NATSUO KIRINO
Le quattro casalinghe di Tokyo
traduzione di Lydia Origlia Neri Pozza Editore
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NATSUO KIRINO
Le quattro casalinghe di Tokyo
traduzione di Lydia Origlia Neri Pozza Editore
Avviso di Copyright © Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questo eBook può essere riprodotta o trasmessa in alcuna forma tramite alcun mezzo senza il preventivo permesso scritto dell’editore. Il file è siglato digitalmente, risulta quindi rintracciabile per ogni utilizzo illegittimo. Norme tecniche di utilizzo Il file acquistato può essere visualizzato su tutti i lettori eBook, oppure stampato su carta. I edizione eBook 2010-12 Collana BIBLIOTECA ISBN 978-88-545-0489-9 Titolo originale: Out © 1997 by Natsuo Kirino Original Japanese edition published by Kodansha Ltd. Italian translation rights arranged with Kodansha International Ltd. through Japan Foreign-Rights Centre © 2003 Neri Pozza Editore, Vicenza traduzione di Lydia Origlia www.neripozza.it Copia dell’opera è stata depositata per la tutela del diritto d’autore, a norma delle leggi vigenti. Il seguente E-BOOK è stato realizzato con T-Page
Turno di notte
1. Arrivò al posteggio prima dell’ora stabilita. Scesa dall’auto fu avvolta dall’umida, fitta oscurità di luglio. Era forse il caldo afoso a farle apparire ancora più cupe quelle tenebre. Masako Katori si sentì soffocare e levò lo sguardo al cielo senza stelle. La pelle, che in auto si era mantenuta fresca e asciutta grazie al climatizzatore, divenne subito sudata e appiccicosa. Un odore di olio fritto, proveniente dallo stabilimento di pasti precotti in cui tra poco avrebbe iniziato il suo turno di notte, si mescolava quasi indistintamente alle folate di gas di scarico che giungevano dalla Shin-Oume-Highway. «Voglio tornare». Queste parole le affiorarono alla mente non appena l’odore raggiunse il suo naso. Non sapeva come le fosse venuta in testa quell’idea, né dove voleva tornare. Ovviamente non nella casa da cui era appena uscita. Perché non voleva tornare a casa? E dove avrebbe voluto andare? La sensazione di avere smarrito la strada irritò Masako. Nelle lunghe ore tra la mezzanotte e le cinque e mezzo del mattino avrebbe dovuto riempire di cibo le scatole che le sarebbero passate davanti sul nastro trasportatore, senza un attimo di pausa. La paga oraria era alta, per essere un’attività a part-time, ma il lavoro era faticoso, poiché la costringeva a rimanere in piedi. Non si sentiva per niente in forma: non era la prima volta che, al pensiero della sfacchinata che l’aspettava, veniva assalita dai crampi. Tuttavia quella notte provava una sensazione diversa, indefinibile. Si accese una sigaretta, e per la prima volta le venne in mente che lo faceva per coprire l’odore dello stabilimento. L’edificio sorgeva solitario alla fine della strada che costeggiava il muro grigio di una gigantesca officina meccanica, nel cuore di Musashi-Murayama. Intorno non vi erano che campi polverosi e piccole autofficine, disseminate in un territorio piatto su cui dominava un cielo immenso. Il parcheggio si trovava a tre minuti a piedi dalla fabbica, oltre l’area desolata dello stabilimento. Per costruirlo si erano limitati a spianare un ampio terreno e a segnare provvisoriamente i posti per le auto con strisce di plastica, ricoperte a tratti di polvere e sabbia e poco visibili. I furgoncini e le utilitarie degli operai erano posteggiati alla rinfusa. Era praticamente impossibile accorgersi se qualcuno era laggiù in agguato, nascosto nell’ombra dei cespugli o delle auto. Quest’idea rendeva il luogo ancora più inquietante. Masako si guardò intorno con circospezione e chiuse a chiave la macchina. Udì uno stridio di gomme e la luce gialla dei fari illuminò per un attimo i cespugli. Una Golf cabriolet verde con la capote sollevata entrò nel parcheggio e si avvicinò. La faccia pienotta di Kuniko Jonouchi accennò un inchino. «Scusa, sono in ritardo». Kuniko parcheggiò distrattamente l’auto vicino alla Toyota Corolla rossa di Masako, senza preoccuparsi del fatto che la macchina era troppo spostata a destra. I rumori che provocava – tirando il freno a mano, sbattendo la portiera – risuonavano inutilmente troppo forti. Tutto in lei era stridente e fuori tono. Masako spense la sigaretta con la punta della scarpa da ginnastica. «Che auto elegante!» Perfino in fabbrica la Golf era argomento di conversazione. «Trovi davvero?» Visibilmente compiaciuta, Kuniko si passò la lingua sulle labbra: «Comunque sono stata una bella stupida a riempirmi di debiti per comprarla!» Masako sorrise ambiguamente. I debiti di Kuniko non riguardavano soltanto l’automobile. Comprava quasi esclusivamente articoli firmati e spendeva molto anche per vestirsi.
«Dai, andiamo!» Dall’inizio dell’anno il sentiero che portava dal posteggio alla fabbrica era stato spesso teatro delle incursioni di un maniaco sessuale. Era successo più di una volta che un’operaia del turno di notte venisse trascinata nel buio tra i cespugli e molestata. Anche il giorno prima la direzione aveva raccomandato di recarsi al lavoro possibilmente in compagnia. Le due donne si avviarono lungo il sentiero non asfaltato e privo di illuminazione. Sulla destra erano disordinatamente allineati condomini e fattorie con grandi giardini: un bel caos, ma almeno si avvertiva la presenza degli uomini. Sulla sinistra si estendeva un’area deserta e inselvatichita: oltre il canale, completamente sommerso dalle erbacce, rimanevano soltanto le rovine del vecchio stabilimento e di un bowling ormai chiuso, e altri edifici abbandonati. Si diceva che le operaie cadute nelle mani del maniaco fossero state trascinate nella zona della fabbrica dismessa. Masako lanciò attentamente uno sguardo a destra e a sinistra e si incamminò a passi veloci accanto a Kuniko. Da un piccolo condominio alle loro spalle, sulla destra, provenivano le voci di un uomo e una donna che litigavano in portoghese. Anche loro dovevano essere operai dello stabilimento. Oltre a casalinghe come Masako, che lavoravano part-time, erano stati assunti molti brasiliani di origine giapponese o di razza bianca, tra cui numerose coppie. «Dicono che il maniaco potrebbe essere un brasiliano», commentò Kuniko aggrottando la fronte. Masako continuò a camminare in silenzio senza reagire. Le origini dell’uomo non erano determinanti. C’era qualcosa di ineluttabile in tutto ciò: finché avesse continuato a lavorare in quella fabbrica nulla avrebbe potuto rimediare alle frustrazioni che gli ristagnavano nel corpo e nell’anima. Alle donne non rimaneva altro da fare che cercare di difendersi come potevano. «Dev’essere un uomo grande e grosso. Che ti afferra e ti abbraccia con forza senza dire una sola parola». Nel tono di Kuniko risuonava come una punta di nostalgia. Masako intuì che l’animo di Kuniko era offuscato da qualcosa, come un cielo stellato nascosto dalle nuvole. Alle loro spalle udirono stridere i freni di una bicicletta. Si girarono tese e riconobbero la piccola sagoma di una donna più anziana di loro. «Ah, siete voi. Buongiorno!» Era Yoshie Azuma, una grande lavoratrice. Aveva più di cinquantacinque anni ed era vedova. Le sue mani erano agili e capaci, e lavorava per due. Le compagne, con una punta di ironia, la chiamavano “maestra”. Masako la salutò sollevata: «Grazie a Dio sei tu! Buongiorno, maestra!» Kuniko indietreggiò di mezzo passo, come se la presenza di Yoshie non la riguardasse. «Adesso non mi chiamerai maestra anche tu!» replicò Yoshie, anche se non sembrava che le dispiacesse davvero essere chiamata così.Scese dalla bicicletta e proseguì a piedi insieme a loro. Il suo fisico pareva creato per il lavoro manuale: bassa ma forte, come un granchio. Il viso, invece, troppo piccolo in rapporto al corpo, sembrava fluttuare bianco come il gesso nel buio della notte; vacuo e inespressivo com’era, le conferiva un’espressione infausta. «È a causa delle chiacchiere sul maniaco che andate al lavoro insieme, vero?» «Esattamente. Kuniko è ancora giovane, infatti». Kuniko ridacchiò. Aveva ventinove anni. Yoshie evitò una pozzanghera che luccicava nel buio e guardò Masako in faccia. «Ma anche tu sei ancora sulla breccia, hai solo quarantatré anni, o sbaglio?» «Ah, basta con le stupidaggini», rispose Masako senza ridere. Negli ultimi tempi le capitava raramente di avere una qualche consapevolezza della propria femminilità. «Ti senti già inaridita? Fredda e distaccata?» Yoshie voleva scherzare, ma Masako pensò che era esattamente così. Fredda e inaridita strisciava sul terreno. La sua attuale esistenza era quella di un rettile. «Tu piuttosto, maestra, sei in ritardo rispetto al solito», replicò Masako cambiando discorso.
«Eh già, di nuovo problemi con la nonna». Yoshie fece una smorfia. Da anni assisteva la suocera costretta a letto, ed era chiaro che non ne voleva parlare. Masako – lo sguardo fisso davanti a sé – non chiese più nulla. Là in fondo a sinistra, dove finiva la fila degli edifici abbandonati, erano posteggiati in formazione i camion bianchi del corriere espresso che avrebbero trasportato le colazioni confezionate ai supermercati aperti ventiquattro ore su ventiquattro. Dietro ai furgoni si ergeva la fabbrica, che spiccava nella notte illuminata a giorno dall’azzurro pallido delle luci al neon. Attesero che Yoshie andasse a depositare la bicicletta nella rastrelliera accanto allo stabilimento, poi salirono tutte e tre la scala esterna su cui era stesa una logora moquette verde. Al primo piano c’era l’atrio, a destra gli uffici. In fondo al corridoio una sala e lo spogliatoio. Lo stabilimento era al piano terra, e così gli operai dovevano cambiarsi e scendere di nuovo. Nell’atrio iniziava la moquette rossa che non era permesso calpestare con le scarpe da strada. Il rosso assorbiva la luce dei neon e il corridoio assumeva un aspetto cupo. Il colore si rifletteva anche sui visi delle tre donne, dando loro un’espressione fosca e truce. Masako osservò le facce stanche delle compagne domandandosi se anche la sua fosse così. Komada, l’incaricato al controllo igienico, era fermo davanti all’armadio delle scarpe e aveva in mano un rullo ricoperto di nastro adesivo. Senza una parola e con espressione insofferente lo passò sulla schiena di ognuna di loro per eliminare la polvere e lo sporco portati dall’esterno. Entrarono nella grande sala con il pavimento coperto di tatami. Gli operai sedevano a gruppi e chiacchieravano. Si erano già tutti cambiati e indossavano la divisa bianca da lavoro, alcuni mangiavano dolci e altri sorseggiavano del tè in attesa dell’inizio del turno. Qualcuno si era persino sdraiato e a occhi chiusi cercava di recuperare un po’ del sonno perduto. Del centinaio di operai addetti al turno di notte un terzo era costituito da immigrati brasiliani, uomini e donne più o meno in pari numero. Nel periodo delle vacanze lavoravano nella fabbrica anche molti studenti, ma per lo più erano casalinghe part-time quelle che coprivano il turno di notte. Le tre donne si fecero strada verso lo spogliatoio, salutando qui e là i compagni più anziani, e si accorsero di Yayoi Yamamoto che sedeva sola in un angolo della stanza. Come se avesse qualcosa che la opprimeva, stava rannicchiata su se stessa sul tatami e non accennò neppure un sorriso quando riconobbe le compagne. «Buon mattino, Yama-chan», le si rivolse Masako. Sul viso di Yayoi comparve un sorriso di sollievo, che tuttavia si dileguò subito come una bolla di sapone. «Sembri stanca». Yayoi annuì prontamente e serrò le labbra con espressione depressa. Era la più bella, non solo tra loro ma tra tutte le operaie del turno di notte. Aveva lineamenti perfetti: fronte alta, sopracciglia e occhi ben disegnati, un nasino all’insù e labbra piene. Anche il corpo era bello, esile ma ben proporzionato. Era diversa da tutti gli altri e perciò la prendevano in giro, ma anche la viziavano. Masako la proteggeva. Diversamente da lei, che rifiutava con forza tutto ciò che non era logico e razionale, Yayoi si portava dietro una sensibilità esagerata. Per Masako l’amica, che inconsapevolmente possedeva ciò di cui lei col tempo aveva imparato a liberarsi per evitare di deprimersi, era una piccola donna graziosa, ogni giorno alle prese con nuovi insospettati angoli del proprio cuore. «Che cosa ti succede, sembri un po’ giù». Yoshie le batté la mano arrossata sulla spalla. Yayoi sobbalzò, tremava in tutto il corpo. Yoshie, meravigliata per la reazione, si volse verso Masako che con lo sguardo le fece cenno di andare avanti e si sedette vicino alla compagna. «Non stai bene?» «Già, ma non è niente». «Hai litigato con tuo marito?» «Ah, se si trattasse solo di questo non ci sarebbero problemi», rispose Yayoi con tono allusivo, continuando a fissare con sguardo cupo e assente un punto dietro la schiena dell’amica. Per
guadagnare tempo Masako si raccolse i capelli lunghi fino alle spalle trattenendoli con un fermaglio e domandò: «Cos’è successo?» «Te lo racconto più tardi». «Perché non adesso?» la sollecitò dopo aver dato un’occhiata all’orologio sulla parete. «No, lascia perdere. È un discorso troppo lungo». Per un attimo l’ira infiammò il volto di Yayoi e svanì immediatamente. Masako si alzò rassegnata: «Come vuoi». Entrò in fretta nello spogliatoio e cercò la divisa. Chiamarlo spogliatoio era forse eccessivo, si trattava soltanto di uno spazio isolato dal salone per mezzo di una tenda. Come a una svendita in un grande magazzino, nello spazio angusto erano allineati dei robusti attaccapanni: da un lato, sulle grucce portate da casa, erano appese le divise bianche degli operai che lavoravano di giorno, dall’altro gli abiti colorati dei compagni del turno di notte che si erano già cambiati. «Noi andiamo avanti». Yoshie e Kuniko uscirono insieme, con in mano la reticella e la cuffia che si sarebbero infilate in testa. Era ora di inserire il cartellino di presenza. Dovevano timbrarlo tra le ventitré e quarantacinque e la mezzanotte e poi aspettare all’entrata dello stabilimento al pianterreno: questa era la regola. Masako cercò la sua gruccia, alla quale erano appesi una sorta di corto camice chiuso davanti da una zip e i calzoni da lavoro con un elastico in vita. Infilò velocemente il camice sulla T-shirt, si tolse i jeans e infilò i calzoni da lavoro stando attenta a ripararsi dagli sguardi degli uomini che erano nella sala. Non c’erano spogliatoi separati per le donne e per gli uomini. Erano due anni che lavorava in quello stabilimento, e ancora non si era abituata a una simile mancanza di privacy. Avvolse con una reticella nera i capelli trattenuti dal fermaglio e indossò il copricapo di carta, simile a una cuffia da doccia, che tutti chiamavano berretto da cuoco. Prese il lungo grembiule di plastica trasparente, uscì dallo spogliatoio e vide che Yayoi era ancora seduta apatica nello stesso posto. «Sbrigati, Yama-chan». Quando si accorse della pesantezza con cui Yayoi si metteva in movimento si sentì più in ansia che irritata. Quasi tutti i compagni erano usciti dalla sala. Rimanevano soltanto alcuni brasiliani. Se ne stavano seduti a fumare con aria stanca, le lunghe gambe stese in avanti e la schiena appoggiata alla parete. «Buon mattino», salutò uno di loro alzando le dita tra le quali stringeva un mozzicone di sigaretta. Masako sorrise lievemente e rispose con un cenno del capo. Sul distintivo che portava sul petto era scritto un nome giapponese, Kazuo Miyamori, ma il colorito era olivastro, e il volto lungo e le sopracciglia folte erano quelli di uno straniero. Sicuramente Kazuo si occupava del lavoro pesante: trasportare con un carrello il riso bianco cotto e versarlo nella macchina automatica che avrebbe riempito i vassoi. «Buongiorno», l’operaio salutò anche Yayoi. La donna, immersa nei propri pensieri, non si girò neppure. Sul volto di Kazuo apparve la delusione. Gli capitava spesso in quell’odioso stabilimento. Dopo essere andate al bagno si misero la maschera e il grembiule, si lavarono mani e braccia con una spazzola e le immersero in un liquido disinfettante. Timbrarono il cartellino, infilarono gli stivaletti da lavoro bianchi e passarono l’esame dell’addetto all’igiene che le attendeva sul pianerottolo in cima alla scala che portava giù allo stabilimento. Komada sfregò sulla loro schiena il rullo adesivo e scrutò severamente mani, dita e unghie. «Abrasioni, graffi, ferite?» Non potevano toccare il cibo se avevano anche la più piccola escoriazione. Mostrarono le mani e superarono il controllo. Yayoi barcollava, ma sembrava non rendersene conto. «Ma stai bene, oggi?» «Diciamo di sì». «E i bambini?»
«Uhm», rispose elusiva. Masako le lanciò un altro sguardo indagatore. Si vedevano soltanto gli occhi stanchi, perché il resto del viso era nascosto dal copricapo e dalla mascherina. Di nuovo sembrò che Yayoi non si accorgesse del suo sguardo. Scesero al pianterreno e vennero avvolte dall’aria fredda e dagli odori dei cibi, come se avessero aperto la porta di un frigorifero. Il gelo saliva dal pavimento di cemento. Il locale dove lavoravano era freddo anche d’estate. Si unirono alla fila delle operaie in attesa che aprissero il portone. Yoshie e Kuniko, che erano in testa alla coda, si voltarono verso di loro e fecero un cenno d’intesa. Le quattro donne lavoravano sempre insieme e si davano una mano. Il lavoro era troppo duro e non avrebbero potuto affrontarlo senza aiutarsi reciprocamente. Finalmente il portone si aprì. Gli operai entrarono, si lavarono ancora una volta mani e braccia e si disinfettarono. Dovevano passare con il disinfettante anche il grembiule che arrivava fino alle caviglie. Quando Yayoi, che si muoveva a fatica, e Masako, che l’attendeva, ebbero finito di lavarsi e disinfettarsi raggiunsero il nastro trasportatore e videro che le altre avevano già cominciato a preparare il lavoro. «Presto, siete in ritardo!» Yoshie rimproverò Masako con tono impaziente. «Nakayama è già in giro!» Nakayama era il responsabile del primo turno, come veniva chiamato il turno di notte. Era ancora giovane – aveva più o meno trent’anni – ma gli operai lo odiavano a causa della sua linguaccia velenosa e della sua pignoleria. «Okay, scusaci». Masako andò in fretta a prendere i guanti di gomma e gli stracci per asciugare le mani dal disinfettante e li portò anche a Yayoi. Questa guardò le cose che l’amica le aveva ficcato in mano come se le vedesse per la prima volta. «Adesso fatti forza». «Sì, grazie». Quando Masako tornò al nastro trasportatore, Yoshie le mostrò il foglio illustrato con il piano di lavoro. «Iniziamo con le scatole per il curry. Milleduecento. Io faccio le porzioni di riso e tu, come sempre, mi passi il contenitore. Chiaro?» Quello che “faceva le porzioni” aveva la posizione chiave alla catena e stabiliva il ritmo del lavoro. Yoshie, che era la più esperta, si occupava sempre di versare il riso e decideva la velocità del nastro trasportatore. Si fidava di Masako, e si assicurò che fosse lei a passarle le scatole da riempire. Masako staccò uno dall’altro i contenitori di plastica impilati, in modo da poterli afferrare più facilmente, e lanciò un’occhiata a Yayoi. L’amica non era abbastanza svelta e aveva appena lasciato che qualcun altro le portasse via il facile compito di versare il curry. All’altro capo del nastro Kuniko, che era riuscita ad assicurarsi quel lavoro, alzò le spalle. Che cosa doveva fare se Yayoi, che le compagne cercavano di coprire, semplicemente non reagiva? «Che cos’ha la piccola? Non sta bene?» Yoshie aggrottò la fronte. Masako scosse silenziosamente la testa. Yayoi oggi non si comportava come al solito. Si era ormai lasciata rubare la sua usuale mansione, era isolata dalla lavorazione e aveva dovuto rassegnarsi a “spianare il riso”, funzione trascurata dalle altre. Quando le si mise vicino Masako si trattenne dallo schioccare la lingua in segno di disappunto e sottovoce le disse: «Ma è troppo difficile per te!» «Lo so». Arrivò di corsa Nakayama, il responsabile. «Sbrigatevi, mettete in moto il nastro! Cretine, che cosa state a meditare?!» Non si riusciva a distinguere la sua espressione perché portava un berretto a visiera sopra la cuffia, ma dietro alle lenti degli occhiali cerchiati di nero i piccoli occhi lampeggiavano minacciosi.
«Eccolo, adesso ci prendiamo le nostre!» esclamò Yoshie schioccando la lingua. «Quello scimmione!» commentò a bassa voce Masako, furibonda per essere stata insultata. Non poteva proprio soffrire quel prepotente di Nakayama. «Mi hanno detto di spianare il riso, ma come si fa?» domandò timidamente una donna di mezza età che sembrava affrontare quel lavoro per la prima volta. «Con questa spatola devi semplicemente schiacciare il riso in modo da appiattirlo. Io – ecco, così – lo verso nel contenitore. Quindi deve essere pressato con le mani e infine lo si copre con la salsa al curry. Guarda quella di fronte a te, anche lei sta facendo lo stesso lavoro. Basterà che la imiti», spiegò Yoshie, stranamente gentile, additando Yayoi che si trovava dall’altra parte del nastro. La donna annuì, ma sembrava non aver capito bene e si guardava intorno sperduta. Yoshie, tuttavia, avviò implacabile la macchina. Si udì un rumore sordo e il nastro cominciò a muoversi. Masako si accorse che Yoshie lo faceva andare più velocemente del solito: dal momento che il lavoro stentava ad avviarsi, aveva intenzione di ridurre i tempi. Con gesti esperti incominciò a passarle i contenitori. Dall’apertura della macchina automatica uscivano i blocchi di riso. Yoshie li raccoglieva uno alla volta nel contenitore, controllava sulla bilancia che il peso fosse esatto e rimetteva la scatola sul nastro. Gesti veloci e precisi. Vi era chi spianava il blocchetto di riso, chi lo ricopriva di salsa al curry, chi tagliava il pollo fritto alla cinese, chi lo adagiava sul curry, chi preparava la porzione di verdure e la versava nel vasetto, chi chiudeva la scatola con il coperchio di plastica, chi vi fissava il cucchiaio con del nastro adesivo, chi incollava l’etichetta; e ciascuno di questi piccoli gesti contribuiva a confezionare la scatola per la colazione al curry, finalmente completa. Il turno iniziava sempre così. Masako diede uno sguardo all’orologio appeso alla parete. Erano passati cinque minuti dalla mezzanotte. Per cinque ore e mezzo avrebbero dovuto continuare a lavorare in piedi sul gelido pavimento di cemento. Se volevano andare alla toilette dovevano farsi sostituire. E capitava di dover aspettare due ore da quando avevano prenotato prima che giungesse il loro turno. Perciò era necessario aiutare e farsi aiutare in ogni modo, e cercare di evitare per quanto possibile i movimenti più faticosi. Questo era il segreto per poter continuare a lungo quel lavoro senza rovinarsi la salute. Dopo circa un’ora la nuova operaia era evidentemente sfinita e diventava sempre meno efficiente. La linea di montaggio tendeva a rallentare. Allora Yayoi allungò le mani in fretta e incominciò a spianare anche il riso della nuova compagna. È troppo gentile, pensò Masako. Dovrebbe pensare soltanto a se stessa. Soprattutto oggi, che sembra così provata. Tutte le veterane sapevano quanto fosse pesante “spianare il riso”, che era freddo e duro perché era trascorso troppo tempo dalla cottura, e spianare in un attimo quel blocco di riso solidificato richiedeva forza nel polso e nelle dita, e inoltre bisognava lavorare curvi. Dopo un’ora si cominciava a sentire un indolenzimento nella schiena e negli avambracci e non si riusciva più a sollevare le braccia. Perciò si lasciava quell’incombenza alle nuove operaie, ignare del lavoro. Ma Yayoi, con espressione triste e rassegnata, andava stoicamente avanti. Milleduecento colazioni al curry erano pronte. Il gruppo di lavoro doveva sgombrare velocemente il nastro trasportatore, pulirlo e spostarsi a un altro nastro. Il lavoro successivo riguardava duemila scatole per una colazione speciale destinata a essere consumata a teatro, durante l’intervallo. Era una linea di produzione lunga, perché gli ingredienti da stipare nella scatola erano molti. Si unirono a loro degli operai brasiliani con berretti da cuoco azzurri. Yoshie e Masako, come sempre, si occupavano della “distribuzione del riso”. Kuniko, che era molto abile, fu stranamente gentile con Yayoi e le riservò la mansione più semplice, quella di versare la salsa sulla cotoletta di maiale. Si dovevano prendere due cotolette, una per mano, immergerne un lato nella vaschetta con la salsa e quindi pressarle tra di loro. Era un buon lavoro, che concedeva un attimo di quiete mentre il nastro trasportatore continuava a scorrere rapidamente. Anche Yayoi
sarebbe stata capace di farlo. Masako, tranquillizzata, si dedicò alle proprie mansioni. Ma proprio quando l’ultima scatola era appena passata sul nastro e si incominciava a pulire e riordinare, si udì un gran fracasso che fece sobbalzare tutti. Yayoi era inciampata nel contenitore della salsa ed era caduta a terra. Il coperchio metallico del bidone era balzato sul nastro trasportatore della linea accanto, e tutto intorno a loro si stendeva un mare unto e lucente di salsa marrone. Il pavimento era sempre scivoloso per gli schizzi di grasso e di salsa. Gli operai, che lo sapevano, facevano attenzione e solo molto raramente accadevano incidenti del genere. «Maledizione, che diavolo è successo?» Nakayama, che aveva cambiato colore, si precipitò verso di lei e urlò: «Ma guarda che porcile!» Arrivarono trafelati alcuni uomini con degli stracci. «Scusi. Sono scivolata». Yayoi era rimasta seduta con aria sbigottita in mezzo alla salsa e non tentava neppure di alzarsi. Masako si precipitò verso di lei, la afferrò per le braccia e cercò di rimetterla in piedi. «Svelta, alzati!» Il camice di Yayoi si era sollevato e Masako si accorse di una larga macchia bluastra nella zona dello stomaco. Era forse quello il motivo per cui oggi l’amica non stava bene? La macchia spiccava sul candore della pelle come un divino, funesto sigillo. Masako schioccò la lingua e si affrettò a sistemare il camice di Yayoi, nascondendo la macchia agli sguardi degli estranei. Non c’erano abiti per cambiarsi e Yayoi dovette continuare a lavorare con la divisa macchiata all’altezza delle natiche e sulle maniche. La densa salsa che imbrattava il camice bianco si rapprese ben presto, assumendo una tinta marrone, e penetrò nelle fibre. L’odore toglieva il respiro. Ore cinque e mezzo del mattino. Il turno era finito e non c’erano straordinari da fare. La fiumana di operai tornò al piano superiore. Come al solito le quattro donne, dopo essersi cambiate, rimasero una mezz’oretta a chiacchierare davanti al distributore automatico di bevande nel salone. «Oggi non c’eri del tutto! Non stai bene?» domandò l’ignara Yoshie a Yayoi scrutandola con aria indagatrice. Dopo il lavoro della notte, ora Yoshie aveva la stanchezza stampata sul volto e dimostrava tutti i suoi anni. Yayoi bevve un sorso di caffè dal bicchierino di carta e, dopo aver riflettuto un attimo, rispose: «Ieri ho litigato con mio marito». «Mia cara, ma tutti litigano almeno una volta, non è vero?» Yoshie sorrise a Kuniko, cercando la sua approvazione. Kuniko, con una sottile sigaretta al mentolo all’angolo della bocca, socchiuse gli occhi e con aria indifferente commentò: «Ma voi Yamamoto ve la intendete bene, no? Andate sempre a spasso con la figliolanza». «Negli ultimi tempi non è così», bisbigliò Yayoi. Masako la fissò in silenzio. Ebbe l’impressione che, se si fosse seduta, non sarebbe riuscita a rialzarsi per molto tempo. «Capita, sono le fasi della vita, alti e bassi…» Quando Yoshie, che era vedova, cercò di risolvere la questione con un luogo comune, Yayoi la interruppe tagliente: «Macché fasi, il disgraziato arriva e dice che ha speso tutti i nostri risparmi. E allora sono andata su tutte le furie!» Tacquero tutte e tre, colpite dalla violenza del tono di Yayoi e dalla gravità del fatto. «E come li ha spesi?» chiese Masako accendendosi una sigaretta. «Gioco d’azzardo, ha detto. Baccarat, o qualcosa del genere». Yoshie spalancò gli occhi sbalordita: «Ma tuo marito sembra essere un impiegato molto serio. Come mai tutto d’un tratto ha cominciato a giocare d’azzardo?» «Chissà!» Yayoi scosse stancamente la testa. «C’è un locale, va lì e gioca. Non so nulla di
preciso». «E quanto avevate risparmiato?» domandò Kuniko con un bagliore negli occhi, incapace di nascondere la curiosità. «Più o meno cinque milioni di yen» 1, rispose Yayoi con voce fioca. Kuniko deglutì e il suo volto assunse per un attimo un’espressione di invidia. «No, su una cosa così non si può proprio passare sopra!» commentò, mentre sul viso di Yayoi ricompariva la stessa smorfia di rabbia di poco prima. «Vero? E poi mi ha anche picchiata sul ventre!» Sollevò la maglietta e mostrò a tutte il livido. Yoshie e Kuniko si scambiarono un’occhiata. «Di sicuro adesso se ne sarà pentito», cercò di consolarla Yoshie. «Anch’io litigavo spesso con mio marito. Ci picchiavamo anche. Mio marito era un violento, ma il tuo non dev’essere così, vero?» «Non lo so più!» sbottò Yayoi e sfiorò con le dita la maglietta accarezzandosi lo stomaco. Fuori era già chiaro. Sarebbe stato un altro giorno caldo e umido, come la notte precedente. Davanti all’ingresso Masako e Kuniko si separarono dalle compagne, che sarebbero tornate a casa in bicicletta, e si diressero verso il posteggio. «A quanto pare quest’anno non piove neppure nella stagione dei monsoni». «Ci sarà sicuramente una siccità». Kuniko sollevò lo sguardo al cielo nuvoloso. Aveva il volto lucido. «Già, se va avanti così…» «Ascolta, Masako, che cosa farà Yayoi secondo te?» «Mah!» rispose Masako alzando le spalle. Kuniko continuò sbadigliando: «Se fossi in lei divorzierei. E senza pensarci tanto sopra! Guai se un marito si mangia da solo tutti i risparmi!» «Già», assentì Masako, ma i due figli di Yayoi avevano solo cinque e tre anni. La questione non era facile, non si poteva prendere una decisione in quattro e quattr’otto. Masako evidentemente non era la sola a non sapere dove tornare. Camminarono in silenzio fino al posteggio, poi ognuna si diresse alla propria auto e aprì la portiera. «Be’, allora, buona notte, dormi bene!» «Buona notte». Da quando in qua si dice buona notte al mattino, pensò Masako lasciandosi cadere pesantemente al posto di guida. A un tratto la stanchezza le precipitò addosso. Levò lo sguardo al cielo: la luce era così abbagliante che le ferì gli occhi. 1 1 Equivalenti a circa cinquantamila euro. Cento yen corrispondono infatti a circa un euro (N.d.T.).
2. Kuniko girò la chiave nel cruscotto. Il ruggito del motore si propagò nel posteggio. Era felice di avere finalmente un’auto che funzionava bene. L’anno precedente aveva speso più di duecentomila yen in riparazioni. «Ciao, allora». Masako – che non amava i complimenti – alzò una mano in segno di saluto e partì. Kuniko chinò educatamente il capo e rimase a guardarla finché non fu sparita. Quindi tirò un sospiro di sollievo, perché le era molto difficile trattare con Masako, che sembrava venuta da un altro pianeta e non si sapeva mai che cosa pensasse. Appena lasciava le compagne Kuniko sentiva cadere la maschera dietro la quale si nascondeva e rivelava il suo vero aspetto. L’auto di Masako era ancora ferma al semaforo all’uscita del parcheggio. Kuniko osservò la parte posteriore della Corolla tutta ammaccata e si domandò come ci si potesse accontentare di un simile catorcio. A giudicare dalla vernice rossa ormai opaca, probabilmente aveva più di centomila chilometri. E poi, che senso aveva quell’adesivo rosso che invitava a una guida sicura? Davvero non si poteva permettere un’auto come la sua, se non nuova almeno decente? Oppure avrebbe potuto comprarsi un’auto nuova a rate! Per la sua età Masako aveva un viso ancora passabile e una bella linea, ma non faceva niente per valorizzarli, e questo era il suo errore. Kuniko infilò una cassetta nello stereo. La voce acuta di una donna che cantava una canzone pop come se fosse una melodia giapponese invase l’abitacolo. Era insopportabile. Tolse subito la cassetta. Non aveva voglia di sentire musica, in realtà voleva solo provare le prestazioni della sua auto e godersi un attimo di relax. Kuniko sistemò le bocchette del climatizzatore in modo da ricevere l’aria direttamente sul corpo e azionò la capote che si alzò lentamente, come un serpente che si libera della vecchia pelle. Le piaceva molto l’attimo in cui qualcosa di assolutamente banale si trasforma in qualcosa di straordinario. Ah, se anche la vita potesse essere così! Tuttavia continuava a pensare a Masako. Che strano tipo! Indossava sempre i soliti jeans e una T-shirt o una polo del figlio stinte per i frequenti lavaggi. D’inverno ci infilava sopra un golfino o un pullover senza pretese o, peggio ancora, un giaccone tutto rotto, con i buchi tappati col nastro adesivo per impedire che ne uscissero le piume. Impresentabile! Masako le faceva venire in mente gli alberi secchi e nudi in inverno. Così era il suo corpo slanciato, senza un grammo di troppo, e il colorito del suo viso era simile a quello della corteccia. Il taglio degli occhi, il naso grazioso, le labbra sottili, tutto perfetto al millimetro. Se si fosse truccata un poco e avesse indossato vestiti un po’ più raffinati, come faceva lei, sarebbe stata molto carina e avrebbe dimostrato cinque o sei anni di meno. Che spreco! Kuniko provava un sentimento misto di invidia e disprezzo. Lei invece era brutta e grassa. Si guardò nello specchietto retrovisore e di nuovo la assalì la consueta delusione. Nonostante il viso fosse grande e gli zigomi pronunciati, gli occhi erano piccoli, il naso largo e schiacciato, la bocca storta e il labbro inferiore lievemente proteso. Una vera e propria catastrofe, tutto quello che avrebbe dovuto essere grande era piccolo e viceversa. Specialmente al mattino si sentiva brutta, alla fine del turno di notte. Prese un fazzolettino di carta dalla pochette firmata Prada e si picchiettò la pelle nei punti in cui era più unta. Sapeva anche troppo bene che una come lei, senza particolari qualifiche, non poteva trovarsi un impiego migliore se non era almeno carina. Per questo aveva accettato quell’orrendo lavoro notturno. E più era stressata, più mangiava e ingrassava. Kuniko provò all’improvviso una sensazione di rabbia verso il mondo intero.Ingranò la marcia
con violenza, sollevò il piede dal freno e mandò il motore su di giri. La Golf fece un balzo in avanti e uscì dal posteggio. Nello specchietto retrovisore notò compiaciuta la nuvola di polvere sollevata dall’auto. Percorse per un po’ la Shin-Oume-Highway in direzione del centro, quindi a un semaforo voltò a destra verso la Kunitachi. Oltre il boschetto di peri, a sinistra, si scorgeva il vecchio condominio. Lei abitava in uno di quegli angusti appartamenti in affitto. Detestava abitare lì, ma per il momento era l’unica soluzione per lei e Tetsuya – l’uomo col quale viveva –, l’unica che potessero permettersi con i loro stipendi. Il suo più grande desiderio era essere una donna diversa, vivere una vita diversa, in un luogo diverso, con un uomo diverso. Ovviamente “diverso” per lei voleva dire molte cose. Si chiese se non era un po’ pazza, dal momento che non riusciva a fare a meno di preoccuparsi continuamente della sua posizione e di pensare ad altro che a questo sogno. Posteggiò la Golf nello spazio riservato. Tutt’intorno c’erano solo utilitarie e neanche un’auto straniera. Era orgogliosa della sua macchina, e uscì sbattendo rumorosamente la portiera. L’aveva fatto apposta, sperando che qualcuno si svegliasse. Anche se sapeva che, se uno degli inquilini si fosse arrabbiato, avrebbe finito col chiedere umilmente scusa. Alla fin fine bisognava tenere la testa a posto e comportarsi educatamente, anche se talvolta costava fatica. Entrò nell’ascensore imbrattato di graffiti, salì al quarto piano e, strascicando i piedi, si avviò lungo il corridoio – ingombro di tricicli e scatole di polistirolo – fino alla porta del suo appartamento. Girò la chiave nella serratura, entrò nella stanza immersa nell’oscurità e udì subito il russare animalesco proveniente dalla camera in fondo. Tutto come al solito. Appoggiò il giornale che aveva sfilato dalla cassetta delle lettere sul tavolo da pranzo di compensato comprato a una televendita. Il giornale le serviva solo per i programmi televisivi. Anche Tetsuya, il suo uomo, leggeva soltanto qualche articolo di cronaca e lo sport. In fondo era uno spreco, avrebbe voluto disdire l’abbonamento, ma le interessavano le inserzioni. Kuniko sfogliò le pagine finché non trovò, nascosta tra gli annunci immobiliari, la sezione delle offerte di lavoro per le donne e la mise da parte. Le avrebbe lette più tardi, con cura. Nella stanza il caldo era soffocante. Kuniko mise in funzione il condizionatore e aprì il frigorifero. A stomaco vuoto non sarebbe mai riuscita ad addormentarsi. Ma non c’era nulla. Dove erano finiti l’insalata di patate e gli o-nigiri 2 che aveva comprato al supermercato la sera precedente? Tetsuya si era fatto fuori tutto. Kuniko, furiosa, aprì una lattina di birra. Mentre beveva prese un pacchetto di patatine e accese il televisore. Saltò da un programma all’altro finché non trovò una delle rubriche scandalistiche del mattino. I pettegolezzi sui vip le tiravano sempre su il morale. Adesso doveva solo aspettare che l’alcol facesse effetto. «Abbassa quel cazzo di televisore, voglio dormire!» L’urlo di Tetsuya la colse alle spalle. «Perché? Tanto è ora che ti alzi!» «Non è vero, ho ancora almeno dieci minuti!» Qualcosa la colpì sul braccio. Un accendino di plastica. Il punto in cui era stata colpita stava diventando rosso. Con l’accendino in mano si avvicinò al letto di Tetsuya. «Cretino! Sono stanca, lo vuoi capire o no?» «Ma che hai?!» Tetsuya aprì gli occhi e sul suo volto apparve un’ombra di timore. «Sono stanco anch’io». «Ed è per questo che ti permetti di gettarmi addosso questo coso?!» Kuniko fece fuoco e glielo avvicinò alla faccia. «Smettila!» Tetsuya le strappò di mano l’accendino che cadde sul tatami e rotolò via. Kuniko lo colpì selvaggiamente sulla mano: «Ma che diavolo fai?! Ne ho abbastanza, sai, abbastanza! Guardami, dai, guardami!»
«Lasciami, smettila! È ancora presto!» «E chiudi quella bocca, brutto schifoso! Ti sei ingozzato con la mia insalata e tutto il resto!» «Modera il linguaggio se vuoi che ti parli ancora!» Tetsuya era gracile, una spanna più basso di Kuniko. Distolse il viso, disgustato. Due anni prima era finalmente riuscito ad avere un posto di rappresentante di articoli sanitari per ospedali e si era fatto tagliare corti i capelli che prima gli arrivavano alle spalle. Da allora sembrava ancora più mingherlino. A Kuniko non piaceva proprio. Lo preferiva quando aveva i capelli più lunghi e gironzolava come uno scemo nel quartiere di Shibuya, dove si erano incontrati quando lei lavorava in una sala giochi. Allora era molto più magra e uomini come Tetsuya cadevano ai suoi piedi a decine. Anche se, a causa dei debiti contratti a quell’epoca per comprare a rate vestiti e accessori firmati, ora era costretta a vivere sempre sotto pressione. «Ammetti che ti sei mangiato fuori tutto e chiedi scusa!» Kuniko gli saltò sopra a cavalcioni. Tetsuya, oppresso dal peso, gemette debolmente. «Smettila per favore!» «Confessa! Se confessi ti perdono». «Ho mangiato tutto. Mi dispiace. Ma in casa non c’era niente di pronto». «Perché prima di rincasare non ti compri qualcosa?» «Sì, sì, ho capito». Tetsuya girò la testa da una parte ma Kuniko, senza complimenti, lo afferrò tra le cosce. Quel coso chinava mollemente la testa. «E allora? Impotente! Non si rizza più neanche al mattino!» «Squagliati» protestò Tetsuya con tono disgustato, «togliti di mezzo! Sei pesante! Ma ti rendi conto di quanto pesi?» «Come osi parlarmi così!» Kuniko strinse con forza tra le gambe il sottile collo dell’uomo. «Scusa», gemette Tetsuya con voce soffocata. Kuniko sbuffò e scese bruscamente stendendosi accanto a lui. Negli ultimi tempi la loro vita sessuale era un disastro. E pensare che era più giovane di lei. Un caso disperato, l’uomo, veramente! Furibonda tornò nel soggiorno e guardò Tetsuya che si alzava con fiacca. «Dannazione, sono in ritardo!» E chi se ne frega, pensò Kuniko voltandogli le spalle e accendendosi una sigaretta. Tetsuya, con una T-shirt e un paio di incredibili calzoncini, trotterellò in soggiorno, si grattò il collo con una mano e con l’altra sfilò una sigaretta al mentolo dal pacchetto che Kuniko aveva lasciato sul tavolo. «Non fumare le mie sigarette!» «E dai, solo una. Io le ho finite». «Allora dammi venti yen», disse allungando una mano. Tetsuya sospirò, intuendo dal tono che non stava scherzando. Kuniko continuò a fissare lo schermo senza girare la testa. Quando, un quarto d’ora dopo, l’uomo uscì senza dire una parola, Kuniko si sdraiò nel solco, troppo stretto per un corpo come il suo, lasciato da Tetsuya nel futon. Si svegliò verso le due del pomeriggio. Accese subito il televisore, fumò una sigaretta e guardò un wild show alla televisione in attesa di svegliarsi del tutto. Il programma era quasi uguale a quello che aveva visto al mattino, ma non le importava. Aveva fame. Uscì di casa senza neppure lavarsi il viso. All’inizio del quartiere c’era un supermercato. Manco a farlo apposta apparteneva alla catena che vendeva le colazioni prodotte nel suo
stabilimento. Scelse una scatola di colazione speciale “per teatro”. Sull’etichetta era scritto «Miki Foods, stabilimento di Higashi-Yamato, confezionato alle sette del mattino». Senza dubbio era una delle colazioni che avevano preparato poche ore prima. Kuniko aveva svolto il facile lavoro di versare le omelette. Anche se Nakayama le aveva urlato: «Va’ piano con le uova!» Davvero quel Nakayama era un uomo odioso. Se non se la prendeva con qualcuno non era contento! Il turno era stato meno pesante del solito. Se avesse continuato a stare con Yoshie e Masako, avrebbe potuto scegliersi sempre le mansioni più facili. Sì, avrebbe fatto proprio così. Kuniko ridacchiò. Tornò a casa, si sedette davanti al televisore e continuò a guardare il wild show mentre mangiava la colazione e beveva del tè Oolong. Infilandosi in bocca la cotoletta di maiale condita con la salsa marrone le venne in mente Yayoi Yamamoto, come era inciampata nel contenitore della salsa. Sembrava particolarmente rimbambita stanotte, rifletté Kuniko con disprezzo, talmente fuori dal mondo che nessuno poteva aiutarla. Proprio da cretini, farsi pestare dal marito. Lei al suo posto l’avrebbe picchiato a sua volta! Kuniko finì di mangiare la cotoletta, versò della salsa di soia su un involtino primavera – roba cinese congelata – e lo cosparse di senape. Pensava al viso di Yayoi. Quando si era così belle non c’era bisogno di massacrarsi ai turni di notte. Lei si sarebbe senz’altro trovata un posto in un piccolo ristorante o in un’osteria. Oppure un qualche lavoro più redditizio, non importa se al limite della decenza. Quello che a lei mancava, purtroppo, era la fiducia nel proprio aspetto – questo e basta. Proprio in quel momento in TV trasmettevano un servizio sulle studentesse del liceo. Kuniko depose i bastoncini e fissò lo schermo con interesse. Veniva intervistata una splendida ragazza con lunghi capelli castani, lisci e tinti. Il volto era nascosto da un mosaico e la voce era stata contraffatta. «I nonni sono solo denaro, casseforti viventi! Che cosa ho avuto io da mio nonno? Un abito, per esempio. Da quattrocentocinquantamila yen». «Mi prendi in giro? Ma guarda quella pazza, inconcepibile!» sbraitò Kuniko verso lo schermo. Un abito da quattrocentocinquantamila yen! Ovviamente di Chanel o Armani. Anche a lei sarebbe piaciuto avere uno Chanel, ma purtroppo c’erano tante ragazze graziose e giovani come quella che annullavano il valore commerciale di una donna come lei. «Aspettate, non mi conoscete ancora», borbottò più volte Kuniko tra sé. L’unica cosa positiva, lì allo stabilimento, era che aveva conosciuto Masako, pensò Kuniko continuando a divorare gli o-nigiri. Masako, infatti, in precedenza aveva avuto un ottimo impiego, ma aveva perso il posto in seguito a una ristrutturazione aziendale. Kuniko aveva la sensazione che una donna come Masako non sarebbe rimasta a lungo nei duri turni di notte allo stabilimento. Prima o poi sarebbe diventata una dipendente fissa. Non era neppure da escludere un posto in amministrazione o nella direzione. E se al momento giusto lei le fosse stata vicina, sarebbe potuto saltare fuori qualcosa di meglio anche per lei. Questo pensava. Il problema era però che Masako non sembrava ricambiare la sua fiducia. Kuniko gettò nel secchio della spazzatura accanto al lavandino la scatola della colazione, così accuratamente svuotata da sembrare pulita. Poi lesse l’inserto con le offerte di lavoro che aveva messo da parte. Con il suo miserabile stipendio poteva a malapena pagare gli interessi del debito, di saldarlo non se ne parlava neppure. E i lavori part-time durante il giorno venivano pagati ancora di meno. Per cinque ore e mezza di turno di notte prendeva la paga di otto ore di lavoro diurno. Sarebbe stato stupido cambiare. Però così era costretta a dormire di giorno. Ormai era un circolo vizioso. Kuniko non voleva ammettere di essere una fannullona. D’altronde non amava neanche pensare troppo ai suoi debiti. Negli ultimi tempi non riusciva neppure a trovare il denaro per pagare gli interessi; non sapeva se il suo credito fosse calato, anzi, non aveva alcuna idea di quanti soldi avesse ancora in banca.
Verso sera si truccò, indossò un finto Chanel e uscì. Aveva trovato quello che faceva al caso suo: un lavoro che poteva fare la sera, prima di andare in fabbrica alle undici e mezzo. Al posteggio delle biciclette incontrò l’inquilina dell’appartamento accanto che stava rincasando. Indossava un completo estivo da pochi soldi, un modello da supermercato, e camminava stancamente con la borsa per la spesa appesa al braccio. Probabilmente nella ditta in cui lavorava la trattavano come una schiava. Kuniko chinò leggermente la testa, la donna la salutò con un sorriso e tirò su un paio di volte con il naso, dilatando le narici. Evidentemente annusa il mio profumo, pensò Kuniko. Oggi si era messa Coco. Quella lì probabilmente non ne aveva mai sentito neppure il nome. In fabbrica era proibito profumarsi, ma prima del turno avrebbe avuto tutto il tempo di fare un bagno. Salì sulla bicicletta e pedalò con fatica per la stretta strada trafficata. Il club si trovava vicino alla stazione del quartiere di Higashi-Yamato. L’unico difetto di quel lavoro era che avrebbe dovuto usare la bicicletta, perché non c’era possibilità di parcheggiare. Come avrebbe fatto nei giorni di pioggia? D’altronde la sua casa era troppo lontana dalla stazione dei treni. Se l’avessero assunta avrebbe potuto cambiare casa, pensò Kuniko. Venti minuti dopo arrivò davanti al locale. Si chiamava Velfarre. Era preparata a un eventuale rifiuto, ma chi poteva sapere? In fondo era così lontano dal centro che anche lei poteva avere qualche chance. Kuniko si fece coraggio e per la prima volta dopo lungo tempo sentì il cuore batterle nel petto. «Cercasi Floor lady dai diciotto ai trent’anni, paga oraria 3600 yen. Divisa fornita. Orario di lavoro: 17-1, possibilità di accompagnamento. Meglio se astemia». Kuniko ripensò al testo dell’inserzione e si disse che, se fosse stata assunta, avrebbe anche potuto abbandonare il lavoro allo stabilimento. Due ore di quello stupido lavoro contro una notte intera di dura fatica in fabbrica. Si era già dimenticata che poco prima aveva giurato di seguire le orme di Masako.Lei era fatta così. «Vengo per l’annuncio. Ho già telefonato prima…» Davanti al locale erano fermi alcuni giovani che indossavano abiti dai colori vivaci e una ragazza con una minigonna cortissima – evidentemente per attrarre i clienti. L’uomo cui si era rivolta la guardò sbalordito. «Ah sì, allora passi dall’entrata sul retro». «Grazie». Kuniko intuì che i giovani ridacchiavano alle sue spalle. Raggiunse l’entrata che le avevano indicato svoltando in un vicoletto. Trovò una porta d’alluminio con una piccola targa su cui era scritto Velfarre. «È permesso? Ho telefonato poco fa», si annunciò aprendo adagio la porta e guardando all’interno. Un uomo di mezza età, vestito di nero, era seduto a una scrivania e stava posando la cornetta del telefono. Si accarezzò con la mano le rughe sulla fronte, che sembravano incise con uno scalpello, e squadrò Kuniko da capo a piedi. «Sì, avanti». Lo sguardo incuteva timore, ma il tono della voce era basso e gentile. Le indicò un divano davanti alla scrivania. «Prego, si accomodi». Kuniko si sedette con sussiego sul bordo del divano, avendo cura di mantenere la schiena diritta, e lui le porse un biglietto da visita. Era il direttore. L’uomo chinò lievemente il capo, ma appena sollevò lo sguardo Kuniko comprese che la stava valutando velocemente dalla testa ai piedi. Si sentiva sempre più imbarazzata. Annunciò con voce tesa: «Ho letto l’inserzione, intenderei lavorare da voi come floor lady». «La ringrazio per aver risposto. Vogliamo parlare un po’?» replicò diplomaticamente l’uomo, sedendosi su una poltrona davanti a lei.
«Quanti anni ha?» «Ventinove». «Ah sì? Ha un documento?» «Oh, mi dispiace, al momento non ho…» Il tono dell’uomo divenne subito brusco: «Già. Ha esperienza di questo lavoro?» «No. Sarebbe la prima volta». Kuniko si stava domandando come avrebbe dovuto reagire se l’uomo le avesse detto che non accettavano casalinghe, ma lui si alzò senza fare altre domande: «Per essere franco, si sono già presentate sei ragazze di diciannove anni. È vero che noi preferiamo donne non professioniste, ma i clienti sono più interessati alle giovani, sa com’è, tira di più». «Già, capisco». Era sicura che non era tutta la verità. Kuniko si sentì sprofondare all’improvviso come se stesse precipitando con un ascensore in caduta libera. Se avesse avuto un bel viso e una figura aggraziata, il fatto che fosse più vecchia non avrebbe avuto importanza. Ma il problema non era l’età. Di nuovo l’antico, ben radicato complesso di inferiorità mostrava il suo ghigno beffardo. «Mi dispiace che sia venuta fin qui, ma per questa volta non è possibile…» Kuniko annuì, impaziente di dissipare la sensazione cupa che la opprimeva. «Sì, capisco». «Qual è il suo attuale lavoro?» «Lavoro a part-time qui vicino». «Continui così. È sicuramente meglio per lei. Il lavoro qui è molto duro. Quando spendono dieci o ventimila yen all’ora, gli ospiti si aspettano qualcosa, non se ne vanno a casa senza una contropartita. Lei mi capisce, vero? E alla sua età…, sicuramente non le piacerebbe essere lasciata da parte! Non sarebbe carino, non trova anche lei?» L’uomo proruppe in una risata oscena e aggiunse: «Be’, dunque… Mi dispiace veramente che si sia disturbata. Prenda, è per il taxi». Le premette sulla mano una busta sottile. Probabilmente conteneva un biglietto da mille yen. L’uomo chiese dubbioso: «In realtà lei ha passato i trenta da un bel po’, vero?» «Niente affatto». «Era solo una battuta», concluse l’uomo con palese disprezzo. Kuniko uscì delusa dalla porta sul retro. Voleva evitare l’uscita principale per non ritrovarsi di fronte ai giovani. Non voleva affrontare un’altra volta i loro sguardi, per cui preferì seguire il vicoletto fino all’angolo, dove c’era un ristorante specializzato in gyudon 3. Doveva trovare il posteggio dove aveva lasciato la bicicletta. Improvvisamente le venne una fame da lupi. Entrò nel ristorante decisa a mangiarsi tutti i soldi appena ricevuti. «Un gyudon, per favore». Dopo aver ordinato si guardò intorno e sul grande specchio alle sue spalle vide riflessa la sua schiena larga e grassa e il volto dai lineamenti grossolani e dall’espressione ottusa. Inesorabile mostrava a tutti la sua vera età, trentatré anni. Distolse subito lo sguardo e raddrizzò la testa. Anche con le compagne di lavoro aveva mentito sull’età. Sbuffò e aprì la busta.C’erano due biglietti da mille yen. «Che fortuna! È andata bene anche così!» borbottò accostando a un angolo della bocca una sigaretta al mentolo. Aveva ancora tempo prima di andare al lavoro. 2 O-nigiri: gnocchetti di riso ripieni avvolti in alghe essiccate, praticamente il pane e burro dei giapponesi (N.d.T.). 3
Gyudon: piatto a base di riso e striscioline di carne di manzo e cipolla in salsa piccante
(N.d.T.).
3. Attenta a non fare il minimo rumore, Yoshie aprì la porta di casa e percepì subito il lieve odore di cresolo ed escrementi. Nonostante arieggiasse spesso e strofinasse a fondo i tatami con uno straccio ben strizzato, non riusciva mai a eliminarlo del tutto. Premette i polpastrelli sulle palpebre brucianti: non dormiva abbastanza. Sarebbero passate ancora delle ore prima di riuscire a concedersi un po’ di riposo. Oltrepassò il gradino dello stretto ingresso con il pavimento in cemento ed entrò in una stanza larga tre tatami. Era così piccola da contenere a malapena un minuscolo tavolo da pranzo, una vecchissima credenza e un televisore – non c’era quasi spazio per camminare. Era il soggiorno in cui Yoshie e la figlia Miki pranzavano e guardavano la televisione. Poiché si trovava di fronte all’ingresso e non aveva la porta, chiunque arrivava poteva guardare direttamente all’interno e in inverno il vento penetrava da tutte le fessure, non c’era modo di tenerlo fuori. Miki si lamentava, borbottava che era un’indecenza, ma l’appartamento era piccolo e non c’era altra soluzione. Yoshie depose in un angolo la busta di carta contenente il camice bianco e i pantaloni da lavoro che si era portata a casa per lavarli, e attraverso la porta scorrevole aperta diede un’occhiata alla camera di sei tatami. Le tende erano tirate e la stanza immersa nell’oscurità, ma si accorse subito dei piccoli movimenti sul futon disteso sul pavimento. La suocera, costretta a letto da sei anni, doveva essere già sveglia. Tuttavia Yoshie rimase immobile in mezzo alla stanza, senza chiamarla. Nello stabilimento riusciva a farsi forza e a concentrarsi nel lavoro, ma appena arrivava a casa si sentiva stanca e molle come un vecchio straccio per spolverare. Sarebbe stato meraviglioso poter appoggiare la testa sul cuscino almeno un’oretta! Si massaggiò le forti spalle irrigidite dalla stanchezza e si guardò intorno nella stanza disordinata, dalle pareti ormai ingiallite, nella quale non entrava mai la luce del mattino. La porta scorrevole della stanza di quattro tatami e mezzo alla sua destra era chiusa, come a separarla dal resto del mondo. Era la camera di Miki. Fino alle medie aveva dormito insieme alla nonna nella camera di sei tatami, ma ormai era grande e la madre non avrebbe potuto imporglielo. Yoshie era quindi costretta a prepararsi il futon accanto alla suocera, ma negli ultimi tempi soffriva di insonnia ed era un peso, questo, che si sovrapponeva agli altri della sua vita. Evidentemente anche lei cominciava a invecchiare. Si accosciò sui tatami, nel solo spazio libero della piccola stanza. Nella teiera sul tavolo c’erano ancora le foglie del tè verde che aveva bevuto la sera precedente, prima di andare al lavoro. Non aveva voglia di buttarle e di lavare la teiera. Non si risparmiava fatiche per gli altri, per se stessa invece non aveva voglia di fare nulla. Versò sulle foglie l’acqua tiepida rimasta nel thermos e, mentre sorseggiava rumorosamente il tè, lasciò vagare lo sguardo nel vuoto per qualche istante. C’era un problema che la tormentava. Il padrone di casa le aveva comunicato che aveva intenzione di abbattere il vecchio edificio in legno, sicuramente ormai poco confortevole, e di costruire un condominio. Yoshie temeva che si trattasse solo di un pretesto per scacciarla. Una volta sfrattata non avrebbe saputo dove andare. E anche se il proprietario le avesse consentito di tornare nella casa ristrutturata, avrebbe senza dubbio aumentato l’affitto, e comunque avrebbe dovuto trasferirsi per qualche tempo in un altro appartamento, e tutto ciò sarebbe costato troppo. Non poteva permettersi una simile spesa. Quello che guadagnava bastava appena alla pura sopravvivenza. «Se avessi soldi!» Questo era il suo più grande desiderio, ma senza speranza. Aveva speso per la suocera malata quel poco denaro che l’assicurazione le aveva versato dopo la morte del marito, e così anche tutti i suoi risparmi. Yoshie aveva potuto frequentare soltanto le scuole medie e desiderava che Miki potesse prendere almeno una laurea breve, ma per il momento non se lo potevano permettere; figuriamoci poi
riuscire a risparmiare qualcosa per la vecchiaia! Perciò non poteva rinunciare ai faticosi turni di notte allo stabilimento. Avrebbe voluto lavorare anche di giorno, ma chi si sarebbe preso cura della suocera? Per quanto fosse coraggiosa, Yoshie era agli sgoccioli. Semplicemente non sapeva più come fare per tirare avanti. Doveva avere sospirato profondamente, perché dalla camera di sei tatami giunse la voce flebile della suocera: «Yoshie, sei tu?» Era una voce esausta, a malapena avvertibile. «Sì, sono tornata». «Mi sono bagnata». Nel tono supplichevole si intuiva tuttavia una prepotente cocciutaggine. «Vengo subito». Yoshie bevve un altro sorso di tè, tiepido e leggero, e si alzò risoluta. Ormai aveva dimenticato il modo odioso in cui l’aveva trattata nei primi tempi del suo matrimonio. Ora era soltanto una povera vecchia indifesa che non sarebbe riuscita a sopravvivere senza il suo aiuto. Senza di me non ce la farebbe. Questo pensiero era una ragione di vita per Yoshie. Anche nello stabilimento era lei a controllare la linea, per questo la chiamavano “maestra”. Tutto ciò era per lei motivo di orgoglio. In fondo al cuore sapeva che evitava di guardare in faccia la realtà. Non voleva riconoscere che nessuno era disposto ad aiutare lei, non avrebbe potuto sopportarlo. Preferiva coltivare quella sorta di orgoglio che la costringeva ai più duri lavori. Yoshie si nascondeva la realtà e la riponeva accuratamente in fondo all’anima: in tal modo aveva finito col fare della fatica la regola suprema della propria vita. Era quella la sua tecnica per sopravvivere. La donna entrò in silenzio nella camera di sei tatami. Vi gravava un intenso odore di escrementi. Soffocò il disgusto, scostò le tendine e aprì lentamente la finestra per cambiare l’aria. Proprio di fronte, a un metro di distanza, vi era la finestra della cucina di una casa di legno piccola e vecchia come la sua. Immediatamente la vicina, una casalinga che era solita alzarsi presto, chiuse l’imposta rumorosamente per esprimere la sua irritazione. Yoshie si sentì ribollire di rabbia. Ma poteva capire: non era certo piacevole sentire l’odore della cacca di un malato fin dal mattino. «Per favore, ti sbrighi a cambiarmi?» La suocera, che non si era accorta di nulla, si mosse impaziente nel futon. «Sta’ ferma, altrimenti il pannolone si sposta di nuovo». «Ma è già messo male e mi dà fastidio!» «Lo so, te la sei anche fatta addosso». Yoshie spostò la leggera coperta estiva e sciolse i lacci del kimono da notte della suocera pensando a come sarebbe stato meglio se si fosse trattato del pannolino di un neonato. Non le aveva mai dato fastidio cambiare un neonato, anche se si sporcava le mani di cacca o si bagnava il vestito di pipì. Chissà perché gli escrementi dei vecchi facevano così schifo? All’improvviso ripensò a Yayoi Yamamoto. I suoi bambini erano ancora piccoli. Era felice che il più piccolo non avesse più bisogno di pannolini? Yoshie si ricordava ancora molto bene che gioia fosse quella per una madre. E tuttavia oggi Yayoi era stata così strana. Aveva detto che il marito la aveva percossa sul ventre, ma chissà, forse lei l’aveva provocato con qualche parola di troppo? Era comodo avere per moglie una grande lavoratrice, ma per un marito pigro poteva anche diventare una spina nel fianco. Anche per lei era stato così. Ripensò al marito, morto cinque anni prima di cirrosi epatica. Quanto più lei serviva la suocera, contribuiva al bilancio familiare con qualche lavoretto e teneva la casa in ordine, tanto più lui diventava nervoso e depresso. Probabilmente anche il marito di Yayoi era di quella risma, non apprezzava gli sforzi della moglie. Doveva essere un uomo egoista come lo era stato il suo. Chissà perché al mondo gli egoisti e i fannulloni finiscono quasi sempre per sposare le donne migliori. Comunque non c’era altro da fare che stringere i denti e continuare a prodigarsi. Yoshie era convinta che Yayoi le somigliasse un po’.
Cambiò il pannolone con destrezza. Lo svuotò nel gabinetto e poi lo lavò nella vasca da bagno. Sapeva benissimo che esistevano pratici pannoloni di carta usa e getta, ma costavano ed erano una spesa che non si poteva permettere. «Sono anche sudata», l’inseguì la voce della suocera mentre usciva dalla camera. Voleva che l’aiutasse a indossare un kimono da notte pulito, ma questo poteva aspettare. «Ho capito. Una cosa alla volta!» «Ma lo sai quanto mi dà fastidio! E poi prenderò il raffreddore». «Prima finisco quello che sto facendo». «Fai apposta a essere così lenta». «Ti sbagli», rispose Yoshie provando per un attimo la tentazione di ucciderla. Che si pigliasse pure il raffreddore. Che bello sarebbe stato se si fosse presa una polmonite e fosse morta. Finalmente sarebbe stata libera! Ma come al solito Yoshie la zelante soffocò subito i propri sentimenti. Che orrore! Augurare la morte a uno che ha bisogno di aiuto. C’era di che attirarsi la vendetta celeste. Lì accanto, nella camera di quattro tatami e mezzo, squillò la sveglia. Erano quasi le sette. L’ora in cui Miki si alzava per prepararsi ad andare al liceo statale. «Miki, è ora!» chiamò Yoshie. La porta scorrevole si aprì e apparve Miki in T-shirt e calzoncini. Aveva la luna storta. «Lo so!» rispose con aria irritata distogliendo lo sguardo. «Mamma, non vorrai entrare in camera mia con quella roba in mano?!» «Scusa!» Yoshie si precipitò confusa nel piccolo bagno accanto alla cucina, colpita dalla sgarbatezza della figlia. Era stata una bambina gentile e l’aveva sempre aiutata, se solo ne era capace. Naturalmente Yoshie capiva che attraversava un’età difficile, nella quale si confronta la propria vita con quella degli amici – per questo si vergognava dell’ambiente in cui era costretta a vivere. D’altronde Yoshie era consapevole di non avere la forza di rimproverarla, di domandarle che cosa c’era di cui vergognarsi. Semplicemente non aveva il coraggio di parlarne con Miki, perché lei stessa si sentiva miserabile, perché era lei la prima a vergognarsi di se stessa. Ma non c’era nulla da fare. Chi avrebbe potuto aiutarla? Doveva sopravvivere. Anche se si sentiva una schiava, anche se temeva di essere costretta a servire in eterno, se non era lei a lavorare nessuno lo avrebbe fatto al suo posto. Doveva continuare a impegnarsi con tutte le proprie forze. Nessuna alternativa. Altrimenti sarebbe stata punita. Già riaffiorava lo zelo di Yoshie, quello zelo che non le permetteva di pensare ad altre soluzioni. Miki si stava lavando la faccia con una nuovissima schiuma detergente. Yoshie se ne era accorta subito, il profumo era molto più gradevole di quello del sapone. La figlia si era comprata le lenti a contatto e una mousse per i capelli con i soldi guadagnati facendo lavoretti saltuari. I capelli ora risplendevano, castani, nella luce mattutina. Yoshie aveva finito di lavare il pannolone e si era disinfettata le mani. Si fermò alle spalle di Miki che tutta seria si spazzolava davanti allo specchio e le chiese: «Ti sei tinta i capelli?» «Appena un poco», rispose la ragazza continuando a spazzolarsi. «Ma non sta bene!» «Non sta bene! Siamo ancora all’età della pietra?» rise Miki. «Oggi tutte si tingono i capelli. Solo tu, mamma, hai ancora qualcosa da dire!» «Davvero?» Era preoccupata, perché negli ultimi tempi Miki si truccava e si vestiva in modo particolarmente vistoso. «Hai trovato un lavoro per le vacanze estive?» «Certo!» Miki si spruzzò la lacca trasparente sui lunghi capelli. «Dove?» «Al fast-food davanti alla stazione». «Quale sarà la paga oraria?» «Ottocento yen per le liceali».
Per Yoshie fu un vero colpo, e per un po’ non riuscì più a dire niente. Settanta yen più della paga che si prendeva nei turni di notte allo stabilimento. Valeva così tanto la gioventù? «Che c’è?» domandò perplessa Miki osservando il volto della madre. «Niente. Come è andata con la nonna stanotte?» Yoshie cambiò discorso. «Ha avuto un incubo. Chiamava continuamente il nonno, che fastidio!» Per qualche motivo la sera precedente la suocera aveva fatto i capricci e non voleva lasciarla andare a lavorare. Al momento di uscire l’aveva sentita urlare astiosa: «Hai intenzione di abbandonarmi? Eh, lo so, tanto io per te sono solo un fastidio!» All’inizio, dopo l’ictus che l’aveva lasciata semiparalizzata, la vecchia era stata stranamente mansueta, ma negli ultimi tempi era diventata capricciosa come un bambino. «Strano! Che sia l’arteriosclerosi?» «Non me ne importa. Risparmiami i particolari, non ne posso più!» «Perché invece di parlare così non vai ad asciugarle il sudore?» «Non vorrai mica scherzare? Lasciami in pace!» rispose bruscamente Miki. Si prese una lattina dal frigo e incominciò a bere con una cannuccia. Yoshie non si era accorta subito che quella bevanda, l’ultima novità in commercio, aveva finito per sostituire la colazione. Miki la comprava perché anche le sue amiche lo facevano. Era di moda, così diceva. Invece di bere quella roba potrebbe fare colazione con il riso e la zuppa di miso, pensò Yoshie. A che scopo la sera prima aveva perso tempo a cucinare? E poi quella spesa inutile la preoccupava. Una volta Miki si portava da casa la colazione da consumare nell’ora di pausa – una scatola con qualche avanzo della sera prima –, ma negli ultimi tempi aveva preso l’abitudine di pranzare con le amiche al fast-food. Dove trovava tutti quei soldi? Senza accorgersi Yoshie stava fissando la figlia con uno sguardo sospettoso. «Perché mi guardi così?» Miki la guardò incattivita, come se volesse annientarla. «Niente». «E per i soldi della gita scolastica? Domani è l’ultimo giorno». Colta di sorpresa Yoshie, che se ne era completamente dimenticata, spalancò gli occhi. «Quant’era la somma?» «Ottantatremila yen». «Così tanto?!» «Ma lo sai già da un pezzo!» gridò furibonda Miki. Yoshie non disponeva di una somma così alta. Si mise a rimuginare, mentre Miki si cambiava in fretta per andare a scuola. Sua figlia sapeva che ogni yen era guadagnato col sudore e tuttavia le chiedeva soldi. Il cuore di Yoshie era sempre più oppresso. «Yoshie!» la chiamò petulante la suocera. La raggiunse di corsa con un kimono da notte fresco di bucato sul braccio. Dopo averla faticosamente cambiata, la aiutò a fare colazione, le cambiò di nuovo il pannolone e lavò una montagna di biancheria sporca. Finalmente poté stendere il suo futon accanto a quello della suocera. Erano quasi le nove. Anche la vecchia si assopì. Ma Yoshie non poteva dormire tranquilla, ben sapendo che verso mezzogiorno si sarebbe svegliata e avrebbe cominciato a lamentarsi perché voleva pranzare. Così Yoshie dormiva solo un paio di ore al giorno. Alle quali poteva aggiungere qualche pisolino pomeridiano negli intervalli concessi dall’assistenza all’ammalata. E poi riusciva a dormire ancora un po’ prima di andare a lavorare. In tutto facevano forse sei ore di sonno. Lo stretto necessario per mantenersi in salute nonostante le fatiche. Era questa la sua vita quotidiana. E prima o poi sarebbe potuto crollare tutto, per questo aveva paura. Yoshie telefonò all’amministrazione dello stabilimento per chiedere se era possibile avere un
anticipo sullo stipendio che le sarebbe stato versato a fine mese. «Per principio non facciamo eccezioni», rispose gelido il contabile. «Me ne rendo conto, ma lavoro per voi da molti anni…» «Lo so, ma un principio è un principio», replicò secco l’impiegato. «A proposito, signora Azuma, in futuro dovrà stare a casa almeno un giorno alla settimana. Non vorremmo avere noie con l’ispettorato del lavoro». «Ma…» Negli ultimi tempi Yoshie non aveva fatto pause infrasettimanali perché non voleva perdere neanche un giorno di paga. L’impiegato continuò con tono di disprezzo: «Stia molto attenta, anche per il suo bene. Lei, se non sbaglio, gode dell’assistenza sociale, vero? Non può superare certi limiti!» E così doveva di nuovo scusarsi! Yoshie, depressa, riattaccò la cornetta. Ormai le rimaneva soltanto Masako a cui rivolgersi. Non sarebbe stata la prima volta che la aiutava a uscire dai pasticci. «Sì?» rispose una voce bassa. Era Masako, forse stava dormendo. «Sono io. Ti ho svegliata?» «Ah, sei tu, maestra? Sì, ma non importa». «Ho un favore da chiederti. Ma se non puoi, dimmelo francamente, d’accordo?» «D’accordo. Di che si tratta?» Yoshie indugiò un attimo pensando che Masako, sincera com’era, avrebbe potuto rifiutare. Masako odiava i complimenti e i convenevoli. In fabbrica molti venivano colti di sorpresa dal suo modo di fare così diretto. «Potresti prestarmi del denaro?» «Quanto?» «Ottantatremila yen. Mi servono per la gita scolastica di Miki. Al momento sono completamente al verde». «Va bene». Yoshie era felice. Sapeva che neanche Masako nuotava nell’oro. «Grazie. Sono in debito. È veramente un grande aiuto!» «Vado in banca e te li porto stanotte». Yoshie sospirò di sollievo e si lasciò cadere sul cuscino. Non le piaceva avere debiti con Masako, ma era anche felice di avere un’amica così. Sonnecchiava con il capo appoggiato al tavolino quando qualcuno suonò alla porta. Aprì. Masako era lì, con il sole del tramonto alle spalle, il volto olivastro come al solito senza trucco: «Maestra, ho pensato che è meglio non portare soldi in fabbrica. Perciò te li do subito». Masako le porse la busta della banca. Evidentemente era venuta subito dopo essere stata in banca a prelevare il denaro. Tipico di Masako, sempre pratica, sempre disponibile. Oltretutto in fabbrica qualcuno avrebbe potuto vederle. Masako doveva aver pensato anche a questo, e Yoshie le fu grata per la sua sensibilità. «Ti ringrazio. Te li restituirò senz’altro alla fine del mese». «Me li puoi tranquillamente restituire un po’ alla volta». «Niente affatto. Anche voi avete un mutuo da pagare, non è vero?» «È già tutto a posto». Masako accennò un sorriso. Yoshie la guardò stupita: in fabbrica non abbandonava mai la sua espressione impassibile. «Ma…» «Non ti preoccupare, maestra», la interruppe Masako con decisione, e il suo volto divenne di nuovo serio. Apparve allora accanto al sopracciglio sinistro una piccola ruga verticale che pareva una cicatrice. Yoshie ne era sempre turbata, quasi fosse il segno di un’ansia che tormentava l’amica. Non sapeva di cosa si trattasse. E anche se l’avesse saputo – temeva – una donna semplice come lei non avrebbe potuto capire.
«Perché una come te lavora in un posto come quello?» «Ma che dici? Allora a più tardi». Masako le fece un cenno di saluto con la mano e si incamminò verso la Corolla rossa posteggiata sul viale. Un attimo dopo Miki rientrò da scuola e Yoshie le tese la busta: «Ecco i soldi». Miki la prese con noncuranza e sbirciò dentro. «Quanti sono?» «Ottantatremila yen». «Thank you». Infilò disinvolta la busta nella tasca laterale dello zainetto nero. Yoshie scorse sul suo volto un’espressione che sembrava dire: «Ce l’ho fatta», e l’assalì il dubbio che il viaggio in realtà costasse molto meno. Tuttavia, come sempre, istintivamente evitò di guardare in faccia la verità. Miki non aveva motivo di mentire. Sua figlia, che giorno dopo giorno vedeva come lei era costretta ad arrabattarsi? No, impossibile!
4. Gli occhi di Mitsuyoshi Satake seguivano come ipnotizzati i movimenti delle palline argentee. Aveva saputo che erano arrivate delle nuove slot-machine, si era alzato presto e si era messo in coda per conquistarne una. Giocava da più di tre ore, prima o poi sarebbe successo qualcosa. Bisognava soltanto aver pazienza. Era stanchissimo – aveva dormito poco – e gli occhi gli facevano male a furia di fissare i colori abbaglianti della Pachinko, la slotmachine, ma tanto valeva. Prese il collirio dal borsello in pelle di fabbricazione italiana che aveva posato davanti a sé. Fece una pausa e si mise qualche goccia di collirio. Il liquido bruciava sulla cornea e Satake iniziò a lacrimare. Lui, che non piangeva da quando era bambino, provò piacere al tepore del liquido che gli scorreva sulle guance e non fece nulla per fermare le lacrime. La ragazza con lo zainetto che giocava lì accanto gli lanciò uno sguardo di sfuggita. Capì subito che cosa le passava per la testa: lo trovava interessante, ma non voleva avere rapporti con un uomo vestito in modo così vistoso. Satake osservò attraverso le lacrime le guance sode e lisce della ragazza. Vent’anni al massimo. Aveva l’abitudine di valutare all’istante l’età di tutte le donne che incontrava. Lui aveva quarantatré anni. I capelli tagliati cortissimi, il collo tozzo e le spalle possenti gli conferivano un aspetto rude. Ma, in contrasto con la corporatura, aveva piccoli occhi a mandorla dallo sguardo vivace, un naso perfetto e splendide mani con dita lunghe e sottili. Un corpo vigoroso e viso e mani delicati. Questa disarmonia gli donava un fascino ambiguo. Con quelle belle mani prese un fazzoletto firmato dalla tasca dei lucidi pantaloni neri e si asciugò gli occhi e le guance. Sulla camicia di seta, nera come i pantaloni, erano cadute delle lacrime. Satake asciugò delicatamente anche quelle con il fazzoletto. L’abbigliamento vistoso e le ciabatte firmate Gucci non erano per lui che abiti da lavoro. Se fosse stato vestito come un uomo d’affari la ragazza accanto a lui avrebbe mostrato un maggiore interesse, di questo era pienamente consapevole. Controllò l’ora sul Rolex d’oro massiccio al polso destro. Erano quasi le due del pomeriggio. Era ora di avviarsi all’appuntamento. Schioccò la lingua e diede un’occhiata alle palline che gli erano rimaste. In quel momento fece jack-pot. Una marea di palline si riversò nella vaschetta e rimbalzò allegramente sul pavimento. «Maledizione!» imprecò Satake. Diede una gomitata al braccio della ragazza, che si voltò stupita. «Non ho più tempo. Se le va continui lei». «Cosa, davvero?» La ragazza sembrava contenta, ma gli lanciò un’occhiata diffidente: sembrava non volersi accostare alla macchinetta finché lui non se ne fosse andato. Satake sorrise amaro, prese il borsello e si alzò con agilità. Mentre camminava lungo la fila delle Pachinko, da cui usciva un rumore sordo e cadenzato, si domandò che cosa pensasse adesso la ragazza. La porta scorrevole si aprì e Satake abbandonò il rumore assordante del locale per trovarsi in mezzo a un frastuono diverso: gli altoparlanti del cinema diffondevano musica per invitare i passanti, uomini gridavano e si udivano le canzonette dei karaoke. Sebbene in qualche modo lo tranquillizzasse sempre immergersi nell’atmosfera di Kabuki-cho 4, come se gli fosse già entrata nel sangue, tuttavia provava ancora una punta di disagio, un senso di non appartenenza. Alzò lo sguardo al fazzoletto di cielo limitato da sporchi edifici. Era grigio e nuvoloso: non ne poteva più di quel clima caldo e afoso, come se si dovesse mettere a piovere da un momento all’altro. Camminava veloce, il borsello infilato sotto il braccio. Poco prima del teatro Koma si accorse di aver pestato una gomma da masticare e cercò di staccarla sfregando la suola sullo spigolo del marciapiede. Quella maledetta gomma era diventata ancora più appiccicosa a causa dell’umidità e non si staccava più. Satake incominciò a irritarsi. Di notte nel quartiere bande di ragazzi bighellonavano
mangiando e bevendo, e la strada era disseminata dei loro resti. Ovunque sull’asfalto stavano in agguato nere chiazze appiccicose. Andò avanti con cautela, attento a evitarle, e rischiò di urtare la fila di vecchie in coda in attesa di assistere allo spettacolo di canzoni al teatro Koma. Sollevò la mano destra per chiedere il passaggio, ma le donne erano talmente immerse nelle loro chiacchiere che non gli badarono proprio. Schioccò piano la lingua, ma poi le aggirò sorridendo. Inutile irritarsi con chi non ha niente a che fare con te. Ciò che lo rendeva furioso era invece il chewing-gum che gli era rimasto appiccicato alla suola. I ragazzi che distribuivano volantini, quelli che adescavano i clienti per i locali a luci rosse, i gruppi di liceali trasandate a passeggio lo lasciarono deliberatamente in pace. Tutta gente che avvertiva le vibrazioni pericolose trasmesse da Satake. Quando finalmente entrò nel vicolo aveva le mani in tasca e un’espressione cupa. Il suo locale, il Mika, si trovava in un fabbricato in una laterale della Kuyakusho-dori, la strada in cui aveva sede l’amministrazione del distretto di Shinjuku. Con l’agilità di un animale selvatico Satake salì veloce la scala fino al primo piano e sospinse la porta girevole nera in fondo al corridoio. All’interno tutte le lampade erano accese e la luce del giorno filtrava attraverso le decorazioni alla greca dei vetri smerigliati. Una donna era seduta in attesa a un tavolo vicino all’entrata. Segno che lo conosceva bene e sapeva quanto Satake, la puntualità in persona, odiasse chi lo faceva aspettare. «Grazie per essere venuta». «Sono io che devo ringraziare, Satake-san», rispose in un giapponese perfetto, nonostante un’intonazione esotica, Lìhuá-Zhàng. Era la “mama-san”, la donna cui Satake aveva affidato la gestione del locale, e veniva da Taiwan. Benché avesse già più di trentacinque anni – una donna matura, quindi –, la sua pelle di un bianco puro era splendida. Per metterla in risalto indossava una camicetta con una profonda scollatura che lasciava scoperti il collo e l’attaccatura del seno; il viso era senza trucco a eccezione delle labbra rosso cupo. Il lungo e candido collo era ornato da una catena da cui pendevano un’elegante giada scolpita e una grande moneta d’oro. Fumava una sigaretta che doveva avere acceso da poco, e volute azzurrine di fumo le uscirono dalla bocca mentre chinava leggermente il capo davanti a Satake. «Mi scusi se le rubo un po’ di tempo». «Non importa. Per lei ho sempre tempo». Satake si sedette fingendo di ignorare il tono civettuolo e invitante della donna. Si guardò intorno e osservò con soddisfazione il locale. Era tappezzato di rosa scuro e arredato in stile rococò. All’entrata c’erano l’impianto per il karaoke, un pianoforte bianco e quattro tavoli. Scesi alcuni gradini si apriva l’ambiente principale, con dodici tavoli, più o meno come un club di Shanghai di media grandezza. Lì-huá si girò verso di lui e incrociò le mani bianche dalle dita affusolate su cui spiccava una grossa giada. Satake, per frenare le sue aspettative, le indicò i grandi vasi di fiori disposti qua e là nel locale: «Lì-huá, così non va! L’acqua dei fiori deve essere regolarmente cambiata. Ci pensi lei!» Erano tutti fiori di lusso – gigli di Casablanca, rose e orchidee – ma ormai appassiti, e l’acqua nei vasi era torbida. «Oh, sì!» annuì Lì-huá seguendo il suo sguardo. «E non si dimentichi di tagliare i gambi alle estremità!» osservò ridendo Satake, celando l’irritazione per la mancanza di sensibilità della donna in questo campo. Ma non era facile trovare una che sapesse fare così bene il suo mestiere, perciò riprese a guardarla come se niente fosse accaduto. Lì-huá voleva cambiare discorso e chiese con un dolce sorriso: «Perché voleva parlare con me? Vuole sapere come stanno andando gli affari?» «No, qualcosa su un cliente. Pare che abbiamo avuto qualche problema, non è vero?» «In che senso?» Lo sguardo di Lì-huá era diventato attento, come se il cervello le si fosse improvvisamente attivato. «Me l’ha raccontato Anna». Satake si sporse verso Lì-huá. Percepiva l’onda di tensione quasi
elettrica che la attraversava. Anna Lee, originaria di Shanghai, era la hostess più richiesta del Mika, quella che guadagnava di più. Satake, temendo che qualcuno gliela sottraesse, la trattava con particolare gentilezza ed esaudiva tutti i suoi desideri. «Anna-chan? Che cosa le ha detto?» «Ha un cliente che si chiama Yamamoto, vero?» «Yamamoto? Il nome è piuttosto comune… ah sì, credo di sapere a chi si riferisce», annuì Lì-huá, come se si fosse all’improvviso ricordata. «Il cliente che si è innamorato follemente di Anna, vero?» «Così ha detto. Mi fa piacere se spende soldi qui dentro, ma pare che la aspetti all’uscita e la segua per strada». «Davvero?» La donna sussultò come se sentisse la storia per la prima volta. «Ieri mi ha telefonato. Pare che quell’uomo l’abbia seguita fino al suo appartamento. Sa il cielo come ha potuto avere l’indirizzo». «Che cosa spiacevole! Uno spiantato come quello…» Lìhuá sembrava veramente stupita. «Così pare. È talmente cretino che crede di potere avere gratis quello che si deve pagare. Perciò, la prossima volta che metterà piede nel locale, veda di fare in modo che sparisca. Non voglio che un miserabile come lui si attacchi ad Anna». «Capisco, ma cosa devo fare?» «Si faccia venire in mente qualcosa. In fondo questo è un suo compito, Mama-san», tagliò corto Satake. Lì-huá serrò le labbra come se si fosse svegliata da un sogno e avesse rimesso i piedi per terra. Di colpo assunse un’espressione decisa, degna di una persona abile negli affari come lei. «Ho capito. Ne parlerò con il direttore». Anche il direttore era un giovane originario di Taiwan, ma mancava dal giorno prima perché aveva l’influenza. «E la prossima volta che Anna esce senza accompagnatore, le chiami un taxi!» «Va bene, può contare su di me», Lì-huá annuì un paio di volte. Con ciò la questione era chiusa e Satake si alzò per andarsene. Lei lo scortò fino alla porta come era solita fare con i clienti. Satake, per precauzione, le ricordò: «E mi raccomando l’acqua dei fiori!» Vide il sorriso ambiguo di Lì-huá e si ripromise di cercare al più presto un’altra mama-san. Le ragazze che lavoravano nel locale venivano scelte in base alla bellezza, alla giovane età e al fascino. Per lui erano solo merce viva e la mama-san non doveva essere niente di più che un’accorta venditrice. Uscito dal Mika salì al piano superiore e si fermò davanti alla porta dell’altro locale di sua proprietà, il Parco dei Divertimenti. Era una sala di baccarat. Anche questo era gestito da un direttore, per cui Satake si faceva vedere solo un paio di volte alla settimana. Circa un anno prima si era accorto che al circolo di majong sopra al Mika gli affari non andavano bene, e allora lo aveva preso in affitto e trasformato in una sala di baccarat, dove potessero recarsi i clienti del Mika dopo la chiusura. Non aveva chiesto le autorizzazioni necessarie: non doveva essere che una prova, una piccola attività marginale, riservata ai clienti del club e a quelli raggiungibili con il passaparola, ma aveva avuto molto successo e ora il casinò era sempre pieno di gente. All’inizio c’erano solo due tavoli di minibaccarat, ma quando i clienti erano aumentati Satake aveva assunto alcuni giovani, abili croupier e aveva fatto allestire un vero e proprio tavolo di baccarat. La posta minima era stata alzata e l’affare era esploso. In origine il locale veniva aperto solo dopo la chiusura del Mika, ma poi l’orario si era allungato dalle nove di sera fino al mattino. Satake riavvolse il cavo elettrico bianco dell’insegna, che pendeva sciattamente, e strofinò con il fazzoletto la maniglia dorata della porta per cancellare le impronte delle dita. Lottò contro l’impulso di entrare e mettersi a fare un’ispezione. Aveva a cuore quel locale, e inoltre era una miniera d’oro. Squillò il cellulare nel borsello che teneva sotto l’ascella.
«Dove sei, O-nii-chan? Devo andare dal parrucchiere». Era una voce graziosa che parlava in un giapponese stentato. La voce di Anna. Lo chiamava sempre “O-nii-chan”, fratellino, senza che nessuno gliel’avesse chiesto. Anna era fantastica quando si trattava di accattivarsi i favori degli uomini. Per Satake quella ragazza era un dono del cielo, e ci si divertiva pure. «Va bene, aspettami. Vengo subito». Anna si distingueva per bellezza e intelligenza fra le trenta hostess di Taiwan al suo servizio. Era giunto il momento di trovarle un buon protettore in grado di mantenerla. Era stato sempre Satake a sceglierle i clienti. Non poteva assolutamente sopportare che un poveraccio continuasse a girarle intorno. Satake attraversò il Kabuki-cho e tornò alla Mercedes bianca che aveva lasciato nel posteggio sotterraneo dell’Hygeia-Health-Plaza. In dieci minuti sarebbe arrivato a casa di Anna, a Okubo. L’edificio era nuovo, ma non aveva l’impianto di allarme. Forse sarebbe stato meglio farla traslocare per sottrarla all’uomo che la infastidiva, pensò Satake mentre suonava il citofono accanto alla porta di Anna, che abitava al quinto piano. «Sono io, Satake». «È aperto», gli rispose una voce bassa e un po’ roca. Aprì la porta e si trovò subito tra le gambe un barboncino nano, così piccolo che sarebbe bastato un calcio a ucciderlo. Doveva avere udito i suoi passi ed essere rimasto in agguato dietro alla porta. A Satake non piaceva, ma Anna lo amava alla follia, e così anche lui era costretto a vezzeggiarlo. Respingendolo con la punta della scarpa, gridò: «Ehi, ma sei un po’ fuori?» «Che significa “un po’ fuori”?» gli urlò Anna dall’interno. Satake non rispose e si mise ad aspettarla continuando ad allontanare con la punta della scarpa il cagnolino mugolante di piacere. Nel piccolo ingresso, sulla mensola della scarpiera, erano allineate fitte fitte moltissime paia di scarpe scollate e sandali di tutti i modelli e colori immaginabili. Era stato lui a metterle in ordine secondo i modelli, in modo che Anna non impiegasse troppo tempo a sceglierle al momento di uscire. Anna aveva raccolto in una coda di cavallo i lunghi capelli neri lievemente ondulati e nascosto il viso privo di trucco dietro un paio di occhiali da sole firmati Chanel. Indossava dei pantaloni alla marinara stampati a pelle di leopardo e una T-shirt altrettanto vistosa ornata di ricami in lamé. I grandi occhiali da sole celavano soltanto in parte la perfezione dei suoi lineamenti e la carnagione di un bianco puro che non aveva alcun bisogno di trucco. Satake contemplò il suo viso pensando che quelle labbra carnose e un poco socchiuse erano proprio quello che desideravano gli uomini. «Al solito posto?» «Già». Anna infilò i piedi nudi con le unghie laccate di rosso in un paio di sandali di vernice. Il cane, intuendo che sarebbe rimasto solo, si sollevò sulle zampe e incominciò ad abbaiare furiosamente. Anna lo consolò come avrebbe fatto con un bambino: «Sì, sì, tesoruccio mio, mamma è cattiva con te, lo so, ma non si può fare diversamente. Tu devi rimanere qui…» Uscirono sul pianerottolo e attesero l’ascensore. Anna di solito si alzava dopo mezzogiorno, andava a fare shopping o dall’estetista, quindi si faceva sistemare i capelli dal parrucchiere e infine, dopo una cena leggera, andava al lavoro al Mika. Satake cercava di trovare il tempo per accompagnarla nei vari spostamenti. Qualcuno della concorrenza prima o poi avrebbe potuto rubargliela. Erano appena entrati in ascensore quando il cellulare di Satake squillò di nuovo: «Satake-san?» «Ah, sei tu, Kunimatsu!» Satake diede uno sguardo ad Anna. Kunimatsu era il direttore del Parco. Anna ricambiò lo sguardo, poi lo posò con aria annoiata sulle unghie laccate delle mani, della medesima tinta di quelle dei piedi. «Cosa c’è?»
«Mi scusi per il disturbo, ma vorrei parlarle di una questione che riguarda il locale. Avrebbe un po’ di tempo oggi?» La voce acuta di Kunimatsu risuonava metallica nel piccolo apparecchio. Satake allontanò il cellulare dall’orecchio e rispose: «D’accordo. Vengo subito. Sto accompagnando Anna dal parrucchiere, ci possiamo vedere mentre lei è lì». «Dove?» «A Nakano. Prendiamo un caffè lì vicino». Fissato il luogo e l’ora dell’appuntamento Satake ripose il cellulare. L’ascensore era ormai al piano terra. Uscì per prima Anna e si girò con un sorriso seducente: «O-nii-chan, hai parlato con Mama-san?» «Sì, il tipo non metterà più piede al club, rilassati. Puoi continuare a lavorare in pace». «Bene», rispose Anna visibilmente sollevata, e da dietro le lenti colorate alzò lo sguardo verso di lui: «Ma anche se non potrà più entrare al club potrebbe sempre venire qui, no?» «Sta’ tranquilla. Ci sono io a proteggerti». «Ma io preferirei cambiare casa!» «Sì, lo so. Se continua ad andare avanti così mi farò venire in mente qualcosa, okay?» «Okay». «E al club come si comporta quel tizio?» Satake non si faceva quasi mai vedere al Mika. «Ah, mi sta sempre addosso e si infuria se gli si avvicina un’altra ragazza», rispose Anna con una smorfia. «Ci mette tutte in imbarazzo. E poi ha cominciato a insistere per non pagare subito. Assurdo. Anche il divertimento ha il suo prezzo, e le regole vanno rispettate», sentenziò con tono da saputella accomodandosi sul sedile della Mercedes accanto a Satake. Sembrava una bamboletta graziosa, ma sapeva esattamente cosa voleva. Veniva da Shanghai, una purosangue indipendente, solida e con i piedi per terra. Viveva in Giappone da quattro anni. Si era iscritta a una scuola di lingue e ogni sei mesi si faceva rinnovare il visto con la scusa di approfondire lo studio del giapponese. Accompagnata Anna dal parrucchiere, Satake andò al caffè dove aveva appuntamento con Kunimatsu. «Sono qui», lo chiamò alzando una mano l’uomo seduto a un tavolo appartato in fondo alla sala. «Mi spiace averla disturbata». Satake sedette sul soffice divano, accolto dal sorriso cordiale di Kunimatsu che indossava pantaloni da golf e una polo. Sembrava un istruttore sportivo. Non aveva ancora compiuto i quarant’anni, ma aveva una lunga esperienza di gioco d’azzardo. Satake l’aveva scoperto quando lavorava in un circolo di majong della Ginza. «E allora, che succede?» chiese Satake accendendo una sigaretta e fissandolo dritto negli occhi. «Niente di particolare, ma sono un po’ preoccupato a causa di un cliente». «Oh, di che si tratta? Un poliziotto?» In quel mestiere chi si esponeva veniva colpito e non era detto che un poliziotto, informato del successo del Parco, non avesse avuto la malaugurata idea di fare di lui il capro espiatorio dell’organizzazione del gioco d’azzardo. «No, niente paura, il problema è un altro», Kunimatsu agitò la mano dalle lunghe dita. «Solo un cliente che viene ogni notte e continua a perdere». «Non c’è nessuno che giochi a baccarat e vinca sempre!» rispose ridendo Satake che vantava un’esperienza personale in quel campo. Rise anche Kunimatsu girando la cannuccia nell’aranciata. Né lui né Satake bevevano liquori. Satake trangugiò d’un sorso il suo caffè freddo. «Quanto ha perso?» «Mhm, negli ultimi due mesi quattro o cinque milioni. Non è ancora una grande somma rispetto
ai casi disperati, quando centinaia di milioni se ne volano via in un soffio». «Allora fa solo piccole puntate. Non mi sembra che ci sia di che preoccuparsi. Ma qual è il problema?» «Già, ieri, di punto in bianco, viene e mi chiede di anticipargli la posta». Generalmente nel casinò di Satake non si faceva credito ai giocatori di baccarat. Qualche eccezione era stata fatta con i clienti più affezionati, anticipando loro qualche centinaio di migliaia di yen. Forse l’uomo se n’era accorto. «Vogliamo scherzare? Buttalo fuori!» sbottò Satake con una smorfia. «È quello che ho fatto. Naturalmente con gentilezza ma con fermezza. Se fosse stato intelligente avrebbe capito che lo stavo minacciando. Lui invece se n’è andato imprecando come un carrettiere». «Non c’è altro da fare. Qual è la sua professione?» «È un semplice impiegato. Di una piccola azienda. Fosse solo per questo non l’avrei disturbata, Satake-san. Ma mi è venuto in mente che potesse essere quel cliente del Mika che dà dei fastidi e allora ho telefonato a Mama-san. E infatti mi ha confermato che è proprio lui. E che gli ha proibito di mettere ancora piede al club». «Ah, Yamamoto! Donne e anche denari, eh?» Satake sbuffò e schiacciò il mozzicone di sigaretta. Erano molti i clienti che perdevano la testa per le giovani e belle hostess cinesi. Ma la fine del denaro, come dice il proverbio, è la fine dell’amore. Invece quel Yamamoto tentava evidentemente di vincere a baccarat il denaro da spendere con la sua donna. O forse, sconvolto dall’aver dilapidato tutti i soldi con Anna, cercava di rifarsi giocando. A ogni modo quell’uomo aveva perso il senso della misura. Ormai sia il gioco che le donne non erano più un semplice divertimento. Ne aveva visti un mucchio come lui. Quel Yamamoto era una faccenda più seria di quanto avesse immaginato, una fonte di guai. Satake era preoccupato per il pericolo che quell’individuo avrebbe potuto rappresentare per Anna e per i suoi affari. «Perciò mi sono chiesto se non potrebbe scambiare qualche parola con lui, lei che è il proprietario, nel caso che si ripresentasse». «Va bene. Sembra che sia la cosa giusta da fare. Avvertimi quando arriva. E speriamo che qualche parola sia sufficiente con un tipo così». «Ah, su questo non ho dubbi. A prima vista lei sembra proprio uno yakuza! Vedrà che Yamamoto non si farà più vedere». Satake rise senza fare commenti, ma in un angolo oscuro dei suoi occhi sottili balenò una minaccia. Kunimatsu non se ne accorse e continuò a scherzare: «Davvero lei incute timore!» «Trovi?» «Se lo guarderà con questa espressione, vestito così, sparirà in un baleno, glielo garantisco!» aggiunse Kunimatsu ridendo. «Lei è capace di spaventare uno a morte!» «Ah sì? E perché, secondo te?» «Mah, forse perché lei sembra cordiale e tuttavia non si riesce mai a capire come regolarsi…» Lo squillo del telefonino di Satake interruppe la risata di Kunimatsu. «O-nii-chan? Qui ho finito, vieni a prendermi. Corri, presto!» Anna, la sua voce bassa che gli diceva «Corri, presto!» gli procurò un brivido gelato lungo la schiena. La donna gemeva sotto il corpo possente di Satake, completamente imbrattato dal liquido scuro, caldo, denso e appiccicoso. Vischioso al tatto, strano… Il corpo della donna si stava ormai raffreddando e loro giacevano avvinghiati così strettamente da essere ormai fusi in uno… Lei oscillava tra l’estasi e la sofferenza. Satake sigillava con le sue le labbra della donna per farla tacere e non dover più udire quei gemiti indefinibili – i suoni del piacere o del dolore – e intanto affondava le dita nel buco che egli stesso aveva scavato nel suo fianco. Dalla ferita il sangue continuava a scorrere a fiotti e
tingeva tristemente il loro amplesso. Avrebbe voluto entrare ancora più profondamente nella donna. Diventare tutt’uno con lei, sciogliersi in lei. Proprio nel momento in cui stava per raggiungere l’orgasmo, Satake allontanò le labbra dalla bocca della donna, che gli sussurrò all’orecchio: «Chiama il medico, corri, presto!» «Scordatelo. Taci!» Ricordava perfettamente anche il suono della propria voce. Satake aveva ucciso una donna. Quando era ancora al liceo aveva preso a bastonate il padre ed era scappato da casa per non tornarvi mai più. Era vissuto alla giornata, giocando a majong, e presto era stato accolto in un’organizzazione malavitosa che controllava il giro della prostituzione e il traffico di anfetamine. A lui era stato affidato l’incarico di impedire la fuga alle prostitute, e un giorno accadde il terribile incidente. La donna che torturò a morte apparteneva a una sedicente agenzia di collocamento, e aveva cercato di presentare una prostituta a un’altra organizzazione. Satake allora aveva ventisei anni. Nessuno, né Kunimatsu, né Lì-huá, né Anna sapevano che era stato condannato e aveva passato in carcere più di sette anni. Ed era esattamente questo il motivo per cui preferiva rimanere nell’ombra e affidare la gestione del club a Lì-huá e al cinese di Taiwan e quella della sala da gioco a Kunimatsu. Da allora erano trascorsi quasi vent’anni, ma ricordava perfettamente l’episodio. L’espressione del suo viso sotto le torture, il suono della sua voce. Sentì di nuovo un brivido giù per la schiena, come se lo accarezzassero le gelide dita striscianti della donna. Perché aveva dovuto uccidere prima di capire quali erano i suoi limiti, perché? Da una parte provava un grande rimorso, dall’altra quell’esperienza gli aveva fatto prendere coscienza per la prima volta della sua inclinazione al sadismo. Sapeva solo che torturare lo faceva godere profondamente e che l’ebbrezza che gli dava la vicinanza con la morte era esaltante. «Sei andato troppo in là». Persino i suoi compagni, che non erano certo delicati con le donne e di solito non si tiravano indietro di fronte a nessuna atrocità, lo avevano guardato con disgusto. Mai avrebbe dimenticato l’espressione di orrore e ripugnanza nei loro volti. Ma Satake era convinto che nessuno, oltre a lui e alla donna, avrebbe mai potuto capire che cosa era veramente successo. In carcere le immagini ancora vivide di quel giorno, di come l’aveva portata alla morte, lo avevano a lungo torturato, ma non perché fosse schiacciato dai sensi di colpa… L’unico sentimento che lo riempiva era il desiderio di poter vivere ancora una volta quell’esperienza. Ma, ironia della sorte, uscito finalmente di prigione si era accorto di non essere più in grado di stare con una donna. Era diventato impotente. Dovette passare molto tempo prima che riuscisse a capire che l’estasi provata con la donna che aveva ucciso era stata così esaltante e profonda da precludergli per sempre la possibilità di vivere altre esperienze. L’aver conosciuto il proprio limite aveva significato precludersi ogni altro sogno. I suoi sogni erano ormai sigillati, e Satake faceva molta attenzione a non dischiuderli. Nessuno avrebbe potuto intuire la sua solitudine e il suo autocontrollo. Eppure le donne, ignare della sua vera natura, gli si offrivano indifese, lo corteggiavano, tentavano di sedurlo. Ma non erano capaci di spezzare quei sigilli e per lui rimanevano soltanto dei graziosi animaletti da coccolare. L’unica donna che lo avesse veramente compreso, che era stata capace di trascinarlo nel paradiso e nell’inferno, era la donna che aveva ucciso, questo lo sapeva. Ormai avrebbe potuto godere di un amplesso soltanto nella fantasia. Ma ciò gli bastava. Non v’era ruffiano più gentile con le donne di lui. Perché nel suo animo era indelebilmente impresso il volto della donna uccisa. Il volto di una donna che aveva incontrato un’unica volta. La vita era davvero bizzarra. Nonostante non avesse nessuna intenzione di aprire di nuovo il pentolone dell’inferno della propria anima, era bastata una parola di Anna per spostarne un poco il coperchio. Satake si asciugò furtivamente il sudore dalla fronte in modo che Kunimatsu non se ne accorgesse.
Anna lo aspettava di fronte al parrucchiere. Satake le aprì la portiera e attese che si sedesse. Gli venne da ridere alla vista della sua pettinatura, già in voga negli anni Settanta. «Che nostalgia! Quand’ero un ragazzo le donne si pettinavano tutte così». «Dev’essere stato molto tempo fa». «Già. Più di vent’anni. Tu non eri ancora nata». Satake la guardò con gli occhi socchiusi. Un miracolo, questo era per il mondo una donna così bella. Ed era anche intelligente e coraggiosa. E, come se non bastasse, negli ultimi tempi aveva raggiunto la superba consapevolezza di essere la migliore, al punto che da lei irradiava una dignità quasi inaccessibile. Satake compativa in silenzio gli uomini che perdevano la testa per lei. Guidando lanciava lunghi sguardi al punto in cui le cosce di Anna, fasciate dai pantaloni aderenti, si accavallavano. Si intuiva l’abbondanza di carni sode ma delicate. «Cerca di rimanere sempre così bella. Ti proteggerò io». Le sue parole sottintendevano che la bellezza è effimera e che con il trascorrere degli anni sarebbe stato costretto a cercare una nuova Anna. «Sì, allora dormi con me almeno una volta, O-nii-chan!» lo invitò la ragazza con un tono per niente scherzoso. Satake sapeva che i suoi dipendenti ignoravano il suo passato e lo consideravano un uomo refrattario a ogni seduzione. «Impossibile. Tu sei una merce preziosa». «Sono quindi una cosa?» «Sì, un giocattolo simile a un bel sogno». Nell’attimo in cui pronunciò la parola “giocattolo” gli riaffiorò alla mente il volto di quella donna, che subito svanì quando fu distratto dalle luci dei fanalini di coda dell’auto che lo precedeva. «Un giocattolo molto prezioso, destinato solo a uomini ricchi». «E a quello di cui mi innamorerò». «Ma tu, Anna, non lo farai, vero?» Satake la guardò in faccia. Anna, con un’espressione decisa, rispose: «Certo». Prese la mano destra di Satake appoggiata sul volante e la strinse delicatamente. Lui la riportò sulla sua morbida coscia. L’unica cosa che lo interessava era rendere ancora più bello quel giocattolo per offrirlo agli uomini che lo desideravano e manovrarlo abilmente. Lui doveva solo fare in modo che tutto filasse liscio, e questo compito lo divertiva. Voleva che i due locali prosperassero, e perciò per prima cosa doveva togliersi dai piedi questo Yamamoto. Quella notte Satake stava uscendo dal suo appartamento in Shinjuku West quando Kunimatsu gli telefonò. «È appena arrivato Yamamoto. Dice che vuole puntare venti o trentamila yen. Cosa devo fare? Lo butto fuori?» «No, lascialo fare. Arrivo subito». Satake uscì. Indossava un completo grigio tagliato su misura di seta cangiante, nuovo di zecca, e sotto alla giacca aveva una camicia col colletto rigido. Posteggiò la Mercedes nel Batting Center di Kabuki-cho e quindi entrò al Mika. Anna, dal fondo del locale, fece un piccolo gesto di saluto con la mano. Il suo volto purissimo aveva assunto un’espressione professionale che le conferiva una grazia equivoca. Anche le altre hostess non erano da meno, tutte splendide. Satake le passò in rassegna con grande soddisfazione e fece cenno a Lì-huá di raggiungerlo. Lei gli si avvicinò discretamente salutando i clienti seduti ai tavoli. «Mi scusi ancora per averla disturbata, oggi. Ho parlato subito anche con Kunimatsu. Grazie per averlo incontrato». «È stato un bene, non sapevo che il tipo trafficasse anche di sopra». «Già, e anche lì crea problemi». Lì-huá soffocò una risatina. Indossava un abito alla cinese color giada. Sembrava più giovane e
più efficiente del solito, ma lo sguardo di Satake si posò su un vaso di fiori collocato in un angolo. L’acqua era ancora torbida, e i fiori ancor più appassiti. Tuttavia uscì dal locale senza dire niente, perché voleva vedere subito in faccia l’uomo che importunava Anna. Satake era in piedi davanti alla porta del Parco, intenzionalmente modesta per non dare nell’occhio. L’insegna al neon era spenta per timore di irruzioni, ma bastava aprire la porta per cogliere subito il tipico rumore e l’atmosfera eccitata di una casa da gioco. Entrò calmo nel locale e senza farsi notare lo ispezionò con lo sguardo. Era ampio circa una settantina di metri quadri, conteneva due tavoli di minibaccarat per sette ospiti ognuno e un tavolo regolare intorno al quale potevano accomodarsi quattordici clienti. Tutti i tavoli erano al completo. I croupier, in uniforme nera, erano tre, Kunimatsu compreso. Tre ragazze vestite da conigliette distribuivano bevande e rinfreschi. Erano tutti efficienti e indaffarati. Il croupier di uno dei minibaccarat riconobbe Satake e lo salutò con un’occhiata, continuando a distribuire velocemente le fiche di plastica. Satake annuì. Anche quel ragazzo, come lui, si era fatto le ossa come giocatore professionista di majong, una scuola eccellente. Tutto nella sala sembrava andare per il meglio e Satake era soddisfatto. Il baccarat è un gioco semplice. I clienti scommettono sui giocatori o sul banco, e il croupier prende il cinque per cento di commissione sulle vincite del banco – il cosiddetto affitto del tavolo. Compito di un buon croupier è spingere i clienti a giocare uno contro l’altro. Le regole sono alla portata di tutti, la gente cade subito in preda all’ebbrezza del gioco e le puntate aumentano velocemente: un gioco di successo. La clientela era costituita per lo più da giovani impiegati appena usciti dall’ufficio e tra loro c’erano molte donne. L’atmosfera era elegante, non si poteva certo confondere con quella del retrobottega di un locale equivoco, tuttavia Satake era consapevole che più della metà dei suoi ospiti erano giocatori incalliti e alcuni addirittura erano già stati interdetti. Insomma dei poveracci. Che comunque non potevano permettersi di creare confusione nel suo locale. «È lui. Ha finito anche stasera per perdere circa centomila», bisbigliò Kunimatsu indicando un uomo seduto in fondo a un tavolo di minibaccarat. Sorseggiava un whisky e soda e osservava, il mento appoggiato sulla mano, le puntate degli altri clienti. Satake rimase in un angolo a spiarlo di nascosto. Poteva avere più o meno trentacinque anni. Camicia bianca a mezza manica, cravatta ordinaria, pantaloni grigi. Una faccia comune, assolutamente insignificante. Sembrava un impiegato qualsiasi. E dunque era questo zero assoluto che si era innamorato di Anna? Ma che cosa si era messo in mente? La ragazza aveva solo ventitré anni ed era indiscutibilmente la più affascinante tra tutte le sofisticate bellezze del Mika. Come aveva detto Anna ogni piacere ha le sue regole, esattamente come il baccarat. A Satake, che abitualmente aveva un grande autocontrollo, bastava vedere un cliente come Yamamoto per diventare furioso. La partita si avvicinava alla fine. Ancora uno o due giri e le carte sarebbero state esaurite. Yamamoto finalmente si decise e puntò tutte le fiche che gli erano rimaste sul giocatore. Tutti gli altri puntarono allora sul banco. Era da molto che avevano fiutato la sua sfortuna e non volevano fare la stessa fine. Il croupier continuava a distribuire velocemente le carte con aria impassibile. «Che idiota, un giocatore senza speranza!» brontolò Satake tra sé e sé, mentre Kunimatsu, fermo accanto a lui, soffocava una risata. Il croupier del tavolo di Yamamoto fu sostituito da una ragazza. Anche alcuni giocatori si alzarono e altri presero il loro posto. Ma l’uomo, nonostante non avesse più una fiche, rimase ostinato a sedere. Una donna, probabilmente una squillo, in piedi dietro di lui lanciò a Kunimatsu un’occhiata in cerca di aiuto. Adesso è maturo, pensò Satake, fece un cenno d’intesa a Kunimatsu e si avvicinò a Yamamoto. «Mi scusi, signore…» «Che c’è?»
Yamamoto si voltò sorpreso a guardare Satake, la sua stazza robusta, l’espressione cordiale, lo stile inconfondibile: tutto prometteva guai. Ma la sua espressione caparbia rimase immutata. Evidentemente i suoi sensi erano già completamente intorpiditi. «Se non gioca più, le volevo chiedere di essere così gentile da cedere il posto alla signora». «E perché?» «Perché sta aspettando il suo turno». «Può anche stare lì a guardare!» Yamamoto era ubriaco. Doveva essersi servito senza complimenti del whisky e soda che veniva offerto gratis nel locale. Davanti a lui era sparsa la cenere delle sigarette che aveva fumato. Satake chiamò il giovane vicedirettore, gli disse di ripulire il tavolo da gioco e si rivolse a voce bassa a Yamamo to: «Mi scusi, ma se mi segue avrei qualcosa da dirle». «Me lo può dire anche qui!» Gli altri giocatori lo guardarono stupefatti. Alcuni, evidentemente impauriti, non osavano neppure alzare la testa. «No. Mi segua, la prego». Satake scortò Yamamoto che sbuffava ostentatamente fuori dal locale e lo affrontò nella penombra del corridoio. «Lei ieri ha chiesto del denaro in prestito, ma noi non possiamo soddisfare la sua richiesta. Se non ha denaro per giocare cerchi di trovarlo altrove prima di tornare qui». «Ah, proprio un bel servizio! Che sfacciataggine!» rispose Yamamoto imbronciato come un bambino. «Esattamente, questo è un buon servizio. E ancora una cosa: in futuro faccia a meno di importunare Anna. È ancora giovane e ha paura». «Che diritto ha lei di dirmi queste cose?» Offeso, Yamamoto contorse il viso in una smorfia. «In fondo sono un vostro cliente! Ma lo sa quanti soldi vi ho lasciato?» «Grazie. Ma la smetta di dare fastidio alla ragazza. Fuori dal locale le nostre donne sono tabù». «Vale a dire?!» grugnì Yamamoto con disprezzo. «Mi viene da ridere! Ma se sono tutte puttane!» Satake perse il controllo e scandì chiaramente: «Tu non la toccherai mai più nemmeno con un dito, amico, capito? E adesso squagliati e non farti più vedere. Lo riesci a capire o no, imbecille?» «Come osi parlarmi così, pezzo di merda!» improvvisamente Yamamoto cercò di colpire Satake, che parò il colpo con il braccio sinistro e lo prese per il colletto. Poi gli ficcò il ginocchio tra le gambe e lo spinse contro la parete. Incapace di reagire, Yamamoto pendeva come inchiodato al muro e annaspava in cerca di aria. Un gruppo di impiegati stava salendo le scale. Li videro e indugiarono prima di entrare nel Parco. Satake allentò la presa. Non voleva influenzare negativamente l’andamento degli affari, sarebbe stato imbarazzante se per assurdo si fosse sparsa la voce che il locale era gestito dalla malavita. Questo piccolo momento di distrazione fu sufficiente e Yamamoto ne approfittò per colpirlo al mento con un pugno. Satake mugghiò per il dolore. «Per te è finita, verme, adesso ti sistemo io!» Satake, fuori di sé per l’ira, gli diede una violenta gomitata allo stomaco e lo scaraventò giù dalla scala. Lo vide vorticare su se stesso e atterrare sul pianerottolo. Il sangue gli pulsava nelle orecchie e per un attimo provò ancora il fresco senso di piacere di quando da giovane passava da una rissa all’altra. Un solo istante e riprese il proprio autocontrollo, soffocando quelle emozioni. «Se ti vedo qui ancora una volta, ti ammazzo!» Satake non avrebbe potuto dire se Yamamoto aveva capito bene la minaccia, perché quello continuava a sedere lì in fondo alle scale stordito, asciugandosi la bocca insanguinata. Proprio in quel momento due ragazze che stavano salendo si misero a strillare e fecero dietrofront. Dannazione, adesso
aveva anche spaventato le ragazze. Questa fu l’unica cosa che pensò mentre si riaggiustava le pieghe del vestito. Non poteva naturalmente immaginare che cosa il destino avesse riservato a Yamamoto per quella sera. 4 Quartiere di divertimento nel distretto di Shinjuku, a Tokyo (N.d.T.).
5. Odio, odio puro, ecco quello che provava. Yayoi Yamamoto contemplava la propria immagine nuda nel grande specchio. Al centro del suo candido corpo di trentaquattrenne spiccava, all’altezza dello stomaco, un livido bluastro quasi circolare. Quello era il punto in cui suo marito Kenji, la sera precedente, l’aveva colpita con un pugno. Era stato questo fatto a risvegliare quel sentimento nel suo animo. O forse no, c’era già da tempo. Yayoi scosse più volte la testa, e così fece la donna nello specchio. C’era già da tempo. Ma fino ad allora non era riuscita a dargli un nome. Appena ebbe un nome, quel sentimento parve allargarsi come una nube nera e densa di pioggia e si impossessò in un batter d’occhio del suo cuore. Dove ora non c’era altro che odio puro. «Non glielo perdonerò mai!» Appena le parole le vennero alle labbra, le si riempirono gli occhi di lacrime che traboccarono sulle guance e fluirono tra i seni piccoli ma ben formati. Quando raggiunsero lo stomaco venne nuovamente assalita da un dolore che le toglieva il respiro e le piegava le ginocchia, così si lasciò cadere sul tatami. Le faceva male, semplicemente male. Bastava un soffio che le sfiorasse la pelle, o una lacrima. Niente e nessuno avrebbe potuto lenire quella sofferenza. I bambini che dormivano sui piccoli futon dovevano avere percepito qualcosa, perché incominciarono ad agitarsi. Yayoi si alzò di scatto, si asciugò le lacrime con la mano e si avvolse in fretta in un telo da bagno. In nessun caso i bambini dovevano vedere il livido, e neppure la mamma che piangeva. Si sentì terribilmente sola e seppe che da sola avrebbe dovuto cavarsela in questo mondo spaventoso, da sola avrebbe dovuto porre fine ai maltrattamenti di Kenji. Di nuovo le salirono le lacrime agli occhi. La cosa che più la feriva era che fosse proprio l’uomo su cui avrebbe dovuto poter contare a procurarle tutti i suoi guai. Come avrebbe potuto uscire da quell’inferno? Non lo sapeva proprio. Combatté contro l’impulso di mettersi a piangere come un bambino. Il più grande, che aveva cinque anni, aggrottò la fronte nel sonno e si girò dall’altra parte. Anche il piccolo – tre anni – si girò e si mise a pancia in su. Senza far rumore Yayoi si allontanò dallo specchio, uscì dalla stanza e chiuse con cautela la porta scorrevole, pregando in cuor suo che i bambini continuassero a dormire tranquilli. A passi felpati andò in soggiorno e si mise a cercare in mezzo alla montagna di biancheria appena lavata, appoggiata sul tavolo da pranzo in attesa di essere piegata. Tirò fuori un paio di mutandine e un reggiseno da pochi soldi comprati in saldo al supermercato. Ripensò alla biancheria impreziosita da meravigliosi pizzi che era solita acquistare prima di sposarsi. Per far piacere a Kenji. Allora non si sarebbe neppure sognata che quello era il futuro che l’aspettava. Uno stupido marito che aveva perso la testa per una donna che non poteva avere, e una moglie – lei – che lo odiava. Due individui sulle sponde opposte di un grande fiume, separati da nere acque profonde che non sarebbero mai riusciti ad attraversare. Non avrebbero camminato più sulla stessa sponda, perché lei non l’avrebbe mai perdonato. Anche oggi probabilmente non sarebbe tornato a casa prima che lei uscisse per andare al lavoro. Per Yayoi era straziante lasciare soli i bambini – soprattutto il più grande che era estremamente sensibile e vulnerabile –, poteva solo sperare che il loro inaffidabile padre non tornasse troppo tardi. Come se non bastasse erano già tre mesi che Kenji non portava a casa uno yen. Riusciva a malapena a provvedere a se stessa e ai bambini con la misera paga del turno di notte che portava a casa. Che razza di situazione! Un marito finito, che rientrava alla chetichella e strisciava fino al suo futon quando lei era già uscita. Le infinite discussioni, sempre uguali, al mattino, quando lei tornava a casa stanca morta. Gli sguardi freddi e taglienti che si lanciavano a vicenda. Non ce la faceva più! Yayoi fece un profondo sospiro e si chinò per infilarsi gli slip e immediatamente sentì una fitta lancinante all’addome. Senza
volere cacciò un urlo. Il gatto Milky, che dormiva acciambellato sul divano, sollevò il musetto, raddrizzò le orecchie e la guardò. La sera prima, per la paura, si era nascosto sotto il divano e aveva lanciato un lungo, sordo miagolio. Al ricordo Yayoi impallidì e venne sopraffatta da un’ondata di odio e di ira. Fino ad allora non aveva mai provato sentimenti così cupi nei confronti di un’altra persona. Era figlia unica, cresciuta sotto l’ombra protettiva dei genitori, una vita tranquilla in una piccola città di provincia. Dopo aver frequentato il liceo a Yamanashi, si era trasferita a Tokyo e aveva trovato un posto come segretaria presso un’azienda che produceva mattonelle. La dolce, graziosa Yayoi era adorata da tutti gli impiegati della ditta, che la portavano in palmo di mano. Se ci pensava adesso, quello era stato il periodo più bello della sua vita. Allora non aveva che l’imbarazzo della scelta, ma si era innamorata di Kenji, il rappresentante di un piccolo fornitore, che andava avanti e indietro dall’ufficio. Perché lui le aveva fatto una corte appassionata. Il periodo del fidanzamento era stato un sogno meraviglioso: Kenji l’aveva messa su un piedistallo e la adorava, le dipingeva un futuro dagli splendidi colori e le prometteva il paradiso sulla terra. Ma subito dopo le nozze il suo sogno di principessa si era spezzato. Kenji aveva incominciato a bere e a giocare e stava fuori sempre più a lungo. Che fosse un uomo sempre attratto dalle donne più irraggiungibili lo aveva capito molto presto. Anche lei era stata desiderata solamente perché era la dolce mascotte della ditta. Una volta che era diventata sua, l’interesse per lei era immediatamente svanito. Era un infelice sempre a caccia di sogni impossibili. Questo era Kenji, suo marito. La sera precedente, per qualche strano caso Kenji era rientrato un po’ prima delle dieci. Yayoi era in cucina e stava lavando i piatti cercando di non fare rumore per non svegliare i bambini che si erano finalmente addormentati. Ebbe come un presentimento e si girò: Kenji era lì, fermo in piedi dietro di lei. Aveva lo sguardo fisso sulla sua schiena e un’aria cupa, come se guardasse qualcosa di estremamente odioso. Yayoi, sbigottita, lasciò cadere la spugnetta bagnata nel lavello. «Mi hai spaventata!» «Perché? Speravi che fossi un altro?» Kenji non era ubriaco, tuttavia era di pessimo umore, ma lei era ormai abituata alle sue lune. «Se vuoi proprio saperlo, sì! Ormai ti vedo soltanto quando dormi», sibilò sarcastica strizzando la spugnetta – avrebbe voluto non vedere più quel brutto muso. «Com’è che sei tornato così presto?» «Ho finito i soldi». «Come se non lo sapessi! Sono settimane che non porti più a casa uno yen!» Continuava a voltargli le spalle, ma intuiva il suo sorrisetto sarcastico. «Adesso li ho davvero finiti. Ho svuotato anche il libretto di risparmio». «Svuotato?» ripeté Yayoi con voce tremante. Fra tutti e due erano riusciti a risparmiare più di cinque milioni. Ancora un po’ di pazienza e sarebbero stati in grado di comprarsi una casa. A che scopo aveva sfacchinato in fabbrica per tutto quel tempo? «No, non può essere! Come è possibile, se ti sei sempre tenuto tutto quello che guadagnavi?!» «Il gioco. Il baccarat». «Vuoi scherzare, vero?» Non sapeva più cosa dire. «No». «Ma non erano tutti soldi tuoi!» «Se è per questo nemmeno tuoi». Poiché lei era ammutolita per la sorpresa, lui ne approfittò per proseguire: «Devo andarmene, eh? Sarebbe meglio, non è vero? Dai, dillo una buona volta!» Che cosa gli dava il diritto di essere così arrogante? Che cosa gli era andato per traverso? Perché ogni volta che tornava a casa doveva coinvolgere la famiglia nelle sue beghe? In un’altra occasione non ci avrebbe fatto caso, avrebbe sopportato in silenzio, ma questa volta era davvero
troppo, questa volta doveva combattere. Rispose glaciale: «Andartene non ti servirà a niente, credimi!» «E cosa dovrei fare, eh? Dai, dimmelo tu!» La voleva mettere davanti al fatto compiuto, aveva la menzogna scritta in faccia. E ne era perfettamente cosciente, pensò Yayoi furiosa e disse: «Chissà che ti pianti presto! È lei la causa di tutto!» Improvvisamente sentì qualcosa di duro e pesante che la colpiva all’addome. Il dolore la fece quasi svenire e cadde sul pavimento. Respirava a fatica e si contorceva dal male, ma non riusciva a capire che cosa era successo. Gemeva tutta rannicchiata su se stessa quando un calcio la colpì sulla schiena. Allora urlò. Kenji le gridò dietro un insulto e si diresse verso il bagno massaggiandosi la mano destra. Allora capì che era stato lui a colpirla con un pugno. Rimase sdraiata sul pavimento, tremante di dolore. Sentì giungere dal bagno il rumore dell’acqua che scrosciava. Quando finalmente riuscì a respirare, sollevò la T-shirt con la mano insaponata – evidentemente aveva continuato a stringere la spugnetta – e vide una macchia bluastra che si allargava sull’addome. Le parve il segno che sigillava la fine del loro matrimonio. Respirò a fondo. In quel momento la porta scorrevole della camera da letto si aprì e vide Takashi, il primogenito, che la guardava impaurito. «Che succede mamma?» «Niente, sono solamente caduta. È tutto a posto, torna a dormire tranquillo, okay?» Per fortuna era riuscita a trovare qualcosa da dire. Tuttavia Takashi doveva avere capito e richiuse la porta senza far rumore: si preoccupava di non svegliare il fratellino! Se anche un bambino così piccolo aveva queste premure nei confronti degli altri, come era possibile che un adulto come Kenji si comportasse così? Era diventato un’altra persona. O forse era sempre stato così? Yayoi, la mano premuta sullo stomaco, riuscì a sedersi al tavolo. Controllò il dolore stringendo i denti e si concentrò sulla respirazione. Sentì un fracasso provenire dal bagno – Kenji doveva avere dato un calcio al secchio di plastica. Adesso se la prendeva anche con gli oggetti, pensò. Fece un sorriso amaro e nascose il viso tra le mani. Era furiosa, ma soprattutto annichilita: non riusciva a capire come aveva potuto sposare un uomo di quel genere. Quando si risvegliò dai suoi pensieri si accorse di avere addosso ancora solo la biancheria intima. Si infilò una polo e un paio di jeans. Negli ultimi tempi era dimagrita e i pantaloni le scivolavano sui fianchi. Cercò una cintura per tenerli su. Aveva poco tempo prima di uscire. Avrebbe preferito non andare a lavorare, ma Masako e la maestra si sarebbero preoccupate. Masako. Niente le sfuggiva, notava subito ogni minimo cambiamento. In un certo senso le faceva paura, tuttavia aveva assolutamente bisogno di confidarsi con lei. Perché proprio lei? Perché era affidabile. Se c’era qualcuno al mondo che non ti avrebbe mai piantata in asso, quella era Masako. Rinfrancata Yayoi si rimise in movimento. Udì un rumore in ingresso. Kenji? Rimase immobile ad ascoltare – niente, non arrivava. Che fosse un intruso che cercava di entrare in casa? Corse nell’ingresso. Kenji era seduto sulla soglia e le voltava le spalle. Teneva la schiena curva e guardava il pavimento davanti a sé. La camicia era sporca. Non si era accorto della sua presenza, perché rimase immobile. A Yayoi ritornarono in mente gli avvenimenti della sera prima e all’improvviso sentì l’odio ribollire in sé. Se almeno non fosse più tornato a casa! Non lo voleva più vedere! «Ah, sei tu…» Kenji si voltò. «Com’è che sei ancora qui?» Che avesse fatto a pugni? Aveva le labbra gonfie e sanguinava. Tuttavia Yayoi non disse niente e rimase immobile come se avesse messo radici. Non sapeva come fare a contenere l’impetuosa corrente di odio che la attraversava. Kenji brontolò: «Be’, cos’hai da guardare? Una volta tanto potresti anche essere carina con
me!» In quell’istante la pazienza di Yayoi si ruppe come un filo. Veloce come un fulmine si tolse la cinghia dei pantaloni e la strinse attorno al collo del marito. «Ehi!» esclamò sorpreso Kenji cercando di voltarsi a guardarla. Ma Yayoi continuò a tirare con forza, obliquamente, verso di sé. Kenji tentò di afferrare la cintura, ma ormai non c’era più spazio per le dita, la cinghia gli era penetrata nella carne del collo. Yayoi lo guardò con calma mentre tentava affannosamente di strappare la cintura. Quindi tirò verso di sé con tutte le sue forze. Era buffo vedere come il collo di Kenji si piegava all’indietro e le mani, che avevano ormai smesso di cercare di afferrare la cintura, annaspavano nell’aria. Doveva soffrire di più. Un uomo così non meritava di stare al mondo, non lo voleva più tra i piedi. Yayoi puntò il piede sinistro ancora nudo sul pavimento e premette il destro sulla spalla del marito per spingerlo in avanti. Dalla gola dell’uomo usciva un rantolo simile al verso di una rana. Che bella sensazione! Era incredula, stupefatta della forza furiosa e della crudeltà di cui era capace. Non sapeva da dove le venivano, ma di una cosa era certa: il godimento che ne traeva era infinitamente rigenerante e liberatorio. Kenji era alla fine. I piedi ancora calzati, le gambe abbandonate storte sul pavimento di cemento dell’ingresso, accasciato sulla soglia, la testa tutta girata. «No, non ti perdono. Non ti voglio perdonare». Yayoi continuava a stringere sempre più forte. Crepasse pure qui, sul posto, pensava. Aveva in mente solo una cosa: non voleva più vedere la sua faccia, ascoltare i suoi discorsi, questo era quello che voleva con tutta se stessa. Chissà quanti minuti erano trascorsi. Kenji giaceva sulla schiena e non si muoveva più. Yayoi gli mise la mano sul collo per sentire le pulsazioni. Niente. Sul davanti dei pantaloni si allargava una macchia bagnata, evidentemente se l’era fatta addosso. Yayoi rise. «Eri tu che dovevi essere carino con me!» Non sapeva quanto tempo era rimasta lì seduta a fissarlo. Tornò in sé udendo il basso miagolio di Milky. «Che faccio adesso, piccolo Milky? L’ho ucciso», mormorò e il gatto bianco miagolò più forte. Anche Yayoi fece un gridolino. Aveva fatto qualcosa da cui non si poteva tornare indietro. Ma non provava rimorso, neanche un po’. Andava bene così, non poteva fare altro, era la cosa giusta da fare, continuava a ripetersi. Tornò in soggiorno e osservò con freddezza l’orologio alla parete. Erano le undici in punto. Ora di andare a lavorare. Telefonò a Masako. «Katori». Masako in persona, per fortuna. Yayoi respirò profondamente e disse: «Sono io, Yayoi Yamamoto». «Ah, sei tu, Yama-chan? Che c’è, non vieni a lavorare?» «Non so. Non so cosa devo fare». «Perché?» La voce di Masako era preoccupata. «È successo qualcosa?» «Sì», incominciò Yayoi, e poi, decisa: «L’ho ucciso». Dopo un breve silenzio Masako domandò quieta: «È la verità?» «Certo, la verità. L’ho appena strangolato». Masako tacque di nuovo. Il silenzio fu più lungo, quasi mezzo minuto, tuttavia Yayoi intuiva che l’amica non era spaventata, stava semplicemente pensando. Come per dimostrarlo Masako chiese infine, con voce ancora più calma: «E cosa vorresti fare?» In un primo momento Yayoi non comprese il senso della domanda e rimase muta. Masako continuò: «Voglio dire tu che cosa vuoi fare? Ti aiuterò». «Io? Io voglio semplicemente continuare a vivere come prima. I bambini sono ancora piccoli…» Non fece in tempo a terminare la frase che gli occhi le si riempirono di lacrime. Finalmente
il nodo si era sciolto. Masako l’interruppe: «Ho capito. Ti raggiungo subito. Ma dimmi, qualcuno ti ha vista?» «Non lo so…» rispose, poi girò la testa e vide Milky che si era riparato sotto il divano. «Soltanto il gatto». «Ah, bene, il gatto», commentò la voce amichevole di Masako soffocando una risata. «A ogni modo aspettami». «Grazie». Yayoi depose la cornetta e si accovacciò sul pavimento. Le ginocchia le premevano sullo stomaco, ma ormai non sentiva più male.
6. Masako rimise a posto la cornetta, guardò la data sul calendario appeso alla parete ed ebbe l’impressione di vedere doppio. Era la prima volta che le girava la testa per l’emozione. La notte prima si era preoccupata per le condizioni di Yayoi, ma non avrebbe mai voluto essere costretta a mettere il naso negli affari degli altri. Eppure si era appena offerta di aiutarla. Aveva agito saggiamente? Masako si appoggiò con le mani alla parete finché non vide di nuovo chiaramente, quindi si voltò per assicurarsi che non ci fosse qualcuno nella stanza. Suo figlio Nobuki, che fino a poco prima era sdraiato sul divano del soggiorno a guardare la televisione, non c’era più. Doveva essersi ritirato nella sua camera al piano superiore senza che lei se ne accorgesse. Yoshiki, il marito, si era fatto una tisana per dormire ed era già andato a coricarsi, dunque non doveva temere che qualcuno avesse ascoltato la conversazione. Sollevata si mise a riflettere sul da farsi. Tuttavia non c’era tempo. Doveva agire rapidamente. Decise che avrebbe meditato sul problema mentre guidava. Strinse in mano la chiave dell’auto e urlò a Nobuki: «Vado a lavorare, sta’ attento a non dare fuoco alla casa!» Nessuna risposta. Masako sapeva che ultimamente Nobuki aveva cominciato a bere di nascosto e a fumare. Avrebbe dovuto tenerlo d’occhio. In estate avrebbe compiuto diciassette anni e non aveva la benché minima idea di che cosa voleva fare: nessuna prospettiva e nessuna passione. All’inizio della primavera era stato sorpreso a scuola con dei biglietti per un party. La direzione lo aveva accusato di aver cercato di venderli ai compagni e lo aveva espulso. Questa punizione esemplare era stata un trauma per il ragazzo, che si era rifugiato in un ostinato mutismo. Nessuno sapeva più come accedere al suo cuore. Probabilmente lui stesso era imbarazzato per lo spessore della porta che si era chiuso alle spalle, ma era passato il tempo in cui Masako aveva cercato disorientata una chiave che aprisse quella porta. Ora Nobuki lavorava come muratore senza perdere una giornata, e lei doveva accontentarsi. Quelli con i figli erano legami difficili, che non si potevano sciogliere neppure quando le cose andavano diversamente da come si era previsto. Masako si fermò davanti alla camera a lato dell’ingresso. Udì il lieve russare del marito oltre la porta di compensato. Da quando aveva preso l’abitudine di dormire in quella camera a nord che lei avrebbe voluto usare come ripostiglio? Masako rimase per qualche istante ferma in corridoio a pensare. Avevano incominciato a dormire in camere separate prima di traslocare in quella casa, quando lei era ancora impiegata nella vecchia ditta. Era ormai molto tempo che non le sembrava più innaturale, triste o strano che tutti e tre dormissero in stanze diverse. Yoshiki, suo marito, lavorava per un’impresa edile appartenente a un grande gruppo immobiliare e svolgeva un incarico di tipo commerciale. Il nome dell’azienda era famoso, ma in realtà la filiale era segnata dalla recessione e i dipendenti soffrivano di un forte complesso di inferiorità nei confronti della casa madre. Così le aveva spiegato una volta. Ma Masako non sapeva come gli andavano gli affari, perché lui storceva la bocca non appena lei accennava al suo lavoro. Il marito aveva due anni più di lei e si erano conosciuti al liceo. Lei amava la straordinaria bontà che gli era propria e che si poteva definire come una sorta di purezza del cuore. Yoshiki odiava ingannare o sopraffare il prossimo e non era adatto a quel tipo di lavoro. Infatti era ancora un semplice impiegato: da un pezzo aveva rinunciato alla carriera. Certamente soffriva di quella condizione, della propria incapacità di adattarsi al mondo. Nei giorni festivi tendeva a isolarsi nella sua camera come un eremita, un comportamento simile in qualche modo a quello del taciturno Nobuki. Masako se ne era accorta, e aveva incominciato a evitare di parlargli se non quando era strettamente necessario. Il figlio che era stato espulso dalla scuola e si era rinchiuso nel mutismo, il marito con la preoccupazione del lavoro, lei che aveva dovuto abbandonare il suo impiego ed era finita ai turni di
notte: ciascuno di loro era costretto ad affrontare la realtà e a portare il proprio fardello da solo, così come da soli dormivano nelle loro stanze. Yoshiki non aveva mai espresso la propria opinione sul fatto che lei avesse accettato quel lavoro part-time nello stabilimento dopo avere cercato a lungo e inutilmente un altro impiego. Masako sapeva che non era il coraggio quello che gli mancava: aveva semplicemente smesso di combattere e aveva invece incominciato a costruire un bozzolo in cui rinchiudersi. Un bozzolo in cui Masako stessa non poteva entrare. Le dita del marito, che da lungo tempo non la sfioravano più, lavoravano senza sosta per costruire una fortezza. La sua inclinazione a escludere dalla propria vita la moglie e il figlio, come se appartenessero al mondo esterno, feriva profondamente Masako. Se non riusciva neppure a gestire la propria situazione familiare, perché si impicciava degli affari di Yayoi? Scontenta di sé aprì la sottile porta del vestibolo e uscì. Faceva molto più fresco della notte precedente, e una luna rossa era sospesa nel cielo. Masako lo interpretò come un cattivo presagio e distolse lo sguardo. Poco prima Yayoi aveva ucciso il marito. Non era forse inequivocabilmente un cattivo presagio? La Corolla era posteggiata nello stretto spazio sotto il portico della piccola casa. Masako scivolò agilmente nello spazio lasciato libero dalla portiera che non si apriva del tutto, e mise in moto. Nel silenzio della notte il rombo del motore sembrò risuonare più forte del solito nel quartiere circondato da campi. Più che le eventuali lamentele per il rumore da parte dei vicini, la preoccupavano le chiacchiere che sarebbero circolate perché era uscita così tardi. La casa di Yayoi era abbastanza vicina allo stabilimento, a Musashi-Murayama. Prima di posteggiare come al solito nel parcheggio della fabbrica, avrebbe dovuto avvicinarsi di nascosto alla casa dell’amica. Improvvisamente si ricordò dell’appuntamento con Kuniko. Avevano stabilito di trovarsi ogni sera alle undici e mezza al parcheggio, per proseguire a piedi insieme fino allo stabilimento. Oggi sarebbe arrivata in ritardo. Sperava soltanto che Kuniko, sospettosa e intuitiva com’era, non fiutasse qualcosa. Ma era inutile arrovellarsi così: forse i vicini sapevano già che cosa era accaduto nella casa degli Yamamoto e forse Yayoi era già andata dalla polizia. Inoltre poteva anche darsi che si fosse inventata tutto. Masako premette a fondo l’acceleratore. Dal finestrino dell’auto entrava il dolce profumo dei cespugli di gardenia lungo la strada, per poi dileguarsi in un baleno nel buio. Anche la sua compassione per Yayoi stava dileguando, e a tratti le balenava nella mente l’espressione “fastidio”: che cosa pretendeva l’amica da lei? L’avrebbe guardata in faccia e poi avrebbe deciso se aiutarla o meno. Davanti al muro di cemento all’angolo del vicoletto in cui abitava Yayoi scorse un’ombra bianca. Una donna. Masako frenò immediatamente. «Masako-san!» la chiamò Yayoi disperata. Indossava una polo bianca e dei jeans troppo larghi. La maglietta bianca spiccava nel buio della notte e la faceva sembrare così fragile e bisognosa di aiuto che Masako dovette deglutire. «Cosa fai qui?» «È scappato il gatto!» Yayoi, in lacrime, era ferma accanto all’auto. «I bambini gli sono così affezionati, ma adesso ha paura di me, perché ha visto che cosa ho fatto, ed è scappato!» Masako tacque e si premette l’indice sulle labbra. Finalmente Yayoi sembrò capire e si guardò intorno. Le dita appoggiate al finestrino dell’auto tremavano impercettibilmente. Nell’attimo in cui se ne accorse Masako decise di aiutarla a uscire dai pasticci. Riprese a guidare lentamente osservando dal finestrino le case intorno. Erano le ventitré di un giorno lavorativo e nella maggior parte delle abitazioni brillavano soltanto le tenui luci delle camere da letto. Regnava un grande silenzio. La notte era fresca e molte finestre erano aperte, segno che l’aria condizionata non era stata messa in funzione. Bisognava fare attenzione ed evitare i rumori. Yayoi portava i sandali e Masako era preoccupata per il ticchettio dei suoi passi.
La casa degli Yamamoto si trovava proprio in fondo al vicolo. Era a un solo piano, costruita circa quindici anni prima, piccola e brutta. E inoltre l’affitto era caro. Si sapeva che Yayoi e il marito avevano risparmiato per anni per potersene andare. Ma tutto ciò era ormai inutile. La gente a volte si comporta in modo strano, come spinta da un impulso ineluttabile, pensò Masako. Che cosa dunque aveva spinto Yayoi ad agire così? Si era forse infuriata per un tradimento del marito, a sua volta mosso da qualche strano impulso? Quelli erano i pensieri di Masako mentre scendeva dall’auto senza fare rumore e guardava l’amica arrivare di corsa. «Non ti spaventare adesso, va bene?» disse Yayoi, improvvisamente riluttante, aprendo la porta di casa. Non alludeva a ciò che aveva fatto, bensì alla vista che si offriva subito dietro la porta. Kenji giaceva esanime afflosciato su se stesso, la cintura di pelle marrone stretta ancora intorno al collo, la lingua che spuntava tra le labbra, gli occhi semiaperti e la faccia di un pallore cadaverico. Masako, che aveva temuto di non reggere allo shock, fu stupita dalla propria reazione fredda e tranquilla quando si trovò di fronte al cadavere. Forse perché non aveva mai conosciuto di persona Kenji, il suo corpo senza vita non le sembrava altro che quello di un uomo immobile, dal viso stranamente rilassato. Soltanto non riusciva ad abituarsi all’idea che Yayoi, che tutti consideravano una moglie esemplare e una madre amorevole, fosse diventata un’assassina. «È ancora caldo», Yayoi sfiorò con la mano la gamba che spuntava dai calzoni rimboccati. Come per sincerarsi che fosse davvero morto gli passò più volte la mano sullo stinco. «È proprio vero», commentò con voce cupa Masako. «Credevi che ti avessi raccontato una bugia? Sai che non sono capace di mentire!» Yayoi sorrise e il suo sorriso contrastava con la cupezza di Masako. O forse non aveva sorriso, forse era solo una smorfia. «E adesso cosa vuoi fare? Davvero non vuoi costituirti?» «No», Yayoi scrollò risoluta la testa, «forse sono impazzita, ma non ho assolutamente l’impressione di aver fatto qualcosa di male. Mi sembra giusto che sia morto. Se l’è meritato. Perciò ho deciso che lui non è tornato in casa, che è sparito da qualche parte». Masako meditò e guardò l’orologio. Erano quasi le ventitré e venti. Prima delle ventitré e quarantacinque dovevano essere in fabbrica. «C’è molta gente che sparisce e non torna più. Ma davvero nessuno lo ha visto rincasare?» «Non credo. Tra qui e la stazione non c’è mai nessuno per strada». «Ma se prima di tornare avesse telefonato a qualcuno? Per te sarebbe finita». «Potrei sempre dire che però non è tornato a casa», ribatté ostinatamente Yayoi. «Sì? Sei sicura di poter continuare a fingere anche quando ti interrogherà la polizia?» «Certo, vedrai. Te lo dimostrerò. Perciò…» annuì Yayoi sgranando gli occhi. Aveva un volto così incantevole, non si sarebbe detto che aveva già trentaquattro anni. Forse davvero nessuno avrebbe sospettato di lei. Però la posta era troppo alta per scommetterci sopra. Masako continuava a rimuginare dubbiosa: «Perciò cosa? Che cosa hai in mente?» «Per ora lo potrei nascondere nel tuo bagagliaio e poi…» «E poi?» «Domani andrò a gettarlo da qualche parte». Non c’era altra soluzione. Volente o nolente Masako dovette acconsentire. «Va bene. Ti aiuto a portarlo fuori, abbiamo poco tempo e dobbiamo sbrigarci». «Grazie. Troverò il modo di ricompensarti». «Non mi importa del denaro». «Perché? Allora perché fai tutto questo per me?» domandò Yayoi infilando le braccia sotto le ascelle di Kenji. «Mah, ci penserò più tardi». Masako afferrò per le caviglie l’uomo che era stato marito di Yayoi. Benché non fosse più alto
di lei – un metro e sessantotto circa – Kenji era pesante. In due riuscirono a fatica a trascinarlo fuori dalla porta. La sua espressione rilassata e la testa abbandonata avrebbero potuto far pensare a un ubriaco che venisse aiutato a stare in piedi dalle due donne. La cintura ancora stretta intorno al collo strisciava per terra. Masako guardò in silenzio Yayoi che strappava la cintura e se l’allacciava intorno alla vita. «Non è rimasto niente di suo in casa? Qualcosa che aveva addosso, che so io?» «No, oggi era a mani vuote e indossava soltanto questi abiti». Gli piegarono le braccia e le gambe e lo sistemarono nel bagagliaio della macchina. Poi Masako disse a Yayoi: «Non possiamo assolutamente mancare dal lavoro. E tu devi crearti un alibi. Perciò lascerò l’auto al posteggio tutta la notte, okay? Poi in fabbrica penseremo a cosa farne». «Capito. Allora è meglio che io vada in bicicletta come sempre, o no?» «Certo, pensa solo che non è successo nulla». «Okay, allora ti posso affidare Kenji, Masako-san?» Da quando il cadavere era fuori di casa, Yayoi non era più così impaurita. Sul suo volto si poteva cogliere persino il sollievo di chi ha portato a termine un lavoro gravoso. Stava forse illudendosi che Kenji fosse semplicemente sparito all’improvviso dalla faccia della terra? Yayoi era irriconoscibile, e Masako ne prese atto con disagio. Salì in auto, si allacciò la cintura e quindi bisbigliò: «E smettila di sprizzare gioia da tutti i pori, se non vuoi che vada tutto per aria!» Yayoi si mise una mano sulla bocca, come se volesse soffocare l’orrore: «Davvero sembro così allegra?» «A essere sinceri, sì». «Ascolta piuttosto, Masako-san, che cosa devo fare adesso con il gatto? I bambini si dispereranno. Che guaio, cosa posso fare?» «Tornerà». Ma Yayoi scosse la testa con sicurezza e ripeté: «Che guaio, cosa posso fare?» Masako avviò l’auto e si lasciò velocemente alle spalle la casa di Yayoi. Dopo pochi metri incominciò a preoccuparsi del cadavere di Kenji nel bagagliaio. E se fosse stata fermata dalla polizia per un controllo o la avessero tamponata? Per lei sarebbe stata la fine! Questi pensieri avrebbero dovuto indurla a guidare con particolare prudenza e invece correva nella notte come se stesse scappando da qualcosa. In fondo al cuore sapeva che era il cadavere nel bagagliaio che la inseguiva. Adesso calmati una volta per tutte, cercò di convincersi. Finalmente arrivò al posteggio. La Golf di Kuniko era ferma al solito posto. Doveva essere già andata avanti per non arrivare tardi. Masako scese dall’auto, si accese una sigaretta e si guardò intorno. Quella notte, stranamente, non percepiva né l’odore di fritto né la puzza dei gas di scarico. Forse era solo troppo eccitata. Girò attorno all’auto e restò un attimo a fissare il cofano. Lì dentro c’era un cadavere che la mattina seguente avrebbe tolto di mezzo. Stava facendo cose che non si sarebbe mai immaginata. Il corso della sua vita, che aveva creduto di conoscere abbastanza bene, stava per cambiare completamente. Dopo che ebbe formulato questo pensiero, il senso di liberazione di Yayoi non le sembrò più incomprensibile. Masako controllò ancora una volta il portabagagli per accertarsi di averlo chiuso bene, poi – la sigaretta accesa tra le dita – si incamminò al buio lungo il sentiero. Le rimaneva poco tempo. Voleva che tutto fosse come sempre, per non attirare l’attenzione. Nel momento in cui affrettava il passo davanti allo stabilimento dismesso, spuntò improvvisamente dal buio un uomo con un berretto in testa e le afferrò il braccio. Masako si spaventò a morte. Si era completamente dimenticata dell’esistenza del maniaco. Tutto accadde talmente in fretta: ancora prima che riuscisse a gridare l’uomo la trascinò a forza
sotto la tettoia cadente ai margini del sentiero. «Mi lasci andare!» riuscì finalmente a urlare. La sua voce acuta parve lacerare la notte. L’uomo le chiuse in fretta la bocca con la mano destra e cercò di spingerla nel folto della boscaglia. Ma Masako era alta, gli diede una spallata e riuscì a scostare un poco la mano dalla bocca. Ne approfittò per agitare la borsetta ed evitare che l’uomo le tappasse di nuovo la bocca con la mano. Ma lui la teneva saldamente per il braccio sinistro e poteva farla cadere a terra da un momento all’altro. Non era alto come aveva detto Kuniko, ma era robusto e muscoloso, ed esalava un profumo speziato. «Che cosa vuole da me? Non ci sono abbastanza ragazze giovani in giro?» protestò furibonda e avvertì una leggera esitazione nella presa dell’uomo. Masako ora era sicura che si trattava di uno dei suoi compagni di lavoro e che la conosceva. Cercò di liberarsi dalla stretta e di raggiungere la strada. Lui però la riprese subito e la tirò di nuovo tra i cespugli. Lì intorno doveva esserci l’impianto di canalizzazione sotterraneo in cui scorreva un lurido fiumiciattolo. Ricordava che la copertura di cemento era rotta in più punti. Doveva stare attenta a non cadere in un buco. Tastando il terreno sotto i piedi continuava a spiare il volto dell’uomo. Non riusciva a individuarne i lineamenti, ma nel chiarore della luna rossa vedeva chiaramente i suoi occhi neri sotto il berretto. «Lei è Miyamori, no?» Aveva tirato a indovinare, ma l’uomo reagì con stupore. «Lei è Kazuo Miyamori, vero?» insistette Masako. «Se mi lascia andare non lo dirò a nessuno. Oggi non voglio arrivare in ritardo. Ci possiamo trovare un’altra volta. Davvero, dico sul serio». L’uomo non si aspettava quelle parole e rimase senza fiato. Sembrava valutare la proposta di Masako. «La prego, mi lasci andare», ripeté, «ci vedremo un’altra volta, solo noi due!» Allora l’uomo rispose in giapponese con un forte accento straniero: «Davvero? Quando?» Non si era sbagliata, era proprio la voce di Miyamori. «Domani notte, qui». «A che ora?» «Alle nove». Invece di rispondere l’uomo la strinse all’improvviso tra le braccia e la baciò. Schiacciata da quel corpo solido come una roccia, Masako stentava a respirare. Si dibatté con forza, si pestarono i piedi a vicenda e caddero battendo contro la saracinesca arrugginita della porta della fabbrica. Il rumore assordante spaventò l’uomo che si fermò e si guardò intorno impaurito. Masako colse l’occasione per sfuggirgli, raccolse la borsetta e corse via. Inciampò in una lattina di alluminio e, furiosa, si mise a imprecare: «Vatti a cercare una donna più giovane per i tuoi giochetti!» L’uomo la fissava inebetito, le braccia penzoloni. Masako si ripulì la bocca col dorso della mano e si avviò fra l’erba alta. «Ti aspetto domani!» La voce bassa dell’uomo sembrava implorante. Masako tastò il terreno con i piedi cercando la copertura di cemento del canale di scolo, la superò, arrivò alla strada e si mise a correre. Ma guarda cosa doveva capitarle! Mai avrebbe immaginato di essere aggredita proprio quel giorno, quando era sempre stata attenta! La rabbia per la propria imprudenza si mescolava all’ira, era da tanto tempo che non si sentiva prendere da un furore così cupo. E il maniaco era Kazuo Miyamori! Era irritata con se stessa anche perché la notte precedente si era fermata a salutarlo di sfuggita. Salì di corsa i gradini dello stabilimento riaggiustandosi i capelli con le mani. Komada, l’addetto all’igiene, stava per andarsene. «Buongiorno!» Komada, sorpreso dalla voce trafelata di Masako, si volse verso di lei e la incitò: «Si sbrighi. È l’ultima». Dopo averle passato il rullo sulla schiena Komada, contrariamente alle sue abitudini, sorrise:
«Ma dica, da dove viene? È piena di erba e di terra!» «Ero di corsa e sono caduta». «È caduta sulla schiena? Poveraccia. Si è anche ferita le mani?» Se si aveva anche il più piccolo graffio non si potevano toccare i cibi. Masako si esaminò in fretta le dita e i palmi: aveva le unghie sporche di terra, ma non era ferita. Sollevata scosse la testa. Non voleva assolutamente che si sapesse del suo scontro con il maniaco. Sorrise imbarazzata a Komada e si precipitò nello spogliatoio. Non c’era più nessuno. Indossò in fretta i pantaloni da lavoro e il camice bianco, prese il grembiule di plastica e la cuffia e andò in bagno. Si guardò allo specchio e notò una lieve traccia di sangue sul labbro. «Brutto porco!» borbottò tra sé e sé e si lavò con l’acqua fredda. Aveva anche un livido sul braccio sinistro, doveva essere stato quando Miyamori aveva cercato di trascinarla tra i cespugli. Voleva cancellare ogni traccia di quell’uomo sul proprio corpo. Avrebbe voluto spogliarsi per capire se ne aveva altre, ma non poteva tardare, doveva sbrigarsi a timbrare il cartellino. Cercò con tutte le forze di riprendere il controllo. «Ti aspetto domani», quelle parole le tornarono in mente e la fecero infuriare ancora di più. Sapeva che non avrebbe potuto denunciarlo. Uscita dal bagno si asciugò attentamente le dita e scese di corsa al piano inferiore. Timbrò il cartellino: ventitré e cinquantanove. Era riuscita ad arrivare appena in tempo, ma si era comportata in modo insolito, rischiando di attirare l’attenzione. Era furibonda anche con se stessa. Si accodò alla fila di operai che attendevano davanti alla porta proprio nell’attimo in cui cominciava la disinfezione delle braccia e delle mani. Yoshie e Kuniko si voltarono, la videro e la salutarono. Masako alzò la mano e fece un cenno con la testa. All’improvviso comparve Yayoi con la cuffia e la maschera, che le copriva la faccia in modo che non si poteva vedere la sua espressione, e disse piano: «Hai fatto tardi. Ero preoccupata». «Mi dispiace». «È successo qualcosa?» chiese Yayoi fissandola negli occhi. «No, niente. Tu piuttosto non avrai dei graffi sulle mani? Sai che altrimenti rimarrà registrato». «Tranquilla. È tutto okay». Yayoi guardò attraverso la porta dello stabilimento: sembrava un grande frigorifero. «Sai, adesso mi sento in qualche modo più forte». Tuttavia a Masako non sfuggì il lieve tremito della sua voce. «Cerca di dominarti. Non dimenticare che te la sei cercata». «Lo so». Si misero in coda per la disinfezione. Yoshie era già in piedi vicino al nastro trasportatore e continuava a voltarsi verso di loro per sollecitarle a raggiungerla. «A proposito», sussurrò Masako mentre si lavava scrupolosamente dal gomito alla punta delle dita sotto il forte getto d’acqua del rubinetto, «come pensi di sistemarlo?» «Non so», rispose Yayoi con sguardo assente, come se risentisse all’improvviso della stanchezza di quella notte. «È affare tuo e quindi cerca di farti venire un’idea!» concluse bruscamente Masako, dirigendosi verso Yoshie che l’attendeva alla catena di montaggio. Lanciò uno sguardo furtivo al gruppo di brasiliani in cuffia blu, ma non vide Kazuo Miyamori. Era sicura che il maniaco fosse lui. «Ancora mille grazie per oggi», sussurrò Yoshie accogliendola con un inchino. Masako la guardò sorpresa: «E di che?» «Ma come? Non ricordi che mi hai prestato il denaro? Sei anche venuta a portarmelo a casa. È stato davvero un grande aiuto! Te lo restituirò appena mi daranno lo stipendio». Yoshie le diede una leggera gomitata sul fianco e le passò il foglio di istruzioni: “Costolette alla coreana, 850 porzioni”. Masako accennò un sorriso amaro: se ne era dimenticata, come se ciò che aveva fatto la sera precedente appartenesse a un passato ormai remoto. Era stata una giornata molto lunga. «Ma che cosa hai oggi?» le chiese Kuniko, che aveva approfittato del ritardo di Masako per
accaparrarsi astutamente il posto di distributrice dei contenitori. «Ah, mi spiace. Ho perso tempo prima di uscire di casa». «Ah sì? Strano, prima di uscire ti ho telefonato». «Non ha risposto nessuno, vero? Dovevo essere appena uscita». «Già. Ma ci hai messo un bel pezzo». «Ho perso tempo con le compere», rispose seccamente Masako e Kuniko finalmente tacque, ma la sua insistenza le aveva dato sui nervi. Doveva davvero stare in guardia, quella aveva un fiuto eccezionale! Yoshie si preparava ad azionare la macchina che distribuiva il riso, ma Masako si accorse che ogni tanto lanciava delle occhiate a Yayoi, ferma all’estremità del nastro trasportatore. Se ne stava lì imbambolata, col camice bianco della notte precedente ancora macchiato di salsa. «Che cosa vi è capitato?» domandò Yoshie. «Perché?» «Mah, la piccola è stralunata e tu sei in ritardo…» «Era così anche ieri. Piuttosto vedi di avviare il lavoro, maestra, prima che arrivi Nakayama». Masako prese il posto di chi sistemava la carne, mansione che tutte avevano evitato. Yoshie annuì, si rassegnò a interrompere l’interrogatorio e avviò il nastro. Il primo a passare fu il foglio con le istruzioni. Poi con un sordo rumore la macchina automatica incominciò a versare il riso. Dalla bocca d’acciaio cadde il primo blocco di riso pressato nel contenitore che Kuniko aveva passato a Yoshie. Il lungo, duro turno di lavoro era iniziato. Mentre Masako preparava le costolette fredde e raggrinzite separando e spianando le fette, avvertì lo sguardo di Yayoi e sollevò gli occhi: era di fronte a lei, al di là del nastro trasportatore, e la stava fissando. «Che c’è? Cosa vuoi?» «Ridotto così nessuno lo riconoscerà, non credi?» rispose indicando con lo sguardo le fettine di carne. Nei suoi occhi brillava un lampo di follia. «Zitta!» la interruppe a bassa voce Masako. Di nascosto guardò le operaie vicine, ma nessuno prestava attenzione ai loro discorsi. Scrutò Yayoi con espressione arrabbiata e lei parve subito intimorita. Prima le era sembrata troppo disinvolta, e invece era bastato uno sguardo per incupirla e farle spuntare le lacrime agli occhi. Masako si domandò perplessa se sarebbe stata in grado di affrontare le difficoltà che l’attendevano. Sarebbe diventato un problema anche per lei, dal momento che aveva deciso di aiutarla.
7. Lo stabilimento era come un armadio in acciaio inossidabile, dal cui interno era impossibile capire che tempo facesse fuori. Quando alle cinque e mezza il turno finalmente terminò e Masako poté salire al piano superiore strascicando stancamente i piedi, sentì l’operaia che la precedeva esclamare stupita: «To’, piove!» Subito le venne in mente la sua Corolla e il portabagagli sotto la pioggia scrosciante. Dovevano immediatamente decidere cosa fare. «Sei di corsa?» domandò Yoshie togliendosi la maschera e usandola per pulirsi le scarpe macchiate d’olio. «Perché?» le chiese a sua volta Masako cercando di eliminare con la maschera le macchie dalle scarpe da tennis che usava per lavorare. «Come perché? Hai un’espressione così angosciata!» La piccola, robusta Yoshie osservò con sguardo indagatore la compagna così diversa da lei. Ma Masako sistemò le scarpe nell’apposito armadietto sotto la finestra e si limitò a fissare il cielo grigio del mattino. La pioggerellina fine e delicata bagnava la pista di collaudo della fabbrica di automobili al di là della strada annerendo l’asfalto delle curve in forte pendenza. «È che incominci a preoccuparmi. C’è qualcosa che ti gira per la testa. Altrimenti cosa sono quelle rughe sulla fronte?» aggiunse Yoshie come se volesse farle un complimento. «Ho un impegno importante», borbottò Masako e rifletté. Yayoi aveva intenzione di eliminare in qualche modo il cadavere di Kenji subito dopo il lavoro, ma forse sarebbe stato meglio se fosse tornata a casa a interpretare la parte della moglie preoccupata. Ma allora doveva essere lei a occuparsi del cadavere. Era rassegnata a farlo, ma da sola non sarebbe mai riuscita a sollevarlo e a tirarlo fuori dal portabagagli. Masako fissò per un istante le sottili sopracciglia di Yoshie e quindi le disse decisa: «Maestra, devo chiederti un favore». «Per te qualsiasi cosa, lo sai! In fondo ti sono debitrice». Yoshie, che per carattere era incapace di rifiutare un favore, sembrava felice. Masako si mise in coda per timbrare il cartellino, rimuginando su come spiegarle cosa voleva da lei. Yayoi, trascinandosi per la stanchezza, stava ancora salendo. Kuniko invece era di sopra da un pezzo. Tipico! Anche lei pareva essersi accorta che c’era qualcosa fra lei e Yayoi. In un certo senso sembrava dispiaciuta di essere stata messa da parte. Yoshie raggiunse Masako mettendosi in fila accanto a lei. «Mi prometti che non lo dirai a nessuno?» chiese Masako calcando le parole. «Perché dovrei?» si indignò Yoshie. «Qual è il problema?» Masako timbrò il cartellino e rimase in silenzio a braccia conserte, come se non riuscisse a decidersi. «Te lo dico più tardi. A quattr’occhi». «Come vuoi», rispose tranquillamente Yoshie voltandosi a guardare il cielo dalla finestra. Era venuta in bicicletta e non aveva nessuna voglia di tornare sotto la pioggia. «E soprattutto mi raccomando di non parlarne con Kuniko». «Promesso». Yoshie doveva avere intuito che si trattava di una cosa importante, perché si chiuse nel silenzio. Attraversarono insieme il corridoio ed entrarono nella grande sala. Komada stava rimproverando Yayoi. «Signora Yamamoto, veda di lavarsi il camice. O vuole rallegrarci anche domani con questo puzzo di salsa?» «Sì, mi scusi», rispose docile Yayoi togliendosi il copricapo e liberando i capelli dalla reticella. Poi si diresse verso Masako. Aveva le occhiaie, ma sembrava ancora più bella del solito. Un ragazzo con i capelli tinti di biondo, probabilmente uno studente lavoratore, fissò affascinato il viso di Yayoi finalmente libero dalla maschera e dal berretto.
«Ascolta», le disse Masako tirandola in un angolo, «è meglio che tu torni subito a casa e ci rimanga tutto il giorno». «Ma…» «Di quello ci occuperemo io e la maestra. Ci faremo venire in mente qualcosa». «La maestra?» domandò Yayoi sbalordita lanciando uno sguardo allo spogliatoio in fondo alla sala. «Le hai raccontato tutto?» «Non ancora. Ma da sola non potrei trasportarlo. Se lei si rifiuterà dovrai essere tu ad aiutarmi. Ma una cosa è certa: sarai la prima a essere sospettata. Devi rimanere a casa e fare finta che non sia successo niente». Yayoi sospirò come se si fosse appena resa conto della situazione. «Già, hai ragione». «Allora torna a casa e comportati normalmente, come sempre. Verso mezzogiorno telefona all’ufficio di tuo marito e chiedi se è andato a lavorare. Quando ti diranno che non si è visto, gli spiegherai che questa notte non è tornato a casa e che sei molto preoccupata. E se ti dicono di denunciare la scomparsa fallo subito, chiaro? Altrimenti sarai subito sospettata». «Ho capito. Farò come dici». «E non mi telefonare. Se avrò bisogno di parlarti penserò io a mettermi in contatto». «Sì, Masako, ma che cosa hai in mente? Che cosa vuoi fare di lui?» «Quello che era venuto in mente a te. Ecco cosa farò». «Cooosa!?» In un attimo Yayoi aveva cambiato colore ed era diventata pallida come un morto. «Dici sul serio?» «Sì, o almeno ci proverò». «Grazie». Yayoi aveva di nuovo le lacrime agli occhi. «Ti ringrazio di cuore. Non avrei mai pensato che saresti stata disposta a fare tutto questo per me». «Non so se ci riuscirò, vedremo. In ogni caso mi sembra una soluzione migliore che non andare in un bosco, scavare una fossa e seppellirlo. Così rimarrebbe, potrebbero trovarlo. Non dobbiamo assolutamente lasciare la benché minima traccia». Che l’idea di Yayoi non fosse del tutto sballata lo aveva pensato quando, durante il turno, era andata alla toilette e aveva visto i grandi contenitori blu per la spazzatura, dove si gettavano gli ingredienti caduti per terra. «Ma così commetti un delitto. E sono io che ti spingo…» mormorò Yayoi afflitta. «Me ne rendo conto. E so anche che è un modo atroce di fare sparire un cadavere. Ma sembra essere il sistema migliore. Ovviamente se per te va bene e se puoi sopportare che tuo marito venga fatto a pezzi e gettato tra i rifiuti. Ti sta bene?» «Certo», annuì Yayoi storcendo la bocca in una smorfia che si sarebbe potuta scambiare per un sorriso. «È quello che si merita». «Sei sempre più inquietante», commentò Masako fissando l’amica. «Davvero, potresti terrorizzare qualcuno». «Anche tu!» «No, per me è un po’ diverso». «In che senso?» «Lo vedo come un lavoro che deve essere portato a termine». Yayoi la guardò perplessa: «Che razza di donna sei, Masako-san?» «Esattamente come te: ho un marito, un figlio, un lavoro, e sono sola». Yayoi chinò improvvisamente la testa e si mise a fissare il pavimento, forse per nascondere le lacrime. Sembrava che le spalle le si fossero incurvate sotto un peso intollerabile. «Adesso non metterti a piangere». Masako le batté una mano sulla spalla. «È tutto passato. Tu stessa ci hai dato un taglio». Yayoi annuì un paio di volte; Masako le appoggiò una mano sulla schiena e la spinse nella sala
dove Yoshie e Kuniko, che si erano già cambiate, stavano bevendo un caffè sedute l’una di fronte all’altra. Kuniko, che aveva una sottile sigaretta accesa a un angolo della bocca, le guardò sospettosa. «Va pure a casa, Kuniko. Devo parlare un po’ con la maestra». Kuniko scrutò Yoshie con aria indagatrice: «Mi volete tagliare fuori? Che cosa avete di così importante da dirvi che io non possa ascoltare?» «Soldi, si tratta di soldi. Mi serve un prestito». Kuniko non sembrava convinta, tuttavia si mise a tracolla la finta Chanel con la catenella dorata e si alzò: «Okay, allora scusatemi». Masako fece un cenno di saluto e sparì nello spogliatoio. Yoshie, che era abilmente riuscita a disfarsi di Kuniko, continuò a sorseggiare con gusto il caffè ben zuccherato dal bicchiere di carta. Masako si tolse velocemente la divisa, indossò i jeans e la polo, afferrò due grembiuli di plastica che da tempo non venivano più usati e li infilò in un sacchetto di carta. In fabbrica aveva preso anche qualche paio di guanti usa e getta e li aveva messi in tasca. Tornò nella sala con aria indifferente, sedette sul tatami che manteneva ancora il calore delle natiche di Kuniko e tirò fuori un pacchetto di sigarette. Yayoi, che si era cambiata d’abito, fece per sedersi accanto a lei, ma Masako le suggerì con lo sguardo di andarsene subito. «Scusate, ma ho fretta». Yayoi si voltò più volte a guardare Masako e uscì dalla sala portando sulla schiena il peso di una grande inquietudine. Quando infine la sua sagoma sparì, Yoshie bisbigliò: «Allora fuori tutto: che cosa succede? Tutta questa segretezza mi ha già innervosito». «Ascolta, ma non ti spaventare». Masako la fissò dritto negli occhi. «La piccola ha ucciso suo marito». Yoshie spalancò la bocca: «…ma è terribile!» «Già. Ma ormai l’ha fatto e non si può tornare indietro. Perciò ho deciso d’aiutarla. Ti andrebbe di darmi una mano?» «Ma sei impazzita?» urlò Yoshie, poi si guardò intorno e abbassò la voce. «Dille che deve andare subito alla polizia e costituirsi, questo è quello che deve fare!» «Ma i bambini sono ancora così piccoli! E poi lui l’ha pestata e tutto il resto, e lei ha perso la testa. Un atto disperato. Guardala in faccia, non si sente colpevole». «Ma arrivare a uccidere…» Yoshie deglutì. «Tu stessa hai pensato più volte di uccidere tua suocera, maestra!» Masako la guardò e i suoi occhi sembravano sapere tutto. «Sì, è vero, ma c’è una bella differenza fra pensare una cosa e farla!» Yoshie trangugiò rumorosamente il caffè. «Sì, è diverso. Ma per qualche oscuro motivo qualcosa non ha funzionato con la piccola, e lei ha oltrepassato il limite. Pensi davvero che non possa succedere, maestra? Comunque credo di poter mettere a tacere tutto, in qualche modo». «Ma come, per amor di Dio?!» L’urlo di Yoshie sembrò un grido di aiuto. Gli altri operai che si erano fermati nella sala a chiacchierare si voltarono a guardare. Anche i brasiliani, come sempre radunati in un angolo con le spalle appoggiate al muro, interruppero i loro discorsi e la guardarono incuriositi. Lei si fece piccola piccola. «…è una follia. Pura e semplice follia». «Follia o meno, cercherò di farlo». «Ma perché te ne vuoi occupare tu? Che cosa ci guadagni a essere complice di un omicidio? Io non voglio avere niente a che fare con una cosa del genere!» «Non è complicità. In fondo non l’abbiamo ucciso noi». «Sì, ma l’eliminazione del cadavere o come si chiama…»
«Credo trafugamento e distruzione di cadavere», commentò Masako mentre Yoshie, senza capire, si passava un paio di volte la lingua sulle labbra. «Di che cosa parli? Che cosa hai in mente?» «Lo voglio fare a pezzi e buttare via. Intanto Yama-chan potrà fingere di non saperne nulla. Suo marito semplicemente non è tornato a casa. E lei denuncerà la sua scomparsa». Yoshie scrollò la testa: «Senza di me. Io non riesco a fare una cosa del genere. Assolutamente». «Allora ridammi i miei soldi». Masako allungò la mano sul tavolo: «Ridammi immediatamente i miei ottantatremila yen». Yoshie, tormentata, si mise a rimuginare. Masako spense il mozzicone della sigaretta nel bicchiere vuoto. L’odore del tabacco si mescolò a quello dello zucchero e del caffè. Poi, con noncuranza, si accese un’altra sigaretta. Finalmente Yoshie sembrò aver preso una decisione: «Non posso ridarti i soldi. Quindi non mi resta che aiutarti». «Grazie. Sapevo che non mi avresti abbandonato, maestra». «Però…» Yoshie sollevò il viso con aria accusatoria, «lo faccio solo perché ti devo un favore. Io non ho alternative. Ma vorrei sapere perché tu ti esponi così per Yama-chan». «Già, non lo so neppure io. So solo che farei lo stesso anche per te». Quando uscirono quasi tutti gli altri operai se ne erano già andati. Era l’alba e piovigginava. Yoshie cercò l’ombrello nel portaombrelli davanti al portone. Masako non ne aveva uno e si sarebbe sicuramente bagnata andando al posteggio. «Allora, alle nove a casa mia». «Va bene, non mancherò». Yoshie si mise a pedalare sotto la pioggia con aria cupa. Masako rimase per qualche attimo a guardarla, quindi affrettò il passo verso il posteggio. In quell’attimo si accorse di un uomo fermo davanti a un gruppo di platani. Era Kazuo Miyamori. In jeans, T-shirt bianca e berretto nero se ne stava lì in piedi a capo chino. Teneva in mano un ombrello di plastica trasparente, che però non aveva aperto. «Chissà come si dice “porco schifoso” in portoghese!» lo insultò Masako passandogli accanto, mentre Kazuo la guardava imbarazzato. Lei non si preoccupò e andò avanti. Lui la seguì. «L’ombrello», disse porgendoglielo. «Non mi serve!» Masako diede un colpo all’ombrello che cadde sull’asfalto sconnesso. La strada lungo il muro grigio della fabbrica di automobili era deserta. Il tonfo dell’ombrello risuonò forte e Masako si accorse che Kazuo si rattrappiva un po’, come per ritirarsi in se stesso. L’espressione ferita del suo viso le fece venire in mente la notte precedente, quando Yayoi lo aveva ignorato e non aveva risposto al suo saluto. È ancora giovane, pensò Masako, e si girò verso Kazuo che la seguiva con aria smarrita, come se non sapesse dove andare, e la sua gioventù le diede fastidio. Gli occhi neri e luminosi sotto il berretto avevano lo stesso sguardo di quando, poche ore prima, erano stati illuminati dalla luna rossa. «Smettila di seguirmi!» «Scusi». Kazuo la aveva superata e ora stava davanti a lei, le mani sul petto robusto. Capì che lui voleva esprimere la sua accorata costernazione, ma finse di ignorarlo e svoltò a destra. La strada era quella dello stabilimento abbandonato, dove soleva stare in agguato il maniaco. Sentiva che Kazuo la seguiva ancora. Provò una sensazione di fastidio e cercò di respingere il ricordo della notte. «Verrà stasera?» «Figuriamoci!» «Ma…» Masako si mise a correre per allontanarsi, lanciando uno sguardo alla porta di scarico dei
camion dello stabilimento abbandonato che incombeva alla sua destra. La saracinesca marrone arrugginita contro cui l’aveva spinta Kazuo non sembrava minimamente ammaccata e risplendeva lucida di pioggia. Anche l’erba calpestata si era rialzata rigogliosa come se non fosse successo niente. Il fatto che nulla fosse cambiato la fece infuriare al calor bianco. Riaffiorarono in lei il senso di umiliazione e la rabbia verso se stessa. Si fermò e attese che Kazuo la raggiungesse. Era fuori di sé dall’ira. Kazuo, l’ombrello in mano, la guardò in faccia e rimase lì come impietrito. «Ascoltami bene: la prossima volta chiamerò la polizia! E ti farò anche licenziare, hai capito?» Kazuo annuì, come se si sentisse sollevato, e alzò il viso dal colorito scuro. Aveva un’espressione perplessa: doveva avere una gran paura di essere denunciato. «Non ti montare la testa. Non ti ho affatto perdonato», concluse bruscamente Masako e se ne andò. Lui non la seguì più. Arrivata al posteggio volse finalmente la testa. Kazuo era rimasto impietrito lì dove l’aveva lasciato. Idiota! avrebbe voluto gridare, ma riuscì a controllarsi e lentamente cercò con lo sguardo la Corolla, meditando se era proprio a lui che voleva rivolgere l’insulto. Naturalmente l’automobile era nel luogo esatto in cui l’aveva posteggiata la sera prima. Immaginò il corpo esanime nel bagagliaio, e le parve strano che fosse giunta l’alba e stesse piovendo. Era come se quel giovane egoista che le aveva appena chiesto affannosamente scusa esistesse al solo scopo di ricordarle la presenza del cadavere nel portabagagli. Oggetto della sua invettiva erano soltanto quel cadavere immobile e lei stessa, che si era lasciata coinvolgere in quella storia. Masako aprì il portabagagli chiuso a chiave. Sollevò un po’ lo sportello e lanciò uno sguardo furtivo. Scorse i pantaloni grigi e uno stinco peloso. Proprio il punto che Yayoi aveva toccato dicendo che era ancora caldo. La pelle era color cenere e i peli secchi e sporchi sembravano cimature di fili. È una cosa, nient’altro che una cosa, borbottò Masako chiudendo il portabagagli.
Il bagno
1. Masako si fermò davanti alla porta del bagno 5 e rimase ad ascoltare il rumore della pioggia oltre la finestra. Nobuki, che aveva fatto il bagno per ultimo, si era preoccupato di mettere in ordine: aveva scaricato l’acqua e chiuso la vasca con i coperchi di plastica. Benché pareti e pavimento fossero già completamente asciutti, nel locale aleggiava ancora il profumo dell’acqua calda. Il profumo del tepore e della pace di una famiglia. Masako obbedì all’impulso di aprire la finestra per fare entrare l’aria pesante e afosa dell’esterno. Quella piccola casa le aveva già richiesto diverse cose. Di pulirla anche negli angoli più nascosti, strappare le erbe del minuscolo giardino, cancellare l’odore di fumo stantio e restituire a rate il denaro dell’ingente mutuo. E tuttavia non era mai riuscita a considerarla la propria casa. Perché continuava a sentirsi un’estranea, una semplice inquilina? Perché non riusciva a trovare pace? Quando aveva lasciato il parcheggio con il corpo di Kenji nel portabagagli, Masako aveva già preso da tempo la sua decisione. Ne era prova la risolutezza con cui appena entrata in casa si era diretta subito al bagno, per analizzare in tutti i dettagli come portarvi il cadavere e iniziare le operazioni. Era un programma folle, che tuttavia la stimolava come una sfida con se stessa e la sua capacità di affrontare la situazione. Scese a piedi nudi i bassi gradini della vasca piastrellata e provò a sdraiarsi sulla schiena. Kenji era alto più o meno come lei. Se lo metteva in diagonale ci sarebbe stato senza problemi. Cinicamente pensò che Yoshiki aveva avuto una bella idea a costruire un bagno così grande. Godendosi il fresco delle piastrelle asciutte sulla schiena, alzò lo sguardo alla finestra. Il cielo era tutto grigio, senza profondità. Ricordò la faccia di Miyamori bagnata di pioggia, si rimboccò la manica sinistra e guardò il livido sul braccio. Doveva essere stato il pollice di Kazuo. Nessun uomo l’aveva mai stretta così forte da lasciarle il segno. «Ehi, che stai facendo?» la chiamò una voce dalla penombra. Si sedette e vide il marito in pigiama che la scrutava fermo nello spogliatoio. «Che cosa stai facendo qui?» le domandò di nuovo. Masako si rialzò in fretta, risistemò la manica della maglietta e lo guardò in faccia. Doveva essersi appena alzato, i capelli erano tutti arruffati e non si era ancora messo gli occhiali. Strizzava le palpebre cercando di metterla a fuoco. «Niente di speciale. Pensavo di fare una doccia». Era una misera bugia e il marito lanciò uno sguardo dubbioso alla finestra. «Oggi non fa caldo. Sta piovendo». «Ho sudato in fabbrica». «Va bene, fa’ quel che ti pare. Per un istante ho pensato che fossi impazzita». «Perché?» «Te ne stavi ferma al buio. Mi chiedevo cosa stessi facendo e all’improvviso ti butti per terra. Uno si può anche spaventare!» Masako provò una sensazione di fastidio al pensiero di Yoshiki che la osservava in silenzio senza che lei se ne accorgesse. Negli ultimi tempi accadeva sempre più spesso che lui guardasse lei e Nobuki con aria distaccata. Il suo modo di prendere le distanze era una forma di difesa, una sorta di barriera invisibile che erigeva tra sé e il resto del mondo. «Avresti potuto dire qualcosa». Il marito alzò le spalle senza rispondere. Masako uscì dal bagno e scivolò nello stretto spazio tra Yoshiki e la lavatrice senza neppure sfiorarli. «Vuoi fare colazione?» Non udì la risposta, ma andò ugualmente in cucina e versò
rumorosamente i grani di caffè nel macinino. Come al solito avrebbe preparato fette di pane tostato e uova strapazzate. Era passato molto tempo da quando in cucina si sentiva il profumo emanato dal bollitore automatico del riso. Da quando aveva smesso di preparare la scatola per la colazione di Nobuki, non cuoceva più grandi quantità di riso al mattino. «Che malinconia la pioggia!» borbottò dopo aver dato uno sguardo fuori dalla veranda. Non si trattava solo del tempo, ma anche dell’atmosfera della casa, pensò. Starsene uno di fronte all’altro in un mattino piovoso senza la televisione o la radio accesa la faceva quasi soffocare. Masako si massaggiò con tutte e due le mani le tempie dolenti per la mancanza di sonno. Yoshiki trangugiò in un sorso il caffè e aprì il giornale. Dalle pagine cadde un opuscolo pubblicitario in carta patinata. Masako lo aprì e incominciò a leggere le offerte di un supermercato. «Cosa hai fatto al braccio?» Masako sollevò lo sguardo mostrando di non capire. «Il braccio. Il tuo braccio. C’è un livido», disse Yoshiki indicando il suo braccio sinistro. Tra le sopracciglia di Masako si formarono tante piccole rughe verticali. «Ho preso una botta in fabbrica». Non capì se era soddisfatto della risposta, comunque non fece altre domande. In bagno, esaminando il livido, aveva pensato alle dita di Miyamori. Yoshiki, sensibile com’era, poteva avere qualche dubbio. Ma non chiese niente. Non voleva sapere nulla. Rassegnata Masako si accese una sigaretta. Il marito, che non fumava, si voltò di lato con aria insofferente. Udirono un rumore di passi precipitosi giù per le scale. Yoshiki contrasse impercettibilmente i muscoli e si irrigidì e lei guardò verso la porta. Nobuki entrò in sala da pranzo. Più che indossare gli pendevano addosso sciattamente una Tshirt troppo lunga e dei bermuda decisamente fuori taglia. In lui non c’era più traccia dell’irruenza giovanile che lo aveva animato un attimo prima, mentre scendeva le scale. Masako conosceva bene la sua abilità nell’indossare da un momento all’altro la sua maschera mortuaria. Solo lo sguardo scintillava tagliente, come se volesse urlare la sua avversione nei confronti di tutti e di tutto, mentre la grande bocca era serrata in un ostinato silenzio. Se non fosse stato per l’espressione di caparbia determinazione, il suo viso era identico a quello del padre da giovane. Nobuki marciò diritto verso il frigorifero, aprì la porta, prese una bottiglia di acqua minerale e se la portò alla bocca. «Prendi un bicchiere», lo riprese Masako, ma lui la ignorò e continuò a bere. Masako fissò il pomo d’Adamo del figlio – ormai chiaramente visibile – che si muoveva in su e in giù, e non riuscì più a trattenersi: «Anche se sei muto non sei sordo!» Istintivamente si alzò e cercò di strappargli di mano la bottiglia, ma lui, senza una parola, la allontanò con una gomitata. Il colpo le fece male, perché ormai Nobuki era cresciuto parecchio in altezza e, lavorando in cantiere, si era anche irrobustito. Masako indietreggiò e andò a sbattere contro il lavandino, mentre il ragazzo, senza cambiare espressione, richiudeva flemmatico la bottiglia e la rimetteva in frigo. «Se non vuoi parlare taci pure, ma smettila di comportarti come se fossi il solo qui dentro!» Nobuki fece una smorfia annoiata e la guardò con fastidio. Improvvisamente le sembrò un estraneo, e per di più un estraneo che non le era simpatico. Quasi senza accorgersi gli diede uno schiaffo sulla guancia. Per un istante le sue dita premettero sulla carne tesa e soda – non era più la guancia delicata del suo bambino. La mano con cui l’aveva colpito le faceva male. Costernata rimase lì in piedi, come impietrita, e Nobuki le passò davanti, chiudendosi velocemente in bagno. Non una sola parola era uscita dalle sue labbra. Che cosa si aspettava? Quello che faceva o diceva era del tutto inutile, come versare acqua in un deserto sotto un sole implacabile. Masako si contemplò il palmo arrossato della mano destra e si voltò verso il marito che, come prima, se ne stava seduto immobile, gli occhi fissi sul giornale, come se Nobuki non esistesse proprio.
«Lascialo stare. Non serve a niente». Evidentemente Yoshiki aveva deciso di ignorare il figlio finché non fosse tornato in sé. Era talmente concentrato nella sua ricerca spirituale da provare un acuto senso di irritazione davanti a una persona immatura come Nobuki. E il ragazzo da parte sua non l’aveva mai perdonato per non averlo appoggiato quando aveva avuto quei problemi con la scuola. Tutti e tre continuavano a vivere isolati, ognuno per conto proprio. Davvero uno si sarebbe potuto chiedere perché stavano ancora sotto lo stesso tetto. Chissà come avrebbero reagito quei due se avesse confidato loro di avere un cadavere nel bagagliaio. Chissà se Nobuki si sarebbe finalmente lasciato sfuggire un’esclamazione di stupore. O se il marito, finalmente scosso, le avrebbe dato uno schiaffo. No, semplicemente non le avrebbero creduto. All’improvviso Masako seppe con sicurezza che era stata proprio lei quella che più si era allontanata dalla famiglia, quella che aveva fatto i passi più lunghi. Ma questa consapevolezza non la fece sentire né triste né sola. Quando finalmente Yoshiki e Nobuki uscirono per andare a lavorare, la casa tornò tranquilla. Masako finì di bere il caffè e si sdraiò sul divano del soggiorno per fare un sonnellino. Ma non riuscì ad addormentarsi. Suonarono alla porta. «Sono io», annunciò Yoshie con voce esitante. Aveva quasi creduto che non si sarebbe fatta vedere, ma Yoshie era una donna di parola. Masako le aprì la porta. La maestra, che indossava gli stessi fuseaux con le borse alle ginocchia e la stessa scolorita T-shirt rosa del mattino, lanciò uno sguardo impaurito in casa. «Non è qui. È nel portabagagli», disse Masako indicando l’auto posteggiata accanto all’entrata. Yoshie si girò terrorizzata. «No, davvero non posso. Con la migliore volontà. Ti prego, lasciami andare!» disse entrando in casa e cadendo in ginocchio davanti a Masako. Lei la guardò, rannicchiata sul pavimento come un rospo, la permanente che aveva bisogno di essere rifatta. Non era particolarmente sorpresa, in qualche modo aveva messo in conto questa reazione. «E se ti dicessi che non puoi rifiutare, cosa faresti? Andresti dalla polizia?» Yoshie sollevò il viso e la guardò. Era pallida come un cadavere: «No», rispose scuotendo la testa, «non lo farò». «Ma non puoi restituirmi il denaro, vero? Vale a dire che, benché ti abbia aiutato a pagare la gita scolastica di tua figlia, tu ti rifiuti di fare qualcosa per me l’unica volta che ti chiedo un favore!» «Sì, ma… non è un favore come tanti. Tu mi vuoi fare diventare complice di un omicidio». «Maledizione, è l’unica cosa che ti chiedo!» «Ma è un omicidio!» «Ah, e qualsiasi altra cosa andrebbe bene? Furto o rapimento, per esempio? E dove sta la differenza?» Masako si chiuse nei suoi pensieri e Yoshie sgranò gli occhi confusa e stupita. Poi increspò le labbra in un timido sorriso. «Ma c’è una differenza abissale, lo sanno tutti!» «Come? Chi lo dice?» «Nessuno in particolare, ma nella società umana è semplicemente così!» Masako la osservò in silenzio. L’amica guardava a terra e tentava di sistemarsi con le mani i capelli scomposti. Lo faceva sempre, quando era imbarazzata. «Okay, capisco. Ma almeno aiutami a portarlo dentro. Da sola non ce la faccio a trasportarlo fino in bagno».
«Ma io devo tornare subito a casa…, mia suocera si sarà svegliata!» «Non ci vorrà molto tempo». Masako infilò i sandali del marito e uscì. Pioveva ancora, quindi i passanti erano rari. Inoltre gli operai del cantiere di fronte sembravano essere in pausa, si vedeva solo il mucchio di argilla rossa che avevano scavato. La casa di Masako era strettamente affiancata da altre due abitazioni, ma la sua porta di entrata non era visibile perché si trovava in un angolo morto. Le chiavi della macchina strette in pugno, Masako scrutò velocemente intorno. Sulla strada non c’era anima viva – adesso o mai più. Ma Yoshie non si decideva a uscire. Irritata Masako le gridò: «Che cosa c’è adesso? Mi aiuti sì o no?!» «Soltanto a trasportarlo…» disse Yoshie e uscì riluttante. Masako afferrò un telo di plastica blu che aveva già preparato davanti alla porta. Yoshie continuava a indugiare sotto il porticato. Masako andò alla macchina e aprì il portabagagli. «Oh!» esclamò dietro di lei Yoshie con voce strozzata. Aveva guardato da dietro le sue spalle e visto il cadavere di Kenji, il viso flaccido, gli occhi semiaperti. La saliva, colata fuori dalla bocca in un rivoletto sottile, si era seccata sulla guancia. Braccia e gambe erano rigide, le ginocchia leggermente piegate e le braccia sollevate, con le dita contratte come se avesse cercato di afferrare qualcosa. Il collo, allungato in modo innaturale, mostrava chiaramente i segni rossi dello strangolamento. Masako si ricordò di come Yayoi, la sera prima, aveva sfilato la cintura dal collo di Kenji e se l’era rimessa intorno alla vita. Dietro di lei Yoshie borbottava qualcosa. «Cos’hai detto?» chiese girandosi verso di lei. Yoshie aveva le mani giunte davanti al petto. Alzò un po’ la voce continuando a ripetere: «Namu Aminabutsu, Namu Aminabutsu…» Stava pregando il Buddha. Masako le diede un colpetto sulle mani: «Lascia perdere, attirerai l’attenzione! Aiutami piuttosto a portarlo velocemente in casa». Senza badare all’espressione torva di Yoshie, avvolse con cura il cadavere nel telo di plastica e lo afferrò sotto le ascelle. Con uno sguardo le fece cenno di sbrigarsi. Yoshie lo prese con riluttanza per i piedi e incominciò a tirare. Scambiandosi istruzioni a bassa voce riuscirono a farlo uscire dal portabagagli. Il corpo era rigido, per cui non era difficile da trasportare, ma il suo peso e la posizione che aveva assunto complicavano l’operazione. Le due donne procedevano barcollando. Per fortuna fino alla porta c’erano solo un paio di metri e in breve oltrepassarono la soglia. Senza fiato Masako ordinò: «Fino in bagno, maestra!» Yoshie si tolse le scarpe di tela in ingresso e salì il gradino: «Dov’è?» «Lì davanti, in fondo». In corridoio dovettero fermarsi diverse volte e posare il cadavere per riprendere fiato, ma alla fine riuscirono a portarlo nello spogliatoio. Masako tirò via il telo di plastica e lo stese sul fondo della vasca, perché non voleva che rimanessero tracce nelle fughe delle piastrelle. «Dai, mettiamolo qui!» Yoshie annuì subito, come se avesse rinunciato a opporre resistenza. Lo sollevarono di nuovo e, come aveva progettato Masako, lo adagiarono sul fianco in diagonale, la stessa posizione che aveva avuto nel portabagagli. «Poveraccio, mi dispiace davvero per lui! Una così brutta fine! Di sicuro non gli sarà mai passato per la testa di venire ammazzato proprio dalla moglie, cosa ne pensi? Speriamo che la sua anima trovi pace e possa raggiungere il nirvana senza dover vagare senza fine di qua e di là!» «Già, chi può dire?» «Sei veramente senza cuore!» la biasimò Yoshie. Il tono della voce rivelava che si era un po’ calmata. Masako ne approfittò per chiedere un altro favore: «Vado a prendere le forbici per tagliare i
vestiti. Aiutami a spogliarlo, okay?» «Va bene, e poi?» «Lo taglio a piccoli pezzi e lo butto via». Yoshie tirò un profondo respiro, ma la voce rimase tranquilla: «Credo che abbia qualcosa in tasca». «Sì. Il portafoglio o la tessera dell’abbonamento, forse. Da’ un’occhiata, intanto». Quando Masako tornò dalla camera da letto con le grandi forbici in mano, Yoshie aveva allineato sul gradino del bagno tutto quello che aveva trovato nella tasca di Kenji: un portafoglio di pelle nera dagli angoli logori, un mazzo di chiavi, la tessera dell’abbonamento, un po’ di spiccioli. Masako ispezionò l’interno del portafoglio. C’erano alcune carte di credito e trentamila yen in contanti. Le chiavi dovevano essere quelle della casa di Yayoi. «Dobbiamo far sparire tutto senza lasciare tracce». «E con i soldi cosa facciamo?» «Puoi tenerteli». «Ma sono di Yama-chan, no?» replicò Yoshie e borbottò: «Ma che vada bene ridarli… alla moglie che l’ha ucciso? No, sembrerebbe un po’ strano…» «Esattamente. Tieniteli tu, per il disturbo…» Sul volto di Yoshie apparve un’espressione di sollievo. Masako infilò il portachiavi, il portafoglio vuoto, le carte di credito, l’abbonamento e tutto il resto in un sacchetto di plastica. In quella zona vi erano molti campi e terreni abbandonati dove avrebbe potuto sotterrare quegli oggetti. Nessuno se ne sarebbe mai accorto. Yoshie, con espressione dolente, infilò gli spiccioli nella tasca dei pantaloni. Poi, commossa, mormorò: «Poveretto, l’ha strozzato con la cravatta ancora annodata», e si mise a sciogliere il nodo. Non era facile, perché era molto stretto. Masako perse la pazienza: «Lascia perdere, non c’è tempo per queste cerimonie! Qualcuno potrebbe rincasare in anticipo! Tagliala semplicemente con le forbici!» «Possibile che tu non abbia il minimo rispetto verso i morti?» si irritò Yoshie. «Ti comporti come un diavolo. Mai mi sarei aspettata questo da te, proprio mai!» «Rispetto per un morto?» rispose Masako togliendo le scarpe a Kenji e infilandole in un sacco. «Per me non è altro che una cosa, ecco cos’è!» «Una cosa? Ma che dici? È un essere umano!» «Era un essere umano ma adesso è soltanto una cosa. Ho deciso di considerarlo così». «Questo non è giusto!» Masako non aveva mai visto Yoshie così fuori di sé. La voce le tremava: «E allora la vecchia di cui mi occupo?» «Vive ancora e quindi è un essere umano». «No. Se quest’uomo è una cosa, anche mia suocera è una cosa. E anche noi siamo cose, tutti quanti. Non c’è alcuna differenza». Forse ha ragione, rifletté Masako, colpita dalle parole di Yoshie, e le venne in mente quello che aveva pensato il mattino, quando nel parcheggio aveva aperto il bagagliaio. Albeggiava, pioveva, lei viveva e, proprio perché viveva, continuava a cambiare. Invece il cadavere era rimasto uguale. Perciò aveva cercato di considerarlo solo una cosa. Forse per esorcizzare la paura… Yoshie continuò: «È proprio per questo che non è giusto pensare che un uomo è un uomo finché è vivo, e una cosa una volta morto. Questo è presuntuoso!» «Hai ragione. Ma mi è sembrato più facile». «Facile che cosa?» «Avevo paura, quindi ho cercato di dirmi che era solo una cosa. Ma forse va bene anche così, forse riesco a farlo anche se penso che è un essere umano esattamente come me». «Riesci a fare cosa?»
«A farlo a pezzi». «Ma per l’amor del cielo! Non riesco proprio a capire perché vuoi fare una cosa del genere!» urlò Yoshie. «Verrai punita! Verremo punite entrambe! La punizione divina cadrà su di noi! » «Non importa». «Come? Perché non ti importa?!» Perché voleva sapere quale sarebbe stata la punizione divina, perché voleva fare questa esperienza. Una come Yoshie non era semplicemente in grado di capire questo desiderio e il sentimento che l’aveva portata così lontano. Masako non rispose e incominciò a togliere i calzini neri dai piedi di Kenji. Sfiorò per la prima volta la pelle dell’uomo morto con la mano nuda: era talmente fredda che le venne un brivido. Chissà se sarebbe veramente riuscita a farlo a pezzi. Sarebbe uscito molto sangue, e anche le viscere, una situazione disgustosa. Improvvisamente le venne meno il coraggio del mattino, la volontà di mettersi alla prova. Aveva il cuore in tumulto, stava perdendo il senso della realtà. Riconobbe che guardare e toccare un morto era qualcosa di assolutamente contrario alla natura umana. Yoshie doveva avere pensato la stessa cosa, perché improvvisamente chiese, con un po’ timidezza: «Ascolta, mi fa ribrezzo toccarlo con le mani nude. Non hai dei guanti?» Masako si ricordò dei guanti usa e getta che si era procurata in fabbrica. Andò a prenderli e portò anche i due grembiuli di plastica. Yoshie nel frattempo aveva piegato accuratamente la cravatta e stava sbottonando uno a uno i bottoni della camicia di Kenji. Masako tese i guanti a Yoshie, si infilò l’altro paio e cominciò a tagliargli i calzoni lungo la cucitura. Ben presto Kenji fu completamente nudo. Aveva delle macchie violacee nei punti del corpo che avevano toccato il fondo del bagagliaio, dove il sangue si era fermato. Lo sguardo sul membro raggrinzito, Yoshie mormorò: «Sai, quando è morto mio marito, l’ho spogliato così e l’ho lavato. Forse Yama-chan dovrebbe vederlo ancora una volta, per un ultimo sguardo, l’ultimo saluto, voglio dire. Che sia veramente la cosa giusta andare avanti così?» Indugiava con il grembiule di plastica in mano. Masako era nauseata da tutto quel sentimentalismo: «Macché! È lei che ha voluto così. Se poi in futuro avrà dei rimorsi o che so io, questo è affar suo». Yoshie la guardò impaurita e trasse un lungo sospiro. Masako, infastidita, divenne ancora più crudele: «Prima di tutto gli staccheremo la testa. Non è bello dovere vederlo in fac cia. È fisicamente ripugnante». «Ripugnante… hai un bel coraggio!» «Avrei dovuto dire che la punizione divina ricadrà sulle nostre teste?» «Non proprio, però…» «Dai, allora mostrami che cosa sei capace di fare, maestra!» «Per amor del cielo, no!» Yoshie inorridì. «Non ne sono capace, te l’ho detto». Masako sapeva che dissezionare da sola il cadavere sarebbe stata un’impresa molto faticosa, per cui doveva assolutamente trovare il modo di convincere Yoshie ad aiutarla. Aveva un piano: «Yama-chan ha detto che si sarebbe sdebitata: potremmo avere del denaro. E allora, cosa te ne pare, mi aiuti?» Yoshie sollevò la testa stupita. Un’espressione imbarazzata si fece largo nel suo sguardo vuoto. Masako continuò: «Io ho rifiutato la sua offerta, ma a pensarci bene sarebbe meglio accettare. In ogni caso il pagamento rende la cosa più professionale». «Di che somma si tratta, più o meno?» chiese Yoshie a voce bassa, fissando con timore le pupille opache e sgranate di Kenji. «Quanto vuoi? Tratterò io per te». «Centomila?» «Troppo poco. Cosa pensi di cinquecentomila?»
«Se li avessi, forse potrei cambiare casa…» mormorò Yoshie. «Insomma, stai cercando di farmi abboccare, eh? Per questo mi sventoli i soldi sotto il naso, non è vero?» Proprio così. Tuttavia Masako non rispose, ma si limitò a chiedere ancora una volta: «Mi aiuterai, vero? Ti prego, maestra». «E va bene. Non mi lasci scampo!» Yoshie aveva un tale bisogno di denaro che smise subito di arrovellarsi. Indossò il grembiule di plastica, si tolse i calzini bianchi e si rimboccò in fretta i fuseaux. «Ci sarà sangue da tutte le parti. Meglio che ti togli i pantaloni». Masako ascoltò il consiglio, si liberò dei jeans e prese dei calzoncini dal cesto del bucato nello spogliatoio. Mentre li indossava si vide riflessa nello specchio: non riconosceva quello sguardo cupo e deciso. Si voltò a guardare Yoshie che, al contrario, aveva un’espressione confusa e imbambolata. Tornata in bagno ispezionò il collo di Kenji, cercando il punto in cui sarebbe stato più facile incominciare a segare. Suo malgrado lo sguardo si posò sul grosso pomo di Adamo e si ricordò di quello di Nobuki, che aveva notato quella mattina. Allontanò il pensiero e chiese a Yoshie: «Credi che sia meglio staccare la testa dal corpo con la sega?» «No, la sega si mangia la carne, meglio fare prima un’incisione con un coltello da pesce o da carne. Se non funziona penseremo a qualcos’altro». Yoshie, ormai convinta che si trattava di un lavoro come un altro, prese subito in mano le redini, come quando in fabbrica capeggiava la linea di produzione. Masako corse in cucina e prese il coltello più affilato e la scatola di attrezzi dove c’era la sega. Inoltre avevano bisogno di sacchetti di plastica per la spazzatura. La cosa migliore sarebbe stata infilare nei sacchetti i pezzi via via che li tagliavano. Masako contò la sua scorta: ne aveva un centinaio. Li aveva comprati nel supermercato del quartiere, ma non avrebbero costituito una traccia, perché erano del tipo più comune, quelli raccomandati dalla città di Tokyo. «Per usare i sacchetti doppi, dobbiamo tagliarlo in cinquanta pezzi. Maestra, come è meglio incominciare?» «Per prima cosa dobbiamo segare le articolazioni, poi dobbiamo cercare di affettarlo in pezzi più piccoli possibile», rispose Yoshie esaminando la lama per capire se era ben affilata. Le mani le tremavano impercettibilmente. Masako tastò con le dita le vertebre del collo sotto il pomo di Adamo, vi posò decisa il coltello e tagliò. Arrivò subito all’osso e continuò a tagliare intorno: venne investita da un copioso fiotto di sangue nerastro. Sbigottita dalla grande quantità Masako indietreggiò: «Era la carotide?» «Può essere». In un baleno il telo di plastica fu pieno di sangue. Masako tolse veloce la reticella dal foro di scolo. Il liquido viscoso fluì via gorgogliando. Provò una strana sensazione al pensiero che il sangue di Kenji si sarebbe mischiato con l’acqua delle docce dei suoi familiari, che non avevano niente a che fare con tutto ciò. Le punte dei guanti si erano incollate e non riusciva più a muovere le dita. Yoshie cercò il tubo della doccia, lo collegò al rubinetto e le lavò le mani. Ma l’odore acre del sangue continuò a impregnare il bagno. Segare via la testa fu una cosa semplice. Cadde sul fondo con un tonfo sordo, e il corpo morto di Kenji divenne un oggetto dalla forma strana. Masako infilò un sacco di plastica dentro l’altro, vi imballò la testa e lo appoggiò sul coperchio della vasca. «È meglio se lo facciamo dissanguare», suggerì Yoshie sollevando le gambe del cadavere decollato. Il buco della trachea era vuoto, si scorgeva la carne rossa, mentre dalle arterie continuava a colare il sangue. A quella vista Masako pensò: questa è opera del demonio e noi siamo due demoni. Le si accapponò la pelle ma rimase stranamente calma. L’unica cosa che voleva era riuscire a terminare presto quel lavoro. Sapeva che, se si costringeva a seguire solo la successione delle operazioni, sarebbe riuscita a controllare anche la parte più scoperta dei suoi nervi, quella paralizzata dal terrore.
Con il coltello da pesce tagliò la carne intorno all’attaccatura delle gambe; la lama scivolava sullo strato di grasso giallo. «È esattamente come con un pollo», borbottò Yoshie. Arrivata al femore, Masako puntò il piede sinistro sulla coscia di Kenji e incominciò a segarlo come se fosse un tronco. Ci volle del tempo, ma riuscì a segare le gambe più facilmente di quanto non avesse immaginato. Le articolazioni delle spalle invece presentarono qualche difficoltà, perché non sapeva dove fare le incisioni. Inoltre la morte le aveva irrigidite e questo complicava la faccenda. Sulla fronte di Masako si formarono gocce di sudore. Yoshie era impaziente. «Se non ci sbrighiamo, mia suocera si sveglia!» «Lo so. Ma potresti anche aiutarmi un po’ di più a farlo a pezzi!» «Ma c’è una sola sega!» «Già, avrei dovuto dirti di portarne una da casa!» «In tal caso non sarei neppure venuta», rispose Yoshie stizzita. «Vero anche questo». Masako tentò di trattenersi dal ridere. Erano due sciocche. Stavano lì a stuzzicarsi con quelle idiozie mentre tagliavano a pezzi Kenji, col quale non avevano mai avuto nulla a che fare! Si guardarono per qualche istante, una di fronte all’altra, il cadavere tra di loro e le braccia grondanti di sangue. «Quando vengono a ritirare la spazzatura da voi?» «Il giovedì, cioè domani». «Anche da noi, per cui dobbiamo gettare via tutto domattina. Si può fare solo se tu ti prendi la metà dei sacchi». «Vuoi dire che devo tornare a casa con tutti i sacchi sul manubrio? Non posso portarli tutti!» «Ti porto a casa in macchina». «E allora tutti diranno che è arrivata una macchina rossa e ha scaricato un mucchio di sacchetti di immondizie. C’è sempre qualcuno che spia intorno alla spazzatura!» «È vero anche questo». Masako si accorse di non avere pensato alla difficoltà dello smaltimento dei sacchi e si morse le labbra. «Sbrighiamoci», la sollecitò Yoshie. «Penseremo poi a dove gettarli». «Va bene». Riprese la sega e incominciò a segare le articolazioni delle spalle. Dopo avere eliminato le braccia dovettero occuparsi delle viscere. Masako si fece coraggio, afferrò il coltello e squarciò il cadavere dalla gola fino al pube. Gli intestini grigio cenere penzolarono fuori e immediatamente la puzza delle viscere che incominciavano a marcire e dell’alcol che aveva bevuto Kenji la sera prima riempì la stanza. Le due donne trattennero disgustate il respiro. «Dai, laviamo via tutto». Masako fece segno a Yoshie di togliere il tappo dal foro di scolo, ma subito cambiò idea: non voleva rischiare di ingorgarlo. Decise di infilare anche le viscere nei sacchi. In quell’istante suonarono alla porta e le due donne rimasero impietrite. Erano già le dieci e mezza. «Sarà uno dei tuoi?» domandò spaventata Yoshie. Masako scosse la testa: «Impossibile. A quest’ora non possono essere loro». «Allora fa’ finta di non sentire». Naturalmente. Suonarono ancora un paio di volte, quindi ci fu silenzio. «Chi può essere?» chiese Yoshie senza nascondere l’angoscia. «Ah, sicuramente un rappresentante. Se mi chiederanno qualcosa, dirò semplicemente che dormivo». Masako afferrò di nuovo la sega – la lama era lucida di grasso. Doveva resistere ancora un po’
in quell’inferno e finire quel lavoro diabolico, non poteva tornare indietro, per questo era ormai troppo tardi. 5 Il bagno giapponese è costituito da due ambienti. Nel primo, un’anticamera o spogliatoio, si trovano il lavandino, il tavolo da toilette e un armadio per appendere i vestiti, nel secondo, completamente separato, una vasca da bagno molto profonda e la doccia. Tutti i componenti della famiglia fanno il bagno alla sera, utilizzando la stessa acqua, a una temperatura oltre i 40 °C. Per questo ci si lava prima di entrare nella vasca che viene ricoperta con dei pannelli di plastica o di legno per evitare che l’acqua si raffreddi (N.d.T.).
2. Più o meno nelle stesse ore in cui Yoshie e Masako combattevano la loro disperata battaglia con il cadavere, Kuniko Jonouchi vagabondava in auto senza meta nel centro di Higashi-Yamato. Non c’era nessuno che potesse andare a trovare e con cui parlare, ed era piuttosto depressa per la sua relazione. Parcheggiò nel piazzale della stazione, accanto alla fontana costruita di recente. In quel mattino di pioggia l’acqua zampillante la rese ancora più depressa. Senza senso, completamente senza senso – come tutto del resto – quello che sto facendo, si disse. Raramente si concedeva un esame di coscienza, al massimo una volta all’anno, e non le piaceva per niente. Si voltò più volte a guardare angosciata la cabina del telefono oltre la recinzione di un cantiere davanti alla stazione e continuò a pensare. Era il caso di farsi coraggio e telefonare a Masako per chiederle del denaro in prestito? Dopo una lunga riflessione decise che sì, l’avrebbe fatto, anche se in fondo aveva un po’ paura di quella donna con la quale non si sentiva a suo agio, ma ormai aveva l’acqua alla gola. Doveva riuscire a raggranellare il denaro in giornata, non aveva alternative. Uscì dall’auto e aprì l’ombrello. Un autobus si fermò accanto a lei e il sibilo fragoroso del freno la colse di sorpresa facendola sobbalzare. Il conducente aprì il finestrino e le urlò: «Qui è divieto di sosta, non può parcheggiare!» E lasciami in pace, idiota, pensò fra sé e sé, tuttavia con meno foga del solito. Tornò alla sua Golf – anche quella faceva pietà con la capote afflosciata tutta zuppa di acqua – e avviò il motore. Riprese a guidare soprappensiero nel traffico congestionato della strada principale, senza riuscire naturalmente a trovare un’altra cabina telefonica. A causa della pioggia il traffico era più intenso del solito, e così ben presto si trovò imbottigliata. Ci mancava anche questo! E adesso come avrebbe fatto ad andare avanti? Sospirò, spiando la strada attraverso il parabrezza appannato – anche il ventilatore funzionava male e non si vedeva quasi niente – e le parve di impazzire perché non riusciva a trovare una via di uscita. Al mattino, rientrata dal lavoro, aveva trovato il letto vuoto. Di Tetsuya neppure l’ombra, neanche nelle altre stanze. Evidentemente era furibondo per le sue continue scenate e aveva passato la notte fuori, da qualche parte. Puah, anche se fosse e anche se non dovesse più tornare…, aveva pensato e si era infilata subito nel letto. Stava per addormentarsi quando era squillato il telefono. Alle sette del mattino! Aveva risposto di malumore. Una voce maschile le aveva domandato con un tono di finta cortesia: «Parlo con la signora Kuniko Jonouchi? Mi scusi per averla disturbata così presto!» «Sì, sì, chi parla?» «Qui è l’agenzia Milione». Kuniko represse un grido. Di colpo fu di nuovo sveglia. Come aveva potuto dimenticare una cosa così importante? Aveva incominciato a maledirsi, mentre l’uomo impassibile continuava a recitare la sua solita parte: «Le ho telefonato perché ovviamente lei pare avere dimenticato. Ieri era il venti, il termine ultimo per il pagamento, ma lei non ha ancora provveduto a versare la somma sul conto corrente. Immagino che sappia qual è l’importo dovutoci. A ogni modo glielo ripeto. Si tratta della quarta rata, cinquantacinquemiladuecento yen. Se oggi non provvederà a versare il denaro, dovremo applicarle l’interesse di mora, e passeremo personalmente a ritirarlo. La preghiamo di provvedere». La telefonata proveniva da una finanziaria privata. Kuniko da diversi anni era tormentata dalle rate, doveva ancora finire di pagare l’automobile e aveva anche un grosso debito con la banca. L’anno precedente si era accorta che riusciva a pagare soltanto gli interessi, senza intaccare il debito. Era riuscita, facendosi dare un anticipo sullo stipendio, a pagare l’ultima rata, ma ovviamente avrebbe dovuto restituire anche quei soldi. Insomma il debito era raddoppiato, e sarebbe finita sulla lista nera
dei creditori, sia nell’azienda in cui lavorava sia per quanto riguardava la banca. In questa situazione disperata si era recata in una finanziaria, cedendo all’invitante slogan pubblicitario: «Fai fatica a pagare a fine mese? Vieni subito a trovarci!» Era entrata in un circolo vizioso. Una donna di una certa età, dall’aria falsamente gentile, le aveva sussurrato: «Immagino le sue difficoltà». E le aveva prestato trecentomila yen – era bastato esibire la patente e il nome dell’azienda in cui lavorava il marito. Era riuscita a pagare la somma dovuta alla banca e anche le rate. Però ora c’erano i debiti con la finanziaria. Mai avrebbe creduto che per trentamila yen avrebbero preteso il quaranta per cento di interessi. Ma Kuniko aveva dovuto adattarsi: per sopravvivere non le rimaneva che accontentarsi di una soluzione temporanea, senza pensare al futuro. Era riuscita comunque a restituire l’intera somma chiedendo un prestito a Tetsuya. La donna allora le aveva fatto una nuova offerta: «Se vuole le posso dare cinquecentomila». E naturalmente Kuniko aveva accettato. Aveva guardato nella scatola di biscotti in cui nascondeva il contante. Rimanevano soltanto gli spiccioli. Possibile che avesse speso tutto? Aveva preso dalla borsa il portafoglio, un falso Gucci, e lo aveva aperto. Il mese stava per finire, non conteneva che un biglietto da diecimila e uno da mille. Non rimaneva che cercare Tetsuya e farsi dare del denaro. «Dove si sarà cacciato?» Kuniko aveva sfogliato l’agendina e telefonato all’azienda in cui lavorava Tetsuya, ma era troppo presto, in ufficio non c’era ancora nessuno. Meglio così, la telefonata l’avrebbe messo in guardia e non si sarebbe più fatto vedere. Kuniko aveva cominciato a innervosirsi. Se non avesse pagato in giornata sarebbero di sicuro arrivati in casa un paio di delinquenti, magari yakuza, a minacciarla: questo era ciò che più temeva, perché nonostante l’apparente sfrontatezza era paurosa come un coniglio. Era corsa in camera da letto e aveva aperto il cassetto inferiore del comò dove di solito nascondeva un po’ di soldi per i casi di emergenza. Ma per quanto avesse frugato tra reggiseni, biancheria intima e tutto il resto non era riuscita a trovare niente. Non era rimasto nulla. Assalita da un brutto presentimento aveva aperto gli altri cassetti e gli stipi: tutti i vestiti di Tetsuya erano spariti. Ci volle del tempo prima che si rendesse conto che se ne era andato e che per vendetta si era preso tutto il denaro che c’era in casa. Di dormire non se ne parlava neppure. Era salita in macchina ed era corsa al bancomat di fronte alla stazione. Lì aveva avuto la conferma che sul conto corrente comune non c’era più uno yen. Tetsuya si era preso tutto. Così non sarebbe riuscita a pagare neppure l’affitto. Era talmente furiosa che aveva cominciato a strapparsi i capelli. Kuniko riuscì infine a uscire dall’ingorgo, svoltò a sinistra a un semaforo e raggiunse un quartiere di case a schiera a un piano di recente costruzione. Le saltò subito all’occhio una cabina telefonica nuova di zecca. Posteggiò e corse verso la cabina senza neppure aprire l’ombrello. «Pronto, è la Max? Vorrei parlare con il signor Jonouchi dell’ufficio commerciale». La risposta le gelò il sangue nelle vene: «Mi spiace, ma il signor Jonouchi si è licenziato il mese scorso». Tetsuya l’aveva fregata! L’uomo che lei considerava un idiota, un tanghero, una vera nullità! L’ira le salì alla tesa, sbatté a terra il lacero elenco telefonico e si mise a calpestarlo con le scarpe fradice di pioggia. Le pagine sottili si strapparono e i pezzi di carta volarono in ogni angolo della cabina. Non contenta tirò con tutte le forze la cornetta, cercando di staccarla. Nonostante ciò non riusciva a calmarsi. Bestia! Carogna! Che cosa doveva fare adesso? Dove poteva nascondersi se venivano a prendersi i soldi? Masako era la sua unica speranza di salvezza. Doveva pregarla di prestarle qualcosa, decise Kuniko. In fondo anche Yoshie aveva fatto la stessa cosa quella mattina. E quindi… Se Masako non l’avesse aiutata, sarebbe stata una cattiveria pura e semplice! Kuniko era abituata a considerarsi il centro del mondo e di conseguenza le pareva ovvio che dovesse prestare dei soldi anche a lei.
Inserì di nuovo la carta telefonica e fece il numero di Masako. Ma non successe nulla – possibile che il telefono fosse rotto? Per quanto continuasse a inserire la scheda, questa veniva regolarmente respinta. Kuniko schioccò la lingua, si rassegnò e decise di andare direttamente a casa di Masako. Non doveva essere troppo lontana. C’era andata solo una volta e non ricordava bene dov’era, ma in qualche modo l’avrebbe trovata. Risalì in auto e imboccò la Shin-Oume-Highway sulla destra del vasto quartiere residenziale. La casa di Masako era piccola ma di costruzione relativamente recente, progettata secondo i desideri dei proprietari. Kuniko era invidiosa: se avesse potuto averne una lei! Ma, a giudicare da come Masako si vestiva, certamente l’arredamento non poteva essere lussuoso, si consolò senza pensare che andava lì per chiederle un prestito. Lì di fronte, dove una volta c’era un campo, avevano avviato un cantiere edile. Kuniko fermò l’auto davanti a un cumulo di argilla, scese e si avvicinò alla casa di Masako. Davanti alla porta era appoggiata una bicicletta che le sembrò di riconoscere. La maestra! La maestra era da Masako. Evidentemente Yoshie era già arrivata a battere cassa, concluse Kuniko in fretta e si irritò. Era sicura che Yoshie non aveva un bisogno così impellente di denaro come lei – probabilmente non aveva una scadenza di pagamento proprio oggi! Avrebbe chiesto a Masako di fare il prestito a lei per prima! Sì, avrebbe fatto così. Kuniko suonò alla porta ma non ebbe risposta. Suonò di nuovo, ma dall’interno non proveniva alcun rumore. Che fossero uscite? Ma allora la Corolla di Masako non sarebbe stata davanti alla porta! E la bicicletta di Yoshie! Strano. Che si fossero addormentate? Le venne in mente persino quest’idea, dal momento che anche lei era stanca morta. No, Yoshie aveva la suocera ammalata che l’aspettava, non poteva certo perdere tempo schiacciando pisolini a casa delle amiche! Diffidente, Kuniko fece il giro della casa riparandosi dalla pioggia con l’ombrello. Dal giardino poteva guardare nella stanza oltre la veranda, probabilmente il soggiorno. Era silenzioso e immerso nell’oscurità. Ma al di là della tendina di pizzo si intravedeva il corridoio, e in fondo a questo una luce. Forse erano lì dietro e non avevano sentito suonare. Decise di ritornare alla porta costeggiando l’altro lato della casa. Scorse una luce in quello che poteva essere il bagno. Quando si avvicinò udì le voci soffocate di Yoshie e Masako. Che diavolo stavano facendo? Infilò la mano attraverso la griglia di alluminio e bussò al vetro della finestra. «Ehi, sono io, Kuniko». Oltre il vetro si fece improvvisamente silenzio. «Scusami, Masako, sono venuta a chiederti un favore. C’è anche la maestra, vero?» Dopo alcuni istanti di silenzio la finestra si aprì di scatto e apparve il volto di Masako. Aveva un’espressione cupa: «Cosa fai qui? Che cosa vuoi?» «Devo chiederti un piacere», rispose Kuniko col tono più implorante e gentile che poteva. Doveva suscitare la compassione di Masako per ottenere del denaro in prestito. Le occorrevano almeno cinquantacinquemiladuecento yen, no, assolutamente di più – si poteva fare cifra tonda – altrimenti come avrebbe fatto a sopravvivere? «Quale favore?» «Qui non posso parlare…» rispose Kuniko accennando con la testa agli edifici intorno. Una piccola finestra della casa accanto, probabilmente quella del bagno, era leggermente aperta. «Non è il momento adatto, sono impegnata. Dai, dimmi!» la sollecitò Masako impaziente. «Ma…» Solo allora Kuniko divenne sospettosa e incominciò a chiedersi che cosa facessero Yoshie e Masako lì dentro. Percepiva un vago odore dolciastro, poco gradevole. Fiutò, dilatando le narici, ma
in quell’istante Masako chiuse frettolosamente la finestra. «Aspetta per favore, Masako!» Kuniko non voleva cedere, premeva il vetro cercando di aprire dall’esterno. Doveva assolutamente costringerla ad ascoltare: «Sono veramente nei pasticci!» «Va bene. Passa di là, ti apro la porta». Possibile che le desse fastidio che i vicini la sentissero? In ogni caso Kuniko si tolse un peso dal cuore quando Masako si dette per vinta. Sospirò di sollievo. Ma prima che Masako le chiudesse la finestra sul naso fece in tempo a sbirciare all’interno della stanza da bagno e vide qualcosa di molto strano. Il cuore cominciò a batterle furiosamente. Qualcosa che sembrava un mucchio di pezzi di carne. Che stessero disossando lì dentro la carne per il pranzo? Ma ce n’era una quantità immensa! Inoltre quelle operazioni non si facevano in bagno… strano, molto strano! E Yoshie non si era fatta vedere per tutto il tempo, eppure doveva essere lì, e anche il comportamento di Masako era singolare. La testa leggermente inclinata, rimase in attesa davanti alla porta, ma Masako non veniva ad aprire. Kuniko era sulle spine. Tornò sotto la finestra del bagno e si mise ad ascoltare: sciacquio d’acqua. Adesso sembrava che lavassero qualcosa. Inoltre continuavano a parlottare. Doveva assolutamente sapere che cosa stavano facendo. Non capiva perché, ma sentiva l’odore dei soldi. A un tratto udì che qualcuno usciva dal bagno. Corse di nuovo davanti all’ingresso, assunse la sua espressione più innocente e si mise ad attendere. Finalmente Masako, in Tshirt e calzoncini corti, socchiuse la porta. Si sciolse i capelli che aveva raccolto in una coda di cavallo. Il suo atteggiamento era ancora più insolente di quando si erano salutate la mattina presto alla fine del turno. Kuniko indietreggiò leggermente. «Allora, cosa c’è?» «Posso entrare un attimo?» «Perché? Che cosa vuoi?» Era ancora possibile fare fiasco. Kuniko cercò di tirare fuori la sua vocina più dolce e disse: «Mi è difficile dirlo qui fuori». «Va bene, entra». Masako spalancò la porta con aria rassegnata. Kuniko entrò e si guardò intorno. Non esattamente spazioso, ma pulito e in ordine. Però disadorno, senza un quadro o un mazzo di fiori. Molto simile a Masako! «E allora?» Masako le si mise davanti in tutta la sua statura, come a dire: fino qui e poi basta, impedendole di guardare oltre. Una volta di più ebbe la sensazione che la respingesse e sentì l’odio crescere in sé. «Scusami, se te lo chiedo così, ma potresti prestarmi un po’ di soldi? Ieri dovevo pagare una rata, ma mi sono completamente dimenticata, e adesso non ho più neanche uno yen!» «Ma ti resta sempre un uomo, chiedi a lui!» «Già, dici bene! Se l’è squagliata e si è portato via tutti i soldi che avevamo in casa!» «Squagliata?» disse Masako, e le sue guance contratte sembrarono rilassarsi un po’. Come se ne accorse, Kuniko si sentì di nuovo invadere dall’odio. Ma non poteva assolutamente permettersi di darlo a vedere. Con aria afflitta, a testa china, rispose: «Proprio così! Sparito senza lasciare tracce! E adesso non so più cosa fare!» «Ah, e quanto ti servirebbe?» «Cinquantamila, ma mi accontenterei anche di quarantamila». «Qui non ho tutti quei soldi, dovrei andare in banca». «Non potresti farlo? Ti prego». «Così all’improvviso è impossibile». «Ma alla maestra hai prestato qualcosa!» ribatté disperata Kuniko. Ma Masako aggrottò le sopracciglia: «Parliamoci chiaro: non credo che potrai restituirmeli». «Sì che potrò», mentì Kuniko. Sembrava che le sue suppliche incominciassero a fare effetto su Masako che si mise a pensare, la mano sotto il mento. Sotto le unghie c’era qualcosa di rosso scuro
che sembrava sangue. Kuniko trasalì. «Ma oggi proprio non posso. Se puoi aspettare fino a domani, forse ti potrò aiutare». «Domani è troppo tardi! Se non pago oggi verranno quei delinquenti!» «Per questo non posso farci niente, sei tu la sola responsabile!» A questo punto Kuniko tacque. Masako aveva ragione, ma possibile che dovesse sempre chiamare le cose con il loro nome, per una volta avrebbe anche potuto avere un po’ di tatto! Improvvisamente, da qualche parte alle spalle di Masako, giunse la voce di Yoshie. «Scusa se mi intrometto, ma potresti anche prestarle qualcosa, no? In fondo è una compagna!» Masako si voltò verso Yoshie con aria furibonda. Non sembrava che fossero state le sue parole a farla arrabbiare, quanto piuttosto semplicemente il fatto che si fosse presentata lì, davanti a loro. Yoshie era vestita come in fabbrica, ma le occhiaie scure ora erano molto più visibili. Si sarebbe detto che fosse giunta alla fine delle sue forze. Non aveva più dubbi, quelle due stavano combinando qualcosa e non volevano che lei lo sapesse. Kuniko capì che doveva cogliere l’occasione al volo: «Cosa stavate facendo?» Masako non rispose. Yoshie distolse frettolosamente lo sguardo. Kuniko incalzò: «Che cosa facevate nel bagno?» «E tu che cosa credi?» Lo sguardo di Masako era perfido e a Kuniko venne la pelle d’oca. Non le succedeva mai. «Ma… non so». «Hai visto qualcosa?» «Sì, certo. Qualcosa che sembrava carne». «Adesso ti mostro. Vieni!» Yoshie, stupefatta, lanciò un gridolino di protesta. Masako afferrò con forza Kuniko per il polso. Il coniglio pauroso nascosto in lei le bisbigliò: presto, svignatela più in fretta che puoi! Ma la vocina venne zittita dalla curiosità di vedere di cosa si trattava e dalla speranza di riuscire a cavarne qualche yen. Si sentiva tirata da due parti e la sensazione, che provava per la prima volta in vita sua, era quasi di piacere. Yoshie afferrò il braccio di Masako: «Ascolta, ma sai quello che fai? Sei sicura di non sbagliare?» «Sì, ci può aiutare». «In ogni caso ti ho avvertita!» replicò Yoshie immusonita, ma sembrava piuttosto una richiesta di aiuto. Nervosa, Kuniko si rivolse a Yoshie: «Aiutare a fare che cosa, maestra?» Yoshie non rispose, chinò la testa e rimase a braccia conserte. Masako, sempre tenendo Kuniko per il polso, se la tirò dietro per tutto il corridoio fino in bagno. Lei la seguì zampettando senza opporre resistenza. Quando, infine, vide una gamba umana in fondo alla vasca illuminata a giorno, fu sul punto di svenire. «Che… che cosa è?!» «Il marito di Yama-chan», rispose Masako soffiando fuori lentamente il fumo della sigaretta che si era appena accesa. Kuniko ricordò i grumi di sangue secco sotto le unghie di Masako e l’odore dolciastro, e le venne da vomitare. Si coprì la bocca con la mano e riuscì a fatica a reprimere i conati. «Ma perché? Perché?!» Non riusciva a credere ai propri occhi, le sembrava uno scherzo di cattivo gusto, un baraccone degli orrori allestito dalle due compagne apposta per spaventarla. «È stata Yayoi a ucciderlo», spiegò Yoshie sospirando. «Ma perché voi gli fate questo?» Masako si voltò innervosita: «Ho deciso che si tratta semplicemente di un lavoro». «Ma questo non è un lavoro! È…»
«È un lavoro!» la interruppe bruscamente Masako. «E se vuoi avere i soldi, devi collaborare!» La parola “soldi” attivò un altro circuito nel cervello di Kuniko. «Cosa vuol dire collaborare… Che cosa dovrei fare?» «Quando avremo finito di farlo a pezzi e l’avremo messo nei sacchetti della spazzatura, dovrai solamente andare a buttarli via, questo è tutto». «Davvero devo solo gettarli via?» «Sì». «E quanto mi darete?» «Quanto vuoi? Ne parlerò con Yama-chan. Tu in cambio però dovrai collaborare. Sarai nostra complice. Non ti dovrai lasciare sfuggire una sola parola, con nessuno!» «Lo so, è chiaro», disse Kuniko. Non poteva fare altrimenti e si accorse con stupore di essere caduta nel tranello ordito da Masako per indurla al silenzio.
3. Dopo aver lasciato la fabbrica prima delle compagne, Yayoi Yamamoto pedalava riparandosi dalla pioggia sotto il vecchio ombrello rosso. La luce penetrava attraverso la stoffa sottile proiettando sulle sue braccia nude un alone rosato – un colore gioioso, confortante. Forse anche le sue guance brillavano di quella luce, pensò Yayoi, come quelle di una ragazza. Fuori dall’alone, che si muoveva al ritmo lento delle sue pedalate, tutto il resto era cupo e minaccioso, pieno di ombre scure: l’asfalto nero di pioggia, gli alberi ai due lati della strada e le case ancora addormentate dietro alle persiane chiuse. Sotto il suo ombrello tutto era rosa, tuttavia il mondo esterno si era trasformato in un paesaggio minaccioso che la stringeva da ogni lato. Non riusciva a smettere di pensare che era il mondo che doveva affrontare dopo l’omicidio di Kenji. Yayoi si ritrasse sotto l’ombrello, come se volesse scacciare quell’immagine. Ricordava ancora perfettamente come lo aveva ucciso. L’aveva assassinato con le sue mani, lo aveva strangolato. Eppure via via si rafforzava in lei l’illusione che Kenji fosse sparito chissà dove. Non le venne in mente che il suo era solo un tentativo di costruirsi una comoda falsa verità. Perché ormai era passato tanto tempo da quando l’anima di Kenji se ne era andata da casa, da lei e dai suoi figli. Quella fantasia la aiutava a superare la realtà, la consapevolezza di aver ucciso il marito. L’ombrello di nylon, ormai zuppo di pioggia, era diventato pesante e Yayoi lo abbassò. Uscì dal mondo rosato e contemplò le piccole case tutte uguali, allineate l’una accanto all’altra, tornare lentamente alla loro consueta tinta. Si lasciò bagnare dalla pioggia sottile e ben presto i suoi capelli furono grondanti. Le sembrò di essere rinata, animata da un nuovo coraggio. Arrivata al muro di cemento all’angolo della strada in cui abitava ripensò alla sera precedente, quando era rimasta lì ad aspettare che Masako arrivasse. Masako non l’aveva piantata in asso, l’aveva aiutata. Non avrebbe mai dimenticato quell’emozione per quanto a lungo fosse vissuta. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per Masako. Era sicura che con lei il cadavere di Kenji era in buone mani, che l’amica avrebbe fatto in modo che tutto filasse liscio. Le aveva tolto un bel peso dalle spalle. Aprì la porta ed entrò nella penombra. Forse per la presenza dei piccoli, la sua casa aveva il tenero, familiare odore di un cucciolo addormentato al sole. Ormai quella casa apparteneva soltanto a lei e ai suoi adorati bambini. Tirò un sospiro di sollievo. Kenji non sarebbe più tornato. Era morto, ma nessuno doveva accorgersi che lei lo sapeva, doveva stare molto attenta. Sarebbe riuscita a interpretare bene la parte della moglie preoccupata per la scomparsa del marito? Questa era la sua più grande preoccupazione, ora. Quando ripensò alla faccia del marito morto, il collo stretto dalla cintura, proprio lì nell’ingresso, si sentì di nuovo favolosamente, assolutamente diabolica. «Ti ho beccato, ben ti sta!» pensò. Non si era mai servita di espressioni così ignobili e odiose: da dove le veniva quella bramosia selvaggia, come se stesse cacciando un piccolo animale nella prateria? Una sensazione strana per chi come lei non aveva esperienza di caccia! Possibile che lei fosse veramente così, che quella fosse la sua reale natura? Si tolse le scarpe guardandosi intorno e controllando freddamente che non fosse rimasta qualche traccia di Kenji. Aprì l’armadietto in cui riponevano le scarpe, domandandosi quale paio avesse calzato Kenji al momento della morte. Mancavano quelle nuove e questo la tranquillizzò. Non perché lui se ne era andato almeno con le scarpe nuove, ma perché aveva risparmiato a Masako il fastidio di maneggiare dei vecchi stivali schifosi. Per prima cosa andò in camera da letto per dare un’occhiata ai bambini. Si rassicurò vedendo che entrambi erano ancora profondamente addormentati. Rimboccò la coperta di cotone del più piccolo e solo allora provò un lieve rimorso per aver loro sottratto il padre per sempre.
«Ma papà era così cambiato. Non era più il papà di una volta», bisbigliò. All’improvviso Takashi, il più grande, che aveva cinque anni, sbatté gli occhi inquieto e la cercò con lo sguardo. Yayoi, colta alla sprovvista, sussultò dallo spavento ma si riprese subito e, accarezzandogli affettuosamente la schiena, disse: «La mamma è tornata, va tutto bene. Continua a dormire tranquillo». «C’è anche papà, vero?» «No, papà non è ancora tornato». Takashi, irrequieto, avrebbe voluto alzarsi, ma Yayoi continuò ad accarezzarlo sulla schiena fino a quando non si riaddormentò. Considerando tutto ciò che l’aspettava, pensò che fosse meglio anche per lei riposare un po’ e si infilò sotto le coperte sul futon accanto a quello dei figli. Non credeva che sarebbe riuscita veramente a dormire, ma non appena sfiorò con la mano il livido sullo stomaco la stanchezza le piombò addosso e si addormentò di colpo. «Mamma, mamma, dov’è Milky?» Yukihiro, il più piccolo, era piombato sul suo futon. Yayoi, che vagava nel mondo dei sogni, venne riportata alla realtà. Guardò irritata l’orologio: erano già passate le otto. Avrebbe dovuto accompagnare i bambini all’asilo prima delle nove. Si era coricata vestita ed era in un bagno di sudore – che fosse tornato il caldo? Si asciugò la fronte con la mano. «Mamma, Milky non c’è più!» protestò di nuovo Yukihiro. «Ah, davvero? Sei sicuro di averlo cercato bene?» Ripiegò i futon e incominciò a riordinare, pensando a quanto era accaduto la sera precedente. Finalmente si ricordò che il gatto era scappato quando, dopo aver ucciso Kenji, aveva socchiuso la porta. Strano, tutto le sembrava così incerto e lontano, come il ricordo di un remoto passato… «Ti ho detto che non c’è da nessuna parte!» piagnucolò Yukihiro. Era un piccolo monello, ma era molto affezionato al gatto. Yayoi si mise a chiamare il figlio maggiore, perché badasse al fratellino. «Dove sei Takashi? Aiuta Yukihiro a cercare Milky!» Takashi, in pigiama, aveva un’espressione cupa in volto: «Papà è già andato a lavorare?» Era da molto tempo che Kenji, che rientrava sempre tardi dal lavoro, dormiva nella piccola camera vicino all’ingresso. Evidentemente Takashi, appena alzato, doveva essere andato a guardare. «No, sembra che si sia fermato fuori. Ieri sera non è tornato a casa…» «Non è vero, è tornato invece!» Spaventata Yayoi lo guardò in faccia. Per essere un maschietto aveva incarnato pallido e lineamenti delicati. Sembrava preoccupato. Notando una volta di più quanto le somigliasse, chiese: «E quando mai?» Si accorse che la voce le tremava. Sapeva che questa era solo una piccola prova, un saggio di quello che avrebbe dovuto affrontare. «A che ora non lo so», rispose Takashi, «ma ho sentito dei rumori, come se fosse tornato». «Ah, dei rumori? Forse ero io che mi stavo preparando a uscire, mi avrai scambiato per papà. E adesso sbrigati, se no facciamo tardi!» «Sì, ma…» Takashi non era ancora soddisfatto, ma Yayoi smise di occuparsene e si dedicò al piccolo Yukihiro che continuava a cercare il gatto sotto il divano e sotto gli armadietti della cucina: «Ci pensa mamma più tardi a cercare Milky. Sbrigati che dobbiamo andare!» Preparò velocemente la colazione, fece indossare l’impermeabile ai bambini, li caricò uno davanti e l’altro dietro sulla bicicletta e li portò all’asilo. Finalmente libera, ora non sapeva cosa fare: aveva una gran voglia di telefonare a Masako per sapere come era andata – no, forse era meglio andare fino da lei e vedere di persona. Ma Masako le aveva ordinato di attendere la sua telefonata. Yayoi si rassegnò e tornò a casa per la strada più breve. Nel vicolo prima della sua strada incontrò una donna di mezza età che, proteggendosi dalla pioggia con un ombrello, stava pulendo intorno ai raccoglitori per l’immondizia. Imprecando contro i
vicini, raccoglieva la spazzatura sparpagliata intorno al contenitore. A Yayoi non rimaneva altro da fare che salutarla cordialmente: «Buongiorno! Lei si prodiga come sempre per tutti!» La donna la riconobbe e le fece una domanda che non si aspettava: «Ah, guardi là dietro! Non è il suo gatto?» Indicò un palo della luce dietro al quale era raggomitolato un gatto bianco. Senza dubbio era Milky. «Oh, è vero! Vieni, Milky, vieni qui». Yayoi allungò la mano, ma il gatto si ritrasse e miagolò impaurito. «Vieni, Milky, torna subito a casa! Sei già bagnato fradicio!» Il gatto corse via. «Ma chissà cosa avrà? È proprio strano!» commentò meravigliata la vicina. La presenza della donna innervosiva Yayoi, che tuttavia continuò a chiamare il gatto: «Milky! Fa’ il bravo, dove ti nascondi? Milky! Vieni…» Ma il gatto era ormai scomparso per sempre nella pioggia. Come Kenji non sarebbe più tornato. Yayoi desistette. La vita di Yayoi non aveva un ritmo normale: quando tornava a casa al mattino dopo il turno, preparava la colazione per il marito e i bambini e mangiava con loro, quindi accompagnava i piccoli all’asilo e poi finalmente poteva dormire in pace. Il turno di notte non era mai stato la sua massima aspirazione, ma con due figli sulle spalle non aveva altre possibilità. Prima o poi avrebbe dovuto prendersi dei giorni di riposo a causa di qualche malattia infantile o cose del genere, e nessuna ditta sarebbe stata disposta ad assumerla a tempo pieno. Aveva anche provato a lavorare part-time come cassiera in un supermercato, ma era stata licenziata molto presto perché non poteva lavorare di domenica ed era rimasta a casa diverse volte perché i bambini si erano ammalati. Il turno di notte era fisicamente stressante, ma la paga oraria era più alta e aveva il vantaggio di andare a lavorare in pace quando i bambini dormivano. Inoltre aveva avuto la fortuna di trovare delle amiche come Masako e Yoshie… Ma ormai non poteva più contare sullo stipendio del marito. Come sarebbe andata avanti? Però, si disse, in fondo era lo stesso, se considerava tutte le difficoltà economiche che aveva avuto negli ultimi mesi. In qualche modo sarebbe riuscita a risolvere il problema. Dalla sera precedente si sentiva più forte e sicura di se stessa. Avrebbe preferito fare subito la sua telefonata preoccupata all’ufficio di Kenji, in modo da non doverci pensare più. Ma era troppo presto e avrebbe potuto suscitare dei sospetti. Allora, per ingannare il tempo, decise di comportarsi come al solito, ingoiò mezza pastiglia di sonnifero e si mise a letto. Tuttavia questa volta fece fatica ad addormentarsi. Quando alla fine si assopì sognò Kenji, ancora vivo, coricato accanto a lei. Tutta sudata continuava a girarsi di qua e di là. La svegliò lo squillo lontano del telefono. Forse era Masako! Saltò su un po’ stordita: l’effetto della pillola non era ancora scomparso e le provocò una leggera vertigine. «Mi chiamo Hirosawa, suo marito è a casa?» Era un impiegato della piccola ditta di costruzioni dove lavorava Kenji. È arrivato il momento, pensò Yayoi sospirando profondamente. «No, non è venuto a lavorare?» «No, non è ancora arrivato…» La voce dell’uomo sembrava confusa e allarmata. Yayoi si voltò e guardò l’orologio alla parete del soggiorno. Era l’una del pomeriggio passata da poco. «Voglio essere sincera: ieri non è tornato a casa per niente. Non so dove abbia passato la notte, ma speravo che fosse venuto direttamente a lavorare. Non ho osato telefonare in ditta per chiedere informazioni, perché non volevo che andasse su tutte le furie. Non sapevo proprio cosa fare…» «…già, capisco», rispose bruscamente Hirosawa, che evidentemente si sentiva in qualche modo solidale con il compagno. «Immagino la sua preoccupazione!» «Sì, in realtà è la prima volta che mi succede qualcosa del genere, e non so proprio come comportarmi. Stavo giusto pensando se non fosse meglio telefonare…» Yayoi si ricordò che Hirosawa
era il direttore commerciale, il diretto superiore di Kenji, e, mentre pensava al suo aspetto magro ed emaciato, dovette fare uno sforzo per continuare a recitare la parte della moglie in bilico tra la vergogna e l’ansia. «Non se la prenda troppo. Probabilmente ha esagerato con il bere e adesso starà smaltendo la sbornia da qualche parte. È vero che Yamamoto non è mai stato assente senza giustificazione, ma non si tratta che di una scappatella. Non si deve preoccupare per così poco: lo sappiamo tutti, troppo stress e prima o poi uno non ce la fa più!» «Ma senza avvertire a casa?» ribatté con veemenza Yayoi. Hirosawa, imbarazzato, bofonchiò qualcosa e poi tacque. «E adesso io cosa dovrei fare?» «Ascolti, signora Yamamoto, provi ad aspettare ancora fino a questa sera, e se non riceverà notizie sarà meglio che ne denunci la scomparsa». «Dove dovrò fare la denuncia? Al posto di polizia qui nel quartiere?» «No, non credo che sia di loro competenza. Facciamo così: io mi informo e lei, signora, rimanga a casa e aspetti che la richiami. Non si preoccupi troppo, signora Yamamoto, sono sicuro che si chiarirà tutto. A volte gli uomini si comportano in modo sciocco, ma non può essere sparito senza lasciare tracce». La conversazione con Hirosawa era finita. Yayoi si guardò intorno nella casa silenziosa e si rese conto che aveva finalmente smesso di piovere. Si accorse di avere fame. Non aveva mangiato nulla dalla sera precedente. C’era ancora del riso nel bollitore e lo mescolò con gli avanzi della colazione dei bambini, ma appena si mise di fronte al piatto sentì che non avrebbe potuto buttare giù niente. Stava ancora rigirando i bastoncini nel riso quando il telefono squillò di nuovo. «Signora Yamamoto? Sono ancora io, Hirosawa». «Ha qualche novità?» «Senta, qui in ditta saremmo propensi ad aspettare fino a domani mattina. Che ne dice?» «Capisco», rispose sospirando. «Sarebbe increscioso mettere in allarme tutto il mondo per niente, vero?» «No, non per questo, semplicemente per il momento ci sembra la cosa migliore. Se domani mattina non sarà ancora rientrato, dovrà telefonare alla polizia perché nel peggiore dei casi potrebbe anche avere avuto un incidente». «La polizia?» «Sì. Chiami il centodieci». Dunque il giorno seguente prima di mezzogiorno avrebbe dovuto denunciare la scomparsa di Kenji alla polizia. Perché sapeva che non sarebbe mai tornato a casa. «Ma io sono preoccupata, voglio chiamare questa sera!» «La polizia?» «Sì. Provi a immaginare: se ha davvero avuto un incidente, ora probabilmente si trova tutto solo in un ospedale qualsiasi! No, non riesco proprio a darmi pace, una cosa del genere non mi è mai successa prima!» «Va bene, se questo la può fare sentire meglio, chiami pure la polizia. Ma vedrà che fra poco tornerà a casa con la coda tra le gambe!» No, questo non succederà, né ora né mai, puoi starne certo! rispose mentalmente a Hirosawa, e decise che avrebbe telefonato alla polizia in giornata. Così avrebbe rafforzato l’impressione di essere sconvolta per la scomparsa del marito. D’un tratto Yayoi era diventata una fredda calcolatrice. Poco dopo le quattro, mentre cominciava a prepararsi per andare all’asilo a prendere i bambini, suonò il telefono. «Sono io», annunciò una voce bassa e dura. Era Masako.
Yayoi si sentì sollevata, ma la assalì anche la preoccupazione che qualcosa non fosse andato liscio. In preda all’angoscia chiese: «Com’è andata?» «Sta’ tranquilla, finito tutto. Solo che la situazione è un po’ cambiata». «In che senso?» «Oltre alla maestra mi ha aiutato anche Kuniko». Yayoi era rassegnata all’idea che l’amica avesse confidato l’accaduto a Yoshie, ma non si sarebbe mai aspettata che lo rivelasse anche a Kuniko. In fabbrica erano delle buone compagne, questo era vero, tuttavia non si fidava dell’ambiziosa Kuniko. Improvvisamente ebbe paura. «Kuniko? Credi davvero che possiamo fidarci di lei? E se si lasciasse sfuggire qualcosa?» «Proprio per questo. È arrivata all’improvviso e ci ha scoperte nel bel mezzo del lavoro. Allora mi è stato chiaro che lei sapeva già troppo: che tuo marito ti ha malmenato e che si è giocato tutti i vostri risparmi a baccarat. E se ne avesse parlato con la polizia avrebbero immediatamente sospettato di te». Era esattamente così, pensò Yayoi impallidendo. Bastava sciogliere i fili uno alla volta e tutto si sarebbe spiegato da sé. Ma quando la sera prima si era confidata con le amiche, non aveva ancora pensato – non si era neppure sognata – di uccidere Kenji. Masako aveva ragione, era esattamente come aveva detto. Doveva fidarsi di lei. «Ci ha visto al lavoro, e così ho dovuto costringerla a collaborare. Ma c’è anche dell’altro: tutte e due, sia la maestra che Kuniko, vogliono soldi. Non eri preparata, lo so, ma riesci a mettere insieme cinquecentomila yen?» Yayoi non si attendeva una richiesta del genere, ma era decisa a fare tutto quello che Masako riteneva giusto. «Basteranno cinquecentomila yen per tutte e due?» «Sì. Quattrocentomila alla maestra e centomila a Kuniko. Kuniko aiuterà solo a gettare i sacchetti nell’immondizia. Penso che saranno soddisfatte. Guarda la cosa da questo punto di vista: sei stata tu a ucciderlo e tu devi pagare perché il cadavere venga eliminato». «Ho capito. Chiederò un prestito ai miei genitori». La famiglia di Yayoi viveva a Yamanashi e non era particolarmente agiata. Il padre era impiegato e presto sarebbe andato in pensione. Non le piaceva chiedergli del denaro, ma prima o poi avrebbe dovuto farlo comunque, perché adesso, che anche tutti i risparmi se ne erano andati, avrebbe fatto fatica a procurare il minimo necessario per sé e i bambini. Sarebbe stata soltanto una questione di tempo. «Fallo. E a te come è andata?» chiese Masako senza esitazione. «Poco fa mi hanno telefonato dalla ditta e mi hanno detto che non era andato in ufficio. Che se non rientrerà prima di domani mattina dovrò denunciarne la scomparsa. Ma io ho risposto che sono terribilmente preoccupata e che telefonerò alla polizia stasera stessa». «Ti sei comportata bene, direi. Così crederanno che la situazione sia del tutto nuova per te. Allora oggi non verrai a lavorare, vero?» «Già». «Meglio così. Ti chiamo domani». Masako, che aveva detto tutto ciò che le premeva, sembrava voler concludere la conversazione. Yayoi la fermò: «No, aspetta, Masako!» «Che c’è?» «Che cosa ne avete fatto?» «Ah! È stata un’impresa, ma siamo riuscite a farlo in tanti piccoli pezzi. Ognuna di noi si è presa un po’ di sacchetti e domani mattina presto andremo a buttarli nella spazzatura. Perché al giovedì li portano all’inceneritore. Non può dare nell’occhio, perché abbiamo usato i soliti sacchetti, quelli al carbonato di calcio». «E dove li portate?»
«Nei posti di raccolta vicino a casa. So che è un po’ pericoloso, ma non possiamo allontanarci troppo dalle nostre case. Cercheremo di abbandonarli quando nessuno ci vede e di nasconderli in mezzo all’altra spazzatura». «Va bene. A più tardi, speriamo che vada tutto bene!» Yayoi pensò alla vicina che imprecava mentre scopava intorno al bidone dell’immondizia, e poté solo augurarsi che tutto andasse per il meglio. Riprese in mano la cornetta e digitò con decisione due volte l’uno e quindi lo zero, un numero che non aveva mai chiamato prima. «Pronto intervento. Che cosa posso fare per lei?» «Sì, ecco… Mio marito non è ancora rientrato…» Si era aspettata una risposta evasiva, invece la voce maschile all’altro capo del filo era molto professionale. Le chiese il nome e l’indirizzo, le disse di attendere e si rivolse a un collega. Un’altra voce maschile venne all’apparecchio: «Questa è la sezione della sicurezza sociale. Da quanto tempo è assente suo marito?» «Da ieri sera. Non è andato neppure in ufficio, mi hanno detto». «C’era qualche problema?» «No, nessuno che io sappia». «Allora faccia così: aspetti un’altra notte. Se domani mattina non sarà tornato, venga qui per fare la denuncia. Venga alla questura di Musashi-Yamato. Sa dov’è?» «Ma io non posso aspettare ancora. Sono troppo preoccupata». «Per il momento non possiamo fare altro che accogliere la sua denuncia. Prima non possiamo cercarlo». La voce dell’uomo era diventata un po’ più gentile. Yayoi fece un sospiro profondo, in modo di essere sentita. «Ma sono così preoccupata. Non mi è mai successa una cosa del genere!» «Abbia pazienza, non si tratta di un bambino né di un vecchio. Attenda ancora una notte e poi venga qui da noi». «Va bene, come vuole». E con questo per quel giorno era finita, aveva fatto quello che doveva. Yayoi abbassò il ricevitore e tirò un sospiro di sollievo. A cena Takashi le domandò: «Mamma, oggi non vai a lavorare?» «No, oggi no». «Perché no?» «Sono preoccupata perché papà non torna». «Per fortuna sei preoccupata anche tu!» esclamò Takashi sollevato, e Yayoi si spaventò un po’. Era impressionata: sembra sempre che i bambini non ci badino, e invece osservano con estrema attenzione quello che fanno gli adulti. Era possibile che il piccolo avesse sentito tutto quello che era successo la sera prima, quando Kenji era tornato a casa? Yayoi fu colta dal terrore. In quel caso avrebbe dovuto trovare il sistema per farlo tacere. In quel momento Yukihiro si mise a piagnucolare: «Mamma, Milky è in giardino, continuo a chiamarlo ma non vuole entrare!» Allora Yayoi perse la pazienza e urlò: «E lascialo stare! Sempre con questo gatto! La mamma ha ben altro per la testa!» Yukihiro, spaventato dall’espressione della madre, di solito così dolce, lasciò cadere le bacchette. Takashi chinò lo sguardo come se non volesse vedere. Vedendo la reazione dei figli Yayoi fu presa dal rimorso e si ripromise di chiedere consiglio a Masako su come comportarsi con Takashi e per la questione del gatto. Ormai si fidava in tutto e per tutto solo dell’amica.