STEVEN ERIKSON MEMORIE DI GHIACCIO (Memories Of Ice, 2001) Ringraziamenti Desidero esprimere la mia riconoscenza per il ...
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STEVEN ERIKSON MEMORIE DI GHIACCIO (Memories Of Ice, 2001) Ringraziamenti Desidero esprimere la mia riconoscenza per il loro appoggio e la loro amicizia alle seguenti persone: Clare, Bowen, Mark, David, Chris, Rick, Cam, Courtney, Susan e Peter, David Thomas Sr. e Jr., Harriet e Chris e Lily e Mina e Smudge; Patrick Walsh e Simon e Jane. Grazie anche a Dave Golden e al suo amichevole staff (Trincia, Cindy, Liz, Tanis, Barbara, Joan, Nadia, Amanda, Tony, Andi e Jody) del Pizza Place, per il tavolo e le provviste. E grazie a John Meaney per i ripugnanti dettagli sui semi morti.
ELENCO DEI PERSONAGGI
Il Caravanserraglio Gruntle, guardia di carovana Stonny Menackis, guardia di carovana Harllo, guardia di carovana Buke, guardia di carovana Bauchelain, esploratore Korbal Broach, il suo socio silenzioso Emancipor Reese, domestico Keruli, mercante Marble, mago A Capustan Brukhalian, Spada Mortale di Fener (Spade Grigie) Itkovian, Incudine-Scudo di Fener (Spade Grigie) Karnadas, Destriant di Fener (Spade Grigie) La recluta Velbara (Spade Grigie) Il sergente maggiore Norul (Spade Grigie) Farakalian (Spade Grigie) Nakalian (Spade Grigie) Torun (Spade Grigie) Sidlis (Spade Grigie) Nilbanas (Spade Grigie) Jelarkan, principe e governante di Capustan Arard, principe e governante in absentia di Coral Rath'Fener (Sacerdote del Consiglio Mascherato) Rath'Tronod'Ombra (Sacerdote del Consiglio Mascherato) Rath'Regina dei Sogni (Sacerdotessa del Consiglio Mascherato) Rath'Hood (Sacerdote del Consiglio Mascherato) Rath'D'rek (Sacerdote del Consiglio Mascherato) Rath'Trake (Sacerdote del Consiglio Mascherato) Rath'Burn (Sacerdotessa del Consiglio Mascherato) Rath'Togg (Sacerdote del Consiglio Mascherato) Rath'Fanderay (Sacerdotessa del Consiglio Mascherato) Rath'Dessembrae (Sacerdotessa del Consiglio Mascherato) Rath'Oponn (Sacerdote del Consiglio Mascherato)
Rath'Beru (Sacerdote del Consiglio Mascherato) L'Armata di Un-braccio Dujek Un-braccio, comandante dell'esercito Malazan disertore Whiskeyjack, comandante in seconda dell'esercito Malazan disertore L'Ardito, comandante dei Moranth Neri Artanthos, alfiere dell'esercito Malazan disertore Barak, ufficiale di collegamento Hareb, capitano di nobili natali Ganoes Paran, capitano, Arsori di Ponti Antsy, sergente, 7° squadrone, Arsori di Ponti Picker, caporale, 7° squadrone, Arsori di Ponti Detoran, soldatessa, 7° squadrone Spindle, mago e zappatore, 7° squadrone Blend, soldatessa, 7° squadrone Mallet, guaritore, 9° squadrone Hedge, zappatore, 9° squadrone Trotts, soldato, 9° squadrone Ben lo Svelto, mago, 9° squadrone Aimless (caporale degli Arsori di Ponti) Bucklund (sergente degli Arsori di Ponti) Runter (zappatore degli Arsori di Ponti) Mulch (guaritore degli Arsori di Ponti) Bluepearl (mago degli Arsori di Ponti) Shank (mago degli Arsori di Ponti) Toes (mago degli Arsori di Ponti) L'esercito di Brood Caladan Brood, Alto Comandante dell'esercito di liberazione a Genabackis Anomander Rake, Signore della Progenie della Luna Kallor, l'Alto Re, comandante in seconda di Brood La Mhybe, matrona delle tribù Rhivi Volpe d'Argento, la Rhivi rinata Korlat, una Soletaken Tiste Andii Orfantal, fratello di Korlat
Hurlochel, ricognitore dell'esercito di liberazione Crone, Grande Corvo, al servizio di Anomander Rake I Barghast Humbrall Taur, capo dei Clan del Viso Bianco Hetan, sua figlia Cafal, il suo primo figlio Netok, il suo secondo figlio Gli inviati di Darujhistan Coll, ambasciatore Estraysian D'Arie, membro del Consiglio Baruk, alchimista Kruppe, cittadino Murillio, cittadino I T'lan Imass Kron, comandante dei Kron T'lan Imass Cannig Tol, Capoclan Bek Okhan, Divinatore Pran Chole, Divinatore Okral Lom, Divinatore Bendai Home, Divinatore Ay Estos, Divinatore Olar Ethil, Primo Divinatore e Primo Soletaken Tool, il Tonsurato, un tempo Prima Spada Kilava, Divinatrice traditrice della sua gente Lanas Tog, dei Kerluhm T'lan Imass Il Dominio di Pannion Il Veggente, sacerdote-re del Dominio Ultentha, Eptarca di Coral Kulpath, Eptarca dell'esercito assediante Inal, Eptarca di Lest
Anaster, Figlio del Seme Morto, membro del Tenescowri Il Seerdomin Kalt Altri K'rul, Dio Antico Draconus, Dio Antico Sorella delle Fredde Notti, Dea Antica Lady Invidia, abitante di Morn Gethol, Araldo Treach, Primo Eroe (la Tigre dell'Estate) Toc il Giovane, Aral Fayle, ricognitore Malazan Garath, grande cane Baaljagg, lupa ancora più grande Mok, Seguleh Thurule, Seguleh Senu, Seguleh L'Incatenato, ignoto ascendente (noto anche come il Dio Storpio) La strega di Tennes Munug, artigiano Daru Talamandas, figura-stecco Barghast Ormulogun, artista dell'Armata di Un-braccio Gumble, il suo critico Haradas, padrona di carovana della Corporazione Commerciale Trygalle Azra Jael, soldato di marina dell'Armata di Un-braccio Straw, Irregolare di Mott Sty, Irregolare di Mott Stump, Irregolare di Mott Job Bole, Irregolare di Mott PROLOGO Le antiche guerre dei T'lan Imass e degli Jaghut lacerarono il mondo. Vasti eserciti combatterono sulle terre devastate; i morti si ammassavano in alte pile, le loro ossa formavano colline, il loro sangue mari. La magia infuriò finché il cielo stesso diventò di fuoco...
Storie Antiche, Vol. I Kinicik Karbar'n I Maeth'ki Im (Il Massacro del Fiore Marcio), la 33esima Guerra Jaghut 298.665 anni prima del Sonno di Burn Rondini sfrecciavano attraverso i nugoli di moscerini che danzavano sopra le pianure fangose. Il cielo sopra la palude restava grigio, ma aveva perso l'argenteo bagliore invernale, e il vento caldo che sibilava sopra la terra devastata recava in sé il sentore della guarigione. Quello che era, un tempo, il mare interno di acqua dolce chiamato Jaghra Til dagli Imass - nato dallo scioglimento dei ghiacciai Jaghut - viveva ora la sua agonia. Il riflesso della pallida cortina di nubi nelle distese d'acqua alta fino al ginocchio continuava verso sud a perdita d'occhio e, tuttavia, la terra appena nata dominava il paesaggio. La rottura dell'incantesimo che aveva provocato l'era glaciale restituiva alla regione le antiche, naturali stagioni, ma il ricordo dei ghiacci alti come montagne restava. La roccia esposta a nord era graffiata e scrostata e i suoi bacini pieni di massi. Lo spesso strato di limo che era stato il fondo del mare ribolliva ancora di gas, mentre la terra, libera del peso enorme dei ghiacciai scomparsi otto anni prima, continuava la sua lenta ascesa. La vita dello Jaghra Til era stata breve, ma il limo che si era depositato sul fondo era alto. E infido. Pran Chole, Divinatore del clan di Cannig Tol dei Kron Imass, sedeva immobile in cima a un masso, lungo un'antica spiaggia. Il pendio davanti a lui era ricoperto di un groviglio di erba bassa, sottile, e di pezzi di legno malconci, portati dalla corrente. Dodici passi più in là, la terra declinava leggermente, poi si apriva in un ampio bacino fangoso. Tre ranag erano rimasti intrappolati in una pozza paludosa all'interno del bacino. Un maschio, la sua compagna e il loro vitello, stretti in un patetico cerchio difensivo. Prigionieri, vulnerabili, dovevano essere sembrati facili prede al branco di ay che li aveva trovati. Ma la terra era veramente infida. I grossi lupi della tundra avevano subi-
to lo stesso destino dei ranag. Pran Chole contò sei ay, compreso un cucciolo di un anno. Impronte indicavano che un altro cucciolo aveva girato intorno alla pozza dozzine di volte prima di vagabondare verso ovest, destinato senza dubbio a morire in solitudine. Quanto tempo prima si era verificato questo dramma? Non c'era modo di dirlo. Il fango sì era rappreso su ranag e ay, formando mantelli di argilla percorsi da crepe. Macchie di verde brillante spuntavano là dove avevano germinato i semi portati dal vento e il Divinatore ricordò le visioni avute nel camminare in forma di spirito: una moltitudine di dettagli mondani distorti in immagini irreali. Per le bestie, la lotta era diventata eterna: prede e cacciatori erano stretti in un abbraccio fino alla fine dei tempi. Qualcuno arrivò quasi senza rumore, accoccolandosi al suo fianco. Gli occhi bronzei di Pran Chole rimasero fissi su quella statica scena. Il ritmo dei passi aveva rivelato al Divinatore l'identità del suo compagno e ora gli odori, tipici di una creatura a sangue caldo, erano eloquenti tanto quanto la visione diretta del suo volto. Cannig Tol parlò. «Che cosa giace sotto l'argilla, Divinatore?» «Solo ciò che ha plasmato l'argilla stessa, Capoclan.» «Non vedi alcun presagio in queste bestie?» Pran Chole sorrise. «E tu?» Cannig Tol rifletté per un attimo, poi disse: «I ranag sono scomparsi da queste terre. E anche gli ay. Quella che ci sta davanti è una battaglia antica. E queste constatazioni hanno un significato profondo, poiché agitano il mio animo». «E anche il mio», ammise il Divinatore. «Cacciammo i ranag finché non ce ne furono più, e questo fece morire di fame gli ay, perché avevamo cacciato anche i tenag fino all'ultimo esemplare. Gli agkor che camminano con i bhederin rifiutarono di dividere con gli ay le loro prede, e ora la tundra è vuota. Da ciò, concludo che la nostra caccia è stata avventata e rovinosa.» «Però il bisogno di nutrire i nostri piccoli...» «Il bisogno di altri piccoli era grande.» «E lo è ancora, Capoclan.» Cannig Tol grugnì. «Gli Jaghut erano potenti in queste terre, Divinatore. Non fuggirono; non all'inizio. Conosci il prezzo in sangue Imass.» «E la terra cede le sue ricchezze per pagare quel prezzo.» «Per servire la nostra guerra.» «E così, si smuovono gli abissi.»
Il Capoclan annuì, ammutolendo. Pran Chole aspettò. Nella loro conversazione, avevano toccato solo la pelle delle cose. La rivelazione di muscoli e ossa doveva ancora venire, ma Cannig Tol non era uno sciocco, e l'attesa non fu lunga. «Noi siamo come quelle bestie.» Il Divinatore socchiuse gli occhi, volgendoli verso l'orizzonte meridionale. Cannig Tol continuò: «Noi siamo l'argilla, e la nostra guerra infinita contro gli Jaghut è la bestia che lotta al di sotto. La superficie è plasmata da ciò che giace sotto». Indicò con una mano. «E davanti a noi, ora, in queste creature che lentamente diventano pietra, sta la maledizione dell'eternità.» Non era finita. Pran Chole rimase in silenzio. «Ranag e ay», riprese Cannig Tol. «Prede e cacciatori, entrambi quasi scomparsi dal regno mortale.» «Ossa comprese», mormorò il Divinatore. «Vorrei che avessi visto un presagio», borbottò il Capoclan, alzandosi. Pran Chole l'imitò. «Lo vorrei anch'io», concordò in un tono che solo debolmente riecheggiava l'asciutto sarcasmo di Cannig Tol. «Ci siamo quasi, Divinatore?» Pran Chole lanciò un'occhiata alla sua ombra, studiando le corna ramificate, la figura che traspariva da sotto il mantello di pelliccia, le pelli logore e il copricapo. L'angolazione del sole lo faceva sembrare alto quasi quanto uno Jaghut. «Domani», annunciò. «Si stanno indebolendo. E una notte di viaggio li indebolirà ancora di più.» «Bene. Allora il clan si accamperà qui stanotte.» Il Divinatore tese le orecchie, mentre Cannig Tol tornava là dove aspettavano gli altri. Con il buio, Pran Chole avrebbe camminato in forma di spirito, dentro la terra percorsa da bisbigli, alla ricerca dei suoi simili. Anche se la loro preda si stava indebolendo, il clan di Cannig Tol era ancora più debole. Restava meno di una dozzina di adulti. Quando si inseguivano gli Jaghut, la distinzione fra cacciatore e cacciato aveva scarso significato. Sollevò la testa, annusando l'aria del crepuscolo. Un altro Divinatore percorreva quella terra: la traccia era inconfondibile. Si chiese chi fosse, e perché viaggiasse da solo, senza clan né parenti. E sapendo che, come lui, Pran Chole aveva avvertito la presenza dell'altro, quello doveva aver avvertito la sua, e si chiese perché non fosse ancora venuto alla loro ricerca.
Si tirò fuori dal fango e si lasciò cadere sulla riva sabbiosa; respirava faticosamente, in ansiti rochi. Il figlio e la figlia sgusciarono fuori dalle sue braccia di piombo, correndo su per la bassa gobba dell'isola. La madre Jaghut abbassò la testa, fino ad appoggiare la fronte sulla sabbia fresca e umida. La graniglia le premette contro la pelle con cruda insistenza. Le ustioni erano troppo recenti per essere guarite; era stata sconfitta, e aspettava solo l'arrivo dei suoi cacciatori per morire. Per fortuna, erano estremamente competenti. A quegli Imass non interessava la tortura. Un colpo rapido, micidiale; per lei, poi per i suoi figli. E con loro - con quella scarna, malandata famiglia - gli ultimi Jaghut sarebbero scomparsi dal continente. La fortuna arrivava sotto molte forme. Se non si fossero uniti nell'imprigionare Raest, tutti quanti - Imass e Jaghut insieme - si sarebbero ritrovati inginocchiati davanti a quel Tiranno. Una temporanea tregua di convenienza. Era stata abbastanza saggia da fuggire una volta completata la missione; aveva saputo, anche allora, che il clan Imass avrebbe ripreso l'inseguimento. La madre non provava amarezza, ma non per questo era meno disperata. Avvertendo una nuova presenza sulla piccola isola, alzò la testa di scatto. I suoi figli erano impietriti, e fissavano inorriditi la donna Imass che si ergeva sopra di loro. La madre strinse gli occhi grigi. «Bella mossa, Divinatrice. Avevo i sensi rivolti solo a chi ci stava alle spalle. Avanti, fa' quel che devi fare.» La donna giovane, dai capelli neri, sorrise. «Niente patti, Jaghut? Voi andate sempre in cerca di patti per risparmiare la vita ai vostri figli. Hai spezzato i legami di parentela con quei due? Sembrano giovani per una cosa simile.» «I patti sono inutili. La tua gente non li accetta mai.» «No, ma la tua gente ci prova comunque.» «Io non lo farò. Uccidici, allora. In fretta.» L'Imass indossava una pelle di pantera. I suoi occhi erano altrettanto neri e sembravano uguagliarne la lucentezza nel chiarore morente. Sembrava ben nutrita e i seni ampi, gonfi, indicavano che aveva partorito da poco. La madre Jaghut non poteva leggere la sua espressione; vide solo che mancava della tipica, cupa certezza che era solita associare agli strani visi rotondi degli Imass. La Divinatrice parlò. «Le mie mani hanno già versato abbastanza sangue Jaghut. Vi lascerò al clan di Kron che vi troverà domani.» «A me», ringhiò la madre, «non importa chi di voi ci uccide: basta che
lo facciate». La donna increspò la bocca larga. «Capisco il tuo punto di vista.» La madre Jaghut si sentiva sopraffare dalla debolezza, ma riuscì a mettersi in posizione seduta. «Che cosa vuoi?» chiese ansimante. «Offrirti un patto.» Il respiro fermo in gola, la madre Jaghut fissò gli occhi scuri della Divinatrice, e non vi trovò traccia di inganno. Poi il suo sguardo cadde, per un attimo soltanto, sul figlio e sulla figlia, prima di tornare a incontrare fermamente quello della donna. L'Imass annuì lentamente. A un certo punto del passato, nella terra si era aperta una ferita, una ferita così profonda da dare origine a un fiume di materia liquefatta, abbastanza largo da estendersi da un orizzonte all'altro. Vasto e nero, il fiume di pietra e ceneri si allungava ora verso sud, fino al mare lontano. Solo le piante più piccole erano riuscite ad attecchirvi, e al suo passaggio la Divinatrice - un bambino Jaghut stretto sotto ciascun braccio - alzava soffocanti nuvole di polvere che aleggiavano immobili nella sua scia. Il maschietto, stimò, doveva avere cinque anni; sua sorella forse quattro. Né l'uno né l'altro sembravano del tutto svegli, ed era evidente che né l'uno né l'altro avevano capito quando la madre li aveva salutati per sempre con un abbraccio. La lunga fuga giù per il L'amath e attraverso lo Jaghra Til li aveva ridotti entrambi in stato di choc. E, senza dubbio, assistere all'orribile morte del padre non li aveva aiutati. Aggrappati a lei con le mani piccole, sporche, le ricordavano tristemente il figlio che lei stessa aveva perso da poco. In breve, entrambi le si attaccarono al seno, mostrando una fame disperata. Dopo un po' si addormentarono. Il flusso di lava si restrinse, mentre la donna si avvicinava alla costa. Alla sua destra, una catena di colline si sollevava in montagne lontane. Davanti a lei, si stendeva una pianura uniforme, che terminava in una cresta distante mezza lega. Anche se la vista le era preclusa, sapeva che, dall'altra parte, la terra digradava bruscamente verso il mare. La pianura era costellata da monticelli, che la Divinatrice si fermò a esaminare. Erano disposti in cerchi concentrici, e al centro c'era una cupola più alta, ricoperta da un mantello di cenere e lava. Il dente marcio di una torre in rovina si levava dal bordo della pianura, alla base della prima linea di colline. Quelle colline, come aveva notato la prima volta che era venuta in quel posto, erano
allineate a intervalli di gran lunga troppo regolari per essere naturali. La Divinatrice alzò la testa. Gli odori, per quanto mischiati l'uno all'altro, erano inconfondibili: uno antico e morto, l'altro... meno. Il maschietto si mosse sotto la sua stretta, ma non si svegliò. «Ah», mormorò lei, «lo senti anche tu». Costeggiando la pianura, camminò verso la torre annerita. La porta del canale si trovava appena oltre il malconcio edificio, sospesa nell'aria a un'altezza di circa sei volte la sua. La vide come una cicatrice rossa, il segno di un antico taglio che aveva smesso di sanguinare. Non riuscì a riconoscere il canale; il danno oscurava le caratteristiche dell'ingresso. Si sentì percorrere da vaghi brividi di inquietudine. La Divinatrice posò i bambini accanto alla torre, poi si sedette su un blocco di pietra caduto. Lo sguardo le cadde sui due piccoli Jaghut, che, ancora raggomitolati nel sonno, giacevano sui loro letti di cenere. «Cosa devo fare?» mormorò. «Quello deve essere Omtose Phellack. Certo non è Tellann. Starvald Demelain? Improbabile.» Spostò lo sguardo sulla pianura, puntandolo sui cerchi di monticelli. «Chi abitava lì? Chi altro aveva l'abitudine di costruire con la pietra?» Rimase in silenzio per un lungo momento, poi riportò l'attenzione sulla rovina. «Questa torre è la prova definitiva, perché è sicuramente Jaghut, e una struttura simile non sarebbe stata innalzata così vicino a un canale nemico. No, il canale è Omtose Phellack. Per forza.» Tuttavia rimanevano dei rischi. Uno Jaghut adulto nel canale, che incontrasse due bambini estranei al suo sangue, avrebbe potuto tanto adottarli quanto ucciderli. «E allora la loro morte sporcherà le mani di un altro, di uno Jaghut.» La distinzione le era di magro conforto. Non mi importa chi di voi ci uccide: basta che lo facciate. La donna emise un sospiro sibilante. «Cosa devo fare?» chiese di nuovo. Li avrebbe lasciati dormire ancora un po'. Poi, li avrebbe infilati nel canale. Una parola al maschietto: abbi cura di tua sorella. Il viaggio non sarà lungo. E a entrambi: vostra madre vi aspetta al di là. Era una bugia, ma avevano bisogno di consolazione. Se lei non riuscirà a trovarvi, lo farà uno dei suoi parenti. Su, andate, verso la sicurezza, verso la salvezza. Dopo tutto, cosa c'era di peggio della morte? La donna si alzò mentre si avvicinavano. Pran Chole saggiò l'aria; la fronte gli si increspò in un cipiglio. La Jaghut non aveva aperto il suo canale. E, cosa ancora più sconcertante, dov'erano i suoi figli?
«Ci accoglie con tranquillità», borbottò Cannig Tol. «Già», concordò il Divinatore. «Non mi fido; dovremmo ucciderla subito.» «Vuole parlare con noi», replicò Pran Chole. «Soddisfare quel desiderio è un rischio mortale.» «Non posso darti torto, Capoclan. Però... cosa ne ha fatto dei figli?» «Non riesci ad avvertire la loro presenza?» Pran Chole scosse la testa. «Prepara i tuoi lancieri», disse, avanzando. Negli occhi di lei c'era la pace, un'accettazione così chiara della morte imminente che il Divinatore ne fu scosso. Pran Chole camminò attraverso l'acqua alta fino agli stinchi, poi mise piede sulla riva sabbiosa dell'isola, per ritrovarsi faccia a faccia con la Jaghut. «Che cosa hai fatto di loro?» domandò. La madre sorrise; le labbra si ritrassero a rivelare le zanne. «Se ne sono andati.» «Dove?» «Oltre la tua portata, Divinatore.» Pran Chole assunse un'aria ancora più torva. «Queste sono le nostre terre. Qui non c'è luogo che sia oltre la nostra portata. Li hai uccisi con le tue stesse mani, allora?» La Jaghut inclinò la testa, studiando l'Imass. «Avevo sempre creduto che foste uniti nel vostro odio per la nostra gente. Avevo sempre creduto che concetti come la pietà e la compassione fossero estranei alla vostra natura.» Il Divinatore la fissò per un lungo attimo, poi il suo sguardo la superò, per esaminare il morbido terreno argilloso. «Un'Imass è stata qui», osservò. «Una donna. La Divinatrice...» quella che non sono riuscito a trovare camminando in forma di spirito. Quella che ha scelto di non farsi trovare. «Che cosa ha fatto?» «Ha esplorato questa terra», rispose la Jaghut. «A sud, ha trovato la porta di un canale. Un canale Omtose Phellack.» «Sono felice», commentò Pran Chole, «di non essere una madre». E tu, donna, dovresti essere felice del fatto che non sia crudele. Fece un gesto. Aste pesanti sfrecciarono oltre il Divinatore. Sei lunghe, scanalate punte di pietra trafissero la pelle che ricopriva il petto della Jaghut. La donna barcollò, poi crollò a terra in un fracasso di lance. Così finì la trentatreesima Guerra Jaghut. Pran Chole si girò. «Non c'è tempo per allestire una pira. Dobbiamo di-
rigerci a sud. In fretta.» Cannig Tol avanzò, mentre i suoi guerrieri andavano a recuperare le armi. Il Capoclan strinse gli occhi sul Divinatore. «Che cosa ti angustia?» «Una Divinatrice traditrice ha portato via i bambini.» «Verso sud?» «A Morn.» Il Capoclan aggrottò le sopracciglia. «La traditrice voleva salvare i figli di questa donna. Crede che lo Squarcio sia Omtose Phellack.» Pran Chole vide Cannig Tol sbiancare in volto. «Va' a Morn, Divinatore», bisbigliò il Capoclan. «Noi non siamo crudeli. Va' subito.» Pran Chole si inchinò. Il canale Tellann lo inghiottì. Bastò una debole emissione del suo potere a spedire i due bambini Jaghut verso l'alto, nella porta spalancata. Prima di raggiungerla, la femmina cacciò un breve lamento, un grido di desiderio per la madre, che immaginava li aspettasse al di là. Poi le due figurette svanirono all'interno. La Divinatrice sospirò e tenne lo sguardo puntato verso l'alto, in cerca di eventuali segni che il trasferimento fosse andato storto. A quanto pareva, tuttavia, non si era riaperta nessuna ferita, nessun fiotto di potere selvaggio zampillava dalla porta. Aveva un aspetto diverso da prima? Non sapeva dirlo con certezza. Questa era terra nuova per lei; la donna era completamente priva di quella sensibilità istintiva che aveva provato per tutta la vita nelle terre del clan di Tarad, nel cuore del Primo Impero. Il canale Tellann si aprì dietro di lei. La Divinatrice si girò; nel giro di pochi attimi avrebbe assunto la sua forma Soletaken. Una volpe artica apparve saltellando, rallentò nel vederla, poi riprese la forma Imass. La donna si trovò davanti un giovane, che portava sulle spalle la pelle del suo animale totemico, e sulla testa un logoro copricapo con corna ramificate. L'espressione distorta dalla paura, teneva lo sguardo non su di lei, ma sulla porta alle sue spalle. La donna sorrise. «Ti do il benvenuto, compagno Divinatore. Sì, li ho infilati dentro. Sono al di là della tua vendetta, e questo mi rende felice.» I suoi occhi bronzei si fissarono su di lei. «Chi sei? A quale clan appartieni?» «Ho lasciato il mio clan, ma una volta facevo parte dei Logros. Mi chiamo Kilava.» «Avresti dovuto lasciare che ti trovassi ieri notte», ribatté Pran Chole.
«Allora, Kilava, sarei riuscito a convincerti che, per quei bambini, una morte rapida era una soluzione più misericordiosa di quello che tu hai fatto qui.» «Sono abbastanza piccoli per essere adottati...» «Sei arrivata nel posto di nome Morn», la interruppe Pran Chole, con voce fredda. «Alle rovine di un'antica città...» «Jaghut...» «Non Jaghut! Questa torre, sì, lo è, ma fu costruita molto dopo, nel periodo fra la distruzione della città e il T'ol Ara'd, il flusso di lava che seppellì quasi del tutto qualcosa che era già morto.» Alzò una mano a indicare la porta sospesa. «Fu questo - questo taglio - a distruggere la città, Kilava. Il canale al di là... non capisci? Non è Omtose Phellack! Dimmi: come si chiudono ferite del genere? Tu conosci la risposta, Divinatrice!» La donna si girò lentamente, studiò lo Squarcio. «Se un'anima ha chiuso quella ferita, allora avrebbe dovuto essere liberata... quando sono arrivati i bambini...» «Liberata», sibilò Pran Chole, «in cambio di altre!». Tremando, Kilava si volse verso di lui. «Allora dov'è? Perché non è comparsa?» Pran Chole si girò a esaminare la cupola centrale sulla pianura. «Oh», mormorò, «sì che lo è». Lanciò uno sguardo alla Divinatrice. «Dimmi, rinunceresti alla tua vita per quei bambini? Ora sono intrappolati in un eterno incubo di dolore. La tua compassione si estende fino a farti sacrificare in un altro scambio?» La scrutò, poi emise un sospiro. «No; lo immaginavo. Per cui, asciugati quelle lacrime, Kilava. L'ipocrisia mal si addice a una Divinatrice.» «Che cosa...» riuscì a dire la donna dopo un po', «che cosa è stato liberato?». Pran Chole scosse la testa. Studiò ancora la cupola centrale. «Non ne sono sicuro, ma dovremo fare qualcosa al riguardo, prima o poi. Abbiamo molto tempo, presumo. La creatura deve liberarsi dalla sua tomba, che è stata circondata di difese. Inoltre, il mantello di pietra del T'ol Ara'd ricopre ancora il tumulo.» Dopo un attimo, aggiunse: «Ma il tempo non ci mancherà». «Che cosa intendi dire?» «È stato indetto il Raduno. Il Rituale di Tellann ci aspetta, Divinatrice.» La donna sputò a terra. «Siete tutti pazzi. Scegliere l'immortalità nell'interesse di una guerra... è una follia. Ignorerò la chiamata, Divinatore.»
Lui annuì. «Ma il Rituale sarà compiuto. Ho esplorato il futuro in forma di spirito, Kilava. Ho visto il mio volto avvizzito, a oltre duecentomila anni da adesso. Avremo la nostra guerra eterna.» La voce di Kilava era piena di amarezza. «Mio fratello sarà contento.» «Chi è tuo fratello?» «Onos T'oolan, la Prima Spada.» A quelle parole, Pran Chole si girò. «Tu sei la Sfidante. Tu hai massacrato il tuo clan... i tuoi parenti...» «Per rompere il legame e conquistare la libertà, sì. Ahimè, l'abilità del mio fratello maggiore era più che pari alla mia. Ma ora siamo entrambi liberi, anche se Onos T'oolan maledice ciò di cui io gioisco.» Si strinse le braccia intorno al corpo, e Pran Chole vide su di lei strati su strati di dolore. La sua era una libertà che non le invidiava. La donna parlò di nuovo. «Questa città, allora. Chi l'ha costruita?» «I K'Chain Che'Malle.» «Conosco il nome, ma poco altro di loro.» Pran Chole annuì. «Impareremo, immagino.» II I continenti di Korelri e Jacuruku, all'Epoca dell'Agonia 119.736 anni prima del Sonno di Burn (tre anni dopo la Caduta del Dio Storpio) La Caduta aveva distrutto un continente. Foreste erano bruciate e incendi avevano acceso gli orizzonti in tutte le direzioni, bagnando di cremisi le nubi tumultuose, piene di cenere, che velavano il cielo. La conflagrazione aveva divorato il mondo per settimane, mesi; e per tutto quel tempo, apparentemente infinito, erano risuonate le grida di un dio. Dal dolore nacque la rabbia. Dalla rabbia, il veleno, un'infezione che non risparmiò nessuno. I pochi superstiti, ridotti allo stato selvaggio, vagavano per un paesaggio punteggiato di enormi crateri pieni di acqua fosca, priva di vita. Il cielo ribolliva senza posa sopra di loro. Le famiglie erano state smembrate; l'amore si era dimostrato un peso troppo costoso da portare. Mangiavano quello che potevano, spesso i loro simili, e setacciavano il mondo devastato con intento rapace.
Una figura percorreva da sola questo paesaggio. Avvolto in laceri stracci, l'uomo era di altezza media; i suoi lineamenti erano brutti, angolosi. Il volto aveva un'aria cupa, gli occhi un'inflessibilità ferrea. Camminava come trascinandosi dietro la sofferenza, indifferente al suo peso enorme; camminava come se fosse incapace di cedere, di negare i doni del suo spirito. In lontananza, bande di vagabondi tenevano d'occhio la figura che avanzava, passo dopo passo, per i resti del continente che avrebbe avuto, un giorno, il nome di Korelri. La fame avrebbe potuto spingerli più vicino, ma i superstiti della Caduta non erano sciocchi, e mantenevano una cauta distanza; la paura smussava la loro curiosità. Perché l'uomo era un Dio Antico, e camminava fra loro. Oltre a tutta la sofferenza già assorbita, K'rul avrebbe abbracciato volentieri le loro anime spezzate; tuttavia, già si era nutrito - e andava nutrendosi - del sangue versato su quella terra. E, in effetti, il potere da esso scaturito sarebbe stato necessario. Sulla scia di K'rul, uomini e donne uccidevano uomini, donne, bambini. Una cupa carneficina era il fiume su cui navigava il Dio Antico. Gli Dei Antichi nutrivano sentimenti decisamente sgradevoli. Il Dio Straniero aveva subito una lacerazione durante la sua discesa sulla terra. Era stato ridotto in pezzi, in lingue di fuoco. Il suo dolore era fiamma, tuono e grida, una voce che era stata sentita da mezzo mondo. Al dolore si era aggiunta l'indignazione. E, rifletté K'rul, l'angoscia. Sarebbe passato molto tempo prima che il Dio Straniero potesse rivendicare i frammenti sparsi della sua vita, e così cominciare a rivelare la sua natura. K'rul temeva l'arrivo di quel giorno. Da un simile disastro poteva venire solo la follia. Gli evocatori erano morti, distrutti da ciò che avevano richiamato su di sé. Era inutile odiarli, inutile evocare immagini delle punizioni che, in verità, meritavano. In fin dei conti, erano disperati. Abbastanza disperati da spezzare il tessuto del caos, da aprire un passaggio verso un regno remoto, alieno; da attirare poi più vicino, sempre più vicino alla trappola che avevano preparato, un dio curioso di quel regno. I richiamanti cercavano il potere. E tutto per distruggere un uomo. Il Dio Antico aveva attraversato il continente in rovina, aveva visto la carne ancora viva del Dio Caduto, le larve che strisciavano sinistramente
dalle ossa rotte e dalle membra marce, pulsanti. Aveva visto in quali creature sbocciavano quelle larve. In quel momento, mentre stava per raggiungere la costa danneggiata di Jacuruku, l'antico continente fratello di Korelri, turbinavano sopra la sua testa con le ali larghe, nere. Avvertivano il potere dentro di lui, e bramavano di assaggiarne il sapore. Ma un dio forte poteva ignorare i predatori sulla sua scia, e K'rul era un dio forte. Templi erano stati eretti in suo nome. Sangue aveva, per generazioni, bagnato innumerevoli altari a lui dedicati. Le città nascenti erano state avvolte nel fumo di pire e fucine, nel rosso chiarore dell'alba dell'umanità. Il Primo Impero era sorto, su un continente distante mezzo mondo dal punto in cui ora K'rul camminava. Un impero di umani, nato dall'eredità dei T'lan Imass, da cui prendeva il nome. Ma non era rimasto a lungo da solo. Lì, a Jacuruku, all'ombra di antichissime rovine K'Chain Che'Malle, era emerso un altro impero. Il suo sovrano era un guerriero senza pari, un brutale divoratore di anime. K'rul era venuto a distruggerlo, a rompere le catene di dodici milioni di schiavi. Nemmeno i Tiranni Jaghut avevano imposto un dominio così spietato ai loro sudditi; no, solo un mortale umano poteva raggiungere un tale livello di sopraffazione sulla propria gente. Altri due Dei Antichi convergevano sull'Impero di Kallor. La decisione era stata presa: i tre - gli ultimi Antichi - avrebbero posto fine al dominio dispotico dell'Alto Re. K'rul avvertiva la presenza dei suoi compagni. Entrambi erano vicini e, un tempo, erano stati amici; ma poi tutti loro - K'rul compreso - erano cambiati, avevano preso strade molto diverse. Quello sarebbe stato il loro primo incontro in millenni. Avvertiva anche una quarta presenza, quella di una bestia antica, feroce, che seguiva la sua pista. Una bestia appartenente alla terra, al respiro gelido dell'inverno, una bestia con la pelliccia bianca insanguinata, ferita quasi a morte dalla Caduta. Una bestia cui restava un solo occhio per guardare la terra distrutta che era stata la sua dimora, molto prima dell'ascesa dell'impero. Lo seguiva, ma non si avvicinava. E, come K'rul ben sapeva, sarebbe rimasta un lontano osservatore di tutto quanto stava per accadere. Il Dio Antico non poteva risparmiarle alcun dolore, ma non era indifferente alla sua sofferenza. Sopravviviamo tutti come è nostro compito e, quando arriva il momento di morire, troviamo il nostro posto solitario... L'Impero di Kallor si era esteso a ogni costa di Jacuruku, eppure K'rul non vide nessuno, mentre percorreva i primi passi verso l'interno. Terre
desolate, prive di vita, si allungavano in tutte le direzioni. L'aria era grigia di cenere; i cieli sulla sua testa ribollivano come piombo nel calderone di un fabbro. Il Dio Antico sentì un brivido di disagio che gli raffreddò l'animo. Sopra di lui, i predatori nati dal corpo del dio volteggiavano gracchiando. Una voce familiare parlò alla mente di K'rul. Fratello, sono sulla costa settentrionale. «E io su quella occidentale.» Sei inquieto? «Sì. Tutto è... morto.» Incenerito. Ma il calore rimane sotto il letto di cenere. Di cenere... e ossa. Una terza voce intervenne. Fratelli, vengo dal sud, dove una volta troneggiavano le città. Tutte distrutte. Gli echi del grido di morte di un continente aleggiano ancora nell'aria. Siamo vittime di un inganno? Questa è forse un'illusione? K'rul si rivolse al primo Antico che gli aveva parlato alla mente. «Draconus, anch'io sento quel grido di morte. Un tale dolore... ancora più spaventoso di quello del Caduto. Se non si tratta di un inganno, di che cosa, allora?» Tutti abbiamo messo piede su questa terra, per cui condividiamo le tue percezioni, K'rul, rispose Draconus. Nemmeno io sono sicuro della loro verità. Sorella, ti stai avvicinando alla dimora dell'Alto Re? Sì, fratello Draconus, rivelò la terza voce. Tu e fratello K'rul vorreste raggiungermi ora, cosicché possiamo affrontare insieme questo mortale? «Lo faremo.» Due canali si aprirono, uno a nord, in lontananza, l'altro proprio davanti a K'rul. I due Dei Antichi si unirono alla sorella sulla scabra cima di una collina, dove il vento turbinava fra le ceneri, intrecciando ghirlande funerarie nel cielo. Davanti a loro, sopra un mucchio di ossa bruciate, si ergeva un trono. L'uomo che vi stava seduto sorrideva. «Come potete vedere», esordì aspro, dopo averli guardati con aria sprezzante, «ho... fatto preparativi per il vostro arrivo. Oh sì, vi aspettavo. Draconus, della stirpe di Tiam. K'rul, Apritore dei Sentieri». I suoi occhi grigi si girarono sulla terza Antica. «E tu. Mia cara, avevo l'impressione che avessi abbandonato la tua... vecchia
identità. Camminare fra i mortali, recitare la parte della maga mediocre... un rischio letale, anche se, forse, è questo ad attirarti a tal punto verso il gioco. Sei stata sui campi di battaglia, donna. Una freccia mal diretta...» Scosse lentamente la testa. «Siamo venuti», annunciò K'rul, «per porre fine al tuo regno di terrore». Kallor alzò le sopracciglia. «Vorreste togliermi tutto quello che ho ottenuto con tanta fatica? Cinquant'anni, cari rivali, per conquistare un intero continente. Oh, forse Ardatha si ostinava a resistere: mi mandava sempre in ritardo i tributi che mi spettavano, ma io ignoravo questi atti meschini. È fuggita, lo sapevate? Quella strega! Credete di essere i primi a sfidarmi? Il Cerchio ha abbattuto un Dio Straniero. Sì, il tentativo è andato... storto, risparmiandomi così il compito di uccidere quegli sciocchi con le mie mani. E il Caduto? Be', impiegherà un po' di tempo a riprendersi e, anche allora, credete veramente che aderirà alle richieste di chicchessia? Avrei...» «Basta», ruggì Draconus. «La tue ciance diventano pesanti, Kallor.» «Benissimo», sospirò l'Alto Re. Si chinò in avanti. «Siete venuti a liberare il mio popolo dal mio dominio tirannico. Per vostra sfortuna, non sono tipo da cedere il mio potere. Né a voi, né a nessun altro.» Si riappoggiò allo schienale, agitando languidamente una mano. «Così, ciò che volevate negare a me, ora lo nego a voi.» Anche se la verità stava davanti agli occhi di K'rul, egli non poteva crederci. «Che cosa...» «Sei cieco?» urlò Kallor, afferrando i braccioli del trono. «È scomparso! Loro sono scomparsi! Rompete le catene, avanti! Coraggio... no, ve li cedo! Tutto ciò che vi circonda è ora libero! Polvere! Ossa! Tutto libero!» «Hai veramente incenerito un intero continente?» mormorò l'Antica. «Jacuruku...» «Non esiste più, e non esisterà mai più. Ciò che ho scatenato non guarirà mai. Avete capito? Mai. Ed è tutta colpa vostra. Vostra. È lastricata di cenere e ossa, questa nobile strada che avete scelto di percorrere. La vostra strada.» «Non possiamo permetterlo.» «È già successo, sciocca!» K'rul parlò alla mente dei suoi simili. Deve essere fatto. Forgerò un... un posto allo scopo. Dentro di me. Un canale per contenere tutto questo? chiese Draconus, inorridito. Fratello mio... No, deve essere fatto. Unisciti a me ora, quest'opera non sarà facile...
Ti spezzerà, K'rul, osservò sua sorella. Ci dev'essere un altro modo. No. Lasciare questo continente così com'è... No, questo mondo è giovane. Portare una cicatrice simile... E Kallor? indagò Draconus. Cosa avverrà a questa... questa creatura? Lo terremo d'occhio, rispose K'rul. Conosciamo il suo più profondo desiderio, no? E l'estensione della sua vita? Lunga, amici miei. D'accordo. K'rul batté le palpebre, puntando sull'Alto Re gli occhi scuri, intensi. «Per questo crimine, Kallor, ti infliggiamo una punizione adeguata. Sappi questo: tu, Kallor Eiderann Tes'thetula, conoscerai la vita mortale eterna. La vita mortale, nella devastazione della vecchiaia, nel dolore delle ferite e nell'angoscia della disperazione. Nei sogni che finiscono in rovina. Nell'amore che appassisce. Nell'ombra dello spettro della Morte, che minaccerà perpetuamente di porre fine a ciò che non vorrai cedere.» Draconus parlò: «Kallor Eiderann Tes'thetula, tu non ascenderai mai». La sorella aggiunse: «Kallor Eiderann Tes'thetula, ogni volta che ti innalzerai, sarai destinato a ricadere. Tutto ciò che otterrai si trasformerà in polvere nelle tue mani. Ciò che hai fatto qui di tua volontà colpirà a sua volta tutto ciò che farai». «Tre voci ti maledicono», salmodiò K'rul. «Così sia.» L'uomo sul trono tremò. Le sue labbra si ritrassero in un ghigno convulso. «Vi spezzerò. Tutti quanti. Lo giuro sulle ossa di sette milioni di sacrifici. K'rul, tu sparirai dal mondo, verrai dimenticato. Draconus, tutto quello che farai si rivolterà contro di te. E quanto a te, donna, mani non umane faranno a pezzi il tuo corpo, su un campo di battaglia, ma non conoscerai sollievo; questa è la mia maledizione contro di te, Sorella delle Fredde Notti. Kallor Eiderann Tes'thetula, una voce, ha espresso tre maledizioni.» Lasciarono Kallor sul suo trono, sul suo cumulo di ossa. Unirono i loro poteri per avvolgere in catene un continente massacrato, poi lo attrassero in un canale creato per quell'unico scopo, lasciando la terra completamente nuda. A guarire. Lo sforzo lasciò K'rul spezzato, vittima di ferite che, sapeva, l'avrebbero accompagnato per tutta la vita. Inoltre, cominciava a sentire l'influenza maligna della maledizione di Kallor: l'adorazione dei suoi fedeli era in declino. Ma, con sua grande sorpresa, la perdita lo affliggeva meno di
quanto avrebbe immaginato. In piedi ai margini del regno nascente, privo di vita, i tre contemplarono a lungo la loro opera. Poi Draconus parlò: «È dall'epoca dell'Oscurità Totale che forgio una spada». A quelle parole, sia K'rul sia la Sorella delle Fredde Notti si girarono: non ne sapevano niente. «Il lavoro ha richiesto... molto tempo», continuò Draconus, «ma ora ho quasi finito. Il potere investito nella spada possiede una sua... determinazione». «Allora», sussurrò K'rul, dopo aver riflettuto per un attimo, «devi compiere delle modifiche nella sagomatura finale». «Così pare. Dovrò pensarci a lungo.» Dopo un lungo momento, K'rul e il fratello si volsero verso la sorella. Lei scosse le spalle. «Cercherò di proteggermi. Quando arriverà la mia rovina, sarà a causa del tradimento, e di nient'altro. Non posso prendere precauzioni contro una cosa simile, o la mia vita diventerà un incubo di diffidenza e di sospetto. Non intendo arrendermi a questo. Continuerò a recitare il gioco mortale fino alla fine.» «Attenta, allora», mormorò K'rul, «a scegliere bene per chi combattere». «Trovati un compagno», le consigliò Draconus. «Uno valido.» «Sagge parole da tutti e due. Vi ringrazio.» Non c'era altro da dire. I tre si erano riuniti, con un'intenzione che era stata realizzata anche se, forse, non nel modo che avevano desiderato. E il prezzo era stato pagato. Volentieri. Tre vite e un'altra ancora, tutte distrutte. Per una singola, l'inizio dell'odio eterno. Per le altre tre, uno scambio equo. Gli Dei Antichi, come si diceva, nutrivano sentimenti decisamente sgradevoli. In lontananza, la bestia guardò le tre figure dividersi. Lacerata dal dolore, la bianca pelliccia sporca e gocciolante di sangue, l'orbita dell'occhio perduto lucida di viscidume, essa sorreggeva la massa sgraziata del corpo sulle zampe tremanti. Desiderava la morte, ma la morte si rifiutava di venire. Desiderava la vendetta, ma quelli che l'avevano ferita erano morti. Rimaneva soltanto l'uomo seduto sul trono, che aveva distrutto la sua dimora. Sarebbe giunto il momento di regolare quel conto. Un ultimo desiderio riempì l'animo devastato della creatura. Da qualche
parte, in mezzo alla conflagrazione della Caduta e al caos che ne era seguito, aveva perso la sua compagna, e ora era sola. Forse lei era ancora viva. Forse, ferita a sua volta, setacciava le lande desolate in cerca delle sue tracce. O forse era fuggita, in preda al dolore e al terrore, verso il canale che aveva immesso il fuoco nel suo spirito. Ovunque fosse andata - sempre che fosse ancora viva - lui l'avrebbe trovata. Le tre figure lontane aprirono i canali; ognuna svanì nel proprio Regno Antico. La bestia scelse di non seguirne nessuna. Erano entità giovani, per quanto riguardava lui e la sua compagna, e il canale in cui lei, forse, era fuggita era, in confronto a quello degli Dei Antichi, vecchio. Il sentiero che lo aspettava pullulava di pericoli, e il suo cuore addolorato era gonfio di paura. La porta che gli si aprì davanti rivelò una turbinosa tempesta di potere, striata di grigio. Dopo un attimo di esitazione, la varcò. E scomparve. LIBRO PRIMO LA SCINTILLA E LE CENERI Cinque maghi, un Aggiunto, innumerevoli Demoni Imperiali e il disastro di Darujhistan: tutto servì a giustificare pubblicamente la proscrizione di Dujek Unbraccio e delle sue malconce legioni da parte dell'Imperatrice. E ciò rese liberi Un-braccio e la sua Armata di lanciare una nuova campagna, stavolta come forza militare autonoma, di forgiare le loro empie alleanze destinate a sfociare nella continuazione della terribile Infilata dei Maghi a Genabackis è, si potrebbe sostenere, incidentale. Certo, le incalcolabili vittime di quell'epoca di devastazione potrebbero, se Hood concedesse loro tale privilegio, esprimere un'opinione completamente diversa. Forse il dettaglio più poetico di quelle che sarebbero state chiamate le Guerre Pannion fu, in effetti, un segno precursore dell'intera campagna: la noncurante distruzio-
ne di un ponte di pietra solitario, da parte del Tiranno Jaghut durante la sua sfortunata marcia verso Darujhistan... Campagne Imperiali (Le Guerre Pannion) 1194-1195, Volume IV, Genabackis Imrygyn Tallobant (n. 1151) CAPITOLO PRIMO I ricordi sono arazzi intessuti a nascondere dure pareti... ditemi, amici, che colore ha il vostro filo preferito e io, a mia volta, vi dirò che tonalità ha la vostra anima... Vita di sogni Ilbares la Strega 1164esimo anno del Sonno di Burn (due mesi dopo la Festa di Darujhistan) 4° anno del Dominio di Pannion Anno Tellann del Secondo Raduno I blocchi di calcare Gadrobi del ponte giacevano sparsi, rotti e bruciacchiati nel fango smosso della riva, come se la mano di un dio fosse scesa a frantumare la struttura di pietra in un solo, meschino gesto di disprezzo. E, sospettava Gruntle, la cosa non era molto lontana dalla verità. La notizia era filtrata a Darujhistan meno di una settimana dopo la distruzione, quando le prime carovane dirette a est, nel raggiungere il punto di attraversamento del fiume, avevano scoperto che, al posto di un ponte funzionale, non c'era altro che un mucchio di macerie. Voci sussurrarono di un antico demone che, scatenato da agenti dell'Impero Malazan, era uscito dalle Colline Gadrobi deciso ad annientare la stessa Darujhistan. Gruntle sputò nell'erba annerita accanto alla carrozza. Aveva i suoi dubbi su quella storia. Certo, due mesi prima, la notte della Festa della città, c'erano stati strani eventi - non che fosse stato abbastanza sobrio da notare granché - e testimoni a sufficienza da far prestare fede all'avvistamento di draghi, di demoni e della terrificante discesa della Progenie della Luna; ma qualunque creatura soprannaturale con il potere di devastare un'intera regione avrebbe potuto arrivare a Darujhistan. E, dal momento che la città
non era ridotta a un cumulo di detriti fumanti - o almeno, non più di quanto non fosse, di norma, dopo i festeggiamenti - ciò non si era evidentemente verificato. No, era molto più probabile che fosse opera della mano di un dio, o forse di un terremoto, anche se le Colline Gadrobi non erano famose per i loro sommovimenti. Forse Burn si era mossa, inquieta, nel suo sonno eterno. A ogni modo, ora la verità delle cose gli si ergeva davanti. O, meglio, giaceva sparpagliata fino alla Porta di Hood e oltre. E il fatto era che, quali che fossero i giochi degli dei, erano i bastardi come lui, lavoratori indefessi ma poveri in canna, a soffrirne. Era tornato in uso il vecchio guado, trenta passi a monte di dove era stato costruito il ponte. Non vedeva traffico da secoli e una settimana di piogge fuori stagione aveva trasformato entrambe le rive in una palude. Carovane affollavano quel punto, alcune sulle antiche rampe, altre impantanate senza speranza nel fiume in piena; e altre dozzine ancora aspettavano sulle piste, mentre l'umore di mercanti, guardie e animali peggiorava di ora in ora. Gruntle, che da due giorni aspettava di attraversare, era soddisfatto della sua scarna truppa. Erano un'isola di calma. Harllo aveva raggiunto sguazzando i resti delle fondamenta di sinistra del ponte, e ora vi sedeva in cima, con in mano la canna da pesca. Stonny Menackis aveva condotto una banda di lacere guardie di carovana al carro di Storby, e Storby non era troppo dispiaciuto di vendere boccali di birra Gredfallan a prezzi esorbitanti. Che i barili fossero destinati a una locanda sulla strada nei pressi di Saltoan era una sfortuna per l'oste che li aspettava. Se le cose continuavano a quel modo, lì sarebbe sorto un mercato, e poi una maledetta cittadina. Alla fine, qualche zelante funzionario di Darujhistan avrebbe concluso che sarebbe stato meglio ricostruire il ponte, e in una decina d'anni l'opera sarebbe stata compiuta. A meno che, naturalmente, la cittadina non fosse diventata un florido centro d'affari, nel qual caso avrebbero mandato un esattore delle imposte. Gruntle era egualmente soddisfatto della serenità dimostrata dal suo principale davanti al ritardo. Era arrivata notizia che il mercante Manqui dall'altra parte del fiume si era fatto scoppiare un'arteria in testa, morendo sul colpo; il che era tipico della professione. No, il loro padrone Keruli era un fuori razza, tanto da minare il disgusto che Gruntle coltivava per i mercanti in genere. Ma, del resto, la lunga lista di caratteristiche insolite di Keruli aveva spinto il capitano delle guardie a credere che egli non fosse
affatto tale. Non che avesse importanza. Il denaro era denaro, e la paga di Keruli era buona, addirittura superiore alla media. Per quel che importava a Gruntle, avrebbe potuto essere il principe Arard travestito. «Voi, signore!» Gruntle distolse lo sguardo dalla pesca infruttuosa di Harllo. Un vecchio brizzolato stava accanto alla carrozza, e lo guardava con gli occhi socchiusi. «Un tono maledettamente imperioso, il vostro», ruggì il capitano, «dal momento che, a giudicare dai vostri stracci, dovete essere il peggior mercante del mondo, o il servo di un poveraccio». «Sono un domestico, per la precisione. Mi chiamo Emancipor Reese. Quanto al fatto che i miei padroni siano poveri, tutt'altro. Tuttavia, siamo sulla strada da parecchio tempo.» «Vi credo», ammise Gruntle, «poiché il vostro accento è irriconoscibile, il che, se lo noto io, è tutto dire. Che cosa volete, Reese?». Il domestico si grattò la barbetta argentea sulla mascella squadrata. «Un attento interrogatorio di questa folla ha raccolto l'unanime consenso che, come guardia di carovana, vi siete guadagnato un certo rispetto.» «Come guardia di carovana, immagino che sia vero», replicò seccamente Gruntle. «E allora?» «I miei padroni desiderano parlarvi. Se non siete troppo occupato... siamo accampati non lontano da qui.» Appoggiandosi allo schienale, Gruntle studiò Reese per un attimo, poi grugnì. «Devo chiedere il permesso al mio principale per incontrarmi con altri mercanti.» «Ma certo, signore. E potete assicurargli che i miei padroni non hanno intenzione di corrompervi o compromettere in altro modo il vostro contratto.» «Sul serio? Va bene, aspettate qua.» Gruntle si lasciò scivolare giù dalla piattaforma sul lato opposto a Reese. Andò fino alla porticina dall'intelaiatura ornata e bussò una volta. Essa si aprì silenziosamente e, nell'oscurità relativa della carrozza, si profilò il viso rotondo, inespressivo di Keruli. «Sì, capitano, andate pure. Riconosco di provare una certa curiosità riguardo ai due padroni di quell'uomo. State molto attento a osservare i particolari del vostro incontro imminente. E, se potete, scoprite quali sono state le loro attività, a partire da ieri.» Il capitano grugnì per mascherare la sua sorpresa davanti alla conoscenza stranamente profonda di Keruli - non era ancora sceso dalla carrozza -
poi disse: «Come volete, signore». «Oh, e recuperate Stonny sulla via del ritorno. Ha bevuto di gran lunga troppo, ed è diventata molto polemica.» «Forse dovrei farlo subito, allora. Rischia di riempire qualcuno di buchi, con quel suo stocco. Conosco i suoi umori.» «Ah, d'accordo. Fatela prendere da Harllo.» «Uh, lui si unirebbe al suo gioco, signore.» «Eppure parlate bene di loro.» «Sì», rispose Gruntle. «Non per peccare d'immodestia, signore, ma noi tre insieme valiamo due volte tanto, quando si tratta di proteggere un padrone e la sua mercanzia. Per questo siamo così cari.» «Le vostre tariffe erano alte? Capisco. Uhm. Informa i tuoi due compagni, allora, che l'avversione ai guai aggiungerà una gratifica sostanziale alla loro paga.» Gruntle riuscì a non spalancare la bocca. «Uh, questo dovrebbe risolvere il problema, signore.» «Ottimo. Da' la notizia a Harllo, allora, e mandalo dove deve andare.» «Sì, signore.» La porta si richiuse. Per combinazione, Harllo stava già tornando, con la canna da pesca in una mano massiccia, e un misero pesce, simile a una suola di scarpa, stretto nell'altra. I suoi occhi azzurro lucente brillavano di eccitazione. «Guarda, razza di omiciattolo: ho procurato la cena!» «La cena per un topo di monastero, vuoi dire. Potrei risucchiare quella roba da una narice.» Harllo si accigliò. «Zuppa di pesce. Un gusto...» «Grandioso. Adoro la zuppa al gusto di fango. Guarda, non respira nemmeno; probabilmente era già morto quando l'hai preso.» «Gli ho picchiato una pietra in mezzo agli occhi, Gruntle...» «Dev'essere stata una pietruzza.» «Non ne avrai una briciola!» «Grazie al cielo. Ora ascoltami. Stonny si sta ubriacando.» «Strano, non sento nessun chiasso.» «E Keruli vi darà una gratifica se non se ne sentirà mai. Capito?» Harllo lanciò un'occhiata alla porta della carrozza, poi annuì. «Glielo dirò.» «Meglio che ti sbrighi.» «Bene.»
Gruntle lo guardò trotterellare via, con ancora in mano la sua canna e il suo trofeo. L'uomo aveva braccia enormi, troppo lunghe e muscolose per il resto della corporatura scarna. La sua arma di elezione era una spada a doppio taglio, acquistata da un fabbro di Deadman's Story; fra quelle braccia scimmiesche, sembrava fatta di bambù. La chioma arruffata, color biondo chiaro, gli copriva la zucca come un groviglio di lenze. Nel vederlo per la prima volta, la gente scoppiava a ridere, ma Harllo usava il piatto della spada per zittirli. Bruscamente. Con un sospiro, Gruntle tornò al punto in cui lo aspettava Emancipor Reese. «Fatemi strada», lo esortò. Reese chinò la testa. «Splendido.» La carrozza era imponente, una casa appollaiata su ruote alte, munite di raggi. Elaborate incisioni affollavano la struttura stranamente arcuata, figurette dipinte che saltellavano e si arrampicavano con espressioni beffarde. Tela sbiadita dal sole formava una volta sopra il sedile del vetturino. Quattro buoi si spostavano liberamente in un recinto di fortuna, a dieci passi sottovento rispetto al campo. La riservatezza doveva essere importante per i padroni del domestico, poiché si erano messi a buona distanza sia dalla strada sia dagli altri mercanti, là dove potevano vedere chiaramente i poggi che si innalzavano sul lato meridionale della strada e, oltre quest'ultima, la vasta estensione della pianura. Un gatto rognoso sdraiato sulla piattaforma guardò avvicinarsi Reese e Gruntle. «È vostro?» domandò il capitano. Reese gli rivolse un'occhiata, poi sospirò. «Sì, signore. È una femmina; si chiama Squirrel.» «Un alchimista o una strega della cera potrebbero curare quella rogna.» Il domestico sembrava a disagio. «Me ne occuperò senz'altro quando arriveremo a Saltoan», borbottò. «Ah», indicò con il capo le colline al di là della strada, «ecco che arriva Padron Bauchelain». Gruntle si girò a osservare l'uomo alto, angoloso che aveva raggiunto la strada e ora camminava disinvoltamente verso di loro. Portava un costoso mantello di pelle nera, lungo fino alle caviglie, stivali da cavallerizzo dello stesso materiale sopra calzoni grigi e, sotto una larga camicia di seta - pure nera - s'intravedeva la lucentezza di un'armatura di maglia fine, annerita. «Il nero», disse il capitano a Reese, «era il colore dell'anno scorso a Da-
rujhistan». «Il nero è il colore perpetuo di Bauchelain, signore.» Il viso del padrone era pallido, dalla forma molto simile a un triangolo, impressione accentuata da una barba ben curata. I capelli, lucidi di olio, erano scostati dall'alta fronte. Gli occhi erano grigio scialbo, incolori come il resto della sua persona. Nell'incontrarlo, Gruntle avvertì un'ondata di allarme viscerale. «Capitano Gruntle», esordì Bauchelain con voce morbida, studiata, «le indagini del vostro principale non sono affatto sottili. Ma, nonostante non siamo tipi da soddisfare generalmente tale curiosità riguardo alle nostre attività, stavolta faremo un'eccezione. Venite con me». Lanciò un'occhiata a Reese. «La tua gatta sembra soffrire di palpitazioni. Ti consiglio di confortarla.» «Subito, padrone.» Gruntle posò le mani sul pomo dei suoi coltellacci, gli occhi socchiusi fissi su Bauchelain. Le molle della carrozza cigolarono, mentre il domestico si arrampicava sulla piattaforma. «Ebbene, capitano?» Gruntle non si mosse. Bauchelain alzò un sopracciglio sottile. «Ve l'assicuro, il vostro principale è ansioso che ottemperiate alla mia richiesta. Se, tuttavia, avete paura, forse riuscirete a convincerlo a tenervi per mano per la durata di quest'impresa. Per quanto, vi avverto, trascinarlo all'aperto potrebbe rivelarsi difficile, anche per un uomo della vostra stazza.» «Siete mai andato a pesca?» chiese Gruntle. «A pesca?» «I pesci che abboccano a qualunque esca sono giovani, e lo rimangono. Io accompagno carovane da più di vent'anni, signore. Non sono giovane. Se volete qualcuno che abbocchi, cercate altrove.» Bauchelain fece un sorriso asciutto. «Le vostre parole non fanno che rassicurarmi, capitano. Procediamo?» «Guidatemi.» Attraversarono la strada. Una vecchia pista per le capre li condusse fra le colline. L'accampamento delle carovane dalla parte più vicina del fiume svanì rapidamente alla vista. L'erba bruciacchiata dalla conflagrazione che aveva colpito quella terra deturpava ogni pendio e ogni sommità, anche se avevano cominciato a spuntare steli nuovi. «Il fuoco», osservò Bauchelain mentre avanzavano, «è essenziale per la
salute di queste erbe di prateria. Come lo è il passaggio dei bhederin: le loro centinaia di migliaia di zoccoli rendono compatto il suolo sottile. Ahimè, la presenza delle capre significherà la fine del verde per queste antiche colline. Ma ho cominciato con il fuoco, no? Distruzione e violenza, entrambe indispensabili alla vita. Lo trovate strano, capitano?». «Quella che trovo strana, signore, è la sensazione di aver dimenticato la mia tavoletta di cera.» «Avete ricevuto un'istruzione, allora. Interessante. Siete un uomo di spada, no? Che bisogno avete di lettere e numeri?» «E voi siete un uomo di lettere; che bisogno avete di quello spadone logoro per l'uso e di quella raffinata cotta di maglia?» «Un deplorevole effetto collaterale dell'istruzione delle masse è la mancanza di rispetto.» «Salutare scetticismo, vorrete dire.» «Disprezzo per l'autorità, piuttosto. Avrete notato, per rispondere alla vostra domanda, che abbiamo un solo domestico, piuttosto anziano. Niente guardie prezzolate. Il bisogno di proteggersi è vitale nella nostra professione.» «E di che professione si tratta?» Erano discesi su un sentiero ben battuto che si snodava in mezzo alle colline. Bauchelain si fermò, guardando Gruntle con un sorriso. «Voi mi divertite, capitano. Ora capisco perché i carovanieri parlano bene di voi: siete il solo fra loro a possedere un cervello funzionante. Venite, siamo quasi arrivati.» Aggirando il pendio malconcio di una collina, arrivarono al margine di un cratere recente. La terra alla base era una striscia di fango smosso, costellata di blocchi di pietra spezzati. Gruntle stimò che fosse largo quaranta passi e profondo quattro o cinque braccia. Vicino a loro, seduto sul bordo, c'era un uomo, anch'egli vestito di pelle nera; la testa calva aveva il colore della pergamena sbiancata. Si alzò senza rumore, malgrado la mole considerevole, e si volse verso di loro con movimenti sciolti e aggraziati. «Korbal Broach, capitano. Il mio... socio. Korbal, abbiamo qui Gruntle, un uomo il cui carattere sconfina, a dir poco, nel burbero.» Se Bauchelain aveva suscitato disagio nel capitano, il suo compagno con il viso largo e rotondo, gli occhi sepolti nella carne gonfia e la bocca ampia, dalle labbra carnose, leggermente increspata all'ingiù, una maschera infantile e indicibilmente orribile al tempo stesso - gli procurò brividi di paura in tutto il corpo. Anche stavolta, la sensazione fu puramente istinti-
va, come se Bauchelain e il suo socio emanassero un'aura in qualche modo corrotta. «Per forza la gatta aveva le palpitazioni», borbottò il capitano fra sé. Distolse lo sguardo da Korbal Broach e studiò il cratere. Bauchelain gli si mise accanto. «Capite quello che vedete, capitano?» «Sì, non sono uno sciocco. È una buca nella terra.» «Bella battuta. Una volta qui si ergeva un tumulo. All'interno, era incatenato un Tiranno Jaghut.» «Ma no.» «Davvero. Ci si immischiò un antico impero, o così mi risulta. E, in combutta con un T'lan Imass, riuscirono a liberare quell'essere.» «Prestate fede ai racconti, allora», commentò Gruntle. «Se è successo realmente, allora che cosa gli è accaduto, in nome di Hood?» «Noi ci siamo chiesti la stessa cosa, capitano. Siamo forestieri in questo continente. Fino a poco fa, non avevamo mai sentito parlare dell'Impero Malazan, né della meravigliosa città chiamata Darujhistan. Durante la nostra brevissima permanenza qui, tuttavia, abbiamo udito resoconti di eventi appena accaduti. Demoni, draghi, sicari. E la Casa degli Azath di nome Finnest, in cui è ancora proibito entrare, sembra occupata lo stesso; vi abbiamo fatto visita, naturalmente. Inoltre, abbiamo sentito storie su una fortezza volante, chiamata Progenie della Luna, che una volta aleggiava sulla città.» «Sì, l'ho vista con i miei occhi. Se n'è andata un giorno prima di me.» Bauchelain sospirò. «Ahimè, sembra che siamo arrivati troppo tardi per assistere di persona a tali terribili meraviglie. Un signore dei Tiste Andii governa la Progenie della Luna, a quanto ho sentito.» Gruntle scosse le spalle. «Se lo dite voi! Io non ho simpatia per i pettegolezzi.» Gli occhi dell'uomo si indurirono. Il capitano sorrise fra sé. «Pettegolezzi. Già.» «È questo che volevate mostrarmi, allora? Questa... buca?» Bauchelain alzò un sopracciglio. «Non proprio. Questa buca è solo l'entrata. Intendiamo visitare la tomba Jaghut che giace al di sotto.» «Che Oponn vi benedica, allora», concluse Gruntle, volgendosi dall'altra parte. «Immagino», proseguì l'uomo alle sue spalle, «che il vostro padrone vi esorterebbe ad accompagnarci».
«Può esortare quanto gli pare», ribatté il capitano. «Il mio contratto non parla di affondare in una pozza di fango.» «Non abbiamo intenzione di sporcarci di fango.» Gruntle gli lanciò un'occhiata, storcendo la bocca in un sorriso storto. «Era una metafora, Bauchelain. Le mie scuse, se non avete capito.» Si girò di nuovo, dirigendosi alla pista. Poi si fermò. «Volevate vedere la Progenie della Luna, signori?» Indicò con la mano. Simile a un'imponente nube nera, la fortezza di basalto torreggiava appena sopra l'orizzonte meridionale. Le pietruzze irregolari scricchiolarono sotto il peso degli stivali, e Gruntle si ritrovò stretto fra i due uomini, entrambi impegnati a studiare la distante montagna volante. «Difficile determinarne la grandezza», borbottò Bauchelain. «Quant'è lontana?» «Direi una lega, forse più. Credetemi, signori, è abbastanza vicina per i miei gusti. Ho camminato nella sua ombra a Darujhistan - per un po', là, è stato inevitabile - e non è una sensazione rassicurante.» «Presumo di no. Che ci fa qui?» Gruntle scrollò le spalle. «Sembra diretta a sud-est...» «Per questo è inclinata.» «No. È stata danneggiata sopra Pale. Dai maghi dell'Impero Malazan.» «Bell'impresa, da parte loro.» «Hanno pagato con la vita. La maggior parte, comunque; così ho sentito. Inoltre, anche se sono riusciti a danneggiare la Progenie della Luna, il suo signore è vivo e vegeto. Se volete chiamare "una bella impresa" fare un buco in un recinto prima di essere annientati dal padrone di casa, liberissimi.» Korbal Broach infine parlò, con voce acuta e stridula. «Bauchelain, lui avverte la nostra presenza?» Il suo compagno aggrottò le sopracciglia, gli occhi ancora sulla Progenie della Luna, poi scosse la testa. «Non percepisco una simile attenzione verso di noi, amico. Ma per questa discussione è meglio attendere un momento più privato.» «Benissimo. Non vuoi che uccida questa guardia di carovana, allora?» Gruntle si ritrasse allarmato, estraendo i coltelli a metà. «Vi pentirete di averci provato», ruggì. «State calmo, capitano», sorrise Bauchelain. «Il mio socio ha idee semplici...»
«Semplici come quelle di una vipera.» «Forse. Tuttavia, ve l'assicuro, non correte alcun rischio.» L'aria torva, Gruntle si allontanò giù per la pista. «Padron Keruli», mormorò, «se state osservando tutto questo - e non ho motivo di dubitarne confido che la mia gratifica sarà adeguatamente generosa. E, se il mio consiglio ha un qualche valore, suggerisco di stare alla larga da questi due». Attimi prima di perdere di vista il cratere, scorse Bauchelain e Korbal Broach volgere la schiena a lui, e alla Progenie della Luna. Fissarono il fondo della buca per un po', poi cominciarono la discesa, scomparendo. Con un sospiro, Gruntle si girò e tornò all'accampamento, alzando le spalle per allentare la tensione che l'attanagliava. Nel raggiungere la strada, alzò ancora una volta lo sguardo verso sud, a guardare la Progenie della Luna, ora velata dalla distanza. «Signore, vorrei che aveste percepito l'odore di Bauchelain e di Korbal Broach; così avreste fatto loro quello che avete fatto al Tiranno Jaghut, se davvero avete avuto parte in quella faccenda. Medicina preventiva, la chiamano i chirurghi. Prego solo perché, un giorno, non dobbiamo tutti deplorare la vostra indifferenza.» Mentre camminava giù per la strada, si lanciò un'occhiata alle spalle e vide Emancipor Reese che, seduto sopra la carrozza, accarezzava con una mano la gatta malconcia accoccolata nel suo grembo. Rogna? si chiese Gruntle. Probabilmente no. Il lupo enorme girò intorno al corpo, la testa bassa e rivolta all'interno per tenere il mortale esanime nel campo visivo dell'unico occhio. Il Canale del Caos aveva pochi visitatori. Fra quei pochi, i mortali umani erano i più rari di tutti. Il lupo percorreva quel paesaggio violento da un periodo che gli pareva infinito. Sperduta, priva di compagnia per tanto tempo, la sua mente aveva trovato nuove forme nate dalla solitudine; il corso dei suoi pensieri imboccava piste apparentemente casuali, insensate. Pochi avrebbero riconosciuto consapevolezza o intelligenza nel luccichio ferino dei suoi occhi, eppure esse erano presenti. Il lupo girava in tondo; i muscoli massicci si contraevano sotto la pelliccia color bianco sporco. La testa bassa, rivolta all'interno. L'unico occhio puntato sull'umano sdraiato faccia in giù. Quella concentrazione feroce era efficace: teneva l'oggetto della sua attenzione in uno stato senza tempo; conseguenza accidentale dei poteri assorbiti dal lupo dentro al canale. Il lupo ricordava poco degli altri mondi che esistevano oltre il Caos.
Non sapeva nulla dei mortali che lo veneravano come un dio. Eppure aveva acquisito una certa conoscenza, una sensibilità istintiva che gli parlava di... possibilità. Di potenzialità... Di scelte che gli si erano aperte, con la scoperta di quel fragile mortale. E, tuttavia, la creatura esitava. C'erano rischi. E la decisione che si era scavata una pista fino a imporsi al suo pensiero lo lasciava tremante. Il cerchio si strinse più vicino, sempre più vicino alla figura inconsapevole. L'unico occhio si fissò sul volto dell'uomo. Il dono, vide infine la creatura, era genuino. Nient'altro avrebbe potuto spiegare ciò che aveva scoperto nel viso del mortale. Lo specchio di uno spirito, in tutti i dettagli. Un'occasione simile non poteva essere respinta. Eppure il lupo esitava. Finché un antico ricordo non si levò davanti all'occhio della sua mente. Un'immagine pietrificata, sbiadita dall'erosione del tempo. Sufficiente a chiudere il cerchio. E poi tutto fu compiuto. L'unico occhio funzionante si aprì su un cielo azzurro, senza nubi. Il tessuto cicatriziale che copriva i resti dell'altro occhio formicolava terribilmente, come se insetti strisciassero sotto la pelle. L'uomo portava un elmo, con la visiera sollevata. Sotto di lui, pietre dure, aguzze, gli si conficcavano nella carne. Giaceva immobile, cercando di ricordare cosa fosse successo. Ebbe la visione di una fenditura che gli si spalancava davanti; vi era stato spinto dentro. Un cavallo che svaniva sotto di lui, la corda del suo arco che vibrava a ritmo regolare. Un senso di disagio, condiviso con il suo compagno, un amico che cavalcava al suo fianco. Il capitano Paran. Toc il Giovane gemette. Hairlock. La marionetta folle. Siamo stati vittime di un'imboscata. I frammenti si unirono, la memoria tornò insieme a un'ondata di paura. Si girò sul fianco; ogni singolo muscolo protestò. Per il respiro di Hood, questa non è la Pianura Rhivi. Un campo di vetro nero, rotto, si estendeva su tutti i lati. Al di sopra, polvere grigia aleggiava in statiche nubi. Alla sua sinistra, distante forse duecento passi, un monticello si levava a rompere la piatta monotonia del paesaggio. Aveva la gola irritata. L'occhio gli bruciava. Sulla sua testa, il sole scottava. Tossendo, Toc si tirò a sedere. L'ossidiana scricchiolò sotto di lui.
Vide l'arco ricurvo, di corno, al suo fianco e allungò la mano per prenderlo. La freccia era legata alla sella del suo cavallo ma, ovunque lui, Toc, si trovasse, il fedele destriero Wickan non l'aveva seguito. A eccezione del coltello alla cintola e dell'arco momentaneamente inutile, non aveva niente. Niente acqua, niente cibo. Un esame più attento dell'arco lo fece accigliare ulteriormente: la corda di budello si era allentata. Di molto. Il che significa che sono... via... da qualche tempo. Via. Dove? Hairlock l'aveva gettato in un canale e, in qualche modo, il tempo era svanito al suo interno. Non aveva particolarmente sete, né fame. Anche se avesse avuto delle frecce, l'arco aveva perso la sua forza. Peggio, la corda si era seccata, perché la cera aveva assorbito polvere di ossidiana; tenderla avrebbe voluto dire spezzarla. Ciò indicava che erano passati giorni, se non settimane, anche se il suo corpo gli diceva diversamente. Si mise in piedi. L'armatura di maglia sotto la giubba reagì al movimento, spargendo polvere lucente. Sono dentro a un canale? Oppure mi ha sputato fuori? In un caso o nell'altro, doveva trovare la fine di quell'interminabile pianura di vetro vulcanico. Sempre che esistesse... Si avviò verso il monticello. Anche se non era particolarmente alto, qualunque posizione di vantaggio era la benvenuta. Nell'avvicinarsi, ne vide altri al di là, disposti a intervalli regolari. Tumuli. Grandioso: adoro i tumuli. E poi ne trovò uno centrale, più grande dei compagni. Toc aggirò il primo monticello, notando che vi era stato scavato un buco, probabilmente da parte di saccheggiatori. Dopo un attimo, si fermò, si volse e andò ad accovacciarsi accanto al tunnel in pendenza, spingendovi dentro lo sguardo. Per quanto poteva vedere - una profondità superiore all'altezza di un uomo - il mantello di ossidiana continuava. Per emergere, i tumuli dovevano essere enormi, simili più a cupole che a tombe ad alveare. «Comunque sia», borbottò, «la faccenda non mi piace». Rifletté, facendo scorrere nella mente gli eventi che l'avevano condotto a quella... sfortunata situazione. La pioggia letale della Progenie della Luna sembrava aver segnato una sorta di inizio. Fuoco e dolore, la perdita di un occhio, il bacio che aveva lasciato una cicatrice brutalmente deturpante in quello che era stato un viso giovane, bello secondo l'opinione comune. Una cavalcata a nord, verso la pianura, per recuperare l'aggiunto Lorn, una scaramuccia con i Barghast Ilgres. E, di ritorno a Pale, altri guai. Lorn aveva tirato le sue redini, ripristinando il suo vecchio ruolo di corriere dell'Artiglio. Corriere? Parla chiaro, Toc, specialmente a te stesso. Eri una
spia. Ma ti avevano fatto diventare ricognitore nell'Armata di Un-braccio. Quello, e niente di più, finché non è arrivato l'Aggiunto. A Pale c'erano stati problemi. Tattersail, poi il capitano Paran. Fuga e inseguimento. «Che pasticcio», borbottò. L'imboscata di Hairlock l'aveva schiacciato come una mosca, in qualche sorta di canale maligno. Dove ho... indugiato. Credo. Che Hood mi prenda, è ora di ricominciare a pensare da soldato. Orientati. Non fare niente di precipitoso. Pensa a come sopravvivere qui, in questo posto strano, ostile... Riprese la camminata verso il tumulo più grande. Aveva pendii delicati, ma era alto almeno tre volte un uomo. Toc sentì peggiorare la sua tosse, mentre vi si arrampicava. Lo sforzo fu ricompensato. In cima, si ritrovò al centro di un anello di tombe minori. Proprio davanti a lui, trecento passi oltre il bordo dell'anello, ma quasi invisibili a causa della foschia, si levavano i fianchi ossuti di colline ammantate di grigio. Più vicine, alla sua sinistra, c'erano le rovine di una torre di pietra; dietro di essa, il cielo era soffuso di un velo rossastro. Toc levò gli occhi verso il sole. Al suo risveglio, era a poco più di un quarto del suo corso; ora gli stava proprio sopra la testa. Poteva orientarsi. Le colline giacevano a nord-ovest, la torre qualche grado a nord dell'ovest. Il suo sguardo fu di nuovo attratto dalla cicatrice rossastra nel cielo dietro la torre. Sì, pulsava, con il battito regolare di un cuore. Si grattò il tessuto danneggiato che gli copriva l'orbita sinistra, trasalendo alla fioritura di colori che gli invase la mente in risposta. C'è della magia laggiù. Per gli dei, mi sta venendo un odio profondo per la magia. Un attimo dopo, dettagli più immediati richiamarono la sua attenzione. Il pendio settentrionale del tumulo centrale era sfregiato da una buca profonda, dai bordi irregolari e luccicanti. Una massa di pietre tagliate - ancora macchiate di rosso - affollava la base. Il cratere, capì infine, non era opera di saccheggiatori. Qualunque cosa l'avesse creato, era emerso dalla tomba, con violenza. In questo posto, sembra che nemmeno i morti dormano in eterno. Fu colto da un attacco di nervosismo, che scacciò con un'imprecazione sommessa. Hai visto di peggio, soldato. Ricorda quel T'lan Imass che si era unito all'Aggiunto, ha quintessenza della secchezza e della laconicità su due gambe, che Beru ci protegga tutti. Occhi socchiusi senza un barlume di misericordia. Quella cosa aveva infilzato un Barghast come un Rhivi infilza un cinghiale della pianura.
L'occhio ancora sul cratere sul fianco del tumulo, tenne il pensiero rivolto a Lorn e al suo compagno non-morto. Avevano cercato di liberare una creatura così irrequieta, di scatenare sulla regione un potere feroce, selvaggio. Si chiese se ci fossero riusciti. Il prigioniero della tomba su cui ora egli stava si era trovato davanti un compito terribile, senza dubbio alcuno: difese magiche, mura massicce e braccia su braccia di vetro compresso, compatto. Be', date le alternative, immagino che io sarei stato altrettanto disperato e altrettanto determinato. Quanto tempo c'era voluto? E quanto malignamente distorta era stata la sua mente, dopo la liberazione? Rabbrividì; l'idea gli provocò un altro accesso di tosse. Al mondo c'erano misteri, pochi dei quali piacevoli. Scese costeggiando la buca e si diresse verso la torre in rovina. Riteneva improbabile che l'occupante della tomba avesse indugiato a lungo nella zona. Io avrei voluto andarmene da qui il più lontano e il più velocemente possibile. Non c'era modo di dire quanto tempo fosse trascorso dalla fuga della creatura, ma l'istinto diceva a Toc che si trattava di anni, se non di decenni. A ogni modo, si sentiva stranamente tranquillo, malgrado l'ambiente inospitale e tutti i segreti nascosti sotto la superficie devastata di quella terra. Quale che fosse stata la minaccia lì racchiusa, sembrava se ne fosse andata da tempo. A quaranta passi dalla torre, per poco non inciampò in un corpo. Un sottile strato di polvere ne aveva completamente mascherato la presenza; quella stessa polvere, disturbata dal tentativo di Toc di evitare l'ostacolo, si levò in una nuvola. Imprecando, il Malazan sputò graniglia. Attraverso la foschia turbinosa, scintillante, vide che le ossa appartenevano a un uomo, tozzo, dalla corporatura pesante. I tendini si erano seccati in un color noce, e le pelli e pellicce che lo ricoprivano in parte erano ridotte a strisce marce. La testa era protetta da un elmo d'osso, ricavato dal teschio di una bestia cornuta; un corno si era staccato in un lontano passato. Lì vicino, giaceva una spada da reggere con due mani, coperta di polvere. Sembra l'immagine di Hood... Toc il Giovane guardò la figura con aria torva. «Che ci fai tu qui?» chiese. «Sto aspettando», rispose il T'lan Imass, con voce aspra. Toc frugò nella memoria in cerca del nome di quel guerriero non-morto. «Onos T'oolan», disse, soddisfatto di sé. «Del clan di Tarad...» «Ora mi chiamo Tool. Senza clan. Libero.» Libero? Libero di fare cosa, esattamente, sacco d'ossa? Di giacere nel
bel mezzo delle terre desolate? «Che cosa è successo all'Aggiunto? Dove siamo?» «Persi.» «A quale domanda stai rispondendo, Tool?» «A entrambe.» Toc strinse i denti, resistendo alla tentazione di mollare un calcio al T'lan Imass. «Puoi essere più preciso?» «Forse.» «Ebbene?» «L'Aggiunto Lorn è morto a Darujhistan due mesi fa. Siamo nell'antico luogo di nome Morn, duecento leghe a sud. È passato da poco mezzogiorno.» «Passato da poco mezzogiorno, hai detto. Grazie per il chiarimento.» Provava scarso piacere nel conversare con una creatura che esisteva da centinaia di migliaia di anni, e il disagio scatenava il suo sarcasmo; un'arroganza rischiosa, a dir poco. Sii serio, imbecille. Quella spada di selce non è lì solo per figura. «Voi due avete liberato il Tiranno Jaghut?» «Per poco. Il tentativo imperiale di conquistare Darujhistan è fallito.» Aggrottando le sopracciglia, Toc incrociò le braccia. «Hai detto che stavi aspettando. Aspettando cosa?» «È stata via per qualche tempo. Ma ora ritorna.» «Chi?» «Colei che ha preso possesso della torre, soldato.» «Potresti almeno alzarti quando parli con me?» Prima che ceda alla tentazione. Il T'lan Imass si alzò con una serie di scricchiolii di protesta; la polvere cadeva a cascata dalla sua forma massiccia, bestiale. Per una frazione di secondo, qualcosa brillò nelle profondità delle sue orbite mentre fissava Toc, poi Tool si girò a recuperare la spada di selce. Per gli dei, avrei dovuto insistere perché rimanesse sdraiato. Pelle incartapecorita, muscoli tirati e ossa pesanti... che si muovono come se appartenessero a un essere vivente. Oh, quanto li amava l'Imperatore. Un esercito che non doveva né nutrire né trasportare, un esercito in grado di andare ovunque e di fare praticamente qualunque cosa. E niente disertori, tranne quello che mi sta davanti adesso. E comunque, come si fa a punire un disertore T'lan Imass? «Ho bisogno di acqua», decretò Toc, dopo un lungo momento in cui si limitarono a fissarsi. «E di cibo. E devo trovare delle frecce. E una corda
per l'arco.» Sciolse le cinghie dell'elmo e se lo tolse. Il copricapo di cuoio al di sotto era imbevuto di sudore. «Non possiamo aspettare nella torre? Questo calore mi sta cuocendo il cervello.» E perché parlo come se mi aspettassi il tuo aiuto, Tool? «La costa si trova a mille passi a sud-ovest», illustrò Tool. «Là c'è del cibo, e una certa alga che potrà servire da corda per l'arco, finché non troveremo del budello. Non sento, ahimè, odore di acqua dolce. Forse l'occupante della torre sarà generosa, anche se è meno probabile che lo sia se ti troverà lì dentro al suo arrivo. Le frecce si possono fabbricare. Qui vicino c'è una palude di acqua salata, con delle canne rigide. Trappole per gli uccelli della costa ci procureranno le piume. Quanto alle punte...» Tool si girò a esaminare la pianura di ossidiana, «non credo che rimarremo a corto di materia prima». Quindi mi aiuterai. Ringrazio Hood. «Bene, spero che tu sappia ancora rompere la pietra e intrecciare le alghe, T'lan Imass, per non parlare di trasformare le canne in vere aste, perché io certo non ne sono capace. Quando ho bisogno di frecce, le requisisco, e sono dritte come un filo a piombo, con la punta di ferro.» «Non ho perso le mie abilità, soldato.» «Poiché l'Aggiunto non ci ha mai presentato ufficialmente, mi chiamo Toc il Giovane e non sono un soldato, ma un ricognitore...» «Appartenevi all'Artiglio.» «Senza l'addestramento dei sicari, e senza arti magiche. E inoltre, ho più o meno rinunciato a quel ruolo. Tutto ciò che voglio, ora, è tornare all'Armata di Un-braccio.» «Un lungo viaggio.» «Così ho inteso. Prima parto, meglio è, allora. Dimmi, per quanto si estende questa terra di vetro?» «Per sette leghe. Al di là, troverai la Pianura Lamatath. Quando vi arriverai, vai in direzione nord, nord-ovest.» «E questo dove mi porterà? A Darujhistan? Dujek ha preso d'assedio la città?» «No.» Il T'lan Imass girò la testa di scatto. «Ecco che arriva.» Toc seguì il suo sguardo. Tre figure erano apparse da sud e si avvicinavano al bordo dell'anello di tumuli. Delle tre, solo quella al centro camminava dritta. Era alta, snella, vestita di un telaba bianco, morbido, simile a quelli portati dalle nobili di Sette Città. I capelli neri erano lunghi e dritti. Ai suoi fianchi c'erano due cani, quello a sinistra grande come un pony
delle colline e simile a un lupo ispido, l'altro color grigio spento, dal pelo corto e i muscoli massicci. Poiché Tool e Toc stavano all'aperto, era impossibile che non fossero stati visti, eppure i tre non mostrarono alcun turbamento o cambiamento di ritmo nell'avvicinarsi. Arrivato a una decina di passi di distanza, il cane simile a un lupo balzò in avanti e raggiunse il T'lan Imass scodinzolando. Riflettendo sulla scena, Toc si grattò la mascella. «Un vecchio amico, Tool? Oppure la bestia vuole che le getti una delle tue ossa?» Il guerriero non-morto lo guardò in silenzio. «Era una battuta», spiegò Toc, scuotendo le spalle. «Per quanto scadente. Non credevo che i T'lan Imass potessero offendersi.» O, meglio, lo spero. Per gli dei, la mia boccaccia... «Stavo pensando», ribatté Tool lentamente. «Questa bestia è un ay e le ossa le piacciono poco. Gli ay preferiscono la carne, ancora calda se possibile.» Toc grugnì. «Capisco.» «Una battuta», proseguì Tool, dopo un attimo. «Certo.» Oh. Forse le cose non andranno troppo male: Non c'è fine alle sorprese. Il T'lan Imass allungò la mano per appoggiare la punta delle dita ossute sulla larga testa dell'ay. Quello si immobilizzò. «Un vecchio amico? Sì, adottammo questi animali nelle nostre tribù. Altrimenti sarebbero morti di fame. E noi saremmo stati responsabili di quella morte.» «Responsabili? Per colpa della caccia eccessiva? Credevo che la vostra gente fosse in armonia con la natura. Tutti quegli spiriti, tutti quei rituali propiziatori...» «Toc il Giovane», lo interruppe Tool, «mi prendi in giro, o mostri tutta la tua ignoranza? Nemmeno i licheni della tundra sono in pace. Tutto è guerra, tutto è lotta per il dominio. Chi perde, scompare». «E noi non siamo diversi, stai dicendo...» «Sì, invece, soldato. Noi possediamo il privilegio della scelta. Il dono della preveggenza. Anche se spesso giungiamo troppo tardi a riconoscere quelle responsabilità.» Il T'lan Imass inclinò il capo, studiando l'ay che gli stava davanti e, sembrava, la sua stessa mano scheletrica poggiata sulla sua testa. «Baaljagg aspetta i vostri ordini, caro guerriero non-morto», esordì la donna al suo arrivo, con voce cadenzata e melodiosa. «Che scena dolce. Garath, unisciti a tuo fratello nel dare il benvenuto al nostro ospite dissec-
cato.» Incontrando lo sguardo di Toc, sorrise. «Garath, naturalmente, potrebbe decidere che il vostro compagno è degno di essere sepolto; non sarebbe divertente?» «Per un po'», convenne Toc. «Voi parlate Daru, eppure portate il telaba di Sette Città...» Lei inarcò le sopracciglia. «Davvero? Oh, che confusione! A dire il vero, signore, voi parlate Daru eppure venite dall'impero di quella donna complessata... com'è che si chiama?» «Imperatrice Laseen. Dell'Impero Malazan.» E come facevi a saperlo? Non sono in uniforme... Lei sorrise. «Già.» «Io sono Toc il Giovane, e il T'lan Imass si chiama Tool.» «Piacere. Accidenti, fa caldo qui fuori, non vi pare? Ritiriamoci nella torre Jaghut. Garath, smettila di annusare il T'lan Imass e va' a svegliare i servi.» Toc guardò il cane tarchiato trotterellare verso la torre. L'entrata, vide ora, era in realtà un balcone, probabilmente sul primo piano, un'altra indicazione della profondità del vetro compresso. «Questo posto non sembra molto ospitale», commentò. «Le apparenze ingannano», mormorò la donna, rivolgendogli un altro sorriso che gli diede un tuffo al cuore. «Avete un nome?» chiese Toc, mentre cominciavano a camminare. «È Lady Invidia», intervenne Tool. «Figlia di Draconus, colui che forgiò la spada Dragnipur, e fu ucciso dal suo attuale possessore, Anomander Rake, Signore della Progenie della Luna, con quella stessa arma. Draconus, si ritiene, ebbe due figlie, che chiamò Invidia e Ripicca.» «Per il respiro di Hood, non dirai sul serio», borbottò Toc. «I nomi gli saranno sembrati buffi», proseguì il T'lan Imass. «Ora, però», sospirò Lady Invidia, «mi avete rovinato tutto il divertimento. Ci siamo già incontrati?». «No. Tuttavia, io vi conosco.» «Così pare! È stato eccessivamente modesto da parte mia presumere che non sarei stata riconosciuta. Dopo tutto, il mio cammino si è incrociato con quello dei T'lan Imass più di una volta. Almeno due, cioè.» Tool la fissò con il suo sguardo insondabile. «Sapere chi siete non risolverà il mistero della vostra attuale residenza qui a Morn, se doveste mantenere la vostra ritrosia, signora. Vorrei sapere che cosa cercate in questo posto.»
«Bella domanda», replicò lei in tono beffardo. Mentre si avvicinavano alla torre, una figura mascherata, con un'armatura di cuoio, apparve nell'entrata spalancata. Toc s'impietrì. «Quello è un Seguleh!» Si girò verso Lady Invidia. «Il vostro servo è un Seguleh.» «È così che si chiamano?» Lei corrugò la fronte. «È un nome familiare, anche se il contesto mi sfugge. Ah, be', ho scoperto i loro nomi propri, ma poco altro. Si trovavano a passare e mi hanno visto; questo, che si chiama Senu, e altri due. Hanno concluso che uccidermi avrebbe spezzato la monotonia del loro viaggio.» Sospirò. «Per loro sfortuna, ora mi servono.» Si rivolse al Seguleh. «Senu, i tuoi fratelli si sono svegliati del tutto?» L'uomo basso, flessuoso inclinò la testa; gli occhi scuri erano inespressivi dietro le fessure della maschera riccamente ornata. «Ho capito», spiegò Lady Invidia a Toc, «che quel movimento indica acquiescenza. Non sono una razza loquace, ho constatato». Toc scosse la testa, gli occhi sugli spadoni gemelli infilati sotto le braccia di Senu. «È l'unico dei tre a intrattenere rapporti diretti con voi, signora?» «Ora che mi ci fate pensare... significa qualcosa?» «Forse si trova sull'ultimo gradino della gerarchia. Gli altri due sono troppo importanti per parlare con i non-Seguleh.» «Che presunzione!» Il ricognitore sogghignò. «Non ne ho mai visti, ma ho sentito molte storie su di loro. La loro patria è un'isola a sud di qui, e si dice che siano una razza riservata, poco incline a viaggiare. Ma sono conosciuti in terre tanto a nord quanto Nathilog.» Conosciuti? Che Hood mi prenda, famosi, piuttosto. «Uhm, ho avvertito una certa arroganza che si è dimostrata divertente. Portaci all'interno, caro Senu.» Il Seguleh non si mosse. I suoi occhi avevano trovato Tool e ora stavano fissi sul T'lan Imass. Il pelo ritto, l'ay si spostò di lato per liberare uno spazio fra i due. «Senu?» ripeté Lady Invidia, con gentilezza mielata. «Credo», mormorò Toc, «che stia sfidando Tool». «Ridicolo! Perché dovrebbe fare una cosa simile?» «Per i Seguleh, il rango è tutto. Se la gerarchia è incerta, bisogna metterla in discussione. Non perdono tempo.» Lady Invidia guardò Senu con aria torva. «Comportati bene, giovanotto!» Agitò la mano per spingerlo a entrare nella stanza.
A quel gesto, Senu ebbe un sobbalzo. La cicatrice di Toc fu percorsa da uno spasmo pruriginoso. La grattò vigorosamente, cacciando un'imprecazione sommessa. Il Seguleh arretrò nella stanzetta, poi esitò un attimo prima di girarsi e condurre gli altri alla porta dirimpetto. Un corridoio curvo li portò a una camera centrale in mezzo alla quale si levava una stretta scala a chiocciola. Le pareti erano disadorne, di pomice bucherellata. Tre sarcofagi di calcare affollavano l'estremità più lontana della stanza; i coperchi erano appoggiati contro il muro in una fila ordinata. Il cane che Lady Invidia aveva mandato dentro per primo sedeva lì accanto. Appena oltre l'entrata, c'era un tavolo rotondo, di legno, con frutta fresca, carne, formaggio e pane, oltre a una brocca di terracotta tempestata di perline e a una serie di tazze. I due compagni di Senu torreggiavano silenziosi sul tavolo, come se fossero pronti a dare la vita in sua difesa. Entrambi eguagliavano Senu in altezza e corporatura, ed erano armati in modo simile; la differenza fra loro era evidente solo nelle maschere. Mentre la protezione smaltata di Senu era costellata di motivi scuri, tali decorazioni diminuivano gradualmente nelle altre due. Una era solo leggermente meno ornata di quella di Senu, ma la terza non recava che due sfregi gemelli, uno su ciascuna guancia bianca lucente. Gli occhi che trasparivano dalle fessure somigliavano a frammenti di ossidiana. Alla vista del T'lan Imass, il Seguleh dalla doppia cicatrice si irrigidì e fece un passo avanti. «Oh, insomma!» sibilò Lady Invidia. «Le sfide sono proibite! Se non la finite con queste sciocchezze, perderò la pazienza...» Tutti e tre i Seguleh indietreggiarono di un passo. «Ah», sospirò la donna, «così va molto meglio». Si girò verso Toc. «Placate i vostri bisogni, giovanotto. La brocca contiene vino bianco di Saltoan, opportunamente raffreddato.» Toc si scoprì incapace di distogliere gli occhi dal Seguleh che portava la maschera con il doppio sfregio. «Se uno sguardo fisso rappresenta una sfida», disse tranquillamente Lady Invidia, «vi consiglio, nell'interesse della pace - per non parlare della vostra stessa vita - di astenervi dal vostro attuale comportamento, Toc il Giovane». Improvvisamente allarmato, lui grugnì e staccò gli occhi dall'uomo. «Ben detto, Signora. È solo che non ho mai sentito parlare di... be', lasciamo stare. Non importa.» Si avvicinò al tavolo, allungando la mano verso la
brocca. Alle sue spalle esplose un movimento, seguito dal rumore di un corpo che scivolava attraverso la stanza, colpendo il muro con un tonfo sinistro. Girandosi di scatto, Toc vide Tool che, la spada alzata, fronteggiava gli altri due Seguleh. Senu giaceva accartocciato su se stesso a dieci passi di distanza, privo di sensi o morto, entrambe le spade sguainate a metà. In piedi accanto a Tool, l'ay di nome Baaljagg fissava il corpo, scodinzolando. Lady Invidia guardò gli altri Seguleh con occhi di ghiaccio. «Dal momento che i miei ordini si sono dimostrati insufficienti, lascerò gli scontri futuri nelle mani, evidentemente capaci, del T'lan Imass.» Si volse verso Tool. «Senu è morto?» «No. Ho usato il piatto della spada, signora; non ho alcun desiderio di uccidere uno dei vostri servi.» «Gentile da parte vostra, date le circostanze.» Toc strinse una mano tremante sul manico della brocca. «Volete che vi versi del vino, Lady Invidia?» Lei gli lanciò un'occhiata, alzò un sopracciglio e sorrise. «Splendida idea, Toc il Giovane. A quanto pare, spetta a noi due ripristinare la buona educazione.» «Che cosa avete saputo», riprese Tool, «dello Squarcio?». La tazza in mano, la donna si girò verso di lui. «Ah, voi andate dritto al punto in tutte le questioni, a quanto vedo. È stato chiuso. Da un'anima mortale, come voi certamente sapete. La mia attenzione, tuttavia, si è concentrata sull'identità del canale stesso. È diverso da qualunque altro. La porta sembra quasi... meccanica.» Squarcio? Volevano dire la cicatrice rossa nell'aria. Uh. «Avete esaminato le tombe dei K'Chain Che'Malle, signora?» Lei arricciò il naso. «Per poco. Sono tutte vuote, e lo sono da qualche tempo. Decenni.» Toc inclinò la testa con uno scricchiolio sommesso. «Solo decenni?» «Dettaglio spiacevole, invero. Credo che la Matrona abbia incontrato una notevole difficoltà nello svincolarsi; poi ha impiegato altro tempo nel riprendersi dal cimento, prima di liberare i suoi figli. Lei e la sua prole hanno compiuto altri sforzi nella città sepolta a nord-ovest, ma incompleti, come se i risultati fossero stati insoddisfacenti. Poi, a quanto pare, hanno lasciato del tutto la zona». La donna fece una pausa, poi aggiunse: «Può essere significativo il fatto che la Matrona era l'anima originaria che chiu-
deva lo Squarcio. Ora vi abita un'altra creatura sventurata, dobbiamo presumere». Il T'lan Imass annuì. Durante la conversazione, Toc era stato impegnato a mangiare e ora beveva la sua seconda tazza del vino fresco, frizzante. Cercare di trovare un senso a quello scambio gli aveva fatto venire il mal di testa; ci avrebbe pensato più tardi. «Devo andare a nord», annunciò, la bocca piena di pane granuloso. «C'è qualche possibilità, signora, che possiate fornirmi provviste adeguate? Sarei in debito nei vostri confronti...» Le parole gli morirono in gola, davanti al lampo di avidità negli occhi di lei. «Attento a cosa offrite, giovanotto...» «Senza offesa, ma perché mi chiamate "giovanotto"? Voi non dovete avere un giorno più di venticinque anni.» «Molto lusinghiero. E così, malgrado il successo di Tool nell'identificarmi - e ammetto di trovare assai sconcertante la profondità della sua conoscenza - i nomi rivelati dal T'lan Imass significano ben poco per voi.» Toc scosse le spalle. «Di Anomander Rake ho sentito parlare, naturalmente. Non sapevo che avesse preso una spada da qualcun altro; né quando quest'evento si fosse verificato. Capisco, tuttavia, che possiate essere giustificata nel provare risentimento verso di lui, dal momento che uccise vostro padre... come si chiamava? Draconus. L'Impero Malazan condivide quell'avversione. Per cui, avendo i nemici in comune...» «Siamo necessariamente alleati. Un'ipotesi ragionevole ma, purtroppo, erronea. Tuttavia, sarò lieta di fornirvi il cibo e le bevande che riuscirete a portare, anche se non ho armi da darvi, temo. In cambio, forse un giorno vi chiederò un favore; niente di importante, naturalmente. Qualcosa di piccolo e relativamente semplice. Sono condizioni accettabili per voi?» Toc sentì l'appetito abbandonarlo. Lanciò un'occhiata a Tool, ma non ricevette alcun aiuto dal volto inespressivo del guerriero non-morto. Il Malazan si accigliò. «Mi mettete in posizione di svantaggio, Lady Invidia.» Lei sorrise. E io che speravo avremmo superato lo stadio della buona educazione per arrivare a qualcosa di più... intimo. Maledizione Toc, stai di nuovo pensando con il cervello sbagliato... Il sorriso di lei si allargò. Arrossendo, Toc si riaccostò la tazza alle labbra. «Benissimo; acconsento alla vostra proposta.» «La vostra saggezza è una delizia per le orecchie, Toc il Giovane.»
Per poco, lui non si strozzò con il vino. Se non fossi un bastardo sfregiato, con un occhio solo, lo chiamerei un tentativo di seduzione. Tool parlò. «Lady Invidia, se cercate altre informazioni su questo Squarcio, non le troverete qui.» Toc provò piacere nel vedere il leggero choc sul viso della donna, mentre questa si girava verso il T'lan Imass. «Davvero? Sembra che non sia la sola che usa una certa ritrosia. Potete spiegarvi?» Anticipando la risposta, Toc il Giovane grugnì, poi sussultò, vittima di un'occhiata malevola della donna. «Forse», disse Tool, come previsto. Ah! Lo sapevo. «Fatelo, allora», riprese lei, in tono tagliente. «Io seguo una pista antica, Lady Invidia. Morn era solo una tappa su quella pista; ora essa conduce a nord. Trovereste le vostre risposte fra coloro che cerco.» «Volete che vi accompagni?» «Quale che sia la vostra decisione, non m'importa», rispose Tool, con la sua voce inespressiva. «Se doveste scegliere di rimanere qui, tuttavia, ho il dovere di avvertirvi: immischiarsi con lo Squarcio ha i suoi rischi; anche per un tipo come voi.» Lei incrociò le braccia. «Pensate che manchi della giusta cautela?» «Siete arrivata a un punto morto, e la vostra frustrazione cresce. Aggiungerò un incentivo, Lady Invidia: i vostri vecchi compagni di viaggio convergono verso la stessa destinazione, il Dominio di Pannion. Sia Anomander Rake sia Caladan Brood si preparano a muovere guerra al Dominio. È una decisione grave; non vi incuriosisce?» «Voi non siete un semplice T'lan Imass», lo accusò la donna. Tool non rispose. «A quanto pare, vi ha messo alle strette», osservò Toc, trattenendo a malapena il proprio divertimento. «L'impertinenza mi ripugna», sbottò lei. «Che ne è stato della vostra affettuosa serenità, Toc il Giovane?» Con suo grande stupore, egli provò l'impulso improvviso di gettarsi ai suoi piedi, implorando perdono. Scacciando quell'idea assurda con una scrollata di spalle, replicò: «Ha subito una brutta ferita, credo». Il viso di lei si ammorbidì in un'espressione da cerbiatta. Il desiderio irrazionale tornò; Toc si grattò la cicatrice, distogliendo lo sguardo.
«Non intendevo ferirvi...» Già; e la Regina dei Sogni ha le zampe di gallina. «... e vi porgo le mie scuse sincere.» La donna si girò verso Tool. «Benissimo; ci metteremo tutti quanti in viaggio. Com'è eccitante!» Fece un gesto ai servi Seguleh. «Cominciate subito i preparativi!» «Raccoglierò ora il materiale per il tuo arco e le tue frecce», disse il T'lan Imass a Toc. «Li fabbricheremo durante il cammino.» Il ricognitore annuì e dichiarò: «Non mi dispiacerebbe osservarti all'opera, Tool. Potrei imparare qualcosa di utile...». Il T'lan Imass sembrò riflettere per un attimo, poi inclinò la testa. «Probabile.» Tutti si volsero, sentendo un sonoro grugnito provenire dal punto in cui Senu giaceva contro il muro. Riprendendo conoscenza, il guerriero aveva trovato l'ay che, torreggiante su di lui, leccava con ovvio piacere i motivi sulla sua maschera. «La vernice», spiegò Tool, nel suo solito tono incolore, «sembra essere un misto di carbone, saliva e sangue umano». «Questo», borbottò Toc, «è quello che chiamo un brusco risveglio». Nel muovere verso la porta, Lady Invidia lo sfiorò, lanciandogli un'occhiata. «Oh, non vedo l'ora di fare questa gita!» Quel contatto tutt'altro che casuale suscitò un vespaio nelle viscere di Toc. Il cuore gli martellava in petto, e lui non sapeva se fosse per piacere o per paura. CAPITOLO SECONDO L'Armata di Un-braccio sanguinava per innumerevoli ferite. Una campagna interminabile, sconfitte consecutive seguite da vittorie ancora più costose. Ma di tutte le ferite subite dall'esercito di Dujek Un-braccio, le più gravi erano quelle dell'animo... Volpe d'Argento Il Ricognitore Hurlochel Rannicchiata fra le pietre e i massi caduti sul pendio della collina, il caporale Picker guardava il vecchio avanzare faticosamente su per la pista.
La sua ombra scivolò su Blend, ma colui che la gettava non sapeva nulla della vicinanza della soldatessa. Blend si alzò silenziosamente alle sue spalle - una pioggia di polvere si staccò dal suo corpo - e fece una serie di gesti in direzione di Picker. Il vecchio proseguì il cammino, ignaro di tutto. Quando fu distante una mezza dozzina di passi, Picker si raddrizzò; il mantello grigio lasciato dalla tempesta di sabbia del mattino ricadde a cascata mentre la donna puntava la balestra. «Fermo lì, viaggiatore», borbottò. Per la sorpresa, il vecchio barcollò, arretrando di un passo. Una pietra si spostò sotto il suo piede ed egli crollò a terra con un grido; una torsione del corpo, però, gli evitò di atterrare sullo zaino di cuoio legato alla schiena. Scivolò all'indietro, ritrovandosi quasi ai piedi di Blend. Picker avanzò con un sorriso. «Basta così», proclamò. «Non sembri pericoloso, nonnetto, ma, per ogni evenienza, ci sono altre cinque balestre puntate su di te in questo momento. Per cui, perché non mi spieghi cosa ci fai qui, in nome di Hood?» La logora giubba del vecchio era macchiata di polvere e di sudore. La fronte scottata dal sole si apriva ampia su un viso esile, che si restringeva in una mascella dal mento sfuggente. I denti storti, spezzati, sporgevano in tutte le direzioni; il suo sorriso era francamente ridicolo. Tirò a sé le gambe sottili, avvolte nel cuoio, e si mise lentamente in piedi. «Mille scuse», ansimò, gettando uno sguardo a Blend. Quello che vide nei suoi occhi lo fece sussultare e rigirarsi frettolosamente verso Picker. «Credevo che questa pista fosse abbandonata, persino dai ladri. Vedete, ho investito i risparmi di una vita in ciò che porto; non ho potuto permettermi una guardia, nemmeno un mulo...» «Sei un mercante, allora», intervenne Picker, nella sua parlata strascicata. «Diretto dove?» «A Pale. Vengo da Darujhistan.» «Questo è più che evidente», sbottò Picker. «Il problema è che Pale ora è in mano all'impero... come pure queste colline.» «Non sapevo... di queste colline, cioè. Naturalmente sono informato del fatto che Pale è entrata nell'abbraccio Malazan.» Picker sogghignò in direzione di Blend. «Hai sentito? Un abbraccio. Questa è buona, nonnetto. Un abbraccio materno, eh? Cos'hai in quello zaino, dunque?» «Sono un artigiano», rispose il vecchio, chinando la testa. «Fabbrico monili. Osso, avorio, giada, serpentino...»
«Qualcosa investito di incantesimi, o simili?» chiese il caporale. «Qualcosa di benedetto?» «Nella mia opera sono investiti solo i miei talenti, per rispondere alla prima domanda. Non sono un mago, e lavoro da solo. Tuttavia, ho avuto la fortuna di ottenere la benedizione di un sacerdote su una serie di tre fasce d'avorio.» «Quale dio?» «Treach, la Tigre dell'Estate.» Picker fece una risata beffarda. «Quello non è un dio, sciocco. Treach è un Primo Eroe, un semidio, un ascendente Soletaken...» «Gli è stato consacrato un nuovo tempio», l'interruppe il vecchio. «Sulla Strada della Scimmia Glabra, nel Quartiere Gadrobi. Sono stato personalmente incaricato di preparare la rilegatura in pelle per il Libro delle Preghiere e dei Rituali.» Picker alzò gli occhi al cielo e abbassò la balestra. «Va bene, vediamo queste fasce, allora.» Annuendo con fervore, il vecchio si tolse lo zaino dalle spalle, posandolo avanti a sé. Slacciò l'unica cinghia. «Ricorda», grugnì Picker, «se tiri fuori qualcosa di losco ti beccherai una dozzina di quadrella nel cranio». «Questo è uno zaino, non i miei calzoni», borbottò il mercante. «E poi, non erano cinque?» Il caporale aggrottò la fronte. «Il nostro pubblico», spiegò tranquillamente Blend, «è cresciuto». «Esatto», si affrettò ad aggiungere Picker. «Due interi squadroni, nascosti, osservano ogni tuo movimento.» Con cautela esagerata, il vecchio estrasse un pacchetto di pelle di daino, avvolto nello spago. «L'avorio ha fama di essere antico», annunciò in tono riverente. «Viene da un mostro con pelliccia e zanne, che era una volta la preda preferita di Treach. Il cadavere della bestia fu trovato nel fango gelato nella lontana Elingarth...» «Bando alle ciance», sbottò Picker. «Fuori quelle dannate fasce.» Allarmato, il mercante alzò le sopracciglia bianche, ispide. «Dannate! No! Mai! Credete che venderei oggetti maledetti?» «Calma, era solo un dannato modo di dire. Sbrigati, non abbiamo tutto il dannato giorno.» Blend fece un verso, ma un'occhiata del suo caporale la zittì prontamente.
Il vecchio svolse il pacchetto, rivelando tre anelli da braccio, ognuno in un pezzo unico, privo di ornamenti, brillante di una pallida lucentezza. «Dove sono i segni della benedizione?» «Non ce ne sono. Sono stati avvolti, uno dopo l'altro, in un panno intessuto con il pelo sparso dallo stesso Treach durante la muta, per nove giorni e dieci notti...» Blend sbuffò. «Il pelo sparso durante la muta?» Il caporale contorse il viso in una smorfia. «Che pensiero rivoltante!» «Spindle non la penserebbe così», mormorò Blend. «Tre anelli da braccio», riprese Picker, in tono meditabondo. «Braccio destro, braccio sinistro... e poi dove? E bada a quel che dici: Blend e io siamo fiori delicati.» «Tutti per un braccio solo. Sono massicci, eppure si allacciano l'uno all'altro... così ha decretato la benedizione.» «Non hanno giunture, ma si allacciano... vorrei proprio vedere come.» «Non posso, ahimè, dimostrare questa magia, perché si verificherà solo una volta, quando il compratore li avrà infilati sul braccio che regge le armi.» «Questo puzza di truffa lontano un miglio.» «Be', noi l'abbiamo incastrato», intervenne Blend. «Gli inganni funzionano solo se si può filarsela facilmente.» «Come nei mercati affollati di Pale. Ma qui...» Picker rivolse al vecchio un largo sorriso, «non siamo in un mercato affollato, no? Quanto?». Il mercante si agitò, nervoso. «Avete scelto i miei oggetti più preziosi... pensavo di venderli all'asta...» «Quanto, vecchio?» «Tre-trecento consigli d-d'oro.» «Consigli. È la nuova moneta di Darujhistan, vero?» «Pale ha adottato il jakata Malazan come valuta standard», osservò Blend. «Qual è il cambio?» «Che sia dannata se lo so», borbottò Picker. «Con il vostro permesso», azzardò il mercante, «il cambio a Darujhistan è due jakata e un terzo per un consiglio. La commissione di mediazione ammonta a un jakata al minimo. Per cui, strettamente parlando, uno e un terzo». Blend spostò il peso da una gamba all'altra e si chinò a osservare meglio gli anelli. «Trecento consigli manterrebbero comodamente una famiglia
per almeno due anni.» «Questo era il mio scopo», spiegò l'uomo. «Anche se, poiché vivo solo e modestamente, calcolavo quattro anni o più, compreso l'acquisto di materiali per il mio mestiere. Meno di trecento consigli, e sarei rovinato.» «Mi piange il cuore», ribatté Picker. Lanciò un'occhiata a Blend. «Chi protesterà se mancano?» La soldatessa scosse le spalle. «Va' a rimediare tre colonne, allora.» «Subito, caporale.» Oltrepassando il vecchio, Blend avanzò silenziosamente per la pista, fino a scomparire. «Vi imploro», gemette il mercante, «non pagatemi in jakata...». «Calmati», lo zittì Picker. «Oponn sorride su di te oggi. Ora, allontanati dallo zaino. Ho il dovere di perquisirlo.» Inchinandosi, l'uomo indietreggiò. «Le altre opere sono di valore minore, lo ammetto. Addirittura un po' raffazzonate...» «Non ho intenzione di comprare nient'altro», precisò Picker, frugando con una mano in tutto lo zaino. «Sto agendo in veste ufficiale.» «Ah, capisco. Certi articoli sono ora proibiti a Pale?» «I jakata falsi, per esempio. L'economia locale sta prendendo una batosta; nemmeno i consigli di Darujhistan sono molto graditi. La settimana scorsa abbiamo fatto una bella retata.» Il mercante spalancò gli occhi. «Mi pagherete con monete false?» «È un'idea allettante, ma no. Come ho detto, Oponn ti ha fatto l'occhiolino.» Terminata la perquisizione, Picker arretrò, estraendo una piccola tavoletta di cera dalla borsa appesa al cinturone. «Devo registrare il tuo nome, mercante. Sono soprattutto contrabbandieri a usare queste piste, per evitare la postazione sulla strada della pianura che passa per lo Svincolo; a quanto pare, tu sei uno dei pochi onesti. Quegli intelligentoni pagano dieci volte tanto per la loro furbizia, quando la verità è che avrebbero più possibilità di farla franca nel caos della postazione.» «Mi chiamo Munug.» Picker alzò lo sguardo. «Povero bastardo.» Blend riapparve lungo la pista, tre colonne di monete strette fra le braccia. Il mercante scrollò le spalle imbarazzato, gli occhi sulle pile di denaro. «Quelli sono consigli?» «Sì», borbottò Picker. «In colonne da cento; probabilmente, ti rovinerai la schiena portandoli a Pale, per non parlare del ritorno. A dire il vero, ora
non hai nemmeno più bisogno di fare il viaggio, no?» Lo fissò, mentre rimetteva la tavoletta nella borsa. «Il ragionamento non fa una grinza», riconobbe Munug, riavvolgendo le fasce nel pacchetto, che passò a Blend. «Ma andrò lo stesso a Pale, a vendere il resto del mio lavoro.» Spostando nervosamente gli occhi qua e là, scoprì i denti storti in un debole sorriso. «Se la fortuna di Oponn continua ad assistermi, potrei persino raddoppiare i miei guadagni.» Picker lo studiò per un altro attimo, poi scosse la testa. «L'avidità non paga mai, Munug. Sarei pronta a scommettere che, nel giro di un mese, tornerai giù per questa pista, con nient'altro che polvere nelle tasche. Ci stai? Dieci consigli.» «Se perdo, rimarrò in debito con voi.» «Ah, be', accetterei qualche monile al loro posto; sei abile con le mani, vecchio, su questo non c'è dubbio.» «Grazie, ma declino rispettosamente la scommessa.» Picker scrollò le spalle. «Peccato. Ti rimane luce per un'altra campana. Vicino alla cima della collina, c'è un campo a ridosso della strada; se sei abbastanza determinato, potresti arrivarci prima del tramonto.» «Farò lo sforzo.» Munug infilò le braccia nelle cinghie dello zaino, si raddrizzò con un grugnito poi, muovendo leggermente il capo in direzione del caporale, lo oltrepassò. «Aspetta», ordinò Picker. Munug sentì le ginocchia indebolirsi e per poco non crollò a terra. «Ssì?» riuscì a balbettare. Picker prese le fasce da Blend. «Devo mettermi queste, prima. Si allacciano, sostieni. Ma non hanno giunture.» «Oh! Sì, certo. Procedete pure.» Il caporale arrotolò la manica della camicia impolverata, rivelando, al di sotto della lana pesante, la tintura rosso borgogna. Munug ansimò in modo udibile. Picker sorrise. «Esatto, siamo Arsori di Ponti. Incredibile quanto può nascondere la polvere, eh?» Fece risalire gli anelli d'avorio sul braccio robusto, sfregiato; quando arrivarono fra il bicipite e la spalla, ci fu uno scatto sommesso. Aggrottando le sopracciglia, Picker li esaminò e cacciò un sibilo di sorpresa. «Che io sia dannata.» Il sorriso di Munug si allargò per una frazione di secondo, poi l'uomo fece un leggero inchino. «Ora posso riprendere il mio viaggio?» «Va'», rispose lei. Non gli prestava più attenzione: i suoi occhi erano
puntati sulle fasce lucenti. Blend fissò la schiena del mercante; un leggero cipiglio le increspava la fronte coperta di polvere. Munug trovò la traversa poco tempo dopo. Lanciandosi un'occhiata alle spalle per assicurarsi, per la decima volta almeno, di non essere seguito, sgusciò rapidamente fra le due pietre inclinate che incorniciavano l'entrata nascosta. Il passaggio oscuro terminava dopo mezza dozzina di passi, aprendosi su un sentiero che si infilava attraverso una fenditura dalle alte pareti. Ombre inghiottirono il mercante che avanzava a passo frettoloso. Al tramonto mancavano meno di cento battiti del cuore, stimò; il ritardo accumulato con gli Arsori di Ponti poteva rivelarsi fatale, se fosse mancato all'appuntamento. «Dopo tutto», mormorò fra sé, «gli dei non sono famosi per la loro natura misericordiosa». Le monete pesavano. Il cuore gli martellava in petto. Non era abituato a sforzi così gravosi. Era un artigiano, lui. Un po' sfortunato negli ultimi tempi, forse, indebolito dai tumori in mezzo alle gambe, sicuramente, ma il suo talento e la sua immaginazione si erano acuiti grazie a tutto il dolore e alla sofferenza che aveva patito. Ti ho scelto proprio per i tuoi difetti, Munug. Oltre che per la tua abilità, naturalmente. Oh sì, ho grande bisogno della tua abilità. La benedizione di un dio certo avrebbe eliminato quei tumori. E, in caso contrario, trecento consigli avrebbero pagato quasi interamente la cura di un guaritore Denul, a Darujhistan. Dopo tutto, non era saggio confidare soltanto nella ricompensa di un dio per i servigi a lui resi. La storia raccontata da Munug agli Arsori di Ponti sull'asta da tenere a Pale non era pura invenzione: era meglio crearsi alternative, elaborare piani di riserva e, per quanto la scultura e l'incisione non fossero le sue abilità maggiori, egli non era tanto modesto da negare l'alta qualità del suo lavoro. Naturalmente, non valevano nulla in confronto alla sua pittura. Nulla, proprio nulla. Aumentò l'andatura, ignorando la nebbia soprannaturale che gli si chiudeva intorno. Dieci passi dopo, mentre attraversava la porta del canale, i crepacci e i dirupi dei Monti Tahlyn Orientali scomparvero del tutto e la nebbia si diradò, rivelando una pianura sassosa, monotona sotto un cielo pallido. Nella pianura si alzava una tenda di pelle consunta, sopra cui aleggiava una nube di foschia azzurro mare. Munug vi si diresse rapidamente.
Il petto scosso dagli ansiti, l'artigiano si accovacciò davanti all'entrata e grattò sul lembo che la copriva. Dall'interno venne un colpo di tosse stridente, poi una voce aspra intimò: «Entra, mortale». Munug strisciò dentro. Fumo denso e acre gli assalì gli occhi, le narici e la gola ma, dopo il primo respiro, sentì un fresco torpore spandersi dai polmoni. Tenendo la testa e lo sguardo chini, si fermò appena oltre l'entrata e aspettò. «Sei in ritardo», protestò il dio, ansimando a ogni respiro. «C'erano soldati sulla pista, padrone.» «L'hanno scoperto?» L'artigiano sorrise ai giunchi sporchi che ricoprivano il fondo della tenda. «No. Hanno perquisito il mio zaino, come prevedevo, ma non la mia persona.» Il dio tossì di nuovo, e Munug sentì un raschio, mentre il braciere veniva tirato sul pavimento. Semi scoppiettarono sui carboni e il fumo si infittì. «Mostrami.» Infilando le mani nelle pieghe della logora giubba, l'artigiano estrasse uno spesso pacchetto, delle dimensioni di un libro. Lo svolse, rivelando una pila di carte di legno. La testa ancora china, lavorando alla cieca, Munug spinse le carte verso il dio e le dispose l'una accanto all'altra. Sentì il respiro che si fermava in gola al compagno, poi un debole fruscio. Quando il dio parlò di nuovo, la sua voce era più vicina. «Difetti?» «Sì, padrone. Uno per ogni carta, secondo le vostre istruzioni.» «Ah, ciò mi fa piacere. Mortale, la tua abilità è ineguagliata. Queste sono veramente immagini di imperfezione e di dolore. Sono torturate, piene di angoscia. Assalgono gli occhi e fanno sanguinare il cuore. Di più: nei volti che hai forgiato in quelle scene, vedo una solitudine cronica.» Nel suo tono entrò un divertimento ironico. «Hai dipinto la tua stessa anima, mortale.» «Ho conosciuto poca felicità, padr...» Il dio sibilò. «E non dovresti aspettartela! Non in questa vita, né nelle migliaia di altre che sei condannato a sopportare prima di arrivare alla salvezza; sempre che tu abbia sofferto abbastanza da meritartela!» «Prego perché la mia sofferenza non abbia tregua, padrone», bofonchiò Munug. «Bugiardo. Tu sogni l'agiatezza e l'appagamento. Porti l'oro che, credi, te li farà raggiungere, e intendi prostituire il tuo talento per ottenere ancora
di più; non negarlo, mortale. Conosco la tua anima; vedo la sua avidità e la sua bramosia qui, in queste immagini. Non temere, queste emozioni mi divertono, perché sono la via verso la disperazione.» «Sì, padrone.» «Ora, Munug di Darujhistan, la tua ricompensa!» Il vecchio gridò, quando il fuoco divampò nei tumori in mezzo alle sue gambe. Contorcendosi dal male, si raggomitolò sui giunchi sudici. L'orribile suono della risata del dio si ruppe in colpi di tosse tormentosi, lenti a passare. Il dolore, capì Munug dopo un po', stava svanendo. «Sei guarito, mortale. Ti vengono concessi altri anni della tua miserevole esistenza. Ahimè, poiché io aborrisco la perfezione, così devono fare i miei diletti figli.» «P-padrone, non sento più le gambe!» «Sono morte, temo. Tale era il prezzo della guarigione. A quanto pare, artigiano, ti toccherà strisciare lentamente, faticosamente verso la tua meta, qualunque essa sia. Ricorda, figlio, che il valore sta nel viaggio, non nel risultato raggiunto.» Il dio rise di nuovo, scatenando un altro accesso di tosse. Riconoscendo di essere stato congedato, Munug trascinò il peso morto degli arti inferiori attraverso l'entrata della tenda, poi giacque ansimante. Il dolore che sentiva ora veniva dall'anima. Accostando a sé lo zaino, vi posò la testa; le colonne di monete impilate premevano contro la fronte rigata di sudore. «La mia ricompensa», mormorò. «Benedetto è il tocco del Caduto. Conducimi, amato padrone, per i sentieri della disperazione, perché merito la sofferenza di questo mondo in abbondanza infinita...» Dalla tenda alle sue spalle, la risata del Dio Storpio fendette l'aria. «Gioisci di questo momento, caro Munug! Per mano tua, è cominciato il gioco nuovo. Per mano tua, il mondo tremerà!» Munug chiuse gli occhi. «La mia ricompensa...» Blend continuò a fissare la pista per molto tempo dopo che il mercante fu scomparso alla vista. «Non era», borbottò, «quello che sembrava». «Nessuno di loro lo è», convenne Picker, tirando le fasce che portava al braccio. «Queste cose sono maledettamente strette.» «Probabilmente, il braccio marcirà e ti cadrà, caporale.» Picker alzò gli occhi sgranati. «Credi che siano maledette?» Blend scrollò le spalle. «Se fossi in te, le farei esaminare da Ben lo Svel-
to, e al più presto» «Per gli attributi di Togg, se avevi dei sospetti...» «Non ho detto questo, caporale... sei tu che ti sei lamentata perché erano strette. Non puoi toglierle?» Picker aggrottò le sopracciglia. «No, maledizione!» «Oh.» Blend distolse lo sguardo. Picker contemplò l'ipotesi di mollare alla compagna un sonoro ceffone, ma era un'idea che le veniva almeno dieci volte al giorno da quando erano state assegnate insieme a quell'incarico, e per l'ennesima volta resistette. «Trecento consigli per farmi cadere il braccio. Magnifico.» «Guarda il lato roseo, caporale. Così avrai qualcosa di cui parlare con Dujek.» «Ti odio; sul serio, Blend.» L'altra rivolse a Picker un sorriso incerto. «Allora, hai lasciato cadere un ciottolo nello zaino del vecchio?» «Sì, era abbastanza nervoso da giustificare quella mossa. Per poco non è svenuto quando l'ho richiamato, no?» Blend annuì. «Così», proseguì Picker, riallungando la manica, «Ben lo Svelto seguirà le sue tracce». «Sempre che non svuoti lo zaino...» Il caporale grugnì. «Aveva meno interesse di me per il suo contenuto. No, il bottino importante, qualunque esso fosse, ce l'aveva sotto la camicia. Comunque, quando arriverà a Pale spargerà sicuramente la voce e il passaggio di contrabbandieri per queste colline diminuirà di colpo, sono pronta a scommetterci; senza contare che, mentre eri andata a prendere i consigli, gli ho buttato lì che ci sono più possibilità allo Svincolo.» Il sorriso di Blend si allargò. «"Il caos del crocevia", eh? L'unico caos che tormenta gli uomini di Paran laggiù riguarda cosa fare di tutto quello che confiscano.» «Prepariamoci da mangiare; i Moranth saranno, probabilmente, puntuali come al solito.» I due Arsori di Ponti risalirono su per la pista. Un'ora dopo il tramonto, arrivò lo stormo di Moranth Neri, che discesero sui loro quorl in un rumoroso batter d'ali fino al cerchio di lanterne disposto da Picker e da Blend. Uno di loro portava un passeggero che smontò goffamente non appena le sei zampe del suo quorl toccarono il terreno
sassoso. Picker rivolse un ampio sorriso all'uomo che imprecava. «Da questa parte, Ben...» Lui si girò verso la donna. «In nome di Hood, che cos'hai combinato, caporale?» Il sorriso si spense. «Non granché, mago. Perché?» L'uomo magro, dalla pelle scura, lanciò un'occhiata ai Moranth Neri, poi raggiunse rapidamente il punto in cui aspettavano Picker e Blend. Abbassò la voce. «Dobbiamo agire in modo semplice, maledizione! Volando sopra le colline, per poco non sono caduto da quella sella nodosa: quaggiù ci sono canali che turbinano, potere che sgorga da ogni luogo...» S'interruppe e si avvicinò, gli occhi scintillanti. «Anche da te, Picker...» «Sono maledette, allora», borbottò Blend. Picker la fulminò con lo sguardo e le disse, nel tono più sarcastico che le riuscì: «Proprio come avevi sempre sospettato, vero, Blend? Brutta bugiarda!». «Hai acquisito la benedizione di un ascendente!» l'accusò Ben lo Svelto in un sibilo. «Idiota! Quale, Picker?» Lei inghiottì a fatica; aveva la gola improvvisamente secca. «Uh, Treach?» «Oh, grandioso.» Il caporale corrugò la fronte. «Cosa c'è che non va in Treach? È perfetto per un soldato; la Tigre dell'Estate, il Signore della Battaglia...» «Cinque secoli fa, forse! Treach ha assunto la sua forma Soletaken centinaia di anni fa; da allora, quella bestia non ha più avuto un pensiero umano! Non è solo irriflessivo... è pazzo, Picker!» Blend ridacchiò. Il mago si volse di scatto verso di lei. «Che c'è da ridere?» «Niente. Mi dispiace.» Picker arrotolò la manica per mostrare le fasce. «Sono queste, Ben lo Svelto», si affrettò a spiegare. «Puoi togliermele?» Nel vedere gli anelli d'avorio, lui si ritrasse, poi scosse la testa. «Se si trattasse di un ascendente ragionevole, sano di mente, forse sarebbe possibile qualche... trattativa. A ogni modo, non importa...» «Non importa!» Picker allungò la mano ad afferrare il mantello impermeabile del mago. «Non importa? Razza di verme col moccio al naso...» Tacque all'improvviso, sgranando gli occhi. Ben lo Svelto la guardò con un sopracciglio alzato. «Che cosa stai fa-
cendo, caporale?» chiese sommessamente. «Uh, scusa, mago.» La donna lo lasciò andare. Con un sospiro, Ben lo Svelto si aggiustò il mantello. «Blend, porta i Moranth al nascondiglio.» «Certo», rispose lei, andando dai guerrieri in attesa a passo sciolto. «Chi ha fatto la consegna, caporale?» «Alludi alle fasce?» «Dimenticati delle fasce: te le dovrai tenere per sempre. I consigli di Darujhistan. Chi li ha consegnati?» «È una strana storia», osservò Picker, scrollando le spalle. «Un'enorme carrozza è apparsa, come dal nulla. Un momento la pista era vuota, e un momento dopo c'erano sei cavalli scalpitanti e una carrozza; e, mago, questa pista non può accogliere un carro a due ruote, figuriamoci una carrozza. Le guardie erano armate fino ai denti, per giunta, e nervose; ma si capisce, dal momento che portavano diecimila consigli.» «Trygalle», mormorò Ben lo Svelto. «Quella gente mi mette in ansia...» Dopo un attimo, scosse la testa. «Ora, la mia ultima domanda. L'ultimo ciottolo che hai mandato per la sua strada... dov'è?» Picker aggrottò le sopracciglia. «Non lo sai? Sono i tuoi contrassegni, mago!» «A chi l'hai dato?» «A un fabbricante di monili.» «Monili come quello che porti al braccio, caporale?» «Be', sì, ma quella era la sua unica perla; ho guardato tutti gli altri lavori, ed erano buoni, ma niente di speciale.» Ben lo Svelto lanciò un'occhiata al punto in cui i Moranth dall'armatura nera caricavano colonne di monete sui loro quorl, sotto lo sguardo compiaciuto di Blend. «Be', non può essere distante. Non mi resta che trovarlo. Non dovrei impiegarci molto...» Picker lo vide allontanarsi di un breve tratto, poi sedersi per terra a gambe incrociate. L'aria notturna andava raffreddandosi; dai Monti Tahlyn arrivava un vento occidentale. La distesa di stelle sopra la loro testa era diventata nitida. Picker si girò a osservare le operazioni di carico. «Blend», chiamò, «assicurati che ci siano due selle in più, oltre a quella del mago». «Certo», rispose quella. La città di Pale non era granché, ma almeno le notti erano calde. Picker stava diventando troppo vecchia per accamparsi all'aperto notte dopo notte,
dormendo sul terreno freddo e duro. La settimana trascorsa ad aspettare la consegna le aveva messo un dolore sordo nelle ossa; ma almeno, con il generoso contributo di Darujhistan, Dujek sarebbe stato in grado di completare l'approvvigionamento dell'esercito. Se la fortuna di Oponn li assisteva, nel giro di una settimana sarebbero stati in marcia. Verso un'altra maledetta guerra, come se non fossimo già abbastanza stanchi. E poi, per lo zoccolo di Fener, che razza di roba è il Dominio di Pannion? Da quando aveva lasciato Darujhistan otto settimane prima, Ben lo Svelto era stato destinato allo stato maggiore del comandante Whiskeyjack, con il compito di contribuire al consolidamento dell'esercito ribelle di Dujek. La burocrazia e le magie minori sembravano andare stranamente in sintonia. Il mago era stato occupato a tessere una rete di comunicazioni attraverso Pale e i suoi avamposti. Decime e dazi rispondevano ai bisogni finanziari dell'esercito e l'imposizione del controllo agevolava la transizione dall'occupazione al possesso. Almeno per il momento. L'Armata di Unbraccio e l'Impero Malazan avevano preso strade diverse, dopo tutto, eppure più di una volta il mago aveva provato meraviglia davanti alle responsabilità tipicamente imperiali che gli erano state affidate. Siamo proscritti, eh? Già, e Hood sogna pecore che saltellano in pascoli verdi. Dujek stava... aspettando. L'esercito di Caladan Brood aveva impiegato parecchio tempo a scendere a sud e solo il giorno prima aveva raggiunto la pianura a nord di Pale; aveva Tiste Andii al centro, mercenari e Barghast Ilgres su un fianco e i Rhivi, con le loro enormi greggi di bhederin, sull'altro. Ma non ci sarebbe stata nessuna guerra. Non questa volta. No, per l'Abisso, abbiamo tutti deciso di combattere un nemico nuovo, sempre che il negoziato fili liscio; e dato che i governanti di Darujhistan stanno già trattando con noi, sarà probabilmente così. Un nemico nuovo. Un impero teocratico che divora città dopo città in un'onda apparentemente inarrestabile di fanatica ferocia. Il Dominio di Pannion. Perché ho una brutta sensazione al riguardo? Non importa, è tempo di trovare il mio contrassegno vagabondo... Chiudendo gli occhi, Ben lo Svelto sciolse le catene che gli avvolgevano l'anima e sgusciò via dal proprio corpo. Poiché non riusciva ad avvertire la presenza dell'innocuo ciottolo, levigato dall'acqua, che aveva immerso nel
suo calderone di magie, non gli restò che procedere a spirale verso l'esterno, confidando che la vicinanza dell'oggetto avrebbe, prima o poi, colpito i suoi sensi. Significava andare alla cieca e se c'era una cosa che il mago odiava... Ah, ti ho trovato! Sorprendentemente vicino, come se avesse attraversato una sorta di barriera nascosta. La vista gli mostrava solo oscurità - non una stella brillava sulla sua testa - ma sotto di lui il terreno era diventato pianeggiante. Sono in un canale, chiaro. La cosa preoccupante è che non lo riconosco del tutto. È familiare, ma ha qualcosa di strano. Avanti a sé, distinse un debole chiarore rossastro, che si levava dal suolo. Coincideva con l'ubicazione del suo contrassegno. Un odore di fumo dolciastro aleggiava nell'aria tiepida. Ben lo Svelto sentì aggravarsi la sua inquietudine, ma si avvicinò lo stesso al chiarore. La luce rossa veniva da una logora tenda, vide. A coprire l'entrata c'era un lembo di pelle, sciolto. Il mago non riuscì a percepire nulla di ciò che stava al di là. Raggiunta la tenda, si accovacciò, poi esitò. La curiosità è la mia dannazione, ma riconoscere un difetto non basta a correggerlo. Purtroppo. Scostò il lembo e guardò dentro. Una figura avvolta in una coperta sedeva rannicchiata contro la parete più lontana, distante meno di tre passi, china su un braciere da cui il fumo si levava in serpeggianti volute. Il suo respiro era rumoroso, affannoso. Una mano le cui ossa sembravano tutte rotte si levò alla vista, piegandosi in un gesto di invito. Una voce aspra emerse da sotto la coperta munita di cappuccio. «Entra, mago. Credo di avere qualcosa di tuo...» Ben lo Svelto aprì i suoi canali; riusciva a gestirne solo sette alla volta, anche se ne possedeva di più. Si sentì percorrere da ondate di potere. Aveva agito con riluttanza: svelare contemporaneamente quasi tutto ciò che possedeva lo riempiva di un delizioso fremito di onnipotenza, eppure riconosceva in quella sensazione un'illusione pericolosa, potenzialmente fatale. «Capisci ora», proseguì la figura, fra un ansito sibilante e l'altro, «che lo devi recuperare. Uno come me non può conservare un simile legame con i tuoi ammirevoli poteri, mortale...». «Chi sei?» domandò il mago. «Spezzato. Rovinato. Incatenato a questo corpo febbricitante sotto di noi. Non ho chiesto un destino simile. Non sono sempre stato un essere di dolore...»
Ben lo Svelto premette una mano sulla terra fuori dalla tenda, che sondò con i suoi poteri. Dopo un lungo momento, spalancò gli occhi, poi li chiuse lentamente. «L'hai infettata.» «In questo regno», spiegò la figura, «sono come un cancro. E, ogni giorno che passa, divento più virulento. Lei non può svegliarsi, finché cresco nella sua carne». Si mosse leggermente e, da sotto le pieghe della sudicia coperta, venne lo sferraglio di una catena pesante. «I vostri dei mi hanno legato, mortale, e credono di aver terminato la missione.» «Desideri un qualche servigio in cambio del mio contrassegno», affermò Ben lo Svelto. «Esatto. Se io devo soffrire, lo stesso deve valere per gli dei e il loro mondo...» Il mago scatenò la sua moltitudine di canali. Il potere invase la tenda. La figura gridò, sussultando. La coperta s'incendiò, insieme ai capelli lunghi e arruffati della creatura. Ben lo Svelto sfrecciò dentro la tenda, dietro l'ultima ondata della sua magia. Una mano scattò in avanti, rovesciata, il polso in alto. I polpastrelli si conficcarono nelle orbite oculari dell'altro; il palmo gli batté contro la fronte, spingendo la testa all'indietro. L'altra mano di Ben lo Svelto scese a raccogliere, con precisione infallibile, il ciottolo che rotolava fra i giunchi. Il potere dei canali scemò. Mentre il mago arretrava, si girava e si tuffava verso l'entrata, la creatura incatenata gridava di rabbia. Ben lo Svelto si mise frettolosamente in piedi e corse via. L'onda lo colpì da dietro, lo gettò scompostamente sul terreno caldo, fumante. Gridando, il mago si contorse sotto quell'attacco prodigioso. Cercò di allontanarsi, ma il potere era troppo grande. Cominciò a tirarlo indietro. Ben lo Svelto conficcò le unghie nel terreno, fissò i solchi scavati dalle sue dita, vide il sangue scuro che ne usciva. Oh, Burn, perdonami. La stretta invisibile, implacabile, lo trascinava verso l'entrata della tenda. Brama e furore irradiavano dalla figura all'interno, insieme alla certezza che tali emozioni sarebbero state soddisfatte nel giro di momenti. Ben lo Svelto era impotente. «Conoscerai questo dolore!» ruggì il dio. A quel punto, qualcosa emerse dal terreno. Una mano massiccia si chiuse intorno al mago, come se un gigante bambino afferrasse una bambola. Ben lo Svelto gridò di nuovo, mentre veniva attratto nel suolo ribollente. La bocca gli si riempì di terra dal sapore aspro.
Un urlo di rabbia risuonava debolmente da sopra. Rocce seghettate squarciarono il corpo del mago, che veniva tirato sempre più giù, attraverso la carne della Dea Dormiente. A causa della mancanza d'aria, l'oscurità gli avvolse pian piano la mente. Quando si risvegliò, tossiva, sputando un misto di fango e ghiaia. Aria calda, pura, gli riempì i polmoni. Si ripulì gli occhi dal terriccio, girandosi su un fianco. L'eco di gemiti l'investì; il terreno piatto, duro sotto di lui, si piegava e si muoveva lentamente. Ben lo Svelto si mise carponi. Sangue gocciolava dalla carne lacerata della sua anima, i suoi abiti erano ridotti a logore strisce, ma era vivo. Alzò lo sguardo. E per poco non cacciò un grido. Una figura dalla forma vagamente umana torreggiava su di lui. Lo superava in altezza di almeno quindici volte, e con la sua mole per poco non toccava il soffitto a volta della grotta. La carne scura, fatta di argilla, punteggiata di diamanti grezzi, scintillò mentre l'apparizione si spostava leggermente. La creatura sembrava ignorare Ben lo Svelto, anche se il mago sapeva che era stata lei a salvarlo dal Dio Storpio. Teneva le braccia alzate verso l'alto; le mani scomparivano nel soffitto scuro, macchiato di rosso, nel quale spiccavano ampi archi bianco sporco, disposti a intervalli regolari, simili a una successione infinita di costole. Le mani sembravano stringere due di queste costole, o forse vi erano fuse insieme. A malapena visibile oltre la creatura, forse a un migliaio di passi dentro la grotta, stava accovacciata un'altra apparizione del genere, anch'essa con le braccia alzate. Ben lo Svelto fece vagare lo sguardo per la grotta. Altri servi - il mago ne vide quattro, forse cinque - e tutti con le braccia levate verso il soffitto. La grotta era in realtà un ampio tunnel, che curvava in lontananza. Sono all'interno di Burn, la Dea Dormiente. Un canale vivente. In carne e ossa. E questi... servi... «Ti sono grato!» gridò alla creatura che incombeva su di lui. Una testa piatta e deforme si chinò. Occhi di diamante, simili a stelle, scesero a fissarlo. «Aiutaci.» La voce era infantile, piena di disperazione. Ben lo Svelto spalancò la bocca. Aiutarli? «Si indebolisce», gemette la creatura. «Nostra madre si indebolisce, e noi moriamo. Aiutaci.» «Come?» «Aiutaci, ti prego.»
«I-io non so come.» «Aiutaci.» Ben lo Svelto si alzò barcollando. La carne d'argilla, ora vide, si scioglieva, scivolando in torrenti giù per le braccia massicce del gigante. Pezzi di diamante si staccavano e cadevano. Il Dio Storpio li sta uccidendo, sta avvelenando la carne di Burn. Il mago aveva la mente in tumulto. «Servo, figlio di Burn! Quanto tempo? Prima che sia troppo tardi?» «Non molto», rispose la creatura. «Si avvicina. Il momento si avvicina.» Ben lo Svelto fu invaso dal panico. «Quanto manca? Puoi essere più preciso? Ho bisogno di sapere con cosa posso lavorare, amico. Provaci, per favore.» «Molto presto. Decine. Decine di anni, non di più. Il momento si avvicina. Aiutaci.» Il mago sospirò. Per poteri simili, a quanto pareva, i secoli erano come giorni. Ma la gravità della supplica del servo rischiava di sopraffarlo. Come pure la minaccia. Che cosa sarebbe successo se Burn fosse morta? Che Beru ci protegga, non credo di volerlo scoprire. E va bene, allora; questa è diventata la mia battaglia. Abbassò lo sguardo sul terreno cosparso di fango, indagando con i sensi. Presto trovò il contrassegno. «Servo! Lascerò qui qualcosa, in modo da poterti rintracciare. Troverò aiuto - lo prometto - e tornerò da te...» «Non da me», lo rimbeccò il gigante. «Io muoio. Verrà un altro. Forse.» Le braccia della creatura si erano assottigliate, e ora erano quasi del tutto prive della loro armatura di diamante. «Io muoio adesso.» Cominciò ad afflosciarsi. La macchia rossa sul soffitto si era allargata fino alle costole, ed erano apparse delle crepe. «Troverò una soluzione», mormorò Ben lo Svelto. «Lo giuro.» A un suo gesto, un canale si aprì. Senza un'ultima occhiata - o lo spettacolo gli avrebbe spezzato il cuore - vi entrò, e scomparve. Una mano gli scuoteva incessantemente la spalla. Ben lo Svelto aprì gli occhi. «Dannazione, mago», sibilò Picker. «È quasi l'alba; dobbiamo volare.» Con un gemito, il mago allungò le gambe, sussultando a ogni movimento, poi si lasciò tirare in piedi dal caporale. «L'hai ripreso?» chiese lei, mentre lo sorreggeva nella camminata verso il quorl in attesa. «Ripreso cosa?»
«Quel ciottolo.» «No. Siamo nei guai, Picker...» «Siamo sempre nei guai...» «No, voglio dire tutti quanti noi.» Puntò i piedi, fissandola. «Tutti quanti.» Nella sua espressione, lei vide qualcosa che la lasciò scossa. «Ma adesso dobbiamo andare.» «Sì. Meglio che mi allacci con le cinghie; non riuscirò a stare sveglio.» Arrivarono al quorl. Il Moranth seduto sulla sella anteriore girò la testa munita di elmo a guardarli in silenzio. «Regina dei Sogni», borbottò Picker, mentre avvolgeva l'imbracatura di cuoio intorno agli arti di Ben lo Svelto. «Non ti ho mai visto così spaventato, mago. Per poco non mi hai fatto pisciare cubetti di ghiaccio.» Quelle furono le ultime parole della notte che Ben lo Svelto ricordò; e le ricordò per sempre. Ganoes Paran era tormentato da immagini di annegamento, ma non nell'acqua. Annegava nell'oscurità. Smarrito, si agitava in preda al panico in un luogo sconosciuto e inconoscibile. Ogniqualvolta chiudeva gli occhi, lo coglievano le vertigini, nodi gli serravano le viscere, e tornava a essere un bimbetto impotente. Terrorizzato, incapace di comprendere, sentiva la sua anima contorcersi dal dolore. Il capitano lasciò la barricata presso lo Svincolo, dove gli ultimi mercanti della giornata si aprivano a fatica un varco attraverso la calca di guardie, soldati e funzionari Malazan. Aveva obbedito agli ordini di Dujek, allestendo il suo accampamento dall'altra parte della gola del passo. Imposte e perquisizioni di carri avevano reso un introito sostanziale anche se, man mano che si spargeva la voce, le entrate diminuivano. Era un equilibrio delicato: dovevano mantenere le tasse a un livello sopportabile per i mercanti e far passare abbastanza contrabbando per evitare che il cappio li strozzasse e i viaggi fra Darujhistan e Pale cessassero del tutto. Paran ci riusciva, ma a malapena. Eppure quello era il minore dei suoi problemi. Dal momento del disastro di Darujhistan, il capitano si sentiva alla deriva, gettato qua e là dalla caotica trasformazione di Dujek e della sua armata di disertori. L'ancora Malazan era stata recisa. Le strutture di sostegno erano crollate. Il peso sul corpo degli ufficiali si era fatto schiacciante. Quasi diecimila soldati avevano improvvisamente acquisito un infantile bisogno di rassicurazione.
E la rassicurazione era qualcosa che Paran non era in grado di dare. Il tumulto al suo interno non faceva che aggravarsi. Sangue bestiale sembrava correre nelle sue vene. Frammenti di ricordi - pochi dei quali suoi - e visioni strane, soprannaturali, tormentavano le sue notti. Le ore del giorno passavano in una nebbia confusa. Gli infiniti problemi relativi al materiale e alla logistica, i complicati bisogni della gestione pratica sbattevano ripetutamente contro la marea crescente di disturbi fisici che lo affliggeva. Paran si sentiva male da settimane, e aveva i suoi sospetti riguardo alla causa. Il sangue del Segugio dell'Ombra. Una creatura che si è tuffata nel regno stesso dell'Oscurità... eppure posso esserne davvero sicuro? Le emozioni che mi scuotono... assomigliano più a quelle di un bambino. Un bambino... Respinse il pensiero per l'ennesima volta, sapendo benissimo che sarebbe tornato presto - già il dolore gli divampava nello stomaco - e, con un'altra occhiata al punto in cui Trotts montava la guardia, continuò il cammino su per il fianco della collina. Il patimento della malattia l'aveva cambiato; questo lo percepiva dentro di sé, simboleggiato in un'immagine, una scena strana e pregnante. Si sentiva come se la sua stessa anima fosse stata ridotta a qualcosa di miserevole, un ratto malconcio, coperto di sudore, intrappolato in una frana, che si contorceva e dimenava attraverso ogni fenditura alla ricerca disperata di un luogo in cui la pressione - il peso vasto, in continuo movimento - si allentasse. Uno spazio in cui respirare. E tutte quelle pietre aguzze, dolorose, si depositano, e gli spazi in mezzo svaniscono... l'oscurità sale come acqua... I trionfi raggiunti a Darujhistan ora sembravano banali a Paran. L'aver salvato una città, l'aver salvato la vita a Whiskeyjack e al suo squadrone, l'aver distrutto i piani di Laseen, tutto era crollato in cenere nella mente del capitano. Non era quello di prima, e la sua nuova forma non era di suo gradimento. Il dolore oscurava il mondo. Il dolore disorientava. Trasformava la sua carne e le sue ossa nella dimora di uno sconosciuto, da cui sembrava impossibile fuggire. Il mormorio del sangue bestiale... parla di libertà. Parla di una via d'uscita; ma non dall'oscurità. No. Dentro all'oscurità, dove sono andati i Segugi, fin nel cuore della spada maledetta di Anomander Rake, il cuore segreto di Dragnipur. A quel pensiero, per poco non imprecò a voce alta, mentre avanzava
lungo la pista che sovrastava lo Svincolo. La luce del giorno stava sbiadendo. Il vento che pettinava l'erba aveva cominciato a cadere e il suo canto aspro si affievoliva in un fruscio. Il mormorio del sangue era solo uno fra i tanti; ognuno richiedeva la sua attenzione, ognuno offriva inviti contradditori, disparate vie di fuga. Ma sempre di fuga si tratta. Evasione. La creatura terrorizzata non riesce a pensare ad altro... mentre il peso si deposita... si deposita sempre più. Il disorientamento. Tutto ciò che vedo intorno a me... sembrano ricordi di qualcun altro. L'erba si intreccia su basse colline, spuntoni di roccia punteggiano le cime e, quando il sole tramonta e il vento si raffredda, il sudore sul mio viso si asciuga e scende l'oscurità; e io ne bevo l'aria come se fosse l'acqua più dolce del mondo. Per gli dei, che cosa significa? La confusione al suo interno non si quietava. Sono sfuggito al mondo di quella spada, eppure mi sento addosso le sue catene, che stringono sempre più. E dentro quella tensione, c'era un'aspettativa. Di cedimento, di resa... un'aspettativa di diventare... che cosa? Diventare cosa? Il Barghast sedeva in mezzo all'erba alta, bruna, su una cima che dominava lo Svincolo. Per quel giorno, il flusso di mercanti aveva cominciato ad assottigliarsi su entrambi i lati della barricata; le nuvole di polvere si diradavano sulla strada segnata dai solchi. Altri allestivano i loro accampamenti; la gola del passo stava diventando un ufficioso punto di ritrovo. Se le cose andavano avanti così, esso avrebbe messo radici, diventando un villaggio, poi un paesino. Ma non accadrà. Siamo troppo irrequieti. Dujek ha tracciato la mappa del nostro immediato futuro, ma esso è avvolto nella polvere di un esercito in marcia. Peggio ancora, in quella mappa ci sono delle spaccature, e pare proprio che gli Arsori di Ponti stiano per cadere in una... Profonda. Senza fiato, in lotta contro le fitte, Paran andò ad accovacciarsi accanto al guerriero tatuato, mezzo nudo. «È da stamattina che cammini tutto tronfio come un maschio di bhederin, Trotts», esordì. «Che cosa tramate tu e Whiskeyjack, soldato?» La bocca larga e sottile del Barghast si increspò in una specie di sorriso; i suoi occhi scuri rimasero fissi sulla scena giù nella valle. «La fredda oscurità sta finendo», ruggì. «Di cosa vai cianciando, per Hood? Il sole tramonterà fra pochi attimi, idiota sporco di grasso.» «Fredda e gelida», continuò Trotts. «Cieca al mondo. Io sono il Racconto, e il Racconto è rimasto inespresso per troppo tempo. Ma non più. Io
sono una spada sul punto di lasciare il fodero. Sono ferro, e alla luce del giorno vi accecherò tutti. Ah!» Paran sputò nell'erba. «Mallet ha accennato alla tua improvvisa... loquacità. Ha anche detto che non ha giovato a nessuno, dal momento che con il suo arrivo hai perso il poco buonsenso che possedevi prima.» Il Barghast si batté la mano sul petto; il suono riecheggiò come un colpo di tamburo. «Io sono il Racconto, e presto esso verrà narrato. Vedrai, Malazan. Vedrete tutti.» «Il sole ti ha fritto il cervello, Trotts. Bene, stasera torneremo tutti a Pale, anche se presumo che Whiskeyjack te l'abbia già detto. Ecco che arriva Hedge a darti il cambio.» Paran si raddrizzò, nascondendo il sussulto che accompagnò il movimento. «Vado a finire il mio giro.» Si allontanò a passo stanco. Dannazione, Whiskeyjack, che cosa avete architettato tu e Dujek? Il dominio di Pannion... Perché stiamo provocando un terremoto per qualche fanatico arrogante? Queste cose si estinguono da sole. Tutte le volte. Implodono. Gli imbrattapergamene assumono il controllo - sempre - e cominciano a discutere su oscuri dettagli di fede. Si formano sette. Scoppia la guerra civile, finché non rimane che un ennesimo fiore calpestato sulla strada infinita della storia. Sì, ora tutto è vivido e brillante. Ma i colori sbiadiscono. Lo fanno sempre. Un giorno, l'Impero Malazan si troverà faccia a faccia con la sua mortalità. Un giorno, sull'Impero cadrà il crepuscolo. Si piegò in due, quando un altro nodo di dolore lancinante gli attanagliò lo stomaco. No, non pensare all'Impero! Non pensare alla decimazione di Laseen! Abbi fiducia in Tavore, Ganoes Paran: tua sorella salverà il Casato. Meglio di come ci saresti riuscito tu. Molto meglio. Abbi fiducia in tua sorella... Il dolore si calmò leggermente. Tirando un respiro profondo, il capitano ricominciò a scendere verso il crocevia. Annegando. Per l'Abisso, sto annegando. Arrampicandosi come una scimmia, Hedge arrivò in cima alla collina. Le gambe storte lo portarono vicino al Barghast; mentre gli passava dietro, allungò la mano e diede un violento strattone alla sua treccia nodosa. «Ah», esclamò, sedendosi al suo fianco, «mi piace il modo in cui gli occhi ti schizzano in fuori quando lo faccio». «Tu, zappatore», ribatté il Barghast, «sei la schiuma sotto un ciottolo in
un torrente che scorre attraverso un branco di porci malati». «Buona, anche se un po' lunghetta. Hai fatto girare la testa al capitano, eh?» Trotts rimase zitto; ora teneva gli occhi sui lontani Monti Tahlyn. Hedge si tolse il cappello di cuoio bruciacchiato, grattò vigorosamente i pochi ciuffi di capelli che gli rimanevano sulla zucca e studiò il suo compagno per un lungo momento. «Non male», decretò. «Nobile e misterioso. Sono molto colpito.» «Mi sembra giusto. Simili pose non sono facili da mantenere.» «Tu hai un talento naturale. Allora, perché fai impazzire Paran?» Trotts sogghignò, rivelando una fila di denti limati, macchiati di blu. «È divertente. Inoltre, spetta a Whiskeyjack spiegare le cose...» «Solo che, per adesso, non ha spiegato un bel niente. Dujek vuole che torniamo a Pale, a raccogliere quello che resta degli Arsori di Ponti. Paran dovrebbe essere contento di riavere una compagnia da comandare, invece di un paio di squadroni malconci. Whiskeyjack ha detto niente dell'imminente negoziato con Brood?» Trotts annuì lentamente. Hedge aggrottò le sopracciglia. «Be', e che cosa?» «Che è imminente.» «Oh, grazie tante. A proposito, sei ufficialmente esonerato dal montare la guardia, soldato. Laggiù stanno cucinando una carcassa di bhederin apposta per te. Ho detto al cuoco di farcirla di sterco, perché a te piace così.» Trotts si alzò. «Un giorno, forse, ti cucinerò e ti mangerò, zappatore.» «E morirai soffocato da una delle mie ossa.» Il Barghast si accigliò. «La mia era un'offerta genuina, Hedge. Per onorarti, amico mio.» Lo zappatore guardò Trotts in tralice, poi fece un ampio sorriso. «Bastardo! C'ero quasi cascato!» Arricciando il naso, Trotts si allontanò. «"Quasi", ha detto. Ah, ah.» Whiskeyjack era in attesa quando Paran tornò alla postazione e alla sua barricata di fortuna. Un tempo sergente, ora comandante in seconda di Dujek Un-braccio, il veterano brizzolato era arrivato con l'ultimo stormo di Moranth. Era insieme al guaritore del suo vecchio squadrone, Mallet; i due guardavano una ventina di soldati del Secondo Esercito caricare sui quorl i tributi riscossi nell'ultima settimana. Paran si avvicinò, camminando con cautela in modo da nascondere il dolore che aveva dentro.
«Come va la gamba, comandante?» chiese. Whiskeyjack scosse le spalle. «Ne stavamo giusto parlando», intervenne Mallet, il viso rotondo arrossato. «È guarita male. Ha bisogno di cure serie...» «Più tardi», ruggì il barbuto comandante. «Capitano Paran, fate riunire gli squadroni fra due campane; avete deciso cosa fare con i resti del Nono?» «Sì; si uniranno ai resti dello squadrone del sergente Antsy.» Whiskeyjack corrugò la fronte. «Datemi dei nomi.» «Antsy ha il caporale Picker e... vediamo... Spindle, Blend, Detoran. Per cui, con Mallet, Hedge, Trotts e Ben lo Svelto...» «Ben lo Svelto e Spindle sono ora maghi del quadro, capitano. Ma li avrete comunque nella vostra compagnia. Altrimenti, immagino che Antsy sarà più che contento.» Mallet sbuffò. «Contento? Antsy non conosce il significato di quella parola.» Paran strinse gli occhi. «Devo dedurre, allora, che gli Arsori di Ponti non marceranno con il resto dell'Armata?» «No, non lo farete... ma ne parleremo a Pale.» Gli occhi grigi, piatti di Whiskeyjack studiarono il capitano per un momento, poi scivolarono via. «Rimangono trentotto Arsori di Ponti; come compagnia, non è granché. Se preferite, capitano, potete rifiutare l'incarico. Ci sono alcune compagnie di soldati scelti di marina a corto di ufficiali, e sono abituate a essere comandate da nobili.» Cadde il silenzio. Paran distolse il viso. Stava scendendo il crepuscolo; l'ombra della valle risaliva su per i pendii delle colline circostanti e una spruzzata di stelle spuntava dalla volta del cielo. Potrei beccarmi un coltello nella schiena, mi sta dicendo. Gli Arsori di Ponti hanno una radicata avversione per gli ufficiali di nobili natali. Un anno fa, l'avrebbe affermato chiaro e tondo, secondo la convinzione che fosse giusto svelare le verità spiacevoli. L'idea erronea che questo fosse un comportamento da soldati... quando in realtà un comportamento da soldati è proprio l'opposto. In un mondo pieno di trappole e di trabocchetti, si balla lungo i bordi. Solo gli sciocchi si buttano a capofitto, e gli sciocchi non vivono a lungo. Aveva sentito coltelli entrargli nel corpo, una volta, infliggendogli ferite che avrebbero dovuto essere fatali. Al ricordo, si ricoprì di sudore. Quella minaccia non era qualcosa che potesse scacciare con una semplice alzata di spalle, in un'ostenta-
zione di spavalderia giovanile. Lo sapeva, e lo sapevano anche i due uomini davanti a lui. «Considererei comunque un onore», rispose Paran, gli occhi sull'oscurità che divorava la strada meridionale, «comandare gli Arsori di Ponti, signore. Forse, col tempo, potrò avere l'opportunità di dimostrarmi degno di quei soldati». Whiskeyjack grugnì. «Come volete, capitano. L'offerta rimane valida, caso mai doveste cambiare idea.» Paran lo guardò. Il comandante fece un largo sorriso. «Per un po', almeno.» Dal buio emerse una figura enorme, dalla pelle scura; armi e armatura tintinnavano sommessamente. Vedendo Whiskeyjack e Paran insieme, la donna esitò, poi, puntando lo sguardo sul comandante, annunciò: «È in corso il cambio della guardia, signore. Stiamo tornando tutti, secondo gli ordini». «Perché lo dici a me, soldato?» tuonò Whiskeyjack. «Parla con il tuo superiore diretto.» La donna si accigliò e si girò verso Paran. «È in corso...» «Ho sentito, Detoran. Di' agli Arsori di Ponti di raccogliere la loro attrezzatura e di riunirsi nello spiazzo.» «Manca ancora una campana e mezzo alla partenza.» «Lo so benissimo, soldato.» «Sì, signore. Subito, signore.» La donna si allontanò a passo sciolto. Whiskeyjack sospirò. «A proposito di quell'offerta...» «Il mio precettore era Napan», ricordò Paran. «Devo ancora incontrare un Napan che conosca il significato della parola "rispetto", e Detoran non fa eccezione. Sono anche consapevole del fatto», proseguì, «che non fa eccezione nemmeno per quanto riguarda gli Arsori di Ponti». «A quanto pare, il vostro precettore era un buon insegnante», borbottò Whiskeyjack. Paran aggrottò le sopracciglia. «Che cosa intendente dire?» «La sua mancanza di rispetto per l'autorità vi ha contagiato, capitano. Avete appena interrotto il vostro comandante.» «Uh, le mie scuse. Continuo a dimenticare che non siete più sergente.» «Anch'io; per questo ho bisogno che quelli come voi non sbaglino.» Il veterano si volse verso Mallet. «Ricorda ciò che ho detto, guaritore.» «Sì, signore.» Whiskeyjack lanciò un'altra occhiata a Paran. «Quello "sbrigatevi e a-
spettate" è stata una buona mossa, capitano. I soldati amano cuocere nel loro brodo.» Paran guardò l'uomo allontanarsi verso il corpo di guardia, poi disse a Mallet: «A proposito del tuo colloquio privato con il comandante, guaritore. C'è qualcosa che dovrei sapere?». Mallet batté gli occhi con aria assonnata. «No, signore.» «Benissimo. Puoi riunirti al tuo squadrone.» «Sì, signore.» Rimasto solo, Paran sospirò. Trentotto veterani pieni di amarezza e di risentimento, già traditi due volte. Io ero estraneo al tradimento avvenuto all'assedio di Pale, e la proscrizione di Laseen ha colpito tanto me quanto loro. Non mi si può dare la colpa né nell'uno né nell'altro caso, eppure lo fanno lo stesso. Si fregò gli occhi. Il sonno era diventato un... evento sgradito. Notte dopo notte, fin dal momento della fuga da Darujhistan... dolore e sogni, no, incubi, per gli dei dell'Abisso... Trascorreva le ore di buio accartocciato sotto le coperte; il sangue gli correva tumultuoso nelle vene, acidi gli ribollivano nello stomaco e il suo sonno era irregolare, tormentato da immagini di lui che correva. Corro a quattro zampe. E poi annego. È il sangue del Segugio, che fluisce intatto dentro di me. Dev'essere così. Più di una volta aveva cercato di dirsi che il sangue del Segugio dell'Ombra era anche la causa della sua paranoia. Quel pensiero gli suscitò un sorriso amaro. Non è vero. Ciò che temo è fin troppo reale. E peggio ancora, questo grande senso di perdita... senza la possibilità di fidarmi... di nessuno. E senza questa possibilità, cosa vedo nella vita che mi aspetta? Nient'altro che solitudine e, quindi, niente di valore. E ora, tutte queste voci... che parlano di fuga. Fuga. Si riscosse, sputando per liberarsi del muco acre che aveva in gola. Pensa a quell'altra cosa, a quell'altra scena. Solitaria. Sconcertante. Ricorda, Paran, la voce che hai sentito. Apparteneva a Tattersail; non ne hai dubitato allora, perché ne dubiti adesso? Lei è viva. In qualche modo, sotto qualche forma, la maga vive... Ahhh, il dolore! Un bambino che gridava nell'oscurità, un Segugio che ululava, perso nella sua sofferenza. Un'anima inchiodata al cuore di una ferita... e io mi credo solo. Per gli dei, almeno lo fossi! Whiskeyjack entrò nel corpo di guardia, si chiuse la porta alle spalle e si
avvicinò a grandi passi al tavolo dello scrivano. Vi si appoggiò, tendendo la gamba dolorante. Il suo sospiro allentò una serie infinita di nodi; alla fine, l'uomo tremava. Dopo un attimo, la porta si aprì. Raddrizzandosi, Whiskeyjack guardò Mallet con aria torva. «Credevo che il tuo capitano avesse indetto una riunione, guaritore.» «Paran è in condizioni ancora peggiori delle vostre, signore.» «Ne abbiamo già parlato. Devi coprirgli le spalle... o ci stai ripensando, Mallet?» «Mi avete frainteso. Ho appena sondato nella sua direzione... il mio canale Denul si è ritratto, comandante.» Solo in quel momento Whiskeyjack notò il pallore sul viso rotondo del guaritore. «Ritratto?» «Sì. Non mi era mai successo. Il capitano è malato, sul serio.» «Tumori? Cancri? Sii più preciso, maledizione!» «Niente del genere, signore; non ancora, ma verranno. Si è scavato un buco nelle viscere; colpa di tutto quello che si tiene dentro, presumo. Ma c'è dell'altro; abbiamo bisogno di Ben lo Svelto. Paran è invaso dalle magie, che gli si spargono nel corpo come la gramigna.» «Oponn...» «No, il Giullare della Fortuna se n'è andato da tempo. Il viaggio di Paran verso Darujhistan... gli è accaduto qualcosa lungo la strada. No, non qualcosa: molte cose. Comunque, combatte contro quelle magie; è questo che lo sta uccidendo. Ma forse mi sbaglio. Abbiamo bisogno di Ben lo Svelto...» «D'accordo. Sottoponigli la cosa quando arriveremo a Pale. Ma digli di essere diplomatico; inutile aumentare l'inquietudine del capitano.» Mallet si fece ancora più cupo. «Signore, è solo che... è in grado di assumere il comando degli Arsori di Ponti?» «E lo chiedi a me? Se vuoi parlare con Dujek delle tue preoccupazioni, ne hai il diritto, guaritore. Se pensi che Paran non sia idoneo alle sue mansioni... è questo che credi, Mallet?» Dopo un lungo attimo, l'uomo sospirò. «Non siamo ancora a questo punto, presumo. È testardo come voi... signore. Per Hood, siete sicuro che non siate parenti?» «Sicurissimo», ruggì Whiskeyjack. «Un qualunque cane di accampamento ha sangue più puro di quello che scorre nella mia famiglia. Per il momento lasciamo stare, allora. Parla con Ben e Spindle. Scopri quello che
puoi su quelle magie nascoste: se ci sono ancora dei che tirano i fili di Paran, voglio sapere di chi si tratta, e poi potremo pensare al perché.» Mallet strinse gli occhi, scrutando il comandante. «Signore, dove ci stiamo andando a cacciare?» «Non so bene, guaritore», ammise Whiskeyjack con una smorfia. Con un grugnito, spostò il peso dalla gamba malata a quella buona. «Se la fortuna di Oponn mi assiste, non dovrò estrarre la spada; i comandanti di solito non lo fanno, no?» «Se mi deste il tempo, signore...» «Dopo, Mallet. Adesso devo pensare al negoziato. Brood e il suo esercito sono arrivati fuori Pale.» «Sì.» «E il tuo capitano si starà chiedendo che fine hai fatto, in nome di Hood. Fuori di qui, Mallet. Arrivederci dopo il negoziato.» «Sì, signore.» CAPITOLO TERZO Dujek Un-braccio e il suo esercito aspettavano l'arrivo di Caladan Brood e dei suoi alleati: i terribili Tiste Andii, i clan Barghast provenienti dal lontano nord, una decina di contingenti mercenari e i Rhivi, gli abitanti delle pianure. Lì, sul campo di battaglia ancora sfregiato fuori dalla città di Pale, le due forze si sarebbero incontrate; non per farsi la guerra ma per forgiare, da una storia amara, la pace. Né Dujek, né Brood, né nessun altro della loro leggendaria compagnia avrebbe potuto prevedere lo scontro che seguì; uno scontro non di spade, ma di parole... Confessioni di Artanthos Creste poco profonde ornavano, simili a festoni, i lati delle colline una lega a nord di Pale, cicatrici a malapena sanate dell'epoca in cui l'arroganza della città si era spinta a voler divorare le steppe al margine della Pianura Rhivi. A memoria di essere vivente, le colline erano sempre state sacre ai Rhivi; i contadini di Pale avevano pagato la loro impudenza col sangue. Eppure la terra era lenta a guarire; pochi menhir, cerchi di massi e cripte
di roccia erano ancora al loro posto. Ora le pietre erano ammucchiate alla rinfusa in cumuli senza senso lungo gli antichi campi di granturco terrazzati. Tutto quello che era stato sacro in quelle colline lo restava solo nella mente dei Rhivi. Come dice la fede, così è la realtà. La Mhybe si accostò la pelle di antilope alle spalle esili, ossute. Quella mattina, una nuova serie di dolori le punteggiava il corpo, segno che, nella notte appena trascorsa, la bambina le aveva sottratto altre energie. Si diceva che la vecchia non provasse risentimento: quei bisogni andavano soddisfatti e, a ogni modo, la bambina aveva ben poco di naturale. Spiriti potenti, dal cuore freddo e incantesimi ciechi avevano concorso a forgiare un essere nuovo, unico. E il tempo stringeva, stringeva sempre più. Gli occhi scuri della Mhybe scintillarono nei loro nidi di rughe, mentre la donna guardava la bambina scorrazzare sulle terrazze segnate dalle intemperie. Gli istinti materni non venivano mai meno. Non era giusto maledirli, condannare i legami d'amore che accompagnavano la divisione della carne. Malgrado tutte le pene che la tormentavano, e malgrado tutte le distorte esigenze di cui era impregnata sua figlia, la donna non poteva - non voleva - intessere ragnatele di odio. Tuttavia, il deperimento del suo corpo indeboliva i doni del cuore cui si aggrappava tanto disperatamente. Meno di una stagione addietro, la Mhybe era stata una ragazza, non ancora sposata. Era stata orgogliosa, riluttante ad accettare le mezze spighe d'erba che molti giovani virili avevano deposto davanti all'entrata della sua tenda; non era ancora pronta a intrecciarvi la sua spiga, legandosi così in matrimonio. I Rhivi erano un popolo danneggiato; come si poteva pensare a un marito e a una famiglia, in quei tempi di guerra infinita, devastante? Lei non era cieca come le sue sorelle; non abbracciava il dovere, che si diceva benedetto dallo spirito, di produrre figli maschi da porre davanti alla Falce della Mietitrice. Sua madre era stata una lettrice di ossa, dotata dell'abilità di racchiudere in sé l'intero patrimonio di ricordi del suo popolo; risaliva di generazione in generazione, fino alla Lacrima dello Spirito Morente. E suo padre aveva tenuto la Lancia della Guerra, prima contro i Barghast Viso Bianco, poi contro l'Impero Malazan. Sentiva una profonda nostalgia di entrambi, ma capiva come la loro morte e il suo rifiuto di accettare il tocco di un uomo avevano concorso a renderla la scelta ideale agli occhi della moltitudine di spiriti. Un contenitore senza legami, un contenitore in cui mettere anime spezzate - una al di
là della morte e l'altra sottratta alla morte attraverso antiche magie, due identità intrecciate insieme - un contenitore che sarebbe stato usato per nutrire il figlio innaturale così creato. Fra i Rhivi, che viaggiavano con le greggi e non innalzavano muri di pietra o di mattoni, un contenitore simile, destinato a essere eliminato dopo un uso specifico, era chiamato mhybe; così la donna si era trovata un nuovo nome, che ora conteneva tutta la verità della sua vita. Vecchia senza saggezza, segnata dal tempo senza i doni degli anni, eppure dovrei guidare questa bambina - questa creatura che guadagna una stagione per ogni stagione che perdo io, il cui svezzamento significherà la mia morte. Eccola intenta ai giochi di ogni bambino; sorride, completamente ignara del prezzo che la sua esistenza, la sua crescita, mi impongono. La Mhybe sentì dei passi alle sue spalle; un attimo dopo, una donna dalla pelle nera arrivò al suo fianco. Gli occhi obliqui si volsero sulla bambina che giocava sul pendio della collina. Il vento della prateria le spingeva sul viso lunghe ciocche di capelli neri; un'armatura a scaglie fini luccicava sotto la camicia di pelle non conciata, tinta di nero. «Ingannevole», mormorò la donna Tiste Andii, «non trovi?». La Mhybe sospirò, poi annuì. «Non sembra il tipo da suscitare paura», proseguì la donna dalla pelle scura come la notte, «o essere il fulcro di alterchi violenti...». «Ce ne sono stati altri, allora?» «Sì. Kallor rinnova il suo assalto.» La Mhybe s'irrigidì. Alzò gli occhi verso la Tiste Andii. «E? C'è stato un cambiamento, Korlat?» «Brood rimane costante», rispose Korlat, dopo un attimo. Scosse le spalle. «Se ha dei dubbi, li nasconde bene.» «Ne ha», rivelò la Mhybe. «Ma il suo bisogno dei Rhivi e delle nostre greggi pesa di più. Agisce per calcolo, non per fiducia. Tale bisogno rimarrà, una volta forgiata l'alleanza con il Malazan dal braccio solo?» «Si spera», azzardò Korlat, «che i Malazan possiederanno una conoscenza più approfondita delle origini della bambina». «Abbastanza da alleviare la potenziale minaccia? Korlat, devi far capire a Brood che quello che le due anime erano un tempo non è niente in confronto a quello che sono diventate.» Gli occhi sulla bambina che giocava, la Mhybe continuò: «È stata creata nell'ambito dell'influenza di un T'lan Imass; il suo canale senza tempo ha fornito i fili, che sono stati intrecciati
da un Divinatore Imass, Korlat. Questa bambina appartiene ai T'lan Imass. Possiederà anche la forma esteriore di un Rhivi, e conterrà anche le anime di due maghi Malazan, ma ora è una Soletaken; di più: una Divinatrice. E questa verità è soltanto un pallido abbozzo di ciò che diventerà. Dimmi, che bisogno hanno gli immortali T'lan Imass di una Divinatrice in carne e ossa?». Korlat fece una smorfia beffarda. «Non sono la persona giusta a cui chiederlo.» «Neanche i Malazan lo sono.» «Ne sei sicura? I T'lan Imass non marciavano sotto le bandiere Malazan?» «Non lo fanno più, Korlat. Quale frattura nascosta li divide ora? Quali segrete motivazioni potrebbero giacere sotto tutto ciò che i Malazan caldeggiano? Non abbiamo modo di intuirlo, no?» «Presumo che Caladan Brood sia consapevole di simili possibilità», replicò seccamente la Tiste Andii. «A ogni modo, potrai vedere con i tuoi occhi che cosa succede, Mhybe. Il contingente Malazan si avvicina e l'Alto Comandante richiede la tua presenza al negoziato.» La Mhybe fece un giro completo su se stessa. L'accampamento di Caladan Brood si stendeva davanti a lei, organizzato con la precisione di sempre. Forze mercenarie a ovest, i Tiste Andii al centro e le tende Rhivi, con le greggi di bhederin, a est. La marcia era stata lunga: partita dall'Altopiano del Vecchio Re, aveva superato le città di Cat e di Patch, per approdare infine alla vecchia Pista Rhivi che puntava a sud, attraversando la pianura, tradizionale dimora dei Rhivi. Una dimora lacerata da anni di guerra, di eserciti in marcia, di esplosivi Moranth caduti dal cielo... di quorl che turbinavano nel silenzio screziato di nero, di orrore che discendeva sui nostri accampamenti... sulle nostre greggi sacre. Eppure ora dobbiamo porgere la mano al nemico. Con gli invasori Malazan e i crudeli Moranth, dopo esserci puntati i coltelli alla gola per tanto tempo, dobbiamo intrecciare le spighe del matrimonio. Ma non un matrimonio in nome della pace; no, questi guerrieri ora cercano un altro nemico, un nemico nuovo... Oltre l'esercito di Brood, a sud, si ergevano le mura appena riparate di Pale; le macchie rimaste erano un raggelante memento delle violente magie Malazan. Un manipolo di cavalieri aveva appena lasciato la porta settentrionale della città; una bandiera grigia, priva di contrassegni, annunciava a tutti il loro stato di proscritti mentre attraversavano lentamente il
campo di battaglia verso l'accampamento di Brood. Gli occhi della Mhybe si strinsero, sospettosi, su quello stendardo. Vecchia, le tue paure sono una disgrazia. Dimentica la diffidenza, dimentica gli orrori che questi invasori ci hanno un tempo inflitto. Dujek Un-braccio e la sua Armata sono stati proscritti dall'odiata Imperatrice. Una campagna è terminata; ne comincia una nuova. Spiriti della terra, ci sarà mai fine alla guerra? La bambina raggiunse le due donne. Abbassando lo sguardo su di lei, la Mhybe vide, nei suoi occhi saldi, risoluti, una conoscenza e una saggezza che sembravano il frutto di millenni; e forse le cose stavano davvero così. Eccoci qui, noi tre, esposte alla vista di tutti: una bambina di dieci o undici anni, una donna dal viso giovane e gli occhi non umani e una vecchia curva, e si tratta, dal primo all'ultimo particolare, di un'illusione: perché la verità al nostro interno è proprio l'opposto, lo sono la bambina. La Tiste Andii ha conosciuto migliaia di anni di vita e la bambina... centinaia di migliaia. Anche Korlat aveva guardato la bambina. La Tiste Andii sorrise. «Ti sei divertita a giocare, Volpe d'Argento?» «Per un po'», replicò lei, con voce sorprendentemente sommessa. «Poi sono diventata triste.» Korlat alzò le sopracciglia. «E perché?» «Una volta esisteva una fiducia sacra fra queste colline e gli spiriti dei Rhivi. Ma ora si è spezzata. Gli spiriti non sono che contenitori di perdita e di dolore. Le colline non guariranno.» La Mhybe si sentì gelare il sangue. Ogni giorno di più, la bambina mostrava una sensibilità da far concorrenza alle maggiori sapienti delle tribù; tuttavia, quella sensibilità possedeva una certa freddezza, come se dietro ciascuna parola compassionevole ci fosse un interesse nascosto. «Non si può fare niente, figlia?» Volpe d'Argento scrollò le spalle. «Non è più necessario.» Come adesso, per esempio. «Che cosa intendi dire?» La ragazzina dal viso rotondo levò un sorriso verso la Mhybe. «Se dobbiamo assistere al negoziato, madre, è meglio che ci sbrighiamo.» Il luogo dell'incontro si trovava su un basso poggio, trenta passi oltre i picchetti più esterni. A ovest, erano visibili i tumuli innalzati di recente per ospitare i morti dopo la caduta di Pale. La Mhybe si chiese se quelle innumerevoli vittime non stessero osservando da lontano la scena che si di-
spiegava davanti ai suoi occhi. Gli spiriti nascono dal sangue versato, dopo tutto. E senza riti propiziatori, spesso si trasformano in forze nemiche, tormentate da visioni da incubo e piene di risentimento. Sono solo i Rhivi a conoscere queste verità? Dalla guerra all'alleanza: come avrebbero accolto la cosa quei fantasmi? «Si sentono traditi», osservò Volpe d'Argento al suo fianco. «Darò loro una risposta, madre.» Allungò la mano a prendere quella della Mhybe, mentre camminavano. «Questo è il tempo dei ricordi. Ricordi antichi e ricordi recenti...» «E tu, figlia», chiese la Mhybe in tono basso, febbrile, «sei il ponte fra i due?». «Sei saggia, madre, malgrado la tua mancanza di fiducia in te stessa. Ciò che è nascosto viene lentamente rivelato. Guarda questi antichi nemici. Nella mente tu combatti, evocando tutte le differenze fra noi; ti aggrappi disperatamente alla tua avversione, al tuo odio per loro, perché essi ti sono familiari. I ricordi sono le fondamenta di quell'odio. Ma, madre, i ricordi racchiudono un'altra verità, una verità segreta, e cioè la somma delle nostre esperienze, no?» La Mhybe annuì. «Così ci dicono i nostri anziani, figlia», rispose, reprimendo una leggera irritazione. «Le esperienze. Quelle le abbiamo in comune. Vissute da sponde opposte, forse, ma sono le stesse. Le stesse.» «Questo lo so, Volpe d'Argento. Il biasimo non ha senso. Siamo tutti mossi da forze esterne, come le maree sono mosse da una volontà invisibile, implacabile...» La mano della bambina strinse più forte quella della Mhybe. «Allora chiedi a Korlat, madre, cosa le dicono i suoi ricordi.» Lanciando un'occhiata alla Tiste Andii, la donna Rhivi alzò le sopracciglia e disse: «Sei rimasta in ascolto, ma non hai aperto bocca. Che risposta si aspetta mia figlia da te?». Korlat fece un sorriso triste. «Le esperienze sono le stesse. Per i vostri due eserciti, sicuramente. Ma anche... lungo lo scorrere del tempo. Per tutti coloro che possiedono ricordi, individui o popoli che siano, le lezioni della vita sono sempre le stesse.» Gli occhi della Tiste Andii, ora violetti, si posarono su Volpe d'Argento. «Anche fra i T'lan Imass; è questo che ci stai dicendo, bambina?» Lei scosse le spalle. «Davanti a tutto ciò che verrà, pensate al perdono.
Tenetelo presente, ma sappiate anche che non può essere sempre liberamente concesso.» Volpe d'Argento puntò lo sguardo sonnolento su Korlat; i suoi occhi scuri s'indurirono di colpo. «A volte il perdono deve essere negato.» Seguì il silenzio. Spiriti diletti, guidateci. Questa bambina mi spaventa. In verità, capisco Kallor... e questa è la cosa più preoccupante di tutte. Si fermarono a una certa distanza dal luogo del negoziato, appena oltre i picchetti dell'accampamento di Brood. Qualche attimo dopo, i Malazan raggiunsero il poggio. Erano in quattro. La Mhybe non ebbe difficoltà a riconoscere Dujek, il Gran Pugno disertore. L'uomo dal braccio solo, tuttavia, era più vecchio di quanto si aspettasse e stava in sella al suo castrato roano nella posizione di chi è tormentato dalla rigidità ossea e da antichi dolori. Magro, di altezza media, portava una sobria armatura e una spada corta d'ordinanza, priva di ornamenti, appesa al cinturone. Il viso stretto, dai lineamenti affilati, era privo di barba e mostrava le cicatrici accumulate in una vita di battaglie. Non aveva elmo; l'unica indicazione del suo rango era il lungo mantello grigio, con il suo fermaglio di argento battuto. Alla sinistra di Dujek cavalcava un altro ufficiale, dalla barba grigia e dalla corporatura robusta. Un elmo munito di visiera e di camaglio nascondeva gran parte delle sue fattezze, ma la Mhybe avvertì in lui un'enorme forza di volontà. Sedeva dritto in sella, anche se lei notò che teneva la gamba sinistra in una strana posizione, senza infilare lo stivale nella staffa. La maglia della sua cotta d'arme, lunga fino ai polpacci, era ammaccata e costellata di punti di cuoio. Alla Mhybe non sfuggì che stava sul lato non protetto di Dujek. Alla destra del Gran Pugno disertore cavalcava un giovane, certo un aiutante di qualche tipo. Il suo aspetto non aveva nulla di saliente, ma la Mhybe notò che faceva vagare incessantemente gli occhi, assorbendo nei dettagli tutto ciò che vedeva. Era questi a reggere la bandiera dei proscritti in una mano protetta da un guanto di pelle. Il quarto cavaliere era un Moranth Nero, completamente avvolto in un'armatura di chitina, nero lucente, seriamente danneggiata da innumerevoli graffi di spada. Il guerriero aveva perso tutte e quattro le dita della mano destra, eppure continuava a indossare ciò che restava della sua manopola. Al fianco della Mhybe, Korlat emise un grugnito sommesso. «Un gruppetto agguerrito, non ti pare?» Lei annuì. «Chi è quello alla sinistra di Dujek Un-braccio?»
«Whiskeyjack, immagino», rispose la Tiste Andii, con un sorriso obliquo. «Fa una certa figura, eh?» Per un attimo, la Mhybe si sentì come la ragazza che in verità era. Arricciò il naso. «I Rhivi non sono così pelosi, grazie agli spiriti.» «Però...» «Però... hai ragione.» Volpe d'Argento parlò. «Mi piacerebbe come zio.» Le due donne la guardarono sorprese. «Come zio?» ripeté la Mhybe. La bambina annuì. «Ci si può fidare di lui. Mentre il vecchio con un braccio solo nasconde qualcosa... no, lo fanno entrambi e si tratta dello stesso segreto, ma mi fido lo stesso di quello con la barba. Il Moranth... dentro di sé ride. Ride sempre e nessuno lo sa. La sua non è una risata crudele, ma piena di dolore. E quello con la bandiera...» Volpe d'Argento aggrottò le sopracciglia. «Ho dei dubbi su di lui. Credo di averli sempre avuti...» La Mhybe incontrò gli occhi di Korlat sopra la testa della bambina. «Suggerisco di avvicinarci», disse la Tiste Andii. Mentre si recavano al poggio, due figure si staccarono dai picchetti, seguite da un ricognitore che portava un vessillo privo di pennone. Tutti e tre erano a piedi. Vedendoli, la Mhybe si chiese cosa avrebbero pensato i Malazan dei due guerrieri alla testa. In Caladan Brood c'era sangue Barghast, evidente nella sua sagoma alta, goffa e nel viso largo, piatto; e anche in qualcos'altro, qualcosa di non completamente umano. La corporatura enorme faceva il paio con il martello di ferro legato alla sua schiena. Lui e Dujek combattevano su quel continente da oltre dodici anni, uno scontro di volontà che aveva visto più di venti battaglie campali e altrettanti assedi. Più di una volta, i due soldati si erano trovati in circostanze terribili e ne erano usciti, sanguinanti ma vivi. Da molto tempo avevano misurato le rispettive capacità sui campi di battaglia, ma ora, finalmente, stavano per incontrarsi faccia a faccia. Al fianco di Brood camminava Kallor, alto, magro e grigio. La sopravveste di maglia che lo copriva per l'intera statura scintillava nella luce diffusa del mattino. Una spada bastarda, disadorna, pendeva dagli anelli di ferro della sua armatura, ondeggiando al ritmo dei passi pesanti. Se in quel gioco letale c'era un giocatore che era rimasto un mistero per la Mhybe, questi era l'Alto Re, nome che si era dato personalmente. In verità, l'unica cosa di cui la donna Rhivi poteva essere certa era l'odio di Kallor per Vol-
pe d'Argento, un odio nato dalla paura, e forse da una conoscenza che solo egli possedeva, una conoscenza che non era disposto a dividere con nessuno. Kallor sosteneva di vivere da millenni, di avere una volta governato un impero che lui stesso aveva distrutto, per ragioni che non voleva rivelare. Eppure non era un Ascendente; la sua longevità veniva probabilmente da alchimie, ed era tutt'altro che perfetto, perché il suo volto e il suo corpo erano tanto devastati quanto quelli di un uomo che si avvicina al secolo di vita. Brood sfruttava la sua conoscenza della tattica, quella che sembrava un'istintiva padronanza della conduzione di vaste campagne, ma era evidente a tutti che, per l'Alto Re, tali combattimenti erano solo giochi passeggeri, cui si dedicava con disattenzione e disinteresse malamente velati. Kallor non suscitava nessuna lealtà nei soldati. Tutto ciò che riusciva a ottenere era una sorta di forzato rispetto e, sospettava la Mhybe, così era e sarebbe sempre stato. Quando raggiunse il poggio con Brood, guardò Dujek, Whiskeyjack e il comandante Moranth con un'espressione di acuto disprezzo. Sarebbe stato difficile non offendersi, eppure tutti e tre smontarono da cavallo ignorandolo e tenendo l'attenzione fermamente puntata su Caladan Brood. Dujek Un-braccio fece un passo avanti. «I miei ossequi, Alto Comandante. Permettetemi di presentare il mio modesto contingente. Il comandante in seconda Whiskeyjack. Artanthos, il mio attuale alfiere. E il capo dei Moranth Neri, il cui titolo, tradotto, suona più o meno come "Conquistatore" e il cui nome è completamente impronunciabile.» Il Gran Pugno disertore rivolse un largo sorriso alla figura avvolta nell'armatura. «Da quando ha stretto la mano a uno spirito Rhivi nella Foresta del Cane Nero, lo chiamiamo "l'Ardito".» «Artanthos...» mormorò Volpe d'Argento. «Non usa quel nome da molto tempo. E non è quello che sembra.» «Se è un'illusione», bisbigliò Korlat, «allora è magistrale. Non avverto niente di sospetto». La bambina annuì. «L'aria della prateria l'ha... ringiovanito.» «Chi è, figlia?» indagò la Mhybe. «Una chimera, in verità.» Quando Dujek finì di parlare, Brood grugnì e disse: «Al mio fianco c'è Kallor, il mio comandante in seconda. In rappresentanza dei Tiste Andii, c'è Korlat. Per i Rhivi, ci sono la Mhybe e la sua giovane figlia. A portare ciò che resta del mio vessillo c'è il ricognitore Hurlochel».
Dujek aggrottò le sopracciglia. «Dov'è la Guardia Cremisi?» «Per il momento, il principe K'azz D'Avore e le sue forze si stanno occupando di questioni interne, Gran Pugno. Non si uniranno ai nostri sforzi contro il Dominio di Pannion.» «Peccato», borbottò Dujek. Brood scosse le spalle. «Al loro posto, sono state messe insieme unità ausiliarie. Un reggimento a cavallo di Saltoan, quattro clan di Barghast e una compagnia mercenaria di Cat lo Sguercio e un'altra di Mott...» Whiskeyjack sembrò sul punto di soffocare. Tossì, poi scosse la testa. «Non starete parlando degli Irregolari di Mott, Alto Comandante?» Il sorriso di Brood rivelò denti limati. «Sì. Avete avuto qualche esperienza con loro, vero? Quando facevate il soldato negli Arsori di Ponti.» «Erano tosti», affermò Whiskeyjack, «e non solo in battaglia; a quanto ricordo, passavano gran parte del loro tempo a rubarci le provviste, per poi scappare via». «Talento per la logistica, si chiama», commentò Kallor. «Confido», disse Brood a Dujek, «che gli accordi con il Consiglio di Darujhistan si siano rivelati soddisfacenti». «Sì, Alto Comandante. Le loro... donazioni... ci hanno permesso di completare l'approvvigionamento.» «Credo che da Darujhistan stia arrivando una delegazione; dovrebbe essere qui fra poco», aggiunse Brood. «Se doveste avere bisogno di altro aiuto...» «Generoso da parte loro», osservò il Gran Pugno, annuendo. «La tenda di comando ci aspetta», decretò l'Alto Comandante. «Ci sono dettagli da discutere.» «Come volete», convenne Dujek. «Alto Comandante, ci siamo fatti la guerra per molto tempo; aspetto con ansia il momento in cui combatteremo fianco a fianco. Speriamo che il Dominio di Pannion si dimostri un degno nemico.» Brood fece una smorfia. «Ma non troppo.» «Certo», approvò Dujek, con un sogghigno. Ancora leggermente separata dal gruppo, insieme alla Tiste Andii e alla Mhybe, Volpe d'Argento sorrise e parlò sommessamente. «Ecco, è successo. Hanno incrociato lo sguardo. Si sono valutati a vicenda, ed entrambi sono soddisfatti.» «Un'alleanza insolita», borbottò Korlat, scuotendo debolmente la testa. «Rinunciare volontariamente a così tanto...»
«I soldati pragmatici», sentenziò la Mhybe, «sono gli individui più pericolosi che abbia mai conosciuto nel corso della mia breve vita». Volpe d'Argento fece una risata grave, di gola. «E poi dubiti della tua stessa saggezza, madre...» La tenda di comando di Caladan Brood era situata al centro dell'insediamento dei Tiste Andii. Per quanto avesse visitato quest'ultimo molto spesso, acquisendo qualche familiarità con quel popolo, la Mhybe fu ancora una volta colpita da un senso di stranezza mentre vi entrava con gli altri. L'antichità e il pathos erano gli aliti gemelli che riempivano i corridoi e i sentieri in mezzo alle tende a punta. Non correvano molte parole fra le poche figure alte, vestite di scuro, che oltrepassarono, né a Brood e al suo seguito fu accordata particolare considerazione; persino Korlat, la comandante in seconda di Anomander Rake, ricevette scarsa attenzione. La Mhybe faticava a capire: un popolo afflitto dall'indifferenza, da un'apatia che rendeva troppo faticosi persino i tentativi di civile conversazione. C'erano tragedie segrete nel lungo, tormentato passato dei Tiste Andii; ferite che non sarebbero mai guarite. Persino la sofferenza, aveva infine compreso la Rhivi, poteva diventare uno stile di vita; ma che una simile esistenza potesse estendersi da decenni in secoli, e poi in millenni, le provocava ancora una sorda fitta di orrore. Quelle tende misteriose avrebbero potuto essere la dimora di fantasmi, una necropoli nomade, irrequieta, infestata da spiriti perduti. I nastri logori, stranamente macchiati, legati ai pali di ferro, aggiungevano alla scena un tocco votivo; e lo stesso valeva per le figure scarne, spettrali dei Tiste Andii stessi. Sembravano in attesa, un'attesa eterna che sempre faceva rabbrividire la Mhybe. E ciò che era peggio, conosceva le loro abilità: li aveva visti estrarre le spade in preda alla collera e maneggiarle con spaventosa efficienza. E aveva visto le loro arti magiche. Fra gli umani, la fredda indifferenza si manifestava spesso in atti di crudeltà brutale, era spesso l'autentico volto del male - se una cosa simile esisteva in realtà - ma i Tiste Andii dovevano ancora mostrarsi capaci di tale ferocia. Combattevano agli ordini di Brood, per una causa non loro, e quei pochi che erano uccisi venivano semplicemente abbandonati. Era toccato ai Rhivi raccogliere quei corpi, trattarli alla loro maniera e piangerne la morte. I Tiste Andii guardavano quegli sforzi senza espressione, come divertiti dall'attenzione accordata a semplici cadaveri. La tenda di comando si ergeva proprio davanti a loro, ottagonale, dalla struttura di legno; l'antico rosso della tela, punteggiata di riparazioni, era
diventato un arancio sbiadito dal sole. Una volta apparteneva alla Guardia Cremisi, ed era stata abbandonata su un mucchio di immondizie prima che il ricognitore Hurlochel la recuperasse per l'Alto Comandante. Come era evidente dal vessillo, Brood non teneva particolarmente all'equipaggiamento sfarzoso. Il grande lembo all'entrata era stato tirato indietro. In cima al palo di sostegno anteriore sedeva un Grande Corvo, la testa inclinata verso il gruppo, il becco aperto come in una silenziosa risata. Nel vedere Crone, la Mhybe increspò le labbra sottili in un mezzo sorriso. La servitrice preferita di Anomander Rake si era messa a perseguitare Caladan Brood, dispensandogli incessantemente consigli, come una coscienza troppo zelante. Più di una volta, il Grande Corvo aveva messo alla prova la pazienza dell'Alto Comandante; eppure Brood la tollera, proprio come tollera lo stesso Anomander Rake. Un'alleanza impacciata... tutte le storie concordano sul fatto che Brood e Rake lavorano fianco a fianco da molto, molto tempo, ma c'è fiducia fra loro? Il loro rapporto è difficile da comprendere, con tutti i suoi strati di complessità e ambiguità; e il dubbio ruolo di Crone come intermediaria fra i due guerrieri non fa che confondere ulteriormente le carte. «Dujek Un-braccio!» gridò Crone; l'esclamazione fu seguita da un sonoro schiamazzo. «Whiskeyjack! Vi porto i saluti di un certo Baruk, un alchimista di Darujhistan. E da parte del mio padrone, Anomander Rake, Signore della Progenie della Luna, Cavaliere dell'Alta Casa dell'Oscurità, figlio di Madre Oscurità in persona, vi reco... no, non i suoi saluti... ma il suo divertimento. Sì, divertimento!» Dujek si accigliò. «E cosa diverte tanto il tuo padrone, uccello?» «Uccello?» stridette il Grande Corvo. «Io sono Crone, l'ineguagliata matriarca della catastrofica, cacofonica folla della Progenie della Luna!» Whiskeyjack grugnì. «Matriarca dei Grandi Corvi? Parli a nome di tutti, vero? Non ho difficoltà a crederlo: Hood sa se fai abbastanza chiasso.» «Che arroganza! Dujek Un-braccio, il divertimento del mio padrone è impossibile da spiegare.» «Il che significa che non lo sai», l'interruppe il Gran Pugno disertore. «Un'audacia oltraggiosa la tua; mostra rispetto, mortale, oppure sceglierò la tua carcassa per nutrirmi quando arriverà il momento!» «Probabilmente ti romperai il becco contro la mia pellaccia, Crone, ma provaci pure, se vuoi.» «Per caso hai ancora quella cinghia da becco, Hurlochel?» ruggì Brood.
«Sì, signore.» Il Grande Corvo sibilò, scostando la testa e alzando le grandi ali a metà. «Non osare, razza di bue! Se ripeterai quell'affronto, sarà a tuo rischio e pericolo.» «Allora tieni a freno la lingua.» Brood si volse verso gli altri, incitandoli a entrare con un gesto. Crone, dalla sua posizione di vantaggio, abbassava la testa ogni volta che un soldato passava sotto di lei. Quando fu il turno della Mhybe, il Grande Corvo chiocciò. «La bambina che porti per mano sta per sorprenderci tutti, vecchia donna.» La Rhivi si fermò. «Che cosa percepisci, vecchio corvo?» Crone rise fra sé prima di rispondere. «L'immanenza, cara pentola di terracotta, e nient'altro. Saluti, Volpe d'Argento.» La bambina studiò il Grande Corvo per un attimo, poi disse: «Ciao, Crone. Non mi ero mai resa conto che la tua specie fosse nata dalla carne marcescente di un...». «Silenzio!» urlò Crone. «Tale conoscenza non andrebbe mai palesata! Devi imparare a rimanere zitta, bambina, per il tuo stesso bene...» «Per il tuo, vuoi dire», la rimbeccò Volpe d'Argento, con un sorriso. «In questo caso, sì, non lo nego. Però ascolta questa creatura vecchia e saggia prima di entrare nella tenda, bambina. Fra coloro che aspettano dentro ci sono alcuni che considereranno la vastità della tua consapevolezza se tu dovessi essere tanto sciocca da rivelarla - la più insidiosa delle minacce. Le rivelazioni potrebbero significare la tua morte. E sappi questo: non sei ancora in grado di proteggerti. Né può la Mhybe, che amo e ho cara, sperare di difenderti: il suo non è un potere violento. Entrambe avrete bisogno di protettori, capisci?» Senza smettere di sorridere, Volpe d'Argento annuì. La Mhybe strinse istintivamente la mano intorno a quella di sua figlia, mentre un turbine di emozioni la assaliva. Non era cieca alle minacce contro Volpe d'Argento e contro lei stessa, né era ignara dei poteri che germogliavano nella bambina. Ma non avverto nessun potere dentro di me, violento o no. Anche se ha parlato con affetto, Crone mi ha chiamato «pentola di terracotta» a buon diritto; e tutto ciò che un tempo essa proteggeva non è più in me, ma qui in piedi al mio fianco, esposto e vulnerabile. Mentre Volpe d'Argento la conduceva dentro, alzò lo sguardo verso il Grande Corvo un'ultima volta, incontrando i suoi occhi neri, scintillanti. Mi ami e mi hai cara, eh, corvo? Che tu sia benedetta per questo. La stanza centrale della tenda di comando era dominata da un grande ta-
volo delle mappe in legno sbozzato, deforme come se fosse stato messo insieme da un falegname ubriaco. Quando la Mhybe e Volpe d'Argento entrarono, il veterano Whiskeyjack - l'elmo sottobraccio, con le cinghie slacciate - rideva, gli occhi fissi sul tavolo. «Siete un gran bastardo, Alto Comandante», commentò, scuotendo la testa. Brood guardava con aria torva l'oggetto dell'attenzione di Whiskeyjack. «Sì, riconosco che non è bello...» «È perché quella maledetta roba è stata fatta da Fiddler e Hedge», proseguì il Malazan. «Nel bosco di Mott...» «Chi sono Fiddler e Hedge?» «Erano i miei due zappatori, quando comandavo il Nono Squadrone. Avevano organizzato una delle loro famigerate partite a carte con il Mazzo dei Draghi e avevano bisogno di una superficie su cui metterle. Cento Arsori di Ponti si erano raccolti per il gioco, malgrado fossimo sotto attacco costante, e per di più impantanati in mezzo a una palude. La partita fu interrotta da una battaglia campale - fummo sopraffatti e respinti, poi riguadagnammo la posizione, il tutto nello spazio di una campana - e... sorpresa! nel frattempo, qualcuno si era portato via un tavolo da duecento libbre! Avreste dovuto sentire le imprecazioni degli zappatori...» Caladan Brood incrociò le braccia, mantenendo l'aria accigliata. Dopo qualche attimo, grugnì. «Una donazione degli Irregolari di Mott. Mi ha servito bene; i miei... uhm... complimenti ai vostri zappatori. Posso farlo restituire...» «Non c'è bisogno, Alto Comandante.» Il Malazan sembrava sul punto di aggiungere qualcosa, qualcosa di importante, ma poi si limitò a scuotere la testa. Un ansito sommesso di Volpe d'Argento fece sussultare la Mhybe. La donna abbassò lo sguardo, inarcando le sopracciglia con aria interrogativa, ma la bambina spostava continuamente l'attenzione dal tavolo a Whiskeyjack, con un sorrisino sulle labbra. «Zio Whiskeyjack», disse all'improvviso. Tutti gli occhi si volsero verso Volpe d'Argento, che continuò con noncuranza: «Quegli zappatori e le loro partite... barano, non è vero?». Il Malazan barbuto si accigliò. «Non è un'accusa che ti consiglio di ripetere, ragazzina, specialmente se ci sono degli Arsori di Ponti nelle vicinanze. Durante quei giochi, molte monete sono andate in una direzione soltanto. Fid e Hedge baravano? Rendevano le regole così complicate che nessu-
no era in grado di dirlo. Quindi, per risponderti, non lo so.» Scrutò Volpe d'Argento con aria sempre più torva, come se qualcosa fosse intervenuto a turbarlo. Qualcosa... come un senso di familiarità... la Mhybe ebbe un'illuminazione. Naturalmente, non sa niente di lei; di quello che è, di quello che era. Per quanto lo riguarda, questo è il loro primo incontro, eppure lei lo ha chiamato zio; e poi, c'è quella voce: gutturale, consapevole... Conosce non la bambina, ma la donna che era una volta. Tutti aspettavano che Volpe d'Argento continuasse, offrendo una spiegazione. Invece, lei andò al tavolo, passando lentamente la mano sulla superficie malconcia. Un sorriso fuggevole le attraversò i lineamenti. Poi tirò a sé una delle sedie male assortite e vi si lasciò cadere. Brood sospirò, facendo un gesto a Hurlochel. «Trovaci quella mappa dei territori del Dominio di Pannion.» Quando la grande mappa fu spiegata sul tavolo, gli altri vi si raccolsero lentamente intorno. Dopo un attimo, Dujek grugnì. «Nessuna delle nostre mappe è così dettagliata», osservò. «Avete segnato la posizione di vari eserciti Pannion... quanto sono recenti le annotazioni?» «Hanno tre giorni», rispose Brood. «I figli di Crone sono là, a seguire i movimenti. Le informazioni sui mezzi organizzativi e sulle passate tattiche Pannion sono state raccolte da varie fonti. Come potete vedere, sono pronti a prendere la città di Capustan. Maurik, Setta e Lest sono già tutte cadute. Le forze Pannion sono ancora sul lato meridionale del fiume Catlin, ma sono cominciati i preparativi per la traversata.» «L'esercito di Capustan non ha intenzione di opporsi alla traversata?» obiettò Dujek. «In tal caso, stanno praticamente invitando un assedio. A quanto pare, nessuno si aspetta che Capustan reagisca seriamente.» «La situazione a Capustan è un po' confusa», spiegò l'Alto Comandante. «La città è governata da un principe e da una coalizione di Gran Sacerdoti e le due fazioni sono sempre in lotta l'una contro l'altra. Ad aggravare i problemi c'è il fatto che il principe ha ingaggiato una compagnia mercenaria per rimpinguare le sue scarse forze...» «Quale compagnia?» indagò Whiskeyjack. «Le Spade Grigie. Le avete mai sentite nominare, comandante?» «No.» «Nemmeno io», ammise Brood. «Si dice che vengano da Elingarth, e che abbiano un effettivo rispettabile: più di settemila uomini. Che siano degni dei compensi esorbitanti che hanno strappato al principe è ancora
tutto da vedere. Hood lo sa, il loro cosiddetto contratto standard ammonta a quasi due volte quello che chiede la Guardia Cremisi.» «Il loro comandante ha interpretato la situazione», commentò Kallor; il suo tono indicava una grande stanchezza, se non noia bella e buona. «Il principe Jelarkan ha più denaro che soldati e i Pannion non si possono comprare: dopo tutto, per ciò che riguarda il Veggente, si tratta di una guerra santa. A peggiorare le cose, il consiglio dei Gran Sacerdoti ha il sostegno delle compagnie private di soldati legate a ciascun tempio: uomini ben equipaggiati, finemente addestrati. Sono quasi tremila fra i combattenti più abili della città, mentre il principe è rimasto con la feccia per la sua Capanthall cui, per legge, ha proibito di espandersi oltre le duemila unità. Da anni, il Convocatore - la coalizione dei templi - usa la Capanthall come terreno di rifornimento per le sue compagnie, attirando i migliori a suon di soldoni...» La Mhybe, evidentemente, non era la sola a sospettare che, data l'opportunità, Kallor avrebbe continuato per tutto il pomeriggio, perché Whiskeyjack interruppe l'uomo non appena questi tirò il fiato. «Così, questo principe Jelarkan ha aggirato la legge assoldando dei mercenari.» «Esatto», convenne subito Brood. «A ogni modo, il Convocatore è riuscito a far entrare in vigore un'altra legge, che impedisce alle Spade Grigie di impegnarsi attivamente oltre le mura della città, per cui la traversata non verrà contrastata...» «Idioti», ruggì Dujek. «Dal momento che questa è una guerra santa, i templi dovrebbero fare tutto il possibile per opporre ai Pannion un fronte unito.» «Presumo che siano convinti di farlo», osservò Kallor, con un sogghigno beffardo che poteva essere rivolto a Dujek, ai sacerdoti di Capustan, o a entrambi. «E, nel contempo, tengono a bada il potere del principe.» «La faccenda è più complicata di così», lo rimbeccò Brood. «La sovrana di Maurik ha capitolato con poco spargimento di sangue arrestando tutti i sacerdoti della sua città, e consegnandoli ai Tenescowri dei Pannion. Con una mossa sola, ha salvato città e cittadini, riempito i forzieri reali con il bottino estorto ai templi ed eliminato una perenne spina nel fianco. Il Veggente Pannion le ha concesso il governatorato, il che è meglio che essere fatti a pezzi e divorati dai Tenescowri, come è successo ai sacerdoti.» La Mhybe cacciò un sibilo. «Fatti a pezzi e divorati?» «Sì», confermò l'Alto Comandante. «I Tenescowri sono l'armata dei
contadini del Veggente; fanatici cui il Veggente non si prende la briga di mandare rifornimenti. Anzi, ha dato loro la sua santa benedizione perché facciano qualunque cosa sia necessaria per nutrirsi e armarsi. Se certe altre voci sono vere, allora il cannibalismo è il minore degli orrori.» «Abbiamo sentito voci simili», borbottò Dujek. «Allora, Alto Comandante, la domanda che ci si pone è: cerchiamo di salvare Capustan o la lasciamo cadere? Il Veggente deve sapere che stiamo arrivando; i suoi seguaci hanno diffuso il culto molto oltre i suoi confini, a Darujhistan, a Pale, a Saltoan, per cui sa che in qualche punto, in qualche momento attraverseremo il fiume Catlin. Se prende Capustan, il guado più ampio del fiume sarà nelle sue mani. Il che ci lascia soltanto il vecchio guado a ovest di Saltoan, dove un tempo c'era il ponte di pietra. Certo, i nostri genieri potrebbero costruirci un ponte galleggiante, se portiamo la legna con noi. Questa è l'opzione di terra. Naturalmente, ne abbiamo altre due...» Crone, appollaiata su un'estremità del tavolo, stridette: «Ascoltatelo!». La Mhybe annuì, comprendendo le intenzioni del Grande Corvo e condividendo la sua incredulità divertita. Dujek lanciò uno sguardo minaccioso dall'altra parte del tavolo. «Hai qualche problema, uccello?» «Sei proprio la degna controparte dell'Alto Comandante! Parola per parola, pensi a voce alta proprio come lui! Oh, come si può non vedere il taglio affilato della poesia nella vostra guerra reciproca degli ultimi dodici anni?» «Sta' zitta, Crone», ordinò Brood. «Capustan sarà presa d'assedio. Le forze Pannion sono formidabili; abbiamo saputo che l'Eptarca Kulpath comanda la spedizione, ed è il più abile di tutti gli Eptarchi del Veggente. Ha con sé la metà di tutti i Bekliti - cinquantamila fanti regolari - e una divisione di Urdomen, oltre ai soliti distaccamenti di supporto e le solite unità ausiliarie. Capustan è una città piccola, ma il principe ha lavorato per rinforzare le mura e la sua disposizione è tale da renderla particolarmente adatta alla difesa distretto per distretto. Se le Spade Grigie non si ritirano alla prima scaramuccia, può darsi che Capustan resista per un po'. Tuttavia...» «I miei Moranth Neri potrebbero far atterrare qualche compagnia in città», intervenne Dujek, lanciando un'occhiata al silenzioso Ardito, «ma, senza un esplicito invito a farlo, la tensione potrebbe rivelarsi problematica». Kallor sbuffò. «Bell'eufemismo. Quale città di Genabackis accogliereb-
be con favore legioni Malazan al suo interno? Inoltre, dovreste portarvi dietro il cibo - siatene certo, Gran Pugno - per non parlare dell'aperta ostilità, se non del tradimento vero e proprio, da parte dei Capan.» «È chiaro», azzardò Whiskeyjack, «che dobbiamo stabilire un contatto preliminare con il principe di Capustan». Volpe d'Argento ridacchiò, facendo trasalire tutti i presenti. «Tutta questa orchestrazione, zio! Hai già messo in moto un piano al riguardo. Tu e il soldato con un braccio solo avete architettato tutto fino all'ultimo dettaglio. Progettate di liberare Capustan, anche se, certo, non direttamente: voi due non fate mai niente direttamente, vero? Volete nascondervi dietro agli eventi, la più classica delle tattiche Malazan.» Da giocatori provetti quali erano, i due restarono impassibili davanti alle sue parole. Il risolino di Kallor somigliava a un sommesso acciottolio d'ossa. La Mhybe scrutò Whiskeyjack. La bambina è molto inquietante, vero? Per gli spiriti, inquieta anche me, e io so molto più di voi, signore. «Bene», tuonò Brood, dopo un attimo, «sono felice di sentire che siamo tutti d'accordo: Capustan non deve cadere se possiamo evitarlo, e uno strumento di aiuto indiretto è probabilmente l'opzione migliore, tutto considerato. Esternamente, dobbiamo essere visti - la maggior parte delle forze mie e vostre, Un-braccio - marciare via terra, ad andatura prevedibile. Questo determinerà la tabella di marcia dell'assedio dell'Eptarca Kulpath, con le conseguenti ripercussioni su di lui e su di noi. Se ho ben capito, conveniamo anche sul fatto che Capustan non dovrebbe essere il nostro unico fulcro». Dujek annuì lentamente. «Potrebbe ancora cadere, malgrado i nostri sforzi. Se vogliamo sconfiggere il Dominio di Pannion, dobbiamo mirare al suo cuore.» «D'accordo. Ditemi, Un-braccio, quale città avete scelto come bersaglio per la prima stagione della campagna?» «Coral», rispose prontamente Whiskeyjack. Tutti gli occhi tornarono alla mappa. Brood esibiva un ampio sorriso. «A quanto pare, la pensiamo proprio allo stesso modo. Una volta raggiunto il confine settentrionale del Dominio, punteremo come una lancia verso sud, liberando città dopo città in rapida successione... Setta, Lest, Maurik - la governatrice sarà contenta - e poi arriveremo alla stessa Coral. In una sola stagione, annulleremo tutte le conquiste fatte dal Veggente. Voglio veder vacillare quel maledetto culto; voglio che si riempia di crepe.»
«Sì, Alto Comandante. Per cui, marceremo via terra, no? Niente navi; affretterebbero la mano di Kulpath. Però c'è un'ultima questione da chiarire», continuò Whiskeyjack, volgendo gli occhi sull'unico rappresentante - a parte il comandante Moranth Nero - che non aveva ancora parlato, «e sarebbe, cosa possiamo aspettarci da Anomander Rake? Il Tiste Andii sarà con noi, Korlat?». La donna si limitò a sorridere. Brood si schiarì la gola. «Come voi», attaccò, «abbiamo avviato alcune mosse per conto nostro. Mentre parliamo, la Progenie della Luna sta viaggiando verso il Dominio. Prima di raggiungere il territorio del Veggente... scomparirà». Dujek alzò le sopracciglia. «Una bella prodezza.» Crone chiocciò. «Non sappiamo nulla della magia che sta dietro il potere del Veggente», proseguì l'Alto Comandante, «a parte il fatto che esiste. Come i Moranth Neri per voi, la Progenie della Luna rappresenta un'opportunità tattica che saremmo stupidi a non sfruttare». Il sorriso di Brood si allargò ulteriormente. «Come voi, Gran Pugno, cerchiamo di evitare la prevedibilità.» Indicò Korlat con un cenno del capo. «I Tiste Andii dispongono di magie formidabili...» «Non abbastanza», intervenne Volpe d'Argento. La donna Tiste Andii la guardò accigliata. «Questa è un'affermazione azzardata, bambina.» Kallor sibilò. «Non prestate fede a una sola parola di quel che dice. Come Brood ben sa, considero sciocca la sua presenza a questa riunione: non è nostra alleata. Ci tradirà tutti, ricordate le mie parole; il tradimento è il suo più vecchio amico. Statemi a sentire, tutti quanti: questa creatura è un obbrobrio.» «Oh, Kallor», sospirò Volpe d'Argento, «non potresti finirla con questa storia?». Dujek si rivolse a Caladan Brood. «Alto Comandante, riconosco di provare una certa confusione riguardo alla sua presenza; chi è, in nome di Hood? Sembra in possesso di conoscenze soprannaturali. Per essere una bambina di dieci anni...» «È molto più di questo», sbottò Kallor, fissando Volpe d'Argento con occhi duri, pieni di odio. «Guardate la strega che le sta al fianco», ringhiò. «Ha visto a malapena venti estati, Gran Pugno, e questa bambina le è stata strappata dal ventre nemmeno sei mesi fa. Quest'obbrobrio si nutre della
forza vitale della madre; anzi, non la madre, ma lo sfortunato contenitore che una volta l'ospitava. Tutti siete rabbrividiti davanti al cannibalismo dei Tenescowri; cosa pensate di una creatura che divora la linfa di colei che le ha dato la luce? E c'è dell'altro...» s'interruppe, mordendosi visibilmente la lingua, e si appoggiò allo schienale. «Dovrebbe essere uccisa. Ora. Prima che il suo potere ci annienti tutti.» Nella tenda cadde il silenzio. Che tu sia dannato, Kallor. È questo che vuoi mostrare ai nostri nuovi alleati? Un campo diviso. E, per gli spiriti della terra, che tu sia doppiamente dannato, perché lei non sapeva. Non sapeva niente... Tremando, la Mhybe abbassò lo sguardo su Volpe d'Argento. Gli occhi della bambina erano sgranati, e si stavano riempiendo di lacrime. «Davvero?» mormorò, fissando la madre. «Davvero mi nutro di te?» La Mhybe chiuse gli occhi, desiderando di poterle nascondere la verità ancora una volta, e per sempre. Invece rispose: «Non per tua scelta, figlia; fa semplicemente parte di ciò che sei, e io l'accetto - anche se questa terribile crudeltà mi riempie di collera - come devi accettarlo tu. In te c'è un impeto, Volpe d'Argento, una forza antica e innegabile; anche tu lo sai, lo senti...». «Antica e innegabile», proruppe Kallor, con voce aspra. «Tu sai ben poco, donna.» Sporgendosi di scatto lungo il tavolo, afferrò Volpe d'Argento per la giubba e l'attirò a sé. Quando i loro volti furono vicini, l'Alto Re scoprì i denti. «Ci sei immischiata, vero? Lo so. Lo sento. Confessa, bestiaccia!» «Lasciala», ordinò Brood a voce bassa. Il ghigno dell'Alto Re si fece ancora più evidente; ma egli lasciò la presa, tornando lentamente a sedere. Il cuore che le martellava in petto, la Mhybe si portò una mano tremante al viso. Quando Kallor aveva afferrato la figlia, l'aveva invasa il terrore, un torrente gelido che l'aveva lasciata priva di forze, sconfiggendo agevolmente l'istinto materno a difendere e rivelando a se stessa, e a tutti i presenti, la sua codardia. Sentì lacrime di vergogna spuntarle negli occhi e scivolare lungo le guance rugose. «Toccala di nuovo», proseguì l'Alto Comandante, «e ti tramortirò a suon di botte». «Come vuoi», replicò l'antico guerriero. Si sentì un fruscio di maglia, mentre Whiskeyjack si volgeva verso Caladan Brood. L'uomo aveva il volto cupo, l'espressione dura. «Se non l'a-
veste fatto voi, Alto Comandante, avrei espresso la mia minaccia personale.» Puntò occhi ferrei sull'Alto Re. «Fare del male a una bambina? Non vi tramortirei a suon di botte, Kallor, vi strapperei il cuore dal petto.» L'Alto Re rispose con un ampio sorriso. «Ma guarda. Tremo di paura.» «Quando è troppo è troppo», borbottò Whiskeyjack. La sua sinistra, avvolta nel guanto, guizzò in un manrovescio, colpendo Kallor in viso. Sangue schizzò sul tavolo, mentre la testa dell'Alto Re scattava all'indietro. La forza del colpo lo fece barcollare. D'un tratto, l'elsa della spada bastarda fu nelle sue mani, e la lama sibilò; poi si fermò, sguainata per metà. Kallor non poteva più muovere le braccia, perché Caladan Brood gli aveva afferrato entrambi i polsi. Le vene gonfie, pulsanti, sul collo e le tempie, lottò contro la costrizione, ma invano. Brood doveva aver intensificato la stretta delle mani enormi, perché l'Alto Re ansimò, lasciando andare l'elsa della spada, che ricadde nel fodero con un tonfo. Brood si avvicinò a lui, ma la Mhybe udì lo stesso le sue parole sommesse. «Accetta la lezione, Kallor. Ne ho abbastanza del disprezzo che hai mostrato in questa riunione. Metti ancora alla prova la mia pazienza e sarà il mio martello a colpirti in faccia. Intesi?» Dopo un lungo momento, l'Alto Re grugnì. Brood lo lasciò. Il silenzio riempì la tenda. Nessuno si muoveva; tutti gli occhi erano puntati sul viso sanguinante di Kallor. Dujek estrasse dal cinturone un panno, incrostato di sapone da barba essiccato, e lo gettò all'Alto Re. «Tenete», ruggì. La Mhybe si portò dietro a Volpe d'Argento, che era pallida, con gli occhi spalancati, e le posò le mani sulle spalle. «Basta», sussurrò. «Per favore.» Whiskeyjack si volse di nuovo verso Brood, ignorando Kallor, come se avesse smesso di esistere. «Spiegateci, vi prego, Alto Comandante», disse con voce calma. «Chi è questa bambina, in nome di Hood?» Liberandosi dalle mani della madre con una scrollata di spalle, Volpe d'Argento si alzò; sembrava sul punto di scappare. Poi scosse la testa, si asciugò gli occhi e tirò un respiro profondo. «No», intervenne. «Devo essere io a rispondere.» Alzò lo sguardo verso la madre - i loro occhi si incontrarono per una frazione di secondo - poi lo spostò dall'uno all'altro dei presenti. «In tutte le cose», mormorò, «devo essere solo io a rispondere». La Mhybe tese una mano, ma non la toccò; non poteva. «Devi accettarlo, figlia», disse, avvertendo la fragilità della sua stessa convinzione e capen-
do - con un'altra ondata di vergogna - che anche gli altri la sentivano. Devi perdonare... perdonare te stessa. Oh, spiriti della terra, non oso pronunciare tali parole; ho perso questo diritto, certo l'ho perso ormai... Volpe d'Argento si volse verso Whiskeyjack. «La verità, ora, zio. Io sono nata da due anime, una delle quali era a te ben nota. La donna di nome Tattersail. L'altra anima apparteneva ai resti devastati di una Grande Maga di nome Nightchill; in verità, poco più della carne e delle ossa carbonizzate, anche se altri suoi frammenti furono preservati in virtù di un incantesimo di conservazione. La... morte... di Tattersail avvenne dentro la sfera del canale Tellann, proiettato da un T'lan Imass...» Soltanto la Mhybe vide trasalire l'alfiere Artanthos. E voi cosa ne sapete, signore? La domanda le attraversò fugacemente il cervello; considerazioni e congetture erano compiti troppo impegnativi al momento. «All'interno di quell'influenza, zio», proseguì Volpe d'Argento, «accadde qualcosa. Qualcosa di imprevisto. Apparve un Divinatore dal lontano passato, insieme a un Dio Antico e a un'anima mortale...». Il panno premuto sul viso, Kallor emise uno sbuffo soffocato. «Nightchill», mormorò. «Che mancanza di fantasia... K'rul lo sapeva? Ah, quale ironia...» «Furono questi tre a raccogliersi ad aiutare mia madre», riprese Volpe d'Argento, «questa donna Rhivi che si era ritrovata misteriosamente incinta. Sono nata in due luoghi contemporaneamente: fra i Rhivi in questo mondo, e fra le mani del Divinatore nel canale Tellann». Esitò e rabbrividì, come improvvisamente stremata. «Il mio futuro», mormorò dopo un attimo, stringendosi il corpo con le mani, «appartiene ai T'lan Imass». Si volse di scatto verso Korlat. «Si stanno radunando, e avrete bisogno del loro potere nella guerra che viene.» «Un'unione empia», commentò Kallor con voce aspra, abbassando mano e panno. Aveva gli occhi stretti e il viso bianco come la pergamena sotto le macchie di sangue. «Come temevo... oh, sciocchi. Tutti quanti. Sciocchi...» «Si stanno radunando», ripeté la Tiste Andii, anch'essa ignorando l'Alto Re. «Perché? A quale scopo, Volpe d'Argento?» «Questo spetta a me deciderlo, perché io esisto per comandarli. Per comandarli tutti. La mia nascita ha proclamato il Raduno; una chiamata che tutti i T'lan Imass a questo mondo hanno sentito. E ora, quelli che possono stanno venendo. Stanno venendo.»
Whiskeyjack sentiva vacillare la mente. Le divisioni nel contingente di Brood erano già abbastanza preoccupanti, ma le rivelazioni della bambina... i suoi pensieri turbinarono, scesero in un baratro, per poi riemergere in un luogo nuovo. La tenda di comando e i suoi confini scivolarono via ed egli si ritrovò in un mondo fatto di piani contorti, di tradimenti oscuri e delle loro conseguenze impreviste, crudeli: un mondo che odiava con tutto se stesso. Ricordi sorsero simili a spettri. L'Infilata di Pale, la drastica riduzione degli Arsori di Ponti, l'attacco alla Progenie della Luna. Un torrente di sospetti, un vortice di intrighi disperati... A'Karonys, Bellurdan, Nightchill, Tattersail... l'elenco dei maghi le cui morti potevano essere attribuite al Grande Mago Tayschrenn era scritto col sangue della paranoia più insensata. A Whiskeyjack non era dispiaciuto vedere il Grande Mago andarsene, anche se sospettava che non fosse tanto lontano quanto pareva. La proscrizione, il decreto di Laseen ci ha divisi dall'Impero... ma è tutta una menzogna. Solo lui e Dujek conoscevano la verità dei fatti; gli altri membri dell'Armata credevano veramente di essere stati proscritti da Laseen. La loro lealtà apparteneva a Dujek Un-braccio e, forse, anche a me. E, Hood lo sa, la metteremo alla prova prima che tutto sia finito... Eppure lei sa. La bambina sa. Non dubitava minimamente che si trattasse di Tattersail rinata; la maga era lì, nella forma dei lineamenti, nel portamento, nello sguardo assonnato, consapevole. Le ripercussioni di quella verità erano tali da sopraffarlo; aveva bisogno di tempo, tempo per pensare. Tattersail rinata... che Hood ti maledica, Tayschrenn... volontariamente o no, che cosa hai combinato? Whiskeyjack non aveva conosciuto Nightchill; non si erano mai parlati e le sue conoscenze si basavano solo sulle storie che aveva sentito. Compagna di Bellurdan, il Thelomen, e praticante dell'Alta Magia Rashan, era stata fra gli eletti dell'Imperatore. E alla fine era stata tradita, proprio come gli Arsori di Ponti... Si diceva che avesse in sé un certo mordente, una punta di ferro frastagliata, macchiata di sangue. E, Whiskeyjack poteva vedere, ciò che restava di quella donna aveva gettato un'ombra sulla bambina: la morbida luce degli occhi assonnati di Tattersail si era, in qualche modo, incupita, e questa consapevolezza logorava i nervi già scossi del comandante. Oh, per Hood. Una delle ripercussioni si era appena insediata nella sua
mente con fragore tonante. Oh, che gli dei ci perdonino i nostri giochi sciocchi... A Pale aspettava Ganoes Paran. L'amante di Tattersail. Come tratterà Volpe d'Argento? Da donna a neonata in un istante, e da neonata a bambina di dieci anni in sei mesi. E di qui a sei mesi? Donna di vent'anni? Paran... ragazzo... è il dolore a scavare buchi nelle tue viscere? E in tal caso, cosa ti succederà se risponderai alla sua chiamata? Mentre si sforzava di comprendere le parole della bambina, e tutto ciò che le leggeva in viso, i suoi pensieri si volsero sulla Mhybe in piedi accanto a Volpe d'Argento. Si sentì invadere dal dolore. Gli dei erano proprio crudeli. La vecchia sarebbe probabilmente morta entro l'anno. Un sacrificio brutale ai bisogni della bambina. Una distorsione maligna, da incubo, del ruolo materno. Le ultime parole di Volpe d'Argento tornarono a scombussolarlo. «Stanno venendo.» I T'lan Imass. Per il respiro di Hood, come se le cose non fossero già abbastanza complicate. Dove posso riporre la mia fiducia in tutta questa storia? Kallor - quel bastardo freddo, misterioso - la chiama obbrobrio e l'ucciderebbe, se potesse. Questo è chiaro. Non tollererò che faccia del male a una bambina... ma è una bambina, poi? Per il respiro di Hood! E anche Tattersail rinata, una donna piena di integrità e di coraggio. E Nightchill, una Grande Maga che ha servito l'Imperatore. E ora, cosa più strana, più inquietante di tutte, è la nuova sovrana dei T'lan Imass... Whiskeyjack batté le palpebre e la tenda e i suoi occupanti tornarono a fuoco sotto i suoi occhi. Il silenzio era agitato da pensieri tumultuosi. Il suo sguardo riandò a Volpe d'Argento - egli vide il pallore del viso giovane, rotondo, notò con una fitta di commiserazione il tremito delle sue mani - poi se ne distolse. La Tiste Andii, Korlat, lo stava fissando. I loro occhi si incrociarono. Una bellezza straordinaria, mentre Dujek è brutto come un lupo, ulteriore prova del fatto che, tanti anni fa, ho scelto il lato sbagliato. Non la interesso minimamente in quel senso, no, sta cercando di dirmi qualcosa di completamente diverso... Dopo un lungo attimo, annuì. Volpe d'Argento... è ancora una bambina, sì. Una tavoletta d'argilla a malapena scalfita. Sì, Tiste Andii, ti capisco. Con ogni probabilità, coloro che sceglievano di starle al fianco sarebbero stati in grado di influenzare il suo divenire. Korlat voleva parlargli in privato, e lui aveva appena accettato l'invito. Whiskeyjack rimpianse di non avere Ben lo Svelto con sé in quel momento: il mago di Sette Città ci sa-
peva fare in situazioni del genere, mentre il comandante si sentiva già mancare il terreno sotto i piedi. Paran, povero bastardo. Cosa posso dirti? Dovrei organizzare un incontro fra te e Volpe d'Argento? Sarò in grado di impedirne uno quando avrai saputo la verità? E in fin dei conti, sono affari miei? Crone spalancò il becco, ma non per ridere silenziosamente, stavolta. Un terrore insolito l'attraversò. I T'lan Imass! E K'rul, il Dio Antico! Detentori della verità sui Grandi Corvi, una verità che nessun altro conosce... tranne Volpe d'Argento, per l'Abisso... Volpe d'Argento, che ha letto tutto quanto nella mia anima. Bambina sconsiderata! Vorresti costringerci a difenderci da te? Da coloro che sostieni di comandare? Noi Grandi Corvi non abbiamo mai combattuto le nostre guerre; vorresti vederci scatenati dalle tue avventate rivelazioni? Se Rake lo venisse a sapere... ogni protesta di innocenza sarebbe inutile. Eravamo presenti all'Incatenamento, no? Eravamo presenti alla stessa Caduta! I Grandi Corvi nacquero come larve nella carne del Caduto e questo, oh, questo ci condannerà! Ma un momento! Non siamo forse stati guardiani onorevoli della magia del Dio Storpio? E non siamo forse stati noi a riferire a tutti quanti la notizia del Dominio di Pannion, della minaccia che rappresenta? Possiamo scatenare quella magia, se vi siamo costretti. Ah, bambina, le tue incaute parole costituiscono un tale pericolo... Gli occhi neri, lucenti, cercarono Caladan Brood e si fissarono su di lui. Quali che fossero i pensieri dell'Alto Comandante, essi rimanevano nascosti dietro la maschera piatta, ferina, del suo volto. Controlla il tuo panico, donnetta. Ritorna alle questioni presenti. Pensa! L'Impero Malazan si era servito dei T'lan Imass ai tempi dell'Imperatore; il risultato era stato la conquista di Sette Città. Poi, con la morte di Kellanved, l'alleanza si era sciolta, e a Genabackis era stata risparmiata la devastante implacabilità di decine di migliaia di guerrieri non-morti in grado di viaggiare come polvere sulle ali del vento. Questo aveva permesso a Caladan Brood di affrontare la minaccia Malazan in termini di eguaglianza... o forse così era soltanto sembrato. Ha mai veramente scatenato i Tiste Andii? Ha mai liberato la forza di Anomander Rake? Ha mai mostrato il suo vero potere? Brood è un Ascendente; si tende a dimenticarlo, in tempi tranquilli. Il suo canale è Tennes: il potere stesso della terra, la terra che
è la dimora di Burn, la dea che dorme in eterno. Caladan Brood ha il potere - nelle sue braccia e in quel formidabile martello sulla sua schiena di frantumare le montagne. Un'esagerazione? Un volo basso sulle vette spezzate a est dell'Altopiano Laederon basta a catturare la prova dei suoi giorni più giovani e precipitosi... Nonna Crone, dovresti saperlo! Il potere attira potere. È sempre stato così, e ora sono venuti i T'lan Imass e l'equilibrio si modifica di nuovo. I miei figli scrutano il Dominio di Pannion; sentono levarsi l'odore del potere da quelle terre consacrate nel sangue; eppure esso rimane senza volto, come nascosto sotto una serie di strati ingannatori. Che cosa si nasconde nel cuore di quell'impero di fanatici? Quella bambina spaventosa lo sa... lo giurerei sul letto di carne spezzata del dio, oh sì. E condurrà i T'lan Imass dritti a quel cuore. Lo capisci questo, Caladan Brood? Credo di sì. E, mentre quel vecchio, canuto tiranno di Kallor proferisce i suoi ammonimenti con volontà spietata... mentre tu sei turbato dall'arrivo imminente degli alleati non-morti, sei ancora più sconvolto dal fatto che saranno necessari. Contro cosa abbiamo proclamato guerra? Che cosa resterà di noi, alla fine? E, per l'Abisso, quale verità segreta possiede Kallor su Volpe d'Argento? Sfidando il proprio, schiacciante, disgusto di sé, la Mhybe si costrinse a pensare con chiarezza brutale, ascoltando tutto ciò che diceva Volpe d'Argento, ogni parola e ogni sottinteso fra le parole. Davanti alla raffica di affermazioni della figlia, strinse le braccia attorno a sé, in atteggiamento difensivo. Il dispiegamento dei segreti andava contro ogni suo istinto; tale rivelazione era fitta di rischi. Tuttavia, finalmente capì qualcosa della posizione in cui si era trovata Volpe d'Argento: quelle confessioni erano una richiesta d'aiuto. Ha bisogno di alleati. Sa che io non basto; spiriti della terra, ne ha avuto una dimostrazione qui. Di più: sa che questi campi - nemici per tanto tempo - devono essere riuniti. Nata in uno, tende la mano all'altro. L'eredità di Tattersail e di Nightchill chiama i vecchi compagni. Risponderanno? Non riusciva a decifrare le emozioni di Whiskeyjack; i suoi pensieri avrebbero potuto riflettere la posizione di Kallor. Un obbrobrio. Vedendolo incontrare gli occhi di Korlat, si chiese cosa stesse passando fra loro. Pensa! Qui tutti, per natura, affrontano ogni situazione in modo tattico,
mettono da parte i sentimenti personali, valutano, misurano, soppesano. Volpe d'Argento si è messa in prima linea; ha rivendicato una posizione di potere tale da farla competere con Brood, Anomander Rake e Kallor. Dujek Un-braccio si sta chiedendo con chi trattare. Si rende conto che eravamo tutti uniti grazie a lui; che, per dodici anni, i clan Barghast e Rhivi, le disparate compagnie di venti o più città, i Tiste Andii, Rake, Brood e Kallor, per non parlare della Guardia Cremisi, tutti noi stavamo fianco a fianco a causa dell'Impero Malazan? A causa dello stesso Gran Pugno. Ma ora abbiamo un nemico nuovo, la cui natura rimane in gran parte sconosciuta, e che ha suscitato in noi una specie di fragilità - oh, bell'eufemismo - ben visibile a Dujek Un-braccio. Volpe d'Argento afferma che avremo bisogno dei T'lan Imass. Solo il vecchio, feroce Imperatore poteva trovarsi a suo agio con alleati del genere; persino Kallor si ritrae davanti a ciò che ci viene imposto. La fragile alleanza scricchiola e vacilla. Sei un uomo troppo saggio, Gran Pugno, per non nutrire seri dubbi. L'uomo dal braccio solo fu il primo a parlare dopo il discorso di Volpe d'Argento; si rivolse alla bambina con parole lente, scelte con cura. «I T'lan Imass che conosce l'Impero Malazan sono l'esercito comandato da Logros. Dalle tue parole, dobbiamo presumere che esistano altri eserciti, eppure non ce ne è mai arrivata notizia. Perché, figliola?» «L'ultimo Raduno», rispose Volpe d'Argento, «avvenne centinaia di migliaia di anni fa; e in quell'occasione si svolse il Rituale di Tellann, che legò il canale Tellann a ogni T'lan Imass. Il Rituale li rese immortali, Gran Pugno. La forza vitale di un intero popolo fu imbrigliata in nome di una guerra santa destinata a durare millenni». «Contro gli Jaghut», intervenne Kallor, con voce aspra. Il viso stretto, avvizzito, si contorse in un ghigno dietro il sangue che cominciava ad asciugare. «A parte una manciata di Tiranni, gli Jaghut erano un popolo pacifico. Il loro unico delitto era quello di esistere...» Volpe d'Argento si volse di scatto verso di lui. «Non parlare di ingiustizie, Alto Re! Possiedo abbastanza ricordi di Nightchill da avere presente il Canale Imperiale, il luogo che tu una volta governavi, Kallor, prima che lo rivendicassero i Malazan. Hai distrutto un intero regno; l'hai spogliato di ogni vita, lasciando solo cenere e ossa carbonizzate. Un intero regno!» Il sogghigno sporco di sangue del guerriero era raccapricciante. «Ah, ci sei ancora, eh? Ma ti nascondi, distorci la verità in falsi ricordi. Ti nascondi, donna ridicola, maledetta!» Il sogghigno si indurì. «Dovresti avere ab-
bastanza buonsenso da non provocare la mia pazienza, Divinatrice. Tattersail. Nightchill... bambina cara...» La Mhybe vide impallidire sua figlia. Fra questi due... corre una lunga inimicizia; come ho fatto a non accorgermene prima? Qui ci sono vecchi ricordi, c'è un legame fra loro. Fra mia figlia e Kallor... no, fra Kallor e una delle anime dentro di lei... Dopo un attimo, Volpe d'Argento riportò l'attenzione su Dujek. «Per rispondervi, a Logros e ai clan sotto il suo comando fu affidato il compito di difendere il Primo Trono. Gli altri eserciti partirono alla ricerca delle ultime roccaforti Jaghut. Gli Jaghut avevano eretto barriere di ghiaccio. L'Omtose Phellack è un canale di ghiaccio, Gran Pugno, un luogo mortalmente freddo e quasi privo di vita. Magie Jaghut minacciavano il mondo... il livello dei mari si abbassò, intere specie morirono, ogni catena montuosa era una barriera. Il ghiaccio scendeva dai versanti in fiumi candidi; in certi punti, si ergeva per una lega. Come mortali, gli Imass erano sparpagliati, la loro unità perduta. Non potevano attraversare simili barriere. Morivano di fame...» «La guerra contro gli Jaghut era cominciata molto prima», sbottò Kallor. «Cercarono di difendersi, e chi non l'avrebbe fatto?» Volpe d'Argento si limitò ad alzare le spalle. «Come non-morti Tellann, i nostri eserciti potevano superare le barriere. I tentativi di sradicamento si rivelarono... dispendiosi. Non avete sentito parola su quegli eserciti perché molti sono stati decimati, mentre altri forse continuano la guerra in luoghi lontani, inospitali.» Sul viso del Gran Pugno c'era un'espressione addolorata. «Gli stessi Logros lasciarono l'Impero e scomparvero nello Jhag Odhan per un po'; quando tornarono, il loro numero era grandemente diminuito.» La bambina annuì. «I Logros hanno risposto alla tua chiamata?» Aggrottando le sopracciglia, lei rispose: «Non posso esserne sicura; nei riguardi di nessuno dei T'lan Imass. Hanno sentito. Tutti verranno se possono, e avverto la vicinanza di un esercito, o almeno mi sembra». C'è così tanto che non ci stai dicendo, figlia. Te lo leggo negli occhi. Temi che la tua richiesta d'aiuto non venga soddisfatta se riveli troppo. Dujek sospirò, girandosi verso l'Alto Comandante. «Caladan Brood, riprendiamo la nostra discussione sulla strategia?» I soldati si chinarono di nuovo sul tavolo delle mappe; Crone li imitò, con un chiocciolio sommesso. Dopo un attimo, la Mhybe prese la figlia per
mano, guidandola verso l'entrata. Mentre uscivano, Korlat le raggiunse e, con sorpresa della Mhybe, Whiskeyjack la seguì. La fresca brezza del pomeriggio era la benvenuta dopo gli stretti confini della tenda di comando. Senza una parola, il gruppetto camminò fino a una radura che si trovava lì vicino, fra gli insediamenti Tiste Andii e quelli Barghast. Non appena si fermarono, l'uomo puntò gli occhi grigi su Volpe d'Argento. «Vedo molto di Tattersail in te, ragazzina; cosa conservi della sua vita, dei suoi ricordi?» «Volti», rispose lei, con un sorriso esitante. «E le emozioni che li accompagnano, comandante. Tu e io siamo stati alleati per un certo tempo. Eravamo, credo, amici...» L'uomo annuì gravemente. «Sì, esatto. Ricordi Ben lo Svelto? Il resto del mio squadrone? E Hairlock? Tayschrenn? Ricordi il capitano Paran?» «Ben lo Svelto», mormorò lei, dubbiosa. «Un mago? Sette Città... un uomo pieno di segreti... sì», sorrise ancora, «Ben lo Svelto. Hairlock... non un amico, ma una minaccia... mi ha causato dolore...». «È morto, ora.» «Ne sono sollevata. Tayschrenn è un nome che ho sentito di recente: il Grande Mago preferito di Laseen. Abbiamo litigato, lui e io, quando ero Tattersail e, invero, anche quando ero Nightchill. Nessun senso della lealtà; impossibile farvi affidamento. Pensare a lui mi confonde.» «E il capitano?» Qualcosa, nel tono del comandante, catturò l'attenzione della Mhybe. Volpe d'Argento distolse lo sguardo da quello di Whiskeyjack. «Sono ansiosa di rincontrarlo.» L'uomo si schiarì la gola. «È a Pale, adesso. Anche se non sono affari miei, ragazzina, forse dovresti pensare alle conseguenze del fatto di rivederlo, che lui scopra...» S'interruppe, evidentemente imbarazzato. Spiriti della terra! Questo capitano Paran era l'amante di Tattersail; avrei dovuto prevedere qualcosa del genere. Le anime di due donne adulte... «Volpe d'Argento... figlia...» «L'abbiamo incontrato, madre», disse la bambina. «Mentre conducevamo i bhederin a nord; ricordi? Il soldato che ha sfidato le nostre lance. L'ho riconosciuto allora; sapevo chi era.» Si volse di nuovo verso il comandante. «Paran sa. Comunicategli che sono qui. Per favore.» «Benissimo, ragazzina.» Whiskeyjack alzò la testa, studiando l'insediamento Barghast. «Gli Arsori di Ponti verranno... in visita... comunque. Il
capitano li guida, ora. Sono sicuro che Ben lo Svelto e Mallet saranno felici di rifare la tua conoscenza...» «Volete che mi esaminino, cioè», ribatté Volpe d'Argento, «per aiutarvi a decidere se sono degna del vostro appoggio. Non temete, comandante, la prospettiva non mi preoccupa. Per molti versi, sono un mistero per me stessa; quindi sono curiosa di vedere cosa scopriranno». Whiskeyjack fece un sorriso obliquo. «Possiedi la schietta onestà della maga, ragazzina, se non il suo tatto di circostanza.» Korlat parlò. «Comandante Whiskeyjack, voi e io abbiamo questioni di cui discutere, se non sbaglio.» «Sì», convenne lui. La Tiste Andii si girò verso la Mhybe e Volpe d'Argento. «Adesso vi lasceremo sole.» «Certo», rispose la donna, sforzandosi di dominare le sue emozioni. Il soldato che ha sfidato le nostre lance... oh sì, ricordo, bambina. Vecchie domande... finalmente trovano risposta... e mille altre ne sorgono a tormentare questa povera vecchia... «Vieni, Volpe d'Argento, è il momento di riprendere le lezioni sui costumi dei Rhivi.» «Sì, madre.» Whiskeyjack guardò le due Rhivi allontanarsi. «Ha rivelato troppo, di gran lunga», osservò, dopo un attimo. «Il negoziato stava funzionando, si stavano stringendo dei legami... e poi la bambina ha parlato.» «Sì», mormorò Korlat. «Possiede conoscenze segrete... le conoscenze dei T'lan Imass. Ricordi che abbracciano millenni dell'esistenza di questo mondo. Quella gente ha assistito a tanto... la Caduta del Dio Storpio, l'arrivo dei Tiste Andii, l'ultima fuga dei Draghi nello Starvald Demelain...» Ammutolì; un velo discese sui suoi occhi. Whiskeyjack la scrutò, poi riattaccò: «Non ho mai visto un Grande Corvo... agitarsi tanto». Korlat sorrise. «Crone crede che il segreto della nascita della sua specie ci sia sconosciuto. È un'origine vergognosa, capite; o così loro la considerano. Rake è indifferente al suo... contesto morale, e noi tutti pure.» «Cosa c'è di tanto vergognoso?» «I Grandi Corvi sono creature innaturali. L'abbattimento dell'essere alieno che sarebbe stato chiamato il Dio Storpio fu un... episodio violento. Parti gli furono strappate dal corpo e ricaddero come palle di fuoco, distruggendo intere terre. Pezzi della sua carne e delle sue ossa giacquero
marcescenti, ma aggrappati a una sorta di vita, nei loro crateri massicci. Da quella carne nacquero i Grandi Corvi, che portano in sé frammenti del potere del Dio Storpio. Avete visto Crone e i suoi simili: divorano la magia, è il loro vero sostentamento. Attaccare un Grande Corvo con la magia serve solo a renderlo più forte, a rinsaldare la sua immunità. Crone è la Prima Nata. Rake crede che abbia potenzialità... spaventose, per cui si tiene vicini lei e i suoi.» Dopo una pausa, si girò verso di lui. «Comandante Whiskeyjack, a Darujhistan ci siamo scontrati con un vostro mago...» «Sì. Ben lo Svelto. Sarà qui fra poco, e avrò la sua opinione su tutto questo.» «L'uomo di cui avete parlato prima alla bambina.» Korlat annuì. «Riconosco di provare una certa ammirazione per lui, per cui sono ansiosa di rivederlo.» I loro sguardi si incrociarono. «E sono contenta anche di avere conosciuto voi. Volpe d'Argento è stata veritiera quando ha detto di fidarsi di voi; credo che sia lo stesso per me.» Lui si mosse, a disagio. «C'è stato ben poco contatto fra noi perché mi guadagnassi tale fiducia, Korlat. Nondimeno, farò del mio meglio per meritarmela.» «La bambina ha in sé Tattersail, una donna che vi conosce bene. Anche se non ho mai incontrato la maga, trovo che la donna che era - e che emerge ogni giorno di più in Volpe d'Argento - possedesse qualità ammirevoli.» Whiskeyjack annuì lentamente. «Lei era... un'amica.» «Quanto sapete degli eventi che hanno portato a questa... rinascita?» «Non molto, temo», rispose l'uomo. «Abbiamo saputo della morte di Tattersail da Paran, che aveva trovato i suoi... resti. È morta fra le braccia di un Grande Mago Thelomen, che si era spinto nella pianura con il cadavere della compagna, Nightchill, presumibilmente per darvi sepoltura. Tattersail era già una fuggitiva ed è probabile che Bellurdan avesse avuto ordine di andarla a prendere. Per quanto ne so, Volpe d'Argento dice il vero.» Korlat distolse lo sguardo, e rimase zitta a lungo. Quando, infine, parlò, la sua domanda, così semplice e logica, lasciò Whiskeyjack con il cuore martellante in petto: «Comandante, noi avvertiamo nella bambina la presenza di Tattersail e di Nightchill - e lei stessa ammette di averle in sé - ma ora mi chiedo, dov'è questo Thelomen, Bellurdan?». Per tutta risposta, egli tirò un respiro profondo, scuotendo la testa. Per gli dei, non lo so...
CAPITOLO QUARTO Attenzione a questi tre: sono tutto ciò che dà forma, tutto ciò che giace sotto la superficie del mondo; questi tre sono le ossa della storia. Sorella delle Fredde Notti! Il tradimento saluta il tuo risveglio! Hai scelto di fidarti del coltello, mentre questo ti trapassava il cuore. Draconus, sangue di Tiam! L'oscurità ha abbracciato la tua anima, e queste catene che ora ti stringono sei stato tu a forgiarle. K'rul, il tuo era il sentiero scelto dalla Dea Dormiente, mille e più anni fa, ed ella dorme ancora, mentre tu ti svegli; è giunto il momento, Antico, di tornare a camminare fra i mortali, e di fare del tuo dolore il dono più dolce. Anomandaris Fisher Kel Tath Coperti di fango dalla testa ai piedi, Harllo e Stonny Menackis emersero da dietro la carrozza che saliva ondeggiando per il pendio. Gruntle si mise comodo sulla piattaforma, sorridendo davanti allo spettacolo. «Così impariamo a fare scommesse con te», borbottò Harllo. «Vinci sempre, bastardo.» Stonny guardava con sgomento i vestiti sporchi. «Pelle di Callows. Non verrà mai pulita.» Fissò su Gruntle gli occhi azzurri, duri. «Maledetto; sei il più grosso di tutti. Avresti dovuto essere tu a spingere, invece di startene lì seduto, scommessa o no.» «Le mie sono lezioni dure», spiegò l'uomo, e il suo sorriso si allargò. I fini abiti verdi e neri di Stonny erano coperti di melma marrone. I capelli folti e neri le pendevano sul viso, gocciolando acqua lattiginosa. «Comunque, per oggi abbiamo finito, per cui scostiamo da parte quest'affare; sembra che voi due abbiate bisogno di una bella nuotata.» «Che Hood ti prenda», sbottò Harllo, «che cosa pensi che stessimo facendo?». «A giudicare dal rumore, annegando, direi. A proposito, l'acqua pulita è
più a monte.» Gruntle riprese le redini. La traversata aveva lasciato i cavalli esausti, e ci volle qualche opera di persuasione da parte del capitano per convincerli a muoversi di nuovo. Si fermò a breve distanza, a un lato del guado. Altri mercanti si erano accampati lì vicino; alcuni avevano appena compiuto la traversata e altri si preparavano a farlo, diretti a Darujhistan. Negli ultimi giorni, la situazione era diventata, se possibile, ancora più caotica. I ciottoli del guado rimasti sul letto del fiume erano stati spostati di sbieco o infossati nel fango. Per la traversata, avevano impiegato quattro campane e per un po' Gruntle si era chiesto se ci sarebbero mai riusciti. Scese dalla piattaforma, rivolgendo l'attenzione ai cavalli. Harllo e Stonny, che si erano messi a bisticciare, partirono in cerca dell'acqua limpida. Gruntle lanciò un'occhiata inquieta verso la carrozza imponente che li aveva preceduti sul guado, ora parcheggiata a cinquanta passi di distanza. Era stata veramente una scommessa iniqua. Sono le migliori. I suoi due compagni avevano manifestato la convinzione che quel giorno non avrebbe visto il passaggio della carrozza del loro padrone Keruli. Erano stati certi che il colossale veicolo davanti a loro si sarebbe impantanato, che sarebbe rimasto giorni in mezzo al fiume, finché altri mercanti non avessero perso la pazienza al punto di mobilitare i loro uomini per spostarlo. Gruntle sospettava altrimenti. Bauchelain e Korbal Broach non erano tipi da tollerare il disagio. Sono dei dannati stregoni, no? Il loro domestico, Emancipor Reese, non si era nemmeno scomodato a scendere dal sedile del vetturino: un semplice strattone delle redini aveva fatto avanzare le file di buoi. L'enorme struttura era sembrata scivolare lungo il guado, senza subire nemmeno uno scossone, mentre le ruote si muovevano su quello che Gruntle sapeva essere un fondo smosso, irregolare. Una scommessa iniqua, sì. Ma almeno sono asciutto e pulito. Quell'evento innaturale aveva avuto abbastanza testimoni perché all'accampamento degli stregoni fosse garantita una certa riservatezza; fu quindi con notevole curiosità che Gruntle vide una guardia di carovana avvicinarsi a grandi passi. Conosceva bene quell'uomo. Buke, un Daru, percorreva i caravanserragli più piccoli, offrendo i suoi servigi ai mercanti con pochi mezzi. Preferiva lavorare da solo, e Gruntle sapeva perché. Il padrone di Buke aveva tentato la traversata quel giorno. Il carro malconcio era andato in pezzi in mezzo al fiume; frammenti di legno e preziosi fagotti di derrate si erano allontanati galleggiando, mentre l'uomo annaspava impotente nell'acqua. Buke era riuscito a salvare il mercante, ma con
la perdita della merce il contratto era cessato. Una volta presi accordi perché il padrone accompagnasse una carovana di ritorno a Darujhistan, Buke era stato, con scarsa gratitudine per i suoi sforzi, lasciato a spasso. Gruntle si era aspettato che tornasse in città. Buke possedeva un buon cavallo, in salute e ben equipaggiato; gli ci sarebbero voluti tre giorni al massimo. Eppure era lì; la figura alta, magra, in piena tenuta da guardia, la cotta a scaglie oliata di fresco, la balestra legata alla schiena e lo spadone infilato nel fodero al fianco, parlava sommessamente con Emancipor Reese. Anche se i due erano fuori dalla sua portata d'orecchio, Gruntle poteva seguire la conversazione dai loro cambiamenti di posizione. Dopo un breve scambio di parole, la guardia dalla barba grigia abbassò quasi impercettibilmente le spalle, distogliendo lo sguardo. Emancipor Reese scosse le spalle e si girò a metà, come per esprimere un rifiuto. Poi entrambi volsero gli occhi sulla carrozza e, un attimo dopo, emerse Bauchelain, tirandosi il mantello di pelle nera intorno alle spalle larghe. Sotto lo sguardo dello stregone, Buke si raddrizzò, rispose alle poche, concise domande con frasi altrettanto asciutte, poi annuì rispettosamente. Bauchelain posò una mano sulla spalla del domestico; per poco, il vecchio non si afflosciò sotto quel tocco leggero. Gruntle fece un risolino di solidarietà. Già, la Regina lo sa: il tocco di quello stregone potrebbe riempire i calzoni dell'uomo comune. Che Beru ci protegga, Buke è appena stato assunto. Speriamo che non debba pentirsene. Gli incendi che si sviluppavano nei casamenti popolari erano letali a Darujhistan, specialmente se c'era di mezzo il gas. L'esplosione che aveva ucciso la moglie, la madre e i quattro figli di Buke era stata particolarmente cruenta. Che Buke stesso fosse stato ubriaco e privo di sensi in un vicolo a nemmeno cento passi dalla casa non l'aveva aiutato a riprendersi dalla disgrazia. Come molti suoi colleghi, Gruntle aveva immaginato che Buke si sarebbe dato seriamente alla bottiglia; invece, aveva fatto l'esatto contrario. Lavorare da solo per mercanti poveri, vulnerabili, gli era sembrato più invitante che percorrere la spirale rovinosa di una sbornia permanente. I mercanti poveri venivano rapinati molto più spesso di quelli ricchi. Quell'uomo vuole morire, sì; ma in modo rapido, persino onorevole. Vuole andarsene combattendo, come, a detta di tutti, ha fatto la sua famiglia. E ahimè, quand'è sobrio - e da quella notte lo è sempre stato - Buke combatte estremamente bene, e i fantasmi di una dozzina di banditi almeno lo
testimonierebbero amaramente. Il gelido orrore che sembrava pervadere l'aria intorno a Bauchelain e, specialmente, intorno a Korbal Broach, avrebbe scoraggiato qualunque guardia in possesso delle sue facoltà mentali. Ma un uomo ansioso di andare incontro alla morte avrebbe visto le cose diversamente, no? Ah, amico Buke, spero che tu non debba pentirti della tua scelta. Violenza e orrore turbinano intorno ai tuoi due nuovi padroni, ma è più probabile che tu ne sia testimone, piuttosto che vittima. La sofferenza non ti ha già stretto abbastanza fra le sue braccia? Buke andò a prendere cavallo ed equipaggiamento. Quando il vecchio tornò, Gruntle aveva allestito un fuoco da cucina. Lo guardò riporre il suo equipaggiamento e scambiare qualche altra parola con Emancipor Reese, che aveva cominciato a cucinare il loro pasto. Infine, Buke si girò, incrociando lo sguardo di Gruntle. Si avvicinò al capitano. «Un giorno di cambiamenti, amico Buke», osservò Gruntle, dalla sua posizione accovacciata accanto al focolare. «Sto preparando del tè per Harllo e Stonny, che dovrebbero tornare da un momento all'altro; vuoi prenderne una tazza con noi?» «Gentile da parte tua, Gruntle. Accetterò la tua offerta.» Buke lo raggiunse. «Una bella disgrazia, quello che è successo al carro di Murk.» «Avevo cercato di dissuaderlo. Ahimè, non ha apprezzato il mio aiuto.» «Neanche dopo che l'hai ripescato dal fiume, tirandogli fuori l'acqua dai polmoni?» Buke scrollò le spalle. «Il bacio sulle labbra di Hood doveva averlo messo di cattivo umore.» Lanciò un'occhiata alla carrozza dei nuovi padroni; rughe incresparono gli angoli dei suoi occhi tristi. «Hai parlato con loro, vero?» Gruntle sputò nel fuoco. «Sì. Avresti fatto meglio a cercare il mio consiglio, prima di stipulare il contratto.» «Rispetto il tuo consiglio e l'ho sempre fatto, Gruntle, ma non mi avresti fatto cambiare idea.» «Lo so, per cui non dirò più niente su di loro.» «L'altro», riprese Buke, accettando da Gruntle una tazza di latta e stringendola con entrambe le mani, mentre soffiava sul liquido fumante. «L'ho intravisto prima.» «Korbal Broach.»
«Già. È lui l'assassino, lo sai, no?» «Non vedo grande differenza fra i due, a essere onesti.» Buke scuoteva la testa. «No, non capisci. A Darujhistan, ricordi? Per due settimane di fila, ogni notte nel Distretto Gadrobi furono trovati corpi orribilmente straziati. Poi gli investigatori chiesero l'aiuto di un mago, e fu come se qualcuno avesse scoperchiato un vespaio; il mago scoprì qualcosa e quella scoperta lo terrorizzò. Il tutto fu tenuto segreto, certo, ma per caso venni a conoscenza di ciò che seguì. Fu ingaggiata la Corporazione di Vorcan; il Consiglio stesso offrì il contratto ai sicari. "Trovate l'assassino", dissero, "usando ogni metodo a vostra disposizione, legale o no". Poi gli omicidi cessarono...» «Mi ricordo vagamente dello scompiglio...» commentò Gruntle, aggrottando le sopracciglia. «Tu stavi nel Bar delle Facezie, no? Ubriaco fradicio per giorni e giorni.» Gruntle sobbalzò. «Avevo messo gli occhi su Lethro... partii per una missione e al mio ritorno scoprii...» «Aveva sposato un altro», terminò Buke annuendo. «Non un semplice "altro"», ribatté Gruntle, l'aria cupa. «Quell'imbroglione presuntuoso di Parsemo...» «Un tuo vecchio padrone, se ben ricordo. Comunque. Chi era l'assassino e perché gli omicidi cessarono? La Corporazione di Vorcan non si fece avanti a pretendere il denaro del Consiglio. Gli omicidi cessarono perché l'assassino aveva lasciato la città.» Buke indicò con un gesto la carrozza imponente. «È lui. Korbal Broach. L'uomo dal viso rotondo e le labbra spesse.» «Come fai a esserne così sicuro, Buke?» L'aria si era raffreddata. Gruntle si versò un'altra tazza di tè. L'altro scosse le spalle, gli occhi sul fuoco. «Lo so e basta. Chi Può tollerare l'uccisione di innocenti?» Per il respiro di Hood, Buke, capisco benissimo le implicazioni di quella domanda. Intendi ucciderlo, o almeno morire nel tentativo. «Ascoltami, amico. Saremo anche fuori dalla giurisdizione della città, ma se i maghi erano veramente così allarmati - e dato che la Corporazione di Vorcan potrebbe avere ancora qualche interesse - le questioni di giurisdizione non hanno senso. Potremmo mandare un messaggio a Darujhistan - sempre che tu abbia prove della tua certezza - e nel frattempo terrai d'occhio quell'uomo. Nient'altro. È uno stregone, credimi; non avresti la minima possibilità.
Lascia l'esecuzione a maghi e sicari.» All'arrivo di Harllo e di Stonny Menackis, Buke alzò lo sguardo. I due erano arrivati in silenzio, avvolti in coperte, con gli abiti lavati e stretti in fagotti fra le mani. La loro espressione preoccupata disse a Gruntle che avevano sentito almeno la sua ultima frase. «Credevo che fossi già a buon punto sulla strada per Darujhistan», esordì Harllo. Buke scrutò la guardia da sopra il bordo della tazza. «Sei così pulito che ti riconosco appena, amico.» «Ah, ah.» «Per risponderti, ho trovato un nuovo contratto.» «Idiota», sbottò Stonny. «Quand'è che ti farai entrare nel cervello un po' di buonsenso, Buke? Sono anni e anni che non fai un sorriso o non ti brillano gli occhi. Fino a quando continuerai a cacciare la testa nelle trappole per gli orsi?» «Fino a quando una non si chiude», dichiarò Buke, incrociando gli occhi scuri, irosi di Stonny. Si alzò, rovesciando la tazza per gettare da parte i fondi. «Grazie del tè... e dei consigli, amico Gruntle.» E, con un cenno del capo prima a Harllo, poi a Stonny, si diresse alla carrozza di Bauchelain. Gruntle fissò Stonny. «Un capolavoro di diplomazia, mia cara.» Lei cacciò un sibilo. «Quell'uomo è uno sciocco. Ha bisogno della mano di una donna sull'elsa della spada. Un gran bisogno.» Harllo grugnì. «Ti offri volontaria?» Stonny Menackis scrollò le spalle. «Non è il suo aspetto a respingere, è il suo atteggiamento. Tutto il tuo contrario, scimmione.» «Hai un debole per la mia personalità, eh?» Harllo sogghignò in direzione di Gruntle. «Ehi, potresti rompermi di nuovo il naso; così lo raddrizzeresti e tornerei come nuovo. Che ne dici, Stonny? Allora i petali di ferro del tuo cuore si aprirebbero per me?» Lei fece una smorfia di scherno. «Tutti sanno che quel tuo spadone è solo un patetico tentativo di compensazione, Harllo.» «Ha un'anima da poeta, però», osservò Gruntle. «Petali di ferro... difficile essere più precisi.» «I petali di ferro non esistono», sbuffò Stonny. «E neanche i fiori di ferro. E i cuori non sono fiori, sono affari rossi, sanguinolenti in mezzo al petto. Cosa c'è di poetico nel dire assurdità? Tu sei un idiota come Buke e Harllo, Gruntle. Sono circondata da mentecatti ottusi.» «È il tuo destino in questa vita, ahimè», replicò Gruntle. «Prendi del tè;
ti darà un po' di... calore.» Lei accettò la tazza, mentre Gruntle e Harllo evitavano di incrociare lo sguardo. Dopo qualche attimo, Stonny si schiarì la gola. «Cos'era quella storia sul lasciare l'esecuzione ai sicari, Gruntle? In che razza di pasticcio si è messo Buke adesso?» Oh, per Mowri, le importa davvero di quell'uomo. Il capitano fissò il fuoco con aria torva e vi gettò qualche altro pezzo di sterco prima di rispondere. «Ha dei... sospetti. Noi stavamo, uhm, parlando ipoteticamente...» «Sì, certo, e Togg fa le feste come un cagnolino. Avanti, faccia di bue: sputa l'osso.» «Buke ha scelto di parlare con me, non con te, Stonny», ruggì Gruntle, irritato. «Se hai delle domande, falle a lui e lasciamene fuori.» «Ci puoi giurare, maledizione.» «Dubito che otterrai qualcosa», intervenne poco saggiamente Harllo, «anche se sbatti le ciglia e sporgi le labbrucce rosee». «Quelle saranno le ultime cose che vedrai quando ti pianterò il coltello in quel tubero di latta che hai nel petto. Oh, e ti manderò anche un bacio sulla punta delle dita.» Harllo alzò le sopracciglia folte. «Tubero di latta! Stonny, mia cara... ho sentito bene?» «Chiudi il becco, non sono dell'umore giusto.» «Non sei mai dell'umore giusto, Stonny!» Lei gli rispose con un sorriso beffardo. «Non disturbarti a metterlo in parole, dolcezza», sospirò Gruntle. La baracca stava appoggiata, obliquamente, contro il muro interno della città di Pale, un insieme confuso di assi di legno, lastre di vimini, pelli tese; il cortile era un'accozzaglia di polvere bianca, gusci di zucca, pezzi di stoviglie rotte e trucioli di legno. Frammenti di carte di legno laccate pendevano da uno spago sopra la stretta porta, ruotando lentamente nel caldo umido. Ben lo Svelto si fermò, abbracciò con lo sguardo il vicolo pieno di immondizia, poi entrò nel cortile. Dall'interno risuonò una risata chioccia. Il mago alzò gli occhi al cielo e, borbottando fra sé, allungò la mano verso l'anello di cuoio inchiodato alla porta. «Non spingere!» strillò una voce al di là. «Tira, serpe del deserto!»
Scrollando le spalle, Ben lo Svelto tirò la porta verso di sé. «Solo gli sciocchi spingono!» sibilò la vecchia, che stava seduta a gambe incrociate su una stuoia di canne appena oltre la soglia. «Mi graffiano il ginocchio! Quando gli sciocchi vengono in visita, mi procurano lividi e peggio ancora. Ah, sentivo l'odore di Raraku!» Il mago esaminò l'interno della baracca. «Per il respiro di Hood, qui c'è spazio solo per te!» Oggetti indistinti ingombravano le pareti, penzolando dal basso soffitto. L'ombra inghiottiva ogni angolo, e l'aria conservava il freddo della notte appena trascorsa. «Solo per me!» stridette la donna. Il suo viso era poco più di uno strato di pelle teso sopra le ossa; la testa era calva e costellata di nei. «Mostra quello che hai, serpe dalle molte teste, infrangere le maledizioni è la mia virtù!» Dalle pieghe delle vesti logore, estrasse una carta di legno, sollevandola fra le mani tremanti. «Manda le tue parole nel mio canale e la loro forma verrà incisa qui sopra, fatta avverare col fuoco...» «Niente maledizioni, donna», ribatté Ben lo Svelto, accovacciandosi a portare gli occhi al livello dei suoi. «Solo domande.» La carta scivolò sotto le vesti. Accigliandosi, la donna disse: «Le risposte costano molto. Le risposte valgono più dell'annullamento delle maledizioni. Le risposte non si trovano facilmente...». «Va bene, va bene, quanto?» «Da' un colore alla moneta delle tue domande, dodici-anime.» «Oro.» «Allora consigli d'oro, uno per ogni risposta.» «A patto che siano valide.» «D'accordo.» «Il Sonno di Burn.» «Ebbene?» «Perché?» La donna spalancò la bocca priva di denti. «Perché la dea dorme, strega? Qualcuno lo sa? Tu lo sai?» «Tu sei una canaglia dotta!» «Ho letto solo ipotesi. Nessuno lo sa. Gli studiosi non hanno risposta, ma la più vecchia strega di Tennes di questo mondo forse sì. Dimmi, perché Burn dorme?» «Alcune risposte richiedono che vi si danzi intorno. Fammi un'altra domanda, figlio di Raraku.» Sospirando, Ben lo Svelto abbassò la testa, studiò il terreno per un atti-
mo, poi riprese: «Si dice che la terra tremi e roccia fusa sgorghi come sangue quando Burn si muove, vicina al risveglio». «Così si dice.» «E che, se lei dovesse svegliarsi, ogni forma di vita andrebbe distrutta.» «Così si dice.» «Allora?» «Allora niente. La terra trema, le montagne esplodono, fiumi bollenti scorrono. Sono fenomeni naturali, in un mondo la cui anima è incandescente. Fenomeni che osservano le proprie leggi di causa ed effetto. Il mondo ha la forma di una palla di sterco di insetto, e ruota intorno al sole in un vuoto raggelante. La superficie galleggia in pezzi, su un mare di roccia fusa. A volte i pezzi si scontrano; a volte si staccano. Tirati e spinti dalle maree, come lo sono gli oceani.» «E dov'è la dea, in questo sistema?» «Era l'uovo dentro lo sterco. Un uovo che si è schiuso molto tempo fa. La sua mente cavalca i fiumi nascosti sotto i nostri piedi. Lei è il dolore dell'esistenza. Lei è la regina dell'alveare, e noi siamo i suoi operai e soldati. E ogni tanto... sciamiamo.» «Nei canali?» La vecchia scrollò le spalle. «Per qualunque sentiero troviamo.» «Burn è malata.» «Sì.» Ben lo Svelto vide gli occhi scuri della strega accendersi di un'intensità improvvisa. Rifletté per un lungo momento, poi disse: «Perché Burn dorme?». «Non è ancora giunto il momento. Fammi un'altra domanda.» Il mago corrugò la fronte, distolse lo sguardo. «Operai e soldati... ci dipingi come schiavi.» «Lei non domanda niente; quello che fai lo fai per te stesso. Lavori per guadagnarti il sostentamento. Combatti per difenderlo, o per ottenerne di più. Lavori per sopraffare gli avversari. Combatti per paura, per odio, per ripicca, per onore, per lealtà e per qualsiasi altra causa la tua mente possa forgiare. Tuttavia, ogni tua azione, quale che sia, serve lei. Non è benigna, Adaephon Ben Delat, ma amorale. Che prosperiamo, o ci distruggiamo, non le importa; darà alla luce un'altra discendenza e tutto ricomincerà da capo.» «Parli del mondo come di una cosa materiale, soggetta a leggi naturali. È tutto qui?»
«No, alla fine sono le menti e i sensi di tutto ciò che è vivo a definire cosa è vero; vero per noi, cioè.» «Questa è una tautologia.» «Non lo nego.» «Burn è la causa del nostro effetto?» «Ah, svicoli lateralmente come la serpe del deserto che sei in verità! Fa' la tua domanda!» «Perché Burn dorme?» «Lei dorme... per sognare.» Per lungo tempo, Ben lo Svelto non disse nulla; quando infine guardò negli occhi della vecchia vi trovò la conferma delle sue peggiori paure. «È malata», ripeté. La strega annuì. «Ha la febbre.» «E i suoi sogni...» «Arriva il delirio, ragazzo. I sogni diventano incubi.» «Devo pensare a un modo per eliminare quell'infezione, perché non credo che la febbre di Burn sarà sufficiente. Anzi, quel calore che dovrebbe purificare sta sortendo l'effetto opposto.» «Pensaci allora, lavoratore diletto.» «Potrei avere bisogno di aiuto.» La strega tese una mano avvizzita, il palmo rivolto all'insù. Ben lo Svelto pescò sotto la camicia e tirò fuori un ciottolo levigato dall'acqua, che le fece cadere in mano. «Quando verrà il momento, Adaephon Delat, chiamami.» «Lo farò. Grazie, signora.» Mise un sacchetto di pelle pieno di consigli d'oro sul terreno fra loro. La strega fece una risata chioccia. Ben lo Svelto indietreggiò. «Ora chiudi quella porta... preferisco il freddo!» Mentre il mago percorreva il vicolo a grandi passi, i suoi pensieri vagarono alla rinfusa, cavalcando folate di vento; le correnti erano per lo più fuorvianti e prive di importanza. Una, tuttavia, gli si insediò nella mente e rimase con lui, pur sembrando, di primo acchito, senza senso, una curiosità e nulla più: preferisce il freddo. Strano. Quasi tutti i vecchi amano il caldo, e in abbondanza... Il capitano Paran vide Ben lo Svelto appoggiato contro il muro bucherellato accanto all'entrata del quartier generale, le braccia strette intorno al corpo e l'umore evidentemente nero. I quattro soldati che montavano la
guardia si raccolsero a dieci passi di distanza, palesemente a disagio. Paran tirò avanti il cavallo per le redini; le porse a uno stalliere che apparve dalla porta del complesso, poi si avvicinò rapidamente a Ben lo Svelto. «Sembri messo male, mago, e la cosa mi rende nervoso.» Il nativo di Sette Città aggrottò le sopracciglia. «Credetemi, capitano: è meglio che non sappiate niente di questa storia.» «Se riguarda gli Arsori di Ponti, è meglio che la senta.» «Gli Arsori di Ponti?» Il mago proruppe in una risata aspra, priva di ilarità. «Questa faccenda va ben oltre una manciata di soldati lamentosi, signore. Per il momento, però, non ho trovato nessuna soluzione possibile; se la trovo, ve la esporrò nei dettagli. Nel frattempo, potreste requisire un cavallo fresco... dobbiamo raggiungere Dujek e Whiskeyjack all'accampamento di Brood. Subito.» «L'intera compagnia? Li ho appena fatti sistemare!» «No, signore. Voi, io, Mallet e Spindle. Ci sono stati... sviluppi insoliti, a quanto ho capito, ma non chiedetemi quali perché non lo so.» Paran fece una smorfia. «Ho già mandato a chiamare gli altri due, signore.» «Benissimo. Allora andrò a cercarmi un altro cavallo.» Il capitano si girò di scatto e si diresse verso il complesso, cercando di ignorare il feroce dolore allo stomaco. Ogni cosa sembrava richiedere troppo tempo: l'esercito era a Pale da mesi, ormai, e la città non lo voleva. A causa della proscrizione, non era arrivato nessun appoggio da parte dell'Impero, e senza quella infrastruttura amministrativa non c'era stata alcuna tregua al duro, spiacevole ruolo di occupanti. Il metodo di conquista Malazan seguiva un insieme di regole sistematico ed efficace. L'esercito vittorioso non doveva mai rimanere sul posto dopo la transizione pacificatrice e il passaggio a un governo civile, fermamente radicato e pienamente funzionante, in stile Malazan. Il controllo delle città non era un peso per cui gli eserciti fossero stati addestrati; il modo migliore per raggiungerlo era la manipolazione burocratica dell'economia del luogo conquistato. «Tenete quei fili e la gente danzerà per voi», era stata la convinzione fondamentale dell'Imperatore, la cui verità era stata dimostrata più e più volte; e l'Imperatrice non aveva arrischiato alcuna modifica alla tecnica. Acquisire quel controllo comportava sia l'imposizione dell'autorità legale sia l'infiltrazione capillare del mercato nero attivo al momento. «Poiché è impossibile schiacciare un mercato nero, conviene gestirlo.»
E quel compito spettava all'Artiglio. Ma qui non ci sono agenti dell'Artiglio, giusto? E nemmeno scrivani. Non controlliamo il mercato nero. Non riusciamo nemmeno a dirigere l'economia ufficiale; figuriamoci l'amministrazione civile. Eppure continuiamo a comportarci come se l'appoggio imperiale fosse imminente, quando è ben lungi dall'esserlo. Non capisco; non capisco affatto. Senza l'oro di Darujhistan, l'Armata di Dujek, in quel momento, sarebbe stata in preda ai morsi della fame. Sarebbero iniziate le diserzioni: uno dopo l'altro, i soldati se ne sarebbero andati, nella speranza di tornare nell'abbraccio imperiale, o nel tentativo di unirsi a compagnie mercenarie. L'Armata di Un-braccio sarebbe svanita sotto i suoi occhi. La lealtà non sopravvive mai allo stomaco vuoto. Dopo un po' di trambusto, gli stallieri trovarono a Paran un altro cavallo. Il capitano si issò stancamente in sella e guidò l'animale fuori dal complesso. Il sole del pomeriggio aveva cominciato a gettare ombre rinfrescanti sulle strade della città, sbiancate dal sole. I cittadini di Pale uscivano allo scoperto, anche se pochi sostavano nei pressi del quartier generale Malazan. Le guardie avevano affinato il senso di sospetto nei confronti di chiunque indugiasse troppo a lungo, e le pesanti balestre strette fra le loro braccia erano tenute pronte per l'uso. Sangue era stato versato all'entrata del quartier generale e dentro all'edificio stesso. Un Segugio aveva attaccato, non molto tempo prima, lasciando dietro di sé una ventina di morti. I ricordi di Paran riguardo all'evento erano ancora frammentari. La bestia era stata respinta da Tattersail... e dal capitano stesso. Per i soldati di guardia, però, un incarico tranquillo si era trasformato in un incubo. Erano stati colti del tutto impreparati, una disgraziata negligenza che non si sarebbe più ripetuta. Un Segugio del genere li avrebbe sempre falciati quasi senza sforzo, ma almeno sarebbero caduti combattendo, e non fissandolo a bocca aperta. Paran trovò Ben lo Svelto, Mallet e Spindle che lo aspettavano in sella ai loro cavalli. Dei tre, Spindle era quello che il capitano conosceva meno. Le abilità di quell'ometto basso e calvo andavano dalla magia alle opere da zappatore, o così gli era stato detto. La sua indole perennemente acida non incoraggiava la conversazione, e lo stesso valeva per il cilicio grigio, puzzolente, lungo fino alle cosce, confezionato, se c'era qualche verità nelle voci, con la chioma della madre morta. Avvicinandosi, Paran vi gettò un'occhiata. Per il respiro di Hood, sembrano proprio i capelli di una vecchia! L'idea aggravò la sua nausea.
«Fa' il punto, Spindle.» «Sì, capitano: ci sarà una vera folla da attraversare quando arriveremo alla Rotonda del Mercato Nord.» «Trovaci un modo per aggirare l'ostacolo.» «I vicoli non sono sicuri, signore.» «Apri il tuo canale, allora, e lascialo gocciolare abbastanza da far rizzare i capelli. Puoi farlo, no?» Spindle lanciò uno sguardo a Ben lo Svelto. «Uhm, signore, il mio canale... scatena delle cose.» «Cose gravi?» «Be', non proprio.» «Procedi, soldato.» «Sì, capitano.» Impassibile, Ben lo Svelto prese posizione in fondo al gruppo, mentre un altrettanto silenzioso Mallet si mise a cavalcare accanto a Paran. «Qualche idea su ciò che succede all'accampamento di Brood, guaritore?» chiese il capitano. «Niente di preciso, signore», rispose Mallet. «Solo... sensazioni.» Dopo un'occhiata interrogativa di Paran, continuò: «C'è un vero miscuglio di poteri laggiù, signore. Non solo Brood e la Tiste Andii; quelli li conosco. E anche Kallor. No, c'è dell'altro. Un'altra presenza. Antica, e tuttavia nuova. Con una punta T'lan Imass, forse...». «T'lan Imass?» «Forse; non ne sono proprio sicuro, a dire la verità, capitano. Però è qualcosa che schiaccia tutti gli altri.» A quelle parole, Paran girò la testa a guardarlo. Si udì il miagolio di un gatto, seguito da un lampo grigio mentre la creatura sfrecciava lungo il muro di un giardino, per poi scomparire alla vista. Risuonarono altri versi, stavolta dall'altra parte della stradina. Paran sentì un brivido attraversargli la schiena. Si riscosse. «L'ultima cosa che vogliamo è un giocatore nuovo. La situazione è già abbastanza preoccupante...» Proprio davanti a loro, due cani stretti in una lotta violenta uscirono rotolando dalla bocca di un vicolo. In preda al panico, un gatto zigzagò intorno alle bestie che si azzannavano ringhiando. I cavalli scartarono all'unisono, le orecchie piatte sulla testa. Nel canale di scolo alla loro sinistra, il capitano vide - con gli occhi sgranati - una moltitudine di topi che correva parallela al gruppetto dei cavalieri.
«In nome di Hood, che cosa...» «Spindle!» chiamò Ben lo Svelto alle loro spalle. Il mago alla testa si agitò sulla sella, un'espressione inquieta sul viso segnato dalle intemperie. «Allenta un po'», ordinò Ben lo Svelto, in tono non privo di benevolenza. Spindle annuì. Con la mano, Paran si scostò dal viso uno sciame di mosche ronzanti. «Mallet, a quale canale attinge Spindle?» chiese sommessamente. «Non è il suo canale il problema, signore, ma l'uso che ne fa. Tutto considerato, finora lo spettacolo è stato blando.» «Dev'essere un incubo per la nostra cavalleria...» «Noi siamo soldati di fanteria, signore», gli fece notare Mallet, con un sogghigno ironico. «A ogni modo, l'ho visto spezzare da solo un attacco nemico. Inutile dire che è utile averlo intorno...» Paran non aveva mai visto un gatto gettarsi a testa avanti contro un muro. Il tonfo sordo fu seguito da un frenetico raschiare di unghie, mentre l'animale rimbalzava all'indietro, sbigottito. Le sue manovre bastarono ad attrarre l'attenzione dei cani che, un attimo dopo, si lanciarono al suo inseguimento. Tutti e tre scomparvero giù per un altro vicolo. Ora, in aggiunta ai dolori di stomaco, il capitano aveva i nervi scossi. Potrei ordinare a Ben lo Svelto di sostituirlo, ma il suo è un potere che verrebbe notato - avvertito da lontano, addirittura - e preferirei non rischiare una cosa simile. E credo che sia lo stesso per lui. Ogni quartiere che attraversarono risuonava di una cacofonia: il miagolio di gatti, il latrato e l'ululato di cani, il raglio di muli. Topi circondavano il gruppo in una corsa insensata. Quando stimò che avessero aggirato la Rotonda del Mercato, Paran gridò a Spindle di chiudere il canale. Egli obbedì con un timido cenno del capo. Poco dopo, raggiunsero la Porta Settentrionale e uscirono in quello che era stato un campo di battaglia. Le vestigia ne erano ancora visibili, se si guardava con cura in mezzo all'erba bruna. Frammenti marci di abiti, il luccichio dei chiodi e il bianco lucente delle ossa spezzate. Fiori della mezza estate tappezzavano di strisce azzurro brillante i fianchi dei tumuli recenti, duecento passi alla loro sinistra; il colore si scurì con la discesa del sole dietro ai mucchi di terra. Paran accolse con gratitudine il silenzio relativo della pianura, nonostante l'aria greve, pervasa da un senso di morte tormentata, che si sentiva pe-
netrare nel midollo. A quanto pare, non faccio che incontrare posti del genere. Fin da quel giorno fatidico a Itko Kan, con le vespe che mi pungevano furibonde per aver disturbato il loro banchetto impregnato di sangue, arranco alla cieca lungo la scia di Hood. Mi sembra di non aver conosciuto altro che guerra e morte in tutta la mia vita, anche se, in verità, si tratta di pochi anni soltanto. Regina dei Sogni, come mi sento vecchio... Aggrottò le sopracciglia. L'autocommiserazione poteva facilmente diventare un'abitudine, se non stava attento a ricordarne il carattere insulso. Abitudine ereditata da mio padre e da mia madre, ahimè. E la porzione ricevuta da mia sorella Tavore deve essere stata, in qualche modo, dirottata verso di me. Fredda e astuta da bambina, e ancor più da adulta. Se c'è qualcuno che potrà proteggere il nostro Casato durante l'ultima purga della nobiltà proclamata da Laseen, questa è lei. Sicuramente io rifuggirei dall'usare le sue tattiche, quali che siano, ma Tavore non è tipo da accettare la sconfitta. Per cui, meglio lei di me. Tuttavia, l'inquietudine continuava a rodere i pensieri di Paran. Dal momento della proscrizione, non avevano avuto praticamente più notizie di ciò che si verificava in altri luoghi dell'Impero. Voci di un'imminente rivolta a Sette Città persistevano, anche se si trattava di una promessa spesso sussurrata, ma non ancora realizzata. Paran aveva i suoi dubbi in proposito. Comunque vada, Tavore si prenderà cura di Felisin. Questa, almeno, è una consolazione... Mallet interruppe le sue riflessioni. «Credo che la tenda di comando di Brood si trovi nell'insediamento Tiste Andii, capitano. Dritto avanti a noi.» «Spindle è d'accordo con te», osservò Paran. Il mago li guidava con sicurezza verso quell'accampamento che, anche da lontano, appariva strano e misterioso. Non c'era nessuno di guardia ai picchetti; anzi, il luogo sembrava del tutto deserto. «A quanto pare, il negoziato è andato come previsto», osservò il guaritore. «Non siamo ancora stati abbattuti da una raffica di dardi.» «Anche a me sembra un segno promettente», convenne Paran. Spindle li condusse in una specie di passaggio centrale in mezzo alle tende alte, cupe, dei Tiste Andii. Stava calando il crepuscolo; le lacere strisce di tessuto legate ai pali delle tende perdevano i colori già sbiaditi. Qualche figura indistinta e spettrale apparve dai vari corridoi laterali, prestando scarsa attenzione al gruppo. «Un posto che tira giù di morale», bofonchiò Mallet. Il capitano annuì. Come attraversare un sogno oscuro...
«Quella là avanti dev'essere la tenda di Brood», proseguì il guaritore. Due individui aspettavano fuori dalla sobria tenda di comando, gli occhi fissi su Paran e i suoi soldati. Anche al buio, il capitano non ebbe difficoltà a riconoscerli. I visitatori arrestarono i cavalli, scesero di sella e si avvicinarono. Whiskeyjack non sprecò tempo. «Capitano, ho necessità di parlare con i vostri soldati. E il comandante Dujek vorrebbe fare lo stesso con voi. Forse potremo tutti riunirci in seguito, se ne avrete il desiderio.» L'affettazione delle parole di Whiskeyjack innervosì Paran, che si limitò ad annuire. Poi, mentre il barbuto comandante si allontanava con Mallet, seguito da Ben lo Svelto e da Spindle, il capitano puntò l'attenzione su Dujek. Il veterano lo scrutò in viso per un attimo e sospirò. «Abbiamo avuto notizie dall'impero, capitano.» «Come, signore?» Dujek scosse le spalle. «Niente di diretto, naturalmente, ma le nostre fonti sono affidabili. La decimazione della nobiltà operata da Laseen si è dimostrata... efficace.» Esitò, poi aggiunse: «L'Imperatrice ha un nuovo Aggiunto...». Paran annuì lentamente. La cosa non aveva niente di sorprendente: Lorn era morta; la posizione andava occupata. «Avete notizie della mia famiglia, signore?» «Vostra sorella Tavore ha salvato ciò che ha potuto, ragazzo. Le proprietà Paran di Unta, le tenute esterne... la maggior parte degli accordi commerciali. Però... vostro padre è spirato e, poco dopo, vostra madre ha scelto... di raggiungerlo dall'altra parte della Porta di Hood. Sono dispiaciuto, Ganoes...» Sì, era prevedibile che lei lo facesse, no? Dispiaciuto? Sì, anch'io. «Grazie, signore. A essere onesto, sono meno scioccato di quanto possiate pensare.» «C'è dell'altro, temo. La vostra, uhm, proscrizione ha lasciato esposto il Casato. Non credo che vostra sorella vedesse molte alternative davanti a sé. La decimazione prometteva di essere selvaggia. Evidentemente, Tavore coltivava da tempo i suoi piani; sapeva bene cosa stava per arrivare. I giovani nobili venivano... violentati, poi uccisi. L'ordine di far ammazzare ogni giovane non ancora in età da matrimonio non è mai stato ufficializzato; forse Laseen ignorava veramente cosa stava accadendo...» «Vi prego, signore, se Felisin è morta, ditemelo e omettete i particolari.»
Dujek scosse la testa. «No, questo le è stato risparmiato, capitano. È quanto sto cercando di dirvi.» «E che cosa ha venduto Tavore per raggiungere questo risultato... signore?» «Anche come nuovo Aggiunto, Tavore aveva poteri limitati; non poteva essere vista mostrare particolari... favoritismi; o così ho scelto di interpretare le sue intenzioni...» Paran chiuse gli occhi. Aggiunto Tavore. Be', sorella, la tua ambizione non ti era ignota. «Felisin?» «Le Miniere Otataral, capitano. Non una condanna a vita, potete starne sicuro. Una volta che il fuoco a Unta si sarà placato, verrà certamente recuperata in sordina.» «Sempre che Tavore non veda rischi per la sua reputazione.» Dujek sgranò gli occhi. «La sua rep...» «Non intendo fra i nobili: possono chiamarla mostro quanto vogliono, come sono sicuro che stanno facendo adesso, e non le importerebbe. Non le è mai importato. Mi riferisco alla sua reputazione professionale, comandante. Agli occhi dell'Imperatrice e della sua corte. Per Tavore, nient'altro conterà; per questo, è adatta a essere il nuovo Aggiunto.» La voce di Paran era incolore, le parole tranquille e misurate. «A ogni modo, come avete detto, è stata costretta ad adeguarsi alla situazione, e quanto a questo... sono responsabile di tutto ciò che è successo, signore. La decimazione, gli stupri, gli omicidi, la morte dei miei genitori e tutto quanto deve sopportare adesso Felisin.» «Capitano...» «Va tutto bene, signore.» Paran sorrise. «I figli dei miei genitori sono, dal primo all'ultimo, capaci di qualunque cosa. Possiamo sopravvivere alle conseguenze. Forse manchiamo di una coscienza normale, forse siamo davvero dei mostri. Grazie della notizia, comandante. Com'è andato il negoziato?» Paran fece il possibile per ignorare il tacito dolore negli occhi di Dujek. «È andato bene, capitano», mormorò il vecchio. «Partirete fra due giorni, salvo Ben lo Svelto che vi raggiungerà più tardi. Presumo che i vostri soldati siano pronti per...» «Sì, signore, lo sono.» «Benissimo. È tutto, capitano.» «Signore.»
Come una coltre silenziosa, arrivò il buio. Paran stava in piedi sopra un ampio tumulo, il volto accarezzato da una lievissima brezza. Era riuscito a lasciare l'accampamento senza incontrare Whiskeyjack e gli Arsori di Ponti. La notte invitava alla solitudine, e lui si sentiva il benvenuto su quella tomba con tutti i suoi echi di dolore, angoscia e disperazione. Fra i morti sotto di me, quante voci adulte hanno invocato la madre? La morte e il morire ci fanno ridiventare bambini, un'ultima volta, nel momento dei lamenti estremi. E più di un filosofo ha affermato che restiamo bambini per sempre, sotto gli strati induriti che costituiscono l'armatura dell'età adulta. L'armatura impaccia, limita il corpo e l'anima al suo interno. Ma protegge anche. I colpi sono attutiti. Le emozioni perdono il loro mordente, lasciandoci solo una salva di lividi; e i lividi, dopo un po', sbiadiscono. Inclinando la testa all'indietro, suscitò violente proteste da parte dei muscoli di collo e spalle. Fissò il cielo, sbattendo le palpebre per il dolore. La tensione della sua carne si avvolgeva intorno alle ossa come le corde intorno a un prigioniero. Ma non c'è via di fuga, no? Ricordi e rivelazioni si depositano come veleni, destinati a non essere mai espulsi. Aspirò profonde boccate dell'aria frizzante, come se cercasse di catturare nel respiro delle stelle la freddezza del loro sguardo, la loro severità indifferente. La sofferenza non reca doni. Basta guardare i Tiste Andii. Be', almeno lo stomaco si è calmato... si prepara, sospetto, a un altro attacco così forte da far venire le lacrime agli occhi... Pipistrelli turbinavano nel buio sopra la sua testa, sempre più veloci, spinti dal loro stesso impeto. A sud tremolava la luce della città di Pale, simile a un cuore morente. A ovest, in lontananza, si levavano le vette imponenti dei Monti Moranth. Pian piano, il capitano si rese conto di avere stretto le braccia intorno ai fianchi, nel tentativo di tenere tutto quanto dentro. Non era uomo da piangere, né da lanciare invettive. Era stato educato a un distacco freddo, modellato con cura, che l'addestramento da soldato aveva solo rafforzato. Se queste sono qualità, allora lei mi batte di mille lunghezze. Tavore, sei veramente la maestra di questo insegnamento. O, Felisin carissima, che vita hai trovato là dove sei? Non l'abbraccio protettivo della nobiltà, questo è certo. Un picchiettio di stivali risuonò alle sue spalle. Paran chiuse gli occhi. Basta notizie, per favore. Basta rivelazioni. «Capitano.» Whiskeyjack gli posò una mano sulla spalla.
«Una notte tranquilla», osservò Paran. «Vi cercavamo, capitano, dopo il vostro colloquio con Dujek. È stata Volpe d'Argento a setacciare mentalmente la zona, e a trovarvi.» La mano si ritrasse. Whiskeyjack rimase al suo fianco; anche lui scrutava le stelle. «Chi è Volpe d'Argento?» «Credo», borbottò il barbuto veterano, «che spetti a voi deciderlo». Aggrottando le sopracciglia, Paran si volse verso di lui. «In questo momento ho poca pazienza per gli indovinelli, signore.» Whiskeyjack annuì, gli occhi ancora sulla luccicante distesa del cielo notturno. «Dovrete semplicemente assecondarmi, capitano. Posso portarvi avanti un passo alla volta, o con un unico spintone da dietro. Forse arriverà il momento in cui ripenserete a quest'occasione e riconoscerete quale dei due metodi ho scelto.» Soffocando la risposta che gli saliva alle labbra, Paran rimase zitto. «Ci aspettano alla base del tumulo», continuò Whiskeyjack. «Ho cercato di rendere le cose il più riservate possibile. Ci sono solo Mallet, Ben lo Svelto, la Mhybe e Volpe d'Argento. I membri del vostro squadrone sono presenti caso mai abbiate dei... dubbi; stanotte hanno entrambi esaurito i loro canali... per assicurarsi della veridicità di quanto è accaduto.» «Che cosa», sbottò Paran, «state cercando di dire, signore?». Whiskeyjack incrociò gli occhi del capitano. «La bambina Rhivi, Volpe d'Argento, è Tattersail rinata.» Paran si girò lentamente, spingendo lo sguardo fino ai piedi del tumulo, dove quattro figure attendevano nel buio. E lì stava la bambina Rhivi, con un'aura luminosa all'intorno, una frangia di potere capace di agitare il sangue più selvaggio che scorreva nelle vene del capitano. Sì. E lei. Ora è più grande, e mostra ciò che diventerà. Maledizione, donna, non hai mai saputo mantenere le cose semplici. Tutto ciò che era intrappolato dentro di lui sembrò sommergerlo, lasciandolo improvvisamente debole e tremante. Puntò gli occhi su Volpe d'Argento. «È una bambina.» Ma lo sapevo, no? Lo so da qualche tempo, solo non volevo pensarci... E ora, non ho scelta. Whiskeyjack grugnì. «Cresce in fretta... in lei ci sono forze avide, impazienti, troppo potenti per essere contenute da un corpo di bambina. Non ci vorrà molto...» «Perché le convenienze siano rispettate», terminò seccamente Paran, senza notare il sussulto di Whiskeyjack. «Allora sarà tutto a posto, ma ora? Chi non mi vedrà come un mostro se soltanto dovessimo tenerci per mano? Cosa potrò dirle? Cosa potrò mai dirle?» Si volse di scatto verso il vetera-
no. «È una situazione assurda... è una bambina!» «E dentro di lei c'è Tattersail. E Nightchill...» «Nightchill! Per il respiro di Hood! Che cosa è successo? E come?» «Non sono domande cui si possa rispondere facilmente. Fareste meglio a porle a Mallet e a Ben lo Svelto; e alla stessa Volpe d'Argento.» Paran fece involontariamente un passo indietro. «Parlare con lei? No. Non posso!» «Lei lo desidera, Paran. Vi sta aspettando.» «No.» Gli occhi del capitano guizzarono ancora lungo il pendio. «Vedo Tattersail, sì. Ma c'è dell'altro; non solo quella Nightchill. È una Soletaken ora, Whiskeyjack. La creatura che le ha dato il suo nome Rhivi... il potere di cambiare...» Il comandante strinse gli occhi. «Come fate a saperlo, capitano?» «Lo so e basta.» «Non mi accontento. Non è stato facile per Ben lo Svelto raggranellare quella verità. Eppure voi sapete. Come, Paran?» Il capitano fece una smorfia. «Ho sentito Ben lo Svelto sondare nella mia direzione... quando pensa che la mia attenzione sia altrove. Ho visto la circospezione nei suoi occhi. Che cosa ha scoperto, comandante?» «Oponn vi ha abbandonato, ma qualcos'altro ha preso il suo posto. Qualcosa di selvaggio. Spesso gli si rizza il pelo...» «Il pelo!» Paran sorrise. «Un'espressione più che adatta. Anomander Rake ha ucciso due Segugi dell'Ombra; io c'ero, e ho visto. Ho sentito la macchia del sangue di un Segugio morente... sulla mia carne, Whiskeyjack. Qualcosa di quel sangue ora scorre nelle mie vene.» La voce del comandante era priva di espressione. «Che altro?» «Ci dev'essere dell'altro, signore?» «Sì. Ben lo Svelto ha avvertito delle tracce... in ciò che siete diventato, c'è molto di più che il semplice sangue di un Ascendente.» Whiskeyjack esitò, poi aggiunse: «Volpe d'Argento ha forgiato per voi un nome Rhivi: Jen'isand Rul». «Jen'isand Rul.» «Si traduce con: "Colui che Vaga dentro la Spada". Vuol dire, sostiene, che avete fatto qualcosa che nessun'altra creatura - mortale o ascendente ha mai fatto, e questo qualcosa vi distingue dagli altri. Siete stato segnato, Ganoes Paran, ma nessuno, nemmeno Volpe d'Argento, sa cosa significhi. Raccontatemi cos'è successo.» Paran scosse le spalle. «Rake usò quella sua spada nera. Quando uccise i
Segugi, io li seguii... dentro quella spada. Gli spiriti dei Segugi erano intrappolati, incatenati insieme a tutti... tutti gli altri. Credo di averli liberati, signore. Non posso esserne sicuro; tutto quello che so è che si ritrovarono in un altro luogo, non più incatenati.» «E sono tornati in questo mondo?» «Non lo so. Jen'isand Rul... perché il fatto che io abbia vagato in quella spada dovrebbe avere un qualche significato?» Whiskeyjack grugnì. «Lo state chiedendo all'uomo sbagliato, capitano. Io mi limito a ripetere ciò che ha detto Volpe d'Argento. C'è una cosa, però, che mi è appena venuta in mente.» Si avvicinò. «Non fatene parola ai Tiste Andii; né a Korlat, né ad Anomander Rake. Il Figlio dell'Oscurità è, secondo l'opinione generale, un bastardo imprevedibile. E se la leggenda di Dragnipur è vera, la maledizione di quella spada è che nessuno può sottrarsi alla sua prigione da incubo; le anime rimangono incatenate... per sempre. Voi siete sfuggito a quella cosa, e forse anche i Segugi. Avete stabilito un... precedente allarmante.» Paran fece un sorriso amaro, nel buio. «Sfuggito. Sì, sono sfuggito a molte cose; persino alla morte.» Ma non al dolore. No, il modo di eluderlo ancora mi sfugge. «Credete che Rake tragga grande conforto dalla credenza nel... carattere definitivo della sua spada?» «Sembra probabile, Ganoes Paran, non vi pare?» Il capitano sospirò. «Sì.» «Ora, scendiamo a incontrare Volpe d'Argento.» «No.» «Maledizione, Paran», ruggì Whiskeyjack. «Questa storia va oltre al fatto che voi due vi guardiate con occhi sognanti. Quella bambina possiede potere, un potere vasto e... sconosciuto. Ogni volta che la guarda, Kallor ha l'omicidio negli occhi. Volpe d'Argento è in pericolo. La questione è: la proteggiamo o ci facciamo da parte? L'Alto Re la definisce un obbrobrio, capitano. Se Caladan Brood dovesse girarle le spalle nel momento sbagliato...» «La ucciderebbe? Perché?» «Teme, presumo, il potere che è in lei.» «Per il respiro di Hood, è solo una...» Si fermò, rendendosi conto dell'assurdità di quell'affermazione. Solo una bambina? Proprio no. «Proteggerla contro Kallor, avete detto. Quella è una posizione difficile da adottare, comandante. Chi starà al nostro fianco?» «Korlat e, per estensione, tutti i Tiste Andii.»
«Anomander Rake?» «Questo non lo sappiamo ancora. La diffidenza di Korlat per Kallor, unita all'amicizia che nutre per la Mhybe, l'hanno spinta alla sua decisione. Dice che parlerà con il suo signore quando arriverà.» «Arriverà?» «Sì. Domani, forse sul presto; in tal caso, fareste meglio a evitarlo, se appena potete.» Paran annuì. Un incontro mi è bastato. «E l'Alto Comandante?» «È indeciso, crediamo. Ma Brood ha bisogno dei Rhivi e delle loro greggi di bhederin. Almeno per il momento, rimane il protettore principale della bambina.» «E cosa pensa Dujek di tutto questo?» chiese il capitano. «Attende la vostra decisione.» «La mia? Che Beru ci protegga, comandante; non sono né un mago né un sacerdote. E non posso prevedere il futuro della bambina.» «Tattersail abita in Volpe d'Argento, Paran. Deve essere portata avanti... in primo piano.» «Perché Tattersail non ci tradirebbe mai. Sì, ora capisco.» «Non c'è bisogno di usare un tono così afflitto, Paran.» No? E se vi trovaste al mio posto, Whiskeyjack? «Benissimo; andate avanti voi.» «A quanto pare», concluse Whiskeyjack, dirigendosi al bordo della cima del tumulo, «dovremo promuovervi a un grado uguale al mio, capitano, non foss'altro che per porre rimedio alla vostra confusione su chi comanda chi in questo posto». Arrivarono in modo quasi furtivo, portando i cavalli nell'accampamento con il minor scompiglio possibile. Fuori dalle tende, restavano pochi Tiste Andii ad accorgersi della loro presenza. Il sergente Antsy condusse il gruppo principale di Arsori di Ponti verso il recinto del bestiame perché vi lasciasse i cavalli, mentre il caporale Picker, Detoran, Blend, Trotts e Hedge sgusciavano via in cerca della tenda di comando di Brood. Spindle li aspettava all'entrata. A un cenno del capo di Picker, il mago, avvolto nel cilicio puzzolente con il suo cappuccio egualmente lercio buttato sulla testa, si girò verso il lembo chiuso dell'entrata. Fece una serie di gesti, si fermò, poi sputò contro la tela; la saliva colpì il lembo senza rumore. Spindle si girò per rivolgere a Picker un sogghigno, poi s'inchinò davanti all'entrata in un gesto di
invito. Hedge diede una gomitata al caporale, roteando gli occhi. All'interno c'erano due stanze, sapeva Picker, e l'Alto Comandante dormiva in quella sul retro. O almeno spero. Si guardò intorno in cerca di Blend. Dov'è, maledizione? Era qui un attimo fa. Il tocco leggero di due dita sul braccio per poco non la fece schizzare fuori dagli indumenti di pelle. Al suo fianco, Blend sorrideva. Picker mosse la bocca in un silenzioso fiotto di imprecazioni. Blend allargò il suo sorriso, poi la superò per raggiungere l'entrata della tenda, dove si accovacciò per sciogliere i legacci. Picker si lanciò un'occhiata alle spalle. Detoran e Trotts stavano fianco a fianco qualche passo più in là, entrambi imponenti, colossali. Hedge le assestò un'altra gomitata; girandosi, Picker vide che Blend aveva scostato il lembo della tenda. Va bene, procediamo. Blend aprì la strada; Spindle e Hedge le si accodarono. Con un gesto, Picker incitò a entrare la Napan e il Barghast e li seguì nei confini scuri della tenda. Anche con Trotts a un'estremità e Detoran all'altra, e Spindle e Hedge ai lati, il tavolo li fece barcollare prima che avessero percorso tre passi. Blend andò a tirare indietro il lembo il più possibile. In quel silenzio stregonesco, i quattro soldati riuscirono a portar fuori il tavolo massiccio. Picker osservava le operazioni, lanciando occhiate al divisorio ogni pochi attimi; ma l'Alto Comandante non si fece vedere. Finora tutto bene. Il caporale e Blend aggiunsero il contributo dei loro muscoli, e i sei spostarono il tavolo per cinquanta passi prima che la stanchezza li costringesse a fermarsi. «Non manca molto», mormorò Spindle. Detoran arricciò il naso. «Lo troveranno.» «Scommessa accettata», ribatté Picker, «ma prima portiamo quest'affare a destinazione». «Non puoi renderlo più leggero?» Hedge chiese lamentosamente a Spindle. «Che razza di mago sei?» Spindle aggrottò le sopracciglia. «Un mago debole, e allora? Tu, piuttosto, non sei nemmeno sudato! Mi dai la nausea!» «Buoni, voi due», sibilò Picker. «Avanti, alziamolo, ora.» «A proposito di nausea», borbottò Hedge mentre, fra un coro di grugniti, il tavolo si sollevava ancora da terra, «quand'è che laverai quel tuo disgu-
stoso cilicio, Spindle?». «Lavarlo? Mia madre non si è mai lavata i capelli quand'era viva... perché dovrei cominciare ora? Perderà la sua lucentezza...» «Lucentezza? Oh, vuoi dire cinquant'anni di sudore e di lardo rancido...» «Ma non era rancido quand'era viva, no?» «Grazie a Hood non lo so...» «Volete risparmiare il vostro fetido fiato, voi due? Da che parte ora, Spindle?» «Giù per quel vicolo. Poi a sinistra... la tenda di pelle in fondo...» «Scommetto che ci abita qualcuno», borbottò Detoran. «Accetto anche questa», fece Picker. «È la tenda che i Rhivi usano per mettervi i cadaveri Tiste Andii prima della cremazione. E nessun Tiste è morto ammazzato dai fatti di Darujhistan.» «Come hai fatto a trovarla?» indagò Hedge. «Spindle ne ha fiutato la presenza.» «Sono stupito che gli funzioni ancora il naso...» «Va bene, mettetelo giù. Blend... il lembo.» Il tavolo riempì l'intera stanza all'interno; ai lati restava ben poco spazio libero. Le basse brande che erano state usate per i cadaveri finirono sotto, piegate e impilate. Una lanterna fu accesa e appesa al gancio del palo centrale. Picker guardò Hedge portare gli occhi vicino alla superficie sfregiata, bucherellata del tavolo, e passare le dita tozze, peste, lungo la venatura del legno. «Bellissimo», mormorò. Alzando lo sguardo, incrociò quello di Picker. «Fa' entrare la banda, caporale; la partita sta per cominciare.» Picker annuì con un largo sorriso. «Va' a chiamarli, Blend.» «Tagli regolari», decretò Hedge, fulminando tutti quanti con lo sguardo. «Ora siamo uno squadrone...» «Ci hai rivelato il segreto, cioè», ribatté Spindle, corrugando la fronte. «Se avessimo saputo che, per tutto quel tempo, stavi barando...» «Già, be', la tua fortuna sta per cambiare, no? Per cui smettila di lamentarti.» «Siete proprio una coppia ben assortita», osservò Picker. «Allora, dicci, Hedge, come funziona questa cosa?» «Per opposizioni, caporale. Entrambi i Mazzi sono affidabili. Fiddler aveva la sensibilità migliore, ma Spindle dovrebbe cavarsela.» Si girò verso il mago. «Hai già fatto delle letture, no? Hai detto...» «Sì, sì, soldo di cacio; nessun problema: possiedo il tocco...» «Te lo auguro», l'ammonì lo zappatore. Accarezzò di nuovo il tavolo.
«Due strati, capisci, con il Mazzo fisso nel mezzo. Quando si posa una carta, si forma una tensione, che rivela qual è quella rivolta a faccia in giù. Non fallisce mai. Chi fa le carte conosce tutte le mani che sta distribuendo. Fiddler...» «Adesso non c'è», ringhiò Trotts, le braccia incrociate. Guardò Spindle con i denti scoperti. «Posso farcela, selvaggio dal cervello di cavallo!» farfugliò il mago. «Sta' a vedere!» «Chiudete il becco», sbottò Picker. «Stanno arrivando.» Era quasi l'alba quando i membri degli altri squadroni uscirono in successione dalla tenda, ridendo, dandosi grandi pacche sulla schiena e facendo tintinnare le borse gonfie di denaro. Quando l'ultimo fu uscito, e le voci cominciarono a scemare, Picker si lasciò cadere stancamente sul tavolo. Spindle, il lucido cilicio gocciolante di sudore, gemette e chinò la testa, che sbatté contro il legno massiccio. Arrivando alle sue spalle, Hedge alzò una mano. «Calma, soldato», l'ammonì Picker. «Evidentemente, è stato corrotto... probabilmente non funzionava fin dall'inizio.» «Sì, invece! Io e Fid ci eravamo assicurati...» «Ma fu rubato prima che potessi provarlo per davvero, no?» «Non ha importanza! Ti dico che...» «Zitti, tutti», gridò Spindle, sollevando lentamente la testa; increspò la stretta fronte in un cipiglio mentre esaminava la superficie del tavolo. «Corrotto. Forse hai detto una cosa giusta, Picker.» Annusò l'aria come in cerca di una pista, poi si accovacciò. «Sì. Qualcuno mi dia una mano con queste brande.» Nessuno si mosse. «Aiutalo, Hedge», intimò Picker. «Aiutarlo a strisciare sotto il tavolo? È troppo tardi per nascondersi...» «È un ordine, soldato.» Brontolando, lo zappatore si chinò a terra. Insieme, i due uomini tirarono fuori le brande; poi Spindle scivolò sotto il tavolo. Sbocciò una debole aura di chiarore magico; il mago cacciò un sibilo. «Il disotto!» «Osservazione brillante, Spindle. Scommetto che ci sono anche le gambe.» «No, idiota. C'è un'immagine dipinta sul disotto... una grande carta, sembra; ma non la riconosco.» Aggrottando le sopracciglia, Hedge raggiunse il mago. «Che cosa stai
dicendo? Non abbiamo dipinto nessuna immagine sotto... per i mocassini sciupati di Hood, cos'è quella roba?» «Ocra rossa, direi. Dev'essere stata dipinta da un Barghast...» «O da un Rhivi», borbottò Hedge. «Chi è quella figura nel mezzo... quella con la testa di cane sul petto?» «Come faccio a saperlo? Comunque, direi che l'intera faccenda è piuttosto fresca. Recente, intendo dire.» «Be', cancellala, maledizione.» Spindle uscì strisciando da sotto il tavolo. «Non posso: intorno c'è una rete di difese; e un sacco di altra roba.» Si raddrizzò, incontrò lo sguardo di Picker, poi scosse le spalle. «È una carta nuova. Indipendente; non si trova sotto l'influsso di nessuno. Mi piacerebbe farne una copia, delle dimensioni di una carta del Mazzo, e poi inserirla in una lettura.» «Come meglio credi», approvò Picker. Hedge riapparve, improvvisamente pieno di energia. «Buona idea, Spin; potresti anche farti pagare per le letture. Se questo nuovo Indipendente gioca correttamente, allora potresti scoprire le nuove tensioni, i nuovi rapporti, e una volta che li conoscerai...» Il viso di Spindle si aprì in un gran sorriso. «Potremmo fare un'altra partita. Sì...» Detoran gemette. «Ho perso tutti i miei soldi.» «Non sei la sola», sbottò Picker, fulminando i due zappatori con lo sguardo. «La prossima volta funzionerà», promise Hedge. «Vedrai.» Spindle annuiva vigorosamente. «Scusateci se non sembriamo troppo entusiasti», osservò Blend, strascicando le parole. Picker si girò di scatto verso il Barghast. «Trotts, da' un'occhiata a quell'immagine.» Il guerriero arricciò il naso, poi si mise carponi. Grugnendo, strisciò sotto il tavolo.«C'è di nuovo buio, qua sotto», protestò. Hedge si volse verso Spindle. «Fa' ancora quel trucchetto con la luce, stupido.» Il mago lo guardò con una smorfia sprezzante, poi fece un gesto. Il chiarore sotto il tavolo riapparve. Per qualche attimo, Trotts rimase in silenzio, poi tornò fuori, raddrizzandosi. «Allora?» chiese Picker.
Il Barghast scosse la testa. «Rhivi.» «I Rhivi non giocano con i Mazzi», osservò Spindle. Trotts scoprì i denti. «Neanche i Barghast.» «Mi serve del legno», annunciò Spindle, grattandosi la barbetta che gli ricopriva la mascella esile. «E uno stilo», proseguì, ignorando tutti i presenti. «E colori, e un pennello...» Lo guardarono uscire dalla tenda. Picker sospirò, lanciando un'ultima occhiata a Hedge. «Non lo chiamerei un ingresso fortunato nel Settimo Squadrone, zappatore. Antsy per poco non ha avuto un attacco di cuore, quando ha perso tutta la sua colonna di denaro. Il tuo sergente starà sventrando tortore dal fegato nero e bisbigliando il tuo nome; chissà, forse stavolta ti andrà bene e i demoni non lo sentiranno.» Hedge aggrottò le sopracciglia. «Ah, ah.» «Non era una battuta, credo», affermò Detoran. «Benissimo», sbottò Hedge. «Ho una bomba esplosiva per queste evenienze, e che io sia dannato se non farò in modo di trascinarvi tutti quanti con me.» «Spirito di squadra», commentò Trotts, con un largo sorriso. Picker grugnì. «Va bene, soldati, usciamo di qua.» In disparte rispetto agli altri, Paran e Volpe d'Argento guardavano il cielo orientale schiarirsi in strisce di rame e bronzo. Le ultime stelle si ritraevano; la loro distesa fredda, indifferente, cedeva al calore di una giornata azzurra e senza nubi. Dopo il turbamento delle ore passate, che si stendeva nella mente di Paran in una successione interminabile di ansia e di dolore, era arrivata la spossatezza emotiva, accompagnata da una calma torpida. Il capitano non parlava più, timoroso di infrangere quella pace interiore: sapeva che si trattava soltanto di un'illusione, di un respiro tratto temporaneamente in mezzo a una tempesta. «Tattersail deve essere portata in primo piano». L'aveva fatto. Il primo incrociarsi del loro sguardo aveva liberato ogni ricordo condiviso, e quella liberazione era stata una virulenta calamità per Paran. Una bambina. Ho di fronte una bambina, e perciò rifuggo al pensiero dell'intimità; anche se l'avevo, una volta, con la donna adulta. La donna non esiste più. Questa è una bambina. Ma l'angoscia che gli ribolliva dentro aveva anche un'altra componente. Una seconda entità s'intrecciava in fili di ferro nero a tutto ciò che era Tattersail. Nightchill, la maga, un tempo amante di Bellurdan;
ovunque lei andasse, il Thelomen l'aveva seguita. Una relazione tutt'altro che paritaria e ora, con Nightchill, era arrivata una presenza esigente, amareggiata. Amareggiata, già. Con Tayschrenn... con l'Imperatrice, l'Impero Malazan e Hood sa cosa o chi altro. Sa di essere stata tradita durante l'Infilata di Pale. E, là sulla pianura, lo stesso è successo a Bellurdan. Il suo compagno. Volpe d'Argento parlò. «Non devi temere i T'lan Imass.» Paran batté le palpebre, riscuotendosi. «Così mi hai spiegato. Perché sei tu a comandarli. Tutti ci stiamo chiedendo, però, cosa hai intenzione di fare esattamente con quell'esercito di non-morti. Che significato ha questo Raduno?» Lei sospirò. «È tutto molto semplice, in realtà. Si riuniscono per ricevere la benedizione. La mia.» Paran si girò verso di lei. «Perché?» «Io sono una Divinatrice in carne e ossa; la prima in centinaia di migliaia di anni.» Il suo viso s'indurì. «Ma prima avremo bisogno di loro. In tutto il loro potere. Orrori ci aspettano... nel Dominio di Pannion.» «Gli altri devono sapere di questa benedizione - di ciò che rappresenta, Volpe d'Argento - e soprattutto della minaccia che ci attende nel Dominio di Pannion. Brood, Kallor...» Lei scosse la testa. «La mia benedizione non li riguarda; non riguarda nessuno oltre a me. E i T'lan Imass. Quanto ai Pannion... io stessa devo saperne di più prima di osare parlare, Paran. Ti ho detto queste cose per ciò che eravamo, e per quello che tu - noi - siamo diventati.» E cosa siamo diventati? No, non è una domanda adatta a questo momento. «Jen'isand Rul.» La bambina aggrottò le sopracciglia. «Questo è un lato di te che non capisco. Ma c'è dell'altro, Paran.» Esitò, poi proseguì: «Dimmi, cosa sai del Mazzo dei Draghi?». «Quasi niente», rispose lui. Ma sorrise, poiché aveva sentito la voce di Tattersail, più chiaramente che in qualunque altro dei momenti trascorsi insieme a Volpe d'Argento. Lei fece un respiro profondo, lo trattenne per un attimo, poi esalò lentamente, riportando gli occhi velati sul sole che sorgeva. «Il Mazzo dei Draghi. Una specie di struttura, imposta allo stesso potere. Chi l'ha creato? Nessuno lo sa. La mia convinzione - la convinzione di Tattersail - è che ogni carta sia la porta di un canale, e che una volta ci fossero molte più carte di adesso. Forse c'erano altri Mazzi; forse ce ne sono anche adesso...»
Il capitano la scrutò. «Hai un altro sospetto, vero?» «Sì. Ho detto che nessuno sa chi ha creato il Mazzo dei Draghi. Eppure c'è un'altra entità egualmente misteriosa, anch'essa una sorta di struttura, che va a incidere sul potere. Pensa alla terminologia usata insieme al Mazzo dei Draghi. Le Case... la Casa dell'Oscurità, della Luce, della Vita, della Morte...» Si girò lentamente verso di lui. «Pensa alla parola "Finnest". Il suo significato, come lo conoscono i T'lan Imass, è "Fortezza di Ghiaccio". Molto tempo fa, fra le Razze Antiche, Fortezza era sinonimo di Casa nell'uso comune e, in verità, anche sinonimo di Canale. Dove risiede la fonte del potere di uno Jaghut? In un Finnest.» Fece un'altra pausa, scrutando Paran negli occhi. «Tremorlor, in lingua Trell, significa "Casa della Vita".» Finnest... come nella Casa Finnest, a Darujhistan... una Casa degli Azath. «Non ho mai sentito parlare di Tremorlor.» «È una Casa degli Azath a Sette Città. A Città di Malaz, dentro al vostro Impero, c'è la Dimora Fantasma, la Casa della Morte...» «Tu credi che le Case degli Azath e le Case del Mazzo siano la stessa cosa?» «Sì. O collegate, in qualche modo. Pensaci!» Paran lo stava facendo. Sapeva poco sia delle une sia delle altre, e non riusciva a immaginare in che modo egli potesse esservi connesso. La sua inquietudine si aggravò, provocandogli un doloroso rimescolio nello stomaco. Corrugò la fronte; era troppo stanco per pensare, eppure doveva pensare. «Si dice che il vecchio Imperatore, Kellanved, e Dancer riuscirono a entrare nella Dimora Fantasma...» «Da allora, Kellanved e Dancer sono ascesi, e ora governano la Casa dell'Ombra. Kellanved è Tronod'Ombra, e Dancer è Cotillion, la Fune, Patrono dei Sicari.» Il capitano la fissò. «Che cosa?» Volpe d'Argento sogghignò. «Eppure è ovvio, a ben rifletterci, no? Chi fra gli Ascendenti ha dato la caccia a Laseen, allo scopo di distruggerla? Tronod'Ombra e Cotillion. Perché a degli Ascendenti dovrebbe importare del destino di una donna mortale? L'unica spiegazione è la sete di vendetta.» Paran tornò indietro con la mente, a una strada sulla costa di Itko Kan, a un terribile massacro, a ferite inferte da mascelle enormi, bestiali. I Segugi. I Segugi dell'Ombra... i cuccioli di Tronod'Ombra... Da quel giorno, il capitano aveva imboccato un nuovo sentiero, sulle tracce della ragazza
posseduta da Cotillion; da quel giorno, la sua vita aveva cominciato il suo ingarbugliarsi fatale. «Aspetta! Kellanved e Dancer sono entrati nella Dimora Fantasma; perché non hanno subito quell'influsso, l'influsso della Casa della Morte?» «Ci ho pensato anch'io, e ho formulato un'ipotesi. Il Regno della Morte era già occupato, Paran. Il Re dell'Alta Casa della Morte è Hood. Credo che ogni Azath ospiti ogni porta, sia la via per entrare in ogni canale. Chi riesce a entrare nella Casa può... scegliere. Kellanved e Dancer trovarono un trono vuoto e, quando assunsero il loro ruolo come sovrani dell'Ombra, apparve la Casa dell'Ombra, diventando parte del Mazzo dei Draghi. Capisci?» Paran annuì lentamente, sforzandosi di assimilare tutto quanto. Sussulti di dolore gli scuotevano lo stomaco; li respinse. Ma questo cosa c'entra con me? «La Casa dell'Ombra un tempo era una Fortezza», riprese Volpe d'Argento. «Si vede: non possiede la struttura gerarchica delle altre Case. È un luogo selvaggio, bestiale, e a parte i Segugi non aveva sovrani da molto, molto tempo.» «E gli Indipendenti del Mazzo?» Lei scrollò le spalle. «Influssi senza punto d'arrivo? L'imposizione del caso, di forze accidentali? Gli Azath e il Mazzo sono entrambi imposizioni di ordine, ma anche l'ordine ha bisogno di libertà, altrimenti si cristallizza e diventa fragile.» «E qual è il mio posto, secondo te? Io non sono niente, Volpe d'Argento; solo un mortale che zoppica.» Dei, lasciatemi fuori da tutto; tutto quello che sembrate congiurare. Ve ne prego. «Ci ho riflettuto intensamente e a lungo, Paran. Anomander Rake è il Cavaliere della Casa dell'Oscurità», rispose lei, «eppure dov'è la Casa stessa? Prima di ogni altra cosa, c'era l'Oscurità, la Madre che ha dato vita a tutto quanto. Per cui dev'essere un luogo antico, una Fortezza, o forse qualcosa venuto prima ancora delle Fortezze stesse. La porta d'ingresso al Kurald Galain... nascosta, mai scoperta, la Prima Ferita, con un'anima che la chiude, intrappolata nella sua gola». «Un'anima», mormorò Paran, mentre un brivido gli correva su per la schiena, «o una legione di anime...». Volpe d'Argento cacciò un sibilo. «Prima delle Case c'erano le Fortezze», continuò Paran, con logica ferrea. «Entrambe erano fisse, entrambe stabili. Sedentarie. Prima della se-
dentarietà... c'era il vagabondaggio. Casa da Fortezza, Fortezza da... una porta in movimento, movimento incessante...» Serrò gli occhi. «Un carro, schiacciato dal peso delle innumerevoli anime che chiudono la porta d'ingresso all'Oscurità...» E io ho fatto attraversare quella ferita da due Segugi, ho visto infrangersi la chiusura... per l'Abisso... «Paran, è successo qualcosa... al Mazzo dei Draghi. È arrivata una nuova carta. Indipendente ma, credo, dominante. Il Mazzo non ha mai posseduto un... padrone.» La bambina si girò a guardarlo. «Ora credo che ce l'abbia. Tu.» Lui aprì gli occhi di scatto; la fissò prima con incredulità, poi con sdegno. «Sciocchezze, Tatter... Volpe d'Argento. Non io. Ti sbagli. Per forza...» «Non mi sbaglio. La mia mano è stata guidata nel forgiare la carta che sei tu...» «Quale carta?» Lei non rispose, ma continuò come se non l'avesse sentito. «Sono stati gli Azath a guidarmi? O qualche altra forza sconosciuta? Non lo so. Jen'isand Rul, Colui che Vaga dentro la Spada.» Incrociò i suoi occhi. «Sei un nuovo Indipendente, Ganoes Paran. Nato per caso, o per qualche scopo la cui necessità solo gli Azath conoscono. Devi trovare la ragione della tua stessa creazione, devi trovare lo scopo dietro ciò che sei diventato.» Lui alzò le sopracciglia in un'espressione beffarda. «Mi stai assegnando una ricerca? Andiamo, Volpe d'Argento. Gli uomini mediocri, irresoluti non intraprendono ricerche. Quella è roba per gli incrollabili eroi dei poemi epici. Non credo negli obiettivi... non più; sono soltanto illusioni. Se mi dai questo compito, rimarrai gravemente delusa. Insieme agli Azath.» «È cominciata una guerra invisibile, Paran. I canali stessi sono sotto attacco; sento la pressione dentro il Mazzo dei Draghi, anche se devo ancora mettere la mano su uno di essi. Si sta... raccogliendo un esercito, forse, e tu - un soldato - ne sei parte.» Oh sì, così parla Tattersail. «Ho già abbastanza guerre da combattere, Volpe d'Argento.» Lei lo guardò con occhi scintillanti. «Forse, Ganoes Paran, si tratta di un'unica guerra.» «Io non sono né un Dujek, né un Brood... non posso gestire tutte queste... campagne. Sto andando letteralmente in pezzi.» «Lo so. Non puoi nascondermi il tuo dolore... te lo leggo in viso, e mi spezza il cuore.»
Lui distolse lo sguardo. «Faccio anche dei sogni... una bambina dentro a una ferita. Una bambina che urla.» «Scappi via dalla bambina?» «Sì», ammise lui, con voce tremante. «Quelle urla sono... terribili.» «Devi correre verso di lei, amore mio. La fuga ti chiuderà il cuore.» Paran si girò verso di lei. «Amore mio»... parole per manipolare il mio cuore? «Chi è quella bambina?» Lei scosse la testa. «Non lo so. Una vittima della guerra invisibile, forse.» Volpe d'Argento tentò un sorriso. «Il tuo coraggio è già stato messo alla prova, Paran, e non ha fallito.» Con una smorfia, lui borbottò: «C'è sempre una prima volta». «Tu sei Colui che Vaga dentro la Spada. La carta esiste.» «Non me ne importa.» «Neanche alla carta», ribatté Volpe d'Argento. «Non hai scelta...» «Non è una novità!» l'aggredì lui. «Chiedi a Oponn che soddisfazione gli ho dato!» Scoppiò in una risata selvaggia. «Dubito che il Giullare si riprenderà mai. La scelta sbagliata, Tattersail, io sono sempre la scelta sbagliata!» Lei lo fissò, poi si limitò a un'esasperante alzata di spalle. Improvvisamente privo di forze, Paran si girò dall'altra parte. Il suo sguardo cadde sulla Mhybe, Whiskeyjack, Mallet e Ben lo Svelto. In tutto quel tempo, i quattro non si erano mossi. La loro pazienza - la loro fede, maledizione - gli faceva venir voglia di urlare. Avete compiuto la scelta sbagliata. Tutti quanti. Ma sapeva che non l'avrebbero ascoltato. «Non so niente del Mazzo dei Draghi», disse con voce spenta. «Se ne avremo il tempo, ti insegnerò. Altrimenti, troverai la strada da te.» Paran chiuse gli occhi. Il dolore allo stomaco stava tornando; cresceva, come un'onda sempre più forte che non era più in grado di respingere. Sì, certo; Tattersail non avrebbe potuto far meno di quel che ha fatto. Così stanno le cose, Whiskeyjack: ora è lei a comandare, e gli altri obbediscono. Il capitano Ganoes Paran è un buon soldato... Con la mente, riandò a quel regno affollato, angoscioso, dentro la spada Dragnipur, alle legioni di anime incatenate che trascinavano senza posa il loro peso impossibile... e nel cuore del carro c'era un vuoto freddo, scuro, da cui venivano le catene. Il carro regge la porta, la porta del Kurald Galain, il Canale dell'Oscurità. La spada raccoglie anime per chiuderla... dev'essere una ferita formidabile, per richiedere tante anime... Un accesso
di dolore gli strappò un grugnito. La piccola mano di Volpe d'Argento salì a toccargli il braccio. Il contatto lo fece trasalire. Vi deluderò tutti. CAPITOLO QUINTO Egli si leva, esangue, dalla polvere, con occhi morti simili a fosse sentieri gemelli verso il dolore eterno. Lui è la calamita per il clan che si raduna, ricreato a nuovo, tormentato dai sogni. La bandiera una pelle marcia, il trono una gabbia di osso, il re uno spettro proveniente da oscuri campi di battaglia. E ora il corno geme su quest'alba avvolta di grigio attirando l'armata disparata alla guerra, alla guerra, e all'assalto frenetico di tormentose memorie di ghiaccio. Ballata della Prima Spada Irig Thann Delusa (n. 1091) Due giorni e sette leghe di polvere nera, appiccicosa, e il telaba di Lady Invidia non mostrava nemmeno una macchia. Brontolando, Toc il Giovane si scostò dal viso il tessuto incrostato, calando lentamente a terra il suo pesante zaino di pelle. Non avrebbe mai pensato di benedire la vista di una vasta, monotona pianura erbosa ma, dopo la cenere vulcanica, la distesa ondulata che si allungava verso nord lo allettava come il paradiso. «Questa collina andrà bene come accampamento?» chiese Lady Invidia, raggiungendolo a grandi passi. «Sembra terribilmente esposta. E se ci fos-
sero dei predoni?» «I predoni di solito non sono intelligenti, lo ammetto», rispose Toc, «ma persino il più stupido dei banditi esiterebbe prima di attaccare tre Seguleh. Il vento che sentite quassù terrà lontani gli insetti mordaci al calar della notte, signora. Non consiglierei di accamparsi in basso, su nessuna prateria». «Mi inchino alla vostra saggezza, ricognitore.» Toc tossì e si raddrizzò per esaminare la zona. «Non vedo i vostri amici a quattro zampe da nessuna parte.» «E neanche il vostro compagno ossuto.» La donna lo guardò con gli occhi sgranati. «Credete che siano incappati in qualche guaio?» Toc la scrutò, perplesso, e non disse nulla. Lei alzò un sopracciglio, poi sorrise. Toc riportò rapidamente l'attenzione sullo zaino. «Meglio che monti le tende», borbottò. «Come vi ho assicurato ieri sera, Toc, i miei servi sono più che capaci di svolgere tali attività mondane. Preferirei di gran lunga che, durante questa grande avventura, voi adottaste un ruolo più importante di quello del semplice manovale.» Lui si fermò. «Volete che assuma pose eroiche davanti al tramonto, Lady Invidia?» «Sarebbe perfetto!» «Non sapevo di esistere per il vostro divertimento.» «Oh, ora siete di nuovo in collera.» La donna si avvicinò, posandogli sulla spalla una mano leggera come un uccellino. «Vi prego, non arrabbiatevi con me. Non posso certo fare conversazioni interessanti con i miei servi, no? E il vostro amico Tool non è un modello di socialità, pieno di brio. E per quanto i miei due cuccioli siano compagni quasi perfetti per il fatto che ascoltano sempre senza mai interrompere, mi manca il sale degli scambi spiritosi. Voi e io, Toc, avremo solo la reciproca compagnia in questo viaggio, e dovremmo stringere un legame d'amicizia.» Fissando le tende ripiegate in fagotti, Toc il Giovane rimase in silenzio per un lungo momento, poi sospirò. «Negli scambi spiritosi sono una schiappa, ahimè, signora. Sono un soldato e poco altro.» Inoltre, ho le cicatrici di un soldato; chi può evitare di trasalire nel vedermi? «La vostra non è modestia, ma falsità, Toc.» Lui sussultò davanti all'acredine del suo tono di voce. «Avete ricevuto un'istruzione di molto superiore a quella dei comuni
soldati di professione. E ho sentito abbastanza delle vostre vivaci conversazioni con il T'lan Imass per apprezzare il vostro spirito. Cos'è quest'improvvisa timidezza? Perché quest'imbarazzo crescente?» La mano non si era mossa dalla sua spalla. «Siete una maga, Lady Invidia, e la magia mi rende nervoso.» La mano si ritrasse. «Capisco. Anzi, no. Il vostro T'lan Imass fu forgiato da un rituale di una potenza che il mondo non vede più da molto tempo, Toc il Giovane. La sua sola spada di pietra è impregnata di virtù straordinarie: non può essere spezzata, nemmeno scalfita, e penetra senza difficoltà le difese incantate. Nessun canale può proteggere da essa. Quando si trova fra le mani di Tool, non scommetterei su nessuna spada avversaria. E quanto a lui stesso, è una specie di campione, no? Fra i T'lan Imass, Tool è qualcosa di unico. Non avete idea del potere - della forza - che possiede. Tool vi rende nervoso, soldato? Non mi pare proprio.» «Be'», sbottò Toc, «è un cumulo di pelle e ossa rinsecchite, no? Tool non si strofina contro di me alla minima opportunità. Non mi lancia sorrisi che mi trapassano il cuore come lance. Non mi deride per il fatto che una volta avevo un viso che non faceva girare la gente dall'altra parte». Lei aveva gli occhi spalancati. «Non vi derido per le vostre cicatrici», replicò sommessamente. Lui guardò con aria torva i tre Seguleh mascherati, immobili. Oh, per Hood, ho combinato un bel pasticcio. State ridendo dietro i vostri camuffamenti, guerrieri? «Le mie scuse, signora», riuscì a dire. «Mi pento delle mie parole...» «Eppure ci credete lo stesso. Benissimo, a quanto pare devo accettare la sfida, allora.» Toc la fissò. «Sfida?» Lei sorrise. «Già. Evidentemente pensate che il mio affetto per voi non sia sincero. Devo sforzarmi di dimostrare il contrario.» «Signora...» «E nei vostri tentativi di respingermi, scoprirete presto che non sarà facile farlo.» «A che scopo, Lady Invidia?» Tutte le mie difese abbattute... per il vostro divertimento? Gli occhi di lei lampeggiarono e Toc conobbe, con certezza, la verità dei suoi pensieri. Il dolore lo trafisse come una lama gelida. Cominciò ad aprire la prima tenda. Arrivarono Garath e Baaljagg, che si misero a saltare intorno a Lady In-
vidia. Un attimo dopo, un turbine di polvere si levò dall'erba ocra a qualche passo da dove stava accovacciato Toc. Apparve Tool, che portava sulla schiena la carcassa di un'antilope; una scrollata di spalle la fece cadere a terra con un tonfo. Toc non vide ferite sull'animale. Probabilmente, l'ha spaventato a morte. «Oh, splendido!» esclamò Lady Invidia. «Stasera ceneremo come principi!» Si volse verso i suoi servi. «Vieni, Senu, dovrai usare le tue abilità di macellaio.» E non sarà la prima volta. «E voialtri due, uhm, che cosa potrei farvi fare? Non potete stare con le mani in mano. Mok, tu monterai la vasca da bagno di pelli; mettila su quella collina laggiù. Lascia stare l'acqua o gli oli profumati; me ne occuperò io. Thurule, tira fuori dal mio bagaglio il mio accappatoio e il corredo da bagno, da bravo.» Toc si accorse che Tool lo guardava. Il ricognitore fece una smorfia beffarda. Il T'lan Imass lo raggiunse. «Possiamo cominciare a fabbricare le frecce, soldato.» «Sì, non appena avrò finito con le tende.» «Benissimo. Radunerò il materiale che abbiamo trovato. Dobbiamo costruire una serie di arnesi.» Nei suoi giorni da soldato, Toc aveva montato abbastanza tende da poter prestare una certa attenzione ai preparativi di Tool mentre lavorava. Il T'lan Imass si inginocchiò accanto all'antilope e, apparentemente senza sforzo, ruppe entrambe le corna vicino alla base. Poi si scostò, fece scivolare dalla spalla la borsa di pelle e allentò i legacci cosicché si aprì sul terreno, rivelando una mezza dozzina di grossi ciottoli di ossidiana raccolti lungo la traversata del vecchio fiume di lava, e un assortimento di pietre di vario tipo provenienti dalla costa oltre la torre Jaghut, insieme a canne rigide e a una coppia di gabbiani morti, ancora legati allo zaino di Toc. Toc osservava sempre con meraviglia - con sbigottimento, quasi - la destrezza delle mani avvizzite, quasi prive di carne, del guerriero non-morto. Mani da artista. Scegliendo uno dei ciottoli di ossidiana, il T'lan Imass raccolse una fra le più grandi pietre della spiaggia e con tre rapidi colpi staccò tre lamelle lunghe, sottili, di vetro vulcanico. Ripetendo l'operazione, creò una serie di scaglie che variavano per spessore e dimensioni. Tool posò la pietra-martello e il nucleo di ossidiana. Passando in rasse-
gna le scaglie, ne scelse una, la strinse nella mano sinistra poi, con la destra, prese una delle corna. Usando come un pugnale la punta del corno, il T'lan Imass cominciò a incidere scaglie minuscole dal bordo della scaglia più grande. Al fianco di Toc il Giovane, Lady Invidia sospirò. «Una maestria straordinaria. Credete che, prima di cominciare a lavorare il metallo, tutti possedessimo simili abilità?» Il ricognitore scrollò le spalle. «Sembra probabile. Secondo alcuni studiosi Malazan, la scoperta del ferro avvenne solo mezzo millennio di anni fa, per i popoli del continente Quon Tali, almeno. Prima, tutti usavano il bronzo. E prima del bronzo, rame e stagno non legati. E prima ancora, perché non la pietra?» «Ah, sapevo che avevate ricevuto un'istruzione, Toc il Giovane. Gli studiosi umani, ahimè, tendono a pensare solo in termini di conquiste umane. Fra le Razze Antiche, la forgiatura dei metalli era alquanto sofisticata. Si praticavano migliorie al ferro; la spada di mio padre ne è un esempio.» Lui grugnì. «La magia. L'impiego del potere. Sostituisce lo sviluppo tecnologico; spesso è un modo per soppiantare il progresso della conoscenza mondana.» «Soldato, avete certo opinioni originali sulla magia. Tuttavia, mi sembra di aver avvertito una nota meccanica nelle vostre parole. Quale studioso amareggiato - un mago fallito, con ogni probabilità - ha esposto queste tesi?» Suo malgrado, Toc sorrise. «E va bene, lo ammetto. Non uno studioso, in realtà, ma un Gran Sacerdote.» «Ah, be', i culti vedono in qualunque sviluppo - magico o mondano una minaccia potenziale. Dovete guardare le vostre fonti con occhio critico, Toc il Giovane, o non farete che ripetere i pregiudizi altrui.» «Parlate proprio come mio padre.» «Avreste dovuto prestare ascolto alla sua saggezza.» Avrei dovuto. Ma non l'ho mai fatto. Lascia l'Impero, disse. Trova un luogo fuori dalla portata della corte, dei comandanti e dell'Artiglio. Cammina a testa bassa, figliolo... Non appena finì di erigere la terza e ultima tenda, Toc raggiunse Tool. A settanta passi da loro, sulla sommità di una collina vicina, Mok aveva montato la vasca da bagno dalla struttura di legno e il rivestimento di pelli. Lady Invidia vi si dirigeva; Thurule marciava al suo fianco con l'accappatoio ripiegato e il corredo da bagno fra le braccia. La lupa e il cane sedeva-
no vicino a Senu che lavorava sull'antilope, gettando loro ogni tanto pezzetti di carne. Tool aveva completato quattro piccoli arnesi di pietra: un coltello dalla punta smussata, una specie di raschietto, grande come un'unghia, una lama a mezzaluna con il bordo interno finemente lavorato e un punteruolo. Rivolse ora l'attenzione alle tre prime lunghe lamelle di ossidiana. Accovacciandosi accanto al T'lan Imass, Toc esaminò i pezzi finiti. «Va bene», esordì, dopo qualche attimo. «Comincio a capire. Questi servono a modellare l'asta e le piume, vero?» Tool annuì. «L'antilope ci fornirà la materia prima. Abbiamo bisogno di budello per legare. E pelli per la faretra e le sue cinghie.» «E questa lama a mezzaluna?» «Le aste di canna vanno livellate.» «Ah, sì. Non avremo bisogno di qualche tipo di collante, o pece?» «In teoria, sì. Dal momento che questa pianura è priva di alberi, però, dovremo arrangiarci con quel che abbiamo. Legheremo le piume con del budello.» «Tu dai l'impressione che forgiare le punte di freccia sia facile, Tool, ma qualcosa mi dice che non lo è.» «Alcune pietre sono sabbia, altre sono acqua. Gli attrezzi taglienti possono essere fatti con la pietra che è acqua; gli attrezzi che schiacciano sono fatti della pietra che è sabbia, ma solo del tipo più duro.» «E io che ho sempre vissuto pensando che la pietra fosse pietra e basta.» «Nella nostra lingua, possediamo molti nomi per la pietra. Nomi che parlano della sua natura, nomi che descrivono la sua funzione, nomi per quel che le è successo e quel che le succederà, nomi per lo spirito che vi abita, nomi...» «Va bene, va bene! Ho capito. Perché non troviamo un altro argomento di conversazione?» «Tipo?» Toc lanciò un'occhiata verso l'altra collina. Solo la testa e le ginocchia di Lady Invidia erano visibili sopra l'intelaiatura della vasca. Il tramonto fiammeggiava alle sue spalle. I due Seguleh, Mok e Thurule, montavano la guardia, il viso rivolto verso l'esterno. «Lei.» «Di Lady Invidia, so poco più di quel che ho già detto.» «È stata... compagna di Anomander Rake?» Tool ricominciò a staccare scaglie sottili, trasparenti, di ossidiana da quella che stava rapidamente assumendo la forma di una punta di freccia
lanceolata. «All'inizio, ci furono altri tre che camminarono insieme, per un po' di tempo. Anomander Rake, Caladan Brood e una maga che infine ascese, diventando la Regina dei Sogni. In seguito a quell'evento, scoppiarono dei tumulti, o così si dice. Il Figlio dell'Oscurità fu raggiunto da Lady Invidia, e dal Soletaken noto con il nome di Osric. Un nuovo terzetto che si mise a camminare insieme. A quel tempo, Caladan Brood scelse un sentiero solitario e non fu più visto in questo mondo per secoli. Quando infine tornò - forse mille anni fa - portava il martello che ancora porta: un'arma della Dea Dormiente.» «E Rake, Invidia e questo Osric... che cosa andavano macchinando?» Il T'lan Imass scrollò le spalle. «Di questo, solo loro potrebbero parlarti. Ci fu un litigio e Osric se ne andò; dove, nessuno lo sa. Anomander Rake e Lady Invidia rimasero compagni. Si dice che si divisero - con molte discussioni - nei giorni prima che gli Ascendenti si riunissero a incatenare il Caduto. Rake partecipò allo sforzo; la signora no. Non so nient'altro di lei, soldato.» «È una maga?» «La risposta ce l'hai davanti agli occhi.» «Ti riferisci all'acqua calda per il bagno apparsa dal nulla.» Tool posò a terra la punta di freccia finita, allungando la mano verso un altro frammento da modellare. «Mi riferisco ai Seguleh, Toc il Giovane.» Il ricognitore grugnì. «Stregati... costretti a servirla... per il respiro di Hood, li ha fatti suoi schiavi!» Il T'lan Imass si fermò per guardarlo. «La cosa ti disturba? Non ci sono schiavi nell'Impero Malazan?» «Sì. Debitori, piccoli criminali, prigionieri di guerra. Ma, Tool, questi sono Seguleh! I guerrieri più temuti su questo continente. Specialmente per il modo in cui attaccano senza il minimo preavviso, per ragioni che solo loro conoscono.» «La loro comunicazione», spiegò Tool, «è principalmente non verbale. Affermano il dominio con il portamento, lievi gesti, l'inclinazione della testa». Toc batté le palpebre. «Davvero? Oh. Allora perché io, nella mia ignoranza, non sono stato abbattuto già da tempo?» «Il tuo disagio in loro presenza esprime sottomissione», rispose il T'lan Imass. «Codardo per natura, ecco cosa sono. Ne deduco, quindi, che tu non mostri alcun... disagio.»
«Io non cedo davanti a nessuno, Toc il Giovane.» Il Malazan rimase in silenzio, riflettendo sulle parole di Tool. Poi disse: «Il fratello maggiore, Mok... la sua maschera reca solo due cicatrici gemelle. Credo di sapere cosa significa, e se ho ragione...». Scosse lentamente la testa. Lo sguardo velato del guerriero non-morto non lasciava il volto del ricognitore. «Il giovane che mi ha sfidato - Senu - era... bravo. Se non avessi anticipato le sue mosse, se non gli avessi impedito di sguainare le spade del tutto, il nostro duello sarebbe potuto durare a lungo.» Toc aggrottò le sopracciglia. «Come puoi sapere quant'era bravo se non ha nemmeno tolto le spade dal fodero?» «Le ha usate lo stesso per parare i miei attacchi.» L'unico occhio di Toc si allargò lentamente. «Li ha parati con le spade sguainate a metà?» «I primi due attacchi, sì, ma non il terzo. Mi basta vedere i movimenti del maggiore, la leggerezza dei suoi passi - la sua grazia - per avvertire la piena portata della sua abilità. Sia Senu sia Thurule lo riconoscono come loro padrone. Ed evidentemente tu credi, per via della maschera, che occupi un rango elevato fra la sua gente.» «È Terzo, credo. Terzo nella gerarchia. Ci dovrebbe essere un leggendario Seguleh con una maschera senza contrassegni. Pura porcellana bianca. Solo che nessuno l'ha mai visto, tranne i Seguleh stessi, presumo. Sono una casta di guerrieri, governata dal campione.» Toc si girò a esaminare i due guerrieri, poi si lanciò un'occhiata alle spalle, verso Senu, ancora chino sull'antilope a meno di dieci passi da lui e da Tool. «Che cosa li avrà portati sul continente dalla loro isola, mi domando?» «Potresti chiederlo al più giovane, Toc.» Il ricognitore sogghignò in direzione di Tool. «In altre parole, sei curioso quanto me. Be', temo di non potermi sporcare le mani al posto tuo, perché sono un suo inferiore. Può darsi che scelga di parlare con me, ma io non posso avviare la conversazione. Se vuoi delle risposte, toccherà a te fare le domande.» Tool posò corno e frammento da modellare, e si alzò con un sommesso acciottolio di ossa. Puntò dritto verso Senu. Toc lo seguì. «Guerriero», chiamò il T'lan Imass. Il Seguleh interruppe l'opera di macello, chinando leggermente la testa. «Che cosa vi ha spinto a lasciare la vostra patria? Che cosa ha portato in questo luogo te e i tuoi fratelli?»
Senu rispose in un dialetto Daru, che suonò leggermente arcaico alle orecchie di Toc. «Noi siamo l'esercito punitivo dei Seguleh, Spada-diPietra.» Se qualcuno diverso da un Seguleh avesse fatto quell'affermazione, Toc sarebbe scoppiato a ridere. Invece, serrò la mascella. Tool sembrava tanto stupito quanto lui, perché solo dopo un lungo momento riprese: «Punitivo. Chi vogliono punire i Seguleh?». «Gli invasori della nostra isola. Uccidiamo tutti quelli che arrivano, ma il flusso non cessa. Il compito è affidato alle nostre Maschere Nere - gli Iniziati di Primo Livello nell'educazione alle armi - perché il nemico giunge disarmato e non è degno di un duello. Ma tale massacro disturba la disciplina dell'addestramento, corrompe la mente e intralcia un'attenzione rigorosa. Si è deciso di andare nella patria di questi invasori, per uccidere colui che manda la sua gente sulla nostra isola. Ti ho dato la tua risposta, Spada-di-Pietra.» «Conosci il nome di questa gente? Il nome che loro si danno?» «Sacerdoti di Pannion. Vengono per convertirci. Noi non siamo interessati, ma loro non ascoltano. E ora proclamano di voler mandare un esercito nella nostra isola. Per mostrare il nostro entusiasmo per tale evento, abbiamo inviato loro molti doni. Loro hanno scelto di sentirsi insultati dal nostro invito alla guerra. Riconosciamo di non capire; ci siamo stancati di discutere con questi Pannion. D'ora in poi, solo le nostre spade parleranno per i Seguleh.» «Però Lady Invidia vi ha intrappolato con i suoi incantesimi.» Toc sentì il respiro fermarglisi in gola. Senu chinò di nuovo la testa, senza dir nulla. «Fortunatamente», proseguì Tool nel suo tono asciutto, privo di inflessioni, «noi siamo ora in viaggio verso il Dominio di Pannion «La decisione ci rallegra», stridette Senu. «Quanti anni sono trascorsi dalla tua nascita, Senu?» chiese il T'lan Imass. «Quattordici, Spada-di-Pietra. Sono un Iniziato di Undicesimo Livello.» Grasso gocciolava sulle fiamme da quadratini di carne infilzato sugli spiedi. Lady Invidia emerse dall'oscurità con il suo seguito appresso. Era avvolta in una veste pesante, color blu notte, che sfiorava l'erba carica di rugiada. I capelli erano raccolti in un'unica treccia. «Che profumo delizioso... sono affamata!»
A Toc non sfuggì che Thurule si girava con noncuranza, alzando le mani guantate; ma egli sguainò le due spade e sferrò il suo attacco turbinoso più velocemente di quanto potesse seguirlo l'occhio del ricognitore. Lampeggiarono scintille quando l'acciaio lucente colpì la selce. Tool fu spinto indietro di una mezza dozzina di passi; una successione di colpi si abbatté sulla sua arma, sfocandone i contorni. I due guerrieri scomparvero nel buio oltre il chiarore rosseggiante del focolare. Lupa e cane abbaiarono, lanciandosi dietro di loro. «Che seccatura!» sbottò Lady Invidia. Scintille esplosero a dieci passi di distanza; la luce era insufficiente perché Toc potesse distinguere più del vago agitarsi di braccia e spalle. Lanciò un'occhiata a Mok e a Senu. Quest'ultimo, ancora accovacciato presso il focolare, si occupava diligentemente della cena. Il maggiore dalla cicatrice gemella stava immobile a guardare il duello; anche se pareva improbabile che potesse vedere meglio di Toc. Forse non ne ha bisogno... Un'altra pioggia di scintille attraversò la notte. Lady Invidia soffocò un risolino, una mano premuta sulla bocca. «Ne deduco che siete in grado di vedere al buio, signora», mormorò Toc. «Oh sì. Questo è un duello straordinario; non ho mai... No, è più complicato di così. Un vecchio ricordo, liberato quando voi avete riconosciuto costoro come Seguleh. Una volta, Anomander Rake incrociò la spada con una ventina di Seguleh, uno dopo l'altro. Si era recato sull'isola senza preavviso e senza sapere nulla dei suoi abitanti. Assunse forma umana, si fabbricò una maschera e scelse di camminare lungo la principale via della città. Essendo naturalmente arrogante, non mostrò alcuna deferenza a chi incontrava sulla sua strada...» Un altro cozzo illuminò la notte, seguito da un grugnito robusto, sonoro. Poi le spade si scontrarono di nuovo. «Due campane. Tanto durò l'intera visita di Rake all'isola e alla sua gente. Descrisse la violenza di quel breve periodo, e la spossatezza e lo sgomento che lo spinsero a ritirarsi nel suo canale, non foss'altro che per rallentare il martellio del suo cuore.» Una voce nuova, aspra e fredda, parlò. «Spada Nera.» Girandosi, videro Mok che li guardava. «Sono passati secoli», dichiarò Lady Invidia. «Il ricordo degli avversari degni non sbiadisce fra i Seguleh, padrona.» «Rake disse che l'ultimo spadaccino che affrontò portava una maschera
con sette simboli.» Mok inclinò la testa. «Quella maschera lo aspetta ancora. A Spada Nera spetta la Settima Posizione. Deve rivendicarla, padrona.» Lei sorrise. «Forse presto potrai estendergli l'invito di persona.» «Non è un invito, padrona. È una richiesta.» Lady Invidia fece una risata dolce, a piena gola. «Caro servo, non esiste nessuno che il Signore dell'Oscurità non incontri con occhio fermo e risoluto. Consideralo un avvertimento.» «Allora le nostre spade si incroceranno, padrona. Lui è il Settimo. Io sono il Terzo.» Le braccia incrociate, lei lo rimbeccò: «Oh, davvero! Lo sai dove sono finiti quei venti Seguleh quando lui li ha uccisi... compreso il Settimo? Incatenati nella spada Dragnipur, ecco dove. Per l'eternità. Vuoi veramente raggiungerli, Mok?». Dal buio oltre il focolare venne un altro forte tonfo, poi il silenzio. «I Seguleh che muoiono falliscono», ribatté Mok. «Non dedichiamo pensieri ai falliti.» «E questo», chiese sommessamente Toc, «vale anche per tuo fratello?». Tool era riapparso; nella mano sinistra reggeva la spada di selce, con la destra trascinava Thurule per il colletto. La testa del Seguleh ballonzolava. Cane e lupa li seguivano scodinzolando. «Hai ucciso il mio servo, T'lan Imass?» indagò Lady Invidia. «No», rispose Tool. «Ha un polso e delle costole rotte, e ha preso qualche colpo in testa. Credo che si riprenderà, prima o poi.» «Be', così non va, temo. Portalo qui, per favore. Da me.» «Non deve essere guarito magicamente», decretò Mok. A quel punto, la signora perse la pazienza. Si girò di scatto, e da lei uscì un'ondata di potere argenteo che colpì Mok; il guerriero schizzò in aria, atterrando con un tonfo violento. Lo sguardo fiammeggiante svanì. «I servi non mi danno ordini! Ti ricordo qual è il tuo posto, Mok; spero che una volta basti.» Riportò l'attenzione su Thurule. «Lo guarirò. Dopo tutto», continuò in tono più calmo, «come ogni donna di cultura sa, in fatto di servi tre è il minimo assoluto». Posò una mano sul petto del Seguleh, che gemette. Toc lanciò un'occhiata a Tool. «Per il respiro di Hood, sei tutto tagliato!» «È molto tempo che non affronto un nemico così valido», spiegò il T'lan Imass. «Un compito reso più impegnativo dal fatto che ho usato il piatto
della spada.» Mok si stava rialzando lentamente. Alle ultime parole del T'lan Imass, impietrì, poi si girò a guardare il guerriero non-morto. Che io sia dannato, Tool, hai dato da pensare al Terzo. «Stasera non ci saranno più duelli» sentenziò Lady Invidia con voce severa. «La prossima volta non metterò freno alla mia ira.» Mok distolse con noncuranza lo sguardo dal T'lan Imass. Raddrizzandosi, Lady Invidia sospirò. «Thurule sta bene. Sono quasi stanca! Senu, caro, tira fuori piatti e utensili. E il rosso di Elin. Ci vuole un bel pasto tranquillo, direi.» Lanciò un sorriso a Toc. «E conversazione spiritosa, eh?» Stavolta, fu Toc a gemere. I tre cavalieri tirarono le redini, fermandosi in cima alla collinetta. Whiskeyjack girò il cavallo verso Pale e stette per un po' a fissare la città, i muscoli della mascella scossi da uno spasmo convulso. Ben lo Svelto non parlava, ma guardava il comandante dalla barba grigia, il suo vecchio amico, con piena comprensione. Su questa collina siamo venuti a riprendere Hairlock. C'erano pile di armature vuote - per gli dei, sono ancora qui, a marcire in mezzo all'erba - e la maga Tattersail, l'ultima superstite del suo quadro. Eravamo appena usciti dai tunnel crollati, lasciando centinaia di fratelli e sorelle sepolti alle nostre spalle. Bruciavamo di rabbia... bruciavamo della consapevolezza del tradimento. Qui... su questa collina devastata dalla magia, eravamo pronti a commettere un omicidio. Un omicidio a sangue freddo... Il mago lanciò un'occhiata a Mallet. Il guaritore teneva i piccoli occhi stretti su Whiskeyjack, e Ben lo Svelto capì che anche lui riviveva ricordi amari. Non possiamo seppellire la storia delle nostre vite. Unghie gialle e dita ossute spuntano dal terreno ai nostri piedi e ci afferrano saldamente. «Rapporto», ruggì Whiskeyjack, gli occhi grigi sul cielo vuoto sopra la città. Mallet si schiarì la gola. «Chi comincia?» Il comandante girò la testa verso il guaritore. «Bene», rispose Mallet. «Il... morbo di Paran. La sua carne mortale è macchiata dal sangue e da luoghi appartenenti ad Ascendenti ma, come vi dirà Ben lo Svelto, nessuna delle due impronte dovrebbe manifestarsi come malattia. No, quel sangue, e quei luoghi, sono come spinte giù per un corridoio.»
«E lui continua a tornare indietro», aggiunse Ben lo Svelto. «Tenta di scappare. E più ci prova...» «Peggio sta», terminò Mallet. Riportando gli occhi su Pale, Whiskeyjack fece una smorfia ironica. «L'ultima volta che sono stato su questa collina ho dovuto ascoltare Ben e Kalam che finivano le rispettive frasi. A quanto pare, è cambiato meno di quanto pensassi. Il capitano stesso è un Ascendente?» «Ci è molto vicino», riconobbe il mago. E, inutile dirlo, la cosa è preoccupante. Ma lo sarebbe ancora di più se Paran... lo volesse. Del resto, chi sa quali ambizioni si nascondono dietro quel viso riluttante? «Che cosa pensate voi due della sua storia sui Segugi e la spada di Rake?» «È inquietante», replicò Mallet. «Questo è un eufemismo», dichiarò Ben lo Svelto. «È spaventosa.» Whiskeyjack lo guardò con aria torva. «Perché?» «Dragnipur non è la spada di Rake... nel senso che non è stato lui a forgiarla. Quanto ne sa, quel bastardo? Quanto dovrebbe saperne? E, in nome di Hood, dove sono andati quei Segugi? Ovunque siano, Paran ha un legame di sangue con uno di loro.» «Il che lo rende... imprevedibile», intervenne Mallet. «Cosa c'è in fondo a questo corridoio di cui parlavi?» «Non lo so.» «E io nemmeno», ammise Ben lo Svelto, con rincrescimento. «Ma credo che dovremmo aggiungere qualche spinta da parte nostra; non foss'altro che per salvare Paran da se stesso.» «E come potremmo fare?» Il mago sogghignò. «Abbiamo già cominciato, comandante: mettendolo in contatto con Volpe d'Argento. Lei lo legge come Tattersail leggeva il Mazzo dei Draghi; vede più cose ogni volta che gli posa gli occhi addosso.» «Forse sono solo i ricordi di Tattersail... che lo mettono a nudo», osservò Mallet. «Bella battuta», commentò Whiskeyjack con enfasi. «Volpe d'Argento scava nella sua anima; ma non c'è garanzia che condivida le sue scoperte con noi, no?» «Se i caratteri di Tattersail e Nightchill assumono il comando...» «Niente contro la prima, ma Nightchill...» Whiskeyjack scosse la testa. «Era un brutto tipo», convenne Ben lo Svelto. «Con un'aura di mistero
intorno. Però, era una Malazan...» «Di cui sappiamo molto poco», ruggì il comandante. «Fredda. Remota.» «Qual era il suo canale?» chiese Mallet. «Rashan, per quanto ho potuto intuire», rivelò amaramente Ben lo Svelto. «L'Oscurità.» «Si tratta di conoscenza alla quale Volpe d'Argento può attingere, allora», proseguì il guaritore, dopo un attimo. «Istintivamente, forse, a frammenti... non è sopravvissuto molto di Nightchill, mi sembra di capire.» «Ne sei sicuro, mago?» domandò Whiskeyjack. «No.» Riguardo a Nightchill, sono meno sicuro di quanto dia a intendere. Ci sono state altre Nightchill... molto prima dell'Impero Malazan. Nella Prima Era delle Guerre Nathilog. Nella Liberazione di Karakarang, a Sette Città, nove secoli fa. Nei Seti e nella loro espulsione da Fenn, a Quon Tali, quasi duemila anni fa. Una donna, una maga, di nome Nightchill, più e più volte. Se è la stessa... Il comandante si agitò sulla sella e sputò a terra. «Questa storia non mi piace.» Il mago e il guaritore non aprirono bocca. Gli direi di Burn... ma se è preoccupato adesso, come reagirà alla notizia che la fine del mondo è prossima? No, Ben lo Svelto, tienila per te, e sii pronto a muoverti quando verrà il momento... Il Dio Storpio ha dichiarato guerra agli dei, ai canali, a tutto quanto e a tutti quanti noi. Bene, o Caduto, ma questo significa che dovrai dimostrarti più furbo di me. Dimentica gli dei e i loro giochi maldestri, fra non molto ti legherò le mani... Passarono momenti; sotto gli uomini, i cavalli stavano immobili, tranne che per gli scatti della coda e i guizzi di mantello e orecchie, destinati a scacciare le mosche mordaci. «Continuate a guidare Paran nella direzione giusta», concluse infine Whiskeyjack. «Spingete non appena si presenta l'occasione. Ben lo Svelto, scopri tutto quello che puoi su Nightchill; attraverso qualunque fonte. Mallet, tu spiega a Spindle di Paran; voglio che tutti e tre stiate abbastanza vicino al capitano da contargli i peli del naso.» Raccolse le redini e girò il cavallo. «Torniamo indietro; il contingente di Darujhistan dovrebbe raggiungere Brood da un momento all'altro.» Si allontanarono al piccolo galoppo dalla collina e dalle sue vestigia in rovina, lasciando le mosche a ronzare sulla cima, senza più vittime.
Whiskeyjack tirò le redini davanti alla tenda allestita per Dujek Unbraccio; il suo cavallo ansimava pesantemente per la lunga corsa attraverso l'accampamento degli Arsori di Ponti, dove l'uomo aveva lasciato Ben lo Svelto e Mallet, fino al campo disordinato di Brood. Whiskeyjack si calò giù dalla sella e trasalì nell'appoggiarsi alla gamba malata. Comparve l'alfiere Artanthos. «Datemi le redini, comandante», esordì il giovane. «Questa bestia ha bisogno di cure.» «Non è la sola», borbottò Whiskeyjack. «Un-braccio è dentro?» «Sì. Vi aspetta.» Senza un'altra parola, il comandante entrò nella tenda. «Era ora, dannazione», ruggì Dujek dalla sua branda, e si mise a sedere con un grugnito. «Versaci della birra; là, sul tavolo. Trovati una sedia. Hai fame?» «No.» «Io nemmeno. Beviamo.» Nessuno dei due parlò, mentre Whiskeyjack trascinava una sedia e versava la birra. E il silenzio continuò finché entrambi non finirono i primi boccali e il comandante non li riempì ancora dalla brocca. «La Progenie della Luna», attaccò Dujek, dopo essersi asciugato le labbra e aver allungato la mano di nuovo verso il boccale. «Se siamo fortunati, la vedremo di nuovo, ma non finché non arriveremo a Coral, o anche dopo. Anomander Rake ha accettato di far sentire il suo peso - e quello della Luna - nella lotta contro questo Dominio di Pannion. Perché? Non si sa. Forse gli piace fare la guerra e basta.» Whiskeyjack aggrottò le sopracciglia. «A Pale, mi ha dato l'impressione di combattere con riluttanza, Dujek.» «Solo perché i suoi Tiste Andii erano occupati altrove. E meno male, altrimenti saremmo stati annientati.» «Probabilmente hai ragione. A quanto pare, stiamo radunando una moltitudine di forze per attaccare un impero di fanatici, neanche tanto grande. Lo so, il Dominio puzza e l'ha sempre fatto, e qualcosa bolle in pentola. Tuttavia...» «Sì.» Dopo un attimo, Dujek scrollò le spalle. «Vedremo quel che vedremo. Hai parlato con l'Ardito?» Whiskeyjack annuì. «Concorda che i suoi stormi dovrebbero rimanere invisibili; meglio non rifornire le nostre forze in marcia, se è possibile. Ha mandato ricognitori a cercare un luogo strategico presso il confine con il Dominio; nascosto ma abbastanza vicino per poter colpire quando sarà il
momento.» «Bene. E il nostro esercito è pronto a lasciare Pale?» «Prontissimo. Rimane il problema dei rifornimenti lungo la marcia.» «Ne parleremo quando arriveranno gli inviati di Darujhistan. Ora, Volpe d'Argento...» «Difficile fare commenti, Dujek. Il Raduno dei T'lan Imass è preoccupante, specialmente perché lei sostiene che avremo bisogno di tutti quei guerrieri non-morti per combattere contro il Dominio di Pannion. Gran Pugno, non sappiamo abbastanza del nostro nemico.» «Questo cambierà... hai ordinato a Ben lo Svelto di prendere contatto con quella compagnia mercenaria di Capustan?» «Ha architettato qualcosa. Vedremo se abboccano all'esca.» «Per tornare a Volpe d'Argento, Whiskeyjack. Tattersail era un'alleata sicura... un'amica...» «È lì, nella bambina Rhivi. Paran e lei hanno... parlato.» L'uomo rimase in silenzio per un attimo, poi sospirò, gli occhi sul boccale fra le sue mani. «Ci sono cose che devono ancora svelarsi; per cui non ci resta che aspettare e vedere.» «Una creatura che divora il genitore a quel modo...» «Sì, ma quando mai i T'lan Imass hanno mostrato un'ombra di compassione? Sono non-morti, senz'anima e, ammettiamolo, ex alleati o no, francamente orripilanti. Stavano al guinzaglio dell'Imperatore, e di nessun altro. Combattere al loro fianco a Sette Città non è stata un'esperienza tale da metterci a nostro agio; lo sappiamo entrambi, Dujek.» «Le alleanze di convenienza vanno sempre a braccetto con il disagio», borbottò il Gran Pugno. «E ora sono tornati, ma al guinzaglio di una bambina...» Whiskeyjack grugnì. «È un'osservazione curiosa la tua, ma capisco cosa vuoi dire. Kellanved mostrò... controllo con i T'lan Imass, minimizzando il pasticcio di Aren. Mentre una bambina, nata da anime devastate dentro al canale Tellann, che acquisisce un tale potere...» «E quanti bambini hai incontrato capaci di controllo? La saggezza di Tattersail deve prendere il ruolo dominante, e presto.» «Faremo tutto il possibile, Dujek.» Il vecchio sospirò, annuendo. «Che impressione hai dei nostri nuovi alleati?» «La perdita della Guardia Cremisi è un brutto colpo», rispose Whiskeyjack. «Un'accozzaglia di scagnozzi e di mercenari di dubbio valore al suo
posto significa una caduta di qualità. Gli Irregolari di Mott sono i migliori della combriccola, ma non è dir molto. I Rhivi e i Barghast sono abbastanza solidi, come sappiamo entrambi, e i Tiste Andii non hanno eguali. Tuttavia, Brood ha bisogno di noi. Un gran bisogno.» «Forse più di quanto noi abbiamo bisogno di lui e delle sue forze, sì», convenne Dujek. «In una guerra normale, almeno.» «Rake e la Progenie della Luna sono i veri dadi truccati di Brood. Gran Pugno, con i T'lan Imass ad appoggiare la nostra causa, non vedo forza su questo continente, o su qualunque altro, che potrebbe starci alla pari. Hood lo sa, potremmo annettere metà continente...» «Davvero?» Dujek fece un sogghigno amaro. «Seppellisci quel pensiero, vecchio amico, seppelliscilo tanto a fondo che non possa più vedere la luce del giorno. Stiamo per andare a infilzare un tiranno; del dopo dovremo parlare in un altro momento. Adesso, camminiamo tutti sul bordo di una buca letale.» «Sì. Kallor.» «Kallor.» «Cercherà di uccidere la bambina», dichiarò Whiskeyjack. «No», ribatté Dujek. «Se ci prova, Brood gli salterà addosso.» L'uomo dal braccio solo si chinò in avanti con il boccale, e Whiskeyjack lo riempì. Riappoggiandosi allo schienale, il Gran Pugno scrutò il comandante, poi disse: «Caladan Brood è il vero dado truccato, vecchio amico. Ho letto delle sue imprese presso Laederon, nelle Storie di Nathilog. Per il respiro di Hood, non bisogna irritarlo; alleati o nemici, per lui non fa differenza quando si scatena la sua collera. Anomander Rake, almeno, ha un potere freddo, rigido. L'Alto Comandante è diverso. Quel suo martello... si dice che sia l'unica cosa che può svegliare Burn. Se lo picchi contro il terreno abbastanza violentemente, la dea aprirà gli occhi. E la verità è che, se Brood non avesse la forza per farlo, non porterebbe il martello con sé». Whiskeyjack ci pensò sopra per un po', poi osservò: «Dobbiamo sperare che Brood continui a proteggere la bambina». «Kallor cercherà di fargli cambiare idea», asserì Dujek, «a parole, piuttosto che con la spada. Potrebbe anche cercare l'appoggio di Rake». Il comandante lanciò un'occhiata al Gran Pugno. «Kallor ti ha fatto visita?» «Sì, e quel bastardo sa essere molto convincente. Al punto di nascondere la sua ostilità nei tuoi confronti. Erano secoli che non lo colpivano fisicamente, ha detto; e ha anche detto che se l'era meritato.»
«Generoso da parte sua», bofonchiò Whiskeyjack. Quando è politicamente vantaggioso. «Non rimarrò con le mani in mano se viene aggredita una bambina», aggiunse, con voce fredda. «Quale che sia il potere o il potenziale che racchiude.» Dujek alzò lo sguardo. «Sfidando i miei ordini, dovessi darne?» «Ci conosciamo da molto tempo, Dujek.» «Sì. Siamo ostinati.» «Nelle cose che contano.» I due uomini rimasero zitti per un po', poi il Gran Pugno distolse lo sguardo con un sospiro. «Dovrei degradarti di nuovo a sergente.» Whiskeyjack scoppiò a ridere. «Versami altra birra», ruggì Dujek. «Stanno arrivando gli inviati di Darujhistan, e voglio accoglierli con la dovuta allegrezza.» «E se Kallor avesse ragione?» La Mhybe strinse gli occhi. «Allora, Alto Comandante, dovreste ordinargli di uccidere anche me insieme a mia figlia.» L'ampia, piatta fronte di Caladan Brood s'increspò, mentre egli guardava la donna con aria torva. «Mi ricordo di te, sai. Eri fra le tribù quando facevamo le campagne al nord. Giovane, bella, ardente. Vederti - vedere quello che ti ha fatto la bambina - mi provoca dolore, donna.» «Il mio è ancora più grande, ve l'assicuro, Alto Comandante, eppure scelgo di accettarlo...» «Tua figlia ti sta uccidendo... perché?» La Mhybe lanciò un'occhiata a Korlat. La Tiste Andii aveva l'aria sconvolta. L'aria nella tenda era opprimente, le correnti intorno a loro umide, grevi. Dopo un attimo, la vecchia riportò lo sguardo su Caladan Brood. «Volpe d'Argento appartiene al canale Tellann dei T'lan Imass, Alto Comandante. Loro non hanno forza vitale da darle. Sono suoi parenti, ma non possono offrirle sostentamento, perché sono non-morti, mentre la loro figlia è in carne e ossa. Anche Tattersail è morta; e Nightchill pure. La parentela è più importante di quanto possiate pensare. I legami di sangue sono la rete che sostiene ognuno di noi; costituiscono il traliccio su cui si arrampica una vita, dalla nascita all'infanzia, e dall'infanzia all'età adulta. Senza queste forze vitali, si avvizzisce e si muore. Essere soli è essere malati, Alto Comandante, non solo spiritualmente, ma anche fisicamente. Io sono la rete di mia figlia, e in questo sono sola...» Brood scuoteva la testa. «La vostra spiegazione non giustifica la sua...
impazienza, Mhybe. La bambina sostiene che comanderà i T'lan Imass. Sostiene che essi hanno sentito il suo richiamo. Ciò significa, a sua volta, che gli eserciti di non-morti l'hanno già accettata... o no?» Korlat prese la parola. «Alto Comandante, credete che Volpe d'Argento cerchi di affrettare la propria crescita per poter confermare la sua autorità quando si troverà faccia a faccia con i T'lan Imass? Gli eserciti di nonmorti rifiuteranno un capo bambino... è questa la vostra convinzione?» «Sto cercando la ragione per ciò che sta facendo a sua madre, Korlat», disse Brood, con espressione afflitta. «Può darsi benissimo che abbiate ragione, Alto Comandante», convenne la Mhybe. «Carne e ossa possono racchiudere solo una certa quantità di potere; il limite è sempre finito. Esseri come voi e Anomander Rake - e anche tu, Korlat - possiedono i secoli di vita necessari a contenere l'entità del loro comando. Volpe d'Argento no; o meglio, i suoi ricordi le dicono di sì, ma il suo corpo di bambina nega quei ricordi. L'attende un grande potere e per poterlo gestire appieno dev'essere una donna adulta; e anche così...» «L'ascendenza nasce dall'esperienza», riassunse Korlat. «Un'idea interessante, Mhybe.» «E l'esperienza... mitiga», aggiunse la donna Rhivi. «Per cui, ecco cosa teme Kallor», bofonchiò Brood, alzandosi dalla sua sedia con un sospiro di ansia. «Il potere non mitigato.» «Può essere», osservò sommessamente Korlat, «che Kallor stesso sia la causa dell'impazienza della bambina; vuole diventare donna per alleviare le sue paure». «Dubito che apprezzerebbe l'ironia della cosa», borbottò l'Alto Comandante. «Alleviare le sue paure, hai detto? A ben pensarci, probabilmente sa che prima o poi dovrà difendersi contro di lui...» «Fra di loro aleggia un segreto», mormorò Korlat. Cadde il silenzio. Tutti sapevano che era vero, e tutti erano inquieti. Una delle anime all'interno di Volpe d'Argento aveva incrociato il sentiero di Kallor in passato. Tattersail, Bellurdan o Nightchill. Dopo un lungo momento, Brood si schiarì la gola. «Esperienze di vita... la bambina ne possiede, no, Mhybe? I tre maghi Malazan...» La Mhybe fece un sorriso stanco. «Un Thelomen, due donne e io stessa: un padre e tre madri recalcitranti per la stessa figlia. La presenza del padre sembra così debole che comincio a sospettare esista solo come ricordo di Nightchill. Quanto alle due donne, sto cercando di scoprire chi fossero, e
ciò che ho saputo finora - di Tattersail - mi reca conforto.» «E Nightchill?» chiese Korlat. «Non fu uccisa da Rake, qui a Pale?» intervenne Brood. «No, Nightchill fu vittima di un'imboscata, tradita dal Grande Mago Tayschrenn», spiegò la Tiste Andii. «Siamo stati informati», aggiunse, asciutta, «che da allora Tayschrenn è tornato fra le braccia dell'Imperatrice». Korlat si volse di nuovo verso la Mhybe. «Che cosa hai saputo di lei?» «Ho visto lampi di oscurità in Volpe d'Argento», rispose la Rhivi con riluttanza, «che attribuirei a Nightchill. Un fermento di rabbia, una sete di vendetta, forse contro Tayschrenn. A un certo punto, forse presto, ci sarà uno scontro fra Tattersail e Nightchill; la vincitrice dominerà la natura di mia figlia». Brood rimase zitto per qualche secondo, poi chiese: «Cosa possiamo fare per aiutare questa Tattersail?». «I Malazan cercano di fare proprio questo, Alto Comandante. Molto dipende dai loro sforzi. Dobbiamo avere fiducia in loro; in Whiskeyjack e nel capitano Paran, che un tempo era l'amante di Tattersail.» «Ho parlato con Whiskeyjack», rivelò Korlat. «Possiede un'incrollabile integrità, Alto Comandante. Un uomo retto.» «Sento il tuo cuore in queste parole», osservò Brood. Korlat scrollò le spalle. «Un motivo in meno per dubitare di me, allora, Caladan. Non mostro avventatezza in simili questioni.» L'Alto Comandante grugnì. «Non oso fare un altro passo in quella direzione», dichiarò seccamente. «Mhybe, sta' vicina a tua figlia. Se dovessi veder emergere lo spirito di Nightchill e decadere quello di Tattersail, informami subito.» E se ciò dovesse accadere, dicendotelo decreterei la morte di mia figlia. «I miei pensieri in proposito», continuò Brood, gli occhi sottili fissi su di lei, «non sono ancora definiti. Una simile circostanza potrebbe anche spingermi a sostenere direttamente i Malazan nei loro sforzi per conto di Tattersail». La Mhybe alzò le sopracciglia. «E come esattamente, Alto Comandante?» «Abbi fiducia in me», disse Brood. La donna Rhivi sospirò, poi annuì. «Benissimo. Vi informerò.» Il lembo della tenda si scostò ed entrò Hurlochel, l'alfiere di Brood. «Alto Comandante», annunciò, «il contingente di Darujhistan si avvicina al
nostro campo». «Andiamo loro incontro, allora.» Il vetturino incappucciato sembrava essersi addormentato al momento dell'arrivo. L'enorme doppia porta della carrozza riccamente ornata si aprì dall'interno ed emerse un piede infilato in una pantofola blu. Schierati a semicerchio davanti alla carrozza e alla sua colonna di sei cavalli ingioiellati c'erano i rappresentanti dei due eserciti alleati: Dujek, Whiskeyjack, L'Ardito e il capitano Paran alla sinistra, e Caladan Brood, Kallor, Korlat, Volpe d'Argento e la Mhybe alla destra. Gli eventi della notte appena trascorsa avevano lasciato esausta la matrona Rhivi e il colloquio con Brood aveva aggiunto altri motivi di stanchezza: il forte riserbo davanti alle dure domande dell'Alto Comandante era stato arduo da mantenere ma, sentiva, necessario. L'incontro di sua figlia con Paran era stato molto più teso e confuso di quanto lei non avesse lasciato intendere a Brood. Né le ore passate nel frattempo avevano diminuito la difficoltà della situazione. Peggio ancora, forse la riunione aveva scatenato qualcosa in Volpe d'Argento: da allora, la bambina aveva attinto pesantemente alle energie della Mhybe, strappando anni su anni alla sua vita già consumata. C'è Tattersail dietro alla richiesta febbrile del mio spirito vitale? Oppure Nightchill? La cosa finirà presto. Aspetto con ansia la liberazione dell'abbraccio di Hood. Volpe d'Argento ha degli alleati, adesso. Faranno ciò che è necessario, ne sono sicura... spiriti dei Rhivi, vi prego, datemene la certezza. Il mio tempo dovrebbe essere finito, eppure coloro che mi circondano continuano a impormi richieste. No, non posso continuare così... Il piede nella pantofola sondò delicatamente l'aria e scese a terra ondeggiando. Seguirono un polpaccio, un ginocchio e una coscia grassocci. L'uomo basso, rotondetto che apparve indossava sete di ogni colore, con effetto violentemente disarmonico. Un fazzoletto cremisi brillante, stretto in una mano paffuta, si alzò a tamponare una fronte luccicante. Quando entrambi i piedi toccarono finalmente il suolo, il Daru emise un sonoro sospiro. «Per il cuore ardente di Burn, che caldo!» Caladan Brood fece un passo avanti. «Gli eserciti della liberazione ti danno il benvenuto, rappresentante della Città di Darujhistan. Io sono Caladan Brood, e questo è Dujek Un-braccio.» L'uomo basso e rotondetto batté gli occhi miopi, si asciugò di nuovo la fronte, poi fece un largo sorriso. «Rappresentante della Città di Darujhi-
stan? Invero! Nessuno meglio di lui, dice Kruppe, anche se egli è un umile, banale cittadino che la curiosità ha spinto a gettare occhi benevoli su questa occasione straordinaria! Kruppe è naturalmente onorato dal vostro benvenuto formale, anzi rispettoso; quale grande pompa, si chiede, dispiegherete voi formidabili guerrieri nell'accogliere i rappresentanti ufficiali del Consiglio di Darujhistan? Quell'ora di imminente magnificenza fa battere il cuore di Kruppe dall'ansia! Ecco, guardate a sud: la carrozza dei consiglieri si sta avvicinando!» Il chiocciolio di un Grande Corvo si riversò nel silenzio che seguì alla dichiarazione dell'uomo. Malgrado le sue molteplici, agitate emozioni, la Mhybe sorrise. Oh sì, certo: conosco quest'uomo. Avanzò di un passo, incapace di trattenersi nel dire: «Sono stata nei vostri sogni, signore». Kruppe la fissò, spalancando gli occhi allarmato. Si asciugò la fronte. «Mia cara, anche se tutto è possibile...» Crone chiocciò un'altra volta. «Allora ero più giovane», aggiunse la Mhybe. «E incinta. Eravamo in compagnia di un Divinatore... e di un Dio Antico.» Sul viso rotondo, arrossato di Kruppe si dipinse un lampo di riconoscimento, seguito dalla costernazione. Per una volta, egli sembrò senza parole. Tenne lo sguardo sulla donna ancora per un attimo, poi lo fece cadere sulla bambina al suo fianco. La Mhybe vide i suoi occhi stringersi. Ha avvertito come stanno le cose fra noi. Immediatamente. Come? E com'è che sono certa della verità della mia convinzione? Quant'è profondo questo legame? Caladan Brood si schiarì la voce. «Benvenuto, cittadino Kruppe. Siamo ora consapevoli degli eventi che circondano la nascita della bambina, Volpe d'Argento. Voi, allora, siete il mortale coinvolto. L'identità di questo Dio Antico, tuttavia, ci rimane ignota. Di chi si tratta? La risposta a quella domanda potrebbe avere grande influenza sui nostri... rapporti con la bambina.» Kruppe sbatté le palpebre. Si toccò con il fazzoletto di seta la carne flaccida sotto il mento. «Kruppe capisce. Davvero. Un'improvvisa tensione permea questa riunione, vero? Il dio in questione. Sì, uhm. Ambivalenza, incertezza, tutte cose che Kruppe di Darujhistan aborrisce... forse; o forse no.» Si lanciò un'occhiata alle spalle, verso la carrozza della delegazione ufficiale, poi si asciugò nuovamente la fronte. «Risposte affrettate potrebbero fuorviare, anzi, dare l'impressione completamente sbagliata. Oh, che
fare?» «Maledizione!» Il grido venne dal vetturino dell'altra carrozza, altrettanto abbondantemente decorata. «Kruppe! Che ci fai qui, in nome di Hood?» L'uomo vestito di seta si girò, tentando un inchino profondo che, malgrado il suo scarso successo, riuscì comunque a sembrare elegante. «Caro amico Murillio. Questa tua nuova professione è un balzo in avanti nel mondo, o forse solo uno scarto laterale? Kruppe era ignaro del tuo ovvio talento nel condurre muli...» Il vetturino lo guardò con aria torva. «I cavalli scelti del Consiglio sono inspiegabilmente scomparsi appena prima della nostra partenza. Cavalli decisamente simili a quelli che tu e Meese sembrate aver acquisito, se mi è lecito aggiungerlo.» «Una coincidenza straordinaria, amico Murillio.» La porta della carrozza si aprì e uscì un uomo dalle spalle larghe e i capelli radi. Si diresse verso Kruppe; il volto dai lineamenti marcati era cupo di rabbia. Il cittadino basso, rotondetto allargò le braccia, arretrando involontariamente. «Carissimo amico e compagno di una vita. Benvenuto, consigliere Coll. E chi viene dietro di te? Ma nientemeno che il consigliere Estraysian D'Arie! Così tutti i rappresentanti cruciali della bella Darujhistan sono qui riuniti!» «E tu non c'entri, Kruppe», ringhiò Coll, senza smettere di avanzare verso l'uomo che ora tornava verso la sua carrozza. «Ti sbagli, amico Coll! Sono qui come rappresentante di Padron Baruk...» Coll si fermò, incrociando le braccia robuste. «Oh, davvero? L'alchimista ti ha mandato al suo posto, allora?» «Be', senza tante parole, naturalmente. L'amicizia fra Baruk e me è così intima che le parole sono spesso inutili...» «Basta, Kruppe.» Coll si volse verso Caladan Brood. «Le mie più profonde scuse, Alto Comandante. Io sono Coll, e questo gentiluomo al mio fianco è Estraysian D'Arie. Siamo qui per conto del Consiglio Governativo di Darujhistan. La presenza di questo... questo Kruppe... non era voluta, e in realtà non è nemmeno gradita. Se potete concedermi un momento, lo manderò via.» «Ahimè, sembra che avremo bisogno di lui», replicò Brood. «State certo che vi spiegherò. Per ora, tuttavia, forse dovremmo riunirci nella mia tenda di comando.»
Coll scoccò a Kruppe un'occhiata assassina. «Che scandalose menzogne hai raccontato?» L'uomo rotondetto assunse un'aria offesa. «Kruppe e la verità sono compagni da una vita, amico Coll! Un matrimonio beato e benedetto; soltanto ieri la signora della sincerità e io abbiamo celebrato il nostro quarantesimo anniversario. Kruppe è assolutamente necessario: in tutte le cose, in tutti i momenti e in tutti i luoghi! È una responsabilità che Kruppe deve accettare, per quanto umilmente...» Con un ringhio sommesso, Coll alzò una mano per schiaffeggiarlo. Estraysian D'Arie fece un passo avanti, toccandogli la spalla. «Sta' calmo», mormorò il consigliere. «È evidente a tutti che Kruppe non parla che per Kruppe stesso. Non siamo responsabili per lui. Se in verità deve dimostrarsi utile, il compito di fare una buona impressione spetta a lui, e a lui soltanto.» «E una buona impressione farò!» esclamò Kruppe, e proruppe improvvisamente in un altro gran sorriso. Crone scese a saltellare verso Kruppe. «Voi, signore, sareste dovuto essere un Grande Corvo!» «E tu un cane!» gridò lui di rimando. Crone si fermò e vacillò per un attimo, le ali aperte a metà. Inclinando la testa, sussurrò: «Un cane?». «Solo perché io potessi farti una grattatina dietro le orecchie, mia cara!» «Una grattatina? Una grattatina!» «Benissimo, non un cane. Un pappagallo?» «Un pappagallo!» «Perfetto!» «Basta!» ruggì Brood. «Venite con me, tutti quanti!» Si girò di scatto, dirigendosi a passo pesante verso l'insediamento Tiste Andii. Bastò un'occhiata della Mhybe per far scoppiare a ridere Whiskeyjack. Un attimo dopo, Dujek lo imitò, seguito dagli altri. Volpe d'Argento strinse la mano della madre. «Kruppe ha già mostrato il suo valore», mormorò, «non credi?». «Sì, bambina, hai ragione. Vieni, diamo l'esempio nell'obbedire all'Alto Comandante.» Non appena tutti furono dentro la tenda di comando e cominciarono a posare armi e mantelli, Paran raggiunse il consigliere Coll a grandi passi. «È bello rivedervi», esordì, «anche se», aggiunse a bassa voce, «portavate
l'armatura da soldato con più disinvoltura, credo, di queste vesti». Coll fece una smorfia. «Non avete tutti i torti. Sapete? A volte, ripenso a quella notte trascorsa accampati sulle Colline Gadrobi con una specie di nostalgia. Allora eravamo soltanto noi stessi.» Incrociando gli occhi di Paran, provò una punta di preoccupazione per ciò che vide. Si diedero la mano. «A tempi più semplici...» «Un brindisi improbabile», commentò una voce; girandosi, videro Whiskeyjack raggiungerli, con una brocca di terracotta in una mano. «Ci sono boccali dietro di voi, consigliere, su quello che passa per un tavolo. Brood non ha servitori veri e propri, per cui mi sono assunto questo degno compito.» Tirando tre boccali verso di loro, Paran guardò il tavolo accigliato. «Questo è il fondo di un carro; si vede ancora la paglia.» «Il che spiega anche perché questo posto puzza come una stalla», aggiunse il comandante, riempiendo i boccali di birra di Gredfallan. «Il tavolo delle mappe di Brood è scomparso ieri sera.» Coll alzò un sopracciglio. «Qualcuno ha rubato un tavolo?» «Non "qualcuno"», ribatté Whiskeyjack, lanciando un'occhiata a Paran. «I vostri Arsori di Ponti, capitano. Ci scommetterei una colonna.» «E perché mai, in nome di Hood?» «Questo dovrete scoprirlo voi. Grazie agli dei, l'Alto Comandante si è lamentato solo del disagio.» A quel punto, si levò la voce cupa di Caladan Brood. «Se volete sedervi, possiamo cominciare a discutere di equipaggiamenti e rifornimenti.» Kruppe fu il primo a lasciarsi cadere su una sedia, alla testa del tavolo di fortuna. Sollevò un boccale e una manciata di dolcetti Rhivi. «Un ambiente così gradevolmente rustico!» sospirò, il viso rotondo soffuso di piacere. «E paste tradizionali delle pianure per allettare il palato. Inoltre questa birra è deliziosa, fredda al punto giusto...» «Sta' zitto, maledizione», ruggì Coll. «E cosa ci fai su quella sedia?» «Be', sto seduto, amico Coll. Il nostro amico comune, l'alchimista...» «Ti spellerebbe vivo se sapesse che sei qui e pretendi di rappresentarlo.» Kruppe alzò le sopracciglia e per poco non si strozzò con un boccone di dolce; tossì, spruzzando briciole dappertutto. Bevve rapidamente la sua birra, poi ruttò. «Per l'Abisso, che idea spiacevole. E completamente erronea, Kruppe può assicurare a tutti. Baruk è profondamente interessato a una conduzione armoniosa della prestigiosa riunione di persone così leggendarie. Il successo dell'impresa imminente occupa una posizione di pri-
mo piano nella sua mente, ed egli si impegna a fare tutto ciò che è nelle formidabili abilità sue, e del suo servo Kruppe.» «Il vostro padrone ha suggerimenti specifici da offrire?» chiese Brood. «Innumerevoli suggerimenti di natura specifica, signor Alto Comandante. Talmente tanti che, combinati, possono essere visti o capiti solo nei termini più generali!» L'uomo abbassò la voce. «Le generalizzazioni vaghe e apparentemente vuote sono prova degli sforzi onnicomprensivi di Padron Baruk, fa notare saggiamente Kruppe.» Rivolse a tutti un sorriso ampio, sporco di briciole. «Ma, vi prego, cominciamo, o quest'incontro si prolungherà, costringendo a servire una cena sontuosa completa dei vini più secchi per bagnare la gola, e di un tale assortimento di dolci da strappare a Kruppe gemiti di piacere!» «Che gli dei ce ne guardino», borbottò Coll. Estraysian D'Arie si schiarì la voce. «Alto Comandante e Dujek Unbraccio, incontriamo solo difficoltà minori nel mantenere una via di rifornimento ai vostri eserciti riuniti. La più pressante s'incentra sul ponte distrutto a ovest di Darujhistan. Sul fiume Catlin ci sono pochi guadi praticabili, e la distruzione di quel ponte di pietra da parte del Tiranno Jaghut ha creato un'enorme quantità di problemi.» «Ah», intervenne Kruppe, alzando un dito paffuto, «ma i ponti non sono forse un mezzo per passare da un lato all'altro di un fiume? Ciò non implica la presenza di certi presupposti nei piani di spostamento elaborati dai capi degli eserciti? Kruppe non può fare a meno di domandarsi...». Allungò la mano verso un altro dolcetto. «Come tutti noi», dichiarò D'Arie dopo un attimo, con enfasi. Dujek, gli occhi stretti su Kruppe, si schiarì la gola. «Be', sì, per quanto mi dispiaccia doverlo ammettere, c'è del vero in quest'affermazione.» Spostò lo sguardo su Estraysian. «Il fiume Catlin costituisce un problema solo se vogliamo impiegare le strade meridionali. Ed esse ci servirebbero solo se gli eserciti cercassero di attraversare all'inizio della marcia.» Entrambi i consiglieri aggrottarono le sopracciglia. «È nostra intenzione», spiegò Brood, «rimanere a nord del fiume, per marciare direttamente verso Capustan. Il nostro itinerario ci porterà a nord di Saltoan... parecchio a nord. Poi procederemo in direzione sud-est». Coll prese la parola. «Descrivete un itinerario diretto verso Capustan, signore, per le vostre forze. Un simile itinerario, però, ci porrà serie difficoltà nel mantenere i rifornimenti. Non saremo in grado di consegnare via fiume; e un convoglio via terra di tali proporzioni metterà gravemente alla
prova le nostre capacità.» «Dovete comprendere», aggiunse Estraysian D'Arie, «che il Consiglio deve trattare con imprese private per soddisfare i vostri bisogni di approvvigionamento». «Quale diplomazia!» esclamò Kruppe. «La questione, cari compagni di battaglia, è questa. Il Consiglio di Darujhistan consiste di vari casati nobili, e praticamente tutti possiedono interessi in attività mercantili. Data come presupposto la realtà potenzialmente sconcertante del fatto che il Consiglio offre ai vostri eserciti vasti prestiti con i quali a vostra volta comprerete rifornimenti dal Consiglio, la particolare natura della ridistribuzione di detta ricchezza è di capitale importanza per specifici membri del Consiglio stesso. Le dispute, le connivenze e i patti segreti... ebbene... si farebbe fatica a immaginare un tale raccapricciante intrico di pesi, misure, reti e trame, osa dire Kruppe! Questi due onorevoli rappresentanti hanno sicuramente ricevuto istruzioni esplicite, perché obbediscano a una matassa di ordini contradditori. I consiglieri sono perciò legati da un nodo che nemmeno gli dei potrebbero sciogliere! Spetta a Kruppe, quindi, umile ma degno cittadino della bella Darujhistan, proporre la soluzione sua e di Padron Baruk.» Coll si sporse in avanti, strofinandosi gli occhi. «Sentiamola, allora, Kruppe.» «È necessario, naturalmente, un amministratore imparziale ed estremamente competente di tali rifornimenti. Che non appartenga al Consiglio e quindi non subisca in alcun grado le pressioni interne che tanto affliggono i suoi onorevoli membri. Che sia esperto, inoltre, di questioni mercantili. Che abbia forti capacità organizzative. Insomma, un ottimo...» Coll batté violentemente il pugno sul tavolo, facendo trasalire tutti i presenti. «Se ti immagini in un ruolo simile», aggredì Kruppe, «tu, mediocre ricettatore per mediocri borseggiatori e ladri di magazzino...». L'uomo piccolo e rotondetto alzò le mani. «Caro amico Coll! La tua offerta mi lusinga! Tuttavia il povero Kruppe è di gran lunga troppo impegnato con i suoi mediocri affari per occuparsi di una simile impresa. No, dopo uno stretto consulto con il suo saggio e leale servo Kruppe, Padron Baruk propone tutt'altro agente...» «Che cos'è questa storia?» sibilò minacciosamente Coll. «Baruk non sa nemmeno che sei qui!» «Un lieve problema di comunicazione, niente di più. Il desiderio dell'alchimista era chiaro a Kruppe, egli assicura a tutti voi! Anche se Kruppe potrebbe, con qualche giustificazione, rivendicare tutto il credito per l'im-
minente proposta, egli deve, ahimè, inchinarsi alla virtù della sincerità e perciò riconoscere il contributo minore - eppure essenziale - di Padron Baruk. Solo ieri egli rifletteva sui particolari talenti dell'agente in questione, e se questo non era un indizio dei suoi desideri, allora cosa, caro Coll, potrebbe essere stato?» «Avanti, parlate», intimò Estraysian D'Arie con voce aspra. «Kruppe lo farà con molto piacere, amico consigliere; e a proposito, come sta vostra figlia, Challice? Ha stretto il nodo matrimoniale con l'eroe della festa? Kruppe è molto spiacente di aver perso quella cerimonia sicuramente sontuosa...» «Che deve ancora svolgersi», sbottò D'Arie. «Sta bene, signore. La mia pazienza si sta assottigliando, Kruppe...» «Ahimè, quello di "sottile" è un concetto che posso solo sognare. Benissimo, l'agente in questione è nient'altri che la nuova impresa mercantile nota come Corporazione Commerciale Trygalle.» Con un largo sorriso, l'uomo si appoggiò allo schienale, intrecciando le dita sopra la pancia. Brood si volse verso Coll. «Un'impresa che non ho mai sentito nominare...» Il consigliere aveva l'aria accigliata. «Come ha detto Kruppe, sono appena arrivati a Darujhistan. Dal sud; da Elingarth, credo. Ce ne siamo serviti solo una volta, per una consegna di fondi a Dujek Un-braccio particolarmente difficile.» Guardò Estraysian D'Arie, che alzò le spalle, poi parlò. «Non hanno fatto alcuna offerta relativa agli appalti per il rifornimento degli eserciti riuniti. Non hanno nemmeno mandato un rappresentante agli incontri; quell'unico impiego menzionato da Coll era un subappalto, credo.» Si girò verso Kruppe con aria torva. «Data la loro evidente mancanza di interesse, perché voi - o Padron Baruk - dovreste credere che questa Corporazione Commerciale Trygalle possa essere indotta non solo a partecipare, ma addirittura ad assumere un ruolo di punta?» Kruppe si versò un altro boccale di birra, sorseggiò, poi schioccò le labbra in segno di apprezzamento. «La Corporazione Commerciale Trygalle non fa offerte, perché ogni altra impresa ne farebbe di molto inferiori, senza nemmeno provarci. In altre parole, non sono a buon mercato; più precisamente, i loro servigi costano generalmente un occhio della testa. Potete star sicuri, però, che faranno esattamente ciò per cui sono stati ingaggiati, per quanto la logistica possa essere... uhm, tormentosa.» «Hai investito denaro nell'impresa, vero, Kruppe?» Coll si era incupito in volto. «Alla faccia dei consigli imparziali; Baruk non ha assolutamente
niente a che vedere con la tua presenza qui. Agisci per conto di questa Corporazione Commerciale Trygalle, no?» «Il conflitto di interessi, assicura Kruppe, è solo una questione di apparenza, amico Coll! In verità, si tratta più precisamente di una convergenza. I bisogni sono evidenti a tutti noi, e lo stesso vale per il modo di soddisfarli! Fortunata coincidenza! Ora, Kruppe desidera assaggiare ancora un po' di questi deliziosi dolcetti Rhivi, mentre voi discutete dei meriti di detta proposta, per raggiungere, senza dubbio, l'opportuna, inevitabile conclusione.» Crone sentiva nell'aria l'odore della magia. E non riesco a identificarla. No, non sono i Tiste Andii, e nemmeno gli spiriti Rhivi risvegliati... Volò in cerchio sopra l'accampamento, sondando con tutti i suoi sensi. Il pomeriggio era scivolato nel crepuscolo, e poi nella sera, mentre l'incontro nella tenda di comando di Caladan Brood si prolungava sempre più. Crone si era stancata ben presto delle interminabili discussioni sugli itinerari delle carovane e su quante tonnellate di questo e quello fossero necessarie ogni settimana per tenere due eserciti in marcia soddisfatti e con la pancia piena. Certo, quella ripugnante creatura di nome Kruppe era abbastanza divertente, così come un ratto obeso che cercasse di attraversare un ponte di corda le avrebbe strappato qualche risata chioccia. Ma una mente ben affinata abitava sotto le affettazioni antipatiche, grottesche; e la sua capacità di conquistarsi una sedia alla testa del tavolo e di disorientare i severi consiglieri di Darujhistan era stata senza alcun dubbio un'esibizione di maestria alquanto piacevole... finché Crone non aveva avvertito i guizzi della magia, da qualche parte nell'accampamento. Là, in quella grande tenda proprio sotto di me... so di cosa si tratta. Il posto in cui i Rhivi preparano i morti Tiste Andii. Ripiegando le ali, scese in una stretta spirale. Atterrò a qualche passo dall'entrata. Il lembo era chiuso, fermamente legato, ma le cinghie di cuoio e i loro nodi erano ostacoli modesti per il becco acuminato di Crone. Nel giro di momenti, saltellava silenziosamente all'interno, non vista sotto il tavolo enorme - un tavolo che riconobbe con un muto chiocciolio - in mezzo a qualche branda ripiegata nel buio. Quattro figure si piegarono sul tavolo sopra di lei, borbottando e bisbigliando. L'eco smorzato dell'acciottolio di carte di legno raggiunse Crone, che inclinò la testa. «Eccola di nuovo», disse una donna dalla voce stridula. «Sei sicuro di
aver mischiato quella maledetta roba, Spin?» «Perché non... ma certo, caporale. Smettila di chiedermelo. Sono quattro volte ormai, e ogni volta il campo è stato disposto in modo diverso. È semplice: Obilisk domina; il dolmen del tempo è il nucleo. Assolutamente chiaro: è attivo, per la prima volta da decenni...» «Potrebbe essere colpa di quell'inclinazione inopportuna», s'intromise un'altra voce. «Tu non hai la mano naturale di Fid, Spin...» «Basta, Hedge», sbottò il caporale. «Spindle ha fatto abbastanza letture per essere affidabile, credetemi.» «Ma se hai appena...» «Chiudi il becco.» «E poi», bofonchiò Spindle, «ve l'ho già detto: la nuova carta ha un'influenza fissa: è il collante che tiene insieme tutto quanto; quando capite questo, tutto acquista un senso». «Il collante, hai detto», ripeté in tono pensoso la quarta e ultima voce, pure appartenente a una donna. «Legato a un nuovo Ascendente, secondo te?» «Non ne ho idea, Blend», sospirò Spindle. «Ho detto un'influenza fissa, ma non ho detto che ne conoscevo il carattere. Non lo so, e non perché non sono abbastanza bravo. È come se non si fosse ancora... svegliata. Una presenza passiva, per il momento. Nient'altro che questo. Quando si sveglierà... be', le cose dovrebbero riscaldarsi per bene, immagino.» «Per cui», riprese il caporale, «qual è la scena che ci sta davanti, mago?». «La stessa di prima. Il Soldato dell'Alta Casa della Morte sta alla destra di Obilisk. Ci sono i Maghi dell'Ombra, e anche questa è una novità; un grande inganno è all'opera, direi. Il Capitano dell'Alta Casa della Luce offre qualche speranza, ma è ombreggiato dall'Araldo di Hood, anche se non direttamente; qui c'è un po' di distanza, credo. Il Sicario dell'Alta Casa dell'Ombra sembra aver acquisito un nuovo volto; ne percepisco delle tracce... è maledettamente familiare.» L'uomo di nome Hedge grugnì. «Dovremmo chiedere l'intervento di Ben lo Svelto...» «Ci sono!» sibilò Spindle. «Il volto del Sicario... è quello di Kalam!» «Bastardo!» ruggì Hedge. «Lo sospettavo... quando lui e Fid se ne sono andati a quel modo... sapete cosa significa questo, no?» «Possiamo intuirlo», rispose il caporale, in tono mesto. «Ma l'altra cosa è chiara, vero, Spin?»
«Sì. Sette Città sta per insorgere; forse l'ha già fatto. Il Vortice... scommetto che Hood sta sorridendo. Sorridendo di gusto.» «Ho delle domande per Ben lo Svelto», borbottò Hedge. «Dovresti anche chiedergli della carta nuova», lo incitò Spindle. «Se non gli dispiace strisciare, fagli dare un'occhiata.» «Sì.» Una carta nuova nel Mazzo dei Draghi? Crone tese la testa all'insù, pensando freneticamente. Le carte nuove significavano guai, specialmente quelle dotate di potere. La Casa dell'Ombra ne era una prova sufficiente... I suoi occhi - uno e poi, mentre allungava ancora la testa, l'altro - misero lentamente a fuoco i dintorni, strappando la mente dalle elucubrazioni astratte, per fissarsi infine sul disotto del tavolo. Dove trovarono un paio di occhi umani, dalla vernice tanto luccicante da sembrare viva, che la scrutavano di rimando. La Mhybe uscì dalla tenda, la mente intorpidita dallo sfinimento. Volpe d'Argento si era addormentata sulla sua sedia, durante una delle divagazioni in cui Kruppe descriveva l'ennesima peculiarità delle Regole Contrattuali della Corporazione Commerciale Trygalle, e la donna aveva deciso di lasciarla dov'era. In realtà, desiderava stare per un po' lontana dalla figlia. Intorno a Volpe d'Argento si stava accumulando una pressione, un bisogno incessante che, momento dopo momento, sottraeva alla Mhybe quantità sempre maggiori del suo spirito vitale. Naturalmente, quel debole tentativo di fuga era privo di senso. La richiesta era senza limiti, e non c'era distanza che potesse cambiare le cose. Il suo allontanamento dalla tenda, dalla presenza della figlia, aveva solo un significato simbolico. Le sue ossa erano un cumulo di dolori incessanti, un andirivieni di fitte che solo il sonno più profondo poteva temporaneamente zittire; il tipo di sonno che aveva cominciato a eluderla. Paran emerse dalla tenda, avvicinandosi. «Vorrei chiedervi una cosa, Mhybe, e poi vi lascerò in pace.» Oh, pover'uomo assalito da forze rovinose. Che risposte vorreste da me? «Che cosa desiderate sapere, capitano?» Paran puntò lo sguardo verso il campo addormentato. «Se qualcuno volesse nascondere un tavolo...» Lei batté le palpebre, poi sorrise. «Li troverete nella Tenda dei Sudari... per il momento è priva di ospiti. Venite, vi ci porterò.»
«Basteranno le indicazioni.» «Camminare allevia i dolori, capitano. Da questa parte.» Imboccò il corridoio fra le prime file di tende. «Avete svegliato Tattersail», osservò dopo qualche attimo. «Sta diventando la personalità dominante di mia figlia, e sono felice di questo sviluppo.» «Ne sono contento, Mhybe.» «Com'era quella donna, capitano?» «Generosa... forse fin troppo. Una maga del quadro altamente rispettata e, in verità, generalmente amata.» Oh, signore, tenete tante cose incatenate dentro di voi, al buio. Il distacco è un difetto, non una virtù; non lo capite? «Dalla vostra prospettiva di Rhivi», continuò lui, «forse avete considerato le forze Malazan su questo continente un mostro spietato, inarrestabile, che divorava città dopo città. Ma non è mai stato così. Scarsamente approvvigionata, spesso in condizioni di inferiorità numerica, persa in territori sconosciuti... l'Armata di Un-braccio veniva fatta a pezzi dai nemici. L'arrivo di Brood, dei Tiste Andii e della Guardia Cremisi arrestò la campagna. Spesso, i maghi del quadro erano l'unica cosa che si interponeva fra l'Armata e il suo annientamento». «Ma avevano i Moranth...» «Sì, ma non erano tanto affidabili come potete pensare. Tuttavia, le loro munizioni alchemiche hanno cambiato la natura del guerreggiare, per non parlare della mobilità dei loro quorl. L'Armata fa ormai grande assegnamento su entrambi.» «Ah, vedo un debole chiarore di lanterna venire dalla Tenda dei Sudari; là, proprio davanti a noi. È corsa voce che non tutto filasse liscio con i Moranth...» Paran le lanciò un'occhiata, poi scrollò le spalle. «Si è verificato uno scisma, provocato da una successione di sconfitte subita dagli Oro, la loro forza di elite. Al momento, abbiamo dalla nostra i Neri, e nessun altro, anche se i Blu continuano a percorrere le rotte marine verso Sette Città.» Sobbalzarono davanti all'apparizione di un Grande Corvo barcollante davanti all'entrata della tenda. Crone vacillò pesantemente e ricadde in avanti, a soli tre passi dal Malazan e dalla Mhybe. Alzò la testa di scatto, fissando un occhio su Paran. «Voi!» sibilò, poi, spiegando le ampie ali, si librò in volo. Battiti poderosi, violenti, la sollevarono nell'aria; un attimo dopo, era sparita. La Mhybe si volse verso il capitano: l'uomo aveva l'espressione acciglia-
ta. «Crone non ha mai dato segno di temervi prima d'ora», mormorò lei. Paran alzò le spalle. Voci riecheggiarono dalla Tenda dei Sudari; un attimo dopo, ne uscì una fila di figure, la prima delle quali reggeva una lanterna munita di coperchio. «Fermi là», ruggì il capitano. La donna con la lanterna trasalì, poi azzardò un saluto con la mano sbagliata. «Signore. Abbiamo appena fatto una scoperta in questa tenda, signore. Abbiamo trovato il tavolo rubato.» «Davvero», rispose Paran, in tono affettato. «Ottimo lavoro, caporale. Tu e i tuoi soldati avete dato prova di ammirevole diligenza.» «Grazie, signore.» Il capitano si avvicinò alla tenda a grandi passi. «È qui dentro, hai detto?» «Sì, signore.» «Be', l'etichetta militare impone di restituirlo subito all'Alto Comandante; non sei d'accordo, Picker?» «Assolutamente, signore.» Paran si fermò a esaminare i soldati. «Hedge, Spindle, Blend. Quattro in tutto. Confido che ce la farete.» Il caporale Picker batté le palpebre. «Signore?» «A portare il tavolo, naturalmente.» «Uhm, posso suggerire di trovare qualcun altro...» «La mia risposta è no. Al mattino partiremo, e voglio che i membri della compagnia siano ben riposati; per cui è meglio non disturbare il loro sonno. Voi quattro non dovreste impiegare più di un'ora, direi, il che vi lascerà qualche momento libero per preparare la vostra attrezzatura. Be', bando agli indugi, caporale, eh?» «Sì, signore.» Picker si volse verso i suoi soldati con aria cupa. «Scaldatevi le mani, abbiamo del lavoro da fare. Spindle, hai qualche problema?» L'uomo fissava Paran a bocca aperta. «Spindle?» «Che idiota», mormorò il mago. «Soldato?» «Come ho fatto a non accorgermene? È lui. Chiaro come la luce del sole!» Picker raggiunse il mago, mollandogli un ceffone. «Piantala, maledizio-
ne!» Spindle la trapassò con lo sguardo, aggrottando le sopracciglia. «Non colpirmi più, o te ne pentirai fino alla fine dei tuoi giorni.» Il caporale tenne duro. «La prossima volta che ti colpirò, soldato, non riuscirai a rialzarti. Un'altra minaccia da parte tua, e sarà l'ultima; mi sono spiegata?» Il mago si scosse, riportando lo sguardo su Paran. «Tutto cambierà», sussurrò. «Non può succedere ancora. Devo pensare. Ben lo Svelto...» «Spindle!» Lui sussultò, poi annuì vigorosamente in direzione del caporale. «Sollevare il tavolo, certo. Mettiamoci all'opera, subito. Hedge, Blend: avanti.» La Mhybe osservò i quattro soldati rientrare nella Tenda dei Sudari, poi si volse verso Paran. «Che storia era quella, capitano?» «Non ne ho idea», rispose lui, in tono pacato. «Per quel tavolo servono più di quattro paia di mani.» «Presumo di sì.» «Eppure non volete fornirle.» Lui le lanciò un'occhiata. «Per Hood, no. Sono stati loro a rubare quella maledetta roba.» Mancava una campana al sorgere del sole. Lasciando Picker e la sua sventurata banda al loro compito, e allontanandosi anche dalla presenza della Mhybe, Paran si diresse all'accampamento degli Arsori di Ponti, situato sul bordo sud-occidentale del campo principale di Brood. Una manciata di soldati che montavano la guardia ai picchetti salutò stancamente il capitano che passava loro davanti. Fu stupito di trovare Whiskeyjack vicino al focolare centrale. Il comandante era impegnato a sellare un alto castrato castano. Paran gli si avvicinò. «La riunione è finita, signore?» chiese. Quello gli lanciò un'occhiata ironica. «Comincio a sospettare che non finirà mai, se Kruppe vuole spuntarla.» «Quella sua idea della Corporazione Commerciale non è stata ben accetta, allora.» «Al contrario, è stata approvata in pieno, anche se costerà veramente al Consiglio un occhio della testa. Ora abbiamo dei garanti, che assicureranno le linee di rifornimento via terra. Proprio ciò che volevamo.» «Allora perché la riunione continua, signore?» «Be', sembra che avremo degli inviati al seguito del nostro esercito.»
«Non Kruppe...» «Esatto: il degno Kruppe. E Coll... sospetto che non veda l'ora di uscire da quelle vesti eleganti, per rimettersi l'armatura.» «Sì, sono d'accordo.» Whiskeyjack strinse il sottopancia un'ultima volta, poi si girò verso Paran. Sembrava sul punto di dire una cosa, poi esitò, e ne scelse un'altra. «I Moranth Neri porteranno voi e gli Arsori di Ponti ai piedi della Catena Barghast.» Il capitano sgranò gli occhi. «È un bel viaggio. E una volta là?» «Una volta là, Trotts diventerà autonomo dal vostro comando. Dovrà prendere contatto con i Barghast Viso Bianco, con qualunque mezzo riterrà opportuno. Voi e la vostra compagnia dovrete fargli da scorta, ma rimanere estranei alle trattative. Abbiamo bisogno dei Clan del Viso Bianco; di tutti quanti.» «E Trotts condurrà le trattative? Che Beru ci protegga.» «È in grado di sorprendervi, capitano.» «Capisco. Dando per scontato che abbia successo, dovremo poi procedere verso sud?» Whiskeyjack annuì. «In soccorso di Capustan, sì.» Il comandante infilò uno stivale nella staffa e, con un sussulto, si issò sulla sella. Raccolse le redini, abbassando gli occhi sul capitano. «Domande?» Paran abbracciò con lo sguardo l'accampamento addormentato, poi scosse la testa. «Vi augurerei la fortuna di Oponn...» «No, grazie, signore.» Whiskeyjack annuì. All'improvviso, il castrato sobbalzò sotto il comandante, scartando di lato con un nitrito di terrore. Il vento investì l'accampamento, strappando le piccole tende dai loro alloggiamenti poco profondi. Voci gridarono allarmate. Alzando lo sguardo, Paran vide una forma vasta, nera, correre verso l'insediamento Tiste Andii. Una debole aura, argentea, guizzante, attorniava la sagoma enorme, severa. Nello stomaco di Paran divampò un dolore intenso ma fortunatamente breve, che lo lasciò tremante. «Per il respiro di Hood», imprecò Whiskeyjack, cercando di calmare il cavallo. Si guardò intorno. «Che cosa è successo?» Non ha potuto vedere quello che ho visto io; non ha il sangue giusto. «È arrivato Anomander Rake, signore. Sta scendendo fra i suoi Tiste Andii.» Paran studiò il caos seguito al risveglio degli Arsori di Ponti, e
sospirò. «Be', è un po' presto, ma prima o poi doveva succedere.» Avanzò a grandi passi, gridando. «Tutti in piedi! Levate il campo! Sergente Antsy, fa' alzare i cuochi, per favore.» «Uhm, sì, signore! Che cosa ci ha svegliato?» «Una raffica di vento. Ora mettetevi in moto.» «Sì, signore!» «Capitano.» Paran si volse verso Whiskeyjack. «Signore?» «Credo che per le prossime campane sarete parecchio occupato. Io torno alla tenda di Brood; volete che vi mandi Volpe d'Argento per un ultimo saluto?» Il capitano esitò, poi scosse la testa. «No, grazie, signore.» La distanza non è più una barriera per noi; abbiamo un legame personale, privato, troppo intenso per essere rivelato a chicchessia. E comunque, la sua presenza nella mia mente è già abbastanza tormentosa. «Addio, comandante.» Whiskeyjack lo fissò ancora per un attimo, poi annuì. Girò il cavallo, spingendolo al trotto con una gomitata. I Tiste Andii si erano raccolti in un muto cerchio intorno alla radura centrale, in attesa dell'arrivo del loro signore. Il drago nero, dalla criniera d'argento, emerse dall'oscurità sopra le loro teste e scese con grazia, simile a un frammento della notte; gli artigli si posarono con uno scricchiolio sommesso sul suolo pietroso della pianura. I contorni della bestia enorme, terribile, cominciarono subito a offuscarsi; un flusso d'aria calda, odorosa di spezie, si sparse su tutti i lati mentre la trasmutazione smagriva le sue sembianze. Un attimo dopo, fra i solchi lasciati dagli artigli anteriori del drago, comparve il Figlio dell'Oscurità, avvolto in un mantello. Scrutava i suoi simili con gli occhi leggermente a mandorla, color bronzo opaco. La Mhybe guardò Korlat andare a incontrare il suo signore. Aveva visto Anomander Rake solo una volta in passato, vicino al confine meridionale della Foresta del Cane Nero; e in lontananza, mentre il Figlio dell'Oscurità parlava con Caladan Brood. Ricordava la Progenie della Luna, che riempiva il cielo sopra la Pianura Rhivi. Rake era stato sul punto di ascendere verso la fortezza galleggiante. Era stato stipulato un patto con i maghi di Pale, e la città stava per essere presa d'assedio dall'Armata di Un-braccio. E anche allora era stato come ora: alto, implacabile, i lunghi capelli d'ar-
gento oscillanti alla brezza, appesa alla schiena una spada che suscitava onde di puro terrore. Una leggera rotazione della testa fu l'unico segno che aveva percepito la presenza di Korlat. Alla loro destra, apparvero Caladan Brood, Kallor, Dujek e gli altri. L'aria vibrava di tensione; la stessa che, ricordava la Mhybe, era stata presente in quell'ultimo incontro, anni prima. Anomander Rake era un Ascendente tanto diverso da Caladan Brood che i due sembravano le opposte estremità del vasto spettro del potere. Rake era un'atmosfera, una presenza intessuta di fili agghiaccianti, una presenza che faceva martellare il cuore e che nessuno poteva ignorare né, tanto meno, eludere. Violenza, antichità, cupo pathos, orrore sinistro: il Figlio dell'Oscurità era un gorgo gelido nella corrente dell'immortalità, e la Mhybe sentì, in un fremito sotto la pelle, ogni singolo spirito Rhivi svegliarsi dallo sgomento. È la spada, ma anche qualcosa di più. Dragnipur nelle mani della giustizia fredda, fredda e inumana. Anomander Rake, l'unico fra noi la cui presenza accenda la paura negli occhi di Kallor... l'unico... a eccezione, sembra, di Volpe d'Argento, mia figlia. Cosa può temere di più Kallor, se non un'alleanza fra il Figlio dell'Oscurità e Volpe d'Argento? Ogni traccia di stanchezza spazzata via da quel pensiero, la Mhybe avanzò. «Anomander Rake!» tuonò la voce di Kallor. «Cerco la chiarezza della vostra visione; cerco la giustizia della vostra spada. Non permettete a nessuno di influenzarvi con il sentimento; e questo vale anche per Korlat, che ora vorrebbe bisbigliarvi urgentemente all'orecchio!» Il Figlio dell'Oscurità, con un solo sopracciglio alzato, si volse lentamente a guardare l'Alto Re. «Cos'altro, Kallor», ribatté a voce bassa, tranquilla, «tiene lontana la mia spada dal tuo cuore nero... se non il sentimento?». Mentre la luce dell'alba penetrava infine nel cielo, il viso magro, segnato dalle intemperie, dell'antico guerriero assunse una sfumatura più pallida. «Parlo di una bambina», proseguì egli, con enfasi. «Sicuramente avvertite il suo potere, il fiore più putrido...» «Potere? In questo luogo abbonda, Kallor. Questo accampamento è diventato una calamita. Avete ragione a temere.» Rake spostò lo sguardo sulla Mhybe, che si trovava a pochi passi da lui. La donna si fermò. L'attenzione di Rake era una pressione violenta, una poderosa minaccia che bastò a farla ansimare sommessamente, le membra in preda a una debolezza improvvisa.
«Le forze della natura, madre», esordì lui, «sono indifferenti alla giustizia. Non sei d'accordo?». Rispondere le costò fatica. «Sì, Signore della Progenie della Luna.» «Per cui spetta a noi esseri dotati di consapevolezza, per quanto indegni, imporre la barriera morale.» Gli occhi di lei lampeggiarono. «Davvero?» «Lei ha generato quell'obbrobrio, Rake», intervenne Kallor, puntando verso di loro. Guardò la Mhybe con il volto distorto dalla rabbia. «La sua visione è corrotta. Comprensibilmente, certo, ma nemmeno questa è una giustificazione.» «Kallor», mormorò il Figlio dell'Oscurità, lo sguardo ancora sulla Mhybe, «ti stai avvicinando a tuo rischio e pericolo». L'Alto Re si fermò. «A quanto pare», proseguì Rake, «il mio arrivo è stato atteso, con il desiderio collettivo di farmi definire una situazione chiaramente complessa...». «Le apparenze ingannano», replicò Caladan Brood dalla sua posizione fuori dalla tenda di comando; e la Mhybe vide ora che Volpe d'Argento era a fianco dell'Alto Comandante. «Prendete la decisione che volete, Rake, ma non tollererò che Dragnipur venga sfoderata nel mio accampamento.» Cadde il silenzio, il più esplosivo che la donna Rhivi avesse mai sentito. Per l'Abisso, la faccenda potrebbe precipitare... Lanciò un'occhiata ai Malazan. Dujek aveva fatto scendere sul viso la maschera inespressiva del soldato, ma il portamento rigido rivelava la sua inquietudine. L'alfiere Artanthos stava un passo dietro a Un-braccio, leggermente alla sua destra; un mantello impermeabile da soldato di marina l'avvolgeva, nascondendogli le mani. Gli occhi del giovane scintillavano. È potere quello che emana da lui? No, mi sbaglio... ora non vedo più niente... Anomander Rake si girò lentamente verso l'Alto Comandante. «Vedo che le alleanze sono già state decise», osservò tranquillamente. «Korlat?» «Sto dalla parte di Caladan Brood, signore.» Rake fissò Kallor. «A quanto pare, sei rimasto solo.» «È sempre stato così.» Oh, che risposta intelligente! Per un attimo, il volto di Anomander Rake si tese. «Quella posizione non mi è sconosciuta, Alto Re.» Kallor si limitò ad annuire. Risuonò un picchiettio di zoccoli, e i Tiste Andii che componevano il la-
to sud-orientale dell'anello si divisero. Whiskeyjack entrò nella radura; portò il cavallo al passo, poi lo arrestò del tutto. Non era chiaro quanto il comandante avesse sentito, ma egli agì comunque. Scendendo di sella, puntò verso Volpe d'Argento, fermandosi proprio davanti a lei. La sua spada uscì scorrevolmente dal fodero. Whiskeyjack si girò verso Rake, Kallor e gli altri che stavano al centro della radura e piantò la spada nel terreno avanti a sé. Caladan Brood si portò a fianco del Malazan. «Per via delle possibili conseguenze, Whiskeyjack, sarebbe meglio che voi...» «Io rimango qui», ruggì il comandante. La magia sgorgò da Anomander Rake, percorse la radura in un'onda lenta, color grigio granuloso, attraversò facilmente Whiskeyjack e inghiottì Volpe d'Argento in un abbraccio opaco, turbinoso. Con un grido, la Mhybe si lanciò in avanti, ma Korlat chiuse la mano sul suo braccio. «Non temere», le disse, «cerca solo di capirla... di capire chi è...». La magia si logorò all'improvviso, disperdendosi tutt'intorno in frammenti sfilacciati. La Mhybe cacciò un sibilo. Conosceva abbastanza bene la figlia da vedere, non appena riapparve, che era furibonda. Il potere si levò intorno a lei in corde tese, che si riunirono, intrecciandosi. Oh, spiriti della terra, vedo sia Nightchill sia Tattersail... una rabbia condivisa. E, per Hood, c'è un'altra presenza! Una volontà imperturbabile, una coscienza lenta ad arrabbiarsi... così simile a Brood... chi? Si tratta... oh!... si tratta di Bellurdan? Per gli dei! Fra pochi attimi ci faremo reciprocamente a pezzi... «Bene, prima d'ora nessuno mi aveva mai schiaffeggiato la mano in questo modo», riprese Rake, in tono strascicato. «Impressionante, anche se pericolosamente insolente. Cos'è che la bambina non vuole che scopra?» Spinse un braccio oltre la spalla sinistra, per afferrare l'elsa, avvolta nel cuoio, di Dragnipur. Borbottando un'imprecazione feroce, Brood sciolse il martello dai suoi legacci. Whiskeyjack alzò la spada. Per gli dei, no, è tutto sbagliato... «Rake», chiamò Kallor con voce aspra, «mi volete alla vostra sinistra o alla vostra destra?». Lo schiocco dei pali delle tende fece trasalire tutti quanti. Uno strillo sonoro proveniente dalla tenda di comando fu seguito da una sagoma rozza,
massiccia, che esplose fuori dall'entrata. Roteando freneticamente nell'aria, l'enorme tavolo di legno che la Mhybe aveva visto per l'ultima volta emergere dalla Tenda dei Sudari si levò sulla radura; da una gamba penzolava Kruppe, circondato da una pioggia di dolcetti. Strillò di nuovo, scalciando l'aria con le pantofole. «Ah! Aiuto! Kruppe odia volare!» Mentre gli Arsori di Ponti finivano di raccogliere l'attrezzatura, e le sentinelle piazzate a est gridavano la notizia che i Moranth Neri erano stati avvistati e si avvicinavano sui loro quorl alati, il capitano Paran, tormentato da un'inquietudine crescente, avanzò fra i soldati riuniti. Seduta da parte, esausta, Picker lo guardava con un'espressione che era un misto di ammirazione e di sgomento; fu l'unica a vederlo fare un altro passo, e poi semplicemente svanire. Il caporale balzò in piedi. «Oh, per le palle di Hood! Spindle! Va' a chiamare Ben lo Svelto!» A poca distanza, il mago dal cilicio puzzolente alzò gli occhi. «Perché?» «Qualcuno ha appena rapito Paran... trova Ben lo Svelto, maledizione!» La scena dei soldati indaffarati svanì davanti agli occhi del capitano e, al di là di un velo nebuloso che rapidamente si aprì, Paran si ritrovò davanti a Kallor e Anomander Rake, entrambi con le armi in mano. Dietro di loro c'erano la Mhybe e Korlat, con alle spalle un anello di vigili Tiste Andii. Innumerevoli occhi si fissarono su di lui, guizzarono sopra la sua spalla destra, e ridiscesero. Nessuno si mosse, e Paran capì di non essere il solo a essere sconvolto. «Aiuto!» A quel grido lamentoso, il capitano si girò e alzò lo sguardo. Un enorme tavolo di legno volteggiava silenziosamente nell'aria, con appesa la forma rotonda, avvolta nella seta, di Kruppe. Nella parte inferiore del tavolo, dipinta a colori vivaci, ora scintillanti, c'era l'immagine di un uomo. Poiché entrava e usciva dal campo visivo di Paran, egli impiegò qualche attimo a riconoscere il volto. Quello sono io... Il dolore lo assalì, in un'onda nera che lo sommerse completamente. La Mhybe vide il giovane capitano accasciarsi e cadere in ginocchio, come ripiegandosi intorno a un tormento schiacciante. Portò l'attenzione sulla figlia, in tempo per vedere quelle trecce di potere serpeggiare all'esterno, scivolare intorno e oltre le sagome immobili di
Brood e di Whiskeyjack, per poi salire a toccare il tavolo. Le quattro gambe si ruppero. Con un grido, Kruppe precipitò, atterrando in un turbinio di membra e di sete in mezzo a una folla di Tiste Andii. Seguirono urla e grugniti di dolore e di stupore. Il tavolo si fermò: la parte inferiore era rivolta verso Rake e Kallor, e l'immagine di Paran brillava di magia. Pennacchi fatati scesero a ricoprire il capitano curvo, inginocchiato, di catene d'argento lucente. «Be'», cominciò una voce leggermente affannata, accanto alla Mhybe, «è la carta del Mazzo più grande che abbia mai visto». La donna distolse lo sguardo dalla scena e fissò con gli occhi sgranati il mago flessuoso, dalla pelle scura, che le stava al fianco. «Ben lo Svelto...» L'Arsore di Ponti avanzò, alzando le mani. «Vi prego di scusare la mia interruzione! Per quanto sembri che molti di voi, qui, desiderino uno scontro, mi permetto di far notare l'assenza di... uhm, saggezza... nell'invitare la violenza in questo luogo e in questo momento, quando è chiaro che il significato di tutto ciò che sta accadendo è ancora da determinare. Il rischio di un'azione precipitosa... be', confido che capiate cosa intendo.» Anomander Rake scrutò il mago per un attimo, poi, con un debole sorriso, rinfoderò la spada. «Parole circospette, ma sagge. Posso chiedere chi siete, signore?» «Solo un soldato, Figlio dell'Oscurità, venuto a riprendere il suo capitano.» In quel momento, Kruppe emerse dalla folla borbottante e, molto probabilmente ammaccata, che aveva attutito la sua caduta. Ripulendo le sete dalla polvere, avanzò, apparentemente ignaro di tutto, per fermarsi proprio fra Paran e Anomander Rake. A quel punto, alzò lo sguardo, battendo le palpebre. «Che conclusione incresciosa allo spuntino postcolazione di Kruppe! La riunione è stata aggiornata?» Il capitano Paran era inconsapevole del potere che si riversava dentro di lui. Nella sua mente, egli cadeva, cadeva. Colpì mattonelle dure, rozze; il tintinnio dell'armatura riecheggiò all'intorno. Il dolore era sparito. Ansimante, scosso da un tremito incontrollabile, alzò la testa. Nel fioco riflesso di lanterne, si vide sdraiato scompostamente in un corridoio stretto, dal soffitto basso. Una massiccia doppia porta divideva la parete alla sua destra, stranamente scabra; alla sua sinistra, davanti alla porta, c'era un'ampia entrata, le pareti a fianco della quale erano inframmezzate da nicchie. Su tutti i lati, la pietra appariva grezza, non levigata,
simile alla corteccia di alberi. All'estremità più lontana del corridoio, a circa otto passi di distanza, spiccava una porta, ancora più pesante, in lastre di bronzo annerite e bucherellate; sulla soglia interna, stavano due cumuli informi. Che cosa? Dove? Paran si tirò in piedi, appoggiandosi a una parete. Il suo sguardo corse ancora alle forme ai piedi della porta di bronzo. Si avvicinò barcollando. Accanto vi era un uomo, avvolto negli indumenti attillati dei sicari, il volto allungato, ben rasato e atteggiato a un'espressione pacifica, le lunghe trecce nere ancora brillanti d'olio. Al suo fianco, giaceva una balestra di foggia antiquata. Al suo fianco, una donna, dal mantello teso e distorto, come se l'uomo l'avesse trascinata oltre la soglia. Sulla testa aveva una brutta ferita, luccicante d'umori, che, a giudicare dalle macchie di sangue sulle mattonelle, non doveva essere l'unica sul suo corpo. Sono entrambi Daru... un momento, ho già visto quest'uomo. Alla Festa di Lady Simtal... e la donna! E la Signora della Corporazione... Rallick Nom e Vorcan, tutti e due scomparsi la notte di quella malaugurata festa. Sono a Darujhistan, allora. Per forza. Gli tornarono in mente le parole di Volpe d'Argento, che ora riecheggiavano di verità. Aggrottò le sopracciglia. Il tavolo... la carta, con la mia immagine dipinta sopra. Jen'isand Rul, l'Indipendente appena giunto nel Mazzo dei Draghi... con poteri sconosciuti. Ho camminato dentro una spada. Ora, a quanto pare, posso camminare... ovunque. E questo luogo, questo luogo... Sono nella Casa Finnest. Per gli dei, sono in una Casa degli Azath! Udì un rumore di passi strascicati avvicinarsi alla doppia porta; si girò lentamente, allungando la mano verso la spada appesa al cinturone. Le ante di legno si spalancarono. Con un sibilo, Paran arretrò di un passo, sfoderando la spada. Lo Jaghut che gli stava davanti era quasi privo di carne. Le costole spezzate sporgevano dal petto, pelle e muscoli sfilacciati pendevano dalle braccia in brandelli raccapriccianti. Scoprì le zanne, contorcendo il volto ossuto, devastato. «Benvenuto», borbottò. «Io sono Raest. Guardiano, prigioniero, dannato. L'Azath ti saluta, per quanto può farlo la pietra che trasuda. Vedo che, a differenza dei due che dormono oltre la soglia, tu non hai bisogno di porte. Così sia.» Si avvicinò barcollando, poi inclinò la testa. «Ah, non sei qui in verità. Solo in spirito.»
«Se lo dici tu.» La mente di Paran tornò a quell'ultima notte della festa, al fuggi fuggi nel giardino della proprietà. Ricordò incantesimi, esplosioni, il suo viaggio inaspettato nel Regno dell'Ombra, Cotillion e i Segugi. Un viaggio come questo... Scrutò lo Jaghut in piedi davanti a lui. Che Hood mi prenda, costui è il Tiranno Jaghut, quello liberato da Lorn e dal T'lan Imass; o meglio, ciò che ne resta. «Perché sono qui?» Il sorriso dell'altro si allargò. «Seguimi.» Raest girò a destra; i piedi nudi grattavano il suolo come se le ossa sotto la pelle fossero tutte rotte. Dopo sette passi, il corridoio finiva in una porta sulla sinistra e un'altra proprio di fronte. Lo Jaghut aprì quella sulla sinistra, rivelando una stanza circolare, che circondava una scala a chiocciola in legno, fatta di radici strettamente intrecciate. Non c'era luce, ma Paran scoprì di vederci abbastanza bene. Cominciarono a scendere; i gradini sotto di loro somigliavano a rami appiattiti sporgenti dal tronco centrale. L'aria si scaldò, diventò umida e odorosa di humus. «Raest», esordì Paran, mentre proseguivano la discesa, «il sicario e la Signora della Corporazione... hai detto che dormivano; da quanto tempo giacciono lì?». «Non conto i giorni dentro alla Casa, mortale. L'Azath mi ha preso. Da quel momento, alcuni estranei hanno cercato di entrare, hanno usato incantesimi esplorativi, hanno perfino attraversato il cortile, ma la Casa li ha respinti tutti. I due oltre la soglia erano lì quando mi sono svegliato, e non si sono mossi da allora. Evidentemente, la Casa ha già scelto.» Come la Dimora Fantasma scelse Kellanved e Dancer. «Benissimo, ma non puoi svegliarli?» «Non ci ho nemmeno provato.» «Perché no?» Lo Jaghut si fermò, girandosi a lanciare un'occhiata al capitano. «Non ce n'è stato bisogno.» «Anche loro sono guardiani?» chiese Paran, mentre riprendevano il cammino. «Non direttamente. Io sono sufficiente, mortale. Servi inconsapevoli, forse. Servi tuoi.» «Miei? Io non ho bisogno di servi; non ne voglio. Inoltre, non mi interessa cosa l'Azath si aspetta da me. La Casa ha riposto erroneamente la sua fiducia, Raest, e glielo puoi dire da parte mia. Dille di trovare un altro... un altro che ricopra il mio ruolo, qualunque esso sia.»
«Tu sei il Signore del Mazzo. Queste cose non si possono annullare.» «Il cosa? Per il respiro di Hood, l'Azath deve trovare il modo di annullare quella scelta, Jaghut», ruggì Paran. «Non può essere annullata, come ti ho già detto. C'è bisogno di un padrone; per questo sei qui.» «Non voglio farlo!» «Piango un fiume di lacrime per la tua disgraziata condizione, mortale. Ah, eccoci arrivati.» Si trovavano su un pianerottolo. Paran stimò che fossero scesi di sei, forse sette livelli nelle viscere della terra. Le pareti di pietra erano scomparse, lasciando solo il buio; il terreno sotto di loro era un intrico di radici serpeggianti. «Non posso procedere oltre, Signore del Mazzo», annunciò Raest. «Entra nell'oscurità.» «E se rifiuto?» «Allora ti ucciderò.» «È un bastardo spietato, quest'Azath», borbottò Paran. «Ti ucciderò, non per l'Azath, ma per la fatica sprecata di questo viaggio. Non hai senso dell'umorismo, mortale.» «E tu credi di averne?» ribatté il capitano. «Se ti rifiuti di andare oltre, allora... niente. A parte la mia irritazione. L'Azath è paziente. Compirai il viaggio alla fine, anche se il privilegio della mia scorta capiterà solo una volta, e quella volta è adesso.» «Vuoi dire che la prossima volta non avrò la tua allegra compagnia? E come me la caverò?» «Malamente, se ci fosse giustizia a questo mondo.» Paran si volse verso l'oscurità. «E c'è?» «Lo chiedi a uno Jaghut? Ora, dobbiamo restare qui per sempre?» «Va bene, va bene», sospirò il capitano. «Vado in una direzione qualunque?» Raest scosse le spalle. «Per me sono tutte uguali.» Sogghignando suo malgrado, Paran fece un passo avanti. Poi si fermò, girandosi a metà. «Raest, hai detto che l'Azath ha bisogno di un Signore del Mazzo. Perché? Cos'è successo?» Lo Jaghut scoprì le zanne. «È cominciata una guerra.» Paran respinse un brivido improvviso. «Una guerra? Riguardante le Case degli Azath?» «Nessun'entità verrà risparmiata, mortale. Né le Case, né gli dei. Né tu,
umano, né uno solo dei tuoi insignificanti, effimeri compagni.» Paran fece una smorfia. «Ho già abbastanza guerre cui badare, Raest.» «Sono tutte un'unica cosa.» «Non voglio pensare a questa faccenda.» «Allora non farlo.» Dopo un attimo, Paran capì che la sua aria di sfida era sprecata, con lo Jaghut. Si girò di scatto, riprendendo il viaggio. Al terzo passo, il suo stivale colpì una mattonella anziché una radice, e l'oscurità intorno a lui si dissolse, rivelando, in una luce gialla debole, soffusa, un'ampia sala. I bordi, visibili a un centinaio di passi o più in ogni direzione, sembravano sfumare nel buio. Di Raest e della scala di legno non c'era più traccia. L'attenzione di Paran fu attratta dalle mattonelle del pavimento. Incise sulle superfici sbiancate c'erano le carte del Mazzo dei Draghi. No, più del semplice Mazzo dei Draghi: qui ci sono carte che non riconosco. Case Perdute, e innumerevoli Indipendenti dimenticati. Case e... Facendo un passo avanti, il capitano si accovacciò a studiare un'immagine. Mentre vi concentrava l'attenzione, sentì il mondo all'intorno sbiadire, e se stesso entrare nella scena scolpita. Un vento gelido gli batté sul viso; l'aria odorava di fango e di pelo bagnato. Sentiva la terra sotto gli stivali, fredda e cedevole. Da qualche parte, in lontananza, stridevano corvi. La strana capanna che aveva visto nell'incisione ora si ergeva davanti a lui, gibbosa e allungata; le enormi ossa e le lunghe zanne che ne costituivano l'intelaiatura erano visibili nelle fessure fra le pellicce spesse, color terra d'ombra, di cui era ricoperta. Case... e Fortezze, i primi tentativi di costruzione. Un tempo, persone abitavano in strutture simili; era come vivere dentro la cassa toracica di un drago. Per gli dei, quelle zanne sono enormi; la bestia da cui vengono, quale che fosse, doveva essere imponente... A quanto pare, posso viaggiare a mio piacimento. Dentro ogni carta, di ogni Mazzo mai esistito. In mezzo all'onda di stupore e di eccitazione, Paran avvertì una sotterranea corrente di terrore. Il Mazzo comprendeva una moltitudine di luoghi sgradevoli. E questo? Davanti alla capanna, braci ardevano in un piccolo focolare rivestito di pietra. Avvolta nel fumo c'era una rastrelliera fatta di rami, da cui pendevano strisce di carne. La radura, vide ora il capitano, era circondata da teschi rovinati dalle intemperie, certo appartenenti alle bestie le cui ossa formavano l'impalcatura della capanna stessa. I teschi erano rivolti verso
l'interno e, dai lunghi molari ingialliti dentro le mascelle, era chiaro che gli animali erano stati erbivori, non carnivori. Paran si avvicinò alla capanna. Alla cornice d'avorio della porta d'ingresso erano appesi i teschi di carnivori, che lo costrinsero a chinarsi mentre entrava. Abbandonata in tutta fretta, si direbbe. Come se gli abitanti se ne fossero andati solo pochi attimi fa... In fondo alla capanna, si ergevano due troni gemelli, tozzi e robusti, costituiti interamente di ossa, su un palco rialzato di teschi umani dipinti d'ocra. Be', quasi umani. Più T'lan Imass, a dire il vero... Un'illuminazione lo colpì. Conosceva il nome di quel posto, lo conosceva nel profondo dell'animo. La Fortezza delle Bestie... precedente di molto il Primo Trono... quello era il cuore del potere dei T'lan Imass, il loro mondo spirituale, quando erano ancora in carne e ossa, quando ancora possedevano spiriti da riverire e venerare. Molto prima che iniziassero il Rituale di Tellann... sopravvivendo così al loro pantheon... Quello era un reame abbandonato, ormai precluso ai suoi costruttori. Che cos'è, allora, il canale Tellann che i T'lan Imass usano adesso? Ah, quel canale deve essere nato dal Rituale stesso, una manifestazione fisica del loro Voto di Immortalità, forse. Sotto l'influsso non della vita, e nemmeno della morte; sotto l'influsso... della polvere. Rimase immobile per qualche tempo, sforzandosi di comprendere gli strati di tragedia apparentemente insondabili che costituivano il fardello dei T'lan Imass. Oh, perdinci, sono sopravvissuti ai loro stessi dei. Vivono in un mondo di polvere; un'accozzaglia di ricordi, un'esistenza eterna... senza fine. Il dolore l'invase in un'onda possente, straziante. Che Beru ci protegga... così soli, ora. Così soli da tanto tempo... eppure adesso si radunano, vengono dalla bambina in cerca di benedizione... e di qualcos'altro... Paran fece un passo indietro, e si ritrovò di nuovo sulle mattonelle. A fatica, strappò gli occhi dalla Fortezza delle Bestie - ma perché c'erano due troni e non uno soltanto? - come ora sapeva che si chiamava la carta. Un'altra pietra incisa, una dozzina di passi alla sua sinistra, attirò la sua attenzione. Un chiarore cremisi pulsava nell'aria al di sopra. La raggiunse, abbassando lo sguardo. L'immagine di una donna addormentata, vista dall'alto, dominava la mattonella. La sua carne sembrava turbinare incessantemente. Paran si mise lentamente in posizione accovacciata, stringendo gli occhi. La pelle di lei
sembrava senza fondo, e rivelava sempre più dettagli man mano che il capitano avvicinava lo sguardo. Pelle, eppure non pelle. Foreste, distese di roccia, il letto ribollente degli oceani, spaccature nella carne del mondo... è Burn! E la Dea Dormiente. Poi vide la pecca, una vescica scura, in suppurazione. Ma, nonostante le ondate di nausea che l'attraversavano, non riusciva a distogliere lo sguardo. Lì, nel cuore della ferita, c'era una figura inginocchiata, ingobbita, spezzata. Incatenata. Incatenata alla carne di Burn. Dalla figura, lungo le catene, veleno scorreva dentro la Dea Dormiente. Lei sentiva la malattia venire, affondare gli artigli in lei. La sentiva... e sceglieva di dormire. Meno di duemila anni prima, aveva scelto di dormire. Aveva cercato di sfuggire alla prigione della sua stessa carne, per combattere con colui che quella carne stava uccidendo. Lei - oh, dei del cielo e dell'Abisso - aveva fatto di se stessa un'arma! L'intero suo spirito, con tutto il suo potere, era andato in un unico pezzo forgiato... un martello, un martello capace di rompere... rompere tutto. E poi Burn aveva trovato un uomo capace di maneggiarlo... Caladan Brood. Ma rompere le catene significava liberare il Dio Storpio. E un Dio Storpio privo di catene significava lo scatenamento della vendetta, una vendetta sufficiente a spazzare via ogni forma di vita dalla faccia di questo mondo. E tuttavia, a Burn, alla Dea Dormiente, questo non importava: avrebbe semplicemente ricominciato da capo. Ora Paran capiva, capiva la verità: è lui a rifiutare! Quel bastardo rifiuta! Per evitare lo scatenamento della letale volontà del Dio Storpio, che ci distruggerebbe tutti, Caladan Brood rifiuta di accontentarla! Ansimando, Paran si allontanò dalla scena. Tirandosi in piedi, fece un passo indietro... e si ritrovò di nuovo al fianco di Raest. Le zanne dello Jaghut scintillavano. «Hai trovato che la conoscenza è un dono, oppure una disgrazia?» Una domanda troppo preveggente... «Entrambe le cose, Raest.» «E quale scegli di abbracciare?» «Non so cosa vuoi dire.» «Stai piangendo, mortale. Di gioia o di dolore?» Con una smorfia, Paran si asciugò il viso. «Voglio andarmene, Raest», replicò con voce roca. «Voglio tornare indietro...» Battendo le palpebre, aprì gli occhi, e si ritrovò in ginocchio, a poca di-
stanza dal Figlio dell'Oscurità, che lo guardava perplesso. Paran intuì che dal suo arrivo improvviso erano passati solo pochi momenti ma, nel frattempo, parte della tensione che aveva avvertito all'inizio si era allentata. Una mano si posò sulla sua spalla; alzando lo sguardo, vide Volpe d'Argento in piedi al suo fianco. La Mhybe indugiava dietro di lei. A poca distanza, il Daru, Kruppe, si aggiustava con cura gli abiti di seta e canterellava sommessamente a bocca chiusa, mentre Ben lo Svelto si avvicinava al capitano, pur tenendo lo sguardo fisso sul Cavaliere dell'Oscurità. Paran chiuse gli occhi. Aveva la mente in tumulto. Si sentiva senza più radici, a causa di tutto ciò che aveva scoperto... a cominciare da ciò che mi riguarda. Signore del Mazzo. L'ultima recluta di una guerra di cui non so nulla. E ora... questo. «In nome di Hood», ruggì, «che cosa succede qui?». «Ho usato il potere», rispose Volpe d'Argento; i suoi occhi avevano una luce selvaggia. Il capitano tirò un respiro profondo. Il potere; oh sì, comincio a conoscere quella sensazione. Jen'isand Rul. Abbiamo cominciato i nostri rispettivi viaggi, eppure tu e io, Volpe d'Argento, siamo destinati ad arrivare alla stessa meta. Il Secondo Raduno. Chi, mi chiedo, ascenderà a quei due troni antichi, da tempo dimenticati? Dove, bambina diletta, guiderai i T'lan Imass? Anomander Rake parlò. «Non avevo previsto una riunione così... tesa, Caladan.» Girando di scatto la testa, Paran trovò Caladan Brood. E il martello stretto con tanta disinvoltura fra le braccia massicce. Ora ti conosco, Alto Comandante. Ma non rivelerò i tuoi oscuri segreti... a che pro? La decisione è tua e tua soltanto. Uccidere noi tutti, o la dea che servi. Brood, non ti invidio la sventura del privilegio di scelta; proprio no, povero bastardo. E poi, qual è il prezzo di un voto infranto? «Le mie scuse a tutti i presenti», continuò il Figlio dell'Oscurità. «Come quest'uomo», Rake indicò Ben lo Svelto con un gesto, «ci ha fatto saggiamente notare, agire adesso - sapendo così poco della natura dei poteri qui manifestati - sarebbe veramente precipitoso». «Potrebbe già essere troppo tardi», ribatté Kallor, gli occhi antichi, inespressivi, fissi su Volpe d'Argento. «La magia della bambina era Tellann, ed è molto tempo che non viene risvegliata così completamente. Ora siamo tutti in pericolo. Uno sforzo congiunto, immediato, potrebbe riuscire ad abbattere questa creatura; forse non avremo più un'opportunità simile.» «E se dovessimo fallire, Kallor?» domandò Anomander Rake. «Che ne-
mico ci saremo fatti? Per ora, la bambina ha agito per difendersi, niente di più. Non è un atteggiamento ostile, vero? Rischi troppo in un colpo solo, Alto Re.» «E per finire», tuonò Caladan Brood, rimettendo il terribile, micidiale martello nella sua imbracatura, «ci sono questioni di strategia». La sua voce era tinta di rabbia, come se fosse furibondo di dover esprimere ciò che per lui era stato ovvio fin dall'inizio. «La neutralità rimane la linea di condotta più opportuna, finché non si rivelerà la natura del potere di Volpe d'Argento. Abbiamo già abbastanza nemici. Ora, basta melodrammi, per favore. Benvenuto fra noi, Rake. Sicuramente avrete informazioni da darci riguardo alla situazione della Progenie della Luna, oltre ad altri particolari degni di nota.» Si volse verso Paran, con irritazione improvvisa. «Capitano, non potete fare qualcosa riguardo a quel maledetto tavolo volante?» Trasalendo, Paran alzò gli occhi verso l'oggetto incriminato. «Be', sul momento non mi viene in mente niente, Alto Comandante», riuscì a balbettare. «Non sono un mago!» Con un grugnito, Brood si girò dall'altra parte. «Non importa. Lo considereremo un ornamento di pessimo gusto.» Ben lo Svelto si schiarì la gola. «Forse, con un po' di tempo, potrei trovare una soluzione, Alto Comandante.» Caladan lanciò un'occhiata a Dujek, che fece un sogghigno e autorizzò Ben lo Svelto ad agire con un cenno del capo. «Non un semplice soldato, a quanto vedo», osservò Anomander Rake. Il mago di Sette Città scrollò le spalle. «Apprezzo le sfide, signore. Non garantisco che avrò successo, intendiamoci... no, niente indagini sul mio conto, Figlio dell'Oscurità. Tengo alla mia sfera privata.» «Come volete», rispose Rake, girandosi dall'altra parte. «Nessun altro ha fame?» Tutti gli occhi si volsero verso Kruppe. Mentre l'attenzione generale era rivolta altrove, la Mhybe si allontanò pian piano dalla radura, arretrando fra due file di tende Tiste Andii strette l'una all'altra, poi si girò e cercò di correre. Ossa e muscoli protestarono; ma le vene che ardevano di terrore e di panico la spinsero a continuare. Avanzò zoppicando, mezza accecata dalle lacrime, il respiro affannoso, gli ansiti rochi inframmezzati da gemiti sommessi. Oh... spiriti diletti... guardatemi. Mostratemi pietà, ve ne supplico. Guardatemi inciampare e barcollare... guardatemi! Abbiate compassione di me, spiriti della terra!
Lo esigo! Prendete la mia anima, antenati crudeli, ve ne prego! Le fasce di rame che portava ai polsi e alle caviglie - deboli difese tribali contro il dolore alle ossa - le sembravano fredde come il ghiaccio contro la pelle avvizzita, fredde come il tocco di uno stupratore, indifferente alla sua fragilità, sprezzante verso il suo cuore greve. Gli spiriti Rhivi non l'ascoltarono; risero beffardamente di lei. La vecchia gridò, vacillò, cadde violentemente in ginocchio. L'urto le fece sprizzare tutta l'aria dai polmoni. Contorcendosi, si afflosciò a terra, e rimase sola, infradiciata, in un vicolo di terriccio fangoso. «"La carne"», mormorò una voce sopra di lei, «"che è la vita dentro". Queste, amica amatissima, sono le parole della nascita, pronunciate in tante forme, in innumerevoli lingue. Sono gioia e dolore, perdita e sacrificio; danno voce ai legami della maternità... di più: sono i legami della vita stessa». I capelli grigi scarmigliati, la Mhybe alzò la testa. Crone sedeva in cima alla traversa di una tenda, le ali ripiegate, gli occhi lucidi di lacrime. «Non sono immune al dolore, come vedi, mia cara... non dire a nessuno che mi hai visto così indebolita dall'affetto. Come posso consolarti?» Scuotendo la testa, la Mhybe rispose con voce roca: «Non puoi». «Lei è più degli altri; più delle donne Tattersail e Nightchill, più dei T'lan Imass...» «Mi vedi, Crone? Mi vedi veramente?» La Mhybe si tirò carponi, poi si mise a sedere, guardando il Grande Corvo con aria torva. «Non sono altro che ossa e pelle incartapecorita, non sono altro che una serie infinita di dolori. Fragile, prosciugata... per gli spiriti della terra, ogni momento della mia vita, di questa terribile esistenza, mi avvicina sempre di più a... a...» chinò la testa, «all'odio», terminò in un sospiro strozzato. Fu scossa da un singhiozzo. «E così vorresti morire ora», disse Crone. «Sì, capisco. Una madre non deve essere spinta a odiare la figlia che ha partorito... ma tu chiedi troppo a te stessa.» «Lei mi ha rubato la vita!» gridò la Mhybe; le mani nodose si strinsero in pugni da cui tutto il sangue si ritrasse. La donna Rhivi fissò quei pugni, gli occhi sgranati come se vedessero le mani di una sconosciuta, morte e scheletriche, lì, in fondo alle sue braccia sottili. «Oh, Crone», riprese, in un lamento sommesso, «mi ha rubato la vita...». Il Grande Corvo aprì le ali, si piegò in avanti, poi si lasciò cadere in una
morbida curva, atterrando con un tonfo davanti alla Mhybe. «Devi parlare con lei.» «Non posso!» «Deve capire...» «Lei sa, Crone, sa. Cosa vorresti che facessi... che chiedessi a mia figlia di smettere di crescere? Questo fiume scorre incessante, incessante...» «I fiumi si possono arginare. I fiumi si possono... deviare.» «Non questo, Crone.» «Non accetto le tue parole, mia diletta. E troverò una soluzione. Lo giuro.» «Non ci sono soluzioni... non sprecare il tuo tempo, amica mia. La mia gioventù è andata, e non può essermi restituita, né dall'alchimia né dalla magia. Il Tellann è un canale inespugnabile, Crone; le sue richieste non possono essere annullate. E se anche dovessi in qualche modo riuscire ad arrestare questo flusso... vorresti che restassi una vecchia per decenni ancora? Anno dopo anno, intrappolata in questa gabbia? Altro che misericordia: sarebbe una maledizione eterna. No, lasciami al mio destino, te ne prego.» Passi si avvicinarono da dietro. Un attimo dopo, Korlat si chinò al fianco della Mhybe, la cinse con il braccio in un gesto di protezione e l'attirò a sé. «Vieni», mormorò. «Vieni con me.» La Mhybe lasciò che Korlat l'aiutasse ad alzarsi. Aveva vergogna della propria debolezza, ma tutte le sue difese erano crollate, il suo orgoglio era in briciole, e il suo animo era pervaso da un senso di impotenza. Una volta ero una giovane donna. A che serve inveire contro la mia perdita? Le mie stagioni sono franate una addosso all'altra; non esiste rimedio. E la vita dentro si affievolisce, mentre la vita fuori fiorisce. È una battaglia che nessun mortale può vincere, ma dov'è, cari spiriti, il dono della morte? Perché mi negate una fine? Si raddrizzò leggermente fra le braccia di Korlat. Poiché avete già tormentato a tal punto la mia anima, la privazione della vita non può causarmi altro dolore. Benissimo, cari spiriti, vi darò la mia risposta. Sconvolgerò i vostri piani. «Portami alla mia tenda», ordinò a Korlat. «No», replicò questa. La Mhybe si girò, folgorando la Tiste Andii con lo sguardo. «Ho detto...» «Ti ho sentito, Mhybe, anche meglio di quanto non fosse nelle tue intenzioni. La risposta è no. Rimarrò al tuo fianco, e non sono sola nella mia
fede.» La donna Rhivi sbuffò. «Fede? Sei una Tiste Andii! Mi prendi per sciocca, con le tue dichiarazioni di fede?» Korlat s'irrigidì in volto, distogliendo lo sguardo. «Forse hai ragione.» Oh, Korlat, scusami... vorrei ritirare le mie parole, lo giuro... «Però», continuò la Tiste Andii, «non ti abbandonerò alla disperazione». «Sono abituata a essere prigioniera», ammise la Mhybe, di nuovo arrabbiata. «Ma ti avverto, Korlat, avverto tutti voi: l'odio sta trovando terreno fertile in me. E con la vostra compassione, con tutte le vostre buone intenzioni, voi lo alimentate. Vi supplico, lasciate che la faccia finita.» «No, e tu sottovaluti la nostra tenacia, Mhybe. Non riuscirai a mandarci via.» «Allora mi trascinerete nell'odio, e il prezzo da pagare sarà tutto ciò che ho caro in me, tutto ciò che un tempo, forse, apprezzavate.» «Vorresti togliere ogni valore ai nostri sforzi?» «Non per scelta, Korlat; è questo che ti sto dicendo: ho perso ogni facoltà di scelta. A causa di mia figlia. E ora, a causa vostra. Conoscerò soltanto il risentimento; vi supplico di nuovo: se vi importa qualcosa di me, lasciatemi terminare questo terribile viaggio.» «Non ti darò il permesso di ucciderti, Mhybe. Se dev'essere l'odio a ispirarti, così sia. Ora sei sotto la cura - la tutela - dei Tiste Andii.» La donna Rhivi piegò le spalle, sconfitta. Si forzò di forgiare parole che esprimessero le sue emozioni, e quelle che vennero la gelarono. L'autocommiserazione. Sono caduta così in basso... E va bene, Korlat: per adesso hai vinto. «Burn sta morendo.» Caladan Brood e Anomander Rake erano soli nella tenda; rimasugli di tensione turbinavano ancora intorno a loro. A giudicare dal rumore proveniente dalla radura, il mago Ben lo Svelto doveva essere riuscito a riportare a terra l'enorme carta di legno, ed era in corso una discussione su cosa farne. Il Figlio dell'Oscurità si tolse i guanti, lasciandoli cadere sul tavolo, prima di girarsi verso l'Alto Comandante. «Eccettuata l'unica cosa che non dovete fare, non c'è nessun'altra opzione?» Brood scosse la testa. «C'è sempre stata un'unica possibilità. Il mio canale è Tennes, lo stesso della dea, e ciò che attacca lei attacca anche me. A parte liberarla da colui che l'ha infettata in questo modo...»
«Il Dio Storpio», mormorò Rake; era come impietrito. «Ha dedicato un'eternità ad alimentare il suo rancore; non mostrerà alcuna pietà, Brood. Questa è una vecchia storia. Abbiamo convenuto - voi, io, la Regina dei Sogni, Hood - abbiamo convenuto tutti insieme...» Il largo viso dell'Alto Comandante sembrava sul punto di accartocciarsi. Poi, con la grazia di un orso, egli si riscosse, girandosi dall'altra parte. «Questo peso, per quasi milleduecento anni...» «E se muore?» Brood scosse di nuovo la testa. «Non so. Il suo canale morirà, certamente, ma prima il Dio Storpio ne farà il suo sentiero verso ogni altro canale... e allora tutti i canali moriranno.» «E con loro, ogni magia.» L'Alto Comandante annuì, tirò un respiro profondo e raddrizzò le spalle. «Sarebbe una cosa così terribile, secondo voi?» Rake sbuffò. «Come se la distruzione finisse lì! A quanto pare, quale delle due scelte si faccia, il Dio Storpio vince comunque.» «Così pare.» «E tuttavia, con la scelta che avete compiuto, avete concesso a questo mondo, e a tutti i suoi abitanti, qualche altra generazione di vita.» «Di vita e di morte, di guerre e di massacri. Di sogni, speranze e fini tragiche...» «I vostri pensieri stanno prendendo un corso inopportuno, Brood.» Rake si avvicinò. «Avete fatto, e continuate a fare, tutto ciò che vi può essere richiesto. Un tempo, eravamo lì a dividere il peso con voi, ma poi ognuno di noi è stato... distolto dai propri interessi, e vi abbiamo abbandonato.» «Lasciate questa via, Rake: è sterile. Preoccupazioni più immediate possono occupare questa rara opportunità di parlare in privato.» La larga bocca di Rake si atteggiò a un debole sorriso. «Vero.» Lanciò un'occhiata verso l'entrata della tenda. «Là fuori...» si volse di nuovo verso Brood. «Data l'infezione del Tennes, la vostra sfida era un bluff?» L'Alto Comandante scoprì i denti limati. «In un certo senso, ma non del tutto. La questione non è la mia capacità di scatenare potere, ma la natura di quel potere. Intriso di veleno, contaminato dal Caos...» «Volete dire che potrebbe essere più selvaggio del vostro solito maelstrom? Questo è veramente allarmante, Brood. Kallor lo sa?» «No.» Rake fece un grugnito. «Meglio così.» «Sì», ruggì l'Alto Comandante. «Per cui, la prossima volta, anche voi
vedete di trattenervi, Rake.» Il Tiste Andii andò a versarsi del vino. «Strano, pensavo proprio di averlo fatto.» «Ora dobbiamo parlare del Dominio di Pannion.» «Un vero mistero, Brood. Molto più insidioso di quanto non avessimo supposto. Strati di potere, nascosti l'uno sotto l'altro. Al centro giace, sospetto, il Canale del Caos; e i Grandi Corvi sono d'accordo.» «Questo sentiero passa troppo vicino al Dio Storpio perché la cosa sia accidentale, Rake. Dopo tutto, quello dell'Incatenato è il veleno del Caos.» «Già.» Rake sorrise. «Curioso, no? Credo che non ci sia dubbio su chi usa chi...» «Forse.» «Affrontare il Dominio di Pannion ci porrà sfide formidabili.» Brood fece una smorfia. «Come ha insistito la bambina, avremo bisogno di aiuto.» Il Figlio dell'Oscurità aggrottò le sopracciglia. «Spiegatevi, per favore.» «I T'lan Imass, amico. Gli eserciti dei non-morti stanno arrivando.» Il Tiste Andii s'incupì in volto. «È questo il contributo di Dujek Unbraccio, allora?» «No, è opera della bambina, Volpe d'Argento. È una Divinatrice in carne e ossa, la prima da molto, molto tempo.» «Ditemi di lei.» L'Alto Comandante obbedì, in tutti i dettagli, e quando ebbe finito nella tenda calò il silenzio. Osservando Paran con gli occhi socchiusi, Whiskeyjack puntò verso di lui a grandi passi. Il giovane capitano tremava come in preda alla febbre, il volto cereo e lucido di sudore. In qualche modo, Ben lo Svelto era riuscito a portare a terra il piano del tavolo; la magia l'avvolgeva ancora in lampi guizzanti che sembravano riluttanti a sbiadire. Il mago vi stava accovacciato accanto; dall'inespressività del suo viso, Whiskeyjack capì che era in trance. Con i suoi poteri, sondava, indagava... «Siete uno sciocco.» A quelle parole aspre, il comandante si girò. «Spiegatevi meglio, Kallor.» L'uomo alto, dai capelli grigi, fece un sorriso freddo. «Vi pentirete del vostro voto di proteggere la bambina.» Alzando le spalle, Whiskeyjack si volse e riprese il suo cammino.
«Non ho finito con voi!» sibilò Kallor. «Ma io sì», replicò tranquillamente il Malazan, senza fermarsi. Ora Paran teneva il viso rivolto verso di lui; aveva gli occhi spalancati, vacui, di chi non capisce. Alle sue spalle, i Tiste Andii avevano cominciato a disperdersi, spettrali e apparentemente indifferenti ora che il loro signore si era ritirato nella tenda di comando con Caladan Brood. Whiskeyjack cercò Korlat ma non la trovò; e nemmeno la Mhybe, si rese conto dopo un attimo, era in vista. Volpe d'Argento stava a una dozzina di passi da Paran, e guardava il capitano con gli occhi di Tattersail. «Niente domande», ruggì Paran, quando Whiskeyjack gli si fermò davanti. «Non ho risposte da darvi; né riguardo a quel che è successo qui, né riguardo a quello che sono diventato. Forse sarebbe meglio che affidaste a qualcun altro il comando degli Arsori di Ponti.» «Non ce n'è motivo», replicò Whiskeyjack. «Inoltre, odio cambiare idea, a qualunque proposito, capitano.» Ben lo Svelto li raggiunse, con un grande sorriso. «Per un pelo, eh?» «Cos'è quella roba?» gli chiese Whiskeyjack, indicando il piano del tavolo con un cenno del capo. «Quello che sembra. Una nuova carta Indipendente nel Mazzo dei Draghi. È l'Indipendente di tutti gli Indipendenti. Il tavolo contiene l'intero Mazzo, ricordate.» Il mago lanciò un'occhiata a Paran. «Il nostro capitano è sulla soglia dell'ascendenza, come sospettavamo. E questo significa che ciò che fa - o sceglie di non fare - potrebbe avere conseguenze profonde, su tutti noi. A quanto pare, il Mazzo dei Draghi ha acquisito un padrone. Jen'isand Rul.» Paran si girò dall'altra parte; evidentemente, non voleva partecipare alla conversazione. Whiskeyjack guardò il mago con espressione accigliata. «Jen'isand Rul. Credevo fosse un nome che si riferiva alle sue... avventure dentro una certa arma.» «Lo è, ma poiché quel nome è sulla carta, sembra che le due cose siano legate... in qualche modo. Se il capitano è all'oscuro come noialtri, allora dovrò riflettere seriamente sul significato di quel legame. Naturalmente», aggiunse Ben lo Svelto, «può darsi che il capitano ne sappia abbastanza da aiutarmi, sempre che lo voglia». Paran aprì la bocca per rispondere, ma Whiskeyjack lo prevenne. «Non ha risposte da darci... per adesso. E allora, dovremo portare con noi nella marcia quel ridicolo piano del tavolo?»
Ben lo Svelto annuì lentamente. «Sarà meglio, almeno per un po', così potrò studiarlo più approfonditamente. Però, consiglierei di liberarcene prima di entrare nel territorio Pannion. La Corporazione Commerciale Trygalle potrà lasciarlo in custodia all'alchimista di Darujhistan.» «La carta non ci lascerà», intervenne una voce nuova. Girandosi, i tre uomini trovarono Volpe d'Argento lì vicina. Dietro di lei, una dozzina di guerrieri Rhivi sollevavano il piano del tavolo. Guardando gli uomini flessuosi, dalla pelle scura, portarlo via, Ben lo Svelto corrugò la fronte. «È rischioso portare in battaglia un oggetto di tale potere, figliola.» «Dobbiamo correre quel rischio, mago.» Whiskeyjack grugnì. «Perché?» «Perché la carta appartiene a Paran, e lui ne avrà bisogno.» «Puoi spiegarti?» «Combattiamo contro più di un nemico, come vedremo.» «Non voglio quella carta», sbottò Paran. «Fareste meglio a dipingere un'altra faccia su quella roba. Ho il sangue di un Segugio dell'Ombra dentro di me. Sono un pericolo ambulante; quand'è che lo capirete? Hood sa se lo capisco io!» Il tintinnio di un'armatura li avvertì dell'arrivo di Kallor. Whiskeyjack lo guardò con aria torva. «Non siete parte di questa conversazione.» Kallor fece un sorriso ironico. «Parte mai, ma spesso l'argomento...» «Non stavolta.» Gli occhi grigi, inespressivi dell'Alto Re si fissarono su Ben lo Svelto. «Voi, mago, accumulate anime... Io le libero. Devo rompere le catene al vostro interno? È facile ridurvi all'impotenza!» «È ancora più facile», ribatté Ben lo Svelto, «fare una buca nel terreno». Il suolo si aprì sotto i piedi di Kallor, che scomparve alla vista. Si udì un clangore di armatura, seguito da un urlo di rabbia. Volpe d'Argento ansimò, guardando Ben lo Svelto con gli occhi sgranati. Il mago scrollò le spalle. «Hai ragione: non m'importa di chi, o cosa, sia Kallor.» Whiskeyjack si avvicinò al bordo della buca, abbassando lo sguardo. «Sta risalendo... niente male, per un vecchio.» «Ma dal momento che non sono stupido», si affrettò ad aggiungere Ben lo Svelto, «ora mi defilo». Il mago fece un gesto; la sua sagoma si offuscò
per un attimo, prima di svanire del tutto. Volgendo le spalle a Kallor che borbottava e imprecava - e le cui mani guantate si vedevano ora armeggiare intorno al fragile margine della buca Whiskeyjack disse a Paran: «Tornate dagli Arsori di Ponti, capitano. Se tutto va bene, ci rivedremo a Capustan». «Sì, signore.» Paran si allontanò a passo alquanto malfermo. «Suggerisco», concluse Volpe d'Argento, gli occhi fissi sugli sforzi di Kallor per liberarsi, «che anche noi lasciamo questo luogo». «D'accordo, figliola.» Curvo sulla sella, Whiskeyjack guardò le colonne dell'Armata di Unbraccio marciare fuori dalla città di Pale. La giornata era calda; nell'aria umida aleggiava un sentore di temporali. Sopra i due eserciti, in sella ai quorl, volavano alti in cerchio i Moranth Neri, meno numerosi del solito: il loro Conquistatore, l'Ardito, si era messo in viaggio con il capitano Paran e gli Arsori di Ponti quattro giorni prima, e otto degli undici Stormi se n'erano andati la sera precedente, diretti ai Monti della Visione, sul confine nord-occidentale del Dominio. Il comandante era esausto. Il dolore alla gamba gli impediva di dormire, e ogni giorno era assillato dai problemi sul rifornimento e sui dettagli dello schieramento previsto per la marcia, e dallo sciame incessante di messaggeri che arrivavano con ordini e rapporti e ripartivano con altri. Era impaziente di cominciare il viaggio che li avrebbe portati attraverso metà continente, non foss'altro che per rispondere alle mille domande su ciò che li aspettava. Ben lo Svelto sedeva in silenzio accanto a Whiskeyjack; il cavallo del mago si muoveva nervosamente sotto di lui. «Hai influenzato la bestia con il tuo stato d'animo, Ben», commentò il comandante. «Già.» «Ti stai chiedendo quando ti lascerò libero, cosicché potrai inseguire e raggiungere Paran e gli Arsori di Ponti e mettere qualche distanza fra te e Kallor. Inoltre, non vedi l'ora di allontanarti il più possibile da Volpe d'Argento.» Davanti a quest'ultima osservazione, Ben lo Svelto ebbe un sussulto, poi sospirò. «Sì. Presumo di non essere riuscito a nascondere il mio disagio; non a te, evidentemente. Dal momento del nostro arrivo, la bambina è cresciuta di cinque anni o più, Whiskeyjack. Stamattina ho fatto visita alla
Mhybe: Korlat fa quello che può, e anche le sapienti Rhivi, ma Volpe d'Argento le ha sottratto quasi tutte le energie; Hood solo sa cosa la tiene in vita. Nemmeno il pensiero di un raduno di T'lan Imass mi rende troppo felice. E poi c'è Anomander Rake; vuole sapere tutto di me...» «Ha arrischiato altre indagini?» «No, ma perché tentarlo?» «Ho bisogno di te ancora per un po'», spiegò Whiskeyjack. «Cavalca con il mio seguito; manterremo le distanze dal Figlio dell'Oscurità, per quanto è possibile. Quei mercenari di Capustan hanno abboccato alla tua esca?» «Ci stanno giocando.» «Aspetteremo un'altra settimana, allora. Se per allora non succederà niente, partirai.» «Bene.» «Ora», riprese Whiskeyjack, «perché non mi dici cos'altro hai in pentola, Ben lo Svelto?». Il mago batté le palpebre con aria innocente. «Come sarebbe?» «Hai visitato tutti i templi e tutti i veggenti di Pale, mago. Hai speso una piccola fortuna in letture del Mazzo. Per Hood, mi è arrivato un rapporto secondo il quale hai sacrificato una capra all'alba in cima a un tumulo; che stavi combinando, per l'Abisso?» «Va bene», borbottò il mago, «la storia della capra puzza di disperazione. Mi sono fatto trascinare, lo ammetto». «E cosa ti hanno detto gli spiriti perduti del tumulo?» «Niente. Non... uhm... non ce n'erano.» Whiskeyjack strinse gli occhi. «Non ce n'erano? Era un tumulo Rhivi, no?» «Uno dei pochi rimasti nella zona, sì. Ma è stato... uhm... ripulito. Di recente.» «Ripulito?» «Qualcuno o qualcosa li ha rastrellati. Per quanto ne so, non è mai successo prima. È stranissimo; in quei tumuli non è rimasta una sola anima. Dove sono finite?» «Stai cambiando argomento, Ben lo Svelto. Ottima tattica.» Il mago aggrottò le sopracciglia. «Sto facendo delle indagini. Niente che non sia in grado di gestire, e niente che interferisca col resto. Inoltre, ora siamo ufficialmente in marcia, no? Non c'è molto che possa fare, sperso in capo al mondo, vero? E poi, sono davvero curioso... Quegli spiriti scom-
parsi... qualcuno li ha presi, ma chi?» «Quando ci capirai qualcosa, informami, d'accordo?» «Certo.» Whiskeyjack digrignò i denti, senza aggiungere altro. Ti conosco da troppo tempo, Ben lo Svelto. Sei incappato in qualcosa, e ti sta facendo scappare come una donnola con la coda fra le gambe. Sacrificare una capra, per Hood! Lasciata Pale, l'Armata di Un-braccio - quasi diecimila veterani della Campagna di Genabackis - si mosse in direzione del vasto esercito di Caladan Brood, per unirsi alle sue fila. Era cominciata la marcia verso la guerra, contro un nemico che non avevano mai visto e di cui non sapevano quasi nulla. CAPITOLO SESTO Dove loro passano, segue il sangue... La visione di Kulburat Horal Thume (n. 1134) Alla Porta del Tramonto di Saltoan si accedeva attraverso una strada larga, arcuata, che passava sopra il canale. Sia il ponte sia il canale stesso necessitavano seriamente di riparazioni: la malta era sgretolata e percorsa da crepe ampie, piene d'erba, là dove le fondamenta si erano assestate. Una delle città più antiche della Pianura della Visione, un tempo Saltoan sorgeva lungo il fiume Catlin e si arricchiva grazie al commercio intercontinentale; ma la situazione era mutata quando il fiume aveva cambiato corso nello spazio di un'unica primavera di piogge torrenziali. Nel tentativo di ristabilire il proficuo legame con il traffico fluviale, era stato creato il Canale di Korselan, insieme a quattro profondi laghi - due dentro il vecchio letto del fiume - per l'ormeggio delle imbarcazioni. Ma i risultati erano stati minimi, e gli ultimi quattrocento anni avevano visto un lento, inesorabile declino. Gruntle, che cavalcava lungo la strada, assunse un'aria sempre più torva nel vedere avanti a sé le mura basse e spesse di Saltoan, lungo i lati inclinati delle quali macchie colavano in strisce brunastre. Il capitano della carovana sentiva già l'odore della fogna a cielo aperto. Lungo gli spalti merlati c'erano parecchie figure, ma poche - o forse nessuna - erano soldati
o gendarmi. La città aveva inviato la sua famosa Guardia a Cavallo a nord, perché si riunisse alle forze di Caladan Brood nella guerra contro l'Impero Malazan. I membri restanti dell'esercito non valevano il lucido dei loro stivali. Si girò a lanciare un'occhiata alla carrozza del padrone, che avanzava rumorosamente. Dal sedile del vetturino, Harllo lo salutò con un cenno del braccio. Al suo fianco, Stonny reggeva le briglie; Gruntle vide le sue labbra muoversi in un fiotto di imprecazioni e proteste. Riportò l'attenzione sulla Porta del Tramonto. Non c'erano guardie in vista e il traffico era scarso. L'enorme doppia porta di legno era accostata; a giudicare dalle apparenze, non veniva chiusa da molto tempo. Sentendo l'umore abbattersi ulteriormente, il capitano rallentò il cavallo fino a farsi raggiungere dalla carrozza. «Andiamo dritti, vero?» chiese Stonny. «Dritti fino alla Porta dell'Alba, giusto?» «Così ho consigliato io», rispose Gruntle. «A che serve tutta la nostra esperienza se il padrone non dà ascolto ai nostri consigli? Dimmelo, Gruntle!» Il capitano si limitò a scrollare le spalle. Keruli poteva sentire ogni parola, e Stonny lo sapeva benissimo. Si avvicinarono all'entrata ad arco. Il viale all'interno si restringeva rapidamente in un vicolo tortuoso sepolto nell'ombra degli edifici adiacenti, che pendevano l'uno verso l'altro fin quasi a toccarsi. Gruntle passò di nuovo davanti alla carrozza. Polli malconci si dispersero davanti a loro, ma i ratti neri e grassi nei canali di scolo interruppero solo momentaneamente il banchetto a base di spazzatura putrida per guardare le ruote della carrozza superarli con un cigolio. «Fra un attimo, gratteremo», osservò Harllo. «Se riusciamo ad attraversare il Passaggio della Smorfia, è fatta.» «Sì, ma è un grosso "se", Gruntle. Intendiamoci, su quei muri c'è abbastanza roba che passa per grasso...» Il vicolo si strinse fino alla strozzatura nota come Passaggio della Smorfia. Innumerevoli carri mercantili avevano scavato solchi profondi su entrambi i lati; raggi di ruota e accessori rotti costellavano i ciottoli. Come Gruntle ben sapeva, nel quartiere regnava la mentalità del saccheggio: ogni carrozza intrappolata nel passaggio era un bersaglio scontato e gli abitanti non esitavano a incrociare le spade se le loro pretese venivano contrastate. Gruntle aveva sparso sangue in quel punto solo una volta, sei o sette anni
prima. Una notte movimentata, ricordava. In quelle ore buie, angosciose, lui e le sue guardie avevano ripulito mezzo sobborgo popolare di assassini e delinquenti prima di uscire retrocedendo dal vicolo, togliere le ruote dal carro, porvi sotto dei rulli e spingerlo a mano attraverso il passaggio. Non intendeva ripetere l'esperienza. Mentre percorrevano la strozzatura, i mozzi strisciarono due o tre volte, ma infine, fra le imprecazioni di Stonny e i sogghigni di Harllo che si dimenava per evitare i vestiti fradici appesi a un filo del bucato, emersero nella piazza al di là. Non c'era stato un piano preciso dietro al Recinto di Wu. Lo spazio aperto aveva avuto origine dalla convergenza casuale di tredici strade e vicoli di varia ampiezza. La locanda alla quale, un tempo, tutti confluivano non esisteva più: distrutta in un incendio un secolo prima, aveva lasciato una distesa vasta, irregolare, di ciottoli e mattonelle che aveva, per qualche oscura ragione, preso il nome di Recinto di Wu. «Prendi la Via Mucosin, Stonny», ordinò Gruntle, indicando con un gesto l'ampio viale sul lato orientale della piazza. «Sì, mi ricordo», ruggì lei. «Per gli dei, che puzza!» Il loro arrivo era stato scoperto da una banda di monelli, che ora seguivano la carrozza come avvoltoi; i visi sporchi e butterati erano chiusi, fin troppo seri. Nessuno di loro parlava. Sempre alla testa, Gruntle condusse il suo cavallo nella Via Mucosin. Vide qualche viso affacciarsi a finestre incrostate di sudiciume, ma per il resto non c'era movimento. Né qui... né più avanti. Non va bene. «Capitano», chiamò Harllo. Gruntle non si girò. «Sì?» «Quei bambini... sono scomparsi.» «Bene.» Estrasse i coltellacci Gadrobi. «Carica la balestra, Harllo.» «Già fatto.» Lo so, ma meglio annunciarlo. Venti passi più avanti, tre figure apparvero sulla strada. Gruntle strinse gli occhi; riconobbe la donna alta al centro. «Salve, Nektara. Vedo che hai ampliato i tuoi possedimenti.» La donna dal volto sfregiato sorrise. «Oh, ecco il caro Gruntle. E Harllo. E chi altri? Oh, ma quella è Stonny Menackis. Antipatica come al solito, ci scommetto; anche se sono sempre disposta a deporre il mio cuore ai tuoi piedi.» «Decisione poco saggia», replicò Stonny. «Non cammino mai a passo
leggero.» Il sorriso di Nektara si allargò. «E quel cuore lo fai battere, amore. Ogni volta.» «Quant'è il pedaggio?» chiese Gruntle, fermando il cavallo a dieci passi dalla donna e dalle sue due mute guardie del corpo. Nektara alzò le sopracciglia depilate. «Pedaggio? Non stavolta, Gruntle. Siamo ancora nella proprietà di Garno... ci hanno concesso il passaggio. Siamo qui solo in veste di scorta.» «Scorta?» Le ante della carrozza si aprirono rumorosamente, facendo girare il capitano. Questi vide emergere la mano del padrone, che lo chiamò con un gesto languido. Gruntle scese di sella. Raggiunse la porta laterale della carrozza; spingendo dentro la testa, vide il volto pallido, rotondo di Keruli. «Capitano, dobbiamo incontrare i... governanti di questa città.» «Il re e il suo Consiglio? Perché...?» Una risata sommessa lo interruppe. «No, no. I veri governanti di Saltoan. A gran prezzo, e tramite trattative straordinarie, è stata indetta una riunione di tutti i capi della criminalità, alla quale dovrò rivolgermi stasera. Siete autorizzato ad accettare la scorta che vi è appena stata offerta. È tutto a posto, ve l'assicuro.» «Perché non mi avete avvertito prima?» «Non ero certo che le trattative fossero andate a buon fine. La questione è complessa, perché sono i capi stessi ad aver chiesto... assistenza. Io, a mia volta, devo tentare di guadagnarmi la loro fiducia e convincerli che sono l'agente più idoneo a fornire detta assistenza.» Tu? Ma allora chi sei, in nome di Hood? «Capisco. Va bene, fidatevi di questi delinquenti se volete, ma temo che noi non faremo altrettanto.» «Intesi, capitano.» Gruntle tornò al suo cavallo. Raccogliendo le redini, si girò verso Nektara. «Facci strada.» Saltoan era una città con due cuori, le cui cavità contenevano due tipi di sangue di colore diverso, ma egualmente corrotti e guasti. Seduto con le spalle al muro della taverna affollata, dal soffitto basso, Gruntle osservava con gli occhi socchiusi una folla eterogenea di assassini, delinquenti e usurai il cui potere era direttamente proporzionale alla paura che suscitavano. Stonny stava appoggiata al muro alla sinistra del capitano; Harllo divi-
deva la panca con lui, alla sua destra. Nektara aveva portato la sua sedia e un tavolino rotondo vicino a Stonny. Fitte volute di fumo si levavano dal narghilè davanti a quell'autorità del crimine, avvolgendone i lineamenti sfregiati in vapori densi, catramosi. La donna teneva il bocchino del narghilè nella mano sinistra; la destra stava sulla coscia di Stonny, coperta dai calzoni di pelle. Keruli era in piedi al centro della stanza, rivolto verso la maggioranza dei capi. L'ometto teneva le mani incrociate sopra la cintura di seta grigia; il mantello di seta nera luccicava come ossidiana fusa. A coprirgli strettamente la testa calva, c'era uno strano cappello aderente, il cui stile ricordava quello delle figure delle sculture e degli arazzi più antichi di Darujhistan. Aveva cominciato il suo discorso con voce morbida, perfettamente modulata. «Sono lieto di essere presente a questa riunione, che auspico darà buoni frutti. Ogni città ha i suoi veli segreti, e sono onorato che uno si sia aperto davanti alla mia persona. Molti di voi, me ne rendo conto, potrebbero considerarmi fatto della stessa pasta del vostro nemico giurato, ma vi assicuro che non è così. Avete espresso le vostre preoccupazioni riguardo all'influsso esercitato su Saltoan dai sacerdoti del Dominio di Pannion. Essi parlano di città divinamente protette dal culto del Veggente Pannion, e offrono alla gente comune storie di leggi applicate imparzialmente a tutti i cittadini, di diritti e privilegi codificati, di una gradita imposizione dell'ordine a dispetto di costumi e tradizioni locali. Seminano zizzania fra i vostri sudditi... un precedente pericoloso, invero.» Dai capi della criminalità si levarono mormorii di assenso. Per poco, Gruntle non sorrise davanti alle ostentate buone maniere di quegli assassini cresciuti sulla strada. Lanciando un'occhiata verso Nektara, alzò le sopracciglia nel vedere la mano di lei tuffata fra le pieghe dei calzoni di pelle di Stonny, all'altezza dell'inguine. Stonny aveva il viso arrossato, un debole sorriso sulle labbra, gli occhi quasi chiusi. Regina dei Sogni, non c'è da stupirsi che i nove decimi degli uomini in questa stanza stiano ansimando e bevendo vino a grandi sorsi. Lui stesso allungò la mano verso il suo boccale. «Un massacro totale», ruggì una donna. «Questi sacerdoti andrebbero squartati dal primo all'ultimo; è l'unico modo di risolvere il problema, secondo me.» «Sarebbero martiri della fede», ribatté Keruli. «Un attacco tanto diretto è destinato a fallire, come è successo in altre città. Questo, signori e signore,
è un conflitto di informazione o, meglio, di cattiva informazione. I sacerdoti conducono una campagna di inganni. Il Dominio di Pannion, sotto la sua maschera di legge e ordine, è una tirannia, caratterizzata da una crudeltà estrema verso la sua gente. Avrete sicuramente sentito parlare dei Tenescowri, l'esercito di indigenti e derelitti raccolto dal Veggente; ebbene, tutte le storie che circolano non sono esagerazioni. Cannibali, stupratori di defunti...» «I Figli del Seme Morto», intervenne un uomo, chinandosi in avanti. «È vero? È mai possibile? Che donne scendano nei campi di battaglia e soldati dai corpi ancora caldi...» Keruli annuì cupamente. «Fra i Tenescowri più giovani... sì, ci sono i Figli del Seme Morto. Una prova singolare, ma inconfutabile, di tale possibilità.» Dopo una pausa, continuò: «Il Dominio possiede i suoi fedeli consacrati, gli abitanti delle città Pannion originarie, a cui si applicano tutti i diritti e i privilegi di cui parlano i sacerdoti. Nessun altro può acquisire tale cittadinanza. I non-cittadini sono meno che schiavi: oggetto di ogni crudeltà immaginabile, non possono fare appello né alla clemenza né alla giustizia. Essere Tenescowri offre loro l'unica evasione, la possibilità di eguagliare la barbarie inflitta a loro. Se il Dominio dovesse sottomettere questa città, gli abitanti di Saltoan verranno cacciati dalle loro case, privati di tutti i loro averi, lasciati senza cibo né acqua pulita. L'unico sentiero percorribile rimarrà quello della brutale ferocia dei Tenescowri. «Signore e signori, dobbiamo combattere questa guerra con l'arma della verità, svelando le menzogne dei sacerdoti Pannion. Ciò richiede un tipo molto specifico di organizzazione, di fabbricazione e divulgazione di voci, di controspionaggio. Compiti nei quali voi eccellete, cari amici. Dev'essere il popolo della città ad allontanare i sacerdoti da Saltoan; e a guidarlo verso quella causa, verso quella decisione, saranno non i pugni, non le fruste, ma le parole.» «Come fate a essere tanto sicuro che il metodo funzionerà?» chiese un capoccia. «Non avete altra scelta che farlo funzionare», replicò Keruli. «Fallire significa vedere Saltoan cadere nelle mani dei Pannion.» Keruli continuò, ma Gruntle non ascoltava più. Gli occhi socchiusi, scrutava l'uomo che li aveva ingaggiati. A Darujhistan, un intermediario aveva procurato il contratto. Gruntle aveva intravisto per la prima volta il padrone un mattino, all'appuntamento fuori dalla Porta di Worry; si era presentato a piedi, vestito come in quel momento. La carrozza, noleggiata
sul posto, era stata consegnata pochi momenti dopo il suo arrivo; Keruli vi era salito rapidamente e, dall'inizio di quel lungo, estenuante viaggio, Gruntle l'aveva visto e gli aveva parlato solo due volte. Un mago, avevo concluso allora. Ma ora, direi, un sacerdote. Davanti a che dio si inginocchia, mi chiedo? Nessun segno esteriore; il che è già abbastanza rivelatore, presumo. In Keruli non c'è niente di manifesto, tranne, forse, lo scrigno senza fondo che sostiene la sua generosità. Sono sorti templi nuovi di recente, a Darujhistan? Non mi ricordo... oh, quello nel Distretto Gadrobi. Consacrato a Treach, anche se mi sfugge il motivo per cui chicchessia potrebbe essere interessato a venerare la Tigre dell'Estate... «... uccisioni.» «Sono due notti che stanno tranquilli, però.» I capoccia, uomini e donne, parlavano fra loro. Keruli, pur zitto, stava con le orecchie tese. Gruntle batté le palpebre e si raddrizzò leggermente sulla panca, piegandosi verso Harllo. «Cos'è questa storia di uccisioni?» «Misteriosi omicidi per quattro notti di fila, o qualcosa del genere. Un problema locale che, a quanto ho capito, è terminato.» Il capitano grugnì, poi si riappoggiò al muro, cercando di ignorare il sudore freddo che gli pizzicava la pelle sotto la camicia. Hanno fatto molto più in fretta di noi; quella carrozza si muoveva a velocità soprannaturale. Ma non sarebbe mai riuscita a passare per le strade di Saltoan: troppo larga, troppo alta. Deve essersi fermata a Waytown, a una ventina di passi dalla Porta dell'Alba. Una prova delle tue convinzioni, amico Buke? «Mi annoiavo a morte.» Stonny si versò un altro boccale di vino. «Nektara è riuscita a distrarmi un po'. E, a giudicare da tutte quelle facce pelose che sudavano, non solo me. Siete dei porci, dal primo all'ultimo.» «Non eravamo noi a essere in mostra», ribatté Gruntle. «E allora? Chi vi obbligava a guardare? Se avessi avuto un bambino in grembo e una tetta scoperta?» «In quel caso», intervenne Harllo, «avrei guardato a occhi spalancati». «Mi dai la nausea.» «Hai capito male, cara. Non la tua tetta - anche se sarebbe stato certo un bello spettacolo - ma te insieme a un bambino? Un bambino, ah!» Stonny gli fece una smorfia beffarda. Sedevano in una sala appartata della taverna; sul tavolo giacevano i resti
di un pasto. «A ogni modo», sospirò Gruntle, «la riunione durerà per tutta la notte, e domattina il nostro padrone sarà l'unico ad avere il privilegio di poter riposare, nei comodi confini della carrozza. Noi abbiamo stanze con letti quasi puliti, di sopra; suggerisco di usarle». «Sta parlando di dormire, carissima Stonny», spiegò Harllo. «Sta' pur certo che sbarrerò la porta, verme.» «Scommetto che Nektara ha un codice segreto per bussare.» «Tirati via quel ghigno dalla faccia o lo farò io per te, Harllo.» «E comunque, com'è che ti pigli tutto il divertimento?» Lei ridacchiò. «È una questione di educazione, carogna. Quella che io ho e tu no.» «E anche di cultura, eh?» «Esatto.» Un attimo dopo, si aprì la porta ed entrò Keruli. Gruntle si appoggiò allo schienale e osservò il sacerdote. «Allora, siete riuscito ad affiliare alla vostra causa i delinquenti, gli assassini e gli usurai della città?» «Più o meno», rispose Keruli, raggiungendoli per versarsi del vino. «Le guerre, ahimè, vanno combattute su più di un campo di battaglia. La campagna sarà lunga, temo.» «È per questo che stiamo andando a Capustan?» Il sacerdote posò lo sguardo su Gruntle per un attimo, poi si girò dall'altra parte. «Lì ci sono altri compiti che mi attendono, capitano. La nostra breve deviazione qui a Saltoan è accidentale, nel piano complessivo.» E quale sarebbe questo piano, sacerdote? voleva chiedere Gruntle, ma non lo fece. Il padrone cominciava a renderlo nervoso, ed egli sospettava che qualunque risposta a quella domanda avrebbe soltanto peggiorato le cose. No, Keruli, tieniti pure i tuoi segreti. L'arcata sotto la Porta dell'Alba era scura come una tomba; l'aria era fredda e umida. Appena al di là, era visibile l'accozzaglia di baracche di Waytown, attraverso un velo di fumo indorato dal sole del mattino. Con gli occhi che bruciavano per la stanchezza e la pelle che prudeva per i morsi di pulce, Gruntle spinse il cavallo a un trotto leggero, non appena uscì alla luce del sole. Si era attardato presso la Porta per due campane, mentre Harllo e Stonny portavano la carrozza e il suo occupante fuori dalla città, una campana prima dell'alba. Avrebbero già dovuto percorrere
almeno due leghe lungo la strada del fiume, stimò. A Saltoan si concentrava la maggior parte dei delinquenti che si potevano incontrare nella prima metà del viaggio verso Capustan; la seconda metà, in territorio Capan, era infinitamente più sicura. Osservatori indugiavano intorno alla Porta dell'Alba in cerca delle carovane dirette a est, proprio come i loro corrispondenti presso la Porta del Tramonto tenevano d'occhio le carovane dirette a Darujhistan. Il capitano aveva aspettato di vedere se qualcuna delle bande locali avesse formulato dei piani sulla brigata di Keruli, ma nessuno li aveva inseguiti, a conferma delle parole del padrone che era stata garantita loro l'incolumità nel passaggio. Ma non era nella natura di Gruntle fidarsi della parola di delinquenti. Spronò il cavallo al piccolo galoppo per sfuggire al nugolo di mosche di Waytown e, affiancato da cani latranti, semiselvatici, superò le baracche e uscì sulla strada del fiume, aperta e sassosa. La prateria leggermente ondulata della Pianura della Visione si estendeva fino alla lontana Catena Barghast, alla sua sinistra. Alla sua destra c'era una scabra sponda di pietre impilate - per lo più rivestite d'erba - e, al di là, le folte distese di canne della pianura alluvionale. A poche centinaia di passi da Waytown, i cani lo abbandonarono; il capitano si ritrovò solo sulla strada. La pista mercantile non sarebbe durata a lungo, ricordava: l'argine alla sua destra si sarebbe ridotto, e la strada si sarebbe trasformata in una striscia sabbiosa, costellata di nidi di formiche, pezzi di legno sbiancati e ciuffi d'erba gialla. Ogni primavera, le inondazioni spazzavano via i solchi lasciati dai viaggiatori ma, naturalmente, non c'era pericolo di perdersi, finché non si perdeva di vista il fiume Catlin, a sud. Aveva percorso meno di una lega, quando incontrò i cadaveri. I banditi avevano predisposto l'imboscata alla perfezione, emergendo dal letto profondo di un torrente stagionale e, con ogni probabilità, circondando la carrozza della vittima nel giro di pochi minuti. Ma, a quanto pareva, la pianificazione accurata non li aveva aiutati: vecchi di due o tre giorni al massimo, gonfi e quasi neri sotto il sole, i loro corpi erano sparsi su entrambi i lati della pista. Le spade, le punte di lancia, le fibbie e qualunque altro oggetto di metallo si erano sciolti sotto qualche sorta di calore feroce, ma i vestiti e i legacci di cuoio erano intatti. Qualcuno di loro aveva portato speroni e, in effetti, sarebbe stato impossibile arrivare fin lì senza cavalli, ma delle bestie non c'era traccia. Gruntle smontò di sella. Girando in mezzo ai morti, notò che le tracce
della carrozza di Keruli - anche i suoi compagni si erano fermati a esaminare la scena - si sovrapponevano ad altre. Una carrozza più grande e più pesante, trainata da buoi. Sui cadaveri non c'erano ferite visibili. Credo che Buke non abbia nemmeno dovuto estrarre la spada... Rimontando a cavallo, il capitano riprese il viaggio. Scorse gli altri a mezza lega di distanza; poco dopo raggiunse la carrozza. Harllo lo salutò con un cenno del capo. «Bella giornata, non trovi, Gruntle?» «Non c'è una nuvola in cielo. Dov'è Stonny?» «Ha portato avanti uno dei cavalli. Tornerà presto.» «Perché l'ha fatto?» «Voleva solo assicurarsi che il campo accanto alla strada fosse... uhm... libero. Ah, eccola qua.» Quando lei tirò le redini davanti a loro, Gruntle la guardò con aria torva. «Bella stupidaggine hai fatto, donna.» «Tutto questo viaggio è stupido, secondo me. Nel campo accanto alla strada ci sono tre Barghast e no, non hanno arrostito nessun bandito ultimamente. Comunque, è solo questione di giorni prima che Capustan venga presa d'assedio; forse arriveremo alle mura in tempo, nel qual caso rimarremo bloccati là con l'intero esercito Pannion a separarci dalla strada aperta; oppure no, e allora i maledetti Tenescowri si divertiranno con noi.» Gruntle si accigliò ancora di più. «Dove sono diretti quei Barghast?» «Sono scesi dal nord, ma ora seguono il nostro stesso itinerario: vogliono dare un'occhiata a come stanno le cose dalle parti di Capustan e non chiedermi perché... sono Barghast, no? Hanno il cervello grosso come una noce. Dobbiamo andare a parlare con il padrone, Gruntle.» La porta della carrozza si aprì di scatto e Keruli scese. «Non ce n'è bisogno, Stonny Menackis: ci sento benissimo. Tre Barghast, hai detto? Di quale clan?» «Visi Bianchi, a giudicare dalla pittura.» «Li inviteremo a viaggiare con noi, allora.» «Padrone...» cominciò Gruntle, ma Keruli lo interruppe. «Arriveremo a Capustan con largo anticipo rispetto all'assedio, credo. L'Eptarca a capo delle forze Pannion è famoso per il suo approccio metodico. Una volta che sbarcherò là, vi congederò dai vostri doveri e sarete liberi di ripartire subito per Darujhistan.» I suoi occhi scuri, inquietanti, si
strinsero su Gruntle. «Non avete fama di rompere i contratti, o non vi avrei ingaggiato.» «No, signore, non abbiamo intenzione di rompere il contratto. Tuttavia, vale la pena di discutere delle varie possibilità; cosa faremo se Capustan viene presa d'assedio prima del nostro arrivo?» «Allora non intendo vedervi perdere la vita in avventure disperate, capitano. Ho solo bisogno che mi scarichiate fuori dalla portata del nemico; entrerò in città con i miei mezzi, e tali sotterfugi riescono meglio in solitudine.» «Cerchereste di attraversare il cordone Pannion?» Keruli sorrise. «Ho abilità sufficienti per una simile impresa.» Davvero? «E questi Barghast? Cosa vi fa pensare che siano tanto affidabili da poter viaggiare con noi?» «Se non lo sono, meglio tenerli d'occhio che il contrario, non credete, capitano?» Questi grugnì. «Osservazione ragionevole, padrone.» Volgendosi verso Harllo e Stonny, annuì lentamente. Harllo gli fece un sorriso rassegnato. Come c'era da aspettarsi, Stonny non fu così laconica. «Questa è una follia!» Levò le mani al cielo. «Benissimo, allora! Dritti nelle fauci del drago, perché no?» Girò il cavallo. «Coraggio, andiamo a gettare ossa con i Barghast.» Con una smorfia, Gruntle la guardò allontanarsi. «È un tesoro, no?» mormorò Harllo, con un sospiro. «Non ti ho mai visto tanto innamorato», osservò Gruntle, lanciandogli un'occhiata in tralice. «È l'inaccessibilità, amico, ad avermi ridotto così. Vittima di un desiderio senza speranza, passo il tempo a lamentarmi cupamente della mia adorazione non corrisposta. Sogno lei e Nektara... con me infilato comodamente in mezzo a loro...» «Per favore, Harllo, mi dai la nausea.» «Uhm», concluse Keruli, «credo che ora tornerò alla carrozza». I tre Barghast erano evidentemente fratelli; la donna era la maggiore. La pittura bianca sui visi li faceva assomigliare a teschi. Trecce macchiate di ocra rossa, inframmezzate da feticci d'osso, pendevano fino alle loro spalle. Tutti e tre portavano cotte di monete forate; queste andavano dal rame all'argento, e provenivano sicuramente da qualche tesoro saccheggiato, perché la maggior parte aveva un'aria antica e insolita agli occhi di Grun-
tle. Le mani erano ricoperte da guanti rivestiti di monete. Il trio era accompagnato da una raccolta di armi degna di un corpo di guardia: fasci di lance, asce da lancio, asce da combattimento dall'asta lunga e il fodero in rame, spade dalla lama ricurva e coltelli e pugnali assortiti. Stavano dietro a un piccolo focolare - ormai ridotto a uno strato di carboni debolmente rosseggianti - infossato nel terreno e bordato di pietre; Stonny era ancora seduta sul suo cavallo, alla loro sinistra. Un piccolo cumulo di ossa di lepre indicava un pasto appena terminato. Lo sguardo di Gruntle si posò sulla donna Barghast. «Il nostro padrone vi invita a viaggiare in nostra compagnia. Accettate?» Gli occhi scuri di lei guizzarono verso la carrozza, che Harllo guidava verso il margine dell'accampamento. «Pochi mercanti vanno ancora a Capustan», rispose dopo un attimo. «La pista è diventata... pericolosa.» Gruntle aggrottò le sopracciglia. «Come mai? I Pannion hanno mandato compagnie di predoni dall'altra parte del fiume?» «No, a quanto ci risulta. No, demoni si aggirano per le lande. Siamo stati inviati ad accertare la verità della loro presenza.» Demoni? Per il respiro di Hood. «Quando avete saputo di questi demoni?» La donna scosse le spalle. «Due, tre mesi fa.» Il capitano sospirò, scendendo lentamente di sella. «Be', speriamo che quelle storie siano false.» Lei fece un sogghigno. «Noi speriamo il contrario. Io sono Hetan, e questi sono i miei tristi fratelli, Cafal e Netok. Questa è la prima caccia di Netok dalla sua Notte-di-Morte.» Gruntle lanciò un'occhiata al giovane massiccio, dall'aria torva. «Sì, vedo quant'è eccitato.» Hetan si girò, stringendo gli occhi sul fratello. «Hai una vista molto acuta.» Per l'Abisso, un'altra donna priva di senso dell'umorismo come compagna di viaggio... Calando una gamba giù dalla sella, Stonny Menackis balzò a terra in una nuvola di polvere. «Il nostro capitano fa battute troppo scontate, Hetan. Cadono con un tonfo, come lo sterco di bue, e puzzano altrettanto. Non dargli retta, ragazza, se non ti piace essere confusa.» «A me piace uccidere e cavalcare gli uomini, e poco altro», ruggì Hetan, incrociando le braccia muscolose. Harllo scese rapidamente dalla carrozza, avvicinandosi con un largo sor-
riso. «Mi chiamo Harllo e sono lieto di fare la tua conoscenza, Hetan!» «Puoi ucciderlo quando vuoi», concluse Stonny, con enfasi. I due fratelli erano veramente individui tristi, taciturni e, per quanto Gruntle poté giudicare, singolarmente ottusi. I futili tentativi di approccio messi in atto da Harllo nei confronti di Hetan risultarono abbastanza divertenti, mentre tutti sedevano intorno al focolare riacceso, sotto un cielo trapunto di stelle. Poco prima che si preparassero ad andare a dormire, Keruli fece una breve comparsa, ma solo per condividere una scodella di tè alle erbe; poi tornò alla sua carrozza. Toccò a Gruntle - l'ultimo rimasto, con Hetan, a indugiare presso il fuoco - strappare altre informazioni alla Barghast. «Questi demoni», cominciò, «come sono stati descritti?». Chinandosi in avanti, lei sputò solennemente nelle fiamme. «Veloci, su due zampe. E, in fondo a quelle zampe, artigli come quelli di un'aquila, ma molto più grandi. Le loro braccia sono lame...» «Lame? Cosa vuoi dire?» Lei scrollò le spalle. «Lame. Ferro-sangue. I loro occhi sono buche. Puzzano come urne nel cerchio oscuro. Non fanno nessun rumore, assolutamente nessuno.» Urne nel cerchio oscuro? Urne crematorie... in una camera funeraria. Ah, puzzano di morte, allora. Le loro braccia sono lame... in che senso? Che cosa significa, in nome di Hood? Ferro-sangue: ferro temprato nel sangue raffreddato dalla neve... un rituale praticato dai Barghast quando gli sciamani investono le armi di potere, in modo che siano tutt'uno con chi le maneggia... «Qualcuno del tuo clan ne ha visto uno?» «No, i demoni non si sono spinti a nord, fino alle nostre roccaforti montane. Restano in queste praterie.» «Chi, allora, ha raccontato le storie?» «I nostri sapienti li hanno visti in sogno. Gli spiriti hanno bisbigliato loro all'orecchio, avvertendoli del pericolo. I Clan del Viso Bianco hanno scelto un comandante militare - mio padre e stanno a vedere cosa succede. Ma nostro padre vuole conoscere il nemico, per cui ha mandato i suoi figli nelle pianure.» Gruntle rifletté, guardando il fuoco scemare. «Vostro padre il comandante dei Visi Bianchi porterà i clan a sud? Se Capustan viene presa d'assedio, i territori Capan saranno vulnerabili alle vostre scorrerie, almeno finché i Pannion non completeranno la loro conquista.»
«Nostro padre non ha intenzione di condurci a sud, capitano.» La donna sputò un'altra volta nel fuoco. «La guerra dei Pannion ci raggiungerà, col tempo; così hanno letto i sapienti nelle scapole dei bhederin.» «Se questi demoni sono elementi d'avanguardia delle forze Pannion...» «Allora, quando compariranno nelle nostre roccaforti, sapremo che è arrivato il momento.» «Il momento di combattere», borbottò Gruntle. «Quello che vi piace di più.» «Sì, ma, per il momento, vorrei cavalcarti.» Cavalcarmi? Tramortirmi a suon di botte, vuoi dire. Ah, be'... «Quale uomo rifiuterebbe un'offerta così elegante?» Raccogliendo la biancheria da letto, Hetan si alzò. «Seguimi, in fretta.» «Ahimè», rispose lui, tirandosi lentamente in piedi, «non faccio mai niente in fretta, come scoprirai fra poco». «Domani notte cavalcherò il tuo amico.» «Lo stai già facendo, cara, nei suoi sogni.» Lei annuì, seria. «Ha mani grosse.» «Sì.» «Anche tu.» «Credevo che avessi premura, Hetan.» «Infatti. Andiamo.» Con il lento passare del giorno, la Catena Barghast si insinuò gradualmente verso di loro; le montagne lontane lasciarono il posto a colline gibbose, segnate dal tempo. Molte delle colline che bordavano la pista mercantile verso Capustan erano luoghi sacri: sulle cime, spiccavano i tronchi d'albero capovolti con cui i Barghast ancoravano tradizionalmente gli spiriti; o così spiegò Hetan nel cavalcare accanto a Gruntle, che conduceva il suo cavallo per le redini. Per quanto poco interessato alle questioni religiose, il capitano riconobbe di provare una certa curiosità sul perché i Barghast piantassero i tronchi a testa in giù sulle colline. «Le anime dei mortali sono selvagge», illustrò la donna, sputando per sottolineare le sue parole. «Molte vanno trattenute, perché non si diano a vagabondaggi pericolosi. Per questo, portiamo le querce giù dal nord; i sapienti praticano incisioni magiche sui tronchi. Il cadavere viene inchiodato sotto l'albero. Attiriamo anche spiriti, a mo' di guardiani, e mettiamo altre trappole lungo i bordi del cerchio oscuro. Tuttavia, a volte le anime fuggono; prigioniere di una delle trappole, ma in grado di spostarsi. Quelle
che tornano ai clan in cui vivevano una volta vengono rapidamente distrutte, per cui hanno imparato a star lontane... qui, nelle pianure. A volte, queste figure-stecco rimangono leali alla loro stirpe mortale e inviano sogni ai nostri sapienti, per avvertirci dei pericoli.» «Figure-stecco, le hai chiamate. Che cosa significa?» «Forse lo vedrai da te», replicò lei, con un'alzata di spalle. «È stata una di queste figure-stecco a mandare il sogno dei demoni?» «Sì, e anche altri spiriti. Che così tanti abbiano tentato di raggiungerci...» Aggiunge veridicità alla minaccia, capisco. Il capitano scrutò la terra deserta davanti a loro, chiedendosi quali sorprese riservasse. Stonny li precedeva di cinquanta passi, in sella al suo cavallo. Per il momento, Gruntle non poteva vederla, perché la pista girava intorno a una collina punteggiata di massi, scomparendo alla vista una trentina di passi più in là. Aveva una capacità esasperante di ignorare i suoi ordini; le aveva chiesto di restare sempre in vista. I due fratelli Barghast fiancheggiavano la carrozza, a una distanza che variava con le caratteristiche del terreno. Cafal aveva preso il lato interno, e trotterellava su per il pendio sassoso della collina; Netok camminava lungo la riva sabbiosa del fiume, circondato da un nugolo di moscerini che sembrava infittirsi a ogni suo passo. Dato il grasso straordinariamente spesso e rancido con cui i Barghast si coprivano il corpo, Gruntle indovinava la frustrazione di quegli insetti, attirati da un corpo caldo, ma riluttanti, o impossibilitati, a posarvisi. La notte prima, quel grasso si era dimostrato di un certo impiccio, rifletté Gruntle, ma egli era riuscito lo stesso nell'impresa, e ora esibiva una formidabile serie di lividi e morsi a mo' di prova. Hetan era stata... piena di energie. Un grido di Cafal. In quello stesso momento, riapparve Stonny. Il lento piccolo galoppo con cui si avvicinò tranquillizzò alquanto il capitano, anche se era chiaro che sia lei sia il Barghast sulla collina avevano scorto qualcosa. Lanciando un'occhiata a Cafal, Gruntle lo vide accucciato a terra; teneva l'attenzione fissa sulla pista, ma non aveva sguainato le armi. Stonny tirò le redini, il viso teso. «C'è la carrozza di Bauchelain, più avanti. E... danneggiata. C'è stata una lotta di qualche tipo. Una faccenda tempestosa.» «C'è qualcuno ancora in piedi?» «No, solo i buoi, che sembrano abbastanza tranquilli. E nessun cadavere.»
Hetan si volse verso il fratello sulla collina, incrociando il suo sguardo. Fece qualche gesto con le mani; al che Cafal, estraendo una lancia, avanzò silenziosamente e scomparve alla vista. «Va bene», sospirò Gruntle. «Tirate fuori le armi; andiamo a dare un'occhiata.» «Vuoi che io resti indietro?» chiese Harllo, dal sedile del vetturino. «No.» Aggirando la collina, videro che la pista si riapriva; il terreno era di nuovo piatto, su entrambi i lati. Quaranta passi più in là, stava l'imponente carrozza di Bauchelain e Korbal Broach, appoggiata su un lato; l'assale posteriore giaceva, spezzato, nei pressi. I quattro buoi brucavano l'erba della prateria a poca distanza. Dalla carrozza partivano strisce di terra bruciata; l'aria puzzava di magia. Un poggio vicino era stato squarciato da un'esplosione; il suo albero capovolto era divelto e in frantumi, come se fosse stato colpito da un fulmine. Dalla fossa spalancata che aveva ospitato la camera funeraria usciva ancora del fumo. Cafal vi si avvicinò guardingo; con la sinistra tracciava nell'aria gesti di protezione, nella destra teneva la lancia, pronta all'uso. Netok arrivò trotterellando dalla riva del fiume, un'ascia stretta fra entrambe le mani. Si fermò accanto alla sorella. «Qualcosa ha preso il volo», ruggì, facendo guizzare gli occhietti qua e là. «Ed è ancora vicino.» Hetan annuì. «Raggiungi tuo fratello.» Netok si allontanò silenziosamente. Gruntle andò dalla donna. «Quel tumulo... stai dicendo che si è liberato uno spirito o uno spettro?» «Sì.» Estraendo una spada dalla lama ricurva, la Barghast si incamminò lentamente verso la carrozza, seguita dal capitano. Stonny tornò indietro al trotto, per assumere una posizione difensiva accanto alla vettura di Keruli. Il fianco della carrozza era lacerato da un buco impressionante, ai lati frastagliati del quale si aprivano quelli che sembravano tagli di spada, ma più ampi di qualunque lama Gruntle avesse mai visto. Il capitano si arrampicò per guardare dentro allo scompartimento, già mezzo spaventato da quello che avrebbe potuto scoprire. Era vuoto; non c'erano corpi. Le pareti imbottite di cuoio erano ridotte a brandelli, i mobili riccamente ornati sparsi qua e là. Due enormi bauli, una volta fissati al pavimento, erano stati scalzati; i coperchi erano stati aperti e
il contenuto riversato all'intorno. «Che Hood ci prenda», mormorò il capitano, la bocca improvvisamente asciutta. Uno dei bauli racchiudeva piatte lastre d'ardesia - ora in pezzi - sulla quale erano stati meticolosamente incisi simboli arcani, ma fu il contenuto dell'altro a dargli i conati di vomito. Una massa di... organi, viscidi di sangue. Fegati, polmoni, cuori, tutti uniti insieme a costituire una sagoma tanto terrificante quanto familiare. Da viva - come, sentiva, doveva essere stata fino a poco tempo prima - aveva avuto forma umana, anche se alta soltanto fino alle ginocchia di una persona, quando era appollaiata sulle appendici sottili. Senza occhi e, per quanto Gruntle poteva vedere nel buio dello scompartimento, priva di alcunché di simile a un cervello, la creatura ora morta trasudava sangue acquoso. Negromanzia, ma non del tipo demoniaco. Queste sono le arti di chi esplora la mortalità, la resurrezione e la natura dei non-morti. Quegli organi... venivano da vivi. Individui uccisi da un pazzo. Maledizione, Buke, perché hai dovuto immischiarti con quei bastardi? «Sono dentro?» chiese Hetan, dal basso. Lui scosse la testa. «Solo rottami.» Dal sedile del vetturino, Harllo esclamò: «Guarda su per la pista, Gruntle! Arriva compagnia». Quattro figure, due vestite di nero, avvolte in un mantello di pelle, una bassa e dalle gambe storte e l'ultima alta e sottile. Niente perdite, allora. Ma qualcosa di brutto li ha colpiti. Duro. «Sono loro», borbottò. Hetan lo guardò con gli occhi socchiusi. «Conosci questi uomini?» «Sì, ma solo uno bene. La guardia... quello alto, con i capelli grigi.» «Non mi piacciono», ruggì la donna; fece fremere la spada, aggiustando la presa sull'elsa. «Statene lontani», consigliò Gruntle. «Dillo ai tuoi fratelli. Meglio non sfiorarli nemmeno, quei due con i mantelli. Bauchelain, con la barba a punta, e Korbal Broach, l'... l'altro.» Cafal e Netok raggiunsero la sorella. Il fratello maggiore era accigliato. «L'hanno preso ieri», annunciò. «Le difese sono state annullate, lentamente, prima che la collina fosse aperta.» Gruntle, ancora appollaiato in cima alla carrozza, strinse gli occhi sugli uomini che si avvicinavano. Buke e il domestico, Emancipor Reese, sembravano entrambi esausti, profondamente scossi, mentre gli stregoni avrebbero potuto benissimo essere impegnati in una passeggiata, per il disagio che mostravano. Però erano tutti armati. Balestre interamente metalliche, tinte di nero, con i dardi incoccati, stavano appoggiate sugli avam-
bracci protetti dall'armatura. Nelle faretre tozze e nere appese ai loro fianchi rimanevano solo poche frecce. Scendendo dalla carrozza, Gruntle si avvicinò a grandi passi. «Ben trovato, capitano», esordì Bauchelain, con un debole sorriso. «Per vostra fortuna, dalla traversata del fiume siamo stati più veloci. A partire da Saltoan, il nostro viaggio è stato tutt'altro che tranquillo.» «Così mi pare di capire, signore.» Gli occhi di Gruntle guizzarono verso Buke. L'amico sembrava invecchiato di dieci anni dall'ultima volta che l'aveva visto; si rifiutava di incontrare lo sguardo del capitano. «Vedo che il vostro seguito è cresciuto», osservò Bauchelain. «Barghast, vero? È straordinario come tale popolo si trovi anche su altri continenti, chiamandosi con lo stesso nome e coltivando, pare, costumi praticamente identici. Quale vasta storia giace sepolta e ora persa nella loro ignoranza, mi chiedo?» «Di solito», replicò pacatamente il capitano, «quell'uso particolare della parola "sepolto" è figurato. Voi, invece, l'avete inteso letteralmente». L'uomo vestito di nero alzò le spalle. «Colpa della curiosità, ahimè. Non potevamo rinunciare a una simile occasione; è una cosa al di là delle nostre capacità. Da quanto è risultato poi, lo spirito che abbiamo accolto nel nostro abbraccio - per quanto fosse, un tempo, uno sciamano di un certo potere - non ci ha detto nulla che già non avessimo supposto. I Barghast sono un popolo veramente antico e una volta erano molto più numerosi. Navigatori provetti, per giunta.» I suoi occhi grigi e inespressivi si fissarono su Hetan; un sopracciglio sottile si alzò lentamente. «Tuttavia, non si tratta di una caduta allo stato selvaggio da una vetta di civiltà; ma, semplicemente, di un'eterna... stasi. Il loro sistema di credenze, con la sua venerazione per gli antenati, è in antitesi con il progresso, o così ho concluso date le indicazioni.» Hetan rivolse allo stregone un ringhio silenzioso. Cafal parlò, con voce rotta dalla collera. «Che cosa avete fatto del nostro simile?» «Ben poco, guerriero. Era già sfuggito ai vincoli interni, ma era caduto prigioniero di una delle vostre trappole sciamaniche, un fagotto di stecchi, tessuto e spago. È stata la compassione a offrire loro la sembianza di un corpo con quelle trappole? Se è così, è alquanto inefficace.» «La carne» intervenne Korbal Broach con voce sottile, stridula, «sarebbe molto più adeguata ai loro bisogni». Bauchelain sorrise. «Il mio compagno è bravo in queste... composizioni,
una disciplina cui io sono meno interessato.» «Che cosa è successo qui?» chiese Gruntle. «Questo è chiaro», sbottò Hetan. «Sono penetrati in un cerchio oscuro. Poi un demone li ha attaccati; un demone come quello che cacciamo io e i miei fratelli. E questi... uomini... sono fuggiti e l'hanno eluso in qualche modo.» «Non proprio, mia cara», ribatté Bauchelain. «Prima di tutto, la creatura che ci ha attaccato non era un demone; puoi fidarti delle mie parole, perché i demoni sono entità che, guarda caso, conosco molto bene. È vero che siamo stati ferocemente assaliti, mentre ci stavamo occupando di questo tumulo. Se Buke non ci avesse avvertito, avremmo subito danni ancora maggiori all'attrezzatura, per non parlare dei nostri compagni meno abili.» «Allora», intervenne Gruntle, «se non era un demone, che cos'era?». «Ah, una domanda cui non è facile rispondere, capitano. Un non-morto, con ogni probabilità; comandato da un padrone lontano, e assolutamente formidabile. Korbal e io siamo stati costretti a scatenare l'intera schiera dei nostri servi per scacciare l'apparizione e l'inseguimento successivo non ha prodotto alcun risultato. Anzi, la comparsa di altri due cacciatori non-morti ha significato la perdita di molti di quei servi. E anche se i tre sono stati allontanati, il sollievo è solo temporaneo. I non-morti attaccheranno di nuovo, e se si sono raccolti in numero maggiore, saremo - tutti quanti messi duramente alla prova.» «Se è possibile» azzardò Gruntle, «vorrei parlare in privato con il mio padrone e con Hetan». Bauchelain inclinò la testa. «Ma certo. Venite, Korbal e compagni, esaminiamo i danni subiti dalla nostra sfortunata carrozza.» Prendendo Hetan per il braccio, Gruntle la portò nel punto in cui Harllo e Stonny aspettavano, vicino alla carrozza di Keruli. Cafal e Netok li seguirono. «Hanno asservito il nostro simile», sibilò Hetan, gli occhi brillanti come tizzoni. «Li ucciderò... li ucciderò tutti!» «E morirai prima di poter fare un passo», sbottò Gruntle. «Questi sono stregoni, Hetan; peggio, sono negromanti. Korbal pratica l'arte della nonmorte, mentre la specialità di Bauchelain è l'evocazione dei demoni. I due lati della moneta dalla faccia di teschio, maledetta da Hood, abominevole... e letale. Mi capisci? Non pensare nemmeno di sfidarli.» La voce di Keruli emerse dalla carrozza. «C'è di più, amici miei: molto presto, temo, avremo bisogno di quegli uomini terribili e dei loro formida-
bili poteri.» Gruntle si girò verso di lui con aria cupa. Il battente del finestrino sulla porta si era aperto di uno spiraglio. «Chi sono questi cacciatori non-morti, padrone? Lo sapete?» Ci fu una lunga pausa, prima che Keruli rispondesse. «Ho dei... sospetti. A ogni modo, stanno tessendo per questa terra una rete di fili di potere, dalla quale possono avvertire ogni più piccolo tremito. Non possiamo passare inosservati.» «Allora torniamo indietro», saltò su Stonny. «Ora, prima che sia troppo tardi.» «Ma lo è già», la rimbeccò Keruli. «Questi servi non-morti continuano ad attraversare il fiume dalle terre meridionali, tutti al servizio del Veggente Pannion. Si avvicinano sempre più a Saltoan. In realtà, credo ce ne siano più alle nostre spalle che fra qui e Capustan.» Maledettamente conveniente, Padron Keruli. «Dobbiamo», proseguì l'uomo nella carrozza, «stabilire un'alleanza temporanea con questi negromanti, finché non raggiungeremo Capustan». «Be'», riprese Gruntle, «loro la vedono certo come la linea di condotta più ovvia da adottare». «Malgrado tutti i loro altri... difetti, sono uomini pratici.» «I Barghast non viaggeranno con loro», ringhiò Hetan. «Credo che non abbiamo scelta», sospirò Gruntle. «E questo vale anche per te e i tuoi fratelli, Hetan. A cosa serve trovare questi cacciatori nonmorti, per farsi ridurre a brandelli?» «Pensi che siamo impreparati a una simile lotta? Siamo rimasti a lungo nel cerchio di ossa, capitano, mentre tutti gli sciamani dei clan raccolti danzavano la trama del potere. A lungo.» «Tre giorni e tre notti», ruggì Cafal. Non mi stupisce che ieri notte mi abbia quasi squarciato il petto. Keruli parlò. «Potrebbe non bastare, se i vostri sforzi attraggono la piena attenzione del Veggente Pannion. Capitano, quanti giorni di viaggio mancano a Capustan?» Lo sai bene quanto me. «Quattro, padrone.» «Non dirmi, Hetan, che tu e i tuoi fratelli non potete dar prova di un certo stoicismo per un tempo così breve! Comprendiamo benissimo la vostra indignazione. La profanazione dei vostri sacri antenati è un insulto che non si tollera con tanta facilità. Ma non è la stessa vostra gente a usare un certo pragmatismo al riguardo? Le incisioni magiche, le figure-stecco... Consi-
derate questa un'estensione di tale necessità.» Hetan sputò, girandosi dall'altra parte. «Hai ragione», ammise, dopo un attimo. «È necessario. Benissimo.» Gruntle tornò da Bauchelain e gli altri. I due stregoni stavano accovacciati, con l'assale spezzato fra loro. Il puzzo del ferro fuso saliva verso l'alto. «Le nostre riparazioni», mormorò Bauchelain, «non richiederanno molto tempo». «Bene. Avete detto che ci sono tre di queste creature in giro... quanto sono lontane?» «Il nostro piccolo amico sciamano tallona i cacciatori. Meno di una lega e, ve l'assicuro, essi possono - se vogliono - coprire quella distanza nel tempo che il vostro cuore impiega a battere qualche centinaio di volte. Avremo poco preavviso, ma abbastanza per organizzare una difesa, credo.» «Perché state andando a Capustan?» Lo stregone alzò lo sguardo, insieme a un sopracciglio. «Non c'è una ragione particolare. Siamo girovaghi per natura. Al nostro arrivo sulla costa occidentale di questo continente, abbiamo puntato gli occhi a est. Capustan è il luogo più a est che si può raggiungere, no?» «Più o meno. A sud, oltre Elingarth, la terra si protende ancora più a est, ma i reami e le città-stato della zona sono poco più che feudi di pirati e banditi. E poi, per arrivarci dovreste attraversare il Dominio di Pannion.» «E, a quanto ho capito, sarebbe un'ardua impresa.» «Non ce la fareste mai.» Bauchelain sorrise e si chinò di nuovo a studiare l'assale. Sollevando lo sguardo, Gruntle incrociò finalmente quello di Buke. Un leggero cenno del capo spinse questi a spostarsi, con riluttanza, da parte. «Sei nei guai, amico», disse sommessamente il capitano. Buke si accigliò, senza rispondere; ma la verità era evidente nei suoi occhi. «Quando arriveremo a Capustan, prendi quanto ti è dovuto e vattene senza guardarti indietro. Buke, i tuoi sospetti erano esatti; ho visto cosa c'era dentro la carrozza. Ho visto. Se tenti qualcosa, faranno peggio che ucciderti. Mi capisci? Peggio.» L'uomo esibì un sorriso beffardo, volgendo gli occhi socchiusi verso est. «Sei convinto che arriveranno tanto lontano, eh, Gruntle? Be', sorpresa: non vivremo per vedere la prossima alba.» Puntò sul capitano uno sguardo febbrile. «Non crederesti a cosa hanno scatenato i miei padroni: una molti-
tudine spaventosa di servi, guardiani, uccisori di spiriti... e i loro stessi poteri, poi! Che Hood ci prenda! Eppure tutto questo è riuscito a malapena a respingere una di quelle bestie e, quando sono arrivate le altre due, siamo stati noi a ritirarci. Quella moltitudine è ridotta a pezzi di carne fumante, sparsi nella pianura per leghe e leghe all'intorno. Gruntle, ho visto demoni fatti a brandelli. Sì, questi due sembrano tranquilli ma, credimi, non vuole dire niente. Proprio niente.» Abbassò la voce. «Sono pazzi, amico. Pazzi furiosi, dagli occhi di lucertola e il sangue di ghiaccio. E il povero Mancy sta con loro da tre anni... sapessi le storie che mi ha raccontato...» L'uomo rabbrividì. «Mancy? Oh, Emancipor Reese. Dov'è la gatta, a proposito?» Buke scoppiò in una risata aspra. «È scappata, come tutti i nostri cavalli; e ne avevamo una dozzina esatta, dall'attacco di quegli stupidi banditi. È scappata, dopo che le ho staccato le unghie dalla schiena di Mancy, dov'era saltata quando i canali si sono aperti tutti insieme.» Una volta completate le riparazioni e rimessa in piedi la carrozza, il viaggio riprese. Rimaneva luce per un paio di leghe. Ancora una volta, Stonny cavalcava in testa; Cafal e Netok ripresero i loro posti ai lati. Emancipor guidava la carrozza; i due stregoni si erano ritirati all'interno. Buke e Gruntle camminavano qualche passo davanti alla carrozza di Keruli; rimasero muti a lungo, finché il capitano non cacciò un sospiro profondo, lanciando un'occhiata all'amico. «Per quel che vale, ci sono persone che non vogliono vederti morto, Buke. Ti vedono consumarti dentro, e gli importa tanto che ne soffrono.» «Il senso di colpa è una buona arma, Gruntle, o almeno lo è stata per molto tempo. Ma non mi tocca più. Se volete preoccuparvi per me, allora dovrete inghiottire il vostro dolore. Io me infischio altamente.» «Stonny...» «Vale troppo per immischiarsi con me. E, comunque, non mi interessa essere salvato: diglielo.» «Diglielo tu, Buke, e quando ti pianterà un pugno in faccia ricordati che ti avevo avvisato. Diglielo tu; non intendo riferire i tuoi messaggi di autocommiserazione.» «Vattene, Gruntle. Ti concerei per le feste prima che finissi di usare i tuoi coltellacci su di me.» «Oh, che bell'idea... farti uccidere da uno dei pochi amici che ti rimangono. A quanto pare, mi sbagliavo: non si tratta solo di autocommiserazione. Tu non sei ossessionato dalla tragica morte della tua famiglia: sei os-
sessionato da te stesso, Buke. Il tuo senso di colpa è un'onda che cresce senza fine, e quel tuo ego è un argine, cui aggiungi mattoni su mattoni. Il muro sale sempre di più e tu guardi il mondo dalla tua altezza sublime, con un ghigno sprezzante.» Buke era pallido e tremante. «Se è così che la vedi», gracchiò, «perché mi chiami tuo amico?». Per Beru, comincio a chiedermelo anch'io. Tirando un respiro profondo, Gruntle riuscì a calmarsi. «Ci conosciamo da molto tempo. Non abbiamo mai incrociato le spade.» E tu avevi l'abitudine di ubriacarti per giorni di fila, un'abitudine di cui ti sei liberato... e io no. C'è voluta la morte di tutti quelli che amavi per spingerti a questo, e io ho il terrore che debba essere lo stesso per me. Grazie a Hood, la ragazza ha sposato quel grasso mercante. «Non è granché, Gruntle.» Siamo fatti della stessa pasta, bastardo; guarda oltre il tuo ego e te ne accorgerai subito. Ma il capitano non disse nulla. «Il sole è quasi tramontato», osservò Buke, dopo un po'. «Attaccheranno quando sarà buio.» «Come ci si difende contro di loro?» «In nessun modo: è impossibile. Da quanto ho visto, sono difficili da colpire, e veloci. Per gli dei, se sono veloci! Siamo tutti morti, Gruntle. Bauchelain e Korbal Broach non hanno più molte risorse; li hai visti come sudavano nel riparare la carrozza? Sono prosciugati, quei due.» «Anche Keruli è un mago», dichiarò Gruntle. «Be', più esattamente un sacerdote, credo.» «Allora speriamo che il suo dio butti un occhio su di noi.» Non molto probabile, temo. Mentre la luce del sole formava una pozza cremisi sull'orizzonte alle loro spalle, si accamparono. Stonny guidò cavalli e buoi a un recinto di fortuna, bordato da corde, a fianco delle carrozze; posizione che avrebbe dato loro la possibilità di fuggire verso l'interno, all'occorrenza. Una specie di rassegnazione discese insieme all'oscurità crescente, mentre Harllo, che si era eletto cuoco, preparava il pasto su un piccolo fuoco. Né Keruli né i due stregoni uscirono dalle rispettive carrozze per unirsi al gruppetto. Moscerini si raccolsero intorno alle fiamme che non davano fumo. Sorseggiando vino brulé, Gruntle guardò i loro meccanici, palpitanti tuffi nell'oblio con amaro divertimento.
Arrivò il buio, che rese più nitida la spruzzata di stelle sulle loro teste. A cena finita, Hetan si alzò. «Harllo, vieni con me, ora. Sbrigati.» «Signora?» chiese l'uomo. Gruntle spruzzò all'intorno il vino che aveva in bocca. Tossì, ansimò; e, malgrado i colpi di Stonny sulla schiena, impiegò un po' a riprendersi. Gli occhi lacrimanti, sogghignò in direzione di Harllo. «Hai sentito la signora.» Vide gli occhi dell'amico allargarsi pian piano. Hetan avanzò, impaziente, afferrando Harllo per un braccio. Lo tirò in piedi, poi lo trascinò nel buio. Lo sguardo su di loro, Stonny aggrottò le sopracciglia. «Che cos'è questa storia?» Nessuno degli uomini rispose. Lei lanciò un'occhiata minacciosa a Gruntle; dopo un attimo, cacciò un sibilo, in un lampo di comprensione. «Che indecenza!» «Mia cara», rise il capitano, «dopo Saltoan, non hai il diritto di protestare». «Non chiamarmi "mia cara", Gruntle! Cosa dovremmo fare noialtri, stare qui fermi ad ascoltare i rozzi gemiti e grugniti in arrivo da quel cespuglio laggiù? È disgustoso!» «Andiamo, Stonny. Date le circostanze, è perfettamente comprensibile...» «Non è questo, idiota! Quella donna ha scelto Harllo! Per gli dei, mi viene da vomitare! Harllo! Guarda intorno a questo fuoco: ci sei tu e, ammettiamolo, un certo tipo di donna grossolana, ignorante, non potrebbe resisterti. E Buke, alto, col volto segnato dalle intemperie e l'animo torturato... certo vale qualche rotolata nell'erba. Ma Harllo? Quella scimmia dal pelo arruffato?» «Ha le mani grosse», mormorò Gruntle. «Così Hetan ha osservato... uhm, ieri sera.» Stonny sgranò gli occhi, chinandosi in avanti. «Ieri sera è stata con te! Non è così? Quella selvaggia scatenata sporca di grasso è stata con te! Ti leggo la verità su quella faccia compiaciuta, Gruntle, per cui non negarlo!» «Be', l'hai appena sentita... come potrebbe resisterle un uomo dal sangue caldo?» «Benissimo, allora!» sbottò lei, alzandosi. «Buke, in piedi, maledizione!» Lui sussultò, piegandosi all'indietro. «No... non potrei... Io... uhm... no,
mi spiace, Stonny...» Con un ringhio, la donna si girò sui due Barghast silenziosi. Cafal sorrise. «Scegli Netok. È ancora...» «Bene!» Lo chiamò con un gesto. Il giovane si alzò barcollando. «Mani grosse», osservò Gruntle. «Chiudi il becco, Gruntle.» «Va' dall'altra parte, per favore», continuò lui. «Non vorrai incappare in spettacoli... sconvenienti.» «Hai perfettamente ragione. Vieni, Netok.» Si allontanarono. Il Barghast la seguiva come un cucciolo al guinzaglio. Il capitano si girò di scatto verso Buke. «Bello scemo che sei.» L'uomo si limitò a scuotere la testa, abbassando lo sguardo sul fuoco. Emancipor Reese tese la mano verso la pentola di latta che conteneva il vino speziato. «Non ci saranno più notti», borbottò. «Tipico.» Gruntle fissò il vecchio per un attimo, poi sogghignò. «Non siamo ancora morti; chissà, forse la fortuna di Oponn vi sorride.» «Sarebbe una novità», bofonchiò Reese. «E comunque, com'è che siete finito con i vostri due padroni, in nome di Hood?» «È una storia lunga», mormorò lui, sorseggiando il suo vino. «Troppo lunga da raccontare. Mia moglie, vedete... Be', l'incarico offriva la possibilità di viaggiare...» «Avete scelto il minore dei mali, cioè?» «Che i cieli me ne scampino, signore.» «Ah, allora vi siete pentito.» «Non ho detto nemmeno questo.» Un urlo improvviso proveniente dal buio fece sobbalzare tutti quanti. «Chi avrà fatto questo rumore?» indagò Gruntle. «Nessuno», rispose Reese. «È tornata la mia gatta.» Si aprì la porta di una carrozza; qualche attimo dopo, apparve la sagoma vestita di nero di Bauchelain. «La nostra figura-stecco sta rientrando... precipitosamente. Vi consiglio di richiamare gli altri e di preparare le armi. Come strategia, cercate di azzoppare questi cacciatori, e quando vi avvicinate state bassi... preferiscono colpire orizzontalmente. Emancipor, ti invito a unirti a noi. Capitano Gruntle, forse potreste informare il vostro padrone, anche se, con ogni probabilità, è già al corrente della situazione.» Raggelato, Gruntle si alzò. «Saremo fortunati se riusciremo a vedere al
di là del nostro naso, maledizione.» «Questo non è un problema», ribatté Bauchelain. «Korbal, caro amico», chiamò, girandosi, «un ampio cerchio di luce, per favore». D'un tratto, l'aria fu bagnata da un chiarore morbido, dorato, che si estendeva di una trentina di passi in tutte le direzioni. La gatta urlò di nuovo e Gruntle intravide un lampo fulvo, che schizzava di nuovo nel buio. Hetan e Harllo arrivarono da un lato, riaggiustandosi frettolosamente gli abiti. Tornarono anche Stonny e Netok. Il capitano si strappò un sorriso forzato. «Non c'è stato abbastanza tempo, eh?» disse alla compagna. Stonny fece una smorfia. «Dovresti essere più comprensivo; per il ragazzo era la prima volta.» «Oh, già.» «Peccato, davvero», aggiunse lei, infilando i guanti da battaglia. «Aveva potenziale, malgrado il grasso.» I Barghast si erano riuniti; Cafal piantava una fila di lance nel terreno sassoso, mentre Hetan era indaffarata a legare loro tre con una spessa corda, dai nodi della quale pendevano feticci di piuma e d'osso. I guerrieri, stimò Gruntle, distavano cinque o sei bracci l'uno dall'altro. Quando gli altri ebbero terminato la loro opera, Netok porse loro asce a doppia lama. Tutti e tre posarono le armi ai loro piedi, afferrando una lancia a testa. Sotto la guida di Hetan, attaccarono un canto cupo, sommesso. «Capitano.» Distogliendo lo sguardo dai Barghast, Gruntle trovò Padron Keruli al suo fianco. L'uomo aveva le mani incrociate sulla vita; il suo mantello di seta scintillava come acqua. «La protezione che posso offrirvi è limitata. Statemi vicino, voi, Harllo e Stonny; non fatevi attirare avanti. Concentratevi sulla difesa.» Sguainando i suoi coltellacci, Gruntle annuì. Harllo si portò alla sinistra del capitano, lo spadone fermo avanti a sé. Stonny stava alla sua destra, stocco e pugnale pronti all'uso. Gruntle temeva soprattutto per lei: le sue armi erano troppo leggere per quello che era in arrivo. Ricordava i segni sulla carrozza di Bauchelain: lì sarebbe stata questione di forza bruta, non di finezza. «Sta' un passo indietro, Stonny», brontolò. «Non dire sciocchezze.» «Non sto facendo il cavaliere, Stonny: i forellini piccoli come punte di spillo non danneggeranno un non-morto.»
«Vedremo, eh?» «Sta' vicina al padrone; difendilo. È un ordine, Stonny.» «Ti ho sentito», ruggì lei. Gruntle si girò di nuovo verso Keruli. «Signore, chi è il vostro dio? Se lo invocate, che cosa dobbiamo aspettarci?» L'uomo dal viso rotondo inarcò leggermente le sopracciglia. «Aspettarci? Temo di non averne idea, capitano. I... uhm... poteri del mio dio si sono appena risvegliati dopo un sonno di migliaia di anni. Il mio dio è Antico.» Gruntle sgranò gli occhi. Antico? Ma gli Dei Antichi non erano stati abbandonati a causa della loro ferocia? Che cosa potrebbe scatenarsi qui? Che la Regina dei Sogni ci protegga. Vide Keruli estrarre un pugnale dalla lama sottile, con cui si incise profondamente il palmo sinistro. Sangue gocciolò nell'erba ai suoi piedi. D'un tratto, l'aria prese un odore di mattatoio. Un piccolo fagotto in forma umana, composto di stecchi, ramoscelli e spago, entrò correndo nel cerchio di luce, seguito da una scia di magia. Lo sciamano intrappolato. Gruntle sentì il terreno vibrare sotto passi in rapido avvicinamento; un martellio grave, inesorabile, come quello di cavalli da battaglia. No, sembrano più dei giganti. Cinque, forse di più. Venivano da est. Sagome spettrali si profilarono, poi scomparvero. Il tremito del suolo rallentò, si disperse, mentre le figure si allargavano. Il canto dei Barghast terminò bruscamente. Gruntle lanciò loro un'occhiata: i tre guerrieri erano rivolti verso est, le lance pronte. Intorno ai loro piedi si levavano spire di nebbia, sempre più dense; nel giro di minuti, Hetan e suoi fratelli sarebbero stati completamente inghiottiti. Silenzio. Le else familiari, avvolte nel cuoio, dei coltellacci pesanti scivolavano viscide nelle mani di Gruntle, che sentiva il cuore picchiargli pesantemente in petto. Mento e labbra gli gocciolavano di sudore. Si sforzò di vedere nel buio, oltre la sfera di luce. Niente. L'attimo del soldato, prima dell'inizio della battaglia; chi sceglierebbe una vita simile? Sei lì, insieme ad altri; tutti affrontano la stessa minaccia ma tutti si sentono completamente soli. Stretto nel freddo abbraccio della paura, hai la sensazione che tutto ciò che sei potrebbe finire nel giro di pochi attimi. Per gli dei, non invidio la vita del soldato... Volti piatti, larghi, irti di zanne - e morbosamente pallidi, come pance di serpente - emersero dall'oscurità. Gli occhi erano buche; le teste sembraro-
no aleggiare per un attimo, come sospese, a un'altezza pari a due volte quella di un uomo. Enormi spade di ferro, punteggiate di nero, scivolarono nella luce. Le lame erano fuse ai polsi delle creature - non si vedevano mani - e Gruntle capì che un solo colpo avrebbe potuto tranciare facilmente la coscia di un uomo. Le apparizioni, simili a rettili, avanzavano sulle zampe posteriori come giganteschi uccelli privi di ali, curve in avanti con lunghe code affusolate per contrappeso, e indossavano un'armatura stranamente discontinua: sulle spalle, sul petto - a entrambi i lati dello sterno sporgente - e lungo la parte superiore dei fianchi. Elmi a calotta, bassi e lunghi, riparavano testa e nuca; le protezioni delle guance si incontravano sopra il muso, piegandosi bruscamente a coprire il naso. Al fianco di Gruntle, Keruli cacciò un sibilo. «K'Chain Che'Malle. Sono cacciatori K'ell, i primogeniti di ogni parto. I figli della Matrona. Questa è conoscenza che sta sbiadendo anche nella mente degli Dei Antichi. Ora provo sgomento, nel profondo del cuore.» «Che cosa aspettano, in nome di Hood?» ruggì il capitano. «Sono inquieti davanti alla nube vorticosa che è la magia Barghast. Per il loro padrone, si tratta di un'incognita.» Incredulo, il capitano chiese: «Il Veggente Pannion comanda questi...». I cinque cacciatori mossero all'assalto. Le teste scattarono in avanti, le lame si alzarono in una macchia indistinta. Tre puntarono sui Barghast, tuffandosi verso quella nebbia fitta, turbinosa. Gli altri due attaccarono Bauchelain e Korbal Broach. Attimi prima che raggiungessero la nube, tre lance schizzarono fuori, colpendo tutte il cacciatore in testa. La magia lacerò la carne avvizzita, senza vita, della bestia con il rumore di spuntoni che trapassano tronchi d'albero. Tessuto muscolare grigio scuro, ossa color bronzo e strisce di pelle in fiamme volarono in tutte le direzioni. La testa del cacciatore ballonzolava sopra il collo spezzato. Il K'Chain Che'Malle barcollò, poi crollò a terra, mentre i suoi due compagni lo aggiravano, scomparendo nella nube incantata. Dall'interno, risuonò il cozzo del ferro contro il ferro. Davanti a Bauchelain e a Korbal Broach, gli altri due cacciatori furono inghiottiti da onde nere, ribollenti, prima di aver potuto fare due passi. La magia lacerò i loro corpi, spruzzando fiotti acidi, corrosivi, che divoravano la carne. Le bestie avanzarono spedite, per essere accolte dai due stregoni, entrambi i quali indossavano cotte di maglia nera lunghe fino alle caviglie e brandivano spade che emettevano pennacchi di fumo.
«Attenzione, alle nostre spalle!» gridò improvvisamente Harllo. Gruntle si girò di scatto. Vide un sesto cacciatore che sfrecciava attraverso i cavalli nitrenti, agitati, puntando dritto verso Keruli. A differenza degli altri K'Chain Che'Malle, questa creatura aveva la pelle coperta di segni intricati, e portava una cresta di punte d'acciaio lungo la spina dorsale. Gruntle diede una spallata a Keruli, mandandolo a gambe all'aria. Accovacciandosi a terra, alzò entrambi i coltellacci appena in tempo per parare la sferzata orizzontale di una delle lame massicce del cacciatore. L'acciaio Gadrobi stridette in modo assordante; l'impatto mandò scosse su per le braccia del capitano. Gruntle udì - più che avvertire - rompersi il polso sinistro; le estremità delle ossa grattarono l'una contro l'altra, storcendosi terribilmente; infine, mani improvvisamente inerti mollarono i coltellacci, che rotolarono via. La seconda lama del cacciatore avrebbe dovuto segarlo a metà; invece, urtò contro lo spadone di Harllo. Entrambe le armi finirono in frantumi. Harllo si allontanò vacillando; viso e petto, colpiti da una violenta pioggia di schegge metalliche, spruzzavano sangue. Una zampa a tre dita, munita di artigli, si alzò, colpendo Gruntle. Il capitano volò in aria con un grugnito. Il dolore gli esplose nel cranio mentre si scontrava con la mascella del cacciatore, il cui collo si ruppe con uno schiocco sonoro. Stordito, senza più aria nei polmoni, Gruntle stramazzò. Un peso enorme lo inchiodò a terra; artigli forarono l'armatura, trapassandogli la carne, e le tre dita si strinsero intorno al suo petto, spezzando ossa. Si sentì portare in avanti; le scaglie dell'armatura si staccarono con cigolii e scricchiolii, mentre egli veniva trascinato attraverso polvere e ghiaia. Fibbie e fermagli distorti si piantarono nel terreno. Cieco, gli arti molli, Gruntle avvertì gli artigli conficcarsi ancora più profondamente. Tossì, e sangue schiumoso gli riempì la bocca. Il mondo si oscurò. Sentì gli artigli vibrare, come per il riverbero di un colpo possente, cui ne seguì un altro, e un altro ancora. Gli artigli si contrassero in uno spasmo. Gruntle fu rispedito in aria; quando atterrò, rotolò fino a urtare i raggi spezzati della ruota di una carrozza. Sentiva - sapeva - che stava per morire. Si costrinse ad aprire gli occhi: desiderava disperatamente gettare un'ultima occhiata sul mondo; qualunque cosa potesse scacciare quel senso opprimente di tristezza confusa. Non poteva essere una cosa improvvisa? Istantanea? Perché quel lento, frastornante prosciugarsi? Per gli dei, persino il dolore è scomparso; perché
non la coscienza? Perché torturarmi con la consapevolezza di ciò che sto per perdere? Qualcuno cacciava un urlo, un urlo di morte; Gruntle afferrò subito la situazione. Oh sì, urla la tua sfida, il tuo terrore e la tua rabbia; urla contro la ragnatela che ti si stringe intorno. Onde di rumore nel mondo mortale, per l'ultima volta... Le urla cessarono. Ora c'era silenzio, tranne che per il battito irregolare del cuore nel petto di Gruntle. Sapeva di avere gli occhi aperti, eppure non vedeva nulla. O la luce magica di Korbal Broach si era spenta, o il capitano aveva trovato la propria oscurità. Quel cuore vacillava. Rallentava, si affievoliva come i contorni di un cavallo che corre lungo una strada. Sempre più lontano, e vago, sempre più vago... LIBRO SECONDO IL FOCOLARE La mezzanotte arriva spesso nel crepuscolo della mia vita, quando contemplo tutto ciò a cui sono sopravvissuto. La morte di tanti cui tenevo e che amavo nel profondo del cuore ha estirpato dai miei pensieri ogni senso di gloria. Essere sfuggito a quel destino fortuito ha perso ogni qualità trionfale. So che mi hai visto, amico, con il mio viso rugoso e il mio sguardo silente, il gelo che rallenta il mio incedere amareggiato, mentre percorro gli ultimi anni avvolto nell'oscurità come tutti i vecchi, tormentato dai ricordi... La strada davanti a te Jhorum di Capustan CAPITOLO SETTIMO E tutti coloro che percorrono i campi quando il Cinghiale dell'Estate avanza con un martellio di zoccoli e la Foresta di Ferro si dirige
verso il fatidico, inevitabile scontro... tutti sono come bambini, adulti tornati bambini... Il Codice di Fener Il Destriant Dellem (n.?) Nato su un mare scuro come il vino speziato, il vento soffiava gemendo sopra il campo di uccisioni lungo la costa, e intorno alla Guardia Orientale, sulla cui collina punteggiata di mattoni una debole luce di torcia brillava dalle imposte malconce della fortezza. Il vento gridò con voce più acuta, mentre sbatteva contro le mura della città, gettando spruzzi salati contro la pietra smussata, sporcata dalle intemperie. Aumentando d'intensità, il respiro della notte raggiunse i parapetti, imperversò fra i merloni e lungo le piattaforme, poi colpì le strade tortuose, serpeggianti di Capustan, dove non un'anima si muoveva. Dal parapetto della torre d'angolo, che sovrastava l'antica caserma, Karnadas stava da solo davanti alla tempesta; il mantello con la criniera di cinghiale intorno al colletto sbatteva nelle raffiche violente. Anche se l'arco aperto nel parapetto sovrastava l'accesso sud-orientale alla torre, dalla sua posizione egli scorgeva a malapena, a cinquecento passi lungo il muro in direzione nord, l'oggetto della sua attenzione feroce. Il palazzo tetro, simile a una rupe, del principe Jelarkan non somigliava a nessun altro edificio di Capustan. Priva di finestre, la struttura in pietra grigia s'innalzava in una confusione caotica di piani, angoli, sporgenze e cornici apparentemente inutili. Superava di gran lunga in altezza il muro adiacente, rivolto alla costa; con l'occhio della mente, il mercenario vide massi enormi levarsi dal campo di uccisioni verso il fabbricato, cozzare contro i suoi lati e farlo crollare rovinosamente. È indegno di te. Dove sta la confortante conoscenza del vasto, ciclico movimento della storia, del flusso e riflusso della guerra e della pace? La pace è il periodo in cui si aspetta la guerra. Un periodo di preparazione, o di voluta ignoranza; di cieche, oziose chiacchiere al riparo delle mura. Dentro al palazzo, la Spada Mortale Brukhalian era impantanato nell'ennesimo incontro con il principe e una mezza dozzina di rappresentanti del Consiglio Mascherato. Il comandante delle Spade Grigie sopportava quelle maratone intricate con quella che sembrava a Karnadas una pazienza sovrumana. Io non avrei mai tollerato questa danza frenetica, non così a lungo, notte dopo notte, per settimane di fila. Però, è straordinario quanto
si possa realizzare mentre infuriano le discussioni. Quante delle proposte della Spada Mortale - e del principe Jelarkan - sono già state attuate, mentre lo scontro continua senza posa e quei bastardi mascherati enunciano la loro lista di obiezioni, frutto della più totale ignoranza? È troppo tardi, sciocchi: abbiamo già fatto quello che potevamo, per salvare la vostra maledetta città. Davanti alla sua mente, si levò la maschera elaborata, ricoperta di pelliccia, dell'unico sacerdote del Consiglio su cui lui e la compagnia avrebbero potuto contare come alleato. Rath'Fener parlava per il Cinghiale dell'Estate, il dio patrono delle Spade Grigie. Ma sei consumato dall'ambizione politica, come i tuoi rivali del Consiglio. Ti inginocchi davanti alla zanna insanguinata del Cinghiale, eppure... è solo una menzogna? Come unica risposta alla muta domanda di Karnadas venne l'ululato del vento. Il fulmine illuminò le nubi che turbinavano sopra la baia lontana. Rath'Fener era un sacerdote del Rango Scettrato, un veterano della politica del tempio, e quindi in vetta a ciò che un mortale poteva raggiungere all'interno delle mura consacrate a Fener. Ma il Cinghiale dell'Estate non è un dio civilizzato; non fanno per lui ranghi, ordini e vesti chiuse da fibbie d'avorio... pompa secolare, meschini giochi di superbia alla ricerca del potere mondano. Eppure no, non devo contestare Rath'Fener mettendo in dubbio la sua fede; lui serve il nostro dio a modo suo. Il Cinghiale dell'Estate era la voce della guerra. Scuro, sinistro, antico quanto l'umanità stessa. Il canto della battaglia; le grida dei morenti e la musica vendicativa, dissonante, stridula delle armi di ferro, degli scudi risuonanti di colpi, delle frecce e dei dardi sibilanti... E quella voce sta diventando un ruggito. Non è il momento di nascondersi dietro le mura di un tempio; né il momento di sciocchi intrighi politici. Serviamo Fener camminando sulla terra fumante, imbevuta di sangue, le armi sguainate nella promessa dell'azione fulminea. Siamo il cozzo e il clangore, le urla di rabbia, dolore e terrore... Rath'Fener non era l'unico sacerdote del Cinghiale ad aver raggiunto il Rango Scettrato in quella città. La differenza era questa: mentre Rath'Fener possedeva l'ambizione di inginocchiarsi davanti al mantello del Cinghiale e assumere umilmente l'antico titolo di Destriant, rimasto vacante per tanto tempo, Karnadas l'aveva già realizzata. Karnadas avrebbe potuto rimettere Rath'Fener al suo posto semplicemente svelando la propria posizione nella gerarchia mortale. Rimetterlo al suo posto? Potrei deporre quel bastardo con un gesto. Ma Brukhalian gli
aveva impedito di fare quella dolce rivelazione, e la Spada Mortale non poteva essere distolta dalle sue convinzioni. Il momento non era propizio per una simile mossa, aveva detto: avrebbe reso un profitto troppo basso. Abbi pazienza, Karnadas, il momento verrà... Non era una cosa facile da accettare. «Vi piace questa notte, Destriant?» «Ah, Itkovian, non vi avevo visto. Questa è la notte della tempesta del Cinghiale. Da quanto tempo ve ne state lì, Incudine-Scudo?» Da quanto tempo fissi il tuo Gran Sacerdote, nel tuo modo freddo, riservato? Itkovian dai modi oscuri, rivelerai mai la tua vera essenza? Era impossibile leggere l'espressione dell'uomo al buio. «Solo da pochi momenti, Destriant.» «Il sonno vi elude, signore?» «Non quando lo cerco.» Osservando la sopravveste di maglia blu dell'Incudine-Scudo sotto il grigio mantello impermeabile, e i guanti muniti di polsini, ora neri e lucidi di pioggia, Karnadas annuì lentamente. «Non mi ero reso conto che l'alba fosse così vicina. Prevedete di restare lontano a lungo?» Itkovian scosse le spalle. «No, a condizione che veramente abbiano attraversato in forze. Comunque, potrò guidare solo due ali. Però, se dovessimo incontrare solo poco più di semplici squadre di ricognizione, infliggeremo i primi colpi al Dominio.» «Finalmente», replicò il Destriant, reagendo con una smorfia alla sferzata di un'altra raffica di vento contro il parapetto. Per un po', ci fu silenzio. Poi Karnadas si schiarì la gola. «Che cosa vi ha portato qui, IncudineScudo, se posso chiedervelo?» «La Spada Mortale è tornata dall'ultima riunione e desidera parlarvi.» «Ed è rimasto pazientemente seduto mentre chiacchieravamo?» «Presumo di sì, Destriant.» Le due Spade Grigie si volsero verso la scala a chiocciola della torre. Discesero i gradini lucidi, scivolosi, in mezzo ai rivoli d'acqua che scorrevano giù per le pareti di pietra, su entrambi lati. Arrivati alla terza svolta, potevano vedere il vapore del loro respiro. Fino all'arrivo della compagnia, la caserma era stata lasciata praticamente disabitata per quasi un secolo. Il gelo che si era insinuato nell'antica fortezza dalle spesse mura aveva sfidato ogni tentativo di scacciarlo. Fra le principali strutture di Capustan, essa era antecedente al Maschio Daru - che ora si chiamava Thrall e ospitava il
Consiglio Mascherato - e a ogni altro edificio, eccezion fatta per il palazzo del principe Jelarkan. E quel palazzo, sicuramente, non è stato eretto da mani umane. Lo giurerei sul dorso ispido di Fener. Quando giunsero al livello del suolo, Itkovian spinse la porta cigolante che dava direttamente sulla Sala Rotonda. Solo nella camera enorme, a malapena ammobiliata, stava la Spada Mortale Brukhalian, immobile davanti al focolare, figura quasi spettrale malgrado la statura e la stazza formidabili. Volgeva le spalle ai nuovi venuti; i capelli lunghi e ondulati erano sciolti e arrivavano appena sopra la vita stretta da un cinturone. «Rath'Trake crede», borbottò senza girarsi, «che sulle pianure a ovest della città ci siano intrusi sgraditi. Apparizioni demoniache». Karnadas aprì la fibbia del mantello e lo scosse per liberarlo dall'acqua. «Rath'Trake, avete detto. Ammetto di non comprendere l'improvvisa aspirazione della Tigre alla piena divinità. Che il culto di un Primo Eroe sia riuscito a infiltrarsi in un consiglio sacerdotale...» Brukhalian si girò lentamente, fissando i morbidi occhi castani sul Destriant. «La vostra opposizione è irragionevole. La Stagione dell'Estate comprende più di una voce di guerra, od ora forse vorreste contestare anche i feroci spiriti dei Barghast e dei Rhivi?» «I Primi Eroi non sono dei», ruggì Karnadas, massaggiandosi il viso da cui svaniva il freddo torpore indotto dal vento. «Non sono nemmeno spiriti tribali, signore. Qualcuno degli altri sacerdoti ha appoggiato la pretesa di Rath'Trake?» «No.» «Proprio come pensavo...» «Naturalmente», continuò Brukhalian, «nessuno di loro è convinto che il Dominio di Pannion intenda prendere d'assedio Capustan». Karnadas chiuse la bocca di scatto. Un'aggiunta illuminante, Spada Mortale. Lo sguardo di Brukhalian guizzò su Itkovian. «Le vostre ali sono spiegate, Incudine-Scudo?» «Sì, signore.» «Sarebbe sciocco, non credete, signore», disse la Spada Mortale, «ignorare tali avvertimenti durante il vostro pattugliamento?». «Non intendo ignorare nulla, signore. Staremo all'erta.» «Come fate sempre, Incudine-Scudo. Andate pure a prendere il comando delle vostre ali, signore. Che le Zanne Gemelle vi proteggano.» Itkovian s'inchinò, poi uscì dalla stanza a grandi passi.
«E ora, caro sacerdote», riprese Brukhalian, «siete tranquillo riguardo a questo vostro... invito?». Karnadas scosse la testa. «No, non lo sono. Non riesco a capire chi l'abbia mandato, e nemmeno se la sua posizione ci sia amichevole od ostile.» «Eppure attende una risposta?» «Sì, Spada Mortale.» «Allora diamola. Adesso.» Karnadas sgranò leggermente gli occhi. «Signore, allora forse dovremmo far venire una Criniera, caso mai stessimo invitando un nemico fra noi.» «Dimenticate, Destriant, che io sono l'arma stessa di Fener.» Sì, ma sarà abbastanza? «Come volete, signore.» Karnadas si diresse verso uno spazio libero nella stanza; avvolse le maniche fradice della camicia, poi fece un gesto lieve con la mano sinistra. Un piccolo, palpitante globo di luce si delineò davanti al sacerdote. «Questa forma è nella nostra lingua», osservò, studiando l'apparizione. «La lingua del Codice di Fener, il che implica una certa conoscenza della nostra compagnia e del suo immortale benefattore. E tale conoscenza contiene un messaggio.» «Che dovete ancora decifrare.» Il volto segnato dalle intemperie del Destriant si accigliò per un attimo. «Ho ristretto la lista delle possibilità, Spada Mortale. Tale conoscenza potrebbe essere tanto indice di arroganza nel mittente quanto un accenno alla fratellanza.» «Liberate l'invito, signore.» «Ai vostri ordini.» Il sacerdote fece un altro gesto. Il globo divenne più brillante poi, mentre la luce sbiadiva, cominciò a crescere, fino a diventare trasparente. Karnadas arretrò per fargli spazio, soffocando il proprio allarme davanti al puro potere racchiuso in quella comunicazione. «Signore, ci sono delle anime lì dentro. Non due o tre: una dozzina, forse più; eppure sono tutte unite in una sola. Non ho mai visto niente di simile.» Una figura, seduta a gambe incrociate, prese lentamente forma nel globo; magra, dalla pelle scura, indossava una leggera armatura di cuoio. Sul suo volto era dipinta un'espressione di blanda sorpresa. Sullo sfondo, le due Spade Grigie potevano vedere le pareti interne di una piccola tenda. Davanti all'uomo c'era un braciere, che gli faceva brillare intensamente gli occhi scuri. «Rivolgetevi a lui», intimò Brukhalian. «In che lingua, signore? Nel nostro Elin nativo?»
Davanti a quella conversazione sommessa, la figura inclinò la testa. «Quello è un rozzo dialetto», esordì in Daru, «che deriva evidentemente dal Daru. Riuscite a capirmi?». Karnadas annuì. «Sì, la vostra parlata somiglia abbastanza a quella Capan.» L'uomo si raddrizzò. «Capan? Sono arrivato, allora! Siete a Capustan... ottimo! Siete i governanti della città?» Il Destriant aggrottò le sopracciglia. «Non ci conoscete? La vostra... comunicazione suggeriva una certa conoscenza del nostro Codice...» «Ah, sì, be', quel particolare intreccio dei miei canali tende a riflettere coloro che vi incappano, anche se questo vale solo per i sacerdoti, l'obiettivo che doveva raggiungere. Presumo che siate membri del consiglio sacerdotale di Capustan... com'è che si chiama... Consiglio Mascherato, giusto?» «No», bofonchiò Brukhalian, «non lo siamo». «Andate avanti, ve ne prego; ora sono davvero incuriosito.» «Felice di sentirlo, signore», rispose la Spada Mortale, facendosi avanti. «Dietro mia richiesta, il Destriant Karnadas - che è qui al mio fianco - ha risposto al vostro invito. Io comando le Spade Grigie.» «Mercenari! Per il respiro di Hood! Se avessi voluto contattare una manica di spadaccini prezzolati, cari come il fuoco...» «Signore.» La voce di Brukhalian era dura ma sommessa. «Siamo un esercito del Cinghiale dell'Estate, consacrato a Fener. Ogni soldato dei nostri ha scelto questo sentiero. Istruiti nelle sacre scritture, benedetti dalla mano del Destriant nel nome del Dio Zannuto. Sì, siamo una compagnia di... spadaccini prezzolati. Siamo anche il nostro tempio; contiamo più di settemila accoliti, e il numero cresce ogni giorno.» «Va bene, va bene, signore; ora capisco. Aspettate... avete detto che state aumentando? La città vi ha dato il permesso di accettare nuovi seguaci?» Brukhalian sorrise. «Capustan è armata solo a metà, signore. Conserva tracce delle sue origini tribali; tracce singolari, direi. Alle donne è proibito esercitare l'arte della guerra. Il Cinghiale dell'Estate, tuttavia, non riconosce tali esclusioni arbitrarie.» «E riuscite a passarla liscia?» rise l'uomo. «Finora, i nostri nuovi accoliti ammontano solo a milleduecento. Dal momento che molte seconde e terze nate vengono gettate per le strade della città, nessuno fra i governanti ha ancora notato la diminuzione del loro numero. Ora, vi ho già detto abbastanza a mo' di presentazione. E voi, si-
gnore, chi siete?» «Mi scuso per la mia maleducazione. Sono Adaephon Ben Delat. Per semplificare le cose, chiamatemi Ben lo Svelto...» «Siete di Darujhistan?» chiese Karnadas. «Per Hood, no! Ecco, insomma, non lo sono. Sto con... uhm... Caladan Brood.» «Abbiamo sentito quel nome varie volte, dal nostro arrivo al nord», replicò Brukhalian. «Un comandante che guida un esercito contro un impero invasore.» «Be', quell'impero invasore ha... ridimensionato le sue mire. A ogni modo, stiamo cercando di far arrivare un messaggio ai governanti di Capustan.» «Se solo fosse così facile», borbottò Karnadas. La Spada Mortale stava annuendo. «Allora dovete scegliere, signore. Il Consiglio Mascherato e Jelarkan, il principe della città, si contendono il potere. All'interno del Consiglio stesso, ci sono innumerevoli fazioni, e sono sorte discordie. Le Spade Grigie rispondono al principe; il nostro compito è facile: rendere troppo costosa la presa di Capustan da parte del Dominio di Pannion. L'espansione del Veggente si fermerà alle mura della città. Potete trasmettere il messaggio del vostro comandante a me, e quindi al principe. Oppure, potete riprendere i vostri tentativi di contattare il Consiglio Mascherato.» «Temevamo che la cosa diventasse complicata», sospirò Ben lo Svelto. «Non sappiamo praticamente niente della vostra compagnia; o, meglio, ne sappiamo poco. Grazie a questo contatto, non sono più così ignorante.» Il suo sguardo si posò su Karnadas. «Destriant. Nel Codice di Fener significa Arcisacerdote, vero? Ma solo nell'arena militare; in quel tempio di terreno consacrato che è il campo di battaglia. Il rappresentante di Fener nel Consiglio Mascherato sa che lo superate in grado, come una tigre supera un gatto?» Karnadas fece una smorfia. «Non conosce il mio vero titolo, signore; e per validi motivi. Sono impressionato dalla vostra conoscenza del culto di Fener. No, più che impressionato: sono sbalordito.» L'uomo sembrò sussultare. «Be', ecco... grazie.» Si girò a osservare Brukhalian. «Voi siete la Spada Mortale del dio.» Fece una pausa; fu come se avesse realizzato solo in quel momento il pieno significato di quel titolo, perché spalancò lentamente gli occhi. «Uh, va bene. Credo che l'Alto Comandante approverebbe la mia decisione di trasmettere a voi il suo mes-
saggio. Anzi, non ho dubbi in proposito.» Dopo un respiro profondo, riprese: «Caladan Brood sta conducendo un esercito in soccorso di Capustan. L'assedio - come certo avrete capito - non è solo inevitabile, è imminente. Ora, il nostro problema è arrivare lì in tempo...». «Signore», l'interruppe Brukhalian, aggrottando le sopracciglia, «quant'è grande l'esercito di Caladan Brood? Perché dovete sapere che ci troveremo davanti forse sessantamila Pannion; tutti veterani, dal primo all'ultimo. Si rende conto del turbine in cui vuole tanto generosamente tuffarsi nel nostro interesse?». «Be', non possiamo competere per numero. Ma», Ben lo Svelto fece un largo sorriso, «porteremo con noi qualche sorpresa. Dobbiamo incontrarci di nuovo. Devo aggiornare l'Alto Comandante e i suoi ufficiali; posso suggerire di riprendere questa conversazione fra una campana?». «Forse sarebbe meglio rimandarla fino al cuore della notte», ribatté Brukhalian. «Durante il giorno, il mio tempo è piuttosto occupato... e pubblico. E lo stesso vale per il principe Jelarkan.» Ben lo Svelto annuì. «Due campane prima dell'alba, allora.» D'un tratto, si guardò intorno. «Mi servirà una tenda più grande...» Un attimo dopo, impallidì. Il globo si contrasse di nuovo, poi scomparve a un gesto di Karnadas. Il Destriant si volse verso Brukhalian. «Questa è stata una sorpresa.» La Spada Mortale fece un grugnito. «Dobbiamo stare attenti a influenzare il principe nel modo opportuno. Quest'esercito potrà disturbare leggermente le forze assedianti, ma probabilmente otterrà poco altro. Dobbiamo mantenere realistica la visione di Jelarkan... sempre che gli riferiamo il messaggio.» Non vinceremo questa guerra. Bando alle false speranze. «Che cosa pensate di questo Ben lo Svelto?» chiese Brukhalian. «Un uomo dai molti veli. Un ex sacerdote di Fener, forse; la sua conoscenza era troppo precisa.» «Molte anime in una, avete detto.» Karnadas rabbrividì. «Devo essermi sbagliato», replicò. «Forse il rituale richiedeva l'assistenza di altri maghi, e sono questi che ho percepito.» Brukhalian scrutò il suo sacerdote a lungo, e intensamente, ma non disse nulla. Infine, si girò dall'altra parte. «Sembrate esausto, signore. Andate a riposare un po'.» Karnadas s'inchinò lentamente.
Quando l'incantesimo sbiadì, Ben lo Svelto sospirò, lanciando uno sguardo alla sua destra. «Ebbene?» Seduto contro la parete della tenda, Whiskeyjack si chinò in avanti per riempire i loro calici di birra di Gredfallan. «Combatteranno», riferì l'uomo con la barba, «almeno per un po'. Il comandante sembra un soldato di quelli duri, ma potrebbe essere una commedia; dev'essere un mediatore abbastanza scaltro da conoscere il valore dell'apparenza. Com'è che l'hai chiamato?». «Spada Mortale. Figuriamoci. Una volta, molto tempo fa, quel titolo era reale. Molto prima che il Mazzo dei Draghi riconoscesse il posto dei Cavalieri delle Alte Case, il culto di Fener aveva il proprio. Hanno assunto i titoli originari con precisione. Destriant... per il respiro di Hood, sono mille anni che non c'è un vero Destriant nel culto. Quei titoli sono solo per scena, Whiskeyjack.» «Ma allora», intervenne il comandante, «perché mantenere il segreto con il sacerdote di Fener nel Consiglio Mascherato?». «Uhm, be', è semplice. Quel sacerdote saprebbe che mentono, naturalmente. Una risposta facile.» «Una risposta facile, come hai detto. Ma le risposte facili sono sempre quelle giuste, Ben?» Ignorando la domanda, il mago svuotò il suo calice. «A ogni modo, considero le Spade Grigie i migliori elementi della combriccola che si trova laggiù, anche se non è dir molto.» «Hanno creduto alla storia del "contatto accidentale"?» «Penso di sì. Avevo forgiato l'incantesimo in modo che riflettesse la natura della compagnia: avida od onorevole che fosse. Riconosco, però, che non mi aspettavo di trovare una fede devota. Ma l'incantesimo doveva essere malleabile, e lo è stato.» Whiskeyjack si tirò in piedi, trasalendo nell'appoggiare il peso sulla gamba malata. «Meglio che rintracci Brood e Dujek, allora.» «Saranno alla testa della colonna, immagino», suggerì Ben lo Svelto. «Stasera hai la mente pronta», osservò il comandante, dirigendosi verso l'uscita. Un attimo dopo, quando il sarcasmo di Whiskeyjack penetrò finalmente nei suoi pensieri, il mago si accigliò. Dall'altra parte della strada, davanti alla porta della caserma e dietro un antico cancello di bronzo, c'era un cimitero che era un tempo appartenuto a
una delle tribù fondatrici di Capustan. Le colonne di argilla cotta dal sole con le loro incisioni a spirale - ognuna delle quali conteneva un corpo in posizione eretta - si levavano come i tronchi di una fitta foresta nel cuore del cimitero, cinto su tutti i lati dalle più mondane urne di pietra Daru. La città aveva una storia bizzarra, contorta; Itkovian aveva avuto il compito di indagarne i meandri. Quello di Incudine-Scudo delle Spade Grigie era un titolo che richiedeva abilità militari e attività erudite insieme. Anche se molti avrebbero considerato distinte le due discipline, era vero l'opposto. Dalla storia, dalla filosofia e dalla religione veniva la comprensione delle motivazioni umane, e la motivazione stava al cuore di tattiche e strategie. Il comportamento delle persone seguiva certi schemi, e così faceva il loro pensiero. Un Incudine-Scudo doveva prevedere, anticipare, e questo valeva per le azioni potenziali sia di alleati che di nemici. Quando i popoli Daru arrivarono dall'ovest, le tribù che avevano fondato Capustan erano sedentarie da una sola generazione. E i loro morti vengono lasciati in piedi. Liberi di vagare nel loro invisibile mondo spirituale. Quella mobilità inquieta alloggiava ancora nella mente dei Capan e, poiché le comunità Daru facevano vita a parte, si era a stento indebolita malgrado la dozzina di generazioni ormai vissute e morte in quel luogo. Gran parte della storia iniziale di Capustan rimaneva un mistero, e Itkovian si ritrovò a riflettere sulle poche notizie che riusciva a mettere insieme, mentre conduceva le due ali di cavalieri giù per la strada ampia, acciottolata, verso il Viale di Jelarkan, che avrebbero poi superato in direzione della Porta Principale, affacciata a sud. La pioggia stava diminuendo; il chiarore metallico dell'alba filtrava attraverso le dense nubi a oriente, mentre il vento soffiava in raffiche sporadiche. I distretti che componevano la città erano detti Campi; ogni Campo era un insediamento distinto, indipendente, solitamente circolare, con uno spiazzo privato al centro. Gli spazi ampi e irregolari fra i Campi costituivano le strade di Capustan. Questo schema cambiava solo nella zona che circondava il vecchio Maschio Daru - ora Thrall, sede del Consiglio Mascherato - detta Distretto del Tempio, l'unica in cui era stata imposta una disposizione a griglia delle strade, nello stile Daru. I Campi, sospettava Itkovian, una volta erano stati proprio ciò che diceva il loro nome. Accampamenti tribali, legati strettamente fra loro da rapporti di parentela. Situato sulle rive del fiume Catlin, fra popolazioni marinare, quel posto era diventato un fulcro per gli scambi commerciali, inco-
raggiando la sedentarietà. Il risultato era una delle città dall'aspetto più strano che Itkovian avesse mai visto. Viali ampi, aperti, bordati da mura ricurve; supporti argillosi per pilastri funebri sparsi qua e là; pozzi in mezzo a cave di sabbia e, a percorrere gli spazi tortuosi di Capustan, cittadini Daru e Capan: i primi conservavano gli stili e gli ornamenti disparati della loro tradizione - non ce n'erano due vestiti allo stesso modo - mentre i secondi, in omaggio ai legami di stirpe, portavano i colori vivaci delle loro famiglie, creando un flusso che contrastava nettamente con la sobria, spenta architettura delle strade. La bellezza di Capustan sta nella sua gente, non nei suoi edifici... Persino i templi Daru si erano inchinati al discreto stile architettonico del luogo. L'effetto era quello di un movimento incessante, che dominava un ambiente semplice e statico. Le tribù Capan proclamavano la loro presenza: colori in un mondo incolore. Le uniche incognite nello scenario sotto gli occhi di Itkovian erano il vecchio torrione ora occupato dalle Spade Grigie e il palazzo di Jelarkan. Il torrione era stato costruito prima dell'arrivo dei Capan e dei Daru, da mani sconosciute, e sorgeva quasi nell'ombra del palazzo. La fortezza di Jelarkan era una struttura della quale Itkovian non aveva mai visto l'eguale. Superava in antichità tutto il resto; la sua architettura severa era assolutamente aliena e stranamente ostile. Con ogni probabilità, la stirpe reale di Capustan aveva scelto di occuparla per la sua imponente preminenza, piuttosto che per le sue doti difensive. I muri di pietra erano pericolosamente sottili, e l'assenza di finestre o di piattaforme sul tetto rendeva gli occupanti ciechi a tutto ciò che accadeva al di fuori. Peggio ancora, c'era una sola entrata: la via di accesso principale, un'ampia rampa che conduceva in un cortile. I principi precedenti avevano allestito corpi di guardia ai lati dell'entrata e un passaggio pedonale lungo le mura del cortile. Le aggiunte al palazzo, stesso avevano la brutta abitudine di cadere; per qualche ragione, le facciate di pietra respingevano la malta, e i muri non erano giudicati abbastanza forti da poter reggere pesi aggiuntivi di natura sostanziale. Insomma, era un edificio curioso. Attraversando l'affollata Porta Principale - che ospitava armi e armature di ferro nero e cuoio scuro in mezzo a fiumi di colori brillanti - i membri della truppa girarono a destra, percorsero per un breve tratto la strada meridionale delle carovane, ma la lasciarono, insieme al suo traffico, non appena raggiunsero l'aperta pianura; poi puntarono a ovest, superando le poche fattorie e i loro bassi muri di pietra che movimentavano il paesaggio, per emergere infine sulla prateria deserta.
Mentre procedevano verso l'interno, le nuvole sulle loro teste cominciarono a diradarsi, e durante la pausa di mezzogiorno - a quattordici leghe da Capustan - il cielo era ormai di un azzurro uniforme. Il pasto fu breve e fra i trenta soldati corsero poche parole. Non avevano ancora incrociato la pista di nessuno; cosa insolita, essendo vicino il picco della stagione mercantile. Mentre le Spade Grigie finivano di imballare l'attrezzatura, l'IncudineScudo si rivolse loro per la prima volta da quando avevano lasciato la caserma. «Formazione a rapace; procedere al piccolo galoppo. Il ricognitore Sidlis venti lunghezze davanti alla punta. Tutti a caccia di piste.» Una soldatessa, una giovane accolita, l'unica recluta della compagnia, chiese: «Che tipo di piste cerchiamo, signore?». Ignorando la sconvenienza, Itkovian rispose: «Qualunque tipo, soldato. Ali, a cavallo». Guardò i soldati issarsi in sella perfettamente all'unisono, a eccezione della recluta che annaspò per un attimo prima di trovare la posizione e serrare le redini. In quello stadio dell'addestramento, venivano spese solo poche parole; la recluta avrebbe seguito rapidamente l'esempio dei soldati esperti, oppure non sarebbe rimasta a lungo nella compagnia. Le era stato insegnato a montare, abbastanza bene da non cadere nel cavalcare al piccolo galoppo, e indossava armi e armatura per abituarsi al loro peso. L'istruzione nell'arte di maneggiare quelle armi sarebbe venuta più tardi. Se le ali si fossero trovate in una scaramuccia, due veterani l'avrebbero protetta per tutto il tempo. In quel momento, il padrone della giovane donna era il suo cavallo. Il castrato baio conosceva il suo posto nell'ala ricurva della formazione a rapace; in caso di guai, avrebbe saputo allontanare dal pericolo la sua compagna. Era già abbastanza che fosse stata scelta per accompagnare la pattuglia. Addestrare il soldato nel mondo reale era uno dei principi della compagnia. Allargata nella formazione, con Itkovian come testa del rapace, la truppa avanzava al piccolo galoppo. Percorsero una lega, poi un'altra, mentre il caldo diventava sempre più opprimente. Il rallentamento improvviso dell'ala nord fece girare gli altri, come se tutti gli animali fossero legati da corde invisibili. Era stata trovata una pista. Guardando avanti a sé, Itkovian vide il ricognitore Sidlis rallentare e
ruotare il cavallo, a conferma del fatto che sia lei sia la bestia avevano avvertito il cambiamento nel movimento alle loro spalle. La donna rimase ferma, a osservare la scena. L'Incudine-Scudo rallentò a sua volta, mentre si avvicinava ai cavalieri sul fianco destro. «Rapporto.» «La recluta è stata la prima a scorgere la pista, signore», rivelò il portavoce dell'ala. «La punta di una spirale. A quanto abbiamo scoperto, parrebbe puntare a nord-ovest. Una creatura su due zampe, signore. Con tre dita e gli artigli.» «Solo una serie di impronte?» «Sì, signore.» «Vecchie di quanto?» «È passata di qui stamattina, signore.» Una seconda occhiata a Sidlis la fece tornare verso la truppa. «Da' il cambio al ricognitore, Nakalian. Seguiremo questa pista.» «Sì, signore», mormorò il portavoce. Esitò, poi aggiunse: «IncudineScudo, la distanza fra i passi è... vasta. La creatura si muoveva velocemente». Itkovian incrociò gli occhi del soldato. «Quanto velocemente? Come un piccolo galoppo? Come un galoppo?» «Difficile saperlo con certezza. Direi due volte un piccolo galoppo, signore.» A quanto pare, abbiamo trovato la nostra apparizione demoniaca. «Gli arcieri sulle punte laterali. Tutti gli altri, tranne Torun, Farakalian e la recluta, lance a portata di mano. I soldati di cui ho fatto il nome, fuori i lazo.» Precedute ora da Nakalian, le ali ripartirono immediatamente; i cavalieri alle estremità avevano le frecce incoccate negli archi corti, ricurvi. Torun e Farakalian cavalcavano ai lati dell'Incudine-Scudo, lazo in mano. Il sole avanzava lentamente nel cielo. Nakalian li guidò lungo la pista senza grandi difficoltà; le orme disegnavano ora una linea diritta in direzione nord-ovest. Itkovian poté vederle personalmente nella terra dura. Si trattava di una creatura veramente enorme, per aver lasciato impronte così profonde; e, data la sua evidente velocità, l'Incudine-Scudo sospettava che non l'avrebbero mai raggiunta. A meno che, pensò Itkovian fra sé, guardando Nakalian tirare all'improvviso le redini, in cima a una piccola altura, la bestia non abbia deciso
di fermarsi ad aspettarci. La truppa rallentò; tutti gli occhi erano puntati sul ricognitore. Nakalian continuava a fissare l'attenzione su qualcosa che solo lui poteva vedere; aveva estratto la lancia, ma non si preparava all'attacco. Il suo cavallo scartava nervosamente sotto di lui e, avvicinandosi con gli altri, l'IncudineScudo vide che l'animale aveva paura. Raggiunsero l'altura. Davanti a loro si estendeva un bacino; il passaggio recente di un gregge di bhederin selvatici aveva calpestato l'erba in una larga striscia che tagliava diagonalmente la pianura. Verso il centro, lontana almeno duecento passi, stava una creatura con la pelle grigia, due zampe, una lunga coda e due file di zanne frastagliate. Spade dall'ampia lama lampeggiavano all'estremità delle braccia. Immobile, con testa e torso quasi sullo stesso piano, la creatura li osservava. Itkovian strinse gli occhi a fessura. «In cinque battiti di cuore, coprirebbe la distanza fra noi, IncudineScudo», commentò Nakalian, al suo fianco. «Eppure non si muove.» «Veloce com'è, signore, non ne ha bisogno.» Finché non deciderà di farlo, e allora ci sarà addosso. Meglio mettere alla prova le sue capacità. «Decidiamo noi i tempi», sentenziò Itkovian. «Lancieri, colpite la bestia in basso e lasciate dentro le armi, in modo da ostacolarne il cammino, se possibile. Arcieri, mirate a occhi e collo. Se si presenta l'occasione, ficcategli anche una freccia giù per la gola. Tentativi scaglionati, allontanamento in ordine sparso una volta che avrete piantato le armi, poi estraete le spade. Torun e Farakalian», sguainò il proprio spadone, «voi starete con me. Bene, allora: dal piccolo galoppo al galoppo a cinquanta passi di distanza; prima, se la bestia reagisce». Le ali scesero giù per il morbido pendio, le lance puntate verso l'obiettivo. La creatura continuava a guardarli, senza muoversi. Quando furono a cento passi, alzò lentamente le lame, abbassando la testa abbastanza perché i cavalieri vedessero le spalle crestate dietro quello che era chiaramente un elmo di qualche sorta. A settanta passi, la creatura sollevò le lame parallele ai fianchi, dando sferzate con la coda. Alle estremità delle ali, gli arcieri si issarono sulle staffe, tesero le corde degli archi tozzi, potenti, li tennero fermi per un lungo momento, poi tira-
rono. Le frecce confluirono sulla testa della creatura. Punte munite di barbigli si tuffarono nelle orbite nere. Apparentemente indifferente alle armi conficcate in profondità, la bestia fece un passo avanti. Cinquanta passi. Le corde degli archi vibrarono di nuovo. Ora, aste spuntavano dai lati del collo della bestia. Gli arcieri si allontanarono diagonalmente per mantenere la distanza necessaria all'attacco. I cavalli dei lancieri allungarono il collo; la carica era cominciata. Accecato, ma non cieco. Non vedo sangue. Fener, rivelami la natura di questo demone. La creatura si lanciò in avanti a velocità incredibile; in un attimo, fu in mezzo alle Spade Grigie. Lance la infilzarono su tutti i lati. Le lame enormi guizzarono, lampeggiando. Risuonarono grida. Volarono spruzzi di sangue. Itkovian vide il posteriore di un cavallo crollare davanti a sé, vide la gamba destra del soldato, il piede ancora infilato nella staffa, tendersi verso l'esterno. Senza capire, vide il posteriore - le cui zampe scalciavano freneticamente - girarsi, rivelando che la parte anteriore del cavallo non c'era più. Vide una spina dorsale spezzata, mozziconi di costole in file ricurve, viscere che rotolavano fuori, sangue che schizzava dalla carne rossa. Il suo cavallo s'impennò violentemente per scansare quei poveri resti. Una pioggia cremisi bagnò il viso dell'Incudine-Scudo mentre le mascelle possenti della creatura - punteggiate di frecce - cercavano di morderlo. Si piegò a sinistra, evitando a malapena le zanne cosparse di carne, e passò accanto alla bestia, menando una selvaggia sferzata con lo spadone. La lama cozzò contro l'armatura. A metà balzo, il suo cavallo gridò; qualcosa l'aveva colpito da dietro. Senza smettere di nitrire, cominciò ad afflosciarsi sulle zampe anteriori, ma riuscì ad avanzare di un passo, prima che il posteriore franasse dietro a Itkovian. Capendo da quella vacillante, angosciosa andatura che qualcosa era andato terribilmente storto, l'uomo estrasse il coltello, si chinò in avanti e aprì la giugulare dell'animale con un unico fendente. Poi l'IncudineScudo liberò i piedi dalle staffe e si buttò a sinistra, spingendo violentemente la testa del cavallo morente verso destra. Atterrarono, rotolando l'uno lontano dall'altro. Mettendosi infine in posizione accovacciata, Itkovian lanciò un'occhiata al cavallo: scalciava nell'aria e le zampe posteriori terminavano appena sopra le nocche. Entrambi gli zoccoli erano stati mozzati. Ben presto, l'animale fu immobile.
I corpi di cavalli e soldati giacevano su entrambi i lati della creatura, che si stava girando lentamente verso Itkovian. Sangue macchiava le braccia lunghe, coriacee. I capelli castani, striati di rosso, di una donna si erano impigliati in folti ciuffi fra le zanne sporche della bestia. Poi Itkovian vide i lazo. Entrambi penzolavano lenti, uno intorno al collo della creatura, l'altro sulla parte superiore della zampa destra. La terra ebbe una scossa, quando il demone avanzò di un passo verso l'Incudine-Scudo. Itkovian sollevò lo spadone. Mentre la bestia sollevava la zampa a tre dita per fare un altro passo, le due corde si strinsero, tirando il collo a sinistra e la zampa a destra. La creatura venne spinta verso l'alto dai possenti strattoni, perfettamente coordinati, in direzione opposta. La zampa si staccò dall'anca con uno schiocco secco, mentre la testa si separava dal collo con un rumore egualmente sinistro. Il tonfo pesante con cui torso e testa colpirono il terreno fu tale da rompere le ossa. Nessun movimento. La bestia era morta. Colto da un tremito improvviso, Itkovian si raddrizzò lentamente. Torun aveva portato con sé tre cavalieri, e lo stesso aveva fatto Farakalian. Le corde avvolte intorno al pomo di ogni sella, insieme alla forza che stava dietro a quella stretta repentina, esplosiva - la forza di quattro cavalli per lato -, avevano compiuto ciò che non era riuscito alle armi. La coppia di arcieri raggiunse l'Incudine-Scudo. Uno abbassò un braccio. «Svelto, signore, la staffa è libera.» Senza fare obiezioni, Itkovian afferrò il polso offerto, issandosi dietro al cavaliere. E vide cosa stava arrivando. Altri quattro demoni, a quattrocento passi di distanza, si avvicinavano con la rapidità di massi che rotolano giù per il fianco di una montagna. «Non possiamo batterli in velocità.» «No, signore.» «Per cui, dobbiamo dividerci», intimò Itkovian. Il cavaliere spinse il suo animale al galoppo con un calcio. «Sì, signore. Noi siamo i più lenti. Torun e Farakalian ingaggeranno battaglia, per darci un po' di tempo...» Il cavallo scartò all'improvviso sotto di loro. Per la sorpresa, l'IncudineScudo girò bruscamente la testa, cadendo giù di sella. Nell'urto con il terreno compatto, sentì tutta l'aria sprizzare dai polmoni, poi rotolò, stordito, fermandosi infine contro un paio di gambe dure come il ferro.
Ansimando, Itkovian batté le palpebre; i suoi occhi fissavano un cadavere tozzo, coperto di pelliccia. Il volto avvizzito, color marrone scuro, sotto il copricapo dalle corna di cervo si piegò in avanti. Orbite cupe lo studiarono. Per gli dei, che giornata. «Da questo scontro...» gracchiò l'apparizione, in Elin, «... siete dispensati». L'arciere, che ancora lottava, imprecando, con il suo cavallo spaventato, cacciò un sibilo di sorpresa. L'Incudine-Scudo aggrottò le sopracciglia. «Come sarebbe?» «Contro i non-morti», spiegò il cadavere, «si leva un esercito della stessa fatta». In lontananza, Itkovian udì i rumori di una battaglia; niente grida, ma solo il cozzo di armi, ininterrotto, e sempre crescente. Con un gemito, si girò su un fianco. Dolore gli invadeva la parte posteriore del cranio; ondate di nausea lo attraversavano. Stringendo i denti, si tirò a sedere. «Dieci superstiti», annunciò la figura, in tono meditabondo. «Un buon risultato... per dei mortali.» Itkovian abbracciò il bacino con lo sguardo. Un esercito di cadaveri identici a quello che gli stava al fianco circondava i demoni, fra i quali solo due erano rimasti in piedi. La battaglia intorno a quelle due creature era orribile a vedersi. Pezzi dei guerrieri non-morti volavano in tutte le direzioni, ma essi continuavano ad attaccare; enormi spade di selce affettavano i demoni, riducendoli a cumuli di carne. Nel giro di qualche battito di cuore, il combattimento finì. L'Incudine-Scudo stimò che almeno sessanta dei guerrieri coperti di pelliccia fossero stati annientati. Gli altri si accanivano sulle bestie cadute, piegandosi sempre più in basso, mentre i frammenti rimasti si facevano sempre più piccoli. Turbini di polvere si levarono dalle colline in tutte le direzioni: altri guerrieri non-morti, con le loro armi di pietra. Un esercito, immobile sotto il sole. «Non sapevamo che i K'Chain Che'Malle fossero tornati in questa terra», osservò il cadavere. I soldati superstiti di Itkovian si avvicinarono; tesi, indotti a un silenzio guardingo dalle apparizioni che sbocciavano su tutti i lati. «E voi chi siete?» chiese Itkovian, con voce spenta. «Sono il Divinatore Pran Chole, dei Kron T'lan Imass. Siamo venuti al Raduno. E, a quanto pare, anche a una guerra. Credo, mortale, che abbiate
bisogno di noi.» L'Incudine-Scudo guardò i dieci soldati rimasti; fra loro c'era la recluta, ma non i suoi due guardiani. Venti. Soldati e cavalli. Venti... scomparsi. Scrutando i visi schierati davanti a lui, annuì lentamente. «Sì, Pran Chole, abbiamo bisogno.» La recluta aveva il viso color della pergamena sbiancata. Sedeva per terra, lo sguardo vacuo, sporca del sangue di uno o di entrambi i soldati che avevano dato la vita per proteggerla. Itkovian le stava al fianco senza parlare. Temeva che la brutalità di quello scontro avesse spezzato la giovane Capan. Lo scopo del servizio attivo era affinare, non distruggere. Sottovalutando il nemico, l'Incudine-Scudo aveva fatto del futuro della donna un mondo di ceneri; quelle due morti improvvise, maledette, avrebbero ossessionata per il resto dei suoi giorni. E non c'era niente che egli potesse fare, o dire, per alleviare il dolore. «Incudine-Scudo.» Abbassò gli occhi su di lei, stupito dalla sua volontà di parlare, e dalla durezza della sua voce. «Recluta?» La donna si guardava all'intorno; gli occhi socchiusi, osservava i guerrieri non-morti che stavano immobili, in ranghi disordinati, su tutti i lati. «Ce ne sono migliaia.» Figure spettrali, sorte a ricoprire l'erba bruna della pianura, fila su fila. Come se la terra stessa le avesse espulse dalla sua carne. «Sì. Più di diecimila, mi sembra. T'lan Imass. Ci erano giunte storie su questi guerrieri storie cui avevo difficoltà a credere - ma questo rappresenta il nostro primo incontro con loro. Tempestivo, direi.» «Adesso torneremo a Capustan?» Itkovian scosse la testa. «Non tutti. Non subito. Su questa pianura ci sono altri K'Chain Che'Malle. Pran Chole - quello disarmato, una specie di sciamano, o di Gran Sacerdote - ha suggerito di unire le forze, e io ho approvato. Condurrò otto membri della truppa a ovest.» «Un'esca.» L'uomo alzò un sopracciglio. «Esatto. I T'lan Imass viaggiano senza essere visti, e ci staranno sempre intorno. Se restassero visibili nel corso di questa caccia, i K'Chain Che'Malle probabilmente li eviterebbero, almeno finché non si fossero raccolti in un numero tale da sfidare l'intero esercito. Meglio farli tagliare in due o tre pezzi. Recluta, ho intenzione di rimandarti
immediatamente a Capustan, con un soldato per scorta. Occorre fare rapporto alla Spada Mortale. Ad accompagnarvi, invisibile, verrà uno squadrone scelto di inviati T'lan Imass. Mi è stato assicurato che non ci sono K'Chain Che'Malle fra qui e la città.» Lei si alzò lentamente. «Signore, basterebbe un unico cavaliere. Volete farmi tornare a Capustan per risparmiarmi... cosa? La vista dei K'Chain Che'Malle tagliati a pezzi da questi T'lan Imass? Incudine-Scudo, nella vostra decisione non ci sono né compassione, né misericordia.» «A quanto pare», commentò Itkovian, fissando il vasto esercito schierato davanti a loro, «sei ancora dei nostri. Il Cinghiale dell'Estate disprezza l'obbedienza cieca. Cavalcherai con noi». «Grazie, Incudine-Scudo.» «Recluta, confido che non ti sia illusa che assistere alla distruzione di altri K'Chain Che'Malle zittirà le grida dentro di te. I soldati ricevono un'armatura per la carne e per le ossa, ma devono forgiarne da soli una per l'animo. Pezzo per pezzo.» Lei abbassò lo sguardo sul sangue che le sporcava l'uniforme. «Ho già cominciato.» Itkovian rimase in silenzio per un attimo, scrutandola. «I Capan sono un popolo sciocco, a negare la libertà alle loro donne. La prova è qui davanti a me.» Lei scosse le spalle. «Non sono l'unica.» «Provvedi al tuo cavallo, soldato. E di' a Sidlis di venire da me.» «Signore.» La guardò camminare verso i superstiti delle ali, che si erano raccolti intorno ai cavalli per controllare sottopancia, accessori e attrezzatura. Unendosi a loro, la donna parlò con Sidlis, che annuì e si avvicinò all'IncudineScudo. Pran Chole arrivò nello stesso momento. «Itkovian, abbiamo fatto la nostra scelta. Gli inviati di Kron si sono radunati e aspettano il tuo messaggero.» «Intesi.» Sidlis lo raggiunse. «Capustan, Incudine-Scudo?» chiese. «Con una scorta invisibile. Fa' rapporto direttamente alla Spada Mortale e al Destriant. In privato. Gli inviati T'lan Imass devono parlare con le Spade Grigie e con nessun altro, almeno per il momento.» «Signore.» «Mortali», esordì Pran Chole in tono incolore, «Kron ha ordinato che vi
informi di certi dettagli. Questi K'Chain Che'Malle sono coloro che un tempo si chiamavano Cacciatori K'ell. Figli scelti di una matriarca, allevati per combattere. Sono dei non-morti, e ciò che li controlla nasconde bene la propria identità... in qualche punto a sud, crediamo. I Cacciatori K'ell sono stati liberati da tombe situate a Morn, il Luogo dello Squarcio. Non sappiamo se le attuali mappe di queste terre indichino i posti con questi nomi antichi...». «Morn», annuì Itkovian. «A sud della Pianura Lamatath, sulla costa occidentale e immediatamente a nord dell'isola in cui risiedono i Seguleh. La nostra compagnia viene da Elingarth, che confina con la Pianura Lamatath a est. Anche se non conosciamo nessuno che abbia visitato Morn, il nome è stato copiato dalle mappe più antiche, ed è rimasto. L'opinione generale è che lì non vi sia niente. Niente del tutto.» Il Divinatore scrollò le spalle. «I tumuli sono parecchio deteriorati, presumo. È passato molto tempo dalla nostra ultima visita allo Squarcio. È probabile che i Cacciatori K'ell siano agli ordini della loro matriarca, perché crediamo che ella sia finalmente riuscita a sfuggire alla propria prigionia. Questo, dunque, è il nemico che vi trovate ad affrontare.» Aggrottando le sopracciglia, l'Incudine-Scudo scosse la testa e ribatté: «La minaccia del sud viene da un impero chiamato Dominio di Pannion, governato dal Veggente, un uomo mortale. Le notizie su questi K'Chain Che'Malle sono sviluppi recenti, mentre l'espansione del Dominio di Pannion è in corso ormai da qualche anno». Tirò il fiato per continuare, poi ammutolì, rendendosi conto che oltre diecimila volti avvizziti erano rivolti verso di lui. La lingua gli si seccò come una pergamena, il cuore gli martellò improvvisamente in petto. «Itkovian», riprese Pran Chole con voce aspra, «questa parola, "Pannion", ha un significato particolare per gli indigeni?». L'uomo scosse la testa; non si fidava della sua voce. «Pannion», ripeté il Divinatore. «Una parola Jaghut. Un nome Jaghut.» Mentre il pomeriggio scemava, Toc il Giovane, seduto presso il fuoco, studiava con l'unico occhio l'enorme lupa che dormiva al suo fianco. Baaljagg - com'è che l'aveva chiamata Tool? una ay - aveva il muso più lungo e più stretto dei lupi che il ricognitore ricordava di avere visto nella Foresta del Cane Nero, a centinaia di leghe a nord. Prendendo la spalla come punto di riferimento, la creatura lì accanto superava in altezza quelle bestie formidabili di ben due, forse tre palmi. Aveva la fronte inclinata, le orec-
chie piccole, canini tali da sfidare quelli di un leone o di un orso delle pianure. Malgrado i muscoli possenti, la corporatura suggeriva velocità oltre che resistenza. Un'uccisione rapida o un lungo inseguimento: Baaljagg sembrava capace di entrambi. La lupa aprì un occhio per guardarlo. «Dovresti essere estinta», mormorò Toc. «Scomparsa dalla faccia della terra da centomila anni. Che ci fai qui?» Per il momento, l'ay era la sola compagnia del ricognitore. Lady Invidia aveva scelto di spostarsi tramite il suo canale a centoventi leghe a nord, nella città di Callows, per reintegrare le sue scorte. Le scorte di cosa? Di oli da bagno? Toc non era convinto della spiegazione, ma nemmeno la sua natura sospettosa era riuscita a fornirgli indizi sui veri motivi. La donna aveva preso con sé Garath, il cane, oltre a Mok. Lasciare Senu e Thurule non presenta grandi rischi, presumo; dopo tutto, Tool li ha abbattuti entrambi. Però, cosa c'era di tanto importante da farle rompere la sua stessa regola sul numero minimo di tre servi? Tool era svanito in un vortice polveroso mezza campana prima, impegnato in un'altra caccia. I due Seguleh rimasti non erano di umore espansivo, né si degnavano di intrattenere in conversazione il Malazan privo di grado. Si erano ritirati in disparte. Guardano il tramonto? Si rilassano stando lì impalati? L'uomo si chiese cosa stesse succedendo nel lontano nord. Dujek aveva deciso di marciare sul Dominio di Pannion; un'altra guerra, contro un nemico ignoto. L'Armata di Un-braccio era la famiglia di Toc, o almeno ciò che passava per famiglia agli occhi di un bambino nato in seno a un esercito. L'unico mondo che conosceva. Una famiglia sottoposta a un logorio continuo. In che razza di guerra si stavano cacciando? Battaglie vaste, travolgenti, o il ritmo lento delle foreste contese, delle frastagliate catene montuose e degli assedi? Respinse un'ondata di impazienza, un'ondata che, giorno dopo giorno, su quella pianura infinita, si era accumulata in lui fino a minacciare di varcare le barriere che aveva eretto nella mente. Che tu sia maledetto, Hairlock, per avermi mandato così lontano. Va bene, quel canale era pervaso dal Caos; al pari della marionetta che l'aveva usato su di me. Ma perché mi ha sputato fuori a Morn? E dove sono finiti tutti quei mesi? Aveva cominciato a diffidare della sua credenza nel caso, e lo sgretolarsi di tale credenza gli dava l'impressione di trovarsi su un terreno tremante. A Morn, con il suo canale ferito... a Morn, dove un T'lan Imass disertore giaceva nella polvere nera, aspettando... non me, ha
detto, ma Lady Invidia. E non un T'lan Imass qualsiasi; uno - anzi l'unico che avessi già incontrato. E poi c'è la stessa Lady Invidia, con i suoi maledetti servi Seguleh e i suoi compagni a quattro zampe... oh, non pensarci nemmeno, Toc... Comunque, adesso viaggiamo insieme. Verso nord, dove ognuno di noi vuole essere. Che fortuna! Che felice coincidenza! Toc non amava l'idea di essere usato, di essere manipolato. Aveva visto il costo pagato dal suo amico, il capitano Paran. Paran era più resistente di me: l'avevo capito fin dall'inizio. Prendeva i colpi, sbatteva gli occhi, e andava avanti. Da qualche parte, dentro di sé, aveva una specie di armatura nascosta che lo manteneva in equilibrio. Io sono diverso, ahimè. Quando il gioco diventa duro, io mi raggomitolo su me stesso e comincio a piagnucolare. Lanciò un'occhiata ai due Seguleh. Sembravano tanto restii a parlare l'uno con l'altro quanto lo erano con il resto del mondo. Odio quei tipi forti, silenziosi. Prima no; ma adesso sì. Per cui... eccomi qui, in capo al mondo; e come unica compagnia veramente sensata ho una lupa estinta. Riportò lo sguardo su Baaljaag. «E dov'è la tua famiglia, piccola?» chiese, incontrando lo sguardo morbido, castano dell'ay. La risposta arrivò in un'esplosione improvvisa di colori turbinosi, proprio dietro l'orbita dell'occhio perso; colori che si composero in un'immagine. Lupi che assalivano tre buoi muschiati; cacciatori e prede intrappolati profondamente nel fango, condannati a morire. Lo sguardo che osservava la scena era basso, appena oltre la dolina, e si spostava incessantemente in cerchio. Gemiti riempirono la mente di Toc. Un amore disperato, che non riceveva risposta. Un senso di panico che pervadeva l'aria fredda. La confusione di una cucciola. Una cucciola che fuggiva per distese fangose e rive sabbiose, attraversando un mare morente. La fame. Poi, davanti alla bestiola, una figura incappucciata, avvolta in lana nera rozzamente intessuta; una mano - ricoperta di strisce di pelle - che si tendeva. Calore. Benvenuto. Una compassione palpabile, un solo tocco alla fronte abbassata della creatura. Il tocco, capì Toc, di un Dio Antico. E una voce: Sei l'ultima, ora. L'ultima rimasta, e ci sarà bisogno di te, un giorno... Ti prometto che ti porterò... uno spirito perduto. Strappato dalla sua
carne. Uno adatto, naturalmente. Per questo motivo, forse la mia ricerca sarà lunga. Abbi pazienza, piccola... e, nel frattempo, questo dono... La cucciola chiuse gli occhi, sprofondando in un sonno istantaneo... e si ritrovò non più sola. Percorreva a balzi vaste tundre, in compagnia dei suoi simili. Un'eternità di sogni d'amore e di gioia, un dono amareggiato solo dalle ore, gli anni, i secoli, i millenni di veglia, trascorsi... in solitudine. Baaljagg, senza eguali fra gli ay del paese dei sogni, madre a capo di innumerevoli figli in una terra senza tempo. Nessuna penuria di prede, nessun momento di magra. Figure erette su orizzonti distanti, viste solo di rado, e mai avvicinate. Cugini incontrati ogni tanto: agkor abitanti delle foreste, bendai bianchi, ay'tog biondi del lontano sud, nomi che avevano scolpito il loro significato nella mente immortale di Baaljagg. Sussurri eterni da parte di quegli ay che si erano uniti ai T'lan Imass, allora, all'epoca del Raduno. Un tipo di immortalità completamente diverso... Gli occhi vigili, solitari di Baaljagg avevano visto del mondo più di quanto fosse possibile immaginare. Infine, tuttavia, la promessa era stata mantenuta; un'anima strappata dalla carne era stata presentata alla sua, e le due erano diventate una cosa sola. E da ciò, era venuto un altro strato di perdita e di dolore. La bestia ora cercava... qualcosa. Una sorta di... riparazione... Che cosa chiedi a me, lupa? No, non a me; a me non chiedi niente, vero? Al mio compagno, al guerriero non-morto. Onos T'oolan. Era lui che aspettavi, mentre stavi con Lady Invidia. E Garath? Ah, un altro mistero... per un altro momento... Toc batté le palpebre; quando il legame si ruppe, la sua testa ebbe uno scatto all'indietro. Baaljagg dormiva al suo fianco. Stordito, tremante, l'uomo si guardò intorno nel buio. A una dozzina di passi di distanza, Tool lo guardava, con una coppia di lepri penzoloni da una spalla. Oh, che Beru ci protegga. È tenera dentro. Troppo tenera per questo mondo e il suo cumulo di storie, le sue innumerevoli tragedie. «Che cosa?» chiese Toc, con voce aspra. «Che cos'è che questa lupa vuole da te, T'lan Imass?» Il guerriero inclinò la testa. «La fine della sua solitudine, mortale.» «E tu... tu le hai dato una risposta?» Tool si girò dall'altra parte, lasciando cadere a terra le lepri. Quando parlò, la sua voce scioccò il ricognitore con la sua acuta tristezza. «Non posso fare niente per lei.»
Il tono freddo, privo di vita, era scomparso; per la prima volta, Toc intravide qualcosa di ciò che si nascondeva dietro quell'essiccata maschera di morte. «Non ti ho mai sentito parlare con dolore, Tool. Non credevo...» «Hai sentito male», ribatté il T'lan Imass, con voce nuovamente inespressiva. «Hai completato l'impennaggio delle frecce, Toc il Giovane?» «Sì, come mi hai insegnato tu. Sono finite; dodici fra le frecce più brutte che abbia mai avuto il piacere di possedere. Grazie, Tool. È ridicolo, ma sono orgoglioso di averle.» Tool scosse le spalle. «Ti renderanno un buon servizio.» «Spero che tu abbia ragione.» Toc si alzò con un grugnito. «Cucinerò il pasto.» «È compito di Senu.» Toc guardò il T'lan Imass in tralice. «Non comincerai anche tu, adesso! Sono Seguleh, Tool, non servi. In assenza di Lady Invidia, li tratterò come compagni di viaggio, e mi riterrò onorato della loro compagnia.» Volgendo gli occhi all'intorno, vide che i due guerrieri lo fissavano. «Anche se si rifiutano di parlarmi.» Prendendo le lepri dal T'lan Imass, si accovacciò accanto al focolare. «Dimmi, Tool», indagò, mentre cominciava a scuoiare la prima bestia, «quando sei fuori a caccia... vedi segni di altri viaggiatori? Siamo completamente soli su questa Pianura Lamatath?». «Non ho visto prove della presenza di mercanti o di altri umani, Toc il Giovane. Greggi di bhederin, antilopi, lupi, coyote, volpi, lepri e, ogni tanto, un orso delle pianure. Uccelli da preda. Serpenti di varie specie, lucertole...» «Un vero serraglio», borbottò Toc. «Allora com'è che ogni volta che scruto gli orizzonti, non vedo niente? Niente. Niente animali; nemmeno uccelli.» «La pianura è vasta», replicò Tool. «E poi, ci sono gli effetti del canale Tellann che mi circonda; anche se esso, al momento, è molto indebolito. Qualcuno ha attinto alla mia forza vitale, fin quasi a esaurirla; non farmi domande in proposito. Tuttavia, i miei poteri Tellann scoraggiano le bestie mortali. Le creature, quando possono, evitano. Però ci segue un branco di ay'tog, i lupi biondi. Sono ancora timidi, ma forse, alla fine, la curiosità avrà la meglio.» Toc riportò lo sguardo su Baaljagg. «Memorie antiche.» «Memorie di un'epoca di ghiaccio.» Le orbite profonde del T'lan Imass erano puntate sul Malazan. «Da queste tue parole, e da quelle di prima,
capisco che è accaduto qualcosa... un collegamento di anime fra te e l'ay. Come?» «Non so di collegamenti di anime», rispose Toc, senza smettere di fissare la lupa dormiente. «Mi sono state concesse... delle visioni. Abbiamo condiviso dei ricordi, credo. Come? Non lo so. Dentro di lei c'erano emozioni, Tool, abbastanza da condurre un individuo alla disperazione.» Dopo un attimo, tornò a ripulire la bestia scarna fra le sue mani. «Ogni dono è a doppio taglio.» Toc fece una smorfia nello sventrare la lepre. «A doppio taglio. Presumo di sì. Comincio a sospettare che le leggende abbiano ragione... perdi un occhio per ricevere il dono della vista vera.» «Come hai perso l'occhio, Toc il Giovane?» «Un frammento sfrigolante caduto dalla Progenie della Luna; la pioggia mortale di quando l'Infilata era in pieno fervore.» «Pietra.» Toc annuì. «Pietra.» Interruppe il lavoro, alzando lo sguardo. «Obilisk», osservò Tool. «Nell'antico Mazzo delle Fortezze, era noto come Menhir. Toccato dalla pietra, mortale; Chen're aral lich'fayle, lì, sulla fronte. Ti do un nuovo nome: Aral Fayle.» «Non ricordo di aver chiesto un nuovo nome, Tool.» «I nomi non si chiedono, mortale. I nomi si guadagnano.» «Uh, come quello degli Arsori di Ponti.» «Aral Fayle: un'antica tradizione.» Per il respiro di Hood. «Splendido!» sbottò Toc. «Solo, non mi sembra di essermi guadagnato alcunché...» «Sei stato mandato in un Canale del Caos, mortale. Sei sopravvissuto - il che è, di per sé, un miracolo - e hai percorso il lento vortice verso lo Squarcio. Poi, invece di inghiottirti, il Portale di Morn ti ha gettato fuori. La pietra ha preso uno dei tuoi occhi. E la nostra ay ti ha scelto per condividere il contenuto della sua anima. Baaljagg ha visto in te un valore raro, Aral Fayle.» «Ho detto che non voglio nomi nuovi! Per il respiro di Hood!» Toc sudava sotto l'armatura consunta, incrostata di polvere. Cercò disperatamente il modo di cambiare discorso, di distogliere la conversazione da sé. «Cosa vuol dire il tuo? Onos T'oolan... da dove viene?» «Onos è "uomo senza clan". T è "rotto". Ool è "venato", lan è "selce"; T'oolan, tutto insieme, è "selce difettosa".» Toc fissò il T'lan Imass per un lungo momento. «Selce difettosa.»
«Ci sono vari livelli di significato.» «L'immaginavo.» «Da un unico nucleo si ricavano le lame, ognuna per un uso specifico. Se al centro del nucleo sono nascoste vene o nodi di cristallo, la sagomatura delle lame diventa imprevedibile. Ogni colpo al nucleo produce pezzi inutili, con una frattura su un livello o su un altro. Completamente inutili. Così è accaduto nella famiglia in cui sono nato. Siamo usciti male, dal primo all'ultimo.» «Tool, non vedo difetti in te.» «Nella selce pura, i granelli di sabbia sono tutti allineati; tutti rivolti nella stessa direzione. C'è unità di scopo. La mano che forgia quella selce può agire sicura. Io appartenevo al clan di Tarad. La fiducia che Tarad riponeva in me era mal posta. Il clan di Tarad non esiste più. In occasione del Raduno, Logros fu scelto per comandare i clan originari del Primo Impero; egli si aspettava che mia sorella, una Divinatrice, fosse annoverata fra i suoi servi. Lei si oppose al Rituale, e così i Logros T'lan Imass furono indeboliti. Il Primo Impero cadde. I miei due fratelli, T'ber Tendara e Han'ith Iath, condussero cacciatori a nord e non fecero più ritorno. Anche loro fallirono. Io fui scelto come Prima Spada, eppure ho abbandonato i Logros T'lan Imass. Viaggio da solo, Aral Fayle, e perciò sto commettendo il crimine più grave che la mia gente conosca.» «Aspetta un attimo», obiettò Toc. «Hai detto che sei diretto a un secondo Raduno: stai tornando dalla tua gente...» Senza dare risposta, il guerriero non-morto volse lentamente la testa verso nord. Baaljagg si alzò, si stirò, poi andò silenziosamente al fianco di Tool. La creatura imponente si sedette; il suo sguardo muto faceva il paio con quello del T'lan Imass. Toc il Giovane sentì un brivido improvviso guizzargli per il corpo. Per il respiro di Hood, dove ci stiamo cacciando? Lanciò un'occhiata a Senu e a Thurule. I Seguleh sembravano fissarlo. «Avete fame, mi pare di capire. Vedo la vostra indignata impazienza. Se volete, potrei...» Rabbia. Fredda, mortale. Inumana. All'improvviso, Toc si ritrovò altrove, a guardare attraverso gli occhi di un animale. Ma non quelli dell'ay, non stavolta; e non immagini di molto
tempo prima: immagini di quel momento, dietro alle quali rotolava una cascata di ricordi. Un attimo dopo, il suo senso di sé fu spazzato via, la sua identità inghiottita dalla tempesta dei pensieri di un'altra creatura. È passato tanto di quel tempo da quando la vita ha preso forma... con le parole, con la consapevolezza. E ora, è troppo tardi. I muscoli si contrassero spasmodicamente, il sangue colò da sotto la sua pelle squarciata. Moltissimo sangue, che imbeveva il terreno sotto di lui, disegnando un sentiero su per il pendio della collina. Uno strisciante viaggio di ritorno. Per ritrovarsi, ora, proprio alla fine. E i ricordi si risvegliano... Gli ultimi giorni - tanto tempo prima - erano stati caotici. Il rituale si era svolto in modo improvviso, imprevedibile. La follia afferrò i Soletaken. La follia spezzò i più potenti fra i suoi simili, frantumò gli individui in molti altri. Il potere che sbocciava selvaggio, avido di sangue, diede alla luce i D'ivers. L'Impero si stava autodistruggendo. Ma ciò era accaduto molto, molto tempo prima. Io sono Treach, colui dai molti nomi. Trake, la Tigre dell'Estate, gli Artigli della Guerra. Il Cacciatore Silenzioso. Ero lì alla fine, uno dei pochi sopravvissuti una volta che i T'lan Imass ebbero terminato la loro opera con noi. Un massacro tanto brutale quanto misericordioso. Non avevano scelta; ora lo vedo, anche se nessuno di noi era disposto a perdonare. Non allora: le ferite erano troppo recenti. Per gli dei, riducemmo un canale in pezzi su quel lontano continente. Trasformammo le terre orientali in pietra fusa che si raffreddò, diventando qualcosa che sfidava il potere stesso della magia. I T'lan Imass si sacrificarono a centinaia per estirpare il nostro cancro. Fu la fine, la fine di tutta quella promessa, di tutta quella gloria luminosa. La fine del Primo Impero. Che arroganza, aver rivendicato un nome che apparteneva di diritto ai T'lan Imass... Fuggimmo, una manciata di superstiti. Io e Ryllandaras, il mio vecchio amico, litigammo, combattemmo, poi ci scontrammo ancora su un altro continente. Lui si era spinto più lontano di tutti, aveva trovato il modo di controllare i doni, sia Soletaken che D'ivers. Sciacallo Bianco. Ay'tog. Agkor. E il mio altro compagno, Messremb... dov'è andato? Un animo gentile, distorto dalla follia, eppure così leale, sempre leale... Diventare Ascendente. Un arrivo violento... i Primi Eroi. Oscuri, selvaggi. Ricordo una vasta distesa d'erba sotto un cielo che si incupiva nel cre-
puscolo. Un lupo, con l'unico occhio simile a una chiazza di luce lunare, su una lontana cresta di montagna. Questo ricordo singolare mi torna adesso, affilato come un artiglio. Perché? Ho percorso questa terra per migliaia di anni, sprofondato nella bestia, mentre i ricordi umani sbiadivano, sbiadivano fino a sparire. E tuttavia... questa visione del lupo, che mi si risveglia dentro... Io sono Treach. I ricordi tornano in un flusso copioso, e intanto il mio corpo diventa freddo, sempre più freddo. Aveva inseguito le bestie misteriose per giorni, spinto da un'implacabile curiosità. Un odore a lui sconosciuto, una scia turbinosa di morte e sangue vecchio. Impavido, aveva pensato solo a provocare distruzione, come faceva da tanto tempo, anche in assenza di sfide. Lo Sciacallo Bianco era svanito nelle nebbie secoli prima, morto, o come se lo fosse. Treach l'aveva buttato giù da una cengia, mandandolo a contorcersi in una spirale micidiale dentro a un crepaccio senza fondo. Da allora, non c'erano più stati nemici degni di questo nome. L'arroganza della tigre era leggendaria; e non era stato difficile vivere all'altezza di quella fama. I quattro cacciatori K'Chain Che'Malle erano tornati indietro, aspettandolo con fredda intenzione. Li ho aggrediti. Ho squarciato carne, spezzato ossa. Ne ho abbattuto uno, piantandogli profondamente le zanne nel collo inerte. Ancora un attimo, ancora un battito di cuore, e ce ne sarebbero stati soltanto tre. Per un soffio... Treach giaceva morente, vittima di una dozzina di ferite letali. In verità, sarebbe dovuto essere già morto, ma resisteva, con determinazione cieca, bestiale, alimentata dalla rabbia. I quattro K'Chain Che'Malle l'avevano lasciato, sprezzanti, insensibili alla compassione, sapendo che non si sarebbe più rialzato. Sdraiata sull'erba, la Tigre dell'Estate aveva guardato con occhi offuscati le creature allontanarsi in silenzio; aveva notato con soddisfazione che il braccio di uno di loro, appeso a una sottilissima striscia di pelle, si era infine staccato, cadendo a terra, dove era stato lasciato con assoluta indifferenza. Poi, mentre i cacciatori non-morti raggiungevano la cresta di una collina vicina, i suoi occhi si erano illuminati di un lampo. Dall'erba partì una corrente nera, lucente, che s'insinuò fra i suoi avversari. Il potere fluì come acqua scura. Il primo K'Chain Che'Malle si afflosciò sotto l'assalto. L'onda si spostò oltre la cresta, oltre la linea visiva di Treach, eppure,
avvertita confusamente oltre il rombo assordante della vita che svaniva, la battaglia continuava. Cominciò a trascinarsi in avanti, pian piano. Nel giro di momenti, ogni rumore proveniente dall'altra parte della collina cessò, ma Treach arrancò, il suo sangue una scia viscida alle sue spalle, i suoi occhi color ambra fissi sulla cresta, la sua volontà di vivere ridotta a qualcosa di bestiale, a qualcosa che rifiutava di riconoscere una fine all'esistenza. Ho visto questo. Nell'antilope, nel bhederin. La negazione ostinata, la lotta inutile, i tentativi di fuga, mentre la gola vomita tanto sangue da riempire la bocca. Gli arti che scalciano nell'illusione della corsa, mentre io comincio a mangiare. L'ho visto, e ora lo capisco. La tigre è umiliata dal ricordo delle sue prede. Aveva dimenticato il motivo per cui doveva raggiungere la cresta; sapeva solo che doveva compiere quell'ultima salita, vedere cosa c'era al di là. Cosa c'era al di là. Sì. Un sole basso sull'orizzonte. La distesa infinita della prateria incolta, uniforme. Un'ultima visione della terra selvaggia, prima di scivolare oltre la maledetta Porta di Hood. Gli apparve davanti; l'aspetto florido, la pelle liscia. Una donna, minuta ma non fragile; una pelliccia di pantera sulle spalle, i lunghi capelli neri scompigliati ma lucenti nella luce morente del giorno. Occhi a mandorla, color ambra come i suoi. Il viso ovale, dai lineamenti marcati. Rozza regina, perché vederti mi spezza il cuore? Andò da lui, si accovacciò a sollevargli la testa massiccia, se la posò in grembo. Piccole mani accarezzarono il sangue e asciugarono la schiuma intorno agli occhi. «Sono distrutti», annunciò nella lingua antica, la lingua del Primo Impero. «Non è stato difficile... li hai lasciati con poche forze, Cacciatore Silenzioso. Il più leggero dei miei tocchi li ha mandati letteralmente in pezzi.» Bugiarda. La donna sorrise. «Ho già incrociato la tua scia, Treach, ma non ho voluto avvicinarmi; ricordavo la tua rabbia quando distruggemmo il tuo impero, tanto tempo fa.» Si è placata da tempo, Imass. Faceste solo ciò che era necessario. Guariste le ferite... «Gli Imass non possono attribuirsi questo merito. Altri si assunsero il compito di riparare i canali distrutti. Noi non facemmo altro che trucidare i vostri simili, quelli che trovammo, cioè. È la nostra abilità speciale.» Uccidere.
«Sì. Uccidere.» Non riesco a tornare alla mia forma umana. Non riesco a trovarla in me. «È passato troppo tempo, Treach.» Ora morirò. «Sì. Non so guarire.» Mentalmente, egli sorrise. No, solo uccidere. «Solo uccidere.» Allora poni fine alle mie sofferenze, te ne prego. «Questo è l'uomo che parla. La bestia non chiederebbe mai una cosa simile. Dov'è la tua combattività? Dov'è la tua astuzia?» Mi prendi in giro? «No. Sei qui, davanti a me. Dimmi, chi è quest'altra presenza?» Altra presenza? «Chi ha liberato i tuoi ricordi, Treach? Chi ti ha restituito a te stesso? Per secoli, sei stato una bestia, con la mente di una bestia. Una volta raggiunto quel punto, non esiste più ritorno. Eppure...» Eppure sono qui. «Quando la tua vita scomparirà da questo mondo, Treach, sospetto che ti ritroverai non davanti alla Porta di Hood, ma... altrove. Non posso offrirti niente di sicuro. Ma ho sentito il fermento. È tornato in attività un Dio Antico, forse il più antico di tutti. Sono in corso movimenti sottili. Sono stati scelti mortali, che vengono forgiati in modo opportuno. Perché? Che cosa cerca questo Dio Antico? Non lo so, ma credo che agisca in risposta a una minaccia grave e vasta. E il gioco che è c