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JOYCE CAROL OATES QUELLI (Them, 1969) a mio marito, Raymond Quelli è stato scritto in parte grazie a una sovvenzione generosamente concessa dalla John Simon Guggenheim Memorial Foundation. ... poiché siamo poveri, dovremo essere depravati? Il diavolo bianco di John Webster NOTA DELL'AUTRICE Questa è un'opera storica in forma narrativa... veduta cioè in una prospettiva personale, che è poi il solo tipo di storia possibile. Negli anni 1962-1967 insegnai inglese nell'Università di Detroit, una scuola diretta da Gesuiti e frequentata da parecchie migliaia di studenti, molti dei quali pendolari. Durante tale periodo conobbi la "Maureen Wendall" di questo racconto. Era stata mia allieva in un corso serale e, alcuni anni dopo, mi scrisse e facemmo conoscenza. Le sue numerose difficoltà e complicazioni mi assillarono e mi affascinò la storia della sua vita, la sua vita come una possibile storia, attratta forse da lei a causa di certe affinità tra noi due come ella fa rilevare in una delle sue lettere. La mia sensazione iniziale per quanto concerneva la sua, vita fu: «Questa dev'essere fantasia, non è possibile che sia tutto vero!». La sensazione più definitiva fu: «Questo è il solo genere di fantasia che sia reale». E così il romanzo Quelli, che in realtà concerne "loro" specifici e non è semplicemente una tecnica letteraria per riferirsi a noi tutti, si basa soprattutto sui numerosi ricordi di Maureen. Le sue osservazioni, quando era possibile, sono state incluse alla lettera nel, racconto, e io devo i voluminosi particolari di questo romanzo alla terribile ossessione di lei per la propria vicenda personale. Per Maureen, questa "confessione" ebbe l'effetto di una sorta di terapia psicologica, il cui beneficio fu, forse, temporaneo; per me, che l'ascoltavo, tutto questo materiale ebbe l'effetto di escludere temporaneamente la mia real-
tà, la mia vita personale, sostituendola con le varie avventure da incubo dei Wendall. Le loro esistenze esercitavano una pressione magica sulla mia, per cui incominciai a sognare di quelle persone anziché di me stessa, a sognarne e a risognarne le vite. Il loro mondo, essendo così remoto da me, mi penetrò con una forza tremenda e, in un cerio senso, il romanzo si scrisse per suo conto. Determinati episodi, tuttavia, vennero riveduti dopo che attente ricerche avevano dimostrato come il contesto fosse confuso. Nulla nel romanzo è stato esagerato allo scopo di accrescere le possibilità di dramma... in effetti, i numerosi sordidi e scandalosi eventi della vita nei quartieri miserabili, descritti in ogni particolare in altre opere realistiche, sono stati qui attenuati, soprattutto a causa del mio timore che troppo realismo potesse divenire intollerabile. Da allora, siamo partiti tutti da Detroit... Maureen è attualmente una casalinga a Dearborn, nel Michigan; io insegno in un'altra università; e Jules Wendall, quello strano giovane, probabilmente si trova tuttora in California. Forse, un giorno, scriverà la propria versione di questo romanzo, alla quale non darà il titolo alquanto sdegnoso e timoroso che è Quelli. I FIGLI DEL SILENZIO 1 In una calda sera dell'agosto 1937, una ragazza innamorata si trovava in piedi davanti allo specchio. Si chiamava Loretta. Era innamorata della propria immagine riflessa nello specchio, e da questo amore sognante e piacevole scaturiva un senso di eccitazione irrequieto e cieco... in quale direzione si sarebbe mosso, che cosa sarebbe accaduto? Si chiamava Loretta; le piaceva anche quel nome, sebbene Loretta Botsford le piacesse meno. Il cognome era come un peso che la trascinasse in basso, non aveva melodia. In piedi, fissava lo specchio dalla cornice di plastica sul suo tavolino da toletta, cercando di sfruttare al massimo la luce, scorgendo, nella propria leggiadria dal colorito piuttosto acceso, sana e ordinaria, un accenno a qualcosa di audace e di pericoloso. Guardarsi allo specchio era come guardare nell'avvenire; tutto
si trovava lì, in attesa. Ella non amava soltanto quel viso. Amava altre cose. Durante la settimana lavorava nella lavanderia e tintoria Aiax, ed era molto fortunata ad avere quel posto, e nel corso della settimana il languore fumigante, frettoloso delle sue fatiche faceva nascere in lei un senso di eccitazione. Che cosa sarebbe accaduto? Quel giorno era sabato. Aveva la faccia pienotta e la lieve, birichina rotondità delle gote la faceva sembrare più giovane di quanto fosse - sedici anni - e gli occhi erano azzurri, di un azzurro blando, noncurante, non molto svegli. Le labbra erano dipinte di uno scarlatto scuro, esattamente secondo la moda del tempo. Aveva le sopracciglia depilate, esattamente secondo la moda del tempo. Non sognava, forse, sulle fotografie del supplemento domenicale, e non indugiava, andando al lavoro, davanti al cinematografo Trinity, per contemplare i cartelloni? Indossava un vestito blu-mare, stretto in vita. La vita era sorprendentemente sottile, le spalle un po' larghe, quasi maschili; una ragazza robusta. Su quelle spalle capaci si levava la testolina incostante e sognante, capelli biondi, rigonfi, che scendevano con riccioli civettuoli sulle orecchie, sul collo, sulla schiena, per cui, quando ella correva sul marciapiedi, si sollevavano dietro di lei e gli uomini si fermavano a fissarla... erano come gli uomini dei film che non appaiono in primo piano, ma si limitano ad accentrare l'interesse, a mostrare dove l'interesse dovrebbe essere diretto. Loretta era innamorata di questa riflessione. Dietro la sua bella pelle chiara si trovava un universo di epidermide, tutta sana. Questo le piaceva, amava il fatto che esistessero ragazze come lei, anche se non sarebbe riuscita a esprimere con precisione quel che sentiva. Diceva alla sua amica Rita: «A volte mi sento così felice per niente che devo essere matta». Anche mentre si trascinava qua e là, al mattino, cercando di fare alzare suo padre, cercando di dare la colazione a suo fratello Brock e di uscire prima che qualcuno incominciasse un litigio, provava ugualmente una singolare sensazione di felicità, di pungente eccitazione, che nulla avrebbe potuto spegnere. Che cosa sarebbe accaduto? «Oh, non sei matta,» aveva detto Rita, cogitabonda, «soltanto, non hai ancora provato.» Si lisciò i capelli con una pesante spazzola rosa. La crucciava vedere i suoi riccioli così cascanti... questo succedeva a causa del caldo. Dall'appartamento dirimpetto, attraverso la finestra aperta, le giunse la musica di una radio, il che significava sabato sera, e il cuore prese a martellarle per l'aspettativa delle lunghe ore imminenti, durante le quali qualsiasi cosa sarebbe potuta accadere. A suo padre, che era disoccupato da quasi dieci anni, e non poteva fare un bel niente, piaceva starsene a letto a bere e fu-
mare, infischiandosene del fatto che non sarebbe mai riuscito a ricuperare tante ore sciupate... ma Loretta sentiva che il tempo stava trascorrendo troppo in fretta. Questo la innervosiva. Si passò la spazzola sul braccio nudo, in un gesto dolce, ignaro, carezzevole e sentì l'atmosfera sognante del tardo pomeriggio d'estate scaturire in lei. In cucina, qualcuno sedette pesantemente, quasi rispondendole, una replica al suo fantasticare. «Ehi, Loretta!» chiamò Brock. «Sì, vengo.» La voce le uscì aspra riecheggiando le lavatrici a secco e i rumori della strada, ma non era la sua vera voce; la sua vera voce era velata e femminile. Andò a preparare la cena per Brock. La cucina era stretta e lui doveva starle per forza tra i piedi, sedendo, per cui ella fece una smorfia e disse, con ironia, schiacciandosi per passare: «Scusami tanto». Anche Brock era in ghingheri per il sabato sera. Indossava un vestito blu e si era messo una cravatta gialla. Aveva compiuto vent'anni appena poche settimane prima, la qual cosa lo faceva sembrare a Loretta vecchissimo, e sulla sua faccia si era impressa un'espressione permanente di nervosa scaltrezza. Come Loretta, aveva i capelli biondi, ma gli si erano scuriti; erano di un biondosciacquatura di piatti e non se li lavava più di una volta al mese... li aveva rigidi di brillantina. La faccia era forte, spigolosa, con zigomi prominenti. La stessa faccia della loro madre. Dopo la morte di lei, alcuni anni prima, Loretta aveva cominciato a vederla nella faccia di Brock. E negli improvvisi, impulsivi scoppi di rabbia di Brock - non faceva che prendersela con il vecchio e con certi vicini - ella vedeva la stessa irrequieta malevolenza di sua madre; era spaventoso. «Gesù Cristo, è profumo, questo? Questa roba che puzza?» disse Brock. «Va' al diavolo. Non sei spiritoso.» Tolse dalla ghiacciaia una scodella di patate e le mise in una padella; le aveva sbucciate prima. Il grasso sfrigolò come se volesse sputarle addosso. Brock, seduto a tavola con quell'aria di importanza, proprio all'estremità, in modo che lei stentava ad andare avanti e indietro, era come lo sputacchiare maligno del grasso; le bastò sbirciarne gli occhi divertiti per vedere quanto fosse odioso. «Senti, che diavolo ti rode?» domandò Loretta. «Il vecchio è ancora in casa?» «Lo sai che non c'è. È uscito stamane con quel Cole per andare a vedere un appezzamento di terreno. Oh, lo so che è pazzesco... non guardare me. Non è mia la colpa.»
«Quale appezzamento di terreno? Vuole acquistare un terreno?» «Non acquisterà niente.» «Con che cosa? Dove sono i soldi? Come può comprarlo?» «Lascia perdere. Non danneggia nessuno. Che differenza fa?» «È malato in testa. Dovrebbe essere portato via.» «Portato via dove?» «Dovrebbe essere ricoverato.» Brock si appoggiava in avanti sui gomiti e parlava con la sua voce rapida, vaga, alquanto indifferente, eppure, dietro a essa, v'era una singolare, nervosa malignità. Loretta lo aveva proprio in antipatia. Era suo fratello, e negli anni della fanciullezza si era comportato bene con lei... aveva fatto a botte con i ragazzetti che la stuzzicavano, attenendosi alle regole della strada, ma questo, forse, soltanto per il proprio onore, e, a un certo momento, nessuno avrebbe mai potuto indovinare che Brock Botsford, il ragazzetto sparuto e curvo dagli occhi celesti spalancati, sarebbe cresciuto diverso dagli altri ragazzi, divenendo quest'uomo strano, falsamente serio. Ma ora la spaventava; non voleva che le sue amiche gli parlassero perché, senza dubbio, se ne sarebbero andate dicendo «Non è un finocchio?» in quella maniera meravigliata, placida, tipica delle ragazze, compendiando un'intera vita con infallibile abilità. «Oh, tu parli troppo. Va' a trovarti un lavoro, trovati un buon lavoro, se credi di essere migliore di lui» disse Loretta con perfidia. Sedette all'altro lato del tavolo. Il braccio di Brock giaceva di traverso quasi sull'intera larghezza del tavolo, e, con le dita irrequiete, egli avrebbe potuto afferrare il braccio di lei e stringerlo. Gli fissò la mano. Brock lavorava in una fabbrica, adesso. Ancora non era chiaro a Loretta che cosa producesse quella fabbrica. Non produceva automobili, come le fabbriche di Detroit e di Flint; costruivano invece pezzi... pezzi di automobili? pezzi di treni? Brock lavorava in quella che veniva chiamata l'officina, e aveva le mani sempre sudice, le unghie sempre orlate di grasso, e sotto la sporcizia la pelle era di un bianco spento come lo era stata quella della mamma. Per una pelle così flaccida di natura, Loretta non provava alcun affetto, soltanto pietà; la crucciava perché le sembrava che non fosse a posto. Brock passava da un lavoro all'altro, insieme a due o tre dei suoi ex compagni di scuola, più tonti di lui sebbene altrettanto chiassosi, e amavano starsene in piedi con le mani nelle tasche della giacca e ridacchiare delle storielle spinte di Brock, sbirciando Loretta per vedere se le capisse. Lei li giudicava tutti quanti bastardi senza rimedio. Il mondo si stava suddividendo in
due parti, quelli che erano bastardi senza rimedio e non valeva nemmeno la pena di sputargli addosso, e quelli che sarebbero riusciti a combinare qualcosa. C'erano ragazzi come suo cugino Frank Benyas, giudicato già cinque volte, non una di meno, dal Tribunale dei Minorenni, che infelicitavano l'esistenza delle loro madri, ma, ciò nonostante, avevano in sé una certa onesta serietà la quale significava che se la sarebbero cavata bene nella vita. Frank era adesso apprendista tipografo, e se la sarebbe cavata benissimo. C'erano altri ragazzi, come Joe Krajenke e Floyd Sloan e Bernie Malin, che avevano finito con il cacciarsi tutti nei guai, finendo persino in carcere, eppure nei loro occhi non splendeva l'inutile e inquieta malignità di Brock... specie Bernie Malin, che a Loretta piaceva, e al quale ella pensava spesso, per lunghi, sognanti minuti. Bernie era in gamba. Perdeva la pazienza, prendeva a pugni un po' tutti, poi, il giorno dopo, si pentiva, e inoltre aveva un lavoro, e, qualsiasi cosa fosse a impedire alla gente di precipitare nel fondo del mondo come vi era precipitato suo fratello, Bernie la possedeva, era un mistero. «Sei un bastardo così esasperante che a volte mi dai la nausea» disse Loretta. Parlò in fretta e con durezza, come una sorella parla al fratello, senza nascondere niente. Alla presenza di lui sedeva con le spalle ingobbite e le braccia appoggiate sul ventre, che sporgeva un po' quando non ci stava attenta. «Tutta quella storia di ieri sera è stata stupida. Perché te la prendi sempre con lui? E poi non ti dai nemmeno la pena di nascondere la tua stupida pistola. Che cosa c'è di storto in te? Stai cercando di fargli venire un colpo, o che altro?» Brock rise. «Sarebbe un grande giorno!» «Una crisi cardiaca o che so io?» «Perché no, dopo quello che fece a Ma'?» «Oh, a lei non fece un bel niente. Che diavolo! Non fu colpa sua se lo licenziarono. Licenziarono tutti. Lei fu pazza a incolparlo di questo, doveva sempre incolpare qualcuno, così vedeva le cose...» «Senti, non darle della pazza.» «Be', sta' a sentire,» disse Loretta, stirando le labbra in un sorriso esagerato, «io non difendo nessuno dei due perché sono stufa di tutta questa faccenda. Sono stufa di questa casa. Sicché lui ha paura di lavorare; bene, ce l'ha anche il padre di Rita... nemmeno lui è più tornato laggiù. Hanno paura di rompere qualcosa, o di svenire, o di vomitare mentre lavorano. È pazzesco, d'accordo, ma non gliene faccio una colpa. Perché vuoi sempre incolpare la gente per cose delle quali non possono fare a meno? Ma' cre-
deva in Dio, ma tu, tu non ci credi, e allora perché vuoi sempre incolpare gli altri?» «Che c'entra questo?» «Io me ne frego. Non mi volto a guardare indietro, ecco tutto.» «Be', io sì.» «Che cosa ci farai con quella pistola?» Brock si batté la fronte con le dita e finse di pensare. «Ci ammazzerò qualcuno» disse seriamente. Loretta fece «Tss» per dimostrare il suo disprezzo, si alzò e andò a rimestare le patate. Le annaffiò abbondantemente con pepe. Che si bruciasse la bocca, il miserabile bastardo... Si voltò a sbirciarlo e vide quanto aveva curve le spalle, anche sotto il vestito nuovo. Vent'anni! Gli ci erano volute due settimane di paga per comprare quel vestito e, subito dopo averlo comprato, si era messo a schernirlo, vergognandosene; lei non aveva idea del perché. Brock era fatto così. Voleva qualcosa per un anno, voleva qualcosa per tutta la vita; e, non appena l'aveva, quella cosa diventava immondizia nelle sue, mani e a lui non restava che guardarla con scherno, interdetto. Provò compassione per Brock. Disse: «La stai tenendo per qualcuno, è così?». «Chi vuole saperlo?» «La stai tenendo per Harry Honigan.» Harry Honigan era un tipo del vicinato che aveva preferito le cose migliori, o così diceva, e possedeva un appartamento più in centro e una bella macchina; sfortunatamente, era stato condannato a dieci anni di carcere appena due giorni prima. Brock gli era sempre gironzolato attorno come un cucciolo. Quando si trovava nei guai, Honigan tornava nel quartiere, ove sua madre lo ospitava, lo nutriva bene, versava lacrime per lui, e ove la nonna e le zie gli si pigiavano attorno, proteggendolo, e in quei momenti Brock poteva riuscire ad avvicinarlo. Quando le cose gli andavano bene, nessuno sentiva più parlare di Harry per mesi. «Ha qualcosa a che vedere con Harry» disse Loretta. «Quanto sei intelligente.» «Conservi la pistola per lui? Quando pensa di poter uscire?» «No, non c'entra per niente con Honigan. Lui è finito.» «Oh, tornerà a essere libero, no?» «È finito.» Loretta mescolò un po' di carne tritata con le patate. Rimestò adagio, tutto in tondo, pensando a Harry Honigan che era finito. «Be', questo è un
vero peccato» disse. «Potrebbe darsi che abbia voglia di ammazzare qualcuno» disse Brock astutamente, come se lei avesse dimenticato di che cosa stavano parlando. «Certo.» Brock aveva proceduto a scatti nella fanciullezza, era passato attraverso "fasi", come seguitava a dire la mamma. Per qualche tempo lo avevano creduto tonto perché era lento nel restituire le botte degli altri ragazzetti e lento a imparare a scuola. Inoltre era rimasto molto basso di statura per la sua età. Poi, in quinta, nella scuola delle suore, aveva cominciato a crescere e a farsi furbo e in seguito aveva finito con il crearsi la fama di essere un po' matto. Era stato Brock ad arrampicarsi un giorno sul tetto della scuola, soltanto per spasso, e a passare sui binari della ferrovia che attraversavano il canale, ed era sempre Brock a fuggire urlando yodel e agitando le braccia quando un poliziotto inseguiva tutta la marmaglia. Brock lo faceva per burlarsi del proprio terrore, per burlarsi del fatto che stava scappando... questa era la cosa strana di lui che la gente non riusciva a capire. Quando un piedipiatti ubriaco lo aveva picchiato, una sera, scambiandolo per qualcun altro, Brock era rimasto lungo disteso in un vicolo, sanguinante, e allorché qualcuno lo aveva trovato, le sue prime parole erano state: «Ho compiuto un atterraggio senza paracadute!». Per conseguenza era un tipo strano. Non proprio matto. Non riuscivi a decidere che cosa egli fosse esattamente e ti dimenticavi di lui, sebbene, naturalmente, egli fosse in genere un bastardo senza rimedio e non riuscisse mai a combinare niente, era troppo sfrenato; ma nel suo impeto e nel suo furore non v'era alcuna felicità, lei lo capiva. Dai tredici anni ai diciotto era stato taciturno e irritabile, una disgrazia ad averlo per casa; come succedeva a sua madre, potevano passare settimane senza che sorridesse. Adesso che aveva vent'anni, adesso che era indipendente e aveva un po' di soldi, si comportava più educatamente con Loretta, sia pure in un modo ironico e calcato. Lei non riusciva a capirlo. Non riusciva a prenderlo sul serio. Mentre Brock mangiava, raschiò forte la padella e fece scorrere acqua nell'acquaio. Il babbo non era tornato a casa per tutto il giorno e non avrebbe cenato. Sarebbe stata costretta a tenergli in caldo la cena nel forno. Si alzò in punta di piedi e cercò di guardar fuori della finestra, ma non vide altro che la scala di sicurezza della casa dirimpetto. Ci abitava una famiglia tedesca, quattro bambini villani e un vecchio villano e una donna che parlava soltanto il tedesco. Bisognava prenderli sul serio. Al pianterreno abitava una vecchia sudicia, della quale Loretta non conosceva il nome. La
vedeva di continuo. E più avanti, lungo la strada, la gente già cominciava a uscire nella calura cittadina, senza essere infastidita dal caldo, in realtà, ma godendoselo stranamente, godendo della sua fluidità, come se si fosse trattato di creature tutte imparentate in un mare, legate dallo stesso elemento, che le toccasse su ogni poro e le accomunasse indifese. «Dove vai questa sera?» domandò Brock a un tratto. «Fuori.» «Con chi?» «Chi vuole saperlo?» «Io. Io voglio saperlo.» Loretta incrociò le braccia. Si sentiva la protagonista di un film, affrontata da un marito geloso in cucina mentre fuori la macchina da presa era impaziente di indietreggiare e di mostrare un paese delle meraviglie di avventure che l'aspettavano... lunghi, frenetici viaggi in treno, paesaggi con soldati feriti, un bel deserto bianco attraverso il quale una carovana di cammelli voluttuosamente avvolti da veli procedeva adagio con una sorta di affettata malinconia, le giungle fumiganti dell'India aperte dinanzi a ufficiali inglesi dall'uniforme bianca, giovani ufficiali, i misteri dei salotti inglesi che cedevano dinanzi al sorriso rapido e non divertito di una savia ragazza giunta dall'America... Brock la stava fissando. Ella guardò le sue mascelle macinare il cibo che gli aveva cucinato, e le accadde di pensare che non lo stava gustando. Questo era il guaio di Brock... non gustava mai niente. «Ammesso che siano affari tuoi,» disse «vado a trovare Sissy.» «Sissy?» disse Brock. Sissy era una vecchia amica di Loretta, una ragazza non graziosa come Loretta, dalla vita larga, che andava in giro con blusette ricamate da sua nonna - una vecchia mezza cieca la quale non usciva mai dalla sua stanza - e che per conseguenza aveva un'aria démodée da contadina europea, un aspetto ottuso, ingenuo, molto spento. Sissy, comunque, era una brava ragazza. Sul suo conto Brock non avrebbe mai potuto dir niente di male, la sua mente cessava, semplicemente, di funzionare. Pertanto fissò Loretta. «Taglieremo il modello di un vestito. Lei mi aiuterà» disse Loretta. «Stai mentendo.» «Non sto mentendo!» Brock si portò il cibo alla bocca con la spontanea schizzinosità di chi non ha voglia di mangiare. A un tratto le sorrise. «Sai, ho saputo certe cose sul tuo conto, tesoruccio.»
«Quali cose?» «Lo sai.» «Me ne infischio. Sono tutte bugie.» «Bernie Malin, anche questa è una bugia?» Loretta si sentì avvampare in viso. «Che cosa hai saputo di lui? Gli hai parlato?» «Non ci parlerei mai con un pivello come quello lì! Che cos'ha, sedici anni? Un pivello simile! Qualcuno ha detto che tu e lui stavate pomiciando non tanto tempo fa.» «Lasciali parlare.» «Non farti venire in mente di portarlo qui.» «Non ci porto nessuno quassù, in questa topaia.» «Be', non portarcelo.» «Magari l'ho già fatto... e con questo? Magari ce l'ho già portato!» «È vero?» «Ti riguarda, forse? Abito qui, vado e vengo da sola quando voglio, lavoro e mi guadagno i miei soldi. Non sono tenuta a dar retta alle tue castronerie. Se non ti va puoi andartene! Sei un pivello di vent'anni anche tu! Perché non te ne vai, si può sapere?» «Perché al mio posto possa venire Bernie?» «Oh, all'inferno!» Loretta era agitata e, sotto la superficie dell'ira, alquanto contenta. «Bernie è a posto» disse. «Mi piace. Ma non è niente di speciale. Te l'ho detto, vado soltanto a trovare Sissy. Non me la spasso con ragazzetti come lui per farmi una brutta nomea. Quando mi sposerò, non sarà con un marmocchio come quello.» Brock aveva finito di mangiare. Scostò il piatto, alla maniera di suo padre e degli altri uomini che conosceva; v'era un certo che, in quel gesto, che irritava Loretta e al contempo le faceva venir voglia di ridere. Erano così prevedibili! «A me sembra che ti interessi un po' troppo ai fatti miei» disse. «Non hai affari tuoi di cui preoccuparti?» «No.» «Perché non porti fuori anche tu qualche ragazza? Perché non spendi un po' di soldi? Non fai altro che giocare al biliardino e bighellonare con quei tuoi amici fottuti che, te ne accorgi tu stesso, sono stupidi. Si può sapere che cosa c'è di storto in te?» «Sono un mistero per me stesso» disse Brock, sorridendo gelido. «Oh, se vuoi cominciare a dire fesserie!»
Gli tolse di davanti il piatto e lo mise nell'acquaio. Accatastati nell'acquaio c'erano sei piatti, alcuni dei quali ancora incrostati di cibo; le posate formavano un mucchio. Una delle forchette era rimasta sotto un piatto e rendeva sbilenca la pila. La lentezza dei movimenti di Loretta e la stessa cucina piccola e ingombra le facevano nascere dentro, nelle ossa, una pressione. Si sentiva a disagio. Non che gliene importasse, in realtà. Non si curava neppure delle stupide prese in giro di Brock, alle quali era abituata, del resto, e che non approdavano mai a niente. Per tutta la vita era stata presa in giro. I bambini venivano stuzzicati, soprattutto le femmine, era inevitabile. Suo padre, prima di ammalarsi, l'aveva stuzzicata e fatta piangere, senza volerlo, ed ella ricordava anche suo nonno infastidirla, tirarle i capelli, un vecchio maleodorante, dai baffi disuguali, che litigava con la nonna, urlando e sbraitando in un'altra lingua. Quel passato era collegato a un'altra città, a una misera casa di due appartamenti davanti a un deposito di carbone, dove giocavano tutti i monelli, e a un altro genere di lavoro... un lavoro proficuo, come quello del nonno. Egli aveva guadagnato migliaia di dollari in un solo mese con la sua squadra di muratori, per poi perderli tutti in un modo che Loretta non era mai riuscita a capire e che non le importava nemmeno molto - perché per lei e per le altre donne della famiglia quel denaro era perduto e non rimaneva altro da dire... una realtà incontestabile e in qualche modo rispettabile! Il vecchio la stuzzicava affettuosamente e lei aveva avuto abbastanza buon senso per capire che le voleva bene, per cui quando egli era morto non aveva fatto come Brock, non si era scostata dal letto dove il vecchio li supplicava... era rimasta proprio là. E suo padre la stuzzicava nello stesso modo curioso, dimostrando affetto, mentre la mamma raschiava pentole con rabbia e lasciava cadere stoviglie nell'acquaio perché si rompessero, facendo capire che cosa pensava lei dello stare in ozio e dell'affetto quando c'era tanto lavoro da sbrigare, sempre. Poi l'intera famiglia si era trasferita in questa città con un autocarro preso a nolo, e nella stanza adiacente alla cucina la madre di Loretta era morta cinque anni prima. Ora ci dormiva il vecchio, solo. Era mai stata davvero una camera della morte? Nessuno poteva dirlo, nessuno riusciva davvero a ricordare, tranne Brock. A lui piaceva dire: «Fu il vecchio a ucciderla» e si poteva star certi che Loretta gli rispondeva urlando: «Un corno! Fu lei a uccidere lui!» come se fosse stato importante chiarire le cose, arrivare alla verità. Qual era la verità? Qua e là per la casa c'erano vecchie istantanee di suo padre: un uomo dai capelli scuri, dall'espressione sorridente, canzonatoria, l'uomo che si tra-
scinava adesso nel miserabile appartamento e vomitava nel bagno e a letto e chiamava Loretta continuamente in tono piagnucoloso (che cosa ci aveva fatto con i soldi che era riuscito a risparmiare, per esempio?), non era lo stesso, le spiaceva dirlo. Due uomini diversi, due diversi periodi di tempo. Un tempo lavorava con una squadra di muratori costruendo case, decine e decine di case, inchiodando fiancate e costruendo garages con rifiniture gialle, e aveva avuto un'automobile sua, e quando la situazione economica aveva cominciato a deteriorarsi, tutti i parenti gli avevano detto, invidiosamente: «Ah, be', la gente avrà sempre bisogno di case in cui abitare!» il che era risultato non essere affatto vero. Non vennero più costruite altre case, le case costruite a mezzo rimasero com'erano, finché i monelli non le devastarono o le intemperie stesse non le demolirono. Era il 1930. E poi venne il 1931. Il padre di Loretta trovò un posto come guardiano notturno, ma lo perdette dopo pochi mesi, sostituito dal cognato di qualcuno. «Chi ci crede?» disse sua moglie... e in seguito egli fece tutto quello che gli riuscì di trovare, vendette persino giornali. Loretta li ricordava bene, tutti quegli anni. E poi, quando gli elementi più giovani avevano ricominciato a trovare lavoro, grazie alle opere pubbliche del governo, e tutti erano ottimisti a causa degli assegni governativi divenuti regolari e permanenti come il ciclo stesso delle stagioni, suo padre si era dedicato di nuovo all'edilizia. Ma i tempi non erano ancora proprio maturi e lui aveva dovuto aspettare per alcuni anni, e i tempi non erano mai più diventati propizi per lui. Era terrorizzato, non riusciva a orientarsi nel suo terrore e così aveva cominciato a bere. Anche i giovani che avevano trovato un lavoro non riuscirono a conservarlo, perché la situazione peggiorò di nuovo, sbalestrando la gente; il padre di Loretta continuò a bere e divenne in ultimo un uomo prematuramente invecchiato, uno di quelli che Loretta vedeva spesso la domenica mattina, addormentati sulla soglia delle chiese o dei negozi chiusi. Ecco come erano andate le cose. Un cambiamento, un uomo diverso. Un altro uomo. Quando aveva trovato lavoro in un magazzino, per scaricare autocarri, era tornato a casa a mezzogiorno sin dal primo giorno, spiegando di aver lasciato cadere uno scatolone di articoli di vetro, e poi ammettendo di non aver lasciato cadere un bel niente perché aveva avuto paura di provare, paura di lasciar cadere qualcosa e di indebitarsi. E in questo modo era andato avanti fino ad ora, aggirandosi per casa, senza infastidire Loretta, in realtà, a meno che non avesse mal di stomaco o non combinasse qualche guaio. «Be', non metterti in nessun pasticcio, questa sera» disse Brock.
«Non mettertici tu.» Lo seguì nella sua stanza, il ''salotto", perché c'era ancora qualcosa di non finito tra loro. Non sapeva che cosa. Con il vestito blu, con i capelli lucenti e ondulati, sentiva di aver diritto di chiarire la situazione con lui. Brock tolse il pettine dal taschino, se lo passò rapidamente tra i capelli e lo rimise nel taschino quasi con uno stesso gesto. I capelli di lui, lunghi e non lavati, non erano mai arruffati e mantenevano le stesse ondulazioni per settimane. Ci metteva su una specie di lozione per capelli che ricordava a Loretta le ruote delle biciclette, il grasso che ti si appiccica alle dita quando le tocchi. Impulsivamente gli toccò la tasca della giacca. Vi sentì, dentro, il peso della pistola. «Sicché hai ancora quella pistola!» Brock la respinse. «No, sul serio, che cosa sta succedendo?» domandò lei. «Niente.» «Dove l'hai presa?» «In nessun posto.» «Ma che cosa vuoi fare?» Lo fissò. Per la prima volta si domandò se stesse facendo sul serio. «Ancora non lo so.» Gli zigomi sulla sua faccia pallida e scavata sembravano particolarmente aguzzi; era come se le ossa della sua faccia stessero pensando per lui. «Ti caccerai in qualche guaio» disse Loretta. Si espresse con il cantilenare fatale, definitivo, in parte soddisfatto, del quale si erano servite sua madre e altre donne della famiglia, come se fossero già arrivate al fondo di tutte le possibilità peggiori e stessero aspettando laggiù che gli uomini le raggiungessero. «No, per niente. Non lo so che cosa farò» disse Brock. Tolse la pistola dalla tasca e la tenne nel palmo della mano. Era una comune pistola, una rivoltella. Loretta ne aveva già vedute molte altre come quella; la gente non faceva che tirar fuori pistole simili per darsi delle arie. «Se vuoi darla a me, te la nascondo» disse Loretta. Lui si fece indietro. «E se Pa' la trova e si spara? Lo sai come diventa, a volte.» «Non la troverà.» «E se tu dovessi litigare con Pa'? Senti, non c'è niente di divertente... perché stai sorridendo in quel modo?» «Non sto sorridendo.»
«Sorridi come uno stupido bastardo!» «Non è vero... non è vero» disse Brock rabbiosamente. Ma gli angoli della bocca continuavano a guizzargli con rigidità; i muscoli della faccia erano due tesi groppi su ciascuna gota. Era pallidissimo. «Vuoi aspettare Pa' e attaccar lite con lui, è così?» disse Loretta. «No, esco.» «Vuoi attaccar lite quando tornerà ubriaco? Per quale motivo?» «Non sono mai io ad attaccar lite. È lui.» «È questo che hai in mente?» «Ho cose più interessanti da fare.» «Non tornerà per tutta la notte» disse Loretta. «Tornerà domattina, ridotto da gettar via. Senti, non gli farai del male, vero?» «Ho detto di no.» «Perché ti comporti in un modo così pazzesco, allora?» Lui rise e rimise la rivoltella nella tasca. Era pronto per uscire. «Va bene, va', esci! Vattene di qui!» gridò Loretta. Quando se ne fu andato, tornò in camera sua a dare un'occhiata al proprio aspetto. Il sudore le si era raccolto a goccioline sulla fronte... e lei questo non lo poteva soffrire. Le asciugò con un fazzoletto. Nessuno approdava a niente pensando a Brock, questo lo sapeva: già anni prima era stato giudicato dal tribunale dei minorenni e molte volte lo avevano arrestato e tenuto una notte in carcere; la cosa non serviva affatto a renderlo più assennato o più scaltro, e anche il fatto che altre persone si preoccupassero a causa sua non aveva alcun effetto. Gli piaceva soprattutto starsene seduto a leggere i giornali, e lasciar cadere i giornali sul pavimento quando aveva finito. Ma non parlava mai di quel che leggeva, non diceva mai niente. Aveva segreti. Con i suoi stupidi amici poteva sbraitare e ridacchiare come qualsiasi idiota di vent'anni, ma anche questo era un mascheramento, essi non lo conoscevano, nessuno lo conosceva, e per conseguenza nessuno si fidava davvero di lui. Loretta lo respinse dai propri pensieri e si fece più vicina allo specchio, così vicina che il suo alito vi posò sopra una pellicola sottile e l'immagine che ricambiò il suo sguardo con occhi guardinghi e colmi di aspettativa divenne la sola cosa che interessasse l'anima sua. Aveva un bel viso? Si stava facendo tardi. Incominciò ad affrettarsi. Tutte le meraviglie della strada le affollarono la mente, già un po' tumultuosa a causa delle assurdità con il fratello, ed ella si accarezzò adagio, con tenerezza, il braccio
lentigginoso, senza pensare. Si limitò a rimanere in piedi nella piccola camera da letto in penombra, come se stesse congedandosi in modo confuso, ma definitivo, da essa, senza riflettere. Era Loretta. Non la rendeva invidiosa il fatto che altre ragazze come lei saltassero fuori dappertutto, sane e pronte a una risata, pronte a divertirsi dopo una settimana di lavoro; le piaceva il fatto che vi fossero tante altre Lorette, era contenta di aver veduto in una settimana due ragazze con un vestito alla marinara come il suo, e centinaia di ragazze con i capelli ricciuti e lasciati ricadere all'indietro sulle spalle! La sua amica Sissy era la sola ragazza che indossasse quelle bluse pesanti ricamate, bellissime bluse con fili scarlatti e verdi e gialli sericamente intrecciati a formare disegni di pavoni e mulini a vento, e Sissy non incontrava mai se stessa che andava e veniva, ma Loretta non era Sissy, Loretta era Loretta. Si mise un altro po' di rossetto sulle labbra e uscì. Percorrendo la strada, sentì persino i tacchi alleggeriti e spinti verso l'alto dalla tesa allegria del sabato sera. Tutti erano fuori. Si aspettava quasi di vedere Brock starsene furtivamente all'angolo, dove rimanevano spesso lui e i suoi amici, né si sarebbe stupita di vedere suo padre seduto sulla verandina d'ingresso della casa di qualcun altro, le braccia ciondoloni tra le ginocchia scarne, finito, un relitto, addormentato con gli occhi aperti. Non vide nessuno dei due, ma vide tutti gli altri. I suoi polpacci traevano forza dalia dura e calda levigatezza del marciapiedi, il marciapiedi di tutti, ed ella sorrideva e scoccava saluti alla gente che respirava una boccata d'aria dopo cena - conosceva tutti e tutti conoscevano lei. Non era poi un così brutto quartiere. Sua madre l'aveva odiato, ma non si poteva dire che il quartiere fosse equivoco; alla gente piaceva soltanto passeggiare un po' e distendersi i nervi dopo una lunga settimana, e a volte qualcuno si cacciava nei guai, ma non per molto. Non c'era niente di male in questo. Da lunedì a sabato a mezzoggiorno, la schiena, le braccia e le spalle di Loretta dolevano a causa del lavoro e i suoi capelli dovevano essere raccolti sulla nuca in una crocchia miserabile e scomposta, e lei sapeva di non essere un granché a vedersi, ma la sera del sabato tutto cambiava. Gli uomini si toglievano gli abiti da lavoro sudici, indossavano vestiti nuovi e rigidi come quello di Brock, si lucidavano le scarpe, si mettevano a posto i capelli; le giovani donne non sposate si truccavano la faccia servendosi di pinzette, matite per le sopracciglia, belletto e ogni altra cosa di cui potessero disporre, si mettevano nastri tra i capelli imitando una diva cinematografica, oppure li lasciavano spiovere su un occhio, imitandone un'altra... e tutto questo era meraviglioso, tutto questo era stupendo! Loretta credeva
che l'universo stesso si spalancasse il sabato sera, che le piccole cellule chiuse e segrete esplodessero in lei bocciuoli. Chi sarebbe voluto essere un pessimista? Quali idiote (come le ragazze della scuola parrocchiale di Loretta, che ella aveva smesso di frequentare la primavera scorsa) potevano andare in giro, in un giorno come quello, cercando di vendere unguento in vasetti trasparenti di vetro azzurro con immaginette religiose in omaggio, o tentando di piazzare i biglietti di una lotteria della chiesa? Era quella una città abbastanza grande, su un canale del Midwest, sorta in modo caotico intorno al canale, estendendosi come due mezze lune irregolari, con sporgenze o vuoti di terreni ancor liberi, e altre estensioni di caseggiati popolari gremiti e devastati. L'industria principale era una piccola acciaieria che dava lavoro agli uomini di un quarto delle famiglie della città, e poi c'erano fabbriche di altro genere e depositi ferroviari e, entro il raggio visivo di Loretta, se ella si fosse data la pena di salire sul tetto di casa sua e di guardarsi attorno attraverso la bruma calda di quella sera, grandi magazzini. L'aria era brumosa, sì, ma anche melodica e ricca di odori misteriosi... una gigantesca panetteria in fondo alla strada emanava senza posa un odore di lievito che inquinava un poco il senso del gusto a tutti; ma continuavano ugualmente a esservi profumi di fiori invisibili e aromi di saporiti piatti cucinati in casa, che giungevano dalle finestre aperte al pianterreno, e, di fronte alla Taverna Dwight Corner, un piacevole odore stantio di birra e di roast beef. Anche al lato opposto della strada, e giù fino al primo dei ponti, si notava una sensazione carnevalesca di abbandono nell'aria, lievemente smossa dalle acque incolori sottostanti e dall'ininterrotto aspro scrosciare dell'acqua dalle chiuse. Se Loretta avesse avuto più tempo, o se vi fossero stati meno uomini in giro, le sarebbe senz'altro piaciuto appoggiarsi con aria sognante al parapetto del ponte per contemplare l'acqua che si riversava attraverso le chiuse - lo aveva fatto centinaia di volte - poiché tutti erano avidamente curiosi, nella maniera monotona e affascinata delle persone che vivono nelle città costruite intorno ai canali, di vedere che genere di battello stesse passando e se qualcuno avrebbe osato lanciarvi sopra una bottiglia o qualche altro rifiuto. Ma lei attraversò il ponte ricurvo senza quasi degnare di uno sguardo le acque ribollenti molto più in basso - questo ponte era assai alto sopra il canale, tanto alto da dare il capogiro - e passò accanto al cortile di ricreazione della scuola cattolica che aveva frequentato per anni, delimitato da alte recinzioni di rete metallica sulle quali i ragazzetti si arrampicavano continuamente, e si lasciò indietro la scuola stessa, senza quasi voltarsi a guardarla
- davvero, Loretta non la vedeva più - e andò oltre il gruppetto di uomini che ciondolavano in maniche di camicia davanti alla caserma dei pompieri, alcuni dei quali amici di suo padre, dopo essersi soffermata a parlare con loro, ridendo con timidezza e abbassando gli occhi, e indietreggiando in una breve pausa della conversazione, per far capire che doveva andare in qualche posto, che in realtà non aveva tempo da perdere con loro. Loretta Botsford, e come stava crescendo! Agli occhi di quegli uomini era quasi cresciuta, il che si riduceva a una questione di rossetto sulle labbra e a un certo consapevole ondeggiare delle spalle e delle anche, esattamente secondo la voga del tempo; la salutarono, comunque, e la lasciarono andare. La madre di Sissy aveva un appartamento sopra una drogheria di Main Street, un appartamento non certo migliore di quello nel quale abitava Loretta. Distava circa cinque minuti a piedi. E pertanto ella ebbe cinque minuti di una sorta di selvaggia e aperta libertà, durante i quali qualsiasi cosa sarebbe potuta accadere. Sulla strada passavano uomini in automobile e avrebbero anche potuto sbirciarla, ma lei non li guardava, e del resto dovevano essere quasi tutti in compagnia di una ragazza, a quell'ora del sabato sera. Guardò, dinanzi a sé, la facciata della clinica nella quale lei e Brock avevano accompagnato il babbo almeno dieci o dodici volte... un incubo, quel posto, con piccoli cubicoli le cui pareti non arrivavano nemmeno al soffitto, e infermiere brutte e stanche, e medici che la sua amica Rita chiamava furfanti da quando le era morto un bambino per un'infezione all'orecchio. Erano macellai, bastardi, furfanti. Tutti avevano soldi; gente come quella aveva soldi perché ogni paziente valeva due dollari, e due dollari a testa formavano un mucchio di quattrini. Ti girava la testa pensando a tutti quei soldi. E i dentisti erano altrettanto mascalzoni, o forse anche peggio. Lei non pensava mai ai propri denti, che erano mal ridotti; non osava indursi a pensare a quei sordi e insistenti dolori che certe notti la paralizzavano, arrivando sino in fondo alla mascella; e le gengive, a volte, quando si spazzolava i denti, le sanguinavano... no, meglio non pensarci, meglio dimenticarsene. Quando il dolore diventava insopportabile, succhiava ghiaccio. Quando diventava eccessivo, si faceva strappare il dente, pagava tre o quattro dollari ed era tutto finito. Un tram le si arrampicò accanto, appesantito da intelaiature, e Loretta badò bene a non alzare gli occhi per vedere chi potesse osservarla... il tetro mostro sferragliante la precedette su per la collina e la trascinò dietro di sé mentre Loretta incominciava ormai a domandarsi se i cinque minuti dovessero trascorrere senza che nessuno si accorgesse o si curasse di lei. Edifici
grigio-verdastri, edifici con vetrine di negozi ricamate a ghirigori con il sapone e abbandonate, e, sopra di esse, in una confusione rauca di radio, gente che stava affacciata alle finestre appoggiandosi sui gomiti, la superficie delle braccia simile alla bianca superficie delle tende a ciascun lato, come una cornice. Qualcuno chiamò: «Loretta!». Era una sua compagna di scuola. Loretta salutò con la mano, ma proseguì frettolosa. Quando si erano trasferiti in quella città - suo padre aveva accatastato tutte le loro masserizie su un autocarro, guidando l'autocarro egli stesso, ed era arrivato in città con una turba stanca e lenta d'altra gente di campagna (ma gente delle fattorie, non gente "negli affari" come loro), e tutti quanti avevano fatto il giro delle case chiedendo timidamente camere, un aiuto, indicazioni per arrivare al primo ufficio del governo - tutto le era sembrato terrificante. Ora la città le piaceva. Era una bambina quando avevano deciso di trasferirvisi, e nel mondo della sua fanciullezza ogni giorno era stato una schermaglia. A volte se la cavava bene, a volte falliva, a volte tutto andava malissimo e lei correva con la faccia sanguinante lungo i vicoli, vagando inorridita tra le macerie di terreni da costruzione che non riusciva a riconoscere, timorosa delle madri irate nonché dei ragazzetti estranei... non era stato affatto bello, meglio dimenticarsene. Brock, così sognante e tardo per anni, era stato picchiato a sangue più di una volta e chiamato "bifolco", cosa che non era, mentre sarebbe bastato che aprisse la bocca per far sentire a tutti che non aveva l'accento del Kentucky... e Loretta, una bambina ricciuta, con impulsi confusi di tenerezza e di perfidia, era riuscita a tirare avanti penosamente, corteggiando i ragazzetti importanti della sua classe, riconoscendo per istinto quali bambine erano importanti, quali bambine avevano fratelli maggiori che le proteggevano ed erano pertanto utili. Ma tutto questo apparteneva ormai al passato e, a dire il vero, ella vi pensava di rado. Si era innalzata al di sopra della fanciullezza e i terrori delle sue valli e delle sue montagne avevano finito con il ridursi a un paesaggio monotono sotto i suoi occhi, indulgenti o indifferenti, o entrambe le cose, e sebbene ella conoscesse ancora gli stessi ragazzi che l'avevano tormentata da bambina, in realtà non riconosceva in loro quei ragazzetti, ed essi non riconoscevano lei, man mano che ogni anno li trascinava più avanti nell'età adulta. Recandosi da Sissy, incontrò Bernie Malin, in compagnia di certi suoi amici, e in quel lento, goffo balletto di ragazzi si appartarono, mentre egli si incamminava con lei, fumando una sigaretta e parlando avidamente. «Che significa» disse «andare a fare un vestito! A cucire un vestito! Sciu-
pare tutto quel tempo cucendo un vestito? Non venirmi a raccontare che non lo ha cucito qualcun altro questo che indossi, è un vestito comprato in negozio, questo, ha stile!» «Cosa ne sai tu?» Si trovava di fronte a lei, le impediva di proseguire, e così dovette fermarsi, e dietro di loro, all'angolo, i suoi amici indugiavano, probabilmente osservandoli... Loretta si sentiva sconvolta mentre sarebbe dovuta essere contenta, e non capiva perché, ma Bernie era la causa di tutto questo e pertanto gli disse, fredda: «Sissy ed io ci siamo date questo appuntamento la settimana scorsa». La parola "appuntamento" suonò strana detta a lui. Bernie fece una spallucciata e le sorrise. Era un ragazzo piuttosto basso di statura, snello, appena più alto di Loretta, ma alquanto bello sebbene in un modo bamboleggiante. Meccanici erano inoltre i gesti abituali di lui, accentrati soprattutto sulla sigaretta - il modo di portarsela alle labbra increspate, di toglierla pensierosamente - e Loretta si sentì un po' stordita da tutto questo, impreparata, e si domandò che cosa ci fosse in lui che la turbava tanto. Disse: «Perché non vai in giro a divertirti con i tuoi amici?», ed egli disse: «Quei tonti non esistono per me». Il suo stesso espirare la eccitava. Percorsero insieme, fianco a fianco, la salita. Questa era la parte più bella del centro, un unico, lungo isolato di negozi. Il braccio di Bernie di quando in quando sfiorava il suo, ma nessuno dei due sembrava accorgersene. Lui le domandò di Brock. Lei si informò su certi suoi amici, ragazzi che conoscevano entrambi. Poi Bernie le chiese notizie di suo padre. Il padre di lui aveva lavorato un tempo con il suo, e questo legame sembrava importante a tutti e due. Proseguirono verso il canale e, a una interruzione nel susseguirsi di edifici, sostarono e si appoggiarono alla ringhiera. Si stava facendo buio. Giù alle chiuse c'era una piccola costruzione nella quale lavoravano gli uomini che le manovravano. Bernie disse che una volta era arrivato di nascosto sin là, ignorando il cartello «Vietato l'ingresso», e aveva guardato attraverso le finestre della casetta. Loretta osservò sarcastica che doveva esserci voluto del coraggio. Bernie domandò se le sarebbe piaciuto andare a nuotare nel canale, rimanendo vestita. Loretta gli domandò se non poteva andarci da solo. Bernie disse che un amico di suo fratello aveva invitato un po' di gente a casa sua per una festicciola, e sarebbe stato bello se lei ci fosse potuta andare. Loretta ricordò e dimenticò Sissy nello stesso attimo, mentre fissava accigliata i riflessi delle luci che dondolavano nell'acqua. L'attenzione
di lei era tesa ad accertare chi fosse questo amico. Esplorarono le loro comuni conoscenze e i rapporti tra esse, sforzandosi di trovare un legame, un qualche modo per rendere la cosa possibile. Bernie conosceva suo fratello e aveva un po' paura di lui. Loretta conosceva il fratello di Bernie, che la intimoriva un po'. Bernie si appoggiava alla ringhiera come se quello fosse stato un posto a lui familiare, voltato verso Loretta, e il modo con il quale rideva quasi senza incurvare la bocca, e il modo con il quale alzava gli occhi sui suoi con un movimento brusco della testa, la indussero a cedere. Loretta viveva in una eternità della carne: per tutta la settimana conosceva la resistenza dei muscoli, ne sperimentava i tristi limiti, e, sola, esplorava le unghie dei propri piedi seriamente come la propria faccia, compendiando ogni cosa, giudicando e sperando. Le braccia, le gambe, il ventre e i fianchi, il solco della spina dorsale, le caviglie piuttosto spesse... non possedeva altro, e confidava in queste cose: come un sacco di carne pieno di organi preziosi e di sangue avido, si protendeva un poco verso Bernie, in attesa. «Senti, per piacere, vuoi venire con me?» egli disse. «Perché dovrei?» «Non vuoi?» «Avresti dovuto invitarmi prima di questa sera.» Bernie scosse la testa, senza dare spiegazioni. «Sai benissimo come mi chiamo» replicò Loretta «e dove abito.» «Ho lavorato fino alle sei passate di questa sera.» «Lavorato dove?» «A scaricare roba.» «Dove?» «Con mio padre.» Era fanciullesco e un po' nervoso, mentre si sporgeva verso di lei. Loretta cominciò a sorridere. Tra loro scaturì un'eccitazione inebriante punteggiata dagli squilli dei clacson, la sfilata di automobili irrequiete del sabato sera. A lei sembrava prematuramente savio, questo ragazzo minuto di ossa e piccoletto, nel bel taglio obliquo e spavaldo degli occhi, e le ricordava non sapeva perché - gli eroi dei quali avevano parlato i giornali fino a poco tempo prima, Baby Face Nelson e Dillinger, morti ormai, ma ancora molto importanti. La zia di una delle sue amiche, venuta per una breve visita, aveva parlato loro di Dillinger a Chicago e di come avesse veduto con i suoi occhi l'orlo del vestito dell'amica di un'amica, macchiato del sangue di Dillinger, dopo che ella si era accosciata in un vicolo per assorbirlo... ma
Gesù Cristo, aveva detto qualcuno, perché si dovrebbe fare una cosa simile? Loretta però capiva e desiderava con violenza di essersi potuta trovare là anche lei, di aver potuto inginocchiarsi nel sangue per portarlo a casa in trionfo, perché non v'erano molte altre cose con cui ricordare un uomo tranne qualcosa di grezzo e di laido, e quel sangue era stato abbastanza reale in lui, caldo e rapido nelle sue vene, fino a quando la pallottola di qualche poliziotto non lo aveva sparso. «Vuoi venire con me?» disse Bernie con ardore, con una reale serietà che faceva pressione contro lo stile hollywoodiano della sua voce, e Loretta capì di dover cedere. Tutto era mortale. La carne incatenava ugualmente lei e Bernie. Tornò insieme a lui attraverso il ponte, gli archi della superficie acciottolata pungenti sotto i piedi sensibili, e le poche luci riflesse dal canale dolorose negli occhi, mentre Bernie continuava a parlare e a parlare di qualcosa che lui e suo fratello stavano progettando, vendetta contro un negozio che li aveva frodati o non aveva dato loro lavoro, e Loretta non provò alcuna sensazione di allarme udendolo dire che volevano incendiare la paglia e l'altra roba nello scantinato, dopo averci sparso sopra benzina ed essere filati via di corsa, lasciando che tutto andasse al diavolo in una gran fiammata... così quei bastardi avrebbero imparato! Lei e Bernie si recarono in una casa non lontana da quella dove abitava Loretta. Già dalla strada poterono udire lo strepito, un gran numero di persone che urlavano, per cui ella si lasciò persuadere ad andare nel salotto dove un mucchio di gente più anziana di loro due stava bevendo e ballando goffamente alla musica di una radio. Suppose che per il momento quella festa non presentasse alcun pericolo, ma continuò a sentirsi un po' sulle spine e a stare all'erta. Le donne avevano i capelli acconciati come i suoi, sciolti sulle spalle, oppure arricciati o ondulati con il ferro intorno alla faccia, e gli uomini, quanto a eleganza erano versioni più antiquate di Bernie. Sentì un'infatuazione improvvisa per la precoce virilità di Bernie, la quale non dipendeva per nulla dal fatto che egli aveva smesso di andare a scuola e correva la cavallina, ma dipendeva soltanto dalle scarpe e dai calzoni che portava e dal sorriso affettato e saputo con cui afferrava le spiritosaggini altrui senza degnarsi di rispondere. Uscì con lei nel cortile, poi andarono in un vecchio garage così pieno di cianfrusaglie che non vi sarebbe stato più posto per un'automobile, e bevvero birra tutti e due e si strinsero l'uno contro l'altra nell'oscurità. Ella gli mise le braccia intorno al collo. Scaturì in lei la rapida, acuta sensazione di
essere indifesa; le parve di essere sollevata in aria da un pallone, trascinata follemente, senza che potesse farci nulla, nel cielo, e fu come se fosse saltata sull'ultimo vagone di un treno che la strappava via lungo le rotaie lucenti e come se nessuno avesse mai più potuto vederla... Quando rientrarono nella casa, qualcuno stava urlando. Le sembrò di vedere un'automobile della polizia ferma davanti all'ingresso. Così loro due uscirono dalla porta di servizio, scavalcarono una staccionata, infiacchiti dalle risate e molto affettuosi, pronti a cadere l'uno nelle braccia dell'altra. Davanti alla porta di casa sua, nel sudicio corridoio, rimase in piedi con lui per mezz'ora, per quarantacinque minuti, finché, in ultimo, disse: «Puoi entrare con me, se vuoi». Bernie, scosso e non del tutto padrone di sé, si scostò da lei e domandò: «Dici sul serio? Dici davvero sul serio?». Gli rispose: «Se il mio Pa' è in casa ha la sbornia, non stare a preoccuparti, si lascia cadere sul letto e non capisce più niente, quanto a mio fratello, non tornerà fino a domattina. E in ogni modo, nella mia stanza non ci entra nessuno, è la mia camera, appartiene soltanto a me, è la mia vita, e nessuno osa entrarci!». Bernie la baciò e l'avvolse nelle avide braccia; lei gli si concesse, ma pensò a una cosa: i vecchi vestiti di sua madre in un armadio, le maniche rigide, come se fossero modellate definitivamente sulla forma delle braccia che vi si erano infilate. 2 Stanca e spossata, tanto spossata che persino l'indolenzimento si era spento in lei, dormì... e le parve di incespicare qua e là in stanze nelle quali non era mai stata, afferrandosi alle braccia soccorrevoli di altre persone, fissandole negli occhi, ma senza trovare in quegli occhi alcun centro, senza trovarvi le iridi. Non era però un sogno di terrore: si sentiva soltanto esausta e madida di sudore, sopraffatta. Un greve, plumbeo calore giaceva su di lei, come nuvole di fumo polveroso, accarezzandole il corpo. Poi vi fu uno schianto secco. Si destò. Si destò subito, quasi gridando, il grido mutilato e inaudibile. Era conficcato in profondità nel suo sonno, in profondità nella sua mente. Si destò subito. Nella luce fioca, qualcuno corse fuori dalla porta della sua stanza e incespicò contro una sedia in cucina - si rese conto immediatamente di quale sedia si trattava, su quella sedia si trovavano ad asciugare i piatti
della sera prima... e così, all'improvviso, ella fu completamente desta, e sul serio. Nel suo letto, accanto a lei, c'era un ragazzo. Lo conosceva, ma per un momento non riuscì a ricordare come si chiamava, né perché si trovava lì. Con il lenzuolo avvolto intorno al corpo, cominciò a scostarsi adagio da lui. Una riflessione la penetrò a un tratto, improvvisa e tagliente come quello schianto secco: È morto. Subito dopo, la sua mente parve bloccarsi. Lo fissò. Poi, adagio, un sudore doloroso la coprì tutta, trapelando oltre la pellicola umida che era stata così cullante e così dolce. Riuscì a pensare abbastanza chiaramente, È morto, quel bastardo lo ha ammazzato, e le parole passarono nella sua mente come se fossero state le parole di qualcun altro, le parole di qualcuno che guardasse dalla finestra. Il ragazzo giaceva del tutto immobile. Il lenzuolo gli era stato strappato in parte di dosso. Avrebbe voluto afferrarlo, destarlo scrollandolo. Bernie Malin! Perché non si svegliava? Che cosa voleva da lei, giacendo lì così pesantemente, senza muoversi? Il terrore che la pervadeva non gli faceva alcuna impressione; egli sembrava dormire il sonno ostinato di un uomo, dimentico di lei. Aveva un braccio ripiegato sul petto nudo e l'altro ciondolava oltre la sponda del letto. I capelli erano scuri e serici. Loretta discese dal letto molto silenziosamente. Indietreggiò, fissandolo con gli occhi sbarrati, finché non sentì il muro contro le spalle e dovette fermarsi, del tutto immobile. Fissò il ragazzo per vedere se stesse respirando o meno. Passarono minuti. Avrebbe riprovato; lo avrebbe fissato con molta attenzione per vedere se stesse respirando o no. Doveva essere assai presto, prima dell'alba. Come mai lo sparo non aveva destato nessuno, mettendo in moto la gente, facendola correre su per le scale e dare l'allarme e sbirciare attraverso la finestra? Sentiva la parete dura contro la schiena e si domandò come mai non fosse crollata, caduta, lasciando che tutti la vedessero. Le parve di sentire di già vibrazioni e tonfi di passi fuori nella strada, un esercito di stupidi curiosi e di accusatori, e che cosa non avrebbero saputo escogitare da urlarle in faccia! Che cosa farai adesso, piccola bagascia, come ti sbarazzerai di lui? Passarono altri minuti. Lei rimaneva rannicchiata e sudata nella luce fioca, fissando il letto. A poco a poco cominciò a vedergli il sangue addosso. Si muoveva. Su un lato della testa, timidamente voltata dall'altra parte rispetto a lei, un fiume di sangue si stava muovendo e inzuppava il guanciale. Quel guanciale era piegato in due; doveva essergli piaciuto dormire con il guanciale
ammonticchiato in quel modo. Loretta non si mosse. Sentiva l'odore del suo sangue. Parole riaffiorarono in lei, come una formula magica. È stato mio fratello, è stato lui, quel bastardo... Se avesse potuto gettargli in grembo tutto questo, prendere tutti questi guai e gettarglieli addosso come immondizia, se avesse potuto sbarazzarsene in qualche modo, allora sarebbe stata libera... la pressione soffocante nel petto e nella gola, la folle sensazione di terrore, che non era certa potesse essere sua, con tanta forza l'aggrediva, se ne sarebbe liberata appesantendo con essa suo fratello, e tutti si sarebbero precipitati verso di lui, agguantandolo e urlandogli in faccia, sulla brutta faccia, Assassino! Bastardo! Ma non accadeva niente. Aspettava, fiutando l'odore del sangue e dei corpi, l'odore delle lenzuola umide, e il cervello le vacillava, e il suo corpo restava immobile, in attesa, ma non succedeva niente. Non sarebbe successo niente? Forse uno sparo di rivoltella nel cuor della notte non era un fatto straordinario, in fin dei conti. Forse nessuno lo aveva udito, nessuno avrebbe alzato con rabbia una veneziana, nessuno sarebbe saltato fuori su una scala di sicurezza per vedere che cosa fosse successo. Tutto questo non era come nei film. Nulla si susseguiva con rapidità alle altre cose; nulla era collegato a ogni altra cosa. Cercò brancolando intorno a sé qualche indumento con cui coprirsi. Non ci vedeva molto bene. Le dita le si chiusero su qualcosa, un vestituccio di cotone che portava in casa. Chinandosi, non abbassò gli occhi, ma li tenne sempre fissi sulla testa del ragazzo, timorosa di un cambiamento se avesse distolto lo sguardo. Il sangue continuava a scorrere, fiorendo su un lato della testa. Non si sarebbe fermato più. Temeva che un suo movimento improvviso avrebbe rovesciato qualcosa e disturbato quel fluire del sangue, accelerandolo, per cui il sangue sarebbe zampillato fuori della testa cadendo sul pavimento e imbevendolo fino al soffitto sottostante, scorrendo caldo e appiccicoso su tutto. Si mosse molto adagio. Quel che vedeva era molto reale, ma una parte della sua mente continuava a respingerlo, a scostarlo, non apparteneva a lei; se soltanto avesse potuto agguantare Brock e urlare a tutti di venire a vedere che cosa aveva fatto: guardate un po' qui! Come lo avrebbe urlato, in modo che la città intera la sentisse! Come sarebbe corsa lungo la strada, accusando quel bastardo! Scivolò entro il vestito e si accorse che le mani le tremavano; non riusciva a dominarle, eppure in qualche modo la ubbidivano, facendo entrare i bottoni nelle asole, come sempre, passando per la stessa routine di sempre. Una persona deve pure vestirsi, pensò confusamente. Il ragazzo non la guardava mentre
si vestiva. Aspettò ancora che si muovesse, che si destasse dicendo qualche spiritosaggine imbarazzata, e facesse rientrare ogni cosa nella normalità... Era terribile, il modo che aveva Bernie di giacere, come sembrava esser divenuto ostinato quel suo corpo duttile e snello! Era bastato uno sparo a ottenere questo, come una magia. A un tratto Loretta lo odiò; l'odio esplose in lei e fu sufficiente, in pratica, a farla urlare di rabbia, perché gli uomini ti deludevano sempre, era inutile sperare in loro, niente da fare. Gli uomini non avevano un centro: i loro occhi, sorridenti o seri, non possedevano un centro, niente. Loretta rimaneva in piedi, circondata da un odio nebuloso eppur vivido, guardando il ragazzo. Odiava anche la pesantezza del suo corpo. Tutta la carne di lui si era tramutata in veleno. Ciò che era stato così ardente e dolce in precedenza, quella notte, era adesso greve di morte, e il fatto che la morte fosse sopravvenuta così rapidamente e senza lotta alcuna, dimostrava quanta poca fiducia si possa riporre nel corpo, anche nel corpo di un uomo, braccia e gambe, petto e ventre, tutto inutile. Portò le nocche contro la bocca e prese a piagnucolare mentre la consapevolezza di quel ch'era accaduto entrava nella sua mente, e tornava a entrarvi, rapida e feroce come lo era stato l'amore di Bernie, battendo contro di lei. «Dio mio,» disse in un bisbiglio «è accaduto davvero? Brock lo ha fatto davvero?» Brock era fuggito, lasciandola sola, e che cosa avrebbe fatto? Che cosa avrebbe potuto fare del cadavere? Dove si sarebbe nascosta? La rivoltella aveva sparato proprio accanto a lei, a pochi centimetri dalla sua testa. Un'esplosione nell'orecchio. Suo fratello doveva essersi proteso sopra il letto e aver appoggiato la canna della rivoltella al cranio di Bernie e aver premuto il grilletto, quel bastardo, e lo sparo l'aveva strappata al sonno e non sarebbe riuscita a dormire mai più. In qualche punto nel cervello di Bernie si trovava la pallottola che aveva fatto tutto questo. Tanto potere pigiato in un pezzetto di metallo, un potere più grande dell'uomo dietro ad esso, di gran lunga più grande. Sicché quel potere era stato sprigionato. Sicché Bernie era morto. Loretta si costrinse a guardarsi intorno attentamente nella stanza, la sua stanza. Doveva capire esattamente dove fosse. Quella camera era un enigma. ... E se fosse impazzita? Sua madre era impazzita, lanciando urli disperati e folli, piangendo per ore, per giorni, giacendo nel letto insozzato, gridando che la testa le si spaccava in due. Loretta aveva veduto altri pazzi, aveva veduto con quale rapidità perdessero il lume della ragione. Nessuno poteva dire con quale rapidità il cambiamento sarebbe potuto sopraggiun-
gere. Quel bastardo, con la sua rivoltella, aveva fatto accadere tutto questo, aveva posto in moto ogni cosa, e nulla poteva più essere fermato, nemmeno se lo stesso Brock avesse dovuto correre di nuovo su per le scale, incespicare di nuovo oltre la porta e protendersi nella sua stanza... era questo, pensò Loretta in preda all'orrore, era questo a rendere la cosa tanto terribile, che non ci si poteva far niente, che nessuno poteva più fermare quel che stava accadendo. Si guardò attorno. Per uscire dalla stanza doveva passare in fondo al letto, proprio accanto ai piedi di Bernie. Nella luce fioca, sembrava ancora che egli potesse essere addormentato; se non avesse udito lo sparo, forse Loretta non avrebbe neppure supposto... ma il sangue continuava a inzuppare il guanciale, sì, quello non lo si poteva fermare. Bernie era morto, adesso, e non si poteva muoverlo. Come avrebbe potuto spostare un corpo così pesante? Aveva sedici anni. Si domandò se sarebbe mai vissuta oltre quell'età. Il tempo sembrava essersi fermato. Aveva bisogno di qualcosa che l'aiutasse, di qualcosa cui avvinghiarsi, non sapeva che cosa. Un oggetto cadde dal cassettone, un flaconcino di vernice per le unghie; lo lasciò perdere, dimenticandolo. Nel primo cassetto del cassettone si trovava un intrico di vestiti. Erano suoi. Li fissò e un grido soffocato le salì nella gola, un grido che invocava suo padre. Disse davvero «Pa'!» a voce alta, come se la parola fosse uscita da lei spontaneamente. Tirò uno dei cassetti ed esso emise un suono raschiante, di protesta, legno contro legno. Questo la liberò: corse intorno ai piedi del letto e fuori in cucina, urtando contro una sedia e scaraventandola via per la metà quasi della larghezza della stanza. «Oh, Gesù! Guarda che cosa ha fatto là dentro!» gridò. Spalancò con un urtone la porta della camera di suo padre. Pur vedendo che la stanza era vuota, disse sommessamente, timidamente: «Pa'?». Il letto era disfatto, tale quale come il giorno prima. Suo padre non era tornato a casa. Per un momento non riuscì a ricordare se fosse rimasto in casa per tutta quella settimana, o se fosse tornato all'ospedale. No, era stato in casa, e ora si trovava soltanto fuori in qualche posto a smaltire la sbornia dormendo, meglio per lui essere fuori da questo guaio, del resto. Per la prima volta dopo lo sparo provò un senso di soddisfazione... era meglio che suo padre fosse fuori da quel pasticcio. L'orologio sopra la ghiacciaia segnava le cinque e mezzo. Era domenica mattina. Tutti dormivano tranne Loretta, e Brock, che stava correndo in qualche posto lungo un vicolo. La gente addormentata là attorno avrebbe forse udito il tonfo dei suoi passi di là delle finestre, ma nessuno si sarebbe
preso la briga di affacciarsi e di gridargli dietro: «Ehi, perché stai correndo? Da che cosa stai scappando?». I poliziotti, nei ristoranti economici aperti tutta la notte, avrebbero sorseggiato caffè e letto i giornali, e anche se si fossero dati la pena di dare un'occhiata fuori per seguire Brock con lo sguardo, non si sarebbero degnati di catturarlo... lasciamolo andare, chi se ne frega di un assassino? È troppo faticoso corrergli dietro. Libero in quel modo, Brock aveva il mondo intero in cui vagabondare, ma lei, Loretta, rimaneva bloccata in quell'appartamento: la cucina, molto silenziosa eccetto il ticchettio dell'orologio, con il tavolo dal piano nudo, e l'acquaio leggermente sbilenco, con due sgraziati rubinetti e il portasapone nel quale restava un pezzo sottile di sapone rosa, e la pila di piatti, piatti che nessuno avrebbe mai lavato tranne lei, Loretta! - questo particolare triviale la esasperò - e sopra l'acquaio una finestrella, non molto pulita, e a ciascun lato, credenze senza sportelli che si perdevano nell'ombra fino al soffitto, nelle quali piatti e bicchieri si ammonticchiavano in modo squallido, così familiare, e la finestra alla sua destra... la finestra attraverso la quale sarebbe disceso Bernie se vi fossero state complicazioni e qualcuno fosse tornato a casa prima del previsto. Avrebbe dovuto andarsene da quella finestra, questo era stato il loro piano. Era stato escogitato in un'altra dimensione, una dimensione che non si era realizzata. E da un lato c'era quella stanza, nella quale non sarebbe entrata mai più, mai. Mai più sarebbe passata per quella porta, mai più si sarebbe avvicinata al letto inzuppato di sangue, e al corpo morto che le aveva portato tanta sfortuna. Al lato opposto della cucina c'era la camera di suo padre, ove ogni cosa rimaneva sparpagliata sul pavimento e sul letto, un disordine maleodorante che Loretta non poteva eliminare perché a lui non piaceva che qualcuno toccasse le sue cose personali... le sue cose "segrete", ritagli di giornali, e altre carte, vecchie ricette delle quali più nessuno si curava ormai, in ogni caso, riposte in una scatola di sigari; la stanza era angusta come una cassa, aveva le stesse dimensioni della sua. Le due camere racchiudevano tra loro la cucina, e fino a quel momento Loretta non ci aveva mai pensato. Lo spazio nel quale vivevano lei e suo padre e Brock equivaleva allo spazio di poche casse, squadrate e murate; e tutta la vita inconscia che vi si era svolta!... tutti quegli anni, inconsci! Era strano che tutto dovesse finire in quel modo. Subito al di là della cucina v'era la camera di Brock, in realtà una specie di salotto, ove egli dormiva su un divano-letto e teneva le sue cose nascoste in un baule, spinto contro la parete, come il divano-letto, e non visibile, in modo che non sembrava mai che qualcuno vivesse davvero là dentro; una stanza a-
nonima, così come la voleva lui. Loretta guardò nella sua camera. La porta sul corridoio rimaneva aperta in parte, come l'aveva lasciata Brock nella fretta. Si avvicinò a quella porta e la toccò; era una sorpresa per lei che l'appartamento fosse aperto in quel modo, chiunque sarebbe potuto entrare, anche un ragazzetto avrebbe potuto introdurvisi. Parve che ella non sapesse che cosa fare. Intorno agli spigoli logori della veneziana abbassata splendeva una fioca luce, e quella luce sarebbe divenuta più forte man mano che il giorno si fosse aperto, rivelando ogni cosa, ma senza fare alcun male alla stanza semivuota di Brock... nessuno sarebbe mai tornato in quella stanza, essa non lo avrebbe mai smascherato o accusato, era una stanza innocente, e persino il logoro tappeto marrone sul pavimento aveva l'innocenza di un oggetto dimenticato. Loretta corse fuori dell'appartamento e lungo il corridoio. Era presto; nessuno aveva lasciato il letto e poteva aiutarla. L'aspetto squallido e familiare del corridoio le ricordò tutte le volte che lo aveva percorso senza sapere chi ella fosse o quanto pericolosa fosse la sua vita. Un ragazzo morto giaceva, ancor sanguinante, sul suo letto. Avrebbe urlato, ma erano le prime ore del mattino e regnava troppo silenzio. Nel corridoio non c'era nessuno, nulla; si trovava lì sola e respirava molto affannosamente. I suoi occhi erano come pietre nella faccia, duri e tesi, e sul primo gradino delle scale le dita dei piedi di lei guizzarono, smaniose di condurla fuori di lì. Discese le scale con cautela, giù per una rampa, intorno al pianerottolo, passando accanto al bidone dei rifiuti di chissà chi, giù, per un'altra rampa, e poi si trovò nell'androne. Qualcuno vi aveva lasciato cadere una monetina da un centesimo, proprio al centro del pavimento, ed ella la valutò con lo sguardo, per abitudine, e la raccattò e pensò: Questa porta fortuna! Fuori, il mattino era nebuloso. Sentì le dita dei piedi e i muscoli guizzarle per il desiderio di lanciarsi in una corsa a perdifiato. Non si mise a correre. Voltò in un vicolo trasversale, affrettando il passo. Era a piedi nudi, con il vestito da casa, inzuppato di sudore; probabilmente aveva gli occhi folli e i capelli scarmigliati. Si toccò i capelli come una ragazza cieca, battendovi su le mani aperte, lisciandoli. Se qualcuno l'avesse veduta, che cosa avrebbe pensato? A piedi nudi in istrada, come una bifolca o una negra schifosa! Una macchina di pattuglia della polizia si sarebbe fermata accanto alla cordonatura del marciapiedi e un agente magari anche qualcuno che lei conosceva - le avrebbe afferrato il polso e tutto sarebbe finito. C'era un ragazzo morto nella sua camera, sul suo letto. Cominciò a singhiozzare, affrettandosi lungo il vicolo. «Dio, devi aiutarmi
a cavarmela. Soltanto questa volta» disse. Le gambe forti la portavano avanti, e il respiro le usciva ad ansiti violenti. In fondo al vicolo si fermò, gli occhi sfreccianti tutto attorno, ma senza fermarsi su niente. Ebbe l'impressione che forse Dio l'avrebbe aiutata. Forse Egli le avrebbe dato una sorta di risposta. Se qualcuno avesse alzato una veneziana, nella casa vicina, meglio così, sarebbe stato un segno. O se un clacson avesse squillato in qualche posto. Ma niente. Loretta si voltò e corse lungo il vicolo dietro casa sua e finì in una stretta strada, una viuzza. Ovunque c'erano casse e mucchi di rifiuti, un ingombro che ella conosceva quasi a mente, ma non aveva mai realmente guardato fino a quel momento; ora, però, ebbe paura dei topi - così a piedi nudi com'era - ma se la famiglia di Bernie era già in giro a cercarlo, avrebbe potuto forse nascondersi ugualmente tra quelle immondizie. Avrebbe potuto nascondervisi finché non fosse discesa l'oscurità. Il fratello di Bernie sarebbe uscito di certo a cercarlo, e tutti gli avrebbero detto di loro due, e così egli sarebbe andato a casa sua, a cercare lei. Il fratello di Bernie non era più alto di quanto lo fosse stato Bernie, ma scuro di pelle e brutto, con una faccia malvagia, un po' matto, in un certo qual modo, non molto interessato alle ragazze. Si divertiva con coltelli. Aveva una pistola. Ecco che cosa doveva fare, pensò Loretta, procurarsi anche lei una pistola. Per prima cosa procurarsi una pistola. Poi avrebbe potuto riflettere sulla mossa successiva. Anzitutto le occorreva una pistola, ma per procurarsela aveva bisogno di soldi. In camera sua c'erano tre dollari messi da parte, ma si trattava di una bazzecola, e in ogni caso in quella stanza non ci sarebbe tornata. Si sarebbe procurata una pistola, pensò, e poi sarebbe stata al sicuro. Le accadde di pensare che le ragazze venivano sfregiate in faccia per ogni sorta di piccoli sbagli... una volta aveva veduto una donna correre per la strada con un lato della faccia zampillante sangue, e tutto quel sangue prorompeva dal taglio inferto dal rasoio di un uomo; e già sentiva lo squarcio nella pelle, simile a un lampo, dalla mascella alla tempia. E pensò alla ragazza picchiata quasi a morte, che era stata trovata un mattino proprio in quella stessa viuzza. Si disse, Devo procurarmi una pistola e ogni parte del suo corpo si protese verso questa certezza, si concentrò su di essa. Riusciva a capire, adesso, perché suo fratello avesse una pistola. Tutti avevano bisogno di una pistola; era pazzesco non averne una. Ora doveva correre mezza nuda per le strade a cercarla. Sentì graniglia sotto le piante dei piedi e abbassò gli occhi giusto in tempo per non passare sopra un pezzo di vetro spesso, ma non rallentò l'andatura. L'aria tepida e nebulosa era satura
della necessità incalzante di trovare una pistola. Udiva quasi le parole... una pistola, una pistola... nell'aria intorno a sé. Una volta che avesse avuto una pistola, allora, allora si sarebbe potuta difendere. Con il vestito di cotonina a fiori gialli corse accanto a un negozio di sigari chiuso e buio. Si azzardò ad affacciarsi su una strada più ampia - c'era un'automobile a qualche distanza, nessun pericolo - e l'attraversò correndo sul lastricato freddo a piedi nudi, ansimante come una vacca. Per prima cosa doveva trovare un po' di soldi in qualche posto e poi bisognava che acquistasse una pistola... concentrò la mente su questo problema. E le parve che la sua intera esistenza fosse stata una preparazione per questo momento, come una strada che, senza saperne niente, sale lungo un lieve pendio; tutte le buone intenzioni e le speranze, e il suo visetto grazioso, tutto sarebbe fiorito in quella domenica, per salvarla, o per condurla alla mutilazione e alla morte. O una cosa o l'altra, non esisteva via di scampo. Si trovava nel cortile dietro la casa di qualcuno. Ansimante, con una fitta acuta nel fianco, si fermò per appoggiarsi a una staccionata e si sforzò di pensare... cercò di pensare a una pistola, a Bernie e a Brock, alla rivoltella di Brock... al fratello di Bernie, che aveva veduto soltanto poche volte, ma del quale le erano state raccontate molte cose... sì, era un pazzo, era un assassino e gli occorreva soltanto qualcuno da uccidere. Anche Brock era un assassino, e aveva avuto bisogno di qualcuno da uccidere, ma lei non se n'era mai resa conto. Lo aveva capito troppo tardi. Brock aveva ucciso senza alcuna ragione, soltanto perché era pronto a uccidere, soltanto perché il momento era giunto. E il fratello di Bernie, riposato dopo qualche ora di sonno, si sarebbe messo in cerca di lei, torvo e soddisfatto di quel dovere da compiere. O forse l'avrebbe lasciata andare, si sarebbe limitato a spaventarla? Forse l'avrebbe lasciata andare? Si recò da Rita Moreines. La porta a zanzariera sussultò rumorosa sotto i suoi colpi. L'aprì e bussò alla porta interna. Era bagnata di sudore. Gridò: «Rita! Rita, fammi entrare!». La udissero pure tutti i vicini, se ne infischiava, voleva soltanto entrare in quella casa. Il cranio sembrava diventarle sempre più stretto e pieno di tumulto. A striarle la faccia erano o lacrime, o sudore, non lo sapeva bene, e urlò «Rita!» e raschiò la porta con le unghie. Proprio in quel momento le venne in mente, misteriosamente, senza alcuna ragione, che Bernie era stato colpito per la seconda volta da un'arma da fuoco! Un vecchio gli aveva sparato con il fucile quando aveva quattordici anni. Il vecchio si era nascosto nel suo negozio una volta scesa l'oscurità, deciso a far saltare le cervella ai ragazzetti che si introducevano
di notte nella bottega; non aveva ucciso Bernie, ma si era limitato a ferirlo a una spalla. Ricoverato in ospedale per qualche tempo, Bernie non era morto, e in seguito tutti lo avevano preso in giro. Ma adesso nessuno lo avrebbe più preso in giro, per nessuna ragione. Era stato un ragazzo sui diciassette anni, magro e vivace, ma adesso aveva il cervello spappolato e di lui non rimaneva più niente, più niente tranne quel cadavere nella camera di Loretta. «Dio mio» disse Rita, aprendo la porta. Stava stringendo la cintura intorno a una vestaglia verde. «Loretta, si può sapere che diavolo è successo?» Loretta le passò accanto ed entrò; lei chiuse la porta. Rita domandò: «Ti sta inseguendo qualcuno? C'è tuo padre, là fuori?». «No. Va tutto bene» disse Loretta. Si appoggiò al tavolo di cucina, premendo i palmi delle mani, bagnati di sudore, sul piano del tavolo e sporgendosi in avanti, la testa ciondoloni. Aveva un forte capogiro. Due dei bambini di Rita entrarono nella stanza. «Tornate a letto» disse Rita. «Uscite di qui.» Rita sedette su una sedia accanto al tavolo e aspettò che Loretta si calmasse. Con una voce volutamente calma, senza tradire troppo stupore, disse: «Se al tuo vecchio ha dato di nuovo di volta il cervello, puoi restare qui. Rilassati. Lo sai che te ne sei andata in giro mezza nuda? Sta' a sentire, bambina, faresti bene a prendere qualche provvedimento con quel tuo vecchio. Ci sono quattro o cinque tipi proprio come lui... voglio dire che li conosco personalmente; hanno qualcosa che non funziona nella testa, e quando bevono le rotelle si sregolano. Da troppo tempo sono tutti senza lavoro. Si tratta di tuo padre o di chi altro?». Loretta scosse la testa. «Puoi prestarmi un paio di scarpe?» chiese. «Sicuro. Dove vai?» «Mi occorre... Ho bisogno di...» Cercò di raddrizzarsi. Quando si scostò i capelli dalla fronte, rimase stupita sentendo quanto aveva madida la faccia. Disse: «Ho bisogno di soldi. Mi trovo in guai brutti». «Che genere di guai?» «Guai. Guai spaventosamente brutti.» Rita la stava fissando. Aveva i capelli, neri e tinti, scarmigliati e in disordine quanto quelli di Loretta, ma la faccia conservava, immota, la stessa espressione; stava tentando di capire che cosa volesse dire Loretta. Infine domandò: «Con la polizia, tesoro?». «No.»
«Non si tratta di tuo padre?» «No. Ma mio padre tornerà a casa tra poco. Forse potrebbe già essere diretto a casa.» Loretta si guardò attorno stordita. «Che ore sono?» «Guarda.» L'orologio si trovava sopra la ghiacciaia, proprio come a casa sua. Segnava le sei. «È così presto, ecco perché non riesco a pensare come si deve» disse Loretta. «Mio padre non è ancora a casa, ma potrebbe tornarci... o forse non tornerà, non lo so. A volte lo portano sin là, oppure chiamano i poliziotti. Una volta lo trovarono lungo disteso davanti al bar Ticonderoga. Faceva un freddo cane e sarebbe potuto morire intirizzito. Comunque non so quando tornerà a casa.» «Perché è così importante sapere quando tornerà? Che diavolo è successo?» Loretta fece capire con un gesto che non intendeva rispondere. «Me lo presti un paio di scarpe? E un vestito?» «Dove vuoi andare?» «Forse fuori città. Ma prima devo vedere qualcuno.» «Chi?» «Non posso dirtelo.» «Che significa, non puoi dirmelo? Perché no?» «Be', mi servono i soldi per una pistola.» «Una pistola?» «Sono nei guai, mi occorre una pistola» disse Loretta. «Meglio star lontana da una pistola, che tu sia nei guai o no.» Loretta si asciugò di nuovo la faccia. Rita stava accendendo una sigaretta. Sembrava che si guardasse attorno nella stanza, ignorando l'amica. La cucina era ingombra e sudicia; su una delle sedie si trovava un mucchio di giornali vecchi. Quel mucchio era lì da settimane. In cima ad esso Loretta poté vedere una pagina a fumetti, e, nonostante l'atmosfera nebulosa, abbacinante, che la circondava, scorse con lo sguardo "Gasoline Alley" e una parte di "Dick Tracy", domandandosi se li avesse già letti, probabilmente sì, non le riuscivano nuovi. Si costrinse ad alzare di nuovo gli occhi su Rita. «Sicché, me lo presti un vestito?» «Certo» rispose Rita. C'era una tale gravità materna, in lei, tanta severità, e un affetto in parte lesinato, che Loretta si sentì addolorata pensando quanto meno madre fosse stata sua madre, meno capace di affrontare le sorprese della vita. Rita
era sui venticinque anni, ma aveva già due mariti dietro di sé e molti uomini, in varie città. Indossava una vestaglia verde che sembrava di seta, ma non era di seta, e la pelle rosea e sana della sua gola e del petto fece capire a Loretta che aveva dinanzi una donna come lei, fatta della stessa carne, e prevedibile nello stesso modo. «Ho qualcosa qui che posso darti» soggiunse Rita. «Ma mi dirai di che cosa si tratta? Quando tutto sarà finito?» «Quando tutto sarà finito, sì» rispose Loretta. Passarono tra i bambini di Rita. Rita li scostò, borbottando: «Piccole pesti! Toglietevi dai piedi, filate!». Chiusero la porta di una camera da letto nel retro. «Ecco, eccoti un vestito. Togliti quello straccetto e infilatelo prima che ti arrestino» disse Rita. Tolse qualcosa da un mucchio di indumenti. «Là c'è qualche paio di scarpe. Ho soltanto quattordici dollari. Ma puoi comprarci qualcosa, se proprio ne hai bisogno.» «Non voglio prendere tutti i tuoi soldi.» «Non ti preoccupare.» «Ma poi tu come farai?» «Posso farmi prestare qualcosa da Harry Kaiserkof, lo sai...» Loretta si infilò rapidamente il vestito sul capo, imbarazzata perché Rita la vedeva. Un rossore di vergogna le discese dalla faccia al petto e al ventre. Era pazza, comportandosi così? Che cosa stava facendo in casa di Rita alle sei di una domenica mattina? Pensò, In ogni modo questa faccenda non può durare a lungo. Districò la testa dal vestito, respirando ad avide boccate d'aria, come se fosse presa dal panico. La prima cosa che attrasse il suo sguardo fu una fotografia incorniciata, alla parete, delle cinque gemelle Dionne, poco più che poppanti. Disse, stranamente, additando la fotografia: «Non credo di voler avere un bambino...». «Cosa?» Rita la stava fissando come se fosse impazzita. Loretta disse: «Oh, niente, no, dimenticatene. Sono un po' nervosa». «Vuoi un caffè o qualcos'altro?» «No, grazie.» «Se vuoi restare qui, puoi.» «No.» «Tutto questo ha qualcosa a che vedere con Brock?» «Be', sì. Con Brock» rispose Loretta. Si abbottonò il vestito. Si guardò, abbassando gli occhi, le mani tremanti. «Sì, Brock. È stato Brock. È stato lui.»
Rita l'accompagnò fino alla porta. Loretta guardò fuori nella strada, non vide niente, si accinse a uscire. Si domandò se il suo corpo avrebbe continuato a funzionare abbastanza a lungo per farle superare quella mattina. Se ne andò. Aveva in mente un negozio di prestiti su pegno, a due isolati di distanza, con rivoltelle in vetrina, ma in fondo alla strada, in piedi laggiù e intento a guardarla, c'era un agente. Sicché, tutto stava già per finire; ecco la polizia. Era Howard Wendall, vestito da poliziotto, e pertanto doveva essere entrato nella polizia, sebbene lei non lo avesse saputo. Egli prese a sorriderle e i suoi occhi pigri e imbronciati passarono dalle scarpe di Rita alla faccia irrigidita di Loretta, come se già sapesse tutto e stesse aspettando la sua confessione. «Da dove te ne torni a casa a quest'ora?» domandò. Loretta non riuscì a rispondere. Dopo un momento egli disse: «Ehi, indovina una cosa». Lo fissava. «Indovina dov'è il tuo vecchio.» «Dove?» «Dorme per smaltire la sbornia in centro. È stato fermato.» Loretta annuì adagio. «Lui e alcuni altri vecchi, li hanno portati dentro. Ora ci dormono sopra» disse Howard. Era un giovanotto robusto di ventidue o ventitré anni, ma con l'aspetto maturo anzitempo di certi uomini imbronciati e astuti, ma stupidi, che mescolano i loro sospetti e i loro entusiasmi. Loretta lo conosceva da anni e gli aveva parlato spesso nel modo cantilenante, di finta dolcezza, con il quale parlava a certi uomini, ma Howard non si era mai precisamente interessato a lei, e ora rimaneva lì in piedi al termine dell'isolato, sullo stesso marciapiedi, in attesa che ella confessasse. L'uniforme lo aveva trasformato. Sembrava più alto e più forte. Con la faccia affilata, da volpe, ma non magra, e un lieve rossore diffuso sulle gote, cercò di sorridere, ma il sorriso si dileguò di fronte al suo silenzio. «Sta benissimo, si limita a smaltire la sbornia con una dormita. Non vomita né altro» farfugliò Howard. Aveva i capelli castani suddivisi da una scriminatura sulla destra, con puntigliosa esattezza. L'uniforme del poliziotto, al pari del vestito rosa di Rita che Loretta indossava adesso, annunciava come fosse stata iniziata una nuova vita; un mutamento importante si era determinato. Loretta ri-
cordava questo Howard Wendall come un ragazzo grandicello che non era il più pericoloso tra i più sfrenati, ma che stava con loro, una sorta di subalterno, partecipando con entusiasmo alle birbonate: in breve, un tipo di ragazzo familiare. La sua faccia scaltra e audace riusciva a passare da un'aria perfida a un'aria vuota, e quello che poteva celarsi dietro a essa, nel cervello di lui, bisognava indovinarlo. Ricordò che Howard e alcuni altri ragazzi avevano fatto penzolare Floyd Sloan dall'orlo di un tetto, alcuni anni prima, e Floyd Sloan era a sua volta uno dei duri. «Mi trovo in un guaio spaventosamente brutto!» gridò Loretta. E così lo condusse a casa sua, su per le scale e in cucina, in silenzio: e là, ecco la sua camera, nella quale non sarebbe entrata mai più. Si mise a piangere. Howard si avvicinò alla porta della sua stanza e guardò dentro, poi entrò. Vi rimase soltanto per pochi minuti. Quando uscì, la fissò, imbarazzato e imbronciato. «È meglio che tu ti metta a sedere» disse. Loretta piangeva. Aveva le dita aperte sul vestito di Rita, stringeva la stoffa e la lasciava andare, a spasmi sussultanti. Howard fece il giro della cucina; in uniforme sembrava occupare l'intera stanza; urtò contro il tavolo, contro la cucina economica. «Maledizione» disse. Sembrava un orso, chiuso nel silenzio, imbronciato e rosso in faccia. Dopo qualche momento aprì lo sportello della ghiacciaia. Spinse da un lato una bottiglia di latte, si chinò per sollevare un piatto da una scodella, per vedere che cosa contenesse. Infine disse, dando una spinta irosa allo sportello e facendolo chiudere con un tonfo: «Gesù, ti sei proprio cacciata nei guai, adesso!». Loretta sedeva immobile. Non riusciva quasi a vederci, tanto forte piangeva. Howard fece il giro della stanza. La sfiorò e il contatto fu una sorpresa, quasi doloroso. Ella lo udì ansimare. «Quel maledetto, sudicio furfantello, ha avuto quello che meritava, lui! Gli sta bene!» borbottò Howard. Il suo respiro divenne ancor più udibile; stava guardando da un lato e dall'altro della cucina, senza vedere niente, molto arrabbiato. Una sorta di furia sembrava salire in lui e farlo girare intorno al tavolo, continuamente. Loretta si asciugò la faccia e lo guardò. «Che diavolo!» disse Howard con violenza, sbirciandola in tralice mentre passava, «era un dannato mascalzone. Doveva aspettarselo, uno di questi giorni.» Le sue sopracciglia scure e sospettose cominciarono a corrugarsi; pensieri gli si levarono nella mente con una tremenda energia irosa. «Tutti i Malin sono dei mascalzoni! Il vecchio pesta la madre, e non c'è chi non lo sappia. Se questo qui fosse caduto da un tetto, o lo avessero trovato per la strada, con una pallottola in
corpo o stritolato da un tram, nessuno se ne infischierebbe. Se ne fregherebbe anche suo padre. Voglio dire, sia che lo trovino in camera tua, o là dietro nel vicolo, è morto stecchito, il piccolo bastardo, è ugualmente morto in tutti e due i posti! Il piccolo bastardo!» Howard si interruppe e fissò Loretta. Era molto rosso in faccia. Ella gli vedeva il petto alzarsi e abbassarsi nello sforzo di respirare. «Ah, be', ci sei proprio dentro fino al collo! Ti trovi davvero nei guai!» egli disse. Urtò contro il tavolo e, con la gamba, scostò una delle sedie. La fissò, la faccia tutta guizzi. «Hai fatto uno sbaglio, eh? Hai fatto proprio uno sbaglio, portandolo quassù. Gesù, che sbaglio hai fatto, davvero...» La fissava come se fosse affascinato; lei non aveva mai veduto nessuno fissarla in quel modo. E rimase del tutto immobile, senza più riflettere, limitandosi ad aspettare. Howard si grattò la testa. I capelli parvero separarsi... e subito divennero arruffati. La scriminatura era frastagliata. «Tuo fratello ha tagliato la corda, e tu sei la sola rimasta qui, eh? Be', Gesù, ti trovi proprio in un bel guaio, adesso!» Emise un suono latrante, senza ilarità e breve. Poi le sorrise. «Sarà proprio uno spasso, e la gente ci si farà su una grossa risata. Quel piccolo bastardo ha avuto quello che si meritava. Gli sta bene; e sta bene anche a tuo fratello! Ma tuo fratello farà meglio a star lontano dalla città. Sei tu quella che è rimasta qui, eh? Sei rimasta con quel bastardo nel tuo letto, e, Gesù, che risate... non ci sarà nessuno in questa città che non verrà a saperlo entro oggi a mezzogiorno, posso assicurartelo.» Fece un brusco passo in avanti, venendo verso di lei. Le afferrò i capelli e la scrollò. «Sì, hai fatto uno sbaglio, ti sei cacciata in un guaio di prim'ordine, ragazzina, tu e lui credevate di essere tanto furbi. E non piangere, per giunta, non mi piace veder piangere la gente.» Ella non tentò di sottrarglisi. Sedeva come paralizzata, immobile, aspettando. «Hai fatto uno sbaglio portando quassù quel sudicio, piccolo furfante. Perché lui? Che cosa c'era di tanto straordinario in lui?» gridò Howard. «Non piangere, piantala. Non voglio nessun dannato piagnisteo. Mi innervosisce veder piangere la gente, e in ogni modo ancora non ho detto che cosa si deve fare. Potrebbero trovarlo tanto nel vicolo quanto quassù, è morto stecchito, no? Che differenza fa, eh? Sta' a sentire, che differenza fa?» Era agitato, rosso in faccia, molto strano. Loretta lo fissò. Si fissarono negli occhi, senza più distogliere lo sguardo. «Non prendertela» egli disse.
Continuarono a fissarsi per un lungo momento. Loretta non se la stava più prendendo; aveva la testa vuota, il cervello bruciato. Poi lo udì fare scorrere la lampo dei calzoni. Si alzò a mezzo, forse per correre fuori di lì, o forse per facilitargli la cosa, e lui l'agguantò e tutti e due incespicarono all'indietro, contro il tavolo. Howard aveva cominciato a gemere, goffamente e sommessamente, come se soffrisse. Loretta vide i piatti ancora ammonticchiati nell'acquaio. Vide l'orologio sopra la ghiacciaia, ma non ebbe il tempo di vedere che ora segnasse. «Non stare a crucciarti per quello che è successo, non per quel piccolo bastardo» disse Howard, avvinghiandosi a lei, alzandole la gonna, «non pensarci, non pensare a lui, che vada all'inferno!» E poi, divincolandosi tra le braccia di Howard, divincolandosi per facilitargli la cosa, pensò per la prima volta a Bernie: era morto. Lo aveva amato, ma era morto e non lo avrebbe veduto mai più. Mai più sarebbe venuto a lei come Howard stava tentando di venire a lei. Era morto, scomparso, finito, e questo significava la fine della sua gioventù. Cercò di non continuare a pensarci. 3 Incinta e sposata, andò a vivere con lui nel quartiere sud della città. Mise le poche cose che possedeva in scatole di cartone e sacchetti e si trasferì in un appartamento che la madre di Howard - mamma Wendall - aveva trovato per loro, non lontano da casa sua. Era per lei una strada imponente, con filari di olmi che impedivano la vista dalle finestre più alte delle vecchie case di mattoni e con giardinetti malconci delimitati da cordicelle legate a paletti conficcati nel terreno. I giardinetti erano delimitati con precisione. Sebbene i monelli li attraversassero di corsa e facessero cadere cordicelle e paletti, rimanevano ugualmente delimitati, e a Loretta piaceva questa nota di intimità. Sentì che stava incominciando una nuova vita. L'aveva fatta finita con il passato... con la necessità di provvedere a suo padre e a Brock, e di abitare in quella topaia, e di lavorarci, nubile, indipendente. Avrebbe dimenticato tutto questo. Avrebbe avuto un bambino. Era un'altra persona. Lì, quando aveva terminato di fare le pulizie nell'appartamento, poteva passeggiare su e giù lungo la strada, simile a un pallone nei vestiti premaman, e conversare con altre giovani mogli come lei, che cantavano le lodi dei loro bambini o atteggiavano la faccia in un'espressione d'ira comprensiva, quando parlavano degli argomenti di cui solevano parlare... cose che
le crucciavano, il lavoro incerto dei mariti, o la situazione minacciosa nel paese o in Europa... per cui ella corrugava il viso in un'espressione di sofferenza, come una mela che avvizzisse in un lampo e tornasse a essere fresca per magia. Le piaceva dire alle amiche: «Be', ho scoperto una cosa, che la gente è proprio buona. Mi trovavo in un brutto guaio, ma qualcuno mi ha aiutata e non posso lamentarmi del mondo», pensando a Howard e a come l'aveva salvata, a come si era innamorato di lei, decidendo di sposarla e cambiando completamente la sua esistenza. Howard Wendall, saltato fuori dal nulla nelle prime ore di una domenica mattina, con l'uniforme di poliziotto indosso, e venuto ad aiutarla. «Sì, la gente è proprio buona nel profondo del cuore» ella diceva, quasi piangendo, mentre pensava a quello che sarebbe stata la sua vita se non fosse apparso Howard. Anche la loro casa, alta tre piani più le soffitte, era imponente per lei, perché, a parte il villino appartenuto a suo padre parecchi anni prima, non aveva mai abitato in un appartamento degno di questo nome. Guardava la casa con voluta solennità, contemplando il colmo del tetto imponente come una montagna sopra di lei, mentre voltava nel breve viale d'accesso. Accesa dall'entusiasmo nell'aria pungente dei primi giorni d'autunno, eccitata dai pettegolezzi delle sue nuove amiche e dalla prospettiva del bambino che stava per avere, ne fissava proprio la sommità, il tetto di assicelle di un verde scuro, orlato dal muschio con ricami delicati, il gran camino di mattoni annerito dalla fuliggine, che si levava fino a un'altezza stupefacente contro l'aria autunnale. La casa era costruita con mattoni, annerita dal tempo, ma molto solida e simile a una fortezza, e le finestre, con le intelaiature di legno verniciato, erano enormi. Le finiture erano state rifatte non molto tempo prima: infissi di finestre e di porte e vari altri abbellimenti in verde scuro. La casa si trovava di fronte a un altro edificio situato al di là della strada, non proprio identico e i due palazzi sembravano opporsi l'uno all'altro, come due soldati veterani che si guardassero con reciproca diffidenza, ma avessero rinunciato all'azione... i ragazzetti che giocavano nei giardinetti davanti alle case e sulle verande, chiassosi, schizzando fango, facevano sì che gli edifici sembrassero ancor più giganteschi e silenziosi. Il loro stesso aspetto era silenzioso. Loretta sognava di quella casa, sognava di abitarci sola, di esserne la proprietaria, di poter chiudere tutte le porte e le finestre e di possedere ogni cosa: la sua casa! Dalla veranda sulla facciata al marciapiedi si stendevano forse tre metri di terreno tenuto come una sorta di prato, le cui recinzioni di cordicelle e
paletti erano state abbattute da tempo, ma dove l'erba cresceva a chiazze bizzarre, mentre altre chiazze erano segnate da orme e dai solchi di piccole ruote; in primavera, l'erba vi era stata seminata dallo stesso signor St. Onge, il padrone di casa, ma la pioggia aveva sospinto tutti i semi negli avvallamenti più profondi e soltanto in quelli cresceva folta un'erba di un verde smagliante. A St. Onge piaceva fermare Loretta quando usciva o entrava, e parlarle delle sue afflizioni. Era un uomo esile, dai preoccupati occhi celesti e dalla bocca inquisitiva, e sebbene Howard le dicesse di stare lontana da lui, accidenti, - St. Onge era un attaccabrighe e non faceva che chiamare la polizia per denunciare persone le quali, a suo dire, tentavano di entrare in casa, o monelli colpevoli di seguirlo quando usciva - Loretta non aveva il coraggio di evitarlo. Con un viso cortese e luccicante, lasciava che si lagnasse; lasciava che le parlasse di sua figlia sposata, della moglie defunta, degli altri inquilini della casa, della gente che abitava nella casa accanto e in quella dirimpetto, e di altre persone che avevano abitato lì un tempo, ma ormai erano andate altrove, o addirittura erano morte. Ogni cambiamento insospettiva St. Onge. Aveva le sue idee sulle ragioni per le quali i percorsi degli autobus erano stati modificati. Aveva le sue idee sul sindaco, il governatore, il presidente. Ascoltandolo - o non ascoltandolo affatto a Loretta veniva in mente il manifesto pubblicitario di qualche società di assicurazioni... un uomo e la sua ombra, quell'ombra ammonitrice, il simbolo forse della morte, o della vecchiaia, o di disgrazie future, un manifesto che ella vedeva continuamente e che la faceva sentire a disagio. Passeggiando con le sue nuove amiche, notava quanto fossero simili le case... grandi case di mattoni, a più piani, massicce, con angusti viali d'accesso e traballanti autorimesse sul retro... e faceva piacere a lei e alle sue amiche constatare come tutto fosse uniforme. Ci tenevano a che tutto fosse uniforme. Volevano affondare radici nel vicinato, così come la loro carne stessa voleva allignarvi e crescervi godendo di una salute ancor più prodigiosa; erano ansiose di mandare a mente la facciata di ogni casa davanti alla quale passavano, paragonando, accettando, riconoscendo nel disegno di un cuscino sul dondolo della veranda di qualcun altro lo stesso identico disegno delle tende nel salotto dei loro genitori o nel salotto dei loro nonni... per cui tutto scorreva insieme, caldo e mescolato e dolce. La più intima amica di Loretta, Janette, era una giovane donna piccoletta di statura, linda, dagli occhi lampeggianti e maliziosi, già madre di due bambini; aveva persuaso Loretta a prendere parte a una catena di lettere mondiale che le prometteva mille dollari in contanti giusto un anno dopo il
pagamento del suo dollaro... tutto questo, naturalmente, a insaputa di Howard. Janette era al corrente di tutto, più ancora di St. Onge. I suoi pettegolezzi erano più scaltri e più crudeli. Era al corrente degli aborti avuti da tutte le donne dell'isolato e delle botte che si buscavano dai mariti ubriachi; conosceva i litigi tra parenti, sapeva a chi era stata sequestrata l'automobile e chi aveva una sorella minore nei guai. Ma l'argomento che ella preferiva era la bellezza di quel quartiere, la pulizia, e seguitava a dire quanto fosse migliore del posto da dove veniva, pieno di teppisti di origine italiana praticamente appena voltato l'angolo e di gente di colore subito al di là di un isolato di magazzini... con la conseguenza che tutti quanti avevano rasentato un pericolo, i loro genitori soprattutto; e alcuni dei più anziani, respirando quell'atmosfera, erano diventati pieni di terrore e indifesi per tutta la vita, ma loro, le giovani, con i bambini appena messi al mondo, e i mariti, stavano migliorando socialmente e non avrebbero mai più veduto il fondo. Il governo a Washington era come una rete tesa nemmeno tre metri sotto di esse, per salvarle. Il marito di Janette faceva il camionista, un lavoro abbastanza comune; ma Howard, un agente di pattuglia, assumeva la statura di un uomo pericoloso, che era meglio tenere a distanza, sebbene lo si ammirasse e lo si temesse. Loretta veniva pungolata e stuzzicata dalla sua piccola amica affinché si decidesse a parlare di lui. Che tipo di uomo era? Aveva molto coraggio? Si serviva spesso della pistola nel suo lavoro? Aveva ammazzato qualcuno? Era molto affettuoso con Loretta? Ed era contento che lei fosse incinta? Timidamente, Loretta evitava di parlare di lui; non che non la lasciassero interdetta, a volte, i suoi silenzi, o le improvvise esplosioni di parole e d'ira, o il suo modo brusco di fare l'amore quando era ubriaco di birra, ma aveva un'indole abbastanza riservata per tenere queste cose per sé, e non ne parlava nemmeno a Howard e alla madre di Howard, che insisteva sempre perché andasse da lei... era una brava ragazza, la sapeva abbastanza lunga per non rivelare segreti, sapeva che certe cose non devono mai essere dette. Janette aveva idee matte; quando passeggiavano insieme, alzava gli occhi verso le case accanto alle quali passavano e, se si dava il caso che tutte le tendine delle finestre sulle facciate formassero una linea diritta e regolare, afferrava il braccio di Loretta ed esclamava: «Oh, guarda, questo significa fortuna. Fortuna per noi». Oppure, vedendo una donna anziana, dall'aria volgare, una donna che, a quanto pareva, incontravano sempre, diceva, afferrando il braccio di Loretta: «Scommetto che quella vecchia strega ci
sta facendo il malocchio. Perché lei è anziana e noi siamo giovani». Loretta si crucciava pensando che il futuro potesse essere deciso in quel modo; sapeva che crederlo era un male, la Chiesa diceva che era peccato, eppure si crucciava ugualmente. Non diceva niente di Janette a Howard. A lui Janette non piaceva, così come non aveva in simpatia St. Onge, o i suoi colleghi, sebbene nulla nella sua vita lasciasse pensare che gli sarebbe stato possibile trovare di meglio, e così Loretta taceva per quanto concerneva Janette, e quando Howard tornava a casa, la sera, gli parlava delle cose che erano necessarie nel loro appartamento, cose vedute in centro, oppure parlava di suo padre e delle afflizioni di lui, o gli riferiva quanto le era stato detto quel giorno da mamma Wendall. La sua esistenza di un tempo era finita, pensava Loretta, ed era una sensazione piacevolmente sicura pensare che forse avrebbe vissuto lì per sempre, vedendo crescere i ragazzetti del vicinato, dividendo dispiaceri e buone notizie con tutte le sue amiche, riuscendo a poco a poco a persuadere suo marito a giocare a pinnacolo con i mariti delle altre, e allevando i propri figli. Tutto era ormai deciso e stabilizzato per sempre. Sarebbe giunto il momento, persino, in cui non avrebbe più avuto tra i piedi mamma Wendall. La madre di Howard le era abbastanza simpatica, eppure immaginava per lei una morte improvvisa, incidenti. Però la suocera le riusciva davvero simpatica. Janette diceva: «Non capisco come tu riesca a sopportare quella vecchia bagascia», ma Loretta non rispondeva mai. Giocavano insieme molto spesso agli scacchi cinesi, fuori sulla veranda e sfogliavano le pagine di fumetti romantici, pagine ammorbidite dalla sporcizia. La veranda della casa era arredata con numerose poltroncine di vimini e con un divano di vimini, verniciato in nero, ma ormai un po' scrostato, e con cuscini che dovevano essere portati dentro durante la notte, e sul largo parapetto c'erano piante dalle foglie larghe e sottili. Tende proteggevano in parte la veranda. Durante il giorno, qualcuno teneva la radio accesa, lì accanto, e Loretta poteva ascoltarla, un tenue mormorio di musica e di parole, una sorta di ninnananna. Quasi tutte le canzoni parlavano d'amore. Quanto a lei, non pensava più all'amore, ma la musica le piaceva e girava per casa canticchiando le parole. La vita si era fermata per lei, e poteva rilassarsi, dormire. Le piaceva andare al cinema una o due volte la settimana con Janette - Ginger Rogers danzava, Errol Flynn lottava - e i film scorrevano dinanzi ai suoi occhi e la lasciavano un po' più contenta, come se la sua esistenza stesse diventando in qualche modo più stabile. Era simile all'odore che pervadeva la casa, un qualcosa che non si riusciva a definire.
Non si trattava soltanto di odore di cibi... sembrava che in esso si mescolasse polvere di carbone; e, a dire il vero, non era sgradevole. Nelle giornate umide diventava più greve e intenso. L'aria sapeva lievemente di zolfo e conteneva una traccia di cipolle, un odore così diverso da quello rancido e nauseante nell'appartamento ove suo padre continuava ad abitare. E le piacevano i sigari di Howard, il fumo che, in qualche modo, sgombrava un determinato spazio nel loro appartamento, respingendo gli altri odori. Tutto veniva accolto, assorbito, intessuto nella dolce, assopita densità della sua vita coniugale, per la quale le era stato dato persino un nuovo corpo. Un giorno andò a portare qualche dollaro a suo padre. Ma il vecchio non si trovava più lì, l'appartamento era vuoto, ed ella dovette informarsi nel caseggiato per sapere che cos'era accaduto. Qualcuno le disse che lo avevano portato all'ospedale. Quale ospedale? domandò Loretta, ma la donna con la quale stava parlando non lo sapeva. Così ella si recò all'ospedale più grande della città, ma suo padre non c'era; l'impiegata dell'accettazione le disse che il vecchio doveva trovarsi nello State Hospital. «Ma lo State Hospital è per i pazzi» disse Loretta, sbalordita. Se ne andò in fretta per non vedere più quella donna. Lo State Hospital! Suo padre era stato rinchiuso in manicomio! Prese il tram per tornare nel vecchio quartiere, sudando nella calura dei primi giorni di ottobre, ansiosa di vedere una faccia familiare, e in ultimo si recò nel posto dove lavorava Rita e le domandò se sapesse qualcosa. «Tesoro, che cosa potrei saperne io?» disse Rita. «Non ti hanno fatto firmare una carta, o qualcosa? Credevo che tu dovessi firmare un documento.» Loretta si sentì in preda al panico, confusa. Finse di guardare le stoffe. Grossi rotoli di tessuti si trovavano sui banchi, tessuti di ogni tinta e di ogni tipo. Continuò a srotolare e ad arrotolare una cotonina stampata a campanule azzurre; Rita cicalava. Parve a Loretta, mentre l'ascoltava a mezzo, che tutte le ragazze da lei conosciute, tutte le donne, avessero fiumi di parole da riversarle dentro, ed ella stessa si sentiva come resa più leggera e sollevata da una gran pressione di parole, chiacchiere, conversazioni, gesti eccitati, simile a un gigantesco battito cardiaco che, in qualche modo, le trascinava tutte più vicine... tutte le donne; gli uomini non facevano che tacere. Rita disse: «È una dannata vergogna questa faccenda di tuo padre, ma forse è meglio così. Forse si era cacciato in qualche pasticcio». «In un certo qual modo gli piaceva litigare» disse Loretta. Pensava a lui
come se fosse morto. «È strano che Howard non ne sappia niente.» Loretta riavvolse il tessuto intorno al grosso e pesante rotolo. Parve pensare a questo. Si discostò con la mente da suo padre, rinchiuso nello State Hospital per i malati di mente, e pensò a suo padre che saliva le scale ubriaco e sudicio, o che si destava da un incubo, urlando, e a tutte le preoccupazioni che aveva avuto a causa sua dopo la morte della mamma. A che cosa serviva tutto questo? Avere un padre o essere una figlia? Che cosa significava? Si ridestò adagio al presente, alla domanda di Rita. «Oh, se sarà un maschio lo chiameremo Jules. Il nonno di Howard si chiamava così. Se sarà femmina, la chiameremo Antoinettc.» «Sono bei nomi tutti e due» disse Rita. Loretta non resisteva più nel negozio e così se ne andò, domandandosi che cosa avrebbe dovuto fare, vergognandosi un po' di avere un padre chiuso in manicomio, e domandandosi inoltre se lo sapessero tutti. La pazzia era forse ereditaria nella famiglia? Anche sua madre era impazzita. Si sentì tremare. Per qualche tempo rimase immobile sul marciapiedi lasciando che la gente le passasse accanto, indifferente e silenziosa. Poi ebbe un'idea: sarebbe andata a trovare sua zia, la sorella di sua madre, il cui figlio maggiore era poliziotto, e per conseguenza la famiglia sapeva sempre quello che succedeva. La zia l'accolse senza molto entusiasmo. Loretta entrò, sedette in salotto, fissò una bella fotografia, colorata in rossiccio, di questo cugino-poliziotto in uniforme, sentendosi a disagio perché somigliava a Howard. Lasciò vagare lo sguardo verso il grande crocifisso d'avorio appeso sopra il divano. Disse: «Avrai saputo, immagino, che hanno portato il mio Pa' a Danby?». «Be', ho sentito dire qualcosa al riguardo» rispose sua zia. C'era un odor di mostarda, in quella casa. Loretta continuò rapidamente. «Quanto è grave, lo sai?» «No.» «Billy non ti ha detto niente?» «Qualcosa.» «Mi dispiace che lo abbiano portato via. Voglio dire, non era cattivo, ma beveva troppo, ecco tutto. A volte aveva le idee un po' confuse, ma non è mai stato pazzo. Billy lo vide? Voglio dire, fu arrestato o che altro?» «Billy in realtà non lo vide» disse la zia, con una certa freddezza, «ma ne sentì parlare. Probabilmente lo ha saputo anche Howard. Perché non lo domandi a lui?»
«Credo che Howard non ne sappia niente.» La zia di Loretta non disse nulla, ma fece una smorfia affettata con la bocca. «Fu arrestato per una rissa o per qualcos'altro? Ruppe i vetri di qualche finestra? Picchiò qualcuno?» «Non lo so davvero.» «Non potrebbero averlo rinchiuso se non avesse fatto qualcosa, non è vero?» «Temo proprio di non saperlo.» «Per quanto tempo li tengono rinchiusi?» «Per quanto tempo? Finché non guariscono, immagino.» La stupì il fatto che sua zia dicesse questo, che lo dicesse così generosamente. Le mani della donna rimanevano abbandonate in grembo; era sempre stata così gelida, così distaccata. «Non è impazzito, vero?» disse Loretta, sudando. «Va' a trovarlo» le consigliò sua zia. «Non voglio andare a trovarlo, ho paura di vederlo» disse Loretta. Mentre tornava a casa con il tram, sedette tenendo le mani sul ventre, e i suoi pensieri si tramutarono in una sensazione interiore di panico che le premeva sullo stomaco; si domandò se il bambino avesse già un sesso preciso... se fosse un maschietto o una femminuccia. Sperò che fosse un maschio, Jules. Pensò all'avere un bambino. Pensò a un bambino suo. Ma, scendendo dal tram, si mise a piangere a un tratto perché non era giusto che suo padre fosse stato arrestato e portato via in quel luogo, come un pazzo, soltanto per essere tolto di mezzo. Lo immaginò con la camicia di forza. Immaginò qualcuno entrare nella sua stanza e gettare a terra la scatola di sigari piena di carte, e sparpagliare a calci le carte sul pavimento... Quando Howard tornò a casa, quella sera, ella sedeva nella camera da letto, con le veneziane abbassate. «Sei in casa?» gridò lui. Gli rispose con voce fioca. Questo dovette bastargli, poiché non disse altro. Entrò in bagno. Ella lo udì, là dentro, e ascoltò i rumori senza alcun particolare disgusto perché li aveva sentiti per tutta la vita, e Howard, almeno, si chiudeva la porta alle spalle. Poi egli venne nella camera da letto e si sfilò la camicia scura. «Mi hanno raccontato qualcosa oggi, una storiella davvero pazzesca, a proposito di Eleanor Roosevelt e di un negro, ma non me la ricordo più bene. Tu l'hai mai sentita?» «No.» «Che cos'hai?»
«Sono sconvolta a causa di mio padre.» Howard tacque, spogliandosi. Gettò i vestiti sul letto. Quando rientrava dopo il lavoro, sembrava invecchiare, la barba gli spuntava con la stessa energia dei suoi crucci, e occorrevano molte ore di sonno profondo per rinnovargli il grasso sano sulla faccia. Sbirciò Loretta in tralice. «Sai che cosa è successo, non è vero?» ella gli domandò. «Lo hanno ricoverato in osservazione per trenta giorni.» «Che cosa significa?» «Lo terranno in osservazione per trenta giorni.» «Ma perché?» «Si comportava in modo strano.» «In modo strano come?» gridò Loretta. «Come se fosse pazzo.» «Chi può stabilire se uno è pazzo? Perché non mi hai detto niente?» «Sta meglio laggiù.» «Perché dovrebbe star meglio?» «Sta' a sentire, per poco non è stato investito da un'automobile. È continuamente ubriaco. Al posto di polizia disse che potevano anche sparargli, perché non voleva più vivere. È sempre stato un po' matto, e si trova meglio a Danby, quindi non pensarci più.» «Quando posso andare a trovarlo?» «Non per trenta giorni.» «Questo non è vero!» «Chi ti ha detto che non è vero?» «Ma trenta giorni sono un mese! Si sentirà solo, laggiù, e potrebbe peggiorare. Ho sentito dire com'è quel posto.» «In ogni modo ci siamo liberati di lui» disse Howard. Chiuso nel suo silenzio caparbio, si tenne lontano da lei, in attesa. Ella si rese conto che era diventato un uomo, un uomo come suo padre, o come i padri delle sue amiche, o qualsiasi padre, ovunque, qualsiasi uomo, silenzioso e iroso, affamato ma impaziente con il cibo, sempre a farlo rigirare sul piatto, gravato da un terribile fardello di carne, e bisognoso di qualcuno come lei per allentare la pressione. Pianse per suo padre e per Howard, sentendo il proprio corpo diventare dolente. «E se morisse laggiù? Li prendono a calci, lo so questo! Li picchiano!» Howard emise un suono grugnente di disprezzo. «E tu, se dovessero rinchiudere anche te, un giorno? Credi di essere così intelligente che una cosa simile non può accaderti?» «A me non accadrà» disse Howard.
«E ha detto davvero che voleva morire? Ha detto davvero così?» Howard uscì dalla stanza. «Ha detto che potevano anche sparargli?» gridò Loretta. Howard non rispose. E tutto finì lì per quanto concerneva il nonno di Jules. 4 Jules nacque in un mese mite, inaugurando una nuova stagione con la sua energia e la sua irritabilità. Adesso mamma Wendall veniva continuamente, ogni giorno, e ogni giorno la scala vibrava sotto i suoi passi poderosi. Ma Loretta contemplava il bambino e tutto il resto indietreggiava da lei, come talora, in un film, lo sfondo rimane sfuocato. Urtava contro i mobili. Lasciava la radio accesa quando la stazione aveva smesso di trasmettere e si sentivano soltanto rumori di fondo, una cosa che irritava mamma Wendall, la quale aveva l'udito fine e occhi acuti. La nonna portava sempre qualcosa al bambino. Un giorno gli portò una bambola Dopey, di gomma. Poi, un altro giorno, quando Jules aveva quasi un anno, Howard tornò a casa presto, un pomeriggio, con le gambe malferme, e le disse, rimanendo sulla soglia, che era stato sospeso dalla polizia... parole mai udite pronunciare da lei prima di allora, parole di quelle che si leggono sui giornali. La stessa serietà da ubriaco di Howard la terrorizzò. «Sospeso... che cosa significa?» gridò. «Come quando si è in aspettativa.» «Ma che cosa significa?» Lui sedette al tavolo di cucina e abbassò il mento. In quell'attimo ricordò a Loretta suo fratello, sebbene Howard non fosse in gamba come Brock; era l'atteggiamento della disperazione. Loretta mise la mano sulla testa soffice e calda del bambino, sui suoi capelli serici, e pensò, in preda al terrore: Allora non c'è più niente di stabile nella mia vita. Howard affondò il dito indice nella bambola Dopey. Aveva la faccia inespressiva. Dopo qualche momento disse: «Ci sono certi tizi i quali hanno a che vedere con i ristoranti. Con i bar degli alberghi. Come al Lenox Hotel, quell'albergo là. Il Lenox Hotel». Si interruppe. Loretta lo fissava. «Hanno qualcosa a che fare con il sindacato. Non lo so.» «Di che cosa stai parlando?»
«Vengono sganciati soldi.» «Da chi?» «Dagli alberghi.» «Sganciati perché? Hai preso dei soldi?» Howard si spostò sulla sedia. Aveva un'aria da orso, arruffata, eppure v'era in lui qualcosa di stranamente tenero. In quella sconfitta, i peli stessi dei suoi grossi polsi e delle mani sembravano meno irsuti; Loretta sentì un trasalimento nel sangue e desiderò consolarlo. Anche suo padre, nei momenti brutti, silenziosi, seduto nello stesso modo al tavolo di cucina, aveva avuto un aspetto tenero... nella sconfitta. «Hai preso dei soldi?» domandò Loretta. «No.» «Allora perché ti hanno espulso?» «Non sono stato esattamente espulso.» «Allora perché... perché è successo?» «È toccato a quindici uomini. Io sono uno di loro.» «Ma se sei innocente...» «Questo non è facile a provarsi» disse Howard, senza guardarla. Dopo qualche momento Loretta disse: «Quei figli di puttana stanno cercando di rovinarti! Non ci riusciranno!». Howard sospirò, lo stesso sospiro del padre perduto di Loretta. «Sarà meglio che andiamo da tua madre a dirglielo.» Si misero i vestiti della festa, come se fosse stata una domenica. Howard era imbronciato ma calmo, Loretta incipriata, rabbiosa, agitata. Loretta portò il bambino in braccio e cicalò dicendo che non ci sarebbero riusciti, quei bastardi, a cercare di addossare la colpa a lui quando non aveva fatto niente! Anche Billy, il cugino di lei, era stato sospeso, disse Howard. Bene, disse Loretta. Era colpevole, Billy? Howard riteneva di sì, non sapeva un granché di tutto quel pasticcio, lui ne era fuori e nessuno gli aveva mai detto niente... Tanto peggio per Billy e per la madre di Billy, pensò Loretta, immaginando suo cugino con l'elegante uniforme umiliato finalmente, privato dell'automobile della squadra che lo inorgogliva tanto (Howard era soltanto un agente di pattuglia) e costretto a restituire la rivoltella e il distintivo. Bene, che fossero rovinati tutti quanti. E gli alti papaveri? domandò. Erano tutti furfanti, disse Howard imbronciato, ma senza entusiasmo. Loretta era loquace nella sua amarezza: com'era fatto il mondo! Come tutto era pazzesco! «Mio padre veniva sempre licenziato dai posti che trovava» disse irosa-
mente. «Capitava sempre qualcuno che lo buttava fuori! Il nipote, o il genero di qualche pezzo grosso, qualsiasi vecchio bastardo saltato fuori dal niente, e scacciavano a calci il mio Pa' e davano il posto al nuovo venuto. Nessuno gli diede mai il modo di farsi valere. Se è impazzito, eccolo il perché.» «Già, non ebbe mai un'occasione» disse Howard. La piccola casa di legno dei Wendall parve minacciosa allo sguardo di Loretta; lì per lì non capì bene il perché. Poi riuscì a capire... le veneziane erano tutte abbassate. Lo notò anche Howard. Ostentò la stessa espressione imbronciata, intrappolata, soddisfatta, che aveva esibito per tutto il pomeriggio, come se il peggio lo avesse infine raggiunto ed egli fosse finito; ma aveva gli occhi all'erta. Gli occhi, con la loro bizzarra assenza di un centro, nella grossa faccia, guizzavano innervositi sebbene il resto di lui fosse greve, abbattuto. L'andatura spietata da poliziotto, l'abitudine di tener dritte le spalle, erano state abbandonate insieme all'uniforme, e adesso camminava come un qualsiasi disoccupato... nell'atteggiamento familiare dell'insuccesso, la pancia in fuori, il torace informe, le spalle ingobbite in avanti come se fosse stato più facile camminare in quel modo, protendendosi in un futuro di pura gravità. Mamma Wendall li aspettava sulla soglia. Loretta sentì Howard esitare un poco, vedendola. Ma sua madre spalancò la porta e uscì con una scopa tra le grosse mani. Prese a urlare: «Stupido idiota! Tonto testone!». Con la scopa vibrò colpi a Howard. Lui cercò di pararli, piagnucolando: «Mamma, sta' attenta, fanno male» ma ella non gli diede ascolto e continuò ad avventarglisi addosso e a vibrargli con forza la scopa sulle spalle. Il bambino si mise a strillare. Loretta, terrorizzata, indietreggiò e finì tra i rifiuti accanto agli scalini, cassette di compensato, e nel fango. Howard tenne le braccia davanti al viso mentre sua madre lo pestava. «Ci hai disonorati!» urlò sua madre. «Stupido somaro, bamboccione idiota che non sei altro!» I capelli di lei erano un grigio groviglio, la faccia larga luccicava, coperta da una pellicola di sudore. Ora che Howard si trovava con le spalle al muro contro la veranda, rinunciò disgustata e gli gettò addosso la scopa. «Aver a che fare con puttane! Prendere soldi dalle puttane! Vuoi spezzare il cuore a tua madre? Vuoi uccidere tuo padre? Eh? Vuoi fargli venire un colpo a tuo padre? Vuoi vederla lungo disteso nella bara, morto, e tutto per colpa tua, pezzo di somaro, moccioso che non sei altro? Accettare banconote da quelle puttane, da quelle bagasce, con le malattie che hanno addosso! Probabilmente avrai portato una malattia anche a casa,
eh? E ora vieni a farci visita e magari adoperi anche il nostro gabinetto, eh? Non è così? Non è così?» «Mamma, no!» gridò Howard. «Entra, testone! Vuoi che ci sentano tutti i vicini?» Li spinse dentro tutti e due. Il suo corpo massiccio sembrava fremere dietro di loro, bloccando la porta, ansimante di furia. Loretta urtò contro il tavolo della cucina, sentendosi mancare le ginocchia, e mamma Wendall le strappò il bambino dalle braccia e prese a dondolarlo irosamente. Lacrimoni le scorrevano sulla faccia grigia e ruvida. «Figlio di un padre simile! Di un padre simile! Mio figlio diventato un così stupido testone!» Papà Wendall sedeva nel salotto buio, ascoltando la radio. Furono spinti in quella stanza. Howard sedette infelice a un'estremità del divano e si nascose la faccia tra le mani. «Sì, piangi, avanti, piangi adesso che è troppo tardi, grossa, stupida vacca!» urlò sua madre. Dondolava il bambino, tenuto contro il seno, e volgeva lo sguardo iroso da una faccia all'altra. Loretta rimaneva in piedi, tacendo. Sentiva di essere un'ospite della quale nessuno si era accorto. Sentiva che un suo improvviso movimento avrebbe rivolto contro di lei tutta la rabbia di mamma Wendall. Papà Wendall, un uomo con gli occhiali, dal fare lento e ringhioso, non guardava nessuno. Dietro il suo gomito, da una radio che affondava in parte nell'oscurità della stanza e si confondeva con lo spesso centrino lavorato al crochet dal quale era coperta, giungevano le notizie degli avvenimenti sportivi del giorno. «E ci sono guai anche da noi, anche là da noi» disse torva mamma Wendall, riferendosi al loro paese d'origine. Profilandosi gigantesca nella penombra, mentre dondolava il bambino contro le mammelle, sembrava compiangere il mondo e suo nipote, sul quale abbassava gli occhi; con le grosse e forti dita aveva afferrato il bambino, e da quelle dita nessuno avrebbe potuto mai toglierlo. «Oh, tu, povero piccino, figlio di un padre simile!» cantilenò. «Ma Howard non ha fatto niente» bisbigliò Loretta. Mamma Wendall non la degnò nemmeno di uno sguardo. «Hanno incolpato lui, ma non era uno di loro. Si trattava di tutt'altra cosa, c'era di mezzo un albergo.» Dopo un lungo, furente momento, mamma Wendall disse: «Non ha fatto niente un corno!». Era più grossa di suo marito, grossa press'a poco quanto Howard, una
donna dalla faccia lievemente brutale, sulla cinquantina, vigorosa e robusta di ossatura, dal colorito acceso piuttosto piacevole che in quel momento era grigiastro, il colorito di una lavandaia, con orecchie enormi che sembravano esserle state tirate per tutta la vita dalle delusioni, e con un petto massiccio, racchiuso dal busto. Era scaltra e calcolatrice e non si abbandonava mai all'ira tranne che per correre lungo il binario giusto, senza mai sbagliare. Per cui Loretta si rese conto disperata che mamma Wendall aveva ragione e che Howard era colpevole e che addirittura si era sporcato le mani con prostitute. Sì, tutto quadrava. Mamma Wendall non sbagliava mai. «E adesso, ecco che cosa faremo» disse mamma Wendall. 5 «La primavera è la stagione adatta por trasferirsi» disse mamma Wendall. Howard guidava l'autocarro, sua madre viaggiava con lui, e gli altri li seguivano sull'automobile di papà Wendall. Stavano andando in campagna. Si trasferivano presso lo zio di Howard, un vecchio rimasto nella fattoria quando tutti gli altri se n'erano andati. Howard aveva già trovato lavoro in una miniera di pietra da gesso... non certo redditizio come il posto nella polizia, ma abbastanza buono. Loretta sedeva sul sedile posteriore della vecchia Ford, schiacciata tra alcune scatole e sua cognata Connie, una ragazza grassa di quattordici anni. Connie rimaneva sempre immersa in un denso, accigliato silenzio, con le labbra appena dischiuse. Il bambino aveva già i pannolini bagnati, constatò Loretta, ma era troppo tardi per cambiarlo; le giaceva scomodamente in grembo, agitandosi e piagnucolando. «Questo bambino è così vivace» si lagnò Loretta in tono animato, rivolgendosi all'aria. Papà Wendall guidava seguendo l'autocarro a prudente distanza. Muoveva le braccia rigidamente, e quasi mai dava a vedere di aver udito Loretta; ciò nonostante, lei concentrava la propria attenzione sulla nuca rugosa di lui e cercava di farlo parlare; nella famiglia del marito, aveva scelto il vecchio cui "affezionarsi". Era più anziano della moglie di dieci anni. Il tragitto non finiva più, l'automobile sobbalzava, e durante il viaggio Howard bucò, per cui si aggirarono intorno all'autocarro nel crepuscolo mentre lui e suo padre si affannavano a sostituire la ruota. Mamma Wendall vezzeggiava il bambino e volgeva gli occhi scaltri verso l'orizzonte,
come se avesse potuto vedere che cosa sarebbe venuto dopo. Alta com'era, sembrava poter vedere più lontano della maggior parte della gente. «Non c'è riposo per i malvagi» disse con uno strano sorriso compiaciuto, dondolando Jules tra le braccia. Connie non era discesa dall'automobile. «Con un deretano grasso come il tuo dovresti scendere, fare un po' di moto, tanto per cambiare» disse sua madre, ma non scortesemente. Ora che avevano lasciato la città e stavano andando verso una nuova vita - il suo concetto di una nuova vita - era alquanto soddisfatta. Loretta le rimaneva accanto a causa del bambino. Se mamma Wendall avesse dovuto farlo cadere... se al bambino fosse accaduto qualcosa, pensò Loretta, lei avrebbe conficcato un paio di forbici nella gola della vecchia strega. Odiava mamma Wendall. Ma si sforzava di comportarsi bene con tutti, cercando di rallegrare Howard, di fare amicizia con Connie e di indurre il vecchio a parlare di tanto in tanto; in fin dei conti, dovevano vivere insieme, d'ora in avanti, e non sarebbero dovuti andare tutti d'accordo? Ma di tutti loro, soltanto mamma Wendall era ciarliera, e le sue ciarle, in qualche modo, aggiravano Loretta, escludendola. Era strano. A volte diceva a Loretta, con un sorriso tagliente: «Questo bambino ha la febbre?» oppure «Questo bambino è di nuovo bagnato?». E Loretta si irritava vedendo quanto scaltri, quanto saputi erano gli occhi della vecchia, fissi su ciò che era giovane e pertanto indifeso in lei, e sapendo come stanarlo. Più volte si sentiva scaturire dentro la sensazione sperduta, alimentata dalla malinconia o da una stanca felicità, che chiunque nascesse doveva essere un individuo - soltanto un individuo - e che quel nocciolo privato, personale, senza nome, dell'Io non poteva essere spezzato né evitato; e allora sorrideva vagamente rispondendo al perfido sorriso di mamma Wendall, e pensava, Be', sono giovane abbastanza, posso sopportare; oppure pensava, Howard mi ha salvata da qualcosa di tremendo, e, dopo quello che ha fatto, la mia vita non appartiene forse a lui e alla sua famiglia? In quella famiglia c'erano persone strane, remote e chiuse. La più interessante era il fratello maggiore di Howard, Samson, che costruiva macchine utensili a Detroit, per la Ford, e che certo se la cavava bene, ma era riluttante a mandare soldi. Parlavano spesso di Samson, a volte amaramente, a volte con fierezza, talora per umiliare Howard, che era stato licenziato, in fin dei conti, da un posto schifoso, e stava per cominciare a fare un
lavoro ancora più schifoso. Howard non parlava mai di suo fratello, mai. Esisteva una zia di cinquant'anni che era suora e aveva abbandonato l'ordine per poi tornarvi, e di lei dicevano tutti: «È pazza, ma innocua». E c'era lo zio di Howard, dal quale stavano andando. Si chiamava Fritz e aveva più di settant'anni. Era un eremita, dicevano, e aveva bisogno di essere "riportato" nel mondo. Secondo mamma Wendall gli ci voleva una donna in casa per fare le pulizie e per preparargli da mangiare come si deve. La fattoria si trovava nelle immediate vicinanze di una piccola cittadina; tutto intorno al centro abitato i campi erano deserti perché i contadini avevano venduto la terra andandosene anni prima per sfuggire al polverone e alla siccità del Middlewest e per trasferirsi nelle città, ove li aspettavano le case popolari, l'assistenza sociale, la disoccupazione. Ma Fritz non era stato abbastanza sensato per vendere, dicevano, e così era rimasto laggiù, e adesso la cittadina andava lentamente rifiorendo, la fabbrica per la lavorazione della pietra da gesso aveva riaperto, e loro erano in viaggio con un autocarro pieno di mobili, di casse e di scatole, decisi a sistemarsi definitivamente. Come diceva mamma Wendall: «La vera America è la campagna, non la città. La gente dovrebbe vivere in campagna. La campagna è un posto migliore di quella città puzzolente, per un bambino. Guardate che cosa ha fatto di Howard la città». Quel primo mese in campagna, Loretta rimase sveglia per molte notti e pianse udendo la vecchia casa cigolare, sentendo muoversi nell'oscurità insetti dalle ali silenziose, e tutto misterioso e umido. Pensava alla bella, sudicia città, con gli edifici municipali di finto marmo e i grandi magazzini e gli ascensori e gli stentati giardini pubblici aperti a tutti, ove chiunque poteva incontrarsi. Riportava la mente all'aspetto del canale melmoso e dei suoi alti argini artificiali, all'orribile aspetto di un canale dagli argini ripidi, nel quale potevi cadere e annegare senza scampo; giaceva con la schiena contro la schiena di Howard, gli occhi gonfi, sconfortata, mentre le parole di mamma Wendall le ronzavano nelle orecchie, così come i piatti troppo pieni di mamma Wendall, sul tavolo di cucina, la ossessionavano, adesso che era di nuovo incinta e portata alle nausee... tutto era troppo, troppo. Lì in campagna... lì in quella misteriosa campagna piena di grilli, ove qualsiasi cosa sarebbe potuta accadere eppure non accadeva proprio niente, ove Howard andava e veniva per recarsi al suo lavoro poco entusiasmante e tornare a casa, e non incontrava vecchi amici, non si cacciava in nessun guaio particolare, era apatico, depresso, grasso... lì c'era aria buona e pura per il bambino, ma niente altro. Loretta piangeva per la città perduta e per
l'aria inquinata della città. Dominati da mamma Wendall, lei e Howard avevano poco da dirsi quando infine restavano soli. Era come se la madre di lui si trovasse ancora nella stanza con loro e li osservasse con la sua faccia poderosa e rugosa, giudicandoli. Aveva la testa come quella di una statua, una fronte meravigliosamente brutta, penetranti occhi verdi. Se anche il suo corpo era simile a quello di una vacca o di un orso, come il corpo del figlio, gli occhi, ciò nonostante, erano crudelmente acuti e non si lasciavano sfuggire niente. Howard si stava impigrendo, ingrassava; non aveva ancora trent'anni, pensava Loretta in preda al panico, e già si lasciava andare! Si girava e si rigirava nel letto, pensando a quel mostro di donna e a suo figlio, tutti e due sottobraccio, mentre lei, Loretta, rimaneva esclusa, amareggiata e indifesa: la moglie, la madre, la giovane donna incinta, esclusa. Il cuore le si colmava di amarezza. La casa nella quale abitavano sembrava un vecchio granaio, e dietro a essa v'erano vecchie e putride stalle, una delle quali bruciata in parte da un incendio che era stato causato dal fulmine. Molti alberi intorno alla casa, colpiti dal fulmine, erano segnati da bruciature. Loretta considerava ciò un presagio di sfortuna; in città, il fulmine non colpiva mai niente, ma lì, allo scoperto, il fulmine poteva abbattersi ovunque. Tutto era troppo aperto. Abitavano lungo una strada di terra battuta, in cima a una collinetta. Torrenti di pioggia si riversavano giù per quella collina durante i temporali, e formavano pozzanghere che duravano per giorni e giorni, giù nel meleto; e c'era un vero corso d'acqua, non lontano, alimentato da torrentelli e da fossati, ove Loretta conduceva Jules a giocare, indifferente, mentre il bambino rideva di gioia. Se non avesse avuto con sé Jules e se il bambino non l'avesse aiutata ad avvinghiarsi alla realtà, sarebbe impazzita, ma Jules le bastava; la sua stessa energia e i suoi strilli erano sufficienti per tenerla occupata. In cucina, mamma Wendall era la padrona, e comandava a bacchetta tanto Loretta quanto Connie, impartendo loro ordini, prendendole in giro, costringendole a star ritte con una improvvisa gomitata; e fuori, durante i temporali, le saette zigzagavano pericolosamente vicine, terrorizzando Loretta; e la vecchia casa era infestata da scarafaggi e da topolini, e persino grossi topi di chiavica entravano liberamente a dare un'occhiata ai nuovi inquilini. Ma, nonostante tutto, ella aveva Jules ed era di nuovo incinta; questo le impediva di impazzire. L'estate trascorse. Passò un altro inverno; rimasero bloccati dalla neve per una settimana e si tennero compagnia a vicenda, spinti a ciò dalla fru-
strazione e dall'odio, tutti tranne mamma Wendall... lei sembrava godersi la neve. Le "situazioni di emergenza" la divertivano. Andava e veniva a gran passi per la casa, impartendo ordini, ficcando giornali negli spiragli intorno alle finestre, calzando le soprascarpe e infilando il cappotto di suo marito per andar fuori a divertirsi con un badile su quella neve impossibile. Prima che incominciasse la primavera, Loretta ebbe un'altra bambina da tirar su e la sua vita si adagiò in una tediosa, ipnotizzata routine di faccende domestiche e di cure materne, sotto il dominio della suocera. Gli uomini della famiglia di solito tacevano. Il silenzio di Howard si espandeva settimanalmente, quotidianamente; egli sembrava affondare nell'età matura, e di quel po' di vita che gli rimaneva per se stesso nei rari giorni in cui non tornava subito a casa dalla miniera, Loretta non sapeva niente, né poteva fargli domande. Non osava fargliele. Howard era ormai padre, uno dei padri del mondo, legato a un lavoro che odiava e reso astioso dallo sforzo quotidiano che doveva compiere con il proprio corpo, così pigro e cocciuto. La vivacità di Jules lo costringeva a un travagliato risveglio; Howard diceva: «Toglimi dai piedi quel bambino», ma era contento in qualche modo della nuova arrivata, Maureen, che dormiva quasi sempre e non dava alcun fastidio. Howard si metteva a sedere e contemplava a lungo la culla della bambina. Jules sembrava non accorgersi dell'indifferenza di suo padre e invadeva la casa con il suo entusiasmo... era un bimbetto dai capelli di un castano scuro, lievemente ricciuti, con gli occhi scuri e lunghe sopracciglia scure. A volte, quando diventava troppo chiassoso, Loretta, esasperata, gli faceva bere qualche sorso di birra, per calmarlo. Beveva birra anche lei, adesso, le calmava i nervi. Tra la piccola Maureen e Jules, Loretta riteneva di dover preferire Maureen che, in fin dei conti, era femmina, ma pensava che Jules fosse più intelligente: secondo mamma Wendall, il primogenito era sempre il più intelligente. Ella riponeva una salda fiducia nella mente. Sebbene Jules a volte balbettasse, pensava che ciò accadeva soltanto perché il bambino voleva dire troppo in fretta certe cose; e questo significava che era più svelto di tutti gli altri. Le persone che avevano fatto strada, le persone delle quali parlava la radio - H. V. Kalterborn era quello che lei, chissà per quale motivo, prediligeva in modo particolare - venivano citate per il loro cervello, e ciò significava scaltrezza, una sorta di capacità blandamente criminale che le faceva prevalere su tutti gli anonimi individui del mondo, come i Wendall. Poiché senz'altro i componenti della famiglia erano individui anonimi, retrogradi, esasperanti, Howard con il suo silenzio, e papà Wendall con la sua radio (aveva riportato una lesione
alla schiena, quell'inverno, e non poteva più lavorare), per non parlare della povera e grassa Connie, con i suoi sogni a occhi aperti, in attesa di un uomo, e del proprietario di quella grande casa percorsa da correnti d'aria, Fritz, un uomo che si metteva a sedere a tavola per la cena con la tuta sudicia, puzzolente di sudore e di letame, un uomo silenzioso e senza volto, del quale nessuno si accorgeva. Le stagioni passavano tra tutto questo silenzio maschile e soltanto Jules spezzava l'incantesimo con i suoi strilli, le sue lamentele e le sue risate. A volte, meravigliata dal figlio che aveva messo al mondo, Loretta aveva brevi momenti di allegria, e cantava stendendo nel cortile la pesante biancheria lavata, oppure sorrideva a se stessa, come se avesse fatto qualcosa di molto abile, senza sapere come vi fosse riuscita. Subito prima che Howard partisse per la guerra, rimase nuovamente incinta, per la terza volta. Con una sorta di oziosa curiosità si disse che forse questo era il terzo bambino avuto da Howard, o forse soltanto il secondo. Non riusciva mai a stabilire se Jules somigliasse a Howard o a Berme Malin; a volte le sembrava all'uno, a volte all'altro. Ma tutta quell'energia! tutto quel fascino! Giaceva desta accanto al marito addormentato e sognava Bernie, e lo immaginava vivo, intento a sorriderle piacevolmente nell'oscurità, lo immaginava tra le sue braccia. Jules aveva l'energia e il fascino di Bernie, questo era certo. Come le altre persone in quella zona, incominciarono ad ascoltare attentamente i notiziari della radio e a leggere i giornali: parlavano con quelli che abitavano nella cittadina, paragonando le notizie dei figli, dei nipoti e dei mariti. Erano tutti attratti gli uni dagli altri, preoccupati e irosi. Loretta ascoltava tutte le persone che poteva. Le piaceva sentir parlare, sentir parlare le donne, era attratta dalle loro chiacchiere, che la calmavano, e persino dalla loro ira frustrata. Pensava a Howard "laggiù in Europa" e cercava di immaginare come fosse la sua vita. Ma non riusciva a intuirla; non riusciva a immaginare che lo stesso Howard se ne accorgesse, che quella vita nuova gli entrasse nelle ossa e facesse qualche differenza per lui. Se lo raffigurava seduto in qualche posto, lo sguardo fisso su qualcosa che gli era vicino, con l'aria di essere mezzo addormentato, sebbene fosse invece completamente desto e imbronciato. Ma quando qualcuna delle donne le domandava sue notizie, si affrettava a rispondere allegramente: «Ho appena ricevuto una lettera da lui!», oppure, se da qualche tempo non riceveva lettere, rispondeva malinconicamente, frugando con gli occhi i loro occhi, in cerca di comprensione: «Non abbiamo saputo più niente». Quando Howard fosse tornato a casa, pensava, tutte quelle comprensive premure nei
suoi riguardi sarebbero finite. Nessuno le avrebbe più domandato notizie di lui. E, mentre pensava a Howard, si sorprendeva a pensare di nuovo a Bernie, e a immaginarlo nella divisa dei soldati. Era più facile immaginare Eernie che immaginare Howard. Il primo le appariva dinanzi agli occhi più rapidamente dell'altro, ecco tutto. Nel frattempo Jules cresceva in fretta, mangiava tutto quello che gli serviva mamma Wendall, ripulendo i piatti postigli dinanzi e nei quali si ammonticchiavano patate e taglierini, riso e verdure, con pochi pezzi di carne grassa, e il suo corpo esile bruciava tutto. Era un bambino rumoroso, gioioso, e Loretta non poteva fare a meno di volergli più bene che a chiunque altro. La seguiva dappertutto; seguiva dappertutto la nonna; scompariva e saltava fuori nelle vicine fattorie; giocava con i bambini più grandi lui, senza averne paura. Non aveva paura di nessuno. Loretta, prudente e circospetta alla maniera delle ragazze di città, si meravigliava del coraggio che aveva il bimbetto e delle distanze che riusciva a percorrere... a volte, tornando a casa in automobile dalla cittadina con papà Wendall, vedeva Jules giocare in un fossato con altri ragazzetti, o camminare lungo la strada con una fretta da adulto; non era che un bimbo, eppure sembrava così stranamente indipendente. Se rallentavano e si fermavano per farlo salire, lui diceva: «No, non voglio», e faceva loro cenno di proseguire, oppure saltava al di là del fossato e correva via in un campo. Era come un animale selvatico che fuggisse ogni qual volta si sentiva chiamare; poi tornava, più tardi, e si stupiva della loro ira. Era perverso e caparbio, un bambino misterioso, e Loretta cominciò a pensare che doveva essere un po' picchiato in testa sedendo, come faceva, sui gradini di pietra della scuola del distretto, in attesa dell'intervallo per la ricreazione o della fine delle lezioni a mezzogiorno; aveva appena cinque anni, era troppo piccolo per andare a scuola, ma l'edificio scolastico lo attraeva. Gironzolava là attorno tutto il santo giorno e a volte vi tornava anche dopo pranzo, soltanto per poter essere là. C'erano volte in cui tornava a casa sporco e insanguinato, con i vestiti strappati ed era mamma Wendall a fargli il bagno e a dargli consigli. Loretta, irritata, cercava di interporsi tra loro, e quasi balbettava, dicendo: «Questa è l'ultima volta che giochi con quel piccolo bastardo!». Però mamma Wendall la ignorava e diceva a Jules, con la solennità di un cavallo: «Continua a picchiarlo. Devi farti la tua strada». Jules sfuggiva anche a lei, era un bambino astuto, e andava ovunque volesse, senza lasciarsi turbare dalle sassate o dai lazzi a causa del prozio, quell'eremita pazzo.
Loretta gli urlava che, se non stava buono, suo padre non sarebbe più tornato a casa. Suo padre, gli diceva, avrebbe portato con sé un altro bambino, e gettato fuori a calci lui... gli sarebbe piaciuto? «Andrò a dormire nel granaio dei Benton» diceva Jules, sempre pratico. E non tradiva alcuna ansia. Loretta, cedendo, si domandava perché avesse creduto che lui si sarebbe mostrato ansioso. A che cosa servivano i suoi tentativi? Non giovavano a nessuno. E così gli faceva bere birra per calmarlo quando era indomabile, e a volte lo sculacciava quando seguitava a scendere giù dal letto. Faceva l'impossibile per essere affettuosa con le bimbette, escludendo Jules, ma lui sembrava rendersi conto che era il suo prediletto, il solo vero uomo in quella tomba di casa piena di uomini taciturni; Howard, partito per la guerra, non era più silenzioso durante la sua assenza di quanto lo fosse stato quando si trovava in casa. Jules faceva vibrare la casa intera a furia di correre. Loretta e mamma Wendall si sbirciavano a vicenda, e condividevano un orgoglio malizioso e segreto per aver generato almeno quel bambino... tutti gli altri non valevano un granché. Un sabato, tutti quanti, tranne Fritz, si recarono nella cittadina a vedere qualcosa di spettacolare che vi era successo... un aereo per passeggeri biposto era precipitato in qualche punto. L'autopompa dei pompieri volontari era stata portata fuori strada, i pompieri si affannavano nel bel mezzo dei rottami in fiamme e intorno a loro si trovava una cerchia di persone eccitatissime, attratte dal fumo nero e turbinoso della benzina che brucia. L'aria vibrava quasi spasmodica per il gran caldo. Sembrava che stesse rabbrividendo nella violenta previsione di vedere qualcosa di spaventoso. I pompieri erano tutti anziani o in età matura, e anche gli spettatori erano anziani, o in età matura, oppure ragazzi, per cui parve a Loretta che quell'incidente fosse un evento attraverso il quale ella poteva guardare con vacua indifferenza, senza che il suo sguardo venisse attratto dal corpo di nessun uomo e senza che il suo stesso corpo venisse coinvolto in qualsiasi cosa. Si sentiva completamente libera, protetta. Era un po' appesantita ella stessa, ormai, a causa dei pasti di mamma Wendall, a base di farinacei, e non si dava mai la pena di truccarsi o di acconciarsi i capelli. Era una giovane contadina ben piantata, abbronzata dal sole, e con l'ultima arrivata, Betty, tra le braccia, con Maureen che le trotterellava accanto e Jules che la precedeva correndo, si diresse verso tutta quell'eccitazione, attratta dallo strepito. Howard sarebbe potuto giacere morto nello stesso momento, in una catastrofe simile a quella, bruciato, esploso fuori dalla pigrizia delle proprie ossa, ma una prospettiva di quel genere non era in realtà credibile.
Sembrava che le vittime di quell'incidente fossero funzionari del governo dello Stato, uomini diversi da Howard, destinati ad andare incontro a una morte improvvisa e fiammeggiante... tutto l'opposto di Howard, che probabilmente sarebbe tornato a casa con l'identico aspetto di quanto era partito. Loretta si fermò ai margini della folla, guardando. In realtà, non ci teneva a vedere troppo. L'incendio le bastava. Non aveva mai saputo che l'aria potesse accartocciarsi in quel modo, vibrando per il calore; e non aveva mai veduto, né udito un incendio simile! Sicché, ecco che cosa rappresentavano le fotografie degli aeroplani in fiamme... il suono risucchiante, vorticoso di un incendio di benzina e d'olio lubrificante, un suono bizzarro che le ricordò lenzuola sbattute dal vento sulla corda del bucato. Intorno all'aereo bruciava anche il prato. Le erbacce si incendiavano e si accartocciavano in un secondo, le fiamme illuminavano i loro scuri semi, poi li rendevano incandescenti e, in un altro secondo, li riducevano a nulla. Rimase come paralizzata, senza voler vedere più nulla. Tutti gli altri si spingevano avanti, cicalando. Ragazzetti correvano qua e là. Jules si era spinto fino in prima fila, scivolando fuori della sua stretta. Ella vide una donna spingerlo indietro, ma lui ritrovò subito l'equilibrio e di nuovo si portò avanti. Loretta gridò: «Jules! Torna qui!». Poi lo perdette di vista. La folla calpestava il campo erboso e incalzava per farsi avanti, cercando di vedere il centro stesso di quei rottami fiammeggianti, insoddisfatta se avesse veduto meno di tutto. Qualcuno lanciò un grido. Vi fu un coro di esclamazioni... stupore, costernazione, una sorta di disperazione. Loretta si voltò, non volendo vedere, ma non molto sconvolta e vagamente irritata soltanto dal calore e da tutta quella gente e da Jules che si era allontanato... perché tutto era sempre un tal fastidio, pensò, perché si sentiva sempre infelice? Tornò adagio nella cittadina. Incontrò Connie dal droghiere, intenta a conversare con un ragazzo dal torace infossato che lavorava lì, e le domandò se avesse visto Jules. Jules le era scappato. No, Connie non lo aveva veduto, per cui Loretta si aggirò qua e là con Betty in braccio e Maureen ciondolante accanto a lei, sentendosi squilibrata senza Jules che la tirava dall'altra parte. La gente stava tornando dall'incendio. Tutti parlavano ancora dei cadaveri. Loretta non ci teneva affatto a sentire quello che dicevano, ma riuscì a capire che la sommità del cranio di uno degli uomini era stata tagliata via di netto «come da una scure». Udendo queste parole, Loretta distolse lo sguardo con ostentazione. La sua faccia si alterò in una smorfia di orrore, poi tornò all'espressione di prima, impenetrabile.
Non riuscirono a trovare Jules. Mamma Wendall andò in giro chiedendo di lui, mentre Loretta sedeva, esausta, sull'autocarro. Si recarono nell'ufficio dello sceriffo e denunciarono la scomparsa di un bambino. Poi tornarono a casa. Loretta si sentiva dolere la testa, in preda a una sensazione irreale, non chiara, di perdita: suo marito lontano, un figlio scomparso, era possibile, questo? Non chiuse occhio per tutta quella notte. Mamma Wendall fece il caffè e girò per casa chiocciando, vegliando con le pantofole e il vestito di casa. «Non stare a crucciarti, i bambini tornano. Tornano sempre» disse. Loretta era troppo stanca per ascoltarla. Verso l'alba la vecchia andò finalmente a coricarsi e Loretta uscì. Girò intorno alla parte coltivata della fattoria, collaudando il proprio corpo, toccandosi i fianchi e le cosce e il ventre, domandandosi chi fosse e come mai si sentisse così spossata e vecchia quando, in realtà, non le era accaduto niente di definitivo. Aveva creduto che certe cose fossero definitive, che l'avessero sistemata, ma si era sbagliata. Niente ancora era definitivo. Niente l'aveva ancora sistemata. Guardò per caso in una delle stalle, e là dentro vide qualcuno... era Jules. Sedeva, voltandole le spalle, sul fieno, un bimbetto, del tutto immobile, semplicemente seduto. Era spaventoso che potesse star seduto in quel modo, così immobile. Lo udì dire qualcosa, parlando tra sé e sé. Un farfugliare rapido, spaventato... una sorta di ansimante discussione. Probabilmente stava balbettando, una cosa che ella odiava, le sillabe iniziali delle parole incespicavano contro se stesse e si ammonticchiavano in modo che nulla riusciva più a districarsi, come se lui stesse soffocando, un bimbetto così piccolo, che soffocava a causa della necessità incalzante di parlare. Gli era capitata accanto più volte in passato, sorprendendolo mentre parlava tra sé e sé. Se avesse attratto la sua attenzione, egli si sarebbe alzato e si sarebbe allontanato con dignità. Ma adesso aveva un po' di paura a giungergli addosso in quel modo, mentre era solo e non aveva bisogno di lei. E v'era qualcosa di tenebroso e di strano nel posto ove si stava nascondendo. Perché non era entrato in casa? Voleva nascondersi da loro. Si stava nascondendo da loro, e parlava tra sé e sé, ragionando su qualcosa. Sembrava al contempo irritato e spaventato. Loretta si immobilizzò. Non lo chiamò. Sarebbe potuto essere il bambino di un'altra, il bambino di un'estranea. Si appoggiò allo stipite della porta imputridita, sentì un capogiro scaturirle dentro, così isolata da Jules a causa della solitudine di lui, del suo essere così poco infantile. Alcuni giorni dopo, mentre lo aiutava a destarsi da un incubo, le parve di capire che cosa
doveva averlo spaventato tanto: la testa di quell'uomo spaccata in due, la sommità del cranio tagliata via di netto. Jules, evidentemente, si era spinto troppo avanti e l'aveva veduta. Lo consolò ma non riuscì a capire perché mai quel triste evento si fosse radicato così profondamente nel cervello di un bambino, mentre si era già dileguato dal suo. 6 Lo formò la campagna, con le sue colline remote e le strade di terra battuta che non conducevano in nessun posto. Per tutta la vita avrebbe chiuso gli occhi dinanzi a un paesaggio di distanze assolute, che lo attraeva e lo risucchiava come se stesse vacillando sull'orlo di un perpetuo delirio, un bambino ancora intrappolato entro le sue ossa di adulto. Fuggì per la prima volta quando aveva sei anni, e venne trovato a ventiquattro chilometri di distanza, dalla moglie di un agricoltore. «Bimbetto,» gli disse la donna, in un tono di voce interrogativo e cortese, «di che famiglia sei?» Lui fissò in silenzio la donna, come se non riuscisse a credere che era reale. Parlare in quel modo, con quelle parole, con una voce così melodiosa! Gli parve che vi fosse qualcosa di musicale e di remoto in lei... una comune contadina con un maglione da uomo che rabbrividiva nell'aria del primo mattino, la faccia matura e resa rugosa dalla concentrazione, come non lo era mai quella di sua madre... e disse balbettando come si chiamava, vergognoso e perplesso. La donna lo riportò a casa in automobile ella stessa, di nuovo fino all'alta, desolata, brutta casa dei Wendall che era un pugno nell'occhio tra i tanti pugni nell'occhio lungo la Huron Road, e là lo consegnò a sua madre e a sua nonna, e così ebbe termine l'avventura. Quando la mamma pianse di rabbia a causa sua, lui disse: «Mi dispiace, Ma', mi dispiace» e, come se fosse stato colpito da una mazzata, capì che l'aveva resa infelice e che loro due erano legati insieme, irrimediabilmente. Voleva bene a sua madre, ma continuò a pensare alla donna che lo aveva accompagnato a casa, una donna più anziana, accigliata, seria, una vera donna di campagna. Sua madre aveva una faccia pallida, grassoccia, sulla quale le lacrime si raccoglievano a volte senza sforzo, confluendo nelle pieghe intorno alla bocca, e Jules non sopportava di vederle. Non sopportava di vedere sua madre infelice, perché ella era così indifesa al riguardo, così debole. Sognava di fuggire di nuovo, di tornare in quella fattoria o in un'altra simile. Tutte le sere ascoltava "Il Ranger solitario", e a scuola sfogliava vecchi libri accatastati in uno sgabuzzino, ansioso di imparare tutto quel
che poteva; si faceva prestare album a fumetti dagli altri bambini, desideroso di imparare tutto a memoria. La prossima volta che fosse fuggito, avrebbe attraversato l'aperta campagna e spedito una cartolina a sua madre, in modo che non si crucciasse. Ma in quale direzione doveva fuggire? Sognava di essere il Ranger solitario. Giocava a essere un cavallo, poi a essere l'uomo in sella al cavallo, e a scuola si esercitava continuamente a correre perché gli altri bambini lo inseguivano per lunghi, muti, trafelati minuti. Rinunciavano ammirandolo a malincuore, senza mai riuscire a raggiungerlo. Dicevano: «Corre come un cervo!». A volte lui tornava indietro verso di loro con i suoi occhi feroci, e quelli lo raggiungevano e ridevano dalla loro maggiore statura, talora lasciandolo andare senza fargli alcun male. Aveva un modo di ridere senza riprendere respiro, frastagliato. Rabbioso o eccitato, cominciava a balbettare. Gli dicevano: «Come sta il vecchio eremita? Tu sei il suo bamboccio, o che altro?». Le prese in giro giustificate potevano farlo impazzire di rabbia, e allora si scagliava contro di loro, sferrando calci e pugni. Incominciarono a dire di lui, meravigliandosi: «Jules Wendall è un ragazzetto matto». Quando era tranquillo, però, poteva passare per un bambino normalissimo. A scuola si applicava sull'album per colorare (era quello l'insegnamento più importante nella prima elementare), colorando profili di persone e animali e alberi con la stessa zelante accuratezza degli altri bambini, sebbene a volte si servisse del "colore sbagliato" - imparò che esistevano colori sbagliati e colori giusti e che era importante non confonderli. Ed era affascinato dalle carte geografiche - le vecchie carte un po' lacere dell'aula che potevano essere abbassate sopra la lavagna, o le cartine della guerra sui giornali, quelle minuscole riproduzioni appiattite di una determinata zona che un giorno avrebbe potuto effettivamente visitare. La guerra lo interessava, anche se non sapeva che cosa fosse. Poteva seguire sulle cartine gli eserciti che avanzavano o si ritiravano, e immaginare di essere insieme a essi, di attraversare montagne e fiumi, fiumi che scorrevano in gran numero ed equivalevano a tutte le distanze del mondo. A volte Loretta lo lasciava giocare con il mazzo di carte - ella stessa faceva sempre il solitario - e lui immaginava un gioco vago, complicato, nel quale voltare una carta poteva significare la vittoria per un esercito, la sconfitta per un altro, e nella sua fantasia la cartina del giornale veniva corretta. Non poteva influenzare in alcun modo quel che figurava sulle carte, sebbene fosse lui a voltarle. Non poteva determinare quello che veniva fuori e, in un certo senso, non poteva fare a meno di voltare le carte. In preda a una sorta di
intontimento, molto silenzioso, ossessionato, sedeva per ore al vecchio tavolo della sala da pranzo, voltando le carte, volgendo lo sguardo da esse alla cartina sul giornale di quella sera, socchiudendo gli occhi, crucciato da quanto stava facendo. In qualche punto su quella cartina suo padre, il suo vero padre, stava marciando. Ma quando Loretta gli parlava di suo padre, un soldato che portava il fucile ed era stato mandato Dio solo sapeva dove, si sforzava di crederle, ma non ci riusciva. Si sforzava di pensare a suo padre come a un soldato, ma seguitava a vedere un uomo panciuto in salotto, che beveva birra e aspettava. Che cosa aveva aspettato, il babbo? Il babbo non aveva nemmeno mai giocato con il mazzo di carte, come facevano Loretta e lui. Che cosa venisse giocato per lui, quali carte venissero voltate, non era nemmeno abbastanza interessato per accertarlo... Qualcun altro lo faceva in vece sua, non aveva importanza. E così il babbo aveva aspettato. E la mamma si aggirava ora per casa come in un sogno in parte tetro, in parte soddisfatto, aspettando, a piedi nudi o calzando vecchi e logori mocassini come quelli che portava sua zia Connie, e il nonno andava a lavorare soltanto poche mattine alla settimana (era il bidello delle scuole medie), e lo zio Fritz, quel vecchio imbarazzante e farfugliante, dormiva in preda a una sorta di eterno sonno, nella sua camera sul retro... e tutti aspettavano, ma che cosa stavano aspettando? Soltanto Jules e sua nonna, quella vecchia turbolenta, si svegliavano presto. Erano i primi a scorgere un'automobile, o un autocarro apparire lungo la strada; i primi ad arrivare alla porta, se qualcuno voltava nel viale d'accesso. Si destavano tutti e due di buon'ora al mattino, impazienti di alzarsi... mamma Wendall per incominciare a cucinare, o magari per mettere la frutta in conserva, o per fare il bucato, e Jules per controllare le trappole che disponeva lungo il torrente... in quanto sembrava a entrambi che il tempo fuggisse via febbrilmente e che non ce ne fosse mai abbastanza. A volte, irrequieto al punto da non riuscire a stare seduto, Jules traduceva in buffonate la propria rabbia per essere costretto ad aspettare altre persone... aspettava sempre le sorelle, aspettava sua madre, che aveva tutto il tempo del mondo. «Sta' fermo, Jules!» scattava Loretta, innervosita dalla sua impazienza. Ma lui poteva trascorrere ore disteso in salotto, leggendo un libro o studiando le carte geografiche, che a volte rubava a scuola; aveva l'espressione intensa e placida di un bambino che sta complottando qualcosa. In genere poteva passare per un bambino come tutti gli altri. La sua ossatura, la faccia, gli occhi intelligenti, le ginocchia graffiate e tutte cro-
ste... erano indizi di un'esistenza normale. Ma spesso si impadroniva di lui un che di febbrile, specie all'ora di andare a letto, e quando gli altri lo rimproveravano, non poteva fare a meno di imitarli, con una faccetta affilata, audace e insolente. Persino sua nonna gridava: «Gesù Cristo! Bisognerà toglierti di dosso a frustate tutta questa arroganza!». Un giorno stava giocando in una delle stalle, quella che era bruciata in parte anni prima, e sua sorella Maureen uscì per guardarlo. A volte egli la ignorava, fingendo che non fosse lì, a volte la faceva partecipare ai suoi giochi, e le era grato. Non sapeva egli stesso se Maureen gli piacesse, o se la sua presenza lo imbarazzasse. Era un po' geloso della sua forza lenta, passiva, cocciuta... ella riusciva a fare a modo suo mostrandosi triste e colma di sfida, non piagnucolando e saltellando qua e là come faceva lui. Jules intuiva che Maureen non sembrava interessante quanto lui alle persone grandi, ma quelle persone le volevano più bene. Maureen uscì per guardarlo giocare alla magia. Era un mago: poteva creare cose con le proprie mani, in aria, segnandone i contorni più e più volte con gesti rapidi e abili. Maureen, seduta e intenta a guardarlo, non sapeva creare nulla; si limitava a guardarlo. Egli era così ostinato che riusciva quasi a farle credere di vedere qualcosa: «La vedi, adesso, una conigliera? Guardala, tonta, è proprio qui!». Era accosciato nel fieno. Maureen abbassò su di lui lo sguardo degli occhi miti, verdi, piuttosto vuoti, una bambina non molto pulita, con una vestina molto corta di cotone, a piedi nudi, con una lunga crosta segmentata, pronta a staccarsi, sulla gamba. Jules, improvvisamente irritato, si tolse di tasca una scatola di fiammiferi che aveva rubato in cucina. Tenendo alta la scatola in una mano e muovendo l'altra mano lungo cerchi magici intorno a essa, gridò una serie di parolone difficili, concernenti per la maggior parte re, regine, fanti - le carte per lui così misteriose e potenti - e Maureen si fece più vicina, osservandolo affascinata. Lui prese un fiammifero e lo accese. «Questa è una cosa cattiva» disse Maureen. «Perché è cattiva?» domandò Jules. «Tu sei cattivo.» «Sto bruciando la conigliera... è mia e posso bruciarla!» Gli sembrava che la fiammella del fiammifero appartenesse a lui, che avesse in qualche modo a che fare con le parole pronunciate prima. Nessun altro conosceva quelle parole. Fissò il fiammifero e quando la fiammella gli bruciò le dita, in qualche modo la cosa parve un errore, un insulto. Scosse il fiammifero spegnendolo e subito ne accese un altro. Lontana
pochi metri, grattandosi un piede con le unghie delle dita dell'altro, sua sorella lo fissava, sorridendo. Sentì di averla in pugno, adesso. Non avrebbe più potuto distogliere lo sguardo da lui neppure se lo avesse voluto. Lasciò cadere il fiammifero sul fieno. «Posso fare anche questo. Posso fare qualunque cosa» disse. Si accosciò davanti al fuocherello, smarrito in un'improvvisa reverenza per il potere delle fiamme. Cercò di racchiuderlo tra le mani e di mantenerlo basso tra esse. Ma le fiamme attecchirono, ingrandendosi. Emettevano un suono scoppiettante. Lui rimase lì a fissarle, prima di rendersi conto che aveva fatto una cosa sbagliata. Allora balzò in piedi e cercò di spegnere il fuoco calpestandolo. Il fieno era secco e il fuoco divampò con energia, indietreggiando fuori della sua volontà. La pelle gli bruciava a causa del calore pungente, divenuto a un tratto così autonomo e indipendente da lui e dalle sue parole. «Faremmo meglio ad andarcene di qui!» disse, ma era ancora un po' paralizzato, rallentato da quella magia. Lui e Maureen fissarono le fiamme. Un mucchio di fieno prese fuoco con una piccola e soffice esplosione, che lasciò Jules esterrefatto. Non aveva mai visto niente di simile. L'altra fiammata che aveva veduto, l'altra grande fiammata, era stata l'incendio dell'aeroplano, e quelle erano fiamme ribollenti e maligne, fiamme che si alzavano alte come una casa, incontrollabili. Il ricordo di quell'altro fuoco lo riscosse. Disse a Maureen, con voce aspra: «Faresti bene ad andartene da qui». Ella rimase lì a fissare le fiamme, paralizzata. Poteva darsi che stesse aspettando di essere toccata da lui, di essere liberata. «Lo hai fatto tu, tutto questo?» domandò adagio. «Ho detto che faresti meglio a uscire.» «Saresti capace di bruciare tutto? In questo modo?» Il fuoco cominciò a diffondersi, adesso, in numerose direzioni, sempre rasentandolo, quasi fosse conscio della forza di lui, ma ai margini della visuale di Jules stava guizzando e assumendo un impeto che l'esile fiammella del fiammifero non aveva mai lasciato presagire. Semi e polvere presero fuoco su un trave e le fiamme si estesero, liquidamente rapide, correndo su verso il tetto fitto di ragnatele come un fulmine alla rovescia e facendo colpo su Jules con la loro bellezza. Il bambino indietreggiò. Afferrò Maureen, ma lei gli respinse la mano, contemplando il fuoco. «Potresti fermarlo, adesso?» domandò. «Stupida bamboccia, accidenti a te quanto puoi essere tonta! Vuoi bru-
ciare viva?» le disse. La rimise in piedi a forza. Strisciarono fuori attraverso una finestra sul retro e si nascosero. La stalla parve esplodere a un tratto in alte fiammate. Jules e Maureen si nascosero dietro un muro di pietre non lontano, guardando in silenzio. Gente corse fuori di casa, nonna Wendall stava gridando, Connie era strabiliata, Loretta, che veniva sempre colta di sorpresa, si stava avvolgendo in una vestaglia e l'abbottonava. Jules bisbigliò a Maureen: «Possiamo dire che è stato un temporale. Possiamo dire che sono stati i cacciatori». L'autopompa arrivò troppo tardi. La stalla era distrutta. Quando l'agitazione cessò e tutti furono tornati a casa, Jules venne fuori per farsi frustare. Fu sua nonna a frustarlo. Si trattò di una faccenda silenziosa e sudata, senza nessun altro tra i piedi. Nonna Wendall aveva detto a Loretta: «Non voglio che gridi anche tu. Entra in casa!». Jules non gridò per qualche tempo, resistendo al dolore terribile del frustino di cui si stava servendo la nonna. Ella gli urlò: «Avanti, grida, piccolo bastardo!». Lui sentiva il frustino sibilare nell'aria, quel suono teso; gli sembrava di sentirlo colpire un attimo prima che colpisse effettivamente. Dalle natiche, giù per le cosce e le gambe, il sangue prese a scorrere, rapidamente, e soltanto quando capì di che cosa si trattava egli cominciò a gridare. Era spaventatissimo. Nonna Wendall rinunciò, gli gettò contro il frustino, disgustata, e la punizione terminò. Lei sbraitò: «Finirai sulla sedia elettrica, e sarò io a fare scattare l'interruttore!». 7 Loretta andava spesso a piedi con i bambini nella cittadina, perché non aveva niente da fare e voleva star lontana da nonna Wendall. Si recava nel bar-farmacia, comprava Coca Cola a tutti, e un volta lì, sistemata, si guardava attorno come se si aspettasse di vedere qualcuno che conosceva - ma senza meravigliarsi non vedendo nessuno - e tirava fuori le lettere che aveva nella borsetta. Le spargeva sul piano appiccicoso del tavolino, nel séparé; erano state piegate e aperte tante di quelle volte che stavano per andare in pezzi. Si trattava di lettere da casa, diceva. Le leggeva ai bambini, con un viso serio, concentrato nella lettura: «Cara Loretta, come stai? È un pezzo che non ti vedo. Come sta Howard? Questo posto comincia ad annoiarmi. La campagna com'è? Scrivi
per piacere. Lo sai che Sissy E, si trova in convento? Non c'è più molta gente in questo posto, ormai. Mi si potrebbe spezzare il cuore, tanto è noioso». E un'altra lettera, che Jules conosceva tediosamente a memoria e avrebbe potuto recitare a mente: «Cara Loretta, pensa un po', sono a Detroit! Ti sei domandata chi potesse scriverti da Detroit? C'è questo Leonard che ho conosciuto e che da un pezzo abita a Detroit. Vieni a trovarmi qualche volta. Qui succedono molte cose. Ti stupirebbero tutti i negri che ci sono qui. Vieni a trovarmi Loretta e all'inferno sua madre». Ella meditava su queste lettere, scarabocchiate a matita su carta sottile, celeste, e alzava gli occhi su Jules per capire che cosa ne pensasse. Jules finiva una Coca Cola e aspettava la seconda. A volte lei gliene prendeva un'altra, se era soddisfatta della lettera e di quello che poteva significare. E inoltre volevano tutti quanti restar lontano da casa il più a lungo possibile, sebbene fosse difficile con una bambina piccola che si agitava e con Jules spazientito di dover restare seduto sempre nello stesso posto. Loretta non voleva che girasse per suo conto nella cittadina, da quando si era smarrito, sebbene sapesse benissimo che si era allontanato volutamente per evitare loro. «E comunque potresti essere investito da un'automobile» diceva. Rileggeva le lettere. Si leccava le labbra, riflettendo. E un giorno, nello stesso séparé in cui si metteva sempre a sedere, sparse le lettere dinanzi a sé e, mentre le leggeva, muovendo appena le labbra, si drizzò a sedere impettita e Jules scorse un cambiamento intervenire in lei, sulla sua faccia. Loretta si accigliò, fece scorrere, rapida, lo sguardo intorno al tavolino, una volta sola, premette le mani, a palmo in giù, sul piano del tavolo. Doveva aver deciso qualcosa. Quella sera, dopo cena, disse a mamma Wendall che partiva. «Io e i bambini andiamo a Detroit» disse. Seguì poi una lunga, chiassosa serata, un litigio fatto di parole lamentose e di minacce - Loretta temeraria e stridula, mamma Wendall bellicosa, pur rimanendo seduta, con la faccia contorta dalla rabbia. Jules andò subito a cercare Detroit sulla carta geografica. Rimase un po' deluso per il fatto che non era molto lontana. Loretta continuava a tempestare, e un sorriso le stirava la faccia deformandola lievemente, come se fosse stato il sorriso di
qualcun'altra, non il suo. «Oh, grossa e vecchia cavalla!» gridò infine. «Lasciami in pace! Sono libera di andare dove voglio!» «Eri una bagascia un tempo e adesso tornerai a esserlo!» «Chiudi il becco! Non parlarmi così davanti a questi bambini... e non è vero, niente di quello che hai detto è vero!» urlò Loretta. Era pallidissima, addossata alla parete della cucina, strillava. I bambini guardavano in silenzio. I loro occhi andavano dalla madre alla nonna e viceversa, cercando di capire chi avrebbe avuto la meglio. Loretta gridò: «Tu e la tua boccaccia... per tutti questi anni ho dovuto sopportarla! Ora tu e la tua bocca potete tacere, maledetta vecchia cavalla, vacca! Cagna, cagna, cagna!». Incominciò a singhiozzare e uscì di corsa dalla stanza. «Puoi renderti conto che tua madre è pazza» disse nonna Wendall, piano, a Jules. Ma il cuore di Jules stava martellando di entusiasmo ed egli sapeva che quella notte non avrebbe dormito. Si alzò verso le cinque e si vestì per aspettare gli altri. Nonna Wendall gli preparò la colazione, silenziosamente, gravemente, e quando udì qualcuno destarsi al piano di sopra, gli disse: «Potresti sempre restare qui, non andare con lei. Potresti restare qui con me». «No» disse Jules. «Non sei obbligato ad andare dove vuole condurti lei. Sei figlio anche di tuo padre.» «No» disse Jules, malinconicamente. Per evitare la vergogna, papà Wendall li portò in automobile fino alla più vicina fermata dei torpedoni, invece di lasciarli andare a piedi come aveva minacciato di fare Loretta. Così si misero in ghingheri come se avessero dovuto andare in chiesa e si guardarono a vicenda con sorrisi sciocchi e nervosi, Loretta simile a uno dei bambini. Papà Wendall non ebbe niente da dire. Li fece scendere alla fermata del torpedone e ripartì. «Merda a te, vecchio bastardo!» gridò Loretta, allegramente. «Sicché, bambini, con loro è finita. Adesso siamo del tutto indipendenti.» Quando si avvicinarono a Detroit la giornata era quasi al termine. Jules aveva il mal di capo, la bambina piccola era febbricitante, le persone sedute accanto a loro continuavano a guardarsi attorno irritate... l'uno o l'altro dei bambini stava sempre piagnucolando o sferrando calci al sedile; non potevano farne a meno. Jules non poteva farne a meno. Loretta si appoggiava alla spalliera del sedile con la bambina in grembo, spossata dal lungo viaggio, con i capelli in disordine e la faccia accesa. Seguitava a dire: «Ri-
ta ci tratterà proprio bene quando arriveremo». Ma arrivare a Detroit non fu facile. Entrarono in una città e continuarono a penetrarvi, sempre e sempre più profondamente, ma senza arrivare in alcun centro. Jules guardava con gli occhi spalancati fuori del finestrino. Non aveva mai visto niente di simile. Nessuna carta geografica lo aveva preparato a tutte quelle vie, a tutti quegli ampi viali, a quei palazzi, alle automobili, agli autocarri e alla gente, bianca e di colore, le donne con le labbra dipinte e le sopracciglia tracciate a linee spesse e scure, ferme agli incroci per attraversare calzando scarpe dai tacchi alti, gli uomini con i capelli che sporgevano a riccioletti dietro le orecchie, e un'aria molto pericolosa. La testa gli doleva violentemente. In preda allo stordimento, Loretta seguitava a mormorare: «Non appena arrivati, telefoneremo a Rita... ce l'ho qui, il numero... sarà così contenta di vederci e ci tratterà molto bene...». Ma il torpedone seguitava ad attraversare incroci, a fermarsi e a ripartire, finché Jules pensò che sarebbe impazzito. Non ce la faceva a sopportare tutto questo. Desiderava gli spazi vuoti e silenziosi della campagna, anche se vi risuonavano il tonfo dei passi di sua nonna, e il russare del nonno, e l'indistinto, opprimente ricordo del babbo, un uomo con la divisa di soldato. Maureen cominciò a piangere. Piangeva stancamente, come una bambina che sente troppo spesso il desiderio di versare lacrime. Loretta disse, dandole un pizzicotto: «Non continuare a strillare, perché questa è una città stupenda, con stupende possibilità, e Rita avrà cura di noi». Dopo alcune ore trascorse in un grande capolinea, per ripetere innumerevoli volte la stessa telefonata, e dopo quello che parve a Jules un periodo di tempo da incubo, durante il quale credette che la polizia sarebbe venuta ad arrestarli tutti e a rimandarli alla fattoria, Loretta riuscì finalmente a trovare la sua misteriosa amica. Saltò su e giù nella cabina telefonica, come una teen-ager, sopraffatta dalla gioia. «Rita! Sono io! Io, Loretta!» Jules cercò di non ascoltarla, perché la loro vita dipendeva da questo, ma doveva restare al fianco di sua madre, nell'eventualità che potesse accadere qualcosa di tremendo. Sulla panca, la bambina più piccola si era finalmente addormentata, rossa in faccia, e Maureen sedeva con i suoi occhi scialbi, seri e sconfitti, fissi sulla madre. Loretta piangeva di felicità. Qualche magia era in corso, pensò Jules. Certe parole; formule magiche. Una donna all'altro capo del filo, una donna che aveva scritto esattamente cinque lettere su carta celeste, e ora questo... la fine del viaggio in torpedone, questo. Si sentì afferrare la testa da un improvviso dolore bluastro, come se le ma-
ni di un estraneo l'avessero racchiusa con forza. Si recarono da Rita, che abitava in una strada caotica, di gran traffico, e la piccola venne finalmente cambiata e loro due mangiarono polpette di carne tritata e Jules si distese e finse di dormire mentre ascoltava conversare le due donne, una delle quali era sua madre. «No, senti, non ti sto prendendo in giro,» disse la sconosciuta «lui non tollera imbrogli, e non c'è niente, proprio niente, su cui passi sopra con una risata. Certe volte ho una paura da morire, questa è la verità. Ma per lo meno è un vero uomo. Quanti ne restano, qui attorno, di veri uomini?» «Ho trentaquattro dollari e pochi centesimi. Fammi controllare...» «No, tesoro, resta seduta. Gesù!» Da una radio, in qualche punto, giungeva una musica lamentosa e soffocata, una canzone popolare che parlava d'amore. "Se tu mi ami ed io t'amo..." Jules concentrò la propria mente sulla voce di Rita, cancellando quella di sua madre. Quella donna diceva due cose, una con le parole e l'altra sotto le parole, e lui temeva che sua madre udisse soltanto le parole. «No, certo, non gliene importerà. È fuori città, del resto, fino a venerdì. No, non lo so precisamente, è il suo modo di fare, non parla molto e non spiega niente. Gli uomini che chiacchierano molto sono dei buoni a niente, del resto. Senti, Loretta, non ti scrissi io di venire? E tu mi conosci, non mento mai...» Così passarono la notte lì, e Jules pensò malinconicamente alla grande casa in campagna, e al suo letto laggiù, e alla campagna stessa, dove c'era spazio dappertutto e non esistevano strade chiuse e senz'aria. Poi, quando venne il mattino, si alzarono e si prepararono a uscire, Loretta esaltata e come inebriata, parlando troppo. Rita seguitava a dire: «Ma, tesoro, potresti rimanere almeno fino a venerdì, davvero» e Loretta continuava a dire, con risatine nervose: «È tempo che mi renda indipendente. Sono vecchia abbastanza». Jules trasalì udendone la risata sciocca, quasi isterica. Ella disse: «Gesù Cristo, ho quasi venticinque anni» e finalmente uscirono, trascinandosi lungo la strada, la mamma con i tacchi alti e un vestito giallo spiegazzato dal viaggio in torpedone, i capelli lisciati all'indietro e raccolti in una crocchia un po' sfatta, le labbra spalmate di rossetto che aveva cominciato a screpolarsi. Trovò una stanza sopra un'impresa di pompe funebri. Era la prima che visitava, il primo posto ove aveva veduto il cartello - CAMERA DA AFFITTARE - e vi si precipitò trafelata, temendo che qualcun altro potesse prenderla senza dar loro il tempo di entrare. La stanza era ammobiliata,
con un letto. Ella vi mise su tutti i bambini. Non c'era coperta, ma non aveva importanza; Jules coprì Maureen e la piccola con il maglione di sua madre. «È una bella camera questa, vero?» disse Loretta. Jules rispose: «Sì» e sedette sulla sponda del letto, un bambino riflessivo e scosso, di quasi otto anni, che si domandava per quanto tempo avrebbero resistito. «E adesso che cosa farai?» domandò. Loretta si stava contemplando nello specchietto del portacipria. Mentre si scostava da Jules, mentre si muoveva con tanta decisione, parve solidificare la forma del proprio corpo, facendo risaltare l'opulenta e dolce curva dei fianchi. Si era cambiata, indossando un vestito stampato a fiori, tutto ori e arancioni e rosa, e muoveva indaffarata le dita intorno ai capelli... li aveva sciolti lasciandoli ricadere sulle spalle, capelli a striature bionde e castane. Sembrava che la sua immagine riflessa nello specchietto le stesse impartendo istruzioni. «Voi dormite, adesso, tutti quanti. Stanotte non avete dormito abbastanza.» «Dormire adesso?» disse Jules. «Sorveglia le bambine, allora.» Se ne andò. Discese in istrada. Per tutta la notte aveva pensato a Rita e all'uomo di Rita, i suoi pensieri si erano aggirati intorno a loro due fino a darle il capogiro; aveva dimenticato completamente Howard. Non pensò nemmeno a togliersi la fede dal dito. Erano le prime ore del pomeriggio. Percorse la strada, all'erta eppure non all'erta, in preda a una sorta di stordimento luminoso, vivace, senza riuscire a catturare con lo sguardo tutta la gente intorno a lei - un così gran numero di persone, di automobili, di alti palazzi, tante di quelle cose da vedere! - e voltò in una strada laterale, dondolando sui tacchi alti, già esausta. Il tempo passava. Si era smarrita, ma non ci pensò. Sentiva vagamente che qualche filo invisibile l'avrebbe ricondotta ai bambini, e in ogni modo Jules era abbastanza sensato per badare alle due piccole. Infine vide un uomo camminare accanto a lei, e l'uomo la sbirciò in tralice, in un certo modo. Il cuore prese a martellarle. Guardò dinanzi a sé, poi tornò a guardare lo sconosciuto. Aveva press'a poco la sua stessa statura, indossava un vestito marrone che poteva essere costoso, non era in grado di dirlo - erano anni che non vedeva un uomo vestito come si deve! - e lo sconosciuto la fissò con un'espressione seria e curiosa, in silenzio, persino un po' timidamente, finché ella si decise a dire: «Salve!». Questo bastò. L'uomo rallentò
il passo, le girò attorno per metterlesi di fronte. Ella ripeté: «Salve... è una bella giornata...». Stava sorridendo. L'uomo disse, con circospezione: «A quanto stava pensando?». Per un momento ella lo fissò. Poi si sentì il vuoto dentro; non riusciva a pensare a niente. Infine si riprese e disse: «Dieci dollari... dieci...». E lui ripeté, chinandosi un poco, come per udire meglio: «A quanto stava pensando?». Ella disse: «Dieci dollari...?» e la sua voce si spense con un tremito umiliante, in un punto di domanda. L'uomo le afferrò il polso. «Benissimo, sei in arresto» disse. «Cosa?» «La macchina di pattuglia è poco più avanti, voltato l'angolo. Vieni con me.» Non riusciva a muoversi. Non gli stava opponendo resistenza, il suo corpo era semplicemente tramortito, greve. Lui incominciò a scrollarla con violenza. Non era più circospetto. Se ne infischiava di essere udito da chi passava sul marciapiedi. Disse in tono iroso: «Su, vieni! Voltato l'angolo! Sei in arresto!». Loretta riuscì a mormorare: «Mi lasci andare e verrò per mio conto... la gente sta guardando!». Oltre l'angolo c'era una macchina di pattuglia, come lui le aveva detto, con le parole POLIZIA DI DETROIT scritte a lettere bianche sul fianco. Loretta venne condotta verso di essa per essere presentata ufficialmente alla Città di Detroit. 8 Quando Jules aveva dodici anni, si innamorò per la prima volta. I suoi sentimenti si accentrarono con passione su una giovane suora, l'insegnante della quinta elementare, a scuola... una donna alta, svelta, dall'aria stupita, che suonava il pianoforte alle riunioni; era la maestra di sua sorella Maureen. E fu il pianoforte ad attrarlo verso di lei. Sfilando nell'auditorio per le riunioni del giovedì mattina, Jules l'aveva notata, ammirando i rapidi svolazzi delle sue dita pallide sulla tastiera. Lo affascinava l'agitarsi delle maniche nere e il lampo bianco degli esili polsi di lei. Rimasto solo in classe, fingendo di lavorare a un compito, lasciò che i propri pensieri andassero alla suora e ai passaggi complicati e melodiosi della sua musica, che gli sembrava esotica, stupefacente, al di là della portata di tutto ciò che lui o i suoi conoscenti avrebbero mai potuto conseguire. V'era in lei, nel suo stesso essere, qualcosa di magico. Ella sembrava far parte della musica che
creava. Ogni sera Maureen aveva qualcosa da dire sul conto di suor Mary Jerome. Era una giovane suora irascibile, nonostante quel suo aspetto fragile. «Oggi la suora ha pianto di nuovo» riferiva Maureen, interessata e curiosa. Perché le suore, a volte, scoppiavano in lacrime? Perché, a volte, schiaffeggiavano le allieve che non avevano fatto niente, correndo lungo il passaggio tra i banchi e scegliendo quelle innocenti? «Voi marmocchi siete dei mascalzoncelli, far piangere le suore» diceva Loretta. «Avete bisogno di prenderle, tutti quanti.» «Ma non lo so perché si è messa a piangere. Ha pianto e basta» esclamava Maureen. Dopo la scuola, Jules correva per quasi un chilometro fino a un grande magazzino a prezzi fissi dove lavorava. Sebbene, stando alla legge, fosse troppo giovane per poter lavorare, era stato assunto per un quarto di dollaro o mezzo dollaro all'ora, purché si presentasse abbastanza presto; doveva dare una mano aprendo e vuotando le casse della merce. Aveva a che fare con casse di stoviglie, di giocattoli e di cianfrusaglie varie. Gli frullavano nella mente le lezioni della giornata, le minacce e le notizie urlate nel cortile durante la ricreazione, i fluttuanti andirivieni di suor Mary Jerome nel corridoio, e ogni notizia su di lei che potesse avere udito. «Come sta la vostra maestra, ha pianto di nuovo?» domandava con scherno a una delle compagne di classe di Maureen. Sua madre non si dava più la pena di piangere. Aveva pianto per anni; ora non voleva più saperne. Suo padre era come un alto muro pencolante all'interno, sul punto di crollare su di essi, ma poiché non era mai crollato del tutto, avevano smesso di temerlo e di piangere per lui. O, almeno, aveva smesso Loretta. Jules accomunava le lacrime di suor Mary Jerome doveva immaginarle, non avendole mai vedute - a un esotismo che sua madre non aveva mai posseduto. E le donne nei film piangevano spesso. Piangevano mirabilmente. Al pianoforte, le mani abili, violente, di suor Mary dominavano la tastiera, e ogni nota veniva martellata meravigliosamente nel cranio di Jules, per esservi suonata di nuovo mentre lui era alle prese con le casse, e le scaricava, o vuotava ceste piene di pezzi di carta e di cartone. Di tanto in tanto si tagliava le mani. Una volta mise il piede su un chiodo che gli perforò la suola della scarpa e il calzino, ma non accadde niente, uscì soltanto un po' di sangue. Talora, a casa, scopriva di avere grossi e misteriosi lividi sulle gambe. Ma, mentre lavorava, era dominato da un'eccitazione strana. Gli altri ragazzetti oziavano lì attorno e rubavano
oggetti quando nessuno stava guardando, ma Jules, in preda a una specie di stordimento, irrigidiva i muscoli per far bene il suo lavoro. Quando aveva in mente suor Maiy Jerome, era sempre un bravo ragazzo. «Tieni, Jules, prendi una di queste... provala» disse una delle commesse. Aveva sedici o diciassette anni, e si divertiva a venire a stuzzicarlo. Jules, che fumava da due anni, ma non poteva permettersi di comprare sigarette, si fingeva timido e le accettava. La ragazza strofinò un fiammifero e lo tenne per lui, guardandolo in faccia con un bizzarro sorriso. «Bene, come sta tua madre in questi giorni, ragazzino?» domandò. «Okay» rispose Jules. «E tuo padre?» «Okay.» «Vi ho visti in chiesa. Tua madre aspetta un altro bambino?» Era una domanda che, secondo Jules, non sarebbe dovuta essere posta. Fece di sì con la testa, imbarazzato. La ragazza gli rivolse un ampio sorriso, come se anche lui avesse qualche merito. «Sperate in un maschio o in una femmina?» «Io credo che sarà un maschio.» «Sai tutto al riguardo, eh? Tutto di queste cose.» Aveva una faccia affilata, incavata, quasi graziosa, con lunghi capelli neri che le scendevano sulle spalle. Intorno al polso portava un braccialetto di riconoscimento regalatole dal suo amichetto. Sull'avambraccio figurava il piccolo tatuaggio di un cuore trafitto da una freccia e le iniziali R. J, sovrapposte con ghirigori che sembravano un ricamo. Ella lo aveva mostrato a Jules, ma il tatuaggio rimaneva quasi sempre coperto. Diceva che non garbava alla direttrice del grande magazzino, una vecchia megera. «Uno di questi giorni tatuerò te» disse a Jules. Il vicolo dietro il magazzino era sempre sudicio. Scatoloni, casse sfondate, bidoni delle immondizie rovesciati, tutto un gran disordine; i cani sembravano essere particolarmente attratti da quel vicolo e Jules metteva sempre i piedi su qualche porcheria. Insieme a lui lavoravano alcuni altri ragazzi, che si alternavano ogni giorno. Il più grosso era Ramie Malone, un amico. Ramie aveva una reputazione a scuola; rubava roba sulle automobili, a volte persino radio; questa era la sua specialità. Aveva tredici anni. A tarda notte si aggirava nel vicinato, a qualche isolato da casa sua, dove c'erano molte macchine parcheggiate davanti ai bar. Lavorava solo e vendeva la refurtiva senza alcuna difficoltà a un amico di suo fratello. Tutta la
dedizione di Jules a suor Mary Jerome veniva minacciata dai racconti seducenti di Ramie. «Se questo colpo che sto preparando mi va bene, non mi vedrai più qui per un pezzo» egli gli assicurava. Faceva vedere a Jules coltelli a serramanico che gli aveva dato qualcuno. Parlava eccitato delle ultimissime notizie, notizie non ancora pubblicate dai giornali, di uomini trovati entro portabagagli di automobili, a pochi isolati appena di distanza dalla casa di Jules, legati con fil di ferro e ammazzati a colpi di rivoltella, o di ragazzetti della loro stessa età gettati giù dai tetti da negri. Raccontava a Jules di un negro che era stato pestato in uno dei posti di polizia, tutti gli agenti lo avevano tempestato di colpi di manganello su tutto il corpo e sulla faccia «finché gli occhi di quel bastardo non schizzarono fuori delle orbite cadendogli sulle gote, proprio così. Fantastico, no?». Ramie aveva un cugino, o un suo amico aveva un cugino, poliziotto. Sapeva tutto. Raccontava a Jules ogni cosa dei negri. «La cosa che gli preme più di ogni altra è prendere qualche ragazzo come te o come me, ragazzi bianchi, e scotennarlo. Ecco che cosa fanno. È stato trovato un uomo con il cuoio capelluto strappato a metà, e ha detto che erano stati i negri schifosi. Sta' attento a quei sudici bastardi.» Jules si sentiva accapponare la pelle per la paura a quella minaccia di guai; si guardava attorno, aspettandoseli. Quando vedeva un negro per la strada lo fissava circospetto, domandandosi quando gli sarebbe toccata la disavventura. Quale segreto avevano i negri? Dov'era il mistero? Alcuni anni prima c'era stata una rivolta sul ponte di Belle Isle e la gente ancora ne parlava, rabbiosamente. A Jules sarebbe piaciuto aver potuto assistere a quei disordini. Lavorando, non poteva fare a meno di stare tra i piedi a Ramie. Seguitava a domandargli: «Chi fu a essere scotennato, chi?», oppure «Ma quali ragazzi vengono gettati giù dai tetti?». Tremava, aspettando la risposta di Ramie, che era di solito evasiva e offensiva. E a volte, confidando disperatamente nella maggiore esperienza di Ramie, gli domandava: «Perché la maestra di mia sorella piange a scuola? È suor Mary Jerome. La conosci? È picchiata o che altro?». «Sono tutte picchiate» rispondeva Ramie. «Ma lei in particolare... perché piange?» «Come posso saperlo? Tutte quelle cagne hanno bisogno di una sola cosa.» In casa, Jules stava attorno a sua madre, quando lei era di buon umore, quando era sola e ascoltava la radio; voleva capire come erano fatte le donne. A Loretta piaceva ascoltare la "Parata dei Successi". Jules si do-
mandava se quella trasmissione piacesse anche a suor Mary Jerome e se le permettessero di ascoltarla. Restava tra i piedi di sua madre e di tanto in tanto le domandava: «Vuoi che faccia qualcosa?». Lei si sentiva sempre lusingata quando Jules o Maureen le domandavano questo. Rimaneva quasi sempre distesa sul divano, bevendo birra e tenendo la bottiglia appoggiata sul ventre, raschiando via l'etichetta con le unghie, ascoltando la radio. Durante il giorno, sola, era pigra e placida. Ascoltava alla radio le canzoni, oppure "Ma Perkins" e "One Man's Family" e "Il dottor Malone". A Jules piaceva così, distesa e pigra, alla sua portata. In certi giorni ella non si dava la pena di preparare la cena, non si sentiva bene, non ne aveva voglia, e Maureen e Jules andavano in cucina e preparavano qualcosa, giocando a cucinare. Preparavano la cena preoccupandosi di fare contento il babbo. Le sere in cui non arrivava, gli tenevano il piatto in caldo nel forno, senza che nessuno glielo avesse detto; Jules sbrigava molti lavori in casa, senza che nessuno glielo chiedesse. Non sopportava di essere costretto a fare qualcosa, e aveva imparato che era molto più semplice fare le cose di propria iniziativa. In questo modo sua madre se ne stava tranquilla, giacendo immobile e soddisfatta sul divano; e anche il babbo stava tranquillo. Ma la mole del babbo si affacciava nei suoi pensieri, scura e minacciosa come quella di qualsiasi negro, e lui pensava pigramente, Uno di questi giorni morirà. Gli piaceva la sua casa e gli piaceva la scuola. Ma in casa era sempre stanco e anche a scuola si sentiva sempre stanco. Dopo quel mattino di primavera del 1950, quando si era innamorato di suor Jerome durante una riunione, la sua spossatezza dipendeva da cause complesse; rimaneva alzato per gran parte della notte, e dopo la scuola doveva lavorare, ma, ciò nonostante, continuava a essere pieno di animazione e di entusiasmo e soltanto quando incominciavano le interrogazioni di catechismo, di storia e di grammatica la sua mente vacillava. Pensava alle maniche fluttuanti della suora e alle dita di lei sulla tastiera. Pensava al suo viso pallido e serio, agli occhi che si alzavano a guardare con una sorta di timido allarme quando la vedeva nel corridoio o a Messa. I lunedì e i mercoledì mattina serviva la Messa al convento. Poche ore dopo, seduto al banco, ripensava a quell'alba magica in chiesa (la chiesa più antica di Detroit!), una chiesa di mattoni rossi, dalle dimensioni enormi, molto buia, piena d'ombre, muffita, con un anziano irlandese che celebrava la Messa, capriccioso e imprevedibile; a volte rifilava gomitate ai chierichetti perché si affrettassero. E la fila silenziosa, fluttuante, di suore che risalivano il passaggio centrale per disporsi
dinanzi alla balaustrata della comunione, e tra esse la sua diletta suor Mary Jerome. Dormiva sì e no tre o quattro ore per notte, e la mente gli si annebbiava un po' durante il giorno, specie quando corpuscoli di polvere turbinavano sopra la sua testa, nella luce del sole. L'amo, l'amo, pensava, riecheggiando nell'immaginazione le note sonore della campana d'una chiesa, progettando di attraversare di corsa l'edificio scolastico fino all'aula di quinta, mentre la scolaresca era fuori, con il pretesto di andare a prendere sua sorella. Era un ragazzo piuttosto alto di statura per la sua età, un po' nervoso, teso, con una voce acuta, a volte irritante; aveva una carnagione chiara e occhi chiari e seri, sebbene non sempre riuscisse a tenerli a fuoco su quello che stava guardando. Nella settima studiavano la storia americana. Le interrogazioni cominciavano dalla prima fila di banchi, dai banchi all'estrema destra e continuavano intorno all'aula, fino ai banchi all'estrema sinistra dell'ultima fila, poi ricominciavano. Continuavano in eterno; non finivano mai. Al termine della giornata venivano rimandate, semplicemente, al giorno dopo. Se c'era un weekend o una vacanza, venivano riprese dal banco successivo, quando si tornava a scuola. Ogni bambino sembrava impiegare molto tempo per rispondere. Jules si sforzava di ascoltare, ma dopo un po' di tempo la sua mente cominciava a disintegrarsi, frantumandosi adagio in bei frammenti erotici. Non voleva accomunare suor Mary Jerome e quel che diceva Ramie, i due modi di pensare, le due realtà, ma le due realtà si associavano di loro iniziativa e lo lasciavano sconcertato e tremante. La suora che insegnava nella settima era anziana, o sembrava anziana. Aveva la voce simile a quella del padre di Jules. «Chi era Abramo Lincoln?» domandava, e la sua faccia volgare, coperta di peluria, si voltava verso l'allievo che doveva rispondere subito dopo. Un bambino rispondeva adagio, come se fosse stato tardo di mente: «Abramo Lincoln era un Presidente. Degli Stati Uniti». Toccava poi all'allievo successivo. «Che Presidente è stato?» «È stato... il sedicesimo Presidente degli Stati Uniti.» E a quell'altro: «Quando si celebra l'anniversario di Abramo Lincoln?». «L'anniversario di Abramo Lincoln si celebra il dodici febbraio.» E così continuavano le interrogazioni, tutto intorno all'aula, senza posa, e lungo le file di banchi, mentre Jules teneva alta la testa e si sforzava di ascoltare. Avevano tutti i loro logori libri aperti; abbassavano gli occhi per cercare le risposte alle domande della suora, talora facendo scorrere un
dito, adagio, lungo le righe di caratteri confusi. Erano tutti spaventati quando toccava a loro rispondere. Jules sognava suor Mary Jerome, le sue lacrime e la sua musica, e talora, quando toccava a lui, era impreparato, trasaliva, e doveva guardare il libro per trovare la risposta. Non era questo il modo con il quale la suora voleva che procedesse l'interrogazione; tutti dovevano saper rispondere e parlare sedendo impettiti, fissandola negli occhi. Così, lo guardava accigliata, arcigna e sospettosa, immobile alla cattedra, e, dopo qualche secondo di panico, Jules rispondeva, senza abbassare gli occhi sul libro, dando la risposta che era la sola risposta giusta, pronunciando le parole che erano le sole parole da pronunciare in quel momento particolare. «Abramo Lincoln fu assassinato mentre era in carica. Nel milleottocentosessantacinque.» Poi ricominciava a sognare. A mezzogiorno venivano portati in un "refettorio", ove pranzavano con quello che contenevano i sacchetti di carta portati da casa, e un quarto d'ora dopo passavano nel cortile della "ricreazione". Dietro la recinzione, in Howard Street, rombavano gli autocarri diretti al ponte per il quale si andava nel Canada, e Jules provava una grande invidia per gli adulti che potevano viaggiare avanti e indietro nel continente e persino in un paese straniero. Non erano costretti a fare ritorno in alcuna casa particolare. Sui loro autocarri erano eleganti, liberi e le distanze che coprivano gli sembravano divine e magiche. Ma si divertiva con gli altri bambini, lasciando che i loro lazzi e i loro litigi scacciassero queste cose dalla sua mente e quando si sentiva particolarmente contento studiava strategie nelle quali essi avevano parte. Immaginava di essere una specie di comandante. Un generale, un ammiraglio, un ministro della guerra. Dai suoi amici faceva tendere imboscate ad altri ragazzi, oppure li riportava di nascosto nell'edificio scolastico, il che era proibito. Studiava piani per loro; a volte disegnava persino piantine alle quali dovevano attenersi. «Ora tu seguirai questa strada, la strada laterale,» diceva severamente, dando di gomito a uno dei ragazzi, «e tu, tu invece seguirai quest'altra. Non tollero errori. I disertori saranno fucilati.» Si dava il caso che fosse più alto di statura della maggior parte dei suoi amici, e un certo tono della sua voce, o la sua energia, facevano sì che prevalesse su di loro; li tiranneggiava finché non resistevano più e si coalizzavano contro di lui, poi si disperdevano e tornavano dopo uno o due giorni, incapaci di resistergli, attratti dalle sue idee e dalla sua audacia. Li guidava nello scantinato della scuola, cantando: «Avanti per il Tigri! Avanti per l'Eufrate! Per il Mississippi! Per i Giardini Pensili di Babilonia!». Le sue parole magiche li incoraggiavano, e li inducevano ad andare avanti,
intimoriti e ridacchianti. Se venivano sorpresi, era sempre Jules a fare da capro espiatorio. «In te c'è il demonio» gli disse un giorno la Madre Superiora. Si trovava nell'austero ufficio di lei, prigioniero. Era una donna grande e grossa come sua nonna, e, a modo suo, altrettanto rude ed energica; doveva rispettarla. Non era una vera donna, come sua madre e come suor Mary Jerome, ma la rispettava. Con tre precisi e duri scappellotti ella gli percosse le mani protese, la spalla e la guancia. «Perché ti cacci sempre nei guai? Perché non riesci a star fermo nemmeno adesso? Perché sei così cattivo?» gli domandò irosamente. «Mi scusi, Madre» disse Jules. Era stato colto sul fatto mentre fumava nello spogliatoio dei ragazzi. Lo aveva sorpreso il bidello. «Chi ti ha insegnato a fumare?» «Nessuno, Madre.» «Chi ti ha dato le sigarette?» «Nessuno, Madre.» «Le hai rubate?» «No, Madre.» «Dove le hai prese?» Silenzio. Jules sedeva sulla dura sedia non imbottita, domandandosi che aspetto avesse e se fosse rosso in faccia, e se gli altri ragazzi avrebbero visto i segni delle dita della Madre Superiora sulla sua gota. La Madre Superiora si sporse oltre la scrivania e lo schiaffeggiò di nuovo. Egli cadde all'indietro contro la sedia. Il naso cominciò a sanguinargli. «Non hai un fazzoletto?» «Sì.» «Allora adoperalo! Sei maiale fino a questo punto?» Lui tenne il fazzoletto contro il naso, lieto di avere qualcosa dietro cui nascondersi, spaventato e infelice, e, ciò nonostante, un po' eccitato da tutto ciò. Perché si sentiva così eccitato ogni volta che qualcuno lo fissava, anche se lo sguardo precedeva un manrovescio? «Vuoi finire sulla sedia elettrica?» «No, Madre.» «E invece credo proprio di sì. Credo che questo sia quanto si propone il demonio dentro di te.» Parlava seriamente, persino un po' recisamente. Apparve chiaro a Jules che non stava inventando niente, che non immaginava niente; stava ricor-
dando qualcosa. Il suo avvenire le era noto, come il passato. Sapeva tutto. Jules tirò su il sangue con il naso, non volendo sporcare. Gli andò a finire in bocca, in qualche modo, e dovette inghiottirlo. Che schifo, il sapore di quel cattivo sangue. Si sarebbe ubriacato. La Madre Superiora stava parlando di un ragazzo che era stato cattivo nella stessa scuola dieci anni prima. Si trovava ora nel penitenziario statale, condannato a vita; in realtà avrebbero dovuto condannarlo alla sedia elettrica. Ma sarebbe finito all'inferno una volta morto. «Vuoi finire anche tu nello stesso modo?» «No, Madre.» «Un certo numero di ragazzi è destinato a morire sulla sedia elettrica» disse con freddo distacco la Madre Superiora. Egli pensò a un tratto al bel fulgore di elettricità che lo avrebbe ucciso; nei film e negli album a fumetti aveva veduto i preparativi di molte esecuzioni sulla sedia elettrica. Impiccagioni, plotoni di fucilazione, la camera a gas... anche queste morti venivano promesse, e in altri paesi si poteva essere giustiziati mediante impiccagione, ma la sedia elettrica, con la sua goffa e casalinga somiglianza a una sedia comune, lo affascinava. La Madre Superiora stava fissando un punto indeterminato sopra la testa di Jules. Poi tornò a guardarlo con i suoi occhi freddi e remoti. «Tua sorella Maureen è nella classe di suor Mary Jerome, vero?» «Sì, Madre.» «Tua sorella è una brava bambina. Un'allieva diligente.» «Sì, Madre.» «E quell'altra tua sorella, Betty, fa del suo meglio.» «Sì, Madre.» «Perché tu sei diverso?» Tacque per qualche momento, contemplandolo. Le donne contemplavano e giudicavano, lui se n'era reso conto; gli uomini picchiavano, ma senza riflettere. Le loro percosse erano insensate, bisognava evitarle, e basta. Ma le donne non facevano che pensare, vagliare, giudicare, preparare. Jules sedeva molto impettito, il fazzoletto premuto contro il naso. Aspettava. Nella sua mente si presentò a un tratto una riflessione strana... forse suor Mary Jerome si sarebbe stancata di tutto questo, di tutte queste balle, del brutto edificio e delle brutte suore, dei ragazzetti chiassosi e indisciplinati, dei ragazzetti mocciosi, della Messa nelle prime ore del mattino, del puzzo nei gabinetti, forse un giorno l'avrebbe veduta per la strada, a passeggiare come passeggiavano certe altre giovani donne, guardinghe e senza meta,
gli occhi attenti alle automobili di passaggio. Il viso pallido e nervoso di suor Jerome avrebbe figurato bene in quell'ambiente; c'erano troppe facce esageratamente truccate. Jules aveva desunto da innumerevoli litigi tra sua madre e suo padre, e tra i suoi genitori e i parenti di suo padre, che la mamma aveva "battuto i marciapiedi" un tempo, e non era riuscita ad affermarsi nemmeno in quello. «Che vacca! Che stupida vacca! Non è la goccia che fa traboccare il vaso?» Suo padre aveva riso molte volte di questa faccenda; suo padre tirava fuori la vecchia storia ogni volta che si ubriacava. Sembrava fargli piacere. E così Jules immaginò suor Jerome vestita press'a poco come vestiva da suora, con una lunga gonna nera e maniche ampie e una sorta di cappuccio, diretta verso le nebulose vie del centro, timida e un po' arrogante, e lui, Jules, la raggiungeva e diceva: «La mia Ma' sarebbe felice se tu venissi a casa con me. Puoi cenare con noi anche subito...». E lei veniva a vivere con loro: questo avrebbe risolto ogni cosa. Dopo la scuola, se non riusciva a trovar lavoro al magazzino a prezzi fissi, vagabondava con alcuni altri ragazzi, nei vicoli e fuori dei vicoli, gli occhi bene aperti, per qualsiasi cosa potesse capitare. Dato che le strade erano intasate dal traffico e dato che gli autocarri parcheggiavano dappertutto, il loro territorio era interrotto; non riuscivano a vedere molto lontano dinanzi a sé. Giocavano nei terreni da costruzione, e più in giù, verso il ponte, dove il fiume lambiva pesci morti e grandi chiazze galleggianti di petrolio. Si sfrenavano intorno ai magazzini, sugli autocarri parcheggiati, esploravano il deposito ferroviario, la Trans-American Cartage Company, il garage Greyhound, tutto. Raccattavano bottiglie di bibite e frugavano con i piedi nei rigagnoli cercando involucri spiegazzati di lecca-lecca che potevano essere raccolti per i premi. Quando si sentivano più irrequieti, entravano nei negozietti di generi di drogheria e il più piccolo dei ragazzi faceva il palo all'ingresso mentre Jules, tranquillo e accecato dall'audacia, usciva disinvolto con un tortino da dieci centesimi di dollaro ficcato in tasca. Alcune volte fu colto sul fatto e picchiato, ma la maggior parte delle volte riusciva a farla franca. Quando il colpo andava bene, si sentiva curiosamente depresso, deluso. Il territorio nel quale vagabondava si estendeva all'incirca tra la Ventunesima Strada e la Decima. Quando si aggirava libero per le vie del quartiere, però, il suo cuore continuava a essere con suor Mary Jerome; e se si comportava male si sentiva in colpa. Ma non poteva fare a meno di comportarsi male. Andava a confessarsi e diceva con il fiato corto all'anziano sacerdote dietro la grata del confessionale: «Sono stato disattento durante la Messa. Ho disubbidito a
mia madre e a mio padre. Ho trascurato le preghiere della mattina e della sera...». A una a una le frasi gli uscivano di bocca, esattamente identiche ogni settimana, ed egli conservava nel segreto dei propri pensieri il fascino peccaminoso esercitato su di lui da suor Mary Jerome, gli occasionali furtarelli e le botte che distribuiva ai ragazzetti che non volevano ubbidirgli. A Dio non pensava affatto. Non credeva all'esistenza di Dio, né essa lo interessava. Premeva le punte delle dita sugli occhi e cercava di immaginare, molto in profondità nel proprio cervello, un essere completamente diverso da lui che lo osservava, irato o colmo di rancore o di affetto nei suoi riguardi, ma non riusciva a raffigurarselo, affatto; chi mai, oltre a Jules, avrebbe potuto amare o odiare Jules? Quando si voltava di scatto, per la strada, di solito non vedeva nessuno... nulla. Non c'era niente alle sue spalle. Nessuno lo seguiva. Di notte, quando si destava di soprassalto, non c'era niente accanto a lui, ad alitare su di lui, a osservarlo. Soltanto lui stesso esisteva, libero. Ma era pur sempre possibile che vi fosse in lui un demonio; il demonio era, per la sua immaginazione, una sorta di persistente fallire, un trascinarsi da un lato, come quando le gomme di un'automobile incominciano ad andare da una parte e trascinano tutto da quella parte, inesorabilmente. Se aveva in sé un demonio, anche il demonio si chiamava Jules. E quel demonio avrebbe potuto trascinarlo sulla sedia elettrica. Ramie Malone diceva che se si ammazzava qualcuno a Chicago si finiva sulla sedia elettrica, perché lì non scherzavano. E Chicago sembrava a Jules una città attraente. Tutti i giovedì era impaziente di entrare nella sala delle riunioni, perché voleva ascoltare la musica di suor Mary Jerome. Se la prendeva con i passi rumorosi degli altri allievi. Tutti quegli stupidi ragazzetti! Quei piccoli bastardi mocciosi! Jules sedeva ingobbito in avanti, sommerso dall'amore per le abili dita e le braccia di suor Mary. Durante la riunione ella rimaneva da un lato, sul palcoscenico, composta e silenziosa. Gli occhi di Jules vagavano roventi su di lei. Non pensava che fosse una bella donna, ma la bellezza non gli premeva affatto; gli occorreva qualcosa di ardente e di puro, labbra senza rossetto, una fronte pallida, grave, un viso pronto a scoppiare in lacrime. Un giorno, dopo la riunione, si diresse verso il palcoscenico. Disse alla suora: «Suona il piano così bene...». Suor Mary si voltò a guardarlo allarmata. «Mi piace ascoltare la musica del pianoforte» disse Jules, quasi balbettando.
Ella si sforzò di sorridere. «Hai un pianoforte a casa?» Stava raccogliendo gli spartiti; aveva le nocche bianche e sporgenti. «No, non ce l'ho» farfugliò lui. Suor Mary chinò il capo silenziosa, come se quelle parole l'avessero lasciata interdetta, poi si voltò e scomparve dietro il pesante sipario di velluto. Jules avrebbe voluto chiamarla, ma non riusciva a parlare e non gli venne in mente niente da dirle. Ella non tornò indietro. Jules uscì fuori nel sole, stringendo i pugni, guardandosi le nocche e domandandosi se avrebbe potuto imparare a suonare il piano. In seguito si aggirò di quando in quando intorno alla sua aula, rimanendo in piedi a braccia conserte, aspettando lei, o qualcosa. Non accadde niente. Se ella lo notò, non lo diede a vedere. Passava in fretta, a capo chino, il viso pallidissimo, con libri e carte sulle braccia. L'anima stessa di Jules fremeva quando egli udiva il crepitio del suo lungo rosario nero. Maureen gli si avvicinò nel corridoio e domandò incuriosita: «Che cosa stai facendo qui?». «Va' all'inferno» disse lui. Suor Jerome dava lezioni di pianoforte nell'auditorio a certe ragazze, in certi giorni. Jules riuscì a scoprire quali fossero questi giorni. Si rannicchiava nell'oscurità in fondo alla sala, fissando il palcoscenico illuminato a mezzo, la testa china e grave della suora e le sue labbra pallide, austere, precise, mentre dicevano severamente: «Uno-due, uno-due, uno-due... che cosa stai facendo?», I pedali del pianoforte lasciavano udire tonfi, le note erano vuote e troppo forti. Jules rimaneva rannicchiato nell'oscurità e sognava certe tenere cose, le sue fantasticherie accarezzate dagli uno-due, uno-due di lei, dal ritmo spietato della sua voce quasi irosa. Perché si adirava tanto, che cos'era a renderla così pallida e schiva, così timida? Immaginava le sue lacrime scorrere nella violenza mentre una musica brutale, proprio brutale, prorompeva da lei, tutto ciò che veniva arginato da quegli uno-due, uno-due delle lezioni di pianoforte. Riteneva di amarla. Poi venivano le ore dopo la scuola, una libertà scarsamente concessa. Maureen e Betty tornavano a casa e Jules rimaneva fuori per alcune ore, scatenandosi libero, finché, spossato, e talora insanguinato, si faceva vivo a casa (abitavano adesso in una casa di due appartamenti) verso le sei. A quell'ora sua madre aveva ormai avuto la prima esplosione di rabbia, e Betty, o magari anche Maureen, erano state chiuse nell'armadio a muro per "calmarsi". Così Jules poteva mostrarsi senza paura. Diceva, adocchiando l'accappatoio sciolto e sudicio di Loretta e una certa arrogante altezzosità
sulla sua faccia: «Vuoi che faccia qualcosa, qui dentro, prima che lui torni a casa?». Questo li poneva tutti e due, come se si fossero trovati su una zattera, contro suo padre. Jules voleva che ella lo sentisse. E, raddolcita dal suo tono compito, la mamma poteva anche abbracciarlo e dirgli che, sì, c'era l'immondizia da portar fuori. O magari lui correva a fare uscire Betty o Maureen dall'armadio a muro. Loretta non era sempre ubriaca. A volte tornava a casa, dopo aver fatto gli acquisti, con un bel vestito e le scarpe dai tacchi alti, i capelli sciolti ma non ancora arruffati, e metteva sul tavolo di cucina tutte le cose che aveva comprato, per farle vedere a Jules e alle sue sorelle. Quasi sempre si trattava di commestibili. Jules guardava affascinato le dita di sua madre togliere da una grande borsa marrone per la spesa barattoli e pacchetti di cellophane, e anche Loretta godeva a tirar fuori quella roba, tutte quelle non sorprendenti sorprese. Diceva loro: «Oh, stupidoni! Siete matti, non c'è niente, qui dentro. Che cosa vi aspettate, eh? Che peste, siete! Jules, sei un gran tonto! Credi che sia Natale, o magari il tuo compleanno?». Ma anche lei era contenta. Dava loro bollini, verdi e gialli, e i tre bambini bisticciavano per stabilire chi avrebbe dovuto incollarli sull'apposito album. Avrebbero dovuto fare a turno, ma nel suo entusiasmo Jules non ricordava mai a chi toccasse; seguitava a insistere che toccava a lui. «Dateli a Jules, lui li appiccica meglio di tutti» diceva infine sua madre, e questo faceva tacere le bambine. Era titubante e affettuosa, sua madre, e, se cedeva, di solito cedeva con lui; Maureen era la classica brava bambina, ma qualcosa nel suo viso placido irritava Loretta: «Non fa che guardarmi, quella. Sorvegliarmi» si lagnava Loretta. Betty, una bambina piccoletta di statura, robusta, chiassosa, non somigliava affatto a Maureen e non possedeva affatto l'intelligenza di Jules; riusciva ad affermarsi a furia di urlacci e gomitate. Jules e Maureen tendevano a ignorarla. Ella non aveva alcuna dignità e non contava. Quando il padre tornava a casa, non sempre erano guai. A volte egli rientrava in tempo per la cena, sedeva a tavola con loro e mangiava, poi, dopo cena, si metteva in salotto e si appisolava sul giornale. Aveva una grossa testa zazzeruta, con orecchie a ventola che gli davano l'aria d'uno in grado di udire ogni cosa, mentre in realtà stava diventando sordo, pensava Jules, o troppo pigro per ascoltare. Non riusciva a credere che suo padre potesse essere stato un poliziotto. Che risate! Come avrebbe mai potuto quel grasso bastardo impugnare fulmineamente la pistola... come avrebbe potuto estrarla in tempo per servirsene? Jules era guardingo ed educato
quando si trovava accanto al padre, perché ne temeva l'irascibilità e la crudeltà, mentre non aveva peli sulla lingua con la madre e con le sorelle: «Quel vecchio bastardo mi sta rompendo le scatole, ve lo dico io. Uno di questi giorni...». C'erano invece guai, a volte, quando il babbo tornava a casa ubriaco. In quelle sere, non rimaneva altro da fare che uscire. Loretta attraversava la strada e si recava da un'amica, ove le due ragazzine giocavano a carte fino a tardi sorseggiando Royal Crown Cola o birra, oppure, se il tempo era abbastanza buono, Jules usciva con le sorelle. Percorrevano la viuzza, liberi e soli. Quasi sempre salivano sul tetto a terrazza di un caseggiato ove abitavano certi loro amici, alcuni dei quali passavano fuori la notte... qualcuno usciva di nascosto, qualcun altro doveva andarsene di casa perché c'era aria di burrasca. Maureen sedeva addossata al parapetto e dormiva, le braccia sulle ginocchia, la testa ciondolante. Betty oziava. Jules seguitava a guardar giù irrequieto, quel che poteva vedere del vicinato e di Detroit, facendo progetti... la mattina dopo avrebbe domandato a suor Mary Jerome se potesse prendere lezioni di pianoforte da lei; il pomeriggio dell'indomani avrebbe rubato qualcosa di grosso e di vendibile, magari una radio; la sera dopo avrebbe spaccato in due con una scure il cranio di suo padre, per poi fuggire nelle campagne seguendo le indicazioni di una carta geografica. Perché no? Perché non fuggire nelle campagne, perché non andarsene per il mondo? Anelava alla libertà degli autocarri, dei treni e degli aerei. Perché non spaccare la stupida, cocciuta testa di suo padre? Perché non afferrare la mano pallida e magra di suor Jerome e portarsela alle labbra? A volte, dopo alcune ore, potevano rientrare in casa di nascosto. Ormai il babbo era in letargo e non poteva succedere niente. A volte, se Maureen dormiva profondamente, passavano la notte fuori - "accampandosi all'aperto" - e Jules sedeva, sonnacchioso, di guardia. Scivolava nel sonno, poi sì destava con un sussulto, il cuore afflitto, la bocca che sapeva di qualcosa di schifoso. Molto presto, prima dell'alba, svegliava Maureen e Betty, risalivano la viuzza e tornavano a casa. «Gesù, quel bastardo mi sta rompendo le scatole» seguitava a dire Jules. Confessandosi, recitava, come una lezione imparata a mente: «Ho disubbidito a mia madre e a mio padre...». Doveva rievocare la sua fanciullezza a immagini saltuarie e lampeggianti, come se fosse stata un film girato prima della sua esistenza, una di quelle vecchie pellicole comiche sfarfallanti nelle quali individui stupidamente
vestiti non potevano aver provato né sofferenze né angoscia. Come potevano essere umane persone così antiquate? Era mai stato bambino, lui, Jules Wendall? Davvero un bambino? Nel senso in cui gli altri sono stati fanciulli? E che cosa significava, essere stato bambino? Significava forse che il bambino Jules era ancora con lui, racchiuso entro le sue ossa, un ragazzetto sveglio, nervoso, dagli occhi infossati, innamorato delle carte geografiche, della musica e di donne pallide e focose? Avrebbe dovuto sempre riportare a letto, quasi di peso, l'insonnolita Maureen? Avrebbe dovuto sempre sognar di schiacciare il cranio di suo padre, anche dopo che suo padre era morto? Un giorno, mentre i suoi pensieri andavano per una buona metà a suor Mary Jerome, lasciò che l'amica del magazzino a prezzi fissi lo portasse a casa sua. Aveva i capelli ravviati all'indietro e raccolti in una coda di cavallo. Era eccitatissima, parlava di un assassinio nel vicinato. «Oh, non ti dirò che cosa hanno trovato! Non tutto! Non era scritto nemmeno nei giornali!» Due gemelle di meno di dodici anni erano state uccise a pugnalate prima dell'alba. Una era stata pugnalata nella sua stanza, e l'altra fuori, in istrada, ove era fuggita, inseguita dall'assassino per quasi un isolato, tanto che macchie di sangue andavano dalla camera al marciapiedi. Tutti stavano parlando del delitto; e anche la ragazza non riusciva a smettere di parlarne. Seguitava a dar di gomito a Jules; seguitava a dire: «Sui giornali non possono scrivere tutto!». In casa non c'era nessuno. Lo fece entrare. Accese la radio. Disse a Jules, che era spaventatissimo: «Adesso inciderò su di te le mie iniziali, ragazzino». Jules aveva creduto che le ragazze sentissero dolore facendo questo, o facendoselo fare; ma scoprì che tra loro due non v'era alcuna sofferenza. Vi fu soltanto un'improvvisa e lieve pellicola di sudore tra loro. I gridolini della ragazza svolazzavano tra le quattro pareti della stanza e fecero scivolare Jules in un deliquio quasi di terrore, risucchiando la sua forza. Fu sempre consapevole di se stesso, Jules. Non riuscì a costringere i propri occhi a chiudersi, come faceva la ragazza: seguitavano a riaprirsi di scatto, allarmati e asciutti. Ma si sentiva molto debole. Non aveva più forza. Avrebbe voluto piangere, e invece tutto in lui era asciutto, vuoto. «Ora mi ami» disse la ragazza, disinvolta. Gli pizzicò la gota. Era come una ragazza nei film, agile e leggera a piedi nudi, mentre si rimetteva a posto i capelli toccandoli qua e là. Jules la fissò con gli occhi spalancati. «Sì, mi ami, penserai a me continuamente» ella disse. «Quando sentirai
questa canzone alla radio penserai a me. Sono stata io a svegliarti, ragazzino. Ricordatene.» «Sì» disse Jules. «Per tutta la vita...» «Sì» disse Jules. 9 Era una giornata nebbiosa, grigia, una di quelle giornate che piacevano a Jules, con un tenue lustro metallico, nel cielo, che sfiorava gli spigoli degli edifici e delle automobili; stava marinando la scuola per una buona causa, per portare la nonna in clinica. E così fischiettava sommessamente e succhiava l'aria sporca, come un bravo ragazzo, di quindici anni e ben vestito, con una camicia serica, con un paio di calzoni scuri leggermente attillati, con gli scuri capelli lunghi e ravviati all'indietro in due bande compatte così da formargli una massa ricciuta sulla nuca. Seguitava a vedere se stesso da lontano, immagini lampeggianti di se stesso - Jules Wendall - e non poteva fare a meno di sentirsi soddisfatto. Porse cavallerescamente il braccio a nonna Wendall. La vecchia lo afferrò borbottando una lagnanza che lo smontò un poco. «Era meglio, direi, se mi avesse accompagnata uno di loro, uno di quei due.» «Era meglio, direi, se mi avesse accompagnata uno di loro, uno di quei troit, vedova, con le grosse gambe simili a lardo divenute un disastro di vene gonfie e rotte, con i grigi capelli crespi e radi sul cocuzzolo della testa, e la faccia incisa da rughe irose e contemplative che la facevano sembrare un uomo anziano, inacidito dalla vita, ma non ancora disposto a lasciarla. Riversava nelle misere e pazienti orecchie di Jules tutte le laide notizie della sua vedovanza e del suo declino fino alla condizione di suocera gettata nella stanza sul retro d'una topaia di casa nella Ventesima Strada, una topaia di strada, comandata a bacchetta da una sudicia megera che beveva troppo. «Ma, Dio la benedica, è tua madre, e basta» disse nonna Wendall, torcendo la bocca, appoggiandosi pesantemente a Jules, «però in ogni modo a tuo merito c'è il fatto che hai preso dalla nostra famiglia... non da tuo padre, ma da me. Tu e io abbiamo la stessa intelligenza.» «Io non sono scaltro nemmeno la metà di te» disse Jules, prendendola benevolmente in giro come aveva fatto per anni, ma un po' sgomento. Si domandò dove diavolo fosse l'autobus. Perché bisognava sempre aspettare tanto? Sua nonna era forte d'ossa e di mente, questo sì, ma si stava indebo-
lendo, man mano che i mesi passavano, e soltanto quella passeggiata da casa a Fort Street l'aveva lasciata senza fiato. Ansimava come una cavalla, come una vacca, frustrata dall'incapacità del suo corpo di restare all'altezza della propria valutazione di se stessa. Aspettarono nella nebbia in Fort Street, Jules consapevole della sua bella faccia giovanile (anche se lievemente difettosa), del suo taglio di capelli a coda d'anatra, del proprio modo di vestire vistoso ma di buon gusto che lo situava in una certa categoria di studenti delle medie... sullo scalino più alto di quella categoria, amava pensare, dato che era abbastanza intelligente e duttile. Stava trascorrendo l'adolescenza nella pallida ombra dei veri gangster, o degli amici dei gangster; qualcosa in lui anelava allo stile condannato, trascurato, fascinoso del loro modo di vivere. Attingeva a essi, o ai loro imitatori, o ai film, una parte del proprio modo di esprimersi, e il suo modo di vestire, e persino di camminare, aveva un'aria lievemente rallentata, indugiante, letargica, sprezzante, altezzosa, uno stile da mezzano; e di tutto questo era molto soddisfatto. Disse alla nonna: «Pa' non ha potuto fare a meno di andare a lavorare. Ha avuto due giorni di malattia, il mese scorso». «E lei?» «Posso accompagnarti quanto lei, no? Hai detto che ti sarebbe piaciuto andare in autobus. Vuoi una sigaretta, o qualcos'altro?» Suo marito era morto di cancro alla gola, ed ella aveva scelto proprio quei momenti di una morte lenta per cominciare a fumare. Strabiliava tutti. Con Jules ostentava un cameratismo da uomo a uomo, da ragazzo a ragazzo, fraterno, fanciullesco, simile a una cospirazione e inutile secondo Jules, ma, supponeva lui, un espediente con il quale ella si vendicava della generazione di mezzo che a suo parere le aveva fatto torto, il figlio e la nuora. Così, con un sorriso di intesa, come se entrambi stessero facendo un dispetto a Loretta, accettò la sigaretta. Jules era rattristato vedendo sua nonna ridotta a una donna così sformata nel cappotto lungo, scuro e informe, con il ben calcato cappellino risalente a qualche moda indecifrabile, dalla veletta lacera e dall'ala di penne marrone. Com'era diventata vecchia! Sarebbe stato meglio per lei trasformarsi in un vegliardo! Nonna Wendall si lagnò di quel bastardo, il sindaco, e di quell'altro bastardo, il governatore, e soprattutto di quel bastardo che era il Presidente degli Stati Uniti. Tasse, troppe tasse. La previdenza sociale era una frode, una burla. La stavano prendendo in giro. Se non fosse stata vecchia, si sarebbe battuta a spada tratta. Gli Stati Uniti erano impazziti, lo capiva leggendo i giornali, e l'Eu-
ropa era pazza, una perdita secca. «Il mondo intero è un immondezzaio» disse. In Fort Street passava un torrente ininterrotto di automobili e di autocarri. Il fiume non era lontano. Jules si guardò attorno e scorse l'arco massiccio e non bello del ponte Ambassador, il ponte dal quale si andava verso il Canada, una visuale che campeggiava su di lui da molti anni. Si domandò quale fosse la via d'uscita, quale direzione avrebbe dovuto seguire. Sebbene sua nonna formulasse con acrimonia quelle lagnanze, era troppo tardi per lei: non avrebbe mai potuto fuggire. «Per tutta la vita ho vissuto intorno agli uomini» stava dicendo irosamente la vecchia. «Li conosco, gli uomini. Le donne no. Con le donne non ci parlo. È meglio lasciarle stare. Anche tu sei un uomo, ormai, alla tua età, hai buon senso, con te posso parlare. Giusto? Ma tua madre...» Sicché ricominciava daccapo con sua madre. Jules disse, evasivo: «Oh, lascia stare in pace Ma'». «E lei mi lascia in pace? Mi consente mai di dimenticare nella casa di chi sto abitando? Mi limito a domandarti questo, mi affido al tuo buon senso. Di' la verità. Mi lascia in pace, forse?» «Non lo so.» «Una casa di matti, aperta a tutti in quel modo. Gente che va e viene, quelle sue amiche, loro, quelle donne non hanno niente di meglio da fare che trascinare attorno il deretano avvolte in un accappatoio e bere birra per tutto il pomeriggio, e giocare a ramino continuamente. Non c'è da stupirsi se Howard rimane fuori fino a tardi, non posso fargliene una colpa. E tua sorella Betty finirà male...» «Questo è affar suo.» «Tua sorella Maureen è troppo pelle e ossa.» «È okay.» La vecchia succhiò la sigaretta. Jules notò con la coda dell'occhio che non sapeva fumare con grazia. «Mio figlio Samson mi si è messo contro, non c'è che dire» ella soggiunse, lanciandosi in un altro dei suoi argomenti prediletti. Quando Jules non le rispose, disse confidenzialmente: «È il solo che abbia cervello. Ne ha. Il povero Howard era rimasto in piedi dietro una porta, o non so dove, durante la distribuzione dei cervelli. Quando Samson era ancora un bimbetto, ho dimenticato quanti anni avesse, si divertiva già a riparare questo o quest'altro. Come per esempio l'automobile, il tostapane, cose del genere, il forno, i fili dell'impianto elettrico e così via. Adesso si è affermato alla Ford, per me è una gran festa andare da lui, sua moglie
crede che dovrei baciarle quei piedoni o che so io, ma io me ne sto seduta sulla poltrona e mi guardo attorno e non dico molto. Penso parecchio, però. E lei capisce quello che penso. Ma a loro non chiedo mai niente... possono aspettare che geli l'inferno prima di sentirsi chiedere un centesimo da me, anche se hanno un mucchio di soldi. Non appena lo volessero, potrebbero ospitarmi. Hanno una stanza al piano di sopra. Non do nessun fastidio, posso cucinare per mio conto, ma no, niente. Devo stare con Howard, devo stare con i tuoi genitori, che hanno già le loro rogne, e per giunta abitano in una topaia nella Ventesima Strada. No, dico per dire, Jules, non mi fraintendere. Non mi fraintendere...». E così via e così via, con quel monologo, scherzoso, iroso, lamentoso, mentre Jules si proteggeva dalle offese più amare tenendo gli occhi fissi verso lontananze nebulose. Ella disse: «Quel loro bambino nato con un difetto al cuore... gli sta bene, specie a lei, con quella sua faccia sdegnosa e quei piatti di vetro molato e tutte le altre bagattate alle quali tiene tanto!». Alcuni anni prima Loretta aveva dato alla luce un bambino affetto da un vizio cardiaco, un maschio, morto all'età di diciotto mesi. «Va bene, va bene, nonna» disse Jules. «La gente ha quello che merita. Vedrai.» «Va bene, ti prego.» «Be', non dipende da me! Non sono io a volerlo! Sarà Dio a vendicarsi, a suo tempo. Io non giudico e non mi aspetto niente» disse in tono velenoso. Jules vide l'autobus che stava arrivando. Sollievo, gratitudine. Guidò la vecchia su per i predellini e lungo il passaggio, timoroso che potesse cadere... era già caduta più di una volta, malamente, ed era toccato a lui riportarla a casa. Sua nonna non era certo una vecchia leggera di ossa, ma sembrava un vecchio obeso e pesante come piombo, i cui stessi muscoli lo ostacolassero spasmodicamente. L'autobus sapeva di gas di scarico e di sudore. Jules sedette accanto a sua nonna, ma sporgendo a mezzo nel passaggio, per lasciarle più posto, e si interessò al tragitto. Un giorno cambierò tutto questo, pensò con un lampo di gioia. Immaginò una zona deserta, un territorio dell'Ovest; un cielo dorato, o forse un dorato campo di frumento... montagne... fiumi... qualcosa che non figurava sulle carte. L'autobus procedeva adagio. Fermate e partenze. Gli occhi di Jules osservarono gli altri passeggeri e non videro alcunché di interessante; aveva già veduto altre volte tutta quella gente. Concentrò infine la propria attenzione su una donna, una donna molto graziosa. Gli piacevano le donne.
Sentiva il polso battergli più in fretta alla vista di ogni donna che avesse un minimo di attrattive, e riusciva a trovare aspetti attraenti quasi in tutte, un guizzo nervoso degli occhi, un modo particolare di tirar giù la gonna. Avendo vissuto cosi vicino a sua madre per tanti anni, ma, ciò nonostante, a una certa intelligente distanza da lei, capiva lo smarrimento delle donne di Detroit. Erano smarrite, confuse, timorose. Egli sognava di offrir loro la sua intelligenza, di mettersi al loro servizio, aiutandole a fare un tragitto in autobus, o ad attraversare la strada, o quando i mariti rientravano ubriachi. La donna che lavora in una lavanderia automatica di Detroit è solo in apparenza padrona delle macchine! La superiorità di una donna che guida l'automobile è soltanto apparente! Interiormente, i suoi meccanismi sono vacillanti e nervosi quanto i meccanismi della sua automobile, che possono essere stati montati alla meglio da qualcuno silenziosamente iroso quanto il padre di Jules, il quale lavorava ora alla catena di montaggio della Chrysler. Jules cominciò a sorridere pensando alle donne. Attraverso il pallido gonfiore di sua madre vedeva un viso grazioso - non aveva bisogno che glielo ricordassero le istantanee mostrate da lei con compiacimento - e sebbene ella avesse le gambe grosse, riusciva a immaginarle snelle e graziose negli anni che avevano preceduto la suocera, e il bambino affetto da un vizio cardiaco e il russare notturno di Howard, che teneva Jules desto per molte ore e innalzava il suo odio fino a un culmine appassionato. Sua sorella Maureen aveva una bellezza delicata e intelligente che gli piaceva; era sua sorella e in istrada si sentiva fiero di difenderla. A Betty si interessava meno. Era forte e svelta e sapeva badare a se stessa. «Perché pensi che Betty finirà male?» domandò a sua nonna. Quando ella meno se lo aspettava, finiva con l'arrenderlesi; c'era qualcosa in lui, come in sua madre, che propendeva verso la vecchia con una dolorosa e pavida aspettativa. La clinica era un edificio nuovo, costruito in economia, alto un solo piano, con un parcheggio delimitato da una recinzione che sembrava fatta di cartone marrone nuovo, ma che era probabilmente di legno. Jules condusse dentro la nonna; già spossata, ella si lasciò cadere con un'espressione di rancore, su una sedia. I passeggeri dell'autobus si trovavano già lì. O altri come loro. Gente di Detroit... madri polacche, bambini polacchi, vecchi disoccupati, uomini di mezza età disoccupati, poveracci della previdenza, i malati, i moribondi, i prematuramente brizzolati e i prematuramente sciupati, tutti lì seduti a fissarsi a vicenda con occhi sofferenti e sospettosi. I bianchi fissavano i bianchi e i negri; i negri fissavano gli altri negri e i
bianchi. Ogni volta che entrava qualcuno, tutti lo guardavano con una sorta di speranza, e poi tradivano delusione. Era misterioso, questo rituale. Alcuni pazienti uscirono dalle stanze interne dell'edificio e parvero aver finito per quel giorno. Indossavano i cappotti nel modo umile e rassegnato della gente che vive di carità, già a mezzo fuori della porta quando la manica sinistra era conquistata, a capo chino, gli occhi vendicativi e apprensivi. Jules per poco non si addormentò in piedi, tanto le lampade fluorescenti erano ipnotiche, e l'odore dei corpi non lavati soffocante ma al contempo propizio al sonno; pensò sognante alla ragazza della sua classe che adorava adesso, e pensò all'esistenza che avrebbe condotto quando avesse terminato le scuole e fosse stato finalmente un uomo, un'esistenza che avrebbe implicato mantenere la sua famiglia per poi affrancarsene. Dapprima li avrebbe mantenuti in modo che vivessero come tutti gli altri. Quindi si sarebbe sottratto alla loro tutela. In ultimo cambierò la mia vita, pensò. Sarebbe andato in California. Aspettarono. La prima ora trascorse adagio. Alcuni bambini magrissimi stavano giocando nella sala d'aspetto. Rovesciarono un posacenere. La madre, una donna molto esile, irascibile, li schiaffeggiò e poi si dimenticò di loro. La segretaria si sporse oltre la scrivania e disse con voce cortese ma tagliente: «Per favore, tenga tranquilli quei bambini». Stettero buoni per qualche tempo, imbronciati e annoiati, poi ricominciarono a far guizzare le gambe ed eccoli di nuovo in piedi, a correre qua e là. Un uomo dalla testa tremolante disse a un tratto, a voce alta: «Sto aspettando qui dalle nove! Mi hanno detto di venire alle nove. Ero qui prima ancora che aprissero le porte!». La segretaria lo fissò; era una donna piuttosto giovane, dalla faccia severa e rugosa. «Come si chiama, per favore? Si avvicini alla scrivania, prego» disse. L'uomo parve non udirla. Aveva una faccia rossa da bevitore di birra e un grosso naso, tutto pori e punti neri. Disse alla nonna di Jules, scorgendo una certa affinità nel suo cipiglio spazientito: «Qui danno pillole che contengono farina. In questo posto mettono bolle d'aria nel sangue per far crepare la gente. È tutto gratis». Nonna Wendall, sempre imprevedibile, lo trattò con disprezzo. La seconda ora sconfinò nella terza. Jules era sempre in piedi, troppo stanco anche per cercare un posto a sedere. I bambini continuavano a giocare, passando da un lato all'altro della stanza; altri ragazzetti si erano uniti a loro. Un bimbetto negro sui cinque anni si faceva piccolo dietro la coscia della madre, osservando i bambini bianchi. Si succhiava rumorosamente il
pollice. Finalmente la nonna di Jules venne chiamata. Si alzò; lui l'aiutò a entrare nell'ambulatorio, imbarazzato dalla sua goffaggine; non riusciva mai a capire se esagerasse le sue sofferenze o se soffocasse il dolore. Quando tornò indietro, il posto di lei era stato occupato da una donna grassa, per cui rimase di nuovo in piedi. Una strana e fredda pazienza lo pervase. Prese una copia del Saturday Evening Post e lesse un articolo sulla palla ovale. Lo lesse attentamente, come se stesse leggendo qualcosa che proveniva da un altro pianeta: ma qualunque cosa si sapesse, poteva servire. Gli sport non lo interessavano affatto. Tutta quell'energia sperperata tra ragazzi, per uno scopo futile, senza alcun profitto, gli sembrava una cosa stupida, eppure certe persone prendevano sul serio gli sport... perché li prendevano sul serio? Prese un numero del National Geographic Magazine con impronte digitali di sangue sulla copertina. Le fotografie lo affascinarono, era come se gli dessero strattoni agli occhi ed esclamassero: Guarda, guarda qui, guarda questo orizzonte, guarda questa formazione di rocce, guarda questo capo africano, guarda, perché ti trovi qui, chi sei? Rimise al suo posto la rivista e sfogliò un numero di Time. Lesse dei negri d'America - "Un decennio di prosperità" - del conseguimento dell'uguaglianza, della giustizia, della prosperità a Harlem; lesse l'articolo più importante a proposito di un indiano a nome Vinoba Bhave. «Sono venuto a saccheggiarvi con l'amore» diceva quest'uomo. Jules lesse, affascinato: «Apparteniamo tutti a una sola famiglia umana». Vinoba Bhave aveva letto soltanto tre libri, gli Elementi di Euclide, le Favole di Esopo, il Bhagavad Gita. Jules cominciò a entusiasmarsi: anche lui avrebbe letto quei libri. Se li sarebbe procurati sin dal giorno dopo. Vinoba Bhave diceva: «Il mio scopo è quello di trasformare l'intera società. Il fuoco si limita a bruciare... Il fuoco brucia e fa il suo dovere. Spetta agli altri fare il loro». Queste parole gli rimasero impresse nella mente, nonostante il tirar su con il naso della signora grassa. A lui sarebbe piaciuto, pensò Jules a un tratto, non essere un santo, precisamente, ma condurre un'esistenza secolare analoga a una vita sacra... una vita moderna, a qualunque costo... tale da espanderlo al di là dei limiti della sua epidermide e della portata del suo sguardo. Poteva riuscirci. Gli occorrevano soltanto tempo e un certo spazio in cui muoversi. Il fuoco brucia e fa il suo dovere... Poteva credere nel fuoco e in se stesso. Anche lui avrebbe fatto il suo dovere. Negli Stati Uniti d'America carte geografiche complesse vengono regalate in ogni distributore di benzina, basta
chiedere per averne una, tutti quei dati preziosi regalati... per quanto concerne questo mondo esistono innumerevoli dati, montagne di nozioni e di meraviglie, ma per quanto concerne quell'altro non v'è nulla, e così Jules se ne distaccava senza rincrescimento. Credeva in se stesso. Non confidava in nessun altro. Espulso dalla scuola delle suore per aver picchiato un piccolo bastardo italiano, era stato scacciato anche dalla routine del servire la Messa durante la settimana. Tutte queste cose erano finite. E in ogni modo, la scuola pubblica gli piaceva di più. Le insegnanti non piangevano. Si adiravano, ma non piangevano. Sentiva soltanto la mancanza delle lunghe vesti scure, delle maniche e dei rosari nervosi delle suore, quelle femmine asessuate, ma molto femminili, austere e di buon cuore, ma indotte facilmente a una violenza a occhi stravolti... ognuna di esse una madre per lui, pronta a essere adorata come una Maria Vergine; anche se aveva il fiato un po' acido e se dalla mascella le sporgeva qualche pelo, non importava. Ne sentiva la mancanza. Ma non sentiva la mancanza della chiesa, della prima Messa mattutina, dei quadri di Gesù adulto e bambino, glorificato, sanguinante, morente, morto, o risorto, in un'estasi di potenza. Gesù non gli era mai piaciuto. Lo aveva infastidito l'interessamento delle suore nei Suoi confronti. Lui, Jules, sarebbe stato un uomo migliore, o per lo meno un uomo più capace... perché non tutti i regni della terra? Perché no? I regni della terra andavano soltanto a qualcun altro. Questo era storia. Passò ancora un'ora. Sua nonna si trovava sempre di là. Erano entrate altre persone e rimanevano in piedi contro la parete; non pensavano nemmeno a sbottonarsi i cappotti. Jules cercò di non pensare a sua nonna che lottava in qualche stanza là in fondo, combattendo una battaglia perduta con qualche infermiera. Quale terrore nel sudiciume della biancheria intima di sua nonna e nei segreti della sua vita femminile di un tempo! Ogni volta che ella veniva alla clinica, si svolgeva una battaglia. Perdevano le sue cartelle cliniche, o non riuscivano a rintracciarle; il suo medico era fuori a sorseggiare un caffè; soffiava una corrente d'aria da qualche finestra; un'infermiera impaziente diceva in tono ringhioso che quasi tutti i pazienti si lavavano soltanto prima di presentarsi alla clinica. La vecchia usciva imprecando. A voce troppo alta, agitandosi goffa e clamorosa nella sala d'aspetto, rendendo noto a tutti che lei, lei non intendeva subire un simile trattamento. Dopo un'altra ora interminabile, ella apparve. Le era accanto un'infermiera che la sorreggeva. Jules le si fece subito incontro e le tolse di tra le dita i foglietti delle ricette. Vide dalla sua faccia che le notizie erano catti-
ve. L'aiutò a infilarsi il cappotto, la condusse fuori e fino all'angolo e aspettarono l'autobus. Un altro autobus. A Detroit. Nel pomeriggio. Stava impiegando una parte eccessiva della sua vita ad aspettare autobus, pensò Jules. Nonna Wendall taceva. La sua grossa faccia brutta e pallida come pasta per fare il pane era voltata dall'altra parte. Jules disse, in tono allegro: «Non c'è che dire, ti fanno aspettare in quella dannata clinica!». Sua nonna annuì. «Quale medico ti ha visitata, stavolta?» «Non lo so.» «Non lo sai? È stato il solito, quello con gli occhiali?» Lei si strinse nelle spalle. «Credevo che ti fosse simpatico. Non sai chi ti ha curata?» «Come posso saperlo?» scattò lei. «Che cosa dovrei sapere, io? Dovrei sapere tutto quello che succede? Sono vecchia, il mondo è merda per me, non parlarne più! Tu con le tue scarpe a punta e i calzoni stretti, chiudi il becco!» A un tratto gli venne voglia di piangere. Era ormai il tardo pomeriggio quando la riportò a casa. Abitavano in una casa di due appartamenti, in una viuzza stretta, tranquilla, con un gran numero di cani e di bambini nel vicinato. A meno di tre isolati di distanza risiedevano messicani, ma non erano come i negri. In casa non c'era nessuno tranne Loretta che, al tavolo di cucina, si stava togliendo forcine dai capelli. Guardò nonna Wendall con un'aria colpevole e allegra al contempo. Domandò: «Ebbene?». «Ebbene, che cosa?» domandò nonna Wendall. Si tolse l'orrendo cappellino e rimase in piedi tenendolo in mano. «Come stai? Che cosa ti hanno detto?» «Ce le ha lui le ricette per le pillole.» «Che cosa hanno detto?» «Chi lo sa che cosa hanno detto?» «Gli hai detto del sangue?» La vecchia sorrise sprezzante a Loretta. «Puoi fare a meno di domandarmi che cosa gli dico e che cosa non gli dico. Ti riguarda, forse? Gli dico quello che mi salta in mente. Parlo con il dottore faccia a faccia. Non riguarda nessun altro.» Loretta si passò le mani sul viso. «Va bene. Quand'è che devi tornarci?»
«Tra quattro giorni.» «Quattro giorni!» Nonna Wendall andò in camera sua. Loretta si tolse le mani dagli occhi come una bambina e guardò Jules. Jules cercò di sorridere, poi sorrise. «Orina sangue» disse Loretta. «Scommetto che non gliel'ha detto. Nasconde sempre qualcosa. Ha segreti dei quali tutti si infischiano.» «Perché non avrebbe dovuto dirglielo?» osservò Jules. «Vuole guarire.» «I moribondi non vogliono guarire» disse Loretta. Jules la lasciò. Andò in bagno, si lisciò i capelli all'indietro, poi si recò al lavoro. Lavorava in un negozio di liquori. Aiutava a scaricare l'autocarro che portava la merce e ci viaggiava su; non vedeva l'ora che giungesse il giorno in cui avrebbe potuto guidare l'autocarro egli stesso. Ma ora continuò a pensare a sua nonna che perdeva sangue, che perdeva sangue nella tazza del gabinetto, la faccia chiusa su segreti e sofferenze; e continuò a pensare a quell'indiano del quale non riusciva proprio più a ricordare il nome. Apparteniamo tutti a una sola famiglia umana. Si domandò se fosse vero. La sua mente seguitò a girare e rigirare il concetto, affascinata. Il negozio di liquori si trovava in Fort Street. Le consegne venivano fatte fino a Grosse Pointe, e, sebbene non lo pagassero molto, gli piaceva l'aspetto costoso delle bottiglie e i loro nomi fantasiosi; gli piaceva stare attorno al successo; gli piaceva girare sull'autocarro e scaricare i liquori agli ingressi di servizio delle grandi dimore. Si sforzò di escludere dalla propria mente il pensiero di sua nonna, quella vecchia dagli organi interni che perdevano sangue e colavano, e dal cuore insaporito con veleno... ma non era meglio pensare al giorno dopo, alla scuola del giorno dopo, ai compiti che non avrebbe avuto il tempo di fare. Pensò invece a un Jules più anziano, a un Jules affermato. Cresciuto dal ragazzo che egli era adesso e divenuto un uomo con il successo in pugno. Si domandò in quale forma avrebbe raggiunto il successo... niente di ovvio come i liquori, come l'essere proprietario di un negozio di liquori, niente di così banale. Lavorò fino alle sei, poi si diresse verso casa passando per i vicoli. Era spossato, ma una sorta di rapimento penetrò in lui nell'aria man mano più buia, umida, nebbiosa che lo celava così bene e gli consentiva di scorgere soltanto vagamente le forme delle automobili, degli autocarri e degli altri passanti. In momenti simili gli accadeva di pensare che sarebbe potuto passare inosservato attraverso la città, conoscendone le viuzze nascoste e sapendo come rendersi invisibile; fantasticò di essere il personaggio di un libro scritto da lui stesso, un quindicenne immaginario con la capacità di
diventare qualsiasi cosa, proprio perché era immaginario. Che cosa non avrebbe potuto fare di se stesso? Ogni sera sua madre si lagnava per i soldi, ogni sera suo padre sedeva silenzioso, covando odio, un uomo squattrinato, ogni sera nonna Wendall lanciava frecciate velenose parlando di qualcuno che aveva cervello ed era arrivato alla vetta... vale a dire di qualcuno che aveva soldi. Il suo amico Ramie Malone non faceva che parlare di soldi, di far soldi, di fregare qualcuno per i soldi; parlava di suo fratello che aveva un deposito di automobili usate e vendeva macchine scassate a gonzi che non sapevano leggere, e tanto meno leggere le clausole relative agli interessi... polacchi, negri, spagnoli, messicani, tutti pronti a lasciarsi turlupinare e tutti turlupinati. Turlupinati a non finire. Jules non riusciva a pensare esclusivamente ai soldi. Se era il personaggio di un libro scritto da lui, perché i soldi avrebbero dovuto trattenerlo? Sarebbe diventato ricco, ma soltanto per navigare sulle sue ricchezze. In primo luogo avrebbe sistemato la famiglia, per poi liberarsene, agile e scaltro, e allontanarsi galleggiando su quell'oceano che era l'America, attraverso l'intera America, fino alle praterie del Midwest e alle Rocciose sulla costa ovest, ove si celava il futuro dell'America, in attesa di persone come lui. Avrebbe potuto cambiare nome. Avrebbe potuto cambiare aspetto in cinque minuti. Avrebbe potuto modificare se stesso e divenire qualsiasi cosa. La giornata lo aveva spossato. Si abbandonava a queste fantasticherie come se la stanchezza fisica spalancasse le porte della sua mente e, negli squallidi e pericolosi minuti dopo il ritorno a casa di suo padre e prima che la cena venisse portata in tavola, sedette ozioso accanto alla radio, perduto in un sogno, pallido e inerte. Non era un mezzo Alan Ladd in Shane, non era un mezzo Marlon Brando? Ma si confondeva con le persone alla clinica, con la signora grassa e con l'uomo dalla testa tremolante, con i ragazzini chiassosi. Era stato là. Era uno di loro. Ascoltò le notizie sulla Corea... "speranza in una tregua". Bene, splendido. Porte continuavano ad aprirsi e a chiudersi nella sua mente. Prese il secondo supplemento del giornale e lo sfogliò. Una notizia attrasse la sua attenzione: un texano di diciannove anni aveva avuto in dono diciannovemila dollari da un proprietario di ranch della California. Un dono di diciannovemila dollari. I due erano diventati amici in un carcere del Texas, ove il proprietario di ranch scontava una condanna a vita per aver ucciso sua moglie. Aveva regalato al ragazzo diciannovemila dollari perché diventasse onesto. Il giovane si era sposato con una ragazza della quarta media, aveva comprato una lussuosa automobile e si stava dando da fare per diventare onesto...
Lui non sapeva che farsi di diciannovemila dollari, pensò amaramente. Voleva un luogo solitario, una radura nei boschi, qualcosa di simile alla vecchia fattoria della sua fanciullezza, ove aveva vissuto un'altra nonna Wendall. Lì accanto, suo padre beveva birra allo zenzero dalla bottiglia. La camicia azzurra di suo padre era macchiata di sudore. I capelli gli si erano diradati, ma in modo irregolare; aveva la fronte incisa da rughe; sembrava che si stesse trasformando in una versione di sua madre. Quell'uomo chiuse ogni porta nella mente di Jules. Il ragazzo non riuscì a ricordare più nulla, nemmeno la notizia del giornale. Accorgendosi che Jules lo fissava, suo padre disse a un tratto: «Frequenti ancora quel ragazzo, quel Malone?». «Perché?» «E quell'altro, come si chiamava, quel piccolo bastardo dagli occhi sporgenti, quel piccolo bastardo?» domandò suo padre. Jules finse di essere assorto in riflessioni. «Roszak, vuoi dire. È in prigione» si intromise Betty