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Titolo originale: Spåren på bryggan Copyright © 2007 Lars Rambe, by Agreement with Grand Agency, Sweden, and Pontas Literary & Film Agency, Spain First Published by Kura Skymning, Sweden Traduzione dallo svedese di Alessia Ferrari Quarta edizione: agosto 2010 © 2010 Newton Compton editori s.r.l. Roma, Casella postale 6214 www.newtoncompton.com Prima edizione digitale: settembre 2010 ISBN 9788854122673 Edizione digitale realizzata da Simplicissimus Book Farm srl
Lars Rambe Incubo bianco
Newton Compton editori
Ad Astrid
Premessa
Questo libro è solo ed esclusivamente frutto della mia fervida fantasia. È ambientato in una città reale, Strängnäs, che io ho appena iniziato a conoscere. I luoghi in cui si svolgono i fatti sono pertanto, salvo alcune eccezioni, scelti con cura, autentici. I personaggi del libro, invece, non lo sono. Tutte le somiglianze, presunte o meno, con persone reali di Strängnäs o di qualunque altro luogo, sono del tutto involontarie. Alcune persone giuridiche o cariche pubbliche si trovano menzionate con i loro veri nomi, ma al solo scopo di rendere più credibile la narrazione. Tuttavia, il modo in cui queste agiscono nel racconto è puramente fittizio, è solo sporca letteratura. L’organizzazione del corpo di polizia, così come la situazione presso l’ospedale Sundby, sono, allo stesso modo, del tutto o in parte inventate. Questa storia è raccontata dal punto di vista di diversi personaggi fittizi. Le loro opinioni e riflessioni sono in tutto e per tutto “loro” e quindi svincolate da quello che l’autore stesso pensa e ritiene, che ci crediate o no. Vengono descritti determinati avvenimenti e fatti reali legati a Strängnäs, ma solo perché facciano da sfondo e arricchiscano la descrizione dell’ambiente. Lo smantellamento dell’illustre reggimento cittadino P10, è un fatto storico, così come i progetti per creare una nuova parte della città in quella che era l’area del reggimento. La descrizione dettagliata dei progetti non corrisponde invece in alcun modo, per quanto ne so, alla realtà. Quindi, se qualcuno ritiene che mi sia preso delle libertà, ha assolutamente ragione. In breve, questo è un romanzo. LARS RAMBE Strängnäs, febbraio 2007
Galleria dei personaggi – una selezione
Aronsson, Sven – ispettore di polizia. Responsabile delle indagini sul doppio omicidio del 1965. Brink, Anton – primario e dirigente sanitario dell’ospedale Sundby nel 1965. Carlson, Maria – capo delle indagini presso la polizia di Strängnäs nel 2005. Gege (Grandin, Görel) – caporedattore dello «Strengnäs Dagblad» nel 2005. Gense, Ulla – giornalista e colonna portante dello «Strengnäs Dagblad» nel 2005. Cresciuta a Strängnäs. Gransjö, Fredrik – giornalista dello «Strengnäs Dagblad» nel 2005. Viene da Stoccolma, ha un passato come reporter di cronaca nera all’«Expressen». Stimato per i suoi reportage di politica locale. Gransjö, Klara – figlia di Fredrik, 2 anni. Gransjö, Ulrika – capogruppo in un’azienda che opera nel campo delle risorse umane. Moglie incinta di Fredrik. Gren, Ulf – capo della polizia di Strängnäs nel 1965. Gröndahl, Filip – dirigente d’azienda con un passato come ufficiale. Padre di Lisa. Gröndahl, Ingrid – casalinga e dama della buona società. Madre di Lisa. Gröndahl, Lisa – ragazza della buona società, fidanzata di Björn Karlén. Viene trovata morta sui ghiacci dell’insenatura Strängnäsfjärden nel 1965. Jakobsson, Leif – abitante di Strängnäs. Janssen, Hilda – domestica della famiglia Gröndahl nel 1965. Jonsson, Kjell – assistente di polizia. Lavora in coppia con Per Strand nel 2005. Jonstoft, Göran – amministratore delegato della Il Cerchio Immobili S.P.A. Suo nonno è Magnus e suo zio è Nils. Jonstoft, Magnus – magnate immobiliare e fondatore della Il Cerchio Immobili S.P.A. Padre di Nils. Jonstoft, Nils – responsabile della sicurezza presso l’ospedale Sundby nel 1965. Karlén, Björn – sottotenente e successivamente maggiore nel P10. Fidanzato di Lisa Gröndahl. Kyrkström, Arne – allievo poliziotto e successivamente commerciante di automobili.
Lundström, Bengt – capo infermiere presso l’ospedale Sundby. Indicato come responsabile della fuga di Göran Svensson nel 1965. Näslund, Victor – commissario di polizia della squadra omicidi di Eskilstuna. In precedenza ha avuto una breve relazione con Maria Carlson. Capo delle indagini preliminari nell’omicidio del boschetto Mälarlunden nel 2005. Ragnarök – direttore responsabile dell’«Eskilstuna Posten» e dello «Strengnäs Dagblad» nel 2005. Un personaggio esuberante con uno stile del tutto particolare sul lavoro. Solberg, Karl-Fredrik – colonnello e capo del reggimento P10 nel 1965. Padre di Gustav Solberg. Solberg, Gustav – sottotenente al P10 nel 1965, figlio del colonnello. Strand, Per – assistente di polizia. Lavora in coppia con Kjell Jonsson nel 2005. Svensson, Alma – madre di Göran e Anders Svensson. Svensson, Anders – fratello minore di Göran Svensson. Svensson, Göran – paziente psichiatrico dell’ospedale Sundby. Viene trovato morto sui ghiacci dell’insenatura Strängnäsfjärden nel 1965.
Prologo
Il giro delle visite era già arrivato e terminato. Lui aveva fatto finta di dormire quando l’infermiere aveva messo dentro la testa per guardarli, un momento prima. La stanza era buia e trasmetteva una sensazione fredda, inospitale. Le ombre giocavano sulle pareti nella debole luce che veniva da fuori. Era un gioco che lo inquietava. I suoi compagni di sventura sembravano dormire, anche se alcuni talvolta si agitavano nel sonno. Alcuni russavano o mormoravano. Incubi. Di certo anche loro avevano degli incubi, proprio come lui. Continuò a tenere lo sguardo fisso sul soffitto. Il colore era sbiadito in diversi punti. Era rimasto sdraiato lì a pensare a lungo, terrorizzato da ciò che aveva recentemente capito. Qualcuno senza dubbio lo stava cercando. Forse più di uno. Le lettere che aveva ricevuto nelle ultime settimane non facevano che confermarlo. Come poteva difendersi? Aveva la sensazione che gli infermieri lo controllassero in ogni momento, ma ora anche lui li osservava. Chi? E perché? Doveva cercare di stare attento a tutto e tutti, ma le medicine lo rendevano così intorpidito. A volte era stata una lotta anche solo riuscire a tenere gli occhi aperti. Ma ora non più, non da quando aveva smesso di prendere le pillole. Naturalmente aveva dovuto muoversi con la massima segretezza. Nessuno doveva sospettare. A livello strettamente pratico era stata una vera sfida. L’infermiere si accertava sempre che prendesse tutte le medicine che gli dava, ma nonostante questo lui aveva escogitato un modo per non inghiottirle: le nascondeva sotto la lingua e poi le sputava appena il suo sorvegliante guardava da un’altra parte. A volte era comunque costretto a inghiottire, ma in quel caso andava subito in bagno e vomitava. Poco prima, quella sera, si era addormentato per un po’. I sogni all’inizio erano stati abbastanza tranquilli ma poi avevano cambiato decisamente tenore e si era ritrovato improvvisamente in un corridoio, inseguito, convinto che il suo inseguitore non si sarebbe arreso finché lui non fosse morto. Alla fine si era svegliato tra le lenzuola bagnate, ma la sensazione che qualcosa non andava era rimasta. Sentiva il vento là fuori. Si stava alzando e presto ci sarebbe stata una tormenta. Il vento gli ricordava dei sussurri. C’era qualcuno là fuori? Sembrava proprio di sì. All’improvviso l’angoscia lo assalì con tutta la sua forza. Doveva uscire! Si guardò attorno disperato. Gli altri a quanto pare continuavano a dormire come se niente fosse. Non sentivano le correnti fredde e cattive che ora soffiavano anche dentro? Scosse con forza Albin, nel letto accanto, ma ottenne in risposta solo un grugnito rabbioso. La paura lo spinse fuori dal letto. S’infilò il maglione sopra il pigiama. Con il cuore che gli martellava forte in petto sgattaiolò a piedi nudi verso la porta e girò la maniglia, anche se sapeva che era chiusa. Per poco non cadde all’indietro quando la porta, invece, si aprì. Non poteva credere che fosse vero. Che incredibile fortuna! C’era un angelo al suo fianco? Gesù, Maria, qualche santo… Si lanciò fuori dalla porta dopo appena un attimo di esitazione. L’atrio era silenzioso e deserto. Proseguì cauto verso l’ingresso. Lì però si dovette fermare. Si scagliò con violenza contro la porta più e più volte ma non c’era verso di aprirla. Deluso, ma ancor più stupito di essere riuscito a lasciare il reparto, si girò e cominciò a cercare un’altra possibile via d’uscita. Nella sua testa una voce forte e disperata lo spingeva ad andare avanti, ma in lontananza li sentiva farsi beffe di lui. Tutte le finestre del pianterreno erano provviste di sbarre. Ma al secondo piano? C’era stato molte volte, ma non riusciva a ricordare se anche lì le finestre
fossero fatte allo stesso modo. L’esitazione e la cautela ora l’avevano abbandonato. Respirava affannosamente, non per la stanchezza ma per l’eccitazione. Imboccò di corsa la scala facendo i gradini due a due e arrivò ansimando nel corridoio. Anche lì tutto era silenzioso e semibuio. Sentiva solo il suo respiro, il cuore incalzante e, in sottofondo, il vento che fuori continuava a sibilare e a fare un baccano infernale. In fondo al corridoio si vedeva uno spiraglio di luce. Una porta era stata lasciata socchiusa. Doveva essere l’ufficio e ambulatorio del dottor Johansson. Ce l’avevano accompagnato molte volte e ogni volta era stato allo stesso modo spiacevole. Lo chiamavano “trattamento” o “colloquio”, ma sempre di più si rafforzava la sua convinzione che il vero scopo di quelle sedute fosse umiliarlo, imbarazzarlo o punirlo. Quando entrava lì dentro il dottor Johansson se ne stava nella sua poltrona a fissarlo, senza dire una parola finché lui non si era seduto. La riga sottile della sua bocca si costringeva poi in un sorrisetto. E a quel punto il silenzio veniva sostituito da mille domande, che lui a malapena capiva e alle quali comunque non sapeva rispondere. Cosa provava per sua madre? Perché a scuola lo provocavano sempre? Erano molto crudeli con lui? Come aveva reagito quando suo padre li aveva lasciati? Cosa pensava del fratello minore? Perché a volte si arrabbiava tanto? Perché in quei casi non voleva parlare con nessuno? Il dottor Johansson era sempre amichevole e comprensivo, ma certo si trattava solo di una facciata. Nessuno che ponesse domande tanto strazianti poteva nutrire davvero buone intenzioni. Per un attimo fu assalito da un pensiero spaventoso. E se il dottor Johansson fosse stato lì? Perché mai altrimenti la sua porta sarebbe stata aperta? Ma niente ora l’avrebbe fermato. Si diresse veloce verso la stanza senza ripensamenti e guardò dentro. Era più buia di quanto credesse. Le tende erano tirate e l’unica fonte di luce era una lampada a stelo vicino al divano appoggiato contro la parete in fondo. Lì giaceva una figura, immobile. Si avvicinò lentamente al divano, con passi cauti. Allora vide che era Bengt, l’infermiere, che se ne stava sdraiato a dormire. Si era tolto le scarpe, che ora erano infilate sotto il divano, e sul tavolino c’erano il suo mazzo di chiavi e alcuni giornali. Bengt doveva aver fatto le parole crociate, prima di addormentarsi. E adesso come doveva agire? E se Bengt si fosse svegliato? Il desiderio di andarsene da lì il più in fretta possibile si scontrò con la curiosità. Contro ogni buon senso la curiosità ebbe la meglio e lui sgattaiolò fino al tavolo. Il mazzo di chiavi scivolò velocemente nelle sue tasche e i suoi piedi nelle scarpe. Erano più grandi di almeno una misura e non particolarmente comode senza calze, ma se ne accorse appena. Si trascinò fino alla finestra tenendo d’occhio Bengt, che intanto continuava a dormire come un sasso. Aprì lentamente le tende e guardò fuori. La finestra dava sul lago e in lontananza si vedevano alcune luci provenienti da Strängnäs, dall’altra parte dell’insenatura. Le guardò con desiderio. Là c’era la casa dei suoi genitori e se solo avesse potuto spiegare come si trovava male e quant’era sbagliato che fosse lì, sicuramente sua madre avrebbe capito e l’avrebbe aiutato. Mamma. Si riusciva ad aprire la finestra? Almeno non c’erano sbarre. Voleva respirare aria fresca! La finestra non era chiusa, ma le cerniere erano molto dure. Alla fine, con un cigolio di protesta, cedettero. Lanciò uno sguardo preoccupato a Bengt, ma il rumore non era stato abbastanza forte da svegliarlo. Tranquillizzatosi, tornò a guardare fuori dalla finestra e si godette il gelido alito di vento che ora gli scendeva nei polmoni e gli frustava il viso. La via più rapida per uscire da lì era ovviamente la finestra. La neve profonda là sotto sembrava un esplicito invito. Sarebbe certo atterrato sul morbido, no? Poi si ricordò del mazzo di chiavi in tasca. Era meglio correre giù all’ingresso che lanciarsi da
lì. Ma prima doveva lasciare un segno della sua presenza in quell’odiata stanza, che sperava di non dover rivedere mai più. Perlustrò l’ambiente con lo sguardo. C’era una grossa pila di spesse cartelle sulla scrivania. Carte e rapporti interminabili che si ammucchiavano in continuazione! Veniva osservato e giudicato in continuazione. E anche tutti gli altri ricoverati lì. Si ricordava di come era solito sedere su quel divano su cui ora dormiva Bengt. Di come, con le spalle tese e le mani sulle ginocchia, guardasse il dottor Johansson che non si preoccupava più di incontrare il suo sguardo, e si concentrava invece sulle proprie carte. La penna che raschiava implacabile sulla carta e definiva che tipo di essere umano malato lui fosse. Con un brivido scacciò quell’immagine dalla testa. Sollevò le cartelle dalla scrivania e le scagliò fuori dalla finestra. I fogli finirono da tutte le parti, dispersi dal vento. Un paio di cartelle finirono sul pavimento con un tonfo sonoro. Terrorizzato si rese conto di cosa aveva fatto e guardò con attenzione l’aguzzino sul divano. No, neanche Bengt poteva continuare a dormire con quel rumore improvviso: si sollevò lentamente su un gomito e lo guardò stupito, con gli occhi socchiusi. Lui allora si girò immediatamente con un grido e corse incespicando fuori dalla stanza. Era in preda al panico, ma ebbe sufficiente buon senso da chiudersi la porta alle spalle. Fece appena in tempo a girare la chiave quando la porta tremò sotto l’attacco di Bengt. «Apri! Apri la porta maledetto idiota! Non credere di farla franca! Si metterà molto male per te, è una promessa!». Corse disperatamente giù per le scale al piano inferiore con le urla di Bengt nelle orecchie. Non dubitò neanche per un secondo della serietà della minaccia. Al contrario, sapeva che era già condannato, se rimaneva in quell’edificio ancora un istante. Non ci sarebbero voluto molto prima che tutto l’ospedale si svegliasse. Gli avrebbero dato la caccia come a un cane! Inciampò alla fine della scala e per un istante credette che sarebbe caduto, ma in qualche modo riuscì a restare in piedi. Si sentiva travolto dal panico e quasi paralizzato, ma quando fu costretto a fermarsi per cercare le chiavi dell’ingresso principale si tranquillizzò un po’. Allora gli venne in mente che aveva bisogno di una giacca. Riuscì a trovare a tentoni la chiave dello spogliatoio del personale. Ebbe fortuna. Là dentro c’erano diverse giacche appese ai ganci lungo una delle pareti corte. Prese velocemente quella più vicina. Così andava meglio. Se solo fosse potuto andare a casa dalla mamma e dal fratello minore Anders, tutto si sarebbe senz’altro sistemato. Sentì l’allarme quando girò la chiave della porta d’ingresso. Apparve un’ombra dietro di lui, nel vano della porta del reparto da cui era arrivato. Era un paziente o un infermiere? Non si fermò per scoprirlo. Arrancò giù per la scala ghiacciata e corse verso il lago più veloce che poté. La neve vorticava attorno a lui in una danza furiosa. Respirava forte e il cuore continuava a martellargli insistentemente nelle orecchie. Era un suono che lo riempiva di gioia e panico allo stesso tempo. Era libero! Fece di corsa tutta la strada fino al pontile e si fermò solo un paio di volte per girarsi a controllare con sguardo angosciato se lo stavano seguendo. Non vide nessuno, ma questo non voleva dire che non fossero lì. Non sentiva voci né tantomeno l’ululato dell’allarme, ma solo il vento che gli sibilava nelle orecchie. Giunto al pontile finalmente rallentò, e si fermò per guardare l’insenatura. I suoi capelli scuri erano già diventati del tutto bianchi per la neve. Aveva freddo alle orecchie ma trovò un berretto in tasca. Le luci di Strängnäs scintillavano seducenti sull’altra sponda. Era buio attorno a lui, sebbene la luminosità della neve che c’era a terra e che cadeva sembrasse aumentare sempre di più. Si infilò il
berretto. Con cautela si avviò sul pontile, dopo essersi girato un’ultima volta a guardare. C’era neve alta sulle assi e dovette procedere arrancando. Il suo volto, di solito così bonario, era stravolto dalla paura. Avrebbe dovuto fare di corsa tutta la strada lungo la spiaggia, fino al ponte, e cercare di raggiungere la città da lì. Voleva andarsene il più in fretta possibile. Altrimenti avrebbero preso una scorciatoia e l’avrebbero bloccato. No, era meglio passare direttamente sul ghiaccio, se ne rendeva conto. Passando dal ponte, il percorso sarebbe stato molto più lungo. Si trascinava in quelle scarpe troppo grandi che là fuori, sul pontile, si erano riempite di neve. Tremava di freddo. No, doveva andare avanti. Non poteva restare lì. Era solo una questione di tempo prima che la spiaggia si riempisse di scure ombre che volevano imprigionarlo e fargli del male. Tentò di orientarsi meglio. Aveva vissuto a Strängnäs tutta la vita, ma in quel momento la cosa non sembrava aiutarlo. Non riusciva a distinguere alcun edificio dall’altra parte eccetto il duomo, e anche quello a fatica. Nelle raffiche di vento diventava tutto bianco e gli occhiali gli si riempivano di neve quasi alla stessa velocità con cui li asciugava. Ma forse il duomo bastava. Con quello come punto di riferimento non avrebbe rischiato di sbagliare strada. Si fermò a riflettere e si sforzò di trovare comunque qualcos’altro da seguire. Vediamo, quelle flebili luci in basso, quasi davanti a lui, si trovavano senz’altro sull’altra sponda. Che fossero quelle del ponte Ångbåtsbron? Scese con attenzione sul ghiaccio e cominciò ad andare in direzione delle luci. Lo strato era solido e all’inizio non sembrò neanche scivoloso. L’altra sponda non gli era parsa poi così distante quand’era sul pontile, ma dopo un breve istante sul ghiaccio dovette ricredersi. La neve continuava a frustargli il viso e ora gli ricopriva gli occhiali di una patina ghiacciata che, per quanto ci provasse, non riusciva ad asciugare. Doveva tornare indietro? No, neanche a pensarci. Si era perso o era solo una sensazione? Si rese conto che ora stava andando avanti per lo più a caso. Capiva che era molto pericoloso, ma era convinto che il suo cuore avrebbe smesso di battere, se non avesse proseguito. Il panico continuava a ribollirgli dentro. Era di nuovo tutto bianco attorno a lui, e le guance e il naso cominciavano a diventare insensibili in quel gelo. Un freddo infernale senza punti di riferimento, soltanto ghiaccio sotto i piedi. Ma era felice di non udire voci e di non essere più rinchiuso. Poi sentì il ghiaccio vibrare. Percepiva dei colpi regolari attraverso i suoi piedi freddi. Toc. Toc. Toc. Toc. Le vibrazioni sovrastavano il rumore del suo cuore, il che lo rendeva, se possibile, ancor più spaventato. Cos’era? Non ne aveva idea, e la paura lo attanagliò. Era impossibile stabilire con esattezza da dove arrivassero i colpi. Il ghiaccio gli si sarebbe spaccato sotto i piedi e le acque gelide l’avrebbero inghiottito? Cominciò a correre disperato. Già dopo alcuni passi scivolò e cadde sbattendo la faccia, senza riuscire a mettere avanti le mani. Fu come se gli avessero passato sulla guancia un foglio di carta vetrata. Faceva molto male, ma la cosa peggiore era comunque quella sensazione di totale impotenza. Si rialzò lentamente e scosse la testa. Nella caduta aveva perso gli occhiali e ora non sapeva dov’erano finiti. Cercò a tentoni sul ghiaccio con le dita intorpidite, ma invano. Erano spariti. I tonfi sul ghiaccio continuavano senza sosta. Sì, sopra al sibilo del vento riusciva anche a distinguere il suono di pesanti colpi a tempo con le vibrazioni. Ironia della sorte, ora ci vedeva meglio di quando aveva gli occhiali. Forse la tormenta di neve si era un po’ placata? La neve non vorticava più come prima. Quando alzò lo sguardo scorse una luce sulla destra e una massa scura di terra alla sua sinistra. Doveva essere quasi arrivato!
Si sollevò sulle gambe doloranti e piene di lividi ma con un nuovo barlume di speranza che ogni cosa si sarebbe sistemata, nonostante tutto. La guancia era sbucciata e bruciava, ma se ne accorgeva appena. Proprio quando aveva cominciato ad andare verso la luce percepì con la coda dell’occhio un debole movimento. Si girò verso il lembo di terra. Era l’isolotto di Djäkneholmen? Ecco la spiegazione di quel rumore spaventoso. A circa trenta metri da lui c’era una figura che colpiva il ghiaccio con un qualche oggetto pesante. Chi era? Cosa ci faceva là fuori? Si trattava di un uomo, chi altro? Esitò un istante, ma il desiderio di sentire la terraferma sotto i piedi ebbe la meglio. Non voleva rischiare di perdersi di nuovo. Voleva solo andare a casa prima di morire congelato. Si fece coraggio e gridò un saluto mentre proseguiva verso quella figura. Fu solo quando arrivò più vicino che vide il fagotto sul ghiaccio.
Parte prima
Il ritrovamento nell’archivio
28 ottobre – 31 ottobre 2005
1
Fredrik Gransjö lasciò la redazione di Storgatan con un sorriso sulle labbra. Molti avrebbero senz’altro detto che aveva quasi sempre un’aria contenta, ma stavolta c’era qualcosa in più. Aveva avuto una settimana straordinariamente buona al lavoro, forse la migliore da quando si era trasferito a Strängnäs. Ora era sulla via di casa e alla vigilia del weekend. Doveva fare un bel pezzo a piedi, e per di più quasi tutto in salita, ma in quel momento passeggiare gli faceva solo piacere. Tagliò per il parco Uggla, che se ne stava lì scuro e inospitale in attesa di una stagione migliore. Fredrik camminò a zig zag tra le pozzanghere e lanciò uno sguardo curioso alla Casa della Ceramica che si trovava al margine del parco, dall’altro lato. La luce brillava in quasi tutte le finestre, ma gli affari sembravano tutt’altro che brillanti. La vecchia biblioteca era ormai ristorante, galleria, laboratorio di ceramica e negozio. Fredrik pensava che fossero riusciti a renderla davvero gradevole ed era stato lì a cena più volte con sua moglie Ulrika. Fuori c’era anche un piccolo parco giochi che piaceva tanto alla loro figlia Klara, di due anni. In quel momento il posto sembrava quasi deserto, ma l’inverno non era certo un buon periodo per i ristoranti della città. Quel luogo gli piaceva davvero. I proprietari erano gradevoli e intraprendenti. Il sushi era il vero e proprio pezzo forte, assolutamente all’altezza di alcuni dei migliori locali di Stoccolma. Per il resto, riteneva che l’offerta di ristoranti in città fosse abbastanza esigua e in molti casi di qualità davvero dubbia. Molti posti sembravano costantemente vuoti, a prescindere dalla stagione. Forse si nascondeva un’altra attività dietro ai cartoni delle pizze? Forse sarebbe stata una buona idea guardare un po’ più da vicino i bilanci dei ristoratori della città. Ci poteva essere materiale per un paio di articoli interessanti. Rise tra sé mentre attraversava Järnvägsgatan, di fronte all’asilo. Se ne andava in giro riflettendo su eventuali piccole truffe nel ramo della ristorazione locale e lo trovava interessante! Questo sì che dimostrava quanto fosse cambiato negli ultimi tre anni. Prima lavorava all’«Expressen», abitava a Birkastan con Ulrika e stavano ancora solo valutando l’idea di avere un figlio. Erano entrambi d’accordo che il centro della città non fosse il luogo ideale in cui crescere un bambino, ma entrambi amavano la vita lì, con la grande scelta di ristoranti, locali e altri divertimenti. Fredrik era reporter di cronaca nera; i ritmi erano serrati e la paga davvero pessima, ma amava il suo lavoro. Ulrika era capogruppo in un’azienda che gestiva risorse umane e si trovava benissimo. Quindi, perché cambiare le cose? Ma le cose, alla fine, possono cambiare davvero molto in fretta. E così si erano ritrovati ad aspettare un bambino. In un certo senso non era stato pianificato, ma non si era trattato neanche di un incidente. Che felicità avevano provato in quel momento! Un’emozione grande e irreale allo stesso tempo, anche se, ora se ne rendeva conto, non sapevano ancora cosa li aspettasse. Il vento contrario lo sferzò quando girò l’angolo in direzione di Gyllenhjelmstorget. Per un
attimo valutò se infilarsi nella pasticceria Schelin per una pausa caffè, anche se in verità non rientrava in alcun modo nei suoi piani. Vide che i ragazzi erano seduti là, come al solito a quell’ora, ed era comunque sempre gradevole entrare a chiacchierare un po’ con loro. No, oggi voleva davvero andare a casa il più in fretta possibile. Senz’altro Ulrika lo stava già aspettando, e anche Klara. Quando finalmente si erano decisi a lasciare Stoccolma era successo tutto in fretta. Erano finiti a Strängnäs quasi per caso. Quando Klara era nata all’ospedale Karolinska, avevano già deciso di trasferirsi. In realtà all’inizio avevano pensato di spostarsi in periferia, ma si erano trovati presto d’accordo sul fatto che la cosa fosse troppo complicata. Certo, sarebbe stato favoloso abitare in qualche magnifico quartiere come Stocksund o Äppelviken, ma non avevano abbastanza soldi. Inoltre, il fatto che Klara potesse avere un pezzetto di verde in cui giocare non era sufficiente. Fredrik era uno che credeva nelle cose fatte bene. Non aveva alcuna voglia di fare il pendolare in treno ogni giorno o starsene incolonnato in macchina all’infinito per poi alzare con nostalgia lo sguardo verso l’appartamento di Birkastan ogni volta che gli fosse capitato di passarci davanti. Inoltre, essere un reporter di cronaca nera iniziava a diventare logorante. Si vedevano così tante miserie, e Fredrik faceva sempre più fatica a mantenere le distanze. Era dura percorrere Trädgårdsgatan col vento contrario che sferzava il suo corpo esile, ma ora poteva almeno svoltare a sinistra attorno alla stazione di polizia e iniziare la salita su per l’Eskilstunavägen. Essere un reporter locale allo «Strengnäs Dagblad» si poteva a stento paragonare con il suo incarico all’«Expressen», ma in compenso i rapporti con la polizia locale del Sörmland – di sua pertinenza – erano ottimi. A quel punto conosceva molto bene la combriccola che lavorava nella polizia locale dell’area di Strängnäs e uno dei ragazzi, Per Strand, lo stimava molto. Anche il capo delle indagini, Maria Carlson, era favolosa, ma con lei era un po’ più difficile entrare in confidenza. Almeno per lui. Naturalmente non c’era niente di sbagliato in un po’ di distanza professionale, ma comunque… Non riuscivano a ingranare, e Fredrik non riusciva a capire il perché. Ma con Per era tutta un’altra cosa. Stavano cominciando a diventare amici. O almeno Fredrik sperava che fosse così. Tutti dicevano che lì era difficile farsi degli amici, se si arrivava da fuori. Fredrik se n’era senz’altro accorto in alcune occasioni, ma aveva ben poco di cui lamentarsi. Incontrava molte persone grazie al suo lavoro ed era particolarmente contento quando s’imbatteva in altri stoccolmesi che si erano trasferiti lì. Si era formato un gruppetto di “stoccolmesi in esilio” che si frequentavano con regolarità e in cui lui e Ulrika avevano un ruolo centrale. Chi fa da sé fa per tre, era una massima che Fredrik sottoscriveva volentieri. Ma com’era possibile che ora se ne andasse ansimando su per la salita in quella deprimente giornata di ottobre e tuttavia fosse così incredibilmente contento? Il fatto davvero importante era che aspettavano di nuovo un bambino. Si sentiva brividi in tutto il corpo quando ci pensava. Avevano controllato il test di gravidanza la sera prima e non c’era alcun dubbio. Era solo la settima settimana, quindi si trattava ovviamente di stare calmi e fare in modo che tutto andasse per il meglio. Sarebbe stato il massimo per Klara avere un fratellino, anche se Fredrik capiva che per lei sarebbe forse stato difficile non avere più l’attenzione della mamma e del papà tutta per sé. Ma c’era anche un altro motivo per cui se ne andava sorridendo nel vento pungente. Aveva ricevuto un’accoglienza in grande stile quando era arrivato al lavoro, quel giorno. Le parole di lode erano state molte, sia da parte dei colleghi che dei lettori, per un articolo in cui aveva puntato i riflettori su politici e funzionari del comune. L’articolo evidenziava la loro difficoltà a passare dalle parole ai fatti, in tutti i campi, negli ultimi tempi. Un argomento allettante per qualunque giornalista, ma lui era
riuscito a renderlo particolarmente tagliente e sferzante. Aveva sottolineato che la dirigenza comunale si trovava davanti a numerose decisioni importanti sulle quali non poteva permettersi di sbagliare; non ultima la questione di cosa si dovesse fare con il corpo militare recentemente smantellato, il P10. Quella discussione sarebbe durata a lungo e poteva senz’altro essere vista come una fonte quasi inesauribile da cui lui avrebbe potuto attingere. Che ci sarebbero stati altri scandali e fatti sensazionali era l’unica cosa di cui era certo. Per quel giorno, comunque, era sufficiente che nel suo articolo avesse toccato il tasto dolente. Persino la sua collega Ulla Gense era sembrata – fatto insolito – leggermente colpita. Questo gli dava una dose extra di soddisfazione, perché lei era una reporter straordinariamente brava. La migliore della redazione, secondo Fredrik. Lo affascinava che una persona così esile potesse emanare una tale autorità e naturale autorevolezza. Inoltre, ciliegina sulla torta, il direttore responsabile gli aveva accordato il permesso di scrivere una serie di articoli storici. L’argomento era il vecchio ospedale psichiatrico sull’isola di Tosterön, il Sundby, che era stato chiuso alla fine degli anni Ottanta. Ora la zona dell’ospedale era stata trasformata in un parco aziendale e una magnifica zona residenziale, ma l’ospedale aveva ancora un fortissimo significato per la città, ed era questo che interessava a Fredrik. La storia dell’ospedale metteva facilmente in moto la fantasia, e la realtà poteva forse essere ancora più eccitante. Aveva la sensazione che quell’incarico gli fosse stato sventolato sotto il naso proprio da Ulla, a pensarci bene. Lei stessa aveva parlato così spesso dell’ospedale e di quanti buoni articoli si sarebbero potuti scrivere che alla fine era diventata quasi un’ossessione. Comunque, per qualche motivo, non era mai stato scritto niente. Fino ad allora. Sperava che lei non l’avrebbe presa troppo male. Pensava di parlarne con i colleghi lunedì, quando si sarebbe comunque tenuta una riunione. La caporedattrice era già informata e sembrava non avere obiezioni, e poi, perché mai avrebbe dovuto averne? Fredrik non si sarebbe certo preso per questo motivo una vacanza dai suoi vari altri impegni. Aveva la sensazione di essere in uno stato, qualcuno forse avrebbe detto karma, particolarmente positivo in quel preciso momento. In quei casi si trattava di cavalcare l’onda finché durava. Ed era esattamente quello che aveva intenzione di fare. I pensieri continuavano a vorticare e saltare avanti e indietro nella sua testa mentre camminava. Forse lui e la sua famiglia avevano iniziato a mettere radici lì. E comunque gli piaceva crederlo. La gente del posto li avrebbe considerati dei “forestieri” ancora per molto tempo. Erano capitati lì grazie a due annunci: uno di lavoro e uno immobiliare. Il numero di posti da giornalista che venivano banditi ogni anno in Svezia si contava sulle dita di una mano. Quando la redazione locale di Strängnäs aveva deciso di portare il numero di reporter a sei, Fredrik aveva colto la palla al balzo. Ed era stato agevolato dal fatto che, la settimana prima, Ulrika avesse trovato un’incantevole casetta a Hemnet a cui voleva andare a dare un’occhiata. Più fantastico ancora era poi che fosse andata nel modo migliore in entrambi i casi. Tra tutti i quasi trecento aspiranti avevano scelto lui. Gli era sembrato che il colloquio non fosse andato per niente bene e si era convinto di aver fatto una pessima figura, ma evidentemente non era così. La casa che Ulrika aveva trovato non era certo la più bella del mondo ma era perfetta per loro. Piccola, ma in ottimo stato e con un giardino che anche loro, così abituati a vivere in appartamento, sarebbero stati in grado di curare. Tallåsvägen, come si chiamava la via in cui si trovava la casa, attraversava un’incantevole zona di villette. Di sicuro non c’erano la frenesia né i ritmi cui erano abituati a Stoccolma, ed era stato davvero un azzardo. La questione era stata definita solo quando Fredrik aveva ricevuto la notizia di aver ottenuto il posto. Con la lettera del caporedattore in mano aveva telefonato all’agente immobiliare, con Ulrika che lo incitava con impazienza, e aveva aggiunto 100.000 corone all’ultima offerta depositata. La lunga salita di Eskilstunavägen era senz’altro la strada più deprimente per tornare a casa. Di solito, quando tornava a piedi dal lavoro, sceglieva di passare per il quartiere residenziale verso la
stazione ferroviaria e fare l’ultimo pezzo di strada per Dalsängsgatan. Ma era la via più rapida, e poteva anche fare una sorpresa a Ulrika comprandole un involtino con salsiccia e purè al chiosco di Lillgärd. Ormai era diventata un’abitudine: quando succedeva qualcosa di bello dovevano festeggiare mangiando involtini. Forse era un po’ ridicolo, ma a loro non importava. Tutto era iniziato molti anni prima quando Fredrik si era trovato a Fredhäll a parlare con un paio di poliziotti di pattuglia. Se ne stavano al margine del parchetto vicino al chiosco di involtini, dove inizia Stagneliusvägen, ed entrambi ne mangiavano uno. Fredrik sapeva che era uno dei posti preferiti della polizia di Västermalm e non era la prima volta che andava lì a dare un’occhiata alla situazione. A volte otteneva qualche informazione utile, ma sopratutto incontrava i poliziotti di persona, e poi le salsicce erano buone. Si trovava anche a una distanza comoda da percorrere a piedi rispetto al suo posto di lavoro, al grattacielo del giornale «DN». Quella volta entrambi i poliziotti sembravano molto contenti. Aveva chiesto loro perché e i due avevano risposto ridendo ancor di più: «Festeggiamo il nostro aumento di stipendio, ognuno con la sua salsiccia. È proprio quello che ci vuole!». Fredrik non aveva potuto fare a meno di ridere anche lui. Ulrika aveva lo stesso senso dello humour. Da allora la famiglia Gransjö festeggiava volentieri le proprie piccole vittorie al chiosco delle salsicce. In verità il più delle volte doveva accontentarsi di mangiare il purè. Klara divorava sempre la salsiccia più in fretta che poteva. Con un po’ di affanno Fredrik acquistò le prove tangibili dei successi della giornata e sperò che Ulrika non avesse fatto piani per la cena. Accelerò il passo nell’ultimo tratto. Era arrivato il weekend e le sue ragazze lo aspettavano. Non sarebbe potuta andare meglio. 2
Il weekend era andato bene, proprio come Fredrik aveva sperato. Era un po’ come se lui e Ulrika fossero di nuovo due sposini e Klara si trovava in una divertente fase in cui il papà era il migliore del mondo. Cosa che a Ulrika andava insolitamente bene, ora che la nausea l’assaliva più spesso che mai. Ma sembrava piuttosto in forma. Sabato erano andati al centro commerciale Tuna Park a Eskilstuna, dove Klara si era divertita come una pazza in un piccolo castello gonfiabile. Ulrika aveva trovato un paio di gialli promettenti all’Akademibokhandeln e lui si era comprato delle scarpe da jogging a un prezzo incredibilmente buono. Klara si era addormentata esausta in macchina sulla via del ritorno e, contro ogni previsione, si era riaddormentata nel suo letto subito dopo l’arrivo a casa. Questo aveva concesso loro un’intera serata per dedicarsi esclusivamente l’uno all’altra. E lo avevano fatto con tanta passione – sì, quasi come un tempo – che Fredrik si stupì che Klara non si fosse svegliata. In quel momento stava tornando in redazione e non vedeva l’ora di affrontare la serie di articoli sul Sundby. A dirla tutta, aveva anche altro da scrivere, ma poteva aspettare un po’. Aveva già deciso di concentrare la sua attenzione sull’importanza dell’ospedale nel secolo passato e, soprattutto, sulle tracce che poteva aver lasciato sulla Strängnäs di oggi. Avrebbe scelto alcuni avvenimenti storici, magari sensazionali, di cui la fondazione dell’ospedale era verosimilmente il primo e lo smantellamento l’ultimo. Questo non significava che gli articoli dovessero andare in ordine cronologico. Avrebbe voluto iniziare con qualcosa di davvero spettacolare. Quale avvenimento soddisfacesse quel desiderio, in tutta sincerità, non gli era ancora chiaro, ma senz’altro ci sarebbe arrivato presto. Pensava di iniziare con un giro nell’archivio del giornale. Restava solo un’ora prima della riunione settimanale della redazione, ma sarebbe certamente bastata per un primo giro di ricognizione.
Trovò una gran quantità di materiale e tirarlo fuori era proprio un lavoraccio. Così, al primo giro nello scantinato ebbe appena il tempo di iniziare. Le raccolte del giornale si trovavano laggiù e non c’era nessuna scorciatoia per arrivare a quello che si cercava. Non poteva far altro che sfogliare e cercare i titoli giusti. Dopo una cernita grossolana segnò dei punti interessanti in alcune annate. Ovviamente avrebbe dato un’occhiata anche al database, ma non contava sul fatto che sarebbe stato di grande aiuto. I giornali erano stati salvati in formato digitale solo dal 1998. Doveva ammettere che non immaginava che l’archiviazione fosse rimasta così indietro. Si trattava in pratica dello stesso sistema degli anni Settanta dell’Ottocento, quando il giornale era stato fondato! Scorse le raccolte in ordine cronologico partendo dalle più vecchie. Prese nota di quali giornalisti avevano scritto sull’argomento, ma non ebbe la sensazione che ce ne fosse uno in particolare incaricato di seguire le faccende dell’ospedale. L’interesse sembrava essere stato al suo apice in concomitanza con le evasioni, che erano avvenute in un certo numero di casi. Questo gli fornì un’idea. Le evasioni più spettacolari erano avvenute prima del 1975 e tutte riguardavano pazienti potenzialmente pericolosi e aggressivi. In seguito la situazione si era calmata. Aveva letto da qualche parte che i pazienti condannati alla cura psichiatrica in reclusione erano stati in seguito trasferiti all’ospedale di Karsudden a Katrineholm. Al momento Karsudden si prendeva cura della maggior parte dei pazienti che venivano da Stoccolma e da tutto il Södermanland, ma anche da Göteborg. Il pathos aumentò quando trovò la descrizione della tragedia del 1965. Si trattava di un duplice omicidio sui ghiacci del lago Mälaren in cui una delle vittime era un paziente psichiatrico evaso dal Sundby. Sfogliò una pagina dietro l’altra, le fotografie erano davvero terribili. Alcune erano talmente realistiche da essere al limite di quello che si sarebbe potuto pubblicare sull’«Expressen» quando ci lavorava lui. La lettura lo catturò completamente. Era un articolo ben scritto, ma soprattutto era un reportage di cronaca nera che doveva aver avuto una certa eco anche sui giornali di Stoccolma. Si rese conto di essere incappato nel resoconto di un avvenimento fuori dalla norma che, verosimilmente, era rimasto nei ricordi di molti abitanti del posto. Doveva fare ricerche più approfondite. Era più eccitante di quanto avesse sperato. Stabilì che quella sarebbe stata la base del suo primo articolo. Il tempo trascorreva troppo veloce e all’improvviso si rese conto di essere in ritardo per la riunione di redazione. Decise di portare di sopra alcune raccolte e continuare lì gli studi. Era più facile a dirsi che a farsi. Erano pesanti come il piombo. Ora capiva perché gli articoli storici e di ricostruzione non erano tra i compiti preferiti dai suoi colleghi. Quando arrivò su, gli altri erano già in sala riunioni. Ulla era in piedi sulla porta e lo guardò con aria inquisitoria. «Hai tempo di prendere parte alla nostra piccola riunione?» «Certo! Lasciami solo posare le raccolte sulla mia scrivania e poi arrivo». «Va bene, ma sbrigati». Era chiaro che Ulla non sarebbe stata facile da trattare quel giorno. Pensava di riconoscere i segni di un’imminente esplosione. Era una donna con un forte temperamento, che non si tirava indietro davanti alla possibilità di prendere di petto qualcuno, anche durante una riunione come quella. Sperava di non finire nel suo mirino. L’aveva accusato di “modi stoccolmesi” più di una volta. Personalmente non sapeva bene cosa intendesse, ma forse il problema era proprio quello. Andò rapidamente nella sua stanza e accese il computer per vedere se era arrivata qualche email interessante. Nulla. Lasciò le raccolte sul suo tavolo ma non poté fare a meno di sfogliare in fretta quella del 1965 che aveva già catturato il suo interesse giù nell’archivio. Wow! Se la cosa era eccitante come sembrava
era già a buon punto. *** Quando Fredrik tornò nella sua stanza una buona mezz’ora più tardi non sapeva cosa pensare. Cos’era successo davvero là dentro? Tutti stavano seduti ad aspettarlo quando era entrato. Si era scusato con un po’ d’imbarazzo per il ritardo. La caporedattrice Görel Grandin, universalmente chiamata “Gege” dalle sue iniziali, aveva fatto un cenno sostenuto e aveva cominciato la sua esposizione. Era seguita la solita agenda e i primi dieci minuti non avevano riservato sorprese. Poi Gege aveva guardato Fredrik e lo aveva pregato di raccontare qualcosa sulla loro nuova scommessa, la serie di articoli sul Sundby. Lui aveva esposto la sua idea. Si trovavano in un periodo di cambiamento, ora che il reggimento cittadino era stato smantellato, ed era dunque interessante tracciare un parallelismo con un’altra istituzione che aveva avuto grande importanza a Strängnäs e che era ancora presente nella coscienza delle persone. La zona dell’ospedale era stata trasformata in parco aziendale e zona residenziale, il che era all’incirca quello che il comune pensava di fare anche con il reggimento. Non senza una precisa intenzione, si era tenuto buone le vecchie volpi della redazione, aggiungendo che avrebbe accettato volentieri degli input per gli articoli, suggerimenti su soggetti da intervistare che erano stati toccati direttamente dallo smantellamento, o altre persone che potevano avere qualcosa di eccitante da raccontare. Le reazioni non si erano fatte aspettare. Non appena aveva finito di parlare Ulla aveva sbuffato sonoramente. «È davvero in questo che vogliamo investire le nostre risorse? Non potevi trovare un argomento più sfruttato. Su quella roba abbiamo già scritto tempo fa, e non una volta sola. Suggerisco che tu ti attenga alla sorveglianza dei politici, perché è in quello che sei bravo». Ulla aveva guardato gli altri colleghi per ottenere consenso. Aveva avuto un paio di cenni in risposta ma i più erano sembrati in difficoltà. «Altrimenti penso che dovresti scrivere sulla trasformazione dell’area del reggimento ora, mentre sta avvenendo, invece di buttare un sacco di tempo in cronache storiche che come novità non valgono niente. Tu cosa dici, Gege?». La caporedattrice era risentita. Lei, come gli altri, rispettava Ulla, ma in quel caso la questione non era certo da mettere ai voti. La serie di articoli era già stata approvata e se Fredrik voleva dedicare del tempo a questo mentre curava i suoi altri impegni, lei non aveva niente da obiettare. «Certo, hai ragione sul fatto che l’argomento è già stato trattato prima, ma penso che Fredrik abbia trovato un buon punto di vista. Curerai la relazione sulle ultime notizie con la stessa cura di prima, no?». Fredrik aveva annuito. Era nell’ordine delle cose che qualche collega più anziano avesse delle obiezioni su un’idea per una serie di articoli come quella. Si era solo un po’ stupito che fosse Ulla. Raramente si opponeva a qualcosa in modo così negativo e categorico. Inoltre sapeva che in precedenza si era espressa a favore sull’argomento. Qualcosa che non quadrava. «Credevo pensassi che la storia dell’ospedale fosse interessante, Ulla. Sei davvero convinta che non ci siano racconti eccitanti degni di essere ripescati tra questo materiale?» «Non è questo il punto. Perché devi scrivere su qualcosa di vecchio e ben noto quando abbiamo sviluppi così eccitanti in città proprio ora?» «Be’, tanto per cominciare perché il paragone con lo smantellamento del reggimento è molto particolare in sé. Sono anche sicuro che qui in città sono accadute molte cose interessanti che non tutti conoscono. Stoccolmesi che si sono trasferiti da poco, per esempio… Aggiungi anche che c’è da considerare la possibilità di reazioni forti nel momento in cui i ricordi verranno risvegliati nei nostri lettori».
Non si era vergognato dell’affondo pesante. Era stufo di farsi mettere i piedi in testa da colleghi più anziani che ne sapevano sempre una più di lui. Non accettava di essere considerato ottuso solo perché non aveva abitato a Strängnäs tutta la vita. Sapeva anche che Ulla aveva qualche problema con quello che lei definiva “giornalismo sensazionalistico”. Quindi non poteva astenersi dallo stuzzicarla un po’. Non si aspettava che quella serie di articoli avrebbe sollevato chissà quali reazioni nei lettori, ma non vedeva degli immediati svantaggi, se questo fosse capitato. Coinvolgimento, interesse e agitazione andavano a braccetto. Soprattutto si rifiutava di farsi bistrattare da Ulla. Guardò la donnina che gli sedeva di fronte. Le sue guance leggermente solcate e le rughe intorno agli occhi rivelavano che era vicina ai cinquanta. Gli occhiali rettangolari di Dolce&Gabbana e gli occhi castani, che di solito emanavano tanta autorità, in quel preciso momento esprimevano per lo più scetticismo e irritazione. O si trattava di altro? «Ah bene, spero che non pensi di metterti a cercare vecchie storie di crimini e vecchi scandali. Conoscendoti non mi stupirebbe affatto. Sulla carta magari sembra entusiasmante, ma credimi, non lo è. Se vuoi raccontare la storia di Strängnäs puoi scrivere un libro. Allora posso darti un sacco di materiale, dal momento che ho seguito lo sviluppo del Sundby da vicino. No, è un’idea che non vale proprio niente per una serie di articoli, devo dire. Ci accuseranno di pubblicare vecchio cibo preconfezionato. Se metti alla berlina qualcuno che ha fatto qualche stupidaggine vent’anni fa riceveremo telefonate arrabbiate di persone che erano coinvolte e che vogliono essere lasciate in pace. E allora cos’avrai ottenuto?». Gege aveva ascoltato quello scambio mentre la ruga sulla sua fronte diventava sempre più profonda. Li aveva interrotti. «No, adesso il discorso è proprio chiuso. La serie di articoli ha già avuto l’ok da me e dal nostro caro direttore responsabile, il primo strillo uscirà sul giornale di domani – lo scrivi tu, Fredrik, no? – e non credo che i tuoi timori siano fondati, Ulla. In caso contrario ne riparleremo. Ora andiamo avanti». Un silenzio imbarazzante era calato nella stanza. Ulla aveva intrecciato le mani, forse in segno di frustrazione, ma non aveva aggiunto altro. Aveva lanciato a Fredrik un’occhiata rabbiosa, ma per il resto della riunione se n’era stata con lo sguardo basso, fisso sul tavolo. Gege aveva fatto del suo meglio per andare avanti con l’ordine del giorno, come al solito, ma nessuno aveva avuto voglia di lanciarsi in nuove discussioni, quindi la riunione si era conclusa molto prima del previsto. 3
La stazione di polizia di Strängnäs si trova all’inizio di Trädgårdsgatan, di fronte alla biblioteca cittadina. È un grande palazzo di mattoni con molte finestre, ma non lo si può certo definire un edificio particolarmente imponente. L’ingresso su Trädgårdsgatan non ha un aspetto proprio invitante ma nemmeno terrificante. La classica insegna luminosa racconta che si è arrivati nel posto giusto. Più notevole è il grande scudo della polizia sul lato corto dell’edificio, su Eskilstunavägen, forse un ricordo di quando la polizia aveva un ruolo più centrale in quella piccola comunità. A giudicare dai limitati orari d’apertura al pubblico e dal fatto che la polizia si vedeva per le strade e le piazze della città in misura relativamente ridotta, era facile farsi l’idea che fosse, in quel periodo, in uno stato vegetativo. Ma non era proprio la verità. I ritmi di lavoro della polizia erano certo decisamente più lenti che a Stoccolma, come il capo delle indagini Maria Carlson poteva constatare in quel momento. Ma c’erano anche lì sfide e problemi che non erano molto lontani da quelli della grande città. «Kjell, quando posso avere il tuo rapporto sul furto in villa a Härad? E come va l’indagine sullo stupro di quella ragazzina a Mariefred? Tu e Per avrete scoperto qualcosa in più di quello che avete
raccontato la settimana scorsa!». Maria era sul piede di guerra quel lunedì mattina. Sia Kjell Jonsson che Per Strand erano ottimi poliziotti, ma talvolta le sembrava che tutta l’attività finisse in coma. Kjell in particolare riusciva a farla uscire dai gangheri coi suoi modi riflessivi e la sua difficoltà a dare rapidamente informazioni dirette. Per, secondo la sua opinione, era il poliziotto più competente che avesse nel suo piccolo gruppo, ma qualche volta anche lui aveva bisogno di essere messo sotto torchio per non addormentarsi alla sua postazione. Al momento Per non era in ufficio, e Kjell dovette sorbirsi quasi tutta la frustrazione di Maria. «Avrai il rapporto oggi. È una promessa. Purtroppo non siamo arrivati a un granché in quest’indagine. Sembra essere la stessa banda che ha fatto diversi furti, ma il rischio è che si siano già spostati in un’altra zona, a questo punto. Presumibilmente in un altro comune». Maria non poté fare a meno di notare che Kjell sembrava piuttosto soddisfatto che i ladri si trovassero quasi sicuramente in un’altra area. «Va bene, ma lo stupro invece? Lì abbiamo addirittura un presunto colpevole, no? Cosa dirò al procuratore?». Kjell si contorse, a disagio. Sembrava anche un po’ dispiaciuto, notò Maria. «Be’, avevamo un colpevole e io non ho alcun dubbio sul fatto che lui le abbia effettivamente usato violenza. Il problema è solo che la ragazza ha ritirato la denuncia, quindi non abbiamo più molto su cui lavorare, come forse capirai». Maria serrò la mascella. Dio, che rabbia! Erano queste le cose che facevano calare dei dubbi sul senso di essere un poliziotto. «Sapete perché ha ritirato la denuncia? Sarà pur stata fatta un’ispezione medica?» «Sì, ecco, tutto è stato gestito correttamente, per quanto posso vedere. L’ispezione medica ha confermato che è stata usata violenza durante il rapporto. Purtroppo non è d’aiuto ora che la ragazza dice che era consenziente. Conosceva il presunto colpevole. Un amico di suo fratello, a quanto pare». Kjell riusciva ad avere un’aria arrabbiata e tetra allo stesso tempo. «Che casino! Non credi che si riesca a farle cambiare idea? Abbiamo fatto in tempo a interrogare il ragazzo che ha compiuto tutto questo?» «Certo che abbiamo fatto in tempo. Non c’eri quando l’abbiamo portato qui la settimana scorsa? Sia come sia, ha negato, ovviamente. Ha confermato che sono stati a letto insieme, ma sarebbe avvenuto del tutto consensualmente. La stessa storia raccontata dalla ragazza, quindi». Maria sospirò stanca. Era stata oberata di lavoro per un paio di altri casi la settimana prima, e non aveva seguito il lavoro di Per e Kjell così attentamente. Per questo stava facendo tutte quelle domande. «Ok, ho capito la situazione. Scusa se ti sono sembrata un po’ brusca. Parla un’altra volta con la ragazza e vedi se vuole davvero che vada così. Se si attiene alla sua nuova versione dei fatti, ne parlerò con il procuratore. In quel caso possiamo considerare chiusa l’inchiesta. Ne riparliamo domani». Kjell annuì, si alzò e uscì. Maria appoggiò i gomiti sul tavolo e si premette forte le mani sulle tempie. Odiava sul serio quei casi. Chi poteva sapere esattamente che cosa la ragazza aveva passato? Tuttavia il normale buon senso diceva che se una andava alla polizia con una denuncia per stupro e delle lacerazioni al basso ventre, allora la cosa le era quantomeno sfuggita di mano. Per come la pensava Maria, bastava che la ragazza avesse detto di no una sola volta: tutto il resto era responsabilità del ragazzo. Quel tipo non doveva potersene andare in giro tra la gente. Prima o poi sarebbe successo di nuovo, ne era convinta. Era frustrante non riuscire a portare i criminali davanti alla legge. Avrebbe voluto farsi una bella chiacchierata con qualcuno dei suoi migliori amici, ma per il momento doveva aspettare. Aveva fin troppo da fare, e inoltre non si poteva parlare così liberamente delle indagini in corso. Nemmeno con persone di cui ci si fidava ciecamente. Ora aveva bisogno di una bella tazza di caffè forte, ma più
di tutto avrebbe voluto avere un inizio di settimana migliore. 4
La stroncatura di Ulla aveva ferito Fredrik più di quanto lui non volesse ammettere. La sua opinione significava molto per lui, ma stavolta era soprattutto sorpreso dal suo pessimismo. Poteva dipendere dal fatto che Ulla si era sentita “tradita”, perché era stato lui a passare dalle parole ai fatti e non lei? Preferiva non credere che il motivo fosse quello. Ulla non era una persona invidiosa né poi così ambiziosa. Dunque, perché quella reazione? Il suo coinvolgimento nell’incarico era immutato, ma avrebbe di gran lunga preferito collaborare con lei, piuttosto che farle la guerra. Perfino Gege si era un po’ arrabbiata che non lui avesse sottoposto la sua idea prima a lei. Questo lo poteva anche capire, ma era stato un caso che ne avesse parlato prima con Ragnarsson. Il direttore responsabile aveva immediatamente apprezzato l’idea e, al suo solito modo, aveva deciso di dare il via libera a Fredrik senza ulteriori discussioni con altri. Non era per niente inusuale che lui, a differenza di molti altri direttori responsabili, si intromettesse decidendo nel dettaglio cose che riguardavano i contenuti del giornale. Aveva ricevuto il soprannome di Ragnarök1. Aveva senz’altro a che fare con il suo stile enfatico e col numero di nemici che si era guadagnato sia dentro che fuori le redazioni giornalistiche. Al quadro si aggiungeva il fatto che fumava come un turco dalla mattina alla sera e diventava paonazzo quando si agitava, cosa che si verificava di frequente. A ogni modo, Fredrik non era molto propenso a scavare troppo in quello che la gente riteneva e pensava. Sentiva invece un gran bisogno di dimostrare a Ulla e a tutti gli altri che si poteva, eccome, scrivere un’eccitante serie di articoli su quell’argomento. Nei giorni seguenti dedicò tutto il tempo che poteva a studiare il materiale giornalistico in maniera più accurata. Fotocopiò articoli interessanti e se li portò a casa. Ulrika non ne era molto felice, ma lo lasciò fare. Sentiva che la pressione e le aspettative andavano crescendo. Erano già stati pubblicati degli ottimi strilli di presentazione degli articoli e aveva ricevuto un certo numero di commenti incuriositi sia da colleghi che da lettori. Tutta quell’attenzione ovviamente gli faceva piacere. Era sempre più sicuro di aver trovato degli ottimi spunti per il primo articolo della serie. Per quanto leggesse, non trovava niente che fosse stuzzicante quanto la storia del duplice omicidio del 1965. Quella vicenda lo aveva catturato e si rifiutava di mollare la presa. Con un po’ di fortuna i lettori avrebbero reagito allo stesso modo. E persino Ulla lo avrebbe trovato interessante. Non vedeva l’ora di osservare la sua reazione. 1 Il “crepuscolo degli dèi” nella mitologia nordica. La grande battaglia finale tra le forze del bene e del male, in cui tutti gli dèi si scontrano e il mondo ha fine (poi comincerà una nuova era) (n.d.t.).
Parte seconda
Il buco coperto di ghiaccio
11-14 gennaio 1965
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Quella gelida mattina la PV Duett della polizia di Strängnäs se ne stava parcheggiata coi lampeggianti accesi all’incrocio tra Östra Strandvägen e Nabbgatan. Si era radunata una nutrita schiera di curiosi. Stavano quasi tutti sul marciapiede che dava sulla sponda del lago e intorno alla macchina della polizia bianca e nera, e sebbene non avessero ancora transennato la zona, si mantenevano a debita distanza dai due poliziotti che si trovavano sulla spiaggia. Neanche il giornalista e il fotografo dello «Strengnäs Dagblad», che erano arrivati appena dopo i poliziotti, osavano avvicinarsi. Tutti, sia i poliziotti che gli spettatori, guardavano dalla stessa parte, al largo, sul ghiaccio. Il più anziano dei poliziotti teneva un grosso binocolo davanti agli occhi e stava in quella posizione da un bel pezzo. Si notava che il suo collega più giovane avrebbe volentieri guardato anche lui col binocolo ma, per il momento, doveva accontentarsi di starsene lì a pestare i piedi nella neve scricchiolante e aspettare il proprio turno. Erano quasi le otto del mattino. Faceva molto freddo e quasi non c’era vento. La tormenta di neve del mattino si era placata e, anche se le nuvole erano ancora compatte sulla baia, la visibilità era abbastanza buona. Non come un paio d’ore prima, quando si potevano a malapena distinguere le proprie mani nella bufera e nel vento. L’ispettore di polizia Sven Aronsson cercò di mettere meglio a fuoco il binocolo e valutare la situazione. I soccorsi dovevano sbrigarsi! La situazione cominciava a farsi insopportabile. Fu scosso da un brivido. Il freddo era davvero pungente ma quel brivido aveva tutt’altra causa. Aveva un groppo alla gola e si sentiva molto a disagio. Era una scena davvero macabra quella che li aspettava. Il vento aveva spazzato via dal ghiaccio quasi tutta la neve, che ora giaceva in piccoli mucchi e strisce al largo, nell’insenatura verso Tosterön. L’isolotto di Djäkneholmen era lì vicino, alla loro destra. Un po’ più lontano dall’isola, in mezzo a una porzione di ghiaccio irregolare dal colore bluastro, si vedeva un buco quasi congelato. Era quello che tutti guardavano. Dal buco spuntavano i busti di due persone. Verosimilmente erano una donna e un uomo, stretti l’una contro l’altro, quasi attorcigliati. Sembravano imprigionati nel ghiaccio. Sven e il suo collega Arne Kyrkström volevano andare il più in fretta possibile sul ghiaccio per vedere più da vicino, ma decisero comunque di aspettare i soccorsi. Il ghiaccio poteva essere insidioso e nessuno voleva rischiare di avventurarsi senza avere altro personale di soccorso sul luogo. Se qualcuno fosse caduto lì dentro, in pochi minuti sarebbe stato spacciato – quello era chiaro – col freddo che faceva. L’automobile dei soccorsi finalmente arrivò a sirene spiegate e in quel momento sembrò che mezza Strängnäs si fosse raccolta per vedere cosa stava succedendo. Il marciapiede era pieno di gente fino all’Ångbåtsbron, duecento metri più avanti. I poliziotti salutarono con familiarità i pompieri che estrassero immediatamente scarpe da neve, funi e racchette. Apparvero persino un paio di accette e una lettiga. Fu deciso che Sven sarebbe andato insieme ai pompieri. Non si poteva escludere che ci fosse di
mezzo un delitto, anche se gli incidenti sul ghiaccio di tanto in tanto potevano accadere. A Sven era persino passato per la testa che potesse trattarsi di uno scherzo davvero di pessimo gusto. Dalla distanza che li separava dal buco e con la neve che si era accumulata sopra e attorno ai corpi, era impossibile capire se quelle fossero persone vere. Potevano essere manichini o pupazzi, ma Sven non aveva grandi speranze. Molto presto avrebbero saputo. Il gruppo che si allontanò sul ghiaccio era guidato dal pompiere più esperto che avessero a Strängnäs, si chiamava Börje. Sven lo conosceva da molti anni e si sentiva sicuro ad averlo lì. Börje piantò con forza la racchetta davanti a sé e cominciò lentamente ad avanzare in testa; camminavano in fila indiana legati tra loro con delle funi. L’operazione sembrava precedere con una lentezza infinita, ma ci volle in realtà meno di un minuto per arrivare al buco. Quando mancavano pochi metri Börje fece segno di fermarsi e avanzò, tastando il terreno con particolare cautela, verso il margine del buco. Il ghiaccio teneva. Una volta arrivati non ci fu più alcun dubbio. Erano proprio persone vere quelle che se ne stavano semisprofondate nel ghiaccio. Corrispondeva anche la prima impressione che si trattasse di un uomo e una donna. Ed erano così giovani! Poteva vedere in parte il volto della donna, ma il sottile strato di neve che la ricopriva, così come i tratti irrigiditi dal gelo, la rendevano praticamente irriconoscibile. Tuttavia Sven ebbe la forte sensazione di averla già vista prima. L’uomo giaceva su un fianco, premuto stretto contro di lei, con un’angolazione che rendeva impossibile distinguere il suo volto. La testa riposava sul ghiaccio, sull’orlo del buco. Attorno alla testa c’era una rossa aureola ghiacciata. Sangue. Sven deglutì forte. Era davvero terribile. Certo, aveva già aiutato a ripescare degli annegati prima, e aveva anche trovato qualche povero diavolo alcolizzato morto di freddo, che se ne era andato a zonzo in pieno inverno. Ma questa volta era diverso. La sua testa era piena di domande. Cos’era successo? Da cosa poteva dipendere una lesione al cranio come quella che aveva l’uomo? E com’era morta la donna? Erano andati insieme al largo e si erano persi nella tormenta? E perché, poi, qualcuno avrebbe dovuto andarsene lì e per di più con un tempo così brutto? Sven dubitava che fosse stato un normale incidente. Le persone che cadevano nel ghiaccio annegavano o morivano congelate, e succedeva in fretta. E di certo non se ne stavano insieme tranquille in quel modo. Una cosa che aveva notato immediatamente erano i loro vestiti. La donna aveva una bella giacca col collo di pelliccia. Sulla mano che riusciva a vedere c’era un guanto foderato in camoscio. L’abbigliamento dell’uomo era del tutto diverso, quasi bizzarro, a dirla tutta. La giacca che indossava era troppo piccola e, da quel poco che Sven riusciva a vedere delle sue gambe, sembrava che portasse pantaloni di cotone che sarebbero stati più adatti in una calda giornata estiva. Non aveva niente sulle mani, che avevano assunto, come il suo volto, un colorito bluastro. Non avevano proprio l’aria di essere una coppia, quei due. Mentre Sven faceva le sue osservazioni Börje e i suoi colleghi stavano mettendo in sicurezza la zona più prossima al buco. C’era anche un’altra cosa curiosa. Era senz’altro un buco, quello in cui stavano. Chi l’aveva aperto e perché? Anche volendo pensare a dei coraggiosi bagnanti che si erano organizzati per un tuffo gelido, quello restava comunque un posto piuttosto strano. Lì, vicinissimo a Djäkneholmen, il ghiaccio era spesso fragile e pericoloso a causa delle correnti. Non era un posto in cui trattenersi neanche in buone circostanze. Sven decise di indagare per bene su quel fatto. Se era stato un incidente, si trattava di un incidente piuttosto inconsueto. Ma se non era stato un incidente, allora cos’era? No, non riusciva a uscirne. I suoi pensieri vorticavano, senza che lui riuscisse a venirne a capo. Fece qualche foto con la macchina fotografica che aveva con sé e lasciò che fossero i pompieri a occuparsi di recuperare i corpi. Quando fu tornato da Arne che, secondo le sue istruzioni, aveva allestito delle transenne e
addirittura aveva iniziato a interrogare quelli che per primi avevano scoperto i corpi e altri spettatori, andò alla macchina e si mise in contatto con i colleghi tramite la ricetrasmittente, per fare rapporto sul terribile ritrovamento e, allo stesso tempo, per sentire se c’erano denunce di persone scomparse di recente. Il collega che rispose sembrava piuttosto stressato e del tutto disinteressato ad accogliere qualunque rapporto. Era solo arrabbiato perché non avevano risposto alla radio prima, quando evidentemente erano stati cercati. C’era uno stato di emergenza al Sundby! Un paziente – un “picchiatello”, come si espresse il vecchio collega – la notte prima era riuscito a rinchiudere un infermiere e scappare dall’ospedale. La sua fuga aveva creato uno stato di confusa emergenza e il primario Brink, il direttore sanitario, aveva richiesto che la polizia impiegasse tutte le sue risorse per catturare immediatamente l’uomo in questione onde evitare, come lui si era espresso, «inutili pettegolezzi, incresciose situazioni nel centro di Strängnäs e, in sostanza, un panico generalizzato». Poiché Sven e Arne avevano in dotazione l’unica vera gazzella era scontato che dovessero andare loro a indagare sulle circostanze della fuga. L’Amazon civile di cui la stazione disponeva l’aveva presa il commissario Lundin nella mattinata per andare a Eskilstuna, a una riunione con i colleghi di là. Il commissario Lundin apparteneva in realtà alla polizia di Eskilstuna ma abitava a Strängnäs. Per praticità si era organizzato per poter lavorare un paio di giorni alla settimana nella stazione di polizia locale. Era un accordo che sembrava andar bene a tutti. Che il lavoro della polizia quel pomeriggio si sarebbe rivelato molto più impegnativo a Strängnäs che nella più grande città vicina, era una cosa alla quale nessuno era preparato. *** Mentre Sven era lontano sul ghiaccio, distante dalla riva, ed esaminava il macabro ritrovamento, Arne, il giovane poliziotto, dovette occuparsi delle formalità. Sospirò per la frustrazione. Aveva un gran freddo a stare lì in piedi e si augurava che presto potessero rientrare in macchina. Andare con la gazzella non era forse la cosa più divertente del mondo, specialmente dato che guidava quasi sempre Sven, ma almeno si evitava di morire congelati. La PV Duett, comunque, era una delle sue macchine preferite. Sarebbe stato forte averne una sua, un giorno, ma i soldi non erano cosa di cui disponeva in abbondanza, per dirla tutta. Soprattutto in quel periodo. Si sentiva ancora un po’ nervoso per la festa del sabato precedente. C’erano andati tutti i compagni di studi, sebbene molti, durante la settimana, lasciassero Strängnäs per andare a lavorare altrove. Da quel punto di vista lui aveva avuto fortuna. Certo, il suo vecchio aveva oliato qualche ingranaggio, ma alla fine non poteva lamentarsi. Si trovava bene lì in città, anche se era un po’ imbarazzante abitare ancora a casa coi genitori a ventidue anni. Allontanò con un calcio un po’ di segatura sporca che c’era sulla strada. Notò distrattamente che ce n’era dell’altra sparsa sul marciapiede dove la folla di persone si andava via via disperdendo. Anche da altre parti e nel piccolo vicolo Lasarettsgränd c’erano segatura e un po’ di trucioli. Forse qualche camion era stato sovraccaricato di legname. Strano, però, che non si vedessero tracce di pneumatici nel vicolo. Dato che la segatura era sopra la neve, non poteva essere troppo vecchia. Arne imprecò tra sé. Sven non era certo la peggior persona con cui lavorare ma a lui, in quanto ultimo arrivato, toccavano tutti gli incarichi più deprimenti. Starsene lì in quel momento a pestare i piedi nella neve non era una gran soddisfazione. Anche se presto avrebbe fatto loro vedere di cos’era davvero capace. Ci sarebbe riuscito. Alla festa gli amici erano rimasti colpiti che fosse diventato poliziotto. A parte quelli impiegati nel reggimento, che di certo ricevevano da casa un aiuto ancora maggiore, così, su due piedi, non poteva pensare a nessuno a cui fosse andata meglio. Alcuni studiavano a Uppsala, come la gran parte degli studenti, e in quel caso bisognava vedere con quali risultati. Comunque quella strada non faceva proprio per lui. E dunque, cos’altro poteva fare lì? Già, non molto. L’interrogatorio non aveva portato, in linea di massima, a un fico secco. Inoltre aveva dovuto rispondere lui stesso alle domande degli spettatori
curiosi, tante quasi quanto quelle che aveva posto a loro. Il giornalista dello «Strengnäs Dagblad», in particolare, era molto insistente. Non facevano che porgli in continuazione questioni a cui non voleva né poteva rispondere. Questo lo frustrava profondamente e lo irritava sempre di più. Alcuni idioti, poi, sembrava gli ridessero dietro. Personalmente si chiedeva a cosa potesse mai servire quell’interrogatorio. Sembrava più un escamotage per tenerlo fuori dai piedi, così che Sven potesse tenere per sé tutto il divertimento. Sven ovviamente aveva un’aria molto concentrata. Ad Arne si stringeva lo stomaco al pensiero di quello che aveva visto quando alla fine aveva potuto guardare nel binocolo. Cadaveri con il volto bluastro imprigionati nel ghiaccio. Era senz’altro la scena più terribile che gli fosse mai capitato di vedere, ma dietro c’era davvero un delitto? Magari si trattava di un tragico incidente, sebbene fosse intrigante pensare all’altra eventualità: sarebbe stata la sua prima indagine per omicidio. Questo sì che avrebbe fatto colpo sui suoi amici! Già, forse c’era da sperarci. E sarebbe stato particolarmente divertente raccontarlo a Nils, il suo migliore amico da molti anni. All’improvviso vide che Sven era tornato sulla terraferma e stava in piedi là, vicino alla gazzella. Gli fece freneticamente segno di avvicinarsi, sembrava assai agitato. Era chiaro che voleva che Arne andasse da lui all’istante. Cos’era successo? Sven aveva messo in moto e guidava verso di lui. Presto furono di nuovo entrambi seduti in macchina. Sven raccontò in breve del ritrovamento sul ghiaccio, ma riuscì anche a stupire Arne con la storia dell’evasione dal Sundby. Sven non dimenticò di informarsi sull’interrogatorio di Arne ai testimoni, ma, con sollievo da parte sua, non sembrò troppo deluso che la cosa non avesse portato a niente. Sven guidò veloce verso l’ospedale senza dare ad Arne ulteriori chiarimenti su cosa avrebbero fatto. Arne si sentiva sempre più a disagio. L’ospedale non gli piaceva per niente, e aveva le sue ragioni. Ma di certo non l’avrebbe detto all’ispettore, per niente al mondo. Sven, in ogni caso, non sembrava particolarmente interessato a quello che Arne credeva e pensava. Guidava con espressione concentrata e senza dire una parola. I suoi pensieri erano da un’altra parte. La visione vicino al buco era ancora impressa sulla sua retina. Che cosa era successo davvero? L’uomo nel buco era il paziente evaso? E in quel caso, allora, chi era la donna? 6
Si era fatta sera e l’agitazione, nella piccola città, era grande. Le buone notizie viaggiavano in fretta e quelle cattive ancor più rapidamente. E quella vicenda era davvero spaventosa. Terrificante. Una giovane donna era stata trovata morta nel ghiaccio del Mälaren vicino a Djäkneholmen. Inoltre si trovava tra le braccia di un altro cadavere, e per di più di un pazzo, Göran Svensson! La polizia era ancora molto riservata sulle precise circostanze dei decessi, ma le voci più insistenti dicevano che la donna era Lisa Gröndahl e che era stata colpita a morte dal fuggitivo dell’ospedale Sundby. Cosa ci facessero sul ghiaccio non era chiaro, ma le ipotesi erano molte. Nessuno poteva dire con sicurezza che si trattasse di Lisa. Non si capiva neanche da dove fossero partite quelle voci, ma poteva anche darsi che fosse stata la moglie di qualche poliziotto a parlare. In ogni caso, nessuno aveva visto Lisa per l’intera giornata, e questo agli occhi di molti era sufficiente a confermare la voce. La prova più inconfutabile era che la gazzella fosse stata parcheggiata davanti alla casa della famiglia Gröndahl quel primo pomeriggio. Non era del tutto sicuro, ma un testimone sosteneva che Filip e Ingrid Gröndahl fossero anche loro nell’auto di pattuglia quando era ripartita, poco più tardi. La famiglia Gröndahl non si faceva vedere granché, anche se i vicini erano in grado confermare che quella sera erano in casa. Ogni tanto veniva scostata una tenda e qualcuno
guardava rapidamente fuori ma non c’erano altri segni di vita. Che l’uomo nel buco fosse Göran Svensson era più che appurato. La notizia che un paziente psichiatrico era evaso dall’ospedale aveva scatenato un pandemonio. La situazione era poi andata fuori controllo quando, quasi contemporaneamente, erano stati trovati i cadaveri nel ghiaccio. Si erano fatte speculazioni selvagge mentre i pompieri liberavano i corpi davanti a un grande pubblico. Quando il dottor Johannson era arrivato sul sedile posteriore della gazzella appena prima di pranzo e, subito dopo, era stato lanciato l’allarme, non era stato difficile fare due più due. La conferma definitiva l’aveva data la visita della polizia alla famiglia Svensson poco più tardi, nel pomeriggio. Il commissario Lundin era stato visto conversare con la signora Svensson in veranda. L’impressione che avevano avuto i testimoni era che Lundin portasse una notizia funesta. Non aveva neanche chiesto di poter entrare in casa, la cosa più naturale se fosse stato ancora alla ricerca del fuggitivo. Al contrario, aveva evidentemente pregato la signora Svensson di seguirlo in macchina. Per l’identificazione del cadavere, si diceva. Era tornata da sola, abbastanza presto. Aveva gli occhi di chi ha pianto molto e un’aria davvero distrutta. Di lì a pochissimo, un paio d’ore dopo, lei e suo figlio Anders avevano lasciato la casa e si erano avviati in direzione della stazione degli autobus. Ma nessuno sapeva dove fossero andati. Raramente a Strängnäs si erano viste tante persone viaggiare in gazzella nello stesso giorno. *** La città era quasi deserta ma, dietro le porte chiuse, era tutto un discutere e fare ipotesi. Un piccolo gruppo di persone, tutte con ruoli di responsabilità o quantomeno con molti soldi e potere, erano riuniti nella pasticceria Schelin e commentavano quello che sapevano, o che credevano di sapere, riguardo la situazione. Erano tutti d’accordo che le informazioni in loro possesso fossero troppo sommarie e incomplete. In altre circostanze e in un ambiente meno tranquillo, forse quel gruppetto si sarebbe chiamato guardia cittadina. Lì sedevano in ogni caso un paio di ufficiali, tra cui il colonnello Solberg, il direttore di banca Ahlgren, un paio di proprietari di negozi e uno dei due avvocati della città, Sven Lyckholm. La vedova Svärdgren era ovviamente presente, così come la sua amica vescovo, ma con loro si esauriva la rappresentanza femminile. Molti conoscevano bene la famiglia Gröndahl. Se qualcuno invece conosceva la famiglia Svensson, in quella circostanza non andava certo a sbandierarlo in giro. Lisa era una ragazza molto benvoluta, correva voce che si fosse appena fidanzata con Björn Karlén, uno degli atleti più abili della città che, come suo padre, aveva appena intrapreso la carriera militare. Il colonnello Solberg era stato veloce nel sottolineare che Björn era un ragazzo fatto della pasta giusta, un ufficiale promettente che il colonnello sperava e credeva avrebbe ricevuto un valido sostegno dai suoi amici. No, ora bisognava pensare alla questione del giorno! Solberg era riuscito a far cessare le loro chiacchiere e aveva preso in mano le redini della situazione, fedele alle sue abitudini. Quella circostanza era ovviamente quasi irreale e c’era dunque bisogno di uomini d’azione con il giusto tipo di esperienza. Esperienza militare, cioè. Solberg evidenziò che ora il punto era difendere gli interessi degli abitanti di Strängnäs! Non sapevano certo con esattezza cosa fosse successo, ma se era andata come si pensava, e cioè se Göran Svensson aveva colpito a morte Lisa Gröndahl – secondo molti l’ipotesi più credibile – era necessario prendere misure immediate. Molti provavano un disagio ancor più grande di prima davanti all’ospedale psichiatrico della Tosterön. Non sarebbe stato meglio chiuderlo, almeno fino a nuovo ordine? Un mormorio di approvazione si fece sentire nella stanza. L’avvocato Lyckholm, che conosceva alcuni affari dell’ospedale psichiatrico, era in grado di raccontare con precisione che per circa un quinto dei pazienti maschi, al Sundby era prevista una cura psichiatrica che prevedeva l’isolamento. In molti casi si trattava di persone fortemente disturbate che già in precedenza si erano rese colpevoli di reati violenti.
Tutti i presenti scossero la testa con preoccupazione. Così non poteva certo andare avanti. Se un evaso aveva potuto uccidere una ragazza della città, era possibile che cose simili accadessero di nuovo. Quella faccenda andava chiarita nei dettagli e bisognava adottare misure protettive senza ulteriori indugi; su questo erano unanimi. Si trattava semplicemente di non tradire la fiducia della comunità, o in ogni caso la fiducia di un gruppo ristretto di persone, ma alla fine non cambiava poi molto, no? Qualcuno doveva farsi carico di quella responsabilità. Il colonnello Solberg, in qualità di capo autonominato del gruppo, mise in chiaro che in quel momento la cosa più importante era seguire il lavoro della polizia, affinché venisse svolto in maniera efficiente. Lui, in quanto militare, sapeva ovviamente cosa era necessario fare in una situazione di crisi del genere. Si prese l’impegno di chiamare personalmente il capo della polizia. La cosa fu approvata all’unanimità dal gruppo che, con ciò, poteva considerare chiusa la questione. Su Solberg sì che si poteva contare! Le fette di torta Principessa che erano state ordinate potevano ora essere consumate, come meritavano, insieme a una seconda tazza di caffè. 7
Erano passati due giorni dal macabro ritrovamento nel ghiaccio e, anche se le ipotesi e le supposizioni si susseguivano frenetiche, non si poteva certo dire che le indagini avessero fatto veri passi avanti. Le vittime erano state identificate ufficialmente come la figlia del direttore Gröndahl, Lisa, e il paziente psichiatrico Göran Svensson, entrambi di ventidue anni. Questo fatto era in realtà l’unico incontestabile, ma per la comunità era già chiaro chi era la vittima e chi il colpevole. Sullo «Strengnäs Dagblad» non si osava ancora, con sicurezza, dare tutta la colpa a Göran Svensson, in mancanza di informazioni da parte della polizia. Ma questa era, d’altronde, l’unica reticenza che veniva mostrata. L’ispettore di polizia Sven Aronsson era ancora molto preoccupato. Cominciava anche ad accusare un crescente bisogno di dormire, malgrado le quattro tazze di caffè che aveva bevuto nel corso della serata. Il caso non gli dava tregua. Sarebbe dovuto andare a casa già da molto, ma era ancora troppo confuso su quel che era accaduto, anche se tutti gli altri sembravano così sicuri della propria versione. Raramente Sven aveva sentito l’opinione di tanti sedicenti esperti criminologi. Il procuratore Långberg aveva aperto, su richiesta di Sven, l’indagine preliminare, ma contemporaneamente aveva lasciato intendere che era più o meno convinto che non ci fosse nessun colpevole da cercare. In ogni caso nessuno che fosse in vita. Sven non ne era altrettanto sicuro. C’erano diverse possibilità, ovviamente. Un tragico incidente, un suicidio comune, che si fossero uccisi a vicenda o una qualche combinazione di quelle alternative. L’unico elemento in comune tra i possibili scenari era l’assenza di qualsiasi evidente coinvolgimento di altre persone. Sven dava ragione al procuratore sul fatto che nulla indicasse che qualcun altro, oltre i due morti, fosse coinvolto in questo dramma. Tuttavia gli sembrava sbagliato non prendere in considerazione quella possibilità. Nonostante il grande interesse generale, in realtà era soltanto lui a lavorarci. Il commissario Lundin brillava per la sua assenza dopo una rapida puntata lunedì pomeriggio. Il capo della polizia Gren aveva messo in chiaro che affidava tutta la responsabilità pratica delle indagini a Sven. Un onore, indubbiamente, ma in quel preciso momento avrebbe preferito avere con sé un paio di colleghi di ampie vedute che si dedicassero a quel caso. I colleghi di Eskilstuna mostravano poco interesse e le risorse di cui disponeva lì non erano, in tutta sincerità, nulla per cui si potessero fare salti di gioia. Due assistenti e un allievo pieno di sé, così immaturo che ci si doveva rallegrare se sapeva allacciarsi le scarpe da solo.
Forse era troppo duro con Arne, ma in questo momento non gli interessava essere giusto. Il ragazzo era più attento alla sua acconciatura che a consegnare i propri rapporti in tempo e prendeva davvero male le critiche che gli si rivolgevano. Inoltre, Sven sospettava che Arne fosse un po’ pigro. Sfogliò ancora una volta il referto dell’autopsia che aveva ricevuto poco prima. Quantomeno non era lui il solo ad aver lavorato sodo negli ultimi giorni. Il medico legale aveva fatto tutto quello che era possibile pretendere. Il referto mostrava che entrambe le vittime avevano ricevuto un colpo in testa che – nel caso di Lisa – l’aveva condotta alla morte quasi all’istante . Il colpo era arrivato dritto da dietro, alla base del cranio. Nel caso di Göran, il parere era più incerto. Secondo il medico legale era morto assiderato, ma non era chiaro se prima fosse stato tramortito dal colpo o se fosse ancora cosciente e in grado di fare qualcosa dopo essere stato colpito. Un ulteriore fattore di complicazione era che le autopsie mostravano che le ferite erano di natura diversa. Quella alla testa di Lisa era stata verosimilmente causata da un oggetto smussato, ma non si poteva escludere che fosse conseguenza di una caduta. Sven rifletté sul fatto che, in quel caso, poteva essere stato il bordo irregolare del buco ad aver lasciato il segno sulla testa. La ferita alla testa di Göran era concentrata su una tempia ed era stata causata con ogni probabilità da un oggetto metallico, come una spranga di ferro, un piede di porco o il retro di un’accetta. Quel colpo non sembrava dunque essere stato altrettanto forte. Era impossibile stabilire quale dei due fosse arrivato per primo. Sven naturalmente aveva meditato parecchio sul possibile corso degli eventi. La possibilità più verosimile, che trovava una conferma anche nelle ferite al cranio, era che Lisa avesse colpito Göran per prima, probabilmente per difendersi, e che lui avesse reagito spingendola all’indietro nel buco. A quel punto doveva aver perso i sensi ed essere finito vicino a lei nell’acqua, o forse aveva deciso di togliersi anche lui la vita. Era una ricostruzione abbastanza semplice e comoda di quello che era successo sul lago, nella tormenta di neve. Sven era sicuro che sia al capo della polizia sia al procuratore sarebbe piaciuta. Ma aveva scelto di non dire ancora niente. C’era dentro di lui un’incertezza che lo logorava, che non riusciva a motivare o spiegare del tutto. C’erano, a dirla tutta, molti punti interrogativi, come ad esempio il mancato rinvenimento di qualcosa che potesse essere stato usato come arma. Una spiegazione poteva forse essere che l’arma, nella colluttazione, fosse sparita giù nel buco. In tal caso c’era una forte probabilità che fosse perduta per sempre. Tenendo conto delle correnti attorno a Djäkneholmen, Sven dubitava che avrebbero trovato l’arma quando fosse stato finalmente possibile dragare il lago, dopo lo scioglimento del ghiaccio. E anche se avessero trovato qualcosa, non avrebbero potuto essere certi che fosse l’arma che cercavano. Il fondo del Mälaren era pieno di rottami di ferro. Poi ci si poteva chiedere perché Lisa e Göran si fossero trovati sul lago ghiacciato, in mezzo a una tormenta di neve. Quella era davvero una buona domanda. Una delle tante. Sospirò, leggermente rassegnato. L’incontro con il primario Brink aveva chiarito, in ogni caso, alcuni suoi dubbi fondamentali. Dopo la chiamata via radio, dunque, lui e Arne erano andati subito all’ospedale. Quasi tutta la strada fino a Tosteröbron era gremita di persone curiose che li fissavano dal lato della strada, ma l’impressione di quanto aveva visto sul ghiaccio lo teneva talmente avvinghiato che le aveva notate appena. Solo quando si era trovato faccia a faccia col primario Brink era stato costretto a uscire dal suo stato di ipnosi. L’ospedale si trovava in una posizione molto bella sulla Tosterön, immerso nel verde in estate e con un affaccio proprio sulla spiaggia del Mälaren. La caratteristica torre campanaria dell’edificio dell’amministrazione si vedeva bene dal centro di Strängnäs, sull’altra sponda del lago. Le distanze non erano mai grandi in città e quando Sven si era trovato a osservare il macabro ritrovamento, aveva avuto
la sensazione che gli imponenti edifici a solo qualche centinaio di metri si chinassero su di lui. Non si poteva vivere a Strängnäs senza confrontarsi con l’ospedale. Era terrificante, eccitante e interessante allo stesso tempo. Sven, che aveva già avuto occasione di visitare l’ospedale in passato, era rimasto colpito dalla grande efficienza della struttura. Tutto era ben organizzato e pulito, il personale lavorava sodo con un forte senso del dovere e la direzione teneva tutto accuratamente in ordine. Quella volta, invece, era andata in tutt’altro modo. Regnava un silenzio funesto sulla zona dell’ospedale quando Sven e Arne erano usciti dalla macchina di pattuglia. La sensazione d’irrealtà che Sven già provava si era rafforzata. Il luogo sembrava quasi deserto. Non avevano incontrato nessuno finché non erano entrati dalle grandi porte d’ingresso dell’edificio dell’amministrazione. Una volta dentro, l’impressione di caos e disordine era stata immediata, malgrado l’ambiente apparentemente sterile. Sven era una persona molto razionale, che raramente lasciava che i sentimenti prendessero il sopravvento, ma non aveva potuto fare a meno di sentire brividi freddi lungo la schiena e una netta sensazione che niente fosse come doveva. Forse non era così strano, quindi, che l’incontro con il primario Brink non fosse stato dei più semplici, date le premesse. Il primario doveva essere stato avvisato del loro arrivo, perché avevano a malapena fatto in tempo a entrare che si era precipitato verso di loro. Aveva un’espressione infuriata e indispettita. «L’avete preso?», esplose non appena vide i due poliziotti e prima ancora che questi facessero in tempo a presentarsi. «No, per quanto ne sappiamo. Desidereremmo avere qualche informazione in più su com’è andata la fuga e chiederle cos’ha da dire sul paziente evaso, Göran Svensson. Anche un identikit non sarebbe male». Sven aveva usato il suo tono più autorevole, consapevole di apparire un po’ ostile. Aveva qualche problema con l’arroganza, e in particolare con le persone che non trattavano gli altri almeno con una cortesia di circostanza. «Per quanto ne sapete?! Dovrete pur sapere se avete preso quel matto, che diavolo». Il primario Brink era evidentemente abituato a ricevere obbedienza e non sembrava disposto a parlare della situazione in maniera cordiale. Né il modo in cui aveva detto «quel matto» dimostrava una gran comprensione per i pazienti del suo ospedale. Sven aveva fissato con freddezza, per diversi secondi, l’ometto in camice bianco che aveva davanti, prima di rispondere. Sulla sua irritazione per l’accoglienza ricevuta non c’era da sbagliarsi. «Procediamo con ordine. Come ho già detto, abbiamo bisogno di un identikit. Inoltre la fuga purtroppo non è l’unica notizia drammatica di oggi. Devo quindi chiederle un po’ di collaborazione». Il primario a quel punto si era calmato, ma era rimasta una spunta di arroganza nella sua voce quando aveva risposto: «È chiaro che vi aiuteremo! Ovvio! Tutta la mattinata è stata dedicata a cercare di comprendere come questo sia potuto succedere e cosa possiamo fare in merito. Per quanto riguarda la caccia vera e propria al pazzoide ci affidiamo completamente a voi poliziotti, ma dovete capire che finché scorrazzerà là fuori non avremo un istante di pace. Non penso che chiedervi di dare a questo caso la massima priorità sia chiedere troppo». Si era fermato con una pausa a effetto e aveva ruggito di nuovo: «Quindi ora spiegatemi, avete preso qualcuno o no?». Sven aveva continuato a guardare il primario negli occhi con la stessa calma di prima e non aveva tradito con alcuna espressione del volto quello che pensava dell’arroganza di Brink e dei suoi modi. Era un azzardo, ma aveva deciso di svelare il suo sospetto per ottenere la piena attenzione del primario. «Il motivo per cui dico che non sappiamo nulla è che abbiamo trovato un uomo, che però non è ancora stato identificato. Se si tratta di lui, ora avete un posto libero qui all’ospedale. Non avrà bisogno di ulteriori cure, dal momento che è morto». Sven aveva lasciato che le sue parole facessero effetto, prima di continuare: «Ora vorremmo
sapere cosa succede quando qualcuno scappa da questo ospedale e che aspetto ha quello che l’ha fatto oggi». Il primario Brink all’inizio era parso molto sorpreso. Poi era sembrato che tutta l’aria che tratteneva gli uscisse dai polmoni. Le spalle si erano abbassate, aveva distolto lo sguardo dai poliziotti e lo aveva invece fissato sul pavimento. All’improvviso era sembrato molto più basso. «Morto, dite? Morto congelato, magari?», mormorò con un sospiro. «È meglio se mi seguite nel mio ufficio, così possiamo discuterne in pace. È peggio di quanto credessi… mi domando cosa dirà la direzione dell’ospedale quando lo verrà a sapere». Brink aveva lanciato a Sven uno sguardo di scuse. Arne non lo aveva degnato di uno sguardo. «Purtroppo non potete incontrare il capo infermiere Bengt Lundström, che è l’ultimo ad aver visto Göran Svensson. L’abbiamo spedito a casa stamattina dopo aver chiarito quanto era successo». Sven aveva trattenuto un sorriso. Adesso era tutta un’altra musica col signor dottore. Era il momento di sfoderare i guanti di velluto. «Non credo che ci siamo presentati. Io sono l’ispettore di polizia Sven Aronsson e questo è il mio collega, l’allievo poliziotto Arne Kyrkström. Naturalmente veniamo volentieri nel suo ufficio. E per quanto riguarda Lundström, possiamo sentirlo più tardi. Presumo che a questo punto della situazione lei abbia una visione chiara di come si siano svolti i fatti?». Il primario Brink aveva annuito, in attesa. «Sì, ammetto di averla. Abbiamo trascorso tutta la mattina, come ho detto, a cercare di fare un po’ d’ordine. Prima di andare via potete avere dalla mia segretaria l’indirizzo di casa e il numero di telefono di Lundström. Seguitemi. Faccio strada, signori». L’ufficio di Brink si trovava al terzo piano dell’edificio dell’amministrazione, con ampia vista sul Mälaren e su Strängnäs. La stanza era grande e ariosa, con finestre che arrivavano quasi fino all’alto soffitto e arazzi che davano quasi una sensazione accogliente, anche se l’arredamento mostrava chiaramente che si trattava di un ufficio. L’enorme scrivania in mogano del primario conferiva un certo tono alla stanza, così come i grandi tappeti persiani. Lì dentro si esercitava il potere, era evidente. Sven, tuttavia, non si era fatto impressionare e si era accomodato su una delle sedie per i visitatori, mentre Brink si era seduto dietro alla propria scrivania. Dopo una certa esitazione anche Arne si era seduto; Sven aveva notato che il suo giovane collega non aveva detto una parola da quando erano giunti a grandi passi davanti alle porte dell’ospedale. “Il ragazzo è spaventato a morte”, pensò vagamente divertito. «Allora cominciamo. Può raccontarci come si è svolto il tutto?». Sven non aveva intenzione di mollare la presa, ora che finalmente era chiaro chi dirigeva l’orchestra. «Sì, certo che posso. Anche se ho un altro appuntamento tra mezz’ora, quindi è meglio se gestiamo questa cosa in modo conciso ed efficace». Brink sembrava già un po’ più spavaldo; non aveva aspettato alcuna risposta, si era invece schiarito sonoramente la voce e aveva proseguito. «Il capo infermiere Bengt Lundström ha telefonato dall’ufficio del dottor Johansson poco prima delle cinque di stamattina, dicendo che era chiuso. Cosa piuttosto deplorevole, Göran Svensson aveva preso le sue chiavi e l’aveva rinchiuso lì. Durante il mio colloquio con lui in mattinata, è saltato fuori che si era addormentato sul divano della stanza delle visite del dottor Johansson. Ovviamente se ne vergogna come un cane, ma ormai è fatta! L’ufficio e lo studio erano stati messi a soqquadro. Evidentemente Svensson aveva aperto la finestra mentre Lundström dormiva, vari documenti e cartelle mediche risultavano mancanti. Lundström pensa proprio che sia stato il tonfo di alcune cartelle che cadevano sul pavimento a svegliarlo. Ma non ha fatto in tempo a impedire al matto di correre fuori dalla stanza e chiudere a chiave la porta. Uno scandalo, ecco cos’è!». Il primario Brink aveva picchiato il pugno sul tavolo con tanta forza che aveva rimbombato. Nel
raccontare, aveva ritrovato in fretta l’autorevolezza perduta. «Quando i colleghi del turno di notte di quest’edificio sono andati al reparto 5B e poi nell’ufficio del dottor Johansson per liberare Lundström, si sono trovati davanti un paziente che stava per uscire dalle porte esterne, che erano aperte. Era uno dei compagni di stanza di Svensson, Albin Roskvist, che pensava di uscire in una bella notte d’inverno in pigiama e senza scarpe. Ha sostenuto di essere stato svegliato da Svensson, nel corso della notte, ma di essersi poi riaddormentato per un po’. Quando si è svegliato e ha visto che Svensson non c’era e la porta che dà sull’atrio era aperta, ha deciso di uscire e andare a cercarlo. Ha farneticato qualcosa sul fatto che Svensson era appena andato via, ma la percezione del tempo di Roskvist lascia un po’ a desiderare». Adesso toccava a Sven schiarirsi la voce. «Quindi, Göran Svensson, com’è uscito dal reparto? Lo sapete?» «Sì, non riesco a vedere altro modo: Lundström si è dimenticato di chiudere a chiave la porta dopo aver fatto il giro delle tre e il pazzo ne ha approfittato. Che idiota! Lundström, intendo». Il primario Brink aveva continuato a maltrattare il tavolo che però sembrava senz’altro in grado di reggere bene. «Quindi significa che dovrebbe essere sparito appena prima delle cinque?» «Sì, mi sembra verosimile. Presumo che Lundström abbia chiamato i colleghi subito…». Brink era sembrato dubbioso, come se si fosse appena reso conto che quella era una domanda che si era dimenticato di porre al suo personale. «In questo modo i tempi coinciderebbero». Sven aveva annuito, pensieroso. «Ma quindi nessuno ha inseguito Svensson?». Brink aveva scosso la testa. «No, quando Lundström finalmente è stato liberato e ha raccontato cos’era successo era troppo tardi». Brink li aveva congedati con un gesto della mano, indicando così che l’udienza era giunta al termine. «Sì, sì, non credo proprio di potervi essere di ulteriore aiuto. È meglio che parliate direttamente col dottor Johansson e con Lundström per i dettagli di quello che è successo nell’ufficio. Il dottor Johansson, per ovvie ragioni, è arrivato quasi subito dopo che Lundström è stato liberato. Göran Svensson, inoltre, era un suo paziente. Sta prendendo male tutta questa faccenda, molto male». Sven si era reso conto che non sarebbe riuscito a ottenere nient’altro dal primario. Era stanco della compagnia di Brink almeno quanto lui lo era della sua. E sarebbe stato di certo più facile avere a che fare col dottor Johansson. «Sì, parleremo volentieri anche col dottor Johansson. Sospettiamo che l’uomo deceduto, ritrovato stamattina, possa essere Göran Svensson, e vi saremmo grati se il dottore, in qualità di medico curante, potesse venire con noi all’obitorio per aiutarci nell’identificazione». Brink li aveva guardati serio e aveva annuito. «Sì, non dovrebbero esserci problemi. Ovviamente può chiedere direttamente a lui, ma deve essere chiaro che vogliamo aiutare la polizia in ogni modo possibile». «Grazie per tutte le sue risposte. Solo un’altra cosa: avete una qualche idea di che direzione abbia preso il paziente?». Sven aveva guardato con attenzione il primario e persino Arne si era svegliato e aveva drizzato le orecchie. «Sì, verso Strängnäs, passando sul lago ghiacciato. Abbiamo seguito le sue impronte e conducono giù al pontile e poi al largo nell’insenatura, verso il ponte Ångbåtsbron. Sì, crediamo che siano le sue impronte. Vi era caduta sopra molta neve quando le abbiamo trovate e c’erano anche altre impronte, sulla spiaggia e sul pontile, che puntavano nella stessa direzione. Quelle impronte però erano più piccole e sembravano quelle di un bambino. Non sappiamo da dove arrivassero».
Si era fatto silenzio nella stanza. “Un bambino”, aveva pensato Sven. “O magari una giovane donna?”. 8
Non avevano imballato niente, avevano solo sprangato la casa ed erano andati via. Via da tutti gli sguardi di riprovazione, di curiosità, di odio. Via da tutti i pettegolezzi, ma via anche dagli amici. Sentiva già la mancanza di Steffe, Henke e gli altri. Più di tutto si domandava cosa pensasse Sofia di tutto questo. Avrebbe ancora voluto essere la sua ragazza? Lui e sua madre non si erano scambiati una parola mentre sedevano sull’autobus per Stoccolma, schiacciati l’uno contro l’altra, perché era maledettamente stretto. Avrebbero potuto abitare da zio Knut per qualche giorno e poi avrebbero deciso il da farsi, aveva detto lei. “Deciso cosa?”, si era chiesto lui, ma non aveva detto niente. Il viaggio era infinitamente lento e la madre, ostinandosi a guardare fuori dal finestrino tutto il tempo, non migliorava la situazione. Aveva pianto quando era tornata dall’obitorio, per più di un’ora. L’aveva reso ancor più triste, anche se si sentiva soprattutto arrabbiato. Aveva tentato di confortarla come meglio poteva, ma non era stato di grande aiuto. In circostanze normali gli piaceva molto prendere l’autobus. Il rombo del motore diesel, i sedili plastificati, tutti i piccoli rumori degli altri viaggiatori. L’odore di un panino con la salsiccia che veniva scartato o il fruscio di un giornale. Forse però la cosa che gli piaceva di più era il fatto di andare da qualche parte. Ma la sensazione quel giorno era diversa. Non poteva essere arrabbiato con sua madre, ma perché l’aveva costretto a fare lo zaino e seguirla? Forse era per il suo bene, ma non era quello che aveva detto. Cavolo, quant’era deprimente e senza senso quel viaggio in autobus! Perché dovevano scappare? Non avevano fatto niente di male! La rabbia ribolliva dentro di lui e dovette serrare i denti per non iniziare a urlare. Così avrebbe fatto il loro gioco, no? Avrebbero potuto dire che era pazzo come suo fratello. Ma era una sensazione abbastanza bella essere incazzato. La cosa peggiore, se avesse lasciato uscire la rabbia, non era tanto la reazione della gente ma quello che ne sarebbe rimasto. Un dannato spazio vuoto, probabilmente. Ma il dolore occupava spazio? In quel caso, lui era pieno di dolore. Un grande, pesante e smisurato dolore per il suo fratellone. Gurra, che si era sempre occupato di lui e che gli aveva insegnato tanto. Era difficile immaginare un miglior fratello maggiore. Gli mancava il suo Gurra. Gli mancava già da tanto, ma ora era un’assenza alla quale non c’era fine. Era quello il peggior tipo di assenza, senza alcuna soluzione e senza alcuna speranza. Sicuramente sua madre provava le stesse cose, anche se non diceva niente. Gurra aveva amato tantissimo la mamma e quell’amore era stato completamente corrisposto, non c’era dubbio. L’autobus si fermò a Södertälje. Non scese quasi nessuno ma si aggiunse qualche altro passeggero. Si cominciava a stare così stretti che era una tortura. I portabagagli sopra di loro quasi s’incurvavano sotto il peso di tutte le borse. Provò a immaginare come sarebbe stato se i ripiani all’improvviso avessero ceduto. Che caos! Eppure, essere sepolto da tutte quelle borse era comunque niente in confronto a quello che era capitato a Gurra. Anche la morte di Lisa lo terrorizzava, e forse, più di ogni altra cosa, quello che significava per il loro amico Björn. Gli piaceva considerare ancora Björn suo amico, ma era chiaro che non era più così ovvio. Faceva così male anche il solo pensiero.
Alla stazione aveva sentito un ragazzo che lo guardava bisbigliare all’amico: “Arriva il fratello minore di Psycho”. Quello era diventato? Il fratello minore di un pazzo omicida? Ora era il pianto che gli si strozzava in gola. Prese la mano della mamma e la strinse forte. Si sentiva terribilmente piccolo e inadeguato. Era sicuro che qualcuno avesse istigato o ingannato suo fratello per farlo andare incontro alla morte, ma purtroppo non sapeva quasi niente di come fosse andata davvero. Né lui né la madre dubitavano che ci fosse almeno un’altra persona coinvolta in quello che era successo. Gurra non poteva aver ucciso Lisa, ma soprattutto era incomprensibile perché una come Lisa fosse andata al largo sul ghiaccio insieme a suo fratello. Semplicemente non poteva essere andata in quel modo. E Björn? Desiderò che la polizia scoprisse cos’era realmente successo. Anders sospirò e chiuse gli occhi. Che importanza aveva cosa credevano loro? Erano la famiglia del pazzo e la nuda verità era che stavano già scappando. 9
Sven aveva dormito quattro ore, ma non aveva avuto pace. Sedeva nel suo ufficio impegnato a sfogliare le sue carte. Aveva la radio accesa, ma la teneva così bassa che non riusciva a distinguere le melodie. In quel momento, comunque, c’era un qualche pezzo jazz. Sospirò e soffocò uno sbadiglio mentre leggeva il referto dell’autopsia ancora una volta. L’identificazione di questi giovani morti non era stata una faccenda divertente. Sven non sapeva cos’era stato peggio, se la sofferenza laconica e silenziosa di Alma Svensson o l’assordante disperazione di Ingrid Gröndahl. In realtà non capiva perché fosse stato necessario che la madre di Göran lo vedesse in quello stato. Il dottor Johansson, che era andato con loro dall’ospedale all’obitorio, lo aveva identificato senza alcuna esitazione, ed era uno degli ultimi ad averlo visto in vita. Ma quella di convocare la madre era stata una decisione del commissario Lundin. «Il regolamento richiede che l’identificazione ufficiale venga fatta da un parente», era stata l’unica cosa che aveva detto. Poi era andato personalmente a prelevare Alma Svensson. Ed era un miracolo che non avesse portato anche il fratello minore di Göran, Anders. Di idioti insensibili ce n’erano parecchi in giro, peccato che l’uomo più fidato del capo della polizia fosse fra quelli. Sven aveva pensato fosse meglio non fare obiezioni. In macchina, andando e tornando dall’ospedale, aveva avuto modo di interrogare il dottor Johansson sul suo paziente, e il quadro di Göran si era fatto decisamente più preciso, ma questo non era servito a Sven per chiarirsi le idee su tutta quella faccenda. Göran era stato ricoverato al Sundby circa tre anni prima. Riceveva spesso le visite di sua madre e di suo fratello. Soffriva di gravi allucinazioni e, negli ultimi tempi, anche di paranoia. Era piuttosto sospettoso e diffidente verso chi gli stava attorno. Secondo il parere molto deciso del dottor Johansson, Göran non era in alcun modo una persona violenta o cattiva. Al contrario, dava spesso prova di grande premura nei confronti degli altri pazienti e degli infermieri, quando non si rinchiudeva nel proprio mondo rimanendo semplicemente immobile. Sven aveva chiesto fuori dai denti al dottor Johansson se credeva che Göran avrebbe potuto uccidere un altro essere umano. Il dottor Johansson era sembrato scandalizzato da quella domanda e aveva scosso la testa più volte. Aveva detto che non gli sembrava verosimile. A livello puramente intuitivo, basandosi sul quadro che si era fatto del paziente, sembrava addirittura quasi impensabile, ma poteva anche sbagliarsi, certo. Un comportamento violento non era insolito in pazienti paranoici, quindi non si poteva escludere niente. Ma – aveva detto – non gli era mai capitato di vedere o intuire alcuna tendenza violenta in Göran Svensson. Alla minima provocazione tendeva invece a chiudersi in se stesso ed escludere tutto il resto in maniera così assoluta, che a tratti non sembrava neppure cosciente di quello che avveniva intorno a lui per lunghi periodi, a volte per giorni. Questo rendeva difficile curarlo, ma
l’aggressività e la violenza fisica non rientravano nel suo quadro clinico, per come la vedeva il dottore. Ma forse avrebbe potuto reagire con violenza in una situazione di estrema pressione, reale o immaginata. Sven aveva chiesto al dottor Johansson se fosse a conoscenza di un qualche collegamento tra Lisa Gröndahl e Göran. Era un semplice controllo incrociato ma, in totale contrasto con le aspettative di Sven, il dottore aveva effettivamente trovato un possibile collegamento, anche se alquanto indiretto e basato su pettegolezzi. Aveva raccontato che Anders Svensson, il fratello minore di Göran, era un buon amico di Björn Karlén, lo sportivo. Non correva forse voce che Björn Karlén e Lisa Gröndahl fossero stati insieme? Era evidentemente un’ipotesi azzardata, ma non era neanche del tutto inverosimile che Lisa e Göran qualche volta si fossero incontrati. Göran era stato a casa di sua madre e suo fratello in permesso parecchie volte, durante i tre anni in cui era stato in cura al Sundby. Senza che si fosse mai verificato il minimo problema, aveva sottolineato il dottor Johansson con enfasi. Forse Björn si era trovato in casa Svensson con la sua ragazza e si erano incontrati così? L’idea che qualcuno, magari Lisa, avesse seguito Göran sul ghiaccio sembrava in qualche modo verosimile, soprattutto pensando alle tracce sul pontile. C’era qualcosa di attraente nel pensiero che lei fosse stata là ad aspettarlo e che poi si fossero avviati sul ghiaccio in piena bufera di neve. Il problema era che quella teoria sollevava tante questioni quante ne risolveva. Perché una ragazza come Lisa avrebbe dovuto interessarsi a un paziente psichiatrico? Non si poteva vivere a Strängnäs senza essere a conoscenza della situazione di Göran. Secondo il dottor Johansson nemmeno le modalità di fuga di Göran lasciavano troppi dubbi sulla sua salute mentale. Si dice che l’amore è cieco, ma può davvero essere così cieco? Sven guardò fuori dalla finestra. Aveva ricominciato a nevicare e non si riusciva a vedere altro che quei grandi fiocchi di neve che scendevano lentamente. La visibilità era pessima e non lo avrebbe affatto sorpreso ricevere segnalazioni di veicoli usciti fuori strada. I giovani si procuravano spesso delle Volvo Amazon o PV appena avevano l’età per guidarle e potevano permetterselo, ma quelle automobili, spesso con motori belli potenti, slittavano facilmente. Sperò solo che non avvenissero incidenti mortali. La tragedia del giorno prima bastava e avanzava, quanto a miserie umane. Sven sospirò ancora una volta. La sua professione lo metteva spesso alla prova, e quella non sembrava profilarsi come una delle settimane migliori. Gli incidenti stradali, comunque, poteva capirli e farsene anche una ragione, per quanto terribili fossero. Ma come ci si comportava davanti a quello che poteva essere un duplice omicidio o forse – come tutti sembravano credere – il gesto di un matto che, in preda alla furia, aveva ucciso una ragazza ed era rimasto a sua volta ferito? Inoltre era compito suo risolvere tutto, non importava quanto fosse deprimente. Ma quindi, qual era la soluzione? No, aveva soprattutto domande e non molte risposte, proprio come prima. Continuava a tornare sugli stessi ragionamenti e le stesse ipotesi. La pressione che subiva da chi gli stava attorno era opprimente e la mentalità aperta non era una delle caratteristiche principali del corpo di polizia. Il capo della polizia Gren manteneva, come Lundin, un profilo estremamente basso, quindi non era facile intuire a cosa pensasse. Probabilmente avrebbe seguito la linea della maggioranza, se avesse dovuto prendere una posizione. Il pazzo Svensson colpisce a morte Lisa Gröndahl sul ghiaccio, nel pieno di una tormenta di neve, riceve lui stesso una botta da lei o nella caduta, quando finisce gambe all’aria, e poi giace buono buono nel buco che ha scavato e muore congelato a fianco della sua vittima. Et voilà! No, la coscienza e l’onore di poliziotto di Sven non gli avrebbero mai concesso di “risolvere” il caso così, a cuor leggero. E allora, come doveva giudicare quel che era successo? Anche una mentalità aperta richiedeva qualcosa su cui lavorare. Riprese il filo dei suoi pensieri. Se non si poteva presumere che Lisa e Göran si conoscessero, perché allora erano insieme? Se anche l’incontro era fissato laggiù al pontile, lei come poteva sapere
che lui sarebbe fuggito proprio quella notte? Tutto indicava che la fuga fosse avvenuta più che altro per caso e a causa di negligenza e incompetenza da parte di uno o più infermieri. Non c’era assolutamente nulla che indicasse che Göran avesse ricevuto aiuto dall’esterno. E se invece non fossero stati insieme? Se era stato solo per puro caso che avessero preso la stessa strada sul ghiaccio? In un certo senso sembrava ancora meno verosimile, o forse no? Inoltre non si capiva perché avessero scelto di andare al largo, sul ghiaccio, ma a quella domanda prima o poi bisognava pur rispondere. Che Göran avesse agito irrazionalmente, considerando la situazione disperata in cui doveva trovarsi quella notte, era un’ipotesi accettabile. Era difficile stabilire quale fosse un modo di agire razionale per un uomo in fuga da un ospedale psichiatrico nel mezzo di una tormenta di neve. Ma il comportamento di Lisa era molto più difficile da comprendere. Lei non riusciva proprio a trovare spazio nel quadro del suo ragionamento. All’improvviso un pensiero lo attraversò. Chi poteva dire che lei aspettasse proprio Göran? Magari era lì per qualcun altro! Forse era stata sorpresa da Göran, che doveva avere un aspetto quantomeno terrificante nel suo bizzarro abbigliamento. Poteva essersi spaventata ed essere corsa sul ghiaccio verso il largo per sfuggirgli. In realtà non era improbabile. Djäkneholmen sicuramente si distingueva sull’altra sponda, persino nella tormenta. Forse aveva semplicemente scelto di prendere la via di casa più veloce nel tentativo di sfuggire a un matto, senza tener in alcun conto il pericolo di camminare sul ghiaccio. In quel caso, chi doveva incontrare e perché quella persona non si era ancora fatta viva? Valeva comunque la pena verificare più a fondo quella teoria. Nonostante quello che i colleghi volevano credere, nessuno aveva ancora capito perché Lisa si trovasse là fuori. Aveva preferito non interrogare i coniugi Gröndahl nel momento più duro del loro dolore, ma l’indomani avrebbe provato a parlare con loro. Quello che avevano detto fino a quel momento era stato poco utile. Sembrava che non avessero idea di cosa fosse successo alla figlia. Sfogliò i suoi appunti e così si ricordò che avevano accennato a una domestica. Hilda Janssen, ecco come si chiamava. Forse poteva sperare che lei fosse in grado di fare chiarezza su quando era uscita Lisa e, nel migliore dei casi, che potesse dargli un’idea del perché Lisa fosse andata fuori da sola con quel tempo da lupi. E poi c’era il sottotenente Karlén, ovviamente. Non avrebbe dovuto sapere perché la sua ragazza si trovasse fuori, a spasso, all’alba, nel mezzo di una tormenta di neve? 10
Un altro giorno era appena iniziato, ma era ancora solo il candore della neve a tenere lontana l’oscurità. Sven sedeva al tavolo della cucina con il suo caffè del mattino e rifletteva. L’orologio sulla parete segnava le 5:10. Era già in piedi da più di un’ora. Non c’erano molti vantaggi nel non avere famiglia, ma la totale libertà di decidere i propri orari era uno di quelli. Per il resto, avrebbe fatto praticamente qualsiasi cosa per riavere lì Agnes e i bambini. L’ultimo anno si era sentito più solo di quanto volesse ammettere persino a se stesso. Certo, poteva incontrare le sue ragazze, di tanto in tanto, ma era chiaro che non era come quando abitavano insieme. Il lavoro in polizia era ciò che riempiva e dava significato alla sua vita, quello ed essere il padre delle proprie figlie – quando ne aveva la possibilità. Quel giorno avrebbe nuovamente tentato di capire cosa potesse spingere una giovane donna come Lisa in una tormenta di neve all’alba. Con ogni probabilità aveva tenuto le sue motivazioni nascoste anche alla famiglia – altrimenti perché sgattaiolare come un ladro nella notte? Al contempo Sven sapeva per esperienza che le persone più vicine spesso sapevano più di quanto loro stesse credessero, quindi doveva dare ai Gröndahl un’altra possibilità. Ma, più di tutto, era incuriosito dalla domestica Hilda, che non era ancora riuscito a incontrare. Poteva darsi che lei sapesse cose che lo avrebbero aiutato nell’indagine. Il rischio era solo che potesse chiudersi a riccio in presenza dei
Gröndahl. L’aveva già visto accadere prima, con personale di servizio o in altre posizioni subalterne. Doveva trovare il modo di parlare con Hilda a tu per tu. Gli sarebbe sicuramente venuta in mente una soluzione. In effetti, non era passato molto tempo da quando i corpi erano stati ritrovati, già, meno di tre giorni. In altre circostanze sarebbe stato senz’altro soddisfatto dei progressi fatti. Entrambi i cadaveri erano stati identificati, i parenti più prossimi informati e il rapporto preliminare dell’autopsia era arrivato veloce come un fulmine, più di quanto Sven avesse mai visto prima. Gli interrogatori e i colloqui che erano stati effettuati avevano fornito un quadro abbastanza chiaro delle vittime, del loro stile di vita, delle frequentazioni e delle abitudini. Tuttavia era incredibile quanti elementi mancassero ancora nell’indagine. Sven corrugò la fronte e tracannò l’ultimo goccio di caffè. No, starsene seduto a riflettere era una cosa che poteva fare dopo. In quelle situazioni era meglio l’azione delle elucubrazioni. Quel giorno disponeva della Volvo civile della stazione. Ufficialmente non era lui il direttore delle indagini preliminari, era un tipo a Eskilstuna, ma in pratica era a Sven e ai suoi colleghi lì a Strängnäs che si dovevano quasi tutti i contributi fino a quel momento. Il tiepido interesse per il caso da parte del procuratore Långberg spiegava forse perché la polizia di Eskilstuna non stesse dando alla faccenda una priorità particolarmente alta. Quante altre cose avevano su cui penare, lo sapeva solo Dio. Sven pensava di chiedere al commissario Lundin se non avrebbero dovuto contattare la Polizia Criminale di stato a Västberga, per ricevere una valutazione della situazione, ma temeva che quell’idea non sarebbe stata accolta particolarmente bene. Eskilstuna aveva la sua squadra omicidi, quindi perché coinvolgere quelli di Stoccolma? Poteva anche telefonare lui senza chiedere, ma non non si sentiva pronto a correre un rischio del genere. Rendersi impopolari in una piccola città e, inoltre, tra persone che si frequentavano quotidianamente non era solo avventato, ma del tutto stupido. E poi non erano a un punto tale dell’indagine da costringere Sven a scontrarsi sul serio con qualcuno. Se avesse compreso o quantomeno intuito qualcosa in più sulla verità, se si fosse convinto che qualche estraneo era coinvolto nell’omicidio forse avrebbe guardato il caso con occhi del tutto diversi. *** La famiglia Gröndahl abitava in un’imponente casa nella parte orientale del centro di Strängnäs. Sicuramente dal piano superiore s’intravedeva la baia di Nabbviken. Sven aveva telefonato per annunciare la propria visita e soprattutto si era voluto assicurare che anche la domestica Hilda fosse in casa. La signora Gröndahl lo aveva confermato. Parcheggiò l’Amazon sul viale d’accesso e, prima che si fosse alzato dal sedile del conducente, la porta principale della casa fu aperta da una donna che immaginò essere Hilda. «Buonasera, signor ispettore. I signori aspettano nel salone». Era senz’altro la domestica. La sua voce era rauca e Sven sospettò che avesse pianto molto negli ultimi giorni. Le strinse la mano e poi entrò nell’atrio. Sven non era esattamente un esperto di arredamento e design, ma ne sapeva abbastanza in materia da capire che non erano proprio mobili e opere d’arte a buon mercato quelle di casa Gröndahl. “L’azienda del direttore va bene, è evidente”, pensò Sven. «Appenda qui il suo soprabito e la accompagno dai signori». Hilda non lo lasciò riflettere più a lungo di così sull’arredamento. Sven appese il soprabito come gli era stato detto e la seguì sorpreso su per le scale. “Doppio soggiorno”, pensò Sven, “perché non riceveranno mica in camera da letto?”. No, Filip e Ingrid Gröndahl lo aspettavano in un salottino col balcone che dava sul giardino. Filip era in piedi accanto alla portafinestra e fumava una sigaretta. A giudicare dall’aria che si respirava
nella stanza, era ben lungi dall’essere la prima della giornata. Sembrava teso, forse la rabbia e l’impotenza per aver perso una figlia ribollivano sotto una superficie imperturbabile. Non aveva l’aspetto di un uomo abituato a mostrare spesso i propri sentimenti. Ingrid sedeva in una poltrona con le gambe accavallate e le mani sulle ginocchia. Aveva un’aria molto pallida, ma composta. Era completamente diversa dal giorno prima, quando si erano incontrati all’obitorio. La tempesta di sentimenti si era calmata, almeno per il momento, e non vi era traccia della donna quasi isterica del giorno precedente, messa faccia a faccia con la sua bambina morta. Quando Hilda e Sven entrarono nella stanza Filip si girò verso di loro e Ingrid alzò lo sguardo. «Benvenuto ispettore. Si accomodi, se vuole. Può restare anche Hilda. Se ho capito bene ha delle domande anche per lei?». Era Filip a parlare, Ingrid sedeva immobile e silenziosa con lo sguardo fisso su Sven. Sven annuì. Quella era una situazione in cui non si trovava particolarmente a suo agio, affatto. Porre domande al primario Brink era stata una sfida ma quell’incontro era infinitamente più difficile. Per un secondo Sven desiderò che ci fosse anche Arne, nonostante il contributo inesistente che aveva dato in ospedale. Ora comunque Sven era lì solo e non poteva che farsela andar bene così. Se non fosse stato in grado di gestire quella situazione, la festa sarebbe finita prima che lui avesse ottenuto risposta ad alcune delle sue molte domande. Inoltre il capo della polizia gli avrebbe di certo fatto vedere i sorci verdi al suo ritorno alla centrale, dopo aver ricevuto una telefonata arrabbiata da Filip Gröndahl. Sven sorrise con espressione grave e cercò di assumere un’aria il più affabile possibile. «Buongiorno signora e signor Gröndahl. Grazie per avermi permesso di venire. Lasciatemi iniziare con le mie più sentite condoglianze. Quello che è accaduto è spaventoso». Fece una piccola pausa a effetto e guardò in particolare Hilda. «Sì, sarei molto grato se Hilda volesse tenerci compagnia. Sono interessato a tutte le osservazioni che possono aiutarci nell’indagine. Spero che voi tre insieme possiate aver visto qualcosa di significativo lunedì o prima. Preferisco stare in piedi, se per voi va bene». Si avvicinò per salutare come si doveva. Non era la situazione adatta in cui infrangere l’etichetta. Ingrid porse la mano senza alzarsi e per un istante Sven non capì se lei si aspettava che lui la baciasse. Ad ogni modo, si limitò a prenderla nella sua e a stringerla leggermente. Evidentemente non aveva sbagliato perché Ingrid gli rivolse un sorriso un po’ triste e tornò nella posizione di prima, con lo sguardo inchiodato su di lui. Filip spense la sigaretta e gli strinse la mano in una presa salda. «Va bene, quindi da dove vuole iniziare?». Sven aveva la sensazione che la famiglia Gröndahl fosse nervosa quanto lui, in vista di quell’incontro. Era chiaro che non erano previste frivole chiacchiere, in ogni caso. Tanto valeva andare dritto al punto. «Sì, naturalmente non voglio rubarvi troppo tempo. Ho solo bisogno di farmi un’idea più chiara possibile del corso degli eventi. Potrebbe quindi iniziare, signor Gröndahl, col raccontare che contatti ha avuto con sua figlia domenica sera e se ha osservato qualcosa di particolare allora o la mattina dopo?». La scelta di Sven di iniziare con l’uomo di casa si rivelò azzeccata, Filip aveva una personalità ingombrante, era abituato a essere assecondato e ascoltato. Sua moglie, verosimilmente, esercitava un potere più sottile nella gestione della casa e nella loro vita comune. Ingrid girò lo sguardo su suo marito e annuì. «Sì, Filip, comincia tu caro. Sei più obiettivo e hai una percezione del tempo migliore della mia. Dopo magari posso completare con qualche osservazione, se va bene, alcuni pensieri che sono più che altro espressione della mia intuizione materna». Filip sorrise alla moglie con fare protettivo e prese la parola. «Ebbene, purtroppo ho paura che l’aiuto che posso dare sia molto limitato. Sono tornato da un
viaggio all’estero domenica pomeriggio e, onestamente, ero molto stanco. Lisa non c’era quando sono tornato a casa. Da quel che ho capito era andata a pattinare con alcuni amici. Qualcuno forse non la ritiene un’attività adatta a un giorno di riposo ma qui in casa abbiamo sempre incoraggiato i nostri figli a dedicarsi alla vita all’aria aperta. In ogni caso, mi sono ritirato in fretta nel mio studio per tirare fuori le mie carte e preparare alcune cose in vista della settimana successiva. Potrei supporre che Lisa sia tornata a casa all’incirca alle cinque e un quarto. Hilda aveva, come al solito, messo la cena della domenica in tavola alle sei. È stato lì che l’ho incontrata per la prima volta. Naturalmente abbiamo parlato durante la cena, ma era chiaro che aveva delle cose da sistemare, quindi non è rimasta seduta con noi dopo il pasto, come è nostra abitudine. Sembrava contenta, anche se forse un po’ più pensierosa del solito. Alle dieci ho sbirciato nella sua stanza e le ho dato la buonanotte. Allora era in camicia da notte e ha detto che anche lei stava andando a letto, ma che avrebbe letto per un po’. Io ero talmente stanco che mi sono addormentato in un paio di minuti. Quando poi mi sono svegliato era mattina e lei era già andata via. Qui a casa nessuno sapeva dove fosse». La sofferenza si vedeva chiaramente negli occhi di Filip. Il suo portamento severo e i modi formali non nascondevano in alcun modo i suoi sentimenti riguardo a ciò che era successo. «Era un po’ pensierosa, ha detto? Qualcuno di voi ha una qualche idea di cosa potesse avere in mente? Avete fatto caso se Lisa era in qualche modo diversa negli ultimi tempi?». Sven pose quella domanda obbligatoria con più interesse del solito. Proprio come aveva sospettato, non era affatto normale che Lisa lasciasse la casa così presto e senza dire a nessuno che sarebbe uscita e perché. «Come ho detto, non sono stato molto a casa nell’ultimo periodo, ma credo che talvolta avesse un’aria un po’ preoccupata per qualcosa. Era insolito per lei. Era una persona così allegra. Pensavo si trattasse senz’altro di questioni sentimentali perché ha avuto diversi corteggiatori, non è così, Ingrid? Sa, l’amore giovane brucia con la fiamma più ardente». Filip rise senza alcuna vera gioia. Sua moglie aveva solo un’aria imbarazzata. «Sì, forse il mio caro marito esagera un po’, ma eravamo felici che lei sembrasse aver trovato l’amore in Björn Karlén. Quello sì che è un ragazzo meraviglioso! Anche se è chiaro che Lisa ha avuto anche altri corteggiatori, prima». Sven ascoltava con attenzione. Questo poteva essere importante. Una ricognizione dei ragazzi di Lisa era una buona idea. Quale poteva essere un motivo più credibile per cui una giovane donna usciva da sola in quel modo, senza dirlo ai genitori, se non per incontrare il suo innamorato? Era anche in linea con le sue precedenti riflessioni su Björn Karlén e la sensazione che lui fosse una persona chiave di quell’indagine. Quello di cui forse ora si rendeva conto era che c’erano diversi uomini che doveva osservare più da vicino. Questo implicava diversi possibili sospettati, ma forse anche diverse persone in possesso di informazioni determinanti per il caso. Decise che quella era una traccia da seguire immediatamente. «Capisco. Avete parlato con Björn dell’accaduto? Io purtroppo non sono ancora entrato in contatto con lui». Tutti e due i coniugi Gröndahl scossero la testa. Filip continuò a parlare per entrambi. «No, purtroppo non abbiamo avuto la possibilità di farlo. Pensavamo che magari sarebbe passato. Ma come l’ispettore ben sa, ha preso servizio al reggimento ora. In quanto ufficiale più giovane non è così semplice allontanarsi, anche in circostanze così tragiche. Il regolamento viene quasi sempre prima di tutto. Lo so per esperienza diretta». Sven non era affatto certo che Björn non avrebbe potuto prendere un permesso, viste le circostanze, e in effetti anche lui aveva già riflettuto su quel punto. Non era strano che Björn non si facesse vedere e si tenesse alla larga? Ebbe la sensazione che Filip avesse pensato la stessa cosa. Sven si ricordò di aver sentito che Filip aveva avuto un passato da militare. Una posizione abbastanza alta, se ricordava bene. In realtà era piuttosto sorprendente che si fosse convertito alla carriera civile
nell’industria e nel commercio e per di più con enorme successo. «Ebbene, a suo tempo avremo tutti la possibilità di parlare con lui. Ma lei, signora Gröndahl, ha nominato altri corteggiatori, può dirmi qualcosa in più? C’è qualche ragazzo in particolare che ricorda o di cui Lisa parlava?». Ora l’aveva detto. Era una domanda personale e difficilmente potevano fraintendere come mai fosse interessato ai vecchi ragazzi di Lisa. Si notò subito che la domanda non era piaciuta. Anche Hilda aveva reagito allo stesso modo. Sven riteneva che, ragionevolmente, dovessero aver capito che un’indagine sulle più precise circostanze della morte di Lisa era inevitabile. Forse gliene erano addirittura grati, perché avrebbe evitato ulteriori speculazioni. Allo stesso tempo però poteva comportare una violazione della quiete domestica per molti dei loro amici e conoscenti. Filip lo guardò in modo interrogativo e rispose, nonostante la domanda fosse stata diretta a sua moglie. «Ho la sensazione che l’ispettore cominci ad allontanarsi dall’argomento. In che modo pensate che le precedenti storie di Lisa, se le si può chiamare così, possano avere qualcosa a che fare con l’accaduto?». Sven capì che non sarebbe andato lontano se non faceva capire alla famiglia Gröndahl che lui non vedeva quest’indagine come una pura formalità. Era stato chiaro, già quando li aveva incontrati il giorno prima, che la loro idea sull’accaduto non si discostava molto dalla versione per cui propendevano la direzione della polizia e il procuratore, ovvero che un pazzo aveva ucciso la loro amata figlia. Decise di battere temporaneamente in ritirata per ritentare più avanti, magari dopo aver instillato in loro un dubbio su quello che era successo davvero. «Non intendo affatto dire che abbiano necessariamente qualcosa a che fare tra loro. Quello che in questo momento cerco di scoprire è cosa sia successo quando Lisa è uscita di qui e, soprattutto, perché è uscita e dove aveva intenzione di andare. Lei cosa pensa, che dovesse incontrare Björn?». Il signore e la signora Gröndahl sembrarono titubanti e non risposero subito alla domanda. Hilda invece arrossì ma si fece coraggio dopo un’occhiata indagatrice verso gli altri. «Spero che non vi dispiaccia, forse è del tutto fuori luogo, ma a questo credo di poter rispondere io». Guardò incerta Sven ma lanciò anche altri sguardi inquieti, in particolare a Ingrid Gröndahl. Né Ingrid né Filip dissero nulla. Forse assunsero un’aria un po’ sorpresa ma poi Ingrid annuì. Hilda continuò. Parlava molto in fretta. «No, sono quasi del tutto certa che non dovesse incontrare Björn, ieri. Un po’ perché non s’incontravano quasi mai in settimana, il servizio che presta è così impegnativo che non c’era tempo, e poi so che Lisa aveva pregato Björn di non cercarla, negli ultimi tempi. Evidentemente avevano litigato e lei voleva prendersi un po’ di tempo per sé». Si sarebbe potuto sentir cadere uno spillo. Ingrid si portò una mano alla bocca per la sorpresa. Questa era una novità non solo per Sven ma anche per i genitori di Lisa. Sven ebbe la sensazione che loro fossero partiti dal presupposto che Lisa stesse andando da Björn. E questo turbamento per lui era ovviamente una novità e un’importante informazione. Se era andata come diceva Hilda, l’uscita di Lisa diventava ancora più inspiegabile. Ringraziò la sua buona stella che Hilda avesse osato intromettersi nella conversazione. Questo gli dava anche un’ottima possibilità di tornare agli altri cavalieri, e di poter sentire qualcosa in più da Hilda. «Ah bene, è davvero interessante. Come fa a saperlo? Lisa era solita confidarsi con lei?». Hilda arrossì un po’. Aveva infilato le mani nelle tasche del grembiule. «Be’, signor ispettore, confidarsi forse è una parola un po’ grossa, ma certo capitava che mi raccontasse le sue preoccupazioni. A volte quando entravo nella sua stanza era seduta a scrivere nel suo quaderno. Allora mi raccontava volentieri qualcosina di quello su cui stava riflettendo. Ovviamente poteva trattarsi di qualunque cosa, ma molto spesso erano grattacapi che riguardavano qualche
ragazzo». «Che tipo di quaderno? Un diario, forse?» «Penso di sì. Non me l’ha mai fatto vedere ma ci scriveva spesso». «Sa dov’è?». Si notava che i coniugi Gröndahl avevano capito cosa stava pensando. Si guardarono inquieti. Il quaderno poteva raccontare dov’era diretta Lisa e chi avrebbe dovuto incontrare. Con ogni probabilità avrebbe anche fornito a Sven i nomi dei vari conoscenti che fino a quel momento gli erano sconosciuti. «Non sono sicura, ma posso indovinare. Vuole che vada a cercarlo?». Sven annuì e lo stesso fecero sia Ingrid che Filip, anche se forse con una certa titubanza. Hilda fece un piccolo inchino e si allontanò. Fu solo quando se ne fu andata e si fu chiusa la porta alle spalle che Sven tornò a girarsi verso i signori. «Queste sono informazioni veramente preziose per me. Spero che Hilda trovi il diario – può essere di enorme aiuto. Come capirete sono interessato a qualsiasi notizia su tutti quelli che hanno frequentato Lisa negli ultimi mesi e che possono sapere qualcosa su questa storia. Pensate di potermi aiutare?». La coppia Gröndahl continuò a scambiarsi sguardi incerti. Manifestarono entrambi un certo disagio, contemporaneamente, e a Sven venne una voglia quasi irrefrenabile di ridere. Sven provava una certa comprensione per il fatto che non fosse loro gradito l’interrogatorio della polizia sui loro amici e su quelli di Lisa, e forse un’indagine approfondita era apprezzata ancor meno. Comunque, l’incertezza su cosa avesse fatto Lisa avrebbe dovuto dare anche a loro un motivo per accettare un’indagine più dettagliata. Forse si preoccupavano che saltassero fuori informazioni imbarazzanti per la figlia o per loro stessi? Era credibile. Sentiva dentro di sé che erano davvero in possesso di informazioni determinanti che potevano aiutarlo a risolvere l’omicidio della figlia, se solo fosse riuscito a farli parlare. Era convinto che tra loro qualcuno, che lui ora stava tentando di individuare, sapesse perché Lisa era uscita in segreto di casa, quella fatidica mattina. Il silenzio imbarazzato fu infine rotto da Ingrid: «Sì, l’ispettore deve scusarci, ma non ci eravamo resi davvero conto che avreste considerato necessario un interrogatorio così approfondito. Voi ne sapete naturalmente di più, e riteniamo anche noi che sia importante che la polizia vada davvero fino in fondo in questa storia, così che Lisa possa trovare pace. Come certo comprenderà, mio marito e io siamo scioccati per quello che è successo. Tuttavia facciamo fatica a credere che questa tragedia abbia un qualsivoglia collegamento con le nostre frequentazioni o quelle di Lisa. È davvero necessario parlare con tutti quelli che conosciamo?». Lei cercò il suo sguardo come per sondare cosa volesse veramente ottenere e gli rivolse un sorriso incerto. Sven si sforzò nuovamente di mostrare il suo lato più rassicurante. Sorrise cautamente in segno di risposta. «Signora Gröndahl, le posso assicurare che l’indagine continuerà a ritmo sostenuto. Non credo proprio che avremo bisogno di parlare con tutti. È l’ultimissimo periodo che m’interessa di più. Anche se non posso saperlo con certezza, è altamente probabile che Lisa dovesse incontrare qualcuno, una persona di cui forse non voleva che voi foste a conoscenza. Ovviamente poteva essere Björn, ma poteva anche essere qualcun altro. C’è qualche persona in particolare che vi viene in mente?». La faccia di Filip fu percorsa da un fremito e Sven ebbe la netta sensazione che all’improvviso sapesse di chi si trattava; ma poi quell’espressione scomparve e con essa la sensazione, veloce com’era arrivata. Entrambi i coniugi scossero la testa. Prima Filip, poi Ingrid. «No, Ingrid e io non sappiamo chi potrebbe essere. Lisa non ci ha mai presentato altri che Björn, in ogni caso non in quella veste. Certo, ha compagni di classe e altri amici che sono stati qui in diverse occasioni. Naturalmente non ci piacciono allo stesso modo tutte le persone che incontriamo, ma
nessuna è sgradita in questa casa, questo posso assicurarglielo. Né tra gli amici di Lisa né tra le altre persone. L’ispettore deve anche sapere che Lisa era una giovane donna con le idee molto chiare, che non si nascondeva se aveva opinioni diverse dai suoi genitori. Andava per la sua strada senza sotterfugi. Davvero non saprei dire chi potrebbe essere». Filip aveva quasi un’aria di sfida e Ingrid guardò in basso e si contorse ancora una volta. La questione era evidentemente delicata. Sven sentì che non poteva fare ulteriori pressioni, ma era tutt’altro che convinto che Filip dicesse la verità. «Ebbene, apprezzerei molto se preparaste rapidamente una lista degli amici e dei corteggiatori di Lisa, anche con indirizzo e numero di telefono, se possibile. Prometto di trattare le informazioni con riservatezza e di non disturbare i vostri amici più di quanto non sia strettamente necessario». Le sue parole sembrarono avere un potere tranquillizzante su di loro. Sven suppose che Filip avesse soprattutto paura che l’interrogatorio dei conoscenti potesse influire in modo negativo sui suoi affari. Ingrid, presumibilmente, pensava più alle conseguenze sociali e a come avrebbe potuto condizionare le loro frequentazioni. Sven sapeva che la sua era una congettura piena di pregiudizi, ma in quel caso non era comunque del tutto sbagliata. Annuirono in segno di conferma e proprio in quel momento tornò Hilda. Teneva in una mano un piccolo quaderno rosso rilegato. 11
Quel pomeriggio stesso il colonnello Solberg aveva richiesto, con breve preavviso, un incontro col capo della polizia Gren. Era una faccenda urgente e, secondo Solberg, riguardava il futuro di Strängnäs. Forse la formula era un po’ drammatica, se ne accorgeva lui stesso, ma il colonnello non era persona da tirarsi indietro davanti ad affermazioni drammatiche quando pensava che avrebbero fatto effetto. Il capo della polizia Gren non era esattamente impaziente all’idea di quell’incontro. Non ci voleva un genio per intuire cosa affliggesse il colonnello. C’era un unico vero argomento di conversazione in città e Gren si sentiva già sufficientemente sotto pressione per la situazione. Aveva passato il lavoro pratico dell’indagine a Sven Aronsson e il commissario Lundin doveva subito organizzare tutte le informazioni, insieme ai colleghi di Eskilstuna, ma gli sguardi erano comunque tutti puntati su di lui più che su chiunque altro. Era un lavoro duro ma qualcuno doveva pur farlo. Sospirò preoccupato e si passò pensoso la mano sulla testa calva. Più di una persona aveva notato la sua somiglianza con Lennart Hyland. Ormai si era più o meno convinto che la sua coroncina di capelli avesse davvero stile ma non era stato altrettanto divertente quando aveva cominciato a perderli, ben prima che compisse i trenta. Aveva ancora qualche difficoltà con gli uomini dalla folta capigliatura. Il colonnello probabilmente non aveva perso una ciocca di capelli in tutta la sua vita. Li teneva in realtà esemplarmente corti, alla maniera militare. Ma era difficile immaginare un uomo più sbruffone. No grazie, Gren avrebbe potuto fare a meno di quell’incontro. La situazione non migliorava se si considerava che non era certo dell’indagine in sé che il colonnello voleva discutere. Come alta carica militare doveva avere il buonsenso di sapere che né Gren né nessun altro alla stazione di polizia avrebbe commentato un’indagine in corso. No, la questione riguardava invece sicuramente la fuga dal Sundby e le sue conseguenze, oltre a quelle tragiche e spaventose che si erano già verificate. Era proprio quel tipo di scandalo che uomini come Solberg sapevano sfruttare al meglio. “Devo piantarla col lavoro di poliziotto in una città come questa, piena di preti e militari”, borbottò Gren indignato tra sé e si preparò a quello che stava per arrivare. Il capo della polizia non si era sbagliato. Il colonnello non lasciò molto spazio alle chiacchiere, un campo in cui invece Gren se la cavava alla grande. No, appena il colonnello arrivò, introdotto nello
studio di Gren, salutò, commentò il bel panorama, si sedette su una delle sedie dei visitatori, accavallò le gambe quasi con noncuranza e guardò con gravità il capo della polizia. L’unica cosa che stupì Gren fu scorgere negli occhi del colonnello un’angoscia che non riusciva a nascondere. «Dunque, Ulf, ci sono un paio di cose della massima urgenza che dobbiamo discutere all’istante. Molte persone sono in grande agitazione e se non agiamo in modo rapido in via preventiva temo il peggio. Gli abitanti di Strängnäs hanno bisogno di sapere il più in fretta possibile come uno psicopatico sia potuto fuggire dall’ospedale e quali misure sono state adottate perché non accada di nuovo. Qual è la tua strategia, se posso chiederlo?». Dal tono di voce del colonnello risultava con chiarezza che si aspettava una risposta e che aveva già una proposta concreta su quello che si doveva fare. Gren comunque non si fece spaventare troppo. Per fortuna c’erano regole e protocolli da seguire, a prescindere da quello che gruppi di persone influenti potevano pensare. Inoltre il colonnello Solberg dava troppe cose per scontate. Anche se Ulf Gren, così come il commissario Lundin, si accontentava volentieri della spiegazione che il malato di mente era l’autore dell’omicidio e che l’arma del delitto era sparita nelle profondità del Mälaren, non poteva davvero confermare quell’ipotesi, prima che Aronsson e gli altri avessero trovato qualcosa di concreto. O appurato che quell’indagine non portava da nessun’altra parte. Aspettava con impazienza di accertarlo, ma allo stesso tempo non aveva nessuna voglia d’immischiarsi davvero negli affari dell’ospedale. La sicurezza, in quel luogo, non era nemmeno formalmente responsabilità della polizia. Per fortuna, pensò Gren. «Sì, Karl-Fredrik, naturalmente ho una strategia ma non sono sicuro che sia di tuo gradimento. Come capirai ho le mie regole da seguire, come tu le tue». Dare del tu al colonnello Solberg era una sensazione quantomeno strana, ma era Solberg che aveva iniziato, e non rispondere allo stesso modo sarebbe stato ancora più strano o, nel caso peggiore, sarebbe stata la dimostrazione che lui si sentiva inferiore. Nel suo intimo si sentiva ovviamente così, ma non era qualcosa che fosse pronto ad ammettere. «Naturalmente seguiremo le regole, ma si tratta in effetti di una situazione estrema. L’ultima cosa che voglio è vedere la legge nelle mani di certa marmaglia». Il colonnello era nella condizione scomoda di non essere quello che decideva sul da farsi, si notava chiaramente. Quel ruolo non gli si confaceva e sembrava al limite dell’esasperazione. Gren cercò di avere un’aria sorpresa. «Marmaglia? Ora non esageri un po’, Karl-Fredrik?». Il tono di Gren era leggermente scherzoso, cosa in realtà non voluta, ma che lo faceva sentire sempre più sicuro. Il colonnello sembrava navigare in cattive acque questa volta, e anche in maniera evidente. Tuttavia bisognava usare i guanti di velluto. La rete di contatti del colonnello non era da sottovalutare. Se avesse fatto un passo falso si sarebbe ritrovato a render conto al capo della polizia di stato prima di poter contare fino a tre. «Esagero? Lo spero, ma voglio solo che tu ti renda conto davvero della gravità della situazione e che mi assicuri che impiegherete tutte le vostre risorse nella direzione giusta». «Sì, su questo punto spero di poterti tranquillizzare. Adesso siamo concentrati sull’omicidio, su cui abbiamo messo a lavorare l’ispettore Aronsson, come responsabile delle indagini qui a Strängnäs. Coordina insieme al commissario Lundin. Due uomini molto competenti, posso assicurartelo». «Non ne dubito. Fanno questo lavoro da molto, lo so. Ma c’è davvero tanto a cui dedicarsi in quell’indagine? Sono fermamente convinto che l’ospedale dovrebbe essere messo sotto inchiesta. È palese cos’è successo e comunque non c’è nessuno da portare davanti alla legge. O mi sono perso qualcosa?». Gren notò che Solberg sembrava nervoso, o era solo impaziente? Poteva esserci, dietro quell’incontro, qualcosa in più di quello di cui stavano discutendo? «No, potresti aver ragione, ma dobbiamo comunque tentare di escludere la possibilità che sia
coinvolto qualcun altro. Inoltre vogliamo a tutti i costi ascoltare i conoscenti delle due vittime e altri che possono aver visto qualcosa. È nostro dovere. Dobbiamo veramente andare a fondo in questa storia. Non riusciamo a capire, tra l’altro, cosa ci facesse la ragazza là fuori nella tormenta di neve». Gren si limitò a recitare meccanicamente alcune frasi che ricordava di una conversazione con Aronsson del giorno prima, ma sembrò andare bene lo stesso. Karl-Fredrik Solberg s’irrigidì visibilmente per un istante prima di ritrovare il suo normale contegno che non era, comunque, particolarmente sciolto. «Capisco. Ma, senza testimoni, il suo modo di agire dev’essere piuttosto difficile da giustificare. È davvero necessario tormentare dei poveri genitori con questa storia? La storia del coinvolgimento di una persona esterna, che prove ci sono? Avete qualcosa di certo che lo faccia supporre?». Le parole di Solberg suonavano chiaramente forzate, pensò Gren. Quello era un tranello. Si agitò. Non era il caso di addentrarsi nei dettagli dell’indagine, ma doveva dare al colonnello qualche informazione che non gli facesse di nuovo trarre conclusioni affrettate. Il colonnello agiva in maniera davvero strana. Perché si preoccupava di quell’aspetto del caso? Era forse preoccupato che qualcuno dei suoi sottoposti venisse implicato? Quei cadetti e giovani ufficiali a volte si scaldavano un po’ troppo in fretta. Poteva davvero il colonnello nutrire tali timori? L’elemento che sembrava più interessante era naturalmente Björn Karlén. Gren sapeva che il colonnello era buon amico del padre di Björn. Eppure tutto il ragionamento sembrava forzato. L’indagine veniva ovviamente condotta con tutti i crismi. Nessuno, e meno di tutti il colonnello, voleva rischiare di essere sospettato di proteggere un presunto omicida. Se invece il colonnello voleva mettere sotto pressione la direzione dell’ospedale a causa dell’accaduto, avrebbe avuto ottime possibilità di farlo, a prescindere dal coinvolgimento o meno di qualche esterno. In tutta sincerità, lo stesso Gren ignorava in che misura ci fossero prove a favore di un tale coinvolgimento. La domanda del colonnello era giustificata, da quel punto di vista. Gren aveva capito che il procuratore Långberg era molto scettico su quella teoria e aveva già iniziato a borbottare sulla linea di condotta di Aronsson e sul suo rifiuto di accettare il più verosimile corso degli eventi come la verità. Gren non era d’accordo con loro in quel caso. La linea di condotta di Aronsson era del tutto corretta, se non altro da una prospettiva di politica locale. Che Aronsson non si fosse ancora asserragliato su una posizione in particolare, scomoda o no, non era per nulla sorprendente. Un’indagine aperta con diverse piste richiedeva, in sé, un tempo abbastanza lungo per essere portata a termine, al prezzo, inoltre, di molte risorse umane e molti soldi. Allo stesso tempo era chiaro chi sarebbe stato il capro espiatorio se l’indagine fosse stata condotta male. Sarebbe l’ideale, pensò Gren, se Aronsson sollevasse altri vespai e si rendesse scomodo a tutti in città, per poi aderire all’opinione comune su quel che era successo. Da quello che aveva capito era in realtà solo Aronsson che lavorava al caso, il che andava straordinariamente bene a Gren, finché tutte le forze di polizia sembravano coinvolte nelle indagini. Se lo stava immaginando, oppure il colonnello era davvero seduto lì a sudare in pieno inverno? Non faceva così caldo lì dentro… Era senz’altro meglio rispondere alla domanda prima che il silenzio si facesse insopportabile. «Teniamo naturalmente aperte tutte le piste. Da quel che ho sentito non c’è nulla che indichi chiaramente il coinvolgimento di una terza persona, ma ora è troppo presto per pronunciarsi in modo definitivo sulla questione». «Quindi quanto tempo ci vuole perché i tuoi uomini liquidino questa teoria e l’indagine venga chiusa una volta per tutte?» «Caro Karl-Fredrik, capisci senz’altro che a questo non posso rispondere. Credo comunque che tu possa stare tranquillo. Nessuno vuole che questa storia vada per le lunghe. Sono il primo a
sottoscrivere che abbiamo bisogno di ritrovare pace e tranquillità in questa città».
Parte terza
Ragnarök
1-9 novembre 2005
12
Fredrik doveva andare a una conferenza stampa che si preannunciava interessante. Erano stati il consigliere comunale per le finanze e i suoi colleghi della coalizione borghese a indirla e l’invito era vago al punto giusto, tanto da lasciar presumere a Fredrik che ci fosse in serbo almeno una sorpresa. Circa un mese prima la zona del reggimento P10 era ufficialmente passata sotto la giurisdizione comunale dell’immobiliare statale Vasallen e ora sembrava che la coalizione borghese cercasse di battere il ferro finché era caldo. Tutti si rendevano conto che sarebbe stata una vera sfida trasformare quella grande zona in una parte viva della città, perché era proprio dalla realizzazione di quell’idea che dipendeva tutto il prestigio della coalizione. Allo stesso tempo però non si poteva giustificare in alcun modo il fatto che tutte le spese sarebbero state sostenute attingendo da soldi pubblici. L’aumento necessario delle tasse non sarebbe certo stato ben accetto. Mancava meno di un anno alle prossime elezioni e le campagne elettorali si trovavano già ai blocchi di partenza. Abbondavano gli esempi di grandiosi progetti di sviluppo comunali e statali che erano finiti allo sbando prima ancora di venir veramente lanciati, così quella trappola doveva essere evitata a qualunque costo. La situazione era resa ancor più delicata dal fatto che, durante il presente mandato, diversi progetti di sviluppo territoriale pianificati sulla Tosterön erano andati in fumo. I politici erano già stati parecchio criticati, soprattutto negli articoli di Fredrik, proprio in quanto non all’altezza quando si trattava di agire e perché le loro decisioni poggiavano spesso su basi poco solide. Ora la coalizione doveva mostrarsi alla svelta risoluta e Fredrik era molto curioso di vedere come l’avrebbe fatto. C’era un gruppetto di giornalisti e qualche singolo pensionato curioso che si stavano riunendo per sentire cos’aveva da dire il consigliere comunale per le finanze. Con una certa sorpresa da parte di tutti, fu servito un bicchiere di vino bianco frizzante con relative tartine, prima che la conferenza vera e propria prendesse il via. Il consigliere girava tra la gente, sorrideva e parlava con tutti. Persino Fredrik ricevette un’amichevole pacca sulla spalla. “Cos’è che festeggiamo?”, aveva una gran voglia di chiedere, ma tanto si sarebbe capito a breve. Non si poteva negare che quello era un buon modo per incuriosire la gente. Il riassunto della prima parte della presentazione era che la progettazione della zona sarebbe avvenuta in collaborazione tra il comune, Vasallen e l’Ufficio immobili della Difesa. Il piano era di fare tutto molto alla svelta. A febbraio un gran numero di persone di spicco di Strängnäs si sarebbe riunito per esprimere il proprio parere su come sarebbe avvenuto lo sfruttamento della zona. Le decisioni di quel gruppo sarebbero servite solo come consulenza e il maggior numero possibile di preparativi sarebbero già stati fatti prima. Perciò gli interessati, soprattutto rinomate imprese edili, che erano già pronte a comprare lotti nella zona, avrebbero avuto la possibilità di farlo. Questo avrebbe alleggerito le spese comunali in maniera considerevole. Ci si poteva in parte rallegrare che ci fosse già un accordo di massima tra il parlamento e la direzione comunale su come i soldi dovessero essere
ripartiti. «Dobbiamo anche assumerci la responsabilità dell’economia del comune», aveva sottolineato il consigliere con particolare enfasi. Fece presente che le vendite dei lotti sarebbero state vincolate all’impegno da parte degli acquirenti di realizzare rapidamente opere edili conformi al progetto. «Quale progetto?», chiesero gli attenti giornalisti in coro. «Non c’è già un progetto della zona, vero?». Trionfante, il consigliere aveva fatto comparire e presentato un primo schizzo del progetto. Era palese che quello era il vero motivo della conferenza stampa e la giustificazione per tutte quelle bollicine. “Avrò senz’altro la prima pagina del giornale, con questa notizia”, pensò Fredrik con una certa soddisfazione. Ma non pensava di lasciare che se la cavassero con così poco. «Ma quali consigli potrà mai darvi la comunità se avete già stabilito il progetto in anticipo e per di più venduto i lotti?», chiese. Il consigliere comunale assunse un’aria un po’ sconcertata e offrì al pubblico una smorfia involontaria, ma si riprese in fretta. «Questo è solo uno schizzo. Ed è tanto un’espressione delle nostre intenzioni quanto dei piani concreti che già ci sono. Le vendite dei lotti all’inizio saranno limitate. Ora stiamo solo facendo un primo sondaggio tra i possibili interessati, ci tengo a sottolinearlo». Per la domanda successiva la parola passò, veloce come un fulmine, a un altro giornalista. Era una conferenza stampa molto divertente, a modo suo, ma Fredrik fu comunque contento quando fu finita. Doveva trovare il tempo di fare così tante cose che gli sembrava quasi un’impresa disperata. Si affrettò a tornare alla redazione e impiegò il resto del pomeriggio a mettere insieme un articolo esauriente sul progetto che era stato presentato, ma nel comporre il titolo non si risparmiò una tirata d’orecchie all’amministrazione comunale. Il primo schizzo del progetto della zona del P10 fu il titolo principale. Il sottotitolo suonava così: Il comune promette di vendere la terra a privati interessati il più in fretta possibile. Poi stava alla caporedattrice stabilire se voleva aggiungere qualcos’altro. Fatto ciò decise che dopotutto poteva prendersi la serata libera e dedicarsi alla sua famiglia. Anche il lavoro sulla sua serie di articoli poteva aspettare. Con un po’ di fortuna sarebbe comunque riuscito a guardare altro materiale d’archivio prima del weekend. Quello era il grande problema della sua professione. Non sembrava esserci mai il tempo di approfondire niente, pensò con un po’ di rammarico. Altrimenti sarebbe stata proprio quella maledetta serie di articoli a occupare le sue giornate. Soprattutto se pensava a quanto era stato a riflettere su come gestire quel lavoro. Non aveva scambiato una parola con Ulla dopo il loro scontro di lunedì. Per quanto lo riguardava, potevano anche dimenticare tutto quanto. Quando ci fosse stato un articolo da discutere poteva tranquillamente tornare da lui, magari con delle scuse. *** Ulla si era presa il mercoledì pomeriggio libero per fare la spesa e sistemare una serie di cose a casa in pace e tranquillità. Sfaccendare era una delle cose più divertenti che conoscesse, ma capitava di rado che avesse tempo a sufficienza per farlo. Il lavoro da giornalista era impegnativo anche per una reporter locale dello «Strengnäs Dagblad», malgrado quello che credevano i colleghi della capitale. Aveva fatto gli straordinari quasi tutti i giorni per un periodo di due settimane, ma ora basta. Gege non aveva fatto obiezioni quando aveva chiesto il pomeriggio libero. Se solo avesse osato! Sapevano entrambi chi era che lavorava più duramente alla redazione. Era una bella giornata per essere libera. Il solo brillava e sembrava più autunno che inverno,
anche se ormai c’era scritto “novembre” sul calendario. “Tanto vale sfruttare al meglio queste brevi giornate e approfittarne quando il sole fa capolino”, pensò mentre pedalava su per Järnvägsgatan, dopo una prima commissione in banca. Come al solito quando faceva un giro in centro, incontrò alcuni amici e conoscenti, cosa che le rallegrava sempre la giornata. Era proprio una fortuna. Quella volta si trovò a chiacchierare con Leif. Lo conosceva da quando andava alle elementari. Aveva qualche anno più di lei ma quella differenza, ovviamente, era ormai di poca importanza. Spuntò al suo fianco quando stava per avviarsi alla cassa dell’ICA Bengtssons. «Ciao! Anche tu sei qui a fare provviste?» «Certo! Non è un’idea stupida fare la spesa a metà giornata, se se ne ha la possibilità. E tu? Grandi spese, sembrerebbe», disse lei dando un’occhiata al suo carrello straripante. «Eh sì, nel weekend ho a cena un vecchio amico, o forse addirittura due, con un po’ di fortuna. Hai da darmi qualche dritta su qualcosa di buono e semplice da cucinare, con cui se la possa cavare uno scapolo un po’ avanti negli anni?». Ulla rise. Voleva molto bene a Leif. Era difficile immaginare un uomo più discreto. Si vestiva sempre in maniera appropriata e abbastanza elegante, anche se un po’ vecchio stile. Da quel che sapeva, comprava ancora i vestiti da Harrys, dietro l’angolo. Un’anima davvero cordiale che sembrava conoscere tutto ed essere amico di tutti. Non si riusciva a essere mai malinconici in sua compagnia. «Può darsi. Leggerete poesie o si tratterà più che altro di bere acquavite?». Leif aveva una passione per la poesia e, in particolare, per il vate cittadino Bo Setterlind. “La tematica religiosa si adatta di certo bene a Leif, fabbriciere e massone qual è”, pensò Ulla. Cosa che comunque non gli aveva mai impedito di godere di drink forti come l’acquavite, la sua preferita. Ulla lo considerava un peccato veniale. Leif fece un sorrisetto furbo in risposta. «Conosci troppo bene le mie abitudini, Ulla. Il fatto è che pensavamo a una combinazione delle due. La raccomando!». Con ciò la conversazione era finita e Leif si affrettò oltre. Evidentemente aveva comunque già in mente cosa avrebbero mangiato lui e i suoi amici. Ulla non aveva affatto la stessa fretta e si fermò a dare un’occhiata al banco della carne e dei formaggi. All’improvviso ebbe una folgorazione. Leif non era forse una delle persone, nella sua cerchia di conoscenze, che in assoluto parlava di più del Sundby? Bo Setterlind aveva scritto un bel po’ di poesie che in qualche modo avevano un collegamento con l’ospedale ed era proprio questo ad affascinare particolarmente Leif, per qualche motivo. Parlava sempre tanto e scherzava molto, ma sotto la superficie luminosa e leggera s’intuiva una nota più seria. Non poteva sottrarsi alla sensazione che il Sundby c’entrasse in qualche modo. Era il modo in cui la sua espressione cambiava quando l’ospedale psichiatrico entrava nel discorso. Anche se era solo una sensazione nebulosa, un’intuizione, forse del tutto priva di fondamento e di sostanza. Si lasciò sfuggire un breve sospiro. Il Sundby, già. Era ancora lì ad arrovellarsi su quello che era successo lunedì. Di tanto in tanto capitava che avesse opinioni forti sugli articoli di qualche collega e allora diceva quello che pensava senza pietà. Di solito, alla lunga, l’essere sinceri pagava, lo aveva imparato già da bambina. Non era assolutamente da lei reagire in maniera così aggressiva alla presentazione dell’idea per un articolo. E quando lo faceva era solo per qualcosa di veramente controverso. E ora era proprio quello il suo problema. Perché si era scaldata tanto alla sola idea che Fredrik avrebbe scritto del Sundby? Credeva, almeno lei, alle argomentazioni che aveva addotto? Si rendeva conto che doveva essere sembrata
un’arpia inacidita. E forse lo era. Si vergognava anche un po’ per aver dribblato le sue domande senza battere ciglio. Naturalmente pensava che l’ospedale e tutto quello che là era successo fosse affascinante. L’aveva sempre pensato. L’angoscia. Le stanze chiuse. La malattia. I camici bianchi. Ma chiaramente sapeva da dove venivano quei suoi sentimenti così contrastanti. Anche se erano passati molti anni si pentiva ancora dell’articolo che aveva scritto, o meglio delle conseguenze che aveva avuto. Non ne era venuto niente di buono. Niente, proprio niente. Si domandò quale sarebbe stata la reazione di Fredrik quando si fosse reso conto della situazione. Perché se ne sarebbe reso conto senz’altro, prima o poi. Non dubitava neanche un po’ delle sue qualità di reporter. Poi c’era anche l’aspetto personale della cosa. E davanti a questo non poteva chiudere gli occhi, per quanto lo volesse. No, bisognava convivere con i propri errori, ma non era divertente quando qualcuno te li faceva ricordare. Tutto era iniziato quando era solo una ragazzina. E più precisamente quel gelido giorno di gennaio alla metà degli anni Sessanta. Leif era uno di quelli che c’era, già allora. 13
Era venerdì mattina e Maria Carlson sedeva come al solito a scartabellare carte nel suo ufficio, alla stazione di polizia. Ogni tanto rifletteva su quanti suoi predecessori fossero stati seduti lì nel corso degli anni e avessero fatto quello che stava facendo lei in quel momento. Rapporti stilati o letti di furti d’auto o in villa. Sicuramente erano stati seduti lì a prepararsi per interrogatori con persone in custodia o avevano imprecato su casi irrisolti. Fidati servitori della comunità che, proprio come lei, si ammazzavano tra le scartoffie. Non sapeva quasi niente su chi l’aveva precedeuta, in realtà niente di niente. L’ufficio l’aveva ricevuto insieme all’incarico di capo delle indagini, ma glielo avevano dato già riordinato. Poi aveva capito che la stanza era universalmente chiamata “la stanza di Sven” tra i colleghi. Aveva chiesto a Kjell qualcosa a riguardo molto tempo prima, e lui le aveva spiegato che il nome veniva dall’ispettore Sven Aronsson, che era stato lì dentro fino alla metà degli anni Ottanta, quand’era andato in pensione. Secondo Kjell era stato “un poliziotto maledettamente bravo”. Il suo nome in seguito era saltato fuori diverse volte tra i poliziotti e quelli che lo nominavano lo facevano con grande rispetto, ma questo era all’incirca tutto quello che sapeva. Ammetteva tranquillamente tra sé che era incuriosita dal suo rispettabile predecessore. Il giorno in cui avesse avuto meno da fare avrebbe scoperto qualcosina in più su di lui, ma non certo quel giorno. In quel preciso momento invece stava imprecando sul caso appena archiviato. La ragazza violentata a Mariefred era stata irremovibile sulla sua decisione di ritirare la denuncia e non c’era niente che lei o i colleghi potessero fare. Cercava di essere obiettiva e imparziale, ma talvolta veniva semplicemente sopraffatta da un’enorme impotenza di fronte all’agire umano e, in particolare, di fronte a quello che certi uomini facevano contro le donne. L’impotenza talvolta si trasformava in una collera mal controllata, che quasi la spaventava. Il più delle volte si placava in fretta poiché si rendeva conto che il turbamento e l’aggressività non la rendevano un bravo poliziotto. La cosa migliore era ovviamente canalizzare la rabbia in un lavoro costruttivo ma, a volte, non era proprio possibile. Come in quel caso. Scosse la testa come per scrollare via i pensieri negativi. Poi andò a prendere un bicchiere d’acqua e si rimise a lavorare. Quel giorno comunque sarebbe uscita un po’ prima perché doveva andare a trovare un’amica a
Gävle nel weekend. Già non vedeva l’ora. Era lo stacco di cui aveva bisogno. *** Anche Fredrik scartabellava alla sua scrivania, ma con un entusiasmo decisamente maggiore di quello di Maria. Alla fine aveva trovato un modo più organico di esaminare gli articoli del giornale. Ora sapeva molto meglio cosa stava cercando. Aveva solo un paio d’ore da dedicare a quell’indagine prima di doversi preparare all’incontro con la consigliera dell’opposizione, ma era la perfetta conclusione del lavoro di raccolta dati della settimana. La consigliera dell’opposizione aveva lasciato intendere per telefono che secondo lei Fredrik avrebbe dovuto mettere sotto la lente d’ingrandimento Il Cerchio Immobili S.P.A. Forse non ci si doveva stupire che una socialdemocratica, che inoltre sembrava tendere più a sinistra che al centro, fosse infastidita da una delle aziende più in vista dell’industria locale. Ma il modo in cui l’aveva detto prometteva ben altro. Il fatto che sperasse in Fredrik dipendeva verosimilmente da un articolo che lui aveva scritto qualche mese prima, in cui faceva luce sul mercato immobiliare del comune di Strängnäs e mostrava quale posizione di potere occupasse Il Cerchio. Avevano in mano molti immobili sparsi per il comune, il cui valore era cresciuto sostanzialmente quando era stata costruita la linea ferroviaria Svealandsbana, circa dieci anni prima. Ora che l’autostrada E20 aveva cambiato percorso ed era stata portata fuori da Strängnäs, risultava ancora una volta che avevano per le mani terreni che, con ogni probabilità, si sarebbero rivelati piuttosto allettanti. Era palese che sapevano cosa facevano, quando avevano comprato i terreni. E forse avevano ricevuto un aiutino extra dalla direzione comunale… Nel suo articolo non aveva denunciato nessuno in particolare, ma era chiaro comunque che Il Cerchio aveva molto potere decisionale su quegli affari e che la direzione aziendale aveva l’appoggio del comune. Non era difficile indovinare che Il Cerchio fosse proprio uno dei privati in cui il comune confidava per la vendita della zona del reggimento. Il periodo come reporter ai giornali scandalistici gli aveva insegnato esattamente fino a che punto ci si poteva spingere con le insinuazioni, quando non si potevano esibire molti fatti concreti. Il Cerchio era un grosso acquirente di spazi pubblicitari quindi, se le sue insinuazioni fossero andate oltre il lecito, sarebbe potuto costare parecchio al giornale. La redazione rivendicava naturalmente la propria indipendenza, ma quando il cliente era abbastanza grosso e importante allora, come minimo, Ragnarök prestava alla faccenda un’attenzione particolare. Come direttore responsabile poteva ovviamente bloccare o esigere modifiche ad articoli che riteneva non obiettivi. Da parte sua, Fredrik lasciava sempre che a guidarlo fosse la sua valutazione del valore della notizia. Non accettava mai la censura dei suoi articoli né Ragnarök aveva mai ancora provato a influenzarlo. Era facile immaginare che Il Cerchio avrebbe molto poco apprezzato il resoconto dei loro affari che Fredrik avrebbe presentato alla comunità e, in particolare, i riferimenti allo sfruttamento della situazione per il proprio tornaconto. La volta precedente Il Cerchio aveva scelto di non commentare quello che aveva scritto. Normalmente l’amministratore delegato Göran Jonstoft non aveva peli sulla lingua, quando si arrabbiava per qualcosa o con qualcuno. Era un uomo relativamente giovane, sui trenta, ma, a detta di Fredrik, aveva un modo di porsi che faceva colpo su persone anche molto più mature. Una dote ereditata forse da suo nonno, Magnus Jonstoft, i cui affari negli anni Quaranta e Cinquanta avevano posto le fondamenta del piccolo impero immobiliare della famiglia. No, opinioni e commenti su quell’articolo erano venuti soprattutto da colleghi e lettori. Evidentemente ora la consigliera dell’opposizione aveva qualcosa da aggiungere. *** Nel weekend Fredrik abbandonò quasi del tutto i suoi pensieri sulla serie di articoli, malgrado avesse promesso di consegnare il primo il giovedì successivo. Aveva trovato la sua prospettiva, e
l’analisi dell’archivio non l’aveva influenzata per niente. Ora riteneva anche di cominciare ad avere abbastanza materiale per mettere insieme qualcosa di buono. Sarebbe stato bene anche sfogliare qualche libro sull’argomento, più che altro per sicurezza. Anche se le ricerche in biblioteca sarebbero state rimandate alla settimana successiva. Sabato sera invitarono a cena alcuni amici che abitavano nelle vicinanze. Quando fu il momento dei drink, Ulrika, a causa del suo stato, dovette nascondersi un po’, perché non erano ancora davvero pronti ad annunciare che aspettavano un bambino. Solo i genitori di lei erano stati informati della novità. Fredrik pensava di raccontarlo ai propri tre settimane più tardi, quando aveva pianificato di andare a trovarli a casa, ad Askersund, insieme a Klara. Aveva già preso le ferie e Ulrika ne avrebbe approfittato per rimettersi un po’ in pari col lavoro. Sarebbe senz’altro stato bello per lei poter avere tutta la casa a disposizione per qualche giorno. Davvero non vedeva l’ora di fare quel viaggio. Certo non poteva fare a meno di pensare che Askersund fosse un buco, dopo esserci cresciuto, ma tornare lì era così incredibilmente familiare e pieno di ricordi, per lo più belli. Se cercava di guardare la cosa con un po’ di obiettività si rendeva conto che Askersund era una bella cittadina sull’acqua, non troppo diversa da Strängnäs, ma priva di qualsiasi traccia di frenesia. Klara voleva molto bene ai nonni paterni e il nonno era in assoluto il suo preferito. Erano già due settimane che parlava del viaggio. Da quando i genitori di Fredrik erano venuti a trovarli l’ultima volta. La domenica Fredrik si mise finalmente a ripulire il suo piccolo studio in cantina. Ci vollero solo un paio d’ore a farlo ma il sollievo fu enorme. Aveva promesso a Ulrika di occuparsene già all’inizio della primavera ma, per qualche motivo imperscrutabile, le montagne di carta erano rimaste lì, settimana dopo settimana, quasi intonse. Un’inutile fonte di stress in meno, quindi. Mentre lui era occupato in cantina Klara rimase la maggior parte del tempo seduta in camera sua a disegnare con i pastelli. Fredrik andò di tanto in tanto a osservarla, ma lei era del tutto assorbita dai suoi disegni. Erano per la mamma, disse. Cercava di rimanere entro i margini del foglio, ma moltissimo colore finì invece sul tavolo e sui vestiti. Fredrik si sarebbe occupato di pulire più tardi. Qual era il problema? “Non è peggio che far ordine sulla mia scrivania”, pensò. Ulrika corse in giro per casa, raccolse e sistemò un po’ di tutto ma presto si decise ad andare fuori a mettere gli pneumatici invernali all’automobile, malgrado le deboli proteste di Fredrik sul fatto che non fosse un’occupazione adatta a una donna incinta. Ulrika si limitò a sbuffare, si vestì e uscì. Più tardi quel pomeriggio si diedero una mano tutti e tre per sfornare un paio di filoni di pane alle carote che avrebbero potuto gustare durante la cena anticipata. Un weekend di novembre non avrebbe potuto essere più bello. *** Era lunedì mattina e Ragnarök era arrivato a far visita. Tutta la redazione locale era raccolta nella sala riunioni e ascoltava il direttore responsabile. L’incontro seguiva una routine ben rodata. Una riunione così lunga si teneva solo il primo lunedì del mese, e quindi c’era parecchia roba da trattare. Anche Gege e il segretario di produzione dell’«Eskilstunaposten» erano presenti, ma era solo Ragnarök a dirigere l’orchestra in quel tipo d’incontri. La riunione sarebbe dovuta durare solo un’ora ma, consci delle precedenti esperienze, nessuno aveva preso altri impegni prima di pranzo. A Ragnarök piaceva sentire il suono della propria voce. Né si asteneva dal dire quello che pensava di tutto e tutti di fronte all’intero gruppo. «Ah sì, tu, Fredrik. Quando potremo vedere qualche brillante reportage di cronaca nera del tipo di cui hai dato prova all’“Expressen”?». Ragnarök sorrise mentre poneva la domanda, così Fredrik e gli altri dedussero che doveva trattarsi di uno scherzo. Tutti lo fissarono senza capire esattamente. Reportage di cronaca nera così
drammatici era ben difficile scriverne nella piccola e tranquilla Strängnäs. Ragnarök fece come se niente fosse né aspettò una qualche reazione. «Sì, per questo numero ci vorrebbe qualcosa di clamoroso. Proprio così. Chiaramente si venderebbe un certo numero di copie in più in edicola, ma l’aumento degli abbonati verrebbe subito dopo, non credete? Anche se, Fredrik, ho visto che sei riuscito a far inserire quel resoconto politico questa settimana. Ben fatto! Vedremo forse un seguito?». Fredrik annuì. L’intervista di venerdì con la consigliera dell’opposizione Agneta Malmberg aveva dato i suoi frutti ma le sue accuse – se poi le si poteva chiamare tali – contro Il Cerchio Immobili erano a dir poco vaghe. Però era in grado di svelare ulteriori decisioni che rischiavano di creare scompiglio nella coalizione al potere. Ci sarebbe stato un breve articolo sul giornale già l’indomani e Fredrik sperava di ottenere nel pomeriggio dei commenti dal consigliere comunale per le finanze. «Bene! E poi ovviamente c’è quella serie di articoli su cui hai tanto insistito. Un po’ di storia locale non guasta mai e con la riforma del settore psichiatrico in tilt potresti osservare la cosa da un punto di vista davvero originale, no?». Ora Ragnarök sghignazzò entusiasta. Un paio di colleghi di Fredrik fecero dei sorrisetti incerti, Ulla aveva un’aria molto irritata e il resto del gruppo mosse a stento un solo muscolo. Ragnarök ignorò quella tiepida accoglienza e sembrò non notare la reazione di Ulla. Lui di solito aveva un grande rispetto per lei. Era l’unica che riusciva a metterlo a tacere per più di qualche minuto. In quel momento lei non disse niente, ma Fredrik capì che non le piaceva quanto aveva appena sentito. Era palese che Ragnarök non condivideva la sua opinione, ovvero che la serie di articoli di Fredrik fosse del tutto priva d’interesse. Questo evidentemente la preoccupava. Racconti scandalistici direttamente dalle soffitte dell’assistenza psichiatrica non erano certo quello che Ulla voleva vedere sul loro giornale. Fredrik avrebbe potuto tranquillizzarla, ma quello era il momento sbagliato. Questo era lo show di Ragnarök e se lui proprio quel giorno voleva fare finta che quella fosse una sorta di redazione scandalistica, aveva tutto il diritto di farlo. Fredrik e gli altri sapevano che era più che altro una questione di lessico. Ragnarök non avrebbe ricoperto da così lungo tempo la sua posizione se fosse stato del tutto all’oscuro di quel che era necessario per tenere a galla un giornale locale. Compresa una serie di valutazioni pratiche che non sempre lasciavano spazio alla libertà giornalistica. Se c’era una cosa che Ragnarök aveva ben presente erano gli introiti derivanti dagli spazi pubblicitari. “Tenendo conto che è direttore responsabile da quattordici anni, deve averne azzeccate parecchie”, pensò Fredrik. L’incontro si concluse, contro ogni aspettativa, poco prima delle undici e mezzo. Era perfetto, perché dava a Fredrik il tempo di telefonare al consigliere comunale per le finanze già prima di pranzo, per avere un commento. *** Maria sbatté gli occhi stanca. Cominciava già a sentirseli come pieni di sabbia, sebbene fosse solo il pomeriggio di quel primo lunedì di novembre. Come al solito si era alzata di buon’ora. Ma non era andata a letto prima di mezzanotte e non era riuscita ad addormentarsi per un bel pezzo. Il suo giro a Gävle nel weekend era stato davvero divertente, ma anche abbastanza intenso. Lei e Yvonne si conoscevano dai tempi degli studi a Uppsala, ma i contatti erano stati a dir poco sporadici negli ultimi anni. Tuttavia Yvonne era, tra le amiche di Maria, quella con cui sentiva più affinità. Quante volte erano state sedute là a Uppsala, al GH in Trädgårdsgatan, a ridere e parlare? Forse qualche volta anche a piangere. Proprio da allora la loro amicizia era diventata indistruttibile. A prescindere dal tempo trascorso dall’ultimo incontro, per Maria era subito la cosa più naturale del mondo sedersi a parlare con Yvonne di tutta la gioia e il dolore che c’erano dentro di lei. Le risate non tardavano mai ad arrivare, quando era con Yvonne, anche se, come spesso accadeva, discutevano di cose serie o ricordi dolorosi. Come tutte le volte in cui si incontravano, il weekend era stato pieno di attività. Un giro in
macchina in diversi mercatini delle pulci nella campagna fuori Gävle, dove Yvonne sosteneva che si potessero trovare tesori, concerto all’auditoriom di Gävle il sabato sera e brunch domenicale al Church Street Saloon, un ristorante a tema che si prendeva estremamente sul serio. Era davvero un saloon, con tutto ciò che comportava. Gusci di noccioline sui tavoli e sul pavimento, bottiglie di Jack Daniel’s come candelabri, improbabili soprammobili in stile Wild West alle pareti e una cameriera in divisa da cowgirl dalla testa ai piedi. Maria sorrise e scosse la testa al ricordo. Poi avevano anche fatto in tempo a parlare. Eccome se l’avevano fatto. Fin nel cuore della notte, sia venerdì che sabato. E pensare che non riusciva a trovar pace quando infine era tornata di nuovo a casa, sulla Tosterön! E poi c’era la notizia che le aveva dato Yvonne, ovviamente. Davvero sconcertante. Si sarebbe sposata – con un’altra donna! In realtà la cosa non la scioccava. Sapeva che Yvonne era lesbica. Su questo la sua amica era stata onesta quasi da quando si erano incontrate a Uppsala. All’inizio Maria si era sentita un po’ a disagio su come gestire il rapporto e su come dover considerare la loro relazione, ma ormai era una cosa a cui non pensava più. La ragazza di Yvonne, la sua fidanzata, l’aveva incontrata alcune volte, ma che la relazione tra lei e Johanna, questo era il suo nome, fosse così profonda, era una sorpresa. Ora Maria si domandava come tutto questo avrebbe influenzato la loro amicizia, che era così importante per lei. La rendeva inoltre amaramente consapevole del grande vuoto che c’era nella sua vita privata. Il risultato di quei pensieri era che aveva dormito troppo poco e per di più male. C’era solo da sperare che l’inizio di settimana sarebbe stato tranquillo. Fino a quel momento comunque non era successo molto. Un paio di guide in stato di ebbrezza nel centro di Strängnäs la notte tra sabato e domenica, ed era tutto. Nello stesso momento era anche stata rubata una bicicletta a Sörgärdet. Certo non valeva quasi la pena di notarlo, ma era innegabilmente un fatto bizzarro. La bicicletta non era particolarmente bella ed era la stagione peggiore per il ciclismo. Forse l’autobus non era arrivato? Probabile. Secondo Per, che aveva preso la telefonata, la signora che aveva chiamato era molto scossa. La bicicletta si trovava nel cortile sul retro. Non al chiuso, ma nemmeno visibile dalla strada. La signora stessa si era svegliata perché qualcuno era entrato in giardino e aveva rovesciato alcune delle sue piante. Sosteneva con forza che doveva essere il suo vicino Leif Jakobsson, ma ammise di non aver visto con i propri occhi il ladro. “I rapporti tra vicini in quella zona non devono essere dei migliori”, constatò Maria. Qualcuno forse doveva fare una chiacchierata con quel Leif. Anche se poteva aspettare un po’. I furti di biciclette non avevano la massima priorità. Neppure a Strängnäs. 14
Ulla Gense abitava vicino al monte Abborrberget, sulla Tosterön. Non così lontano da non poter andare a piedi alla redazione, ma il più delle volte andava in bicicletta, anche nella stagione invernale. Non aveva la macchina, ma la patente sì, così, quando il lavoro la portava lontano dalla città poteva quasi sempre prendere in prestito la piccola auto della redazione. Per il resto, aveva notato che si vedevano moltissime cose, andando in bicicletta. Aveva raccolto innumerevoli spunti per reportage e articoli mentre attraversava in lungo e in largo la cittadina. Non di rado era stata anche fermata da persone che la riconoscevano e avevano qualcosa da raccontare. Potevano anche essere persone che conosceva. Se, come lei, si era vissuti tutta la vita a Strängnäs, era difficile non avere il pieno controllo del proprio ambiente. Nella sua professione inoltre era una grossa risorsa. Ulla abitava sola in una casetta a un piano, con un giardino piccolo ma curato. Fin quando il tempo lo consentiva sedeva ogni mattina sotto la veranda a bere il suo caffè e a leggere i suoi giornali. Ormai erano cinque anni che Bengt l’aveva lasciata.
Ufficialmente si erano separati e, poiché non c’erano bambini di mezzo, la faccenda era stata sistemata rapidamente. Avevano venduto la loro casa a Storgärdet e Bengt aveva lasciato la città. Per sempre, si poteva presumere. Non aveva mai amato Strängnäs, ma solo accettato di viverci perché Ulla non poteva immaginare di vivere altrove. Ulla aveva sentito dire, poco dopo la separazione, che Bengt aveva incontrato un’altra donna, ma lei partiva quasi dal presupposto che in realtà si fossero incontrati ben prima di allora. Certo non si era parlato d’infedeltà quando il loro matrimonio si era sfasciato, ma Ulla aveva sospettato a lungo che Bengt avesse un’altra. I segnali erano sotto i suoi occhi e lo spirito d’osservazione di Ulla non sbagliava quasi mai. Comunque non l’aveva mai messo a parte dei suoi sospetti. In fin dei conti non aveva davvero alcuna importanza. I litigi erano stati davvero tanti e l’insoddisfazione aveva covato a lungo in entrambi, ma Ulla era comunque caduta dalle nuvole quando un giorno, tornando a casa, aveva trovato Bengt lì nell’ingresso con due borse pronte e lo sguardo grave. «Ora vado. Questa situazione non può continuare. Mi dispiace, ma penso che stiamo meglio ognuno per conto proprio. Le cose pratiche possiamo sistemarle dopo. Stai bene». Poi se n’era semplicemente andato. Era stata la più grande sconfitta della sua vita. Forse non il momento più infelice, per quello la concorrenza era troppo grande, ma si era sentita terribilmente triste e delusa. Tutto era stato gestito bene ed era filato liscio, non senza sorpresa da parte sua, ma dentro di lei tutto era diventato caos. La vita lascia i segni, si diceva. Si raccoglievano cicatrici e alla fine ognuno ne aveva la propria collezione privata. Chi è che l’aveva detto? Qualcuno dei personaggi di Håkan Nesser, credeva. L’unica cosa che sostanzialmente non era cambiata era stata il suo lavoro. Lì era al sicuro e lì aveva il completo controllo. O quasi. Ora sedeva in soggiorno e guardava Aktuell. Erano appena passate le sei, quel lunedì, ed era a casa da una mezz’ora scarsa. Ascoltava le ultime notizie ma i suoi pensieri erano da tutt’altra parte. Meditò ancora una volta su Fredrik e la serie di articoli in arrivo. La inquietava e tuttavia non avrebbe saputo mettere a fuoco cosa c’era veramente di sbagliato. Era forse il fatto che dentro di sé sapeva che avrebbe dovuto scriverli lei quegli articoli? Era semplicemente invidiosa dell’entusiasmo e del dinamismo di Fredrik? Sapeva che quella non era tutta la verità, ma innegabilmente c’era qualcosa di vero. Nutriva una sorta di odio-amore per l’argomento e il tutto si era accentuato così tanto dieci anni prima. Quante sere poi era stata sdraiata a riflettere sulla propria colpa e le proprie mancanze in quello che era successo! A quell’epoca c’era tutt’altra atmosfera alla redazione. Ragnarök era appena arrivato ed era ben più propenso ad ascoltare. Lei dal canto suo era più giovane e più entusiasta. Ironia della sorte, si rese conto che ora Fredrik aveva la stessa età che aveva lei allora. Aveva ricevuto l’ok per scrivere una serie di articoli sul tema “omicidi irrisolti nel Södermanland”. Sapeva di non essere una reporter di cronaca nera, ma questo non l’aveva in alcun modo fermata. Riteneva che i contenuti del giornale avessero perso in qualità e lei voleva e aveva necessità di un progetto che potesse risvegliare davvero l’interesse dei lettori. Il primo articolo era stato un successo strepitoso, ma tutto si era trasformato in un vero caos quando aveva scritto il secondo e, come si sarebbe dimostrato, ultimo articolo. Che tortura pensarci. Ciò che ora la disturbava di più era senz’altro il modo in cui si prendevano le decisioni al giornale. Gege non poteva prenderla in giro. La caporedattrice era stata del tutto scavalcata dal direttore responsabile sulla questione della serie di articoli di Fredrik, così come su tanti altri casi precedenti.
Maledetto Ragnarök! In questa storia la colpa era davvero tutta sua. Le dava un fastidio immenso il suo stile enfatico. Quell’uomo non doveva essere del tutto sano di mente! Fino a un paio d’anni prima avevano avuto un consiglio di redazione informale che si esprimeva su tutte le idee per articoli che non rientravano nella programmazione corrente. Il consiglio dava suggerimenti al direttore responsabile anche su altre questioni. Ulla e gli altri che ne facevano parte avevano pensato che funzionava benissimo e sembrava che Ragnarök effettivamente apprezzasse e ricorresse ai loro pareri. Tuttavia un giorno aveva semplicemente deciso che i loro incontri erano inutili e che potevano esporgli eventuali opinioni uno alla volta in qualunque momento. L’insoddisfazione era stata grande, ma solo Ulla aveva detto a Ragnarök cosa pensava del suo stile direttivo. Era stata pronta a prendersi una strigliata e persino a restare senza lavoro, ma Ragnarök aveva solo assunto un’aria bastonata e promesso di fare ammenda. Ma un qualche nuovo consiglio di redazione non l’aveva più istituito. Ora tra loro regnava una sorta di tregua non dichiarata in cui a lei veniva data una libertà molto maggiore che ai suoi colleghi e in cui lui teneva in particolare conto le sue opinioni. Un accordo per niente privo di problematiche. Ora sentiva sempre di più che i colleghi avevano iniziato a guardarla storto, come se fosse colpa sua se Ragnarök si comportava in quel modo! Sentiva quasi di voler piangere quando ci pensava. Era abbattuta per come stavano andando le cose. Non voleva avere alcun conflitto con Fredrik e ora aveva la netta impressione che lui la evitasse. O era solo immaginazione? Forse cominciava a essere vecchia e stanca. *** Leif Jakobsson si sentiva davvero esausto, già, in realtà sia vecchio che stanco. Aveva trascorso il lunedì sera a riordinare la casa e ora, finalmente, aveva finito. Era stato davvero divertente, sabato, avere due vecchi amici, ma il risultato innegabile era stato una quantità irragionevole di pulizie da fare. “È un’attività seccante, più adatta a una massaia”, pensò. Ma una serata così non l’aveva avuta da anni. No, il Signore dava e il Signore prendeva, e per lui non ci sarebbe certo stato alcun nuovo amore. La domenica era stata un piccolo inferno. Che Dio ci protegga! L’alcol era una diavoleria ma, uff, era così buono. Aveva dovuto combattere con se stesso per mettersi in strada verso la messa al duomo, ma non poteva astenersi ora che era diventato fabbriciere. Era un incarico d’onore che aveva desiderato a lungo. Suo padre, cantore, sarebbe stato orgoglioso di lui, ma il vecchio era morto da molti anni. Leif credeva nella tradizione e nella religione, ma non bisognava prenderla troppo sul serio. Aveva mangiato un mezzo sacchetto di Fisherman’s Friend per risparmiare ai visitatori della chiesa le peggiori esalazioni della sua bocca, ma questo l’aveva a sua volta costretto a una rapida ed impetuosa visita alla toilette a metà della funzione. La domanda era se il suo stomaco si fosse già ripreso. Avrebbe potuto essere infinitamente imbarazzante ma, per fortuna, era comunque passato quasi inosservato. O quantomeno voleva credere che fosse così. I suoi cari amici non se la dovevano passare molto meglio. La serata si era protratta fino a tardi e si era discusso di tante cose, alla fine piuttosto rumorosamente. A quel punto lui era avvolto dai fumi dell’alcol, ma ricordava comunque di aver riflettuto sul fatto che il chiasso avrebbe sicuramente fatto il gioco di quella befana della Torsson. Aveva subito manifestato agli amici la sua insofferenza per la signora e le sue eterne lamentele per tutto quello che c’era tra cielo e terra. L’aveva presa in giro e aveva fatto una parodia del suo modo di dondolare in avanti e criticare chiunque si trovasse sulla sua strada. Avevano riso fino alle lacrime. Soprattutto il più grande tra loro si era fissato a dire che la befana doveva ricevere una lezione. Poi aveva improvvisamente cominciato a borbottare di un vecchio amore, ma non era ben chiaro chi
intendesse. Il rivenditore di auto aveva sostato anche lui nella strada secondaria dei ricordi e aveva parlato, tra l’altro, del valore delle vecchie amicizie. Nemmeno quel commento era risultato chiaro come il sole. Oppure forse il fatto era che gli altri non erano più così ricettivi. Erano chiacchiere da ubriachi, in fondo. Leif scosse la testa preoccupato quando infine si sedette al tavolo della cucina. Era la stessa storia tutte le volte. L’alcol era un veleno ma ci cascava sempre, ogni volta. Senza dubbio era in buona compagnia, ma era una magra consolazione. Aveva il fiato corto, e la sua testa calva era tutta sudata per quel lavoro di pulizia a cottimo. Meditò seriamente di andare a letto piuttosto presto. Aveva veramente bisogno di dormire, ma allo stesso tempo la stava tirando un po’ per le lunghe. Dormiva davvero male da tempo e spesso aveva gli incubi. Non sapeva da cosa dipendesse davvero ma forse era una reazione ritardata alla morte della moglie, avvenuta tre anni prima. Non era facile saperlo. Sentiva la sua mancanza costantemente, ma aveva comunque mantenuto un ottimo contegno quand’era accaduto. Avrebbe quasi preferito avere meno controllo. Un evento così spaventoso come la morte della persona amata doveva lasciare tracce più profonde, era così e basta. Ed era accaduto, si rese conto, ma non era comunque abbastanza. E da lì tutti quei sogni, forse. Anche se con quello ricorrente della tormenta di neve conviveva ormai da molto più tempo. 15
Fredrik aveva meditato di parlare del primo articolo con Ulla. Pensava che offrendole la possibilità di esprimere le sue opinioni, avrebbe diminuito il rischio di altre critiche. Il pensiero di certo non era del tutto sbagliato, ma decise comunque di lasciar perdere. Non era una scelta del tutto consapevole, ma era di sicuro una protesta per il fatto di essere sottoposto a un esame del genere: andare come un ragazzino dalla maestra a farsi dare il voto. Ora voleva concentrarsi solo per terminare l’articolo, soprattutto perché i vari incarichi lavorativi si accumulavano sempre più. Mancava solo un giorno alla consegna e non c’era proprio tempo per approfondite ricerche bibliografiche, ma dell’altro materiale oltre agli articoli di giornale doveva comunque procurarselo. Per questo fece un giro alla biblioteca cittadina il martedì pomeriggio. La passeggiata fin lì durò cinque minuti scarsi e, quando passò attraverso le porte, vide con gioia che quel giorno era in servizio Ann-Britt Svensson. Ann-Britt era una vera colonna portante e una delle migliori bibliotecarie che Fredrik avesse mai incontrato, e ormai si conoscevano bene. Per qualche curioso motivo solo lui alla redazione si faceva aiutare da lei. Gli altri sembravano preferire occuparsi delle proprie ricerche da soli, senza l’aiuto di nessuno in particolare. Fredrik voleva avere il massimo controllo sulla qualità delle sue fonti secondarie. Non era mai sbagliato farsi aiutare da un professionista, e inoltre quell’aiuto non costava niente al giornale. Forse veniva ulteriormente stimolato dal sospetto che i colleghi snobbassero di proposito Ann-Britt, perché si era trasferita da Stoccolma, proprio come lui. A un primo sguardo non si poteva proprio dire che fosse una donna particolarmente bella. Era abbastanza bassa e in evidente sovrappeso ma emanava una gioia di vivere che contagiava chi le stava attorno. Diffondeva letteralmente un’atmosfera positiva attorno a sé e affascinava tutti quelli che la conoscevano. Si notava che le piacevano molto i bambini e la sezione per l’infanzia della biblioteca era così accogliente e ben assortita che i bambini spesso restavano per ore, se solo ottenevano il permesso dei genitori. A questo si aggiungeva la straordinaria vista sullo Strängnäsfjärden, offerta dalle finestre panoramiche della biblioteca e il grande parco giochi appena aperto che si trovava proprio lì fuori. Fredrik era già stato lì diverse volte con Klara.
Ann-Britt sorrise col suo sorriso più bello quando lo vide. «Ciao Fredrik! Come posso aiutarti oggi?» «Ciao! Avrei bisogno tutto il materiale possibile sull’ospedale psichiatrico smantellato della Tosterön. Il Sundby, sai». Ann-Britt annuì e si affrettò lontano dal bancone. «Allora iniziamo a guardare nella stanza di Strängnäs. Lì, come ben sai, abbiamo la maggior parte di quello che riguarda la storia locale e lo sviluppo della comunità». Fredrik ci era già stato a dare un’occhiata per conto suo quando Ann-Britt non era di turno, ma con risultati abbastanza miseri. Ma ora aveva bisogno di rimpolpare il suo articolo e Ann-Britt era, come si aspettava, la persona giusta per quella missione. Quindici minuti dopo lasciò la biblioteca con sette libri e la richiesta per un paio di periodici che si trovavano in un’altra biblioteca. Di ritorno nel suo ufficio esaminò quello che aveva preso. C’era un libro con la copertina gialla che, evidentemente, era la storia dell’ospedale, pubblicata poco dopo che era stato chiuso. Sarebbe stato d’aiuto per fare ordine nella cronologia, pensò Fredrik. Poi c’era un articolo in un periodico di settore dal titolo Il cambiamento nella cura psichiatrica in isolamento. Era compilato da un certo primario Anton Brink. L’articolo era del settembre del 1964, quindi meno di sei mesi prima che il mondo di Brink crollasse. Si poteva presumere che l’articolo non avesse poi tanto da offrire, ma forse diceva qualcosa dell’autore. Ma non aveva tempo di approfondire come si doveva. Fu obbligato a prendere una scorciatoia. Per il secondo articolo della serie avrebbe cercato di documentarsi un po’ meglio ma ora doveva accontentarsi di garantire la qualità della descrizione del doppio omicidio. Fu con un gran sospiro di sollievo che poco più tardi poté constatare che i riferimenti a quello che era successo erano a dir poco sporadici e che nulla contraddiceva quello che aveva già ricavato dall’archivio del giornale. Gli sembrò una vittoria poter finalmente consegnare l’articolo e quando finalmente lo fece, capì a stento perché si era agitato tanto. Presumibilmente per colpa di Ulla. Questa volta era, in un certo senso, ancor più importante farcela. Non avrebbe sopportato di vedere l’espressione soddisfatta di Ulla che gli diceva: “Sapevo che come idea non valeva niente. Perché non mi hai ascoltata?”. Era stato particolarmente attento all’obiettività dell’articolo. Non voleva tirarsi addosso critiche inutili o farsi dei nemici solo perché si era espresso male. I giornalisti, in quella piccola città, potevano finire male proprio come in qualsiasi altro posto. Uno dei suoi colleghi una volta aveva svelato delle irregolarità in una scuola materna. Come conseguenza aveva ricevuto un mucchio di disegni da parte di bambini su cui c’era scritto “sei cattivo”. Quali sarebbero state le reazioni stavolta, era tutto da vedere.
Parte quarta
Lisa e Björn
15-18 gennaio 1965
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Sarebbe passata un’intera settimana dal ritrovamento dei corpi nel ghiaccio, prima che Sven Aronsson avesse la possibilità di ascoltare Björn Karlén. Il sottotenente che era stato il ragazzo di Lisa, o forse addirittura il fidanzato, interessava sempre più a Sven. Doveva essere in possesso di informazioni rilevanti, era difficile credere il contrario. Il ritardo era dovuto al fatto che Björn era fuori in esercitazione con la sua compagnia, ne aveva avuto conferma. Quella situazione irritava Sven, ma non voleva immischiarsi nelle priorità dei militari senza una buona ragione. Tuttavia era sorprendente che Björn non avesse ottenuto una licenza con effetto immediato quand’era arrivata la notizia della morte di Lisa. A dir la verità Sven non aveva avuto il tempo di meditare troppo sull’assenza del ragazzo. Era completamente impegnato a districare gli altri fili dell’indagine. L’incontro con i Gröndahl e la loro domestica, ad esempio, si era rivelato fruttuoso. Il diario che aveva preso con sé era innegabilmente interessante, ma la domanda era se davvero fosse l’ultimo diario di Lisa. Era tutto scritto e l’ultima annotazione era stata inserita all’inizio di ottobre dell’anno precedente. Si era assicurato che Hilda non avesse trovato altri quaderni con annotazioni più recenti e aveva anche chiesto a Filip e Ingrid, senza risultato. I signori non erano stati del tutto d’accordo sul fatto che lui prendesse il diario, ma comunque non si erano opposti. Durante gli anni di esperienza nella polizia, aveva più o meno imparato a stabilire la dose di verità contenuta in quello che gli veniva raccontato, ma soprattutto se chi aveva davanti aveva qualcosa da nascondere. La maggior parte delle persone evitavano di mentire davanti alla polizia mentre molti si limitavano a non dire più del necessario. La sfida successiva era capire se quello che veniva nascosto o restava non detto aveva a che fare col delitto su cui si stava indagando. Quello era più difficile, molto più difficile. Sven era convinto che sia Filip che Ingrid nascondessero qualcosa, ma non necessariamente la stessa cosa e in ogni caso non per lo stesso motivo. Era credibile che non avesse un diretto legame con la morte di Lisa, ma poteva comunque essere qualcosa di decisivo. La loro reazione alla domanda se ci fosse una persona nella vita di Lisa che lei volesse tenere segreta era stata rivelatrice. La rapida risposta di Filip era giunta come di riflesso e Sven era quasi certo che gli aveva servito una bugia bella e buona. L’avrebbe sorpreso molto che non ci fosse ben più d’una persona che Filip proprio non tollerava. La bugia era verosimilmente abbastanza innocente e un’espressione del bisogno dell’uomo di difendere a tutti i costi la sua immagine di irreprensibile dirigente d’azienda di successo. “Non sorprende che Lisa tenesse nascoste delle cose a un padre come questo”, pensò Sven. Ma con Ingrid era un’altra cosa. Ai più sarebbe senz’altro apparsa la moglie discreta e premurosa del suo pomposo marito, ma Sven aveva intuito un altro lato di lei che l’aveva fatto riflettere. Lei l’aveva osservato attentamente durante il loro incontro. Con discrezione, ma Sven l’aveva notato lo stesso. Aveva avuto la sensazione di essere sotto esame. Senza che lei avesse posto una sola
vera domanda, Sven aveva compreso che era impaziente di capire quanto lui sapesse sulla figlia e le sue attività. Lui sospettava anche che fosse stata preparata alla domanda sull’ultimo diario. E se Ingrid avesse saputo dov’era? In quel caso, perché non voleva che la polizia venisse a conoscenza del contenuto? Cosa poteva esserci di così grave da far sì che Ingrid non fosse pronta a lasciarlo trapelare nonostante l’ importanza per l’indagine sulla morte della loro amata figlia? O era semplicemente convinta che Göran Svensson fosse il colpevole e questo le bastava? Non era facile saperlo. Il diario che aveva ricevuto conteneva in ogni caso alcune annotazioni interessanti e una in particolare aveva catturato l’attenzione di Sven. Con espressione pensierosa la lesse almeno per la ventesima volta: 14 settembre 1964 Oh, com’è affascinante! È un vero uomo, non un ragazzino cresciuto come molti degli altri che vogliono essere miei corteggiatori. Quando mi guarda con i suoi occhi azzurri in quel modo intenso mi tremano le ginocchia! Sì, mi sento i brividi dappertutto! Ma lui mi fa un po’ paura. O è solo l’eccitazione che stiamo provando? Tutta la sua persona irradia una forza meravigliosa. È un vero leader, gli altri ragazzi lo ammirano. E pensare che, se voglio, lui sarà solo mio! Ho sentito che diverse persone credono che sia troppo viziato, ma secondo me sono solo invidiosi. Di certo mi ama, proprio come dice. Perché la vita dev’essere così complicata?! Lo amo? Non lo so! Per tutto il tempo non fanno che ricordarmi B. È una tale tortura. Che errore ho fatto! A tutti gli altri devo sembrare confusa. Questa casa mi soffoca. Sia mamma che papà hanno buone intenzioni ma non cambia il fatto che io qui mi sento in prigione. Specialmente la mamma mi fa diventare matta. Sarebbe stato tutto più semplice se non avesse ferito papà. Ora devo soffrire io per questo! Voglio avere una vita mia da qualche altra parte, ma non voglio stare sola. Chi sarà dunque a portarmi via da qui? Il ragazzo che è già un uomo l’ho incontrato poche volte senza la compagnia di altri. So che la mamma sospetta qualcosa ma non so quanto sappia in davvero. Cosa penserebbe se sapesse? Ha poi importanza? Sono arrabbiata e forse confusa, lo confesso solo davanti a te, diario mio. Credo nell’amore. Non dovrebbe bastare? La testa e il cuore mi scoppiano! Sven non era sicuro di capire quel che stava leggendo. Che “B.” stesse per Björn era facile da intuire, no? In questo caso, i pensieri di Lisa riguardavano solo Björn o c’erano anche altri uomini nella sua vita? Gli piaceva pensare che le annotazioni nel diario riguardassero il confronto tra due corteggiatori, ma aveva paura di essere condizionato dal desiderio di trovare qualunque cosa potesse far procedere l’indagine. Il testo ovviamente non era affatto chiaro e lo stile a volte era tanto appassionato – o, di proposito, mistico? – che era rischioso prenderlo alla lettera. Sven avvertiva anche una nota ironica che non si era aspettato in una persona così giovane. L’unica cosa di cui era certo era che ci fossero dei segreti, nella famiglia Gröndahl, che potevano avere importanza. I Gröndahl sapevano più di quel che dicevano e Lisa era uscita con quella tormenta per incontrate qualcuno. Chi? Sven aveva letto il diario diverse volte senza trovare ulteriori riferimenti ad altri uomini se non
Björn. Si parlava ogni tanto di “ragazzi” o “cavalieri” (un’espressione un po’ antiquata per cui Lisa sembrava avere una predilezione), ma senza che si riuscisse a decifrare quale fosse il suo rapporto con loro. Il pezzo su cui ora si era soffermato si distingueva nettamente dalle altre pagine del diario per il suo tono così sentimentale. Per il resto il diario era abbastanza asciutto e obiettivo, un po’ “adulto” nel linguaggio, come se Lisa sapesse che qualcuno forse avrebbe letto quello che scriveva e avesse paura di svelare troppo. La carenza di riferimenti ai suoi corteggiatori non coincideva con la descrizione di Ingrid delle frequentazioni di sua figlia. Secondo lei Lisa aveva avuto senz’altro diversi cavalieri. Anche Hilda e Filip avevano confermato quel quadro. Perché non scriveva di questi altri ragazzi se i suoi genitori ne erano comunque al corrente? Nemmeno le dissimulazioni cui faceva riferimento il testo sembravano coincidere con l’idea che si era fatto della relazione tra Björn e Lisa. Al contempo le annotazioni erano del settembre dell’anno precedente e potevano essere successe molte cose da allora. Altro particolare davvero bizzarro: se il rapporto con Björn era così aperto e non problematico, com’era allora che i genitori di Lisa erano rimasti così tanto sorpresi quando Hilda aveva svelato che Lisa e Björn non stavano più insieme? Per ogni pezzo del puzzle che Sven riusciva a sistemare cresceva sempre più il suo interesse verso Björn e le sue attività. Sven era convinto che la soluzione del caso si nascondesse in quello che Lisa aveva fatto nella sua ultima ora di vita. Sebbene presto si sarebbe arrivati a un’intera settimana dal ritrovamento, non si era fatto avanti nessun testimone che avesse visto Lisa quella mattina. Sven non riuscì a trovare un modo migliore di procedere che fare una mappatura accurata della cerchia di conoscenze di Lisa. Ingrid gli aveva promesso una lista degli amici di Lisa che avrebbe ricevuto al più tardi lunedì. Per lui andava bene, perché Björn aveva promesso di recarsi alla stazione di polizia per un incontro proprio lunedì mattina, al rientro dalla sua esercitazione. Una pista secondaria, che comunque poteva essere di qualche importanza, era scoprire se Filip avesse nemici noti in città o se, altrimenti, ci fossero divisioni all’interno della famiglia Gröndahl. E i genitori di Björn? Se Björn e Lisa erano davvero una coppia le persone che stavano attorno a Björn potevano essere interessanti anche loro, no? Forse doveva fare un controllo. Per la prima volta da quand’era partita l’indagine, Sven cominciava a sentirsi a disagio in quella situazione. Non era facile fare delle ricerche senza che si notasse e, soprattutto, senza l’appoggio della direzione della polizia. Filip e Ingrid Gröndahl certo non erano sospettati di niente e nemmeno i coniugi Karlén. Esaminare e fare domande a quegli eminenti membri della comunità nel bel mezzo della loro tragedia avrebbe potuto suscitare forti reazioni in molte persone e anche creargli dei problemi. Non era proprio da lui quel genere di scrupoli, ma allo stesso tempo bisognava essere pragmatici. Gli piaceva abitare a Strängnäs, gli piaceva il suo lavoro e, soprattutto, nessuno gli aveva chiesto di curiosare negli affari di quelle persone, o nelle loro relazioni private. Le chiacchiere sull’incontro del colonnello Solberg con il capo della polizia Gren erano giunte fino alle sue orecchie. Era facile intuire cosa significava. L’arco di tempo utile per trovare una motivazione alla prosecuzione delle indagini si stava riducendo in fretta. L’influenza del colonnello non si poteva ignorare, nonostante quello che sosteneva Gren. Doveva cercare di guadagnare tempo. Tempo per convincersi che la storia di una terza persona sul ghiaccio era tanto assurda quanto tutti gli altri pensavano, oppure per trovare prove concrete che dimostrassero il contrario. Decise di prendere immediatamente un appuntamento con il capo della polizia Gren. Forse aveva trovato un modo per procedere che gli avrebbe lasciato lo spazio di cui aveva bisogno. Soprattutto se aveva ben capito cosa volevano diverse persone in città, incluso il colonnello Solberg. Meglio lavorare per loro che contro di loro – l’avrebbe condotto più lontano e nella giusta direzione.
Poteva sistemare tutto facendo una telefonata. In realtà poteva rivelarsi davvero divertente. Più di tutto, non vedeva l’ora di incontrare e interrogare Björn Karlén. Non c’era candidato più ovvio per il posto di terza persona sul ghiaccio quell’11 gennaio. 17
Quando Björn Karlén fu di ritorno dall’esercitazione del battaglione, era esausto. Esaurirsi fisicamente era la cosa migliore che gli era venuta in mente per evitare di essere risucchiato nel nero abisso sul cui confine si era trovato nell’ultima settimana. La morte di Lisa l’aveva scosso profondamente. Che fosse stato l’idiota a ucciderla sembravano tutti accettarlo come ovvio. La cosa raccapricciante era che lui aveva conosciuto Göran Svensson, prima che diventasse lo zimbello di tutti, anche se non così bene. Erano andati a scuola insieme e Björn era uno dei pochi compagni che erano stati più o meno gentili con lui. Göran era la vittima sacrificale di tutta la scuola e molti degli amici di Björn di allora avevano fatto parte della peggiore cricca di persecutori. Björn non aveva mai preso parte a quelle molestie e a quelle “buffonate”, come gli insegnanti chiamavano il modo in cui Göran veniva umiliato, ma non aveva nemmeno fatto nulla per evitarlo. Quando Göran aveva sviluppato la sua malattia mentale, Björn non aveva potuto abbandonare il pensiero che avesse a che fare con la brutale persecuzione che aveva subito. La preparazione per quell’esercitazione era durata molto a lungo. Tra i granatieri che sarebbero rientrati nel “partito arancione”, l’esercitazione era stata scherzosamente battezzata “guerra dei mondi”. Due plotoni di granatieri e qualche infermiere contro il resto del reggimento. I granatieri si vedevano volentieri come soldati d’élite e ritenevano che gli equipaggi dei carri armati fossero dei tipi pigri, che se ne stavano semplicemente al caldo a poltrire. I conducenti di carri armati, invece, dal canto loro, sapevano ovviamente chi rappresentava la vera competenza, per non parlare della vera potenza di fuoco. Questa disistima reciproca era qualcosa che gli ufficiali non cercavano in alcun modo di mitigare. La competizione andava sempre bene, pensavano. Il reggimento aveva appena ricevuto alcuni nuovi carri armati. Il modello si chiamava, proprio come prima, STRV-74. Il meglio su cui si potesse mettere le mani, sostenevano alcuni. Altri parlavano di un modello che si chiamava Centurion e che avrebbe dovuto trovarsi sulla lista della spesa del reggimento. Gustav Solberg, figlio del colonnello e sottotenente proprio come Björn, aveva il comando di due di questi nuovi acquisti ed era estremamente orgoglioso. Quando l’esercitazione iniziò sfilò davanti ai granatieri di Björn tutto impettito. «Crede di essere il Generale Patton o qualcuno del genere», aveva commentato uno dei colleghi di Björn. Il secondo giorno di esercitazione Björn aveva ricevuto la notizia. Lui e il suo plotone di granatieri avevano appena allestito il campo per la notte. Faceva un freddo cane e il terreno era duro come la roccia, così quando le tende erano finalmente state montate, avevano immediatamente acceso le stufe ed erano strisciati all’interno per dormire. Bisognava accumulare tutto il riposo possibile. Björn aveva insistito per fare il primo turno di guardia al fuoco, anche se montare la guardia non era compito del capo del plotone. Gli dava pace stare seduto ad ascoltare la stufa mentre ripercorreva la giornata tra sé. Era in quel momento che il capitano Engberg era spuntato nella sua tenda e, con un’espressione grave, gli aveva chiesto un colloquio privato. Björn aveva dovuto dare la sveglia a uno dei colleghi prima di poter lasciare la tenda. Poi lui e il capitano avevano fatto una passeggiata nella fredda notte
invernale. Il capitano aveva riferito le terribili notizie e gli aveva offerto immediatamente una licenza, ma lui aveva declinato fermamente. Voleva portare a termine l’esercitazione. Si notava che il capitano era rimasto sorpreso. ma non aveva opposto alcuna obiezione. Non c’era comunque nessun sostituto dello stesso grado da inserire. Probabilmente era stata la decisione giusta, perché Björn non aveva nessuna voglia di trovarsi faccia a faccia con tutti quelli che conosceva a Strängnäs, né di essere obbligato a parlare con la polizia. Non era stato affatto se stesso per tutto il resto dell’esercitazione, ma era riuscito comunque nei suoi incarichi oltre le aspettative. Aveva comandato i suoi uomini più duramente che mai, se possibile, e così avevano realizzato un paio di raid ben riusciti nel campo del gruppo avversario; inoltre avevano “sabotato” numerosi carri armati. Con sommo dispiacere di Gustav Solberg, erano stati gli oggetti del suo orgoglio ad esser fatti saltare per primi, in un attacco esemplare organizzato da Björn. Raramente un partito arancione era riuscito tanto bene. Gustav Solberg non aveva preso la sconfitta particolarmente bene. Si era rifiutato di salutare Björn la sera seguente, quando gli ufficiali si erano riuniti per fare il punto della situazione. Dopo, ogni volta che si erano guardati, durante l’esercitazione, era stata la stessa storia. Era difficile credere che si conoscessero fin dai tempi della scuola. A prescindere da quello che accadeva attorno a lui, sugli occhi di Björn c’era comunque stato per tutto il tempo un velo di dolore e disperazione. A ogni detonazione di Panzerfaust che Björn scagliava, veniva attraversato da un’ondata di sofferenza ed era la stessa cosa quando i carri armati passavano coi motori sferraglianti. Era una sensazione terribile, vedeva dentro di sé Lisa cadere ripetutamente all’indietro e poi il sangue che le sgorgava dalla testa. La visione non lo lasciava quasi mai, lo accompagnava persino quando dormiva. Il capitano Engberg era rimasto molto colpito dalle prestazioni di Björn e l’aveva lodato diverse volte. Questo lo gratificava, anche se Björn presumeva che quelle parole di lode fossero condizionate dalla notizia che il capitano era stato costretto a riferirgli. Se ne rendeva quasi conto da solo, ma la scarica di adrenalina che gli aveva dato l’esercitazione era solo un sollievo illusorio. Ora che era tornato al reggimento e si trovava dentro all’edificio della cancelleria a cambiarsi per indossare abiti civili, non poté più proteggersi dal dolore per Lisa e dalle riflessioni su quello che era successo. Le sue mani cominciarono a tremare senza controllo. Si aggrappò in fretta all’armadietto e respirò profondamente. Non era solo. Fuori, in corridoio, due caporali stavano facendo qualcosa ma sembravano non avere nemmeno il coraggio di guardare nella sua direzione. Lentamente recuperò il controllo. Proprio in quel momento passò Gustav, si piazzò nel vano della porta e lo fissò. Si capiva che era un po’ sorpreso per l’aspetto di Björn, col viso funereo e le mani strettamente intrecciate, ma non fece commenti. «Esercitazione ben portata a termine, Björn. A quel raid non ero proprio preparato. Se continui così diventerai luogotenente addirittura prima di me». Ora Gustav, evidentemente, era disposto a parlare con lui, ma il tono era aspro e non aveva un’aria affatto contenta. Suonava più come un’accusa che come una lode. «Grazie Gustav, anche tu hai fatto la tua figura, lo sai. Un solo errore in una settimana non è poi così grave. Abbiamo anche avuto un po’ di fortuna. Ci vediamo alla mensa stasera?». Gustav scosse la testa e continuò ad avere un’aria accigliata. «No, stasera mangio a casa dai miei, ma sicuramente ci vediamo dopo». Sembrava che Gustav volesse andarsene, ma poi evidentemente gli venne in mente qualcosa. «Ecco, naturalmente poi volevo farti le condoglianze. Ho sentito di Lisa. È davvero terribile». Con ciò la conversazione era finita. Gustav sembrava dispiaciuto, ma senza aspettare alcuna
reazione se ne andò. “Ancora più accigliato e rigido del solito, avrà senz’altro problemi a casa”, pensò Björn. “Non dev’essere facile avere come capo un padre del genere”, constatò tra sé. Specialmente quando si è fallito nella propria missione durante l’esercitazione. Così, per lo meno, era come il colonnello l’avrebbe vista. Björn abitava ancora a casa dei suoi genitori a Storgärdet, anche se sentiva sempre più impellente il bisogno di trovare una sistemazione per conto proprio. Persino Lisa aveva fatto presente più di una volta i vantaggi dell’avere un appartamento. Per come stavano ora le cose la questione sembrava meno urgente di quanto lo fosse molto tempo prima. Anche lui sarebbe andato a casa. Pensava di tornare alla mensa più tardi, ma se nemmeno Gustav andava, la domanda era se ne valeva la pena. I suoi genitori avrebbero sicuramente apprezzato che si fermasse a casa da loro. Mentre camminava verso casa il suo cervello continuò a macinare pensieri su cos’era successo a Lisa. Il ruolo di Göran in tutta la faccenda lo disturbava. Si domandava cos’avrebbe detto la polizia se avesse scoperto che aveva incontrato Göran alcune volte abbastanza di recente. Era successo attraverso Anders, il fratello minore di Göran. Quando Björn andava alle superiori erano stati insieme nello stesso gruppo sportivo di orienteering e lì avevano iniziato a frequentarsi parecchio. Björn era già allora di gran lunga il migliore del gruppo, ma l’interesse e il coinvolgimento di Anders nello sport avevano fatto colpo su Björn. Dopo un po’ di tempo era diventato una sorta di mentore per Anders. A quel punto Göran aveva già iniziato a dare seri segni di sbandamento, ma non era nulla di cui Björn e Anders parlassero. Anders voleva molto bene a suo fratello, si notava comunque. Allo stesso tempo era difficile immaginare due persone più diverse tra loro. Era molto difficile non farsi piacere Anders. Era quasi sempre allegro e aveva modi molto delicati. Era popolare tra le ragazze e accettato dai ragazzi. Non aveva mai molti soldi ma, in qualche modo, riusciva sempre a esserci quando succedeva qualcosa. Björn era quasi un po’ invidioso della sua attitudine positiva e della sua capacità di infondere allegria attorno a sé. Fino a quel momento, s’intendeva. Non sapeva se avrebbe mai potuto guardare di nuovo Anders negli occhi. Ora non c’era più niente per cui invidiarlo. *** Quando arrivò a casa capì che i suoi genitori erano afflitti quasi quanto lui, così come sua sorella, straziata dal dolore. Lei e Lisa erano state amiche e Karin era stata spesso a casa Gröndahl. Anche i suoi genitori avevano voluto molto bene a Lisa. Certo non filava tutto liscio con i genitori di Lisa, più che altro perché il padre di Björn riteneva che Filip Gröndahl fosse uno snob e un prepotente. Si conoscevano fin dall’adolescenza, se non da prima, ed evidentemente la discordia era nata già allora. Nonostante questo Björn era stato ben accolto in casa Gröndahl fin dalla prima volta che ci era andato e Lisa era altrettanto benvenuta a casa sua. La mamma di Björn aveva cucinato una splendida cena come accoglienza speciale per suo figlio e, dopo diversi giorni con la cambusa itinerante nel bosco, Björn non avrebbe potuto desiderare di meglio. A parte la presenza di Lisa e la fine di quell’incubo. Saltare la mensa quella sera non era stata una decisione difficile. Più tardi, quando fu a letto, pianse. Non sapeva che fare. Cosa gli era rimasto davvero da desiderare? Tutta la sua risolutezza era stata come spazzata via e ora temeva per l’interrogatorio della polizia il lunedì seguente. Suo padre aveva raccontato, durante la cena, che l’ispettore di polizia Sven
Aronsson aveva telefonato e l’aveva cercato. Björn era pregato di presentarsi alla stazione di polizia alle dieci «per rispondere ad alcune domande». Il solo pensiero di dover parlare di Lisa e del loro rapporto gli sembrava faticoso. Non era pronto. E poi era combattuto tra la curiosità e il terrore di venire a sapere cos’aveva scoperto la polizia. Sapevano perché Lisa era là fuori quella mattina? Quali erano le più precise modalità della fuga di Göran? Quali nuove informazioni credevano di poter ottenere da lui? Sospettavano che lui avesse un ruolo in quello che era successo? Si rendeva conto molto bene che non aveva un alibi per la tarda notte e la mattina dell’11 gennaio. I suoi genitori non l’avevano visto uscire e non aveva incontrato nessuno prima di arrivare ai cancelli del reggimento. Non era nemmeno sicuro che la guardia si sarebbe ricordata esattamente a che ora era arrivato. Ne vedeva così tanti a quell’ora e il controllo all’ingresso non era meticoloso. Si mostrava solo il proprio lasciapassare. Solo i visitatori venivano registrati. Il personale di guardia ovviamente annotava in maniera accurata l’arrivo degli ufficiali, ma lui era solo uno dei tanti sottotenenti. La domanda che si poneva era per quale motivo lui avrebbe dovuto fornire un alibi. Alla fine però la stanchezza accumulata durante la settimana ebbe il sopravvento. Sorprendentemente dormì meglio di quanto avesse fatto in tutta la settimana, senza sognare Lisa. 18
Durante il weekend il tempo cambiò completamente. La temperatura salì di diversi gradi sopra lo zero e i cumuli di neve cominciarono ad abbassarsi a velocità record. Aveva fatto freddo così a lungo che, all’inizio, i ghiacci non sembrarono soffrirne, ma poi le ultime tracce del buco in cui Lisa e Göran erano stati trovati scomparvero. I soccorsi avevano accuratamente segnato la posizione esatta del buco in vista di un eventuale dragaggio, durante la primavera. Le tracce dell’accaduto rimasero invece in città in diversi modi. All’ospedale Sundby l’atmosfera era ancora molto tesa e l’umore del primario Brink non era per nulla migliorato. Nemmeno nel weekend aveva potuto rilassarsi poiché la settimana lavorativa si era conclusa con una chiamata di Sven Aronsson di cui Brink avrebbe volentieri fatto a meno. L’ispettore di polizia esigeva il pieno accesso a tutto il materiale su Göran, inclusa la sua cartella clinica. Voleva anche analizzare gli effetti personali di Göran. Pretendeva di interrogare tutto il personale che aveva avuto contatti ricorrenti col paziente. Inoltre voleva un rapporto delle procedure di sicurezza che vigevano nell’ospedale. Aveva detto che, se necessario, avrebbe fatto sancire formalmente la sua richiesta dal capo della polizia Gren e, da ultimo, avrebbe ottenuto un’ingiunzione del tribunale. La questione era se il primario intendeva collaborare o no. Il primario Brink aveva asserito che lui e il suo personale avrebbero collaborato nella misura in cui la legge lo consentiva. Aveva preferito non dire altro. Sarebbe dovuto essere sordo e cieco per non comprendere l’insurrezione popolare che stava avendo luogo contro l’ospedale. Inoltre il legale dell’ospedale, Sven Lyckholm, aveva redatto un accurato resoconto degli argomenti trattati alla pasticceria Schelin, a eccezione del proprio intervento. Brink stava meditando seriamente di telefonare al colonnello Solberg per saggiare la situazione, ma non era ancora riuscito a recuperare sufficiente coraggio. Inoltre aveva la terribile sensazione di non avere più il completo controllo sul suo ospedale. Con quella predisposizione accolse dunque l’ispezione di Aronsson. Il problema era che voleva scoprire per primo in assoluto eventuali pecche e altri problemi. Non si fidava del fatto che la polizia avrebbe trattato eventuali mancanze con la dovuta accortezza. Si chiacchierava decisamente troppo in quella città e i poliziotti non erano molto meglio della gente comune, questa era la ferma opinione di Brink. La visione delle cartelle cliniche e degli effetti personali dei pazienti erano ovviamente cose piuttosto delicate, che non si dovevano assolutamente diffondere così come capitava. Al contempo si
trattava pur sempre di un pazzoide che, come tutto lasciava intendere, era anche un assassino. A Brink non importava niente se la polizia aveva tutti i permessi che servivano per esaminare le cose di Svensson. La cartella clinica del paziente era comunque la questione più delicata, ma Brink non pensava nemmeno per un istante di coprire le spalle al dottor Johansson, se fosse risultato che aveva sbagliato a trattare il paziente. Per quanto lo riguardava potevano rotolare tutte le teste che dovevano, fin tanto che la sua restava intatta al suo posto. Aveva una vita davvero troppo bella per lasciare che le malefatte di un matto imbecille gliela rovinassero! Constatò brutalmente che il suo vero problema erano le procedure di sicurezza. Se la polizia riusciva a dimostrare delle reali carenze su quel fronte, poteva essere il chiodo che mancava alla bara sua e forse di tutto l’ospedale. Non c’era altro da fare, lui e i suoi collaboratori più stretti, da soli, dovevano dedicare il lunedì all’analisi delle procedure. Avrebbe richiesto un abstract al responsabile della sicurezza, Nils Jonstoft, quel giorno stesso, nel pomeriggio. Nils era un bravo ragazzo che sembrava non perdere mai un colpo nonostante la sua età relativamente giovane. Il padre di Nils sedeva inoltre nella direzione dell’ospedale, così Brink aveva messo particolare cura nel tenere sotto la sua ala il giovane, qualcosa che sia il padre che il figlio sembravano apprezzare. Con tutto il trambusto e il tumulto di emozioni, proprie e altrui, che aveva dovuto gestire la settimana precedente, non aveva comunque mai considerato di mettere in discussione Nils o il modo in cui aveva organizzato la sicurezza dell’ospedale. Forse avrebbe dovuto essere più critico, ma si rifiutava di credere che fosse davvero quello il punto debole. Inoltre il padre di Nils era quello che, nella direzione dell’ospedale, gli dava il maggior sostegno. *** Sven entrò presto in ufficio, come al solito. Voleva essere ben preparato per l’arrivo di Björn Karlén, alle dieci. Poi doveva anche schedare tutti i dati dell’ospedale. L’incontro con il capo della polizia Gren era andato oltre le aspettative. Aveva bussato alla sua porta per prendere un appuntamento ma era stato subito invitato a entrare. «Entra, Sven! Che bello vederti. Come va con l’indagine? Hai sentito della visita del colonnello? Quell’arrogante ha cercato di farmi chiudere l’indagine! Ne hai mai sentita una simile?». Sven aveva scosso la testa. «Incredibile! Che motivazione ha fornito?» «Ecco, sosteneva che è palese che Göran Svensson è il colpevole e che le risorse dovrebbero essere invece impiegate per indagare sull’ospedale. Ho spiegato, ovviamente, che l’indagine è in buone mani e che abbiamo le nostre regole, ma lui non è stato per niente contento». Sven aveva annuito pensieroso. «Ecco, sono in molti a pensarla come il colonnello. Ma credo che su un punto abbia ragione, per quel che riguarda l’ospedale». Gren aveva assunto un’aria sorpresa. «Mmm, cosa intendi?» «Sì, non fraintendermi. Naturalmente l’indagine deve continuare, ma credo che dobbiamo dare un’occhiata più da vicino anche all’ospedale. Qualcosa mi dice che non sappiamo tutto su come è andata la fuga». «Ma Sven, tu hai già preso contatti con l’ospedale, no? Non hai detto che hai parlato con quel Brink?» «Certo, ma credo che dobbiamo andare molto più in là di così. Se sei d’accordo, vorrei indagare su come Svensson veniva davvero trattato all’ospedale e analizzare con cura le procedure di sicurezza. Dovrebbe andare bene al colonnello, no?».
Gren aveva fatto un sorrisetto. Si capiva che quello che stava sentendo cominciava a piacergli. «Va bene, quindi intendi dire che ora è questa la pista principale e che vuoi avere l’autorizzazione ad avanzare delle richieste alla direzione dell’ospedale?» «Esatto. Cosa ne pensi?» «Non vedo nessun problema. Sarei molto sorpreso se il personale dell’ospedale non collaborasse. Hai il mio pieno sostegno, quindi torna qui se incontri qualche problema». Gren effettivamente aveva un’aria più che soddisfatta. Sven aveva fatto la giusta valutazione. Il suo azzardo di venerdì era andato a buon fine. Un’indagine sull’ospedale avrebbe mostrato alla comunità fermezza e intuito sottile. Questo alleggeriva in modo considerevole il fardello di Gren. 19
Filip era, come al solito, al lavoro. Certo, piangeva continuamente sua figlia, ma aggirarsi per casa non faceva proprio per lui. Invece Ingrid non aveva scelta. Era casalinga e si trovava bene in quel ruolo. E poi, con quello che era successo, in quel momento non stava nemmeno volentieri fuori, in mezzo alla gente. Non poteva spiegare cosa significasse la mancanza di Lisa. Né poteva smettere di pensare che forse avrebbe potuto fare qualcosa per evitare quello che era successo. Non sapeva di preciso cosa, ma il solo pensiero che avrebbe potuto farlo era insopportabile. L’unica sua compagnia era Hilda. Il figlio Magnus, che aveva diversi anni meno di Lisa, stava per il momento dai nonni paterni a Enköping. Era probabilmente quello che aveva preso peggio la morte di Lisa, dopo Ingrid ovviamente. L’aveva addolorata vederlo andare via, ma lui amava la nonna e il nonno, e loro altrettanto, quindi era una soluzione che andava bene a tutti. Hilda era la sola compagnia che riuscisse a sopportare in quel momento, e anche quella a fatica. Ingrid era tutt’altro che contenta di come Hilda aveva agito durante l’incontro con l’ispettore di polizia Aronsson. La goccia di troppo era stata ovviamente il ritrovamento e la consegna del diario di Lisa. Quello che più irritava Ingrid era di non essere stata lei stessa ad averlo trovato per prima. A differenza di Sven Aronsson, e, sperava, anche di Hilda, Ingrid aveva saputo, nello stesso istante in cui la domestica era arrivata con il quaderno, che non era l’ultimo diario di Lisa. Ora aveva spedito Hilda a fare una commissione ma era solo un diversivo per poter stare per un po’ da sola. Nello stesso istante in cui la porta si era chiusa, Ingrid era andata nella stanza di Lisa e aveva iniziato a cercare il diario. DOVEVA trovarlo! Rovistare nelle cose di Lisa ora che lei non c’era più le dava una sensazione terribile, sconvolgente ma, in tutta sincerità, anche un po’ eccitante. Si consolava col fatto che le sue intenzioni erano buone. Doveva capire di cosa si era occupata Lisa negli ultimissimi tempi. Per assicurarsi che le insinuazioni del poliziotto fossero prive di fondamento. Per assicurarsi che Lisa non stesse facendo qualcosa che poteva danneggiare l’intera famiglia. Non voleva crederlo, ma l’incertezza la tormentava. Non sapeva cosa c’era nel diario, ma aveva dei sospetti. Se ne vergognava un po’, ma del diario che ora era presso la polizia aveva letto lunghe parti di nascosto. Finché Lisa non era andata da lei, s’intendeva. Che litigata avevano fatto! Ora riusciva a sentire la mancanza persino di quel terribile litigio. Il vuoto non si poteva esprimere. Ingrid sorrise con un po’ di nostalgia al pensiero di come avevano discusso. Sua figlia era testarda almeno quanto lei e, inoltre, anche molto intraprendente. Quando era stata scoperta col diario, le aveva chiesto scusa, certo che l’aveva fatto. Ma non prima di essere riuscita a far notare quanto fosse inopportuno che Lisa incoraggiasse diversi ragazzi allo stesso tempo.
Lisa ovviamente aveva cercato di dire che le cose non stavano così, ma Ingrid aveva avuto la meglio, perché Lisa non sapeva quanto lei avesse letto. In realtà non aveva letto niente che dimostrasse che la figlia s’intratteneva con più di un ragazzo. Forse a parlare era solo la sua paura. Forse si trattava di quella storia che le aveva raccontato la sua amica. Che Lisa avesse fatto amicizia con quell’aspirante poliziotto a una festa. Com’è che si chiamava? Uno dei vecchi compagni di classe di Lisa, Arne qualcosa. Probabilmente era solo una voce maligna. Il litigio quella volta era finito con Lisa che, offesa, aveva urlato: «Solo perché tu te la sei fatta con uno dei migliori amici di papà e l’hai reso infelice non devi pensare che io mi comporterò così! Lascia stare i miei diari!». Poi aveva sbattuto la porta della sua camera e si era rifiutata di scendere per cena. Questo era accaduto in ottobre. Subito dopo Lisa aveva cambiato diario e lo aveva nascosto da qualche parte, ma Ingrid non sapeva dove. Solo in due occasioni aveva visto il quaderno, in entrambi i casi mentre Lisa stava scrivendo. Ora lei cercava freneticamente, non in realtà perché avesse fretta – Hilda sarebbe di certo stata via almeno un’ora – ma perché moriva dalla voglia di sapere cosa c’era scritto. Anche se cercava di convincersi che non c’erano dubbi che fosse quel pazzo di Svensson ad aver brutalmente ucciso il suo tesoro. Nessun essere umano normale poteva ucciderne un altro, in ogni caso non una ragazza bella, intelligente e piacevole come sua figlia. Ci voleva un pazzo, era così e basta. Inoltre Aronsson non aveva la minima prova che fosse andata in un altro modo, né certamente ne avrebbe trovate. Quello che invece il diario poteva svelare – credeva – era l’identità dell’amante segreto di Lisa. Sì, Ingrid era del tutto convinta che Lisa ne avesse avuto uno, anche se aveva sostenuto così fermamente il contrario. Ogni dubbio era sparito quando Hilda aveva scioccato sia Filip che lei raccontando della pausa nel rapporto tra Lisa e Björn. Spiegava diverse cose. “Mi domando cosa senti ora, Karl-Fredrik?”, pensò lei. Ricordava quant’era stata vicina a diventare la signora Solberg invece che la signora Gröndahl. Scosse la testa. Amare così tanto una persona e non poterlo esprimere! Portare un enorme dolore nascosto, che doveva essere soffocato a qualunque costo. Doveva essere immensamente difficile. Richiedeva grande disciplina. Le lacrime le scorrevano sulle guance. Tuttavia esaminò metodicamente la stanza di Lisa, senza risultato. Il diario lì non c’era. Continuò a cercare nelle altre stanze in cui Lisa stava volentieri, ma senza successo. Dove poteva averlo nascosto? L’aveva con sé quella mattina? Ma in quel caso perché non era saltato fuori? Doveva essere lì da qualche parte! Cercò e cercò ma era inutile – il diario era sparito senza lasciare tracce. Alla fine rinunciò. Forse un giorno avrebbe potuto sapere che cosa sua figlia avesse davvero pensato e vissuto negli ultimi mesi della sua vita. 20
Il telefono dell’ufficio di Sven squillò. Dapprima pensò di non rispondere. Mancava meno di un quarto d’ora all’arrivo di Björn Karlén e preferiva esaminare ancora una volta il materiale che aveva preparato in vista dell’interrogatorio. Tuttavia alzò, con una certa titubanza, il ricevitore. «Aronsson». «Buongiorno, sono Hilda Janssen. Ci siamo incontrati la scorsa settimana». «Buongiorno Hilda! Che piacere sentirla. Come posso aiutarla?» «Ecco, il fatto è che durante il weekend ho riflettuto e ho sentito che avevo bisogno di raccontarle una cosa che non è stata detta l’ultima volta che ci siamo visti».
«Ah sì?» «Sì be’, non so cosa ne penserebbe la signora, quindi preferirei che questa conversazione restasse privata, se capisce cosa voglio dire». «Lo capisco. Può stare tranquilla, Hilda, non dirò niente di questa conversazione né al signore né alla signora Gröndahl». «La ringrazio. Ecco, forse non è niente di così concreto, ma sono quasi sicura che Lisa avesse incontrato diverse volte un altro uomo, nell’ultimo periodo». «Un altro uomo?» «Sì, oltre a Björn, voglio dire. Credo che fosse una conoscenza recentissima, ma non lo so con sicurezza». «Ha una vaga idea di chi fosse?» «No, non so nulla più del fatto che Lisa sembrava prenderla molto seriamente. Penso che stesse riflettendo molto su come doveva comportarsi. Poteva trattarsi di un militare o di un’altra persona nel servizio pubblico. Lo aveva nominato indirettamente una volta mentre stavamo conversando. Diceva che lui aveva grandi aspettative per il futuro e un grande senso del dovere. Un vero uomo, aveva detto». «Crede che fosse un uomo più grande, più grande di Lisa intendo?» «Forse, non saprei proprio. Mi spiace ma questo è davvero tutto quello che so». «È stata di grande aiuto. Non si faccia problemi a richiamare se le viene in mente altro». «Glielo prometto. La ringrazio, ispettore Aronsson. Spero che inchiodiate chi ha ucciso la mia Lisa. Arrivederci». *** Anche in una villa a Storgärdet squillò il telefono. «Sì, pronto?» «Ciao, sono io. Ho sentito che sei tornato a casa». «Eh sì, è un po’ più tranquillo adesso e ci si sente maledettamente stanchi dopo una settimana come questa». «Sì, puoi ben dirlo. Hai sentito di Lisa, no?». Il giovane uomo non rispose subito. Strinse forte il ricevitore e si sforzò di mantenere la voce salda. «Certo che ho sentito. Chi avrebbe mai potuto immaginarlo. Si può dire che stanno facendo davvero un gran polverone, qua attorno. Credo che l’ospedale finirà ancor di più nel mirino della gente e della polizia. Giusto perché tu lo sappia». «Sì, ma ci pensi che è stato Göran il matto a toglierle la vita?» «Sì, che cavolo! Ma come ha fatto a evadere?». Gli tremava un po’ la voce quando pose la domanda. Passarono alcuni secondi prima che arrivasse la risposta e lui non poté fare a meno di domandarsi perché. «Non l’hai sentito? È stato uno degli infermieri che si è addormentato alla sua postazione. Da non crederci. Ovviamente verrà licenziato». «Sì, è giusto, senza dubbio. Ma senti, possiamo incontrarci? Ho la sensazione che ne sia passato di tempo dall’ultima volta». «Sarà difficile che riesca ad allontanarmi da qui nei prossimi giorni ma appena posso ti richiamo. Ora ho una voglia matta di fumare. Ci sentiamo!». «Sì, ci sentiamo. Ora devo andare anch’io. Ciao». *** Björn si annunciò alla reception della centrale di polizia alle dieci esatte. Arrivò in uniforme
poiché aveva promesso che sarebbe stato di ritorno al reggimento subito dopo pranzo. L’addetta alla reception alzò leggermente le sopracciglia. “È una cosa spaventosa, come i militari si siano messi a correre in giro per la stazione di polizia”, pensò. Ebbene, niente era più stato come prima dopo quella tragedia. Lei personalmente non capiva come si potesse collocare un ospedale psichiatrico così vicino al centro della città, ma quella era un’altra questione. Björn non notò affatto la sua reazione. Era troppo concentrato sull’imminente incontro. Nemmeno quel giorno voleva essere libero dal servizio più a lungo di quanto non fosse strettamente necessario. Era meglio darsi da fare come al solito e forse anche un po’ di più, ne era ancora convinto. Sven Aronsson gli andò incontro. Anche se Björn era più alto di almeno un palmo e in una forma fisica notevolmente migliore del poliziotto, lo colpì l’autorità e la sicurezza che emanava l’ispettore. Tuttavia Björn non si sentì in alcun modo in soggezione, nonostante i timori che nutriva. Perché, molto semplicemente, l’ispettore era una persona che ispirava molta fiducia. Non succedeva spesso che Björn fosse così colpito da altre persone. Si strinsero la mano e Björn venne poi accompagnato per un lungo corridoio fino a una piccola stanza per le visite. Non aveva affatto l’aspetto di una di quelle stanze per gli interrogatori che si era immaginato. Ricordò a se stesso che in effetti non era accusato di niente, non ancora perlomeno. Si rese conto che il palmo della sua mano era sudato e che un poliziotto esperto come l’ispettore difficilmente avrebbe potuto evitare di accorgersi del suo nervosismo. Ma in fondo si poteva essere nervosi per tanti motivi, no? Si sedette sulla sedia che Sven gli aveva indicato e appoggiò le mani sul tavolo. Si appiccicarono subito alla superficie e Björn all’improvviso fu in preda alla convinzione che presto si sarebbero formate delle piccole chiazze sotto i palmi delle mani. Non osò spostarle. Sven andò verso un grosso registratore che stava sul tavolo lungo una delle pareti. «Sono contento che tu sia potuto venire oggi, Björn. Presumo che non ti dispiaccia se registro la nostra conversazione? Così evito di prendere un sacco di appunti» «No, naturalmente va bene. Di solito lo fate?» «Sì, è normale. Soprattutto quando crediamo che quello che sentiremo potrebbe essere di grande importanza per l’indagine». Sven guardò Björn con curiosità, con uno sguardo che esprimeva chiaramente le sue aspettative su quella conversazione. Questo non diminuì in nulla l’inquietudine di Björn. «Sì, allora vediamo se ho un qualche contributo da dare. Devo dire che sono davvero distrutto dalla notizia della morte di Lisa e spero davvero che voi riusciate a scoprire cosa le è successo. Presumo che sia stato Göran Svensson a ucciderla, no? È quello che si dice in città». Björn lanciò a Sven un’occhiata incerta e cominciò a tamburellare con le dita sul tavolo. «Non ci siamo ancora fissati su alcuna teoria in particolare. Tu personalmente cosa pensi? Tra l’altro, conoscevi Göran Svensson?» «Sì, un po’. Siamo andati a scuola insieme e via dicendo… Anche se conosco meglio suo fratello». «Va bene, e quindi cosa pensavi di Göran al tempo?» «Debole. Forse un po’ troppo gentile. Veniva perseguitato, ma questo lo sapeva già, no? Era la vittima sacrificale di tutti». «Lo perseguitavi anche tu?». La domanda era posta senza alcuna particolare inflessione della voce, come una domanda qualunque, ma Björn comunque sobbalzò. «No, no, assolutamente no. Anzi, io ero uno dei pochi ragazzi che erano gentili con lui». Björn aveva un’aria spiazzata. Dove stava cercando di arrivare l’ispettore? «Ah bene, e come mai?» «Be’, non so esattamente il perché. Certo provavo compassione per quel ragazzo. Non sono mai
stato particolarmente propenso a colpire chi è già a terra». Sven annuì in segno di conferma, ma con un’espressione del tutto neutra. «No, lo capisco. I tuoi amici invece, partecipavano a queste persecuzioni? E, in questo caso, cosa ne pensavi?» «Ah ecco, certo che loro partecipavano. Non mi piaceva molto ma ognuno può fare quello che vuole. Non so bene che conti avessero da regolare con lui, ma erano fatti loro». Ora Sven non annuiva più. Era spuntata una ruga sulla sua fronte. «Lo dici così per dire o pensi davvero che il loro modo di agire fosse accettabile?!». Björn guardò in basso. Si sentiva come uno scolaretto che era stato spedito da preside. Scosse molto lentamente la testa. «No, se fosse accaduto oggi mi sarei senz’altro arrabbiato di brutto e avrei parlato con loro, ma allora non mi sembrava il caso. Che ognuno dovesse badare agli affari propri era il modo in cui tutti la pensavamo». La ruga sulla fronte di Sven si distese. Sembrava quasi più comprensivo ora. «Ti ricordi chi erano quelli che partecipavano alle persecuzioni?». A Björn non piacque quella domanda. Quel poliziotto voleva che tradisse i suoi vecchi compagni di classe, che in certi casi erano tuttora suoi amici? «Che importanza ha? Sono passati quasi dieci anni ed eravamo tutti bambini. Voglio dire, ha davvero un qualche significato per l’indagine?» «Può essere importante, non lo so ancora. L’unica cosa che posso dire è che, a prescindere dal fatto che Göran sia la vittima o il carnefice, dobbiamo comunque farci un quadro più chiaro di chi fosse, e questo include conoscere la sua infanzia. In quanto suo compagno di classe, tu sembri sapere parecchie cose su di lui. È un segreto, quindi, chi lo perseguitava?». Björn scosse la testa ancora una volta. «No, ovviamente sono in molti a saperlo. Certo posso darle dei nomi ma in quel caso si tratterebbe solo di una lista incompleta. Come ho detto, Göran era la vittima di tutta la scuola». «Va benissimo, Björn. Dimmi i nomi di quelli che ti ricordi, così possiamo partire da lì. Naturalmente non dirò chi mi ha fornito queste informazioni». «La ringrazio. Spero inoltre che non ci faccia troppo affidamento». Ora Sven scosse la testa ma al contempo sembrò impaziente. «Va bene, chi erano quindi?» «Come ho detto, era molto tempo fa, ma posso mettere per iscritto i nomi di cui mi ricordo. Ha una penna e un foglio?». Sven glieli diede e Björn scrisse la sua lista. Risultarono dodici nomi. Sven guardò la lista con grande sorpresa. Che avrebbe riconosciuto qualche nome l’aveva previsto. Strängnäs non era poi così grande. Ma al fatto che si trattasse proprio di quei nomi non era affatto pronto. Non poteva permettere che Björn vedesse la sua sorpresa, così cercò di guardare la lista con espressione pensierosa mentre si ricomponeva. Aveva molte altre domande da porgli. Alla fine mise da parte la lista e guardò di nuovo Björn che, nel frattempo, era rimasto seduto tamburellando ininterrottamente con le dita. «Splendido. Grazie dell’aiuto. Ti ricordi se Göran qualche volta diventava violento?» «Sì, è successo un paio di volte. Il più delle volte non si difendeva, ma si limitava a sottrarsi, se ce n’era la possibilità, ma ricordo una volta in particolare in cui uno dei ragazzi si era messo in testa di prendersela con Anders, il fratello minore di Göran. Non era da lui, ma Göran quella volta era diventato una furia. Aveva spinto a terra il ragazzo e l’aveva preso a calci nello stomaco. Poi aveva preso Anders e l’aveva portato via da lì». «Accidenti, e poi cos’è successo?» «Be’, in realtà niente. Il ragazzo che Göran aveva preso a calci è stato aiutato dai suoi amici.
Nessun insegnante aveva visto cos’era successo, così finì lì». «Il ragazzo preso a calci non si è vendicato, lui o i suoi amici?» «Non che io sappia. Credo proprio che Göran se ne sia potuto stare in pace per un periodo, dopo quel fatto». «Ricordi chi era quello con cui se l’era presa Göran?». Björn non rispose immediatamente. Sembrava che ci stesse pensando su. Poi scosse la testa, per la terza volta nel corso della loro conversazione. «No, in realtà no. Forse posso indovinarlo, ma non voglio. Non voglio che lei se la prenda con la persona sbagliata». Sven sospirò leggermente. «Vedremo, se ci sarà poi bisogno che me la prenda con qualcuno. Ora come ora volevo solo sapere se Göran avesse avuto la tendenza a diventare violento. Questo può essere di grandissima importanza». Sven fece una pausa a effetto e poi proseguì. «Va bene, ora veniamo subito a quello che è successo a Lisa. Dove ti trovavi la mattina dello scorso lunedì?» «A casa dei miei. Poi sono andato al reggimento, come al solito». «A che ora sei uscito di casa?» «Ecco, dovevano essere le sette meno un quarto. Credo di essere passato dalla guardiola poco prima delle sette». «Va bene, quindi non è che tu e Lisa avevate deciso di incontrarvi quella mattina?». Björn fece una smorfia. «No, assolutamente no. In quel caso glielo avrei già detto. Non ho la più vaga idea del perché sia uscita, quella mattina». «Ne sei del tutto certo?». Il tono di Sven ora era un po’ aspro. Si capiva chiaramente quale significato aveva quella frase. La risposta di Björn fu altrettanto dura nei toni. Alzò la voce. «Sì, del tutto certo. Non vedevo Lisa dai giorni tra Natale e Capodanno e dopo ci siamo sentiti solo un paio di volte per telefono. La domenica dopo Capodanno, credo». Sven consultò un calendario che aveva opportunamente a portata di mano. «Il tre di gennaio, quindi?» «Sì, può essere». «Cosa vi siete detti in quell’occasione?». Björn abbassò lo sguardo sul tavolo e smise di tamburellare con le dita. Aveva un’aria infelice. «Lei ha detto che voleva una pausa. Che era meglio non vedersi per un po’. Non dovevo neanche chiamare. Non è stata una telefonata divertente, perciò». «Vuoi dire che ha rotto il vostro fidanzamento, perché voi eravate fidanzati, no?» «Be’, ne avevamo parlato ma non c’è stato il tempo per alcun fidanzamento. Ma fraintende se pensa che lei avesse chiuso con me. Come ho detto, era solo una breve pausa» «Capisco che sia una cosa personale ma sai perché non ti voleva incontrare? Non stavate insieme da molto, o sbaglio?». Björn alzò lo sguardo e lanciò a Sven un’occhiata acida. «Dipende da cosa intende con “molto”. Conoscevo Lisa da molti anni ma è corretto dire che siamo diventati una coppia solo lo scorso autunno». «Ma quindi la conoscevi da molto tempo? Se mi permetti, sai se aveva avuto altri ragazzi prima che vi metteste insieme?». Björn fissò lo sguardo su Sven. I suoi occhi si fecero scuri. Non ci si poteva sbagliare sul senso di quella domanda. Era chiaro che non voleva rispondere, ma allo stesso tempo si rendeva conto di non
poterlo evitare. «Ragazzi? Sì, un paio li avrà avuti, ma nessuno che contasse veramente». «Ne conoscevi qualcuno?». Il silenzio parlava. Björn tenne lo sguardo basso sul tavolo per diversi secondi. Quando lo alzò aveva un’aria, se possibile, ancora più grave. «Eh sì, erano miei compagni di scuola. Ma, come ho detto, non le ho mai considerate cose serie». «Hai qualcosa in contrario a dirmi chi erano?» «Be’ no, non è certo un segreto. È uscita con Per Danielsson, Hugo Almgren e Nils Jonstoft. Poi c’è stato qualcosa anche con Arne Kyrkström, ma in quel caso niente di speciale». Ora Sven s’irrigidì. Assunse un’espressione piuttosto infastidita. «Arne… Kyrkström, hai detto? Sei sicuro?». Così, all’improvviso, l’ispettore sembrava un po’ assente, confuso. Björn ovviamente si accorse della reazione, ma non la comprese. «Certo, del tutto sicuro. Perché non dovrei esserlo?» «No, certo. Non ho nessun motivo per mettere in discussione quello che dici. Scusa, sono solo rimasto un po’ sorpreso». Sven aveva davvero un’aria di scuse, ma non diede ulteriori spiegazioni. «Andiamo avanti. Quindi questi tre o forse quattro giovanotti sono gli unici ragazzi che sai che Lisa ha avuto, a parte te». «Sì, e Arne lo è stato a malapena, come ho detto». «Quindi li conoscevi da prima, hai detto? Tutti e quattro?» «Be’, abbiamo fatto tutti la stessa scuola e siamo coetanei, quindi si può dire che li conoscevo. Per e Nils li frequentavo un po’ di più ma poi abbiamo perso i contatti». «È stato forse per Lisa?». Di nuovo un diniego. Björn cominciava a essere stanco delle domande del poliziotto. «No, per niente. Ho puntato sull’orienteering e lì ho trovato nuovi amici. Cosa abbiano fatto Per e Nils dopo non lo so. Non sono mai stati i miei migliori amici. Sa come succede, no? Crescendo ci siamo allontanati». «Sai se qualcuno di loro ha mantenuto i contatti con Lisa?» «No, per quanto ne so. Ma ovviamente non sono sicuro che me lo avrebbe detto. Comunque non dopo che siamo diventati una coppia». Quel pensiero era già venuto a Sven. Cos’altro c’era che Lisa non aveva detto a Björn? 21
Arne era sia triste che arrabbiato. Sven lo escludeva dall’indagine e conduceva lui tutti gli interrogatori più eccitanti! Proprio quella mattina Björn Karlén era stato lì, ma nemmeno in quel caso ad Arne era stato chiesto se voleva partecipare. Se Sven si fosse almeno preso la briga di domandarglielo, Arne avrebbe potuto raccontare che era andato a scuola con Björn. Non sarebbe stato meglio che ci fosse qualcuno in grado di mettere a suo agio l’interrogato? Già, Arne era convinto che, nel caso in cui Sven avesse compreso quanto sapeva, allora l’avrebbe trattato con molto più rispetto. Aveva meditato più di una volta di andare da Sven e raccontargli tutto, ma al tempo stesso era tutt’altro che fiero del suo ruolo in quella vicenda. Ovviamente lui non aveva colpa di niente, ma forse un macigno di mezz’età come l’ispettore non sarebbe stato di quell’idea. Questo aveva fatto sì che lui decidesse di mantenere un profilo molto basso, una cosa che non gli veniva per niente naturale. Non era esattamente incoraggiante che, inoltre, i colleghi sembrassero
apprezzare il fatto che lui se ne stesse nella sua stanza! Cominciava quasi a dubitare della propria scelta professionale. In ogni caso non era quasi riuscito a controllarsi per l’impazienza il giorno in cui si era infilato in quel pantano del periodo di prova. Purtroppo non aveva un padre influente che poteva oliare gli ingranaggi giusti e accelerare la sua carriera. No, ora le cose stavano così. Aveva bisogno di trovare qualcosa per fare colpo su Sven, ma era più facile a dirsi che a farsi, dal momento che Sven era sempre così occupato. Aveva provato una sensazione molto spiacevole quando si era reso conto, alla fine, che era Göran a essere fuggito dal Sundby. Era del tutto logico, a pensarci bene, ma lui comunque se ne era semplicemente stato lì seduto come un cretino vicino a Sven per tutto il viaggio verso l’ospedale, impegnato a scaldarsi dopo il tempo passato fuori al freddo. A quel punto il pensiero gli era passato certo per la mente, come un terribile sospetto, ma allora era stato troppo preso a ricomporsi in vista del fatto che sarebbe stato costretto a passare di nuovo attraverso quelle porte. Non c’era nessuno, in quel momento, che avrebbe potuto riconoscerlo, ma il solo fatto di essere lì era bastato a dargli la nausea. Era riuscito a superare l’incontro con il primario Brink parlando il meno possibile. Non era stato così difficile – sia Sven che il primario avevano parlato quasi ininterrottamente tra loro. Capiva che il suo silenzio non gli avrebbe fatto guadagnare molti punti agli occhi di Sven, ma non aveva potuto evitarlo. Dopo la visita all’ospedale, Sven aveva smesso di portarlo con sé, senza fornire alcuna spiegazione. Questo lo tormentava terribilmente – molto di più, e molto più profondamente, di quanto volesse ammettere. Arne era un giovanotto insicuro, ma era bravo a nasconderlo. Sotto la superficie furba e spavalda c’era un ragazzo impaurito che voleva piacere a tutti, che voleva essere accettato e che doveva poter sempre far parte della combriccola. Ora sedeva con i gomiti sul tavolo e il mento tra le mani. Da qualche parte nella sua testa frullava un pensiero. Una riflessione o un’osservazione che non riusciva bene ad afferrare. Per qualche motivo aveva la netta sensazione di essersi perso qualcosa di importante per l’indagine. In quel caso era qualcosa che solo lui sapeva e che avrebbe rafforzato la sua posizione agli occhi di Sven. Se solo avesse capito cos’era. Non aveva a che fare con il suo ruolo nella tragedia, di quello era sicuro. Ma se veniva fuori cos’aveva fatto, avrebbe potuto tranquillamente perdere il lavoro e sarebbe stata una catastrofe. Doveva fare molta attenzione. Si pentiva amaramente di essersi lasciato convincere. Si pentiva di quello che era successo tra lui e Lisa, e si pentiva della necessaria bugia che ne era derivata. Si sistemò con cura il ciuffo, come aveva già fatto molte volte quel giorno. Pensò che doveva esserci un modo per prendersi una rivincita, per mostrare a Sven che era uno su cui si poteva fare affidamento. In qualche modo doveva riuscire a far sì che Sven lo coinvolgesse di nuovo nell’indagine, ma come avrebbe potuto fare? L’ispettore sembrava più popolare che mai agli occhi della direzione di polizia. Arne quella mattina lo aveva visto uscire dall’ufficio del capo Gren con un gran sorriso sulle labbra. Subito dopo era spuntato anche Gren, che aveva dato a Sven una cameratesca pacca sulla spalla, pronunciando parole di apprezzamento, ma Arne non era riuscito a sentire quali, esattamente. A lui, come al solito, avevano fatto a malapena caso. Björn Karlén aveva lasciato la stazione di polizia solo da un’oretta. Sven era andato dritto verso il suo ufficio ma, per caso, aveva incontrato Arne in corridoio. Si erano scambiati un cenno, ma Sven gli aveva lanciato un’occhiata strana. Inquisitoria, dubbiosa, già, forse persino delusa.
Non avevano scambiato una parola. Ora Arne sedeva, come la maggior parte dei giorni nell’ultima settimana, con una montagna di rapporti di infrazioni stradali e altra robetta di cui nessun altro voleva occuparsi. Si sentiva frustrato e indeciso allo stesso tempo. Si stava letteralmente spremendo le meningi per cercare di capire cosa gli sfuggiva. Era qualcosa che aveva a che fare con la mattina in cui avevano trovato i corpi, almeno di questo era certo. Una testa spuntò dalla porta della sua stanzetta. Era uno dei colleghi. «Aronsson vuole vederti. Dice che c’è qualcosa di cui vuole discutere. Un incarico, credo. Riguarda ovviamente i cadaveri nel ghiaccio». Il collega non attese alcuna risposta ma sparì per il corridoio veloce com’era arrivato. Arne rimase seduto, ammutolito. Era pieno di cattivi presentimenti ma c’era anche una piccola speranza in lui. Sven pensava finalmente di dargli un incarico, non potevano essere cattive notizie, no? Si alzò lentamente e spinse la sedia consumata sotto alla scrivania. Per sbaglio urtò il perforatore che, con un tonfo, cadde sul pavimento e rimbalzò sulla moquette verso la porta con due saltelli. Arne imprecò, non tanto perché era finito per terra ma per il risultato di quella caduta. Il coperchio della tasca dove si raccoglievano i ritagli di carta si era aperto ed ora c’era una scia di coriandoli che andava dalla porta al tavolo. Che cavolo, ora non aveva tempo di sistemare quella roba! Sbuffò e lasciò la stanza nelle condizioni in cui era. Pensò, coriandoli su tutto il pavimento… Fu allora che gli venne in mente. Aveva visto le tracce ma non le aveva capite. Inoltre, in tutto quel tumulto, si era dimenticato di dire a Sven quello che aveva potuto osservare. Si trattava di un’infrazione a una delle regole fondamentali che aveva imparato alla scuola di polizia: fai rapporto su tutto quello che noti senza cercare di valutare l’importanza di quello che hai visto! La segatura che aveva visto sulla strada saltava all’occhio. Non riusciva a trovare nessun buon motivo per cui fosse lì. Forse ne stava esagerando il significato ma invece poteva benissimo essere importante. Doveva essere stata sparsa non molto prima che lui e Sven arrivassero, perché altrimenti, con tutta la neve che era caduta, sarebbe stata coperta abbastanza in fretta. La grande domanda era perché. *** Sven era pieno di impressioni lasciategli dall’interrogatorio con Björn. Già la lista che teneva in mano era in sé degna di nota. Diversi nomi saltavano all’occhio, ma uno in particolare. Era lo stesso nome che, inoltre, Björn aveva citato in un’altra circostanza: Arne Kyrkström. Si sentiva scosso, e forse anche un po’ seccato, e non gli accadeva spesso. Ne aveva vissute tante e ne aveva viste ancor di più nei suoi molti anni da poliziotto, ma che un collega venisse coinvolto in un’indagine per omicidio in quella maniera non gli era mai successo prima. Inoltre non era un collega qualunque ma il loro più giovane talento, che al momento era sotto la sua personale responsabilità. Non era stupido e capiva che Arne era irritato dal fatto di non poter partecipare all’indagine. C’era proprio da aspettarselo, se si aveva un cavallo giovane come aspirante poliziotto. Il problema era solo che ora c’era una spiegazione alternativa al perché Arne sgattaiolava per i corridoi borbottando o se ne stava seduto nella sua stanza, spesso con la porta chiusa, senza nemmeno preoccuparsi di uscire per la pausa caffè del pomeriggio. Arne era impaurito, forse addirittura terrorizzato all’idea di tradirsi. Poteva essere così? Sven non voleva crederci e, inoltre, ora aveva bisogno del suo aiuto. La visita al Sundby prevista per il pomeriggio necessitava della presenza di entrambi e non c’era nessun altro che poteva, o voleva, prestarsi.
Allo stesso tempo Sven non poteva mantenere il silenzio su ciò di cui era venuto a conoscenza. Arne aveva il diritto di sapere cosa sosteneva Björn. Se era come temeva, ce l’avrebbe fatta a lavorare insieme a lui? E poi, sarebbe stato opportuno? Le accuse o le informazioni, a seconda di come le si voleva considerare, arrivavano da una persona che non necessariamente andava ritenuta attendibile. L’interrogatorio con Björn Karlén certo non cancellava Björn stesso dalla lista dei sospettati, anche se i sospetti di Sven non si erano nemmeno rafforzati. Björn appariva sinceramente distrutto dalla morte di Lisa. Aveva risposto in modo equilibrato a tutte le domande ed era difficile trovare un motivo per cui avrebbe dovuto voler mettere in cattiva luce Arne. Tuttavia poteva anche essere tutto pianificato. Era davvero possibile che Björn non sapesse che Arne era collega di Sven? Aveva pregato Arne di andare da lui soprattutto per spiegargli cosa voleva ottenere con l’imminente visita all’ospedale e per dargli istruzioni. Tuttavia il buon senso suggeriva di non far finta di niente. Arne doveva essere messo faccia a faccia con quelle informazioni. Bussarono alla porta. Senza esitazione, anzi quasi con impazienza. «Avanti!». Arne entrò risoluto nella stanza e si chiuse la porta alle spalle prima di accomodarsi, non invitato, su una delle due sedie davanti a Sven. Cosa abbastanza sorprendente, sembrava più contento di quanto non fosse da molti giorni. «Ciao! Mi hai cercato? Hai del lavoro per l’indagine sull’omicidio? In questo caso sono pronto!». Sven guardò con serietà il suo giovane collega. Arne non poté evitare di notare che aria pensierosa avesse Sven. Il silenzio si fece assordante prima che Sven decidesse di dire qualcosa. L’espressione allegra di Arne scomparve per lasciare spazio al disagio. Proprio quando stava per mettersi a protestare e a pretendere una spiegazione per quel gioco dei silenzi, Sven prese finalmente la parola. «Ho avuto un incontro molto produttivo con il capo Gren. Abbiamo deciso che è il momento di dare un’occhiata più da vicino al Sundby e, in particolare, a tutto quello che riguarda Göran Svensson. È indubbio che la sua fuga sia stata del tutto inaspettata. Che possa aver ucciso una giovane donna sorprende ancora di più. Göran non era affatto una persona aggressiva. La mia teoria è che sia stato spinto a evadere. La domanda è come, da chi e perché. Tu cosa ne pensi?». Arne impallidì. Sven stava giocando con lui? O invece, qual era la questione? «Be’, l’evasione ovviamente è stata inaspettata, ma credi veramente che qualcun altro possa essere stato coinvolto?» «Sì, in un modo o in un altro». Sven sottolineò le sue parole con un cenno del capo e guardò con attenzione il suo giovane collega. «Arne, ora devo farti una domanda molto importante. Non è che tu conoscevi Göran Svensson?». Arne trattenne il respiro. A Sven fu evidente che non era affatto preparato a quella domanda. Forse avrebbe dovuto esserlo. «In che senso?» «Be’, in che senso si può conoscere qualcuno? La domanda è piuttosto semplice, no? Eri un suo conoscente? Vi frequentavate? Sapevi chi era prima che lo trovassimo congelato là fuori?» «Sì… be’. Certo che lo conoscevo. Di abitanti di Strängnäs della mia età che stanno – stavano – al manicomio non ce ne sono mica tanti. Eravamo anche nella stessa scuola». «Non è che eravate persino compagni di classe?». Arne abbassò lo sguardo sul pavimento. Sven non poté fare a meno di notare delle somiglianze
con il comportamento di Björn durante il loro incontro, solo qualche ora prima. Sven alzò la voce. «Devo ripetere la domanda? Non eravate nella stessa classe per caso?». Arne annuì ma questa volta senza alzare lo sguardo. «Quindi lo conoscevi? Eravate amici?». Ora invece Arne lo guardò in cagnesco, ma Sven sostenne il suo sguardo senza cedere minimamente. «No, col cavolo che ero amico di quell’idiota!». Sven aggrottò la fronte e assunse un’aria ancor più accigliata. «E allora cosa facevate? Lo perseguitavi, forse?». Sven poté vedere che ora Arne cominciava a capire. Quelle domande non erano poste per caso. La domanda nella testa di Arne era ovviamente: quanto sapeva davvero Sven? «E perché, c’è forse qualcuno che lo sostiene, eh?». Arne cercava di non sembrare sconvolto, ma Sven sapeva di aver fatto centro. Björn non raccontava storie. L’aspirante poliziotto era uno dei vecchi aguzzini di Göran Svensson e, nel peggiore dei casi, era stato anche qualcosa di più. «Sì, Björn Karlén. Su mia esplicita richiesta ha prodotto una lista coi nomi dei ragazzi che perseguitavano Göran. C’era anche il tuo nome. Neghi di aver preso parte alle persecuzioni? Non dovrei fare fatica a controllarlo, cosa ne dici?». Arne si fece piccolo davanti ai suoi occhi. Sembrava vergognarsi immensamente. Era seduto al banco degli imputati e non si sentiva per niente a suo agio. Alla fine disse con un filo di voce: «Quasi tutti partecipavano. Non ho fatto niente che non abbiano fatto anche gli altri». Poi aggiunse con voce un po’ più spavalda: «Ma che importanza ha? Si parla di almeno dieci anni fa. Pensi che abbia fatto qualcosa di male?» «Intendi dire qui e ora? A questo non posso ancora rispondere, ma forse puoi farlo tu. Non pensi che avresti dovuto informare i tuoi colleghi del fatto che conoscevi quantomeno una delle vittime?». Arne guardò costernato l’ispettore mentre si stiracchiava. Il vero succo della domanda non gli era sfuggito. Sven aveva un’aria preoccupata. «Già, e dimmi, non conoscevi anche Lisa Gröndahl? Non le hai anche addirittura fatto la corte?». Per sottolineare quello che diceva Sven tirò fuori un quadernetto e lo appoggiò sul tavolo. Arne sedeva come impietrito e si limitò a fissare il quaderno. «Sai cos’è questo?». Arne scosse debolmente la testa, senza alcuna vera convinzione. “L’ha già visto prima”, pensò Sven. «È il diario di Lisa ed è una lettura molto interessante. Ci sono altri segreti che dovrei conoscere?». Lo sguardo di Sven gli stava impartendo un ordine. Ad Arne sembrò che lo stesse inchiodando al muro. Fu allora che tutto gli crollò addosso. Si vergognava così tanto che non sapeva che fare. Decise di raccontare tutto a Sven. Quasi tutto…. Quello che era successo tra lui e Lisa l’ultima volta che si erano incontrati lo tenne per sé. Poteva solo sperare che nel diario non ci fosse nulla riguardo quell’incontro. Invece raccontò delle lettere. Non ebbe il coraggio di fare nulla di diverso: si prese tutta la colpa. Non era particolarmente strano che, a quel punto, si scordasse di nominare le tracce di segatura che aveva visto quella maledetta mattina. In fin dei conti, non lo riguardavano.
Parte quinta
Un articolo sgradito
10-13 novembre 2005
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Dallo «Strengnäs Dagblad» del 10 novembre 2005. I CADAVERI NEL GHIACCIO CHE SCONVOLSERO STRÄNGNÄS Nuova serie di articoli sullo smantellato ospedale psichiatrico Sundby sulla Tosterön STRÄNGNÄS | La scoperta di due cadaveri congelati imprigionati nel ghiaccio misero in subbuglio l’intera Strängnäs nell’inverno del 1965. Inoltre, la scoperta che una delle due vittime era un paziente psichiatrico in fuga fu lo sparo d’inizio che diede il via alle voci critiche contro il prima tanto celebrato ospedale psichiatrico Sundby. Ancora 40 anni dopo il ritrovamento dei cadaveri sono molti i punti di domanda attorno al caso. La mattina dell’11 gennaio del 1965 due cadaveri congelati imprigionati nel ghiaccio furono trovati presso l’isolotto di Djäkneholmen, fuori Strängnäs. Si dimostrarono presto una strana coppia: la ventiduenne Lisa Gröndahl, ragazza della buona società, e il coetaneo Göran Svensson, un paziente psichiatrico del Sundby. Come fossero finiti nel buco congelato e cosa accadde veramente non è tuttora chiaro, ma da quel momento l’avvenimento avrebbe giocato un ruolo fondamentale nel modo in cui gli abitanti di Strängnäs avrebbero guardato all’ospedale psichiatrico. Che la ragazza fosse stata colpita a morte fu subito chiaro e si suppose che fosse stato Göran Svensson a sferrare il colpo mortale. Come lui si fosse procurato le sue ferite e fosse morto non fu invece mai chiarito. La teoria principale della polizia era che si fosse tolto la vita. La tragedia accese la discussione intorno al Sundby, dal quale Göran Svensson era fuggito, e le critiche divennero sempre più aspre. Molti ritenevano che l’ospedale fosse pericoloso per gli abitanti di Strängnäs. Per 70 anni il Sundby è stato un elemento caratterizzante della città e del comune di Strängnäs. Molti abitanti di Strängnäs lavoravano all’ospedale e la maggioranza delle persone conosceva qualcuno che ci lavorava. Quando l’ospedale venne chiuso, nel 1987, in concomitanza con lo sviluppo di una nuova visione della cura psichiatrica, l’istituzione aveva dato molte opportunità di lavoro e aveva significato molto per lo sviluppo e lo status della città e del comune. Ma l’ospedale era stato anche messo in discussione a più riprese durante quei 70 anni. Soprattutto quando uno dei più drammatici e misteriosi omicidi del secolo scorso venne associato al suo nome. Un omicidio misterioso che forse non è ancora stato risolto. Come fu possibile che un paziente palesemente pericoloso potesse evadere? Quant’era sicuro abitare nei dintorni del Sundby e che cure si prestavano ai malati? Furono domande che vennero poste più d’una volta.
Che Göran Svensson fosse riuscito a evadere è appurato. Perché incontrò Lisa Gröndahl al largo, sul lago ghiacciato, alle prime luci dell’alba è ancora avvolto nel mistero. Per quanto se ne sa i due non si conoscevano. Impronte sul pontile del Sundby indicarono che avevano camminato insieme sul ghiaccio, il che in sé era bizzarro, poiché Lisa abitava dall’altra parte e non si capiva bene perché sarebbe dovuta andare sulla Tosterön. L’indagine di polizia fu condotta dall’ispettore Sven Aronsson. «Dobbiamo tenere aperte tutte le piste. Non possiamo ancora escludere la possibilità che ci sia un altro colpevole», disse allo «Strengnäs Dagblad» solo un paio di giorni dopo la scoperta sul ghiaccio. Ma furono in pochi a essere d’accordo con Aronsson. Si innalzarono invece parecchie voci che chiedevano la chiusura del Sundby. Quando l’indagine di polizia mostrò, abbastanza presto, palesi irregolarità presso la struttura, queste voci si rafforzarono. Tra l’altro si scoprì che Göran Svensson aveva ricevuto numerose lettere minatorie senza che l’ospedale avesse preso alcun provvedimento. La polizia non scoprì mai chi le aveva spedite né se fossero state quelle lettere a spingerlo a fuggire. L’indagine di polizia e la critica compatta da parte di abitanti altolocati di Strängnäs, spinsero la direzione dell’ospedale ad agire. Venne licenziato l’infermiere ritenuto responsabile dell’evasione, mentre le critiche sulla sicurezza dell’ospedale vennero del tutto respinte. «Non c’è niente di sbagliato nelle nostre procedure. Se solo il personale avesse fatto il suo lavoro questo non sarebbe mai successo», disse il responsabile della sicurezza Nils Jonstoft al nostro giornale. L’ospedale avviò un’indagine che non giunse ad altro se non ad accertare che la fuga era stata possibile perché l’infermiere responsabile si era addormentato in servizio. La versione dell’infermiere licenziato era tutt’altra. «Sono stato ingannato e usato come capro espiatorio. Sono certo di aver chiuso la porta del reparto dopo il mio giro serale», riferì alla polizia. Nemmeno l’indagine di polizia diede risposte certe su quello che era successo né all’ospedale né sul ghiaccio e, a poco a poco, fu archiviata. L’ipotesi che Göran Svensson avesse ucciso Lisa Gröndahl e fosse poi rimasto vittima di un incidente o si fosse tolto la vita, divenne la conclusione che accolsero sia la polizia che la comunità. Ma il medico di Göran Svensson restò titubante. In concomitanza con la chiusura dell’indagine dichiarò allo «Strengnäs Dagblad»: «L’accaduto mi lascia parecchio confuso. Göran Svensson era una persona introversa, senza alcuna tendenza violenta. Non aveva mai provato a fuggire in precedenza. Faccio fatica a vederlo nei panni di un assassino, specialmente tenendo conto del fatto che la vittima era una donna». Anche l’ispettore di polizia Sven Aronsson sembra avere avuto i suoi dubbi sulle conclusioni raggiunte alla fine dall’indagine. In un’intervista rilasciata in concomitanza con il suo pensionamento affermò: «Il caso della ragazza e del paziente psichiatrico che vennero trovati morti nel ghiaccio lo vedo come uno dei miei più grandi fallimenti. Troppe cose non sono mai state messe in chiaro. Credo che ci siano diverse persone, qui a Strängnäs, che sanno più di quello che dicono su quanto accadde veramente. Se me lo chiedete, per me il caso non è mai stato risolto». FREDRIK GRANSJÖ
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I suoi amici lo chiamavano il Barone. Aveva quasi dimenticato il perché e senz’altro anche loro. Avevano tutti dei nomi in codice quando erano piccoli, ma solo lui veniva chiamato ancora così. Ma solo tra loro e mai quando qualcun altro poteva sentire. Brulicava di gente come al solito, la “city” di Stoccolma. Era metà mattina e tutti sembravano in procinto di andare da qualche parte. “Dà una certa sicurezza l’anonimato che viene a crearsi in una folla come questa”, pensò. Essere visibile e tuttavia non essere visto, si era esercitato a lungo su quel punto. Essere un militare gli si adattava a pennello, aveva brillato in tutte le prove e le selezioni attraverso cui era passato. Tuttavia non era un indirizzo professionale che aveva davvero scelto da sé. Molto, molto tempo prima, i piani per il suo futuro avevano avuto tutt’altro aspetto. Ma Sven Aronsson aveva cambiato tutto, pur non essendo stato abbastanza competente da riuscire a dimostrare qualcosa. Ovviamente ormai era solo storia, da molto tempo, eppure all’improvviso era ritornata a essere attuale. Il caffè a metà di Kungsgatan era quasi pieno ma era riuscito a trovare un tavolo tutto per sé. Non era il tipico frequentatore dei caffè, con il suo soprabito abbottonato e i capelli grigi a spazzola, ma non attirava nemmeno troppa attenzione. Quella era Stoccolma e la gente poteva avere qualsiasi aspetto. Inoltre il soprabito in quel momento si indossava anche in ambienti chiusi. Ordinò, come al solito, un enorme muffin con mele e cannella e un bicchiere di latte grande. Una volta che si fu messo comodo al tavolo con la grossa tazza in mano, sfilò il giornale dalla tasca del cappotto. Lo stese sul tavolo e lo sfogliò fino all’articolo a cui voleva dare di nuovo un’occhiata. Lanciò alcuni sguardi attorno a sé, non nervoso, ma vigile. Lì non c’era nessuno interessato a lui. Si era portato il giornale da casa e l’aveva già scorso tutto una volta, ma era stato quell’articolo a farlo saltare sulla sedia. Inoltre, a essersi messo all’opera era sempre lo stesso maledetto giornalista. Per lavoro si trovava nel pieno di un paio di grosse indagini e una volta raggiunto il suo obiettivo, di sicuro non avrebbe avuto tempo di leggere proprio nessun giornale. Inoltre non ci teneva affatto a mostrare quell’articolo ai suoi colleghi. Riguardava una storia davvero vecchia, ma ancor di più riguardava un fatto personale. E si annunciava pure un seguito. Non voleva neanche pensare alle possibili conseguenze. Se quello era solo un assaggio c’era davvero da preoccuparsi. E che diavolo! Credeva di essersi lasciato tutto alle spalle molto, molto tempo fa. Serrò le mascelle. Dovevano affrontare una nuova minaccia che incombeva sui loro piani. Avrebbe potuto vederlo solo come un problema personale, ma naturalmente coinvolgeva tutti. E lui non era neanche l’unico che avrebbe potuto ritrovarsi implicato. Non era bizzarro che Björn Karlén non venisse menzionato nell’articolo? C’erano comunque diverse persone che avevano motivo di agitarsi. Quando ci pensava, effettivamente era curioso che fossero tutti coinvolti. Da parte sua non era una scelta volontaria. Così come lui, anche gli altri si erano certo dati un gran daffare per insabbiare quella vecchia storia. Non si pentiva proprio di niente per quel che aveva fatto, se non di essere stato troppo giovane e inesperto per comprendere e controllare le conseguenze delle proprie azioni. Poi, era chiaro, quello che era successo era spaventoso. Avrebbe veramente augurato a Lisa un destino migliore. Non avrebbe mai pensato che Göran fosse capace di un’azione del genere, ma quello dimostrava solo che lui aveva avuto ragione per tutto il tempo. Presentarlo come un caso irrisolto era ovviamente solo una trovata giornalistica. Dove andavano a prenderle tutte le informazioni?
Ma non era la dose di verità che lo preoccupava. Era l’idea che potesse attirare l’attenzione su di sé. Aveva corso rischi non indifferenti per raggiungere il suo obiettivo e l’ultima cosa di cui aveva bisogno erano domande curiose da parte dei media o di chiunque altro. Mancava meno di un anno alla pensione e, durante quel lasso di tempo, non poteva lasciare che la sua posizione mutasse o venisse messa in discussione. La maggior parte dei suoi colleghi non sapeva neanche che lui veniva da Strängnäs e men che meno che aveva avuto un ruolo in quello che era successo quarant’anni prima. Soprattutto erano del tutto all’oscuro del progetto in cui era impegnato ora, e così doveva continuare a essere. Non ci teneva affatto che facessero una bella verifica su come usava le risorse dell’azienda. Per fortuna il suo capo non leggeva lo «Strengnäs Dagblad». La questione cruciale era cosa sapeva davvero quel giornalista. Forse era solo una vecchia storia che era andato a ripescare e niente di più. Ma il tono dell’articolo raccontava qualcos’altro. Il giornalista era già addirittura in contatto con qualcuno che poteva e voleva raccontare di più? L’ipotesi veramente terrificante era che si trattasse di qualcuno al corrente dei fatti. Non voleva essere paranoico, ma quell’ipotesi poteva di certo far parte del ventaglio delle possibilità. In quel caso riusciva ad avere un sospetto ben preciso su chi fosse il traditore. Era una persona che si era già ripromesso di tenere sotto stretta sorveglianza. Ammetteva che fosse stato un grosso errore non averlo fatto fin dall’inizio. Forse si era illuso che fossero amici e così aveva lasciato che il suo giudizio venisse condizionato. Ma non bisognava essere precipitosi. Nella maggior parte dei casi era meglio ignorare i media. I loro reportage si sgonfiavano quasi sempre senza lasciare traccia nella coscienza della gente. Così sembrava essere andata la prima volta che era entrato in rotta di collisione con Fredrik Gransjö. Si trattava dello stesso tipo che aveva scritto un articolo insinuante su Il Cerchio un paio di mesi prima. Sorrise un po’ amaramente tra sé pensando a quanto Göran si era infuriato allora. Tuttavia avevano deciso di non commentare quella mossa in alcun modo. Si era dimostrata la decisione giusta. Purtroppo però non credeva che stavolta avrebbe funzionato, specialmente se le cose si erano messe male, come lui temeva. Il Barone dimenticò la sua tazza mentre, pensieroso, leggeva e rileggeva l’articolo. Non faceva altro che arrabbiarsi sempre di più, e forse cominciava ad avere anche un po’ di paura. Ma di certo non avrebbe mai ammesso a se stesso un qualsivoglia segno di debolezza. Tutto quell’affare poteva influire sulla loro tabella di marcia; nel peggiore dei casi, spingere qualcuna delle persone chiave a iniziare a porre domande. È raro che una disgrazia arrivi sola. *** Una sola luce brillava nella grande casa a un piano giù al lago. Era notte, quasi albeggiava, ma il proprietario della casa era ancora in piedi. Faceva fatica a dormire a lungo, ormai. Prese uno dei suoi libri preferiti dalla libreria, si sedette nella bella poltrona “Lamino” e accese la lampada da lettura. Aveva nevicato un po’ nel pomeriggio e ora il sottile manto nevoso brillava sul prato, lungo tutta la strada che portava al lago. L’orologio Seiko che aveva al polso segnava le 3:20. Il vicino teneva accese le lampade della baracca sul lago ma, per il resto, non riusciva a vedere alcuna luce là fuori. Aprì il libro dove aveva smesso di leggere l’ultima volta. Il libro si intitolava Stalingrado ed era uno dei racconti di guerra più brutali che avesse mai letto. Inoltre era una lettura veramente eccitante. Non perché si chiedeva come sarebbe andata a finire, ma proprio perché lo sapeva già con precisione. Orde su orde di soldati sovietici con pessime armi e attrezzature inadeguate si scagliavano in avanti solo per venire falciati dalle mitragliatrici dei tedeschi. Era una follia grandiosa. Era un grande intrattenimento. L’abnegazione dei soldati. La volontà di morire per la fede nella propria nazione e la fiducia negli ufficiali. Uomini disperati che facevano cose disperate.
Certo, si poteva riconoscere in quelle pagine. No, ora non era disperato ma una volta in particolare, tanto tempo prima, lo era stato. Ora il ricordo era quasi un fantasma. Rimorsi di coscienza non ne aveva proprio, aveva vissuto troppo a lungo per averne. Quello che stava succedendo adesso era solo il sintomo di un problema, proprio niente per cui valesse la pena scaldarsi. Continuò a leggere il libro ancora un momento. Che disciplina avevano mostrato i tedeschi! Che ufficiali avevano avuto! Ma quello era anche il loro punto debole. Uno dopo l’altro, i cecchini russi avevano decimato gli ufficiali tedeschi. Stacca la testa dal corpo e tutto smette di funzionare. Era stato addetto militare per molti anni. In realtà non si era ancora riabituato del tutto alla Svezia. Tuttavia lui apparteneva a quel luogo. Pensò che avrebbe dovuto telefonare a suo figlio, ma naturalmente poteva aspettare fino al giorno dopo. Erano nel pieno di un affare di grande importanza e non c’era tempo da perdere. C’erano molte cose da decidere per far andare tutto per il verso giusto. Se lo meritavano davvero il successo, pensò. La cosa che lo irritava di più era che avevano fatto i loro piani così bene e ciononostante – maledizione! – si presentava un imprevisto che minacciava la loro riuscita. Certo, nel corso della sua esistenza si era già trovato numerose volte in pericolo, ma questa volta c’era in gioco molto di più della sua vita. Si trattava del futuro di suo figlio e nulla doveva ostacolarlo. Quel frangente avrebbe potuto richiedere un’azione radicale, e lui era pronto. Sapeva che anche il Barone lo era. Insieme potevano superare quasi tutto, di questo era convinto. Ritornò al suo libro ma presto si rese conto che non stava procedendo con la lettura. Si addormentò lì dov’era seduto e non si svegliò fino a quando, qualche ora più tardi, i primi timidi raggi di sole provenienti dalla spiaggia cominciarono a insinuarsi nella stanza. 24
Fredrik era soddisfatto del suo primo articolo. Era stato il miglior redattore del giornale a comporre la pagina e l’aveva fatto con grande abilità. Vecchie foto provenienti dall’archivio del giornale che mostravano i corpi nel ghiaccio, i poliziotti che facevano le loro indagini nonché la direzione ospedaliera del Sundby, con gli edifici dell’ospedale sullo sfondo, rendevano la pagina interessante. I riquadri aggiuntivi coi dati dell’ospedale e le anticipazioni sulla puntata successiva davano all’articolo un buon respiro e invogliavano a un’ulteriore lettura. Allo stesso tempo Fredrik non poteva fare a meno di meditare sul caso. Stando a quello che aveva letto non era inverosimile che un doppio omicida fosse ancora a piede libero. Malgrado quello che diceva a se stesso e alla sua famiglia, gli mancava eccome la sensazione di seguire una storia criminale da vicino. Era preparato a reazioni violente. Molte persone che avevano avuto ruoli centrali nella vicenda erano state citate col loro nome nell’articolo. Questo poteva destare scalpore. E poi c’erano sempre quelli che volevano far conoscere la propria versione sullo svolgimento dei fatti o che se la prendevano perché vecchie storie venivano riportate a galla. Al contrario, lui era convinto che i timori di Ulla si sarebbero dimostrati ridicoli, almeno per quanto riguardava quell’articolo. Non aveva aggiunto niente di nuovo, in realtà. Descriveva solo un avvenimento che era già stato riportato dal giornale nel dettaglio. Non poteva essere poi così grave, no? Ecco, Ulla. C’era una piccolo peso sulla sua coscienza. Temeva comunque la sua reazione. Quando sedeva giù nell’archivio a esaminare le raccolte del giornale si era imbattuto in lei di tanto in tanto, nella stanza dove erano le macchinette del caffè, ma senza che nessuno dei due dicesse niente. I giornalisti si riunivano spesso lì, non solo per il caffè, ma anche perché i locali della redazione
erano in ristrutturazione. Picchiavano così tanto lassù che era difficile anche ascoltare i propri pensieri, come il collega che veniva dallo Skåne faceva notare volentieri. A quel punto Fredrik si malediceva per non aver dato a Ulla la possibilità di dare un’occhiata a quello che aveva scritto. Sarebbe stato un bel gesto. Ora se ne stava seduto nella sua stanza ma non pensava di restarci più del necessario. Quel giorno c’erano tre tipi, proprio lì fuori, intenti ad abbattere una parete. La reception sarebbe stata spostata e la loro stanza per la pausa caffè sarebbe stata collocata dove ora c’era la reception. “Bisognerà prendere il caffè in cantina ancora per un bel pezzo”, pensò distrattamente. Il fotografo della redazione, Tore Svensson, passò per il corridoio davanti alla stanza di Fredrik, probabilmente diretto verso la propria. Aveva una gran ruga sulla fronte. Fredrik pensava che avesse dei modi davvero bruschi e spigolosi e che poteva essere un po’ difficile da prendere, ma non c’era davvero niente da dire sulle fotografie che faceva. Certo però non era nemmeno un paparazzo. Fredrik non riusciva a farsi venire in mente una sola foto davvero sensazionale che fosse stata inserita nel giornale da quando ci lavorava lui, ma questo, ovviamente, facendo il confronto con l’«Expressen». Aveva visto parecchie fotografie da urlo rannicchiato in cantina sulle raccolte del giornale, ma avevano una data significativamente più vecchia, ben prima dell’epoca di Tore. In realtà non c’era proprio niente di strano nel modo in cui scattava le sue foto, ma talvolta Fredrik sentiva la mancanza dello slancio che tanto caratterizzava i fotografi freelance che venivano assoldati dai grandi giornali di Stoccolma. Era rimasto in contatto con un paio di loro per motivi di lavoro, ma le occasioni in cui qualcuna delle loro foto era riuscita ad apparire sullo «Strengnäs Dagblad» si contavano sulle dita di una mano. Ovviamente era una questione un po’ delicata anche solo chiederlo, dato che la redazione locale aveva un suo fotografo. L’unica che poteva somigliare a un’eccezione era Helena Rydin, che Ragnarök evidentemente apprezzava. Le sue foto di cronaca nera erano più facili da far apparire sul giornale. Tore veniva da Södertälje e aveva appena compiuto trent’anni, ma sembrava molto più grande. Il suo stile nel vestire, un po’ antiquato, non migliorava la situazione. In quel momento si bloccò, si passò le dita nel ciuffo e guardò dentro dov’era seduto Fredrik. «Interessante il tuo articolo di oggi. Quella vecchia foto dell’ospedale che hai trovato nell’archivio fa proprio schifo, quindi la prossima volta vieni pure a chiedere a me prima. In ogni caso, sarà divertente vedere che reazioni riceverai». Tore proseguì per il corridoio senza aspettare una risposta. Tipico del suo modo di fare, un commento altezzoso e poi nient’altro. In sé non era nulla di cui preoccuparsi. Sapeva gestire Tore senza nessun problema, lui come altri colleghi irritanti. *** Raramente un articolo l’aveva sconvolta tanto. Non era il contenuto in sé che la turbava, in realtà, quanto tutti i sentimenti e i ricordi che rievocava. E poi era ovviamente il modo in cui Fredrik la trattava – aveva del tutto ignorato le sue opinioni e non si era neanche preoccupato di parlarne con lei una volta che aveva espresso le sue riserve. Ulla era temprata, questo comunque bisognava dirlo. Ne sapeva molto di tradimenti e conflitti. Che Fredrik avesse deciso di non parlare con lei era certo in sé una meschinità, ma quella era una faccenda personale, molto più di quanto Fredrik avrebbe mai potuto comprendere. Era seduta vicino alla finestra della cucina e guardava fuori sulla Strängnäsfjärden, in direzione del duomo. L’insenatura era quasi del tutto immobile, solo una leggera increspatura dell’acqua mostrava che, comunque, tirava un po’ di vento. Quello era un luogo idilliaco, talvolta però infido.
Aveva telefonato per dire che avrebbe lavorato da casa quel giorno. Non accadeva spesso. Una lacrima le scivolò lentamente lungo la guancia. Cosa doveva fare? Sperare nel meglio? Forse, in fin dei conti, l’articolo non avrebbe risvegliato altri fantasmi, oltre ai suoi… Era palese che Fredrik non sapeva cosa stava facendo. Cosa credeva che avrebbe detto Nils Jonstoft di tutto quello, oppure Björn Karlén? Come credeva che avrebbero reagito i colleghi di Brink, che in alcuni casi vivevano ancora lì in città? Per lui era solo un’entusiasmante vecchia storia, ma per alcuni di loro la faccenda era dannatamente seria. Quell’avvenimento e le sue conseguenze avevano già stravolto diverse vite. Forse era stato così anche per la sua. Dopo che suo padre se n’era andato, aveva lavorato duramente per insabbiare quello che era successo e forse ci era quasi riuscita. “Un lavoro entusiasmante e una separazione logorante di certo hanno aiutato”, pensò ironicamente. Ricordò a se stessa che doveva andare ad accendere un cero sulla tomba del padre nel weekend. Naturalmente non poteva chiudere gli occhi davanti alla responsabilità che aveva in quella storia. Fredrik non ne sapeva niente o comunque era ancora in alto mare. Se lei non avesse avuto alcun ruolo in quella vicenda, probabilmente le cose non avrebbero preso la piega che ora stavano prendendo. Posta così la questione, quell’articolo era quasi opera sua. Doveva parlare con Fredrik, per quanto scomodo fosse. Era necessario che lui sapesse di più, altrimenti la situazione sarebbe potuta peggiorare ancora. La conversazione con Fredrik avrebbe comunque dovuto aspettare fino a lunedì. Prima doveva ritrovare la calma. 25
Leif Jacobsson aveva letto, come molti altri, l’articolo. Lo aveva quasi gettato nel panico. Si era ormai abituato a convivere con la propria coscienza sporca. In ogni caso ora era assolutamente troppo tardi per fare qualcosa. Era solo un bambino quand’era successo e, anche se sapeva che sarebbe dovuto andare alla polizia, in quel momento poteva capire esattamente perché non l’aveva fatto. Forse non sarebbe nemmeno stato rilevante per l’indagine. E poi non era neanche del tutto sicuro di quello che aveva sentito e visto l’11 gennaio del 1965. Tuttavia lo sognava di tanto in tanto. Ultimamente davvero spesso. Immaginava che la colpa fosse del maggiore. Il suo amico stava attraversando una crisi esistenziale e non era affatto strano che si fosse messo a rivangare il passato. Il fatto che ritornasse in continuazione sulla tragedia del 1965 per Leif era davvero penoso, ma a quel punto ci si era quasi abituato. Gettare benzina sul fuoco rivelando quello che aveva visto allora era del tutto impensabile. A cosa sarebbe servito se non a provocare altri guai e altra sofferenza? Se qualcuno gli avesse chiesto cos’aveva fatto nel 1965 non avrebbe saputo rispondere. Nella sua testa c’erano solo ricordi frammentari. E non c’era niente di strano. Aveva dodici anni e si trattava di più di quarant’anni fa. Tuttavia ricordava la mattina dell’11 gennaio fin nel minimo dettaglio, anche se il ricordo era andato sempre più assumendo il carattere del sogno. Da un certo punto di vista era stato quasi come un sogno, anche mentre era successo. Era mattina presto ma Leif era rimasto sdraiato a lungo, sveglio, prima di alzarsi. Mamma e papà si erano ormai abituati al fatto che uscisse presto per le sue passeggiate. Gli sembrava che ci fosse qualcosa d’irresistibile nello sgattaiolare nell’oscurità mentre gli altri dormivano ancora per poi andarsene in città; ma quella sarebbe stato l’ultima volta che l’avrebbe fatto per un lungo periodo. Come al solito aveva sostituito in fretta il pigiama coi vestiti, aveva ispezionato il frigorifero alla ricerca di qualcosa di commestibile e aveva proseguito nell’atrio dove lo aspettava dal giorno
prima il maglione che la nonna gli aveva fatto a maglia. Leif non era un ragazzo di grossa corporatura, al contrario era abbastanza esile per la sua età, ma pieno di energia e in una forma migliore di quasi tutti i suoi compagni di classe. Si era allacciato gli scarponcini con dita esperte, poi aveva preso la giacca dal gancio, si era infilato i guanti in tasca e infine si era messo il cappello, anche quello un regalo di Natale della nonna. Aveva gettato un’occhiata dubbiosa alla sciarpa che c’era sul ripiano dei cappelli, ma aveva deciso comunque di portarla con sé, ben consapevole di cos’avrebbe detto altrimenti la mamma, se l’avesse visto. Aveva chiuso la porta d’ingresso con grande cautela. Ricordava come, fuori nella veranda, si fosse fermato per inspirare alcune profonde boccate di quell’aria fredda, sana. Faceva quasi male ai polmoni. Era una giornata davvero fredda, sicuramente più di dieci gradi sotto zero. La brina copriva gli alberi davanti alla casa e c’erano alti cumuli di neve lungo il vialetto che portava al cancello di ferro. Stava meditando di ritornare dentro non appena il freddo aveva cominciato a mordergli il naso. Ma aveva deciso di andare comunque. Quello era il suo momento, tutto per sé, e ora era grande, quindi un po’ di freddo non sarebbe certo bastato a fermarlo. Era ancora buio fuori quando si era chiuso il cancello alle spalle e aveva cominciato a camminare verso il centro. La neve scricchiolava a ogni passo sotto i suoi scarponi. Aveva seguito Tingstugatan per un pezzetto e aveva svoltato in Annerstedtsväg. In quella via molte case erano davvero imponenti. Presto aveva attraversato Regementsgatan con passo leggero e aveva proseguito giù per il pendio. Come al solito aveva poi seguito Eskilstunavägen fino alla baia di Västerviken, aveva tagliato per la fermata dell’autobus che stava all’ombra del mulino e aveva percorso Norra Strandvägen in direzione del ponte di Tosterön. Arrivato a quel punto si era scaldato, aveva infilato i guanti e si era persino annodato la sciarpa attorno al collo. “Tutto sommato non è stata poi un’idea così stupida”, aveva pensato. Non quel giorno. Soffiava un vento pungente dal lago, così passare sul ponte di Tosterön sarebbe stata quasi una sfida, ma tanto Leif aveva già rinnegato i propri propositi di fare solo una passeggiata breve. Sapeva dove voleva andare. Era il manicomio che lo attirava. Sarebbe andato sulla sponda del lago dove c’era l’ospedale psichiatrico e poi verso il pontile, per la stessa strada che aveva fatto con suo padre un paio di settimane prima, durante le vacanze di Natale. Gli tremavano un po’ le gambe al pensiero dell’ospedale. Aveva qualcosa di terrificante e allo stesso tempo eccitante. Forse erano tutte le storie che i suoi compagni gli avevano raccontato a scuola sui pazzi, i violenti e i fantasmi che c’erano là dentro. Molte volte si erano presi in giro e chiamati codardi a vicenda perché nessuno aveva davvero il coraggio di andarci. Ora lui in ogni caso l’avrebbe fatto, anche se non pensava esattamente di avventurarsi tra gli edifici dell’ospedale. Non osava né voleva essere visto da nessuno, non lì. Il vento contrario sul ponte di Tosterön era proprio terribile, come se l’era immaginato, e la situazione non era certo resa migliore da tutta la neve che gli frustava la faccia, ma con la sciarpa premuta sul naso l’aveva attraversato. Ora soffiava quasi una bufera e la nevicata aumentava sempre più d’intensità. Quando finalmente era arrivato dall’altra parte del ponte si era trovato sottovento e aveva potuto di nuovo aumentare la velocità. Presto aveva potuto scorgere in lontananza il pontile. Era lì che era stato con il padre a guardare Strängnäs. Quando aveva alzato lo sguardo verso sinistra aveva potuto scorgere il manicomio. Tra gli alberi s’intravedevano diversi edifici. Dopo essersi avvicinato ancora un po’ si era fermato a osservare con curiosità quello più vicino. Alcune finestre erano illuminate, ma non aveva visto nessuno. Trovarsi lì tutto solo lo rendeva nervoso. Però si sentiva molto coraggioso e non aveva quasi per niente paura. Al secondo piano c’era una finestra socchiusa. Le tende si agitavano forsennatamente nel vento, come se stessero protestando contro qualcosa. Chi aveva lasciato una finestra aperta con quel tempo? Poi aveva sentito l’allarme. Non avrebbe potuto giurare che fosse partito in quel preciso momento. Forse era scattato prima, ma comunque in quell’istante ci aveva fatto caso. In realtà era
davvero assordante ma la neve attutiva molto i suoni e anche il cappello faceva la sua parte. All’improvviso non si era sentito più tanto coraggioso. Però restava la curiosità. Cos’era successo? Dopo tutti quegli anni era difficile distinguere tra sogno e realtà ma, da quello che ricordava, nello stesso istante aveva visto anche i fogli che, come rondini di carta, vorticavano fuori dalla finestra nell’aria piena di neve e poi giù, tra gli alberi. Ora credeva che tutto potesse essere stato solo frutto della sua immaginazione. Con una certa esitazione aveva deciso di proseguire lungo il lago. L’obiettivo era vicino e tornare indietro gli sarebbe sembrata una sconfitta. Aveva fatto una corsetta nell’ultimo pezzo che mancava per arrivare al pontile. C’era la neve alta sulle assi. Il pontile si protendeva per un bel pezzo nell’insenatura coperta di ghiaccio. Lentamente, con cautela, ci salì sopra. Anche se era così presto sembrava che lui non fosse stato il primo a passare di lì. Impronte nitide di una persona arrivavano fino alla fine del pontile. Tenendo conto della tempesta di neve non dovevano essere particolarmente vecchie. Quelle tracce gli avevano fatto paura sul serio. Tutta quella situazione gli trasmetteva un senso di pericolo. Non aveva incontrato un’anima in tutta la sua passeggiata e non vedeva nessuno nemmeno ora. Aveva raccolto il suo ultimo grammo di coraggio e si era incamminato sul pontile. L’allarme si sentiva curiosamente lontano. Le assi erano parecchio ghiacciate sotto la neve e pur indossando gli scarponi, si era ritrovato sul punto di scivolare. Quando aveva ritrovato l’equilibrio si era bloccato e aveva guardato verso il largo. Non osava andare oltre. Non vedeva niente in quella bufera. Doveva tornare indietro? Aveva socchiuso gli occhi e cercato di asciugarseli dalla neve. Ma… non c’era qualcuno là al largo? Gli pareva di scorgere due figure in quella cortina nevosa là, vicino al Djäkneholmen. Cosa ci facevano sul ghiaccio, all’alba? Pescavano? Pattinavano? Gli sembrava strano. L’allarme continuava a ululare e ululare ma non succedeva niente. Non riusciva a sentire un solo rumore provenire dalla direzione delle persone che erano là sul ghiaccio, ma aveva avuto la netta sensazione che se ne stessero in piedi a parlare a voce alta. Il vento stava aumentando di nuovo e ancora più neve vorticava nell’aria. Leif si era annodato la sciarpa più stretta attorno alla faccia. Dentro di sé si faceva coraggio: “Devo andare a casa! Devo andare a casa! Devo andare a casa!”. Tuttavia era rimasto lì. Non ricordava perché. Ricordava solo che stava congelando e che era quasi paralizzato dalla paura. Il suo cuore picchiava come un martello e le dita gli si erano addormentate. Quanto a lungo fosse rimasto lì non lo sapeva neanche lui. Forse venti secondi oppure diversi minuti. Poi aveva sentito delle voci concitate. Il vento doveva aver cambiato direzione. «…ragazza?… ferit…». «Tu di questo… … …pazzo!». «…devi aiutare… prendere…». Poi era tornato il silenzio. In ogni caso Leif non aveva sentito più niente. Si era invece messo ad arretrare, controllando con cura di camminare sulle proprie impronte mentre teneva lo sguardo sul ghiaccio. Cercava di muoversi come un indiano, come l’esploratore di cui aveva letto nel libro che aveva ricevuto dallo zio come regalo di Natale. Voleva rendersi invisibile, o almeno sparire senza farsi notare. Ora aveva paura, davvero paura. Quando era tornato sulla terraferma si era bloccato, nonostante tutto, per guardare e ascoltare ancora una volta i suoni portati dal vento. Era rimasto lì per quello che era sembrato almeno un minuto senza sentire né vedere niente. Proprio quando stava per spostarsi aveva udito ripetuti colpi sordi echeggiare sul ghiaccio. Da dove arrivassero esattamente era impossibile dirlo. Con addosso una sensazione che si avvicinava al panico aveva cominciato a correre per la
stessa strada da cui era venuto. Anche adesso riusciva a centrare le sue vecchie impronte, quasi senza pensarci. Chi erano le persone che aveva visto là fuori? Era riuscito a notare che le impronte sul pontile proseguivano sul ghiaccio all’incirca nella direzione in cui si trovavano quelle persone. Cosa stavano facendo davvero? E lui, lo voleva sapere veramente? Era come in incubo e non appena fosse riuscito ad allontanarsi da lì avrebbe dimenticato tutta la faccenda. Aveva fatto di corsa tutta la strada fino a casa. Leif non aveva mai raccontato ai suoi genitori dov’era stato né cos’aveva visto. Ma i sogni erano rimasti. 26
La maggior parte delle persone che volevano dire la loro sul giornale o sul lavoro di uno dei giornalisti di solito telefonavano alla redazione o si presentavano di persona, ma era già successo un paio di volte da quando si erano trasferiti che qualcuno telefonasse a Fredrik a casa. La chiamata che ricevette quella mattina fu una delle più curiose mai arrivate, quantomeno da quando avevano traslocato a Strängnäs. Era sabato mattina e lui, Ulrika e Klara avevano appena fatto colazione, nel caso di Klara la seconda. Secondo il solito schema la bambina si era svegliata alle sei e Fredrik si era occupato delle varie operazioni: prima la pappa, poi un pannolino pulito e in seguito, abbastanza presto, del pane con il paté di fegato. Pian piano Klara si era sistemata davanti a quello che al momento era il suo programma preferito, Piero il Postino e, a quel punto, anche Ulrika si era alzata. Si sentiva male, aveva detto. Tanto per cambiare non avevano piani per la giornata, e quello era davvero un lusso che entrambi erano in grado di apprezzare. Ulrika si era ripresa in fretta e aveva fatto un giro in macchina giù in centro, dove aveva comprato alcune baguette appena sfornate e un grosso cartone di succo di frutta fresco all’ICA Bengtssons. Nel frattempo Fredrik aveva messo su un altro caffè e aveva letto il giornale. Come al solito aveva cominciato con lo «Strengnäs Dagblad», prima di passare al DN. Mentre beveva il suo caffè aveva meditato sul perché Ulla non avesse commentato l’articolo sulla tragedia nel ghiaccio. Si era anche messo in testa che scambiasse sguardi d’intesa con gli altri della redazione. Era paranoico o veramente stava sparlando di lui con gli altri colleghi? Forse stava addirittura cercando di tagliarlo fuori… Si era aspettato un qualche tipo di esplosione da parte sua, ma fino a quel momento non era successo niente. Non aveva ricevuto un solo commento. In sé questo era strano. Di solito c’era sempre qualcuno che aveva qualcosa da dire. Inoltre i colleghi erano molto bravi a osservare e discutere quello che veniva pubblicato sul giornale. Sia i suoi reportage di politica che le piccole inchieste di cronaca nera erano stati discussi in redazione quasi quotidianamente. E allora perché non quella volta? Aveva cercato di ragionare tra sé e trovare delle buone motivazioni per cui una serie di articoli storici che andava molto indietro nel tempo non destasse lo stesso interesse degli altri suoi articoli, ma continuava ad avere la sensazione che qualcosa non tornasse. Magari era solo un insuccesso di routine, una parentesi senza importanza nel suo lavoro, ma era certo singolare. E di sicuro non era divertente. Poi era arrivata la telefonata. Fredrik aveva sospirato quando aveva squillato il telefono, perché Ulrika era appena tornata ed erano proprio sul punto di mettersi a tavola. Aveva comunque sollevato il ricevitore. Ulrika aveva fatto una smorfia. «Sì, pronto». «Salve! È Fredrik Gransjö?». C’era un uomo all’altro capo del filo, a quanto sembrava abbastanza anziano. Aveva una voce
rauca, un po’ severa. Parlava velocemente ma non sembrava particolarmente forzato. «Esatto. Come posso aiutarla?» «Be’, salve, come ho già avuto modo di dirle, ho l’abitudine di leggere i suoi articoli. Sono buoni, devo dire». «Grazie. È gentile da parte sua». «Niente affatto, è solo la verità. Ho letto anche il suo articolo di giovedì scorso sull’omicidio di Lisa». Bingo, pensò Fredrik. Ecco almeno un lettore che aveva qualcosa da dire sull’articolo. «Bene, splendido. Cosa ne pensa?» «Be’, era interessante, ma lei quanto sa veramente?» «A che proposito?». Il silenzio era calato per parecchi secondi. Poi una schiarita di voce. «Dell’omicidio. Degli Jonstoft. Di Göran Svensson. E di che, altrimenti?». L’uomo improvvisamente sembrava irritato. O era solo sotto pressione? «Be’, quello che c’è nell’articolo, ovviamente. Mi sono anche fatto un’idea sull’intero caso. Cosa intende con esattezza? Vuol dire che c’è di più? Lei ha altre informazioni?». Di nuovo la risposta si era fatta attendere. Quell’uomo stava forse meditando su quanto voleva dire davvero? «Sì, so parecchie cose. La questione è cosa ci farà lei se gliele racconto. Non voglio finire ancora nei guai». Poi aveva fatto una breve pausa prima di continuare. «Possiamo incontrarci?». Fredrik era ben lungi dall’aver capito cosa voleva davvero quel tizio, ma un incontro poteva andare bene, no? Cosa intendeva quando diceva che aveva avuto problemi in precedenza? «Sì, è il benvenuto alla redazione, così possiamo fare una chiacchierata come si deve. Cosa ne pensa?» «No, dev’essere da un’altra parte. Lei è bravo a fare centro, quando scrive. Il cerchio si chiude, si può dire. Ah ah ah!». La risata finale era stata breve e secca. Del tutto priva di gioia. Si era presto trasformata in tosse. Tosse da fumatore, si sarebbe detto. «Mi scusi, ma con chi parlo?» «Ci siamo già incontrati, ma non mi stupisce che non si ricordi. Ora ho delle altre faccende da sbrigare ma mi rifarò vivo». Poi si era sentito un clic e così la conversazione era finita. 27
Aveva nascosto la bicicletta dietro una baracca cadente, nel giardino di una delle ville che confinavano con la casa in affitto in cui viveva. Tanto per cominciare già il fatto che l’avesse presa era davvero imbarazzante e sarebbe stato ancora peggio se qualcuno avesse capito che era stato lui a rubarla. Perché l’avesse fatto non lo sapeva neanche lui, ma era probabile che avesse pensato che quella befana si meritava una lezione. Era consapevole del fatto che gli capitava di mettersi in testa delle strane idee, quando beveva. Non che non reggesse l’alcol – da quel che ricordava non aveva mai preso a schiaffi nessuno in stato di ubriachezza – ma certo poteva diventare un po’ stravagante, se ne accorgeva anche lui. Risentiva ancora un po’ dei postumi della sbornia del giorno prima, nonostante cominciasse già ad avvicinarsi l’ora di pranzo, quella domenica. Non voleva pranzare, ma bere, volentieri. Analcolico, stavolta. La sua bocca era arida e sabbiosa come il Sahara.
La bicicletta poteva aspettare, ma forse la gita serale poteva essere una buona occasione per disfarsene. Comunque non poteva restare dov’era adesso. La sera prima l’aveva passata per lo più a piangersi addosso. In quei casi era facile che saltasse fuori qualche bottiglia, com’era già successo tante volte in precedenza. Preferibilmente whisky, ma andava bene anche l’acquavite Renat. Se ci fosse stata sua sorella Karin, l’avrebbe aiutato ad avere pensieri migliori ma era proprio quello il punto – lei non c’era, né ora né mai più. Non solo, aveva ricevuto da lei un’eredità che aveva messo sottosopra la sua vita ancora una volta. Non erano soldi ma qualcosa di più prezioso. La rivelazione che lo rendeva contento e triste allo stesso tempo. Quello che era venuto a sapere era stato un vero choc per lui. A quel punto aveva più o meno ricostruito come stavano le cose. Mancavano ancora alcuni pezzi del puzzle, ma era convinto che fosse solo una questione di tempo, prima che riuscisse ad avere anche quelli. Ciò che faceva più fatica ad accettare era che aveva conosciuto e frequentato quelle persone per quasi tutta la sua vita senza mai capire nulla. Molte cose che aveva visto e sentito negli anni avevano assunto all’improvviso, alla luce delle nuove informazioni, un significato completamente nuovo. La falsità di coloro che aveva considerato amici andava al di là di quanto lui fosse in grado di sopportare. Dopo lo choc era arrivata la rabbia. Per un po’ aveva soltanto pensato di prendere la sua pistola d’ordinanza e andare a piantare un proiettile in fronte a entrambi. Il terzo piccolo leccapiedi aveva anche lui parecchie cosette sulla coscienza. Più ci pensava e più diventava chiaro che non c’era un solo colpevole in quel dramma lungo una vita. Lui stesso aveva una colpa, certo, ma in qualche modo pensava di averla comunque espiata. Grazie a quella colpa aveva sviluppato una coscienza. Si era reso responsabile delle proprie azioni. Non si era concesso il perdono per essere stato così intollerabilmente passivo mentre veniva fatto del male ad altri. Non poteva dire lo stesso di loro. Sapevano molto bene cos’avevano fatto ma dubitava che fossero veramente pentiti. Non era a conoscenza di tutto ma ora era convinto di sapere comunque abbastanza. Alla fine aveva deciso di colpirli dove avrebbe fatto loro più male. Umiliarli, distruggere la loro reputazione ed esporli a quello scherno e a quel disprezzo che loro avevano distribuito con tanta abbondanza. Non aveva intenzione di arrendersi fino a quando tutti non avessero pagato il prezzo del dolore e della sofferenza che avevano provocato a lui e a tanti altri. La domanda riguardava solo il come. Non era proprio il prototipo dell’angelo vendicatore, troppo disilluso per esserlo. Non aveva nemmeno i soldi o i contatti per metterli sotto pressione o attirarli in una trappola. Al contrario aveva un gran bisogno di soldi. Aveva debiti di gioco, il conto in banca quasi a secco e pessimi introiti. Le premesse non avrebbero potuto essere peggiori. A quel punto aveva ricevuto aiuto da una fonte inaspettata. Proprio da loro, e senza nemmeno averlo fatto con l’inganno. Lui aveva qualcosa di cui loro avevano bisogno. Tutto quello che gli avevano chiesto era stato di prendere parte al loro sporco gioco. Lo disgustava, ma doveva sapere tutta la verità e non vedeva nessun altro modo per farlo. L’ironia era che loro lo consideravano un amico, o in ogni caso un contatto utilizzabile sul quale credevano di avere il controllo. Raramente qualcuno si era sbagliato tanto, ma non pensava di informarli in anticipo al riguardo. Sperava di essere un attore abbastanza bravo da far andare in porto i suoi propositi. Quella sera avrebbe fatto compiere al suo piano un passo essenziale, e il merito era tutto di Fredrik Gransjö. Si era divertito molto a parlare col giornalista il giorno prima. Pensava davvero che Fredrik scrivesse dei buoni articoli. I politici avevano avuto quello che si meritavano e anche qualcosina in più.
Ci voleva un reporter con un gran coraggio per scrivere come faceva Fredrik. Ma leggere il pezzo, giovedì, era stata un’esperienza terrificante. Si era chiesto immediatamente chi potessero essere le sue fonti per un articolo simile. Era quasi troppo bello per essere vero; faceva proprio il suo gioco e lui non aveva tardato ad approfittarne. Con la testa ancora avvolta dalla nube acida del suo alito, se ne stava sdraiato sul letto a pensare a come avrebbe potuto servire il suo piatto forte quella sera. Come avrebbero reagito? Sospettavano qualcosa? Non credeva. Con una certa flemma si alzò e andò in bagno. Sembrava che il suo vicino stesse facendo altrettanto. Quel tizio era anche lui uno che non aveva paura dell’alcol. Aveva anche il vizio di curiosare, almeno quello gli era stato da subito molto chiaro. Rimase lì dentro un bel pezzo. Doveva raccogliere i pensieri e in bagno si rilassava sempre. Si lavò i denti con molta cura mentre guardava nello specchio la sua faccia devastata. “Il vantaggio di morire giovani è che ci si risparmia questa vista”, pensò. Quando infine uscì si sentiva un po’ meglio. Certo, il mal di testa di sottofondo gli giocava brutti scherzi, ma non era particolarmente forte, per il momento. Bisognava essere grati per le piccole cose. In cucina era pieno di roba da lavare, senz’altro l’accumularsi di più di una settimana di piatti, tazze e posate sporchi. Sciacquò lo stretto necessario, una tazza, la riempì di latte e la mise nel microonde. Un po’ di caffè in polvere nel latte caldo e un panino, era proprio quello di cui aveva bisogno in quel momento, oltre a due aspirine. Si sedette al piccolo tavolo da cucina, un vero gioiello degli anni Settanta, e appoggiò i gomiti sulla tovaglietta Perstorp. Era comunque meglio riflettere ancora una volta sull’intera faccenda, nonostante tutto. Non certo per cambiare idea. Anche se cominciava a sentirsi abbastanza nervoso. La posta in gioco era alta ma aveva il suo piano, del quale cercava ripetutamente di convincersi. Quel giorno avrebbe imbucato la lettera col quaderno. Lì presto non sarebbe più stato al sicuro. Mentre si preparava il panino meditò ancora una volta su quello che stava facendo. Non era solo a causa dei dolorosi ricordi del passato che negli ultimi mesi si era buttato a capofitto nelle sue indagini private. Quel gran daffare riusciva anche a smorzare un po’ dell’amarezza che sentiva per com’era diventata la sua esistenza. Tutte le illusioni erano sparite. I motivi di gioia erano a dir poco scarsi. Ce n’erano di motivi per sentirsi amareggiati, e per meditare. Sapeva che era inutile seppellirsi nel passato e piangere sul latte versato, che inoltre era irrancidito da molto tempo, ma erano comunque quelli i pensieri che passavano nella sua testa senza posa, fino a farlo dannare. La sua indagine l’aveva aiutato a concentrarsi su qualcosa di nuovo, nonostante riguardasse ancora una volta il passato. La novità era che stavolta c’era un conto da saldare. Non sapeva come avrebbe reagito se l’incontro della sera fosse andato come sperava. I peccati più gravi non possono mai essere perdonati. Anche se le cose stavano così cercò di scacciare il pensiero di una vendetta immediata. Il piano doveva essere portato a termine. Il caffè era delizioso. Anche il panino non era male. Già dopo alcuni morsi si sentì più forte. Aveva del succo di frutta? Ce n’era un cartone in frigo. Purtroppo era quasi vuoto. Bevve quello che restava direttamente dalla confezione insieme alle pasticche per il mal di testa. Non c’era bisogno di lavare altra roba. Non aveva dubbi che all’incontro di quella sera dovesse andare armato. Era più sicuro. Non si faceva illusioni sul fatto che mai avrebbe potuto perdonarli, ma preferiva credere che sarebbe riuscito a tenere a bada il suo odio e la sua furia se solo avesse potuto sentire tutta la verità. “Il coltello da caccia è solo una blanda assicurazione sulla vita, nient’altro”, pensò. Finì di fare colazione e mise la tazza insieme alle altre sul ripiano della cucina. Ora era il momento di prepararsi. Ricordò a se stesso che non doveva dimenticarsi di telefonare ad Anders.
28
Nella grande casa sul lago ferveva l’attività, quella domenica pomeriggio. Era quasi il momento di andare. Il proprietario era in compagnia del figlio, sarebbero andati insieme. Quando lo guardò pensò che aveva aspettato a lungo, forse troppo a lungo, prima di iniziarlo ai suoi affari. Era palese che il figlio era ancora immaturo e inesperto, nonostante i suoi trent’anni abbondanti, ma era il momento buono perché si assumesse la responsabilità della propria vita. Era stato trattato coi guanti su parecchie cose, in Giappone. Erano stati iperprotettivi, lui e sua moglie, ma era facile dirlo col senno di poi. Ma c’era motivo per essere ottimisti. La posizione del figlio nella direzione della Il Cerchio Immobili era un perfetto punto di partenza per un reale avanzamento di carriera. E si rivelava anche prezioso per l’affare che c’era in vista. I contatti militari di un tempo erano sempre risultati utili, in un modo o nell’altro. Ora erano più importanti che mai. Lo smantellamento del P10 creava delle possibilità, soprattutto se si teneva sott’occhio la situazione e si era nei giusti rapporti con i politici comunali. Come sempre si trattava di trovare il giusto equilibrio tra carota e bastone. Per quello ci volevano informazioni, molte informazioni, e un bel po’ di soldi. Ora la cerchia più stretta si sarebbe riunita. Era un rischio notevole radunarsi tutti in quel modo, lui l’aveva fatto rilevare prontamente, ma il suo amico era stato irremovibile, e tutto sommato era lui a saperne di più su cos’era necessario per la loro riuscita. E non si poteva dire di no a un vecchio amico, soprattutto in tali circostanze. Se davvero c’era una crepa doveva essere tappata e poi bisognava fare qualcosa con quel giornalista. Era un peccato che i tempi cambiassero. Suo padre, ai suoi tempi, non aveva mai avuto quel problema. Una cena col direttore responsabile e tutto ritornava sotto controllo. Ma questo avveniva allora. No, l’incontro serale a Strängnäs era purtroppo necessario, anche se avrebbe preferito non farsi vedere da quelle parti. Cercò di consolarsi col fatto che Sidövägen era una via relativamente appartata. Inoltre era anche il momento che suo figlio si rendesse conto dell’entità del suo coinvolgimento in quell’affare e che non c’erano alternative se si voleva raggiungere un completo successo. Aveva sempre avuto un debole per i progetti grandiosi e stavolta il Barone ne aveva messo in piedi uno che lo era davvero. Suo figlio era arrivato il giorno prima ed era bello averlo di nuovo a casa, anche se per poco. Si sentiva un po’ solo ora che sua moglie era morta. Cercava di non pensarci, ma era così. No, quell’affare significava molto sotto tanti aspetti. Non aveva problemi ad ammettere che godeva per quella tensione, in ogni caso non sentiva alcun bisogno di fantasmi vecchi di quarant’anni. C’era da immaginare che gli altri si sentissero allo stesso modo. Un’azione radicale era quasi sempre la cosa migliore e, su quel fronte, si fidava completamente del Barone. Se c’era qualcuno che non voleva avere come nemico, quello era lui. C’era da sperare che qualcuno degli altri fosse in possesso dell’informazione determinante. Nel migliore dei casi tutti i suoi timori si sarebbero rivelati inconsistenti. Sarebbe stato con ogni certezza un incontro eccitante. *** Fredrik non sapeva cosa pensare della misteriosa telefonata. Era uno scherzo, o magari solo un uomo confuso che aveva lavorato di fantasia? In un certo senso non credeva a nessuna delle alternative. Aveva anche la vaga sensazione di aver già sentito quella voce prima, il che corrispondeva all’affermazione che si erano già incontrati in precedenza. Nonostante ciò gli era impossibile abbinare la voce a una faccia o a un nome. Era palese che, in ogni caso, il suo articolo aveva destato interesse in qualcuno, ora lo sapeva.
Non pensava di stare troppo a rimuginarci su. Il weekend serviva per stare con la famiglia e non per meditare su questioni di lavoro. A tempo debito avrebbe saputo se chi aveva telefonato aveva qualcosa d’importante da raccontare. Il punto su cui Fredrik si soffermava di più era il riferimento che l’uomo aveva fatto “agli Jonstoft”. Cosa intendeva dire davvero?! Che fosse un richiamo all’allora responsabile della sicurezza dell’ospedale, Nils Jonstoft, era ovvio, poiché veniva nominato nell’articolo, ma poteva essere che ci fossero ulteriori persone della sua famiglia, una o più, che erano state coinvolte? Non aveva davvero la minima idea di chi Nils Jonstoft fosse o fosse stato, oltre alle informazioni che risultavano dal materiale che aveva esaminato. Nils era figlio di Magnus Jonstoft, il fondatore della Il Cerchio Immobili, questo era quanto sapeva. Ciò significava che verosimilmente era zio dell’attuale amministratore delegato Göran Jonstoft. Aveva una qualche importanza? Era un’idea interessante, anche se un po’ contorta. Fredrik si trovava ai blocchi di partenza per preparare un altro articolo, sulla società degli Jonstoft, Il Cerchio Immobili S.P.A. Fosse dipeso solo da lui, sarebbe stato un seguito di successo. Stavolta Il Cerchio non avrebbe potuto fare a meno di commentare le sue affermazioni. Anche se la serie di articoli storici sul Sundby gli era sembrata un progetto divertente in cui buttarsi, ammetteva senza problemi che si trovava più a suo agio nel render conto di notizie attuali. A indagare, come reporter, su avvenimenti recenti, di cui tutti dovevano essere informati. Nel suo profondo sapeva anche che era più bravo in quello che a scavare nel passato. Questa storia in particolare aveva poi assunto una sfumatura di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Non avrebbero fatto tardi quella sera. Avevano un’intera settimana davanti a loro e inoltre cominciava a sentirsi raffreddato. Probabilmente qualcosa che Klara si era portata a casa dall’asilo. Asciugò il ripiano della cucina e spense la luce. Sapeva che Ulrika era a letto, di certo a leggere qualche macabro giallo. Sarebbe stato delizioso strisciarle vicino, accarezzare il pancione e addormentarsi nel loro nido sicuro.
Parte sesta
Una terribile scoperta
14 novembre 2005
29
L’acqua si richiuse attorno a lui. Era gelida come il ghiaccio e nera come il carbone. Non ce la faceva nemmeno a cercare di lottare. Tutto era andato storto. Il dolore bruciante allo stomaco si propagò fino al petto e creò un furioso contrasto nella sua testa, facendo sì che gli sembrasse di andare a fuoco mentre annegava. Non c’era nulla che potesse fare. Era già sepolto. Doveva solo aprire la bocca e abbandonare l’ultima resistenza che stava opponendo alla morte. Avevano vinto. Non si aspettava che fossero in due. L’assalto, inoltre, era arrivato da una mano inattesa. Non si era affatto aspettato un’aggressione col coltello e solo grazie ai suoi vecchi riflessi aveva provato a difendersi. In un certo senso l’avevano preso alla sprovvista. Ma ora sapeva chi era il colpevole. Cosa mai poteva esserci di più importante? Aveva aspettato così insopportabilmente a lungo di giungere a una certezza, ma a quel punto era probabile che la verità sarebbe stata sepolta insieme a lui. La gravità di quello che era appena stato detto non aveva scosso solo lui, almeno quello aveva fatto in tempo a vederlo. Raggiunse il fondo e rimase lì sdraiato. Ardeva e gelava allo stesso tempo. La paura che tutto fosse accaduto invano lo scosse e gli fece aprire gli occhi. In lui si accese un piccolo barlume di speranza. Solo allora si accorse che i polmoni stavano per esplodergli. Si mise con forza a scalciare per raggiungere la superficie. 30
Era lunedì mattina presto e quasi tutta Strängnäs dormiva. Tutto sembrava tranquillo e, davanti all’ingresso di un palazzo in Sundbyvägen, sull’isola di Tosterön, un uomo stava inginocchiato ad allacciarsi le scarpe da jogging. I suoi abiti da corsa erano nuovi di zecca, come le scarpe. Non era uno che trascurava i dettagli. Quando si fu allacciato le scarpe fece un po’ di corsa sul posto e si guardò attorno. Si trovava nel bel mezzo della vecchia zona dell’ospedale che, nonostante fosse molto presto, era ben illuminata. Ma per lui tutta quella luce non era proprio un vantaggio, perché conosceva la reazione dei propri occhi quando usciva dal bagliore dei lampioni. Lasciò correre lo sguardo lungo la Sundbyvägen e, in fondo, intravide le acque dello Strängnäsfjärden che scintillavano tra gli alberi. Cominciare la giornata con un giretto di quel tipo era diventata un’abitudine per Johan Sundgren. In quel periodo dell’anno era una vera tortura avventurarsi fuori ma se si pretendevano dagli altri, come faceva lui, disciplina e azioni decise, allora con se stessi non si poteva certo essere più morbidi. Mancavano ancora molte ora prima che il sole facesse la sua comparsa. Il tempo era insolitamente mite per la stagione, quindi in realtà non aveva di che lamentarsi. Non si poteva dire che
fosse già arrivato l’inverno e di neve non si era vista traccia. Johan non se ne dispiaceva particolarmente. Strada e piedi asciutti erano i migliori amici di un corridore. Stava per affrontare un’ora di piacevole ma faticosa corsa, doccia e poi colazione. Era quello che si poteva definire un perfetto inizio di giornata. Di solito le endorfine facevano capolino mentre stava andando al lavoro e quella era una ricompensa sufficiente. La sua compagna non capiva bene come trovasse le forze di alzarsi così presto, ma non si lamentava quando lui, più spesso che poteva, le portava la colazione a letto alle sette, dopo aver fatto la doccia, già fresco di rasatura e pronto per uscire. No, adesso era proprio ora di iniziare. Corse a passi leggeri in direzione del lago. Bisognava scacciare la rigidezza dalle articolazioni ed entrare nella cosiddetta “seconda respirazione” prima di raffreddarsi troppo. La casa in cui abitava e quelle attorno erano davvero belle. Il vecchio ospedale psichiatrico era stato trasformato in una gradevole zona residenziale e, anche se non era la zona più centrale in cui si poteva abitare nella piccola Strängnäs, a Johan andava bene. Lui, che si recava a Stoccolma in treno diverse volte a settimana, certo doveva farsi una discreta passeggiata fino alla stazione, ma la cosa non lo disturbava. Erano di gran lunga peggiori i perenni ritardi che avevano afflitto la linea ferroviaria Svealandsbana l’autunno passato. Gli era capitato di dover aspettare il treno per più di un’ora. Se le ferrovie svedesi e il comune non prendevano seri provvedimenti per i trasporti gli stoccolmesi avrebbero ricominciato a trasferirsi. Nel peggiore dei casi anche lui. In realtà era assegnato a Stoccolma, ma ora aveva incarichi che gli consentivano di restare a Strängnäs la maggior parte dei giorni. Ma questo sarebbe durato solo per un periodo limitato. Poi avrebbe dovuto scegliere tra fare il pendolare tutti i giorni e trasferirsi. Anche se si trovava bene a Sundby Park. I bei dintorni, la vicinanza con la natura e l’alto livello degli alloggi erano imbattibili. Di solito correva sui vialetti sterrati della Tosterön, ma quel giorno, come molte altre volte prima, avrebbe fatto un giro verso Vansö passando per Västerviken e il reggimento, la sua temporanea sede di lavoro. Chiamava quel giretto “il giro lungo il lago”, perché cercava di tenersi il più possibile vicino alla spiaggia del Mälaren. Quando arrivò giù vicino all’acqua seguì la strada che passava nel parco lungo la spiaggia, verso il ponte Tosteröbron. Nella luce proveniente da Strängnäs l’acqua scintillava come un miliardo di diamanti e anche il cielo brillava sopra alla città. Johan pensò che fosse uno spettacolo molto bello. Era quasi magico correre con il suono del proprio respiro nelle orecchie e, in sottofondo, il crepitio della strada ogni volta che metteva giù i piedi. Il vento stava aumentando un po’ ma non gli dava fastidio. Gli riusciva abbastanza facile correre, anche se i polmoni faticavano sempre un po’ all’inizio. Quando superò il ponte Tosteröbron cominciò a scaldarsi e dopo essere passato sotto al mulino e aver doppiato la lingua di terra di Norra Strandvägen, iniziò a sentirsi davvero bene. Quello poteva diventare proprio un bel giro! La piazza Västervikstorget, che in estate si riempiva di locali all’aperto con i relativi turisti, ora era del tutto deserta, così come il porticciolo. Anche il parcheggio vicino alla nuova biblioteca era quasi vuoto. C’erano comunque parcheggiate un paio di automobili, tra cui una Saab 9-5 Combi rossa, che a Johan sembrava in qualche modo familiare. Aveva un adesivo della Lega Cacciatori sul bagagliaio. Di sicuro aveva semplicemente visto l’auto in precedenza e poi gli era rimasta in mente senza alcuna particolare ragione. O poteva essere quella di uno dei colleghi del reggimento? Non aveva molta importanza. Probabilmente qualcuno che era stato all’Aveny e, dopo qualche birra, aveva deciso che il taxi era un mezzo di trasporto migliore della propria auto. Tanto meglio. Se c’era una cosa per cui Johan non aveva la minima simpatia erano i guidatori in stato di ebrezza. Tra tutte le strade avrebbe preferito prendere quella davanti alla bella biblioteca nuova, per proseguire poi lungo la spiaggia, ma sapeva che i grandi progetti edili della Riksbygg e della PEAB costituivano un reale ostacolo alla sua idea. Un’intera area di condomini era in corso di realizzazione e
tutto il lungolago era chiuso al pubblico da molto tempo, con gran fastidio di molti abitanti di Strängnäs. A quel punto dell’anno, a novembre, forse non provocava poi così tanto disagio, dato che non erano in molti a uscire a passeggiare, ma durante la stagione turistica l’irritazione era stata palpabile. Un muro, vicino alla vecchia villa che era passata nelle mani della Riksbygg, era stato ricoperto di graffiti. “ABBASSO IL CANTIERE”, si leggeva. Il dibattito locale, di tanto in tanto, si era fatto davvero aspro, ma non c’era dubbio sul fatto che Strängnäs si trovasse di fronte a molti cambiamenti: questi erano tra i meno significativi. Ovviamente lo sapeva bene, lui che lavorava al passaggio di consegne del P10. A parte quello che se ne poteva pensare, lo sbarramento lo costrinse a fare una grossa deviazione e a lasciare per un po’ la spiaggia. “Davvero fastidioso, non c’è che dire”, pensò. Passò invece di corsa davanti all’ingresso della biblioteca e poi prese Seminariegatan su verso il liceo Thomas. In lontananza sentì delle sirene della polizia. Un incidente stradale o magari qualche rissa a Finninge, pensò. Comunque non sembrava che stessero venendo nella sua direzione. Faceva un po’ di fatica a correre in salita, anche se non era partito poi da molto. Sentiva tirare i muscoli posteriori delle cosce e il respiro farsi più affannato. Presto superò la piscina comunale annessa al liceo e allora tagliò attraverso il cortile della scuola. Una ventata di fumo di sigaretta gli riempì all’improvviso le narici. Gauloises o qualche altra marca di sigarette per chi aveva voglia di cancro. Il fumo nei polmoni quando si correva era davvero disgustoso. Non vide il colpevole ma sapeva che quell’odore poteva restare per un pezzo. Sicuramente il proprietario di qualche cane mattiniero e incontinente, che era fuori a far prendere aria a sé e al cane, pensò. Lui si ripulì subito i polmoni espirando e sulla via Kung Göstas, sulla ripida discesa, recuperò la giusta velocità. Allungò ancora un po’ il passo quando ridiscese verso la spiaggia. Ora davanti a lui si aprì il Mälarlunden. Era un incantevole boschetto simile a un parco, che copriva tutto un declivio giù fino al lago. Un luogo davvero idilliaco che a lui piaceva molto. I bambini dell’asilo andavano a correre lì in estate e inverno e a lui era successo di portarsi il pranzo e mangiare lì nei giorni in cui aveva delle commissioni nella zona del reggimento. La strada su cui stava correndo piegava ora di novanta gradi rispetto al lago ma lui continuò diritto sulla pista ciclabile. Proseguì in mezzo agli alberi a tutta velocità. Che bello ora che finalmente aveva acquistato scioltezza! Forse lì dentro era un po’ buio, ma un lampione stradale sull’altro lato del Mälarlunden gli faceva da guida. Sapeva che il comune aveva in programma di mettere dei lampioni lungo la pista ciclabile, ma per il momento doveva accontentarsi di correre nell’oscurità. All’improvviso inciampò. Credeva che sarebbe riuscito a restare in piedi ma poi sbatté con la gamba contro qualcosa e cadde in avanti senza appoggiare le mani. Riuscì a sollevare un braccio per proteggersi la faccia e, nella caduta, si girò come aveva imparato, in modo da scaricare l’urto sulla spalla. Si fece comunque un male cane, sì, la botta ricevuta era davvero maledettamente dolorosa. Non rimase senza fiato ma lo choc della caduta e il dolore lo fecero restare a terra diversi secondi, per riprendere il respiro. Diavolo! Non ci voleva! Cercò di rendersi conto se si era rotto qualcosa. La spalla faceva male, sentiva scorrere qualcosa sulla parte interna del braccio dolente – sangue, probabilmente – e si sentiva un ginocchio rigido; però, no, non c’era niente di rotto. Alla fine si rialzò a fatica, e si tolse via di dosso ghiaia e sporco. Un classico, proprio quando stava andando così bene! Guardò indietro per vedere cos’aveva causato l’incidente. In quel periodo il terreno non avrebbe dovuto essere scivoloso, ma forse nella notte aveva fatto più freddo di quel che credeva. Ebbe subito la spiegazione. Era una radice, quella in cui era inciampato. Un po’ più lontano vide una pozza scura che doveva essere stata la causa del capitombolo. In realtà non sembrava una normale pozza d’acqua. Poteva essere olio? “Che razza di persona è una che rovescia olio nelle zone verdi, dove tutti i giorni ci sono bambini che giocano?”, rifletté scosso. Il ginocchio doleva e pulsava
ma non era messo così male da non lasciarlo camminare quasi normalmente. Dopo un po’ di stretching e dopo aver percorso un primo tratto camminando, avrebbe potuto portare a termine il suo giro, nonostante tutto. Non era uno che si dava per vinto al primo ostacolo. Ma cos’era in realtà ciò su cui era scivolato? Zoppicò indietro e si inginocchiò per guardare più da vicino. Era così buio che non si riusciva a vedere davvero che colore avesse la piccola pozza, ma sembrava di un marrone scuro e in quel momento si accorse che il liquido gli era schizzato sulle sue scarpe da jogging nuove. Si vedevano grandi macchie marrone. Cavolo, cavolo, cavolo… Si allungò in avanti e lasciò che un paio di polpastrelli sfiorassero la superficie della pozza. Era strano, il liquido sembrava quasi tiepido. Era solo immaginazione? Sconcertato si portò le dita al naso e annusò con cautela. Sobbalzò per la sorpresa. Era sangue! Fu preso dall’agitazione e quasi da un senso di paura. Non era una persona che viaggiava molto con la fantasia ma tutto quello era davvero spiacevole. C’era qualche animale che sanguinava? Si guardò attorno facendo attenzione. All’improvviso s’irrigidì e trattenne di colpo il respiro. A solo qualche metro da lui, tra i cespugli, giaceva un corpo umano. Dalla posizione rigida e innaturale in cui si trovava, Johan capì subito che aveva davanti un morto o, comunque una persona ferita molto gravemente. Gli si strinse lo stomaco. Con grande riluttanza si costrinse a guardare un po’ meglio. Non aveva mai retto particolarmente bene la vista del sangue. Era un militare da scrivania, e in genere gli stava bene così. Era proprio un uomo quello che giaceva lì. Piuttosto muscoloso e con la barba. Nonostante la mancanza di luce intuì che il suo maglione probabilmente era intriso di sangue. Non portava la giacca, notò. Con cautela, si avvicinò di un altro passo e, con le gambe che gli tremavano, si chinò sul corpo per vedere meglio. La visione fu così terrificante che Johan quasi si dimenticò di respirare. Era un corpo maciullato quello che aveva ai suoi piedi. Un’ondata di nausea lo travolse. Incespicò all’indietro sulla stradina del parco, e vomitò violentemente. 31
La chiamata arrivò all’SOS Alarm alle 5:16. La polizia di Strängnäs fu contattata immediatamente. La gazzella più vicina si trovava a Västerport. Per Strand e Kjell Jonsson stavano esaminando un incidente in cui era coinvolto un solo veicolo. Una Jaguar XJR era “parcheggiata” nella rotonda appena costruita. Se ne stava col tetto nel fango ed era proprio distrutta. Qualche conducente sbadato col piede pesante era arrivato su per l’Eskilstunavägen dal centro di Strängnäs meno di un’ora prima, ed evidentemente si era dimenticato di rallentare. Il limite di velocità era 50 chilometri orari, ma il conducente in questione doveva aver superato un bel po’ i 100. La domanda era se avesse anche solo schiacciato il freno, dato lo stato in cui si trovava ora l’auto. Non era la prima volta che avveniva un incidente di quel tipo, ma raramente erano le auto di lusso a essere sfasciate a quella maniera. C’era qualcosa di curioso anche nel fatto che l’auto fosse arrivata dalla città. In incidenti precedenti si era trattato di qualcuno che aveva schiacciato troppo l’acceleratore lungo la vecchia E20 e si era reso conto tardi che lì c’era una rotonda. Per esperienza, sia Strand che Jonsson sapevano che raramente si riusciva a comprendere a pieno come aveva ragionato il conducente. In quel caso naturalmente non si poteva escludere che si trattasse di guida in stato di ebbrezza. Il conducente aveva abbandonato il luogo, il che rafforzava quell’ipotesi. Ora si trattava di esaminare in fretta l’accaduto, mettere al sicuro le prove e predisporre il rimorchio dell’auto. E poi dovevano anche tentare di cercare il conducente, ma non sarebbero mai riusciti a ottenere una pattuglia cinofila in quel momento. C’era il rischio che i colleghi di Eskilstuna si mettessero a ridere se li disturbavano con quella storia. Non rientrava affatto tra gli eventi insoliti che un ubriacone tagliasse la corda dopo aver fatto una cavolata, anche se raramente gli riusciva di ridurre così male il proprio veicolo. Sia Strand che Jonsson però sapevano anche che talvolta accadeva che il conducente si
prendesse un colpo in testa o che fosse così scioccato per l’accaduto da allontanarsi dal luogo dell’incidente vagando senza una meta precisa in preda al panico o alla confusione. Questa possibilità era da prendere in seria considerazione. Certo non faceva particolarmente freddo per la stagione, ma se si era messo a vagare ferito nel bosco della città, quell’incidente sarebbe potuto facilmente finire in tragedia. Che si trattasse di uomo lo davano per scontato dopo aver guardato dentro l’auto. Inoltre gli uomini, soprattutto quelli giovani, spiccavano in maniera massiccia nelle statistiche degli incidenti. Nell’abitacolo c’era del sangue. Erano proprio lì in piedi a discutere se dovessero mettersi a cercare nella zona circostante, e in quel caso da dove iniziare, quando arrivò l’allarme attraverso la radio di servizio. Le priorità cambiarono alla velocità della luce. Era stato trovato un cadavere nel Mälarlunden! Con le sirene ululanti e i lampeggianti accesi destarono parecchia attenzione sia tra gli abitanti mattinieri di Strängnäs sia tra quelli assonnati, mentre scendevano per l’Eskilstunavägen e, con gli pneumatici che stridevano, svoltavano in Regementsgatan. A Per Strand piaceva guidare l’auto, più andava forte e meglio era. Che fosse uno dei suoi punti di forza o una debolezza, di tanto in tanto era argomento di animate discussioni alla centrale. Quella volta in ogni caso la sua guida si poteva considerare motivata. Un uomo morto ritrovato nel Mälarlunden, e presumibilmente ucciso! Cose del genere non accadevano spesso, né a Eskilstuna né a Strängnäs. A quell’ora, alla fine del turno di notte, Per e Kjell non erano particolarmente vispi, ma in quel momento erano su di giri. I tecnici di Eskilstuna ovviamente si erano già messi per strada ma nel frattempo Per e Kjell dovevano recintare la zona e cercare di comprendere al meglio cosa fosse successo. Almeno un’altra gazzella stava arrivando da Eskilstuna ed era stata mandata un’ambulanza dall’ospedale Mälar. Da quello che avevano detto alla Centrale, l’ambulanza quel giorno sarebbe stata impiegata come trasporto salme. Comunque non potevano saperlo con sicurezza finché non fossero stati sul posto. Kjell, che aveva lavorato a lungo nella polizia, aveva partecipato alla rianimazione di più di un “cadavere” durante il suo periodo di servizio. Per parcheggiò la gazzella di traverso sulla stradina che portava nel Mälarlunden. Si erano già accese diverse luci nelle case a schiera più vicine. Non sarebbe certo passato molto tempo prima che la folla cominciasse a raccogliersi. Quando uscirono dall’auto venne loro incontro un uomo in abiti sportivi che saltellava sul posto e sbatteva freneticamente le braccia per scaldarsi. Aveva un’aria scossa e congelata, nonostante i suoi tentativi di conservare il calore. Kjell aprì il bagagliaio per prendere il nastro bianco-azzurro mentre Per si rivolgeva al corridore visibilmente sconvolto. «È stato lei a telefonare?». L’uomo annuì. «Sono riuscito a trovare un telefono da alcune persone qui in Sidövägen. Ho detto loro di restare a casa». Tese una mano tremante verso Per. La mano era tutta macchiata di sangue e sporcizia. «Comunque salve! Mi chiamo Johan Sundgren». «Salve, mi chiamo Per Strand. Può raccontarci cos’è successo?». Johan raccontò com’erano andate le cose quando aveva trovato il corpo. «Quindi si è fatto male alla mano nella caduta?». Per guardò attentamente Johan, che rispose con sguardo fermo. «Esatto. Ma c’è anche un po’ del suo sangue, credo. Mi sono chiesto su cosa fossi scivolato ed era così buio che non riuscivo a vedere bene. Allora ho intinto i polpastrelli in quella pozza di sangue che c’è là». Johan indicò con la mano macchiata in direzione del boschetto, dove evidentemente si trovava la pozza. «Ok. Andiamo a vedere allora. Un uomo, ha detto? Nessuno che lei riconosca?». Per guardò di nuovo Johan con attenzione ma lui scosse la testa, in segno di scuse.
«Era così buio che non ho potuto vedere bene la faccia, ma il petto era insanguinato. È tutto quello che ho fatto in tempo a vedere». Johan era molto pallido. Il suo alito rivelava che aveva vomitato. Per sentì che anche a lui si formava un groppo in gola. Deglutì forte ma non servì. «È così grave, dunque. È senz’altro meglio che mi faccia vedere». Per poteva percepire da solo che la sua voce suonava molto più tranquilla di quanto lui stesso non si sentisse. Doveva esserne contento, no? Le occasioni in cui era stato costretto ad avere contatti ravvicinati con cadaveri si contavano sulle dita di una mano, ma non c’era alcun bisogno che Johan venisse a saperlo. Ora si era avvicinato anche Kjell, sul braccio aveva una coperta che porse a Johan. Aveva tirato un nastro da un albero giù sulla sponda, attraverso la pista ciclabile e in alto per un bel pezzo, sulla salita sopra di loro. Dovevano chiudere anche la parte superiore del boschetto stesso, ma la strada che si immetteva da Sidövägen, dall’altro capo della ciclabile, era più urgente. Johan e Kjell si salutarono. Johan ringraziò con gratitudine per la coperta e se la avvolse addosso. Anche Kjell guardò con interesse la mano e il braccio di Johan. «Sembra che si sia ferito, vedo». Johan raccontò ancora una volta, velocemente, la storia della caduta e come mai la sua mano fosse insanguinata. «Andiamo a vedere. È meglio se ci muoviamo a transennare prima che sbuchino troppi curiosi». Per riprese il comando. Certo, Kjell era in servizio da più tempo, ma raramente aveva obiezioni sul fatto che Per si prendesse la responsabilità di decidere sul da farsi. Johan fece strada. Per vide che zoppicava leggermente. Aveva uno strappo nei pantaloni, su un ginocchio, e la felpa sembrava bagnata e sporca. Una gran puzza di vomito raggiunse entrambe i poliziotti, quando si addentrarono tra gli alberi. «Attenti a non calpestare il sangue o il vomito. Lui è là tra i cespugli. Preferisco non guardare un’altra volta». Johan alzò le spalle in un piccolo gesto di scusa. Per si sentiva le pulsazioni a mille. La sua mano tremava quando accese la torcia tascabile. Strinse forte l’impugnatura e tenne il fascio di luce puntato verso terra finché il tremore cessò, poi illuminò la sterpaglia. Il cono di luce ingrandì il corpo che giaceva a terra. L’uomo era senza dubbio morto. Era sdraiato sulla schiena e i suoi abiti sembravano zuppi. La camicia di flanella che indossava era diventata tutta marrone per il sangue secco. Anche le mani erano insanguinate. Ma la cosa peggiore era la testa. Gli avevano sparato in faccia. 32
Maria Carlson sobbalzò quando il suo cellulare trillò fastidioso. “Devo fare qualcosa per questa suoneria”, pensò irritata prima di rispondere. Era già in piedi, ma di certo non era sveglia nel vero senso della parola. La caffettiera gorgogliava e sibilava e presto la prima dose di caffeina avrebbe fatto effetto. Rispose stanca. «Carlson. In cosa posso esserle utile?» «Ciao Maria! Sono Per. Devi venire all’istante! Abbiamo un uomo morto sdraiato tra i cespugli nel Mälarlunden e, tenendo conto di tutto il sangue che c’è, credo che abbiamo per le mani un omicidio. Io e Kjell abbiamo ricevuto l’allarme dieci minuti fa e abbiamo appena messo le transenne. Quelli di Eskilstuna arriveranno senz’altro da un momento all’altro». Il tono di Per suonava stressato ma comunque calmo. Davvero ammirevole, considerando quanto poco dovesse essere avvezzo a quel tipo di situazioni. Maria sapeva che, senza tutti i suoi anni alla polizia di Stoccolma alle spalle, probabilmente si sarebbe sentita del tutto persa.
«Va bene, Per. Faccio più in fretta che posso. Sai qualcos’altro?» «No, non sappiamo neanche chi è. Io non lo riconosco e neanche il tizio che ci è quasi inciampato sopra. Anche se è maledettamente buio nel punto in cui si trova e le cose possono sembrare alquanto bizzarre alla luce di una torcia tascabile. Vedremo quando arrivano i tecnici con i riflettori». «Ok, allora ci vediamo tra poco. Tieni lontani gli avvoltoi e gli altri curiosi il più a lungo possibile. Dai al personale tecnico lo spazio di cui ha bisogno. Se i giornalisti cominciano a rompere, dì loro di rivolgersi alla direzione di polizia. Acqua in bocca, come suol dirsi». Sapeva che queste istruzioni erano superflue. Per consceva quelle cose. Ma le sembrava giusto fargli vedere che era anche lei della partita. «Yes boss!». Per sembrava ironico e leggermente scherzoso, ma aveva afferrato in pieno qual era il punto. Maria apprezzava molto i suoi modi. Riattaccò e infilò il cellulare nella tasca della giacca. Era un poliziotto davvero bravo e quel giorno avrebbe avuto bisogno di lui. Non metteva mai in discussione la sua autorità, ma non la prendeva neanche troppo sul serio. Era esattamente come doveva essere. No, a quel punto aveva davvero fretta! Si buttò addosso i vestiti che aveva sottomano, ma si prese comunque il tempo di bere una mezza tazza di quel caffè che aveva appena fatto. Lo prendeva nero, senza aggiunte. Solo maledettamente caldo. Si scottò per bene la lingua, ma ne valeva la pena. Quella sensazione indefinibile le sarebbe di sicuro rimasta in bocca per buona parte della giornata. Presto fu in macchina. Già quando fu sulla via riuscì a vedere i lampeggianti che pulsavano in lontananza verso ovest, dall’altra parte dello Strängnäsfjärden. Non sarebbe potuto sfuggire a nessuno che quel giorno stava succedendo qualcosa d’insolito. *** La casetta della famiglia Gransjö, a Tallåsvägen, era quasi del tutto buia. Ulrika si era alzata qualche istante prima per aiutare la piccola Klara a riaddormentarsi, ma Fredrik riposava meglio di quanto non gli capitava da molto tempo. Quella mattina poteva dormire e bisognava approfittarne al massimo, specialmente dal momento che non si sentiva del tutto in forze. Ulrika aveva un sonno molto più leggero. Sapeva che la tregua che aveva ottenuto quando Klara si era riaddormentata sarebbe verosimilmente stata di breve durata. Lo squillo acuto del telefono distrusse tutte le sue speranze di poter dormire ancora un po’. Ulrika rispose pur sapendo che, con ogni probabilità, cercavano suo marito. «Salve. È il direttore responsabile Bertil Ragnarsson. Fredrik è in casa?». La presentazione formale, nonostante si fossero incontrati diverse volte, e il fatto che lui sembrasse ignorare che non erano neanche le sei del mattino non misero Ulrika nella disposizione migliore verso il datore di lavoro di Fredrik. «Dorme, ma presumo sia importante…». Un appunto non era comunque fuori luogo. «Naturalmente! Abbiamo bisogno di lui ora. Succedono cose incredibili e terribili a Strängnäs e Fredrik dev’essere lì a farne un bel resoconto. Ora come non mai deve agire con i ritmi che aveva ai tempi dell’“Expressen”!». Con un sospiro Ulrika pregò il direttore di attendere in linea mentre svegliava Fredrik. Era così dannatamente monotono che tutte le volte facesse riferimento ai vecchi datori di lavoro di suo marito. Fredrik non fu proprio contento, ma comunque si riprese in fretta. Erano quelle le occasioni che confermavano il soprannome “Ragnarök”. Ascoltò attentamente cos’aveva da dire il direttore e la sua faccia assunse un’espressione sempre più sorpresa. «Ok, allora siamo d’accordo. Presumo che impiegheremo Helena per questo caso». Se c’era una volta in cui era giustificabile impiegare Helena, era quella. Il direttore responsabile lo avrebbe capito sicuramente. Tuttavia ascoltò la risposta di Ragnarök con una ruga in mezzo alla fronte.
«Sì, sì, credo che Svensson sia senz’altro un pilastro ma, se ho capito bene, quella da fotografare è la scena di un omicidio. Non è proprio la specialità di Tore, no?». Il sarcasmo nella voce di Fredrik era inconfondibile. “Non striscia davanti al suo capo”, notò Ulrika soddisfatta mentre se ne stava vicino a lui, rannicchiata nella sua vestaglia. «Ok, allora siamo d’accordo. Se non riesco ad avere Helena ovviamente telefono subito a Tore. Paghi il prezzo abituale per le foto che utilizziamo ma le altre le può vendere, preferibilmente con un giorno di ritardo. È senz’altro ok. Mi faccio sentire appena posso». Evidentemente Ragnarsson si era piegato alla logica di Fredrik. Oppure prima si era impuntato solo per principio. Quella era l’ipotesi più probabile. Fredrik guardò Ulrika con aria di scuse ma, allo stesso tempo, con un’intensità che lei non gli vedeva negli occhi da molto tempo. «Con ogni probabilità è avvenuto un omicidio stanotte. Qui a Strängnäs». Lei lo guardò senza capire. «Cosa dici? Qui? Ma chi, e dove?» «Non so chi, ma è stato un militare a trovare il cadavere. Non so se questo voglia dire qualcosa. Comunque c’è un uomo morto nel Mälarlunden e là sono in piena mobilitazione. Un osservatore ha telefonato subito a Ragnarök e gli ha detto che c’è un sacco di sangue sul posto. Devo andare». Ulrika aiutò suo marito a prepararsi. Contro ogni aspettativa Klara non si era svegliata né per il telefono né per la loro conversazione. Forse Ulrika poteva andarsi a sdraiare ancora per un po’. La stanchezza gravava su entrambi come una coperta grigia, ma Fredrik ormai si era svegliato e il mal di testa della sera prima era stato come spazzato via. Evidentemente un bell’omicidio rendeva arzilli. Si baciarono e abbracciarono sulla porta e Ulrika gli augurò buona fortuna con un sorriso stanco. Anche la sua pancia fu dolcemente accarezzata prima che lui si avviasse nell’oscurità. La loro piccola automobile era parcheggiata fuori in strada. Era una Peugeot 206 GTI, ora con nuovi pneumatici invernali, e lui avrebbe potuto essere al Mälarlunden nel giro di due minuti. Non pensava comunque di metterci di più. Mentre usciva dal cancello Fredrik telefonò a Helena sul cellulare. Venne fuori che era già sveglia e completamente vestita perché era sul punto di mettersi in strada per un lavoro a Västerås. Cambiò subito i suoi piani, quando sentì cos’aveva da raccontare Fredrik. 33
Era una giornata nuvolosa ma sulla città si diffondeva ugualmente un po’ di luce, quel pomeriggio. Abbastanza da scacciare le ombre e rivelare il luogo del crimine in tutti i suoi dettagli. Tutte le gazzelle dentro e attorno al Mälarlunden, facendo a gara con abitanti curiosi di Strängnäs e altri automobilisti, avevano causato un temporaneo ingorgo in Regementsgatan. “Non ci vuole molto perché qui diventi un caos”, pensò Maria laconicamente mentre se ne stava a osservare lo spettacolo. Un attimo prima si era allontanata l’ambulanza con il corpo la cui identità era ancora sconosciuta. L’autopsia avrebbe mostrato cosa gli era capitato ma, senza l’identificazione della vittima, l’indagine sarebbe stata difficile. Nel peggiore dei casi avrebbero dovuto rivolgersi al registro delle impronte dentarie, ma c’era da sperare che non fosse necessario. Alcuni dicevano che quello era un omicidio con radici locali. C’era da credere che la vittima o il suo assassino fosse arrivato in bicicletta. Gli avevano sparato e lo avevano anche accoltellato. L’unica arma che era stata ritrovata era un grosso coltello da caccia che il morto stringeva nella mano destra contratta. Lo sparo era verosimilmente la causa della morte, poiché il proiettile era entrato nella testa. Non era difficile capire perché Johan Sundgren avesse sentito il bisogno di vomitare. Il cadavere era una visione stomachevole.
Sebbene Per e Kjell fossero con ostinazione a caccia di testimonianze tra gli spettatori e gli abitanti della zona, ottennero scarsi risultati. Nessuno aveva sentito uno sparo né nient’altro d’insolito. Un uomo anziano raccontò che erano passate varie auto lungo il lago la sera prima, ma non sapeva dire esattamente quando. Sosteneva anche che diverse erano parcheggiate sul vialetto d’ingresso della casa dei Kyrkström, una delle ville vicino al Mälarlunden. Kjell andò a suonare a quella casa un paio di volte senza risultato. Era un luogo impressionante. La scala d’ingresso era tra le più larghe che Kjell avesse mai visto a Strängnäs, le due colonne sembravano essere state ricavate da due tronchi d’albero e il corrimano era opera di un ottimo fabbro. Le decorazioni non erano state fatte di certo in Svezia, piuttosto in Spagna o Italia, se Kjell doveva tirare a indovinare. La facciata intonacata di bianco rafforzava quell’impressione, così come i giganteschi finestroni panoramici che si affacciavano sul lago. Non erano certo dei poveracci quelli che abitavano lì. Ora la casa era buia e il vialetto vuoto. Alla fine i tecnici terminarono di lavorare sulla scena del crimine, c’era solo da aspettare il loro rapporto. Con la speranza che li avrebbe aiutati a capire meglio cos’era successo. C’era da aspettarsi una perizia preliminare – o nel migliore dei casi un rapporto completo – in un momento imprecisato dopo pranzo. Il congedo dei tecnici significava che anche Maria e gli altri potevano andarsene e intraprendere il breve viaggio di ritorno all’ufficio di Trädgårdsgatan. Il loro contributo al lavoro di quella mattina era stato fallimentare, anche se avevano ricevuto delle lodi per essere arrivati in fretta sul posto. Purtroppo si era trattata di una svista penosa da parte loro. Il problema erano le transenne che Kjell aveva disposto nel Mälarlunden verso Sidövägen. Per aveva approvato l’operazione, era quindi da considerarsi corresponsabile. I tecnici della polizia criminale si erano arrabbiati moltissimo quando avevano scoperto le tracce di sangue sparse tra il primo pontile e il luogo in cui giaceva il corpo. Sul pontile si vedevano anche impronte di mani insanguinate e c’era del sangue anche sul distributore di benzina. Era credibile che la vittima avesse cercato di mettersi in piedi appoggiandovisi. A un’indagine più accurata vennero trovate impronte fresche sul pontile. Tutto si trovava al di fuori delle recinzioni. Sia Per che Kjell si domandarono com’era potuto succedere. Ovviamente erano estremamente stressati e sotto pressione ma quella non suonava proprio come una buona scusa. Dopo solo pochi minuti che Kjell e Per erano arrivati la gente aveva iniziato a raccogliersi attorno alle sbarre. Vicino alla baracca della pompa era stato presto pieno di gente. Forse era per quello che nessun poliziotto aveva scoperto le tracce di sangue, oppure era colpa della poca luce. Quando Kjell aveva transennato il danno ormai era fatto. Prove preziose erano forse andate perdute e non potevano farci niente. Quando i tecnici poi avevano sentito delle automobili che erano state viste sul posto la sera prima, l’irritazione si era trasformata in vera ira. I mezzi della polizia e altre auto erano passati avanti e indietro lungo il parco e sulla spiaggia nel corso della mattinata, quindi era inutile cercare delle tracce di ruote specifiche. Il largo vialetto d’ingresso dei Kyrkström era cosparso di ghiaia, quindi lì non c’erano impronte da prendere. Per aveva una gran voglia di picchiare la testa contro il muro più vicino, per quanto era deluso di se stesso. Kjell al contrario sembrava prenderla con molta più calma. Che quelli della polizia criminale di Eskilstuna fossero tra coloro che avevano parcheggiato le proprie auto su Sidövägen gli procurava un pizzico di gioia maligna, ma questo ovviamente non migliorava le cose. Il referto dell’autopsia si sarebbe fatto attendere fino a sera o, nel peggiore dei casi, fino al giorno successivo. Dovevano aspettare anche i risultati delle analisi dei campioni che erano stati presi. Il sangue era stato raccolto in diversi luoghi. Sarebbe stato eseguito il test del DNA per vedere se proveniva solo dalla vittima. Potevano volerci anche un paio di giorni, anche se avrebbero sicuramente ottenuto una priorità particolare al laboratorio statale della scientifica. I sospetti omicidi avevano la
precedenza sugli altri casi. Inoltre il corpo doveva essere identificato da un parente il più presto possibile. Era difficile perché non avevano la più pallida idea di chi fosse la vittima. La domanda era che ruolo avrebbero avuto Maria e il suo gruppo nelle successive operazioni. Com’era d’uso, un gruppo della squadra omicidi di Eskilstuna sarebbe stato nominato responsabile dell’indagine, quella volta sotto la guida del commissario della polizia criminale Victor Näslund. Maria aveva messo in chiaro che lei e i colleghi volevano partecipare e perciò volevano essere tenuti aggiornati su tutto. Né Näslund né nessun altro della polizia criminale aveva obiezioni. Forse era d’aiuto il fatto che Maria conoscesse Victor molto bene. Tre anni prima in effetti erano stati una coppia per un paio di mesi. Ormai entrambi preferivano tenerlo nascosto, ma il rispetto e l’amicizia erano rimasti. Non erano proprio le circostanze adatte per una guerra per il prestigio. Bisognava invece setacciare ogni angolo finché il chiodo era ancora caldo, per usare le parole di Näslund. Nemmeno lui aveva risorse illimitate. Poiché l’omicidio, verosimilmente, aveva radici locali, tanto valeva impiegare le risorse che c’erano. Ora nel gruppo di Maria ci si concentrava per trovare qualcuno che fosse in grado di identificare la vittima. Il grosso problema era che nessuno aveva idea di come procedere. E poi purtroppo non si potevano ignorare completamente tutti gli altri compiti legati all’attività di polizia. Per stava riassumendo tra sé lo stato dell’indagine, mentre inseriva nel computer il rapporto sull’incidente alla Jaguar con cui era iniziata la giornata. Sembrava già lontano. Non era ancora stata ritrovata alcuna arma del delitto. Il coltello che il morto teneva in mano con tutta probabilità si poteva escludere. Maria era riuscita a chiedere a uno dei tecnici che conosceva già da prima, e che sapeva essere esperto, se poteva dire qualcosa sulle ferite. La risposta ottenuta era che sembrava trattarsi di un colpo inferto con una qualche arma da taglio, forse un coltello, che era penetrato nel petto o nello stomaco e poi era stato mosso di qualche centimetro verso l’alto o verso il basso, a seconda di dove era penetrato. Su questo non osava però azzardare ipotesi. «Lascio che sia il medico legale a stabilirlo», aveva detto. Era comunque in grado di dire che il coltello usato doveva essere stato incredibilmente affilato, perché il taglio era a malapena visibile. Era stato come affettare del burro. Non era invece in grado di stabilire se la ferita fosse stata mortale, ma confermò quello che Maria e Per pensavano di sapere già. Allo sparo in testa non si poteva sopravvivere. «Ha tutta l’aria di un’esecuzione», commentò. A Maria venne in mente che quella procedura le ricordava vagamente qualcosa. Che cosa esattamente purtroppo non riusciva a metterlo a fuoco. Prima una coltellata e poi un colpo in testa… Forse un film che aveva visto? Un altro caso di cui aveva sentito parlare? O magari qualcosa che le aveva raccontato un collega? In quel preciso istante le sfuggiva. Forse non era nemmeno importante. Comunque era una sensazione frustrante. Tutte le idee che riuscivano ad avere potevano rivelarsi utili, e meglio se accadeva quel giorno piuttosto che il successivo. Per non riusciva più a trattenersi. In quella situazione ogni minuto era importante. Proprio per quel motivo gli sembrava sbagliato stare lì seduto a scrivere rapporti, ma non si poteva evitare, vero? Si trattava comunque di un grave incidente stradale. L’auto ormai era stata rimorchiata ma non si era ancora trovato alcun conducente. Il registro automobilistico aveva rivelato che la vettura era in leasing presso un’azienda che si chiamava Shogun Investment S.P.A., con sede nel comune di Sigtuna. L’auto era stata acquistata presso il rivenditore di Jaguar di Strängnäs. Chi ci fosse dietro la società, e quindi chi si poteva sospettare alla guida, non aveva invece avuto tempo di controllarlo. Né Per riteneva che questo potesse avere una priorità particolarmente alta. L’unica cosa che lo tormentava era la preoccupazione che il conducente fosse ferito gravemente. C’era
molto sangue al posto del guidatore dell’auto distrutta. Dove poteva essere andato il conducente? Si appuntò mentalmente di telefonare agli ospedali di Södertälje ed Eskilstuna alla prima occasione utile per vedere se avevano avuto qualche emergenza che poteva corrispondere all’incidente. Per martellava freneticamente sul computer per terminare il rapporto. Non appena avesse finito, avrebbe messo il rapporto sulla scrivania di Maria e l’avrebbe pregata di potersi di nuovo rendere utile nell’indagine. Non ce ne fu bisogno. Nell’istante esatto in cui terminò, arrivò alla stazione una telefonata che avrebbe riportato lui e Kjell dritti dentro l’indagine. 34
Fredrik e Helena erano sconvolti dal lavoro della mattina. Fredrik si sentiva sul punto di vomitare. Avrebbero senz’altro ottenuto la prima pagina e la civetta sia sullo «Strengnäs Dagblad» che sull’«Eskilstunaposten», ma si domandava se c’era poi da rallegrarsene. Era questa la merda che pensava di essersi lasciato alle spalle quando aveva abbandonato la grande città per diventare reporter locale. Certo lo solleticava l’idea di un vero reportage di cronaca nera ma quella storia dava veramente la nausea. Strängnäs era un vero idillio ed era difficile entrare nell’ordine di idee che l’incantevole Mälarlunden potesse tramutarsi in un mattatoio. C’era sangue dappertutto e Helena aveva fatto alcune foto che avrebbe senz’altro visto pubblicare sui giornali di Stoccolma. A Fredrik cominciava quasi a mancare il poter lavorare al suo articolo rivelatore sulla Il Cerchio Immobili, ma naturalmente questo evento faceva passare in secondo piano tutto il resto. Helena era andata a casa per esaminare le foto mentre Fredrik alla redazione a Storgatan. In giornata sarebbe andata a proporgli una selezione delle foto. Non appena Fredrik superò la porta ricevette un’occhiata acida da Tore Svensson, che girò i tacchi ed entrò nella sua stanza senza dire una parola. Il fatto che avesse scelto Helena per il bagno di sangue del mattino sarebbe stato sviscerato a più riprese nei giorni a venire, durante la pausa caffè e in altre circostanze, in special modo quando lui non fosse stato presente. “Non ti è mai interessato fare foto per la cronaca nera prima”, pensò Fredrik. Si rese conto di essere ingiusto con Tore. Era chiaro che avrebbe voluto avere l’incarico, a prescindere dal fatto che se la fosse saputa cavare o meno. E la situazione non migliorava certo se si pensava che aveva scavalcato la caporedattrice locale, anche se era stato Ragnarök che gli aveva telefonato e non viceversa. Non c’era stato il tempo di fare un’ulteriore chiamata, quella mattina. Aggirare il fotografo della redazione quando una volta tanto avevano per le mani un avvenimento d’interesse nazionale non era stata una mossa furba da parte sua, ma poteva dire di non esserne affatto pentito. Helena era la migliore fotografa che conoscesse, e la donna giusta per quel lavoro; Tore poteva pensare quello che voleva. Nonostante ciò doveva sforzarsi di calmare gli animi, per non rendere l’atmosfera della redazione spiacevole più a lungo del necessario. Lui e Tore erano obbligati a continuare a collaborare, lo sapevano entrambi. Ma di quel problema si sarebbero occupati in seguito. Ora che cominciava a superare la nausea per l’esperienza del mattino si risvegliò in lui il desiderio di ricavarne qualcosa di davvero buono. Sul luogo del delitto aveva ottenuto informazioni stuzzicanti, ottime come base per il suo articolo. Nel migliore dei casi avrebbe riportato fatti che non si potevano trovare in nessun altro giornale. Per quello doveva ringraziare soprattutto Per Strand. Sebbene la situazione fosse quantomeno concitata e Per non avesse avuto neanche il tempo di salutare Fredrik e Helena quando erano arrivati al Mälarlunden, era stato comunque tanto gentile da mostrare loro chi aveva fatto accorrere sul luogo la polizia. Forse Fredrik avrebbe potuto capire da solo chi era stato, ma quell’informazione gli aveva
permesso di saperlo per primo, mostrandosi determinante. Aveva mandato avanti Helena a scattare qualche foto mentre lui aveva camminato lungo le transenne di Sidövägen. Johan Sundgren stava in piedi, avvolto in una coperta, e aveva un’aria congelata e penosa. Per gli stava accanto dandogli delle pacche sulle spalle. Per aveva detto qualcosa sul fatto che Johan doveva stare tranquillo e riprendersi dallo choc. Il cenno di saluto che Per aveva rivolto a Fredrik era tutta la presentazione di cui aveva bisogno. Poi si era allontanato per occuparsi di qualcosa ma Fredrik era rimasto. Questo aveva dato i suoi frutti. Johan aveva bisogno di parlare di quello che aveva vissuto e Fredrik era più che disposto ad ascoltare. Johan Sundgren era un militare, più precisamente tenente colonnello assegnato allo Stato Maggiore di Stoccolma. Aveva raccontato che in quel momento lavorava per diversi giorni alla settimana al P10, per partecipare al passaggio di proprietà della zona del reggimento all’impresa edile statale Vasallen. Il coordinamento dei lavori avveniva tra lo Stato Maggiore, l’Ufficio immobili della Difesa di Strängnäs, Vasallen e il comune di Strängnäs. I pregiudizi di Fredrik e le sue precedenti esperienze gli dicevano che i militari erano particolarmente difficili da intervistare, così attenti alle regole della segretezza e abituati alla dissimulazione com’erano, ma Sundgren non sembrava avere quel tipo di riserve. Aveva parlato ininterrottamente e Fredrik non aveva quasi avuto bisogno di fargli domande. Sundgren aveva riferito nei dettagli com’era andato il ritrovamento del cadavere. E poiché aveva lasciato il posto quasi subito dopo la loro conversazione, Fredrik era quasi sicuro che nessun altro giornalista avesse ancora ottenuto quel racconto. Riguardò i suoi appunti ancora una volta. Lui non aveva visto il corpo, poiché era in un sacco quando finalmente erano riusciti ad avvicinarsi un po’. Però aveva sentito uno dei tecnici dire a Maria Carlson qualcosa del tipo “questa assomiglia a un’esecuzione”. Johan Sundgren aveva detto che la vittima era stata colpita con un coltello e che poi gli avevano anche sparato. Sarebbe stato interessante vedere se Helena era riuscita a catturare quel dettaglio, anche se gli si rivoltavano le budella al solo pensiero di che visione sarebbe stata. L’articolo poteva risultare davvero buono, soprattutto con l’aggiunta delle foto di Helena. Anche se ora non ce la faceva proprio a mettersi a scrivere ed era arrivato il momento di pranzare. Sarebbe passato dalla stazione di polizia più tardi, per vedere se riusciva a ottenere qualche commento da Maria Carlson. Aveva bisogno di riflettere su come porre le sue domande e farlo mentre mangiava gli sembrava un’ottima idea. L’offerta di Strängnäs per il pranzo non era poi così catastrofica, ma in quanto ex-stoccolmese, Fredrik non poteva fare a meno di sospirare al pensiero delle alternative che gli si presentavano. Pizza e kebab, kebab e pizza, cucina casalinga, pizza e kebab… Certo, c’era la possibilità del greco, del cinese; nemmeno l’indiano quel giorno lo attirava. Per fortuna poteva contare sull’Hotel Rogge. Con il loro pranzo a buffet si andava quasi a colpo sicuro. Non sempre entusiasmante ma quasi sempre dignitoso. Quel giorno sarebbe andata così, un pranzo semplice al Rogge. 35
Per e Kjell sedevano di nuovo nella gazzella. Entrambi avevano gli occhi cisposi nonostante non fosse ancora ora di pranzo. Ed entrambi erano preda di un leggero senso d’irrealtà. Non era facile capire se si trattasse di mancanza di sonno o del fatto che non erano abituati a trovarsi nel bel mezzo delle indagini su un omicidio raccapricciante. Forse era una combinazione delle due. Erano in servizio da quasi venti ore e cominciavano ad accusarle. Maria aveva chiesto loro, mentre erano in ufficio, se volevano andare a casa a riposare, ma entrambi avevano declinato l’offerta. Chiunque poteva scrivere rapporti o dedicarsi alle faccende amministrative anche da addormentato, ma da quel momento si occupavano di nuovo del vero lavoro di polizia. “Strano che possa essere così bello viaggiare su questo
macinino”, pensò Per. Quella giornata non assomigliava a nessun’altra che riuscisse a ricordare. Un uomo aveva telefonato alla stazione di polizia per denunciare un’effrazione. A casa di un vicino. Poteva darsi che il ladro si trovasse ancora nell’appartamento. Il portellone del garage sembrò metterci un’eternità ad aprirsi, lentamente, per lasciarli uscire. Le ruote posteriori non avevano neanche fatto in tempo a superare la soglia che Kjell fece partire la sirena. I lampeggianti erano già accesi. Dovevano andare sull’altura Tingstuhöjden e Per, per la seconda volta quel giorno, ignorò completamente il limite di velocità di 30 chilometri orari. Un gruppo di bambini dell’asilo, che stavano uscendo in quel momento dalla biblioteca, guardarono con gli occhi sgranati la macchina della polizia. Quel giorno ce n’era per tutti. Giunsero a destinazione in un baleno e parcheggiarono. Controllarono un’altra volta l’indirizzo, per sicurezza. Ebbene, era l’abitazione più vicina al parcheggio in cui avevano messo la macchina. Era una casa tipica per quella zona, a due piani e con solo due portoni. L’appartamento doveva essere quello al piano superiore. Il vicino che aveva telefonato si chiamava Möllbom e, coerentemente, lessero “Möllbom primo piano”, sul pannello nell’androne. Al primo piano Per sentì dei passi strascicati dietro a una delle porte. Probabilmente qualcuno che voleva vedere chi saliva così rumorosamente le scale a metà giornata. Prese nota del fatto che lì abitava qualcuno che si chiamava Nordin. Percorsero la scala successiva e arrivarono. C’erano due porte, una di fronte all’altra e su quella più lontana c’era scritto “Karlén”. Ma qualcosa che non andava. La porta era socchiusa e aveva l’aria di non essere stata aperta con la chiave, ma piuttosto con un piede di porco. Lo stipite era spaccato all’altezza della maniglia. Non un rumore si sentiva provenire dall’interno dell’appartamento. «Cosa ne pensi?», sussurrò Per. In realtà era abbastanza evidente cos’era successo, ma ogni tanto era una mossa intelligente dare a Kjell la possibilità di assumere il comando. «Eh, caro Per! Ora abbiamo anche uno scasso sul groppone. Entriamo?» «Certo, ma prima facciamoci riconoscere». Per bussò sul lato interno della porta. «Salve! C’è qualcuno in casa? È la polizia!». Non un rumore si udì provenire da là dentro, bensì dalla porta alle loro spalle. “Sicuramente Möllbom che vuole vedere che succede”, pensò Per. Non aspettarono che il vicino aprisse la porta e si facesse vedere, ma invece entrarono con cautela nell’appartamento di Karlén. «Oh cavolo!». Kjell non mancò di esternare le sue sensazioni davanti alla scena che li accolse. Era un vero casino, nessuno avrebbe potuto negarlo. L’appartamento era letteralmente sottosopra. Nell’ingresso le ante del guardaroba erano spalancate e i vestiti giacevano a mucchi sul pavimento. In cucina quasi tutti gli sportelli degli scaffali erano aperti e c’erano stoviglie a pezzi sia sul piano da lavoro che sul pavimento. Anche il soggiorno era un gran macello. Tutti i libri erano stati scagliati fuori dalla libreria e, per qualche motivo, sembrava che i ladri ne avessero anche sfogliati una gran quantità. «Quanta gente tiene soldi nella libreria?», commentò Kjell. Per pensò che era senz’altro meno insolito di quanto si potesse credere, ma che comunque era un po’ bizzarro impiegare così il tempo quando dovevano esserci modi più efficaci per cercare e trovare oggetti di valore. «Strano che Möllbom né nessun altro ci abbia telefonato prima. O credi veramente che tutto questo possa essere appena successo? È evidente che nella palazzina c’è gente in casa, quindi qualcuno avrebbe dovuto reagire al baccano. I colpevoli non hanno agito in maniera proprio discreta». Kjell annuì. «Sì, credo proprio che ci sarebbe stato un sacco di tempo per telefonare, ma la gente a volte è così strana. Il caffè rovesciato in cucina ormai si è seccato. Per quanto a lungo si faccia questo mestiere non si smette mai di stupirsi di quanto le persone possano essere pavide. Credo che dovremmo parlare
coi vicini prima di tornare alla centrale». Per rimase colpito, anche se forse non avrebbe dovuto. Era risaputo che Kjell fosse un poliziotto bravo ed esperto ma Per pensava che fosse anche passivo e disinteressato di tanto in tanto. Ora comunque era evidentemente in piena forma. Per stesso non aveva notato che aspetto avessero le macchie di caffè. “Ogni giorno se ne impara una nuova”, pensò. Sapeva che Maria stimava Kjell più di quanto non mostrasse. La stima era reciproca e restava tutta sul piano professionale. Kjell, un po’ più vecchio di Per, all’inizio era senz’altro stato un po’ dubbioso su quel capo di sesso femminile, ma lei aveva dimostrato presto grande competenza e un certo modo leggero, e tuttavia corretto, di prendere la gente, lui compreso. Si era guadagnata il suo rispetto, il che in sé era un’impresa. Sarebbe stato ingiusto sostenere che Kjell si facesse incantare facilmente. Per e Maria invece si erano subito trovati bene e, in quel caso, era una questione di feeling. Si notava che si piacevano, tanto che a volte si vociferava che fossero una coppia. Non era così ma Per, quantomeno, non era del tutto disinteressato all’idea. In quel momento poteva solo inchinarsi davanti all’occhio di lince di Kjell e alla sua esperienza. Kjell non aveva finito con le osservazioni. Aveva un’aria meditabonda. «Mi domando cos’ha preso il ladro. Non è strano che questo computer portatile sia rimasto qui?». Per si guardò attorno con maggiore attenzione. Nonostante il caos e la devastazione c’erano comunque diverse cose che saltavano all’occhio, a pensarci bene. Era possibile che il ladro o i ladri avessero preso eventuali contanti, perché non se ne vedevano in giro, ma altre cose che avrebbero dovuto essere allettanti erano state lasciate lì. A parte il computer, c’era una macchina fotografica Canon su un comò in camera da letto, un bello stereo con lettore DVD in soggiorno e un cofanetto d’argento che presumibilmente si era trovato nella libreria, ma che ora era sul pavimento. «Assolutamente. Hai ragione. Credi che il ladro possa essere stato interrotto? Qua ci sono diverse cose che avrebbe potuto prendere». «Che sia stato sorpreso?». Per annuì e si guardò attorno. «Sì, perché abbiamo controllato tutto l’appartamento, no?». Si guardarono e poi venne loro lo stesso pensiero nello stesso momento. «Il bagno!». Kjell era il più vicino per cui si girò e, con tre passi veloci, fu alla porta del bagno. Per lo seguì subito dopo. Non erano del tutto preparati a ciò che si trovarono davanti. 36
Ricordava come si era sentito confuso dopo l’incidente stradale. Quella stanza era silenziosa, calma e tranquilla. Il padre aveva aggiustato le cose al meglio. Ora sicuramente tutto si sarebbe sistemato. L’incubo di quella giornata lo opprimeva come una nebbia soffocante. Rabbrividiva al pensiero di quanto era successo nel bosco. Aveva camminato zoppicando più veloce che poteva, ma aveva preso una gran botta alla gamba destra quando avevano fracassato l’automobile. Ovviamente era stata una vera idiozia far guidare lui che era ferito, ora lo capiva. Anche se suo padre non era stato di certo in sé, cosa che non avrebbe stupito nessuno al corrente dei fatti. Quando l’automobile si era rovesciata anche il padre aveva preso una botta. L’auto si era ribaltata ed era affondata nel fango. Entrambi erano rimasti a testa in giù appesi alle cinture di sicurezza e lui personalmente aveva appena cominciato a riprendere conoscenza. Poi all’improvviso la cintura del padre si era slacciata. Per fortuna lui aveva premuto le mani contro il soffitto. Se non lo avesse fatto,
probabilmente si sarebbe spezzato il collo, ma nella caduta si era comunque slogato un polso. Si sarebbe afflosciato come un sacco di patate se il padre non fosse stato lì. Suo papà era davvero un duro. Ora non capiva più come aveva potuto essere così terribilmentre arrabbiato con lui. Quello che aveva dovuto sentire nel corso della nottata era davvero difficile da digerire, ma comunque se non ci fosse stato lui non sarebbe mai riuscito a uscire da quell’auto. L’aveva tirato fuori e trasportato quasi per tutta la strada dentro il bosco. Ricordava che, quando aveva ripreso conoscenza, suo padre era chino su di lui e ansimava. Il dolore al petto si era fatto sentire immediatamente ma lui si era lo stesso sollevato per abbracciarlo. Non riusciva a ricordare l’ultima volta che era successo. Purtroppo l’incubo non era finito lì. Era terribilmente buio nel bosco e presto non era più stato sicuro di dove si trovava. Aveva dovuto affidarsi completamente a suo padre. Tutto quel girovagare era stato per lui uno sforzo spaventoso. Ricordava come aveva arrancato, con un braccio attorno alle spalle di suo padre. Avevano camminato e camminato per quella che era sembrata un’eternità mentre lui si sentiva sempre più stanco e infreddolito. Alla fine il padre si era fermato e lo aveva pregato di sedersi su un ceppo. «Dobbiamo telefonare per chiedere aiuto», aveva detto. Poi aveva estratto il cellulare e aveva composto un numero pescato dalla lista della scelta rapida. Gli avevano risposto subito, e aveva spiegato, senza giri di parole né dettagli superflui, la situazione in cui si trovavano. Non era nemmeno sembrato scosso, ma aveva emanato una calma che non poteva provare davvero. Quella sensazione di piena fiducia verso suo padre, che aveva ritrovato e nella quale navigava ancora, era nata proprio in quel momento. «Sì, si può fare, se solo riesco a orientarmi, ma credo di aver capito da che parte è quella strada. Se la trovo riusciamo anche a raggiungere Finninge». Suo padre aveva ascoltato la voce dall’altro capo del telefono, che sembrava dare delle brevi istruzioni. «Ok, tra quaranta, quarantacinque minuti, direi. Ti richiamo se c’è bisogno». Poi lo aveva rimesso in piedi e l’aveva fatto ricominciare a camminare. Dopo altri interminabili minuti di straziante spostamento su tronchi e pietre, il padre si era fermato e lo aveva guardato con espressione grave. «Come va? Ce la fai a continuare o facciamo una pausa? Presto saremo sulla strada e lì dobbiamo essere cauti. Non potremo più fermarci neanche un attimo. È troppo pericoloso. Dobbiamo essere preparati al fatto che potrebbe esserci già un gran subbuglio». A quel punto aveva quasi smesso di importargli. Avrebbe quasi accolto la polizia a braccia aperte se solo avesse potuto smettere di congelare e sanguinare, ma papà continuava a mantenere i nervi saldi. La sosta per riposarsi era stata breve, poi avevano continuato ad arrancare. Dopo un altro tratto infinito avevano scorto tra gli alberi la grossa strada. L’avevano seguita da lontano. Era davvero strano, ma non avevano visto una sola macchina della polizia. Solo udito le sirene in lontananza. Nonostante tutto, la camminata era andata abbastanza bene, salvo un’occasione in cui aveva sbattuto il piede tanto forte contro una radice che aveva perso la presa del padre ed era caduto in avanti, atterrando sulle ginocchia. Gli era mancato il respiro, aveva sentito un male spaventoso alla gamba ferita. Avevano dovuto fermarsi di nuovo alcuni minuti, finché lui non si era ripreso da quel dolore lancinante. Non aveva idea di quanto ci avessero messo, ma all’improvviso avevano visto i fari dell’auto e i contorni familiari di un uomo. Era l’amico di papà. La Saab rossa se ne stava lì col motore acceso e quando era affondato nel morbido sedile posteriore rivestito di pelle, si era sentito infinitamente meglio. 37
Kjell, che era davanti, si bloccò di scatto appena entrò nel bagno. Per gli finì quasi addosso. Kjell si guardò attorno con gli occhi spalancati e Per fece subito lo stesso. Per qualche motivo si erano messi in testa che il ladro si fosse nascosto lì dentro, ma non era così. No, là non c’era nessuno a parte loro, né morto né vivo, ma si aveva quasi la sensazione che invece fosse così. Dappertutto c’erano occhi. Sulle pareti, ovunque non ci fossero armadietti, mensole o specchi, erano attaccate fotografie in bianco e nero. C’erano molte immagini diverse, ma il motivo era sempre lo stesso, una giovane donna dalla bellezza abbagliante, con lunghi capelli scuri. In alcune delle foto non era che una bambina. Li guardava da ogni direzione e gli specchi amplificavano l’effetto, così che la si poteva vedere ovunque si fissasse lo sguardo. Per il resto nel bagno era tutto in ordine. Un cassetto vicino al lavandino era leggermente aperto, ma ogni cosa era al suo posto. Ciò che colpiva di più era il contrasto con il resto dell’appartamento. «Chi cavolo si fa una tappezzeria di vecchie foto? E in bagno, per di più! Cosa ne pensi, Strand?». Kjell si grattò il collo distratto, quasi senza rendersene conto. Si capiva che non riusciva proprio a inserire quello che vedeva in uno schema mentale sensato o logico. Strand era sorpreso quanto Kjell, ma tornò in fretta in sé. «Sì, senza dubbio è bizzarro. Hai visto che c’è sempre la stessa donna nelle foto? A giudicare dal taglio dei vestiti e dalla pettinatura si direbbe che le foto siano degli anni Cinquanta o forse Sessanta. Cosa ne pensi?» «Sì, così sembra. Non la riconosco, ma in un certo senso ho la sensazione che dovrei. E tu, hai qualche idea sul perché la stanza abbia quest’aspetto?» «Mmh, è davvero difficile a dirsi. Sembra che qui abiti proprio un tipo strambo. Probabilmente un vecchio scapolo. Per qualche motivo non credo che sarà contento quando capirà che abbiamo visto tutto questo. Dev’essere una forma di feticismo». «Già, tutta questa storia diventa sempre più strana. Mi domando dove sia lui». «Sì, questa è davvero una bella domanda! Quando si dice irrompere nella vita privata di qualcuno». Per si sentì all’improvviso stanchissimo e rassegnato. Cosa cercavano davvero, il ladro o i ladri. Un tesoro sepolto? Una cassaforte nascosta? Ma se erano i soldi che volevano, allora perché non portarsi via aggeggi facilmente smerciabili come un computer portatile o una macchina fotografica? Tutta la faccenda era più che stravagante. Il peggio era che ora avevano tre casi in una mattinata, e che tutti aspettavano di essere risolti! Forse l’incidente stradale in realtà non era degno di nota, ma era la prima volta che vedeva un’auto di lusso ribaltata in mezzo a una rotonda. Né era facile dimenticare tutto quel sangue nell’abitacolo, anche se subito dopo erano stati anche sulla scena di un omicidio. E ora un’effrazione in un appartamento il cui proprietario era ignoto, e in cui il ladro aveva tralasciato oggetti di chiaro valore, senza che ci fosse alcun indizio che lasciava pensare che fosse stato interrotto. “L’omicidio sarebbe stato sufficiente”, pensò sfinito. «Attacchiamo subito con le domande ai vicini? Possiamo iniziare con Möllbom, no? Quello che ha telefonato, insomma. Con un po’ di fortuna sarà una cosa rapida, così possiamo tornare alla stazione e vedere se è successo qualcosa nell’indagine sull’omicidio. Ho il massimo rispetto per i furti in appartamento, ma direi che abbiamo per le mani roba un po’ più grossa». Kjell annuì. Suonare alle porte era una normale procedura, anche se i vantaggi potevano essere alquanto dubbi nel bel mezzo di un giorno feriale. Quel giorno comunque le premesse sembravano buone. Möllbom doveva avere qualcosa da raccontare. Inoltre entrambi avevano sentito rumori provenienti dall’appartamento di Nordin mentre salivano. «Sì, facciamo così. Una signora curiosa può essere utile ogni tanto, questo l’ho capito già da un po’. Se ci ha sentiti, probabilmente ha sentito anche quello o quelli che sono stati qui prima di noi».
Come Kjell sapesse che Nordin era una signora era un mistero per Per, ma non aveva molta importanza. Uscirono dalla porta d’ingresso e Kjell se la chiuse con cautela alle spalle, cercando di non afferrare la maniglia. «Mi è rimasto un po’ di nastro nel bagagliaio. Potrei andare a prenderlo, così tu puoi iniziare col giro dei vicini, Per. Un poliziotto incute meno timore di due, sai». Senza aspettare conferma Kjell cominciò a scendere le scale. Quando Per aveva iniziato a uscire con Kjell, di tanto in tanto si era irritato furiosamente per la sua capacità di assegnargli all’improvviso un compito e poi andarsene a occuparsi di qualche altra faccenda da solo. Ma dopo un po’ gli era apparso chiaro lo schema che stava dietro a quel comportamento e, infine, aveva capito di cosa si trattava davvero. Quel modo di fare si presentava quasi sempre quando era il momento di parlare con persone non sospettate di crimini. E soprattutto quando bisognava avere a che fare con una donna. Allora era quasi garantito che Kjell fosse occupato con qualcos’altro. Per era giunto alla conclusione che Kjell fosse solo un po’ orso e socialmente inesperto. Che addirittura l’altro sesso lo spaventasse. Ciononostante, finché rivestiva il ruolo di pubblico ufficiale o mentre parlava con altri poliziotti in una veste riconosciuta, era una persona del tutto normale. Poteva persino scherzare ed essere divertente quando erano fuori insieme per qualche incarico. In compagnie più numerose non diceva quasi mai niente, se non direttamente interpellato. Le cose si erano messe davvero male, quale fosse il problema, soltanto quelle poche volte in cui Kjell si era trovato a essere responsabile, in compagnia di Per, di un colloquio con un testimone importante o con una persona in possesso di informazioni interessanti. Una volta si era limitato a stare seduto annuendo e aveva lasciato parlare la donna per un’eternità, lasciando che dicesse cose non attinenti. Alla fine Per si era visto costretto a interromperla e a subentrargli. Per si era aspettato una rimbeccata da Kjell per il suo intervento, ma aveva invece ricevuto un’occhiata riconoscente. Era lì che a Per si era accesa la lampadina su come stavano le cose. Altre volte Kjell aveva cercato di gestire la situazione recitando proprio la parte del pubblico ufficiale e ponendo domande in modo severo, ma in quei casi le persone si spaventavano così tanto che lui e Per non riuscivano a venire a conoscenza di nulla di prezioso. Dopo aver lavorato insieme per un po’ avevano raggiunto un’intesa silenziosa su quale fosse la suddivisione dei compiti. Era successo l’ultima volta proprio quella mattina, quando Per si era assunto la responsabilità di parlare con Johan Sundgren, mentre Kjell correva in giro col suo nastro. Per questo Per non era minimamente sorpreso di essere stato lasciato da solo a bussare alle porte. Poteva addirittura rivelarsi un vantaggio. Cominciò con Möllbom. Sentì il campanello risuonare nell’appartamento e, dopo pochi secondi, si sentirono dei passi e la catenella della porta che veniva sganciata. Ci fu un baluginio nello spioncino, che era piazzato insolitamente in basso, e poi la porta venne aperta con cautela. Un ometto tarchiato guardò fuori. Aveva un’aria interrogativa e leggermente angosciata. Il taglio da Robin Hood luccicava d’unto e la faccia tonda dalla pelle butterata ricordò a Per un formaggio di Natale pieno di buchi. «È della polizia?». L’uomo aprì di più la porta e rivelò un ingresso dal pavimento rivestito di linoleum che aveva visto giorni migliori. Le pareti erano coperte di quadri di diversi stili e dimensioni. L’appartamento dava un’impressione di sporco e aveva odore di tana da vecchio scapolo. «Sì, esatto. Mi chiamo Per Strand. Io e il mio collega abbiamo constatato l’effrazione qua di fronte, presso Karlén, che lei ha denunciato. Ora mi domando se può raccontare cos’ha visto o sentito. Potrei entrare a parlare un po’ con lei?» «Va bene, si può fare. Mi chiamo Jan Möllbom, ma mi chiamano Janne. Piacere». Möllbom ridacchiò nervosamente come se avesse sentito qualcosa di divertente. Entrò nell’ingresso dell’appartamento. C’era anche odore di cibo. Salsicce arrostite e qualcos’altro che non riusciva a identificare. Fegato? Sembrava che fosse arrivato nel bel mezzo dei preparativi per il pranzo. Da Möllbom stesso proveniva una vaga esalazione alcolica mescolata
all’odore di dopobarba economico. «Sì, può venire qui in soggiorno. Stavo giusto per mangiare ma forse non ci vorrà molto, vero?». Dalla voce di Möllbom sembrava che comunque non sarebbe stato un problema, se invece ci fosse voluto un po’. «No, non direi. In realtà vorrei solo sapere come ha scoperto lo scasso e poi cos’ha visto stamattina. Ho anche un paio di domande sul suo vicino, Karlén, no?» «Sì, il maggiore. Björn Karlén, si chiama. Siamo stati vicini di casa per un sacco di anni. Sì, è iniziato con dei rumori stamattina, questo ho sentito. Anche se ero davvero stanco e non era esattamente la prima volta che il maggiore tornava a casa ubriaco all’alba facendo un gran baccano». «Ah ah, davvero? Quindi era normale che tornasse a casa sul far del giorno?». Möllbom ridacchiò di nuovo. «Sì, può ben dirlo, anche se sembra essersi calmato negli ultimi tempi. Mi sa che è la sua nuova donna che ha avuto una buona influenza». Möllbom si sedette sul divano di pelle, lucido per l’usura, evidentemente nello stesso posto in cui si sedeva sempre. Con un gesto del braccio fece capire che anche Per poteva accomodarsi. «Quindi, quando ha capito che si trattava di uno scasso?». Per si sedette sul divano. Sprofondò. L’imbottitura stava tirando le cuoia. «Be’, quando il chiasso è proseguito ho meditato di andare a suonare per pregarlo di moderarsi, ma ci ho pensato un po’ su. Non è così facile avere a che fare con Karlén, soprattutto quando non è sobrio». «No, posso immaginarmelo. Ma si è fatto comunque coraggio?» «Be’ no, non ce n’è stato bisogno. Quando ho guardato fuori ho visto che la sua porta era stata scassinata. Ho provato a suonargli, ma ovviamente non c’è stata risposta. Poi ho telefonato a voi, alla polizia voglio dire». «Magari si ricorda quand’è stata l’ultima volta che ha incontrato o visto Karlén». Möllbom annuì. Si vedeva che si trovava bene nel ruolo di testimone della polizia. «Certo! È stato ieri sera. È stato abbastanza spassoso, in realtà. Ho guardato fuori dalla finestra e ho visto il maggiore pedalare via su una vecchia bicicletta da donna!». Möllbom ridacchiò ancora una volta e continuò: «Non sapevo neanche che avesse una bicicletta e quella non aveva proprio l’aria di essere il modello per lui». Per si spostò leggermente. Cominciava già a sudargli il sedere. Era uno dei divani più scomodi su cui fosse mai stato seduto. Sognava già di potersi alzare e andare via ma aveva ancora delle domande. «Ha detto che Karlén ha una nuova donna. Non sa per caso il suo nome e dove abita? Dato che Karlén non è in casa dobbiamo cercare di trovarlo il prima possibile». «Be’, sì che lo so. Si chiama Annika Persson e abita a Ulvhäll. L’indirizzo e il numero di telefono potete senz’altro trovarli sull’elenco, perché non li ho». «Grazie, è più che sufficiente. L’indirizzo esatto possiamo sicuramente recuperarlo da soli. Tra l’altro, mi dica Janne, lei conosce bene il maggiore?». Era il momento di buttarla un po’ sul confidenziale. Era così palese che Möllbom voleva raccontare tutto quello che sapeva, quindi doveva averne l’opportunità, anche a rischio di dover rimanere ancora seduto su quello scomodo divano. «Non potrei dire di conoscerlo bene. Siamo buoni vicini, la metterei così. Siamo stati l’uno a casa dell’altro qualche volta. Lui è davvero gentile e ha sempre qualcosa di rinfrescante da offrire, se così si può dire». «Capisco. È stato da lui di recente e, in quel caso, ha notato se aveva oggetti di valore in casa, cioè oggetti che varrebbe la pena rubare?».
Fu come se l’ometto drizzasse un po’ le orecchie. Sembrava a dir poco affamato di compagnia. Per credeva che fosse proprio il tipo che spettegolava e parlava volentieri degli altri molto e a lungo, ma c’era qualcosa che lo tratteneva. «Eh no, non saprei bene di cosa potrebbe trattarsi. Ha un computer portatile, questo lo so. Forse ho visto anche una macchina fotografica. Una di quelle cose moderne. Per il resto non credo che il maggiore abbia molti soldi. Se ce li ha non è una cosa che va in giro a sbandierare». «In questo caso, ha una qualche idea del perché qualcuno possa aver commesso un’effrazione a casa sua?». Lo sguardo di Möllbom cominciò a vagare. Si sfregò ripetute volte il palmo della mano destra sulla gamba dei pantaloni. La mano lasciò chiare tracce umidicce sulla stoffa. Per, che aveva tenuto una grande quantità di interrogatori con persone sospettate di crimini e si era sentito rifilare molte bugie, pensava di saperne riconoscere i segni. Qui c’era decisamente di più da tirar fuori. Prima si era sbagliato. Ora invece era davvero certo che Möllbom avesse una sua teoria, oppure che avesse addirittura delle certezze sulla causa dello scasso, ma non osava o non voleva raccontarlo alla polizia. «No, non so cosa potrebbe essere. E non sembra nemmeno che sia coinvolto in qualche affare losco, per quel che ne so o che ho sentito». Per quasi sobbalzò. Affari loschi? Per non aveva nemmeno nominato eventuali sospetti sul fatto che Karlén si occupasse di roba del genere. Per