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*** File Asci ad uso esclusivo per non vedenti. WILBUR SMITH. STIRPE DI UOMINI. A quell'epoca, le miniere di diamanti di Kimberley erano un unico buco circolare, largo poco più di mille metri e profondo sessanta, dove bianchi e negri lavoravano dal mattino alla sera avvolti da una perenne nube di polvere rossa... Tutti scavavano: pochi facevano fortuna, molti morivano. Qualcuno diventava uomo, come Ralph Ballantyne, tra le braccia mercenarie della bella Lil; altri come Jordan, lui pure figlio di Zouga Ballantyne, s'accingevano a prendere strade differenti che non ne avrebbero fatto davvero dei campioni di virilità, pur rendendoli potenti sotto altri punti di vista, magari grazie all'amicizia affettuosa di un Cecil Rhodes... Non tutti i diamanti trovati, però, andavano ad arricchire i titolari delle concessioni: molte pietre, sottratte dai lavoranti negri, finivano nelle mani del re dei matabele, l'enorme, gottoso, saggio ma superstizioso e crudele Lobengula, che li scambiava contro fucili e munizioni per arginare lo strapotere di Rhodes. E, mentre si prepara una guerra sanguinosa, altre passioni non meno violente s'accendono tra uomini e donne; altre bramosie inducono alla competizione, al tradimento, al delitto... I romanzi di Wilbur Smith. WILBUR SMITH è nato nel 1933 in Rhodesia del Nord (l'attuale Zambia), ma è cresciuto e ha studiato in Sudafrica. La stampa lo definisce « il più importante scrittore di avventure del nostro tempo ». Il ciclo dei Courteney. Il destino del leone La voce del tuono Gli eredi dell'Eden I Courteney d'Africa. La spiaggia infuocata Il potere della spada
I fuochi dell'ira L'ultima preda La Volpe dorata Il ciclo dei Ballantyne. Quando vola il falco Stirpe di uomini Gli angeli piangono La notte del leopardo Gli altri romanzi. Un'aquila nel cielo L'ombra del sole Dove finisce l'arcobaleno Come il mare L'orma del Califfo L'uccello del sole Cacciatori di diamanti Il canto dell'elefante Una vena d'odio Sulla rotta degli squali Il dio del fiume. STIRPE DI UOMINI. Romanzo di WILBUR SMITH. TRADUZIONE DI ATTILIO VERALDI. Traduzione dall'originale inglese Men of Men di Attilio Veraldi. STIRPE DI UOMINI Questo libro è dedicato a mia moglie, Danielle, con tutto l'amore di sempre. NON era mai stato esposto alla luce del giorno, non una sola volta nei duecento milioni di anni da quando aveva assunto la sua attuale forma, eppure sembrava esso stesso una goccia di distillata luce solare. Era stato concepito in un calore immenso quanto la superficie del sole, nelle impossibili profondità sotto la crosta terrestre, nel magma fuso che sgorgava dal cuore stesso della terra. A quelle terribili temperature ogni impurità era stata bruciata ed eliminata lasciando, soli e puri, gli atomi di carbonio che, sotto pressioni che avrebbero frantumato montagne, era-
no stati ridotti di volume e compressi a una densità non posseduta in natura da nessun'altra sostanza. Questa minuscola bolla di carbonio liquido era stata trascinata su, nel lento fiume sotterraneo di lava fusa, attraverso uno dei punti deboli della crosta terrestre e aveva quasi, ma non del tutto, raggiunto la superficie quando il flusso di lava s'era interrotto e, alla fine, fermato. Nel millennio che era seguito la lava s'era raffreddata e aveva cambiato forma, divenendo una roccia variegata e bluastra composta da frammenti minuti irregolarmente cementati in una matrice solida. Questa formazione non aveva nulla a che vedere con la roccia locale che la circondava e riempiva solo un profondo pozzo circolare la cui bocca, a forma di imbuto, aveva un diametro di oltre un chilometro e la cui estremità scendevi dritto nelle profondità smisurate della terra. Mentre la lava si raffreddava, la purificata bolla di carbonio subiva una trasformazione ancor più meravigliosa. Solidificava in un cristallo a otto facce di geometrica simmetria, della misura di un verde fico, e sino a tal punto era stata purgata di ogni impurezza nell'infernale fornace del nucleo della terra da essere trasparente e limpida come i raggi stessi del sole. Così intense e costanti erano state le pressioni alle quali quel singolo cristallo era stato sottoposto e così uniformemente s'era raffreddato, che al suo interno non c'erano né incrinature né segni. Era perfetto: una cosa di fuoco freddo così bianca che a una buona luce sarebbe apparsa d'un blu elettrico. Ma quel fuoco non era mai stato destato, perché era rimasto intrappolato attraverso i tempi nel buio totale e non un solo barlume di luce aveva mai sondato le sue lucide profondità. Eppure, per tutti quei milioni di anni la luce del sole non era mai stata molto distante, forse una cinquantina di metri o anche meno, un sottile strato di terra, dunque, in confronto alle immense profondità dalle quali il suo viaggio verso la superficie era iniziato. Ora, negli ultimi attimi, pochissimi anni rispetto a tutti quei milioni, il suolo sovrastante era stato continuamente intaccato, frantumato e smosso dagli sforzi deboli, inefficaci ma ostinati di una colonia di creature vive che sembrava un formicaio. I progenitori di quelle creature non esistevano neppure su questa terra quando quel puro e singolo cristallo aveva raggiunto la sua attuale forma, ma ora ogni giorno il disturbo causato dai loro utensili di metallo mandava lievi vibrazioni nell'interno della roccia rimasta inerte tanto a lungo; e ogni giorno quelle vibrazioni si facevano più forti, mentre lo strato tra il cristallo e la superficie si riduceva da sessanta metri a trenta e poi a quindici, da dieci a due, finché ora solo pochi centimetri separavano il cristallo dalla brillante luce del sole che, finalmente, ne avrebbe portato in vita i fuochi dormienti. Il maggiore Morris Zouga Ballantyne stava vicino all'aerea teleferica, in alto sopra il baratro profondo e circolare che s'apriva là dove una volta sorgeva, nel paesaggio piatto e desolato
dello scudo continentale africano, una piccola collina. Anche in quel caldo spietato portava alla gola una sciarpa di seta la cui estremità era infilata sotto l'abbottonatura della camicia di flanella. Benché lavata e stirata di recente, quella camicia era indelebilmente macchiata d'un opaco color rossastro. Era il pigmento della terra africana, terra rossa, quasi come carne cruda, là dove le ruote ferrate dei carri l'avevano solcata o le pale degli scavatori ne avevano rivoltata la superficie. Terra che, quando i caldi venti asciutti la battevano, si levava in rosse nubi di polvere, o si trasformava in rosso fango glutinoso quando i temporali ne sferzavano la superficie. Rosso era il colore degli scavi. Macchiava il pelo dei cani e delle bestie da soma, macchiava gli abiti degli uomini e le loro barbe e la pelle delle braccia, macchiava le loro tende di tela e ricopriva le baracche di lamiera ondulata dell'insediamento. Solo nell'immenso buco ai piedi di Zouga il colore era alterato nel giallo tenue del petto di un tordo. Il buco misurava più di un chilometro in larghezza, la sua circonferenza era quasi un cerchio perfetto e in certi punti il suo fondo toccava già la profondità di sessanta metri. Gli uomini che lavoravano laggiù sembravano piccoli insetti, ragni forse, perché soltanto dei ragni avrebbero potuto tessere la vasta tela che brillava in un'argentea nube sopra l'intero scavo. Zouga sostò un attimo per levarsi il cappello dalla falda larga con la puntuta cupola macchiata dal suo stesso sudore e dalla polvere rossa. S'asciugò con cura le gocce di sudore sulla pelle più pallida e levigata lungo l'attaccatura dei capelli, quindi studiò la macchia rossa e umida sul fazzoletto di seta e fece una smorfia di disgusto. I capelli, fitti e ricci, erano stati protetti dal cappello dallo spietato sole africano ed erano ancora colore del miele selvatico, la barba invece era stata schiarita fino a un giallo oro pallido e gli anni l'avevano striata di fili di argento. Anche la pelle era scura, cotti come la crosta del pane appena sfornato, e solo la cicatrice sulla guancia, nel punto in cui tanti anni prima il fucile da elefanti lo aveva colpito scoppiando, era d'un bianco porcellana. A furia di scrutare con gli occhi socchiusi contro il sole gli orizzonti lontani, c'erano piccole pieghe sotto gli occhi, e dai lati del naso fin giù nella barba rughe profonde gli solcavano le guance, rughe di stenti e sofferenze. Guardò nella gran buca ai suoi piedi e il verde dei suoi occhi s'oscurò al ricordo delle grandi speranze e della viva attesa che lo avevano portato li... Quando? Dieci anni prima? Sembrava un giorno e un'eternità. Aveva sentito il nome, Kopje Colesberg, per la prima volta quando era sbarcato dalla bettolina sulla spiaggia di Rogger Bay, sotto la gran massa squadrata e monolitica della Table Mountain, ed era bastato il solo suono di quel nome a dargli la pelle d'oca. « Hanno trovato diamanti a Kopje Colesberg, diamanti gros-
si come chicchi d'uva. » In un lampo di intuizione aveva capito che era lì che il destino lo avrebbe guidato. Aveva capito che i due anni appena trascorsi nella vecchia Inghilterra, nel disperato tentativo di raccogliere aiuti per la sua grande avventura nel nord, non erano stati altro che l'attesa di quel momento. La strada per il nord cominciava tra la ghiaia diamantifera di Kopie Colesberg. L'aveva capito con certezza appena udito il nome. Gli erano rimasti un solo carro e un tiro di buoi rinsecchiti ed esausti: quarantotto ore dopo arrancavano nella sabbia profonda della pista che attraversava le Pianure del Capo, in direzione nord, a quasi mille chilometri da quel kopie, al di qua del fiume Vaal. Sul carro erano caricati tutti i suoi beni, che erano ormai pochi e preziosi. Dodici anni all'inseguimento di un sogno grandioso avevano consumato tutte le sue sostanze. I consistenti diritti dei libro che aveva scritto dopo i suoi viaggi nelle terre inesplorate al di qua dello Zambesi, l'oro e l'avorio che s'era portato dietro da quei territori remoti, l'avorio di altre quattro spedizioni di caccia in quello stesso paradiso pieno di incanti e, purtroppo, di imperfezioni: tutto era sparito. Migliaia di sterline e dodici anni di stenti e frustrazioni, finché lo splendido sogno s'era assottigliato ed era svanito, e a lui non era rimasto altro da mostrare che un pezzo di pergamena sciupata sulla quale l'inchiostro cominciava a ingiallire e le cui pieghe erano logorate al punto che aveva dovuto incollarla su un foglio per tenerla insieme. Quella pergamena era la « Concessione Ballantyne », il titolo di proprietà per mille anni su tutta la ricchezza minerale di un enorme territorio del selvaggio interno africano, un territorio della grandezza della Francia, che lui era riuscito a strappare a un selvaggio re nero. In quello sterminato territorio aveva ricavato oro puro rosso da un affiorante filone di quarzo. Era una terra ricca ed era tutta sua; ma occorreva un capitale, un capitale enorme, per prenderne possesso ed estrarre i tesori che nascondeva. Per metà della sua vita di adulto s'era battuto per mettere insieme quel capitale: una lotta, però, che non aveva dato frutti, perché ancora non aveva trovato un solo uomo ricco disposto a condividere i suoi sogni e le sue visioni. Alla fine, disperato, s'era rivolto al pubblico inglese. S'era recato ancora una volta a Londra per promuovere la fondazione della « Compagnia Mineraria delle Terre Centrali Africane » per lo sfruttamento della sua concessione. Aveva ideato e stampato un bell'opuscolo nel quale magnificava le bellezze della terra da lui chiamata Zambesia. Lo aveva illustrato con disegni da lui stesso eseguiti delle belle foreste e delle pianure erbose che abbondavano di elefanti e altra selvaggina. Aveva incluso un facsimile della concessione originale con, in calce, il grande sigillo con l'elefante di Mzilikazi, re dei matabele, e aveva distribuito l'opuscolo per tutte le Isole Bri-
tanniche. Aveva viaggiato da Edimburgo a Bristol tenendo conferenze e discorsi, e aveva appoggiato questa sua campagna con annunci a piena pagina sul Times e su altri rispettabili giornali. Eppure, quegli stessi giornali che, dietro pagamento, avevano accettato i suoi annunci avevano poi ridicolizzato le sue asserzioni, e intanto l'attenzione del pubblico degli investitori veniva sedotta dal lancio delle società ferroviarie sudamericane, che sfortunatamente aveva coinciso con la sua campagna promozionale. Era rimasto con il conto della stampa e distribuzione dell'opuscolo da pagare, quello degli annunci sui giornali, gli onorari degli avvocati e le spese per i propri viaggi, e una volta pagato tutto questo, nonché il suo viaggio di ritorno in Africa, di quella che una volta era stata una considerevole fortuna non rimanevano che poche centinaia di sovrane. Svanita la ricchezza, restavano le responsabilità. Era in testa, davanti al tiro di buoi neri pezzati, e si voltò a guardare indietro. Aletta sedeva al posto di guida. Alla luce del sole i capelli erano ancora color oro pallido e serici, ma i suoi occhi erano induriti e le labbra non più dolci e morbide, come se si fosse predisposta alle prove che sapeva che l'attendevano. Guardandola adesso, sembrava impossibile che un tempo fosse stata un amore di ragazza spensierata, la prediletta vezzeggiata di un padre ricco, con nessun altro pensiero per la testa all'infuori dei modelli appena arrivati con il postale da Londra e i preparativi per il prossimo ballo nel brillante giro mondano della società di Città del Capo. Era stata attratta dall'atmosfera romantica che circondava il giovane maggiore Zouga Ballantyne, avventuriero ed esploratore dei luoghi più remoti del continente africano. Lo accompagnavano la leggenda che era un grande cacciatore di elefanti nonché la fama del libro che aveva di recente pubblicato a Londra. Tutta la società del Capo era eccitata per quel giovanotto e le invidiava la corte che le faceva. Questo era accaduto tanti anni prima e ormai la leggenda era sbiadita. Lasciatasi alle spalle il clima gentile e temperato del litorale del Capo, la fine educazione di Aletta non era stata all'altezza dei rigori offerti dal selvaggio interno: quel paese rozzo e la gente ancor più rozza l'avevano spaventata. Era stata rapidamente sopraffatta dalle febbri e dalle pestilenze, che l'avevano indebolita a un punto tale che aveva avuto ripetuti aborti. Tutta la sua vita matrimoniale sembrava fosse trascorsa in puerperio o negli annebbiamenti della febbre malarica o, ancora, nell'attesa interminabile che quell'uomo dalla barba dorata che lei venerava come un dio ritornasse dal di là di un oceano o dal rovente e insalubre entroterra nel quale lei non poteva più seguirlo. In quel viaggio ai campi diamantiferi Zouga aveva dato per scontato che lei ancora una volta rimanesse a casa del padre,
al Capo, a curarsi la salute cagionevole e a badare ai due ragazzi, frutto delle uniche gravidanze che era riuscita a portare a termine. Invece, all'improvviso, la donna aveva mostrato una determinazione insolita in lei, e nessuno degli argomenti avanzati per farla restare era valso a niente. Aveva forse una premonizione di quello che sarebbe accaduto: « Sono stata sola troppo a lungo », gli aveva risposto, a voce bassa ma decisa. Ralph, il ragazzo più grande, era ormai abbastanza cresciuto per cavalcare in testa al carro insieme col padre e per sparare alle mandrie di springbuck, le antilopi saltanti che, come una nube di fumo marrone pallido, attraversavano le pianure dalla vegetazione stenta del vasto Karrù. Già cavalcava il suo piccolo e robusto pony basuto con l'ostentazione di un ussaro, e sparava come un uomo. Jordan, il più giovane, talora guidava i primi buoi del tiro, altre volte si allontanava dai carri per cacciare una farfalla o per raccogliere un fiore selvatico; ma il più delle volte si contentava di starsene seduto accanto alla madre sulla cassetta del carro mentre lei leggeva ad alta voce un libretto rilegato in pelle di poesia romantica, e i verdi occhi di lui brillavano al suono eccitante di parole che era ancora troppo giovane per capire appieno, e il brillante sole del Karrù gli trasformava i riccioli dorati nell'aureola di un angelo. Da Buona Speranza ai campi erano quasi mille chilometri, un viaggio che prese alla famiglia otto settimane. Ogni notte si accampavano in pieno veld e il cielo notturno era limpido e freddo e tempestato di stelle bianche, che brillavano come i diamanti che li attendevano - ne erano certi- alla fine del viaggio. Seduto accanto al fuoco, con i due figli ai lati, Zouga parlava con quel suo tono avvincente che teneva i due ragazzi irrigiditi nella loro attenzione. S'abbandonava alle descrizioni della caccia al grande elefante e delle antiche città in rovina, degli idoli scolpiti e dell'oro rosso li nella terra del nord, la terra nella quale un giorno lui li avrebbe portati. Dall'altra parte del fuocco Aletta ascoltava in silenzio, avvolta in uno scialle contro il freddo della notte, anche lei incantata, come lo era stata da ragazza, dal sogno romantico, e ancora una volta si meravigliava di se stessa e della strana attrazione per quel forte uomo dalla barba dorata, che era suo marito da tanti anni ma che spesso ancora le sembrava uno sconosciuto. Ascoltava mentre lui raccontava ai ragazzi di come avrebbe riempito i loro cappelli di diamanti, grossi diamanti luccicanti, e di come poi alla fine si sarebbero messi in viaggio per il nord. Si scopriva a credere di nuovo a tutto, anche se la prima delusione l'aveva ormai provata da un pezzo. Lui era così convincente, così vitale e forte ed efficace che i fallimenti e le frustrazioni sembravano di nessun valore, nient'altro che un freno temporaneo al destino che lui aveva stabilito per tutti loro. I giorni passavano al ritmo lento con cui giravano le ruote del carro, e divennero settimane, settimane in cui viaggiarono
attraverso un grande altopiano inondato di sole, solcato da profondi corsi d'acqua disseccati e disseminato di fitti cratego dalle foglie verde-scuro dai cui rami pendevano gli enormi nidi comuni di migliaia di ploceidi, ogni nido della grandezza di un mucchio di fieno che cresceva fino a spezzare il ramo robusto che lo reggeva. La linea monotona dell'orizzonte ogni tanto era interrotta da qualche bassa collina, il kopie del continente africano, e la pista li conduceva direttamente verso una di queste. Kopje Colesberg. Solo settimane dopo esservi arrivato Zouga apprese la storia di come quella piccola collina diamantifera era stata scoperta. Pochi chilometri a nord di Kopje Colesberg la pianura era interrotta dal letto di un fiume ampio e poco profondo sulle cui sponde gli alberi crescevano più alti e più verdi. I boeri lo avevano chiamato Vaal, che in afrikaans significa « il fiume grigio », dal colore delle sue acque lente. Nel suo letto e tra la ghiaia delle pianure alluvionali lungo il suo corso una piccola colonia di cercatori di diamanti era andata racimolando per anni qualche pietra brillante. Un lavoro bestiale, che rompeva la schiena, e dopo la prima ondata di cercatori speranzosi solo i più duri erano rimasti. Queste anime terree sapevano da anni che nel terreno asciutto cinquanta chilometri a sud del fiume era possibile raccogliere ogni tanto qualche piccolo diamante di qualità inferiore, e difatti il vecchio boero arcigno, un certo De Beer, che possedeva il terreno in quella zona, vendeva licenze per concessioni diamantifere nella sua proprietà, anche se preferiva i cercatori della sua stessa razza ed era notoriamente contrario a concedere « titoli » agli inglesi. Per queste ragioni, e anche per le più accettabili condizioni di vita lungo il fiume, i cercatori non avevano mostrato troppo interesse per gli scavi « all'asciutto » al sud. Poi, un giorno, il servo ottentotto di uno dei cercatori sul fiume s'era abbandonato a una sbronza completa col Cape Smoke, il forte brandy del Capo, e in quelle condizioni aveva dato accidentalmente fuoco alla tenda del padrone, bruciandola completamente. Quando era tornato sobrio, il suo padrone lo aveva picchiato con lo sjambok, lo scudiscio di pelle di rinoceronte, finché ancora una volta non era stato più in grado di reggersi in piedi. Poi quando, sempre in disgrazia, egli s'era ripreso da questa cura, il padrone gli aveva ordinato di spingersi nel territorio al di là del fiume e di scavare « finché non trovi un diamante ». Obbediente, e ancora malfermo sulle gambe, l'ottentotto s'era messo in spalla badile e sacca e s'era allontanato barcollando. Ben presto il padrone s'era dimenticato di lui finché, imprevedibilmente, due settimane più tardi il servo era ritornato e aveva piazzato in mano al padrone una mezza dozzina di belle pietre bianche, la più grande delle quali era della misura della falangetta d'un mignolo di donna.
« Dove? » aveva chiesto Fleetwood Rawstorne, e quell'unica parola era stata tutto quanto era riuscito a pronunciare a causa della gola improvvisamente riarsa e occlusa dall'eccitazione. Pochi minuti dopo, abbandonando la « culla » a metà di un processo di setacciatura della ghiaia diamantifera più pesante, Fleetwood s'allontanava al galoppo dal campo lasciandosi dietro un intero carico di materiale raschiato dal letto del fiume. Daniel, il servo ottentotto, era aggrappato alla cinghia della staffa e, coi piedi nudi che strusciavano nell'arida terra, sollevava nuvolette di polvere mentre il berretto di lana rossa, che era l'insegna della squadra di Fleetwood, gli volava indietro sul capo calvo e sbatteva come una bandiera che invitava altri a seguire. Un tal modo di fare aveva scatenato il panico immediato nella piccola comunità altamente competitiva di cercatori lungo il fiume. Nel giro di un'ora, dal piatto terreno asciutto s'era levata un'altra colonna di polvere rossa: una precipitosa schiera di uomini a cavallo frustava le bestie mentre dietro di essa i carri avanzavano cigolando e i meno fortunati inciampavano e scivolavano nel terreno sabbioso correndo per chilometri a piedi in direzione sud, verso la piccola, spoglia e arida fattoria del vecchio De Beer nella quale si levava un altro piccolo kopie spoglio e pietroso, in tutto simile ai diecimila altri disseminati per la pianura. Quello stesso giorno del grigio e asciutto inverno del 1871 il kopie era stato chiamato Colesberg, perché Colesberg era il luogo di nascita di Fleetwood Rawstorne, e verso di esso, dalle polverose e assolate distanze, s'era diretta la New Rush, la Nuova Ondata, di De Beer. Era quasi buio quando, precedendo di poco quelli che lo seguivano, Fleetwood aveva raggiunto il kopie. Il suo cavallo era sfiancato, coperto di sudore e di bava bianca, ma il servo ottentotto era ancora aggrappato alla cinghia della staffa. Padrone e servo abbandonarono in fretta e furia la bestia, affannata e barcollante, e si precipitarono verso il declivio. Poco dopo, svettanti al di sopra della macchia, i loro berretti rossi erano visibili da un chilometro di distanza, e così dalla colonna di straccioni che li seguivano si levò una roca ed eccitata acclamazione. In cima alla collina il servo ottentotto aveva scavato un pozzo di tre metri nel duro terreno, appena un graffio in confronto a ciò che sarebbe seguito, e ora, frenetico nella sua fretta, lanciando occhiate timorose all'orda che saliva verso di lui, Fleetwood aveva piantato i picchetti che costituivano la linea centrale della sua concessione intorno alla stretta bocca del basso pozzo scavato. La notte era scesa su un vero e proprio campo di battaglia nel quale muscolosi cercatori imprecavano gli uni contro gli altri agitando pugni e manici di piccone per sgombrare il terreno e piantare i propri picchetti. Entro mezzogiorno dell'indomani,
quando il vecchio De Beer aveva lasciato la sua baracca di due stanze ed era venuto a scrivere le briefies, che era la parola afrikaans per « lettere », l'intero kopie era picchettato e anche il terreno piatto tutt'intorno alla sua base, per circa un chilometro, era irto di paletti. Ogni concessione era un quadrato di novanta metri di lato con il centro e gli angoli segnati da un appuntito palo ricavato da un ramo di cratego. Dietro pagamento di un fitto annuale di dieci scellini al vecchio De Beer, il cercatore riceveva da lui una briefie scritta che gli dava diritto a tenere e a lavorare la concessione a tempo indeterminato. Prima che la notte cadesse su quel primo giorno, i cercatori fortunati, che avevano picchettato il centro della nuova zona di ricerche e a malapena scalfito il terreno pietroso, avevano già trovato quaranta pietre della prima acqua, e già altri uomini erano montati a cavallo ed erano corsi verso sud a portare al mondo la notizia che Kopje Colesberg era una montagna di diamanti. Quando il carro di Zouga Ballantyne percorse cigolando gli ultimi pochi chilometri della solcata pista di terra rossa verso Kopje Colesberg, questo era già mezzo demolito, mangiato come un vecchio formaggio dai vermi, e su ciò che ne restava ancora sciamavano uomini. Sulla polverosa piana ai suoi piedi erano accampate quasi diecimila anime, nere, marrone e bianche. Il fumo dei loro fuochi per cucinare macchiava di grigio sporco l'azzurrissimo cielo e per miglia e miglia tutt'intorno i cercatori, per alimentare quei fuochi, avevano spogliato la pianura dei bei cratego. Sparsi qua e là, s'erano insediati sotto sporchi teli consunti, anche se già alcune lastre dell'onnipresente lamiera ondulata erano state trasportate faticosamente dalla costa e inchiodate a formare rozzi capanni simili a scatole. Con un bel senso dell'ordine, alcuni di questi erano allineati secondo una fila approssimativamente dritta, formando in tal modo le prime essenziali strade. Quei capanni appartenevano ai kopie-wallopers, i compratori di diamanti, un tempo nomadi, che sino a poco prima s'erano aggirati tra gli scavi ma che ora avevano trovato conveniente impiantare dei negozi permanenti ai piedi dei frananti resti di Kopje Colesberg. Secondo le leggi sui diamanti da poco stabilite nel Libero Stato Boero, ogni compratore munito di licenza doveva esporre il proprio nome in maniera evidente, e ciò essi facevano con rozze insegne sopra le soffocanti baracchette di lamiera, ma la maggior parte di loro andavano anche oltre: su un'asta sopra il tetto innalzavano una sgargiante bandiera sproporzionatamente grande e dai disegni estrosi per annunciare ai cercatori che il titolare era in bottega, pronto a mercare. Quelle bandiere davano una certa aria di parco dei divertimenti a tutta la colonia. Seguendo una delle strette e serpeggianti piste piene di solchi che attraversavano l'insediamento, Zouga Ballantyne avan-
zava accanto al bue-guida del suo carro. Ogni tanto doveva farlo deviare per evitare lo sterile proveniente da una delle stazioni di recupero che s'era accumulato sulla pista o per aggirare qualche profonda pozza formata dalle acque di decantazione e lavaggio dei tavoli di scelta. La prima impressione di Zouga fu che in quell'insediamento la gente fosse troppo accalcata. Lui era uomo di pianure e savane, abituato ai grandi orizzonti ininterrotti, e le resse lo innervosivano. I cercatori vivevano a contatto di gomito, ognuno di loro cercava di stare il più vicino possibile alla propria concessione in modo che la ghiaia ricavatane non dovesse essere trasportata troppo lontano per la selezione. Zouga aveva sperato di trovare uno spazio aperto dove staccare i buoi dal carro ed erigere la sua grande tenda, ma nel raggio di mezzo chilometro dal kopie non esisteva nessuno spazio aperto. Si girò a gettare un'occhiata ad Aletta che sedeva a cassetta. Se ne stava immobile, solo sobbalzando ai movimenti del carro, con lo sguardo dritto davanti a sé come se fosse ignara di tutti quegli uomini quasi nudi, molti con solo un semplice straccetto sul davanti, che spalavano la gialla ghiaia nelle culle in attesa, imprecando o cantando mentre lavoravano, tutti unti del proprio sudore sotto il sole implacabile. La sporcizia colpì persino Zouga, che aveva conosciuto i kraal dei mashona nel nord e aveva vissuto in una colonia di boscimani, che non si lavano mai in tutta la vita. L'uomo civile produce rifiuti particolarmente disgustosi, e infatti ogni centimetro quadrato della polverosa terra rossa tra quelle tende e quelle baracche sembrava coperta da uno strato di scatolette di latta arrugginite, frammenti di bottiglie e porcellane che luccicavano al sole, un tappeto di pezzi di carta, cadaveri in decomposizione di gatti randagi e cani non desiderati, residui di cibo grattati dalle pentole, escrementi di coloro che erano troppo pigri per scavarsi una latrina nella terra dura e ripararla con uno schermo d'argentea erba dell'altopiano, e tutti gli altri non identificabili rifiuti di cui diecimila esseri umani senza controllo né regole sanitarie erano riusciti a circondarsi. Zouga incontrò lo sguardo di Aletta e le sorrise rassicurante, ma lei non restituì il sorriso. Aveva le labbra strette, e gli occhi grandi brillavano per le lacrime che s'erano accumulate sulle palpebre inferiori. Passarono davanti a un mercante che aveva portato dalla costa, mille chilometri, un intero carico di merce, e aveva trasformato il proprio carro in bottega esponendo un cartello sul quale aveva scritto a gesso una lista di prezzi: CANDELE: 1 STERLINA IL PACCO WHISKY: 12 STERLINE LA CASSA SAPONE: 5 SCELLINI IL PEZZO Zouga non si voltò a guardare Aletta di nuovo, i prezzi era-
no venti volte superiori a quelli che si pagavano sulla costa. Kopje Colesberg in quel momento era probabilmente il posto più caro sulla faccia della terra. Le ultime sovrane rimaste nell'ampia cintura portamonete di cuoio intorno alla vita di Zouga parvero improvvisamente leggere come piume. Entro mezzogiorno avevano trovato, alla periferia dell'enorme accampamento, il posto dove staccare i buoi. Mentre Jan Cheroot, l'attendente ottentotto di Zouga, portava via le bestie alla ricerca di pascolo e d'acqua, Zouga in gran fretta eresse la pesante tenda di tela, con Aletta e i ragazzi che tenevano i tiranti mentre lui piantava i picchetti. « Devi mangiare », borbottò Aletta, sempre senza guardarlo; davanti al fuoco fumante, stava girando nella pentola di ferro i resti di uno springbuck che Ralph aveva ucciso tre giorni prima. Zouga le si avvicinò, si chinò e con le mani sulle spalle la sollevò in piedi. Si muoveva rigida come una vecchia, il lungo e duro viaggio aveva fatto pagare un caro prezzo al suo fragile corpo. « Andrà tutto bene », le disse, mentre lei ancora non lo guardava; forse aveva sentito quell'assicurazione troppo spesso. Le prese il mento in mano e le sollevò il viso, e finalmente le lacrime sgorgarono e le corsero giù per le guance lasciando piccoli solchi nella polvere rossa che le incipriava il viso. Irragionevolmente, quelle lacrime indispettirono Zouga; come se fossero un'accusa. Lasciò cadere la mano e indietreggiò d'un passo. « Tornerò prima di buio », le disse in tono duro e, giratosi, si allontanò verso la rovinata sagoma del kopie che si profilava netta anche tra il puzzolente fumo e la polvere che incombevano sul campo. Zouga sarebbe potuto essere un'apparizione, una creatura dell'aria, invisibile a occhio umano: gli passavano accanto in fretta sulla stretta pista o, al suo passaggio, rimanevano chini sui setacci e sulle culle senza muovere il capo o lanciare un'occhiata sia pure casuale. Un'intera comunità che viveva per una sola cosa, completamente assorbita e ossessionata da questa. Per esperienza, Zouga sapeva che esisteva un posto in cui avrebbe potuto stabilire un contatto umano e, grazie a questo, ottenere l'informazione di cui aveva tanto disperato bisogno; cercava dunque una taverna dove vendessero alcolici. Ai piedi del kopie c'era uno spazio aperto, l'unico del campo. Era di forma pressoché quadrata, circondato da baracche di tela e lamiera e invaso dai carri dei mercanti. Scelse una delle baracche che, a tutte lettere, si presentava come THE LONDON HOTEL e, sullo stesso cartello, annunciava: WHISKY: 7 SCELLINI E SEI PENCE BIRRA INGLESE DELLA MIGLIORE QUALITA: 5 SCELLINI IL BOCCALE Stava attraversando cautamente quella piazza del mercato
piena di solchi e di immondizie, quando fu fermato da roche esclamazioni provenienti dal kopie e da un coro che cantava a squarciagola For he is a jolly good fellow. Pestando i piedi nella polvere, cantando e strillando, le facce rosse come mattoni per la polvere e l'eccitazione, stava arrivando una eterogenea banda di cercatori che recava in spalla uno di loro. Entrarono, facendosi largo a spintoni, nel traballante bar che era lì davanti a Zouga mentre dalle altre taverne e dai carri in sosta altri uomini arrivavano di corsa per scoprire la causa di tanta eccitazione. « Cosa succede? » strillavano. « Black Thomas ha trovato una scimmia », fu urlato in risposta. Solo in seguito Zouga apprese il gergo dei cercatori: una scimmia era un diamante di cinquanta carati e più, mentre un pony era l'impossibile sogno di ogni cercatore, una pietra di cento carati. « Black Thomas ha trovato una scimmia. » La risposta corse di bocca in bocca e attraversò la piazzale tutto l'accampamento, e presto la folla gremì perfino l'esterno della traballante taverna, così che i traboccanti boccali di birra dovettero essere passati di mano in mano al di sopra delle teste fino agli uomini che si trovavano ai margini della calca. Il fortunato Black Thomas era nascosto alla vista di Zouga, immerso nella folla che gli si stringeva addosso, e tutti cercavano di avvicinarglisi, come se parte della fortuna di quell'uomo potesse comunicarsi toccandolo. I kopie-wallopers udirono tanta agitazione e in fretta ammainarono le bandiere e si precipitarono attraverso la piazza, raccogliendosi come avvoltoi intorno al leone che ha ucciso la sua preda. I primi arrivarono senza fiato ai limiti della calca e presero a saltellare su e giù per lanciare un'occhiata al fortunato Thomas. « Di' a Black Thomas che Werner Cuor di Leone gli fa un'offerta aperta. Passa la voce. » « Ehi, Blackie, Cul di Leone fa un'offerta aperta. » Era questa un'offerta decisa e il cercatore era libero di rivolgersi ad altri compratori; se non riceveva proposte più alte per il suo diamante aveva diritto a ritornare al primo offerente e concludere sulla base della cifra stabilita. Black Thomas fu sollevato di nuovo sulle spalle dei suoi compagni perché vedesse al di sopra delle loro teste. Era un gallese piccoletto e scuro come uno zingaro e aveva i baffi bianchi di spuma di birra. Con la sua dolce cadenza gallese urlò in risposta: « Stammi a sentire, ladro d'un Cul di Leone, preferirei... » ciò che avrebbe preferito fare col proprio diamante fece spalancare gli occhi persino a quei rozzi uomini che lo circondavano e che subito scoppiarono in una gran risata sgangherata « ... Piuttosto che fartici mettere sopra quelle tue zampe da ladro. » In quelle parole echeggiava il ricordo di un centinaio di umiliazioni e di cattivi affari a cui era stato fino allora costretto.
Ora Black Thomas con la sua scimmia era il re degli scavatori, e benché il suo regno sarebbe stato breve era tuttavia deciso a godersi tutte le delizie che esso prometteva. Zouga non posò mai lo sguardo su quella pietra né rivide più Black Thomas, perché prima di mezzogiorno dell'indomani il piccolo gallese aveva venduto il diamante e anche le sue briefies e aveva preso la lunga strada per il sud, con la quale iniziava il suo viaggio di ritorno a casa, verso una terra più bella e più verde. Nella calca di tutti quei corpi caldi e sudati che riempivano la taverna, Zouga attese cercando di scegliere con cura uno di quegli uomini; intanto, man mano che i boccali venivano mandati giù, le voci aumentavano di tono e il linguaggio diventava più osceno. Alla fine scelse uno che con il suo comportamento e i suoi discorsi sembrava un gentiluomo e non aveva affatto l'aria d'essere del posto. Stava bevendo whisky e quando Zouga vide che il suo bicchiere era ormai vuoto si avvicinò e ordinò che glielo riempissero. « Molto gentile da parte sua, vecchio mio », lo ringraziò l'uomo. Non aveva ancora trent'anni e d'aspetto era assai attraente, con un bell'incarnato inglese e fedine che sembravano di seta. « Mi chiamo Pickering, Neville Pickering », disse. « Ballantyne, Zouga Ballantyne. » Zouga strinse la mano che gli veniva offerta e l'espressione dell'uomo cambiò. « Santo cielo, lei è il cacciatore d'elefanti. » Pickering alzò la voce. « Sentite, amici, questo è Zouga Ballantyne. Sapete, quello che ha scritto Odissea del cacciatore. » Zouga dubitava che metà di quegli uomini sapesse leggere, ma il fatto che avesse scritto un libro lo rendeva oggetto di ammirazione. Scoprì così che il centro dell'interesse generale non era più Black Thomas ma lui stesso. Solo quando fu buio poté ritornare al carro. Aveva sempre avuto una buona resistenza all'alcol e c'era una gran bella luna, cosicché poté destreggiarsi tra gli escrementi di cui era disseminato il sentiero. Aveva speso alcune sovrane nella taverna, ma in compenso aveva appreso parecchio sugli scavi. Aveva appreso delle speranze e dei timori dei cercatori. Ormai conosceva il prezzo corrente delle briefies, sapeva quali criteri c'erano dietro i prezzi dei diamanti, conosceva la composizione geologica del giacimento e cento altri fatti riguardanti questo. Aveva anche fatto un'amicizia che avrebbe cambiato la sua vita. Mentre Aletta e i ragazzi già dormivano sotto la tenda del carro, Jan Cheroot, il piccolo ottentotto, stava aspettandolo accoccolato davanti al fuoco di bivacco, piccola figura che nell'argentea luce della luna sembrava uno gnomo. « L'acqua non è gratuita », disse a Zouga in tono cupo. « Il fiume è a un intero giorno di marcia da qui e quel ladro di boero che possiede i pozzi vende l'acqua allo stesso prezzo a cui in questo buco d'inferno vendono il brandy. » Era un fatto
certo che nel giro di dieci minuti dall'arrivo in una nuova città Jan Cheroot già conoscesse il prezzo corrente dei liquori. Zouga s'arrampicò sul carro badando a non scuoterlo per non svegliare i ragazzi; Aletta se ne stava sdraiata rigida nella stretta branda. Lui le si distese accanto e per molti minuti nessuno dei due disse niente. Alla fine lei bisbigliò: « Sei deciso a restare in questo... » esitò, poi aggiunse con una certa veemenza: « ... In questo posto orrendo? » Zouga non rispose e nel giaciglio dietro la tenda tesa a metà del carro Jordan mandò un lamento e poi tacque. Zouga attese che si fosse calmato, quindi disse: « Oggi un gallese, un certo Black Thomas, ha trovato un diamante. Dicono che gli siano state offerte dodicimila sterline da uno dei compratori ». « Mentre tu eri via, una donna è venuta a vendermi un pò di latte di capra. » Sembrava che Aletta non lo avesse sentito. « Ha detto che nel campo c'è un'epidemia. Una donna e due bambini sono già morti e molti altri sono malati. » « Per mille sterline si può comprare una buona concessione sul kopie. » « Temo per i ragazzi, Zouga », bisbigliò Aletta. « Torniamo indietro. Potremmo smetterla con questa vita da zingari. Papà ha sempre desiderato che tu entrassi negli affari... » Il padre di Aletta era un ricco mercante del Capo, ma nel buio Zouga ebbe un fremito al pensiero di una scrivania nello squallido ufficio contabile della Cartwright and Company. « E' ora che i ragazzi vadano a una buona scuola, altrimenti verranno su come selvaggi. Ti prego, Zouga, torniamo indietro. » « Una settimana », disse lui. « Dammi una settimana di tempo... Siamo arrivati fin qui. » « Non credo di farcela a sopportare mosche e sporcizia per un'altra settimana. » Aletta mandò un sospiro e gli girò le spalle, badando bene a non sfiorarlo nello stretto giaciglio. A Città del Capo, il medico di famiglia che aveva visto nascere Aletta e l'aveva assistita durante il parto di entrambi i ragazzi e nei suoi numerosi aborti, li aveva avvertiti in tono minaccioso: « Un'altra gravidanza potrebbe essere la tua ultima, Aletta. Non rispondo di quello che può succedere ». Da allora, per tre anni, nelle rare occasioni in cui erano riusciti a dividere lo stesso letto, lei gli aveva sempre voltato le spalle. Prima dell'alba, mentre Aletta e i ragazzi dormivano ancora, Zouga sgusciò giù dal carro. Nel buio che precede la luce smosse le ceneri e, accoccolato su di esse, bevve un caffè; poi, ai primi rosei bagliori dell'alba, si unì alla colonna di carretti e uomini frettolosi che muovevano al quotidiano assalto della collina. Man mano che la luce e il calore aumentavano, tra turbini di polvere, si mosse da una concessione all'altra, osservando
e studiando. Si era preparato da tempo, ormai era un geologo dilettante. Aveva letto ogni libro che era riuscito a trovare sull'argomento, spesso alla luce di candela nelle solitarie notti sul veld, e nei suoi non frequenti ritorni in patria aveva trascorso giorni e settimane nel Museo di Storia Naturale a Londra, soprattutto nella Sezione Geologica. Aveva addestrato l'occhio alle formazioni rocciose e alla struttura, al peso e al colore d'ogni campione di roccia. In quasi tutte le concessioni, ai suoi approcci scrollavano le spalle o gliele voltavano, ma un paio di cercatori si ricordarono di lui, il « cacciatore d'elefanti », l'« amico scrittore », e approfittarono della sua visita per appoggiarsi un pò alle vanghe e chiacchierare per qualche minuto. « Io ho due briefies », disse un cercatore che si presentò come Jock Danby, « ma io le chiamo Le Diaboliche. Con queste due mani », sollevò due enormi palmi coperti di calli, con unghie cortissime e nere, « con queste mie mani ho smosso quindici tonnellate di roba e la pietra più grossa che ho trovato era un due carati. Quella », indicò la concessione accanto, « era la concessione di Black Thomas. Ieri lui ha trovato una scimmia, una maledetta, grossa scimmia fetente, a neppure mezzo metro dal mio picchetto. Cristo! Ce n'è abbastanza da spezzarti il cuore. » « Le offro una birra. » Zouga indicò col capo la taverna più vicina e l'uomo si leccò le labbra, ma poi scosse il capo con rammarico. « Il mio ragazzo ha fame, gli si vedono le costole, poverino, ed entro domani a mezzogiorno ho dei pagamenti da fare. » Indicò la dozzina di neri mezzo nudi che con piccone e secchio lavoravano insieme con lui sul fondo di uno scavo di precisa forma quadrata. « Questi bastardi mi costano una fortuna al giorno. » Si sputò sui palmi callosi e sollevò la vanga, ma Zouga aggiunse, sommesso: « Dicono che il filone si contrarrà al livello della pianura ». A quel punto il kopje era ridotto ad appena una sessantina di metri di altezza sopra la circostante pianura. « Cosa ne pensa? » « Mister, porta male anche solo parlare di cose del genere. » Jock fermò la vanga a mezz'aria e guardò accigliato Zouga, che stava più in alto di lui; c'era timore in quel suo sguardo. « Ha mai pensato di vendere? » gli chiese Zouga, e immediatamente il timore scomparve dall'espressione di Jock per essere sostituito da uno sguardo circospetto. « Perché, mister? Pensa di comprare? » Jock si drizzò nella persona. « Voglio dirle una cosa. Non ci pensi neppure, a meno che non abbia pronte seimila sterline. » Guardò pieno di speranza Zouga, che restituì lo sguardo, impassibile. « Grazie per l'attenzione, signore, e per il suo bene spero che la ghiaia duri. » Zouga si toccò la larga falda del cappello e s'allontanò. Jock
Danby rimase a guardarlo, poi sputò nella terra gialla ai propri piedi e subito dopo la colpì con la vanga come se fosse un nemico mortale. Mentre si allontanava, Zouga avvertì uno strano senso di esaltazione. C'era stato un tempo in cui la sua vita s'era fondata sulle carte e sui dadi e ora si sentiva dentro l'istinto del giocatore. Sapeva che la ghiaia non si sarebbe esaurita. Sapeva che affondava, ricca e pura, nelle profondità della terra. Lo sapeva con certezza incrollabile e, con altrettanta certezza, sapeva anche un'altra cosa. « La strada per il nord comincia da qui. » Lo disse ad alta voce, e si sentì fremere il sangue nelle vene. « E' da qui che comincia. » Avvertì il bisogno di compiere un atto di fede, di affermazione completa, e sapeva anche qual era questo atto. Lì tra gli scavi il prezzo del bestiame era alle stelle e abbeverare i suoi buoi gli costava una ghinea al giorno. Sapeva come chiudersi la porta alle spalle. A metà pomeriggio aveva già venduto i buoi: cento sterline l'una le bestie e cinquecento il carro. Ormai era impegnato a fondo: nel depositare le monete d'oro sul rozzo banco di legno della baracca di lamiera che ospitava l'agenzia della Standard Bank avvertì in tutto il corpo fremiti di eccitazione. Il ponte alle spalle era bruciato. Stava puntando tutto su quella ghiaia gialla e sulla strada per il nord. « Zouga, avevi promesso », disse Aletta in un bisbiglio quando il compratore si presentò al campo per prendersi i buoi. « Avevi promesso che entro una settimana... » Quindi, nel vedere la faccia di lui, tacque. Conosceva quell'espressione. Tirò a sé i due ragazzi e se li tenne stretti. Jan Cheroot si avvicinò a ciascun bue e gli bisbigliò a turno nell'orecchio, teneramente, come un amante, e quando il tiro venne condotto via si girò verso Zouga con uno sguardo carico di rimprovero. Nessuno dei due disse nulla e, alla fine, l'ottentotto abbassò lo sguardo e s'allontanò, piccolo gnomo scalzo e dalle gambe arcuate. Zouga pensò di averlo perso e fu invaso da un'ondata di tristezza perché per dodici anni quel piccolo uomo era stato un amico, un maestro e un compagno. Era stato lui, Jan Cheroot, a trovargli le tracce del suo primo elefante, e gli era stato al fianco quando lo aveva abbattuto. Insieme avevano percorso in lungo e in largo un intero, selvaggio continente. Avevano bevuto dalla stessa bottiglia e mangiato nella stessa pentola in un migliaio di bivacchi. E tuttavia ora non se la sentiva di richiamarlo; sapeva che l'ottentotto doveva prendere da solo la propria decisione. Ma non era il caso di preoccuparsi. Quando fu l'ora del dop, la sera, Jan Cheroot era lì, pronto con la sua sbeccata tazza di smalto. Zouga sorrise e, ignorando la linea che misurava la sua razione quotidiana di brandy, gliela riempì fino all'orlo.
« E' stato necessario, mio vecchio amico », disse, e Jan Cheroot annuì con aria grave. « Erano delle buone bestie. Ma dalla mia vita ho visto uscire molte ottime bestie, a quattro e due gambe. » Assaggiò il forte brandy. « Dopo un pò e dopo qualche goccio, non importa più tanto. » Aletta non parlò più finché i ragazzi non furono addormentati sotto la tenda. « La vendita dei buoi e del carro è stata la tua risposta », disse. « Costava una ghinea al giorno abbeverarli e per chilometri tutt'intorno non c'è più pascolo. » « Ci sono state altre tre morti nel campo. Ho contato trenta carri che andavano via. «E' un campo appestato. » « Sì. » Zouga annuì. « Alcuni dei cercatori stanno diventando nervosi. Una concessione che m'era stata offerta per mille e cento sterline ieri, oggi è stata venduta per novecento. » « Zouga, non è giusto nei confronti miei e dei ragazzi », cominciò a dire Aletta, ma lui la interruppe. « Posso trovare un passaggio per te e i ragazzi sul carro di un mercante. Ha venduto tutta la sua merce e parte nei prossimi giorni. Ti riporterà a Città del Capo. » Si spogliarono al buio e in silenzio, e quando Aletta lo seguì nel duro e stretto giaciglio il silenzio continuò ancora, finché lui pensò che si fosse addormentata. Poi sentì la sua mano, liscia e morbida, sfiorargli la guancia. « Mi dispiace, mio caro. » La sua voce era lieve come il tocco della mano e il suo fiato gli agitò la barba. « Ero così stanca e depressa. » Lui le prese la mano e si portò la punta delle dita alle labbra. « Sono stata una cattiva moglie per te, sempre debole e malata, quando tu avevi bisogno di qualcuno davvero forte. » Timidamente gli sfiorò il corpo col proprio. « E ora che dovrei esserti di conforto non faccio che piagnucolare. » « No », disse lui. « Non è vero. » Nel passato, tuttavia, aveva provato del risentimento verso di lei, proprio per quelle ragioni. S'era sentito come uno che provi a correre con una palla al piede. « E tuttavia ti amo, Zouga. Ti ho amato dal primo giorno che ti ho visto e non ho mai cessato di amarti. » « Anch'io ti amo, Aletta », le bisbigliò lui, ma le parole gli erano corse automaticamente alle labbra; per riparare a quella mancanza di spontaneità, le passò un braccio intorno alle spalle, l'attirò a sé e le spinse la guancia contro il proprio petto. « Mi odio per essere così debole e cagionevole di salute », disse lei, e aggiunse, esitando: « Per non saper essere più una buona moglie ». « Sst! Aletta, non turbarti. » « D'ora in poi sarò forte. Vedrai. » « Dentro di te sei sempre stata forte. » « No, ma lo sarò d'ora in poi. Troveremo insieme molti diamanti e dopo ce ne andremo al nord. » Lui non rispose e Aletta
disse ancora: « Zouga, voglio fare l'amore con te... Adesso ». « Aletta, lo sai che è pericoloso. » « Ora », ripeté lei. « Ora, ti prego. » Gli allontanò la mano dal viso e gliela piazzò sotto il bordo della camicia da notte, sulla pelle calda e levigata della coscia. Non lo aveva mai fatto prima e lui provò insieme stupore ed eccitazione, ma subito dopo fu preso da tenerezza e compassione per lei come non gli capitava ormai da molti anni. Quando il respiro le fu tornato regolare, gentilmente lei gli allontanò le mani e sgusciò fuori del giaciglio. Appoggiato su un gomito, lui la osservò mentre accendeva una candela e s'inginocchiava davanti al baule legato alla branda con una corda. S'era intrecciata i capelli e li aveva legati con un nastro, e il suo corpo era esile come quello di una fanciulla. La luce della candela l'abbelliva, facendo scomparire i segni della malattia e della preoccupazione. Ricordò quanto era stata bella. Aletta sollevò il coperchio del baule, prese qualcosa dall'interno e la portò da lui. Era un cofanetto con una serratura d'ottone riccamente ornata. La chiave era nella serratura. « Aprilo », disse. Alla luce della candela lui vide che il cofanetto conteneva due spessi rotoli di banconote da cinque sterline, ciascuno legato con un pezzo di nastro, e una borsa a cordone di velluto verde scuro. Sollevò la borsa. Era piena di pesanti monete d'oro. « Le tenevo da parte », bisbigliò lei, « per il giorno in cui ne avessimo avuto veramente bisogno. Sono quasi mille sterline. » « Dove le hai prese? » « Mio padre, il giorno del nostro matrimonio. Prendile, Zouga. Compra quella concessione. Questa volta ci andrà bene. Andrà tutto bene. » La mattina dopo il compratore venne a ritirare il carro. Attese impaziente che la famiglia trasferisse sotto la tenda conica i suoi pochi averi. Una volta rimossi i giacigli dalla tenda che ricopriva metà del carro, Zouga poté sollevare il pianale sullo stretto scomparto posto sopra il carrello posteriore. Lì, dentro, per tenere basso il centro di gravità del veicolo, venivano riposti gli oggetti più pesanti: la catena da tiro di riserva, il piombo per fare le pallottole, una piccola incudine e, infine, l'idolo a forma di uccello che Zouga e Jan Cheroot sollevarono con grande sforzo e deposero a terra accanto al carro. Insieme, poi, lo trasportarono fino alla tenda conica e lo sistemarono, dritto, contro il telo in fondo alla tenda. « Ho trasportato quest'affare maledetto dal Matabeleland fino a Città del Capo, e da lì fin qui », si lamentò Jan Cheroot, disgustato, ritraendosi dall'uccello scolpito sulla sua base di pietra. Zouga sorrise, indulgente. L'ottentotto aveva odiato quel-
l'antico idolo sin dal primissimo giorno in cui, insieme, lo avevano scoperto tra le rovine di un'antica città murata, una città nella quale erano capitati mentre andavano a caccia di elefanti in quella selvaggia regione sperduta del nord. « E' il mio portafortuna », disse Zouga, sorridendo. « Quale fortuna? » chiese, amaro, Jan Cheroot. « E' fortuna dover vendere i buoi? E' fortuna vivere in una tenda piena di mosche in mezzo a una tribù di bianchi selvaggi? » Continuando a brontolare, Jan Cheroot uscì a grandi passi dalla tenda e, una volta fuori, afferrò la cavezza dei due cavalli rimasti per portarli ad abbeverarsi. Zouga sostò un attimo davanti alla statua. Si levava alta sulla sua colonna di lucida steatite verde e gli arrivava fino alla testa. Aveva la forma stilizzata di un uccello nell'atto di prendere il volo, un falco, e la curva accentuata di quel becco affascinava Zouga; con un gesto abituale carezzò la pietra levigata e, inscrutabili, gli occhi inespressivi restituirono il suo sguardo. Stava per aprire le labbra e bisbigliare qualcosa all'uccello quando, in quel momento, Aletta s'affacciò all'apertura triangolare della tenda e lo sorprese in quell'atteggiamento. Lesto, quasi con un senso di colpa, lasciò cadere la mano e si girò verso di lei. Aletta odiava quella statua di pietra ancor più di Jan Cheroot, e a quella vista rimase immobile. Aveva le braccia piene di una pila di biancheria e vestiti accuratamente piegati e, negli occhi, uno sguardo preoccupato. « Zouga, dobbiamo tenerlo proprio qui quell'affare? » « Non prende spazio », rispose lui. Le si avvicinò, le tolse di mano la pila di roba e la poggiò sulla branda a rotelle, dopodiché si girò per abbracciarla. « Non dimenticherò mai quello che hai fatto questa notte », le disse e sentì la rigidità scomparire dal corpo di lei. La moglie gli si appoggiò contro e sollevò il viso verso il suo. Una volta ancora lui provò una stretta al petto ed ebbe compassione quando vide le pieghe agli angoli degli occhi e della bocca di lei; era stanca, malata e preoccupata. Chinò il capo per baciarle le labbra avvertendo al tempo stesso imbarazzo per una tale insolita manifestazione d'affetto; ma in quel momento i due ragazzi entrarono di corsa nella tenda, ridendo e gridando eccitati, tirandosi dietro un cucciolo legato a una corda. Aletta si staccò in fretta dall'abbraccio del marito e, arrossendo per l'imbarazzo, si sistemò il grembiule. Sgridò affettuosamente i figli. « Portatelo fuori! E' pieno di pulci. » « Per piacere, mamma! » « Fuori, ho detto! » Guardò il marito allontanarsi in direzione delle sparse baracche dell'insediamento: avanzava sul sentiero polveroso, con le spalle ben squadrate e la vecchia baldanza nel passo, e a un certo punto si girò verso il cono di tela sporca che si stagliava sull'arida pianura sotto il crudele e azzurro cielo d'Africa e man-
dò un sospiro. Lei fu assalita di nuovo, a ondate, dalla stanchezza. Quando era ragazza c'erano i servi che s'occupavano delle umili incombenze della cucina e delle pulizie. Lei invece ancora non s'era abituata alle fumose fiamme agitate del fuoco da campo e intorno a lei, su tutto, s'era già depositato un lieve strato di polvere rossa, persino sulla superficie del latte di capra. nella brocca di terracotta. Con un enorme sforzo di volontà raccolse le proprie energie e, chinandosi, entrò decisa nella tenda. Ralph aveva seguito Jan Cheroot fino ai pozzi per dargli una mano con i cavalli. Sapeva che non sarebbero tornati fino all'ora del pasto. Strana coppia formavano quei due, il vecchietto avvizzito e il bel ragazzo sventato già più alto e più robusto del suo inseparabile protettore e tutore. Jordan era rimasto con lei. Non aveva ancora dieci anni, ma senza la sua compagnia lei dubitava che sarebbe riuscita a sopportare il terribile viaggio di tanti massacranti chilometri, i soffocanti giorni polverosi e le notti di freddo pungente. Il ragazzo già era in grado di preparare i semplici piatti del mangiare da campo e, a ogni pasto, la famiglia gustava con piacere il suo pane senza lievito e le sue focaccine alla griglia. Lei gli aveva insegnato a leggere e a scrivere e gli aveva trasmesso il proprio amore per la poesia e le cose belle e delicate. Sapeva già rammendare una camicia lacerata e maneggiare il pesante ferro pieno di carboni per stirarla. La sua vocetta acuta e la sua angelica bellezza erano per lei fonte di costante e intensa gioia. Gli aveva fatto crescere molto lunghi i riccioli dorati, resistendo al marito che voleva tagliarglieli corti come aveva fatto con Ralph. Le stava accanto ora, Jordan, aiutandola a piazzare un telo a metà tenda per separare la zona letto dall'altra di soggiorno; all'improvviso lei avvertì l'impulso di chinarsi a carezzargli quei bei riccioli morbidi. A quel contatto il ragazzo le rivolse un dolce sorriso mentre, di colpo, lei avvertiva un capogiro. In piedi sulla traballante branda Aletta vacillò e cercò di tenersi in equilibrio, e mentre cadeva Jordan tentò di trattenerla. Non aveva forza, e il peso di lei li trascinò entrambi a terra. Jordan la guardò con occhi spalancati e pieni di raccapriccio, poi, un pò carponi, un pò traballando, l'aiutò a sollevarsi fino alla branda e a crollarvi sopra. Lei fu travolta da ondate di nausea e capogiro. Quando l'impiegato aprì la porta che dava sulla Market Square, Zouga fu il primo cliente a entrare nell'ufficio della Standard Bank. Una volta che ebbe depositato il contenuto del cofanetto di Aletta e l'impiegato l'ebbe chiuso nella grande cassaforte verde in fondo al locale, Zouga aveva un conto di quasi duemilacinquecento sterline. Tale consapevolezza lo rese deciso. Si sentiva ricco e impor-
tante mentre avanzava sulla rampa che dava sulla strada soprelevata centrale. Le strade di accesso agli scavi erano larghe più di due metri. Dopo la lezione ricevuta a Bultfontein e a Dutoitspan, il commissario alle miniere aveva preteso che quelle strade di accesso venissero lasciate aperte per servire le concessioni al centro della gran fossa che s'andava allargando. Gli scavi si presentavano come un mosaico di piattaforme quadrate, ognuna di dieci metri esatti di lato. Alcuni dei cercatori, con più capitale e miglior organizzazione, scavavano più velocemente degli altri, così che quelli che lavoravano più lentamente erano isolati su picchi di terra gialla, alti sopra le concessioni vicine, mentre nel frattempo i cercatori più svelti avevano scavato profondi pozzi quadrati sul cui fondo lavoravano, nudi, gli operai neri. Muoversi da una concessione all'altra già rappresentava ormai un vero e proprio complicato viaggio, a volte senz'altro pericoloso: bisognava avanzare su vacillanti passerelle tese sopra il profondo pozzo di una concessione, o arrampicarsi su per oscillanti scale di corda o calarsi giù per una scala di legno, cioè due lunghi pali messi insieme con pioli che cigolavano e spesso cedevano sotto il peso di un uomo. Fermo sulla strada che si sgretolava, con i profondi pozzi ai suoi piedi, Zouga si chiese quale sarebbe stato il risultato se il filone continuava sino a grande profondità: avventurarsi in quel pozzo disuguale già richiedeva un bello stomaco e un forte senso dell'equilibrio. Stupì, riflettendo, di fronte a quella prova della decisa determinazione dell'uomo ad accumulare ricchezze contro ogni circostanza avversa e di fronte a ogni pericolo. Stette a guardare mentre dal fondo di uno degli scavi, oscillando alla fine di una lunga corda, un secchio di cuoio, colmo di compatta ghiaia gialla, veniva issato da due neri sudati e chini sull'argano, con i muscoli che si contraevano e distendevano all'accecante luce del sole. Il secchio raggiunse il bordo della strada e i due l'afferrarono, lo portarono al carretto in attesa con la sua paziente coppia di muli e lo vuotarono nel cassone mezzo pieno. Poi uno di loro lo calò, vuoto, agli uomini che stavano una quindicina di metri sotto. Questa operazione veniva ripetuta contemporaneamente in un altro centinaio di punti lungo le quattordici soprelevate; carichi e oscillanti, i secchi venivano issati, vuotati e calati di nuovo. Ogni tanto, rompendo quel ritmo monotono, la cucitura di uno di quei secchi di cuoio cedeva e gli uomini di sotto venivano investiti da una pioggia di ghiaia e pezzi di roccia; oppure una corda consumata si rompeva di schianto e, avvertiti con grida acute, gli uomini in fondo al pozzo si scansavano precipitosamente per non essere colpiti dal secchio che crollava giù. Un'eccitazione impaziente e ronzante sembrava invadere l'intera zona degli scavi: gli ordini pressanti urlati tra pozzo e strada in alto, il cigolio delle carrucole, gli stridenti tonfi dei picconi, l'agitar di pale e il coro ritmico di una squadra di basuto
intenti a cantare mentre lavoravano, piccoli e muscolosi montanari della Dragon Range. Urlanti e invadenti, i cercatori bianchi sciamavano su e giù per le oscillanti scale o sorvegliavano le loro squadre in fondo ai pozzi, con gli occhi aperti per prevenire ogni « pizzico »: la possibilità che un diamante di valore venisse portato alla luce e rapidamente nascosto da uno degli operai neri nel palmo della mano per poi cacciarselo in bocca o in qualche altro orifizio del corpo alla prima occasione. La vendita e l'acquisto illegali dei diamanti erano già una persecuzione per i cercatori. Ai loro occhi ogni nero era sospetto. Solo uomini con meno di un quarto di sangue nero avevano diritto ad acquistare e lavorare una concessione. Questa legge rendeva più facile l'attribuzione delle colpe, perché una faccia nera con un diamante in suo possesso era colpevole al di là di ogni dubbio. Tuttavia questa legge non riusciva a impedire che dei loschi individui, bianchi, s'aggirassero intorno agli scavi, spacciandosi per venditori ambulanti, attori o proprietari di infime taverne, ma in realtà tutti CID, Compratori Illegali di Diamanti. I cercatori li odiavano con una ferocia che certe notti esplodeva in tumulti, assalti e incendi, nei quali degli innocenti mercanti, insieme col colpevole, perdevano tra le fiamme tutti i loro averi, mentre la folla di cercatori danzava intorno alle baracche in fiamme urlando: « CID! CID! » Zouga avanzava cauto lungo il bordo della strada spinto a volte troppo in punta dal passaggio di un carretto carico di terra diamantifera. Giunse infine al punto soprastante le concessioni di Jock Danby dal quale il giorno prima aveva parlato col giovane cercatore. Le due concessioni erano deserte, la fune arrotolata e il secchio di cuoio erano abbandonati, laggiù sotto il livello della strada un piccone era rimasto con la punta infilata nel terreno. Un cercatore alto e barbuto stava lavorando nella concessione vicina: quando Zouga lo salutò, si girò a guardarlo accigliato. « Cosa vuole? » « Sto cercando Jock Danby. » « Be', sta cercando nel posto sbagliato. » L'uomo si voltò e con un calcio prese di mira l'operaio più vicino. « Sebenza, brutta scimmia nera! » « Dove posso trovarlo? » « Dall'altra parte di Market Square, dietro il Lord Nelson », rispose l'uomo, senza neppure girare il capo. Lo spiazzo era coperto di rifiuti quanto il resto dell'accampamento ed era affollato dai carri dei mercanti e dai carretti dei contadini, che venivano a vendere il latte o i prodotti della terra, e dei venditori d'acqua, che smerciavano il prezioso liquido a secchi. Il Lord Nelson era una struttura di legno sovrastata da un telo macchiato e coperto di polvere rossa. Tre dei bevitori della notte precedente giacevano come cadaveri imbalsamati nello
stretto vicolo di fianco alla taverna, mentre l'unica sala di questa era già piena dei primi clienti della mattinata. Un cane paria si avvicinò ad annusare il fiato a uno degli ubriachi privi di coscienza e si ritrasse di colpo, quindi si allontanò per andare a rovistare nel bidone aperto e pieno di rifiuti dietro la baracca. Zouga scavalcò i corpi distesi a terra e avanzò nel vicolo sporco e rumoroso. Dovette chiedere una mezza dozzina di volte prima di trovare il capanno di Jock Danby. Così ossessionati erano i cercatori di diamanti nella loro ricerca del nascosto brillio della ricchezza, e così provvisoria era la popolazione lì agli scavi, che ognuno sembrava conoscere solo i nomi dei suoi immediati vicini. Era una comunità di estranei in cui ciascuno badava a se stesso, completamente disinteressato nei confronti degli altri esseri umani che lo circondavano se non quel tanto in cui potevano aiutarlo o contrastarlo nella sua ricerca delle pietre brillanti. Il capanno di Jock Danby si distingueva a malapena dai mille altri. Due stanze costruite con mattoni di argilla e coperte di paglia e tela lacerata. Di lato c'era una tettoia con sotto un fumoso fuoco sul quale, sopra un treppiedi, c'era una pentola affumicata. Sull'ingombro e polveroso spiazzo davanti al capanno c'era l'inevitabile tavolo per la scelta dei diamanti, un tavolo basso con dei robusti piedi di legno e un piano coperto da una lamina di metallo, resa lucida e brillante dalla ghiaia diamantifera strofinata sulla sua superficie. I raschini di legno giacevano abbandonati sul piano del tavolo, al cui centro, come una brillante piramide, si levava un mucchietto, di ghiaia setacciata e lavata. Davanti alla porta del capanno c'era un carretto a due ruote con due sonnolenti asini ancora legati alle stanghe. Agitavano le orecchie alla nera nube di mosche ronzanti. Sul carretto c'erano mucchi di terra gialla, ma lo spiazzo era deserto. In gran contrasto, ai due lati della porta d'ingresso c'erano alcuni stenti gerani scarlatti piantati in latte da un gallone. C'erano anche, all'unica finestra del capanno, delle graziose tendine di pizzo lavate molto di recente perché ancora non erano diventate rosso-ocra né erano macchiate dagli escrementi delle mosche sciamanti. Inconfondibile, dunque, c'era una mano femminile e, a conferma, dalla porta aperta giungeva il pianto debole ma straziante di una donna. Mentre, sconcertato da quel pianto, Zouga esitava lì davanti, un uomo grande e grosso riempì il vano della porta e, sbattendo le palpebre alla luce del sole, si riparò gli occhi con una mano nodosa nella quale lo sporco era penetrato fin sotto la pelle. « Chi è lei? » chiese Jock Danby con inutile sgarbo. « Le ho parlato ieri », spiegò Zouga. « Su, allo scavo. » « Cosa vuole? » chiese ancora Danby, non mostrando alcun segno di riconoscerlo, con i tratti contorti in un'espressione di truculenza e qualcos'altro ancora, un'emozione che Zouga non
riconobbe immediatamente. « Aveva parlato di vendere le sue briefles », gli ricordò Zouga. La faccia di Jock Danby parve gonfiarsi e diventare d'un brutto rosso scuro e anche le vene del collo gli si gonfiarono allorché reclinò il capo sulle spalle vigorose. « Brutto, sporco avvoltoio », esclamò con voce strozzata, e uscì nel sole con l'irresistibile possanza di un bufalo che carica. Era più alto di Zouga di tutta una testa, dieci anni più giovane e trenta chili più pesante. Colto di sorpresa, Zouga tardò un centesimo di secondo a chinarsi e scansarsi dalla carica di quell'uomo. Come una palla di cannone, un pugno lo colpì alla spalla, un colpo menato alla cieca ma con la forza sufficiente per mandare Zouga a sbattere contro il tavolo di scelta. La ghiaia diamantifera si sparse dappertutto nella polvere dello spiazzo. Jock Danby caricò di nuovo, il viso gonfio, gli occhi di fuori, le grosse dita adunche; afferrò alla gola Zouga, che si piegò in due, ritrasse le gambe e, teso, come una vipera nell'atto di ghermire, colpì con i tacchi degli stivali il torace dell'uomo. Jock Danby sfiatò e si bloccò a metà carica come se fosse stato colpito in petto da una doppia carica di pallettoni. Testa e braccia gli scattarono in avanti e, fiacco come un fantoccio di paglia, volò all'indietro, andando a sbattere contro il muro di mattoni d'argilla del capanno. Zouga balzò via dal tavolo. Aveva il braccio sinistro intorpidito fino alla punta delle dita dal colpo inatteso, ma si sentiva leggero sulle gambe come un ballerino e armato e rafforzato dall'improvvisa ondata di fredda rabbia che lo invase. Accorciò la distanza da Jock Danby con due rapidi passi e lo colpì con un destro alto sul lato della testa, al disopra dell'orecchio. La violenza del pugno gli fece sbattere i denti ma mandò l'altro strisciante contro il muro, ginocchioni nella polvere rossa. Jock Danby era stordito e aveva gli occhi vitrei, ma Zouga lo sollevò di scatto e lo sbatté contro la fiancata del carretto, sistemandoselo per un altro pugno. Era spinto dalla rabbia a vendicarsi di quell'attacco insensato e non provocato e, tenendo fermo l'altro con la sinistra, trasse indietro il pugno destro pronto a colpire con tutta la forza. Ma si bloccò. Non fece scattare il pugno, guardò invece l'altro, incredulo. Jock Danby stava piagnucolando come un bambino, con le spalle che gli si scuotevano e le lacrime che gli scorrevano giù per le guance abbronzate nella barba piena di polvere. Era in un certo senso sbalorditivo e imbarazzante vedere un uomo come quello piangere, e la rabbia di Zouga sbollì rapidamente. Abbassò il pugno e lo aprì lungo il fianco. « Cristo... » esclamò Jock Danby con voce strozzata. « Che razza d'uomo è lei, da cercare di trarre profitto dal dolore di un altro? » Zouga lo guardò stupito, incapace di rispondere all'accusa. « Deve aver sentito l'odore, come una iena o un avvoltoio
fetente. » « Sono venuto a farle un'offerta onesta... Tutto qui », rispose Zouga, irrigidito. Si tolse il fazzoletto di tasca e lo porse a Jock Danby. « Si pulisca il viso », ordinò brusco. Jock si asciugò le lacrime e poi guardò il fazzoletto macchiato. « Allora non sapeva? » chiese in un bisbiglio. « Non sapeva del ragazzo? » Sollevò lo sguardo e fissò dritto in faccia Zouga, poi, leggendovi la risposta, restituì il fazzoletto e scosse ripetutamente il capo come uno spaniel che si scuota l'acqua dalle orecchie, cercando di ritornare in sé. « Mi dispiace », borbottò. « Pensavo che avesse saputo del ragazzo... E fosse venuto, a comprarmi tutto. » « Non capisco », disse Zouga. Jock Danby si diresse verso la porta del capanno. « Venga », disse e introdusse Zouga nella stanza sul davanti, rovente e mal ventilata. Le poltrone di velluto verde-scuro erano troppo ingombranti per le dimensioni della stanza e sul tavolo al centro erano esposti i tesori della famiglia: una Bibbia, delle vecchie fotografie sbiadite, delle posate di poco prezzo e un piatto di porcellana che commemorava le nozze della regina col principe Alberto. Sulla porta dell'altra stanza Zouga esitò, avvertendo una stretta allo stomaco. Una donna stava inginocchiata accanto al letto. Aveva uno scialle sulla testa e sulle spalle, e le mani giunte davanti al viso erano incallite e arrossate dall'incessante fatica al tavolo di scelta dei diamanti. Sollevò il capo e guardò Zouga fermo sulla soglia. Un tempo doveva essere stata graziosa, ma il sole le aveva seccato la pelle e il dolore le aveva gonfiato e arrossato gli occhi. I ciuffi di capelli che sporgevano da sotto lo scialle erano unti e prematuramente grigi. Abbassò di nuovo il capo, dopo aver lanciato quello sguardo, muovendo le labbra; stava pregando. Sul letto era disteso un ragazzo non più grande di Jordan. Aveva gli occhi chiusi e i tratti pallidi, esangui come cera, ma straordinariamente distesi. Indossava una camicia da notte pulita e aveva le mani giunte sul petto. Occorse un buon minuto a Zouga per rendersi conto che era morto. « L'epidemia », bisbigliò Jock, accanto a lui. Poi tacque, e rimase lì, immobile e massiccio come un bue in attesa del colpo del macellatore. Zouga andò in Market Square col carretto di Jock Danby e comprò una dozzina di rozze assi di legno pagando senza discutere il prezzo chiesto dal mercante. Nel polveroso spiazzo davanti al capanno dei Danby, poi, si mise in maniche di camicia a piallare le rozze assi, mentre Jock le segava e dava loro forma. Lavoravano in silenzio, s'udiva solo lo stridere della pialla e della sega. Prima di mezzogiorno la rozza bara fu pronta, e quando Jock sollevò il corpo del figlio per riporvelo Zouga avvertì la prima
zaffata della decomposizione che, nel caldo africano, sopravviene molto rapidamente. La moglie di Jock montò sul vecchio carretto accanto alla bara e Zouga e Jock si avviarono a piedi. L'epidemia infuriava sul campo. Sul luogo della sepoltura, un paio di chilometri oltre le ultime baracche sulla strada per il Transvaal, c'erano già altri due carretti, circondato ognuno da un gruppo di persone silenziose, due fosse già scavate e il becchino pronto a chiedere la sua ghinea. Sulla via del ritorno Zouga fermò il carretto davanti a una delle taverne di Market Square e con le ultime monete che gli restavano in tasca comprò tre bottiglie di brandy del Capo. Lui e Jock sedettero poi sulle poltrone di velluto verde con una bottiglia aperta e due bicchieri sul tavolo in mezzo a loro. Su questi era incisa in allegre lettere d'oro la scritta: ALLA REGINA, DIO LA BENEDICA Zouga riempì a metà i bicchieri e ne spinse uno verso Jock. Quell'uomo grande e grosso ne studiò il contenuto tenendolo nel grosso pugno tra le ginocchia, le spalle curvate e la testa china. « E' stato così improvviso », mormorò. « Ieri sera è corso incontro al carretto ed è tornato a casa sulle mie spalle. » Bevve un sorso dello scuro brandy ed ebbe un fremito. La sua voce era roca quando aggiunse: « Era così leggero. Era pelle e ossa ». Bevvero contemporaneamente. « M'è calato addosso il malocchio dal momento che ho piantato il primo picchetto di quelle maledette concessioni. » Jock scosse la gran testa dai capelli scompigliati. « Sarei dovuto restare a scavare al fiume, come diceva Alice. » Fuori dell'unica finestra con la tendina di pizzo il sole stava già calando, un tramonto rosso sporco tra le nubi di polvere; e mentre le ombre avanzavano nella stanza, Alice Danby entrò e poggiò sul tavolo in mezzo a loro una lanterna e, subito dopo, due ciotole di farinata alla boera che galleggiava in un unto stufato di montone. Dopodiché scomparve, sempre in silenzio, nell'altra stanza e di tanto in tanto durante la lunga notte Zouga udì giungere dal di là della parete sottile i suoi singhiozzi soffocati. All'alba Jock Danby s'allungò nella poltrona di velluto verde con la camicia aperta fino all'ombelico e lo stomaco villoso che ne sbucava fuori. La terza bottiglia era mezzo vuota. « Lei è un gentiluomo », farfugliò Jock. « Non intendo un damerino o un signorotto ma un maledetto galantuomo, ecco che cos'è lei. » Zouga se ne stava seduto dritto, attento e grave; a parte un lieve rossore degli occhi, non mostrava il minimo segno della lunga bevuta. « Non affibbierei Le Diaboliche a un galantuomo come lei. » Tranquillo, Zouga rispose: « Se va via, a qualcuno deve pur
vendere ». « Hanno sopra il malocchio quelle due concessioni », brontolò Jock. « Hanno già ucciso cinque uomini, hanno ridotto me sul lastrico e mi hanno dato il peggiore anno di tutta la mia vita. Ho visto i miei vicini tirar fuori grosse pietre, li ho visti diventare ricchi... Mentre io... » Con un ampio gesto da ubriaco abbracciò l'intero capanno. « Si guardi attorno. » La tela che chiudeva la porta di comunicazione fu tirata di lato e Alice Danby, senza scialle in testa, si avvicinò al marito. Dai suoi tratti sconvolti era evidente che neanche lei aveva dormito. « Vendile », disse. « Non posso restare qui un giorno di più. Vendile, vendi tutto... Andiamocene, Jock, andiamo via da questo posto orribile. Non potrei passare un'altra notte qui. » Il commissario alle miniere era un piccolo e arcigno magistrato nominato dal presidente Brand del Libero Stato Boero, che aveva avanzato le sue rivendicazioni sugli scavi. Brand non era stato il primo ad averlo fatto. Il vecchio Waterboer, il capo dei griqua-bastaard, aveva contravanzato le proprie rivendicazioni sulle aride pianure sulle quali la sua gente aveva vissuto per cinquant'anni e più. A Londra, intanto, Lord Kimberley, segretario di Stato alle Colonie, cominciava appena a rendersi conto della potenziale ricchezza delle miniere di diamante, e per la prima volta prestava ascolto alle richieste degli imperialisti di appoggiare la rivendicazione del vecchio Nicholaas Waterboer e di far rientrare il Griqualand entro la sfera dell'influenza britannica. Nel frattempo il commissario alle miniere del Libero Stato cercava, con ben poco successo, di mantenere un pò d'ordine tra gli indisciplinati cercatori. Come sul Kopje Colesberg le strade si sgretolavano nei pozzi che le circondavano, così la sua autorità si sgretolava davanti al precipitare degli eventi: l'affiorare degli interessi nazionali e l'avanzare sulla scena dei primi potenti personaggi dell'aristocrazia finanziaria dei campi minerari. Zouga e Jock Danby trovarono il commissario che affogava il dispiacere per la propria situazione in una prima colazione liquida al bar del London Hotel e, reggendolo ciascuno per un gomito, lo accompagnarono attraverso Market Square al suo ufficio. Entro la metà mattinata di quello stesso giorno, il commissario aveva copiato gli estremi del contratto di cessione delle concessioni n. 141 e 142, dette Le Diaboliche, da parte di J.A. Danby, Esq., al maggiore M.Z. Ballantyne, contro il pagamento della somma complessiva di 2000 sterline mediante assegno della Standard Bank. Un'ora dopo mezzogiorno, Zouga era sull'angolo di Market Square e guardava il carretto carico delle poltrone di velluto verde e della lettiera di ottone allontanarsi in direzione dell'angolo settentrionale della piazza. Jock Danby conduceva la
pariglia e, magra ed eretta, sua moglie sedeva in cima al carico. Nessuno dei due si voltò a guardare indietro verso Zouga e, nel momento in cui scomparirono nel dedalo di vicoletti e baracche, lui si girò e si avviò verso il kopje. Nonostante non avesse dormito tutta la notte, non si sentiva affaticato e il suo passo era così leggero che quasi correva sulla stretta soprelevata che tagliava in mezzo ai pozzi delle concessioni. Le Diaboliche erano deserte, due trascurati appezzamenti di terra gialla, due quadrati esatti, con sparsi qua e là utensili abbandonati. Gli operai neri di Jock Danby se n'erano andati perché lì agli scavi c'era sempre una disperata richiesta di mano d'opera. Quando all'alba del giorno prima Jock non li aveva radunati, non avevano fatto altro che andare a offrire i loro servigi a un altro cercatore. Quasi tutto il materiale abbandonato nelle due concessioni sembrava inutilizzabile, le cuciture dei secchi erano sul punto di cedere e le funi erano sfilacciate e somigliavano a grassi e gialli vermi. Zouga non avrebbe affidato loro nessun carico. Lentamente, scese giù per la scala oscillante e i suoi cauti movimenti resero subito chiaro agli scavatori nelle concessioni vicine che era uno venuto da fuori. « Quelle sono le briefies di Jock Danby, amico », gridò uno di loro in tono di sfida. « Sta infrangendo la legge degli scavi. E' suolo privato. Farà bene ad andar via... E subito anche. » « Le ho comprate da Jock », gridò Zouga di rimando. « Ha lasciato la città un'ora fa. » « Come faccio a saperlo? » « Perché non va a chiedere all'ufficio del commissario? » ribatté Zouga. L'altro lo scrutò incerto, era più in basso perché il livello della sua concessione era un sei metri sotto quello delle Diaboliche. Lungo tutto il pozzo irregolare gli uomini avevano smesso di lavorare, altri s'erano adunati sulla soprelevata e nemmeno uno sembrava ben disposto quando, col tono e la cadenza d'un inglese raffinato, risuonò una voce chiara e giovanile: « Maggiore Ballantyne... è lei, vero? » Zouga guardò in su verso la soprelevata e riconobbe Neville Pickering, il suo compagno di bevuta del primo giorno lì al London Hotel. « Certo, mister Pickering. » « Va tutto bene, amici. Garantisco io per il maggiore Ballantyne. Si tratta del famoso cacciatore di elefanti, sapete. » Quasi immediatamente tutti persero interesse e ritornarono al loro affannoso lavoro di riempire di gialla terra i secchi da mandar su in superficie. « Grazie », gridò Zouga all'uomo che lo sovrastava dalla soprelevata. « E' stato un piacere, signore. » Pickering sfoggiò un brillante sorriso, si toccò la falda del cappello e s'allontanò a passo lento nella calca degli scavatori barbuti e sporchi di polvere. Zouga rimase solo, come solo in spirito era sempre stato in
tutto il suo errare per il vasto continente africano. Aveva speso fino all'ultimo penny che possedeva per quei pochi metri quadrati di gialla terra in fondo a quel pozzo rovente e polveroso. Non aveva uomini che lo aiutassero nel lavoro, né esperienza né capitale, e dubitava che se ne avesse avuto uno nel palmo della mano avrebbe riconosciuto un diamante grezzo. Con la stessa rapidità con cui l'euforia del giocatore s'era impossessata di lui, il presentimento della buona fortuna che lo attendeva sì evaporò e fu sopraffatto dal pensiero della propria presunzione e dell'enormità del rischio che correva. Stava puntando tutto su concessioni che fino allora non avevano dato una sola pietra buona, e per di più il prezzo dei diamanti stava crollando, le « sbrecce », le piccole schegge di mezzo carato o meno che formavano il grosso delle pietre ritrovate, raggiungevano solo i cinque scellini l'una. Un grosso rischio, dunque, e provò una stretta allo stomaco allorché si prospettò le conseguenze del fallimento. Il sole cadeva quasi a perpendicolo e arroventava il fondo dello scavo, l'aria intorno a Zouga tremolava per il calore che, attraverso gli stivali di cuoio, gli bruciava la pianta dei piedi. Ebbe l'impressione di soffocare, di non riuscire a sopportare quel caldo un altro minuto ancora, di dover tirarsi fuori da quel pozzo, tornar su dove l'aria era più dolce e più fresca. Capì che si trattava di paura. Un turbamento al quale non era abituato. Aveva resistito alla carica di un grosso elefante ferito e aveva corso i suoi rischi - uomo contro uomo e acciaio contro acciaio - alle frontiere dell'India e nelle guerre ai confini selvaggi del Capo. Non era abituato ad aver paura, ma le ondate di panico si levavano da chissà quale oscuro angolo dell'animo suo e lui si sforzò di controllarle. Si sentiva schiacciato dal senso del disastro incombente. Quasi avvertiva sotto i piedi la sterilità di quella terra rovente, quella terra che lo avrebbe vinto alla fine, distruggendo il sogno che per tutti quegli anni era stato il carburante con il quale la sua vita s'era alimentata. Sarebbe tutto finito lì, in quell'infernale pozzo rovente? Inspirò profondamente e trattenne il fiato, opponendosi alle ondate di panico cieco, e lentamente quelle si ritirarono, lasciandolo debole come dopo un attacco di febbre malarica. Si piegò su un ginocchio, raccolse una manciata di terra gialla e la lasciò filtrare tra le dita, dopodiché esaminò il pietrisco senza valore rimastogli in mano. Poi lasciò cadere anche questo e si pulì la mano contro i pantaloni. Aveva respinto il panico ma era rimasto con un terribile senso di abbattimento e una stanchezza che avvertiva fin nelle ossa, così che a malapena ebbe la forza di arrampicarsi su per l'oscillante scaletta di corda, e quando si avviò verso la sua tenda ormai strascicava i piedi nella polvere rosso-ocra del sentiero. Al disopra dei rumori del campo risuonò una chiara voce infantile e, sollevando il capo, staccando la dorata barba dal petto, Zouga provò un senso di sollievo nel riconoscere l'acuta
e cara voce del figlio. « Papà! Oh, papà! » Jordan stava correndo verso di lui, agitando le braccia e volando sulla polvere del sentiero, mentre la massa di serici riccioli gli si agitava intorno al viso. « Oh, papà, ti abbiamo cercato... Tutta la notte e tutto il giorno. » « Cosa c'è, Jordan? » L'evidente afflizione del figlio lo allarmò di nuovo; gli andò incontro. Jordan lo raggiunse e gli buttò le braccia intorno alla vita premendo il viso contro la giacca così che la sua voce risultò soffocata. Tremava come un animaletto spaventato. « Si tratta di mamma! Le è successo qualcosa! Le è successo qualcosa di terribile! » Il delirio della febbre tifoidea prendeva Aletta a ondate roventi di grigia nebbia che cancellavano la realtà e le riempivano la testa di fantasmi e fantasie che tuttavia scomparivano di colpo, lasciandola troppo debole per mettersi a sedere in mezzo al letto ma acuendole i sensi, così che la pelle accaldata era più che sensibile al contatto della flanella appiccicaticcia sulla pelle e il peso degli abiti stessi minacciava di soffocarla. Anche la vista le s'era acuita e le immagini le apparivano ingrandite come attraverso una lente. Riusciva a distinguere una per una le lunghe ciglia curve che contornavano come una fitta frangia i bellissimi occhi verdi di Jordan. Riusciva anche a distinguere ogni singolo poro della serica pelle delle sue guance, esaltandosi alla curva perfetta delle sue labbra, che in quel momento, mentre era chino su di lei, tremavano per l'agitazione e il timore. Era persa nella contemplazione della bellezza del figlio quando nelle orecchie le riprese l'insopportabile ronzio; il viso di Jordan retrocesse finché le parve di vederlo come dal fondo di un lungo e stretto tunnel, attraverso un ronzante buio. S'aggrappò disperatamente all'immagine, ma questa cominciò a girare, agli inizi lentamente, come la ruota di un carro, poi sempre più in fretta finché il viso di Jordan s'offuscò del tutto e lei si sentì precipitare di nuovo giù nell'umido buio, come una foglia sospinta dal vento. Di nuovo il buio si disperse, in un luogo recondito della sua mente un velo s'aprì e con gioia Aletta cercò ancora il viso del ragazzo... Invece vide il falco che torreggiava sopra di lei. Era l'idolo scolpito che aveva sempre fatto parte della sua vita fin da quando Zouga v'era entrato. In ogni cottage, in ogni attendamento o stanza che per un giorno o una settimana o un mese avevano considerato casa loro, quell'idolo di pietra era stato presente, silenzioso, implacabile, greve di antica malevolenza. Lo aveva sempre odiato, aveva sempre avvertito quell'atmosfera malefica che lo circondava, e ora il suo odio e la sua paura erano concentrati proprio su quell'uccello di pietra che incombeva sulla branda sulla quale lei stava distesa.
Lo maledisse in silenzio, debole, distesa lì sulla schiena nella stretta branda, col sudore della febbre che le faceva appiccicare alla pelle la vestaglia che indossava; poi movendo le labbra espresse il proprio odio per quell'immagine di pietra che si levava alta sulla sua colonna di lucida steatite verde. Quindi la visione le si restrinse, si concentrò su quella testa di falco che assorbì tutta la sua esistenza. Come per un miracolo, gli inespressivi occhi di pietra cominciarono a brillare d'una strana luce dorata; girarono nelle orbite di lucida pietra e, all'improvviso, si posarono su di lei. Le pupille erano lucide e nere, vive, ma così crudeli, espressione di tanto male, che lei mandò un gemito di terrore. L'adunco becco di pietra s'aprì e la lingua ne venne fuori aguzza come una punta di freccia; dalla sua estremità pendeva, unica, perfetta, color rubino, una goccia di sangue in cui brillava una stella di luce... E Aletta capì che era il sangue del sacrificio. Il buio intorno all'uccello si riempì di ombre in movimento, i fantasmi delle vittime dei sacrifici, le ombre dei sacerdoti del falco morti in tutte quelle migliaia d'anni e riunitisi di nuovo per accogliere lei... Urlò e poi ancora urlò, col terrore che le cresceva dentro, incontrollabile... Finché delle mani ben ferme la scossero dolcemente, affettuosamente. La vista le si schiarì di nuovo, ma non completamente. Intorno a lei tutto era vago e indistinto e, ancora ansimando per le urla lanciate lei strizzò gli occhi. « Ralph, sei tu? » Il viso scuro, che già stava acquistando i tratti della virilità, così diverso dal dolce viso angelico del fratello, era chino su di lei. « Non disperarti così, mamma. » « Ralphie, perché è così buio? » mormorò lei. « E notte. » « Dov'è Jordie? » « Dorme, mamma. Non riusciva più a star sveglio, l'ho mandato a dormire. » « Chiama papà », bisbigliò lei. « Jan Cheroot lo sta cercando... Arriverà presto. » « Ho freddo. » Tremava violentemente e, prima di precipitare di nuovo nel buio, sentì che il figlio le tirava sotto al mento la ruvida coperta. Nell'oscurità vide ombre di uomini accorrere, farlesi intorno; avvertì la loro fretta, l'incalzare dei loro terribili propositi, e vide le loro braccia luccicare nell'ombra, il lampo del bianco acciaio sfoderato per la guerra. Udì lo scatto dell'otturatore, il fruscio della baionetta contro il fodero, e qua e là nella calca riconobbe un volto; erano visi che lei non aveva mai visto prima ma che ravvisò immediatamente con un lungimirante lampo d'intuizione. Uno era un uomo grande e grosso, barbuto, forte, ed era suo figlio - suo figlio che andava alla guerra -, e altri, tanti altri, sangue suo, carne sua, che avanzavano verso quella terribile calca in attesa. Provava per loro un irrefrenabile dolore che la consumava, ma non riusciva a piangere. Alzò invece lo sguar-
do e vide il falco nel singolo e brillante raggio di sole che attraversava le cupe e minacciose nubi che si stendevano da un orizzonte all'altro, le nubi grige e terribili della guerra. Il falco si librava su ali tese contro il ventre delle nubi il bel capo girato per scrutare giù, quindi le lunghe ali puntute si piegarono e l'uccello calò in picchiata come un fulmine, i grandi artigli tesi in avanti e pronti a colpire. Lei li vide afferrare la carne viva e notò la smorfia sul volto che non aveva mai visto prima ma che conosceva bene come il proprio. E allora urlò di nuovo. Subito delle forti braccia la strinsero, le amate, familiari braccia che lei aveva atteso tanto a lungo. Alzò lo sguardo sull'uomo: i limpidi occhi color smeraldo così vicini ai suoi, la linea possente del mento mezzo nascosto dalla barba striata d'oro. « Zouga », sospirò. « Sono qui, amor mio. » I fantasmi retrocessero, il terribile mondo di incubi del suo delirio svanì e lei si ritrovò in una polverosa pianura ai piedi di una collina mezzo rovinata: il vivido sole africano lanciava attraverso l'apertura della tenda un fascio di luce sul pavimento coperto di rossa polvere. Fu stupita del rapido passaggio dalla notte al giorno, dalla fantasia alla realtà, e bocca e gola le si riempirono di una terribile arsura. « Ho sete », disse in un roco bisbiglio. Zouga le avvicinò il boccale alle labbra spaccate e il fresco e la dolcezza dell'acqua giù per la gola furono per lei un delizioso ristoro. Ma subito dopo il ricordo degli incubi l'assalì ed ella lanciò un'occhiata timorosa alla statua silenziosa dall'altra parte della tenda. Improvvisamente sembrò innocua, insignificante, immagine cieca e muta, e tuttavia restava un fremito del terrore della notte passata. « Sta' attento al falco », bisbigliò, e gli lesse negli occhi verdi il timore che lei stesse ancora farneticando. Avrebbe allora voluto convincerlo del contrario, ma si sentiva terribilmente, mortalmente stanca, e chiuse gli occhi e s'addormentò tra le braccia di lui. Quando si svegliò, i raggi del sole s'erano trasformati in una gloria di luce arancione che riempiva l'intera tenda e accendeva piccole stelle tra la barba e i riccioli di Zouga. Provò un senso di pace infinita. Le braccia di lui erano così forti, così avvolgenti. « Abbi cura dei miei figli », disse in un soffio ma in maniera molto chiara, dopodiché morì. La tomba di Aletta non era che un altro tumulo di terra rossa nella lunga e dritta fila di tumuli recenti. Dopo averla seppellita, Zouga mandò i ragazzi alla tenda insieme con Jan Cheroot. Jordan piangeva, inconsolabile, il bel viso stravolto dal dolore; Ralph cavalcava dietro di lui in groppa al macilento castrato baio, stringendo il fratello più piccolo
con ambedue le braccia intorno alla vita. Lui taceva, impassibile, ma il suo corpo era teso e rigido per l'emozione tenuta sotto controllo, e gli occhi, dello stesso verde profondo di quelli del padre, erano pieni di inespresso dolore. Jan Cheroot conduceva il baio e, lì in groppa, i due ragazzi sembravano fragili e sperduti come rondinotti rimasti appollaiati su uno steccato ancor molto tempo dopo che tutti gli altri son volati via all'approssimarsi dell'inverno. Zouga rimase, militarescamente immobile, accanto alla tomba, impassibile come il figlio maggiore, ma la bella maschera del suo viso nascondeva il turbamento per il proprio dolore e un incalzante senso di colpa. Avrebbe voluto parlare ad alta voce, dire ad Aletta che gli dispiaceva, che sapeva d'essere responsabile di quella tomba sperduta, così lontana dalla famiglia affettuosa di lei e dalle belle montagne coperte di foreste di Buona Speranza da lui tanto amate. Avrebbe voluto chiederle perdono per averla sacrificata a un sogno, a un sogno impossibile e grandioso. E tuttavia sapeva che le parole erano vane e che la terra rossa occludeva le orecchie della moglie. Si chinò e con le mani sistemò uno degli angoli del tumulo che s'era sgretolato. Col primo diamante comprerò la lapide, promise entro di sé. Sotto le unghie era rimasta della terra rossa, piccole mezze lune del colore del sangue. Con uno sforzo supremo, superò il suo senso di inutilità e il proprio imbarazzo quel tanto che bastava per rivolgersi ad alta voce a qualcuno che non poteva udire. « Avrò cura di loro, mia cara », disse. «E' l'ultima promessa che ti faccio. » « Jordie non vuole mangiare, papà. » Ralph lo accolse con queste parole allorché entrò chinandosi nella tenda, e lui avvertì un tuffo al cuore che gli soffocò subito dolore e senso di colpa. Si avvicinò alla branda sulla quale il ragazzo stava disteso e vi si accovacciò accanto. Il viso di Jordan scottava come roccia infuocata dal sole e, solcate dalle lacrime, le sue guance erano del rosso vivido della febbre. La mattina dopo anche Ralph aveva la febbre, e ambedue si agitavano e farfugliavano nel delirio, i corpi roventi come piccole fornaci, le coperte intrise del sudore e la tenda invasa dall'odore della febbre. Ralph era il più resistente. « Già, guardatelo. » Con tenerezza Jan Cheroot asciugava con una spugna il robusto corpo dalla forte struttura ossea. « Affronta la malattia come un nemico e lotta con esso. » Aiutandolo, inginocchiato dall'altra parte della branda, Zouga sentì il familiare senso di orgoglio affiorare al disopra della preoccupazione. Guardò il figlio. Già aveva ciuffi di peli sotto le ascelle e una più scura esplosione di ricci alla base dell'addome, dove il pene non era più un piccolo ciondolo con un in-
fantile cappuccio di pelle grinzosa. Le spalle erano quadrate e muscolose e le gambe dritte e robuste. « Guarirà », disse Jan Cheroot, e Ralph si dimenò con furia nel delirio, col viso corrucciato e deciso. I due gli ridistesero sopra la coperta e s'avvicinarono all'altra branda. Le lunghe ciglia di Jordan sbattevano come le ali di una bella farfalla e i suoi gemiti intenerivano, mentre s'abbandonava a loro che lo spogliavano e l'asciugavano con la spugna. Il suo piccolo corpo era ben formato come il viso, ma ancora ricoperto qua e là di grasso infantile, tanto che le natiche erano tonde come mele e sode come quelle di una fanciulla; ma le braccia e le gambe erano di bella e delicata forma e i piedi e le mani lunghi ed esili. « Mamma », piagnucolò. « Voglio la mamma. » I due uomini curavano i ragazzi dandosi il cambio giorno e notte, dimenticando e trascurando tutto il resto, rubando qualche ora ogni tanto per badare ai cavalli e qualcun'altra per una rapida puntata al campo a comprare medicine da un mercante o qualche ortaggio offerto in vendita sui carretti dei contadini. Dimenticati dunque erano i diamanti, che non venivano mai neppure menzionati nella rovente tenda sotto la quale si svolgeva quella lotta per la vita, e, quanto alle Diaboliche, le due concessioni erano completamente abbandonate. Nel giro di quarantotto ore Ralph aveva ripreso conoscenza e nel giro di tre giorni fu in grado di tirarsi su a sedere, senza essere aiutato, per divorare il suo cibo. Dopo sei giorni non riuscirono più a tenerlo a letto. Jordan si riprese brevemente il secondo giorno, acquistando lucidità e chiedendo continuamente della madre, poi si ricordò che era morta e cominciò a peggiorare immediatamente. La sua vita era in pericolo, un pendolo che andava su e giù freneticamente, e ogni volta che peggiorava la presenza della morte, in quella fornace di tela che era la tenda, diventava più palpabile, sino a che il suo odore superò quello della malattia. Bruciata dalla febbre, la carne sembrava fonderglisi addosso; la pelle acquistò una perlacea trasparenza così che all'incerta luce del crepuscolo o della prima alba sembrava di intravedere, di sotto, la delicata struttura ossea. Jan Cheroot e Zouga lo curavano a turno, uno dormiva mentre l'altro vegliava o, quando nessuno dei due riusciva a riposare, sedevano li insieme, cercando conforto l'uno dall'altro, cercando di minimizzare la propria impotenza di fronte alla morte prevaricante. « E' giovane e forte », si dicevano. « Guarirà anche lui. » E, giorno dopo giorno, Jordan peggiorava; gli zigomi gli sporgevano sempre più e gli occhi sempre più gli si affossavano in cavità profonde del colore di vecchi lividi. Esausto per il senso di colpa e per il dolore, impotente nella sua preoccupazione, a ogni nuovo giorno Zouga lasciava la tenda prima del sorgere del sole per essere il primo ad arrivare a Mar-
ket Square: magari poteva esserci qualche mercante appena arrivato con delle medicine tra il suo carico, e certamente c'erano i contadini boeri con cavoli e cipolle e, con un pò di buona fortuna, qualche pomodoro avvizzito e mezzo verde; tutta roba che sarebbe stata venduta entro mezz'ora dopo l'alba. Il decimo giorno, quando Zouga s'affrettò a tornare alla tenda, si fermò sull'ingresso di questa, seccato. La statua del falco era stata tolta dalla tenda e nella polvere c'era ora un lungo solco tracciato dalla sua base: stava infatti appoggiata contro il tronco dello spoglio cratego che gettava la sua misera ombra sul campo. Dai rami dell'albero pendevano, come festoni, nere strisce di carne di antilope disseccata e finimenti di cavallo, così che la statua sembrava far parte di quell'abbandono. Sulla testa del falco era appollaiata una delle scure galline del campo che aveva lasciato cadere una lunga striscia di escremento lungo tutta la figura di pietra. Accigliato, Zouga si chinò ed entrò nella tenda. Jan Cheroot stava accoccolato accanto alla branda di Ralph e i due erano impegnati in una partita di « cinque pietre » per la quale usavano lucidi ciottoli di quarzo e agata. Jordan giaceva nella sua branda immobile e pallido e lui, Zouga, provò una stretta al cuore. Solo quando si chinò sulla branda s'accorse che il petto del ragazzo s'alzava e abbassava e avvertì il lieve soffio del suo respiro. « Avete spostato il falco di pietra? » Senza distogliere lo sguardo dalle scintillanti pietre, Jan Cheroot brontolò: « Sembrava che infastidisse Jordie. S'è svegliato gridando e continuava a indicarlo ». Zouga avrebbe voluto insistere sull'argomento, ma improvvisamente gli parve che non ne valesse la pena. Era stanco e scoraggiato. Decise che più tardi avrebbe riportato la statua nella tenda. « Ci sono delle patate dolci e nient'altro », borbottò, disponendosi a vegliare accanto alla branda di Jordan. Jan Cheroot preparò uno stufato di fagioli secchi e montone e vi mescolò le patate, bollite e schiacciate. Era un pasticcio tutt'altro che invitante e tuttavia quella sera, per la prima volta, Jordan non girò il capo davanti al cucchiaio che gli veniva offerto; dopodiché la sua guarigione fu sorprendentemente rapida. Chiese solo un'altra volta ancora della madre, quando lui e il padre furono soli nella tenda. « L'andata in cielo, papà? » « Sì. » La sicurezza del tono di Zouga parve rassicurare ragazzo. « Sta con gli angeli di Dio? » « Sì, Jordie, e d'ora in poi starà sempre con loro, guardandoti dall'alto. » Jordan parve rifletterci su, dopodiché scosse il capo contento, e il giorno dopo sembrò che si fosse rimesso abbastanza da poter essere affidato alle cure di Ralph, mentre Zouga e Jan
Cheroot andavano su al kopie. Andarono sulla Strada n. 6 per lanciare dall'alto un'occhiata alle Diaboliche. Tutta l'attrezzatura, le vanghe, i picconi, i secchi, le funi, le carrucole e le scale erano stati rubati. Ai prezzi che i mercanti praticavano ci sarebbero volute cento ghinee per rimpiazzarli. « Avremo bisogno di uomini », disse Zouga. « E che farai quando li avrai? » chiese Jan Cheroot. « Scaverò.» « E poi? » chiese il piccolo ottentotto con un lampo malizioso negli occhi scuri. « Poi? » ripeté. « Poi vedremo », rispose Zouga, cupo. « Abbiamo già perso abbastanza tempo. » « Mio caro amico. » Neville Pickering gli rivolse il suo affascinante sorriso. « Sono contento che abbia chiesto. Non l'avesse fatto, mi sarei offerto io... E' sempre un pò un problema per un nuovo arrivato sbrogliarsela », tossicchiò e aggiunse subito: « Non che lei sia un nuovo arrivato, per l'amordiddio ». Il termine era riservato a quelli che, pieni di speranza, erano appena sbarcati dalla nave, appena arrivati da « casa ». « Casa » era l'Inghilterra, e anche quelli che erano nati nella colonia la chiamavano così. « Scommetto cinque sterline contro lo sterco di una giraffa che lei conosce questo paese meglio di chiunque di noi. » « Sono nato in Africa », ammise Zouga. « Sul fiume Zouga, su nel nord, nella terra di Khama. Ciò spiega lo strano nome: Zouga. » « Per Giove! Devo dire che non lo sapevo! » « Non me lo rinfacci. » Zouga accennò un sorriso, ma sapeva che molti glielo avrebbero rinfacciato. Chi era nato in patria, a « casa », era senz'altro superiore a chi era nato in colonia; per questa ragione, quando era sembrato che le sue gravidanze stessero per giungere alla fine, lui aveva preteso che Aletta si assoggettasse al lungo viaggio con lui. Sia Ralph che Jordan erano nati nella stessa casa di Londra ed erano arrivati a Buona Speranza prima di essere svezzati. Erano nati in patria: era stato il suo primo regalo ai figli. Con tatto, Pickering lasciò cadere l'osservazione. Quanto a lui, non doveva dichiarare la propria nascita: era un gentiluomo inglese, su questo non c'era da sbagliare. « Molte parti del suo libro mi hanno affascinato. Le insegnerò ciò che so sui diamanti se lei risponderà alle mie domande. D'accordo? » Nei giorni che seguirono si bombardarono a vicenda di domande. Zouga voleva sapere ogni particolare del lavoro alla concessione, come veniva presa e setacciata la ghiaia gialla e tutto il resto, mentre Pickering non faceva che riportare la conversazione sulla regione nel nord del paese, chiedendo delle tribù e delle miniere d'oro, dei fiumi, delle montagne e degli animali selvatici che sciamavano nelle pianure e che abitavano le isolate foreste che Zouga aveva descritto con tanta efficacia nel-
l'Odissea del cacciatore. Ogni mattina, un'ora prima che facesse giorno, Zouga s'incontrava con Pickering sulla strada sopra i pozzi. C'era sempre un bollitoio smaltato che pippolava sul braciere e bevevano caffè nero così forte da macchiargli i denti, mentre intorno a loro, nel buio, i lavoratori neri si radunavano sonnacchiosi, stringendosi sulle spalle le kaross di pelliccia, le voci soffocate ma musicali, i loro movimenti rigidi e lenti per il sonno e il freddo dell'alba. In un centinaio di altri punti, tutt'intorno agli scavi, le squadre si radunavano e attendevano la luce; e quando questa appariva sull'orizzonte, a oriente, come colonne di formiche gli uomini si calavano nei pozzi per le passerelle e le scale oscillanti, sparpagliandosi per le concessioni, col vocio che cresceva insieme col canto dei neri, il cigolio delle carrucole le grida dei sorveglianti bianchi e, quindi, il rumore della ghiaia gialla che dai secchi pieni veniva scaricata nei carretti in attesa sulla strada. Pickering lavorava a quattro concessioni, che possedeva in società. « Il mio socio è giù a Città del Capo. Sa il cielo quando tornerà. » Si strinse nelle spalle con quella sua ingannevole aria indolente. « Lo incontrerà uno di questi giorni e sarà un'esperienza, memorabile ma non necessariamente piacevole. » Per Zouga era divertente vedere come Neville Pickering riuscisse a mantenere la propria eleganza da damerino in ogni occasione, come riuscisse a percorrere tutta la Strada n. 6 senza che la polvere si posasse sui suoi stivali lucidi, come riuscisse ad andar su e giù per le scale senza macchiarsi la camicia di sudore, come riuscisse ad azzuffarsi con un muscoloso cercatore che aveva invaso la sua concessione senza che ciò mutasse l'appiombo della sua giacca a un petto con cintura. Con la sua andatura saltellante, andava da uno scavo all'altro a un passo che costringeva Zouga ad allungare il proprio. Le quattro concessioni non erano in un unico blocco, ma ognuna separata dalle altre da una dozzina circa di altre concessioni, e Pickering si spostava dall'una all'altra per coordinare il lavoro o per guidare una squadra di neri mezzo nudi da una concessione a quella dove il lavoro risultava arretrato. Improvvisamente tornava sulla strada a controllare l'operazione di carico dei carreni e poi, altrettanto improvvisamente, eccolo allo spiazzo recintato oltre Market Square dove i suoi operai neri dondolavano le culle piene di ghiaia. Queste culle erano la versione ingigantita delle vecchie culle per bambini, da cui prendevano il nome. In piedi su ciascun lato, due uomini le facevano dondolare da una parte all'altra mentre un terzo operaio, prendendola dal mucchio scaricato dal carretto, buttava palate di ghiaia gialla sul ripiano superiore. Questo non era altro che un crivello a rete d'acciaio di tre centimetri per riquadro. Mentre la culla dondolava ritmicamente, la ghiaia rotolava giù per il crivello inclinato e i ciottoli di meno di tre centimetri
di diametro cadevano sul secondo ripiano della culla, mentre quelli più grandi rotolavano via sotto la sorveglianza dei due uomini che stavano attenti al minimo quanto improbabile lampeggiare di un diamante troppo grande per cadere sul secondo ripiano. Un diamante di più di tre centimetri di diametro rappresentava una fortuna, il passaporto, per-chi lo trovava, per una grande ricchezza, era insomma il quasi impossibile pony che tutti gli scavatori sognavano, una pietra che pesava più di cento carati. Sul secondo ripiano la rete del crivello era molto più sottile, un centimetro per riquadro, e a ogni dondolio della culla se ne levava una nube di polvere gialla che sembrava fumo, mentre sul terzo ripiano la rete era più fine ancora e lasciava passare solo lo sterile senza valore, roba più sottile di un cristallo di zucchero raffinato. Dal terzo ripiano la ghiaia veniva raccolta con somma cura e lavata in una tinozza di acqua preziosa, ogni goccia della quale veniva trasportata dal fiume Vaal, a cinquanta chilometri di distanza. Il lavaggio avveniva su un crivello circolare la cui rete era la n. 3, cioè quella del terzo ripiano, la più sottile di tutte. L'operaio agitava il crivello e stava chino sulla tinozza con le braccia fino al gomito nell'acqua. Alla fine, ripulito del fango, il contenuto del crivello veniva rovesciato sulla piatta superficie meta]lica del tavolo di scelta e i selezionatori cominciavano a vagliarlo con le piatte lame di legno dei loro raschini. Le donne erano di gran lunga le migliori selezionatrici, avevano la pazienza, la destrezza manuale e l'occhio per il colore e la « tessitura » necessari. I cercatori sposati tenevano le mogli e le figlie al tavolo di scelta dal momento in cui sorgeva la prima luce del mattino fino al tramonto. Pickering non aveva la fortuna di avere donne a lavorare ai suoi tavoli, ma gli africani che vi teneva li aveva accuratamente addestrati anche se non si fidava di loro. « Non s'immagina quel che sono capaci di fare pur di sgraffignare una buona pietra. A volte sorrido all'idea di quello che penserebbe la duchessa se sapesse che il brillante che porta al collo è stato nel deretano di un grosso e nero basuto. » Pickering sorrise. « Venga, le faccio vedere. » Il piccolo e sparuto selezionatore nero al capo del tavolo sfoggiava la propria superiorità con un vistoso abbigliamento europeo, panciotto ricamato e bombetta, ma era scalzo e portava il corno per la polvere rossa infilato nel lobo dell'orecchio. S'alzò allegramente dal suo posto al tavolo e lo cedette a Neville Pickering, che prese il raschino e cominciò a vagliare la ghiaia poco per volta. « Ecco! » esclamò a un tratto. « Il suo primo diamante grezzo, amico! Lo guardi bene e speriamo che per lei non sia l'ultimo. » Zouga rimase sorpreso. Non era come si aspettava, tanto che
presto la sorpresa fu sostituita dalla delusione. Era una piccola scheggia di pietra, non più grande d'una delle tante pulci di sabbia che infestavano la polvere rossa del campo. Mancava del fuoco e dello sfavillio che lui s'aspettava, e il suo colore era giallo sporco: forse il colore dello champagne, senza l'effervescenza di questo. « E' sicuro? » chiese. « A me non sembra un diamante. Come fa a dirlo? » « L'una scheggia, probabilmente un pezzo d'una pietra più grande. Sarà un dieci punti, che sono la decima parte di un carato, e saremo fortunati se ne caviamo cinque scellini, ma bastano per la paga settimanale di uno dei miei uomini. » « Come fa a stabilire la differenza tra questa... E quelli? » Zouga indicò il mucchio di ghiaia al centro del tavolo, ancora bagnata dopo la tinozza, che luccicava in mille tinte diverse, dal rosso al giallo-oro, al nero-antracite e al rosa, lo sgargiante spettacolo della ghiaia diamantifera. « La consistenza », spiegò Pickering, « la consistenza della tessitura. Ci farà presto l'occhio, ma non-deve badare al colore, badi alla consistenza. » Prese la pietra tra i denti di una pinzetta di legno e la girò al sole. « Il diamante non si bagna, respinge l'acqua, quindi nella ghiaia bagnata risalta, e la differenza è proprio la sua consistenza. » Neville tese la pietra. « Sa che le dico, lo prenda come regalo, il suo primo diamante! » Erano a caccia da quasi dieci giorni ormai e, a poco a poco, s'erano spinti sempre più a nord. Due volte avevano avvistato selvaggina, piccoli gruppi in realtà, ma ogni volta s'era sparpagliata velocemente al primo approccio. Zouga stava per essere preso dalla disperazione. Le sue concessioni erano abbandonate lì, negli scavi di Kopie Colesberg, o New Rush, com'era chiamato, mentre il livello di quelle circostanti si abbassava rapidamente, rendendo più difficile lavorare le sue e aumentando ogni giorno il pericolo di smottamenti. Quelle concessioni avevano già ucciso cinque uomini. Jock Danby lo aveva avvertito. Stava disteso ventre a terra su un piccolo kopie roccioso, un'ottantina di chilometri a nord dei fiume Vaal e a un centinaio da New Rush, e ancora non sapeva quando avrebbe portato a termine quella faccenda e sarebbe ritornato di nuovo a sud. Jan Cheroot e i due ragazzi erano più giù, ai piedi del declivio, con i cavalli; li tenevano in una gola poco profonda e fitta di cespugli spinosi. La voce femminea di Jordan arrivava fino a lui, mescolandosi alle grida degli uccelli volteggianti. Abbassò il binocolo per riposare gli occhi e ascoltare la voce del figlio. Aveva riflettuto a lungo se portare con sé il ragazzo in quella spedizione, specialmente così presto dopo quel suo attacco di febbre, ma non c'era stata scelta, non c'era un posto sicuro dove lasciarlo. Ancora una volta la resistenza del ragazzo aveva
smentito il suo gracile aspetto. Aveva cavalcato duro e s'era tenuto al passo col fratello, recuperando al tempo stesso tutto il peso che la febbre gli aveva fatto perdere; negli ultimi giorni, poi, il pallore mortale delle guance era stato sostituito da un color pesca vellutato. Pensare a Jordan risvegliava direttamente il ricordo di Aletta, ricordo ancora tanto pieno di dolore e senso di colpa da riuscire insopportabile, e così Zouga sollevò di nuovo il binocolo e prese a scrutare la pianura in cerca di una distrazione. Con sollievo, la trovò. Laggiù, sul vasto piano, c'era un insolito movimento. Attraverso le lenti individuò una mandria d'un centinaio di gnu, i wildebeest dei boeri. Questi sgraziati animali, col loro triste naso aquilino e la scarna barba, sono i clown del veld. Si danno la caccia in circoli concentrici, col muso a terra e le zampe posteriori che scalciano verso il cielo, poi di colpo cessano quel pazzo carosello e rimangono lì a sbuffare l'uno contro l'altro con un'espressione di stupore negli occhi selvaggi. Oltre quegli animali, Zouga colse il guizzo di un altro movimento: fino a quel momento era rimasto nascosto dalla polvere sollevata dagli zoccoli degli gnu. Piano piano mise a fuoco il binocolo e laggiù, davanti al suo sguardo, il miraggio prodotto dal caldo vibrò e si fuse, trasformando il movimento in un serpentesco contorcimento che parve galleggiare sulla pianura come su un lago di scintillante acqua argentea. « Struzzi » pensò, disgustato. Quelle forme lontane parevano agitarsi come lunghi girini neri nel tremolante miraggio acquoso della distanza. Gli uccelli dalle lunghe gambe sembravano fluttuare staccati dalla terra, sbocciando miracolosamente nell'aria tormentata sopra la pianura. Cercò di contarli, ma cambiavano forma e si coagulavano in una scura massa vibrante, con i didietri piumati che si muovevano a scatti. D'un tratto si tirò su. Abbassò il binocolo e ne pulì le lenti con un angolo del fazzoletto di seta che aveva al collo, dopodiche si riportò di nuovo lo strumento davanti agli occhi. Le grottesche forme scure s'erano separate, i tozzi corpi dimenantisi si rimpicciolirono, le lunghe gambe assunsero proporzioni normali. « Uomini! » bisbigliò, e prese a contarli con avidità, la stessa con la quale aveva avvistato la prima volta gli enormi e grigi elefanti carichi d'avorio nel veld. Arrivò a undici prima che un altro strato di aria calda intervenisse a trasformare le lontane figure d'uomini di nuovo in grottesche forme mostruose. Si mise il binocolo a tracolla e scese il declivio, con la ghiaia che cedeva sotto gli stivali. Jan Cheroot e i ragazzi stavano distesi in fondo alla gola sulle loro coperte da sella, con le selle stesse poggiate dietro come sostegno. Zouga si buttò giù per l'argine e atterrò in mezzo a loro prima che rientrassero dal mondo di favole che Jan Cheroot gli stava evocando con i suoi racconti. « Una bella banda », disse a Jan Cheroot.
Poi si chinò e prese la corta carabina Martini-Henry dal fodero di pelle legato alla sella di Ralph. Tirò l'otturatore e controllò che l'arma fosse scarica. « Non cacciamo antilopi. Non caricare fin quando Jan Cheroot o io non te lo diciamo », ordinò in tono severo. Jordan era ancora piccolo per maneggiare quell'arma pesante, ma cavalcava abbastanza bene per compiere il giro accerchiante col quale avrebbero cercato di tendere la loro rete. « Ricordati, Jordie, devi stare sempre abbastanza vicino a Jan Cheroot per sentire quello che ti dice », gli disse Zouga, lanciando un'occhiata in alto verso il sole. Mezzogiorno era passato da un pezzo e dovevano sbrigarsi, perché se non riuscivano a circondare la piccola banda di neri al primo tentativo, se non li prendevano di sorpresa, li aspettava la lunga operazione di rintracciarli uno per uno, operazione che fino allora era sempre stata puntualmente interrotta dal calare della notte africana. « In sella », ordinò Zouga, e quelli corsero ai loro cavalli. Lui, Zouga, saltò sul baio castrato e lanciò una severa occhiata a Ralph. « Ora fa' quello che ti si dice o la vedrai, giovanotto. » Tirò le redini e guidò il cavallo in fondo alla gola mentre, dietro di lui, Ralph, rosso in viso per l'eccitazione, lanciava un sorriso d'intesa a Jan Cheroot, e il piccolo ottentotto gli ammiccò un attimo rimanendo però impassibile nel volto aggrinzito. Dopo un chilometro, Zouga si tolse di testa il cappello dall'ampia falda e s'alzò sulle staffe finché gli occhi furono a livello con l'argine; da quella posizione lanciò una rapida occhiata a nord, dopodiché s'abbassò immediatamente. « Fermati qui », disse a Ralph. « E non muoverti finché non mi muovo io. » Avanzarono sul fondo della gola mentre Zouga piazzava Jan Cheroot e Jordan l'uno accanto all'altro in una curva, in un punto in cui l'argine s'era sgretolato formando una facile rampa su per la quale avrebbero potuto lanciare la loro carica. « Tieni Jordie vicino a te », disse Zouga a Jan Cheroot, e fece fare dietrofront al baio. La sella cigolò mentre l'animale si girava. Poi Zouga tornò indietro al trotto finché fu al centro della fila in attesa; lì si fermò e controllò la propria impazienza, lanciando ogni tanto occhiate al sole che calava. Probabilmente un'occasione come quella non si sarebbe presentata per molti giorni ancora e, per quelle concessioni abbandonate, ogni giorno era d'importanza vitale. Tirò fuori il fucile dal fodero di cuoio accanto al suo ginocchio, scelse una cartuccia dalla cartucciera che portava intorno alla vita e l'infilò nell'arma. Quindi rimise questa, senza avere abbassato il cane, nel fodero. Era una semplice precauzione, non sapeva che specie d'uomini erano quelli che stavano avvicinandosi. Anche se le loro intenzioni erano pacifiche e il loro scopo simile al suo, erano tuttavia armati e nervosi, nervosi soprattutto, altrimenti non avrebbero evitato la strada che veniva da
nord per avanzare sul veld aperto. Erano in gruppo per difendersi e Zouga sapeva che lungo il cammino potevano in effetti essere attaccati da bianchi e da neri, i neri per cercare di rubargli o portargli via con l'inganno i loro poveri averi e i bianchi per privarli di qualcosa d'infinitamente più prezioso: il diritto di cedere la propria opera al datore di lavoro che offriva di più. Il giorno in cui lui, Zouga, aveva ringraziato Neville Pickering per le sue informazioni e aveva cominciato a fare i preparativi per lavorare alle Diaboliche, si era trovato di fronte al problema che già sconvolgeva l'intero subcontinente. Solo i neri riuscivano a tollerare le condizioni di fatica fisica agli scavi, e solo i neri potevano lavorare per quella paga misera che rendeva profittevole scavare, ma anche quella miseria di paga era molto più alta di quanto i contadini boeri delle circostanti repubbliche del veld potevano permettersi di pagare. Per circa ottocento chilometri intorno gli scavi avevano privato della mano d'opera la campagna, e il risentimento che per questo provavano i boeri era profondo almeno quanto quello che provavano contro quella banda di avventurieri e cercatori di fortuna che gli scavi avevano attirato. I diamanti avevano causato uno sconvolgimento nella tradizionale maniera di vivere dei boeri; non solo i minatori minacciavano di privarli della mano d'opera a basso costo, che sola permetteva a un contadino di ricavare da vivere per sé e la famiglia da quella terra selvaggia, ma facevano qualcos'altro che dal punto di vista dei boeri era imperdonabile, che contrastava con i loro più profondi convincimenti e minacciava non solo la loro maniera di vivere ma la loro stessa esistenza fisica. I cercatori di diamanti pagavano i neri con fucili. I boeri avevano combattuto le tribù al Blood River e a Mosega, avevano disposto i carri in circolo in migliaia di altre minacciose, l'ora preferita per l'attacco. Avevano visto il fumo levarsi dalle loro case e dai loro raccolti, erano andati armati alla ricerca del loro bestiame rubato e avevano seppellito i pallidi corpi dei loro figli, corpi fragili dissanguati per le terribili ferite degli assegai. Li avevano seppelliti a Weenen - il Luogo del Pianto - e in altri maledetti e abbandonati luoghi di sepoltura sparsi in tutto paese. Pagare i neri con i fucili era contrario a ogni loro istinto; violava in pieno le loro leggi e offendeva il ricordo degli eroi morti. Per queste ragioni, commando di boeri delle piccole repubbliche del veld controllavano la regione e perlustravano le strade solitarie che venivano dal nord, cercando di impedire ai neri di raggiungere gli scavi per costringerli invece a lavorare la terra. Ma cinque scellini la settimana e un moschetto alla fine d'un contratto di tre anni erano un richiamo che spingeva i neri ad affrontare a piedi, contro mille pericoli, un viaggio di quasi duecento chilometri, sfidando i commando boeri e tutto il resto, per
raggiungere gli scavi. Arrivavano a centinaia, ma sempre in numero non sufficiente a riempire quegli insaziabili pozzi. Invano Zouga e Jan Cheroot avevano percorso in lungo e in largo gli scavi, ogni nero era vincolato da un contratto e gelosamente sorvegliato dal suo datore di lavoro. Zouga aveva detto a Jan Cheroot: « Offriamo sette scellini e sei pence la settimana ». Quello stesso giorno avevano assunto cinque uomini e il seguente c'erano una dozzina di lavoratori fuori del campo di Zouga, desiderosi di guadagnare la nuova paga. Prima che Zouga li assumesse, Neville Pickering s'era presentato al campo. « Visita ufficiale, vecchio amico », aveva mormorato in tono di scusa. « Come membro del nostro Comitato dei Cercatori, devo dirle che la paga è cinque scellini e non sette. Quando Zouga aveva aperto la bocca per protestare, Pickering aveva sorriso tranquillo e aveva sollevato una mano. « No, maggiore. Sono cinque scellini e non un penny in più.» Zouga già sapeva perfettamente che il Comitatato godeva di ampi poteri. Un suo editto veniva fatto rispettare prima con un avvertimento, poi con percosse e, infine, con un'aggressione da parte dell'intera comunità di cercatori, aggressione che poteva concludersi con un incendio se non addirittura un linciaggio. « E allora, cosa devo fare per trovare una squadra? » aveva chiesto Zouga. « Faccia quello che facciamo tutti noi: vada a scovarsela, prima che la trovi un altro cercatore o un commando boero. » « Ma è probabile che debba spingermi a nord sino al fiume Shashi », aveva ribattuto Zouga, in tono sarcastico. Pickering aveva annuito. «Probabile.» Zouga sorrise al ricordo di quella prima lezione sui rapporti con la mano d'opera lì agli scavi, si sistemò il cappello in testa e raccolse le redini. « Va bene », mormorò, « andiamo a reclutare! » E piantò gli speroni nei fianchi del castrato che si lanciò su per l'argine della gola uscendo sulla pianura aperta. I neri erano a cinquecento metri là davanti e lui li contò rapidamente: sedici. Se li prendeva tutti, si sarebbe potuto rimettere in marcia per New Rush l'indomani all'alba. Sedici uomini erano sufficienti per lavorare Le Diaboliche, e in quel momento ai suoi occhi essi avevano lo stesso valore di un diamante di cinquanta carati. Erano disposti in fila indiana e si muovevano rapidamente, al passo saltellante dei guerrieri zulu. Non avevano né donne né bambini con loro. « Bene », grugnì Zouga, mentre il baio gli si tendeva sotto. Guardando a destra, lui lo trattenne a un passo normale. Jan Cheroot s'era avviato nella pianura con Jordan che avanzava nella sua polvere a una cinquantina di passi dietro. A quella distanza non sembrava un fanciullo: sarebbero potuti essere benissimo una coppia di cavalieri armati, e Jan Cheroot
stava prendendola larga, cercando di arrivare dietro al piccolo gruppo di uomini, bloccandoli prima che si sparpagliassero, bloccandoli il tempo necessario perché Zouga arrivasse a portata di voce. Zouga lanciò un'occhiata a sinistra e vide, seccato, che Ralph era lanciato in pieno galoppo, chino sul collo della puledra, brandendo la carabina Martini-Henry. Sperò che non fosse carica, si rammaricò di non aver detto a Ralph di non mostrare la carabina e tuttavia, nonostante la rabbia, provò un piccolo fremito di orgoglio nel vedere il figlio cavalcare: quel ragazzo era nato per stare in sella. Trattenne ancora il castrato, portandolo al trotto, dando il tempo agli uomini sul fianco di completare l'aggiramento e, insieme, cercando di ridurre l'effetto minaccioso del suo avvicinarsi. Sapeva che i neri li avrebbero presi per un commando armato con intenzioni bellicose, e cercò di riparare levandosi il cappello e agitandolo sopra la testa. Poi, di colpo, Jan Cheroot rallentò, facendo cenno a Jordan di fare altrettanto. Erano arrivati dietro il gruppo e, di fronte a loro, Ralph stava frenando la sua puledra, che si alzò di colpo sulle zampe posteriori, indietreggiando e scuotendo la criniera in maniera teatrale. Al centro, i neri s'erano mossi rapidamente, con un'azione concertata, da combattenti allenati. Avevano lasciato cadere il fagotto arrotolato della stuoia, della pentola e del sacco di pelle col grano che portavano in testa, e avevano formato di scatto un circolo difensivo, spalla contro spalla, scudo sopra scudo, mentre sopra questi l'acciaio dei loro assegai lanciava lampi al sole. Non portavano tutte le insegne dei loro reggimenti, i gonnellini di code di scimmia, i mantelli di pelliccia di volpe del deserto, gli alti copricapi di penne di struzzo e di viduino; viaggiavano con le sole armi, e il luccichio dell'acciaio disse a Zouga tutto quello che voleva sapere. Gli scudi gli rivelarono il nome della tribù: matabele, la gente dai lunghi scudi. Il piccolo gruppo di uomini che stava li impalato, impassibile al sole, a guardare Zouga che s'avvicinava, era formato dai migliori guerrieri che l'Africa abbia mai dato. Eppure erano circa ottocento chilometri a sud dai confini del Matabeleland. Zouga sorrise entro di sé. « Vado per una nidiata di pernici e mi trovo di fronte una razza di aquile. » A cento metri dal cerchio di scudi frenò il cavallo ma, risentendo della tensione, il baio gli si agitò sotto. I lunghi scudi erano fatti di pelle di bue bianca e nera, e ogni reggimento matabele aveva uno scudo ben distinto. Zouga sapeva che quello bianco e nero era del reggimento dell'Inyati, il Reggimento dei Bufali, e avvertì di nuovo un fremito di nostalgia. Un tempo, l'induna che comandava l'Inyati era stato suo amico: avevano viaggiato insieme attraverso le pianure coperte di mimosa del Matabeleland, erano andati a caccia insieme
e avevano diviso il conforto dei fuochi da campo. Era stato tanto tempo prima, alla sua prima visita alla terra a sud del fiume Zambesi, ma ne conservava così vivido il ricordo che riuscì a cancellarlo solo con uno sforzo. Sollevò la mano destra con le dita aperte, nell'universale gesto dell'amicizia. « Guerrieri di Matabeleland, vi vedo », gridò; parlava fluentemente la loro lingua, come uno di quel popolo, e le parole gli vennero subito alle labbra. Notò un piccolo movimento dietro gli scudi, uno spostarsi di teste, in risposta alle sue parole. « Jordan! » chiamò, e il ragazzo fece il giro e andò a fermarsi accanto al padre. Ora la differenza di dimensioni tra uomo e ragazzo fu evidente. « Visto, guerrieri di re Lobengula, mio figlio cavalca con me. » Nessun uomo portava il proprio figlio in guerra. Il cerchio di scudi s'abbassò di qualche centimetro, quel tanto da permettere a Zouga di vedere gli occhi scuri e vigili che v'erano dietro. Ma, allorché spinse di qualche passo in avanti il baio, gli scudi si sollevarono immediatamente nella posizione di difesa. « Che notizie avete di Gandang, l'induna del reggimento Inyati? Gandang, che per me è come un fratello? » gridò di nuovo Zouga, in tono persuasivo. Alla menzione di quel nome uno dei guerrieri non seppe più trattenersi, scostò di lato lo scudo e fece un passo fuori del cerchio di lance. « Chi chiama Gandang fratello? » chiese con voce chiara e ferma, una voce giovanile, e tuttavia col tono e l'inflessione dell'abitudine all'autorità. « Sono Bakela, il Pugno », disse Zouga, dando il suo nome matabele, e si rese conto che il guerriero che aveva di fronte era ancora giovane, poco più grande di Ralph. Ma era magro e dritto, stretto di fianchi e con spalle e braccia muscolose, formate dai giochi di guerra. Zouga immaginò che probabilmente aveva già ucciso il suo uomo, lavato la sua lancia nel sangue. Poi avanzò sul terreno aperto verso Zouga, il passo leggero, le gambe lunghe e ben formate sotto, il gonnellino di pelle. « Bakela », disse, e si fermò a una dozzina di passi dalla testa del baio. « Bakela. » Sorrise, un brillante sfoggio di denti bianchi ed eguali su un bello e largo viso ngumì. « E' il nome che ho sentito mentre bevevo il primo sorso del latte di mia madre, perché io sono Bazo, l'Ascia, figlio di quello stesso Gandang che tu chiami fratello e che ti ricorda come un vecchio e fidato amico. Ti riconosco dalla cicatrice sulla guancia e dall'oro della tua barba. Ti saluto, Bakela. » Zouga smontò dal baio lasciando il fucile nel fodero della sella e, con un gran sorriso, andò a stringere le braccia del giovane in un affezionato saluto. Poi, giratosi con i pugni nei fianchi, sempre sorridendo, gridò a Ralph: « Vai a vedere se puoi abbattere un'antilope o, ancora meglio, uno gnu. Abbiamo bisogno di molta carne per
stasera ». A quell'ordine, Ralph lanciò un grido e costrinse la puledra a indietreggiare, girare e lanciarsi al galoppo, con la criniera che sventolava e gli zoccoli che tonfavano nel terreno. Senza aver ricevuto nessun ordine, Jan Cheroot mise al piccolo galoppo la sua ossuta giumenta e seguì la puledra ormai lanciata. I due tornarono al crepuscolo e la caccia era stata buona. Avevano trovato una preda rara, un maschio di antilope alcina così vecchio che il collo e le spalle erano diventate blu con l'età e l'oscillante giogaia quasi spazzava il terreno polveroso tra le tozze zampe anteriori. Era grande quanto un magnifico toro da monta, con un petto tondo come un barile di brandy, e Zouga calcolò che non pesasse meno di una tonnellata, perché era grasso e soffice; doveva avere un'intera botte di bianco lardo nella cavità del petto e spessi strati di giallo grasso sotto la pelle lucida. Una gran bella preda, e il piccolo gruppo di matabele batté gli assegai contro gli scudi e lanciò urla di entusiasmo quando vide l'animale. La grossa bestia sbuffò a sentir quel fracasso e, a un goffo galoppo, cercò di fuggir via, ma Ralph lanciò la puledra e gli tagliò la strada, e cento metri dopo l'antilope cambiò il galoppo in un piccolo trotto e si lasciò spingere indietro verso il gruppo degli uomini in attesa. Ralph frenò la puledra, si liberò delle staffe e saltò agile a terra, sollevando la carabina quando toccò terra e facendo fuoco, a quanto parve, nello stesso istante. La testa della bestia sobbalzò sotto il colpo e gli enormi occhi lucenti si chiusero ripetutamente allorché la pallottola si conficcò nel cranio in mezzo a essi. Crollò con un tonfo che parve far tremare la terra. I matabele si precipitarono come un branco di cani selvaggi sull'enorme carcassa, usando gli affilatissimi assegai come coltelli da macellaio, mirando ai bocconi prelibati, le budella e il fegato, il cuore e il grasso bianco e dolce. I matabele si rimpinzarono della grassa carne di antilope, arrostendo sul fuoco le budella, infilando ghirlande di fegato e grasso e cuore succulento su rametti di mimosa bianca ai quali avevano tolto la corteccia così che il grasso sfrigolava, fondendosi sugli strati di carne. « Non abbiamo ucciso selvaggina da quando abbiamo lasciato la foresta », spiegò Bazo per giustificare quel vorace appetito. Anche se il deserto brulicava di branchi di antilopi saltanti, queste non erano proprio il tipo di selvaggina che un uomo a piedi e armato solo di lancia possa abbattere facilmente. « Senza carne il ventre di un uomo è come un tamburo di guerra, pieno di niente se non rumore e aria. » « Sei lontano dalla terra dei matabele », osservò Zouga. « Nessun matabele s'è spinto così a sud da quando il vecchio re portò la sua tribù a nord del Limpopo, e a quel tempo persino Gandang, tuo padre, era un bambino. »
« Siamo i primi a fare questo viaggio », convenne Bazo, in tono orgoglioso. « Siamo la punta della lancia. » Alla luce del fuoco gli altri guerrieri sollevarono il capo e nei loro visi c'era la stessa espressione di orgoglio per la propria impresa. Erano tutti giovani, il più anziano era solo di qualche anno più vecchio di Bazo; nessuno di loro aveva più di diciannove anni. « Dove andate in questo vostro lungo viaggio? » chiese Zouga. « In un posto meraviglioso nel sud, da dove si ritorna con grandi tesori. » « Che tipo di tesori? » insisté Zouga. « Questo. » Bazo allungò la mano verso Ralph, appoggiato contro la sella, e toccò il lucido calcio di legno del MartiniHenry che sporgeva dal fodero. « Isibamu. Fucili! » disse. « Fucili? » chiese Zouga. « Un indoda matabele con un fucile? » Il suo tono era leggermente ironico. « Non è l'assegai l'arma del vero guerriero? » Per un attimo Bazo parve a disagio, poi si riprese. « I vecchi sistemi non sempre sono i migliori », disse. « I vecchi ci dicono che lo sono per farsi considerare saggi dai giovani. » E i matabele in cerchio intorno al fuoco annuirono e mandarono suoni d'approvazione. Benché fosse certamente il più giovane del gruppo, Bazo era senza dubbio il loro capo. Figlio di Gandang, era perciò nipote del re Lobengula e pronipote del vecchio re Mzilikazi. I suoi nobili natali gli davano spicco sugli altri, ma era chiaro che era anche lesto e abile. « Per guadagnare i fucili che tanto desideri bisogna lavorare duro, in un pozzo sprofondato nella terra », disse Zouga. « Col tuo sudore devi riempire una zucca intera ogni giorno per tre anni, prima di essere pagato con un fucile. » « L'abbiamo sentito dire », ribatté Bazo. « Allora avrete i vostri fucili, ognuno di voi un bel fucile, alla fine dei tre anni. Io, Bakela, il Pugno, ti do la mia parola. » Era un'abitudine lì agli scavi, una cerimonia di iniziazione: quando un gruppo di neri ignari arrivava a New Rush, gli operai neri già lì da un pezzo si precipitavano ad assieparsi ai due lati della pista, la maggior parte vestiti con i più begli avanzi dell'eleganza europea come segno della loro raffinatezza. Accoglievano con grida i fratelli appena arrivati: « Guardateli, i babbuini sono scesi dalle colline ». « No! I babbuini sono scaltri, questi non possono essere babbuini. » E lanciavano contro i nuovi venuti immondizia varia oltre che insulti. Bazo e i suoi erano i primi matabele ad arrivare agli scavi. La lingua dei matabele è quasi identica a quella dello Zululand e molto simile allo xhosa meridionale. Bazo quindi capiva ogni parola di quegli insulti e così lanciò subito sottovoce un ordine
al proprio gruppo. I suoi uomini lasciarono cadere a terra le stuoie, i lunghi scudi risuonarono l'uno contro l'altro e i larghi e lucidi assegai brillarono al sole allorché vennero puntati. Di colpo grida e insulti cessarono per essere sostituiti da espressioni di stupore e vero disagio. « Manje! Ora! » sibilò Bazo. Il cerchio di scudi esplose verso l'esterno e la folla si disperse disordinatamente in preda al panico. In groppa al castrato, Zouga ebbe una visione perfetta della carica e del fuggi fuggi, e non si fece illusioni sulla pericolosità del momento. « Bazo! Kawulisa! Fermali! » gridò, dando di sprone e correndo davanti alla micidiale fila di scudi e d'acciaio. Gli ex dileggiatoti scappavano ora col capo rivolto all'indietro, gli occhi di fuori e strillando per, il terrore. Si buttavano a terra a vicenda e i caduti strisciavano nella polvere. Un grosso nero, che indossava delle brache di tela di molte misure più piccole e una redingote di molte misure più grande, si precipitò contro il fianco di una delle baracche che costeggiavano la pista e che era la casa di uno dei cercatori meno abbienti. All'urto la tela si lacerò e il tetto di paglia crollò addosso al fuggitivo coprendolo completamente di paglia e salvandogli probabilmente la vita, visto che nel momento in cui la baracca crollò la punta dell'assegai di un matabele era a pochi centimetri dalla cucitura delle brache sul punto di scoppiare. Bazo soffiò una sola volta nel fischietto di corno che portava appeso al collo e gli uomini armati di lancia si fermarono di colpo. La carica ebbe fine immediatamente e i matabele tornarono nel punto in cui avevano lasciato cadere i loro bagagli, tutti sorridenti, deliziati. Mentre riprendevano la loro formazione, Bazo intonò con voce altisonante il primo verso del canto di guerra del reggimento lnyatì: Guarda gli scudi di guerra neri come la mezzanotte, bianchi come le alte nubi temporalesche a mezzogiorno... E subito gli uomini dietro di lui risposero in coro: Neri come il toro Inyati, bianchi come le egrette che lui si porta sul dorso... L'ingresso di quel piccolo gruppo di guerrieri a New Rush divenne un corteo trionfale. Zouga li precedeva a cavallo e si sentiva un imperatore romano. E tuttavia nessuno di quei giovani guerrieri aveva mai sollevato un piccone o maneggiato una vanga. Jan Cheroot dovette piazzargli in mano gli utensili, sistemargli le dita intorno ai manici, brontolando al contempo, sdegnato per tanta ignoranza. In ogni modo, in pochi minuti impararono e quei neri muscoli vellutati, forgiati in guerra e nella preparazione alla guerra,
cambiarono quei semplici utensili in armi letali; attaccavano la terra gialla come se fosse un nemico mortale. Alle prese con una carriola per la prima volta, due di essi la sollevarono di colpo e la portarono via con tutto il suo contenuto. Quando Ralph mostrò loro il corretto uso del piccolo veicolo, stupirono e si rallegrarono come bambini e, compiaciuto, Bazo gli disse: « Vi avevo promesso molte meraviglie, no? » Erano un gruppo di giovani molto disciplinati, abituati sin da piccoli innanzi tutto alle severe regole della vita familiare nei kraal e quindi, dalla pubertà in poi, all'allenamento in comune e al lavoro di squadra nei reggimenti. Gli piaceva anche la competizione ed erano felici di sfidarsi a vicenda per provare la propria forza o abilità. Sapendo tutto questo, Zouga li organizzò in quattro squadre di quattro uomini, ciascuna chiamata con un nome di uccello - le Gru, i Falchi, i Lanieri e i Khorbaan - e ogni settimana la squadra che aveva ottenuto i migliori risultati nello scavare la ghiaia aveva diritto a portare tra i capelli le piume dell'uccello adottato e in più a una doppia razione di carne, pannocchie e twala, la birra di miglio africana. Avevano trasformato il lavoro in un gioco. Bisognava tuttavia adattarsi. I matabele erano allevatori di bestiame, tutta la loro vita era dedicata ad allevare, proteggere e ingrandire le loro mandrie, anche a spese di vicini meno bellicosi. La loro dieta fondamentale era a base di manzo e maas, il latte acido degli nguni. Il manzo invece era un lusso lì agli scavi, e così con chiaro disgusto erano costretti a mangiare la carne di montone grassa e tigliosa che Zouga forniva loro. E tuttavia il duro lavoro fisiso porta appetito, sicché nel giro di pochi giorni i matabele s'erano adattati a quella nuova dieta se non con piacere almeno senza lamentarsi. Contemporaneamente, il lavoro venne suddiviso e ognuno di loro imparò il proprio compito. Non era possibile indurre Jan Cheroot a scendere nei pozzi. « Ek is nie 'n meerkat nie », diceva a Zouga in tono grave, ricorrendo all'olandese bastardo della Colonia del Capo. « Non sono una mangosta, non vivo in un buco nel terreno. » Zouga aveva bisogno di un uomo fidato ai tavoli di scelta, e quelli infatti presidiava Jan Cheroot, accoccolato come un idolo giallo sui lucenti mucchi di ghiaia lavata, con la forma triangolare del viso accentuata dalla barbetta a punta, dagli zigomi alti, orientali, e dagli occhi all'insù, ciascuno in una ragnatela di rughe. Era lestissimo a individuare il luccichio delle pietre nobili nel mucchio delle scorie, ma c'era un altro paio d'occhi ancora più acuti e più lesti. Tradizionalmente le donne erano le migliori selezionatrici, ma il piccolo Jordan dimostrò subito di avere un talento particolare nell'individuare i diamanti, di qualunque forma e colore. Il ragazzo trovò la primissima pietra nella primissima pas-
sata. Era una pietra minuta, un venti punti, la quinta parte di un carato, e il colore era quello del cognac scuro, così che Zouga dubitò della sua purezza. Ma quando la mostrò a uno dei kopie-wallopers risultò che era un vero diamante e l'uomo gli offrì tre scellini. Dopo di allora nessuno mise più in dubbio l'abilità di Jordan, gli venivano anzi passate tutte le pietre dubbie perché le giudicasse. Entro una settimana divenne il selezionatore capo delle Diaboliche. Sedeva di fronte a Jan Cheroot al basso tavolo metallico, ed era quasi della stessa altezza dell'ottentotto. Portava un sombrero di steli di mais intrecciati per proteggere dal sole la pelle delicata e selezionava la ghiaia come se fosse un gioco, di cui non si stancava mai. Gareggiava avidamente con Jan Cheroot e ogni suo grido stridulo segnalava una nuova scoperta, mentre le sue piccole mani volavano sulla ghiaia come quelle di un pianista sulla tastiera. Zouga aveva trovato una donna che dava lezioni a Ralph e Jordan. Era la moglie di un predicatore luterano e aveva un gran petto e un viso dolce, contornato da capelli grigio-ferro raccolti in un'enorme crocchia dietro la testa. Mistress Gander era l'unica insegnante che si trovasse nel raggio di ottocento chilometri e per alcune ore, ogni mattina, dava a un piccolo gruppo di figli di cercatori lezioni di lettura, scrittura e aritmetica, nella chiesetta di lamiera dietro Market Square. Era un rito quotidiano al quale Ralph doveva essere spinto dalle minacce del padre e al quale invece Jordan accorreva con lo stesso entusiasmo col quale si precipitava al tavolo di scelta quando la scuola era finita. Con quella sua faccia angelica, e l'interesse per la parola scritta che Aletta gli aveva inculcato, Jordan divenne immediatamente il prediletto di mistress Gander. Non faceva nulla per nascondere questa sua preferenza. Lo chiamava « Jordie-caro » e gli affidava il compito di pulire la lavagna, compito che si trasformò immediatamente in un onore per il quale gli altri ragazzi della classe, una dozzina, gli avrebbero cavato i begli occhi angelici dalle lunghe ciglia. C'erano due gemelli nella classe di mistress Gander. Rozzi figli di un rozzo cercatore sfortunato venuto dalle miniere di opale dell'Australia, formavano una degna coppia, con le loro teste rasate per impedire la crescita dei pidocchi, i piedi scalzi perché il padre lavorava una povera concessione al limite orientale degli scavi -, le brache di tela sopra camicie lise e scolorite. Henry e Douglas Stewart erano una coppia formidabile, agivano sempre di concerto, lesti a lanciare maligne frecciate a voce bassa perché mistress Gander non udisse o a dare una gomitata o a strappare i capelli, sempre senza farsi vedere. Jordan era la vittima predestinata. « Jordie-cara » lo chiamavano, ed era un piacere tirare quei riccioli morbidi, o vedere le sue lacrime scorrere, specialmente quando si resero conto che Jordan, per chissà quale motivo d'orgoglio, non si rivolgeva
al fratello più grande per essere protetto. « Di' a Oca-Gander che ho mal di pancia », disse Ralph a Jordan. « E che papà dice che sto troppo male per venire alla lezione. » « Dove vai? » chiese Jordan. « Cosa farai? » « Vado al nido... Credo che i piccoli siano pronti ormai. » Ralph aveva scoperto il nido di un lanario in cima a una sporgenza d'un kopie roccioso, a sette-otto chilometri sulla strada per il Capo. Aveva in mente di prendere i piccoli e di allevarli come falchi da caccia. I progetti di Ralph erano sempre eccitanti: una delle ragioni per cui Jordan lo adorava. « Oh, fammi venire con te. Ti prego, Ralph. » « Sei ancora un bambino, Jordie. » « Ho quasi undici anni. » « Ne hai solo dieci », lo corresse Ralph, altezzoso, e per esperienza Jordan sapeva che non era il caso di insistere. Jordan riferì la bugia di Ralph con una tale vocetta e un tal innocente sbattere delle lunghe ciglia, che a mistress Gander non venne neppure in mente di dubitare, e i due gemelli Stewart si scambiarono un rapido sguardo d'intesa. C'era una latrina dietro la chiesa, una garitta di lamiera che celava un sedile di legno con un taglio ovale posto sopra un secchio di ferro. La latrina era calda come un forno, e il contenuto del secchio fermentava rapidamente. I gemelli intrappolarono Jordan là dentro durante l'intervallo di metà mattina. In piedi sul sedile di legno, col buco in mezzo a loro, lo afferrarono ognuno per una caviglia. Jordan pendeva a testa in giù e si afferrava disperatamente al sedile, mentre i due cercavano di forzargli la testa e le spalle attraverso l'apertura nel secchio colmo. « Schiacciagli le dita col piede », disse Douglas, ansimando. Jordan aveva offerto un'inaspettata resistenza. Douglas aveva un lungo graffio rosso sul collo e avevano dovuto aprire a forza la bocca a Jordan per fargli mollare la presa sul pollice di Henry. Quelle ferite avevano influito sul loro umore. Avevano cominciato per ridere, sprezzanti ma pur sempre per ridere, ora erano infuriati e malevoli, con l'orgoglio che gli doleva quanto le ferite. « Zitto, femminuccia », sbottò Henry, obbedendo al fratello e schiacciando col duro calcagno le dita bianche di Jordan. Le grida di dolore, orrore e terrore del ragazzo, che scalciava e si dimenava, echeggiavano nella piccola baracca di lamiera. I suoi sforzi più sfrenati erano inefficaci contro la forza combinata di quei due. Con le unghie strappava schegge dal sedile di legno e le sue grida aumentavano in maniera isterica, ma la testa continuava a calare. Il puzzo era insopportabile e il disgusto lo strozzava in gola e soffocava le grida. Nel momento in cui Jordan sentì quella fredda e bagnata sporcizia inzuppargli i riccioli d'oro, la porta della baracca venne spalancata di colpo e la grossa sagoma materna di mistress Gander riempì il vano.
Per un attimo rimase a guardare, incredula, poi montò su tutte le furie. Levò di scatto il braccio destro, muscoloso a furia d'impastare pane e sbattere biancheria bagnata, e con un ampio gesto a mano aperta fece volare entrambi i gemelli in un angolo della baracca; dopodiché tirò su Jordan e lo tenne a distanza. Rossa in viso, con una smorfia di disgusto per il puzzo che emanava dai riccioli inzuppati, si precipitò fuori col ragazzo e gridò al marito di portare un secchio della preziosa acqua e un pezzo di sapone giallo screziato di blu. Mezz'ora dopo Jordan puzzava di sapone disinfettante e i suoi riccioli erano di nuovo gonfi e morbidi mentre si asciugavano al sole, che li trasformava in un'aureola luminosa. Intanto, da dietro la porta chiusa della sagrestia le grida di dolore dei gemelli erano inframmezzate dal rumore dei colpi secchi del bastone di malacca del reverendo Gander, che veniva di quando in quando sollecitato dalla moglie a un maggior impegno. Intorno ai resti sconvolti del kopie era cresciuta tutta una serie di piccole alture artificiali. Erano formate dalle scorie delle culle scaricate a caso sul terreno aperto oltre il campo. Alcune di queste alture artificiali arrivavano già a oltre sei metri di altezza e formavano un paesaggio desolato in un'area dove non crescevano né alberi né erba. La zona era inoltre attraversata da un'infinità di stretti sentieri, aperti dal quotidiano pellegrinaggio ai pozzi di centinaia di operai neri. La via più breve tra la chiesa luterana e il campo di Zouga seguiva uno di questi sentieri che nell'ora infuocata di mezzogiorno, quando gli operai si trovavano ancora agli scavi, erano deserti. Il sole a picco creava solo strette strisce di nera ombra ai piedi delle montagnole di ghiaia, mentre Jordan s'affrettava lungo il sentiero polveroso, con gli occhi ancora cerchiati di rosso per le lacrime e per la schiuma del sapone disinfettante. « Salve, Jordie-cara. » Jordie riconobbe immediatamente la voce e si fermò di colpo, sbattendo le palpebre contro il sole per guardare in cima a una di quelle montagne di ghiaia lungo il sentiero. Uno dei gemelli si stagliava contro il cielo azzurro-pallido di mezzogiorno. Con i pollici infilati sotto le bretelle, la testa rapata sporta in avanti e gli occhi, contornati dalle ciglia sottili, malevoli come quelli di un furetto. « Tu hai parlato, Jordie-cara », accusò il gemello, in tono deciso. « Non ho mai parlato », negò Jordie, incerto, con la voce che gli tremava. « Hai strillato. E' lo stesso che parlare... E ora strillerai di nuovo, solo che questa volta nessuno ti sentirà, Jordie-cara. » Jordan girò su se stesso e, senza interrompere quel movimento, si mise a correre con tutta la disperazione e la velocità di una gazzella inseguita da un ghepardo; ma non aveva fatto neppure una dozzina di passi che il secondo gemello scivolò giù lungo il fianco della montagnola, con la ghiaia che frusciava
sotto i piedi nudi, è capitò nel mezzo dello stretto sentiero davanti a Jordan. Allargò le braccia come per accoglierlo e storse la bocca in una smorfia di piacere. Avevano disposto la trappola con cura. Lo avevano sorpreso in un punto stretto ai lati del quale i banchi di ghiaia erano più alti. Dietro di lui il primo gemello scivolò giù per bloccargli la ritirata e scivolò tenendosi in equilibrio sulla piccola valanga di ghiaia finché arrivò sul sentiero piano. « Jordie-cara », chiamò. « Jordie-cara », fece eco l'altro, e avanzarono dall'una e dall'altra parte, lentamente, gongolanti. « Le bambine non dovrebbero mai aprir bocca. » « Non sono una bambina », disse Jordan in un bisbiglio, indietreggiando. « Allora non dovresti avere i riccioli, solo le bambine hanno i riccioli. » Douglas si frugò in tasca e tirò fuori un coltello pieghevole col manico d'osso. Aprì la lama con i denti. « Ti trasformeremo in un ragazzino, Jordie-cara. » « E poi ti insegneremo a non aprir bocca. » Henry tirò via la mano da dietro la schiena. Aveva tagliato un ramo di cratego e ne aveva tolto le foglie ma non le spine. « Ti faremo la stessa cosa che Oca-Gander ha fatto a noi. Quindici colpi ciascuno. Vale a dire trenta, Jordie-cara. » Lo sguardo di Jordan era come affascinato da quel ramo spinoso. Era spesso il doppio del pollice di un uomo, più una mazza che un bastone da passeggio, e le spine erano lunghe quasi un centimetro, ognuna sporgente da un nodo di ruvida corteccia nera. Henry menò un fendente per prova e quello sibilò come una vipera. Quel suono fu come una scarica elettrica per Jordan: si girò e corse su per l'alta montagnola vicina a lui. Scivolava sulla ghiaia, sicché dovette usare le mani per arrampicarsi fino in cima. Dietro di lui i gemelli guaivano d'eccitazione, come un branco di cani scatenati nella caccia, e gli corsero dietro, arrancando sull'argine che si sgretolava. A ogni passo affondavano fino alle caviglie nella ghiaia così che Jordan, più leggero e spinto dal terrore, raggiunse la cima della montagnola prima di loro e, muto e bianco in viso, corse su per la piatta cima aumentando ancor più la distanza. Henry, correndo, afferrò una pietra, un pezzo di quarzo grande quanto il suo pugno e, sfruttando la propria velocità, lo lanciò. Passò a pochi centimetri dall'orecchio di Jordan, che trasalì e lanciò un grido, perse l'equilibrio e, giunto sul bordo estremo della montagnola, inciampò, rotolando giù per l'erto declivio. « Fermalo », gridò Douglas, e si lanciò dall'alto. Impolverato e scarmigliato, coi riccioli che gli pendevano davanti agli occhi, giunto in fondo, Jordan riuscì a rialzarsi in piedi. Perse un secondo prezioso per guardarsi intorno disperatamente, dopodiché schizzò via per lo stretto sentiero che correva tra le montagnole di ghiaia.
« Afferralo. Non farlo scappare. » I gemelli s'incitavano a vicenda, ansimando intanto per il ridere, come due gatti con un topo, e lì in piano le loro gambe più lunghe accorciarono la distanza da Jordan. Questi sentiva vicinissimo alle sue spalle il tonfo dei loro piedi nudi sulla terra dura e si girò a guardare indietro, quasi accecato dal sudore e dai riccioli che gli danzavano davanti agli occhi, col fiato che gli veniva meno, bianco in volto come porcellana e con gli enormi occhi, colmi di lacrime, che parevano occupare tutto il viso. Henry si fermò, tirò il braccio destro il più indietro possibile e lanciò il bastone spinoso facendolo volare basso sul terreno così che colpì Jordan dietro le ginocchia. Le spine lacerarono la pelle nuda e delicata producendo profondi graffi paralleli, come se fosse stato colpito dalla zampa di un gatto. A Jordan le gambe si piegarono. Crollò a terra, scivolando sul ventre e sfiatando allorché colpì il terreno battuto del sentiero. Prima che potesse rialzarsi, Douglas gli piombò con tutto il suo peso sulle spalle, mentre Henry recuperava il ramo spinoso e si metteva a danzare intorno ai due in cerca di un'apertura, stringendo il ramo con ambedue le mani sopra il capo. « Prima i capelli », ansimò Douglas, soffocato dalle risate e dall'eccitazione. « Tienigli la testa. » Henry lasciò cadere il ramo e si chinò su Jordan afferrandogli una doppia manciata di riccioli e tirando così forte, con tutto il suo peso, che Jordan dovette allungare il collo. Douglas stava sempre piazzato sopra le spalle di Jordan. Inchiodandolo dunque a terra, brandì il coltello a serramanico e disse al gemello: « Tienilo sempre fermo ». I bei riccioli d'oro erano tesi come corde di violino e Douglas li colpì ripetutamente. Vennero via a ciuffi in mano a Henry, alcuni tagliati, altri strappati dalle radici, come penne dal corpo di una gallina uccisa, e il gemello li lanciava in aria gridando e ridendo nel vederli brillare al sole. « Ora sei un maschietto! » Ogni resistenza cessò da parte di Jordan. Rimase lì schiacciato a terra, scosso dai propri singhiozzi, mentre Henry afferrava un altro ciuffo. « Tagliali più corti », ordinò l'altro gemello, ma subito dopo lanciò un urlo di paura e di dolore. La punta assottigliata di una frusta di pelle di rinoceronte s'avvoltolò intorno al fondo delle brache di Henry, sui lividi freschi lasciati dal bastone di malacca del reverendo Gander, e il gemello schizzò tenendosi le natiche con entrambe le mani e saltellando su e giù. Una mano gli afferrò il colletto della camicia. Fu sollevato in aria e tenuto, scalciante, a un mezzo metro da terra, con l'impressione intanto che il fondo delle brache fosse ora pieno di carboni ardenti. Sempre seduto sulle spalle di Jordan, suo fratello guardò in su. Nell'eccitazione che gli procurava il tormentare un ragazzo
più piccolo, nessuno dei due gemelli aveva sentito o visto avvicinarsi l'uomo a cavallo. Questi era sbucato da dietro la curva che compiva il sentiero tra le montagnole di ghiaia e aveva visto davanti a sé, al centro del sentiero, quel groviglio di piccoli corpi, urlanti e agitati. Aveva riconosciuto immediatamente i gemelli, che s'erano conquistati una certa notorietà li agli scavi, e gli era bastato un secondo per capire chi erano gli attaccanti e chi la vittima. Douglas si rese immediatamente conto di come le circostanze fossero cambiate appena, alzato lo sguardo, vide il fratello pendere a mezz'aria, come un uomo dalla forca. Scattò in piedi e corse via, ma, come un giocatore di polo, il cavaliere fece girare il proprio cavallo con un colpo di staffa e lanciò la lunga frusta di pelle di rinoceronte. Il dolore acuto paralizzò Douglas. Non fosse stato per la spessa tela delle brache, quel colpo di frusta gli avrebbe lacerato la pelle. Prima che schizzasse via di nuovo, l'uomo si chinò sulla sella, gli afferrò il braccio e lo sollevò con facilità. Ai due lati del cavallo i gemelli scalciavano e piagnucolavano per il dolore della frustata mentre l'uomo li guardava uno per uno pensieroso. « Vi conosco, voi due », disse, calmo. « Siete i due Stewart, quelli che mandarono il mulo del vecchio Jacob a sbattere contro il filo spinato. » « Per piacere, signore, per piacere », farfugliò Douglas. « Zitto, ragazzo », disse l'uomo a cavallo. « Siete quelli che tagliarono le redini del carro di De Kock. La cosa costò una bella sommetta a vostro padre, e ancora il Comitato dei Cercatori vorrebbe sapere chi appiccò il fuoco alla tenda di Carlo e ancora... » « Non siamo stati noi, mister », piagnucolava Henry. Era chiaro che entrambi sapevano chi era quell'uomo a cavallo e che ne avevano davvero paura. Jordan si sollevò in ginocchio e alzò il capo per guardare il suo salvatore. Doveva essere qualcuno molto importante, forse addirittura un membro del Comitato che aveva appena menzionato. Pur nella sua angustia, provò sgomento; Ralph gli aveva spiegato che un membro di quel Comitato era qualcosa tra il poliziotto, il principe e l'orco delle favole che la madre un tempo gli leggeva. E ora quell'essere favoloso stava guardandolo, inginocchiato com'era lui in mezzo al sentiero, con le guance solcate di lacrime, la camicia strappata, i bottoni appesi ai fili e la parte posteriore delle ginocchia corsa da graffi sanguinanti. « Questo ragazzino è la metà di voi », disse. Aveva gli occhi azzurri, di uno strano azzurro elettrico: gli occhi di un poeta, o di un fanatico. « Era solo un gioco, signore », mormorò Henry. « Non volevamo fargli male, mister. » L'uomo a cavallo trasferì quel brillante sguardo azzurro da Jordan ai due corpi scalcianti che reggeva a mezz'aria. « Un gioco, eh? » esclamò. « Bene, la prossima volta che vi
sorprendo a giocare così, voi e vostro padre dovrete avere pronta una giustificazione per il Comitato, intesi? » Li scosse brutalmente. « Mi avete capito bene? » « Sì, signore... » « Così vi piacciono questi giochi, vero? Bene, eccone uno nuovo, e lo giocheremo ogni volta che oserete toccare con un dito un ragazzino più piccolo di voi. » Li lasciò cadere improvvisamente a terra e, prima che i gemelli riacquistassero il loro equilibrio, aveva colpito a destra e a sinistra con la frusta, facendoli scappar via a tutta velocità; poi gli corse dietro a un facile trotto per un centinaio di metri, sporgendosi dalla sella e colpendoli dietro le gambe per farli correre il più possibile. Infine, all'improvviso, li lasciò andare, girò il cavallo e tornò verso Jordan, che era rimasto pallido e tremante sul sentiero. « Se proprio devi batterti, uno per volta è la tattica migliore, giovanotto », disse, scendendo agilmente da cavallo; gettò le redini sulla sella e s'accoccolò di fronte a Jordan. « Ora, dov'è che fa più male? » chiese. All'improvviso, per Jordan fu terribilmente importante non apparire un bambino. Deglutì cercando di controllare le lacrime, e l'uomo parve capire. « Bravo ragazzo », disse, scuotendo il capo. « Questo è coraggio. » Tirò fuori dalla tasca un fazzoletto di cotone e gli asciugò le lacrime frammiste a polvere. « Come ti chiami? » « Jordie... Jordan », si scosse, tirando su col naso. « Quanti anni hai, Jordan? » « Quasi undici, signore. » Il dolore delle ferite e il senso d'umiliazione cominciarono a diminuire d'intensità per essere sostituiti da una calda ondata di gratitudine verso il suo salvatore. « Sputa! » ordinò l'uomo porgendogli il fazzoletto, e Jordan obbedì, inumidendo con la sua saliva un angolo del fazzoletto. Con una mano sulla spalla l'uomo lo fece girare e col fazzoletto bagnato gli pulì i graffi sanguinanti dietro le ginocchia. Un rimedio superficiale, e in più il tocco di quella mano fu un tantino pesante, ma bastò quell'attenzione perché Jordan si ricordasse di sua madre e avvertisse un vuoto dentro di sé, tanto che quasi si metteva a piangere di nuovo. Trattenne le lacrime e girò la testa per guardare lo sconosciuto che gli curava le gambe ferite. Le dita erano robuste e forti, ma il loro movimento non molto coordinato. Le unghie erano grandi e forti e tagliate corte, con una lucidità perlacea. Il dorso delle mani era coperto da una peluria che al sole appariva dorata. Mentre era intento alla sua opera, l'uomo guardò Jordan. Il viso era bello, ben rasato e liscio, a parte i baffetti. Le labbra erano piene, rosse, sensuali. Il naso largo, ma non troppo per la gran testa rotonda e le fitte onde dei capelli castano-chiaro. Era giovane, probabilmente aveva dieci anni più di lui, Jor-
dan, anche se l'imponenza del fisico e l'impressione che dava di forza e maturità lo facevano sembrare molto più vecchio. Eppure c'era qualcosa in lui che sembrava contraddire quella prima impressione. Il rosso delle labbra e delle guance non era il colore della salute e della vita all'aria aperta; sembrava un tantino febbrile, e, sebbene la pelle fosse liscia, agli angoli degli occhi e della bocca c'erano i segni sottili della sofferenza, mentre dietro quello sguardo penetrante c'era come un'ombra tragica, un senso di tristezza che era forse percepibile soltanto agli occhi innocenti di un bambino. Per un attimo l'uomo e il ragazzo si guardarono negli occhi e giù, dentro di sé, ben nel profondo, Jordan provò un fremito, un fremito dolce: gratitudine, trasporto infantile, compassione, adorazione, era tutto questo e qualcos'altro ancora che lui non avrebbe mai saputo esprimere. Poi l'uomo si alzò in piedi: era alto e possente e Jordan gli arrivava a malapena al petto. « Chi è tuo padre, Jordan? » E Jordan gli fu grato per non avere usato il diminutivo. Alla sua risposta il cavaliere annuì. « Sì », disse. « Ho sentito parlare di lui. Il cacciatore d'elefanti. Bene, allora, sarà meglio tornare a casa. » Balzò in sella e si chinò a prendere Jordan per un braccio, issandolo in groppa. Jordan sedeva con le gambe da una parte e, quando il cavallo si avviò, per tenersi in equilibrio strinse le braccia intorno alla vita del cavaliere. Quando arrivarono al trotto nel campo di Zouga, Jan Cheroot lasciò il tavolo di scelta e corse loro incontro, e allorché l'uomo fermò la bestia allungò le braccia e mise giù Jordan. « Si è azzuffato », disse lo sconosciuto all'ottentotto. « Gli metta della tintura di iodio sulle ferite e starà bene. Il ragazzo ha coraggio. » Jan Cheroot si mostrò ossequioso, quasi servile, ben lungi dall'ostentare il suo solito aspro cinismo. Sembrava reso muto dallo sguardo diretto di quell'uomo grande e grosso in groppa a quel cavallo dalle lunghe gambe. Con una mano tenne Jordan e con l'altra si tolse il vecchio berretto militare e se lo portò sul petto, come annuendo all'ordine che l'uomo gli aveva dato. Lo sconosciuto trasferì di nuovo lo sguardo su Jordan e, per la prima volta, sorrise. « La prossima volta scegli qualcuno della tua altezza, Jordan », consigliò e, prese le redini, s'allontanò al trotto dal campo senza voltarsi a guardare indietro. « Sai chi era quello, Jordie? » chiese Jan Cheroot guardando l'uomo che s'allontanava. Non attese la risposta del ragazzo. « E' un pezzo grosso del Comitato dei Cercatori, l'uomo più importante di tutta New Rush, Jordie... » S'interruppe, poi, con aria teatrale, annunciò: « Era mister Rhodes ». « Mister Rhodes. » Jordan ripeté il nome dentro di sé. « Mister Rhodes. » Aveva un suono eroico, come certa poesia che sua madre gli leggeva. Capì che gli era capitato qualcosa di molto importante nella vita.
Ogni membro della famiglia di Zouga e del seguito trovò rapidamente il proprio posto di lavoro, come se a ciascuno di essi fosse stato riservato un compito speciale: Jan Cheroot e Jordan al tavolo di scelta, l'amadoda matabele negli scavi e Ralph... naturalmente per lui c'era solo un posto: negli scavi con loro. E così trovarono le pietre; le scavavano in piccoli riquadri di terra nella profondità del pozzo che affondava sempre più, e le portavano alla superficie nei secchi oscillanti, le trasportavano nel carretto per le strade che andavano continuamente sgretolandosi, così da divenire sempre più pericolose ogni giorno che passava, e le lavavano e setacciavano sinché alla fine Jan Cheroot o Jordan vi piombavano sopra sul tavolo di scelta. Poi la sera sotto il cratego accanto alla tenda di Zouga c'erano tre o quattro operai matabele in attesa. « Vediamo », diceva Zouga con un grugnito, e con abilità l'operaio scioglieva i nodi di un pezzo di stoffa sporca e mostrava una scheggia di pietra o un piccolo cristallo trasparente. Questi erano i ritrovamenti fatti agli scavi. Mentre i matabele maneggiavano il materiale, spalandolo o vuotando i secchi di cuoio, succedeva che il luccichio di una pietra attraesse la loro attenzione. Per ogni diamante ritrovato in quel modo e consegnato c'era una ricompensa. La maggior parte di essi, però, non erano veri diamanti, perche gli operai mettevano da parte tutto ciò che luccicava o qualsiasi pietra più bella delle altre o insolitamente colorata. Prendevano così schegge di agata e quarzo, feldspato e cristallo di rocca, diaspro e zircone, e ogni tanto un diamante. Allora, per ogni diamante, grande o piccolo, limpido o no, Zouga regalava una sovrana d'oro del gruzzolo che andava sempre più assottigliandosi e aggiungeva il diamante al contenuto della piccola borsa a stringhe di camoscio che portava nella tasca di petto e che quando dormiva la notte metteva sotto il cuscino. Poi, ogni domenica mattina, Jan Cheroot e i due ragazzi si radunavano intorno al tavolo sotto il cratego accanto alla tenda e, con cautela, Zouga versava il contenuto della borsa su un foglio di carta bianca pulito e insieme esaminavano e discutevano sul ritrovamento della settimana; e sempre Zouga cercava di celare la propria delusione e di ignorare i morsi della preoccupazione quando guardava quei diamanti minuscoli, scoloriti e macchiati, che Le Diaboliche cedevano con tanta riluttanza. Poi, con la borsa di camoscio di nuovo nella tasca di petto abbottonata, gli stivali appena lucidati da Ralph, il colletto liso della camicia accuratamente rammendato - i bottoni sostituiti da Jordan e il castrato baio tirato a lucido da Jan Cheroot, sfoggiando la migliore espressione che gli riusciva di sfoggiare, fumando un sigaro per dimostrare quanto poco avesse bisogno di denaro, Zouga cavalcava verso gli scavi e fermava il castrato alla porta della baracca di lamiera del primo diamantiere. « Le Diaboliche. » Il primo kopje-walloper era un olandese il cui accento era difficilmente comprensibile, ma che non si la-
sciava ingannare dallo sfoggio che faceva Zouga della propria indifferenza; quella volta tirò il fiato e scosse il capo davanti all'offerta di Zouga. « Le Diaboliche », ripeté. « Hanno ucciso cinque uomini e mandato in fallimento altri tre. Jock Danby è stato fortunato a cavarne il prezzo che lei gli ha pagato. » « Qual è la sua offerta? » chiese Zouga, calmo. Il diamantiere sparse sul banco le minuscole pietre. « Vuole vedere un vero diamante? » chiese e, senza aspettare risposta, fece ruotare la sedia e aprì la cassaforte nella parete dietro il banco. Con reverenza, spiegò un pezzo quadrato di carta bianca e mise in mostra un bellissimo e sfavillante cristallo, grande quasi quanto una ghianda matura. « Cinquantotto carati », disse in un bisbiglio, e Zouga lo fissò con l'acido sapore dell'invidia in bocca. « L'ho comprato ieri. » « Quanto? » Chiese Zouga, maledicendosi al tempo stesso per la propria debolezza. « Seimila sterline! » disse il diamantiere e, con cura, ripiegò il pezzo di carta, rimise il diamante nella cassaforte, chiuse la porta pesante di questa, riattaccò la chiave alla catena dell'orologio e tornò a guardare le pietre di Zouga. « Quaranta sterline », disse, in tono distratto. « Tutte? » chiese Zouga, calmo. Doveva pagare e dar da mangiare a sedici uomini, aveva bisogno di una corda nuova e ne avrebbe dovuto pagare il prezzo esagerato ai mercanti. « Il prezzo del pietrame è basso. » Il diamantiere si strinse nelle spalle. « Ogni cercatore a sud del Vaal si presenta con robaccia simile. » Zouga riempì di nuovo la borsa e s'alzò. « Le ho fatto un prezzo di favore », lo avvertì il diamantiere. « Se torna più tardi le sterline saranno trenta. » « Correrò il rischio. » Zouga si toccò la falda del cappello e uscì fuori nel sole. Il secondo diamantiere al quale si rivolse versò le pietre nel ciotolino della bilancia da diamanti e poi aggiunse pesi nell'altro braccio finché la bilancia fu in equilibrio. « Avrebbe dovuto continuare a dare la caccia agli elefanti », disse, mentre annotava i pesi e faceva i suoi calcoli in un taccuino rilegato di pelle. « Il mercato è invaso di diamanti. C'è un limite al numero delle ricche signore che vogliono portare gioielli appesi al collo e qui, sul Vaal, abbiamo tirato fuori più pietre in pochi anni di quante ne sono state trovate nei seimila anni precedenti. » « Li adoperano per i movimenti degli orologi, per gli utensili per tagliare il vetro e l'acciaio », disse Zouga, calmo. « Una moda passeggera. » Il diamantiere agitò la mano come per allontanare l'argomento. « I diamanti sono finiti. Le darò cinquantacinque sterline per tutte queste, è un prezzo generoso. »
Una mattina Zouga trovò Ralph che lavorava accanto a Bazo in fondo al pozzo, calando il piccone a tempo, con il canto matabele. Rimase a guardarlo per alcuni minuti, vide la forma dei muscoli sviluppati emergere da quello che era stato fino allora un fisico infantile e notò l'ampiezza delle spalle. Il ventre di Ralph era piatto e la stoffa delle brache, che improvvisamente risultavano di molte misure più piccole, era tesa su natiche tonde e piene quando si chinava per conficcare la punta del piccone nella terra gialla e compatta. « Ralph », chiamò alla fine. « Sì, papà. » Il sudore aveva scavato dei solchi nella polvere che ricopriva come una pellicola la parte superiore del corpo e ricadeva a gocce lucenti dalla peluria riccia e scura che improvvisamente era comparsa al centro del suo petto. « Mettitì la camicia », ordinò Zouga. « Perché? » Ralph parve sorpreso. « Perché sei un inglese. Con la grazia di Dio e, se necessario, con la forza del mio braccio destro ti comporterai anche da gentiluomo. » E così Ralph lavorò abbottonato fino alla gola accanto ai matabele nudi, di cui guadagnò dapprima il rispetto e poi l'affetto e l'amicizia. Dal primo giorno in cui s'erano incontrati sul veld aperto, i matabele erano rimasti impressionati dalla sua bravura a cavallo e dalla maniera con cui aveva abbattuto con un sol colpo il vecchio maschio di antilope. Ora cominciarono ad accettarlo in mezzo a loro trattandolo prima come fratello minore e poi, a poco a poco, come uguale finché Ralph si trovò a gareggiare con loro in tutto ciò che facevano, nel lavoro e nello sport. Ancora non era alto e forte come i matabele e quindi vinceva di rado, ma quando era battuto s'accigliava fino a oscurarsi tutto in viso e a far congiungere le folte sopracciglia sopra il gran naso. « Un vero sportivo sa perdere con grazia », gli disse una volta Zouga. « Non voglio essere sportivo. Non voglio imparare a perdere », ribatté Ralph. « Voglio imparare a vincere. » E a quel compito si dedicò con rinnovata determinazione. Sembrava che ogni giorno passato agli scavi la sua forza aumentasse; il grasso infantile veniva bruciato via e, alla fine, il giovane raggiunse la sua definitiva altezza senza perdere di forza. A quel punto imparò a vincere. Cominciò col battere Bazo nelle gare sul lavoro, raccogliendo ghiaia e riempiendo freneticamente grossi secchi di cuoio uno dopo l'altro, con la gialla polvere che si levava a nubi soffocanti. Vinse una delle pericolose gare giù per le scale dalla strada al fondo del pozzo, bruciandosi le mani sulle funi e dondolandosi nel vuoto per superare un altro uomo sul lato opposto della scala, usando il palo di un cavalletto per superare il vuoto profondo tra due concessioni, correndovi sopra dritto come un funambolo, senza guardare i propri piedi o il salto di
trenta metri sotto di lui. Persino Bazo scosse il capo e disse « Hau! » - che era un'esclamazione di profondo stupore - mentre Ralph, in fondo al pozzo, guardava in su verso di lui scoppiando in una trionfante risata. Poi Ralph imparò a usare i bastoni da combattimento, imparò a usarli nella maniera dura, perché quello era un gioco che i matabele avevano imparato sin da quando erano pastori nel veld. Prima di impadronirsi dell'arte di combattere con i bastoni, dovette imparare a fermare il sangue di più d'una ferita infertagli al capo dal bastone di Bazo, e lo fermava spruzzandovi sopra una manciata di polvere afferrata da terra in pieno combattimento. Una settimana prima del suo sedicesimo compleanno, Ralph batté Bazo per la prima volta. Combatterono dietro le capanne col tetto di paglia che i matabele avevano costruito in pieno veld, dietro l'accampamento di Zouga. Cominciò come per gioco. Bazo era l'istruttore che insegnava all'alunno a eseguire i passi tradizionali del combattimento con la grazia indolente di una sonnacchiosa pantera nera, un bastone da combattimento stretto in ciascuna mano e brandito e agitato con studiata abilità di movimento in maniera da formare uno schermo fluido, da dietro il quale poteva essere lanciato, con l'una o l'altra mano, un attacco micidiale. Ralph si girò per affrontare Bazo, e così i due ruotarono su se stessi come provetti ballerini; intanto si schernivano a vicenda, e le proprie battute Ralph le diceva in perfetto matabele. Era in brache da cavallerizzo e nudo sino alla cintola e il suo torso che per ordine di Zouga era stato tanto a lungo protetto dal sole, era bianco-crema. Solo le braccia e una « V » profonda alla gola erano abbronzate dal sole. « Una volta avevo un babbuino » disse Bazo. « Era un babbuino albino, bianco come la luna, e così stupido che non imparò mai nessun trucco. Quel babbuino mi ricorda qualcuno, ma non saprei dire chi. » Ralph sorrise solo con le labbra mettendo in mostra una chiostra bianca di denti, ma le scure sopracciglia erano unite sopra il naso. « Mi meraviglio che un matabele possa pensare di insegnare qualcosa a un babbuino. Certamente dovrebbe essere tutto il contrario. » Bazo balzò indietro con un grido e iniziò la giya - la danza di sfida del guerriero - saltando alto e facendo sibilare i corti bastoni nell'aria, fino a che ronzarono come le ali di un uccellomosca in volo. « Vediamo se sei lesto con i bastoni come con la lingua », gridò. E di colpo attaccò. Il sibilo dei bastoni divenne quasi un urlo allorché mirò al ginocchio di Ralph, urlo che terminò in uno schianto, come un colpo di fucile, quando Ralph bloccò il colpo con la propria guardia. Immediatamente, con l'altra mano, Bazo mirò al gomito, e ci fu un altro schianto quando Ralph deviò il colpo col proprio bastone. I bastoni battevano l'uno contro l'altro a un ritmo crescente,
e il cerchio degli spettatori matabele incoraggiava i due con alte grida - « jee! » - ogni volta che un colpo veniva abilmente restituito e ogni sibilante risposta a sua volta ancora contraccambiata. Bazo ruppe per primo il ritmo, saltando all'indietro, con un leggero velo di sudore che faceva sembrare di velluto nero i suoi muscoli, col petto che gli si alzava e abbassava, e accennando risatine un tantino roche. Era il momento buono per una pausa ora, mentre i due avversari giravano uno intorno all'altro in quella specie di danza stilizzata, scambiandosi insulti, trattenendo il fiato, chinandosi ad asciugare le mani nella polvere per migliorare la presa sui bastoni, e invece Bazo balzò all'indietro e per un attimo abbassò la mano destra, così che Ralph penetrò la sua guardia. Anche la sola parvenza di un sorriso era scomparsa dalle labbra di Ralph. Stringeva la mascella, gonfiava i muscoli facciali e nel volto gli si leggeva la determinazione. La guardia destra di Bazo s'era abbassata e la sua attenzione era adesso rivolta alla schiera di facce degli spettatori matabele per il cui beneficio stava già preparandosi alla mossa successiva. « Jee! » gridarono quelli per incoraggiarlo e avvertirlo al tempo stesso, e Bazo cercò disperatamente di alzare la propria guardia per parare l'attacco inatteso. Riuscì a toccare col bastone quello dell'avversario giusto quel tanto per attutire il colpo, altrimenti gli avrebbe fratturato l'osso. Il corto bastone di Ralph gli prese in pieno la punta della spalla e, improvvisamente, non fu più un gioco. Il colpo alla spalla provocò un rigonfio grosso come un dito sul muscolo e quasi paralizzò il braccio di Bazo fino alla punta della mano, e così, allorché parò il successivo colpo di Ralph, il matabele sentì il proprio bastone girare tra le dita intorpidite e quasi sfuggirgli; lo shock si trasferì al muscolo offeso e lui, involontariamente, lanciò un grugnito, un piccolo grugnito di dolore che parve stimolare ancor più Ralph. Il viso abbronzato del ragazzo era una maschera di furia combattiva, gli occhi erano freddi e verdi, e a ogni colpo che menava piccole gocce di sudore gli volavano via dai lunghi capelli neri. I matabele non l'avevano mai visto così, ma riconobbero subito la furia assassina, perché tutti loro erano già stati in battaglia e avevano ucciso, e la cosa li contagiò al punto che presero a danzare e a battere i piedi a terra per l'eccitazione, spronando intanto Ralph ad alta voce. « Jee! » gridavano, e Bazo arretrò cedendo terreno a Ralpb, mentre i bastoni cozzavano e rumoreggiavano. Il matabele teneva la bocca spalancata, boccheggiando, e la sua gola era una profonda caverna rosa. Da dietro l'orecchio gli colava un sottile e scintillante rivolo di sangue, che si stendeva sulla gola tesa e poi sulla spalla destra, come un mantello. Un colpo casuale sopra l'occhio non aveva aperto la carne ma aveva formato sotto la pelle una vescica di sangue nero grande quanto
una noce, che pendeva dalla fronte di Bazo come una bizzarra sanguisuga. Intanto, tutt'intorno al matabele i colpi sibilavano e schioccavano, fitti come una pioggia tropicale, abbattendosi sulla sua guardia così da ripercuotersi attraverso il braccio e la spalla e da scuotergli la testa sulla spessa colonna nera del collo. Poi un altro colpo penetrò la guardia e l'eburneo brillio dei denti di Bazo fu offuscato da una pellicola di sangue che gli serpeggiò giù da una narice in bocca; poi un altro colpo andò a segno sulla coscia, che si gonfiò istantaneamente, tendendo la pelle lucida e nera, e quasi azzoppò Bazo, che fu così impedito dalla gamba ferita. E Ralph continuava ad attaccare, mentre Bazo era lento e impacciato. Poi di nuovo uno dei bastoni di Ralph colpì con un tonfo il muscolo elastico e Bazo barcollò e quasi andò giù. Si riprese con immenso sforzo, e il suo colpo di risposta fu lento e debole, e Ralph lo deviò facilmente. Spinse l'estremità del bastone che stringeva nella destra attraverso la guardia di Bazo, usandolo come fosse una spada, e Bazo fu colto di sorpresa. Con tutto il peso di Ralph dietro al colpo, il bastone piombò sui muscoli del ventre di Bazo, proprio sotto la cassa toracica, e per il colpo il matabele si piegò in due e uno dei bastoni gli volò via di mano, mentre l'altro gli penzolava inutilmente lungo il fianco. Cadde in ginocchio, la testa piegata in avanti tanto da esporre la nuca, con le vertebre della spina dorsale che sporgevano di tra i fasci di neri muscoli. Gli occhi di Ralph erano fissi su quel collo esposto ed erano vitrei, della stessa lucentezza di un diamante grezzo, mentre i suoi movimenti erano troppo rapidi per non essere altro che istintivi. Sollevò alto il bastone e spostò il peso del corpo dal piede posteriore a quello che aveva piantato in avanti, e tutta la sua forza affluì nella schiena e nelle spalle mentre si preparava al colpo fatale. « Jee! » ruggirono gli spettatori, anche loro trascinati oltre le frontiere della ragionevolezza dall'onda della furia combattiva, stringendosi intorno per assistere alla fine del perdente. Ralph s'irrigidì in quella posizione, il braccio destro alzato, il corpo piegato all'indietro come un arco teso, il matabele caduto ai suoi piedi... Poi, lentamente, la tensione abbandonò braccia e gambe, e lui scosse il capo con la goffa incertezza di uno che si svegli da un incubo. Si guardò intorno con stupefatta incredulità, sbattendo le palpebre come per allontanare dagli occhi quel velo opaco di follia e, di colpo, le gambe gli tremarono, incapaci di reggere il suo peso. Cadde giù di fronte a Bazo, gli si inginocchiò davanti e sollevò il braccio che pose intorno al collo del matabele. Appoggiando poi la propria guancia contro la sua. « Dio », bisbigliò. « Oh, Dio... Quasi ti ammazzavo. » Sangue e sudore si mescolarono, mentre ambedue ansimavano sollevando e abbassando il petto. « Non insegnare mai nessun trucco a un babbuino albino », disse alla fine Bazo. Aveva la voce incerta e roca. « Può impa-
rare un pò troppo. » Poi furono sollevati entrambi dai matabele urlanti e ridenti e furono trascinati fino alla capanna più vicina. Ralph bevve per primo dalla zucca di gruel - la densa e frizzante birra di miglio -, quindi la passò a Bazo. Bazo si sciacquò la bocca dal sangue e sputò a terra, dopodiche bevve, buttando il capo all'indietro, una dozzina di grosse sorsate; quindi abbassò la zucca e guardò Ralph. Per un attimo rimasero lì con aria grave, gli occhi verdi che sostenevano lo sguardo di quelli nerissimi, e poi di colpo entrambi scoppiarono a ridere, una gran risata incontrollata che li scuoteva tutti; e così i matabele che stavano accoccolati in cerchio intorno a loro cominciarono prima a sorridere e poi a ridere anch'essi. Sempre ridendo, Bazo si sporse in avanti e strinse per un attimo il braccio di Ralph. « Sono il tuo uomo », disse, sempre ridendo, sempre con la bocca piena di sangue. Quando Zouga scese l'ultimo piolo della scala sul fondo delle Diaboliche, il sudore era già abbastanza da produrre una macchia scura dietro la camicia di flanella. Sollevò il cappello per asciugare le gocce dalla fronte, quando trasalì e s'accigliò immediatamente. « Ralph! » gridò, e suo figlio conficcò la punta del piccone nella ghiaia gialla e lo lasciò lì ritto, quindi si eresse con le mani sui fianchi. « Cosa fai? » « Abbiamo trovato un nuovo sistema », rispose Ralph. « Prima la squadra di Bazo infrange la roccia, poi dopo di loro viene Wengi e... » « Sai benissimo cosa voglio dire », lo interruppe Zouga, impaziente. « E' lunedì, dovresti essere a scuola. » « Ho sedici anni ormai », ribatté Ralph. « E inoltre so leggere e scrivere. » « Non credi che avresti dovuto parlarmi della tua decisione? » chiese Zouga, con ingannevole calma. « Almeno un accenno. » « Eri occupato, papà. Non volevo disturbarti per qualcosa di così poca importanza. Hai già abbastanza di che preoccuparti. » Zouga esitò. Era la solita abilità del figlio a stravolgere le cose o si rendeva davvero conto della loro situazione e di quanto lui, Zouga, avesse veramente da preoccuparsi? Ralph s'accorse del proprio vantaggio. « Abbiamo bisogno di tutte le braccia possibili, e le mie sono gratuite. » Le sollevò e, per la prima volta, Zouga notò com'erano possenti e com'erano callose le mani. « Sentiamo, qual è questo nuovo metodo? » Il cipiglio del padre era svanito e Ralph sorrise nel rendersi conto che non sarebbe più andato a scuola. Cominciò a spiegare, facendo ampi gesti con le mani mentre il padre annuiva. « Va bene », disse alla fine Zouga. « Mi sembra ragionevole.
Lo proveremo. » Si girò e s'allontanò, mentre Ralph si sputava sulle mani e gridava in matabele: « Avanti, su, non siete delle donnette che zappano la terra. Rompetevi la schiena ». Alla concessione n. 183 un cercatore americano, un certo Calvin Hine, incappò in un filone, una piccola sacca, e in un solo secchio tirò su duecentosedici diamanti, il più grande dei quali era di oltre venti carati. Di colpo, da uno straccione abbronzato e barbuto che frugava nella polvere gialla divenne un uomo ricco. Calvin era li la sera in cui Diamond Lil saltò sul banco di legno del suo bar, con le piume di struzzo che oscillavano e i lustrini che brillavano alla luce delle lampade. Chiese in un cockney che suonava come le campane di St Mary-le-Bow: « C'è qualche gentiluomo di spirito che offre un prezzo per questa bella merce? » e si strizzò tra le dita dalle unghie tinte di rosso i grossi seni rotondi, che traboccarono da sopra il corpetto di velluto cremisi, con la pelle più morbida dello stesso velluto e il gran tondo roseo di un capezzolo che sorgeva come l'alba sopra l'orizzonte della sua scollatura. « Avanti, su, carini, una notte di delizie. Una sbirciatina al paradiso, amorini. » « Dieci scellini, Lil cara. Dieci soldini », gridò un cercatore in fondo al bar, e Lil si girò e sollevò le gonne di dietro nella sua direzione. « Vergognati, piccolo miserabile », lo rimproverò guardando da dietro la bianca spalla. I mutandoni di pizzo e nastrini sotto le fruscianti gonne non avevano cavallo e, per l'infinitesima parte di un secondo, tutti videro ciò che vendeva e muggirono come buoi trainanti un carro da cinque giorni nel deserto quando annusano una sorgente d'acqua. « Lil, bellezza mia. » Calvin s'arrampicò traballando sulla cassa che serviva da tavolo. Stava bevendo da mezzogiorno, quando aveva lasciato l'ufficio del kopie-walloper. « Lily, anima mia », farfugliò, « per un anno e più, ogni notte ho sognato questo momento. » Si frugò nella tasca della giacca e tirò fuori una manciata di sgualciti biglietti da cinque sterline. « Non so quante sono », annunciò, « ma sono tue. » Per un attimo le sopracciglia disegnate di Lily si contrassero, mentre eseguiva un rapido calcolo dell'offerto fascio di banconote; poi sorrise e il piccolo diamante incastonato nel suo incisivo brillò come la stella della sera. « Magnifico ragazzo », gongolò. « Questa notte sono la tua sposa. Prendimi tra le braccia, mio amante. » Il giorno dopo qualcuno trovò una pietra di trenta carati nella sezione orientale, una splendida pietra bianca della più bell'acqua, e il giorno dopo ancora un enorme diamante color champagne saltò fuori nel blocco di Neville Pickering.
« Andrà via, ora? » gli chiese Zouga quando s'incontrarono sulla strada sopra Le Diaboliche, e sperò che il suo sorriso non tradisse l'invidia. « No. » Pickering scosse il capo e rispose con il proprio sorriso accattivante. « Scommetto sempre su una serie di vittorie. Il mio socio e io rimaniamo in gioco. » Sembrava che il dio dei diamanti fosse propenso a elargire con generosità a New Rush, e tutti erano tanto presi dalla febbre dell'attesa e dell'eccitazione che a mezzogiorno il gran pozzo risuonava come un'arnia di api selvatiche quando la foresta di acacie è in piena fioritura. Tre grandi ritrovamenti in tre giorni: nessuno l'aveva mai visto succedere prima. La sera, intorno ai fuochi e nelle bettole illuminate dalle lanterne, venivano avanzate le più sfrenate teorie dagli impolverati cercatori ubriachi di pessimo alcol e di rinata speranza. « E' uno strato », pontificava uno. « Un filone di ricchi ciottoli che attraversa il kopje. Sentite quel che vi dico, qualcuno troverà un pony prima della fine della settimana. » « No, accidenti », argomentava un altro. « Le pietre stanno in buche. Qualche fortunato bastardo troverà di nuovo la buca giusta, come Calvin con il suo venti carati o Pickering con la sua scimmia. » Il martedì sera di quella pazza settimana piovve. Lì, ai bordi del deserto del Kalahari, il livello delle piogge era meno di quaranta centimetri l'anno; in quella sola sera raggiunse i venti. Al crepitante bagliore azzurro dei lampi la pioggia formava una cortina sbieca di argentee frecce. Le nubi ricoprivano in gran massa il cielo e cozzavano le une contro le altre come tori furenti, grandi come montagne alla luce dei lampi, e i tuoni facevano tremare la terra mentre la pioggia scrosciava. All'alba pioveva ancora. In un'altra occasione gli scavatori se ne sarebbero stati fuori dei pozzi, ad aspettare che il terreno asciugasse. Non quel giorno, però, non con l'eccitazione che faceva fremere l'intero campo. Quel giorno nulla li avrebbe tenuti lontano dai pozzi. Gli scavi erano pieni di fango giallo. Nelle concessioni più basse vi si affondava fino al ginocchio. Incrostava le gambe nude degli operai neri, inzaccherava a interi strati gli stivali dei sorveglianti bianchi, appesantendoli e impedendo di camminare, come fosse una palla al piede. Il denso fango rosso delle strade bloccava le ruote dei carretti e doveva essere scrostato con la punta di un palanchino. Giù nei pozzi ne riempivano i secchi a palate, e quando questi venivano issati il fango acquoso pioveva sugli uomini di sotto, così che dietro quelle lucide maschere gialle era impossibile distinguere i bianchi dai neri. Ciò di cui nessuno degli uomini lì agli scavi si rendeva conto era che, a parte la sporcizia e il disagio provocati dalla pioggia del temporale notturno, questa aveva creato un cambiamento meno evidente ma infinitamente più grave in quelli che erano i resti del Kopje Colesberg.
I precipitosi rivoli d'acqua avevano trovato una fessura all'estremità della Strada n. 6 e vi s'erano riversati dentro, scavando e intaccando e demolendo, e il viscido fango giallo aveva nascosto le profonde crepe che s'erano aperte verticalmente nell'argine di terra alto trenta metri. Su quella strada, in quel momento, s'affollavano sedici carretti trainati da muli, quasi tutti pieni del primo carico della mattinata, e, tra un'esplosione di schiocchi delle lunghe fruste, i vetturali imprecavano gli uni contro gli altri nel tentativo di farsi largo e portare il rispettivo carico alle culle in attesa. Giù alle Diaboliche le squadre dei matabele lavoravano a fianco a fianco, ma gli scrosci pungenti e gelati della pioggia sulle spalle e le schiene nude rallentavano i colpi di piccone e a ogni passo gli uomini sdrucciolavano e perdevano il precario equilibrio. Il loro canto risuonava funebre e Zouga urlava per sollecitarli. L'umore di tutti era pessimo. Sulla strada, intanto, un carretto stracarico di ghiaia cominciò a scivolare di lato e, incapace di trattenerlo, il mulo del timone fu trascinato giù in ginocchio. Una delle ruote cadde fuori del bordo della strada e il carretto s'inclinò pericolosamente, rimanendo sospeso sul pozzo. Sotto il peso ineguale della ghiaia l'asse si spezzò. Il carretto di Zouga veniva subito dietro, rivolto nella stessa direzione, e Ralph saltò giù dalla cassetta e, furioso, gridò: « Dannato idiota, ci hai bloccati tutti ». « Piccolo insolente », gridò di rimando il vetturale del veicolo impantanato. « Hai bisogno di una ripassata di frusta sulla schiena. » Immediatamente una mezza dozzina di cercatori accorsero, schierandosi da una parte o dall'altra e gridando consigli e imprecazioni. « Taglia le tirelle, porta quei maledetti animali via dalla strada. » « Scarica la ghiaia, sei sovraccarico. » « Voi non toccate niente! » strillò il vetturale del carretto bloccato. Ralph intanto trasse il coltello dal fodero che portava nella cintura e corse avanti. « E' quello che ci vuole, Ralph. » « Quel bricconcello ha bisogno di una lezione. » Uomini, veicoli e animali infangati formavano un pericoloso ingorgo su in cima all'alto muro di terra. In fondo al pozzo, Zouga buttò il capo all'indietro e si portò le mani alla bocca: « Ralph! » ruggì. Capiva quanto pericolosa fosse diventata la situazione. Gli animi erano accesi e lui si rendeva conto del pericolo mortale che correvano tutti se, scontrandosi tra loro, gli uomini perdevano il controllo degli animali in preda al panico. La voce di Zouga fu soffocata dal fracasso, e se Ralph l'udì non lo diede tuttavia a vedere. Era inginocchiato accanto al mulo caduto e tagliava ripetutamente col coltello le corregge delle tirelle.
« Va' via di là », strillò il vetturale, e si piegò all'indietro. Il lungo cordone della frusta volò alto sopra le sue spalle e quindi, con uno schiocco, schizzò in avanti, sibilando come le ali di un'anatra selvatica in volo. Ralph se ne accorse in tempo e si chinò dietro il corpo a forma di barile del mulo. La frusta esplose nell'aria come una granata e il mulo fece un balzo, facendo ruotare le stanghe del carretto a metà della strada così che l'asse spezzato crollò; seguì poi la rottura delle corregge di cuoio mezzo segate che permise al mulo di rimettersi in piedi e di galoppar via nel fango verso un terreno più solido. Ralph si rialzò e corse verso i propri muli. Gridò rivolto a quello di timone: « Tira, Bishop! » Le ruote del carretto frusciarono nel fango e lui spingeva verso lo stretto passaggio tra il carretto affossato nel fango da un lato, che occupava quasi mezza strada, e lo strapiombo sugli scavi dall'altro. « Aah, Rosie! » Ralph afferrò la briglia della mula di testa e, correndo verso di lei, la guidò verso il passaggio. « Ralph, maledizione a te! » ruggì Zouga. « Fermati! Mi senti? Fermati! » Ma era uno spettatore impotente. Gli ci sarebbero voluti cinque minuti o più per raggiungere la strada soprelevata attraverso il complicato sistema di scale e passerelle, quindi non poteva far niente per impedire l'incombente tragedia. L'infuriato proprietario del carretto affossato era ancora a bordo del suo veicolo e brandiva la lunga frusta, urlando di rabbia. Non era alto, qualche centimetro meno di Ralph, ma aveva spalle pesanti, un gran ventre e mani ruvide come corteccia di quercia, cotte dal sole come mattoni e segnate dal maneggio del piccone e della vanga. « Ti metto a posto io, vermiciattolo », gridò, e di nuovo tirò indietro la frusta. A sua volta, Ralph di nuovo si scansò, ma questa volta la punta della frusta gli prese la manica della camicia scolorita e rattoppata, lacerando il tessuto liso e aprendo la pelle sulla parte superiore del braccio con un taglio, sottile come quello di un rasoio, dal quale spuntò immediatamente il sangue. Ralph era accovacciato nel fango; si alzò, piazzò una mano sul garrese del mulo del timone e, sfruttando il proprio slancio, saltò in aria. Era un trucco insegnatogli da Jan Cheroot, la maniera con cui un bravo vetturale passa da una parte all'altra del proprio tiro. A mezz'aria, infatti, volteggiò al disopra del dorso dei muli e atterrò dall'altra parte del carretto. Un altro salto ancora e fu a cassetta. Immediatamente afferrò la propria frusta dall'alloggiamento accanto alla maniglia del freno. Il manico era lungo tre metri e il sottile cordone altri sei. Un abile vetturale poteva colpire con lo sverzino una mosca sulla punta dell'orecchio del mulo-guida, e Jan Cheroot aveva addestrato Ralph: era bravo con la frusta, molto bravo. Le sue labbra erano una sottile linea bianca, gli occhi verdi pieni di furia. Quel colpo di frusta gli aveva messo addosso
una rabbia assassina e incontrollabile. « Ralph! » gridò inutilmente Zouga. Aveva già visto il figlio in quelle condizioni. Era spaventato. « Ralph! Fermati! » In piedi sul carretto, Ralph sparò la frusta all'indietro in tutta la sua lunghezza: un movimento pieno di grazia, come quello di un pescatore di salmone che si accinge a lanciare la mosca; poi, con lo stesso movimento, spinse avanti il manico della frusta, con uno scatto del polso e delle spalle, e il cordone sibilò e arrivò fino al vetturale. Lo colpì come un fendente di spada, dal petto alla fibbia della cintura, e solo la pesante incerata che il vetturale portava gli evitò una brutta ferita. La tela lacerata sbatté e la pioggia diluì il rivolo di sangue che sgorgò dalla lieve ferita. Allo schiocco della frusta i muli di Ralph ebbero un balzo e la ruota esterna del suo carretto s'agganciò a quella del carretto affossato, bloccandoli entrambi nel fango molle. Ralph era troppo vicino all'altro vetturale per far schioccare di nuovo la frusta e allora capovolse il manico e, adoperandolo come una mazza, lo menò contro la testa dell'uomo. Giù di sotto, negli scavi, i matabele incoraggiavano il loro favorito con il grido da combattimento - « jee! » - che pungolò ulteriormente Ralph. Fu più lesto dell'altro vetturale, che era troppo stordito per evitare il bastone, brandito come quelli da combattimento con i quali il ragazzo s'era così assiduamente allenato. I muli intanto erano spaventati dal fracasso, dagli schiocchi delle fruste, dal canto di guerra dei matabele, dagli insulti e dalle urla degli spettatori. Rosie indietreggiò, agitò le zampe anteriori, ragliando in maniera isterica, e il compagno di tiro si buttò in avanti dando strattoni alla ruota incastrata. Bishop si liberò del collare, con le zampe posteriori raspò proprio sull'orlo della strada soprelevata e precipitò, rimanendo appeso al groviglio di redini e catene, calciando e ragliando come un disperato. Poi, quasi dolcemente, come si svegliasse da un sonno profondo, la terra gialla della strada si scosse. Il movimento iniziò sotto le ruote dei carretti incastrati e gli zoccoli dei muli atterriti e scalcianti, e si trasmise lungo tutto l'argine finché, come per miracolo, nel muro giallo e infangato si aprì una profonda crepa verticale. Si aprì con appena un debole suono di risucchio, come un lattante che poppi al seno materno, ma bastò per zittire gli spettatori che urlavano e cantavano. Di colpo gli unici suoni in tutti gli scavi furono gli scrosci della pioggia e i ragli del mulo appeso. Sul carretto Ralph si levava come la statua di un atleta greco, il manico della frusta buttato all'indietro, i muscoli del collo allentati, la furia svanita dagli occhi verdi per far posto a un'espressione di incredulità: giù giù, sotto i suoi piedi, la terra stava muovendosi. « Ralph! » Questa volta la voce di Zouga gli giunse chiara e
lui si girò a guardar giù nel pozzo e vide le loro facce; vi lesse lo stupore e il terrore. « Scappa! » gridò Zouga. « Allontanati dalla strada! » Ralph gettò via la frusta e saltò giù dal carretto. Aveva di nuovo in mano il coltello. La redine che teneva Bishop, il grosso mulo grigio, era rigida e tesa come una barra di ferro. Si spezzò netta al tocco della lama e la bestia, libera, precipitò giù, agitandosi nell'aria e, mentre gli uomini di sotto si sparpagliavano di corsa, piombò nel fango. Poi, arrancando, la bestia si rimise in piedi e rimase lì a tremare, col ventre immerso nel fango giallo che gli aveva salvato la vita. La terra vibrava come gelatina sotto il piede di Ralph, che tagliava intanto le tirelle che trattenevano gli altri tre muli. Quando questi furono finalmente liberi, li spinse davanti a sé sulla strada, urlando perché galoppassero via. In quel momento, l'intera massa di fango giallo tremò ancora e vacillò, mentre le crepe s'aprivano, e la strada cominciò ad avvallarsi. « Scappa, maledetto idiota! » gridò Ralph all'uomo col quale s'era scontrato e che stava impalato sotto la pioggia guardandosi intorno, con l'incerata lacera che gli sbatteva contro le gambe e la faccia stralunata. « Avanti, scappa! » Ralph lo afferrò per un braccio e lo trascinò via, dietro i muli che s'allontanavano al galoppo. Intanto, una dopo l'altra, le incastellature disposte lungo la strada, alcune con gli enormi secchi ancora appesi alle carrucole, cominciarono a crollare nel pozzo sottostante: il legno si schiantava e le corde s'aggrovigliavano e si spezzavano come fili di cotone. Davanti a Ralph i tre muli raggiunsero il terreno fermo e galopparono via, agitando la coda e scalciando, liberi da ogni carico. La strada vacillò e s'avvallò, così che a Ralph parve di correre su per un'erta salita. Accanto a lui, il vetturale perse l'equilibrio e cadde in ginocchio, quindi cominciò a scivolare all'indietro: si buttò a faccia in giù e allargò le braccia come per avvinghiarsi alla terra. « Alzati! » Ralph si fermò e si chinò su di lui. Dietro di loro la terra brontolava come un animale vorace, sommuovendosi tutta, e c'erano ancora quattordici carretti sulla strada che stava crollando. Una mezza dozzina di vetturali avevano abbandonato i loro tiri e correvano lungo la strada che tremava e si fendeva, ma s'erano mossi troppo tardi. A un certo punto si fermarono, raccogliendosi in un piccolo gruppo. Alcuni di loro caddero a braccia spalancate. Uno, invece, corse verso il bordo e si lanciò nel vuoto. Cadde nel fango del pozzo sottostante e tre operai neri si precipitarono ad afferrarlo e a portarlo in salvo, con una gamba rotta che strisciava dietro di lui. Uno dei carretti carichi, con quattro muli alla stanga, si rovesciò e precipitò, e quando toccò il fondo del pozzo il peso del-
la ghiaia lo fece esplodere in una serie di taglienti schegge di legno bianco, mentre uno dei muli, nero e fangoso, rimasto impalato nella stanga, lanciava urla d'angoscia quasi umane, scalciando come un forsennato e strappandosi i propri visceri dalla gran ferita nel fianco. Ralph sollevò il vetturale spingendolo su per la salita che diventava sempre più erta, ma l'uomo era semiparalizzato dal terrore e impedito dai lembi della pesante incerata che gli sbattevano contro le gambe. Il centro della strada cedette all'improvviso e una trentina di metri di essa crollarono di lato con un tuonante fragore, proiettando, come una gigantesca catapulta, carretti e animali nel pozzo di sotto. Ralph lanciò un'occhiata dietro di sé alla terrificante carneficina e vide che l'intera strada stava cedendo, cominciando da quel punto centrale e avvicinandosi via via a lui, un'irrompente ondata di molle terra gialla simile a un liquido denso e viscido che s'infrangeva con un agghiacciante risucchio. « Avanti, su », gridò Ralph all'uomo che gli si attaccava al braccio. All'improvviso la terra sotto i loro piedi s'inclinò di lato lanciandoli verso il ciglio del pozzo e la salvezza. Corsero in avanti a precipizio, col vetturale che si sosteneva appoggiandosi alla spalla di Ralph. Mancavano una dozzina di passi al terreno fermo e Ralph non si voltò a guardare di nuovo indietro. I rumori spaventosi che giungevano dal pozzo erano già abbastanza snervanti e lui sentiva che un'altra occhiata a quella massa di terra che crollava gli avrebbe paralizzato le gambe. « Avanti », disse ansimando. « Ce la facciamo... Ci siamo quasi. Avanti, su! » Mentre lo diceva, la terra davanti ai loro piedi s'aprì, come spaccata da un colpo d'ascia di un gigante. Si aprì con un forte risucchio, e quella bocca spalancata era profonda trenta metri e larga uno, ma in quei pochi secondi in cui i due vacillarono sul suo ciglio si spalancò ancor più; due metri, due metri e mezzo, poi la strada si piegò di lato: l'ultima convulsione. « Salta! » gridò Ralph. « Salta, amico! » E spinse il vetturale verso quella spaventosa crepa che sembrava spaccare la terra fino al suo centro. L'uomo inciampò perdendo l'equilibrio, agitò freneticamente le braccia per tenersi in piedi, quindi, goffo, saltò al disopra della crepa. I lembi lacerati dell'incerata gli si avvilupparono alle gambe e gli sbatterono intorno al capo. Colpì col petto il ciglio della fenditura, le gambe nel vuoto, e, scalciando disperato, s'aggrappò al bordo fangoso. Ma non aveva presa e, inesorabilmente, cominciò a scivolare all'indietro. Dal canto suo, Ralph sapeva di non avere la possibilità di una rincorsa, doveva saltare da fermo, e lo squarcio s'allargava di secondo in secondo; ora era di tre metri e più, e per giunta l'argine tremante della terra che cedeva rappresentava una piattaforma instabile.
Cadde in ginocchio, si resse puntando un pugno a terra, quindi, come una molla rilasciata di colpo, in un improvviso scoppio di energia, tese gambe e corpo e saltò, in alto, perché nel frattempo la strada s'era abbassata al disotto del livello del ciglio. La forza del salto sorprese persino lui; superò il corpo del vetturale che si dimenava e atterrò su un terreno fermo e solido come una roccia, inciampò per il suo stesso slancio e fece di corsa una mezza dozzina di passi. Dietro di lui il vetturale lanciò un gemito e scivolò indietro di altri centimetri. Intorno alle sue dita piantate adunche a terra s'aprì una serie di crepe più piccole che correvano parallele al ciglio dello squarcio nel terreno. Ralph si girò e tornò indietro di corsa. Si gettò ventre a terra e afferrò il polso del vetturale. Era viscido per il fango e lui capì che non avrebbe potuto trattenerlo a lungo. Guardò giù negli scavi al disopra della testa del vetturale. Assisté così al crollo definitivo della strada: una massiccia frana di terra, in parte fango liquido, mescolata a enormi blocchi di ghiaia compatta che sfregavano l'uno contro l'altro come le fauci di un mostro enorme stritolante uomini e animali. L'intera Strada n. 6 era scomparsa e, da un capo all'altro, sul fondo del pozzo, scure crepe s'aprirono come una grottesca ragnatela. Laggiù, in fondo agli scavi, gli uomini sembravano fragili figure, insetti: le loro grida flebili e senza conseguenze; senza scopo il loro andare su e giù. All'improvviso Ralph riconobbe il padre. Lui solo era rimasto immobile, il capo buttato all'indietro, e anche da quella distanza Ralph sentiva la forza del suo sguardo. « Resisti, ragazzo! » La voce di Zouga giunse flebile al disopra del pandemonio. « Resisti! Stanno arrivando. » Ma sotto il ventre di Ralph la terra brontolava e tremava, impaziente, e il peso del vetturale lo tirò di altri centimetri verso il precipizio. « Resisti, Ralph! » Da laggiù Zouga tendeva le braccia come per superare quella spietata distanza, un gesto più eloquente di qualsiasi parola, un gesto di sofferenza e di amore disperato. Poi, improvvisamente, Ralph sentì delle forti mani afferrargli alle caviglie gli stivali infangati, udì le grida di molti uomini dietro di sé, avvertì il contatto di una corda di manila contro la guancia, vide il cappio pendere davanti al suo viso e, con enorme sollievo, vide anche il vetturale sospeso nel vuoto infilare il braccio libero nel cappio e questo stringersi. Poteva mollare la presa, lasciò scivolar via il polso infangato e strisciò all'indietro ritirandosi dal ciglio. Guardò giù verso suo padre. Erano troppo lontani l'uno dall'altro per vedere le rispettive espressioni. Zouga guardò per un attimo in su, poi di colpo si girò e, allontanandosi a grandi passi, con gesti imperativi ordinò ai suoi matabele di iniziare l'opera di soccorso.
L'opera di soccorso andò avanti per tutto quel giorno. Per una volta tanto, i cercatori furono uniti da uno scopo comune. Il Comitato dei Cercatori chiuse gli scavi e ordinò a tutti di abbandonare anche le zone non disastrate. Le altre cinque strade che non erano crollate furono dichiarate chiuse al traffico e rimasero deserte, alte e minacciose nell'argentea pioggia che continuava a scrosciare. Su ciò che restava della franata Strada n. 6 i soccorritori sciamavano. Erano gli uomini che erano rimasti ad assistere impotenti sul fondo degli scavi, intrappolati dalle scale spazzate via e dal sistema di incastellature crollato. Non c'erano membri del Comitato nella zona della n. 6 e Zouga Ballantyne, grazie alla sua naturale aria di autorità, fu subito accettato come capo. Al momento del crollo aveva notato la posizione dei carretti di ghiaia e dei vetturali sulla strada e così divise gli uomini disponibili in squadre e li mise a scavare nei punti in cui reputava che gli uomini e i veicoli fossero sepolti. Attaccarono così l'infida e informe massa di terra con una passione che era un miscuglio di odio e timore, nonché espressione del proprio sollievo per essere sfuggiti alla mortale cascata di terra gialla. Nella prima ora estrassero degli uomini ancora vivi, alcuni miracolosamente protetti da un carretto capovolto o dal corpo di un mulo morto. Uno di questi sopravvissuti, quando la terra fu spalata via, si alzò in piedi, tremante e senza l'aiuto di nessuno, e fu salutato dai soccorritori con grida isteriche. Tre muli erano sopravvissuti al crollo (e uno di questi era il vecchio e grigio Bishop di Zouga), ma gli altri erano spaventosamente mutilati dai rottami dei carretti. Qualcuno calò dall'alto una pistola e un pacchetto di cartucce e, scivolando e incespicando, Zouga andò da una squadra all'altra e sparò alle povere bestie che giacevano raglianti e scalcianti nel fango. Nel frattempo altre squadre di uomini si davano da fare in alto, a livello del suolo. Sotto la direzione del Comitato dei Cercatori stavano montando scale di corda e incastellature di fortuna per portar su i morti e i feriti. Entro mezzogiorno già poterono cominciare a issare i feriti, legati a tavole di legno e sollevati sui ponteggi provvisori, oscillanti contro l'alta parete del pozzo. Poi cominciarono a trovare i morti. L'ultimo dei dispersi fu rinvenuto ripiegato in posizione fetale nel freddo grembo fangoso della terra. Zouga e Bazo, chini spalla contro spalla sulla bocca dello scavo, afferrarono il polso inerte che sporgeva dal terreno e, unendo gli sforzi, liberarono il cadavere. Venne fuori con un fruscio di viscido fango, come al momento della nascita, ma gli arti del poveretto erano già tesi nel rigor mortis e le occhiaie erano piene di fango. Altre mani sollevarono il cadavere e lo portarono via. Zouga piegò la schiena e mandò un gemito: freddo e stanchezza gli avevano annodato i muscoli.
« Ancora non abbiamo finito », disse, e il giovane matabele annuì. « Cos'altro c'è da fare? » chiese, e Zouga avvertì un impeto di gratitudine e affetto verso di lui. Gli mise una mano sulla spalla e per un attimo entrambi si guardarono con aria grave, quindi Bazo chiese di nuovo: « Cosa c'è da fare? » « La strada è andata. Non ci saranno lavori in queste concessioni, non ci saranno per molto tempo », spiegò Zouga con voce spenta, ritirando con un gesto stanco la mano dalla spalla di Bazo. « Se lasciamo utensili ed equipaggiamento quaggiù, li ruberanno. » Avevano perso il carretto per la ghiaia, il paranco con le pulegge metalliche, della preziosa corda e i secchi per la ghiaia. Zouga sospirò e la stanchezza lo invase come una fredda ondata. Non c'erano soldi per rimpiazzare quel corredo essenziale. « Dobbiamo salvare tutto ciò che possiamo dagli avvoltoi. » Bazo chiamò i suoi uomini nella propria lingua e, lungo l'informe argine di terra crollata dal quale sporgevano pezzi rotti di equipaggiamento e viluppi di corda inzuppata, li condusse verso Le Diaboliche. Nel suo crollo la strada aveva sepolto l'angolo orientale della n. 142, ma il resto delle concessioni erano sgombre. La pressione, tuttavia, aveva aperto una crepa che correva in un profondo zigzag lungo il fondo del pozzo e parte dell'equipaggiamento di Zouga v'era caduta dentro, e lì era rimasta, mezzo sommersa nell'acqua fangosa. Bazo si calò nella fessura e, a tentoni, cercò corde e utensili passandoli poi ai matabele rimasti sull'argine sopra la sua testa i quali, sotto la sorveglianza di Zouga, legarono in fasci gli attrezzi e, barcollando, li portarono all'alto argine orientale, dove aspettarono il loro turno per issarli al livello del suolo per mezzo dell'unica carrucola funzionante. Mentre lavoravano, gli ultimi pallidi raggi del sole forarono la massa di nuvole basse e illuminarono l'enorme pozzo scavato dall'uomo. Sul fondo della crepa, intanto, Bazo trovò l'ultimo piccone mancante e lo passò ai compagni, dopodiché s'appoggiò all'argine per qualche secondo. Sentiva di non aver più la forza di arrampicarsi fuori della profonda crepa. Il freddo gli aveva intirizzito le gambe e ammollato la pelle fino a raggrinzargliela come quella di un affogato. Tremò e poggiò la fronte sul braccio, addossandosi all'argine di terra gialla. Sapeva che se avesse chiuso gli occhi si sarebbe addormentato in piedi. Li tenne aperti con uno sforzo e guardò fisso la terra davanti al suo viso. Un rivolo d'acqua piovana scorreva ancora dall'alto e aveva scavato uno stretto canale largo e profondo pochi centimetri. Quasi tutto il fango era andato via via depositandosi in quel piccolo rivolo, che era infatti limpido, solo d'un lieve colore latteo. A un certo punto del suo corso giù per la parete di fango aveva incontrato un ostacolo e ora ne fluiva in basso formando
una cascatella d'acqua corrente. Di colpo, Bazo sentì sete. Aveva la gola secca e asciutta. Si piegò in avanti e lasciò che il rivolo gli scorresse sulle labbra e sulla lingua, quindi bevve una gran sorsata. Il pallido sole colpiva ora l'argine e, a pochi centimetri dal viso di Bazo, brillò una strana luce. Proveniva, forte e pura e bianca, proprio dal piccolo rivolo dal quale stava bevendo. La guardò per un pò, quindi, a poco a poco, si rese conto che l'ostacolo dal quale l'acqua cascava era un qualcosa incassato nell'argine di ghiaia, un qualcosa che brillava con una luce tremolante al disperso raggio di sole che lo colpiva, un qualcosa che sembrava cambiar forma e sostanza attraverso l'acqua che vi fluiva sopra. Lo toccò con l'indice e la fredda acqua gli corse lungo l'avambraccio e colò giù dal gomito. Cercò di smuoverlo, ma era fermamente incassato e viscido sotto le dita intirizzite, così che la presa non poteva esser forte e sufficiente. Prese il fischietto di corno che portava legato al collo e ne usò la punta per scalzare quello strano oggetto, che alla fine gli cadde nel roseo palmo della mano riempiendolo tutto. Era una pietra, ma una pietra come non ne aveva mai viste prima. La tenne sotto il rivolo d'acqua e col pollice ne scrostò il fango rimasto attaccato finché fu pulita. Quindi la guardò di nuovo, rigirandola incuriosito alla debole luce del sole. Fino a che non era arrivato agli scavi Bazo non aveva mai pensato che delle pietre o delle rocce potessero essere diverse tra loro, non più che una goccia d'acqua potesse differire da un'altra, o una nuvola in cielo potesse essere più preziosa o utile delle sue consorelle. La lingua matabele non distingueva tra un ciottolo di granito e un diamante, entrambi non erano altro che imitsbe. Solo la maniacale ossessione dei bianchi per le pietre lo aveva indotto a guardarle con occhio nuovo. In tutti quei mesi passati a lavorare negli scavi aveva visto molte strane cose e imparato parecchio sui bianchi e sulle loro usanze. Sulle prime non riusciva a capacitarsi, rimaneva incredulo di fronte allo straordinario valore che essi attribuivano alle cose più banali. Che un semplice ciottolo potesse essere scambiato con seicento capi di ottimo bestiame gli sembrava il sogno grottesco di un pazzo, ma alla fine aveva visto che le cose stavano proprio così, e la sua piccola squadra di amadoda era diventata una banda di fanatici raccoglitori di ciottoli. Si avventavano come gazze su ogni pietra lucente o colorata e, fieri, la portavano a Bakela per ricevere la loro ricompensa. Ma questo entusiasmo iniziale era andato scemando rapidamente, perché non c'era né logica né sistema nella mente del bianco. Le più belle pietre venivano scartate con disprezzo. Con un grugnito e uno scuotimento del capo, Bakela restituiva loro delle pietre bellissime, rosse e azzurre, brillanti, mentre a volte, molto di rado per la verità, sceglieva un'insignificante piccola scheggia e consegnava una moneta d'oro a chi, felice, l'aveva trovata.
Sulle prime quella moneta data in pagamento aveva confuso i matabele, ma poi avevano imparato rapidamente. Quei dischetti metallici potevano essere scambiati con qualsiasi cosa uno desiderasse: se se ne possedevano abbastanza si potevano avere un fucile o un cavallo, una donna o un bue. Bakela aveva cercato di spiegare a Bazo e ai suoi matabele come riconoscere le pietre per le quali lui pagava quelle monete. Innanzi tutto erano piccole, mai più grandi di un seme di cratego. Bazo studiò la pietra che aveva ora nel palmo della mano. Era enorme, a stento riusciva a chiudervi intorno le dita. Le pietre che Bakela accettava di solito erano di una certa forma, una forma regolare con otto lati, uno per ogni dito meno i pollici. Quella pietra enorme non aveva quella forma. Aveva un lato liscio, come se fosse stata tagliata con un coltello, e il resto era tondo e levigato con una strana consistenza. Bazo la tenne di nuovo sotto il rivolo e, quando la riavvicinò a sé, la pellicola d'acqua che ne ricopriva la superficie coagulò in tante piccole gocce che corsero via, lasciando la pietra lucente e asciutta. La cosa gli sembrò strana, per di più la pietra non era del colore giusto. Bakela aveva spiegato che dovevano cercare pietre giallo-limone o grigio lucido, magari anche marrone. Quella lì invece sembrava un limpido stagno montano. Poteva vedervi attraverso la forma della propria mano, ed era piena di mobili stelle di luce che, quando la rigirò incuriosito, gli rilanciarono negli occhi quella del sole. No, era troppo grande e troppo bella per essere di valore, decise alla fine. « Bazo! Checha! » Bakela stava chiamandolo. « Vieni, su, andiamo a mangiare e a dormire! » Bazo lasciò cadere la pietra nella borsa di pelle che aveva alla vita e s'arrampicò fuori della crepa. La fila di matabele, guidata da Zouga, stava già allontanandosi arrancando nel fango, ognuno di loro chino sotto un fascio di vanghe e picconi, o uno dei grandi secchi di cuoio o un rotolo di corda inzuppata. « Ha la vita di sei uomini sulla coscienza. Io ero lì. Ho visto tutto. Ha spinto il suo carretto contro quello carico di ghiaia di Mark Sanderson. » Chi accusava era un cercatore alto, con un enorme capo grigio e irsuto, con spalle grosse e una pancia ancora più grossa. Stava montandosi da solo, e Zouga capì che la sua indignazione era contagiosa, la folla cominciava a brontolare e agitarsi inquieta intorno al carro. Il Comitato dei Cercatori stava tenendo una seduta pubblica. Dieci minuti prima aveva costituito una commissione d'inchiesta sul crollo della Strada n. 6. Un carro era stato trascinato al centro di Market Square per fornire alla commissione una piattaforma sulla quale sedere e deliberare, e intorno vi s'era già accalcata una folla di cercatori della Sezione n. 6. Dal crollo in poi nessuno di loro era potuto tornare agli scavi, a lavorare alle concessioni, e ora erano tutti
reduci dal funerale dei sei uomini schiacciati dalla massa di terra gialla. Quasi tutti avevano cominciato la veglia funebre per i loro compagni e avevano con sé delle verdi bottiglie stappate. Mescolati a loro c'erano tutti i fannulloni di New Rush, i mercanti e persino i kopje-wallopers, che avevano chiuso i loro uffici per l'occasione. Quella riunione avrebbe infatti influenzato direttamente il futuro di tutti loro. « Vediamola un pò, questa piccola canaglia », gridò qualcuno ai margini della folla, e subito si levò un minaccioso grugnito di consenso da parte di tutti. « Giusto, vediamola. » Zouga stava accanto all'alta ruota posteriore del carro, bloccato dalla calca di tutti quei corpi. Lanciò un'occhiata a Ralph, che gli era al fianco. Non doveva più guardare dall'alto in basso suo figlio, ormai erano della stessa altezza. « Salgo sul carro e li affronto », disse Ralph in un bisbiglio. Era livido sotto l'abbronzatura e gli occhi verde scuro erano pieni di preoccupazione. Sapeva bene quanto suo padre che la sua situazione era molto grave: sarebbe stato processato da una folla arrabbiata e vendicativa e, per la maggior parte, sbronza. Il crollo della strada aveva distrutto il valore delle concessioni. Non potevano più portarne via la ghiaia; le loro concessioni erano isolate, tagliate fuori, e tutti avevano quindi una gran voglia di incolpare qualcuno e di vendicarsi. E la loro vendetta sarebbe stata brutale. Ralph poggiò una mano sui raggi della ruota, pronto ad arrampicarsi sul carro dove i dodici membri del Comitato erano già in attesa. « Ralph. » Zouga lo fermò con una mano sul braccio. « Aspetta qui. » « Papà... » cominciò a protestare Ralph, sempre con la paura negli occhi verde scuro. « Rimani qui », ripeté Zouga a bassa voce, e saltò agile sul carro. Fece un cenno del capo ai membri del Comitato, dopodiché si voltò ad affrontare la folla. Era a capo scoperto, con la barba dorata illuminata dal sole, e si piantò a gambe larghe con i pugni sui fianchi. « Signori », disse, e la sua voce giunse chiara all'intera folla, « mio figlio ha solo sedici anni. Sono qui per rispondere al suo posto. » « Se è abbastanza grande da uccidere sei uomini, allora é abbastanza grande anche per affrontare di persona la musica. » « Non ha ucciso nessuno », rispose Zouga, gelido. « Se cercate di dare la colpa a qualcuno, allora datela alla pioggia. Scendete nel pozzo e vedrete in che punto ha rotto l'argine. » « Ha cominciato lui lo scontro », ruggì l'irsuto accusatore. « L'ho visto io adoperare la frusta con Mark Sanderson. » « Ci sono litigi su tutte le strade a ogni ora di ogni giorno », ribatté Zouga. « Ho visto proprio lei menar pugni; e prenderle pure, se è per questo. »
Ci fu uno scoppio di risa, un cambiamento di umore, e Zouga ne approfittò. « In nome di tutto ciò che è sacro, signori, non c'è uno tra noi che non desideri proteggere i propri diritti. Mio figlio questo stava facendo, contro un uomo più grande e più forte di lui, e se è colpevole per questo allora lo siete tutti voi. » Piacque a quegli uomini, piacque sentirsi dire che erano inflessibili e indipendenti, fieri di essere pronti a battersi. « Mi state dicendo che un ragazzo con una frusta ha fatto crollare la Strada n. 6 tutto da solo? In tal caso, sono molto fiero che quel ragazzo sia mio figlio. » Risero di nuovo e alle spalle di Zouga, sul carro, il tipo alto, vestito sciattamente, con una fossetta sul mento e gli occhi azzurri, sorrise assorto e mormorò al membro del Comitato accanto a sé: « E' bravo, Pickling ». Aveva adoperato il soprannome di Neville Pickering. « Parla come scrive, vale a dire molto bene. » « No, signori », Zouga cambiò tono. « Quella strada era una trappola mortale, pronta a crollare già prima che il primo carretto di ghiaia l'imboccasse venerdì mattina. La colpa del crollo non è di nessuno, abbiamo solo scavato troppo in profondità e c'è stata troppa pioggia. » Ora annuivano, con espressioni gravi e preoccupate. Zouga proseguì: « Siamo andati troppo in profondità qui a New Rush: a meno che non troviamo un nuovo sistema per portar via la ghiaia dalle nostre concessioni, ci saranno ancora molti altri morti da seppellire ». Zouga abbassò lo sguardo e vide uno dei cercatori farsi largo tra la calca e arrampicarsi sulla stanga del carro. « Ora state a sentire, razza di straccioni », strillò. « Il Comitato dà la parola a mister Sanderson », mormorò con sarcasmo Neville Pickering. « Grazie. » Sanderson si levò la bombetta ammaccata, una raffinatezza che sfoggiava per l'occasione, quindi si rivolse di nuovo alla folla: « Il figlio di Zouga Ballantyne, da grande, sarà uno col quale sarà bene non avere a che fare e, insieme, uno che sarà bene avere al fianco quando sorgono difficoltà ». Si girò e chiamò Ralph: « Sali quassù, giovane Ballantyne ». Sempre pallido e preoccupato, Ralph esitò, ma delle tozze mani lo spinsero avanti e lo sollevarono sul carro. Sanderson dovette alzare il braccio per circondargli la spalla. « Questo ragazzo avrebbe potuto lasciarmi cadere nel pozzo come un pomodoro marcio a farmi spiaccicare sul fondo per l'appunto come un pomodoro. » Emise un rumore vagamente osceno con le labbra per illustrare la propria fine. « Sarebbe potuto scappare e lasciarmi perdere, ma non l'ha fatto. » « Perché è giovane e stupido », gridò qualcuno. « Se avesse avuto giudizio, ti avrebbe dato una spinta, miserabile bastardo. » Si levarono grida di approvazione e scherno.
« Offrirò da bere a questo ragazzo », annunciò Sanderson in tono di sfida. « Sarà un fatto memorabile, non hai mai offerto niente a nessuno. » Sanderson ignorò il commento. « Appena il ragazzo avrà diciotto anni gli offrirò da bere. » La riunione cominciò a sciogliersi in una tempesta di fischi e risate, e i cercatori si avviarono tutti attraverso la piazza alle taverne. Era evidente, anche al più assetato di sangue di loro, che non ci sarebbe stato alcun linciaggio, e dunque quasi nessuno si prese la briga di aspettare il verdetto del Comitato. Era più importante trovare un buon posto al bar. « Il che non significa che noi approviamo il tuo comportamento, giovanotto », disse Pickering a Ralph, in tono grave. « Qui non siamo a Bultfontein o a Dutoitspan. Qui a New Rush cerchiamo di dare l'esempio a tutti i cercatori. In futuro vedi di comportarti come un gentiluomo. Voglio dire, i pugni sono una cosa, ma la frusta... » Sollevò un sopracciglio con aria di sdegno e si rivolse a Zouga: « Se lei ha qualche idea di come faremo a procedere con i lavori nella zona n. 6, ci piacerebbe conoscerla, maggiore Ballantyne ». Hendrick Naaiman si sarebbe definito un « bastaard », e avrebbe adoperato il termine con un profondo senso di orgoglio. Il British Foreign Office, tuttavia, aveva trovato il termine imbarazzante: quella doppia « a » avrebbe potuto incidere sulla proprietà di linguaggio della corrispondenza e dei trattati ufficiali, specialmente se uno di questi trattati fosse stato sottoposto per la firma alla regina Vittoria. E così al gruppo etnico era stato dato il nome di griqua e la terra sulla quale sorgeva New Rush era stata ribattezzata Griqualand West, una definizione che rendeva più facile a Whitehall difendere le rivendicazioni del vecchio Nicholaas Waterboer, il capitano bastaard, su quel territorio contro quelle dei presidenti boeri delle repubbliche del veld, che a loro volta avanzavano diritti su quel territorio come parte dei loro domini. Da notare il fatto che prima della scoperta dei diamanti nessuno, particolarmente la Gran Bretagna, aveva mostrato il minimo interesse per quella pianura arida e desolata, comunque si chiamasse. Nelle vene di Hendrick Naaiman scorreva un ricco miscuglio di sangue di numerose razze che aveva conosciuto. La base di questo miscuglio era costituita dal sangue degli ottentotti, la vigorosa gente dalla pelle dorata e gli occhi scuri che aveva conosciuto i primi circumnavigatori del globo portoghesi quando avevano messo piede per la prima volta sulla lucente sabbia bianca della spiaggia di Buona Speranza. A quello degli ottentotti, poi, s'aggiungeva il sangue delle gialle ragazze boscimane catturate. Piccole creature, vere bambole, la cui attrattiva era costituita solo in parte dalla vellutata
pelle gialla e dai delicati volti triangolari con gli orientali occhi a mandorla e i tratti schiacciati. Per gente che considerava un grosso didietro un segno di bellezza femminile, le natiche delle boscimane erano irresistibili, una doppia e abbondante prominenza che si stagliava come la gobba di un cammello... E che negli aridi deserti del Kalahari serviva allo stesso scopo. A questo miscuglio di sangue si aggiungeva ancora il contributo dei reietti delle tribù fingo e pondo, sottrattisi agli inganni dei loro capi crudeli e dei loro spietati stregoni; e degli schiavi malesi che, fuggiti dai padroni olandesi, avevano trovato la loro strada tra i passi segreti delle montagne che difendono il Capo di Buona Speranza come le mura turrite di un grande castello, e s'erano poi uniti alle bande di griqua nomadi sulle vaste pianure dell'interno. Il miscuglio era poi rafforzato dal sangue delle giovani figlie sopravvissute degli inglesi provenienti dall'India e naufragati e periti sulle infide rocce toccate dalla corrente di Agulhas, le quali erano state prese in moglie ancora in pubertà dai loro salvatori dalla pelle scura. E c'era anche altro sangue nordico, quello dei marinai inglesi arruolati con la forza nella Royal Navy al tempo delle guerre napoleoniche e disperatamente desiderosi di cambiare la dura vita di bordo anche con quella del disertore in una terra selvaggia e deserta come il Sudafrica. Altri ancora erano fuggiti in quel deserto: i detenuti evasi dalle navi trasporto che avevano toccato Buona Speranza per rifornirsi prima del lungo tratto orientale del viaggio verso l'Austrafla e il bagno enale di Botany Bay. Questi erano gli antenati di Hendrick Naaiman. Era un bastaard ed era fiero di esserlo. Aveva riccioli scuri e zingareschi che gli arrivavano fin sul collo della giacca di camoscio e denti quadrati e forti, segnati da piccole macchie bianche per aver sin da bambino bevuto l'acqua ricca di calcare delle sorgenti del Kartú. Gli occhi erano neri come pece e la pelle, color zucchero bruciato, era tutta segnata dalle scure e tonde cicatrici del vaiolo, perché i suoi antenati avevano donato alla tribù molti dei vantaggi della civiltà: polvere da sparo, alcol e più di una malattia esantematica. Nonostante quel viso segnato, Hendrick era un bell'uomo, alto, con spalle larghe, gambe lunghe e muscolose, occhi neri e splendenti e un allegro sorriso. In quel momento stava accoccolato di fronte a Bazo, dall'altra parte del fuoco, con ancora in testa il cappello dalla falda larga. Rideva e parlava, e a ogni suo ampio gesto le piume di struzzo sul cucuzzolo del cappello si muovevano allegre. « Solo il formicbiere e la suricata scavano la terra per nessun'altra ricompensa che una boccata di insetti. » Naaiman parlava fluentemente lo zulu, che era abbastanza simile alla lingua dei matabele perché questi lo seguissero con facilità. « Forse che queste creature pelose e dalla faccia bianca posseggono la terra e tutto ciò che c'è sotto e sopra? Cosa sono, creature ma-
giche, dèi del cielo, che possono dirvi: 'Io posseggo ogni pietra della terra, ogni goccia d'acqua degli...' » S'interruppe perché stava per dire « oceani », ma sapeva che i suoi ascoltatori non avevano mai visto il mare. « ' ... Ogni goccia d'acqua dei fiumi e dei laghi? » Il bastaard scosse il capo, così che i riccioli gli si agitarono sulle guance. « Io vi invito a far caso a come, quando il sole gli brucia la pelle, la carne rossa che s'intravede sia la stessa carne, dello stesso colore della vostra o della mia. Se li considerate dèi, allora annusategli il fiato la mattina o guardateli accovacciati sopra la fossa della latrina. Fanno allo stesso modo vostro e mio, amici. » Il circolo di negri ascoltava affascinato, perché non avevano mai sentito idee del genere espresse ad alta voce. « Hanno i fucili », osservò Bazo. E Hendrick scoppiò a ridere, ironico. « I fucili », ripeté, e batté con le dita sull'Enfield che aveva in grembo. « Io ho un fucile, e quando avrete concluso il vostro contratto anche voi avrete un fucile. Allora siamo anche noi dèi, voi e io. E allora possediamo anche noi le pietre e i fiumi. » Astutamente, il bastaard diceva « noi » e « nostro » invece di « io » e « mio », sebbene disprezzasse quei selvaggi neri e nudi quanto qualsiasi intollerante cercatore di New Rush. Bazo tolse il tappo al corno che portava al collo e si versò un pò della sottile polvere rossa che conteneva sul palmo roseo della mano, palmo ancora segnato dall'opera di soccorso alla Sezione n. 6. Si tappò una narice col pollice e con l'altra aspirò profondamente la polvere, prima a destra e poi a sinistra, quindi si raddrizzò nella persona e sbatté deliziato le palpebre, mentre gli si formavano lacrime di estasi; poi passò il corno a Kamuza » suo cugino, che gli sedeva accanto. Hendrick Naaiman aspettò con la pazienza di un vecchio africano che il corno completasse il giro e arrivasse fino a lui. Prese un pizzico in ogni narice e buttò il capo all'indietro e starnutì nel fuoco, quindi rimase in silenzio, aspettando che Bazo parlasse. Il matabele fissò pensieroso le braci e osservò i demoni formarsi e scomparire, facce e figure di strani uomini e bestie, gli spiriti delle fiamme. Desiderò che lo consigliassero. Alla fine sollevò lo sguardo sull'uomo dall'altra parte del fuoco e, ancora una volta, studiò gli stivali con i lacci ai suoi piedi, i pantaloni di buon velluto, il coltello d'acciaio di Sheffield alla cintola, il panciotto ricamato di bella stoffa di velluto e il vistoso fazzoletto di seta alla gola. Era senza dubbio un uomo importante. E un furfante. Non si fidava di lui. Quasi gli sentiva addosso l'odore dell'inganno. « Perché un gran capo, un uomo di valore come te, viene a dirci queste cose? » « Bazo, figlio di Gandang », esordì Hendrick con voce profonda, « stanotte ho fatto un sogno. Ho sognato che sotto il pavimento della tua capanna erano seppellite certe pietre. »
Per un attimo, gli occhi di tutti i guerrieri matabele si trasferirono dal viso di Hendrick al pavimento di terra battuta in fondo alla bassa e fumosa capanna dal tetto di paglia, la zona più buia di quella stanza circolare, e Hendrick represse il sorriso che stava affiorandogli alle labbra. I tesori venivano sempre sepolti sotto il pavimento della capanna, sul quale la notte stendevi la stuoia e potevi custodirlo anche nel sonno; non era dunque difficile indovinare dove fosse il nascondiglio, l'unico problema era se la squadra di matabele aveva già imparato il valore delle pietre e cominciato a raccogliere le proprie, come faceva ogni altra squadra lì agli scavi. Quegli sguardi furtivi erano la risposta all'interrogativo, ma il bastaard non tradì la propria soddisfazione, continuò con calma: « Nel mio sogno ho visto che venivi ingannato, che quando portavi le pietre al bianco, a Bakela, lui ti dava una sola moneta d'oro con sopra la testa della regina ». Il bel viso largo di Hendrick s'abbuiò di malinconia. « Amico mio, sono venuto ad avvertirti. A impedire che t'ingannassero. A dirti che c'è un uomo disposto a pagarti il vero valore delle tue pietre e che avrai così un bel fucile nuovo, un cavallo con la sella e un sacchetto di monete d'oro. Tutto ciò che desideri sarà tuo. » « Chi è quest'uomo? » chiese Bazo, cauto, e Hendrick allargò le braccia e per la prima volta sorrise. « Sono io. Hendrick Naaiman, tuo amico. » « Quanto darai? Quante regine bianche per le pietre? » Hendrick si strinse nelle spalle. « Devo prima vedere le pietre. Ma una cosa ti prometto: sarà molto, molto di più della sola moneta che ti darà Bakela. » Di nuovo Bazo tacque. « Ho una pietra », ammise alla fine. « Ma non so se ha lo spirito che cerchi tu, perché è una strana pietra, come nessun'altra che ho visto. » « Fammela vedere, mio vecchio amico », l'incoraggiò Hendrick con un bisbiglio. « Ti consiglierò come un padre consiglia il suo figlio preferito. » Bazo prese il corno e se lo girò e rigirò tra le dita, assorto; i suoi tratti regolari sembravano intagliati nell'ebano. « Vai », disse alla fine. « Ritorna quando la luna cala. Vieni solo, senza fucile e senza coltello. E sappi che uno dei miei fratelli ti sarà sempre alle spalle pronto a trafiggerti con la lama del suo assegai se solo t'azzardi a pensare qualcosa d'infido. » Quando Hendrick Naaiman entrò a quattro zampe per la porta bassa, era di nuovo mezzanotte; il fuoco era ridotto a un mucchietto di braci e, alla luce della lanterna che recava con se, il fumo creava grigi fantasmi e le lame nude delle corte lance lampeggiavano azzurre e minacciose nell'ombra. Il bastaard o griqua quasi sentiva l'odore del sudore nervoso degli uomini che stringevano quelle armi terribili, e nei bui recessi della capanna sembrò che frusciassero le ali da avvoltoio
della morte. Sapeva come gli fosse da presso quella oscura presenza, perché gli uomini spaventati sono pericolosi. Faceva parte del suo mestiere quella minaccia sempre presente di morte, e tuttavia non riusciva mai ad abituarcisi. Quando salutò Bazo, avvertì il tremito della propria voce. Il giovane matabele sedeva come l'ultima volta che lo aveva visto, rivolto verso la porta della capanna, le spalle protette dallo spesso muro di fango e l'assegai al fianco, l'asta già pronta in mano. « Siedi », disse al griqua, e Hendrick gli si accoccolò di fronte. Bazo fece un cenno del capo a due dei suoi uomini e quelli sgusciarono via silenziosi come leopardi in caccia per andare a montare la guardia sotto la luce delle stelle, mentre altri due s'inginocchiavano alle spalle di Hendrick con gli assegai nella mano destra, le punte a pochi centimetri appena dalla sua spina dorsale percorsa da fremiti. Fuori, nella notte, si udì lo strano richiamo del caprimulgo, « Uuh-Uuh »: chiaramente il segnale che Bazo aspettava; uno dei suoi matabele lo rassicurava: nessuno li osservava. Hendrick Naaiman scosse il capo in segno d'approvazione, il giovane matabele era abile e cauto. Bazo sollevò da terra e si mise in grembo un piccolo involto di stracci sui quali era ancora attaccato, a piccole chiazze giallastre, del terriccio. Lo svolse rapidamente e, sporgendosi sopra il fuoco di braci, piazzò il contenuto dell'involto nelle mani che Hendrick porgeva. Il grosso griqua rimase paralizzato, con le mani a coppa davanti al viso, gli scuri tratti segnati dal vaiolo tesi in un'espressione d'incredulità ed estremo stupore. Poi le dita presero a tremargli leggermente e, lesto, piazzò la grossa pietra brillante sul pavimento di terra battuta, come se gli bruciasse le mani; ma mentre poi, immobile, la guardava, gli occhi scuri sembrarono sul punto di uscirgli dalle orbite. Nessuno parlò o si mosse per quasi un minuto, poi il griqua si scosse come se si svegliasse da un profondo sonno; intanto i suoi occhi non s'erano mai staccati da quella pietra. « E' troppo grossa », bisbigliò in inglese. « Non è possibile. » Poi, di colpo, ebbe fretta. Prese la pietra e, stringendola, immerse la mano fino al polso nella zucca di acqua da bere che era accanto al fuoco; quindi, levandola in alto alla luce della lanterna, osservò l'acqua scorrer via dalla grossa pietra, come se fosse ingrassata, come se fosse una piuma d'anatra selvatica. « Per il sangue vergine di mia figlia », bisbigliò di nuovo, e gli uomini che stavano osservandolo si agitarono nel buio. Aveva trasmesso loro la propria emozione. Fece per ficcare la mano nella tasca della giacca di camoscio e immediatamente la punta dell'assegai lo punse dietro l'orecchio. « Digli che non ho brutte intenzioni! » borbottò, e Bazo fece cenno con il capo. La punta dell'assegai s'allontanò e il griqua cavò di tasca un frammento di vetro verde scuro e curvo, una
grossa scheggia di bottiglia di champagne raccolta nel veld dietro qualche bettola. La poggiò a terra e la schiacciò in modo che le punte entrassero nel pavimento di terra battuta. Poi per qualche attimo esaminò attentamente la pietra: un lato era tagliato di netto e aveva un bordo molto affilato. Poggiò lo spigolo tagliente della pietra contro il piano curvo e verde del frammento di bottiglia, quindi schiacciò con tutta la forza del braccio destro e mosse la pietra contro il vetro. Ci fu un fruscio stridente e sotto lo spigolo della pietra brillante, sul vetro verde, apparve un profondo solco bianco. La pietra aveva tagliato il vetro come un coltello rovente taglia il burro. Pieno di riverenza, il griqua si piazzò la pietra di fronte, sul pavimento nudo, e quella sembrò fremere di vita propria al gioco della luce sulle sue limpide profondità, che parevano mandar riverberi color viola e verde e rosso fiammeggiante. La voce gli venne meno, la gola gli si chiuse, il griqua riusciva a stento a respirare perché l'avidità gli stringeva il petto in una morsa di ferro. Gli occhi, però, gli brillavano come quelli di una volpe al riverbero delle braci. Hendrick Naaiman conosceva i diamanti come un fantino conosce un buon cavallo o un sarto una buona stoffa di tweed. I diamanti erano il suo sale e il suo pane, il suo stesso fiato, sicché capì subito che lì davanti a lui, sul pavimento di terra battuta di quella piccola capanna dal tetto di paglia e piena di fumo, c'era qualcosa che un giorno avrebbe fatto parte del tesoro di un grande re. Era già leggenda: qualcosa che solo un re poteva acquistare, qualcosa il cui valore, convertito in sterline o dollari d'oro, avrebbe sbalordito anche un uomo ricco. « Questa pietra ha lo spirito che tu cerchi? » chiese Bazo, calmo; e il griqua dovette deglutire prima di rispondere: « Ti darò cinquecento regine d'oro per questa pietra ». Aveva la voce rotta, come se fosse in preda a chissà quali dolori. Quelle parole colpirono il gruppo di matabele come il vento dell'est che soffia dal mare e si abbatte sulle foreste di Tzikhama, e così dondolarono e strusciarono i piedi per terra per lo stupore. « Cinquecento! » ripeté Hendrick Naaiman. « Con le quali potrete comprare cinquanta fucili e molto bestiame. » « Dammi la pietra », ordinò Bazo, e allorché il griqua esitò fu punto di nuovo dall'assegai, così che ebbe un sobbalzo. Bazo prese la pietra e la fissò assorto, quindi mandò un sospiro. « E' una faccenda seria », disse. « Devo pensarci sopra. Ora vai e ritorna domani alla stessa ora. Avrò una risposta per te. » Nella buia capanna il silenzio durò a lungo anche quando il griqua se ne fu andato via. Lo ruppe alla fine Kamuza. « Cinquecento pezzi d'oro », disse. « Ho desiderio, intenso desiderio, di rivedere le colline di Matopos. Ho desiderio del dolce latte delle greggi di mio padre. Con cinquecento regine
d'oro potremmo lasciare questo posto. » « Sai cosa fanno i bianchi a quelli che rubano queste pietre? » chiese Bazo a bassa voce. « Non appartengono a loro le pietre. Il bastaard ci ha detto... » « Non importa quello che ha detto il bastaard, se i bianchi ti prendono sarai un matabele morto. » « Un uomo l'hanno bruciato vivo nella sua capanna. Dicono che mandasse un odore simile a quello di una coscia di facocero arrostita », mormorò uno dei matabele. « Un altro l'hanno legato per i piedi e trascinato dietro a un cavallo al galoppo fino al fiume. Alla fine non sembrava più un uomo. » Per un pò pensarono a queste atrocità, ma non ne erano particolarmente colpiti perché avevano già visto uomini bruciare vivi. Durante una razzia di bestiame nell'est del Matabeleland il loro reggimento aveva dato la caccia a duecento mashona, tra uomini, donne e bambini, che s'erano rifugiati nella miriade di caverne dei kopie, sopra il loro villaggio. Sarebbe stato un compito lungo e tedioso stanarli dal ventre delle colline, così davanti a ogni ingresso dei passaggi sotterranei avevano ammassato rami di mopani e vi avevano dato fuoco. Alla fine alcuni mashona erano corsi fuori attraverso le fiamme, torce vive e urlanti. « Il fuoco è una brutta maniera di morire », disse Kamuza, sturando il proprio corno. « E cinquecento pezzi sono un bel pò d'oro », osservò uno dei suoi amici dall'altra parte del fuoco. « Un figlio ruba i vitelli dalla mandria del padre? » chiese Bazo rivolto a loro, che ora, sì, apparvero turbati. Per i matabele le grandi mandrie di bestiame erano la ricchezza della nazione e le dure leggi che governavano la gestione di quelle mandrie essi le apprendevano sin da quando erano ragazzi, durante il mujiba, l'apprendistato alla pastorizia. « C'è la morte anche se si beve il latte della vacca di un altro », rammentò Bazo, e tutti ricordarono come avevano corso quel rischio almeno una volta nella solitudine della boscaglia, schizzandoselo in bocca direttamente dalla mammella così che gli colava giù per il mento sul petto nudo, rischiando la vita per un pò di dolce latte bianco. « Non si tratta di un vitello », osservò Kamuza, « ma di una semplice pietra. » « Gandang, che è mio padre, considera il bianco Bakela suo fratello. Se prendo qualcosa a Bakela, sarà come prenderla a mio padre. » « Se tu porti questa pietra a Bakela, lui ti darà una sola moneta. Se la dai al bastaard, lui te ne darà cinquecento. » « E' una faccenda seria », ammise Bazo. « Ci penserò sopra. » E rimase solo a lungo, dopo che tutti gli altri s'erano stesi a dormire sulle loro stuoie sotto i kaross di pelliccia, chino sul fuoco morente, con il grande diamante che gli bruciava, gelido,
nella mano destra. Quel lunedì mattina tre uomini giunsero a cavallo all'accampamento di Zouga, che uscì fuori della tenda per andargli incontro a testa nuda sotto il sole. Guidava il gruppo Neville Pickering, che quando scese di sella disse: « Spero che non la disturbiamo, maggiore, ma vorrei farle conoscere dei miei amici ». « Conosco mister Hayes. » Zouga strinse la mano all'alto e dinoccolato ingegnere texano, quindi si rivolse al terzo cavaliere. « E naturalmente conosco mister Rhodes, di vista e di fama. » La mano di Rhodes era fredda e asciutta, con le nocche grosse e sporgenti. Dava un'impressione di forza, anche se la stretta fu breve e leggera. Zouga incontrò lo sguardo dei suoi occhi azzurri, che erano allo stesso livello dei suoi. L'uomo era alto e sorprendentemente giovane; doveva avere poco più di vent'anni, molto giovane per essersi già guadagnato una così grande reputazione. « Mister Rhodes. » Nessuno, neppure Pickering, lo chiamava per nome. Dicevano che firmasse persino le lettere alla madre: « Tuo affezionatissimo figlio, C.J. Rhodes ». « Maggiore Ballantyne. » Zouga fu di nuovo sorpreso perché Rhodes aveva una voce stridula. « Sono lieto di conoscerla alla fine. Naturalmente ho letto il suo libro e avrei parecchie domande da farle. » « Jordan, prendi i cavalli », disse Zouga, e condusse i suoi ospiti verso la scarsa ombra del cratego. Ma quando Jordan obbediente all'ordine del padre, uscì di corsa dalla tenda, Rhodes si fermò. « Buongiorno, giovane Jordan », disse, e il ragazzo si fermò di colpo e lo guardò ammutolito, cominciando ad arrossire, strabiliato che il suo eroe lo riconoscesse e gli si rivolgesse chiamandolo per nome. « Vedo che ora ti dai alla lettura e non fai più a pugni. » Nella fretta, Jordan aveva ancora in mano un libro. Rhodes si chinò e glielo tolse di mano. « Santo cielo... » esclamò. « Plutarco! Hai dei gusti raffinati per essere così giovane. » « E' un libro affascinante, signore. » « Altroché, è uno dei miei preferiti. Hai letto Gibbon? » « No, signore », disse Jordan in un timido bisbiglio. Il rossore stava cedendo il posto a un vago color rosa. « Non so dove potrei trovarne una copia. » « Te ne presterò io una quando hai finito questo. » Restituì la copia sciupata delle Vite di Plutarco. « Sai dov'è il mio campo? » « Oh, sì, mister Rhodes. »