ED GREENWOOD LA FIGLIA DI ELMINSTER (Elminster's Daughter, 2004)
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ED GREENWOOD LA FIGLIA DI ELMINSTER (Elminster's Daughter, 2004)
Sedit qui timuit ne non succederet (Si plachi colui che teme di non riuscire) Questo romanzo è dedicato a Brenna Una figlia perduta, non da me... ma da tutti noi Nihil amori iniuriam est (Nessun danno può essere recato all'amore) Un saluto e i miei ringraziamenti ai signori del sapere che hanno imparato ad amare Cormyr, per il lavoro che hanno svolto su di esso, inclusi Eric Boyd, Grant Christie, Tom Costa, George Krashos e Bryon Wischstadt... oltre naturalmente a Troy Denning, Jeff Grubb, Eric Haddock e Steven Schend.
Figli, figli... sempre ti vanti di ciò che i tuoi figli faranno, con il loro ingegno acuto e le loro nuove spade tanto affilate! Ricorda, o Principe, che hai anche delle figlie! Tu non sei il primo uomo, nobile o plebeo, che tenda a dimenticare le figlie che ha generato, ma ricorda questa perla di saggezza, o signore (non mia, ma scaturita dalla penna di un signore del sapere che era già polvere prima che i draghi fossero scacciati da questa terra): i saggi che sfogliano le pagine della storia hanno una parola con cui contrassegnare
gli uomini che ignorano le loro figlie... e quella parola è «stolti». Astramas Revendimar Saggio di Corte di Cormyr Lettere a un uomo che sarà re Anno della Fiamma Sorridente 1. ASSASSINIO A UN INCONTRO DI MERCANTI Un mago, un mercante, un lord fra i mercanti... qui non vedo penuria di stolti. Battuta del personaggio di Tursi Lingua Tagliente Scena Prima della commedia Sacchi di vento a Waterdeep di Tholdomor «il Saggio» Rammarask Rappresentata per la prima volta nell'Anno dell'Arpa Era una notte di luna, con l'argenteo Occhio di Selûne che scivolava nel cielo fra brandelli di nubi lucenti che correvano rapidi sopra le guglie orgogliose di Waterdeep. I maghi nelle loro torri e le guardie sui bastioni sollevarono lo sguardo e rabbrividirono, mentre ciascuno di essi pensava a quanto lui stesso apparisse piccolo e insignificante di fronte al veloce e indifferente fuoco degli dei. Molto meno numerosi furono invece i mercanti che si preoccuparono di sollevare lo sguardo dalle monete e dalle merci... o da più soffici tentazioni... che avevano fra le mani a quell'ora, perché così sono fatti i mercanti. Centinaia di essi stavano russando nel loro letto, sfiniti dalle fatiche della giornata, ma molti altri erano ancora desti e stavano abbracciando qualcosa, anche se la maggior parte di essi aveva le mani strette soltanto intorno a un boccale che si andava rapidamente svuotando. Non c'erano però boccali, abbracci o più soffici tentazioni in una particolare stanza di un piano rialzato, dalle finestre sprangate che si affacciavano sulla Via Jembril, nel Rione dei Commerci; invece, quella stanza conteneva soltanto il minimo di arredi indispensabile... un tavolo e sei sedie dallo
schienale rigido... e un gruppo di uomini avvolto da un'atmosfera glaciale. Sei mercanti occupavano quelle sedie in quella gelida notte di inizio primavera dell'Anno dei Draghi Ribelli, e tutti e sei sedevano impassibili, fissandosi a vicenda. Gli sguardi scintillanti d'ira di cinque di essi lasciavano supporre che la salute del sesto uomo, che sedeva isolato a capo del tavolo, non avrebbe continuato a fiorire per più di pochi altri istanti se non fosse stato per la presenza delle due impassibili guardie del corpo, che erano ferme con aria guardinga accanto alla sedia del loro padrone, una balestra carica e pronta all'uso in una mano e l'altra mano appoggiata sull'impugnatura della spada. Poi il sesto uomo parlò, con voce lenta e in tono tagliente. Fuori, nella notte, un'ombra si mosse, e un'invisibile testimone della riunione dei mercanti si protese maggiormente verso l'unica fessura presente nelle imposte delle finestre del primo piano. Tenendosi appesa a testa in giù alla statua di un'arpia di pietra che decorava il tetto nel punto più vicino all'imposta, l'ombra mise a repentaglio il proprio equilibrio quanto più le era possibile e si sforzò di sentire ciò che veniva detto, mentre le sue braccia snelle cominciavano già a tremare per lo sforzo di impedirle di precipitare sull'acciottolato scuro della strada sottostante. «Signori, non vi rimangono proprio altre scuse da accampare», sogghignò l'individuo che sedeva in disparte rispetto agli altri. «Avrò il mio denaro questa notte... oppure mi consegnerete un atto di cessione delle vostre botteghe». «Ma...» sbottò uno degli altri uomini, troncando però sul nascere ciò che era stato sul punto di dire, qualsiasi cosa fosse, e abbassando con aria impotente lo sguardo sulla spoglia superficie del tavolo che aveva davanti, il volto incupito dall'ira. «Dunque ci vuoi rovinare, Caethur?» chiese il mercante che gli sedeva accanto, la voce scossa da un tremito. «Preferisci lasciarci in mezzo a una strada invece di dissanguarci per un'altra stagione? Perché, considerato che potresti chiederci degli interessi più elevati, concederci altro tempo e tenerci indebitati in eterno, costretti a pagarti per il resto della nostra vita e a cederti più denaro di quanto valgano le nostre botteghe?» Caethur, che si sentiva senza dubbio protetto dalla presenza minacciosa delle due guardie del corpo che aveva alle spalle, si protese in avanti con un sorriso sempre più ampio... e tutt'altro che gradevole... dipinto sul volto.
«Sì», ribatté in tono di trionfo, poi si appoggiò allo schienale della sedia, congiunse le mani e appoggiò il mento alla punta delle dita, mormorando: «Hammuras, rovinarti mi darà un enorme piacere. Lo stesso vale per te, Nael, e soprattutto per te, Kamburan». Immobile, continuando a sorridere, spostò poi lo sguardo sugli altri due mercanti seduti, e aggiunse con un sospiro: «Peraltro, quasi mi addolora infliggere la stessa sorte anche a voi due gentiluomini, al punto che mi potrei sentire addirittura incline a concedervi quell'ulteriore stagione di proroga di cui parlava Hammuras se, per esempio, accadesse qualcosa che mettesse a tacere per sempre la lingua troppo tagliente di Kamburan. Io...» Uno degli ultimi due mercanti da lui interpellati calò con violenza la mano sul piano del tavolo, interrompendolo. «No, Caethur, non ci spingerai ad attaccarci a vicenda mentre tu gongoli in disparte. Affonderemo o ci salveremo insieme.» Accanto a lui, l'altro mercante annuì con aria furente. Caethur rivolse a entrambi un accenno di sorriso, agitando le dita coperte di anelli in modo tale che le fasce d'oro tempestate di gemme che le adornavano scintillassero alla luce della lampada come altrettanti bicchieri di quel nuovo vino che i nobili di Waterdeep avevano battezzato «stelle scintillanti». «Benissimo, signori», ribatté in tono leggero, «allora siamo arrivati al momento in cui le parole devono cedere il posto ai fatti, in un modo o nell'altro. Kamburan, perché non cominci tu?». Con riluttanza, il mercante dalla barba bianca infilò una mano nella tunica di seta color fiamma ed estrasse... con mosse lente e caute, perché due balestre gli si erano puntate contro a titolo di ammonimento... un cofanetto di legno lucido grande appena più del palmo della sua mano. In silenzio, lo aprì in modo da mettere in mostra agli occhi di tutti il fuoco freddo della fila di gemme contenuta all'interno: sette beljuril, verdi come il mare e scintillanti per le scariche di fuoco che già si stavano accumulando al loro interno. Posato con delicatezza il cofanetto sul tavolo, Kamburan lo spinse verso Caethur, ma esso si arrestò prima di raggiungere l'usuraio. In risposta a un cenno di Caethur, una delle guardie del corpo si fece avanti con disinvoltura e chiuse il cofanetto, facendolo scivolare in avanti fino al suo padrone, che però non accennò a toccarlo. «Saremmo dovuti andare da Mirt», borbottò Hammuras.
«La vita è piena di "avremmo dovuto", vero, Hammuras?» ribatté Caethur, scoccando al mercante di spezie un sorriso degno di uno squalo. «Io avrei dovuto scegliere di trattare di affari con commercianti più astuti e operosi, e in questo modo non mi sarei mai trovato nella spiacevole situazione di dover recuperare il possibile dal naufragio di quelle che sarebbero dovute essere cinque fiorenti attività commerciali». «Questo non è vero!» ringhiò Nael. «Sai bene quanto noi che questi sono stati tempi difficili! I mostri marini hanno mandato a monte una stagione di spedizioni per mare, poi ci sono state le guerre in Amn e nel Tethyr, e la conseguente cessazione dei commerci con quelle terre...» «Non è forse vero che ogni mercante di Waterdeep si è trovato a fronteggiare queste stesse difficoltà?» chiese in tono mite Caethur, allargando le mani e inarcando un sopracciglio. «E tuttavia... mirate... non sono tutti seduti qui, intorno a questo tavolo. Ci siete soltanto voi cinque». Il suo sguardo si spostò poi su Hammuras, e la sua mano si protese in un gesto invitante. Cupo in volto, il mercante di spezie esibì a sua volta un cofanetto, fece vedere i rubini in esso racchiusi e lo spinse lungo il tavolo. Questa volta il cofanetto si fermò a portata della mano dell'usuraio, ma questi di nuovo non accennò a prenderlo e fissò invece Nael con aria piena di aspettativa. Il mercante rimase immobile, pallido come il marmo. «Allora?» lo incitò a bassa voce Caethur, nel silenzio che si era fatto di colpo molto profondo e tuttavia vibrante come la corda di un arco teso. Nael deglutì a fatica, sollevò il mento, deglutì ancora, poi disse: «Non ho qui con me né pietre preziose né l'atto di cessione della mia attività, ma...» Senza attendere nessun segnale, una delle guardie del corpo attivò la balestra, e l'occhio sinistro di Aldurl Nael si trasformò di colpo in un sanguinante ammasso di legno e piume. Il mercante di ottone barcollò sulla sedia, con la testa spinta all'indietro e la bocca spalancata, poi rimase immobile, con il sangue che gli colava a rivoli dalla bocca, sul pavimento. «... ma è davvero una sfortuna», affermò Caethur, sempre in tono mite, concludendo la frase al posto di Nael. «Per Nael e per tutti voi. In fin dei conti, non possiamo lasciare che ci siano testimoni di un simile assassinio a sangue freddo, giusto?» Con calma, l'altra guardia azionò la balestra, e Hammuras morì. Mentre i tre mercanti superstiti urlavano e scattavano in piedi con aria
disperata, entrambe le guardie gettarono da parte le balestre ormai scariche e rimossero i cuscini che coprivano uno scaffale applicato allo schienale della sedia di Caethur: altre quattro balestre scintillarono sotto la luce della lampada, cariche e pronte all'uso. Con freddezza, le guardie le afferrarono, e le utilizzarono. Kamburan continuò a gemere per un tempo sorprendentemente lungo, ma a parte la sua voce, nell'arco di un paio di secondi nella stanza regnò il silenzio. «A proposito», aggiunse l'usuraio, in tono colloquiale, rivolto ai cadaveri, «le quadrelle utilizzate dai miei uomini sono cosparse di bruciacervello, per evitare che i maghi ficcanaso dell'Ordine di Sorveglianza possano apprendere qualcosa del nostro incontro... e scoprire in che modo siate stati tanto sbadati da finire tutti con un dardo da guerra piantato nella faccia. Dopo tutto, non vorremo certo varare un'altra sconsiderata moda cittadina, giusto?». Alzatosi dalla sedia, Caethur rivolse un cenno del capo alle due guardie e indicò con la mano in direzione dei due cofanetti di gemme. «Quando avrete finito di spogliare i corpi di tutti i documenti e le monete, prendete anche quelli», ordinò. Mentre oltrepassava la porta e sgusciava fuori dalla stanza, l'usuraio estrasse dalla sacca da cintura un oggetto che sembrava un artiglio: una barra costellata da una fila di piccole daghe, che gli sporsero fra le dita come una serie di artigli avvolti da un fodero quando lui chiuse il pugno intorno a essa. Usando l'altra mano, Caethur sfilò dalla cintura una daga e la usò per rimuovere con cautela il fodero di ogni piccola lama, ciascuna con la punta affilata coperta di una sostanza umida e scura. Infilata la daga in un'asola della cintura e nascosta dietro la schiena la mano che stringeva gli artigli avvelenati, Caethur attese, canticchiando sotto voce un'allegra canzonetta; quando poi le due guardie del corpo uscirono infine dalla stanza, le fissò con aria accigliata bloccando loro il passo, e accennò alla camera alle loro spalle. «Vi è sfuggito qualcosa», affermò in tono tagliente. I due uomini lo fissarono con aria sorpresa e contrariata, ma si girarono di scatto per guardare in direzione dei mercanti morti, perché l'usuraio non era un padrone che convenisse contrariare. Nel momento stesso in cui i due si volsero, Caethur mosse un rapido passo in avanti e li ferì entrambi al collo con gli artigli, balzando poi subito all'indietro per evitare gli spasmi convulsi che sapeva essere sul punto di
scatenarsi. Le guardie erano giovani e forti, e dopo essersi irrigidite entrambe con un identico grugnito di dolore e di sorpresa, riuscirono a girarsi di scatto verso il loro padrone, fissandolo con ira e artigliando l'aria per qualche secondo prima che il veleno bloccasse loro gli arti, facendoli precipitare nel lungo, gelido tunnel oscuro dell'oblio. Caethur conficcò nel corpo degli uomini che aveva appena ucciso un altro coltello, questo abbondantemente cosparso di brucia-cervello, poi procedette con calma a prelevare ogni oggetto di valore presente in quella stanza piena di cadaveri. Dopo tutto, il brucia-cervello era costoso... e quando si fosse venuto a sapere degli eventi di quella notte, il prezzo richiesto dalle guardie disposte a lavorare per lui sarebbe inevitabilmente salito di parecchio. D'altro canto, il costo legato al rischio che un singolo uomo potesse informare i Signori di Waterdeep delle sue azioni era ancora più elevato. Il mantello di Kamburan, ancora drappeggiato sullo schienale della sedia, era privo di macchie, e una volta appallottolato intorno al bottino servì egregiamente da sacchetto per trasportarlo; quando ebbe finito, l'usuraio si avvolse nel proprio mantello, senza un capello fuori posto e con il solito sorriso disinvolto dipinto sul viso. Quella non era la prima volta in cui Caethur l'usuraio usciva da una stanza piena di cadaveri. Dopo tutto, cose del genere erano un aspetto spiacevole, ma fin troppo spesso inevitabile, della sua professione. *
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Fuori, l'ombra si mosse, oscillando verso l'alto e lontano dall'imposta, per raggiungere il bordo del tetto. Un piede calzato di stivale scivolò, un'imprecazione affiorò vivida e improvvisa in una mente che stava costringendo con freddezza il proprio corpo penzolante nel vuoto a rimanere in silenzio, e con uno scatto deciso l'ombra raggiunse il tetto, allontanandosi. *
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L'avvertì non appena entrato nel portale: una perturbazione del flusso della Tela, proprio davanti a lui. Qualcuno, o qualcosa, stava lanciando un incantesimo sulla destinazione che aveva scelto o aveva già applicato su di essa una trappola magica.
Soltanto le persone come lui, profondamente in sintonia con la Tela, potevano percepire la cosa, e agire in modo da evitare il pericolo in attesa. Ridacchiando in silenzio, l'arcimago si spostò di lato, muovendosi attraverso i fluenti veli di nulla azzurro in modo da emergerne altrove, mediante un portale che non fosse collegato a quello da cui era entrato o a quello manomesso su cui si affacciava. *
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Accoccolata sottovento rispetto a un grosso camino diroccato, Narnra sussultò per il dolore bruciante a una spalla: a quanto pareva, si era procurata uno strappo, ma non era niente di grave, cosa per cui ringraziava gli dei. Ah, sì, gli dei che vedevano sempre tutto... sollevando lo sguardo, Narnra lanciò un'altra silenziosa imprecazione all'indirizzo di quegli idioti animati da una fede entusiasta che avevano applicato al Plinto un incantesimo per far sì che di notte risplendesse con tanta intensità. Dopo tutto, i ladri non amavano simili fari che illuminavano a dovere il loro campo d'azione. E Narnra Shalace era una ladra. Quella era stata la sua professione dal giorno in cui sua madre era morta misteriosamente e vicini, clienti e abitanti di Waterdeep che lei non aveva mai visto prima avevano invaso la loro casa per impadronirsi di tutto ciò che era appartenuto a sua madre. Soltanto una fuga frenetica aveva evitato alla furente e terrorizzata Narnra di essere portata via a sua volta, senza dubbio per essere venduta come schiava dal nobile, chiunque fosse, che aveva mandato i suoi uomini a inseguirla. Tutti sapevano che a Waterdeep c'erano leggi che si applicavano anche ai nobili e molte altre che, in qualche modo, non si estendevano anche a loro, e inoltre le famiglie nobiliari e quelle di ricchi mercanti possedevano navi e carri in abbondanza, come pure terreni posti fuori dal raggio di applicazione delle leggi di Waterdeep, dove avrebbero potuto far trasportare chiunque e qualsiasi cosa. Essendosi trovata di colpo senza un soldo, l'orfana Narnra Shalace era andata in caccia sui tetti e nei vicoli, e così era diventata ciò che era adesso... un ennesimo ladro che cercava di sopravvivere in una città che non era per nulla tollerante con chi derubava gli altri. E adesso era lì, dolorante e intenta a elaborare piani, su un fatiscente tet-
to del Rione dei Commerci, una giovane ragazza solitaria che era piuttosto agile nel saltare e nell'arrampicarsi, ma non era dotata di vera bellezza, con il fisico snello e dinoccolato, i corti capelli scuri, gli occhi accesi di fuoco nero e il naso aquilino. «L'Ombra di Seta», così si era soprannominata, ma tuttora vedeva gli uomini sogghignare quando pronunciava quel titolo nelle malfamate taverne senza nome vicino ai moli dove gli oggetti rubati potevano essere venduti per poche monete di rame, senza che nessuno facesse domande. L'inverno era stato difficile, tanto che se non fosse stato per camini come quello accanto a cui si trovava ora, il freddo l'avrebbe uccisa prima ancora che cominciasse a nevicare... e a Waterdeep bisognava lottare per aggiudicarsi gli angoli più caldi dei tetti. Ultimamente, poi, le capitava spesso di patire la fame, di ritrovarsi affamata e furente, e la paura le era compagna in ogni momento di veglia, inducendola a guardarsi di continuo alle spalle, anche se sapeva benissimo che non serviva a niente; d'altronde, non poteva non essere sgradevolmente consapevole di quanto fossero abili gli altri ladri di quella città... per non parlare della Guardia Cittadina, dell'Ordine di Sorveglianza e di una quantità di abili maghi, il cui numero effettivo era noto soltanto ai Signori Mascherati. Narnra sapeva di non poter tener testa a nessuno di loro, e di non costituire neppure una ridicola sfida per la maggior parte di loro. Destare la loro attenzione, tranne che come fonte di momentaneo divertimento, avrebbe significato morire. E così era accoccolata lì, oppressa dal disperato bisogno di monete con cui comprare del cibo e fin troppo propensa a cedere all'ira... cosa che un ladro non si poteva permettere, se voleva sperare di vivere abbastanza a lungo da rivedere l'alba. Narnra sospirò silenziosamente fra sé nel riflettere che, pur essendo abbastanza agile e snella da potersi aggirare sui tetti, non era però abbastanza avvenente da potersi guadagnare da vivere nella maniera più facile, danzando nuda nelle sale dei banchetti. No, lei era soltanto un'ennesima, solitaria straniera che si arrabattava per guadagnarsi disonestamente da vivere nelle strade di Waterdeep, cosa resa più difficile dal fatto che non possedeva le armi derivanti da un titolo nobiliare o una sua bottega che le rendesse relativamente facile guadagnarsi da vivere disonestamente. Accigliandosi, tirò fuori la borsa di cui si era impadronita in precedenza, durante una rissa di strada nel Rione dei Moli: quella che doveva essere stata una banda di ladri aveva assalito due mercanti, ma lei si era lanciata
nella mischia e aveva sottratto a quei furfanti la loro preda, motivo per cui senza dubbio adesso la stavano cercando... Tutto per tre monete d'oro... di fattura diversa in quanto provenienti da tre città diverse, ma tutte di buon metallo pesante... sei monete d'argento, quattro di rame e un contrassegno per aprire una cassetta di sicurezza posta in un luogo di Faerûn che non conosceva. Una misera preda, ma avrebbe dovuto accontentarsi. La ragazza tirò poi fuori da uno stivale una sacca più larga e più leggera, ne aprì i lacci con due dita, quindi controllò che il mantello fosse steso accanto a lei e si trovasse nella giusta posizione prima di avvicinarsi di un dito al bordo del tetto, tenendosi bassa. Per quanto era in grado di stabilire, l'usuraio non aveva con sé altre guardie. L'uomo, che impugnava una sorta di tirapugni irto di daghe, nascosto a occhi indiscreti mediante un mantello gettato sul braccio, si muoveva infatti con l'atteggiamento guardingo di chi è senza scorta mentre procedeva a passo spedito lungo la Scorciatoia di Lathin per raggiungere la Strada Alta. Là si nascose nell'ombra di un profondo androne in attesa che una pattuglia della Guardia passasse oltre, incamminandosi poi di nuovo a poca distanza da essa, in tutto e per tutto il ritratto di un qualsiasi rispettabile mercante che si fosse venuto a trovare a tarda notte nella parte sbagliata della città e stesse cercando di arrivare a casa sano e salvo. Se però voleva evitare il Posto di Guardia permanente che si trovava poco più avanti, al crocevia delle grandi strade, fra poco l'usuraio avrebbe dovuto svoltare proprio sotto di lei. L'uomo lanciò un rapido sguardo verso l'alto, e Narnra trattenne il respiro, rimanendo del tutto immobile nella speranza di essere scambiata per una delle statue che ornavano il tetto. In basso, Caethur continuò a camminare, allontanandosi dal muro in modo da poter vedere oltre l'angolo prima di tornare verso di esso per svoltare tenendosi addossato all'edificio. Con delicatezza, l'Ombra di Seta lasciò cadere dall'alto la misera manciata di monete in suo possesso, in modo che passassero scintillando davanti al naso dell'uomo per poi rimbalzare e rotolare al suolo. Invece di darsi alla fuga nella direzione da cui era giunto, l'usuraio s'immobilizzò a fissare una moneta d'oro che rotolava, poi sollevò lo sguardo verso l'alto. In tempo per vedersi arrivare addosso una manciata di sabbia proveniente dalla sacca più grande in possesso della ragazza, seguita da un'ombra che gli balzò sopra dall'alto con le mani allargate che tenevano teso il mantello davanti al corpo come una sorta di scudo fluttuante.
L'usuraio Caethur ebbe a stento il tempo di sgranare gli occhi, ma non quello di gridare, prima che la ragazza gli sbattesse contro, scagliandolo sull'acciottolato. Narnra sentì qualcosa che si fratturava e si accartocciava nel corpo dell'uomo mentre gli si manteneva inesorabilmente sopra, i loro corpi che rotolavano insieme sulla strada, poi gli avvolse strettamente il mantello intorno alla testa e gli bloccò con un ginocchio il braccio destro, per impedirgli di usare l'artiglio, utilizzando la mano libera per colpirlo alla gola con tutte le sue forze. L'impatto stroncò sul nascere i gemiti storditi dell'usuraio, lasciandolo disteso inerte. Narnra tagliò con il suo coltello migliore i lacci della logora borsa dell'uomo, afferrò la sua sacca da cintura... appesantita dalle carte, monete e gemme che conteneva... e si allontanò, lasciandosi alle spalle le monete che aveva sacrificato e il mantello rubato. Per quanto veloce, la sua manovra non era stata abbastanza rapida, come testimoniò un grido proveniente da un punto più in su lungo la strada, seguito dal bagliore delle torce della pattuglia che si girava. Cupa in volto, l'Ombra di Seta si diede alla fuga per salvarsi la vita, dirigendosi verso una vicina bottega dotata di una scala esterna. Se davvero mio padre era un grande mago e mia madre era un drago, sarebbe logico aspettarsi che io fossi qualcosa di più grandioso di una semplice ladra, pensò fra sé con rabbia, per quella che era forse la decimillesima volta. Dove sono la mia posizione sociale elevata, la mia ricchezza e il mio potere? Perché non posso lanciare incantesimi o trasformarmi in un drago? *
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*
«Hah! Ti ho colto in fallo!» esclamò il vecchio cuoco, girandosi di scatto. «Ragazzo, ci tieni ad avere ancora il tuo lavoro, domani?» Lo sporco garzone di cucina s'immobilizzò, stringendo contro il grembiule macchiato un cesto pieno di scarti e di avanzi marci, e fissò Phaeron con un'aria di assoluto stupore. «Cosa?» ribatté. Il cuoco avanzò verso di lui, zoppicando sulla gamba di legno e brandendo una logora mannaia in una mano tozza e pelosa. «E adesso mi rispondi con un "cosa"?» chiese, con voce pericolosamente bassa. «Ci tieni al tuo naso, vero?» La mannaia si sollevò con aria minacciosa, e Naviskurr si rese conto del-
la portata dell'errore commesso. «Ah, no, Mastro Phaeron, signore... ah, cioè, sì, ci tengo, ma non volevo fare nulla di male, davvero, e... e...» A mano a mano che il vecchio cuoco avanzava, la voce del ragazzo salì di tono fino a trasformarsi in un terrorizzato stridio quando la lama d'acciaio lucente e freddo gli sfiorò il naso. «... e giuro davanti a tutti gli dei che non so proprio cosa ho fatto per offenderti, cosa ho fatto di sbagliato. Scusami, scusami, signore, cosa ho fatto?» «Huh», sbuffò Phaeron, in tono disgustato. «Questa è la stoffa dei giovani che mi mandano ultimamente. Questa è l'eloquenza delle brillanti nuove generazioni che ci salveranno tutti!» Il cuoco volse le spalle al ragazzo, poi tornò a girarsi di scatto con una mossa tanto rapida e fluida che Naviskurr strillò di terrore, e puntò la mannaia in direzione di altri tre cesti che il ragazzo aveva già posato per terra. «Quante volte ti ho ripetuto che non bisogna addossare nulla a quella porta?» ringhiò. «Nulla!» Naviskurr guardò nella direzione indicata, sbatté le palpebre con perplessità, poi posò il quarto cesto dove si trovava e si affrettò a spostare gli altri tre. «Chiedo scusa, Mastro Phaeron, signore...» borbottò, «ma questa è soltanto una vecchia porta. Non l'apriamo mai, non la usiamo mai...». Mentre parlava trascinò di lato i cesti, poi si raddrizzò con un grugnito e rimase a fissare la vecchia porta rinforzata con chiodi di ferro posta nell'angolo più squallido delle cucine dell'Affittacamere dell'Uccello della Pioggia, osservando la scrostata vernice azzurra applicata alle larghe e rozze assi decorate da un'incisione che, doveva ammetterlo, era davvero notevole. Essa raffigurava il volto lungo e nobile di un uomo barbuto dal naso aquilino che Naviskurr aveva ribattezzato fra sé «il Vecchio Mago Sorpreso». «Si può sapere perché dobbiamo tenerla sempre sgombra?» seguitò, fissando con aria accigliata il perpetuo, astuto sorriso dell'incisione. In quel momento essa tremolò e si accese di una luce che il ragazzo non vi aveva mai visto, e prima che lo sfrontato garzone avesse il tempo di indietreggiare o di urlare per la paura, la faccia parve protendersi in avanti, uscendo dalla porta. Mentre deglutiva a fatica e indietreggiava, facendo cenni frenetici quanto inutili in direzione di Mastro Phaeron, Naviskurr vide che la faccia era
attaccata al corpo di un uomo dal passo spedito, un vecchio dal naso aquilino, con la barba e i capelli lunghi, avvolto in vesti non troppo pulite, che fluì fuori dalla porta chiusa, lasciandola intatta e ancora adorna della sua incisione. Allegri occhi fra il grigio e l'azzurro sovrastati da scure sopracciglia scoccarono una rapida occhiata allo stupefatto garzone e l'uomo gli indirizzò una strizzata d'occhio prima di rivolgere un cenno del capo e un gesto di saluto al vecchio Phaeron. «Forn», disse, «tuo figlio se la sta cavando egregiamente a Suzail, e pare proprio che si ritroverà sposato entro la primavera, se non starà attento!». Il vecchio cuoco rimase a bocca aperta per la sorpresa e sgranò gli occhi per la gioia... e nel frattempo il visitatore dal passo spedito uscì dalla cucina, con una pipa ricurva che fluttuava sulla sua scia come una sorta di paziente serpente. «Co... cosa... chi...» balbettò Naviskurr. Incrociando le braccia sul petto, Mastro Phaeron rivolse al garzone un ampio sorriso. «È per questo che teniamo sgombra quella porta, ragazzo», spiegò, in tono trionfante. «I potenti arcimaghi devoti a Mystra non amano ritrovarsi immersi fino al ginocchio nei rifiuti di cucina.» «Uh...» farfugliò Naviskurr, poi deglutì a fatica e chiese con voce fievole: «Mystra? Arcimaghi? Chi era quell'uomo?». «Soltanto un mio vecchio amico», spiegò Phaeron in tono sbrigativo, tornando a voltarsi verso gli spiedi sfrigolanti. «Nessuno che tu conosca. Si chiama Elminster». E si concentrò sugli arrosti con una risatina, preparandosi all'inevitabile tempesta di domande. Invece, gli giunse all'orecchio un tonfo morbido e alquanto umido. Dopo aver rigirato il sugo sempre più denso e aver leccato con aria riflessiva il fumante cucchiaio di legno, Phaeron si volse per vedere in che modo il pigro garzone avesse prodotto quel suono... e scoprì che Naviskurr era sdraiato sui quattro cesti di rifiuti, gli occhi vacui fissi sui mestoli che pendevano dalle travi del soffitto: quello che pareva essere il garzone meno promettente che lui avesse mai avuto era svenuto. Sospirando, Phaeron agitò il cucchiaio in direzione del ragazzo, pensando che forse qualche goccia di sugo bollente lo avrebbe fatto rinvenire... o forse no. Ah, il possente valore dei giovani...
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Era evidente che gli apprendisti di sua madre le avevano mentito... doveva essere così, e tuttavia essi erano stati in preda all'ira, decisi a provocarla, e non erano stati attenti a soppesare le parole, così come in seguito si erano comportati come se fossero stati consapevoli di aver detto cose che avrebbero invece dovuto tacere. Uno di essi aveva tentato di farle credere che erano stati tutti ubriachi e avevano detto un mucchio di sciocchezze, mentre altri avevano invece cercato di ridurre lei in stato di ubriachezza, per scoprire con esattezza che cosa le avevano rivelato e cosa lei ricordasse. Accoccolata su un tetto marcio e impraticabile, che avrebbe fatto cadere delle tegole proprio davanti agli uomini della Guardia se solo lei si fosse azzardata a muoversi, Narnra indirizzò alcune furenti imprecazioni alla luna che si spostava nel cielo. Aveva riesaminato quei ricordi innumerevoli volte, e sapeva... lo sapeva... che Goraun e gli altri apprendisti tagliatori di gemme le avevano detto la verità, o almeno quella che avevano ritenuto essere tale. Le ci era voluto un intero anno di cauti sondaggi per avere la certezza che essi stessero parlando in senso letterale quando affermavano che la maga Maerjanthra Shalace, meglio nota in tutta Waterdeep come Lady Maerjanthra delle Gemme, gioielliera della nobiltà, era un vero drago con scaglie e ali, e non soltanto quel genere di donna che veniva definita un «drago» a causa del temperamento irascibile e dell'indole imperiosa e temibile. E chi era il potente mago che l'aveva generata? Questo non glielo avevano mai detto. «Tre monete d'oro», affermò una voce proveniente dal basso, quando un altro ufficiale della Guardia venne a raggiungere quelli che già stavano sbirciando nel vicolo. I due che erano a metà della scala che portava al nascondiglio di Narnra si fermarono e si voltarono, incuriositi da una strana nota nella sua voce. «E allora?» chiese uno di essi, in tono rude. «E allora significa che lo hanno adescato, non ci sono dubbi al riguardo. Però la nostra vittima è l'usuraio Caethur.» Dalle guardie si levò un generale ringhio di disgusto. «È un peccato che il ladro non lo abbia ucciso», commentò qualcuno. «Oppure lo ha fatto?» «Oh, Caethur vivrà, anche se dovranno passare lunghi anni prima che
riacquisti la voce, sempre che gli sia possibile recuperarla. Però, a meno che l'Usuraio sappia chi lo ha assalito... e sia disposto a dircelo... credo che nell'interesse di Waterdeep sia meglio se noi...» «Proprio così», intervenne una voce più matura e profonda. «Sono certo che nelle vicinanze della Porta del Fiume stia succedendo qualcosa che richiede la nostra immediata attenzione. Aiutate Caethur ad arrivare al Posto di Guardia e vedete se è disposto a spiegarci cosa è successo, anche se non mi sorprenderebbe affatto constatare che non intende farlo.» *
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Il vecchio barbuto ignorò il grande scalone d'ingresso fiancheggiato da colonne di pietra e si diresse invece verso una rampa di gradini incassata nel fianco coperto di muschio di un giardino ricavato nella roccia che si allargava sulla destra del vasto e splendido edificio di pietra noto come la Dimora di Mirt. Passando attraverso una conca chiazzata di luce lunare, il vecchio procedette indisturbato fino all'arco di un piccolo ponte di pietra che univa la spalla sempre più alta del Monte Waterdeep, su cui si trovavano i giardini dell'usuraio, a una balconata superiore della sua casa fortificata. Mentre era ancora a metà del ponte, l'aria davanti a lui parve scintillare, e il vecchio si trovò di colpo di fronte a una donna silenziosa avvolta in un aderente abito dalle pieghe fluenti... un indumento dello stesso pallido colore della luce lunare che tingeva i brandelli di nubi sparsi nel cielo. «Buona sera, Ieiridauna», salutò Elminster, con un sorriso e un cenno del capo. «Mirt e Asper sono in casa?» Lo spettro di guardia sorrise in silenzio e protese un lungo braccio ben modellato per indicare la porta alle sue spalle, poi fluttuò con esitazione in avanti fino a toccare la guancia del Vecchio Mago con l'altra mano, mentre Elminster muoveva lentamente un passo verso di lei. Il soffice contatto della punta delle dita dello spettro raggelò profondamente Elminster e gli sottrasse un frammento di energia vitale, ma lui girò comunque il capo per baciare quelle dita gelide e poi strinse gentilmente Ieiridauna contro di sé. Il suo respiro era un gelido alito di vento ghiacciato e per un po' le sue spalle e il suo seno parvero farsi sempre più solidi con il protrarsi dell'abbraccio, poi Elminster si ritrovò di colpo con le braccia vuote quando lo spettro da guardia lo oltrepassò e si portò alle sue spalle, piangendo som-
messamente. «Sei troppo gentile, grande signore, troppo gentile!» gli mormorò all'orecchio. «Non devi darmi così tanto.» «Signora», replicò Elminster, in tono altrettanto sommesso, girandosi verso di lei, «è mia speranza che tu dimori in Faerûn per almeno un'altra era a venire, per essere testimone degli eventi e sussurrare saggi consigli... e l'energia vitale è mia, da dare a mio piacimento». Lo spettro da guardia scosse il capo e gli si inginocchiò davanti, la testa e le spalle argentee e solide, ma il resto del corpo ridotto a un semplice fluttuare dell'aria notturna. «Mi fai un onore troppo grande, Lord Prescelto.» «Ah, così riuscirai a farmi arrossire, ragazza!» ridacchiò Elminster, assumendo una posa eroica con una smorfia e una strizzata d'occhio, poi rivolse allo spettro un cenno di saluto e si diresse verso la porta, seguito dal suono lieve dei singhiozzi di Ieiridauna. La semplice porta di legno scuro si aprì prima che la sua mano potesse toccarla, e una faccia dagli ispidi baffi sbirciò verso di lui da una stanza immersa in un buio più fitto di quello notturno. «Stai di nuovo seducendo il mio spettro da guardia, El? Non c'è proprio limite alla tua lascivia?» «Sembrerebbe di no, Lord Tricheco», ribatté Elminster, allargando le mani. «E neppure alle mie interferenze e alla mia curiosità, quando si tratta degli affari degli altri... come quelli delle persone troppo ricche di Waterdeep». Grugnendo, Mirt gli segnalò di entrare. «È meglio che tu abbia una valida ragione per questa visita... ci hai interrotti nel bel mezzo di una danza di Asper.» «Ah!» esclamò Elminster, mentre entrambi passavano fra due orrori immobili dal capo coperto da un elmo per entrare in una camera da letto rischiarata da lampade e dominata da un massiccio letto a baldacchino dalle numerose colonne. «Prego, continuate pure!» Sul letto, l'amante di Mirt si districò da una posa all'apparenza impossibile. La donna era bilanciata in equilibrio sulle spalle, la testa che guardava all'indietro e le gambe che s'inarcavano sopra di lei in modo da farle pendere davanti al naso una gemma che teneva stretta fra le dita dei piedi. Asper ripiegò le gambe all'indietro in un fluido movimento aggraziato, lanciando la gemma verso l'alto in uno scintillio di riflessi luccicanti, e l'afferrò al volo con abilità.
«Più tardi, così sentirò meno commenti lascivi», rispose. «Cosa sta succedendo?» «In questo modo ti procurerai uno strappo», ammonì il Vecchio Mago, guardando Asper catapultarsi in avanti e da un lato in un abile movimento sinuoso fino a venirsi a trovare distesa sul bordo del letto, rivolta verso di lui. «Come no... mi procurerò l'attenzione assoluta di un usuraio e di un Prescelto di Mystra», ribatté la ragazza, con un sorriso pieno di affetto. «Bevi un po' di quel vino e parla». Inarcando le sopracciglia, Elminster protese una mano, e una bottiglia si sollevò da una selva di altri recipienti simili disposti su un'alta cassapanca adorna di incisioni, fluttuando fino alle sue dita. «Non mi meraviglia che i maghi siano simili ubriaconi», borbottò Mirt. «Se anch'io potessi fare una cosa del genere...» «Non saresti mai costretto ad alzarti dal letto», commentò Asper. «El?» «Vengo da Cormyr», spiegò il Vecchio Mago, stappando la bottiglia e annusandone il contenuto con apprezzamento. «Laggiù, una quantità di denaro tale da poter essere meglio descritta come "enormi mucchi di ricchezze" sta venendo spesa per finanziare una campagna segreta che mira a rovesciare gli Obarskyr e a porre un nuovo re sul trono di Cormyr». «E cosa ci sarebbe di nuovo in questo?» grugnì Mirt. «I nostri cosiddetti nobili spendono il loro denaro in maniera simile anche qui, cercando di scoprire l'identità nascosta di ciascun Signore, in modo da poterci far assassinare e da poter corrompere i superstiti perché li scelgano per sostituirci. A quanto pare, non riflettono mai sul fatto che in questo modo si esporrebbero al rischio di essere a loro volta assassinati, ma del resto capita di rado che un nobile abbia anche solo l'intelligenza necessaria per riuscire a vestirsi da solo. Allora», continuò, protendendo la mano, «hai intenzione di bere o pensi di continuare soltanto a reggere quella bottiglia?». Elminster trangugiò un sorso con un sospiro di apprezzamento. «Eccellente!» commentò, consegnando la bottiglia al vecchio usuraio. «Dunque», proseguì, accostandosi al letto per sfilare la grossa gemma dalle dita di Asper e usarla per accarezzarle distrattamente le lunghe gambe snelle, «queste monete provengono da tasche ben fornite che si trovano da qualche parte qui a Waterdeep, ma non so a chi appartengano e non so neppure con precisione in mano a chi vadano a finire questi fondi quando arrivano nel Regno della Foresta. Tuttavia, sto aspettando a intervenire nella speranza che voi...».
«Lo scopriamo per tuo conto, signore?» sorrise Asper. «Certamente». Con un grugnito di assenso, Mirt passò di nuovo la bottiglia a Elminster. Naturalmente, essa era già mezza vuota. *
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Instancabili, le lacere nubi si rincorrevano a vicenda nel cielo, simili ad altrettanti spettri argentei che fuggissero davanti a una profonda oscurità. Dai bastioni, dalle finestre e dalle postazioni di guardia sul Monte Waterdeep, le sentinelle rabbrividirono e distolsero lo sguardo. Con l'alito che si materializzava come brina nella gelida aria notturna, ciascuna di esse rifletté, con qualche malinconica variazione, sul fatto che ci sarebbero state notti come quella molto tempo dopo la sua morte, così come ce n'erano state molto tempo prima della sua nascita. Tutt'altro che rallegrato da quegli allegri pensieri, ciascuno di quegli uomini si strinse intorno al corpo il mantello o la veste da camera, scosse il capo e cercò di richiamare alla mente cose più piacevoli. *
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Elminster sollevò il capo per contemplare il susseguirsi di lacere nubi fuggenti... così tante fiamme d'argento che correvano nella luce lunare, spinte dalla fretta silenziosa di arrivare altrove. «In una notte di luna come questa può accadere di tutto... e fin troppo spesso accade davvero», mormorò, mentre passava sotto una stretta e fetida arcata per addentrarsi in un vicolo ingombro di sterco e di rifiuti. Il vicolo era a fondo cieco, cosa che destò la perplessità dell'ombra appollaiata in alto che, simile a una voluta di fumo, stava scivolando in avanti su un basso tetto. Quei dannati mercanti si erano recati alla loro fatale riunione portando con loro poco denaro, tutti quanti. Naturalmente, la sacca che lei aveva nascosto dove nessun altro sarebbe mai riuscito a trovarla era piena di gemme scintillanti e di atti legali che la rendevano proprietaria di tre edifici... addirittura nel Rione del Castello!... ma le monete che aveva usato come esca erano perdute e adesso soltanto tre soldi di rame si paravano fra lei e la fame. Ed ora, per di più, quel vecchio borbottante stava passando proprio sotto il suo nascondiglio migliore... Il vecchio non sembrava tipo da avere con sé parecchio denaro... ma del
resto a lei non ne serviva molto... appena una manciata d'oro per sostituire quello che aveva perduto... solo che le serviva subito. Spostandosi sul morbido strato di muschio che copriva le logore tegole di legno, Narnra strisciò fino alle rovine di una vecchia torre campanaria che si ergevano sopra il punto centrale del vicolo, proprio nel momento in cui il vecchio passava sotto di lei... Narnra non aveva più monete e neppure un mantello, ma quell'uomo non sembrava tipo da opporre eccessiva resistenza, e del resto soltanto gli stolti e gli ubriachi si aggiravano disarmati di notte in quei vicoli, quindi le sarebbero dovuti bastare un'altra manciata di sabbia e un calcio deciso quando gli fosse piombata addosso, seguiti da una rapida fuga. Narnra passò sul tetto successivo, giungendo quasi in fondo al vicolo. Fra un momento, il vecchio si sarebbe accorto che non c'era via d'uscita, avrebbe imprecato e si sarebbe girato, quindi Narnra afferrò una manciata di sabbia, controllò la lama annerita che portava nel fodero affibbiato al polso e si sporse oltre il bordo del tetto. «Oh, sì!» esclamò, in tono ansimante. Il suo tono era calibrato in modo da indurre qualsiasi uomo a sollevare lo sguardo, e non appena esso ottenne l'effetto desiderato, lei lanciò la manciata di sabbia, con tempismo perfetto. Dal basso giunse il rumore di uno spostamento affrettato... per gli dei, quel vecchio si era addossato all'estremità cieca del vicolo con la rapidità del vento... poi Narnra spiccò il balzo. Sebbene fosse scivolato sul viscido strato di rifiuti che copriva il terreno, l'uomo risultò troppo rapido nel muoversi, e Narnra atterrò con agilità felina su una massa di detriti fetidi, mancando del tutto la preda. Inoltre, il vecchio doveva aver avuto gli occhi chiusi quando lei gli aveva scagliato contro la sabbia, perché adesso la stava fissando con calma, un bagliore nello sguardo. Con un sommesso ringhio inarticolato, Narnra estrasse il coltello e scattò in avanti, zigzagando nella speranza che il vecchio scivolasse sui rifiuti. L'uomo era ancora disarmato e adesso stava ridacchiando... una risata bassa e profonda, simile a quella divertita di un folle. Furente, l'Ombra di Seta vibrò un colpo di coltello e al tempo stesso schivò di lato, in modo che il vecchio non potesse afferrarla o coglierla di sorpresa attaccando a sua volta; naturalmente, non temeva che lui potesse tentare un affondo, perché in mezzo a quei mucchi di rifiuti una mossa del genere lo avrebbe fatto finire lungo e disteso, ma cominciava a sentirsi cer-
ta che quel vecchio stolto non fosse soltanto uno stupido vagabondo, e... L'uomo prese ad avanzare verso di lei, agendo in tutto e per tutto come se Narnra fosse stata la preda con le spalle al muro e lui il predatore in caccia. Assalita da un timore improvviso, Narnra affondò il coltello nel suo corpo, assestando uno strattone verso l'alto che avrebbe dovuto sventrarlo. Fu come trapassare una cortina di fumo: il corpo del vecchio era solido contro le sue nocche, ma non esisteva per l'acciaio della sua lama. Con una sommessa imprecazione che cominciava a prenderle forma sulle labbra, Narnra balzò all'indietro per sottrarsi a una mano protesa verso di lei e si allontanò di corsa, scivolando e incespicando sui rifiuti marci. Due occhi azzurri la fissavano scintillanti da sotto due sopracciglia scure, dominando un naso aquilino ancor più marcato del suo e una barba bianca. Nonostante l'età avanzata, quell'uomo era più alto, più snello e molto più rapido di movimenti di quanto le fosse sembrato, e per di più l'aria intorno a lui stava cominciando a risplendere. Oh, Dei Veglianti, un mago! Abbassandosi, Narnra schivò da un lato nella speranza di evitare l'attacco magico, quale che fosse la sua natura, e corse ancora più in fretta con l'intento di cercare di uscire dal vicolo. Quello era stato un errore... Una cosa scura dotata di tentacoli si levò dai rifiuti e dalle ombre che si stendevano lungo il muro, davanti a lei, e si protese a sbarrarle la strada e ad afferrarla... una cosa dotata di molteplici occhi minacciosi che si spostavano viscidamente in un corpo molle che sibilava e gorgogliava nel venirle incontro. Quella doveva essere un'illusione creata dall'incantesimo del mago, perché quando questi vi si era addentrato, nel vicolo non c'era stata traccia di cose viscide irte di tentacoli... Un'appendice fredda e umida le si avvolse intorno al polso. Narnra emise un urlo involontario e colpì furiosamente con il coltello, tirando e girandosi per evitare che alti cinque o sei tentacoli la raggiungessero; una sostanza scura e appiccicosa scaturì dalla creatura mentre lei singhiozzava e colpiva, tagliando e tirando disperatamente di qua e di là... finché qualcosa cedette e lei si trovò libera così all'improvviso che cadde all'indietro, rotolando in mezzo allo sterco, all'acqua sporca e a viscidi rifiuti putrescenti. «Mirate», commentò il vecchio, con voce profonda quanto la sua risata, «una ladra ruba il suo più grande tesoro, la sua stessa vita».
Furente, Narnra si rialzò in piedi e si girò di scatto, ansimando. Adesso il mostro era scomparso come se non fosse mai esistito, ma il vicolo appariva cambiato, l'uscita non si vedeva più da nessuna parte ed esso sembrava una fossa rotonda cinta da vecchie mura fatiscenti e piena di rifiuti, spettrale sotto la soffusa luce lunare che filtrava fra le nubi che correvano veloci nel cielo. Il vecchio era fermo vicino a un tratto di muro, le mani ancora vuote. «Torna a casa, ragazza, lascia che siano gli stolti a rubare e trovati un mezzo di sostentamento migliore. Anch'io ho provato a fare come te e mi sono divertito, ma... ci sono modi di vivere migliori. Torna a casa.» «Non ho casa», ringhiò Narnra, di rimando. «I mercanti di Waterdeep me l'hanno rubata, mi hanno rubato tutto!» L'uomo avanzò lentamente di un passo, e Narnra sollevò il coltello con fare minaccioso ma con mano tremante. «Mi dici di andarmene», ringhiò, spaventata, «e tuttavia mi nascondi la via d'uscita! Che scherzo è questo, mago?». «Ah, già, quell'incantesimo ha questo effetto su alcuni. Resta immobile.» Poi sollevò una mano e mormorò qualcosa, indicando verso di lei. In preda alla disperazione, Narnra cercò di schivare e di allontanarsi, solo che non aveva dove nascondersi, dove fuggire. L'aria prese a risplendere di un colore diverso e lei si sentì pervadere da una sensazione formicolante. Impotente, debole e svuotata per il terrore, fissò il vecchio con occhi roventi e... La sensazione svanì, ma il vicolo continuò ad avere l'aspetto di una gabbia cinta da mura. Davanti a lei, il mago emise un improvviso, breve sussulto di sorpresa, poi avanzò a grandi passi, cosa che indusse Narnra a indietreggiare fino a sbattere con la schiena contro una rozza parete di pietra. «Sta' lontano da me!» stridette. «Io... mi metterò a urlare e farò accorrere la Guardia». Nel momento stesso in cui la pronunciava, si rese conto che quella era una minaccia ridicola, ma il mago non accennò neppure a ridere. «Signora della notte», disse invece, a bassa voce, «gira la mano destra in modo che possa vedere le tue nocche». Narnra gli scoccò un'occhiata rabbiosa poi obbedì, incuriosita. La caduta fra i rifiuti le aveva prodotto sul dorso della mano un graffio che stava sanguinando abbondantemente, e nel vederlo lei accennò d'istinto a portarsi la mano alla bocca per succhiare via il sangue.
«Sta' ferma!» scattò il mago. La sua voce echeggiò come un tuono, l'aria intorno a Narnra prese di colpo fuoco e una nuova magia le paralizzò completamente gli arti! Lei... adesso il vecchio avrebbe... non poteva... I suoi occhi erano ancora in grado di muoversi e poteva respirare. Inoltre, qualcosa stava ardendo vicino a lei, una fiamma che si levava dove non ce ne sarebbero dovute essere: il sangue che le copriva la mano stava bruciando di un fuoco freddo e silenzioso. Incredula e impotente, Narnra rimase a fissare quel fuoco che non consumava nulla e tuttavia ardeva: attraverso le sue fiamme poteva scorgere la propria mano sporca di terra e il sangue che la chiazzava, e non avvertiva dolore. Adesso il mago era fermo proprio davanti a lei, e stava fissando a sua volta la fiamma tremolante che si estinse a poco a poco sotto i loro occhi. Sconcertata, Narnra sollevò lo sguardo a incontrare quello del mago, e scoprì che questi stava sorridendo. «Bene», commentò questi in tono riflessivo. «Bene, bene». Lei continuò a fissarlo come paralizzata, incapace di replicare, e nel frattempo il mago si sfilò dalla manica una piccola borsa, che sembrava una sorta di baccello grosso quanto il palmo di una mano ma era fatta di un tipo di pelle duro e coperto di scaglie ed era appesa a un'elaborata catena di anelli metallici. Aprendola con il pollice, si lasciò cadere sul palmo sette monete d'oro, e con la stessa abilità di un giocoliere da taverna le impilò con uno scatto delle dita, deponendole con delicatezza nella mano sanguinante di Narnra. «Ti auguro ogni bene, signora», disse in tono gentile, con un sorriso altrettanto gentile, poi le volse le spalle... e passò attraverso il muro. Narnra Shalace rimase a fissare il punto in cui il vecchio era scomparso, sbattendo le palpebre con aria incredula nel contemplare l'ininterrotta superficie di pietra. Tutto quello che era in grado di sentire era il proprio respiro affannoso, la sola cosa che percepiva era il peso freddo delle monete sul palmo della mano, unito al lieve gocciolare del sangue sotto di esse e al peso confortante del coltello che ancora stringeva in pugno. Era stato tutto così improvviso, così incredibile, così... Quella fiamma, quale che fosse stata la sua natura, aveva colto il vecchio di sorpresa, ed era scaturita non solo dal suo incantesimo ma anche dalla stessa Narnra. E lui le aveva dato delle monete invece di ucciderla, l'aveva pagata, come se fosse stata una mendicante, una prostituta o... una ladra di
successo, elargendole più oro di quanto lei avesse mai potuto sperare di ricavare da quel vecchio. E poi era svanito in un batter d'occhio, passando attraverso quel muro, e lei era... Era di nuovo in grado di muoversi, almeno un poco, e le pareti del vicolo parevano spostarsi, tutt'intorno a lei, raddrizzandosi a poco a poco. Disperatamente, Narnra fissò il punto in cui il mago era scomparso attraverso il muro, memorizzando l'esatto mucchio di rifiuti che lo contrassegnava. Adesso poteva muovere l'altra mano, sia pure con la stessa lentezza con cui una piuma sarebbe caduta a terra in un giorno senza vento, quindi la sollevò e prese le monete, rimanendo quasi sorpresa nel constatare che erano davvero solide e pesanti quanto sembravano essere. Con movimenti ancora lenti, che però si andavano accelerando a ogni istante che passava, ripose le monete nella propria sacca, poi si guardò intorno e constatò che il vicolo era di muovo lungo e stretto, con il fondo cieco e le pareti che descrivevano una lieve curva nell'estendersi verso la strada. Con cautela, si avvicinò al punto in cui il mago era scomparso e protese il coltello verso il muro, scoprendo che esso attraversava la pietra come se fosse stata semplice aria; sempre più perplessa, si sporse in avanti, spingendo anche il braccio attraverso la parete. Se la pietra le si fosse chiusa intorno, sarebbe andata incontro alla peggiore delle morti. Insospettita, offesa... chi era mai quel vecchio mago per darle lezioni, compatirla e farle l'elemosina come a una mendicante?... e al tempo stesso affascinata, Narnra Shalace si addentrò nell'oscurità. 2. UNA NOTTE ECCELLENTE PER FARE BALDORIA Coloro che sperano di sopravvivere alle avventure faranno bene a scegliersele da soli invece di buttarsi alla cieca nei piani di qualcun altro... e nei guai altrui... perché i pericoli a cui si va incontro in questo modo hanno la tendenza a essere abbondantemente condivisi. Seldreene Ammath di Suzail Sposata a un Mercante Anno del Serpente
Era buio, e si avvertiva un odore di pietra umida e di terra vecchia, misto a un vago residuo della puzza di rifiuti che stava svanendo alle sue spalle. L'Ombra di Seta avanzò con cautela, tenendosi bassa e badando a dove metteva i piedi su quel terreno velato di oscurità con la stessa attenzione che avrebbe usato nel camminare su un tetto pericolante. Nell'aria, di fronte a lei, aleggiava una sorta di canto che andò crescendo rapidamente di tono a mano a mano che avanzava, trasformandosi in uno stridio, un tumulto che Narnra comprese essere in qualche modo più nitido per i suoi orecchi di quanto lo fosse per il resto del mondo che la circondava. Contemporaneamente, cominciò ad avvertire una sensazione nauseante di timore che si faceva sempre più intensa; essa parve placarsi quando lei provò a indietreggiare, poi tornò a crescere non appena riprese ad avanzare. Con il coltello spianato, chiedendosi in quale follia si stesse mai imbarcando, Narnra scrutò davanti a sé, cercando una luce di qualche tipo. Quasi ad accontentarla, un chiarore apparve all'improvviso davanti a lei e molto vicino, fiorendo con la rapidità di una torcia che si accendeva. Si trattava di un'intensa luce azzurra... un bagliore magico più potente di qualsiasi altro lei avesse mai visto prima e che si andava estendendo in linea retta sotto i suoi occhi, delineando un'arcata sotto cui era fermo il mago dalla barba bianca. Prontamente, Narnra si acquattò sul suolo di pietra per strisciare in avanti sul ventre con la massima silenziosità possibile, e si era appena appiattita contro il terreno, immobile, quando il mago si girò a sbirciare nella sua direzione. Annuendo, come se fosse stato soddisfatto dal suo esame... l'aveva vista oppure no?... il vecchio si volse per oltrepassare l'arcata luminosa, e immediatamente il tumulto e il tremito che pervadevano Narnra cessarono di colpo, quasi fossero stati troncati da un colpo d'ascia. Sollevando il capo, la ragazza ascoltò con la massima attenzione, constatando che intorno tutto era buio e silenzioso, con la sola eccezione dell'arcata luminosa; proprio in quel momento, il chiarore da essa emanato prese a tremolare e a pulsare sotto i suoi occhi, iniziando a svanire. In una frazione di secondo Narnra balzò in piedi e spiccò la corsa verso l'arco, deviando di lato all'ultimo momento per tenersi fuori dal campo visivo di chiunque si trovasse dall'altra parte e stesse guardando attraverso l'apertura, il cui centro si era ormai oscurato. L'Ombra di Seta percorse l'ultimo tratto strisciando come una lucertola determinata e frettolosa, poi
sbirciò con cautela oltre l'arco, con il mento che quasi sfiorava il terreno... e si ritrovò a contemplare altra oscurità. La luce era decisamente più fioca di quanto lo fosse stata in precedenza. Narnra si morse un labbro, indecisa, poi si alzò in piedi e attraversò l'arcata: se quel mago aveva un covo nascosto proprio sotto il Rione dei Commerci, lei era decisa a scoprire tutto il possibile su di esso. Tutto quanto. Con cautela, mosse un primo passo nell'oscurità silenziosa, poi un secondo; al terzo, il buio svanì e lei si ritrovò immersa in una luminosità di un blu ancora più intenso, che le vorticava tutt'intorno come nebbia e fluiva senza soluzione di continuità sotto di lei... cosicché di colpo si trovò a cadere con essa, rimanendo tuttavia eretta e immobile come se si fosse trovata su un pavimento invisibile. Per un momento rimase paralizzata dall'incertezza, poi si girò di scatto e scoprì che non poteva vedere nessun accenno della direzione da cui era giunta, soltanto un vuoto azzurro che... che... D'un tratto si rese conto di essere madida di sudore e più spaventata di quanto lo fosse mai stata in tutta la sua vita. Dove si trovava? In quale direzione era il davanti? Con la massima cautela tornò a girarsi fino a essere rivolta verso quella che sperava fosse la stessa direzione in cui era stata avviata quando aveva superato l'arco... poi riprese a camminare. Due passi più avanti l'oscurità tornò ad avvolgerla, insieme all'umidità, solo che adesso l'odore dell'aria era in un certo qual modo differente. Il sentore del mare era intenso, ma si avvertiva anche un radicato odore di marcio, come in una palude... una puzza che a Waterdeep il suo naso aveva percepito soltanto quando veniva dragato il porto. Arrestandosi in un altro passaggio di pietra, constatò che più avanti si sentivano echi lontani, come se qualcuno... no, come se parecchie persone stessero parlando, chiacchierando e ridendo, come a una festa di mercanti, e che davanti a lei il passaggio si faceva più largo, dando accesso a invisibili camere sotterranee. Si trovava forse sotto la Città dei Morti? O era sotto le strade adiacenti la Porta del Fiume? O addirittura... in un posto del tutto diverso, lontano da Waterdeep? Un altro passo la riportò in mezzo al chiarore azzurro, tenue e prossimo a svanire. Girandosi di scatto, vide alle proprie spalle un'arcata simile a quella che aveva oltrepassato per arrivare fin là: riattraversandola, mosse qualche passo senza incontrare ostacoli, poi scrollò le spalle, si girò e ritornò all'altro arco. Ormai il bagliore era scomparso quasi del tutto. Osservandolo con atten-
zione, Narnra si posizionò esattamente al centro dell'arco, e non appena il chiarore svanì avanzò con decisione... andando a sbattere con il ginocchio contro quello che era adesso un solido muro di pietra. Era intrappolata in quel luogo, dovunque esso fosse, e d'un tratto si sentì infuriata con se stessa per essersi lasciata adescare con tanta facilita. In preda all'ira, percosse con i pugni il muro che aveva davanti, ringhiando, poi trasse un profondo respiro tremante e si girò nuovamente: non aveva altra scelta se non quella di proseguire verso la festa in corso, sulla scia del mago che l'aveva sconfitta con tanta facilità. Lui sapeva come far funzionare quelle arcate magiche, quindi non le restava che trovare da sola la via per uscire oppure rintracciare il mago e... e cosa? Implorare? Con un ringhio silenzioso, Narnra sollevò la mano che stringeva il coltello e riprese ad avanzare su un pavimento di vecchi e consunti blocchi di pietra, sentendo la brezza marina che le sfiorava lieve le caviglie e scorgendo più avanti un primo accenno di luce. Quel posto somigliava sempre meno a Waterdeep. Oh, Mask e Tymora, aiutatemi. *
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Elminster si avvolse in tre travestimenti illusori, evitando di ricorrere a un cambiamento di forma a meno che non si fosse reso necessario per lasciare in tutta fretta quel raduno nuotando o volando, considerato che la compagnia in cui si sarebbe trovato entro pochi momenti sarebbe stata tutt'altro che raccomandabile. Adesso il suo aspetto esteriore era quello di un uomo più alto, con il volto sfregiato e i capelli nerissimi del ramo più antico della famiglia Cormaeril; selezionato un minuscolo oggetto da una sacca che portava alla cintura, mormorò una parola e si ritrovò in mano una spada riposta nel fodero, un'arma dalla lama sottile come quelle che andavano per la maggiore alla corte di Suzail, lucida come uno specchio e con l'elsa a cestello che s'incurvava con eleganza intorno all'impugnatura ed era tempestata di piccoli zaffiri simili ad altrettanti occhi curiosi. Affibbiatosi al fianco la spada, Elminster attraversò con passo deciso una vasta camera sorretta da colonne, dove erano ammucchiati barili fatiscenti e dove i ratti correvano frettolosi nel buio, poi salì una rampa di vecchi e consunti gradini e subito la puzza del porto marsembano si fece
più intensa, come pure il vago chiarore che s'intravedeva più avanti. Di colpo, poi, si ritrovò in una stanza meglio illuminata, ma pur sempre pervasa di ombre, dove guardie dall'aria cupa tenevano d'occhio una folla di persone che ridevano, bevevano e parlavano ad alta voce sotto la luce delle lampade accese in una seconda camera, molto più vasta, che si apriva più oltre. Sospirando interiormente, Elminster rifletté che le feste erano uguali dovunque. Durante il primo migliaio di anni della sua esistenza, era riuscito ad apprezzarle e a divertirsi, ma ora non più, perché per i suoi gusti c'erano troppo rumore, troppi sogghigni misti a finzioni e a sgradevoli pettegolezzi... e c'erano troppe giovani donne piene di speranza, di eccitazione e di gioia di vivere. Molte di esse esistevano ora soltanto nella sua memoria, innumerevoli erano quelle che erano da tempo nella tomba, e lui stesso aveva aiutato a seppellire alcune di esse. Quella riluttanza non trasparì però all'esterno e lui continuò ad avanzare con passo deciso, senza la minima esitazione. Dopo tutto, il compito di tutti gli Elminster era proprio quello di interferire e di andare incontro a sgradevoli pericoli. Il mago si fece largo fra le guardie con l'atteggiamento deciso di un uomo che aveva ogni diritto di essere presente in quel luogo e si considerava superiore di rango a chiunque altro, e arrivò a due passi dall'arcata che si apriva sulla stanza piena di luce e di rumore prima di essere intercettato. Alcune spade si pararono all'improvviso a sbarrargli la strada e altre si levarono alle sue spalle. «Giù le armi», ordinò Elminster, in tono secco. Le spade che lo minacciavano non si spostarono di un millimetro. «E chi sei tu per darci ordini?» sibilò una voce sgradevole, provenendo da dietro una di quelle lame. «O per sbucare da cantine che abbiamo perquisito con la massima accuratezza?» L'uomo alto e sfregiato, dai capelli nerissimi e dal grande stocco appeso al fianco, girò la testa con fare gelido. «Il mio nome è Cormaeril, il mio lignaggio è nobile e la mia pazienza è limitata. Chi sei tu, per cercare di fermarmi?» «Sei più vecchio dell'altro Cormaeril», osservò una seconda voce, in tono freddo, scaturendo da dietro un'altra spada. «Aspettate un momento! Loro hanno detto di sperare che qualche membro dei rami più antichi decidesse di intervenire», si affrettò a puntualizzare una terza voce. «Alcuni Cormaeril hanno lasciato il regno molto tempo
prima dell'ordinanza che li condannava all'esilio, senza avere la possibilità di avanzare rivendicazioni o di mettere ordine nei loro affari. Lasciatelo passare... dopo tutto, è un uomo solo.» «Hai su di te qualche magia?» chiese la prima voce. «Certamente», replicò in tono glaciale il nuovo venuto, «ma non ho incantesimi nascosti né tali da poter seminare la devastazione, se è questo che temi». Le spade si ritrassero con riluttanza ed Elminster percepì, più che vedere, numerosi uomini che si ritraevano di nuovo negli angoli più oscuri della camera, delusi dalla consapevolezza che non si sarebbero potuti divertire assistendo a un piccolo spargimento di sangue; poi il mago si addentrò nella sala in cui era in corso la festa. L'Ombra di Seta infilò la mano nel corpetto della casacca di cuoio e tirò fuori un cappuccio di stoffa nera che si era fatta parecchie stagioni prima ma che usava di rado. Esso la faceva sembrare una bambina che giocasse a fare il boia, con i fori per gli occhi e i bordi sfilacciati, ma serviva a nascondere la pelle chiara del suo volto nella luce tenue e avrebbe potuto celare per qualche momento la sua femminilità agli occhi di un osservatore poco attento, definizione che in realtà era applicabile alla maggior parte della gente. Infilatasi il cappuccio, ripose il coltello nel fodero e flesse le dita che erano rimaste contratte troppo a lungo intorno alla sua impugnatura, poi si stiracchiò come un gatto e si accoccolò al suolo, per ascoltare e fiutare l'aria. Sì, quel luogo aveva un odore in qualche modo diverso da quello di Waterdeep: nell'acqua c'erano più cose morte, ma si avvertiva una minore contaminazione dovuta a merci straniere di luoghi lontani rovesciatesi in essa. Una festa significava la presenza di servitori, o di guardie, o di persone che si tenevano in disparte a osservare gli altri che si divertivano... o anche tutte e tre le cose... quindi da quel momento in avanti avrebbe dovuto stare molto attenta. Ma gli dei sapevano che quella non era certo una cosa insolita, per una ladra... *
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«Allora, a quale famiglia nobile appartieni?» esclamò il mercante mascherato, quasi gridando per farsi sentire nonostante il chiasso, con il vino
che sciacquettava nel boccale grande quanto un elmo da guerra che lui stringeva con entrambe le mani. Il guerriero dallo sguardo freddo e dall'armatura segnata da numerose riparazioni lo adocchiò con aria acida. «A nessuna», ribatté. «I benevoli Obarskyr hanno esiliato molta altra gente, oltre ai nostri preziosi nobili; la maggior parte di noi gente comune è stata espulsa con un editto individuale... perché non sono riusciti a eliminarci con una spada o con un cappio prima che ce ne andassimo.» «Davvero?» commentò il mercante alticcio, protendendosi in avanti per scrutare più attentamente il guerriero. «Che cosa hai fatto?» «Ho ferito il Duca Bhereu perché l'ho sorpreso a spassarsela con mia sorella. L'ho affettato per bene e gli ho danneggiato una gamba in maniera tale da costringerlo a rivolgersi per due stagioni a costosi guaritori per smettere di zoppicare. Lo avrei ammazzato, se non avesse avuto una dozzina di guardie del corpo a portata di voce. Quei dannati Obarskyr non sono in grado neppure di andare a donne, senza un aiuto!» Elminster aggirò il gomito del guerriero e proseguì oltre in mezzo alla calca di persone. «Viva la cospirazione!» gridò qualcuno fra la folla... per l'ennesima volta, e come nelle precedenti occasioni, parecchie altre voci raccolsero quel grido: «Viva la Legittima Cospirazione!». «Un nuovo re, una nuova speranza!» tuonò qualcun altro. «Sì! Una nuova gloria per Cormyr!» Elminster represse l'impulso di levare gli occhi al cielo. Da quanti secoli continuava a sentire sempre le stesse grida? Pareva quasi che il Regno della Foresta possedesse un copione prestabilito che veniva consultato da tutti gli aspiranti traditori e ribelli, forse addirittura sotto l'occhio attento degli scrivani e del Maestro Custode degli Atti della Corte Reale. «E tu perché sei qui?» chiese il guerriero. Elminster s'irrigidì e si girò lentamente con espressione fredda e altezzosa, solo per scoprire che la domanda era stata rivolta al mercante e non all'alto nobile sfregiato che gli stava passando accanto. «Per i soldi», replicò prontamente il mercante, sottolineando quell'enfatica dichiarazione con un rutto sonoro. «Adesso loro vogliono che fornisca dei fondi per comprare spade e assoldare mercenari a Westgate e per altre cose del genere, ma mi hanno promesso contratti e accordi commerciali sufficienti a ripagare dieci volte il mio investimento, una volta che il loro re sarà sul trono. Naturalmente, non mi hanno detto di chi si tratti», conti-
nuò, ruttando ancora, «ma in realtà non mi importa. In fin dei conti», aggiunse, agitando una mano in un gesto indifferente che fece rovesciare a terra buona parte del vino nel boccale, «i re sono tutti uguali, e quello che conta è che con questo nuovo sovrano noi saremo dalla parte di chi ci guadagna, invece di ritrovarci fuori dalle porte chiuse, a guardare tutto quel denaro che scorre e tutti quegli accordi stipulati di nascosto». «Ehi, gran signore», scattò il guerriero, intercettando lo sguardo attento di Elminster, «si può sapere cosa stai ascoltando?». «Lingue troppo sciolte», grugnì Elminster, «nell'eventualità che i Maghi della Guerra ci stiano ascoltando, o che qualche Sommo Cavaliere si sia infiltrato fra di noi. Mi sento un po' a disagio al pensiero che tutto questo possa essere stato un modo per radunarci in uno stesso luogo e massacrarci tutti senza avere il fastidio di doverci dare la caccia uno per uno», aggiunse, accennando alla festa in corso. «Ci ho pensato anch'io», annuì il guerriero, con aria cupa. «Sei un nobile, vero?» «Nobile di nascita, senza nome per natura», replicò Elminster, con un sorriso. «Puoi chiamarmi Senzanome Cormaeril.» «Aha! Qui ci sono alcuni dei tuoi consanguinei!» esclamò il guerriero, ricambiando il sorriso, poi accennò con la mano al punto in cui la calca era più fitta, e aggiunse: «Laggiù, da qualche parte». «Be'... ben incontrato, grande signore», farfugliò il mercante, barcollando verso Elminster. «Io sono Imbur Waendlar, e sono... sono lieto di fare la tua conoscenza. Se mai dovessi aver bisogno di... ecco... di bare, o di forzieri, o di splendide cassapanche per abbellire le tue stanze migliori, io sono l'uomo che fa per te: la lavorazione migliore di tutta Suzail al prezzo più conveniente, merci adatte a soddisfare le esigenze di un nobile quale tu sei. Permettimi...» Elminster e il guerriero si scambiarono un sorriso e una strizzata d'occhio. «È ubriaco come un orso che stia annegando nel miele, ma riesce ancora a propagandare le sue mercanzie», commentò il guerriero che aveva ferito il duca. «Gli dei benedicano la cocciutaggine dei mercanti.» «Cocciutaggine?» ripeté Mastro Waendlar, fissandolo con occhi appannati. «Io protesto! Non ho potuto evitare di sentire che mi hai definito "cocciuto", signore. Sappi che sei in errore, perché un mercante cocciuto è uno che non sa cambiare con i tempi, adeguarsi al mutare dei contratti, in modo da conservare il proprio denaro! Io...»
Elminster e l'ignoto guerriero si spostarono sui due lati e si allontanarono in direzioni opposte, costringendo il mercante a girarsi per proseguire la propria arringa con voce alquanto impastata. Poiché le sue obiezioni erano rivolte al guerriero, Waendlar si avviò sulla sua scia, lasciando Elminster libero di proseguire senza intralci. O meglio, libero nella misura in cui glielo permettevano due giovani dame dall'aria eccitata e dagli abiti aderenti e molto scollati. «Dei onnipotenti», borbottò qualcuno, sulla sinistra del mago, «se avessi quelle donne strillerei anch'io per l'eccitazione». «Ebbene, puoi averle», suggerì un'altra voce, in tono astuto e suadente. «Il prezzo è elevato, bada bene, ma...» Elminster oltrepassò quella giovane carne messa così vistosamente in mostra e si allontanò senza prestare ulteriore attenzione a quella particolare conversazione. Più oltre, un capannello di uomini era intento a discutere in toni accalorati dei vantaggi e degli svantaggi di un assortimento di strategiche «mosse successive»; le loro voci erano basse, i toni rapidi e taglienti, ma la conversazione si spense di colpo quando Elminster si portò quasi in centro al gruppo. «Un momento, signore! Questa è una conversazione privata!» scattò uno degli uomini. «Sembra molto simile ad altre che ho sentito in un centinaio di camere di nobili in tutto il regno, quando i cui occupanti erano convinti di essere soli», ribatté Elminster, scrollando le spalle. «Questo mi induce a una riflessione: quando elaboravamo i nostri complotti, eravamo soliti confidare che i maghi da noi assoldati impedissero ai Maghi della Guerra di evocare immagini dei nostri incontri. Qualcuno sta facendo lo stesso qui, stanotte? E c'è chi controlla le bevande, per verificare che non contengano veleni o pozioni che ci facciano parlare più del dovuto?» aggiunse, indicando i boccali che la maggior parte degli uomini teneva in mano. «Non hai sentito le rassicurazioni del Cavaliere Mascherato?» ribatté in tono sospettoso il più basso fra i presenti, mentre gli altri fissavano Elminster con sguardo tagliente. «Dov'eri, quando lui ha parlato?» «Sì, certo», ribatté Elminster, secco, «ma tu... o chiunque fra voi... avete effettivamente visto lanciare gli incantesimi, o qualche altra cosa del genere? Si fa presto a parlare, ma io mi fido solo delle azioni». «Ben detto, straniero», approvò un uomo alto e snello, con il mento adorno di un sottile pizzetto. «Sappi tuttavia che io ho usato un incantesimo di schermatura, se pure nessun altro lo ha fatto. Protegge soltanto me stes-
so e coloro che mi stanno vicino, ma non sono stato il solo fra i presenti ad adottare questa precauzione. Quanto al resto, abbiamo scelto quest'isola perché i Dragoni Purpurei dovranno aprirsi un varco combattendo oltre tre postazioni di guardia e due ponti per arrivare fino a noi. A proposito, io sono Khornandar, giunto di recente da Westgate. E tu sei...?» «Senzanome», rispose in tono deciso Elminster, fissando negli occhi l'alto interlocutore. Essi gli erano familiari, e anche se non aveva mai visto prima quel volto era certo di aver già incontrato qualche estate prima, con il suo vero aspetto, l'uomo che lo sfoggiava. «Senzanome Cormaeril.» Intorno echeggiarono alcune cupe risate. «Sii il benvenuto, allora...» commentò qualcuno, «a patto che tu non sia come il giovane Thorntower, laggiù, che ha passato fin troppo tempo a spiegarci in toni accalorati che soltanto la nobiltà comprende Cormyr, e che quindi soltanto i nobili... quelli giusti, bada bene, come lui stesso... potrebbero occupare il trono o dirigere qualsiasi sforzo diretto a rimuovere gli Obarskyr da esso. Come prova di questo, ha perfino citato lo splendido lavoro che coloro che ci sono superiori di rango hanno svolto finora nel guidare il regno!» «Chi è questo cucciolo?» sbuffò Elminster. «Quello con il naso sepolto nella scollatura di Tharmoraera», replicò in tono asciutto un altro membro del gruppetto, indicando. «Noterai che trova la carne plebea del tutto adatta ai suoi scopi.» «Del resto è questa la definizione di nobile, giusto?» sbuffò qualcun altro, e poi si affrettò ad aggiungere: «Senza offesa, naturalmente, signore». «Non mi sono offeso», ridacchiò Elminster. «Vivere del proprio ingegno e della propria spada nei vicoli di Faerûn priva in fretta una persona dell'arroganza derivante dalla nascita altolocata... o almeno questa è stata la mia esperienza personale.» Nel parlare, riportò lo sguardo sull'uomo alto... che era ormai certo essere il Mago Rosso di rango minore Thauvas Zlorn, avvolto in un travestimento magico decisamente valido, e chiese: «Allora, perché proprio adesso? Mi riferisco a questa "Legittima Cospirazione". Per secoli ci sono stati esuli e persone che odiavano gli Obarskyr, e molti Sembiani lieti di rifornire di denaro tutti i malcontenti di Cormyr nella speranza di guadagnare qualcosa in cambio, ma come mai è coinvolta anche Westgate? Senza contare che qui ho incontrato altri che venivano da ancor più lontano. Ripeto, perché proprio adesso?». L'uomo che si faceva chiamare Khornandar sfoggiò un freddo sorriso e si chinò in avanti, abbassando la voce; gli altri lo imitarono e il circolo di
congiurati riprese a complottare, con Elminster che ora faceva parte di esso. «Ebbene, Senzanome», affermò in tono soddisfatto il Mago Rosso travestito, «ci sono persone dalla mente acuta che ci sostengono, e questa festa è un colpo da maestro, in quanto rende idioti e ricchi entusiasti in pari misura di fare parte di qualcosa di segreto e di importante, e li riunisce in modo da schermare coloro che dirigono effettivamente il complotto. In questo modo, impariamo a conoscerci a vicenda a prima vista si stringono amicizie e tutti ritengono di trarre dei benefici... e finora è andato tutto bene. È pericoloso, certo, ma tutti i tradimenti lo sono nessun Obarskyr è il benvenuto qui a Marsember e noi stranieri abbiamo libertà di movimento per mare e ampie giustificazioni per la nostra presenza qui». Intorno al cerchio, parecchie teste annuirono. «Un bambino ancora troppo piccolo per parlare o per camminare porta ora in testa la corona di Cormyr mentre quella cagna in calore della Reggente pareggia conti in suo nome, molti nobili fedeli hanno paura o sono infuriati, maghi d'ombra seminano a piacimento la devastazione nelle Terre di Pietra... Dragoni Purpurei inclusi... e intanto l'intero regno cerca di ricostruirsi e di nutrirsi. Osserva questo stato di debolezza e capirai che il momento è quello giusto, o comunque il migliore che si sia presentato in tutta la mia vita. «Ora guardati intorno», proseguì Khornandar, mentre i presenti continuavano ad annuire. «Questa è un'ennesima festa decadente nella fatiscente Marsember, certo, ma guarda chi è presente: i soliti capitani di nave, le consuete prostitute e Marsembani che odiano il trono, ma ci sono anche nobili esiliati come te, alcuni figli di famiglie nobiliari ancora benaccette nel regno, presenti perché disgustati da ciò che gli Obarskyr hanno fatto o permesso di fare, mercanti ambiziosi e stranieri come me, che vedono in un Cormyr più forte e sereno un'occasione di maggiori guadagni. Osserva l'occasione che si offre a quanti sono disposti a coglierla.» Nel parlare, il Mago Rosso travestito agitò il proprio boccale, che Elminster notò essere vuoto. «Allora perché stiamo tutti rischiando il collo per essere qui?» riprese. «I nobili esiliati vogliono riavere le loro terre, le loro ricchezze e l'influenza di un tempo, e vedono in questa congiura un modo per ottenere tutto. I Marsembani bruciano dal desiderio di riavere la loro indipendenza, e ho visto qui alcuni abitanti di Arabel che vogliono la stessa cosa. I Sembiani vogliono invece impadronirsi delle terre del Cormyr orientale o procurarsi
merci che fruttino loro somme notevoli e immediate; ecco il motivo per cui la maggior parte dei mercanti di Suzail sono presenti qui stanotte. «Ma qual è la mia motivazione?» sussurrò Khornandar, protendendo ancor più in avanti il volto e abbassando la voce fino a renderla quasi inudibile. «Le precedenti cospirazioni invitavano mercenari e maghi ad agire con violenza promettendo ricompense, mentre a me non sono stati offerti premi specifici... motivo per cui ho meno timori di essere tradito da uomini mascherati e anonimi che vogliono il mio aiuto per spodestare gli odiati Obarskyr ma non vogliono che sopravviva per intascare la ricompensa promessami. Allora perché sono qui?» «Ebbene», sorrise, «io vedo Cormyr come un deposito di magia... magia dei Maghi della Guerra... che io, che attualmente non costituisco una minaccia per nessuno, potrei utilizzare per diventare potente senza faticare per anni al servizio di maghi crudeli in cambio di frammenti di incantesimi elargiti con riluttanza. Questa stanza contiene molti altri come me, e il nostro stesso numero, insieme al fatto che i Maghi della Guerra faranno a gara per accaparrarsi nozioni magiche una volta che gli Obarskyr saranno morti, e alla paura e all'odio che la gente comune di Cormyr nutre nei confronti di quegli stessi, così benevoli, Maghi della Guerra... saranno molti i contadini pronti a trapassare con un forcone tutti i maghi che vedranno... sono tutti fattori che ci impediranno di costituire una minaccia collettiva. I più saggi si affretteranno a mettere le mani su tutta la magia possibile e a lasciare il paese». «Se io fossi uno degli ignoti artefici di questa Legittima Cospirazione», obiettò Elminster, accigliandosi, «non vorrei avere qui nessun mago, a meno di essere certo che io stesso, o gli altri Capi Segreti, possediamo magia sufficiente ad annientarli... altrimenti moriremmo tutti per barattare un re bambino con un mago spietato, giusto?». «Il che spiega perché sono convinto che dietro a tutto questo ci sia un grande mago, che intende fare del nuovo re un suo fantoccio», annuì il Mago Rosso travestito. «In questo modo potrà governare Cormyr senza correre nessuno dei pericoli connessi alla carica di regnante... dopo tutto, è più o meno quello che stanno facendo adesso Caladnei e la sua compagna Laspeera, nel percorrere la strada che il vecchio Vangerdahast ha pavimentato per loro. Tutto quello che devono fare è ricorrere a qualche incantesimo per mantenere la Regina Madre e il Reggente d'Acciaio in stato di asservimento mentale. Il nostro misterioso mago potrebbe addirittura rifornire di fondi alcuni di quegli intrepidi viaggiatori della Società dei Coraggio-
si Avventurieri di Suzail perché gli procurino incantesimi e ricchezze da tempo perdute, cercandoli in terre straniere, giusto?» Il «grande mago» a cui ti riferisci è Thay, giovane Thauvas, pensò Elminster, e Cormyr diventerebbe molto in fretta un remoto tharch occidentale e... proprio come tu dici... una base da cui raggiungere altre città e altre terre. Badando a evitare che quelle riflessioni gli trasparissero dallo sguardo annuì e si accarezzò il mento con aria pensosa, accigliandosi. «Per gli dei!» esclamò. «È per questo che finora non ho mai pensato di partecipare a qualche ribellione. Tutto questo complottare e pensare a quello che altri stanno pensando mi fa dolere la testa!» Da quanti lo circondavano giunsero risatine e cenni di assenso, ma Elminster non mancò di notare l'attento e pensoso esame a cui il falso Khornandar lo stava ora sottoponendo, e si affrettò a richiamare alla mente il volto di due Cormaeril che conosceva... uno dei due era quello di Jhaunadyl, seduta sul suo letto con lo sguardo pieno di calore dopo che si erano amati... Il sondaggio da parte del Mago Rosso giunse intenso quanto improvviso, ma Elminster, piuttosto che lasciarlo infrangere contro il proprio schermo mentale, gli permise di oltrepassarlo creando una trama fatta di una miriade di immagini mentali che espose all'esame di Thauvas. Fra tutte, la più nitida quella della risata e delle braccia protese di Jhaunadyl. Il mago s'irrigidì e ritrasse il capo con aria disgustata, di fronte a quell'evidente testimonianza d'incesto fra nobili decadenti. In un altro momento avrebbe forse cercato con eccitazione altri ricordi ancora più intimi, ma molti Maghi Rossi consideravano le donne di poco superiori al bestiame e per loro l'intimità senza dominio era qualcosa che non valeva il tempo che vi si dedicava. Evidentemente, il giovane Zlorn apparteneva a quella categoria. Mantenere un sondaggio mentale di quel genere, e ancor più pilotare la mente invasa in modo da esporre determinati pensieri e ricordi, richiedeva una grande forza di volontà, quindi il falso Khornandar abbandonò i pensieri di Elminster con la stessa rapidità con cui vi era penetrato, rientrando nel cerchio di congiurati con aria d'un tratto pallida e stanca. «Stai bene, mago di Westgate?» chiese qualcuno, notando come gli tremasse la mano in cui reggeva il boccale. «Io... sì. Sono soltanto stanco», fu la succinta risposta di Khornandar. «Altro vino?»
«No, quella sarebbe la cosa peggiore. Devo soltanto restarmene per un po' seduto ad ascoltare, lasciando che siano gli altri a parlare.» Il gruppetto si spostò verso una colonna circondata da un sedile di pietra, e molti dei suoi membri ne approfittarono per allontanarsi nella calca del resto dei presenti, che adesso avevano cominciato sul serio a danzare, mettendo in pericolo parecchi vassoi di gustose tartine che stavano circolando per l'affollata sala da ballo trasportati da uomini che non parevano abituati a servire il cibo in quel modo, almeno a giudicare dalla loro aria di disagio e dal volto segnato dagli elementi. Elminster si abbassò per schivare un vassoio che pareva destinato a precipitare al suolo... solo per vederlo salvare alle proprie spalle da un mercante i cui grassi menti tremolanti erano adornati ciascuno da una serie di altri menti più piccoli... e nel volgere le spalle a quella dimostrazione di destrezza non indifferente si venne a trovare faccia a faccia con una splendida donna avvolta in un lucido abito decorato da parecchi stemmi dorati; o meglio, come il mago constatò nel distogliere con una certa difficoltà lo sguardo da un sorriso malizioso e da profondi, accattivanti occhi scuri, dallo stesso stemma ripetuto più volte e realizzato in filo dorato su sfondo fra il blu e il verde, raffigurante una conchiglia attraversata da un tridente. Quello era lo stemma di un casato marsembano... Mistwind, quello era il suo nome, una famiglia antica, molto riservata e composta da pochi membri. La regale Lady Mistwind... in quanto quella dama non poteva essere che l'erede apparente del casato... gli rivolse un sorriso sempre più accentuato, mostrando appena una fila di denti simili a perle. «Signore, hai l'aspetto di un nobile che abbia girato il mondo», osservò, in tono dolce. «Come giudichi l'ospitalità che stiamo offrendo qui stanotte?» Quello era senza dubbio un invito esplicito. Elminster le rivolse un sorriso galante accompagnato da un inchino nell'antico stile di corte, a indicare la sua appartenenza a un casato di alto lignaggio (anche se molti «veri» nobili purosangue del regno non avrebbero riconosciuto ai Cormaeril quella rivendicazione). «Splendida dama», rispose, «ho appena cominciato ad assaporare ciò che viene offerto qui, e tuttavia confesso di essere rimasto finora notevolmente impressionato... ma forse ne potremo riparlare meglio più tardi, non credi?». «Forse», assentì la dama, mentre il suo sorriso si accentuava, poi avanzò
verso di lui con passo danzante, quasi nascondendo le guardie del corpo dallo sguardo duro che si tenevano alle sue spalle e aggiunse, in tono sensuale: «La tua discrezione ti fa onore. Lady Amrelle Mistwind ha il piacere di salutare...». «Lord Senzanome Cormaeril, al tuo servizio», si presentò Elminster, ricambiando il sorriso. «Essere senza nome è una fonte di vergogna se non c'è un valido motivo», osservò la dama, inarcando un sopracciglio bruno, «ma dovrò aspettare che tu mi spieghi le ragioni del tuo anonimato prima di poter presumere di giudicarti. A più tardi, dunque, come hai detto tu stesso». Poi gli volse le spalle, e il profondo spacco del suo abito, aperto fino alla vita, permise a Elminster di intravedere un grifone tempestato di gemme tatuato in alto sulla coscia... oltre all'assoluta assenza di biancheria intima. Quel movimento lasciò Lord Senzanome Cormaeril faccia a faccia con le accigliate guardie del corpo e pervaso da un improvviso senso di calore. «Questi dannati travestimenti magici trattengono terribilmente il caldo», borbottò fra sé. *
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Narnra si arrestò dietro un'altra colonna. Guardie e servitori cominciavano ad annoiarsi e ad avere fame, e sempre più spesso compivano piccole sortite in sala per afferrare tartine o altri manicaretti dai vassoi, cessando di stare sul chi vive. Del resto, la maggior parte di essi dava l'impressione di aspettarsi uno scoppio di liti fra i cospiratori stessi piuttosto che un attacco da parte di intrusi. Hmm. Laggiù c'era di nuovo quel nobile alto... alto abbastanza da poter essere il vecchio mago, certo, ma naturalmente i travestimenti magici non dovevano per forza mantenere la statura o la corporatura originale della persona che li stava usando. D'altro canto, la maggior parte degli uomini non amava ritrovarsi più in basso di quanto fosse abituato, ed evitava forme del genere a meno di avere un valido motivo per fare altrimenti... e tempo per riflettere sulla cosa. Nella sala c'erano almeno altri tre uomini che erano anche più alti, ma due erano massicce guardie del corpo che sembravano avere sangue d'orco nella loro linea genealogica e che se ne stavano sempre nelle stanze esterne in penombra, sonnecchiando, mentre il terzo sosteneva di essere un mago originario di Westgate. Possibile che un mago che si travestiva potesse es-
sere tanto stupido... o tanto vanitoso... da assumere le vesti di un altro mago? Peraltro, i maghi erano vanitosi, e quella forma era molto più giovane e avvenente di quella che il vecchio aveva avuto nel vicolo. Là aveva recitato il ruolo del Vecchio Saggio, ma... possibile che quella fosse la sua vera forma? Dopo tutto, si era mosso con una velocità inimmaginabile per un vecchio, e Narnra sapeva di non essere goffa quanto era apparsa in quelle circostanze. L'alto nobile girò il capo e parve guardare direttamente verso di lei, e Narnra s'immobilizzò, distogliendo lo sguardo; appoggiandosi alla colonna, estrasse il coltello e finse di essere impegnata a pulirsi e pareggiarsi le unghie. Se non altro, lui non pareva intenzionato ad avvicinarsi. Un aroma di pasticci di pollo arrosto che le stavano passando accanto le giunse alle narici, e lei si sentì di colpo l'acquolina in bocca, seguita un istante più tardi da un brontolio di protesta dello stomaco vuoto. Con un sospiro silenzioso, ripose il coltello, aggirò la colonna e avanzò in mezzo alla folla rumorosa, diretta verso il vassoio più vicino. Come recitava l'antico detto: «Abbiamo incrociato le spade? Allora possiamo anche devastare interi regni combattendo!». Era a un solo passo di distanza quando qualcuno si protese verso il vassoio, e il servitore che lo reggeva si affrettò a sollevarlo fuori portata. Un pasticcio che si era trovato a pochi centimetri dalle dita di Narnra si spostò di colpo a parecchi passi di distanza: con un ringhio che echeggiava il sordo brontolio del suo stomaco, l'Ombra di Seta si mise in caccia della cena sfumata. Elminster volse le spalle con un sorriso divertito. A quanto pareva, la sua compagna di gioco del vicolo era stata molto più audace di quanto lui si sarebbe aspettato... e adesso, com'era accaduto prima di lei a molti contadini che erano diventati guerrieri, stava scoprendo che non c'era nulla che poteva far avvertire i morsi della fame più del sapore dell'avventura. Naturalmente, fin troppo presto accadeva che il pasto ricevuto consistesse in un buon tratto di acciaio affilato, ma non era il caso di deprimerla avvertendola di questo. Adesso era in ballo, e non aveva modo di tornare indietro, cosa di cui doveva essersi già resa conto da sola, a giudicare dalla sua espressione. Nella fioca luce delle lampade, Elminster si guardò intorno alla ricerca della giovane nobildonna che aveva visto danzare poco prima, scoprendo che lei si era... saggiamente... eclissata. Peccato. In quella ragazza c'era qualcosa che destava in lui l'idea di poter generare tanti piccoli maghi...
3. LA QUALITÀ DELL'ESCA Protendo la mano e il pesce nuota dritto nella mia rete... come sempre. Dipende tutto dalla qualità dell'esca che si offre. Fzoul Chembryl, Sommo Signore degli Zhentarim Conquistando ciò che voglio nel mondo: Parole secondo le quali tutti i Confratelli devono vivere (testo di un discorso, fatto circolare fra gli Zhentarim) Anno dell'Arpa Senza Corde Adesso alcuni dei partecipanti alla festa erano decisamente ubriachi, e Narnra fu costretta ad aggirare persone stese al suolo in preda allo stordimento indotto dal vino oppure impegnate a vomitare... alcune sotto lo sguardo attento di vigili guardie del corpo... nel tentativo di individuare il vecchio mago o qualcuno che potesse essere lui. Lungo il tragitto era intanto riuscita ad afferrare un solo pasticcio di carne, conquistandolo con un balzo acrobatico che purtroppo le aveva fruttato più di uno sguardo di ammirazione, e lo aveva trovato decisamente delizioso, con il sugo che conteneva rene di agnello e un po' di selvaggina; il ricco retrogusto che esso le aveva lasciato in bocca le aleggiava ancora sulla lingua, caldo e confortante. Quella non poteva essere la famigerata Skullport, perché nessuna di quelle persone le appariva familiare e il loro linguaggio suonava diverso, sia pure in maniera minima, senza contare che, a giudicare dai discorsi, lì si stava complottando una ribellione contro un re che era a stento tale, o qualcosa del genere... possibile che quella gente fosse davvero tanto audace, o tanto stupida? Narnra aveva la sgradevole sensazione che una quantità di guerrieri regi fosse in procinto di lanciarsi alla carica attraverso porte e arcate che lei non era ancora riuscita a individuare, decisa a massacrare chiunque avesse trovato in quel luogo, inclusi eventuali ladri girovaghi provenienti da Waterdeep. Come una stupida ingenua, aveva attraversato una porta magica di qualche tipo ed era finita nel bel mezzo di un'avventura che presto le sarebbe
potuta costare la vita. Per gli dei, doveva trovare quel vecchio mago! Naturalmente, era anche possibile che lui fosse sgusciato via per andare altrove e che non avesse nulla a che fare con quel branco di ubriaconi; forse, in quello stesso momento era impegnato a radunare le truppe che li avrebbero sterminati, oppure era possibile che fosse lui stesso il capo di quella cospirazione... anche se, considerato il modo in cui si era comportato con lei, Narnra non riusciva a capire perché non si fosse limitato ad avanzare nel centro della stanza e ridurre tutti all'obbedienza con un incantesimo. Quali che fossero gli intenti del vecchio mago, comunque, se era decisa a salvare la propria pelle liscia, seppur poco attraente, Narnra Shalace avrebbe fatto meglio a esplorare ogni cantina per vedere dove portasse e quali arcate sfociassero all'aperto, perché non era salutare rischiare di finire intrappolata in quel posto che, a giudicare dall'odore, poteva benissimo trovarsi molto sotto il livello del mare, ed essere quindi inondabile a piacimento con il ricorso a un incantesimo che ne infrangesse le pareti o con la semplice apertura di una chiusa... cosa che avrebbe risparmiato alle autorità anche la fatica di inseguire i ribelli e di intimare loro la resa. Ormai pareva che molti fra i presenti stessero cominciando ad allontanarsi alla spicciolata dalla folla che si accalcava sotto le lampade, e da ogni parte piccoli gruppi di individui impegnati a complottare in toni eccitati stavano cercando l'intimità offerta dagli angoli in penombra. Poiché ovunque circolavano guardie del corpo dall'aria attenta, Narnra badò a non mostrarsi troppo interessata a chiunque mentre proseguiva attraverso arcate laterali e intorno alle colonne, alla ricerca di una rampa di gradini che portasse verso l'alto. «Vedi, il bello della cosa è proprio questo...» Narnra si allontanò di scatto dal mercante e dai suoi amici ubriachi e ridacchianti, passando nella stanza accanto. «Ah mio signore, finalmente», sussurrò in tono intenso una voce di donna, mentre la sua proprietaria aggrediva le vesti di un uomo che appariva più sconcertato che mosso da passione, il tutto mentre tre guardie del corpo formavano un piccolo cerchio impassibile intorno alla coppia di amanti, volgendo loro le spalle a braccia conserte. Ignorando tutti, Narnra proseguì per la sua strada. Nella cantina successiva s'imbatté in quattro uomini che procedevano con passo spedito, uno di essi più indietro degli altri e intento a chiamarli. «Sorval? Sei Sorval Maethur?», chiese il quarto uomo, in tono all'appa-
renza deliziato, nel raggiungere gli altri tre mercanti. «Sì, sono Sorval», replicò uno di essi, voltandosi. «E tu sei...» «Lieto di darti la morte!» fu la risposta ringhiante, mentre una daga veniva conficcata in una gola e una lampada veniva scagliata contro la faccia di uno dei compagni della vittima; quanto al terzo uomo, si diede alla fuga con un urlo di terrore. Gorgogliando per lo sforzo vano di riuscire a parlare, spruzzando grandi quantità di sangue dalla gola squarciata, Sorval si accasciò al suolo e il suo assassino si ritrasse, allontanandosi con passo tranquillo dal cadavere che ancora si contorceva e dall'uomo gemente che si artigliava gli occhi ustionati. Narnra si sforzò di allontanarsi a sua volta con altrettanta indifferenza, consapevole che da un momento all'altro l'assassino si sarebbe potuto voltare per verificare se c'erano stati testimoni da eliminare a loro volta, e che la sua vita sarebbe potuta dipendere da... ma certo! L'assassino di Sorval le scoccò uno sguardo minaccioso, ma Narnra lo ignorò apertamente e continuò a camminare, mormorando ad alta voce, come se stesse parlando fra sé: «Dunque, com'è che funzionava quell'incantesimo...» Con la daga sporca di sangue ancora stretta in pugno, l'uomo esitò per un momento, fissandola con occhi roventi, poi decise che allontanarsi dalla scena del delitto era una mossa più saggia dell'affrontare qualcuno che non conosceva... notando l'improvviso sgranarsi dei suoi occhi, Narnra comprese che l'uomo si era accorto che lei era una donna, e che aveva il volto mascherato. Parecchi gruppi di uomini stavano intanto confluendo in una stanza lontana, reggendo in mano lanterne accese la cui luce oscillante si stava spostando verso l'alto. Subito Narnra si avviò in quella direzione con passo deciso, estraendo la daga con un gesto marcato, in modo da essere certa che l'assassino di Sorval notasse la cosa, poi agitò le dita dell'altra mano sulla lama in una serie di gesti complicati, sperando di indurre l'uomo a supporre che lei stesse operando una magia di qualche tipo, e deglutì a fatica. Non era la prima volta che vedeva tagliare una gola, ma Sorval aveva versato così tanto sangue benedetto dagli dei... L'assassino si incamminò intanto in una direzione diversa e scomparve ben presto dietro le colonne e oltre le arcate, mentre Narnra continuava a camminare cercando di dimenticare gli ultimi, orribili momenti di agonia di Sorval. Chiunque fosse stato, non poteva aver meritato... basta!
Agitando una mano, come per allontanare quelle immagini, Narnra si guardò di nuovo alle spalle, constatando che non c'era nessun assassino che la stesse seguendo di soppiatto. Un'altra coppia di amanti era stretta in un abbraccio appassionato in un angolo in ombra della camera successiva, mentre sul lato opposto della stessa stanza alcuni uomini furenti stavano cercando di trafiggersi a vicenda con le daghe, peraltro troppo ubriachi per riuscire a fare altro se non ringhiarsi a vicenda minacce e imprecazioni incoerenti, cadere, ruggire ancora di rabbia e cadere nuovamente. La «Legittima Cospirazione»... come no! Qua e là le danze erano ancora in corso, anche se la musica di flauti e tamburi pareva essere cessata, alle sue spalle, e davanti a lei gli uomini continuavano instancabilmente a conversare, le parole che rimbalzavano dagli uni agli altri come pietre lanciate da una fionda in un susseguirsi di eccitate supposizioni sul modo in cui le ricchezze avrebbero cominciato ad affluire nelle loro tasche una volta che «quei bastardi Obarskyr fossero tutti morti». Nel sentire quel nome, Narnra si accigliò. Per quanto ne sapeva, gli Obarskyr erano la famiglia reale di un regno che si trovava a est di Waterdeep... un posto di gente per bene, degna di fiducia e osservante delle leggi, una nazione che aveva uno strano nome... Cromyar? Cromeer? Cormeer... Cormyr, così si chiamava! Dei, era a mezzo mondo di distanza da casa! Bene, questo ti insegni a non seguire i maghi passando attraverso arcate di luce, disse a se stessa, con rabbia. Idiota. Con la daga in pugno, si unì agli uomini che stavano salendo le scale, e nessuno di essi le prestò la minima attenzione, in quanto erano tutti immersi nei loro piani, nelle loro supposizioni e in sogni di ricchezze sempre più vaste. Due volte alcuni di essi si arrestarono per assumere una posa drammatica e apostrofare i compagni in tono declamatorio, solo per essere spintonati alle spalle e sentirsi apostrofare con esclamazioni come «Muoviti!» oppure «Spostati!» o anche «Non intralciare la Cospirazione!» I vecchi gradini larghi e logori parevano non finire mai, suddivisi in piccole rampe alternate a pianerottoli da cui partivano altre rampe ancora, e nel salire Narnra sentì aumentare l'umidità, mista ora a filamenti di nebbia che penetravano nell'affollata rampa della scala. All'improvviso, si ritrovò sotto un portico dalle molteplici colonne, su un molo che si affacciava sulle luci scintillanti e sulle guglie buie di una città
di rispettabili dimensioni, protendendosi su una distesa di acqua nebbiosa e puzzolente. Piccoli velieri e imbarcazioni da diporto decorate da lanterne accese beccheggiavano a ridosso del molo, ancorati a pali di metallo dotate di numerosi anelli, che non avevano nulla a che vedere con i massicci piloni d'ancoraggio del Porto di Waterdeep. Quello era il mare, certo... un mare... ma era così diverso da quello della Città degli Splendori! Un arcuato ponte di pietra collegava la terra su cui lei si trovava a una piccola isola coperta di edifici fatiscenti, con i tetti di ardesia che apparivano pericolanti e le ringhiere tinte di marrone dalla ruggine; su di essa non si vedevano luci di sorta, e neppure su quella che sembrava essere una seconda isola, al di là della prima, dove chiatte semisommerse erano allineate lungo moli in rovina cosparsi di escrementi di uccelli. D'istinto, Narnra si allontanò dalla calca di uomini che, continuando a chiacchierare, si stavano avviando verso il ponte o in direzione delle imbarcazioni, sulle quali era possibile vedere marinai dall'espressione paziente che attendevano il loro arrivo. Narnra invece si spostò lungo il molo coperto, alla ricerca di un modo per salire in una posizione sopraelevata che le permettesse di guardarsi intorno e di esaminare quel luogo nuovo... ma dove trovarla? Alle sue spalle, qualcuno cadde nell'acqua con un sonoro sciacquio, seguito da risa ubriache, mentre su una barca vicina qualcun altro approfittava della confusione per tagliare una gola e spingere in mare il cadavere, che Narnra vide scivolare in acqua a testa in giù senza il minimo suono. Intanto, un terzo uomo accese una lanterna a mano per issare rudemente l'ubriaco caduto in acqua a bordo di un'altra chiatta, e quel chiarore permise a Narnra di vedere bene l'acqua per la prima volta, nel momento in cui le vesti chiare dell'uomo ne emergevano: essa era scura come torba e ancor più puzzolente, adesso che la sua superficie era stata disturbata. Arricciando il naso, la ragazza volse le spalle al mare e s'immobilizzò di colpo. Fermo in fondo al molo, un gruppo di uomini silenziosi la stava fissando intensamente. Tutti erano vestiti di cuoio scuro, alcuni avevano in mano una spada o una rete da cattura, altri impugnavano piccole balestre di un genere che Narnra aveva avuto modo di vedere anche troppo spesso a Waterdeep. Altri ancora, poi, erano muniti di delicati e affusolati pezzi di legno: bastoni magici! Era stato un movimento di uno di quei bastoni a spingere indietro una densa cortina di nebbia in modo da rivelare alla vista quegli uomini... e donne, come Narnra constatò a una seconda occhiata... e adesso essi stava-
no avanzando con aria decisa, tenendosi uniti a formare una banda minacciosa. Alle proprie spalle, la ragazza sentì altre risate, nuovi sciacquii... poi un grido d'allarme. A bordo di una chiatta echeggiò un improvviso clangore di metallo, il suono di lame incrociate con ira, poi nell'aria echeggiò un grido improvviso: «Siamo traditi! I Maghi della Guerra sono qui!» Quel grido si spense in un orribile, umido gorgoglio, seguito da un nuovo clangore di spade e da un urlo. Uno degli uomini che stavano avanzando lungo il molo in direzione di Narnra stava tenendo la testa inclinata da un lato, come se fosse stato intento ad ascoltare qualcuno che non era lì, e mentre camminava stava borbottando un flusso costante di ordini. «Horngentle, Lord Blackwater è stato visto qui: arrestalo. Thoaburr: uno di noi, il novizio Beltrar Morgrin... sì, è un Mago della Guerra, quindi tutti gli altri ne stiano alla larga... ha tradito ed è ancora giù nelle cantine... non deve vivere abbastanza a lungo da vedere l'alba, ma va eliminato senza chiasso. Constai? A quanto pare, la Regale Lady Mistwind ha scelto questa sede per la sua caccia all'uomo notturna. Spaventala a dovere, ma lascia che se ne vada libera. Bereldyn, ho bisogno che rintracci quel mago che qualcuno ha visto arrivare... si fa chiamare Khornandar di Westgate, ma Laspeera ritiene che possa essere un mago molto più potente che si fa passare per un ambizioso principiante a corto di incantesimi. Lui è...» Quel gruppo di uomini dall'aspetto cupo e deciso era ormai solo a pochi passi di distanza, e Narnra constatò con sgomento che sembravano essere Arpisti, anzi, lo erano, visto che uno di essi portava una piccola spilla a forma d'arpa d'argento appuntata vicino alla gola e che un altro ne sfoggiava una identica su una benda che gli copriva un occhio; per di più, lei si trovava proprio sulla loro strada ed era quindi impossibile che non l'avessero notata, anche se nessuno l'aveva ancora presa di mira con una balestra o aveva sollevato la spada per minacciarla. L'Ombra di Seta si costrinse a rimanere immobile, perché a quel punto voltarsi e darsi alla fuga sarebbe probabilmente servito soltanto a procurarle una rapida morte sotto forma di una raffica di quadrelle di balestra. «Pare che i Cormaeril siano tutti presenti», annunciò, con voce calma. «Attenti anche a Mathanter di Sembia.» In realtà non avrebbe saputo riconoscere un Cormaeril neppure se ci fos-
se andata a sbattere contro e non aveva mai visto o sentito nominare quel Mathanter prima di quella notte, ma l'aveva colpita per il fatto che aveva portato con sé una scorta di oltre una dozzina di guardie del corpo in armatura completa. L'Arpista più vicino le scoccò un'occhiata penetrante. «Armeld?» chiamò, senza voltare la testa o distogliere lo sguardo da lei. L'uomo impegnato a impartire ordini volse appena lo sguardo per esaminare la ragazza mascherata mentre la oltrepassava... adesso le stavano scorrendo tutt'intorno, su entrambi i lati, con la sola eccezione di quell'unico Arpista che era fermo davanti a lei... e replicò: «Mai vista prima. Non è dei tuoi?». «Ricorda», stava dicendo un uomo dall'aria seriosa e dalle vesti nere, rivolto a un anziano individuo che impugnava due bastoni magici, mentre entrambi passavano accanto a Narnra, sul lato opposto, «alcuni sono da arrestare, altri da eliminare nel modo più discreto possibile, e altri ancora vanno soltanto spaventati... quindi per favore non incenerire tutti quelli che vedi. Almeno per questa volta, controllati. Fallo per favore». «No», replicò intanto l'Arpista, scuotendo il capo e sollevando la spada fino a quando la sua punta nera si venne a trovare appena sotto il seno di Narnra, che deglutì a fatica e si sforzò di non guardare verso di essa. «Non sono un membro di questa "Legittima Cospirazione"», dichiarò, con fare quasi severo. «Io aborro le cospirazioni», continuò cercando di imitare il tono che aveva sentito usare una volta a una vecchia matriarca di nobile lignaggio impegnata a dare una strigliata a un capitano della Guardia, un insieme di imperiosità e di disgusto, uniti a un pizzico di commiserazione. «Caladnei?» domandò a bassa voce l'Arpista, mentre un bagliore gli attraversava fugace lo sguardo. «No», ribatté Narnra, sempre con lo stesso tono, non sapendo che altro dire. «Non sono lei.» «Questo è un bene», commentò una voce asciutta, proveniente da un punto alle spalle dell'Arpista, «dato che l'ultima volta che mi sono guardata in uno specchio ne ho derivato l'assoluta certezza di essere io Caladnei». Poi un volto bruno illuminato da un accenno di sorriso apparve sopra la spalla dell'Arpista e due occhi scuri esaminarono freddamente Narnra da sotto sopracciglia nerissime. «Allora... possiedi un nome che puoi definire tuo... Incappucciata?» Un formicolio di magia si riversò su Narnra prima ancora che Caladnei
avesse finito di parlare, e senza neppure soffermarsi a riflettere la ladra di Waterdeep si incurvò in avanti con aria tesa, quasi stesse affrontando un combattimento. «Io sono la Maga Reale di Cormyr», continuò con gentilezza la donna alle spalle dell'Arpista, «e quello era un incantesimo della verità... nulla di più. Qui la mia parola è legge... ed è un crimine essere evasivi con me oppure oppormi un rifiuto, quindi ti prego di darmi una risposta esauriente». Tremando, Narnra adocchiò la lama impugnata con decisione dall'Arpista e prese nota dell'espressione determinata dello sguardo di Caladnei, poi La Maga Reale si spostò da un lato e segnalò a Narnra di continuare a guardarla, in modo da costringerla a distogliere lo sguardo dall'Arpista che la stava minacciando. Sospirando, Narnra si erse sulla persona e si girò per fare quello che le era stato chiesto. La Maga Reale era vestita di cuoio e calzata di stivali come un guerriero, con i lunghi capelli neri legati sulla nuca con un nastro; la sua cintura era carica di un assortimento di sacche e di daghe e lei non sfoggiava nessuno stemma né portava indosso gioielli. «Guardami», ripeté in tono sempre gentile. Comprendendo quale fosse il suo intento, Narnra incontrò il suo sguardo con il proprio e si trovò intrappolata a fissare due fiamme oscure. Un urlo fendette l'aria, seguito da un pesante rumore di stivali in corsa e da un altro sciacquio, ma nessuno dei tre fermi a quell'estremità del molo prestò alla cosa la minima attenzione. «Ti ho fatto una domanda. Forniscimi il tuo nome completo.» «Io... io mi chiamo Narnra. Narnra Shalace, di Waterdeep.» «Stai cospirando contro la Corona di Cormyr?» «Signora, non so neppure chi porti la Corona di Cormyr... e finché non me lo hai detto tu, non ero neppure certa di trovarmi in Cormyr. Io... io non ero mai stata nella tua terra, prima di stanotte.» «Allora com'è che ti sei venuta a trovare su quest'isola?» Narnra sospirò. «Ecco, c'era un mago...» cominciò, poi esitò, non sapendo quale fosse il modo migliore per spiegare l'accaduto, perché a Waterdeep ammettere apertamente di essere un ladro significava essere puniti indipendentemente da quello che si aveva o non si aveva fatto. In quel momento, l'Arpista fermo accanto a lei emise uno strano grugnito e andò improvvisamente a sbattere contro una lontana colonna, il corpo avvolto dalle fiamme, mentre Caladnei barcollava e si serrava il capo come
se qualcuno le avesse urlato negli orecchi, e le pietre del molo sotto gli stivali di Narnra sussultarono e si sollevarono, quasi che una massa gigantesca stesse nuotando sotto di esse. La ragazza vide le pietre schizzare in alto e ricadere lungo tutto il molo, poi si girò di scatto e si allontanò di corsa dai due che la stavano interrogando, prima che il soffitto che la sovrastava si crepasse, che una colonna crollasse molto più avanti e che il ponte di collegamento con l'isola successiva, affollato di uomini che urlavano e che si spintonavano, s'infrangesse in una dozzina di punti, sprofondando nelle acque del porto con uno schianto che fece riversare sul molo un muro di acqua fetida. Lanciandosi verso una colonna, Narnra si aggrappò saldamente a essa per evitare di essere spazzata via. L'acqua le stava ancora vorticando intorno quando una scarica di luce accecante fendette la nebbia, generando una quantità di urla, poi qualcuno suonò quello che sembrava essere un corno da guerra, e dai punti più disparati una serie di quadrelle di balestra fendette la notte, dardi che ronzavano lungo i moli come calabroni in caccia. Imprecando, Narnra fuggì senza curarsi di dove stava andando, sapeva solo che voleva allontanarsi da lì. Ovunque c'erano piccole bande armate di Arpisti e di Maghi della Guerra, e molte delle colonne disposte lungo il molo erano adesso decorate dai corpi accasciati e addormentati di persone dagli abiti eleganti ora laceri e fradici, che erano state legate alle colonne e le une alle altre per i polsi, la gola o le caviglie... presumibilmente da quegli stessi Arpisti che ora le stavano sorvegliando attentamente. Uno di essi apostrofò Narnra con un grido e si spostò per intercettarla, la spada spianata. «Mi manda Caladnei!» ringhiò la ragazza. «Togliti di mezzo!» Prontamente, l'uomo ritrasse la spada e le permise di proseguire. Il molo però era ormai quasi finito e parecchi Arpisti la stavano osservando, quindi doveva oltrepassare una delle arcate buie. Esse però dovevano dare accesso a una serie di magazzini, e quale missione urgente lei poteva mai avere da assolvere in essi? No, doveva rientrare nelle cantine, non aveva scelta, e la fetida acqua del porto non le offriva un'alternativa perché, a parte il fatto che il suo aspetto non le piaceva per niente, tentare quella via di fuga quando c'erano intorno così tante balestre e tanti maghi capaci di scagliare fulmini avrebbe significato andare incontro a una morte certa. Dunque, la scala di accesso alle cantine si era trovata quasi sulla stessa linea del ponte che non esisteva più, quindi nonostante il fatto che in
quell'area non sembrava fossero giunti schizzi d'acqua, quella che aveva davanti doveva essere l'arcata giusta... «Ah! Un altro ratto che cerca di tornare nella tana!» Oltre una dozzina di uomini erano raccolti intorno all'imboccatura della scala, impegnati a parlare, e due di essi per poco non l'avevano già trapassata con la spada. Narnra schivò di lato senza rallentare. «Ordini di Caladnei!» ribatté, cercando di usare di nuovo il tono secco della matriarca di Waterdeep. «Toglietevi di mezzo!» «Armeld?» chiese, da sopra la spalla, uno degli uomini che le bloccavano il passo. «Poco fa stava parlando con la Maga Reale. Lasciatela passare e andate con lei... giusto voi due... per vedere dove va e che cosa fa», ordinò Armeld, poi tornò a girarsi verso gli uomini che gli stavano facendo rapporto, e nel proseguire giù per la scala tallonata dalla sua sgradita scorta, Narnra li sentì riprendere a parlare: «Dozzine di sgradevoli accoltellamenti e annegamenti... credo si sia trattato di regolamenti di conti... abbondanza di sesso e di vino, le solite cose...». «Ci sono in giro altri maghi, adesso che quell'Idiota-Scaglia-Fulmini è morto?» «Ce ne dovrebbero essere, ma...» Qualcuno imprecò nell'oscurità sottostante, dove le lampade erano ora decisamente meno numerose, e nel proseguire la sua corsa, Narnra si allontanò dalla cima delle scale abbastanza da non sentire più le voci nel tempo che quelle imprecazioni impiegarono a spegnersi, insieme al clangore d'acciaio e al gemito soffocato che le avevano prontamente seguite. «... se l'è squagliata!» disse d'un tratto qualcuno, quasi vicino all'orecchio di Narnra, mentre lei superava a precipizio un angolo e si lanciava giù per la successiva rampa di scale. «Ehi!» «Fermatela!» scattò un'altra voce, poi si sentì un tonfo sonoro quando qualcuno si parò involontariamente davanti ai due Arpisti che la stavano inseguendo, e i tre uomini rimbalzarono e rotolarono giù per i gradini sulla sua scia in un groviglio rumoroso le cui imprecazioni si trasformarono ben presto in gemiti. Narnra non osò rallentare per guardare cosa fosse successo, ma nello svoltare sul pianerottolo successivo intravide momentaneamente quella che sembrava essere la sagoma di un uomo, delineata dalla luce di una lampada, che stava superando d'un balzo i corpi rotolanti per continuare a inseguirla.
Poi sdrucciolò su qualcosa di viscido... probabilmente sangue... e per poco non cadde a sua volta; invece, andò a sbattere contro il muro con una violenza tale da toglierle il respiro e scivolò dolorosamente lungo la sua superficie fino ad arrestarsi con il respiro affannoso per cercare a tentoni la ringhiera, che non poteva vedere perché laggiù il buio era assoluto, anche se era possibile scorgere molto più in basso il bagliore sobbalzante di alcune torce. «Bene», commentò con malvagia soddisfazione una voce maschile, scaturendo dall'oscurità, appena sotto di lei, «se sono saliti a bordo di quella barca, adesso devono essere sul fondo di uno dei fetidi canali di Marsember, perché si tratta di quella che...». «Un momento!» scattò un altro uomo. «Credevo che quello che stava rotolando giù per le scale fosse un cadavere, ma adesso sento ansimare, quindi si tratta di qualcuno che è ancora vivo!» «Tasta a sinistra», borbottò la prima voce, e mentre si accoccolava su se stessa, bilanciandosi per spiccare un balzo disperato, Narnra sentì dei movimenti furtivi. Poi una luce divampò sotto di lei, un fioco chiarore magico che scaturiva dal pomo di una daga protesa sopra il centro degli scalini da qualcuno vestito di cuoio scuro e accoccolato a ridosso della parete sulla sua sinistra; un altro uomo era invece accucciato contro il muro di destra, Proprio davanti a lei. «Una ragazza!» esclamò l'uomo sulla sinistra, in tono sorpreso. «Mascherata», rispose l'altro, in tono tale da dare l'impressione che portare una maschera fosse il crimine più nefasto che si potesse commettere in Cormyr. «Siamo dalla stessa parte», annunciò Narnra, in un tono secco che imitava alla perfezione quello di un'irritata nobile matriarca di Waterdeep. «Mi stavo precipitando qua sotto per ordine di Caladnei quando sono scivolata su queste dannate scale.» «Perché la maschera?» «Il mio volto non è più molto attraente, signore», ribatté Narnra, con finta amarezza. «Un prezzo del mio fedele servizio.» «Oh. Capisco. Ah... mi dispiace. Non hai una lampada?» «No, e neppure il permesso di usarne una. I miei ordini non lo prevedono.» «Deve trattarsi di Armeld», commentò l'altro, in tono disgustato. «È sempre convinto di essere un nobile guerriero avviato incontro a una fine
gloriosa. Passa pure, signora», continuò, facendosi da parte, «ma usa la ringhiera, che attraversa almeno il prossimo pianerottolo. Questi nobili marsembani si sono costruiti dei magazzini dannatamente lussuosi, tanto da indurre a chiedersi che sorta di merci vi riponessero». «Già, è vero. Signori, vi ringrazio», replicò con cautela l'Ombra di Seta, affrettandosi a proseguire a ridosso della ringhiera. *
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«No, Thauvas, non è questo il modo», affermò in tono cordiale Senzanome Cormaeril, la punta della sua spada che trapassava di stretta misura la pelle del Mago Rosso, nel punto in cui la gola si congiungeva alla mascella. «Perché voi Thayani rendete sempre le cose così complicate? Affari, sono solo affari, ricordi? Lascia che te lo ripeta, in parole semplici: io ti rivolgo alcune domande e tu mi fornisci altrettante risposte sincere... una cosa a cui non sei abituato, lo so, ma ti garantisco che non fa poi così male, una volta che si è imparato a farlo. Mi riveli qualche piccola verità, io ti lascio andare, e dopo tu avrai tutto il tempo che vorrai per tramare la mia morte... semplice, non credi?» «Idiota di un nobile», sibilò il Mago Rosso, il volto sudato e pallido quanto un teschio. «Sai a quale rischio stai esponendo la bella Cormyr con quest'azione avventata? O a quale sorte terribile stai condannando te stesso?» L'alto uomo sfregiato che impugnava il grosso stocco sorrise. «Sì», rispose con la massima gentilezza. Intanto, il Mago Rosso riuscì finalmente a completare l'intricata serie di gesti che stava eseguendo di nascosto, dietro la schiena. «Sssardamar!» esclamò in tono di trionfo, e si allontanò con una torsione dall'affilata punta della spada, gridando: «Muori, stolto. Osare di minacciare in questo modo un mago di Thay! Razza di cane contadino!». La magia divampò con un ruggito intorno all'uomo che si faceva chiamare Khornandar, avide fiamme si protesero verso il nobile dai capelli corvini. Questi però non ebbe la compiacenza di urlare, di carbonizzarsi e di ' morire; invece, perse spada, capelli corvini e volto rasato per pararsi sorridente in mezzo alle fiamme nei panni di un uomo in vecchie vesti sporche, con la barba bianca e un naso aquilino sovrastato da sopracciglia cespugliose... e con un fuoco ancora più intenso fra le mani.
«Ah, pare proprio che di questi tempi gli stolti osino proprio qualsiasi cosa, vero?» chiese in tono allegro. «Adesso mi riconosci, Thauvas Zlorn? In Thay, in mezzo a tutte le vanterie e all'allegro contare gatti non ancora messi nel sacco, mentre si trama di continuo per acquisire il dominio di Toril, menzionate ancora, di tanto in tanto, il nome di Elminster, anche solo per mettere in guardia i giovani maghi dai pericoli del mondo?» Con il sangue che gli colava dalla gola, Zlorn venne sollevato in aria da una magia capace di annullare la sua come se fosse stata un semplice trucco da illusionista, e venne tenuto sospeso nel vuoto. Deglutendo a fatica, il Mago Rosso riuscì nell'impresa pressoché impossibile di impallidire ulteriormente, e svenne. «Mystra mia», mormorò Elminster, in tono disgustato, «di questi tempi lasciano uscire proprio di tutto da Thay, non trovi?». *
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In fondo alla scala regnava il buio, in quanto le sole fonti di luce erano le lanterne e le torce che si muovevano avanti e indietro in mano a gruppi di individui dall'aria cupa intenti a perquisire le cantine, tutti uomini e donne umani che erano dotati di spade, balestre e spille d'argento a forma d'arpa o che brandivano bastoni magici ed esibivano l'espressione vacua di persone che stessero ascoltando una conversazione in corso nella loro mente e udibile soltanto per loro. Narnra esitò, inizialmente incerta sulla direzione da prendere. Sapeva approssimativamente da quale parte si trovava l'arcata che le serviva, ma senza il mago essa era chiusa, e con ogni probabilità non sarebbe neppure riuscita a individuarne la posizione esatta. Inoltre, considerati tutti i cadaveri e il sangue versato che c'erano là sotto, sarebbe stato davvero orribile se gli altri se ne fossero andati tutti e l'avessero lasciata a cercare a tentoni la via d'uscita nel buio più assoluto, insieme ai topi. Per lei, l'alternativa migliore consisteva nell'unirsi a una banda di cercatori, farsi accettare come una di loro e raggiungere insieme a essi la città al di là del ponte infranto, A quel punto, supponeva, avrebbe dovuto cominciare una nuova vita, senza possedere quasi nulla e in un regno straniero dove era già stata giudicata una possibile traditrice da parte di un mago reale. «Grazie, dei misericordiosi», borbottò in tono sardonico... poi s'irrigidì quando due cose si verificarono contemporaneamente: da un lato lei si ricordò della sagoma che aveva visto scendere le scale, presumibilmente al
suo inseguimento, ma non ancora abbastanza vicina da raggiungerla, e dall'altro un Arpista si allontanò di colpo da un gruppo di passaggio per protendere verso di lei una torcia accesa. «Per te», disse, laconico. «Ordine di Caladnei.» Narnra lo fissò a bocca aperta, poi accettò passivamente la torcia, perché non riusciva a pensare a niente altro da fare. Essa schizzava pece, come facevano tutte, e bruciava con un'intensità tale da scaldarle una guancia... decisamente reale, e avvolta in tanti strati di tela oleata da poter durare per ore. Naturalmente, il suo chiarore spiccava nitido nelle cantine buie... ma del resto, con la Maga Reale che stava proiettando incantesimi su di lei, doveva già essere visibile quanto un faro nella notte. L'Ombra di Seta emise un profondo sospiro e allargò le mani in un gesto di esasperazione... per essere una ladra di Waterdeep dotata di tanto talento, non si poteva dire che fosse anche un'abile stratega... prima di avviarsi con passo deciso attraverso le cantine, diretta verso il punto in cui si era trovata l'arcata. Esisteva infatti la possibilità, per quanto minima, che il vecchio mago fosse tornato là o decidesse in seguito di farlo, e lei sentiva di dover almeno dare un'occhiata, se non voleva tormentarsi per sempre all'idea di non averlo fatto. Il suo tragitto la portò attraverso quasi una dozzina di cantine, nelle quali vide una ventina di cadaveri e molti, molti più prigionieri stretti gli uni agli altri con aria cupa. A quanto pareva, le file della Legittima Cospirazione erano state ridotte ai suoi misteriosi organizzatori e forse a ma manciata di fuggiaschi che erano riusciti a eclissarsi. Sì quello era il posto giusto, quello doveva essere il passaggio da cui era arrivata, e... Un improvviso, freddo bagliore magico divampò sulla sinistra, attraverso un'altra arcata. Protendendo il più possibile la torcia accesa alle proprie spalle, Narnra si avvicinò con cautela per vedere chi stesse usando la magia là sotto, molto lontano dai gruppi di perquisitori dall'aria cupa. L'istante successivo tornò a irrigidirsi e si volse con estrema lentezza, chiedendosi perché tutti si fossero tenuti alla larga da quell'area, e perché adesso alle sue spalle ci fosse il silenzio più assoluto. La luce della sua torcia le mostrava tutt'intorno soltanto colonne e vuota oscurità... Con un ringhio improvviso, Narnra scagliò la torcia quanto più in alto e lontano le era possibile, nella direzione da cui era giunta. Dal momento che la volta era alta, la torcia ruotò su se stessa più volte
con notevole energia, lasciandosi alle spalle una scia di scintille e di fiamme prima di atterrare con una vampata che si ridusse immediatamente a poche, incerte lingue di fiamma... peraltro sufficienti a illuminare le gambe ben modellate e rivestite di cuoio di una figura isolata che la stava seguendo. La persona in questione abbassò una mano per indicare la torcia, che si sollevò nell'aria riprendendo a bruciare e fluttuò verso Narnra rimanendo diritta ed emanando una luce più che sufficiente a rivelare alla giovane ladra il volto sorridente della Maga Reale di Cormyr. Deglutendo a fatica, Narnra sollevò una mano in un gesto di saluto e protese l'altra ad afferrare la torcia, augurandosi che Caladnei non fosse tanto crudele nel suo esercizio dell'Arte da trasformarla in un inferno di fuoco che la incenerisse o in qualche altro simile strumento di morte. La torcia rimase quella che era, e con un sospiro che era un misto di sollievo e di rassegnazione, Narnra tornò a girarsi verso quegli strani bagliori prodotti dalla magia, ma dopo aver mosso appena pochi passi si volse di scatto per verificare se Caladnei la stesse seguendo. Nel buio totale le fu impossibile vedere qualcosa, ma una voce asciutta le sussurro all'orecchio, all'apparenza tanto vicina da renderle impossibile trattenere un sussulto. Sei proprio un faro, Narnra Shalace di Waterdeep. Continua a farmi strada, e vediamo insieme che cosa succede. Levando il viso verso l'invisibile soffitto che la sovrastava, Narnra scagliò una silenziosa imprecazione all'indirizzo del Mascherato e di Tymora, soppesò la torcia fra le mani con crescente disperazione e riprese ad avanzare. Adesso l'arcata era molto vicina, distante appena una dozzina di passi, sulla sua sinistra. Tenendo la torcia il più basso possibile e spostata al massimo sulla destra, Narnra si avviò da quella parte, strisciando lungo la parete verso l'apertura. Certo, stava reggendo un faro fiammeggiante, ma forse in quella cantina c'erano luce e lotte tali da impedire che l'attenzione si appuntasse su una torcia in più che si stava avvicinando. Forse... Inginocchiatasi, l'Ombra di Seta di Waterdeep abbassò la testa al livello del pavimento di pietra e sbirciò oltre l'arcata. Nella cantina c'erano soltanto due uomini... e la loro magia. Uno di essi era il vecchio mago che costituiva la sua unica via d'uscita da tutti quei pericoli, l'altro era un uomo più giovane che stava farfugliando in preda al terrore, sospeso a mezz'aria e avvolto da lucenti e vorticanti nubi di magia. Quindi era intrappolata fra Caladnei di Cormyr, che stava avanzando alle
sue spalle lenta e inesorabile, pilotandola con l'abilità con cui qualsiasi mandriano avrebbe accalcato dei buoi in un recinto, e il vecchio mago che l'aveva sconfitta con tanta facilità. Senza dubbio, la Maga Reale aveva eretto intorno a sé incantesimi su incantesimi con cui schermarsi... e la portata del potere del vecchio mago era ovvia, dato che l'aria stessa splendeva e pulsava a causa di esso, con tanta violenza da farle quasi dolere gli orecchi. «Sai, avresti potuto farlo nella maniera più facile», disse Elminster all'uomo tremante e madido di sudore sospeso nell'aria sopra di lui. «Io sono un tiranno benevolo, e richiedo soltanto pochi attimi del tuo prezioso tempo... un impedimento nella precipitosa tabella di marcia con cui ti proponi di conquistare il dominio del mondo, lo ammetto, ma tale da darti comunque una possibilità di continuare a esercitarti a gongolare e a gridare frasi argute riguardo al tuo futuro valore... e invece no, Thauvas, tu hai dovuto opporre resistenza. E io che credevo che i Thayani comprendessero alla perfezione i rispettivi ruoli di padrone e di schiavo! Tu mi deludi. Allora, parla», continuò, in tono d'un tratto più tagliente. «Tu sei...» «T... Thauvas Zlorn, Mago Rosso di Thay.» «Grazie. Dunque, Thauvas, tu hai fatto tutta questa strada per raggiungere l'umida Marsember... che non è certo il porto più vicino che si possa raggiungere dalle coste thayane... soltanto per partecipare a una festa in una cantina in compagnia di sconosciuti, giusto?» «S... s... sì... uh... ah... voglio dire, no!» «La tua mente divaga ed è turbata, caratteristiche che non vanno bene in qualcuno che cerca di acquisire il dominio della magia», commentò Elminster, scuotendo il capo. «Il giorno in cui potrai diventare un qualche tipo di zulkir sembra essere davvero distante. Sei venuto per unirti a questa Legittima Cospirazione, o almeno per vedere di cosa si trattava, vero? Oppure è stato Thay a fomentarla e tu stavi soltanto adempiendo a una missione che ti è stata assegnata?» Il volto di Zlorn tremò e si contorse, mentre lui lottava contro il sondaggio spaventosamente forte che gli stava trapassando ricordi e pensieri come un cuoco avrebbe potuto trapassare un melone con uno spiedo. Suo malgrado, poi, le labbra gli si mossero per obbedire alla pressione di una seconda, inesorabile magia che lo costringeva a dire la verità. «S... s... sì», balbettò. «Sì a quale delle due ipotesi, eloquentissimo Thauvas? Parla ad alta voce, in modo che tutti ti possano sentire.»
In reazione a quelle parole del vecchio mago, Narnra s'immobilizzò, poi si girò di scatto per guardare verso Caladnei, scoprendo che il volto della maga reale esprimeva il suo stesso stupore. «Sì», si affrettò ad annaspare il Mago Rosso. «Mi è stato assegnato questo incarico... molti Maghi Rossi emergenti sono coinvolti... una prova per ciascuno di noi... i Sembiani sponsorizzano questa cospirazione... è cominciata come scontento fra gli esuli di Cormyr, naturalmente... finora noi Thayani ci stiamo naturalmente tenendo il più nascosti possibile...» Mentre la volontà sempre più concentrata di Elminster penetrava attraverso strati e strati di ricordi, di pensieri e di preziosi segreti, sbucciando la mente del Thayano come se fosse stata una cipolla, uno strato dopo l'altro, Thauvas Zlorn cominciò a singhiozzare e a parlare a ruota sempre più libera. «E quel tuo allegro accenno ai Coraggiosi Avventurieri? Fanno forse parte del complotto? Si tratta di accordi che sono già in essere o di piani futuri?» «Io... io... io... è stata una mia idea... Velmaerass ne è rimasto molto soddisfatto... si è complimentato con me...» «Sentirlo mi riscalda decisamente l'anima», commentò Elminster, in tono asciutto. «Potrebbe perfino assegnarti uno o due tharch, se per allora sarai ancora vivo.» Thauvas stava già piangendo per il terrore, due lucenti linee di lacrime che gli scorrevano lungo le guance, e adesso prese addirittura a battere i denti. Sospirando, il Vecchio Mago aggirò con noncuranza una mano. «Allora dormi... almeno per ora... e conserva quel poco senno che hai», affermò con disprezzo. «Tutto questo svenire e farfugliare... quando impareranno mai questi cuccioli che essere un mago significa vagliare in anticipo le possibili conseguenze, valutarle e agire tenendone debitamente conto? O forse riflettere prima di lanciarsi allegramente nel bel mezzo di una guerra è diventata cosa da riservare soltanto ai vecchi stolti?» D'un tratto si volse di scatto e una forza invisibile quanto irresistibile afferrò la gola e i polsi di Narnra, sollevandola da terra con tutta la torcia prima che avesse anche solo il tempo di sussultare. «E tu, piccola Dama Mascherata? Quanto hai riflettuto tu, prima di lanciarti attraverso quella porta per venirmi dietro, eh? Oppure sei tanto giovane che l'avventura ti affascina al punto da indurti a gettarti in essa a capofitto?» Narnra Shalace si ritrovò sospesa nell'aria pulsante, con vaghe volute
candide di puro potere magico che le aleggiavano intorno, lo sguardo rivolto verso il sottostante volto barbuto del vecchio mago, che sfoggiava ora un asciutto sorriso. La ragazza annaspò per respirare, d'un tratto fradicia di sudore, e si chiese se lo strisciante senso di torpore che avvertiva intorno al collo e agli orecchi fosse un segno della magia che le si stava insinuando nella mente, se anche lei si sarebbe ritrovata singhiozzante e farfugliante, con i denti che battevano e la lingua che non le obbediva più. Quel vecchio l'avrebbe uccisa, oppure l'avrebbe trasformata in un relitto demente, rovinandola con la sua magia? «Io... io... io...» «Sei decisamente troppo agitata, Signora della Notte. Non ho nessun particolare desiderio di operare un incantesimo di assassinio proprio sotto il naso della Maga Reale di Cormyr, che a quel punto riterrebbe suo dovere intraprendere azioni che finirebbero soltanto per danneggiarla. Tutto quello che voglio è qualcosa che dovrebbe soddisfare tutti noi: una condivisione della verità.» «La verità, ragazza, è una cosa preziosa», proseguì, trapassandola con lo sguardo dei suoi occhi fra il grigio e l'azzurro. «Tagliente, certo, impiegata troppo di rado nella vita quotidiana... e di conseguenza fin troppo preziosa. Sei disposta a condividerla con me?» Impotente, Narnra deglutì a fatica, abbassò lo sguardo sul vecchio e si sforzò di trovare una risposta. «Oppure preferisci la morte?» sussurrò il Vecchio Mago, fissandola negli occhi. 4. VERITÀ TAGLIENTI COME RASOI Nulla ferisce profondamente quanto una verità nuda e indesiderata. Thauloamur Reerist, Menestrello Intelligenti parole di un buffone fallito Anno del Principe «Non offri molte alternative... né a me né a chiunque altro, vero?» ribatté con voce amara Narnra, sentendo l'ira insorgere dentro di lei a soffocare
la paura... almeno un poco. «"Fa' quello che dico, altrimenti ti riduco in cenere oppure ti trasformo in un idiota". Come puoi fidarti di qualsiasi "verità" ottenuta con queste minacce?» «È la stessa scelta crudele che la maggior parte delle persone di potere di questo mondo offre a chiunque altro», rispose il vecchio mago, scrollando le spalle. «Ragazza, tu mi sembri un po' troppo matura... soprattutto se si considera il tuo tipo di attività notturna... per poter credere che Faerûn sia un mondo giusto. Se davvero lo credi, sei già un'idiota, che tu voglia ammetterlo o meno. Semplicemente, io espongo le alternative in maniera più chiara e diretta di quanto facciano molti altri, almeno quando non ho voglia di sprecare troppo tempo in duelli verbali e altre frivolezze del genere. Mi piace Cormyr, e ho visto nascere così tante di queste stupide ribellioni, la cui «nascita» sembra sempre richiedere la morte di molte persone buone e spesso innocenti. Quanto a come io possa fidarmi della verità contenuta nelle tue parole, la mia magia mi dirà se stai mentendo o se stai dicendo la verità». «E ci si aspetta che questo mi renda obbediente e disposta a collaborare?» ringhiò Narnra. «No, ma dovrebbe farlo la speranza di sopravvivere a questa notte... ritengo la si definisca "prudenza". Sei tornata quaggiù per cercare il mio portale e un modo per uscire da tutto questo, vero? E sai che io sono il solo mezzo che hai per poterlo riattraversare, giusto? Io potrei essere un pochino più disposto ad aiutare qualcuno che non molto tempo fa ha cercato di derubarmi e di assassinarmi in un vicolo senza uscita se almeno questo qualcuno provasse a parlare con me in maniera civile, non credi?» Sconfitta, la ragazza trasse un profondo respiro. Disperata e al tempo stesso furente, sospirò, trasse un altro respiro tremante e infine ringhiò: «Avanti, fammi le tue domande, e io cercherò di attenermi alla verità». «Una scelta prudente», approvò con calma il mago, «se desideri che mi limiti a verificare la tua sincerità ed eviti di sondare la tua mente, come avevo cominciato a fare con Thauvas. Lui ha imparato molto presto quale fosse la scelta più saggia». Sospesa a mezz'aria, Narnra scosse il capo con impotenza. «Fammi le tue domande», ripeté. Le nebbie che l'avviluppavano si accesero di una luminosità improvvisa, un bagliore che si spense bruscamente com'era apparso, poi il suo catturatore girò di scatto la testa per scrutare l'oscurità alle sue spalle. «Caladnei, per favore, limitati a guardare, ad ascoltare e per un po', fingi
di non essere qui, d'accordo? Vangerdahast si irriterebbe enormemente con me se dovessi distruggere la sua sostituta senza un valido motivo... e comunque è bene che tu sappia che il tuo sconsiderato sondaggio dei miei incantesimi di schermatura è destinato a fallire.» Dall'oscurità non giunse risposta, e dopo essere rimasto in silenzio per un lungo minuto, il vecchio mago aggiunse, in tono più pacato: «Grazie. Dunque», riprese poi, tornando a sollevare lo sguardo su Narnra, «il tuo nome completo, ragazza, è...». Dei, il suo naso aquilino è ancora più marcato del mio, pensò Narnra, nel fissare quegli occhi luminosi, che apparivano più azzurri che grigi adesso che la magia li stava pervadendo, poi rispose con voce salda. «Mi chiamo Narnra Shalace. Mia madre era Maerjanthra Shalace, una gioielliera di Waterdeep. Non ho mai conosciuto mio padre.» «Maerjanthra, eh?» commentò il mago, inarcando le sopracciglia cespugliose. «Alcuni anni fa conoscevo una Maerjanthra Shalace di Waterdeep, ma era una maga che vendeva i propri servigi, e non una gioielliera. Il suo non è però un nome comune», continuò, contemplando con aria pensosa la sua prigioniera fluttuante nell'aria. «Descrivimela, così com'è adesso.» «Una manciata di ossa, un po' di polvere e probabilmente il groviglio di quello che resta dei suoi capelli... in una fossa fuori dalle mura di Waterdeep», ringhiò Narnra, lasciando trasparire la propria rabbia. «Lei è morta, mago.» «Capisco», commentò il vecchio, un'espressione indecifrabile dipinta sul volto. «In vita, però, aveva i capelli neri e gli occhi scuri come i tuoi?» «Sì», confermò Narnra in tono piatto, senza aggiungere altro. «Com'è morta?» «Non lo so. Credo sia stata assassinata con la magia, ma non ho idea di chi possa essere stato a ucciderla... altrimenti adesso sarebbe morto». «Capisco. Hai altri parenti?» «No, a meno che mio padre sia ancora vivo.» «Cosa sai di lui?» «Che era un uomo», ribatté la ladra, scrollando le spalle, «e che era un mago potente, stando a quanto mi hanno detto». «Chi te lo ha detto? «Gli apprendisti di mia madre... tagliatori di gemme, tutti fuggiti da tempo. Quando lo hanno detto, erano ubriachi.» «La madre morta, gli apprendisti fuggiti... dove vivi, adesso?» «Sui tetti», spiegò Narnra, con un'altra scrollata di spalle. «Vicino ai
camini più caldi d'inverno e per lo più nella Città dei Morti durante l'estate». «Sola?» «Sola.» «E come riesci a guadagnare abbastanza da mantenerti...?» «Rubando, come ben sai.» «Per o con qualcuno?» «Da sola.» «Hai qualche amico?» «No.» «Ci sono persone a cui vendi le cose che rubi?» «Molte.» «Dimmi il nome di qualcuna di esse.» «Nel Rione dei Moli ci sono molti uomini che non fanno domande riguardo alla provenienza di un oggetto... e che stanno bene attenti a non apprendere nulla riguardo a chi lo sta vendendo loro», rispose Narnra in tono piatto, fissando il mago negli occhi. «Se la Guardia Cittadina li dovesse interrogare, potrebbero sempre dire di aver trovato quell'oggetto la mattina, gettato da qualcuno nel loro cortile, o attraverso la loro finestra. Quanto a me, sto bene attenta a non chiedere e a non apprendere in altro modo il loro nome, perché questo è il metodo consolidato per condurre affari del genere.» Il mago annuì, come se stesse ricordando cose remote, di molto tempo prima. «La verità si addice alla tua lingua», commentò. «Allora ricompensami.» «Come?» «La mia libertà. La via per tornare indietro.» «Chiedi molto in cambio di poche risposte cortesi», sorrise il vecchio mago. «Dovrò sapere qualcosa di più, prima che cominciamo a parlare di ricompense, d'accordo?» «Il potere di imporre condizioni rimane tuo», replicò Narnra. In basso, il sorriso del mago si accentuò improvvisamente e dall'oscurità al di là delle nebbie giunse un debole suono subito soffocato che avrebbe potuto essere una risatina della Maga Reale. «Fai parte di qualche corporazione?» «No.» «Sei sul libro paga di qualcuno?»
«No.» «Paghi le tasse?» La risposta di Narnra fu un verso di incredulità che indusse il vecchio mago a sorridere ancora. «Sai chi sono?» chiese poi? «No. In base a quanto vedo e sento, so che sei un vecchio e un mago potente, ma niente di più.» Il vecchio mago annuì, si allontanò di qualche passo poi si girò di scatto. «Come trascorri le giornate?» domandò. «Rubo, dormo, spio le persone da derubare, rubo, vendo la refurtiva e uso il ricavato per comprare cibo, mangio, evito la Guardia Cittadina e rubo ancora.» «Che ne è stato della bottega di tua madre, della casa, delle merci?» «Sottratte, afferrate e portate via nel momento in cui in città si è saputo che lei era morta», rispose con freddezza Narnra. «Qualche nobile a caccia di schiavi ha perfino mandato i suoi servi a inseguire me.» «La cosa non mi sorprende», annuì il mago. La nebbia ribollì di colpo, trasformandosi in una gigantesca testa di serpente coperta di scaglie, le cui grandi fauci si stavano aprendo per inghiottirla... Narnra urlò... e altrettanto fece la Maga Reale, poi il mondo parve esplodere in una grande onda ruggente di energia che spazzò via la testa di drago e con essa anche l'Ombra di Seta, che rotolò alla cieca su se stessa nell'aria... e verso ondate crescenti di potere che l'afferrarono e la trattennero, trascinandola fuori da quel caos ribollente fino a farla ritrovare nuovamente sospesa nell'aria in posizione eretta. Le nebbie vorticavano e ribollivano intorno a lei con violenza ancora maggiore, lasciandosi dietro qua e là scie di scintille, ma a parte questo la cantina era praticamente identica a prima, tranne per il fatto che il Mago Rosso privo di sensi stava ora fluttuando a testa in giù. Anche il vecchio mago era fermo in piedi nello stesso punto di prima, però adesso il suo sguardo era appuntato sull'arcata d'ingresso della cantina. «Ti avevo avvertita, Maga Reale», ammonì in tono pacato. «Non sai riconoscere un'illusione, quando la vedi?» Constatando che era in grado di muovere la testa, Narnra si volse e vide che Caladnei era in ginocchio e stava cercando di liberarsi di quelle che sembravano funi di fuoco fluido che le bloccavano i polsi in basso e lonta-
no dal corpo, le cingevano il collo e scendevano ad avvilupparle le ginocchia e le caviglie. «Sei disposta a restare in disparte senza operare magie?» domandò il vecchio mago. «No», ribatté in tono secco la Maga Reale di Cormyr, fissandolo con occhi roventi al di sopra delle fiamme crepitanti. Scrollando le spalle, il mago tornò a voltarsi verso Narnra... e per un singolo, agghiacciante momento, la testa di drago tornò a incombere davanti a lei. Poiché adesso sapeva di cosa si trattava, la ragazza riuscì a trattenersi dall'urlare, ma non poté fare a meno di tremare nel vedere quelle grandi fauci che si aprivano nuovamente. «Ragazza, hai mai visto una cosa del genere, prima d'ora?», domandò con voce gentile il mago dalla barba bianca. «No... no», balbettò a fatica Narnra. «Falla sparire!» La testa di drago prese a rimpicciolire e a indietreggiare davanti a lei, riducendosi fino a diventare grande quanto una testa umana... poi tornò a farsi spaventosa, simile alla testa di un grande serpente che la stesse osservando in mezzo a veli di nebbia, un serpente che avrebbe potuto ucciderla mentre era immobilizzata dall'incantesimo del mago. «Hai mai visto prima d'ora una bestia vivente simile a questa?» insistette il mago, in tono ora tagliente; nel frattempo, la testa più piccola si girò di qua e di là, mettendosi in mostra per lei come avrebbe potuto fare una modella alle dipendenze di un mercante di abiti... poi arretrò fra la nebbia e scomparve. «No... no», riuscì a rispondere Narnra, mentre un sospetto cominciava a prendere forma dentro di lei, cupo, rovente e soffocante. Possibile che quel vecchio bruto... «Ma?» fu pronto a incalzarla il mago. «Ma niente», ribatté Narnra, con un bagliore d'ira nello sguardo. «La verità, ragazza. Menti male come un prete ubriaco. Di' la verità!» «Io... gli apprendisti di mia madre erano soliti parlare di draghi... e quello era un drago, vero?» «Quanti erano quegli apprendisti?» domandò il mago. «Come si chiamavano?» «Uh, sono stati quasi sempre cinque: Goraun, Rivrel, Jonczer e i due più giovani, Tantheld e Silen... Rorgel, soprannominato "Silenzioso" perché non parlava quasi mai. Loro... Rivrel è morto, accoltellato da qualcuno che
stava depredando la bottega dopo la morte di mia madre. Credo che anche Jonczer sia stato ucciso, però non ho visto il suo corpo, solo una grande quantità di sangue. Quanto agli altri... sono scomparsi, e può darsi che siano morti o che abbiano rubato delle cose e siano fuggiti... io non lo so.» «Hai mai visto uno qualsiasi di loro operare la magia?» «No.» «Cosa ti hanno detto riguardo ai draghi, esattamente?» Narnra fissò il vecchio mago con occhi roventi, sentendo radicarsi sempre più i propri sospetti. «Quando avevano bevuto», spiegò, a fatica, «borbottavano riguardo ai lavori più pesanti che venivano loro assegnati, poi desideravano di poter essere audaci avventurieri e cominciavano a raccontare storie avventurose. In alcune di esse figuravano i draghi, che divoravano la gente, abbattevano castelli e appiattivano interi villaggi... del resto, sono certa che tu ne sai molto di più al riguardo. In seguito, mi avvertivano sempre che non avrei dovuto fare parola con mia madre di quello che avevano detto.» «E lo hai mai fatto?» «Fatto cosa?» «Hai mai parlato con lei di draghi?» «No. Ascoltami bene, ser mago, lei è morta. Ti ho detto il mio nome e anche quello di mia madre, e perfino quello dei suoi cinque apprendisti tagliatori di gemme... mentre il tuo nome rimane tuttora un mistero per me. Si può sapere chi sei?» «Elminster Aumar, anche se la maggior parte della gente mi conosce meglio come "Elminster di Shadowdale". Mi chiamano anche Vecchio' Mago, Vecchio Saggio e una quantità di altri titoli e appellativi molto meno lusinghieri. Ne sai di più, adesso?» «Ho sentito parlare di Elminster il Grande, l'Impiccione di Mystra, che operava a Waterdeep secoli fa. Immagino che ti abbiano dato il suo nome.» «Sì, si potrebbe dire così», ribatté il vecchio mago, con un freddo sorriso. «Adesso che ci conosciamo un po' meglio a vicenda, ragazza, che ne dici di accantonare la tua rabbia e di dirmi sinceramente: sei vincolata a qualcuno? Lavori con qualcuno? Fai la spia per qualcuno? Ti hanno assoldata per svolgere un incarico di qualche tipo?» «No», replicò Narnra, cedendo di nuovo all'ira. «No, no e ancora no!» Dunque il vecchio non credeva a una sola parola di quello che gli aveva detto.
«Non sei capace di riconoscere la verità quando la senti? O forse non vuoi sentire cose che non corrispondono al giudizio che hai già formato sul mio conto? Non hai avuto molta misericordia per quel Mago Rosso!» «Non ne merita, credimi». «Hah!» ringhiò Narnra, dall'alto della posizione in cui la nebbia magica la stava tenendo inchiodata. «E se io non ti credessi? Perché dovrei farlo? Lasci sottintendere astutamente che io starei mentendo, e che tu sai sul conto di mia madre molte più cose di me, e che i maghi devono agire come ritengono di dover fare. Ebbene, riguardo a questo, tutto quello che io vedo e sento è che i maghi fanno esattamente quello che vogliono e che nascondono l'interesse personale sotto un manto di grandi parole e di insinuazioni secondo cui starebbero compiendo azioni importanti per proteggere tutto Faerûn, e noi con esso! E tuttavia, mostrano mai qualche prova di questo?» Il sorriso che stava affiorando sul volto del Vecchio Mago acquisì una sfumatura di tristezza, mentre lui replicava: «A quale prova crederesti, Narnra?» «Io... io...» «Hai visto?» commentò Elminster, allargando le mani. «Hai in te rabbia in abbondanza, cosa che non mi meraviglia, perché ti ho spaventata e fatta infuriare, e il mio potere si stende fra noi affilato come una lama. Ciò che ti fa infuriare è l'idea che io non mi fidi di te... ma tu ti fidi di me?» «No», sussurrò Narnra in un filo di voce, abbassando lo sguardo su di lui. «Non ancora.» «Ah, però vuoi farlo, come io mi voglio fidare di te. Allora, come facciamo a creare fra noi una fiducia reciproca?» La ladra fluttuante nella nebbia si accigliò con aria riflessiva. «Perché non rispondi tu a qualcuna delle mie domande?» suggerì poi. «Come mi hai detto tu stessa», sorrise il mago dalla barba bianca, «fammi le tue domande, e io cercherò di attenermi alla verità». «Quando hai incontrato per la prima volta mia madre, e perché?» chiese Narnra, con un accenno di sorriso. «Se Maerjanthra Shalace la maga è anche Maerjanthra Shalace la gioielliera di Waterdeep, l'ho incontrata per la prima volta fra le rovine di un palazzo elfico sulla Costa delle Spade Settentrionale, circa settant'anni fa», rispose Elminster, «quando lei dimostrava più o meno la stessa età che tu hai adesso. Era con una banda di avventurieri in cerca di ricche tombe da depredare, e io ero là per impedire che lo facessero». «Settanta inverni? Ma questo è impossibile! Mia madre...»
«Ti ha mai detto esattamente quanti anni aveva?» «No, ma...» «Ma giudicando dal suo aspetto, tu hai supposto che avesse al massimo venti o trenta stagioni più di te, giusto?» Narnra annuì. «Ma... ma se era una maga», esclamò poi, «non avrebbe potuto... farmi qualcosa, con la sua magia?» «Ah, vedo che cominci a capire i motivi del mio interesse», commentò lentamente il Vecchio Mago. «Hai mai fatto... strani sogni? Hai mai sentito il potere levarsi dentro di te o scorrere in te? Quando la mia magia ti ha toccata, hai avuto qualche... qualche visione? Sensazioni di potere?» L'Ombra di Seta abbassò lo sguardo su di lui e scosse il capo. «No», rispose, con voce che era poco più di un sussurro. Da un punto imprecisato, al di là delle nebbie, giunse un rabbioso crepitare di magia che poteva essere stato prodotto soltanto dagli sforzi di Caladnei per liberarsi o per operare la magia. «Allora posso solo risponderti che non lo so», affermò Elminster. «Se conoscevi tanto bene mia madre, sai chi era mio padre?» chiese Narnra traendo un profondo respiro. Il mago scrollò le spalle. La ladra fluttuò in silenzio per alcuni secondi, fissandolo con aria accigliata. «Hai parlato della "prima volta" in cui hai incontrato mia madre», osservò poi. «Quante altre volte vi siete visti?» «Dozzine. Ventine», rispose il Vecchio Mago, con un'altra scrollata di spalle. «Una primavera abbiamo abitato insieme a Waterdeep, in un periodo in cui avevo delle questioni da sbrigare con alcuni nobili di quella città. La casa era mia, e vi ho ospitato almeno una dozzina di avventuriere.» «Una dozzina, con un solo uomo... un mago? Non ci sono state chiacchiere, al riguardo?» «Chiacchiere?» ribatté Elminster, inarcando un sopracciglio. «Waterdeep deve essere cambiata più di quanto credessi.» Poi la sua figura parve farsi indistinta, e di colpo Narnra si ritrovò a fissare una donna alta e sinuosa dal seno formoso, dotata di uno sguardo ferreo e di una grazia imperiosa che trascendevano le sformate e non troppo pulite vesti del vecchio mago che le calzavano malamente intorno al corpo. «Inoltre, eravamo una casa di sole donne», spiegò una voce che era una versione più dolce e sommessa di quella di Elminster, poi la nebbia vorticò
intorno alla donna, ci fu uno scoppio di scintille che indusse Narnra a sbattere le palpebre... e il vecchio mago tornò ad apparire sotto di lei. «Sei stato una donna per tutto il tempo?» insistette Narnra. «Vivevi con le tue coinquiline, oppure ognuno di voi se ne stava nella sua stanza, confidando nella robustezza della serratura?» «Adesso sembri un prete moralista, ragazza», ridacchiò Elminster. «A parte quelle sulle porte esterne, non c'erano serrature e le stanze erano in comune. Uomini... e donne... andavano e venivano nella maniera più normale, e c'erano scontri e incontri amorosi... e anche se ho trascorso gran parte del mio tempo in altre case più eleganti, utilizzando altre forme più importanti, ho anche vissuto con quelle dame.» «E hai dormito con loro?» lo incalzò Narnra, in tono tagliente. «In particolare con Maerjanthra Shalace?» «La risposta è sì, a tutte e due le domande», sorrise il Vecchio Mago. «Tutto questo deve essere successo una quarantina di estati fa.» «E non l'hai più rivista, dopo di allora?» «Le nostre strade si sono incrociate ancora di tanto in tanto, nel corso degli anni, quando mi recavo a Waterdeep per questo o quel motivo». «Mia madre era la tua amante?» «No, non mi esprimerei in questo modo... e non lo avrebbe fatto neppure lei. Tua madre aveva i suoi amanti, io avevo le mie, ma ci piaceva parlare e passare una serata a metterci a vicenda al corrente degli eventi, quando gli dei ce ne concedevano il tempo». «Quando è stata l'ultima volta... che avete passato la notte insieme?» volle sapere Narnra, fissandolo con occhi roventi. «Venti o ventidue anni fa», rispose Elminster, scrutandola in volto con aria pensosa, poi un fugace sorriso gli attraversò il volto, mentre aggiungeva: «Sembra che tu stia cominciando a pensare che possa essere stato io a generarti, ma questo non è possibile». «Davvero? E come mai?» «I maghi sono dei bersagli ambulanti per tutta la loro vita, ragazza... e per la maggior parte del tempo sono fin troppo vulnerabili. Generare un figlio non è una decisione da poco, per chi opera la magia, e ritrovarsi incinta involontariamente può risultare letale... non soltanto per il neonato e per sua madre. La magia può deformare i bambini non ancora nati, facendone dei mostri.» «Per cui?» «Per cui la maggior parte dei maghi ricorre alla magia per prevenire e-
venti indesiderati o per sapere quando non si corra il rischio di incorrere in problemi del genere.» «E voi rientravate entrambi nella "maggior parte dei maghi"?» «Vi rientrava Maerjanthra. Io sono sottoposto a vincoli ancora più rigidi.» «Vincoli più rigidi? Quali vincoli?» «È Mystra, la dea che io servo, a decidere quando il suo Prescelto debba...» Narnra si sentì girare la testa. Prescelto? Allora quell'uomo poteva essere un Elminster soltanto! La cosa peggiore, tuttavia, era che nel momento stesso in cui Elminster aveva pronunciato il nome divino di Mystra, un fuoco fra il bianco e l'azzurro aveva preso a divamparle nella mente, una conflagrazione che si divise in sette stelle vorticanti prima ancora che lei riuscisse a capire cosa stava succedendo. E mentre le stelle ruotavano in cerchio, lei ebbe l'impressione di un immenso, invisibile sorriso femminile, in seguito al quale nel cuore del cerchio di stelle una porta oscura e da tempo nascosta parve aprirsi nella sua mente. Attraverso essa, Narnra sentì di nuovo Goraun ridacchiare nel parlare con Jonczer. «Ah, questa volta Maerj ha proprio raggirato il Vecchio Barbuto! Mi piacerà moltissimo vedere la sua espressione, quando lo scoprirà! L'Onnipotente Lord Blackstaff dava l'impressione di stare abbondantemente male per conto di entrambi, quando si è presentato alla porta. Già, era proprio lui... per una volta, le ragazze della taverna ti hanno detto la verità! Pare che Maerj sia andata da lui per chiedergli un incantesimo che le permettesse di avere un figlio dal Vecchio Impiccione senza che lui lo sapesse, e che Khelben l'abbia buttata fuori dalla sua torre... solo per presentarsi il giorno dopo alla nostra porta come un mendicante, con la faccia lunga come l'inverno e una pergamena in mano. Ha detto che la Divina Mystra ha dato di persona il permesso... anzi, ha ordinato che accadesse!» Le sette stelle emisero un bagliore, e riapparve quel caldo sorriso sfrontato, destando in Narnra un senso di eccitazione che ebbe in qualche modo l'effetto di lasciarla tremante. Poi si ritrovò a fluttuare ancora nella nebbia, lo sguardo cupo fisso sui luminosi occhi azzurri e sull'asciutto sorriso compiaciuto del mago dalla barba bianca. Dopo tanti anni di interrogativi, adesso dunque sapeva: quello era suo padre.
Quel vecchio verme sorridente. Elminster l'Impiccione, potente quanto una tempesta invernale, corrotto e cocciuto quanto un Signore di Waterdeep, un uomo che avrebbe potuto disprezzare o odiare con la massima facilità, lo stesso la cui magia la stava tenendo prigioniera, sondando la sincerità delle sue parole. Lo stesso uomo, rifletté, spostando con riluttanza lo sguardo sul corpo rovesciato del Thayano, sulle braccia penzolanti e sugli occhi vacui e vuoti, la cui magia avrebbe potuto fenderle la mente come un rasoio, in qualsiasi momento lui lo avesse desiderato, nell'istante in cui avesse avuto il sospetto che gli stava nascondendo qualche informazione di valore. L'Ombra di Seta serrò i pugni a tal punto che le unghie le ferirono il palmo, accentuando la stretta quando il sangue prese a filtrarle fra le dita. Non doveva accennare alle parole di Goraun e doveva sperare che Khelben e la dea Mystra continuassero a mantenere il segreto che avevano ovviamente tenuto nascosto a Elminster di Shadowdale da prima che lei nascesse. Altrimenti, Elminster avrebbe potuto distruggerla, o farla prigioniera per addestrarla e controllarla... e indipendentemente da qualsiasi cosa lui avesse tentato di fare, mezzo Faerûn avrebbe comunque cercato in ogni modo di toglierle la vita o la libertà. Come bersaglio, Narnra Shalace avrebbe senza dubbio avuto una vita molto breve. Aveva sempre temuto la magia, un sentimento comune a tutti i ladri, che la odiavano, la temevano e ne diffidavano... del resto, quelli erano sentimenti normali per qualcuno che non la possedeva. Oh, i giovani rimanevano a bocca aperta per la meraviglia quando i maghi dell'Ordine di Sorveglianza generavano esplosioni o creavano illusioni durante le feste, ma... tutto quel potere! Se mai fosse stato rivolto contro di loro... E poi c'era un'altra cosa. Se pure un gesto della mano di Mystra l'avesse trasformata in una maga tanto potente da poter tenere testa allo stesso Elminster, lei avrebbe comunque odiato una vita del genere. Quello del ladro era un lavoro duro e rischioso... ma era il suo lavoro, erano battaglie che lei sceglieva di combattere, talenti che aveva sviluppato da sola, sfide sempre nuove che si imponeva di affrontare, eccitazione, indipendenza e... e ciò che era abituata a fare. «Vecchio bastardo mentitore!» ringhiò, le parole che le sfuggivano di bocca prima che avesse il tempo di pensare a trattenerle. «Razza di rospo! Compiaciuto, libertino tiranno della magia!»
«Ho già avuto modo di sentire parole del genere», commentò Elminster, fissandola con aria interdetta, «e spesso le ho meritate... ma non da parte di qualcuno che, come te, mi conosce così poco, ragazza. Credevo che l'avessimo fatta finita con tutto questo ringhiare e imprecare, piccola, quindi perché adesso sei d'un tratto tanto ostile?» «Se lo sapessi», sibilò Narnra, lottando per controllare il tremito che le scuoteva la voce. «Se solo lo sapessi!» «Fra i tuoi pensieri c'è forse qualcosa che dovrei apprendere, figlia di Maerjanthra?» chiese Elminster, socchiudendo gli occhi azzurri. Poi sollevò una mano, e Narnra si morse un labbro, imprecando contro la propria stupidità. La rovina e la disperazione incombevano su di lei... e se le era attirate addosso con la propria ira e la propria lingua troppo lunga. Signore Mascherato, Tymora e Mystra, ascoltatemi tutti! Se solo posso implorare una minima misericordia, aiutatemi! Aiu... Quasi che gli dei l'avessero sentita e avessero dato una risposta immediata, la cantina tremò, sfrigolanti scariche di energia solcarono il soffitto, artigliandolo e sfrigolando, poi la nebbia si dissolse... come un lenzuolo appeso a una corda per stendere che una volta Narnra aveva tagliato con il suo coltello. Con il suo svanire, il Mago Rosso crollò al suolo, accasciandosi inerte a faccia in avanti sul pavimento. Anche Narnra stava scendendo verso il suolo, sebbene non le paresse di cadere, ma piuttosto di planare attraverso una sostanza morbida e densa. Era ancora lontana dal pavimento quando Elminster si girò di scatto verso l'arco di accesso alla cantina... e ciò che stava apparendo sotto di esso. In realtà si trattava di quattro qualcosa, quattro colonne di scintille vorticanti che si materializzarono di colpo dal nulla, racchiudendo in mezzo a loro la forma di Caladnei di Cormyr, che continuava a dibattersi. Figure scure emersero poi dalle scintille, eseguendo all'unisono uno stesso gesto in reazione al quale i legami di fuoco che trattenevano la Maga Reale si trasformarono in quattro lacci che la bloccarono, impotente, in mezzo ai nuovi venuti, quattro uomini calvi dalla pelle scura e dalla testa coperta di intricati tatuaggi neri, che avanzarono badando a continuare a muoversi all'unisono. Tutti e quattro indossavano vesti marrone, sfoggiavano abbondanza di gioielli, il volto duro e spietato illuminato dal bagliore d'ira... e di soddisfazione... che ardeva loro nello sguardo. Elminster allargò le mani e agitò le dita, a occhi socchiusi, dando l'impressione che stesse percependo qualcosa nell'aria.
«Fatti da parte, vecchio stolto», ingiunse uno dei quattro. «Devi essere un membro della cospirazione, per aver legato in questo modo la Maga Reale di Cormyr, ma la tua vita è perduta, come pure la sua e quella di questa ragazza mascherata. Nessuno può maltrattare un Mago Rosso e continuare a vivere!» Dando l'impressione di essere ancora in trance, il Vecchio Mago mormorò qualcosa... e Thauvas Zlorn si alzò in piedi, avviandosi verso il più vicino dei suoi connazionali. «Ti ringrazio per questo salvataggio, Naerzil», disse, con un sorriso che gli si allargava sul volto, «però non devi uccidere nessuno di costoro, bensì farli prigionieri, perché le loro menti contengono...». «Taci, Zlorn», ingiunse il Mago Rosso da lui apostrofato. «Il tuo fato deve ancora essere stabilito da coloro a cui entrambi dobbiamo rispondere del nostro operato, e da te non sono graditi né ordini né suggerimenti.» «Ah. È un vero peccato», ribatté Zlorn, con voce stranamente diversa... e si lanciò in avanti per strozzare l'altro Thayano. Colto di sorpresa, il Mago Rosso crollò al suolo con uno schianto, lottando per impedire a quelle dita dure come il ferro di raggiungergli la gola o gli occhi, ma quando infine riuscì a spingere di lato il braccio di Zlorn, questi gli infilò due dita nelle narici e gli spinse la testa all'indietro, sbattendola contro la pietra del pavimento. La fune di fuoco che portava a Caladnei si ritrasse di scatto, sussultando e contraendosi, e gli altri tre Maghi Rossi si affrettarono a trascinare lontano la prigioniera, urlando in tono allarmato le parole di alcuni incantesimi. Intanto i due uomini continuarono a dibattersi e a lottare sul pavimento, grugnendo e imprecando... finché Naerzil, che si trovava sotto l'avversario, scoppiò in una risata di trionfo quando uno dei tatuaggi che aveva sulla fronte eruppe in una vampata di fiamme azzurre che vorticarono, assunsero la forma di artigli e aggredirono la faccia di Thauvas Zlorn. Ci fu uno spruzzo di sangue, un occhio esplose e il Thayano urlante s'inarcò all'indietro, mentre Naerzil spingeva e scalciava per liberarsi dal suo peso. Le fiamme azzurre continuarono ad aggredire la faccia e la gola di Zlorn finché questi non ebbe più nulla con cui urlare, ma nel momento stesso in cui il suo assassino si alzava per allontanarsi, il Thayano morente formò una sfera con le mani vuote... imitando movimenti che erano appena stati fatti da Elminster... che a poca distanza oscillava lentamente con aria assorta. Subito le fiamme azzurre si staccarono dalla sua faccia devastata per confluire vorticando fra le sue dita... e poi scagliarsi con la repentinità
di un serpente verso il volto sorpreso di Naerzil. Thauvas Zlorn si accasciò sulle ginocchia con una serie di inarticolati gemiti di dolore, e intanto intorno alla testa di Naerzil fiorì un accecante vortice di fiamme azzurre, che prese a ruotare intorno a essa in una sfera così rapida da rendere impossibile udire le eventuali urla del Mago Rosso. Poi il bagliore azzurro esplose di colpo in una pioggia di scintille e si spense... e il corpo ormai privo della testa si accasciò al suolo non lontano da Thauvas. Adesso Elminster era avviluppato da lampi di luce e da acuti suoni cantilenanti, ma l'espressione dei Maghi Rossi disse a Narnra che essi si erano aspettati dai loro incantesimi un effetto decisamente superiore al creare un po' di luce e di rumore. «Chi sei tu?» sussultò infine uno di essi, quando anche l'incantesimo' più potente si fu dissolto nel nulla, lasciandosi alle spalle soltanto innocue volute di fumo che gli salivano dalla punta delle dita. «Elminster di Shadowdale, al tuo servizio... o, per meglio dire, al servizio di Thay, terra che sarà decisamente migliorata dall'estinzione di tutti i Maghi Rossi», replicò in tono allegro il mago dalla barba bianca, mentre piccole lingue di fuoco prendevano a fluire fra le sue dita sollevate e allargate; sbirciando fra esse, come un buffone girovago, il Vecchio Mago rivolse un sorriso in tralice ai Thayani tremanti. «Fermo!» ingiunse uno di essi, in tono disperato. «Facci del male e questa donna morirà!» Nel parlare, abbozzò un cenno di richiamo con una mano, e la linea di fuoco collegata a essa si tese, il suo suono acuto che saliva di tono fino a diventare uno stridio, e Caladnei di Cormyr prese ad artigliarsi disperatamente la gola, il corpo che tremava come una corda pizzicata, quando anche gli altri due Maghi Rossi accentuarono la tensione delle loro funi magiche. Pallidi in volto, i Thayani fissarono con occhi roventi Elminster, che si parò prontamente davanti a Narnra per schermarla, nel momento in cui i suoi stivali infine toccarono terra. L'Ombra di Seta scoccò un'occhiata sorpresa in direzione della schiena del Vecchio Mago e si accoccolò su se stessa, pronta a balzare nella direzione che le forse parsa più sicura, chiedendosi se per tutto Toril non sarebbe stato meglio se lei si fosse lanciata addosso a Elminster impugnando la sua daga migliore e squarciandogli la gola, anche se questo avrebbe significato anche la sua morte. Intanto, il Prescelto di Mystra stava borbot-
tando qualcosa sotto voce, una parola che lei non riusciva a comprendere ma che era sempre la stessa ripetuta all'infinito. Con il respiro affannoso, la mano che si abbassava verso l'impugnatura della daga, Narnra rimase accoccolata, incerta sul da farsi... o su quale forma di morte si sarebbe abbattuta su tutti loro. «Adesso ce ne andremo di qui», affermò in tono aspro un altro Mago Rosso, «e la Maga Reale rimarrà nostra prigioniera. Buona caccia a noi. Quanto a te, vecchio, ci lascerai andare e non farai nulla per alterare o neutralizzare i nostri incantesimi mentre ce ne andiamo, altrimenti lei morirà». «Capisco e acconsento», assentì in tono sconfitto Elminster, chinando il capo in segno di resa. Due Maghi Rossi reagirono con un sogghigno di trionfo e il terzo iniziò a eseguire un incantesimo di trasferimento... ma in quel momento un'ondata di fuoco fra il bianco e l'azzurro eruppe alle loro spalle, con forza tale da farli barcollare. «E io», intervenne con freddezza una nuova voce dal tono tagliente, «comprendo fin troppo bene il mio ruolo in questo piccolo dramma e acconsento a svolgerlo». Lame vorticanti di argento scintillante emersero dal nulla per affondare in profondità nelle tre schiene vestite di marrone... e i tre Maghi Rossi si bloccarono nell'atto di voltarsi, sussultando quando quelle lame magiche trapassarono loro il torso come rasoi. «Dopo tutto, uccidere Maghi Rossi è il mio compito e un mio piacere», aggiunse la voce. I legami magici che trattenevano Caladnei di Cormyr si dissolsero, e la Maga Reale crollò carponi, tossendo debolmente. Adesso da ogni direzione stavano affluendo uomini che correvano verso la cantina, e qua e là era possibile veder divampare la luce di un incantesimo, a indicare che i Maghi della Guerra di Cormyr si stavano teleportando a loro volta sul posto. La loro avanzata venne però bloccata da un improvviso muro di fiamma, la cui fonte sorrise ai nuovi venuti attraverso un groviglio arruffato di ribelli capelli argentei, ergendosi orgogliosa a piedi scalzi e con indosso una lacera e logora veste nera; i suoi piedi non toccavano il suolo, reggendosi nell'aria appena sopra di esso. «Ben incontrati, tutti quanti», salutò in tono tranquillo, mentre le sue fiamme costringevano la gente di Cormyr a indietreggiare. «Io sono la Simbul, detta a volte anche la Strega-Regina di Aglarond. Mi dispiace, tesoro», aggiunse con un sorriso, scoccando una rapida occhiata da sopra la
spalla in direzione di Elminster. «Sono venuta più in fretta che potevo.» 5. SFIDA, AUTORITÀ E DIVINITÀ Non devi pensare che ogni terza persona che incontri in una taverna o al mercato sia un potente personaggio, qualcuno in grado di parlare con gli dei ogni notte e di rovesciare imperi ogni giorno. Faerûn è in triste declino rispetto ai tempi passati, e adesso il conto si è ridotto a una persona su sette, o anche di meno. Thalamoasz Threir, Saggio di Sembia Punti di riferimento nei giardini della vita Anno del Principe Ringhianti fiamme d'argento sollevarono in un vortice verso il soffitto della cantina pezzi mutilati dei corpi dei Maghi Rossi e in pochi istanti li fusero fino a ridurli a un fumo denso e grasso e a farli svanire del tutto; sulla scia della loro disintegrazione, le fiamme rallentarono con un suono sommesso e svanirono a loro volta, lasciando al loro posto la donna dai capelli arruffati e dalla lacera veste nera, ferma in piedi con un sorriso sul volto e le braccia conserte. Narnra, intanto, rimase accoccolata sul pavimento, chiedendosi quale nuovo, devastante caos magico sarebbe esploso nell'immediato futuro, dove e quando, sentendosi peraltro certa che sarebbe comunque successo presto, molto presto. Per gli dei, i capelli di quella donna erano d'argento... di vero argento... e sembravano vivi, si muovevano come un mucchio di vermi da esca raccolti in un secchio! «Dal momento che questo è il regno di Cormyr, noto per il suo ammirevole rispetto delle leggi», osservò con calma la Regina di Aglarond, con voce che il potere della sua magia fece arrivare in ogni lontano e oscuro anfratto delle cantine, mentre la sua forma eretta fluttuava sempre più in alto nell'aria, «sono certa che le mie azioni susciteranno le proteste di coloro il cui dovere include anche il mantenimento dell'ordine in questo luogo... nonostante il fatto che io abbia appena salvato loro la pelle, per l'ennesima volta. Per una volta, non si potrebbe per favore dare almeno inizio a queste proteste e rimostranze in maniera civile?».
Gli Arpisti e i Maghi della Guerra raccolti in semicerchio tutt'intorno si limitarono a fissarla con espressione cupa e confusa, lame, archi e bastoni magici ancora sollevati, mentre alle loro spalle, nei più lontani recessi delle cantine, continuavano a verificarsi nuovi scoppi di luce che segnalavano l'arrivo di altri maghi. I difensori di Cormyr si scambiarono lunghe occhiate, si riscossero e parvero sul punto di parlare... ma per alcuni lunghi momenti pieni di tensione, durante i quali la Maga Reale sussultò, si stiracchiò e si rimise in piedi, allontanando debolmente la mano offertale da Elminster... nessuno avanzò proteste o rimostranze di sorta. Poi un singolo uomo si fece avanti quasi con noncuranza, staccandosi dalle schiere di Cormyriani pieni di tensione per dirigersi verso la Regina di Aglarond. Il suo aspetto era robusto, il suo volto segnato dagli elementi aveva la pelle abbronzata dal sole ed era incorniciato da irsute basette e da un accenno di barba che disegnava i contorni del mento squadrato; gli occhi, di un colore fra il nocciola e il marrone, erano sovrastati da spesse sopracciglia candide, come candidi erano anche i peli che si scorgevano attraverso l'apertura dell'elegante camicia di seta... indumento che contrastava con i rattoppati calzoni di cuoio e con gli stivali infangati. Nonostante quell'evidente indicazione di un'età non più giovane, il suo sorriso era però giovanile e smagliante. «Mi chiamo Glarasteer Rhauligan e sono soltanto un umile mercante che tratta coperture di torrette e di guglie», disse, arrestandosi e sollevando lo sguardo verso la Simbul, «ma forse questo mi rende più adatto di altri a fungere da ambasciatore del Regno della Foresta. Grande Regina, ti porgo il benvenuto nel nome di Cormyr... a patto che tu non rivolga contro di noi nessuna magia aggressiva. Attaccare alcuni malvagi, non invitati Maghi Rossi è un conto, ma aggredire coloro che hanno giurato di far osservare le leggi del regno sarebbe una cosa del tutto diversa. Nel nome di Mystra, se posso essere tanto audace, ti chiedo di non ostacolare la nostra Maga Reale e di permetterle di tornare sana e salva fra noi», aggiunse, protendendo una grossa mano a indicare Caladnei. La Simbul abbassò lo sguardo su di lui, i capelli argentei che le si agitavano e arrotolavano intorno alle spalle come le code agitate di una legione di gatti irritati. «Un discorso davvero cortese, Sommo Cavaliere e Arpista Rhauligan, ma al tempo stesso molto esplicito. Ti ringrazio. Questa è la mia risposta: è ovvio che la Maga Reale è libera di andare dove vuole. In questo luogo la sua volontà è legge. A patto che sia "prudente eseguirla".»
«Ah», commentò Rhauligan, seguendo con lo sguardo i lenti passi zoppicanti con cui Caladnei stava aggirando la Simbul per dirigersi verso l'imboccatura della cantina. «E secondo la tua esperienza e la tua visione del mondo, grande Prescelta e Regina, quali sarebbero i limiti che la prudenza appone a una simile obbedienza?» «I comandamenti di Mystra riguardanti la tirannia di tutti coloro che operano la magia, che vincolano tutti i Prescelti, quali siamo io stessa e Lord Elminster, e le aspettative che tutti i buoni e fedeli abitanti di Cormyr nutrono in merito al fatto che le leggi del regno e un'equa amministrazione della giustizia siano cose concesse a tutti, in pari misura, e non siano oggetto di abuso da parte di chiunque sia dotato di autorità.» «Non sto dicendo che la vostra Maga Reale abbia fino ad ora mostrato segni di arbitrarietà, favoritismi o corruzione», proseguì, sollevando una mano. «Voglio soltanto sottolineare che se lei dovesse farlo o se dovesse agire in modo tale da mettere seriamente in pericolo il regno, sarebbe dovere di tutti i leali sudditi di Cormyr di opporsi a lei invece di obbedirle.» «Ed essere in disaccordo con te, onorevolissima regina, equivarrebbe a mettere in pericolo il regno?» «Essere in disaccordo, no», replicò la Simbul, mentre il suo sorriso si accentuava leggermente. «Attaccarmi, sì. Perdere in un solo colpo così tanti fedeli Maghi della Guerra e Arpisti ridurrebbe gravemente la capacità di Cormyr di fronteggiare maghi ostili... sia che provengano da Thay, che siano stati assoldati dai Sembiani o che provengano da qualsiasi altro luogo... o di far fronte ad altre cospirazioni contro la Corona che siano state meglio guidate e organizzate di questa cosiddetta "Legittima Cospirazione".» «Chiedo scusa, grande signora, ma questo tuo discorso somiglia moltissimo all'argomentazione del tipo "tutto andrà bene finché potrò fare a modo mio" tipica di numerosi tiranni», osservò Rhauligan, mantenendo un tono estremamente gentile. «Infatti, signore, ma rifletti su questo: noi Prescelti siamo dotati di abbastanza potere magico da poter devastare interi regni e con essi la mente di tutti i loro abitanti, di poter scatenare cataclismi a nostro piacimento... e tuttavia non lo facciamo. Noi possediamo due cose che mancano alla maggior parte dei tiranni: le catene che Mystra ci impone e la saggezza acquisita che ci permette di sapere quando colpire e quando astenerci dal farlo... il che spiega come mai tu sei ancora in piedi intento a discutere con me invece di giacere morto insieme a tutti i tuoi compagni, il che è ciò che ti ga-
rantisco sarebbe successo se io fossi stata Szass Tam e tu avessi osato apostrofarmi in questo modo, sia pure con cortesia.» In quel momento Caladnei infine raggiunse Rhauligan e gli posò una mano sulla spalla, sia in segno di ringraziamento che per cercare il suo sostegno; dietro di loro, la fila di Arpisti e di Maghi della Guerra avanzò di un passo. Altrettanto silenziosamente, e con pari noncuranza, Elminster si mosse per farsi più vicino alla regina fluttuante nell'aria. *
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«In questo momento ci stanno dando la caccia per tutto il porto come se fossimo conigli, signore! Per noi è la rovina, a meno che tu la trasformi in una gloriosa vittoria scagliando qualche potente incantesimo in quella cantina e facendola crollare in modo da schiacciarli tutti. Laggiù si sono radunati più Maghi della Guerra... e più Arpisti, anche, che gli dei li dannino!... di quanti ne abbia visti in uno stesso posto dall'ultimo combattimento contro il Drago Demoniaco!» «Non c'è bisogno di gridare e di attirare in questo modo l'attenzione su di te, buon Narvo», replicò, in tono quasi gentile, l'ignoto interlocutore che possedeva l'altra pietra per comunicare. «Hai usato l'incantesimo di contatto mentale per parlare con Englar?» Narvo trasse un profondo respiro, come se stesse cercando di calmarsi con la pura e semplice forza della volontà. «No, signore», rispose, in tono più sommesso. «L'ho attivato, ma... non ha funzionato, quindi lui deve essere molto lontano da Cormyr, oppure...» «Oppure è morto. Il che è molto probabile», fu la calma risposta. «Ho ordinato a lui e ad alcuni altri di trovare e di riportare indietro Zlorn, perciò con ogni probabilità poco tempo fa doveva essere in quella cantina. Cosa mi puoi dire di Sanbreean? Come sta?» «È... è morto, signore, nel corso dei combattimenti sui moli. L'ho visto scagliare un incantesimo contro un Mago della Guerra, che ha risposto disintegrandogli la faccia. Di conseguenza, io sono l'unico di noi rimasto in vita. Questi nobili e mercanti sono inutili! Fra loro sono tutti avidità, risate e minacce... poi però si danno alla fuga come conigli spaventati non appena le cose vanno storte!» «Ah, bene», commentò la voce che scaturiva dalla pietra per comunicare che Narvo aveva in mano, usando un tono così basso che il Mago Rosso si
dovette chinare in avanti per sentire, arrivando quasi a sfiorare con il naso la fredda e lucida superficie della pietra. «Queste sono cose che succedono, e purtroppo ne deve succedere anche un'altra. Questa.» La pietra per comunicare esplose con un ruggito, decapitando all'istante Narvo. Il corpo del Mago Rosso si raddrizzò di scatto, le sue mani artigliarono spasmodicamente l'aria, poi il cadavere mosse qualche passo barcollante indietro e da un lato... appena pochi passi incerti, ma furono sufficienti. Le scure e fetide acque del porto di Marsember ospitavano già una nutrita collezione di piccole cose morte galleggianti, ma accettarono quell'aggiunta con uno sciacquio che suonò quasi come un benvenuto. Del resto, gli eventi di quella sera avevano già dato loro modo di esercitarsi abbondantemente in quel genere di rapida accoglienza. *
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E in una buia, lontana camera, una pietra per comunicare rimasta orfana della sua gemella venne posata con delicatezza su un tavolo il cui piano era talmente lucido da rivaleggiare con la superficie della pietra stessa. L'uomo che l'aveva posata giocherellò distrattamente con una gemma nera che portava al collo come pendente, poi si volse e si diresse verso la finestra, canticchiando a mezza voce nel contemplare le stelle ammiccanti, mentre rifletteva. Senza dubbio, era giunto il momento di prendere in considerazione il suo secondo piano, decisamente più astuto e indiretto del primo. *
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Nella cantina di Marsember, affollata e pervasa di tensione, la Maga Reale di Cormyr si volse per fronteggiare la Simbul, tenendo le dita appoggiate alla spalla di Rhauligan per mantenere l'equilibrio; sollevando il volto segnato dalla sofferenza, Caladnei incontrò lo sguardo del famoso Flagello di Thay, Posta a confronto con la bellezza selvaggia e imponente della regina di Aglarond, Caladnei appariva giovane e insignificante... soltanto un'altra Arpista vestita di cuoio in mezzo a numerosi veterani dall'aspetto molto più minaccioso del suo. Snella e slanciata, con la pelle olivastra che aveva quasi la stessa tonalità del cuoio dei suoi abiti, Caladnei appuntò sulla Strega-Regina di Aglarond lo sguardo dei grandi occhi scuri... che in quel momento avevano la loro naturale tinta castano scuro invece del minaccioso color rosso rubino che assumevano quando lei era in preda all'ira.
«Mi associo al benvenuto di Rhauligan», disse con calma, «ma devo rispettosamente ricordare a entrambi, Elminster e Regina Alassra, che in questo luogo, in assenza della Principessa e Reggente Alusair e della Regina Madre Filfaeril, io rappresento la legge regia e sono quindi la voce di Cormyr.» «Su questo non c'è nulla da ridire, ragazza», convenne Elminster, allargando le mani... un movimento che indusse parecchi Arpisti a sollevare nervosamente le balestre. Cogliendo in parte quel movimento con la coda dell'occhio, Caladnei si girò di scatto verso la fila di Cormyriani carichi di tensione e segnalò loro con un gesto di abbassare le armi prima di tornare a voltarsi verso i due Prescelti. «E in tale veste», dichiarò, ergendosi sulla persona, «nell'interesse del regno esigo che Narnra Shalace sia immediatamente affidata alla mia custodia... e che entrambi abbandoniate immediatamente la nostra terra, onorevoli Prescelti, fino a quando lo stato di cose a Cormyr non si sarà normalizzato». Nel nome degli dei che vegliano su di noi, donna, hai davvero coraggio da vendere, pensò Rhauligan, con rabbiosa disperazione, adocchiando i due Prescelti in quelli che potevano benissimo essere gli ultimi momenti della sua vita. La tua spericolata idiozia mi riempie di disperazione, ma mi rende anche orgoglioso di te. GRAZIE, fedelissimo commerciante in coperture di torrette e guglie, replicò Caladnei, il cui pensiero echeggiò nitido nella mente di Rhauligan, quasi come se lei gli avesse urlato nell'orecchio. Permettimi di ESSERE la Maga Reale, e non di limitarmi invece a portare addosso questo titolo quasi fosse un vestito degno di derisione, d'accordo? Ho due valide ragioni per questa particolare spericolata idiozia: in primo luogo, chiarire un punto fermo che ha bisogno di essere ribadito, e cioè che qui sono io a detenere l'autorità e che nessun Prescelto può pensare che il fatto di godere del favore divino lo autorizzi a fare ciò che preferisce; in secondo luogo, perché tutto ciò che ho sentito sul conto di questa Narnra e dalle sue stesse labbra mi ha convinta che lei deve essere molto più di ciò che sembra... e che comunque la sua mente potrebbe quanto meno fornire una QUANTITÀ di utili informazioni riguardo alle «attività oscure» attualmente in corso a Waterdeep. Non sto visitando la tua mente per giustificarmi, Rhauligan, ma per impartirti quest'ordine: qualsiasi cosa accada, dovrai catturare questa Narnra e portarla al Mago della Guerra superstite più
anziano perché venga interrogata. Signora, sono onorato di servirti, si affrettò a rispondere Rhauligan, sempre mentalmente. Ascolto e obbedisco. «Non spetta a noi consegnare la donna di cui parli», osservò intanto Elminster, in tono gentile. «Io l'ho liberata dal mio stesso controllo e sono intenzionato a difendere tale libertà, se così lei vorrà. Inoltre, se ti prenderai la briga di consultare non meno di sei decreti reali e due trattati vincolanti di cui sono a conoscenza, conservati negli archivi reali di Cormyr, scoprirai che io... anche se non, lo ammetto, la sovrana di Aglarond... ho la libertà di circolare per il regno e che il mio rango a corte è superiore al tuo.» Caladnei lo fissò con volto inespressivo, il colore degli occhi che s'incupiva e tendeva sempre più al rosso. «Può darsi che sia così, ma le mie richieste continuano a essere le stesse», ribatté con calma, poi sollevò lo sguardo sulla famosa massacratrice di centinaia di maghi thayani, che ancora si librava nell'aria sopra di lei, e aggiunse: «Per quanto continui a essere mio desiderio non offendere nessuno di voi due, Regina di Aglarond, devo chiederti quale sia la tua risposta alle richieste da me esposte». «Tu vorresti sfidarci, bambina?» domandò la Simbul, in tono incredulo e divertito. Elminster sollevò lo sguardo su di lei e la Simbul si volse a incontrare il suo sguardo, avviando con lui un evidente, rapido scambio di pensieri. «Grandi signori», insistette Caladnei in tono secco, l'ira che per la prima volta cominciava a trapelarle dalla voce. «Esigo che non conversiate privatamente e che facciate sentire anche a noi ciò che avete da dirci.» «Un tipo esigente, non trovi anche tu?» commentò Elminster, senza girarsi a guardare verso la Maga Reale. «Eppure non ha esteso a noi questa stessa cortesia, quando ha impartito a Rhauligan il suo ordine.» «È ancora giovane», replicò con fare tollerante la Simbul, poi entrambi si volsero all'unisono verso Caladnei con un identico sorriso... e fecero esattamente ciò che lei aveva richiesto. HAI FATTO BENE A RIVOLGERTI DIRETTAMENTE A ME... E SÌ, CONDIVIDERE LA NOSTRA CONVERSAZIONE È LA COSA MIGLIORE. Una voce gentile e tuttavia tonante echeggiò nella cantina e fece barcollare all'indietro i Cormyriani, pallidi in volto e con le mani che tremavano per il timore. Nessuno di essi ebbe il bisogno che qualcuno gli dicesse a chi apparteneva quella voce mentale che echeggiava dentro di loro, lumi-
nosa, azzurra e bianca, pervasa di stelle dirompenti generate da un potere puro che fece rimbombare in ogni mente un solo nome: Mystra. *
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Il campanello che stava aspettando intonò il suo strano motivo appena fuori dalla porta e Bezrar si alzò di scatto dalla scrivania ingombra. Il suo corpo era madido di sudore, ma del resto Aumun Tholant Bezrar era sempre sudato, in parte perché... sì, doveva ammetterlo davanti agli dei... lui era grasso, e in parte perché qualcuno il cui lavoro quotidiano di importatore e rivenditore all'ingrosso di merci assortite includeva la rivendita di carrettate di merci di contrabbando e spesso anche rubate, com'era il suo caso, aveva ogni motivo di sudare abbondantemente. Il mercante armeggiò con la sbarra, le tre catene e i due chiavistelli che bloccavano la porta e ne spalancò il battente. «Per gli dei, sei arrivato finalmente!» esclamò. «Fatti da parte e lasciami entrare, invece di annunciare il mio arrivo a tutto il vicinato, razza di incredibile idiota», ribatté la voce di Surth, scaturendo fredda e secca dal buio. Bezrar sbatté le palpebre, ridacchiò e si affrettò a indietreggiare per fare spazio al suo socio. Naturalmente, Surth aveva ragione, come sempre. «Hai portato i cappucci?» chiese. «No, ovviamente ho attraversato a piedi tutta Marsember per pagare un ordine speciale e poi mi sono dimenticato di portare la merce con me!», ribatté Malakar, con il consueto tono acido e sarcastico. «Dovrai provvedere a tagliare da solo i buchi per gli occhi... hai un paio di forbici in questo porcile, vero?» Bezrar ridacchiò, invece di irrigidirsi, come avrebbe fatto nell'improbabile eventualità che chiunque altro, a Marsember, avesse osato apostrofarlo in quel modo. Surth era Surth: Malakar Surth, freddo, sinistro e pervaso di gelida superiorità in ogni singolo centimetro del suo essere. Surth era alto e magro laddove Bezrar era basso e grasso, ed era acido e sarcastico mentre Bezrar era gioviale e allegramente malvagio. Quella differenza derivava dal fatto che Surth aveva commerciato in profumi, vini e droghe fino ad avere il denaro che gli cadeva dagli orecchi... da questo e dal fatto che lui adorava Shar. Bezrar non aveva mai apprezzato né capito l'amore di Surth per la crudeltà, ma c'erano momenti, come per esempio quello attuale, in cui esso tornava utile.
Allargando il cappuccio che Surth gli aveva porto, Bezrar si preparò a infilarselo sulla testa. «Prima siediti. Non sarebbe divertente vederti barcollare di qua e di là in mezzo a questo caos, finendo per conficcarti le forbici in un occhio... o per piantarle addosso a me», consigliò con freddezza Surth, poi sbuffò appena, a indicare che aveva appena fatto una battuta, e aggiunse: «Muoviti! La notte non dura in eterno, sai?». «No, per il pesce di Odd», convenne Bezrar, con entusiasmo, la voce soffocata dal cappuccio, e indietreggiò prontamente, abbandonandosi sulla propria sedia con uno schianto sonoro. Levando gli occhi al cielo per il disgusto, Surth osservò le dita grasse e unte del mercante all'ingrosso tastare in mezzo al caos di documenti come un ragno ubriaco, cercando le forbici che giacevano lucide a meno di un centimetro di distanza da esse. Il suo cappuccio, invece, era già pronto e lui se lo calò con fare selvaggio intorno alla testa, assestandolo con uno strattone impaziente. «Bezrar», sibilò, in un tono di avvertimento che produsse il risultato previsto, e cioè un'ondata di attività frenetica che fece scricchiolare sonoramente la sedia del mercante. «Sì, sì, così, sì!» rispose Bezrar, lavorando di forbici a tutta velocità, poi con un trionfante: «Ecco fatto!» «Splendido», commentò Surth, con voce tale da far grondare sarcasmo lungo le pareti. «E adesso vogliamo andare?» «Sì, sì, certamente, per gli dei!» esclamò il grasso mercante, alzandosi in piedi con i movimenti ponderosi di un tricheco che riuscisse a issarsi su uno scoglio, e si diresse sbuffando verso la porta... ma a metà strada si batté una manata sulla fronte e si volse per spegnere la lampada e afferrare il coltello già riposto nel fodero... un esemplare davvero impressionante del genere di lama ricurva che i Marsembani usavano per sventrare il pesce... girandosi poi verso il compagno per porgli un'improvvisa domanda: «E se non ci fossero?». «Allora riproveremo un'altra notte», rispose Surth, a denti stretti. «Nessuno può sottrarre diecimila monete d'oro a Mal... a noi due e continuare a vivere per svignarsela con il maltolto.» «Ma... ma se invece fossero in casa e ci stessero aspettando? Per esempio con qualche oscuro incantesimo?» «Ho un... un socio d'affari che potrà intervenire, in caso di bisogno», replicò Malakar Surth, con la mano già sulla maniglia della porta. «Eh? Che genere di socio d'affari?»
L'alta ombra sottile, stagliata sulla soglia sullo sfondo dell'oscurità esterna, mormorò: «Bezrar, è giunto il momento di fare silenzio. Quanto al mio socio, diciamo soltanto che i suoi incantesimi sono di un genere ancora più oscuro». *
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Narnra deglutì a fatica, o almeno tentò di farlo, in quanto le pareva di fluttuare in un mare di tranquillità, in mezzo alla gloria, incantata da quella voce possente e tuttavia gentile. Dunque, quello era un dio... A bocca aperta per la reverenziale meraviglia, la maggior parte dei Maghi della Guerra si stava inginocchiando sul pavimento delle cantine mentre la voce tonante della loro dea echeggiava e riverberava intorno a loro; in piedi, gli Arpisti fissavano con occhi dilatati i due Prescelti, nella speranza di riuscire a intravedere qualcosa... sia pure nella maniera più fugace, della Madre di Ogni Magia. Poi qualcosa si destò nella mente di Narnra, mentre lei se ne stava accoccolata, tremante per il timore reverenziale, qualcosa che parve trovare e vagliare le sette stelle bianco-azzurre con curiosità... per poi sfoggiare un sorriso che era un'eco di quello che in precedenza si era diffuso dentro di lei. Paralizzata, immobile come pietra, Narnra Shalace pianse interiormente durante quell'ispezione personale da parte di Mystra e lasciò che quel nuovo fuoco bianco-azzurro si riversasse nelle stelle, lasciandola tremante. E per questo lei fu la sola persona presente nella stanza che non ebbe modo di sentire ogni singola sillaba pronunciata dalla voce mentale di Mystra: COME UN FABBRO TESTA E TEMPRA UNA LAMA, COSÌ SI DEVE OPPORRE RESISTENZA DI CONTINUO ALLE TRAME DEI MAGHI DI THAY... E TUTTAVIA È MIO DESIDERIO CHE L'AUMENTATA DIFFUSIONE MERCANTILE DELLA MAGIA DA PARTE DI THAY CONTINUI, ALMENO PER ADESSO. HAI FATTO BENE A UCCIDERE COSTORO, ALASSRA, MA RECARTI ORA IN THAY PER INDULGERE NEL MASSACRO DI ALTRI MAGHI ROSSI SAREBBE SBAGLIATO. FIN TROPPO PRESTO, PROVVEDERANNO LORO STESSI A OFFRIRTI IL MODO DI DIVERTIRTI A LORO SPESE ALL'INTERNO DELLA STESSA AGLAROND.
QUANTO A TE, ELMINSTER, DOVRAI OCCUPARTI DI UN PIÙ IMPORTANTE PROBLEMA: IL TUO ALLIEVO DI UN TEMPO, VANGERDAHAST, NON È DEBOLE E SMEMORATO COME HA FATTO CREDERE A CALADNEI. EL, ACCERTATI CHE LUI ABBIA VAGLIATO DAVVERO A FONDO TUTTE LE CONSEGUENZE LEGATE ALLO SVILUPPARSI DEI SUOI PROGETTI E CHE NON STIA SOLTANTO AGENDO IN MANIERA EGOISTICA. SE PROVVEDESSI A INDAGARE DI PERSONA ROVINEREI IL SUO LAVORO... E METTEREI ULTERIORMENTE IN PERICOLO CORMYR. *
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La maggior parte dei Cormyriani presenti nelle cantine era raggomitolata per il terrore o tremante per la meraviglia e il timore indotti dal puro e semplice peso e potere legati alla presenza di Mystra, la cui voce continuava a echeggiare tonante. Tutti erano troppo affascinati per poter svenire o per scivolare nel torpore, in quanto il semplice contatto con la divinità rendeva ogni mente lucida e incandescente... ma l'ultima frase pronunciata da Mystra ebbe infine l'effetto di far impallidire la Maga Reale di Cormyr. Il più grande segreto di stato di Cormyr era stato messo a nudo, davanti a tutti. La maga barcollò, assalita da un senso di malessere, e dovette lottare con se stessa per reprimere l'improvviso impulso di mettersi a urlare. Tutta la segretezza a cui si era fatto ricorso, le persone innocenti che avevano avuto la mente devastata o erano state uccise perché dimenticassero o non potessero rivelare ciò che avevano visto, il tormento di dover fronteggiare nobili, Maghi della Guerra e cortigiani ostili prima di essere pronta... tutto questo era stato spazzato via in un istante. In quel momento due occhi giganteschi si aprirono, emergendo dal nulla alle spalle di Elminster e della Simbul, e il loro sguardo attraversò entrambi i Prescelti, appuntandosi su Caladnei. FORSE SI È TRATTATO DI SPERICOLATA IDIOZIA, CALADNEI DI CORMYR, MA È STATO ANCHE UN ATTO CORAGGIOSO. INOLTRE, I TUOI SOSPETTI SU NARNRA SONO FONDATI. NESSUN SEGRETO PUÒ ESSERE MANTENUTO TALE PER SEMPRE, E SPERO CHE TU ABBIA PROTETTO QUESTO ABBASTANZA A LUNGO. Nel fissare quei grandi occhi scintillanti, Caladnei si sforzò invano di trovare le parole per rispondere mentre un senso di esultanza andava cre-
scendo dentro di lei e il volto le si copriva di lacrime improvvise... Un'isolata figura incappucciata e vestita di cuoio si alzò di scatto dalla sua posizione accoccolata e si allontanò rapida come il vento, attraversando di corsa la cantina affollata con la rapidità di una freccia; per un istante appena, alcune stelle bianco-azzurre parvero vorticare intorno ai suoi talloni. Glarasteer Rhauligan si scrollò come un cane bagnato e si riscosse dal proprio stato di estasi per spiccare la corsa, mettendo qualcosa nelle mani di Caladnei mentre le passava accanto. La maga abbassò lo sguardo sull'oggetto che teneva fra le dita, la mente così sconvolta che impiegò qualche secondo a capire di cosa si trattasse: una scintillante fiala d'acciaio. Bevila e risanati, ingiunse la voce mentale di Rhauligan, calda e decisa, giungendo fino a lei tramite il legame prodotto dall'incantesimo che non si era ancora esaurito. Non preoccuparti per me, ne ho altre due. Soltanto un altro Arpista scattò per intercettare la fuga precipitosa dell'Ombra di Seta, ma Narnra gli scagliò in faccia il contenuto del suo ultimo sacchetto di sabbia, superò con un volteggio un tremante Mago della Guerra e scomparve su per le scale, con il respiro affannoso. Più vecchio e massiccio, Rhauligan la seguì a un'andatura più lenta ma determinata, zigzagando con maggiore cautela fra la folla di Cormyriani attoniti. Filtrando attraverso quel contatto mentale di stelle vorticanti, il divertimento di una dea si abbatté su tutti loro in una vasta ondata, costringendo la maggior parte di quanti si trovavano nella cantina a cedere a un'impotente ilarità. Mentre tutti ridevano dondolandosi sulla persona, e calandosi manate sulle cosce, gli occhi giganteschi scomparvero, ed Elminster e la Simbul sparirono insieme alla loro nebulosa luminosità. Di colpo, la sopraffacente presenza della divinità cessò di esistere. Le risate si spensero in fretta e i Maghi della Guerra e gli Arpisti quasi intontiti si aggrapparono gli uni agli altri per sorreggersi a vicenda, sbatterono le palpebre e sospirarono nel riemergere ciascuno a suo modo dal loro stato di estasi. Molti cominciarono a imprecare e non pochi si chinarono in avanti per puntellarsi con le mani sulle ginocchia, come soldati sfiniti, cercando di ritrovare la lucidità mentale. «Quella... quella è stata una cosa notevole», commentò con voce fievole un Arpista brizzolato, riponendo la spada; accanto a lui, due Maghi della
Guerra si volsero e si abbracciarono a vicenda, il loro tremito incontrollabile che si placava a poco a poco. In piedi da sola, ancora rivolta verso l'area vuota e buia dove si erano trovati poco prima due Prescelti e la loro dea, la Maga Reale di Cormyr stava tremando in silenzio, piangendo in maniera irrefrenabile con la fiala d'acciaio stretta al petto. Una donna dalle eleganti vesti scure si staccò dalla folla di Cormyriani e si diresse verso Caladnei, badando ad aggirarla in modo da non spaventarla arrivandole alle spalle, ma procedendo senza rallentamenti o esitazioni. Senza neppure sollevare lo sguardo, Caladnei intravide una ciocca di capelli che si era recentemente fatta bianca in mezzo a una folta capigliatura e il portamento eretto e aggraziato della figura che si stava avvicinando, e quando un paio di braccia la circondarono con gentilezza, comprese quindi che chi le stava offrendo conforto era Speera. Laspeera. Caladnei non era certa di potersi rivolgere a Laspeera Inthré Naerinth, comandante in seconda dei Maghi della Guerra durante molti degli anni di servizio prestati da Vangerdahast, chiamandola con il soprannome che le avevano dato i membri della famiglia reale. Laspeera, la dama di cui lei aveva temuto il risentimento e l'ostilità a causa della scelta fatta dal sempre più bizzoso e temuto vecchio Vangerdahast di nominare come suo successore una ignota avventuriera proveniente dal Turmish... ma che era invece diventata un'amica affidabile, continuando inoltre a essere un'amata e fedele diplomatica oltre che un baluardo di forza e una guida morale per i Maghi della Guerra e i nobili del regno. Non per la prima volta, Caladnei si chiese quali veri pensieri Laspeera celasse dietro la sua perfetta facciata di costante gentilezza, considerato che più di un cortigiano era capace di comportarsi e di parlare in un modo salvo nutrire convinzioni e reconditi intenti di natura del tutto diversa, e che fin troppi re erano caduti per essersi fidati troppo a lungo della faccia sorridente sbagliata. Nonostante quelle riflessioni, Caladnei non riuscì però a smettere di piangere, e le braccia di Speera che la circondavano le offrirono calore, cullandola con l'affetto che avrebbe potuto venirle da una sorella maggiore. «Sì, è uno dei momenti culminanti della vita di chiunque», mormorò Laspeera, «e di conseguenza la sua fine ha un effetto devastante... Cala, la vita però continua e ci saranno altri momenti... se lavorerai perché si verifichino».
Quelle parole indussero Caladnei a raddrizzarsi e a ritrarsi di scatto per fissare la Maga della Guerra più anziana. «Speera?» sbottò. «Mi hai chiamata "Cala"!» «Che Mystra mi prenda... è vero», convenne Laspeera, con una strizzata d'occhio. «È stato davvero presuntuoso e maleducato da parte mia... un lapsus della mia lingua ribelle.» Nel parlare continuò a tenere stretta Caladnei, per cui fu pronta a sorreggerla quando lei si accasciò in preda a un'improvvisa e irrefrenabile crisi di riso. 6. UN COLTELLO IN OGNI MANO C'è un modo sicuro per sapere se sei giunto in una città dove governano i mercanti: vedrai un coltello stretto in ogni mano. E se i mercanti si saranno spinti tanto oltre da malgovernare quanto i re, alcune di quelle mani non saranno più attaccate al corpo. Sabras «Tromba di Vento» Araun Riflessioni di un menestrello Anno dell'Altomanto Uno dei picchi più alti dei Corni della Tempesta, quel grande baluardo montuoso che difende il fianco occidentale di Cormyr, è il Tharbost, chiamato da alcuni il «Signore delle Tempeste», che si erge eterno al di sopra del Tunland, così alto e ammantato dai venti che ben poche creature prive di ali sono a conoscenza del fatto che l'elevata punta del suo pinnacolo è stata spezzata molto tempo fa nel corso di una battaglia fra draghi, creando in cima alla montagna una piccola piattaforma. Un bastione di rocce aguzze come zanne che si leva sul bordo occidentale di quell'alto tavolato offre un po' di protezione dalla furia devastante dei venti, facendo sì che quando il loro soffio si placa leggermente, gli umani che siano eventualmente riusciti a raggiungere la sommità del Tharbost possano sperare di resistere lassù per breve tempo, prima che gli artigli del vento li afferrino e li scaglino di nuovo verso il basso. Due umani si trovavano in quel momento in piedi su quel tavolato, figure che erano apparse da quello che i menestrelli avrebbero definito il «vuo-
to nulla» pochi momenti prima, senza nessuna vistosa magia e senza una faticosa e pericolosa scalata. Il vento gemeva nel crescere di violenza in maniera letale, sferzando la lacera veste nera indossata da una delle due figure e agitandola in maniera assai poco pudica, ma la donna in questione non dava segno di preoccuparsene e restava ferma in atteggiamento tranquillo... senza lottare per mantenere l'equilibrio o mostrare di avvertire il morso gelido del vento... al fianco dell'altra figura che era intenta a sputare per la terza volta una ciocca di barba, per poi borbottare una piccola frase magica destinata a tenere al suo posto l'ingombrante appendice. «È strano che tu abbia formulato l'incantesimo in modo da controllare la tua barba, ma non il mio vestito», sorrise la Simbul. «Dovrei presumere di alterare le scelte di abbigliamento di una donna che è anche una regina? Sono considerato da molti uno sciocco impiccione, Signora Fuoco, ma non lo sono fino a questo punto.» Anche se la maga si limitò a reagire con un sorriso pieno di affetto, una risata divertita si riversò sulla vetta, scuotendo il Tharbost e facendo vibrare alcune delle sue rocce con i propri echi. QUESTO È QUELLO CHE PIÙ MI MANCA DELL'AVER ABBANDONATO LA MIA MORTALITÀ, affermò Mystra, con una sfumatura di tristezza, una volta controllata la propria ilarità. NESSUNO SCHERZA IN QUESTO MODO CON ME. Elminster sollevò la testa, un sorriso sempre più ampio che gli si andava allargando sul volto... e prontamente la barba gli volò contro la faccia per impedirgli di pronunciare ciò che stava per dire. NO, VECCHIO MAGO, LA MIA NON ERA UNA RICHIESTA. ASCOLTA E CREDI. Come corollario a quell'enfatica dichiarazione, la barba di Elminster tornò ad assumere la propria posizione controllata. Immediatamente, la Simbul scoppiò a ridere nel vedere l'espressione così rivelata, e spettò quindi al paziente ex-Principe di Athalantar di osservare: «Divina, non puoi certo averci trasportati fin qui soltanto per ascoltare i nostri battibecchi. Hai altri ordini da impartirci, vero?». È OVVIO. ALASSRA SILVERHAND, ASCOLTAMI ATTENTAMENTE: OGNI VOLTA CHE TI SARÀ POSSIBILE DOVRAI CONVERTIRE I MAGHI ROSSI INVECE DI MASSACRARLI. «Convertirli?» ripeté la Simbul, inarcando un sopracciglio.
INSERISCI IN PROFONDITÀ NELLA LORO MENTE INCANTESIMI DI SUGGESTIONE CHE INDUCANO GENTILMENTE I THAYANI AD AGIRE COME IO DESIDERO CHE FACCIANO. ALCUNI DOVRANNO COMUNQUE ESSERE UCCISI, MA FRA ESSI SONO TROPPI QUELLI CHE HANNO LA CAPACITÀ DI CREARE NUOVE MAGIE E DI ESPANDERE L'USO MORTALE DELLA TELA PERCHÉ LI SI POSSA PERDERE TUTTI. «Ascolto e obbedisco», rispose formalmente la Simbul, chinando il capo. «A dire il vero, la mia... sete di sangue quando si tratta di Maghi Rossi mi spaventa sempre di più. Frenerò la mia mano, come tu comandi. Guidami nella scelta delle azioni che tu vuoi siano indotti a compiere.» «Ascolto e obbedisco», ripeté Elminster, «e farò lo stesso. Comandaci e guidaci». LO FARÒ. GRAZIE. Il vento sempre più forte prese a fischiare intorno ai due, udibile ma non avvertibile, trascinando lontano le lunghe piume di vapore prodotte dal loro respiro mentre i Prescelti aspettavano, ritrovandosi ancora fermi in piedi sulla desolata cima montana, sotto un cielo di stelle indifferenti, anche dopo che una dozzina di quelle piume si fu allontanata verso est. «C'è dell'altro, Divina», disse infine Elminster con calma, in un tono che non era interrogativo. Tutt'intorno, le rocce parvero sospirare. SÌ... SÌ, C'È DELL'ALTRO, replicò la dea, mentre il gemito del vento saliva di tono. MOMENTI COME QUELLO NELLA CANTINA MI FANNO SENTIRE DI NUOVO MOLTO... MOLTO MORTALE. INCERTA. DUBBIOSA. Il vento rallentò la sua furia, e dopo qualche istante Mystra riprese a parlare. COME... SECONDO IL PARERE ONESTO E SCHIETTO DI ENTRAMBI, PARLANDO LIBERAMENTE SENZA TIMORE DI... DI RAPPRESAGLIE... COME ME LA STO CAVANDO? Elminster e la Simbul girarono la testa per scambiarsi un'occhiata, poi fu Elminster a rispondere, in tono gentile. «In questo siamo d'accordo entrambi, Potentissima», disse, rivolto alla vuota aria sibilante che lo circondava. «Considerata la frequenza con cui combiniamo pasticci noi due, che pure utilizziamo da centinaia di anni una certa misura del potere che tu detieni, direi che te la stai cavando bene. Decisamente bene.»
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La salvò una barca beccheggiante. Narnra spiccò un balzo, atterrò violentemente e scivolò lungo il tetto umido della sua cabina con una velocità che le permise di stretta misura di darsi una spinta verso l'alto... e verso l'esterno... in modo da raggiungere l'altezza di cui aveva bisogno per attraversare un tratto sempre più ampio di acqua nera come l'inchiostro e da atterrare a talloni in avanti sulla già malconcia murata di una chiatta ingombra di mucchi di catena arrugginita, di rifiuti, di gabbie per pescare granchi e di un groviglio di reti marce, svegliando con il suo passaggio tre sporchi mendicanti che dormivano là in mezzo e che la seguirono con le loro imprecazioni mentre lei oltrepassava con un volteggio il massiccio braccio di traino di cui la chiatta era dotata in modo da arrivare all'isola successiva. Là, l'Ombra di Seta s'infilò in un vicolo e continuò a correre, tenendosi bassa e arrestandosi con cautela all'estremità opposta che, come lei aveva giustamente supposto, corrispondeva anche al lato opposto dell'isola. Il ponte successivo, che le avrebbe permesso di accedere a un'altra isola molto più grande dove avrebbe potuto disporre di un maggiore assortimento di percorsi mediante i quali raggiungere la terraferma vera e propria, era adesso solo a pochi passi di distanza, ma doveva essere senza dubbio sorvegliato. Se si fosse trattato soltanto di uno o due guerrieri, forse avrebbe potuto superarli con una rapida corsa, ma se le guardie fossero state più numerose, o se fossero state munite di balestre o di incantesimi, le cose sarebbero state del tutto diverse. Narnra si accoccolò nell'ombra, piena di tensione, consapevole di non avere a disposizione molto tempo prima che gli inseguitori la raggiungessero. Per il Mantello di Mystra, non avrebbe neppure saputo dire quanti Maghi della Guerra capaci di teleportarsi e quanto Arpisti abili quanto lei e probabilmente anche di più c'erano stati in quella cantina... e cosa sarebbe successo se la Maga Reale li avesse mandati tutti al suo inseguimento? Per ironia della sorte, fu lo stesso Glarasteer Rhauligan a salvarla, in quanto arrivò in cima ai gradini di corsa, ansimando un poco e si rivolse a una delle guardie, chiedendo se avesse visto passare di corsa una ragazza vestita di cuoio scuro e mascherata. Sorpresa, la guardia si fece avanti per rispondere, e Narnra ne approfittò per saettare alle sue spalle come una freccia, arrivando a metà del ponte prima che Rhauligan la vedesse e desse l'allarme.
Una lanterna scintillò nel venire sollevata all'estremità opposta del ponte... un semplice arco di pietra umido di nebbia... sorretta dalla mano guantata di una guardia dotata di armatura che pareva aver portato con sé parecchie dozzine di compagni. Imprecando, Narnra balzò oltre il lato del ponte senza rallentare la corsa. L'acqua era ghiacciata quanto era sporca e lei riaffiorò facendosi largo freneticamente fra detriti galleggianti di cui era meglio non poter vedere la natura, issandosi sulla prua di una chiatta rimasta all'ancora per così tanto tempo che le alghe erano cresciute in veri e propri festoni intorno alle catene di ancoraggio. Sott'acqua, qualcosa l'urtò e cercò di mordicchiarle uno stivale. Narnra scalciò in preda al timore e al disgusto, sentì qualcosa di solido ritrarsi con un sussulto e si issò su un altro pontile come se avesse avuto gli dei stessi alle calcagna. Da qualche parte nelle vicinanze, nell'oscurità pervasa di nebbia, una guardia lanciò un richiamo ai compagni. Imprecando selvaggiamente, ma in silenzio, Narnra si arrampicò sul più vicino muro pericolante appena pochi istanti prima che una punta di lancia si protendesse a trafiggerla. Tegole rotte e smosse scivolarono sotto i suoi piedi, provocandole uno strappo alla coscia che le causò un nauseante sussulto di dolore, poi si ritrovò lontano dagli inseguitori e nel bel mezzo di un labirinto all'apparenza infinito di tetti scivolosi, di nebbia, di altri tetti, di altri muri diroccati e di balzi disperati per superare stretti canali puzzolenti. Quando un salto particolarmente lungo le tolse il respiro e la lasciò raggomitolata e ansimante intorno a un pinnacolo ornamentale in pietra che qualcuno era stato tanto previdente da applicare al bordo di un tetto, Narnra Shalace si concesse un po' di tempo per riprendere fiato, massaggiarsi la gamba offesa, sussultare e girarsi, cosa che le permise di notare due cose. A un certo punto della sua frenetica fuga aveva effettivamente raggiunto la terraferma, attraversando parecchie strade di quella che doveva essere la città di Marsember, ma la cosa più importante era che quell'Arpista che aveva osato discutere con la temibile Regina di Aglarond... Glar-qualcosa Rhauligan, così si chiamava... l'aveva seguita nella sua serie di folli balzi e di corse sui tetti ed era adesso nel suo campo visivo, intento a superare con un facile salto un vicolo distante appena tre tetti da lei! «Signore Mascherato e Tymora, aiutatemi!» ringhiò, scagliando quella preghiera verso le poche stelle che poteva veder scintillare attraverso la gelida coltre di nebbia sempre più fitta, poi ricominciò a correre, scalciando
con la gamba offesa per sciogliere i muscoli che le stavano causando dolore. Adesso la gamba le dava un po' meno fastidio, però... Raggiunto il picco di un tetto si lasciò scivolare lungo il lato opposto, prendendo cupamente nota dell'ampiezza del salto che avrebbe dovuto fare per evitare di fracassarsi le ossa cadendo nella strada sottostante. Mentre era a metà del balzo, intravide per un istante un assonnato apprendista che si protendeva a chiudere le imposte della finestra della sua stanza e che, nel vederla, s'immobilizzò con la bocca aperta per la meraviglia, poi passò oltre e andò a sbattere con gomiti e ginocchia contro il tetto, proprio sopra lo sconcertato apprendista. Alcune tegole si ruppero e scivolarono via mentre lei slittava per un breve tratto, riusciva a incastrare uno stivale nel tettuccio dell'abbaino dell'apprendista e arrestava la caduta, tornando cocciutamente a inerpicarsi fino al picco del tetto e arrischiandosi al tempo stesso a lanciarsi una rapida occhiata alle spalle. Rhauligan era dietro di lei, e i loro sguardi s'incontrarono per un breve, pensoso momento prima che Narnra scomparisse alla vista e si lasciasse scivolare lungo il lato opposto del tetto e verso un altro più basso che si trovava al di là di esso. Appartenendo a un edificio più piccolo, esso era stretto, relativamente piatto e fatto di tegole di legno striate di muschio spesso e probabilmente scivoloso, ma al tempo stesso permetteva di raggiungere un altro erto tetto poco lontano, e la poca distanza fra i due picchi diede a Narnra un'idea. Poteva sacrificare una daga... una sola, e se fosse riuscita ad arrivare in tempo a quel secondo tetto... Poteva farcela e inoltre... grazie a entrambi, Signore Mascherato e Tymora!... il lato opposto di quella dimora marsembana era dotato di un'ala laterale il cui tetto più basso le avrebbe fornito qualcosa su cui reggersi in piedi rimanendo al di sotto del picco del tetto orientato nella direzione da cui sarebbe giunto il suo inseguitore. E che fosse o meno un Arpista di rango elevato al servizio di Cormyr... come lo aveva definito la Simbul? «Sommo Cavaliere»?... non avrebbe più potuto darle la caccia così bene una volta che avesse intercettato con la faccia una daga d'acciaio. La testa di Rhauligan apparve all'improvviso, affiorando oltre il picco del tetto su cui lui si trovava. Serrando i denti, Narnra scattò in piedi e scagliò uno dei suoi migliori coltelli con la massima forza e rapidità di cui era capace. L'arma raggiunse il bersaglio e penetrò fin quasi all'elsa in... ecco, Rhauligan doveva essersi infilato un cappuccio o una maschera. In ogni caso la
sua testa... se era davvero la testa... scomparve alla vista, lasciando l'Ombra di Seta a fissare i tetti fugacemente rischiarati dalla luna adesso che la nebbia si era momentaneamente diradata. Respirando a fatica, Narnra si chiese se aveva appena ucciso quell'uomo. Quando poi la nebbia tornò a trasformare i tetti in ombre fumose, parecchi lunghi secondi più tardi, Narnra trasse un lungo respiro tremante, si girò e riprese la fuga. *
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«Starmara? Starmara, amore mio, sei sveglia?» La voce di suo marito era un rauco ringhio... un tono che lui era fermamente convinto essere una sorta di irresistibile richiamo amoroso... e nel fissare con occhi assonnati i lussuosi tendaggi color rubino del loro letto a baldacchino, Starmara Dagohnlar si sforzò di non sospirare. Durexter Dagohnlar ci sapeva decisamente fare quando lei lo incitava nel modo giusto e per quanto potesse essere un disonesto, puzzolente, brutale, cafone mercante marsembano di notevole successo e universalmente odiato... gli dei le erano testimoni che era il suo disonesto, puzzolente, brutale cafone. C'erano dei momenti in cui le bestie dovevano per forza essere appagate, per quanto sgradevole potesse essere quel processo, quindi Starmara si sfilò assonnatamente la camicia da notte di lucida stoffa perché lui non la strappasse come aveva fatto la volta precedente, spinse di lato con il gomito un cuscino in modo da essere comoda e rispose con il sussurro più seducente di cui era capace. «Sono sveglia e ti desidero, mio signore.» Ridacchiando, Durexter rotolò attraverso la considerevole distesa di letto coperto di lenzuola di seta che li separava, sparpagliando cuscini e alitando addosso alla moglie zaffate di aglio e della salsa al pepe thayana che Starmara avrebbe preferito lui non riversasse in dosi tanto abbondanti sulla carne che mangiava. «Ebbene, mia orgogliosa bellezza, così morbida e calda e... heh-heh... disponibile, stai per essere amata dal mercante più arraffatore, subdolo, aggiratore di leggi, evasore di tasse e semplicemente di successo di tutta Marsember!» Starmara morse delicatamente il petto del marito per evitare di doverne baciare invece la bocca puzzolente che stava sciorinando con tanto entu-
siasmo il consueto, modesto discorsetto mentre lui assumeva quella che supponeva essere una posa eroica; per un momento, poi, la donna prese fugacemente in esame l'idea di sgusciare giù dal letto e via da sotto Durexeter intanto che si stava ancora battendo i pugni sul petto nel vantarsi dei propri successi, in modo da far sì che alla fine lui si lasciasse ricadere su... sul nulla. Poi lui... lui prese a... A gorgogliare e a rantolare in modo strano sopra di lei, destando nel suo animo l'improvviso timore che il suo cuore si fosse finalmente deciso a cedere e che Durexter stesse per rovinarle addosso e schiacciarla contro il letto, soffocandola con il proprio peso morto molto prima che qualsiasi servitore avesse modo di trovarli! Freneticamente, prese a dibattersi e a scivolare verso i piedi del letto, intralciata dalla veste profumata... poi lanciò un breve strillo quando Durexter le crollò all'improvviso sul gomito sinistro. Liberatasi con una torsione frenetica e con un calcio, Starmara riprese a strisciare e a contorcersi per oltrepassarlo... E andò a sbattere contro un ginocchio sconosciuto, rivestito di cuoio nero e attaccato al corpo di qualcuno che ansimava in maniera diversa da suo marito e aveva un odore del tutto differente dal suo. Quel qualcuno abbassò una mano per verificare cosa gli fosse andato a sbattere contro e tastò in lungo e in largo mentre Starmara cedeva al subitaneo impulso di urlare, con tutta la voce e l'energia di cui era dotata. «Ehi, Mal!» ruggì il qualcuno. «Ho trovato la donna, ed è... ecco, lei è...» «D'accordo, d'accordo», sibilò un'altra voce maschile, più tagliente e vagamente familiare. «Smettila di sbavare. Hai finito di strangolarlo?» «Uh... ecco, non è morto, ma mi pareva che avessi detto...» «Legalo», ringhiò la voce familiare. «Assicuragli il collo alla colonnina del letto in modo che non gli venga l'idea di lottare o di cercare di fuggire, poi legagli insieme i mignoli, perché a nessuno piace spezzarsi da solo le dita... tutti e due dallo stesso lato della colonnina e non dietro di essa, bada bene... e lascia il resto a me. Per allora, avrò finito di occuparmi della nostra Altezzosa Lady Starmara qui presente.» Con la testa avvolta nelle sue stesse vesti di seta, la moglie del mercante più arraffatore, subdolo, aggiratore di leggi, evasore di tasse e semplicemente di successo di tutta Marsember si sollevò e si gettò oltre la testata elaboratamente intagliata del letto, scalciando selvaggiamente, con il solo
risultato di catapultarsi fra le fredde mani fin troppo efficienti dell'invisibile possessore della voce più sottile, che la rovesciò prona sul suo stesso poggiapiedi con violenza tale da lasciarla annaspante e senza fiato, e procedette a legarle caviglie, ginocchia, polsi e gomiti prima ancora che lei avesse recuperato il respiro quanto bastava per protestare. Non appena riuscì a farlo, naturalmente, l'uomo le infilò in bocca la veste di seta fin quasi a soffocarla e gliela legò in quella posizione con la sua stessa cintura, lasciando che la stoffa d'avanzo le ricadesse sulla faccia. L'uomo poi si chinò con un grugnito, che risultò quasi inudibile in mezzo al più sonoro coro di ringhi, grugniti e altri suoni sordi che provenivano dal letto, e un istante più tardi Lady Starmara Dagohnlar sentì un oggetto freddo, duro e molto pesante gravarle sullo stomaco e sui fianchi, immobilizzandola a tal punto che dibattersi o anche solo muoversi le sarebbe stato impossibile quanto volare al di sopra del Mare delle Stelle Cadute per recarsi presso quegli adorabili bagni pubblici di Westgate. Il vago odore di polvere antitarme le rivelò che era bloccata sotto la sua stessa cassapanca per le coperte. «Fatto», annunciò in tono di trionfo la voce del proprietario del ginocchio, dal letto. «Impacchettato come un volatile da fare arrosto!» «Allora lo sistemeremo qui per terra accanto alla sua vergognosa signora... se non altro, dovrebbe vergognarsi... guarda quel tatuaggio... e potremo dare inizio al divertimento.» «Eh? Quale tatuaggio?» «Più tardi, Bez. Prima provvediamo al ricollocamento del mercante condannato, d'accordo?» *
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Glarasteer Rhauligan sussultò nell'estrarre l'affilata lama della daga di Narnra dal cappuccio e da una delle dita che vi aveva infilato per tenerlo allargato, poi fasciò la ferita con una delle strisce di stoffa che teneva sempre a disposizione in una delle sacche che aveva alla cintura. Dunque la sua piccola volpe in fuga aveva una daga in meno, ma era inevitabile che ne avesse a disposizione almeno altre due, se non probabilmente anche il doppio, e la prossima volta una di esse avrebbe potuto andare a conficcarsi davvero nella sua testa e non in un surrogato affrettatamente approntato. Adesso il cappuccio aveva un foro per gli occhi decisamente più largo dell'altro e avrebbe dovuto essere sostituito quando...
Rialzatosi in piedi, Rhauligan spiccò la corsa lungo il canale di scolo del tetto, ringraziando gli dei per l'orribile clima piovoso di Marsember, grazie al quale ogni casa era abbondantemente fornita di canali di scolo e di grondaie robuste, e balzò sul tetto successivo invece di superare il picco di quello su cui si trovava, con il rischio di essere accolto da una seconda daga. Se Tymora lo avesse favorito, lei si sarebbe avviata nella direzione che aveva previsto, che era... sì! Là! Un fianco snello vestito di cuoio scuro che stava scomparendo affrettatamente dietro il picco di un altro tetto... la ragazza era consapevole di averlo ancora alle calcagna, ma Rhauligan sapeva con esattezza quanto fosse ridotta la parte di città attraverso cui lei avrebbe ancora potuto proseguire la fuga in quella direzione prima che le mura cittadine le sbarrassero il passo e la costringessero a dirigersi a sud o a ovest, scendendo in strada... o a tornare indietro verso di lui. Respirando pacatamente, Glarasteer Rhauligan si avviò a passo svelto attraverso le cortine di nebbia che sembravano ora minacciare di trasformarsi in pioggia, e sorrise: quello sì che era un divertimento, e... whoalaho! La ragazza stava già tornando indietro, come dimostrava la forma scura che stava saettando attraverso una strada, sotto di lui, appena al di sopra di un lampione, e pareva aver davvero messo le ali ai piedi! Il sorriso dell'Arpista si accentuò. Ora la teneva... *
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Durexter e Starmara Dagohnlar giacevano fianco a fianco sul loro nuovo e morbido tappeto athkatlano... legati, furiosi e impotenti. I loro due assalitori, che brandivano due fra i più grossi e affilati coltelli marsembani che la coppia di mercanti avesse mai visto, portavano un cappuccio nero... ma ormai entrambi i Dagohnlar avevano capito benissimo con chi avessero a che fare. A Marsember c'erano mercanti più spietati e disonesti di Lord Durexter Dagohnlar, ma lui stava ben attento a non fare nessun affare con loro e a non ostacolarli neppure in misura minima, arrivando perfino ad accettare di tanto in tanto di subire qualche piccola perdita pur di continuare a essere troppo utile per poter essere eliminato. C'erano anche molti mercanti marsembani che erano disonesti quasi quanto lui nei loro affari, e Durexter badava sempre di avere il modo di poterli tenere sotto controllo, proprio per
prevenire quello che stava accedendo in quel momento, e cioè che due di essi si presentassero di notte per recuperare con la forza le monete che la coppia legata aveva sottratto loro con una truffa. Quello grasso, sudato e gioviale doveva essere il contrabbandiere e ricettatore Bezrar, i cui piani erano sempre semplici e brutali quanto lui, mentre quello più alto e più magro era quello che costituiva il vero pericolo: Malakar Surth, commerciante in veleni e droghe, fra le altre cose, un uomo che aveva rapporti di affari con i locali preti di Shar e con certi stranieri capaci di usare incantesimi... e perfino, se le ultime informazioni che Durexter aveva pagato a caro prezzo erano esatte, con almeno uno dei Maghi Rossi di Thay. Durexter non sapeva che la sua signora, distesa accanto a lui, avrebbe potuto fornirgli il nome di quel mago thayano perché... grazie alle camere private affittate presso una locale casa di bellezza e alla mente intraprendente delle matrone che le frequentavano, le sue fonti d'informazione erano ancora più costose e aggiornate. Di recente, Malakar Surth era entrato per un periodo di tempo limitato al servizio di un certo Harnrim «Incantesimi Oscuri» Starangh, un accordo il cui scopo era di trarne entrambi profitti e benefici. Nessuna di queste cose era tale da poter offrire il minimo conforto al mercante, considerato che aveva apertamente e beffardamente truffato Bezrar e Surth di una notevole somma di denaro, consigliando loro con trionfante sarcasmo di «appellarsi agli dei» o di «rivolgersi alla Corona» per ovviare alla perdita subita... e dal momento che si era trattato di somme che nessuna delle parti interessate, se aveva un minimo di buon senso, aveva registrato in nessun documento contabile, in quanto riguardavano affari assolutamente illegali, chiunque si fosse rivolto alle autorità per un risarcimento si sarebbe ritrovato a trascorrere lunghe stagioni in una cella o ai lavori forzati. Naturalmente, fu Surth a parlare per primo. «Ci conoscete entrambi», esordì, in tono vellutato, «e sapete perché siamo qui. Siamo intenzionati a uscire da questa vostra splendida casa in possesso di quello che ci dovete... Bezrar, la corda!... e starà a voi determinare se per ottenerlo dovremo ricorrere a mezzi di persuasione gentili oppure dolorosi». «Oh! Ah!» rispose Bezrar, slacciandosi la fibbia dei pantaloni. Starmara emise un suono soffocato che avrebbe potuto essere un gemito allarmato o semplicemente un verso di disgusto, ma ciò che venne rivelato
fu soltanto un'appendice maschile avvizzita dagli anni e in misera condizione, sovrastata da un lungo rotolo di corda grezza che era stato avvolto intorno ai fianchi del mercante in modo da allargare di parecchio la sua già notevole circonferenza, che ora si ridusse rapidamente quando Bezrar assestò uno strattone all'estremità della corda e cominciò poi una elefantesca imitazione di una danzatrice che eseguisse la danza del ventre su un piedistallo durante una festa, facendosi scivolare la corda intorno ai piedi con una goffaggine che strappò un sospiro a Surth e destò in Starmara l'improvviso desiderio di scoppiare a ridere. Quel Bezrar somigliava così tanto a Durexter quando cercava di essere affascinante... «Le colonnine del vostro letto serviranno egregiamente come ancoraggio per le due corde che abbiamo qui», spiegò con indifferenza Surth, «poi legheremo l'altra estremità intorno ai vostri piedi... spero saldamente... e vi caleremo entrambi dalla finestra e nel canale sottostante, a testa in avanti». Starmara non avvertì più il minimo desiderio di ridere. «Vi faremo dondolare per un po' sott'acqua in modo che le anguille possano avere qualcosa da mangiare, poi vi tireremo su e vi chiederemo del denaro. Bez è forte e vi potrà tirare su molte volte, anche se è ovvio che quanto più ci irriteremo e stancheremo, tanto più lungo sarà il tempo che voi passerete a respirare acqua e a nutrire i pesci. Semplice, vero?» Durexter, che non era stato imbavagliato, scelse proprio quel momento per dissentire, in modo sonoro e osceno. Surth si limitò a sorridere, ma quando il lord mercante cominciò a gridare gli si inginocchiò accanto piazzandogli un ginocchio sulla gola. «Urla ancora e ti taglierò la lingua», avvertì. «So che sei in grado di scrivere dove si trova il tuo denaro... anche avendo parecchie dita spezzate. Lo stesso vale per te, Lady Dagohnlar», aggiunse, spostando lo sguardo su Starmara. «La prima volta che cercherai di urlare potrai anche riuscirci, ma il mio coltello farà in modo che tu non ci possa provare una seconda volta... e che tu non possa mai più usare quella tua lingua tagliente di cui vai tanto orgogliosa per il resto della tua vita, per quanto breve essa possa essere. Vedi, Bez e io abbiamo registrato questo piccolo debito, quindi nell'incresciosa eventualità della vostra morte potremmo sequestrare questa casa e svuotarla della maggior parte del suo contenuto prima che il resto dei vostri creditori abbia modo di contestarci il diritto di farlo.» Nel parlare, Surth agitò con noncuranza il coltello scintillante e sollevò il ginocchio perché Durexter si era tinto di un acceso coloro porpora ed era in preda alle convulsioni.
«Ah, perdonatemi, ma ho dimenticato di informarvi di quello che accadrà quando ci saremo stancati di tirarvi su per farvi grondare acqua sporca di canale su questo bel tappeto», proseguì poi. «Sempre supponendo, ovviamente, che non riusciate a ricordare in quale angolo di questa bella casa avete nascosto il denaro che tenete di riserva per i tempi bui, in modo che i vostri onorevoli ospiti possano recuperare la somma perduta. Bez, qui», spiegò, indicando con la lama il compagno incappucciato, «ha appena comprato un nuovo coltello... mostralo ai gentili Dagohnlar, Bez! Ecco, vedete?... e vuole verificare quanto sia affilata la sua lama. Di recente, ho notato che gli uomini... e anche le donne, per gli dei, ora che ci penso... hanno le dita dei piedi, un sacco di dita, piccole appendici di cui in realtà nessuno di noi ha davvero bisogno. Procederemo quindi a liberarvene, una alla volta, e le metteremo da parte perché Ponczer, giù al Firehelm, le cucini per voi. Penso che cominceremo da Durexter, e quando avremo finito vi scaricheremo nella vostra stessa cantina a sanguinare e a dare ai ratti qualcosa da mangiare... io odio i ratti, e voi? Piccole creature fameliche che stridono, corrono e rosicchiano...». Rialzandosi, Surth ammirò la punta scintillante del proprio coltello, poi inarcò le sopracciglia e abbassò lo sguardo su Starmara, quasi si fosse ricordato di lei solo in quel momento. «Ah. Lady Starmara!» mormorò. «Considerata la tua bellezza, forse potremmo escogitare per te un genere di punizione più piacevole... ma d'altro canto può anche darsi che tu abbia la sfortuna di perdere tanta bellezza», commentò sorridendo nel contemplare ancora lo scintillio della lama. «Per S... Shar», sussurrò Durexter, nel vedere lo snello mercante chinarsi di scatto per avvicinare il coltello alla guancia di Starmara. «Cosa stai facendo?» «Sta' ferma, cara», ammonì Surth, in tono affettuoso, una precauzione inutile in quanto Starmara era appena svenuta, poi tagliò con abilità la cintura della veste per rimuovere il bavaglio, prima di girare la testa e di sorridere a Durexter, ribattendo: «Mi chiedi cosa sto facendo? Ritengo che la frase più appropriata sia dire che sto sfoggiando un trionfante sarcasmo». Sentire le mani rudi di Aumun Bezrar intorno alle caviglie e poi il pizzicore delle fibre grezze della corda offrì a Lord Durexter Dagohnlar l'occasione di svenire a sua volta, di cui lui approfittò con entusiasmo. *
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Ormai Narnra aveva il respiro affannoso quasi quanto quello dell'inseguitore che la tallonava sempre più da presso. Entrambi si stavano arrampicando per tetti fra le volute di nebbia fitta, distanti uno dall'altro non più di un paio di metri, e Rhauligan stava guadagnando terreno. Narnra girò intorno a una serie di statue di gargoyle che sembravano vomitare nidi, poi scivolò e quasi cadde quando dai nidi in questione eruppe uno stormo di gracchianti uccelli neri... gorcraw o qualcosa di simile. Dentro di sé, la ragazza imprecò contro il suo inseguitore, che sembrava conoscere ogni tetto, facciata e vicolo, cosa che invece non si poteva dire di lei, e che già due volte era quasi riuscito a bloccarla, senza che le rimanesse un luogo verso cui saltare o una parete sicura da discendere. Ci era quasi riuscito, e... dannazione! Stava succedendo di nuovo! All'estremità opposta del tetto su cui era appena atterrata, che ospitava una piccola serra raggiungibile attraverso una porta protetta da un massiccio cancello di ferro battuto che perfino un esercito avrebbe avuto difficoltà a forzare, per non parlare di una ladra armata di pochi coltelli e delle sole unghie, c'era... il vuoto. Un canale, e al di là di esso, a una distanza tale da rendere impossibile superarla con un balzo, un'elegante dimora; per di più, all'altezza a cui lei si trovava non c'era il tetto adorno di torrette di quella fortezza di pietra, bensì una singola finestra buia e spalancata, che sovrastava le scure acque sottostanti. Narnra si arrischiò a scoccarsi un'occhiata alle spalle e vide esattamente ciò che si era aspettata: Rhauligan che atterrava sul suo stesso tetto con un cupo sorriso, pronto a intercettare qualsiasi disperato scatto che lei avesse potuto tentare nella sua direzione e a bloccarle qualsiasi via di fuga. Non c'erano alternative, tranne quel folle balzo disperato. L'Ombra di Seta gettò indietro il capo per inspirare una profonda boccata d'aria, scelse con cura il proprio tragitto attraverso il giardino ingombro di vasi di piante gocciolanti... e spiccò la corsa con tutte le sue forze, acquistando velocità e deviando all'ultimo momento, giusto in tempo per scagliarsi in alto... sempre più in alto nella notte, rotolando su se stessa una volta... due... Gloria delle glorie! Stava per... L'impatto contro il davanzale della finestra fu abbastanza violento da intorpidirle il braccio e la spalla, sempre che non li avesse addirittura fratturati, da toglierle completamente il fiato e da catapultarla a testa in avanti nell'oscurità al di là della finestra, dove atterrò, rimbalzò e scivolò su uno
spesso tappeto così morbido da sembrare fatto di pelliccia. Il vetro colorato di due pannelli decorativi laterali s'infranse tintinnando tutt'intorno a lei quando il suo passaggio ne spalancò i battenti, che oscillarono violentemente sulla sua scia, poi... Davanti a sé Narnra vide un grande letto al centro di una stanza elegante. Un uomo e una donna nudi erano legati mani e piedi uno accanto all'altra alla base del letto e due figure vestite di scuro e incappucciate si stavano girando proprio in quel momento verso di lei impugnando lunghi coltelli ricurvi e scintillanti. Senza fiato e dolorante, Narnra riuscì a stento a contorcersi un poco nell'arrestare la propria scivolata... e l'istante successivo le due figure vestite di nero si pararono fra lei e la luce. Una lama d'acciaio calò scintillando e le affondò nel corpo, così fredda e affilata che Narnra non sarebbe riuscita a urlare neppure se avesse avuto il fiato per farlo. Mugolando di dolore, la ragazza cercò di rotolare lontano mentre quei coltelli tornavano a calare ripetutamente su di lei. 7. GLI INTRIGHI SONO COME ECCELLENTE VINO ROSSO Accumulare denaro e schiacciare i propri rivali è come uno splendido banchetto... ma la danza dell'intrigo che conduce a questi successi è un eccellente vino rosso Andratha Thunbarr I miei giorni come regina dei mercanti Anno del Drago Errante «Prendila! Per Shar, un'assassina a pagamento! Durexter, la pagherai cara per questo!», ringhiò Surth, continuando a colpire con tutte le sue forze, poi scivolò per la quarta volta sul tappeto ripiegato su se stesso e cadde pesantemente di traverso sul corpo della nuova venuta, impedendo a Bezrar di colpire a sua volta senza rischiare di ferirlo. «Non l'ho mandata io!» stridette con voce frenetica il mercante legato. «Non l'ho mandata io!» «È vero», ruggì una nuova voce, mentre qualcun altro irrompeva attra-
verso la finestra, scagliando in tutta la camera da letto una nuova pioggia di schegge di vetro, «perché lei appartiene a me!». Annaspando, tremando e cercando debolmente di raggiungere il proprio coltello, Narnra Shalace singhiozzò per il dolore più lancinante che avesse mai sperimentato... una sofferenza lancinante che la stava svuotando a poco a poco... Lottando per rialzarsi, Malakar Surth conficcò la punta del proprio coltello in profondità nel pavimento, infilandola nella fessura fra due piastrelle e si servì dell'impugnatura per trascinarsi via da sopra la forma sussultante dell'assassina, resa viscida dal sangue; persone del genere portavano spesso con loro dei veleni, magari forniti da lui stesso, quindi voleva allontanarsi da quella donna prima che... Glarasteer Rhauligan schivò il selvaggio fendente di Bezrar, sferrò un pugno deciso contro il petto rotondo del grasso mercante... sopra il ventre e sotto il cuore, con un impatto che strappò a Bezrar un grido stridulo e soffocato... e continuò la sua corsa, andando a sbattere contro Surth con tanta forza da scaraventarlo contro la parete più vicina, alla quale era addossato un armadio dalle ante di vetro. Una nuova pioggia di schegge si riversò sugli arti ammaccati di Surth, che si stava dibattendo selvaggiamente, e nel frattempo Rhauligan si rimise in piedi, afferrò Narnra per una spalla e si avviò verso la finestra mentre l'armadio oscillava, tremava in tutta la sua struttura, strappando a Starmara Dagohnlar un urlo di protesta per la triste sorte a cui stavano andando incontro i suoi abiti e le sue camicie da notte migliori, e cominciò a rovesciarsi verso il pavimento con un moto lento, pesante e inesorabile. Stordito, con le mani che bruciavano ovunque per una miriade di minuscoli tagli, Malakar Surth si sollevò faticosamente su un gomito, tossendo per cercare di respirare, giusto in tempo per chiedersi come mai la poca luce presente nella stanza si stesse oscurando tanto rapidamente, quasi che il nero della notte gli stesse calando addosso dall'alto, solido come un soffitto... L'armadio infine si abbatté sul pavimento con tanta violenza da far perdere l'equilibrio a chiunque fosse in piedi... o, nel caso dei Dagohnlar, da proiettarli in aria... e con uno schianto così stentoreo da assordare Surth ancora prima che la sua testa emergesse attraverso il sottile schienale dell'armadio con un altro sonoro frantumarsi di legno. Se l'armadio avesse avuto due robuste ante di legno, anziché di vetro, d'altro canto, probabilmente lui non sarebbe stato in condizione di sentire nulla mai più.
In quel momento, peraltro, Surth non era certo nelle condizioni più adatte per indulgere in quel genere di riflessioni; sovrastata da un cappellino di schegge, la sua testa incappucciata oscillò appena e si accasciò da un lato. Bezrar intravide con la coda dell'occhio quanto stava accadendo al suo compagno mentre lui stesso andava a sbattere contro lo stipite della finestra sfondata, temendo per un nauseante momento di precipitare al di là di essa e nel canale. Non appena riuscì a rimettersi in piedi, attraversò a precipizio la stanza alla massima velocità anche se con estrema goffaggine, incassando lungo il tragitto un altro doloroso pugno da parte del secondo assassino, e in un attimo oltrepassò la porta della camera da letto, allontanandosi nella casa buia e silenziosa. Mente passava, alcuni servitori spaventati lo seguirono con lo sguardo attraverso lo spioncino inserito nella porta della loro stanza, ma nessuno di essi si azzardò ad andare a vedere quale fosse la causa di tutto quel tumulto, perché il fatto che gli affari e l'intimità di Dagohnlar fossero una cosa che riguardava soltanto lui era una regola che era stata messa bene in chiaro molti anni prima e spesso ribadita dopo di allora, e a tutti i serviti era stato spiegato con la massima chiarezza che chiunque fra loro avesse osato disturbare i padroni senza essere stato prima convocato con il gong si sarebbe potuto aspettare il licenziamento immediato... o anche qualcosa di peggio. Ignorando la coppia legata che si dibatteva e implorava freneticamente sul pavimento, Glarasteer Rhauligan trascinò la sua preda verso la finestra, dove la luce era migliore, e le strappò rudemente il cappuccio. «D'accordo, ragazza», ringhiò, scrollandola, «adesso consegnami i tuoi coltelli... con l'elsa in avanti, bada bene, e...». Narnra Shalace lo circondò con le braccia... e si accasciò. Sorreggendola con un braccio, Rhauligan scrutò il suo volto pallido, notando il sangue che sgorgava abbondante dalle labbra e l'oscurità che cominciava ad affiorare negli occhi imploranti... e il fatto che il davanti dei suoi abiti di cuoio, là dove lei gli si stava premendo contro, era scuro e viscido per il sangue. *
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La fiamma del braciere divenne più intensa, e quella fiammata improvvisa non si esaurì subito come accade di solito, ma invece andò ingranden-
dosi e si ripiegò su se stessa nel salire verso l'alto, aumentando di luminosità, pulsando ancora ed espandendosi fino a diventare... una testa che fluttuava nell'aria, la testa di un maschio umano dai lineamenti affilati e dalla barba fluente, che si volse a fissare con espressione tagliente il giovane mago che era la sola persona presente nella stanza. «Sono qui, Lord Tharundar», sorrise Harnrim «Incantesimi Oscuri» Starangh, «e sono solo. Mancano solo poche ore al mio incontro con Lady Ambrur». «Sai quali siano i tuoi ordini, e sei riuscito a convincermi della validità dei motivi che ti inducono a incontrare questa persona, quindi perché...» «So che hai in corso molte importanti operazioni, signore», replicò Starangh, chinando il capo, «e se presumo di abusare del tuo tempo è solo per questo: fino a questo momento, mi sono creato un'opinione sul conto di Lady Ambrur soltanto per sentito dire... basandomi sulle parole di altri. Sono a conoscenza delle sue azioni e dei suoi contatti, so quanto sia ricca, ma non conosco la sua personalità, e mi aiuterebbe enormemente a portare a termine con successo il compito che mi hai affidato se potessi sapere tutto quello che tu sei riuscito ad apprendere sul carattere di questa donna prima d'incontrarla». La testa evocata mediante incantesimo sfoggiò lo stesso freddo sorriso sottile che in quel momento stava apparendo sul volto del vero Tharundar, che si trovava a mezzo Faerûn di distanza. «Harnrim, la tua competenza in fatto di incantesimi è forse un terzo di quella che tu pensi di avere», rispose poi la testa. «Tuttavia, sei uno strumento a cui attribuisco un notevole valore perché costituisci una rarità fra i Maghi Rossi. Infatti riesci a combinare la giovinezza, quello che viene definito un "bell'aspetto", l'ambizione, l'astuzia, la prontezza verbale e il ferreo autocontrollo di un veterano della diplomazia, la pazienza, un talento superbo nell'agire e la capacità di gestire potenti magie. Inoltre», proseguì la testa spettrale, fluttuando più vicina, «tu ti rivolgi a me e fai appello alla mia saggezza e alle mie cognizioni laddove la maggior parte degli altri sarebbe trattenuta dal farlo dall'orgoglio. Bada a rimanere in vita, giovane Starangh, e arriverai davvero molto in alto. Quanto a Lady Ambrur, dimmi prima qual è l'idea che ti sei fatto di lei... in poche parole, perché non hai bisogno di fare ulteriormente impressione su di me». L'uomo che amava essere soprannominato «Incantesimi Oscuri» allargò le mani in un gesto di divertita perplessità. «La mia convinzione, per quello che può valere fino a questo momento,
è che sia una nobile annoiata e affascinata dagli intrighi, dall'essere informata di tutto e dal conoscere nei minimi dettagli ogni segreto e cospirazione. In altre parole, per lei è tutto una forma di divertimento.» «Le tue conclusioni sono esatte, per quello che è possibile determinare dall'esterno», replicò la testa nelle fiamme, dando l'impressione di annuire appena. «Tuttavia, lascia che ti dia questo avvertimento: a me sembra che in Lady Joysil ci sia qualcosa di più di una semplice nobil