Sarah Addison Allen
IL PROFUMO DEL PANE ALLA LAVANDA Traduzione di Maria Paola Romeo e Claudia Lionetti
Da sempre, le...
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Sarah Addison Allen
IL PROFUMO DEL PANE ALLA LAVANDA Traduzione di Maria Paola Romeo e Claudia Lionetti
Da sempre, le donne della famiglia Waverley sono reputate strane dai loro concittadini. Specialmente Claire che, a 34 anni, vive sola nella grande casa ereditata dalla nonna e si dedica esclusivamente al suo giardino che nasconde un segreto: qualsiasi cosa vi cresca (in particolare i frutti del rigogliosissimo melo) ha un potere magico, una proprietà che può cambiare il destino delle persone. La nonna le ha lasciato anche un altro dono: le ha insegnato a cucinare pietanze a base di piante e fiori, dai nasturzi che inducono a custodire i segreti, alle bocche di leone per spegnere la passione, al pane alla lavanda che evoca i bei ricordi. Ed è grazie a queste ricette deliziose che la ditta di catering che Claire ha messo in piedi riscuote un grandissimo successo nella piccola città di Bascom. La quotidianità immutabile e il muro che Claire ha costruito attorno al proprio cuore vacillano il giorno in cui, inaspettatamente, alla sua porta ricompare la sorella Sydney, scappata di casa dieci anni prima perché non riusciva a sopportare il peso di essere una Waverley e adesso in fuga da un'oscura minaccia. Ha con sé la figlia Bay, nei cui occhi la zia Claire riconosce la luce della magia delle Waverley. Di nuovo insieme, le due sorelle potranno finalmente affrontare la loro difficile eredità e aprire il loro cuore all'amicizia e all'amore. Amore e vita, gioie e dolori si intersecano in questo romanzo meraviglioso dal sapore unico e intenso, come quello del pane alla lavanda.
A mia madre. Ti voglio bene.
Ringraziamenti
Grazie a mio padre per i geni testardi della scrittura e per le storie di suo nonno che hanno dato vita a Lester. Gratitudine infinita al meraviglioso, magico Andrea Cirillo e a Kelly Harms. Un dolce, enorme grazie a Shauna Summers, Nita Taublib, Carolyn Mays e Peggy Gordijn. Un abbraccio alle pazze Duetter e a Daphne Atkeson, per avermi incoraggiata a scrivere questa storia e a farlo sempre meglio. Grazie (due volte!) a Michelle Pittman e a Heidi Hensley, che si meriterebbero una tiara per la loro paziente amicizia. Un grazie immenso all'ineffabile Miss Snark. E mi inchino a Dawn Hughes, straordinario parrucchiere, per avermi aiutata a barcamenarmi tra le questioni del salone.
Sommario Parte Prima - Col senno di poi ................................................................. 6 1 ........................................................................................................... 7 2 ......................................................................................................... 23 3 ......................................................................................................... 42 4 ......................................................................................................... 58 5 ......................................................................................................... 72 6 ......................................................................................................... 86 Parte Seconda - Intuizione ................................................................... 111 7 ....................................................................................................... 112 8 ....................................................................................................... 120 9 ....................................................................................................... 136 10 ..................................................................................................... 149 11 ..................................................................................................... 162 11 ..................................................................................................... 191 13 ..................................................................................................... 203 Parte Terza - Preveggenza ................................................................... 222 14 ..................................................................................................... 223 Dal ricettario delle Waverley.. ............................................................. 228
Parte Prima - Col senno di poi
6
1 A ogni falce di luna, senza eccezioni, Claire sognava la propria infanzia. Cercava sempre di rimanere sveglia quelle sere in cui le stelle scintillavano, e la luna era solo una scheggia che sorrideva provocatoria al mondo laggiù, come le belle donne sui vecchi cartelloni che pubblicizzavano sigarette e succo di limetta. In quelle notti, se era estate, alla luce delle lampade ad alimentazione solare che illuminavano il sentiero, Claire si dedicava al giardinaggio, strappava le erbacce e accudiva le piantine: l'ipomoea alba e il trombone d'angelo, il gelsomino notturno e la nicotina alata. Non facevano parte del lascito delle Waverley ma, a causa della frequente insonnia, Claire aveva aggiunto al giardino fiori che la impegnassero in quelle notti in cui era così stravolta che la frustrazione le bruciava l'orlo della camicia da notte e le rendeva operose le mani. Sognava sempre la stessa cosa. Lunghe strade come serpenti senza coda. Lei che dormiva in macchina mentre la madre incontrava uomini nei bar e nei locali di musica country. Lei faceva il palo mentre la madre rubava shampoo, deodorante e rossetto e qualche volta una barretta dolce per Claire nelle stazioni di servizio del Midwest. Poi, poco prima di svegliarsi, sua sorella Sydney appariva in un alone di luce. Lorelei, con Sydney per mano, correva verso casa Waverley a Bascom, e l'unica ragione per cui Claire le seguiva era perché stava attaccata alla gamba della madre e non l'avrebbe lasciata andare. Quella mattina, quando si svegliò nel giardino sul retro, in bocca aveva il sapore del rimpianto. Lo sputò. Era dispiaciuta per come aveva trattato la sorella da bambina. Ma i sei anni di vita di Claire prima dell'arrivo di Sydney erano stati segnati dalla paura costante di essere arrestate, ferite o di non avere sufficiente cibo, benzina o abiti caldi per l'inverno. Alla fine Lorelei se la cavava sempre, all'ultimo minuto. Alla fine nessuno le prendeva o faceva del male a Claire e, quando la prima morsa di freddo annunciava che le foglie stavano per cambiare colore, magicamente sua madre faceva comparire un paio di manopole azzurre decorate con fiocchi di neve, biancheria termica rosa da indossare sotto i jeans e un berretto con un pompon malconcio. Quella vita sempre in fuga poteva andare bene per Claire, ma ovviamente Lorelei aveva pensato che Sydney meritasse di 7
meglio, che meritasse di nascere con delle radici. E la bambina spaventata che era in Claire non poté mai perdonarglielo. Si alzò a fatica raccogliendo da terra le cesoie e la paletta e, nella nebbiolina dell'alba, si incamminò verso la rimessa. All'improvviso si fermò. Si guardò intorno. Tutto era silenzioso e umido, il melo sul retro ondeggiava piano, come se sognasse. Generazioni di Waverley avevano coltivato il giardino. In quella terra c'era la loro storia, ma anche il loro futuro. Qualcosa stava per accadere, qualcosa che il giardino non era ancora pronto a rivelarle. Avrebbe dovuto stare all'erta. Andò alla rimessa; con attenzione ripulì i vecchi attrezzi dalla rugiada e li appese al muro, al loro posto. Chiuse a chiave la pesante porta, poi attraversò il viottolo sul retro della pretenziosa dimora in stile Regina Anna che aveva ereditato dalla nonna. Claire si fermò nel solarium convertito a essiccatoio per erbe aromatiche e fiori. C'era un forte sentore di lavanda e menta piperita e le sembrò di entrare in un ricordo natalizio che non le apparteneva. Si sfilò dalla testa la camicia da notte sporca, la appallottolò e, nuda, entrò in casa. La aspettava una giornata impegnativa. Quella sera avrebbe dovuto preparare una cena, ed era anche l'ultimo martedì del mese, quindi aveva la solita consegna di marmellate di lillà, menta e petali di rosa e di aceti di nasturzi e fiori di erba cipollina per il mercato e il negozio di gastronomia in piazza, dove i ragazzi dell'Orion College si recavano dopo le lezioni. Si stava sistemando i capelli con i pettinini quando qualcuno bussò. Scese al piano di sotto con addosso un prendisole bianco e ancora scalza. Aprì la porta. Sorrise alla vecchia signora in piedi sotto il portico. Evanelle Franklin aveva settantanove anni e ne dimostrava centoventi, eppure riusciva ancora a percorrere il chilometro di pista che circondava l'Orion cinque volte la settimana. Evanelle era una lontana parente, una cugina di secondo, terzo o quattordicesimo grado, ed era l'unica Waverley che ancora viveva a Bascom. Claire era attratta da lei come da una calamita. Dopo che al compimento dei diciotto anni Sydney se ne era andata e la nonna, quello stesso anno, era morta, Claire sentiva il bisogno di mantenere un legame con la famiglia. Quando Claire era piccola, Evanelle passava di lì per lasciarle un cerotto ore prima che si sbucciasse un ginocchio, qualche moneta per lei e Sydney 8
molto prima che arrivasse il carretto dei gelati, e una pila da mettere sotto il cuscino due buone settimane prima che un fulmine abbattesse un albero in fondo alla strada e l'intero vicinato rimanesse tutta la notte senza elettricità. Se Evanelle ti portava qualcosa, presto o tardi ne avresti avuto bisogno, anche se la cuccia per gatto che aveva regalato a Claire cinque anni prima doveva ancora essere utilizzata. La maggior parte della gente in città si rivolgeva a Evanelle con gentilezza mista a un certo divertimento, comunque era lei la prima a non prendersi troppo sul serio. Claire però sapeva che dietro gli strani doni della cugina si celava sempre qualcosa. "Sembri proprio un'italiana con quei capelli scuri e il vestito alla Sophia Loren. La tua immagine dovrebbe apparire sull'etichetta di un olio di oliva", disse Evanelle. Indossava la solita tuta da ginnastica verde sintetica e portava a spalla una grande sporta piena di monete, francobolli, timer per le uova e saponette, tutte cose che, prima o poi, poteva sentire il bisogno di dare a qualcuno. "Stavo giusto per preparare il caffè", la invitò Claire. "Entra." "Non avertene a male." Evanelle la seguì in cucina, dove si sedette al tavolo. "Sai cosa odio?" Claire la guardò da sopra la spalla mentre l'aroma di caffè avvolgeva la cucina. "Cosa?" "L'estate." Claire rise. Le piaceva avere Evanelle intorno. Per anni aveva tentato di convincere la vecchia signora a trasferirsi a casa Waverley per potersi occupare di lei, e anche per non avere l'impressione, mentre andava avanti e indietro, che le mura si allontanassero, rendendo i corridoi più lunghi, le stanze più grandi. "E perché odi l'estate? È meravigliosa. Aria fresca, finestre aperte, raccogliere i pomodori e mangiarli ancora caldi di sole." "Odio l'estate perché la maggior parte dei ragazzi del college lascia la città, così nessuno fa più jogging e io non ho più fondoschiena maschili da ammirare quando passeggio sulla pista." "Sei una vecchia sporcacciona, Evanelle." "Ti avevo avvisata." "Ecco qui", disse Claire appoggiando una tazza di caffè sul tavolo 9
davanti a lei. Evanelle scrutò nella tazza. "Non ci hai messo niente, vero?" "Certo." "Perché il tuo ramo delle Waverley vuole sempre mettere qualcosa ovunque. Foglie di alloro nel pane, cannella nel caffè. A me piacciono le cose pure e semplici. Ah, ecco! Ho qualcosa per te." Rimestò nella borsa e ne estrasse un accendino giallo Bic. "Grazie, Evanelle", disse Claire mettendoselo in tasca. "Sono sicura che mi tornerà utile." "O magari no. Sapevo solo che dovevo dartelo." Evanelle, golosissima, prese il caffè e lanciò un'occhiata al piatto da portata coperto appoggiato sul piano da lavoro. "Cosa hai preparato di buono?" "Torta glassata. Ho mischiato all'impasto dei petali di viola, e ne ho anche cristallizzato qualcuno per le decorazioni. È per una cena che devo servire stasera." Claire prese un contenitore Tupperware. "Questa l'ho fatta per te. Dentro non c'è niente di strano, te lo giuro." E appoggiò il contenitore sul tavolo. "Sei la ragazza più dolce che io conosca. Quando ti sposi? Dopo che me ne sarò andata, chi si prenderà cura di te?" "Tu non andrai da nessuna parte. E poi questa casa è perfetta per ospitare un fantasma. Diventerò vecchia tra queste mura, i figli dei vicini mi daranno fastidio cercando di arrivare al melo in giardino e io li caccerò con una scopa. E avrò un mucchio di gatti. Ecco perché probabilmente mi hai regalato quella cuccia." Evanelle scosse la testa. "Il tuo problema è la routine. La ami troppo. Come tua nonna. Sei legatissima a questo posto, proprio come lei." Claire sorrise. Le piaceva essere paragonata alla nonna. Non aveva avuto idea di quanta sicurezza potesse dare un nome fino a che sua madre non l'aveva portata lì, in quella casa. Erano a Bascom forse da tre settimane, Sydney era appena nata e Claire sedeva fuori, sotto il liodendro nel cortile, mentre la gente veniva dalla città a trovare Lorelei e la nuova nata. Claire non era nuova, e pensava che a nessuno importasse qualcosa di lei. Una coppia, dopo la visita, era comparsa sulla soglia e si era messa a 10
osservare Claire che, tranquilla, costruiva casette di legno con dei ramoscelli. "Sì, è proprio una Waverley", aveva detto la donna. "Persa nel suo mondo." Claire non aveva alzato lo sguardo, non aveva detto una parola, però si era aggrappata all'erba davanti a lei per non fluttuare. Era una Waverley. Non lo aveva raccontato a nessuno, ad anima viva, nel timore che qualcuno potesse strapparle quella gioia, ma da quel giorno avrebbe seguito la nonna in giardino ogni mattina, l'avrebbe studiata, desiderando di essere come lei, di poter fare tutte le cose che faceva una vera Waverley, per provare che, nonostante non fosse nata lì, anche lei era una di loro. "Devo confezionare alcuni vasetti di marmellata e di aceto", disse ora a Evanelle. "Se mi aspetti un minuto ti accompagno a casa in macchina." "Vai da Fred?" "Sì." "Allora vengo con te. Mi serve della Coca-Cola. E delle barrette Goo Goo. E magari compro anche qualche pomodoro. Mi hai fatto venir voglia di pomodori." Mentre la cugina discuteva dei meriti dei pomodori gialli rispetto a quelli rossi, Claire prese dalla dispensa quattro scatole increspate e impacchettò la marmellata e l'aceto, che poi caricò nel bagagliaio del furgoncino bianco sul cui fianco campeggiava la scritta Waverley's Catering. Evanelle si sistemò sul sedile del passeggero e Claire le porse il contenitore con la torta glassata e un sacchetto di carta marrone. "Che cos'è?" domandò la vecchietta sbirciando nel sacchetto. "Un'ordinazione speciale", rispose Claire mettendosi al volante. "È per Fred", stabilì la cugina. "Pensi che farebbe ancora affari con me se sapesse che te ne parlo?" "È per Fred." "Io non l'ho detto." "È per Fred." "Non credo di averti sentita. Per chi è?" Evanelle tirò su col naso. "Ora stai facendo la saputella." Claire rise e mise in moto. 11
Gli affari andavano bene. Tutti, da quelle parti, sapevano che le pietanze preparate con i fiori che crescevano intorno al melo del giardino delle Waverley avevano effetti curiosi su chi le consumava. I biscotti con la marmellata di lillà, i dolci al tè di lavanda e le torte al tè con la maionese di nasturzio che le Dame di Carità ordinavano per le riunioni mensili davano loro il dono di mantenere i segreti. I boccioli di dente di leone fritti su riso con petali di calendola, i fiori di zucca ripieni, la zuppa di bacche di rosa assicuravano che gli amici notassero solo la bellezza della tua casa e nessun difetto. Il burro al miele di agastache spalmato sui toast, le caramelle di angelica e le tortine ricoperte di viole del pensiero cristallizzate rendevano i bambini giudiziosi. Il vino di caprifoglio servito il Quattro Luglio regalava l'abilità di vedere al buio. Il sapore balsamico della salsa preparata con bulbi di giacinto donava malinconia e faceva ripensare al passato, le insalate di cicoria e menta davano la certezza che qualcosa di buono sarebbe accaduto, che poi accadesse oppure no. La cena che Claire doveva preparare per quella sera sarebbe stata offerta da Anna Chapel, la responsabile del dipartimento d'arte all'Orion College, che alla fine di ogni semestre primaverile organizzava una serata con i colleghi. Erano ormai cinque anni che Claire se ne occupava. Far girare il suo nome in ambiente universitario era un buon modo per farsi pubblicità. Agli accademici bastava del buon cibo con un tocco di originalità, mentre la gente in città, che viveva lì da una vita, si rivolgeva a lei con richieste specifiche: per togliersi un peso dallo stomaco e assicurarsi che nessuno ne avrebbe più parlato, o garantirsi una promozione o ricucire un'amicizia. Claire andò a mettere i barattoli di marmellata e aceto sugli scaffali che aveva affittato in una bancarella del mercato sulla statale; poi si diresse in città e parcheggiò davanti al Fred's Gourmet Grocery, l'ex Fred's Foods come era stato chiamato per due generazioni, prima che gli accademici snob e la folla di turisti cominciassero a frequentarlo. Lei e la cugina entrarono nel negozio dagli scricchiolanti pavimenti in legno massiccio. Evanelle si diresse verso i pomodori, Claire puntò all'ufficio di Fred, sul retro. Bussò una volta, poi aprì la porta. "Ciao, Fred." Lui era seduto alla vecchia scrivania del padre; aveva davanti diverse 12
fatture ma, a giudicare dal modo in cui saltò sulla sedia non appena Claire comparve sulla soglia, doveva essere con la testa altrove. Si alzò immediatamente. "Claire! Che piacere vederti." "Ho qui le due scatole che mi hai ordinato." "Bene, bene." Fred afferrò la giacca bianca appesa alla spalliera della sedia e la indossò sulla maglietta nera a maniche corte. La accompagnò fino al furgoncino e l'aiutò a portare dentro le scatole. "Hai anche... uhm... quella cosa di cui abbiamo parlato?" domandò mentre entravano nel magazzino. Claire sorrise e tornò fuori. Un minuto dopo riapparve e gli mise tra le mani il sacchetto di carta marrone contenente una bottiglia di vino al geranio rosa. Lui la prese imbarazzato, quindi le porse una busta con un assegno. Il gesto fu del tutto innocuo: Fred la pagava sempre così quando lei gli consegnava marmellata e aceto, ma quello valeva dieci volte tanto. E la busta era più luminosa, sembrava contenesse lucciole, accesa com'era dalla sua speranza. "Grazie, Fred. Ci vediamo il mese prossimo." "Arrivederci, Claire." Fred Walker guardò Claire ferma sulla porta, in attesa che Evanelle finisse di pagare alla cassa. Claire era una bella donna, capelli e occhi scuri, carnagione olivastra. Non assomigliava per niente alla madre, che lui aveva conosciuto ai tempi della scuola, e neppure a Sydney. Evidentemente le due ragazze dovevano aver preso dai padri, chiunque fossero. La gente trattava Claire con cortesia, ma la considerava una persona riservata e con lei parlavano solo del tempo, o del nuovo connettore sull'interstatale, o di quanto dolci fossero le fragole quell'anno. Era una Waverley, e le Waverley erano donne particolari, ognuna a modo suo. La madre di Claire era stata una piantagrane: aveva lasciato che fosse la nonna ad allevare le figlie, e alla fine era morta in un incidente d'auto qualche anno dopo, a Chattanooga. La nonna si allontanava raramente da casa; la lontana cugina, Evanelle, continuava a dare strane cose a tutti. Le Waverley erano fatte in questo modo. Così come i Runion erano chiacchieroni, i Plemmon gente ambigua, i maschi degli Hopkins sposavano sempre donne più vecchie di loro. 13
Claire teneva casa Waverley in buono stato: era una delle dimore più antiche della zona, i turisti amavano andarla a visitare, e questa era una buona cosa per la città. E, ancora più importante, Claire c'era quando qualcuno cercava una soluzione a un problema che poteva essere risolto solo grazie ai fiori che crescevano intorno al melo. Claire era la prima da tre generazioni che condivideva quel dono. Per questo gli piaceva. Evanelle raggiunse Claire e insieme se ne andarono. Fred strinse il sacchetto con la bottiglia e tornò in ufficio. Si tolse la giacca e sedette di nuovo alla scrivania fissando la piccola foto incorniciata di un bell'uomo in smoking. Era stata scattata qualche anno prima, alla festa per i suoi cinquant'anni. Fred e il suo compagno, James, stavano insieme da oltre trent'anni, e se la gente conosceva la vera natura di quella relazione che ormai andava avanti da così tanto, a nessuno importava più. Ultimamente però lui e James si erano allontanati, e piccoli semi di ansia avevano iniziato a mettere radici. Da qualche mese, almeno due volte la settimana, James rimaneva a dormire a Hickory, dove lavorava, sostenendo di fare troppo tardi per tornare a Bascom. Così Fred rimaneva a casa solo troppo spesso e non sapeva come passare il tempo. James era il tipo che gli diceva: "I tuoi involtini primavera sono meravigliosi, perché non li prepari per cena?" Oppure: "Stasera c'è un bel film in televisione". James aveva sempre una risposta a tutto e Fred metteva in discussione ogni cosa, quando lui non c'era. Che cosa mangiare per cena? Doveva preparare gli abiti per la tintoria quella sera stessa o aspettare l'indomani mattina? Da una vita Fred sentiva parlare del vino al geranio rosa delle Waverley: chi lo beveva ritrovava la felicità e ricordava i bei tempi andati, e lui voleva indietro le cose belle che aveva condiviso con James. Claire ne preparava solo una bottiglia all'anno ed era dannatamente cara, però funzionava di sicuro, perché le Waverley, cieche com'erano per quel che riguardava le faccende personali, sapevano invece far aprire gli occhi al prossimo. Prese il telefono e digitò il numero dell'ufficio di James. Doveva chiedergli cosa voleva per cena. Che carne si serve con un vino magico? Claire arrivò a casa di Anna Chapel nel tardo pomeriggio. Anna viveva 14
in un quartiere esclusivo proprio accanto all'Orion College e l'unico modo per raggiungerlo era attraverso il campus. Il quartiere era stato progettato per gli insegnanti, e gli edifici - come lo stesso campus - risalivano a circa un secolo prima. Era stato costruito lì apposta, per mantenere la comunità accademica più isolata possibile. Una mossa saggia, considerata l'opposizione dell'epoca contro l'idea di un college femminile. Ancora oggi il rettore vi abitava, così come qualche professore, tra cui Anna. Tuttavia il quartiere era stato invaso da giovani famiglie che non avevano nulla a che vedere con il college, ma che amavano la tranquillità e la sicurezza del posto. "Claire, benvenuta", la salutò Anna dopo che ebbe aperto la porta d'ingresso, trovandovi Claire sotto il portico, carica di cibarie da mettere al fresco. Si spostò di lato e la lasciò entrare. "Conosce la strada. Ha bisogno di me?" "No, grazie. Tutto a posto", rispose Claire, nonostante la tarda primavera e l'estate fossero le stagioni più indaffarate e il momento in cui aveva meno aiuto. Di solito, quando aveva bisogno di una mano, ingaggiava studenti di gastronomia al primo anno: non erano di Bascom, e le uniche domande che facevano erano di natura culinaria. Se poteva, evitava gente del posto. La maggior parte infatti si aspettava di imparare chissà quali magie o si avvicinava al melo nel giardino sul retro con la speranza di appurare se la leggenda fosse vera, e cioè che le mele potessero svelare quale sarebbe stato l'evento più importante della vita di chi le mangiava. Claire andò in cucina, mise al fresco le provviste, poi tornò fuori e finì di scaricare. Ben presto la cucina rustica fu avvolta dal calore e dal profumo che da lì si diffuse per tutta la casa. E che accolse gli invitati come un bacio sulla guancia delle loro mamme. Anna preferiva sempre usare i propri piatti, stoviglie pesanti che lei stessa aveva fatto. Claire cominciò a disporre i cibi ed era tutto pronto quando la padrona di casa la avvisò che gli ospiti erano seduti a tavola. Il menu della serata prevedeva insalata, zuppa di yucca, medaglioni di maiale farciti con nasturzi, erba cipollina e formaggio di capra, sorbetto di limone e verbena e, per dessert, la torta glassata alle viole. Claire era impegnata a tenere d'occhio le pietanze sui fornelli, a sistemarle sui piatti, a 15
servire e a sparecchiare con calma e destrezza quando gli invitati avevano finito una portata. Si comportava in modo formale, come sempre, ma questi erano professori di arte e consorti, persone disinvolte, intelligenti, che si versavano da sé vino e acqua e apprezzavano la creatività del pasto. Quando doveva sbrigarsela da sola, Claire non prestava attenzione ai commensali, ma solo a quel che c'era da fare. E quella sera lo trovava estenuante, considerato che la notte precedente aveva dormito per terra, in giardino. Comunque bisognava tenere conto degli aspetti positivi della faccenda. Lei non era mai stata un gran che nelle relazioni interpersonali. Tuttavia fece caso a lui. Sedeva due posti dopo Anna, che stava a capotavola. Non appena lei entrava in sala da pranzo, tutti si concentravano sul cibo. Ma lui guardava lei. I capelli scuri quasi gli toccavano le spalle, aveva braccia e dita lunghe, labbra piene come raramente aveva visto in un uomo. Era... pericolo. Erano ormai arrivati al dessert quando Claire avvertì una sorta di premonizione mentre si apprestava a servire lo sconosciuto. Non le era chiaro se quel senso di anticipazione fosse il suo o quello di lui. "Ci conosciamo?" le domandò l'uomo. Sorrideva in modo dolce, aperto, e lei quasi lo ricambiò. Gli appoggiò davanti la fetta di torta perfetta, morbida, con le viole cristallizzate che spiccavano come gioielli di ghiaccio. Il dolce urlava Guardami!, eppure gli occhi dello sconosciuto rimanevano incollati a Claire. "Non credo", mormorò. "Ti presento Claire Waverley, l'addetta al catering", intervenne Anna, resa allegra dal vino, le guance arrossate. "La ingaggio per ogni serata del dipartimento. Claire, lui è Tyler Hughes. È il primo anno che è con noi." Claire annuì, in imbarazzo perché tutti gli occhi erano ora puntati su di lei. "Waverley", mormorò Tyler pensoso. Lei iniziò ad allontanarsi, ma le lunghe dita dell'uomo si strinsero con gentilezza intorno al suo braccio impedendole di muoversi. "Certo! " esclamò ridendo. "È la mia vicina. Pendland Street, vero? Vive in quella grande casa in stile Regina Anna." Claire era tanto sorpresa che lui l'avesse toccata che riuscì soltanto a 16
rivolgergli un brusco cenno. Rendendosi forse conto che si era irrigidita, o del brivido appena percettibile che le aveva percorso la pelle, subito lui la lasciò andare. "Ho appena comprato la casa azzurra proprio accanto alla sua", disse. "Ho traslocato qualche settimana fa." Claire lo guardò. "Be', è un piacere conoscerla, finalmente." Lei annuì di nuovo e uscì dalla stanza. Finì di ripulire e di riporre le proprie cose, lasciò quel che era rimasto dell'insalata e della torta nel frigorifero di Anna. Si sentiva di cattivo timore, distratta, e non sapeva perché. Però continuava a passarsi inconsciamente le dita sul braccio, dove Tyler l'aveva toccata, come se volesse togliersi qualcosa dalla pelle. Prima che finisse di caricare sul furgoncino l'ultimo contenitore, Anna entrò in cucina per complimentarsi per la cena e l'ottimo lavoro fatto, troppo ubriaca o troppo gentile per accennare allo strano comportamento della cuoca nei confronti di uno dei suoi ospiti. Claire sorrise, prese l'assegno che la padrona di casa le porgeva, salutò e, con l'ultimo contenitore tra le mani, se ne andò passando dalla porta sul retro. Percorse piano il vialetto fino al furgone. La stanchezza cominciava ad avvolgerla come sabbia e i suoi passi erano lenti. Era una bella serata, l'aria calda, asciutta. Pensò che avrebbe dormito con le finestre della camera da letto aperte. Quando raggiunse il marciapiede avvertì una strana folata di vento. Si voltò e sotto la quercia del giardino di Anna intravide una figura. Non riusciva a distinguerla con chiarezza, ma intorno a essa volteggiavano minuscoli puntini di luce rossa che parevano scariche elettriche. L'uomo si allontanò dall'albero e Claire poté sentire il suo sguardo su di sé. Si voltò di nuovo e mosse un passo verso il furgoncino. "Aspetti." Avrebbe dovuto proseguire, invece Claire si voltò. "Ha da accendere?" le domandò Tyler. Claire chiuse gli occhi. Sarebbe stato più facile prendersela con 17
Evanelle, se la vecchia signora avesse saputo veramente cosa stava facendo. Mise giù il contenitore e dalla tasca del vestito estrasse l'accendino giallo Bic che la cugina le aveva regalato quella mattina. Era questo quel che avrebbe dovuto farne? Mentre gli si avvicinava e gli porgeva l'accendino, le sembrava che un potente getto d'acqua la spingesse da dietro verso un'infinita profondità. Si fermò a qualche passo da Tyler, nel tentativo di mantenersi il più distante possibile, e puntò i piedi per contrastare la forza misteriosa che la muoveva. Lui sorrideva, calmo e rilassato. Tra le labbra teneva una sigaretta spenta che si tolse di bocca. "Lei fuma?" "No." Nella mano tesa Claire teneva sempre l'accendino. Tyler non lo prese. "Non dovrei, lo so. Ormai me ne concedo solo un paio al giorno. Non va più di moda." Quando lei non rispose, spostò il peso da un piede all'altro. "L'ho vista in giro. Ha un giardino splendido. Ho tagliato l'erba del mio per la prima volta due giorni fa. Lei non parla molto, vero? O sono io che ho fatto qualcosa per offenderla? Sono forse uscito in giardino in mutande?" A Claire venne un colpo. Si sentiva così protetta a casa sua che spesso dimenticava di avere dei vicini, i quali dai loro piani alti potevano spiare nel suo solarium, dove quella mattina lei si era tolta la camicia da notte. "È stata una cena ottima", continuò Tyler, imperterrito. "Grazie." "Magari ci rivediamo?" Il cuore di Claire cominciò a battere furioso. Non le serviva niente oltre a ciò che già aveva. Nell'attimo in cui avesse lasciato entrare qualcun altro nella sua vita, ne sarebbe stata ferita. Aveva Evanelle, la casa, il lavoro. Era tutto quel che le serviva. "Tenga pure l'accendino", disse dandogli il Bic, e se ne andò. Arrivata al suo cancello, Claire parcheggiò davanti all'ingresso principale anziché girare sul retro. Seduto sul primo gradino del portico c'era qualcuno. 18
Claire scese dal furgone, lasciando i fari accesi e la portiera aperta. Attraversò il giardino, la stanchezza cancellata dal panico. "Evanelle, cos'è successo?" La vecchietta era rigida, le luci della strada le davano un aspetto fragile, spettrale. Aveva in mano due confezioni di lenzuola nuove e una scatola di dolci Pop-Tarts alla fragola. "Non potevo dormire finché non ti avessi portato questi. Ecco, prendili e fammi andare a letto." Claire corse su per i gradini, la liberò dalle scatole e la strinse con un braccio. "Da quanto mi aspetti?" "Da circa un'ora. Ero a letto quando il pensiero mi ha assalita: ti servivano nuove lenzuola e i Pop-Tarts." "Perché non mi hai chiamata sul cellulare? Sarei potuta passare a prenderli." "Non è così che funziona. Non so perché." "Rimani qui stanotte. Ti preparo un po' di latte caldo." "No", ribatté Evanelle brusca. "Voglio andare a casa." Dopo le sensazioni risvegliate da Tyler, Claire desiderava ancora di più lottare per le cose che possedeva, le uniche che voleva. "Magari queste lenzuola stanno a significare che devo preparare un letto per te", aggiunse speranzosa mentre tentava di spingere la cugina verso la porta. "Resta con me, per favore." "No! Non sono per me e non so per chi sono. Non lo so mai! " sbottò Evanelle. Prese un respiro profondo, poi sussurrò: "Voglio andare a casa". Nonostante la stanchezza, Claire le diede una pacca rassicurante sulla spalla. "Va bene, ti accompagno." Appoggiò le lenzuola e i dolci sulla sedia a dondolo in vimini davanti all'ingresso. "Andiamo, dolcezza", disse scortando la cugina assonnata giù per i gradini e fino al furgoncino. Quando Tyler Hughes rientrò, la casa di Claire era buia. Parcheggiò la jeep e si avviò, poi però si bloccò sulla strada di accesso. Non aveva ancora voglia di entrare. Udì un cane zampettare sul marciapiede. Si voltò. Un piccolo terrier nero era all'inseguimento di una falena che svolazzava da un lampione 19
all'altro. Tyler rimase in attesa. Poco dopo infatti comparve la signora Kranowski, una vecchia allampanata con un'acconciatura che ricordava un soffice gelato alla vaniglia. Inseguiva il cane. "Edward! Edward! Torna dalla mamma. Edward! Vieni qui subito." "Ha bisogno di aiuto, signora Kranowski?" le domandò Tyler. "No, grazie", rispose la donna mentre scompariva in fondo alla strada. Quella scenetta, aveva scoperto, si ripeteva almeno quattro volte al giorno. Non era tanto male avere una routine. Era ciò che Tyler apprezzava di più. Quell'estate avrebbe iniziato a tenere dei corsi, ma doveva pazientare ancora un paio di settimane, e diventava sempre inquieto quando la routine gli veniva a mancare. L'organizzazione non era mai stata il suo forte, seppure gli piacesse. Talvolta si chiedeva se fosse nato così o se l'avesse imparato col tempo. I suoi genitori, degli artistoidi estimatori della marijuana, lo avevano incoraggiato a seguire la sua vena artistica. Solo alle elementari Tyler aveva scoperto che non si poteva disegnare sui muri. Era stato un sollievo. La scuola gli aveva dato una struttura, delle regole, una direzione. Durante le vacanze estive Tyler dimenticava di mangiare perché trascorreva ore e ore a dipingere e a sognare. I suoi genitori non l'avevano mai contrastato. La sua era stata un'infanzia felice, dove però l'ambizione era considerata un tabù tanto quanto Ronald Reagan. Come la madre e il padre, anche lui aveva sempre pensato di poter vivere decentemente della propria arte ed esserne anche felice. Eppure amava la scuola, e ancora di più il college, e il pensiero di dovervi rinunciare non gli piaceva. Così aveva deciso di insegnare. I suoi non avevano capito. Guadagnare era grave quasi quanto diventare repubblicano. Se ne stava ancora lì sul viottolo di casa quando la signora Kranowski tornò indietro con Edward in braccio, che si dimenava. "Bravo, il mio Edward", diceva al cane. "Il bravo bambino della mamma." 20
"Buona notte, signora Kranowski." "Buona notte, Tyler." Amava quel posto folle. Il primo incarico dopo il master era stato in una scuola superiore in Florida, dove la ricerca di insegnanti era così disperata che pagavano stipendi esorbitanti, con tanto di rimborso spese per l'alloggio e per le trasferte nel Connecticut. Dopo circa un anno aveva iniziato a tenere corsi serali di arte all'università locale. Era stato per una serie di circostanze fortunate che era giunto a Bascom. A una conferenza a Orlando aveva conosciuto un'insegnante d'arte dell'Orion College. Avevano bevuto del vino, flirtato, e la serata si era conclusa con una seduta di sesso selvaggio nella camera d'albergo di lei. Qualche anno dopo, durante una inquieta pausa estiva, Tyler aveva sentito che al dipartimento d'arte dell'Orion College selezionavano insegnanti, e quella lontana notte gli era tornata alla mente con tutte le sue immagini meravigliosamente vivide. Aveva sostenuto il colloquio e ottenuto il posto. Non ricordava nemmeno il nome della donna, ciò che importava era l'aspetto sentimentale della faccenda. Quando era arrivato, però, lei si era già trasferita. Non l'aveva mai più rivista. Più invecchiava, più rifletteva sul perché non si fosse ancora sposato, sul perché fosse arrivato in quella cittadina solo a causa dell'ennesima inquietudine estiva e del sogno di una vita con una donna con la quale aveva passato un'unica notte di passione. Era stato romanticismo o semplicemente un gesto insano? Quando udì un tonfo, tirò fuori le mani dalle tasche e si diresse verso il giardino sul retro. Dopo aver tagliato il prato, erano rimasti grossi mucchi umidi di erba. E se l'erba tagliata fosse seccata soffocando quella fresca che ricresceva sotto? Era passato solo un giorno dalla fine della scuola e già era preoccupato in modo ossessivo per il prato. E le cose sarebbero peggiorate. Cosa avrebbe fatto finché le lezioni estive non fossero cominciate? Si sarebbe dovuto appuntare di ricordarsi di mangiare. L'avrebbe fatto quella sera stessa, per non scordarsene. Avrebbe appeso bigliettini 21
ovunque... sul frigorifero, sul divano, sul letto, sul gabinetto. La luce del portico illuminava il piccolo giardino; niente a che vedere con quello della vicina, circondato da una recinzione metallica ricoperta di caprifoglio. Già due volte, da quando aveva traslocato, aveva dovuto allontanare dei ragazzini. Volevano raggiungere il melo, gli avevano detto. Che stupidaggine!, aveva pensato. Nel campus dell'Orion c'erano almeno sei alberi di mele. Perché cercare di scavalcare un'inferriata appuntita alta quasi tre metri quando bastava andare al college? L'aveva fatto presente ai ragazzini, ma quelli l'avevano fissato come se non avesse idea di ciò che stava dicendo. Quel melo, avevano ribattuto, era speciale. Tyler camminava lungo la recinzione, inalando il profumo di caprifoglio, quando il piede urtò qualcosa. Guardò in basso. Una mela. Gli occhi seguirono un sentiero di frutti fino a una piccola montagnola in prossimità dell'inferriata. In quel momento un'altra mela atterrò con un tonfo. Era la prima volta che i frutti cadevano dalla sua parte. Accidenti, da lì l'albero neanche si vedeva! Tyler prese una piccola mela rosa, la lucidò sfregandola sulla camicia, e diede un morso. Riavviandosi lentamente verso casa decise che l'indomani avrebbe messo le mele in una scatola e le avrebbe portate a Claire, raccontandole quel che era successo. Sarebbe stata una buona scusa per rivederla. È anche l'ennesimo esempio di come seguire una donna fino ad arrivare a un binario morto. E che diamine! Fai quel che sai fare meglio. L'ultima cosa che ricordò fu di aver appoggiato il piede sul primo gradino del portico sul retro. Ciò che seguì fu il sogno più sorprendente che avesse mai fatto.
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2 Dieci giorni prima Seattle, Stato di Washington Sydney si avvicinò al letto della figlia. "Svegliati, tesoro." Quando Bay aprì gli occhi, Sydney appoggiò un dito sulle labbra della piccola. "Ora partiamo, ma non vogliamo che Susan ci senta, perciò facciamo piano. Ricordi? Come avevamo deciso." Bay si alzò senza fiatare e andò in bagno, dove si ricordò di non tirare lo sciacquone perché le due villette erano divise soltanto da una parete e Susan avrebbe potuto sentirle. Quindi infilò le scarpe con le suole morbide e silenziose, indossò gli abiti che la mamma aveva preparato per lei e che la piccola avrebbe messo a strati. Quella mattina sarebbe stata fredda, ma nel corso della giornata, quando la temperatura si fosse alzata, non avrebbero avuto il tempo di fermarsi per cambiarsi. Mentre Bay si preparava, Sydney camminava avanti e indietro. David era a Los Angeles per affari e come al solito aveva chiesto all'anziana vicina di casa di tenerle d'occhio. Per tutta la settimana precedente, nascosti nella sporta della spesa, Sydney aveva portato fuori di casa abiti, cibo e altri oggetti, senza mai deviare dalla routine che David le aveva imposto e che Susan controllava. Aveva il permesso di portare Bay al parco il lunedì, il martedì e il giovedì, e il venerdì poteva andare al negozio di alimentari. Due mesi prima aveva conosciuto un'altra mamma che aveva avuto la sfacciataggine di chiederle ciò che le altre non avevano mai osato. Come mai tanti lividi? E quel nervosismo? L'aveva aiutata ad acquistare una vecchia Subaru per trecento dollari, una parte consistente del denaro che Sydney era riuscita a mettere da parte negli ultimi due anni sfilando di tanto in tanto un biglietto da un dollaro dal portafoglio di David e nascondendo il bottino nei cuscini del divano o restituendo oggetti comprati con assegni - David controllava l'estratto conto - e ottenendo in cambio contanti. Aveva portato abiti e cibo alla donna del parco, perché li 23
caricasse sulla macchina. Ora Sydney pregava il Signore che Greta non avesse dimenticato di parcheggiare la Subaru dove avevano concordato. Si erano parlate l'ultima volta giovedì, e adesso era domenica. David sarebbe tornato quella sera. Ogni due o tre mesi lui andava a Los Angeles per controllare di persona l'andamento del suo ristorante. Rimaneva qualche giorno per spassarsela con i soci, vecchi compagni dei tempi dell'UCLA. Tornava a casa contento, rimaneva per un po' rintronato, finché non gli veniva voglia di fare sesso, e allora iniziavano i paragoni con le ragazze con le quali era stato a L.A. Tanto tempo prima anche lei era stata come loro. E gli uomini pericolosi erano la sua specialità, così come immaginava fosse stato per sua madre. Una delle tante ragioni per cui aveva abbandonato Bascom con nient'altro che uno zaino e alcune foto della mamma. "Sono pronta", sussurrò Bay sopraggiungendo nell'atrio che Sydney continuava a percorrere a grandi passi. Sydney si accucciò e la abbracciò. Bay aveva cinque anni, abbastanza per rendersi conto di quel che accadeva in casa. Sydney faceva di tutto per evitare che David avesse una qualsiasi influenza sulla figlia, e per un tacito accordo lui non avrebbe alzato un dito sulla bambina finché lei avesse fatto ciò che lui voleva. Ma che terribile esempio stava dando a sua figlia! Bascom, nonostante i limiti, era un luogo tranquillo e, sebbene lei lo avesse sempre disprezzato, avrebbe consentito a Bay di sapere finalmente cosa significasse essere al sicuro. Si ricompose prima di scoppiare di nuovo a piangere. "Forza, tesoro." Era sempre stata brava ad andarsene. L'aveva fatto spesso prima di conoscere David. Ora la paura le toglieva il respiro. Dopo aver lasciato il North Carolina Sydney si era diretta a New York, dove avrebbe potuto confondersi tra la folla, dove nessuno avrebbe pensato che fosse strana e dove il nome Waverley non significava niente. Era andata a vivere con degli attori che volevano perfezionare il loro accento del Sud mentre lei faceva di tutto per liberarsene. Dopo un anno si era trasferita a Chicago con un ladro d'auto che viveva alla grande. Quando era stato beccato, Sydney aveva preso i soldi di lui e si era spostata a San Francisco, e lì aveva vissuto per un altro anno. Aveva cambiato il nome in Cindy Watkins, assumendo quello di una vecchia amica di New York, 24
perché il suo ex non potesse rintracciarla. Una volta finito il denaro, era stata la volta di Vegas, dove aveva lavorato come cameriera. La ragazza con cui aveva viaggiato da Vegas a Seattle aveva un'amica che lavorava in un ristorante, il David's on the Bay, che aveva trovato un impiego per tutte e due. Sydney aveva subito provato un'attrazione selvaggia per David, il proprietario. Non era bello, ma era forte, potente, e questo le piaceva. Gli uomini forti la eccitavano finché non cominciavano a farle paura, e a quel punto lei scappava. Era diventata brava a giocare con il fuoco senza scottarsi. Le cose con David avevano iniziato a mettersi male dopo circa sei mesi che si frequentavano. Qualche volta lui la picchiava, la legava al letto e le diceva quanto la amava. Poi si era messo a seguirla in drogheria, a casa di amici. Allora Sydney aveva cominciato a organizzare la fuga, a rubacchiare del denaro dal ristorante per poter raggiungere il Messico con una ragazza che aveva conosciuto nella lavanderia a gettoni. Ma aveva scoperto di essere incinta. Bay era nata sette mesi dopo (il nome l'aveva scelto David ispirandosi a quello del suo locale). Per il primo anno di vita di Bay, Sydney aveva incolpato la piccola della situazione. David la disgustava, la terrorizzava oltre ogni limite. Lui se ne accorgeva e picchiava più forte. Sydney non voleva una famiglia. Non aveva mai pensato di mettere su casa con nessuno degli uomini che aveva conosciuto. E ora, a causa di Bay, doveva restare. Poi un giorno tutto era cambiato. Abitavano ancora nell'appartamento dove lei e David avevano vissuto prima di trasferirsi nella villetta. Bay aveva più o meno un anno e giocava tranquilla con i panni puliti riposti in un cesto posato a terra: si copriva la testa con la biancheria e le gambe con gli asciugamani. Di colpo Sydney aveva visto se stessa bambina giocare da sola, mentre Lorelei si torceva le mani e misurava il pavimento a grandi passi nella casa delle Waverley a Bascom, prima di lasciarla senza una spiegazione. Un sentimento possente l'aveva travolta, la pelle aveva cominciato a fremere e finalmente aveva rilasciato un profondo respiro che l'aveva liberata dal gelo. Era stato in quell'istante che aveva smesso di tentare di essere come sua madre, la quale, nonostante avesse provato a essere una persona decente, non era mai riuscita a essere una buona madre. 25
Aveva abbandonato le figlie senza una spiegazione. Non era più tornata indietro. Sydney sarebbe stata una brava mamma, e le brave mamme proteggono i loro figli. Le ci era voluto un anno, ma alla fine si era resa conto che non sarebbe dovuta restare a causa di Bay. Avrebbe portato Bay con sé. In passato era sempre stata così brava a scappare che si era crogiolata in una falsa sensazione di sicurezza, solo perché nessuno l'aveva mai inseguita. Quel giorno era uscita dal salone di bellezza di Boise dove aveva trovato un lavoro dopo aver frequentato la scuola per estetista. David era nel parcheggio. Prima di notarlo in piedi accanto alla propria auto, Sydney aveva alzato il viso al vento e aveva inalato il profumo di lavanda... Era dai tempi di Bascom che non lo sentiva più. Il profumo sembrava arrivare dal salone, come se tentasse di convincerla a seguirlo all'interno. Ma poi David l'aveva trascinata dentro la macchina. Era rimasta sorpresa, però non si era ribellata perché non voleva fare una scenata davanti alle nuove amiche. Lui aveva messo in moto, per parcheggiare vicino a un fast food. Lì aveva iniziato a prenderla a pugni al punto da farle perdere conoscenza; quando si era svegliata, lui la stava sbattendo sul sedile posteriore. Dopo si erano fermati in una stanza in un motel perché lei potesse ripulirsi e, mentre Sydney sputava un dente nel lavandino del bagno, lui le aveva detto che era tutta colpa sua. Più tardi erano andati a prendere la figlia all'asilo nido: David quel giorno aveva scoperto dove Bay era iscritta, e da lì le aveva rintracciate. Con il suo fascino aveva convinto le maestre che Sydney aveva avuto un incidente. Di nuovo a Seattle, la furia poteva travolgerlo in ogni momento. Con Bay nella stanza accanto e Sydney che le preparava un panino con il burro di arachidi, o era sotto la doccia, David all'improvviso compariva e la colpiva allo stomaco o la immobilizzava contro il bancone, le tirava giù i pantaloncini, la prendeva con violenza urlandole che non lo avrebbe lasciato mai più. Negli ultimi due anni capitava che Sydney entrasse in una stanza e sentisse il profumo delle rose o che la mattina si svegliasse al sentore del caprifoglio. I profumi sembravano sempre arrivare da una finestra, da lontano. 26
Era accaduto una notte, mentre guardava Bay dormire e piangendo piano si chiedeva come avrebbe fatto a proteggerla, perché, sia che fosse restata sia che fosse partita, sarebbero state in pericolo. E tutto aveva acquistato un senso. Quello che sentiva era il profumo di casa. Lei e sua figlia dovevano tornare a casa.
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Sydney e Bay scesero al piano di sotto nel buio che precede l'alba. Susan, dalla villetta accanto, poteva vedere sia la porta principale sia quella sul retro, allora madre e figlia raggiunsero la finestra del salotto affacciata sulla sottile striscia di prato laterale, invisibile alla vicina. Sydney aveva già sollevato la zanzariera in precedenza, ora doveva solo aprire piano il vetro e calare giù Bay. Alla piccola fece seguire la sporta della spesa, una valigia e lo zainetto della bambina, che Bay si era preparata da sola riempiendolo di tutte le cose segrete che le avrebbero fatto compagnia. Anche Sydney scavalcò: madre e figlia attraversarono i cespugli di ortensia, quindi raggiunsero il parcheggio. Greta, la donna del parco, aveva detto che avrebbe parcheggiato la Subaru davanti al numero 100 nella strada dopo la loro: avrebbe lasciato le chiavi dietro l'aletta parasole. L'auto non aveva assicurazione, la targa era scaduta, ma non importava. Quel che contava è che le avrebbe portate lontano. Lei e Bay correvano lungo il marciapiede evitando la luce dei lampioni. Piovigginava. Il sudore le bagnava gli occhi quando finalmente arrivarono al numero 100. Sydney scandagliò angosciata il parcheggio. Dov'era? Lasciò Bay e corse in lungo e in largo. C'era una sola Subaru, ma era troppo bella per valere trecento dollari. Era anche chiusa a chiave, e dentro si vedevano dei documenti oltre a un bicchiere accartocciato di caffè. Quell'auto apparteneva a qualcun altro. Rifece il giro. Guardò nella via dopo, tanto per esserne sicura. Non c'era. Corse di nuovo da Bay, senza fiato, sconvolta che il panico le avesse fatto lasciare la figlia anche solo per un minuto. Stava perdendo colpi e non poteva permetterselo. Non in quel momento. Sedette sul bordo del marciapiede tra una Honda e un pick-up Ford e nascose il viso tra le mani. Tanto coraggio sprecato! Come poteva riportare Bay a quella vita? Sydney non voleva più essere Cindy Watkins. Bay venne a sedersi accanto a lei; Sydney la strinse a sé. "Andrà tutto bene, mammina." 28
"Lo so. Stiamocene sedute qui per un po', d'accordo? Fa' pensare alla mamma cosa fare." Alle quattro del mattino il parcheggio era silenzioso, per questo Sydney alzò la testa di scatto quando udì un'auto che si avvicinava. Spinse il più possibile Bay contro il pick-up, per evitare che le vedessero. E se si fosse trattato di Susan? E se Susan l'avesse detto a David? Le luci dell'auto si avvicinavano lentamente; sembrava stessero scandagliando la strada in cerca di qualcosa. Sydney protesse Bay con il proprio corpo e chiuse gli occhi, come se quella fosse una soluzione. La macchina si fermò. Una portiera sbatté. "Cindy?" Sydney alzò lo sguardo e vide Greta, una bionda di piccola statura che indossava sempre stivali da cowboy e portava due grandi anelli di turchese alle orecchie. "Oddio", sussurrò. "Mi dispiace", si scusò Greta, inginocchiandosi di fronte a lei. "Mi dispiace tanto. Ho provato a parcheggiare qui, ma il tipo che abita laggiù mi ha beccata e mi ha detto che avrebbe chiamato il carro attrezzi. Sono passata di qui ogni mezz'ora, aspettandoti." "Oddio." "È tutto okay." Greta aiutò Sydney ad alzarsi e accompagnò lei e Bay verso una Subaru con il finestrino dal lato del passeggero sostituito da un pezzo di plastica e macchie di ruggine lungo tutto il paraurti. "Mettiti al sicuro. Va' più lontano che puoi." "Grazie." Greta fece un cenno con la testa e salì sul sedile del passeggero della jeep che l'aveva seguita fin lì. "Hai visto, mammina?" disse Bay. "Sapevo che ce la facevamo." "Anch'io", mentì Sydney.
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La mattina dopo il party di Anna Chapel, Claire scese in giardino a raccogliere della menta. Avrebbe cominciato a cucinare per il pranzo annuale dell'Associazione dei botanici amatoriali che si sarebbe tenuto il venerdì seguente a Hickory. Le socie, eccentriche e ricche signore, adoravano l'idea di mangiare fiori, inoltre pagavano bene e le avrebbero fatto pubblicità. Era stata una fortuna aver ottenuto quel lavoro, anche se le avrebbe dato parecchio da fare, e sarebbe stata costretta a ingaggiare qualcuno del posto che la aiutasse a servire in tavola. Il giardino era circondato da una pesante inferriata - ricordava quelle dei cimiteri gotici - e il caprifoglio che vi si avvinghiava in alcuni punti era spesso anche sessanta centimetri. Persino il cancello era ricoperto di caprifoglio, e il buco della serratura era un luogo segreto che solo pochi individuavano. Se ne accorse subito. Lì, in quel merletto in stile Regina Anna, stavano germogliando piccole foglie di edera. Edera. Nottetempo. Il giardino le voleva dire che qualcosa stava cercando di intrufolarsi, qualcosa dall'aspetto innocuo, ma che presto, se gliene fosse stata data l'opportunità, avrebbe invaso tutto. Strappò via l'edera e andò alla ricerca delle radici. Notò un rampicante sbucare da un cespuglio di lillà e strisciò fin lì. Nella foga, non aveva chiuso il cancello dietro di sé; mezz'ora dopo alzò la testa di scatto quando udì un rumore di passi sul viottolo che si snodava tra i fiori. Era Tyler, con una scatola di cartone, che si guardava intorno come se fosse entrato in un luogo incantato. Tutto lì fioriva all'improvviso, anche in periodi dell'anno in cui non avrebbe dovuto. Lui si fermò di colpo quando i suoi occhi trovarono Claire in ginocchio che estirpava le radici dell'edera da sotto il cespuglio di lillà. Le lanciò un'occhiata come se tentasse di metterla a fuoco nell'oscurità. "Sono Tyler Hughes", disse. "Il vicino." Lei annuì. "Ricordo." Le si avvicinò. "Mele", continuò Tyler accucciandosi accanto a lei e posando la scatola a terra. "Sono cadute oltre l'inferriata, ce n'è una dozzina almeno. Non so se le servano per le sue ricette, nel dubbio ho pensato di 30
riportargliele. Ho provato alla porta, ma nessuno mi ha risposto." Claire allontanò da lui il cartone nel modo più impercettibile. "Non mi servono, comunque grazie. Non le piacciono le mele?" Lui scosse la testa. "Di tanto in tanto. Non riesco a immaginare come abbiano fatto a finire nel mio giardino. L'albero è troppo lontano." Per fortuna non parlò di visioni, cosa che la sollevò. Non doveva averne mangiato. "Sarà stato il vento." "Lo sa? Le mele sugli alberi del campus non sono ancora mature in questo periodo dell'anno." "Questo melo fiorisce in inverno e produce frutti per tutta la primavera e l'estate." Tyler osservava l'albero. "Caspita." Anche Claire guardò. L'albero si ergeva sul fondo della proprietà. Non era molto alto, ma si sviluppava in ampiezza. I rami si allungavano come le braccia di un danzatore, e le mele crescevano alle estremità: pareva quasi che tenesse i frutti nei palmi delle mani. Era un magnifico vecchio albero, la corteggia argentata e rugosa e consumata in alcuni punti. L'unica erba che cresceva in giardino era lì, sotto il melo, e si allargava circa tre metri oltre l'ampiezza delle sue fronde, creando alla pianta uno spazio tutto suo. Claire non sapeva perché, ma capitava che il melo buttasse lontano i suoi frutti, come annoiato. La sua stanza da ragazza dava sul giardino, e quando d'estate dormiva con le finestre aperte, talvolta la mattina trovava una o due mele sul pavimento. Lanciò uno sguardo severo all'albero. Ogni tanto funzionava, lo rimetteva in riga. "È solo un melo", disse, e tornò a voltarsi verso il cespuglio di lillà, dove riprese a sradicare l'edera. Tyler si ficcò le mani in tasca e restò lì a studiarla. Erano anni ormai che lavorava da sola in giardino, e in quel momento Claire si rese conto di quanto le fosse mancata la compagnia di qualcuno. Le sovvenne il periodo in cui ci andava con la nonna. Non doveva essere per forza un impegno solitario. "È tanto che vive a Bascom?" le domandò Tyler. 31
"Da tutta la vita, quasi." "Quasi?" "La mia famiglia è di qui. Mia madre è nata qui. Se ne andò ma tornò quando io avevo sei anni. Ci vivo da allora." "Così lei è di qui." Claire rabbrividì. Come aveva fatto? Come aveva potuto, con cinque parole soltanto? Le aveva detto l'unica cosa che aveva sempre desiderato sentirsi dire. E neanche se ne rendeva conto. Era lui l'edera. Lentamente voltò la testa e alzò lo sguardo su quell'uomo, sul suo corpo allampanato, sui suoi lineamenti sgraziati, sui suoi meravigliosi occhi castani. "Sì", rispose senza fiato. "E allora chi sono i suoi ospiti?" si incuriosì Tyler. Ci volle un istante perché Claire afferrasse il senso della frase. "Non ho ospiti." "Mentre passavo davanti alla casa ho visto qualcuno che parcheggiava una macchina carica di borse e scatoloni. Pensavo si stessero trasferendo." "Strano." Claire si alzò, si tolse i guanti, si girò e uscì dal giardino, assicurandosi che Tyler la seguisse. Non si fidava a lasciarlo solo con l'albero, anche se non mangiava le mele. Camminò lungo il vialetto che costeggiava la casa, ma si fermò di colpo accanto al liodendro. Tyler sopraggiunse e appoggiò le mani sulle braccia di Claire, come se si fosse reso conto che le gambe di lei avevano perso forza. Altra edera. Una bambina, sui cinque anni, correva per il giardino a braccia spalancate, a mo' di aeroplano. Una donna era appoggiata a una vecchia Subaru parcheggiata sulla strada, le braccia incrociate al petto, e guardava la piccola. Sembrava minuta, fragile, aveva i capelli castano chiaro sporchi e profonde occhiaie nere. Dava l'impressione di reggersi per evitare di cadere. Claire si domandò distrattamente se era così che si era sentita la nonna quando la figlia era tornata a casa dopo anni di lontananza. Quando Lorelei, incinta e con una bambina di sei anni attaccata alle gambe, si era presentata lì. Lo stesso sollievo, la stessa rabbia, la tristezza, il panico. 32
Finalmente le gambe riuscirono di nuovo a muoversi, e Claire attraversò il giardino, lasciandosi Tyler alle spalle. "Sydney?" Sydney si staccò dalla macchina in fretta, sussultando. Gli occhi scandagliarono Claire, poi le sorrise. La donna insicura con le braccia strette al corpo era sparita, sostituita dalla vecchia Sydney, quella che pronunciava il loro cognome con sdegno, non rendendosi conto di quale dono fosse essere nata lì. "Ciao, Claire." Claire si fermò sul marciapiede, a qualche metro da lei. Forse era un fantasma, o qualcuno che assomigliava terribilmente a sua sorella. La Sydney che Claire conosceva non avrebbe mai permesso che i suoi capelli si riducessero in quello stato, e neanche morta si sarebbe fatta vedere con una maglietta macchiata. Era sempre stata perfettina, impeccabilmente vestita. Aveva sempre fatto di tutto per non sembrare una Waverley. "Dove sei stata?" "Ovunque." Sydney sorrise con quel suo sorriso meraviglioso, e all'improvviso poco importava l'aspetto dei capelli o degli abiti. Sì, era proprio Sydney. La bambina la raggiunse. Lei le mise un braccio sulle spalle. "Questa è mia figlia, Bay." Claire guardò la piccola e cercò di sorridere a sua volta. Aveva capelli scuri, come i suoi, e gli occhi blu di Sydney. "Ciao, Bay." "E lui è...?" volle sapere Sydney. "Tyler Hughes", rispose lui tendendo la mano oltre Claire, che non si era resa conto che nel frattempo l'aveva raggiunta. "Abito lì, alla porta accanto." Sydney strinse la mano di Tyler e annuì. "La vecchia casa dei Sanderson. Ha un bell'aspetto: non era azzurra l'ultima volta che l'ho vista. Era di uno squallido bianco sporco." "Non è merito mio. Quando l'ho comprata era già così. " "Sono Sydney Waverley, la sorella di Claire." "Piacere di conoscerla. Stavo per andarmene. Claire, se ha bisogno di qualcosa..." Le strinse una spalla, poi se ne andò. 33
Claire era confusa, non voleva che lui se ne andasse. Naturalmente non poteva nemmeno restare. Però ora era sola con Sydney e la sua bambina taciturna, e non aveva idea di quel che doveva fare. Sydney alzò le sopracciglia. "Tipo sexy." "Waverley", mormorò Claire. "Cosa?" "Hai detto che il tuo cognome è Waverley." "Così mi risulta." "Pensavo odiassi questo nome." Sydney si strinse nelle spalle. "E Bay?" "Anche lei è una Waverley. Torna ancora un po' a giocare, tesoro", disse Sydney, e la piccola corse di nuovo in giardino. "Non riesco a credere quanto sia bella questa casa. Nuova tinteggiatura, nuove finestre, nuovo tetto. Non avrei immaginato che potesse avere un aspetto tanto splendido." "Per ristrutturarla ho usato i soldi dell'assicurazione sulla vita della nonna." Sydney si voltò un istante per guardare ostentatamente Tyler che saliva i gradini del portico di casa sua e poi entrava. Si era irrigidita, e Claire capì che la notizia l'aveva scioccata. Si era aspettata di trovare la nonna viva e in buona salute? "Quando?" domandò. "Quando cosa?" "Quando è morta?" "Dieci anni fa. La vigilia di Natale, l'anno in cui te ne sei andata. Non sapevo come contattarti. Non sapevamo dove fossi andata." "La nonna lo sapeva. Gliel'avevo detto. Senti, ti dispiace se sposto questo rottame sul retro?" Con un pugno Sydney diede un colpo al cofano della Subaru. "Mi imbarazza." "Che ne è stato della vecchia auto della nonna, quella che ti aveva 34
regalato?" "L'ho venduta a New York. Lei mi aveva detto che potevo farlo, se volevo." "E così è lì che sei stata, a New York?" "Solo per un anno. Mi sono spostata qua e là. Proprio come la mamma." Gli occhi delle due sorelle si fissarono, poi fu silenzio. "Che ci fai qui, Sydney?" "Ho bisogno di un posto dove stare." "Per quanto?" Sydney prese un profondo respiro. "Non lo so." "Non puoi lasciare Bay qui." "Cosa?" "Come ha fatto la mamma con noi. Non la puoi lasciare qui." "Non abbandonerei mai mia figlia", sbottò Sydney con una nota isterica nella voce, e Claire fu di colpo consapevole del non detto, della storia che sua sorella non le aveva ancora raccontato. Doveva esserle accaduto qualcosa di grosso, altrimenti non sarebbe mai tornata indietro. "Cosa vuoi che faccia, Claire, che ti implori?" "No, non voglio che mi implori." "Non ho nessun altro posto dove andare", mormorò Sydney a fatica, come se stesse sputando semi di girasole sul marciapiede, dove sarebbero arrostiti al caldo, facendosi duri, più duri. Che cosa doveva fare? Sydney era la sua famiglia. Claire aveva imparato a proprie spese che la famiglia non può essere data per scontata. E che può ferirti più di chiunque altro al mondo. "Avete già fatto colazione?" "No." "Ci vediamo in cucina." "Forza, Bay, porto l'auto sul retro", chiamò Sydney, e la piccola le corse 35
incontro. "Bay, ti piacciono i Pop-Tarts alla fragola?" domandò Claire. Bay sorrise, il sorriso di Sydney. Le fece male riconoscerlo e ricordare tutto ciò che aveva fatto, e che ora avrebbe voluto cancellare, quando sua sorella era una bambina. Per esempio cacciarla dal giardino quando voleva vedere cosa stessero facendo lei e la nonna o nascondere le ricette sugli scaffali più alti così che la piccola non potesse conoscere i loro segreti. Claire si era sempre chiesta se fosse stato per colpa sua che la sorella detestava tanto essere una Waverley. Anche questa bambina lo avrebbe odiato? Bay non lo sapeva ancora, ma aveva un dono. Forse Claire avrebbe potuto insegnarle a usarlo. Non aveva idea se lei e Sydney si sarebbero mai riconciliate, o quanto la sorella sarebbe rimasta, però avrebbe potuto recuperare con Bay gli errori del passato. In pochi minuti, la vita di Claire era cambiata. La nonna aveva accolto lei e Sydney. Lei avrebbe fatto lo stesso con Sydney e Bay. Senza dubbio. Era quello che una vera Waverley doveva fare. "I Pop-Tarts sono i miei preferiti! " Sydney sembrava sconvolta. "Come facevi a saperlo?" "Non lo sapevo", ammise Claire, avviandosi verso la casa. "Ma Evanelle sì."
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Sydney parcheggiò la Subaru sul retro, accanto a un piccolo furgone bianco e davanti al garage annesso. La bambina saltò giù dall'auto; lei si mosse più lentamente. Prese la borsa della spesa e lo zainetto, quindi fece un giro della macchina e svitò la targa dello Stato di Washington. La mise nella borsa. Ecco. Nessuna traccia della loro provenienza. Bay aspettava sul viottolo che separava l'abitazione dal giardino. "È qui che vivremo?" domandò per la sedicesima volta almeno da quando, quella mattina, si erano fermate davanti alla casa. Sua madre respirò a fondo. Dio, non riusciva a crederci. "Sì.'' "È una casa da principessa." Bay si voltò e indicò il cancello aperto. "Posso andare a vedere i fiori?" "No, quelli sono di Claire." Poi udì un tonfo e vide una mela rotolare fuori dal giardino e fermarsi ai suoi piedi. La fissò un istante. Nessuno in famiglia trovava strano possedere un albero che prediceva il futuro e regalava frutti. Tutto sommato, era un benvenuto migliore di quello che le aveva riservato sua sorella. Lanciò di nuovo la mela in giardino. "E stai alla larga dall'albero di mele." "Le mele non mi piacciono." Sydney si accovacciò davanti alla bambina. Le sistemò i capelli dietro le orecchie e le lisciò la maglietta. "D'accordo, qual è il tuo nome?" "Bay Waverley." "E dove sei nata?" "Su un autobus della Greyhound." "Chi è il tuo papà?" "Non lo so." "Da dove vieni?" "Qua e là." Sydney prese la mano della figlia. "Capisci perché devi dare queste risposte, vero?" "Perché qui siamo diverse. Non siamo quelle che eravamo." "Mi sorprendi." 37
"Grazie. Pensi che piacerò a Claire?" Sydney rimase immobile, poi prese tempo mentre piccoli puntini neri invadevano il suo campo visivo e il mondo usciva dal proprio asse per un momento. Le formicolava tutto il corpo, si sentiva la pelle d'oca, le faceva male battere le palpebre. Era così stanca che a malapena riusciva a camminare, ma non poteva permettere che Bay la vedesse in quello stato, e tanto meno sua sorella. Tentò di sorridere. "Sarebbe una pazza se non le piacessi." "Lei mi piace. È come Biancaneve." Entrarono insieme in cucina attraverso il solarium. Sydney si guardò attorno ammirata: il locale era stato ristrutturato e arredato in parte con i mobili della vecchia sala da pranzo. Per il resto era tutto acciaio inossidabile ed efficienza; c'erano perfino due frigoriferi industriali e due forni. Senza parole madre e figlia si sedettero al tavolo e osservarono Claire che preparava il caffè e infilava due Pop-Tarts nel tostapane. Claire era cambiata, non in modo eclatante, ma di poco, come avviene con la luce nel corso della giornata. Un'angolazione diversa, una colorazione diversa. Si muoveva in modo differente, in lei non si notavano più i tratti ingordi, egoisti. Sembrava a proprio agio, allo stesso modo della nonna. Non mi spostate e starò bene, sembrava dire. Guardandola, all'improvviso Sydney si rese conto di quanto fosse bella. Non l'aveva mai notato. Anche l'uomo con cui l'aveva vista prima, il vicino, doveva pensarla allo stesso modo. Era chiaramente attratto da Claire. E persino Bay ne era stata catturata: non riuscì a toglierle gli occhi di dosso neppure quando la zia le mise i dolci caldi e un bicchiere di latte sotto il naso. "E così, gestisci un catering?" domandò alla fine Sydney mentre la sorella le porgeva una tazza di caffè. "Ho visto il furgone." "Sì", rispose Claire allontanandosi con un fruscio che profumava di menta e lillà. I capelli erano più lunghi di un tempo e le coprivano le spalle come uno scialle. Li usava per proteggersi. Se c'era una cosa di cui Sydney era esperta, erano i capelli. Aveva adorato studiare alla scuola per estetista e lavorare al salone di Boise. I capelli dicono di noi più di quanto noi stessi sappiamo, e lei aveva una dote naturale per interpretare quel linguaggio. Si 38
era stupita quando alcune compagne di corso avevano ammesso la loro fatica. Per Sydney era una seconda natura. Da sempre. In quel momento non aveva l'energia sufficiente per sostenere una conversazione con Claire, se lei la faceva tanto difficile, così bevve un sorso di caffè e scoprì che sapeva di cannella, proprio come lo preparava nonna Waverley. Avrebbe voluto berne ancora, ma la mano iniziò a tremarle e dovette appoggiare la tazza. Quand'era stata l'ultima volta che aveva dormito? Durante il viaggio si era assicurata che Bay riposasse, però lei aveva troppa paura per chiudere gli occhi, se non per pochi minuti, alle stazioni di servizio o nei parcheggi dei Wal-Mart lungo la strada. Chilometri e chilometri di autostrada continuavano a scorrerle nella mente, sentiva ancora il ronzio nelle ossa. Ci erano voluti dieci giorni, durante i quali si erano dovute far bastare il cibo che aveva portato con sé: pane bianco e biscotti allo zenzero, confezioni scadenti di burro di arachidi dal sapore oleoso e cracker che si sbriciolavano al solo toccarli. Non era sicura di poter resistere ancora per molto prima di scoppiare in lacrime. "Coraggio, Bay", disse non appena la piccola ebbe finito di fare colazione. "Andiamo di sopra." "Ho lasciato le lenzuola nuove di Evanelle sui letti", intervenne Claire. "In quale stanza?" "La tua è sempre la stessa. Bay può dormire nella mia vecchia camera. Io ora sto in quella della nonna", rispose dando loro le spalle mentre estraeva dagli armadietti grandi barattoli di farina e zucchero. Sydney accompagnò Bay dritta verso la scala, senza guardarsi intorno: si sentiva già abbastanza disorientata, non voleva sapere cos'altro era cambiato. La piccola la precedette correndo e la attese in cima sorridendo. Ne era valsa la pena. Solo per il fatto di veder sorridere in quel modo la sua bambina. Per prima cosa condusse Bay nella vecchia stanza di Claire. L'arredamento era diverso: vide il tavolo da cucito che un tempo si trovava nel salotto e il letto appartenuto alla nonna. 39
Bay spalancò la finestra. "Mi piace questa stanza." "Tua zia Claire se ne stava ore a quella finestra, a guardare il giardino. Puoi dormire con me, se preferisci. La mia camera guarda sulla casa azzurra di fianco." "Forse." "Comincio a portare dentro le nostre cose. Vieni con me?" Bay la guardò speranzosa. "Posso rimanere quassù?" Lei era troppo stanca per discutere. "Non muoverti da qui. Se vuoi andare in esplorazione, lo faremo insieme." Lasciò la bambina, ma anziché scendere per scaricare gli scatoloni e le borse rimaste in auto, si diresse verso la sua vecchia camera. Da ragazzina trascorreva ore e ore chiusa lì dentro tutta sola, talvolta immaginando di essere prigioniera della sorella malvagia, come in una fiaba. Nei due anni dopo la partenza della madre Sydney aveva addirittura dormito con una fune fatta con le lenzuola annodate, nascosta sotto il letto, per essere pronta a calarsi di sotto quando Lorelei fosse tornata a salvarla. Poi però era cresciuta, era diventata più saggia e si era resa conto che la mamma non sarebbe ricomparsa. Era arrivata alla conclusione che Lorelei aveva fatto la cosa giusta ad andarsene. Sydney stessa non vedeva l'ora di scappare, di raggiungere il suo ragazzo, Hunter John Matteson, al college; si sarebbero amati per sempre e anche se fossero tornati a Bascom le cose sarebbero andate bene, perché lui non l'aveva mai trattata come una Waverley. Non fino alla fine, almeno. Respirò a fondo ed entrò nella stanza con rispetto. Una chiesa di vecchi ricordi. Il letto e la cassettiera erano gli stessi. Sullo specchio a figura intera c'erano ancora alcuni adesivi che lei vi aveva attaccato. Aprì l'armadio e vi trovò una pila di scatole piene di vecchia biancheria rosicchiata dai topi. Eppure la camera non aveva un'aria di abbandono. Non era impolverata, profumava di vecchio e di casa, di chiodi di garofano e legno di cedro. Claire se n'era presa cura, non l'aveva trasformata in un salotto né l'aveva riempita di oggetti che non le servivano o che non usava più, né aveva portato via i vecchi mobili. Sedette in fondo al letto e scoppiò a piangere premendosi la mano sulla bocca perché Bay, che canticchiava tranquilla nell'altra stanza, non potesse 40
udirla. Dieci giorni di viaggio. Aveva bisogno di un bagno. Claire aveva un aspetto migliore, e più pulito, del suo. Nonna Waverley se n'era andata. Bay amava stare lì, ma ancora non si era resa conto di cosa significasse essere una Waverley. Che stava facendo David? Sydney aveva forse lasciato delle tracce dietro di sé? Tanti cambiamenti, ma la sua camera era esattamente come l'aveva lasciata. Si allungò fino al cuscino e si rannicchiò su se stessa. Pochi secondi, e già dormiva.
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3 Il fondoschiena maschile ha in sé un che di artistico. È la sua caratteristica principale. Be', quasi. I giovani che facevano jogging sulla pista che circondava l'università erano tonici e muscolosi e - forse questo era il bello - se Evanelle sentiva l'impulso di regalare loro qualcosa, difficilmente riusciva a raggiungerli. Il dono lo sapeva, e non si imponeva mai quando l'anno accademico era in corso. D'estate, però, a correre erano persone più anziane, più lente, e talvolta Evanelle si ritrovava ad allungare loro bustine di ketchup o un paio di pinzette. Un giorno aveva dovuto persino donare un vasetto di miele di erica a una vecchia signora. Per questo d'estate le occhiatacce abbondavano. Quella mattina, invece di recarsi sulla pista, Evanelle decise di camminare fino in centro prima dell'apertura dei negozi. C'era sempre qualcuno che correva intorno alla piazza. Seguì un paio di persone finché non arrivò al Fred's Gourmet Grocery e lanciò un'occhiata alla vetrina. Nonostante fosse più presto del solito, Fred era lì, senza scarpe: stava prendendo un vasetto di yogurt dal comparto latteria. I vestiti sgualciti indicavano che aveva trascorso la notte in negozio. Allora il vino al geranio rosa non aveva avuto effetto su James, suppose Evanelle, o forse aveva deciso di non usarlo. Talvolta, quando si sta per tanto tempo con qualcuno, ci si mette in testa che le cose in passato andassero meglio, anche se così non è. I ricordi, pure quelli brutti, più invecchiano più diventano morbidi come pesche mature. Fred e James erano una coppia consolidata. Tutti lo sapevano. Il fatto che fossero gay era stato dimenticato molti anni prima, quando era ormai evidente che quei due sarebbero stati "insieme per sempre". Evanelle conosceva bene Fred. Sapeva quanto ritenesse importante il parere della gente. In quello assomigliava al padre, anche se non lo avrebbe mai ammesso. Se veniva criticato per qualcosa, lui ci rimuginava sopra, e cambiava il suo modo di fare cosicché nessuno avesse da ridire. Non avrebbe sopportato che si venissero a scoprire i problemi con James. Lui era un "insieme per sempre". Doveva essere all'altezza delle aspettative altrui. 42
Evanelle se ne sarebbe dovuta andare. Decise comunque di aspettare un momento per vedere se saltava fuori un dono. Guardò Fred, ma non accadde nulla. Non aveva altro da dargli se non consigli, e la maggior parte della gente non era incline a prenderli troppo sul serio. Lei non era né misteriosa né furba come le Waverley, però aveva il dono di anticipare. Da bambina portava a sua madre gli strofinacci prima che il latte si versasse, chiudeva le finestre prima del minimo accenno di tempesta e offriva al predicatore una pasticca per la tosse prima che fosse travolto da un accesso durante il sermone. Evanelle era stata sposata, tanto tempo addietro... Avevano entrambi sei anni quando si erano conosciuti e lei gli aveva regalato un sassolino nero che proprio quel giorno aveva trovato per strada. La notte stessa lui lo aveva lanciato contro la finestra di lei per salutarla. Erano diventati amici inseparabili. Dopo trentotto anni di matrimonio, durante i quali lei non aveva mai sentito il bisogno di regalargli qualcosa, un giorno era stata presa dall'impellenza di comprare al marito un vestito nuovo. Si scoprì poi che non ne aveva uno decente con cui essere seppellito la settimana seguente. Cercò di non concentrarsi troppo sul proprio dono, perché altrimenti avrebbe dovuto pensare a quanto fosse frustrante non sapere perché la gente avesse bisogno di determinate cose. A volte la notte, quando la casa le sembrava particolarmente vuota, si chiedeva ancora cosa sarebbe successo se non avesse comprato quell'abito al marito. Osservò Fred che andava verso la corsia con le forniture da picnic e apriva una scatola di posate in plastica. Ne estrasse un cucchiaio e iniziò a mangiare lo yogurt. Be', adesso doveva andarsene; ma poi cominciò a pensare quanto dovesse essere divertente vivere in un negozio di alimentari, o in un Wal-Mart, o ancora meglio in un centro commerciale, con tanto di letti nei reparti biancheria e una grande sezione interamente dedicata al cibo. Di colpo si rese conto che Fred si era bloccato e, con il cucchiaio in bocca, la fissava dall'altra parte della vetrina. Lei sorrise e gli rivolse un piccolo cenno con la mano. Fred raggiunse la porta e la aprì. "Posso aiutarti, Evanelle?" le domandò dalla soglia. "No, no. Passavo di qui e ti ho visto." 43
"C'è qualcosa che vorresti darmi?" "No." "Oh", mormorò Fred, come se veramente desiderasse qualcosa, qualcosa che potesse sistemare tutto. Purtroppo le relazioni sono una faccenda complicata. Non esiste un rimedio. Si guardò in giro per vedere se qualcuno li avesse notati, poi si sporse in avanti e sussurrò: "Sono due sere che gli chiedo di tornare a casa presto, e sono due sere che lui a casa nemmeno ci mette piede. Non so che fare quando lui non c'è, Evanelle. È sempre stato così bravo a decidere. Ieri sera non riuscivo neanche a capire a che ora mettermi a tavola... Se avessi mangiato troppo presto e lui fosse arrivato, allora non avremmo cenato insieme. Ma se avessi aspettato, si sarebbe fatto troppo tardi. Verso le due di questa mattina mi sono detto che avrei dovuto preparare la colazione nel caso fosse tornato. Carino, no? Sono venuto in negozio per cercare qualcosa, ma di solito James mi lascia la lista della spesa, e io non sapevo bene cosa prendere. Continuavo a pensare: e se non ha voglia di pompelmo? E se porto a casa una miscela di caffè che non gli piace? È finita che mi sono addormentato sul divano in ufficio. Non so quel che sto facendo". Evanelle scosse la testa. "Rimandi, ecco quel che stai facendo. Se devi fare una cosa, falla subito. Rimandare non fa che peggiorare la situazione. Credimi, lo so." "Ci provo", disse Fred. "Ho comprato il vino al geranio rosa di Claire." "Gli devi parlare! Non aspettare che torni a casa. Chiamalo e discutetene. Smettila di rimandare." Fred assunse un'espressione ostinata e lei scoppiò a ridere. "D'accordo, non sei pronto. Magari il vino funziona, se riesci a farglielo bere. Ma qualunque cosa deciderai di fare, sarà meglio che ti infili le scarpe." Orripilato, Fred guardò in basso verso i propri piedi scalzi e corse all'interno. Con un sospiro, Evanelle si incamminò lungo il marciapiede, guardando le vetrine. La maggior parte dei podisti mattutini se ne erano andati: forse sarebbe stato meglio tornarsene a casa a mettere ordine prima di andare a fare visita a Sydney. Claire era un po' spaventata, sebbene cercasse di nasconderlo, quando la sera prima l'aveva chiamata per annunciarle il ritorno della sorella. Evanelle l'aveva calmata dicendole che ogni cosa si 44
sarebbe sistemata e le aveva ricordato che tornare a casa è una buona cosa. Casa è casa. Sorpassò il White Door Salon, dove le signore con troppo tempo a disposizione e troppo denaro nel portafoglio pagavano una fortuna per un taglio di capelli e un massaggio con le pietre calde. Poi si fermò davanti a Maxine's, la vetrina accanto, il lussuoso negozio di abbigliamento dove le signore del White Door amavano fare shopping dopo il taglio e la messa in piega. In bella mostra c'era una camicia button-down in seta. Entrò nonostante non avessero ancora appeso il cartello APERTO. Il suo dono era come un prurito, come un morso di zanzara, e non se ne andava finché lei non faceva ciò che le chiedeva. E all'improvviso, con insistenza, le chiedeva di comprare quella camicia a Sydney.
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Sydney si svegliò con un sussulto e controllò l'orologio. Non aveva avuto intenzione di dormire. Si trascinò fino al bagno, bevve dal rubinetto e si sciacquò il viso. Uscì e si fermò a controllare Bay: la piccola non c'era. Il letto però era stato fatto e sul cuscino campeggiavano alcuni dei suoi peluche preferiti. Passò in rassegna tutte le stanze del piano di sopra, poi corse a quello di sotto, cercando di contenere il panico. Dov'era finita? Entrò in cucina e rimase impietrita. Era appena arrivata in paradiso. Sua nonna era lì, in ogni profumo. Zuccheroso e dolce. Erboso e aspro. Lievitato e fresco. Era così che cucinava nonna Waverley. Quando Sydney era piccola, Claire trovava sempre il modo di tenerla lontana dalla cucina, perciò spesso lei se ne stava seduta nel vestibolo ad ascoltare il borbottio del sugo che sobbolliva, lo sfrigolio dei cibi nelle padelle, lo sbattere delle pentole, i sussurri della sorella e della nonna. Appoggiati sull'isola in acciaio vide due grossi contenitori, uno pieno di lavanda e l'altro di denti di leone. Sul bancone da lavoro c'erano alcuni filoni di pane fumante. Bay sedeva accanto a Claire e con un pennello col manico di legno, tutta assorta, spennellava con il bianco d'uovo delle viole del pensiero. Claire prendeva i fiori a uno a uno dalla sommità e delicatamente li immergeva in zucchero finissimo prima di appoggiarli su una leccarda per biscotti. "Come avete potuto fare tutto questo in appena due ore?" si stupì Sydney, incredula. Claire e Bay si voltarono. "Ciao", la salutò la sorella guardandola cauta. "Come ti senti?" "Bene. Avevo solo bisogno di un sonnellino." Bay saltò giù dalla sedia, corse incontro alla madre e l'abbracciò. Indossava un grembiule azzurro che strisciava a terra, sul quale in bianco si leggeva la scritta Waverley's Catering. "Sto aiutando Claire a cristallizzare le viole del pensiero per decorare le coppette alla crema. Vieni a vedere!" 46
"Magari più tardi, tesoro. Ora dobbiamo scaricare la macchina, portare dentro le nostre cose e lasciare Claire al suo lavoro." "Bay e io abbiamo portato tutto dentro ieri", la informò Claire. Sydney guardò di nuovo l'orologio. "Scusa? Ho dormito soltanto due ore." "Siete arrivate ieri mattina. Hai dormito per le ultime ventisei ore." Il cuore le balzò in gola. Sydney brancolò fino al tavolo, poi crollò su una sedia. Aveva abbandonato sua figlia per ventisei ore? Bay aveva forse raccontato qualcosa di David? Claire si era occupata della piccola? Le aveva rimboccato le coperte oppure la bambina si era rintanata nella sua stanza, spaventata e sola, in quella casa sconosciuta? "Bay..." "Mi ha dato una mano", rispose Claire. "Non parla molto, però impara in fretta. Ieri abbiamo cucinato tutto il giorno, poi di sera ha fatto il bagno, e l'ho messa a letto. Abbiamo ricominciato a cucinare stamattina." Claire la riteneva una cattiva madre? Era l'unica cosa di cui Sydney poteva andare fiera e già stava perdendo punti. Quel posto la confondeva. Lì non era mai sicura di chi fosse. "Bevi un po' di caffè", le disse Claire. "Evanelle ha promesso che oggi passa a salutarti." "Mamma, resta. Guarda cosa so fare." Ricomponiti, si disse Sydney. "D'accordo, tesoro. Non vado da nessuna parte." Si diresse verso la caffettiera, si versò una tazza. "Come sta Evanelle?" "Bene. È ansiosa di vederti. Lì c'è un po' di pane alla lavanda. Bay e io ne abbiamo già mangiato un pezzo. E c'è anche del burro alle erbe." Claire era forse preoccupata per lei? In quegli anni Sydney aveva pensato molto alla sorella; per lo più confrontava la propria vita avventurosa con quella misera di Claire, che non poteva far altro che rimanere in quella casa, in quella stupida Bascom. Erano pensieri crudeli, però la facevano stare meglio, perché era sempre stata gelosa della naturalezza con la quale sua sorella accettava il proprio modo di essere. Claire era stata così felice quando lei era partita. E ora era preoccupata per lei. Le diceva di mangiare. Sydney cercò di affettare il pane con calma, ma 47
era così affamata che finì per strapparlo. Vi spalmò sopra un po' di burro, quindi chiuse gli occhi. Dopo la terza fetta, cominciò a camminare per la grande cucina. "È impressionante. Non sapevo che ne fossi capace. Sono le ricette della nonna?" "Alcune, come la quiche ai denti di leone e il pane alla lavanda." "Da piccola non mi permettevi di aiutarti." Claire si voltò e si asciugò le mani sul grembiule. "Senti, per domani devo organizzare un pranzo a Hickory. Ho due ragazze che talvolta mi aiutano durante l'estate, ma se hai bisogno di denaro, puoi farlo tu." Sydney la guardò un po' stranita. "Vuoi che ti dia una mano?" "Di solito me la sbrigo da sola, ma non per i lavori grossi. Ci sarai ancora domani?" "Certo che ci sarò. Cosa? Non mi credi?" "Finché rimarrai, potresti essermi utile." "Immagino sia ovvio che ho bisogno di denaro." Claire le rivolse un sorriso appena accennato. E a Sydney piacque quel piccolo legame che si era creato fra loro. Incoraggiata, aggiunse: "Allora, parlami un po' di questo Tyler". Claire abbassò gli occhi e tornò a voltarsi. "Che vuoi sapere? "Oggi è passato da queste parti?" "Non lo fa tutti i giorni. Ieri era la prima volta. Mi stava riportando delle mele che erano cadute dalla sua parte della recinzione." "Le hai sotterrate?" "Sotterriamo sempre le mele che cadono dall'albero", rispose Claire; Bay la guardò incuriosita. Sydney ebbe un brivido di terrore. Voleva che sua figlia ne rimanesse fuori il più a lungo possibile. Sydney aveva barattato la sicurezza della piccola con la possibilità di essere considerata normale. Come fai a dire una cosa simile a una bambina, seppure a una bambina come Bay? "Tyler è single?" domandò prima che Bay potesse chiedere qualcosa. 48
"Non lo so." Claire prese la leccarda con le viole del pensiero e la infilò nel forno appena caldo. "Ti interessa?" "No", rispose Claire con veemenza: sembrava una ragazzina delle medie. "È qui che deve stare", intervenne Bay. La zia la fissò. "È questo che fa", spiegò Sydney. "Ha opinioni ben precise sul posto delle cose." "Ah, ecco! Le ho chiesto di prendermi una forchetta e lei è andata diritta al cassetto. Quando le ho domandato come facesse a sapere dove si trovava mi ha risposto che era lì che doveva stare." Claire squadrò la nipotina, pensosa. "No", disse Sydney. "Non forzarla." "Me ne guardo bene", ribatté Claire con un'aria apparentemente ferita. "E nessuno ha forzato te. Anzi, sei scappata il più lontano possibile e nessuno ti ha fermata." "Mi ci ha costretta l'intera città! Cercavo di essere normale, e nessuno me lo permetteva." Le pentole appese alla rastrelliera iniziarono a oscillare pericolosamente, come tante vecchie signore che si torcono le mani. Lei le guardò per un istante, poi respirò a fondo. Aveva dimenticato quanto sensibile fosse quella casa, come vibrassero i pavimenti quando qualcuno si innervosiva, e le finestre si aprissero quando qualcuno scoppiava a ridere. "Mi dispiace. Non mi va di litigare. Cosa posso fare per aiutare?" "Ora niente. Bay, puoi andare anche tu." Claire le slacciò il grembiule e glielo tolse. "Hai una gonna nera e una camicia bianca per aiutarmi a servire domani?" domandò poi a Sydney. "Una camicia bianca ce l'ho." "Ti posso prestare una delle mie gonne. Hai mai servito intavola?" "Sì." "Facevi la cameriera?" Sydney spinse Bay fuori dalla cucina. Fughe, furti, uomini. In questo Claire non era mai stata un'esperta. Non avrebbe raccontato alla sorella del proprio passato. Non ancora, almeno. Non sono cose da confessare alla leggera, nemmeno a tua sorella, se credi che non potrà capire. "Ho fatto 49
anche quello." Più tardi, nel pomeriggio, Sydney sedeva sotto il portico e Bay faceva la ruota in giardino. Vide Evanelle sorridente percorrere il vialetto di accesso. Indossava una tuta azzurra, e a tracolla portava la solita sporta. A Sydney era sempre piaciuto indovinare che cosa contenesse. Sperava che anche per Bay sarebbe stato lo stesso. Non c'erano molti vantaggi a essere una Waverley, ma Evanelle era di sicuro uno di questi. La sua vecchia cugina si fermò a chiacchierare con Tyler, che se ne stava nel proprio giardino a contemplare un gran mucchio d'erba tagliata. Si annoiava, Sydney ne riconosceva i segnali. Aveva i capelli abbastanza lunghi, evidentemente per tenere meglio a bada i ricci. Ciò significava una natura creativa che cercava di controllare, e lo faceva passando la maggior parte della giornata spostando il cumulo d'erba da una parte all'altra. Dopo David, Sydney non riusciva neanche a immaginare di iniziare una relazione con un uomo, ma guardando Tyler si sentiva stringere il cuore. Non lo desiderava, e lui era chiaramente attratto da sua sorella, tuttavia l'idea che potesse esistere un uomo così le dava in qualche modo una speranza. Magari non per lei, ma per altri, per altre donne. Donne più fortunate. Non appena Evanelle lasciò Tyler, Sydney le corse incontro per salutarla. "Evanelle!" esclamò abbracciandola. "Claire mi aveva avvisata che saresti passata. Oh, che bello vederti. Sei sempre la stessa." "Sempre vecchia." "Sempre bella. Che facevi con Tyler?" "Si chiama così? Aveva l'aria di uno che ha bisogno di sacchi per la spazzatura. Per fortuna ne avevo qualcuno con me. È stato molto carino. Ecco il suo numero di telefono." E porse a Sydney un foglietto di carta. Lei lo guardò a disagio. "Io... non voglio..." Evanelle le diede un colpetto sulla mano. "Oh, tesoro! Non ho idea di quel che tu debba farne. Sapevo solo che lo dovevo dare a te. Non sto cercando di accasarti." Sydney rise. Che sollievo! "Ho qualcos'altro per te." La cugina frugò un po' nella borsa, poi le 50
porse il sacchetto di una boutique. Sydney la ricordava bene. Le vecchie compagne con i genitori ricchi facevano sempre acquisti da Maxine's. Per questo lei lavorava tutta l'estate: per potersi vestire in quella boutique ed essere come loro. Aprì il sacchetto e ne estrasse una splendida camicia di seta azzurra. Era almeno tre taglie più grande, ma erano anni che non possedeva niente del genere. A David il denaro non mancava, però non era mai stato tipo da regali, né tanto meno da gratificazioni, rimorsi o scuse. Sydney sedette sui gradini e portò la camicia al naso per annusare il meraviglioso profumo da ricchi. Odorava di carta sottile e colonia inglese. "È bellissima." Evanelle si accomodò accanto a lei e ricominciò a cercare nella borsa della spesa. "So che è troppo grande per te. Ecco lo scontrino. Stamattina ero in centro in cerca di qualche bel fondoschiena maschile quando ho visto Maxine's e ho pensato a te. Sapevo che dovevo prenderti questa. Questa camicia. Di questa taglia." Bay intanto si era avvicinata e timidamente sfiorava con le dita la camicia tra le mani della madre. "Evanelle, questa è mia figlia, Bay." La cugina le pizzicò il mento e Bay ridacchiò. "È uguale a tua nonna quando era giovane. Capelli scuri, occhi azzurri. È una Waverley, poco ma sicuro." Sydney strinse Bay con fare protettivo. No, non lo è. "Adora i Pop-Tarts alla fragola. Grazie per averglieli portati", disse. "È bello sapere che le cose hanno uno scopo." Evanelle diede un colpetto al ginocchio di Sydney. "Dov'è Claire?" "Occupata in cucina, prepara un pranzo." "L'aiuterai?" "Sì." Gli occhi acuti della cugina la scrutavano. Sydney le aveva sempre voluto bene. Come si fa a non amare una vecchia signora che porta doni? Claire comunque sembrava comprenderla meglio. "Tienilo a mente: tua sorella detesta chiedere." Bay stava facendo di nuovo la ruota in giardino. 51
Trascorse qualche minuto prima che Evanelle riprendesse a parlare. "Non è facile chiedere aiuto. Hai avuto coraggio a venire qui. Sono fiera di te." Sydney incontrò gli occhi della vecchia signora e seppe che sapeva.
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Erano quasi le cinque del pomeriggio di venerdì quando Claire, Sydney e Bay rientrarono a casa dal pranzo a Hickory. Bay si era addormentata sul furgone. Sydney aveva pensato che Claire potesse seccarsi all'idea che la bimba andasse con loro, ma non aveva discusso quando le aveva detto che non intendeva lasciare la piccola con Evanelle. Non avrebbe lasciato la figlia in un posto sconosciuto. Non ancora. E la sorella aveva commentato: "Certo che no. Verrà con noi". Solo questo. Bay si era divertita. Le vecchie signore dell'Associazione dei botanici amatoriali avevano gradito la sua presenza, e ogni volta che Claire e Sydney rientravano dal salone dopo aver ritirato i piatti o aver versato da bere, Bay aveva ripulito o sistemato a modo suo, sapendo istintivamente dove le cose dovevano andare. Sydney portò la figlia al piano di sopra e la mise a letto, quindi accese un ventilatore che Claire aveva preso dal solaio; la calura estiva aveva invaso la casa. Si cambiò e indossò un paio di pantaloncini e una maglietta, pensando che sua sorella avrebbe fatto lo stesso prima di scaricare il furgone. Quando tornò al piano di sotto, però, constatò che, in quel breve tempo, Claire aveva già portato tutto in cucina, riempito le caraffe di bicarbonato di soda e acqua calda e adesso stava caricando la lavastoviglie. Indossava ancora la camicia, la gonna e il grembiule azzurro. "Volevo darti una mano", disse Sydney. Claire sembrò sorpresa di vederla. "Non preoccuparti, faccio sempre da sola. Tu riposati. Ah, non sapevo se preferivi assegno o contanti, così ho prelevato... Là c'è la busta." Sydney tacque. Non capiva. Non era stata una bella giornata? Non avevano lavorato bene insieme? Le signore avevano apprezzato il pranzo di Claire e si erano complimentate con Sydney per il servizio, anche se lei, all'inizio, aveva provato un certo nervosismo. Ai tempi in cui lavorava come cameriera rubacchiava ai clienti. E se quelli si lamentavano, cercava di appianare le cose flirtando e sorridendo. E non guastava andare a letto con il proprietario, così lui prendeva le sue difese se le proteste non si placavano. Aveva temuto che tornare a servire le facesse provare nostalgia per quella fase della sua vita. Ma non era 53
successo. Era piacevole lavorare onestamente, duramente. Al contrario, quella giornata le aveva rammentato quello che forse era stato il periodo migliore. Il salone di bellezza di Boise. I piedi doloranti, i crampi alle mani, i capelli tagliati che, finendole sotto gli abiti, le irritavano la pelle. Che meraviglia! E ora Claire le stava dicendo che non le serviva più. Sydney se ne stava lì, mentre la sorella continuava a lavorare. E adesso? Sarebbe impazzita se le avesse permesso di darle una mano solo di tanto in tanto. Claire le aveva persino vietato di sbrigare le faccende domestiche. "Ti aiuto?" "È tutto a posto. Ci penso io." Senza aggiungere una parola, Sydney prese la busta e uscì dal retro. Si appoggiò alla Subaru, contò il denaro. Claire era stata generosa. Con quei soldi avrebbe potuto andarsene in giro, comprarsi qualcosa. Probabilmente era quello che sua sorella si aspettava. Che facesse il pieno alla macchina e andasse a trovare qualcuno. Ma la sua auto era senza targa e la polizia avrebbe potuto fermarla. E in fondo non voleva rivedere nessuno. Ripiegò la busta e la infilò nella tasca posteriore degli short. Non aveva voglia di rientrare e stare a guardare Claire al lavoro, così camminò lungo il vialetto, smuovendo la ghiaia che sua sorella più tardi avrebbe probabilmente sistemato con un rastrello, rimettendo tutto al proprio posto. Raggiunse il giardino sul davanti e osservò la casa di Tyler. La jeep era parcheggiata sul marciapiede. D'impulso attraversò il giardino, salì i gradini. Bussò e attese, le mani in tasca, cacciate più in fondo che poteva. E se dormiva? Be', sarebbe tornata a casa. Finalmente udì dei passi. Sorrise. Quando lui aprì, Sydney tirò le mani fuori dalle tasche. Tyler indossava maglietta e jeans macchiati di vernice; aveva un aspetto spiegazzato, svagato, come se si chiedesse di continuo dove andasse a finire il tempo. "Ciao", disse dopo che lui l'ebbe squadrata per alcuni istanti, confuso. "Sono Sydney Waverley, della porta accanto." Tyler alla fine sorrise. "Oh, certo. Mi ricordo." "Ho pensato di passare per un saluto." Gli occhi di Tyler saettarono alle 54
spalle di Sydney, poi al suo fianco. Mise fuori la testa e lanciò un'occhiata verso casa Waverley. Sydney sapeva cosa stava facendo, e si domandò come avesse fatto Claire a colpire tanto quel tipo. Forse aveva una passione per i maniaci del controllo. "Mia sorella non c'è." Sembrò imbarazzato. "Mi dispiace", disse indietreggiando. "Prego, accomodati." Da bambina era stata in quella casa un paio di volte, ai tempi della vecchia signora Sanderson. Era molto cambiata da allora: era più luminosa e aveva un profumo migliore. La vecchia Sanderson amava i gatti. Nel salotto vide un bel divano rosso e alcune comode poltrone, sistemati in modo strano, come se fossero rimasti là dove gli uomini dei traslochi li avevano lasciati. Alle pareti erano appoggiati tanti quadri senza cornice; c'erano scatoloni ovunque. "Non avevo capito che ti fossi appena trasferito." Tyler si passò una mano tra i capelli. "Circa un mese fa. Avevo intenzione di svuotare gli scatoloni. Sto dipingendo in cucina. Che ore sono?" "Le cinque passate. Di che colore la stai facendo?" Tyler scosse la testa. "No, no. Dipingo in cucina. È lì che ho sistemato il cavalletto." "Ah, sei un pittore pittore" "Insegno arte all'Orion." Tolse alcuni giornali da una poltrona e li appoggiò a terra. "Siediti." "Da quanto sei arrivato a Bascom?" gli domandò Sydney. "Da un anno circa." Lui si guardò intorno in cerca di un posto dove sedersi a sua volta e si passò di nuovo la mano tra i capelli per allontanarli dalla fronte. "Sai, potrei spuntarti i capelli, se ti va." Di nuovo lui la fissò con sguardo imbarazzato. "Mi dimentico di tagliarli. Davvero lo faresti?" "Davanti a te c'è una diplomata alla scuola per estetista." "D'accordo. Certo. Grazie." Tolse uno scatolone dal divano e si 55
accomodò. "Sono felice che tu sia venuta. Non conosco ancora nessuno dei vicini... Be', a eccezione della signora Kranowski, che sembra passare metà della giornata a inseguire il suo cane, Edward, per tutto il quartiere." "Ricordo la signora Kranowski. Quanti anni avrà adesso, cento?" "E corre sorprendentemente veloce." Sydney rise e si congratulò con se stessa. Era stata una buona idea. "Domani vengo qui con la mia valigetta e ti darò una spuntatina. Ti scoccia se porto mia figlia?" "Niente affatto." Sydney lo studiò per qualche istante. "E così ti piace mia sorella." L'aveva colto con la guardia abbassata, eppure Tyler non ebbe timore di risponderle. "Sei andata dritta al punto, vedo. Non conosco abbastanza tua sorella, però... sì, mi piace. Mi affascina." Sorrise e si sporse in avanti, appoggiando i gomiti alle ginocchia, sincero ed entusiasta. Quel sorriso era contagioso come uno sbadiglio e Sydney non poté non ricambiarlo. "Ho fatto un sogno su di lei... Non mi è mai successo niente di simile. Aveva i capelli corti e in testa portava una fascia..." Si interruppe e si appoggiò alla spalliera. "Ora smetto, prima di sembrare ancora più ridicolo." Non pareva affatto ridicolo. Sembrava carino, così carino che Sydney invidiò Claire. "Anche a mia figlia va a genio." "Non ne sembri felice." "No, non intendevo questo." Sydney sospirò. "È solo che non me lo sarei aspettata. Claire e io da bambine litigavamo sempre. Penso fossimo entrambe felici quando alla fine lasciai la città. Non le ero molto simpatica. E non credevo che Bay le sarebbe piaciuta." "Per quanto tempo sei stata via?" "Dieci anni. E mai avrei pensato di tornare." Scosse la testa, quasi a scacciare i ricordi. "Ti dà fastidio che sia qui? È mia sorella quella che ti piace, non io, perciò non sentirti obbligato: ho solo bisogno di uscire di casa ogni tanto. Ti va una pizza? Offro io." "Mi sembra una buona idea. Non credo di aver mangiato, oggi." Tyler la guardò assorto. "E puoi venire a trovarmi ogni volta che vuoi! Certo che 56
dieci anni sono tanti. Non ci sono vecchi amici che vorresti rivedere?" Vecchi amici! Sydney quasi scoppiò a ridere. Traditori doppiogiochisti e senza palle, quelli sì. Vecchi amici, no. "No. Rientra nel discorso di prima: non avrei mai pensato di tornare." "Ponti bruciati?" domandò Tyler astutamente. Non era per niente svagato come il suo stile di vita sembrava dare a intendere. "Qualcosa di simile."
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4 Quella sera, dall'altra parte della città, mentre si preparava per il ballo di beneficenza, Emma Clark non aveva idea che il suo mondo si sarebbe capovolto. In realtà aspettava quella serata con ansia, perché amava le attenzioni che le venivano riservate. Le Clark adoravano stare sotto i riflettori. In particolare adoravano gli sguardi degli uomini, che non mancavano mai viste le loro leggendarie doti sessuali. Le Clark si erano sempre sposate bene. Il marito di Emma, Hunter John Matteson, era il miglior partito di Bascom e tutti lo sapevano. Era estroverso, bello, atletico, nonché erede di una prospera azienda di costruzioni. La madre di Emma, da donna astuta qual era, aveva deciso che la figlia sarebbe stata sua moglie quando ancora Emma e Hunter John erano dei mocciosi. Le loro famiglie bazzicavano gli stessi circoli, così non era stato difficile buttare lì allusioni e incoraggiamenti. Un'estate Emma e Hunter John avevano dieci anni - i Clark e i Matteson avevano persino trascorso un mese insieme a Cape May. "Guarda come sono carini insieme", non faceva che ripetere la signora Clark. L'unico problema era che, nonostante le manovre della madre, nonostante la bellezza e la posizione sociale di Emma, nonostante lei facesse perdere la testa ai ragazzi sin da quando aveva quindici anni e qualunque uomo sano l'avrebbe desiderata, per tutto il periodo del liceo Hunter John era stato disperatamente innamorato di Sydney Waverley. Lui sapeva bene che non avrebbe dovuto avere a che fare con lei: la gente del suo calibro non socializzava con le Waverley. Ma i suoi amici se ne erano accorti. Lo avevano capito dal modo in cui la guardava e da quell'atteggiamento da adolescente affranto, come se una vita senza amore non meritasse di essere vissuta. Quando compì sedici anni, Hunter John ebbe il primo e unico atto di ribellione. Chiese a Sydney di uscire con lui. Inaspettatamente, i suoi genitori non ebbero niente da ridire. "Lascia che il ragazzo si diverta un po'", aveva commentato il padre. "È la Waverley carina, e sembra diversa dalle altre. È innocua. Il mio ometto sa cosa ci si aspetta da lui alla fine 58
della scuola. Anch'io mi sono guardato intorno, prima di sistemarmi." Era stata la seconda peggior giornata nella vita di Emma. Nei due anni successivi, la cricca scolastica di Hunter John non aveva avuto altra scelta se non accettare Sydney, perché lei e Hunter John erano diventati inseparabili. La signora Clark aveva insegnato alla figlia a tenere la bocca chiusa e i nemici vicini, così, anche se le rodeva, Emma aveva accolto Sydney come un'amica. Spesso la invitava a dormire da lei. I Clark avevano molte stanze, ma Emma le chiedeva di dormire per terra. A Sydney non importava, perché odiava casa Waverley e qualsiasi cosa era meglio che stare tra quelle mura. Il più delle volte, però, anche Emma finiva sul pavimento della propria stanza con Sydney a chiacchierare o a fare i compiti. Sydney era una Waverley, certo, ma era sveglia, divertente, e ci sapeva fare con i capelli. Emma non avrebbe mai dimenticato quella volta in cui le aveva permesso di pettinarla: quel giorno ogni cosa era andata a meraviglia, come per magia. Hunter John le aveva persino detto quanto fosse carina. Lei non era mai stata capace di replicare quell'acconciatura. C'era stato un tempo in cui a Emma Sydney piaceva, però poi, quella sera, nei loro sacchi a pelo distesi per terra, Sydney le aveva confessato che lei e Hunter John l'avrebbero fatto. La giovane Clark per poco non era scoppiata a piangere. Era più di quanto potesse sopportare. Per anni era rimasta a guardare il ragazzo al quale era predestinata innamorato di un'altra. Le era stato imposto di diventare amica della ragazza che lo allontanava da lei. E adesso Sydney sarebbe andata a letto con lui? Era l'unica cosa nella quale Emma sapeva di essere la migliore, e Sydney l'avrebbe avuto per prima. Aveva dovuto raccogliere tutte le forze per aspettare che l'altra si addormentasse, poi era corsa dalla mamma per raccontarle ogni cosa. Ricordava ancora come sua madre l'aveva abbracciata accarezzandole i capelli. Ariel era a letto, tra le lenzuola di seta. La sua stanza profumava sempre di candele e i cristalli del candeliere lanciavano scintille di luce tutt'intorno. La mamma era tutto quello che Emma avrebbe voluto essere: una fantasia divenuta realtà. "Ora, Emma", le aveva detto Ariel, "tu lo fai, e lo fai bene da un anno ormai. Tutte le Clark sono brave a letto. Quale credi sia la causa dei nostri buoni matrimoni? Smettila di preoccuparti. Lei lo ha ora. Tu lo avrai per il 59
resto della vita. È solo questione di tempo. Tu sei sempre stata la migliore, ed è una buona cosa che gli uomini abbiano un metro di paragone. Questo non significa che tu non possa diffondere qualche falsa informazione. So che sembra impossibile, ma molte donne hanno paura della prima volta." Emma era scoppiata a ridere. Le Clark non avevano mai avuto paura del sesso. Sua madre l'aveva baciata sulla fronte, le labbra fresche, morbide. Quindi si era allungata di nuovo sul letto e aveva detto: "Ora vai. Tuo padre sta per tornare". Il giorno dopo Emma aveva raccontato storie terribili su quanto facesse male la prima volta e aveva dato a Sydney una serie di consigli sbagliati. In seguito non forzò mai l'amica a raccontarle i dettagli, ma l'espressione soddisfatta sul volto di Hunter John quando, alla fine, fece sesso con lui, le disse più di mille parole. Sydney aveva rotto con Hunter John e lasciato la città subito dopo il diploma. Era rimasta sconvolta dalla scoperta che la scuola era stata solo una bolla, che lei e Hunter John non potevano stare insieme nella vita vera, che gli amici di quegli anni non potevano più esserlo da adulti. L'alta società di Bascom li aspettava, e ognuno avrebbe dovuto fare ciò che i loro genitori e il loro cognome prevedevano. Sydney, furiosa e ferita, aveva capito di essere solamente una Waverley. Nessuno si era reso conto che lei non conosceva le regole. Si era innamorata di Hunter John e aveva pensato fosse per sempre. Emma avrebbe forse provato un pizzico di dispiacere per Sydney se non fosse stato ovvio che anche Hunter John soffriva. Era stato difficile, quell'estate, riuscire a consolarlo. Anche dopo aver fatto l'amore con lei, continuava a dire di volersene andare al college, una volta aveva persino detto che Sydney aveva fatto bene a fuggire. Quella città non gli avrebbe dato niente. Così Emma aveva fatto l'unica cosa possibile. Aveva smesso di prendere la pillola di nascosto da Hunter John ed era rimasta incinta. Lui non era partito e l'aveva sposata. E non se ne era mai lamentato. Qualche anno dopo avevano deciso, questa volta insieme, di avere un 60
secondo figlio. Hunter John si era messo a lavorare per il padre e quando questi era andato in pensione - trasferendosi con la moglie in Florida aveva rilevato l'impresa di costruzioni. Emma e Hunter John avevano traslocato nella casa di famiglia. Sembrava tutto perfetto, anche se lei non sapeva mai con certezza dove stesse il cuore di suo marito. Il che ci riporta alla giornata peggiore della vita di Emma Clark. Quel venerdì sera, Emma non si rendeva ancora conto che qualcosa di grosso sarebbe successo, malgrado ci fossero tutti i segnali. I capelli non si arricciavano. Sul mento era spuntato un foruncolo. Sul candido vestito che aveva pensato di indossare per il ballo in bianco e nero era misteriosamente comparsa una macchia che la cameriera non era riuscita a togliere, così era stata costretta a ripiegare sul nero. Era un abito meraviglioso - come tutti i suoi abiti ma non era quello che aveva programmato di indossare. Emma non si sentiva a proprio agio. Quando lei e Hunter John arrivarono, ogni cosa sembrava normale. Perfetta. Il ballo dell'ospedale si teneva sempre alla Harold Manor, una storica dimora dei tempi della Guerra Civile dove si svolgevano tutti gli eventi sociali della città. Era un ambiente meraviglioso, da sogno, fuori dal tempo. Gli uomini indossavano completi tanto inamidati da non potersi piegare, e le strette di mano delle signore erano delicate come pasticcini. Le Clark, lì, si sentivano a casa. Emma fu immediatamente al centro dell'attenzione, come sempre. Eppure c'era qualcosa di strano nell'aria. Pareva che la gente parlasse di lei, che tutti volessero ronzarle attorno, ma per le ragioni sbagliate. Hunter John non si accorse di nulla - del resto lui non si curava mai di niente -, allora Emma cercò subito la madre: le avrebbe detto quanto era bella quella sera, che andava tutto bene. Suo marito la baciò sulla guancia, poi puntò verso il bar, dove si erano radunati i suoi amici: a simili eventi i giovani rampolli diventavano batuffoli di polvere che si ficcavano negli angoli nel tentativo di allontanarsi dall'oscillare delle gonne e dal calore delle risate femminili. Mentre cercava la madre, Emma si imbatté in Eliza Beaufort, una delle sue migliori amiche ai tempi del liceo. "Tieniti stretta i Beaufort", le ripeteva sempre Ariel. "E saprai cosa dicono di te." "Oh, Signore, non vedevo l'ora che arrivassi!" esclamò Eliza. Il rossetto 61
era sbavato per il gran parlare. "Voglio sapere cosa ne pensi." Emma sorrise distrattamente. "Che ne penso di cosa?" domandò, guardando oltre la spalla dell'amica. "Non lo sai?" "Sapere cosa?" "Sydney Waverley è tornata in città. " Eliza quasi sibilò le parole, come se stesse pronunciando una bestemmia. Gli occhi di Emma saettarono per incontrare quelli dell'altra. Per il resto non mosse un muscolo. Ecco perché tutti sembravano comportarsi in modo strano quella sera! Perché Sydney era tornata, e chiunque non vedeva l'ora di vedere Emma e studiarne il comportamento! La faccenda la disturbava per diverse ragioni. Soprattutto perché la gente sembrava pensare che lei dovesse avere una qualche reazione. "È tornata mercoledì e sta dalla sorella", continuò Eliza. "Ha persino aiutato Claire per un lavoro a Hickory, questo pomeriggio. Davvero non lo sapevi?" "No. E così è tornata. E allora?" Eliza alzò un sopracciglio. "Non pensavo la prendessi tanto bene." "Lei non ha mai significato niente per noi. E Hunter John è felice: non ho di che preoccuparmi. Ora devo trovare mia madre. Ci vediamo a pranzo la settimana prossima, vero? Baci, baci." Finalmente scorse la madre seduta a un tavolo, impegnata a sorseggiare champagne e intrattenere alcuni ospiti che si erano fermati a salutarla. Ariel aveva un aspetto regale, elegante, e dimostrava dieci anni di meno. Come Emma era bionda, con un seno vistoso. Guidava una cabriolet, indossava diamanti con i jeans, e non si perdeva un evento sociale. Era così del Sud che le sue lacrime sgorgavano direttamente dal Mississippi. Odorava sempre un po' di piante del cotone e pesche. Alzò lo sguardo non appena la figlia si avvicinò ed Emma capì che sapeva. Non solo sapeva. Non ne era contenta. No, no, no, pensò. Non c'è niente che non vada. Non farlo, mamma. Ariel si alzò e lanciò al marito un sorriso provocante, lo lasciò lì, a immaginare quello che avrebbero fatto a letto, quella notte. 62
"Facciamo una passeggiata sulla veranda", propose prendendo Emma sottobraccio e conducendola con decisione all'aperto. Madre e figlia passarono davanti a diversi gruppetti di invitati fuori per fumare e sorrisero, perché sorridere significava che tutto andava bene. Raggiunsero l'angolo più remoto. Ariel disse: "Senza dubbio hai saputo di Sydney Waverley. Non ti preoccupare. È tutto a posto". "Non sono preoccupata, mamma." La madre la ignorò. "Ecco cosa devi fare. Primo, riserva un trattamento speciale a Hunter John. Prenditi cura di te stessa ancora di più. Il prossimo weekend organizzerò un party a casa tua: invita gli amici più intimi. Fa' vedere a tutti quanto sei meravigliosa, speciale. Hunter John constaterà quanto sei invidiata. Lunedì andiamo a fare shopping e compriamo un bel vestito. Il rosso è un colore che ti dona, tuo marito ti adora in rosso. E, parlando di vestiti, perché sei in nero? Stai meglio in bianco." "Mamma, non sono preoccupata per il ritorno di Sydney." Ariel prese il viso della figlia tra le mani. "Oh, dolcezza, dovresti esserlo. I primi amori sono potenti. Ma se continuerai a ricordare a tuo marito perché ha scelto te, non avrai problemi."
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Più tardi, quella sera, Emma non vedeva l'ora di trovarsi a letto con Hunter John. Continuava a dire a se stessa che tanto ardore non aveva niente a che fare con il ritorno di Sydney. Una volta a casa, controllò i bambini nella loro stanza e distrattamente diede la buona notte alla tata. Iniziò a spogliarsi nell'attimo in cui mise piede nella suite padronale, quindi rimase nuda a eccezione delle scarpe con il tacco e della collana di perle che suo marito le aveva regalato l'anno prima, per il suo ventisettesimo compleanno. Lui entrò qualche minuto dopo con un sandwich e una birra. Il "cibo da ballo", come lo chiamava, lo lasciava sempre affamato. Lo faceva ogni volta che tornavano a casa da un evento ufficiale, e anche se a Emma l'abitudine non andava tanto giù, non era un motivo valido per litigare. Anche perché, in fondo, lui la raggiungeva sempre in camera da letto, non mangiava da solo in cucina. Ora non sembrò sorpreso di trovarla nuda. Emma si domandò quando fosse successo. Quando aveva iniziato ad aspettarselo anziché desiderarlo? Hunter John sorrise vedendola avanzare e togliergli dalle mani la bottiglia e il piatto con il sandwich. Li appoggiò sul tavolo vicino alla porta e spinse il marito verso il letto sbottonandogli giacca e camicia. Sempre sorridendo, lui lasciò fare. "A cosa devo tutto ciò?" domandò mentre Emma gli apriva la zip dei pantaloni. Lei gli si mise a cavalcioni e lo guardò in volto. Si fermò, per non sollecitarlo troppo. Lui se lo aspettava, pensava che facesse di tutto per compiacerlo, e questo lo eccitava. Con le mani cercò di abbassarle i fianchi e iniziò a muoversi sotto di lei, ma Emma rimaneva immobile. Le piaceva il sesso, e sapeva di esserci portata. E se sua madre avesse avuto ragione? Era tutto ciò che aveva? Se non fosse stato per la sua abilità a letto lui sarebbe stato ancora lì? Doveva preoccuparsi per il ritorno di Sydney? "Hunter John", sussurrò piegandosi a baciarlo, "mi ami?" La risata di lui si perse in un gemito quando credette di capire il senso di quei preliminari. "Okay, che hai fatto?" "Cosa?" "Hai comprato qualcosa?" domandò indulgente. "Qualcosa di costoso? Di questo si tratta?" Allora pensava che volesse qualcosa da lui. E, a essere 64
onesta, era proprio così. Sempre. Otteneva tutto dal marito in quel modo. Tutto, eccetto una cosa. Non le era sfuggito che Hunter John non aveva risposto alla domanda. Non le aveva detto che l'amava. Però aveva amato Sydney, quindi lei avrebbe dovuto fare ciò che sua madre le aveva suggerito. Lavorare duro per tenersi quello che era suo. "Voglio comprarmi un vestito rosso", iniziò. Si sentiva come un uccellino incastrato in un cespuglio di rovi, coperto di spine, spaventato, folle. "Un magnifico vestito rosso." "Non vedo l'ora di vedertelo addosso." "Lo vedrai. E poi mi vedrai senza." "Ecco quel che mi piace sentire."
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Lunedì pomeriggio Claire riattaccò il telefono, ma la mano rimase sul ricevitore. Sedeva alla sua scrivania nella dispensa. L'aria cambia quando si intuisce che c'è qualcosa di sbagliato, anche se non si sa bene di cosa si tratti. Claire lo percepiva. La plastica del telefono era troppo calda. Le pareti trasudavano leggermente. Se fosse uscita in giardino sapeva che avrebbe visto l'ipomoea alba in piena fioritura, a metà giornata. "Claire?" Claire si voltò e vide Sydney sulla porta. "Ciao", la salutò. "Quando siete tornate?" Per il quarto giorno di fila, Sydney e Bay erano state a casa di Tyler. "Qualche minuto fa. Tutto bene?" "Non lo so." Claire allontanò la mano dal telefono caldo. "Ho appena ricevuto una telefonata: mi hanno chiesto di organizzare una cena a casa dei Matteson per il prossimo weekend." Sydney incrociò le braccia al petto. Poi le lasciò cadere lungo i fianchi. Esitò prima di domandare: "I Matteson che vivono in quella grande casa in stile Tudor su Willow Springs Road?" "Sì." "Un breve preavviso", commentò Sydney cauta, curiosa. "Già. Infatti la signora mi ha detto che proprio per questo mi pagherà il doppio, solo se avrò abbastanza aiuto per quella sera." "Mi è sempre piaciuta la signora Matteson", disse Sydney, mentre le sue parole venivano animate da una scintilla. Una scintilla di speranza. "Accetterai il lavoro? Ti aiuto io." "Sei sicura?" indagò Claire, perché ancora qualcosa non le tornava. Sua sorella aveva avuto una relazione con Hunter John, era stata amica di Emma. Se avesse avuto voglia di rivederli, sarebbe già andata a trovarli invece di trascorrere tutto il tempo rinchiusa in casa o nascosta da Tyler. "Certo." Claire si strinse nelle spalle. Probabilmente leggeva troppo fra le righe. "Allora okay. Grazie." 66
Sydney sorrise e tornò sui propri passi. Claire la seguì in cucina. Per certi aspetti Sydney non era cambiata: aveva gli stessi capelli castano chiaro, naturalmente ricci al punto da sembrare onde di caramello su una torta, la splendida pelle leggermente abbronzata, le efelidi sul naso. Aveva perso peso, ma aveva ancora un corpo incredibile, talmente minuto da far sentire Claire, ben più alta di lei, pesante e goffa. Questi erano gli aspetti familiari. Per il resto, Sydney era un mistero. Era arrivata ormai da quasi una settimana e ancora Claire cercava di raccapezzarsi. Era una madre meravigliosa, senza dubbio. Lorelei non era stata un grande esempio, e la nonna ci aveva provato, ma niente a che vedere con Sydney. Era amorevole, sollecita, in ogni momento sapeva dove si trovava Bay, ma allo stesso tempo le lasciava il suo spazio, le permetteva di sognare, di giocare. Era emozionante per Claire osservare la sorella più piccola comportarsi da grande genitore. Dove l'aveva imparato? E dov'era stata? Sydney era nervosa, e il nervosismo non faceva parte della sua natura. Proprio la sera prima, Claire non riusciva a dormire ed era uscita in giardino. Si era ritrovata chiusa fuori perché la sorella, più volte durante la notte, si alzava per controllare che al piano di sotto tutto fosse sprangato a doppia mandata. Da che cosa scappava? Chiederglielo non serviva a niente: Sydney cambiava argomento quando lei le domandava degli ultimi dieci anni. Dopo essersene andata da Bascom era arrivata a New York. Questo era tutto quel che sapeva. Ciò che era successo dopo poteva solo immaginarlo. E nemmeno Bay si sbottonava: raccontava che era nata su un autobus della Greyhound e che lei e sua madre non avevano vissuto da nessuna parte. Anzi, avevano vissuto ovunque. Claire la osservò avvicinarsi alla pentola sui fornelli. "Oh, dimenticavo perché ero venuta a cercarti. Ho invitato Tyler a cena", disse Sydney annusando la zuppa di pollo alla camomilla. Claire la fissò a bocca aperta. "Che hai fatto?" "Ho invitato Tyler a cena. È okay, vero?" Claire non rispose e andò dritta al contenitore per il pane. Prese una pagnotta integrale e iniziò ad affettarla per preparare dei sandwich. 67
"E dai", continuò Sydney ridendo. "Concedigli una tregua! È così magro. E ha bigliettini sparsi per casa per ricordarsi di mangiare! Mi ha raccontato che se ne dimentica. Ieri mi ha mostrato alcuni dei suoi lavori, ed è un fenomeno. Ma, giuro su Dio, se mi fa un'altra domanda su di te gli suggerisco di andare in terapia. Tyler è carino. Se non lo vuoi, diglielo, così la smetterà di girarti intorno e io avrò una possibilità." Claire alzò la testa di colpo. "E per questo che passi così tanto tempo da lui? Lo vuoi?" "Io no. Ma perché non lo vuoi tu?" Claire fu salvata da qualcuno che stava bussando. "È per te", sussurrò Sydney. "È il tuo ospite." Sydney sorrise e andò ad aprire. Claire mise giù il coltello per il pane e si sforzò di sentire quel che Tyler diceva. "Grazie per l'invito", lo udì esordire. "Bella casa." "Vuoi fare un giro?" gli propose Sydney. Claire si mise subito in agitazione. Non voleva che la sorella gli mostrasse la casa. Non voleva che lui conoscesse i suoi segreti. "Certo." Claire chiuse gli occhi un istante. Pensa, pensa, pensa. Cosa avrebbe potuto fare perché Tyler la dimenticasse, perché fosse meno interessato a lei? Quale pietanza avrebbe potuto distogliere la sua attenzione da lei? Non aveva il tempo di preparare un piatto specifico. Non ci voleva. Avere a che fare con Sydney e Bay, cercare di inserirle nella propria routine, era già troppo. E per giunta sapendo che se ne sarebbero andate. Sydney aveva odiato quella casa e quella città. Ancora adesso cercava di proteggere Bay dalle stranezze. Per questo non le aveva parlato né del giardino o del melo, né di cosa significasse essere una Waverley a Bascom. Sarebbe bastato un commento, una smorfia da parte di qualcuno, e Sydney sarebbe di nuovo sparita come fumo. Tyler però sarebbe stato un elemento facile da controllare. Claire avrebbe dovuto tentare di dissuaderlo in ogni modo. Con veemenza e, se fosse stato necessario, persino con rudezza. Per lui non c'era spazio. Semplice. Stava permettendo a troppe persone di entrare nella sua vita. 68
Bay entrò e abbracciò Claire, come se abbracciare qualcuno senza un motivo particolare fosse la cosa più naturale al mondo, e la zia ricambiò la stretta per un momento. Poi la piccola corse via e andò a sedersi al tavolo. Sydney ricomparve seguita da Tyler. Claire notò subito che si era tagliato i capelli. Stava bene, i capelli corti gli conferivano un aspetto più concentrato. E questo, decise quando gli occhi di lui si posarono su di lei, non era una buona cosa. Non puoi perdere quel che non hai, pensò, e distolse lo sguardo. "Dev'essere stato formidabile crescere in questa casa", disse Tyler. "Sì, interessante", ribatté Sydney. "Il terzo gradino della scala cigola. Quando eravamo ragazze, ogni volta che qualcuno vi saliva, un topo spuntava dalla tana nel gradino di sopra per vedere chi faceva quel baccano." Claire guardò la sorella, sorpresa. "Tu lo sapevi?" "Non sarò una Waverley in tutto e per tutto, però sono cresciuta qui anch'io." Sydney staccò un pezzetto di pane mentre Claire preparava i sandwich e li disponeva su un piatto. "Mia sorella ha imparato tutte queste ricette folli dalla nonna." "Queste non sono ricette folli, solo zuppa e panini al burro di arachidi con gelatina." Sydney ammiccò a Tyler. "Panini al burro di mandorle e alla gelatina di zenzero." Improvvisamente, Claire si sentì prudere la pelle. Sydney era così disinvolta, e lei l'aveva sempre odiata per questo. Con quanta naturalezza chiacchierava con Tyler, come se fosse una cosa da niente stabilire dei legami che potevano essere facilmente spezzati. "Eravate molto unite da ragazze?" domandò lui. "No", rispose Sydney anticipando Claire. Claire riempì tre scodelle di zuppa e le appoggiò sul tavolo accanto al piatto con i sandwich. "Buon appetito", disse. Quindi uscì dalla cucina e si recò in giardino, sotto gli occhi di Tyler, Sydney e Bay. Circa tre quarti d'ora dopo, Claire aveva finito di scavare una buca 69
presso la recinzione e vi stava sotterrando le mele cadute dall'albero. C'era umidità, l'aria era spessa come sciroppo di sorgo, un anticipo dell'estate appiccicosa che sarebbe arrivata. "Smettila", continuava a dire all'albero che le lanciava mele tutt'intorno tentando di irritarla. "Più ne lanci, più ne sotterro. E lo sai che ti ci vuole una settimana per farne di nuove." Una piccola mela le cascò in testa. Lei guardò in su verso i rami, che oscillavano piano nonostante non ci fosse un filo d'aria. "Ti ho detto di smetterla." "È questo il tuo segreto?" Si girò e vide Tyler in piedi sul prato. Da quanto se ne stava lì? Non lo aveva nemmeno sentito avvicinarsi. L'albero l'aveva distratta. Dannato melo! "Il mio segreto?" domandò Claire, cauta. "Il segreto di questo giardino. Tu parli alle piante." "Oh." Lei tornò a raccattare mele. "Sì, è questo." "La cena era ottima." "Lieta che ti sia piaciuta." E visto che lui non si muoveva, aggiunse: "Sono un po' occupata". "Sydney mi aveva anticipato che mi avresti risposto così. E ha aggiunto di venire qui comunque." "La sicurezza di mia sorella è affascinante, lo so, però credo che in questo momento abbia bisogno di un amico", ribatté Claire, subito sconvolta da quelle parole. Non aveva avuto intenzione di dirle: davano l'impressione che le importasse. Certo, voleva che Tyler volgesse le proprie attenzioni altrove, ma non a Sydney. Chiuse gli occhi. Pensava di avere ormai superato la gelosia. "E tu? Non hai bisogno di un amico?" Lei lo guardò. Era a proprio agio lì, in piedi, con i jeans trasandati, la camicia fuori dai pantaloni. Per un istante desiderò avvicinarsi a lui, farsi stringere dalle sue braccia, lasciarsi avvolgere da quel senso di calma. Che le succedeva? "Non ho bisogno di amici." 70
"Ti serve qualcosa di più?" Claire non aveva molta esperienza in fatto di uomini, ma capì cosa intendeva. Sapeva cosa significavano quei piccoli crepitii rossi che lo circondavano. "Mi piace quel che ho." "Anche a me, Claire. Sei bellissima", mormorò Tyler. "Ecco, l'ho detto. Non ce la facevo più." Non temeva di essere ferito. Anzi, sembrava aspettarselo. Uno dei due doveva tornare con i piedi per terra. "Quando dicevo che ero impegnata, lo intendevo sul serio." "Quando dicevo che eri bellissima, lo intendevo sul serio." Claire tornò alla buca vicino alla recinzione e vi gettò le mele. "E sarò impegnata per molto, molto tempo." Quando si voltò, Tyler sghignazzava. "Be', io no." A disagio, Claire lo vide allontanarsi. Voleva forse dirle qualcosa? Era un avvertimento? Ho tutto il tempo del mondo per arrivare dove voglio.
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5 La residenza dei Matteson era come la ricordava. Ancora adesso Sydney sarebbe potuta arrivare nella stanza di Hunter John a occhi chiusi. Quando erano soli in casa, lei fingeva che vivessero lì insieme. Se ne stavano a letto e lei sognava il futuro. Dopo il diploma, però, lui l'aveva lasciata. "Pensavo avresti capito", le aveva detto. Allora non aveva compreso. Ora sì. Ora capiva. L'aveva amato. Lui era forse stato l'unico uomo che lei avesse amato così tanto, con una tale speranza. Ora capiva che avrebbe lasciato Bascom comunque, con o senza di lui. Lui non era stato in grado di accettarla per quella che era, ora lo capiva. Lo capiva meglio di ogni altra cosa, perché nemmeno lei ne era stata capace. Mentre entrava in cucina con Claire provò un piccolo brivido a stare in un luogo in cui sapeva di non doversi trovare. Non sarebbe dovuta venire, ma non aveva resistito. Forse era la sfida, la stessa sfida di quando girava per le case dei suoi ragazzi mentre erano al lavoro e rubava i soldi nascosti prima di abbandonare la città. Anche qui avrebbe rubato qualcosa: i ricordi che non le appartenevano più. Perché lo faceva? Perché il miglior periodo della sua adolescenza, i più bei ricordi di Bascom, coincidevano con i tempi in cui lei e il miglior partito della città stavano insieme. Tutti l'ammiravano, la accettavano. Sydney aveva bisogno di quei buoni ricordi più di quanto ne avessero i Matteson, che probabilmente non avevano sentito la sua mancanza. E che forse l'avevano dimenticata. La governante venne loro incontro e si presentò. Joanne, una quarantina d'anni, aveva i capelli neri, lucidi, talmente lisci e laccati che a stento si muovevano. E questo particolare significava solo una cosa: odiava gli errori. "I fiori sono già stati consegnati. Mi è stato ordinato di aspettare il vostro arrivo prima di sistemarli", disse. "Quando avrete finito di scaricare, mi troverete nel patio. Sapete dov'è?" "Sì", rispose Sydney mentre Joanne scompariva attraverso le porte della dispensa. "Myrtle mi piaceva di più." 72
"Chi è Myrtle?" domandò Claire. "La vecchia governante." "Oh!" Non appena ogni cosa fu scaricata e gli ingredienti furono messi in fresco, Sydney condusse Claire, passando all'interno della casa, fino al patio. La signora Matteson era stata orgogliosa dei suoi pezzi di antiquariato, per questo Sydney si sorprese nel notare tutto quel... rosa. La sala da pranzo era ricoperta di carta da parati rosa damascata, e le sedie intorno al lungo tavolo avevano imbottiture rosa pallido. Il salotto, che si apriva sulla sala da pranzo, era un'accozzaglia di fiori rosa sparsi su cuscini e tappeti. Al patio si accedeva da una serie di portefinestre aperte. La calda brezza estiva entrava nel salotto portando un sentore di rose e cloro. Una volta fuori, Sydney vide, intorno alla piscina, diversi tavoli rotondi in ghisa, sedie e un elaborato bar in un angolo. Lungo i muri erano allineati tavoli più lunghi per il buffet, e lì le aspettava Joanne, circondata da vasi vuoti e mazzi di fiori. Claire si avvicinò alla governante. Sydney non riusciva a muoversi. Aveva la testa leggera. Era solo l'illusione... Le tovaglie bianche sui tavoli del buffet che si agitavano alla brezza, le luci della piscina che diffondevano ombre acquose, le stelle riflesse nel boschetto... Da ragazza aveva desiderato con tutta se stessa quella ricchezza, quel sogno. Ora, lì, ricordava la sensazione di esserne parte, parte di qualcosa. La sensazione di appartenere a un luogo. Ma era stata tutta una bugia. Incrociò le braccia al petto e guardò una cameriera che sistemava su ciascun tavolo delle candele dentro lampade antivento. Sydney ascoltava da lontano Claire che spiegava a Joanne come disporre sui tavoli rose, fucsie, gladioli. "I gladioli qui", diceva. "Dove metteremo i fiori di zucchina ripieni di noce moscata e il pollo al finocchio. Le rose qui, dove andranno le focaccine ai petali di rosa." Era tutto così intricato, una sorta di manipolazione per far provare agli ospiti sensazioni che altrimenti non avrebbero potuto provare. Non era nello stile della signora Matteson. Eppure Claire aveva passato buona parte della sera di lunedì al telefono, a discutere il menu. Con una scusa Sydney era rimasta in cucina per sentire la sorella che dalla vicina dispensa sentenziava: "Se è l'amore che vuole 73
rappresentare, allora ci vogliono le rose", e: "Cannella e noce moscata indicano prosperità". Dopo essersi occupata dei fiori assieme a Joanne, Claire fece per rientrare in casa quando si rese conto che Sydney non la seguiva. "Tutto bene?" Sydney si voltò. "Non è meraviglioso?" esclamò fiera, come se tutto quello le appartenesse. E in effetti per un certo periodo così era stato. "È molto..." Claire esitò un istante. "Calcolato. Forza! Non vogliamo rimanere indietro sulla tabella di marcia." Un paio d'ore più tardi, le due sorelle erano in cucina quando Sydney disse: "Ora capisco cosa intendevi con calcolato. Perché dobbiamo sistemare ogni cosa sui vassoi in senso orario? Non l'avevamo fatto per il pranzo dei botanici". "Alle vecchie signore interessava solo il cibo, non quel che significava." "E cosa significa tutto questo?" "Che i padroni di casa vogliono che i loro ospiti li credano follemente innamorati e favolosamente ricchi." "Ma non ha senso! Il signore e la signora Matteson hanno forse dei problemi? Mi sembravano così felici, per quanto ricordo." "Non discuto le motivazioni. Io do alle persone ciò che desiderano. Pronta?" domandò Claire avviandosi con due vassoi. Avevano allestito il buffet prima dell'arrivo degli ospiti, ma Joanne le aveva appena informate che i vassoi andavano sostituiti. Avrebbe riconosciuto qualcuno? si domandò Sydney. Aveva cercato di individuare qualche voce, aveva allungato il collo all'eco di una risata, chiedendosi se l'avesse mai udita prima. Hunter John era lì fuori? Aveva importanza? "Più pronta che mai", rispose prendendo i vassoi. I party incantavano Emma: si sentiva come una bambina che gioca a mettersi vestiti eleganti in un mondo fantastico. Per sua madre era lo stesso. "Lascia la magia alle Waverley", le diceva quando lei, piccina, prima di ogni ricevimento la guardava provare un abito dopo l'altro. "Noi abbiamo qualcosa di meglio. La fantasia." 74
Emma era accanto al bar perché Hunter John stava lì, e anche perché da lì godeva di una visione eccellente sugli ospiti soddisfatti. Adorava tutti i party, ma nessuno eguagliava il suo di quella sera: ogni frase pronunciata conteneva un complimento a lei o una nota di invidia nei suoi confronti. Era meraviglioso. Ariel le si avvicinò e la baciò sulla guancia. "Cara, sei bellissima. Quel rosso ti dona. Semplicemente perfetto." "La tua è stata un'idea grandiosa, mamma. Grazie. Chi si è occupato del catering? Non faccio che ricevere complimenti per il cibo. Non tanti quanto quelli sul vestito, comunque." Ariel ammiccò e fece voltare la figlia così che potesse vedere le porte del patio dall'altra parte della piscina. "Quello, dolcezza, è il mio regalo per te questa sera." "Cosa intendi?" "Aspetta e vedrai." Emma non capiva, e rideva, eccitata. "Mamma, che hai fatto? Mi hai comprato qualcosa?" "In un certo senso", rispose Ariel, misteriosa. "Mamma, cos'è? Dimmelo, dimmelo!" Il tono di voce di Emma distolse Hunter John dalla conversazione con gli amici. "Che succede?" Lei prese la mano del marito e lo attirò a sé. "La mamma mi ha comprato un regalo e non vuole dirmi di cosa si tratta." "Ah, eccolo!" esclamò Ariel. "Cosa? Dove?" Gli occhi di Emma si concentrarono sulle due donne che uscivano dal salotto, ciascuna con due vassoi. Ovviamente erano delle cameriere. Stava per distogliere lo sguardo per scoprire dove fosse il vero regalo, quando si rese conto di chi fosse una delle due. "Ma è Claire Waverley! Hai ingaggiato lei pei il catering?" Di colpo, in un terribile istante, Emma capì ciò che sua madre aveva combinato, e i suoi occhi saettarono sulla donna accanto a Claire. "Oh, mio Dio!" "Ma quella non è Sydney Waverley?" sussurrò Hunter John. Liberò la 75
mano dalla stretta di Emma e la piantò lì. Semplicemente se ne andò. Si mosse incontro a Sydney come preso al laccio. Emma si girò verso la madre. "Mamma, che hai fatto?" Ariel si avvicinò e le sibilò: "Smettila di comportarti da stupida e raggiungili. Fa' che la gente la guardi. Fa' che i suoi vecchi amici la guardino". "Non posso credere che tu abbia fatto una cosa del genere." "È tornata, e tu devi avere il controllo. Mostrale che non appartiene a questo posto, che non ha possibilità di riprendersi ciò che aveva. E fa' vedere a tuo marito che tu sei meglio di lei. Da sempre. Sei la principessa del ballo, lei solo la cameriera. Ora va'." Fu la strada più lunga che Emma avesse mai percorso. Hunter John era ormai vicino a Sydney e la fissava mentre lei sistemava i vassoi sui tavoli del buffet. Non aveva ancora alzato lo sguardo. Fingeva di non essersi accorta di lui? Era intimidita? Era dimagrita, sembrava invecchiata, ma il suo viso era ancora luminoso e i capelli tagliati con cura. Aveva sempre avuto una magnifica capigliatura. Non aveva mai dovuto né tingerla né arricciarla, cosa che invece Emma aveva iniziato a fare a dodici anni. Li aveva quasi raggiunti quando Hunter John si schiarì la gola e disse: "Sydney Waverley, sei tu?" Molte cose accaddero contemporaneamente. La testa di Sydney si mosse di scatto e i suoi occhi agganciarono quelli di Hunter John. Eliza Beaufort, lì accanto, si voltò. Claire smise di fare quel che stava facendo per guardare, gli occhi scuri puntati su di loro, come una maestrina. "L'ho sempre detto, Emma", mormorò Eliza al passaggio dell'amica. "I tuoi ricevimenti sono i migliori. Carrie, vieni, questa non te la puoi perdere! " Carrie Hartman, una vecchia compagna del liceo, si avvicinò. "Sydney Waverley", tubò con voce cantilenante. Carrie era stata l'unica a scuola la cui bellezza poteva competere con quella di Sydney. Sydney sembrava messa all'angolo. Emma provò un pizzico di imbarazzo per lei. "Abbiamo saputo che eri tornata in città", disse Eliza. "Sei stata via un 76
pezzo. Dove sei andata?" Sydney si passò le mani sul grembiule, si sistemò i capelli dietro le orecchie. "Ovunque", rispose, la voce un po' tremante. "Sei stata a New York?" chiese Hunter John. "Ne parlavi sempre." "Ho vissuto lì un anno." Gli occhi di Sydney correvano qua e là. "Hmm, dove sono i tuoi genitori?" "Si sono trasferiti in Florida due anni fa. Ho rilevato io l'azienda di famiglia." "Così tu abiti qui?" "Noi abitiamo qui", intervenne Emma, infilando il braccio sotto quello del marito e premendo il décolleté contro di lui. "Emma? Tu e Hunter John siete... sposati?" si stupì Sydney. Sembrava scioccata. Ed Emma si innervosì. Come osava, quella, sconvolgersi per il fatto che Hunter John avesse scelto lei? "Ci siamo sposati l'anno del diploma. Subito dopo la tua partenza. Sydney... ci sono due vassoi vuoti laggiù." Emma cercava di convincersi che era stata Sydney stessa a infilarsi in quella situazione, che era solo colpa sua se ora viveva quell'umiliazione. Ma, nonostante tutto, non si sentiva affatto meglio. Non le andava di mortificarla così. Emma, in fondo, aveva vinto. Giusto? Questo era quello che sua madre avrebbe detto, e fatto. E guarda da quanto tempo si teneva stretto papà. Hunter John guardò prima Emma, poi Sydney, poi di nuovo Emma. "Ho bisogno di parlare con te in privato", sussurrò alla moglie, e la spinse in casa fendendo la folla di ospiti. Gli occhi di Sydney li seguivano. "Che cosa c'è, tesoro?" gli chiese subito Emma quando Hunter John la condusse nel proprio studio e chiuse la porta. Lei stessa aveva arredato quella stanza per lui, le pareti color burro di cacao, le foto incorniciate dei giorni gloriosi sui campi da football del liceo, le piante in vaso e la gigantesca scrivania con il ripiano in pelle. Emma si mosse verso la scrivania e vi si appoggiò con fare provocante. Il motivo per il quale l'aveva scelta era che poteva fungere da letto tutte le volte in cui lei decideva di sorprenderlo con una sveltina, quando lui restava a casa a lavorare. Forse era proprio questo ciò che lui desiderava adesso. Hunter 77
John aveva visto Sydney ed Emma insieme, e aveva capito di aver fatto la scelta giusta. Ma Hunter John rimaneva in piedi accanto alla porta, lo sguardo scuro come il carbone. "L'hai fatto apposta. Hai voluto umiliare Sydney di proposito." Emma si sentì come se, nel giorno del suo compleanno, scartando il regalo avesse scoperto che non era quello agognato, bensì un'orribile pietra o uno specchio scheggiato. "Da quando te ne importa?" "Mi importa quello che è successo adesso. Perché farla venire qui, a casa nostra, dannazione?" "Shh, tesoro. Calmati. Va tutto bene. Io non c'entro niente, te lo giuro." Gli si avvicinò, gli accarezzò i risvolti della giacca. Le mani scesero fino alla patta dei pantaloni. Hunter John le afferrò i polsi. "Emma, abbiamo ospiti." "Farò in fretta." "No", disse lui per la prima volta in dieci anni, e si allontanò. "Orano." Claire era nervosa e odiava esserlo. Detestava non sapere cosa fare. Era rimasta impotente a guardare mentre i vecchi amici di Sydney convergevano su di lei come falene su una fonte di luce. Non sapeva se la sorella avrebbe gradito un suo intervento, se si sarebbe arrabbiata se l'avesse portata via... in fondo non li vedeva da dieci anni. Il volto di Sydney era teso e il passo rigido mentre Claire la seguiva di nuovo in cucina. Non appena la porta si fu chiusa alle loro spalle, Sydney lasciò cadere i vassoi vuoti sul ripiano e sbottò: "Perché non mi hai detto che il signore e la signora Matteson erano Hunter John ed Emma Clark?" Claire prese i vassoi della sorella e li impilò sui propri prima di metterli da parte. "Non mi ha nemmeno sfiorato l'idea che tu pensassi fosse qualcun altro. Chi dovevano essere, scusa?" "I genitori di Hunter John! Come accidenti potevo sapere che lui ed Emma Clark si erano sposati?" "Perché, quando l'hai lasciato, lui ed Emma hanno iniziato a 78
frequentarsi", rispose Claire tentando di assumere un tono di voce premuroso, di controllare i crampi allo stomaco e trattenersi dal dire: È un male. Qualcosa di male. È un male. "Come facevo a saperlo? Non c'ero! E non sono stata io a piantarlo, è stato lui a piantare me. Secondo te perché me ne sono andata?" Claire esitò. "Per causa mia. Perché ti impedivo di imparare, perché ti avevo fatto odiare di essere una Waverley." "Non sei stata tu a farmi odiare di essere una Waverley. Ci ha pensato l'intera città", ribatté Sydney con impazienza. Scosse la testa, delusa da Claire. "Comunque, se ti fa stare meglio, ora me ne andrò per causa tua." "Sydney, aspetta, ti prego." "Era tutto preparato. Non te ne sei accorta? Emma Clark ha organizzato tutto questo perché io apparissi come una... cameriera agli occhi di Hunter John e di tutti i miei vecchi compagni di liceo, con i loro abiti costosi e le tette rifatte. E come faceva a sapere del mio ritorno in città? Perché glielo hai detto?" "Non sono stata io." "Davvero? Allora come può averlo scoperto?" "Magari è stata Eliza Beaufort", rispose Claire. "Sua nonna era tra le signore al pranzo di Hickory." Sydney fissò la sorella per alcuni lunghi istanti, gli occhi scintillanti di lacrime. Claire pensò che non l'aveva mai vista piangere. Erano state entrambe bambine stoiche. Nessuna delle due sembrava aver sofferto troppo per l'abbandono della madre, nessuna aveva versato una lacrima. Tuttavia, per la prima volta, Claire si domandò cosa Sydney si fosse tenuta dentro per troppo tempo. "Perché mi hai permesso di farlo? Perché mi hai lasciata andare là fuori? Non ti è sembrato strano che Emma chiamasse te per presentare ai suoi ospiti cibi che ostentassero uno stile di vita di cui tutti erano già a conoscenza? Passione e denaro. L'ha fatto perché io vedessi." "Non è stata lei a organizzare questa serata, ma sua madre. Non ho mai parlato con Emma. Forse si tratta solo di una coincidenza, Sydney. Forse non significa niente." 79
"Come puoi, proprio tu, dirmi una cosa simile? Per una Waverley ogni cosa ha un significato. E come fai a difenderli? Ti senti veramente a tuo agio con questa gente, pur sapendo ciò che pensa di noi? Quando eravamo piccole, nessuno voleva essere tuo amico, nessun ragazzo si interessava a te. E io me ne accorgevo. Ho creduto fosse per quello che ti eri rinchiusa nel tuo mondo." Con un ampio gesto indicò i piatti, i fiori sparsi sui ripiani. "Che la casa e la nonna fossero ciò che ti serviva. Io volevo di più. Volevo quegli amici là fuori. Volevo tutto questo. Sono stata malissimo quando Hunter John mi ha lasciata, e tu non te ne sei nemmeno accorta. E questo mi ferisce, Claire. Non te ne importa proprio niente?" Claire non sapeva cosa dire, il che rattristò Sydney ancora di più. Si voltò, fremente, e si avvicinò alla borsa che aveva lasciato accanto alla porta. Ne estrasse un foglietto, raggiunse il telefono. "Che stai facendo?" domandò Claire. Con intenzione Sydney le diede le spalle e digitò il numero scritto sul foglietto. "Per piacere, Sydney, non andartene." "Tyler?" disse sua sorella nel ricevitore. "Sono Sydney Waverley. Sono bloccata in un posto e ho bisogno di un passaggio." Pausa. "Willow Springs Road, nella zona est della città. Al trentadue, una grande casa in stile Tudor. Vai sul retro. Grazie mille." Si tolse il grembiule e lo buttò a terra. Afferrò la borsa e uscì dalla porta. Impotente, Claire la guardò andarsene. Aveva lo stomaco talmente sottosopra che pensò avrebbe vomitato; si piegò e appoggiò le mani sulle ginocchia. Non poteva perdere quel che rimaneva della sua famiglia, non così presto. Non poteva essere lei la causa della partenza di Sydney. Ciò che era accaduto negli ultimi dieci anni non era l'unico mistero nella vita di Sydney. Claire si rendeva conto di non aver mai veramente conosciuto la sorella. Non aveva capito che Sydney fosse stata tanto innamorata di Hunter John. Non aveva capito quanto lui l'avesse ferita. Quelle persone là fuori ne sapevano più di lei. E l'avevano fatto di proposito. E benché avesse intuito che qualcosa non tornava, aveva 80
ignorato i segnali. Sydney aveva ragione. A tutto c'è un significato. Prese un respiro profondo; si raddrizzò. Avrebbe sistemato le cose. Andò al telefono e premette il tasto R. Ci volle qualche secondo, ma alla fine la voce di Tyler rispose, con il fiato un po' corto. "Pronto?" "Tyler?" "Sì." "Sono Claire Waverley." Seguì una pausa chiaramente sorpresa. "Claire, strano! Mi ha appena chiamato tua sorella. Sembrava turbata." "Lo è. Sta lavorando con me. Devo chiederti... un favore." "Qualsiasi cosa." "Prima che tu venga a prendere Sydney dovresti passare da casa mia. Puoi portarmi un paio di cose che sono in casa e in giardino? Ti spiego dove tengo le chiavi." Circa quaranta minuti dopo, bussarono alla porta sul retro. Claire vide Tyler con due scatoloni pieni di fiori e ingredienti vari. "Dove li metto?" "Lì, vicino al lavello." Claire guardò fuori verso la strada e vide la jeep di Tyler parcheggiata, le luci accese. Sydney sedeva al posto del passeggero e fissava dritto davanti a sé. "Ti ho vista al lavoro a casa di Anna, ma devo ammettere che il dietro le quinte è ancora più impressionante", disse Tyler guardandosi intorno nella cucina. Mentre aspettava che lui le portasse quanto gli aveva chiesto, Claire aveva allineato cibo e fiori. Quindi aveva scritto gli ingredienti e la lista dei fiori su alcune schede, così da non confondere le ricette per non sbagliare il messaggio. Era troppo importante. Quella sera avevano voluto rose che comunicassero amore, ma se all'amore si aggiunge la tristezza, si ottiene il rimpianto. Avevano preteso noce moscata come simbolo di salute, ma se alla salute si aggiunge la colpa, si ottiene l'imbarazzo. 81
"Grazie", disse, augurandosi che Tyler non comprendesse le sue intenzioni. E perché avrebbe dovuto? Non era di lì. Non conosceva la natura rivoluzionaria di ciò che lei poteva fare. "Prego." Claire abbassò lo sguardo e notò che i jeans di lui erano sporchi di terra sulle ginocchia. "Mi dispiace per le macchie. Te ne comprerò un paio nuovo." "Cara, sono un pittore. Tutti i miei vestiti hanno questo aspetto." Sorrise, caloroso, tranquillo. Quasi le tolse il respiro. "Posso fare altro?" "No", rispose Claire in automatico, poi aggiunse: "Sì, aspetta. Puoi chiedere a Sydney di non andarsene stasera? Non prima che la notte sia passata. Devo sistemare una faccenda". "Avete litigato?" "Più o meno." Tyler sorrise di nuovo. "Farò del mio meglio."
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Quando Claire arrivò a casa, Sydney e Bay erano già a letto (Sydney e Tyler erano passati a prendere la piccola da Evanelle). Almeno quella notte sarebbero rimaste: un tempo sufficiente perché alcune questioni venissero chiarite. Claire rimase alzata fino a tardi per preparare le consuete sei dozzine di focacce alla cannella che tutte le domeniche mattina consegnava alla Coffee House in piazza. Verso mezzanotte controllò Bay, anche se sapeva che Sydney lo faceva più volte, quindi si incamminò verso la propria stanza. Aveva appena sorpassato quella di Sydney quando la sorella la chiamò. "Ho ricevuto un sacco di telefonate prima che tu tornassi a casa stasera." Claire fece un passo indietro e si affacciò alla soglia. Sydney era a letto, le braccia dietro la testa. "Eliza Beaufort, Carrie, perfetti sconosciuti ospiti del party. Mi hanno detto tutti la stessa cosa: erano dispiaciuti. Eliza e Carrie mi hanno persino confidato che ai tempi del liceo gli piacevo proprio, e che avrebbero voluto che le cose fossero andate diversamente. Si può sapere cosa gli hai detto?" "Nemmeno una parola." Sydney tacque, ma dalla domanda successiva Claire comprese che cominciava a capire. "Cosa gli hai dato?" "Sorbetto di melissa in calici di tulipani. Ho messo petali di dente di leone nella macedonia e foglie di menta nella mousse al cioccolato." "Non era previsto nel menu." "Lo so." "Emma Clark e sua madre non hanno telefonato." Claire si appoggiò allo stipite della porta. "Hanno capito quel che stavo facendo e non hanno assaggiato i dessert. Poi mi hanno ordinato di andarmene." "Hanno saldato il conto?" "No. E stasera due loro conoscenti hanno cancellato gli ordini." Fruscio di coperte. Sydney si voltò nel letto per fronteggiare Claire. "Mi 83
dispiace." "Ufficialmente hanno disdetto, ma richiameranno non appena avranno bisogno di qualcosa. Vogliono solo che io mantenga il segreto." "Ho rovinato tutto. Scusa." "Non hai rovinato proprio niente", ribatté Claire. "Per favore, non andartene, Sydney. Devi restare. Forse non sempre te lo dimostro, ma voglio che resti." "Non me ne vado. Non posso." Sydney sospirò. "Per quanto folle sia Bascom, per quanto non sopporti né la mentalità della gente, né la monotonia... be', sono cose che rendono questo posto sicuro. Bay ne ha bisogno. Sono sua madre, e questo è ciò che le devo dare." Le parole rimasero sospese nell'aria e Claire capì subito che la sorella avrebbe voluto rimangiarsele. "Hai vissuto in un luogo pericoloso?" Sydney non avrebbe risposto, lo sapeva. Infatti scivolò di nuovo sotto le coperte. "Mi auguro che farai qualcosa per lui", sospirò indicando la finestra aperta. "È difficile riuscire a dormire con quello." Una luce rossa filtrava dall'esterno. Incuriosita, Claire entrò nella stanza e si avvicinò alla finestra che dava sulla casa di Tyler. Guardò giù e lo vide camminare in giardino con indosso i pantaloni del pigiama e nient'altro, una sigaretta tra le dita. Da lui si irradiavano di nuovo scintille purpuree. Di tanto in tanto si fermava e guardava in su verso casa Waverley, quindi riprendeva a camminare. "Lo vedi anche tu?" domandò Claire senza distogliere lo sguardo. "Certo." "Allora sei una Waverley più di quanto tu creda." Sydney grugnì. "Oh, che gioia! Dunque, cosa farai?" Claire ignorò il frullio d'ali nel petto: le pareva che tanti uccellini si fossero dati convegno. Si allontanò dalla finestra. "Ci penserò." "Solo perché nessuno se lo aspetta da te non vuol dire che non puoi. Non vorresti dimostrare agli altri che si sbagliano?" "Sono una Waverley", ribatté Claire dirigendosi alla porta. "Non c'è niente di male." 84
"Sei un essere umano. È normale frequentare qualcuno. È normale provare dei sentimenti. Esci con Tyler. Fa' che la gente dica: 'Non posso credere che l'abbia fatto'." "Mi sembri la mamma." "Era un complimento?" Claire si fermò sulla soglia e si lasciò scappare un sorrisino. "Non ne sono certa." Sydney sedette sul letto e sprimacciò il cuscino un paio di volte. "Svegliami, domattina, così ti aiuto a consegnare le focacce alla cannella", disse prima di sdraiarsi di nuovo. "No, posso..." Claire si bloccò. "Grazie."
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6 Martedì pomeriggio Claire annunciò che sarebbe andata in città e Sydney le chiese se lei e Bay potevano accompagnarla. Sydney voleva un giornale per leggere gli annunci economici e, anche se l'addolorava, doveva rendere la camicia che Evanelle le aveva regalato. Aveva messo da parte il denaro guadagnato con Claire per le emergenze, ora però le servivano dei prodotti da toilette e Bay aveva bisogno di cibo per bambini. Claire era una cuoca grandiosa, ma quando il giorno prima Bay le aveva chiesto se avesse dei pizza rolls, l'aveva guardata senza capire. Arrivate da Fred's, Claire e Bay entrarono mentre Sydney risaliva il marciapiede. La piazza non era cambiata di molto, anche se adesso, vicino alla fontana in mezzo al prato, campeggiava la scultura di uno studente universitario che assomigliava a una foglia di quercia. Rese la camicia da Maxine's e scoprì che negli ultimi dieci anni il negozio aveva cambiato proprietario due volte e che adesso lo gestiva una donna elegante sulla cinquantina. La signora le disse che non erano in programma nuove collezioni, ma si fece dare il numero nel caso arrivasse qualcosa di nuovo. Quando Sydney scrisse il proprio cognome, le domandò se fosse imparentata con Claire. Alla risposta affermativa, quella si illuminò e le raccontò che l'anno precedente la signorina Waverley aveva preparato la torta per il matrimonio della figlia, e tutti i suoi amici di Atlanta non avevano fatto che parlarne. Di sicuro l'avrebbe chiamata, se fosse saltato fuori qualcosa, le promise. Sulla strada del ritorno Sydney passò davanti al White Door Salon. Dieci anni prima al suo posto c'era un salone alla moda, Tangles, ma questo era ancora più stilè. Ne emerse una cliente, avvolta da un odore chimico misto alla fragranza di shampoo dolce. A Sydney quel profumo metteva le ali, aveva il potere di farla fluttuare. Quanto le mancava! Era passato tanto tempo dall'ultima volta che aveva messo piede in un salone di bellezza, e sempre, quando passava davanti a un parrucchiere, provava la medesima sensazione: il bisogno di entrare, prendere le forbici e mettersi all'opera. Avvertì il solito pizzicorio al pensiero di poter essere di nuovo felice. 86
Come se non ci fosse nulla di cui preoccuparsi. Aveva frequentato la scuola per estetista presentandosi con il proprio nome, un nome che David non conosceva. Doveva rammentare a se stessa che lì lui non avrebbe potuto trovarle. Non sarebbe comparso solo perché lei voleva di nuovo lavorare. L'unica ragione per la quale David le aveva rintracciate a Boise era perché lei aveva iscritto Bay con il suo vero nome. Credeva di non avere scelta, se all'asilo le avessero chiesto il certificato di nascita della bambina. Aveva creduto che David si sarebbe messo alla ricerca di Cindy Watkins, non di Bay. Non avrebbe commesso lo stesso errore. Lì Bay era una Waverley. Si toccò i capelli, felice di averli legati in un originale chignon e di aver spuntato e modellato la frangia proprio quella mattina. Raddrizzò le spalle ed entrò.
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Quando incontrò Claire e Bay al furgone, Sydney era esaltata. Mentre le aiutava a caricare, sorrideva. Evitò di incontrare gli occhi di Claire, finché la sorella non le domandò: "Allora, perché questo sorriso?" "Indovina." Claire sorrise a sua volta, divertita da tanto buonumore. "Cosa?" "Ho un lavoro! Te l'ho detto che sarei rimasta." Per metà ancora dentro il furgone, Claire si bloccò. Sembrava sinceramente perplessa. "Tu ce l'hai già, un lavoro." "Claire, tu lavori per tre. E di tanto in tanto hai bisogno di aiuto. Continuerò a darti una mano quando ti servirà." Sydney scoppiò a ridere. Niente le avrebbe rovinato l'umore. "Magari non a casa di Emma... sai com'è." Claire si raddrizzò. "E dove?" "Al White Door." Le sarebbe servito tutto il denaro, anche quello che aveva recuperato rendendo la camicia, per affittare una postazione per sé e comprarsi l'attrezzatura, ma aveva un ottimo presentimento. Possedeva ancora qualche accessorio, e per estendere la validità della licenza da Stato a Stato non ci sarebbe voluto molto. Presto avrebbe guadagnato abbastanza per rimpinguare il fondo di emergenza, e la gente di Bascom avrebbe capito che ci sapeva fare. Sarebbero andati da lei così come andavano da Claire: per ottenere quello di cui era capace. "Sei parrucchiera?" domandò Claire. "Già." "Non lo sapevo." Claire si stava di nuovo avvicinando troppo, e Sydney non era ancora pronta per raccontarle dove lei e Bay erano state. "Ascoltami, in autunno Bay inizierà ad andare a scuola. Potrai occuparti di lei fino ad allora? Chiederò anche a Evanelle." Claire sapeva quel che Sydney stava facendo - evitare le domande -, perciò decise di non farle pressione. Un giorno, forse, quando tra loro si fosse ristabilito un minimo di fiducia, e fosse stata certa che l'intera città non ne sarebbe venuta a conoscenza, le avrebbe parlato di quanto le era accaduto negli ultimi dieci anni. 88
Eppure, dentro di sé, Sydney sperava che tutto scomparisse, che non fosse mai avvenuto, come una fotografia che sbiadisce. "Certo che lo farò", rispose Claire alla fine. Ripresero a caricare la spesa. Sydney guardò in una borsa e domandò: "Cos'è tutta questa roba?" "Cucinerò i pizza rolls." "Potevi comprarli surgelati, sai." "Certo", disse Claire. Poi sussurrò a Bay: "Veramente?" La bambina scoppiò a ridere. "E questi?" indagò Sydney, sempre sbirciando tra la spesa. "Mirtilli? Castagne d'acqua?" Claire la allontanò e chiuse il bagagliaio. "Voglio preparare qualche piatto per Tyler." "Sul serio? Pensavo non volessi avere niente a che fare con lui." "Infatti. Questi sono piatti speciali." "Una pozione d'amore?" "Non esistono le pozioni d'amore." "Non lo avvelenerai, vero?" "No, ma i fiori nel nostro giardino..." Claire si interruppe. "Forse riesco a distogliere il suo interesse." Sydney scoppiò a ridere, però non disse una parola. Di uomini se ne intendeva, ma distogliere il loro interesse non era mai stata la sua specialità. Che diventasse quella di sua sorella.
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Bay si allungò sull'erba, il sole sul viso. Quel che era accaduto solo la settimana prima cominciava a sbiadirsi nella sua mente, come il colore rosa quando diventa quasi bianco e tu non riesci nemmeno a ricordare come era prima. Di che colore erano gli occhi di suo padre? Quanti passi bisognava fare per andare dalla loro vecchia casa al marciapiede? Mah. Bay sapeva da tempo che avrebbero lasciato Seattle. Non l'aveva mai detto a sua madre perché era troppo difficile da spiegare, e lei stessa non lo comprendeva del tutto. Non appartenevano a quel posto, e Bay conosceva il posto giusto delle cose. Qualche volta, nella vecchia casa, quando la mamma riponeva un oggetto, dopo un po' lei lo spostava dove suo padre voleva che stesse. Sua madre per esempio sistemava le calze nel cassetto, ma Bay sapeva che tornando a casa lui avrebbe voluto trovarle nell'armadietto assieme alle scarpe. Se invece lei le riponeva con le scarpe, Bay sapeva riconoscere la giornata in cui questo l'avrebbe fatto infuriare, e allora le spostava nel cassetto. Talvolta però i desideri di David cambiavano tanto in fretta che lei non riusciva a starvi dietro, allora lui gridava e faceva brutte cose alla mamma. Era estenuante, e ora lei era felice di trovarsi in un luogo dove il posto delle cose era chiaro. Gli utensili stavano sempre nel cassetto alla sinistra del lavello. La biancheria nell'armadio in cima alla scala. Claire non cambiava mai idea sul posto delle cose. Bay aveva sognato quel luogo tanto tempo prima. Sapeva che vi sarebbero arrivate. Eppure quel giorno se ne stava sdraiata sul prato a chiedersi cosa mancasse. Nel sogno lei si trovava sul prato, in quel giardino, vicino a quel melo. L'erba era soffice come nel sogno. E il profumo delle piante e dei fiori era esattamente lo stesso. Nel sogno però c'erano anche arcobaleni e piccoli puntini di luce sul suo viso, qualcosa di scintillante sopra di lei. E anche il rumore di carta che sbatacchia al vento. Purtroppo l'unico suono intorno a lei era il frusciare delle foglie del melo che lasciava cadere i suoi frutti. Una mela le colpì una gamba. Bay aprì un occhio per guardare l'albero. Continuava a lanciarle mele, quasi volesse giocare. Si mise a sedere quando udì Claire che la chiamava. Era il primo giorno di lavoro di Sydney, e la zia per la prima volta si occupava di lei. La 90
mamma le aveva vietato di andare in giardino, ma Claire aveva detto che era okay, però non doveva raccogliere i fiori. Bay era stata così felice di poter vedere il giardino! Sperava di non aver fatto niente di male. "Sono qui", urlò alzandosi. Vide Claire in piedi vicino al cancello. "Non ho raccolto nessun fiore." La zia aveva tra le mani un piatto coperto da un foglio di alluminio. "Sto andando da Tyler a portargli questo. Vieni con me?" Bay corse dalla zia, felice di vedere di nuovo Tyler. L'ultima volta che lei e sua madre erano andate a trovarlo, lui le aveva permesso di disegnare a un cavalletto, e quando lei gli aveva mostrato il disegno, Tyler lo aveva appeso al frigorifero. Claire chiuse a chiave il cancello dietro di loro e girarono intorno alla casa per raggiungere il giardino del vicino. Bay camminava accanto alla zia. Le piaceva il suo profumo. Era rassicurante, un misto di sapone da cucina ed erbe aromatiche. "Zia Claire, perché l'albero continua a lanciarmi addosso le mele?" "Vuole che ne mangi una." "Ma le mele non mi piacciono." "Lo sa." "Perché le sotterri?" "Perché nessuno possa mangiarle." "Perché non vuoi che le mangino?" Claire esitò. "Perché se mangi una mela di quell'albero, vedrai quale sarà l'evento più importante della tua vita. Se si tratta di un evento buono, di colpo saprai che qualsiasi altra cosa farai non ti renderà altrettanto felice. E se è cattivo, dovrai vivere il resto della vita con la consapevolezza che ti accadrà qualcosa di brutto. Nessuno dovrebbe sapere certe cose." "C'è gente che vuole sapere?" "Sì, ma finché l'albero rimarrà nel nostro giardino, le regole sono queste." Arrivarono alla porta di Tyler. "Stai dicendo che è anche il mio 91
giardino?" "Certo che sì", rispose Claire con un sorriso. Solo per un istante si rivide all'età di Bay, con quell'aria felice, quella gioia dovuta all'appartenere a qualcosa, come mai era accaduto prima. "Che piacevole sorpresa! " esclamò Tyler aprendo la porta. Prima di bussare Claire aveva preso un profondo respiro e quando se lo vide davanti dimenticò di lasciarlo andare. Indossava una maglietta e un paio di jeans sporchi di pittura. Talvolta Claire si sentiva la pelle tanto eccitabile che avrebbe desiderato uscire dal proprio corpo. Si chiese cosa le avrebbe provocato un bacio di Tyler. Avrebbe aiutato o peggiorato le cose? Lui sorrise, all'apparenza per niente infastidito dal fatto che lei si fosse presentata senza annunciarsi. Cosa che invece avrebbe irritato lei. Ma era evidente che Tyler non era come Claire. "Entrate." "Ti ho preparato un pasticcio", disse Claire, senza fiato, porgendogli il piatto. "Il profumo è delizioso. Forza, accomodatevi." E fece un passo indietro per lasciarle passare; ma entrare era l'ultima cosa che Claire volesse. Bay la guardò perplessa. Qualcosa non andava. Claire le sorrise e varcò la soglia, perché la piccola non si preoccupasse. Tyler le condusse fino a una cucina attraverso un soggiorno arredato con pochi mobili e molti scatoloni. Oltre la cucina c'era un tinello - in realtà un'altra stanza - con finestre a tutta parete. Il pavimento era ricoperto da un grosso telo e su una lunga asse erano affastellati attrezzi per dipingere. C'erano due cavalletti. "Ecco perché ho comprato questa casa... La luce è magnifica", disse Tyler mentre appoggiava il pasticcio sul bancone. "Tyler, posso dipingere?" domandò Bay. "Certo, pulce. Il tuo cavalletto è proprio lì. Aspetta, metto della carta." Mentre Tyler regolava il cavalletto all'altezza di Bay, la piccola si avvicinò al frigorifero e indicò il disegno colorato di un melo. "Guarda, l'ho fatto io! " Claire era meravigliata non tanto dal fatto che lui avesse appeso il disegno al frigorifero; piuttosto, che ve l'avesse lasciato. "È bellissimo." 92
Non appena Bay fu sistemata, Tyler tornò da Claire sorridendo. Gli occhi di lei corsero al piatto, preoccupati. Era un pasticcio di pollo e castagne d'acqua cucinato con olio di semi di bocca di leone. Le bocche di leone allontanavano influenze altrui non richieste, maledizioni, malie e cose simili, e Tyler doveva liberarsi dall'influsso che Claire esercitava su di lui. "Non mangi?" proruppe. "Ora?" "Sì." Lui si strinse nelle spalle. "D'accordo. Perché no. Ti unisci a me?" "No, grazie. Ho appena pranzato." "Allora siediti con me." Dall'armadietto prese un piatto di vetro e vi rovesciò qualche cucchiaiata di pasticcio. Indicò a Claire le due sedie sotto il bancone. "Come ve la cavate tu e Bay mentre Sydney è al lavoro? È passata di qui ieri e mi ha raccontato del nuovo impiego. Ha un dono con i capelli. Una vera passione." "Bene, direi", rispose lei mentre lo guardava infilarsi in bocca una forchettata di pasticcio. Lui masticò e deglutì. Per un istante Claire pensò che sarebbe stato meglio non guardare. Era sensuale, con quelle labbra piene, il pomo d'Adamo che si muoveva. Non avrebbe dovuto provare quelle sensazioni per un uomo che nel giro di pochi secondi si sarebbe liberato da lei. "Hai mai pensato ad avere figli?" le domandò. "No", rispose Claire, sempre fissandolo. "Mai?" Claire cercò di distogliere la mente dalla bocca di lui e rifletté sulla domanda. "No, finché non me l'hai chiesto." Tyler prese un altro boccone, poi indicò il piatto . "È fantastico. Non credo di aver mai mangiato niente di così buono prima di conoscerti." Forse ci voleva qualche minuto perché facesse effetto. "Adesso mi dirai che ti ricordo tua madre. Ti immaginavo più creativo. Mangia." "No, tu non hai nulla a che vedere con mia madre. Il suo spirito libero non prevede niente che riguardi la cucina." Alla notizia, Claire alzò le 93
sopracciglia. Lui le sorrise e mangiò un altro boccone. "Avanti, lo so cosa vuoi chiedermi." Lei esitò, poi alla fine cedette. "In che senso spirito libero?" "I miei genitori sono ceramisti. Sono cresciuto in una colonia di artisti nel Connecticut. Non ti andava di vestirti? Non dovevi farlo. Non avevi voglia di lavare i piatti? Li rompevi e ne facevi di nuovi. Fatti una canna e vai a letto con il marito della tua migliore amica. Era tutto okay, però non faceva per me. Certo, anch'io sono un artista, ma sicurezza e routine per me contano molto di più. Vorrei solo saperlo fare meglio." Davanti a te hai un'esperta, rifletté Claire, ma non diede voce al pensiero. Questo aspetto di lei probabilmente gli sarebbe piaciuto. Ancora due forchettate e aveva ripulito il piatto. Claire lo guardò speranzosa. "Ti è piaciuto? Come ti senti?" Tyler incontrò i suoi occhi e lei quasi cadde dalla sedia per la potenza del desiderio che vi lesse. Era come una folata di vento autunnale, che soffia via le foglie cadute e le fa volare in giro con tanta forza che, se ti colpissero, ti potrebbero fare del male. Il desiderio è pericoloso per chi è sensibile. "Come uno che vuole chiederti di uscire con me." Claire sospirò e si accasciò. "Dannazione." "D'estate, ogni sabato sera, fanno musica al quadrilatero dell'Orion. Vieni con me sabato prossimo." "No, avrò da fare." "Che cosa?" "Un altro pasticcio per te."
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Per il terzo giorno consecutivo non vi fu né una cliente occasionale che le chiedesse un taglio di capelli né tanto meno una delle abituali che si facesse almeno fare uno shampoo. All'ora di pranzo, visto che era disoccupata e che aveva già mangiato il panino alle olive e le patatine dolci che Claire le aveva preparato, Sydney si offrì di andare a ritirare il pranzo per le altre ragazze. Erano un bel gruppo e la incoraggiavano dicendole che le cose sarebbero migliorate. Non fino a passarle i clienti, però. Sydney doveva trovare un modo per dimostrare quanto fosse brava e iniziare ad attirare gente. Alla Coffee House e al Brown Bag Café chiacchierò con gli avventori e offrì loro sconti se fossero andati al White Door e si fossero fatti fare un taglio da lei. Nessuno sembrò troppo entusiasta, comunque era un inizio. Tornò indietro al salone e lasciò i sacchetti con i pranzi nella saletta ristoro, quindi portò latte macchiato e caffè freddo alle varie postazioni di lavoro delle colleghe. L'ultima fu quella di Terri. Sydney sorrise e appoggiò il suo latte di soia sul bancone. "Grazie, cara", le disse Terri, tutta presa con i colpi di sole di una bionda. La testa della cliente si mosse di scatto. Era Ariel Clark. Nonostante Sydney provasse il desiderio di chiederle di scusarsi per quel che aveva fatto a lei e a Claire il sabato precedente, si trattenne e se ne andò senza dire una parola. Voleva salvare ciò che rimaneva della giornata. Non era quello che aveva in mente Ariel Clark. Sydney stava spazzando intorno a una postazione all'altro capo del salone quando Ariel la raggiunse. Emma assomigliava molto a sua madre: gli stessi capelli biondo platino, gli stessi occhi azzurri, la stessa spavalderia. Anche ai tempi in cui lei ed Emma erano state amiche, Ariel si era tenuta sulle sue. Le sere in cui Sydney restava a dormire dai Clark, Ariel era sempre cortese, eppure c'era qualcosa in quella donna che le faceva pensare di trovarsi lì per carità, non perché accettata. Ora, visto che Ariel non si spostava dall'unico punto ancora da spazzare, Sydney si fermò. 95
Tentò di arrangiare un sorriso educato, anche se in realtà stritolava il manico della scopa. Se voleva che quell'investimento si trasformasse in un successo, non poteva prendere a bastonate in testa le clienti del White Door, poco importava che se lo meritassero. "Salve, signora Clark. Come sta? L'ho vista al party. Mi è spiaciuto non poterla salutare." "È comprensibile, tesoro, stavi lavorando. Sarebbe stato inappropriato." I suoi occhi passarono dalla scopa al triste ammasso di capelli che Sydney aveva raccolto. "Ne deduco che lavori qui." "Sì." "Non ti occupi dei tagli, vero?" domandò, sconvolta dal pensiero. Bell'inizio, pensò Sydney, se tutti i suoi conoscenti avessero reagito allo stesso modo. "In realtà, sì." "Ma non bisogna avere una specie di diploma, tesoro?" Le dita di Sydney erano intorpidite e sempre più bianche, tanto stringeva la scopa. "Sì." "Hmm", mormorò Ariel. "E così ho saputo che hai una figlia. E chi è il padre?" Sydney conosceva abbastanza la signora Clark per sapere di non doverle mostrare i propri punti deboli. Quando gli altri scoprono come ferirti, non si fermano più. In questo era un'esperta. "Nessuno che lei conosca." "Oh, ne sono certa." "C'è altro, signora Clark?" "Mia figlia è molto felice. Rende suo marito molto felice." "Dopotutto è una Clark..." "Esattamente. Non so cosa sperassi, tornando qui. Comunque non potrai averlo." Era quello il punto? "So che la cosa la sorprenderà, ma non sono tornata per riprendermelo." "Così dici. Voi Waverley avete i vostri trucchi. Non pensare che non lo sappia." Mentre si allontanava, già estraeva il cellulare dalla borsa e iniziava a digitare. "Emma, cara, ho splendide notizie." Verso le cinque del pomeriggio, Sydney stava per andarsene quando 96
alla reception vide un uomo in un bell'abito grigio. Si sentì sprofondare. Quella giornata non avrebbe mai avuto fine. Hunter John chiese qualcosa alla receptionist, che si voltò e indicò Sydney. Lui attraversò il salone e la raggiunse. Avrebbe dovuto nascondersi, evitarlo, ma i ricordi la immobilizzavano. A ventotto anni, i capelli color sabbia di Hunter John cominciavano a diradarsi. Un taglio migliore avrebbe mascherato il difetto. Erano però ancora belli, brillanti, quindi possedeva ancora quel che aveva da ragazzo, anche e lo stava perdendo; si stava trasformando in un altro, considerò. "Ho sentito che lavoravi qui", disse Hunter John. "Sì, lo avevo immaginato." Sydney strinse le braccia al petto. "Hai del rossetto sul collo." Lui si strofinò la pelle, imbarazzato. "Emma è venuta a dirmelo al lavoro." "E così hai rilevato l'impresa di famiglia." "Sì." La Matteson Enterprises consisteva in una serie di stabilimenti per la produzione di case prefabbricate a una ventina di minuti da Bascom. Nelle estati in cui Hunter John aveva fatto apprendistato in azienda, Sydney vi aveva lavorato come receptionist. All'ora di pranzo lei e Hunter John si incontravano nell'ufficio di Matteson Senior e si divertivano un po'. Talvolta Emma andava a trovarli e i tre ragazzi si sedevano a fumare sulle cataste di legna fuori dal magazzino. Che vita faceva adesso? Amava veramente Emma, o lei se l'era accalappiato con il sesso, da brava Clark? Era stata Emma, in fondo, a spiegare a Sydney come fare il pompino perfetto. Soltanto anni dopo un uomo le aveva detto che sbagliava tutto. E di colpo Sydney si era resa conto che Emma lo aveva fatto di proposito. Sydney neppure sapeva che all'amica piacesse Hunter John. E lui le aveva sempre detto che Emma era un po' troppo ipersensibile per lui. Sydney non li aveva mai immaginati insieme, ma a quell'epoca ignorava un sacco di cose. "Posso sedermi?" "Vuoi che ti tagli i capelli? Sono brava." "No, ma non mi va che pensi 97
sia passato di qui solo per parlare." Sydney alzò gli occhi al cielo. "Dio ce ne scampi! " "Volevo dirti un paio di cose, per chiarire. È la cosa giusta da fare." Hunter John faceva sempre la cosa giusta. Era noto per questo. Il golden boy. Il bravo figliolo. "Quella sera, al party, non sapevo che ci saresti stata. E nemmeno Emma. Siamo rimasti sorpresi quanto te. È stata Ariel a chiamare Claire. E tutti ignoravano che lavoravi per lei." "Non essere ingenuo, Hunter John. Se Eliza Beaufort sapeva, lo sapevano tutti." Lui sembrava deluso. "Mi dispiace che le cose siano andate così, ma era per un buon fine. Come hai visto, sono felicemente sposato." "Buon Dio!" esclamò Sydney. "Pensate tutti che io sia tornata per te?" "E allora perché sei tornata?" "Questa non è forse casa mia? Il posto dove sono cresciuta?" "Sì, però non ti è mai piaciuto quel che eri qui." "Nemmeno a te." Hunter John sospirò. Chi era quell'uomo? Non lo riconosceva più. "Amo mia moglie e i miei figli. Ho una vita meravigliosa, non la cambierei per niente al mondo. Ti ho amata, Sydney. Lasciarti è stata una delle cose più difficili che io abbia mai fatto." "Così difficile che hai dovuto subito cercare conforto sposando Emma?" "Aspettava un bambino. Emma e io ci siamo avvicinati, dopo la tua partenza. Una vera fortuna." Sydney non si trattenne dal ridere. "Come sei ingenuo!" Hunter John non sembrò apprezzare. "È la cosa migliore che potesse capitarmi." Voleva dimostrarle quanto splendida fosse la sua vita. Ora fu lei a non apprezzare. "Ti sei poi iscritto alla Notre Dame? Hai fatto il giro dell'Europa?" "No, sono vecchi sogni." "Mi pare che tu abbia rinunciato a molti sogni." "Sono un Matteson: dovevo fare il meglio, per il nome che porto." 98
"E io sono una Waverley, e per questo ti dovrei maledire." Hunter John ebbe un sussulto, come se lei avesse parlato sul serio, e questo procurò in Sydney una strana sensazione di potere. Ma poi lui sorrise. "Tu detesti essere una Waverley!" "Dovresti andare", mormorò Sydney. Hunter John si alzò e fece per prendere il portafoglio. "E non osare lasciarmi del denaro per un finto taglio." "Mi dispiace, Sydney, non posso farci niente per quel che sono. E tu neppure." Che tristezza avere amato un uomo soltanto, pensò Sydney sospirando. E che quell'uomo fosse lui. Un uomo che sin dal principio l'aveva relegata a un incidente di gioventù, quando lei, invece, aveva creduto fosse per sempre. Ah, se avesse conosciuto davvero una maledizione!
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"Cominciavo a preoccuparmi", esordì Claire quando quella sera Sydney entrò in cucina. "Bay è di sopra." Sydney aprì il frigorifero e prese una bottiglia d'acqua. "Ho fatto tardi." "Com'è andata la giornata?" "Bene." Si avvicinò al lavello dove la sorella stava pulendo dei mirtilli. "Che cosa prepari? Un altro piatto per Tyler?" "Sì." Sydney si portò al naso il mazzo di fiori azzurri appoggiati sul ripiano. "Che cosa sono?" "Fiordalisi. Cospargerò la torta ai mirtilli con i loro petali." "E cosa significano?" "I fiordalisi aguzzano la vista, utile per trovare chiavi perse o agende nascoste", rispose Claire, tranquilla. Il dono era qualcosa di naturale, per lei. "Quindi stai cercando di far capire a Tyler che tu non sei colei che cerca?" Claire sorrise impercettibilmente. "No comment." Per un po' Sydney osservò la sorella. "Mi chiedo perché io non l'abbia ereditata", disse distratta. "Ereditato cosa?" "La sensibilità misteriosa delle Waverley, quella che avete tu, Evanelle e anche la nonna. E la mamma?" Claire chiuse il rubinetto e prese uno strofinaccio per asciugarsi le mani. "Difficile a dirsi. Odiava il giardino, questo lo ricordo bene. Nemmeno vi si avvicinava." "Del giardino non m'importa, però penso che tra tutte, in famiglia, io sia quella che assomiglia di più alla mamma." Sydney prese una manciata di mirtilli e se la mise in bocca. "Non ho un dono speciale, proprio come lei, e anche lei è tornata qui per darti un posto stabile dove vivere e permetterti di andare a scuola, come ho fatto io con Bay." 100
"La mamma non è tornata per me", disse Claire, incredula che Sydney potesse pensarlo. "È tornata perché tu potessi nascere qui." "Se n'è andata quando avevo sei anni", ribatté Sydney affacciandosi al portico del solarium a guardare fuori. "Se non fosse stato per le foto che la nonna mi aveva dato, non ricorderei nemmeno il suo aspetto. Se avesse tenuto a me, sarebbe rimasta." "Che fine hanno fatto quelle foto?" si incuriosì Claire. "Me le ero dimenticate." Un momento prima Sydney allungava il collo per inalare il profumo delle erbe aromatiche che seccavano sotto il portico, quello dopo veniva scaraventata fuori dalla porta, trasportata dal vento a Seattle: atterrò nel salotto di quella che era stata la sua casa, fissò il divano. Vi si avvicinò e lo sollevò da un lato. Vide una busta su cui era scritto MAMMA. Era passato così tanto tempo da quando le aveva guardate, che si era dimenticata di averle nascoste lì. Erano immagini della vita libera di Lorelei, una vita che Sydney per troppi anni aveva tentato di emulare. Aprì la busta e sfogliò le foto. Ne trovò una. E, per la paura, quasi le scoppiò la testa. Raffigurava sua madre, sui diciotto anni, sorridente, in piedi di fronte ad Alamo. Brandiva un cartello scritto a mano che diceva Basta Bascom! Il North Carolina puzza! Da ragazza, Sydney aveva pensato che fosse una cosa divertente. E se David avesse trovato la busta? Se avesse fatto due più due? Lo udì sulla porta. Tornò a nascondere in fretta la busta sotto il divano. Stava per entrare. L'avrebbe trovata. "Sydney?" Lei aprì gli occhi di scatto. Era di nuovo a Bascom. Claire le stava accanto e le scuoteva un braccio. "Sydney?" "Ho dimenticato di prenderle", mormorò. "Le foto. Le ho lasciate." "Stai bene?" Sydney annuì e cercò di ricomporsi. Aveva la brutta sensazione che David sapeva dove fosse finita. Avrebbe scoperto qualcosa che lei si era lasciata dietro. Aveva aperto una porta. Riusciva ancora a sentire il suo profumo di colonia accanto a sé, come se se lo fosse portata fin lì. "Sto bene. Pensavo solo alla mamma." Si strinse nelle spalle, nel tentativo di liberarle dalla tensione. David non sapeva dove fossero quelle foto. Non le avrebbe trovate. 101
Quella sera Evanelle indossò una vestaglia a maniche corte sulla camicia da notte ed entrò in cucina. Si muoveva tra confezioni di cerotti e cerini, palle di gomma e decorazioni natalizie. Si mise alla ricerca dei popcorn da cuocere al microonde. Ripose nelle loro scatole alcuni tostapane e delle aspirine acquistate in grandi quantità. Non voleva tutta quella roba; cercava di stiparla negli angoli o nelle stanze vuote, eppure saltava sempre fuori qualcosa. Un giorno o l'altro qualcuno ne avrebbe avuto bisogno, per questo era meglio averla tra i piedi piuttosto che andarla a cercare alle tre del mattino al Wal-Mart. Si voltò quando udì bussare alla porta. Strano. Non riceveva mai visite. Viveva in un piccolo quartiere di villette popolari, una zona che si era fatta più pretenziosa rispetto ai tempi in cui lei e suo marito, che aveva lavorato per l'azienda dei telefoni, vi si erano trasferiti. I vicini erano per lo più coppie di trenta-quarantenni senza figli, pendolari che rientravano a casa tardi. Non aveva mai rivolto la parola a quelli della porta accanto, gli Hanson, che si erano trasferiti lì tre anni prima. Ma il fatto stesso che avessero chiesto al giardiniere di "prendersi cura anche del prato della vicina per il bene di tutto il quartiere" la diceva lunga su di loro. Comunque il suo prato era sempre a posto, e gratis, perciò chi era lei per lamentarsi? Accese la luce del portico e aprì la porta. Vide un uomo di mezza età, piccolo e compunto, con corti capelli biondo scuro. I pantaloni e la camicia non avevano una grinza e le scarpe scintillavano come petardi. Ai suoi piedi c'era una piccola valigia. "Fred!" "Salve, Evanelle." "Che diamine ci fai qui?" Fred aveva il volto teso, tuttavia cercò di sorridere. "Ho... bisogno di un posto dove stare. Sei stata la prima persona a cui ho pensato." "Be', capisco perché. Io sono vecchia e tu sei gay." "Ha l'aria della relazione perfetta." Fred cercava di fare lo spiritoso, ma sotto il riflesso della luce del portico sembrava fragile come vetro, e sarebbe bastata una spintarella per farlo andare in migliaia di piccoli pezzi. 102
"Accomodati." Lui prese la valigia ed entrò, poi rimase fermo nel salotto con l'aria del ragazzino scappato di casa. Evanelle conosceva Fred da una vita. Per due anni di fila aveva vinto la gara di spelling della contea, poi Lorelei Waverley, in quarta, l'aveva sconfitto. Evanelle era andata ad assistere alla gara di Lorelei, e aveva trovato Fred che piangeva fuori dalla palestra. Lo aveva abbracciato e lui le aveva fatto promettere di non dire a suo padre quanto ci fosse rimasto male. Suo padre gli ripeteva sempre che non si piange in pubblico, altrimenti che cosa penserebbe la gente? "Shelly è arrivata presto, oggi. Mi ha trovato in negozio... in pigiama. Era più facile rimanere al lavoro. Lì so quel che devo fare", spiegò Fred. "Ma ormai la notizia si sarà sparsa, e non posso stare in un motel. Non voglio dare questa soddisfazione a James. Dannazione, non so nemmeno se si è accorto che non c'ero. Non ha chiamato per sapere dove fossi. Niente. Non so cosa fare." "Gli hai parlato?" "Ci ho provato! L'ho chiamato in ufficio. Non aveva voglia di parlarne, mi ha detto, e se pensavo che ci fosse qualcosa di strano fra noi, non era il caso di discuterne proprio in quel momento. Gli ho raccontato del vino che ho comprato da Claire. Mi ha dato del pazzo, pazzo a credere che le cose potessero tornare a essere come all'inizio. Non capisco cosa sia successo. Un attimo prima va tutto bene, sei mesi dopo mi rendo conto di non ricordare quale sia stata l'ultima volta in cui abbiamo avuto una conversazione normale. Mi ha lasciato per gradi, e io non me ne sono accorto. Ma come si fa a non accorgersene?" "Puoi stare qui tutto il tempo che vuoi. Se qualcuno fa domande, dirò che sei diventato etero grazie alla mia indiscutibile femminilità." "Preparo dei waffle meravigliosi, con una stupenda composta di pesca. Dimmi solo cosa vuoi e io lo cucinerò." Evanelle gli diede un colpetto sulla guancia. "Non mi crederebbe nessuno." Lo accompagnò nella camera degli ospiti in fondo al corridoio. Nella stanza c'erano alcune scatole contenenti kit di pronto soccorso e tre stufe a kerosene, comunque era abbastanza ordinata e poi, negli ultimi trent'anni, 103
Evanelle cambiava le lenzuola tutte le settimane. Dopo la morte del marito nella casa era rimasto un vuoto che ancora aleggiava, seppure in modo meno evidente. In quei primi giorni tristi Lorelei aveva dormito lì, ma poi, man mano che cresceva e diventava più selvaggia, non più. Anche Claire vi aveva trascorso qualche notte, ma preferiva rimanere a casa propria. Evanelle non avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe stato il turno di Fred. Comunque le sorprese non la stupivano. È un po' come aprire un barattolo di zuppa di funghi e trovarvi invece quella di pomodoro: siine grata e mangiala lo stesso. Fred appoggiò la valigia sul letto e si guardò attorno. "Stavo per preparare dei popcorn e guardare il telegiornale. Vuoi unirti a me?" "Certo", rispose lui seguendola, apparentemente felice che qualcuno gli dicesse cosa fare. "Grazie." Be', non è bello? pensò Evanelle mentre sedevano sul divano con una ciotola di popcorn. Guardarono insieme il notiziario delle undici, poi Fred sciacquò la ciotola. "Ci vediamo domattina", disse Evanelle prendendo una lattina di Coca dal frigorifero. Le piaceva aprirla, lasciarla sul comodino e berla sgasata come prima cosa al mattino. "Il bagno è in fondo al corridoio." "Aspetta." Lei si voltò. "È vero che da bambina desti a mio padre un cucchiaio? E che lui lo usò per liberare dal fango una moneta da venticinque centesimi? E che con quei soldi andò al cinema? E che fu lì che conobbe mia madre?" "È vero che gli diedi un cucchiaio, ma non ho il potere di migliorare le cose, Fred." "Capisco", mormorò lui, abbassando gli occhi e stringendo lo strofinaccio tra le mani. "Era solo per chiedere." Improvvisamente Evanelle capì il vero motivo per cui Fred era lì. La maggior parte della gente la evitava perché non voleva i suoi regali. Lui invece si era trasferito perché voleva essere vicino nel caso lei se ne 104
fosse uscita con qualcosa che potesse dare un senso a quanto stava accadendo con James: aspettava il suo cucchiaio.
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Sydney, Bay e Claire quella domenica sedevano sotto il portico. Mangiavano le focaccine alla cannella avanzate dalla consegna alla Coffee House. Faceva caldo e tutto andava per il verso sbagliato. Maniglie che chiunque avrebbe detto fossero sulla destra delle porte adesso erano sulla sinistra. Il burro si scioglieva in frigorifero. Molte cose non dette aleggiavano nell'aria. "Ecco Evanelle", disse Sydney. Claire si voltò e la vide percorrere il marciapiede. La cugina salì i gradini sorridendo. "Vostra madre aveva due splendide ragazze, glielo concedo, però voi due non avete l'aria allegra." "È la prima vera ondata di caldo. Si diventa tutti nervosi", ribatté Claire mentre le versava un bicchiere di tè freddo dalla brocca. "Come stai? È qualche giorno che non ti vedo." Evanelle prese il bicchiere e sedette sulla sedia in vimini accanto a Claire. "Ho un ospite." "Chi?" "Fred Walker sta da me." "Oh", mormorò Claire, sorpresa. "Ti va bene?" "Certo." "Suppongo che il vino al geranio rosa non abbia funzionato." Evanelle si strinse nelle spalle e sorseggiò il tè. "Non l'ha mai usato." Claire lanciò un'occhiata alla casa vicina. "Credi che Fred me lo rivenderebbe?" "Non vedo perché no. Hai un altro cliente?" "No." Sydney intervenne. "Probabilmente lo vuole usare con Tyler." Claire la guardò con indifferenza. Dopotutto aveva ragione. Evanelle appoggiò il tè e armeggiò nella borsa. "Sono venuta perché dovevo darti questo", disse estraendo una fascia per capelli bianca e porgendola a Claire. "Fred ha tentato di dissuadermi: mi ha detto che tu usi i pettinini, che le fasce sono per chi porta i capelli corti. Non capisce. Te la devo dare. Era un po' che non vivevo con un uomo... Avevo dimenticato 106
quanto possano essere testardi. Però hanno un buon odore." Le due sorelle si scambiarono un'occhiata. "Evanelle, lo sai che Fred è gay, vero?" domandò Claire, gentile. "Sicuro", rispose lei ridendo. Erano anni che Claire non la vedeva così felice. "Ma è bello sapere che voi due non siete le uniche a volermi tra i piedi. Allora, Sydney, racconta... come va il lavoro?" Sydney e Bay sedevano sul dondolo, che Sydney con un piede nudo spingeva piano avanti e indietro. "Ti devo ringraziare. Se non mi avessi dato quella camicia che poi ho reso non sarei mai entrata al White Door per chiedere se avevano una postazione libera." "Fred mi ha detto che la settimana scorsa, un paio di volte, ti ha vista andare a prendere il pranzo per le ragazze. E un'altra volta ti ha vista spazzare." "Per ora è tutto quel che riesco a fare." "Cosa succede?" domandò Claire, ben consapevole che la sorella ultimamente le era sembrata un po' depressa. All'inizio era stata eccitata per il nuovo lavoro al White Door, ma con il passare dei giorni arrivava a casa sempre più presto e rideva sempre meno. Claire provava sentimenti contrastanti riguardo alla nuova occupazione di Sydney. Le piaceva lavorare con lei, le piaceva averla intorno, ma quando parlava di capelli Sydney acquistava una certa luce. Ogni mattina usciva piena di speranze. "Pare che la clientela del White Door conosca bene i Clark e i Matteson. Il terzo giorno è passato a trovarmi Hunter John. In apparenza qualcuno non faccio nomi non ha gradito e ha sparso la voce. Non che prima avessi molto da fare, ma ora ne capisco la ragione." "Gli hai tagliato i capelli?" "No, non me lo ha permesso. È una vergogna, perché i miei tagli maschili sono grandiosi", rispose Sydney. "Sono stata io a tagliare i capelli a Tyler." "Tu?" "Sì. Come a Bay e a me stessa." "E così... la gente ti snobba?" domandò Claire. "Senza neppure darti una 107
possibilità?" "Se le cose andranno avanti così, non potrò mantenere la mia postazione. Ma forse va bene lo stesso", disse Sydney abbracciando la figlia. "Trascorrerò più tempo con Bay. E sarò libera di aiutarti ogni volta che vorrai."
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Nella sua vita adulta Claire era stata dal parrucchiere poche volte: quando i capelli diventavano troppo lunghi e doveva spuntarli di qualche centimetro. Andava al Mavis Adler's Salon of Style sulla strada statale. Mavis, in passato, tagliava i capelli alla nonna a domicilio, quindi se andava bene per la nonna, andava bene anche per Claire. Non si considerava una campagnola, passava davanti al White Door innumerevoli volte, ma quando entrava e vedeva i divani in pelle, le opere d'arte e quelle oche delle signore bene della città - per alcune delle quali aveva preparato brunch, pranzi e cene - di colpo si sentiva intimorita, fuori posto. Sbirciò Sydney sul fondo del negozio, che spazzava i capelli intorno alla poltrona di una collega. Era bella e indipendente, però sembrava sola. Il che era normale e andava bene per Claire, non per sua sorella. Sydney la vide e immediatamente si avvicinò alla reception. "Claire, è successo qualcosa? Dov'è Bay? Sta bene?" "Sì, sì. Ho chiesto a Evanelle di occuparsi di lei per un'ora o due." "Perché?" "Perché voglio che mi tagli i capelli." Una folla di parrucchiere e clienti si accalcò intorno alle due sorelle. Rebecca, la proprietaria del White Door, se ne stava lì come un'istruttrice, in attesa che Sydney iniziasse. Fluttuavano nell'aria come pulviscolo sussurri che dicevano quanto belli fossero i lunghi capelli di Claire e si domandavano dell'abilità di Sydney. "Ti fidi di me?" domandò Sydney mentre alzava la poltrona dopo averle fatto lo shampoo. Claire incontrò gli occhi della sorella nello specchio. "Sì." Sydney la girò, in modo che desse le spalle allo specchio. Nei minuti seguenti i capelli di Claire si fecero sempre più leggeri mentre scure ciocche bagnate cadevano sulla vestaglietta che indossava: sembravano tanti fili sottili di melassa caramellata. Di tanto in tanto Rebecca le poneva qualche domanda e Sydney rispondeva con sicurezza, usando termini quali taglio scalato e ciocche sfilate. 109
Quando alla fine Sydney girò di nuovo la poltrona, scoppiò un applauso. Claire non credeva ai propri occhi. I capelli erano più corti di almeno trenta centimetri. Il taglio era scalato, sul davanti più sfilato, dietro pieno e vaporoso. Gli occhi di Claire erano bellissimi e brillavano, l'aria scialba e dura era sparita. Quella nello specchio era la donna che Claire aveva sempre desiderato essere. Sydney non le domandò se le piacesse. Non ce n'era bisogno. Il suo era stato un lavoro da professionista. Tutti guardavano Sydney con venerazione, e lei brillava come argento tirato a lucido. Claire sentì le lacrime riempirle gli occhi: la gioia della nascita, della redenzione. Da qualche parte, nel profondo, l'aveva sempre saputo. Era stata quella la fonte di tutta la sua gelosia di bambina. Sydney era nata lì. Quello era il suo dono, era stato sempre dentro di lei, in attesa che lei lo accogliesse. "Non puoi più negarlo", mormorò Claire. "Negare cosa?" domandò Sydney. "Questa è la tua magia."
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Parte Seconda - Intuizione
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7 Lester Hopkins se ne stava su una sedia in alluminio, all'ombra del castagno. In lontananza, un nastro di polvere seguiva un'auto per la lunga strada di accesso che conduceva alla casa accanto al caseificio. Era ormai trascorso un anno dall'infarto che gli aveva regalato un'andatura claudicante e un lato della bocca rivolto all'ingiù, tanto che aveva sempre a portata di mano un fazzoletto per asciugare la saliva. Non voleva certo recare offesa alle signore. Trascorreva le giornate seduto, ma non se ne dispiaceva più di tanto. Gli dava tempo per pensare. A dire il vero, aveva sempre guardato con trepidazione alla vecchiaia. Quand'era ragazzino, vedeva il nonno condurre una vita piacevole e spensierata, divisa fra laute colazioni, battute di caccia, riposini pomeridiani e serate con il banjo. È così che si deve vivere, aveva pensato. Senza contare che i soldi arrivavano puntualmente ogni mese, per posta. Lester aveva perciò deciso molto presto che appena fosse cresciuto avrebbe fatto il pensionato. Lungo il cammino però aveva incontrato qualche piccolo intoppo. Aveva dovuto lavorare più duramente di quanto avesse immaginato quando il padre era morto e, a soli diciassette anni, gli aveva lasciato in eredità il caseificio da mandare avanti. Lester e la moglie erano stati poi allietati dall'arrivo di un unico figlio, il quale, da grande, aveva sposato una donna che non temeva di rimboccarsi le maniche. Avevano vissuto tutti e quattro insieme finché non era nato un nipotino. Le cose andavano per il meglio. Ma sua moglie si era ammalata di cancro, e due anni dopo il figlio era morto in un incidente d'auto. La nuora, distrutta dal dolore, aveva deciso di trasferirsi dalla sorella a Tuscaloosa. Henry, il nipote ormai undicenne, era voluto restare. È così, da allora, Lester aveva solo due punti fermi: il caseificio e Henry. Mentre l'auto si avvicinava, Lester udì la porta a zanzariera sbattere. Si voltò e vide che Henry era uscito per vedere chi fosse. Era troppo tardi per una visita d'affari. Il sole era quasi tramontato. "Ehi, pa', aspettavi qualcuno?" gridò il giovane. 112
"La mia fortuna, ma direi che non è lei." Henry raggiunse il castagno e si fermò accanto al nonno, che alzò la testa per guardarlo. Era un bel ragazzo, ma, come tutti gli uomini di casa Hopkins, era nato vecchio e avrebbe trascorso la vita aspettando che il corpo raggiungesse la mente. Era questo il motivo per cui tutti gli Hopkins sposavano donne più anziane di loro. Henry però se la prendeva comoda, e Lester aveva deciso di dargli una spintarella. Così, quand'era tempo di visite delle scolaresche, se le maestre erano dell'età giusta e nubili, lasciava volentieri che fosse lui a far loro da guida nel caseificio. E, dato che le iscritte al comitato per le decorazioni della chiesa erano quasi tutte divorziate, era ben lieto di mettere a loro disposizione il fieno in autunno e l'agrifoglio in inverno, spronando il nipote a dar loro una mano. Nulla aveva mai funzionato. Robusto e sicuro di sé, gran lavoratore e di animo gentile, Henry era un ottimo partito, se solo non fosse bastato a se stesso. È quel che succede quando si nasce già vecchi. L'automobile si fermò. Lester non riconobbe il guidatore, ma senz'altro conosceva la donna che smontava dal lato del passeggero. Si lasciò scappare una risatina. Adorava le visite di Evanelle Franklin. Era come trovare un pettirosso in inverno. "A quanto pare Evanelle deve darci qualcosa." L'uomo restò al volante mentre la donna attraversava il giardino. "Lester", disse piantandosi dinanzi a lui con le mani sui fianchi. "Ogni volta ti trovo sempre meglio." "Non so se lo sai, ma oggi la cataratta si cura", la prese in giro lui. Lei sorrise. "Diavolo di un uomo." "Cosa ti porta da queste parti?" "Dovevo darti questo." Evanelle infilò una mano nella borsa e gli porse un vasetto di ciliegie al maraschino. Lester diede un'occhiata a Henry, che si sforzava di nascondere un sorriso. "È da un bel po' che non ne mangio, grazie." "Di niente." "E chi è che ti ha accompagnata?" "Fred, della drogheria. Sai, sta da me. 113
È proprio divertente." "Che ne direste di rimanere per cena?" propose Henry. "Yvonne ha fatto i tortini di patate." Yvonne era la loro governante. Henry l'aveva assunta l'anno precedente, dopo l'infarto di Lester. Era sposata, ovviamente. Il nonno avrebbe preso una single. "No, grazie. Devo proprio andare. Ci vediamo ai festeggiamenti per il Quattro Luglio?" "Ci saremo", rispose Lester, e con Henry la guardò allontanarsi. "Una volta mi ha dato un gomitolo di cotone", disse Henry. "Dovevo avere quattordici anni, e con la mia classe ero in gita in città. Ero così imbarazzato che l'ho buttato via... poi la settimana seguente ne avrei avuto bisogno per un progetto a scuola." "Gli uomini di questa città imparano presto la lezione, quando si tratta delle Waverley", commentò Lester allungando la mano per prendere il bastone che aveva appoggiato all'albero. Si alzò lentamente. "Quando ce n'è una in giro, taci e apri bene le orecchie." Il pomeriggio seguente Claire sentì la voce di Sydney al piano superiore. "Dove sono tutti?" "Sono quaggiù", le rispose. Dopo pochi istanti Claire udì scricchiolare i polverosi scalini di legno mentre la sorella scendeva nel seminterrato. Era un ambiente fresco, asciutto, e capitava che uomini adulti e superimpegnati bussassero alla porta chiedendo di potersi sedere per un po' lì dentro, perché schiariva loro le idee e li aiutava a ritrovare l'equilibrio. I passi di Sydney si avvicinavano mentre s'inoltrava tra gli scaffali verso il bagliore della torcia di Claire. Le lampadine erano bruciate tutte nel 1939, e ciò che era iniziato per la pigrizia di qualcuno si era tramutato in una tradizione di famiglia. Nessuno ricordava più perché il seminterrato dovesse restare al buio, solo che si era sempre fatto così. "Dov'è Bay?" domandò Sydney. "Non è qui giù con te?" "No, preferisce starsene in giardino. Le piace. L'albero ha smesso di bersagliarla quando lei ha iniziato a tirargli indietro le mele", rispose Claire porgendole la torcia. "Ti dispiacerebbe tenermi questa? Ecco, illumina qui." "Vino di caprifoglio?" 114
"Il Quattro Luglio cade la settimana prossima. Conto le bottiglie per sapere quante possiamo portarne." "Quando sono entrata ne ho vista una sul tavolo in cucina", fece Sydney mentre la sorella contava. "Quello è vino al geranio rosa. È la bottiglia che mi ha riportato Fred, e non ha voluto indietro i soldi. Una specie di bustarella per farmi tacere.... Trentaquattro bottiglie", aggiunse, battendo le mani impolverate. "Pensavo di averne fatte quaranta, l'anno scorso. Non importa, dovrebbero bastare." "Lo darai a Tyler?" Claire riprese la torcia. "Darò a Tyler cosa?" "Il vino al geranio rosa." "Oh", mormorò Claire andandosene, subito seguita da Sydney. "Per la verità speravo che magari potessi portarglielo tu." "Sta tenendo i corsi estivi, non lo si vedrà molto in giro." "Oh! " Claire era contenta che la sorella non potesse vederla, che non potesse leggerle in viso la confusione. A volte le sembrava di impazzire. Quando apriva gli occhi al mattino, il primo pensiero era come levarsi Tyler dalla testa. E mentre escogitava piani su piani per non incontrarlo mai più, non faceva che guardare dalla finestra nella speranza di vederlo passare. Non aveva senso. Salirono in cucina. Claire richiuse a chiave la porta del seminterrato. "È una brava persona", commentò Sydney. "Lo so. È maledettamente strano, ma è così: gli uomini possono esserlo. Chi l'avrebbe mai detto?" Claire rimise la torcia nel ripostiglio, sul ripiano dove teneva candele e lanterne a batteria. La frustrazione la rendeva elettrica, tanto che, al suo passaggio, la radio portatile prese a gracchiare, facendola sobbalzare. La spense subito e si appoggiò al muro. No, le cose non potevano andare avanti in quel modo. "Non è una costante", disse dal ripostiglio. "Il melo lo è. Il vino di caprifoglio lo è. Questa casa lo è. Tyler Hughes no." "E nemmeno io, giusto?" domandò Sydney. Claire non rispose. Sua sorella lo era? Aveva davvero messo radici a Bascom o se ne sarebbe andata se si fosse innamorata o quando Bay fosse 115
cresciuta? Non voleva pensarci. Tutto ciò che poteva fare era non darle un motivo per andarsene ma, semmai, più d'uno per rimanere. Ed era su questo che si sarebbe concentrata. Fece un profondo respiro e tornò in cucina. "Allora, come va al lavoro?" chiese allegra. "Oh, mio Dio! Superimpegnata, grazie a te." "Io non ho fatto niente. Hai fatto tutto tu." "Ora la gente mi guarda come se fossi un'insegnante o qualcosa del genere", replicò Sydney scuotendo il capo. "Non capisco." "Hai appena compreso il segreto del mio successo. Quando la gente crede che tu abbia qualcosa da offrire, qualcosa che nessun altro ha, è disposta ad andare lontano e a pagare bene per averlo." Sydney rise. "Mi stai dicendo che, se continueremo a essere strane, potremo addirittura farci pagare?" "Non siamo strane", iniziò Claire, poi fece una pausa. "Be', forse sì, è così." "Ehi, hai delle ragnatele fra i capelli!" esclamò Sydney avvicinandosi per togliergliele. Ormai padrona dei capelli della sorella, aveva preso l'abitudine di sistemarle le ciocche dietro l'orecchio, di pettinarle la frangetta o di cotonarglieli sulla nuca. Era piacevole, un gioco, qualcosa che avrebbero potuto fare da ragazze, se fossero state unite. "Dove tagliavi i capelli, prima?" chiese Claire osservando il viso della sorella, così vicino. In quegli anni di lontananza era davvero cresciuta. Sydney indietreggiò e cercò di liberarsi le mani dalle ragnatele, incollate alle dita come nastro adesivo. "A Boise, per un po'." Rinunciò a lottare con le ragnatele e si voltò. Prese dal tavolo la bottiglia di vino al geranio rosa e infilò velocemente la porta sul retro, rincorsa da uno strano profumo di colonia da uomo. "Faccio un saluto a Bay e poi porto questa a Tyler."
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Dal giorno in cui aveva ricordato le foto dimenticate di sua madre, Sydney non faceva che tornare con il pensiero alla casa di Seattle, e in quei momenti il profumo della colonia di David si spandeva ovunque, senza preavviso. Quando si faceva insistente, i ventilatori a pale del piano inferiore iniziavano a girare, quasi a volerlo disperdere; e se di notte aleggiava nel corridoio del piano superiore, sfuggendo ai ventilatori e alla brezza, intrufolandosi torrido di rabbia, Bay sgattaiolava nel letto di Sydney, e insieme ricordavano in un sussurro ciò che si erano lasciate alle spalle. Parlavano in codice, dicendosi quanto fossero felici di essersene andate, quanto bella fosse la libertà. Poi incrociavano le dita e, giocando con la luce purpurea proveniente dal giardino di Tyler che filtrava dalla finestra, proiettavano ombre di farfalle sul muro. Claire voleva sapere dove lei fosse stata e cosa avesse fatto mentre era via. Sydney sapeva che era giunto il momento di raccontare, soprattutto perché, a volte, anche la sorella avvertiva lo strano profumo di colonia e si chiedeva da dove provenisse. Ma proprio quella colonia rammentava a Sydney in quale pericolo l'avesse messa tornando lì, e si vergognava doppiamente ad ammettere i propri errori. Claire stava facendo tanto per lei. Non appena uscì, il profumo di colonia si disperse in giardino, travolto dalla fragranza di mele, salvia e terra. Sydney sedette accanto alla figlia sotto il melo e parlarono di ciò che la piccola aveva fatto, dei festeggiamenti per il Quattro Luglio e del giorno in cui sarebbero andate alla scuola elementare perché Bay vedesse dove fosse. Da quando Claire le aveva accordato libero accesso al giardino, Bay vi trascorreva buona parte delle giornate stesa all'ombra del melo. Sydney, incuriosita, le aveva chiesto il motivo, e lei le aveva spiegato che stava cercando di capire una cosa. La mamma non aveva insistito: dopo tutto ciò che era accaduto, era normale che le servisse tempo per capire. Poi si recò da Tyler. Lo trovò nel giardino sul retro, intento a prendere un tosaerba dal piccolo capanno degli attrezzi. "Non saprei... Sei sicuro di essere emotivamente pronto per tagliare di nuovo il prato?" gli domandò. Lui si voltò e scoppiò a ridere. "Se non me ne occuperò subito i cagnolini del vicinato finiranno per perdervisi. Già adesso, quando la 117
signora Kranowski non riesce a trovare Edward, viene qui e batte l'erba con un bastone per cercarlo!" "Ti porto un regalo di Claire." Sydney gli tese la bottiglia di vino. Tyler esitò, forse a reprimere le parole che aveva a fior di labbra. "Tua sorella, proprio non riesco a capirla. Mi manda regali, eppure non le piaccio. Cos'è, un'usanza del Sud?" "Ma sì che le piaci, ed è per questo che ti manda regali. A proposito, ti scoccia se ne bevo un sorso? Mi sento un po' strana." "Certo, vieni." Entrarono in cucina e Tyler prese due bicchieri da vino. Ne riempì uno e lo offrì a Sydney, che ne bevve subito un bel sorso. "Cosa c'è che non va?" le chiese. "La mia mente è tornata dove non avrebbe dovuto, e il ricordo continua a tormentarmi." "Ti va di parlarne?" "No." "Come preferisci. Allora, cos'abbiamo qui?" riempiendosi un bicchiere e accostandolo al naso.
proseguì
Tyler
"Vino al geranio rosa. Dovrebbe riportare alla mente i bei ricordi." "Ai bei ricordi! " esclamò Tyler levando il bicchiere. Prima che riuscisse a portarlo alla bocca, Sydney aggiunse: "Claire spera che ti faccia ricordare un'altra e che ti dimentichi di lei. Un po' come il pasticcio all'olio di semi di dente di leone e le torte al fiordaliso". "Non capisco", sospirò Tyler riappoggiando il bicchiere. "I fiori che crescono nel nostro giardino sono speciali, o forse è l'impiego che ne facciamo in cucina a renderli tali. Possono influenzare chi li mangia. A quanto pare, però, tu ne sei immune. O forse Claire si sta impegnando troppo e questo incide sul risultato, chissà." "Sta cercando di far sì che io non sia più interessato a lei?" chiese Tyler incredulo. "Il che significa che già lo sei. Ti svelerò un segreto riguardo a mia sorella: le piacciono le cose che restano. Perciò non andartene." 118
Lui si appoggiò al bancone in cerca di sostegno, come se qualcuno l'avesse spinto. Per un istante Sydney si chiese se avesse fatto bene a rivelare un particolare tanto personale di Claire. Ovviamente lei non avrebbe voluto. Quando però Tyler sorrise, comprese di aver fatto la cosa giusta. Era passato troppo tempo dall'ultima volta in cui aveva reso qualcuno felice, e se ne era dimenticata l'effetto. Claire si prodigava tanto per lei, e Sydney ora aveva modo di ricambiarla, di dimostrarle che poteva trovare la felicità al di fuori di ciò che già conosceva. La felicità con Tyler. "Non vado da nessuna parte", sussurrò lui. "Bene." Sydney distolse lo sguardo. Le parole buone di un uomo possono far riempire di lacrime gli occhi di una donna. Invidiava Claire per tutto questo, per Tyler. Dopo la partenza da Bascom aveva conosciuto molti uomini, nessuno meritevole di quel nome. Ormai non era più nemmeno sicura di sapere come si sarebbe comportata con una brava persona. "Su, bevi", lo esortò, cominciando a camminare avanti e indietro in cucina. Tyler obbedì e assaporò un sorso. "Buono. Particolare, ma buono." "Benvenuto nel mondo di Claire." "Allora, quali sono i tuoi bei ricordi?" Sydney raggiunse il tinello, oltrepassò i cavalletti e guardò fuori dalla finestra. "È strano. I miei ricordi belli appartengono a questa settimana. Mi è accaduto di tutto, e questa settimana è la migliore della mia vita. E i tuoi?" "Buon vino davvero, però non mi succede niente. Penso solo a Claire." Sydney sorrise e bevve un altro sorso. "Sei senza speranza."
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8 Ogni anno, a Bascom, i festeggiamenti per il Quattro Luglio si tenevano nella piazza centrale. Le famiglie e i gruppi parrocchiali sistemavano tavoli e gazebo sul prato intorno alla fontana, e ognuno portava un manicaretto da gustare alla buona, in compagnia, prima dello spettacolo di fuochi d'artificio. La specialità di casa Waverley era il vino di caprifoglio, che permetteva di vedere al buio, e non solo: forse in città lo ignoravano, ma quel nettare ogni anno portava con sé alcune rivelazioni. Dopotutto vedere al buio significa anche notare cose che, altrimenti, si ignorerebbero. Il tavolo delle Waverley era collocato in disparte. Era uno dei più ricercati e visitati, certo, comunque discosto dagli altri. Sydney si agitava sulla sedia. Bay era nella zona sorvegliata per i bambini, indaffarata a piegare cappelli di carta e a farsi dipingere il volto, così Claire e Sydney si occupavano da sole di riempire i bicchierini di carta e porgerli a coloro che si avvicinavano sommessamente, quasi si trattasse di vino benedetto. Ogni tanto lo sceriffo gironzolava nei pressi e chiedeva: "È analcolico, vero?" "Certo", replicava Claire impassibile, come le sue ave avevano fatto prima di lei. Quando Sydney era adolescente, il Quattro Luglio significava trascorrere la giornata sul bordo della piscina di un amico, e presentarsi sul prato giusto in tempo per lo spettacolo pirotecnico. Ora si sentiva più anziana dei suoi coetanei, per esempio gli ex compagni di scuola, che per la maggior parte arrivavano in piazza reduci da barbecue in giardino o da feste in piscina, abbronzati e con il costume da bagno che spuntava sotto gli abiti. Emma era al tavolo della chiesa presbiteriana, intenta a chiacchierare con Eliza Beaufort. Dopo ciò che aveva scoperto, Sydney non invidiava più la loro vita privilegiata. Bizzarro... Si era sentita triste per aver perso qualcosa che non aveva mai posseduto! Forse le mancava l'amicizia in generale, il cameratismo che unisce le persone della stessa età. "Non riesco neppure a ricordare l'ultima volta che sono stata qui al 120
nostro tavolo", sussurrò a Claire, distogliendo lo sguardo. "Ne è passato di tempo." "Però non è male", proseguì Sydney con un profondo sospiro. "Perché ti senti tanto a disagio? Nessuno ci lancerà pomodori marci." "Giusto." Sydney poteva essere come Claire e non curarsi di ciò che pensavano gli altri. Aveva persino iniziato a vestire come la sorella: inamidate camicie senza maniche, calzoni cachi, pantaloncini a righe o quadrettoni, prendisole morbidi. Quel giorno, al salone di bellezza, dicendole che anche lei possedeva la magia delle Waverley, Claire le aveva fatto cambiare forma mentis. Da allora si sentiva una Waverley. In quel momento però aveva l'impressione di abitare in un paese di cui ancora non conosceva la lingua. Poteva anche indossare i costumi degli indigeni, ed era piacevole, però continuava a sentirsi un po' sola. "Essere strani non è male. Mi ci posso abituare." "Noi non siamo strane. Siamo ciò che siamo. Ciao, Evanelle!" La vecchia cugina si era appena avvicinata e aveva preso un bicchierino di vino. "Caspita, mi ci voleva proprio", esclamò mandandolo giù in un sol sorso. "Ho un sacco di cose da fare. Devo dare una cosa a Bay." Appoggiò il bicchierino, frugò nella sporta e mostrò loro una sgargiante spilla vagamente anni Cinquanta, con Strass ingialliti sistemati a raggiera. "Si sta facendo truccare", rispose Sydney. "Allora la raggiungo. Fred mi sta dando una mano a riorganizzare la casa. Sapeste quanto mi è d'aiuto! Questa l'ho trovata in un vecchio portagioie in cui ci siamo imbattuti per caso, e appena l'ho vista ho subito saputo che dovevo darla a Bay." "Fred ti sta dando una mano?" chiese Claire sporgendosi. "Si è inventato un sistema per catalogare tutta la mia roba: si chiama foglio elettronico." "Evanelle, per anni mi sono offerta di aiutarti", la rimbrottò Claire. Sydney si voltò a guardarla, incuriosita. Pareva ferita. "Lo so, ma non volevo darti noia. E visto che Fred vive con me..." "Vive con te?" la interruppe Claire. "Credevo si sarebbe trattenuto solo 121
per qualche tempo." "Be', ci siamo detti che, finché fosse rimasto, si sarebbe potuto sistemare più comodamente. Sta ristrutturando la soffitta per ricavarne un piccolo appartamento e fa anche qualche lavoretto in giro per casa. È proprio utile averlo intorno." "Sai che se hai bisogno di me, io sono qui." "Lo so. Sei una brava ragazza." Evanelle rimise la spilla nella borsa. "Dopo Bay, devo dare dei chiodi al reverendo McQuail e uno specchio a MaryBeth Clancy, e ho appuntamento con Fred alla fontana. Odio le folle, c'è sempre troppo da fare. A presto." "Ciao, Evanelle. Chiamami quando vuoi! " "Oh, sì", sbuffò Sydney. "Siamo proprio strane." "Non è vero", replicò Claire distratta. "Che ne pensi di Fred a casa di Evanelle?" "È triste che lui e James abbiano problemi", rispose Sydney stringendosi nelle spalle. "Ma a quanto pare a Evanelle piace averlo intorno." "Hmm." Pochi minuti dopo - nel frattempo lo sceriffo aveva fatto un'altra capatina da loro - Sydney richiamò l'attenzione di Claire con una gomitata. "Nel caso non te ne fossi accorta, Tyler non ti stacca gli occhi di dosso." La sorella gli lanciò un'occhiatina furtiva e gemette. "Cavolo! Dovevi proprio guardarlo? Ecco, adesso viene qui." "Oh, Dio ce ne scampi..." "Proprio. Be', a quanto pare non sono comunque l'unica ad attirare sguardi." Claire indicò un gazebo all'altro capo del prato, sul quale campeggiava la scritta CASEIFICIO HOPKINS. Un bell'uomo biondo, snello e abbronzato, serviva gelati in coni di carta. Era robusto, pareva fatto per resistere al vento, e continuava a fissare il loro tavolo. "Magari pensa che abbiamo bisogno di un gelato. Forse abbiamo l'aria accaldata." "È Henry Hopkins." "Henry!" Da lontano Sydney non l'aveva riconosciuto ma, ora che ci pensava, quei capelli e i movimenti calmi e ponderati avevano qualcosa di familiare. "Mi ero quasi dimenticata di lui." "Non è vero." Claire fece per alzarsi, la sorella l'afferrò per un braccio. "Lasciami! Ho dimenticato una cosa nel furgoncino." 122
"Non hai dimenticato niente. Stai cercando di evitare Tyler. E, sì, conoscevo Henry. Eravamo... amici, suppongo. Alle elementari. Poi ci siamo allontanati." "Perché?" chiese Claire, cercando di liberarsi dalla presa e guardando Tyler che si avvicinava. "Perché al liceo ero una stupida che non vedeva più in là del proprio naso." "Non è vero." "Oh, sì." "Oh, no." "Salve, signore, serve un arbitro?" Ora che la missione era compiuta, Sydney lasciò andare il braccio di Claire. "Ciao, Tyler." "Claire, i tuoi capelli! " esclamò Tyler, e istintivamente lei si portò la mano alla testa. Indossava la fascia bianca che Evanelle le aveva portato e che la faceva apparire giovane, innocente, cosa che lei fingeva di non essere. "Ti stanno benissimo. Ho fatto un sogno... Una volta ho sognato i tuoi capelli, ed erano così. Scusami, ma non c'era modo di dirlo senza sembrare stupido." Scoppiò in una risata sfregandosi le mani. "Tutti continuano a ripetermi che devo assolutamente assaggiare il vino di caprifoglio delle Waverley. O è una tradizione locale, oppure il gioco di Claire perché non mi interessi più a lei ha più partecipanti del previsto." "Cosa?" "Sydney mi ha spiegato quel che cerchi di ottenere con i piatti che mi prepari." Claire si voltò verso la sorella, la quale assunse un'espressione imbarazzata nonostante non lo fosse affatto. "Il vino di caprifoglio permette di vedere al buio", spiegò Claire asciutta. "Sei liberissimo di non berlo e di andare a sbattere contro un albero o di inciampare nel marciapiede, non m'interessa." Tyler prese un bicchierino e le sorrise. "Questo significa che riuscirò a vedere te al buio." 123
"Non ho ancora lavorato agli effetti collaterali della ricetta." Tyler bevve senza smettere di fissarla. Sydney, sorridente, si risedette. Era come osservare una danza, di cui solo uno dei due ballerini conosceva i passi. "Gliel'hai detto!" sbottò Claire non appena Tyler si fu allontanato. "Perché ti sorprendi tanto? Avresti dovuto immaginarlo. Sono così prevedibile." "Oh, no, non lo sei." "Sì che lo sono." "Vai a socializzare e smettila di darti arie da fattucchiera", replicò Claire scuotendo il capo. Eppure eccolo lì, l'accenno di un sorriso, l'inizio di qualcosa di nuovo fra loro. Era una bella sensazione. Henry Hopkins rammentava ancora il giorno in cui lui e Sydney Waverley erano diventati amici. Era la ricreazione, e Sydney se ne stava tutta sola vicino alla casa delle scimmie nel parco giochi. Henry non riusciva a capire perché gli altri bambini non volessero giocare con lei, comunque, visto che tutti facevano così, lui non voleva essere da meno. Quel giorno Sydney aveva qualcosa di diverso, pareva così triste, perciò le si era avvicinato, arrampicandosi sulle sbarre sopra la sua testa. Non aveva intenzione di rivolgerle la parola, però si era detto che forse avere qualcuno intorno le avrebbe fatto bene. Lei lo aveva fissato per un po' prima di chiedergli: "Henry, tu te la ricordi la tua mamma?" "Certo che sì", le aveva risposto ridendole in faccia. "L'ho vista stamattina. Perché, tu la tua non te la ricordi?" "Se n'è andata l'anno scorso. Inizio a dimenticarmela. Quando sarò grande non lascerò mai i miei bambini. Li vedrò ogni giorno così non si dimenticheranno di me." Henry aveva provato una fitta di vergogna così intensa che per poco non era caduto a terra. E da quel giorno, a scuola, era stato l'ombra di Sydney. Per quattro anni avevano giocato e mangiato insieme, corretto i compiti e fatto coppia nei progetti di classe. Quel primo giorno di scuola media, dopo le vacanze estive, non aveva alcun motivo di aspettarsi che tutto sarebbe stato diverso. Poi era entrato nell'aula in cui si attendeva l'inizio delle lezioni e l'aveva vista. I cambiamenti avvenuti in lei avevano fatto girare la sua testa di adolescente. Sydney era l'autunno, quando le foglie cadono e i frutti sono ormai maturi. 124
Gli aveva sorriso e, per tutta risposta, Henry si era voltato ed era uscito dall'aula. Aveva trascorso in bagno il resto dell'ora. Per l'intera giornata, ogni volta che Sydney provava a rivolgergli la parola, lui si sentiva svenire e si allontanava. E, dopo un po', lei aveva smesso di cercarlo. L'attrazione che provava era così inattesa da gettarlo nella disperazione. Voleva che tutto tornasse come prima. Sydney era intelligente, divertente, aveva il dono di svelare qualcosa delle persone da come portavano i capelli, un dono che Henry considerava incredibile. Di quella ragazza "che è solo un'amica, ma adesso le cose sono cambiate all'improvviso e non so più che fare" ne aveva parlato anche con il nonno. Lester gli aveva risposto che ogni cosa accadeva perché così doveva essere, ed era inutile cercare di anticipare il futuro. Alla gente piaceva credere il contrario, ma "ciò che si pensa non ha alcuna influenza su ciò che accadrà. Non ci si può imporre di stare bene. Non ci si può imporre di disamorarsi". Sydney, di sicuro, era convinta che Henry l'avesse abbandonata, come sua madre, che non volesse esserle amico, come gli altri bambini. Si sentiva un essere abietto. Alla fine Hunter John Matteson si era preso un bella cotta per Sydney e aveva fatto ciò che a lui non era riuscito: si era dichiarato. Henry era rimasto a guardare mentre gli amici di Hunter John diventavano gli amici di Sydney, e lei aveva cominciato a comportarsi come loro, prendendo in giro i ragazzi nei corridoi, persino lui. Erano trascorsi così tanti anni! Gli era giunta voce che era ricomparsa in città, ma non vi aveva fatto molto caso. Proprio come allora, non aveva ragione di aspettarsi che il suo ritorno avrebbe cambiato le cose. Poi l'aveva vista, e gli era sembrato di tornare indietro nel tempo: quello strano desiderio, quasi la vedesse per la prima volta. Gli uomini di casa Hopkins sposavano sempre donne più mature. Era perché era cambiata, maturata, che adesso si sentiva come quell'estate prima delle medie? "Se continui a fissarla così, finirai per ribaltarla." Henry si voltò verso il nonno, seduto dietro i tavoli, sulla sua sedia. Brandiva il bastone e, di tanto in tanto, chiamava i passanti come un imbonitore da fiera. "La stavo fissando?" "Da mezz'ora. Non hai sentito nemmeno una parola di ciò che ti ho detto, ci scommetto." "Scusami." 125
"Occhio! Si sta muovendo." Henry si girò e vide che Sydney si era allontanata dal tavolo delle Waverley e si dirigeva verso la zona per i bambini. I suoi capelli brillavano al sole; sembravano di miele. Raggiunse la figlia e scoppiò in una risata quando la piccola le mise in testa un cappello di carta. Le disse qualcosa, la ragazzina annuì e insieme s'incamminarono mano nella mano verso di lui. Verso di lui. Avrebbe voluto correre in bagno, neanche fosse ancora a scuola. "Ciao, Henry", lo salutò Sydney con un sorriso. Henry, sconvolto, non si arrischiava a fare il minimo movimento per paura di esplodere. "Ti ricordi di me?" Henry annuì. "Questa è mia figlia Bay." Lui annuì di nuovo. Sydney lo guardò con aria delusa, ma si strinse nelle spalle e si mise a discutere i gusti con la figlia: cioccolato e menta, fragola e rabarbaro, pesca al caramello, vaniglia e caffè... Era stata un'idea di nonno Hopkins. "Da' alle persone qualcosa che ancora non sanno di adorare e non si scorderanno mai di te." "Due cioccolato e menta, per favore", ordinò infine Sydney. Henry si affrettò a riempire due coni di carta mentre lei lo osservava; dapprima le mani, poi le braccia e infine il viso. Lo studiò mentre porgeva loro i coni. Lui non si decideva a spiccicare parola. Non riusciva nemmeno a sorridere. "È stato bello rivederti. Ti trovo in forma", disse, allontanandosi con Bay. Dopo qualche passo, si voltò per lanciargli un'ultima occhiata. "Lo spettacolo più pietoso che abbia mai visto", ridacchiò Lester. "Quand'ero ragazzino ho preso la scossa con una mungitrice meccanica. Era così forte che mi ha scaraventato a terra. Hai la stessa faccia che avevo io." "Non posso credere di non aver aperto bocca." "Zap! E via una bella scossa. Non riuscivo a parlare, boccheggiavo come un pesce", proseguì Lester senza smettere di ridere. Alzò il bastone e toccò la gamba di Henry. "Zzzzzzzzzppp!" 126
Il nipote sussultò. "Ah-ah, molto divertente", replicò, e scoppiò in una sonora risata.
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Evanelle e Fred sedevano sul sedile in pietra che circondava la fontana. Salutarono Sydney e Bay che passavano, gustando il gelato. Bay aveva appuntato l'orribile spilla di Evanelle sulla maglietta rosa, e ora la vecchietta si sentiva in colpa. La piccolina era troppo scrupolosa e attenta ai sentimenti altrui: se l'era messa solo perché gliel'aveva regalata lei, anche se non era per nulla adatta a una bambina. Perché mai aveva dovuto darle una cosa del genere? Evanelle sospirò rassegnata. Forse non l'avrebbe mai saputo. "Sono nervoso", brontolò Fred accarezzandosi i pantaloni corti perfettamente stirati. "E si vede", replicò Evanelle voltandosi a guardarlo. Lui si alzò e cominciò ad andare avanti e indietro a grandi passi; Evanelle, invece, se ne stava all'ombra della scultura a forma di foglia di quercia. Fred era abbastanza teso e accaldato per entrambi. "Mi ha detto che sarebbe venuto qui per parlare. In pubblico. Ma cosa pensa, che se fossimo soli lo ammazzerei?" "Uomini! Non puoi vivere senza, e non puoi neanche ucciderli." "Come fai a rimanere calma? Come ti sentiresti se tuo marito ti desse appuntamento e poi non si presentasse?" "Be', dato che è morto, non ne sarei così sorpresa." "Scusami", disse Fred tornando a sedersi. Evanelle gli diede una pacca affettuosa sul ginocchio. Era passato quasi un mese da quando le aveva chiesto asilo e, del tutto inaspettatamente, Fred era diventato un'allegra costante della sua vita. Dapprincipio si era trattato di una sistemazione temporanea, ma pian piano, e senza alcun dubbio, Fred si stava trasferendo da lei. I due avevano trascorso giornate intere a passare in rassegna tutte le vecchie cose che c'erano in soffitta; Fred ascoltava di gusto le storie che lei gli raccontava, poi aveva deciso di accollarsi le spese per la ristrutturazione, e adesso per casa giravano aitanti operai con un bel fondoschiena. Una visione che a Evanelle non dispiaceva. Si era addirittura sistemata una sedia ai piedi delle scale per ammirarli mentre andavano su e giù. La loro convivenza aveva ormai assunto i piacevoli toni della vita 128
famigliare. Fred sapeva bene di meritarsi un trattamento migliore di quello che gli riservava James, ma a volte, quando a cena Evanelle gli passava il burro, oppure quando gli porgeva un martello mentre appendeva un quadro, lui guardava ciò che aveva in mano, poi di nuovo l'amica con occhi così fiduciosi che Evanelle sentiva il cuore scricchiolare e spezzarsi come un vecchio ciocco di legno. E nonostante a parole fosse tanto coraggioso, nell'intimo Fred nutriva una speranza: forse un giorno l'amica gli avrebbe dato qualcosa di utile per sistemare le cose con James. "Si sta facendo tardi", commentò Fred. "La gente sta già stendendo le coperte. Probabilmente ci siamo mancati." Evanelle vide James per prima. Era alto, affascinante. Ed esile, come i volubili ed estrosi poeti di un tempo, le lunghe dita affusolate e gli occhi colmi di sentimento. Evanelle non aveva mai avuto nulla da ridire su di lui. In tutta sincerità, mai nessuno aveva avuto nulla da ridire su James. Lavorava per una società d'investimenti a Hickory, era un tipo riservato. Fred era stato il suo unico confidente per più di trent'anni, poi all'improvviso le cose erano cambiate, e né Fred né nessun altro in città riusciva a spiegarsene il motivo. Evanelle tuttavia aveva qualche sospetto. A una certa età s'iniziano a comprendere i flussi e i riflussi della vita. La convivenza di lunga data causa una sorta di follia. Tutte le donne di casa Burgess, per esempio, vivevano in una specie di nebbia fino al momento in cui i figli - e ognuna ne aveva per lo meno sei - non uscivano di casa. Quando anche il più piccolo lasciava il nido, tutte assumevano comportamenti decisamente eccentrici, per esempio bruciavano i rispettabilissimi abiti accollati e cominciavano a mettersi troppo profumo. E chiunque sia stato sposato per più di un anno può dire quale sia la sorpresa di rientrare a casa e scoprire che il marito ha abbattuto una parete per allargare una stanza o che la moglie si è tinta i capelli per apparire diversa e di nuovo attraente. Crisi di mezza età e caldane. Decisioni sbagliate. Avventure. E arriva anche il momento in cui qualcuno dice: "Ne ho abbastanza". Fred s'irrigidì nel vedere James. "Scusami per il ritardo. Per poco non ce la facevo." James aveva il fiato corto e la fronte appena imperlata di sudore. "Sono stato a casa a prendere 129
un paio di cose, il resto è tuo. Volevo dirti che ora ho un appartamento a Hickory." Ah! pensò Evanelle. Ecco perché aveva voluto incontrarlo lì: così avrebbe avuto la certezza di non trovarlo a casa e prendere quel che voleva senza doverne discutere. Le bastò un'occhiata per capire che anche Fred se n'era reso conto. "L'anno prossimo andrò in prepensionamento e probabilmente mi trasferirò in Florida. O forse in Arizona. Non ho ancora deciso." "Quindi è finita?" chiese Fred. Evanelle sapeva che lui voleva dire tante altre cose che lo opprimevano e che erano lì lì per essere espresse. Invece riuscì solo a ripetere: "È davvero finita?" "Per mesi mi sono roso dalla rabbia. Ora sono stanco", replicò James chinandosi in avanti e appoggiando i gomiti sulle ginocchia. "Sono stanco di cercare di mostrarti come si fa. Ho lasciato gli studi per te, sono venuto a vivere qui perché tu non sapevi da che parte girarti. Ho dovuto dirti che non era un problema far sapere a tutti che sei gay... ti ho trascinato fuori di casa per mostrartelo. Ho pianificato i nostri pasti e il tempo libero. Credevo di essere nel giusto. Al college mi ero innamorato della tua vulnerabilità e quando, alla morte di tuo padre, sei stato costretto ad andartene, ero terrorizzato al pensiero che non riuscissi a cavartela. Mi ci è voluto molto per accorgermi di aver reso un pessimo servizio a te... e anche a me stesso. Cercando di renderti felice ti ho impedito di imparare ad arrangiarti. Cercando di costruire la tua felicità ho perduto la mia." "Ma io posso migliorare. Dimmi solo..." Fred s'interruppe, e in un terribile istante si rese conto di quanto fossero vere quelle parole. James strizzò gli occhi che aveva chiuso per un attimo. Si alzò. "Devo andare." "No, ti prego", sussurrò Fred afferrandogli la mano. "Non posso. Non posso più continuare a dirti come vivere. Ho quasi dimenticato come farlo io stesso." James esitò. "Senti, hai presente Steve, l'insegnante di cucina dell'Orion che viene sempre nel tuo negozio per parlare di ricette? Be', forse dovresti conoscerlo meglio. So che gli piaci." Fred gli mollò la mano; pareva gli avessero appena sferrato un pugno nello stomaco. 130
James si allontanò lentamente, senza aggiungere altro. Era così alto, magro e rigido da sembrare un acrobata sui trampoli. A Fred non rimase che guardarlo andare via. "Durante la pausa pranzo ascoltavo di nascosto i discorsi delle cassiere", mormorò, senza rivolgersi a nessuno in particolare. Evanelle si chiese se ricordasse che lei era lì, accanto a lui. "Mi dicevo che erano ragazzine stupide, non capivano che non esiste dolore più grande del non essere in grado di lasciar andare chi ha smesso di amarti. Volevano sempre sapere perché. Perché quel ragazzo non le amava più? Con quale angoscia se lo chiedevano! " Dopo di che, Fred si voltò e se ne andò. Sydney sedeva sola su una delle vecchie trapunte di nonna Waverley. Bay si era fatta qualche amichetto, perciò lei aveva steso la coperta accanto alle famiglie dei ragazzini, così che potessero giocare tutti insieme alla luce violetta del crepuscolo. Emma si era accomodata su una sedia con cuscino, accanto a persone che Sydney non conosceva. Nessuna traccia di Hunter John. Di tanto in tanto Emma le lanciava un'occhiata, per il resto non tentò in alcun modo di parlarle. Com'era strano starsene a poca distanza dagli amici di un tempo, e scoprire che ormai erano perfetti sconosciuti! Sydney stava stringendo nuove amicizie al salone, ma le nuove amicizie richiedono tempo. La storia richiede tempo. Osservava Bay correre su e giù per il prato con una girandola scoppiettante, quando d'un tratto si accorse che qualcuno si avvicinava alla sua destra. Si voltò. Henry Hopkins si fermò accanto alla coperta. Era diventato proprio un bell'uomo, i folti capelli biondi disciplinati in un taglio corto e pratico, le braccia muscolose. Aveva un ultimo ricordo nitido di lui: un capitombolo nel corridoio della scuola, al liceo, e lei e gli amici che lo deridevano. Henry era stato un adolescente allampanato, maldestro, ma possedeva una pacata dignità che Sydney aveva sempre apprezzato. Crescendo si erano divisi, e lei non sapeva spiegarsi il perché. Sapeva solo che, una volta ottenuto quello che credeva di volere a scuola, era stata crudele con lui. Non lo biasimava per non averle rivolto la parola quando, quel pomeriggio, si era avvicinata con Bay al tavolo degli Hopkins. "Salve", la salutò. 131
"Allora parli", replicò Sydney senza riuscire a trattenere un sorriso. "Ti spiace se mi siedo qui?" "Come se potessi respingere un uomo che mi regala il gelato", scherzò lei. Henry si sedette. "Scusami per prima. È che non mi aspettavo di vederti." "Credevo ce l'avessi con me." "E perché mai?" La sua pareva una sorpresa genuina. "Non sono stata molto carina con te al liceo. Mi dispiace. Da piccoli eravamo così uniti." "Io non ce l'ho mai avuta con te. Ancora oggi non riesco a passare davanti al parco giochi senza pensarti." "Eh, lo so, me l'hanno detto in molti." Henry sorrise. Sydney fece altrettanto. Andava tutto bene. Poi lui la guardò dritto negli occhi. "E così sei tornata." "Sono tornata." "Sono contento." Sydney scosse la testa. La giornata aveva preso una piega davvero inaspettata. "Non ci crederai, ma sei il primo a dirmelo." "Be', vale la pena pazientare per le cose più belle."
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"Non resti per i fuochi?" chiese Tyler a Claire che riponeva le bottiglie vuote. L'aveva raggiunta alle spalle; lei però non si era voltata. Era troppo imbarazzata. Se l'avesse fatto, si sarebbe trasformata in una donna insicura, incapace di gestire un uomo interessato a lei. Finché gli avesse dato le spalle sarebbe rimasta la vecchia Claire, padrona di sé, quella che era prima che Tyler decidesse di presentarsi e sua sorella si trasferisse da lei. Sydney e Bay avevano già steso una trapunta, in attesa che si facesse abbastanza buio per l'inizio dello spettacolo. E con loro c'era anche Henry Hopkins... Claire si sforzava di pensare ad altro. Inutile: a Henry Hopkins piaceva sua sorella. Perché la infastidiva tanto? Perché la infastidiva che Fred aiutasse Evanelle? Il muro che aveva eretto fra sé e gli altri si stava sbriciolando. Si sentiva incredibilmente indifesa. Non poteva esserci momento peggiore per avere a che fare con Tyler. "Li ho già visti", rispose, ostinandosi a dargli la schiena. "Finiscono con una grande esplosione." "Be', mi hai rovinato la sorpresa. Vuoi una mano?" Claire impilò gli scatoloni e li sollevò, lasciandone due per un altro viaggio. "No." "Va bene", replicò Tyler impadronendosi degli ultimi. "Allora prendo questi." E la seguì attraverso il prato sino al furgoncino posteggiato lungo la strada. Claire sentiva lo sguardo di lui piantato sulla nuca. Fino a quel momento non si era mai accorta di quanto i capelli corti potessero rendere vulnerabili. Esponevano parti prima celate, il collo, la curva delle spalle, la sporgenza del seno. "Cos'è che ti spaventa?" le chiese Tyler dolcemente. "Non so di cosa parli." Una volta raggiunto il furgoncino, Claire aprì il bagagliaio e vi sistemò gli scatoloni. Tyler le si avvicinò e fece altrettanto. "Sono io?" 133
"Ma ti pare?" replicò ironica. "Allora è l'amore?" "Che arroganza! " lo rimbeccò lei assicurando gli scatoloni perché le bottiglie non si rompessero durante il tragitto. "Visto che rifiuto le tue avance allora ho paura dell'amore..." "E di un bacio hai paura?" "Nessuno sano di mente avrebbe paura di un bacio." Claire chiuse il bagagliaio e si voltò. Tyler era più vicino di quanto credesse. Troppo. "Non pensarci nemmeno", lo ammonì trattenendo il respiro e premendosi contro il furgoncino mentre lui si faceva ancora più vicino. "È solo un bacio", sussurrò Tyler facendo un altro passo. I loro due corpi, adesso, erano quasi appiccicati. L'avrebbe toccata, pensò Claire. "Nulla da temere, no?" Lui appoggiò una mano sul furgone, accanto alla sua spalla, e si sporse in avanti. Claire avrebbe potuto andarsene, certo, le sarebbe bastato correre via, dargli nuovamente le spalle. Ma poi Tyler abbassò il capo, e lei vide la piccola ragnatela di rughe intorno agli occhi, la minuscola cicatrice su un lobo, lasciata forse da un orecchino. Piccoli dettagli che narravano di lui, come i racconti di un cantastorie, filastrocche che la rassicuravano e l'inducevano ad ascoltare. Non voleva sapere niente di quell'uomo, eppure la curiosità la stuzzicava... Ed eccola spacciata. Le labbra di Tyler si posarono su quelle di Claire lentamente. Lei avvertì un formicolio, tiepido, come olio di cannella. Tutto qui? Be', non era così male. Tyler inclinò appena la testa, e vi fu quella frizione. Sbucata fuori dal nulla, e adesso attraversava come un lampo ogni atomo del suo corpo. Claire boccheggiò sorpresa schiudendo le labbra, e fu allora che la situazione le sfuggì di mano. Il bacio diventò più profondo, la lingua di Tyler si fece strada e un milione di immagini impazzite presero a schizzare nella mente di Claire. Non era ciò che vedeva lei. Erano le immagini che le trasmetteva lui... nudità e gambe che si avvinghiavano, mani che si tenevano, la colazione insieme, invecchiare. Cos'era quella magia tanto folle? Che bella sensazione... All'improvviso le mani di Claire erano ovunque, si aggrappavano a lui, lo tiravano più vicino. Tyler la premette contro il furgoncino con foga, sollevandola quasi da terra. Era troppo. Claire era sicura di morire, eppure il pensiero di smettere, d'interrompere il 134
contatto con quell'uomo, con quell'uomo bellissimo, le spezzava il cuore. Si era chiesta come sarebbe stato baciarlo. La tensione, l'inquietudine sarebbero scomparse... o ne sarebbe stata esasperata? Scoprì che Tyler assorbiva il bacio come fosse calore per poi irradiarlo fino a lei. Quale magnifica rivelazione! D'un tratto le parve di udire dei sibili. Si staccò da lui e scorse un gruppo di ragazzini che passava sul marciapiede, fischiando e lanciando loro sorrisini. Li osservò allontanarsi. Tyler, immobile, aveva il respiro affannato. Ogni volta che respirava premeva contro il suo seno, tanto sensibile da farle quasi male. "Lasciami andare", gli disse. "Non credo di riuscirci." Claire lo respinse e si liberò dalla sua stretta. Tyler cadde in avanti, appoggiandosi al furgoncino; sembrava non avesse la forza di stare in piedi. Claire capì cosa provava quando si accinse a raggiungere il lato del guidatore e quasi non le riuscì. Si sentiva debole, come se non mangiasse da giorni o non camminasse da anni. "E tutto questo per un bacio. Se mai faremo l'amore, mi ci vorrà una settimana per riprendermi." Tyler parlava del futuro con naturalezza, le immagini che le aveva trasmesso erano vivide; ma Claire non poteva permettersi d'iniziare alcunché, perché prima o poi sarebbe tutto finito. Storie del genere non duravano nel tempo. Non poteva concedersi quel piacere, perché altrimenti, quando fosse finita, avrebbe trascorso il resto della vita sentendone la mancanza. Ne avrebbe sofferto. "Lasciami in pace, Tyler." Lui si costrinse ad allontanarsi dal furgoncino; era sempre senza fiato. "Non sarebbe mai dovuto accadere. E di certo non accadrà di nuovo." Così dicendo Claire si mise al volante e si allontanò sgommando, ignorando i marciapiedi e tutti gli stop fino a casa.
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9 Oltre un secolo prima i Waverley erano stati una famiglia rispettata e benestante. Quando avevano perduto la loro fortuna a causa di una serie di investimenti errati, i Clark, ricchi proprietari di acri e acri di terreno coltivati a ottimo cotone e dolcissime pesche, ne avevano goduto in silenzio. I Waverley, seppure non altrettanto ricchi, erano facoltosi da generazioni e originari di Charleston; a Bascom si erano costruiti una residenza appariscente e, secondo i Clark, avevano sempre avuto un'idea troppo pretenziosa di se stessi. Non appena avevano saputo della disgrazia che aveva colpito i Waverley, le donne di casa Clark avevano accennato una danza alla discreta luce della mezzaluna. Poi, considerandosi anime caritatevoli, avevano portato loro sciarpe di lana mangiate dalle tarme e torte insapori, senza zucchero. In realtà volevano semplicemente vedere come fossero ridotti i pavimenti, senza servitù che li lucidasse, e quanto vuote fossero le stanze, visto che buona parte dei mobili era stata venduta. Era stata Reecey Clark, la pro-pro-prozia di Emma, a dare il via a tutto, rubando le mele dal giardino sul retro. Le Waverley, con gli abiti rammendati e i capelli in disordine dopo aver inutilmente cercato di pettinarsi, avevano insistito per mostrare alle Clark i loro fiori, perché la cura del giardino era l'unica cosa che sapevano fare da sole. Reecey Clark ne era stata subito gelosa, perché il giardino di casa sua non avrebbe mai retto il confronto. Le mele, lucenti e perfette, abbondavano ovunque, perciò, di nascosto, se n'era riempita le tasche e la borsa a rete. Ne aveva addirittura infilata qualcuna nella giacca. Perché le Waverley dovevano avere tutte quelle mele meravigliose, che nemmeno mangiavano? E poi era come se il melo stesso gliele offrisse, facendogliele rotolare ai piedi. Di ritorno a casa, Reecey aveva consegnato le mele alla cuoca ordinandole di farne della composta. Nelle settimane seguenti, ogni donna di casa Clark aveva preso ad avere visioni meravigliosamente erotiche, tanto che al mattino si alzavano sempre prima, ansiose di fare colazione. Col tempo il sesso sarebbe divenuto parte integrante di ogni evento importante nelle vite delle Clark, cosa peraltro non sgradita ai mariti che, spesso esausti, proprio per questo tendevano a spendere troppo e a 136
perdonare di più. Ahimè, la composta era terminata in fretta, e con essa le colazioni erotiche. Ne era stata preparata dell'altra, ma era una cosa ben diversa! Reecey sapeva che dipendeva da quelle mele, le mele delle Waverley. Divenne follemente gelosa, convinta che i frutti di quell'albero donassero sensuali visioni a chiunque ne mangiasse. Ecco perché le Waverley parevano sempre tanto soddisfatte. Era ingiusto, semplicemente ingiusto, che loro possedessero un albero simile e i Clark no. Non poteva certo rivelare ai genitori ciò che aveva fatto: sarebbe stato umiliante ammettere di aver rubato, oltretutto a una famiglia in disgrazia. Così una notte era sgattaiolata fuori e si era recata a casa Waverley. Era riuscita a issarsi sull'inferriata, poi però le gonne le si erano impigliate ed era scivolata. Aveva trascorso l'intera notte appesa a testa in giù, come il mattino seguente l'avrebbero trovata le Waverley. Avevano chiamato i signori Clark e con l'aiuto di Phineas Young, l'uomo più forte della città, Reecey era stata liberata, quindi subito spedita ad Asheville dalla severa zia Edna. Ed era stato lì, due mesi dopo, che aveva vissuto la notte più appassionata della sua vita, in compagnia di uno stalliere. Era stato proprio come nelle visioni procurate dalla composta di mele. Reecey l'aveva scambiato per un segno del destino, per questo, pur di continuare a vivere quell'incredibile storia, aveva persino deciso di sopportare la sgradevole zia Edna. Alcune settimane più tardi era stata però sorpresa nelle stalle con il garzone, e immediatamente maritata a un uomo attempato e inflessibile. Non era mai più stata né felice né sessualmente appagata. Convintasi che la causa di tutto fossero le Waverley, una volta diventata vecchia si era imposta di tornare a Bascom ogni estate per raccontare a nipoti e pronipoti quanto malvagie ed egoiste fossero quelle donne, a tenersi l'albero magico tutto per sé. Fu così che il risentimento si innestò in casa Clark, e vi rimase. Anche se nessuno si ricordava più il perché.
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Il mattino dopo il Quattro Luglio Emma Clark Matteson fece ricorso alla collaudata e tradizionale usanza di casa Clark per ottenere ciò che voleva. Quel mattino fece l'amore con Hunter John, i cuscini e le lenzuola scaraventati a terra. La foga fu tale che, se non avessero avuto l'accortezza di accendere la radio, i bambini li avrebbero certamente uditi. Dopo, Emma cercò di parlare di Sydney al marito esausto e stordito. Voleva fargli ammettere che lei, Emma, era più sexy di Sydney, la quale, il giorno precedente, era parsa così invecchiata in quegli orribili pantaloncini scozzesi, che ovviamente gli descrisse fin nei minimi particolari. Hunter John, tuttavia, si rifiutò di discuterne. Quella donna, le disse, non aveva più nulla a che vedere con loro. Quindi si alzò e andò a farsi una doccia. Emma si morse le labbra. Turbata, fece l'unica cosa che poteva: telefonò alla madre, in lacrime. "Hai seguito il mio consiglio, hai tenuto Hunter John lontano dai festeggiamenti. Hai fatto bene", le disse Ariel. "Però hai sbagliato a tirare fuori l'argomento Sydney questa mattina." "Ma sei stata tu a dirmi che doveva fare il paragone fra noi due", replicò la figlia, ancora distesa nel letto e abbracciata a un cuscino. "Mi spieghi come faccio, senza nominarla?" "Tesoro, tu non mi ascolti. Ho fatto in modo che potesse paragonarvi quando Sydney serviva in tavola e tu facevi gli onori di casa. Per l'amor del cielo! Adesso basta." Emma si sentiva la testa vorticare. Non aveva mai messo in dubbio la considerevole conoscenza materna in fatto di uomini, ma tutto le pareva troppo complicato. Come avrebbe fatto ad andare avanti? Prima o poi Hunter John avrebbe iniziato a sospettare qualcosa. "Dopo che è andato a trovarla al White Door non hai più lasciato che le si avvicinasse, vero? Ecco un altro grande errore." "No, mamma, però non posso continuare a tenerlo sotto controllo. Quando potrò fidarmi? Quando saprò?" "Gli uomini sono le creature più inaffidabili di questo mondo, tesoro. Riuscire a tenertelo stretto è compito tuo. Compra qualcosa di succinto, solo per lui. Sorprendilo." Si, mamma. 138
"Le donne di casa Clark non perdono il proprio uomo. Sappiamo come renderli felici." Si, mamma. "Dov'è Bay?" chiese Sydney entrando in cucina. Era il primo lunedì dopo il Quattro Luglio, e anche il suo giorno libero. "Credevo ti stesse dando una mano." "Infatti, poi però ha sentito passare un aeroplano ed è corsa in giardino. Fa sempre così." "Davvero non capisco", ridacchiò Sydney. "Non è mai stata fanatica degli aerei." Claire si affaccendava in cucina, intenta a preparare tortine al cioccolato per gli Haversham, che vivevano quattro numeri più avanti. Per il decimo compleanno del nipotino avrebbero dato una grande festa a tema piratesco, e alla classica torta avevano preferito decine di tortine nelle quali i bambini avrebbero trovato un anello, una moneta, un portafortuna. Claire aveva candito i sottili germogli di angelica colti in giardino e si accingeva a usarli per disegnare piccole X sulla glassa di ogni dolcetto, come mappe del tesoro; avrebbe completato l'opera con fogliettini infilzati su stuzzicadenti, contenenti ognuno un indovinello. "E quand'è la festa?" le chiese Sydney osservandola alle prese con la glassa. "Il compleanno degli Haversham? Domani." "Se vuoi, mi prendo volentieri un permesso per aiutarti." "Per questa volta sono a posto, grazie", replicò Claire, commossa dall'offerta della sorella. Bay rientrò proprio in quel momento e Sydney scoppiò in una risata. "Oh, tesoro, ma non devi metterti la spilla di Evanelle ogni giorno. Non lo pretende di certo." "Magari potrebbe tornarmi utile", ribatté la figlia gettando un'occhiata al monile che si era appuntata sulla maglietta. "Allora, sei pronta per andare a vedere la scuola?" "Zia Claire, pensi di riuscire a cavartela senza di me?" "Oggi mi sei stata di grande aiuto. Credo di riuscire a finire da sola." 139
Claire già si immaginava la t