!» Tyrensis si strinse la testa, fissando i bambini. «Ma non avete ascoltato?» gridò. «Non riuscite proprio a capire?» La guardarono perplessi. Lei scosse il capo. «Oh, andatevene a casa.» Corsero via, a giocare e ad aiutare i genitori. Tyrensis fece un gran sospiro. Cosa ci si poteva aspettare da loro? Erano bambini. Prese la ciotola e rientrò nel carro. Restò seduta a lungo, ripensando alla storia che aveva raccontato. Poi andò a una cassapanca nell'angolo, sollevò il coperchio e allungò la mano verso il fondo, sotto strati di vestiti. Estrasse un fodero e, con dolcezza, liberò la spada spezzata. L'impugnatura era fatta per due mani, e l'appoggiò sul moncherino, dove avrebbe dovuto esserci la sinistra. Quindi la ripose, e fece scivolare le dita lungo la cicatrice sotto l'occhio mancante. Era troppo tardi per la gloria. E non ce n'era nel perdere una battaglia. Se Elrork aveva deciso di credere che la cacciatrice che aveva ingaggiato se n'era andata con la paga, senza aver fatto nulla per indebolire l'orso prima che lui gli sparasse contro, pazienza. Ma sarebbe stato bello raffreddare alcune di quelle giovani teste calde prima che crescessero e andassero in giro a farsi ammazzare. Tyrensis sbuffò. Non poteva cambiare i giovani. Però magari... poteva almeno provare. Fece scivolare di nuovo la spada nel fodero e la ripose sul fondo della cassapanca; poi andò al tavolo da cucina, afferrò una testa di lattuga, la tenne ferma col moncone e cominciò a tagliarla. Quando ebbe finito, la mise nella ciotola. Sorrise ripensando al viso dei bambini, che fissavano una banalissima ciotola di legno. In realtà era molto più utile per l'insalata che per scrutare le acque. Vaughn Heppner SNOOT BRONTOLONE Se c'è una cosa che apprezzo più del fantasy tolkieniano, è l'umorismo. Il giusto genere di umorismo, s'intende; devo ammettere di preferire George Bernard Shaw alle normali sitcom, ma è risaputo che posso sbelli-
carmi dalle risate davanti a qualcosa di veramente divertente. C'è una storia in Adventures in Time and Space, intitolata «Alamagoosa», cui non riesco a pensare senza restare priva di fiato dal troppo ridere. Quando ho cercato di leggerla ad alta voce al mio corso di scrittura presso la Urban School, con mia grande vergogna non ho fatto che ridacchiare. Eric Frank Russell? John Taine? Una volta, riferendomi all'arte di scrivere, ho detto alla mia classe di fantascienza: «Ragazzi, è per questo che vi state facendo scoppiare il cervello; perché un giorno la gente dica: 'Mi ricordo una storia bellissima, ma non riesco a ricordare chi l'ha scritta'». Ah, l'immortalità! Se là fuori c'è chi se ne ricorda, fatemelo sapere. Qualcuno si è fregato la mia copia, cosa che dovrebbe essere considerata un reato da pena capitale. «Colui che ruba la mia borsa ruba sciocchezze; ma colui che mi prende i libri migliori...» già, l'ha detto proprio Shakespeare, pensate un po'! Comunque, quando ho letto questo racconto, sono diventata letteralmente afona dal troppo ridere, e questo è senza dubbio il sistema migliore per farsi acquistare da me un'opera letteraria. Ma il mio senso dell'umorismo è quantomeno imprevedibile; rimando spesso al mittente alcune storie che nelle intenzioni dell'autore dovevano essere divertenti con un bigliettino e una domanda: «Avrebbe dovuto far ridere?» Ma questo è soltanto uno dei rischi del mestiere. Ricordate? Se non si sopporta il caldo, perché stare in cucina? Il primo colpo le fece saltar via la spada. Il secondo mandò la pesante lama troll a sbattere contro il suo elmo. Razoress, un'amazzone della prima fila, lasciò cadere con un grugnito il vessillo della regina e crollò sulla fredda distesa erbosa. Gocce di pioggia le schizzavano il viso mentre perdeva e riprendeva conoscenza. Il rumore della battaglia si affievolì. All'improvviso un piede artigliato di troll piombò a pochi centimetri dai suoi occhi. Udì un riso soffocato gracchiante, profondo. Ma il piede si sollevò e sparì alla vista prima che lei potesse muoversi. Poi, un attimo prima di perdere la lotta per restare cosciente, percepì i tentacoli di un gelo artico e vide che sul campo di battaglia stava scendendo la nebbia. Quella strana nebbia fu l'ultima cosa che vide mentre scivolava in uno stato di torpore... «... ah, sbarbatello! Puoi anche smetterla di ostentare davanti a me la tua vista d'aquila. Guarda! Un'amazzone.»
Dopo un po', Razoress si rese vagamente conto della presenza di una voce, una voce acuta, pomposa. Udì qualcosa scattare, poi sentì dei piccoli oggetti cadere rumorosamente vicino alla sua testa. «Oh, oh! E questo cos'è?» Quando non giunse risposta, si udì come un fruscio d'indumenti. «Avvicinati, sciocco pigraccio. È fuori combattimento. Non lo vedi, tontolone buono a nulla?» «Cos'è?» La nuova voce era ancora più acuta della precedente e pareva annoiata. «Il vessillo della regina, sbarbatello. Immagino che valga il suo peso in oro.» Il vessillo... stavano parlando dell'insegna della regina, e lei ne era responsabile! Razoress si sforzò di aprire gli occhi ma riuscì solo a farsi venire un gran mal di testa. Le parve che la sua mano si muovesse, ma non ne era certa. Qualcuno strillò. Ci furono altri schiocchi. Razoress sentì qualcosa contro il petto e udì dei colpi sordi più lontano. «Sua sapienza, lo tiene ancora stretto.» «Cosa?» «Il vessillo, sua sapienza. L'umana lo tiene ancora stretto.» «Liberalo usando una leva, stupido tontolone! Devo pensare io ogni passo che fai?» «Vuol dire, toccarle la carne?» Si udì un forte rumore, come se qualcuno stesse sbuffando. «No di certo. A meno che tu non voglia rischiare l'infezione.» Infezione? Di cosa stavano parlando? Perché toccandole le dita si sarebbe rischiata un'infezione? Non era un'appestata. Quando era più giovane aveva avuto gli orecchioni, ma erano durati meno di un anno; l'aveva curata un esperto di sifilide. E, poi, non indossava forse i guanti? Ah, no... se li era tolti qualche istante prima del combattimento. Un incantesimo aveva fatto sì che ogni oggetto di metallo risultasse di colpo troppo bollente per poterlo sfiorare. Erano state costrette tutte a liberarsi dell'armatura, a meno che fosse in cuoio, e ad avvolgere ogni pomo metallico in pesante lana di pecora. Razoress ricordava di essersi avvolta il capo con un'imbottitura, in modo da poter comunque indossare il robusto elmo. Dopo di che i troll avevano attaccato. Cercò di alzarsi, o almeno di aprire gli occhi. L'emicrania continuava a martellarle la testa. Una volta di più, fallì nel tentativo. Avevano ripreso a parlare, quindi ascoltò.
«Idiota, cosa stai facendo?» «Ha detto di non toccarla.» «Sì, sì, l'ho detto. È vero. Ma vedo che adesso ti sei avvolto le mani col telo del tempio. Dove sono i tuoi guanti da ladruncolo?» Ci fu un mormorio di risposta. «Parla ad alta voce, tontolone. Non riesco a sentirti.» «Ho detto che li ho dimenticati.» «Manici di scopa e calderoni di strega! Li hai dimenticati?» «Mi dispiace, suo onore.» «Così siamo passati a 'suo onore' adesso, eh?» Ci fu un rumore di sputo. «Finiscila e metti via il tuo telo del tempio. Dovrò fare da me.» Cominciò a brontolare e a produrre suoni come di chi stia rovistando. Il vessillo, si disse Razoress. Porteranno via il vessillo della regina. Senza dubbio per ostentarlo dentro qualche tana o fortezza. Ma perché non l'avevano preso i troll? Loro ne conoscevano l'importanza. La sua perdita avrebbe gettato un'ombra gravissima sul regno della regina. «Sta' indietro adesso, e guarda un maestro di ladruncoleria al lavoro.» Nella testa di Razoress l'emicrania infuriava. Aveva la lingua gonfia, e l'interno della bocca pareva foderato di pelle di squalo. Udì il delicato avvicinarsi, la sensazione vellutata del tessuto contro le dita. Ci fu un grugnito bisbigliato quando un suo dito venne staccato a forza dall'asta di legno. Il fiato del ladruncolo aveva l'odore dei pini. «Queste dita sono rigide come canne di palude», si lamentò sommessamente la voce acuta. «Be', non importa. Il ragazzo sta aspettando.» Razoress si concentrò. Un'ondata di orgoglio e di senso di responsabilità crebbe dentro di lei. Spalancò gli occhi e, digrignando i denti, ruotò in alto l'altro braccio; afferrò qualcosa che urlava... Sollevò la testa per vedere cos'aveva acchiappato, e quasi si lasciò scappare lo snoot panciuto e vestito di verde. Aveva grasse guance rosee, un lungo naso rosso in punta e un buffo cappello alto e appuntito, simile a quello degli elfi. L'essere non era più alto del suo ginocchio. La stretta di Razoress aumentò attorno al minuscolo braccio dello snoot. Si mise a sedere con un gemito; il mondo le girava così tanto davanti agli occhi che quasi ripiombò al suolo. Le nuvole erano sparite ed erano comparse le stelle; faceva freddo. Cominciò a tremare, ma il paesaggio buio smise di roteare e il capogiro l'abbandonò. Rimase, comunque, con un terribile mal di testa. «Lasciami, o sarò costretto a compiere una delle magie più terribili»,
minacciò lo snoot con sussiego. Razoress lo fissò: al fianco portava una borsa di pelle ricoperta di strisce di legno colorato, e aveva scarpe fatte di corteccia. Indossava davvero un paio di guanti di velluto; quelli che usava per rubacchiare, senza dubbio. La donna si guardò attorno, scrutando la collinetta erbosa. L'altro snoot non si vedeva da nessuna parte. «Lasciami, ho detto! La mia pazienza si sta esaurendo.» Si concentrò su di lui, lottando contro la nausea che l'aveva colta all'improvviso. Lo snoot strinse gli occhietti neri. La studiò con attenzione. «Non stai bene», sentenziò infine. «Ti prego, consentimi di darti una dose di snootmedicina. Poi ti sentirai molto meglio.» Gli strinse forte il braccio. «Stavi cercando di rubare il vessillo della regina.» Lui rise disinvolto e fece un gesto sdegnoso con l'altro braccio. «Mi giudichi male. In realtà avevo visto che eri gelata e speravo di poter accendere un fuoco per rimetterti in salute. Il vessillo lo volevo soltanto spostare perché il calore non lo rovinasse. Meglio non correre rischi con certe cose; dentro di esse risiedono strane forze.» Razoress cercò di resistere all'emicrania, chiedendosi se la medicina avrebbe potuto essere utile. No, no. Mai fidarsi di uno snoot. Lo sanno tutti. «Un fuoco?» replicò. Lui annuì con forza, gli occhi scuri che non abbandonavano mai il suo viso. «Gli snoot non sono noti per la generosità, e neppure per la gentilezza», affermò lei. «Ah, tu ci giudichi per le parole di gente malvagia. Una disgrazia, ecco cos'è! Ma temo che, a causa del tuo grossolano e volgare errore, sarò costretto ad andarmene. Devo quindi insistere che tu mi lasci il braccio.» «Allora potresti davvero accendere un fuoco per farmi riscaldare?» Lo snoot annuì, la faccia attraversata da quello che lui considerava di certo un sorriso onesto. E invece lo faceva somigliare ancora di più a un'astuta vecchia volpe e a un bugiardo di prima categoria. «Dov'è l'altro?» gli chiese. Lui si guardò attorno. «L'altro cosa?» domandò a sua volta. «L'altro snoot. L'ho sentito.» «Il tontolone?» Razoress annuì, stupita che ammettesse che ce ne fosse stato un altro.
Lo snoot sputò verso le scarpe di corteccia. «Senza dubbio sarà corso a casa, portandosi allegramente via i miei guadagni.» «I tuoi guadagni?» Lui si strinse nelle spalle, occhieggiando la mano che lo teneva stretto. Lei aggrottò le sopracciglia allentando la presa. Il mento le si piegò sul petto. Gli snoot erano saccheggiatori, come le gazze e gli sciacalli. Perlustravano i campi di battaglia alla fine dei combattimenti, in cerca di monete, ciondoli e altri oggetti di valore. Si diceva avessero dei gruzzoli personali, le cui dimensioni determinavano lo status sociale. Fece un profondo respiro e all'improvviso si ricordò che gli snoot erano più viscidi delle anguille. Alzò lo sguardo e vide che lo snoot aveva estratto un lungo ago. Gli strizzò il braccio più forte di prima. «Buttalo», gli ordinò. Lui si umettò le labbra. «Subito!» «Ahi!» si lamentò quello, lasciando cadere l'ago. «Piano, piano. Sono vecchio, ho le ossa fragili.» Razoress si guardò di nuovo attorno, controllando il campo di battaglia. Era seduta su una collina tondeggiante; un miglio a est iniziava la grande foresta di pini. Non si sarebbero mai aspettate che i troll arrivassero così a ovest... «Snoot, hai visto la battaglia?» Lui increspò le labbra e arricciò il lungo naso rosso. «Sì, l'ho vista», ammise infine. «Chi ha vinto?» gli chiese. Lui si sputò sui piedi e si strinse nelle spalle, accigliato. «Dimmelo, o per te si metterà male», gli ordinò, scuotendolo. «Sì, sì, maltratta l'innocuo piccolo snoot», brontolò quello. «Sbuffa e minaccia e strizza gli occhi. La gente alta è tutta uguale.» Razoress si sentì male. Non aveva poi tutti i torti. «Chi ha vinto? È tutto quello che ti chiedo.» Lui si massaggiò il naso, studiandola. «La verità, per favore. Non cercare di decidere cos'è che voglio sentirmi dire.» «L'idea non mi è mai passata per la testa. Insomma, io...» «Cos'è successo?» sbottò, scuotendolo di nuovo. Lui alzò l'altro braccio ed emise un suono strozzato. «Siamo stati imbrogliati, ecco cos'è successo.»
«Imbrogliati?» «Già, proprio cosi. Lo stregone ha lanciato l'incantesimo, e tu e le tue compagne vi siete levate l'armatura. Molto strano, molto strano. Gli snoot, però, erano felici, vedendo le vostre belle armature. Poi i troll hanno attaccato. Il combattimento è stato acceso. Cadeva una pioggia fredda, e lo stregone ha pronunciato parole ingarbugliate e ha tirato fuori una giara nera, stappandola. Dalla giara è uscita una nebbia nera che si è srotolata sul campo di battaglia. Quando la nebbia è rientrata nella giara, erano spariti tutti: i troll, le umane e il bottino.» Razoress sbatté più volte le palpebre. Uno stregone? Una giara nera? E una nebbia nera? Scosse il capo, cosa che servì solo a provocare un'esplosione di dolore. Trasalì, ma fece bene attenzione a mantenere la stretta sullo snoot. Infine, aprì gli occhi e gli chiese: «Hai detto che erano spariti. Con questo...» «Sì!» l'interruppe. «Scomparsi, belle armature e tutto il resto.» Sputò di nuovo sulle scarpe di corteccia. «Si è verificata un'enorme ingiustizia. Lo stregone ha depredato gli snoot.» «Cosa?» Poi comprese; gli avidi snoot avevano pensato solo a se stessi e al loro gruzzolo personale. Era ovvio, però, che fosse entrata in gioco la magia nera. Prima l'incantesimo che aveva reso incandescente il metallo, poi la nebbia scura proveniente dalla giara magica. In quella nebbia c'era forse qualcosa che aveva mangiato tutti? Rabbrividì. No, erano scomparsi anche i troll. Era evidente che i troll si erano alleati con uno stregone. Aggrottò la fronte. O magari era stato lo stregone a convincere i troll a marciare verso ovest. «Dimmi, snoot, che aspetto aveva lo stregone?» «Niente per niente», fu la replica. «Cosa?» Lui si raddrizzò il più possibile, tolse l'alto cappello da elfo, e s'inchinò più che poteva. «Snoot Brontolone, al tuo servizio», disse, ricalcandosi in testa il cappello. «E questo cosa sarebbe?» Lui piegò il capo all'indietro, il viso pieno di sorpresa. «Come, scusa? Non avevi richiesto i miei servigi?» «Eh?» «Desideri informazioni sullo stregone che ha sconfitto le amazzoni della regina. Per un piccolo compenso sarò felice di rendermi utile. Di certo questi sono affari della regina.»
Razoress rise. Aveva sentito parlare dell'arguzia degli snoot. Tutto vero. «Sentì, snoot...» S'interruppe, lanciandogli un'occhiata. Forse sarebbe stato meglio giocare seguendo le sue regole. Magari in quel modo avrebbe mentito un po' meno. «Hai detto che la nebbia nera si è portata via tutto...» cominciò. «Non esattamente. Ho detto che, una volta scomparsa la nebbia, erano scomparsi anche i troll, le amazzoni e il bottino.» «Ma non io e il vessillo, giusto?» Lui fece spallucce e mormorò: «Può darsi, può darsi». «Perché io non sono stata presa?» «Le complessità della magia sono varie e indefinite. Magari per via del fatto che eri addormentata. Ma stiamo andando troppo in fretta. Prima dobbiamo discutere il mio compenso.» «Nessun compenso, Brontolone. Hai cercato di derubarmi. Ora...» «Non è vero, non è vero. Te l'ho già detto.» «... ora sei tu che devi pagarti la libertà.» Da una collinetta erbosa, a un metro e mezzo di distanza, salì una risatina trillante e allegra. Brontolone si girò e agitò il pugno in direzione della risata. «Ti darò una gran sberla sulle orecchie per questo!» Razoress scosse la mano. «È importante. Ascoltami.» Lo snoot si voltò di nuovo e agitò il braccio libero verso di lei. «Parla. Parla. Di' quello che devi dire.» «Accetti il mio patto?» «Mi prendi per uno sbarbatello? Prima di tutto, quali sono i termini?» Lei sbatté le palpebre, cercando di concentrarsi. La nausea era tornata. «Termini? Sì, ecco i termini. Descrivimi lo stregone, dimmi come si chiama e dove abita e dove potrebbe trovarsi adesso.» Brontolone si accarezzava il mento, annuendo. «E quando questi fattori saranno stati elencati?» «Allora ti lascerò il braccio.» «D'accordo! Lo stregone ha l'aspetto di un maschio umano, vecchio e curvo, e indossa una veste nera col cappuccio. Nessuno ne ha visto il viso. Si chiama Nove Dita, perché così l'ha chiamato un troll e nove sono le dita che ha. Puoi stare certa che il suo vero nome è un segreto ben nascosto. Nove Dita vive nella Grotta dell'Ascolto. Domani sera potrebbe trovarsi alla radura di pietra. Adesso, lascia andare il mio braccio; ho soddisfatto le tue richieste.»
Razoress lo fissò. «La Grotta dell'Ascolto, dov'è?» «Questo non era nei termini,» «Dimmi almeno dov'è la radura di pietra.» Lui sollevò il mento e guardò da un'altra parte. «Me lo dici se ti do una moneta?» Nei suoi occhi parve apparire una luce. «D'oro o d'argento?» domandò. «Nessuna delle due. Di rame.» Lo snoot lanciò un'occhiata di sbieco alla mano di lei, quindi si strinse nelle spalle e annuì. «La radura di pietra è a due leghe nella foresta, a sud del ruscello che scorre sotto il ponte del teschio.» Razoress aveva una conoscenza piuttosto vaga della foresta di pini. Sapeva dov'era il ponte del teschio, perché ci aveva combattuto durante le Guerre Wurm. «Non puoi essere più preciso?» chiese. «Prendi la pista dei lupi una volta oltrepassato il ponte del teschio. Ti porterà alla radura di pietra.» «La pista dei lupi?» «È il sentiero che usa il branco della zona.» Razoress si chiese quanto fosse saggio, nelle sue attuali condizioni, utilizzare una pista di lupi. Ma quale scelta aveva? Proprio nessuna. Con un'alzata di spalle, si rovistò in tasca e ne trasse una moneta di rame, che tese a Brontolone. Lui l'afferrò, ne verificò l'autenticità con un morso, e se la fece scivolare nella borsa. I pezzi di legno colorato sbatacchiarono. «Se mi accompagni alla radura di pietra, te ne do una d'argento», propose Razoress. «Il braccio, se non ti dispiace.» Legata dalla promessa, finalmente gli lasciò libero il braccio. Lui rise di gioia e saltellò via, fuori della sua portata. «Così va meglio», commentò. «Allora, snoot, che mi dici di questa offerta?» Lui scosse il capo. In Razoress crebbe la disperazione. Se voleva scoprire cos'era successo alle sue compagne, doveva per forza trovare Nove Dita. Nessun altro aveva mai sentito parlare di quello stregone. Le serviva l'aiuto di Brontolone. «Ti pagherò bene», aggiunse. «Quanto bene?» Aveva di nuovo il fuoco nello sguardo. «Una moneta d'oro.» Lui sbuffò. «Soltanto una? Per accompagnarti dal potente stregone? Per andare forse verso la mia stessa morte? No, un'unica moneta d'oro è davve-
ro troppo poco.» «Facciamo due, allora. Questa è la mia ultima offerta.» «Fammele vedere. C'è un sacco di gente che offre cose che non ha.» Razoress tirò fuori due monete d'oro, strofinandole l'una contro l'altra. All'improvviso, a una trentina di centimetri da Brontolone, ecco apparire un altro snoot. «Lo faccio io», disse lo snoot più piccolo. «Tirami le monete.» Brontolone girò sui tacchi, emise un grido furibondo e balzò contro il suo compagno. Quello schizzò dove non poteva essere visto. Lentamente, Brontolone si girò di nuovo, annuendo tra sé. «Molto bene. Lo faccio. Lancia qui le monete, per favore.» Razoress gliene lanciò una. Lui la prese al volo, l'addentò, e la fece scivolare nella borsa. «Anche l'altra, per piacere.» Allungò la mano. Dietro di lui era riapparso lo snoot più piccolo. «No», replicò Razoress. «Solo quando sarò alla radura di pietra.» Brontolone s'incupì. «Io lavoro meglio quando c'è piena fiducia.» «Ho detto di no.» Lo snoot più piccolo rideva a crepapelle. Brontolone decise d'ignorarlo. «Molto bene, quando sarai pronta a metterti in cammino?» Se lo chiedeva anche lei. Piano piano, piegò le gambe e sollevò il vessillo. Poi, appoggiandosi all'asta, si tirò in piedi. Barcollò, stordita. «Stai male», commentò Brontolone. «Forse dovresti riposare.» «Più tardi», sussurrò Razoress. «Quando sarò nel bosco. Fammi strada.» Cominciò a far roteare l'asta, arrotolandoci attorno il vessillo. Quindi, seguendo Brontolone, e usando l'insegna come un bastone da passeggio gigante, si diresse verso la foresta. Il cammino era faticoso. Razoress, testa china, e dita strette attorno al vessillo, riusciva a malapena a mettere un piede davanti all'altro, incespicando di continuo. Sapeva che la miglior cura per un forte colpo alla testa erano parecchie settimane di riposo, ma prima doveva scoprire cos'era successo alle sue compagne. Aggrottò le sopracciglia. Come faceva Brontolone a sapere cos'aveva progettato Nove Dita? Ma era troppo stanca per chiederglielo. Più tardi, si fermarono, da qualche parte entro i margini della foresta, perché lei era quasi svenuta una volta di troppo. Rabbrividì accanto a un piccolo fuoco, un mantello pesante gettato sulle spalle; infine si scosse e si costrinse a mangiare qualche galletta. Brontolone la osservava, aggiungendo ramoscelli al fuoco.
«Devo dormire», mormorò Razoress. «Ho la testa troppo pesante per continuare.» «Saggia decisione, saggia decisione», convenne lui. «Sdraiati. Starò io di guardia ai tuoi averi.» Mosse le labbra screpolate in una sorta di sorriso. «Mi devi svegliare in tempo per domani sera, diciamo domani a mezzogiorno. E, Brontolone, meglio che tu sappia che ho maledetto i miei averi, nel caso qualcuno ci mettesse sopra le mani mentre dormo.» Lo snoot sbarrò gli occhi. «Una maledizione? No, no, affidali a me.» Razoress si sdraiò, strinse le braccia attorno alla propria borsa e al vessillo, si tirò il mantello sul petto, e precipitò in un sonno profondo. Aprì gli occhi quando le vennero spruzzate sul viso delle gocce d'acqua. Brontolone era in piedi accanto a lei, le mani bagnate. «È mezzogiorno», disse. Razoress si mise a sedere lentamente, guardandolo; poi controllò la borsa: c'era tutto. «Ti sei comportato bene, Brontolone. Quindi alla tua paga aggiungerò una moneta d'argento.» «Piuttosto evita di gettare altre maledizioni», replicò lo snoot. «Mi ha perseguitato per tutta la notte. Usciva cantando dalla tua borsa, invitandomi a rubare le monete. Non mi avevi detto di essere una maga.» Non lo era, ma forse in quel momento di delirio e disperazione aveva attinto a un potere che non sapeva di avere. O forse gli snoot erano più creduloni di quanto non dicessero i cantastorie. In ogni caso, anche se si sentiva solo leggermente meglio, mangiò qualche altra galletta e riprese il cammino. Il primo pomeriggio scivolò nell'imbrunire, e l'imbrunire si trasformò presto in notte. I grilli stridevano, i lupi ululavano alla luna, e un vento lugubre gemeva tra i pini. Alla luce delle stelle, Brontolone camminava con disinvoltura lungo la pista dei lupi, mentre Razoress usava l'insegna come bastone e trascinava un piede dopo l'altro. Grazie ai sensi acuti e vigili di Brontolone, avevano già superato senza problemi una pattuglia di troll e si erano allontanati dal sentiero per veder passare uno sbuffante mastodonte. «Aspetta», bisbigliò Razoress. Il sudore le inondava il viso magro mentre i lunghi capelli neri erano appiccicati al cranio. Sentiva la testa di piombo e i pensieri erano rallentati. Brontolone ritornò lesto da lei. «Perché fermarci? La radura di pietra si trova appena mezzo miglio oltre la prossima svolta.»
«E Nove Dita è lì?» «Certo.» Gli occhi marroni dell'amazzone si strinsero. «Come fai a saperlo?» Lui usò entrambe le mani per lisciarsi il completo verde. «Me l'hanno detto gli snoot. La foresta è piena di snoot. Sappiamo tutto ciò che vi succede.» «Non ho sentito nessuno snoot.» «Ovvio. Ma hai sentito i grilli cantare e i lupi ululare e il vento gemere tra gli alberi. È con questi trucchi e sotterfugi che comunichiamo tra noi.» «Sta mentendo», disse l'altro snoot, apparso all'improvviso dalla foresta. «Sono andato avanti in esplorazione e gli ho bisbigliato tutto mentre tenevi la testa bassa.» Il giovane snoot lanciò un'occhiataccia a Brontolone. «Rendi onore al merito, per piacere.» Brontolone si chinò a ispezionarsi le scarpe. All'improvviso Razoress si chiese se Brontolone non avesse fatto un patto con Nove Dita. Portò la mano sull'impugnatura del coltello. «Snoot, tu fai troppi imbrogli. Mi hai forse venduto allo stregone?» Il giovane snoot restò senza fiato. Brontolone la guardò con aria di totale stupore; poi la sua faccia tonda e cicciosa si contorse in un'espressione di disgusto. «Uno snoot che si fida di uno stregone? Bah! Devi reputarmi un sempliciotto. Non sono tanto sciocco. Non ci guadagna nessuno facendo un patto come quello, tranne lo stregone e i suoi poteri.» Razoress si meravigliò che fosse così infervorato. «Non lo sapevo. Ti prego di scusarmi.» Brontolone si voltò verso lo snoot più giovane e gli assestò una sberla sulle orecchie. «Che ci fai qui, sbarbatello? Ti ho dato ordine di sorvegliare il re dei troll.» «È arrivato. È arrivato.» «Il re dei troll?» chiese Razoress. Il giovane snoot fece un passo avanti. Anche lui indossava un completo verde e un cappello alto a punta, simile a quello degli elfi; ma era più magro di Brontolone. «Sì, sì. Parlano dello scambio, del patto e della giara. Nove Dita sostiene che le amazzoni sono tutte nella giara.» Razoress si accigliò. Il re dei troll... e lei era ridotta peggio di una vecchietta, debole nel fisico e nella mente. «Quanti troll ci sono?» domandò Brontolone. Il giovane snoot sollevò tre dita. «Spiegami perché hai così tanta paura degli stregoni», chiese pacata-
mente Razoress a Brontolone. Quello si sputò sui vestiti di corteccia. «Al pari delle vesciche di gargoyle, gli snoot sono rari. Si dice che gli stregoni ne apprezzino molto i piedi per usarli nelle pozioni per diventare invisibili.» Razoress scosse il capo incredula, poi si guardò attorno alla ricerca di qualcosa su cui sedersi. Individuò un vecchio ceppo. Mettendosi a sedere, prese un fazzoletto per detergersi il sudore dal viso, quindi guardò Brontolone. «Sei davvero pieno di sorprese. Adesso però ce l'ho io una sorpresa per te.» «Ah, sì?» «Mi serve il tuo aiuto per riuscire a prendere la giara nera.» Lui scoppiò a ridere, e lo stesso fece lo snoot più giovane. «No, no, stanami a sentire», riprese Razoress. «Hai appena detto che odi gli stregoni. E adesso capisco il perché. Cacciano i tuoi simili per utilizzare parti del vostro corpo come ingredienti per pozioni magiche. Un'abitudine disgustosa. Questa è la tua occasione per vendicarti.» «Vendicarsi è un'ottima cosa in linea di principio», replicò Brontolone dopo un attimo. «Ma dov'è il guadagno?» Razoress mise via il fazzoletto e, con le mani sulle ginocchia, cominciò a studiare Brontolone. Aveva bisogno di lui, senza alcun dubbio. Era in gioco la vita delle sue compagne. Come poteva fare a convincerlo? Brontolone lanciò un'occhiata allo sbarbatello, annuì, poi si rivolse a Razoress dicendo: «Ho adempiuto al mio compito. Per favore, sii gentile e dammi ciò che mi spetta». Razoress, ignorando Brontolone, guardò lo sbarbatello. «Hai detto che il re dei troll e Nove Dita parlavano di uno scambio, giusto?» «L'ho detto.» «Cos'ha intenzione di usare il re dei troll come merce di scambio?» «Uno dei suoi guerrieri tiene stretto un pesante sacco di monete.» Razoress fece un cenno a Brontolone. «Trovato: ecco il tuo guadagno. Monete d'oro, senza dubbio.» Brontolone sbuffò. «Ti prego, non sono un nano avido i cui occhi brillano di desiderio non appena si nomina l'oro. Uno snoot, innanzitutto, è un realista di prima categoria. Hai detto di aver bisogno del mio aiuto per prendere la giara. Non riesco a capire cos'abbia a che vedere questo col sacco di monete del re dei troll.» Razoress stava chiedendo allo sciacallo di fare la parte del leone. Era un'idiozia. Adesso se ne rendeva conto. E, tuttavia, come poteva recupera-
re la giara e liberare così le sue compagne? Meditabonda, si accarezzò il mento. Piano piano, sul suo volto apparve un sorrisetto furbo. La caratteristica fondamentale della natura degli snoot era di essere degli astuti saccheggiatori. Doveva fare leva sull'idea di un bottino ottenuto con facilità. «Molto bene, Brontolone. Voglio farti un'altra proposta.» Lui si strinse nelle spalle, fingendo indifferenza. «Ci siamo incontrati la prima volta perché volevi prendere il vessillo della regina. Se mi aiuti in questa missione e io non riesco a far tintinnare nelle braccia tue e dello sbarbatello tutte le monete del re dei troll che riuscite a trasportare, allora prenderò il mio coltello e taglierò il vessillo dall'asta per consegnartelo.» «Niente trucchi?» domandò lui, gli occhi da volpe subito attenti e vigili. «Niente trucchi. Ti do la mia parola di amazzone.» Brontolone strizzò gli occhi e si strofinò il mento grassoccio. «Prima spiegami il tuo piano.» Razoress si chinò in avanti e gli bisbigliò qualcosa all'orecchio. «Rischioso, rischioso», continuava a mormorare lo snoot. Quando udì quale doveva essere il suo compito, lo sbarbatello impallidì. «Siete abbastanza in gamba da riuscirci?» chiese Razoress. Brontolone sbuffò. «Ma certo che siamo abbastanza in gamba. Non è questo il punto. Il problema è che nel tuo piano ci sono talmente tanti se! Non lo so, non lo so...» Cominciò a scuotere la testa. «Senti, Brontolone», intervenne Razoress. «Suppongo che la maggior parte dei gruzzoli degli snoot non contenga poi grandi quantità di monete d'oro. Dopo stanotte, sarai di certo il più alto in rango nel tuo clan.» Lui fece un riluttante cenno di assenso. «Ma un alto rango significa grandi rischi», continuò lei. «Questa è una strana filosofia», commentò Brontolone. «E dai», replicò seccata l'amazzone. «Il pericolo sta tutto nel ruolo che svolgo io. Tu ti devi esporre solo per un brevissimo istante. Per una volta, lascia da parte le tue tattiche e smettila di mercanteggiare. Già così ti guadagnerai un'immensa ricchezza e un incredibile status sociale.» Finalmente Brontolone sorrise. «Molto bene, sono d'accordo.» «Anch'io», squittì lo sbarbatello. Razoress annuì. «Perfetto. Allora cominciamo.» Il cuore in tumulto, il pugnale stretto in pugno, Razoress si lasciò scivolare verso la radura di pietra. Scostò un ramoscello e strisciò su uno scroc-
chiante tappeto di aghi di pino. Infine, tirò indietro un ramo di conifera e scrutò nell'antica vallata. La luna illuminava il cerchio di pietre, e ogni pietra portava inciso un simbolo consumato e levigato dal tempo. L'area racchiusa dalla radura era quella di una torre di castello. La radura di pietra, come Razoress ben sapeva, si riteneva fosse stata costruita durante il regno dei re-maghi di Dan. Al momento, nel bel mezzo della radura, c'era un piccolo uomo incappucciato; al suo fianco, tre troll. Quelle creature erano più basse di Razoress, dovevano arrivarle all'incirca alla spalla, ma erano incredibilmente massicce; avevano una pelle spessa e orribile, e piccole teste munite di zanne. Alla cintura che portavano al fianco, i troll avevano spade a lama larga, e uno reggeva un pesante sacchetto di monete. Quello più vicino allo stregone aveva una cappa blu gettata sulle spalle: il re dei troll, senza dubbio. Mentre allontanava dagli occhi il sudore gelido sbattendo le palpebre, all'improvviso vide apparire Brontolone all'estremità della radura. Trascinava l'asta del vessillo, priva però del vessillo stesso. Soprappensiero, Razoress sfiorò l'insegna piegata che si era infilata nella cintura. Brontolone lasciò cadere l'estremità dell'asta, che sbatté rumorosamente contro la pietra. Nove Dita si girò, ma il suo volto rimase nascosto dalle pieghe del cappuccio nero. Anche i troll si voltarono, imperturbabili nei loro lineamenti rozzi e stupidi. «Guardate cos'ho portato», gridò Brontolone. Si trovava a circa dieci passi dal troll più vicino. Il re dei troll grugnì qualcosa allo stregone. «È uno snoot», gli spiegò Nove Dita. Lo stregone si esprimeva in uno stridulo bisbiglio, quasi avesse paura di essere udito. Spostando la giara che teneva in braccio, disse di rimando: «Cosa vuoi, snoot?» Dal suo nascondiglio Razoress vide che lo stregone aveva davvero solo nove dita. Strinse gli occhi fino a chiuderli, imponendosi di farsi trovare pronta. Anche se si sentiva ancora intontita e aveva la nausea, riaprì gli occhi e guardò la scena con attenzione. «Sono venuto a contrattare», rispose Brontolone. Nove Dita gracchiò stridulo. «Contrattare? Con un'asta? Vattene, snoot, prima che ti acchiappi e ti tagli i piedi.» Brontolone si levò il cappello e lo tenne in mano, chinando il capo. «Grande Signore, ritengo che tu desideri esaminare quest'asta prima di
cacciarmi via.» Il re dei troll grugnì di nuovo. Uno dei suoi raggiunse Brontolone, che danzò agilmente fuori portata. Il troll si chinò, prese l'asta e la portò al re. Questi l'esaminò, mentre Brontolone si rimetteva al posto di prima. «Notate i complessi intagli», gridò lo snoot. «Guardate come l'illustrazione delle battaglie descriva una splendida curva e mostri la gloria delle molte conquiste della regina. A questo punto vi chiedo: sapete cosa c'era attaccato a quell'asta?» All'improvviso Nove Dita sibilò: «Il vessillo!» «Proprio così, proprio così», replicò Brontolone. Si rimise il cappello. Il re dei troll rivolse un rapido grugnito a Nove Dita. Che annuì distratto, il cappuccio rivolto verso Brontolone. «Credo che ora possiamo iniziare le contrattazioni», riprese Brontolone. «Hai l'insegna?» chiese Nove Dita. «Ma certo.» «Mostramela», ingiunse lo stregone. «Oh, oh, grande Signore, ti prego, non sono così sciocco.» Il re dei troll grugnì qualche sillaba alle sue guardie, che estrassero la spada a lama larga. «No, mettetele via», intervenne Nove Dita. «Già, già, così va bene!» commentò Brontolone. «Altrimenti mi vedo costretto ad andarmene subito.» Le due guardie troll avanzarono verso Brontolone; il re grugniva con Nove Dita, il quale cominciò a scuotere il capo. «Stregone, ti prego di richiamarli», disse ad alta voce lo snoot. Il due troll fecero un altro passo avanti. Il re grugnì di nuovo. Spostando la giara nera nell'incavo del braccio sinistro, all'improvviso Nove Dita allungò una mano nodosa. Razoress fischiò e cominciò ad acquattarsi. Anche se la testa continuava a martellare, si preparò a scattare in avanti. «Fermati, o sarò costretto a lanciare un incantesimo!» gridò Nove Dita a Brontolone. Dal ramo di un pino che sovrastava la radura, all'improvviso scese un minuscolo cappio. Con abilità il cappio scivolò sul collo della giara e vi si strinse attorno con un guizzo. All'agitarsi del ramo lo sbarbatello gridò come un gufo, e Razoress scattò in piedi e giù nella radura. Il filo si tese e la giara nera venne strappata dal braccio di Nove Dita per schizzar via ondeggiando verso l'amazzone.
Nove Dita strillò allarmato, cercando di riafferrare la giara. I troll gracchiarono sgomenti davanti alla giara che sembrava volare. Razoress si allungò a prendere il contenitore, quando le passò davanti. Riuscì ad afferrarlo per il lungo collo e lo spezzò con un colpo di coltello. «No!» urlò Nove Dita. Dalla giara cominciò a salire un fumo nero. «Scappiamo!» gridò Nove Dita. Il fumo era gelido e ben presto oscurò le stelle. Per un istante Razoress provò una grande paura. L'incantesimo sarebbe stato annullato? Non lo sapeva, ma lo sperava. Rinfoderando il pugnale, tolse il vessillo dalla cintura, lo sollevò e attese. Piano piano il fumo cominciò a diradarsi. Mentre ciò accadeva, Razoress vide che la radura adesso era piena di amazzoni e troll stupefatti. «Il vessillo!» gridò, levandolo più in alto che poteva. «Stringetevi attorno al vessillo e scacciate i troll!» Udendo il familiare grido di Razoress e vedendo il vessillo circondato dai nemici, le amazzoni si radunarono molto più in fretta degli ottusi troll. La lotta fu breve; ben presto i troll, demoralizzati e gracchianti, se la diedero a gambe. Quando quelli scomparvero alla vista, le amazzoni si ritrovarono di nuovo attorno a Razoress, e Brontolone prese a strillare e a farsi largo in mezzo a loro. Al suo fianco c'era lo sbarbatello. «Questo è il coraggioso snoot che stanotte ha servito la causa della regina», dichiarò a voce alta Razoress. Il gruppo di soldatesse squadrò il piccolo snoot mentre Razoress, ginocchio a terra, si chinava verso di lui. «Dimmi, Brontolone, hai visto cos'è successo a Nove Dita?» «È sparito quando è sparita la nebbia.» Razoress annuì e chiese che le venisse portato il sacco delle monete del re dei troll. Era stato lasciato cadere dai troll in fuga. Una sua compagna glielo consegnò. Lei lo aprì. Le monete che conteneva erano d'oro. «Snoot Brontolone, rivendichi il tuo compenso?» «Certo che sì, certo che sì.» Brontolone tirò fuori quello che per uno snoot era un sacco di pelle davvero grandissimo. Con molta attenzione, facendo in modo che le amazzoni della regina vedessero bene, Razoress riempì il sacco di Brontolone con tutte le monete d'oro che lui riusciva a trasportare, poi fece lo stesso con lo sbarbatello. «Va', dunque, Brontolone», disse Razoress quando ebbe terminato.
«Racconta agli altri snoot della generosità della regina. Perché stasera tu le hai realmente reso un servigio.» E, a quelle parole, tutte le amazzoni applaudirono. Javonna L. Anderson STORIE Javonna Anderson chiarisce che, «nel caso non risultasse ovvio dal mio nome, sono una donna». Conosco perfettamente il problema ma, in un mondo in cui le ragazze sono chiamate «Scott», «Paige» o «Andrea», con ogni probabilità non esiste più la possibilità d'individuare il sesso di una persona basandosi unicamente sul nome proprio. Non solo ho ricevuto molte lettere indirizzate al Signor Marion Bradley, ma qualche anno fa, durante un picnic, una conoscente si è rifiutata di dirmi se il bimbo in salopette che le gattonava accanto fosse maschio o femmina, sostenendo che se l'avessi saputo probabilmente il mio approccio sarebbe cambiato. Comunque sia, Javonna Anderson abita a Wichita Falls, nel Texas, dopo essere nata a Springfield, nell'Illinois, e aver vissuto in una fattoria là vicino per diciotto anni. Come molti aspiranti scrittori, ha al suo attivo un gran numero di lavori strani, alcuni stranissimi, come accudire fagiani appena nati, potare migliaia di alberi da putta e aiutare ad allevare cuccioli di dobermann. È stata anche venditrice di biglietti per esibizioni pubbliche alla Fiera di Stato, tirocinante in corsi per la protezione delle falde freatiche - ecco un'occupazione che non avrei mai osato inventare: chi dice che la realtà non è più strana della fantasia? - e assistente di cancelliere in tribunale. Ha frequentato la Washington University di Saint Louis per sette anni, guadagnandosi una laurea in biologia, un master in ingegneria e politica aziendale, e una laurea in giurisprudenza. È sposata e risiede in Texas. È stata l'Aeronautica militare degli Stati Uniti a farla trasferire lì, perché il marito doveva seguire un corso di aggiornamento congiunto Euro-NATO per piloti di jet. Lui si augura di venire poi assegnato a un aereo da combattimento, mentre lei spera in un computer nuovo e in un indirizzo che non cambi per almeno tre anni. È la prima volta che vende un racconto. Ha intenzione di continuare a scrivere, nonostante le mille cose da fare, come passare l'esame per l'abilitazione all'avvocatura in Texas, cercare un lavoro e interrogare il marito su questioni come la temperatura del motore dei T-37. Javonna desidera
ringraziare: «Mike, Nancy, Dagvin, Erik, Tom, Anne e tutta la mia famiglia». «Mamma, raccontaci una storia.» «Sì, raccontacene una, solo una. Racconta, racconta, per favore! Eh?» La regina sospirò dolcemente. «Va bene. Ma una soltanto.» «Posso avere i mostri? Le storie della tata hanno sempre un sacco di mostri.» «Lasciami pensare.» «Falla lunga, mamma. Lunghissima.» Lei sorrise. «D'accordo. Non molto tempo fa c'era una principessa.» «Come me!» disse Midi. «Sì, tesoro, come te, solo più grande.» «Era molto carina?» chiese Midi, raggomitolandosi ancora di più nel letto. «Sì, cara, era molto carina.» «Uff!» sbottò Autieri. «Voglio sentir raccontare di mostri e cavalieri.» «La principessa crebbe in un luogo bellissimo, dove la gente non invecchia. Imparò a cantare e a cacciare coi falconi. Imparò a leggere libri di ogni tipo e imparò a scrivere...» «Lezioni. Uff!» mormorò Midi. Antieri annuì serio, concordando. «... e imparò a comportarsi da vera principessa.» «Mamma, ma era felice?» «Ah. Ci sei già arrivata? Hai proprio ragione, Midi; nonostante tutto quello che vedeva e faceva, la principessa non era molto felice. Sapete perché?» «Perché?» «Perché era un posto noioso?» azzardò Antieri. La regina tirò per bene le coperte del bambino. «Era infelice perché era sola.» «Non aveva un principe?» sbadigliò Midi. «Be', no, non ancora.» «Non la voleva nessuno?» La regina rise. «Oh, al contrario, erano in molti a volerla. Era lei a non volere nessuno di loro.» «Perché?» «Perché... perché ritenevano che i suoi sogni fossero sciocchi.» I bambini ci pensarono sopra un istante, poi Antieri sentenziò: «È un
motivo stupido. Tutti fanno dei sogni sciocchi». «No, non intendevo sogni veri e propri. Più che altro, idee sciocche.» «Come cosa?» «Be', erano molte. Voleva poter fare tutto a modo suo. Voleva condividere il potere del suo principe. E aveva anche diversi doni magici che le erano stati fatti quando era nata, e non voleva rinunciarvi.» «Era viziata?» La regina strizzò l'occhio a suo figlio. «Oh, be', forse un pochino.» «Quali doni magici, mamma?» chiese Midi, tirandole la manica. «Quelli più belli. Aveva una collanina che le permetteva di parlare ad alcuni animali. Aveva una scatolina che suonava a comando. E aveva due penne di falco, che erano le più preziose di tutte, dato che le consentivano di trasformarsi in un vero falco.» «Oh!» fece Midi. «Posso avere anch'io qualcosa di simile?» chiese il bambino. «No, amore mio. Purtroppo erano doni molto speciali che funzionavano solo in alcuni luoghi.» «Qui no?» «No. Qui no.» «Qui non funziona mai niente di divertente!» Lei gli tenne la mano con dolcezza, e per un istante non parlò. «Mamma, cos'è successo alla principessa?» chiese Midi. «Be'», cominciò, con un'occhiata al bambino, «grandi cavalieri venivano da ogni dove per cercare di vincere la sua mano e averla in sposa, dato che era molto bella e molto ricca. Portavano tesori a suo padre e ingaggiavano bardi che le cantassero le loro avventure, in modo che potesse sapere quanto erano coraggiosi. Combattevano l'uno contro l'altro per dimostrare chi era il più forte. Suo padre era molto impegnato a escogitare nuove prove e nuovi indovinelli per tutti quei pretendenti.» «Quanti ce n'erano? Centinaia?» «Non così tanti, ma parecchi.» «E combattevano i mostri? Io combatterò i mostri!» «Oh, sì! Li combattevano. Uccisero tutti i mostri nel raggio di miglia.» «Che tipo di mostri?» chiese scettico Antieri. «Be', c'erano grifoni e serpenti e minotauri. Credo che alcuni abbiano riportato a corte dei giganti, e anche un paio di troll.» «Nessun drago?» «Draghi di tutti i colori del mondo, Antieri. Grandi e piccoli, con le ali e
senza; persino qualcuno con più di una testa.» «Oh...» mormorò il bambino, gli occhi sgranati. «Qualcuno di loro si è fatto male?» «Sì, Midi, qualcuno. E c'era chi rinunciava e se ne tornava a casa dicendo: 'Questa principessa non vale tutta questa fatica. Se ne possono trovare altre, di principesse'.» «E poi, mamma?» «Be', poi suo padre andò da lei e le disse che doveva scegliere uno di quei cavalieri e sposarlo.» «E l'ha fatto? L'ha fatto, mamma?» «Piano, adesso ci arrivo. Prima di tutto lei parlò con tutti i cavalieri che erano rimasti. Quindi andò da suo padre e gli disse che nessuno di loro la rendeva felice.» «Che sorpresa...» commentò Antieri. La regina lo guardò con disapprovazione. «Alcuni erano meschini, altri erano timidi e altri ancora molto belli, ma nessuno era quello che voleva lei.» «Allora cos'ha fatto?» «Ha cercato di rimandarli tutti a casa.» «'Cercato'?» «Già. Vedete, uno proprio non se ne voleva andare. Disse che la principessa era ingiusta e che lui aveva fatto un viaggio troppo lungo per essere respinto tanto in fretta, e così rimase.» «Mmm... e poi cos'è successo?» «Poi la principessa s'innamorò del cavaliere che veniva da un'altra terra.» «Soltanto perché era rimasto?» chiese incredulo Antieri. «Be', in parte anche per questo», ammise la regina. «E per cos'altro?» «Più lui rimaneva, più lei aveva modo di conoscerlo. E, più lo conosceva, più le piaceva. Le mostrò che spesso la solitudine è un male che si fa a se stessi.» «E poi?» «Poi le chiese di sposarlo.» «Ed erano tutti contenti?» «No, perché il cavaliere disse che non sarebbe rimasto nel regno della principessa, ma avrebbe fatto ritorno nella terra lontana, portando sua moglie con sé.»
«E allora?» «Allora? Allora, se gli avesse detto di sì, avrebbe dovuto lasciare la sua casa, la sua famiglia, e tutta la sua gente per sempre.» «Perché per sempre?» «Perché quelle erano le condizioni.» «Ed è andata, mamma?» «Sì, se ne è andata.» «Ha dovuto lasciare anche tutte quelle sue cose speciali?» «Proprio così, Antieri. Ma, prima che se ne andasse, sua madre e suo padre le concessero di esaudire tre grandi desideri.» «E lei li ha usati?» «Un paio.» «Per fare cosa?» La regina distolse lo sguardo dai figli. «Per cose buone», mormorò. Midi cercava di tenere gli occhi aperti. «E poi?» «Be', dopo che la principessa andò via col cavaliere, che in realtà era un principe, i due formarono una famiglia.» «Erano felici?» «Oh, sì. La principessa dimenticò cosa si provava a sentirsi soli, tanto era impegnata a fare da mamma ai suoi bambini. Non si accorse nemmeno di essere diventata regina.» «Ed era una brava regina?» «Alcuni dicevano di sì.» «Cos'ha fatto poi?» «È rimasta finché la sua presenza è stata necessaria.» «Quanto tempo era?» «Sufficiente a vedere esauditi i suoi desideri.» «Ma non li aveva usati tutti.» La regina fece l'occhiolino. «È vero.» «Oh», disse Antieri. «Bambini, cosa fate ancora svegli a quest'ora? Cari, non abbiamo molto tempo per una storia stasera... mamma mia!» la tata gridò, quasi incespicando nella regina alla luce fioca. «Oh, be', Vostra Altezza! Non mi aspettavo di trovarvi qui! Ero giusto venuta a metterli a letto e a raccontare loro una storia.» Fece una risatina nervosa, di attesa, mentre arretrava fuori della stanza. La regina baciò entrambi i figli e si alzò per andarsene. «Dovete fare come dice la tata, tesori miei. Domattina avete lezione presto. Il precettore
si arrabbierà se non riuscirete a stare svegli.» Raggiunse la porta. «Mamma, ti sei dimenticata», disse Midi sbadigliando. «Di cosa, cara?» La bambina sorrise. «Non l'hai raccontata giusta. Alla fine di una storia la tata dice sempre che vivono tutti felici e contenti. Per sempre.» La regina rispose al sorriso con molta attenzione, sperando che non le tremasse la voce. «È vero, tesoro. Quella parte me la sono proprio dimenticata.» La regina attraversò correndo i corridoi in penombra del castello. Si fermò un istante davanti a una grande porta decorata col cimiero reale. I rumori che udì all'interno la convinsero che, ancora una volta, suo marito non era solo. Si affrettò a raggiungere le sue stanze. Per questo, sono diventata umana. In piedi accanto all'alta finestra nella fioca luce della luna, tese le mani. «Ho un figlio bravo e forte», sussurrò alle stelle. Il vento le mormorò tra i capelli. Dopo un istante, disse: «Ho una figlia bella e buona». Guardò le penne malridotte che teneva in mano. Poi usò l'ultimo desiderio, e se ne volò via. Jo Clayton Il FESTINO DELLE LARVE Orinai ho incontrato parecchie volte Jo Clayton alle convention, e trovo che somigli un po' alla compianta Leigh Brackett: cioè, non è poi tanto diversa dalla mia maestra delle elementari. Sarebbe difficile immaginare un aspetto più differente da quello che ci si aspetterebbe dall'autore di storie fantasy così eccitanti e avventurose. D'altra parte, l'unica cosa che gli scrittori hanno in comune è il fatto che nessuno ha «l'aria di uno scrittore». E, comunque, che aria dovrebbe mai avere uno scrittore? È una donna estremamente piacevole, che adesso vive nell'Oregon e scrive quando può sentire «la pioggia dell'Oregon sul balcone e i gatti che s'inseguono sopra, attorno e attraverso una decina di librerie». E la gente crede che queste cose me le inventi? Jo Clayton è comparsa, o meglio, è esplosa sulla scena della narrativa diversi anni fa con un romanzo dal titolo Diadem of the Stars, cui hanno
fatto seguito altri libri, tra cui il famoso Moongather. Di recente ha pubblicato una trilogia ambientata nello stesso mondo di Moongather: The Dancer's Rise, Serpent Waltz e Dance Down the Stars. Sembrerebbe divertente. A dimostrazione di quanto personali siano le indicazioni che seguo nella scelta dei racconti, devo dire che questo sono stata sul punto di rifiutarlo perché «troppo raccapricciante». Non ho mai amato la teoria sostenuta una volta da Stephen King, secondo cui «se non li puoi spaventare, disgustali!» Non m'importa se un libro mi mette paura, ma non voglio rimetterci il pranzo. Alcuni editor pensano esattamente l'opposto: non importa se sono disgustati, ma non vogliono avere paura. La conclusione di tutto questo è: conosci il tuo editor e i suoi preconcetti. Un debole suono, come uno sfioramento; un minuscolo clic, uno scricchiolio. Hallah aprì gli occhi. Mantenne la respirazione lenta e regolare come stesse ancora dormendo, poi esplose fuori dal letto, alzando il coltello a incontrare l'oscurità che balzava dal vano della porta. Sangue. Appiccicoso sulle sue braccia e lungo le vecchie cicatrici dove un tempo erano stati i seni. Strusciare di stivaletti sul pavimento. Gorgoglio senza parole che cessò quasi prima di cominciare. Silenzio denso come la puzza di sangue. Hallah era tesa, all'erta; aspettava. Silenzio. E ancora silenzio. Lasciò uscire il fiato che stava trattenendo e con passo felpato si diresse alla porta, i piedi nudi che grattavano sui pezzetti di pane secco che aveva sparpagliato come segnale d'allarme a buon mercato. Dopo aver ascoltato un istante, si lasciò cadere sul ventre; tenendo la testa bassa, vicina al pavimento, l'allungò delicatamente oltre lo stipite. Nella debole luce che saliva dal banco di mescita vide che il corridoio era vuoto. Un attimo di respiro. Bene. Di nuovo in piedi, chiuse piano la porta, bloccò il chiavistello e tornò rapida al letto, prese la trapunta e si affrettò alla finestra. Le imposte erano chiuse e sbarrate, ma il legno era marcio e pieno di crepe e avrebbe lasciato filtrare la luce come un secchiello arrugginito. Dopo aver appeso la trapunta infilandola nelle fessure, attraversò la stanza fino al tavolo sganghe-
rato che era uno dei servizi per cui l'albergatore si faceva pagare; cercò a tentoni il piatto con sopra il mozzicone di candela inclinato, e lo appoggiò sul pavimento. Accese la candela, poi tornò in fretta al corpo e gli s'inginocchiò accanto; la bocca le s'irrigidì nel vedere l'anello di ferro dell'apprendista assassino sulla mano tesa. Un giovincello della Corporazione. Il viso del morto era tondo, i lineamenti piccoli e delicati; con ogni probabilità era più vecchio di quello che sembrava, ma non poteva comunque avere passato da molto i vent'anni. Non era uno che conoscesse. Maytre! Sono diventata una dannata esercitazione per ottenere il diploma. Dubito comunque che fosse da solo... S'infilò i vestiti, aggrottando le sopracciglia mentre valutava il da farsi. Tetto? No. È una trappola peggiore persino di questa stanza. Avvolse indumenti di ricambio attorno al sacchetto con le fiale di veleno e la scatola contenente gli scacchi, e spinse il piccolo pacco nella borsa da cintura insieme con la scorta di monete; poi cominciò a far scivolare coltelli, aghi, punte e dardi nelle apposite tasche nascoste. Non dall'ingresso principale. E nemmeno dalle scale. È molto probabile che al banco di mescita ci sia qualcuno di guardia. Raccolse la candela, la spense, si sedette sul letto e prese gli stivali. All'interno di quello sinistro c'era un coltello avvelenato; strinse le labbra quando le dita sfiorarono l'avorio della lama. Era una delle cose di cui avrebbe voluto liberarsi insieme col giuramento alla Corporazione, ma la prudenza consigliava altrimenti. Ripiegò l'orlo dei calzoni, infilò i piedi negli stivali, e lasciò la stanza. Alla fine del corridoio c'era la camera che l'albergatore aveva cercato di rifilarle quattro mesi prima, appena arrivata. Era quella sopra la stalla e i rifiuti della cucina, cui salivano cioè tutto il rumore e la puzza. Ascoltò alla porta; udì il ronzio di un forte russare e arricciò il naso. Quel tipo sarà ben triste quando domattina all'alba il cuoco comincerà a vuotare la sua brodaglia. Una minuscola leva sbloccò delicatamente il chiavistello, e lei scivolò dentro; annusò l'aria, facendo una smorfia per il fetore di mele marce. Bleah, deve aver prosciugato tutto il mosht della città. Attraversò la stanza e aprì le imposte, lanciando un'occhiata al dormiente mentre i raggi della luna si riversavano all'interno. Era un omone, con un groviglio di cicatrici su viso e braccia. Il russare che gli agitava i folti baffi era forte abbastanza da coprire il suono di una fanfara. Ha l'aria da duro. Fortuna che è pieno come un otre. Fece passare con gentilezza le
spalle attraverso la piccola finestra quadrata, si rigirò e sbucò dall'altra parte, calandosi sul tetto della stalla. Si accovacciò nella chiazza d'ombra vicino al muro, scrutando il viottolo maleodorante che correva oltre la caserma dei doganieri, poi dietro la fila di magazzini e taverne che contornavano la curva del porto. Scorse un lieve movimento all'angolo della caserma e voltò il capo per guardare con la coda dell'occhio. Uno solo. Bene. Posso farcela. Strisciò fino al bordo del tetto, lo superò rotolando, e rimase a penzolare dalla grondaia finché uno dei cavalli nella stalla non sbuffò e scalciò contro la parete; quindi si lasciò cadere sui solchi polverosi del recinto. Corse alla porta sulla parete posteriore, tolse il fermo, e la tirò dolcemente verso di sé, fermandosi ogni tanto per non disturbare la notte; la muoveva con lentezza, con prudenza, come volesse davvero uscire da quella parte non appena l'apertura fosse stata sufficiente. L'uomo giunse da sopra il muro e sarebbe atterrato accanto a lei, ma lei non era li. Cominciò a girarsi bruscamente: un guizzo della mano e il coltello avvelenato gli scivolò tra le costole. Il ginocchio di lei contro la schiena di lui, la mano sulla bocca, l'uomo ebbe un fremito e morì. E sono due che hanno fallito gli esami finali. Ce ne saranno stati tanti in quella classe? Adesso prendiamo un cavallo. Diede un'occhiata alla finestra da cui era scesa. Il suo, direi. Non c'è nient'altro che valga la pena rubare qui dentro. Divertente. Impiccata come ladra di cavalli o per i cadaveri lasciati in giro. Sembrerebbe meglio non tornare da queste parti per un po'. Non che sia una gran perdita. Gorp Xil. Un foruncolo sulle natiche del mondo. Non appena fuori del cortile di stalla, con un colpo di talloni spinse il cavallo al galoppo e percorse rumorosamente il vicolo, diretta ai margini della città alla massima velocità osabile. Prese la strada verso nord, quella che conduceva alla Foresta; la famigerata Foresta di Xil, dove per migliaia di anni gli esiliati di migliaia di terre si erano rintanati e trasformati, diventando strani come esigevano la solitudine e il silenzio. L'alternativa migliore per levarsi di torno il resto della banda assassina consisteva nell'attraversare le montagne e raggiungere le regioni pianeggianti. Si trattava di una terra ricca e intensamente colonizzata, un folle mosaico di piccoli regni con alleanze molto fluide. Erano passati quindici anni da quando uno dei suoi primi incarichi l'aveva portata nelle pianure. Un fiasco totale: il suo obiettivo era stato messo in guardia ed era scomparso tra la folla. Faci-
le sparire là in mezzo, soprattutto quando chi ti insegue è alle prime armi e non è ancora pronta a lavorare da sola. Il cavallo era un animale alto, con gli occhi bianchi e il manto grigio sabbia con macchie marroni e bianche sui quarti posteriori. Una bestia dall'aspetto strano ma ben fatta, con una falcata lunga e possente. La sella era vecchia, consumata e sfregiata come il suo proprietario. Per un istante lei si chiese chi fosse quell'uomo e quale disastrosa combinazione di circostanze l'avesse condotto a Gorjo Xil. Una cosa che con ogni probabilità non saprò mai. A meno che non decida di rincorrermi. Proprio quello di cui ho bisogno, un altro inseguitore incavolato che vuol vedermi la testa staccata dal corpo. «Oooh, calma ragazzo, rallentiamo un po'. Non voglio tirarti il collo. Sì, sì, ti ha addestrato bene, senza dubbio. Chissà come ti chiami. Ti chiamerò Ciottolo, dal colore del tuo manto. Va bene così, tranquillo. Perfetto, un bel passo per arrivare lontani.» Girò la testa, per captare eventuali inseguitori, chiedendosi se i candidati avessero avuto delle cavalcature pronte o fossero stati costretti a trovarne una al volo come aveva fatto lei. Sto diventando negligente. Non mi sarei lasciata prendere così se facessi ancora parte della Corporazione. La Foresta si chiuse attorno a lei; soltanto qualche sporadico raggio di luna raggiungeva il terreno. Quando la sua vita era cambiata, quando era entrata a cavallo ad Atwarina insieme con lo Shiza'hey Kihyayti'an, uno dei due Assassini della Corporazione che lui aveva assoldato per fare mostra di ricchezza e potere, le foglie erano verdi, i primi giorni d'estate caldi e polverosi. In quel momento, invece, era tardo autunno; le foglie che pendevano dagli alberi e si sparpagliavano sulla strada erano rosse e oro e arancio-bruno, e Atwarina era al di là del mare e centinaia di miglia più a sud. Atwarina. Dove aveva trovato sua figlia, dove aveva rinunciato a far parte della Corporazione degli Assassini. Rabbrividì, ricordando la rabbia e l'angoscia di quel giorno di vent'anni prima, quando aveva creduto che Traccoar e il suo Gruppo Selvaggio avessero ucciso la sua bambina. Quel giorno, quando Traccoar le aveva tagliato i seni lasciandola lì a morire. Quel giorno in cui qualcuno aveva detto: «Fa' tacere la mocciosa; sbattile la testa contro un albero». La mocciosa: sua figlia. La sua Rowanny, di due anni e coi capelli più luminosi di qualunque fuoco, impaurita e urlante. Fa' tacere la mocciosa, sbattile la testa contro un albero.
Vent'anni. Tempo sufficiente per far cicatrizzare le ferite ma non per impedire che ricominciassero a sanguinare non appena aveva visto il viso della figlia nella corte di Alayjiyah. Pensò all'accordo che aveva concluso nella stanza al piano superiore della taverna di Thonsane - se tiri fuori di lì mia figlia e la figlia di mia figlia, se giuri di farle stare al sicuro e negli agi, io giuro per la Pietra di servirti fino al termine dei miei giorni -, l'accordo che l'aveva lasciata a vegetare a Gorjo Xil, in attesa che i suoi datori di lavoro le dicessero cosa volevano da lei. E in attesa che la Corporazione le si mettesse alle calcagna. Soltanto i morti lasciavano la Corporazione una volta che era stato pronunciato il Giuramento Definitivo. Rabbrividì di nuovo, fece fermare Ciottolo, e rimase in ascolto. Niente. Neppure il grido di un uccello o l'abbaiare di una volpe. Il vento agitava le foglie secche sopra la sua testa. Il vento sussurrava tra le foglie ma non la sfiorava, né sollevava la polvere rossa attorno agli zoccoli di Ciottolo. Fece ripartire il cavallo. «D'accordo. Andiamo avanti, Ciottolo. Quella cosa pesante nella parte posteriore della sella non sono io, è un sacco di grano. Tienilo a mente, vecchio cavallo. Una zampa davanti all'altra e auguriamoci che nessuno c'infilzi con uno spiedo. E, quando vedrò un posto che posso difendere in caso di necessità, avrai acqua e una palettata di grano. Dovrei tendere un'imboscata, Ciottolo, ma a quest'ora saranno prudenti. Qualunque stupido può pagare la sua quota e iniziare l'addestramento; sopravvivere fino al momento del giuramento richiede uno sforzino in più. In caso te lo stessi chiedendo, vecchio cavallo.» Sogghignò. Ciottolo sbuffò, fece qualche passo sulla sinistra, poi a destra. Quindi si fermò, tremando, la testa all'indietro, il contorno degli occhi più bianco che mai. Un legaccio si strinse attorno alla testa di Hallah e qualcosa prese a trascinarla. E a trascinare anche Ciottolo, obbligandolo a un veloce galoppo. All'improvviso il vento si fece più rumoroso. Hallah sorrise, un ghigno che le torceva la bocca, quando udì degli strilli alle sue spalle. Anche gli apprendisti Assassini erano stati presi. Siamo finiti in una bella trappola, come fossimo ciechi e sordi e pure idioti. Maytre! Ciottolo lasciò la strada per un sentiero simile a una pista di caccia, a-
vanzando in un'oscurità così fitta che si poteva tagliare. Gli alberi si richiusero su di loro, piegandosi sopra il sentiero; l'aria sotto le fronde aveva un odore acido, di bruciato, un fetore sconosciuto che fece starnutire Ciottolo. Peggio di un covo di serpenti. Le aveva fatto venire i brividi. Il terreno cambiò. Pietra sotto gli zoccoli. Ciottolo correva, e Hallah riusciva a udire anche gli altri cavalli. Erano solo a pochi minuti di distanza. Un muro. Un arco aperto, poco più luminoso del muro. Lo attraversò in sella. Era una stanza grottesca, che metteva paura per la monomaniacale mancanza di gusto; una saletta intima dove un paio di ghoul civilizzati avrebbero potuto sorseggiare tazze di sangue e chiacchierare dei loro ultimi scavi. Le pareti, fatte d'ossa vecchie e nuove, avevano una lucentezza leggermente viscida alla luce dell'unica lampada: un mosaico sui toni del bianco e dell'avorio con sfumature grigie e marroni, ottenuto assemblando pezzi d'osso lucidato. In mezzo alla stanza, la lampada di ossa e vetro era posta su un tavolo che aveva tibie per gambe e denti incassati nell'ambra come piano. Accanto al tavolo c'era un divano a due posti. Hallah poteva muovere le dita e voltare la testa, ma i piedi erano bloccati sul pavimento come se fossero stati incollati; le spalle e la parte superiore delle braccia non si staccavano dal muro. Piegò i gomiti, facendo scivolare le mani nelle maniche; con la punta delle dita sfiorò i coltelli che portava legati all'avambraccio. Chiunque avesse voluto aggiungere anche le sue ossa all'arredamento avrebbe dovuto darsi da fare per ottenerle. La porta si aprì di nuovo ed entrarono due figure vestite in grigio Assassino, i movimenti rigidi, cercando di resistere alla pastoia che li strattonava; erano un uomo e una donna, entrambi piccoli e muscolosi. L'uomo la squadrò, poi distolse lo sguardo; aveva il viso madido di sudore per lo sforzo di liberarsi dal legaccio, e gli occhi gialli mostravano un immutabile scintillio di fanatismo. Occhi da falco. Naso col dorso alto. Zigomi sporgenti. Czerwon, pensò Hallah. Solido come una quercia e quasi altrettanto rigido. Non mi preoccupa affrontare uno Czerwon. Nessuna sorpresa. Mmm... una c'è. Non era lui nella mia stanza; devono avere tirato a sorte e ha perso. La donna era più rilassata. Occhi marrone scuro, quasi neri. Pelle scura, labbra piene, qualche ricciolo che spunta dal cappuccio della divisa da
lavoro. Mi ricorda me stessa, pensò. Chissà se gioca a scacchi. Ha lo sguardo di pietra. «Giochi a scacchi?» chiese. La donna voltò il capo. «Sì, sono medio-bronzo; non una principiante ma neppure della tua statura, Hallah d'argento.» «Conosci il mio nome. Posso sapere il vostro?» La donna ignorò il sibilo di disapprovazione del suo compagno. «Lui è Widlow, io sono Tanút.» «E io sono la vostra esercitazione finale, giusto?» «L'hai detto.» Prima che Hallah potesse aggiungere altro, nella parete di fronte si aprì una porta scorrevole. Due figure, un maschio e una femmina, entrarono nella stanza; erano identiche, prive di espressione, e camminavano in modo curiosamente formale, accompagnate dall'odore acre che aveva spinto Hallah fuori della Foresta. Ondeggiavano insieme, spalla a spalla, mano destra nella mano destra, sinistra nella sinistra, le braccia a formare un otto in mezzo ai due corpi. Avevano pelle bianco osso, capelli neri, grigi occhi pallidi come ghiaccio d'inverno, labbra più grigie che rosa. Il maschio indossava calzoni bianchi aderenti e una tunica ricamata in fili d'argento, con ghiande e foglie di quercia e coppie di serpenti attorcigliati. Aveva i capelli lunghi, legati in una treccia morbida fermata da un cordoncino d'argento con, alle estremità, ghiande dello stesso metallo. La femmina portava un abito lungo che si avvolgeva stretto incrociandosi sulla parte superiore del corpo, per finire in un'ampia gonna scampanata di seta bianca, con identici ricami in argento. I capelli lunghi fino alle spalle erano sciolti, trattenuti da una fascia che le attraversava la fronte appena sopra gli occhi ed era legata sopra l'orecchio sinistro; era una striscia di stoffa ricamata con gli stessi motivi e le medesime ghiande d'argento alle estremità. Si muovevano insieme come fossero un unico essere, come se non si stessero solamente tenendo per mano, ma ogni mano fosse cresciuta nell'altra; girarono attorno all'ampio divano e si sedettero. Le teste, che si voltavano a formare archi identici, fissarono i tre prigionieri. Demoni? No. Più simili a spettri resi corporei. Magia, puah! Odiava il suo lavoro quando c'era di mezzo la magia; le regole erano arbitrarie - stabilite da chi esercitava il potere -, interiori, astratte. Difficile difendersi. Bisognava conoscere il mago o la maga per capirne la magia. Tarammen diceva che è meglio conoscere l'avversario che conoscere il campo da
gioco; e aggiungeva pure che è una regola che non si applica solo agli scacchi. Tanút sporse in avanti la testa e parlò con tono duro: «Chi siete? Perché ci avete portato qui?» Hallah accolse la protesta. «Non vi ho fatto niente di male. Perché attaccarmi e spingermi via dal mio cammino, dalla strada pubblica che ogni persona libera ha il diritto di usare?» Widlow si unì a loro. «Siamo viaggiatori intenti a occuparci dei nostri affari personali. Questa donna è una sconosciuta, non sappiamo chi sia. Ci siamo semplicemente trovati sulla stessa strada. Ma vi dico una cosa: la mia compagna e io abbiamo dei colleghi che si arrabbierebbero molto se qualcosa dovesse causarci ritardo. E non è piacevole avere a che fare con loro quando sono arrabbiati.» Sui volti d'avorio non si mosse neppure un muscolo, così come negli occhi pallidi non apparve il benché minimo guizzo di comprensione. La femmina si voltò verso il maschio per dirgli qualcosa. La sua voce giunse a Hallah come il cinguettare di uccelli lontani. Aveva la sensazione che ci fossero delle parole incastonate in quel flusso di suoni, comuni parole che sarebbe persino stata in grado di capire se solo fossero state pronunciate più lentamente e con maggiore chiarezza. Gli spettri si alzarono e uscirono con passo scivolato, scomparendo oltre la porta che si era aperta per loro senza che nessuna mano l'avesse sfiorata. La pastoia trascinò via Hallah dal muro costringendola a seguire i due. Mentre attraversava la soglia, riuscì a girare la testa e vide che Tanút e Widlow le stavano dietro. «Come facevate a sapere dov'ero?» Widlow serrò le labbra; strinse la mano sul braccio di Tanút. La donna si liberò con uno strattone; quando parlò, aveva un tono secco: «Sai, Widlow è bravo. Il fatto che abbia un'asta di ferro infilata nel culo non significa che non sappia il fatto suo». «Czerwon, giusto? Possono stare a discutere di onore mentre attorno a loro va a fuoco la casa.» Al di là della porta, il salone dal soffitto a volta era illuminato da alcune lampade a muro poste in alto su supporti d'osso. Era pieno di veli d'ombra che ondeggiavano e si muovevano al guizzare delle fiamme per le correnti d'aria che sferzavano le caviglie di Hallah e agitavano le ciocche di capelli sfuggite alla treccia da viaggio. Tanút rise, un suono nervoso. «Vero. Proprio vero. Sai, ho letto della tua vita. I tuoi rapporti, quantomeno. I tuoi maestri non ne parlavano. Non sei
una che spreca parole.» «È inutile.» «È più sicuro. Tenere per sé i propri trucchi.» «Esatto. Hai intenzione di rispondere alla mia domanda?» «Un'informazione ricevuta, non so nient'altro», replicò Tanút. «È tutto quello che si è lasciato scappare Groensacker quando ci ha dato l'incarico. Ci ha anche chiarito un altro punto, Hallah d'argento. Le alternative sono ucciderti o unirci a te.» «Suppongo che la cosa sia sempre valida.» «Certo.» Hallah oltrepassò la porta alla fine del salone e si ritrovò in una fossa lunga e stretta con pareti alte almeno sei metri. Nel muro orientale c'erano tre porte, e altrettante in quello a ovest. Al centro del pavimento acciottolato c'era una sottile colonna di pietra con due anelli di ferro incassati a circa tre metri di altezza, penzolanti come quelli di un palo per legare i cavalli. A essi erano appese delle lanterne, mentre tre torce erano infilate in fori in cima alla colonna. Al pari del salone, la fossa era piena di ombre guizzanti. Il respiro di Hallah era come fumo in quell'aria più fredda di quanto ricordasse mentre la pastoia la trascinava verso la più vicina delle porte nella parete est. L'uscio si aprì e lei vide una stretta scalinata. Giunta in cima, fu strattonata lungo una panca e fatta sedere con forza una volta arrivata di fronte alla colonna di pietra. Tanút grugnì quando verme costretta a sederle accanto. E Widlow? Hallah si chinò verso il parapetto di ferro che correva lungo la parte alta del muro e dava sulla fossa. L'uomo era schiacciato contro la parete occidentale, e si dimenava e grugniva cercando di opporsi alla pastoia. Sempre mano nella mano, gli spettri apparvero in cima alla parete e si sedettero in un ampio sedile simile a un trono; la pietra brillava attorno a loro. A testa china, i due si bisbigliarono qualcosa. All'improvviso Widlow, nella fossa, era libero. Si spostò rapido a ispezionare le porte. Non c'erano chiavistelli e si chiudevano con tanta millimetrica precisione che sarebbe stato difficile infilare la punta di un coltello tra battente e stipite. Fece un altro giro, studiando i muri. Cerca un funto in cui potersi arrampicare, pensò Hallah. Nei suoi abiti grigi era quasi invisibile.
Una delle porte si aprì e ne uscì un pardo, che gnaulava, sputava e scuoteva la testa; era un felino di medie dimensioni, la pelliccia beige con rosette marrone scuro che diventavano puntini sulle zampe posteriori. Vide Widlow e gli andò incontro saltellando. L'uomo si voltò di colpo e balzò verso la colonna. «Guardali», sbottò rabbiosa Tanút. «Guarda quegli srakas. È come se gli leccassero via di dosso il sudore.» Gli spettri si erano chinati al di sopra delle mani congiunte, gli occhi pallidi fissi su Widlow mentre lui si afferrava alla colonna e ci girava attorno, trasformando lo slancio in un calcio. L'animale scartò un attimo prima del previsto; lo stivale dell'uomo lo colpì al fianco ma rimbalzò via senza provocare le lesioni che egli aveva sperato di causare. Tenendo la colonna tra sé e la bestia, Widlow prese un coltello dalla manica e fece un altro rapido cambio di direzione. Data la velocità del pardo, l'uomo mancò di nuovo il bersaglio e dovette accontentarsi d'infliggere una ferita alla coscia invece di recidere il tendine. Scattò di nuovo attorno alla colonna, agitando la mano che gli artigli del felino avevano lacerato, in una pioggia di sangue, la manica stracciata che gli sbatteva sul polso. Hallah sentì la pastoia allentarsi leggermente; tentò di lasciarsi scivolare più in basso sulla panca. Il legaccio la seguì, ma cambiò posizione, piegando le dita. Se avesse scelto bene il tempo, forse sarebbe riuscita a liberarsi. Si chinò in avanti, gli occhi sulla coppia all'estremità più lontana della fossa. La bocca di entrambi era dischiusa; una pallida lingua rosa scivolava avanti e indietro sul labbro inferiore. Adesso Widlow perdeva sangue da una gamba; segni di artigli nella parte alta della coscia, la stoffa dei calzoni a brandelli. Dalla cintura che portava in vita estrasse una garrotta, roteò sulla gamba sana e con un gesto rapidissimo fece passare il filo metallico attorno alla testa del pardo. Usando la colonna a parziale protezione dagli artigli dell'animale, lo strangolò. Vortice... turbinio di oscurità... suzione... la comprensione che turbina... Hallah che turbina... in tondo, in tondo... suzione... respiro azzerato... caos... vento e nulla... nulla... suzione... La mente di Hallah si oscurò, non riusciva a respirare. Pensò di stare per morire.
Poi passò tutto e sotto i suoi piedi c'era di nuovo la pietra; un vento gelido le soffiava in viso. Quando la vista le si schiarì, sollevò la testa e fissò gli spettri dall'altra parte della fossa. Mostravano una maggiore solidità; sulle guance pallide c'era persino un tocco di colore. Larve! pensò stupefatta. Larve spettrali. Mangiatori di morte. E il dolore fa da aperitivo. La paura era gelida nel suo stomaco. Il dolore di Widlow. E il nostro. Quello di Tanút più che il mio, perché lei gli è legata. Ah, ragazza, nonostante la tua esperienza non hai imparato l'ultima e fondamentale regola degli Assassini. Mai avere a cuore qualcosa. O qualcuno. Nella Corporazione non esiste «loro e noi», soltanto «io e io e io». Accanto a lei Tanút si agitava, gemendo. Si mise a sedere, tenendosi stretta la testa. «Cosa...» mormorò; poi imprecò a voce bassa e monotona quando la porta nella parete si riaprì e ne uscì ciondolando un orso bruno, che ringhiava inferocito, a zanne scoperte. Widlow spostò lo sguardo dall'orso alle Larve, lasciò la garrotta dov'era, e si mise a correre. «Cosa sta facendo? Non può andare più veloce dell'orso. La gamba...» Hallah appoggiò la mano sul braccio della ragazza e le diede una stretta. «No. Non è in preda al panico. Ha un piano. Tieniti pronta a scattare, se puoi.» Tanút rabbrividì; staccò gli occhi dal viso assorto di Widlow per fissare Hallah. «Come?» «Quando le Larve... sì, ascolta, non hai percepito cosa sono? Quando sono distratte, la pastoia si allenta e poi ci vuole un po' perché si tenda di nuovo. Osserva Widlow. Quando si muove, sta' pronta a seguirmi. Salteremo oltre il parapetto, arrivando dall'altra parte della fossa. Ti faro scavalcare l'altro muro. Mentre tu e Widlow vi occupate delle Larve, io userò la mia fune da scalata per raggiungervi.» Nella fossa, Widlow barcollò quando la gamba ferita cedette per un istante. Lanciò un grido, che risuonò tutt'attorno mentre lui si riprendeva e cambiava direzione, girando attorno all'orso per correre vicino alla parete. «Come si uccidono gli spettri? Lo sai? Come?» Hallah si appoggiò il palmo piatto sulle labbra, contemplando i volti intenti delle Larve. «Osso», disse infine. «Non riesco a pensare ad altro. Il tuo coltello avvelenato, Tanút, la lama d'avorio. Se non funziona... be', siamo morti comunque, quindi tanto vale tentare.» Essendo riuscito a far spostare l'orso nella posizione che voleva, Widlow
gli girò attorno a gran velocità, gli saltò addosso e lo colpì alla schiena, poi alla zampa. Mentre l'animale si alzava dritto in piedi, l'uomo usò il movimento e i muscoli delle proprie gambe per spingersi verso l'alto, le mani tese per afferrarsi al parapetto. La gamba ferita lo tradì di nuovo; le dita rasparono la pietra in cima alla parete ma non riuscirono a farlo passare al di là. Scivolò di nuovo tra gli artigli dell'orso. Suzione... turbinio... artigli... Mentre si sforzava di non perdere la concentrazione, Hallah notò qualcosa d'interessante. Le Larve non si erano mosse quando Widlow era arrivato a pochi centimetri da loro, sul punto di afferrarle. Potevano essere potenti e pericolose ma erano lente a reagire, quasi non comprendessero a fondo il mondo mortale. Archiviò l'osservazione, mentre la speranza s'innalzava al di sopra dell'orrore per la prima volta da quando aveva attraversato l'arco di pietra. Vide mulinelli di nebbiolina nera salire dal corpo di Widlow; foschia grigia defluiva da Tanút, scompostamente sdraiata accanto a lei, priva di sensi. Anche da Hannah uscivano volute di fumo, frammenti della sua rabbia. Vi conosco adesso, vi conosco, vi conosco, gridò in silenzio. Conosci il Giocatore, il Campo non conta. La Larva femmina la fissava. La suzione aumentò. Si oppose, e rimase sorpresa quando si accorse di essersi conquistata un po' di tregua; la Larva distolse lo sguardo. Nella fossa, l'orso si allontanò arretrando dal corpo dilaniato, corse via guaendo e se ne andò da una porta che si era aperta senza il minimo rumore. Nugoli di scarabei uscirono ribollendo dai ciottoli. Tra un respiro e l'altro - o almeno così parve a Hallah -, quegli animaletti spazzini ripulirono le ossa del morto e scomparvero nelle loro tane. Un guizzo, come se l'aria si fosse ripiegata su se stessa, e anche le ossa erano sparite. Rimasero solo le macchie di sangue. E il puzzo delle Larve spettrali, più forte che mai. I due esseri sorridevano, i volti accesi e più paffuti, i corpi tesi contro abiti diventati stretti. Si voltarono all'unisono e fissarono Tanút.
Lei si alzò rigidamente in piedi e si allontanò con passo strascicato, il terrore negli occhi, le mani che strappavano i capelli, spingendo con forza contro la testa, cercando di levarsi il legaccio. «Tanút!» Hallah fece scrocchiare le dita, vide la ragazza sobbalzare, poi voltare il capo. «Uccidi qualunque cosa ti mandino contro. Non pensare ad altro. Devi ucciderlo perché io possa agire.» La bestia che uscì era di un genere che Hallah non aveva mai visto: una donnola gigantesca, lunga e veloce, e straordinariamente agile. Tanút si mise a correre. Hallah teneva gli occhi sulle Larve. Tanút lanciò un coltello da manica. La bestia gnaulò quando la lama le affondò nella zampa posteriore sinistra. Si arrotolò su se stessa e prese a addentare il pugnale finché non riuscì a strapparlo via; poi puntò furtiva verso Tanút, un inquietante lampo d'intelligenza negli occhi contornati di bianco. La tensione della pastoia si allentò. Le Larve spettrali erano prese dall'azione che si svolgeva di sotto e cominciavano a dimenticarsi di Hallah. Lei scivolò giù dalla panca e s'inginocchiò nello spazio tra quella e il parapetto. Con lo sguardo fisso sulle Larve, aspettando il momento, fece scorrere le dita in uno spacco nella cintura e cominciò a estrarre la corda da arrampicata che portava all'estremità il rampino. Tanút rimaneva vicina alla bestia, facendo curve rapide e strette per metterne a dura prova la zampa ferita. Continuavano a girare, avvinte in una danza lugubre e mortale. Il petto della Larva femmina si sollevò, e lei strinse le mani del maschio con tale forza che le articolazioni delle dita rosee e grassocce divennero bianche. Hallah arrotolò la corda attorno alla mano, poi si alzò lentamente, muovendosi in modo talmente graduale che le Larve non se ne accorsero. Tanút consentì all'animale di avvicinarsi troppo e quello la colpì, strappandole i calzoni ma senza lacerare la pelle. Ansimando e gemendo, costrinse il corpo a una velocità maggiore. Un rapido gesto con la manica per levarsi il sudore dagli occhi, una scrollata di spalle, ed ecco che aveva in mano il secondo coltello. Hallah era in piedi con le cosce schiacciate contro il parapetto, in attesa. L'animale gnaulò e saltò. Tanút si gettò da un lato, rotolò a terra, corse a perdifiato verso la colonna, l'afferrò e lasciò che lo slancio la portasse a ruotare in un cerchio molto
stretto, poi scagliò il coltello nella gola della bestia. Con uno scatto Hallah si liberò del legaccio che la tratteneva, oltrepassò il parapetto, cadde sul selciato e corse verso la parete a ovest. «Tanút! Da me!» Si chinò, le mani intrecciate; Tanút corse da lei, salendo su quel gradino improvvisato. Raddrizzando le gambe con un potente colpo di reni, Hallah mandò in alto la ragazza; poi svolse la corda, aprì le punte del rampino, lo fece roteare un paio di volte e lo lanciò. Mentre si arrampicava sulla parete, poteva udire l'acuto borbottio della Larva femmina e il ruggito rabbioso del maschio. Appoggiò le mani sul parapetto e lo superò con un balzo, sollevando al contempo il coltello avvelenato. Ebbe il tempo di vedere la Larva maschio che sbatteva il polso di Tanút contro il parapetto; il pugnale d'avorio cadde lontano roteando. Lui l'afferrò per la gola e prese a scuoterla. Hallah si precipitò verso la Larva maschio, infilandogli il coltello nel fianco; percepì una forza simile ad acqua nera fluire fuori di lui, acqua ardente, potere che attraverso il suo corpo s'incanalava nell'avorio. La Larva strillò. Le mani di Hallah volarono via, lontano dall'impugnatura del coltello. Anche la Larva femmina gridò. Hallah venne sbattuta all'indietro, contro il parapetto, e rimbalzò rovinosamente sulla panca. Stordita, si rimise barcollando in piedi, stringendo il pugnale da manica. Fece un passo, si fermò e rimase a guardare. Le Larve stavano bruciando, consumate dalla forza che aveva inserito in loro: fuochi di cadaveri, candele di carogne, incendi d'ossa. Fece un altro passo. Incespicò in qualcosa. Era Tanút. Pelle annerita, collo spezzato, testa inclinata in modo che la guancia appoggiava sulla spalla. «Almeno mi è stato risparmiato di doverti uccidere», disse. Cercò di provare qualcosa per la ragazza, ma non vi riuscì. In lei non c'era altro che una profonda tristezza, rivolta più verso se stessa che verso i morti. Dall'edificio si levò un frastuono: un suono che non seppe individuare, acuto e stridulo, come se le pietre urlassero di dolore. Poi un lamento e un boato, come se un frammento di parete più grande di lei fosse precipitato nella fossa. «Maytre! Devo uscire di qui. Il cavallo, devo raggiungere il cavallo, le mie cose...» Prese il rampino, avvolgendo la corda mentre correva. Alla fine della fossa saltò sulla panca; poi saltò di nuovo, afferrando il bordo del muro esterno, e si tirò su.
I fiochi bagliori delle torce sulla colonna erano sufficienti a mostrarle i rampicanti spinosi che crescevano abbondanti alla base, le canne grosse come il suo pollice che s'incurvavano verso l'alto. Impossibile scendere da lì. Imprecò e corse lungo la cima del muro, sentendolo scricchiolare e ondeggiare sotto i piedi. Lo stridio di un cavallo la fece fermare, incerta. Si passò la manica sul viso e guardò giù. Ciottolo stava tirando le redini legate a un ramo basso. Accanto a lui c'era una scintillante sagoma traslucida: Thonsane, nella sua forma di potere, lunghi capelli neri che le ondeggiavano attorno al corpo, grandi corna ricurve che le partivano dalle tempie, corna di alabastro brillanti come quarti di luna. «Spicciati», le disse Thonsane, la voce un intreccio di echi. Hallah posizionò il rampino contro uno dei merli e usò la corda per frenare la caduta. Una volta scesa, liberò il rampino, lo afferrò al volo e si mise a correre. Si fermò vicino al cavallo, lanciò un'occhiata alle sue cose, poi all'incorporea e misteriosa forma di donna cornuta. «Informazione ricevuta. Sei stata tu.» «Sì.» «Perché?» «Gli Eulé: quelle che tu chiamavi Larve. Nome adatto, tra l'altro. Avrebbero sentito odore di pericolo se tu avessi saputo troppo. Portavi il seme, era sufficiente.» Un altro crollo. Hallah si guardò nervosa alle spalle. Il tetto aveva ceduto. Ciottolo cercò di arretrare, ma Thonsane gli posò la mano sulla groppa e il cavallo si calmò. Hallah fece una smorfia. «Povero vecchio Ciottolo, sarà un relitto nevrastenico quando ce ne saremo andati da qui. Portavo il seme, Maytre! E se non ci fossi riuscita? Non importa. Conosco la risposta. Avresti mandato qualcun altro.» Tossì per il pennacchio di polvere che le si era levato attorno per il crollo di una parte di muro, poi balzò in sella. «Mi sciogli le redini, per favore? È meglio andarcene prima che ci cada addosso qualcosa. Tu, Thonsane, puoi anche rimanere illesa, ma a Ciottolo e a me non piacerebbe affatto.» Prese le redini e rimase seduta a guardare dall'alto in basso la donna cornuta. «Dove adesso?» «Tarakan.» «Mi farai vedere Rowanny e Briony?»
«Qualcuno lo farà.» Le parole erano un sospiro simile a vento tra le foglie mentre Thonsane scompariva. Hallah fece girare Ciottolo, spingendolo al galoppo. Tarakan. Uno dei regni delle pianure. Chissà quali guai mi aspettano laggiù. Lynne Armstrong-Jones I CAVALIERI DELLA LUNA Lynne Armstrong-Jones è una delle mie autrici più assidue. Agli inizi del Marion Zimmer Bradley's Fantasy Magazine, per un po' deve avermi inviato uno o due racconti a settimana; e adesso quando nella posta trovo una delle sue storie so che, anche se non potessi utilizzarla immediatamente, varrà comunque la pena leggerla. La qual cosa, è ovvio, mi rende impaziente di trovare qualcosa di suo che posso usare, e questo capita spesso. Vive in Canada e dice di essere sposata da ventun anni con lo stesso uomo e di avere «due bambini fantastici, Mike e Megan». La maggior parte dei bambini è fantastica; anche i miei lo sono. È difficile che io incontri bambini che non mi piacciono; succede, certo, ma di solito significa che non sopporto il relativo adulto e che l'antipatia si è trasmessa al povero innocente. Quasi tutti i miei scrittori preferiti hanno dei figli eccezionali. Galaan sospirò, massaggiandosi con le dita la schiena dolorante. Sto diventando troppo vecchia per tutto questo trambusto! E comunque, pensava, cos'altro avrebbe potuto fare? Metteva in vendita la sua abilità di guerriera e di scorta da... potevano davvero essere più di vent'anni ormai? Sospirò di nuovo e prese la tunica. In realtà dovrei essere riconoscente, pensò. In fondo, è un'impresa come un'altra. Se questi stregoni conoscessero la foresta, non avrebbero bisogno della mia assistenza. Si raddrizzò, inarcando la schiena: cercava di allontanare in fretta la rigidità. Una smorfia le increspò le labbra. Non sembrava poi passato molto da quando ogni mattina si alzava con un balzo, impaziente come un cerbiatto. Be', quello non lo si poteva evitare. Si sistemò la treccia e allungò una mano. «Jewel, vieni», mormorò, le dita protese verso l'uccellino scarlatto. «È improbabile che in questo breve viaggio abbia bisogno della tua abilità nel percepire la magia, ma senza dubbio il tuo canto mi allieterà lo spirito.» Si girò verso la porta, ma si fermò; un lieve tocco sulla mano aveva atti-
rato la sua attenzione. Galaan spostò nuovamente gli occhi sull'uccellino, mentre un sorriso cominciava a illuminarle il volto. Con lo sguardo accarezzò il compagno, che strofinava amorevolmente la testina piumata contro la sua padrona. A disagio, Galaan guardò le tre figure con mantello e cappuccio. Se i maghi erano persone oneste, perché facevano tutto il possibile per nascondersi? Lasciò cadere la mano sulla rassicurante impugnatura della spada. La sua «magia». «Allora, guerriera, puoi condurci sani e salvi dall'altra parte della foresta?» chiese una voce sussurrata come brezza tra le foglie. «Sì. Per quattro pezzi d'argento... come abbiamo già pattuito», rispose lei. Il cappuccio ondeggiò mentre chi vi si nascondeva dentro annuiva. «Vorrei essere pagata ora», continuò la guerriera. Il cappuccio scivolò leggermente all'indietro quando la testa al suo interno alzò lo sguardo, occhi infossati che cercavano un contatto con quelli di Galaan. C'era qualcosa nello sguardo della maga, qualcosa nel suo potere che provocò un rapido e gelido brivido lungo la schiena di Galaan. La quale si umettò le labbra secche, grata della vicinanza dell'uccellino sulla sua spalla. «Vorrei essere pagata ora», ripeté. La maga si mosse come per accontentarla, ma il più vicino dei suoi compagni incappucciati la fermò subito con un tocco della mano. «Cadera», disse a bassa voce. «Non dobbiamo. Che cosa succederebbe se dovesse...» La maga chiamata Cadera scosse il capo, ma fu Galaan a parlare. «Che succederebbe se...? La prego, mastro stregone, finisca la domanda! Senza dubbio possiamo parlarci con franchezza!» Lo stregone sospirò, voltando il viso barbuto in direzione della guerriera. «Signora, devi soltanto condurci al margine della foresta. Non ti devi preoccupare d'altro.» «Il mio compagno dice la verità, Galaan», intervenne la maga. «Una volta trovata la strada per attraversare la foresta, il tuo impegno sarà concluso.» «Tuttavia qualcuno sembra pensare che scapperò prima di averlo portato a termine.»
Cadera ci pensò sopra un istante, scambiando un'occhiata con gli altri due incappucciati. La luna stava salendo, e la sua dorata luminosità colse un baluginio azzurro mentre la maga spostava di nuovo gli occhi su Galaan. «Quando avremo attraversato la foresta, tu potrai tornare indietro. Ma noi... noi abbiamo un compito da svolgere. Dobbiamo avventurarci fino al crinale.» «Il crinale!» Galaan batté le palpebre; uno spasmo prese per un attimo il controllo del suo corpo, poi lo liberò. Un lampeggiare di ali scarlatte, e Jewel cercò un altro posatoio. «Il crinale? Ma sapete... conoscete il pericolo...» Cadera abbozzò un sorriso. «Sì», disse con dolcezza. «Dobbiamo affrontare i Cavalieri della Luna. La nostra magia è più forte della loro: la gente del villaggio non vivrà più nella paura.» Tuttavia il cuore continuava a martellare nel petto di Galaan. Non credo proprio! Correva voce che i Cavalieri della Luna fossero maghi potenti, feroci oltre ogni dire; avevano il volto simile alla luna piena, che rifletteva la luce contro le persone fino ad accecarle. Galaan valutò tutto quello che aveva sentito raccontare. No, non aveva nessuna voglia di avventurarsi oltre il limitare della foresta! Ma quattro pezzi d'argento le avrebbero reso la vita molto più facile. Molto più facile. «Desidero essere pagata in anticipo», ripeté piano. «Chi altri potrebbe mostrarvi la strada?» Il tintinnio del denaro nella borsa di Cadera tranquillizzò la guerriera. Galaan rese più stretta la lunga treccia di capelli nero-argento e cercò con la mano la sensazione familiare data dai suoi averi appesi alla sella. Poi si sporse in avanti, per accarezzare il collo del castrone grigio. Percepì un battito leggero, e si voltò verso l'uccellino scarlatto che le si posava sulla spalla. «Amico mio, forse dopo tutto avrò bisogno delle tue capacità anche questa volta!» mormorò la guerriera. «Meglio tu stia all'erta, in caso d'incantesimi. È possibile che i Cavalieri della Luna riescano a percepire la nostra presenza mentre ci avviciniamo!» Quel pensiero le inviò un altro brivido su per la schiena... e, quasi avesse percepito le esigenze della padrona, Jewel cominciò a emettere un melodioso gorgheggio. «Allora, Galaan... faremmo meglio a muoverci!»
La guerriera alzò lo sguardo. Era stato lo stregone barbuto a chiamarla. Galaan annuì, spingendo avanti il castrone nell'oscurità; non le dava fastidio la fresca ombra della foresta. Sapeva che la mancanza di luce non significava necessariamente presenza di pericolo o del male. E i raggi di luna che riuscivano a penetrare tra le fronde erano sufficienti per riconoscere i punti di riferimento. Di quando in quando, però, si fermava, ben sapendo che gli animali notturni erano svegli. Attendeva che i cavalli che la seguivano fossero immobili, poi ispezionava la zona con l'udito e con l'olfatto, in cerca di possibili pericoli. Ma, se questi sono davvero dei grandi maghi, non possono semplicemente far scomparire ogni pericolo? Un rumore improvviso le aveva fatto estrarre la spada; si trattava, però, solo di un animale che attraversava frettolosamente il loro sentiero. La luna piena attirò lo sguardo di Galaan. Davvero i Cavalieri della Luna avevano una faccia simile? Davvero potevano fare qualunque cosa grazie alla loro magia? Rabbrividì. Non c'era niente in grado di trascinarla fuori dalla sicurezza della foresta quella notte! Avrebbe accompagnato quei tre al limitare del bosco, certo. Ma non si sarebbe avvicinata a quel crinale. Con uno schiocco della lingua spronò il cavallo a riprendere il cammino. «Là», sussurrò alla maga che le stava accanto. Appena oltre i pochi alberi che avevano davanti, c'era il crinale. Non era poi tanto alto, eppure da quelle parti era in assoluto il punto più vicino alla luna. E la luna era immensa nel cielo, quasi potesse davvero elargire il suo potere. Splendeva in modo stupendo, coi segni scuri che formavano una faccia minacciosa. «Ci hai servito bene, Galaan», disse la voce setosa di Cadera. Subito dopo, i maghi erano andati via. La guerriera rimase a guardare la coda dell'ultimo cavallo che oltrepassava i cespugli, con un fruscio. Cosa sarebbe successo quando avrebbero raggiunto la cima del crinale? Avrebbero... avrebbero davvero potuto distruggere i Cavalieri della Luna? Liberare i villaggi dal male? Galaan si scoprì a nascondere la collana sotto la tunica. Si diceva che i Cavalieri della Luna bramassero qualunque oggetto riflettesse i raggi lunari. S'impossessavano di ogni cosa che fosse bella e lucente, e gli uomini e le donne che opponevano resistenza venivano massacrati. Bene, ne aveva avuto abbastanza! Tirò le reclini di Gray, felice di fare
ritorno al riparo della foresta. All'improvviso un fischio stridulo le fece sobbalzare il cuore. Jewel! Aveva percepito della magia! Ma, altrettanto di colpo, si era zittito. Poi il rauco grido di Cadera echeggiò dal crinale. Il crinale! I Cavalieri della Luna... e la loro magia! Jewel trillò di nuovo. Evidentemente Cadera e i suoi compagni stavano affrontando potenti incantesimi. Forse troppo potenti. Galaan esitò solo un istante. Spada sguainata, spinse avanti Gray. Si tuffarono nella vegetazione e poi nello spazio aperto. E là, li vide... Avevano facce grosse, rotonde; ammesso di poterle chiamare «facce». Il corpo era come quello umano, con sotto una cavalcatura. Ma quelle grandi facce scintillanti... Adesso Galaan riusciva a vedere la magia, frammenti di lampi d'argento. Provenivano, però, da Cadera e dai suoi compagni. Era la loro magia che aveva percepito Jewel. I maghi lanciarono un altro incantesimo, ma nei Cavalieri della Luna non si verificò nessun cambiamento. Possibile che fossero più forti di qualunque sortilegio? In quel preciso istante, uno dei Cavalieri della Luna si avvicinò a Cadera, con la spada che catturava la luminosità lunare. La reazione di Galaan fu immediata. «La mia magia», annunciò; la sua lama fendeva l'aria mentre Gray saltava sul terrapieno. Invece di attaccare la faccia splendente, colpì le parti che apparivano più umane. E il gemito emesso da quella «faccia» risultò davvero molto umano. Galaan, però, non ebbe il tempo di fare congetture, perché fu subito costretta a difendersi dall'attacco del cavaliere successivo, che aveva già estratto una spada. Con la coda dell'occhio vide lo stregone che preparava un incantesimo. «No!» gridò, mentre balzava giù dalla sella. Due uomini: due uomini e niente di più. Assestò un calcio a un ginocchio; la faccia da luna risuonò e si spaccò mentre il suo proprietario cadeva a terra. Adesso Galaan era impegnata con l'ultimo cavaliere, il quale tentava di levarsi la goffa maschera lunare per potersi concentrare meglio sul combattimento. Non è così facile sconfiggere un avversario che non ha paura, vero? pensò la guerriera, digrignando i denti mentre la rabbia le dava nuova energia.
Quando le dita del Cavaliere della Luna trovarono ciò che bloccava la maschera, Galaan afferrò la sua arma con entrambe le mani. Il clangore echeggiò per tutta la foresta mentre la spada della guerriera colpiva con forza quella dell'uomo, facendogli lasciare la presa. Lo stregone più grande afferrò il cavaliere alle spalle. Galaan si chinò per studiare i resti della maschera. Era realizzata con metallo lucido, e in un certo qual modo somigliava davvero alla luna. Galaan ridacchiò. Poi scoppiò proprio a ridere. Stava ancora sorridendo quando si voltò a guardare Cadera. Le dita della maga giocherellavano con l'amuleto d'oro che aveva sul petto. Il cappuccio era caduto all'indietro, e i raggi lunari creavano riflessi rossi tra i corti riccioli bruni della donna. Aveva il viso serio, le labbra pallide increspate in un broncio che sembrava quasi permanente. «Madama Cadera, mi dica», sorrise Galaan, «com'è che la vostra 'magia' non è riuscita a fermare questi saccheggiatori del tutto umani e per nulla 'magici'?» Alla maga sfuggì un lungo sospiro. «Abbiamo lanciato un incantesimo per neutralizzare qualunque stregoneria potessero utilizzare i Cavalieri della Luna. Se fossero stati veri maghi, il nostro incantesimo avrebbe avuto effetto. Capisci, noi presumevamo...» La voce si fece fioca, fino a non essere altro che un alito di vento tra le foglie. Galaan non disse nulla, montò sull'ampia groppa di Gray e spinse il cavallo verso casa. Ma il cuore le batteva forte; qualcosa in quella donna aveva fatto breccia in lei. D'impulso si voltò, chiamandola: «Cadera». La maga alzò gli occhi cerulei a incrociare quelli di un caldo marrone della guerriera. In fretta, prima che le parole potessero nascondersi nel suo animo, Galaan disse: «Forse... forse è stato davvero il vostro incantesimo. Dev'essere stato quello a consentirmi di scoprire il segreto dei Cavalieri della Luna con tanta facilità. Certo! Non è chiaro? La vostra magia deve averli indeboliti». Il viso di Cadera si era rilassato in modo evidente, le labbra leggermente curve all'insù. Annuì, anche se Galaan aveva la sensazione che nemmeno la maga credesse davvero a quelle parole. La guerriera fece voltare di nuovo il castrone verso la rassicurante familiarità della foresta, con sufficiente lentezza perché gli altri potessero seguirla. Sospirò ancora. Ma, in quel momento, la strana nuvola scura che assediava il suo spirito si sollevò un poco, in risposta al gioioso cinguettare accanto a lei.
«Ah, Jewel.» Allungò un dito per sfiorare le morbide piume mentre l'uccellino si appollaiava comodamente sulla sua spalla. «Dev'essere meraviglioso essere un animale, libero dagli imbarazzi dell'esistenza umana. Libero dalle preoccupazioni... vivere solo per il piacere di vivere. Ed eccoti qui, ad ascoltare le mie chiacchiere senza capire un bel niente. Ah, be'. Adesso, amico mio, potresti proprio cantarci una bella canzone... Jewel?» Ma per una volta l'uccellino se ne restò in silenzio. Mary Catelli AL LADRO! Mary Catelli ha incominciato a scrivere a dodici anni, perché «avevo già letto quasi tutti i libri della biblioteca». Questo è un altro di quei racconti che ero sul punto di rifiutare, perché ha a che fare con due dei soggetti che vedo ormai come il fumo negli occhi: ladri e draghi. Di storie con simili protagonisti ne ho già lette più che a sufficienza. Il racconto in questione sta comunque a dimostrare che sarò sempre disponibile ad acquistarne altri, qualora presentino, come in questo caso, un'alta qualità e un intreccio davvero irresistibile. I nidi somigliavano vagamente a quelli delle aquile ammassati sul limitare delle grotte, ma erano molto più grandi. Nessun nido d'aquila avrebbe mai potuto ospitare un drago. Mentre risaliva il sentiero, Sylvie contemplava i pallidi rami secchi che formavano i nidi. Non sembravano custodire le enormi ricchezze che di solito gli antichi draghi alati tenevano con sé; ma Sylvie intravedeva qualcosa attraverso l'intrico cespuglioso: una collana di zaffiri; uno scrigno forzato, da cui non fuoriuscivano candide perle né monete d'oro; un arazzo raffigurante un drago ad ali spiegate appeso a due grossi rami. Sylvie si avvicinò ancora. C'era un motivo se i draghi erano i signori di quelle terre. Non avrebbe mai potuto vendere quei magnifici tesori entro i confini del loro territorio. Per quanto potessero essere benevoli, e ritenuti i regnanti più generosi in un raggio di molte leghe secondo l'opinione delle genti a loro sottomesse e dei viaggiatori di passaggio, erano pur sempre dei draghi, con una memoria da drago. Possedere una sola di quelle perle avrebbe significato essere inseguiti per sempre, e nessuno avrebbe mai comprato da lei un simile destino.
«Se solo avessero dei libri», mormorò fra sé. I draghi erano maghi potentissimi; qualora lei fosse riuscita a entrare in possesso di qualche loro libro di magia, avrebbe potuto venderlo facilmente. Non c'era mago al mondo che non avrebbe dato il braccio destro per possederne uno; Sylvie si sarebbe sistemata per tutta la vita. Si affrettò a esaminare il primo nido. La bacchetta cesellata con decorazioni d'argento poteva anche essere magica, ma aveva dimensioni adatte a un essere umano, il che significava che anche la magia che era in grado di evocare era umana. No, soltanto la potente magia dei draghi avrebbe funzionato. Inoltre, anche se aveva visto i draghi allontanarsi in volo, era sicura che avrebbero fatto ritorno anche troppo presto. Fu nel nido successivo che Sylvie trovò la prima delle grandi sfere: era di un colore rosa pallido, perfettamente tonda, calda al tatto, grande quasi quanto lei. Un uovo? si chiese. Ma ha una forma diversa... Gettò un'occhiata alle stoffe e ai gioielli, e passò al nido vicino. Non sapeva che farsene di quelle strane sfere. All'interno del terzo nido c'era una mezza dozzina di sfere, ma nessun libro. Cercò anche dentro gli scrigni ricolmi d'oro e di pietre preziose, gettando tutto all'aria, di modo che i draghi al loro ritorno sì sarebbero facilmente accorti che era stata lì. Con un sospiro si mise a sedere nel nido più grande, sollevando gli occhi verso la parte di cielo azzurro che si riusciva a vedere, e cercò di riposarsi un po'. «Potrebbe comunque essere un uovo, anche se non ne ha la forma. Proverò a picchiettarci sopra per vedere se è cavo», disse prendendo un pezzo di legno. «Se è un uovo, me ne andrò altrove a cercare fortuna.» Per raggiungere la cima della sfera, dovette arrampicarsi sui rovi. Per quanto lievi fossero i colpi che assestò, sentì distintamente un suono sordo. Sospirò, lasciando cadere il bastone; il suo senso pratico ebbe la meglio, e Sylvie si apprestò a lasciare il nido. «Le uova di drago sono perfettamente tonde», notò mentre ridiscendeva. «La notizia potrebbe anche valere qualche moneta per uno studioso della materia, abbastanza da pagarsi una cena, almeno.» Un leggero picchiettio. Sylvie si voltò. L'uovo di colore blu vacillò e un altro colpetto fece staccare una parte del guscio. Un grande occhio color bronzo sbirciò fuori del buco, dritto verso Sylvie, mentre dall'interno del guscio proveniva un rumore indistinto. Un attimo dopo, schegge di guscio
volarono tutt'attorno in quella che sembrò un'esplosione. Un cucciolo di drago, azzurrino pallido e con due enormi occhi, balzò fuori e corse verso Sylvie. «Mamma, mamma!» Le ali spiegate a metà sbattevano frenetiche mentre la creatura gettava le braccia attorno ai fianchi di Sylvie, rivolgendole uno sguardo adorante. «Mamma», ripeté. Prigioniera della stretta, Sylvie faticava a respirare. Le ci volle un minuto per convincerlo a mollare la presa, ma il piccolo drago le si arrotolò attorno ai piedi, chiudendo uno solo dei suoi immensi occhi. Al loro ritorno, i draghi non sarebbero certo stati contenti della situazione; Sylvie doveva andarsene in fretta e sperare che i genitori del piccolo non scoprissero chi si era infilato nel loro nido. Si avviò, mentre il draghetto s'inerpicava dietro di lei con entusiasmo. Era sul punto di voltarsi per dirgli di andarsene, quando un'ombra si frappose tra lei e il sole. Poteva benissimo essere una nuvola, ma Sylvie sentiva che non era così. Si voltò lentamente, ritrovandosi faccia a faccia con un gruppo di draghi che planavano nel nido. Sì morse il labbro inferiore, preoccupata. Erano in sette: quello che li guidava aveva il colore dell'oro sbiadito, e le enormi squame che ne ricoprivano il corpo erano intarsiate di ornamenti di rame e d'argento. «Cosa? Il mio adorato, prediletto Azurine è nato? Dov'è? Cosa può essergli accaduto? Avrei dovuto sapere che non potevo fidarmi della formula magica datami dall'Eglatinor. Il mio piccolo adorato è sgusciato e venuto alla luce senza di me, nonostante tutte le sue promesse. Dove può essere andato, dove?» Il suo compagno, di colore verde pallido, appena planato sul bordo del sentiero, allungò un artiglio. «Eccolo, è là», disse pronunciando le parole con lentezza, e indicando con gli occhi nella direzione di Sylvie. Il primo drago, visibilmente sconvolto, volse lo sguardo verso il sentiero. «Un umano? Cosa fai qui, creatura umana? E cosa hai fatto al mio piccolo Azurine?» domandò in tono minaccioso, mentre la sua enorme sagoma si profilava incombente al di sopra di Sylvie e Azurine. «Aiuto! Mamma, salvami!» urlò Azurine, cercando protezione. Avvolse la coda attorno ai piedi della ragazza, aggrappandosi con le zampe ai suoi fianchi mentre lanciava in giro sguardi spaventati. «Troppo tardi, gli ha dato l'imprinting», sibilò uno dei draghi, enorme, dal colore bronzeo striato di nero. Un mormorio composto da diversi sibili attraversò il nido. O almeno Sylvie pensò si trattasse di un mormorio; in realtà quel suono l'avrebbe assordata se fosse stato appena un poco più
forte. Azurine si strinse ancora di più a lei. Un altro drago, più piccolo e di un rosso cupo come il sangue, squadrò Sylvie. «Ora dovrà crescerlo. E sarà un grosso problema e una preoccupazione. Dovrà trovargli un riparo adeguato e provvedere a tutto il resto. Sai bene quanto me, Auream, che non abbiamo scelta.» Sylvie s'irrigidì. Quanto tempo impiega un drago a diventare adulto? Diede un'occhiata ad Azurine, cercando una risposta; ricevette in cambio uno sguardo schietto e innocente. Auream sospirò, esalando dall'enorme bocca un fumo denso come nebbia. «Dunque non ci sono alternative. Dovremo sistemare le cose per questa umana.» Pronunciate tali parole si adagiò sul suo nido. «Ma, grandi signori, io non posso restare qui», esclamò Sylvie nel tono più compassionevole possibile. Venti occhi la fissarono all'unisono. «Io mi guadagno da vivere cercando di scoprire nuovi incantesimi e magie, per venderne poi i segreti ai maghi. Rimanendo qui morirei sicuramente di fame.» Auream si sollevò sulle zampe posteriori esclamando: «Nuove magie e incantesimi? Noi possediamo una magia più antica di qualunque civiltà al mondo! Te le daremo noi nuove magie da rivendere a quei maghi». Sylvie sorrise. «Ma sì. Insegnerò anche a te quello che insegnerò ad Azurine! Non imparerà niente che non imparerai anche tu», dichiarò il drago. «Ti sottoporrò persino alle stesse prove cui lui sarà sottoposto! Caro cugino Gillias, secondo te anche gli esseri umani crescendo diventano verdi?» Hannah Blair LA GUARIGIONE Al momento di accettare questo racconto mi sono informata sulle vicende biografiche della narratrice, e mi ha molto sorpreso scoprire che ha solamente quindici anni. Per quanto mi riguarda, di solito, voglio sapere quanti anni ha lo scrittore che sto trattando soltanto... dopo avergli comprato un racconto. Fin troppi scrittori esordienti rendono manifesta la giovane età insieme con la mancanza di talento, e io non faccio mai particolari concessioni all'età di un autore: se è abbastanza bravo da essere
pubblicato non ce n'è bisogno. Ma che provi grande piacere nello scoprire scrittori veramente giovani è dimostrato dai nomi di Micole Suldberg, Stephanie Shaver, Vera Nazarian, David e Margaret Heydt: quando mi hanno venduto i loro primi racconti non avevo idea di quanti anni avessero. Chi si ricorda dell'età di Mozart o di qualsiasi altra cosa che lo riguarda a parte la magnificenza della sua musica? Nella lettera scritta dopo l'accettazione del racconto, Hannah mi dice che sta pensando di diventare chef; la prospettiva non mi sembra particolarmente brillante per una minorenne, oltretutto vegetariana. Decisamente la cosa bella dell'essere giovani è che invecchiando non lo si è più. E alcuni giovani crescendo smetteranno di essere vegetariani; anche se George Bernard Show, sentendosi dire che il vegetarianesimo era dannoso per la salute, rispose che, avendo ormai più di novant'anni, era troppo vecchio per cambiare abitudini e si sarebbe dunque rassegnato a una morte prematura. D'altro canto, un esordio molto precoce non significa poi granché. Nessuno avrebbe mai pensato, leggendo i primi lavori di Ray Bradbury, Harlan Ellison, Bob Silverberg o Marion Zimmer Bradley, che avrebbero mai scritto niente che valesse la pena di essere letto e ricordato. Preludio: separazioni. «Perché?» chiese Malia per la terza volta, non aspettandosi davvero una risposta. «Non sappiamo perché», rispose con tono stanco sua zia Eirian, scuotendo la testa. «Non lo sappiamo e basta.» «Malia?» azzardò la cuginetta Iphis. «Dicono che adesso la tua mamma sia con gli dei.» «Perché non può più essere qui, con noi?» strillò Malia. Eirian le gettò un'occhiata di rimprovero mentre Iphis sgattaiolava via. «Per tutti viene il nostro momento di andarsene. Ketrina manca tanto anche a me.» «Facile a dirsi per te. Tua madre è ancora viva», mormorò Malia con una sfumatura di amarezza e risentimento nella voce triste. «Quanto poi a poteri di guarigione che tutti dicono io abbia...» aggiunse, quasi tra sé, con profondo rimpianto. «Smettila, Malia», la ammonì Eirian dall'altra parte della stanza. «Tutto il mio potere...» «Smettila, Malia.»
«Perché non sono stata in grado di salvarla?» Quel piagnisteo era decisamente molto infantile. Si sentiva di nuovo come una bambina, senza alcun controllo sul proprio mondo. Per un momento sedette in silenzio, tremante, i segni lucenti lasciati dalle lacrime che solcavano le guance arrossate, poi cominciò a piangere. «Perché?» Eirian le fu accanto, abbracciandola premurosa e tranquilla, fino a che le lacrime non cessarono e Malia rialzò di nuovo la testa. «Tua madre era una donna molto buona e un'ottima guaritrice. Commemoriamola semplicemente seguendo il suo esempio», disse teneramente Eirian. «È quello che vorrebbe anche lei. È la miglior cosa che tu possa fare per ricordarla.» Riparazioni. «Malia, per diventare una Maestra guaritrice, una donna viaggiante, è necessario che tu venga a patti coi fallimenti del passato», spiegò il decano dell'Accademia dei Guaritori, arrestando il passo. «Non puoi avere fiducia nelle tue capacità se prima non riesci a liberarti del peso degli insuccessi, e senza fiducia in te stessa non potrai mai guarire nessuno.» Mentre parlava volgeva lo sguardo tutt'attorno, mai su di lei. Poi d'improvviso, con tutta la comprensione di cui era capace, le disse: «Devi lasciarti alle spalle il fatto di non essere riuscita a salvare tua madre». Quelle parole colpirono Malia come una secchiata d'acqua gelida. Si era sempre crogiolata nell'approvazione dei suoi insegnanti, non aspettandosi mai nulla di più dei soliti predicozzi sulla responsabilità morale connessa all'opera di un guaritore, cui era regolarmente sottoposta in occasione di ogni nuova promozione. Fin dalle prime parole dell'uomo aveva capito che lì sarebbe andata diversamente, ma a quello non era preparata. «Malia?» La voce del decano la riportò d'improvviso al doloroso presente. Sembrava brancolare alla ricerca del miglior modo di esprimersi, poi disse: «Mi dispiace, bambina mia, ma va fatto». E allargò le braccia, quasi a sottolineare l'inadeguatezza delle sue parole. Malia assentì col capo, come intontita. «Io... io andrò a visitare la sua tomba.» «Credo sarebbe la cosa migliore», replicò il decano, aggiungendo tra sé: Che gli dei ti aiutino, bambina mia; perché io proprio non posso. Il piccolo camposanto dei guaritori era inondato dalla luce del tardo pomeriggio e profumava in modo delizioso di erba riscaldata dal sole, ma Malia era troppo sconvolta per apprezzarlo. Quando raggiunse la tomba di
sua madre la trovò immutata, avvolta com'era nel silenzio. Ancora una volta si meravigliò del rigoglio di vita e natura che prosperava tra quelle tombe: l'albero di melo inclinava i suoi germogli giusto sopra la lapide, un'esplosione di piccoli fiori germogliava lungo i suoi bordi, mentre l'aria risuonava del canto allegro degli uccellini. Nonostante lo splendore della giornata, la guaritrice sentì un'accusa salire dalla lapide: lei, Malia, aveva fallito. Come aveva potuto? Non si era resa conto di che cosa fosse in gioco? Troppo tardi ormai, annotò fra sé con improvvisa crudeltà. A quel punto si gettò sulla tomba nel parossismo del senso di colpa e scoppiò a piangere. Cessate le lacrime, si ritrovò a sprofondare lentamente nella Trance di Guaritrice. Provò a opporsi, ma alla fine si dimostrò più forte di lei. Prese a scivolare in un'oscurità calda e accogliente. Malia. Qualcosa le sfiorò la mente, una voce familiare. Malia trasalì, al ricordo, e si ritrasse dalla voce. Mi disprezzi, ora che sono morta? Non provo nessun dolore, il mio solo rimpianto è di aver causato dolore a te. «No!» Non negarlo, ti ho causato dolore. Ma hai dimenticato i nostri momenti insieme? C'era una sorta di sorriso nella voce della madre, e nella sua mente affiorarono i ricordi... La madre la guidò all'interno delle scuderie. «Eccolo.» L'enorme castrone dal manto grigio osservava dall'alto la bambina, piccola abbastanza da riuscire a camminare al di sotto del suo ventre senza nemmeno toccarlo. «Malia, dagli la mela», le sussurrò la madre. Nervosa, la bambina fece un passo indietro. «È grande, mi morderà.» «No, non lo farà. È molto mite», la incoraggiò la madre. Malia fece un altro passo indietro. «Mi morderà!» La donna scosse la testa. «No. Prendi, tieni...» - Ketrina strinse la mano attorno a quella molto piccola della figlia, a formare una sorta di coppa «... così, ora possiamo dargliela insieme.» Malia sollevò la mano. Il castrone annusò con interesse la mela, poi la risucchiò dalle mani della bambina con un nitrito. La voce di Eirian proveniva da un profondo abisso di tempo:
«Commemoriamola seguendo il suo esempio». «E allora?» chiese ansiosa Malia, ritta sulla soglia. La stanza era in penombra, in segno di rispetto per la condizione dell'uomo disteso sul letto col viso imperlato di sudore. «Non so», rispose la madre, mentre controllava la temperatura poggiandogli una mano sulla fronte. «Non ha più febbre, ma è sempre privo di sensi.» Ketrina sembrava serena, ma rughe di preoccupazione le solcavano gli angoli degli occhi e della bocca. Malia le porse una tazza bollente. «Ecco il tè che volevi.» Ketrina lo prese con riconoscenza e, nonostante la temperatura, ne bevve metà in un solo sorso. Chiuse gli occhi per un attimo e si appoggiò alla parete. «Guarirà?» domandò Malia. Ketrina aprì gli occhi e si rimise eretta. «Non lo so. Vorrei poterti dire di sì. Se almeno riprendesse conoscenza...» Scosse la testa e cercò con lo sguardo le sue erbe medicinali. Prese un cucchiaino di fiori viola essiccati. «Gli apriresti la bocca, per favore? Devo mettergli questo sulla lingua, ed è come se avesse le mascelle serrate col filo di ferro... Ecco, così. Grazie. Se questo non lo aiuta a...» Scosse ancora la testa, e aggiunse: «Non serve a niente continuare a pensarci». Stava alzandosi per sistemare il suo armamentario di medicinali quando l'uomo emise un suono rauco e cominciò a tossire. Fece una smorfia, e infine aprì gli occhi. «Commemoriamola seguendo il suo esempio.» Malia sedeva sulla coperta. «Sta per piovere», annunciò. La madre agitò la mano. «Sciocchezze. Guarda il cielo, non c'è una nuvola. Pensa a mangiare.» Malia assunse un'espressione imbronciata. «Odio il formaggio.» «Allora non mangiarlo. Abbiamo del pane.» Ketrina si portò con voracità un pezzo di formaggio giallo alla bocca e stappò l'otre. Dopo una lunga sorsata, l'offrì a Malia. «In un paio di minuti avremo tutta l'acqua che vogliamo», disse la ragazza, scura in volto, ma bevve comunque. Una folata di vento sferzò le foglie dell'albero sotto cui erano sedute. Una nuvola si mosse a coprire il sole, tutto il paesaggio si oscurò. Malia lanciò un'occhiata alla madre. «Te l'avevo detto.» «Be', non sta ancora piovendo», replicò Ketrina.
«Lo farà», ribatté sicura Malia. «Abbi un po' di pazienza.» «Sciocchezze.» Quando la prima goccia cominciò a bagnare le foglie, la ragazza rivolse alla madre un sorrisetto saputo. Ketrina imprecò a bassa voce e cominciò a mettere il cibo al riparo dentro lo zaino. «Dovremo correre», disse guardando il cielo attraverso le foglie. «Pare abbia intenzione di durare a lungo.» «Lo sapevo», mormorò Malia, distratta. «Cos'è, hai la capacità magica di prevedere il tempo», replicò Ketrina quasi divertita. «Sei una guaritrice, ricordi?» «Sì, mamma», rispose Malia con esagerata docilità. Ketrina si mise a ridere. «Andiamo?» Malia rispose con un sorriso malizioso: «Tanto vale. Sai, non smetterà tanto presto». Ketrina raccolse lo zaino, e insieme si misero a correre sotto la pioggia. «Commemoriamola seguendo il suo esempio.» La lieve carezza di due labbra le sfiorò fugacemente le guance; un attimo dopo la madre era scomparsa. Riaprì gli occhi, e si ritrovò appoggiata alla lapide ancora calda. Aveva gli occhi umidi e, anche se le lacrime non sgorgavano più, ne portava ancora i segni sulle guance. Malia toccò la superficie della pietra tombale coi polpastrelli; poi si alzò e s'incamminò verso l'accademia, nella luce profonda del tramonto, lo sguardo rivolto al futuro e il cuore finalmente sereno. Cynthia McQuillin LA SORGENTE DELLE VERGINI Credo di avere dimenticato quante storie sugli unicorni abbia letto e rifiutato, il che sta a dimostrare che la maggior parte di esse non meritava di essere ricordata, per non dire di peggio. Tuttavia ce ne sono state tre, in tutta la mia vita, che considero memorabili; la prima è quella che tuttora reputo il miglior racconto sugli unicorni mai scritto: The Silken-Swift, di Theodore Sturgeon. La seconda è opera del rimpianto Robert Cook, che ha lasciato solo una manciata di
poesie e racconti a propria memoria; ma credo che vena ricordato a lungo per il racconto in questione. La terza storia è opera di Cynthia McQuillin, una delle mie amiche e coinquiline nonché persona dai mille talenti, che ha venduto due o tre racconti per le antologie della serie «Darkover». Cynthia è una delle pochissime persone che riconosco essere cuochi migliori della sottoscritta. Un altro dei suoi talenti può essere ammirato nella sala vendite di quasi tutte le convention di letteratura fantastica: crea splendidi gioielli. Rappresenta inoltre metà del gruppo musicale Mid-Life Crisis e, insieme con Jane Robinson, ha prodotto almeno un eccellente disco di canzoni sui dinosauri, intitolato Fossil Fever. Si esibiscono in moltissimi caffè della zona nonché alle convention, dove è possibile trovare cassette con canzoni folk e filk, di tono sia serio sia umoristico, oltre ad alcune composizioni originali di quél genere, molte delle quali scritte da Cynthia, che ormai si è specializzata in canzoni romantiche o divertenti sui vampiri. Una cosa che ripeto fino alla nausea è che per diventare uno scrittore di successo bisogna scegliere di coltivare la scrittura a discapito degli altri talenti; solo pochissimi sono in grado di tenersi a galla nel mare dell'editoria lavorando part-time. Cynthia potrebbe essere l'eccezione. Il sole splendeva luminoso e la giornata era piacevolmente calda, ma Esmeralda non riusciva a gioirne. Le sembrava così strano ritrovarsi da sola per strada, dopo tutti gli anni trascorsi a vagabondare insieme con sua madre per le vie principali e le stradine secondarie. Altura aveva trasmesso alla figlia i segreti del proprio commercio, la vendita di erbe, ma non era quello che la ragazza avrebbe voluto fare. Ora che la madre era morta, doveva portare avanti l'attività da sola, senza il conforto di una compagnia nei lunghi spostamenti di villaggio in villaggio. Era sola coi propri pensieri, sempre gli stessi. Molti anni prima, in un momento d'irripetibile magia, Esmeralda si era innamorata, così perdutamente che niente e nessuno avrebbe potuto riconquistare il suo cuore. Ancora oggi ardeva intensamente di desiderio come il giorno in cui, mentre si bagnava alla sacra fonte delle Vergini, aveva visto per la prima volta l'unicorno. Da quel momento in poi, possedere l'animale era l'unica cosa che avrebbe potuto soddisfarla. Ma per tenere legato un unicorno occorreva un briglia d'oro, e lei non aveva il denaro per acquistare una cosa del genere. Tuttavia negli anni successivi aveva lavorato sodo, mettendo da parte
ogni penny come fosse un tesoro, spronata dalle ripetute brevi apparizioni dell'animale. Questi scivolava come un fantasma tra gli alberi che circondavano la radura della sorgente, o si teneva in disparte, fuori portata, per osservarla mentre esplorava le rovine della casa della Dea. Altura le aveva raccontato che un tempo la costruzione aveva ospitato le vergini sacerdotesse della fonte. Le aveva anche detto che ogni anno le giovani vergini si radunavano presso la sorgente con la speranza di essere ritenute degne di ricoprire il ruolo di guardiane del tempio. Con un sospiro Esmeralda si rassegnò una volta di più a non vedere mai realizzato il suo sogno. Aveva ormai diciassette anni, e l'età per continuare a preservare la verginità era quasi passata. Sua madre non c'era più, e tutti la esortavano a trovarsi un bel giovane e a sposarsi, ma lei insisteva testardamente che avrebbe continuato a vivere la propria vita come Altura aveva trascorso la sua, da sola nella foresta che amava. Dopo tutto possedeva un accogliente rifugio di pietra, ben nascosto dagli sguardi dei curiosi. Inoltre, diceva a coloro che insistevano, era giovane e forte, ed esperta nella pratica di un commercio sufficientemente redditizio. Perché mai avrebbe dovuto legarsi a un uomo e diventare così la sua serva? E poi, naturalmente, sino a quando fosse rimasta nella foresta c'era pur sempre la possibilità di rivedere l'unicorno. Esmeralda si fermò un attimo per riposarsi dallo sforzo di spingere il carretto col pesante carico di erbe. Aveva già compiuto il giro dei villaggi vicini ed era diretta a Prentiss per la Fiera del Solstizio. Mentre cercava un posto per sedersi, notò una pianta molto rara, le cui foglie, una volta sbriciolate e ridotte in polvere e unite a una crema, erano efficaci nella cura delle infiammazioni della pelle. La pianta cresceva più di un metro oltre il ciglio della strada. Avvicinandosi per raccogliere qualche foglia, vide un bagliore dorato attraverso l'intrico di erbacce e cespugli. Si trattava del fermaglio di una collana d'oro che spuntava da un piccolo scrigno, i cui bordi intarsiati erano pressoché interamente marciti. Incredula di fronte a un simile colpo di fortuna, Esmeralda s'inginocchiò per portare alla luce l'intera scoperta. Dentro quel che restava del cofanetto c'erano altre collane, due semplici anelli d'oro e un braccialetto con decorazioni in granato di buona fattura. Dalle condizioni dello scrigno, stimò fosse lì da moltissimo tempo, probabilmente caduto da un calesse di passaggio. Felice e impaziente, portò gli oggetti d'oro dal vecchio Rolpho, un fabbro che conosceva bene e di cui sentiva di potersi fidare, chiedendogli di
realizzare una briglia d'oro con la catena e gli anelli. «Una briglia?» replicò incredulo Rolpho. «Mia giovane fanciulla, ma tu non hai un cavallo!» «Non è proprio per un cavallo; è... è più un oggetto magico. E non si devono fare troppe domande sulle cose che servono per la magia», ribatté, senza riuscire a ingannare il vecchio fabbro. Rolpho infatti si ricordava di averla sentita parlare dell'unicorno della sorgente sin da quando aveva quattordici anni. Tuttavia, che cosa poteva farci? Era ormai una donna. Quando tornò per ritirare la briglia, Esmeralda offrì al fabbro il braccialetto come ricompensa per il suo lavoro. Rolpho