CHUCK PALAHNIUK INVISIBLE MONSTERS (Invisible Monsters, 1999) A Geoff, che ha detto: «Questo è come si rubano medicinali...
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CHUCK PALAHNIUK INVISIBLE MONSTERS (Invisible Monsters, 1999) A Geoff, che ha detto: «Questo è come si rubano medicinali». E a Ina, che ha detto: «Questa è matita per labbra». E a Janet, che ha detto: «Questa è seta georgette». E al mio editor Patricia, che continuava a dire: «Questo non è abbastanza buono». 1 Ecco dove dovresti essere, a un grande ricevimento di nozze in una enorme villa di West Hills, composizioni floreali e funghi farciti sparsi per tutta la casa. Questa si chiama ambientazione di scena: dove ci sono tutti, chi è vivo, chi è morto. Questo è il grande momento di Evie Cottrell al suo ricevimento nuziale. Evie è in piedi a metà della grande scalinata nell'atrio della villa, nuda dentro quel che rimane del suo vestito da sposa, col fucile ancora in mano. Quanto a me, io sono in piedi, ma solo fisicamente, in fondo alle scale. La mia mente chissà dov'è. Nessuno è ancora morto del tutto; diciamo soltanto che le lancette corrono. Non che qualcuno in questo enorme dramma sia veramente una persona viva e reale. Puoi scoprire tutto dello sguardo di Evie Cottrell in qualche pubblicità televisiva per uno shampoo organico, solo che adesso il vestito da sposa di Evie è bruciato fino ai fili metallici che orbitano attorno ai suoi fianchi, scheletro della gonna del vestito di nozze, e fino ai piccoli fili di ferro di tutti i fiori di seta che c'erano nei suoi capelli. E i capelli biondi di Evie, i suoi grandi capelli, tirati su, pettinati all'indietro, arcobaleno di ogni possibile variazione di biondo, gonfiati dalla lacca, be', anche i ca pelli di Evie sono bruciati. L'unico altro personaggio qui è Brandy Alexander, che è distesa, colpita da un colpo di fucile, ai piedi della scalinata, e sanguina a morte. Mi dico che forse lo zampillo di rosso che sgorga a fiotti dal foro della pallottola che ha colpito Brandy non è sangue, ma piuttosto uno strumento sociopolitico. Il fatto di essere clonati da quelle pubblicità per shampoo, be', vale tanto per me quanto per Brandy Alexander. Sparare a una qualun-
que persona presente in questa stanza sarebbe l'equivalente morale di uccidere un'automobile, un aspirapolvere, una Barbie. Cancellare un disco del computer. Bruciare un libro. Probabilmente questo vale per qualsiasi omicidio al mondo. Siamo tutti dei prodotti. Brandy Alexander, la suprema regina a gambo lungo delle party girls di prima scelta, Brandy e le sue interiora che si riversano da un foro di proiettile nella fantastica giacca del suo abito. L'abito è un Bob Mackie bianco che Brandy ha comprato in svendita a Seattle con una gonna strettissima che le comprime il culo a perfetta forma di cuore. Non crederesti mai quanto costa quest'abito. Il ricarico è di circa un trilione per cento. La giacca ha una piccola falda a peplo e grandi baveri e spalle. Il taglio a un petto è simmetrico tranne per il foro da cui scorre il sangue. Poi Evie comincia a singhiozzare, lì in piedi a metà scalinata. Evie, quel virus mortale del momento. Per noi è il segnale di rivolgere lo sguardo alla povera Evie, povera triste Evie, senza capelli e con niente indosso, se non cenere e la gabbia di fili metallici della sua gonna bruciata. Poi Evie lascia cadere il fucile. Con la faccia sporca nelle sue mani sporche, Evie si siede e comincia a ue-ue, come se piangere risolvesse qualcosa. Il fucile carico, calibro 30 e passa, cade giù dalle scale, scivola sul pavimento in mezzo all'atrio, e ruotando punta su di me, punta su Brandy, punta su Evie, che piange. Non è che io sia una specie di animale da laboratorio, distaccato, ammaestrato a ignorare la violenza, ma d'istinto il mio primo pensiero è che forse siamo ancora in tempo a passare del bicarbonato sulle macchie di sangue. Finora la maggior parte della mia vita adulta è trascorsa con me in piedi in qualche studio per un sacco di dollari all'ora, con addosso vestiti e scarpe, i capelli acconciati e qualche famoso fotografo di moda che mi dice che sentimenti provare. Lui che grida: Dammi lussuria, piccola. Flash. Dammi malizia. Flash. Dammi ennui esistenzialista distaccato. Flash Dammi intellettualismo rampante come meccanismo protettivo. Flash Probabilmente è lo choc di vedere la mia peggiore nemica che spara al-
l'altra mia peggiore nemica. Boom, è una situazione in cui la vittoria è assicurata. Questo, oltre al fatto di frequentare Brandy, ha sviluppato in me un grande talento per il dramma. Quando metto un fazzoletto sotto il mio velo per respirarci dentro, do l'impressione di piangere, ma è solo un'impressione. Per filtrare l'aria, perché quasi non si riesce a respirare per tutto il fumo che c'è, dato che la grande villa di Evie ci sta bruciando attorno. lo, inginocchiata accanto a Brandy, potrei frugarmi dentro il vestito e trovare Darvon e Demerol e Darvocet 100. Per tutti questo è il segnale per volgere lo sguardo su di me. La mia tunica è una stampa della Sindone di Torino comprata in svendita, marrone e bianca, drappeggiata e tagliata in modo che i brillanti bottoni rossi si abbottonino attraverso le stimmate. Poi ho addosso metri e metri di velo nero di organza avvolto attorno al viso e borchiato con piccole stelle di cristallo austriaco tagliate a mano. Non si riesce a capire che aspetto abbia il mio viso, ma questo è lo scopo. Il look è elegante e sacrilego, e mi fa sentire sacra e immorale. Haute couture che diventa très haute. Il fuoco si propaga giù dalla carta da parati dell'atrio. Quanto a me, sono stata io ad appiccare il fuoco per arricchire la scena. Gli effetti speciali possono fare molto per dare tono a un'atmosfera, e poi non è che questa sia una vera casa. Quella che sta bruciando è la ricostruzione di una finta casa d'epoca, imitazione di una copia di una copia di una finta villa in stile Tudor. Dista un centinaio di generazioni dall'originale, ma del resto come tutti noi, non è vero? Poco prima che Evie venisse giù dalle scale urlando e sparasse a Brandy Alexander, quello che ho fatto è stato spargere circa un gallone di Chanel N° 5 e di buttarci sopra un biglietto di invito al matrimonio in fiamme, e boom, ecco che sto riciclando. È strano, ma anche quando pensi al più grande tragico incendio, in fondo non è che una reazione chimica intensa. L'ossidazione di Giovanna d'Arco. Ancora ruotando per terra, il fucile punta su me, punta su Brandy. Un'altra cosa è che non importa quanto tu possa amare una persona: ti tirerai indietro quando il suo sangue ti scorre troppo vicino. A parte questo dramma sublime, è una bellissima giornata. Questa è una calda giornata assolata, e la porta di ingresso è aperta sul portico e sul prato all'esterno. Il fuoco al piano di sopra attira nell'atrio il caldo odore dell'erba appena falciata, e puoi sentire tutti gli invitati all'esterno. Tutti gli ospiti, loro hanno preso i regali che volevano, i cristalli e
l'argento, e sono andati ad aspettare sul prato che i pompieri e gli infermieri facessero il loro ingresso. Brandy, lei apre una della sue enormi mani inanellate e tocca il foro da dove il suo sangue sgorga irrorando il pavimento di marmo. Brandy, lei dice: «Merda, il Bon Marche non si riprenderà mai indietro questo vestito». Evie solleva il viso dalle sue mani, il suo viso un pastrocchio di cenere e muco e lacrime, e grida: «Detesto che la mia vita sia così noiosa!». Evie grida giù a Brandy Alexander: «All'inferno tienimi occupato un tavolo vicino alla finestra!». Lacrime tracciano linee pulite giù lungo le guance di Evie, che urla: «Amica! Devi rispondermi!». Come se questo non fosse già dramma, dramma, dramma, Brandy guarda verso di me, inginocchiata accanto a lei. Gli occhi color melanzana di Brandy dilatati a fiore sbocciato, dice: «Brandy Alexander adesso morirà?». Evie, Brandy e io, tutto questo solo una battaglia di potere per conquistare i riflettori. Ognuna di noi solo per essere, io, io, io per prima. L'assassino, la vittima, il testimone, ciascuno di noi pensa che il proprio ruolo sia quello del protagonista. Probabilmente questo vale per ogni persona al mondo. È tutto specchio, specchio delle mie brame, perché la bellezza è potere, proprio come il denaro è potere proprio come una pistola è potere. Ormai, quando sul giornale vedo la foto di una ventenne che è stata rapita e sodomizzata e derubata e poi uccisa e accanto c'è una foto tutta pagina di lei giovane e sorridente, invece di pensare che questo sia un crimine grande e triste, la mia reazione istintiva è, wow, sarebbe una gran fica se non avesse quel nasone. La mia seconda reazione è che è meglio che io abbia pronto qualche bel primo piano di me nel caso venga rapita e sodomizzata a morte. La mia terza reazione è, be', almeno così si riduce la competizione. Come se non bastasse, l'idratante che uso è una sospensione di solidi fetali inerti in olio minerale idrogenato. Quello che voglio dire è che, per essere sincera, la mia vita è tutta incentrata su di me. Voglio dire, a meno che il tassametro non corra e un fotografo non stia gridando: Dammi empatia. Poi il flash stroboscopico. Dammi compassione.
Flash. Dammi onestà brutale. Flash. «Non lasciarmi morire qui su questo pavimento» dice Brandy, e le sue grandi mani si attaccano a me. «I miei capelli» dice, «i miei capelli saranno appiattiti dietro.» Voglio dire, lo so che Brandy probabilmente morirà, ma non riesco proprio a immedesimarmi. Evie piagnucola ancora più forte. Come se non bastasse, le sirene dei pompieri là fuori mi stanno incoronando regina del Regno di Emicrania. Il fucile sta ancora ruotando sul pavimento, ma sempre più lentamente. Brandy dice: «Non è così che Brandy Alexander voleva che andasse la sua vita. Tanto per cominciare doveva essere famosa. Sai, prima che morisse doveva passare in tv durante l'intervallo del Superbowl, nuda mentre beveva una Diet Cola in slow motion». Il fucile smette di ruotare e punta su nessuno. A Evie che piange, Brandy urla: «Zitta!». «Stai zitta tu» Evie le urla di rimando. Dietro di lei, il fuoco si sta mangiando tutto lungo il tappeto della scalinata. Le sirene, puoi sentirle che vagano e strillano in tutto West Hills. La gente si fa a pezzi per chiamare il 911 ed essere il grande eroe. Nessuno sembra pronto per l'imponente troupe televisiva che deve arrivare da un momento all'altro. «Questa è la tua ultima possibilità, dolcezza» dice Brandy, e il suo sangue sgorga dappertutto. Dice: «Mi ami?». È proprio quando la gente fa domande del genere che perdi la luce dei riflettori. È così che poi ti ingabbiano in un ruolo di comparsa. Ancora più grande di questa casa che va a fuoco è questa mia immensa aspettativa di pronunciare le tre parole più trite che puoi trovare in ogni sceneggiatura. Bastano a farmi sentire come se mi stessi facendo un ditalino. Ma non sono altro che parole. Senza alcun potere. Vocaboli. Dialogo. «Dimmi» dice Brandy. «Mi ami? Mi ami davvero?» Questo è il modo eccessivo in cui Brandy ha recitato per tutta la sua esistenza. Il continuo teatro non-stop dal vivo di Brandy Alexander, ma sempre meno dal vivo ogni momento che passa. Tanto per fare un po' di scena, prendo la mano di Brandy nella mia. Questo è un bel gesto, ma poi sono spaventata da tutto il rischio delle pato-
logie trasmesse dal sangue, e poi, boom, il soffitto nella camera da pranzo crolla giù e scintille e tizzoni volano verso di noi dalla porta della camera da pranzo. «Anche se non riesci ad amarmi raccontami almeno la mia vita» dice Brandy. «Una ragazza non può morire senza che tutta la propria vita le scorra davanti agli occhi.» Quasi nessuno riesce a soddisfare i propri bisogni emotivi. È qui che il fuoco comincia a mangiare il tappeto della scalinata fino al culo nudo di Evie, ed Evie si alza in piedi di scatto gridando e corre giù dalle scale con i suoi tacchi a spillo bianchi tutti bruciati. Nuda e senza capelli, vestita di fili metallici e cenere, Evie Cottrell corre fuori della porta di casa verso una platea più numerosa, i suoi invitati di nozze, l'argenteria e il cristallo e i pompieri in arrivo. Questo è il mondo in cui viviamo. Le condizioni cambiano e noi mutiamo con loro. Ecco, questo è tutto su Brandy, presentato da me, con un cameo di Evelyn Cottrell e del mortale virus dell'AIDS. Brandy, Brandy, Brandy. Povera triste Brandy distesa pancia all'aria, Brandy tocca il foro che versa la sua vita sul pavimento di marmo e dice: «Per favore. Raccontami la mia vita. Raccontami come siamo arrivate fin qua». E così io, io sono qui a ingoiare fumo solo per documentare questo momento di Brandy Alexander. Dammi attenzione. Flash. Dammi adorazione. Flash. Dammi tregua. Flash. 2 Non vi aspettate che questa sia una di quelle storie che fanno: e poi, e poi, e poi. Quello che succede qui avrà più un sapore da fashion magazine, un caos stile «Vogue» o «Glamour», con una pagina numerata ogni due o cinque o tre. Pagine con cartoncini profumati, e donne nude che spuntano chissà da dove per vendervi cosmetici. Non cercate un indice, seppellito, come nelle riviste, venti pagine dopo la copertina. Non vi aspettate di trovare subito qualcosa. Non c'è nemmeno
una struttura organizzata. Cominceranno delle storie e poi, dopo tre paragrafi: Vai a pagina tale. Poi, torna indietro. Saranno diecimila stili distinti che, mescolati e abbinati, forse daranno vita a cinque abbigliamenti raffinati. Un milione di accessori trendy, sciarpe e cinture, scarpe e cappelli e guanti, e nemmeno un vestito vero e proprio da abbinarci. E davvero, ma davvero, devi abituarti a quella sensazione, qui in autostrada, al lavoro, nel tuo matrimonio. Questo è il mondo in cui viviamo. Limitati a seguire le indicazioni. Vai indietro di vent'anni alla casa bianca dove sono cresciuta, mio padre che con la super8 gira filmini di me e mio fratello mentre corriamo nel giardino. Torna al presente, ai sera, con i miei genitori seduti su sedie da giardino, mentre guardano quegli stessi filmini in super8 proiettati sulla stessa parete bianca della stessa casa bianca, vent'anni più tardi. La casa la stessa, il giardino lo stesso, le finestre proiettate nei filmini perfettamente in riga con le finestre vere, l'erbetta del filmino allineata con l'erba vera, e mio fratello filmato e io che siamo marmocchi e che corriamo dappertutto, scatenati dalla presenza della cinepresa. Vai al mio fratellone che è tutto triste e morto per la grande piaga dell'AlDS. Torna a me cresciuta e innamorata di un investigatore della polizia e trasferita per diventare una famosa supermodella. Ricorda solo, proprio come una spettacolare rivista «Vogue», ricorda che sebbene tu segua le istruzioni alla lettera: Continua a pagina tale. Non importa con quanto scrupolo seguirai le indicazioni: avrai sempre l'impressione di aver perso qualcosa, la sensazione sprofondata sotto la tua pelle di non aver vissuto tutto. C'è quel sentimento di caduta nel cuore, per essere andato troppo in fretta nei momenti in cui avresti dovuto fare attenzione. Be', abituati a quella sensazione. È così che un giorno sentirai tutta la tua
vita. È solo questione di abitudine. Niente di tutto ciò ha importanza. Ci stiamo solo scaldando. Salta al qui e ora, Brandy Alexander sta sanguinando a morte sul pavimento con me in ginocchio accanto a lei, che racconto questa storia prima che entrino in scena i gli infermieri. Torna indietro di appena qualche giorno al salotto di una ricca casa a Vancouver, British Columbia. La stanza è rivestita della dura dolcezza rococò dei pannelli di mogano intagliato, con battiscopa e pavimentazione di marmo e un camino di marmo con delle specie di fregi. Nelle case ricche dove vive gente anziana, tutto è proprio come te lo aspetti. I gigli rossi nei vasi smaltati sono veri, non di seta. I drappi color crema sono di seta, non di cotone. Il mogano non è pino verniciato a mo' di mogano. Non ci sono candelabri di vetro pressato a simulare il cristallo. Il cuoio non è vinile. Tutto intorno a noi ci sono questi salottini sedia-divano-sedia Luigi XIV. Davanti a noi ancora un'altra innocente agente immobiliare, e la mano di Brandy si fa avanti: il suo polso spesso con ossa e vene, la catena montuosa delle sue nocche, le sue dita appassite, i suoi anelli nell'alone rosso e verde del taglio marquise, le sue unghie di porcellana laccate di rosa brillante, dice: «Incantata, scommetto». Se devi cominciare con un dettaglio in particolare, bisogna per forza che siano le mani di Brandy. Ornate di anelli per renderle ancora più grandi, le mani di Brandy sono enormi. Ornate di anelli, come se potessero essere più ovvie, le mani sono l'unica parte di Brandy Alexander che i chirurghi non hanno potuto cambiare. Quindi Brandy non prova nemmeno a nascondere le sue mani. Siamo stati in troppe case di questo tipo perché io le possa contare, e l'agente che incontriamo sorride sempre. Questa ha addosso l'uniforme standard, il vestito blu marina con la sciarpa rossa, bianca e blu attorno al collo. Le scarpe blu col tacco ai piedi, e la borsa blu appesa alla curva del suo gomito. L'agente immobiliare sposta lo sguardo dalla grande mano di Brandy Alexander al signor Alfa Romeo in piedi accanto a Brandy, e i potenti occhi blu di Alfa si fermano; quegli occhi azzurri che non vedi mai chiudersi o guardare altrove, dentro quegli occhi c'è il bambino o il mazzo di fiori, belli o vulnerabili, che trasformano un bell'uomo in qualcuno fidato da
amare. Alfa è solo l'ultimo di una sfilza lunga un anno di uomini fissati con Brandy, e ogni donna intelligente sa che un bell'uomo è il suo miglior accessorio di moda. Nella stessa maniera in cui presenteresti un nuovo modello di automobile o un tostapane, la mano di Brandy disegna nell'aria una linea che va dal suo sorriso e dalle sue grandi tette fino ad Alfa. «Posso presentare» dice Brandy «il signor Alfa Romeo, consorte maschile professionista della Principessa Brandy Alexander.» Allo stesso modo, la mano di Brandy si muove dalle sue ciglia palpitanti e dai suoi capelli abbondanti verso di me lungo una linea invisibile. Tutto ciò che l'agente immobiliare riuscirà a vedere di me sono i miei veli, mussola e velluto, marrone e rosso, tulle intessuto di fili d'argento, strati così fitti che dentro pensi non ci sia nessuno. Non c'è niente da vedere di me, perciò quasi nessuno lo fa. È uno sguardo che dice: Grazie di non farmi partecipe. «Posso presentare» dice Brandy «la signorina Kay MacIsaac, segretaria personale della Principessa Brandy Alexander.» L'agente immobiliare, nel suo vestito blu con i bottoni di ottone Chanel e la sciarpa attorno al collo per nascondere la pelle cadente, sorride ad Alfa. Quando nessuno guarderà verso di te, potrai fissare il buco dentro di loro. Notare minuziosamente tutti i piccoli dettagli che non potresti osservare abbastanza a lungo se solo si degnassero di restituire il tuo sguardo, questa, questa è la tua vendetta. Attraverso i miei veli, l'agente immobiliare brilla rossa e dorata, sfocata ai bordi. «La signorina MacIsaac» dice Brandy, la grande mano aperta verso di me, «la signorina MacIsaac è muta e non può parlare.» L'agente immobiliare con il rossetto sui denti e la cipria coprente stratificata nelle crepe sotto gli occhi, i suoi denti prêt-à-porter e la parrucca lavabile in lavatrice, sorride a Brandy Alexander. «E questa...» la grande mano inanellata di Brandy si raggomitola fino a toccare le tette torpedo di Brandy. «Questa...» la mano di Brandy si avvolge a toccare le perle alla gola. «Questa...» l'enorme mano si leva a toccare le ciocche fluttuanti di capelli castano chiaro. «E questa...» la mano tocca le labbra abbondanti e umide. «Questa» dice Brandy «è la Principessa Brandy Alexander.» L'agente immobiliare si prostra in una via di mezzo tra un inchino e una genuflessione davanti all'altare. Si inginocchia. «È un tale onore» dice.
«Sono sicura che questa sia la casa per lei. Questa è una casa che si può solo amare.» Da stronza di ghiaccio quale sa essere, Brandy si limita ad annuire e si volta verso l'atrio da dove siamo entrate. «Sua altezza e la signorina MacIsaac» dice Alfa «desidererebbero girare la casa da sole, mentre io e lei discutiamo i dettagli...» le piccole mani di Alfa svolazzano verso l'alto per spiegare, «... il trasferimento di valuta... il cambio da lire a dollari canadesi.» «Loonies» dice l'agente immobiliare. Brandy e io e Alfa ci congeliamo all'istante. Forse questa donna ci ha capito. Forse dopo tutti i mesi che siamo stati in giro e le dozzine di grandi ville che abbiamo ripassato, forse alla fine qualcuno ha scoperto il nostro trucco. «Loonies» dice di nuovo la donna. Si inginocchia nuovamente. «Chiamiamo i nostri dollari loonies» dice infilando una mano nella sua borsa blu. «Vi mostro. C'è il ritratto di un uccello sui soldi» dice. «È una gavia.» Brandy e io, noi ridiventiamo ghiaccioli e cominciamo ad allontanarci tornando verso l'ingresso principale. Passando attraverso i salottini sediadivano-sedia, oltre il marmo cesellato. Le nostre ombre si imbrattano, si offuscano, e si contorcono dietro una vita di fumo di sigaro sui pannelli di mogano. All'entrata, seguo la Principessa Brandy Alexander mentre la voce di Alfa riempie l'attenzione vestita di blu dell'agente immobiliare con domande sull'angolazione del sole al mattino nella sala da pranzo, e se l'amministrazione provinciale autorizzerà un eliporto personale dietro la piscina. Procedendo verso le scale, ecco la schiena squisita della Principessa Brandy, una giacca di volpe argentata posata sulle spalle di Brandy e metri di una sciarpa di broccato di seta legata attorno alla fluttuante chioma ramata di Brandy Alexander. La voce della regina suprema e l'ombra di Air du Temps sono il treno invisibile dietro a tutto quello che è il mondo di Brandy Alexander. Gli ondeggianti capelli ramati raccolti dentro la sciarpa di broccato di seta mi ricordano un muffin alla crusca. Un grande bignè alla ciliegia. Una nuvola a fungo castano-fragola che si solleva sopra un atollo del Pacifico. Questi piedi principeschi sono imprigionati in due sorte di trappole reggi-gambe oro lamé con piccole cinghie e catene d'oro. Questi sono i piedi d'oro, intrappolati, sopraelevati su tacchi a spillo, che salgono il primo dei circa trecento scalini dall'ingresso fino al secondo piano. Poi lei sale il gra-
dino successivo, e poi il seguente, finché non è tutta abbastanza alta sopra di me da rischiare di voltarsi a guardare dietro. Solo allora girerà tutto il bignè alla fragola che è la sua testa. Quelle grandi torpedo, le tette sagomate di Brandy Alexander, la muta bellezza di quella bocca professionale in pieno viso. «La proprietaria di questa casa» dice Brandy «è molto anziana e integra i suoi ormoni, e vive ancora qui.» Il tappeto è così spesso sotto i miei piedi che potrei arrampicarmi sulla sporcizia sparsa. Un passo dopo l'altro, sciolta e fluttuante e instabile. Noi, Brandy e Alfa e io, abbiamo parlato così a lungo l'inglese come se fosse una seconda lingua, che ci siamo dimenticati che invece è la nostra prima. Io non ho una lingua madre. Ci troviamo faccia a faccia con le gemme sporche di un lampadario scuro. Dall'altro lato del passamano, il grigio pavimento di marmo dell'ingresso ci appare come se fossimo salite per una scalinata attraverso le nuvole. Passo dopo passo. Lontano, le esigenti richieste di Alfa passano alle cantine per il vino, ai canili per i lupi russi da caccia. La costante richiesta d'attenzione di Alfa all'agente immobiliare è lieve come uno show radiofonico che rimbalza indietro dallo spazio. «... è facile che la Principessa Brandy Alexander» le parole calde, oscure di Alfa fluttuano verso l'alto «si spogli dei suoi vestiti e si metta a urlare come i cavalli selvaggi persino nei ristoranti più affollati...» La voce della regina suprema e l'ombra di L'Air du Temps dice: «Prossima casa» le sue labbra Plumbago pronunciano, «il muto sarà Alfa». «... i tuoi seni» Alfa sta dicendo all'agente immobiliare, «hai le tette di una ragazzina...» Tra noi non rimane nemmeno una lingua madre. Ora vai a noi che siamo di sopra. Vai a ora che tutto è possibile. Dopo che l'agente immobiliare è imprigionata dagli occhi blu del signor Alfa Romeo, vai a dove inizia l'imbroglio vero e proprio. La camera da letto principale è sempre in fondo al corridoio in direzione della vista migliore. Questa camera da bagno è rivestita di specchi rosa, ogni parete, persino il soffitto. La Principessa Brandy e io siamo dovunque, riflesse su ogni superficie. Si può vedere Brandy seduta sul mobiletto rosa a lato del lavabo per il trucco, io seduta dall'altra parte del lavandino. Una di noi è seduta accanto a tutti i lavandini in tutti gli specchi. Ci sono proprio troppe Brandy Alexander per poterle contare, e sono tutte il mio
capo. Aprono tutte le loro bianche pochette di vitello, e centinaia di quelle grandi mani inanellate di Brandy Alexander tirano fuori nuovi numeri del «Physicians' Desk Reference» con la copertina rossa, grandi come una Bibbia. Da tutta la stanza mi guardano tutte le sue centinaia di occhi ombretto Burning Blueberry. «Conosci il rituale» comandano tutte le sue bocche Plumbago. Quelle mani enormi cominciano ad aprire cassetti e sportelli di armadietti. «Ricordati dove prendi ogni cosa, e rimettila esattamente dove l'hai trovata» dicono le bocche. «Prima le medicine, poi passiamo ai cosmetici. Ora comincia a cercare.» Prendo la prima boccetta. È Valium, e tengo la boccetta in modo che le centinaia di Brandy possano leggere l'etichetta. «Prendi quanto basta perché non se ne accorgano» dice Brandy, «poi passa alla prossima boccetta.» Scuoto un po' delle piccole pillole blu nella tasca della mia borsetta con gli altri Valium. La prossima boccetta che trovo è quella del Darvon. «Cara, in bocca queste sono come il paradiso» tutte le Brandy guardano in su per osservare la boccetta che ho in mano. «Non sarà pericoloso prenderne troppe?» La data di scadenza sull'etichetta dice tra un mese, e la boccetta è quasi piena. Calcolo che ne possiamo prendere circa la metà. «Ecco» una grande mano inanellata viene verso di me da ogni direzione. Cento grandi mani verso di me, palmo in su. «Danne due a Brandy. La principessa ha di nuovo male nella parte bassa della schiena.» Tiro fuori dieci capsule, e cento mani gettano migliaia di tranquillanti sotto il tappeto rosso delle lingue di quelle bocche Plumbago. Un carico da suicidio di Darvon scivola giù negli scuri continenti interni che compongono il mondo di Brandy Alexander. Dentro la prossima boccetta ci sono delle piccole capsule ovali di Premarin 2.5. Abbreviazione per Pregnant Mare Urin. Abbreviazione di migliaia di cavalle infelici in Nord Dakota e Canada centrale, obbligate a vivere in stalle sovraffollate con un catetere ficcato dentro per raccogliere ogni goccia di urina, e fatte uscire solo per essere fottute di nuovo. È divertente che ciò descriva abbastanza precisamente una buona lunga degenza in ospedale, ma questa è solo la mia esperienza. «Non mi guardare in quel modo» dice Brandy. «Se anche non prendo
quelle pillole nessuno di quei puledri tornerà dall'aldilà.» Nella boccetta successiva ci sono delle tavolette tonde color pesca di Aldactone 100. La nostra padrona di casa deve essere in astinenza da ormoni femminili. Analgesici ed estrogeno sono praticamente le uniche categorie alimentari di Brandy, e dice: «Dammi, dammi, dammi». Spizzica qualche piccola Estinyl rivestita di rosa. Ingoia un po' delle tavolette turchesi Estrace. Mentre utilizza come crema per le mani un po' di Premarin vaginale dice: «Signorina Kay?» dice. «Non riesco a chiudere la mano a pugno, dolcezza. Pensi che magari riesci a finire tutto senza di me mentre io mi sdraio?» Le centinaia dei miei cloni negli specchi rosa del bagno, noi controlliamo i cosmetici mentre la Principessa va ad appisolarsi come una gatta nel vecchio letto a baldacchino rosa, gloria della camera da letto. Trovo Darvocet e Percodan e Compazine, Nembutal e Percocet. Estrogeni orali. Anti-androgeni. Progeston. Cerotti di estrogeno transdermale. Non trovo nessuno dei colori di Brandy, nessuna cipria Rusty Rose. Nessun ombretto Burning Blueberry. Trovo un vibratore con delle batterie scariche e gonfie e che perdono acido all'interno. Deduco che la proprietaria di questa casa sia una donna anziana. Donne anziane ignorate e invecchiate e narcotizzate, ogni minuto più vecchie e più invisibili al mondo, non devono usare molto trucco. Né uscire per andare in posti divertenti. Né ballare a una festa. Il mio alito è caldo e acido dentro i miei veli, dentro gli umidi strati di seta e tulle e cotone georgette che tiro su per la prima volta in tutta la giornata; e negli specchi guardo al riflesso rosa di ciò che rimane della mia faccia. Specchio, specchio delle mie brame chi è la più bella del reame? La strega cattiva è stata stupida a fare il gioco di Biancaneve. C'è un'età in cui una donna deve passare a un altro tipo di potere. Il denaro, per esempio. O una pistola. Sto vivendo la vita che amo, mi dico, e amando la vita che vivo. Mi dico: me lo merito. Questo è esattamente ciò che volevo. 3 Pino a che non ho incontrato Brandy, tutto quello che volevo era che qualcuno mi domandasse cosa fosse capitato alla mia faccia. «L'hanno mangiata gli uccelli» volevo dire a tutti.
Gli uccelli hanno mangiato la mia faccia. Ma nessuno lo voleva sapere. Nessuno non include certo Brandy Alexander. Non pensate che questa sia stata una grande coincidenza. Dovevamo incontrarci, Brandy e io. Avevamo molte cose in comune. Avevamo quasi tutto in comune. A parte questo, ad alcuni accade in fretta, ad altri lentamente, variano gli incidenti o la gravità, ma finiamo comunque tutti mutilati. La maggior parte delle donne sa cosa vuol dire sentirsi ogni giorno sempre più invisibile. Brandy è stata in ospedale per mesi e mesi, e lo sono stata anch'io, e non sono molti gli ospedali dove si può andare per un'imponente chirurgia cosmetica. Ritorna alle suore. Le suore erano le peggiori quando si trattava di insistere, le suore che erano infermiere. Una suora mi raccontava di un certo paziente di un altro piano che era simpatico e affascinante. Era un avvocato e sapeva fare dei trucchi di magia usando solo le mani e dei tovaglioli di carta. Era il tipo di suora che portava una versione da infermiera della sua regolare divisa da suora, e aveva raccontato tutto di me a questo avvocato. Era suor Katherine. Gli aveva detto che ero divertente e intelligente, e che sarebbe stato carino se noi due ci fossimo potuti incontrare e ci fossimo innamorati perdutamente. Queste erano le sue parole. A metà del ponte del suo naso, mi guardava attraverso occhiali con la montatura in metallo, le lenti lunghe e squadrate, come i vetrini di un microscopio. Piccoli capillari rotti mantenevano ros sa la punta del suo naso. La chiamava couperose. Non sarebbe stato difficile immaginarla in una casa pacchiana di pan di zucchero anziché in un convento. Sposata con Babbo Natale invece che con Dio. Il grembiule inamidato che portava sopra l'abito era di un candore così lucente che la prima volta che arrivai, fresca dal mio incidente automobilistico, tutte le macchie del mio sangue mi ricordo che mi sembravano nere. Mi diedero carta e penna in modo che potessi comunicare. Mi avvolsero la testa con bende, metri di garza stretta in modo da te nere fermi i tamponi di cotone, gancetti ferma-garza di metallo che facevano presa ovunque perché non mi disfacessi tutta. Sotto i tamponi di cotone mi spalmarono uno spesso strato di gel antibiotico, claustrofobico e tossico. Mi tirarono indietro i miei capelli, dimenticati e bollenti sotto la garza dove non potevo arrivare. La donna invisibile.
Quando suor Katherine menzionò quest'altro paziente, mi chiesi se non l'avessi visto in giro, il suo avvocato, il mago divertente e carino. «Non ho detto che fosse carino» disse. Suor Katherine disse: «È un po' timido». Sul blocco di foglio scrissi: ancora? «Da quando ha avuto il suo piccolo infortunio» disse, e sorrise con le sopracciglia arcuate e il mento che faceva tutte quelle pieghe sotto il suo collo. «Non aveva la cintura di sicurezza.» Disse: «La macchina gli si è rovesciata proprio sopra la faccia». Disse: «Ecco perché sarebbe perfetto per te». Prima, quando ero ancora sotto sedativi, qualcuno aveva tolto lo specchio dal mio bagno. Le infermiere pareva mi allontanassero da tutto ciò che fosse riflettente, così come tenevano i suicidi lontani dai coltelli. Gli ubriachi lontano dall'alcol. La cosa più prossima a uno specchio che avessi era la televisione, solo che mi mostrava come ero prima. Se chiedevo di guardare le foto dell'incidente scattate dalla polizia, l'infermiera di giorno mi diceva: «No». Tenevano le foto in una cartella nell'infermeria, e sembrava che chiunque potesse chiedere di vederle tranne me. Questa infermiera, lei diceva sempre: «Il dottore pensa che per il momento lei ha già sofferto abbastanza». La stessa infermiera cercò di farmi conoscere un contabile che aveva perso capelli e orecchie per un goffo errore con del propano. Mi presentò a un dottorando che aveva perso la gola e il palato per un tocco di cancro. Un lavavetri dopo un capitombolo dal terzo piano a testa in giù sul cemento. Queste erano le sue parole: errore goffo, tocco, capitombolo. L'infortunio dell'avvocato. Il mio grande incidente. Suor Katherine era lì ogni sei ore a controllare i miei segni di vita. A controllarmi il polso con la rapida lancetta dei secondi del suo orologio da uomo, grosso e argentato. A passarmi il misuratore di pressione attorno al braccio. Per provarmi la febbre mi spingeva una specie di pistola elettrica nell'orecchio. Suor Katherine era il tipo di suora che porta una fede nuziale. E le persone sposate pensano sempre che l'amore sia la risposta giusta. Vai indietro al giorno del mio incidente, quando tutti erano così premurosi. La gente, le persone che mi lasciarono passare avanti al pronto soc-
corso. L'insistenza della polizia. Voglio dire, mi diedero questo lenzuolo d'ospedale con su scritto, in blu indelebile lungo il bordo, "Proprietà del Memorial Hospital La Paloma". Prima mi diedero della morfina, per endovena. Poi mi posarono su una barella. Non è che ricordi molto, ma il giorno in cui l'infermiera mi disse delle foto della polizia, quello sì. Nelle foto, grandi foto patinate 20x25, belle come ogni cosa nel mio portfolio. In bianco e nero, disse l'infermiera. Ma in queste 20x25 sono seduta su una barella, con la schiena appoggiata al muro del pronto soccorso. L'infermiera di turno ci mise dieci minuti a tagliarmi il vestito con quelle forbicine da manicure che usano in sala operatoria. Il taglio, me lo ricordo. Era il mio prendisole di crèpe di cotone Espre. Ricordo che quando l'avevo ordinato dal catalogo ero stata tentata di ordinarne due, sono così comodi, leggeri, con la brezza che cerca di infilarsi attraverso le maniche e farti svolazzare l'orlo su fino alla vita. Se non ci fosse stato un po' di venticello avresti sudato e il cotone ti si sarebbe appiccicato addosso come le undici erbe e spezie, solo che addosso a te il vestito era quasi trasparente. Entravi in un patio, una sensazione bellissima, un milione di riflettori ti individuavano in mezzo alla folla, o entravi in un ristorante mentre fuori c'erano trenta gradi, e tutti si giravano e ti guardavano come se ti avessero appena conferito un'importante onorificienza per aver raggiunto un grande traguardo. Ecco come mi sentivo. Ricordo questo tipo di attenzione nei miei confronti. Era come se ci fossero sempre trenta gradi. E mi ricordo le mie mutande. Scusa, Mamma, scusa, Dio, ma indossavo solo un piccolo triangolino davanti con un elastico alla vita e solo un filo che correva dietro nello spacco fino ad arrivare di nuovo all'estremità del triangolino davanti. Color carne. Quel cordino, quello dentro lo spacco, lo chiamano tutti filo interculare. Mi mettevo il tanga per i momenti in cui il prendisole di crêpe di cotone diventava quasi trasparente. Non riesci a preventivare che finirai al pronto soccorso con il vestito tagliato e gli agenti che ti fanno le foto, posata su una barella con la morfina che ti sgocciola dentro un braccio e una suora francescana che ti urla in un orecchio: «Scattate le foto! Scattate le foto adesso! Sta ancora perdendo sangue!». No, davvero, è stato più divertente di quanto non sembri. Si è fatto divertente quando ero là distesa su questa barella, una bambola di pezza anatomicamente corretta con nulla addosso tranne questa piccola
toppa e il mio viso era ridotto come è adesso. La polizia, loro avevano fatto tenere alla suora questo lenzuolo per coprirmi il seno. In questo modo possono scattarmi delle foto del viso, ma gli agenti sono così imbarazzati per me, lì sdraiata in topless. Vai a quando si rifiutano di mostrarmi le foto, uno degli agenti dice che se la pallottola fosse stata due centimetrì più in su, sarei morta. Non riuscivo a capire che cosa intendessero dimostrare. Due centimetri più in giù, e sarei stata nel mio piccante prendisole di crêpe di cotone cercando di convincere il tipo dell'assicurazione a rimborsarmi anche la franchigia e a sostituirmi il finestrino della macchina. Più tardi, mi sarei trovata ai bordi di una piscina, tutta incremata, a raccontare a un paio di ragazzi carini che stavo guidando sull'autostrada sulla mia Stingray quando una roccia o non so cosa, e il finestrino dalla mia parte è esploso. E i ragazzi carini avrebbero detto: «Wow». Vai a un altro agente, quello che ha perquisito la mia macchina per cercare la pallottola e i frammenti d'osso, quella roba lì, l'agente ha visto che guidavo con il finestrino abbassato a metà. Il finestrino della macchina, mi dice questo tipo guardando le 20x25 di me con addosso un lenzuolo bianco, dovrebbe sempre essere o tutto aperto o tutto chiuso. Non riusciva a ricordare quanti motoristi aveva visto decapitati dal finestrino in un incidente. Come potevo non ridere. Questo è il termine che aveva usato: motoristi. Per com'era ridotta la mia bocca, l'unico suono che sapevo ancora fare era ridere. Non potevo non ridere. Vai a dopo che c'erano le fotografie, quando la gente aveva smesso di guardarmi. Il mio ragazzo, Manus, arrivò quella sera, dopo il pronto soccorso, dopo che ero stata trasportata sulla barella in sala operatoria, dopo che l'emorragia si era fermata ed ero in una camera privata. Fu allora che arrivò Manus. Manus Kelley, che è stato il mio fidanzato ufficiale fino a quando non ha visto cosa era rimasto. Manus se ne stava seduto a guardare le foto in bianco e nero della mia nuova faccia, mischiandole e rimescolandole, girandole sottosopra, a destra e a sinistra, come faresti con una di quelle foto mi-
steriose dove un momento vedi una bella donna, ma quando riguardi ti trovi una vecchia strega. Manus dice: «Oh, Dio». Poi dice: «Oh, Gesù benedetto». Poi dice: «Cristo». Al mio primo appuntamento con Manus abitavo ancora con i miei genitori. Manus mi mostrò un distintivo nel suo portafoglio. A casa aveva una pistola. Era un agente di polizia, e aveva veramente molto successo alla Omicidi. Manus aveva venticinque anni e io diciotto, ma uscivamo insieme. Questo è il mondo in cui viviamo. Una volta siamo andati in barca a vela, e lui aveva addosso uno Speedo, e ogni donna intelligente dovrebbe sapere che questo significa perlomeno bisessuale. La mia migliore amica, Evie Cottrell, è una modella. Evie dice che i belli non dovrebbero mai uscire tra di loro. Insieme non riescono proprio a generare abbastanza attenzione. Evie dice che quando sono insieme c'è tutta una traslazione negli standard di bellezza. Te ne accorgi, dice Evie. Se siete entrambi belli, nessuno di voi due è bello. Insieme, come coppia, siete meno della somma di voi due presi singolarmente. Nessuno viene notato, non più. Eppure, ero lì, mentre registravo questo filmato promozionale, una di quelle pubblicità lunghissime che pensi finirà da un momento all'altro perché in fondo è solo una pubblicità, ma in realtà dura trenta minuti. Io ed Evie, noi siamo state ingaggiate per fare da arredo mobile sexy indossando tutto il pomeriggio attillati vestiti da sera, e invogliare il pubblico televisivo a comprare Fabbricasnack Num Num. Manus si viene a sedere tra il pubblico e dopo le riprese dice: «Facciamoci un giro in barca a vela», e io faccio: «Certo!». E così siamo andati in barca a vela, e io mi sono dimenticata gli occhiali da sole, così Manus me ne ha comprati un paio al molo. I miei nuovi occhiali da sole sono identici ai Vuarnet di Manus, solo che i miei sono made in Corea e costano due dollari. Tre miglia al largo, inciampo negli aggeggi sul ponte, cado per terra. Manus mi lancia una corda, io la manco. Manus mi lancia una birra e manco la birra. Un mal di testa, ho il tipo di mal di testa con cui Dio ti punirebbe nell'Antico Testamento. Quello che non so è che una della lenti dei miei occhiali da sole è più scura dell'altra, quasi opaca. Sono cieca da un occhio a causa di questa lente, e non ho la percezione della profondità. Allora non lo sapevo, che la mia percezione fosse così incasinata. È il
sole, mi dico, e così continuo a tenermi gli occhiali e a sbattere attorno cieca e sofferente. Vai alla seconda volta che Manus viene a trovarmi in ospedale, lui dice alle foto 20x25 di me col mio lenzuolo, proprietà del La Paloma Memorial Hospital, che dovrei pensare a ritornare alla mia vita. Dovrei iniziare a fare dei progetti. Sai, dice, magari frequentare qualche corso. Finire di prendermi la laurea. Si siede accanto al mio letto e tiene le foto tra di noi in modo che non possa vedere né lui né loro. Sul mio blocco, con la mia matita, scrivo a Manus di mostrarmele. «Quando ero piccolo, allevavamo cuccioli di dobermann» dice da dietro le foto. «E quando un cucciolo ha circa sei mesi, gli si spuntano la coda e le orecchie. È così che si fa con quei cani. Vai a un motel, e c'è un uomo che viaggia da stato a stato per tagliare le orecchie e le code a migliaia di cuccioli di dobermann o di boxer o di bull terrier.» Sul mio blocco con la mia matita, scrivo: e allora? E lo agito verso di lui. «Voglio dire che chiunque sia quello che ti taglia le orecchie, lo odierai per tutto il resto della tua vita» dice. «Non vuoi che a fare il lavoro sia il tuo veterinario di fiducia, e così paghi uno sconosciuto.» Ancora guardando le foto una per una, Manus dice: «Questo è il motivo per cui non posso mostrartele». Da qualche parte fuori dell'ospedale, in una camera di motel piena di asciugamani insanguinati con la sua borsa degli attrezzi colma di coltelli e aghi, oppure mentre guida in autostrada verso la sua nuova vittima, o inginocchiato davanti a un cane, drogato e tagliuzzato in una vasca sporca, c'è l'uomo odiato da un milione di cani. Seduto accanto al mio letto, Manus dice: «Devi solo archiviare i tuoi sogni da cover-girl». Il fotografo di moda nella mia testa urla: Dammi pietà. Flash. Dammi un'altra possibilità. Flash. Ecco quello che facevo prima dell'incidente. Chiamatemi una gran bugiarda, ma prima dell'incidente dicevo alla gente che ero una studentessa
universitaria. Se dici alla gente che sei una modella, ti tagliano fuori. Se sei una modella significa che stanno interagendo con una forma di vita inferiore. Cominciano a parlare come con i bambini. Si istupidiscono. Ma se dici che sei una studentessa universitaria, la gente ne è così impressionata. Puoi essere una studentessa di qualsiasi facoltà e non è necessario che tu sappia nulla. Basta che dici tossicologia o biocinetica marina, e la persona con la quale stai parlando sposterà l'argomento del discorso su di sé. Se questo non funziona, tira fuori la sinapsi neurale dei piccioni embrionali. Una volta ero una vera studentessa universitaria. Ho circa milleseicento crediti sulla via di una laurea in personal fitness training. A detta dei miei genitori a quest'ora potrei essere laureata in medicina. Scusa, Mamma. Scusa, Dio. C'è stato un tempo in cui Evie e io andavamo a ballare nei bar e nelle discoteche e gli uomini aspettavano fuori della porta del bagno delle donne per vederci. C'erano ragazzi che dicevano che stavano cercando gente per una pubblicità televisiva. Il tipo mi dava un biglietto da visita e mi chiedeva quale fosse la mia agenzia. C'è stato un tempo in cui mia mamma mi veniva a trovare. Mia madre fuma, e il primo pomeriggio che sono tornata a casa da una ripresa, ha tirato fuori un pacchetto di fiammiferi e ha detto: «Che significa tutto questo?». Ha detto: «Per favore dimmi che non sei una gran puttana come il tuo povero fratello morto». Sul pacchetto di fiammiferi c'era il nome di un ragazzo che non conoscevo e un numero di telefono. «Questo non è l'unico che ho trovato» disse mamma. «Che stai combinando?» lo non fumo. Glielo dico. I pacchetti di fiammiferi si ammucchiano perché sono troppo educata per non prenderli e troppo frugale per buttarli via. Ecco perché ci vuole un intero cassetto della cucina per tenerceli, tutti questi uomini che non ricordo e i loro numeri di telefono. Vai a un giorno come un altro all'ospedale, appena fuori dell'ufficio della logopedista dell'ospedale. L'infermiera mi sta portando in giro sottobraccio per farmi esercitare, e non appena giriamo un angolo, appena dietro la porta aperta dell'ufficio, boom, eccola lì Brandy Alexander, seduta gloriosamente in una posa alla Principessa Brandy Alexander, con addosso un iri-
descente vestito da gatta di Vivienne Westwood che cambia colore a ogni movimento. «Vogue» dal vivo. Il fotografo di moda nella mia testa che grida: Dammi magia, piccola. Flash. Dammi stupore. Flash. La logopedista diceva: «Brandy, puoi alzare il tuo tono di voce se alzi la cartilagine laringale. È quella collinetta nella tua gola che senti salire mentre canti le scale ascendenti.» Diceva lei: «Se riesci a mantenere la laringe alzata in gola, la tua voce dovrebbe rimanere tra un sol e un do centrale. Sono circa 160 hertz». Brandy Alexander e la sua presenza trasformarono il resto del mondo in realtà virtuale. Cambiava colore da ogni differente angolazione. Divenne verde a un mio passo. Rossa a un altro. Divenne oro e argento e poi fu alle nostre spalle, dissolta. «Poveretta, triste e ingannata» disse suor Katherine, e sputò sul pavimento di cemento. Mi guardò mentre sporgevo il collo per sbirciare giù lungo il corridoio, e mi chiese se avevo una famiglia. Scrissi: si, c'è mio fratello gay ma è morto di AIDS. E lei dice: «Be', allora va tutto per il meglio, no?». Vai alla settimana dopo l'ultima visita di Manus, ultima che significa finale, quando Evie passa dall'ospedale. Evie guarda le foto e parla con Dio e Gesù Cristo, «Sai» Evie mi dice attraverso il mucchio di «Vogue» e «Glamour» che mi ha portato, «ho parlato con l'agenzia e hanno detto che se rifacciamo il tuo portfolio prenderanno in considerazione di riprenderti come manista.» Evie vuole dire modella per le mani, in posa per anelli da cocktail e braccialetti di diamanti per il tennis e stronzate varie. Come se volessi sentire tutto questo. Non posso parlare. Posso solo mangiare liquidi. Nessuno vuole guardarmi. Sono invisibile. Tutto quello che voglio è che qualcuno mi chieda cos'è successo. Poi andrò avanti con la mia vita. Evie dice al mucchio di riviste. «Voglio che vieni a vivere a casa mia
quando esci». Apre la sua borsa di tela a fianco del mio letto e ci infila tutt'e due le mani. Evie dice: «Sarà divertente. Vedrai. Odio vivere tutta sola con me stessa». E dice: «Ho già traslocato le tue cose nella camera degli ospiti». Ancora nella borsa, Evie dice: «Sto andando a un servizio fotografico. Non è che per caso hai dei buoni dell'agenzia da prestarmi?». Con la matita sul blocco, scrivo: è il mio maglione quello che hai addosso? E agito il blocco davanti al suo viso. «Sì» dice, «tanto sapevo che non ti sarebbe importato.» Scrivo: ma è una taglia 40. Scrivo: e tu sei una 44. «Senti» dice Evie. «Devo essere lì alle due. Magari torno quando sei di un umore un po' migliore?» Parlando al suo orologio, dice: «Mi dispiace che le cose siano dovute andare in questo modo. Non è stata colpa di nessuno». Ogni giorno in ospedale va avanti così. Colazione. Pranzo. Cena. In mezzo suor Katherine. In televisione c'è un canale che non fa altro che telepromozioni tutto il giorno e tutta la notte, ed eccoci qui, Evie ed io, assieme. Ci hanno dato una barca di soldi. Per quella roba del Fabbricasnack ci esibiamo in questi sorrisi da grandi testimonial famose, quelli dove fai diventare la tua faccia un grande termosifone spaziale. Indossiamo questi vestiti con i lustrini, che quando li metti sotto un riflettore il vestito lampeggia come quando un milione di reporter ti fanno le foto. Così affascinante. Sono in piedi in questo vestito che pesa dieci chili, con questo grande sorriso, e lascio cadere residui animali nell'imbuto di plexiglass in cima al Fabbricasnack Num Num. Questa cosa sputa fuori tartine come impazzita, ed Evie si deve avventurare tra il pubblico in studio e far sì che la gente mangi le tartine. La gente mangerebbe di tutto pur di apparire in televisione. Poi, fuori onda, Manus fa: «Facciamoci un giro in barca a vela» E io faccio: «Certo». Era una cosa così stupida, non sapere cosa stava succedendo. Vai a Brandy su una sedia pieghevole dentro l'ufficio della logopedista,
che si lima le unghie con la striscia smerigliata di un pacchetto di fiammiferi. Le sue lunghe gambe potrebbero piegare in due una motocicletta, e il minimo legale di lei, strizzato in una spugna stretch leopardata, sta urlando per essere lasciato libero. La logopedista dice: «Mantieni la glottide parzialmente aperta mentre parli. È così che Marylin Monroe cantò Happy Birthday al presidente Kennedy. Così il tuo respiro baipassa le corde vocali e si ottiene una qualità più femminile e indifesa.» L'infermiera mi guida oltre con le mie ciabatte di cartone, le mie bende strette e la mia paura profonda, e Brandy Alexander guarda in su proprio all'ultimo istante e ammicca. Dio dovrebbe sapere ammiccare bene così. Come qualcuno che ti sta facendo una foto. Dammi gioia. Dammi divertimento. Dammi amore. Flash. Gli angeli in paradiso dovrebbero mandare baci come fa Brandy Alexander, illuminando tutto il resto della settimana. Tornata in camera, scrivo: chi è lei? «Nessuna con cui dovresti entrare in contatto» dice l'infermiera. «Avrai già abbastanza problemi così.» ma chi è? scrivo. «Se riesci a crederci» dice l'infermiera, «quella è una persona diversa ogni settimana.» È subito dopo che suor Katherine comincia a fare cupido. Per salvarmi da Brandy Alexander mi offre l'avvocato senza naso. Offre un dentista scalatore, cui il gelo ha corroso dita e lineamenti fino a farli diventare bozzi duri e lucidi. Un missionario con macchie scure sottopelle causate da qualche fungo tropicale. Un meccanico che si è chinato su di una batteria proprio nel momento in cui è esplosa e l'acido gli ha cancellato labbra e guance e ha ridotto a un ringhio permanente i suoi denti gialli. Guardo l'anello nuziale della suora e scrivo: be', a quanto pare ti sei presa l'ultimo uomo veramente attraente. Per tutto il tempo che sono stata in ospedale, non mi sarei potuta innamorare in nessun modo. Proprio non potevo ancora. Dovevo accontentarmi. Non volevo sottoporre niente a un procedimento troppo complesso. Non volevo raccogliere i pezzi. Ridimensionare le aspettative. Andare avanti con la mia meno-che-vita. Non volevo sentirmi meglio per il fatto di essere ancora viva. Cominciare a compensare. Volevo solo che la mia fac-
cia fosse rimessa a posto, se fosse stato possibile, e non lo era. Quando è il momento di reintrodurmi ai cibi solidi, di nuovo le loro parole, ci sono purè di pollo e carote passate. Cibo per bimbi. Tutto schiacciato o polverizzato o frantumato. Sei quello che mangi. L'infermiera mi porta un opuscolo con degli annunci personali. Suor Katherine sbircia sotto il suo naso e attraverso gli occhiali per leggere: ragazzi cercano ragazze magre, avventurose, scopo divertimento e avventura sentimentale. E, sì, è vero, non ce n'è uno che escluda specificatamente ragazze orrendamente mutilate con spese mediche che lievitano. Suor Katherine mi dice: «Questi uomini a cui puoi scrivere in prigione non c'è bisogno che sappiano come sei veramente». Sarebbe proprio troppo complicato provare a spiegarle i miei sentimenti per iscritto. Suor Katherine mi legge gli annunci dei single mentre col cucchiaio mangio il roast-beef. Offre piromani. Rapinatori. Evasori fiscali. Dice: «È probabile che tu non voglia uscire con un violentatore, almeno non subito. Nessuno è così disperato». Tra gli uomini soli, in galera per banda armata e omicidi colposi di secondo grado, si ferma a chiedermi che cosa c'è che non va. Mi prende la mano e parla al nome scritto sul mio braccialetto di plastica, sono già una fantastica manista, anelli da cocktail, braccialetti identificatori di plastica così belli che perfino una sposa di Cristo non riesce a distoglierne gli occhi. Dice: «Cosa ti senti?». Tutto ciò è esilarante. Dice: «Non ti vuoi innamorare?». Il fotografo nella mia testa dice: Dammi pazienza. Flash. Dammi controllo. Flash. Il fatto è che io ho metà faccia. Dentro le bende, il mio viso stilla ancora minuscole macchioline di sangue sulle garze di cotone. Un dottore, quello che tutte le mattine passa a controllare il bendaggio, dice che la mia ferita sta ancora piangendo. Questa è la parola che usa. Non posso ancora parlare. Non ho una carriera davanti. Posso mangiare solo cibo per lattanti. Nessuno mi guarderà mai più co-
me se avessi vinto un premio importante. niente, scrivo sul mio blocco. non c'è niente che non va. «Non hai ancora elaborato il lutto» dice suor Katherine. «Hai bisogno di farti un buon pianto e poi andare avanti con la tua vita. Sei troppo calma su questo argomento.» Scrivo: non farmi ridere, sennò la mia faccia, scrivo, il dr. dice che la mia ferita si mette a piangere. Eppure, almeno qualcuno lo ha notato. Per tutto questo tempo, sono stata calma. Ero il ritratto della calma. Mai, mai sono stata presa dal panico. Ho visto il mio sangue e muco e denti spiaccicati su tutto il cruscotto subito dopo l'incidente, ma l'isteria è impossibile senza un pubblico. Farsi prendere dal panico da soli è come ridere da soli in una stanza vuota. Uno si sente veramente stupido. Nell'istante in cui è successo l'incidente, sapevo che sarei morta se non avessi preso l'uscita successiva dell'autostrada, girato a de stra per Northwest Gower, proseguito per dodici isolati, e voltato fin dentro il parcheggio del Pronto Soccorso del La Paloma Memorial Hospital. Ho parcheggiato. Ho preso le chiavi e la borsa e ho camminato. Le porte di vetro si sono aperte slittando prima che mi ci potessi vedere riflessa. La folla dentro, tutte le persone che aspettavano con gambe rotte e bambini in via di soffocamento, sono slittati via, anche loro, quando mi hanno visto. Dopodiché, morfina per endovena. Le piccole forbicine da sala operatoria hanno tagliato il mio vestito. Le mutandine color carne. Le foto della polizia. L'agente, quello che ha perquisito la mia macchina in cerca di frammenti di osso, il tipo che ha visto tutte quelle persone decapitate dai finestrini mezzi aperti, un giorno ritorna e dice che non c'è rimasto più niente da trovare. Uccelli, gabbiani, forse anche gazze. Sono entrati attraverso il finestrino rotto nella macchina parcheggiata all'ospedale. Le gazze hanno mangiato tutto quello che gli agenti chiamano prove di tessuto morbido. Probabilmente le ossa le hanno portate via. «Sa, signorina» dice, «per romperle sugli scogli. Per il midollo.» Sul blocco, con la matita, scrivo: ha, ha, ha. Vai a un attimo prima che mi tolgano le bende, quando una logopedista
dice che mi dovrei inginocchiare e ringraziare Dio per avermi lasciato illesa la lingua in bocca. Siamo sedute nel suo ufficio di mattoni grigio cenere, separate dalla sua scrivania d'acciaio che occupa metà della stanza, e la terapista, lei mi insegna come fa un ventriloquo a far parlare un pupazzo. Vedi, il ventriloquo non può lasciarti vedere che muove la bocca. Non può usare le labbra, così, per formare le parole, preme la lingua sul tetto della bocca. Invece di una finestra, la terapista ha il poster di un gatto coperto di spaghetti sopra le parole: Accentua il Positivo. Lei dice che se non riesci a produrre certi suoni per i quali servono le labbra, sostituisci un suono simile, dice la terapista; per esempio, usa il suono eth invece del suono eff. Il contesto ti renderà comprensibile. «Preferirei essere a Shethfield» dice la terapista. allora vai a Shethfield, scrivo io. «No» dice lei, «ripeti.» La mia gola è sempre secca e raschia anche dopo tutta una giornata di milioni di liquidi succhiati con la cannuccia. La cicatrice è increspata e lucida attorno alla mia lingua illesa. La terapista dice: «Preferirei essere a Shethfield». Io dico: «Salghrew jfwoiew fjfowi sdkifj». «No, non così» dice la terapista. «Non lo stai facendo correttamente.» Dico: «Solfjf gjoie ddd oslidjf?». Dice: «No, non va nemmeno così». Guarda il suo orologio. «Digri vrior gmjgi g giel» dico. «Avrai bisogno di molta pratica, ma al tuo ritmo» dice. «Adesso riprova». Dico: «Jrogier fi fkgoewir mfofeinf fcfd». Dice: «Bene! Brava! Hai visto com'è facile?». Con la matita scrivo sul blocco: vaffanculo. Vai al giorno in cui mi tagliano le bende. Non sai cosa aspettarti, ma ogni dottore e infermiera e medico interno e inserviente, custode e cuoco in ospedale passano per sbirciare dalla porta, e se li peschi abbaiano, Congratulazioni, gli angoli della bocca spalancati e tremanti in un rigido sorriso bavoso. Occhi di fuori. Queste le mie parole
per descriverli. E ho sempre sollevato lo stesso cartoncino di cartone che continuava a dirgli, ancora e ancora: grazie. E poi sono scappata. Questo dopo che il mio prendisole di crèpe di cotone arriva dalla Espre. Suor Katherine è stata con me tutta la mattina con un arricciacapelli in mano fino a che i miei capelli non sono diventati una specie di grande panna montata. Poi Evie ha portato qualche trucco e mi ha fatto gli occhi. Ho indossato il mio nuovo vestito provocante e non vedevo l'ora di cominciare a sudare. Per tutta l'estate non avevo mai visto uno specchio, o se l'avevo visto non mi ero mai resa conto che il riflesso era il mio. Non avevo visto le foto della polizia. Quando Evie e suor Katherine hanno finito, dico: «De foil iowa fog geoff». Ed Evie dice: «Non c'è di che». Suor Katherine dice: «Ma se hai appena finito di pranzare». È abbastanza chiaro che qui nessuno mi capisce. Dico: «Kong wimmer nay pee golly». Ed Evie dice: «Certo, queste sono le tue scarpe, ma non le rovino affatto». E suor Katherine dice: «No, ancora niente posta, ma possiamo scrivere ai carcerati dopo che hai fatto il riposino, cara». Se ne sono andate. E. Me ne sono andata, sola. E. Il mio viso, quanto potrà mai essere brutto? E poi, essere mutilata può tornare a tuo vantaggio qualche volta. Tutte quelle persone con il piercing e i tatuaggi e le marchiature a fuoco e le scarificazioni... Cioè, voglio dire, l'attenzione è attenzione. Per la prima volta, uscendo, sento di essermi persa qualcosa. Cioè, un'estate intera è proprio sparita. Tutte quelle feste in piscina e starsene sdraiati sulle prue metalliche dei motoscafi. A prendere raggi. Cercare ragazzi con le decappottabili. Mi accorgo che tutti i picnic e tutte le partite di softball e i concerti sono sgocciolati in un paio di scatti che Evie non farà sviluppare fino a verso il giorno del Ringraziamento. Uscendo, il mondo è tutto a colori dopo il bianco su bianco dell'ospedale. Supera l'arcobaleno. Cammino fino a un supermercato, e fare acquisti mi sembra come un gioco a cui non ho più giocato da quando ero bambina. Ecco tutte le mie marche preferite, tutti quei colori, mostarda French's, riso A Roni, Top Ramen, ogni cosa cerca di colpire la tua attenzione. Tutto quel colore. Un mutamento totale dello standard di bellezza di
modo che nessuna cosa salta davvero agli occhi. Il totale è minore della somma delle singole parti. Tutto quel colore tutto in un solo posto. Tranne che per quell'arcobaleno di prodotti non c'è altro da guardare. Quando guardo la gente, vedo solo le loro nuche. Se anche mi volto velocissimamente, tutto quello che riesco a cogliere è l'orecchio di qualcuno che si gira via. E la gente parla con Dio. «Oh Dio» dicono. «Hai visto quella?» E: «Ma era una maschera? Cristo, è un po' presto per Halloween». Tutti sono molto impegnati a leggere le etichette della mostarda French's e del riso A Roni. E io prendo un tacchino. Non so perché. Non ho soldi, ma prendo un tacchino. Scavo tra i grandi tacchini congelati, quei grandi pezzi di ghiaccio color carne nel bancofrigo. Scavo fino a quando, nella sua grande retina gialla di plastica, non trovo il tacchino più grande di tutti e lo sollevo come fosse un bambino. Mi trascino nella parte davanti del negozio, passando dritta at traverso le casse, e nessuno mi ferma. Nessuno nemmeno mi guarda. Stanno tutti leggendo quei giornali scandalistici come se all'interno vi fosse nascosto dell'oro. «Sejgfn di ofo utnbg» dico. «Nei wucj iswisn sdnsud.» Nessuno guarda. «EVSF UYYB IUH» dico nella mia miglior voce da ventriloquo. Nessuno parla nemmeno. Forse parlano solo i cassieri. Ha due documenti di identità? chiedono alla gente che paga con assegni. «Fgjrn iufnv si vuv» dico. «Xidi cniwuw sis sacnc!» Poi ecco, è in quel momento che un bambino dice: «Guarda!». Quelli che non guardano e non parlano smettono di respirare. Il bambino dice: «Guarda, mamma, guarda là! Quel mostro sta rubando da mangiare!». Tutti rimpiccioliscono per l'imbarazzo. Le teste si affossano nelle spalle come quando si cammina con le stampelle. Stanno leggendo ancora con più attenzione i titoli dei giornali scandalistici. RAGAZZA MOSTRO RUBA UCCELLO DELLE FESTIVITÀ. Ed eccomi lì, impalata nel mio vestito di crêpe di cotone, in braccio un tacchino da dieci chili, il tacchino che suda, il vestito quasi trasparente. I miei capezzoli sono durissimi a contatto con il ghiaccio avvolto nella retina gialla tra mie braccia. Io sotto la mia acconciatura panna montata. Nes-
suno che mi guardi come se avessi vinto un gran bel niente. Una mano scende giù e schiaffeggia il bambino, e il bambino comincia a piangere. Il bambino piange come quando non hai fatto niente di male ma vieni punito comunque. Fuori il sole tramonta. Dentro, tutto è morto tranne questa vocina che ripete urlando: Perché mi hai picchiato? Non ho fatto niente. Perché mi hai picchiato? Che cosa ho fatto? Ho preso il tacchino. Ho camminato più veloce che potevo verso il La Paloma Memorial Hospital. Era quasi buio. Per tutto il tempo abbraccio il tacchino, mi dico: tacchini. Gabbiani. Gazze. Uccelli. Gli uccelli hanno mangiato il mio viso. Di nuovo in ospedale, suor Katherine viene verso di me lungo il corridoio accompagnando un uomo e il suo supporto per la flebo, l'uomo avvolto in garze e attaccato con tubi di drenaggio e sacchetti di plastica con liquidi gialli e rossi che gocciolano dentro e fuori da lui. Gli uccelli hanno mangiato il mio viso. Sempre più vicina, suor Katherine grida: «Yu hu! Ho qui qualcuno di speciale che vorrebbe proprio incontrarti!». Gli uccelli hanno mangiato il mio viso. Tra me e loro c'è l'ufficio della logopedista, e quando entro a nascondermici, ecco, per la terza volta, Brandy Alexander. La regina di tutte le cose buone e gentili indossa quest'abito sbracciato stile tank di Versace con l'opprimente sentimento di disperazione e corrotta rassegnazione tipico di questa stagione. Consapevole del suo corpo ma al tempo stesso umiliata. Allegra ma al tempo stesso storpiata. La regina suprema è la più bella cosa che abbia mai visto, e quindi entro lì per guardare dalla soglia. «Gli uomini» dice la terapista «quando parlano sottolineano l'aggettivo.» Dice la terapista: «Per esempio, un uomo direbbe: "Sei così attraente, oggi"». Brandy è così attraente che le si potrebbe tagliare la testa ed esporla su velluto blu nella vetrina di Tiffany e qualcuno la comprerebbe per un milione di dollari. «Una donna direbbe: "Sei così attraente, oggi"» dice la terapista. «Adesso, tu, Brandy. Dillo tu. Sottolinea l'elemento che modifica, non l'aggettivo.» Brandy Alexander guarda me che sto sulla soglia con i suoi occhi Bur-
ning Blueberry e dice: «Ragazza, per Dio, sei così orrenda. Hai lasciato che un elefante ti si sedesse in faccia o che?». La voce di Brandy, sento appena quello che dice. In quell'istante, adoro Brandy così tanto. Ogni cosa di lei fa sentire bene, come essere belli e guardarsi in uno specchio. Brandy è la mia Famiglia Reale liofilizzata. Il mio unico tutto per cui valga la pena vivere. Faccio: «Cfoieb svns ois», e accatasto il freddo tacchino bagnato nel grembo della terapista, lei bloccata a sedere da dieci chili di carne morta sulla sedia da ufficio in pelle e con ruote. Giù nel corridoio, più vicino, suor Katherine sta gridando: «Yu hu!». «Mriuvn vvsi sjaoi aj» faccio io, e trascino la terapista e la sua sedia nel corridoio. Dico: «Jownd vvinc sm fdo dcncvv». La logopedista, lei mi sorride e dice: «Non mi devi ringraziare, è solo il mio lavoro, ecco tutto». La monaca è arrivata con l'uomo e il suo supporto per flebo, un uomo nuovo senza pelle o coi lineamenti distrutti o tutti i denti saltati, un uomo che sarebbe perfetto per me. Il mio unico vero amore. Il mio principe azzurro deformato o mutilato o malato. Il mio vissero per sempre infelici e scontenti. Il mio futuro orribile. Il mostruoso resto della mia vita. Sbatto la porta dell'ufficio e mi chiudo dentro con Brandy Alexander. Sul tavolo c'è il quaderno della logopedista, lo afferro. salvami, scrivo, e lo agito davanti alla faccia di Brandy. Scrivo: per favore. Vai alle mani di Brandy Alexander. Si comincia sempre con le sue mani. Brandy Alexander allunga una mano, una di quelle mani pelose dalle nocche suine, le vene del braccio ammassate e strizzate al gomito da braccialetti di ogni colore. Da sola, Brandy Alexander è un tale mutamento nello standard della bellezza che niente risalta. Nemmeno tu. «Allora, cara» dice Brandy. «Cosa è successo al tuo viso?» Gli uccelli. Scrivo: uccelli, gli uccelli hanno mangiato il mio viso. E comincio a ridere. Brandy non ride. Brandy dice: «Cosa significa?». E sto ancora ridendo. ero in macchina sull'autostrada, scrivo.
E sto ancora ridendo. qualcuno ha sparato una pallottola calibro 30 con un fucile. il proiettile mi ha strappato l'intera mascella dalla faccia. Ancora ridendo. sono venuta all'ospedale, scrivo. non sono morta. Ridendo. non hanno potuto riattaccarmi la mascella perché i gabbiani l'avevano mangiata. E smetto di ridere. «Cara, la tua calligrafia è terribile» dice Brandy. «Adesso dimmi il resto.» E comincio a piangere. il resto, scrivo, è che devo mangiare cibi per poppanti. non posso parlare. non ho una carriera. non ho una casa. il mio fidanzato mi ha lasciata. nessuno mi guarda. tutti i miei vestiti, la mia migliore amica li ha rovinati. Sto ancora piangendo. «Che altro?» dice Brandy. «Raccontami tutto.» un bambino, scrivo. un bambinetto al supermercato mi ha chiamato mostro. Quegli occhi Burning Blueberry mi fissano come mai altri occhi hanno fatto per tutta l'estate. «La tua capacità di percezione è completamente fottuta» dice Brandy. «Tutto quello di cui riesci a parlare è immondizia già accaduta.» Dice: «Non puoi basare la tua vita sul passato o sul presente». Dice Brandy: «Devi raccontarmi del tuo futuro». Brandy Alexander, lei si alza in piedi sulle sue scarpe-trappola reggigambe d'oro lamé. La regina suprema estrae un portacipria ingemmato dalla borsetta e lo apre per guardare lo specchietto. «Quella terapista» dicono quelle labbra Plumbago, «la logopedista può essere così stupida in certe situazioni.» I grandi muscoli delle braccia ingioiellate di Brandy mi mettono a sedere sulla sedia ancora calda del suo culo, e lei tiene il portacipria in modo che possa guardarci dentro. Invece della cipria, è pieno di capsule bianche. Al
posto dello specchietto, c'è una foto in primo piano di Brandy Alexander sorridente e bellissima. «Sono Vicodin, cara» dice. «È la scuola di medicina Marilyn Monroe, quella dove il giusto numero di droghe cura qualunque malattia.» Dice: «Prego. A tua disposizione». Snella ed eterna divinità, la foto di Brandy mi sorride da sopra un mare di analgesici. Ecco come ho incontrato Brandy Alexander. Ecco come ho trovato la forza per non andare avanti con la mia vita precedente. Ecco come ho trovato il coraggio di non raccogliere gli stessi vecchi cocci. «Ora» dicono quelle labbra Plumbago «mi racconterai la tua storia come lo hai appena fatto. Scrivila tutta quanta. Racconta quella storia, ancora e poi ancora. Raccontami la tua triste storia del cazzo per tutta la notte.» Quella regina Brandy punta verso di me un dito lungo e ossuto. «Quando capisci» dice Brandy «che quella che racconti è solo una storia. Che non sta più succedendo. Quando realizzi che la storia che stai raccontando sono solo parole, quando puoi sbriciolarla e gettare il tuo passato nel secchio dell'immondizia» dice Brandy, «allora riusciremo a capire chi sarai.» 4 Vai al confine canadese. Vai a noi tre nella Lincoln Town Car a noleggio, che aspettiamo di partire da Vancouver verso sud, British Columbia, fin negli Stati Uniti, che aspettiamo, con il signor Alfa Romeo al posto di guida, aspettiamo con Brandy davanti accanto a lui, aspettiamo, con me da sola dietro. «I poliziotti hanno dei microfoni» ci dice Brandy. Il piano è che se riusciamo a passare il confine, andremo a sud fino a Seattle dove ci sono nightclub e discoteche dove ragazzi e ragazze go-go faranno la fila per ripulire le tasche della mia borsetta. Dobbiamo stare zitti perché i poliziotti, canadesi e americani, hanno microfoni da entrambe le parti della frontiera. Così possono ascoltare le persone in attesa di attraversare. Potremmo avere sigari cubani. Frutta fresca. Diamanti. Malattie. Droga, dice Brandy. Brandy, lei ci dice di stare zitti un chilometro prima del confine, e così aspettiamo in colonna, in silenzio. Brandy si srotola dalla testa i metri e metri di sciarpa di broccato. Brandy fa ricadere i capelli lungo la schiena e si avvolge la sciarpa sulle spalle per nascondere il suo canalone torpedo. Brandy passa a orecchini
d'oro semplici. Si toglie le perle e si mette una catenina con una croce d'oro. Questo un attimo prima dell'agente di frontiera. «Le vostre nazionalità?» dice il giovane agente di frontiera seduto dietro la sua piccola finestrella, dietro il terminale del suo computer con il suo bloc-notes e la sua divisa blu dietro gli occhiali a specchio, e dietro il suo distintivo. «Signore» dice Brandy, e la sua nuova voce è morbida e strascicata come farina d'avena senza sale né burro. Lei dice: «Signore, siamo cittadini degli Stati Uniti d'America, quella che si soleva definire la più grande nazione sulla terra prima che gli omosessuali e i pedofili...». «I vostri nomi?» dice il tipo del confine. Brandy si appoggia ad Alfa per guardare il tipo del confine: «Mio marito» dice «è un uomo innocente». «I vostri nomi, per favore» dice lui, certamente controllando la nostra targa, scoprendo che è una macchina a noleggio, noleggiata a Billings, Montana, tre settimane fa, forse persino scoprendo la verità su chi siamo davvero. Forse trovando bollettini su bollettini provenienti da tutto il Canada occidentale che parlano di tre pazzi che rubano medicine in grandi ville in vendita. Forse sul suo schermo sta passando tutto ciò, forse niente di tutto ciò. Non lo sai mai. «Sono sposata» Brandy quasi urla per avere la sua attenzione. «Sono la moglie del reverendo Scooter Alexander» dice, ancora mezzo sdraiata sul grembo di Alfa. «E questo» dice e disegna una linea invisibile dal suo sorriso ad Alfa, «questo è mio genero, Seth Thomas.» Le sue grandi mani volano verso di me nel sedile posteriore. «Questa» dice «è mia figlia, Bubba-Joan.» Odio quando Brandy cambia le nostre vite senza preavviso. Qualche volta, capita anche due volte al giorno, devi essere all'altezza di una nuova identità. Un nome nuovo. Nuovi rapporti. Handicap. È difficile ricordare chi ero all'inizio di questo viaggio. Non c'è dubbio, questo è il tipo di stress che deve provare un virus dell'AIDS in costante mutazione. «Signore?» il tipo del confine dice a Seth, già Alfa Romeo, già Chase Manhattan, già Nash Rambler, già Wells Fargo, già Eberhard Faber. L'agente dice: «Signore, sta portando qualche genere di merce con lei negli Stati Uniti?». Il piccolo dito appuntito della mia scarpa si infila sotto il sedile davanti e dà un colpetto al mio nuovo marito. I dettagli ci circondano. Poco più in là
il fango delle secche lasciate dalla bassa marea. Piccole onde che arrivano una dopo l'altra. Sull'altro lato aiuole piantate per sillabare parole che si riescono a leggere solo da lontano. Da vicino, sono solo tantissime begonie di cera, rosse e gialle. «Non mi dica che non ha mai visto il nostro programma La Miracolosa Guarigione Cristiana!» dice Brandy. Giocherella con la piccola croce attorno al collo. «Se avesse guardato una puntata, saprebbe che Dio, nella sua saggezza, ha fatto mio genero muto, e che non può parlare.» Il tipo del confine batte velocemente sulla tastiera. Potrebbe aver scritto CRIMINE. O DROGA. O SPARO. O CONTRABBANDIERI. O ARRESTO. «Nemmeno una parola» Brandy sospira vicino all'orecchio di Seth. «Parla, e a Seattle ti cambio in Harvey Wallbanger.» Il tipo del confine dice: «Per farvi entrare negli Stati Uniti dovrò controllare i vostri passaporti, per favore». Brandy si bagna le labbra con la lingua rendendole brillanti, gli occhi umidi e lucenti. La sciarpa di broccato scivola giù rivelando il suo canalone mentre guarda il tipo del confine e dice: «Ci scusi un attimo». Brandy ritorna a sedere sul suo sedile, e il finestrino di Seth ritorna su ronzando. Le grandi torpedo di Brandy inalano a fondo e poi esalano. «Nessuno si faccia prendere dal panico» dice, e apre il rossetto facendolo schioccare. Dà un bacio nello specchietto retrovisore e si passa il rossetto attorno alla grande bocca Plumbago, e trema così tanto che la sua grande mano deve tenere ferma la mano del rossetto. «Posso riuscire a farci rientrare negli States» dice, «ma avrò bisogno di un preservativo e di una mentina.» Attorno al rossetto dice: «Bubba-Joan, sii un angelo e passami una di quelle Estraderm, vuoi?». Seth le dà la caramella e il preservativo. Lei dice: «Stiamo a vedere quanto gli ci vuole per trovare una settimana di liquidi femminili che stagnano nel suo culo». Chiude il rossetto e dice: «Asciugami, per favore». Le passo un fazzolettino e una tavoletta di estrogeno. 5 Torna indietro a un giorno all'esterno dei grandi magazzini Brumbach,
dove la gente è ferma a guardare un cane che alza la zampa sulla scena della Natività, Evie e io comprese. Poi il cane si siede e si rotola sulla schiena, si lecca il suo grumoso buco di culo canino, ed Evie mi dà una gomitata. La gente applaude e lancia soldi. Poi siamo dentro Brumbach, a provare rossetti sul dorso delle nostre mani, e dico: «Perché i cani si leccano?». «Solo perché possono farlo...» dice Evie. «Non sono come le persone.» Questo appena dopo aver ammazzato una giornata di otto ore alla scuola per modelle, a guardarci la pelle negli specchi, così faccio: «Dai, Evie, non prenderti in giro». Ho avuto la sufficienza alla scuola di modelle solo perché Evie ha abbassato la media. Si metteva sfumature di rossetto che ti saresti aspettata di vedere attorno alla base di un pene. Si metteva così tanto ombretto che pensavi fosse una cavia per testare quei prodotti. Solo per tutta la lacca che usa lei c'è un buco nell'ozono sopra la Taylor Robberts Modeling Academy. Tutto questo molto prima dell'incidente, quando pensavo che la mia vita fosse così bella. Ai grandi magazzini Brumbach, dove passiamo il tempo dopo le lezioni, tutto il nono piano è dedicato all'arredamento. Lungo le pareti ci sono le sale da esposizione: camere da letto, camere da pranzo, salotti, studioli, biblioteche, camere dei bambini, saloni, vetrinette per la porcellana, uffici domestici, tutti che danno sull'interno del negozio. Il quarto invisibile muro. Tutte perfette, pulite e con tappeto, piene di mobili eleganti e caldissimi per via dei faretti su binari e delle troppe lampade. C'è il sibilo del rumore bianco che viene dagli altoparlanti nascosti. Accanto alle camere, i clienti passano negli scuri corridoi di linoleum che corrono tra le sale da esposizione e le male illuminate isole che riempiono il centro del piano, gruppi di conversazione e punti di attesa con sofà e tappeti, piantane e piante finte. Calme isole di luce e colore nell'oscurità, che brulicano di sconosciuti. «È come una prova del suono» Evie diceva. «Set in miniatura, tutti pronti perché qualcuno giri il prossimo episodio. Il pubblico dello studio che ti guarda dall'oscurità.» I clienti passavano lì accanto mentre io ed Evie ce ne stavamo sdraiate su un letto a baldacchino rosa a telefonare agli oroscopi dal suo cellulare. Raggomitolate su un divano componibile in tweed, a sgranocchiare popcorn e a guardare le nostre telenovelas davanti a un mobile con televisore a colori. Evie che si tira su la maglietta per mostrarmi un altro piercing al-
l'ombelico. Che si tira giù la manica della blusa per farmi vedere le cicatrici dei suoi impianti di silicone. «È troppo deprimente nella mia vera casa» diceva Evie. «E detesto il fatto di non sentirmi del tutto reale quando non c'è gente a guardare.» Dice: «Non è che passo il tempo da Brumbach per avere privacy». A casa, nel mio appartamento, c'era Manus con le sue riviste. Le sue riviste porno per gay che aveva dovuto comprare per il suo lavoro, diceva lui. Ogni mattina a colazione mi mostrava delle foto patinate di tipi che se lo succhiavano da soli. Curvi, con i gomiti agganciati dietro le ginocchia e il collo abbassato fino a strozzarsi, ciascuno perso nel proprio piccolo circuito chiuso. Puoi scommettere che quasi ogni ragazzo al mondo ci ha provato. Poi Manus mi diceva: «Questo è quello che vogliono i ragazzi». Dammi idillio. Flash Dammi diniego. Per ogni piccolo circolo chiuso di ciascuno di quei tipi abbastanza flessibili o con un cazzo abbastanza grande da non aver bisogno di nessun altro al mondo, Manus puntava il suo toast verso quelle foto e mi diceva: «Questi non devono stare a combattere con lavoro o rapporti». Manus masticava con gli occhi fissi alle riviste. Prendendo con la forchetta i bianchi d'uovo strapazzati, mi diceva: «Potresti anche vivere e morire in questa maniera». Poi andavo in centro alla Taylor Robberts Modeling Agency per perfezionarmi. I cani si leccheranno il culo. Evie si auto-mutilerà. Tutta questa fissazione ombelicale. A casa, Evie non aveva nessuno, tranne che aveva un sacco di soldi di famiglia. La prima volta che abbiamo preso insieme un autobus per andare da Brumbach, ha dato la carta di credito all'autista e ha chiesto un sedile vicino al finestrino. Era preoccupata che il suo bagaglio a mano fosse troppo grande. Io assieme a Manus, o lei da sola, non si sa chi delle due stava peggio a casa. Ma da Brumbach, Evie e io, noi sonnecchiavamo in una qualsiasi di quelle perfette camere da letto. Ci mettevamo del cotone tra le dita dei piedi e, su sedie da rivestite di ciniglia, ci passavamo lo smalto sulle unghie. Poi, su un lungo tavolo da pranzo lucido, studiavamo il nostro libro di testo per modelle della Taylor Robberts. «Qui è proprio come le false riproduzioni degli habitat naturali che costruiscono negli zoo» diceva Evie. «Sai, quelle calotte polari di cemento e
quelle foreste pluviali fatte di alberi di tubi saldati con dentro i vaporizzatori.» Ogni pomeriggio, Evie e io, noi eravamo le protagoniste nel nostro personale habitat innaturale. I commessi sgattaiolavano nel bagno degli uomini per fare sesso. Concentravamo l'attenzione sulla nostra propria piccola vita da matinée. Tutto quello che mi ricordo della Taylor Robberts è di lasciarmi guidare dal bacino quando cammino. Tieni indietro le spalle. A seconda delle dimensioni del prodotto da presentare ti dicevano di disegnare delle linee invisibili tra te e il prodotto. Per i tostapane, disegna nell'aria una linea che va dal tuo sorriso al tostapane. Per una cucina, disegna una linea a partire dal tuo seno. Per una macchina nuova, fai partire la tua linea invisibile dalla vagina. Quello che conta è che essere modelle protessioniste significa venire pagate per reagire in modo eccessivo a cose come riso soffiato e scarpe nuove. Da Brumbach bevevamo Diet Cola in un grande letto rosa. O sedevamo davanti a una toilette, usando del correttore per modificare la forma del nostro viso mentre pochi metri più in là il vago profilo della gente ci guardava dall'oscurità. Magari i faretti montati sui binari si riflettevano sugli occhiali di qualcuno. Con ogni nostra mossa che richiamava l'attenzione, ogni gesto, ogni cosa che dicevamo, è facile capire l'assalto che ricevevi. «È così sicuro e tranquillo qui» diceva Evie sistemando il piumone di seta rosa e rassettando i cuscini. «Qui non ti potrebbe mai succedere niente di male. Non come a scuola. O a casa.» Perfetti sconosciuti se ne stavano lì fermi con addosso i loro cappotti, a guardarci. Come quei talk-show televisivi: è così facile essere sinceri davanti a un pubblico abbastanza numeroso. Puoi dire qualsiasi cosa se c'è abbastanza gente ad ascoltarti. «Evie, cara» dicevo io. «Nella nostra classe ci sono molte modelle peggiori. Devi solo imparare ad avere un po' più di controllo con il fard.» Ci guardavamo nello specchietto di un beauty-case, una tripla fila di signorinessuno che ci osservava da dietro. «Ecco, dolcezza» dicevo io porgendole una spugnetta, «sfumalo.» Ed Evie cominciava a piangere. Ogni tua emozione si enfatizza esageratamente davanti a un grande pubblico. Risate o lacrime, non c'è via di mezzo. Quelle tigri negli zoo devono vivere continuamente in una grande opera. «Non è solo questo mio voler essere una modella affascinante» diceva
Evie. «È che quando penso a me che cresco sono così triste.» Evie ricacciava indietro le lacrime. Stringeva la sua spugnetta e diceva «Quando ero piccola, i miei genitori volevano che fossi un maschio». Continuava: «Non voglio mai più essere così infelice». Altre volte portavamo tacchi alti e facevamo finta di prenderci a schiaffi in bocca a causa di qualche ragazzo che volevamo entrambe. Qualche pomeriggio confessavamo l'una all'altra di essere delle vampire. «Sì» dicevo. «Anche i miei genitori mi maltrattavano.» Dovevi recitare per il pubblico Evie si girava le dita nei capelli. «Mi faccio un guiche» diceva. «È un piercing a quel piccolo lembo di pelle che va dal buco del culo alla vagina.» Mi andavo a tuffare nel letto, centro-palco, abbracciando un cuscino e guardando in alto nel nero intreccio di condutture e tubi antincendio che dovevi immaginare fosse il soffitto di una camera da letto. «Non è che mi hanno picchiato o fatto bere sangue satanico o roba del genere» dicevo. «È che preferivano mio fratello perché era mutilato.» E, per oscurarmi, Evie raggiungeva il centro del palcoscenico vicino al comodino in stile Early American. «Avevi un fratello mutilato?» diceva. Qualcuno tra quelli che ci guardavano tossiva. Talvolta la luce faceva luccicare un orologio da polso. «Sì, era piuttosto mutilato, ma non in una maniera sexy. Nonostante ciò, c'è un finale felice» dicevo. «È morto.» E, con grande intensità, Evie diceva: «Mutilato come? Era il tuo unico fratello? Più grande o più piccolo?». E io mi lanciavo giù dal letto e mi scompigliavo i capelli. «No, è troppo doloroso.» «No, davvero» Evie diceva. «Non sto scherzando.» «Era più grande di un paio d'anni. Il suo viso era tutto esploso per un incidente con della lacca, e ti verrebbe da pensare che i miei genitori si fossero completamente dimenticati di avere un'altra figlia». Mi tamponavo gli occhi sulle federe del cuscino e dicevo al pubblico: «Così ho solo cercato di fare di tutto perché loro mi amassero». Evie guardava nel nulla e diceva: «Oh, merda! Oh, merda!». E la sua recitazione, la sua dizione, era così veritiera che sotterrava la mia. «Sì» dicevo. «Lui non doveva far nulla. Era così facile. Gli bastava essere tutto bruciato e sfregiato dalle cicatrici, catturava tutta l'attenzione».
Evie mi rubava il primo piano e diceva: «Allora dov'è adesso, tuo fratello, lo sai perlomeno?». «Morto» dicevo io, e mi rivolgevo verso il pubblico. «Morto di AIDS.» Ed Evie dice: «Ne sei proprio sicura?». E io dicevo: «Evie!». «No, davvero» diceva. «Lo chiedo per un motivo.» «Non si scherza sull'AIDS» dicevo io. Ed Evie diceva: «Questo è così vicino all'impossibile». Questo per dire com'è facile che la trama sfugga dal controllo. Con tutti questi acquirenti che si aspettano un dramma reale, naturalmente, penso che Evie stia scantonando. «Tuo fratello» dice Evie «l'hai visto davvero morire? Per davvero? O l'hai visto morto? In una bara, sai, con la musica. O un certificato di morte?» Tutta quella gente che guarda. «Sì» dico. «Praticamente.» Come se volessi proprio essere pescata a mentire? Evie mi è addosso: «Allora l'hai visto morto o no?» Tutta quella gente che guarda. «Morto quanto basta.» Evie dice: «Dove?». «Tutto ciò è molto doloroso» dico, e attraverso la scena spostandomi nel salotto. Evie mi insegue dicendo: «Dove?». Tutta quella gente che guarda. «All'ospizio» dico. «Quale ospizio?» Continuo ad attraversare la scena verso il prossimo salotto, la prossima sala da pranzo, la prossima stanza da letto, studio, ufficio domestico, con Evie che mi segue e il pubblico che ci gironzola attorno. «Sai com'è» dico. «Se non vedi un ragazzo gay per un po', è una scommessa quasi sicura.» Ed Evie dice: «Quindi non sai veramente che è morto?». Stiamo correndo attraverso la prossima stanza da letto, salotto, camera da pranzo, camera dei bambini, e io dico: «È AIDS, Evie. Dissolvenza al nero.» E poi Evie si ferma e dice: «Perché?». E il pubblico ha cominciato ad abbandonarmi in mille direzioni.
Perché voglio davvero, davvero, davvero, che mio fratello sia morto. Perché i miei lo vogliono morto. Perché la vita è proprio più facile se lui è morto. Perché così sono figlia unica. Perché è il mio turno, cazzo. Tocca a me. E la folla di acquirenti viene rilasciata, rimaniamo solo noi e le telecamere di sicurezza al posto di Dio per beccarci quando sbagliamo. «Perché è così importante per te?» dico. Ed Evie sta già vagando via da me, lasciandomi sola e dicendo: «Nessun motivo». Persa nel suo piccolo circuito chiuso. Leccandosi il suo buco del culo Evie dice: «Non è niente». Dicendo: «Dimenticatene». 6 Sul pianeta Brandy Alexander, l'universo è governato da un sistema piuttosto elaborato di dèi e dèe. Alcuni malvagi. Alcune sono le dèe per eccellenza. Marilyn Monroe, per esempio. Poi ci sono Nancy Reagan e Wallis Warfiled Simpson. Alcuni sono morti. Altri sono vivi. Molte divinità sono chirurghi plastici. li sistema cambia. Dèi e dèe vanno e vengono, e si scavalcano a vicenda per un cambiamento di status. Abramo Lincoln è nel suo paradiso per trasformare la nostra automobile in una bolla d'aria galleggiante che sa di macchina nuova: che va liscia come un prototipo della pubblicità. In questi giorni, Brandy dice che è Marlene Dietrich a decidere che tempo fa. Ora è l'autunno del nostro ennui. Siamo trasportate lungo l'Interstate 5 sotto cieli grigi, dentro l'interno blu bara di una Lincoln Tovvn Car a noleggio. Seth sta guidando. Ecco come ci sediamo sempre, Brandy davanti e io dietro. Stiamo guidando attraverso tre ore di bellezza panoramica tra Vancouver, British Columbia, e Seattle. Asfalto e combustione interna trasportano noi e la Lincoln Town Car verso sud. Viaggiare in questo modo è come guardare il mondo alla televisione. I finestrini elettrici sono sempre tirati su, e così il pianeta Brandy Alexander ha una calda atmosfera blu, tranquilla, silenziosa. Ci sono 21° giusti, e fuori tutto un mondo di alberi e rocce scorre via in miniatura dietro i vetri concavi. In diretta via satellite. Siamo il piccolo mondo di Brandy Alexander che sfreccia davanti a ogni cosa. Guidando, guidando, Seth dice: «Hai mai pensato alla vita come a una metafora della televisione?».
La nostra regola è che quando Seth guida, niente radio. Succede che arriva una canzone di Dionne Warwick, e Seth comincia a piangere quelle grandi lacrime Estinyl, tremando con quei grandi sospiri Provera. Se Dionne Warwick se ne arriva cantando una canzone di Burt Bacharach, allora dobbiamo proprio accostare o è sicuro che ci capita un incidente. Le lacrime, il modo in cui la sua faccia da gnocco ha perso le ombre intarsiate che prima gli stagnavano sotto la fronte e gli zigomi, il modo in cui la mano di Seth si leverà di soppiatto a pizzicarsi i capezzoli attraverso la camicia, e la sua bocca si spalancherà, e i suoi occhi ruoteranno all'indietro, sono gli ormoni. Gli estrogeni coniugati, il Premarin, l'estradiolo, l'etinil estradiolo, sono tutti riusciti a infilarsi nella Diet Cola di Seth. Naturalmente, ai suoi livelli di overdose giornaliera c'è il pericolo di danni al fegato. Ci potrebbero già essere danni al fegato o cancro o grumi di sangue, trombosi se sei un dottore, ma sono disposta a correre questo rischio. Certo, è tutto solo per divertirsi un po'. Aspettare che i suoi seni si sviluppino. Guardare la sua vistosa spavalderia da macho attira-donne appesantirsi e vedergli fare delle pennichelle il pomeriggio. È tutto molto bello, ma la sua morte mi farebbe andare avanti a esplorare altri interessi. Guidando, guidando, Seth dice: «Non pensate che in qualche modo la televisione faccia di noi Dio?». Questa introspezione è nuova. La crescita della sua barba è diminuita. Devono essere gli antiandrogeni che gli strozzano il testosterone. La ritenzione idrica, può anche ignorarla. Gli sbalzi d'umore. Una lacrima gli scivola da un occhio nello specchietto retrovisore e gli rotola lungo la faccia. «Sono l'unico interessato a questi argomenti?» dice. «Sono l'unico qui in questa macchina a provare qualcosa di reale?» Brandy sta leggendo un libro in edizione economica. Il più delle volte Brandy legge delle aggressive brochure patinate sulle vagine realizzate da qualche chirurgo plastico, complete di foto a colori che mostrano il ritratto perfetto di come un'uretra dovrebbe essere allineata in modo da assicurare un flusso di urina discendente. Al tre foto mostrano come dovrebbe essere incappucciato un clitoride di qualità superiore. Queste sono vagine a cinque cifre, da dieci e ventimila dollari, meglio di quelle naturali, e il più delle volte Brandy ci fa vedere le foto. Vai a tre settimane prima, quando eravamo in una grande casa a Spokane, Washington. Eravamo in un castello di granito di South Hill distese sotto la finestra del bagno. Stavo svuotando una boccetta marrone di Per-
codan nello scomparto della mia borsa dedicato ai Percodan. Brandy Alexander stava cercando una limetta per le unghie sotto il lavandino quando ha trovato questo libro. Adesso tutti gli altri dèi e le altre dèe sono stati eclissati da qualche altra divinità. Torna indietro a Seth che guarda le mie tette attraverso lo spec chietto retrovisore. «La televisione ci rende veramente Dio» dice Dammi tolleranza. Flash. Dammi comprensione. Flash. Persino dopo tutte queste settimane sulla strada con me, i gloriosi e vulnerabili occhi blu di Seth non vogliono ancora incontrare i miei. La sua nuova pensosa introspezione, lui può anche ignorarla. Le pasticche hanno già avuto effetti collaterali sui suoi occhi, gli hanno sprofondato la curva corneale in modo che non può portare le lenti a contatto senza che gli saltino fuori. Devono essere gli estrogeni coniugati che prende ogni mattina nel succo d'arancia. Può anche ignorare tutto ciò. Questo deve essere l'Androcur nel tè freddo del pranzo, ma non lo capirà mai. Non mi scoprirà mai. Brandy Alexander, i piedi nei collant di nylon sul cruscotto, la regina suprema, sta ancora leggendo il suo libro. «Quando guardi i telefilm che vanno in onda di giorno» Seth mi dice «puoi vedere dentro chiunque. Su ogni canale c'è una vita differente, e quasi a ogni ora le vite cambiano. È come in quei siti dove mandano in onda video web dal vivo. Puoi guardare il mondo intero senza che lui lo sappia.» Brandy sta leggendo quel libro da tre settimane. «La televisione ti lascia spiare persino le zone sexy della vita di tutti» dice Seth. «Ha senso o no?» Forse, ma solo se ti fai 500 milligrammi di progesterone micronizzato ogni giorno. Alcuni minuti di panorama scorrono dietro il finestrino. Giusto qualche montagna torreggiante, vecchi vulcani spenti, il tipo di roba che si trova comunemente all'aperto. Quegli eterni motivi naturali della natura. Materiali grezzi nel loro stato più grezzo. Non rifiniti. Fiumi non valorizzati. Montagne mal tenute. Sporcizia. Piante che crescono nel sudiciume. Tem-
po. «E se credi che siamo davvero dotati di libero arbitrio, allora sai che Dio non può controllarci veramente» dice Seth. Le mani di Seth si staccano dal volante e fluttuano intorno per spiegare il suo punto di vista. «E dal momento che Dio non può controllarci» dice «si limita a guardare e a cambiare canale quando si annoia.» Da qualche parte nei cieli, sei in diretta su un sito di video web perché Dio ci navighi. Brandycam. Brandy con in terra le sue scarpe-trappola reggi-gambe vuote, Brandy si lecca un indice e, lentamente, volta una pagina. Antichi petroglifi e ferraglia aborigena ci sfrecciano accanto sibilando. «Quello che voglio dire» dice Seth «è che forse la tv ti rende Dio.» Seth dice: «E potrebbe essere che noi non siamo altro che la televisione di Dio». Sul ciglio di ghiaia, degli alci o chissà che incedono a fatica su tutte e quattro le zampe. «O di Babbo Natale» dice Brandy da dietro il suo libro. «Babbo Natale vede tutto.» «Babbo Natale è solo una favola» dice Seth. «È solo la band di supporto per Dio. Non esiste nessun Babbo Natale.» Vai alla caccia di farmaci di tre settimane fa a Spokane, Washington, quando Brandy Alexander si è buttata nella camera da letto e ha cominciato a leggere. Io ho preso trentadue Nembutal. Trentadue Nembutal sono finiti nella mia borsa. Non mangio la merce. Brandy stava ancora leggendo. Ho provato tutti i rossetti sul dorso della mano, e Brandy era ancora sprofondata in un miliardo di cuscini di pizzo traforato nel centro di un letto ad acqua a tre piazze. Sempre leggendo. Ho messo nella mia borsa dell'estradiolo scaduto e mezzo pacchetto di Plumbago. L'agente immobiliare ha urlato su per le scale, tutto bene? Vai a noi sull'Interstate 5 dove passa un cartellone pubblicitario. Cibo Sano e Prezzi Popolari all'Area di Servizio Karver Stage. Vai a niente Burning Blueberry, niente Rusty Rose o Aubergine Dreams a Spokane. Lui non voleva metterci fretta, aveva urlato su per le scale l'agente immobiliare, ma c'era qualcosa che ci occorreva sapere? Avevamo delle do-
mande? Ho infilato la testa nella camera da letto, e il piumino bianco del letto ad acqua conteneva una Brandy Alexander intenta a leggere, tanto animata quanto morta. Oh, il raso lilla dell'orlo intessuto di perline. Oh, gli strati di cachemire ambrato ornato di marabù topazio sfaccettato. Oh, il liscio bolero di visone ruspante. Siamo dovute andarcene. Brandy ha agguantato il libro tenendolo aperto contro le sue finte tette dritte come torpedo. Il viso Rusty Rose sprofondato nel cusci no di capelli ramati e nelle federe di pizzo traforato, gli occhi a melanzana avevano lo sguardo dilatato di un'overdose di Thorazine. Per prima cosa voglio sapere che droga si è presa. La copertina del libro mostrava una bionda carina. Magra come uno spaghetto. Con un sottile sorrisino carino. I capelli della ragazza erano una foto satellitare dell'uragano Blonde appena oltre la costa ovest del suo viso. Il viso era da dèa greca con grandi ciglia, grandi occhi truccati con l'eyeliner proprio come Betty e Veronica e tutte le altre ragazze Archie a Riverdale High. Bianche perle le cingono le braccia e il collo. Quelli che potrebbero essere diamanti scintillano qua e là. La copertina del libro dice Miss Rona. Brandy Alexander, le sue scarpe-trappola reggi-gambe stavano sporcando tutto il piumino bianco del letto ad acqua, e Brandy ha detto: «Ho capito chi è il vero Dio». L'agente immobiliare era a dieci secondi. Vai a tutte le meraviglie della natura che ci passano oltre indistinte, conigli, scoiattoli, cascate che precipitano. Questo è il peggio. Tartarughe che scavano tane sotterranee. Uccelli che nidificano nei nidi. «La Principessa B. A. è Dio» mi dice Seth dallo specchietto retrovisore. Vai a quando l'agente immobiliare di Spokane urla su per le scale. I proprietari del castello di granito stavano arrivando lungo il vialetto. Brandy Alexander, gli occhi dilatati, quasi senza respiro in un letto ad acqua di Spokane, disse: «Rona Barrett. Rona Barrett è il mio nuovo Essere Supremo». Vai a Brandy nella Lincoln Town Car che dice: «Rona Barrett è Dio».
Tutto intorno a noi, erosione e insetti si stanno proprio masticando il mondo, non la gente e l'inquinamento. Tutto si biodegrada, che tu lo voglia o no. Ho controllato la mia borsa per vedere se ci fosse abbastanza spironolactone per la merenda pomeridiana di Seth. Passa un altro cartellone: La Fantastica Crusca Magic Phase - Metti in Bocca Qualcosa di Buono. «Nella sua autobiografia» testimonia Brandy Alexander, «in Miss Rona, pubblicato da Bantam Books in accordo con la Nash Publishing Corporation di Sunset Boulevard a Los Angeles, California...» Brandy fa un profondo respiro di aria di macchina nuova «... copyright 1974, Miss Rona ci dice che ha cominciato la sua vita come una grassa ragazza ebrea di Queens con un nasone e una misteriosa malattia muscolare.» Brandy dice: «Questa piccola grassa moretta si reinventa come celeberrima bionda superstar che poi un sex symbol maschile implora perché gli lasci infilare il pisello anche un solo centimetro». Nessuno di noi ha più una lingua madre. Un altro cartellone: Al prossimo Sundae, Pretendi il Gelato al Latte Tooter! «Quello che non ha passato quella donna» dice Brandy. «Proprio qui a pagina centoventicinque, quasi affoga nel suo sangue! Rona si è appena rifatta il naso. Guadagna appena cinquanta dollari a storia, ma questa donna risparmia abbastanza per un'operazione al naso da mille dollari! È il suo primo miracolo. Poi, Rona è in ospedale, degenza postoperatoria, la testa avvolta come una mummia, quando un amico viene a trovarla e le racconta che a Hollywood si dice che lei sia lesbica. Miss Rona, una lesbica! Naturalmente non è vero. La donna è una dèa e così urla e urla e urla fino a che non le scoppia un'arteria nella gola.» «Alleluia» dice Seth, di nuovo tutto lacrimante. «E qui» Brandy si lecca il polpastrello di un grande indice e salta un po' di pagine, «a pagina duecentoventidue, Rona viene di nuovo lasciata dal suo viscido compagno con cui sta da undici anni. Erano settimane che tossiva, e così si imbottisce di pillole ed è trovata moribonda e in stato semicomatoso. Perfino l'autista...» «Grazie a Dio» dice Seth. Svariate piante indigene che crescono proprio dove gli pare. «Seth, dolcezza» dice Brandy. «Non interrompere.» Le sue labbra Plumbago dicono: «Perfino l'autista dell'ambulanza ha pensato che Miss Rona sarebbe stata una DOA.» Nuvole di vapore acqueo se ne stanno, sai, su nel cielo.
Brandy dice: «Adesso, Seth». E Seth dice: «Alleluia!». Le margherite selvatiche e la macchia indiana che ci scorrono accanto veloci non sono che i genitali di un'altra forma di vita. E Seth dice: «Quindi che vuoi dire?». «Nel libro Miss Rona, copyright 1974» dice Brandy, «Rona Barrett - che fin da quando aveva nove anni aveva tette enormi e voleva tagliarsele via con le forbici - nel prologo del libro ci racconta che lei è come questo animale, tagliato ed esposto, con tutti gli organi vitali che luccicano e tremano, sai, tipo il fegato e l'intestino crasso. Immagini del genere, tutto che gronda e pulsa. Comunque, potrebbe aspettare che qualcuno la ricucia, ma sa che nessuno lo farà. Deve prendere ago e filo e ricucirsi da sola.» «Che schifo» dice Seth. «Miss Rona dice che niente fa schifo» dice Brandy. «Miss Rona dice che l'unico modo per trovare la vera felicità è di rischiare di essere completamente aperta e tagliata.» Stormi di piccoli uccelli indigeni sembrano tutti presi dall'ossessione di cercare cibo e raccoglierlo con il becco. Brandy gira lo specchietto retrovisore fino a che non mi trova riflessa e dice: «Bubba-Joan, dolcezza?». È ovvio che gli uccelli del posto devono costruirsi i loro nidi fai-da-te usando i materiali che trovano sul luogo. I piccoli bastoncini e le foglie sono come ammucchiati insieme. «Bubba-Joan» dice Brandy Alexander. «Perché non ti apri a noi con una storia?» Seth dice: «Ti ricordi quella volta a Missoula quando la principessa era così strafatta che ha mangiato supposte di Nebalino avvolte nella carta dorata perché pensava che fossero Almond Roca? Alla faccia dei tuoi semicoscienti DOA». Sui pini stanno nascendo le pigne. Gli scoiattoli e i mammiferi di ogni sesso passano tutta la giornata a cercare di scopare. O a partorire in diretta. O a mangiare i loro piccoli. Brandy dice: «Seth, dolcezza?». «Sì, madre.» Quello che sembra bulimia è solo il modo in cui le aquile reali nutrono i loro piccoli. Brandy dice: «Perché devi sedurre ogni cosa vivente che incontri?». Un altro cartellone:
È Nubby il Barbeque Obbligatorio per le vostre Saporite, Gustose, Cosce di Pollo Fritto. Un altro cartellone: Dairy Bite - Il Chewing-gum al Gusto di Vero Formaggio a Basso Contenuto di Grassi. Seth ridacchia. Seth arrossisce e si attorciglia delle ciocche di capelli intorno a un dito. Dice: «Mi fai sembrare così sessualmente incontrollabile». Pietà. Vicino a lui mi sento così mascolina. «O, caro» dice Brandy, «non ti ricordi neanche la metà di quelle con cui sei stato.» Dice: «Be', spero solo di riuscire a dimenticarlo io». Nello specchietto retrovisore Seth dice alle mie tette: «Il solo motivo per cui chiediamo ad altre persone come è andato il loro fine settimana è perché così gli possiamo raccontare il nostro». Penso, ancora qualche giorno di progesterone micronizzato in più, e a Seth dovrebbero incominciare a spuntargli il suo bel paio di tette. Gli effetti collaterali a cui devo stare attenta includono nausea, vomito, itterizia, emicrania, crampi addominali e vertigini. Cerchi di ricordarti gli esatti livelli di tossicità, ma poi perché preoccuparsi troppo. Un cartello passa via dicendo: Seattle 130 miglia. «Dai, vediamo quelle interiora grondanti e tremanti, Bubba-Joan» comanda Brandy Alexander, Dio e madre di tutti noi. «Raccontaci un'oscena storia personale.» Lei dice: «Fatti a pezzi. Ricùciti» e mi porge nel sedile posteriore un ricettario e una matita Aubergine Dream per sopracciglia. 7 Torna indietro al giorno del Ringraziamento prima del mio incidente, quando vado a cena a casa dai miei. Questo quando ancora avevo una faccia e non ero in guerra con i cibi solidi. A coprire tutto il tavolo della sala da pranzo, una tovaglia che non ricordavo, davvero bella, di damasco blu scuro con bordo di pizzo. È qualcosa che non mi sarei aspettata mia madre comprasse, così chiedo, gliel'ha regalata qualcuno? Mamma si sta avvicinando al tavolo e sta aprendo il suo tovagliolo di damasco blu con tutto il cibo fumante tra noi: lei, io e mio padre. Le patate dolci sotto il loro strato di caramello. Il grande tacchino arrosto. I panini se ne stanno dentro una confortevole piccola trapunta cucita a forma di pollo. Sollevi le ali e tiri fuori il pane. C'è il vassoio di cristallo con i cetrioli dol-
ci e il sedano ripieno di burro di arachidi. «Regalato cosa?» dice mia madre. La nuova tovaglia. È proprio bella. Mio padre sospira e affonda un coltello nel tacchino. «All'inizio non doveva essere una tovaglia» dice mamma. «Tuo padre e io abbiamo abbandonato il nostro progetto originale.» Il coltello affonda ancora e ancora, e mio padre inizia a smembrare la nostra cena. Mia mamma dice: «Sai cos'è la trapunta commemorativa dell'AIDS?». Vai a quanto odio mio fratello in questo momento. «Ho comprato questo tessuto perché ho pensato che sarebbe stato un bel drappo per Shane» dice mamma. «Abbiamo avuto dei problemi per cosa cucirci sopra.» Dammi amnesia. Flash. Dammi nuovi genitori. Flash. «Tua madre non voleva pestare i piedi a nessuno» dice papà. Stacca una coscia e comincia a spolpare la carne su un piatto. «Nell'ambiente gay bisogna stare attenti, dato che ogni cosa ha un suo significato in codice segreto. Voglio dire, non vogliamo che la gente si faccia un'idea sbagliata.» Mia mamma si sporge per mettermi le patate nel piatto e dice: «Tuo padre voleva un bordo nero, ma nero su sfondo blu vorrebbe dire che Shane era eccitato da sesso e cuoio, capisci, schiavitù e disciplina, sado e masochismo». Dice: «In realtà questi drappi servono per aiutare la gente che rimane». «Degli sconosciuti vedranno noi e vedranno il nome di Shane» dice mio padre. «Non volevamo che pensassero chissà che cosa.» Tutti i piatti hanno cominciato la loro lenta marcia oraria attorno al tavolo. Il ripieno. Le olive. La salsa di mirtilli. «Io volevo dei triangoli rosa ma tutti i drappi hanno dei triangoli rosa» dice mia mamma. «È il simbolo nazista per gli omosessuali.» Dice: «Tuo padre ha suggerito triangoli neri, ma questo vorrebbe dire che Shane era lesbica. Ricorda i peli pubici femminili. Il triangolo nero li ricorda». Mio padre dice: «Poi volevo un bordo verde, ma si sa che quello starebbe a indicare che Shane batteva». Mia mamma dice: «Avevamo quasi scelto un bordo rosso, ma quello avrebbe voluto dire fisting. Marrone starebbe per scat o rimming, non siamo
riusciti a capire quale dei due.» «Giallo» dice mio padre «vuol dire pissing.» «Un blu più chiaro» dice mamma «significherebbe normale sesso orale.» «Bianco normale» dice mio padre «significherebbe anale. Bianco potrebbe anche voler dire che Shane era eccitato da uomini che portano le mutande.» Dice: «Non ricordo quale dei due». Mia madre mi passa il pollo trapuntato con dentro i panini ancora caldi. Dovremmo starcene seduti a mangiare con Shane morto su tutta la tavola davanti a noi. «Alla fine ci abbiamo rinunciato» dice mia mamma «e con la stoffa ho fatto una bella tovaglia.» Tra le patate e il ripieno, papà guarda giù verso il suo piatto e dice: «Sai qualcosa del rimming?». So che non sono discorsi da fare a tavola. «E del fisting?» chiede mia madre. Dico che sì, lo so. Non parlo di Manus e delle sue riviste porno professionali. Siamo seduti lì, tutti noi attorno a un lenzuolo blu con il tacchino, ora più che mai grande animale morto al forno, il ripieno zeppo di organi che si riconoscono ancora, il cuore e lo stomaco e il fegato, la salsa densa col grasso cotto e il sangue. Il centrotavola di fiori potrebbe essere una composizione per cassa da morto. «Passeresti il burro per favore?» dice mia madre. A mio padre lei dice: «Sai che cos'è il felching?». Questo è troppo. Shane è morto, ma è il centro dell'attenzione, più di quanto lo sia mai stato. I miei si domandano perché non torno mai a casa, ed ecco perché. Tutti questi orribili discorsi di sesso durante la cena del Ringraziamento, non lo sopporto. Sempre Shane questo e Shane quello. È triste, ma quello che è successo a Shane non l'ho fatto io. So che tutti pensano che sia stata colpa mia, quello che è successo. La verità è che Shane ha distrutto questa famiglia. Shane era cattivo e perfido, ed è morto. Io sono buona e obbediente e sono ignorata. Silenzio. Tutto è successo quando io avevo quattordici anni. Qualcuno, per sbaglio, ha buttato nella spazzatura un flacone di lacca pieno. Bruciare l'immondizia era compito di Shane. Aveva quindici anni. Stava buttando la spazzatura della cucina nel bidone bruciarifiuti intanto che l'immondizia del bagno era in fiamme, e la lacca è esplosa. È stato un incidente.
Silenzio. Adesso volevo che i miei genitori parlassero di me. Gli avrei raccontato che Evie e io stavamo girando una telepromozione. La mia carriera di modella stava decollando. Volevo raccontargli del mio nuovo ragazzo, Manus, ma no. Che sia buono o cattivo, vivo o morto, Shane riceve sempre tutta l'attenzione. Tutto quello che ne ricavo io è di arrabbiarmi. «Sentite» dico. Mi viene fuori da sé. «Io» dico, «io sono l'ultima figlia che vi è rimasta viva, quindi fareste meglio a cominciare a prestarmi un po' d'attenzione.» Silenzio. «Felching» abbasso la voce, sono calma adesso. «Felching è quando un uomo ti incula senza preservativo. Sborra, e poi ti pianta la bocca sul culo e succhia fuori il suo sperma caldo, più eventuali lubrificanti o feci presenti. Questo è il felching. Può anche» aggiungo «includere baciarsi per passarsi in bocca lo sperma e la materia fecale.» Silenzio. Dammi controllo. Dammi calma. Dammi ritegno. Flash. Le patate sono proprio come piacciono a me, dolci ma croccanti in cima. Il ripieno è un po' secco. Passo il burro a mia madre. Mio padre si schiarisce la voce. «Bernoccolo» dice. «Credo che fletching sia la parola che tua madre cercasse.» Dice: «Vuol dire tagliare il tacchino a fette molto fini» Silenzio. Dico, oh. Dico, scusate. Mangiamo. 8 Non aspettatevi che sia io a raccontare ai miei genitori dell'incidente. Sapete, un'intera interurbana con attacco di pianto a dirotto sul proiettile e sul pronto soccorso. Non è il genere di cose che fanno per noi. Ho detto ai miei genitori, non appena ho potuto scrivergli una lettera, che partivo per Cancún, Messico, per un servizio fotografico per un catalogo Espre. Sei mesi di divertimenti, spiaggia, e io che cerco di succhiare gli spicchi di lime dalle bottiglie a collo lungo della birra messicana. Gli uomini adorano guardare le donne mentre lo fanno. Valli a capire. Uomini. Lei adora i vestiti di Espre, mia mamma risponde. Scrive che, visto che
sarò sul catalogo Espre, potrei magari farle avere uno sconto sul suo ordine di Natale. Scusa, Mamma. Scusa, Dio. Risponde: Be', sii bella per noi. Amore e baci. La maggior parte delle volte, è molto più facile non far sapere al mondo cos'è che non va. I miei, loro mi chiamano Bernoccolo. Sono stata il bernoccolo nella pancia di Mamma per nove mesi. Mi hanno chiamato Bernoccolo da prima che nascessi. Vivono a due ore di macchina da me, ma non li vado mai a trovare. Quello che voglio dire è che non hanno bisogno di sapere ogni piccola cosa su di me. In una lettera mia madre scrive: «Perlomeno con tuo fratello, sappiamo se è vivo o morto.» Mio fratello morto, il Re della Città dei Froci. Il migliore in tutto. Il re della pallacanestro fino a sedici anni, quando dal test per gli streptococchi risultò la gonorrea, lo sapevo solo io che lo odiavo. «Non è che non ti amiamo» mia madre scrive in una lettera, «è solo che non lo diamo a vedere.» D'altronde, l'isteria è possibile solo con un pubblico. Sai cosa ti occorre fare per mantenerla viva. La gente ti incasina con le sue reazioni su come è tanto orribile quello che è accaduto. Prima quelli al pronto soccorso che ti lasciano passare avanti a loro. Poi la suora francescana che si mette a urlare. Poi la polizia con il lenzuolo d'ospedale. Vai a com'era la vita quando eri una bambina e potevi mangiare solo omogeneizzati. Cammini vacillando fino al tavolino da caffè. Sei sui tuoi piedi e devi barcollare su quelle gambe a salsicciotto oppure cadere giù. Poi arrivi al tavolo da caffè e sbatti la tua testolina soffice contro lo spigolo. Sei per terra, e cavolo, o cavolo, fa male. Però non c'è niente di tragico fino a che non accorrono Mamma e Papà. Oh, povera, coraggiosa piccolina. È solo allora che piangi. Vai a Brandy e io e Seth che saliamo in cima a quel coso Space Needle a Seattle, Washington. È la nostra prima sosta dopo il confine canadese tranne quando ci siamo fermati in modo che potessi andare a comprare un caffè a Seth - latte, zucchero e Climara - e una Coca-Cola con extra Estrace, senza ghiaccio. Sono le undici, e lo Space Needle chiude a mezzanotte, e Seth dice che ci sono due tipi di persone al mondo.
La Principessa Alexander voleva subito trovare un bell'albergo, un posto con il parcheggiatore e i bagni di marmo. Potremmo avere il tempo per un pisolino prima che lei debba uscire e vendere le medicine. «Se tu fossi a un quiz televisivo» dice Seth a proposito dei suoi due tipi di persone. Seth ha già lasciato l'autostrada e stiamo guidando tra magazzini scuri, voltandoci a ogni fuggevole apparizione dello Space Needle. «Sei il vincitore di questo quiz» dice Seth, «e puoi scegliere tra un salone con cinque pezzi di arredamento di Broyhill, prezzo consigliato tremila dollari, o un viaggio di dieci giorni nel fascino antico dell'Europa.» La maggior parte della gente, dice Seth, prenderebbe il set da salotto. «È che la gente vuole qualcosa che testimoni il loro sforzo» dice Seth. «Come i faraoni e le loro piramidi. Di fronte alla scelta, pochi sceglierebbero il viaggio, anche se hanno già un bel salotto.» Nessuno è parcheggiato nelle strade attorno al Seattle Center, la gente è tutta a casa che guarda la televisione, o che è la televisione, se credi in Dìo. «Vi devo mostrare dove è finito il futuro» dice Seth. «Voglio che noi siamo quelli che scelgono il viaggio.» Secondo Seth il futuro è finito nel 1962 alla Fiera Mondiale di Seattle. Ecco tutto ciò che avremmo dovuto ereditare: l'uomo sulla luna entro il decennio - l'asbesto è il nostro amico miracoloso - il mondo dell'era spaziale messo in moto dal nucleare e alimentato da combustibili fossili, dove si sarebbe potuto salire a visitare il palazzo volante dei Jetsons per poi prendere la monorotaia verso il centro per un divertente cappellino portapillole al Bon Marché. Tutta questa speranza e scienza e ricerca e glamour in rovina: Lo Space Needle. Il Science Center con le sue cupole di pizzo e i globi di luci penzolanti. La Monorotaia che corre veloce ricoperta di liscio alluminio. Ecco come le nostre vite sarebbero dovute diventare. Vai lì. Fai il viaggio, dice Seth. Ti spezzerà il cuore, perché i Jetsons con la loro robot domestica, Rosie, e i loro dischi volanti e i loro letti tostapane che ti sputano fuori la mattina, è come se i Jetsons abbiano subaffittato lo Space Needle ai Flintstone. «Sapete» dice Seth, «Fred e Wilma. Il tritarifiuti che in realtà è un maiale che vive sotto il lavandino. Tutti i mobili fatti di ossa e pietre e lampade di pelle di tigre. Wilma passa l'aspirapolvere con un cucciolo di elefante e rassetta le pietre. Hanno chiamato la loro figlia Pebbles.» Ecco qui il nostro futuro di cibi al formaggio e propellenti aerosol, poli-
stirene e Club Med sulla luna, roast-beef servito in un tubetto di dentifricio. «Boing» dice Seth, «sai, colazione con gli astronauti. E oggi le persone vengono qui indossando sandali di cuoio che si sono fabbricati da loro. Chiamano i propri figli Zilpah e Zabulon dal Vecchio Testamento. Le lenticchie sono importantissime.» Seth sospira e si passa una mano tra le lacrime negli occhi. È solo l'Estrace. Starà diventando premestruale. «La gente che va allo Space Needle adesso» dice Seth, «hanno tutti delle lenticchie a mollo a casa, e tutti stanno camminando tra le rovine del futuro proprio come i barbari quando hanno trovato le rovine greche e si sono detti che doveva essere stato Dio a costruirle.» Seth parcheggia sotto una delle tre grandi gambe di acciaio dello Space Needle. Usciamo e guardiamo le gambe che salgono fino allo Space Needle, il ristorante basso, il ristorante alto che gira, poi il posto d'osservazione in cima. Poi le stelle. Vai al triste momento in cui compriamo i nostri biglietti ed entriamo nel grande ascensore di vetro che scivola verso l'alto nel mezzo dello Space Needle. Siamo in questa gabbia da discoteca in vetro e ottone verso le stelle. Andando su, voglio sentire musica Telestar ipoallergenica, non toccata da mani umane. Qualunque cosa sia generata da computer e suonata su un sintetizzatore Moog. Voglio ballare il frug a un party danzante su un volo della TWA diretto sulla luna, dove ragazzi e ragazze fichi fanno il purè di patata a gravità zero e mangiano deliziose pillole snack. Voglio tutto questo. Lo dico a Brandy Alexander, e lei va subito alle finestre in ottone e vetro e si mette a fare il frug intanto che saliamo, e per la forza di gravità è come ballare il frug su Marte pesando quattrocento chili. La parte triste è il tizio in divisa misto poliestere che fa andare l'ascensore, al quale sfugge completamente il significato del futuro. Tutto il divertimento, tutto, tutto, è sprecato con lui, e questo tipo ci guarda come se fossimo quei cuccioli che si vedono dietro le vetrine dei negozi di animali di periferia. Come fossimo quei cuccioli con quelle secrezioni gialle sugli occhi e nel buco del culo, che sai che non avranno più dei movimenti intestinali solidi ma che pure sono in vendita a seicento dollari l'uno. Quei cuccioli sono così tristi che perfino le ragazze ciccione con quelle schifose permanenti da universitarie se ne stanno ore a dare colpetti sulla vetrina
dicendo: «Ti voglio bene piccolino. La mamma ti vuole bene, cucciolotto». Il futuro è proprio sprecato con certa gente. Vai al punto di osservazione in cima allo Space Needle, dove non puoi vedere le gambe d'acciaio e così sembra che stai sorvolando Seattle su un disco volante con un sacco di souvenir da vendere. Comunque, la maggior parte non sono souvenir del futuro. Sono magliette con le scritte ecologiche e batik e roba stinta di cotone naturale cento per cento che non puoi lavare insieme a nient'altro perché scoloriscono sempre. Nastri registrati di balene che cantano mentre fanno sesso. Altre cose che odio. Brandy se ne va in cerca di relitti e manufatti provenienti dal futuro. Acrilico. Plexiglass. Alluminio. Polistirolo. Radio. Seth si dirige verso la ringhiera, si sporge oltre le reti antisuicidio e sputa. Lo sputo cade indietro giù nel Ventunesimo secolo. Il vento mi soffia via i miei capelli nell'oscurità e Seattle e le mie mani sono aggrappate fino a divenire bianche alla ringhiera d'acciaio dove circa un milione di mani prima di me hanno tolto via la vernice. Dentro i suoi vestiti, invece delle lastre di muscoli che prima mi facevano impazzire, adesso il grasso spinge in fuori la sua camicia sopra la cintura. È il Premarin. L'ombra sexy della sua barba delle cinque sta sparendo a causa del Provera. Perfino le dita gli si sono gonfiate attorno al vecchio anello da sportivo universitario. Il fotografo nella mia testa dice: Dammi pace. Flash. Dammi liberazione. Flash. Seth arrampica il suo corpo ritieni-liquidi in modo da sedersi sul parapetto. I suoi mocassini con nappa kilt dondolano sopra le reti. La sua cravatta sventola dritta sopra il nulla e l'oscurità. «Non ho paura» dice. Raddrizza una gamba e lascia dondolare dalle dita dei piedi uno dei mocassini con nappa kilt. Stringo i veli attorno al collo così la gente che non mi conosce penserà che sono ancora felice, proprio come i miei. Seth dice: «La notte in cui mi hai scoperto mentre cercavo di ucciderti è stata l'ultima volta che mi sarò spaventato in vita mia» e Seth guarda oltre le luci di Seattle e sorride.
Sorriderei anch'io, sai, se avessi le labbra. Nel futuro, nel vento, nell'oscurità del ponte di osservazione in cima allo Space Needle, Brandy Alexander, regina suprema di marca quale è, Brandy arriva da Seth e me con souvenir del futuro. Queste sono cartoline. Brandy Alexander ci dà un mazzo di cartoline ciascuno, talmente sbiadite, con le orecchie, e sfogliate e ignorate, che per anni sono sopravvissute in fondo a uno scaffale girevole. Ecco le foto del futuro con cieli puliti, schiariti dal sole dietro uno Space Needle all'alba. Ecco la Monorotaia piena di ragazze sorridenti con degli abiti di lana d'angora rosa alla Jackie 'O e tre enormi bottoni rivestiti di stoffa sul davanti. Bambini con magliette a strisce e capelli biondi a spazzola stile astronauta che corrono per tutto il Science Center dove tutte le fontane funzionano ancora. «Raccontate al mondo cosa vi spaventa di più» dice Brandy. Ci dà una matita per sopracciglia Aubergine Dreams ciascuno e dice: «Salvate il mondo con qualche consiglio dal futuro». Seth scrive sul retro di una cartolina e la passa a Brandy perché la legga. Nei quiz televisivi, Brandy legge, alcuni sceglieranno il viaggio in Francia, ma la maggior parte delle persone sceglieranno la coppia lavatriceasciugatrice. Brandy spiaccica un bel bacio Plumbago sul rettangolino per il francobollo e lascia che il vento sollevi la cartolina e la porti via veleggiando verso le torri del centro di Seattle. Seth gliene porge un'altra, e Brandy legge: I quiz televisivi sono studiati per farci sentire a nostro agio in quei fatti casuali e inutili che sono tutto quel che ci rimane della nostra istruzione. Un bacio, e la cartolina è in viaggio verso il lago Washington. Da parte di Seth: Quand'è che il futuro è passato dall'essere una promessa a essere una minaccia? Un bacio, ed è nel vento verso Ballard. Solo quando inghiottiremo questo pianeta Dio ce ne darà un altro. Saremo ricordati più per quello che distruggiamo che per quello che creiamo. L'Interstate 5 serpeggia all'orizzonte. Dall'alta cima dello Space Needle, fari rossi si inseguono in direzione sud, fari bianchi si inseguono in direzione nord. Prendo una cartolina e scrivo: Amo Seth Thomas così tanto che lo devo distruggere. Farò ammenda più che a sufficienza adorando la regina suprema. Seth non mi amerà mai. Nessuno mi amerà mai più.
Brandy sta aspettando di prendere la cartolina e leggerla ad alta voce. Brandy sta aspettando di leggere al mondo le mie peggiori paure, ma non le porgo la cartolina. La bacio io stessa con le labbra che non ho e lascio che sia il vento a portarmela via di mano. La cartolina vola su, su, su verso le stelle e poi cade giù a terra nella rete antisuicidio. Mentre guardo il mio futuro intrappolato nella rete antisuicidio, Brandy legge un'altra cartolina di Seth. Ci stiamo tutti autodecomponendo. Scrivo sopra un'altra cartolina dal futuro, e Brandy la legge. Quando non sappiamo chi odiare, odiamo noi stessi. Una raffica solleva le mie peggiori paure dalla rete antisuicidio e le porta via. Seth scrive e Brandy legge. Devi continuare a riciclare te stesso. Scrivo e Brandy legge. Niente di me è originale. Sono il risultato dello sforzo di tutti quelli che ho conosciuto. Scrivo e Brandy legge. Quello che ami e quello che ti ama non sono mai, mai la stessa persona Vai a noi che scendiamo veloci durante un volo TWA di ritorno dalla luna a casa, Brandy e Seth e io che balliamo il nostro frug da festa disco nell'ascensore-gabbia in ottone e vetro a gravità zero. Brandy stringe in pugno una grande manciata di anelli, e al meticcio androide di servizio che cerca di fermarci, dice di darsi una calmata se non vuole morire proprio al rientro. Al ritorno sulla terra c'è il Ventunesimo secolo, la nostra Lincoln a noleggio con il suo interno blu-bara che ci aspetta per portarci in un bell'albergo. Sul vetro c'è una multa, ma quando Brandy vi si precipita per farla in mille pezzi, la multa è una cartolina dal futuro. Forse le mie peggiori paure. Affinché Brandy le legga ad alta voce a Seth. Amo Seth così tanto che devo distruggerlo... Se anche faccio ammenda in modo esagerato nessuno mi vorrà mai. Non Seth. Non i miei. Non puoi baciare qualcuno che non ha le labbra. Oh, amatemi, amatemi, amatemi, amatemi, amatemi, amatemi, amatemi, amatemi. Sarò chiunque vogliate che io sia. Brandy Alexander, la sua grande mano solleva la cartolina. La regina
suprema se la legge, in silenzio, e infila la cartolina nella borsetta. Principessa Principessa, dice: «A questo ritmo, non arriveremo mai al futuro». 9 Torna indietro al giorno in cui Brandy lancia nell'aria sopra la mia testa una manciata di nulla luccicante, e attorno a me l'ufficio della logopedista diventa dorato. Brandy dice: «Questo è voile di cotone». Lancia un'altra manciata di nebbia, e il mondo si offusca dietro l'oro e il verde. «Seta georgette» dice Brandy. Lancia una manciata di scintille, e il mondo, Brandy seduta davanti a me con il suo cesto da cucito in vimini aperto in grembo. Noi due sole, chiuse dentro l'ufficio della logopedista. Il poster del gattino sul muro di mattoni grigi. Tutto acquista la fioca luminosità di un raggio di stelle, ogni spigolo acuto cancellato o imbrattato di verde e oro, e la luce fluorescente che filtra attraverso frammenti di esplosione. «Veli» Brandy dice mentre ogni colore si deposita su di me. «Devi apparire come se stessi tenendo nascosti dei segreti» dice. «Se te ne vai per il mondo, signorina St. Patience, non devi lasciare che la gente veda il tuo viso» dice. «Puoi andare dovunque nel mondo» Brandy parla e parla. Solo non puoi lasciar sapere alla gente chi sei veramente. «Puoi vivere una vita completamente normale, regolare» dice. Solo non puoi lasciare che qualcuno si avvicini abbastanza da sapere la verità. «In una parola» dice, «veli.» Principessa tutta-iniziativa quale è, Brandy Alexander non mi chiede mai il mio vero nome. Il nome con cui sono nata. La signorina Prepotente mi affibbia immediatamente un nuovo nome, un nuovo passato. Inventa per me un altro futuro senza alcuna connessione, se non con lei, un culto tutto per lei. «Il tuo nome è Daisy St. Patience» mi dice. «Sei l'ereditiera perduta della House of St. Patience, l'atelier di très haute couture, e questa stagione facciamo cappelli» dice. «Cappelli con veli.» Le chiedo: «jsfssjf ciacb sxi?». «Discendi da sangue aristocratico francese in fuga» dice Brandy.
«Gwdcn aixa gklgfnv?» «Sei cresciuta a Parigi, e sei andata a scuola dalle suore» Brandy dice. Subito al lavoro, da stilista della pianificazione quale è, Brandy Alexander sta già tirando fuori del tulle dalla sua borsetta, tulle rosa e pizzo e centrini a rete all'uncinetto, e li sta sistemando attorno alla mia testa. Dice: «Non hai bisogno di truccarti. Non hai nemmeno bisogno di lavarti. Un buon velo è l'equivalente degli occhiali a specchio, ma per tutta la testa». Un buon velo è lo stesso che rimanere in casa, mi dice Brandy. In clausura. Privata. Estrae dello chiffon giallo. Mi drappeggia tutta con del nylon rosso. Per com'è il nostro mondo, tutti appiccicati spalla a spalla, gente che sa tutto di te al primo sguardo, un buon velo è il tuo finestrino scuro da limousine. L'edizione mai pubblicata del tuo viso. Dietro un buon velo, puoi essere chiunque. Una stella del cinema. Una santa. Un buon velo dice: Non Ci Siamo Presentati Come Si Deve. Sei il premio dietro la porta numero tre. Sei la signora o la tigre. Nel nostro mondo dove nessuno riesce più a mantenere un segreto, un buon velo dice: Grazie di non farmi partecipe. «Non ti preoccupare» dice Brandy. «Le altre persone riempiranno gli spazi vuoti.» Allo stesso modo come fanno con Dio, dice. Quello che non ho mai detto a Brandy è che sono cresciuta vicino a una fattoria. Era una fattoria che allevava maiali. Tutti i pomeriggi, col sole, Daisy St. Patience tornava da scuola e doveva dar da mangiare ai maiali con suo fratello. Dammi nostalgia di casa. Flash. Dammi struggimenti nostalgici per l'infanzia. Flash. Qual è la parola per il contrario di glamour? Brandy non mi ha mai chiesto dei miei genitori, se erano vivi o morti, e perché non erano lì a digrignare i denti. «Tuo padre e tua madre, Rainier e Honoraria St. Patience, sono stati assassinati da terroristi della moda» dice. A.B., avanti Brandy, mio padre portava i suoi maiali al mercato ogni autunno. Il suo segreto era questo: passare l'estate alla guida del suo camion
con rimorchio per tutto l'Idaho e gli altri stati settentrionali del lato sinistro della cartina, fermandosi in tutti gli ingrossi di pasticceria fresca che vendevano roba scaduta, snack, torte di frutta e paste ripiene di crema, piccoli sfilatini di pan di Spagna iniettati di panna montata artificiale e pezzi di torta ricoperti di glassa e scagliette di noce di cocco tinte di rosa. Vecchie torte di compleanno invendute. Torte stantie che auguravano Congratulazioni. Buona Festa della Mamma. Buon San Valentino. Mio padre porta ancora a casa tutta questa roba, ammucchiata in una pila densa e appiccicosa oppure dentro il cellophane sigillato a caldo. Ecco qual è la parte più dura, aprire questi migliaia di vecchi spuntini e darli ai porci. Mio padre, di cui Brandy non ha voluto sentire parlare, il suo segreto è di dar da mangiare ai maiali queste torte e dolci e snack per tutte le due settimane prima che vadano al mercato. Gli snack non riempiono, e i maiali li inghiottono fino a che non rimane neanche un dolce scaduto nel raggio di cinquecento miglia. Questi snack non contengono fibre vere e proprie, quindi ogni autunno ogni maiale da centocinquanta chili va al mercato con quarantacinque chili extra nel colon. Mio padre realizza una fortuna all'asta, e chissà quanto tempo dopo tutti i maiali si fanno una grande cagata zuccherata quando vedono l'interno di uno dei macelli in cui finiscono. Dico: «Kwvne wivnuw fw sojaoa». «No» dice Brandy, e alza il suo dito indice lungo mezzo metro, sei anelli ammassati solo su questo dito, e spinge il suo hotdog ingioiellato su e giù per la mia bocca proprio mentre cerco di dire qualcosa. «Non una parola» dice Brandy. «Sei ancora troppo attaccata al tuo passato. Non ha senso che tu dica qualcosa.» Dal suo cesto da cucito, Brandy estrae una stella filante bianca e dorata, una magia, uno strato di pura seta bianca decorata in oro col motivo di una lettera greca, che getta sulla mia testa. Dietro un altro velo il mondo reale è molto più lontano. «Indovina come fanno a fare quel disegno dorato» dice Brandy. Il tessuto è così leggero che il mio respiro lo gonfia in avanti; la seta rimane posata sulle mie ciglia senza piegarle. Perfino il mio viso, dove ogni nervo del corpo arriva al capolinea, persino il mio viso non lo sente. Ci vuole una squadra di bambini in India, dice Brandy, bambini di quattro, cinque anni seduti tutto il giorno su panche di legno, vegetariani, devono spulciare fuori con delle pinzette circa un miliardo di fili d'oro per lasciare solo il disegno con il resto dell'oro.
«A fare questo lavoro non si vedono bambini di più di dieci anni» dice Brandy, «perché a quell'età la maggioranza dei bambini è diventata cieca.» Solo il velo che Brandy tira fuori dal cesto deve essere tre metri quadri. La vista preziosa di quei cari bambini, persa. I giorni preziosi della loro fragile infanzia passati a spulciare fili di seta. Dammi pietà. Flash. Dammi empatia. Flash. Oh, quanto vorrei essere capace di far scoppiare il mio povero cuore. Dico: «Vswf siws cm eiuvn sincs». No, non fa niente, dice Brandy. Non vuole remunerare nessuno per lo sfruttamento dei bambini. L'ha comprato in svendita. Ingabbiata dietro la mia seta, stabilitami dentro la nuvola di organza e georgette, l'idea che non posso condividere i miei problemi con altre persone fa sì che non me ne importi una sega dei loro problemi. «Oh, e non preoccuparti» dice Brandy. «Avrai ancora attenzione. Hai due tette e un culo alla dinamite. L'unica cosa è che non puoi parlare con nessuno.» La gente proprio non sopporta di non sapere qualcosa, mi dice. Specialmente gli uomini non tollerano di rinunciare a scalare ogni montagna, a disegnare mappe ovunque. Dare il nome a ogni cosa. Pisciare su ogni albero e poi non chiamarti mai più. «Dietro un velo, sei la grande sconosciuta» dice. «La maggior parte dei ragazzi farà a botte per conoscerti. Certi tipi negheranno che tu sia una persona vera, e certi ti ignoreranno proprio.» Il fanatico. L'ateo. L'agnostico. Anche se uno ha solo una benda sull'occhio, tu vuoi sempre guardare. Per vedere se sta facendo finta. L'uomo con la Camicia Hathaway. O per vedere l'orrore che ci sta sotto. Il fotografo nella mia testa dice: Dammi una s'oce. Flash. Dammi una faccia. La risposta di Brandy erano cappellini con veli. E grandi cappelli con veli. Cappelli bignè e cappelli portapillole bordati tutt'attorno di nuvole di tulle e mussolina. Seta da paracadute o crèpe pesante o pizzo fitto con pompons di ciniglia a pois.
«La cosa più noiosa al mondo» Brandy dice, «è la nudità.» La seconda cosa più noiosa, dice, è l'onestà. «Pensalo come una civetteria. È lingerie per il viso» dice. «Una camicia da notte a cucù che indossi sopra la tua intera identità.» La terza cosa più noiosa al mondo è il tuo passato sfigato. E così Brandy non mi ha mai chiesto niente. Fottuto bulldozer capobranco quale sa essere, continuiamo a incontrarci nell'ufficio della logopedista e Brandy mi dice tutto quello che devo sapere su di me. 10 Vai a Brandy Alexander che mi rimbocca le coperte in un letto di Seattle. Questa è la notte dello Space Needle, la notte in cui non avviene il futuro. Brandy, lei ha addosso metri e metri di tulle nero avvolto tutto intorno alle gambe, intrecciato tutt'intorno alla sua vita a clessidra. Velo nero interseca le sue tette torpedo e si annoda in alto sopra la cima dei suoi capelli ramati. Tutto questo bagliore che si china sul mio letto potrebbe essere il modellino in scala del cielo estivo originale. Piccoli diamanti artificiali, non quelli di plastica sputati fuori da una fabbrica di Calcutta, ma quelli austriaci di cristallo tagliato da elfi della Foresta Nera, questi piccoli diamanti falsi a forma di stella sono sparsi su tutto il tulle nero. Il viso della regina suprema è la luna nel cielo notturno che si china su di me per darmi il bacio della buona notte. La mia camera d'albergo è buia, e la televisione ai piedi del letto è accesa, e così le stelle artificiali luccicano di tutti i colori che la televisione sta cercando di mostrarci. Seth ha ragione, la televisione fa di me Dio. Posso guardare aentro ciascuno, e ogni ora le vite cambiano. Qui, nel mondo reale, non è sempre così. «Ti amerò per sempre» dice la regina del cielo notturno e io so che cartolina ha trovato. Le lenzuola dell'albergo mi sembrano quelle dell'ospedale. Ora sono passati migliaia di chilometri da quando ci siamo incontrate, e le grandi dita di Brandy stanno ancora rassettando le coperte sotto quello che una volta era il mio mento. Il mio viso è l'ultima cosa che i ragazzi e le ragazze da discoteca vogliono vedere quando vanno in un vicolo buio in cerca di droga. Brandy dice: «Torneremo non appena avremo venduto tutto».
La silhouette di Seth si staglia sulla porta aperta della hall. Dal mio letto sembra il bellissimo profilo di un supereroe sullo sfondo delle foglie tropicali verdi e grigie e rosa fluorescente della carta da parati della hall. Il suo soprabito, il soprabito di pelle nera che porta Seth, è stretto fino alla vita e poi da lì in giù si allarga, di modo che dal contorno lo scambi per un mantello. E forse non sta facendo finta quando bacia il sedere regale di Brandy Alexander. Forse sono loro due gli innamorati quando non ci sono io attorno. Non sarebbe la prima volta che l'ho perso. Il viso circondato di velo nero che si china su di me è una sorpresa di colore. La pelle è un sacco di rosa attorno a una bocca Plumbago, e gli occhi sono troppo color melanzana. Perfino questi colori sono troppo abbaglianti adesso, troppo saturi, troppo intensi. Crudi. Ti viene da pensare ai cartoni animati. Le bambole hanno la pelle rosa come questa, come bende di plastica. Color carne. Occhi troppo melanzana, zigomi troppo marcati dal fard Rusty Rose. Niente è lasciato alla tua immaginazione. Forse è questo che vogliono i ragazzi. Io voglio solo che Brandy Alexander se ne vada. Voglio la cintura di Seth attorno al collo. Voglio le dita di Seth in bocca e le sue mani che mi aprono le ginocchia e poi le sue dita bagnate che mi frugano dentro. «Se vuoi qualcosa da leggere» dice Brandy, «quel libro di Miss Rona Barrett è in camera mia. Posso correre a prenderlo.» Voglio che la barba corta e ispida attorno alla bocca di Seth mi si sfreghi contro finché non mi farà male pisciare. Seth dice: «Vieni?». Una mano inanellata getta sul letto il telecomando della televisione. «Dai, Principessa Principessa» dice Seth. «La notte non sta ringiovanendo.» E io voglio Seth morto. Peggio che morto, lo voglio grasso e gonfio d'acqua e insicuro ed emotivo. Se Seth non mi vuole, io voglio non volerlo. «Se la polizia, o casomai succede qualcosa» mi dice la luna, «il denaro è tutto nel mio beauty-case.» Quello che amo è già andato fuori a scaldare la macchina. Quella che mi amerà per sempre dice: «Dormi bene» e chiude la porta dietro di sé. Vai a quella volta tanto tempo fa, quando Manus, il mio fidanzato uffi-
ciale che mi ha lasciato, Manus Kelley, l'investigatore di polizia, mi ha detto che i tuoi genitori sono come Dio, perché tu vuoi sapere che sono là e vuoi che loro approvino la tua vita, eppure li chiami solo quando sei in crisi e hai bisogno di qualcosa. Vai di nuovo a me a letto a Seattle, sola con il telecomando della tele, schiaccio un tasto e ammutolisco la televisione. In televisione ci sono tre o quattro persone sedute su delle sedie su un palco basso davanti a un pubblico televisivo. Sembra una telepromozione, ma non appena la telecamera zuma per un primo piano su ogni persona, sul petto di questa compare una piccola scritta. Ogni scritta per ogni primo piano è un nome seguito da tre o quattro parole tipo un cognome, quel genere di cognomi descrittivi che si danno gli indiani, ma invece di Heather Corre Con Bisonte, Trisha Caccia al Chiaro di Luna, i nomi sono: Cristy Ha Bevuto Sangue Umano Roger Ha Abitato Con Madre Morta Brandy Ha Mangiato Il Suo Bambino Io cambio canale. Io cambio canale. Io cambio canale ed ecco altri tre: Gwen Fa La Puttana Neville È Stata Stuprata In Prigione Brent È Andato A Letto Con Suo Padre. In tutto il mondo la gente sta raccontando la propria drammatica storia e come abbia passato la vita cercando di superare questo singolo evento. Ora le loro vite sono più orientate verso il loro passato che non verso il loro futuro. Schiaccio un tasto e restituisco la voce a Gwen FaLaPuttana per un piccolo assaggio sonoro di chiacchiere da prostituta. Mentre parla, Gwen modella la sua storia con le mani. Si sporge in avanti sulla sedia. I suoi occhi stanno guardando qualcosa in alto a destra, oltre l'inquadratura della telecamera. So che è il monitor. Gwen sta guardando se stessa che racconta la sua storia. Gwen appallottola le dita finché rimane fuori solo l'indice sinistro, e lentamente, mentre parla, gira la mano per mostrare entrambi i lati dell'unghia. «... per proteggersi, la maggior parte delle ragazze di strada spezzano una lametta e se l'incollano sotto l'unghia. Sull'unghia-rasoio ci passano lo smalto in modo che sembri un'unghia normale.» A questo punto Gwen ve-
de qualcosa nel monitor. Corruga la fronte e si scuote i capelli rossi dietro a quelli che sembrano orecchini di perle. «Quando vanno in prigione» Gwen dice a se stessa nel monitor, «o quando non sono più belle, alcune ragazze usano le unghie rasoio per tagliarsi i polsi.» Ammutolisco un'altra volta Gwen FaLaPuttana. Cambio canale. Cambio canale. Cambio canale. Sedici canali dopo, una bellissima ragazza con un vestito di paillettes sorride mentre lascia cadere rifiuti organici in un Fabbricasnack Num Num. Evie e io, noi abbiamo fatto questo filmato. È una di quelle pubblicità televisive che pensi sia un vero programma, tranne che è solo una vendita di mezz'ora. La telecamera inquadra un'altra ragazza in paillette, questa qua sta passando attraverso un pubblico di vagabondi e turisti del Midwest. Da un vassoio d'argento la ragazza offre una scelta di tartine a una coppia con identica camicia havvaiana che sta celebrando le nozze d'oro, ma la coppia come tutti gli altri con le loro maglie pesanti e le tracolle delle macchine fotografiche, tutti stanno fissando in alto a destra qualcosa fuori dell'inquadratura. Sapete che è il monitor. È strano, ma quel che sta succedendo è che la gente sta fissando se stessa nel monitor fissando se stessa nel monitor fissando se stessa nel monitor fissando se stessa nel monitor, e così via, completamente intrappolata in una realtà circolare che non finisce mai. La ragazza col vassoio, i suoi occhi disperati sono lenti a contatto troppo verdi, e le sue labbra sono rosso intenso che esce fuori della linea naturale delle labbra. I capelli biondi sono folti e tirati su in modo che le spalle ragazza non sembrino così grosse. Le tartine che continua ad agitare sotto tutti quei vecchi nasi sono cracker con su delle cagatine di similcarne. Agitando il suo vassoio, la ragazza si addentra tra le file del pubblico con i suoi occhi troppo verdi e i capelli ossuti. Questa è la mia migliore amica, Evie Cottrell. Questa deve essere Evie, perché ecco che Manus interviene a salvarla con la sua bellezza. Manus, da poliziotto della squadra speciale operativa qual è, prende uno dei cracker con su quelle cagatine e se lo infila tra i denti incapsulati. E mastica. E rovescia all'indietro la sua bella faccia squa-
drata e chiude gli occhi, Manus chiude i suoi occhi blu intenso e scuote appena la testa di qua e di là e inghiottisce. Capelli neri folti come quelli di Manus, ti ricordano come i capelli della gente non sono altro che pellicce rudimentali con sopra della lacca. Un fico coi capelli sexy, questo è Manus. Il viso con la mascella squadrata si abbassa per offrire alla telecamera un primo piano a occhi aperti di uno sguardo di amore e soddisfazione completa e totale. Un déjà vu. Questo era esattamente lo sguardo che Manus mi rivolgeva quando mi chiedeva se avevo raggiunto l'orgasmo. Poi Manus si volta a offrire lo stesso identico sguardo a Evie, mentre tutto il pubblico in studio guarda da un'altra parte, guarda se stesso che guarda se stesso che guarda se stesso che guarda Manus che sorride a Evie con amore e soddisfazione completa e totale. Evie restituisce a Manus il suo rosso sorriso che travalica il contorno naturale delle labbra, e io sono questa piccola luccicante figura sullo sfondo. Quella sono io poco dietro la spalla di Manus, una me piccina che sorride come una stufa spaziale e fa cadere rifiuti organici nella ciminiera di plexiglass in cima al Fabbricasnack Num Num. Come ho potuto essere così stupida. Facciamoci un giro in barca a vela. Certo. Avrei dovuto sapere che la faccenda era sempre stata tra Manus ed Evie. Anche ora, sdraiata in un letto di albergo dopo un anno che tutta la storia è finita, sono lì a stringere i pugni. Avrei potuto anche stare a guardare quella stupida telepromozione sapendo che Manus ed Evie avevano una tormentata relazione morbosa che volevano credere fosse vero amore. Va bene, l'ho guardata. Va bene, l'ho guardata un centinaio di volte, ma stavo solo guardando me stessa. Quella faccenda della realtà circolare. La telecamera ritorna sulla prima ragazza, quella sul palco, e lei è me. E sono così bella. In televisione dimostro come sia facile pulire il fabbricasnack, e sono così bella. Faccio scattare le lame fuori dal coperchio di plexiglass e sotto l'acqua sciacquo via i resti organici masticati. E, cavolo, sono bellissima. La voce fuori campo disincarnata sta dicendo come il Fabbricasnack Num Num accetti sottoprodotti della carne, qualunque cosa possiate avere in casa - lingue o cuori o labbra o genitali - li mastica, li condisce, e li caga fuori a forma di picche o quadri o fiori sul cracker di vostra scelta perché possiate mangiarli.
Qui nel letto, sto piangendo. Bubba-Joan MascellaSparata. Tutte quelle migliaia di chilometri più tardi, tutte le diverse persone che sono stata, ed è sempre la stessa storia. Perché ti senti come una cretina se ridi da sola, ma poi finisci sempre per piangere? Com'è che riesci sempre a mutare e a essere sempre lo stesso virus mortale? 11 Torna indietro a quando ero appena uscita dall'ospedale senza un lavoro o un fidanzato o un appartamento, e ho dovuto dormire nella grande casa di Evie, la sua vera casa dove persino a lei non piaceva vivere, era così isolata, piazzata lì in una specie foresta pluviale e nessuno che prestasse attenzione. Vai a me, supina sul letto di Evie quella prima notte, ma non riesco a dormire. Il vento solleva le tende, tende di pizzo. Tutti i mobili di Evie sono di quel genere provinciale alla francese, pieni di fregi e verniciati in bianco e oro. Non c'è luna, ma il cielo brulica di stelle, così tutto - la casa di Evie, i cespugli di rose, le tende della camera da letto, il dorso delle mie mani sul copriletto - è tutto nero o grigio. La casa di Evie era quel che una ragazza del Texas avrebbe comprato se i suoi genitori le avessero continuato a passare ogni volta una decina di milioni di dollari. Pare che i Cottrell sappiano che Evie non riuscirà mai ad arrivare alle passerelle più importanti. E così, lei vive qui. Non New York. Non Milano. I sobborghi, nel bel mezzo del nulla se vuoi diventare una modella professionista. È ben lontano dal fare le collezioni a Parigi. Essere bloccata nel nulla è la scusa di cui Evie ha bisogno, cioè vivere qui, per una ragazzona dalle ossa grosse che non sarà mai un grande successo da nessuna parte. Le porte sono chiuse a chiave stanotte. Il gatto è dentro. Quando guardo, il gatto mi restituisce lo sguardo come fanno i cani e certe macchine quando la gente dice che stanno sorridendo. Proprio quel pomeriggio, Evie era al telefono pregandomi di farmi dimettermi dall'ospedale e di venire a trovarla. La casa di Evie era grande e bianca con le imposte verde cacciatore, una casa coloniale di tre piani con grandi colonne davanti. Edera ricamata e rose rampicanti - rose gialle - arrampicate per tre metri attorno a ogni grande
colonna. Qui ti immagineresti Ashley Wilkes a tagliare l'erba, o Rhett Butler a togliere ì rinforzi alle finestre, ma Evie ha questi schiavi del Laos a minimo salariale che si rifiutano di viverci dentro. Torna al giorno prima, Evie che mi accompagna in macchina dall'ospedale. Evie in realtà è Evie Cottrell, Inc. No, davvero. È quotata in borsa adesso. Il fallimento preferito di tutti. I Cottrell hanno emesso un'offerta privata di acquisto sui titoli sulla sua carriera quando Evie aveva ventun anni, e tutti i parenti Cottrell, con le loro proprietà in Texas e i soldi derivanti dal petrolio, hanno pesantemente investito nel fallimento di Evie come modella. Il più delle volte era imbarazzante andare ai provini con Evie. Certo, trovavo lavoro, ma poi l'art director o lo stilista cominciavano a strillare contro Evie, che no, nella sua opinione da esperto lei non era una perfetta taglia 40. Il più delle volte qualche assistente stilista doveva sbattere Evie fuori della porta. Evie urlava da dietro la spalla che non dovevo permettergli di trattarmi come un pezzo di carne. Dovevo solo andarmene. «Che si fottano» Evie sta urlando a questo punto. «Che si fottano tutti.» Quanto a me, io non sono arrabbiata. Mi avrebbero avvolta dentro questo incredibile corsetto di pelle di Poopie Cadole e in pantaloni di pelle della Chrome Hearts. La vita era bella in quel periodo. Lavoravo tre ore, magari quattro o cinque. Sulla soglia dello studio fotografico, prima di essere cacciata fuori, Evie sbatteva l'assistente stilista contro lo stipite della porta, e il piccoletto si sbriciolava ai suoi piedi. A quel punto urlava: «Potete tutti quanti succhiare merda dal mio dolce culo texano». Poi usciva fuori e aspettava nella sua Ferrari quelle tre o quattro o cinque ore per riaccompagnarmi a casa. Evie, quella Evie era la mia migliore amica al mondo. In momenti come quello Evie era divertente ed eccentrica, quasi come se avesse una vita propria. E va bene, non sapevo di Evie e Manus e della loro soddisfazione e del loro amore completo e totale. Volete uccidermi per questo? Torna a prima di quello, Evie che mi chiama in ospedale pregandomi, per favore, se posso farmi dimettere e andare a stare a casa sua, si sentiva così sola, per favore. La mia assicurazione medica aveva una copertura di due milioni di dollari per tutta la vita, e per tutta l'estate il contatore aveva continuato a correre. Nessuno del servizio sociale aveva avuto le palle di farmi trasferire da
qualche altra parte, Dio solo sa dove. Pregandomi al telefono, Evie diceva che aveva delle prenotazioni aeree. Andava a Cancún per un servizio fotografico per un catalogo, quindi magari se io volevo, potevo, per favore, stare da lei a dare un'occhiata alla casa? Quando mi è venuta a prendere, ho scritto sul mio blocco: quello è il mio top scollato? Io sai che lo stai slabbrando. «Dovrai solo dar da mangiare al mio gatto» dice Evie. non mi piace stare sola così distante dalla città, scrivo, non so come fai a vivere qui. Evie dice: «Se tieni un fucile sotto il letto non è proprio come vivere da soli». Scrivo: conosco ragazze che dicono la stessa cosa a proposito del loro vibratore. Ed Evie dice: «Che schifo! Non va affatto così col mio fucile!». Quindi vai a Evie che vola a Cancún, Messico, e quando guardo sotto il suo letto, c'è il fucile calibro 30 e passa. Nei suoi armadi c'è quello che resta dei miei vestiti, slabbrati e torturati a morte e appesi su appendini di filo di ferro, morti. Poi vai a me nel letto di Evie quella sera. È mezzanotte. Il vento solleva le tende della camera da letto, tende di pizzo, e il gatto salta sul davanzale per vedere chi è appena arrivato nel vialetto di ghiaia. Con le stelle dietro, il gatto guarda verso di me. Di sotto, senti rompersi una finestra. 12 Torna molto indietro all'ultimo Natale prima dell'incidente, quando vado a casa ad aprire i regali coi miei genitori. I miei fanno ogni anno lo stesso albero finto, verde spelacchiato, che quando le luci sono accese troppo a lungo fa puzzare quella poli-plastica bollente facendoti venire un mal di testa nauseante. L'albero è tutto magico e scintillante, affollato con le nostre decorazioni di vetro rosso e dorato e con quei fili di plastica argentata carichi di statica che la gente chiama ghiaccioli. In cima all'albero c'è lo stesso logoro angelo con la faccia da bambola di gomma. A coprire la mensola del caminetto ci sono gli stessi capelli d'angelo in fibra di vetro filata che solo a toccarli ti fanno venire un'infezione cutanea. Sullo stereo c'è lo stesso disco natalizio di Perry Como. Tutto questo è quando ancora avevo una
faccia, perciò cantare le canzoni di Natale non era un problema. Mio fratello Shane è sempre morto, perciò cerco di non aspettarmi troppa attenzione, solo un Natale tranquillo. A quel tempo il mio ragazzo, Manus, si stava stranendo perché aveva paura di perdere il lavoro da poliziotto, e quello di cui io avevo bisogno erano un paio di giorni lontano dai riflettori. Abbiamo parlato, mia madre, mio padre e io, e siamo rimasti d'accordo di non farci dei grandi regali quest'anno. Solo dei regalini, magari, dicono i miei, solo cosette riempicalza. Perry Como sta cantando: «It's Beginning to Look a Lot Like Chiristmas». Le calze di feltro rosso che mia madre ha cucito per ognuno di noi, per Shane e per me, sono appese sul camino, ogni feltro rosso con i nostri nomi scritti, dall'alto in basso, in belle lettere di feltro bianco. Tutte bitorzolute con i regali ficcati dentro, È la mattina di Natale, e siamo seduti attorno all'albero, mio padre pronto col coltello per i fiocchi coi nodi. Mia madre ha un sacchetto di carta marrone di quelli della spesa e dice: «Prima che la situazione diventi incontrollabile, la carta regalo va qui dentro, non tutta in giro per casa». Mia madre e mio padre siedono su sedie recliner. lo sono seduta per terra davanti al camino con le calze accanto a me. Questa scena è sempre identica. Loro seduti col caffè, piegati verso di me, che osservano la mia reazione. Io seduta per terra come un indiano. Noi tutti ancora in accappatoio e pigiama. Perry Como sta cantando: «I'll Be Home for Christmas». La prima cosa che viene fuori dalla mia calza è un piccolo koala imbottito, di quelli che si attaccano alla matita con le mani e i piedi a molla. Questo è ciò che i miei pensano che io sia. Mia madre mi porge della cioccolata calda in una tazzina con dei marshmallows che galleggiano in superficie. Dico: «Grazie». Sotto il piccolo koala c'è una scatola che tiro fuori. I miei fermano tutto, si piegano sulle loro tazze di caffè, e mi guardano. Perry Como sta cantando: «Oh, Come, All Ye Faithful». La scatoletta sono preservativi. Seduto proprio accanto al nostro scintillante, magico albero di Natale, mio padre dice: «Non sappiamo quanti partner hai ogni anno, ma vogliamo che tu sia sempre protetta». Mi metto i preservativi nella tasca dell'accappatoio e guardo giù ai marshmallows in miniatura che si sciolgono. Dico: «Grazie». «Sono in lattice» dice mia mamma. «Devi solo usare un lubrificante a
base d'acqua. Ammesso che tu abbia bisogno di un lubrificante alla tua età. Non vaselina o grassi vari o alcun tipo di lozione.» Dice: «Non te li abbiamo presi di quel tipo fatto con gli intestini di pecora perché quelli hanno piccolissimi pori che possono permettere la trasmissione del virus HIV». Poi dentro la mia calza c'è un'altra scatola. Ancora preservativi. Sulla scatola, dove c'è scritto il colore, si legge Nudo. Sembra un po' ridondante. Accanto a quello, l'etichetta dice inodore e insapore. Oh, potrei raccontarvi tutto sull'insapore. «Uno studio» dice mio padre, «un sondaggio telefonico condotto su eterosessuali in aree urbane ad alta incidenza di HIV ha mostrato che il trentacinque per cento delle persone non si sente a proprio agio a comprare preservativi per sé.» E riceverli da Babbo Natale è meglio? Dico: «Capito». «Questo non è solo per l'AlDS» dice mia madre. «C'è la gonorrea. C'è la sifilide. C'è il virus papillomatoso umano. Ci sono le verruche genitali.» Dice: «Sai che devi mettere il preservativo non appena il pene è in erezione, vero?». Dice: «Ho pagato una fortuna per delle banane fuori stagione in caso tu abbia bisogno di far pratica». Questa è una trappola. Se dico Oh sì, significa che passo la giornata a srotolare preservativi su nuove erezioni asciutte, mi toccherà sorbire la predica della puttana da parte di mio padre. Ma se gli dico No, trascorreremo tutto il Natale a far pratica per proteggermi dalla frutta. Mio padre dice: «Ci sono un sacco di cose oltre all'AlDS». Dice: «C'è il virus herpes simplex con sintomi che includono piccole vesciche dolorose che scoppiano sui genitali». E guarda la mamma. «Dolori al corpo» dice lei. «Sì, ti vengono dei dolori al corpo» dice, «e la febbre. Ti viene lo scolo vaginale. Fa male urinare.» Guarda verso mia madre. Perry Como sta cantando: «Santa Claus Is Coming to Town». Sotto la prossima scatola di preservativi c'è un'altra scatola di preservativi. Cavolo, tre scatole mi dovrebbero durare fino alla menopausa. Vai a quanto desidero che mio fratello sia vivo adesso, così lo posso uccidere per avermi rovinato il Natale. Perry Como sta cantando: «Up on the Housetop». «C'è l'epatite B» dice mia madre. A mio padre, dice: «Cos'altro?». «Clamydia» dice mio padre. «E linfogranuloma.»
«Sì» dice mia madre, «e cervicite purulenta e uretrite non da gonococco.» Mio padre guarda mia madre e dice: «Ma quella generalmente è causata dall'allergia a un preservativo in lattice o a uno spermicida». Mia madre beve un po' di caffè. Guarda giù alle sue mani intorno alla tazza, poi guarda su verso di me che sto seduta qui. «Quello che tuo padre sta cercando di dire» dice «è che solo adesso ci rendiamo conto di aver fatto degli errori con tuo fratello.» Dice: «Stiamo solo cercando di mantenerti protetta». C'è una quarta scatola di preservativi nella mia calza. Perry Como sta cantando: «It Came upon a Midnight Clear». Sulla scatola l'etichetta... sicuro e resistente anche per rapporti anali prolungati... «C'è il granuloma inguinale» mio padre dice a mia madre, «e la vaginosi batterica.» Apre una mano e conta le dita, poi le riconta, poi dice: «C'è il molluscum contagiosum». Alcuni preservativi sono bianchi. Alcuni sono di colori assortiti. Alcuni sono rigati per dare la sensazione di coltelli da pane seghettati, suppongo. Alcuni sono extra large. Alcuni sono fosforescenti. Tutto ciò è lusinghiero da dare i brividi. Evidentemente i miei pensano che io sia tremendamente popolare. Perry Como sta cantando: «Oh Come, Oh Come, Emmanuel». «Non vogliamo spaventarti» dice mia mamma, «ma sei giovane. Non possiamo aspettarci che te ne stia seduta in casa la notte.» «E in caso non riesci a dormire» dice mio padre, «potrebbero essere gli ossiuri.» Mia madre dice: «È solo che non vogliamo che tu finisca come tuo fratello, ecco tutto». Mio fratello è morto, ma ha ancora una calza piena di regali e potete scommettere che non sono profilattici. È morto, ma potete star sicuri che adesso si sta contorcendo dalle risate. «Con gli ossiuri» dice mio padre, «di notte le femmine migrano giù per il colon nell'area perianale per depositare le uova.» Dice: «Se sospetti attività di vermi, la cosa migliore è premere dello scotch trasparente contro il retto, poi guardare lo scotch sotto una lente d'ingrandimento. I vermi dovrebbero essere lunghi circa mezzo centimetro». Mia madre dice: «Bob, zitto». Mio padre si abbassa verso di me e dice: «Il dieci per cento degli uomini in questo paese può attaccarti questi vermi». Dice: «Ricordatelo».
Quasi tutta la mia calza è piena di preservativi, in scatole, in piccole monete di foglio d'alluminio dorato, in lunghe strisce da cento con le perforazioni in modo che si staccano via. I miei unici altri regali sono un fischietto anti-stupro e un flacone spray tascabile di gas lacrimogeno. A quanto pare sono pronta per il peggio, ma ho paura di chiedere se c'è dell'altro. Ci potrebbe essere un vibratore per tenermi a casa e celibe ogni notte. Ci potrebbero essere delle dighe dentali in caso di cunnilinguo. Lattice. Guanti di gomma. Perry Como sta cantando: «Nuttin' for Christmas». Guardo la calza di Shane ancora piena di regali e chiedo: «Avete comprato delle cose per Shane?». Se sono preservativi, sono un po' in ritardo. Mia madre e mio padre si guardano. A mia madre, mio padre dice: «Diglielo tu». «È quello che tu hai comprato a tuo fratello» dice mia madre. «Dai, guarda pure.» Vai a me che sono terribilmente confusa. Dammi chiarezza. Dammi motivi. Dammi risposte. Flash. Mi allungo per sganciare la calza di Shane dalla mensola del caminetto, e dentro è piena di carta appallottolata. «Continua a scavare» dice mio padre. Insieme alla carta, dentro c'è una busta chiusa. «Aprila» dice mia madre. Dentro la busta c'è una lettera stampata con in alto a destra la parola "Grazie". «Veramente è un regalo a entrambi i nostri figli» dice mio padre. Non riesco a credere a quello che sto leggendo. «Invece di comprarti un grande regalo» dice mia madre, «abbiamo fatto una donazione a tuo nome al Fondo per la Ricerca Mondiale contro l'AIDS.» Dentro la calza c'è una seconda lettera che tiro fuori. «Quello» dice mio padre «è il regalo di Shane per te.» Oh, questo è troppo. Perry Como sta cantando: «I Saw Mommy Kissing Santa Claus». Dico: «Quell'astuto del mio vecchio fratello morto, è così premuroso». Dico: «Non avrebbe dovuto. Davvero, davvero non si sarebbe dovuto disturbare. Magari dovrebbe smetterla di negare, accettare il fatto di essere
morto e andare avanti. Magari reincarnarsi». Dico: «Non può essere sano continuare a credere di essere ancora vivo». Dentro di me sto strepitando. Quello che volevo veramente quest'anno era una nuova borsa di Prada. Non è stata colpa mia se una bomboletta di lacca è scoppiata in faccia a Shane. Boom, ed è tornato in casa barcollando con la fronte che gli stava già diventando nera e blu. Il lungo tragitto all'ospedale con un occhio gonfio chiuso e il viso attorno che diventava sempre più grande con tutti i capillari rotti e sanguinanti sotto pelle, Shane non ha detto una parola. Non è stata colpa mia se i tipi del servizio sociale all'ospedale hanno dato uno sguardo al viso di Shane e hanno aggredito brutalmente mio padre. Sospetto di molestie sui bambini. Negligenza criminale. Intervento familiare. Niente di tutto questo è stata colpa mia. Comunicati della polizia. Un assistente sociale andava in giro a intervistare i nostri vicini, i nostri compagni di scuola, i nostri professori fino a che tutti i nostri conoscenti mi hanno trattata come una piccola tanto coraggiosa. Seduta qui la mattina di Natale con tutti questi regali che mi servirebbe un pene per poterli usare, nessuno la sa tutta. Persino dopo che le indagini della polizia si furono concluse senza che ne risultasse nulla, persino allora la nostra famiglia era distrutta. E tutti pensano ancora che sia stata io a buttare la bomboletta. E dato che sono stata io a cominciare, è stata tutta colpa mia. L'esplosione. La polizia. Shane che è scappato via. La sua morte. E non è stata colpa mia. «Veramente» dico, «se Shane volesse davvero farmi un regalo, tornerebbe dai morti e mi comprerebbe il nuovo guardaroba che mi deve. Quello mi farebbe passare un buon Natale. A quello potrei dire veramente "grazie".» Silenzio. Mentre tiro fuori la seconda busta, mia madre dice: «Ti stiamo facendo "uscire allo scoperto" ufficialmente». «In nome di tuo fratello» dice mio padre, «ti abbiamo comprato una tessera del PFLAG.» «Pee-Flag?» dico. «Parents and Friends of Lesbians and Gays» dice mia madre. Perry Como sta cantando: «There's No Place Like Home for the Holidays». Silenzio.
Mia madre si alza dalla poltrona e dice: «Corro a prendere quelle banane». Dice: «Tanto per andare sul sicuro, tuo padre e io non vediamo l'ora di vederti provare qualcuno dei tuoi regali». 13 Vai a casa di Evie intorno a mezzanotte quando becco Seth Thomas che cerca di uccidermi. Il mio viso è senza mascella, la gola finisce in una sorta di buco con la lingua penzoloni. Attorno al buco la pelle è tutto tessuto cicatrizzato: grumi rosso scuro e lucidi come se ti sia capitata la torta di ciliege in una gara a chi mangia più torte. Se lascio penzolare la lingua, puoi vedermi il palato, rosa e liscio come l'interno di un dorso di granchio, e appeso attorno al palato ci sono le vertebre bianche a ferro di cavallo dei denti superiori che mi sono rimasti. Ci sono momenti per indossare un velo e altri per non farlo. A parte questo, sono magnifica quando incontro Seth Thomas che sta scassinando la grande casa di Evie a mezzanotte. Quello che Seth vede scendere giù dalla grande scalinata circolare nell'atrio di Evie sono io con addosso uno dei completi peignoir di Evie, rosa pesca di satin e pizzo, cucito di sbieco. La vestaglia di Evie è questo capo rosa-pesca rétro alla Zsa Zsa che mi nasconde come il cellophane nasconde un tacchino surgelato. Sulle maniche e sul davanti della vestaglia c'è l'alone all'ozono rosa pesca delle piume di struzzo che si abbinano alle piume delle ciabattine con i tacchi alti che indosso. Seth è surgelato ai piedi della grande scalinata circolare di Evie, con in mano il migliore coltello trinciante di Evie lungo quaranta centimetri. Tirato giù sulla testa di Seth un paio di collant di Evie. Si vede l'inforcatura di cotone delle calze di Evie seduta lungo il viso di Seth. Le gambe dei collant drappeggiano il davanti del suo ensemble mimetico come le orecchie di un cocker spaniel. E io sono una visione. Che scende passo dopo passo verso la punta del coltello trinciante, con il lento passo-pausa-passo di una showgirl in una grande rivista di Las Vegas. Oh, sono proprio favolosa. Mobilio così sexy. Seth se ne sta fermo lì, guarda su, in uno dei suoi momenti, spaventato per la prima volta nella vita perché ho in mano il fucile di Evie. Il calcio piantato contro la spalla, e la canna nelle mani diritta davanti a me. Il mirino puntato proprio nel mezzo dell'inforcatura di cotone di Evie Cottrell.
Ecco Seth e io da soli nell'atrio di Evie con i frammenti di vetro molato della finestra accanto alla porta e il lampadario di cristallo di Evie che luccica come bigiotteria per abitazioni. L'unica altra cosa è un piccolo scrittoio in quel provinciale stile francese bianco e dorato. Sul piccolo scrittoio francese c'è un telefono très oh-la-la con la cornetta grande come un sassofono d'oro appoggiata dentro una culla d'oro in cima a una scatola d'avorio. In mezzo alla tastiera circolare c'è un cameo. Molto chic, pensa Evie probabilmente. Con il coltello teso davanti a sé, Seth fa: «Non ti farò del male». Io sono impegnata in quel lento passo-pausa-passo giù per le scale. Seth dice: «Cerchiamo di non uccidere nessuno qui». Ed è un tale déjà vu. È esattamente il modo in cui Manus Kelley mi avrebbe chiesto se avevo raggiunto l'orgasmo. Non le parole, ma la voce. Seth dice attraverso l'inforcatura di Evie: «Tutto quello che ho fatto è stato andare a letto con Evie». Che déjà vu. Facciamoci un giro in barca a vela. È la stessa identica voce. Seth fa cadere il coltello e la punta della lama rimane conficcata nel parquet dell'atrio di Evie accanto al suo scarpone da combattimento. Seth dice: «Se Evie dice che sono stato io a spararti, è una bugiarda». Sullo scrittoio accanto al telefono c'è un blocco e una matita per prendere i messaggi. Seth dice: «Appena ho sentito di te all'ospedale ho saputo che era tutta opera di Evie». Tenendo il fucile in equilibrio con un braccio, sul blocco scrivo: togliti i collant. «Voglio dire, non mi puoi uccidere» dice Seth. Seth sta tirando l'elastico dei collant. «Sono solo il motivo per cui Evie ti ha sparato.» Avanzo passo-pausa-passo per gli ultimi tre metri fino a Seth, e aggancio la canna del fucile all'elastico dei collant, e li tiro via dal viso squadrato di Seth. Seth Thomas che sarebbe Alfa Romeo a Vancouver, British Columbia. Alfa Romeo già Nash Rambler, già Bergdorf Goodman, già Neiman Marcus, già Saks Fifth Avenue, già Christian Dior. Seth Thomas, che molto tempo prima era chiamato Manus Kelley, il mio fidanzato ufficiale, quello della telepromozione. Non ho potuto dirvelo fino a ora perché voglio che sappiate come sia stato scoprirlo. Nel mio cuore. Il mio fidanzato voleva uccidermi. Anche quando è stato così stronzo,
ho amato Manus. Amo ancora Seth. Un coltello, mi ha fatto l'effetto di un coltello, e ho scoperto che nonostante tutto quello che era successo, avevo ancora un infinito potenziale non sfruttato di sofferenza. È da questa notte che abbiamo cominciato a viaggiare insieme e un giorno Manus Kelley sarebbe divenuto Seth Thomas. Nel frattempo, a Santa Barbara e a San Francisco e a Los Angeles e a Reno e a Boise e a Salt Lake City, Manus era altri uomini. Tra quella notte e ora, stanotte, Seth è stato Lance Corporal e Chase Manhattan. È stato Dow Corning e Herald Tribune e Morris Code. Tutto un omaggio del Progetto Reincarnazione dei Testimoni Brandy Alexander, come lo chiama lei. Nomi diversi, ma tutti quei nomi sono cominciati come Manus CheCercaDiUccidermi. Uomini diversi, ma c'è sempre la stessa bellezza da squadra speciale omicidi. Gli stessi occhi color blu intenso. Non sparare - facciamoci un giro in barca a vela - è la stessa voce. Taglio di capelli diverso, ma sono sempre gli stessi folti capelli da cagnaccio sexy. Seth Thomas è Manus. Manus mi ha tradito con Evie, ma lo amo ancora così tanto che nasconderò estrogeni coniugati nel suo cibo. Così tanto che farò qualsiasi cosa per distruggerlo. Penserete che adesso debba essere più intelligente dopo, quanti? milleseicento crediti universitari. Dovrei essere più intelligente. Potrei essere un dottore a questo punto. Scusa, Mamma. Scusa, Dio. Vai a me che non mi sento nient'altro che stupida, cercando di tenere in equilibrio all'orecchio uno dei dorati telefoni-sassofono di Evie. Brandy Alexander, regina inopportuna qual è, non è sull'elenco. Tutto quello che so è che vive in centro al Congress Hotel in una suite d'angolo con tre inquilini: Kitty Litter. Sofonda Peters. E la vivace Vivienne VaVane. Alias le sorelle Rhea, tre travestiti che adorano la regina deluxe ma che si ucciderebbero a vicenda per avere più spazio nell'armadio. La regina Brandy non mi ha detto nient'altro. Dovrei parlare con Brandy, ma chiamo i miei. È successo che ho chiuso il mio fidanzato killer nell'armadio dei soprabiti, e quando vado per metter-
lo dentro ci sono altri miei bellissimi vestiti ma tutti slabbrati di tre taglie. Quei vestiti erano tutti i centesimi che ho guadagnato in vita mia. Dopo quanto è successo, devo chiamare qualcuno. Per tutta una serie di ragioni non posso proprio ritornare a dormire. Così chiamo, e la mia chiamata attraversa montagne e deserti fino a dove mio padre risponde, e nella mia miglior voce da ventriloquo, evitando le consonanti che per pronunciarle ti occorre la mascella, gli dico: «Gflerb sorlfd quotk, erd sairk. Srd. Erd, korts derk sairk? Kirdo!». Una volta di più, il telefono non è proprio mio amico. E mio padre dice: «Per cortesia non attacchi. Chiamo mia moglie». Via dalla cornetta, dice: «Leslie, svegliati, siamo arrivati alle telefonate criminali». E in sottofondo c'è la voce di mia madre che dice: «Butta giù. Digli che abbiamo amato e custodito il nostro figlio omosessuale morto». È il bel mezzo della notte lì. Devono essere a letto. «Lot. Ordilj» dico. «Serta ish ka alt. Serta ish ka alt!» «Ecco qui» mio padre dice con la voce che scivola via. «Leslie, digliene tu quattro.» La cornetta sassofono d'oro è pesante e manierata, un oggetto di scena, come se questa chiamata avesse bisogno di essere più drammatica. Da dentro l'armadio dei soprabiti Seth urla: «Per favore, non chiamare la polizia prima di aver parlato con Evie». Poi dal telefono: «Pronto?». Ed è mia madre. «Il mondo è grande abbastanza perché ci possiamo amare tutti vicendevolmente.» Dice lei: «Nel cuore di Dio c'è spazio per tutti i suoi figli. Gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. Solo perché è rapporto anale non significa che non è amore». Dice: «Sento molto dolore in lei. Voglio aiutarla ad affrontare questi problemi». E Seth urla: «Non ti avrei uccisa. Ero venuto per affrontare Evie per quello che ti ha fatto. Stavo solo cercando di proteggere me stesso». Al telefono, a due ore di macchina da qui, si sente uno sciacquone, poi la voce di mio padre: «Stai ancora parlando con quei matti?». E mia madre: «È così eccitante! Mi sembra che uno di loro sta dicendo che ci ucciderà». E Seth urla: «Deve essere stata Evie a spararti». Poi al telefono la voce di mio padre, ruggisce così forte che devo tenere la cornetta lontana dall'orecchio, dice: «Siete voi, voi che dovreste essere
morti». Dice: «Avete ucciso mio figlio, maledetti pervertiti». E Seth urla: «Con Evie c'è stato solo sesso». Potrei anche non essere nella stanza, o passare il telefono a Seth. Seth dice: «Per favore non pensare nemmeno per un minuto che avrei potuto accoltellarti nel sonno». E nel telefono mio padre grida: «Basta che ci provi, signore. Ho qui una pistola e la terrò carica e vicina a me giorno e notte». Dice: «Abbiamo smesso di farci torturare da voi». Dice: «Siamo orgogliosi di essere i genitori di un figlio gay morto». E Seth urla: «Per favore, metti giù il telefono». E io faccio: «Aht! Oahk!». Ma mio padre riattacca. Il mio inventario della gente che può salvarmi è ridotto a me sola. Non la mia migliore amica. O il mio ex fidanzato. Non i dottori o le suore. Forse la polizia, ma non ancora. Non è ancora giunto il momento di avvolgere questo casino in un ordinato pacchetto legale e andare avanti con la mia meno-che-vita. Orrenda e per sempre invisibile e occupata a raccattare i pezzi. Le cose sono ancora tutte incasinate e per aria, ma non sono pronta a metterle a posto. La mia zona di benessere stava crescendo a ogni minuto. La mia soglia di drammaticità stava saltando. Era il momento di continuare a tirare la corda. Sentivo che potevo fare di tutto, e stavo appena cominciando. Il mio fucile era carico, e avevo il mio primo ostaggio. 14 Torna indietro all'ultima volta che sono andata a casa a trovare i miei genitori. Era il mio ultimo compleanno prima dell'incidente. Con Shane ancora morto non mi aspettavo regali. Non mi aspetto una torta. Quest'ultima volta, vado a casa solo per andarli a trovare, i miei. Questo è quando ho ancora una bocca, per cui non sono tanto imbarazzata a spegnere le candele. La casa, il divano marrone del salotto e le sedie recliner, tutto è uguale, tranne che mio padre ha messo delle grandi X di nastro isolante su tutte le finestre. La macchina della mamma non è nel vialetto dove la parcheggiano di solito. La macchina è chiusa nel garage. C'è una grande spranga sulla porta davanti che non mi pare ci fosse prima. Sul cancello all'entrata c'è un
grande cartello "Attenti al cane" e uno più piccolo che indica la presenza di un sistema d'allarme domestico. Quando arrivo a casa, Mamma mi fa segno di entrare in fretta e dice: «Sta' lontana dalle finestre, Bernoccolo. I crimini da intolleranza sono aumentati del sessantasette per cento quest'anno rispetto all'anno scorso». Dice: «Dopo che fa buio, cerca di non lasciare vedere la tua ombra da fuori oltre le persiane». Prepara la cena alla luce di una torcia. Quando apro il forno o il frigo si fa subito prendere dal panico, fa da scudo col suo corpo e chiude qualsiasi cosa io apra. «È per la luce forte dentro» dice. «La violenza antigay è aumentata più del cento per cento negli ultimi cinque anni.» Mio padre arriva a casa e parcheggia la macchina a mezzo isolato di distanza. Le sue chiavi picchiettano contro la nuova spranga mentre mia madre rimane impietrita sulla soglia della cucina, tenendomi indietro. Le chiavi si fermano, e mio padre bussa, tre colpi veloci poi due lenti. «È la sua bussata» dice mamma, «ma guarda lo stesso attraverso lo spioncino.» Mio padre entra tenendo d'occhio la strada buia alle spalle, osservando. Passa una macchina, e dice: «Romeo Tango Foxtrot sei sette quattro. Svelta, scrivilo». Mia madre lo scrive su un blocco accanto al telefono. «Marca?» dice lei. «Modello?» «Mercury, blu scuro» dice mio padre. Mamma dice: «È nel registro». Dico che forse stanno avendo una reazione eccessiva. E mio padre dice: «Non marginalizzare la nostra oppressione». Vai al grande errore che è stato venire a casa. Vai a come la vedrebbe Shane, che strano comportamento hanno i nostri genitori. Mio padre spegne la lampada che ho acceso in salotto. Le tende della finestra panoramica sono chiuse e appuntate nel mezzo. Loro conoscono la posizione di tutti i mobili al buio, ma io, io sbatto contro ogni sedia e ogni spigolo. Faccio cadere in terra un piatto di caramelle, crash, e mia madre strilla e si butta giù sul linoleum della cucina. Mio padre arriva da dietro al divano dove è rannicchiato e dice: «Devi avere pazienza con tua madre. Ci aspettiamo da un momento all'altro di essere vittime di crimini da intolleranza». Dalla cucina mia madre grida: «È stata una pietra? Sta bruciando qual-
cosa?». E mio padre urla: «Non schiacciare il bottone antipanico, Leslie. Il prossimo falso allarme e dovremo cominciare a pagarli». Adesso so perché mettono una specie di faro su certi aspirapolvere. Per prima cosa, raccatto i vetri rotti al buio. Poi chiedo a mio padre dei cerotti. Me ne sto ferma in un punto, con la mano tagliata sollevata sul cuore, e aspetto. Mio padre esce dall'oscurità con alcol e cerotti. «Questa è una guerra che stiamo combattendo» dice, «tutti noi membri del Pee-Flag.» PFLAG. Parents and Friends of Lesbians and Gays. Lo so. Lo so. Lo so. Lo so. Grazie, Shane. Dico: «Non dovreste neanche essere membri del PFLAG. Vostro figlio gay è morto, perciò non conta più». Quello che ho detto suona piuttosto offensivo, ma io sono qui che sanguino. Dico: «Scusate». I cerotti sono stretti e l'alcol brucia al buio, e mio padre dice: «I Wilson hanno messo un cartello PFLAG nel loro giardino. Due notti dopo, qualcuno è passato con la macchina su tutto il loro prato, ha rovinato tutto». I miei non hanno nessun cartello PFLAG. «Abbiamo tolto il nostro» dice mio padre. «Tua madre ha un adesivo PFLAG sul parafango, per questo teniamo la macchina nel garage. Il fatto che siamo orgogliosi di tuo fratello ci ha messo in prima linea.» Dall'oscurità mia madre dice: «Non dimenticarti dei Bradford. Loro hanno trovato una busta di feci di cane in fiamme davanti alla porta. Avrebbe potuto bruciare tutta la casa con loro a letto, solo perché hanno appeso una manica a vento arcobaleno del PFLAG nel giardino di dietro». Mamma dice: «Nemmeno nel giardino davanti, in quello di dietro». «L'odio» dice mio padre «ci circonda, Bernoccolo. Lo sai questo?» Mia madre dice: «Forza truppe. È ora del rancio». La cena è un pasticcio dal libro di ricette PFLAG. È buono, ma Dio solo sa che aspetto ha. Per due volte faccio cadere il mio bicchiere al buio. Mi butto il sale addosso. Ogni volta che dico una parola i miei mi zittiscono. Mia madre dice: «Hai sentito qualcosa? Veniva da fuori?». Con un sospiro, chiedo se si ricordano che giorno è domani. Tanto per vedere se si ricordano, con tutta la tensione che hanno addosso. Non è che mi aspetti una torta con le candeline e un regalo. «Domani» dice mio padre. «Certo che lo sappiamo. Ecco perché siamo tesi come non mai». «Volevamo parlarti di domani» dice mia mamma. «Sappiamo quanto tu
sia ancora sconvolta per tuo fratello, e pensiamo che sarebbe una cosa buona per te se anche tu marciassi con il nostro gruppo alla parata.» Vai a un'altra schifosa disillusione che si prospetta all'orizzonte. Vai a me coinvolta nella loro grande compensazione, la loro grande penitenza per tutti quegli anni fa, mio padre che grida: «Non sappiamo che genere di schifose malattie stai portando in questa casa, giovanotto, ma ti puoi pure trovare un altro posto dove dormire stanotte». Questo lo chiamavano amore severo. Questo è lo stesso tavolo da pranzo dove Mamma ha detto a Shane: «Oggi ha chiamato l'ufficio del dottor Peterson». A me ha detto: «Tu puoi andare in camera tua a leggere, signorina». Sarei potuta andare sulla luna e avrei sentito lo stesso tutti gli strilli. Shane e i miei erano in camera da pranzo, io, io ero dietro la porta della mia camera. I miei vestiti, la maggior parte dei miei vestiti per scuola erano stesi fuori. Dentro, mio padre disse: «Quello che hai non è mal di gola, giovanotto, e vorremmo sapere dove sei andato e cosa hai fatto». «Droga» disse mia mamma, «avremmo potuto capirlo.» Shane non disse mai niente. Il suo viso ancora lucido e increspato di cicatrici. «Gravidanza giovanile» disse mia mamma, «avremmo potuto capirlo.» Non una parola. «Il dottor Peterson» disse lei. «Ha detto che praticamente c'è solo un modo in cui puoi aver preso la malattia che hai, ma io gli ho detto, no, non nostro figlio, non tu, Shane.» Mio padre disse: «Abbiamo chiamato l'allenatore Ludlow, e ha detto che hai abbandonato la pallacanestro due mesi fa». «Domani dovrai andare al dipartimento sanitario della contea» disse mia madre. «Stanotte» disse mio padre. «Ti vogliamo fuori di qui.» Nostro padre. Queste stesse persone che sono così buone e gentili e premurose e partecipi, queste stesse persone che trovano una loro identità e completezza personale nella battaglia in prima linea per l'eguaglianza e la dignità personale e la parità di diritti per il loro figlio morto, queste sono le stesse persone che sento urlare attraverso la porta della mia camera da letto. «Non sappiamo che genere di schifose malattie stai portando in questa casa, giovanotto, ma ti puoi pure trovare un altro posto dove dormire stanotte.»
Mi ricordo che avrei voluto uscire a prendere i miei vestiti, stirarli, piegarli, e metterli via. Dammi una qualsiasi sensazione di controllo. Flash. Mi ricordo come la porta di casa si aprì e si chiuse, non sbatté. Con la luce accesa in camera mia, tutto quello che potei vedere fu il mio riflesso nella finestra della mia camera. Quando ho spento la luce, ecco Shane, fermo appena fuori della finestra, che guardava dentro verso di me, il suo viso tutto distorto e tagliuzzato come nei film dei mostri, scuro e indurito dall'esplosione della lacca. Dammi terrore. Flash. Che io sapessi, non aveva mai fumato, ma accese un fiammifero e lo avvicinò alla sigaretta che aveva in bocca. Bussò alla finestra. Disse: «Ehi, fammi entrare». Dammi rifiuto. Disse: «Ehi, fa freddo». Dammi ignoranza. Accesi la luce della camera da letto così nella finestra potevo vedere solo me stessa. Poi chiusi le tende. Non rividi mai più Shane. Stanotte, con le luci spente, con le tende tirate e la porta davanti chiusa a chiave, con Shane che se n'è andato, a parte il suo fantasma, chiedo: «Quale parata?». Mia mamma dice: «È la Parata dell'Orgoglio Omosessuale». Mio padre dice: «Marciamo con il PFLAG». E gli piacerebbe che io marciassi con loro. Gli piacerebbe che me ne stessi seduta al buio facendo finta che è dal mondo esterno che ci stiamo nascondendo. Da qualche sconosciuto pieno d'odio che verrà a cercarci di notte. Da qualche fatale malattia sessuale aliena. Gli piacerebbe pensare che sono terrorizzati da qualche bigotto omofobo. Niente di tutto questo è colpa loro. Gli piacerebbe che io pensassi che ho qualcosa cui rimediare. Non sono stata io a buttare quella bomboletta di lacca. Ho solo spento le luci della camera da letto. Poi si sono sentiti i pompieri arrivare in lontananza. La luce arancione lampeggiante fuori delle mie tende, e quando mi sono alzata dal letto per guardare, c'erano i miei vestiti di scuola in fiamme. Asciutti sul filo e gonfi d'aria. Vestiti e maglioni e pantaloni e bluse, tutti in fiamme che si dissolvevano nel vento. In pochi secondi, tutto ciò che amavo, sparito.
Flash. Vai avanti di qualche anno a me cresciuta e che trasloco. Dammi un nuovo inizio. Vai a una notte, qualcuno che chiama da un telefono pubblico chiedendo ai miei se erano i genitori di Shane McFarland. I miei genitori che dicono forse. La persona che chiama non vuole dire dove, ma dice che Shane è morto. Una voce alle spalle di chi chiama che dice, raccontagli il resto. Un'altra voce che dice, digli che la signorina Shane li odiava a morte e che le sue ultime parole sono state: non è ancora finita, non ci sperate. Poi qualcuno che ride. Vai a noi soli qui al buio davanti a un pasticcio. Mio padre dice: «Allora, cara, marcerai con tua madre e me?». Mia madre dice: «È così importante per i diritti dei gay». Dammi coraggio. Flash. Dammi tolleranza Flash. Dammi saggezza. Flash. Vai alla verità. E io dico: «No.» 15 Vai al momento intorno all'una di notte nella grande casa silenziosa di Evie quando Manus smette di gridare e io posso finalmente pensare. Evie è a Cancún, probabilmente in attesa che la polizia la chiami e dica: la nostra teoria più plausibile è che la persona che custodiva la sua casa, il mostro senza mascella, be', ha sparato e ucciso il suo amante segreto quando lui si è introdotto in casa con in mano un coltello da macellaio. Sapete che in questo momento Evie è sveglissima. In qualche camera d'albergo messicana, Evie sta cercando di capire se c'è una differenza di fuso di tre o di quattro ore tra la casa dove sono accoltellata a morte, defunta, e Cancún, dove si suppone Evie si trovi per un servizio fotografico per un catalogo. Non è che Evie faccia parte della categoria grandi cervelli. Nessuno va a Cancún in alta stagione per fare un catalogo, soprattutto non con delle bovare dalle ossa grosse come Evie Cottrell.
Ma dato che io sono morta, questo dischiude un intero mondo di possibilità. Sono un nessuno invisibile seduto su un divano di damasco di fronte a un altro sofà bianco davanti a un tavolino da caffè che sembra un grande blocco di malachite di quelli del primo corso di introduzione alla geologia. Evie andava a letto con il mio fidanzato, perciò adesso posso farle qualsiasi cosa. In un film, quando qualcuno diventa tutto a un tratto invisibile - sapete, no, una strana radiazione nucleare o la formula di uno scienziato pazzo - e tu pensi, che cosa farei se fossi invisibile...? Qualcosa come andare nello spogliatoio maschile della Gold's Gym o, meglio ancora, nello spogliatoio degli Oakland Raiders. Cose del genere. Vedere un po' di cose. Andare da Tiffany e rubare diademi di diamanti e roba varia. Essendo così stupido, stanotte Manus avrebbe potuto accoltellarmi, pensando che fossi Evie, pensando che Evie mi avesse sparato, mentre ero addormentata al buio nel suo letto. Mio padre andrebbe al funerale e direbbe a tutti di come fossi sempre sul punto di ritornare all'università e prendere la mia laurea in personal fitness training e poi senza dubbio iscrivermi alla scuola di medicina. Papà, Papà, Papà, Papà, Paparino, non ero riuscita ad andare oltre il maiale fetale del primo corso di biologia. Adesso sono il cadavere. Scusa, Mamma. Scusa, Dio. Evie starebbe proprio accanto a mia mamma, vicino alla bara aperta. Evie barcollerebbe in avanti appoggiandosi a Manus. Sapete, Evie avrebbe trovato qualcosa di totalmente grottesco da dare al becchino perché me lo facesse indossare. Così Evie mette un braccio attorno a mia madre, e Manus non riesce a staccarsi in tempo dalla bara aperta, e io sono distesa lì in questa bara di vellutino blu come gli interni di una Lincoln Town Car. Naturalmente, grazie, Evie, ho addosso questo kimono cinese da sera di seta gialla da concubina con uno spacco laterale fino alla vita e calze a rete nere e draghi cinesi rossi ricamati da una parte all'altra della regione pelvica e sui seni. E tacchi a spillo rossi. E niente mascella. Naturalmente, Evie dice a mia madre: «Le è sempre piaciuto questo vestito. Questo kimono era il suo preferito». La sensibile Evie direbbe: «E con questa si direbbe che lei sia a zero su due». Potrei uccidere Evie. Pagherei dei serpenti perché la mordessero.
Evie avrebbe addosso questo completino da cocktail nero con una gonna di raso dall'orlo asimmetrico e un corsetto senza spalline di Rei Kawakubo. Spalle e maniche sarebbero di puro chiffon nero. Evie, sapete che nella borsetta nera a soffietto ha dei gioielli, grandi smeraldi per i suoi occhi troppo verdi, e un cambio di accessori, così più tardi potrà indossare sempre questo vestito, per andare a ballare. Odio Evie. Quanto a me, io sto marcendo, in questo vestito da concubina puttana travestita da Suzie Wong Tokyo Rose senza più una goccia di sangue, un vestito che era troppo grande per la bara e così mi hanno dovuto spillare dietro la schiena la parte extra. Morta, sembro una merda. Sembro una merda morta. Accoltellerei Evie proprio adesso al telefono. No, davvero, direi alla signora Cottrell mentre deponiamo l'urna di Evie in una cassaforte di famiglia da qualche parte a Orrenda, Texas. Davvero, Evie voleva essere cremata. Io, al funerale di Evie, indosserei questo miniabito di Versace in pelle nera stretto come un laccio emostatico con metri e metri di guanti di seta nera affastellati sulle braccia. Prenderei posto accanto a Manus in fondo alla grande e nera Cadillac mortuaria, e avrei in testa questo cappello nero di Christian Lacroix a ruota di vagone con un velo nero che più tardi mi potrei togliere per andare a un'asta elegante o a una vendita di beni immobiliari o una cosa del genere, e poi pranzo. Evie, Evie sarebbe polvere. Va be', ceneri. Sola nel suo salotto, prendo in mano un portasigarette di cristallo dal tavolo che assomiglia a un blocco di malachite, e lancio questo piccolo tesoro contro i mattoni del camino. C'è una gran botta con sigarette e fiammiferi dappertutto. Da borghese defunta quale sono, tutt'a un tratto vorrei non averlo fatto, e mi inginocchio e comincio a raccogliere il casino. Il vetro e le sigarette. Evie, solo che... un portasigarette. È così tardo-generazionale. E fiammiferi. Un piccolo strappo mi pizzica il dito, e mi sono tagliata con un frammento così minuscolo e trasparente che è invisibile. Oh, tutto questo è abbagliante. Solo quando il sangue viene fuori a sagomare di rosso il frammento, solo allora riesco a vedere cos'è che mi ha tagliato. C'è il mio sangue sul pez-
zo di vetro che estraggo. Il mio sangue su una scatola di fiammiferi. No, signora Cottrell. No, davvero, Evie voleva essere cremata. Mi rialzo dal mio casino, e corro in giro lasciando sangue su ogni interruttore e su ogni lampada, spegnendoli tutti. Corro oltre l'armadio dei soprabiti, e Manus grida: «Per favore», ma quello che ho in mente è troppo eccitante. Spengo tutte le luci del primo piano, e Manus grida. Deve andare al bagno, grida. «Per favore.» La grande casa coloniale di Evie con le sue colonne davanti è tutta buia mentre cerco a tastoni il tavolo della sala da pranzo. Sento lo stipite della porta e conto piano fino a dieci, passi ciechi attraverso il tappeto orientale fino al tavolo della sala da pranzo con la tovaglia di pizzo. Accendo un fiammifero. Accendo una delle candele del grande candelabro d'argento. Va bene, fa molto Romanzo Gotico, ma accendo tutte e cinque le candele del candelabro d'argento che è così pesante che mi ci vogliono entrambe le mani per sollevarlo. Con ancora addosso il completo peignoir di raso e l'accappatoio di piume di struzzo, quello che sono è il fantasma di una bellissima ragazza defunta che porta questo coso di candele su per la lunga scalinata circolare di Evie. Su, passati tutti i dipinti a olio, e lungo il corridoio del secondo piano. Nella camera da letto la bella ragazza fantasma col suo raso apre gli armadi a lume di candela e i cassetti pieni dei suoi vestiti, slabbrati a morte dal gigante cattivo Evie Cottrell. I corpi torturati di vestiti e maglioni e vestiti e pantaloni e vestiti e jeans e gonne e scarpe e vestiti, quasi tutti mutilati e sformati, che implorano di essere finiti per porre termine alla loro misera esistenza. Il fotografo nella mia testa dice: Dammi rabbia. Flash. Dammi vendetta. Flash. Dammi ricompensa, totale e completa. Flash. Il fantasma già morto che sono, il non-esistente, il nulla invisibile dai pieni poteri che sono diventata, agito il candelabro davanti a tutta quella stoffa e: Flash. Ecco l'enorme inferno della moda di Evie.
Che è abbagliante. Che è proprio troppo divertente! Provo col copriletto, questo antico piumone belga di pizzo, e brucia. Le tende, le tende pesanti di velluto verde di Miss Evie, bruciano. I coprilampade bruciano. Cazzo. Anche lo chiffon che ho addosso sta bruciando. Spengo a schiaffi le mie piume in fiamme e torno indietro dalla fornace della moda della camera da letto di Evie nel corridoio del secondo piano. Ci sono altre dieci stanze e qualche bagno, e io vado di stanza in stanza. Bruciano gli asciugamani. Inferno in bagno! Chanel N° 5, brucia. Dipinti a olio raffiguranti cavalli da corsa e fagiani morti bruciano. Bruciano i finti tappeti orientali. Le orrende composizioni di fiori secchi di Evie sono ormai piccoli inferni centrotavola. Troppo carino! La bambola Katty Kathy di Evie, si squaglia, poi brucia. La collezione del carosello di animali di pezza - Cootie, Poochie, Pam-Pam, Mr Bunnits, Choochie, Poo Poo, e Ringer - è un divertente olocausto di peluche. Troppo dolci. Troppo adorabili. Di nuovo in bagno, afferro una delle poche cose non in fiamme: Una boccetta di Valium. Scendo giù dalla grande scalinata circolare. Manus, quando è entrato in casa per uccidermi, ha lasciato aperta la porta davanti, e l'inferno al secondo piano risucchia attorno a me una fresca brezza notturna su per le scale. Che spegne le mie candele. Adesso, l'unica luce è l'inferno, una stufa spaziale gigante che mi sorride dall'alto, io fritta nelle mie undici erbe e spezie di chiffon bruciacchiato. Mi sento come se avessi vinto un premio per qualcosa di importante che ho fatto nella vita. Del tipo, ecco a voi Miss America. Vieni giù. E questo tipo di attenzione, io la adoro ancora. Alla porta dell'armadio, Manus sta frignando che sente odore di fumo, e per favore, per favore, per favore di non lasciarlo morire. Come se adesso me ne fregasse qualcosa. No, davvero, Manus voleva essere cremato. Sul blocchetto vicino al telefono scrivo: tra un minuto aprirò la porta, ma ho ancora il fucile. prima però, infilo dei Valium sotto la porta, ingoiali, fallo o ti uccido. E faccio passare il biglietto sotto la porta.
Usciamo verso la sua macchina nel vialetto. Lo sto portando via. Farà tutto quello che voglio, oppure, dovunque finiremo, dirò alla polizia che ha rotto la finestra per introdursi in casa. Ha appiccato il fuoco e ha usato il fucile per rapirmi. Sputerò fuori tutto su Manus ed Evie e sulla loro schifosa storia d'amore. La parola amore sa di cera per le orecchie quando la penso riferita a Manus ed Evie. Sbatto il calcio del fucile contro la porta dell'armadio, e il fucile spara. Un altro centimetro, e sarei morta. Con me morta fuori della porta chiusa a chiave, Manus sarebbe bruciato. «Sì» Manus grida. «Farò qualsiasi cosa. Solo, per favore, non lasciarmi bruciare a morte, non spararmi. Qualunque cosa, ma apri la porta!» Con la scarpa, spingo le pasticche di Valium attraverso la fessura sotto la porta dell'armadio. Con il fucile davanti a me, apro la porta e mi tengo indietro. Alla luce del fuoco di sopra, puoi vedere la casa che si sta riempiendo di fumo. Manus esce barcollando, con gli occhi blu intenso di fuori e le mani in aria, e lo conduco verso la sua macchina col fucile premuto contro la sua schiena. La pelle di Manus è soda e sexy persino dall'altra parte di un fucile. Dopo di che, non ho un piano. So solo che per un po' non voglio che si risolva niente. Dovunque finiamo, non voglio tornare alla normalità. Chiudo Manus nel bagagliaio della sua Fiat Spider. Una bella macchina, è una bella macchina, rossa con la capote abbassata. Sbatto il calcio del fucile sul coperchio del cofano. Dal mio cargo d'amore nessuna reazione. Poi mi chiedo se deve ancora pisciare. Getto il fucile sul sedile del passeggero e ritorno nell'inferno coloniale di Evie. Nell'atrio, solo che adesso è una ciminiera, c'è una galleria del vento con l'aria fredda che entra dentro dalla porta e sale su nel calore e nella luce sopra di me. L'atrio ha ancora quello scrittoio con il telefono e il sassofono d'oro. Il fumo è dappertutto. E un coro di tutte le sirene antifumo sta sirenando così forte da fare male. È pura cattiveria, lasciare Evie a Cancún sveglia per così tanto tempo in attesa della sua buona notizia. Così chiamo il numero che ha lasciato. Sapete che Evie risponde al primo squillo. Ed Evie dice: «Pronto?». Niente, tranne il rumore di tutto quello che ho fatto, gli allarmi antifumo
e le fiamme, il tintinnio del lampadario a bracci con la brezza che gli suona in mezzo, è tutto quello che c'è da sentire dal suo capo della conversazione. Evie dice: «Manus?». Da qualche parte, dalla sala da pranzo forse, il soffitto precipita giù e scintille e tizzoni saltano fuori dalla porta della sala da pranzo fin sulla porta dell'atrio. Evie dice: «Manus, non fare scherzi. Se sei tu, ho detto che non ti volevo più vedere». E proprio in quel momento: Crash. Mezza tonnellata di scintillante, abbagliante luce bianca, cristallo austriaco tagliato a mano, il grande lampadario a bracci cade dal centro del soffitto dell'atrio ed esplode troppo vicino. Un altro centimetro e sarei morta. Come posso non ridere. Sono già morta. «Senti, Manus» dice Evie. «Ti ho detto di non chiamarmi o racconterò alla polizia di come hai mandato la mia migliore amica in ospedale senza faccia. Hai capito?» Evie dice: «Sei andato troppo oltre. Ti denuncerò se proprio devo». Manus o Evie, non so a chi credere, tutto quello che so è che le mie piume sono in fiamme. 16 Torna indietro a un servizio fotografico di moda in questo cimitero di auto pieno di sporche macchine incidentate dove Evie e io dobbiamo arrampicarci sui catorci con addosso dei tanga di Hermaun Mancing così sottili che sotto devi indossare una striscetta di cerotto per proteggere la fica, ed Evie esordisce con: «A proposito, tuo fratello mutilato...?». Non sono neanche il mio fotografo o art director preferiti. E io di rimando a Evie: «Sì?» intanto che sono occupata a sporgere in fuori il culo. E il fotografo fa: «Evie? Quello non è fare il broncio!». Peggiore era la moda, e peggiori erano i posti dove dovevamo posare per farla sembrare bella. Sfasciacarrozze. Macelli. Impianti di depurazione delle acque di scolo. È la tattica della sposa brutta che sembra bella solo per paragone. A un servizio per Industry JeansWear, ero sicura che avremmo
dovuto posare mentre baciavamo dei cadaveri. Tutte queste macchine rotte hanno buchi arrugginiti dappertutto, spigoli seghettati, e sono così prossima all'essere nuda, e cerco di ricordare quand'è che ho fatto l'ultima antitetanica. Il fotografo abbassa l'obiettivo e dice: «Sto soltanto sprecando pellicola finché voi ragazze non vi decidete a tirare in dentro lo stomaco». Essere belle costava sempre più sforzo. Già solo le abrasioni del rasoio ti facevano venire da piangere. Le cerette all'inguine. Dopo l'iniezione di collagene nelle labbra Evie ha detto che non aveva più paura dell'inferno. La seconda cosa peggiore è Manus che ti strappa la striscetta per la fica quando non ti sei rasata per bene. Sull'inferno, ho detto a Evie: «È lì che posiamo domani». Così adesso l'art director dice: «Evie, potresti arrampicarti di altre due macchine più su?». E tutto questo con i tacchi a spillo, ma Evie sale. Piccole schegge di vetro antieffrazìone sono sparse in tutti i posti dove potresti cadere. Con il suo grande sorriso pacchiano, Evie dice: «Esattamente, come si è mutilato tuo fratello?». Puoi mantenere un sorriso autentico solo per un po', dopodiché è solo denti. L'art director sale con il suo piccolo applicatore di schiuma e mi ritocca le chiappe dove l'abbronzante si è striato. «È stata una bomboletta di lacca che qualcuno aveva gettato nel nostro inceneritore». Dico: «Lui stava bruciando l'immondizia e la bomboletta è esplosa». E Evie dice: «Qualcuno?». E io dico: «Per come urlava e cercava di fermargli l'emorragia penseresti che fosse stata mia madre». E il fotografo dice: «Ragazze, potete mettervi sulle punte solo un po'?». Evie fa: «Una grande bomboletta di lacca HairShell da duecento millilitri? Scommetto che gli ha spellato via metà faccia». Entrambe siamo andate sulle punte. Faccio io: «Non era poi così male». «Aspettate un secondo» dice l'art director, «ho bisogno che i vostri piedi non siano così vicini tra loro.» Poi dice: «Più larghi». Poi: «Un po' più larghi per favore». Poi ci passa dei grandi aggeggi cromati da tenere in mano. Il mio deve pesare dieci chili. «È un martello con punta sfondata» dice Evie, «e lo stai tenendo in modo sbagliato.»
«Dolcezza» il fotografo dice a Evie, «potresti tenere la sega un po' più vicina alla tua bocca per favore?» Il sole è caldo sulla lamiera delle macchine, i tettucci sfondati sotto il peso delle altre auto accatastate. Queste sono macchine col muso così deformato che sai che da lì nessuno è uscito con le proprie gambe. Macchine con le fiancate devastate in cui sono morte intere famiglie. Macchine tamponate con i sedili posteriori attaccati al cruscotto. Macchine di quando ancora non c'erano le cinture. Macchine pre-airbag. Prima del personale paramedico. Queste sono macchine sventrate attorno ai serbatoi esplosi. «È tutto così grandioso» dice Evie. «Ho lavorato tutta la vita per arrivare fin qui.» L'art director dice di andare avanti e di spingere i seni contro le macchine. «Per tutto il tempo, man mano che crescevo» dice Evie, «ho sempre pensato che essere una donna sarebbe stato... be', non una simile delusione.» Tutto quello che avevo sempre voluto era essere figlia unica. Il fotografo dice: «Perfecto». 17 Le sorelle Rhea non sono altro che tre bianchi pelle e ossa, che se ne stanno tutto il giorno seduti in una suite del Congress Hotel in vestitini di nylon con le spalline che cadono da un lato o dall'altro, coi tacchi a spillo e a fumare sigarette. Kitty Litter, Sofonda Peters e la Vivace Vivienne VaVane, i loro visi che brillano di crema idratante e maschere facciali all'albume, ascoltano quei cha-cha che ormai si sentono solo negli ascensori. I capelli delle sorelle Rhea sono corti e appiattiti con la brillantina e aggrovigliati e irti di mollette, appiccicati sulle loro teste. Se fuori non è estate è probabile che abbiamo una calotta da parrucca stesa sulle mollette. Il più delle volte non sanno che stagione sia. Le persiane non sono mai aperte, e ci saranno una dozzina di quei dischi di cha-cha ammonticchiati uno sull'altro sul cambiadischi automatico. Tutto il mobilio è biondo, come la grande console stereo a quattro zampe RCA Philco. Il braccio di metallo dello stereo pesa almeno un chilo e con quella vecchia puntina ci si potrebbe arare un campo. Posso presentarle: Kitty Litter.
Sofonda Peters. La Vivace Vivienne VaVane. Meglio note come le sorelle Rhea, sono la sua famiglia, mi ha detto Brandy Alexander nell'ufficio della logopedista. Non era la prima volta che ci siamo incontrate, questa non era la volta che ho pianto e ho raccontato a Brandy come avevo perso il viso. Non era nemmeno la seconda volta, quando Brandy ha portato il suo cesto da cucito pieno di sistemi per nascondere il mostro che ero. Era una delle migliaia di volte in cui ci siamo nascoste quando ero ancora in ospedale. L'ufficio della logopedista era il posto in cui ci incontravamo. «Di solito» mi dice Brandy «Kitty Litter si scolorisce e si tira via con le pinzette i peli del viso indesiderati. Questa spiacevole faccenda dei peli può occupare il bagno per ore, ma Kitty si mette i Ray-Ban al contrario, le piace tanto vedersi riflessa». Le Rhea, loro hanno fatto diventare Brandy quella che è. Brandy, lei gli deve tutto. Brandy chiudeva la porta dell'ufficio della logopedista e, se qualcuno bussava, Brandy ed io simulavamo rumori da orgasmo. Urlavamo e strillavamo e davamo pacche sul pavimento. Io battevo le mani per rendere quello speciale suono di sculacciata che tutti conoscono. Chiunque bussasse, se ne andava via in fretta. Poi continuavamo a sprecare trucchi e a parlare. «Sofonda» Brandy mi diceva, «Sofonda Peters, è il cervello, Sofonda. La signorina Peters se ne sta tutto il giorno con le sue unghie di porcellana infilate nel principesco disco del telefono a parlare con un agente o con un distributore, a vendere, vendere, vendere.» Qualcuno bussava alla porta dell'ufficio della logopedista, e così io sparavo fuori un urlo da gatta e mi davo una botta sul fianco. Le sorelle Rhea, Brandy mi diceva che sarebbe morta senza di loro. Quando l'avevano trovata, la principessa regina suprema, lei era una taglia forte, che cantava in playback nelle serate per dilettanti, negli spettacoli a microfono libero dove possono cantare tutti. Cantava Thumbelina in playback. I suoi capelli, il suo corpo, la sua camminata alla Brandy Alexander così di tendenza, avevano inventato tutto le sorelle Rhea. Vai a due camion dei pompieri che mi superano in direzione opposta mentre guido in autostrada verso il centro, lontana dalla casa di Evie in
fiamme. Nello specchietto retrovisore della Fiat Spider di Manus la casa di Evie è un falò sempre più piccolo. L'orlo rosa-pesca dell'accappatoio di Evie è incastrato nella portiera, e le piume di struzzo mi frustano nella fresca aria notturna che si riversa attorno al parabrezza della decappottabile. Odoro tutta di fumo. Il fucile sul sedile del passeggero punta per terra. Non arriva una parola dal mio cargo d'amore nel bagagliaio. E c'è rimasto solo un posto dove andare. Non posso proprio usare il telefono e chiedere all'operatore di chiamare Brandy. L'operatore non mi capirebbe mai, e così stiamo andando in centro, al Congress Hotel. Vai a come tutto il denaro delle sorelle Rhea viene da una bambola che si chiama Katty Kathy. Queste sono le altre cose che Brandy mi ha detto tra un orgasmo simulato e l'altro nell'ufficio della logopedista. È una bambola, Katty Kathy è una di quelle bambole alte trenta centimetri color carne con misure del corpo impossibili. Se fosse una donna reale le sue misure sarebbero 115-40-65. Se fosse una donna vera, Katty Kathy non troverebbe da comprare un bel nulla nei negozi. Sai che l'hai vista in giro questa bambola. Viene venduta nuda in un pacchetto di plastica a bolle per un dollaro, ma i suoi vestiti costano una fortuna, ecco quant'è realistica. Si possono comprare circa quattrocento piccoli capi di abbigliamento separati che si combinano e si abbinano per creare tre completi eleganti. Da questo punto di vista la bambola assomiglia incredibilmente alla vita. Da brividi. Sofonda Peters ha avuto l'idea. Inventata Katty Kathy, ha realizzato il prototipo, venduto la bambola, e fatto tutti gli affari. Eppure, Sofonda è come se fosse sposata con Kitty e Vivian e ci sono abbastanza soldi per mantenerle tutte. Quello che ha fatto vendere Katty Kathy è che è una bambola parlante, ma invece di una cordicella, quello che le esce dalla schiena è una catenina d'oro. Tiri la corda, e lei dice: «Quel vestito va bene, voglio dire, se proprio vuoi vestirti in quel modo.» «Il tuo cuore è la mia piñata.» «Vai in giro vestita così?» «Credo che avere anche altri partner farebbe bene al nostro rapporto.» «Kiss kiss.» E: «Non toccare i miei capelli!». Le sorelle Rhea hanno fatto una fortuna. Solo la piccola giacca bolero di
Katty Kathy, la fanno cucire in Cambogia per dieci centesimi e la vendono qui in America per sedici dollari. E la gente li paga. Vai a me che parcheggio la Fiat con il bagagliaio pieno del mio cargo d'amore in una strada secondaria, e che cammino per Broadway verso il portiere del Congress Hotel. Sono una donna con mezza faccia che arriva a un hotel di lusso, uno di quei grandi palazzi di terracotta inespressiva costruiti cento anni fa, dove il portiere porta marsine coi galloni d'oro sulle spalle. Io ho addosso un completo da peignoir e un accappatoio. Niente veli. Metà accappatoio è rimasta incastrata in una portiera, trascinata lungo l'autostrada per gli ultimi trenta chilometri. Le mie piume di struzzo puzzano di fumo, e sto cercando di mantenere nascosto il fatto che sotto braccio ho un fucile a mo' di stampella. Sì, e ho perso anche una scarpa, una di quelle ciabattine col tacco. Il portiere nella sua marsina neanche mi guarda. Sì, e i miei capelli li vedo riflessi nella grande placca di ottone che dice The Congress Hotel. La fresca aria notturna ha trasformato la mia acconciatura di panna montata in un'arruffata pelliccia di ratto. Vai a me alla reception del Congress Hotel dove cerco di rendere i miei occhi seducenti. Dicono che la prima cosa che la gente nota di te sono gli occhi. Raccolgo l'attenzione di quello che deve essere l'amministratore notturno, il facchino, il manager, e un impiegato. Le prime impressioni sono così importanti. Deve essere il modo in cui sono vestita o il fucile. Usando il buco che è la parte superiore della gola, con la lingua di fuori e tutta la ferita attorno, dico: «Gerl terk nahdz gah sssid». Tutti sono proprio gelati dai miei occhi seducenti. Non so come, ma poi il fucile è sul bancone, puntato su nessuno in particolare. Il manager arriva con il suo blazer blu marina con la sua piccola targhetta in ottone con su scritto "Mr Baxter", e dice: «Possiamo darle tutti i soldi che sono nel cassetto, ma nessuno qui è in grado di aprire la cassaforte dell'ufficio». Il fucile sul banco punta a destra alla targhetta d'ottone "Mr Baxter", un particolare che non è passato inosservato. Schiocco le dita e indico un pezzo di carta che gli faccio segno di darmi. Scrivo con la penna per i clienti, quella con la catenella: qual è la suite delle sorelle Rhea? non fatemi bussare a ogni porta al quindicesimo piano, siamo in piena notte.
«La stanza è la 15-G» dice Mr Baxter, entrambe le mani piene di soldi che non voglio e tese verso di me oltre il bancone. «Gli ascensori» dice «sono alla sua destra.» Vai a me che sono Daisy St. Patience il primo giorno che io e Brandy ci siamo sedute accanto. Il giorno del tacchino congelato dopo che avevo aspettato per l'intera estate che qualcuno mi chiedesse cosa fosse accaduto alla mia faccia, e ho raccontato tutto a Brandy. Brandy, quando mi ha messo seduta sulla sedia ancora calda del suo culo e ha chiuso a chiave la porta della logopedista quella prima volta, mi ha chiamato fuori dal mio futuro. Mi ha chiamata Daisy St. Patience e non ha mai voluto sapere con quale nome ero entrata da quella porta. Ero la legittima erede della famosa casa internazionale di moda, la House of St. Patience. Brandy, lei parlava e parlava. Stavamo finendo l'aria, parlava così tanto, e non intendo solo noi, Brandy e io. Intendo dire il mondo. Brandy parlava così tanto che il mondo stava finendo l'aria. La foresta amazzonica proprio non riusciva a tenere il passo. «Quello che sei istante dopo istante» diceva Brandy «è solo una storia.» Quello di cui avevo bisogno era una storia nuova. «Lascia che faccia per te» diceva Brandy, «quello che le sorelle Rhea hanno fatto per me». Dammi coraggio. Flash. Dammi cuore. Flash. E così vai a me che sono Daisy St. Patience che sale in quell'ascensore, e Daisy St. Patience che cammina lungo il tappeto del corridoio verso la suite 15-G. Daisy bussa e nessuno risponde. Dalla porta si sente quel chacha-cha. La porta si apre di dieci centimetri, ma la c'è la catena inserita e quindi si ferma. Tre facce bianche appaiono nei dieci centimetri di buco, una sopra l'altra, Kitty Litter, Sofonda Peters, e la vivace Vivienne VaVane, i visi lucidi di crema idratante. I capelli corti e appiattiti con mollette e calotte da parrucca. Le sorelle Rhea.
Chi sia chi, non lo so. Il totem di drag queen nello spazio della porta dice: «Non portarci via la regina suprema.» «È tutto quello che abbiamo da fare nelle nostre vite.» «Non è ancora finita. Non siamo nemmeno a metà, e abbiamo ancora così tanto da fare su di lei.» Gli faccio un cucù allo chiffon rosa col fucile, e la porta si chiude. Da dietro la porta, si sente la catena che viene tolta. Poi la porta si apre del tutto. Vai a una volta, una sera tardi, in macchina tra Nessunposto, Wyoming, e ChissàDove, Montana, quando Seth dice che il fatto di essere nati rende i tuoi genitori Dio. Gli devi la tua vita, e ti possono controllare. «Poi la pubertà ti rende Satana» dice, «solo perché vuoi qualcosa di meglio.» Vai a dentro la suite 15-G con il mobilio biondo e la bossanova cha-chacha e il fumo di sigarette, e le sorelle Rhea che svolazzano attorno alla stanza nei loro abitini di nylon con le spalline che scendono da una spalla o dall'altra. Non devo fare altro che puntare il fucile. «Sappiamo chi sei, Daisy St. Patience» dice una di loro accendendosi una sigaretta. «Con una faccia così, ormai sei tutto ciò di cui Brandy parla.» Dappertutto nella stanza sono sparsi questi grandi, grandi portacenere del 1959 di vetro sabbiato, tanto grandi che vanno svuotati solo ogni due anni. Quella con la sigaretta mi tende la sua lunga mano con le unghie di porcellana e dice: «Io sono Pie Rhea». «Io sono Die Rhea» dice un'altra, vicino allo stereo. Quella con la sigaretta, Pie Rhea, dice: «Questi sono i nostri nomi d'arte». Ìndica la terza Rhea, là sul divano, che mangia cinese da un pacchetto take-away. «Quella» dice e indica, «questa Signorina All'Ingrasso, la puoi chiamare Gon Rhea.» Con la bocca piena di nulla che vorreste vedere, Gon Rhea dice: «Incantata, certo». Mettendo la sigaretta dappertutto tranne che in bocca, Pie Rhea dice:«La regina non ha proprio bisogno dei tuoi problemi, non stasera». Dice: «Siamo tutta la famiglia di cui la top ragazza ha bisogno». Sullo stereo, in una cornice d'argento, c'è la foto di una bella ragazza da-
vanti a un cartamodello, che sorride verso una macchina fotografica che non si vede, un invisibile fotografo che le dice: Dammi passione. Flash. Dammi gioia. Flash. Dammi gioventù ed energia e innocenza e bellezza. Flash. «La prima famiglia di Brandy, la sua famiglia natale, non la voleva, così l'abbiamo adottata» dice Die Rhea. Puntando il suo lungo dito alla fotografia che sorride sullo stereo biondo, Die Rhea dice: «La sua famiglia natale pensa che sia morta». Vai a una volta tempo fa quando avevo una faccia e ho fatto questo servizio fotografico di copertina per la rivista «BabeWear». Torna indietro alla suite 15-G, e la foto sullo stereo biondo sono io, la mia copertina, la copertina della rivista «BabeWear» incorniciata, con Die Rhea che punta il dito verso di me. Torna indietro a noi nell'ufficio della logopedista con la porta chiusa a chiave e Brandy che dice quanto è stata fortunata che l'abbiano trovata le sorelle Rhea. Non è da tutti avere una seconda chance di rinascere ed essere tirate su una seconda volta, ma questa volta da una famiglia che le vuole bene. «Kitty Litter, Sofonda, e Vivienne» dice Brandy, «gli devo tutto.» Vai alla suite 15-G e a Gon Rhea che agita i bastoncini verso di me e dice: «Non provarti a portarcela via. Non abbiamo ancora finito con lei». «Se Brandy se ne va con te» dice Pie Rhea, «gli estrogeni coniugati se li può pagare da sola. E la sua vaginoplastica. E la sua plastica alle labbra. Per non parlare della sua elettrolisi scrotale.» Alla foto sullo stereo, alla stupida faccia sorridente nella cornice d'argento, Die Rhea dice: «Nessuna di quelle cose costa poco». Die Rhea solleva la foto e me l'avvicina, il mio passato che mi guarda faccia a faccia, e Die Rhea dice: «Così, Brandy voleva diventare così, come quella troia di sua sorella. Questo due anni fa, prima che si facesse un'operazione al laser alle corde vocali e poi il raschiamento della trachea. Si è fatta avanzare lo
scalpo di tre centimetri in modo da avere la giusta attaccatura di capelli. Abbiamo pagato per limare alla Signorina Maschio l'osso frontale sopra gli occhi. Abbiamo pagato per il profilo della mascella e la femminizzazione della fronte». «E» dice Gon Rhea con la bocca piena di cibo cinese masticato, «e ogni volta che tornava a casa dall'ospedale con la fronte rotta e riallineata o col pomo d'Adamo allisciato e ridotto a un nulla femminile, chi pensi che si sia preso cura di lei per quei due anni?» Vai ai miei genitori addormentati nel loro letto lontani da qui montagne e deserti. Vai a loro e al loro telefono, e ad anni fa quando qualche pazzo, qualche schifoso pervertito urlante, li chiama e urla che loro figlio è morto. Il loro figlio che non volevano, Shane, era morto di AIDS e quest'uomo non voleva dire dove o quando, e poi ha riso e ha riattaccato. Torna indietro all'interno della suite 15-G e a Die Rhea che mi agita in faccia una mia vecchia foto e dice: «Voleva diventare così, e dopo decine di migliaia di dollari di bambole Katty Kathy è diventata così». Gon Rhea dice: «Cavolo. Brandy è diventata meglio di quella». «Noi siamo quelle che amiamo Brandy Alexander» dice Pie Rhea. «Ma tu sei quella che Brandy ama perché hai bisogno di lei» dice Die Rhea. Gon Rhea dice: «Chi ami e chi ti ama non sono mai e poi mai la stessa persona». Dice: «Brandy ci lascerà se pensa che tu hai bisogno di lei, ma anche noi abbiamo bisogno di lei». Quello che amo è fuori, chiuso nel bagagliaio di una macchina fuori, con lo stomaco pieno di Valium, e mi chiedo se debba ancora pisciare. Mio fratello che odio è tornato dai morti. Che Shane fosse morto era proprio troppo bello per essere vero. Prima la bomboletta della lacca non l'ha ucciso. Poi la nostra famiglia non riusciva proprio a dimenticarlo. Adesso anche il mortale virus dell'AIDS mi ha dato buca. Mio fratello non è altro che un'amara fottutissima delusione dopo l'altra. Si sente una porta aprirsi e chiudersi da qualche parte, poi un'altra porta si apre e Brandy è lì che dice: «Daisy, dolcezza» ed entra nel fumo e nel cha-cha-cha con addosso questa sorta di vestito da viaggio verde tipo Bill Blass First Lady orlato di cordoncino bianco e tacchi a spillo verdi e una borsetta verde molto elegante. In testa ha una deliziosa spruzzata ecologi-
camente scorretta di piume di pappagallo verde della foresta pluviale a forma di cappello, e Brandy dice: «Daisy, dolcezza, non puntare il fucile contro le persone che amo». In ogni grande mano inanellata di Brandy c'è un'impertinente valigia American Tourister bianca. «Dateci una mano, qualcuno. Questi sono solo gli ormoni regali.» Dice: «I vestiti di cui ho bisogno sono nell'altra stanza». Brandy dice a Sofonda: «Signorina Pie Rhea, devo proprio». A Kitty, Brandy dice: «Signorina Die Rhea, ho fatto tutto il possibile per il momento. Abbiamo fatto l'avanzamento dello scalpo, il lifiting delle sopracciglia, il raschiamento dell'osso della fronte. Abbiamo fatto il raschiamento della trachea, il profilo del naso, il profilo della mascella, il riallineamento della fronte...». Come se fosse una cosa stupefacente che non ho riconosciuto il mio vecchio fratello mutilato. A Vivienne, Brandy dice: «Signorina Gon Rhea, mi rimangono ancora dei mesi per il mio Training di Vita Reale e non li passerò certo imbucata qui in questo hotel». Vai a noi che ce ne andiamo via con la Fiat Spider piena di valigie. Immagina dei profughi disperati che da Beverly Hills emigrano attraverso la nazione con un set di diciassette valigie coordinate per cominciare una nuova vita nel Midwest Contadino. Tutto molto elegante e di gran gusto, una di quelle epiche vacanze della famiglia Joad, solo al contrario. Lasciandoci dietro una scia di accessori buttati, scarpe e guanti e collane girocollo e cappelli, per alleggerire il carico così da poter attraversare le Montagne Rocciose, quelle saremmo noi. Questo dopo che è arrivata la polizia, senza dubbio dopo che il manager dell'hotel li aveva chiamati e gli aveva detto che una mutilata psicopatica con un fucile stava minacciando tutti al quindicesimo piano. Questo dopo che le sorelle Rhea hanno portato tutte le valigie di Brandy giù per le scale antincendio. Questo dopo che Brandy dice che deve andare, che ha bisogno di pensare, sai, prima del suo grande intervento chirurgico. Sai. La trasformazione. Questo dopo che continuo a guardare Brandy chiedendomi, Shane? «È un passo così grande» dice Brandy. «Essere una donna, capite. Per sempre.» Prendere ormoni. Per tutto il resto della vita. Le pillole, le bende, le inie-
zioni, per il resto della vita. E se esisteva qualcuno, anche una sola persona che l'avrebbe amata, che avrebbe potuto rendere la sua vita felice, per com'era lei e basta, senza gli ormoni e i trucchi e i vestiti e le scarpe e l'operazione? Doveva almeno guardarsi un po' in giro per il mondo. Brandy spiega tutto questo, e le sorelle Rhea cominciano a piangere e a salutare e a mettere le American Tourister nella macchina. E tutta la scena sarebbe proprio commovente, e starei frignando anch'io, se non sapessi che Brandy era mio fratello morto e che la persona che lo vuole amare sono io, sua sorella piena di odio, che già trama di ucciderlo. Sì. Trama, trama di uccidere Brandy Alexander. Io, quella a cui non rimane niente da perdere, tramo la mia grande rivincita sotto i riflettori. Dammi violente fantasie di vendetta come strumento di sopravvivenza. Flash. Dammi solo la mia prima opportunità. Flash. Brandy al volante, lei si gira verso di me, i suoi occhi tutti una ragnatela di lacrime e mascara, e dice: «Sai cosa sono le Benjamin Standard Guidelines?». Brandy mette in moto la macchina e ingrana la prima. Abbassa il freno a mono e sporge il collo per vedere il traffico. Dice: «Devo vivere di ormoni un anno intero nel mio nuovo ruolo sessuale prima della vaginoplastica. Lo chiamano Training di Vita Reale». Brandy si immette sulla strada e ce l'abbiamo quasi fatta. Una squadra speciale con eleganti accessori neri, gas lacrimogeno e armi semiautomatiche sta correndo dentro, superando il portiere coi galloni che tiene aperta la porta. Le Rhea ci corrono dietro, salutano e mandano baci comportandosi come orrende damigelle fino a quando inciampano, ansimando, per strada, coi tacchi a spillo andati in malora. C'è una luna in cielo. I palazzi degli uffici allineati come in un canyon lungo i lati della strada. C'è sempre Manus nel bagagliaio, e stiamo già mettendo un'enorme distanza tra me e il pericolo di essere presa. Brandy posa la sua grande mano sulla mia gamba e stringe. Incendio doloso, rapimento, penso di essere arrivata fino all'omicidio. Forse tutto questo mi farà avere un barlume di attenzione, non quella del buon genere glorioso, ma almeno quella dei media nazionali. Ragazza Mostro Ammazza Amica Donna Fratello Segreto. «Mi rimangono ancora otto mesi del mio anno di TVR» dice Brandy. «Pensi che potrai tenermi occupata per i prossimi otto mesi?»
18 Metà della mia vita la passo nascosta nei bagni dei ricchi. Torna indietro a Seattle, a quella volta in cui Brandy e Seth e io siamo per strada a caccia di medicinali. Vai al giorno dopo quello in cui siamo andati allo Space Needle, a Brandy distesa sul pavimento di un bagno. Prima l'ho aiutata a togliersi la giacca e a sbottonarsi la blusa dietro, e adesso sono seduta su un water e, regolari come una tortura cinese, faccio cadere dosi eccessive di Valium nella sua bocca Plumbago. Il bello del Valium, dice la ragazza Brandy, è che non ti fa passare il dolore ma almeno non sei incazzata per il fatto che stai male. «Versa» dice Brandy e fa le labbra a pesce. Il fatto è che Brandy ha una tolleranza altissima ai medicinali e ce ne vuole per ucciderla. Perdipiù è grossa, tutta muscoli, ci vorrebbero boccette su boccette. Faccio cadere un Valium. Un piccolo Valium azzurro chiaro, un altro Valium polvere blu, blu Tiffany, come un regalo di Tiffany, il Valium cade da parte a parte all'interno di Brandy. Il vestito, quello che ho aiutato Brandy a togliersi, è un modello Pierre Cardin Space Age tutto bianco sfacciato, la gonna dritta a tubo è fresca e asettica fin sopra le ginocchia, la giacca è senza tempo e clinica nel suo taglio semplice e maniche a tre quarti. La blusa sotto è senza maniche. Le scarpe sono stivali di vernice bianca con la punta quadrata. Un completo che bisognerebbe accessoriare con un contatore Geiger anziché con una borsetta. Al Bon Marché quando esce dal camerino camminando come in passerella non poso far altro che applaudire. La prossima settimana, quando lo porterà indietro, ci sarà una depressione post partum. Vai a colazione, una mattina che Brandy e Seth erano pieni dei soldi ricavati dai medicinali, stavamo mangiando roba portata dal servizio in camera, e Seth dice che Brandy potrebbe viaggiare nel tempo a Las Vegas su un altro pianeta negli anni Cinquanta, e ci si ritroverebbe perfettamente. Il pianeta Krylon, dice lui, dove piccoli robot ti liposucchierebbero il grasso e ti rifarebbero tutta. E Brandy dice: «Quale grasso?». E Seth dice: «Sarebbe magnifico se potessi farci una visita dal lontano
futuro via anni Sessanta». E io verso ancora del Premarin nel secondo giro di caffè di Seth. Ancora Darvon nello champagne di Brandy. Vai di nuovo a noi nel bagno, Brandy e io. «Versa» dice Brandy. Le sue labbra sono rilassate e allungate, e io lascio cadere un altro regalo di Tiffany. Questo bagno dove siamo nascoste è molto singolare per i particolari decorativi. L'idea è quella di una grotta sottomarina. Anche il telefono della principessa è color acqua, ma quando guardi fuori dai grandi oblò in ottone, vedi Seattle dalla cima di Capitol Hill. Il water dove sono seduta, solo seduta, il coperchio è chiuso sotto il mio culo non preoccuparti, il water è un grande guscio di lumaca di ceramica fissato al muro. Il lavandino è una grande mezza vongola di ceramica fissata al muro. Brandy-landia, parco giochi sessuale delle stelle, dice: «Vai». Vai a quando siamo arrivate qui e l'agente immobiliare non era che un grosso manzo. Uno di quelli che ha avuto la borsa di studio per il football, quelli che le sopracciglia gli crescono unite nel mezzo e si dimenticano di prendere una laurea qualsiasi. Come se io potessi parlare, con i miei milleseicento crediti. Ecco questo agente immobiliare che cura le proprietà del club-milionedi-dollari, cui è stato affibbiato il lavoro da un riconoscente alunno anziano della stessa università che desiderava giusto un genero capace di star sveglio per sei o sette finali universitarie sotto Natale. Ma forse sto giudicando un tantino troppo. Brandy aveva superato se stessa quanto a umidità femminile. Questo ragazzo con un cromosoma Y in più in un doppiopetto blu di serge, un ragazzo le cui zampe fanno sembrare piccole anche le mancine di Brandy. «Signor Parker» dice Brandy, la sua mano nascosta nella zampa di lui. Negli occhi di lei puoi leggerci il tema d'amore di Hank Mancini. «Ci siamo parlati stamattina». Siamo nel salotto di una casa di Capitol Hill. Questa è un'altra di quelle case ricche dove tutto è ciò che sembra. Le elaborate rose Tudor intarsiate nei soffitti sono di gesso, non di fibra di vetro. I torsi di nudi greci rovinati sono di marmo, non gesso marmorizzato. Le scatole nel salottino non sono
smaltate alla Fabergé. Le scatole sono portapillole Fabergé, e ce ne sono undici. Il pizzo sotto le scatole non è stato merlettato da una macchina. Non solo i dorsi, ma anche le copertine di tutti libri in tutti gli scaffali della biblioteca sono rilegati in cuoio, sia davanti che dietro, e le pagine sono tagliate. Non serve nemmeno tirar fuori un solo libro per capirlo. L'agente immobiliare, il signor Parker, le gambe sono dritte e immobili sulle chiappe. Sul davanti, da una gamba dei pantaloni che è appena un po' più gonfia si capisce che si tratta di boxer e non di slip. Brandy fa un cenno verso di me. «Questa è la signorina Arden Scotia, della compagnia Denver River Logging and Paper Scotias.» Un'altra vittima del Progetto Brandy Alexander per la Reincarnazione Testimoni. La grande mano di Parker ingoia la mia manina, pesce grosso e pesce piccolo, intera. La camicia inamidata di Parker ti fa pensare a una tovaglia pulita, così liscia e rigida che ci si potrebbe servire da bere dal bancone del suo petto. «Questo» Brandy accenna a Seth «è Ellis Island, il fratellastro della signorina Scotia.» Il pesce grosso di Parker mangia il pesce piccolo di Ellis. Brandy dice: «La signorina Scotia e io vorremmo girare la casa da sole. Ellis è mentalmente ed emotivamente disturbato». Ellis sorride. «Speravamo che lo potesse sorvegliare» dice Brandy. «Nessun problema» dice Parker. Dice: «Certamente». Ellis sorride e con due dita tira la manica della giacca di Brandy. Ellis dice: «Non lasciarmi troppo a lungo, signorina. Se non ho abbastanza pillole, mi verrà uno dei miei attacchi». «Attacchi?» fa Parker. Ellis dice: «Qualche volta, la signorina Alexander si dimentica che sto aspettando, e così non mi dà le medicine». «Ha degli attacchi?» dice Parker. «Questa è nuova» dice Brandy e sorride. «Non ti verrà nessun attacco» Brandy dice al mio nuovo fratellastro. «Ellis, ti proibisco di avere un attacco.» Vai a noi accampate nella grotta sottomarina. «Versa.» Il pavimento sotto la schiena di Brandy è a forma di pesce con delle mattonelle fredde messe giù in modo tale da far collimare la coda di un pesce
in mezzo alla testa di due pesci come sardine in barattolo, lungo tutto il pavimento del bagno. Faccio cadere un Valium tra le labbra Plumbago. «Ti ho mai raccontato come mi ha cacciato la mia famiglia?» dice Brandy dopo il suo piccolo boccone blu. «La mia famiglia originaria, voglio dire. La mia famiglia natale. Ti ho mai raccontato quella storiella incasinata?» Mi metto la testa tra le ginocchia e guardo dritta la regina suprema, la sua testa tra i miei piedi. «La gola mi faceva male da un paio di giorni, così non sono andata a scuola e tutto» dice Brandy. Dice: «Signorina Arden? Pronto?». Guardo giù verso di lei. È così facile immaginarla morta. «Signorina Arden, per favore» dice. «Vuole versare ancora?» Faccio cadere un altro Valium. Brandy inghiotte. «Erano giorni che non potevo inghiottire» dice. «La gola mi faceva così male. Potevo parlare appena. I miei hanno pensato, ovviamente, che fosse streptococco.» La testa di Brandy è quasi proprio sotto la mia mentre guardo giù. Solo che la faccia di Brandy è al contrario. I miei occhi guardano dritto nell'interno buio della sua bocca Plumbago, umidore buio che scende nelle sue cavità e negli organi e in tutto quello che sta dietro le quinte. Il backstage di Brandy Alexander. Rivoltata potrebbe essere una perfetta sconosciuta. Ed Ellis aveva ragione, chiedi di loro alla gente solo per poter raccontare di te stesso. «La coltura» dice Brandy. «Il tampone che hanno preso per lo streptococco è risultato positivo per lo scolo. Sai, la terza sorella Rhea. Gonorrhea» dice. «Quel piccolo batterio gonococco. Avevo sedici anni e avevo la gonorrea. I miei non la presero per niente bene.» No. No, per niente. «Sono crollati» dice Brandy. L'hanno cacciato di casa. «Si misero a strepitare di quanto ero malato» dice Brandy. Poi l'hanno cacciato. «Per "malato" intendevano gay» dice. Poi l'hanno cacciato. «Signorina Scotia?» dice. «Versa.» E io verso. «Mi hanno cacciato dalla maledetta casa.»
Vai al signor Parker fuori della porta del bagno che dice: «Signorina Alexander? Sono io, signorina Alexander. Signorina Scotia, siete lì dentro?». Brandy comincia a tirarsi su e si appoggia a un gomito. «Si tratta di Ellis» dice il signor Parker attraverso la porta. «Credo che dovreste venire giù. Signorina Scotia, suo fratello sta avendo un attacco o qualcosa del genere.» Medicine e cosmetici sono sparsi dappertutto sui mobiletti acquamarina, e Brandy è sdraiata mezza nuda sul pavimento su una pioggia di pillole e capsule e tavolette. «È il suo fratellastro» risponde Brandy. La maniglia si muove. «Mi dovete aiutare» dice Parker. «Fermo lì, signor Parker!» grida Brandy, e la maniglia smette di girare. «Si calmi. Non entri qui dentro» dice Brandy. «Quello che deve fare» Brandy mi guarda mentre parla, «quello che deve fare è bloccare Ellis per terra in modo che non si faccia male. Sarò giù tra un momento.» Brandy mi guarda e sorride le sue labbra Plumbago a formare un grande arco. «Parker?» dice. «Sta ascoltando?» «Per favore, faccia in fretta» arriva attraverso la porta. «Dopo che ha bloccato Ellis per terra» dice Brandy «gli blocchi la bocca con qualcosa in modo che resti aperta. Ha un portafoglio?» Passa un momento. «È di pelle d'anguilla, signorina Alexander.» «Deve esserne molto fiero allora» dice Brandy. «Dovrà incastrarlo tra i suoi denti in modo da tenergli la bocca aperta. Si sieda sopra di lui se necessario.» Brandy, lei sta sorridendo ai miei piedi come l'incarnazione del maligno. Dal piano di sotto attraverso la porta arriva il rumore di pregiato cristallo autentico in frantumi. «Presto!» grida Parker. «Sta rompendo degli oggetti!» Brandy si lecca le labbra. «Dopo che è riuscito a tenergli la bocca aperta, Parker, ci metta dentro le mani e afferri la lingua. Altrimenti si strozzerà, e lei si ritroverà seduto su un corpo morto.» Silenzio. «Mi ascolta?» dice Brandy. «Afferrargli la lingua?» Qualcos'altro di autentico e di costoso e distante si frantuma.
«Signor Parker, dolcezza, spero sia assicurato» dice la Principessa Alexander, la faccia tutta gonfia e rossa per lo sforzo di trattenere le risate. «Sì» dice lei, «prenda la lingua di Ellis. Lo blocchi per terra, gli tenga la bocca aperta, e gli tiri la lingua in fuori più che può fino a che non vengo giù ad aiutarla.» La maniglia gira. I miei veli sono tutti sulla mensola dei cosmetici, lontani da me. La porta si apre quanto basta per colpire il piede di Brandy nei suoi tacchi a spillo, Brandy distesa sghignazzante e mezza piena di Valium, mezza nuda tra le medicine sul pavimento. È quanto basta perché io veda la faccia del signor Parker con il suo sopracciglio unico, e quanto basta perché la faccia mi veda seduta sul water. Brandy urla: «Mi sto occupando della signorina Arden Scotia!». Dovendo scegliere tra afferrare una lingua estranea e guardare un mostro cagare in un guscio di lumaca gigante, la faccia si ritira e sbatte la porta dietro di sé. Passi di uno che ha avuto una borsa di studio per il football si precipitano giù per il corridoio. Poi corrono pesantemente giù per le scale. Da manzo quale è Parker, i suoi passi risuonano pesantemente attraverso l'atrio fino al salotto. L'urlo di Ellis, autentico e improvviso e distante, arriva da sotto attraverso il pavimento. E, improvvisamente, smette. «Ora» dice Brandy, «a che punto eravamo?» È distesa sulla schiena con la testa tra i miei piedi. «Hai più pensato alla chirurgia plastica?» dice Brandy. Poi dice: «Versa». 19 Se esci con un ubriaco, ti renderai conto di come un ubriaco ti riempia il bicchiere in modo da poter svuotare il suo. Finché bevi anche tu, allora bere va bene. In compagnia. Bere è divertente. Se c'è una bottiglia, anche se il tuo bicchiere non è vuoto, un ubriaco, lui ne verserà un po' nel tuo bicchiere prima di riempire il suo. Questa è solo una parvenza di generosità. Brandy Alexander, lei mi sta alle costole con la chirurgia plastica. Per quale motivo io non guardo, sai, a quello che c'è in giro. Con il suo seno
siliconato, le sue labbra liposucchiate, la clessidra 115-40-66 Katty Kathy che è, la fata buona rifatta, my fair lady, Pigmalione che non è altro, mio fratello tornato dai morti, Brandy Alexander è molto coinvolta nella chirurgia plastica. E "visa versa". Chiacchiere da bagno. Brandy è ancora distesa sulle fredde piastrelle del pavimento, sulla cima di Capito! Hill a Seattle. Il signor Parker è venuto e se n'è andato. Tutto il pomeriggio sole, Brandy e io. Sono ancora seduta sull'estremità di un'enorme guscio di lumaca in ceramica avvitato al muro. Che cerco di ucciderla nella mia maniera bislacca. La testa dai capelli ramati di Brandy tra i miei piedi. Rossetti e Demero], fard e Percocet-5, Aubergine Dreams e capsule di Nembutal sono sparsi su tutti gli armadietti acquamarina attorno al lavandino. La mia mano, ho tenuto una manciata di Valium così a lungo che il palmo mi è diventato azzurro Tiffany. Io e Brandy per tutto il pomeriggio, il sole che entra con angolature sempre più basse attraverso le grandi finestre a oblò in ottone. «Il mio girovita» Brandy dice. La bocca Plumbago è un po' troppo blu, azzurro Tiffany secondo me. Overdose baby blu. «Sofonda disse che dovevo avere una vita di quaranta centimetri» dice Brandy. «Le dissi: "Signorina Sofonda, ho le ossa grosse. Sono alta un metro e ottantatré. E impossibile che mi riduca a un girovita di quaranta centimetri".» Seduta sul guscio di lumaca, sto ascoltando distrattamente. «Sofonda» dice Brandy, «Sofonda dice, c'è un modo, ma mi devo fidare di lei. Al mio risveglio dall'operazione avrò una vita di quaranta centimetri.» Come se non avessi ascoltato questa storia almeno in una dozzina di altri bagni. Un'altra boccetta dall'armadietto, Bilax in capsule, cerco nel «Physicians' Desk Reference». Bilax in capsule. Un evacuante intestinale. Forse dovrei lasciarne cadere un po' in quella bocca non-stop tra i miei piedi. Vai a Manus che mi guarda mentre faccio quella telepromozione. Eravamo così belli. Io con un viso. Lui non così pieno di estrogeni coniugati. Credevo che avessimo una vera relazione d'amore. Lo credevo davvero. Mi sentivo molto coinvolta, ma era solo una lunga, lunga storia di sesso
che poteva finire da un momento all'altro perché, dopo tutto, è solo per godere. Manus chiudeva i suoi occhi blu intenso e piegava appena la testa, così, da una parte all'altra, e deglutiva. E, sì, dicevo a Manus. Ero venuta proprio nel suo stesso momento. Chiacchiere da letto. Quasi sempre dici a te stessa che stai amando qualcuno mentre invece lo stai solo usando. È amore solo in apparenza. Vai a Brandy sul pavimento del bagno, che dice: «Sofonda e Vivienne e Kitty erano tutte con me all'ospedale». Le sue mani si sollevano dalle piastrelle, e se le fa passare su e giù per i fianchi della blusa. «Tutte e tre avevano addosso quei vestiti larghi da spazzini, con le retine sopra le parrucche e quelle spille di bigiotteria stile Duchess of Windsor appuntate ai vestiti da spazzine» dice Brandy. «Svolazzavano dietro al chirurgo e alle luci, e Sofonda mi diceva di fare il conto alla rovescia a partire da cento. Sai... 99... 98... 97...» Gli occhi Aubergine Dreams si chiudono. Brandy fa respiri lunghi, regolari, dice: «I dottori, loro mi hanno asportato l'ultima costola da entrambe le parti». Le sue mani massaggiano il punto, e dice: «Non ho potuto tirarmi su dal letto per due mesi, ma avevo una vita di quaranta centimetri. Ce l'ho ancora una vita di quaranta centi metri». Una delle mani di Brandy si apre come un fiore sbocciato e scivola sotto la piatta superficie dove la blusa si infila nella cintura della gonna. «Mi hanno tagliato due costole, e non le ho mai più riviste» dice Brandy. «C'è qualcosa nella Bibbia a proposito di asportare costole.» La creazione di Eva. Brandy dice: «Non so perché gli ho lasciato farmi questo». E Brandy, lei è addormentata. Torna indietro alla notte che Brandy e io abbiamo cominciato questo viaggio, la notte che abbiamo lasciato il Congress Hotel con Brandy che guida nell'unico modo in cui si può guidare alle due e mezzo di notte in una macchina sportiva con un fucile carico e un ostaggio in overdose. Brandy si nasconde gli occhi dietro i Ray-Ban così può guidare con un po' di privacy. Glamour istantaneo da un altro pianeta negli anni Cinquanta, Brandy si mette una sciarpa Hermès sui capelli ramati e la annoda sotto il mento. Tutto quello che posso vedere è me stessa riflessa nei Ray-Ban di
Brandy, piccola e orribile. Ancora tutta tirata e devastata dalla fredda aria notturna attorno al parabrezza. Accappatoio che si trascina ancora, chiuso nella portiera della macchina. Il mio viso, prova a toccare la mia faccia esplosa, cicatrizzata e giureresti che stai toccando pezzi di buccia d'arancia e cuoio. Guidando verso est, non sono sicura da cosa stiamo fuggendo: Evie o la polizia o il signor Baxter o le sorelle Rhea. O nessuno. O il futuro. Il fato. Crescere, invecchiare. Raccogliere i pezzi. Come se correndo non dovessimo continuare con le nostre vite. Sono con Brandy adesso perché non riesco a immaginare di venirne fuori senza l'aiuto di Brandy. Perché, in questo momento, ho bisogno di lei. Non che la ami veramente. Lui. Shane. Amore. Già la parola suona piuttosto debole. Sciarpa Hermès in testa, Ray-Ban in testa, trucco in faccia, guardo la regina suprema nel battito, poi battito, poi battito, dei fari in avvicinamento. Quello che vedo quando guardo Brandy è quello che ha visto Manus quando mi ha portato in barca a vela. Adesso, guardando sprazzi di Brandy accanto a me nella macchina di Manus, so che cosa è che amo di lei. Quello che amo è me stessa. Brandy Alexander assomiglia esattamente a come ero io prima dell'incidente. E perché non dovrebbe? Lei è mio fratello Shane. Shane e io eravamo quasi della stessa altezza, nati a un anno di distanza. La stessa carnagione. Gli stessi lineamenti. Gli stessi capelli, solo che i capelli di Brandy sono messi meglio. Aggiungici la sua lipo, il suo silicone, il raschiamento della trachea, la limatura della fronte, l'avanzamento dello scalpo, il riallineamento della fronte, il rino-contorno per addolcire il naso, le operazioni maxillofacciali per modellare la mascella. Aggiungici anni di elettrolisi e un pugno di ormoni e antiandrogeni ogni giorno, e non c'è da meravigliarsi che non l'abbia riconosciuta. In più l'idea che mio fratello fosse morto da anni. Non è che ti aspetti di incontrare gente morta. Quello che amo è me stessa. Ero così bella. Il mio cargo d'amore, Manus ChiusoNelCofano, Manus CheCercaDiUccidermi, come posso continuare a pensare che amo Manus? Manus è solo l'ultimo uomo che ha pensato che ero bella. Che mi ha baciato sulle labbra. Che mi ha toccato. Manus è solo l'ultimo uomo che mi ha detto che mi amava.
Ti metti a contare i fatti ed è così deprimente. Posso mangiare solo cibi per poppanti. La mia migliore amica si è scopata il mio fidanzato. Il mio fidanzato mi ha quasi accoltellato a morte. Ho dato fuoco a una casa e per tutta la notte sono andata in giro puntando un fucile contro gente innocente. Mio fratello che odio è tornato dai morti per mettermi in secondo piano. Sono un mostro invisibile, e sono incapace di amare. Non si sa cosa sia peggio. Vai a me che inzuppo un guanto di spugna nel lavandino. Nel bagno grotta sottomarina persino gli asciugamani e i guanti di spugna sono acquamarina e blu, con un motivo di conchiglia dentellata lungo gli orli. Metto il guanto freddo, bagnato, sulla fronte di Brandy e la sveglio, così può prendere ancora pillole. Muori in macchina invece che in questo bagno. Aiuto Brandy ad alzarsi in piedi e rimetto la giacca del vestito alla Principessa. Dobbiamo camminare un po' prima che qualcuno la veda in questo stato. Le riallaccio ai piedi i tacchi a spillo. Brandy, lei si appoggia a me. Si appoggia allo spigolo dell'armadietto. Prende una manciata di capsule Bilax e le guarda di traverso. «La schiena mi sta uccidendo» dice Brandy. «Perché ho lasciato che mi facessero delle tette così grandi?» La regina suprema sembra pronta a ingoiare una manciata di qualsiasi cosa. Scuoto la testa, No. Brandy mi guarda furtiva: «Ma ho bisogno di queste». Nel «Physicians' Desk Reference» le mostro Bilax, evacuante intestinale. «Oh» Brandy volta la mano per far cadere le Bilax nella borsa, e alcune capsule cadono mentre altre rimangono attaccate al suo palmo sudato. «Dopo che ti rifanno le tette, i capezzoli sono storti e troppo alti» dice. «Devono usare un rasoio per rasarti via i capezzoli e poi riposizionarli». Questo è il vocabolo che usa. Riposizionare. Il Programma Brandy Alexander per il Riposizionamento dei Capezzoli. Mio fratello morto, il fu Shane, si scuote via dalle mani umide l'ultimo
evacuante intestinale. Brandy dice: «Non ho sensibilità nei capezzoli». Dalla mensola prendo i miei veli e, strato dopo strato, li metto sulla testa. Grazie di non farmi partecipe. Camminiamo su e giù per i corridoi del secondo piano fino a che Brandy dice che è pronta per affrontare le scale. Uno scalino alla volta, calme, scendiamo verso l'atrio. In fondo all'atrio, attraverso le doppie porte chiuse sul salotto, puoi sentire la voce profonda del signor Parker che dice qualcosa piano, ripetutamente. Brandy appoggiata su di me, facciamo una lenta gara a tre gambe in punta di piedi attraverso l'atrio, dai piedi delle scale alle porte del salotto. Apriamo le porte di qualche centimetro e infiliamo le teste attraverso l'apertura. Ellis è disteso sul tappeto del salotto. Il signor Parker è seduto sul petto di Ellis con una scarpa numero quarantanove piantata a entrambi i lati della testa di Ellis. Le mani di Ellis sculacciano il gran culo di Parker, aggrappandosi al dietro della giacca doppiopetto. Lo spacco della giacca del signor Parker è tutto strappato lungo la cucitura da metà schiena fino al collo. Le mani del signor Parker, il tacco di una mano ficca tra i denti incapsulati di Ellis un portafoglio di pelle d'anguilla bavoso e masticato. Il viso di Ellis è rosso scuro e lucido come se gli fosse capitata la torta di ciliegie in una gara a chi mangia più torte. Un dito sgocciolante dipinge un caos di sangue di naso e lacrime, muco e bava. Il signor Parker