MARY HIGGINS CLARK DUE BAMBINE IN BLU (Two Little Girls In Blue, 2006) A Michael V. Korda, editor e amico, con affetto R...
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MARY HIGGINS CLARK DUE BAMBINE IN BLU (Two Little Girls In Blue, 2006) A Michael V. Korda, editor e amico, con affetto Ringraziamenti La telepatia che esiste fra certi individui mi ha sempre affascinata. Ricordo fin dall'infanzia che a volte mia madre diceva con aria preoccupata: «Ho una sensazione riguardo a...» E immancabilmente la persona a cui lei stava pensando era alle prese con un problema. Nello scrivere alcuni dei miei libri ho fatto ricorso in qualche misura alla telepatia, ma il misterioso legame che c'è fra i gemelli, in particolare quelli monozigoti, non ha mai smesso di incuriosirmi, e da molto tempo avevo intenzione di ispirarmi a questo fenomeno per la trama di un romanzo. La mia gratitudine va agli autori di testi sull'argomento, soprattutto a: Guy Lyon Playfair per il suo Twin Telepathy: the Psychic Connection; la dottoressa Nancy Segal per Entwined Lives; Donna M. Jackson per Twin Tales: the Magic and Mystery of Multiple Births; Shannon Baker per il suo articolo «On Being a Twin»; e Jill Neimark per il suo servizio «Nature's Clones» pubblicato su Psychology Today. Gli esempi da loro illustrati della connessione psichica fra gemelli mi sono stati di grande aiuto per lo sviluppo del racconto. Come al solito, altri hanno compiuto il viaggio assieme a me. La mia eterna riconoscenza va al mio editor Michael V. Korda, e al senior editor Chuck Adams per la loro guida illuminata. Lisl Cade, cara amica e addetta stampa, è ancora al mio fianco. La cerchia di lettori che mi segue durante la stesura del testo rimane costante. Grazie a tutti loro, e ai miei figli e nipoti, che mi incoraggiano lungo il cammino e rendono la mia vita animata e divertente. Volevo che questo libro fosse un tributo all'impegno con cui il Federal Bureau of Investigation si dedica alla risoluzione dei casi di sequestro di persona. In particolare, desidero onorare la memoria di Leo McGillicuddy, una leggenda tra i suoi colleghi. L'agente Joseph Conley, ora in pensione, mi ha fornito preziose descri-
zioni delle attività svolte dietro le quinte dall'FBI. Ho condensato alcune delle procedure nell'interesse della narrazione, ma spero di aver espresso adeguatamente la dedizione e la partecipazione emotiva degli agenti. E mentre un'altra storia mette radici nella mia mente, è ora di lasciar andare questa, sedermi davanti al fuoco con Lui, il sempre perfetto John Conheeney, e augurare a tutti voi che avete cominciato a sfogliare queste pagine una buona lettura! 1 «Aspetta un momento, Rob. Credo che una delle gemelle stia piangendo. Ti richiamo.» La diciannovenne Trish Logan posò il cellulare, si alzò dal divano e attraversò velocemente il soggiorno. Era la prima volta che faceva la babysitter dai Frawley, una coppia simpatica che si era trasferita in città qualche mese prima. Le erano piaciuti subito; la signora Frawley le aveva raccontato che, quando era bambina, la sua famiglia si recava spesso nel Connecticut a trovare degli amici, e che quel posto le piaceva tantissimo. «L'anno scorso, quando abbiamo cominciato a cercare una casa da queste parti, ci è capitato di passare da Ridgefield e ho capito immediatamente che era qui che volevo abitare», aveva spiegato. I Frawley avevano comperato la vecchia residenza dei Cunningham, una fattoria da ristrutturare che, secondo il padre di Trish, era piuttosto «una catapecchia da demolire». Quel giorno, martedì 24 marzo, era il terzo compleanno delle loro figlie, due gemelle omozigote, e Trish era stata ingaggiata per dare una mano a organizzare la festa pomeridiana, con l'intesa che si sarebbe fermata anche la sera mentre i genitori partecipavano a una cena aziendale a New York. Dopo l'eccitazione della festa, avrei giurato che le gemelle sarebbero letteralmente crollate, pensò la ragazza mentre saliva le scale. I Frawley avevano fatto togliere la logora moquette e gli scalini di legno dell'Ottocento scricchiolavano sotto i suoi piedi. Quasi in cima, si fermò ad ascoltare. La luce che aveva lasciato accesa ora era spenta. Probabilmente era saltato un altro fusibile, si disse. L'impianto elettrico della vecchia casa era in pessime condizioni; quel pomeriggio era successa la stessa cosa in cucina. La stanza delle gemelle si trovava in fondo al corridoio, e da lì non proveniva nessun rumore. Magari una delle due aveva gridato nel sonno, pen-
sò Trish, avanzando cauta nell'oscurità. Di colpo si fermò. Non si tratta solo della luce in corridoio. Ho lasciato la porta aperta in modo da sentirle, se avessero pianto. Si dovrebbe vedere l'alone luminoso della lampada da notte. Ma l'uscio è chiuso. Non avrei udito il grido, se lo fosse stato un momento fa. Si mise in ascolto, improvvisamente spaventata. Cos'era adesso quel rumore? In un lampo di atterrita consapevolezza lo riconobbe: passi felpati. Un accenno di respiro altrettanto lieve. L'odore acre del sudore. C'era qualcuno dietro di lei. Cercò di urlare, ma solo un gemito le scaturì dalle labbra. Tentò di correre, ma le gambe erano paralizzate. Sentì una mano afferrarla per i capelli e tirarle violentemente indietro la testa. L'ultima cosa di cui fu conscia fu una pressione sul collo. L'intruso lasciò la stretta e Trish si accasciò al suolo. Congratulandosi con se stesso per il modo efficace e indolore in cui l'aveva messa fuori combattimento, accese la torcia elettrica, poi legò, imbavagliò e bendò la ragazza. A quel punto, indirizzando verso terra il fascio di luce, le girò intorno, percorse in fretta il corridoio e aprì la porta della camera delle bambine. Sdraiate vicine in un letto matrimoniale, Kathy e Kelly erano a un tempo insonnolite e terrorizzate. Si tenevano per mano, e con le manine libere cercavano di strapparsi via i bavagli che tappavano loro la bocca. L'uomo che aveva pianificato ogni dettaglio del sequestro era in piedi accanto al letto. «Sicuro che lei non ti abbia visto, Harry?» «Sicurissimo, Bert», rispose l'altro. Erano attenti a usare i nomi che avevano adottato per il colpo. «Bert» e «Harry», da due personaggi di una pubblicità degli anni Sessanta. Bert si chinò su Kathy. «Tu prendi l'altra. Avvolgila in una coperta. Fa freddo, fuori.» Rapidi, i due scesero la scala sul retro, attraversarono in tutta fretta la cucina e uscirono sul vialetto senza preoccuparsi di chiudere la porta. Una volta saliti sul furgone, Harry si accovacciò ai piedi del sedile posteriore, le gemelle strette fra le braccia nerborute. Bert si mise al volante e il veicolo si allontanò dall'ombra della veranda. Venti minuti più tardi arrivarono al cottage dove li aspettava Angie Ames. «Sono adorabili», tubò la donna mentre i due rapitori si dirigevano in camera per adagiare le bambine nel lettino preparato per loro. Con un gesto deciso, lei tolse a entrambe il bavaglio.
Subito le gemelle si abbracciarono. «Mamma... mamma...» gemevano. «Shhh, shh, non abbiate paura», disse Angie in tono rassicurante avvicinandosi al lettino. Le sponde erano alte, ma infilando le braccia tra le sbarre riuscì ad accarezzare i capelli delle piccole. «Va tutto bene, Kathy e Kelly», cantilenò. «Ora rimettetevi a dormire. Mona si prenderà cura di voi. Mona vi vuole bene.» Quello era il nome che le era stato ordinato di usare in presenza delle gemelle. «Non mi piace», si era lamentata quando glielo avevano comunicato. «Perché dev'essere proprio Mona?» «Perché assomiglia a 'mamma'. E perché, una volta ottenuti i soldi e restituito le bambine, non vogliamo che loro dicano: 'Ci curava la signora Angie'», era scattato Bert, il cui vero nome era Lucas Wohl. «Cerca di tranquillizzarle», le intimò. «Stanno facendo troppo chiasso.» «Rilassati, qui nessuno può sentirle», lo rassicurò Harry, che in realtà si chiamava Clint Downes. Ha ragione, pensò Lucas. Dopo attente considerazioni, uno dei motivi per cui aveva proposto a Clint di partecipare al colpo era che per nove mesi all'anno lui faceva il custode al Danbury Country Club. Il piccolo cottage dove abitava non era visibile neppure dalla strada secondaria che utilizzava per entrare e uscire dalla proprietà, ed era necessario digitare un codice per aprire il cancello sul retro. Era il posto ideale per nascondere le gemelle, e il fatto che Angie, la ragazza di Clint, lavorasse come baby-sitter completava il quadro. «Presto smetteranno di piangere», affermò lei. «Conosco i bambini. Si riaddormenteranno.» Accarezzò la schiena delle piccole e si mise a cantare un po' stonata: «Due bambine in blu, amico, due bambine in blu...» Imprecando tra i denti, Lucas si infilò nello stretto passaggio tra il lettino e il letto matrimoniale, uscì in soggiorno e passò in cucina. Solo a quel punto lui e Clint si tolsero i giubbotti con il cappuccio e i guanti. Sul tavolo erano stati posati una bottiglia di whisky e due bicchieri per festeggiare il successo dell'impresa. Seduti uno di fronte all'altro, i due uomini si guardarono in silenzio. Osservando con disprezzo il socio, Lucas pensò che non avrebbero potuto essere più diversi, sia fisicamente sia di carattere. Per nulla illuso sul suo aspetto, si descriveva obiettivamente così: sulla cinquantina, pelle e ossa, altezza media, attaccatura dei capelli in recessione, viso angoloso, occhi ravvicinati. Faceva l'autista di limousine in proprio, ed era abilissimo a impersonare il ruolo del dipendente servile e ansioso di compiacere chi lo
ingaggiava ogni volta che indossava la divisa nera da chauffeur. Aveva conosciuto Clint in prigione, e nel corso degli anni avevano compiuto insieme una serie di furti con scasso. Non erano mai stati beccati perché Lucas era prudente, e non aveva mai commesso reati nel Connecticut... non gli sembrava opportuno «rubare in casa propria». Quel colpo, tuttavia, benché terribilmente rischioso, era troppo allettante per rinunciarvi, e così aveva deciso di fare un'eccezione alla regola. Osservò Clint che apriva la bottiglia e riempiva i bicchieri. «Alla prossima settimana, in barca a St. Kitts con il portafoglio ben gonfio», brindò questi, fissandolo con occhi speranzosi. L'altro ricambiò lo sguardo, continuando a valutare il complice. Poco più che quarantenne, Clint era disperatamente fuori forma, si disse. Venticinque chili di troppo e piuttosto basso, sudava facilmente, perfino in una sera di marzo come quella, che si era improvvisamente raffreddata. La figura tarchiata e le braccia robuste stonavano con la faccia da cherubino e la lunga coda di cavallo che aveva adottato per imitare la sua ragazza. Angie. Magra come uno stecco, pensò ancora Lucas, sdegnoso. Carnagione orribile. Come Clint, vestiva sempre in modo sciatto, con magliette sformate e jeans logori. Ai suoi occhi, l'unica virtù che possedesse era l'esperienza di baby-sitter. Le bambine andavano trattate bene in attesa che fosse pagato il riscatto. Lucas rammentò a se stesso che Angie aveva un'altra caratteristica utile. È avida, considerò. Vuole il denaro. Il suo sogno è vivere su una barca ai Caraibi. Si portò il bicchiere alle labbra. Il liquore scivolò vellutato sulla lingua e gli riscaldò la gola. «Finora tutto bene», affermò con voce piatta. «Adesso vado a casa. Hai a portata di mano il cellulare speciale che ti ho dato?» «Sicuro.» «Se chiama il capo, digli che domani devo passare a prendere un cliente alle cinque del mattino per portarlo a New York. Io spengo il mio; ho bisogno di riposare.» «Quando lo incontrerò, Lucas?» «Mai.» L'uomo ingollò ciò che restava del whisky e spinse indietro la sedia. In camera, Angie continuava a cantare. «Erano sorelle, noi eravamo fratelli, e abbiamo imparato ad amarle...» 2 Uno stridìo di freni sulla strada davanti alla residenza fece capire al capi-
tano della polizia di Ridgefield, Robert Martinson detto Marty, che erano arrivati i genitori delle gemelle scomparse. Avevano telefonato alla centrale solo qualche minuto dopo che la polizia era stata avvertita. «Sono Margaret Frawley», aveva esordito la donna con la voce incrinata dalla paura. «Abitiamo al 10 di Old Woods Road. Non riusciamo a metterci in contatto con la nostra baby-sitter. Non risponde né a casa né al cellulare. Stava badando alle nostre gemelle, che hanno tre anni. Mio marito e io temiamo che sia successo qualcosa. Stiamo tornando in macchina da New York.» «Andiamo subito a controllare», aveva promesso Marty. Poiché i due erano in autostrada, e già abbastanza turbati, non avrebbe avuto senso dire loro che in effetti era accaduto qualcosa di terribile. Il padre della babysitter aveva appena telefonato da quella casa. «Ho trovato qui mia figlia legata e imbavagliata. Le gemelle di cui si stava occupando sono sparite. C'è un biglietto nella loro camera con una richiesta di riscatto.» Era passata un'ora, e il terreno intorno alla residenza era stato delimitato dal nastro giallo, in attesa della Scientifica. A Marty sarebbe piaciuto tenere all'oscuro i media, ma non si faceva illusioni. I genitori della babysitter avevano già raccontato a tutti, nel pronto soccorso dove Trish Logan era stata portata, che le gemelle erano scomparse. I reporter si sarebbero presentati da un momento all'altro. L'FBI era stata informata, e gli agenti erano in arrivo. Marty si irrigidì quando la porta d'ingresso si aprì e i Frawley si precipitarono all'interno. Fin da quando era una recluta, si era addestrato a registrare la prima impressione che gli faceva chi era in qualche modo collegato a un crimine - che si trattasse di vittime, testimoni o sospetti - e poi a metterla per iscritto. Nell'ambiente della polizia era conosciuto come l'Osservatore. Poco più che trentenni, pensò ora guardando Margaret e Steve Frawley che si affrettavano a raggiungerlo. Una bella coppia, entrambi in abito da sera. La donna portava i capelli castani sciolti. Era snella, ma le mani serrate a pugno sembravano forti. Aveva le unghie corte, con smalto trasparente. Probabilmente era un tipo sportivo. Gli occhi intensi erano di un azzurro scuro che in quel momento sembrava quasi nero. Steve Frawley, il marito, era alto più o meno uno e ottanta, con capelli biondo scuro e occhi azzurri. Le cuciture dello smoking si tendevano sulle spalle ampie. Gliene servirebbe uno nuovo, considerò Marty. «È successo qualcosa alle nostre bambine?» chiese Frawley, ansioso.
Il capitano lo vide posare una mano sul braccio della moglie, come per prepararla a ricevere una notizia devastante. Non esisteva un modo gentile di comunicare ai genitori che le loro figlie erano state rapite, e che i sequestratori chiedevano un consistente riscatto. L'espressione di assoluta incredulità sul viso dei due giovani sembrava genuina, pensò Marty, ma decise di annotare quella reazione sul suo taccuino facendola seguire da un punto interrogativo. «Otto milioni di dollari! Otto milioni di dollari! Perché non ottanta?» esclamò Steve Frawley, il viso cinereo. «Abbiamo investito fino all'ultimo centesimo in questa casa. Al momento abbiamo circa millecinquecento dollari sul conto, e questo è tutto.» «Nessun parente ricco?» domandò Marty. I Frawley scoppiarono a ridere in modo isterico, poi Steve prese la moglie per le spalle. Si abbracciarono. La risata si interruppe di colpo, e il suono aspro dei singhiozzi di lui si mescolò al gemito della donna. «Rivoglio le mie bambine. Le mie bambine...» 3 Il cellulare speciale squillò alle undici, e Clint rispose subito. «Pronto, signore», disse. «Sono il Seduttore.» Chiunque sia, quest'uomo sta cercando di contraffare la voce, rifletté Clint. Si spostò nel piccolo soggiorno per allontanarsi da Angie, che cantava ancora. Perché diavolo non la smette, pensò irritato, visto che le gemelle si sono addormentate? «Cos'è questo rumore in sottofondo?» chiese l'altro, secco. «La mia ragazza sta cantando per le bambine a cui fa da baby-sitter.» Clint sapeva che stava fornendo l'informazione che il Seduttore voleva. Lui e Lucas ce l'avevano fatta. «Non riesco a parlare con Bert.» «Mi ha detto di riferirle che domani alle cinque deve accompagnare un cliente a New York. È andato a casa a dormire, e ha spento il telefono. Spero che...» «Accendi il televisore, Harry», lo interruppe l'altro. «Stanno trasmettendo un servizio interessante. Ti richiamo domattina.» Clint afferrò il telecomando e accese la TV. Sullo schermo comparve la casa di Old Woods Road. Il cielo era coperto, ma la luce della veranda ri-
velava la vernice scrostata e le persiane penzolanti. Il nastro giallo che serviva a tenere lontano stampa e curiosi arrivava fino alla strada. «I nuovi proprietari, Stephen e Margaret Frawley, si sono trasferiti qui solo pochi mesi fa», stava spiegando il cronista. «I vicini pensavano che il vecchio edificio sarebbe stato demolito, invece sono venuti a sapere che i Frawley intendono ristrutturarlo gradatamente. Oggi pomeriggio, alcuni bambini del quartiere hanno partecipato alla festa di compleanno delle due gemelle, che hanno compiuto tre anni. Questa è una fotografia scattata appena qualche ora fa.» Sullo schermo comparvero i volti identici di due bambine, gli occhi pieni di eccitazione davanti a una torta su cui campeggiavano sei candeline, tre su ogni lato, con al centro una più grande. Clint cambiò canale. Vide un'altra fotografia delle gemelle, con indosso degli abitini di velluto blu. Si tenevano per mano. «Come sono dolci, Clint. Sono proprio bellissime», disse in quel momento Angie, provocandogli un sussulto. «Si tengono per mano anche mentre dormono. Non è commovente?» Non l'aveva sentita entrare. Lei gli passò le braccia intorno alla vita. «Ho sempre desiderato avere un bambino, ma mi hanno detto che non posso», riprese, seppellendo il viso nell'incavo del suo collo. «Lo so, tesoro», rispose Clint, paziente. Era una storia che conosceva già. «E dopo, per molto tempo non ho potuto stare con te.» «Sei dovuta andare in quell'ospedale speciale, piccola. Avevi fatto del male a qualcuno.» «Ma ora avremo un sacco di soldi, e vivremo in barca ai Caraibi.» «Ne abbiamo sempre parlato. E presto saremo in grado di farlo davvero.» «Ho un'idea: portiamo le gemelle con noi.» Clint spense il televisore e saltò in piedi. Si girò, afferrandola per i polsi. «Perché quelle bambine sono qui in casa nostra, Angie?» La donna deglutì nervosamente. «Le abbiamo rapite.» «Per quale motivo?» «Per ricavarci un bel po' di soldi e poter vivere in barca.» «Invece che come maledetti zingari, costretti a lasciare questo posto ogni estate, quando arrivano i professionisti del golf. Che cosa succederebbe, se la polizia ci scoprisse?» «Andremmo in prigione per molti, molti anni.»
«E che cosa hai promesso di fare, tu?» «Prendermi cura delle bambine, giocare con loro, nutrirle e vestirle.» «E non è esattamente quello che farai?» «Sì. Sì. Mi dispiace, Clint. Ti amo. Puoi chiamarmi Mona. Non mi piace, ma se è questo il nome che vuoi usare, per me va bene.» «Non dovremo mai pronunciare i nostri veri nomi davanti alle gemelle.» «Clint, forse potremmo...» Angie si azzittì. Sapeva che lui si sarebbe arrabbiato se avesse suggerito di tenere almeno una delle due. Ma così sarà, promise a se stessa. Ho già in mente un piano. Lucas pensa di essere in gamba, ma io lo sono di più. 4 Margaret strinse le mani intorno alla tazza di tè bollente. Sentiva freddo. Steve aveva preso un plaid dal divano in soggiorno e glielo aveva posato sulle spalle, ma non era bastato ad arrestare il tremito che la scuoteva. Le gemelle erano scomparse. Kathy e Kelly erano state rapite. Non aveva senso. Come una litania, quelle parole le rimbombavano nel cervello. Le gemelle sono scomparse. Kathy e Kelly sono state rapite... La polizia non aveva permesso ai genitori di andare nella camera delle bambine. «Faremo di tutto per rintracciarle», aveva detto il capitano Martinson. «Per prima cosa dobbiamo prelevare impronte e campioni di DNA, e non possiamo rischiare che la scena del delitto venga alterata.» L'area dove non si poteva entrare comprendeva anche il corridoio del piano superiore, dove la baby-sitter era stata aggredita. Trish si era ripresa. Era in ospedale e aveva riferito alla polizia tutto ciò che rammentava. Aveva detto che stava parlando al cellulare con il suo ragazzo quando le era parso di sentir piangere. Una volta salite le scale, aveva capito immediatamente che qualcosa non andava, perché la cameretta era immersa nel buio. A quel punto si era resa conto della presenza di una persona alle sue spalle, ma da quel momento non ricordava più nulla. C'era un altro intruso nella stanza delle gemelle? si chiese Margaret. Kelly ha il sonno leggero, ma forse era stata Kathy a svegliarsi. Mi pareva che stesse covando un raffreddore. E se una delle due si era messa a piangere, qualcuno l'aveva costretta a smettere? Lasciò andare la tazza, e trasalì quando il tè bollente le si rovesciò sulla camicetta e sulla gonna che aveva acquistato in uno spaccio per la cena di
quella sera. Anche se le aveva pagate un terzo di quello che sarebbero costate in un negozio, erano comunque capi troppo cari per loro. È stato Steve a insistere perché li comprassi, pensò distrattamente. Era una cena aziendale al Waldorf. E in ogni caso, ci tenevo a essere elegante. Era più di un anno che non partecipavamo a una serata simile. Steve si era avvicinato con un asciugamano. «Margaret, stai bene? Ti sei scottata?» Devo andare di sopra, continuò lei, immersa nei suoi pensieri. Forse le gemelle si sono nascoste nell'armadio, come quella volta... Avevo finto di cercarle dappertutto, e le sentivo ridacchiare mentre le chiamavo. «Kathy... Kelly... Kathy... Kelly... dove siete?» Mio marito era rientrato proprio in quel momento, e gli avevo gridato: «Steve... Steve... le gemelle sono scomparse». Altre risatine dall'armadio. Steve aveva capito subito che stavo scherzando. Era salito in camera e gli avevo indicato l'armadio. Allora lui, a voce alta, aveva detto: «Forse Kathy e Kelly sono scappate. Forse non ci vogliono più bene. Be', è inutile cercarle. Spegniamo le luci e andiamo a mangiare al ristorante». Un istante dopo le ante si erano spalancate. «Vi vogliamo bene, vi vogliamo bene», avevano gridato all'unisono le gemelline. Margaret ricordò come erano parse spaventate. Dovevano essere terrorizzate quando le hanno portate via, si disse. E ora degli sconosciuti le tenevano nascoste da qualche parte. Non sta succedendo davvero. È un incubo, e presto mi sveglierò. Voglio le mie bambine. Perché il braccio mi duole? Perché Steve ci sta mettendo sopra qualcosa di freddo? Margaret socchiuse gli occhi. Udiva in lontananza la voce del capitano Martinson che parlava con qualcuno. «Signora Frawley...» Lei alzò lo sguardo. Era arrivato un altro uomo. «Signora Frawley, sono l'agente dell'FBI Walter Carlson. Ho tre figli, e capisco quello che sta provando. Sono qui per dare una mano a riportare a casa le gemelle, ma ci serve il suo aiuto. Se la sente di rispondere a qualche domanda?» Gli occhi dell'uomo erano gentili. Non poteva avere più di quarantacinque anni, quindi i suoi figli dovevano essere adolescenti, pensò Margaret. «Perché qualcuno ha preso le mie bambine?» chiese.
«È quello che cerchiamo di scoprire, signora.» Carlson si mosse con rapidità per sorreggere la donna che cominciava a scivolare giù dalla sedia. 5 Era Franklin Bailey, direttore finanziario di una catena di drogherie, il cliente abituale con cui Lucas aveva appuntamento alle cinque. L'uomo viaggiava spesso di notte per raggiungere varie località della East Coast, ma stavolta avrebbe dovuto accompagnarlo a Manhattan per una riunione e aspettare lì per ricondurlo a casa. Neppure per un momento gli era passato per la testa di dire che quella mattina non era disponibile a fargli da autista. Una delle prime iniziative della polizia sarebbe stata controllare tutti quelli che si erano recati per lavoro nel quartiere dei Frawley. E c'era la possibilità che lui figurasse nell'elenco, perché Bailey abitava in High Ridge, ad appena due isolati da Old Woods. Ovviamente i poliziotti non hanno alcun motivo per sospettare di me, si rassicurò Lucas. Sono vent'anni che trasporto gente in questa città, e non ho mai superato i limiti di velocità. Sapeva che i suoi vicini di Danbury, dove viveva, lo consideravano un tipo tranquillo, solitario, con l'hobby del volo. Frequentava l'aeroporto locale e lo divertiva raccontare quanto gli piacesse fare escursioni, una scusa a cui di tanto in tanto ricorreva quando voleva mandare un altro autista a sostituirlo. Naturalmente, le sue «escursioni» erano nelle case che svaligiava. Ora, lungo il tragitto fino all'abitazione di Bailey, resistette alla tentazione di passare davanti alla residenza dei Frawley. Non aveva difficoltà a immaginare l'attività che vi ferveva. Si chiese se l'FBI fosse già arrivata. Che cosa stavano ipotizzando? pensò divertito. Che la porta di servizio era stata aperta con una carta di credito? Che, nascondendosi dietro i cespugli del giardino, era possibile vedere la baby-sitter distesa sul divano, intenta a parlare al telefono? Che, guardando dentro dalla finestra della cucina, risultava chiaro che si poteva salire al primo piano senza essere visti dalla ragazza? Che almeno due individui dovevano aver preso parte al rapimento, quello che aveva immobilizzato la baby-sitter e quello che aveva fatto tacere le bambine? Entrò nel vialetto della casa di Franklin Bailey alle cinque meno cinque, e tenne acceso il motore in modo che l'abitacolo rimanesse caldo. Mentre
attendeva il suo cliente, fantasticò piacevolmente sulla quota del riscatto che gli sarebbe spettata. La porta d'ingresso della bella costruzione in stile Tudor si aprì. Lucas si affrettò a scendere e aprire la portiera posteriore. Un'altra delle sue piccole cortesie era preoccuparsi che il sedile del passeggero fosse spinto il più possibile in avanti, per consentire a chi era seduto dietro di allungare le gambe. Bailey, un uomo dai capelli argentei prossimo alla settantina, mormorò distrattamente un saluto, poi, quando l'auto si mosse, disse: «Svolti in Old Woods Road, Lucas. Voglio vedere se la polizia è ancora lì». Lui si sentì stringere la gola. Che cosa diavolo gli era venuto in mente? si domandò. Di norma Bailey non aveva curiosità morbose. Doveva avere una ragione. Era un cittadino importante, era stato addirittura sindaco della città, e la sua presenza avrebbe inevitabilmente attirato l'attenzione sulla limousine. Inoltre, Lucas si fidava sempre del brivido gelato che lo attraversava ogni volta che si trovava nelle vicinanze delle forze dell'ordine, e lo stava provando proprio in quel momento. «Come vuole, signor Bailey. Ma perché dovrebbe esserci la polizia?» «È evidente che non ha visto il notiziario, Lucas. Le gemelle della coppia che di recente si è trasferita nella vecchia casa dei Cunningham sono state rapite ieri notte.» «Rapite! Sta scherzando, signore.» «Magari», replicò cupo Bailey. «Una cosa del genere non era mai successa a Ridgefield. Ho incontrato i Frawley in parecchie occasioni, e mi sono affezionato a entrambi.» Lucas percorse un paio di isolati, quindi svoltò in Old Woods Road. Le transenne della polizia circondavano la casa da cui otto ore prima lui aveva sottratto le bambine. Anche se era certo che sarebbe stato molto più al sicuro lontano da lì, non poté fare a meno di pensare con arroganza: se voi stupidi sapeste... I furgoni delle emittenti televisive erano fermi sul lato opposto della strada. Due agenti sorvegliavano le transenne per impedire a chiunque di imboccare il vialetto. Lucas notò che erano muniti di taccuini. Bailey abbassò il finestrino e fu immediatamente riconosciuto dal sergente di turno, che cominciò a scusarsi perché non poteva permettergli di parcheggiare. «Non voglio parcheggiare, Ned», tagliò corto Bailey. «Ma forse posso essere di aiuto. Ho una colazione di lavoro a New York alle sette e sarò di
ritorno per le undici. Chi c'è dentro, Marty Martinson?» «Sì, signore. E l'FBI.» «So come funzionano certe cose. Dai il mio biglietto da visita a Marty. Ho ascoltato i notiziari per tutta la notte. I Frawley sono nuovi in città, e non credo che qui abbiano parenti a cui appoggiarsi. Di' al capitano che, se posso servire come intermediario con i rapitori, io sono disponibile. Ricordo che, quando scomparve il figlio di Lindbergh, ci fu un professore che si offrì di fare da tramite.» «Glielo dirò, signore.» Il sergente Ned Barker prese il biglietto da visita e scarabocchiò un appunto sul suo taccuino. Poi, sempre in tono di scusa, aggiunse: «Devo identificare chiunque passi per questa strada. Sono certo che capirà». «Naturalmente.» Barker guardò Lucas. «Posso vedere la sua patente, signore?» L'altro sorrise, ansioso di compiacere. «Certo, agente, certo.» «Garantisco io per Lucas», intervenne Bailey. «È il mio autista da anni.» «Mi limito a eseguire gli ordini, signore. Non posso fare diversamente.» Il sergente esaminò la patente, guardò l'autista e poi gliela restituì senza fare commenti. Ancora una volta scrisse qualcosa sul taccuino. Franklin Bailey chiuse il finestrino e si appoggiò al sedile. «Muoviamoci, Lucas. Probabilmente è stato inutile, ma in qualche modo sentivo di doverlo fare.» «Credo che sia stato un gesto magnifico, signore. Non ho figli, ma non ci vuole una gran fantasia per immaginare quello che devono provare quei poveri genitori.» Spero solo che stiano abbastanza male da sbrigarsi a mettere insieme gli otto milioni, pensò soddisfatto. 6 Clint riemerse da un pesante sonno indotto dal whisky a causa delle voci insistenti delle due bambine che chiamavano la mamma. Non ricevendo risposta, le piccole avevano incominciato ad arrampicarsi sulle alte sponde del lettino. Sdraiata al suo fianco, Angie russava, ignara del baccano. Clint si chiese quanto avesse bevuto dopo che lui era andato a letto. Aveva l'abitudine di restare alzata fino a tardi a guardare vecchi film, con accanto una bottiglia di vino. Charlie Chaplin, Greer Garson, Marilyn Monroe, Clark Gable... le piacevano da morire. «Quelli sì che erano attori», diceva con voce impa-
stata. «Oggi si assomigliano tutti. Biondi. Belli. Iniezioni di botulino. Lifting. Liposuzione. Ma sanno recitare? Noo.» Solo di recente, dopo tutti quegli anni passati insieme, Clint si era reso conto che Angie era invidiosa. Avrebbe voluto essere bella. Lui aveva approfittato di quel suo desiderio per convincerla a occuparsi delle bambine. «Avremo tanti di quei soldi che potrai andare in una beauty farm, o cambiare il colore dei capelli, o magari sottoporti a un intervento di chirurgia plastica. Tutto quello che devi fare è badare a loro per qualche giorno, una settimana al massimo.» Ora, le assestò una gomitata. «Alzati», grugnì. Lei sprofondò ancora di più nel cuscino. Clint la prese per la spalla, scrollandola. «Alzati, ho detto», ringhiò di nuovo. Riluttante, Angie sollevò la testa e guardò verso il lettino. «State giù!» scattò. «Rimettetevi a dormire.» Kathy e Kelly colsero la sua occhiata irosa e scoppiarono a piangere. «Mamma... papà...» «Zitte, ho detto! Zitte!» Piagnucolando, le gemelle tornarono a sdraiarsi tenendosi abbracciate. «Basta!» sbottò di nuovo Angie. I lamenti si tramutarono in singhiozzi. Angie dette un colpetto a Clint. «Mona comincerà ad amarle alle nove. Non un minuto prima.» 7 Margaret e Steve rimasero alzati tutta la notte con Marty Martinson e l'agente Carlson. Dopo il breve svenimento, la donna aveva più volte rifiutato di andare in ospedale. «Voglio stare qui per darvi tutto l'aiuto possibile», aveva insistito. Insieme, lei e il marito risposero alle domande di Carlson. Ancora una volta negarono con enfasi di avere accesso a somme consistenti di denaro, tanto meno a milioni di dollari. «Mio padre è morto quando avevo quindici anni», raccontò Margaret. «Mia madre vive in Florida con sua sorella e lavora come segretaria in uno studio medico. Quanto a me, non ho ancora finito di restituire i prestiti che mi hanno permesso di frequentare l'università.» «Mio padre è stato capitano dei vigili del fuoco a New York», interven-
ne Steve. «Ora che è in pensione, lui e mia madre vivono in un condominio nella Carolina del Nord. Hanno comperato l'appartamento prima che i prezzi schizzassero alle stelle.» Interrogato su eventuali parenti, Steve ammise di essere in pessimi rapporti con il fratellastro Richie. «Ha trentasei anni, cinque più di me. Mia madre era una giovane vedova quando incontrò papà. Richie ha sempre avuto un carattere difficile, non siamo mai stati legati. E a coronare il tutto, ha conosciuto Margaret prima di me.» «Non ci frequentavamo», si affrettò a specificare la moglie. «Semplicemente, ci capitò di trovarci allo stesso matrimonio e di ballare qualche volta insieme. Poi lui mi lasciò un messaggio sulla segreteria telefonica, ma io non lo richiamai. Un mese dopo conobbi Steve alla facoltà di giurisprudenza.» «Dove si trova adesso Richie?» domandò Carlson. «Lavora come addetto ai bagagli all'aeroporto di Newark. Ha divorziato due volte. Non ha voluto studiare e ce l'ha con me perché mi sono laureato.» Steve esitò. «Tanto vale che glielo dica. Quando era ragazzo ebbe dei guai con la giustizia e successivamente ha passato cinque anni in carcere per complicità in riciclaggio di denaro sporco. Ma non farebbe mai una cosa del genere.» «Forse no, e in ogni caso controlleremo», replicò Carlson. «Ora occupiamoci di chiunque possa nutrire rancore nei vostri confronti o possa essere entrato in contatto con le gemelle e poi aver deciso di rapirle. Da quando vi siete trasferiti qui avete fatto entrare degli operai?» «No. Mio padre sa riparare qualunque cosa, ed è stato bravo a insegnarmi», rispose Steve con voce sfinita. «Ho dedicato molte serate e interi fine settimana a fare le riparazioni più urgenti. Probabilmente sono il miglior cliente del centro di bricolage.» «E la ditta di traslochi?» «Poliziotti fuori servizio.» Per un istante, Steve quasi sorrise. «Avevano tutti dei figli. Mi hanno persino mostrato le foto dei loro bambini. Alcuni hanno l'età delle gemelle.» «Cosa può dirmi dei suoi colleghi?» «Sono stato assunto dalla C.F.G.&Y. da appena tre mesi. È una società di investimenti specializzata in fondi pensionistici.» Carlson parve molto interessato al fatto che, prima della nascita delle gemelle, Margaret avesse lavorato come avvocato d'ufficio a Manhattan. «Signora Frawley, è possibile che uno degli imputati che ha assistito nutra
risentimento nei suoi confronti?» «Non credo.» La donna esitò un momento. «Ce n'è solo uno che è stato condannato all'ergastolo. Lo supplicai di accettare un patteggiamento, ma lui rifiutò e quando fu giudicato colpevole, il giudice fu molto severo. I suoi famigliari mi gridarono oscenità mentre l'uomo veniva portato via.» È strano, pensò mentre osservava Carlson prendere nota del nome del detenuto. In questo momento non provo assolutamente nulla. Solo un senso di ottundimento. Erano le sette e la luce cominciava a filtrare attraverso le tapparelle. L'agente si alzò. «Ora vi consiglio di dormire un po'. Più sarete lucidi, più potrete esserci di aiuto. Io starò qui. Vi prometto che sarete informati non appena i rapitori si metteranno in contatto, e forse più tardi dovrete rilasciare una dichiarazione alla stampa. Potete salire in camera vostra, ma non entrate in quella delle gemelle. La Scientifica non ha ancora finito.» Steve e Margaret annuirono in silenzio. Esausti, si alzarono a loro volta e attraversarono il soggiorno diretti alle scale. «Sono a posto», disse Carlson a Martinson. «Ne sono certo. Non hanno soldi, il che mi spinge a chiedermi se la richiesta di riscatto non sia una beffa. Forse qualcuno che voleva semplicemente le piccole sta cercando di depistarci.» «Ci stavo pensando anch'io», concordò Martinson. «Dopo tutto la richiesta contiene diverse ammonizioni ai genitori di non avvertire la polizia.» «Esatto. Preghiamo il Signore che in questo momento le bambine non siano a bordo di un aereo diretto in Sud America.» 8 Il venerdì mattina il sequestro delle gemelle Frawley appariva in prima pagina su tutti i giornali della East Coast, e nelle prime ore del pomeriggio si era trasformato in un evento di risonanza nazionale. La foto delle due bambine con i volti angelici, i lunghi capelli biondi e gli eleganti abitini di velluto blu, fu mostrata nei notiziari televisivi e pubblicata dai quotidiani di tutto il paese. Nel soggiorno della casa al 10 di Old Woods Road era stata allestita una base operativa. Alle cinque del pomeriggio Steve e Margaret comparvero in televisione per supplicare i rapitori di avere cura delle gemelle e di restituirle incolumi. «Noi non abbiamo il denaro sufficiente a pagare il riscatto», esordì la donna in tono implorante, «ma molti amici e conoscenti ci
stanno aiutando. Hanno organizzato una colletta e hanno già raccolto quasi duecentomila dollari. Forse c'è stato un errore, noi non siamo il tipo di persone che potrebbero mai mettere insieme otto milioni. Ma vi prego, non fate del male alle mie bambine. Fatecele riavere sane e salve. Vi prometto che riceverete i duecentomila dollari in contanti.» Steve le teneva un braccio intorno alle spalle. «Per favore, mettetevi in contatto con noi. Abbiamo bisogno di sapere che le gemelle stanno bene.» A quel punto intervenne il capitano Martinson. «Ora apparirà in sovraimpressione il numero di telefono e di fax di Franklin Bailey, ex sindaco di questa città. Se non volete chiamare direttamente i Frawley, potete contattare lui.» Ma la serata di venerdì, il sabato e la domenica passarono senza che i rapitori si facessero vivi. Il lunedì mattina, Katie Couric fu interrotta durante una puntata di Today mentre intervistava un ex agente dell'FBI a proposito del sequestro. Nel bel mezzo di una frase tacque bruscamente, e premette una mano sull'auricolare. «Potrebbe trattarsi di uno scherzo», annunciò dopo qualche istante, «ma abbiamo al telefono un uomo che sostiene di essere il rapitore delle gemelle Frawley. Dietro sua richiesta, i nostri tecnici stanno provvedendo a mandare in onda la chiamata.» Una voce roca, chiaramente contraffatta, disse: «Riferite ai Frawley che il tempo sta per scadere. L'ammontare del riscatto è di otto milioni, e non un dollaro di meno. Sentite le bambine». Due vocette recitarono all'unisono: «Ti voglio bene, mamma. Ti voglio bene, papà». Poi una delle due gridò: «Vogliamo tornare a casa!» Cinque minuti più tardi la registrazione fu fatta ascoltare ai genitori. Martinson e Carlson non ebbero bisogno di chiedere loro conferma dell'autenticità della telefonata. L'espressione dei due bastò a convincerli che il contatto con i rapitori delle gemelle era stato finalmente stabilito. 9 Sempre più nervoso, Lucas era passato dal cottage del custode del golf club sia sabato sia domenica sera. L'ultima cosa che desiderava era trovarsi davanti le gemelle, così fece in modo di arrivare alle nove, quando pensava che dormissero già. La prima volta cercò di trovare rassicurazione nelle affermazioni di
Clint, secondo cui Angie era fantastica con le bambine. «Mangiano con appetito. Lei le ha fatte giocare e oggi pomeriggio le ha messe a letto per un riposino. Si è davvero affezionata a loro. Ha sempre desiderato avere dei figli, anche se ti assicuro che, a guardarle, quelle gemelle fanno venire i brividi. È come se fossero due parti della stessa persona.» «Le hai registrate?» chiese Lucas. «Oh, sicuro. Hanno detto insieme: 'Ti voglio bene, mamma. Ti voglio bene, papà'. Sono state bravissime. Poi una delle due ha cominciato a urlare: 'Vogliamo tornare a casa', ed entrambe hanno attaccato a piangere. Abbiamo registrato anche questo.» È la prima cosa furba che fai, pensò Lucas ficcandosi in tasca la cassetta. Secondo gli accordi presi preventivamente con il capo, alle dieci e trenta arrivò al Clancy's Pub, sulla Route 7. Come da istruzioni, lasciò la limousine nell'affollato parcheggio senza chiudere a chiave la portiera e con il nastro sul sedile, poi entrò a bere una birra. Quando tornò, la cassetta era scomparsa. Questo, il sabato sera. La domenica apparve chiaro che la pazienza di Angie si stava esaurendo. «Quella maledetta asciugatrice si è guastata, e naturalmente non possiamo chiamare qualcuno perché la ripari. Immagino che 'Harry' sappia come fare, vero?» Sputò quasi le parole mentre estraeva dalla lavatrice due tutine e due magliettine uguali e le appendeva alla corda del bucato. «Avevi detto che sarebbe stato per un paio di giorni. Per quanto tempo ancora dovrò sopportare tutto questo? Ne sono già passati tre.» «Sarà il Seduttore a comunicarci quando e dove liberare le bambine», le rammentò Lucas, soffocando l'impulso di mandarla all'inferno. «Come possiamo essere sicuri che non si sia spaventato e non abbia deciso di scomparire, mollandoci qui con loro?» Lui non aveva intenzione di rivelare ai complici il piano del Seduttore, ma ora capiva che era necessario placare Angie. «Avanzerà una richiesta di riscatto fra le otto e le nove di domattina a Today.» Questo le aveva chiuso la bocca. Bisognava lasciar fare al capo, pensò Lucas l'indomani mattina, mentre assisteva alla drammatica reazione scatenata dalla telefonata del Seduttore alla trasmissione. Il mondo intero avrebbe cominciato a inviare soldi per salvare le gemelle. Ma siamo noi ad assumerci tutti i rischi, si disse qualche ora dopo, mentre i commentatori delle varie stazioni televisive cianciavano sul sequestro. Noi le abbiamo prese. Noi le teniamo nascoste. Toccherà a noi andare a ritirare il denaro. Io conosco l'identità del capo, ma non c'è nulla che lo col-
leghi a me. Se dovessero prenderci, e dicessi che è lui il mandante, gli basterebbe darmi del pazzo per cavarsela. Fino al mattino seguente, martedì, non aveva impegni di lavoro, e alle due decise che non aveva senso restarsene a casa a preoccuparsi. Il Seduttore gli aveva raccomandato di guardare il notiziario serale della CBS, nel corso del quale sarebbe stato stabilito un altro contatto. Lucas decise che era arrivato il momento di fare un giro in aereo. Raggiunse l'aeroporto di Danbury, del cui club aeronautico era socio. Lì, noleggiò un monomotore a elica. Il suo percorso preferito lo portava sulla costa del Connecticut fino a Rhode Island, per poi sorvolare l'Atlantico per un tratto. A seimila metri di altezza sentiva di avere il pieno controllo della situazione, una sensazione di sicurezza in se stesso che in quel momento aveva un gran bisogno di provare. Era una giornata fredda, con solo una brezza leggera e qualche nube a ovest; condizioni di volo ottimali, ma mentre cercava di rilassarsi e di godere del senso di libertà, non riusciva a scrollarsi di dosso una fastidiosa inquietudine. Era certo di essersi lasciato sfuggire qualcosa, ma non capiva di cosa si trattasse. Rapire le bambine era stato facile. La baby-sitter ricordava soltanto che il suo aggressore puzzava di sudore. Non si sbagliava, pensò Lucas con un sogghigno, mentre si dirigeva verso Newport. Angie dovrebbe ficcare le camicie di Clint in quella sua lavatrice non appena se le sfila di dosso. La lavatrice. Ecco che cos'era! Due magliette e due tutine identiche. Dove se le era procurate? Quando le avevano portate via dalla casa, le bambine erano in pigiama. Quella testa vuota era andata a comperare in un negozio dei vestitini per due gemelle di tre anni? Lo aveva fatto, ne era certo. E presto, da qualche parte, una commessa avrebbe cominciato a farsi venire un dubbio. In preda alla collera, tirò involontariamente la barra di comando e il muso dell'aereo si alzò all'improvviso, fino a essere quasi perpendicolare alla terra. Lucas si infuriò ancora di più nel constatare l'errore, e si affrettò a tornare in posizione orizzontale, ma avendo reagito in ritardo il velivolo entrò in stallo. Con il cuore che gli batteva all'impazzata, l'uomo puntò il muso dell'aereo verso il basso, riacquistando velocità. La prossima volta quella stupida puttana porterà le bambine da McDonald's a mangiare un hamburger, pensò in preda al panico.
10 Non c'era modo di riferire con tatto l'ultima comunicazione dei sequestratori. Il lunedì sera Walter Carlson ricevette una chiamata, e subito dopo si diresse in soggiorno, dove i Frawley sedevano fianco a fianco sul divano. «Quindici minuti fa il rapitore ha telefonato alla stazione televisiva mentre andava in onda il CBS Evening News», annunciò cupo. «Proprio adesso stanno riproponendo il filmato. Si tratta della stessa registrazione trasmessa stamattina da Katie Couric, con un'aggiunta.» Era come guardare degli esseri umani che venivano gettati in un calderone di olio bollente, pensò scrutando i volti angosciati dei due al suono di una voce infantile che gridava: «Vogliamo tornare a casa!» «Kelly», bisbigliò Margaret. Una pausa... Quindi si udì il pianto disperato delle gemelle. La madre si nascose il viso tra le mani. «Non posso... non posso... non posso...» Poi una voce contraffatta ringhiò: «Ho detto otto milioni. Li voglio subito. È la vostra ultima occasione». «Margaret.» Il tono di Carlson era urgente. «C'è un elemento positivo. Il rapitore sta comunicando con noi. Ora avete la prova che le bambine sono vive. Le troveremo.» «E metterete anche insieme otto milioni di dollari?» ribatté Steve, amaro. Carlson si chiese se era il momento di dare loro delle speranze. L'agente Dom Picella, a capo di una squadra, aveva trascorso la giornata alla C.F.G.&.Y. a interrogare i colleghi di Steve per scoprire se qualcuno di loro nutrisse rancore nei suoi confronti, o magari volesse il suo posto. Di recente la società era stata accusata di insider trading, e l'agente aveva saputo che era stato frettolosamente indetto un consiglio di amministrazione straordinario. Circolava la voce che la compagnia avrebbe valutato l'opportunità di offrire la somma necessaria al riscatto. «Mi ha raccontato tutto una segretaria molto pettegola», aveva riferito in seguito Picella. «Quella donna sostiene che la C.F.G.&Y. ha appena pagato una sostanziosa ammenda di cinquecento milioni di dollari imposta dalla Securities and Exchange Commission per certe irregolarità, e che quel fatto ha causato una pessima pubblicità. Mettendo a disposizione gli otto
milioni del riscatto, la società ne guadagnerebbe in immagine più che ingaggiando le migliori agenzie di pubbliche relazioni. Il consiglio di amministrazione si riunirà stasera alle otto per decidere.» Carlson guardò i Frawley, che nello spazio di tre giorni sembravano invecchiati di dieci anni. Erano entrambi pallidi, con gli occhi arrossati e le spalle curve. Sapeva che non avevano ancora toccato cibo. In situazioni come quella, di solito i famigliari arrivavano a frotte, ma lui stesso aveva sentito Margaret supplicare la madre di restare in Florida. «Ci sarai più utile rimanendo lì a pregare per noi», le aveva detto con voce rotta. «Ti terremo informata, ma se tu fossi qui a piangere con me, credo che non ce la farei.» La madre di Steve era stata operata da poco a un ginocchio e non poteva viaggiare né restare sola. Quanto agli amici, avevano inondato i Frawley di telefonate, però a tutti era stato chiesto di lasciare libera la linea, nell'eventualità che i sequestratori volessero mettersi in contatto direttamente con i genitori. Affatto sicuro di fare la cosa giusta, Walter Carlson esitò prima di parlare. «Margaret, Steve, non voglio darvi false speranze, ma il presidente della C.F.G.&Y. ha convocato il consiglio di amministrazione. Da quanto ho capito, c'è la possibilità che votino per il pagamento del riscatto.» Fa' che sia così, pregò nel vedere la speranza illuminare i volti dei genitori. «Non so voi», continuò, «ma io ho fame. La vostra vicina ha consegnato un biglietto a un agente. Vi ha preparato la cena, e manderò qualcuno a prenderla in qualunque momento vogliate.» «Mangeremo qualcosa», rispose Steve con fermezza. Guardò l'agente. «So che sembra pazzesco, dopo tutto sono stato assunto dalla C.FG.&Y. da poco, ma mi era passato per la mente che potessero decidere di offrire il denaro. Per loro, otto milioni di dollari sono noccioline.» Oh, mio Dio, pensò Carlson. Il fratellastro potrebbe non essere l'unica pecora nera della famiglia. Possibile che dietro il sequestro ci fosse lo stesso Steve Frawley? 11 Kathy e Kelly sollevarono gli occhi dal divano su cui erano sedute. Stavano guardando i cartoni animati, quando Mona aveva cambiato canale per ascoltare il notiziario. Avevano un po' paura di quella donna. Poco prima, Harry le si era messo a urlarle contro dopo aver ricevuto una telefonata.
Era arrabbiato perché lei aveva comperato dei vestiti per loro. Mona aveva reagito con violenza. «Avrebbero dovuto restare in pigiama per tre giorni? Certo che ho comperato dei vestiti, e anche alcuni giocattoli e videocassette, e nel caso tu lo abbia dimenticato, sono stata io ad acquistare il lettino. A proposito, ho preso anche cereali, succo di arancia e frutta. E ora chiudi il becco e vai a prendere hamburger per tutti. Sono stufa marcia di cucinare. Hai capito?» Harry era appena rientrato con la cena quando alla televisione qualcuno disse: «Forse riceveremo una chiamata dai rapitori delle gemelle Frawley». «Stanno parlando di noi», bisbigliò Kathy, rivolgendosi alla sorella. Rimasero in ascolto, e di lì a poco udirono la voce registrata di Kelly che gridava: «Vogliamo tornare a casa!» «Io voglio davvero tornare a casa», sussurrò Kathy. «Voglio la mamma. Sto male.» «Non capisco una parola di quello che mugugna la piccola», si lamentò Harry. «A volte, quando parlano tra loro, non le capisco neppure io», replicò Angie, irosa. «I gemelli usano un linguaggio tutto loro, l'ho letto da qualche parte. Perché il Seduttore non spiega semplicemente ai genitori dove lasciare il denaro?» aggiunse, cambiando argomento. «Che cosa diavolo sta aspettando? Perché ha appena annunciato: 'Avrete ancora mie notizie'?» «Bert dice che lo fa per logorarli. Si metterà di nuovo in contatto domattina.» Clint/Harry aveva ancora in mano il sacchetto degli hamburger. «Mangiamoli finché sono caldi. Venite a tavola, bambine.» Kelly saltò subito giù dal divano, ma Kathy si sdraiò raggomitolandosi in un angolo. «Non voglio mangiare. Sto male.» Angie si avvicinò e le posò la mano sulla fronte. «Ha la febbre», affermò, guardando Clint. «Sbrigati a finire e poi vai a comprare dell'aspirina per bambini. Non possiamo rischiare che prenda una polmonite.» Si chinò su Kathy. «Oh, tesoro, non piangere. Mona si prenderà cura di te. Mona ti vuole bene.» Lanciò un'occhiata cupa a Kelly, che aveva attaccato il suo hamburger, poi baciò affettuosamente la gemella sulla guancia. «Mona vuole bene soprattutto a Kathy. Sei più carina di tua sorella. Sei la piccolina di Mona, non è vero?» 12
Nella sede della C.F.G.&.Y, in Park Avenue, Robinson Alan Geisler, presidente e direttore generale, aspettava con impazienza che venisse stabilito il collegamento in teleconferenza con gli amministratori delegati delle filiali all'estero, per dare il via al consiglio. Consapevole che il suo posto era già a rischio a causa della multa imposta dalla SEC, Geisler sapeva che la posizione che contava di assumere in merito al rapimento Frawley avrebbe potuto rivelarsi un errore fatale. Dopo vent'anni con la società, ma appena otto mesi al vertice, non dimenticava di essere guardato con sospetto per via degli stretti legami con il suo predecessore. La questione era semplice. Nel caso in cui la C.F.G.&Y. avesse messo a disposizione gli otto milioni del riscatto, l'immagine della compagnia ne sarebbe uscita rafforzata, oppure, come temevano alcuni amministratori, ciò avrebbe rappresentato un precedente che rischiava di favorire ulteriori sequestri? Gregg Stanford, il direttore finanziario, era stato irremovibile. «È una tragedia, ma se ora paghiamo per ottenere il rilascio delle piccole Frawley, che cosa faremo quando verranno rapiti la moglie o i figli di qualche altro dipendente? Siamo una multinazionale, e alcuni paesi dove ci sono le nostre filiali sono già a rischio di questo genere di reati.» Geisler sapeva che almeno un terzo dei quindici membri del consiglio condivideva quel punto di vista. D'altro canto, si disse, che figura avrebbe fatto la compagnia se, dopo aver pagato una multa di cinquecento milioni di dollari, si fosse rifiutata di sborsare una cifra molto minore per salvare la vita a due bambine? Era quella la carta che intendeva giocare. E se invece mi sbaglio, e la prossima settimana viene rapito il figlio di un altro dipendente, sarò io a bruciarmi, pensò cupo. A cinquantasei anni, aveva finalmente ottenuto la carica a cui aveva sempre ambito. Basso e di corporatura esile, aveva dovuto superare il pregiudizio che il mondo degli affari nutre per le persone che non sono dotate di bella presenza. Era arrivato al vertice perché ritenuto un genio finanziario, e aveva dimostrato di saper gestire il potere. Ma nella sua ascesa si era fatto innumerevoli nemici, e almeno tre di loro in quel momento sedevano al suo stesso tavolo. L'ultimo amministratore fuori sede si mise in collegamento, e gli sguardi dei presenti si fissarono su Geisler. «Sappiamo tutti perché ci siamo riuniti», esordì il presidente andando subito al punto, «e sono consapevole che alcuni di voi pensano che offrire la somma necessaria per il riscatto signi-
ficherebbe da parte nostra cedere ai rapitori.» «Giusto, Rob», replicò quietamente Gregg Stanford. «La compagnia ha già avuto pubblicità negativa a sufficienza. Non dovremmo neppure prendere in considerazione la possibilità di trattare con dei criminali.» Geisler guardò il collega senza curarsi di nascondere l'antipatia che nutriva nei suoi confronti. Stanford era la versione televisiva del dirigente di successo. Quarantaseienne, alto uno e novantatré, molto avvenente, con capelli biondi schiariti dal sole, aveva denti perfetti e sorrideva con facilità. Era sempre vestito in modo impeccabile, e i suoi modi erano affascinanti anche quando pugnalava un amico alla schiena. Si era fatto strada all'interno della società grazie al matrimonio; la sua attuale moglie, la terza, era un'ereditiera la cui famiglia possedeva il dieci per cento delle azioni della C.F.G.&Y. Inoltre, Geisler sapeva che Stanford desiderava prendere il suo posto e che se quel giorno avesse prevalso la linea dura, e la società avesse pubblicamente dichiarato che non intendeva mettere a disposizione la somma richiesta, era contro il presidente in carica che si sarebbero accaniti i media. Rivolse un cenno alla segretaria che stendeva il verbale, poi si alzò e accese il televisore. «Voglio che guardiate questo», disse con voce secca. «E che poi vi mettiate nei panni dei genitori.» Dietro sua richiesta, l'ufficio di pubbliche relazioni aveva preparato una videocassetta che mostrava la casa dei Frawley, il loro disperato appello, la chiamata giunta a Katie Couric e quella fatta alla CBS. Alla fine si udì una voce infantile che gridava: «Vogliamo tornare a casa», e al pianto terrorizzato delle gemelle seguirono le minacciose richieste dei sequestratori. «Quasi tutti noi abbiamo dei figli», riprese Geisler. «Possiamo quanto meno tentare di salvare quelle bambine. Forse non ci riusciremo. Forse recupereremo il denaro, e forse no. Ma non capisco come qualcuno di voi possa votare contro il pagamento del riscatto.» Le teste di tutti si voltarono verso Gregg Stanford. «Chi va con i cani si prende le pulci», affermò lui. «Resto dell'idea che non si dovrebbe mai trattare con dei criminali.» Abbassò gli occhi sul tavolo, rigirandosi la penna tra le dita. A quel punto prese la parola Norman Bond. «Sono stato io ad assumere Steve Frawley, e la considero un'ottima scelta. Non è pertinente a questa discussione, ma sono certo che quell'uomo si rivelerà prezioso per la società. Ora, per quanto mi riguarda, sono favorevole a mettere a disposizione la somma, e insisto perché il voto sia unanime. Vorrei inoltre ricordare a
Gregg che anni fa Jean Paul Getty rifiutò di pagare il riscatto per la liberazione di uno dei suoi nipoti, ma cambiò idea quando gli fu recapitato per posta un orecchio del ragazzo. Prima interverremo per cercare di ottenere la liberazione di quelle bambine, più possibilità ci saranno che i rapitori non si facciano prendere dal panico, mettendone a repentaglio l'incolumità.» Bond si era scontrato spesso con il presidente durante le riunioni del consiglio di amministrazione. E quando aveva deciso di assumere Frawley mentre c'erano già tre dipendenti che aspiravano a quel posto - che poteva rappresentare una scorciatoia per arrivare alle cariche più alte - Geisler lo aveva invitato a scegliere qualcuno all'interno, ma lui non si era mosso dalla sua posizione. «Frawley ha una laurea in legge e un dottorato in economia», aveva replicato. «È intelligente e affidabile.» Così Geisler si era aspettato che quel giorno il collega, un cinquantenne divorziato e senza figli, non appoggiasse la mozione, anche perché in parte era sua responsabilità se la compagnia si trovava in quella difficile situazione. «Grazie, Norman», disse. «E a tutti quelli che mettono in dubbio l'opportunità che la nostra società vada in aiuto di uno dei suoi collaboratori, suggerisco di guardare ancora una volta la cassetta prima di votare.» Alle otto e quarantacinque, i voti erano quattordici a uno a favore del pagamento. Geisler si rivolse a Stanford. «Voglio l'unanimità», disse gelido. «Poi come al solito potrai far sapere in via anonima alla stampa che, a tuo avviso, la nostra iniziativa contribuirà a mettere in pericolo le gemelle piuttosto che a salvarle. Ma fino a quando sarò io, e non tu, a occupare questa sedia, pretendo l'unanimità.» Il sorriso di Gregg Stanford era simile a un sogghigno. Annuì. «Il voto sarà unanime», assicurò. «E sono sicuro che domattina, quando ti farai riprendere dalle telecamere di fronte a quella baracca che è la casa dei Frawley, con te ci saranno parecchi membri del consiglio.» «Te incluso, naturalmente», osservò Geisler in tono sarcastico. «Me escluso», ribatté Stanford, alzandosi. «Riserverò la mia apparizione in TV per un'altra occasione.» 13 Margaret riuscì a buttar giù qualche boccone del pollo arrosto che Rena Chapman, la sua vicina, aveva cucinato per loro. Poi, mentre Steve aspet-
tava con l'agente Carlson l'esito della riunione alla C.F.G.&Y., sgattaiolò di sopra nella stanza delle gemelle. Era l'unica che avessero ammodernato prima del trasloco. Suo marito aveva dipinto le pareti di azzurro e fissato al vecchio pavimento uno scampolo di moquette chiara acquistato a una svendita. A quel punto, si erano concessi il lusso di un letto bianco a baldacchino e di un cassettone in tinta. Sapevamo che sarebbe stato inutile comperare due lettini singoli, pensò mentre sedeva sulla poltroncina che era appartenuta alla sua camera quando era piccola. Le gemelle avrebbero preferito in ogni caso dormire nello stesso letto, e in più era una maniera per risparmiare. Gli agenti dell'FBI avevano portato via lenzuola, coperte e federe per sottoporle al test del DNA. Avevano sparso la polvere per la rilevazione delle impronte sui mobili e preso gli abiti che le gemelle avevano indossato dopo la festa per farli annusare dai cani, che nei tre giorni precedenti avevano perlustrato la campagna circostante con gli istruttori della polizia del Connecticut. Margaret conosceva il significato di una simile ricerca. C'era sempre la possibilità che le bambine fossero già state uccise e seppellite nelle vicinanze. Ma io non ci credo, si disse. Non sono morte; se così fosse, lo capirei d'istinto. Il sabato, dopo che la Scientifica se ne era andata e lei e Steve avevano rivolto l'appello ai rapitori, era stato un sollievo riordinare la cameretta e rifare il letto. Quando torneranno saranno stanche e spaventate, aveva riflettuto Margaret. Ma starò vicino a loro finché non si saranno tranquillizzate. Rabbrividì. Non riesco a scaldarmi, pensò. Neppure il maglione sotto la tuta è sufficiente. È così che doveva sentirsi Anne Morrow Lindbergh quando il suo bambino fu rapito. Ne parlava in un libro che ho letto al liceo. Si intitolava Hour of Gold, Hour of Lead. Ora di piombo. Anch'io mi sento oppressa da una cappa di piombo. Rivoglio le mie bambine... Si diresse alla finestra. Lì, si chinò a raccogliere i vecchi orsacchiotti di peluche delle gemelle, stringendoseli al petto. Quando guardò fuori si accorse con sorpresa che aveva cominciato a piovere. Era stata una giornata piena di sole... fredda, ma soleggiata. Kathy stava covando un raffreddore, rifletté Margaret con un nodo in gola. Si costrinse a ricacciare indietro i singhiozzi e cercò di ricordare le affermazioni rassicuranti di Carlson.
C'erano molti agenti dell'FBI impegnati nelle ricerche. Alcuni stavano esaminando i fascicoli conservati nella sede di Quantico, e indagavano su chiunque avesse precedenti di estorsione o maltrattamento di minori. Stavano anche interrogando tutti quelli della zona che erano stati accusati di molestie sessuali. Buon Dio, non questo, pregò rabbrividendo. Non permettere che siano molestate. Il capitano Martinson ha mandato in giro poliziotti per tutta la città a chiedere se è stato notato qualche individuo sospetto. Hanno parlato perfino con l'agenzia che ci ha venduto la casa per sapere a chi l'avevano mostrata in precedenza. Sia Martinson sia Carlson assicurano che presto ci saranno novità, rifletté ancora. Qualcuno deve aver visto qualcosa. Stanno facendo stampare volantini con la foto delle gemelle per distribuirli in tutto il paese. Le loro immagini sono già su Internet, e sulle prime pagine dei giornali. Tenendo stretti gli orsacchiotti, Margaret andò all'armadio e lo aprì. Passò la mano sui vestitini di velluto che le gemelle avevano indossato per la festa di compleanno. Erano in pigiama quando le avevano portate via. Li avevano ancora addosso? La porta si aprì. Lei si voltò a guardare il marito, e il sollievo che lesse nei suoi occhi le disse che la società si era offerta di pagare il riscatto. «Faranno immediatamente l'annuncio», spiegò Steve, incespicando nelle parole. «Poi domattina il presidente e alcuni degli amministratori verranno qui per comparire con noi davanti alle telecamere. Chiederemo istruzioni su dove lasciare il denaro, e una prova che ci assicuri che le bambine sono ancora vive.» Esitò. «Margaret, l'FBI vuole che ci sottoponiamo entrambi al test della macchina della verità.» 14 Alle ventuno e quindici di lunedì Lucas stava guardando la televisione nel suo appartamento sopra uno squallido negozio di ferramenta, a Danbury, quando un notiziario interruppe le trasmissioni. La C.F.G.&.Y. aveva deciso di pagare il riscatto per la liberazione delle gemelle Frawley. Un istante dopo il cellulare speciale squillò. Accese il dispositivo per la registrazione che aveva acquistato di ritorno dall'aeroporto. «Siamo in gioco», disse la voce roca.
Gola Profonda, pensò Lucas sarcastico. La polizia dispone di sofisticate strumentazioni per rilevare il profilo delle voci. Se dovessero arrestarmi, questo mi aiuterà a patteggiare la pena. Ti consegnerò a loro. «Stavo giusto aspettando l'annuncio», rispose. «Un'ora fa ho chiamato Harry», continuò il Seduttore. «Ho sentito una delle bambine piangere. Hai la situazione sotto controllo?» «Le ho viste ieri sera. Direi che stanno bene.» «Mona si sta prendendo buona cura di loro? Non dobbiamo commettere errori.» Era uno spunto troppo allettante perché Lucas potesse resistere. «Quella stupida puttana se ne prende talmente cura che ha comperato per le bambine dei vestiti identici.» Questa volta la voce non suonò contraffatta. «Dove?» «Non lo so.» «Ha intenzione di metterle in ghingheri per quando le scaricheremo? Vuole che la polizia rintracci il negozio, in modo che una commessa possa affermare: 'Sicuro, ricordo la donna che ha comperato i vestiti per due gemelle di tre anni'?» A Lucas piaceva sentire il Seduttore agitato; serviva ad attutire la paura che lo attanagliava. Qualunque cosa poteva andare storta, lo sapeva bene, e aveva bisogno di condividere i suoi timori. «Ho detto ad Harry di non lasciarla più uscire.» «Fra quarantott'ore sarà tutto finito», riprese l'altro. «Domani tornerò a mettermi in contatto per fornire le istruzioni per la consegna del denaro. Mercoledì tu andrai a ritirarlo, e in serata ti comunicherò dove lasciare le bambine. Accertati che siano vestite come quando le hai prelevate.» La comunicazione venne interrotta. Lucas pigiò il pulsante per fermare la registrazione. Sette milioni per te; mezzo milione a testa per me e Clint, pensò. Non credo proprio, signor Seduttore. 14 Alle ventuno e quindici di lunedì Lucas stava guardando la televisione nel suo appartamento sopra uno squallido negozio di ferramenta, a Danbury, quando un notiziario interruppe le trasmissioni. La C.F.G.&.Y. aveva deciso di pagare il riscatto per la liberazione delle gemelle Frawley. Un istante dopo il cellulare speciale squillò. Accese il dispositivo per la regi-
strazione che aveva acquistato di ritorno dall'aeroporto. «Siamo in gioco», disse la voce roca. Gola Profonda, pensò Lucas sarcastico. La polizia dispone di sofisticate strumentazioni per rilevare il profilo delle voci. Se dovessero arrestarmi, questo mi aiuterà a patteggiare la pena. Ti consegnerò a loro. «Stavo giusto aspettando l'annuncio», rispose. «Un'ora fa ho chiamato Harry», continuò il Seduttore. «Ho sentito una delle bambine piangere. Hai la situazione sotto controllo?» «Le ho viste ieri sera. Direi che stanno bene.» «Mona si sta prendendo buona cura di loro? Non dobbiamo commettere errori.» Era uno spunto troppo allettante perché Lucas potesse resistere. «Quella stupida puttana se ne prende talmente cura che ha comperato per le bambine dei vestiti identici.» Questa volta la voce non suonò contraffatta. «Dove?» «Non lo so.» «Ha intenzione di metterle in ghingheri per quando le scaricheremo? Vuole che la polizia rintracci il negozio, in modo che una commessa possa affermare: 'Sicuro, ricordo la donna che ha comperato i vestiti per due gemelle di tre anni'?» A Lucas piaceva sentire il Seduttore agitato; serviva ad attutire la paura che lo attanagliava. Qualunque cosa poteva andare storta, lo sapeva bene, e aveva bisogno di condividere i suoi timori. «Ho detto ad Harry di non lasciarla più uscire.» «Fra quarantott'ore sarà tutto finito», riprese l'altro. «Domani tornerò a mettermi in contatto per fornire le istruzioni per la consegna del denaro. Mercoledì tu andrai a ritirarlo, e in serata ti comunicherò dove lasciare le bambine. Accertati che siano vestite come quando le hai prelevate.» La comunicazione venne interrotta. Lucas pigiò il pulsante per fermare la registrazione. Sette milioni per te; mezzo milione a testa per me e Clint, pensò. Non credo proprio, signor Seduttore. 15 Robinson Geisler si sarebbe presentato davanti alla stampa con i Frawley alle dieci di martedì mattina. Alla fine nessuno degli altri membri del consiglio aveva deciso di accompagnarlo. Come gli aveva detto uno di lo-
ro: «Ho votato per il pagamento del riscatto, ma io stesso ho tre figli piccoli. E non voglio che a qualcuno venga l'idea di rapirli». Margaret, che quasi non aveva chiuso occhio, si alzò alle sei. Fece una lunga doccia, sperando che il getto di acqua calda disperdesse il gelo che sentiva nelle ossa. Poi, avvolta nell'accappatoio di Steve, tornò a letto. Suo marito era andato a correre, sgattaiolando dall'uscita di servizio per sfuggire ai giornalisti. Improvvisamente esausta dopo la notte insonne, si appisolò. Erano le nove quando Steve la svegliò e posò sul comodino un vassoio con la colazione. «Il signor Geisler è appena arrivato», disse. «È meglio che tu ti vesta adesso, tesoro. Sono contento che sia riuscita a dormire un po'. Verrò a chiamarti quando sarà ora di scendere.» Margaret si costrinse a bere il succo d'arancia e a mordicchiare una fetta di pane, poi, sorseggiando il caffè, cominciò a vestirsi. Era sul punto di infilarsi dei jeans neri, quando si fermò. Esattamente una settimana fa sono andata a comperare gli abitini per la festa delle gemelle in quel centro commerciale sulla Route 7, rammentò. Già che ero lì, ho fatto un salto al negozio di abbigliamento sportivo per acquistare una tuta da ginnastica rossa, dato che Kathy e Kelly adorano le mie vecchie felpe rosse. Forse chi le tiene prigioniere permetterà loro di guardare la televisione, e fra meno di mezz'ora ci vedranno sullo schermo. «Mi piace il rosso perché è un colore allegro», aveva detto Kelly con la faccina seria. Oggi mi vestirò per le mie bambine, decise Margaret, prendendo dall'appendiabiti la tuta nuova. Se la infilò in fretta mentre ripensava a quello che le aveva comunicato Steve. Dopo l'annuncio televisivo, sarebbero stati entrambi sottoposti al test della macchina della verità. Come possono pensare che noi abbiamo qualcosa a che fare con il rapimento? si chiese incredula. Si mise le scarpe da ginnastica, rifece il letto, quindi sedette con le mani incrociate e la testa china. Falle tornare a casa, Signore, te ne prego. Non si accorse della presenza del marito finché questi non le chiese: «Pronta, tesoro?» Le si accostò, e presole il viso tra le mani, la baciò. Poi lasciò cadere una mano sulla sua spalla, affondando le dita nei capelli. Lei sapeva che anche Steve stava vivendo la sua stessa angoscia. Quella notte aveva creduto che dormisse, ma a un certo punto lui aveva sussurrato: «Tesoro, l'unico motivo per cui la polizia vuole che ci sottoponiamo alla macchina della verità è il mio fratellastro. Capisco il loro ragionamento. Il fatto che Richie sia partito venerdì per andare a trovare la mamma nella
Carolina del Nord potrebbe sembrare un tentativo di crearsi un alibi. Era da un anno che non le faceva visita. Poi, nel momento stesso in cui ho detto a quell'agente che mi ero domandato se la società si sarebbe offerta di pagare il riscatto, mi sono reso conto di essere diventato un sospetto. Ma il lavoro di Carlson è questo. Io voglio che sospetti di tutti». Il lavoro di Carlson è trovare le mie bambine, pensò Margaret mentre scendeva le scale con il marito. Giunta nell'ingresso, si avvicinò a Robinson Geisler. «Sono immensamente riconoscente a lei e alla vostra società», disse. Steve aprì la porta e la prese per mano mentre i flash dei fotografi cominciavano a lampeggiare. In compagnia di Geisler, raggiunsero il tavolo e le sedie che erano stati preparati per l'intervista. Margaret fu lieta di vedere che era presente anche Franklin Bailey, che si era messo a disposizione come intermediario. Lo aveva incontrato la prima volta all'ufficio postale, dove era andata a comprare dei francobolli. A un tratto, Kelly era schizzata fuori della porta e quell'uomo l'aveva fermata prima che si buttasse in mezzo alla strada trafficata. La pioggia notturna era cessata e in quella mattina di marzo si respirava un'aria di primavera. Margaret rivolse uno sguardo vacuo ai reporter, agli agenti che tenevano a bada i curiosi, alla fila di furgoni delle emittenti televisive parcheggiati lungo la via. Aveva sentito dire che a volte gli agonizzanti provano la sensazione di librarsi al di sopra della scena, di osservare dall'esterno l'evento di cui sono protagonisti. Ascoltò Robinson Geisler dichiarare la disponibilità della società a pagare il riscatto, le insistenze di Steve che pretendeva la prova che le bambine fossero ancora vive, quindi Franklin Bailey, che ancora una volta si proponeva come tramite e scandiva il proprio numero di telefono. «Signora Frawley, ora che sapete che le richieste dei rapitori saranno accolte, qual è la sua paura più grande?» chiese qualcuno. Una domanda stupida, pensò lei. «Ovviamente, la mia paura più grande è che qualcosa vada storto fra il momento del pagamento e il ritorno delle nostre bambine. Più tempo passerà, più la situazione si farà critica. Credo che Kathy stia covando un raffreddore. Si ammala facilmente di bronchite. Una volta, quando era ancora molto piccola, abbiamo addirittura rischiato di perderla.» Alzò lo sguardo verso le telecamere. «Vi supplico, se sta male, portatela da un medico, o almeno procuratele le medicine necessarie. Le gemelle indossavano solo il pigiama quando le avete portate via.» La voce le morì in gola. Non avevo previsto di dirlo, rifletté. Perché l'ho
fatto? C'era una ragione per tutto, ma in quel caso non riusciva a capire quale fosse. Era qualcosa che riguardava i pigiami. Il signor Geisler, Steve e Franklin Bailey stavano rispondendo ai reporter. Quante domande, pensò ancora lei. Forse le bambine ci stanno guardando; devo parlare con loro. Interrompendo un giornalista, esclamò all'improvviso: «Ti voglio bene, Kelly. Ti voglio bene, Kathy. Vi prometto che presto troveremo la maniera di riportarvi a casa». Si azzittì quando le telecamere furono puntate su di lei. C'è un collegamento che devo stabilire! C'è qualcosa che devo ricordare! 16 Alle cinque del pomeriggio il giudice in pensione Benedict Sylvan bussò alla porta del suo vicino, l'ex sindaco Bailey. Era senza fiato quando l'altro gli aprì. «Franklin, ho appena ricevuto una telefonata. Credo che fosse il sequestratore. Ti richiamerà a casa mia fra tre minuti esatti. Dice che ha delle istruzioni per te.» «Probabilmente sa che il mio telefono è sotto controllo», esclamò l'altro. «Ecco perché ha contattato te.» I due uomini attraversarono di corsa l'ampio prato che separava le abitazioni. Erano ancora alla porta di ingresso quando si udì uno squillo nello studio. Il magistrato si precipitò a rispondere. «Franklin Bailey è qui con me», ansimò, quindi passò la cornetta all'amico. L'uomo si identificò come «il Seduttore», e le sue istruzioni furono concise ed esplicite: entro le dieci dell'indomani mattina la C.F.G.&.Y. avrebbe dovuto prepararsi ad accreditare su un conto corrente estero sette milioni di dollari. Il milione restante avrebbe dovuto essere pronto per la consegna. Era importante che fosse in banconote usate da venti e cinquanta dollari, con i numeri di serie non successivi. «Una volta effettuato l'accredito, vi saranno fornite altre indicazioni per la consegna del contante.» Bailey prendeva nota su un taccuino del giudice. «Vogliamo la prova che le gemelle sono vive», affermò in tono incerto. «Riattacchi subito. Fra un minuto sentirà le voci delle due bambine in blu.» Franklin e il giudice Sylvan si fissarono in silenzio mentre il primo posava la cornetta sulla forcella. Pochi istanti dopo l'apparecchio tornò a squillare, e una voce infantile disse: «Buongiorno, signor Bailey. L'abbiamo vista in TV con la mamma e il papà».
«Buongiorno, signor...» attaccò una seconda voce, ma poi la bambina cominciò a tossire, una tosse squassante che continuò a echeggiare nelle orecchie di Bailey anche quando la comunicazione fu interrotta. 17 Mentre il Seduttore dava istruzioni a Franklin Bailey, Angie spingeva un carrello lungo le corsie dell'emporio locale, alla ricerca di tutto quello che poteva servire a impedire che la salute di Kathy peggiorasse. Aveva già preso dagli scaffali aspirina per bambini, gocce per il naso, pomata balsamica e un umidificatore. Quando ero piccola, la nonna metteva il Vick's Vaporub nell'umidificatore, rammentò. Chissà se si fa ancora. Forse dovrei chiedere a Julio. È un buon farmacista. Quando Clint si slogò la spalla, il prodotto che lui mi consigliò fu efficace. Lucas si sarebbe di nuovo infuriato, se avesse saputo che lei aveva comperato qualcosa per le bambine. Ma cosa vorrebbe che facessi? si chiese. Che lasciassi morire Kathy? Quella mattina aveva seguito assieme a Clint l'intervista in cui il capo della società per cui lavorava Steve Frawley si era dichiarato disponibile a pagare il riscatto. Durante la trasmissione, avevano tenuto le gemelle in camera; non volevano che si turbassero alla vista dei genitori. Quella decisione si era rivelata un errore, perché al termine del servizio il Seduttore aveva telefonato e insistito per registrare le bambine che salutavano Bailey come se avessero assistito all'intervista. Quando però loro avevano cercato di convincerle a parlare al cellulare, Kelly, la più monella, si era messa a strillare. «Non lo abbiamo visto in televisione, e non abbiamo visto neppure mamma e papà, e vogliamo tornare a casa», protestava. Poi Kathy aveva cominciato a tossire mentre attaccava la frase: «Buongiorno, signor Bailey...» Finalmente siamo riuscite a persuadere Kelly a dire ciò che volevamo, promettendole di riportarla a casa, pensò Angie. Quando Clint aveva fatto sentire la registrazione al Seduttore, questi non si era preoccupato che Kathy fosse riuscita a pronunciare solo poche parole. E aveva a sua volta registrato sul proprio cellulare anche la tosse della bambina. Angie entrò nel reparto farmaci e la bocca le si seccò all'istante. Sul bancone campeggiava una foto a grandezza naturale delle gemelle. Sotto era
scritto a grandi lettere: RICOMPENSA A CHI FORNIRÀ INFORMAZIONI SUL LUOGO IN CUI SI TROVANO. Non c'erano altri clienti, e Julio le rivolse un cenno di saluto. «Salve, Angie», disse indicando la foto. «Terribile, quel rapimento. Viene da domandarsi chi possa compiere un'azione simile.» «Sì, è orrendo», concordò lei. «Fa piacere sapere che nel Connecticut c'è ancora la pena di morte. Se dovesse accadere qualcosa a quelle bambine, mi offrirò di praticare l'iniezione letale ai bastardi che le hanno prese.» Scosse la testa. «Ora come ora, possiamo solo pregare perché tornino a casa sane e salve. Cosa posso fare per te, Angie?» Consapevole del velo di sudore che le imperlava la fronte, lei finse di sfogliare l'agenda prima di alzare le spalle. «Temo di aver dimenticato la ricetta.» La spiegazione suonava debole alle sue stesse orecchie. «Posso chiamare il tuo medico.» «Oh, grazie, ma è a New York, non lo troveresti. Tornerò più tardi.» Ripensò al giorno in cui aveva acquistato il linimento per la spalla di Clint. Si era attardata a scambiare due chiacchiere con Julio, e per caso aveva accennato che abitavano nel cottage del custode del golf club. Era successo sei mesi prima, e tuttavia il farmacista si era ricordato il suo nome non appena l'aveva rivista. Ricordava anche dove abitava? Ma certo! Julio era un latino-americano piuttosto alto, più o meno della sua età. Portava occhiali con una montatura sexy che metteva in risalto gli occhi. Lo vide lanciare un'occhiata al contenuto del carrello. Eccoli, in bella vista. Aspirina e gocce nasali per bambini. Pomata balsamica. Umidificatore. Si chiederà perché faccio acquisti per un bambino ammalato? si domandò Angie, lottando per allontanare l'inquietante possibilità. Non voleva pensarci. Era lì in missione. Comprerò una confezione di Vick's e ne metterò un po' nell'umidificatore, decise. Quando ero piccola funzionava. Si affrettò a tornare nella corsia, prese la confezione e, a passi frettolosi, si avviò verso le casse. Una era chiusa, e davanti all'altra c'erano già sei persone in coda. Tre clienti furono sbrigati abbastanza in fretta, ma a quel punto la commessa esclamò: «Sono in pausa. Verrà subito una collega a sostituirmi». Maledetta stupida, pensò Angie, mentre la sostituta impiegava un'eternità a sedersi. Sbrigati, la incitò mentalmente, spingendo con impazienza il carrello.
Il tipo che le stava davanti, un uomo tarchiato con un carrello stracolmo, si voltò a guardarla. Nel vederla, la sua espressione infastidita si tramutò in un ampio sorriso. «Ciao, Angie. Cosa stai cercando di fare? Staccarmi i piedi?» «Ciao, Gus», rispose la donna sforzandosi di sorridere. Gus Svenson era un tipo seccante in cui si imbattevano a volte quando cenavano al Danbury Pub, quel genere di idiota che cerca sempre di attaccare discorso al bar. Durante la stagione estiva faceva spesso delle riparazioni come idraulico al golf club, e il fatto che lei e Clint abitassero nel cottage del custode quando il circolo era chiuso lo spingeva a comportarsi come se avessero qualcosa in comune. Fratelli di sangue, perché tutti e tre sbrigavano il lavoro sporco per i ricchi, pensò Angie con sdegno. «Come sta il vecchio Clint?» domandò l'uomo. Deve avere un altoparlante alle corde vocali, pensò ancora lei, mentre parecchi clienti si giravano a guardarli. «Mai stato meglio. Ehi, credo che la dinamo seduta alla cassa sia pronta a occuparsi di te.» «Certo, certo.» Gus scaricò i suoi acquisti sul nastro trasportatore, poi si girò a sbirciare il carrello di Angie. «Aspirina per bambini. Gocce nasali per bambini. Ehi, hai novità da raccontarmi?» I timori della donna si acuirono fino a diventare autentica paura. Lucas aveva ragione, si disse. Non dovrei acquistare cose per le gemelle, o almeno non dove sono conosciuta. «Non essere sciocco», scattò. «Faccio la baby-sitter per un'amica, e il bambino si sta beccando un raffreddore.» «Sono centoventidue dollari e diciotto», annunciò la cassiera a Gus. L'uomo aprì il portafoglio e ne estrasse la carta di credito. «Economico come sempre», scherzò, poi tornò a rivolgersi a Angie. «Senti, se tu hai da lavorare, magari al mio vecchio amico Clint piacerebbe andare a bere un paio di birre. Passo io a prenderlo. In questo modo non dovrai preoccuparti se ci dà troppo dentro. Mi conosci; so quando è arrivato il momento di smettere. Digli di chiamarmi.» Prima che lei potesse rispondere, firmò la ricevuta, agguantò la spesa e si avviò verso l'uscita. Angie sbatté sul nastro il contenuto del suo carrello. Il totale ammontava a quarantatré dollari, e lei sapeva di non averne più di venticinque nel portafoglio, il che significava che avrebbe dovuto usare la carta di credito. Non ci aveva pensato quando aveva preso l'umidificatore. Lucas le aveva dato dei soldi per pagare il lettino. «In questo modo non resteranno tracce», aveva detto. Ma una traccia ci sarebbe stata. Era ricorsa
alla carta di credito per comperare i vestiti delle gemelle, e adesso l'avrebbe fatto di nuovo. Finirà presto, promise a se stessa mentre puntava verso l'uscita. Alla porta c'era una guardia. Angie abbandonò il carrello e afferrò i sacchetti. Ora ci mancherebbe solo che l'allarme cominciasse a suonare, pensò mentre superava l'uomo. Capita, quando le stupide commesse non passano qualche prodotto allo scanner. Due giorni al massimo, e se la sarebbero filata, si disse mentre attraversava il parcheggio diretta al vecchio furgone di Clint. Lì accanto, una Mercedes stava facendo retromarcia. I fari del furgone ne illuminarono il modello: SL500. Deve costare più di centomila bigliettoni, considerò lei. Dovremmo comperarne una anche noi. Fra due giorni ne avremo cinque volte tanto, e tutto in contanti. Durante il breve tragitto di ritorno riesaminò mentalmente il piano. Secondo Lucas, l'indomani sarebbe stato effettuato l'accredito sul conto indicato dal Seduttore, e in serata loro avrebbero intascato il milione di dollari. Una volta assicuratisi che c'erano tutti, nelle prime ore di giovedì avrebbero scaricato le gemelle da qualche parte e avvisato i genitori perché andassero a recuperarle. Questo è il piano di Lucas, pensò Angie. Ma non il mio. 18 Il mercoledì mattina l'imprevedibile tempo di marzo portò un freddo intenso. Un vento di tramontana faceva sbattere le finestre della sala da pranzo dove Steve e Margaret sedevano al tavolo con Walter Carlson e il suo collega, Tony Realto. Avevano appena finito di bere il caffè. Carlson non pensava fosse il caso di nascondere ai genitori quello che Franklin Bailey gli aveva riferito, ossia che una delle gemelle aveva una brutta tosse bronchiale. «Steve, Margaret, so che l'idea è inquietante», disse loro. «D'altro canto, questo dimostra che Bailey stava effettivamente ascoltando le vostre bambine. Avevate già supposto che Kathy stesse covando un raffreddore.» «Non credete che il Seduttore la prossima volta eviterà di chiamare il vicino di Bailey?» chiese Steve. «Deve essere abbastanza furbo da capire che a questo punto quel telefono è sotto controllo.» «Anche i criminali commettono errori. Credono di aver previsto tutto,
ma qualcosa gli sfugge sempre.» «Mi domando se qualcuno starà curando Kathy, in modo da impedire che il raffreddore degeneri in polmonite», sussurrò Margaret con voce rotta. Carlson la guardò. Il viso della donna era cinereo e gli occhi azzurri cerchiati da profonde occhiaie. Ogni volta che parlava serrava con forza le labbra, come se avesse paura di ciò che avrebbe potuto aggiungere. «È probabile che i rapitori abbiano tutte le intenzioni di restituire le gemelle incolumi.» Mancavano quindici minuti alle dieci, l'ora in cui il Seduttore aveva affermato che si sarebbe rimesso in contatto. Nella stanza cadde il silenzio. Potevano solo aspettare. Alle dieci, arrivò di corsa Rena Chapman, la vicina. «Qualcuno al telefono dice di avere importanti informazioni sulle gemelle per l'FBI», annunciò ansante a un poliziotto che era di guardia davanti alla porta. I due agenti, seguiti da Steve e da Margaret, si precipitarono a casa Chapman. Carlson afferrò la cornetta e si identificò. «Ha carta e penna?» domandò il suo interlocutore. L'agente estrasse il taccuino e la penna dal taschino. «Voglio che i sette milioni di dollari vengano accreditati sul conto 507964 della Nemidonam Bank di Hong Kong», dichiarò il Seduttore. «Avete tre minuti di tempo. Richiamerò non appena saprò che il trasferimento è stato effettuato.» «Ce ne occupiamo subito», esclamò Carlson, ma non aveva ancora finito la frase quando sentì il clic della comunicazione che veniva interrotta. «Era il sequestratore?» chiese Margaret. «Le bambine sono nelle sue mani?» «Sì, era lui. Però non ha parlato delle gemelle, solo del riscatto.» Carlson digitò il numero privato di Robinson Geisler nella sede della C.F.G.&Y. Il presidente aveva assicurato che sarebbe rimasto in attesa delle istruzioni per il pagamento. Con la sua voce secca, ripeté il nome della banca di Hong Kong e il numero di conto. «L'accredito verrà effettuato nel giro di sessanta secondi, e le valigie con i contanti sono pronte», aggiunse. Margaret rimase in ascolto mentre Carlson ordinava ai suoi collaboratori di effettuare la triangolazione della linea telefonica dei Chapman, nella speranza di individuare l'ubicazione del Seduttore quando avesse richiamato. È troppo scaltro per farsi beccare così, pensava lei. Ora ha i sette milioni
di dollari. Si farà risentire? «Signor Carlson. Un'altra chiamata. Tre abitazioni più giù.» Un secondo poliziotto si era affrettato a raggiungerli, ed era entrato dalla porta di servizio senza bussare. Mentre il vento freddo le sferzava il viso, Margaret, tenendo per mano il marito, corse sulla scia di Carlson e di Realto verso la casa dove un vicino che non avevano mai incontrato prima li chiamava con gesti frenetici. Il Seduttore aveva interrotto la telefonata, ma richiamò meno di un minuto dopo. «È stato saggio da parte vostra», disse a Carlson. «Grazie per l'accredito. Ora mi ascolti bene: il suo volenteroso amico, Franklin Bailey, dovrà trovarsi a Manhattan di fronte all'ingresso del Time Warner Center, in Colombus Circle, alle otto di stasera. Si metterà una cravatta azzurra e ne porterà un'altra rossa in tasca. Dovrà avere con sé le valigie con i contanti e un cellulare. Qual è il numero del suo, agente?» «917-555-3291», rispose Carlson. «Bene. Dia il suo telefono a Bailey, e si ricordi che lo terremo d'occhio. Qualunque tentativo di seguirlo o di fermare il corriere che ritirerà le valigie significherà la fine per le gemelle. Se tutto filerà liscio, una volta verificati l'ammontare e l'autenticità del denaro, a un certo punto dopo la mezzanotte qualcuno riceverà una telefonata in cui verrà comunicato dove recuperare le bambine. Hanno nostalgia di casa, e una delle due ha la febbre. Vi suggerisco di fare in modo che non si verifichino incidenti.» 19 Mentre tornava indietro stretta al braccio di Steve, Margaret si sforzava di convincersi che entro ventiquattr'ore le gemelle sarebbero state a casa. Devo crederci, si disse speranzosa. Nella fretta di raggiungere l'abitazione di Rena Chapman, e quindi quella dell'altro vicino per la seconda chiamata, non si era neppure resa conto dei furgoni delle stazioni televisive parcheggiati lungo la strada. I reporter vennero loro incontro, insistendo per ottenere una dichiarazione. «I sequestratori vi hanno contattato?» «Il riscatto è stato pagato?» «Avete avuto la conferma che le gemelle sono vive?» «Nessun commento, per il momento», rispose Carlson in tono brusco. Ignorando la raffica di domande, Margaret e Steve imboccarono il vialetto. Il capitano Martinson li aspettava sulla veranda. Da venerdì sera non
aveva fatto altro che entrare e uscire dalla casa, a volte conferendo in privato con gli agenti dell'FBI, altre offrendo semplicemente la sua rassicurante presenza. Lei sapeva che gli uomini della polizia di Ridgefield e quelli della polizia dello stato del Connecticut avevano distribuito centinaia di manifesti su cui compariva la fotografia delle gemelle con i loro vestitini di velluto, davanti alla torta di compleanno. Su uno di essi campeggiava la scritta: CONOSCETE QUALCUNO CHE POSSIEDA O ABBIA POSSEDUTO UNA MACCHINA PER SCRIVERE MANUALE ROYAL? Era con una di quelle vecchie macchine che era stata battuta la richiesta di riscatto. Il giorno prima Martinson aveva detto loro che alcuni cittadini si erano impegnati a versare una ricompensa di diecimila dollari a chiunque avesse fornito informazioni utili a rintracciare le gemelle. Qualcuno aveva risposto? si chiese ora Margaret. Il capitano ha l'aria turbata, ma di sicuro non ci sono cattive notizie, cercò di rassicurarsi mentre salivano sulla veranda. Lui ancora non sa che è stata stabilita la consegna del riscatto. Temendo che qualche giornalista potesse sentirlo, Martinson attese finché non furono in soggiorno prima di parlare. «Abbiamo un problema», annunciò allora. «Nelle prime ore della mattinata Bailey si è sentito male, ed è svenuto. La sua governante ha chiamato l'ambulanza, e l'uomo è stato portato in ospedale. Non si è riscontrato nessun problema cardiaco. Secondo il medico, si è trattato di un attacco di ansia dovuto allo stress.» «Abbiamo appena assicurato ai rapitori che Bailey si troverà davanti all'ingresso del Time Warner Center stasera alle otto», scattò Carlson. «Se non si farà vedere, loro sospetteranno una trappola.» «Dovrà esserci!» Margaret percepì la nota di isteria nella sua voce, e si morse il labbro con tanta violenza da sentire il sapore del sangue. «Dovrà esserci», ripeté, questa volta in un bisbiglio. Guardò dall'altra parte della stanza, verso le fotografie delle gemelle posate sul pianoforte. Le mie bambine in blu, pensò. Oh, Signore, ti prego, riportale a casa da me. «Vuole andarci», la rassicurò Martinson. «Non ha intenzione di restare in ospedale.» Lui e gli agenti si scambiarono un'occhiata, ma fu Steve a dare voce a quello a cui tutti stavano pensando. «Supponiamo che lui abbia un altro attacco, ed entri in confusione o svenga di nuovo mentre riceve le istruzioni per la consegna dei contanti. Che cosa succederebbe in tal caso? Il Seduttore ha detto che, se dovessero verificarsi degli inconvenienti, non rivedremo più le bambine.»
L'agente Tony Realto non rivelò il timore che nella sua mente si era trasformato in una sostanziale certezza. Non avremmo dovuto permettere il coinvolgimento di Bailey, rifletté. E perché mai lui aveva tanto insistito per «rendersi utile»? 20 Alle dieci e venti di mercoledì mattina Lucas guardava fuori della finestra di casa sua, fumando nervosamente la quinta sigaretta della giornata. E se il Seduttore, dopo aver incassato i sette milioni di dollari, avesse deciso di scaricarli? Ho la sua voce registrata, si disse, ma potrebbe non bastare. Se dovesse sparire, che cosa ne faremmo delle bambine? Anche ammesso che il Seduttore giocasse pulito e organizzasse la consegna del milione in contanti, sarebbe toccato a lui e a Clint effettuare il ritiro senza farsi prendere. Qualcosa sarebbe andato storto, Lucas se lo sentiva nelle ossa, e aveva imparato a tener conto di quella sorta di avvertimento. Si era dimostrato vero quando, da minorenne, lui era stato beccato dai poliziotti, e ignorarlo da adulto lo aveva fatto finire in carcere per sei anni. In quella occasione, mentre penetrava all'interno di una casa, aveva avuto la netta sensazione che non avrebbe dovuto metterci piede anche se era riuscito a disattivare l'allarme. E aveva ragione. Le telecamere di un circuito chiuso interno avevano registrato tutte le sue mosse. Stavolta poi, se lui e Clint fossero stati arrestati, rischiavano una condanna all'ergastolo. E fino a che punto stava male la gemella? Se fosse morta, la situazione sarebbe diventata ancora più grave. Squillò il telefono. Era il Seduttore. Lucas accese il registratore. «Tutto procede per il meglio, Bert», esordì l'altro. «L'accredito è stato effettuato. È evidente che l'FBI non metterà in pericolo la vita delle gemelle standovi troppo addosso.» Si esprimeva con un ringhio soffocato che si illudeva passasse per una voce contraffatta. Lucas schiacciò il mozzicone della sigaretta sul davanzale. Continua a parlare, amico, pensò. «Ora tocca a te», proseguì il Seduttore. «Se stasera vuoi contare la tua parte, ascoltami attentamente. Come sai, a questo punto ci serve un'auto rubata. Mi hai detto che Harry non avrà difficoltà a procurarsela.» «Infatti. È una delle cose in cui se la cava bene.» «Stabiliremo il contatto con Franklin Bailey stasera alle otto davanti al
Time Warner Center. A quell'ora, tu e Harry dovrete essere parcheggiati all'imboccatura della Cinquantasettesima, subito a est della Sesta Avenue. Sarete a bordo del veicolo rubato a cui avrete sostituito la targa.» «Nessun problema.» «Ecco come agiremo.» Pur con riluttanza, Lucas dovette ammettere che il piano aveva buone probabilità di riuscita. Alla fine, dopo aver ripetutamente assicurato al Seduttore che avrebbe portato con sé il cellulare speciale, sentì lo scatto della comunicazione che veniva interrotta. D'accordo, pensò allora. Ho capito cosa dobbiamo fare. Forse funzionerà. Si era appena acceso un'altra sigaretta quando il suo cellulare squillò. Lo aveva lasciato sul cassettone in camera, e si affrettò ad andare a recuperarlo. «Lucas», disse una voce stanca e tesa, «sono Franklin Bailey. Stasera ho bisogno di lei. Se è già impegnato con un altro cliente, la prego di mandargli il suo sostituto. Ho un incarico importantissimo da sbrigare a Manhattan, e devo trovarmi in Columbus Circle alle otto.» Con la mente in subbuglio, lui premette con forza l'apparecchio contro l'orecchio, mentre con la mano libera estraeva dal taschino il pacchetto di sigarette mezzo vuoto. «In effetti ho una prenotazione, ma forse posso farcela. Quanto tempo pensa di trattenersi a Manhattan, signore?» «Non lo so.» Lucas ripensò al modo strano in cui lo aveva guardato quel poliziotto il venerdì, quando Bailey si era recato dai Frawley per offrirsi come mediatore. Ora, se i federali avevano deciso che l'uomo doveva farsi accompagnare da un autista privato, e avessero scoperto che lui non era disponibile, avrebbero potuto indagare sull'impegno che quella sera gli impediva di accontentare un vecchio cliente. Non posso rifiutare, decise. «Troverò qualcuno che mi sostituisca, signor Bailey», disse cercando di adottare il consueto tono compiacente. «A che ora devo venire a prenderla?» «Alle sei. Probabilmente arriveremo con molto anticipo, ma non posso correre il rischio di presentarmi in ritardo.» «Alle sei in punto allora, signore.» Lucas gettò il cellulare sul letto e, tornato nel trasandato salottino, riprese quello speciale. Quando il Seduttore rispose, si asciugò nervosamente il sudore della fronte mentre gli riferiva l'accaduto. «Visto come stanno le cose, non sarà possibile procedere con il piano», concluse. Non gli sfuggì la nota divertita che si era insinuata nella voce del suo in-
terlocutore. «Hai al tempo stesso ragione e torto, Bert. Non potevi rifiutare, è vero, ma andremo avanti comunque con il nostro piano. Anzi, forse questo nuovo sviluppo ci sarà utile. Oggi hai in programma di fare un giro in aereo, giusto?» «Sì, dopo aver ritirato la roba da Harry.» «Assicurati di avere con te la macchina per scrivere usata per battere la richiesta di riscatto, e i vestiti e i giocattoli che sono stati comperati per le bambine. Non deve restarne traccia nel cottage del custode.» «Lo so, lo so.» Ne avevano già parlato. «Di' a Harry di telefonarmi non appena si sarà procurato l'auto. E tu chiamami subito dopo aver lasciato Bailey davanti al Time Warner Center. Ti spiegherò quali saranno le mosse successive.» 21 Alle dieci e mezzo Angie stava facendo colazione con le gemelle. Dopo la terza tazza di caffè, sentiva che la sua mente cominciava finalmente a schiarirsi. Aveva passato una notte d'inferno. Guardò Kathy. L'umidificatore e l'aspirina avevano sortito effetto: benché la camera da letto puzzasse di Vick's Vaporub, se non altro i suffumigi erano serviti a scioglierle il catarro. La piccola, tuttavia, stava ancora male, ed era rimasta sveglia a lungo, piangendo e chiamando la madre. Sono stanca, pensò la donna, davvero sfinita. Kelly, almeno, aveva dormito pacificamente, benché in certi momenti si fosse svegliata quando la sorella tossiva forte, mettendosi a tossire pure lei. «Si sta ammalando anche l'altra?» aveva chiesto Clint ogni volta. «No. Rimettiti a dormire», lo aveva esortato Angie. «Domani sera dovrai essere perfettamente lucido.» Ora fissò Kelly, che ricambiò il suo sguardo. Le avrebbe volentieri allungato un ceffone. «Vogliamo tornare a casa», ripeteva senza sosta la bambina. «Kathy e io vogliamo andare a casa. Ci avevi promesso di riportarci dalla mamma.» Se è per questo, non vedo l'ora che ve ne andiate, pensò Angie. Clint era un fascio di nervi. Aveva bevuto il caffè seduto sul divano mentre guardava la televisione, e continuava a tamburellare con le dita sul brutto tavolino che aveva davanti. Stava seguendo i notiziari, per vedere se c'erano novità, ma aveva avuto l'accortezza di togliere l'audio. Le gemelle davano la schiena all'apparecchio.
Kelly aveva mangiato un po' di cereali con il latte, e anche Kathy ne aveva ingoiato qualche cucchiaiata. Erano entrambe pallide, riconobbe Angie, e avevano i capelli arruffati. Forse avrebbe dovuto spazzolarglieli, ma non le andava di sentirle urlare se fosse incappata in qualche nodo. Lascia perdere, si disse. Spinse indietro la sedia. «D'accordo, bambine. È l'ora del sonnellino.» Le piccole si erano abituate a essere rimesse nel lettino subito dopo colazione, e Kathy tese le braccia per farsi prendere. Sa che le voglio bene, pensò Angie, ma imprecò tra i denti quando la bambina urtò la tazza con il gomito, rovesciandosi il latte sulla giacca del pigiama. Kathy scoppiò a piangere, un gemito lamentoso che si trasformò in un colpo di tosse. «Va tutto bene», sibilò Angie. E ora che faccio? si chiese. Quell'idiota di Lucas sarà qui tra poco, e mi è stato detto di lasciare le gemelle in pigiama per tutto il giorno. Forse, mettendo un asciugamano sotto la macchia, la stoffa si asciugherà. «Shhh», fece spazientita, prendendo in braccio la piccola. Il pigiama bagnato le inumidì la maglietta. Kelly le seguiva, allungando pacche consolatorie sul piede della sorella. Angie mise a letto Kathy e afferrò l'asciugamano posato sul cassettone, ma quando fece per infilarglielo sotto la giacca del pigiama, vide che la bimba si era raggomitolata e si succhiava il pollice. Questa è una novità, pensò mentre adagiava nel lettino anche Kelly. Immediatamente la bambina si mise in piedi e si afferrò alla sponda con le mani. «Vogliamo andare subito a casa», esclamò. «Ce lo hai promesso.» «Ci andrete stasera», ribatté lei. «Ora chiudi il becco.» Le tapparelle della stanza erano abbassate. Angie fece per sollevarne una, poi ci ripensò. È più facile che si addormentino con il buio, decise. Di nuovo in cucina, sbatté la porta dietro di sé, un ammonimento a Kelly a non causare altri problemi. La sera prima, quando la bambina aveva cominciato a far oscillare il lettino, un pizzicotto sul braccio le aveva fatto capire che non era una buona idea. Clint era ancora davanti alla televisione. Angie cominciò a sparecchiare. «Prendi le cassette dei cartoni animati», gli disse lei. «E mettile lì nella scatola con la macchina per scrivere.» Il Seduttore, chiunque fosse, voleva che venissero scaricati nell'oceano tutti gli oggetti collegati al rapimento. «Vale a dire, oltre alla macchina usata per la richiesta di riscatto, i vestiti, i giocattoli, e anche le lenzuola e le
coperte su cui possono esserci tracce del loro DNA», aveva spiegato Lucas. Loro non sanno come questo si adatti alla perfezione al mio piano, pensò Angie. «Quella scatola è troppo grande», protestò Clint. «Lucas non riuscirà a gettarla in mare.» «Non è affatto grande», ribatté seccamente lei. «Deve esserci spazio per l'umidificatore, d'accordo?» «Peccato che non possiamo metterci dentro anche il lettino.» «Quando avremo rilasciato le bambine, potrai tornare qui a disfarlo, e domani te ne libererai.» Due ore dopo, Angie era pronta all'esplosiva reazione di Lucas di fronte alle dimensioni della scatola di cartone. «Non potevi sceglierne una più piccola?» latrò lui. «Come no. Potevo andare a chiederne una in drogheria, e spiegare cosa dovevo metterci dentro. Questa l'ho trovata in cantina. Servirà allo scopo, no?» «Credo che di sotto ce ne siano anche altre», intervenne Clint. «Ormai l'ho chiusa con la corda e sigillata con il nastro adesivo», sbraitò Angie. «Non intendo rifare tutto il lavoro.» Un minuto più tardi, guardava soddisfatta Lucas che trasportava in macchina il voluminoso scatolone. 22 Lila Jackson, commessa all'Abby's Quality Discount, era diventata una sorta di celebrità tra i parenti e gli amici. Infatti, era stata lei a vendere gli abitini di velluto blu che Margaret Frawley aveva acquistato per le figlie un paio di giorni prima del sequestro. Trentaquattro anni, piccola di statura ma straripante energia, Lila aveva di recente abbandonato il suo remunerativo posto di segretaria in un ufficio di Manhattan, e si era trasferita a vivere in provincia a casa della madre vedova, accettando il lavoro da Abby's. Come aveva spiegato agli amici esterrefatti: «Mi sono resa conto che detestavo starmene seduta alla scrivania, e l'impiego più divertente che abbia mai avuto è stato quello part-time da Bloomingdale's. Adoro i vestiti, e mi piace venderli. Appena potrò, aprirò un negozio tutto mio». A quello scopo, si era iscritta a un corso di gestione aziendale.
Il giorno in cui si era diffusa la notizia del rapimento Lila aveva riconosciuto subito sia Margaret sia gli indumenti che le gemelle indossavano nella fotografia trasmessa in televisione. «La signora Frawley è davvero deliziosa», diceva tutta eccitata alla gente, che rimaneva affascinata dal fatto che lei avesse conosciuto di persona la mamma delle bambine rapite. «Una donna di classe, discreta, che sa riconoscere la qualità. Le ho spiegato che gli stessi vestitini costavano quattrocento dollari da Bergdorf, e che a quarantadue erano regalati. Mi ha risposto che era comunque più di quanto volesse spendere, e allora gliene ho mostrati altri, ma lei continuava tornare a quelli. Alla fine li ha comperati. Si è messa a ridere mentre pagava, e ha dichiarato che sperava solo di riuscire a fotografare le gemelle prima che si rovesciassero addosso qualcosa. «Abbiamo fatto una bella chiacchierata», proseguiva Lila, rammentando tutti i particolari dell'incontro. «Le ho raccontato che era appena venuta un'altra donna a comperare alcuni capi identici per gemelli. Non dovevano essere figli suoi, però, perché era incerta sulla taglia. Mi ha chiesto consiglio, spiegandomi che avevano tre anni ed erano di corporatura media.» Il mercoledì mattina, mentre si preparava ad andare al lavoro, Lila guardò il notiziario. Scuotendo la testa, seguì il servizio in cui Margaret e Steve Frawley venivano ripresi mentre si precipitavano a casa di un vicino e, pochi minuti dopo, raggiungevano di corsa una seconda abitazione. «Benché né la famiglia né l'FBI lo abbiano confermato, si pensa che questa mattina il Seduttore, come si definisce il sequestratore, abbia comunicato le sue richieste contattando i Frawley tramite alcuni vicini», stava dicendo il reporter della CBS. Lila guardò il primo piano che mostrava l'espressione angosciata e le occhiaie profonde di Margaret Frawley. «Robinson Geisler, presidente della C.F.G.&.Y., non ha voluto rispondere alle domande su un eventuale trasferimento di fondi», continuò il giornalista, «ma se ciò è accaduto, è evidente che le prossime ventiquattr'ore saranno cruciali. Sono passati sei giorni da quando Kathy e Kelly sono state prelevate dalla loro cameretta. Il rapimento ha infatti avuto luogo verso le ventuno di giovedì della scorsa settimana.,» Dovevano essere in pigiama quando le hanno portate vie, rifletté Lila, cercando le chiavi dell'auto. Quel pensiero la accompagnò per tutto il tragitto, e rimase latente mentre lei appendeva il soprabito e si passava il pettine fra i capelli rossi arruffati dal vento che soffiava nel parcheggio. Fissò al vestito la targhetta che recitava: BENVENUTI DA ABBY'S - IO SONO
LILA, quindi raggiunse il cubicolo che fungeva da ufficio contabilità. «Voglio controllare le mie vendite della settimana scorsa, Jean», spiegò alla contabile. Sulla ricevuta ci sarà il nome di quella donna che ha acquistato vestiti per gemelli, pensò. Ricordo che ha comperato due tutine, due magliette, più calze e biancheria. Niente scarpe, perché non aveva idea del numero. Dopo cinque minuti passati a sfogliare ricevute, Lila trovò quello che cercava. La ricevuta portava la firma della signora Downes, che aveva pagato con una carta di credito. È il caso di far telefonare da Jean alla Visa per avere l'indirizzo della cliente? si domandò. Non fare la sciocca, si ammonì subito dopo, mentre si affrettava verso il suo reparto. Più tardi, ancora incapace di scrollarsi di dosso la sensazione che avrebbe dovuto prestare fede a quella strana inquietudine, tornò dalla contabile e le chiese se poteva chiamare la Visa. «Certo, Lila. E se si mostreranno restii a fornirmi l'indirizzo, dirò che la signora ha dimenticato qui un sacchetto.» «Grazie, Jean.» Alla Visa risultava che la signora Downes abitava al 100 di Orchard Avenue, a Danbury. Sempre più incerta sul da farsi, Lila si ricordò che quella sera sua madre avrebbe cenato con Jim Gilbert, un ex poliziotto di Danbury. Ne parlerò con lui, decise. Quando rincasò, vide che la madre le aveva tenuto da parte la cena e che ora stava chiacchierando in salotto con il suo amico. Lila si versò un bicchiere di vino e andò a sedersi sul ripiano di pietra davanti al camino, dando le spalle al fuoco. «Jim», esordì, «immagino che la mamma ti abbia raccontato dei vestitini di velluto blu che ho venduto a Margaret Frawley.» «L'ho sentito.» La sua profonda voce baritonale sembrava incongrua, data la corporatura minuta dell'ex poliziotto. «Ascolta cosa ti dico. Non riavranno indietro quelle bambine, né vive né morte. Scommetto che sono già state portate fuori dal paese, e che tutte queste chiacchiere sul riscatto sono solo un diversivo.» «So che forse non ha senso, ma quello stesso giorno ho servito una cliente che voleva acquistare degli indumenti identici per dei gemelli di tre anni, di cui non conosceva la taglia.» «E con questo?» Lila si lanciò. «Voglio dire, e se quella donna fosse implicata nel rapimento? Forse stava facendo acquisti che le sarebbero serviti in seguito. Le
gemelle Frawley erano in pigiama quando sono state rapite e a quell'età i bambini si sporcano facilmente. Bisogna cambiarli spesso.» «Ti stai lasciando trasportare dalla fantasia», fu l'indulgente risposta di Gilbert. «Hai idea di quante segnalazioni di questo tipo stanno ricevendo la polizia di Ridgefield e l'FBI?» «Sulla ricevuta c'è la firma della signora Downes, che abita al 100 di Orchard Street, proprio qui a Danbury», insistette Lila. «Mi verrebbe voglia di andare a suonare alla sua porta inventandomi una storia sul fatto che le magliette sono fallate, tanto per soddisfare la mia curiosità.» «Lila, è meglio che tu continui a occuparti di moda. So di chi stai parlando. Clint Downes è il custode del golf club, e vive in un cottage al 100 di Orchard Street. La donna era ossuta, con una specie di coda di cavallo?» «Sì.» «Si tratta di Angie, la ragazza di Clint. Può anche firmare come signora Downes, ma non è sua moglie. Cancellali dalla tua lista dei sospetti, Lila. Neppure in un milione di anni quei due avrebbero la capacità di organizzare un sequestro del genere.» 23 Mentre saliva a bordo con il voluminoso scatolone tra le braccia, Lucas era consapevole che Charley Fox, un nuovo meccanico dell'aeroporto, lo stava osservando. Si starà chiedendo perché io mi porti dietro un simile carico, pensò, e concluderà che voglio sbarazzarmi a tutti i costi di qualcosa, o magari trasporto della droga. Così, la prossima volta che si presenterà un poliziotto a chiedere se c'è qualcuno di sospetto tra i frequentatori di questo posto, lui gli parlerà di me. Ciononostante, liberare il cottage da tutto ciò che lo collegava alle gemelle restava una buona idea, si disse posando la scatola sul sedile del secondo pilota. Stasera, dopo che avremo rilasciato le bambine, aiuterò Clint a smontare il lettino e poi lo scaricheremo da qualche parte. Deve esserci il loro DNA sparso su tutto il materasso. Mentre eseguiva i controlli prima del decollo, Lucas si concesse un sorriso. Aveva letto su un giornale che i gemelli monozigoti hanno lo stesso DNA. Così potrebbero provare soltanto che noi ne avevamo sequestrata una, pensò. Il vento soffiava ancora forte. Non era la giornata migliore per volare con un aereo leggero, ma sfiorare il pericolo aveva sempre un effetto rilas-
sante su di lui, e sapeva che quella sensazione avrebbe placato l'ansia che lo tormentava. Dimenticati i contanti, ripeteva una voce insistente nella sua testa. Di' al Seduttore che deve versarvi uno dei milioni di dollari accreditati sul conto estero. Abbandona le gemelle là dove possono ritrovarle. In questo modo, non ci sarà il rischio di essere seguiti e arrestati. Ma il Seduttore non avrebbe accettato, considerò lui con amarezza mentre le ruote del velivolo si staccavano da terra. O prendiamo i contanti stasera o resteremo a bocca asciutta e, se mai dovessero beccarci, con un'accusa di sequestro di persona. Lo aspettava un volo di solo poche miglia sull'oceano. Tenendo saldamente la cloche tra le ginocchia, Lucas ridusse la velocità, afferrò a fatica la grossa scatola, se la mise in grembo, aprì lo sportello e la spinse fuori. Guardò giù verso il mare grigio e ribollente fino a quando lo scatolone scomparve tra le onde, sollevando alti spruzzi. Solo allora richiuse lo sportello e posò la mano sulla cloche. E ora viene la parte difficile, pensò. Quando atterrò, si rallegrò nel vedere che Charley Fox era sparito. Non può sapere se ho riportato indietro la scatola, si disse. Erano quasi le quattro. Il vento stava calando, ma le nubi incombevano minacciose. La pioggia li avrebbe favoriti o avrebbe costituito un problema? Lucas raggiunse il parcheggio e salì in macchina. Indugiò lì qualche minuto, cercando una risposta a quella domanda. Solo il tempo lo dirà, decise infine. Per il momento, sarebbe andato a prendere la limousine e l'avrebbe portata al lavaggio auto. Doveva essere scintillante per il signor Bailey. Se dall'ex sindaco c'erano i federali, quello sarebbe stato un modo per sembrare un autista coscienzioso. Inoltre, questo lo avrebbe tenuto occupato. Se fosse rimasto seduto nel suo appartamento a pensare, sarebbe certamente impazzito. Presa la decisione, Lucas accese il motore. Due ore più tardi, fresco di doccia e ben rasato, con indosso un'inappuntabile uniforme da autista, entrava con la limousine lucidata a specchio nel vialetto della casa di Franklin Bailey. 24 «Margaret, siamo certi, per quanto è umanamente possibile, che lei non abbia niente a che fare con la sparizione delle gemelle», affermò Carlson. «Il secondo test della macchina della verità si è rivelato non conclusivo, anche più del primo, il che si può spiegare con il suo stato emotivo. Con-
trariamente a quanto si legge nei romanzi o si vede nei film, questi test non sempre sono accurati, per questo non vengono ammessi come prova in tribunale...» «Cosa mi sta dicendo?» Il tono della donna era quasi indifferente. Che importanza ha? pensava. Ho a malapena compreso le domande che mi rivolgevano. Erano solo parole. Un'ora prima, Steve aveva insistito affinché lei prendesse un sedativo. Era il primo della giornata, benché il medico gliene avesse prescritto uno ogni quattro ore. Non le piaceva il senso di stordimento che il farmaco le procurava, e ora aveva difficoltà a concentrarsi sul discorso che stava facendo l'agente dell'FBI. «In entrambe le occasioni le è stato chiesto se conosceva la persona responsabile del rapimento», ripeté pacatamente Walter Carlson. «La seconda volta, quando ha risposto di no, la macchina ha segnalato un'alterazione.» Alzò una mano per tacitare le sue proteste. «Mi ascolti. Lei non stava mentendo, lo sappiamo. Ma è possibile che sospetti inconsciamente di qualcuno, e che questo condizioni il risultato del test.» Si sta facendo buio, pensò Margaret. Sono le sette. Fra un'ora Franklin Bailey sarà davanti all'ingresso del Time Warner Center, in attesa di essere contattato. Se consegna il denaro, forse stasera riavrò le mie bambine. «Margaret, mi ascolti», la esortò di nuovo Carlson. Si udì il sibilo del bollitore sul fuoco. Rena Chapman si era presentata con una teglia di maccheroni e un piatto di prosciutto. Abbiamo dei bravi vicini, pensò ancora. Non ho quasi avuto modo di conoscerli, ma quando le gemelle torneranno li inviterò tutti per ringraziarli. «Voglio che esamini ancora una volta i fascicoli di alcuni clienti che ha difeso in tribunale», stava dicendo Carlson. «Abbiamo selezionato tre o quattro casi in cui, dopo la condanna, ci sono state delle dichiarazioni aggressive nei suoi confronti.» Margaret si costrinse a mettere a fuoco i nomi degli imputati. «Li ho difesi come meglio ho potuto. Le prove a loro carico erano decisive», affermò. «Io potevo ottenere un patteggiamento favorevole, ma loro non ne hanno voluto sapere. Poi, quando sono stati giudicati colpevoli e condannati a pene più lunghe, se la sono presa con me. Succede spesso ai difensori d'ufficio.» «Dopo la condanna, Donny Mars si è impiccato nella sua cella», continuò l'agente. «E al suo funerale la madre ha gridato: 'Vedrete quando sarà la Frawley a perdere un figlio'.» «Ma è successo quattro anni fa, prima che nascessero le gemelle. Quella
donna era sconvolta», obiettò Margaret. «Forse, ma da allora è scomparsa, e così l'altro suo figlio. È possibile che a livello inconscio sospetti di lei?» «Era sconvolta», ripeté Margaret con voce calma, chiedendosi perché sembrasse così indifferente. «Donny era affetto da un disturbo ciclico bipolare. Supplicai il giudice di mandarlo in un ospedale, dove avrebbe dovuto essere sottoposto a cure psichiatriche. Suo fratello in seguito mi scrisse per scusarsi delle parole della madre, dicendo che non le pensava davvero.» Chiuse gli occhi, ma quasi subito tornò ad aprirli. «Ecco l'altra cosa che stavo cercando di ricordare!» esclamò. Carlson e Steve la fissarono. Si sta chiudendo in se stessa, pensò l'agente. Il sedativo comincia a fare effetto. Margaret parlava a voce così bassa che lui dovette chinarsi in avanti per sentirla. «Dovrei chiamare la dottoressa Harris», bisbigliò la donna. «Kathy sta male. Quando torneranno tutte e due, voglio che la dottoressa le visiti.» Carlson fissò Steve. «La Harris è una pediatra?» «Sì. Lavora al New York-Presbyterian, e ha scritto molti articoli sugli schemi comportamentali dei gemelli. Margaret si è rivolta a lei quando abbiamo saputo che avremmo avuto due gemelle, e da allora la Harris si prende cura delle bambine.» «Non appena avremo recuperato le piccole, le porteremo immediatamente in ospedale per un check-up», assicurò Carlson. «Forse la dottoressa Harris potrà raggiungerci lì.» Stiamo parlando come se fossimo sicuri che torneranno, si disse Steve. Mi chiedo se indossano ancora il pigiama. Quando le prime gocce crepitarono sui vetri, si voltò verso la finestra, poi tornò a guardare Carlson. Credeva di sapere che cosa passava per la mente dell'agente federale. La pioggia avrebbe reso più difficile la sorveglianza dei sequestratori. Ma Walter Carlson non stava pensando al tempo. Invece, era concentrato su quello che la Frawley aveva appena detto. «Ecco l'altra cosa che stavo cercando di ricordare.» Che altro, Margaret? Forse tu da qualche parte hai la chiave. Trovala prima che sia troppo tardi. 25 Il viaggio da Ridgefield a Manhattan durò un'ora e un quarto. Alle sette e undici minuti Franklin Bailey se ne stava seduto sul sedile posteriore della limousine che Lucas aveva parcheggiato in Central Park South, a un iso-
lato dal Time Warner Center. Aveva cominciato a piovere sul serio. Mentre entravano in città, Bailey, piuttosto nervoso, aveva spiegato il motivo per cui doveva recarsi lì. «L'FBI sa che i rapitori sospettano che sia un agente ad accompagnarmi. Se qualcuno ha sorvegliato la mia casa, forse vedendo che mi servo dell'autista e della limousine di sempre, comprenderà che tutto ciò che vogliamo è riavere indietro le bambine sane e salve», concluse. «Capisco, signore», rispose Lucas. «So che ci sono degli agenti intorno al Time Warner Center e altri a bordo di taxi e auto private, tutti pronti a seguirmi non appena avrò ricevuto istruzioni», riprese l'altro, con un tremito nella voce. Lucas sbirciò nello specchietto retrovisore. Sembra scosso almeno quanto me, pensò amareggiato. Tutto ciò è una trappola per Clint e per me. L'FBI sta solo aspettando di farsi avanti. Forse in questo momento staranno arrestando Angie. «Ha con sé il suo cellulare, Lucas?» chiese Bailey per l'ennesima volta. «Sissignore.» «La chiamerò appena effettuata la consegna del denaro. Rimarrà nei paraggi?» «Sicuro, pronto a venire a prenderla ovunque sarà.» «Uno degli agenti tornerà con noi. Mi hanno spiegato che sarà utile interrogarmi sulle impressioni che avrò ricevuto dal contatto diretto con i rapitori. Ho acconsentito, ma ho detto loro che volevo viaggiare sulla mia auto.» Bailey accennò una risatina nervosa. «Voglio dire la sua, Lucas.» «È sua ogni volta che lo desidera, signore.» Lucas si strofinò le mani umidicce. Cominciamo, pensò. Ne ho abbastanza. Mancavano due minuti alle otto quando fermò la macchina di fronte al Time Warner Center. Premette il pulsante di apertura del bagagliaio, scese e aprì la portiera per far scendere il passeggero. Mentre le scaricava, il suo sguardo indugiò brevemente sulle due valigie. L'agente dell'FBI che era andato a casa di Bailey le aveva messe personalmente nel bagagliaio, insieme con un carrellino. «Quando lascerà il suo cliente», aveva raccomandato a Lucas, «le metta su questo. Sono troppo pesanti da trasportare.» Con le mani che gli prudevano dalla voglia di impossessarsi delle valigie e scappare via, lui le issò sul carrellino e le assicurò alla maniglia. Ora la pioggia cadeva torrenziale, e Bailey si alzò il bavero del soprabito. Si era messo un berretto, ma non abbastanza presto da impedire che
ciocche bagnate di capelli bianchi gli si appiccicassero sulla fronte. Estrasse dalla tasca il cellulare dell'agente Carlson e se lo accostò ansiosamente all'orecchio. «Sarà meglio che vada, signore», disse l'autista. «Buona fortuna. Resto in attesa di una sua chiamata.» «Grazie. Grazie, Lucas.» Lui risalì sulla limousine lanciando una rapida occhiata intorno. Il traffico avanzava lento verso Columbus Circle. Vide che a ogni angolo di strada la gente si sbracciava, tentando inutilmente di fermare i taxi di passaggio. Tornò piano verso Central Park South. Come aveva previsto, lì non c'erano parcheggi liberi. Svoltò a destra sulla Settima e quindi di nuovo a destra sulla Cinquantacinquesima. Fra l'Ottava e la Nona Avenue si fermò davanti a un idrante e attese la chiamata del Seduttore. 26 Le gemelle avevano dormito buona parte del pomeriggio. Quando si svegliarono, Angie notò che Kathy aveva il viso arrossato. Di sicuro le era tornata la febbre. Non avrei dovuto lasciarle addosso quel pigiama bagnato, si rammaricò lei, tastando il tessuto. Era ancora umido. Ciononostante, attese fino alle cinque che Clint uscisse prima di far indossare alla bambina una tuta e una maglietta che aveva tenuto da parte. «Anch'io voglio vestirmi», protestò Kelly, poi, accorgendosi della sua occhiata truce, tornò a rivolgere l'attenzione alla TV, sintonizzata su un canale di cartoni animati. Alle sette, Clint chiamò per comunicare che aveva acquistato una macchina nuova, una Toyota nera, nel New Jersey, a significare che l'auto era stata rubata, e che ora portava una targa di quello stato. Concluse la telefonata dicendo: «Non preoccuparti, Angie; stasera festeggeremo». Ci puoi scommettere, pensò lei. Alle otto, rimise le gemelle nel lettino. Kathy era ancora calda e respirava pesantemente. Angie le fece prendere un'altra aspirina e la guardò raggomitolarsi su se stessa, il pollice in bocca. In questo momento Clint e Lucas stanno stabilendo il contatto con la persona che consegnerà il denaro, rifletté, i nervi a fior di pelle. Kelly se ne stava seduta con il braccio intorno alle spalle della sorella. Il pigiama azzurro con il motivo di orsetti che indossava fin dalla prima sera era gualcito e slacciato sul collo. La tuta di Kathy era blu scuro, la polo a
quadretti bianchi e azzurri. «Due bambine in blu», cominciò a cantare Angie. «Due bambine in blu...» Kelly la guardò con occhi seri mentre lei ripeteva due volte l'ultima frase del ritornello. «Ma siamo stati separati...» La donna spense la luce, chiuse la porta della camera e si trasferì in soggiorno. È perfettamente in ordine, pensò sarcastica. Non era così da un bel pezzo. Ma avrei dovuto tenere l'umidificatore. È colpa di Lucas se non lo abbiamo più. Guardò l'orologio. Le otto e dieci. La sola cosa che Clint sapeva in merito al pagamento del riscatto era che alle otto in punto avrebbe dovuto parcheggiare a un paio di isolati da Columbus Circle a bordo di un'auto rubata. A quel punto, il piano del Seduttore avrebbe già dovuto essere in atto. Anche se a Clint non era stato chiesto di portare con sé un'arma, incoraggiato da lei, aveva deciso di farlo ugualmente. «Vedila sotto questa luce», gli aveva detto Angie. «Supponi che tu ti stia allontanando con il contante e che qualcuno ti segua. A sparare sei bravo. Se dovessi trovarti davvero con le spalle al muro, mira alle gambe del poliziotto o alle gomme della sua auto.» Ora lui aveva in tasca una pistola che non era mai stata denunciata. Dopo aver preparato il caffè, Angie andò a sedersi sul divano e accese il televisore sintonizzandolo sul canale che trasmetteva notiziari. Una tazza di caffè forte in una mano e una sigaretta nell'altra, ascoltò attenta il conduttore ipotizzare che in quel momento fosse in corso il pagamento del riscatto. «Il nostro sito web è stato inondato dai messaggi di telespettatori che pregano perché presto, molto presto, le due bambine in blu vengano restituite ai genitori angosciati.» Angie scoppiò a ridere. «Provaci ancora, amico», esclamò, sorridendo al viso compunto del giornalista. 27 Di recente una rivista l'aveva descritta come «una donna di sessant'anni con occhi nocciola, saggi e compassionevoli, una massa di riccioli naturali grigi e il corpo rotondo, sempre pronta a offrire aiuto e conforto a neonati e bambini.» La dottoressa Sylvia Harris era primario di pediatria al New York-Presbyterian Hospital. Quando si era diffusa la notizia del sequestro aveva cercato di mettersi
in contatto con i Frawley, ma era riuscita solo a lasciare un messaggio. Frustrata, aveva telefonato all'ufficio di Steve, e chiesto alla sua segretaria di riferirgli che aveva invitato tutti quelli che conosceva a pregare per il ritorno a casa delle gemelle. Nei cinque giorni successivi Sylvia aveva lavorato e fatto i suoi consueti giri in corsia senza che il pensiero di quelle due bambine l'abbandonasse neppure per un momento. Continuava a ripensare al giorno di autunno di tre anni e mezzo prima, quando Margaret Frawley l'aveva chiamata per fissare un appuntamento. «A che mese è?» aveva chiesto lei. «Il parto è previsto per il 24 marzo.» La donna era felice ed eccitata. «Mi hanno appena detto che sono due gemelle, e ho letto alcuni dei suoi articoli sull'argomento. Ecco perché vorrei che prendesse in cura le mie figlie, quando nasceranno.» Qualche giorno dopo i Frawley si erano presentati nel suo studio. Si era instaurata subito una reciproca simpatia che, ancora prima del termine della gravidanza, si era trasformata in una cordiale amicizia. Lei aveva dato loro da leggere dei libri sul legame speciale che esiste tra i gemelli, e Steve e Margaret andavano spesso ad ascoltare le conferenze in cui la dottoressa Harris illustrava casi di gemelli monozigoti che avevano sperimentato la stessa sofferenza fisica, e che si erano inviati messaggi telepatici mentre si trovavano lontani. Quando poi Kathy e Kelly erano nate, belle e in ottima salute, i genitori ne erano stati entusiasti. E così io, sia professionalmente sia sul piano personale, si disse ora Sylvia mentre metteva in ordine la scrivania preparandosi a uscire. Ho avuto la possibilità di osservare il comportamento di due gemelle monozigote fin dal momento della nascita, e ho visto confermato tutto quello che è stato scritto in merito al vincolo gemellare. Pensò al giorno in cui i Frawley si erano precipitati da lei perché il raffreddore di Kathy si era tramutato in una brutta bronchite. Steve era rimasto in sala d'aspetto con Kelly. Nell'attimo stesso in cui ho praticato l'iniezione a Kathy, ricordò, la gemella ha cominciato a lamentarsi come un'anima in pena. Ed era solo uno dei tanti episodi, rifletté. In questi ultimi tre anni, dietro mia richiesta Margaret ha tenuto un diario. Quante volte ho ripetuto ai Frawley che il mio Josh sarebbe stato felice di prendersi cura delle bambine e di studiarle? Quella giovane coppia le ricordava i suoi primi anni di matrimonio. Ste-
ve e Margaret si erano conosciuti alla facoltà di giurisprudenza, così come lei e Josh erano stati entrambi studenti di medicina alla Columbia. Loro due, però, non avevano avuto figli e, dopo aver completato l'internato, avevano aperto uno studio pediatrico insieme. Suo marito aveva solo quarantadue anni quando aveva cominciato a sentirsi tremendamente stanco. Gli esami clinici avevano rivelato un cancro ai polmoni allo stadio terminale, una tragedia che Sylvia aveva potuto accettare senza amarezza solo grazie alla sua grande fede. «L'unica volta che l'ho visto arrabbiarsi in studio è stato quando la madre di una piccola paziente si è presentata con gli abiti impregnati dell'odore di tabacco», aveva raccontato ai Frawley. «Le disse con voce gelida: 'Ha l'abitudine di fumare vicino a sua figlia? Non si rende conto del danno che può farle? Deve smetterla immediatamente '.» In televisione, Margaret aveva dichiarato di temere che Kathy fosse raffreddata. Poi i rapitori avevano diffuso una registrazione delle voci delle gemelle, e una delle due tossiva. Kathy era facile alle polmoniti, rifletté Sylvia. Forse dovrei mettermi in contatto con la polizia di Ridgefield, spiegare chi sono e chiedere di mandare in onda un comunicato sulle medicine che bisogna dare alla bambina se le è venuta la febbre. Squillò il telefono. Per un attimo fu tentata di lasciare rispondere la segreteria, poi d'impulso sollevò la cornetta. La voce di Margaret era spenta. «Sylvia, il riscatto è appena stato pagato, e crediamo che presto le gemelle ci verranno restituite. Potrebbe venire qui? So di chiederle molto, ma non possiamo sapere in quali condizioni torneranno. Kathy ha una brutta tosse.» «Arrivo subito», rispose la dottoressa. «Mi passi qualcuno che mi dia le indicazioni per raggiungere casa vostra.» 28 Il cellulare che Franklin Bailey stringeva nella mano cominciò a squillare. Con le dita che gli tremavano, lo aprì e se lo accostò all'orecchio. «Sono pronto», disse, la bocca all'improvviso secca. «È ammirevolmente sollecito, signor Bailey. I miei complimenti.» La voce era solo un sussurro. «Si incammini all'istante lungo l'Ottava Avenue in direzione della Cinquantasettesima. La imbocchi e si diriga a ovest verso la Nona Avenue. Aspetti sull'angolo di nord-ovest, e si ricordi che sarà tenuto costantemente d'occhio. La richiamerò fra cinque minuti esatti.»
L'agente dell'FBI Angus Sommers, con indosso gli abiti sporchi e logori di un barbone, se ne stava raggomitolato sul marciapiede, appoggiato al muro di quella stranezza architettonica che un tempo era l'Huntington Hartford Museum. Accanto a lui, un malandato carrello coperto di plastica e pieno di indumenti e vecchi giornali lo proteggeva da eventuali osservatori. Come quello degli altri agenti nelle vicinanze, il suo cellulare era stato programmato per intercettare le telefonate del Seduttore a Bailey. Guardò quest'ultimo attraversare la strada trascinandosi dietro il carrellino con le valigie. Perfino da quella distanza si accorse che avanzava a fatica, e che si stava rapidamente inzuppando. Con gli occhi socchiusi, Sommers scandagliò la circonferenza di Columbus Circle. Il sequestratore e i suoi complici erano da qualche parte tra la folla che si affrettava sui marciapiedi, protetta dagli ombrelli? O si trattava di una sola persona, che avrebbe costretto quel pover'uomo a girovagare per tutta la città, nel tentativo di identificare e seminare eventuali pedinatori? Quando Bailey fu fuori vista, si alzò lentamente e, spinto il carrello verso l'angolo, aspettò che scattasse il verde. Sapeva che le telecamere montate sull'edificio del Time Warner Center e sulla rotonda stavano riprendendo l'intera scena. Attraversò la Cinquantottesima e girò a sinistra. Lì, un altro agente, anch'egli travestito da senzatetto, prese il suo posto. Sommers salì su una delle auto dell'FBI che erano in attesa e due minuti dopo, con indosso impermeabile e cappello Burberry, scendeva davanti all'Holiday Inn sulla Cinquantasettesima, a mezzo isolato dalla Nona Avenue. «Bert, sono il Seduttore. Specifica la tua ubicazione.» «Sono parcheggiato sulla Cinquantacinquesima fra l'Ottava e la Nona, davanti a un idrante. Ma non posso restare qui ancora a lungo. Secondo Bailey, il posto pullula di agenti dell'FBI.» «Non mi aspettavo nulla di diverso. Voglio che tu raggiunga la Decima Avenue e poi svolti a est sulla Cinquantaseiesima. Accosta al marciapiede appena puoi e rimani in attesa di altre istruzioni.» Un momento dopo squillò il cellulare di Clint, che era parcheggiato sulla Sessantunesima, a bordo dell'auto rubata. Ricevette dal Seduttore le stesse indicazioni.
Franklin Bailey aspettava sull'angolo fra la Nona Avenue e la Cinquantasettesima. A quel punto era ormai fradicio fino alle ossa e senza fiato a causa del peso delle valigie. Neppure la certezza che ogni suo passo era seguito dall'FBI bastava ad attenuare la tensione che quel gioco al gatto e al topo gli procurava. Quando il suo cellulare tornò a squillare la mano gli tremava talmente che lo lasciò cadere. Pregando che non si fosse danneggiato, si affrettò a raccoglierlo. «Sono qui», disse. «La vedo. Ora si incammini verso l'incrocio tra la Cinquantanovesima e la Decima Avenue. Entri nel negozio Duane Reade. Acquisti un cellulare con una scheda prepagata e una confezione di sacchi per i rifiuti. Mi farò risentire fra dieci minuti.» Vuole che si liberi del nostro cellulare, pensò l'agente Sommers che ascoltava la conversazione dal vialetto di accesso dell'Holiday Inn. Se è in grado di osservare dall'alto ogni mossa di Bailey, forse si trova in un appartamento vicino. Rimase a guardare un taxi fermarsi al di là della strada e scaricare una coppia. Sapeva che c'erano in circolazione varie auto pubbliche guidate da colleghi dell'FBI e con altri agenti a bordo. Il piano era di far scendere i presunti passeggeri vicino al luogo in cui Bailey aspettava, così, se gli avessero ordinato di prendere un taxi, una di quelle vetture si sarebbe resa immediatamente disponibile senza destare sospetti. Ma ora il Seduttore stava cercando di far sì che i pedinatori uscissero allo scoperto. Altri quattro isolati sotto la pioggia, trascinando le due valigie, pensò Sommers preoccupato mentre guardava Bailey dirigersi a nord. Spero solo che non crolli prima della consegna del denaro. Una vettura della Taxi and Limousine Commission accostò al marciapiede. Sommers si affrettò a salire. «Facciamo il giro di Columbus Circle», disse all'agente che era al volante. «Parcheggia sulla Decima, più o meno all'altezza della Sedicesima.» Franklin Bailey impiegò dieci minuti a raggiungere il Duane Reade. Quando ne uscì, aveva con sé un piccolo pacchetto e teneva in mano un cellulare, ma a quel punto gli agenti non erano più in grado di ascoltare quello che il Seduttore gli ordinava di fare. Sotto gli occhi di Sommers, l'uomo montò su un'auto e fu condotto via. All'interno del negozio Mike Benzara, studente al Fordham/Lincoln
Center e commesso part-time, si stava avvicinando a una delle casse, ma si fermò nel vedere un cellulare tra le gomme da masticare e i dolci in mostra sul banco. Un apparecchio di marca, pensò tendendolo alla cassiera. «Peccato che io sia un tipo onesto», scherzò. «Questo è il secondo della giornata», rispose la donna, lasciandolo cadere nel cassetto sotto il registratore di cassa. «Cento a uno che appartiene a quel vecchio che si trascinava dietro le valigie. Aveva appena pagato i sacchetti per i rifiuti e il telefono che aveva comperato, quando quello che teneva in tasca ha cominciato a squillare. Mi ha chiesto se potevo dare il numero del nuovo a chi lo aveva chiamato. Ha detto che aveva gli occhiali troppo appannati per riuscire a leggere.» «Forse ha una ragazza, e non vuole che la moglie trovi il numero della sua bella quando esaminerà le bollette.» «No. Si trattava di un uomo. Probabilmente il suo allibratore.» «Troverà fuori una berlina ad aspettarla», aveva comunicato il Seduttore a Bailey. «Vedrà il suo nome su un cartello attaccato al finestrino dalla parte del passeggero. Non abbia timore di salirci. È l'auto 142 dell'Excel Driving Service. È stata noleggiata a suo nome e pagata in anticipo. Si accerti che l'autista carichi le valigie sul sedile posteriore accanto a lei.» L'autista dell'Excel, Angel Rosario, accostò all'angolo fra la Cinquantanovesima e la Decima Avenue e parcheggiò in doppia fila. Il vecchio con le valigie che stava scrutando i finestrini delle auto ferme doveva essere il suo cliente. Scese. «Il signor Bailey?» «Sì. Sì.» Angel afferrò il carrellino per la maniglia. «Apro il bagagliaio, signore.» «No, devo prendere alcune cose dalle valigie. Le carichi sul sedile posteriore.» «Ma sono bagnate.» «Allora le posi per terra.» Il suo tono era secco. «Avanti.» «Va bene, va bene. Non si faccia venire un attacco di cuore.» Erano vent'anni che Angel lavorava per l'Excel, e aveva avuto la sua quota di passeggeri bizzarri, ma quel vecchio lo preoccupava. Sembrava sul punto di avere un infarto e lui non intendeva peggiorare la situazione mettendosi a discutere. E poi, rifletté, se si fosse reso utile, ne avrebbe forse ricavato una buona mancia. Anche se fradici, gli abiti del cliente erano di ottima qualità e la sua voce raffinata, non come quella dell'ultima passeggera, una
maleducata che aveva protestato perché le era stato addebitato anche il tempo di attesa. Aprì la portiera posteriore, ma l'altro non entrò finché non vide le valigie al sicuro all'interno. Dovrei mettergliele sulle ginocchia, pensò ancora l'autista mentre richiudeva il carrellino e lo gettava sul sedile davanti. Fece il giro della macchina e salì a sua volta. «Al Brooklyn Museum, giusto, signore?» «È quello che le è stato detto.» Era al tempo stesso una domanda e una risposta. «Già. Ci fermiamo a prendere il suo amico e vi porto al Pierre Hotel. La avverto, ci vorrà un bel po' di tempo. C'è parecchio traffico, e con questa pioggia la circolazione è difficile.» «Me ne rendo conto.» L'auto si era appena avviata quando il nuovo cellulare di Bailey squillò. «Ha trovato la berlina?» chiese il Seduttore. «Sì. Sono in macchina.» «Cominci a trasferire il denaro in due sacchi per i rifiuti. Li leghi con la cravatta rossa che indossa e con quella azzurra che le è stato detto di portare. La richiamerò fra poco.» Erano le nove e venti. 29 Alle nove e quindici, il telefono del cottage squillò, un suono acuto e stridulo che provocò a Angie un sussulto. Aveva appena aperto la porta della camera per dare un'occhiata alle bambine, ma si affrettò a richiuderla e corse a rispondere. Sapeva che non poteva essere Clint... lui la chiamava sempre sul cellulare. Sollevò la cornetta. «Pronto.» «Angie, sono offeso, davvero offeso. Pensavo che ieri sera il mio vecchio amico Clint mi avrebbe chiamato per farci una birra insieme.» Oh, no, pensò lei. Era quell'idiota di Gus, e dai rumori in sottofondo era evidente che si trovava al Danbury Pub. Chissà quante se n'era già scolate di birre. Doveva stare attenta; non aveva dimenticato la volta in cui si era presentato non invitato alla porta, in cerca di compagnia. «Ciao, Gus», rispose, sforzandosi di adottare un tono amichevole. «Clint non ti ha chiamato? Gli avevo detto di farlo. Ma ieri sera si sentiva a pezzi, ed è andato a letto presto.» Dalla camera, udì Kathy emettere un gemito sonoro e pieno di angoscia,
e solo allora si rese conto che, nella fretta, non aveva chiuso del tutto l'uscio. Posò una mano sul microfono, ma era troppo tardi. «È il marmocchio di cui ti stai occupando? Lo sento piangere.» «Sì, bisogna che corra a dare un'occhiata. Clint è andato a vedere una macchina in vendita a Yonkers. Però sono sicura che potrete incontravi domani sera.» «Un'auto nuova vi farebbe comodo. Quel vostro furgone è un catorcio.» «Hai ragione. Gus, devo proprio lasciarti. Domani sera al pub con Clint, allora, d'accordo?» Fece per riappendere, ma prima che posasse la cornetta sulla forcella, Kelly, appena svegliatasi, cominciò a urlare: «Mamma! Mamma!» Gus si sarebbe reso conto che i bambini erano due, o era già troppo ubriaco? si chiese Angie preoccupata. Sarebbe stato tipico di lui richiamare. Era evidente che aveva voglia di parlare. Entrò in camera. Entrambe le gemelle erano in piedi, e aggrappata alla sponda del lettino, invocavano a pieni polmoni la mamma. Be', posso sistemare almeno una di voi, pensò lei. Prese una calza dal cassettone e si chinò su Kelly per imbavagliarla. 30 Mentre l'agente Ben Taglione guidava, Angus Sommers teneva il cellulare accostato all'orecchio e gli occhi fissi sulla berlina davanti a loro. Subito dopo aver notato il logo dell'Excel Driving Service, aveva chiamato il centralino della compagnia. L'auto 142 era stata noleggiata a nome di Franklin Bailey, e il conto era stato addebitato sulla sua American Express. L'autista sarebbe passato al Brooklyn Museum, a prendere un secondo passeggero, per poi dirigersi al Pierre Hotel, fra la Sessantacinquesima Strada e la Quinta Avenue. Troppo facile, pensava Sommers, un'impressione condivisa dal resto della squadra. Ciononostante, una decina di agenti federali si stava già recando al museo, e altri attendevano fuori dell'albergo. Come aveva fatto il Seduttore a procurarsi il numero della carta di credito di Bailey? si chiese lui. La sensazione che l'organizzatore del sequestro fosse qualcuno di conosciuto dalla famiglia si faceva sempre più forte. Ma al momento non era quella la sua preoccupazione principale. Per prima cosa dovevano recuperare le gemelle, e solo in seguito si sarebbero potuti concentrare sui rapitori. Altri cinque veicoli con a bordo degli agenti seguivano la berlina. In West Side Drive il traffico era quasi fermo. Chiunque stesse aspettando
d'incontrarsi con Bailey avrebbe potuto innervosirsi per il ritardo, rifletté Sommers, cupo. Sapeva che gli altri condividevano la sua ansia. Era vitale che la consegna dei contanti avvenisse prima che i rapitori si facessero prendere dal panico. In caso contrario, non c'era modo di prevedere cosa sarebbe successo. All'altezza di quella che era stata l'uscita dalla West Side Highway per il World Trade Center, la causa dell'ingorgo divenne chiara. Un tamponamento aveva bloccato due corsie. Una volta superato il luogo dell'incidente, il traffico riprese a muoversi più veloce. Sommers si chinò in avanti, socchiudendo gli occhi per accertarsi che la berlina nera, una delle numerose auto scure che sotto la pioggia sembravano tutte uguali, fosse ancora in vista. Attenti a lasciare sempre tre automobili fra la loro e quella dell'Excel, seguirono la vettura fino alla punta estrema di Manhattan, e mentre svoltava a nord lungo il FDR Drive. Il ponte di Brooklyn, le luci smorzate dalla pioggia violenta, divenne visibile. Poi, all'altezza di South Street, la berlina effettuò una brusca svolta a sinistra e scomparve lungo l'uscita. Mormorando un'imprecazione, l'agente Taglione cercò di spostarsi a sua volta sulla corsia di sinistra, ma un SUV che procedeva in parallelo glielo impedì. Sommers serrò le mani a pugno, e in quel momento il suo cellulare squillò. «Noi gli stiamo ancora dietro», disse l'agente Buddy Winters. «Si dirige di nuovo a nord.» Erano le ventuno e trenta. 31 La dottoressa Harris strinse fra le braccia Margaret, che era scoppiata a piangere, lasciandola sfogare in silenzio. In momenti come questo, pensava, le parole sono inadeguate. Anzi, inutili. Steve appariva pallido e tirato, e incontrando il suo sguardo, si accorse che stava lottando per trattenere le lacrime. «Devono tornare stasera», sussurrò Margaret con voce rotta. «Torneranno a casa stasera. Io lo so!» «Abbiamo bisogno di lei, Sylvia», mormorò Steve, sopraffatto dall'emozione. Poi, con uno sforzo palese, aggiunse: «Se anche le avessero trattate decentemente, saranno sconvolte e spaventate. E Kathy ha una brutta tosse». «Sì, sua moglie me lo ha detto al telefono», rispose la donna in tono pa-
cato. Walter Carlson notò la preoccupazione sul suo viso. Poiché la bambina era di salute delicata, di sicuro la pediatra stava pensando che una tosse trascurata poteva avere gravi conseguenze, si disse. «Ho acceso il camino nello studio», riprese Steve. «Trasferiamoci lì. Il guaio delle vecchie case è che le stanze sono sempre troppo fredde o troppo calde, a seconda di come si regola il termostato.» L'uomo stava semplicemente cercando di distrarre la moglie per alleviarne l'ansia, rifletté ancora Carlson. Dal momento in cui aveva telefonato alla dottoressa Harris, supplicandola di raggiungerli, Margaret non aveva smesso di dare voce al timore che Kathy avesse la febbre. In piedi davanti alla finestra, aveva affermato: «Se, dopo aver ricevuto il denaro, i sequestratori le lasceranno da qualche parte sotto la pioggia, mia figlia rischierà di ammalarsi di polmonite». Poi aveva chiesto al marito di salire in camera a prendere il diario che lei teneva dalla nascita delle gemelle. «Avrei dovuto continuare a farlo anche nell'ultima settimana», aveva spiegato all'agente con voce spenta. «Quando loro torneranno, forse mi sentirò così felice e sollevata che desidererò solo cancellare il ricordo di quanto è successo. Per questo, voglio descrivere come mi sento adesso.» Poi, affastellando le parole, aveva continuato: «Da bambina, aspettavo con impazienza il mio compleanno o il Natale, e la nonna mi ripeteva sempre questa frase: 'L'attesa non sembra lunga una volta che è terminata'». Dopo che il marito le aveva portato il diario, Margaret ne aveva letto ad alta voce alcune parti. In una delle prime pagine aveva registrato il fatto che, perfino nel sonno, Kathy e Kelly aprivano e chiudevano le mani nello stesso momento. In un'altra raccontava del giorno di un anno prima in cui Kathy era inciampata, battendo il ginocchio contro il cassettone in camera. Kelly, che si trovava in cucina, si era afferrata il ginocchio nel medesimo istante. «È stata la dottoressa Harris a volere che annotassi ogni episodio del genere», aveva spiegato. Ora Carlson lasciò andare gli altri nello studio e tornò al tavolo in soggiorno, su cui era appoggiato il telefono che era tenuto sotto controllo. L'istinto gli diceva che il Seduttore avrebbe ancora potuto decidere di contattare direttamente i Frawley. Le nove e quarantacinque. Erano passate due ore da quando Bailey aveva cominciato a seguire le istruzioni del Seduttore per effettuare la consegna del riscatto.
32 «Bert, entro due minuti riceverai una telefonata da Franklin Bailey che ti chiederà di aspettarlo sulla Cinquantaseiesima, all'altezza del vicolo che la collega alla Cinquantasettesima», comunicò il Seduttore a Lucas. «Harry è già lì. Quando sarai anche tu sul posto, dirò a Bailey di lasciare i due sacchi con il denaro sul marciapiede di fronte al Cohen Fashion Optical. Li poserà in cima al mucchio di rifiuti che devono essere ritirati. Saranno legati con delle cravatte. Voi risalirete il vicolo, prenderete i sacchi e tornerete indietro di corsa per nasconderli nel bagagliaio dell'auto di Harry, che subito dopo si allontanerà. Dovrebbe riuscire a filarsela prima che gli agenti possano intercettarlo.» «Significa che dobbiamo attraversare in fretta un intero isolato con in mano quei sacchi? Ma non ha senso», protestò Lucas. «Ne ha, invece. Se anche l'FBI fosse riuscita a non perdere le tracce della berlina su cui viaggia Bailey, saranno comunque abbastanza lontani da dare a voi due il tempo di prenderli e di trasportarli, e ad Harry di allontanarsi con l'auto. Tu invece ritornerai sulla limousine, e quando ti interpelleranno gli agenti, potrai dire la verità e spiegare che il signor Bailey ti aveva dato istruzioni di attenderlo lì. Nessun federale, poi, si azzarderebbe a seguirvi troppo da vicino lungo il vicolo, dove potreste individuarlo. Quando arriveranno, diventerai il loro testimone, e dichiarerai di aver visto due uomini gettare dei sacchi su un'auto parcheggiata vicino alla tua. Dopo di che fornirai una descrizione parziale e fuorviante del veicolo.» E con questo il Seduttore interruppe la comunicazione. Erano le dieci meno sei minuti. Bailey era stato costretto a rivelare ad Angel Rosario il motivo per cui continuavano a cambiare direzione. Dallo specchietto retrovisore, questi aveva visto il denaro che veniva trasferito dalle valigie ai sacchi per i rifiuti, e aveva minacciato di recarsi alla più vicina stazione di polizia. Frenetico, l'altro gli aveva spiegato che si trattava del riscatto da pagare per la restituzione delle gemelle Frawley, e lo aveva supplicato di collaborare. «Riceverà una ricompensa», aggiunse. «Ho due figli anch'io», rispose l'autista. «Andremo ovunque sarà necessario.» Dopo che avevano lasciato l'uscita per South Street, il Seduttore aveva ordinato al telefono di risalire la Prima Avenue, girare a ovest sulla Cin-
quantacinquesima Strada e quindi fermarsi nei pressi della Decima Avenue. Passò un quarto d'ora prima che l'uomo si facesse risentire. «Signor Bailey, siamo giunti all'ultima fase. Deve chiamare il suo autista privato e dirgli di aspettarla sulla Cinquantaseiesima Ovest, all'altezza del vicolo che la collega alla Cinquantasettesima. Lo faccia subito. Ci sentiamo fra poco.» Ritelefonò dieci minuti più tardi. «Ha contattato l'autista?» «Sì. Era nelle vicinanze. Sarà sul posto da un momento all'altro.» «È una serata piovosa, signor Bailey, e voglio mostrarmi premuroso con lei. Quindi ora avanzate con la berlina fino alla Cinquantasettesima, girate a destra nella strada e continuate in quella direzione, poi rallentate e accostate al marciapiede dopo che avrete attraversato la Sesta Avenue.» «Parla troppo in fretta!» protestò l'altro. «Ascolti attentamente, se vuole che i Frawley recuperino le figlie. Davanti al Cohen Fashion Optical vedrà una pila di sacchi dell'immondizia che aspettano di essere ritirati. Scenda dalla berlina, tiri fuori i sacchi con il denaro e li appoggi in cima agli altri, in modo che le cravatte siano ben visibili. Quindi risalga immediatamente in macchina, e riparta proseguendo verso est. La richiamerò.» Erano le dieci e sei minuti. «Bert, sono il Seduttore. Incamminati subito lungo il vicolo. I sacchi stanno per essere scaricati.» Lucas si era tolto il berretto da chaffeur, e si era infilato un impermeabile con il cappuccio e un paio di occhiali scuri che gli nascondevano parzialmente il viso. Si affrettò a scendere dall'auto, aprì un grande ombrello e seguì Clint - vestito come lui e a sua volta munito di ombrello - nel vicolo. Per fortuna la pioggia era così violenta che nessuno li avrebbero degnati di un'occhiata, pensò mentre avanzava incrociando qualche passante. Giunto in fondo, vide Franklin Bailey risalire sulla macchina e si tenne in disparte mentre Clint afferrava i sacchi con il denaro e riattraversava di corsa il marciapiede per tornare nel vicolo. Attese finché la berlina non si fu allontanata, poi raggiunse il complice, che gli passò un sacco. Di lì a pochi secondi erano di nuovo sulla Cinquantaseiesima. Clint pigiò il pulsante di apertura del bagagliaio della Toyota rubata, ma non accadde nulla. Imprecando tra i denti, dette uno strattone alla portiera posteriore, ma anche quella era bloccata. Lucas sapeva che avevano solo pochi secondi a disposizione. Aprì il ba-
gagliaio della limousine. «Buttali qui dentro», ringhiò, lanciando uno sguardo terrorizzato nel vicolo, e lungo la strada. I pedoni che avevano appena superato erano già fuori di vista. Era di nuovo al volante, l'impermeabile nascosto sotto il sedile e il berretto da chaffeur in testa, quando degli individui che non potevano che essere agenti dell'FBI emersero correndo dal vicolo, e altri sbucarono da entrambi i lati della strada. Con il cuore in gola, ma apparentemente calmo, Lucas rispose al colpo secco battuto sul finestrino. «Qualcosa non va?» chiese. «Ha visto un uomo che portava dei sacchi per rifiuti uscire da lì non più di un minuto fa?» domandò l'agente Sommers. «Sì. Erano parcheggiati proprio qui.» Lucas indicò lo spazio che Clint aveva lasciato vuoto. «Vuol dire che erano in due?» «Sì. Uno tarchiato, e l'altro alto e magro. Non li ho visti in faccia, però.» Al momento della consegna, Taglione e Sommers erano fermi all'altezza del semaforo della Sesta Avenue. Erano arrivati giusto in tempo per scorgere la berlina che si allontanava dal marciapiede di fronte al negozio di ottica, e dato che non c'erano valigie sul cumulo dei sacchi dell'immondizia, avevano continuato a seguirla fino alla Quinta Avenue. Informati dell'errore dalla chiamata di un altro agente, si erano affrettati a tornare indietro. Un pedone che si era fermato per rispondere al cellulare disse loro di aver visto un uomo robusto trascinare nel vicolo due sacchi che erano appena stati depositati sul marciapiede. Ma una volta giunti dall'altra parte, avevano trovato solo la limousine di Bailey con l'autista che lo stava aspettando. «Ci descriva l'auto», ordinò ora Sommers a Lucas. «Blu scuro o nera. Una Lexus a quattro porte, di un modello recente.» «Ci sono saliti entrambi gli uomini?» «Sissignore.» Con le mani madide di sudore, riuscì a rispondere alle domande con la voce ossequiosa con cui si rivolgeva ai suoi clienti. Nei minuti successivi, ancora nervoso ma segretamente divertito, osservò la strada brulicante di agenti. A questo punto è probabile che tutti i poliziotti di New York stiano cercando la Lexus, si disse, mentre l'auto rubata da Clint è una Toyota di un modello che risale a parecchi anni fa. Trascorse qualche altro minuto prima che la berlina dell'Excel si fermasse dietro la limousine. L'ex sindaco, ormai prossimo al collasso, fu aiutato
a scendere. Con a bordo due agenti e gli altri al seguito, Lucas fece ritorno a Ridgefield e ascoltò le domande che venivano rivolte a Bailey circa le istruzioni ricevute dal Seduttore. «Avevo chiesto al mio autista di restare nelle vicinanze di Columbus Circle. Verso le dieci, mi è stato ordinato di dirgli di aspettarmi in quel punto della Cinquantaseiesima. Successivamente, mentre ci dirigevamo a est dopo aver scaricato i sacchi, ho ricevuto l'indicazione di raggiungerlo qui. Il Seduttore non voleva che mi bagnassi ancora», spiegò l'uomo. Era mezzanotte e un quarto quando arrivarono davanti all'abitazione di Bailey. Un agente accompagnò a casa l'esausto passeggero mentre gli altri ringraziavano l'autista, assicurandogli che era stato di grande utilità. Con il denaro del riscatto ancora nel bagagliaio, Lucas portò la limousine in garage e, dopo aver trasferito i sacchi sulla sua vecchia auto, puntò con quella verso il cottage dove lo attendevano Clint, giubilante, e Angie, stranamente silenziosa. 33 La consegna del riscatto era stata portata a termine, però l'FBI aveva perso le tracce degli uomini che lo avevano ritirato. Ora potevano solo aspettare. I Frawley e la Harris sedevano in silenzio, pregando che il telefono squillasse e che qualcuno, magari un altro vicino, dicesse: «Ho appena ricevuto una chiamata con le indicazioni per recuperare le gemelle». Ma l'apparecchio taceva. Dove le avrebbero lasciate? si chiedeva Margaret, in preda all'angoscia. Forse in una casa abbandonata. Non potrebbero entrare in un luogo pubblico, come una stazione degli autobus o ferroviaria, senza essere notati. Quando io sono con loro, tutti guardano le gemelle. Le mie due bambine in blu. È così che le hanno soprannominate i giornali. Gli abitini di velluto blu... E se i rapitori non si fossero più fatti sentire? Ora avevano il denaro. Se fossero fuggiti lontano? «L'attesa non sembra lunga una volta che è terminata.» Gli abitini di velluto blu... 34 «Non riesco a credere che tu abbia viaggiato con i soldi del riscatto nel
bagagliaio e due agenti dell'FBI in macchina», ridacchiò Clint. Avevano rovesciato tutto sul pavimento del cottage per controllare che le banconote corrispondessero alle loro richieste. «Credici», ribatté Lucas brusco. «Comincia a trasferire la tua metà in un sacco. Io metterò la mia nell'altro.» Benché avesse il denaro davanti a sé, sentiva che qualcosa poteva ancora andare storto. Quella testa vuota di Clint era tanto ottuso da non aver nemmeno pensato di controllare il funzionamento del bagagliaio dell'auto rubata. Se io non fossi stato lì con la limousine, si disse, lo avrebbero colto in flagrante. Ora dovevano aspettare la chiamata del Seduttore per sapere dove lasciare le bambine. Quale che sia il posto, Angie è capace di insistere per fermarsi a comperare loro un gelato, rifletté sprezzante. Lo confortava solo l'idea che in piena notte non avrebbero trovato neppure un Dairy Queen aperto. Aveva un nodo allo stomaco. Perché il Seduttore non chiama? Alle tre e cinque lo squillo stridulo del telefono di casa li fece sobbalzare. Angie si precipitò a rispondere, borbottando: «Speriamo che non sia quel verme di Gus». «Passami Bert», ordinò una voce. «È il Seduttore», ansimò la donna. Lucas si alzò e, attraversata la stanza a passo misurato, prese la cornetta che lei gli tendeva. «Mi stavo giusto chiedendo quando si sarebbe fatto vivo», esordì in tono secco. «Non parli come uno che sta guardando un milione di dollari. Ascoltami con attenzione. Porterai l'auto di Harry nel parcheggio della Cantina, un ristorante a Elmsford. Il locale si trova vicino all'ingresso del Great Hunger Memorial, nel V.E. Macy Park. È chiuso da molti anni.» «So dov'è.» «Allora sai anche che il parcheggio è dietro il fabbricato, non visibile dalla strada. Harry e Mona ti seguiranno con il furgone, e le gemelle. Una volta nel parcheggio, le trasferirete nella macchina e le chiuderete dentro. Voi tre userete il furgone per tornare al cottage. Chiamerò intorno alle cinque per avere conferma, e a quel punto farò l'ultima mossa. Dopo di che noi non ci sentiremo più.» Erano le tre e un quarto di notte quando partirono. Seduto al volante della Toyota rubata, Lucas guardò Angie e Clint portare fuori le gemelle addormentate. Se si fora una gomma di quel catorcio di furgone; se ci imbattiamo in un posto di blocco; se qualche ubriaco ci viene addosso... tutte le
ipotesi peggiori gli balenarono alla mente mentre avviava il motore, e a quel punto notò allarmato che il serbatoio era pieno per meno di un quarto. Basterà, cercò di rassicurarsi. Pioveva ancora, ma non con la violenza di prima. Lucas si sforzò di considerarlo un segno favorevole. Mentre attraversava Danbury diretto a ovest, si costrinse a pensare al ristorante La Cantina. Anni prima vi aveva cenato dopo aver compiuto un furto spettacolare a Larchmont. La famiglia era riunita in giardino, intorno alla piscina, e lui era entrato in casa dalla porta di servizio e si era diretto immediatamente verso la camera padronale. Quando si dice la fortuna! La proprietaria aveva lasciato la cassaforte aperta... non socchiusa, ma addirittura spalancata! Dopo aver venduto i gioielli a un ricettatore, aveva passato tre settimane a Las Vegas. Ho perso quasi tutto, rammentò, però mi sono divertito. Con quel mezzo milione, invece, doveva essere più prudente. Non lo avrebbe buttato via al tavolo da gioco. Prima o poi la mia buona sorte è destinata a finire, si disse. E non ho intenzione di trascorrere il resto della vita in cella. Aveva anche un'altra preoccupazione. Non si sarebbe stupito se presto Angie avesse attirato l'attenzione su di sé, dandosi allo shopping sfrenato. Era sul punto di imboccare la Saw Mill River Parkway. Altri dieci minuti e sarebbero arrivati. Non c'era molto traffico, ma il sangue gli si gelò nelle vene quando vide un'auto della polizia. Controllò il tachimetro. Stava procedendo alla velocità di ottanta chilometri orari in una zona in cui il limite era di settanta, il che non era grave. Viaggiava correttamente sulla corsia di destra e manteneva un'andatura costante. Clint era molto più indietro, e nessuno avrebbe supposto che erano insieme. L'auto di pattuglia imboccò l'uscita successiva. Finora tutto bene, pensò lui. Meno di cinque minuti. Quattro. Tre. Due. Il vecchio fabbricato che era stato il ristorante La Cantina comparve sulla destra. Non c'erano macchine parcheggiate ai lati della strada principale. Lucas accese gli abbaglianti, infilò la stradina che costeggiava il locale e si fermò nel parcheggio retrostante. Lì, spense il motore e attese fino a quando il rumore del furgone che si avvicinava gli segnalò che la fase finale del piano stava per essere completata. 35 «Ci vuole tempo per contare un milione di dollari», disse Walter Carl-
son, sperando che le sue parole suonassero rassicuranti. «Il denaro è stato consegnato poco dopo le dieci», ribatté Steve. «Cinque ore fa.» Abbassò lo sguardo sulla moglie, che sembrava dormire. Margaret se ne stava acciambellata sul divano, con la testa sulle sue ginocchia. Di tanto in tanto si appisolava, ma poi si svegliava di soprassalto, gli occhi sbarrati. La dottoressa Harris sedeva diritta sulla sedia a dondolo, le mani intrecciate in grembo. Né la postura né l'espressione del viso tradivano la sua stanchezza. Carlson pensò che lei doveva apparire così, quando era vicino al capezzale di un paziente gravemente malato. Una presenza quieta e tranquillizzante. Proprio quello di cui c'era bisogno al momento. Anche se si sforzava di nascondere i propri timori, lui era consapevole che di minuto in minuto crescevano le probabilità che i rapitori non si facessero più sentire. Il Seduttore mi ha detto che a un certo punto dopo la mezzanotte ci avrebbero comunicato per telefono dove recuperare le bambine, rifletté. Ma Steve ha ragione. Sono ore che hanno ricevuto il denaro. E per quello che ne sappiamo, le gemelle potrebbero essere già morte. Martedì Franklin Bailey ha ascoltato le loro voci, ricordò. Parlavano del fatto di aver visto i genitori alla televisione, quindi un giorno e mezzo fa erano ancora vive. Sempre ammesso che le dichiarazioni di Bailey siano attendibili. A mano a mano che il tempo passava, un sospetto prendeva forma nella sua mente. Si trattava solo di una sensazione viscerale, ma aveva imparato a fidarsi dell'istinto nei vent'anni in cui aveva lavorato per l'FBI. Qualcosa gli diceva che era bene effettuare un controllo su Lucas Wohl, l'onnipresente chaffeur che guarda caso aveva parcheggiato proprio là dove aveva potuto osservare i sequestratori e l'auto su cui erano saliti. Forse tutto era effettivamente andato come sosteneva Bailey, ragionò Carlson. Forse, mentre si trovava a bordo della berlina, l'uomo aveva davvero ricevuto dal Seduttore istruzioni sul luogo in cui avrebbe dovuto incontrare Lucas, e poi aveva dato quelle stesse indicazioni all'autista. Ma continuava a tormentarlo il pensiero che l'ex sindaco si fosse preso gioco di loro. Angus Sommers, l'agente a capo della squadra di New York, aveva viaggiato con Bailey ed era persuaso che l'autista fosse a posto. Ciononostante, decise Carlson, lui avrebbe dato un colpo di telefono a Connor Ryan, responsabile dell'ufficio di New Haven e suo diretto superiore. Ryan si teneva pronto ad agire nel caso in cui le gemelle fossero state lasciate
nell'area settentrionale del Connecticut, e poteva svolgere subito degli accertamenti su Lucas Wohl. Margaret si stava lentamente mettendo seduta. Si ravviò i capelli con aria sfinita, e Carlson pensò che persino lo sforzo di alzare il braccio doveva costarle grande fatica. «Quando gli ha parlato al telefono, il Seduttore non ha detto che avrebbe chiamato intorno a mezzanotte?» chiese. Non c'era altra risposta, se non la verità. «Sì, ha detto così.» 36 Clint sapeva che erano ormai nelle vicinanze del ristorante, e temeva di superarlo inavvertitamente. Con gli occhi socchiusi, perlustrava ansioso il lato destro della strada. Quando aveva scorto l'auto della polizia, aveva subito rallentato, e ora Lucas non si vedeva più. Seduta accanto a lui, Angie cullava fra le braccia la bambina ammalata. Dal momento in cui era salita sul furgone, aveva cantato senza sosta la stessa canzone. «Ma... siamo... stati... separati», concluse, intonando l'ultimo verso. Quella è la macchina di Lucas? si chiese Clint. No, non è la sua. «Due bambine in blu, amico», attaccò nuovamente Angie. «Vorrei che ora la smettessi», scattò lui. «A Kathy piace», ribatté lei in tono duro. Clint le lanciò un'occhiata nervosa. Quella sera c'era qualcosa di strano in Angie... era in preda a uno dei suoi strani umori. Quando era andato in camera a prendere le bambine, aveva visto che una delle due era imbavagliata. Aveva cercato di liberarla, ma lei glielo aveva impedito. «Non ho nessuna voglia di sentirla sbraitare durante il viaggio», aveva sibilato. Dopo di che aveva insistito per adagiare la piccola sul tappetino del sedile posteriore e coprirla con un giornale. Lui aveva protestato che così rischiava di soffocare, e Angie si era infuriata. «Non soffocherà affatto, e se dovessimo imbatterci in un blocco stradale, non è il caso che i poliziotti ci vedano con due gemelle identiche, vero?» L'altra bambina, quella che lei teneva in braccio, era inquieta e piagnucolava. Non serviva il parere di un medico per capire che stava piuttosto male. Quel fabbricato doveva essere il ristorante, decise Clint avvicinandosi al margine della strada. Sentiva il sudore scorrergli lungo il corpo. Gli succe-
deva sempre nel momento più critico di un colpo. Oltrepassata la costruzione, svoltò a destra nella stradina laterale e quindi di nuovo a destra nel parcheggio retrostante. Lucas era lì, e parcheggiò dietro di lui. «Erano sorelle...» intonò Angie con voce molto più alta. Fra le sue braccia, Kathy si agitò e cominciò a piangere. Da dietro, il mugolio soffocato di Kelly fece eco alla stanca protesta della gemella, disturbata nel sonno. «Stai zitta!» supplicò Clint. «Se Lucas apre la portiera e sente questo chiasso, chissà che cosa potrebbe farti.» Angie tacque di colpo. «Non ho paura di lui», disse poi. «Ecco, prendila.» Con un movimento rapido gli passò la bambina, scese e, raggiunta la macchina rubata, picchiò sul finestrino. Clint vide Lucas abbassare il vetro e Angie chinarsi verso di lui. Un istante più tardi uno sparo rimbombò nel parcheggio. Angie tornò correndo al furgone, aprì la portiera posteriore e afferrò Kelly. Ancora troppo attonito per muoversi o parlare, Clint la vide depositare la piccola sul sedile posteriore della Toyota e quindi salire davanti dalla parte del passeggero. Poi tornò, portando con sé i due cellulari di Lucas e un mazzo di chiavi. «Quando il Seduttore chiamerà, saremo in grado di rispondere», disse con voce briosa. «Hai ammazzato Lucas!» ansimò Clint senza capire. Stringeva ancora tra le braccia Kathy, il cui pianto si era trasformato in un accesso di tosse. Angie gli prese la bambina. «Ha lasciato un biglietto. È stato scritto con la stessa macchina usata per battere la richiesta di riscatto. Dice che lui non intendeva uccidere Kathy, ma lei piangeva così forte che, per farla tacere, le ha tappato la bocca, e quando si è reso conto che era morta, l'ha messa in uno scatolone che poi ha gettato nell'oceano. Non è stata una buona idea? Dovevo fare in modo che sembrasse un suicidio. Ora abbiamo il milione tutto per noi e io ho la mia bambina. Forza, andiamocene da qui.» Assalito all'improvviso dal panico, Clint accese il motore e diede gas. «Rallenta, imbecille.» Nel tono di Angie non c'era più nulla di brioso. «Stai solo riportando a casa la tua famiglia, tranquillamente e senza problemi.» Nel momento in cui lui imboccava la strada principale, Angie aveva ripreso a cantare, questa volta sottovoce: «Erano sorelle... ma sono state separate».
37 A Manhattan, negli uffici dirigenziali della C.F.G.&Y. le luci erano rimaste accese durante la notte. Alcuni membri del consiglio di amministrazione attendevano di prendere parte al glorioso momento in cui le gemelle Frawley sarebbero felicemente tornate a casa dai genitori. Tutti contavano sulla promessa del Seduttore di stabilire un nuovo contatto intorno a mezzanotte, ma con il passare delle ore l'aspettativa di un'ampia copertura stampa e di un sensazionale ritorno di immagine lasciò il posto al dubbio e alla preoccupazione. Robinson Geisler sapeva che su numerose testate erano comparsi articoli di editorialisti che evidenziavano i rischi comportati dal pagamento del riscatto. Inoltre il film di Glenn Ford Riscatto, in cui un padre, seduto in uno studio televisivo, avverte i sequestratori che non intende pagare e che userà invece le banconote che sono sul tavolo davanti a lui per rintracciarli, era stato mandato in onda su molti canali. La pellicola terminava con il rilascio del figlio incolume. Ci sarà un lieto fine anche per questa storia? si domandava il presidente. Alle cinque del mattino Geisler andò nel suo bagno privato, dove fece la doccia, si rase e si cambiò d'abito. Ricordava che il brillante editore Bennett Cerf aveva sempre un'aria linda e ordinata durante le sue comparse in televisione. Cerf portava spesso un papillon. Sarà eccessivo indossarne uno quando mi riprenderanno con le gemelle? si chiese. Sì, naturalmente. Ma una cravatta rossa suggeriva ottimismo, addirittura vittoria, e fu quella che prelevò dall'armadio. Tornato alla scrivania, ripassò il discorso che avrebbe pronunciato davanti alla stampa. «Si potrebbe pensare che, pagando il riscatto, noi abbiamo in un certo senso collaborato con i rapitori. Ma parlate con qualsiasi agente dell'FBI, e lui vi dirà che la loro prima preoccupazione è sempre il rilascio della vittima. Solo allora è possibile dedicarsi alla caccia ai criminali. L'esempio fornito da questo caso non sarà che i rapitori hanno ottenuto il denaro del riscatto, ma che non hanno avuto alcuna possibilità di goderselo.» Vedremo se Gregg Stanford saprà fare di meglio, pensò con un sorriso. 38 «Per prima cosa dobbiamo liberarci della sua auto», disse Angie in tono
pratico mentre tornavano a Danbury. «Togliamo il sacco con i soldi dal bagagliaio, poi tu la riporterai a casa sua e la lascerai parcheggiata lì davanti. Io ti seguirò con il furgone.» «Non riusciremo a farla franca, Angie. Non puoi nascondere quella bambina per sempre.» «Sì, invece.» «Qualcuno potrebbe collegare Lucas a noi. Una volta che avranno preso le sue impronte, scopriranno che il vero Lucas Wohl è morto da vent'anni, e che lui si chiama Jimmy Nelson, ed è stato in carcere. Io ero il suo compagno di cella.» «E il tuo vero nome non è Clint Downes. Ma chi altri ne è al corrente? Le uniche volte in cui tu e Lucas vi incontravate era in occasione di un colpo. E in queste ultime settimane è venuto a casa nostra sempre di notte.» «È arrivato ieri pomeriggio a ritirare tutta quella roba.» «E anche se qualcuno avesse visto la sua Ford marrone nel vialetto di servizio del club? È uguale a mille altre che ci sono in giro. Sarebbe stato diverso se si fosse presentato con la limousine. Sappiamo che non ti ha mai chiamato con il suo cellulare speciale, e quello adesso ce l'ho io.» «Continuo a pensare...» «Io penso che abbiamo un milione di bigliettoni, che ho la bambina che volevo, e che quell'arrogante che ci ha sempre trattati come scarpe vecchie è finalmente fuori dai piedi, quindi chiudi il becco.» Alle cinque e cinque, quando il cellulare speciale che il Seduttore aveva fornito a Lucas cominciò a squillare, si erano appena fermati davanti al cottage. Clint guardò l'apparecchio. «Che cosa gli dirai?» domandò. «Non risponderemo», replicò Angie con un sorrisetto. «Che pensi pure che siamo ancora per strada, magari a parlare con un poliziotto.» Gli gettò un mazzo di chiavi. «Sono quelle di Lucas. Liberiamoci dell'auto.» Erano le cinque e venti quando Clint parcheggiò la vecchia Ford davanti al negozio di ferramenta. Al secondo piano, dalla finestra chiusa filtrava una debole luce. Lucas doveva averla lasciata accesa in previsione del suo ritorno, pensò. Risalì sul furgone e si mise al volante, il viso lucido di sudore. Il cellulare speciale squillava di nuovo. «Quel tizio dev'essere spaventato a morte», ridacchiò Angie. «Bene, torniamo a casa. La mia bambina si sta svegliando.» «Mamma... mamma...» Kathy si agitò e protese la mano.
«Sta cercando la gemella», disse Angie. «Non è tenera?» Ma quando fece per intrecciare le dita con le sue, Kathy la respinse. «Kelly», mormorò con voce flebile ma chiara. «Non voglio Mona. Voglio Kelly.» Mentre girava la chiave di accensione, Clint occhieggiò nervosamente la compagna. A lei non piacevano i rifiuti; di più, non li tollerava. Sapeva che si sarebbe stancata della bambina prima della fine della settimana. E a quel punto cosa avrebbe fatto? non poté evitare di chiedersi. Angie era ormai fuori controllo. In passato lui aveva già visto affiorare la sua vena di malvagità, e sapeva riconoscerla. Devo andarmene da qui, si disse, da questa città, dal Connecticut. La strada era deserta. Lottando contro il panico, Clint guidò con i fari spenti fino alla Route 7. Fu solo dopo aver varcato il cancello di servizio del golf club che si permise di tirare un sospiro di sollievo. «Dopo avermi fatto scendere, metti il furgone in garage», ordinò Angie. «Nel caso che a quell'ubriacone di Gus venga la bella idea di fare un salto qui in mattinata. Non vedendolo, penserà che non ci sei.» «Non viene mai da queste parti», obiettò lui, consapevole dell'inutilità di quella protesta. «Ieri ha chiamato, no? Muore dalla voglia di trascorrere una serata con il suo vecchio amico.» Angie non aggiunse che, benché ubriaco, Gus aveva forse sentito piangere entrambe le bambine. Kathy aveva ripreso a lamentarsi. «Kelly... Kelly...» invocava. Clint si fermò con il furgone davanti alla porta di ingresso e corse ad aprirla. Con la bambina tra le braccia, Angie entrò in casa e andò dritta in camera, dove la depose nel lettino. «Ti passerà, bambolina», disse. Poi tornò in soggiorno. Clint era ancora sulla soglia. «Ti ho detto di mettere il furgone in garage.» Il tono di lei era perentorio. Prima che lui potesse obbedire, il cellulare speciale ricominciò a squillare. Questa volta Angie lo prese in mano. «Salve, signor Seduttore», disse. Rimase in ascolto. «Lucas prima non ha risposto perché c'è stato un incidente sulla Saw Mill Parkway, che brulicava di poliziotti. Sa, non si può guidare e contemporaneamente parlare al telefono. È andato tutto bene. Ma lui aveva la sensazione che stanotte i federali avrebbero potuto interrogarlo di nuovo, e non voleva avere con sé questo. Sì. Sì. È filato tutto liscio. Ora può dire a qualcuno dove andare a recuperare le bambine in blu. Spero che non avremo più occasione di risentirci. Buona fortuna a lei.»
39 Alle cinque e quarantacinque di giovedì mattina, il servizio di segreteria della St. Mary's Catholic Church di Ridgefield ricevette una chiamata. «Sono disperato, ho bisogno di parlare con un sacerdote», disse una voce roca. Rita Schless, l'operatrice che aveva risposto, fu subito certa che chiunque fosse in linea stesse cercando di camuffare la voce. Non di nuovo questa sciocchezza, pensò. L'anno prima un saccente studentello delle superiori aveva telefonato sostenendo che a casa sua c'era una terribile emergenza. Lei aveva svegliato monsignor Romney nel cuore della notte e, quando lo aveva messo in comunicazione, lui aveva sentito il ragazzo esclamare tra le risate degli amici: «Stiamo morendo, padre. Siamo rimasti a corto di birra». Neppure questa storia mi convince, rifletté Rita. «È ferito o ammalato?» chiese secca. «Mi metta subito in contatto con un sacerdote. È questione di vita o di morte.» «Resti in linea», replicò la donna. Non gli credo affatto, pensò, ma non posso correre il rischio. Riluttante, compose il numero dell'anziano monsignore, il quale le aveva detto di passargli le chiamate notturne. «Soffro di insonnia», aveva spiegato. «Interpella me per primo.» «Non credo che il tizio faccia sul serio», lo informò Rita. «Sono pronta a giurare che sta cercando di contraffare la voce.» «Lo scopriremo subito», rispose Joseph Romney, mettendosi a sedere sul letto. Distrattamente, si massaggiò il ginocchio destro; gli doleva sempre quando cambiava posizione. Mentre si allungava a prendere gli occhiali sul comodino sentì lo scatto della chiamata che veniva deviata. «Sono monsignor Romney», disse. «Come posso aiutarla?» «Monsignore, ha sentito parlare del sequestro delle due gemelle?» «Naturalmente. I Frawley sono nuovi membri della nostra parrocchia. Celebriamo una messa al giorno per il loro ritorno.» Rita ha ragione, pensò. Di chiunque si tratti, quest'uomo sta cercando di alterare la voce. «Kathy e Kelly stanno bene. Si trovano entrambe a bordo di un'auto nel parcheggio del vecchio ristorante La Cantina, nei pressi di Elmsford.» Il cuore dell'anziano religioso prese a battere forte. «È uno scherzo?» chiese. «No, monsignore. Sono il Seduttore. Il riscatto è stato pagato, e ho scelto
lei perché porti ai Frawley un messaggio di gioia. A nord sulla Saw Mill, dietro il ristorante La Cantina. Ha capito bene?» «Sì. Sì» «Allora le suggerisco di sbrigarsi a informare le autorità. È una notte inclemente. Le gemelle sono chiuse in quella macchina da parecchie ore, e Kathy ha un forte raffreddore.» 40 All'alba, incapace di sopportare oltre l'angoscia crescente dipinta sui volti di Margaret e Steve Frawley, l'agente Carlson andò a sedersi al tavolo in soggiorno, vicino al telefono. Quando squillò alle sei meno cinque, lui sollevò la cornetta, preparato al peggio. Era Marty Martinson, dalla stazione di polizia di Ridgefield. «Walter, monsignor Romney, della St. Mary's, ha ricevuto una chiamata da qualcuno che sosteneva di essere il Seduttore. Ha detto che le gemelle sono chiuse in una macchina parcheggiata dietro un vecchio ristorante sulla Saw Mill River Parkway. Ho avvertito la polizia di stato. Saranno sul posto in meno di cinque minuti.» Carlson udì il rumore dei passi dei Frawley e della dottoressa Harry che si affrettavano a raggiungerlo. Ovviamente avevano sentito gli squilli. Li guardò. L'espressione speranzosa sui loro visi lo turbò quasi come l'angoscia che vi aveva letto poco prima. «Aspetta un momento», fece a Martinson. Come sempre, non c'era nulla che potesse offrire ai genitori, se non la verità. «Nel giro di pochi minuti sapremo se una telefonata appena ricevuta da monsignor Romney è attendibile», comunicò loro con voce pacata. «Era il Seduttore?» ansimò Margaret. «Ha indicato il luogo dove sono le bambine?» domandò Steve. Carlson non rispose. «Marty», riprese, «la polizia di stato ti richiamerà?» «Sì. Ti avviso non appena li sento.» «Se è davvero così, la Scientifica dovrà passare al setaccio l'auto.» «Lo sanno anche loro», gli ricordò l'altro. «Hanno contattato il tuo ufficio di Westchester.» Carlson riappese. «Ci dica che cosa sta succedendo.» Il tono di Steve era grave. «Abbiamo il diritto di essere informati.»
«In breve scopriremo se la telefonata fatta a monsignor Romney corrisponde al vero», spiegò ancora l'agente. «In caso affermativo, le gemelle sono state lasciate, incolumi, in un'auto appena fuori della Saw Mill River Parkway, vicino a Elmsford. La polizia di stato si sta già recando sul posto.» «Il Seduttore ha mantenuto la parola.» Margaret stava piangendo. «Le mie bambine stanno per tornare a casa. Le mie bambine tornano a casa!» Gettò le braccia al collo del marito. «Steve, tornano a casa!» «Margaret, potrebbe trattarsi di uno scherzo», le rammentò la dottoressa Harris. La sua calma esteriore si era infranta, e continuava a tormentarsi le mani. «Dio non ci farebbe mai una cosa del genere», esclamò Margaret, mentre Steve, incapace di parlare, seppelliva il viso nei suoi capelli. Passò un quarto d'ora senza che nessuno li chiamasse. Carlson ormai temeva che qualcosa fosse andato terribilmente storto. Nel caso fosse stato un mitomane a telefonare, a questo punto ce lo avrebbero già comunicato, rifletté. Poi, quando squillò il campanello della porta, comprese che erano in arrivo brutte notizie. Anche se avessero trovato le gemelle, si disse, ci sarebbero voluti almeno quaranta minuti per riportarle a casa da Elmsford. Era sicuro che gli altri tre stessero pensando la stessa cosa mentre lo seguivano nell'ingresso. Carlson aprì la porta. Sulla soglia c'erano Monsignor Romney e Marty Martinson. Il sacerdote si avvicinò ai Frawley e, con voce piena di compassione, disse: «Il Signore vi ha rimandato una delle vostre bambine. Kelly sta bene. Kathy ora è con Lui». 41 La notizia che una delle gemelle era morta scatenò un'ondata di sdegno in tutto il paese. Le poche fotografie che i reporter erano riusciti a scattare a Kelly mentre i genitori, distrutti, la portavano fuori dall'ospedale di Elmsford dove era stata visitata, mostravano come fosse cambiata dal giorno del suo compleanno, appena una settimana prima. Ora aveva gli occhi sbarrati e pieni di paura, e alcuni lividi sul viso. In tutte le immagini, teneva un braccio intorno al collo della madre e stendeva in avanti l'altro, come se stesse cercando la sorella con la manina che agitava in aria. Il poliziotto giunto per primo al ristorante descrisse così la scena del ritrovamento: «La macchina era chiusa a chiave. Ho visto l'uomo accasciato
sul volante. Oltre a lui, all'interno c'era solo una bambina, raggomitolata sul tappetino sotto il sedile posteriore. In auto faceva freddo; la piccola aveva addosso soltanto il pigiama, e tremava. Poi mi sono accorto che era imbavagliata. Il bavaglio era così stretto che è un miracolo che non sia soffocata. Quando gliel'ho tolto, ha cominciato a mugolare come un cucciolo ferito. Mi sono sfilato il cappotto e gliel'ho avvolto intorno, poi l'ho portata sull'autopattuglia perché si riscaldasse. Dopo l'arrivo degli altri agenti della polizia e dell'FBI è stato rinvenuto un biglietto d'addio sul sedile anteriore». I genitori si erano rifiutati di concedere interviste, e la loro unica dichiarazione fu ietta alla stampa da monsignor Romney: «Margaret e Steve Frawley vogliono esprimere eterna gratitudine per tutti i messaggi di solidarietà che hanno ricevuto. In questo momento hanno bisogno di essere lasciati tranquilli per confortare Kelly, che sente terribilmente la mancanza della gemella, e per affrontare la perdita di Kathy». Alla C.F.G.&Y., Robinson Geisler non poté pronunciare il pistolotto trionfante che si era preparato. Invece, con voce rotta espresse il suo grande dolore per la tragedia che aveva colpito la famiglia, ma aggiunse che il pagamento del riscatto da parte della sua compagnia aveva fatto sì che almeno una delle due bambine tornasse a casa sana e salva. In un'intervista separata, Gregg Stanford prese le distanze dal presidente. «Ufficialmente la decisione di pagare il riscatto è stata unanime», affermò. «Ma di fatto era stata ferocemente contestata da una minoranza da me capeggiata. C'è un proverbio, crudo ma veritiero, che recita: 'Chi va con i cani si prende le pulci'. Credo fermamente che, se la richiesta di riscatto fosse stata respinta, i sequestratori sarebbero stati messi di fronte a questa alternativa. Facendo del male alle bambine, si sarebbero macchiati di un altro, orribile crimine. E nel Connecticut vige ancora la pena di morte. D'altro canto, se le avessero lasciate andare e in seguito fossero stati catturati, avrebbero potuto sperare in un trattamento clemente. Come C.F.G.&.Y. abbiamo compiuto una scelta che io giudico sbagliata dal punto di vista sia morale sia strategico. Ora, in quanto membro del consiglio di amministrazione, voglio che chiunque si illuda che la nostra società scenderà ancora a patti con dei criminali mi ascolti con attenzione: non succederà mai più!» 42 «Signor Seduttore, Lucas è morto. Forse si è ucciso, o forse no. Che dif-
ferenza fa per lei? Anzi, dovrebbe esserne grato. Lui conosceva la sua identità, noi la ignoriamo. Per la cronaca, la stava registrando. Teneva i nastri nel cassetto del cruscotto della Ford. Probabilmente intendeva ricattarla per farsi dare dei soldi.» «L'altra gemella è morta?» «Niente affatto. Sta solo dormendo», rispose Angie. «A proposito, ce l'ho in braccio proprio adesso. Non richiami più; la sveglierebbe.» Spense il cellulare e baciò Kathy sulla guancia. «Non credi che quei sette milioni dovrebbero soddisfarlo?» chiese a Clint. Erano le undici e lui stava guardando la televisione. Non c'era canale su cui non si parlasse del tragico esito del sequestro Frawley. Una delle gemelle, Kelly, era stata ritrovata viva, anche se strettamente imbavagliata. Si credeva che l'altra, Kathy, fosse rimasta soffocata a causa di un bavaglio simile. Era stato accertato che il mercoledì pomeriggio Lucas Wohl era decollato dall'aeroporto di Danbury portando con sé un grosso scatolone, e che quando era rientrato, di lì a poco, non lo aveva più. «Probabilmente la scatola conteneva il corpo della piccola», stava dicendo il cronista. «Stando al biglietto di addio, Lucas Wohl l'ha sepolta in mare.» «Che cosa faremo con lei?» domandò Clint. La stanchezza di una notte insonne e lo choc dell'omicidio lo avevano stremato. Stava accasciato sulla poltrona, e gli occhi, incavati nel viso pieno, erano cerchiati di rosso. «La porteremo con noi in Florida, compreremo una barca e ce ne andremo ai Caraibi, ecco che cosa faremo. Ma per il momento, vado all'emporio. Non avrei dovuto mettere l'umidificatore nello scatolone che ho dato a Lucas. Ora dovrò acquistarne un altro. Ha di nuovo il respiro affannoso.» «È malata, Angie. Ha bisogno di medicine, di un dottore. Se muore mentre è con noi e ci prendono...» «Non morirà, e piantala di preoccuparti che qualcuno possa collegarci a Lucas», lo interruppe lei. «Abbiamo fatto tutto nel modo giusto. Ora porta Kathy in bagno e lascia scorrere l'acqua calda, deve respirare il vapore. Io torno subito. Hai tenuto da parte un po' di soldi, come ti avevo detto?» Clint aveva abbassato la scala che dalla camera da letto conduceva al solaio e trascinato fin lassù il sacco pieno di denaro, prelevandone solo cinquecento dollari per le prime spese. «Angie, se paghi con quei biglietti da venti o da cinquanta, qualcuno comincerà a farsi domande.» «Tutti i bancomat del paese erogano banconote da venti», sbottò Angie. «Non c'è niente di strano.» Gli passò Kathy, ancora assonnata. «Fa' come ti dico. Apri l'acqua della doccia e non toglierle la coperta. Se squilla il tele-
fono, non rispondere. Ho detto al tuo compagno di bevute che ti incontrerai con lui stasera al pub. Puoi chiamarlo più tardi, ma non voglio che cominci a diventare curioso sul bambino a cui sto badando.» I suoi occhi scintillavano di collera e Clint sapeva che non era il caso di tentare di farla ragionare. La faccia di questa bambina è stata sulla prima pagina di tutti i giornali del paese, pensò. Non assomiglia a Angie o a me più di quanto io sembri Elvis Presley. Non appena ci vedranno con lei in pubblico, qualcuno la riconoscerà. Ormai la polizia deve aver scoperto che Lucas era in realtà Jimmy Nelson, e che era stato in carcere ad Attica. Il loro prossimo passo sarà cercare di sapere chi faceva lega con lui laggiù. Si imbatteranno nel nome di Ralphie Hudson, prima o poi si presenteranno qui, e a quel punto nessuno mi chiamerà più Clint. Era stata una follia riprendersi Angie dopo il suo ricovero nell'ospedale psichiatrico, ragionò ancora mentre portava Kathy in bagno e apriva l'acqua. Aveva quasi ucciso la madre del ragazzino a cui faceva da baby-sitter quando quella aveva cercato di prenderlo in braccio. Avrei dovuto essere più furbo, e non metterla di nuovo a contatto con dei bambini. Chiuse il coperchio del water e si sedette. Con dita goffe slacciò il primo bottone del pigiama che Kathy indossava ancora, e la girò in modo che potesse respirare il vapore che stava già invadendo il piccolo bagno. La bambina cominciò a farfugliare parole senza senso. Forse quelle chiacchiere fra gemelli di cui parlava Angie? si chiese lui. «Ci sono solo io qui ad ascoltarti», la avvertì. «Quindi, se hai qualcosa da dire, parla forte e chiaro.» 43 Sylvia Harris sapeva che i Frawley avevano dovuto in qualche modo posticipare il dolore per la morte di Kathy. Al momento tutta la loro attenzione era concentrata su Kelly. Da quando erano andati a prenderla all'ospedale di Elmsford, la bambina non aveva pronunciato una sola parola. L'esame fisico aveva stabilito che non era stata molestata, ma il bavaglio le aveva procurato dei lividi sulle guance. I segni neri e blu sulle braccia e le gambe indicavano inoltre che era stata crudelmente pizzicata. Quando i genitori erano entrati nella camera, Kelly li aveva fissati, poi aveva distolto lo sguardo. «Adesso è arrabbiata con voi», aveva spiegato la Harris in tono gentile. «Ma da domani non vorrà più staccarsi dal vostro fianco.»
Rincasarono alle undici, e si affrettarono a infilarsi dentro per sfuggire ai fotografi che scattavano senza sosta. Margaret portò Kelly di sopra, e la aiutò a indossare il pigiama con i personaggi di Cenerentola, sforzandosi di non pensare a quello identico ancora ordinatamente piegato nel cassetto. Preoccupata dall'assoluta mancanza di reazioni della bambina, la pediatra le somministrò un blando sedativo. «Ha bisogno di dormire», bisbigliò ai genitori. Steve adagiò la figlia sul letto, le posò un orsacchiotto sul petto e depose l'altro sul cuscino vicino al suo. Kelly spalancò gli occhi. Con un gesto spontaneo, allungò la mano per prendere il peluche della sorella e cominciò a dondolarsi avanti e indietro, tenendo abbracciati i due pupazzi. Solo allora, seduti ai lati del letto, Steve e Margaret cominciarono a piangere, lacrime silenziose che spezzarono il cuore della Harris. Di sotto, la dottoressa trovò l'agente Carlson che si preparava ad andarsene. «Spero che ora potrà riposare un po'», gli disse, notando il suo aspetto stanco e tirato. «Sì, vado a casa e stacco la spina per otto ore. In questo stato non posso essere utile a nessuno. Ma le prometto che non abbandonerò il caso, dottoressa, e che non mi fermerò fino a che il Seduttore e i suoi complici non saranno dietro le sbarre.» «Posso fare un'osservazione?» «Naturalmente.» «A parte il potenziale pericolo rappresentato dal bavaglio, Kelly presenta dei segni caratteristici sulle braccia e sulle gambe. Come può capire, nel mio lavoro mi capita a volte di vedere dei bambini maltrattati. E i pizzicotti sono una forma di violenza tipica delle donne.» «Sono incline a darle ragione. Secondo un testimone, sono stati due uomini a ritirare il riscatto. Ma è probabile che a occuparsi delle gemelle fosse una donna.» «Lucas Wohl era il Seduttore?» «Ne dubito, anche se la mia è solo una sensazione.» Carlson non aggiunse che, in attesa dei risultati dell'autopsia, l'angolazione del proiettile che aveva ucciso l'uomo destava parecchi sospetti. La maggior parte dei suicidi non teneva la pistola sollevata con la canna rivolta verso il basso. Se la puntavano direttamente alla fronte o alla nuca, oppure se la infilavano in bocca e poi premevano il grilletto. «Fino a quando pensa di fermarsi, dottoressa?» domandò. «Almeno per qualche giorno. Avrei dovuto partecipare a un convegno a
Rhode Island questo fine settimana, ma ho rinunciato. Dopo il sequestro, il duro trattamento ricevuto e la perdita della gemella, Kelly è emotivamente molto fragile. Credo di poterle essere di aiuto restando qui.» «E le famiglie dei Frawley?» «La madre e la zia di Margaret ora sono troppo sconvolte, e arriveranno la prossima settimana. Quanto ai parenti di Steve, la madre al momento non può camminare, e il padre deve assisterla. In tutta franchezza, penso che sia un bene che i genitori restino il più possibile soli con Kelly. La piccola sentirà molto la mancanza della sorella.» Carlson annuì. «L'amara ironia è che io sono convinto che Lucas non avesse intenzione di ucciderla. Ho percepito un vago odore di Vick's Vaporub sul pigiama di Kelly. Lei non è malata, quindi è probabile che chi badava alle gemelle stesse cercando di curare il raffreddore di Kathy. Ma non si può imbavagliare una bambina con il naso intasato e pretendere che respiri. Ovviamente abbiamo verificato subito. Wohl ha effettivamente fatto un giro in aereo mercoledì pomeriggio. Portava con sé uno scatolone, e al ritorno non lo aveva più.» «Ha mai sentito di un caso simile prima d'ora?» L'agente prese la ventiquattrore. «Uno. Il rapitore aveva sepolto viva la ragazza, ma c'era aria a sufficienza da permetterle di resistere finché non lo costringemmo a confessare dove l'aveva nascosta. Sfortunatamente, andò in iperventilazione e morì. Lui marcisce in prigione da vent'anni, e ne uscirà solo per essere portato al cimitero, ma questo non ha aiutato la famiglia della vittima.» Scosse la testa, frustrato. «Dottoressa, a quanto ho capito, per la sua età Kelly è una bambina molto sveglia.» «Infatti.» «A un certo punto dovremo parlarle, o incaricare uno psichiatra di farlo. Ma per il momento, se la piccola dovesse pronunciare qualche parola, vorrebbe essere così gentile da annotarla?» «Certamente.» L'autentica sofferenza che leggeva sul volto dell'agente federale la spinse ad aggiungere: «So che Margaret e Steve sono sicuri che lei e i suoi colleghi avete fatto tutto il possibile per salvare le bambine». «Abbiamo fatto del nostro meglio, ma non è stato sufficiente.» Dei passi frettolosi risuonarono sulle scale. Era Steve. «Kelly sta parlando nel sonno», annunciò. «Ha pronunciato due nomi: 'Mona' e 'Harry'.» «Conoscete qualcuno che si chiami così?» chiese Carlson, all'improvviso dimentico della stanchezza. «Assolutamente no. Crede che si riferisse ai rapitori?»
«Ne sono sicuro. È tutto quello che ha detto?» Gli occhi di Steve si riempirono di lacrime. «Ha usato il linguaggio dei gemelli. Sta cercando di comunicare con Kathy.» 44 Il piano di seguire Franklin Bailey a distanza di sicurezza non aveva funzionato. Anche se in città erano stati sparpagliati parecchi agenti dell'FBI con l'ordine di individuare qualunque veicolo di cui si fossero serviti i rapitori dopo la consegna del denaro, loro erano stati battuti in astuzia. Ora Angus Sommers, responsabile dell'operazione a New York, si rendeva conto che mentre lui tornava nel Connecticut in limousine con Bailey, i soldi del riscatto si trovavano forse nel bagagliaio, appena dietro il suo sedile. È stato Lucas Wohl a dirci che due uomini sospetti si erano allontanati a bordo di una Lexus, pensò cupamente. Ma adesso sappiamo che doveva trattarsi di uno solo, dato che il secondo era proprio Lucas. Polvere e chiazze d'acqua sul fondo del bagagliaio altrimenti immacolato della limousine indicavano che vi erano stati deposti degli oggetti sporchi e bagnati. Sacchi per i rifiuti pieni di banconote, per esempio. Lucas era il Seduttore? si chiese ancora Angus. In tal caso, sapeva già che Kathy era morta. Stando al biglietto d'addio, quel giorno Wohl aveva sorvolato l'oceano e gettato lo scatolone con il suo corpo fuori dall'aereo. Se aveva intenzione di suicidarsi, perché poi prendersi la briga di recuperare il denaro? No, non aveva senso. Era possibile che il Seduttore, chiunque fosse, ignorasse la morte di Kathy quando aveva chiamato monsignor Romney per indicargli dove si trovavano le gemelle? Secondo il religioso, l'uomo lo aveva esortato a portare un messaggio di gioia ai genitori, perché le bambine erano incolumi. Si trattava della macabra burla di una mente sadica, oppure quel tizio era stato tenuto all'oscuro del decesso di una delle due? E il Seduttore aveva davvero impartito le istruzioni che Franklin Bailey sosteneva di aver ricevuto? Erano questi gli argomenti di cui Sommers discusse con Tony Realto mentre si recavano a casa dell'ex sindaco, nel tardo pomeriggio di giovedì. Da parte sua, Realto non aveva dubbi. «Bailey appartiene a un'illustre famiglia del Connecticut. È una delle poche persone coinvolte in questa storia che giudico al disopra di ogni sospetto.»
«Vedremo», replicò l'altro suonando il campanello. Sophie, la governante, aprì la porta ed esaminò i loro distintivi con aria preoccupata prima di farli entrare. «Il signor Bailey vi sta aspettando?» chiese in tono esitante. «No», rispose Realto. «Ma abbiamo bisogno di parlargli.» «Non so se sarà in grado di ricevervi. Dopo aver saputo che Lucas Wohl era coinvolto nel sequestro e che si era ucciso, ha avvertito di nuovo quei terribili dolori al petto. L'ho supplicato di farsi visitare dal dottore, ma lui ha preso un sedativo e poi è andato a letto. Ho sentito dei rumori, e credo si sia appena svegliato.» «Aspetteremo.» Il tono di Realto era fermo. «Dica al signor Bailey che dobbiamo assolutamente fargli qualche domanda.» Quando l'ex sindaco comparve in biblioteca, venti minuti più tardi, Sommers rimase sgomento nel vedere il suo aspetto. Se la notte prima gli era sembrato sul punto di crollare, ora era pallidissimo e con gli occhi vitrei. Sophie lo seguiva portando una tazza di tè. Lui la prese con mani tremanti. «Non riesco ancora a credere che Lucas fosse coinvolto in questa orribile faccenda», esordì rivolgendosi ai due agenti. «Ci creda, signor Bailey», replicò secco Realto. «E naturalmente, questo ci obbliga a riesaminare i fatti. Ha detto di essere stato lei a intrufolarsi nel caso, offrendosi come tramite tra la famiglia e i rapitori perché aveva stabilito una certa amicizia con Margaret Frawley.» Franklin Bailey sedette più eretto sulla sedia e posò la tazza. «Agente, il termine 'intrufolarsi' suggerisce che io abbia forzato la situazione, o che abbia agito in modo inappropriato. Non è così.» L'altro lo guardò senza rispondere. «Come ho già spiegato al signor Carlson, ho incontrato Margaret la prima volta mentre faceva la coda all'ufficio postale. Mi sono accorto che una delle gemelle, Kelly, stava andando dritta verso l'uscita mentre la madre parlava con l'impiegata. L'ho bloccata prima che finisse in mezzo alla strada e l'ho riportata dalla mamma, che mi è stata molto grata. I Frawley assistono alla messa delle dieci alla St. Mary's, di cui sono parrocchiano anch'io, e da allora ci siamo fermati spesso a scambiare due chiacchiere dopo la funzione. Sapevo che non hanno parenti nella zona. Io sono stato sindaco di questa città per vent'anni, e conosco molta gente. Per caso, di recente avevo riletto un libro sul rapimento Lindbergh, in cui si racconta che un professore della Fordham University si era appunto offerto come tramite, e che in ultimo i rapitori avevano contattato proprio lui.»
Il cellulare di Realto stava squillando. L'agente lo aprì, dette un'occhiata al display, e uscì dalla stanza. Quando rientrò, il suo atteggiamento era cambiato. «Signor Bailey», disse brusco, «è vero che dieci anni fa lei perse una somma considerevole in una truffa?» «Sì.» «Quanto, di preciso?» «Sette milioni di dollari.» «Qual era il nome dell'uomo che la imbrogliò?» «Richard Mason, il più viscido furfante che abbia mai avuto la sfortuna di incontrare.» «Sapeva che quel tizio è il fratellastro di Steve Frawley?» Bailey lo fissò. «No. Come avrei potuto?» «Richard Mason ha lasciato la casa della madre nella Carolina del Nord martedì mattina. Avrebbe dovuto presentarsi al lavoro mercoledì, ma non si è fatto vedere, e sembra scomparso dalla circolazione. Lei è sicuro di non avere più avuto nessun rapporto con lui?» 45 «Nessuno penserebbe mai che è la stessa bambina. Sembra piuttosto un ragazzino», esclamò allegramente Angie, osservando soddisfatta il risultato della sua opera di trasformazione. I capelli biondi di Kathy ora erano castani, proprio come i suoi, e non arrivavano più all'altezza delle spalle, ma le coprivano a malapena le orecchie. È davvero diversa, dovette ammettere Clint. Se qualcuno la vedesse ora, penserebbe che Angie sta facendo da baby-sitter a un maschietto. «Le ho trovato anche un nome fantastico», proseguì lei. «La chiameremo Stephen. Come suo padre, capisci? Ti piace il tuo nuovo nome, eh, Stevie?» «Angie, tutto questo è pazzesco. Dobbiamo fare i bagagli e filarcela immediatamente.» «Niente affatto. Prima dovrai scrivere al direttore del club, chiunque sia quello nuovo, per dire che ti è stato offerto un lavoro per un anno in Florida, e che rassegni le dimissioni. Se ti limitassi a scomparire, faresti nascere dei sospetti.» «Angie, io so come agiscono i federali. In questo preciso momento stanno cercando di rintracciare chiunque sia stato in contatto con Lucas. Forse il numero di telefono del cottage è nella sua agenda.»
«Non dire assurdità. Lui non ti ha mai chiamato, né ti permetteva di farlo da qui quando dovevate discutere di uno dei vostri 'affari', e avete sempre usato cellulari con scheda prepagata.» «Angie, se uno di noi due ha lasciato anche solo un'impronta su quell'auto, dagli archivi della polizia salterà fuori chi siamo.» «Tu avevi i guanti quando hai guidato la Toyota rubata, e anche quando hai riportato la Ford di Lucas davanti a casa sua. E in ogni caso, se anche trovassero delle impronte, non riusciranno a beccarci. Sono quindici anni che sei conosciuto come Clint Downes, quindi piantala, piantala, piantala!» Kathy, che dormicchiava in braccio a lei, si svegliò, scivolò giù dalle sue ginocchia e rimase in piedi a fissarli. «Giuro che Stevie sta cominciando ad assomigliarmi, Clint», commentò la donna, cambiando improvvisamente umore. «Devi aver fatto un ottimo lavoro in bagno. Respira molto meglio. Ma farò funzionare l'umidificatore per tutta la notte. Ha mangiato un po' di cereali, la sosterranno.» «Angie, ha bisogno di medicine.» «Mi occuperò anche di questo, se sarà necessario.» Non disse di aver trovato in fondo all'armadietto del bagno qualche capsula di penicillina e uno sciroppo per la tosse acquistati l'anno prima, quando Clint si era preso una brutta bronchite. Aveva cominciato a somministrare lo sciroppo a Kathy. Se non dovesse funzionare, pensò, aprirò le capsule e ne diluirò il contenuto. La penicillina cura praticamente tutto. «Perché hai promesso a Gus che sarei andato al pub stasera?» brontolò Clint. «Sono a pezzi; non ho voglia di uscire.» «Devi farlo perché quella spina nel fianco ha bisogno di qualcuno da annoiare a morte. È l'unico modo per liberarsi di lui. Puoi perfino raccontargli che stai per accettare un nuovo lavoro. Basta che, dopo la seconda birra, non cominci a piangere sul tuo vecchio amico Lucas.» Nel vedere Kathy voltarsi e dirigersi in camera, lei si alzò per seguirla. La bambina tolse la coperta dal suo letto, se la avvolse intorno al corpo e si distese sul pavimento. «Senti, piccola, se sei stanca, hai il tuo lettino», sbottò Angie. Prese tra le braccia la piccola, che non oppose resistenza, e cominciò a cullarla. «Stevie vuol bene alla mamma?» Per tutta risposta, Kathy chiuse gli occhi e girò la testa di lato. Angie le dette una scrollata. «Sono stata gentile con te, ma sto cominciando a stufarmi del modo in cui mi tratti, e non osare ricominciare con quelle stupide
chiacchiere incomprensibili.» Si irrigidì nell'udire il suono penetrante del campanello. Forse Clint aveva ragione. Forse i federali erano risaliti fino a lui attraverso Lucas, pensò, paralizzata dalla paura. L'uscio della camera era socchiuso, e lei sentì Clint attraversare il soggiorno a passi lenti e pesanti, e poi lo scatto della porta d'ingresso che si apriva. «Ciao, vecchio mio. Ho pensato di passare a prenderti per risparmiarti il fastidio di guidare. Di' pure a Angie che mi farò solo un paio di cicchetti, così può stare tranquilla.» Era la voce tonante di Gus l'idraulico. Sospetta qualcosa, pensò irosamente Angie. Ha sentito piangere due bambini ed è venuto a ficcare il naso. Prendendo una rapida decisione, sistemò la coperta in modo che rimanessero visibili solo i capelli castani di Kathy, ed entrò in soggiorno. «Ciao, Gus», disse. «Angie. È questo il marmocchio di cui ti stai occupando?» «Già. Lui è Steve, quello che hai sentito piangere ieri sera. I suoi sono andati al funerale di un parente nel Wisconsin e torneranno domani. Io lo adoro, ma a questo punto ho davvero bisogno di una dormitina.» Con la mano nascosta sotto la coperta, impediva a Kathy di girare la testa e mostrare il viso all'ospite. «Ci vediamo più tardi, Angie», la salutò Clint, pilotando l'idraulico verso la porta. Lei scorse dalla finestra il furgone di Gus parcheggiato davanti al cottage. Dunque era arrivato passando dal cancello secondario e utilizzando il codice per aprirlo, il che significava che avrebbe potuto presentarsi lì ogni qual volta ne avesse voglia. «Divertitevi», rispose mentre la porta si chiudeva alle spalle dei due uomini. Indugiò alla finestra sino a quando il furgone scomparve lungo la strada, poi accarezzò i capelli di Kathy. «Bambolina, ora tu, io e i soldi ce la filiamo», disse. «Per una volta, papà Clint aveva ragione. Non è più sicuro restare qui.» 46 Erano le sette di sera quando monsignor Romney suonò il campanello della casa dei Frawley. Loro andarono insieme ad aprirgli la porta. «Grazie per essere venuto, padre», lo accolse Margaret.
«E io sono lieto che mi abbiate chiamato.» Il religioso li seguì nello studio, dove marito e moglie sedettero uno accanto all'altra sul divano. Lui si accomodò sulla sedia più vicina. «Come sta Kelly?» «La dottoressa Harris le ha dato un sedativo, così ha dormito per quasi tutto il giorno», rispose Steve. «Ora è di sopra con lei.» «Quando è sveglia, Kelly cerca di comunicare con la sorella», intervenne Margaret. «Non può accettare la scomparsa di Kathy. E neppure io.» «Non c'è dolore più grande di quello causato dalla perdita di un figlio», commentò monsignor Romney con voce quieta. «Non importa l'età. Che si tratti di un neonato, di un bambino, oppure di un uomo già maturo, per un genitore non c'è prova più difficile da affrontare.» «Il mio problema», sussurrò lentamente Margaret, «è che non riesco a credere che Kathy non ci sia più. Mi aspetto di vederla arrivare da un momento all'altro, appena un passo dietro la gemella. Delle due, Kelly è sempre stata la più forte. Kathy è più timida, più riservata.» Guardò Steve, poi il sacerdote. «Quando avevo quindici anni mi ruppi la caviglia sciando. Era una brutta frattura e fu necessario un intervento alquanto complesso. Al risveglio provavo solo un dolore sordo, e ricordo di aver pensato che la convalescenza sarebbe stata una faccenda da nulla. Ma poi, qualche ora dopo, gli effetti dell'anestesia cominciarono a svanire, e la sofferenza divenne atroce. Credo che sarà così anche questa volta. Per il momento mi sento come anestetizzata.» Intuendo che la donna stava per fargli una richiesta, monsignor Romney attese in silenzio. Sembra così giovane, così vulnerabile, pensò. Era rimasta solo una pallida ombra della madre sorridente che gli aveva raccontato di aver temporaneamente abbandonato la professione per godersi l'infanzia delle gemelle, e gli occhi azzurri erano tristi e colmi di dolore. Vicino a lei, con i capelli arruffati e l'aria sfinita, il marito scuoteva la testa, come per negare quanto era accaduto. «So che dobbiamo organizzare una qualche sorta di funzione», riprese Margaret. «La prossima settimana arriveranno qui mia madre e mia zia. Il padre di Steve sta cercando un'infermiera per la moglie, così da poter intervenire a sua volta. E sono tanti gli amici che ci hanno mandato messaggi di cordoglio e che vogliono starci vicino. Ma a parte la messa a cui parteciperanno tutti, mi chiedevo se non fosse possibile celebrarne una per Kathy in forma privata, solo per noi e la dottoressa Harris.» «Naturalmente. Potrei officiarla domattina, prima delle sette o dopo le nove.»
«Non si chiama 'messa degli angeli', quando il defunto è un bambino piccolo?» chiese Margaret. «In effetti è il termine usato comunemente, anche se non da noi sacerdoti. Sceglierò delle letture appropriate.» «Facciamo dopo le nove, tesoro», intervenne Steve. «Non sarebbe male se stasera prendessimo anche noi qualcosa per dormire.» «Dormire, ma non sognare», mormorò stancamente Margaret. Monsignor Romney si alzò e le si accostò. Posandole la mano sulla testa, la benedisse, quindi fece lo stesso con Steve. «Alle dieci», disse infine. Guardando quei volti alterati dalla sofferenza, ripensò alle parole del De Profundis. «Dall'abisso a Te grido, o Signore... ascolta la mia voce. Che le Tue orecchie siano attente alla voce della mia supplica.» 47 Il venerdì mattina Normand Bond non rimase sorpreso quando due agenti dell'FBI si presentarono nel suo ufficio. A quel punto erano informati del fatto che lui aveva scartato tre qualificati dipendenti della società per assumere Steve Frawley. Inoltre, dovevano aver capito che ci voleva qualcuno con sofisticate conoscenze finanziarie per sapere che, dietro compenso, alcune banche all'estero accettavano di trasferire denaro ricavato da operazioni illecite. Prima di dire alla segretaria di farli entrare, Bond si infilò nel bagno per guardarsi allo specchio a grandezza naturale appeso dietro la porta. Con i primi soldi che aveva guadagnato quando era entrato alla C.F.G.&Y., venticinque anni addietro, si era pagato un costoso trattamento laser per eliminare i segni dell'acne che lo aveva tormentato durante l'adolescenza. Nella sua mente le cicatrici erano ancora lì, e così gli spessi occhiali da gufo, resi necessari dalla forte miopia. Ora erano le lenti a contatto a garantire una vista eccellente ai suoi occhi azzurro chiaro. Era lieto di non aver perso i capelli, ma si chiedeva se non avesse commesso un errore rifiutandosi di tingerli. Aveva ereditato dalla famiglia della madre la tendenza a ingrigire precocemente e, a quarantasei anni, più che brizzolato era quasi del tutto bianco. Abiti sartoriali di Paul Stuart avevano sostituito quelli di seconda mano della sua infanzia, ma un'occhiata allo specchio era comunque necessaria per assicurarsi che non ci fossero macchie sul colletto o sulla cravatta. Non avrebbe mai dimenticato il giorno in cui, quando era da poco tempo nella
società, aveva usato una forchetta per infilzare un'ostrica in presenza del presidente. Sfuggendo ai rebbi, il mollusco gli era caduto sulla giacca, imbrattandola di salsa rosa. Quella sera, sopraffatto dalla vergogna, aveva comperato un manuale di galateo e un servizio completo di piatti e bicchieri, e per giorni si era esercitato ad apparecchiare correttamente la tavola e a usare le posate giuste. Ora lo specchio gli disse che aveva un ottimo aspetto. Lineamenti passabilmente gradevoli. Capelli ben tagliati. Camicia immacolata. Cravatta blu. Nessun gioiello. Per un istante gli balenò alla mente il ricordo di quando aveva gettato la fede sui binari, appena prima che arrivasse un treno. Dopo tanti anni ancora non capiva se fosse stata la rabbia o la tristezza a spingerlo a quel gesto. Ma ormai non aveva più importanza. Tornò alla scrivania e comunicò alla segretaria di far entrare gli agenti. Aveva già incontrato Angus Sommers mercoledì. Il secondo agente era una donna sulla trentina, che gli fu presentata come Ruthanne Scaturro. Norman sapeva che ce n'erano altri in giro per l'edificio a fare domande. Accolse i visitatori con un cenno della testa. Per cortesia, fece il gesto di alzarsi, ma poi si affrettò a rimettersi seduto, il viso impassibile. «Signor Bond», cominciò Sommers, «ieri il vostro direttore finanziario, Gregg Stanford, ha rilasciato alla stampa una dichiarazione di grande impatto. Lei era d'accordo?» Bond inarcò un sopracciglio, un trucchetto che aveva impiegato molto tempo a perfezionare. «Come sa, agente, il consiglio di amministrazione aveva votato all'unanimità per il pagamento del riscatto. A differenza del mio stimato collega, io ero fermamente convinto dell'opportunità di tale decisione. È terribile che una delle gemelle sia morta, ma che l'altra sia tornata sana e salva è forse il risultato del nostro intervento. L'autista della limousine non ha lasciato un biglietto in cui afferma di non avere avuto intenzione di uccidere la bambina?» «Sì, infatti. Quindi non è d'accordo con la posizione assunta dal signor Stanford?» «Non sono mai d'accordo con le posizioni del signor Stanford. Vede, lui è diventato direttore finanziario perché la famiglia della moglie possiede il dieci per cento del pacchetto azionario. Sa che lo consideriamo tutti un elemento insignificante. Ha concepito la ridicola idea che, schierandosi contro il nostro presidente, Robinson Geisler, si farà un seguito. Ambisce alla sua poltrona. Di più; la agogna. Quanto alla questione del pagamento del riscatto, ha colto l'opportunità per interpretare il ruolo del saggio dopo la
tragedia.» «Anche lei ambisce alla poltrona di presidente, signor Bond?» chiese l'agente Scaturro. «Spero, a tempo debito, di venire preso in considerazione per la carica. Per il momento, dopo lo sgradevole incidente dello scorso anno e la pesante ammenda pagata dalla società, credo sia preferibile presentare un fronte unito agli azionisti. Sono convinto che Stanford abbia reso un pessimo servizio alla società attaccando pubblicamente il signor Geisler.» «Ora cambiamo argomento, signor Bond», intervenne Sommers. «Perché ha assunto Steve Frawley?» «Credevo ne avessimo parlato a sufficienza due giorni fa», replicò lui, lasciando deliberatamente trapelare una punta di irritazione. «Parliamone di nuovo. Ci sono tre dipendenti alquanto amareggiati, i quali pensano che lei non avesse né il diritto né la necessità di assumere un esterno per quel posto. Per Frawley è stato un salto quantico in termini di inquadramento professionale, non è vero?» «Mi permetta di spiegarle qualcosa di politica societaria, signor Sommers. I tre dipendenti a cui ha accennato vogliono il mio posto. Erano protetti dell'ex presidente, e la loro lealtà andava, e va, a lui. Sono bravo a giudicare le persone, e Steve Frawley è in gamba, davvero in gamba. Con una laurea in legge e un dottorato in scienze economiche, più una mente e una personalità brillanti, si può arrivare molto lontano nel nostro ambiente. Con Steve ho parlato a lungo di questa società, dell'incidente in cui siamo incorsi l'anno scorso e del futuro, e mi sono piaciute le sue idee. Inoltre, mi sembra un uomo dotato di principi etici, una rarità al giorno d'oggi. In ultimo, sapevo che mi sarebbe stato leale, e questo per me è importante.» Norman Bond si appoggiò allo schienale della poltrona e giunse le mani, le dita rivolte verso l'alto. «E ora, se volete scusarmi, mi aspettano a una riunione di sopra.» Né Sommers né la Scaturro accennarono ad alzarsi. «Solo qualche altra domanda, signor Bond», replicò il primo. «L'altro giorno lei non mi ha detto che in passato ha vissuto a Ridgefield, nel Connecticut.» «Ho abitato in molti posti da quando lavoro per questa società. Ridgefield risale a più di vent'anni fa, quando ero sposato.» «Sua moglie non dette alla luce due gemelli che morirono subito dopo la nascita?» Gli occhi di Bond erano privi di espressione. «Sì.» «Anche se lei l'amava molto, dopo quel tragico evento sua moglie la la-
sciò, giusto?» «Si trasferì in California. Voleva ricominciare da capo. La sofferenza separa tante persone quante ne unisce, agente Sommers.» «In seguito lei ebbe una sorta di tracollo, non è così, signor Bond?» «L'abbandono spesso causa depressione. Sapevo di aver bisogno di aiuto, e mi feci ricoverare in una clinica. Oggigiorno le terapie di gruppo per chi ha subito una perdita sono comuni; non così vent'anni fa.» «È rimasto in contatto con la sua ex moglie?» «Si risposò di lì a poco. Era meglio per tutti e due chiudere definitivamente quel capitolo della nostra vita.» «Sfortunatamente, però, sembra che per la donna i problemi non fossero finiti, vero? È scomparsa parecchi anni dopo essersi risposata.» «Ne sono al corrente.» «È stato interrogato a proposito di quella sparizione?» «Come i suoi genitori, i fratelli e gli amici. Mi fu chiesto se avevo idea di dove potesse essere andata. Ovviamente lo ignoravo, ma contribuii alla ricompensa che venne offerta a chi avesse fornito informazioni utili al suo ritrovamento.» «Una ricompensa che nessuno ha mai incassato, giusto?» «Infatti.» «Signor Bond, quando ha conosciuto Steve Frawley, ha visto qualcosa di sé in lui? Un uomo giovane, in gamba, ambizioso, con una moglie attraente e competente, e due belle bambine?» «Questo interrogatorio sta diventando irrazionale, signor Sommers. Se capisco bene, e credo di sì, lei sta insinuando che potrei essere implicato nella scomparsa della mia defunta moglie, così come nel sequestro delle gemelle Frawley. Come osa insultarmi in questo modo? Esca subito dal mio ufficio.» «La sua defunta moglie, signor Bond? Come fa a sapere che è morta?» 48 «Sono sempre stata una persona previdente, sai, bambolina», disse Angie, parlando più a se stessa che a Kathy, la quale giaceva sul letto nella stanza di un motel, appoggiata ai cuscini e avvolta in una coperta. «Guardo avanti. È questa la differenza tra me e Clint.» Erano le dieci di venerdì mattina. La sera precedente, un'ora dopo che i due uomini erano usciti per andare al pub, lei aveva caricato i bagagli sul
furgone ed era partita con la bambina. Aveva messo in una grossa valigia il denaro del riscatto, quindi aveva infilato in un'altra qualche indumento raccolto in fretta e furia, e i cellulari con scheda prepagata che il Seduttore aveva fornito ai suoi complici. L'ultima volta che era rientrata in casa si era ricordata di prendere anche le cassette su cui Lucas aveva registrato la voce di quel tizio, e la patente sottratta alla signora Hagen. Poi, colta da un ripensamento, aveva buttato giù due righe per Clint. «Non preoccuparti. Ti chiamo in mattinata. Devo andare a fare qualche ora extra come baby-sitter.» Aveva guidato senza sosta per tre ore e mezzo, fino a raggiungere Cape Cod e il motel di Hyannis che conosceva già, perché una volta aveva trascorso lì un fine settimana con un amico. Quella zona turistica le era piaciuta così tanto che in seguito si era trovata un lavoro estivo al Seagull Marina di Harwich. «Ho sempre avuto un piano di fuga in mente, nel caso Clint fosse stato beccato durante uno dei suoi lavoretti con Lucas», continuò ora con una risatina, ma vedendo che Kathy stava per riaddormentarsi, si accigliò e, chinatasi sul letto, le allungò un colpetto sulla spalla. «Ascoltami bene, quando ti parlo. Potresti imparare qualcosa.» Gli occhi della bambina rimasero chiusi. «Forse ho esagerato con lo sciroppo per la tosse», ipotizzò Angie. «Ricordo che dava sonnolenza anche a Clint. Deve averti messa k.o., piccola.» Si avvicinò al cucinotto, dove era rimasto un po' del caffè preparato prima. Ho fame, pensò. Mi ci vorrebbe una bella colazione, ma non posso portarmi in giro la bambina mezzo addormentata e senza cappotto. Forse potrei chiuderla dentro, andare a mangiare qualcosa e poi comprarle dei vestiti. Lascerò le valigie sotto il letto e appenderò il cartello NON DISTURBARE alla maniglia della porta. Le darò un'altra dose di quello sciroppo... così dormirà sul serio. Angie sentiva che il suo buonumore stava svanendo e rammentò che era sempre nervosa e irritabile quando aveva fame. Erano arrivate al motel poco dopo mezzanotte. A quel punto lei quasi non riusciva a tenere gli occhi aperti e, dopo aver messo a letto Kathy, era crollata al suo fianco. Si era addormentata immediatamente, ma solo per destarsi prima dell'alba, quando la piccola aveva cominciato a tossire e a piangere. Non sono più riuscita a riaddormentarmi, pensò immusonita. Ho solo sonnecchiato un po', ed è per questo che adesso non sono molto lucida. Ma lo sono stata abbastanza da ricordarmi di quella patente, così ora ufficial-
mente mi chiamo Linda Hagen. L'anno precedente aveva fatto qualche volta da baby-sitter ai figli di Linda, e un giorno la donna era tornata a casa agitatissima perché pensava di aver perso il portafoglio al ristorante. Quando in seguito aveva usato l'auto degli Hagen per accompagnare la loro bambina a una festa di compleanno, Angie lo aveva trovato infilato tra i due sedili anteriori. Dentro c'erano duecento dollari e, cosa più importante, la patente. Ovviamente la signora Hagen aveva fatto bloccare le carte di credito, ma quel documento era stato un vero colpo di fortuna. Abbiamo tutte e due il viso allungato e i capelli castano scuro, rifletté Angie. Nella foto, la signora Hagen porta occhiali spessi, così me ne procurerò anch'io un paio con le lenti scure, nell'eventualità che mi fermino. Bisognerebbe guardare la foto con molta attenzione per capire che non si tratta della stessa persona. In ogni caso, qui mi sono registrata come Linda Hagen, e a meno che i federali non risalgano a Clint e al suo furgone, per un po' potrò stare tranquilla. Se poi decidessi di andarmene da qualche altra parte, grazie alla patente di Linda potrò prendere un aereo. Angie immaginava che, se i federali lo avessero inchiodato, Clint probabilmente avrebbe detto che lei era diretta in Florida, perché credeva che fosse quella la sua destinazione. Nondimeno, prima o poi avrebbe dovuto liberarsi del furgone e usare un po' del contante per procurarsi un'auto di seconda mano. Mi terrò in contatto con Clint e, dopo essermi assicurata che non gli stanno addosso, forse lo inviterò a raggiungermi. O forse no. Ma per il momento non deve sapere dove sono, decise. Però gli ho lasciato scritto che lo avrei chiamato in mattinata, quindi sarà meglio farlo. Prese uno dei cellulari e compose il numero. Lui rispose al primo squillo. «Dove sei?» domandò. «Clint, tesoro, era meglio che io sparissi al più presto. Ho i soldi, quindi non preoccuparti. I federali potrebbero venire a cercarti, e cosa sarebbe successo se avessero trovato me, la bambina, e il denaro? Ora ascoltami bene: liberati del lettino! Hai detto a Gus che conti di dare le dimissioni?» «Sì, sì. E che mi hanno offerto un lavoro a Orlando.» «Bene. Spedisci oggi stesso la lettera al direttore del club. E se quel ficcanaso tornasse, digli che la madre del bambino di cui mi sto occupando mi ha chiesto di accompagnarla nel Wisconsin. Spiegagli che, dopo la morte del padre, deve rimanere lì per un po' per consolare la madre, e che tu e io ci incontreremo dopo in Florida.»
«Non combinarmi guai, Angie.» «Nessun guaio. Se i federali vengono a farti visita, sei pulito. Ho detto a Gus che mercoledì sera sei andato a vedere un'auto a Yonkers. Raccontagli che hai venduto il furgone, e per il momento noleggia una macchina.» «Non mi hai lasciato nemmeno un centesimo.» Il tono di Clint era amaro. «Neppure i cinquecento bigliettoni che avevo messo sul cassettone.» «E se avessero preso nota dei numeri di serie? Volevo solo proteggerti. Addebita le spese sulla carta di credito, non ha importanza. Fra un paio di settimane o giù di lì, spariremo dalla faccia della terra. Devo andare, ho fame. Arrivederci.» Angie chiuse con uno scatto il cellulare e tornò da Kathy. Dormiva o fingeva soltanto? si chiese. Stava diventando cattiva come l'altra, pensò. Per quanto io sia carina con lei, si ostina a ignorarmi. Lo sciroppo per la tosse era sul comodino. Svitò il tappo e ne versò un po' in un cucchiaio. Chinatasi sul letto, sollevò la bambina, glielo infilò tra le labbra socchiuse e lo inclinò. «Ora ingoia», ordinò. Di riflesso, nel sonno Kathy mandò giù buona parte dello sciroppo. Quando qualche goccia le finì nella trachea, ricominciò a tossire e a piangere. Angie la spinse contro i cuscini. «Oh, Cristo, chiudi il becco», sibilò tra i denti. Con gli occhi chiusi, Kathy si tirò la coperta sopra la testa e si voltò, sforzandosi di non piangere. Nella sua mente vedeva Kelly in chiesa, seduta tra mamma e papà. Non osava parlare a voce alta, ma le sue labbra si muovevano mentre Angie la legava al letto. Nella prima panca della St. Mary's Church, Margaret e Steve tenevano Kelly per mano mentre si inginocchiavano. Accanto a loro, la dottoressa Harris sbatteva le palpebre per ricacciare indietro le lacrime, e ascoltava monsignor Romney recitare la preghiera di introduzione: Signore Dio, a cui mai la tristezza umana è celata, tu conosci il fardello della sofferenza che proviamo per la perdita di un figlio. Mentre piangiamo la sua dipartita da questa terra confortaci con la consapevolezza che Kathryn Anne ora è fra le tue braccia amorevoli.
Kelly tirò la mano della madre. «Mamma», disse con voce forte e chiara per la prima volta dal suo ritorno. «Kathy ha tanta paura di quella signora. Piange perché ti cerca. Vuole che tu riporti a casa anche lei. Subito!» 49 L'agente speciale Chris Smith, un afroamericano che dirigeva la sezione dell'FBI della Carolina del Nord, aveva telefonato per sollecitare un breve incontro con i genitori di Steve Frawley, a Winston-Salem. Il padre, Tom, un ex capitano dei vigili del fuoco di New York, non si era mostrato affatto contento della chiamata. «Abbiamo saputo ieri che una delle nostre nipotine è morta. E se questo non fosse sufficiente, mia moglie è stata da poco operata a un ginocchio, e soffre tremendamente. Perché volete vederci?» «Abbiamo bisogno di parlare con voi del figlio maggiore della signora Frawley, il suo figliastro Richard Mason», aveva spiegato Smith. «Oh, santo cielo, avrei dovuto immaginarlo. Vi aspetto verso le undici.» Smith portò con sé Carla Rogers, una giovane agente che era appena entrata a far parte della sua squadra. Appena entrati in casa, videro alcune foto delle gemelle appese sulla parete dell'ingresso. Che splendide bambine, pensò Chris, rattristato dall'idea che i colleghi non fossero riusciti a salvare una delle due. Tom Frawley li condusse nel confortevole tinello adiacente alla cucina, dove sua moglie Grace era seduta in un'ampia poltrona di pelle con i piedi su uno sgabello. Smith le si avvicinò. «Signora Frawley, sono terribilmente spiacente per questa intrusione. So che avete appena perduto una delle vostre nipoti, e che di recente lei ha subito un intervento. Le prometto di non portarle via troppo tempo. Il nostro dipartimento del Connecticut ci ha chiesto di venire qui a farle qualche domanda su suo figlio Richard.» «Sedetevi, prego.» Tom Frawley indicò il divano, poi si lasciò cadere su una sedia accanto alla moglie. «In che genere di guai si è cacciato questa volta?» domandò. «Non so ancora se Richard sia nei guai, signor Frawley. Volevamo parlare con lui, ma mercoledì sera non si è presentato a lavorare all'aeroporto di Newark, e dalla settimana scorsa i vicini non lo hanno più visto.» Grace Frawley aveva gli occhi gonfi. Continuava a portarsi al viso il fazzoletto che stringeva in mano. Smith comprese che stava cercando di
nascondere il tremito delle labbra. «Ci ha detto che tornava a New York», rispose la donna con voce tesa. «Io sono stata operata tre settimane fa; è per questo che il week-end passato Richie è venuto a trovarci. Gli è successo qualcosa? Se al lavoro non si è visto, potrebbe avere avuto un incidente durante il tragitto.» «Sii realistica, Grace.» Il tono di Tom era gentile. «Richie detesta quel lavoro. Sostiene di essere troppo in gamba per portare in giro i bagagli altrui. Non mi sorprenderebbe se d'impulso avesse deciso di andare a Las Vegas o in un posto simile. Lo ha già fatto parecchie volte. Richie sta bene, cara. Hai già abbastanza problemi senza preoccuparti anche per lui.» Il tono dell'uomo era rassicurante, ma a Chris non sfuggì la nota di irritazione sotto le parole confortanti che lui rivolgeva alla moglie, ed era sicuro che anche Carla Rogers l'avesse colta. Dal fascicolo che aveva letto, sembrava che Richard Mason fosse stato per la madre una fonte continua di preoccupazioni. Dopo aver abbandonato la scuola, aveva avuto a che fare con la giustizia quando era ancora minorenne, e in seguito aveva scontato una condanna di cinque anni per una truffa che era costata una fortuna a numerosi investitori... fra cui Franklin Bailey, che vi aveva perso sette milioni di dollari. Grace aveva l'aspetto esausto di chi soffre, fisicamente ed emotivamente. Doveva essere sulla sessantina, calcolò l'agente, ed era una donna attraente, con i capelli grigi e di corporatura snella. Il marito era un tipo piuttosto alto, con le spalle ampie, e più vecchio di qualche anno. «Lei è stata operata tre settimane fa, signora Frawley. Perché Richie ha aspettato tanto per venire a trovarla?» «Ho trascorso due settimane in un centro di riabilitazione.» «Capisco. Quando è arrivato suo figlio, precisamente, e quando è ripartito?» «È arrivato verso le tre della mattina di sabato. Aveva finito il turno all'aeroporto alle tre del pomeriggio, e lo aspettavamo intorno a mezzanotte.» Era stato Tom a rispondere. «Poi però ha chiamato per avvisare che c'era parecchio traffico, e che potevamo andare a dormire lasciandogli la porta aperta. Io ho il sonno leggero, e l'ho sentito entrare. È ripartito martedì mattina verso le dieci, subito dopo che avevamo visto Steve e Margaret in televisione.» «Ha fatto o ricevuto telefonate mentre era qui?» chiese ancora Smith. «Non con il nostro telefono. Ma aveva il cellulare con sé, e qualche volta lo ha usato. Non saprei dire quante.»
«Richie viene spesso a farvi visita, signora Frawley?» chiese Carla Rogers. «È passato a trovarci quando siamo andati da Steve e Margaret, subito dopo il loro trasferimento a Ridgefield. Non lo vedevamo da quasi un anno», rispose Grace, la voce stanca carica di tristezza. «Gli telefono regolarmente; non risponde quasi mai, così gli lascio un messaggio sul cellulare, tanto per fargli sapere che lo pensiamo e che gli vogliamo bene. So che ha avuto dei guai in passato, ma sotto sotto è davvero un bravo ragazzo. Suo papà è morto quando lui aveva solo due anni. Ho sposato Tom tre anni dopo, e nessuno avrebbe potuto essere un padre migliore per Richie. Ma da adolescente mio figlio è incappato nelle compagnie sbagliate, e da allora non si è più rimesso in carreggiata.» «Di che natura sono i suoi rapporti con il fratellastro?» «Non dei migliori», ammise Tom Frawley. «È sempre stato geloso di Steve. Richie avrebbe potuto laurearsi. I suoi voti alle superiori erano oscillanti, ma alla fine era stato accettato alla New York University. È intelligente, molto intelligente, sa, però ha mollato al primo anno e se ne è andato a Las Vegas. È così che ha finito col farsela con una cricca di giocatori e impostori. Come certamente saprete, è stato in prigione per truffa.» «Il nome Franklin Bailey le dice qualcosa, signor Frawley?» «È l'uomo che è stato contattato dai rapitori delle mie nipoti. L'ho visto in televisione. È stato lui a consegnare il denaro.» «È anche una delle vittime della truffa in cui Richie era implicato. Quell'investimento gli è costato sette milioni di dollari.» «Bailey sa di Richie? Voglio dire, che è il fratellastro di Steve?» chiese Frawley, fra l'attonito e il preoccupato. «Ora sì. Per caso il suo figliastro si è incontrato con il signor Bailey quando è venuto a trovarvi a Ridgefield, il mese scorso?» «Non ne ho idea.» «Signor Frawley, lei ha detto che Richie è ripartito martedì mattina alle dieci.» «Infatti. Mezz'ora dopo che Steve e Margaret erano comparsi in televisione con Bailey.» «Richie ha sempre sostenuto di ignorare che la società in cui persuadeva la gente a investire era fasulla. Voi gli avete creduto?» «Io no», rispose Tom. «Quando ce ne parlò, l'operazione sembrava così promettente che ci offrimmo di investire anche noi, ma lui non ce lo permise. Questo è significativo, vero?»
«Tom», protestò la moglie. «Grace, Richie ha pagato il suo debito con la società. Fingere che fosse innocente sarebbe disonesto. Il giorno in cui si prenderà la responsabilità delle proprie azioni, potrà finalmente fare qualcosa di buono nella vita.» «Sappiamo che, prima della truffa, Franklin Bailey era in rapporti di amicizia con lui. È possibile che abbia creduto alla sua buona fede, e che i due si siano rimessi in contatto dopo che Richie è uscito di prigione?» domandò Smith. «Dove vuole arrivare, agente, con tutte queste domande?» chiese pacato Tom Frawley. «Dunque, il suo figliastro è estremamente geloso di Steve, e ha conosciuto vostra nuora prima del fratellastro. Inoltre, ha buone competenze in materia finanziaria, e questo è il motivo per cui è riuscito a ingannare tante persone. Franklin Bailey è divenuto oggetto delle nostre indagini e, durante un controllo su di lui, ci siamo imbattuti in una telefonata che gli è stata fatta dal vostro apparecchio più o meno alle dieci e dieci di martedì mattina.» Le rughe sul viso scabro di Frawley si accentuarono. «Di certo non sono stato io a contattare Bailey.» Guardò la moglie. «Non lo hai fatto neppure tu, vero, Grace?» «Invece sì», replicò lei, decisa. «In televisione avevano dato il suo numero, e l'ho chiamato per ringraziarlo dell'aiuto che aveva offerto a Steve e a Margaret. Quando però è entrata in funzione la segreteria telefonica, non ho lasciato un messaggio.» Guardò l'agente, e nei suoi occhi la sofferenza aveva lasciato il posto alla collera. «Signor Smith, so che voi state cercando di assicurare alla giustizia chi ha rapito le nostri nipoti e ucciso Kathy, ma ora mi ascolti bene. Non mi importa se Richie si è o meno presentato al lavoro all'aeroporto di Newark. Penso che stiate insinuando che c'è qualcosa di losco fra lui e Bailey, qualcosa che ha a che fare con il sequestro. Ma è assolutamente ridicolo, quindi non sprecate il vostro tempo a seguire questa linea di indagine.» Allontanò il poggiapiedi e si alzò, sostenendosi al bracciolo della poltrona. «La mia nipotina è morta. Io sto soffrendo in un modo che va quasi oltre la mia capacità di sopportazione. Uno dei miei figli e sua moglie hanno il cuore spezzato. L'altro mio figlio è un debole, uno sciocco, addirittura un ladro, ma non sarebbe capace di un atto così spregevole come rapire le sue stesse nipoti. La smetta, signor Smith. Dica ai suoi uomini di lasciarci in pace. Non ho dovuto sopportare già abbastanza?»
Con un gesto che tradiva la sua disperazione, levò in alto le mani, quindi ricadde sulla poltrona, e si chinò fino a toccare le ginocchia con il viso. «Fuori!» Tom Frawley esclamò indicando la porta. «Non siete riusciti a salvare mia nipote. Cercate almeno di trovare il suo assassino. Vi sbagliate di grosso se cercate di collegare Richie a quanto è successo, perciò andate a investigare altrove.» Smith ascoltava impassibile. «Signor Frawley, se dovesse sentire il suo figliastro, potrebbe cortesemente riferirgli che abbiamo bisogno di parlargli? Le lascio il mio biglietto da visita.» Fece ai due un cenno di saluto, si girò e, seguito dalla collega, lasciò l'appartamento. Prima di avviare l'auto chiese alla collega: «Che ne pensi?» Carla capì subito che cosa intendeva. «La telefonata a Franklin Bailey... credo che la madre stia cercando di coprirlo.» «Infatti. Richie è arrivato qui solo nelle prime ore di sabato mattina, il che significa che avrebbe avuto modo di partecipare al sequestro. È stato nella casa di Ridgefield un paio di mesi fa, e conosce la disposizione delle stanze. Potrebbe essere andato a trovare la madre per procurarsi un alibi. Forse era uno dei due uomini che hanno ritirato il denaro del riscatto.» «Se ha partecipato al sequestro, allora doveva portare una maschera. Altrimenti, pur avendolo visto di rado, le gemelle avrebbero potuto riconoscerlo.» «Supponiamo che una delle due lo abbia fatto. Forse è questa la ragione per cui l'hanno uccisa. E se la morte di Lucas Wohl non fosse un suicidio?» Rogers fissò il suo superiore. «Non sapevo che a New York e nel Connecticut la pensassero così.» «A New York e nel Connecticut prendono in considerazione tutte le possibilità, e seguono ogni possibile pista. Una bambina di tre anni è morta a dispetto dei loro sforzi per salvarla. Qualcuno, che si fa chiamare il Seduttore, è ancora là fuori da qualche parte, e il sangue di quella creatura innocente è sulle sue mani e su quelle di tutti coloro che hanno preso parte al rapimento. Come ci hanno appena detto i Frawley, Richard Mason potrebbe essere solo un artista della truffa, ma sono convinto che in questo momento la madre lo stia proteggendo.» 50 Dopo le strane parole pronunciate in chiesa, Kelly si richiuse nel silen-
zio. Una volta a casa, salì in camera sua e tornò giù tenendo tra le braccia i due orsacchiotti. Rena Chapman, la vicina che aveva preparato loro la cena parecchie volte e che era stata la destinataria di una delle telefonate del Seduttore, li stava aspettando. «Dovete assolutamente mangiare qualcosa», disse. Aveva apparecchiato il tavolo rotondo in cucina, dove di solito la famiglia faceva colazione. Margaret si sedette prendendo Kelly sulle ginocchia, e Steve e la dottoressa Harris si accomodarono di fronte a lei. Rena posò i vassoi sul tavolo e si accomiatò, rifiutando l'invito a rimanere lì con loro. Uova strapazzate ancora calde, sottili fette di prosciutto, toast e caffè forte li rianimarono. A un certo punto Kelly scivolò a terra. «Mi leggi un libro, mamma?» chiese. «Ci penso io, tesoro», rispose Steve. «Portamene uno.» Margaret attese che la bambina fosse uscita prima di aprire bocca. Sapeva quale sarebbe stata la reazione degli altri, ma doveva dirlo. «Kathy è viva. Lei e Kelly sono in contatto», affermò. «Kelly sta ancora cercando di comunicare con la gemella, e sta anche cominciando a parlarvi della sua esperienza. Aveva paura di quella donna, chiunque fosse. Voleva tornare a casa», replicò la pediatra in tono gentile. «Stava parlando con Kathy», insistette Margaret con decisione. «Io lo so.» «Oh, cara», protestò Steve. «Non distruggerti aggrappandoti alla speranza che Kathy sia viva.» Margaret serrò le dita intorno alla tazza di caffè, ricordando che aveva fatto lo stesso la notte della scomparsa delle gemelle, nel tentativo di riscaldarsi le mani. Capiva ora che la disperazione delle ultime ventiquattr'ore aveva lasciato il posto all'assoluta necessità di rintracciare Kathy... di trovarla prima che fosse troppo tardi. Devo stare attenta, si ammonì. Nessuno mi crederà. Se si convincono che il dolore mi ha fatto impazzire, potrebbero decidere di sedarmi. La pillola che ho preso ieri sera mi ha messo k.o. per ore. Non posso permettere che succeda di nuovo. Devo trovarla. Kelly tornò portando il libro del dottor Seuss che i genitori stavano leggendo alle gemelle prima del rapimento. Steve spinse indietro la sedia e la prese in braccio. «Andiamo a sederci nella poltrona grande nel mio studio, va bene?» «Anche a Kathy piace questo libro», disse la bambina. «Allora faremo finta di leggere anche per lei.» Steve riuscì a pronunciare
quelle parole con voce ferma, benché avesse gli occhi pieni di lacrime. «Oh, papà, è sciocco. Ora sta dormendo; è tutta sola, e quella signora l'ha legata al letto.» «Vuoi dire che la signora ha legato te al letto, vero, Kelly?» chiese subito lui. «No. Mona ci faceva stare in quella grande culla, e non potevamo scendere. Ora Kathy è nel letto», insistette la bambina, accarezzandogli la guancia. «Perché piangi, papà?» «Margaret, prima Kelly tornerà alla routine di sempre, più facile sarà per lei abituarsi all'assenza della gemella», disse più tardi la dottoressa Harris, preparandosi a ripartire. «Credo che Steve abbia ragione. Portarla alla scuola materna sarebbe la cosa migliore.» «A condizione che lui non la perda un attimo di vista.» Margaret aveva paura. «Naturalmente.» Sylvia Harris la strinse in un forte abbraccio. «Devo fare un salto in ospedale a visitare alcuni pazienti, ma sarò di ritorno stasera... se pensa che possa esservi ancora di aiuto.» «Ricorda la volta in cui Kathy si ammalò di polmonite, e quella giovane infermiera stava per darle la penicillina? Dio solo sa che cosa sarebbe successo, se non l'avesse fermata», rispose Margaret. «Vada dai suoi piccoli ammalati, poi torni. Abbiamo bisogno della sua presenza.» «È vero, la prima volta che è stata somministrata a Kathy la penicillina, abbiamo scoperto che era allergica», assentì l'altra. «Ora mi ascolti, Margaret, pianga pure per lei, ma non cerchi motivi di speranza in quello che dice Kelly. Mi creda, è la sua stessa esperienza che la piccola sta rivivendo.» Non cercare di convincerla! tornò ad ammonirsi Margaret. Non ti crede, e neppure Steve. Devo parlare con l'agente Carlson, decise. E subito. Con un'ultima stretta affettuosa, la pediatra si congedò. Sola in casa per la prima volta dopo una settimana, Margaret chiuse gli occhi e inspirò profondamente, quindi andò al telefono e digitò il numero di Walter Carlson. Lui rispose al primo squillo. «Cosa posso fare per lei, signora Frawley?» «Kathy è viva», annunciò la donna e, senza lasciargli il tempo di replicare, continuò: «So che non mi crede, ma è così. Kelly sta comunicando con lei, e ci ha detto che un'ora fa Kathy dormiva legata a un letto.» «Margaret...» «Non cerchi di calmarmi. Si fidi di me. Non basta la parola di quel Wohl per affermare che Kathy è morta. Non avete trovato il corpo. Sapete solo
che lui è salito sull'aereo portando con sé una grossa scatola, e date per scontato che dentro ci fosse mia figlia. Invece, lei deve intensificare le ricerche per trovarla al più presto. Mi ha sentito? La trovi!» Riattaccò con furia, quindi crollò su una sedia, tenendosi la testa tra le mani. C'è qualcosa che mi sfugge, pensò. So che ha a che fare con gli abitini che ho comperato alle gemelle per il loro compleanno. Andrò di sopra e li prenderò in mano, sforzandomi di ricordare. 51 Nelle prime ore del pomeriggio di venerdì gli agenti federali Angus Sommers e Ruthanne Scaturro si recarono al 415 di Walnut Street, a Bronxville, nello stato di New York, dove viveva la prima moglie di Gregg Stanford. In contrasto con le eleganti abitazioni che la circondavano, si trattava di una modesta villetta bianca con le persiane verdi che risaltavano alla luce del sole apparso all'improvviso tra le nuvole. Sommers sapeva per esperienza che tutti, anche chi aveva la coscienza pulita, reagivano nervosamente a una visita dell'FBI. In quel caso, tuttavia, era stata Amy Lindcroft a telefonare per chiedere di incontrarli. La donna rivolse loro un sorriso fugace, esaminò i tesserini di riconoscimento, quindi li invitò a entrare. Sui quarantacinque e leggermente sovrappeso, aveva intelligenti occhi castani e capelli sale e pepe che si arricciavano intorno al viso. Sopra i jeans portava un camice da pittore. Gli agenti la seguirono nel soggiorno arredato con gusto, dove era appeso un magnifico acquarello che raffigurava le rive dell'Hudson. Sommers si avvicinò al quadro per guardarlo meglio. La firma nell'angolo era della padrona di casa. «È molto bello», commentò, sincero. «Mi guadagno da vivere dipingendo; non posso permettermi di non essere brava», fu la noncurante risposta. «Sedetevi, prego. Non vi tratterrò a lungo, ma forse troverete interessante quello che ho da dirvi.» In auto, Angus aveva chiesto alla collega di condurre il colloquio. «Signora Lindcroft, lei vuole informarci di qualcosa che ritiene pertinente al sequestro Frawley?» esordì la Scaturro. «Che potrebbe essere pertinente», sottolineò l'altra. «So che mi giudicherete la tipica donna respinta e piena di rancore, e forse è così, ma Gregg ha fatto del male a molti, quindi non mi importa se le mie affermazioni dovessero danneggiarlo. All'università io ero compagna di stanza di Tina
Olsen, l'erede delle industrie farmaceutiche, e venivo spesso invitata nelle varie residenze di famiglia. In seguito, mi sono resa conto che lui mi sposò per potersi intrufolare in quell'ambiente. E ci riuscì; ha sempre saputo vendersi bene. Nei primi tempi del nostro matrimonio lavorava per una piccola società di investimenti. Fece di tutto per ingraziarsi il signor Olsen, che alla fine gli propose di entrare nel suo staff. A poco a poco Gregg riuscì a farsi strada fino a diventare il suo braccio destro. A quel punto, lui e Tina annunciarono di essere innamorati. Dopo dieci anni di matrimonio ero finalmente rimasta incinta, ma a causa dello choc provato nello scoprire l'inganno di mio marito e della mia migliore amica, abortii. Per arrestare l'emorragia dovettero sottopormi all'isterectomia.» Altro che rancore, pensò Angus osservando lo sguardo triste di Amy. «Poi Gregg sposò Tina Olsen.» La voce della Scaturro era piena di comprensione. «Sì. Il matrimonio durò sei anni, fino a quando Tina scoprì che la tradiva e si liberò di lui. Inutile dire che il suocero lo licenziò. Capirete che... Gregg è semplicemente incapace di essere fedele a una donna.» «Che cosa sta cercando di dirci, signora Lindcroft?» chiese Sommers. «Circa sei anni e mezzo fa, dopo che lui si era sposato per la terza volta, Tina mi telefonò. Non si aspettava che io la perdonassi, ma voleva comunque chiedermi scusa. Mi raccontò che non erano state solo le infedeltà a indurla a lasciare Gregg; suo padre aveva scoperto che addebitava alla società spese inesistenti. Il signor Olsen le aveva pagate di tasca propria per evitare uno scandalo. Tina aggiunse che forse mi avrebbe fatto piacere sapere che, con la sua nuova moglie, Millicent Alwin Parker Huff, Gregg aveva fatto il passo più lungo della gamba. Millicent era una dura, e si diceva che gli avesse fatto firmare un contratto prematrimoniale in base al quale, se il matrimonio non fosse durato almeno sette anni, lui non avrebbe ottenuto neppure un dollaro.» Amy sorrise senza allegria. «Ieri sera, dopo aver visto la sua intervista in televisione, Tina mi ha chiamato di nuovo. Sostiene che Gregg stia cercando con tutte le sue forze di fare colpo sulla moglie. Il contratto prematrimoniale scade fra poche settimane, e ultimamente Millicent passa molto tempo da sola in Europa. L'ultimo marito che lei ha liquidato non ha capito quello che stava succedendo fino alla sera in cui è tornato nel loro appartamento sulla Quinta Avenue, e il portiere gli ha comunicato che non era più gradito.» «Sta dicendo che Gregg avrebbe ideato il rapimento perché teme che la
moglie lo pianti senza un soldo? Non è un'ipotesi un po' troppo azzardata, signora Lindcroft?» «Lo sarebbe se non ci fosse un altro elemento.» Pur addestrati a mantenersi impassibili, quell'elemento in più che Amy Lindcroft riferì con una buona dose di malizia fece comparire un'espressione esterrefatta sul volto dei due agenti federali. 52 Margaret sedeva sul letto delle gemelle, con in grembo gli abitini blu che aveva comperato per il loro compleanno. Si sforzò di allontanare i ricordi di appena una settimana prima, quando le aveva vestite per la festa. Quel giorno Steve era rientrato presto dal lavoro, e le piccole erano così eccitate che lui aveva dovuto tenere Kelly sulle ginocchia mentre lei allacciava i bottoni a Kathy. Le due bambine ridacchiavano e parlavano, sembrava proprio che le loro menti potessero entrare in contatto. Ecco perché so che Kathy è viva, pensò Margaret. È stata lei a dire a Kelly che vuole tornare a casa. Il pensiero di Kathy spaventata e legata a un letto le faceva venir voglia di urlare per la rabbia e la paura. Dove posso cercarla? si chiese angosciata. Da dove posso cominciare? E i vestiti? C'è qualcosa che devo ricordare. Ma che cosa? Passò la mano sul morbido velluto ricordando che, benché fossero in saldo, erano costati più di quanto lei potesse permettersi. Continuavo a passare in rassegna gli scaffali, rammentò, ma tornavo sempre a questi. La commessa mi ha detto qual era il loro prezzo da Bergdorf. Poi ha aggiunto che era buffo che io fossi andata lì, perché aveva appena servito un'altra donna che faceva acquisti per due gemelli. Margaret ebbe un sussulto. Ecco che cosa stavo cercando di ricordare. Il negozio. La commessa. Aveva appena venduto dei capi per gemelli di tre anni a una donna che non sapeva neppure quale taglia portassero. Si alzò, lasciando che i vestitini scivolassero a terra. Probabilmente, si disse, è solo una coincidenza. D'altro canto, se il rapimento era stato pianificato, sarebbe stato ovvio procurarsi alcuni indumenti con cui sostituire i pigiami. Devo parlare con quella commessa. Quando scese al pianterreno, Steve era appena rientrato con Kelly dalla scuola materna. «I suoi amici erano così felici di vederla», esclamò lui con voce falsamente allegra. «Non è vero, tesoro?» Senza rispondere, Kelly gli lasciò andare la mano e si tolse la giacca. Poi cominciò a bisbigliare piano.
Margaret guardò il marito. «Sta parlando con Kathy.» «Sta cercando di parlare con Kathy», la corresse lui. Lei tese la mano. «Dammi le chiavi della macchina, Steve.» «Cara...» «So quello che faccio. Tu resta qui con Kelly. Non lasciarla neppure per un momento. E prendi nota di tutto quello che dirà. Per favore.» «Dove vai?» «Non lontano. Solo al negozio dove ho comperato i vestiti per la loro festa. Devo parlare con la commessa che mi ha servito.» «Perché n