JOHN DICKSON CARR DELITTI DA MILLE E UNA NOTTE (The Arabian Nights Murder, 1936) Prologo Quattro uomini erano seduti int...
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JOHN DICKSON CARR DELITTI DA MILLE E UNA NOTTE (The Arabian Nights Murder, 1936) Prologo Quattro uomini erano seduti intorno a un tavolo tondo nella grande biblioteca al numero 1 di Adelphi Terrace. Nel corso di pochissimi anni, una buona quantità di strani e sorprendenti reperti erano stati posati su quel tavolo sotto il lume a saliscendi per l'esame del dottor Fell. C'era stato, per esempio, un ballerino giocattolo, quella figurina di latta le cui giravolte avevano procurato l'indizio per il delitto Weatherby Grange; le sei monete azzurre che avevano fatto impiccare Paulton di Regent Street. Ma raramente il tavolo aveva visto una collezione più incongrua degli oggetti che erano lì quella sera. Erano i reperti di quel caso che diventò poi noto come il delitto delle Mille e Una Notte. Ce n'era una mezza dozzina, a cominciare da un ricettario di cucina fino a un paio di barbe finte. La luce forte sul tavolo sembrava quella di un riflettore più che di un lume, E nella stanza non c'era altra luce a eccezione del fuoco nel caminetto, acceso per l'eventualità di una lunga seduta notturna. Installato nella sua più grossa poltrona, con accanto un tavolinetto zeppo di sigari e di liquori, il dottor Gideon Fell sorrideva beato. Dopo quattro mesi nel sud della Francia, il dottore scoppiava di salute. Era stato a Cannes, bisogna ricordare, per il caso dell'avvelenamento Giraud in cui erano rimaste coinvolte le due ragazze inglesi: una brutta faccenda. Poi aveva bighellonato sulla Costa Azzurra, in parte per curarsi dell'asma che lo affliggeva ma più che altro per la sua innata pigrizia. Ora, sotto il lume a saliscendi, la sua faccia era più rossa che mai. I suoi occhietti ammiccavano dietro gli occhiali tenuti dal grosso cordoncino nero; le risate animavano le sue svariate pappagorge e scuotevano le protuberanze sotto il suo panciotto. La sua voluminosa figura sembrava riempire la stanza come il fantasma del Pacco Dono di Natale. Una mano era appoggiata al bastone, l'altra reggeva un sigaro con cui indicava i reperti sul tavolo. «Sì, m'interessa» disse, compiaciuto, respirando rumorosamente. «Sono disposto ad ascoltare tutta la notte qualunque storia che in certo qual modo abbini un ricettario di cucina con due paia di barbe finte. Una bianca, vedo, e l'altra nera. Ma senti, Hadley, cosa mi dici di questi altri reperti?» Li indicò. «Sembrano quasi altrettanto misteriosi. Quella lama ricurva posso
capirla. Ha l'aria abbastanza micidiale. Ma, e queste fotografie? Questa qui sembrerebbe una serie di orme. E quest'altra... be', sembrerebbe un negozio orientale o un bazar, con una grossa chiazza nera sulla parete proprio sopra la porta. Be'?» «Esatto» rispose il sovrintendente Hadley con aria grave. «Quella chiazza è stata fatta da qualcuno che ha tirato del carbone contro il muro.» Il dottor Fell restò col sigaro a mezz'aria. Inclinò leggermente la testa da un lato, e la massa dei capelli brizzolati gli ricadde su un orecchio. «Tirato del carbone contro il muro?» ripeté. «E per quale ragione?» L'ispettore Carruthers intervenne con espressione cupa. «Sì, signore. È molto importante, a meno che la ricostruzione dei fatti del sovrintendente Hadley non sia completamente sbagliata. E, in relazione a quella macchia, richiamo la vostra attenzione su quel paio di finti baffi neri. Tanto per cominciare, potete vedere che c'è della gomma appiccicata, il che è ancora più importante...» «Piano, piano!» ruggì sir Herbert Armstrong, quell'eminente uomo d'affari le cui capacità lo avevano fatto nominare vice alto-commissario della Polizia Metropolitana. «Non vedete che imbrogliate ogni cosa? Calmatevi, tutti e due, e lasciate che spieghi io. Ecco! Fell, ci troviamo in alto mare e ci rivolgiamo a voi come ultima risorsa. È una situazione così pazzesca che nessun altro ci capirebbe qualcosa.» «Mi confondete» disse il dottor Fell. «Andate avanti.» Guardò i suoi tre ospiti intorno al tavolo. Ognuno contrastava con l'altro nel modo di raccontare una storia o perfino nel pensarla: ognuno, difatti, pur essendo inglese, proveniva da una zona differente. John Carruthers, l'irlandese, era ispettore di divisione di Vine Street. Era il funzionario di polizia di nuovo tipo. Non aveva più di trentacinque anni ed era un uomo di vasta cultura e con un'ottima preparazione atletica, beneducato e con una forte immaginazione. Aveva astutamente imparato a frenare la sua immaginazione, sebbene spesso ciò lo mettesse in imbarazzo. Il suo tratto non irlandese era una capacità a volte fastidiosa di indovinare il pensiero degli altri. Altrimenti aveva il viso lungo, tenebroso e arguto, scure sopracciglia unite sopra occhi sardonici e non lo si vedeva mai senza la pipa penzolante da un angolo della bocca. Sir Herbert Armstrong, con la testa calva e il corpo robusto e voluminoso, era inglese al cento per cento. Avrebbe potuto fare da modello per quel dottor Bull di cui rimane soltanto il simbolo della sua personalità. Leale, sentimentale, cinico, cordiale, garrulo, eccitabile e ostinato, detestava le
proprie qualità ma era fierissimo dei propri pregiudizi. Aveva un carattere violento ma perfettamente innocuo che (dietro le spalle), attraverso canali misteriosi del Corpo, gli aveva fruttato il biasimevole soprannome di Paperino. E infine aveva un forte senso dell'amicizia, come almeno una persona nel caso del delitto delle Mille e Una Notte poteva testimoniare. Il terzo del trio, il sovrintendente David Hadley, era originario del nord Tweed. Era il miglior amico del dottor Fell, e il dottore, che lo conosceva profondamente, ammetteva spesso che con lui non si sapeva mai dove si cascava. Cauto, calmo e logico in superficie, Hadley poteva essere ora lento e brillante, ora stolido e strambo. Quella sua tranquilla stolidità... si parla ancora di come entrò da solo in quella profumatissima cucina, covo di ladri, a est di Poplar, di come arrestò Myers e Bailey con una pistola giocattolo dopo di che, imperturbabile, li fece camminare davanti a sé voltando le spalle a tutti i gorilla del locale... quella sua tranquilla stolidità nascondeva una suscettibilità che lo portava a offendersi anche quando l'offesa era del tutto inesistente. Detestava gli scandali, era un uomo tutto famiglia e forse aveva un senso della dignità anche troppo accentuato. Anche se lui lo avrebbe negato vigorosamente, aveva un'immaginazione forse ancora più forte degli altri due. E alla fine era famoso per non lasciare mai nessuno nei guai, che si trattasse di un amico o meno. «Statemi a sentire» continuò sir Herbert Armstrong, tirando una botta sul tavolo, «questa faccenda del museo Wade va studiata. Siete sicuro di non aver letto un giornale inglese negli ultimi quattro mesi e di non saperne niente? Bene! Tanto meglio! Qui, in queste schede, c'è tutto registrato, parola per parola. E davanti a voi avete le tre persone che si sono occupate del caso durante tutti i suoi stadi, per poi essere trionfalmente premiate da un bellissimo fiasco...» «Fiasco?» esclamò Hadley. «Non arriverei a dire tanto.» «Be', fiasco legale, comunque. La cosa sta così: Carruthers fu il primo a scontrarsi con la pazzia, l'assassinio e con una situazione che nessuno al mondo pareva capace di spiegare. Poi subentrai io e la situazione parve chiarirsi, ma il delitto restava sempre un insensato spaventoso guazzabuglio. Poi subentrò Hadley, e trovammo una spiegazione per il delitto... ma tutto il resto restava insensato.» Il dottor Fell pareva un po' confuso. «È il gioco d'un pazzo» continuò Armstrong, querulo. «Ma ripasseremo ancora una volta questa storia caotica. Dovrete sedervi sul tappeto volante, che vi piaccia o no. Ognuno di noi, a turno, vi racconterà la sua storia e
spiegherà i dubbi di chi l'ha preceduto. Alla fine voi dovrete dirci cosa diavolo dobbiamo fare. Cioè, se ci capirete qualcosa, del che dubito. Forza, Carruthers, attaccate.» Carruthers sembrava a disagio. Prese il mucchio di cartellette blu con i fogli dattiloscritti, accanto al gomito di Hadley, e i suoi occhi cupi e arguti si posarono sui presenti. Poi, dietro la pipa dondolante, la sua bocca si aprì in un sorriso. «Temo di aver fatto una gran confusione» disse. «Però, signore, non credo di essermi cacciato in grossi guai, perciò sono abbastanza tranquillo. Così diceva il cantastorie dalla sua sedia accanto ai bazar. Vi suggerisco di riempire il bicchiere e di reggere forte il cappello, signore, perché si parte.» PARTE PRIMA DEPOSIZIONE DELL'ISPETTORE JOHN CARRUTHERS 1 La mia prima impressione che c'era qualcosa che non funzionava l'ebbi dal sergente Hoskins, un sergente in uniforme, questo va ricordato, e anche allora era difficile vedere nella faccenda nient'altro che uno svitato che tentava di scavalcare un muro. Ciononostante, anche se in Vine Street abbiamo l'abitudine di riderci su, specialmente quando si tratta di persone del bel mondo che fanno baldoria, in genere simili buontemponi non hanno lunghe barbe bianche. Incontrai Hoskins alle undici e un quarto di venerdì sera, quattordici giugno. Mi ero trattenuto fino a tardi alla Centrale e poiché avevo del lavoro da sbrigare, ero uscito per andare a prendere un caffè e un sandwich in un chiosco di Panton Street, con l'intenzione poi di tornare a lavorare. Quando mi guardai attorno in Haymarket per potermi riposare un attimo sotto le luci, quasi mi scontrai con Hoskins. È un tipo all'antica, massiccio e risoluto, con baffoni napoleonici: non lo avevo mai visto così sconvolto. Respirando affannosamente, mi trascinò nell'ombra e mi disse: «Ascoltate, signore, in venticinque anni mi è capitato di vedere dei burloni, ma mai uno come questo! E con la barba bianca, anche se era finta! Gliela do io la barba!» esclamò, rabbioso. «Guardate qui!» M'indicò il suo collo. Al
di sopra del colletto vidi i segni lunghi e profondi di unghiate. «Sapete dov'è il museo Wade, signore? In Cleveland Row?» Come molti, avevo sentito parlare del museo Wade. Avevo sempre pensato di andare, un giorno o l'altro, a farci una capatina, ma non lo avevo mai fatto. Il nostro distretto aveva ricevuto severi ordini di tenerlo d'occhio, non solo da Wade stesso, ma anche dai capi in testa del Corpo. Immagino che avrete sentito parlare del vecchio Geoffrey Wade, anche se soltanto come sinonimo di un grosso conto in banca. Tuttavia questa definizione non gli piacerebbe. Per quanto io non l'abbia mai visto, l'ho sentito descrivere come un uomo eccentrico, focoso, e come il più grande showman del mondo. Inoltre sapevo che aveva diverse proprietà in St. James, compreso un blocco di appartamenti in Pall Mall Place. Circa dieci anni fa mise su un piccolo museo privato (aperto al pubblico) che amministra e cura personalmente. È un museo asiatico o orientale, o così ho sempre creduto, sebbene ricordi d'aver letto un articolo da qualche parte che diceva che vi sono anche buoni esemplari di carrozze inglesi antiche: un miscuglio che forma la gioia del vecchio. Il museo è in Cleveland Row, di fronte al St. James Palace. Ma è incastrato nell'estremità orientale della strada, in mezzo a spiazzi e palazzotti bui che sembrano abbandonati sin dal diciottesimo secolo. Durante il giorno, nelle vicinanze non c'è quasi anima viva - ci sono troppi echi - e di notte uno si può immaginare quello che vuole. Di conseguenza, quando Hoskins mi parlò di quel museo, il mio interesse si destò. Gli dissi di piantarla di ansimare e di raccontarmi cos'era accaduto. «Stavo facendo la mia ronda» rispose Hoskins ricomponendosi, «e camminavo verso ovest lungo Cleveland Row. Erano circa le undici, signore. Stavo per dirigermi verso la mia prossima meta - il giro di Pall Mall - per incrociarmi con il poliziotto di ronda là. E stavo passando davanti al museo Wade. Conoscete quel museo, signore?» C'ero passato vicino qualche volta e ricordavo un edificio a un piano prospiciente la strada e circondato da un muro alto e stretto. Inoltre c'era un'alta porta di bronzo tutta piena di fregi e ghirigori che potevano essere, come no, iscrizioni arabe: quello era il motivo per cui veniva fatto di notare l'edificio. Entrambi, Hoskins e io, lasciammo perdere il tono ufficiale: non riesco mai a sostenerlo a lungo, temo. «Così mi sono detto» continuò Hoskins, con un tono rudemente confidenziale «mi sono detto: ora vado a provare la porta per vedere se Barton
non ha trascurato niente. Be', signore, la porta era chiusa. Perciò ho roteato il raggio della mia lampada attorno senza pensare a nulla di particolare, capite, signore, l'ho semplicemente roteato.» S'interruppe. «Be', mi sono preso un bello spavento. Ci potete credere. Perché quello era lassù, seduto sul muro. Un uomo alto, magro, vecchiotto, con cilindro e finanziera. E una lunga barba bianca.» Scrutai Hoskins, Non sapevo se ridere o che altro fare. Se non lo avessi conosciuto bene, avrei pensato che si stesse facendo gioco di me. Ma l'uomo era terribilmente serio. «Sì, signore, proprio così. Seduto sul muro. Gli ho schiaffato la luce addosso; naturalmente ero un po' stranito... alla sua età e con quel cappello sulle ventitré e perfino abbastanza malconcio... ma ho gridato: "Ehi, cosa ci fate lassù?". Poi ho sbirciato gli occhi di quell'individuo e sono costretto ad ammettere...» «Sei troppo sensibile, sergente.» «D'accordo, signore, ridete pure» disse Hoskins, cupo, scuotendo la testa minacciosamente, «ma voi non lo avete visto. Aveva dei grossi occhiali cerchiati di tartaruga. Mi fissava con un'espressione da pazzo. Quella faccia lunga e quella barba inverosimile e poi quelle gambe lunghe e sottili da ragno penzolanti dal muro... E tutt'a un tratto è balzato giù. Bangi Così. Ho creduto che mi piombasse addosso. Avete mai visto, signore, un sagrestano che gira col piattino della questua? Ecco, lui aveva quell'aspetto, solo sembrava matto. È caduto giù tutto in un mucchio, ma poi si è rialzato. E mi ha detto: "Lo hai ucciso e sarai impiccato per questo, mio bell'impostore. Ti ho visto nella carrozza". È così dicendo mi ha agguantato il collo con tutt'e due le mani.» Ora Hoskins non era ubriaco (mi respirava forte in faccia, perciò posso ben dirlo) né è il tipo che possa inventarsi una simile mostruosità. «Il vecchio della Montagna, forse» dissi. «E poi, cosa è successo?» Hoskins riprese a parlare in tono umile. «Alla fine ho dovuto sganciargliene uno, signore. Era una belva, nonostante quel suo aspetto da vecchio: non ho potuto fare altro. Be', per fare più alla svelta l'ho colto proprio sulla mascella, e lui è crollato. E a quel punto ho scoperto la cosa più strana... la barba era finta. Credetemi, signore, è la verità. Era appiccicata con una specie di gomma e nella lotta si era staccata. Non sono riuscito a vederlo bene in faccia perché lui, nel tentativo di tirarmi un calcio, mi aveva fracassato la lampada e in quel tratto di strada il buio era piuttosto fitto.» Suo malgrado, un sorriso cominciò ad aleggiare sulle labbra di Hoskins.
«Be', signore, mi sono detto: "Lummy, questa faccenda è poco chiara". Eccomi qui (ho pensato) nelle peste con quello che si potrebbe definire un tipo venerabile, con la barba finta, steso al suolo come uno stuoino a neanche cento metri da Pall Mall. Cosa ne dite? Mi sentivo un po' idiota, vi assicuro. L'unica cosa che potevo fare era chiamare il cellulare. Mi sono ricordato che dovevo vedere Jameson, il poliziotto che stava facendo il suo giro in Pall Mall proprio in quel momento. Così ho pensato di andare a chiamare Jameson perché venisse a badare a quel tipo mentre io andavo a telefonare. Be', signore, l'ho appoggiato con la testa sul bordo del marciapiede perché non gli venisse un'emorragia proprio lì, col rischio di diventare ancora più matto. Poi mi sono allontanato, e dopo neanche venti passi mi sono voltato per assicurarmi che stesse bene...» «Ed era così?» «No, signore, non stava bene» rispose Hoskins solennemente. «Era sparito.» «Sparito? Volete dire che si era alzato ed era scappato?» «No, signore, era svenuto, ci giurerei sulla Bibbia! Voglio dire che si era volatilizzato. Pfff!» disse Hoskins con un grosso sforzo di fantasia e un ampio gesto della mano. «È la verità sacrosanta, signore.» Si raddrizzò in tutta la sua dignità, qualcosa evidentemente lo angustiava. «Voi siete un signore intelligente, signore, e so che mi credete. L'agente Jameson non mi ha creduto. E cosa fa lui se non scherzarci su col suo diretto superiore? "Sparito?" dice. "Dove? Portato via dagli spiriti, immagino. Barba finta!" dice. "Barba finta un corno! Magari aveva anche i pattini a rotelle e un ombrellino verde. Meglio che tu non racconti questa storia quando torni alla Centrale, ragazzo mio." Ma io invece la dico, perché è mio dovere e ci insisto! Inoltre non poteva svanire da nessuna parte, quel tizio.» Dopo aver tirato due o tre grossi sospiri, Hoskins riuscì a dominare la sua rabbia. «Ascoltate, signore. Il tipo era là, lungo disteso in mezzo alla strada, lontano da qualunque porta. Per giunta c'era tanto silenzio che avrei sicuramente sentito se qualcuno si fosse avvicinato; avrei visto chiunque, perché la strada non era poi tanto buia, e giuro che non mi ero allontanato più di dieci metri. Ma io non ho visto niente né udito niente e in dieci secondi quel tipo è... pfff! Sembra proprio un episodio da libro giallo. Sparito! Svanito dove era impossibile svanire, ci giuro sulla Bibbia. Ma la mia preoccupazione è solo questa: cosa devo fare?» Gli dissi di tornare alla Centrale e di calmarsi un po' mentre io andavo a prendere una tazza di caffè. Anche se sarei stato felice che quella storia
fosse vera e di scoprire così qualcosa di micidiale che mi aiutasse a fare il mio primo colpo nel West End, mi era impossibile dedicare un pensiero concreto al Problema della Barba che spariva senza sentirmi ancora più idiota di Hoskins. E, al pari di Hoskins, cosa diavolo potevo fare? D'altro canto, a meno che Hoskins non fosse stato vittima di un volgare scherzo, non serviva a niente negare che quel fatto era spiacevolmente strano e comico insieme. Sebbene continuassi a tempestare Hoskins di domande, Hoskins giurava che era impossibile che Barba fosse stato portato via senza che lui vedesse o udisse; inoltre era sicurissimo che il tipo aveva perso i sensi. Sul momento c'era soltanto una cosa da fare: andai a prendere il mio famoso caffè. E quando tornai indietro, a quel punto ancora più preoccupato di cosa potesse significare quella maledetta faccenda, trovai che c'erano stati altri sviluppi. Il sergente Hoskins mi venne incontro sulla porta: era fuori servizio e si era messo in borghese, ma traccheggiava con allegria repressa e agitava il pollice indicandomi l'agente Jameson che stava dietro di lui con atteggiamento saturnino. «Un pizzico di fortuna, signore» disse. «Jameson ha avuto il suo giro di valzer.» «Vuoi dire che Barba è ricomparso?» Il saturnino Jameson scattò sull'attenti. «No, signore, non si tratta dello stesso individuo. Si tratta di qualcuno che ha cominciato a fare un putiferio davanti al museo Wade nemmeno cinque minuti dopo che il sergente è andato via. Ma quando mi sono avvicinato a quel tizio... be', quello aveva anche voglia di litigare.» Mi guardò con occhi fiammeggianti. «Ho pensato che vi sarebbe piaciuto parlargli. Non l'ho accusato di niente, ma posso sempre farlo nel caso che vogliate trattenerlo per una qualche ragione: ha tentato di colpirmi col bastone, il fottuto. L'ho solo pregato di venire qui tranquillamente per scambiare una parola con voi. È nel vostro ufficio.» «Cos'è successo?» «Be', signore» rispose Jameson, scalpicciando un poco, «stavo facendo il mio giro davanti a quel museo... quando ho visto quell'individuo che, voltandomi le spalle, pareva strusciare le mani sulla porta di bronzo. Un giovanotto molto elegante, moderno, vestito da sera, costituzione robusta, con quell'aria da attore del cinema che sembra dire: "Me ne frego di tutto". L'ho chiamato e gli ho chiesto cosa stava facendo. Lui ha detto: "Sto cercando di entrare, non è abbastanza chiaro?" Io gli ho detto: "Saprete che è un museo, immagino, signore". Lui ha detto: "Sì ed ecco perché voglio en-
trare. C'è un campanello qui, da qualche parte, aiutatemi a trovarlo". Be', io gli ho detto che il museo era chiuso, che era tutto buio e che avrebbe fatto meglio ad andarsene a casa. Lui si è girato, furioso, e ha detto: "Se non vi sembra troppo strano, sono stato invitato a un'esposizione privata. Così non ho nessuna intenzione di andarmene. Cosa ne dite?" Io ho detto...» Jameson gonfiò le gote: «"Potrei anche aiutarvi". Allora lui dice: "Perdio, accidenti alla vostra impudenza" (proprio così) e, alzando quel suo bastone, tenta di colpirmi...» «A quanto pare ci dev'essere qualcosa nell'aria» commentò il sergente grattandosi un baffo. «Che mi pigli un colpo se ci capisco qualcosa, e voi, signore?» «Andate avanti, Jameson.» «Gli ho afferrato il bastone e gli ho chiesto, con gentilezza naturalmente, se non gli dispiaceva seguirmi al posto di polizia per rispondere a qualche domanda dell'ispettore. Lui è cambiato completamente. Si è calmato. "Domande su cosa?" ha voluto sapere. Io ho detto: "Su una sparizione". Ho avuto l'impressione che assumesse un'aria molto strana, ma non ha scatenato nessun putiferio come mi sarei aspettato ed è venuto con me continuando a farmi un sacco di domande. Io non gli ho detto niente, signore. Ora è nel vostro ufficio.» Jameson, come sapete, era andato oltre il suo dovere, ma dato che la faccenda cominciava a sembrarmi molto strana, ne fui lieto. Mi avviai verso il mio ufficio e, là, aprii la porta. Stanotte udrete varie interpretazioni dei personaggi con i quali abbiamo avuto a che fare. Io posso soltanto darvi la mia. L'uomo che era stato seduto sulla mia poltrona girevole e che si era alzato come se lì per lì non avesse saputo come comportarsi con me, era piuttosto imponente e in maniera particolare nel mio squallido ufficio. Per un attimo mi parve di vedere in luì qualcosa di così vagamente familiare che avrei giurato di averlo già conosciuto. Quella strana sensazione persistette finché non mi resi conto di quale ne era la causa. L'uomo che avevo davanti era il tipico eroe di almeno un migliaio di romanzetti. L'eroe da romanzo in carne e ossa. (E per giunta ne era consapevole.) Difatti era alto, con spalle larghe, e aveva quel bell'aspetto forte e duro preferito dalle romanziere, con occhi azzurro chiaro sotto sopracciglia cespugliose e scuri e folti capelli corti, ed era anche, giuro, abbronzato. Metteteci ogni genere di cliché, compreso il perfetto vestito da sera e quell'aria di chi ha combattuto contro le tigri: non ne sbaglierete uno. Ma più che altro era il suo atteggiamento. Esagerando fino
all'assurdo, ci si poteva quasi immaginare di sentirgli dire: "Olà, mio scudiero..." con un rapido gesto del polso... però si aveva la sgradevole impressione che lo scudiero sarebbe scattato sull'attenti. Ciò che lo salvava dall'apparire un borioso pedante erano i suoi modi veramente affascinanti, sebbene sotto la superficie s'intuisse una buona dose di spavalderia, un'energia e un'eccitabilità che lui tentava di reprimere. Quegli occhi chiari mi scrutavano in modo tale che ebbi l'impressione che sotto quella sua rigidezza stesse ponderando su qualcosa e tremasse per qualche forte eccitazione mentale. Alla fine, col suo bastone, mi fece una specie di saluto (evidentemente aveva optato per una calorosa cordialità) e sorrise mostrandomi una bella sfilata di denti robusti. «Buona sera, ispettore» disse. La sua voce era esattamente quella che ci si poteva aspettare... tirate pure fuori altri cliché. Si guardò intorno con aria ironica e indifferente. «Sento di dovervi dire che sono stato altre volte in un commissariato e anche in qualche carcere piuttosto sgradevole. Però senza saperne precisamente il motivo.» Adottai il suo atteggiamento. «Be', signore, qui abbiamo delle prigioni molto rispettabili» dissi, «nel caso che vogliate ampliare le vostre esperienze. Sedetevi, prego. Sigaretta?» Si sedette di nuovo sulla mia poltrona e accettò una sigaretta. Stava leggermente proteso in avanti, le mani unite sul bastone, e mi scrutava con una tale intensità minacciosa sotto le sopracciglia cespugliose da dare l'impressione che fosse strabico. Ma presto il sorriso ricomparve e lui aspettò che io accendessi un fiammifero. «Non posso fare a meno di pensare» riprese con aria sicura quando io finalmente riuscii ad accendere il fiammifero, «che il vostro poliziotto sia un po' svitato. Naturalmente l'ho seguito... sapete, io adoro le avventure, ed ero curioso di vedere cosa succedeva.» (Una specie di maliziosa millanteria.) «Londra è una città noiosa, ispettore. Ma non ho ancora capito cosa c'è sotto. L'agente ha accennato a una sparizione.» «Sì, una cosa da niente, signor...?» «Mannering. Gregory Mannering.» «Il vostro indirizzo, signor Mannering?» «Edwardian House, Bury Street.» «La vostra professione, signor Mannering?» «Oh, diciamo... soldato di ventura.» Nonostante la sua riprovevole ma accattivante millanteria, pensai che qui aveva toccato una nota stonata, ma lasciai perdere. Continuò: «Vedia-
mo di sbrogliare questa faccenda, ispettore. Forse voi potrete darmi una risposta, perché certamente io non sono in grado di farlo. Ascoltate: oggi, nel pomeriggio, ho ricevuto l'invito... un invito personale... di trovarmi al museo Wade alle undici di questa sera». «Capisco. Conoscete il signor Geoffrey Wade, allora?» «Per la verità non l'ho mai conosciuto. Ma immagino che arriverò a conoscerlo presto e piuttosto bene dato che sono il suo futuro genero. La signorina Miriam Wade e io...» «Capisco.» «Cosa diavolo volete dire con quel "capisco"?» mi domandò, calmissimo. Il mio abituale sistema di troncare il discorso gli aveva fatto incrociare le sopracciglia a V, il che gli dette quella sospettosa espressione semistrabica di quando guardava direttamente in faccia qualcuno. Ma poi si dominò e scoppiò a ridere. «Scusate, ispettore, ammetto di essere un po' seccato. Quando sono arrivato là e ho trovato quella maledetta casa completamente buia e senza un segno di vita da nessuna parte... però non capisco come abbia fatto Miriam a sbagliare data. Mi ha telefonato questo pomeriggio. Doveva essere una riunione di persone di una certa importanza, compreso Illingworth da Edimburgo - l'esperto di cose asiatiche - ne avete sentito parlare, è quel sacerdote che va sempre in giro a far conferenze... E dato che io mi sono fatto un po' d'esperienza in Oriente, Miriam aveva pensato...» Il suo umore cambiò. «Perdio, ma perché vi racconto tutte queste storie? Perché tutte queste domande, comunque? Nel caso che non lo sappiate...» «Solo una domanda ancora, signor Mannering, tanto per chiarire le cose» dissi suadente. «A cosa serviva questa riunione al museo?» «Non posso dirvelo, purtroppo. È una scoperta del museo, qualcosa di segreto. In un certo senso, dovevamo violare una tomba. Credete nei fantasmi, ispettore?» Di nuovo cordiale, con uno dei suoi strani balzi d'umore. «È una domanda difficile, signor Mannering. Ma uno dei miei sergenti stava quasi per crederci, stasera. Questa, difatti, è la ragione per cui siete stato portato qui. I fantasmi portano barbe finte?» Lo guardai e d'un tratto la sua espressione mi fece trasalire. «Quel particolare fantasma se ne stava lungo disteso per terra tranquillissimo e poi è sparito proprio sotto gli occhi del sergente: è stato portato via. Ma quel fantasma aveva fatto una certa accusa...»
Continuai per un bel po' con quelle cretinate cercando di nascondere il fatto che mi stavo rendendo ridicolo e chiedendomi perché mai Mannering avesse chinato la testa e fosse scivolato leggermente in giù sulla sedia. Aveva chinato la testa lentamente come se stesse pensando, ma a un certo punto la sedia scricchiolò e io vidi che la sua testa ciondolava da una parte. Il bastone dal pomo d'argento gli sgusciò via dalle dita, sostò un attimo su un ginocchio e piombò per terra. La sigaretta lo seguì. Lo chiamai, così bruscamente che qualcuno arrivò di corsa dal corridoio. Quando lo afferrai per le spalle mi resi conto che il signor Gregory Mannering era svenuto. 2 La signora di Harun-ar-Rashid Trascinai di peso Mannering verso una panca, ve lo distesi sopra e ordinai dell'acqua. Il suo polso era debole: da come respirava sospettai che perfino un individuo così vigoroso doveva avere il cuore malato. Il sergente Hoskins, che era entrato dopo aver frettolosamente bussato, restò a guardare a bocca aperta Mannering, il cappello, il bastone e la sigaretta per terra. Raccattò la sigaretta. «Ecco!» esclamò Hoskins con violenza, esaminando la sigaretta invece che l'uomo sulla panca, «allora c'è davvero qualcosa di strano in quel museo.» «Sicuro» risposi, «e ci siamo cascati proprio in mezzo, però solo Dio sa di cosa si tratta. Andrò là per cercare di scoprirlo. Resta qui con lui e tenta di fargli riprendere i sensi. Prendi nota di tutto quello che dice. Io ho accennato al tuo amico Barba, e lui, zac, è svenuto... C'è un modo per entrare in quel museo a quest'ora? Un guardiano notturno o qualcosa di simile?» «Sissignore, c'è il vecchio Pruen. Il museo è aperto tre volte la settimana, la sera dalle sette alle dieci. Una mania del vecchio proprietario, capite. Durante quelle tre ore Pruen fa da assistente e poi ridiventa guardiano notturno. Ma dal davanti non può sentire. Se volete svegliarlo dovete girare sul retro... da Palmer Yard.» Palmer Yard, ricordai, era un vicolo che partiva da St. James Street e correva parallelo a Cleveland Row, sul retro. Hoskins ammise che non gli era nemmeno passato per la testa di chiamare Pruen perché non aveva collegato quelle buffonate con un'istituzione così rispettabile come il museo Wade. Ma, pensai, mentre mi cacciavo in tasca una torcia elettrica e mi
avviavo verso la mia auto, ora si poteva cominciare a considerare il Problema delle Barbe che sparivano con un certo grado di serietà. Il buon senso mi diceva che c'era un solo sistema per cui un uomo svenuto può sparire improvvisamente dal centro di una strada deserta. Non era molto dignitoso, era perfino decisamente comico, ma perché dovremmo aspettarci che il delitto debba essere dignitoso? Vedete che stavo già considerando quella faccenda come un delitto, anche se la consideravo pazzesca. Quando, undici anni fa, mi arruolai nel Corpo, la prima cosa che mi ordinarono fu di liberarmi del senso umoristico, e per essere venuto da County Down, ho fatto del mio meglio con così breve preavviso. Salii in macchina e mi avviai giù per Haymarket e lungo Pall Mall completamente deserta. Nessun punto a Londra ha un aspetto solitario come quell'angolo di St. James Street a quell'ora. Era una chiara notte di luna e l'orologio dorato sopra il cancello del palazzo segnava mezzanotte e cinque. Verso ovest, Cleveland Row era cupa e buia. Non girai sul retro come mi aveva suggerito Hoskins. Parcheggiai l'auto proprio davanti al museo, scesi e perlustrai il selciato scuro con la torcia. Accanto al bordo del marciapiede vidi quello che Hoskins, con la sua torcia fracassata, non era riuscito a vedere: un'apertura circolare nel suolo con un coperchio di ferro. In altre parole il pazzo sparito doveva essere stato risucchiato giù attraverso uno scivolo per il carbone. Non ridete, signori. Voi non avete visto quel maledetto affare come lo vidi io, in mezzo a una piazza buia e deserta e con la porta bronzea di quel museo di fronte che pareva sbeffeggiare. Barba era scivolato nella carbonaia come un genietto nella sua bottiglia. Spostai il raggio della lampada sul museo. Era un palazzo massiccio con circa duecentocinquanta metri di fronte sulla strada e piuttosto acquattato con i suoi due piani di lisci blocchi di pietra. Le finestre del piano terreno erano murate, quelle superiori munite di grate di ferro nello stile francese. Con una mezza dozzina di scalini larghi e poco profondi si arrivava alla porta sopra la quale c'era una tettoia sorretta da due colonne di pietra, e la luce della mia lampada illuminò un groviglio di caratteri arabi. In nessuna strada di Londra c'era mai stata una casa così fantastica da sembrare uscita da Le Mille e Una Notte. Un muro alto circa tre metri si estendeva da ciascun lato. Sulla destra, al di là del muro, intravidi la cima di un albero: probabilmente si trattava soltanto di un volgare platano londinese, ma la mente suggestionata poteva facilmente trasformarlo in qualcosa di più esotico. Tornai verso quella carbonaia, sollevai il coperchio di ferro e illuminai
l'interno. Lo scivolo del carbone era stato spostato. Essendo nel pieno dell'estate, c'era pochissimo carbone là sotto e il salto era relativamente breve. Feci quello che la situazione richiedeva. Mi lasciai scivolare giù reggendomi al bordo in modo da poter richiudere alla meglio il coperchio per evitare che qualche colonnello nevrastenico, rientrando a casa, vi piombasse dentro... e mi lasciai andare. C'erano delle scatole e delle casse da imballaggio. Mentre penzolavo, le avevo quasi toccate con i piedi. Evidentemente erano state spinte a casaccio nella cantina del carbone, comunque formavano una specie di comoda piattaforma su cui qualcuno era indubbiamente salito per tirar giù Barba. Per giunta l'uscio della carbonaia che dava nella cantina vera e propria era aperto: un grosso lucchetto penzolava dal gancio con la chiave ancora infilata dentro. Dopo aver inciampato contro una cassetta scatenando un infernale fracasso rimbombante, schizzai nella parte più ampia della cantina. C'era umido, caldo e odore di muffa. Girai il raggio della lampada sulle pareti a calce e sul pavimento ingombro di altre pile di casse da imballaggio e quasi ricoperto di trucioli e di paglia. All'estremità opposta c'era una caldaia spenta da cui partivano tubi ricoperti d'amianto; tutta la cantina era, a occhio e croce, lunga circa trenta metri. In alto, sul muro posteriore, proprio dietro la caldaia, c'erano tre finestre. Alla sinistra della caldaia c'era una grossa carbonaia, una specie di recinto con alte pareti di legno il cui uscio dava sull'ingresso della cantina e dove c'era ancora un mucchio di carbone. Poiché stavo guardando dappertutto in cerca di Barba aspettandomi di trovare Dio sa cosa, guardai perfino là. Ma di lui nessuna traccia. Nondimeno la mia sensazione di disagio cresceva. Lì dentro c'era qualcosa, anche se non l'uomo stesso. Nell'allungare la mano per evitare di sbattere la testa contro un tubo della caldaia, trovai una lampadina elettrica penzolante: era ancora calda. Da qualche parte arrivava corrente e avrei giurato di sentire dei passi. Sulla destra c'era una rampa di scalini di cemento. La cantina continuava in quella direzione: le scale erano state messe lì come un monumento contro un divisorio di legno che separava quella parte piuttosto stretta dal magazzino al di là. E portavano verso la direzione da cui ero entrato. Salii con la lampada spenta ma pronta. In cima c'era un uscio d'acciaio antincendio dipinto in modo che sembrasse legno e munito di una di quelle valvole ad aria compressa che gli impedivano di chiudersi di colpo. Aprii. La valvola fece come un fruscio, un rumore improvviso che mi bloccò a mezzo attraverso l'apertura...
Davanti a me, per quanto potei giudicare in quell'oscurità, c'era una grande sala col pavimento di marmo. E al centro di quel pavimento c'era qualcuno che ballava. Letteralmente. Potevo udire i tonfi cupi di quell'empio ticchettio. Guardando verso l'ingresso principale del museo, la parte più grande della sala era ora alla mia sinistra: vedevo la balaustrata di una scala di marmo bianco. In alto, il bagliore di una lanterna elettrica: un lieve chiarore nel buio. La lanterna era immobile e rendeva spettrale il pavimento di marmo bianco e gettava un cerchio di luce intorno all'oggetto su cui era puntata... una cassa oblunga lunga circa due metri e mezzo per uno di altezza; le teste dei chiodi nuovi scintillavano. Intorno a essa, nella penombra, una piccola figura umana danzava e piroettava, ticchettando. Era una visione oltremodo grottesca perché l'omettino indossava la severa uniforme blu con bottoni d'ottone di un inserviente e la visiera di pelle lucida del suo lindo berretto luccicava mentre lui agitava il capo. Eseguì un'ultima piroetta e finì la sua gaia danza col fiato mozzo. Tirò un calcio alla cassa e il rimbombo echeggiò nella sala. Qualcuno parlò, la sua voce fu soltanto un bisbiglio. «Moglie di Harun-ar-Rashid!» disse, quasi teneramente. «Destati! Ehi ehi! Spirito! Ti chiamo! Spirito!» Ora vi sto raccontando tranquillamente quello che vidi e udii, ma sul momento non riuscivo a crederci. Era esattamente come uno di quei cartoni animati che si vedono al cinema in cui oggetti animati prendono improvvisamente vita al calar della notte, e nulla, pensavo, poteva essere più inanimato dell'inserviente di un museo. Ma la sua voce nasale era reale. Dopo un paio di sghignazzate asmatiche, lui si aggiustò per benino l'uniforme, tirò fuori di tasca una fiasca piatta, la scosse e gettò all'indietro la testa per bere. A quel punto accesi la mia lampada. Attraverso la sala, il raggio colse il pomo d'Adamo che andava su e giù nel collo grinzoso e rosso come quello di un tacchino. Quando si accorse di me, l'uomo lasciò ricadere il braccio di scatto. Sbatté le palpebre sorpreso, sì, ma per niente spaventato. «È...» disse, poi, in tono diverso: «Chi è là?». «Sono un funzionario di polizia. Venite qui.» Parve rinsavire. Qualcosa lo fece irrigidire, qualcosa sembrò farlo diventare querulo e spavaldo: si contrasse e mi guardò con astio, ma sempre per niente allarmato. Conservava perfino un pizzico d'allegria. Prese la lanterna, si avvicinò strascicando i piedi, borbottando, muovendo il collo a de-
stra e a sinistra. Vidi una faccia ossuta, la pelle rugosa piena di chiazze rosse che si estendevano, ancora più rosse, sulla punta del naso lungo: una faccia avvizzita con occhiali sul naso e occhi strizzati che mi fissavano astiosamente mentre lui inclinava la testa fin quasi sulla spalla per guardare in su. E alla fine s'irritò. «Ah, funzionario di polizia, eh?» disse, con studiato sarcasmo. Poi dondolò il capo come per un sospetto confermato e dovette schiarirsi la gola. «E posso chiedervi cos'è questo giochetto d'irrompere qua dentro così? Da dove siete venuto? Posso sapere cos'è questo scherzo?» «Risparmiatevi questi discorsi» dissi. «Cos'è successo qui, stanotte?» «Qui?» domandò. «Qui? Niente. A meno che le mummie non siano uscite dalle loro luride casse... e io non ne ho vista alcuna... be', niente.» «Vi chiamate Pruen, non è vero? Benissimo. Volete essere accusato di rapimento? In caso contrario, cos'è successo al vecchio alto con occhiali cerchiati di tartaruga...» la mia gola si chiuse mentre io stavo per dire barba finta... «che era qui circa un'ora fa? Cosa ne avete fatto di lui?» Lui borbottò con aria incredula non scevra di una certa ilarità. La sua spavalderia parve afflosciarsi mentre mi fissava. «Siete ubriaco, capo» disse il signor Pruen pari pari. «Dite un po', non siete mica passato dal Dog and Duch? Il vecchio con... ah, ora capisco, l'avete presa bella! Sicuro! Sapete cosa vi dico, capo, andatevene a letto a smaltire la sbronza come un bravo...» Gli posai una mano sulla spalla. Il fatto che io stesso mi chiedevo se per caso non fossi ubriaco mi fece venir voglia di torcergli quel collo grinzoso. «Benissimo, allora l'accusa sarà di assassinio» dissi. «In ogni caso ora verrete con me al posto di polizia...» Lui crollò mentre la sua voce si levava, stridula: «Uh! dico... aspettate un momento! Io non ho fatto niente...». «Cos'è accaduto qui, stanotte?» «Niente! Non c'è stato nessuno, qui, da quando ho chiuso alle dieci!» (Il guaio era che quanto diceva sembrava proprio la verità.) «Doveva esserci una mostra privata o qualcosa di simile, qui, stasera alle undici... no?» D'un tratto parve illuminarsi. «Ah, quello! Quello! Perché non l'avete detto subito?» Divenne aggressivo. «Sì, ci doveva essere, ma non c'è stata. È stata rimandata. Sì, dovevano venire a vedere certe cose, e il dottor Illingworth in persona doveva venire a vederle, ecco com'era importante. Solo che oggi, all'ultimo momento, il signor Wade... parlo del vecchio... e quan-
te ne buscherete da lui, vedrete!... è dovuto andare fuori città. Così nel pomeriggio la riunione è stata rimandata. Tutto qui. Non è venuto nessuno.» «Può essere. Comunque accendiamo le luci e andiamo a dare un'occhiata in giro.» «Con piacere» ridacchiò Pruen. Mi guardò. «Però, da uomo a uomo e tra noi, cosa pensate che sia successo qui? Qualcuno si è lamentato?» Vedendomi esitare gridò, trionfante: «No, nessuno, vero? Bene, allora! Siete pagato per entrare con scasso anche se nessuno sporge querela?». «E voi siete pagato per ballare intorno alle casse nel cuore della notte? Cosa c'è in quella cassa?» «Non c'è nulla in quella cassa» dichiarò lui con uno scuotimento solennemente ilare della testa. «So che siete propenso a sospettare che vi sia un uomo morto lì dentro, ma non c'è nemmeno una donna morta. Questo è il bello: non c'è niente in quella cassa! Cosa ne dite?» Prima che potessi cavar qualcosa da quel discorso, lui era avanzato nel buio strisciando i piedi e ondeggiando la lanterna. Sparì dall'altra parte della scala. Seguì una serie di clic, e le lampadine disposte dietro la cornice del soffitto diffusero una luce soave che illuminò la sala con un bagliore dolce come quello del chiarore lunare. Ma la stanza, ora che era illuminata, non diventò meno spettrale. Era una sala ampia, dal soffitto alto, tutta pavimentata di marmo e con due file di colonne di marmo, distanti le une dalle altre circa tre metri, che arrivavano fino alla porta d'ingresso. C'era quell'atmosfera spoglia delle sale adibite a mostre pubbliche. Sul retro, in linea diretta con la porta, un'ampia scalinata di marmo saliva e si biforcava in due gallerie aperte che, evidentemente, formavano il primo piano. Il soffitto di entrambe era di mattonelle smaltate a quadri bianchi e verdi; i colori, come appresi più tardi tra le molte curiose informazioni che raccolsi su quella casa, erano identici a quelli delle cupole delle moschee di Bagdad. Nelle pareti laterali c'erano quattro arcate, due su ciascun lato, e sopra di esse lessi, in sottili lettere dorate: "Galleria Persiana", "Galleria Egiziana", "Galleria dei Bazar", "Galleria degli Otto Paradisi". Oltre quegli archi e oltre la grossa porta di bronzo sul davanti, c'erano altri tre usci. Uno... l'uscio da cui ero entrato... era alla sinistra della scala (guardando la scala). Un altro, identico, era alla destra della scala. Il terzo era quasi in fondo alla parete laterale sulla destra (sempre guardando la scala) dove c'era scritto in lettere dorate: STANZA DEL CONSERVATORE ed era il più vicino all'arcata contrassegnata "Galleria degli Otto Paradisi".
Ma furono le cose in mostra in quella sala, sebbene ve ne fossero pochissime, che guardai. Sulla parete laterale a destra, sempre verso il fondo, erano appesi enormi tappeti di un disegno che colpiva talmente lo sguardo che uno si ritrovava a voltarsi continuamente per ammirarli. Non so bene come descriverli. Non era soltanto la loro sontuosità o i disegni complicati o le immagini sbalorditive che suscitavano (difatti erano più che altro disegni di fiori sparsi a strati per terra) ma la loro essenza languida e viva. Aumentavano la spettrale irrealtà del luogo. Al centro della sala c'erano bacheche di vetro contenenti armi: l'occhio andava istintivamente dai tappeti ai coltelli e viceversa. Fu un sollievo guardare verso la parete di sinistra tra la fila delle colonne e la parete stessa. Lì c'erano degli esemplari che sarebbero dovuti sembrare incongrui, tuttavia, non si sa come, non era così. Carrozze o diligenze. Ce n'erano cinque, enormi e brutte in quel chiarore lunare. Quella più vicino a me, la prima, era bassa, dipinta in colori sgargianti, voluminosa, e aveva una targhetta su cui era scritto: "Fabbricata da Guilliam Boonen, cocchiere della Regina Elisabetta, il primo a introdurre le carrozze in Inghilterra, nel 1564 circa. Le tirelle sono di cuoio a indicare regalità, ma il corpo non è ancora sospeso su cinghie...". Guardai quelle dopo. Una carrozza di vetro del diciassettesimo secolo, una specie di bomboniera francese dorata, con lo stemma dei Borboni in rosso e verde, e una vettura postale dickensiana sulla cui portiera c'era la scritta: IPSWICK TELEGRAPH. E infine, al centro, c'era un gigantesco veicolo dipinto di nero, con un mantice di cuoio nero e piccoli finestrini simili a spioncini e sospeso su balestre arcuate a un buon metro e mezzo da terra. Presi a camminare avanti e indietro, i miei passi che echeggiavano, e fui riscosso da una voce sarcastica. «Tutto a posto?» domandò Pruen. Le palpebre grinzose si alzavano e si abbassavano nella sua faccia rugosa. Si mise il berretto sulle ventitré e le mani sui fianchi. «Niente vittime rapite? Nessun cadavere? Ehi, dico! Assolutamente nessuna traccia di...» S'interruppe di botto perché io mi ero avvicinato alla porta di bronzo e avevo visto la traccia di qualcosa. Sul pavimento di marmo, estendendosi per circa una mezza dozzina di passi, in linea diretta con la porta, c'era una fila di macchie nere. Tirai fuori la lampada, erano orme non ben definite, un ammasso confuso dove si vedevano chiaramente le tracce di qualcuno che era entrato da quella porta e aveva camminato per circa due metri prima che le macchie svanissero. Si distingueva il segno di mezzo tacco e co-
sì il lato di una scarpa a punta. E quelle orme erano state fatte con la polvere di carbone.
«Cosa avete trovato?» gridò all'improvviso Pruen. Udii i suoi passi rumorosi. «Chi ha lasciato queste tracce?» domandai. «Quali tracce?» «Eccole lì. Non avete detto che non c'era stato nessuno qui, stasera?» «Bah» fece Pruen. «Tutto qui? Io ho detto che dopo la chiusura, alle dieci, non c'è stato nessuno. Cosa volete che sappia, io? Prima c'erano dozzine di persone... non sorridete... dozzine. Siamo popolari, noi!» «Qual è la vostra posizione quando siete di servizio? Dove state? E in piedi o seduto?» Lui indicò una sedia alla sinistra della porta di bronzo. Da lì si dominava la sala dal lato destro delle carrozze e anche più di metà dell'uscio attraverso il quale ero arrivato di sopra. «Voi sedevate là. Non avete visto nessuno lasciare quelle orme?» «No, non ho visto.» «E saprete spiegare, immagino, come può aver fatto qualcuno a entrare dalla strada con le suole delle scarpe sporche di polvere di carbone.» Qualcosa balenò dietro quei suoi occhialucci, pareva nervoso ma deciso. Sporse il labbro inferiore. «Ora vi domando, proprio vi domando, cosa c'entro io. È affar vostro.
Orme, perbacco.» La sua voce si fece stridula. «Forse il cadavere che state cercando è entrato qui quand'era vivo, eh? E forse io ho afferrato un coltello e l'ho pugnalato, eh? E poi l'ho infilato in una di queste carrozze o magari in un cubicolo nella Galleria dei Bazar, o forse in quella degli Otto Paradisi, oppure di sopra nella Galleria Araba... A cosa mirate ora?» Qualcosa mi aveva mozzato il respiro. Mi avviai, piuttosto in fretta, lungo la fila delle carrozze lasciando Pruen ad agitarsi e gesticolare nello sfondo. Era la carrozza di mezzo che m'interessava: quell'enorme veicolo dal mantice nero con i suoi spioncini e le sue maniglie d'ottone lucido. Su una targa che penzolava dalla maniglia della portiera c'era scritto: "Carrozza inglese dei primi del secolo diciannovesimo, fabbricata per un viaggio sul continente. Usata per assoluta riservatezza". La voce di Pruen mi seguì. «Benone!» sghignazzò lui. «Non toccatela, capo! C'è un uomo morto dentro! C'è un cadavere sanguinante grande e grosso proprio den...» Poi la voce si levò in un urlio farfugliante. Allungai la mano e con uno strattone aprii la portiera. Qualcosa mi piombò quasi in faccia, a testa in avanti. Parve balzare su come uno di quei diavoletti delle scatole a sorpresa e ne vidi gli occhi. Volò al di sopra della mia spalla e atterrò sul pavimento di marmo con un tonfo sordo. Il cadavere di un uomo alto giaceva piatto sulla schiena, le braccia e le gambe spalancate come un omino di marzapane, e dalla sua mano era caduto un libro rilegato in pelle marrone. L'uomo era senza vita come l'omino di marzapane. Indossava un lungo cappotto scuro, e sul lato sinistro del petto, quel cappotto era sollevato stranamente, quasi come una tenda. Quando spostai quel lato del cappotto vidi l'impugnatura bianca di un pugnale spuntare da una camicia inzuppata di sangue. Ma non era quello che aveva attirato il mio sguardo né il cappello a cilindro che gli era stato calato giù fin quasi sugli occhi. Per colmo di quell'incubo, il morto aveva la barba finta, una barba corta e incolta che gli si era quasi staccata dal mento. Ma quella barba finta era nera. 3 Il cadavere nel museo Sostengo, signori, che ci sono dei momenti in cui il cervello razionale non ragiona coerentemente, e cioè quando registra e assorbe solo, attraver-
so gli occhi, tutti i particolari visivi in una paralisi del buon senso. Se ciò vi sembra troppo metafisico o (nel caso di un poliziotto) troppo maledettamente insensato, posso dirvi che voi non eravate nel museo Wade venti minuti dopo la mezzanotte e non avete visto quell'essere grottesco con barba finta. Mentre esaminavo ogni particolare, notai l'ora. La vittima doveva avere trentacinque-quarant'anni sebbene fosse stata truccata per apparire molto più vecchia. Perfino la barba finta era stata accuratamente spruzzata di grigio. La faccia era decisamente bella malgrado una leggera rotondità e, persino nella morte, ironicamente spavalda. Il cilindro, decrepito ma spazzolato con cura, era profondamente calcato sui capelli neri. Gli occhi, spalancati, erano castani, il naso era aquilino, e la pelle leggermente olivastra. I baffi (veri) erano neri. Sulle guance e sul mento la gomma luccicava ancora e la barba nera pendeva da una chiazza dalle dimensioni di cinque centimetri all'estremità della mascella sinistra. La bocca era aperta. Era morto, per quanto potei giudicare, da non meno di un'ora e non più di due ore. Il cappotto era vecchio come il cappello, e logoro sui gomiti, ma ben conservato. M'infilai i guanti e riaprii il cappotto. Un lungo cordoncino nero, in fondo al quale era attaccato un paio di occhiali, girava intorno al colletto del cappotto e scendeva giù dentro il cappotto stesso. L'uomo indossava un vestito da sera, anche quello vetusto e con un bottone mancante nel panciotto; la biancheria era logora a eccezione di un colletto nuovo troppo largo per lui. Dal petto, un po' più su del cuore (sebbene il suo aspetto dimostrasse che era morto istantaneamente), spuntava il pesante manico d'avorio di una lama conficcata per almeno quindici centimetri. Osservai la mano destra protesa in fuori, e il libro che era scivolato dalle sue dita quando lui era caduto. Rilegato in pelle, era aperto, le pagine arricciate e spiegazzate, e suggeriva segreti ancora più difficili a capire in tutto quell'enigma. Lo raccattai e lo sfogliai: era un ricettario di cucina. Signori, la faccenda non poteva essere più pazzesca. Il titolo era Il manuale di ricette casalinghe della signora Eldridge. E la prima ricetta che mi capitò sotto il naso era una piccola lezione sul modo giusto di preparare il brodo di carne. Rimisi giù il libro rispettosamente, poi, aiutandomi con una mano, mi issai sull'alto predellino della carrozza per dare un'occhiata all'interno. La luce della mia lampada mi mostrò che era stato spazzato e spolverato. La tappezzeria di cuoio nero e il lindo pavimento di legno non presentavano
tracce nemmeno del suo ultimo occupante. L'uomo doveva essere stato appoggiato in avanti, in ginocchio, la guancia contro la portiera e la testa piegata in giù in modo da non essere visto dall'esterno. Qualche macchia di sangue sul pavimento: nient'altro. Il primo punto che dovevo stabilire aumentava la confusione già esistente: l'identità del morto. Ora, a meno che non fossero stati commessi due errori madornali, l'uomo con il coltello nel petto non poteva verosimilmente essere l'uomo che aveva assalito il sergente Hoskins davanti al museo poco dopo le undici. Era alto, sì. Era piuttosto magro, sì. Era possibile confondere una finanziera, del tipo antiquato portato dagli statisti vittoriani, con un cappotto come quello lì. Ma sembrava impossibile confondere una barba bianca con una nera, e occhiali appesi a un cordoncino con grossi occhiali cerchiati di tartaruga. Hoskins non poteva sbagliarsi così grossolanamente sui due punti più importanti della sua descrizione. A meno che, naturalmente, qualcuno non avesse cambiato, per un qualche fantastico motivo, completamente tutto. Balzai a terra e grattai le suole delle scarpe del morto. C'era una patina piuttosto spessa di polvere di carbone. Ma all'inizio di un caso non si ha il tempo di pensare, neanche alle parole pazzesche gridate da Barba Bianca a Hoskins poi: "L'hai ucciso e sarai impiccato per questo, mio bell'impostore. Ti ho visto nella carrozza". Per il momento quel fatto andava lasciato perdere. Mi rivolsi a Pruen. «Avevate proprio ragione» dissi. «C'era un uomo morto, lì dentro.» Lui se ne stava a una certa distanza e si passava il dorso di una mano sulla bocca, tenendo la fiasca del gin contro il petto con l'altra, guardandomi con gli occhi cisposi. Per un istante credetti che si mettesse a piangere. Invece lui cominciò a parlare con molta calma. «Non lo sapevo» disse. «Che Dio mi aiuti, non lo sapevo.» La voce rauca sembrava venire da molto lontano. Gli presi di mano la fiasca e lo spinsi in avanti. Tremava in maniera spaventosa. «Insistete ancora a dire che eravate solo qua dentro, stasera?» dissi. «In tal caso, naturalmente, sarete accusato d'assassinio.» Una pausa. «Non ci posso far niente, signore. Insisto a dire che sì... io... io ero solo.» «Venite qui, più vicino. Conoscete quest'uomo?» Girò la testa di scatto con tale inattesa rapidità che mi fu impossibile vedere la sua espressione. «Lui? Mai visto in vita mia. No. Sembrerebbe un italiano.» «Guardate il manico di quel coltello. Mai visto?»
Pruen si voltò e mi guardò negli occhi, con la stessa ostinazione lagrimosa. «Sì. Sì. Ve lo dirò chiaro e tondo: ho visto quel coltello un migliaio di volte. Perché viene da qui, ecco perché l'ho visto, perciò pensate quello che vi pare! Ecco, ve lo proverò!» gridò, come se io dubitassi delle sue parole, e mi tirò per il braccio prima di indicarmi le bacheche al centro della sala. «Viene da quella bacheca. Lo chiamano khanjar; è un pugnale persiano. Lo sapevate? Ah! Scommetto di no. È curvo. Un khanjar, sparito da quella bacheca, che viene adoperato...» La sua voce aveva preso la cantilena di chi ripete un discorso preparato, e quando lui si rese conto di ciò che stava dicendo, sbatté le palpebre, rabbrividì e si dominò. «Così sapevate che era sparito?» Un'altra pausa. «Io? No. Voglio dire che lo so ora.» «Ne riparleremo quando avrò fatto qualche telefonata. C'è un telefono qui? Bene. A proposito, continuate a dire che il signor Wade è fuori città?» Continuò a dirlo, con veemenza. Incaricato del museo, in assenza del proprietario, era un certo signor Ronald Holmes. Il signor Holmes abitava poco lontano da lì, in un appartamento in Pall Mall Place, e Pruen mi suggerì con insistenza quasi morbosa di mettermi immediatamente in contatto con lui. Seguitando a parlare confusamente, mi portò davanti a un uscio con la scritta "Conservatore". Ma dopo aver girato un interruttore accanto alla porta, trasalì lievemente di fronte a ciò che vide nella stanza e io potrei giurare che quella vista era nuova per lui come lo era per me. Sebbene non vi fossero altri cadaveri, lì dentro, evidentemente era successo qualcosa di natura piuttosto violenta. Era una stanza grande, piacevole, piena di sontuosi tappeti stile Kurdistan. C'erano due scrivanie, una col ripiano di mogano in mezzo alla stanza, l'altra, una scrivania qualunque, forse per la macchina per scrivere, in un angolo, circondata da schedari. Le poltrone erano di pelle rossa; le pareti, sulle quali alcune fotografie incorniciate stonavano maledettamente, erano ornate da una specie di intarsi moreschi. Sulla scrivania di mogano, accanto a un portacenere pieno zeppo di mozziconi di sigaretta, c'era un libretto aperto. Ma la cosa che più colpiva in quella stanza era la corrente d'aria. Nella parete sinistra, sul retro, c'era un uscio aperto che dava in una toilette. Una finestra in alto nella parete posteriore della toilette, sopra il lavandino, era aperta. Sul tappeto, davanti alla scrivania di mogano, c'erano i frammenti di uno specchietto portatile. Un tappetino era come attorcigliato. Ma non era tutto. Nella parete sulla destra dell'uscio da cui ero entrato era stato installato
un ascensore elettrico. I due sportelli dell'ascensore, ciascuno con un finestrino munito di grata, erano parzialmente aperti. Il vetro di uno dei finestrini era stato fracassato, ovviamente dall'interno. Sul pavimento c'erano dei vetri frantumati, un'accetta e un cartello che doveva essere stato appeso all'esterno dell'ascensore con la scritta "Fuori servizio". Notai che all'esterno dell'ascensore c'era un paletto di ferro che permetteva di chiudere gli sportelli anche da fuori. Si aveva l'impressione che qualcuno fosse rimasto imprigionato nell'ascensore e avesse agito con violenza per uscirne. Spinsi gli sportelli ed entrai. Un filo di luce filtrava attraverso gli sfiati del ventilatore situati in alto nella parete della cabina che dava sulla sala. Sul pavimento c'era una cassa di legno vuota rovesciata. «Insisto a dire che non so niente di tutto questo» disse Pruen con aria infelice. «Non sono venuto qui, stasera. Quest'ascensore è guasto da una settimana, pare che nessuno riesca ad accomodarlo e Dio sa che io non ne sono capace. Il vecchio si è molto arrabbiato perché secondo lui qualcuno deve averlo messo fuori uso deliberatamente, il che non è vero, comunque qualcosa dev'essere successo; lui non ha l'aria allegra quando lo usa e per ben due volte c'è mancato un pelo che restasse decapitato, ma quando vedrà questo caos... uh!» «Il vecchio? Volete dire il signor Wade? A proposito, che aspetto ha?» Mi fissò. «Che aspetto ha? È un bell'uomo, il signor Wade, anche se piuttosto basso. Focoso. Un grande showman. Sicuro. Bellissimi baffoni bianchi, un vero castigamatti. Sì! È un uomo importante... è stato due anni in Persia, è stato a scavare in quei palazzi dei califfi col permesso del governo e tutto quanto. Sicuro. E...» s'interruppe, mi fissò astiosamente e riprese in tono querulo: «Perché volete sapere tutte queste cose? Perché non telefonate? Eccolo lì il telefono, sulla scrivania, ce l'avete proprio sotto il naso. Perché non lo usate?». L'idea peregrina che mi era frullata insistentemente per il capo e cioè che potesse essere stato il focoso signor Wade stesso ad appiccicarsi una barba finta e a girellare nel suo museo... fu spazzata via da quella descrizione... piuttosto basso. Telefonai in Vine Street, spiegai la situazione a Hoskins e gli dissi di mandare il fotografo, l'uomo delle impronte e il medico della polizia. Dopo una pausa sbalordita, Hoskins esclamò con aria trionfante: «Quel tipo, quel Mannering, signore...» «Portatevelo dietro. Non l'avrete mica lasciato andare, vero?» «No, signore. Oh, lo porterò, lo porterò, sicuro!» bisbigliò Hoskins. «Per giunta, ho le prove. Gli è sfuggito di tasca un biglietto, signore. La prova
che c'era un delitto m programma. Delitto e cospirazione...» A beneficio di Pruen ripetei: «Biglietto che comprova cospirazione...» e riappesi il ricevitore con uno scatto deciso. «Questo chiarisce tutto» dissi a Pruen. «Non avete bisogno di parlare, a meno che non vogliate farlo prima che vi porti via. Sappiamo tutto. Così c'era una cospirazione e voi lo avete ucciso, eh?» «No. Chi l'ha detto? Chi l'ha detto?» «Perché negare? In una tasca di Gregory Mannering è stato trovato un biglietto che spiega tutto.» «Mannering?...» borbottò lui e sbatté gli occhi. «Via! Mannering! Perbacco, lui sarebbe l'ultimissima persona, l'ultimissima!» Alzai bruscamente la mano per farlo tacere perché entrambi avevamo sentito dei passi. La finestra nella toilette era spalancata e il rumore pareva venire da fuori. Dissi a Pruen che se avesse fatto un qualunque rumore le conseguenze non gli sarebbero piaciute. Poi entrai nella toilette, salii sullo sciacquone e sbirciai fuori della finestra. Dietro il museo c'era un cortile e un alto muro il cui cancello di ferro si apriva su un vicolo chiamato Palmer Yard. Dopo aver aperto quel cancello qualcuno stava entrando. La luna era ancora alta: fui in grado di distinguere la figura di una donna. La donna si chiuse il cancello alle spalle e si avviò, piuttosto frettolosamente, lungo il marciapiede. Nel vedere la mia testa inquadrata nella finestra... evidentemente si aspettava di trovarvi qualcuno lì... agitò la mano in segno di saluto. «Restate qui» dissi a Pruen, «e se aprite bocca... Come si arriva alla parte posteriore di questa casa?» Per arrivare alla porta posteriore, spiegò, bisognava andare nella sala e poi aprire l'uscio a destra della scala, entrare in un breve corridoio che portava alle sue stanze personali e finalmente alla porta posteriore. Andai nella sala, seguii le sue istruzioni e arrivai nel piccolo buio corridoio proprio mentre la donna apriva la porta posteriore. La vidi delineata contro il chiarore lunare mentre allungava la mano per accendere una lampadina che penzolava dal soffitto. E la luce si accese. Ecco, signori, quella sì che era una donna. Ho visto ragazze più belle in senso classico, però mai con quel portamento e quel fascino che prende subito. La sua presenza si faceva sentire. Per un istante restò sotto la lampadina oscillante sbattendo gli occhi per abituarsi al bagliore. Portava un mantello scuro sulle spalle sopra un vestito da sera rosso scarlatto molto scollato. Non era alta né esattamente florida. Se non sono più esplicito, si-
gnori, e traccio il mio schizzo con mano leggera e da gentiluomo, è perché da quel momento sono in rapporti più che amichevoli con lei. Ma, come dicevo, dava l'impressione di essere florida. Aveva quei pesanti capelli scuri che sembravano riflettere la luce intorno, e lunghi, luminosi occhi scuri sotto palpebre che parevano di cera, la bocca rosa e il collo sottile. Gli occhi sembravano ansiosi, e lei era indubbiamente nervosa. Ma nonostante quell'ansietà, era l'intensa vitalità in lei... una specie di vitalità cordiale, sorridente, che la rendeva vivida come il suo vestito scarlatto in quel corridoio. La lampadina le dondolava sopra la testa facendola entrare e uscire dall'ombra. Guardava lungo il corridoio fissandomi. «Dico, Ronald» cominciò in tono eccitato. «Ho visto la tua luce, là dentro, ma non pensavo che tu fossi qui. Credevo che tu fossi andato a casa tua. Stavo appunto per andarci. C'è qualcosa che non v...?» s'interruppe bruscamente. «Chi è? Chi c'è? Cosa volete?» «Signora» dissi, «non vorrei sembrarvi troppo curioso ma vorrei sapere cosa sta succedendo in questa casa di matti. Chi siete?» «Io sono Miriam Wade. Voi chi siete?» Alla mia risposta spalancò gli occhi e si avvicinò un poco per vedermi meglio. Ma in quegli occhi scuri la perplessità era dominante al pari della paura. «Un funzionario di polizia» ripeté. «Cosa volete mai, qui? Cos'è successo?» «Assassinio.» Sulle prime mi sembrò che non capisse. Quando si rese conto, Miriam Wade scoppiò a ridere, una risata che, mentre lei mi scrutava, si faceva sempre più isterica. Si portò le mani sulla bocca poi sulle guance. «Scherzate...» «No.» «Volete dire... un morto? Chi è morto? Certo non...» «È quello che voglio sapere, signorina Wade. Perché non venite a vedere se potete identificarlo?» «Certo che lo farò» rispose con uno sforzo, «ancora non vi credo, ma lo farò. Vorrei... voglio dire, non ho mai visto un... dico, è molto brutto? Non potreste dirmi qualcosa? Chi vi ha chiamato qui?» La guidai nella sala. Prima che io avessi il tempo di indicarglielo, lei vide il Reperto Numero Uno con la testa voltata verso di noi. Di una cosa fui certo quando la vidi scattare all'indietro: non era quello che si aspettava di vedere. Poi si fece coraggio, tese le braccia lungo i fianchi, fece qualche
passo in avanti, guardò la faccia e si fermò. All'improvviso si chinò come se stesse per inginocchiarsi, poi si dominò: il suo bellissimo viso sotto quella luce lunare era inespressivo. Inespressivo e, per una qualche ragione, stranamente maturo. Qualcosa era cambiato in quel viso... un grido muto?... qualcosa s'indurì, tuttavia per un istante credetti di vedere i suoi occhi velarsi di lacrime. Si raddrizzò, rigida, e disse in tono calmo: «No, non lo conosco. Devo guardarlo ancora?». Cosa diavolo è la logica? Forse fu il vago aspetto da gigolò di quell'uomo per terra, un qualcosa di rocambolesco nel ghigno del suo viso morto o il suo logoro vestito da sera che mi spinse a dire quello che dissi. «Non mentite» dissi. «Mi renderete le cose molto più difficili se mentite.» Lei mi rivolse un sorriso, un sorriso quasi tremolante. Muoveva le mani su e giù lungo i fianchi del vestito.«Siete abbastanza gentile» disse. «Ma io non sto mentendo. Mi rammenta qualcuno... ma non c'è altro. Per amor di Dio, ditemi cos'è successo! Come è entrato qui quest'uomo? Cosa è accaduto? Quel coltello...» indicò, e mentre lo guardava trasalì e la sua voce si fece stridula. «È quello che Sam...» «Quello che Sam?» Senza dare l'impressione di avermi udito, lei si voltò e guardò la lunga e orribile - in un certo senso - cassa da imballaggio intorno alla quale Pruen aveva danzato. Ma la domanda l'aveva ben capita. Quando tornò a guardarmi, lo fece con una civetteria quasi macabra che non cancellò l'espressione artificiosa dei suoi occhi né l'ansimare del suo petto. «Ehi, non dovete badare a me. Se mi trascinate a guardare cadaveri, non dovete aspettarvi un comportamento coerente, non vi pare? Sinceramente non volevo dire proprio nulla. Sam... Sam Baxter è un amico mio... ammirava quel pugnale. Era là in una di quelle bacheche, o da qualche altra parte. Sam desiderava che mio padre glielo vendesse per appenderlo alla parete della sua camera, diceva che aveva un'aria piuttosto... piuttosto spaventosa e sinistra...» «Calma, signorina Wade. Venite via di qui, ora.» La presi per un braccio e la spinsi verso la scala. «Perché siete venuta al museo, stasera?» «Non avevo intenzione di venirci! Voglio dire, Ronald Holmes... il segretario di mio padre... Ronald stava dando un piccolo party in casa sua e io ero diretta là. E quando vengo da queste parti, parcheggio sempre la
macchina in Palmer Yard. Comunque l'ho parcheggiata lì, dopo di che ho visto la vostra luce. Così ho creduto che Ronald fosse stato trattenuto...» A ogni parola che pronunciava, si allontanava sempre più dal morto e io la seguivo come se la pedinassi. A quel punto era arrivata oltre le colonne sul lato destro della sala. Allungò una mano e toccò un lungo tappeto persiano appeso al muro dietro di lei; la sontuosità del tappeto pareva incombere su di lei che vi si appoggiava contro e con le mani sottili e magre ne carezzava la superficie come per trarne conforto. «Stavate andando a un party in casa del signor Holmes» ripetei. «Ma il vostro fidanzato non veniva con voi?» Lei taceva e io dovetti spronarla. «Siete fidanzata con un certo signor Gregory Mannering, mi pare, no?» «Be', sì, non proprio ufficialmente.» Disse quelle parole in fretta, farfugliando, come se non avessero alcuna importanza, ma i suoi occhi erano tornati a sbirciare furtivamente il morto, e la loro espressione era spaventata. «Greg! Dite, cosa c'entra Greg? Lui non ha mica visto quel... vero?» «Credo di sì... ascoltate, signorina Wade, non sto cercando di sopraffarvi o di tacervi fatti misteriosi.» Non era saggio, ma le raccontai per filo e per segno cos'era accaduto quella sera. Lei dava l'impressione di frugare freneticamente nei propri pensieri come una donna potrebbe frugare nei suoi armadi, e avrei giurato di averle udito mormorare almeno una volta "La finestra della cantina". Ma continuai. «Il punto è questo. Ho accennato vagamente alla sparizione di un uomo con la barba finta... e il vostro fiancé è svenuto. Ci capite qualcosa?» Ma a quanto pareva a lei interessava poco anche quello. «Il poliziotto» cominciò, «il vostro poliziotto ha visto un uomo con... chissà perché la parola "barba" è così terribilmente buffa... che lo ha accusato di essere un assassino?» La sua voce si spense, per un qualche motivo lei era più calma di quanto lo fosse stata prima e ora la sua mente tornò alla mia frase precedente. «Svenuto? Ah! Non potete capire. Greg è svenuto perché... se lo conosceste, capireste la ridicolezza della cosa! Quando faceva parte della Guardia Civile Spagnola fu distaccato nella Legione Straniera come spia tra gli arabi nel periodo in cui c'era tutto quel subbuglio non so bene dove... si divertiva da matti... Ma, vedete, si tratta del suo cuore, gli tocca prendere la digitalina. Ecco perché fu costretto a dimettersi. Ogni volta che fa qualche sforzo o si emoziona... avete detto che c'è stata una rissa tra lui e il poliziotto, no?... si sente male. Soltanto la settimana scorsa ha portato sulle spalle un baule al piano di sopra perché Ronald
Holmes aveva scommesso che nessuno era abbastanza forte da farlo da solo, e poi ha avuto un attacco di cuore. È fortissimo, l'ha portato su per ben due rampe prima di mancare un gradino e lasciarlo scivolare giù... solo che era pieno di porcellane antiche... papà era furioso. Greg che sviene perché qualcuno gli dice qualcosa! È assurdo! Ne convenite, no?» «Ma come mai quel malinteso? Stasera era qui e batteva alla porta insistendo a dire che ci doveva essere una riunione al museo...» Lei mi guardò direttamente negli occhi. «Non ha avuto il mio messaggio, tutto qui. Stasera sul presto gli ho telefonato là, dove abita, lui era fuori, ma mi hanno detto che sarebbe rientrato entro pochi minuti e che gli avrebbero trasmesso il mio messaggio. Gli dicevo che la riunione era stata rimandata e di venir invece da Ronald in Pall Mall Place.» «Chi ci doveva essere a quella riunione?» «Solo mio padre... vedete, volevo che conoscesse Greg in un ambiente congeniale; non si erano mai incontrati faccia a faccia; Greg non conosce neppure mio fratello...» Buttò là un'infinità di parole, alla disperata, ma io la lasciai parlare sperando che saltasse fuori qualcosa di utile da quella tirata ansimante. «Cosa stavo dicendo? Ah, sì. Solo mio padre e Greg e Ronald e il dottor Illingworth... il predicatore scozzese, sapete, un uomo terribilmente moralista, ma con un grandissimo interesse per Le Mille e Una Notte...» «Le Mille e Una Notte?» «Sì. Sapete, Alì Babà e Aladino e tutti quei personaggi. Soltanto, e questo mi fa andare in bestia, a sentire mio padre lui non le considera novelle, non sa nemmeno che sono novelle, lui cerca di rintracciare la loro origine storica o una cosa così. Ricordo d'aver tentato di leggere un suo articolo nel "Journal Asiatique", su quella novella delle Mille e Una Notte che narra di uomini trasformati in pesci: pesci bianchi, azzurri, gialli e rossi, ricordate, a seconda se erano musulmani, cristiani, ebrei o santoni. Il dottor Illingworth sosteneva che quei colori rappresentavano i turbanti portati dai sudditi di Maometto quando Maometto Vattelapesca d'Egitto comandava i musulmani, i cristiani e gli ebrei nell'anno milletrecentouno. Non so bene di cosa si trattava, ma so che era spaventosamente culturale e barboso.» Si torceva le mani cercando di assumere un atteggiamento disinvolto, ma era chiaro che tentava di distrarmi da qualcosa. Che cosa? «E cos'era» domandai, «che dovevano esaminare stasera prima che vostro padre fosse costretto a partire?» «Esaminare?»
«Sì, non doveva essere soltanto una riunione sociale, a quanto ho capito. Infatti il signor Mannering mi ha detto: "Violeremo una tomba" e poi mi ha chiesto se credevo ai fantasmi.» Qualcuno bussò bruscamente alla grossa porta di bronzo e il rimbombo la fece trasalire. Ma mentre i colpi echeggiavano nel museo, lessi la paura nei suoi occhi, ed era stata la mia ultima frase che l'aveva provocata. 4 Ci vuole un cadavere Mi affrettai verso la grossa porta e tirai indietro il paletto. Hoskins, i baffi ritti, entrò come se si aspettasse di trovare un cadavere sulla soglia. Con lui c'era il dottor Marsden, il medico del distretto; Crosby, l'addetto alle impronte; Rogers, il fotografo, e due poliziotti. Dopo averli avvertiti di non calpestare le tracce di polvere di carbone e aver detto a Rogers di fotografarle, detti loro le solite istruzioni. L'agente Martin restò accanto alla porta e l'agente Collins partì per una ricerca (probabilmente inutile) nella casa. Rogers e Crosby si misero immediatamente a lavorare sul morto perché io non potevo nemmeno frugare nelle tasche della vittima finché il lavoro di routine non fosse stato portato a termine. Hoskins mi trasse da una parte. «Ho Sua Signoria... voglio dire il signor Mannering... fuori, in macchina» mi disse con un borbottio misterioso. «Devo dire a Jameson che lo porti qui?» «Un momento. Cos'ha detto quando ha ripreso i sensi?» Il sergente rispose con aria perplessa: «Mi ha parlato del suo cuore malato e mi ha mostrato una boccetta di compresse. Ma quanto a essere spaventato, signore, perdio, ha fatto un cambiamento completo. Quando gli ho detto di Barba Bianca e di cosa mi aveva fatto Barba Bianca...» «Glielo hai detto?» «Ho dovuto, signore! Non c'è altra via d'uscita quando uno ti chiede per quale motivo viene trattenuto... Be', signore, crede che ne sia rimasto sconvolto? No! Si è messo a ridere! Ha riso e riso a non finire.» Hoskins si accigliò. «Pareva che quello svenimento lo avesse molto sollevato. Poi, quando voi avete telefonato per dire del delitto e dell'uomo con la barba nera, lui era tutto interessato ed eccitato ma non più spaventato di me. Ha continuato a vagolare e a raccontarci di un delitto commesso da teppisti nell'Iraq o che so io, e di come lui aveva aiutato la polizia nelle indagini»
disse Hoskins strizzando un occhio con fare confidenziale. «Però, detto tra noi, secondo me è un fottuto bugiardo. Vedete, signore, lo abbiamo riportato alla ragione con quel biglietto... Devo dire a Jameson che lo porti qui?» «Prima dobbiamo chiarire qualcosa. Vieni qui e dimmi se questo è lo stesso uomo che ha tentato di strangolarti davanti al museo.» Hoskins mi seguì premurosamente. Nel vedere Miriam Wade, che era sempre appoggiata al tappeto e alla quale avevo fatto un cenno rassicurante, il sergente lanciò un fischio. Quando gli dissi chi era, fu chiaro dalla sua espressione che considerava la cosa sinistra. Poi guardò il cadavere. «No, signore» dichiarò dopo averlo osservato. «Non è lo stesso uomo.» «Ne sei sicuro?» «Assolutamente, signore! Guardate! Questo tipo qui ha la faccia piuttosto tonda e un naso che definireste ebraico. Il vecchio che è saltato giù da quel muro...» «Sta' a sentire, sei sicuro che era vecchio?» Hoskins gonfiò le guance. «No, signore, non ci potrei giurare, capite. Ci avevo già pensato, ora che me lo chiedete. Ma di una cosa sono certo: aveva la faccia lunga e affilata come quella d'un cavallo, e il naso schiacciato. Non come questo qui. Giurerei che non si tratta della stessa persona.» Si fece brusco. «Ordini, signore? Non sono in servizio, ma dato che, per modo di dire, sono coinvolto in questa faccenda...» Be', quello sembrava stabilire che c'erano state due persone con barbe finte a girare lì attorno. Non riuscivo a decidere se ciò migliorava o peggiorava la situazione: la peggiorava, forse. Faceva venire alla mente strane visioni di un club di uomini con barbe finte che si riunivano in un museo orientale in una notte di luna. Non quadrava... «Fammi vedere quel biglietto» dissi. Hoskins lo tirò fuori delicatamente. Era un foglio di carta qualunque, ripiegato in un quadratino, ben schiacciato e, da un lato, molto sporco. Lo spiegai. Scritte a macchina sotto la semplice intestazione "Mercoledì" c'erano le seguenti parole piuttosto insolite: Caro G. Ci vuole un cadavere... un vero cadavere. La causa della morte non ha importanza, ma ci vuole un cadavere. Combinerò io il delitto... quel khanjar col manico d'avorio andrà benone, oppure, se ci sembrerà meglio, or-
ganizzeremo uno strangolamento... Seguivano due parole cancellate con una serie di X e il biglietto finiva lì. Cercai di raccapezzarmi. Il sergente Hoskins lesse nel mio pensiero. «Un tipo molto disinvolto, eh, signore?» disse. «Assassinio, puah... "Ci troviamo al Lyons per il tè..." così, semplicemente. Eh?» Dissi: «Accidenti, Hoskins, qui c'è qualcosa che non quadra. Avevi mai letto qualcosa che desse meno l'impressione dell'appello di un assassino assetato di sangue?». Hoskins rifletté. «Be', signore, non saprei esattamente dire com'è un assassino assetato di sangue. A me sembra che avrebbe dovuto metterci più passione. Ma sono costretto ad ammettere che mi fa un gran brutto effetto.» «Dove lo hai trovato?» «È caduto dalla tasca del cappotto del signor Mannering mentre io gli muovevo le braccia su e giù per fargli riprendere i sensi. Non gli ho detto niente del biglietto. Ho pensato di lasciar decidere a voi. Dico, però: cos'è un khanjar col manico d'avorio?» "Ci vuole un cadavere... un vero cadavere." Quella frase era abbastanza orribile, in ogni modo. Con Hoskins alle calcagna, camminai lungo la fila di bacheche in mezzo alla sala e cercai quella dalla quale era stato preso il pugnale. Fu piuttosto facile trovarla. Nella terza bacheca dalla porta principale, etichettata "Persiano moderno". Sul velluto blu scuro c'era il solco, lungo circa venticinque centimetri, di un pugnale ricurvo. La bacheca era chiusa e cardini non se ne vedevano. Come si aprivano quelle scatole di vetro?, mi domandai, come mi ero domandato spesso nei musei. M'infilai i guanti e tastai attorno accuratamente. Su un lato, nel supporto di legno, c'era una minuscola serratura senza chiave. Evidentemente il lato si apriva interamente come una porta, ma ora era chiuso. Perciò era da presumere che chiunque aveva preso quel pugnale possedeva una chiave, il che portava direttamente ai Wade o ai loro amici. "Ci vuole un cadavere... un vero cadavere." Così l'assassinio era stato un piccolo particolare di qualche programma fantastico? Naturalmente la persona più immediata cui portava quell'indizio era il vecchio Pruen. Lì stava il guaio. Non credevo, e se avessi fatto parte di una giuria non avrei creduto, che Pruen avesse qualcosa a che fare col delitto. «Dobbiamo metterci al lavoro» dissi a Hoskins. «Vai a prendere il tuo amico Pruen: il custode di cui mi hai parlato... è giù nella stanza del con-
servatore. Portalo da qualche altra parte... quella stanza mi servirà per altri testimoni... e cerca di tirargli fuori tutto quello che è successo stasera. Chiedigli di questo pugnale, quando si è accorto della sua sparizione e tutto quello che sa al riguardo. Vedi quella cassa là? Scopri perché Pruen vi ballava attorno stasera e cosa intendeva dire con "la signora di Harun-arRashid".» Non a torto Hoskins volle sapere chi era Harun-ar-Rashid e cosa c'entrava la sua signora. Secondo quanto ricordavo nebulosamente, Harun era stato un califfo di Bagdad nell'ottavo secolo o giù di lì: il famoso personaggio delle "Mille e Una Notte" cui piaceva andare in cerca di avventure travestito. Una volta qualcuno mi aveva detto che Harun-ar-Rashid, tradotto, significava Harun l'Ortodosso... il che sembrava una specie di denigrazione. C'era da supporre che avesse una moglie; almeno quello era un indizio ovvio. Mannering aveva parlato di una scoperta fatta dal museo, una faccenda segreta, e che, così per dire, avrebbero violato una tomba. Era possibile che Geoffrey Wade (che Pruen aveva descritto come un tipo che andava a frugare nei palazzi dei califfi) avesse scoperto, o creduto di aver scoperto, la bara della moglie di Harun-ar-Rashid? C'è da aggiungere, tuttavia, la divertita dichiarazione di Pruen secondo la quale nella cassa non c'era niente. E quando ci avete aggiunto questo, cercate di immaginare cosa ci incastri un cadavere con la barba finta e con un ricettario di cucina in mano. Parlai di quella nuova possibilità a Hoskins che stava fissando la cassa. Il sergente abbassò la voce. «Alludete, signore, a una mummia?» domandò. «Come quelle che, nei film, si alzano e si mettono a camminare?» Gli feci notare che i califfi erano musulmani e che seppellivano i morti come tutti, e questo sembrò rassicurarlo. Lui era molto sospettoso riguardo alle mummie: aveva l'idea che erano morti che non volevano stare sdraiati nelle bare. «Visto che non ci sono mummie...» disse, «cosa volete che faccia? Devo disseppellirla, se questo è il termine giusto?» «Sì, se Pruen non vuol parlare. Nella stanza del conservatore c'è un'accetta. Se non riesci a cavar niente da Pruen, apri la cassa, con molta attenzione. Noi cerchiamo qualcuno che sa tutto di questo posto...» «Be', signore, anche se il vecchio signor Wade è via, ci sarà qualcuno incaricato. Non potremmo telefonargli?» Ronald Holmes. Ma c'era un'idea migliore che quella di telefonargli. Ronald Holmes che, in quel momento, secondo Miriam Wade, stava dando
una festicciola dove probabilmente erano presenti tutte le persone collegate col museo. E abitava a non più di cinque minuti di distanza da lì, in Pall Mall Place. Se mi prendevo dieci minuti e andavo là prima che la notizia di questa faccenda arrivasse a loro, c'era la probabilità di ottenere qualche risultato. «Bada tu a tutto» dissi a Hoskins. «Non starò via molto, e mi porterò dietro Holmes. Se troviamo altri testimoni, questa casa è abbastanza grande per tenerli separati. Nel frattempo metteremo la ragazza giù, nella stanza del conservatore, sorvegliata da Martin. Non deve comunicare con nessuno, tieni Mannering lontano da lei, anche se lui dovesse cominciare a far cagnara. Intanto...» «Dov'è la donna?» domandò brusco Hoskins. Ci girammo entrambi di scatto. La fila dei tappeti persiani lungo la parete era deserta: ebbi la sensazione di essere al volante di una macchina di cui avevo perso il controllo. Non poteva essere corsa verso l'uscita, l'agente Martin era di guardia alla porta di bronzo. Mi precipitai verso la stanza del conservatore. L'uscio era chiuso, ma io udii debolmente una voce che parlava senza però distinguere le parole. Parlava con Pruen? Attraverso quell'uscio listato d'acciaio non si poteva udire niente, ma proprio sopra la mia testa c'erano gli sfiatatoi del ventilatore all'interno dell'ascensore. Aprii rapidamente l'uscio giusto in tempo per afferrare chiaramente una mezza dozzina di parole. Ma di nuovo la faccenda mi sembrò strana e incomprensibile. Miriam Wade era seduta dietro la scrivania di mogano e stava china sul telefono. Le parole che udii erano "Whitehall zero zero sei sei. Voglio parlare con Harriet Kirkton". Ma aveva messo un fazzoletto sul microfono... evidentemente per alterare ancora di più la voce, perché stava parlando con una profonda tonalità di contralto che contrastava con la sua abituale. Quando mi vide, sbatté il ricevitore sulla forcella e si alzò con il viso in fiamme. «Voi!» gridò, affannata. «Voi... odioso, maledetto ficcanaso!» «Via via» dissi. C'era sempre la tentazione di dire "Via via" a quella vitalissima femmina che ora sembrava Messalina in preda a una crisi di nervi, ma ne sciupava l'effetto con la sua scelta delle parole. «Stavate telefonando. Perché non continuate?» «Non sono affari che vi riguardano.» «Date le circostanze devo chiedervi a chi stavate telefonando.» «Avete sentito, no? Ad Harriet. È una delle mie migliori amiche. Era con me a bordo della nave quando sono tornata a casa. Lei...»
«Sì, ma quando telefonate alle vostre migliori amiche, camuffate la voce? Statemi a sentire, signorina Wade, questo non è proprio il momento per fare scherzi...» Credetti che prendesse il portacenere di bronzo e me lo scagliasse sulla testa. Invece dominò l'impulso e, portandosi le mani sul florido seno, mi disse esplicitamente, con un tono che voleva essere di profondo disprezzo, cosa dovevo fare e dove dovevo andare. «Whitehall zero zero sei sei» dissi. «Che numero è? Posso saperlo dal centralino, sapete.» «È l'appartamento di Ronald Holmes. Non mi credete, vero?» (Avevo preso la guida del telefono.) «Non lo troverete. Ma è così.» I suoi occhi si velarono.«Sentite, dovete proprio tenermi qui? Credete che sia piacevole per me, con quel... quel coso di là e tutto il resto? Non potreste lasciarmi andare o almeno permettermi di chiamare qualcuno? Di chiamare mio fratello?» «Dov'è vostro fratello?» «Da Ronald.» La domanda, sul motivo per cui non aveva chiesto del fratello invece di quella Harriet Kirkton, se voleva parlare con lui, era così ovvia che non la posi neppure. Ma riguardo al numero mi aveva detto la verità: Ronald Holmes, Prince-Regent Court, Pall Mall Place, era sull'elenco col numero Whitehall 0066. Posai l'elenco e per la prima volta mi resi conto che Pruen non era nella stanza; ma lei mi prevenne con un atteggiamento amaro e altezzoso. «È nella toilette» spiegò. «L'ho pregato di stare lì mentre io telefonavo. Venite, Raffles, vecchio amico! Potete uscire ora.» Immusonito ma imbarazzato, Pruen aprì la porta e venne fuori con aria di sfida. Il suo atteggiamento verso la ragazza, dall'occhiata che le lanciò, era quasi di adorazione: dava l'impressione di cercare una scusa qualsiasi per scagliarsi contro chiunque gli rivolgesse la parola. Feci un cenno a Hoskins e Martin che erano rimasti sulla soglia. «Incarico te, Martin, resta qui e sorveglia la signorina Wade fino al mio ritorno. Il telefono è fuori servizio, intesi?» La ragazza, cupa, si era seduta su una poltrona di pelle rossa e io mi rivolsi a lei. «Ora state calma per qualche minuto, se non vi dispiace. Parlerò con vostro fratello e lo porterò qui, poi tutto si aggiusterà. Torno presto.» Mentre uscivo, la udii imprecare in un modo che mio zio e mia zia a Belfast avrebbero estremamente disapprovato. Mi fermai accanto a Rogers
che aveva finito di fotografare il cadavere e la sua posizione, ma Crosby era sempre al lavoro con le impronte digitali, e il dottor Marsden stava facendo un esame accurato. Il pugnale era stato tolto dalla ferita. Crosby me lo mostrò dentro un fazzoletto: una lama ricurva dall'aspetto micidiale, venticinque centimetri scarsi di lunghezza, affilata da entrambi i lati e con la punta aguzza. L'avevano ripulita. «Un'infinità di impronte, qua sopra, signore» disse Crosby indicando il manico d'avorio. «Ma sbavate e sovrapposte come se fosse stato toccato da un sacco di gente. Le ingrandirò e vedrò se riesco a ottenere qualcosa di chiaro. Qualche impronta abbastanza chiara all'interno della carrozza... qui c'è qualcos'altro. Pare che il nome di questo individuo fosse Raymond Penderei. Questi due biglietti da visita spuntavano dal taschino del panciotto e lo stesso nome è stampato nel cappello.» Mostrò due biglietti macchiati di sangue su cui "Raymond Penderel" era stato stampato evidentemente da uno di quei tipografi ambulanti che si trovano per strada. Guardai il taciturno dottor Marsden che grugnì. «Non ho un gran che da dirvi» disse. «Questo coltello è stato scagliato direttamente al cuore: l'uomo è morto istantaneamente.» Si rialzò, rigido. «Ora della morte... uhm. Quando lo avete trovato? A mezzanotte e venticinque. Già. Adesso è appena l'una e un quarto. Direi che è morto tra le dieci e mezzo e le undici e mezzo, minuto più minuto meno.» Esitò. «Ascoltate, Carruthers, non è compito mio, ma voglio darvi un suggerimento. Vedete la forma di questa lama? Pochissime persone, senza una conoscenza medica, avrebbero saputo calcolare esattamente l'angolatura per arrivare al cuore. Una pugnalata simile... o è stata un diabolico incidente, oppure l'assassino sapeva precisamente dove colpire.» M'inginocchiai e frugai nelle tasche del morto. C'erano soltanto qualche spicciolo, un pacchetto di sigarette da dieci e un logoro ritaglio di giornale. Il ritaglio era di una di quelle colonne di pettegolezzi ed era quasi in cima alla pagina del giornale così che si vedeva anche la data: 11 maggio, poco meno di un mese prima. Diceva: È tornata oggi in Inghilterra, dai rigori del clima nell'Iraq, la signorina Miriam Wade. Bella, giovane, schietta, terrore delle hostess. Prima della sua partenza, diciotto mesi fa, le voci la davano per fidanzata con "Sam" Baxter, figlio di Lord Abbsley, ex maestro di baldorie e ora stella nascente della Legazione Britannica, Cairo. È atteso, per la prossima settimana, il padre Geoffrey Wade, studioso e collezionista, i cui lunghi baffi sono sem-
pre presenti alle riunioni culturali. Secondo lui, tracce del palazzo dei Califfi a Bagdad possono essere... Il ritaglio, che piegai e misi nel mio blocco per appunti insieme con l'orribile biglietto trovato addosso a Mannering, non faceva capire chiaramente se il maestro di baldorie fosse Lord Abbsley o suo figlio, ma noi propendevamo per il figlio. Era ancora un altro anello della catena. Ma di Raymond Penderei, chi era o dove viveva, nel suo vestiario non c'era traccia. Il vestito odorava di canfora come se fosse stato riposto a lungo, e sul taschino interno c'era l'etichetta "Gaudien, sarto inglese, Boulevard Malesherbes 27, Parigi". E basta. Lasciai Rogers e Crosby con l'istruzione di cercare tracce nel caos intorno e dentro quell'ascensore nella stanza del conservatore e andai a trovare Ronald Holmes. Fuori, in una macchina della polizia parcheggiata accanto al marciapiede, Gregory Mannering stava discutendo violentemente con l'agente Jameson; me la svignai in fretta non desiderando lasciarmi coinvolgere nella lite e mi diressi a est lungo Pall Mall. La città pareva deserta, le strade erano talmente silenziose che il suono di un clacson lontano pareva vicinissimo. Pall Mall Place è una piccola corte e vi si accede per mezzo di un vicolo ed è separata dalla strada da un grande arco. Più in là, oltre un gruppo di bui edifici addossati gli uni agli altri, trovai una casa alta e stretta su cui brillava un'insegna al neon: "Prince-Regent Court". Dentro c'era un lungo e angusto atrio e in fondo ad esso la cabina di un ascensore automatico. Niente portiere in vista, ma un sonnacchioso giovincello in livrea sbadigliava davanti a un centralino telefonico evidentemente preparandosi a smontare. Non volevo annunciare la mia presenza. «È ancora in corso il party dal signor Holmes?» «Sì, signore» disse Livrea con uno svogliato tentativo di prontezza militaresca. Allungò la mano per inserire la spina. «Nome?» Usai una moneta con buon risultato. «Aspettate un momento. Non mi annunciate. Voglio picchiare alla porta dicendo che sono un funzionario della polizia. Vado su: è il D, non è vero?» Lui sogghignò e mi disse che era l'E e che me ne sarei accorto subito. Mentre entravo in ascensore mi fermai con aria indifferente. «Quanto tempo è che sono su?» «Tutta la sera» rispose Livrea. «Dalle nove, comunque. Attenzione allo scalino, signore.» Quando l'ascensore arrivò oscillando al piano di sopra e si fermò, udii
per davvero un gran vocio. Mi trovavo in un corridoio semibuio dipinto di verde talmente angusto che appena ci si rigirava. Da una porta in fondo giungevano le note deboli ma calorose di un'armonica a bocca rinforzata da voci smorzate che cantavano con religioso fervore. Picchiai forte il battente, così forte che evidentemente le persone all'interno dovettero pensare che qualcuno fosse salito a protestare per il rumore, perché i canti cessarono come se fossero stati soffocati. Udii un tramestio, il rumore di un uscio che si schiudeva e dei passi. La porta fu aperta da un uomo magro con un bicchiere in mano. «Sto cercando» cominciai, «il signor Ronald Holmes...» «Sono io» rispose quello. «Cosa c'è?» Poiché stava di fianco, la luce illuminò il corridoio. L'uomo portava grossi occhiali cerchiati di tartaruga. 5 Le chiavi della bacheca del pugnale Lo seguii mentre lui indietreggiava nella stanza. Era una stanzetta deserta e ordinata: non la scena del concerto. Al di là di un uscio chiuso di fronte a me venivano risate accompagnate da qualche nota dell'armonica. L'unica fonte d'illuminazione lì proveniva da una grossa lampada con un paralume giallo che gettava il suo riflesso sul piano di un tavolo lucido e illuminava un lato della faccia del mio ospite. Il quale aveva alzato le sopracciglia con un'espressione di blanda curiosità: nient'altro. Era magro, di media statura e leggermente curvo. Aveva la testa lunga e capelli biondastri ispidi e ondulati tagliati corti. Miti occhi azzurri mi guardavano da dietro le lenti: la sua faccia era affilata, sottile, con lineamenti aguzzi e l'espressione quasi umile. Portava un elegante vestito nero con un colletto duro e una grinzosa cravatta scura. Lo giudicai appena sulla trentina, ma quando girò il capo alla luce vidi che la sua fronte, lustra di sudore, era solcata da qualche ruga. Sebbene non fosse ubriaco, era chiaro che doveva aver bevuto parecchio. Si schiarì la voce, strusciò i piedi per terra, guardò il bicchiere che teneva in mano e tornò a guardare me. Nella sua voce cortese c'era una strana nota tra l'umiltà e la determinazione. «Sì?» mi spronò. «Cosa c'è? Sentite, non vi conosco? Ho l'impressione di avervi già visto.» Da dietro la porta venne una voce di donna che cominciò in tono norma-
le, poi d'un tratto si levò in una specie di grido lamentoso e querulo e allo stesso tempo gaio. «Sei tu, Rinkey?» gridò la voce. «Rinkey, cretino! Sei tuuuu?» Seguì il rumore di tacchi femminili che risuonavano rapidi su un pavimento di legno. «Calmatevi!» ruggì all'improvviso Holmes, girando il capo. «Non è Rinkey.» Si voltò di nuovo verso di me con aria pazientemente interrogativa. «Be'? Come dicevo, la vostra faccia non mi è nuova, ma...» «Credo proprio che non ci siamo mai conosciuti, signor Holmes. Sono l'ispettore Carruthers e sono qui per domandarvi cos'è successo stanotte al museo Wade.» Durante un lasso di tempo in cui si sarebbe potuto contare fino a dieci, Holmes restò immobile con la testa delineata contro la luce. «Scusatemi solo un momento» disse, in fretta. Si mosse talmente alla svelta, che io non ebbi neanche la possibilità di aprir bocca prima che lui posasse il bicchiere, arrivasse rapidamente all'uscio, l'aprisse e sparisse all'interno, poi tornò subito fuori chiudendosi l'uscio alle spalle. «Fanno tanto di quel chiasso» spiegò, scusandosi, «che non si può nemmeno sentire i propri pensieri. Siete venuto a chiedermi cosa...» s'interruppe. «Buon Dio, cos'è successo? Mica un furto?» «No. Non è stato rubato niente.» «Oh... allora un incendio?» «No.» Holmes tirò fuori dal taschino un fazzoletto e si asciugò con cura la faccia. Quegli occhi miti parevano scrutarmi da sopra, sotto e intorno al fazzoletto. Poi lui sorrise. «Be', mi avete tolto un bel peso dallo stomaco, naturalmente» disse, «ma continuo a non capire. Uh... posso offrirvi un whisky e soda, ispettore?» «Grazie, signor Holmes» risposi. Ne avevo proprio bisogno. Continuando a parlare, appoggiò il suo bicchiere su una credenza, ne tirò fuori un altro e versò tre buone dita di whisky in ciascuno. «Seguitiamo a parlare per enigmi» disse tossicchiando. «Per quello che ne so io, non è successo niente stanotte al museo, a meno che il signor Wade non sia tornato improvvisamente. Io non ci sono stato. Io... per la miseria, non siate così misterioso. Cos'è successo?» «Assassinio» dissi.
Aveva appena cominciato a premere la levetta del sifone del seltz: mancò il bicchiere. Sibilando, il seltz schizzò sulla credenza di quercia, al che lui tirò fuori immediatamente il fazzoletto per asciugare e prima di voltarsi di nuovo parve avventarsi sul mobile. «Che sbadato» borbottò. «È imposs... scherzate o cercate di... Dite un po', chi è stato assassinato? Cos'è questa storia?» «Un uomo di nome Raymond Penderei. È stato pugnalato stasera con un pugnale dal manico d'avorio preso da una delle bacheche del museo. Ho trovato il suo cadavere in quella grossa carrozza chiusa nella sala.» Holmes tirò un respiro tremolante, poi si ricompose. I suoi occhi erano miti come prima, ma sconcertati. Fu allora che notai, sulla parete sopra la credenza, una fotografia incorniciata. Era la foto di un uomo che indossava una lunga veste sullo sfondo di un bosco, e quell'uomo aveva un'accuratissima barba bianca. Da qualsiasi parte ci si rigirasse, in quel caso non si trovavano che barbe: per me erano diventate un incubo e un'ossessione. «Penderei!» stava dicendo Holmes con un tono che avrei potuto giurare sinceramente perplesso. «Raymond Penderei! Questo nome non mi dice assolutamente nulla. Cosa diavolo è successo? Cosa ci faceva lì, comunque? E chi l'ha ucciso? Lo sapete?» «Non sappiamo la risposta a nessuna di queste domande, signor Holmes. Ma forse voi potrete esserci d'aiuto. Quanto al pugnale con cui è stato ucciso...» Per la prima volta, all'accenno al pugnale, gli occhi di Holmes si velarono leggermente. «È una lama curva con un manico d'avorio chiamata, secondo Pruen, khanjar...» «Pruen!» esclamò Holmes, come se avesse dimenticato qualcosa. «Uhm, sì, naturalmente. Cosa c'entra Pruen? Cosa ha detto?» «Ha negato che qualcuno sia stato al museo stanotte, tranne lui. Quindi è ovvio che per lui si mette male.» Lasciai che digerisse quella frase. «E ora torniamo al pugnale. Chi ha la chiave di quelle bacheche nella sala principale?» «Io. Ma se è stata rubata...» «Nessun altro ha una chiave?» «Be', il signor Wade, naturalmente. Ma...» «Il pugnale non è stato rubato. È stato preso dalla bacheca da qualcuno che aveva una chiave e che poi ha richiuso la bacheca.» Holmes parlava in tono calmissimo. Quasi meccanicamente prese i due bicchieri dalla credenza. A quel punto feci un gesto come per rifiutare per-
ché non si può bere con un uomo contro il quale si è lanciata un'accusa del genere, ma lui disse seccamente: «Non siate sciocco!». E continuò con la stessa voce pacata: «Qualcuno doveva avere un duplicato della chiave. Io posso soltanto dirvi che non l'ho ucciso e che in vita mia non ho mai saputo niente di qualcuno di nome Raymond Penderei. I miei amici e io siamo stati qui tutta la sera...» «A proposito, chi c'è qui con voi?» «Jerry Wade, il figlio del signor Wade. Un nostro amico di nome Baxter e la signorina Kirkton. Non credo che li conosciate. Stavamo aspettando la signorina Wade e un suo amico, un certo Mannering...» «Nessun altro?» «Ora no. C'erano altre persone, ma se ne sono andate. Sentite, volete che faccia venire qui Jerry Wade?» Guardai l'uscio chiuso dell'altra stanza. Il silenzio là dentro era sospettoso, ed era iniziato dal momento in cui vi era entrato per un attimo Holmes. A un certo punto la donna aveva tentato di attaccare Barnacle Bill, il Marinaio, ma era stata violentemente zittita alle prime note. «Scusatemi un istante» dissi a Holmes. Mi avvicinai all'uscio, bussai e aprii. Dalla varietà delle voci mi sembrò, dopo il primo attimo di silenzio, di essere entrato in una gabbia di pappagalli. Era una stanza piccola, quasi come l'altra, ugualmente illuminata e piena di fumo azzurrognolo. Raggomitolata su un divano di fronte all'uscio sedeva una snella bionda dalle gambe lunghe che stava ammiccando e ridendo allegramente con un bicchiere da cocktail in mano e il gomito appoggiato al bracciolo del divano. Aveva una di quelle facce spirituali e ascetiche che ricordano quelle dei dipinti preraffaelliti, con occhi color azzurro porcellana; ogni tanto scattava in avanti all'improvviso come se il diavolo le avesse dato una spinta. Ritto dietro una foresta di bottiglie su un tavolo c'era un giovanotto robusto con una massa di capelli color rosso acceso, vestito anche troppo correttamente da sera. A causa di una sigaretta che gli pendeva da un angolo della bocca, sbatteva le palpebre per non farsi andare il fumo negli occhi mentre esaminava un appiccicoso shaker che teneva in mano. Al mio ingresso si girò di scatto, mi fissò e poi tentò di assumere un gelido atteggiamento dignitoso, cosa che, in un certo senso, era impossibile per il fatto che qualcuno gli aveva attaccato con degli spilli da balia il lungo nastro rosso di una scatola di cioccolatini attraverso il petto. Per giunta aveva l'aria spaventata.
La terza figura sedeva su un seggiolino basso e stava lustrando un'armonica a bocca. Potrei solo descriverlo come un giovane con la faccia d'un vecchio. Sebbene non avesse certamente più di ventisette, ventotto anni, aveva la faccia raggrinzita vuoi per il troppo ridere vuoi per il troppo leggere. A parte quella del nostro amico dottor Fell, credo che fosse la faccia più simpatica che io abbia mai visto. Lui sembrava eccitato e dava l'impressione di gesticolare anche se non si muoveva affatto. Si appoggiò allo schienale della sedia e salutò affabilmente con la mano: un tipo mingherlino, insaccato in una vecchia giacca di tweed, con capelli neri tagliati alla tedesca. Una pausa di silenzio e poi la gabbia di pappagalli prese vita. Harriet Kirkton gettò la testa all'indietro con aria compiaciuta e ispirata, spalancò la bocca fino a mostrare le tonsille preraffaellite e si mise a cantare con voce così forte da spaccare il soffitto: "Chi è che bussa alla mia porta? "Chi è che bussa alla mia porta? "Chi è che bussa alla mia porta? "Disse la bella giovane dooonna". Il giovanotto dalla testa rossa si drizzò e cominciò, con voce avvinazzata dal tono baritonale: «Ehi, è imperdonabile piombare qui in questo modo...». Il giovane-vecchio alzò la mano e la puntò contro di me fissandomi intensamente quasi volesse ipnotizzarmi. «Non potrete mai dire che sono stato io» dichiarò con voce profonda. Poi, dopo aver soffiato con enfasi nell'armonica, disse in tono naturale: «Buona sera, vecchio amico. Sedetevi. Bevete qualcosa. Come stanno tutte le barbe finte a Scotland Yard?». Holmes troncò quelle chiacchiere con la sua voce piatta, nervosa: «Per amor di Dio, piantala» disse. Fu efficace come un vero diluvio d'acqua gelida; non mi era mai capitato di sentire un gruppo di persone zittirsi così istantaneamente. Il giovanevecchio posò tranquillamente l'armonica accanto alla sua sedia e alzò lo sguardo. «Uh!» esclamò dopo una pausa. «Ma dico, cosa succede, Ron? Si ha quasi l'impressione che cerchi di trattenerti dall'esplodere.» «Mi spiace di essere piombato qui in questo modo» dissi. «Ma si tratta di una cosa importante. Nessuno tra voi qui presenti conosceva un uomo di
nome Raymond Penderei?» Il Rosso aveva l'aria completamente assente. Aprì la bocca, poi ci ripensò e la richiuse, ma non dava l'impressione che avrebbe detto qualcosa di illuminante. Ma Harriet Kirkton conosceva certamente quel nome; ne ero sicuro. A quel punto sembrava un po' meno sbronza. Per quanto non si fosse mossa e continuasse a restare con il gomito rigidamente appoggiato al bracciolo del divano, notai, alla luce del lume accanto a lei, che le unghie della sua mano che stringeva il bicchiere erano sbiancate. Ma non era ancora arrivato il momento di sganciare la bomba cui stavo pensando. «Nessuno?» incitai. Nessuno parlò, e io ebbi la strana sensazione che in quel silenzio venissero bruciati dei ponti. La voce di Holmes, di nuovo disapprovante, tornò a farsi sentire. «L'ispettore Carruthers mi dice che questo Penderei è stato assassinato. Non interrompete. È stato pugnalato stasera al museo... correggetemi se sbaglio, ispettore... con un coltello dal manico d'avorio preso in una delle bacheche.» Holmes scandiva accuratamente le parole. «Io gli ho detto che siamo stati tutti qui, stasera, dalle nove, ma pare che lui seguiti a pensare...» «Assassinio» fece il Rosso e si strusciò una mano tremante sul viso. Era stato abbastanza sbronzo, ma quel fatto sembrò farlo tornare lucido come dopo uno scontro automobilistico. Quel suo strusciarsi la faccia era curioso: come se tentasse di cancellarvi qualcosa o di trovarvi qualcosa. Abbronzati dal sole, i suoi lineamenti erano devastati ma belli. I suoi lucenti occhi castani si fecero più acuti. «Assassinio! Buon Dio, è terribile! Volete dire assassinato proprio nel museo? Quando? Quando è successo?» Cominciò a battere le nocche sul tavolo. Ma Holmes, con la sua voce levigata, riprese il discorso al punto in cui era stato interrotto. «... ma pare che lui seguiti a considerarci un gruppo sinistro. Oh, sì, permettete. Signorina Kirkton, vi presento l'ispettore Carruthers. Il signor Baxter...» Indicò con un cenno della testa il Rosso che stava borbottando qualcosa sui coltelli dal manico d'avorio. «E il signor Wade... figlio.» L'uomo dalla faccia giovane-vecchia s'inchinò con cordiale sarcasmo, e Holmes continuò: «Perciò cercate di rispondere sensatamente quando sarete interrogati, altrimenti corriamo il rischio di ritrovarci nei guai anche se abbiamo quello che si suol dire un alibi di corporazione». «Certo che l'abbiamo» disse Harriet Kirkton scoppiando in una risatina tremula. «Cosa diavolo c'entriamo, noi?»
Il giovane Wade alzò una mano per chiedere silenzio. I suoi occhi da spiritello erano contratti. «In questa mente focosa» annunciò con voce elaboratamente lenta che contrastava con i suoi gesti concitati, «è saltato il ghiribizzo di studiare un enigma che non ha alcun senso. Chiudete il becco, accidenti a voi!» Prese l'armonica e suonò una lunga nota per dare più enfasi alle sue parole. Poi, dopo aver fissato astiosamente Sam Baxter, si voltò verso di me. «Allora: la prima domanda...» «Sì, ma stai attento, Pagliaccio» intervenne Baxter. «Io avevo posto una domanda e l'ispettore stava per rispondermi. Quando è stato ucciso?» «È stato ucciso» risposi lentamente, «tra le dieci e mezzo e le undici e mezzo.» «Volete dire di sera?» volle sapere Baxter quasi con speranza morbosa. «Voglio dire di sera.» Seguì una pausa. Baxter si sedette. Io non avevo fretta di interrogarli, perché quello che dicevano spontaneamente era più significativo. Il giovane Jerry Wade, quello che chiamavano Pagliaccio, parve intuirlo, e sotto la sua amabile indifferenza era ancora più preoccupato di Holmes. Perché chiaramente gli stava venendo un'idea e, mentre muoveva dolcemente l'armonica da una parte all'altra contro i denti, vidi che quell'idea cominciava a farsi strada. «Ispettore» domandò bruscamente, «chi era questo Penderei e che aspetto aveva?» «Non sappiamo chi era. Non aveva documenti o carte di identità, tranne un paio di biglietti da visita. Infatti non c'era niente nelle sue tasche tranne il ritaglio di un giornale riguardante la signorina Miriam Wade...» «Cristo!» esclamò la signorina Kirkton. Baxter alzò lo sguardo, gli occhi duri. «Tira vento da quella parte, eh?» disse la voce baritonale avvinazzata con un tono ancora più soave, un tono, si sarebbe detto, da diplomatico. Contrastava in maniera grottesca col nastro della scatola di cioccolatini appuntato sulla sua camicia. «Scusate, ispettore. Proseguite.» «Quanto alla sua descrizione, è alto circa un metro e ottanta, faccia tonda, naso a becco, carnagione olivastra, capelli e baffi neri. Tutto ciò dice niente a nessuno?» Ai tre uomini almeno era chiaro che non diceva niente o così mi parve. Wade sbatté le palpebre, lo scintillio dei suoi occhi era svanito. Ma la mia successiva osservazione suscitò risultati decisamente positivi. «E quando
l'ho visto con quel pugnale nel petto» continuai, «aveva una finta barba nera...» Wade schizzò su. «Barba nera?» gridò. «Avete detto barba nera?» «Sì. In effetti» dissi, «vi aspettavate che dicessi barba bianca, non è vero?» L'altro si controllò. «Mio caro ispettore» rispose con un ghigno, «vi assicuro che non pensavo assolutamente a nessuna barba. La mia mente era priva di pensieri sulle barbe. Non mi sono mai passati per la testa. Ma voi avete talmente calcato sulla parola "nera" che ho avuto l'impressione di vederci cacciare tutti quanti in galera a causa di un qualche significato minaccioso. Un cadavere con la barba finta! C'era altro?» «Per adesso parliamo un po' di barbe» proposi. Era arrivato il momento di attaccare. «Questo delitto è un incubo, e sarebbe bene tirarne fuori qualcosa di sensato... per esempio, signor Holmes, nella stanza di là, sopra la credenza, c'è la fotografia di qualcuno con una lunga veste e una barba bianca. È la foto di una compagnia teatrale di dilettanti. Chi è la persona?» Holmes aprì la bocca, esitò e si sbirciò attorno. Fu Jerry Wade che rispose. «Oh, quello» disse con fare noncurante, «sono io.» 6 Gli inseparabili «Avete perfettamente ragione» continuò Wade. «È proprio la foto di un dramma e vi figuro io nel mio famoso ruolo di Re Lear. Non vi sorprende mica, vero? Vi prego di esaminare questa mia faccia avvizzita, e non vi sorprenderà davvero. La gente dice che ogni giorno sembro più giovane... perché v'interessa tanto? Non andrete per caso a caccia di barbe?» «È proprio quello che sto facendo. Mettiamo le carte in tavola. Io vi dirò cosa abbiamo scoperto e voi mi aiuterete il più possibile.» Guardai il gruppo. All'accenno alla barba nera, l'espressione di Harriet Kirkton era diventata vuota come quella degli altri. Perfino Holmes aveva abbandonato quella sua aria di sfida e mi fissava apertamente. Continuai: «La faccenda è così complicata e ingarbugliata che qualcuno deve pur avere un indizio sensato, anche se innocente. «Stasera, qualche minuto prima delle undici, un sergente di Vine Street passava davanti al museo Wade. Un uomo alto con una finanziera, occhiali cerchiati di tartaruga e barba bianca appiccicata alle guance, è spuntato sul
muro rumorosamente. E ha urlato al sergente: "Lo hai ucciso, e sarai impiccato per questo, mio bell'impostore. Ti ho visto nella carrozza". Poi si è buttato sul sergente come un pazzo e ha tentato di strangolarlo. Per calmarlo il sergente è stato costretto a stenderlo con un pugno. Poi, quando il sergente si è allontanato per chiamare aiuto, l'uomo svenuto... apparentemente svenuto... è sparito dalla strada.» A quel punto sul gruppo gravava una sgradevole tensione. Harriet Kirkton cominciò a ridere sguaiatamente, premendosi le mani sulla bocca mentre i suoi occhi di porcellana azzurra mi fissavano. «Non avevo mai sentito dire che in quella parte di St. James bazzicassero le fate» disse il giovane Wade pensoso. «Ma forse mi sbaglio. Andate avanti.» «Qualche minuto più tardi è arrivato un signore piuttosto altezzoso e ha cominciato a tempestare di colpi la porta di un museo deserto scatenando un tale pandemonio che hanno dovuto portarlo al posto di polizia. Ha detto di chiamarsi Gregory Mannering e ha detto di essere fidanzato con la signorina Miriam Wade.» A quel punto Baxter fece la faccia scura, ma Holmes si limitò ad annuire e Wade restò serio. «Ha detto inoltre che era stato invitato stasera al museo per una riunione che lui chiamava privata, organizzata dal signor Geoffrey Wade per un certo dottor Illingworth di Edimburgo...» «Allora ecco perché Mannering non si è fatto vedere qui, stasera» osservò Holmes. «Al posto di polizia, eh?» Alzò gli occhi al soffitto con aria sognante e compiaciuta. «Be', ispettore, è presto spiegato perché al museo non c'era nessuno. Mannering era stato avvisato con un messaggio. Vedete...» «Sì» dissi. «Questo è già stato spiegato. Mi pare d'aver capito che il signor Wade è dovuto partire improvvisamente...» Baxter si drizzò. «Come lo sapete? Ve l'ha detto Mannering?» «Un momento. È vero, signor Holmes?» «Verissimo, solo che non era esattamente una partenza inaspettata. È andata così. Wade è tornato da poco dall'Iraq. È stato là due anni a fare un lavoro di ricerca con Morel di Lione nella pianura a ovest del Tigri, fuori Bagdad. Cioè il luogo dov'era l'antica città dei Califfi, capite, la Bagdad moderna è a est. Sfortunatamente, molte rovine sono state spazzate via e una gran parte è stata adibita a cimitero, perciò hanno avuto qualche difficoltà per ottenere dalle autorità il permesso di scavare. Durante quei due anni ha scoperto parecchi reperti, molti dei quali sono stati spediti qui, a
me. Uno di essi doveva seguirlo per nave e doveva arrivare ai primi di questa settimana. Si tratta di roba molto voluminosa, il frammento di una torre saracena molto simile alla torre di Babele con un'iscrizione che... Ma non voglio sviarvi con queste...» «Non mi sviate affatto. Continuate.» Holmes mi guardò curiosamente. I suoi occhi miti si illuminavano di luce fanatica quando lui parlava di mattoni... sempre che fossero mattoni persiani. Esitò, tossicchiò e riprese: «Be', ecco. Il carico, come dicevo, doveva arrivare in Inghilterra martedì. Poi ci hanno avvertiti che la nave era in ritardo e che non sarebbe stata qui fino a sabato. Oggi abbiamo saputo che il carico sarebbe stato sbarcato nel pomeriggio. Così non c'era altro da fare: il signor Wade è stato costretto ad andare a Southampton personalmente per sovrintendere allo sbarco della cassa... perché, capite, più che altro si tratta di roba fragile... per poi portarsela a Londra. E partito dicendo che la riunione si poteva facilmente rimandare a sabato o domenica». «Capisco. Ora qualche particolare personale. Quando è tornato in Inghilterra il signor Wade?» «Circa tre settimane fa. Credo che fosse il venti maggio.» «E la signorina Miriam Wade è arrivata una settimana prima, diciamo l'undici.» Baxter scattò su di nuovo. Afferrò goffamente una bottiglia di Scotch, ne versò una buona dose in un bicchiere da cocktail, e mi puntò il bicchiere contro. «A cosa mirate?» domandò. «La vostra è una procedura poliziesca maledettamente strana, se volete sapere il mio parere. Cosa c'entra Miriam con questa faccenda? È stata in casa tutta la sera. Cosa ha a che fare Miriam con uno straccione con la barba finta che nessuno di noi ha mai sentito nominare?» A quel punto mi fissavano tutti astiosamente e io, per il momento, scantonai. «Non volevo parlare tanto della signorina Wade, quanto del signor Mannering» dissi. Dovevo andarci cauto, perché ancora non volevo coinvolgerla. «Come di questo fatto, per esempio. Il signor Mannering è fidanzato con la signorina, ma a quanto ho capito, non ha ancora conosciuto suo padre né suo fratello. Come mai?» Gli occhi lucidi e furbi di Pagliaccio-Wade erano fissi su di me da dietro l'armonica a bocca. Poi lui parlò quasi con veemenza. «Aha. Deduzione. Giusto. Voi state pensando che il serissimo padre e il truce fratello cerchino di stroncare questo odioso connubio che fiorisce in segreto dietro gli angoli. Balle, ispettore. Lo ripeto fermamente: balle. Di-
rei anzi che è decisamente l'opposto.» Corrugò la fronte. «La verità è che Mannering è l'unico tra noi tutti che può dirsi nato da illustri lombi. Qualcuno che conosceva la sua famiglia ne ha parlato al mio vecchio. Da quello che so, Mannering è un bugiardo di tre cotte ma discende davvero da qualche crociato. E posso crederci perché ora so chi ha dato origine a queste gigantesche balle come quella di essere andato e aver fatto fuori trecento saraceni con una sciabolata. Qui c'è il tocco di Mannering... No, mio padre era piuttosto contento della cosa, e Dio sa che a me non dispiace...» Baxter grugnì rumorosamente. «Sta' calmo, Sam» disse Jerry Wade tranquillamente. «Io parteggio per te, amico mio, ma la ragazza deve decidere da sé... Per continuare, ispettore, il fatto che il vecchio non lo conosca ancora è puramente accidentale. Vedete...» «Oh, taci tu... tu gnomo supercresciuto» gridò Harriet Kirkton all'improvviso. Wade arrossì un poco: quella frase, notai, aveva toccato il segno. Seguì una pausa di silenzio mentre Wade si ritraeva e la ragazza esitava, anche lei col volto arrossato. «Scusa, Pagliaccio. Non volevo... Solo, Dio mio, dici tante stupidate!» Si girò verso di me. «Miriam lo ha conosciuto a bordo della nave mentre tornava a casa, io ero con lei. Non so ancora giudicarlo, in realtà. Poi, appena siamo arrivate in Inghilterra, Miriam è stata spedita per due settimane da una zia, nel Norfolk...» «Spedita» la spronai, forse un po' troppo bruscamente. «Be', ogni tanto bisogna andare a trovare le zie» interloquì Jerry Wade con aria savia (lui era sempre pronto con lo scudo per difenderla). Sorrise. «So che è una scusa incredibile da infilare in una storia poliziesca, ma così è.» «Un momento, signore... cosa volevate dire col vostro "spedita", signorina Kirkton?» «Io non volevo dire niente! È una frase perfettamente naturale, no? Buon Dio, cosa potrei aver voluto dire? Suo padre aveva pensato che prima di tornare qui sarebbe stato bene che andasse a stare un po' con sua zia... sua madre è morta, capite... e così, eccoti che la zia era al molo ad aspettarla in modo che Miriam non potesse scapolarla. E io sono andata con lei.» Quella faccia da innocente angioletto era rivolta verso l'alto con un'espressione che Burne-Jones avrebbe certamente dato non si sa cosa per poterla dipingere. «Ma voi stavate chiedendo di Gregory Mannering, non è vero? Be', lui è andato a cercarla in casa di lei. Poi quando, dopo due settimane, lei è
tornata, Greg doveva presentarsi al vecchio in pompa magna... in casa di Miriam, Hyde Park Gardens... solo che è arrivato troppo presto, nel pomeriggio. Così ha cercato di mettersi in mostra giostrando con un baule pieno di vasellame antico o roba simile, il baule gli è scivolato e si è spaccata ogni cosa.» Una luce diabolica parve illuminarle il viso, spalancò gli occhi e sorrise. «Oh, sì, è stata una scena spaventosa! Perciò abbiamo pensato che sarebbe stato meglio mandarlo via e farlo tornare quando il vecchio si fosse calmato. Poi lei gli ha telefonato...» La ragazza s'interruppe, si strofinò la fronte e sembrò rammentare qualcosa. Di nuovo la sua espressione si alterò e questa volta in un'espressione di paura. «Dov'è Miriam?» domandò, la voce stridula. Visto che io non rispondevo, lei alzò un dito. «Dov'è Miriam? State a sentire, ragazzi. Vi ricordate che... poco fa... Ronald ha detto che una donna ha telefonato cercando di me con voce contraffatta... e che poi ha tolto improvvisamente la comunicazione? Chi era? Cos'è accaduto a Miriam? Perché fate tutte queste domande sul suo conto?» Io li guardai e risi. «Date l'impressione di voler sempre riportare il discorso sulla signorina Wade» dissi, «mentre la mia intenzione è di parlare di Mannering. Ascoltate! Non serve a niente negare che abbiamo prove che indicano come lui, probabilmente, sia coinvolto nella faccenda di stanotte.» Queste mie parole li tranquillizzarono. Seguì un silenzio che quasi avvertii fisicamente, un silenzio di stupore e assoluta incredulità. Ronald Holmes entrò lentamente nella stanza dall'uscio dietro di me, con l'aria di voler prendere le redini della situazione. Si sedette sul bracciolo di una poltrona, scosse il bicchiere che aveva in mano e si guardò la punta oscillante della scarpa. «Prove...» fu un'affermazione più che una domanda. «Quali prove?» «Risponderò a questa domanda chiedendo a voi cos'era quella riunione privata di stasera, prima che venisse rimandata. È vero che dovevate aprire la bara della moglie di Harun-ar-Rashid?» «Oh, Signore!» borbottò Baxter, e Holmes lo zittì. Quest'ultimo pareva scosso, ma disse, calmo: «No, non è vero. Come diavolo, se posso chiederlo, vi è saltata in mente quest'idea? Ve l'ha suggerita Mannering?». «In parte. Tanto per cominciare, lui ha detto che avreste "violato" una tomba.»
«Calma, Pagliaccio...» Holmes alzò gli occhi al cielo. «E ora perché? Perché vi avrebbe detto una cosa simile? No, non divago. È il problema astratto che m'interessa. La bara della moglie di Harun-ar-Rashid!» «Lasciate perdere per un momento il problema astratto. Dite che non è vero. Pensateci bene, signor Holmes.» Lui si girò con un sorrisetto talmente scettico che pareva una smorfia. «Pensiamoci bene tutti e due. Dite, sapete niente di Bagdad?» «No.» «La tomba della moglie di Harun-ar-Rashid, Zobeide... immagino che alludiate a quella... è nel cimitero della città vecchia, non lontana dalla tomba dello sceicco Maruf. È uno dei principali monumenti di Bagdad ed è stato costruito oltre mille anni fa e amorosamente restaurato da diversi governanti musulmani. Nessuno ha mai visto la tomba di Zobeide. È raro che i musulmani permettano di avvicinarsi: ne fa testo la tomba di Maometto a Medina dove i visitatori sono costretti a guardare attraverso una palizzata perfino l'antitomba del profeta. Di Zobeide si sa soltanto che fu messa in una bara di piombo che ne racchiudeva una d'oro. E l'idea che qualcuno possa... no, no, no!» Scosse la testa ancora più vivacemente. «Supponete che qualcuno rubi la bara di Nelson dalla cattedrale di St. Paul, o la bara di un qualunque personaggio da un monumento pubblico. Sarebbe già abbastanza terribile, ma niente in confronto alla profanazione... Signore! Una reliquia musulmana! Non ha nulla a che fare con l'antico Egitto, capite: è una religione viva. Aggiungeteci l'assoluta impossibilità di violare una tomba simile...» Spalancò le braccia e si strinse nelle spalle. Sebbene vi fosse uno scintillio dietro i suoi occhiali, ebbi l'impressione che il suo comportamento fosse un po' più enfatico del necessario quando guardò gli altri dicendo: «Naturalmente tutto ciò è assurdo. Quello che mi lascia perplesso è dove Mannering possa aver preso quest'idea.» «Vorrei che fosse vero, però» disse Baxter con cupa aria divertita. L'ultimo abbondante beveraggio lo aveva ravvivato in maniera notevole. Se ne stava lì con le mani in tasca, occhieggiando la bottiglia. «Sarebbe eccitantissimo, secondo me. Ricordo quella tomba, un affare di mattoni con un cono in cima. Me la fece vedere il vecchio quando andai là dal Cairo. Molto meglio che armeggiare con...» «Con che cosa?» domandai. «Se non era una bara, che cosa dovevate esaminare, allora?»
Holmes lanciò un'occhiata maliziosa agli altri. «Mai sentito nominare Antoine Galland, ispettore?» «No.» «Eppure tutti, a questo mondo, sanno cosa ha fatto. Ha tradotto Le Mille e Una Notte dall'arabo in francese, tra il millesettecentoquartro e il millesettecentododici, e le traduzioni dal francese sono arrivate a noi. Il signor Wade ha un interesse particolare per Le Mille e Una Notte perché anche lui è convinto che sono state prese direttamente dal persiano Hézar Afsàne, o i Mille Racconti, sebbene l'adattamento sia arabo da cima a fondo. Così, quando ha avuto l'occasione di comprare le prime duecento pagine della traduzione di Galland con le note e le interpolazioni...» «Un momento» dissi, «volete dire che il motivo per cui queste persone si dovevano riunire era quello di guardare qualche foglio di quella traduzione?» A quel punto, mi spiace dirlo, capii che io, che mi sono sempre considerato una persona seria e piena di raziocinio, mi stavo sinceramente divertendo alla mattana di quella notte, e che ritenevo deludente la spiegazione di Holmes. «Sì, certo. Ecco perché doveva intervenire il dottor Illingworth. Con le note e le interpolazioni, capite...» «Ed è tutto qui?» Jerry Wade, che era stato ad ascoltare con un'espressione viva e colma d'interesse, si sporse in avanti. «Diamoci la mano, ispettore» esclamò. «La penso esattamente come voi. Sotto la vostra uniforme blu batte, per così dire, il cuore di un ragazzino che legge L'Isola del Tesoro. Simpatizzo con voi, possa morire se non è vero, e se questo bel tipo avesse un qualche senso di...» «Io comunque ho il senso della correttezza» disse Holmes. La sua voce era talmente fredda che mi riportò con i piedi in terra. «Non scordate che dopotutto è stato commesso un assassinio, un vero assassinio.» Si voltò verso di me con espressione preoccupata. «Avete chiesto "Tutto qui?". Perbacco, amico, non capite... fogli manoscritti di Galland!» Fece un gesto vago come se io gli avessi chiesto "Cos'è la civiltà?" o fatto qualche domanda troppo difficile a cui rispondere. «La luce storica che getterà...» «Al diavolo la luce storica» esclamò Wade. «Non mi tocca. È stato commesso un assassinio. Ma che l'ispettore Carruthers ci guardi con occhio sinistro solo perché noi non siamo affranti e sconvolti per la morte di qualcuno che non abbiamo mai sentito nominare, non ha senso. Secondo
me, da un punto di vista umano è interessante il fatto che Le Mille e Una Notte abbiano preso vita. Il guaio è che. a voi queste storie non interessano affatto; a voi interessa soltanto un buon racconto terrificante come quello del sultano che ammazzò sei mogli perché getta un fiotto di luce sugli usi matrimoniali a Bassora sotto Hassan, il Rammendatore di calze nel millequattrocentouno. Ora ho raccolto qualche informazione da voi e dal vecchio tanto per poterne parlare con Rinkey Butler e aiutarlo a scrivere una storia poliziesca. Ma veramente tutto quello che so sugli asiatici è che si vestono in maniera buffa, che non fanno che parlare di Allah e vanno in giro ad ammazzare chi arraffa reliquie sacre. Il che è abbastanza. Non distinguo un persiano musulmano da un indiano indù. Però so che se non sto in guardia gli spiriti folletti mi acchiapperanno, e qui sta il segreto di una vita eccitante.» «Calma, signor Wade» intervenni notando che cominciava a eccitarsi e a dimenarsi sulla sua poltrona col dito puntato su Holmes. «Allora tutto ciò significa che voi non avete alcun legame col museo?» Holmes sorrise. «Proprio così. L'unica occupazione del Pagliaccio è la lettura: un libro insulso dopo l'altro. È da questo che viene il suo atteggiamento... gli psicologi lo chiamerebbero un meccanismo di difesa. A lui piacerebbe un mondo in cui tutte le cose diventassero un po' strane, dove si vedessero i vicari arrampicarsi sulle grondaie delle proprie chiese e il sindaco di Londra dicesse d'un tratto "No" quando la processione regale volesse oltrepassare il Tempie Bar. Gli ho detto un centinaio di volte che una cosa non diventa necessariamente più interessante solo perché vista capovolta. E il fatto puro e semplice è, Pagliaccio, che il mondo reale non è così.» «No?» dissi io. «Io sarei propenso a convenire col signor Wade.» Dopo una pausa, Harriet Kirkton mi apostrofò con un nervosismo esasperato e perplesso. «Oh, ma quando ci direte che cosa volete da noi?» gridò. «Perché continuate a girarci intorno... e... e, non so, ma c'è qualcosa di strano... perché"?» Dissi: «Perché, signorina, con tutta probabilità uno di voi mente. Quanto a stranezze, un vicario che si arrampica su una grondaia non è meno eccentrico dell'inserviente di un museo che danza intorno a una cassa da imballaggio inneggiando alla moglie di Harun-ar-Rashid. O di un cadavere con un ricettario di cucina in mano. Siete sicura di non aver niente da dirmi adesso?». «No!»
Esposi i fatti brevemente. Baxter borbottava e tirava pugni sul tavolo. Ma fu l'accenno al ricettario di cucina ciò che sembrò sconcertarli di più, tutti quanti. Holmes, sempre contenuto, ma con un'espressione di gelida furia in viso, si girò verso Jerry Wade. «Se non sapessi...» disse e deglutì. «Sembrerebbe opera tua. Un ricettario di cucina! Sarei quasi portato a credere che tu abbia qualcosa a che fare con questa storia.» «Sta' calmo, Ron» disse Baxter con improvvisa, brusca autorità. Allungò il collo guardandosi in giro. «Ma, ascolta, Pagliaccio. Voglio dire... non sei mica stato tu, vero? Dopotutto....» «Credeteci o no, io non so niente di questa storia» rispose semplicemente Jerry Wade. (Nondimeno sembrava molto a disagio.) «Un ricettario di cucina non è davvero abbastanza pittoresco per i miei gusti. Oh, mio Dio Signore! Bisogna fare qualcosa. Lasciatemi un po' in pace, voglio cercare di pensare. Quel tizio non sarà stato un capocuoco italiano?» «Be', anche se lo fosse stato, difficilmente avrebbe avuto il ricettario della signora Comesichiama, no? Voglio dire, non avrebbe ottenuto molti suggerimenti su come preparare il Soufflé à la Carmagnole, o una qualunque di quelle cose strane, il che è tutto ciò che la gente di quel tipo sembra sapere. A meno che non si trattasse di un crittogramma o di un codice o di qualcosa del genere. Voglio dire che "Bistecca e cipolle" significa "Scappa subito siamo scoperti". Sarebbe veramente un sistema diabolico per...» Holmes balzò in piedi. «Siete ubriachi» disse con gelida calma, «o vi viene fatto naturalmente di comportarvi come dei ragazzini, oppure non avete ancora capito che si tratta di una cosa seria?» «Siamo spaventati a morte» ribatté Wade altrettanto calmo, «se proprio vuoi sapere la verità. Avete altre carte nella manica, ispettore? Se non abbiamo ancora sviscerato la faccenda dei sacerdoti che si arrampicano sulle grondaie e...» S'interruppe guardando la porta, e tutti seguirono il suo sguardo. Io stavo da una parte, in piedi, e lì per lì il nuovo venuto non si accorse di me. Nella stanza aveva fatto capolino l'elmetto di un poliziotto. Era un grosso poliziotto con fasce bianche al braccio a indicare che era di servizio, e stava fissando astiosamente gli occupanti della stanza. «Nessuno di voi ha qualche spicciolo?» domandò. «Ne ho bisogno per pagare il taxi. Sacré nom d'un petit chauffeur rouge!... Che nottata! Si profilano grossi guai in vista, perciò piantatela di guardarmi in quel modo e tirate fuori gli spiccioli, forza!»
7 Il poliziotto che prese a calci il suo elmetto Prima che lui mi vedesse o che io avessi il tempo di fare qualcosa, il nuovo venuto si tolse l'elmetto con aria grave, lo posò per terra come un pallone da football e con un calcio lo scagliò dall'altra parte della stanza. L'elmetto mancò il lume per un pelo, sbatté contro la parete e rotolò indietro fin quasi sui miei piedi. Harriet Kirkton balzò su con un grido. «Vattene, cretino! C'è un vero...» Il nuovo venuto si girò di scatto. Vidi i numeri sul suo colletto e capii. Era un giovane poderoso con un amabile viso tondo ora velato di sudore e di preoccupazione. Sotto quelle poche ciocche di capelli neri di cui gli pendeva qualche ciuffo sulla fronte, stava diventando calvo. Cominciò a passarsi ininterrottamente la manica sulla fronte sudata mentre le sue palpebre si raggrinzivano per la tensione e gli occhi color grigio chiaro si guardavano attorno ansiosamente e gli angoli della sua amabile bocca socchiusa calavano in giù. Dava l'impressione di un uomo capace, pigro e in un certo senso pericoloso. Ma era il benvenuto. La sua presenza mi aveva dato la soluzione di almeno una parte di quell'incubo e ora sapevo come sistemare qualcuno dei pezzi che erano stati i più sconcertanti. Quando mi vide esitò, lanciò una rapida occhiata in giro e si ricompose in un ovvio tentativo di atteggiare la faccia a un'espressione impenetrabile tirando indietro il mento e indirizzandomi una specie di ghigno sinistro; se ne avesse avuto la possibilità, sarebbe arrivato a cacciarsi i pollici nelle tasche di un panciotto immaginario. «Vediamo un po'» cominciò con aria burbera. «Vediamo un po'.» «Siete piuttosto sibillino» dissi. «Io sono di Vine Street. Voi a quale zona appartenete?» Lui restò immobile, respirando affannosamente. «Sì» rispose, senza alcun nesso. «Sì, certo. Vedete...» «Il numero di matricola ZX105 non esiste. Chi siete e dove avete preso quell'uniforme e perché vi siete mascherato?» «Datemi una sigaretta, qualcuno di voi» disse l'altro quasi senza voltarsi. Gesticolò col braccio. «Volete sapere cosa succede, agente? Uno scherzo, tutto lì. Mi chiamo Butler, Richard Butler. Sono un cittadino rispettabilissimo.» Cercò di sorridere, a disagio. «Perché tante storie? Non c'è nulla di male ad andare a una festa in maschera.» «Una festa in maschera dove?»
«Per amor di Dio, Rinkey, sta' attento» borbottò Harriet Kirkton dimenandosi sul divano in preda a un'indecisione angosciosa. «È venuto a parlarci di un assassinio che, a quanto pare, è stato commesso al museo e noi gli abbiamo detto che non ne sappiamo nulla e che non ci siamo neanche avvicinati al museo, ma lui seguita a pensare...» «Ah» fece Butler fissando la mia spalla. «Una festa in maschera dove?» «Eh? Ah, da certi amici...» Esitò di nuovo, rabbuiandosi. «Dico, perché diavolo mi guardate come se avessi ammazzato qualcuno? Perché mi siete saltati addosso appena sono entrato?» «Ve lo dirò subito, signore, se venite con me. Stavo giusto per andarmene e se venite con me al museo per qualche minuto...» «Ah» ripeté Butler con lo stesso tono. Muoveva lentamente la spalla sotto la giacca. «E se non volessi venire?» «Non sei costretto ad andare, sai» intervenne Holmes. «Se telefono all'avvocato del signor Wade...» «Be', signore, il signor Butler è piuttosto pesante» dissi, «ma credo che ce la farei a portarlo via e non avrei che da rischiare qualche noia col vostro avvocato. Per giunta...» guardai Holmes e Jerry Wade, «vorrei che veniste anche voi due.» I pappagalli ricominciarono a strillare. «Statemi a sentire, benedetti sciocchi ragazzi. Calmatevi e ascoltatemi un istante. Non posso prendervi tutti quanti in collo e portarvi là, ma perché fare tanto chiasso inutile? Soltanto la semplice curiosità dovrebbe spingervi a fare del vostro meglio per aiutarmi e se non lo fate le autorità vi faranno passare qualche guaio... senza contare quello che dirà il vecchio Wade.» Accennare al vecchio fu un'ottima idea. Holmes si calmò, si passò una mano sui capelli e annuì gravemente. Jerry Wade, con aria di cupa reminiscenza, suonò un paio di strofe di For he's a jolly good fellow sulla sua armonica a bocca. E Butler, continuando ad asciugarsi il sudore sulla fronte con la manica, scoppiò a ridere: sembrò preso da un'allegria febbrile sotto la quale credetti di intuire il lavorio frenetico di una mente agile, e nonostante che il suo comportamento restasse piacevole, lo sguardo dei suoi occhi grigio chiaro acquistò una fissità particolare. «Giusto, figliolo» disse. «Non so cosa sia questo presunto assassinio, né perché d'un tratto sia diventato tanto importante. Ma verrò con voi tranquillamente, sempre che qualcuno mi dia degli spiccioli per pagare il taxi. Il conducente è sempre giù ad aspettare, il portiere è smontato, perciò non c'era nessuno per pagar...»
«Rinkey!» gridò la ragazza. «Non ti rendi conto che lui interrogherà il taxista? Non capisci perché vuole portarti giù?» «Ah, tutto qui?» esclamò Butler con un ampio gesto del braccio. «Io sono ben felice se lo interroga e magari posso appioppargli la spesa. Forza, datemi alla svelta qualcosa da bere, prima che me ne vada.» «Veniamo tutti al museo» dichiarò Baxter con aria ispirata come se qualcuno avesse proposto un festino. «Andremo tutti e presenteremo un fronte unito.» Bloccai quel proposito con una certa difficoltà. Non volevo con me né Baxter né la ragazza e mi stavo arrabbiando. Gli altri tre (Butler aveva raccattato l'elmetto e ingollato una buona dose di whisky) mi avevano preceduto fuori. Scendemmo in silenzio, sbirciandoci l'un l'altro con quello sguardo curiosamente assente che la gente assume quando è pigiata in un ascensore. Il taxista... un tipo cadaverico con la schiena curva e il naso paonazzo... non aveva voluto correre rischi: stava aspettando nell'ingresso in fondo alle scale. Mentre Wade lo pagava, io mi detti da fare. «Dove avete caricato questo cliente?» «Allora non è un poliziotto» esclamò il taxista con l'aria di chi ha la conferma di un fiero sospetto. «E voi sì, invece. Lo so. Aha. Orkney Hotel, Kensington High Street.» «Quanto tempo fa?» «Venti minuti.» «Usciva dall'albergo?» «No. Era fuori, sul marciapiede, camminava. Cosa succede, signore?» Guardai Butler, la cui faccia blanda aveva un'espressione soddisfatta e innocente. «No, non ero all'albergo» disse. «Ascolta, autista, sir Robert Peel qui presente non crede che io sia stato a una festa in maschera. Illuminalo un po', vuoi?» Il taxista era molto deferente. «Facile che ci sia stato, sir Robert» mi disse. «C'era un ballo in maschera due o tre portoni più in là, solo che era finito un po' prima. Al Pennington. L'associazione dei fabbricanti di cesti di vimini o qualcosa del genere.» Questo fu un colpo mancino per la teoria che stavo sviluppando, ma mi convincevo sempre più che la mia teoria doveva essere giusta, però, malgrado altre domande al taxista, non venne fuori nulla, così lo lasciai andare dopo aver preso il suo nome e il suo numero. Riprendemmo la nostra marcia con Wade e Holmes qualche passo indietro per poter interrogare Butler.
Raramente Pall Mall aveva visto processioni più strane. Quei tre erano piuttosto tesi e ciò si manifestava nella maniera sbagliata. Forse, fino a un certo punto, era la parziale conferma di quanto aveva detto Butler, ma secondo me più che altro era perché per la prima volta in vita loro stavano per vedere un uomo assassinato sul serio... una bruttissima faccenda dove il sangue non era l'inchiostro rosso del palcoscenico o l'ectoplasma delle novelle... il che li scioccava e provocava in loro, per reazione, un'allegria nervosa. Jerry Wade, che si era portato dietro l'armonica, dette la sua versione di Gli animali camminavano a due a due e io mi resi conto che mantenevano il passo al ritmo come soldati. Sebbene il corretto Holmes non uscisse con osservazioni che non si adattassero al suo cravattino nero e alla sua bombetta ben spazzolata, rideva stupidamente alle battute degli altri. In quella rigida strada polverosa, sotto una luna calante, l'ilarità era grottesca perché doveva culminare con la contemplazione della morte, e diventò molto poco divertente quando d'un tratto Butler si sporse in avanti e gridò «Buh!» all'orecchio di un distinto signore che stava scendendo gli scalini del suo club. «Vi diverte?» domandai quando riuscii a ottenere silenzio. «Sentiamo un po'. Immagino che direte che siete stato al ballo dei fabbricanti di cestini. Perché?» «Ci sono stato. C'era una bellissima operaia bionda...» Vide la mia espressione e s'interruppe. Nella sua faccia c'era di nuovo qualcosa di ambiguo e di astuto, come se lui si stesse preparando a un duello, e perfino disperatamente. «Statemi a sentire, ispettore, siete un brav'uomo per essere un segugio e vi dirò la verità. Sono davvero intervenuto a quel ballo di fabbricanti di cestini... Era una ditta che fabbricava motori, in effetti... e, incidentalmente, c'era davvero una bella bionda che mi ha anche dato appuntamento per domani da qualche parte. Ma io ci sono rimasto solo poco, più che altro per avere una scusa.» «Una scusa?» «Sì. Le cose stanno così: io scrivo racconti polizieschi, qualunque tipo di roba a sensazione per rivistucole americane con l'occasionale aiuto di Pagliaccio Wade. Il museo è inestimabile per materiale sulla maledizione di Kalì, o forse si tratta di qualcun altro. Ma più che altro volevo provare se c'era veramente un po' d'eccitazione e di colore per le strade. Ora vi domando quale occasione può avere un uomo per piombare proprio in mezzo al pericolo se non quella di indossare l'uniforme di un poliziotto e girare in...»
Si stava sempre più accalorando alla sua idea che, avrei giurato, gli era venuta in mente solo da pochi minuti, e al suono della propria bella voce. Quando si girò a guardarmi c'era qualcosa di consapevolmente ipnotico nel suo sguardo, qualcosa che, malgrado il suo ampio sorriso, mi fece l'effetto, in quella strada illuminata dal chiarore lunare, di falso e di viscido. «Tutto questo» dissi, «per dire che stasera non siete stato al museo Wade?» Si fermò di botto. «Al... Eh? No, non ci sono stato.» «Potete provare dove siete stato?» «Sarà un po' difficile. Maschere a quel ballo... e poi in giro per le strade... potrei tirar fuori la bionda, però» borbottò, quasi a se stesso. «Maledizione, ma se è per questo, voi potete provare che ero al museo? Cosa sta succedendo, comunque? Non so neppure perché devo dare tante spiegazioni. Sam Baxter farfugliava dì un certo Penderei che è stato ammazzato con un pugnale dal manico d'avorio, ma io non ne so assolutamente nulla. Potete provare che io ero al museo?» «Può darsi. Siete stato visto, sapete.» A quel punto si bloccò del tutto, fisicamente, voltandosi con un violento moto delle spalle, ma io lo spronai a camminare perché gli altri non ci raggiungessero. Dietro di noi l'armonica pareva mormorare che stavamo veleggiando al Chiar di luna, ma la faccia di Butler contrastava spaventosamente con quel poetico suggerimento. «Visto?» esclamò lui. «È una sporca menzogna. Chi ha detto che sono stato visto? Chi mi ha visto?» «Un uomo con la barba bianca finta. È uscito dalla porta posteriore del museo e si è arrampicato sul muro. Ora ascoltate! Ha visto il mio sergente che è della stessa vostra corporatura e vi somiglia un poco, eccetto nei baffi. Nella semioscurità quell'uomo ha visto il sergente mentre tentava di aprire la porta del museo. E ha detto: "L'hai ucciso e sarai impiccato per questo, mio bell'impostore. Ti ho visto nella carrozza". Lui non intendeva dire quelle cose al sergente: aveva scambiato il sergente per qualcun altro... Chi potrebbe essere stato?» Camminando molto lentamente e fissando davanti a sé, Butler disse una cosa strana: «Avete parlato di questo fatto agli altri?». «No.» «E dov'è questo testimone con la barba finta?» «Sparito.» «Sapete chi è?»
«Non ancora.» Butler si guardò attorno con fiero e violento compiacimento. «Magnifico, ispettore! Proprio come c'era da aspettarsi!... E sottile come carta velina. Non regge. Non potrete arrestare nessuno con un'accusa del genere. A cosa si riduce? Avete un testimone nobile e senza macchia (che non potete esibire, per giunta) con la mania di portare la barba finta, di arrampicarsi sui muri e di saltare addosso ai sergenti di polizia. Sulla base di parole senza senso dette da quel... per essere magnanimi... quel personaggio eccentrico, voi scegliete, su otto milioni, una persona che, si dà il caso, quella notte fosse a un ballo mascherato e può provarlo. (Anche l'altro potrebbe essere stato mascherato, ma lasciamo perdere.) Con questo, quindi, decidete che io ho ucciso un uomo che non ho mai sentito nominare e in un luogo dove non posso essere stato. Può un testimone attendibile, che non sia un fantasma e che era sulla scena e che può essere esibito... può asserire che io ero al museo? C'è il vecchio Pruen, per esempio, con vent'anni di servizio sulle spalle presso la famiglia Wade, e dieci anni al museo... Cosa dice lui? Dice forse che io stasera ero al museo?» «Be', ora come ora...» Butler mi guardò, sprezzante, scuotendo il capo. Proseguì: «Sinceramente, amico mio, non attacca. Dentro di voi potete pure pensare che io ci fossi. Non c'ero, ma non discutiamo su questo. Ho detto che potete pensare dentro di voi che io ero al museo, ma potete provarlo? Avreste il coraggio di presentarvi davanti a un magistrato con le prove che avete? Perbacco, amico» si stava scaldando con nuova eloquenza, «pensate al vostro caso così come sta! Voi sostenete che io ho pugnalato questo sconosciuto e poi ne ho cacciato il cadavere in una carrozza nella sala...» «Davvero? Nessuno ha parlato della carrozza nella sala. Come lo sapete?» Lui non batté ciglio. «Uh, be', l'avrò sentito dire da Sam o da Pagliaccio durante tutto quel parlottare là, nell'appartamento. Avete intenzione di fermarmi su una simile prova pazzesca?» «Quando il caso è pazzesco, anche le prove sono destinate a essere pazzesche. Ecco, siamo arrivati.» La grossa porta di bronzo non era completamente chiusa, il selciato era attraversato da una striscia di luce. Le finestre del primo piano erano illuminate: c'era un'atmosfera di febbrile attività in quei paraggi generalmente sonnolenti. Ma con mia gran rabbia notai subito una cosa: la macchina della polizia, dov'era stato l'agente Jameson con Mannering, era vuota. L'erro-
re era stato mio per essere andato via, ma se, contrariamente ai miei ordini, avevano permesso a Mannering di parlare con Miriam Wade, gliel'avrei fatta pagare. Prima di tutto dovetti barcamenarmi con una mezza dozzina di giornalisti e fotografi promettendo loro qualche informazione al più presto poiché, qualora non si fosse riusciti a scoprire l'identità del morto, avremmo dovuto diramare un appello per radio. Butler passò inosservato come un autentico poliziotto, ma furono scattate parecchie foto di Wade e di Holmes, il primo nervosamente compiacente e l'altro furioso. Hoskins, con l'agente Collins dietro di lui, stava aspettando accanto alla porta. Il sergente sgranò tanto d'occhi alla vista di Butler che gli rivolse un bel saluto. Ma la spavalda giocosità finì lì. In quel luogo c'erano troppi echi, la luce lunare artificiale era più suggestiva di quella reale, i mille colori dei tappeti spiccavano sulle pareti bianche, la fila delle carrozze era come in attesa, e così il morto, sempre disteso sulla schiena. La faccia di Wade sembrava un po' sconvolta, Holmes si tolse il cappello. Cominciarono a parlare a bisbigli. Ordinai che li accompagnassero a vedere il cadavere e poi li mettessero in un'altra stanza con Collins di guardia in modo che la loro conversazione non si facesse troppo interessante, dopo di che presi Hoskins da una parte. «Dov'è Mannering?» Hoskins esitò. «Be', signore, ho pensato...» «Vuoi dire che l'hai messo nella stessa stanza con la signorina Wade?» Il sergente si rabbuiò. «Ma io, signore, ho pensato che non c'era nulla di male. Anche voi eravate dell'idea che la signorina non c'entrava per niente in questa faccenda. E lei me l'ha chiesto... per un pelo non scoppiava a piangere... non c'è nessun pericolo, tranne che per la ragazza, se quell'individuo è un assassino, comunque Martin è stato quasi tutto il tempo con loro. Sono sempre là, nella stanza del conservatore.» Sebbene il sergente non muovesse le braccia, dava l'idea di un gran movimento. «Ascoltate, signore, ho tempestato Pruen di domande tentando di cavargli qualcosa, come mi avete ordinato...» «Lascia perdere. Ne hai cavato qualcosa?» «No, purtroppo, signore. Non dice niente! Soltanto "non lo so" oppure "mai sentito nominare" perfino quando gli si chiede il suo stesso nome e continua a dire che il signor Wade mi farà strappare i gradi. Però un paio di cose le abbiamo scoperte.» «Sì?» Hoskins alzò la mano e spuntò gli argomenti sulle dita.
«Primo, quella cassa da imballaggio. L'ho aperta, come mi avete detto. C'era qualcosa dentro, sicuro. Un affare, simile a una bara, molto vecchia, apparentemente, e di piombo, sopra un letto di segatura. Qualcuno ha messo della ceralacca lungo la linea di appoggio del coperchio. Io non ho fatto altro, signore, ho pensato che magari avreste voluto farlo da voi.» Era difficile dire se ciò confermasse le mie supposizioni oppure se fosse un altro smacco. Mi ero aspettato che in quella cassa non ci fosse niente, che facesse solo parte di qualche trucco o imbroglio per spiegare la malefica gaiezza di Pruen. Mi parve di risentire la mite voce di Holmes che diceva dolcemente come soltanto uno sciocco avrebbe potuto pensare che lì dentro vi potesse essere una bara del tipo che mi aspettavo; tuttavia intorno a Holmes c'era un'atmosfera falsa. Mentiva... o mentiva qualcun altro... e Pruen aveva ballato intorno a una vera bara in quel museo di pazzi. «C'è altro?» domandai. «Signorsì!» esclamò Hoskins. «Polvere di carbone! Carbone! Venite con me.» Guardando la parte in fondo del museo, come ho spiegato, c'erano, nella parete di destra, oltre la fila delle colonne, due arcate aperte contrassegnate con lettere dorate: "Galleria degli Otto Paradisi" e "Galleria dei Bazar". La prima, il cui nome aveva attirato la mia attenzione e sulla quale intendevo indagare, era verso il retro. La seconda era sul davanti, poco distante dalla porta di bronzo. Hoskins mi portò oltre quell'arcata larga circa tre metri ma così alta che sembrava meno ampia. Nella parte interna, le luci erano state accese per dare l'impressione di uscire da Londra ed entrare in Oriente o, per chi avesse una mente più prosaica, in un museo delle cere sotterraneo senza le figure di cera. La lunga stanza era stata sistemata per rappresentare una strada intersecata da altre strade contorte, e sul soffitto erano dipinti grovigli di rami e di foglie. Pareva la verosimile ricostruzione di un bazar orientale, abilmente illuminato in modo che lo si vedeva in una mezza luce attraverso i rami, perché la cosa che più ricordo è quel sinuoso gioco d'ombra e di luce. Contro le pareti di mattoni cotti, tinti di un rosso giallastro, i negozi e gli stand formavano come delle caverne dietro una foresta di tendaggi realisticamente lerci. C'era troppa roba per poter descrivere tutto. Rammento uno stand di armi, uno di collane e uno di lucenti ottoni e di ceramiche davanti al quale c'era una di quelle grosse pipe ad acqua chiamate hookah, con un cuscino dietro come se il fumatore si fosse appena alzato per andare dentro. Sopra tutto ciò, il gioco delle ombre dava la sensazione di intimità e
segretezza: si aveva l'impressione che il gran rumore del luogo fosse cessato soltanto al momento in cui si era arrivati nella strada. Era un'ottima illusione, così buona che io, meccanicamente, mi voltai a guardare la fila delle carrozze nella sala. «Strano posto, vero?» disse Hoskins grattandosi il mento. «Se dovevano uccidere quel tizio da qualche parte, mi domando perché non l'abbiano fatto proprio qui. Ho pensato ai miei bambini: se li portassi qua dentro, loro lo considererebbero il posto ideale per giocare a rimpiattino. E ora, signore! Collins ha frugato dappertutto. Niente che non vada, voglio dire... tranne questo.» Indicò una sporgenza del muro, in alto, dove la finta strada curvava, vicino a noi. Sul muro rosso-giallastro, al di sopra di una tenda davanti allo stand dell'ottone e delle ceramiche, c'era una chiazza nera a forma di stella. Polvere di carbone. Alcuni spruzzi avevano macchiato anche la tenda, insieme a lucenti particelle di carbone. Altri frammenti cospargevano il pavimento davanti allo stand, e venivano da un grosso pezzo di carbone i cui resti erano accanto alla pipa hookah. Hoskins disse: «Visto? Ecco? A quanto pare qualcuno è stato qui vicino al punto dove siamo noi ora, ha preso un grosso pezzo di carbone e l'ha tirato... bangi... contro il muro sopra questo boudoir. Cosa ne dite? Ma ora vediamo: perché? Perché qualcuno dovrebbe tirare carbone contro un muro? A cosa mirava il tipo? Non c'è niente lassù e nessuno potrebbe salirvi senza sconquassare tutto lo stand. Non penserete mica che giocassero alla guerra col carbone? Io non sapevo cosa potesse significare, ma poiché l'aveva notato Collins, ho pensato che fosse meglio farvelo vedere. Il tipo dev'essere stato proprio qui» disse Hoskins, che amava rendere le cose chiarissime a forza di ripetizioni, «e bang!, un pezzo di carbone proprio contro quel muro...» «Sì, l'ho capito. Hai chiesto a Pruen?» «Pruen non sa niente del carbone. Così dice. Di nessun carbone.» Riflettei. «Sergente, c'è, o Dio sa che ci dovrebbe essere, una spiegazione ragionevole perché tutte queste cose quadrino. Per quale ragione qualcuno dovrebbe gettare carbone contro un muro non lo so, come non lo sai tu. Come dici non poteva tirarlo contro nessuno; nessuno potrebbe arrampicarsi lassù senza mandare all'aria tutto il bazar... Trovato altro?» «Oh sissignore!» gridò il sergente, ghignando, scuotendo la testa su e giù. «Venite da questa parte!» Tornammo nella sala. Intorno al cadavere dello sconosciuto, il gruppo con Wade, Holmes, Butler e Collins cominciava a sfasciarsi: i primi tre si
stavano allontanando. Holmes dava l'impressione di sentirsi male, Wade era volutamente cinico e Butler del tutto inespressivo. «Mai visto» gridò Wade, e la sua voce rimbombò echeggiando in maniera tale che lui stesso trasalì. Poi, quando continuò a parlare tentando una parodia di gaiezza, la voce s'incrinò. «E ora cosa volete da noi? Abbiamo risposto compiacentemente a tutto. Se non avete obiezioni, Ron vuole andare nella stanza del conservatore per assicurarsi che ogni cosa sia in ordine.» Nonostante le loro proteste, li mandai nella sala contrassegnata "Galleria Persiana", sorvegliati da Collins. Holmes cominciò a spazzolarsi le maniche della giacca e riattaccò a parlare di un avvocato. Evidentemente, sebbene io avessi temuto che la voce del giovane Wade avrebbe fatto uscire di colpo Miriam e Mannering dalla stanza del conservatore, l'agente Martin teneva ogni cosa sotto controllo. A quel punto Hoskins mi guidò verso la bacheca da cui era stato preso il pugnale. «Ecco, signore, guardate qui. Avevate detto a Rogers di cercare impronte su questa bacheca, ricordate? Bene! E la porticina sul lato della bacheca era chiusa a chiave. Ma Collins se ne intende abbastanza di serrature, così quando Rogers gli dice che possono esserci impronte all'interno di quella porticina, Collins si mette al lavoro e te l'apre in un baleno con uno spillo piegato, vedete?» Si chinò ansimando e mosse avanti e indietro la piccola anta di legno. Poi infilò la mano dentro con aria da cospiratore e ve la lasciò. «Così abbiamo aperto. Ho frugato all'interno, così, e ho trovato ciò che prima non si poteva vedere perché è scuro e si confondeva col velluto nero. Eh? Ma c'era! Era accomodato lì, infilato attraverso questa porticina e sistemato sul velluto come se fosse un oggetto in mostra. Ed è questo.» Ritirò la mano alla svelta, si raddrizzò quasi aspettandosi un elogio e allungò la mano: sul palmo c'era un paio di baffi neri. 8 La bara di Zobeide è vuota «Così» riflettei, giocherellando col nuovo reperto ora nella mia mano, «abbiamo un altro pezzo per la nostra strana collezione. Qualcuno ha tolto il pugnale dalla bacheca e l'ha sostituito con un paio di baffi finti. Nessuna idea, sergente?» «N... no, signore. Tranne una cosa che ho potuto dedurre» rispose Ho-
skins con cupa modestia. «Quei baffi non appartenevano a lui.» Indicò il morto col pollice. «Primo, perché lui ha baffi veri. Secondo, perché anche se non li avesse avuti, questi baffi erano stati creati per un tipo di truccatura diversa, vedete? La barba di Penderei è come spruzzata di grigio qua e là perché lui sembri più vecchio, ed è di capelli... capelli veri. Questi aggeggi qui sono neri come la pece e fatti con materiale da due soldi, quel tipo di baffi che i ragazzini comprano per mascherarsi.» «Allora abbiamo una terza persona in ballo... uhm.» «Sembrerebbe, signore, vero? Gente che tira carbone contro i muri!» esplose Hoskins, il quale, per qualche ragione, pareva considerare quel fatto la parte più stranamente misteriosa di tutta la faccenda. «E che mette baffi finti al posto dei pugnali! Be', e ora cosa facciamo?» Mi assicurai che avessero chiamato il furgone per portare il cadavere all'obitorio fino a che non fosse stato identificato. Ci doveva pur essere qualcosa per l'identificazione nella biancheria intima del morto; ordinai che ne conservassero gli indumenti insieme con la barba finta e gli occhiali. Seppi che avrei avuto la classificazione separata delle impronte soltanto il mattino seguente; avevo quindi poco tempo per stendere un rapporto completo, dato che sembrava molto probabile che Scotland Yard mi esentasse dall'incarico. Perciò aggiunsi i baffi alla mia collezione di reperti e ritirai fuori dalla busta quel sudicio biglietto piegato e ripiegato su cui era dattiloscritto il messaggio trovato nella tasca di Gregory Mannering. Caro G. Ci vuole un cadavere... un vero cadavere. La causa della morte non ha importanza, ma ci vuole un cadavere. Combinerò io il delitto... quel khanjar col manico d'avorio andrà benone, oppure, se ci sembrerà meglio, organizzeremo uno strangolamento... Era arrivato il momento di avventarsi su Mannering il quale, a quel punto, doveva essere in uno stato sufficientemente nervoso per i miei scopi. Quel biglietto poteva essere la chiave di tutto il caso, con Mannering nel ruolo del bruto incidentale, tuttavia ne dubitavo. Se qualcuno mi avesse chiesto perché, non avrei saputo fornire una spiegazione abbastanza solida da reggere davanti a una Corte, tuttavia ne dubitavo. Allora cosa si poteva dedurre da quel biglietto? Era scritto su una normale carta da appunti, con un normale nastro nero e su una normale macchina per scrivere che non aveva alcun particolare
visibile a occhio nudo tranne una lieve sbavatura nella coda della virgola. Presumibilmente era stato scritto da una persona abituata a scrivere a macchina perché il dattiloscritto era molto pulito e senza quelle esitazioni che si notano in un novellino. Per giunta, a giudicare dal casuale riferimento al khanjar col manico d'avorio, era stato scritto da qualcuno che aveva molta dimestichezza con quel museo: il che restringeva il campo. Quanto al fatto che il biglietto era così sudicio... lo osservai di nuovo e mi sembrò probabile che quel sudicio fosse polvere di carbone. Quella stramaledetta polvere stava diventando onnipresente come le barbe. Ne grattai un poco su un foglio del mio blocco per appunti e la misi via per farla analizzare. Ma se fosse saltato fuori che era polvere di carbone uguale a quella delle grosse orme sulla porta principale del museo e le chiazze intorno allo stand nella "Galleria dei Bazar", cosa se ne poteva dedurre? Il biglietto era stato trovato nella tasca di Gregory Mannering... E a questo punto, signori, finalmente (proprio finalmente) al mio cervello ottuso apparve chiaro un semplice fatto, così ovvio sin dal principio, che neppure una fila di barbe appese a una corda da biancheria avrebbe dovuto offuscare. Ed era questo: il biglietto non poteva essere stato scritto per Gregory Mannering. Non poteva essere stato scritto per Gregory Mannering per la semplice e non molto complicata ragione che era incompiuto. S'interrompeva, e l'ultima riga era troncata a metà. Se scrivi un biglietto a qualcuno, puoi, per un motivo o per l'altro, omettere la firma. Ma non smetti all'improvviso a metà frase e a metà del foglio e poi cacci il biglietto in una busta e lo spedisci. In effetti quella lettera non era nemmeno piegata per entrare in una busta. Era stata ripiegata in un quadratino, molto schiacciata e piatta come se fosse stata sotto un peso... Per farla breve, lo scrittore di quel biglietto aveva fatto quello che fanno molti sbadati corrispondenti quando non hanno un cesto per la carta straccia a portata di mano. Le prime righe che aveva scritto non gli erano piaciute, oppure aveva deciso di non scrivere affatto, così aveva smesso. Poi, per levare di mezzo il foglio, lo aveva piegato e se lo era cacciato nel taschino interno della giacca dove c'erano altri fogli che lo avevano pressato. Mannering, dunque, non aveva mai ricevuto quel biglietto, ma lo aveva forse scritto lui? Era stato trovato addosso a lui, ma io non ritenevo nemmeno probabile che lo avesse scritto lui. Per cominciare, era stato trovato nella tasca del suo cappotto e messo lì con abbastanza noncuranza da scivolare fuori. Non ti siedi alla macchina
per scrivere col cappotto... un cappotto da sera, per giunta... e anche nel caso improbabile che tu cacci biglietti incompiuti nella tasca di un cappotto da sera, non lo metti prima in qualche altra tasca dove tieni altra roba così da schiacciarlo, poi lo levi, lo sporchi con polvere di carbone e lo rimetti in tasca con tale noncuranza che sbuca fuori. Cominciava a sorgere l'idea che Mannering non avesse ricevuto né scritto quel biglietto. Cominciava a sorgere l'idea che lui lo avesse raccattato da qualche parte e se lo fosse cacciato frettolosamente in tasca. Il biglietto era datato "mercoledì", il che significava che poteva essere stato preso in qualunque momento durante due giorni o in qualsiasi giorno dopo una dozzina di precedenti mercoledì, per quanto ne sapevo... e, nonostante la mia ipnotizzata disposizione a vedere polvere di carbone dappertutto, poteva essere stato raccattato ovunque, sia nell'immensa Londra sia nelle vicinanze di quel museo. Sebbene tutto ciò fosse basato su supposizioni, nondimeno la figura di Mannering nel ruolo del sinistro bruto cominciava a svanire e a sciogliersi come neve al sole. Ora mi ritrovavo irragionevolmente furioso con me stesso per non essermi scagliato su Mannering prima di scoprire tutto ciò: non avevo più tanto entusiasmo. Nell'eventualità che succedesse qualcosa prima che mi sbollisse completamente la rabbia, mi precipitai nella stanza del conservatore. C'erano quattro persone là dentro che alzarono lo sguardo, ognuno a suo modo, al fruscio della porta. In un angolo, tutto raggomitolato, Pruen era seduto con un album da disegno sulle ginocchia ossute, e con gesti nervosi scopriva le carte di un solitario. Dietro di lui c'era Martin che, con aria indifferente, sbirciava al di sopra della spalla di Pruen con l'espressione di chi sta per consigliare di mettere il nove nero sul dieci rosso. Ma all'estremità della grossa scrivania di mogano, sul punto di scattare in piedi e con le mani aggrappate ai braccioli della poltrona, Miriam Wade guardò la porta col viso chiazzato di lacrime versate e con un'espressione rabbiosa che non era indirizzata soltanto contro di me... Contro Mannering, allora? Ci doveva essere stata una qualche lite o un'esplosione di sentimenti lì dentro, una di quelle silenziose esplosioni che aveva lasciato tracce nell'aria. Le ondate di quell'esplosione arrivarono a me quando Mannering, girandosi, smosse l'aria: era stato in piedi, eretto, le braccia conserte, voltando quasi le spalle alla ragazza e fissando una cassaforte a muro dall'altra parte della stanza con un'espressione simile a quella di uno scassinatore. I suoi capelli scuri, la sua faccia severa, le sue sopracciglia cespugliose si notavano ancora di più. Inquadrato in quell'ambiente
moresco che, in un certo qual modo, era più esotico di una stazione di polizia, aveva l'aspetto davvero imponente. Il suo sorriso riapparve lentamente, cupo. «Ah, ispettore» disse lui salutandomi con intensa, satanica dolcezza. «Cominciavamo a pensare che ci aveste abbandonati e ve ne foste andato a casa.» Pruen s'interruppe con una carta a mezz'aria. La sua voce stridula s'incrinò. «Grazie a Dio siete tornato» gracchiò. «Non valete un gran che, ma almeno siete un essere umano. Forse riuscirete a convincere questo sciocco qui a piantarla di litigare. La signorina Miriam ne è sconvolta...» Lei gridò: «Pruen!» e lui si afflosciò borbottando sulla sedia come se lei gli avesse sparato. Poi la ragazza rivolse la bella faccia arrossata verso Mannering con le lacrime ancora sulle ciglia e l'espressione confusa e contrita. Certa gente ha tutte le fortune. «Sinceramente, Greg, non intendevo dire quello che ho detto. Ero così sconvolta, e poi questa storia incresciosa di dover stare qui per forza» mi lanciò un'occhiata velenosa, «mi aveva quasi fatto andare fuori di me...» «Cerca di non pensarci più, carissima» disse Mannering, «eravamo sconvolti tutti e due.» Le dette una pacca affettuosa su una mano. «Me la vedrò io con l'ispettore.» «Signorina Wade» dissi. «Vostro fratello è qui, adesso. Nell'altra stanza, col signor Holmes e il signor Butler. Se volete andare da loro, stanno aspettando. Non sanno che siete qui. Pruen, andate anche voi.» Lei volò via dalla stanza con una tale precipitazione che parve amareggiare Mannering doppiamente. Quest'ultimo rimase lì, ritto, stringendo e aprendo le mani, poi si sedette accanto alla scrivania. Sulla soglia, quando la ragazza e Pruen furono spariti, sussurrai a Hoskins: «Fa' uscire Collins da quella stanza. Lasciali parlare, ma ascolta». Alla fine, congedando anche Martin, mi avvicinai a Mannering col mio blocco per appunti. Mannering non dette l'impressione di averlo notato. Se ne stava seduto prostrato sulla sedia, con un atteggiamento d'un tratto così naturale e triste che il suo strabismo tornò a sembrare quasi una deformità. L'atmosfera era cambiata: c'era come un abbassamento di pressione o di vitalità. Lui continuava a starsene seduto strusciandosi i pollici sugli indici delle mani strette a pugno, e dimenandosi un poco. Quando parlò, le sue parole scaturirono fuori scoppiettando come se le sparasse. «Cosa c'è che non va in me?» disse. «Che non va?»
«Sì, sapete cosa voglio dire. Sono un essere umano. Me ne frego di quei porci... me ne sono sempre fregato di quello che potevano pensare, finché... finché questa dispettosa valvola qui...» si premette la mano sul petto, sotto il cuore, «non ha cominciato a fare le capriole. Non posso fare nessuna delle cose che prima facevo senza neppure pensarci. Io tento di fare... ma poi qualcosa s'incrina, e sapete cosa succede. E dare l'impressione del cretino integrale mi fa imbestialire» disse contraendo le mascelle, a bassa voce, ma con una violenza tale che la sua faccia si fece paonazza. «Mio Dio, se c'è qualcosa a questo mondo che detesto, è fare la figura del fesso...» Involontariamente mi ritrovai a provare quasi simpatia per quell'uomo. «Non credete» dissi, «che se provaste a pensarci meno e a dimenticare...» «Pensarci! Pensarci! Dite a un uomo di camminare in una stanza e di evitare di guardare le pareti. Ditegli di andare a teatro e di non guardare il palcoscenico. Siete sempre in prima linea, davanti ai vostri stessi occhi, o almeno così è per me... e fino a poco tempo fa avevo pensato che fosse giustissimo. Mi piaceva essere in prima linea davanti ai miei occhi» continuò con arroganza del tutto inconsapevole, «perché era giusto e io non potevo sembrare più fesso di... Ma qualcosa è cambiato... all'improvviso... e ora mi tocca vivere di rendita, e parlare, parlare... Badate, ho fatto tante cose, le ho fatte veramente, e non vorrei parlarne, ma qualcosa mi spinge a farlo, e quando lo faccio, tutto viene fuori così schifoso, e io stesso mi accorgo di sentirmi idiota. Mi capite? Così ho cominciato a insultare la gente. Ripensandoci, nei tempi passati la insultavo... ingenuamente, perché ho della gente in generale un'opinione estremamente bassa...» Mannering fece quella dichiarazione con serenità, calmissimo, «ma ora lo faccio deliberatamente. Ho pensato in modo particolare a questo in rapporto a quelle persone del gruppo di Miriam...» «Le conoscete?» «Conosco soltanto Holmes e la Kirkton. Dissi che non avevo alcun desiderio di conoscere gli altri» la sua voce era fredda, «perché non mi interessavano particolarmente. Ricordo che Miriam aveva una fotografia di quel tizio, quel Sam Baxter... uno di quegli ingrandimenti a colori: lei ha gusti puerili... e io feci un esatto parallelo scientifico, fino al più piccolo dettaglio, tra lui e uno di quegli scimmioni rossi della penisola malese.» «Molto scientifico, senza dubbio.» Lui meditò un poco. «Be', naturalmente era un po' esagerato. Ma quando Miriam saltò su a dirmi che Baxter, dopo non più di otto mesi alla legazio-
ne del Cairo, sapeva parlare arabo come un egiziano, reagii come meritava.» Il sorriso fu di nuovo sostituito da un'amara perplessità. «Perché non li voglio conoscere? Perché? Potrei sopraffarli, potrei mettere fuori combattimento per una settimana ciascuno di loro, potrei... ma mi sono reso ridicolo con un baule pieno di chincaglieria... e poi sono svenuto come una scolaretta...!» Balzò su dalla sedia. «Non serve. Dovrò cavarmela da solo. Vi sto dicendo tutto questo in parte per sfogarmi e in parte per spiegare perché mi sono reso ridicolo nel vostro ufficio stasera. Non so cosa mi era successo, a meno che non fosse a causa della lite col vostro poliziotto. Sono crollato, semplicemente. Per quale motivo mi sarebbe dovuto capitare al solo accenno di un uomo con la barba bianca che assale il vostro sergente? Perché? Non lo so. Ma non so neanche cosa possa essere successo qui stanotte e certamente non avevo mai visto il morto in vita mia.» Dopo essersi sfogato, tirò un lungo respiro e io sentì che stava cercando di riadattarsi al suo ruolo, di ridiventare minaccioso o baldanzoso come si conviene al personaggio di un soldato di ventura. Di nuovo l'atmosfera cambiò sottilmente. Da come mi sorrideva, dall'espressione sprezzantemente disinvolta e dall'atteggiamento che assunse, era chiaro che stava per fare qualche osservazione tipo: "Basta con queste buffonate! Gregory è di nuovo se stesso!". Ma dovetti sviarlo. «Se non sapete niente di questa faccenda» dissi, «dove avete preso questo biglietto?» Lo posai sulla scrivania. Lui aggrottò la fronte e lo fissò (quasi per farsi coraggio) ma non sembrò affatto allarmato. Dopo aver fissato il biglietto per un momento, alzò lo sguardo. «Così lo avete raccattato al posto di polizia» disse. «Pensavo di averlo perso là. Se volete sapere la verità, l'ho preso nell'appartamento di Holmes.» Mi guardò direttamente negli occhi senza fare un gesto. «Nell'appartamento di Holmes... quando?» «Stasera, proprio prima di venire al museo.» «Ma mi pareva d'aver capito che la riunione al museo era stata rimandata. Se siete andato in casa di Holmes... a che ora?» «Alle undici meno venti.» «Be', allora gli altri non vi hanno detto che la riunione era stata rimandata?» «No, non me l'hanno detto» replicò, piatto, Mannering. «Vedete, non c'era nessuno.»
Per non fargli notare l'importanza di quella frase, e per preparare in qualche modo il mio attacco, feci il giro della scrivania, rilessi il biglietto e lo rimisi giù. «D'accordo» dissi. «Sentiamo cos'è accaduto.» «Come vi ho detto, dovevo essere al museo stasera alle undici. Miriam e suo fratello dovevano andare a una cena o qualcosa del genere e da lì sarebbero venuti al museo: io non dovevo accompagnarla. Ma mi era venuta l'idea di presentarmi al museo con qualcuno per... per non sembrare troppo un estraneo.» Strinse i denti con forza. «L'unico che conoscevo era Holmes. Così, come dicevo, sono andato in Prince-Regent Court alle undici meno venti. Il portiere ha detto che c'era un party di sopra e non voleva lasciarmi salire. Ma io naturalmente sono riuscito a salire lo stesso.» Esitò. «Ho bussato e nessuno mi ha risposto. Dall'interno non veniva alcun rumore. La porta non era chiusa a chiave: sono entrato. L'appartamento era deserto; ma io non capivo come mai, dopo quanto aveva detto il portiere. In un salottino sul retro c'era un fuoco acceso evidentemente da poco. Quel biglietto era in mezzo alla polvere sul focolare, vicino al fuoco, aperto. Aperto, non come ora, piegato. Io...» stringeva le mascelle e il suo viso si era fatto rosso cupo. Parlava come un sonnambulo, «l'ho raccattato e l'ho letto. Poi me lo sono messo in tasca.» «Perché?» «Un motivo c'è, ma non ho intenzione di dirvelo.» (Pareva lì lì per esplodere, le sopracciglia nere erano di nuovo calate giù a V e sotto di esse gli occhi azzurri erano assenti. La sua voce era diventata pastosa.) «C'è un motivo ma non vi riguarda.» «Avete nessuna obiezione a che gli altri lo sappiano?» «Nessunissima.» Andai sulla porta, l'aprii e dissi a Martin che era là fuori: «Vai a prendere tutti gli altri e portali qui. Prima di farli entrare chiama Collins e... sai quella grossa cassa da imballaggio con la bara di piombo dentro che il sergente ha aperto? Be', trascinala qui». Mentre Mannering restava dritto, silenzioso e con gli occhi fissi sullo sportello aperto dell'ascensore dall'altra parte della stanza, io feci quello che avrei dovuto fare prima. In un angolo della stanza sontuosa, come ho accennato, c'era un tavolino pieghevole per la macchina per scrivere. Tirai fuori la macchina: era una Remington 12, modello standard, con nastro rosso e nero. Su un foglio di carta che presi in un cassetto del tavolino, battei un paio di righe. C'era la stessa sbavatura alla coda della virgola. Coin-
cidenze a parte e previo esame degli esperti, il biglietto che Mannering aveva trovato nell'appartamento di Holmes era stato scritto su quella macchina. Lasciai di proposito il foglio nel rullo mentre Martin e Collins, portandosi dietro una scia di segatura, spingevano dentro la cassa. Il coperchio era stato tolto e da un letto di segatura spuntava la parte posteriore di una cassa di piombo curvilinea di circa un metro e ottanta. Il piombo era quasi corroso ma, soffiando via la segatura, mi parve di distinguere dei caratteri arabi scolpiti sul coperchio. Lungo la linea d'appoggio del coperchio c'erano dei sigilli moderni di ceralacca rossa. Collins mi stava porgendo un'accetta e uno scalpello quando la porta si aprì nuovamente. Per prima entrò Miriam, il cui sguardo si posò immediatamente su Mannering. Dopo di lei entrò Jerry Wade; poi Holmes, poi Pruen e per ultimo Butler col suo elmetto da poliziotto sempre sulle ventitré. Ma era l'unico segno di allegria, perché tutti fissavano Mannering: e in effetti con tanta concentrazione che non notarono nemmeno la cassa finché Jerry Wade non vi inciampò contro. «Cosa diavolo è quest'affare?» domandò, e la sua voce familiare, querula, parve alleviare la tensione. In un certo senso quell'avvizzito piccolo gnomo, in apparenza il più fuori posto nella stanza, sembrava il più umano. «Mi sarò scorticato gli stinchi un miliardo di volte contro aggeggi strani qua dentro, ma cosa diavolo è questo, in nome di Allah?» «Lo scopriremo» dissi. «Può essere, o anche no, la moglie di Harun-arRashid. A proposito...» Fu Miriam che, ansiosamente, fece le presentazioni tra Mannering, Wade e Butler, sorridendo con l'aria di sperare che tutto andasse bene. Sebbene poco prima, nel mio ufficio, Mannering mi fosse sembrato un tipo cordiale, ora non porse la mano. «Oh, sì, certo» disse. «Credo di avervi sentito nominare entrambi. Però Miriam non mi aveva detto che il signor Butler era un poliziotto.» Feci un cenno, e Martin e Collins attaccarono a lavorare sulla cassa con accetta e scalpello. Bastò spaccare i sigilli e tirare il coperchio. Il rumore dello scalpello parve ridestare Holmes il cui sguardo, fin allora, aveva vagato per la stanza; prima sulla cassaforte a muro, poi sulla macchina per scrivere e di nuovo sulla cassaforte. «Non vedo proprio lo scopo di questo...» esclamò con voce piuttosto stridula indicando la cassa. «Perché l'avete fatta portare qui? Non è nuova, è in mostra al piano di sopra tra le cose arabe da anni, e non è che un cofa-
no arabo. Non c'è niente dentro. Che razza di idea vi siete cacciato in testa, ora, ispettore? Uhm, a proposito, vorrei sapere chi si è preso delle libertà con la mia macchina per scrivere.» «Ecco fatto, signore» disse Collins. «Dobbiamo alzare il coperchio? Sull'altro lato ci sono dei cardini.» «Alzalo» dissi e mi tenni pronto. Tutti restarono in silenzio e si scambiarono occhiate con espressione sconcertata, come se non sapessero quale atteggiamento assumere. Per un paio di secondi, mentre i due poliziotti trafficavano intorno al coperchio, si udì soltanto un forte scricchiolio. E anche il mio cervello era pieno di pensieri nebulosi come se la cosa peggiore che avremmo potuto trovare in quella cassa non fosse polvere persiana e neppure un altro cadavere, ma semplicemente una barba finta. Alla fine il coperchio venne sollevato con uno stridente cigolio ora mescolato alle sghignazzate di Pruen. Non c'era alcunché nella cassa. Era foderata d'acciaio e non c'era niente dentro, neanche polvere di Londra, dell'aria di Londra. Era pulita. «Bene, ragazzi» dissi. Il coperchio ricadde giù con un tonfo. «Glielo avevo detto, io, che non c'era niente dentro» la voce di Pruen si levò insieme a una solenne risata. «La signora di Harun-ar-Rashid, dice! Glielo avevo detto che non c'era niente dentro.» Quando alzai lo sguardo, vidi il pallido sorriso di Holmes. «Con ciò la questione è chiusa, no? Povera Zobeide! Comunque posso assicurarvi che non la troverete in nessun cofano arabo. Siete disposto a credermi, ora?» «Non necessariamente in tutto» risposi, e tirando fuori di tasca il biglietto, lo spiegai lentamente. «Avete scritto voi, questo?» «Scritto cosa?» «"Caro G, ci vuole un cadavere... un vero cadavere. La causa della morte non ha importanza, ma ci vuole un cadavere. Combinerò io il delitto... quel khanjar col manico d'avorio andrà benone, oppure, se ci sembrerà meglio, organizzeremo uno strangolamento..." Guardatelo! L'avete scritto voi?» «No di certo» disse Holmes, e dietro le grosse lenti il suo viso divenne pallidissimo. «Di cosa diavolo state parlando? Non tentate di spaventarmi, amico! Che idea ridicola...» «È stato scritto con la vostra macchina per scrivere. Lo negate?» «Mio caro signore, io non affermo e non nego niente. Non lo so. Io non l'ho scritto. E non lo avevo mai visto.» Holmes indietreggiò di un passo. La sua faccia piacevole, equilibrata, disapprovante, era rigida come lo sguardo dei suoi miti occhi azzurri.
«Un momento, ispettore!» disse Jerry Wade, con un sobbalzo. «Accidenti, se...» «Chiudi il becco, tu, Pagliaccio» lo interruppe Holmes in fretta, quasi dolorosamente, «lascia che me la sbrighi io. Dite che è stato trovato in casa mia. Trovato da chi?» «Dal signor Mannering. E c'è un'altra cosa. Avete detto che siete stato, con gli altri, nel vostro appartamento tutta la sera, dalle nove in poi, vero?» «Certo.» «Ma il signor Mannering è andato là alle undici meno venti e non c'era nessuno. Nessuno nel modo più assoluto.» Da un gruppo immobile accanto alla porta, gruppo che adesso era diventato un fronte compatto in più d'una maniera, venne fuori Richard Butler. Si era spinto l'elmetto all'indietro - sorretto dalla cinghia sul mento - un effetto grottesco sopra quella sua faccia tonda e pesante dove i sonnacchiosi occhi grigiastri erano lievemente strizzati. Con le mani in tasca, si avvicinò lentamente a Mannering. «Tu, sporco spione» disse, calmissimo. Mannering lo guardò. «Scelgo te per questo» disse Mannering, «perché sei il più grosso.» Come dicevo, Butler aveva le mani in tasca, ma anche se le avesse avute fuori delle tasche, mi chiedo se avrebbe avuto il tempo di parare. Mannering dovette essere stato almeno cinque volte più veloce di un serpente a sonagli perché nessuno vide quello che accadde. Più tardi Collins mi disse che il suo pugno doveva aver percorso soltanto una trentina di centimetri. Ma noi non ce ne rendemmo conto, ci accorgemmo solo del fatto che qualcosa parve esplodere in Mannering come una bomba. Quando riuscii a vedere la sua faccia, per un secondo, oltre la spalla di Butler, fu la faccia di un pazzo quella che vidi, e udii soltanto un rumore piatto, secco. Poi, senza un gemito e tranquillamente, come di propria volontà, Richard Butler scivolò sulle ginocchia e si ripiegò su se stesso sul sontuoso tappeto. Nel silenzio si udì il sibilo del respiro di Mannering, e nessuno si mosse. «È stato giusto, lo ammetto» disse Jerry Wade, in mezzo a quel silenzio, «ma con ciò credete di aver provato di essere meno fesso?» Per un istante credetti che Mannering si lanciasse su di lui ed ero pronto a rompergli il braccio se ci avesse provato. Ma lui, respirando sempre debolmente e pallidissimo sotto l'abbronzatura, prese cappello e bastone dalla scrivania. «Mi dispiace di aver messo fuori combattimento un testimone, ispettore»
disse, tranquillo, «ma si riprenderà in cinque minuti. Avete ancora bisogno di me?» «Grazie» risposi. «Ma per questa sera basta e avanza. Bene. Potete andarvene a casa.» «Con questo, signori» disse l'ispettore Carruthers concludendo, «termina il mio rapporto ufficiale sul caso. Il risultato dei miei appunti vi verrà spiegato da uomini migliori, comunque mi è stato ordinato di darvi tutti i particolari dell'inizio di questo delitto insieme alle descrizioni e alle mie impressioni personali dei personaggi della vicenda. Può essere che per alcune si tratti soltanto di pregiudizi e chi mi sostituirà potrà correggerle. Dovete considerare solamente i fatti che vi ho esposto; io non sono riuscito a cavare altro da quelle persone sebbene le abbia interrogate fino alle quattro del mattino. Mantennero un fronte compatto. «Qualunque mia ipotesi non ha più alcun valore perché alle dieci del mattino seguente tutto il caso venne capovolto. E capovolgendosi spiegò ogni particolare delle precedenti cose insensate su cui mi ero tanto arrovellato... ma, sfortunatamente, furono sostituite da altre cose insensate. «Non tornai a casa quella notte. Dormii qualche ora al posto di polizia, poi mi misi a lavorare al mio rapporto. Rapporto che mi portò via parecchio tempo e stavo terminandolo quando il sovrintendente Hadley mi telefonò per dirmi che ero atteso all'ufficio del vice alto-commissario a Scotland Yard. Quando vi arrivai, poco prima delle dieci, trovai sir Herbert Armstrong che camminava su e giù per la stanza ora sghignazzando ora imprecando su una lettera. Quella lettera faceva il punto di tutto lo sbalorditivo caso. Ne accludo la copia. È datata sabato quindici giugno, Orkney Hotel, Kensington, ore una ed è indirizzata personalmente a sir Herbert. La calligrafia mostra uno stato d'animo in preda all'eccitazione. Signore, È con infinita riluttanza e non senza apprensione e il senso della più profonda vergogna che scrivo queste righe. Ma ho interrogato il mio cuore e so che il dovere mi obbliga a farlo. Durante vent'anni di umile (ma, confido, non inutile) servizio come pastore della Chiesa presbiteriana John Knox di Edimburgo, mi sono trovato abbastanza spesso coinvolto in situazioni che potrebbero definirsi dolorose o imbarazzanti. (Forse avrete letto nelle colonne dell' "Ecclesiastico Protestante" le mie divergenze d'opinione col Moderatore riguardante la questione del piatto della questua e
cioè se doveva essere passato da destra a sinistra invece che da sinistra a destra, una controversia che per poco, temo, non divenne astiosa.) Né sono, credo, uomo di vedute ristrette. Non vedo alcun male nel gioco delle carte o nella salutare distensione del ballo, e sono sempre più convinto che la depravazione della vita sociale della Chiesa sia stata sopravvalutata. Anche se sono stato sempre propenso ad adottare punti di vista provinciali, i miei lunghi viaggi in Oriente che comportarono contatti con uomini e usi di altri paesi dovrebbero aver allargato (per modo di dire) la mia mente. Scrivo questo per dimostrare che non sono privo di esperienza pratica o di vedute liberali, però mai nei miei più arditi sogni avrei immaginato che io, ministro della Chiesa scozzese, mi sarei volontariamente appiccicato alla faccia una barba finta, che sarei sgattaiolato via da un edificio attraverso un mezzo d'uscita offerto dalla finestra di una toilette e che da lì sarei sceso mediante l'aiuto di una grondaia, che avrei scavalcato un muro, che avrei assalito con ferocia un poliziotto il quale, ora me ne rendo conto, non aveva fatto alcun male e finalmente che sarei svanito da quella deplorevole scena per mezzo di uno scivolo del carbone. Queste cose, è inutile aggiungere, non furono fatte per divertimento, e neppure posso sostenere di essere stato sotto l'influenza dell'alcol, della droga, dell'ipnosi o di un incantesimo. Ma non è tutto qui, altrimenti, temo, non mi sarei mai sentito spronato a parlare. Per farla breve, ho visto commettere un delitto e, incurante delle conseguenze per la mia persona qualora questi particolari dovessero diventare di dominio pubblico, devo parlare. Se mi permetterete di venire a porgervi i miei rispetti questa mattina alle undici e mezzo precise, avrete, insieme, la mia più profonda gratitudine e la mia più profonda umiliazione. Sinceramente vostro, William Augustus Illingworth PARTE SECONDA DEPOSIZIONE DEL VICE ALTO-COMMISSARIO SIR HERBERT ARMSTRONG 9
Davanti alla porta di bronzo: come il dottor Illingworth sostenne il ruolo di Alì Babà Be', ragazzi, quando il mio segretario mise quella lettera sulla mia scrivania alle nove del sabato mattina, io restai sbalordito. Sì, zucconi miei, sbalordito. Ma ciò che più mi fece andare in bestia era il fatto che quel tipo non concludeva. Se c'è una cosa che mi piace è vedere qualcuno che va diritto al nocciolo della questione. Non esiste nulla al mondo su cui valga la pena soffermarsi, tranne forse una buona cena col tipo giusto di Borgogna... Non venite a dirmi che non va bene per la linea. Cosa c'è che non va in un po' di pancetta se la carne è soda? Guardate la mia. Dura come il ferro. Cosa cavolo stavo dicendo? Piantatela di sviarmi. Ah, sì, voi, Carruthers, il vostro guaio è che avete troppi istinti da gentiluomo per arrivare da qualche parte. Ecco, io non li ho. È per questo che sono capace di organizzare un dipartimento di polizia, una ditta per la produzione del burro o qualunque altra cosa, e tutti sanno che se non si danno da fare e non lavorano, io ballerò sulle loro tombe. Diritti al sodo. Trattarli duramente. Grrr. Così son fatto, io. Quindi, come dicevo, alle nove del mattino il mio segretario entrò e mi sibilò all'orecchio... È un'abitudine che ha preso. Sono cinque anni che penso di licenziare quell'uomo e per giunta credo che sia stato proprio lui ad avere avuto la sfrontatezza di cominciare a chiamarmi Paperino dietro le spalle. Mise la lettera sulla mia scrivania con aria solenne e io la lessi. Dissi: «Chi è questo Illingworth?». Allora lui corrugò la fronte, si grattò la pera e alla fine rispose: «Direi che è uno scozzese, signore». Dissi: «Lo so maledettamente bene che è uno scozzese. Ma io ti sto chiedendo chi è. Sai niente di lui? Dov'è andato a finire il Who's Who? Inoltre cos'è questa storia della barba finta? Cretinate! I pastori evangelici non portano barbe finte!». «Be', signore, questo qui sì» puntualizzò lui. «Forse in Scozia fa parte di un rituale. Comunque, cosa intendete fare? Penso che dovrei dirvi del rapporto ricevuto stamane. Un uomo, non ancora identificato, è stato assassinato stanotte al museo Wade. Secondo il sovrintendente Hadley, potrebbe avere qualcosa a che fare con quella faccenda.» Mi dette i primi scarsi particolari e io rimasi talmente sbalordito che per qualche minuto non mi preoccupai neanche di contraddirlo. Vedete, conosco Jeff Wade da molto tempo, da prima che facesse quattrini, siamo nati
entrambi nello stesso villaggio nel Somerset. Ha sempre avuto il pallino delle rovine... si divertiva molto di più in mezzo alle rovine che a gozzovigliare in una taverna... ma non era così colto e nebuloso come crede di essere oggi. Ricordo Jeff Wade sulla strada tra High Littleton e Bristol (era sprofondata nella polvere, quella strada) che, con un vestito a quadri e un cappello a bombetta dalla tesa ondulata, cercava di andare su una schifosa, scalcinata bicicletta con un sellino alto due metri da terra. Procedeva vacillando come un uomo sui trampoli, ogni dozzina di metri cadeva, e una volta piombò perfino a testa in giù sulla bombetta, ma rimontava sempre. Così era Jeff Wade. Un contadino che era appoggiato a una staccionata e che, evidentemente, credeva che si trattasse di una penitenza, gli domandò: "Cosa state facendo, signor Wade?". Jeff rispose: "Ho spaccato la mia stramaledetta bombetta, ma perdio, arriverò a Bristol anche dovessi spaccarmi lo stramaledetto...". E lo fece. Non voglio dire che se lo spaccò, ma che arrivò a Bristol. Anche allora coltivava quei baffoni come spade che gli spuntavano dai lati della faccia; era un ragazzo basso di statura, robusto. Poi andò al nord e fece i milioni con pantaloni o biancheria o roba del genere. Lo strano in Jeff Wade era l'odio che aveva per gli stranieri, specialmente per quelli di pelle scura. È perfettamente logico che ora il suo interesse principale sia per le rovine persiane o egiziane, sebbene immagino che consideri giusto che quegli stranieri siano morti: noi inglesi in genere la pensiamo così, ma non fino a quel punto. Comunque lo ricordo sempre barcollante su quella strada in mezzo a un nuvolone di polvere, con quel contadino appoggiato alla staccionata e i meli in fiore tutt'attorno. Popkins, il mio segretario, disse: «Lasciate perdere i meli. Qui si tratta di assassinio. Andiamo diritti al sodo, signore. Cosa volete che faccia?». Dopo aver ottenuto da lui tutto quello che sapeva, mi feci dare tutti i rapporti che c'erano e mandai a chiamare Carruthers per farmi raccontare i fatti da lui. Quando ebbi sentito il succo della faccenda (e il punto importante spiccava chiaramente come vi dimostrerò tra un secondo) ero preoccupato. Diabolicamente preoccupato. A quel punto volevamo il dottor William Augustus Illingworth perché ci desse la sua versione di un incubo cui non avrei mai creduto se non ci fosse stato di mezzo Jeff Wade. Così lasciai da parte tutte le altre pratiche, fumai un'infinità di sigari e aspettai il dottor Illingworth. Alle undici e mezzo precise, proprio al rintocco del Big Ben, un paio di agenti me lo portarono in ufficio come un criminale, mentre lui si guardava intorno con ferocia come se lo avessimo fermato per farlo impiccare.
Non so cosa mi aspettassi, ma lui era un tipo abbastanza normale per rassicurarmi e allo stesso tempo per farmi imbestialire. Era alto, magro, ossuto... come un'aringa affumicata troppo cresciuta... c'era perfino qualcosa nei suoi occhi da pesce che faceva pensare a un'aringa... ma quando riprese il controllo di sé, mi guardò con gran dignità. Davvero. Aveva la faccia lunga, coriacea, e ogni volta che cominciava a parlare, cacciava il mento nel colletto così che le rughe gli arrivavano alle orecchie. Aveva anche il tic di fissare il pavimento quando apriva la bocca e di rialzare subito lo sguardo come per non perdere il filo del discorso. Dalla tasca tirò fuori un paio d'occhiali cerchiati di tartaruga; le sue mani tremavano quando inforcò quegli occhiali che fecero sembrare il suo naso più lungo che mai. Portava un vestito scuro rugginoso e un cappello floscio sotto il braccio, e aveva i capelli grigiastri pettinati un po' tortuosamente. Naturalmente io avevo già preso informazioni sul mio uomo: era semplicemente quello che voleva essere. Per giunta a quel punto mi feci l'idea (ed è difficile che mi sbagli, zucconi miei) di un vecchio rigido, educato, gentile, confuso, capace di fare qualcosa d'inaspettato all'improvviso e di correre dietro a ciò che riteneva suo dovere cacciandosi nei pasticci. Non mi viene in mente altro tranne il fatto che stava molto più dritto di un granatiere della Guardia e che doveva portare scarpe numero quarantotto. «Sir Herbert Armstrong?» disse con una voce così acuta che mi fece fare un salto. «Sedetevi. Calmatevi.» Lui mi fece trasalire di nuovo piombando sulla sedia come se gli avessero sparato. «Porco cane, piantatela!» esclamai. «Calmatevi. Allora. Al sodo.» Lui posò il cappello per terra con molta cura, tirò in dentro il mento, aprì la caverna e cominciò a parlare come una mitragliatrice. Non potrei ricordare la sequela di frasi che usò, perciò cito tutto prendendolo dalle note dello stenografo. «Vedo, sir Herbert, che avete ricevuto la mia comunicazione» disse. «Confido di essere perdonato, e lo sono, credo, per uno scusabile, sovreccitato stato d'animo che può aver provocato qualche malinteso sul mio intendimento nell'avvicinarmi a voi per mezzo della mia lettera. Ma io... uhmm... e lo confesso con un senso di sollievo... non vedo... non ancora... nessun segno di manette o di catene.» «No» dissi. «Sono un vice alto-commissario di polizia, non un fabbroferraio. Prendete un sigaro.»
Prese il sigaro, ne staccò con un morso delicato l'estremità e continuò: «Per riprendere il filo del discorso, sir Herbert... mentre non ritiro, né desidero ritirare nessuna delle dichiarazioni nella mia lettera di ieri sera, voglio seriamente togliervi dalla mente che il delitto al quale mi sono riferito abbia alcun rapporto... per farla breve... l'abbia commesso io. Sebbene io abbia sempre cercato di coltivare l'abitudine di pensare e di scrivere in modo preciso, temo che nel mio stato d'animo confuso di ieri sera io possa avervi dato erroneamente l'impressione... scusatemi!». S'interruppe al momento giusto. Prima di tutto, vedete, aveva tirato fuori di tasca una scatola di fiammiferi e nel tentare di prenderne uno aveva dato uno strattone tale che i fiammiferi mi erano piovuti tutti in faccia. E per quello, pazienza. Ma alla fine ne aveva preso uno e lo aveva strofinato per accendere il mio sigaro. Quando aveva detto "scusatemi!" era stato perché la sua mano tremava talmente che aveva lasciato cadere il fiammifero acceso tra la mia camicia e il panciotto. Disse che non riusciva a capire come poteva aver fatto e io ne convenni. E le cose che dissi mentre mi battevo sul petto non dovrebbero mai essere proferite di fronte a un ecclesiastico. Per un attimo mi ritrovai così furioso che per un pelo non lo buttai fuori, ma poi mi dominai e mi limitai a guardarlo freddamente. «Dottor Illingworth» dissi, quando riuscii a riprendere fiato, «dottor Illingworth, vi ho detto che non sono un fabbroferraio. Adottando il vostro stile, posso anche dire che non sono un maledetto razzo. Questo è un fiammifero. Osservatelo. È un oggetto utile, se usato in modo giusto. Ora accenderò io il vostro sigaro, sempre che ci si possa fidare di voi con un sigaro. Poi, regolamenti della polizia o meno, vi farò bere qualcosa. Ne avete bisogno.» «Grazie» rispose lui. «Mentre naturalmente io non condivido la debolezza nazionale e sia anzi uno zelante sostenitore della temperanza, nondimeno, la vera temperanza... per farla breve, sì.» Gli versai una dose enorme di whisky Uscio; lui lo tracannò senza batter ciglio e con una faccia assolutamente inespressiva. «È stato molto corroborante» disse il dottor Illingworth buttando con aria grave il bicchiere nel cesto della carta straccia, «e mi darà la forza per dirvi quello che, ahimè, va detto. In secondo luogo, sir Herbert, vi sono grato per le vostre maniere informali che mi aiutano molto a mettermi a mio agio in circostanze conturbanti, circostanze che, mi rendo conto con grande costernazione, non placheranno certamente i pezzi grossi della Chiesa presbiteriana John Knox. Tuttavia non devo divagare su simili que-
stioni, per quanto penose. Durante il viaggio in treno da Edimburgo ho ingannato il tempo libero (la maggior parte del viaggio era dedicata alla composizione del discorso che dovevo fare a Londra stasera alle Scuole Domenicali dei Presbiteriani Uniti) ho ingannato il tempo libero sfogliando un romanzo poliziesco tascabile intitolato Il pugnale del destino che un viaggiatore di commercio nel mio scompartimento mi aveva gentilmente prestato. I miei doveri di pastore, non meno dei miei studi sulla storia delle antiche civiltà, mi hanno lasciato poco tempo per letture riguardanti il mondo vivente che ci circonda, ma devo dire che ho trovato il racconto commovente, perfino affascinante ed è stata per me una rivelazione che mi ha profondamente colpito. In effetti ero scandalizzato dalla brutalità del personaggio principale la cui identità non veniva rivelata fino... No, sir Herbert, nonostante quello che state per osservare, non divago. Ciò che volevo dire è questo! Se ho imparato qualcosa sui vostri sistemi da Il pugnale del destino, ho imparato che non bisogna trattenere né omettere niente, per quanto insignificante possa sembrare. Mentre vi racconterò la mia storia, cercherò di ricordarlo, almeno finché si accorda con quella brevità legale che voi richiedete.» Signori, stava per venirmi un colpo apoplettico, ma quel cortese vecchio balordo aveva una tale aria da martire che mi limitai a fare un cenno allo stenografo. Dopo aver tossicchiato un paio di volte, Illingworth tirò una boccata al sigaro e ripartì in quarta. «Mi chiamo William Augustus Illingworth» annunciò d'un tratto, come uno spirito durante una seduta spiritica. «Sono il pastore della Chiesa presbiteriana John Knox di Edimburgo, come lo era prima dì me il mio defunto padre; vivo nel presbiterio di quella chiesa con la signora Illingworth e con mio figlio Ian che sta studiando per diventare sacerdote. La sera di giovedì tredici giugno (ieri l'altro, faccio notare) sono arrivato a Londra e dalla King's Station mi sono fatto portare all'Orkney Hotel in Kensington High Street. Il motivo del mio viaggio a Londra era, in parte, come ho già detto, per parlare a una riunione delle Scuole Domenicali dei Presbiteriani Uniti all'Albert Hall, ma la mia più ansiosa anticipazione del viaggio veniva da un altro motivo, più egoistico, temo. «Da parecchio tempo seguo con moltissimo interesse le fonti e gli sviluppi di quegli interessanti documenti storici deplorevolmente popolarizzati e quindi spesso privati di significato, noti come Le Mille e Una Notte. Uno stimatissimo studioso, un certo signor Geoffrey Wade, era stato recentemente così fortunato da acquistare duecento fogli manoscritti della
prima traduzione...» «Un momento» dissi. «Lasciatemi stabilire questa parte e vediamo se sistemiamo un primo punto. Ieri sera eravate stato invitato al museo Wade per esaminare il manoscritto di un certo Antoine Galland, che poi è risultato un bel fiasco, non è così?» Lui non si stupì, neanche un po'. Immagino che pensò che io lo avessi dedotto, e buttò fuori due o tre palate di parole che significavano sì. Dissi: «Conoscete Jeff Wade? Voglio dire, lo conoscete personalmente?». Risultò di no. Avevano tenuto una lunga corrispondenza, si erano scambiati un sacco dì complimenti e avevano deciso di incontrarsi alla prima occasione: la riunione al museo era stata combinata prima della sua partenza da Edimburgo. «E» riprese Illingworth, mentre la sua faccia legnosa si animava sempre più via via che arrivava al nocciolo della questione, «è stato con notevole disappunto che ieri, a mezzogiorno preciso, ho ricevuto al mio albergo una comunicazione dal signor Ronald Holmes, il segretario e socio del signor Wade, il quale mi ha spiegato, col più profondo rammarico, che il signor Wade era stato inaspettatamente chiamato fuori città e che quindi si trovava nella spiacevole necessità di rimandare la nostra riunione ad altro momento. Io gli ho detto che ero dispiaciuto, ma sinceramente non posso dire di esserne rimasto sorpreso. Ero stato informato (da amici comuni che, ritenevo, esagerassero un poco) che il signor Wade è un uomo di grande intelligenza, ma capriccioso, e che lo si poteva anche definire un eccentrico. Difatti ho saputo da fonte attendibile che una volta quando, durante la sua lettura di un documento originale della Società Medio Asiatica della Gran Bretagna, una delle sue opinioni era stata contestata, il signor Wade aveva apostrofato la persona che lo aveva interrotto con il desolante termine di sciocco, e pare perfino che arrivasse a dire che il presidente, sir Humphrey Balhnger-Gore, aveva la faccia come una prugna secca. «Perciò non mi sono affatto stupito quando, alle cinque del pomeriggio di ieri, ho saputo che aveva cambiato i suoi piani per la seconda volta. Poiché, tornando in albergo, dopo aver passato due ore stimolanti nel museo di South Kensington (che io, tanto per cominciare, non trovo un'istituzione così frivola come vorrebbero farci credere), mi è stato dato un telegramma del signor Wade, spedito da Southampton poco tempo prima. Eccolo.» AVENDO SAPUTO CHE CE LA FARÒ A RIENTRARE PRESTO
NON È NECESSARIO RIMANDARE TROVIAMOCI MUSEO STASERA DIECI E MEZZO GEOFFREY WADE. «Alla luce degli avvenimenti susseguenti» continuò il pastore, indicando il telegramma con un gesto del capo, «ho cercato di dedurre qualcosa esaminando quel documento, secondo certi ammirevoli suggerimenti presi da Il pugnale del destino. Ho tenuto il foglio controluce per cercare la filigrana. Tuttavia, dato che non so bene cosa possa essere la filigrana, temo che mi sia sfuggito il significato sinistro che potrebbe derivare dalla sua presenza o dalla sua assenza. «Ma permettetemi di andare avanti. Per quanto, confesso, fossi un po' seccato col signor Wade per il suo secondo cambiamento di programma e per la sua scarsa considerazione del mio tempo, nondimeno non ero affatto riluttante ad andare. Mi sono vestito con una certa cura e ho preso con me un volume che raramente lascia la mia persona... la rarissima prima edizione araba delle prime cento Notti, pubblicate, come saprete, a Calcutta nel milleottocentoquattordici, per mostrarlo al signor Wade. Glielo avevo promesso già da tempo.» Dalla tasca della giacca tirò fuori con gran delicatezza un grosso libro rilegato in pelle e lo posò sulla scrivania accanto al telegramma come un altro reperto. «Per proseguire» disse (a questo punto cominciava a essere piuttosto eccitato) «alle dieci e venti circa, sono salito su un taxi davanti al mio albergo e mi sono fatto portate al museo Wade dove sono arrivato precisamente alle dieci e trentacinque. Posso stabilirlo senza alcun dubbio poiché, mentre stavo per pagare il conducente del taxi, l'orologio da tasca mi è caduto in terra insieme con alcune monete, e si è fermato... in effetti non sono ancora riuscito a rimetterlo in movimento.» Venne fuori l'orologio che fu messo sulla scrivania accanto al telegramma e al libro. Era come se avessimo cominciato a giocare a strip-poker. «Per un momento, lo confesso» continuò il vecchio, abbassando il mento, «non ho potuto resistere alla tentazione di indugiare davanti al portone di quell'edificio e di perdermi in muta contemplazione di quegli splendidi battenti di bronzo: fedeli riproduzioni di quei battenti, ci dicono, che adornavano l'ingresso dell'Hasht Bihisht, o Otto Paradisi, di Shah Abbas il Grande. Sarei forse rimasto lì un bel po', perso nella mia contemplazione, dopo aver acceso un fiammifero o due per esaminare meglio le iscrizioni iraniane, ma fui rudemente riportato alla realtà dai volgari commenti di
due passanti i quali, a quanto pareva, avevano l'impressione che io fossi appena uscito da una taverna vicina chiamata "Dog and Duck", e che non fossi in condizioni di trovare il buco della serratura. «Ho ingoiato quelle calunnie con silenziosa dignità e quando i passanti sono passati (tanto per dire) ho suonato il campanello come mi era stato detto di fare. La porta si è aperta e alla luce dell'interno ho visto che la persona che l'aveva aperta doveva essere l'uomo cui il signor Wade aveva accennato qualche volta: un fedele servitore che aveva da molti anni e che faceva da inserviente e da custode notturno. Si chiama, credo, Pruen.» «Aha!» esclamai. «Allora era lì, dopotutto.» Il vecchio parve non udire. Invece mi fissò con uno sguardo così fermo che io cominciai a sentirmi la coscienza sporca. «Poi è accaduto» disse, «quello che posso soltanto descrivere come il primo e il più lieve degli avvenimenti straordinari che dovevano seguire all'interno di quella stramaledetta porta. In una parola... Pruen mi ha riso in faccia.» Dissi: «Cosa ha fatto?». «Ha riso» dichiarò Illingworth scuotendo la testa su e giù con aria grave. «Mi ha riso in faccia. Dopo avermi invitato a entrare con una certa pantomima di segretezza, mi ha squadrato da capo a piedi con gran concentrazione e poi ha emesso quello che posso solamente descrivere come una sghignazzata esplosiva che pareva trasformargli il viso. Poi ha detto le seguenti parole, in un gergo che non tenterò nemmeno di imitare. Ha detto: "Salve! E voi chi siete?". «Io ero ragionevolmente irritato di fronte a quel deplorevole e sorprendente comportamento e gli ho risposto con un tono piuttosto aspro: "Sono il dottor William Augustus Illingworth, mio brav'uomo" l'ho informato, "e credo che il signor Wade mi stia aspettando. Volete avere la bontà di accompagnarmi da lui?". «Con mio assoluto stupore, non solo la sua ilarità non si è calmata, ma è aumentata in maniera allarmante. Sembrava addirittura piegato in due, si reggeva la pancia e si dondolava da una parte all'altra con fare misterioso ma senza quasi fare il minimo rumore. «"Ah, siete un bel tipo, siete" mi ha detto alla fine asciugandosi gli occhi dopo una serie di singulti. "Non capisco proprio come mai non avete un successone nelle sale, davvero non lo capisco." (Questa frase "nelle sale", ho saputo dopo, si riferisce agli artisti dei music-hall come cantanti, ciclisti, acrobati e simili; pareva decisamente incomprensibile applicata a un
ministro del Vangelo.) "Siete la cosa più convincente che mi sia capitato di vedere" ha aggiunto quel vecchio sbalorditivo "e andrete a meraviglia per il delitto". «E con questo, sir Herbert, e con una straziante sghignazzata, ha allungato un dito e mi ha pungolato nelle costole.» 10 L'inizio di un incantesimo: come il dottor Illingworth sostenne il ruolo di Aladino «Sul momento non potevo tirare alcuna conclusione tranne quella che l'uomo fosse ubriaco, sebbene, a parte il suo straordinario comportamento, non desse nessuna prova di quello stato. Così mi sono guardato attorno nella sala in cui mi trovavo sperando di vedermi venire incontro il signor Wade. Ero davvero impressionato dalle nobili proporzioni e dalla grandiosità che mi circondava, il tutto dolcemente illuminato da un bagliore bianchiccio, proveniente dalle cornici del soffitto, che dava un aspetto di spettrale luce lunare abbastanza piacevole per una persona di temperamento meditativo. Dava perfino uno strano colore alla faccia del vecchietto vestito con una specie di uniforme blu che mi stava saltellando accanto. Dopo di che il tipo mi ha detto le seguenti parole: "Immagino che vorrete andare dal boss. Siete in ritardo, eh, vecchio arnese". Sto cercando, sir Herbert, di essere preciso. "Ma sarete perdonato, e vi pagheranno perfino in anticipo se lo desiderate, per il vostro magnifico travestimento." «Ora vi posso assicurare che non c'era minimamente nulla di strano nel mio cilindro e nella mia finanziera (che erano di modello normale, perfino severo), di conseguenza ho cominciato a pensare che si doveva trattare di pazzia o di malinteso. Quando il mio uomo ha aggiunto: "La stanza del conservatore... diritto, poi girare a destra, la prima porta, è là adesso" sono stato costretto a parlare. «"Per una qualche ragione" ho detto "sembrate dubitare che io sia il dottor Illingworth. Visto che dubitate, eccovi il mio biglietto da visita. Visto che dubitate, vi prego di guardare questa prima edizione delle prime cento Notti che porto da mostrare al signor Wade. Se si tratta di un malinteso genuino sarò lieto di scusarvi, se invece è semplicemente un'impertinenza gratuita da parte vostra, mi premurerò di farlo notare al signor Wade." «Durante il mio discorso ho notato un certo vago, dubbioso cambiamento sulla sua faccia e, sebbene le sue parole non fossero percepibili, ha mos-
so la bocca. Tuttavia, decidendo che sarei stato in grado di trovare la strada per la stanza del conservatore senza il suo aiuto, ho proseguito col fare più dignitoso che sono riuscito ad assumere finché non sono stato bloccato dalla vista di una cosa ancora più strana. «Sebbene avrete indubbiamente familiarità con l'interno del museo Wade, debbo spiegare che sulla parete di destra, quando si è in posizione da guardare direttamente verso la parte posteriore, a un sessantacinque metri circa dalla porta principale, c'è una grossa arcata con la scritta "Galleria dei Bazar". È una divertente ricostruzione, del tutto insignificante (dal punto di vista archeologico o storico) di un bazar o della strada commerciale di una città orientale. La ricostruzione, devo dire, è abbastanza accurata e le è stata data una realtà teatrale per mezzo dell'illuminazione che produce un effetto di luci e ombre sopra una strada fantasiosa. Mentre guardavo da quella parte, sono stato bloccato non soltanto dalla fuggevole illusione di vedere una strada di Isfahan verso il crepuscolo, ma anche da una figura umana che era là, in piedi. «In mezzo a quella strada, immobile sotto un groviglio di ombre, ho visto distintamente un nobile persiano nel suo costume indigeno. «Signore, io non sono affatto malato di cervello mentre vi racconto queste cose e posso darvi la mia più solenne parola che sto dicendo la verità. Naturalmente ero estremamente preso dal suo vestiario. Aveva il consueto alto copricapo di pelle di pecora, la sua tunica era di seta ricamata e molto lunga, il che... insieme alla camicia bianca... stava a indicare ricchezza o rango. Gli zirjamah o pantaloni erano di cotone bianco, ma il segno più evidente del rango stava nel cinturone nero di pelle lucida che invece di una fibbia d'ottone, come nel caso di un qualunque cortigiano, aveva la fibbia del nobile con un grosso ornamento tondo di rubini tagliati. Del viso, che era in ombra, ho potuto distinguere soltanto la carnagione olivastra che si notava molto per il contrasto con il bianco degli occhi. Sulle prime una simile apparizione contro un simile sfondo mi ha fatto pensare che potesse trattarsi di una figura di cera, sistemata lì per dare un'aria di verosimiglianza a quella mostra. Ma non lo era, e di questo fatto ho avuto ampia prova. Era una prova irrilevante, ma in quelle circostanze produceva un effetto che posso soltanto descrivere come terribilmente magico... cioè, l'uomo apriva e chiudeva gli occhi. «Credo di poter essere considerato un uomo abbastanza riflessivo, non certo un tipo fantasioso. Per lo strano stato d'animo in cui mi sono trovato, posso solo addurre la scusante dell'incongruità di simile vista in un mo-
mento simile. Ma l'irrazionale sensazione (arrossisco nel riconoscerlo) di vagare attraverso un qualche squarcio del cosmo in una delle Notti e che l'inserviente con l'uniforme blu potesse essere un negro Sharazad che m'invitava ad altre avventure, è stata scacciata non soltanto dai miei principi religiosi ma anche dal mio forte buonsenso. E quel buonsenso mi ha dato l'ovvia spiegazione. Cosa c'era di più naturale che il signor Wade, con la sua indubbia vasta cerchia di amici in Persia e nell'Iraq, avesse fatto laggiù la conoscenza di un nobile e che quel gentiluomo fosse stato invitato lì per fare la mia conoscenza? Certamente nulla. Perciò ho deciso, con la più grande formalità, di parlargli. E per farlo ho scelto l'arabo puro piuttosto che il bastardo "nuovo persiano" (uso questo termine senza nessuna acrimonia) che gli arabi hanno corrotto dalla sua antica purezza. «Quindi ho alzato la mano in un gesto di saluto: "Essalâmu 'alaikoom es-salâm. Inshâ allâh tekoon fee ghâyit as-sahhah". Al che lui ha risposto gravemente: "Wa 'alaikoom es-salâm. Ana b'khair el-hamd lillâh". «La sua voce aveva una tonalità grave e profonda, e lui parlava con incomparabile dignità, ma pareva eccessivamente stupito che io fossi in grado di rivolgermi a lui nella sua lingua. Un altro fatto che ho notato con interesse è stato che l'intonazione del suo arabo era più egiziana che persiana. Per esempio quando ho continuato: "El Kâ ât Kwyeeseen..." Scusate, sir Herbert, ma avete detto qualcosa?» s'interruppe il dottor Illingworth. «Nell'eccitazione del mio racconto temo di essermi distratto. Avete detto qualcosa?» Dopo aver ascoltato quei farfugliamenti tanto a lungo ci potete scommettere che avevo parlato. «Uh!» dissi. «È una bellissima imitazione di qualcuno in cima a una moschea, ma smettetela di chiamare i fedeli alla preghiera e raccontatemi cos'è successo nella nostra lingua.» Credeteci o no, lui aveva l'aria sorpresa. «Scusate, sì, certo. Era semplicemente l'abituale forma di saluto che lo scrupoloso straniero non trascura. Dopo avergli augurato la buona sera gli ho detto: "Pace a voi! Spero che stiate bene". Al che ha risposto, anche lui in maniera formale: "E pace anche a voi. Sto benissimo, grazie a Dio!". Posso continuare? Grazie. «Stavo per fargli altre domande, quando lui mi ha troncato la parola di botto, imperiosamente ma con grande cortesia, indicandomi la stanza del conservatore verso la quale ero già stato indirizzato. Sebbene intuissi che c'era sempre un profondo mistero là dentro, ho ripreso a camminare... ag-
giungendo alcune gentili osservazioni e concludendo, in inglese, se desiderava parlarmi in quella lingua... ed ero arrivato oltre la metà della sala quando ho notato la seconda delle meraviglie di quella notte. Era una bellissima ragazza che indossava un vestito color cremisi scuro il cui nome tecnico non conosco... «Mi sembra d'avervi visto trasalire, sir Herbert, all'accenno di questa ragazza. Sarò chiarissimo poiché questo fatto può essere di grandissima importanza. Quando si guarda la parte posteriore del museo, proprio nel mezzo, c'è un'ampia scalinata di marmo bianco. Nelle pareti dietro a ciascun lato della scala, ci sono due porte. Una a sinistra e una a destra. È stata la porta sulla sinistra che io ho visto aprirsi. E ne è uscita la ragazza col suo vestito da sera rosso, una ragazza con i capelli neri e con quello che descriverei un gran fascino. Di tutte le persone che mi avevano salutato nel museo fino a quel momento, ognuno aveva espresso in grado differente una certa sorpresa, ma quella ragazza, sebbene apparisse anche lei sorpresa, sembrava in uno stato d'animo così distaccato che mi ha prestato pochissima attenzione. Si è girata ed è corsa su per la scalinata di marmo verso le gallerie del piano di sopra ed è sparita dalla vista. Posso osservare che, da qualche parte del piano di sopra, la cui esatta dislocazione non ho potuto identificare, veniva un rumore molto simile a quello fatto da qualcuno che pianta chiodi nel legno. «Ma non avevo tempo di rimuginare su quel fatto. A una certa distanza alla mia destra, dato che ormai ero ai piedi della scalinata, l'uscio contrassegnato "Conservatore" si è spalancato e finalmente e con - devo dire - un enorme senso di sollievo, ho visto il mio ospite. «Sebbene non avessi mai visto una fotografia del signor Wade, quelli che lo conoscevano avevano accennato a due punti della sua descrizione fisica: la bassa statura e i lunghi baffi bianchi. Ero preparato alla bassa statura (che ho visto) e ai lunghi baffi (che ho visto), ma non ero preparato alla lussureggiante barba bianca che gli arrivava al petto e gli dava un aspetto imponente, perfino venerabile. I suoi capelli bianchi e la barba bianca incorniciavano un viso in un certo qual modo logorato dall'età, ma con due occhi estremamente acuti, lui mi squadrava da capo a piedi. E veramente, per l'atteggiamento e la dignità con cui mi stava davanti, mi ha fatto venire in mente la figura di Re Lear come ritratto da sir Henry Irving molti anni fa. Figuratevi il mio sommo stupore quando ho visto quel distinto signore tirar fuori pensosamente dalla tasca della giacca un'armonica a bocca... sì, sir Herbert, un'armonica a bocca... portarsela alle labbra e con aria medita-
bonda cominciare quell'esercizio che si chiama, credo, fare le scale. «Al mio accenno all'armonica a bocca, sir Herbert, noto che siete di nuovo trasalito violentemente. A meno di sbagliarmi, avete anche mormorato la parola "Jerry". Cosa possa significare riesco a indovinarlo, dato che ho saputo che Scotland Yard ha una lista di tutti i disperati criminali e delle loro stranezze per riferimenti nel caso di un delitto. È probabile che riusciate a mettere subito il dito sull'identità dell'uomo a causa della sua debolezza traditrice di suonare l'armonica a bocca durante un furto con scasso o un omicidio, proprio come il dottor Chianti in Il pugnale del destino (me ne sono ricordato più tardi) suonava il trombone. Ma sul momento, per sfortuna, non avevo capito di essere entrato nella tana di criminali disperati. Ahimè, signore, essendo stato informato della lieve eccentricità del signor Wade, ho creduto che il suo penchant per l'armonica a bocca fosse una di quelle leggere distensioni in cui spesso indulgono uomini dalla mente superiore come il mio amico dottor MacTavish dell'università, un uomo erudito e altrimenti esemplare che ha l'abitudine, al cinema, di ridere sgangheratamente quando qualcuno viene colpito in faccia da una torta di crema. Così non ho mostrato alcuna sorpresa nemmeno quando il mio ospite mi ha rivolto la parola con una certa violenza. «"Siete in ritardo" ha detto, puntando l'armonica verso di me. "Perché volete perdere tempo a parlare? Abbiamo da fare. Siete in ritardo, accidentaccio, e abbiamo solo mezz'ora. Entrate. Sbrigatevi!" «Il suo modo di fare era diventato quasi spasmodicamente eccitato, il che mi è sembrato inutile e perfino maleducato, ed è entrato nella stanza prima di me con un'agilità sorprendente per uno della sua età. «"Mi spiace moltissimo, signor Wade" gli ho detto piuttosto seccamente, "se il mio lieve ritardo vi ha causato qualche noia. Confesso che speravo che il nostro primo incontro potesse aver luogo in un'atmosfera più amichevole." «Con la stessa agilità, borbottando tra sé, lui ha attraversato la stanza e si è seduto dietro una grossa scrivania. Sulla scrivania ho notato un libriccino aperto e, accanto, un grosso portacenere pieno di cicche, e sul bordo di quel portacenere una sigaretta ancora accesa. Dopo aver preso quella sigaretta ed essersela cacciata in bocca, con gran pericolo per quei formidabili baffi, ha fatto scorrere il dito lungo una pagina del libro. «"Sì, sì" ha detto. "Non volevo essere sgarbato con voi, ma bisogna che questa faccenda vada bene." Nemmeno allora, sir Herbert, il suono minaccioso di quella parola, faccenda, è penetrato nella mia consapevolezza per-
ché il mio ospite, fissandomi con occhi improvvisamente seri e spaventosi, ha declamato le seguenti parole in arabo: "Yà onbâshee irga' ente bi'ddeurtena'l wa kool li'lyoozbâshee hiknadâr yegee henâbì'lghârl". Che, se le orecchie non mi ingannavano, significavano: galoppate, caporale, e dite al capitano del vettovagliamento di venire qui immediatamente! «Non ho potuto fare altro che fissarlo. «"Mio caro signore" gli ho detto "a quanto pare, c'è un grosso malinteso. Io non sono un militare e non ho mai..." «"Sbagliato pagina" ha detto quell'uomo straordinario bruscamente. Ha cominciato a sfogliare il libro aspirando nervosamente la sigaretta. "Queste maledette grammatiche" scusatemi, sir Herbert, ma bisogna che io sia preciso, per quanto penoso possa essere. "Queste maledette grammatiche non servono a niente. Smontate e aprite il fuoco! Montate e coprite il fianco sinistro dello Squadrone due! Niente, non serve. Roba molto vivace e stimolante, certo, ma un po' difficile infilarla in una normale conversazione sociale. Ah, eccoci!" Dopo aver borbottato fra sé un momento, ha ricominciato a fissarmi con sguardo penetrante e mi ha chiesto in arabo: "Dite, amico, conoscete il negozio di Hassan l'orefice, accanto alla stazione di polizia, che ha subito un furto la notte scorsa? Rispondete in inglese". «Per un attimo ho creduto di intravedere un po' di luce. "È perché siete stato derubato, signor Wade, che siete così agitato? Se è così, posso capirlo sicuramente. Il negozio di Hassan l'orefice in quale città?" «"Lasciate perdere la città!" esclamò il mio ospite quasi stizzosamente. "Il punto è: avete capito che cosa ho detto? Magnifico. Comunque, Sam ci aveva già provato... Sam Baxter impersona il nobile persiano con quel cappello da music-hall, quello col quale avete parlato quando siete arrivato, e pare che Sam sia un mago nella lingua araba. Di conseguenza, posso assicurarvi solennemente che a me sta tutto bene." «Sto facendo enormi sforzi, sir Herbert, per citarvi a memoria la sbalorditiva e strana concatenazione delle parole che sono uscite con terrorizzante gaiezza dalle labbra di quel venerabile studioso. Era quasi come se un patriarca del Vecchio Testamento si fosse improvvisamente messo a ballare una giga. Ma tutte le precedenti sensazioni di sacro rispetto e di trepidazione sono sgusciate via dalla mia mente al discorso successivo del mio ospite il quale si è alzato maestosamente e ha tirato un pugno sulla scrivania. «"Sta tutto bene, tranne una cosa" ha gridato. "Dov'è la vostra barba?" «"Barba?" ho risposto io, incapace di credere alle mie orecchie.
«"Porco Giuda, dovete avere la barba!" ha urlato lui, con un tono che posso solo descrivere come un eccesso di rabbiosa sicurezza. "Chi ha mai sentito di un erudito asiatico senza barba? Perdio, c'è un vecchio al museo Britannico che ne ha una che gli arriva alle ginocchia. Posso giurarvi, Laughton, che non esiste un orso simile fuori dello zoo." «"Ma io non ho barba." «"Lo so" ha convenuto pazientemente il mio ospite. "È questo che mi secca. Ma dovete avere la barba. Qua" ha aggiunto con aria ispirata "qua... prendete la mia!" «Dopo pochi minuti, sir Herbert, ero arrivato alla fine della mia cecità riguardo a quanto stava succedendo in quel posto malefico. In quell'attimo, tuttavia, ho notato con le mie facoltà mentali ed emotive paralizzate che il mio ospite aveva cominciato a esplorare con le dita la regione sulla propria mascella. Ha attraversato lo studio e ha aperto la porta di una stanza adiacente che, mi sono reso conto, era un piccolo bagno. Con l'aiuto di uno specchio su una mensola sopra il lavandino, si è delicatamente staccato la barba (che era stata appiccicata con una sostanza liquida adesiva) dalle guance e dalle mascelle. «"Restate lì seduto dove siete" ha detto, "ora l'appiccico su di voi. Facilissimo riapplicarci l'adesivo e queste sono le migliori barbe che un costumista teatrale potrebbe fornire, per garantire e ingannare lo stesso Sherlock Holmes. In effetti non avrei dovuto mettermi una di queste barbe, io anzi ero contrario. Ma sapete, farò la parte del vecchio, di Jeff, in questa faccenda, stasera, perché naturalmente, gli somiglio parecchio. Ma Rinkey Butler vuole sempre strafare, e per l'eventualità che la vittima si accorgesse che sono più giovane di quello che dovrei essere, ha insistito per trasformarmi in un Babbo Natale in embrione. (È una parrucca stupenda, questa, non vi pare?) Voi prendete la barba, io mi tengo i baffi. Voi naturalmente siete un esperto del mestiere e non c'è bisogno che vi dica, qualunque cosa facciate, di mantenere il viso serio e di non ridere quando l'assassino starà per colpire. Qua, voglio mettervi questa barba prima che scendano gli altri. Sono di sopra che stanno preparando la bara, ora." «Io ero irrigidito dal terrore. Lo ammetto, signore, senza un briciolo di vergogna. Per la prima volta il pieno impatto di quelle procedure cominciava a penetrarmi nel cervello, e cominciavo a capire quello che avrei dovuto capire da un pezzo dato che in Il pugnale del destino c'era quasi la stessa situazione. Senza la minima intenzione sacrilega, dico fermamente che considererò sempre quel romanzo poliziesco che mi è stato messo a
portata di mano un dono della provvidenza. Dei particolari specifici di quella cospirazione non potevo ancora essere sicuro, ma almeno tanto era chiaro: quel museo era in mano di una gang di desperados che avevano approfittato dell'assenza del signor Wade in modo che il loro capo lo impersonasse (uno stratagemma, rammentavo, preferito dal terribile dottor Chianti). Non solo avrebbero derubato il museo, ma presumibilmente un estraneo sarebbe stato adescato nella trappola e ucciso, sia per ragioni collegate con la ghenga, come per esempio se quello li aveva traditi, sia per estorcergli oggetti di valore che poteva portare con sé, come diamanti e rubini. Per un istante mi sono sentito morire al pensiero che forse io ero la vittima designata, e il bottino la mia prima edizione Calcutta milleottocentoquattordici che mi stringevo ancora al petto. «Ma una breve riflessione mi ha convinto che non sarebbe stato così. Evidentemente ero stato scambiato per un disperato malvivente con un numero imprecisato di identità... perché il mio ospite, con quella sua odiosa maniera scherzosa che mi faceva gelare il sangue nelle vene, si era rivolto a me in tre diverse occasioni usando i nomi di Charles Laughton, Wallace Beery e George Arliss... e, ironia delle ironie... io, io in quella nefasta faccenda dovevo sostenere il ruolo di un erudito asiatico. «Cosa dunque potevo fare? In una situazione di estremo pericolo, dovevo forse tentar di fuggire con una corsa pazzesca in mezzo a quei tagliagole e chiamare la polizia? Vi rendete conto che una simile impresa sarebbe stata inutile. E per giunta, sir Herbert, lo dico con un senso di vergogna misto a un po' d'orgoglio: in quel momento di cupo terrore provavo una sensazione che fino a quel momento non mi era mai capitata. Il cuore mi tonfava in petto e, in quell'ora del pericolo, il mio sangue scozzese, da tempo addormentato, si era ridestato e si ribellava e scorreva nelle mie vene con un impeto selvaggio. Dovevo forse lasciar vigliaccamente derubare il signor Wade e macellare un qualche inoffensivo estraneo da quei delinquenti? No! Perdio no!» ruggì il dottor Illingworth. «Benissimo. Avrei osservato. Aspettato. Avrei fatto finta di essere quel famigerato erudito asiatico. Per quanto sconcertato e allarmato dalle mie stesse sensazioni, avrei assillato il capo con abili domande finché non gli avessi strappato tutti i particolari del complotto... esattamente come il vostro uomo di Scotland Yard in Il pugnale del destino... e nel frattempo avrei messo in moto le meningi per escogitare qualche sistema con cui poterli frustrare. «Sebbene abbia impiegato molto tempo per descrivervi il mio stato d'animo, tutto questo è stato il pensiero di un momento. Il capo, sghignazzan-
do diabolicamente, stava attraversando la stanza (il mento raso sotto i baffoni gli dava un aspetto ancora più malefico) preparandosi ad appiccicare sulla mia faccia la barba finta. Nonostante che ogni fibra del mio corpo rabbrividisse a quel tocco, mi sono irrigidito e non ho aperto bocca. Quel mostro che poteva biecamente consigliarmi di non sorridere durante il delitto, quel mostro avrebbe trovato in me un suo pari! Mi sono perfino spinto al punto di ammirare il mio aspetto nello specchio portatile del bagno che lui aveva posato sulla scrivania. Poi, con enorme sforzo, facendomi coraggio per affrontare il cimento, ho abbassato il tono e ho bisbigliato con voce rauca: "Chi facciamo fuori, boss?".» 11 Il terribile signor Gable: come il dottor Illingworth sostenne il ruolo di William Wallace Ragazzi, a quel punto del racconto più pazzesco che avessi mai sentito, dovetti dare al vecchio Illingworth un altro beveraggio. Ne aveva bisogno. E, perbacco, lo ammiravo!... Mi pareva perfino che lo stenografo stesse dominando l'impulso di applaudire. Jerry Wade e la sua ghenga stavano preparando uno scherzo idiota, naturalmente. Ma Illingworth non lo sapeva. Lui credeva di essere piombato pari pari in un covo di malviventi. Be'? Era il vecchio gentiluomo più confuso e più sprovveduto che sia mai sceso da un pulpito, ma quando è arrivato al dunque, ha mostrato il coraggio e gli istinti sportivi di un vecchio capo scozzese che difende il passo a Vattelapesca. Dopo alcuni istanti, durante i quali restò lì ansimante, tastandosi il mento come se ancora avesse la barba, si schiarì la voce e proseguì: «Mentre dicevo quelle ultime parole, ho creduto di vedere una curiosa espressione sulla faccia del capo, come se lui avesse osservato un cambiamento nel mio comportamento. Difatti, cogliendo il mio aspetto barbuto nello specchio che avevo davanti mentre sedevo alla scrivania, ho osservato che sulla mia faccia c'era la parvenza di un ghigno odioso... ghigno che, qualora fosse stato visto dalla congregazione della Chiesa John Knox, avrebbe spaventato a morte, ne sono convinto, gli occupanti delle prime tre file di panche. «"Be', siete il tipo più strano che io abbia mai conosciuto" ha dichiarato lui guardandomi in modo singolare. "Ora state a sentire. Abbiamo solo pochi minuti. Gli altri scenderanno con la bara, dopo di che ripasseremo le istruzioni, signor... a proposito, come vi chiamate?"
«"Wallace Beery" ho risposto scegliendo a caso uno dei nomi che in precedenza mi aveva appioppato. «Questo, sir Herbert, ha scatenato in lui una rabbia inutile e terrificante, mi sono accorto che lui avrebbe voluto, per dirla nello stile del libro poliziesco, che io gli spiattellassi il mio cognome autentico e si rendeva conto che non lo avevo fatto. Tutti i segni dei suoi perfidi sentimenti erano impressi sulla sua faccia quando lui ha cominciato a tempestare di pugni la scrivania. «"Sì, certo" ha detto, "e io sono Clark Gable. Sentite, le agenzie teatrali mandano sempre gente con un senso umoristico come il vostro? Non so proprio cosa fare di voi. Avete una faccia simile a quella d'uno scaccino... avete un aspetto come se foste davvero il dottor Illingworth..." «L'impatto di quel nome mi ha demoralizzato, come potete capire, ma dopo la prima dolorosa sensazione mi sono fatto forza e ho chiesto: "Cosa intendete dire?". «"Dico che avete proprio l'aspetto del dottor William Augustus Illingworth, l'uomo che dovete impersonare stasera" ha risposto il dottor Gable. D'un tratto mi è parso in preda a un terribile sospetto. "Buon Dio, non ditemi che Rinkey Butler o Ronald Holmes... Rinkey è venuto da voi questo pomeriggio, vero?... Non ditemi che non vi ha detto cosa dovete fare..." «Potete immaginarvi dunque il mio stato d'animo perché, a parte il fatto che avevano l'audacia di mischiare il mio nome, il mio nome, con quella diavoleria, ora sembrava che io dovessi impersonare me stesso. Ma quella consapevolezza mi ha dato la forza e la freddezza per l'astuzia che dovevo usare. «"Idiota, so tutto io, sui particolari del mio ruolo" gli ho detto. (Pare che nei libri gialli i criminali usino frequentemente quei termini e io ho intuito che ciò avrebbe dato un'aria di verosimiglianza al mio discorso.) "Ma cosa ne direste, per amor di chiarezza, di ripassare i vari avvenimenti, eh? Per esempio, chi è la vittima?" «Il dottor Gable ha chinato la testa, come per calmarsi. «"Be', siete stato raccomandato" ha osservato in tono disinvolto, "e immagino che conosceranno il loro mestiere. Comunque hanno detto che siete mezzo persiano e che sapete tutto sui monumenti antichi, manoscritti o che so io. Vedete, voi dovrete stare in prima linea e sostenere la maggior parte della conversazione, ecco perché nessuno di noi ha potuto sostenere il vostro ruolo... e la parte di Sam Baxter con la minaccia, la pugnalata e via discorrendo, sarà brevissima.
«"Ora ascoltate, la vittima è un tizio di nome Gregory Mannering, e noi gli faremo un piccolo test del famoso coraggio di cui blatera tanto." «"È un membro della vostra ghenga?" «"Sono propenso a scommettere che non lo sarà per molto" ha risposto il dottor Gable con un'altra delle sue smorfie diaboliche. "Io non ho nulla contro di lui, ma Sam Baxter e Rinkey Butler e Ron Holmes ce l'hanno a morte... ha detto che Sam sembra uno scimmione e che non poteva parlare arabo che come uno scimmione, e le cose che ha detto sul conto degli altri non sono ripetibili, sebbene lui non conosca nessuno di noi tranne Ron. Ecco perché possono sostenere i loro ruoli, e io anche, senza il timore di essere scoperti. Vedremo se quel suo intrepido coraggio (che secondo le sue dichiarazioni in un racconto lo sostenne mentre rubava il rubino Kali dall'idolo, perseguitato da uno stuolo di preti inferociti), vedremo se quel coraggio lo sosterrà quando Sam, nel ruolo del persiano Nemesis, si butterà su di lui con il coltello dal manico d'avorio per estirpargli il fegato." «Così c'era un doppio motivo: odio e saccheggio. «"E gli prenderete anche il rubino, naturalmente" gli ho detto con un ghigno che rabbrividisco a ricordare. «"Oh, senza dubbio" ha risposto quel demonio scoppiando in una risata e strizzandomi l'occhio. "Senza dubbio troveremo il rubino cucito in una borsettina di camoscio sotto il suo cappello... Ma non è affatto per quel rubino che lo abbiamo attirato qui con una scusa. Quello non servirebbe e potrebbe insospettirlo." «"Ah, sì" ho detto io comprendendo l'astuzia di quel ragionamento. «"Gli è stato detto che il vecchio Jeff, cioè io, ha segretamente rubato nell'Iraq la bara di Zobeide, la moglie favorita di Harun-ar-Rashid..." «"Ma, mio caro dottor Gable" sono esploso, "sicuramente è ovvio che..." «"Un momento. Miriam non voleva coinvolgerlo in questa storia (Miriam è mia sorella) perché è fidanzata con lui, ma Sam e Rinkey l'hanno talmente stuzzicata che lei ha accettato di... metterlo nei guai, per modo di dire, per vedere fino a che punto avrebbe sopportato." (Se non avessi letto Il pugnale del destino, sir Herbert, una simile perfidia in una donna sarebbe stata al di fuori di ogni mia comprensione, ma la bellissima mezzosangue Wonna Sen fece una cosa del genere nella camera della tortura del dottor Chianti. Ma pensate!) "Questo è il piano" ha continuato lo spietato dottor Gable. "Deve venire qui verso le undici... è quasi ora, adesso. Lui sa che un certo dottor Illingworth doveva venire qui a trovare il vecchio... sareste voi... perché c'era sui giornali, così tutto sembrerà giusto. Ron Hol-
mes sosterrà la parte del mio socio e anche quello andrà bene. Miriam sarà qui come se stessa, e così Harriet Kirkton. Sam Baxter (che sarà Abù 'Obiad di Tàif, principe della Casa di Mihràn: abbiamo preso il suo costume nella galleria persiana) e Rinkey Butler (sotto le vesti del poliziotto) staranno nascosti fino al momento appropriato. Per la bara di Zobeide usiamo un cofano per l'argenteria arabo, al diavolo la discrepanza: è l'unica cosa che siamo riusciti a trovare. Naturalmente tutto l'argento è stato tolto dalla cassa da un pezzo..." «"Naturalmente" ho detto io, sardonico, ma con ira sempre crescente. «"E la storia dice che su quella bara c'è una maledizione... veramente il vecchio e quel barbogio di Illingworth dovevano esaminare certi stupidi manoscritti, ma Mannering non lo sa... C'è una maledizione su quella bara. Qui, ragazzo mio, è dove farete il vostro discorso. Chiunque tocchi la bara e disturbi le sacre ossa ivi contenute" ha detto il dottor Gable con una voce talmente potente e uno sguardo viscido come quello di un rettile che mi hanno convinto d'avere a che fare con un pazzo... "avrà le mani e i piedi tagliati. E la sua faccia sarà mutilata con le novantaquattro torture... È stato tutto ideato e studiato accuratamente da Rinkey Butler e ciascuno di noi ha la sua parte. Credete di farcela?" «"Per Giove, quello che ho in mente sarà sicuramente fatto!" «"Benissimo, allora. Chi aprirà la bara? Io esito. Voi anche. Sarà creata un'atmosfera. L'intrepido signor Mannering si offre di sfidare la maledizione. Luci attenuate e musica" grida il mio ospite girando intorno alla scrivania e agitando le mani per aria. "La Galleria degli Otto Paradisi. Il rumore di uno scalpello e di un martello. Poi la bara. Il coperchio viene toccato... ah! D'un tratto voi... e qui è dove salterà fuori la vostra esperienza d'attore... voi cambiate atteggiamento. Schizzate in mezzo al gruppo. Tirate fuori di tasca una pistola. Questa pistola." «Estrae dalla propria tasca una pistola automatica, di un modello raro e dall'aspetto incredibilmente micidiale che mi caccia tra le mani. «"Poi rivelandovi improvvisamente per quello che siete, gridate: Indietro, indietro, infedeli e blasfemi! Per l'anima di mia madre morta... Siete davvero persiano per metà, vero?... Per le splendide stelle del sacro Iraq e per i forti venti del deserto, ho giurato che chiunque tocca... eccetera, sapete le vostre battute. E a questo punto entra Sam Baxter. Ah, l'atmosfera è creata in pieno. Giusto dice. Che l'empio burlone sia preso..." «Posso soltanto pensare che qualcosa della sua ferocia doveva essersi riversata in me. Mi sentivo la gola strozzata e il cuore mi batteva all'impaz-
zata. Il che presagiva male per un uomo della mia età, ma sentivo dentro di me un'irriflessiva sensazione di trionfo, perché il miscredente... estatico nel delitto con la sua faccia avvizzita e i suoi lunghi baffi... quel miscredente, come il dottor Chianti, aveva commesso il suo errore. Aveva messo nelle mie mani la pistola carica che, al momento opportuno, sarebbe stata la sua rovina. «"Quando entra in scena il poliziotto... naturalmente è uno di noi..." continua lui, "voi gli sparate. Saremo in una stanza interna e nessuno udrà lo sparo. Perciò..." S'interrompe, guardando oltre la mia spalla. E di nuovo, sir Herbert, posso solo offrire i miei umili ringraziamenti alla provvidenza che mi ha guidato sin dal principio. Come credo d'aver accennato, sulla scrivania davanti a me c'era uno specchio portatile per cui potevo vedere riflesso l'uscio dietro di me. Quell'uscio si era aperto di uno spiraglio di neanche dieci centimetri. Inquadrato in quell'apertura ho visto un giovane che mi sbirciava furtivamente e che, gesticolando, cercava evidentemente di attirare l'attenzione del dottor Gable. Era un giovanotto il cui aspetto esteriore normalmente non avrebbe tradito cosa nascondeva dentro: una faccia niente affatto brutale e perfino piacevole a vedersi, con capelli chiari e occhiali cerchiati di tartaruga simili ai miei, ma angustiata da qualche dubbio o repellente perplessità. Mentre io guardavo, lui faceva una pantomima dietro le mie spalle: puntava l'indice su di me con dei movimenti che facevano pensare al dondolio della testa di un'anitra. Poi ha scrollato con forza le spalle e, spalancando gli occhi al massimo, ha scosso il capo. «Ero stato scoperto. «In che modo fosse stata scoperta la mia identità non potevo saperlo, ma la penosa verità era saltata fuori. Il dottor Gable aveva detto che i suoi compari erano di sopra a preparare la bara e ora sarebbero scesi e si sarebbero radunati sull'uscio per catturarmi. Anche a quel punto non disperavo, signore, non potevo, sebbene provassi di nuovo quei sintomi fisici che ho descritto, e davanti agli occhi avevo come una strana macchia. «Mi sono guardato furtivamente attorno. C'erano tre mezzi per uscire dalla stanza. Uno era l'uscio che dava nel corridoio davanti al quale si sarebbero raggruppati i pistoleri del dottor Gable. Uno era un ascensore nella parete subito dietro di me, ma i pesanti sportelli di quell'ascensore erano accuratamente chiusi e sopra di essi era appeso un cartello con la scritta "Fuori servizio". Alla fine, nel piccolo bagno alla mia sinistra, avevo notato una finestra in alto sopra il lavandino che, se proprio si fosse arrivati al peggio, offriva un praticabile mezzo di fuga. Ma ero io disposto a schivare
la mia battaglia e, vigliaccamente, a fuggire dal campo dell'onore, specialmente (se posso dirlo) per mezzo di un'uscita poco dignitosa ed effettivamente perfino indegna come la finestra del bagno? No! Mentre mi guardavo attorno nella stanza, vedendo il mio stato d'animo riflesso nei ricchi, cupi colori del tappeto, quei versi nobili e stimolanti che forse ricorderete mi sono lampeggiati nel cervello come un'ispirazione: Scozzesi, scozzesi, benvenuti nel vostro letto di sangue, o nella vittoria! «E come avrebbe fatto Wallace, così ho fatto io. Ricordo di essermi messo accuratamente in tasca la prima edizione di Calcutta, e mi sono calcato in testa il cilindro. La mia più grossa preoccupazione era fare in modo che i pistoleri del dottor Gable non varcassero quell'uscio del corridoio nel timore che fossero troppi per me, e se fossi riuscito a tenerli fuori, il capo sarebbe stato in mio potere. «Poi, sir Herbert, sono schizzato su. «Balzando in piedi ho spazzato via lo specchio dalla scrivania con un gesto del braccio... come ora spazzo nuovamente via la foto della vostra brava moglie che avete rimesso lì... Così! (Bang!) Non che, così facendo, sir Herbert, sperassi di ottenere un qualche risultato pratico, ma perché nella mia esaltazione mi sembrava necessario buttar giù qualcosa. In due salti sono arrivato alla porta prima che i giannizzeri del dottor Gable potessero entrare, ho sbattuto l'uscio in faccia al giovanotto con gli occhiali, ho girato la chiave nella serratura e con un gelido sorriso mi sono voltato per affrontare il dottor Gable con la mia pistola puntata all'altezza del suo cuore come avrebbe potuto fare Wallace. «Il dottor Gable dice: "Ehi, cosa significa questa storia?" «Una forza selvaggia sembrava spronarmi a pronunciare parole che non mi erano mai passate per la mente, sebbene conservassi una calma glaciale. «"Significa, dottor Gable, che il gioco è finito!" dico. "Sono l'ispettore Wallace Beery di Scotland Yard e vi arresto per tentato omicidio di Gregory Mannering! In alto le mani!" «L'animo umano è irrazionale. Perfino in quell'ora del pericolo, perfino con quella barba bianca che pendeva giù dalla mia faccia, e col cappello sulla testa in un'inclinazione assolutamente disadatta a un ecclesiastico, non potevo fare a meno di chiedermi... con un improvviso fremito d'orgoglio... cosa avrebbero pensato del loro pastore le signore della Società Assistenziale del martedì sera, se lo avessero visto in quel momento. E provavo una sensazione ancora più trionfante nel vedere l'espressione idiota che aveva pervaso la faccia del dottor Gable, i cui occhi parevano diventati
grossi come lenti di occhiali e che mi fissavano, al di sopra di quei baffoni bianchi, con una mescolanza di quelle che probabilmente erano paura e colpa. «Dice: "Ascoltate, amico mio, avete perso la bussola?". «"Queste trovate non vi serviranno a niente, dottor Gable" ribatto io, severamente. "Quando sarete rinchiuso in una cella, avrete modo di riflettere sul disegno provvidenziale che ha frustrato il vostro complotto. Fate un passo e dite una sola parola e vi faccio saltare le cervella!" «"Matto come un cavallo!" grida il dottor Gable agitando furiosamente il pugno. "Quella pistola è carica a salve, pezzo di cretino! Mettetela giù." «"Il vostro è un vecchio stratagemma, amico mio" gli rispondo io, sprezzantemente. "Un vecchissimo stratagemma. State lontano da quel telefono. Chiamerò Scotland Yard e farò intervenire un nugolo di agenti perché io sono l'isp..." «"Lo so cosa siete" dichiara il dottor Gable con una sconcertante malevolenza che supera ogni descrizione. "Siete un pazzo scappato dal manicomio, capitato qui non si sa come, ma non vi permetterò di rovinare il nostro splendido scherzo contro Gregory Mannering." «Ora, sebbene dovessi essere stato preparato alla sua reazione, dato che un incidente molto simile capita anche nel libro, l'am