Wilbur Smith COME IL MARE
Nick Berg è stato spodestato. Era presidente e azionista di una grande compagnia di navigazio...
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Wilbur Smith COME IL MARE
Nick Berg è stato spodestato. Era presidente e azionista di una grande compagnia di navigazione, tutti lo chiamavano «il Principe d'Oro». Ora Duncan Alexander gli ha portato via tutto: le navi, la moglie, il figlio. Gli rimane solo un rimorchiatore oceanico: il Warlock. Quando ne assume il comando, nel porto di Città del Capo, sa di avere di fronte a sé una sfida per la vita. E con lui lo sanno gli uomini della sua nave. Poi, dalle distese gelide dell'Antartide arriva l'invocazione di soccorso della Golden Adventurer, gioiello della flotta che Duncan gli ha sottratto: è alla deriva con seicento persone a bordo. Nick sa che è la grande occasione per rimontare la china. Vale qualsiasi rischio. L'eroico salvataggio in una tremenda burrasca tra i ghiacci gli restituisce tutto il suo potere, gli regala l'amore di Samantha, dà inizio all'ultima battaglia con Duncan che può concludersi solo con la distruzione di uno dei due avversari. Così, nel mondo di ghiaccio dell'Antartide, nel tuonare delle maree sudafricane, nella tremenda tensione di una corte di giustizia inglese, nell'imperversare di un uragano al largo della Florida, si svolge la lotta senza quartiere di Nick contro le forze della natura, contro il destino, contro gli intrighi dei potenti, contro la minaccia di una catastrofe ecologica, contro chi gli ha sottratto il figlio. Al suo fianco c'è Samantha, la giovane donna che ha ridato un senso alla sua vita. Wilbur Smith Come il mare Titolo originale: Hungry as the Sea Traduzione di: Jimmy Boraschi Copyright 1978 by Wilbur Smith by arrangement with William Heinemann, Ltd., London Longanesi & C., 1980 Edizione CDE spa - Milano su licenza della Longanesi & C. A mia moglie Danielle Nicholas Berg scese dal tassì sul molo illuminato dai riflettori e sostò a guardare il Warlock. Sollevato dalla marea, galleggiava alto presso la banchina, cosicché le gru che gli torreggiavano accanto non riuscivano a farlo apparire piccolo. Sebbene fosse stanco, confuso e indolenzito, Nicholas sentì rinascere un senso d'orgoglio e di soddisfazione. Il Warlock sembrava una nave da guerra, agile e spavalda, con l'alta prua svasata e la linea snella che le
permettevano di affrontare qualsiasi mare. Le sovrastrutture erano d'acciaio e di scintillante cristallo corazzato, dietro il quale le luci di bordo brillavano festose. Le alette della plancia, elegantemente ricurve, offrivano riparo agli uomini che dovevano lavorare sul ponte anche durante le burrasche e i fortunali. La seconda plancia dominava l'ampio ponte di poppa. Dal suo interno, un marinaio esperto poteva manovrare i grandi argani e i verricelli, prendere e guidare le gomene con i passacavi ad azione idraulica, portare in salvo una piattaforma per ricerche petrolifere spazzata dalle onde o un transatlantico in difficoltà. Le torri gemelle che si ergevano nel cielo notturno, dominando le altre strutture sostituivano il fumaiolo tozzo dei rimorchiatori di vecchio tipo, e l'aspetto da nave da guerra era completato dai cannoni antincendio sulle piattaforme superiori, che potevano rovesciare millecinquecento tonnellate di
acqua all'ora su una nave in fiamme. Dalle torri si potevano gettare passerelle di abbordaggio e in mezzo a esse erano dipinti i cerchi concentrici che contrassegnavano il minuscolo eliporto. Tutta la struttura, dallo scafo ai ponti, era a prova di fuoco, costruita per resistere nell'inferno di una petroliera in fiamme o nel rogo di un mercantile. Mentre si avviava verso la passerella, Nicholas Berg si sentì un po' meno stanco e un po' meno triste, benché avesse ancora il corpo indolenzito e le gambe rigide come quelle d'un vecchio. «Al diavolo», pensò. «L'ho costruita io. É bella e forte.» Erano già le undici, ma l'equipaggio del Warlock lo guardava da ogni possibile punto di osservazione. Perfino gli ingrassatori erano saliti dalla sala macchine non appena si era sparsa la voce, e adesso si aggiravano sul ponte di poppa cercando di non farsi notare. David Allen, il primo ufficiale, aveva mandato un marinaio presso il cancello del porto, con una fotografia di Nicholas Berg e una monetina per il telefono pubblico. Adesso tutta la nave era sul chi vive. David Allen si trovava con il direttore di macchina nell'aletta vetrata della plancia anteriore. Entrambi videro la figura solitaria che procedeva fra le ombre del molo con la valigia. «Eccolo.» La voce di David esprimeva un timore reverenziale. La zazzera di capelli schiariti dal sole gli dava l'aria di uno studentello. «Sembra un attore del cinema», sbuffò Vin Baker, il direttore di macchina, tirandosi su i pantaloni con i gomiti mentre gli occhiali gli scivolavano sul lungo naso. «Un fottuto attore del cinema.» «É stato il primo ufficiale di Jules Levoisin», osservò David, pronunciando il nome con il massimo rispetto. «Ha passato parecchio tempo sui rimorchiatori.» «Sì, quindici anni fa.» Vinny Baker lasciò andare i pantaloni per aggiustarsi gli occhiali. I pantaloni cominciarono subito una lenta ma inesorabile discesa. «Da allora è divenuto un damerino... e un armatore.» «Già», convenne David Allen, con una smorfia al pensiero di quelle due leggendarie creature, il comandante e l'armatore, riunite in un mostro solo. Un mostro che si accingeva a imboccare la passerella per salire a bordo del
Warlock. «Be', scendi e va' a baciarlo sul di dietro», borbottò Vinny, quindi lasciò la plancia. Nelle viscere del rimorchiatore c'era la sala macchine, il suo regno, dove né i comandanti né gli armatori potevano disturbarlo. Baker vi si rintanò. Rosso e ansante, David Allen giunse al boccaporto d'ingresso. Il nuovo comandante era già arrivato a metà della passerella. Mentre saliva a bordo, alzò la testa e guardò il primo ufficiale. Benché fosse di taglia appena superiore alla media, Nicholas Berg sembrava un gigante. Aveva spalle possenti, e i capelli corvini lasciavano scoperta una fronte priva di rughe. Il viso era angoloso, il naso leggermente aquilino, un'ombra di barba gli scuriva il mento pronunciato. Gli occhi, profondamente infossati, erano cerchiati da aloni bluastri. Pareva che fossero stati presi a pugni. Ma David Allen fu colpito soprattutto dal pallore. Il viso del comandante era esangue come se gli fosse stata recisa la carotide. Era il pallore di una malattia mortale o di uno sfinimento estremo, accentuato dal nero delle occhiaie. Non era il leggendario Principe d'Oro della Christy Marine che David si aspettava. Non era il viso che aveva visto sui giornali e sulle riviste di tutto il mondo. Restò senza parole per lo stupore, e Nicholas Berg si fermò, abbassando lo sguardo su di lui. «Allen?» chiese. La voce era sommessa e incolore, senza il minimo accento, ma con un timbro e una sonorità sorprendenti. «Signorsì. Benvenuto a bordo, signore.» Quando Nicholas Berg sorrise, ogni traccia di stanchezza e di malattia scomparve dal suo viso. La mano era liscia e fredda, ma la forza della stretta fece sussultare Allen.
«Le mostro il suo alloggio, signore.» Gli tolse di mano la valigia. «So dov'è», replicò Nick Berg. «Questa nave l'ho progettata io.» Si fermò al centro del salotto privato del comandante, sentendo il ponte inclinarsi sotto i piedi sebbene il Warlock fosse ormeggiato al molo. Gli tremavano i muscoli delle gambe. «Com'è andato il funerale?» chiese Nick. «É stato cremato, signore», rispose David. «Secondo la sua volontà. Ho disposto che le ceneri vengano inviate a Mary. Mary è sua moglie, signore», si affrettò a spiegare. «Sì, lo so», disse Nick Berg. «L'ho vista prima di lasciare Londra. Mac e io siamo stati compagni di bordo.» «Me l'aveva detto. Se ne vantava sempre.» «Avete portato via la sua roba?» chiese Nick, girando lo sguardo per la cabina. «Signorsì, l'abbiamo impaccata. Non c'è più niente qui.» «Era un brav'uomo.» Nick barcollò ancora e guardò con desiderio il divanetto. Ma si accostò all'oblò e fissò la banchina. «Com'è successo?» «Il mio rapporto...» «Me lo dica!» ingiunse Nicholas Berg.
«Il cavo di rimorchio è saltato, signore. Lui era sul ponte di poppa. Gli ha troncato la testa di netto.» Nick tacque un momento, pensando alla succinta descrizione della tragedia. Aveva già visto un cavo spezzarsi sotto la tensione. Quella volta aveva ucciso tre uomini. «Capisco.» Nick esitò. La stanchezza lo aveva illanguidito, e per un attimo fu tentato di spiegare perché aveva assunto personalmente il comando del Warlock, invece di mandare un altro al posto di Mac. Aveva bisogno di parlare con qualcuno, adesso che era prostrato nella mente e nel fisico. Vacillò ancora, ma si riprese e vinse la tentazione. In vita sua non aveva mai pianto sulla spalla del prossimo. «Capisco», ripeté. «La prego di scusarmi con gli ufficiali. Ultimamente ho dormito poco e il volo da Londra è stato massacrante, come al solito. Li vedrò domani mattina. Dica al cuoco di portarmi qui la cena.» Il cuoco era un omone con movenze da ballerino. Indossava un grembiule candido e ostentava un teatrale cappello a tubo. Nick Berg lo osservò mentre gli deponeva il vassoio accanto al gomito. I capelli erano legati con cura in una lucida coda di cavallo che gli cadeva sulla spalla destra, lasciando scoperto l'orecchio sinistro, al cui lobo brillava un piccolo orecchino di brillanti. Sollevò il tovagliolo dal vassoio con una manaccia pelosa da gorilla, ma la voce era melodiosa come quella di una fanciulla, e lunghe ciglia nere gli ombreggiavano le guance. «Una deliziosa minestrina e il pot-au-feu, una delle mie specialità. Si leccherà le dita», aggiunse indietreggiando. Guardò Nick Berg con le mani sui fianchi. «L'ho vista mentre saliva a bordo e ho capito subito di cosa ha bisogno.» Con un gesto da prestigiatore, cavò una bottiglietta di Pinch Haig dalla tasca del grembiule. «Ne beva un goccetto durante il pasto e poi fili subito a nanna, povero caro.» Nessun uomo aveva mai chiamato Nicholas Berg «caro» prima di allora, ma Nick aveva la lingua troppo torpida per replicare. Guardò il cuoco lasciare il salotto in uno svolazzar di grembiule e scintillio di orecchino, poi abbozzò un sorriso e scrollò la testa. «Accidenti, se ne ho bisogno», borbottò, andando a cercare un bicchiere. Lo riempì per tre quarti e sorseggiò il liquore mentre tornava a sedersi sul divanetto. Sollevò il coperchio della zuppiera. L'aroma che ne uscì gli fece venire l'acquolina in bocca. Il cibo caldo e il whisky risucchiarono le sue ultime energie. Nicholas Berg si tolse le scarpe ed entrò barcollando nella cabina. ^ Si svegliò pieno di rabbia. Erano quindici giorni che non si sentiva in collera, ciò che dava la misura del suo stato di prostrazione.
Ma quando si fu sbarbato, lo specchio gli rimandò l'immagine di un estraneo pallido e smunto. Le rughe che gli contornavano la bocca erano troppo profonde. La luce che penetrava dall'oblò gli cadde sulla tempia, e vide le striature argentee fra i capelli neri. Si avvicinò allo specchio. Era la prima volta che le notava; forse non aveva mai guardato bene, o forse erano nuove. «Quaranta», pensò. «In giugno avrò quarant'anni.»
Aveva sempre pensato che un uomo deve fare il colpo grosso prima dei quaranta, altrimenti non lo fa più. Era la sua regola. E lui era salito sulla cresta dell'onda prima dei trent'anni, l'aveva cavalcata con spavalda sicurezza fino a toccare il cielo, ma era scivolato prima dei quaranta per ritrovarsi in un calderone ribollente di spuma bianca. Era un uomo finito, dunque? Mentre si guardava allo specchio, Nick sentì la rabbia che lo pervadeva cambiar forma, divenire motivata e funzionale. Andò nello sgabuzzino della doccia e lasciò che gli aghi di acqua bollente gli pungessero il torace. Sotto la stanchezza e lo sconforto sentì, per la prima volta da varie settimane, la forza latente che temeva di avere perso. La sentì affiorare e pensò nuovamente di essere un vero figlio del mare: gli bastava calcare un ponte e respirare il salino. Uscì dalla doccia e si asciugò in fretta. Finalmente si trovava nel luogo giusto. Soltanto lì poteva riprendersi; aveva fatto bene a non mandare un altro comandante al posto di Mac. Doveva sostituirlo lui stesso. Aveva sempre saputo che, per cavalcare la cresta dell'onda, bisogna prima trovarsi nel luogo dove l'onda comincia a incresparsi. E adesso si trovava in quel luogo, ne era sicuro. Insieme con le forze, sentì rinascere in sé l'eccitazione di un tempo, l'antico spirito ribelle. Si vestì in fretta e salì sul ponte superiore, passando per la scaletta privata del comandante. Subito lo investì il vento, scompigliandogli i capelli, buttandoglieli sul viso. Soffiava a forza cinque da sudest, veniva dalla gran montagna con la cima piatta che dominava la città e il porto. Nick alzò lo sguardo e vide la nube bianca che i locali chiamano «tovaglia» avvilupparne la cima, turbinando lungo i contrafforti di roccia grigia. «Il Capo delle Tempeste», mormorò. Perfino le acque riparate del porto danzavano e s'impennavano in creste bianche che volavano via come sbuffi di vapore. La punta meridionale dell'Africa si protende in uno dei mari più pericolosi del globo. Là due oceani si scontrano davanti alle scogliere del Capo di Buona Speranza, per poi andare a rompere sui bassifondi delle Agulhas. Là, in un conflitto perenne, il vento si oppone alla corrente. Là nasce l'onda anomala, quella che i marinai chiamano «onda dei cent'anni» perché, secondo le statistiche, si forma solamente una volta ogni secolo. Ma sui banchi delle Agulhas è sempre in agguato, aspetta solo la giusta combinazione di venti e di correnti, aspetta che una sequenza di onde di riflusso la gonfi a trenta metri d'altezza in una muraglia scoscesa come le pareti rocciose della montagna stessa che le guarda. Nick aveva letto le testimonianze dei marinai scampati all'onda. A corto di parole, avevano descritto un immenso buco nel mare che risucchiava le navi. Quando il buco si chiudeva, la tremenda forza delle acque le seppelliva completamente. Forse la Waratah Castle era una delle navi cadute in quella voragine. Non si sarebbe mai saputo con certezza: una grande nave, con duecentoundici uomini di equipaggio era scomparsa in quei mari senza lasciare traccia. Eppure di là passa una delle rotte più battute del globo. Una processione di petroliere giganti arranca faticosamente davanti al Capo nell'interminabile spola fra il mondo occidentale e il Golfo Persico. Nonostante la mole, le superpetroliere sono forse i veicoli più vulnerabili mai costruiti dall'uomo. Giratosi, Nick ne vide una di là dalle acque, stracciate dal vento, del molo Duncan. Ne lesse il nome sulla poppa che si ergeva dal mare, alta come una
casa di cinque piani. Apparteneva alla Shell, dislocava 250.000 tonnellate a pieno carico e, priva di zavorra, mostrava ora gran parte della sua carena rugginosa. Era in corso di riparazione, mentre nella rada di Table Bay altri due mostri aspettavano pazientemente il loro turno di attraccare al moloospedale.
Così grande, pesante, vulnerabile... e preziosa. Involontariamente Nick si passò la lingua sulle labbra. Tra scafo e carico valeva almeno trenta milioni di dollari. Era una montagna di quattrini galleggiante. Ecco perché aveva dislocato il Warlock a Città del Capo, all'estremità meridionale dell'Africa. Sentì crescere le forze e l'impazienza. E va bene, era scivolato dall'onda. Non la cavalcava più. Si dibatteva nelle acque spumeggianti. Ma stava arrivando un'altra onda, lo sapeva. Aveva appena cominciato a incresparsi e lui aveva ancora le forze per prenderla, farsi portare in alto e cavalcarla. «L'ho già fatto e lo rifarò, maledizione», disse. Poi scese nella mensa. Quando fu entrato, per un lungo momento nessuno si accorse della sua presenza. Gli ufficiali si scambiavano commenti e congetture, e un brusio eccitato riempiva la sala. Il direttore di macchina leggeva ad alta voce una vecchia copia del Lloyd's List che teneva piegata sopra un piatto di uova fritte. Chissà dove l'aveva trovata. Gli occhiali gli erano scivolati sulla punta del naso, cosicché doveva inclinare la testa all'indietro per guardare attraverso le lenti. Il suo accento australiano vibrava come le corde di una chitarra. «'In una dichiarazione congiunta, il nuovo presidente e i membri del consiglio di amministrazione hanno reso omaggio a Nicholas Berg per i quindici anni di fedele servizio nella Christy Marine.'» I cinque ufficiali ascoltavano avidamente, ignorando la colazione. A un tratto David Allen scorse la figura sulla soglia. «Signor comandante!» esclamò. Balzò in piedi, strappò il giornale dalle mani di Vinny Baker e lo gettò su una sedia. «Mi permetta di presentarle gli ufficiali del Warlock.» Imbarazzati, i cinque ufficiali strinsero frettolosamente la mano al comandante e poi si concentrarono sulla colazione senza più parlare. Nel silenzio di tomba, Nick Berg prese posto a capotavola mentre David Allen si sedeva sul giornale spiegazzato. Il cameriere di bordo porse la lista delle vivande al nuovo capitano e tornò quasi subito con un piatto di frutta cotta. «Veramente ho ordinato uova sode», osservò gentilmente Nick. Una figura candida emerse dalla cambusa, con il cappello da cuoco sulle ventitré. «La stitichezza è la maledizione del marinaio, comandante. Io ho cura dei miei ufficiali. La frutta è squisita, le farà bene. Le preparo subito le sue uova, caro, ma prima mangi la frutta.» Svanì facendo scintillare l'orecchino. Nel silenzio atterrito, Nick fissò la porta della cambusa.
«É un cuoco eccezionale», balbettò infine David Allen con il viso in fiamme, mentre il Lloyd's List gli scricchiolava sotto il sedere. «Potrebbe trovare lavoro su qualsiasi nave di linea, il nostro Angel.» «Se dovesse lasciare il Warlock, metà degli uomini lo seguirebbe», borbottò il direttore di macchina, tirandosi su i pantaloni sotto il tavolo. «E io sarei con loro.» «É quasi un medico», continuò David Allen, rivolto al direttore di macchina. «Cinque anni alla facoltà di medicina di Edimburgo», convenne gravemente il direttore. «Ricordi come ha sistemato la gamba del terzo ufficiale? Sì, è proprio comodo avere un medico a bordo.» Nick prese il cucchiaio e assaggiò un boccone di frutta. Gli ufficiali lo scrutarono mentre masticava. Nick prese un'altra cucchiaiata. «Deve sentire le sue marmellate, signore.» Per la prima volta, David Allen si rivolgeva direttamente a Nick. «Roba da Cordon Bleu.» «Grazie per il consiglio», disse Nick. Il suo sorriso non si estese alla bocca, ma gli raggrinzì leggermente gli angoli degli occhi. «Però informate Angel che, se mi chiamerà ancora 'caro', gli calcherò il suo ridicolo cappello fin sotto le orecchie.»
Mentre gli altri ridevano di sollievo, Nick si rivolse a David Allen e lo fece nuovamente arrossire chiedendogli: «Credo che quella vecchia copia del List non le serva più, signor Allen. Me la darebbe un momento?» David si alzò con riluttanza e gli porse il giornale. Vi fu un altro silenzio carico di tensione, mentre Nick Berg sistemava le pagine spiegazzate e leggeva i vecchi titoli con viso impassibile. SPODESTATO IL PRINCIPE D'ORO DELLA CHRISTY MARINE Nicholas detestava quel soprannome. Il vecchio Arthur Christy aveva il vezzo di battezzare tutte le sue navi con il prefisso «Golden», d'oro; e dodici anni prima, quando Nick aveva coronato la sua folgorante carriera diventando il direttore della Christy Marine, un bello spirito gli aveva appioppato quell'etichetta. ALEXANDER NUOVO PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE DELLA CHRISTY MARINE Nicholas non aveva mai odiato nessuno così intensamente. Avevano lottato come due tori per il dominio sulla mandria, e la tattica di Duncan Alexander si era rivelata vincente. Una volta Arthur Christy aveva detto: «Oggigiorno la gente se ne infischia della lealtà e della correttezza. Conta soltanto aver successo e farla franca». Gli intrighi di Duncan avevano avuto successo e lui aveva trionfato. Come direttore generale, Nicholas Berg ha trasformato la Christy Marine da una flottiglia di piccolo cabotaggio in una delle più grandi società di navigazione esistenti. Dopo la morte di Arthur Christy, avvenuta nel 1968, Nicholas Berg gli è succeduto come presidente, dando nuovo impulso alla spettacolare espansione della compagnia. Attualmente la Christy Marine possiede undici fra navi mercantili e
petroliere, per un totale di duecentocinquantamila tonnellate di stazza lorda, mentre ha in costruzione la petroliera gigante Golden Dawn che dislocherà 1.000.000 di tonnellate. Sarà la più grande nave mai varata. Era, in sintesi, una vita di lavoro. Oltre un miliardo di dollari di navi, progettate, finanziate e costruite quasi completamente con l'energia, l'entusiasmo e la fede di Nicholas Berg. ^ Nicholas Berg aveva sposato Chantelle Christy, figlia unica di Arthur Christy. Nel settembre dell'anno scorso, i coniugi hanno però divorziato e l'ex signora Berg ha successivamente sposato Duncan Alexander, il nuovo presidente della Christy Marine. Nick sentì un vuoto allo stomaco, e gli balenò alla mente la vivida immagine della donna. Non voleva più pensare a lei, ma non riuscì a scacciare l'immagine. Era bella e fulgida come una fiamma; e, come una fiamma, non si poteva tenere. Quando fuggiva, portava via tutto. Avrebbe dovuto odiarla. Tutto, pensò ancora, la società, il lavoro di una vita e loro figlio. Al pensiero del ragazzo, quasi gli riuscì di odiarla. Il giornale gli tremò nella mano. Si sentì osservato dai cinque uomini, e si accorse con stupore di non aver tradito la minima emozione. Quando si partecipa per quindici anni a una delle più grandi partite a poker del mondo, l'impassibilità diventa una seconda natura. In una dichiarazione congiunta, il nuovo presidente e i membri del consiglio di amministrazione hanno reso omaggio... Duncan Alexander gli aveva pagato quel tributo per un solo motivo. Voleva le centomila azioni della Christy Marine in possesso di Nick Berg. Con quelle azioni non si poteva certamente esercitare un controllo sulla società: Chantelle ne possedeva un milione, e nel lascito di Arthur Christy ce n'era un altro milione. Ma per quanto insignificante, la quota di Nick gli permetteva di tenere un piede negli affari della società. Nick aveva pagato ogni azione di tasca sua; nessuno gli aveva mai regalato niente. Aveva approfittato di ogni opzione nel suo contratto, per le opzioni aveva rinunciato a stipendio e percentuali, e le centomila azioni erano giunte a valere tre milioni di
dollari: una magra ricompensa per la fatica che aveva procurato sessanta milioni di dollari alla famiglia Christy. Duncan Alexander aveva impiegato quasi un anno per mettere le mani sulle azioni. Lui e Nicholas avevano patteggiato con gelido odio. Si erano odiati fin dal primo giorno che Duncan era entrato nella sede della Christy in Leadenhall Street. Era venuto come ultimo enfant prodige del vecchio Arthur Christy: il mago della finanza, reduce dal trionfo come direttore amministrativo dell'International Electronics. L'odio era scoccato all'istante, profondo e reciproco, come una reazione chimica repressa a stento. Alla fine Duncan Alexander aveva vinto. Aveva conquistato tutto meno quelle azioni, e aveva trattato con forza irresistibile per ottenerle. Aveva trattato con pazienza e perizia, sfibrando il suo uomo nel corso di lunghi mesi. Aveva usato tutte le risorse della Christy Marine per bloccare e sconfiggere
Nicholas, costringendolo a cedere terreno, fiaccandolo, obbligandolo infine ad accettare una rischiosa transazione. In cambio delle azioni, Nick aveva rilevato la branca sussidiaria della Christy Marine, la Christy Tow and Salvage, capitale e debiti compresi. Si era sentito come un pugile tartassato per quindici riprese che si aggrappa disperatamente alle corde, con le gambe molli, accecato dal sudore e dal sangue, incapace di vedere da quale parte arriverà il prossimo pugno. Ma aveva resistito abbastanza a lungo. Aveva ottenuto la Christy Tow and Salvage. Se n'era andato con qualcosa che gli apparteneva completamente. Abbassò il giornale, e subito gli ufficiali si gettarono sulla colazione con un gran tintinnare di posate. «Manca un ufficiale», osservò Nick. «Oh, è soltanto Trog, signore.» «Trog?» «Il marconista, signore. Si chiama Speirs, ma tutti lo chiamano Troglodita.» «Vorrei che tutti gli ufficiali fossero presenti.» «Non esce mai dalla sua tana», spiegò Vinny Baker. «Non importa», disse Nick. «Gli parlerò più tardi.» Attesero, cinque giovani impazienti. Nemmeno Vin Baker riusciva a dissimulare completamente il suo interesse dietro gli occhiali e la spessa corteccia australiana. «Vorrei spiegarvi la nuova organizzazione della società. Il direttore di macchina è stato gentile a leggervi quell'articolo. Si vede che qualcuno non è stato capace di leggerselo da solo, un anno fa.» Nessuno parlò, ma Vin Baker giocherellò con il cucchiaio. «Dunque, sapete che non ho più niente a che fare con la Christy Marine. Ho rilevato la Christy Tow and Salvage. Diventerà una società autonoma e indipendente. Anche il nome sarà cambiato.» Nicholas aveva resistito alla vanità di chiamarla 'Berg Tow and Salvage'. «Diventerà la 'Ocean Tow and Salvage'.» L'aveva pagata cara, forse troppo. Aveva rinunciato ai suoi tre milioni di dollari in azioni Christy per Dio sa che cosa. Ma era giunto al limite della resistenza. «Abbiamo due rimorchiatori, il Golden Warlock e la sua unità gemella che fra poco sarà pronta per i collaudi in mare, il Golden Witch.» Sapeva esattamente quanto la compagnia doveva ancora pagare per i due rimorchiatori, aveva passato notti insonni pensando alle cifre. Sulla carta, il valore netto della società era di quattro milioni di dollari; e sulla carta, il suo affare con Duncan Alexander gli aveva fruttato un utile di un milione di dollari. Ma soltanto sulla carta, perché la società aveva debiti per quasi quattro milioni di dollari in più del suo valore. Se lui avesse interrotto il pagamento degli interessi sui debiti per un solo mese... Scacciò subito il pensiero, perché in un'asta pubblica la sua parte residua nella società non avrebbe avuto alcun valore. Sarebbe stato letteralmente spazzato via. «Saranno cambiati anche i nomi dei rimorchiatori. Diventeranno semplicemente Warlock e Sea Witch. D'ora in poi, nella Ocean, 'Golden' sarà considerata una parolaccia.»
I cinque diedero in una risata liberatoria. Nick sorrise a sua volta, poi tolse un sigaro dall'astuccio di coccodrillo e l'accese mentre gli altri tornavano seri. «Io comanderò questa nave finché il Sea Witch non sarà pronto a navigare. Non ci vorrà molto tempo, e allora ci sarà qualche promozione.» Mentre parlava, Nick toccò per superstizione il legno del tavolo. Da varie settimane i lavoratori portuali minacciavano uno sciopero. Il Sea Witch era quasi pronto, ma costava fior d'interessi, e un ritardo avrebbe potuto risultare fatale. «Ho un contratto per rimorchiare una piattaforma per ricerche petrolifere. Viene dall'Australia e va in Sud America. Ci darà tutto il tempo di prendere confidenza con la nave. Siete uomini da rimorchiatori. Quando arriverà il colpo grosso, lo capirete da soli. Gli avvertimenti saranno superflui.» Gli ufficiali si agitarono impazienti. Era bastata un'allusione al denaro del premio per entusiasmarli. «Capo?» Nick guardò il direttore di macchina, e Vin Baker sbuffò come se la domanda fosse un insulto. «Pronto per il mare», rispose, cercando di aggiustarsi simultaneamente i pantaloni e gli occhiali. «Signor Allen?» Nick guardò David. Non si era ancora abituato all'aria fanciullesca del primo ufficiale. Sapeva che comandava mercantili da dieci anni, che aveva poco più di trent'anni e che lo aveva scelto MacDonald, perciò doveva essere un buon elemento. Eppure il viso quasi imberbe sotto la zazzera di arruffati capelli biondi e la facilità ad arrossire lo facevano sembrare uno studente. «Sto ancora aspettando del materiale, comandante», rispose David. «Oggi dovrebbero arrivare le candele, ma non manca niente d'indispensabile. Possiamo salpare anche fra un'ora, se è necessario.» «Bene.» Nick si alzò. «Ispezionerò la nave alle nove in punto. Nel frattempo fate sloggiare le signore.» Durante la colazione, dagli alloggi dell'equipaggio era venuto un cicaleccio di voci femminili punteggiato da scrosci di risa. Nick lasciò la mensa e Vin Baker alzò la voce perché lui lo sentisse. Era una grottesca imitazione dell'accento in uso nella Marina britannica. «Alle nove in punto, ragazzi. E che tutto sia in ordine, chiaro?» Nick proseguì senza girarsi, con un lieve sorriso. Era una vecchia usanza australiana: punzecchiare e punzecchiare finché non succede qualcosa. Non c'era perfidia, era soltanto un mezzo per conoscere il prossimo. Dopo una buona scazzottatura, si restava definitivamente amici o nemici. Da parecchio tempo Nick non si trovava a contatto con quegli uomini rudi che odiavano i sotterfugi, e la novità gli riusciva stimolante. Forse era la medicina che gli serviva: il mare e la compagnia di veri uomini. Affrettò il passo, sentendosi euforico alla prospettiva del confronto. Salì la scaletta che conduceva in plancia, superando i gradini tre per volta. A un tratto la porta di fronte al suo alloggio fu socchiusa. Ne uscì un tanfo di pessimo sigaro e una testa che avrebbe potuto appartenere a un rettile preistorico, grigia, piena di rughe e solchi: sembrava la testa di una tartaruga o di un'iguana, con gli stessi occhietti neri e lucenti. La porta era quella della cabina radio, che si trovava a due passi dal salotto del comandante e comunicava direttamente con la plancia.
Nonostante le apparenze, la testa era umana; e Nick ricordò come Mac gli aveva descritto il radiotelegrafista. «É il bastardo più asociale con cui abbia mai navigato, ma è capace di ascoltare otto frequenze per volta, in chiaro e in morse, anche mentre dorme. É un figlio di puttana tetro come un funerale, ma probabilmente è il miglior radiotelegrafista di tutta la marina.» «Comandante», disse Trog con una vocetta petulante. «Comandante, ho un "a tutte le navi".» Nick sentì caldo alla base della spina dorsale e un formicolìo alla nuca. Non basta trovarsi nel luogo giusto, quando la grande onda s'increspa: bisogna anche saperla riconoscere fra centinaia d'altre.
«Coordinate?» chiese seccamente, percorrendo il corridoio verso la cabina radio. «72° 16' sud e 32° 12' ovest.» Ebbe un tuffo al cuore, mentre il calore gli risaliva lungo la spina dorsale. Le alte latitudini, là nelle distese immense e solitarie. Perfino nelle cifre c'era un che di sinistro. Cosa faceva una nave, laggiù? Era a sud ovest del Capo di Buona Speranza; ma molto, molto a sud, oltre le isole Gough e Bouvet, nel mare di Weddell. Nick seguì Trog nella cabina radio. Benché il mattino fosse ventoso e soleggiato, la cabina era scura come una caverna, con le spesse tende verdi accostate sugli oblò; unica sorgente di luce, i quadranti degli apparecchi, l'attrezzatura più sofisticata che la ricchezza della Christy Marine aveva potuto acquistare, centinaia di migliaia di dollari di magia elettronica. Ma il tanfo di sigaro dominava su tutto. Oltre la cabina radio c'era la cabina del marconista, con la cuccetta sfatta e un vassoio di piatti sporchi sul pavimento. Trog balzò sul seggiolino girevole e scostò con il gomito il bossolo di ottone che fungeva da portacenere, spargendo sulla mensola fiocchi di cenere grigia e vari mozziconi di sigaro ancora umidicci. Simile a uno gnomo rugoso, trafficò con le manopole. Vi fu una cacofonia di scariche statiche ed elettroniche, miste al pigolìo del morse. «La copia?» chiese Nick, e Trog gli porse un taccuino. Nick vi diede una rapida scorsa. «CTMZ. 0603 GMT. 72° 16' S. 32° 12' W. A tutte le navi in grado di prestare assistenza, prego identificarsi. CTMZ.» Non ebbe bisogno di consultare il manuale di radiotelegrafia per riconoscere il nominativo CTMZ. Con uno sforzo di volontà, ignorò la morsa che gli aveva attanagliato il petto. Gli sembrava di aver già vissuto quel momento. Era troppo bello. Ma si costrinse a diffidare del suo istinto, a pensare con la testa e non con le viscere. Sentì le voci degli ufficiali sulla plancia, voci sommesse ma venate di tensione. Avevano già lasciato la saletta. Cristo! pensò con ira. Come hanno fatto a saperlo? E così presto? Sembrava che la nave stessa gli si fosse svegliata sotto i piedi e vibrasse d'impazienza. La porta scivolò sulle guide scorrevoli e David Allen si stagliò nel vano.
Aveva una copia del Registro dei Lloyd's. «Comandante, CTMZ è il nominativo della Golden Adventurer. Ventiduemila tonnellate, registrato a Bermuda nel 1975. Società armatrice: Christy Marine.» «Grazie, signor Allen», disse Nick. Conosceva bene la nave. Ne aveva ordinato personalmente la costruzione prima che il traffico dei grandi transatlantici entrasse in crisi, e l'aveva adibita alla rotta Europa-Australia. Era costata ventidue milioni di dollari ed era una nave stupenda, con sovrastrutture alte e slanciate. Il lusso dei saloni la faceva rivaleggiare con la France o la United States, ma si era rivelata uno dei pochi calcoli sbagliati di Nick. Quando la gestione sulla rotta prevista si era rivelata infruttuosa, sia a causa dei costi in ascesa che della minor domanda, Nick aveva mutato la sua destinazione. Era così, con la fantasia, la flessibilità e l'improvvisazione, che aveva trasformato la Christy Marine in un colosso. Aveva lanciato la moda delle crociere d'avventura, e ribattezzato la nave Golden Adventurer. Ora portava ricchi passeggeri negli angoli più esotici e selvaggi del globo, dalle Galapagos all'Amazzonia, dalle isole del Pacifico all'Antartide, alla ricerca di nuove emozioni. Ai viaggi partecipavano come ospiti conferenzieri esperti delle varie regioni che la nave doveva visitare, e i passeggeri venivano portati a terra, a studiare i monoliti dell'isola di Pasqua o a osservare l'accoppiamento degli albatros nelle isole Falkland. Probabilmente era uno dei pochi transatlantici ancora redditizi, e adesso si trovava in difficoltà.
Nicholas si rivolse a Trog. «Ha già trasmesso qualche messaggio, prima dell"a tutte le navi"?» «Trasmette da mezzanotte nel codice della società. C'è stato un fitto scambio di comunicazioni. Per questo l'ho curato.» Alla luce fioca dei quadranti, l'ometto appariva verdognolo con i denti neri. Sembrava sbucato da un film dell'orrore. «Ha registrato?» gli chiese Nick. Trog avviò il registratore automatico, facendo ripetere ogni messaggio che la nave in difficoltà aveva inviato o ricevuto da mezzanotte in poi. I confusi messaggi in codice si riversarono nella cabina, mentre la striscia di carta veniva stampata con un ticchettio. Se Duncan Alexander avesse cambiato il codice della Christy Marine? si domandò Nick. Sarebbe stato un procedimento logico. Nessun marinaio si sarebbe stupito. Se si perde un uomo che conosce il codice, quest'ultimo va modificato. Ma Duncan Alexander non era un marinaio. Era un amministratore, un uomo d'affari. Pensava in termini di cifre, non di acciaio e di acqua salata. Se Duncan aveva cambiato il codice, non l'avrebbero mai decifrato. Nemmeno con il Decca. Nick stesso aveva ideato le basi del codice. Esprimeva l'alfabeto come una funzione matematica fondata su una variabile di sei cifre, cambiando il valore di ogni lettera in una progressione che era impossibile identificare. Nick lasciò l'oscurità pestilenziale della cabina radio, portando con sé le striscioline di carta.
La plancia del Warlock scintillava di vetro e acciaio, illuminata e funzionale come una sala operatoria. Il quadro dei comandi occupava tutta la larghezza della plancia, sotto le ampie finestre corazzate. Al posto della tradizionale barra del timone c'era una leva di acciaio, che si poteva manovrare anche a distanza per mezzo di un lungo cavo, cosicché il timoniere poteva dirigere la nave da ogni posizione. I quadranti e le spie digitali ragguagliavano istantaneamente il comandante sulle condizioni della nave: velocità rispetto al fondo a poppa e a prua, velocità attraverso l'acqua a poppa e a prua, direzione e forza del vento; inoltre gli fornivano ogni informazione tecnica su funzioni e disfunzioni. Nick aveva costruito la nave con il denaro della Christy Marine, senza badare a spese. Il retro della plancia fungeva da sala nautica, e il tavolo da carteggio la divideva in due parti. Contro le paratie erano allineati gli scaffali che reggevano i 106 grossi volumi blu del Portolano Mondiale e quasi altrettanti volumi di altre pubblicazioni marittime. Sotto il tavolo c'erano i cassetti multipli, ampi e piatti, contenenti le carte dell'Ammiragliato che descrivevano ogni angolo di acqua navigabile del globo. La batteria degli strumenti elettronici di navigazione era collocata contro la parete di fondo. Sembrava una fila di macchinette per il gioco d'azzardo in una sala di Las Vegas. Nick commutò il Decca in computer: le spie lampeggiarono, si spensero e si riaccesero rosse. Poi introdusse il numero chiave di sei cifre, un numero che variava secondo le fasi lunari e la data del messaggio. Il computer lo assimilò all'istante, e Nick introdusse l'ultima proporzione aritmetica a lui nota. Il Decca era pronto a decodificare e Nick gli sottopose il blocco dei messaggi in codice... aspettandosi che glielo restituisse con un borbottìo di protesta. Duncan aveva sicuramente modificato il codice. Guardò la strisciolina di carta. A Christy centrale da comandante Adventurer. 2216 GMT. 72° 16' S. 32° 05' W. Grave danno a mezzanave dritta causa ghiaccio sommerso. Chiuse paratie principali. Generatori ausiliari attivati durante ispezione danno. Passo. Così Duncan non aveva modificato il codice. Nick prese il portasigari di coccodrillo e accese il sottile cilindro nero con mano ferma. Sentì l'impulso di gridare, ma invece aspirò nei polmoni il fumo fragrante. «Rilevamento effettuato», annunciò David alle sue spalle. Aveva già segnato la posizione sulla grande carta dell'Antartico. La metamorfosi era completa: il primo ufficiale era divenuto un professionista serio e competente.
Nick diede un'occhiata alla carta, vide la linea frastagliata del ghiaccio sopra la posizione dell'Adventurer, vide il continente antartico protendere verso la nave i suoi spietati artigli di roccia e di ghiaccio. Il Decca decodificò la risposta al messaggio: A comandante Adventurer da Christy centrale. Ricevuto. Passo. Il messaggio successivo era stato inviato circa due ore dopo, ma il computer lo decodificò e stampò quasi senza interrompersi.
A Christy centrale da comandante Adventurer. 0005 GMT. 72° 18' S. 32° 05' W. Acqua bloccata. Riavviati generatori principali. Nuova rotta diretta verso Città del Capo. Velocità 8 nodi. Passo. Dave Allen fece un rapido calcolo con le parallele e il rapportatore. «Mentre aveva le macchine ferme, è andato alla deriva per trentaquattro miglia nautiche in direzione sud-sudest... Là c'è un inferno di venti e di correnti», disse. Gli altri ufficiali rimasero in silenzio. Sebbene nessuno di loro osasse accostarsi al comandante presso il Decca, avevano occupato in ordine di grado i migliori posti d'osservazione e ora seguivano il dramma della grande nave in difficoltà. Il messaggio successivo scaturì quasi subito dal computer, benché fosse stato trasmesso varie ore dopo. A Christy centrale da comandante Adventurer. 0546 GMT. 72° 16' S. 32° 12' W. Esplosione in zona allagata. Chiuse tutte paratie. Imbarchiamo acqua. Chiedo autorizzazione trasmettere 'a tutte le navi". Passo. A comandante Adventurer da Christy centrale. 0547 GMT. Autorizzazione accordata. Divieto contrattare rimorchio o recupero senza interpellare Christy centrale. Dare conferma. Duncan non aveva nemmeno aggiunto il solito «salvo in caso di pericolo per vite umane». Il motivo era evidente. La Christy Marine assicurava la maggior parte delle sue navi con una delle sue consociate, la London and European Insurance. Lo schema di autoassicurazione era stato una trovata dello stesso Duncan Alexander, poco dopo il suo arrivo alla Christy Marine. Nick Berg si era opposto tenacemente al progetto e adesso, forse, si sarebbe visto che aveva avuto ragione. «Rispondiamo?» chiese David Allen con calma. «Silenzio radio», rispose seccamente Nick. Si mise a passeggiare avanti e indietro per la plancia. Il rivestimento di sughero del ponte attutiva i suoi passi. «É questa la mia onda?» si chiedeva. La Golden Adventurer andava alla deriva fra i ghiacci oltre duemila miglia a sud di Città del Capo, e per superare una distanza simile il Warlock avrebbe impiegato cinque giorni e cinque notti. Se decideva di andare, nel frattempo la nave avrebbe potuto effettuare le riparazioni e ripartire con le sue macchine. E anche se l'avaria si fosse protratta, c'era il rischio che un altro rimorchiatore battesse il Warlock sul tempo. Così, era il momento di fare l'appello. Si fermò davanti alla cabina radio e disse a Trog: «Apra la linea del telex e trasmetta un messaggio a Bach Wackie alle Bermude: virgolette appello virgolette.» Si girò, congratulandosi con se stesso per la sua previdenza nell'installare il sistema ausiliario di telex via satellite. Gli permetteva di comunicare con il suo agente alle Bermude o con qualsiasi altra stazione telex senza che il messaggio fosse trasmesso sulle frequenze aperte, venendo magari captato da un concorrente o da un'altra parte interessata. I suoi messaggi rimbalzavano
nell'alta stratosfera, dove nessuno poteva intercettarli. Mentre aspettava, rifletté. Se fosse andato, avrebbe dovuto abbandonare la
piattaforma della Esso, e il denaro che avrebbe incassato per il rimorchio era indispensabile al suo bilancio. Senza le duecentoventimila sterline, non avrebbe potuto far fronte al pagamento trimestrale degli interessi, che scadeva fra sessanta giorni. A meno che, a meno che... Fece un rapido calcolo mentale, ma il rischio gli parve eccessivo, e poi i conti non tornavano. La Esso gli serviva. Cristo, se gli serviva! «Bach Wackie sta rispondendo», annunciò Trog, sovrastando il ticchettìo del ricevitore telex. Nick si girò di scatto. Aveva scelto Bach Wackie come agente a causa della sua nota efficienza. Sbirciò l'orologio, calcolando che alle Bermude erano le due del mattino; eppure la risposta alla sua domanda sulle posizioni dei maggiori concorrenti era arrivata in pochi minuti. Per comandante Warlock da Bach Wackie ultime posizioni riferite. John Ross in secca molo Durban. Woltema Wolteread rimorchio Esso in stretto Torres per Alaska... Così i due giganteschi rimorchiatori della Safmarine non gli avrebbero dato noia. Metà della concorrenza più pericolosa era fuori gioco. Wittezee rimorchio Shell da Galveston per Mare del Nord. Graotezee fermo Brest... Fuori anche i due olandesi. I nomi e le posizioni degli altri grossi rimorchiatori, ognuno dei quali rappresentava una minaccia per il Warlock, scaturirono rapidamente dall'apparecchio. Nicholas mordicchiava il sigaro socchiudendo gli occhi contro il fumo azzurrognolo, con un crescente senso di sollievo man mano che i rapporti situavano i concorrenti in acque lontane, da cui non avrebbero potuto raggiungere la nave in difficoltà. «La Mouette», Nick serrò i pugni quando il nome comparve sul foglio, «La Mouette lasciato rimorchio Brazgas Golfo San Jorge il 14, riferito in rotta Buenos Aires». Nick grugnì come se avesse ricevuto un colpo basso e si scostò dall'apparecchio. Andò sull'aletta aperta della plancia. Il vento gli fece svolazzare gli abiti e i capelli. La Mouette, il gabbiano. Un nome ridicolo per quello scafo nero e tozzo, dalle antiquate sovrastrutture e il tradizionale fumaiolo singolo. Nick chiuse gli occhi e gli parve di vederselo di fronte. Non aveva dubbi; Jules Levoisin era già in rotta per il sud a tutta forza, come un segugio sulla pista. Jules aveva lasciato il rimorchio nell'Atlantico meridionale tre giorni prima. Si era sicuramente rifornito a Comodoro. Nick conosceva bene le abitudini di Jules: non era contento se non aveva i serbatoi colmi. Gettò via il mozzicone del sigaro, e il vento lo portò lontano. Sapeva che, un anno e mezzo prima, La Mouette era stata raddobbata e munita di macchine nuove. Aveva letto un breve articolo sul Lloyd's List, con un senso di nostalgia. Ma nemmeno novemila cavalli potevano spingere quel tozzo scafo a più di diciotto nodi, Nick ne era sicuro. Però, anche se il Warlock era più veloce, La Mouette era più vicina all'obiettivo di almeno mille
miglia. Non c'era da stare allegri. E se La Mouette, dopo aver lasciato il rimorchio, si fosse diretta verso capo Horn, invece di risalire a nord nell'Atlantico? Se le cose stavano così, e con la fortuna di Jules Levoisin non c'era da dubitarne, allora La Mouette aveva parecchio vantaggio. «Chiunque, tranne Jules Levoisin», pensò. «Perché proprio lui? E perché proprio adesso, Dio santo? Adesso che sono così vulnerabile... fisicamente e finanziariamente? Oh, accidenti, perché?» Sentì che l'euforia e il benessere, da cui si era lasciato illudere quel mattino, gli scivolavano di dosso lasciandolo nudo e malato come prima. «Non sono ancora pronto», pensò. Non si era mai detto una cosa simile, in vita sua. Era sempre stato pronto per tutto. Ma non adesso, in un momento così delicato. All'improvviso fu pervaso dallo sgomento. Si sentiva vuoto. In lui non c'era più nulla, né l'energia, né la fiducia, né la determinazione. L'amarezza per la sconfitta inflittagli da Duncan Alexander, la disperazione per l'abbandono della donna che amava, lo avevano schiantato. Sentì la paura
trasformarsi in panico: l'onda era arrivata, finalmente, ma lui non aveva la forza di cavalcarla e gli sarebbe sfuggita. L'istinto gli disse che era l'ultima onda, non ne sarebbero arrivate altre. O adesso o mai più. Ma non poteva rischiare, non l'avrebbe mai spuntata contro Jules Levoisin, non poteva sfidare il suo ex comandante. Non poteva rifiutare il sicuro pagamento della Esso, non aveva il coraggio di rischiare tutto in un colpo solo. Aveva appena perso un colpo grosso... non poteva rischiare ancora. Non era pronto, non aveva la forza. Avrebbe voluto andare in cabina, stendersi sulla cuccetta e dormire, dormire. Si sentì cedere le ginocchia sotto il peso della disperazione, e desiderò l'oblio del sonno. Tornò nell'aletta coperta della plancia, al riparo del vento. Era finito, vinto, sconfitto. Mentre si avviava verso il rifugio della sua cabina, passò accanto al quadro dei comandi e si fermò involontariamente. Gli ufficiali lo guardarono in un silenzio carico di tensione. Allungò la destra e toccò il telegrafo di macchina, facendo scivolare l'indicatore dalla posizione di «fermo» a quella di «pronto». «Sala macchine», disse nel microfono una voce così calma e incolore che non gli parve la sua. «Avviare le macchine principali.» Da una distanza immensa, vide i visi degli ufficiali illuminarsi di perfida gioia. Sembravano pirati che pregustano il bottino. La strana voce continuò: «Signor Allen, chieda alla capitaneria di porto l'autorizzazione a salpare immediatamente. Timoniere, rotta per l'ultima posizione conosciuta della Golden Adventurer.» Con la coda dell'occhio, notò che David Allen sferrava un allegro pugno sulla spalla del terzo ufficiale prima di precipitarsi al radiotelefono. Sentì l'improvviso bisogno di vomitare, ma rimase rigido e immobile davanti al quadro dei comandi reprimendo l'ondata di nausea che lo aveva assalito, mentre gli ufficiali si disponevano ai posti di navigazione. «Plancia, parla il direttore di macchina», gracidò una voce metallica nell'altoparlante sopra la testa di Nick. «Macchine principali in funzione.»
Tacque un momento, poi manifestò la sua esultanza con la tipica espressione australiana: «Beauty!» ^ La prora svasata del Warlock era concepita per fendere i marosi e in quelle acque, a una latitudine inferiore a quaranta gradi, il rimorchiatore filava verso sud veloce, guizzante e lustro come una lontra. Non ostacolato da terre emerse, il ciclo delle grandi depressioni atmosferiche imperversa liberamente in quei mari, e le onde si gonfiano sino a divenire una successione di montagne d'acqua. Il Warlock le tagliava obliquamente, penetrando ogni cresta con uno scoppio candido che s'innalzava a prua come l'esplosione di un siluro. Verde e limpida, l'acqua si riversava sul ponte spazzandolo da prua a poppa mentre il rimorchiatore s'impennava per poi piombare a capofitto nella valle che gli si era spalancata davanti. Allora le sue eliche gemelle di bronzo emergevano dall'acqua ma la squassante vibrazione veniva subito controllata dal sofisticato meccanismo del passo variabile; poi il Warlock giungeva in fondo alla valle e le eliche mordevano nuovamente l'acqua, mentre i due diesel Mirrlees lo spingevano verso la parete della prossima onda. Ogni volta sembrava che non potesse rialzarsi in tempo per affrontare la montagna d'acqua. Il mare era nero sotto il cielo plumbeo. Nei Caraibi, Nick aveva visto molti uragani, ma mai un'acqua così minacciosa. Brillava come la colata di acciaio che si riversa dall'altoforno di una fonderia, e raffreddandosi diventa di un nero iridescente. Nelle profonde valli fra le creste non tirava il vento. Piombavano in una quiete innaturale, in un silenzio pauroso, che ingigantiva la minaccia dell'incombente parete d'acqua. Nel cavo dell'onda, il Warlock sbandava e s'impennava, arrampicandosi sulla parete in una salita che comprimeva le viscere e piegava le ginocchia. Mentre il rimorchiatore saliva il ponte s'inclinava all'indietro e una visione di nubi tumultuose riempiva le finestre anteriori della plancia.
Il vento stracciava la cresta dell'onda davanti al Warlock strappandone lembi di spuma e spiaccicandoli sui vetri corazzati. Poi il Warlock affondava nell'onda l'affilato muso di acciaio. Sussultava all'impatto, s'inclinava sulla cresta e piombava in caduta libera per ripetere il ciclo. Nick era incastrato nella poltroncina del comandante, nell'angolo della plancia. Sotto le spallate del mare, oscillava come un cammelliere e fumava i suoi sigari, girandosi continuamente verso ovest quasi si aspettasse di vedere da un momento all'altro lo sgraziato scafo nero della Mouette. Ma distava ancora un migliaio di miglia, lo sapeva. Filava lungo il lato opposto del triangolo che aveva per vertice il piroscafo in difficoltà. «Ammesso che stia arrivando», pensò Nick, ma si disse che non c'erano dubbi. La corsa della Mouette era frenetica come quella del Warlock... e altrettanto silenziosa. Jules Levoisin aveva insegnato a Nick il trucco del silenzio. Non usava la radio se non aveva il piroscafo a portata di radar. Poi comunicava: «Posso gettarvi un cavo fra due ore. Accettate il contratto standard dei Lloyd's?» Il comandante della nave in difficoltà, che già si credeva abbandonato senza soccorsi, avrebbe accettato con entusiasmo la promessa di salvataggio; e
quando La Mouette sarebbe comparsa all'orizzonte con le luci accese e le bandiere al vento in una delle teatrali esibizioni che erano la specialità di Jules, probabilmente il comandante avrebbe accettato il contratto standard dei Lloyd's... una decisione che sarebbe stata sicuramente rimpianta dagli armatori tra le pareti fredde e austere della corte arbitrale. Quando Nick aveva dato le direttive per il progetto del Warlock, aveva preteso che fosse bello quanto funzionale. Il comandante di una nave in difficoltà è quasi sempre in preda all'agitazione. Nel dubbio fra due rimorchiatori, può sceglierne uno in base al suo aspetto. Il Warlock era bellissimo: perfino nell'oceano cupo e corrucciato, era spavaldo come una nave da guerra. Il comandante della Golden Adventurer doveva assolutamente vederlo, prima di accordarsi con La Mouette. Nick era troppo impaziente per starsene inattivo nella poltroncina di tela. Valutò la distanza della prossima onda e, con sei o sette rapidi passi, attraversò la plancia approfittando della momentanea stabilità del Warlock nel cavo dell'onda. Si aggrappò alla ringhiera cromata che correva sopra il Decca. Batté sulla tastiera il numero di codice che avrebbe commutato la macchina in sistema elettronico di navigazione, coordinando le trasmissioni che giungevano dai satelliti in orbita sopra la terra. Per mezzo dei satelliti si poteva determinare la posizione esatta del Warlock sulla superficie del globo, con uno scarto massimo di venticinque metri. Nick immise la posizione della nave e il computer la confrontò con il rilevamento che Nick aveva chiesto quattro ore prima. Stampò rapidamente la distanza percorsa e la velocità del rimorchiatore. Accigliato, Nick si girò a guardare il timoniere. Nella furibonda corsa sul mare, un uomo esperto poteva tenere il Warlock sulla rotta meglio di qualsiasi marchingegno elettronico. Un uomo poteva prevedere ogni valle e ogni cresta, impedire alla nave di puggiare mettendosi di traverso alle onde, per poi scalciare quando saliva, sprecando tempo prezioso e allungando la rotta. Nick osservò l'opera del timoniere, valutando le onde che s'innalzavano davanti alla prora e controllando la rotta sul ripetitore della bussola. In dieci minuti capì che non c'erano sbandamenti: il Warlock procedeva diritto quanto glielo permettevano le condizioni del mare. La leva del telegrafo di macchina era tirata all'indietro sulla massima velocità di sicurezza, la rotta era buona, eppure il Warlock non guadagnava quei pochi nodi in più su cui Nick aveva contato decidendo di gareggiare con La Mouette. Aveva contato su ventotto nodi contro i diciotto del francese, ma non li aveva. Quando il Warlock salì sulla cresta successiva, Nick guardò involontariamente verso ovest. Attraverso i vetri solcati da rivoli d'acqua, in cui i tergicristalli aprivano due semicerchi trasparenti, vide soltanto una distesa di acqua nera. Non c'era traccia di navi. Si accostò bruscamente al citofono.
«Sala macchine, confermate che siamo al massimo del verde.» «Massimo del verde, comandante.» La voce indifferente del direttore di macchina sovrastò lo scroscio dell'onda che si riversava a bordo.
Il «massimo del verde» era la velocità massima di sicurezza raccomandata dai costruttori dei giganteschi diesel Mirrlees, alla quale le macchine sviluppavano una potenza assai superiore alla massima potenza economica, bruciando carburante a una rapidità prodigiosa. Nick stava spingendo il rimorchiatore alla massima velocità consentita senza sconfinare nella zona «rossa» di pericolo, oltre l'ottanta per cento della potenza totale, che in una navigazione prolungata avrebbe rovinato le macchine. Nick tornò alla sua poltroncina e vi cadde di schianto. Cavò il portasigari ma si fermò con l'accendino a mezz'aria. Aveva la bocca arida e la lingua impastata. Da quando avevano lasciato Città del Capo aveva fumato senza interruzione durante ogni minuto di veglia, e Dio sapeva se aveva dormito poco. Con un senso di ripugnanza, si passò la lingua nella cavità della bocca, poi fissò davanti a sé, chiedendosi come mai il Warlock andasse così adagio. Si raddrizzò di scatto, considerando un'ipotesi che gli accese un lampo d'ira negli occhi. Scivolò dalla poltroncina, fece un cenno al terzo ufficiale che era di turno e imboccò la porta in fondo alla plancia, entrando nel suo salotto. Era una manovra diversiva: non voleva che la sua visita sottocoperta fosse annunciata. Uscì subito dal suo alloggio per imboccare la scaletta che scendeva ai ponti inferiori. La vista della sala macchine era impressionante perfino per Nick, che aveva progettato il rimorchiatore e l'aveva visto costruire. I due motori diesel Mirrlees occupavano quasi tutta la caverna dipinta di bianco: c'era appena lo spazio per passare in mezzo. Ognuno era lungo come quattro Cadillac parcheggiate in fila, e infossato in un pozzo profondo come quattro Cadillac accatastate una sull'altra. I trentasei cilindri di ogni blocco erano coronati da una foresta semovente di valvole e di bielle. Ciascuno era un'enorme fabbrica di energia capace di sviluppare undicimila cavalli vapore. La consuetudine richiedeva che ogni visitatore, compreso il comandante, annunciasse il suo arrivo nella sala macchine al direttore. Ignorandola, Nick passò in silenzio oltre le porte scorrevoli di vetro, lasciando l'odore di olio bruciato della sala macchine per l'aria condizionata della sala di controllo. Era moderna e scintillante come la plancia del Warlock, completamente isolata da doppi vetri per escludere il frastuono dei diesel. Il quadro dei comandi correva sotto le finestre che davano sulla sala macchine, e tutti i dati sulle condizioni del rimorchiatore comparivano in cifre rosse e verdi alla semplice pressione del dito. Vin Baker stava confabulando con un elettricista. Entrambi erano inginocchiati davanti alle ante spalancate di un armadio d'acciaio che conteneva un groviglio di cavi colorati e di interruttori a transistor. Nick giunse al quadro dei comandi prima che il direttore di macchina avesse dipanato il suo lungo corpo e si fosse girato a fronteggiarlo. Quando Nick era realmente furibondo, stringeva le labbra in una linea sottile, e le sue sopracciglia nere parevano congiungersi sopra gli occhi verdi. «Mi ha raccontato una balla», accusò con una voce atona che non tradiva la sua ira. «Mi sta dando appena il settanta per cento della forza.» «Per me è il massimo del verde», ribatté Vin Baker. «Con un mare simile, non voglio forzare i motori all'ottanta per cento; si scasserebbe tutto.» In quel momento la poppa fu proiettata bruscamente verso l'alto, mentre il Warlock
scavalcava l'ennesima onda. La sala di controllo tremò per le vibrazioni delle eliche che roteavano pazzamente nell'aria prima di mordere ancora il mare. «Ha sentito? E vuole che dia altra potenza?» «Il rimorchiatore può sopportarla. É costruito apposta.» «Storie. Nessuno può forzare le macchine a lungo, in una burrasca così.» «Voglio tutta forza», insisté Nick, additando il ripetitore del telegrafo di macchina e la maniglia cromata, con cui il direttore poteva annullare la
quantità di potenza richiesta dalla plancia. «Me la dia quando le pare... purché lo faccia entro cinque secondi.» «Esca dalla mia sala macchine. Vada a giocare sulla plancia.» «E va bene.» Nick annuì. «Lo farò io.» Allungò la mano verso la leva. «Giù le mani dalle mie macchine», strepitò Vin Baker, raccogliendo una spranga di ferro dal ponte. «Se osa toccare le mie macchine le spacco i denti, merluzzo surgelato di un inglese.» Nonostante la sua collera, Nick batté le palpebre. L'insulto lo faceva ridere, se pensava alle emozioni e alle passioni che ribollivano in lui. Merluzzo surgelato, pensò. Mi vede così. «Stupido cacatua ubriaco di Bundaberg», disse con flemma afferrando la leva. «Avrò l'ottanta per cento, a costo di farti la pelle.» Vin Baker batté a sua volta le palpebre dietro gli occhiali. Non si era aspettato un insulto. Lasciò cadere la pesante spranga che rimbalzò sul ponte con fragore. «Non mi serve», dichiarò. Si ficcò gli occhiali nella tasca posteriore e si tirò su i calzoni. «Sarà più bello farla a pezzi con le mani.» Soltanto allora Nick notò la statura del capo macchinista. Nelle sue braccia guizzavano muscoli sodi, plasmati dal duro lavoro. I suoi pugni, quando li serrò, erano grossi come mazze. Si mise in guardia come un pugile, compensando il beccheggio della nave con agili flessioni delle gambe. Non appena Nicholas toccò la maniglia cromata, Baker sferrò un fulmineo montante. Nick ebbe appena il tempo di ritrarsi. Il pugno gli sfiorò il mento, graffiandogli la pelle vicino all'occhio, e lui passò al contrattacco, sparando un diretto sotto l'ascella di Baker. Colpì così forte che il cozzo dei suoi stessi denti gli rintronò nella testa. Il direttore di macchina sbuffò, ma replicò con un sinistro. Il pugno nodoso rimbalzò sulla spalla e colse Nick sulla tempia. Sebbene la botta fosse deviata, Nick ebbe l'impressione che gli fosse piombata una porta in testa. Una coltre nera gli calò sugli occhi. Cadde in avanti, aggrappandosi all'avversario per reggersi in piedi. Cinse il corpo solido e asciutto in una morsa mentre cercava di snebbiarsi la mente. Sentì il direttore di macchina spostare il proprio peso e fu stupito dalla sua forza. Dovette penare per trattenerlo. A un tratto capì cosa sarebbe successo. Sulla fronte di Baker c'erano piccoli lembi di tessuto cicatrizzato, seminascosti dai capelli color sabbia, e le cicatrici, sicuramente dovute ad altre zuffe, misero in guardia Nick. Vin Baker indietreggiò, simile a un cobra che si appresti all'attacco, poi chinò la testa e si slanciò avanti. Era il classico cozzo, diretto alla faccia di Nick. Se ci fosse arrivato, gli avrebbe spiaccicato il naso e spaccato i
denti. Ma Nick l'aveva previsto: abbassò la testa a sua volta, cosicché i crani si scontrarono, con un rumore simile a quello d'un grosso ramo che si spezzi. L'impatto ruppe la presa di Nick, ed entrambi rotolarono sul ponte instabile. Vin Baker ululava come un lupo ferito, stringendosi il cranio fra le mani. «Non vale, bastardo di un inglese», sbraitò. Si appoggiò a uno degli armadi di acciaio allineati contro la paratia di fronte. Atterriti, gli elettricisti si tuffarono sotto il cruscotto dei comandi, abbandonando gli attrezzi. Vin Baker rimase immobile per un momento, come per rimettere insieme il suo corpo allampanato. Poi, mentre il Warlock rollava con violenza, sfruttò l'inclinazione per caricare a testa bassa, risoluto a fracassare le costole dell'avversario. Nick si girò come un cow-boy alle prese con un vitello. Cinse il collo di Vin Baker con un braccio e lo accompagnò nella corsa, tenendogli giù la testa e accelerando mentre attraversavano la sala di controllo in tutta la sua lunghezza. Giunsero alla parete di vetri corazzati e la testa di Vin Baker vi urtò per prima, con dietro il peso d'entrambi i loro corpi. ^ Il capo macchinista rinvenne alla puntura dell'ago che Angel gli infilava in
un lembo di carne viva sul cranio. Rinvenne sferrando pugni come un ubriaco, ma il cuoco lo tenne giù con l'enorme braccio peloso. «Sta' calmo, caro.» Ritirò l'ago dalla pelle sanguinante e annodò il punto. «Dov'è? Dov'è il bastardo?» farfugliò il direttore di macchina. «É tutto finito, caruccio», lo informò gentilmente Angel. «E sei fortunato che ti abbia colpito sulla testa... altrimenti ti avrebbe fatto male.» Gli diede un altro punto. Il capo macchinista fece una smorfia, mentre Angel tirava il filo e lo annodava. «Ha cercato di scassarmi i motori. Gli ho dato una lezione, a quel bastardo.» «Lo hai fatto morire di paura», convenne Angel con dolcezza. «Adesso bevici su un goccio e non muoverti. Resta nella cuccetta per dodici ore. Più tardi verrò a rimboccarti le coperte.» «Io torno alle mie macchine», annunciò Vin Baker. Vuotò il bicchierino di liquore e fischiò al bruciore dell'alcool. Angel lo lasciò per accostarsi al telefono. Parlò rapidamente, mentre il capo macchinista scendeva dalla cuccetta. Nick Berg entrò nella cabina e fece un cenno d'assenso al cuoco. «Grazie, Angel.» Angel uscì dalla cabina e li lasciò a fronteggiarsi. Il capo macchinista scoprì i denti e ringhiò all'indirizzo di Nick. «Jules Levoisin avrà guadagnato almeno cinquecento miglia su noialtri, mentre lei giocava a fare la prima donna», osservò Nick con calma. La bocca di Vin Baker rimase aperta, sebbene non ne uscisse più nessun suono.
«Ho costruito questa nave perché corra veloce anche con il mare grosso. E adesso lei sta cercando di farci perdere i soldi del premio.» Nick girò sui tacchi e risalì la scaletta verso la plancia. Sprofondato nella poltroncina di tela, cominciò a tastarsi delicatamente la bozza purpurea sulla fronte. Gli sembrava di avere una fune strettamente annodata intorno alla testa. Era tentato di andare in cabina a prendere un antidolorifico, ma voleva essere presente quando sarebbe giunta la chiamata di Baker. Accese un altro sigaro. Sapeva di corda incatramata e bruciata. Lo gettò nella vaschetta di sabbia e in quel momento ronzò il citofono sopra la sua spalla. «Plancia, qui sala macchine.» «Mi dica, capo.» «Adesso siamo all'ottanta per cento.» Nick non rispose, ma sentì il cambiamento nelle vibrazioni delle macchine e la spinta più poderosa dello scafo. «Nessuno mi aveva detto che siamo in gara con La Mouette. Quel bastardo di un mangiarane non sarà il primo a gettare il cavo», dichiarò fieramente Vin Baker. Poiché il comandante rimase in silenzio, si sentì in dovere di aggiungere qualcosa. «Scommetto una sterlina contro una merda di canguro», lo sfidò, «che lei non sa che cos'è un cacatua e che non ha mai assaggiato il rum Bundaberg.» Nick si sorprese a sorridere, nonostante la feroce emicrania. «Be-au-ty!» disse, sillabando la parola e sforzandosi di non scoppiare in una risata. La voce di Dave Allen era contrita. «Mi rincresce di svegliarla, signor comandante, ma la Cold Adventurer sta trasmettendo.» «Vengo», borbottò Nick, gettando le gambe fuori della cuccetta. Era piombato nel sonno senza sogni dello sfinimento, ma in pochi secondi si snebbiò la mente. Era un'abitudine acquisita durante innumerevoli turni di guardia. Scacciò le ultime tracce di sonno stropicciandosi gli occhi, e si sentì sotto le dita la barba ispida mentre si dirigeva verso il bagno. In quaranta secondi si lavò il viso e si pettinò i capelli arruffati, decidendo con rammarico che non aveva il tempo di radersi.
Quando lasciò la cabina per andare in plancia, capì subito che la velocità del vento era aumentata. Calcolò che soffiava a forza sei, adesso: il rollìo del Warlock era più violento e disordinato. Oltre il tepore della plancia fiocamente illuminata, la furia dell'acqua e dei venti faceva della notte un gelido inferno ululante. Trog era ingobbito sui suoi apparecchi, grigio, rugoso e insonne. Quasi non si degnò di girarsi mentre porgeva a Nick il foglietto con il messaggio. «Comandante Golden Adventurer a Christy centrale», decodificò rapidamente il Decca, e Nick grugnì quando lesse il rapporto sulla nuova posizione. Qualcosa era drasticamente mutato nella situazione del piroscafo. «Macchine principali ancora fuori uso. Corrente verso est aumentata a sette nodi. Vento crescente forza sei da nordovest. Pericolo di ghiacci. Su quale assistenza posso contare?»
Nell'ultima frase c'era una nota di panico. Nick ne comprese il motivo quando vide la nuova posizione della nave sulla carta. «Va diritto a terra», borbottò David, lavorando veloce sulla carta. «L'azione combinata del vento e della corrente lo spinge verso terra.» Sfiorò con la punta del dito i minacciosi promontori frastagliati della Terra di Coats. «É a ottanta miglia dalla costa, adesso. A questa velocità di deriva s'incaglierà fra dieci ore.» «Sempre che prima non vada a sbattere contro un iceberg», osservò Nick. «A giudicare dall'ultimo messaggio del comandante, pare che siano già arrivati fra i ghiacci.» «Una prospettiva allegra», convenne David, raddrizzandosi. «Fra quanto tempo la raggiungeremo?» chiese Nick. «Fra una quarantina di ore, comandante.» David esitò, respingendo dalla fronte una ciocca di capelli biondo chiaro. «Se potessimo mantenere questa velocità. Ma dovremo ridurla, quando arriveremo ai ghiacci.» Nick si diresse verso la sua poltroncina di tela. Sentiva il bisogno di passeggiare avanti e indietro, di dar sfogo alle energie represse. Ma con un mare simile, ogni movimento risultava difficile e rischioso; così barcollò verso la poltroncina e vi si sprofondò, gli occhi fissi nella notte nera. Pensò alla drammatica situazione in cui si trovava il comandante dell'Adventurer. La sua nave era in grave pericolo, come le vite dell'equipaggio e dei passeggeri. Quante vite? Nick si spremette la memoria e cominciò a far calcoli. Fra equipaggio e ufficiali, il personale di bordo della Golden Adventurer assommava a 235 effettivi; poiché c'era posto per 375 passeggeri, in totale la nave poteva portare oltre seicento persone. «Be', signor comandante, in fin dei conti volevano l'avventura.» Sembrava che David Allen gli avesse letto nel pensiero. «Non si lamenteranno d'aver buttato via i soldi.» Nick lo guardò annuendo. «Devono esserci molte persone anziane. Una cabina per quella crociera costa una fortuna, e di solito solamente gli anziani sono così ricchi. Se la nave dovesse incagliarsi, ci scapperebbe qualche morto.» «Con tutto il rispetto, comandante.» David esitò, arrossendo per la prima volta da quand'erano partiti. «Se il capitano dell'Adventurer sapesse che i soccorsi sono in arrivo, forse eviterebbe di commettere imprudenze.» Nick rimase in silenzio. Il secondo aveva ragione, naturalmente. Era crudele lasciare che quella gente si credesse sola in mezzo ai terribili banchi di ghiaccio. Nel panico, il capitano dell'Adventurer poteva prendere una decisione avventata, mentre se avesse saputo che il soccorso era vicino avrebbe agito con più prudenza. «La temperatura esterna è di cinque gradi sotto zero. Con il vento che soffia a trenta miglia all'ora, è una combinazione micidiale. Se calano le scialuppe...» La voce di Trog, dalla cabina radio, interruppe David. «Gli armatori stanno rispondendo.» Fu un lungo messaggio, quello che la Christy Marine inviò al capitano. Conteneva le stesse rassicurazioni pietose che il medico dà a un malato di
cancro, ma soltanto una frase colpì Nick. «Facciamo il possibile per contattare rimorchiatori operanti in Atlantico meridionale.» David Allen lo guardava aspettando una decisione: la decisione giusta, umana - comunicare che erano a ottocento miglia e sarebbero presto arrivati. Nick balzò su dalla poltroncina e attraversò il ponte inclinato fino all'aletta di dritta della plancia. Aprì la porta e uscì nella burrasca. L'aria gelida gli mozzò il fiato; boccheggiò come se stesse annegando. Si sentì lacrimare gli occhi e la spuma gelata gli punse il viso con milioni di aghi. Inspirò con cautela, e le sue narici si dilatarono quando fiutò il ghiaccio. Era l'inconfondibile odore di muschio che aveva già sentito nei mari dell'Artico. Sembrava l'odore di un gigantesco mostro marino, e raggelava il marinaio fin nell'anima. Non poté resistere alla bufera per più di qualche secondo, ma quando rientrò nella calda intimità della plancia, la sua mente era tersa, i suoi pensieri scattanti. «Signor Allen, davanti a noi c'è il ghiaccio.» «Ho già ordinato i turni al radar, comandante.» «Benissimo», disse Nick, «ma ridurremo la potenza al cinquanta per cento». Esitò un attimo, poi aggiunse: «E manterremo il silenzio radio». Era una decisione difficile, e Nick vide l'espressione d'accusa negli occhi di David Allen prima di girarsi per ordinare la riduzione di potenza. Sentì l'insolito impulso di spiegargli il motivo. Non sapeva perché; forse gli occorreva la comprensione del secondo. Capì all'istante che era un sintomo della propria debolezza. Non aveva mai chiesto comprensione a nessuno, e si costrinse a non chiederla nemmeno adesso. La sua decisione di mantenere il silenzio radio era giustificata. Aveva a che fare con due ossi duri. Non poteva concedere nulla a Jules Levoisin: lo avrebbe costretto ad aprire i contatti radio per primo, quel vantaggio gli serviva. L'altro duro era Duncan Alexander, un uomo astioso, infido e vendicativo. Un tempo aveva tentato di distruggere Nick... e forse c'era riuscito. Nick doveva essere prudente, adesso, doveva scegliere con la massima cura il momento d'aprire le trattative con la Christy Marine e con l'uomo che lo aveva spodestato dalla presidenza. E al momento cruciale, avrebbe dovuto disporre di tutte le sue energie. Non poteva aprire i contatti se non si trovava in vantaggio. Jules Levoisin doveva essere costretto a dichiararsi per primo, decise Nick. L'incertezza avrebbe tormentato il capitano della Golden Adventurer un poco più a lungo. Nick si consolò dicendosi che ogni improvviso peggioramento nella situazione della nave, o la decisione del capitano di calare le scialuppe, sarebbe stata annunciata sulle frequenze aperte, dandogli modo d'intervenire. Nick avrebbe voluto consigliare a Trog di curare specialmente il canale 16 per la prima trasmissione della Mouette, ma si trattenne. Non dava mai ordini superflui. La testa grigia e grinzosa di Trog era avvolta in pestilenziali nubi di fumo, ma china sulla massa di apparecchi elettronici. Il marconista stava regolando una manopola con scrupolo quasi amoroso, i suoi occhietti erano vivaci e attenti come quelli di una testuggine marina.
Nick andò alla sua poltroncina e si sedette ad aspettare che la breve notte estiva dell'Antartico volgesse al termine. Fra i disturbi provocati dalla burrasca, lo schermo del radar mostrava strani capi e promontori, isole sconosciute, anomalie che non risultavano sulle carte dell'Ammiragliato. Fra le masse estranee brillavano miriadi di altri piccoli contatti, luminescenti come lucciole. Ognuno avrebbe potuto essere l'eco rimandata da un transatlantico in difficoltà... ma non lo era. Mentre il Warlock procedeva cautamente in quel mare incantato, l'alba, che non era mai stata lontana dall'orizzonte, s'imporporò, traendo barbagli iridescenti dagli iceberg. Davanti a loro, l'orizzonte era una crosta di ghiaccio. Alcuni blocchi, non più grandi di una tavola da biliardo, strisciavano sulla fiancata del Warlock
e poi ballonzolavano nella sua scia. Altri erano grandi come una casa, forme bizzarre e fantastiche di candido ghiaccio traforato che torreggiavano sopra il Warlock. «Il ghiaccio bianco è ghiaccio morbido», mormorò Nick a David Allen, ma si riprese subito. Era un discorso superfluo, un invito alla familiarità, e prima che Allen potesse rispondergli, Nick si girò verso il ripetitore radar. Studiò per un minuto buono le immagini del ghiaccio nello strumento, poi tornò a sedersi e fissò con impazienza davanti a sé. Il Warlock correva troppo, Nick lo sapeva; ma fidava nella vigilanza dei suoi ufficiali di coperta perché la corsa non risultasse fatale. Eppure la velocità non bastava a placare la sua impazienza. Un'altra linea di costa sovrastava l'orizzonte, una fila ininterrotta di pareti che riflettevano il sole con lampi di smeraldo e ametista, un tavolato di ghiaccio vagante largo quaranta miglia e alto sessanta metri. A mano a mano che si avvicinavano a quell'isola massiccia eppure diafana, aumentava la bellezza dei suoi colori. Le pareti erano squarciate da profonde insenature, spaccate in crepacci dalle cupe profondità di zaffiro che impallidivano in molteplici sfumature di verde. «Dio mio, che meraviglia», mormorò David Allen, con il tono reverente di un uomo inginocchiato in una cattedrale. Dalle creste delle pareti di ghiaccio sprizzavano lampi color rubino. Sopravvento, il mare montava e s'infrangeva contro le pareti, aggredendole con esplosioni di spuma bianca. Ma l'iceberg era saldo e immobile come una roccia, nonostante la furia delle onde. «É un riparo formidabile», osservò David Allen. «Là dietro si può navigare tranquillamente anche con il mare a forza dodici.» Sul lato sottovento, la montagna di ghiaccio proteggeva dalla burrasca le acque, che verdi e docili lambivano le misteriose pareti azzurre. Il Warlock si addentrò nella zona di calma, passando nello spazio di pochi metri dalla furia del mare alla tranquillità irreale di un laghetto alpino. Approfittando della calma, Angel servì vassoi con vol-au-vents croccanti e tazze di densa cioccolata. Fecero colazione alle tre del mattino, ammirando la pallida luce del sole e l'incredibile bellezza delle torri di ghiaccio. Gli ufficiali più giovani gridarono e risero quando cinque orche nere passarono così vicine che fu possibile scorgere, attraverso l'acqua cristallina, i
disegni bianchi ai lati della testa e le grandi bocche sogghignanti. I grossi mammiferi girarono intorno al rimorchiatore, poi si tuffarono sotto lo scafo per emergere dall'altra parte, fendendo l'acqua con le pinne dorsali mentre soffiavano con gli sfiatatoi al sommo della testa. Scomparvero dopo avere impestato il ponte con il fetore del loro alito. Il Warlock proseguì al riparo del ghiaccio come un battello di gitanti domenicali. Nicholas Berg non partecipò all'allegria generale. Sbocconcellò uno dei deliziosi vol-au-vents di Angel ripieni di carne e sugo, ma non lo finì. Il suo stomaco era troppo contratto. Si accorse di essere seccato dall'euforia dei suoi ufficiali. L'ilarità lo offendeva, adesso che tutta la sua vita era in precario equilibrio. Fu tentato di riprenderli con un'osservazione brusca, sapendo di poterli annichilire all'istante. Ascoltò gli schiamazzi e si sentì tanto vecchio da poter essere loro padre, nonostante la piccola differenza d'età. Lo irritava che riuscissero a ridere quando la posta in gioco era così alta: seicento vite umane, una grande nave, decine di milioni di dollari, il suo futuro. Probabilmente non avrebbero mai saputo che cosa significa giocarsi una vita di lavoro a testa o croce; ma all'improvviso, inspiegabilmente, li invidiò. Non riuscì a comprendere il suo sentimento. Non capì per quale motivo, di punto in bianco, desiderasse ridere con loro, dividere il cameratismo del momento, sentirsi per un breve istante libero dalla tensione. Erano quindici anni che non si permetteva neanche una così piccola vacanza. Non l'aveva mai voluta, del resto. Scattò in piedi e la plancia si fece immediatamente silenziosa. Tutti gli ufficiali si concentrarono sulle proprie mansioni, nessuno lo guardò mentre attraversava lentamente la plancia. Non aveva dovuto parlare, per raggelare
l'ambiente. Nick provò un senso di colpa. Era troppo facile, troppo scontato. Si riprese. Scacciò la debolezza, strinse i denti, chiamò a raccolta tutte le sue risorse per affrontare l'impresa che lo attendeva e si fermò davanti alla porta della cabina radio. Trog alzò la testa dai suoi apparecchi e si scambiarono un'occhiata d'intesa. Erano due uomini assorti nel loro compito, senza tempo per le frivolezze. Nick fece un cenno d'assenso e proseguì a passi misurati; ma quando si fermò davanti alle finestre laterali della plancia e guardò la stupenda parete di ghiaccio, fu nuovamente assalito dal dubbio. Quanto aveva sacrificato per conquistare ciò che possedeva? A quante gioie aveva rinunciato per seguire la strada della sfida? Quanta bellezza aveva trascurato nella sua fretta, quanto amore, quanta amicizia? Pensò con una stretta al cuore alla donna che era stata sua moglie, e che lo aveva abbandonato portandosi via loro figlio. Perché se n'erano andati? E che cosa gli avevano lasciato... dopo tutte le sue fatiche? Alle sue spalle, la radio gracchiò e ronzò mentre il fascio d'onde invadeva il canale 16. Poi il ronzio si fece più forte, mentre una voce umana giungeva attraverso l'etere. «Mayday. Mayday. Mayday. Qui la Golden Adventurer.» Nick si girò di scatto e corse nella cabina radio, mentre la calma voce maschile dava le coordinate della nave. «Siamo in imminente pericolo di urtare. Ci accingiamo ad abbandonare la
nave. Ci sono navi in grado di prestarci assistenza? Ripeto, ci sono navi in grado di prestarci assistenza?» «Dio santo.» La voce di David Allen era roca per l'ansia. «Sono in balia della corrente, stanno andando diritto contro capo Alarm a nove nodi. Si trovano a sole cinquanta miglia dalla costa e noi siamo ancora a duecentoventi miglia da loro.» «E La Mouette dov'è?» ringhiò Nick Berg. «Dove diavolo è?» «Dobbiamo aprire il contatto, comandante.» David Allen alzò lo sguardo dalla carta. «Non possiamo lasciarli scendere nelle scialuppe con questo tempo. Sarebbe un omicidio.» «Grazie, primo», disse pacatamente Nick. «Il suo consiglio è sempre gradito.» David avvampò, ma il suo rossore era di collera e non d'imbarazzo. Nonostante la tensione del momento, Nick se ne accorse e corresse la propria opinione sul primo ufficiale. Aveva fegato, oltre che cervello. E aveva ragione, naturalmente. C'era soltanto una cosa da considerare, adesso: la salvezza delle vite umane. Nick guardò la cima della parete di ghiaccio e vide la bassa nube che vi s'impigliava turbinando nel vento, riversandosi oltre l'orlo come latte bollente che trabocchi da un'enorme casseruola. Doveva aprire il contatto. La Mouette aveva vinto la gara del silenzio. Fissò la nube e pensò al messaggio da inviare. Doveva rassicurare il capitano, convincerlo a rimandare la decisione di abbandonare la nave e a dare al Warlock il tempo di avvicinarsi, forse anche di raggiungere la nave prima che urtasse contro capo Alarm. Il silenzio della plancia era accentuato dall'assenza del vento. Tutti lo guardavano, ora, aspettando la sua decisione. Nel silenzio, l'onda del canale 16 ronzò e pulsò. All'improvviso una voce dal marcato accento francese si riversò nella plancia. Una voce pastosa e vibrante che Nick ricordava bene, anche dopo tanti anni. «Capitano della Golden Adventurer, parla il comandante del rimorchiatore La Mouette. Sto accorrendo in vostro aiuto a tutta forza. Accettate il contratto standard dei Lloyd's niente recupero, niente pagamento?» Nick si sforzò di non tradire l'emozione, ma il cuore prese a martellargli contro le costole. Jules Levoisin aveva rotto il silenzio radio. «Rilevi la posizione che ha riferito», disse con calma. «Accidenti! É in vantaggio.» David Allen appariva costernato, mentre segnava sulla carta la posizione riferita da La Mouette. «Ci precede di cento miglia.» «No.» Nick scosse la testa. «Racconta balle.»
«Come ha detto, signor comandante?» «Mente. Come al solito.» Nick accese un sigaro, aspirò qualche boccata e si rivolse al marconista. «Hanno comunicato la rotta?» Trog alzò lo sguardo dal radiogoniometro su cui rilevava le trasmissioni de La Mouette. «Ho soltanto una coordinata, ci manca il...» Nick lo interruppe. «Come punto, useremo la rotta più breve dal golfo San Jorge.» Si rivolse
ancora a David Allen. «Faccia il rilevamento.» «C'è una differenza di oltre trecento miglia marine.» «Sì.» Nick annuì. «Quel vecchio pirata si guarda bene dallo strombazzare la sua vera posizione a mezzo mondo. Siamo noi in vantaggio, e filiamo a cinque nodi in più. Getteremo il cavo alla Golden Adventurer prima ancora che lui arrivi in contatto radar.» «Adesso aprirà il contatto con Christy centrale, comandante?» «No, signor Allen.» «Se non trattiamo subito, si accorderanno con La Mouette.» «Non credo», ribatté Nick. Fu tentato di aggiungere: «Duncan Alexander non accetterà il contratto standard dei Lloyd's, dal momento che l'assicuratore è lui stesso e la sua nave sta ancora a galla. Si batterà per il noleggio a giornata più la percentuale, ma Jules Levoisin non accetterà queste condizioni. Terrà duro per il colpo grosso. Non si accorderanno finché le due navi non saranno a contatto visuale; ma allora io avrò già preso l'Adventurer a rimorchio, e poi lotterò contro quel bastardo nella corte arbitrale per il venticinque per cento del suo valore...» Ma non lo disse. «Avanti così, signor Allen», si limitò a dire, e lasciò la plancia. Entrò nel suo salotto e si addossò alla porta chiudendo gli occhi. Era stata questione di secondi. Per poco non si era dichiarato regalando quel vantaggio alla Mouette. Venne dalla plancia la voce di David Allen. «Hai visto? É fatto di pietra. Avrebbe lasciato che quei poveretti scendessero nelle scialuppe. Scommetto che piscia acqua ghiacciata.» La voce arrivava attutita, ma Nick capì che all'ira si mescolava il rispetto. Tenne gli occhi chiusi per un momento, poi si scostò dalla porta. Avrebbe voluto cominciare subito. La tensione dell'attesa lo snervava. «Dio mio, fa' che arriviamo in tempo.» Non sapeva se pregava per le vite umane o per il premio di recupero. ^ Il capitano Basil Reilly, comandante della Golden Adventurer, era un uomo alto, con una costituzione asciutta e nervosa che prometteva ingenti riserve di energia. Nel viso abbronzato, con macchie più scure dovute a una malattia della pelle, i folti baffi erano argentei come la pelliccia di una volpe delle nevi, gli occhi calmi e penetranti dentro a un fine reticolo di rughe. Si trovava nell'aletta sopravvento della plancia e guardava le enormi onde nere avventarsi contro la sua nave inerme. Le riceveva sulla fiancata, adesso. A ogni mazzata, lo scafo rollava con un moto torpido. Le onde si rovesciavano sopra le ringhiere, spazzando i ponti da un capo all'altro, per poi defluire fuori bordo in una cascata bianca che si rompeva in schiuma e pulviscolo. Reilly si aggiustò il giubbotto salvagente, accomodandosi la ruvida tela sulle spalle mentre controllava la posizione per l'ennesima volta. La Golden Adventurer aveva urtato il ghiaccio durante il turno di guardia dalle otto a mezzanotte, tradizionalmente riservato agli ufficiali più giovani. L'impatto era stato quasi impercettibile, ma aveva ugualmente svegliato il capitano: un lieve sussulto che lo aveva riempito di sgomento. Il ghiaccio era un growler, il più pericoloso che si potesse incontrare. É facile evitare i grandi iceberg, che si ergono alti e solidi a riflettere il fascio d'onde del radar. Ma il ghiaccio basso che galleggia a fior d'acqua,
con la grande mole quasi completamente celata dalla turbolenza dei flutti, è insidioso come una tigre in agguato. Il growler si rivela soltanto nella profondità di un cavo d'onda o nel
vortice di un gorgo, come un gigantesco mostro marino in attesa della preda. Di notte può sfuggire all'occhio più esperto. Il moto ondoso erode la massa del growler, trasformandolo in una lama orizzontale che pesca però sott'acqua per settanta o cento metri. Con il terzo ufficiale di guardia, procedendo alla velocità di appena dodici nodi, la Golden Adventurer aveva strisciato contro uno di quei mostri; e sebbene quasi nessuno a bordo si fosse accorto dell'urto, il ghiaccio aveva squarciato la nave come un coltello che sventri un'aringa. Era il classico danno del Titanic, una falla lunga tre metri e mezzo, tre metri sotto la linea di galleggiamento. L'acqua aveva invaso due compartimenti stagni, uno dei quali era la sala macchine. I compartimenti avevano contenuto facilmente l'acqua fino al momento dell'esplosione seguita al corto circuito, e da allora il capitano aveva lottato per tenere la nave a galla. Passo per passo, battendosi strenuamente, aveva dovuto cedere al mare. Tutte le pompe di sentina erano ancora in funzione, ma il livello dell'acqua continuava a salire. Tre giorni prima aveva fatto sloggiare i passeggeri dal ponte principale e ordinato di chiudere ogni paratia stagna. Adesso l'equipaggio e i passeggeri erano sistemati nei saloni e nelle sale per fumatori, in condizioni di sovraffollamento e di sudiciume, che avevano trasformato la lussuosa nave in qualcosa di simile a una città assediata. Gli ricordava le stazioni della metropolitana di Londra trasformate in rifugi durante i bombardamenti. Non avrebbe mai dimenticato la notte che vi aveva passato nel corso di una licenza. A bordo, ora, c'era la stessa atmosfera. La situazione sanitaria era tragica. Quattordici gabinetti per seicento persone, di cui molte afflitte dal mal di mare e dalla diarrea. Non c'erano bagni né docce, e mancava la corrente elettrica per scaldare l'acqua dei lavabi. I generatori d'emergenza producevano appena l'energia sufficiente per azionare le pompe, fornire un minimo d'illuminazione e alimentare gli strumenti di comunicazione e di navigazione. Nella nave non c'era riscaldamento e la temperatura esterna era scesa a venti sotto zero. Negli ampi saloni, il freddo era brutale. I passeggeri erano infagottati nelle pellicce e nei giubbotti salvagente, sotto cumuli di coperte. Per cucinare, venivano usati i fornelletti a gas normalmente impiegati nelle escursioni a terra. Non c'erano forni né griglie, e quasi tutto il cibo veniva consumato direttamente dalle scatole, freddo e congelato. Soltanto le zuppe e le bevande fumavano nell'aria gelida, come il fiato della moltitudine disperata. L'urto contro il ghiaccio aveva danneggiato gli impianti di dissalazione, e la riserva d'acqua potabile si andava esaurendo; perfino le bevande calde venivano razionate. Di 360 passeggeri paganti, soltanto quarantotto avevano meno di cinquant'anni, eppure il morale era straordinariamente alto. Uomini e donne che, prima dell'incidente, si lamentavano per un vestito non perfettamente
stirato o per un vino troppo freddo, ora accettavano una tazza di brodo come se fosse un Chateau Margaux d'annata; ridevano e chiacchieravano nel gelo, mortificando con il loro coraggio i pochi che si sarebbero lamentati. Erano un insolito campione d'umanità; uomini e donne di elevata condizione sociale venuti in quel remoto angolo del mondo in cerca di nuove esperienze, disposti all'avventura, e perfino al pericolo, tanto che quel diversivo «tutto compreso» era quasi il benvenuto. Eppure, mentre vigilava in plancia, il comandante non si illudeva sulla gravità della situazione. Attraverso il finestrino gocciolante guardò una squadra di lavoro, diretta dal primo ufficiale, affannarsi eroicamente a prua. Quattro uomini con tute impermeabili di plastica gialla e stivali, investiti dalle onde gelide, lavoravano con torpidi movimenti di automi. Cercavano di filare un'ancora galleggiante per tenere la nave con la prua rivolta contro le onde, in modo da aumentarne la stabilità e forse rallentare la deriva verso gli scogli della costa. Due volte, nei giorni precedenti, le onde, il vento e il peso morto della nave avevano strappato le ancore. Tre ore prima, aveva richiamato i suoi ufficiali di macchina da
sottocoperta, dal momento che difficilmente sarebbero riusciti a riparare le macchine principali e là sotto il rischio era troppo grande. Si era arreso al mare e adesso si accingeva a compiere l'ultimo passo: abbandonare la nave e condurre seicento esseri umani dallo scafo ormai condannato alle impervie sponde del capo Alarm, dove li attendevano pericoli e stenti anche maggiori. Capo Alarm è una delle poche lingue di roccia nera che spuntano da sotto la bianca cappa antartica. Libero dal ghiaccio, rintrona come un'incudine sotto il martellìo perenne delle onde e del vento. Il promontorio si allunga per quasi cinquanta miglia nell'estremità orientale del mare di Weddell; nel punto più largo misura quasi cinquanta miglia e termina in una biforcazione che forma una baia piccola ma riparata. Questa prende nome dall'esploratore polare Sir Ernest Shackleton. La baia di Shackleton, con le sue spiagge scoscese di ciottoli neri e rossicci, ospita una folta colonia di pinguini. Perciò la Golden Adventurer vi faceva regolarmente scalo. In ogni crociera, la nave gettava l'ancora nelle acque calme della baia, mentre i passeggeri sbarcavano per osservare e fotografare l'accoppiamento degli uccelli e le formazioni geologiche scolpite dagli elementi in forme fantastiche e bizzarre. Solo dieci giorni prima, la Golden Adventurer era salpata dalla baia di Shackleton per addentrarsi nel mare di Weddell. Il tempo era mite, con appena un po' di maretta e un sole fulgido. Ora, in una burrasca forza sette, con quasi venti gradi di meno e in balìa delle correnti, la nave veniva ricacciata verso la spiaggia rocciosa. Il capitano Reilly non aveva dubbi: sarebbero andati a incagliarsi presso il capo Alarm; con un vento e un mare simili non c'era modo di evitarlo. A meno che il rimorchiatore francese non fosse arrivato prima. La Mouette avrebbe già dovuto essere in contatto radar, se la posizione riferita dal rimorchiatore era corretta. Una ruga solcò la fronte bruna di Basil Reilly, mentre il suo sguardo si rannuvolava. «Un altro messaggio dalla direzione, signor comandante.» Il primo ufficiale gli era venuto accanto. Il giovane sembrava un
orsacchiotto, infagottato com'era in pesanti maglioni di lana sotto il giaccone blu. Le severe disposizioni di Basil Reilly riguardo all'abbigliamento erano state abbandonate da un pezzo, e il loro fiato fumava nell'aria gelida della plancia. «Benissimo.» Reilly sbirciò il foglietto. «Lo ritrasmetta al comandante del rimorchiatore.» Dalla sua voce traspariva lo sdegno per quel mercanteggiamento fra armatori e salvatori, mentre una grande nave e seicento vite erano in pericolo nel mare. Sapeva ciò che avrebbe fatto, se il rimorchiatore fosse arrivato prima che la Golden Adventurer urtasse gli spuntoni di roccia. Avrebbe trascurato gli ordini dell'armatore ed esercitato i suoi diritti di comandante, accettando immediatamente l'offerta di assistenza alle condizioni del contratto standard dei Lloyd's. «Ma che arrivi presto», mormorò fra sé. «Dio mio, fa' che arrivi presto.» Alzato il binocolo, perlustrò lentamente l'orizzonte frastagliato dalle onde nere. Si fermò con un tuffo al cuore vedendo ammiccare qualcosa di bianco; ma poi, con un sospiro, capì che era soltanto il riflesso del sole sul pinnacolo di un iceberg. Abbassò il binocolo e andò sul lato sottovento della plancia; il binocolo non gli occorreva più, adesso. Il capo Alarm si profilava nero e minaccioso sotto il cielo grigio. Le sue creste e le valli biancheggiavano di ghiaccio e neve gelata. Il mare si avventava contro l'erta sponda e balzava in esplosioni candide. «Sedici miglia, signor comandante», disse il primo ufficiale. «Sembra che la corrente ci spinga leggermente verso nord.» Rimasero entrambi in silenzio, mentre si bilanciavano nel violento rollio del ponte. Poi l'ufficiale domandò con amarezza: «Dov'è quel maledetto mangiarane?» Guardarono la notte antartica che cominciava ad avvolgere la sponda
sottovento in un sudario grigio e viola chiazzato di bianco. ^ Era molto giovane, venticinque anni al massimo, e nemmeno gli strati di pesanti indumenti con sopra un giaccone da uomo riuscivano a dissimulare la snellezza del suo corpo, l'eleganza delle membra affusolate, dei muscoli tonificati dall'attività fisica. Sopra il collo lungo e sottile la testa sembrava un girasole dorato; i capelli, schiariti dal sole in striature color platino, argento e rame, erano raccolti in una treccia grossa come il polso di un uomo, fissata alla bell'e meglio al sommo della testa; ma alcune ciocche le sfuggivano sulla fronte solleticandole il naso. Lei gonfiò le guance e le soffiò via. Aveva le mani occupate da un pesante vassoio, e lo porgeva bilanciandosi sul ponte come un'esperta cavallerizza. «Prenda, signora Goldberg», disse in tono suadente. «La scalderà.» «Sarà difficile, mia cara», borbottò la donna dai capelli bianchi. «Lo faccia per me, allora», insisté la ragazza. «Va bene.» La donna prese una delle tazze e assaggiò il liquido. «É buono»,
disse. Poi bisbigliò furtivamente: «Samantha, è già arrivato il rimorchiatore?» «Arriverà da un momento all'altro. Il capitano è un affascinante francese, più o meno della sua età. Ha un magnifico paio di baffi. Glielo presenterò appena possibile.» La donna era una vedova sulla sessantina, grassoccia e spaventata; ma sorrise e si raddrizzò un poco. «Impertinente», disse. «Appena ho finito», Samantha indicò il vassoio, «verrò a sedermi con lei. Giocheremo a scacchi, d'accordo?» Samantha Silver sorrise rivelando una chiostra di denti diritti e candidi che spiccavano nel viso abbronzato e continuò il suo giro. I passeggeri l'accoglievano con gioia, tanto gli uomini che le donne, disputandosi le sue attenzioni, perché Samantha era una delle rare creature che irradiano calore e innocenza come un bimbo o un gattino. Lei rideva, celiava e li stuzzicava, lasciandoli sorridenti e rincuorati ma nello stesso tempo gelosi, a seguirla con lo sguardo. La maggior parte la considerava un proprio possesso personale. Reclamava il suo tempo e la sua presenza, ricorrendo a domande e pretesti d'ogni genere per trattenerla. «Poco fa c'era un albatros che ci seguiva, Sam.» «Sì, l'ho visto dalla finestra della cambusa...» «Era un albatros vagabondo, vero?» «Oh, andiamo, signor Stewart! Lo sa benissimo. Era un Diomedea melanophris, l'albatros dalle sopracciglia nere. Anche lui porta fortuna. Tutti gli albatros portano fortuna... è dimostrato scientificamente.» Samantha aveva una laurea in biologia ed era una delle guide specializzate della nave. Godeva di un congedo dall'università di Miami, dove aveva una borsa di studio per compiere ricerche di ecologia marina. I passeggeri di trent'anni più anziani di lei la trattavano come una figlia, ma alla minima difficoltà si rivolgevano a lei come bambini, fidando nella sua forza. Per loro era una via di mezzo fra la madre e il gattino di casa. Il tanfo di umanità sudicia e di fumo era tremendo, ma Samantha sentì uno slancio di affetto per i passeggeri. Si comportavano bene, era orgogliosa di loro. «Bravi ragazzi», pensò. Non le accadeva spesso di sentire affetto per una massa di esseri umani. Più volte si era chiesta come una creatura bella, nobile e importante come l'essere umano potesse, in condizioni di massa, diventare così poco attraente. Pensò alle moltitudini umane nelle città affollate. Odiava gli zoo e le gabbie. Da bambina aveva pianto, vedendo un orso che si gettava incessantemente contro le sbarre, reso pazzo dalla prigionia. Le gabbie di cemento delle città inducevano i loro prigionieri a comportamenti altrettanto bizzarri. Lei riteneva che ogni creatura dovesse essere libera di muoversi, vivere e respirare; eppure l'uomo, il predatore per eccellenza, che aveva negato tale diritto a tante altre creature, ora distruggeva se stesso, avvelenandosi e imprigionandosi in una follia suicida.
Anche Samantha, nel profondo del cuore, aveva paura. Amava e capiva il mare, ma conosceva la sua potenza immane; sapeva che cosa li aspettava, là fuori nella burrasca. Con uno sforzo di volontà, gettò indietro le spalle, atteggiò
le labbra a un sorriso radioso e prese il pesante vassoio. In quel momento gli altoparlanti emisero un gracidio preliminare poi riversarono la voce colta e misurata dal comandante nella nave fattasi improvvisamente silenziosa. «Signore e signori, parla il comandante. Mi rincresce informarvi che non abbiamo ancora stabilito il contatto radar con il rimorchiatore La Mouette. Purtroppo ritengo necessario trasferire gli ospiti della nave nelle zattere di salvataggio.» Un sospiro si levò dai saloni affollati, udibile anche nella burrasca. Samantha vide uno dei suoi passeggeri preferiti attirare a sé la moglie e appoggiarsi sulla spalla la testa grigia della donna. «Avete già fatto parecchie esercitazioni con le zattere di salvataggio, conoscete i vostri posti e le squadre. Credo che sia superfluo raccomandarvi di andare ordinatamente ai vostri posti e di obbedire agli ordini degli ufficiali.» Samantha depose il vassoio e corse accanto alla signora Goldberg. La donna piangeva smarrita. Samantha le cinse le spalle. «Su, su», le bisbigliò. «Non si faccia veder piangere dagli altri.» «Resterà con me, Samantha?» «Sicuro.» La fece alzare. «Andrà tutto bene, vedrà. Pensi, quando tornerà a casa, che avventura avrà da raccontare ai suoi nipotini.» Il capitano Reilly ricapitolò le sue disposizioni per lasciare la nave, riesaminandole una per una nella mente. Ormai conosceva a memoria la lunga lista che aveva compilato vari giorni prima, attingendo alla sua vasta esperienza dell'Antartico e del mare. La considerazione più importante era che nessuna persona doveva cadere in mare e neppure bagnarsi durante il trasferimento. Nelle acque gelide, un essere umano poteva sopravvivere quattro minuti al massimo; anche se veniva ripescato immediatamente, a meno che gli indumenti bagnati venissero tolti e la vittima portata in luogo caldo. Con il vento che soffiava a forza otto e la temperatura di venti gradi sotto zero, il fattore gelo era allo stadio sette: in pratica significava che pochi minuti di esposizione avrebbero intirizzito un uomo fino alla morte, e che la stessa sopravvivenza dipendeva dalle precauzioni adottate. La seconda considerazione importante era il trauma fisico dei passeggeri, quando avrebbero lasciato tepore e comodità, sia pur relativi, della nave per i disagi di una zattera di salvataggio nella burrasca antartica. Erano stati istruiti e preparati psicologicamente. Un ufficiale aveva controllato gli indumenti e l'attrezzatura d'emergenza di ogni passeggero, tutti avevano ricevuto tavolette di zucchero per combattere il freddo, e l'assegnazione dei posti sulle zattere era stata calcolata con cura per favorire l'equilibrio. Ogni zattera era comandata da un membro esperto dell'equipaggio. Il comandante non poteva fare di più, e ora pensò alle modalità del trasferimento. Le lance sarebbero state calate per prime. Erano sei, tre su ogni lato della nave, ciascuna con l'equipaggio composto da un ufficiale e cinque marinai. Mentre l'ancora teneva controvento la prora della nave, le lance sarebbero state sporte fuori bordo dalle gru idrauliche, e i verricelli le avrebbero calate nel mare temporaneamente placato dall'olio sparso dalle pompe di prua. Sebbene fossero provviste di ponte, motorizzate e munite di radio, le lance non erano le imbarcazioni ideali per affrontare la burrasca antartica. In
poche ore, il freddo avrebbe sfinito i loro occupanti. Per questo motivo, i passeggeri non sarebbero saliti sulle lance. Sarebbero andati, invece, sulle zattere di salvataggio gonfiabili, che non si ribaltavano nemmeno nelle peggiori burrasche ed erano protette da una doppia calotta d'isolamento. Munite di razioni d'emergenza e di un faro di posizione a batteria, avrebbero affrontato meglio le onde. Ciascuna poteva contenere venti esseri umani, e il calore dei corpi avrebbe reso l'interno abitabile, se non altro il tempo necessario per rimorchiare le zattere fino a terra.
Le lance a motore erano semplicemente i pastori delle zattere. Le avrebbero radunate e poi rimorchiate in fila indiana fin tra le braccia protettrici della baia di Shackleton. Nonostante le spaventose condizioni, il tragitto non sarebbe durato più di dodici ore. Ogni lancia avrebbe rimorchiato cinque zattere, e anche se le calotte delle zattere, fungendo da vela, frenavano le lance a motore, non c'erano difficoltà insormontabili. Il capitano Reilly sperava in una velocità di rimorchio fra i tre e i quattro nodi. Le lance erano stipate d'attrezzature, carburante e provviste. Queste ultime avrebbero assicurato la sopravvivenza ai passeggeri e all'equipaggio per un mese, forse due a razioni ridotte; e una volta arrivati nelle acque più calme della baia, le zattere sarebbero state trascinate a riva, le calotte rinforzate con lastre di neve compressa e trasformate in capanne simili a iglù per accogliere i superstiti. Sarebbero rimasti per parecchio tempo nella baia di Shackleton: anche se fosse arrivato il rimorchiatore francese, non avrebbe potuto caricare a bordo seicento persone. Qualcuno avrebbe dovuto restare in attesa di un'altra nave. Il capitano Reilly diede un'ultima occhiata alla terra. Era vicinissima, ormai, e anche nell'oscurità della notte incipiente i picchi di ghiaccio scintillavano come le zanne d'un mostro. «E va bene», disse al primo ufficiale con un cenno d'assenso. «Cominciamo.» L'ufficiale si accostò alle labbra la ricetrasmittente. «Ponte. Qui plancia. Potete cominciare a spargere l'olio.» Dai lati della prora, le maniche di gomma spruzzarono argentei ventagli di olio per diesel, simili alle ali d'un drago. Il peso viscoso del liquido resistette alla furia del vento. Cadde in una spessa coltre sulla superficie del mare, illuminato dai riflettori. Il mare si placò immediatamente. La superficie lacerata dal vento si appiattì sotto il peso dell'olio, cosicché le onde presero a passare grevi e maestose lungo la fiancata della nave. I due ufficiali in plancia sentirono la pigra risposta dello scafo, appesantito dall'acqua imbarcata. «Ammainare le lance», disse il capitano, e il primo ufficiale comunicò pacatamente l'ordine per radio. I bracci idraulici delle gru sollevarono le sei lance dalle calastre e le sporsero dalla fiancata della nave, tenendole sospese; poi, mentre la nave scendeva nel cavo dell'onda, la cresta striata di olio passò a poche decine di centimetri dalle loro chiglie. L'ufficiale di ogni lancia doveva valutare il mare e manovrare il verricello per calare la lancia sul dorso di un'onda appena passata; poi, istantaneamente, disinserire i ganci automatici e
staccarsi dalla minacciosa fiancata della nave. Alla luce dei riflettori, le piccole lance gialle brillavano, lucide d'acqua, decorate da ghirlande di ghiaccio come giocattoli di Natale. Anche i visi degli ufficiali brillavano, imperlati di sudore per la tensione, mentre ciascuno cercava di valutare il moto delle onde nere. A un tratto lo spesso cavo di nylon che tratteneva l'ancora galleggiante si spezzò con una detonazione simile a uno sparo. Il cavo sibilò nell'aria, una frusta micidiale che avrebbe tagliato un uomo in due. Fu come togliere la cavezza a uno stallone selvaggio. La Golden Adventurer alzò la prua di scatto, felice di sentirsi libera. Si mise di traverso alle onde e fu immediatamente inchiodata in tale posizione, con il lato di dritta sopravvento e le tre lance ancora penzolanti. Un'enorme onda prese lo slancio nel buio. Mentre si avventava sulla nave, i cavi di una lancia si spezzarono e l'imbarcazione cadde di schianto sull'acqua, con le piccole eliche che giravano freneticamente, cercando di farla virare per incontrare l'onda; ma i flutti la presero scagliandola contro la fiancata della nave. La lancia si spaccò come un cocomero maturo, riversando le sue viscere. Dalla plancia, gli ufficiali videro l'equipaggio trascinato lontano, nel buio. Le piccole lampade di posizione sui loro giubbotti di salvataggio brillarono fiocamente come lucciole, poi scomparvero nella burrasca. La lancia davanti venne sbatacchiata contro la nave come il battente di una
porta. Il cavo anteriore si spezzò, e l'imbarcazione penzolò con la poppa all'insù. Investita da un'onda dopo l'altra, si fracassò contro lo scafo. Le grida degli uomini giunsero fin sulla plancia, un patetico suono portato dal vento. Si protrassero per vari minuti, mentre il mare riduceva l'imbarcazione a un groviglio di rottami. Anche la terza lancia andò a sbattere contro lo scafo. I suoi ganci furono disinseriti ed essa cadde nell'acqua ribollente da sette metri di altezza. Affondò completamente e poi riaffiorò come il sughero giallo di una lenza dopo il lancio. Imbarcando acqua dalle crepe e inclinandosi rapidamente, si trascinò via nella notte ululante. «Oh Dio mio», bisbigliò il capitano Reilly. Alla luce cruda della plancia, il suo viso apparve improvvisamente vecchio ed emaciato. Aveva perso metà delle sue lance in una volta. Non pianse gli uomini presi dal mare, ci sarebbe stato tempo più tardi. Adesso era la perdita delle lance che lo sgomentava. Minacciava la vita di quasi seicento persone. «Le altre lance...» Il primo ufficiale aveva la voce strozzata. «Le altre lance sono riuscite ad allontanarsi, signor comandante.» Al riparo dello scafo, protette dal vento e dal mare, le altre tre lance erano scese piano sull'acqua per poi staccarsi rapidamente. Ora incrociavano nella notte nera, con i riflettori che frugavano il buio come lunghe dita bianche. Una accostò per salvare l'equipaggio della lancia fracassata. Poi i resti dello scafo furono lasciati affondare. «Tre lance», sussurrò il capitano. «Per trenta zattere.» Aveva pastori insufficienti per il suo gregge, eppure la nave doveva essere abbandonata, perché anche nell'ululato del vento si udivano le esplosioni tonanti delle onde che s'infrangevano sulle scogliere. «Calate le zattere», mormorò e poi, sottovoce: «Che Dio abbia pietà di noi».
«Venga, numero 16», gridò Samantha. «Siamo qui, numero 16.» Li radunò intorno a sé, i diciotto passeggeri che dovevano salire sulla zattera a lei assegnata. «Ecco, adesso ci siamo tutti. Non manca nessuno.» Si accalcavano davanti alle grandi porte di mogano che si aprivano sul ponte prodiero. «Tenetevi pronti», ammonì. «Quando riceveremo l'ordine dovremo muoverci in fretta.» Con la fiancata esposta alle onde che spazzavano il ponte e defluivano dal lato sottovento, era impossibile scendere nelle zattere ballonzolanti con le reti da sbarco. Le zattere erano state gonfiate sul ponte aperto. Ogni gruppo di passeggeri veniva condotto alla sua zattera e fatto entrare negli intervalli fra un'onda e l'altra, poi gli argani calavano l'imbarcazione carica fuoribordo, deponendola sulle acque più calme del lato sottovento. Una lancia la prendeva subito a rimorchio e la conduceva al largo della nave per formare il patetico convoglio. «Adesso!» Il terzo ufficiale irruppe dalle porte di mogano e le tenne aperte. «Presto!» gridò. «Tutti insieme.» «Andiamo, gente!» gridò Samantha. I passeggeri corsero goffamente sul ponte bagnato e sdrucciolevole. Soltanto una trentina di passi li separavano dalla zattera che li attendeva come un mostruoso rospo giallo con le fauci spalancate, ma il vento era tagliente come una scure e Samantha udì i loro gemiti. Alcuni di loro barcollarono al gelo improvviso. «Forza», esortò Samantha, spingendo i passeggeri che la precedevano, mentre sorreggeva il corpo grassoccio della signora Goldberg che a un tratto sembrava divenuta inerte come un sacco di farina. «Non fermatevi.» «Ti dò una mano», gridò il terzo ufficiale. Prese l'altro braccio della signora Goldberg e fra tutt'e due riuscirono a scaricarla nell'ingresso della zattera. «Bravissima, tesoro», disse il giovanotto con un sorriso. Il sorriso era virile e cattivante, il giovane si chiamava Ken e aveva cinque anni più di lei. In altre circostanze sarebbero presto diventati amanti, perché lui le faceva una corte serrata da quando era salita a New York. Samantha non era innamorata, ma Ken era riuscito ugualmente a turbarla, e lei stava lentamente cedendo al suo fascino e alla propria natura focosa. Ma
adesso, con una stretta al cuore, capì che forse quel momento non sarebbe mai venuto. «Ti aiuto a portare gli altri.» Alzò la voce per sovrastare l'urlo del vento. «Entra», ribatté Ken, e la spinse bruscamente verso la zattera. Samantha entrò nella calca e si girò a guardare il ponte vividamente illuminato che brillava sotto le lampade ad arco. Ken era andato a soccorrere una donna che era scivolata. L'anziana signora si dibatteva sul ponte viscido, mentre il marito, curvo su di lei, cercava disperatamente di tirarla in piedi. Ken giunse presso la coppia e sollevò la donna senza sforzo. Non c'era più nessuno sul ponte; i due uomini sorressero la donna, barcollando per il rollio
dello scafo appesantito dall'acqua. Samantha vide l'onda avventarsi sulla nave e gridò. «Torna indietro, Ken! Torna, per amor del cielo!» Ma il giovane sembrò non udirla. L'onda si riversò sul ponte: superò la ringhiera sopravvento come un nero mostro marino e proseguì la sua corsa silenziosa. «Ken!» urlò Samantha. Il terzo ufficiale si voltò un attimo prima che l'onda lo investisse. La cresta era più alta di lui. I tre non poterono giungere né alla zattera né alle porte di mogano. Samantha udì lo strepito dell'argano e la zattera fu sollevata dal ponte con un violento strattone. L'operatore non poteva rischiare che l'onda investisse la fragile imbarcazione scagliandola contro le sovrastrutture o squarciandole il ventre contro le ringhiere della nave: l'involucro di plastica si sarebbe lacerato e la zattera si sarebbe sgonfiata in un batter d'occhio. Samantha guardò in basso. Vide l'onda trascinare con sé tre figure, separarle e disperderle. Per un attimo vide Ken aggrappato alla ringhiera mentre l'acqua si riversava su di lui, seppellendo la sua testa sotto una furiosa cascata bianca. Ken scomparve, e quando la nave rollò torpidamente dalla parte opposta, scrollandosi dall'acqua, il ponte era deserto. Al successivo rollio della nave, l'operatore appollaiato nella sua cabina di vetro sporse fuori bordo la zattera penzolante e la calò con destrezza sulla superficie del mare, dove una lancia incrociava pronta a rimorchiarla. Samantha chiuse e serrò la copertura di plastica della porta, poi si fece strada tra i passeggeri ammassati finché non giunse presso la signora Goldberg. «Piangi, cara?», chiese l'anziana signora con la voce tremante, aggrappandosi a lei. «No», rispose Samantha, cingendole le spalle con un braccio. «No, non piango.» Con la mano libera, si asciugò le lacrime di ghiaccio che le rigavano le guance. ^ Trog si tolse la cuffia e guardò Nick attraverso una pestilenziale nube di fumo. «Il loro marconista ha inserito l'automatico. Trasmette un segnale ininterrotto.» Nick capì che cosa significava: avevano abbandonato la Golden Adventurer. Annuì, ma rimase in silenzio. Era venuto sulla soglia della cabina radio dalla plancia. L'inquietudine che lo rodeva non gli permetteva di restarsene inattivo per più di pochi secondi. Cominciava ad afferrare la realtà del disastro. La sorte gli era stata avversa, e lui aveva rischiato tutto nel gioco. Era sicurissimo che la Golden Adventurer si sarebbe incagliata e la burrasca l'avrebbe ridotta un cumulo di rottami. Poteva aspettarsi un'indennità dalla Christy per l'assistenza prestata alla Mouette nel trasporto dei superstiti a Città del Capo, ma sarebbe stata una cifra di gran lunga inferiore al compenso per il rimorchio Esso, che lui aveva abbandonato per la disperata corsa verso sud. Aveva giocato e perduto. Era un uomo finito. Naturalmente sarebbe occorso qualche mese perché si manifestassero gli effetti della sua follia, ma la
restituzione dei prestiti e il pagamento dei costi di costruzione per l'altro rimorchiatore lo avrebbero gradualmente affondato. «Possiamo ancora raggiungerlo prima che s'incagli», disse all'improvviso Dave Allen. Sulla plancia, nessuno fiatò. «Vicino a riva dev'esserci un riflusso di correnti. Forse lo terrà al largo abbastanza tempo perché noi...» Gli mancò la voce. Nick lo guardò aggrottando la fronte. «Arriveremo fra dieci ore. Se Reilly ha deciso di abbandonare la nave, significa che erano vicinissimi a terra. Reilly è un tipo in gamba.» Nick stesso gli aveva assegnato il comando della Golden Adventurer. «Durante la guerra è stato comandante di caccia nell'Atlantico settentrionale, il più giovane della Marina. Poi è stato dieci anni con la P & O, e quelli scelgono soltanto il meglio...» S'interruppe bruscamente. Stava diventando troppo loquace. Si accostò al radarscopio e lo regolò sul massimo del raggio e dell'illuminazione prima di guardare nell'oculare. C'erano parecchi disturbi, ma sull'estremo margine meridionale dello schermo comparve il fermo bagliore delle scogliere e dei picchi del capo Alarm. Con il bel tempo, sarebbero occorse appena cinque ore di navigazione ma adesso avevano lasciato il riparo del colossale iceberg e procedevano a fatica nella notte furibonda. Il Warlock avrebbe potuto filare più in fretta, perché era costruito per il mare grosso, ma c'era sempre la minaccia del ghiaccio e Nick doveva mantenere la velocità di sicurezza: perciò sarebbero passate altre dieci ore prima che giungessero in vista dell'Adventurer... sempre che fosse ancora a galla. Alle sue spalle, la voce di Trog gracidò eccitata. «C'è un contatto; intensità uno, debole e intermittente. Una delle lance sta comunicando con una ricetrasmittente a pila.» Si premette la cuffia sulle orecchie e ascoltò. «Stanno rimorchiando una fila di zattere di salvataggio con i superstiti verso la baia di Shackleton. Ma hanno perso una zattera», aggiunse. «Si è staccata dal convoglio e non hanno abbastanza lance per cercarla. Chiedono alla Mouette di fare una perlustrazione.» «La Mouette ha risposto?» Trog scosse la testa. «Probabilmente è ancora troppo lontana per ricevere una trasmissione così debole.» «Benissimo.» Nick tornò in plancia. Non aveva ancora rotto il silenzio radio e percepiva la disapprovazione degli ufficiali, silenziosa ma quasi tangibile. Sentì nuovamente il bisogno di un contatto umano, del calore di una conversazione e di un incoraggiamento. Non aveva la forza di reggere da solo il peso del fallimento. Si fermò presso David Allen e disse: «Ho studiato le istruzioni di navigazione dell'Ammiragliato per il capo Alarm, David». Fingendo di non notare che l'uso del nome di battesimo aveva fatto arrossire d'imbarazzo il primo ufficiale, continuò: «La sponda è molto ripida ed è esposta a occidente, in direzione del maltempo. Ma ci sono spiagge di ciottoli e il barometro sta salendo di nuovo». «Sì, signor comandante», disse David con calore. «Ho visto le carte.» «Invece di sperare che una corrente di riflusso tenga la nave al largo, le consiglio di pregare che vada ad arenarsi su una di quelle spiagge e che la burrasca si calmi. C'è ancora la possibilità che riusciamo a prenderla prima
che si sfasci.» «Dirò dieci Ave Maria, signore», disse David sogghignando. Era sorpreso per l'improvvisa gentilezza del comandante. «Ne dica altre dieci perché manteniamo il nostro vantaggio sulla Mouette», consigliò Nick, e sorrise. Era una delle prime volte che David Allen lo vedeva sorridere, e fu stupito del cambiamento. I lineamenti del comandante si illuminavano, il viso diventava incredibilmente simpatico, David non aveva mai notato come fossero verdi i suoi occhi e candidi i denti. «Tenga la rotta», soggiunse Nick. «Mi chiami se ci sono novità.» E si voltò per andare verso la sua cabina. «Signorsì», disse David Allen con un nuovo accento nella voce. ^
Le luci strane e meravigliose dell'aurora boreale tremolavano all'orizzonte in strisce di fuoco rosso e verde, formando uno sfondo incongruo per l'agonia della grande nave. Il capitano Reilly guardò dagli oblò posteriori della lancia di testa e vide la nave andare verso il suo destino. Non gli era mai sembrata così bella. Aveva amato molte navi, come se ognuna fosse una creatura vivente, ma nessuna come la Golden Adventurer. Sentiva una parte di se stesso morire con lei. La vide cambiare movimento. Il mare sentiva la terra, ora, l'erta sponda del capo Alarm; e la nave sembrava spaventata dal nuovo assalto delle onde e del vento, quasi presagisse il destino che l'attendeva. Rollava di trenta gradi, mostrando il rosso bruno del ventre. Più avanti si ergeva un promontorio, alte scogliere nere che scendevano a picco nelle acque turbolente, e pareva che la Golden Adventurer vi stesse andando contro diritta; invece all'ultimo momento vi scivolò accanto, respinta dal riflusso della corrente, evitando le scogliere e addentrandosi nella profonda baia oltre il promontorio, che la celò alla vista del capitano. Reilly rimase davanti all'oblò per vari minuti, fissando le onde; nella luce irreale, il suo viso era verdognolo e scavato dal dolore. Esalò un profondo sospiro e si girò, concentrandosi sul compito di condurre il suo pietoso convoglio verso la salvezza della baia di Shackleton. Pareva che la sorte fosse divenuta più benigna, concedendo loro una corrente favorevole che li trascinava verso la costa. Le lance erano distanziate di tre miglia l'una dall'altra, ciascuna con il suo convoglio di goffe zattere che ballonzolavano nella scia. Il capitano Reilly si teneva in contatto radio con ogni lancia; nonostante la morsa del gelo, i passeggeri stavano bene e il progresso era più rapido del previsto. Cominciò a sperare che sarebbero bastate tre o quattro ore. Avevano già perso troppe vite, e non voleva perderne altre prima dello sbarco. Forse la sfortuna aveva smesso di perseguitarli, pensò prendendo la piccola ricetrasmittente a onde corte. Forse il rimorchiatore francese era finalmente giunto entro la portata della radio. Cominciò a chiamarlo. «La Mouette, mi sentite? Rispondete, La Mouette...» La lancia era bassa sull'acqua, e la portata della piccola radio assai ridotta nell'immensità del mare e del ghiaccio; ma il capitano continuò a chiamare.
Si erano abituati al movimento del piroscafo danneggiato, al suo maestoso rollio, regolare come un gigantesco metronomo. Si erano abituati al freddo nell'interno della grande nave, ai disagi provocati dal sovraffollamento e dalla mancanza di servizi igienici. Si erano fatti coraggio, cercando di prepararsi psicologicamente ad affrontare altri pericoli e altre privazioni, ma nessuno dei superstiti nella zattera di salvataggio numero 16 aveva previsto nulla di simile. Nemmeno Samantha, la più giovane, probabilmente la più robusta e certamente la meglio preparata dal suo addestramento, dalle sue conoscenze e dall'amore per il mare, aveva immaginato che cosa significasse trovarsi su una zattera. Era buio pesto. Nemmeno il più fioco barlume filtrava dalla calotta di protezione, dopo che l'ingresso era stato serrato contro il mare e il vento. Samantha capì subito che il buio avrebbe fiaccato il morale e che, peggio ancora, avrebbe prodotto vertigini e disorientamento. Così ordinò che due passeggeri per volta accendessero le minuscole lampadine di localizzazione sui loro giubbotti di salvataggio. Era soltanto un barlume, ma sufficiente perché potessero vedersi in viso e trarre un poco di conforto dalla vicinanza di altri esseri umani. Poi li fece sedere in circolo lungo la parete della calotta, con le gambe allungate verso il centro; sia per favorire la stabilità della zattera, sia perché ciascuno avesse lo spazio sufficiente per stendersi. Dopo che il mare si era preso Ken, lei aveva assunto il comando e gli altri si erano rimessi alla sua guida. Era uscita attraverso l'apertura, affrontando la furia degli elementi, per issare a bordo la fune di traino della lancia e assicurarla. Era rientrata tremante e intirizzita, con il viso e le mani intorpiditi dal gelo. Le era occorsa mezz'ora di massaggi per ricuperare il senso del tatto. Per miracolo non era rimasta assiderata.
Poi era cominciato il rimorchio, e il movimento della zattera, già sfrenato, era divenuto un incubo di beccheggi e rollii disordinati. Ogni capriccio del mare e del vento si trasmetteva direttamente al circolo dei superstiti, e ogni volta che la zattera deviava, la fune di rimorchio la richiamava con un violento strattone. Le creste delle onde, sferzate dal vento e gonfiate dai fondali bassi, erano alte sette od otto metri; la zattera s'inerpicava su di esse per poi precipitare nel cavo successivo. Non avendo una chiglia a darle stabilità laterale, ruotava sul proprio asse finché la fune di rimorchio non la faceva ruotare nel senso opposto. La signora Goldberg fu la prima a vomitare, sporcando il fianco del giaccone di Samantha. La calotta era pressoché a tenuta pneumatica, a parte i piccoli fori d'aerazione alla sommità; e subito il tanfo dolciastro del vomito impestò la zattera. Nel giro di pochi minuti, altri sei o sette passeggeri presero a vomitare. Ma Samantha temeva soprattutto il freddo. Il freddo era l'assassino. Penetrava il doppio strato di plastica flessibile del ponte, comunicandosi alle loro gambe e alle natiche. Penetrava la calotta e congelava il vapore del fiato, congelava perfino il vomito sugli indumenti e sul ponte. «Cantate!» disse Samantha. «Su, cantate! Cominciamo con Yankee Doodle. Forza, signor Stewart. Batta le mani, le batta con il suo vicino.» Li stimolava senza sosta, per impedire che qualcuno cadesse nello stato
soporoso che non è vero sonno, ma una catalessi provocata dal rapido abbassamento della temperatura corporea. Strisciò fra i passeggeri, costringendoli a restare svegli, cacciando nelle loro bocche caramelle d'orzo tolte dalle razioni d'emergenza. «Succhiate e cantate!» ordinò. Lo zucchero avrebbe combattuto il freddo e il mal di mare. «Battete le mani. Non state fermi, arriveremo presto.» Quando non ebbero più la forza di cantare cominciò a raccontare delle storie, se pronunciava la parola «cane» tutti dovevano abbaiare e battere le mani, o fare chicchirichì come il gallo, o ragliare come l'asino. Samantha aveva la gola secca per il gran cantare e parlare, si sentiva esausta e intirizzita. Avvertiva in sé i primi sintomi dell'abulia e della catalessi, il preludio al crollo. Si riscosse, rizzandosi a sedere. «Cercherò di accendere il fornello, così potremo bere qualcosa di caldo», annunciò vivacemente. Le rispose soltanto qualche lieve movimento. Due o tre persone furono colte da conati di vomito. «Chi vuole una tazza di brodo...» S'interruppe bruscamente. C'era un cambiamento. Le occorse un lungo momento per capire di che cosa si trattava. Il sibilo del vento si era smorzato e ora la zattera galleggiava più liberamente, il suo saliscendi aveva un ritmo più regolare, senza i tremendi strattoni della fune di rimorchio che la richiamava. Strisciò fino all'ingresso della zattera e disinserì i ganci con le dita intorpidite dal gelo. All'esterno, l'alba aveva striato il cielo di eteree sfumature rosa e malva. Sebbene il vento fosse caduto, riducendosi a un tenue sussurro, le onde erano ancora gonfie, e da nera l'acqua si era fatta verde bottiglia, come vetro fuso. La fune di rimorchio si era spezzata all'anello di giunzione, lasciando soltanto un mozzicone di plastica. La numero 16 era l'ultima zattera della fila rimorchiata dalla lancia numero tre, ma Samantha non vide traccia del convoglio, sebbene si fosse aggrappata precariamente all'orlo della zattera per scrutare sopra le creste delle onde. Non c'era segno di lance, non si scorgevano nemmeno i picchi incappucciati di neve di capo Alarm. Durante la notte erano andati alla deriva nell'immensità solitaria del mare di Weddell. La disperazione le attanagliò i muscoli del ventre. Sentì l'impulso di urlare la sua protesta contro la crudeltà del destino, ma lo represse. Rimase fuori, respirando l'aria tersa e ghiacciata con cautela perché non le congelasse i polmoni. Scrutò le onde finché non le lacrimarono gli occhi per il freddo e il vento. Finalmente il freddo la respinse nell'interno fetido e
buio della zattera. Si accasciò stancamente fra i corpi supini, stringendosi sulla testa il cappuccio del giaccone. Sapeva che di lì a poco avrebbero cominciato a morire, e in un certo senso non le importava. La sua disperazione era troppo grande. Cominciò a sprofondare nella palude di sconforto che avviluppava gli altri, mentre il gelo le risaliva lungo le braccia e le gambe. Chiuse gli occhi; poi li riaprì con uno sforzo supremo. «Non voglio morire», si disse con fermezza. «Mi rifiuto di morire senza far
niente.» Si rizzò in ginocchio. Il peso della disperazione era tale che le pareva d'aver addosso uno zaino pieno di piombo. Strisciò fino alla cassetta che conteneva le razioni di emergenza e le attrezzature. Il segnalatore radio d'emergenza era impacchettato in poliuretano. Le sue dita erano intorpidite dal freddo e impacciate dai guanti, ma finalmente Samantha riuscì a estrarlo. Non era più grande di un pacchetto di sigarette, e le istruzioni erano stampate su un lato. Non ebbe bisogno di leggerle. Girò l'interruttore e tornò a deporre l'apparecchio nel suo incastro. Adesso, per quarantott'ore, o finché la batteria non si fosse esaurita, avrebbe trasmesso un segnale di localizzazione su 121,5 megahertz. Era possibile, soltanto possibile, che il rimorchiatore francese captasse quel debole fascio d'onde e ne rintracciasse l'origine. Samantha smise di pensarci e si dedicò all'impresa sovrumana di scaldare mezza tazza d'acqua sul fornelletto a carburante solido, stando attenta a non scottarsi mentre lo teneva in grembo per bilanciare il moto della zattera. Nel frattempo cercò il coraggio e le parole per informare gli altri della loro situazione. ^ La Golden Adventurer, abbandonata da ogni essere umano, con le macchine fuori uso ma le luci del ponte ancora accese, la barra bloccata e l'automatico inserito perché trasmettesse un segnale ininterrotto, andava velocemente alla deriva lungo gli scogli neri di capo Alarm. La roccia era un tipo di formazione così dura che le scogliere erano quasi verticali e, benché esposte al perenne assalto del mare, recavano scarse tracce d'erosione. Avevano ancora gli spigoli a piombo e le superfici liscie delle faglie fratturate di netto. Il mare le martellava incessantemente. L'impatto lacerava l'aria come l'onda d'urto di un'esplosione, e il mare s'impennava in una bianca furia contro la roccia, prima di ritrarsi formando l'onda di riflusso. Erano queste onde a tenere la Golden Adventurer al largo della scogliera. La costa era così scoscesa che affondava per ottanta metri; non c'erano fondali su cui una nave potesse incagliarsi. La scogliera faceva da paravento, e nell'immobilità spettrale dell'aria la nave si avvicinò sempre più, sfiorandola col suo rollio quando un'onda la investiva sulla fiancata. Una volta giunse perfino a toccarla con la sovrastruttura, ma l'onda di riflusso la respinse nuovamente. L'onda successiva la spinse più vicino, e il suo rimbalzo più debole la scostò di nuovo. Un uomo, a questo punto, avrebbe potuto balzare da una cengia della scogliera sul ponte. La scogliera terminava in tre alti pilastri di serpentino, leggiadri come le colonne di un tempio greco. La Golden Adventurer toccò uno dei pilastri, urtandolo lievemente con la poppa, un po' di vernice graffiata, qualche ringhiera contorta; ma la nave passò. Il lieve urto fu sufficiente a far ruotare la poppa, e la Golden Adventurer puntò la prora verso l'ampia baia oltre le scogliere. Là il mare aveva eroso rocce più morbide e malleabili, formando un'ampia spiaggia di ciottoli nero-purpurei, ognuno grosso quanto una testa umana e arrotondato dall'acqua come una palla di cannone.
Ogni volta che le onde scrosciavano sulla spiaggia, i ciottoli cozzavano gli uni contro gli altri con fragore. Le lastre di ghiaccio che riempivano la baia tintinnavano mentre salivano e scendevano con il mare. Lontano dalla scogliera, la Golden Adventurer era di nuovo in balia del
vento che, sebbene fosse calato, aveva tuttavia la forza di sospingere la nave nella baia, con la prora puntata verso la spiaggia. A differenza della costa rocciosa, la baia digradava dolcemente fino alla spiaggia, ciò che permetteva alle onde di gonfiarsi in enormi gobbe. Non s'increspavano per rompersi in spuma bianca, perché lo spesso strato di ghiaccio le schiacciava con il suo peso, cosicché aiutavano il vento a sospingere la nave verso la spiaggia con dolce impeto. L'Adventurer toccò il fondale con uno stridore di lamiere ma la massa dei ciottoli si conformò subito alla chiglia, cedendo gradualmente, mentre le onde e il vento spingevano la nave sempre più avanti, finché non fu completamente arenata; poi, mentre spuntava l'alba, il vento cadde del tutto e anche le onde scemarono con il ritrarsi della marea. L'Adventurer si stabilizzò definitivamente. A mezzogiorno, era profondamente incagliata di prua sulla spiaggia purpurea, inclinata a un angolo di dieci gradi. Soltanto la parte poppiera galleggiava ancora, salendo e scendendo come un'altalena sulle onde che continuavano a sospingerla; ma la temperatura precipitava, congelando i frammenti di ghiaccio circostanti in una solida coltre. La nave si ergeva alta sulla spiaggia scintillante. Festoni di brina decoravano le sue sovrastrutture, e lunghe stalattiti simili a spade di ghiaccio pendevano dagli ombrinali e dall'ancora. I generatori di emergenza erano ancora in funzione. Sebbene a bordo non vi fossero esseri umani, brillavano le luci e la musica suonava in sordina nei saloni deserti. A parte la falla nella fiancata, in cui il mare spumeggiava e vorticava, non c'erano tracce esterne del danno. Sopra la nave, le selvagge creste frastagliate del capo Alarm facevano risaltare l'eleganza delle sue forme quasi a sottolineare la ricchezza della preda: una succulenta prugna matura pronta per essere colta. Nella cabina radio, l'automatico continuava a trasmettere un segnale ininterrotto che poteva essere captato nel raggio di cinquecento miglia. ^ Due ore di sonno senza sogni, poi Nick Berg si svegliò di soprassalto, sentendo che stava per succedere qualcosa d'importante. Ma gli occorse una decina di secondi per ricordarsi dov'era. Si buttò dalla cuccetta e capì subito di non aver dormito abbastanza. Gli sembrava di avere la testa imbottita di cotone. Barcollò mentre si radeva sotto la doccia, cercando di tenersi desto con l'acqua bollente. Quando andò in plancia, Trog trafficava ancora con i suoi apparecchi. Sbirciò Nick con gli occhietti cisposi orlati di rosso; era palese che non aveva dormito affatto. Nick si vergognò un poco per la propria debolezza. «Siamo ancora in vantaggio sulla Mouette», annunciò Trog, girandosi verso il suo apparecchio. «Di un centinaio di miglia, direi.» Angel comparve in plancia con un gran vassoio. Come fiutò l'aroma, Nick si
sentì l'acquolina in bocca. «Ho preparato una cosina speciale per la sua colazione, comandante», disse Angel. «Si chiama 'Uova su ali d'angelo'.» «Ci sto», dichiarò Nick, poi si rivolse a Trog con la bocca piena. «L'Adventurer?» «Manda ancora un segnale DF, ma è sempre nella stessa posizione da tre ore.» «Che cosa significa?» chiese Nick, deglutendo. «Non si muove più.» «Si è incagliata», borbottò Nick, dimenticandosi della colazione. In quel momento David Allen irruppe nella plancia, terminando di abbottonarsi il giaccone. Aveva gli occhi gonfi e i capelli pettinati alla meglio, ancora ritti sulla nuca per il contatto con il cuscino. Aveva sentito arrivare il comandante. «Dev'essere tutta intera se la radio trasmette ancora», osservò. «Pare che le sue Ave Maria abbiano proprio funzionato, David.» Nick sfoderò uno dei suoi rari sorrisi e David diede una manata sul lustro piano di mogano della tavola. «Tocca legno e non sfidare il diavolo.»
Nick sentì la propria disperazione svanire con la stanchezza. Assaporò un altro boccone mentre si accostava alle finestre anteriori e guardava fuori. Il mare si era appiattito, ma il debole sole color burro, ancora basso sull'orizzonte, non irradiava alcun calore. Nick sbirciò il termometro e lesse che la temperatura esterna era di trenta gradi sotto zero. A oltre 60° di latitudine sud, il tempo è così instabile, nel vortice perenne delle depressioni atmosferiche, che una burrasca può scatenarsi in pochi minuti e placarsi con altrettanta rapidità. La norma è comunque il maltempo. Per oltre cento giorni all'anno, il vento soffia con la violenza di una bufera o di una tempesta. Le fotografie dell'Antartide danno spesso una falsa impressione di giornate radiose con il sole che trae barbagli dalla neve gelata e dagli iceberg. La verità è che non si possono riprendere fotografie in una tormenta o nell'«oscurità bianca». Nick diffidava di quella calma, ma si scoprì a pregare che durasse. Voleva aumentare la velocità; e già si accingeva a correre il rischio, quando udì l'ufficiale della guardia ordinare un brusco cambiamento di rotta. Davanti a loro, Nick vide il vortice del ghiaccio sommerso, simile a un mostro in agguato; e mentre il Warlock virava per evitarlo, il ghiaccio affiorò. Era ghiaccio nero, solcato da strisce di fango glaciale, orrendo e minaccioso. Nick non diede l'ordine di aumentare la velocità. «Dovremmo avvistare capo Alarm entro un'ora», disse David Allen. «Sempre che duri la visibilità.» «Non durerà», ribatté Nick. «Fra poco troveremo la nebbia.» Indicò la superficie del mare, che cominciava a fumare, esalando turbini e spirali di vapore marino con l'aumentare della differenza fra la temperatura dell'aria e quella dell'acqua. «E in altre quattro ore, arriveremo alla Golden Adventurer», stava dicendo David Allen con rinnovata eccitazione. Diede un'altra manata sulla tavola di mogano. «Con il suo permesso, comandante, scendo a controllare i cavi e l'attrezzatura di rimorchio.»
Mentre l'aria intorno a loro s'ispessiva in una spettrale nebbia bianca, riducendo la visibilità a poche centinaia di metri, Nick passeggiò per la plancia come un leone in gabbia, con le mani dietro la schiena e un sigaro fra i denti. Si fermava ogni volta che Trog intercettava una trasmissione della Christy, di Jules Levoisin o del capitano Reilly sulla sua radio ad alta frequenza. A mattino inoltrato, Reilly riferì che il suo lento convoglio era arrivato nella baia di Shackleton senza altre perdite. Approfittavano del bel tempo per accamparsi. Terminò pregando La Mouette di esplorare la frequenza di 121,5 megahertz per individuare la zattera che si era dispersa durante la notte. La Mouette non rispose. «Non ascoltano l'alta frequenza», borbottò Trog. Nick pensò agli sventurati naufraghi: con un freddo simile, sarebbero morti prima di sera, a meno che la temperatura non fosse salita bruscamente. Poi scacciò il pensiero per concentrarsi sulle comunicazioni fra la Christy e La Mouette. Le due parti si erano scambiati i rispettivi termini di contrattazione. Quando la Golden Adventurer andava alla deriva nel mare aperto, e per salvare la nave sarebbe bastato lanciarle una sagola unita a un cavo messaggero, issare a bordo il grosso cavo principale e infine prenderla a rimorchio, Jules Levoisin aveva insistito per il contratto standard dei Lloyd's «niente recupero, niente pagamento». Dal momento che il «recupero» era praticamente sicuro, il «pagamento» sarebbe seguito automaticamente. L'entità della somma sarebbe stata fissata dal comitato arbitrale dei Lloyd's, e sarebbe consistita in una percentuale del valore recuperato. La percentuale decisa dagli arbitri sarebbe dipesa dalle difficoltà e dai rischi affrontati dai salvatori. Un salvatore furbo, nella corte arbitrale, avrebbe dipinto un tal quadro di rischi e di pericoli che la ricompensa sarebbe ammontata a milioni di dollari. La Christy aveva fatto il possibile per evitare un contratto «niente recupero, niente pagamento». Aveva cercato di strappare a Levoisin un contratto di noleggio giornaliero più una piccola percentuale, dal momento che
ciò avrebbe limitato il costo totale dell'operazione, ma si era scontrata con la cupidigia francese... fin quando era divenuto evidente che la Golden Adventurer si era incagliata. Allora le parti si erano invertite. Jules Levoisin, con una nota di panico nella sua trasmissione, aveva immediatamente ritirato la sua offerta del contratto standard dei Lloyd's. Perché adesso il «recupero» non era affatto sicuro. Sbatacchiata contro le scogliere di capo Alarm, l'Adventurer poteva già essere un cumulo di rottami, e in tal caso non ci sarebbe stato «pagamento». Ora Levoisin era ansioso di spuntare un contratto di noleggio giornaliero, comprendente la corsa dal Sudamerica e il trasporto dei superstiti alla civiltà. Offriva le sue prestazioni per 10.000 dollari al giorno più una percentuale del due e mezzo per cento sul valore recuperato della nave. Erano condizioni oneste, perché Jules Levoisin aveva rinunciato al miraggio dei milioni ed era tornato alla realtà. Tuttavia la Christy, che prima aveva offerto una somma principesca per il
noleggio giornaliero, aveva subito ritirato la proposta. «Accettiamo il contratto standard dei Lloyd's compreso il trasporto dei superstiti», dichiarò sul canale 16. «Le condizioni sul posto sono cambiate», ribatté Jules Levoisin, e Trog poté nuovamente rilevare la sua posizione. «Stiamo aumentando il vantaggio», annunciò soddisfatto, ammiccando con gli occhietti rossi mentre Nick segnava sulla carta le nuove posizioni. La plancia del Warlock era nuovamente affollata da tutti gli ufficiali che avevano un pretesto per starvi. Indossavano la tenuta di lavoro, pesanti completi blu, maglioni, passamontagna e grossi stivali da marinaio. Assistevano affascinati ai rilevamenti, discutendo sottovoce fra di loro. David Allen sopraggiunse con un fagotto d'indumenti. «Le ho trovato una tenuta di lavoro, comandante. L'ho presa in prestito dal capo macchinista. Avete più o meno la stessa taglia.» «Il capo lo sa?» domandò Nick. «Non esattamente. L'ho presa dalla sua cabina...» «Ben fatto, David», ridacchiò Nick. «Portala nel mio salotto, per favore.» Il giovanotto gli riusciva sempre più simpatico. «Signor comandante», disse Trog all'improvviso. «Sto ricevendo un'altra trasmissione. É appena d'intensità uno, su 121,5 megahertz.» «Oh, merda!» David Allen si fermò sulla soglia del salotto del comandante. «Oh, merda!» ripeté con aria costernata. «É quella maledetta zattera dispersa.» «Rilevamento polare!» ordinò rabbiosamente Nick. «280° a sinistra e 45° magnetico», rispose subito Trog, e Nick si sentì avvampare di collera. La zattera di salvataggio si trovava da qualche parte sulla sinistra del Warlock, a ottanta gradi dalla sua rotta verso la Golden Adventurer. In plancia, la costernazione si manifestò in un'esplosione di voci che Nick zittì con un'occhiata. Gli ufficiali tacquero, gli occhi fissi sulla carta. La posizione di ogni rimorchiatore era segnata con uno spillo colorato, e a indicare la posizione della Golden Adventurer c'era una bandierina rossa. Era così vicina, adesso, e il loro vantaggio sulla Mouette così piccolo, che uno degli ufficiali giovani non riuscì a contenersi. «Se andiamo a cercare la zattera, serviremo l'Adventurer su un piatto d'argento a quel maledetto mangiarane.» Le parole sbloccarono gli ufficiali e tutti ripresero a discutere, ma con minore animazione. Nick non alzò gli occhi. Rimase chino sulla carta, serrando convulsamente il pugno fino ad avere le nocche bianche. «Cristo, ormai saranno morti. Buttiamo via tutto per qualche cadavere surgelato.» «Non sappiamo quanto distano dalla nostra rotta. Quegli apparecchi hanno una portata di centinaia di miglia.» «La Mouette andrà a nozze.» «Potremmo raccoglierli quando avremo preso a rimorchio la Golden
Adventurer.» Raddrizzatosi, Nick si tolse il sigaro di bocca. Guardò David Allen e parlò
con voce incolore, senza alcun mutamento di espressione. «Signor Allen, la prego di rammentare ai suoi ufficiali subalterni la prima regola del mare.» David Allen rimase in silenzio per un momento, poi mormorò: «La salvezza della vita umana ha la precedenza su ogni altra considerazione». «Benissimo, signor Allen», disse Nick annuendo. «Cambi la rotta per 80° a sinistra e la mantenga orientata sul segnale di emergenza.» Si girò, dirigendosi verso la sua cabina. Riuscì a dominare la rabbia finché non fu solo; e allora sferrò un pugno sul pannello sopra lo scrittoio. In plancia, tutti rimasero immobili e silenziosi per mezzo minuto buono. Poi il terzo ufficiale abbozzò una protesta. «Ma siamo così vicini!» David Allen si riscosse e parlò irosamente al timoniere. «Nuova rotta per 45° rilevamento magnetico.» Mentre il Warlock virava, scaraventò tristemente la bracciata d'indumenti sulla tavola delle carte e andò presso Trog. «Hai intercettato correzioni di rotta?» gli chiese. «Vira per 50°», rispose Trog, poi ridacchiò cupamente. «Prima hai detto che piscia acqua ghiacciata... e adesso frigni perché risponde a un S.O.S.» David Allen rimase in silenzio mentre il Warlock virava nella nebbia. Ogni giro delle eliche lo allontanava dalla preda, e le trionfanti trasmissioni della Mouette sembravano sbeffeggiarli mentre il francese attraversava l'ultimo tratto di mare che lo separava da capo Alarm, contrattando a tutto spiano con la società armatrice di Londra. La nebbia era così densa che si poteva tagliare a fette. Dalla plancia del Warlock non si scorgeva nemmeno la prora. Nick procedeva tastoni come un cieco in una stanza sconosciuta, e intorno a lui si accalcavano i ghiacci. Si trovavano nuovamente in una zona di enormi iceberg piatti. Gli echi delle isole di ghiaccio ammiccavano verdi e maligni sullo schermo del radar. A ogni respiro fiutavano il terribile odore del ghiaccio. «Marconista?» chiese Nick con voce tesa, senza distogliere gli occhi dalle turbinanti cortine di nebbia a proravia. «Ancora nessun contatto», rispose Trog, e Nick spostò il peso da un piede all'altro. La nebbia lo aveva ipnotizzato, e le vertigini gli giocavano strani scherzi. Per un attimo gli parve che la nave fosse coricata sul fianco come un veicolo spaziale. Lottò contro l'allucinazione e fissò risolutamente davanti a sé, attento ad avvistare l'eventuale affiorare di un iceberg dalla nebbia davanti alla prua. «É quasi un'ora che non riceviamo niente», borbottò David Allen. «O la batteria del loro segnalatore si è scaricata, o hanno urtato il ghiaccio e sono affondati...» disse il terzo ufficiale, abbastanza forte perché Nick lo udisse. «...Oppure il segnale è schermato da un iceberg», finì Nick per lui. La plancia rimase silenziosa per altri dieci minuti, a parte le pacate richieste di cambiamento di rotta che facevano procedere il Warlock a zig-zag fra gli iceberg invisibili ma onnipresenti. «E va bene.» Finalmente Nick prese la decisione. «Dobbiamo pensare che la zattera è affondata e abbandonare la ricerca.» Vi fu una scintilla di rinnovato interesse e di entusiasmo. «Pilota, nuova rotta per la Golden
Adventurer. Aumentare la potenza al cinquanta per cento.» «Possiamo ancora battere il mangiarane.» I giovani ufficiali si aggrappavano a un filo di speranza. «Se La Mouette ha incontrato ghiacci, potrebbe aver ridotto la velocità...» Augurarono tutta la scalogna del mondo alla Mouette e al suo comandante. Perfino la nave sotto i piedi di Nick parve tornata viva e vibrante, mentre virava nella corsa disperata verso la preda. «Bene, David», disse Nick con calma. «Una cosa è sicura: non arriveremo all'Adventurer prima di Levoisin. Così è venuto il momento di giocare il
nostro asso...» Fu interrotto dalla voce eccitata di Trog. «Nuovo contatto su 121,5», gridava e la costernazione piombò di nuovo sulla plancia. «Cristo!» sbottò il terzo ufficiale. «Perché non crepano senza romperci l'anima?» «La trasmissione era schermata da quel grande iceberg a nord», arguì Trog. «Sono vicini, adesso. Non ci vorrà molto tempo.» «Abbastanza per perdere la preda.» L'iceberg era così grande che attorno a sé formava la propria zona climatica, provocando correnti d'acqua e d'aria sufficienti a rimuovere la nebbia. La nebbia si aprì come il sipario d'un teatro, rivelando una impressionante distesa di ghiaccio blu e verde con le pareti solcate da strisce di fango glaciale. I pinnacoli scomparivano negli strati superiori di nebbia come se toccassero il cielo. Le onde avevano scavato maestosi archi di ghiaccio e profonde caverne alla base della parete. «Eccoli là!» Nick tolse il binocolo dalla custodia di tela e mise a fuoco i puntolini neri che spiccavano sullo sfondo del ghiaccio luminescente. «No», borbottò. Quindici pinguini reali si accalcavano su un banco di ghiaccio, grossi come uccelli neri alti quasi come un uomo; perfino attraverso le lenti, avevano un aspetto umanoide. Il Warlock passò vicino a essi. Spaventati, i pinguini si stesero a pancia in giù scivolando sul banco con le corte ali, e si tuffarono nelle acque sotto la parete di ghiaccio. Il banco oscillò alle onde suscitate dal passaggio del Warlock. Il Warlock procedette cautamente fra i densi banchi di nebbia e gli improvvisi spazi d'aria limpida. Là, i miraggi e le illusioni ottiche dell'aria antartica li fecero impazzire con le loro beffe, trasformando le colonie di pinguini in branchi di elefanti o in gruppi di uomini gesticolanti, collocando sulla rotta del Warlock scogli e iceberg che sparivano al suo avvicinarsi. Il segnale d'emergenza che veniva dalla zattera svanì e tacque, poi tornò a pigolare sonoramente nella plancia silenziosa. Pochi secondi dopo tacque ancora. «Che il diavolo se li porti», imprecò David fra sé, con le guance rosse di stizza. «Dove si sono cacciati? Perché non accendono un bengala o non sparano
un razzo?» Nessuno gli rispose, mentre un altro mostro bianco avviluppava la nave soffocando ogni rumore. «Proviamo a scrollarli con la sirena, comandante?» chiese, quando il Warlock emerse nuovamente all'abbagliante luce del sole. Nick borbottò il suo permesso senza abbassare il binocolo. David afferrò la maniglia rossa della sirena da nebbia sopra la sua testa. Gli ululati cupi e rimbombanti, la caratteristica voce di un rimorchiatore oceanico, risonarono nella nebbia e parvero farla vibrare con il loro volume. Le pareti degli iceberg ne rimandarono gli echi simili a tuoni. Samantha teneva in grembo il fornelletto a carburante solido, usando il coperchio smontabile del contenitore a mo' di vassoio. Stava scaldando mezzo litro d'acqua nel pentolino di alluminio, mantenendolo accuratamente in equilibrio nel disordinato sguazzare della zattera. La fiamma blu del fornelletto rischiarò la caverna di plastica, irradiando un debole alone di calore insufficiente a conservare la vita. Avevano già cominciato a morire. Gavin Stewart si teneva sul petto la testa di sua moglie. Doveva essere morta da quasi due ore. Il suo corpo si era già raffreddato, il suo viso era cereo e sereno. Samantha non aveva il coraggio di guardarli. Rannicchiata sul fornello, lasciò cadere un dado di manzo nell'acqua, mescolandola lentamente e sbattendo
le palpebre per scacciare le lacrime di freddo. Sentiva rivoli di muco acquoso gocciolarle dalle narici. Dovette fare uno sforzo per alzare il braccio e asciugarsele con la manica. La temperatura del brodo era appena superiore a quella corporea, ma lei non sprecò tempo e combustibile per farlo bollire. Il pentolino di metallo passò lentamente da una mano inguantata e intirizzita all'altra. Bevvero il liquido caldo e lo passarono con riluttanza, sebbene qualcuno non avesse né la forza né l'interesse per prenderlo. «Su, signora Goldberg», sussurrò a fatica Samantha. Aveva l'impressione che il freddo le avesse serrato la gola, e l'aria mefitica nella calotta le faceva dolere la testa. «Su, beva...» Samantha sfiorò il viso della donna e s'interruppe. La pelle sembrava diventata di gesso e andava raffreddandosi rapidamente. Le occorse qualche minuto per riprendersi dal colpo; poi, con delicatezza, calò sul viso dell'anziana signora il cappuccio del giaccone. Nessun altro parve notarlo. Erano tutti sprofondati in una specie di letargo. «Ecco», sussurrò Samantha all'uomo accanto. Gli ficcò il pentolino fra le mani, piegandogli le dita rigide intorno al metallo per assicurarsi che non lo lasciasse cadere. «Beva, prima che si raffreddi.» L'aria intorno vibrò all'improvviso in un'esplosione di suono, simile al muggito di un bue moribondo o al rugghio delle palle di cannone nel cielo. Per un attimo Samantha temette che i suoi sensi le avessero giocato una beffa atroce. Soltanto quando il suono venne ancora, alzò la testa. «Oh, Dio mio», sussurrò. «Sono arrivati. Andrà tutto bene. Ci salveranno.» Strisciò fino all'armadietto, goffa e rigida come una vecchia. «Sono arrivati.
Va tutto bene, gente. Andrà tutto bene, vedrete», farfugliò, e accese la lampadina del suo giubbotto di salvataggio. Il fioco barlume l'aiutò a trovare il pacco delle torce al fosforo. «Forza, ragazzi. Facciamoci sentire.» Cercò di riscuoterli mentre armeggiava con i fermagli della calotta. «Una bella ovazione», bisbigliò, ma erano tutti apatici e inerti; e mentre si trascinava fuori nella gelida nebbia, le lacrime che le rigavano le guance non erano soltanto di freddo. Alzò lo sguardo senza capire. Sembrava che dal cielo intorno a lei piombassero immani cascate di ghiaccio, cortine di ghiaccio verde, diafano e minaccioso. Le occorse un momento per comprendere che la zattera era giunta presso lo scosceso lato sottovento di un iceberg tabulare. Si sentì piccola e insignificante sotto quella immensa, colossale montagna di ghiaccio. Per un tempo che le parve lunghissimo, rimase immobile a guardare in alto. Poi, di nuovo, il profondo muggito della sirena risuonò nell'aria. Riempì i banchi di nebbia di un rumore solido che percosse la parete di ghiaccio per frantumarsi in echi rimbombanti che rimbalzarono da una parete all'altra, riecheggiando nelle caverne e nei crepacci che spaccavano la superficie del grande iceberg. Samantha alzò una torcia al fosforo e le occorse tutta la forza del suo braccio intirizzito per strappare la linguetta d'accensione. La torcia crepitò ed esalò acre fumo bianco, poi esplose nell'abbagliante fiamma scarlatta che in mare significa «aiuto». Lei restò con il braccio alzato, simile a una minuscola statua della libertà, scrutando i banchi di nebbia, con gli occhi lacrimanti. Il muggito della sirena rimbombò ancora nell'aria lattiginosa, così vicino che scosse il corpo di Samantha come una raffica di vento, poi proseguì per scontrarsi con la parete di ghiaccio che incombeva su di lei. L'azione del mare e del vento, e la naturale erosione dovuta al mutare della temperatura, avevano scatenato forze tremende entro la scintillante massa dell'iceberg. Queste forze avevano trovato un punto debole, una faglia verticale che correva come un colpo d'ascia dal tavolato piatto della sommità per centocinquanta metri, fino al ventre muschioso dell'iceberg. Le onde sonore della sirena del Warlock trovarono una risonanza nell'interno della montagna, che fece vibrare il ghiaccio ai lati della faglia in due frequenze diverse. Allora la faglia s'incrinò con un'esplosione crepitante di ghiaccio compresso, e quindi si aprì. Cento milioni di tonnellate di ghiaccio
cominciarono a muoversi mentre si staccavano dall'iceberg madre. Il blocco partorito dall'iceberg era anch'esso una montagna, una lastra di ghiaccio compatto grande due volte la cattedrale di San Pietro... e mentre lottava per liberarsi, altre pressioni e altre forze si scatenarono al suo interno, trovando faglie secondarie e incrinature, cosicché il ghiaccio esplose dentro il ghiaccio e la montagna si dilaniò come sventrata da tonnellate di esplosivo ad alto potenziale. L'aria stessa era piena di ghiaccio, alcuni pezzi grandi quanto una locomotiva, altri piccoli, affilati e micidiali come una spada d'acciaio. Sotto la pioggia di frammenti, la piccola zattera di plastica gialla ballonzolava indifesa.
«Là», gridò Nick. «A dritta.» La torcia al fosforo aveva acceso i banchi di nebbia di un vivido rosso ciliegia, proiettando grotteschi disegni di luce sul ventre delle nubi. David Allen fece ululare la sirena per l'ultima volta. «Nuova rotta per 150°», ordinò Nick al timoniere, e il Warlock virò docilmente, emergendo quasi subito dal banco di nebbia in n'altra zona di aria limpida. Mezzo miglio più in là, la zattera saltellava come un grosso rospo giallo alla base di una verde parete di ghiaccio. La sommità dell'iceberg si perdeva nella nebbia, e la minuscola figura umana che stava eretta sulla zattera, reggendo alta la torcia scarlatta, era un puntino insignificante nell'immensa distesa di nebbia, di mare e di ghiaccio. «Prepararsi a raccogliere i superstiti, David», disse Nick. Il secondo corse via mentre Nick si avviava verso l'ala della plancia, da dove poteva assistere al salvataggio. A un tratto Nick si fermò, alzando la testa sbigottito. Per un attimo credette di udire delle cannonate, poi il crepitio esplosivo del suono divenne un urlo lacerante, simile al gemito della fibra vivente quando una gigantesca sequoia cade sotto la scure. Il volume del suono crebbe fino a divenire un ruggito, l'inconfondibile ruggito di una montagna che precipita. «Dio santo!» sussurrò Nick, vedendo che la parete di ghiaccio cominciava a cambiar forma. Curvandosi lentamente in avanti, parve ripiegarsi su se stessa. Cadeva sempre più in fretta, e le schegge di ghiaccio formarono una densa nube, mentre la parete s'inclinava, superava il punto di equilibrio e crollava suscitando enormi onde verdi; onde che s'inseguirono sollevando alta la prora del Warlock per poi farla precipitare nel cavo. Dopo l'esclamazione di Nick, nessuno aveva più parlato. Ciascuno si aggrappò all'appiglio più vicino per reggersi in piedi, fissando con riverente timore lo straordinario spettacolo di forza bruta. L'acqua ribolliva e biancheggiava. I blocchi di ghiaccio frastagliato, alcuni grandi quanto una villa, ballonzolavano sulla superficie rivoltandosi lentamente e assestandosi mentre si urtavano a vicenda. «Avvicinarsi», ordinò Nick «Avvicinarsi il più possibile.» La zattera gialla era scomparsa. Spuntoni di ghiaccio avevano lacerato il suo fragile involucro e i blocchi l'avevano sommersa nelle profondità marine. «Più vicino», insisté Nick. Se, per miracolo, qualcuno fosse scampato alla valanga, nell'acqua gelida gli restavano solamente quattro minuti di vita. Nick condusse il Warlock fra le masse di ghiaccio ancora rotolanti, dove il rimorchiatore si aprì un varco con la sua prora rompighiaccio. Nick aprì le porte della plancia e uscì nell'aria gelida. Ignorò il freddo, pervaso com'era dalla rabbia e dalla delusione. Aveva pagato il prezzo più alto per effettuare quel salvataggio, aveva rinunciato alla Golden Adventurer per le vite di un pugno di sconosciuti; e adesso, all'ultimo momento, il mare glieli aveva strappati. Il suo sacrificio era risultato vano, e quel terribile spreco lo atterrì. Dato che non poteva sfogarsi, si abbandonò all'ira e gridò al gruppetto di Dave Allen sul ponte prodiero: «Tenete gli occhi aperti. Voglio che quella gente...» Qualcosa di rosso attirò la sua attenzione. Una vivida chiazza purpurea, visibile attraverso l'acqua verde, che diventava più nitida e più accesa man
mano che veniva a galla. «Indietro a mezza forza», urlò. Il Warlock si fermò di colpo, mentre le eliche gemelle cambiavano passo e mordevano l'acqua, cominciando quasi subito a tirarlo indietro. Nel piccolo specchio d'acqua sgombra, l'oggetto rosso affiorò in superficie. Nick vide una testa incorniciata da un cappuccio rosso e sostenuta dal giubbotto di salvataggio. La testa era arrovesciata, rivelando un viso bianco come il ghiaccio che lo circondava. Era il viso di un adolescente, liscio e imberbe, di straordinaria bellezza. «Prendetelo», gridò Nick. Al suono della sua voce, gli occhi nel bel viso si spalancarono. Nick notò che erano verdi, nel pallido ovale incorniciato dal cappuccio scarlatto. David Allen stava accorrendo con un salvagente e una fune. «Presto, maledizione.» Il ragazzo era ancora vivo, e Nick lo voleva. In vita sua non aveva mai desiderato nulla con tanta intensità. Voleva almeno quella giovane vita in cambio di tutto ciò che aveva perso. Vide che il ragazzo lo guardava. «Presto, David», urlò di nuovo. «Ecco!» gridò David, aggrappandosi alla ringhiera del ponte. Scagliò il salvagente. Lo scagliò con un'esperta torsione del braccio che lo fece volare per quindici metri, fino alla testa incappucciata che ballonzolava a fior d'acqua. Lo lanciò con tanta precisione che il salvagente colpì la figura sulla spalla e poi le cadde vicino, quasi dandole di gomito. «Prendilo!» urlò Nick. «Aggrappati!» Il viso si girò lentamente e il ragazzo protese dall'acqua una mano inguantata. Ma il movimento era impacciato e privo di coordinazione. «Forza. Ce l'hai vicino», lo incoraggiò David. «Prendilo!» Il ragazzo era in acqua già da due minuti. Aveva perso il controllo delle membra. Fece due tentativi, e con il secondo giunse a toccare il salvagente ma non riuscì ad afferrarlo. L'anello di sughero si allontanò lentamente. «Maledetto idiota», tuonò Nick. «Prendilo!» I grandi occhi verdi si volsero nuovamente a lui, lo fissarono con la rassegnazione della sconfitta. Il braccio rigido era ancora alzato, quasi in un gesto di addio. Nick non si rese conto delle proprie azioni finché non si fu tolto la giacca e le scarpe; poi capì che, se si fosse soffermato a pensare, non l'avrebbe fatto. Si tuffò in piedi, prendendo lo slancio per evitare la ringhiera. E quando l'acqua si chiuse sopra la sua testa, la sua prima reazione al freddo fu una terrorizzata incredulità. Gli strinse il petto in una morsa che gli strizzò l'aria dai polmoni, gli conficcò aghi lancinanti nella testa e lo accecò di dolore quando riemerse. Il freddo penetrò i suoi leggeri indumenti, gli schiacciò i testicoli, gli riempì lo stomaco di nausea. Il midollo delle ossa gli doleva, e Nick stentò a coordinare il movimento delle membra; ma nuotò verso la figura galleggiante. Erano appena quindici metri, ma dopo cinque metri cominciò a temere di non farcela. Strinse i denti e lottò contro il mare gelido come se fosse un nemico mortale; ma con il calore del corpo, l'acqua gli risucchiava le forze.
Colpì la figura galleggiante con il braccio proteso, e solo allora si accorse di averla raggiunta. Si avvinghiò disperatamente al ragazzo, sbirciando verso il ponte del Warlock. David Allen aveva recuperato il salvagente. Ora lo scagliò di nuovo. Il freddo aveva intorpidito Nick, al punto che non riuscì a evitare il salvagente e questo lo colpì sulla fronte. Ma non sentì dolore. Il viso, i piedi, le mani, erano del tutto insensibili. I secondi fuggivano, misurando la vita che restava a entrambi. Nick lottò con la figura inerte, perdendo progressivamente il controllo delle membra mentre cercava d'infilare il salvagente intorno al corpo del ragazzo. Non completò l'opera. Riuscì a farvi passare solamente la testa e un braccio, poi capì di non poter fare altro. «Tirate», urlò con un crescente senso di panico. La sua voce gli parve remota, e gli risuonò stranamente alle orecchie.
Si attorcigliò la fune intorno al braccio, perché non era in grado di stringerla con le dita, e restò aggrappato con le ultime forze mentre gli uomini li tiravano verso la nave. Gli spuntoni di ghiaccio li graffiavano cercando rabbiosamente di trattenerli, ma Nick strinse a sé il ragazzo con il braccio libero. «Tirate», sussurrò. «Oh, per amor del cielo, tirate!» Finalmente cozzarono contro la fiancata d'acciaio del Warlock e furono tratti dall'acqua. Le spire della fune gli morsero la pelle bagnata dell'avambraccio, macchiandogli la manica di sangue che l'acqua marina scolorì istantaneamente. Non sentì dolore. Sorresse il ragazzo con l'altro braccio, impedendogli di scivolare dal salvagente. Non sentì le mani che lo afferravano. Anche le sue gambe erano insensibili, e cadde a faccia in giù, ma David lo sostenne prima che stramazzasse sul ponte. Lo portarono nel caldo umido della cambusa di Angel, strascicando le sue gambe sulla tolda. «Tutto bene, comandante?» gli chiedeva continuamente David. Quando Nick cercò di rispondere, si accorse di avere le mascelle bloccate dal gelo. Violenti brividi gli scuotevano il corpo. «Spogliateli», ordinò Angel. Afferrato il ragazzo con le braccia muscolose, lo sollevò senza sforzo e lo depose supino sulla tavola della cambusa. Con un solo fendente del suo coltellaccio da macellaio, lacerò il giaccone scarlatto dal collo all'inguine e lo strappò via. Nick trovò la voce. Era rauca e rotta dagli spasmi dei muscoli intirizziti. «Che cosa fa qui, David? Fili in plancia e metta la nave in rotta per la Golden Adventurer», articolò a fatica. Avrebbe voluto aggiungere qualcos'altro, ma fu colto da un nuovo brivido, e comunque David Allen si era già eclissato. «Lei si rimetterà subito, comandante.» Angel non alzò nemmeno lo sguardo mentre lacerava gli indumenti del ragazzo, uno strato dopo l'altro. «É un vecchio lupo di mare... ma qui abbiamo un perfetto caso d'ipotermia.» Due marinai aiutarono Nick a togliersi gli indumenti fradici. La stoffa scricchiolava a causa della sottile pellicola di ghiaccio che si era già formata. Nick fece una smorfia di dolore, mentre il sangue riprendeva a
circolare nelle mani e nei piedi semiassiderati. «Bene», disse. Era nudo in mezzo alla cambusa e si massaggiava con un asciugamano ruvido. «Fra poco starò meglio di prima. Tornate pure ai vostri posti.» Si accostò alla cucina economica vacillando come un ubriaco e si crogiolò al calore irradiato dai fornelli. Si massaggiò vigorosamente, ancora scosso dai brividi, con il corpo chiazzato di viola dal freddo e i genitali contratti nel folto cespuglio nero dell'inguine. «Il caffè sta bollendo. Prenda una bevanda calda, comandante», consigliò Angel, sbirciandolo. Lo avvolse in un'occhiata di stima, apprezzando le spalle ampie, i riccioli di peli bagnati che gli coprivano il torace, i contorni dei muscoli che gli modellavano il ventre e i fianchi. «Ci metta parecchio zucchero... è l'ideale per scaldarsi», suggerì ancora, quindi si dedicò nuovamente al corpo steso sulla tavola. Angel aveva abbandonato ogni leziosaggine e lavorava con la brusca efficienza di uomo che sa il fatto suo. A un tratto si fermò e si ritrasse. «Chi l'avrebbe mai detto! Non ha il pisellino!» esclamò con un sospiro. Nick si girò mentre Angel stendeva una pesante coperta di lana sul corpo nudo e cominciava a massaggiarlo vigorosamente. «É meglio che lasci sole noi ragazze, comandante», disse Angel con un ineffabile sorriso e uno scintillio dell'orecchino. A Nick restò impressa la visione di un leggiadro corpo femminile, di un viso cereo e di una chioma fradicia color rame e oro. ^ Nick Berg era avvolto in una coperta di lana grigia sopra vari strati di pesanti maglioni. Calzava spessi calzettoni norvegesi e stivaloni di gomma. Teneva fra le mani una tazza di caffè quasi bollente, e stava chino a fiutarne
l'aroma. Era la terza tazza che beveva in un'ora, ma i brividi continuavano a scuoterlo ogni pochi minuti. David Allen aveva spostato la poltroncina del comandante, in modo che Nick potesse tenere d'occhio Trog e comandare la nave nello stesso tempo. Sulla sinistra, Nick vedeva profilarsi le scogliere brune del capo Alarm. A un tratto il pigolio del morse pervase la plancia, un lungo messaggio in codice che tutti ascoltarono con attenzione; ma dovettero aspettare la traduzione di Trog. «La Mouette ha raggiunto l'Adventurer.» Sembrò godere delle loro facce mogie. «Ci ha battuto, ragazzi. Il dodici per cento del calore ricuperato al suo equipaggio...» «Voglio il messaggio parola per parola», lo interruppe Nick. Trog gli rivolse un sogghigno velenoso e si curvò sul suo taccuino. «'La Mouette a Christy centrale. Golden Adventurer arenata, trattenuta da ghiaccio e deflusso marea. Apparenti danni carena sotto linea galleggiamento. Stop. Scafo allagato e aperto al mare. Stop. Contratto standard Lloyd's assolutamente inaccettabile. Di capitale importanza immediato inizio operazioni ricupero. Stop. Tempo e mare in peggioramento. Mia ultima offerta noleggio 8000 dollari al giorno più 2% valore ricuperato valida fino alle
14,35 ora di Greenwich. Passo.'» Nick accese un sigaro e decise che avrebbe conservato gli altri per il futuro. Quel mattino aveva aperto la sua ultima scatola. Si accigliò nella nube di fumo azzurrognolo e si strinse la coperta sulle spalle. Ora Jules Levoisin stava facendo il gioco duro. Stabiliva le condizioni e dettava l'ultimatum. La politica del silenzio di Nick cominciava a fruttare. Jules doveva essere certissimo che il suo fosse l'unico rimorchiatore nel raggio di duemila miglia, e puntava una pistola di grosso calibro contro la testa della Christy. Jules aveva visto le condizioni dello scafo dell'Adventurer. Se fosse stato sicuro di ricuperarlo... No, se appena ci fosse stato il cinquanta per cento di probabilità di effettuare un buon recupero, Jules avrebbe preferito il contratto dei Lloyd's. Dunque Jules nutriva forti riserve sul successo; ed era il più esperto fra tutti i comandanti di rimorchiatori. L'operazione si presentava difficile, dunque. Probabilmente la Golden Adventurer era prigioniera della spiaggia e del ghiaccio come se fosse sprofondata nelle sabbie mobili, e La Mouette poteva sviluppare soltanto novemila cavalli di potenza. Bisognava alleggerire lo scafo, mettere in funzione le pompe dell'Adventurer... Nick passò mentalmente in rassegna i problemi e le soluzioni. Era una brutta gatta da pelare, ma il Warlock possedeva ventiduemila cavalli di potenza utile e parecchie altre risorse. Sbirciò il suo Rolex Oyster e vide che Jules aveva dettato un ultimatum di due ore. «Marconista», disse con calma. Gli ufficiali sulla plancia si sporsero per non perdere una parola. «Apra la linea telex diretta con Christy centrale, Londra, e comunichi fra virgolette: Personale per Duncan Alexander da Nicholas Berg comandante del Warlock. Stop. Sarò presso Golden Adventurer fra un'ora e quaranta minuti. Stop. Propongo ricupero secondo contratto standard dei Lloyd's. Stop. Offerta chiusa alle 13,00 ora di Greenwich.» Trog lo guardò sbigottito, sbattendo rapidamente le palpebre orlate di rosso. «Rilegga», gli ingiunse seccamente Nick. Trog lesse con voce alta e un po' stridula. Quando ebbe finito, attese con un'espressione canzonatoria, come aspettandosi che Nick annullasse il messaggio. «Lo spedisca», ordinò Nick alzandosi. «Signor Allen.» Si rivolse a David. «Voglio immediatamente lei e il direttore di macchina nella mia cabina.» Il brusio eccitato delle congetture cominciò prima che Nick si fosse chiuso la porta alle spalle.
David bussò tre minuti dopo, e Nick alzò lo sguardo dagli appunti che stava scrivendo. «Che cosa dicono?» gli domandò. «Che sono impazzito?» «Sono soltanto dei ragazzi», rispose David con una scrollata di spalle. «Non sanno niente.» «Sanno un mucchio di cose, invece. E hanno ragione. Sono pazzo a proporre il
contratto dei Lloyd's senza nemmeno aver visto la nave! Ma è la pazzia di chi si trova con le spalle al muro. Sieda, David. Quando ho deciso di lasciare Città del Capo... allora sì che ho commesso una follia.» Nick non poteva più contenersi. Doveva dirlo, doveva sfogarsi. «Ho rischiato tutta la baracca. Quando ho abbandonato la piattaforma della Esso, ho messo in gioco tutta la società, compresi il Warlock e il suo gemello. La nostra sopravvivenza dipendeva dal pagamento della Esso...» «Capisco», mormorò David, rosso fino alla radice dei capelli. L'improvvisa confidenza di Nick Berg lo metteva in imbarazzo. «Adesso non rischio più niente. Se fallisco, se non riesco a disincagliare la Golden Adventurer, non perderò niente che non sia già perso.» «Avremmo potuto proporre il noleggio giornaliero per una cifra inferiore a quella della Mouette», osservò David. «No. Duncan Alexander mi è nemico. Posso ottenere il contratto soltanto se lo rendo così vantaggioso da non lasciargli scelta. Se rifiuta la mia offerta del contratto dei Lloyd's lo trascinerò davanti al comitato dei Lloyd's e agli azionisti della Christy. Farò un cappio con le sue budella e glielo metterò al collo. Sarà obbligato ad accordarsi con me. Invece, se gli avessi proposto il noleggio giornaliero a due o tremila dollari in meno...» Nick s'interruppe e fece per prendere la scatola di sigari sull'angolo dello scrittoio, ma ritrasse la mano e si girò, udendo bussare pesantemente alla porta. «Avanti!» La tuta di Vin Baker era di un blu immacolato, ma la benda che gli fasciava la testa era macchiata di grasso di macchina. Aveva ricuperato la spavalderia che Nick gli aveva fatto sputare sbatacchiandolo contro le vetrate della sala macchine. «Gesù!» disse. «Ho sentito che sta dando i numeri. Ho saputo che è saltato in mare... e quando l'hanno ripescata, lei si è messo in mente di ricuperare con il contratto dei Lloyd's un bombardiere che precipita in picchiata su capo Alarm.» «Le darei una spiegazione», dichiarò solennemente Nick, «ma purtroppo non conosco abbastanza parolacce.» Il direttore di macchina sogghignò, e Nick aggiunse subito: «Non gioco con i miei gettoni, mi creda. Non ho più niente da perdere». «Questi si chiamano affari», convenne l'australiano, e prese uno dei preziosi sigari di Nick. «La sua parte del dodici e mezzo per cento del noleggio giornaliero è noccioline e marmellata», continuò Nick. «Verissimo», convenne Vin Baker, armeggiando con i gomiti per tirarsi su i calzoni. «Ma se disincagliamo la Golden Adventurer, se riusciamo a tapparla e a pompar fuori l'acqua, e se riusciamo a tenerla a galla per tremila miglia, ci saranno un paio di milioncini... ciò che significa bistecca con patate.» «Se ne intende, lei», grugnì Vin Baker. «Per essere un inglese, comincia a farsi capire.» Lo disse con riluttanza, come se nutrisse ancora qualche dubbio. «Adesso», continuò Nick, «voglio sapere i suoi piani per rimettere in funzione le pompe della Golden Adventurer e l'argano dell'ancora. Se la nave è sulla spiaggia, dovremo tonneggiare e non abbiamo molto tempo». «Tonneggiare» significa usare l'ancora di una nave e il suo stesso argano per aiutare il rimorchiatore a disincagliarla.
Vin Baker agitò pomposamente il sigaro. «Non si preoccupi, ci penso io.» In quel momento Trog fece capolino senza bussare. «Ho un messaggio urgente e personale per lei, comandante.» Brandì il foglietto del telex come una scala reale di picche.
Nick lo guardò un istante, poi lesse ad alta voce: «'A comandante del Warlock da Christy centrale. Sua offerta contratto standard dei Lloyd's "Niente ricupero, niente pagamento" accettata. Stop. Da ora si consideri il principale contraente per ricupero relitto Golden Adventurer.' Chiuso.» La dentatura di Nick biancheggiò in uno dei suoi rari e irresistibili sorrisi. «E così, signori, sembra che siamo ancora in affari... ma Dio sa fino a quando.» Il Warlock doppiò il promontorio, dove i tre pilastri neri di serpentino si ergevano dal mare verde, appena corrugato da onde basse che marciavano in file ordinate per andare a lambire dolcemente le scogliere. Doppiata la punta, giunsero improvvisamente in vista dell'ampia baia ghiacciata. Lo scafo abbandonato della Golden Adventurer era così maestoso, così alto, così bello che nemmeno le selvagge montagne riuscivano a immeschinirlo. Sembrava l'illustrazione di un libro di favole, una leggiadra nave di ghiaccio scintillante al sole. «É una bellezza», sussurrò il direttore di macchina. Il suo commento esprimeva il dolore che tutti loro sentivano per la grande nave ferita. Per ogni uomo sulla plancia del Warlock, una nave era un essere vivente che poteva ispirare amore e ammirazione; perfino le vecchie bagnarole suscitavano un ruvido affetto. Ma la Golden Adventurer era come una bella donna, una creatura rara e speciale. Per Nick Berg, il vincolo era ancora più forte. Quella nave era figlia della sua ispirazione. L'aveva vista prender forma sul tavolo da disegno dell'ingegnere navale, aveva visto costruire la chiglia e fasciare il nudo scheletro con lamiere d'acciaio, aveva visto la donna che un tempo era stata sua moglie pronunciare la formula di rito e quindi infrangere la bottiglia contro la prora, ridendo alla luce del sole mentre lo champagne schizzava e spumeggiava. Era la sua nave... E adesso, chi l'avrebbe mai detto, il suo destino dipendeva da lei. Distolse lo sguardo dalla Golden Adventurer e guardò La Mouette che aspettava davanti alla baia, al margine del ghiaccio. In contrasto con il piroscafo, era piccolo, tozzo e sgraziato, simile a un lottatore con tutto il peso accentrato nelle spalle. Una colonna di denso fumo nero saliva diritta verso il cielo dal suo unico fumaiolo, e lo scafo pareva dipinto dello stesso nero. Attraverso il binocolo, Nick notò l'improvviso fermento sul ponte alla vista del Warlock. Il promontorio doveva aver schermato il radar della Mouette, e
dato lo stretto silenzio radio di Nick, era probabile che Jules Levoisin si accorgesse soltanto ora della presenza del Warlock. Nick poté immaginare la costernazione dei francesi, e vide con un sogghigno che Jules Levoisin non si era nemmeno preoccupato di gettare un cavo sulla Golden Adventurer. Evidentemente si era sentito del tutto sicuro di sé, una presenza incontrastata. Secondo la legge marittima, un cavo agganciato a uno scafo conferisce certi diritti. Jules avrebbe dovuto eseguire quella formalità. «Chiamare La Mouette in chiaro», ordinò. Prese il microfono, mentre Trog annuiva. «Salut, Jules, ça va? Vecchio pancione di un pirata, non ti hanno ancora preso e impiccato?» chiese gentilmente Nick in francese. Vi fu un silenzio lungo e incredulo sul canale 16, prima che il pastoso accento francese rimbombasse nell'altoparlante. «L'ammiraglio James Bond, suppongo?» Jules ridacchiò, ma in modo poco convincente. «La tua bagnarola è una corazzata o un bordello galleggiante? Sei sempre stato un ragazzo in gamba, Nicholas, ma come mai ci hai messo tanto tempo? Dovevi arrivare prima, se volevi fregarmi.» «Tre cose mi hai insegnato, mon brave: primo, non dare niente per scontato; secondo, tenere il becco chiuso quando si è in corsa per una preda; terzo,
gettare un cavo appena si arriva. Sei venuto meno alle tue regole, Jules.» «Il cavo non significa niente. Sono arrivato.» «Anch'io sono arrivato, vecchio mio. Ma la differenza è che ho ricevuto l'incarico dalla Christy.» «Tu rigoles! Stai scherzando!» Jules sembrava sconvolto. «Non ho sentito niente!» «Non scherzo affatto», disse Nick. «Le mie attrezzature da 007 mi permettono di parlare in privato. Non ci credi? Prova a chiamare Christy centrale... e nel frattempo toglimi dai piedi quella specie di bidone. Ho da fare.» Nick rese il microfono a Trog. «Registri ogni sua comunicazione», ordinò, poi parlò a David Allen. «Dobbiamo spaccare il ghiaccio prima che stringa troppo la Golden Adventurer. Metta alla barra il pilota più esperto.» Nick sembrava diventato un altro. Non era più il tetro misantropo che tentennava su ogni decisione, che subiva ogni scacco con ira impotente. «Quando si muove, fa scintille», pensò David Allen, ascoltandolo mentre parlava al citofono della sala macchine. «Voglio potenza da entrambe le macchine, direttore. Dobbiamo spaccare il ghiaccio. Poi si metta la muta e l'elmetto, andiamo a bordo della nave per dare un'occhiata alle macchine.» Si rivolse di nuovo a David Allen. «Signor Allen, si prepari a rilevare il comando.» Era un uomo d'azione che gioisce per la fine dell'inattività. Sembrava un pugile alla campana della prima ripresa. «Dica ad Angel di servirci un pasto caldo. Con molto zucchero.» «Lo chiederò al cameriere di bordo», disse David. «In questo momento Angel è occupato. Sta giocando alla bambola con la ragazza che lei ha tirato su dall'acqua. Ci manca solo che la porti a spasso in carrozzina...» «Dica ad Angel che voglio mangiare. E bene», ringhiò Nick, girandosi per studiare il ghiaccio che ostruiva la baia. «Altrimenti scenderò in cambusa e lo prenderò a calci nel sedere.» «Probabilmente ne sarà felice», borbottò David.
Nick si voltò a guardarlo. «Quante volte ha controllato l'attrezzatura di ricupero, da quando abbiamo lasciato Città del Capo?» «Quattro.» «Faccia un altro controllo. Avviate i diesel ausiliari e fateli girare per un po', poi lasciateli raffreddare e imbracateli per il trasporto. Dovranno essere sull'Adventurer entro domani a mezzogiorno.» «Signorsì.» Prima che David uscisse, Nick gli chiese: «Qual è la pressione barometrica?» «Non lo so...» «Da adesso sino alla fine del ricupero, lei dovrà sapere in ogni momento la pressione esatta. E mi informerà immediatamente delle variazioni di un solo millibar.» «La pressione è 1018», si affrettò a riferire David consultando il barometro. «Troppo alta», disse Nick. «E c'è troppa calma. Non può durare. Tenga gli occhi bene aperti.» «Signorsì.» Trog gridò: «Christy centrale ha appena informato La Mouette che noi siamo i contraenti principali, ma Levoisin ha accettato il noleggio giornaliero per imbarcare un carico di superstiti nella baia di Shackleton e portarlo a Città del Capo. Adesso Levoisin vorrebbe parlarle ancora». «Gli dica che sono occupatissimo.» Nick non distolse l'attenzione dalla baia ostruita dal ghiaccio, poi cambiò idea. «No, gli parlerò.» Prese il microfono. «Jules?» «Non sei stato leale, Nicholas. Hai tramato alle spalle di un vecchio amico, di un uomo che ti ama come un fratello.» «Sono molto occupato. Non hai altro da dirmi?» «Temo che tu abbia commesso un errore, Nicholas. Sei pazzo ad affrontare questo ricupero con il contratto dei Lloyd's. La nave è imprigionata dal ghiaccio... e il tempo! Non hai letto il bollettino dell'isola Gough? Ti sei preso una brutta gatta da pelare, Nicholas. Da' retta a un vecchio marinaio.»
«Jules, ho ventiduemila cavalli di potenza.» «Ritengo ugualmente che tu abbia commesso uno sbaglio, Nicholas. Ti scotterai le dita... e qualcos'altro.» «Au revoir, Jules. Vieni a vedermi alla corte arbitrale.» «Continuo a credere che il tuo sia un bordello, non un rimorchiatore. Mandaci un paio di bionde e una bottiglia di vino.» «Ciao, Jules.» «Buona fortuna, mon vieux.» «Ehi, Jules... hai detto 'buona fortuna', ma significa scalogna nera. Me l'hai insegnato tu.» «Oui, lo so.» «Allora buona fortuna anche a te, Jules.» Per un minuto, Nick seguì con lo sguardo il rimorchiatore in partenza. Sculettava sulle onde, piccolo, grasso e insolente, in tutto simile al suo comandante; eppure qualcosa nella sua andatura rivelava l'abbattimento.
Nick sentì una punta di affetto per il piccolo francese. Era stato un amico e un maestro. La sua esultanza fu oscurata da un'ombra di rimorso. Ma subito la scacciò. Era stata una competizione dura ma leale, e Jules non aveva avuto scrupoli. Nick aveva imparato da un pezzo che ogni concorrente è un nemico da odiare e sconfiggere, e dopo sconfitto da disprezzare. Gli scrupoli vanno banditi: fiaccano la determinazione. Ma non riusciva a disprezzare Jules Levoisin. Il francese sarebbe ricomparso, probabilmente soffiandogli il prossimo lavoro sotto il naso, e comunque aveva stipulato un lucroso contratto per raccogliere i superstiti nella baia di Shackleton. Con il compenso avrebbe ricuperato il costo della lunga corsa verso sud, e gli sarebbe avanzata una bella sommetta. Il problema di Nick era molto più complesso. Scacciò di mente Jules Levoisin, girandosi prima che il rimorchiatore francese avesse doppiato il promontorio, e studiò la baia ostruita dal ghiaccio con gli occhi socchiusi e un crescente senso di apprensione. Jules aveva ragione, era proprio una brutta gatta da pelare. La marea che aveva spinto la Golden Adventurer sulla spiaggia si era ritirata, lasciando la nave profondamente arenata. Inoltre le onde avevano spostato lo scafo, cosicché il piroscafo non formava un angolo retto con la spiaggia. Il Warlock non avrebbe potuto tirarlo diritto in mare, avrebbe dovuto trascinarlo per traverso. Nick lo vide con chiarezza, ora che si stavano avvicinando. Quando furono ancora più vicini, vide che il greve scafo di acciaio, appesantito dall'acqua, era sprofondato nella ghiaia cedevole. Poi guardò il ghiaccio. Non erano lastroni piatti, bensì grossi blocchi, frammenti di iceberg disgregati dalle intemperie che il vento aveva soffiato nella baia come un cane pastore che sospinga il gregge. Il gelo aveva saldato i ghiacci in un'unica massa, che come una mostruosa piovra, protendeva tentacoli scintillanti verso la poppa dell'Adventurer. Non si era ancora solidificata del tutto, e la prora del Warlock era corazzata in previsione di simili eventualità, ma Nick aveva troppa esperienza per sottovalutare la durezza del ghiaccio. «Il ghiaccio bianco è ghiaccio morbido», diceva un vecchio adagio, ma nella massa c'erano gibbosità verdi e striate ognuna delle quali avrebbe potuto sfondare lo scafo del Warlock. Sarebbe stata bella dover lanciare un S.O.S. a Jules Levoisin. Nick si volse con calma al timoniere. «Cinque gradi a dritta... barra a mezzanave.» Allineò il Warlock con una frattura nella banchisa. Era essenziale affrontare il ghiaccio ad angolo retto per fenderlo con il tagliamare. Un urto di striscio avrebbe fatto deviare la prora, esponendo il vulnerabile scafo al ghiaccio affilato come un rasoio. «Sala macchine, tenersi pronti», avvisò. Il Warlock navigò verso il ghiaccio alla velocità di dieci nodi, e Nick previde al secondo il momento dell'impatto. Quando furono a mezza lunghezza dalla banchisa, diede un ordine tempestivo. «Pari indietro mezza.» Il Warlock rallentò, avvicinandosi al ghiaccio mentre decelerava, con un
ruggito stridente che parve squassare la nave. La prora s'impennò sopra la
banchisa. Con un lacerante scricchiolio, enormi lastre di ghiaccio si rizzarono in verticale per poi piombare fragorosamente. «Pari indietro tutta.» Le grandi eliche gemelle cambiarono passo e l'acqua ribollì tra i frammenti di ghiaccio spezzato, allontanandoli, mentre il Warlock retrocedeva nello specchio sgombro e Nick lo rimetteva in linea. «Avanti tutta pari.» Il Warlock caricò come un ariete, rallentando all'ultimo momento, e ancora i lastroni di ghiaccio si spezzarono strisciando lungo la carena del rimorchiatore. Nick impresse alla poppa un movimento verso dritta, poi verso sinistra, servendosi destramente delle eliche gemelle per spazzar via i frammenti di ghiaccio. Poi fece retrocedere il Warlock e lo allineò di nuovo. Cozzando e frantumando il Warlock s'inoltrò nella baia, disegnando una ragnatela di crepe sulla superficie del ghiaccio circostante. David Allen irruppe in plancia con il fiato mozzo. «Attrezzature controllate e pronte, comandante.» «Rilevi il comando», disse Nick. «Ormai il ghiaccio è spezzato... basta tenerlo in movimento.» Avrebbe voluto avvisarlo che le grosse eliche a passo variabile erano la parte più vulnerabile del Warlock, ma adesso si fidava pienamente del suo secondo. Così si limitò ad aggiungere: «Io scendo a mettermi la muta». Vin Baker era nella sala a poppa. Aveva quasi finito di mangiare e Angel incombeva su di lui; ma mentre Nick scendeva la scaletta, il cuoco sollevò il tovagliolo da un altro vassoio fumante. «Squisito», disse Nick, sebbene stentasse a deglutire. I nervi del suo stomaco erano troppo aggrovigliati. Eppure il cibo è una delle migliori difese contro il freddo. «Samantha desidera parlarle, comandante.» «Samantha? E chi diavolo sarebbe?» t «La ragazza. Vuole ringraziarla.» «Usa il cervello, Angel. Non vedi che ho altro per la testa?» Nick stava già indossando la muta di gomma da sommozzatore sopra una maglia di lana. Gli occorse l'aiuto di un marinaio per infilarsela. Mentre si allacciava il doppio gancio, aveva già dimenticato la ragazza. Poi, sopra i calzettoni e gli stivali a tenuta stagna, indossò un'altra muta di poliuretano. Lui e Vin Baker sembravano una coppia di uomini Michelin. I marinai li aiutarono a infilarsi gli elmetti muniti di microfoni radio incorporati e valvole per l'aria. «Tutto bene, capo?» chiese Nick. La voce di Vin Baker gracchiò troppo forte negli auricolari. «Pronto per il ballo.» Nick regolò il volume e si caricò sulle spalle l'apparato di respirazione. Non sarebbero scesi a più di dieci metri, così aveva preferito usare l'ossigeno invece delle ingombranti bombole di aria compressa. «Andiamo», disse, e si diresse barcollando verso la scaletta. ^ Lo Zodiac fu calato in mare con quattro uomini: i due sommozzatori e due marinai adibiti al governo del gommone. Vin Baker spinse da parte uno di loro e avviò personalmente il motore fuoribordo. «Forza, bellezza», ordinò, e il grosso Johnson Seahorse rombò al primo strappo.
Procedettero cautamente fra i ghiacci in un canale sgombro. I due marinai respingevano con un palo i frammenti appuntiti che avrebbero lacerato il tessuto dello Zodiac. La voce di David Allen risuonò all'improvviso negli auricolari di Nick. «Comandante, parla il primo ufficiale. La pressione è 1021. Sembra che voglia sfondare il cielo.» Si stavano preparando guai. Tutto ciò che sale, prima o poi scende... e più la pressione saliva, più in basso sarebbe caduta. «Ha sentito l'ultimo bollettino dell'isola Gough?» «Pressione caduta a 1005. Il vento soffia a trentacinque nodi da 320°.»
«Benone», disse Nick. «Sta arrivando una burrasca in piena regola.» Attraverso la visiera del suo elmetto guardò il sole pallido. Non sfolgorava abbastanza per ferire l'occhio, ed era circondato da un'aureola dorata come le teste dei santi nei dipinti medievali. «Non possiamo avvicinarci di più, comandante», avvertì Vin Baker, mettendo il motore in folle. Lo Zodiac abbrivò dolcemente in una piccola pozza nella banchisa, a cinquanta metri dalla poppa della Golden Adventurer. Una solida coltre di ghiaccio li separava dalla nave, e Nick la studiò con cura. Non voleva far accostare il Warlock prima di dare un'occhiata al fondale. Voleva sapere in quale profondità avrebbe dovuto manovrare, se c'erano spuntoni nascosti e rocce frastagliate che avrebbero lacerato la chiglia del Warlock, oppure un fondale piatto. Voleva sapere il grado di pendenza del fondo e se questo offriva buona presa alle ancore ma, più di tutto, voleva ispezionare i danni sotto la linea di galleggiamento della Golden Adventurer. «É pronto, capo?» domandò. Vin Baker sogghignò dietro il visore. «Ehi, mi sono ricordato una cosa... La mia mammina mi ha raccomandato di non bagnarmi i piedi. Io torno a casa.» Nick sapeva come doveva sentirsi. Fra loro e l'Adventurer si stendeva una spessa coltre di ghiaccio: dovevano immergersi e nuotarvi sotto. Chissà quali correnti fluivano là sotto e com'erano le condizioni di visibilità. Un uomo in difficoltà non poteva affiorare immediatamente, sarebbe dovuto tornare verso l'acqua libera. Con i muscoli del ventre contratti per qualcosa di simile a un attacco di claustrofobia, Nick ispezionò rapidamente l'attrezzatura d'immersione, aprì la valvola della bombola d'ossigeno per gonfiare la sacca respiratoria, controllò la bussola e il Rolex Oyster al suo polso e agganciò la fune guida allo Zodiac: l'avrebbe seguita per tornare, come Teseo nel labirinto del Minotauro. «Andiamo», disse, e si tuffò di schiena. Il freddo penetrò quasi all'istante i molteplici strati di gomma, lana e poliuretano. Nick attese che il direttore di macchina scendesse accanto a lui in una nube di vorticose bollicine d'argento. «Dio buono!» La voce di Baker era distorta dagli auricolari. «Fa un freddo tale che si creperebbero i coglioni a una statua di marmo.» Srotolandosi la funicella alle spalle, Nick scese nel caliginoso abisso verde, cercando il fondo. Finalmente lo intravide: era formato di grossa rena
e ciottoli. Sbirciò l'indicatore di profondità - quasi undici metri - e nuotò verso la spiaggia. La luce che scendeva dall'alto, filtrata dal ghiaccio, era verde e spettrale, e Nick si sentì preso da un irragionevole panico. Cercò d'ignorarlo e di concentrarsi sul suo compito, ma il panico covava, pronto a divampare. Una forte corrente fluiva sotto il ghiaccio in direzione contraria alla loro, rimuovendo i sedimenti e così riducendo ulteriormente la visibilità. A un tratto si videro davanti la carena della Golden Adventurer. Le eliche gemelle brillavano come gigantesche ali di bronzo nella penombra. Giunsero a un metro dallo scafo e nuotarono lentamente lungo di esso. Era come volare vicino alla parete di un alto palazzo, una parete d'acciaio imbullonato... solo che questa parete si muoveva. La poppa della Golden Adventurer oscillava al flusso della risacca, battendo sul fondale come un colossale martello. Nick capì che la nave si stava scavando una fossa in cui si sarebbe incuneata sempre più a fondo. La sua impresa diventava più ardua col passare delle ore. Si diede una spinta con le pinne, superando Vin Baker. Sapeva con precisione dove individuare il danno; Reilly l'aveva riferito a Christy centrale in ogni particolare. Pareva che una mostruosa scure avesse colpito orizzontalmente lo scafo, praticandovi un taglio netto di forma oblunga. Il metallo circostante era stato piegato all'interno e la vernice scrostata, cosicché l'acciaio brillava come se qualcuno lo avesse lucidato. La falla era lunga cinque metri. Nel suo punto più ampio, le labbra
distavano circa un metro. La falla respirava come una bocca, perché irrompendo nella breccia, la risacca accresceva la pressione dell'acqua all'interno dello scafo; e quando l'onda rifluiva, l'acqua compressa veniva espulsa dalla pressione interna. «É un buco netto», gracidò la voce di Vin Baker. «Ma troppo lungo per riempirlo di cemento.» Aveva ragione, Nick l'aveva visto subito. Il cemento liquido non avrebbe tappato uno squarcio simile; e comunque non c'era il tempo di usarlo, con la burrasca in arrivo. Un'idea cominciava a formarsi nella sua mente. «Vado dentro.» Nick prese la decisione ad alta voce. Il direttore di macchina rimase in incredulo silenzio per qualche secondo, poi cercò di dissimulare l'apprensione dicendo: «Guardi, amico, ogni volta che sono entrato in un buco del genere mi sono trovato nei guai. Mi ricorda la mia prima moglie...» «Lei resti qui», l'interruppe Nick. «Se non torno fra cinque minuti...» «Vengo anch'io», replicò Vin Baker. «Voglio dare un'occhiata alla sala macchine. Tanto vale che la veda adesso.» Nick preferì non discutere. «Entro per primo», annunciò, dandogli un colpetto sulla spalla. «Stia a vedere e poi faccia come me.» Si scostò di un metro dallo squarcio, remigando con le pinne per mantenersi in posizione. Vide il turbine d'acqua irrompere nell'apertura e rifluire in un'eruzione di
bolle d'argento. Poi, mentre la bocca iniziava un nuovo respiro, si slanciò avanti. La corrente lo colse e Nick fu scagliato verso l'apertura. Ebbe appena il tempo di abbassare la testa protetta dall'elmetto e di incrociare le braccia sulla fragile sacca respiratoria. Uno spuntone d'acciaio gli graffiò una gamba. Non provò dolore, ma quasi subito sentì l'acqua filtrare dallo strappo nella muta. Il freddo lo bruciava come una lama rovente, ma varcò la breccia e si trovò nelle tenebre dello scafo, scagliato in mezzo a un groviglio di tubi d'acciaio. Si aggrappò a qualcosa con una mano e brancolò per accendere la lanterna subacquea appesa alla cintura. «Tutto bene?» La voce del direttore di macchina gli risuonò negli auricolari. «Benissimo.» La lanterna di Vin Baker spandeva un chiarore spettrale nelle acque nere. «Sbrighiamoci», disse Nick. «Ho uno strappo nella muta.» Entrambi sapevano esattamente che cosa fare e dove andare. Vin Baker nuotò rapidamente verso i portelli a tenuta stagna e controllò le guarnizioni. Lavorava nel buio, in una sala macchine del tutto sconosciuta, ma trovò immediatamente le pompe e ispezionò le valvole; poi emerse in superficie, procedendo a tastoni fra gli enormi blocchi delle macchine principali. Nick lo aveva preceduto. La sala macchine era allagata fin quasi al ponte superiore. La superficie era uno strato maleodorante di olio e nafta, in cui fluttuava una massa disordinata di oggetti per la maggior parte indefinibili, ma nell'alone della lanterna, Nick distinse uno stivale di gomma e un barattolo d'olio che gli galleggiavano vicino alla testa. La spessa poltiglia saliva, scendeva e ondeggiava sotto la spinta della corrente che irrompeva dalla falla. Le lenti delle lanterne, sporche d'untume, proiettavano ombre grottesche nei recessi cavernosi; ma Nick riuscì a distinguere il ponte sovrastante e il buco nero del pozzo d'aerazione. Ripulì il visore dell'elmetto, vide ciò che voleva vedere e sentì il freddo risalirgli lungo la gamba. Chiese bruscamente: «Ha finito, capo?» «Sì, leviamoci di torno.» Ci fu un momento di panico quando Nick temette di aver perso la funicella che lo avrebbe guidato all'apertura; ma si era solo attorcigliata attorno a un tubo. La liberò e scese con il suo compagno verso la luce tenue che filtrava
dallo squarcio. Scelse il momento con cura: l'uscita era ancora più pericolosa dell'entrata. Il ghiaccio aveva piegato il metallo verso l'interno, e le protuberanze aguzze sembravano i petali di un girasole... o i denti di un pescecane. Sfruttò il riflusso dell'acqua e fu sparato fuori senza neppure sfiorare i margini dello squarcio. Giratosi, remigò con le pinne per aspettare Vin Baker. L'australiano giunse con il riflusso successivo, ma la corrente lo aveva girato per traverso e urtò contro l'orlo frastagliato della falla. L'ossigeno eruppe in una gorgogliante nube di bollicine dalla sua sacca respiratoria squarciata dall'acciaio. Per un momento, il direttore di macchina fu celato
dalla nube argentea del gas che doveva tenerlo in vita. «Oh Dio, sono fregato», gridò, stringendo la sacca vuota, mentre affondava nell'abisso verde a causa della mutata spinta di galleggiamento: la sua cintura piombata era stata appesantita per bilanciare il galleggiamento della sacca respiratoria, e adesso lui scendeva come un aereo in picchiata. Nick afferrò la situazione in un lampo. La corrente aveva preso Baker e lo trascinava verso lo scafo, lo risucchiava sotto la chiglia martellante, dove ventiduemila tonnellate di acciaio lo avrebbero schiacciato contro la roccia. Scese a capofitto, battendo disperatamente le pinne per raggiungere il corpo che turbinava come una foglia al vento. Vide per un attimo il viso di Baker, stravolto dal terrore e dai primi spasmi di soffocamento, con l'elmetto già allagato mentre la pressione spingeva l'acqua gelida attraverso la valvola. Il microfono dell'australiano trasmise un ultimo urlo e poi fu zittito dall'acqua. «Si tolga la cintura», gridò Nick. Baker non rispose. Non poteva sentire, la sua cuffia era inservibile. Si dibatteva nella corrente, sprofondando verso una morte brutale. Nick riuscì ad afferrarlo e con tutte le sue forze tentò di nuotare verso l'alto per rallentare la discesa; ma continuarono ad affondare inesorabilmente. Nick cercò il dispositivo di sgancio della cintura di Baker, ma la sua mano era intorpidita dal freddo e impacciata dai guanti. Urtò contro la grande carena con la spalla, e sentì che venivano trascinati sotto, dove il movimento della chiglia sollevava nubi di sedimenti simili a fumo. Avvinti in un grottesco valzer, ruotarono su se stessi e Nick vide la chiglia incombere su di loro come la lama di una smisurata ghigliottina. Non era riuscito a sganciare il fermaglio dell'australiano. Aveva poche frazioni di secondo per giocare la sua ultima carta. Sganciò il proprio fermaglio e la cintura appesantita da quindici chili di piombo cadde dai suoi fianchi; ma insieme cadde anche la funicella che li avrebbe guidati allo Zodiac in attesa, perché era agganciata alla cintura. La brusca perdita di peso frenò la loro discesa, e lottando con tutta la forza delle sue gambe Nick riuscì a tenersi fuori dalla traiettoria della chiglia che piombava sul fondo. A tre metri da loro, l'acciaio percosse la pietra con un tonfo che risuonò ai suoi timpani come un colpo di gong; ma ormai stringeva saldamente l'australiano, e finalmente la sua destra trovò il fermaglio della cintura. Lo sganciò, e furono alleggeriti di altri quindici chili. Cominciarono a salire lungo l'instabile scafo d'acciaio, sempre più rapidamente man mano che l'ossigeno di Nick si espandeva per il calo della pressione. Ma la loro situazione era ancora disperata: salivano verso un tetto di solido ghiaccio con velocità sufficiente a rompersi un osso o spaccarsi il cranio. Nick si vuotò i polmoni con una lunga espirazione e nello stesso tempo aprì la valvola di sfogo della sacca, disperdendo il prezioso gas nel tentativo di frenare la salita. Ma urtarono contro il ghiaccio con una violenza che li avrebbe storditi, se Nick non avesse attutito l'impatto con la spalla e il braccio proteso. Rimasero là, inchiodati al ghiaccio dalla spinta delle loro mute di gomma e del gas restante nella sacca di Nick. Con distaccato stupore, Nick vide che la parte inferiore della banchisa non era levigata, ma si corrugava in vene e protuberanze, in forme bizzarre simili a sculture astratte di vetro verde. La sbirciò per un solo istante, perché accanto a lui Baker stava annegando.
L'elmetto dell'australiano era allagato, il suo viso era purpureo, la bocca
contorta in un orribile ghigno; i suoi movimenti già si facevano spasmodici e disordinati mentre lottava per respirare. Nick capì che la precipitazione li avrebbe uccisi entrambi. Doveva agire in fretta ma razionalmente. Trattenne Baker e aprì la valvola d'ossigeno, rigonfiando la propria sacca. Con la destra, cominciò a svitare il tubo di connessione dell'elmetto di Baker. Era un'operazione lenta, troppo lenta. Gli serviva il senso del tatto, per un lavoro così delicato. Pensò: «Questo potrebbe costarmi la mano destra», e si strappò lo spesso guanto con un gesto rabbioso. Ora poté sentire... ma solo per pochi secondi, finché il freddo non gli paralizzò le dita. Riuscì a svitare il tubo di connessione e intanto si riempì i polmoni come mantici, iperventilandosi il sangue con ossigeno puro fino a sentirsi leggero e stordito. Dopo un ultimo respiro, svitò il proprio tubo di connessione. L'acqua gelida fluì dalla valvola, ma Nick piegò la testa per intrappolare l'ossigeno nella parte superiore dell'elmetto tenendo il naso e gli occhi all'asciutto; quindi avvitò il tubo all'elmetto di Baker, con le dita ormai insensibili. Si strinse il corpo di Baker al petto e diede sfogo all'ultimo ossigeno della propria bomboletta. La pressione fu appena sufficiente a espellere l'acqua dall'elmetto di Baker. Uscì dalla valvola con un sibilo, e Nick scrutò attentamente l'australiano, accostando il viso a pochi centimetri dal suo. Il direttore di macchina tossiva, singhiozzava e ansimava alla ventata di ossigeno, con gli occhi torbidi e gli occhiali di sghembo, ma finalmente Nick sentì il suo torace sollevarsi e abbassarsi. Baker stava respirando di nuovo, «meglio di me», pensò Nick; e in quel momento si accorse che, con la cintura piombata, aveva perso anche la fune guida. Ignorava dove fosse la sponda e da che parte nuotare per giungere allo Zodiac. Era completamente smarrito. Cercò disperatamente lo scafo della Golden Adventurer per orientarsi, ma non riuscì a vederlo, perso com'era nella caliginosa penombra verde, e sentì il primo spasmo dei polmoni che chiedevano aria. La paura, fin allora latente, divampò in terrore. Fu quasi sopraffatto da un desiderio suicida di percuotere con i pugni il tetto verde e gelido di quella tomba subacquea, nel tentativo di aprirsi un varco con le mani nude. Poi, un attimo prima che il panico gli oscurasse completamente la ragione, si ricordò della bussola che aveva al polso. Ma ormai la sua mente era torpida, offuscata dalla mancanza di ossigeno, e gli occorsero preziosi secondi per stabilire la sua posizione relativamente allo Zodiac. Mentre si chinava in avanti per consultare la bussola, altra acqua marina irruppe nel suo elmetto, conficcandogli aghi di gelo nelle guance e nella fronte, facendogli dolere i denti. Inalò senza rendersene conto e si sentì subito soffocare. Senza lasciare Baker, unito a lui dal sottile cordone ombelicale del manicotto di respirazione, Nick nuotò nella direzione indicata dalla bussola. Immediatamente i suoi polmoni cominciarono a contrarsi in spasmi involontari, come quelli dei bimbi appena venuti alla luce. Continuò a nuotare. Alzando un poco la testa, vide che la coltre di ghiaccio si muoveva lentamente sopra di lui; a volte, quando la corrente li tratteneva, non si
muoveva affatto, e Nick doveva ricorrere a tutta la sua forza di volontà per continuare a nuotare. Poi la corrente allentava la sua morsa e avanzavano di nuovo, ma con lentezza esasperante. Ebbe il tempo di notare, allora, la squisita bellezza del tetto di ghiaccio, meravigliosamente cesellato e scolpito... e a un tratto si rivide accanto a Chantelle, sotto la volta gotica della cattedrale di Chartres, lo sguardo rivolto in alto con deferente ammirazione. Il dolore nel suo petto si era placato, non sentiva più il disperato bisogno di respirare; ma Nick non riconosceva i sintomi del soffocamento, né riconosceva le immagini che si formavano davanti ai suoi occhi come le fantasie di una mente ormai moribonda per mancanza di ossigeno. Il viso di Chantelle era davanti a lui, con i capelli soffici, leggeri e lucenti come le ali di una farfalla, i grandi occhi scuri, le labbra tumide che promettevano amore. «Ti ho amata», pensò. «Ti ho amata tanto.»
L'immagine cambiò. Rivisse la nascita di suo figlio, udì il primo vagito mentre il corpicino penzolava dalla mano inguantata, roseo e umido. Risentì lo stupore e la gioia di quel momento. «Un uomo che annega...» Finalmente Nick tornò al presente. Capì di essere moribondo, ma il panico era passato, come il freddo e il terrore. Trasognato, continuò a fluttuare nella caligine verde. Si accorse che le sue gambe avevano smesso di muoversi; giaceva rilassato, senza sentire né respirare. Era Baker che lo sospingeva. Nick sbirciò attraverso la visiera a pochi centimetri dai suoi occhi e vide l'espressione risoluta sul viso di Baker. L'australiano inalava ossigeno puro e riacquistava le forze a ogni respiro, nuotando con determinazione. «Beauty», sussurrò Nick. L'acqua gli invase la gola, ma non sentì dolore. Un'altra immagine si formò davanti a lui, uno yacht Arrowhead con lo spinnaker rigonfio che filava agilmente sul Mediterraneo indorato dal sole, e suo figlio alla barra, con i riccioli biondi scompigliati dal vento, gli stessi occhi neri e vellutati di sua madre nel visetto abbronzato. «Non farlo andare sottovento, Pete», volle gridare Nicholas a suo figlio, ma l'immagine svanì nel buio. Per un attimo si credette svenuto, ma poi si accorse all'improvviso che il fondo di gomma nera dello Zodiac era a pochi centimetri dai suoi occhi, che mani brusche lo sollevavano e gli toglievano l'elmetto. Non era una fantasia. Appoggiato alla soffice murata dello Zodiac, sostenuto dai due marinai, Nick inalò le prime boccate di aria ghiacciata. Ma era troppo ricca per i suoi polmoni. Tossì e vomitò debolmente sul davanti della muta. ^ Nick uscì dallo sgabuzzino della doccia. Il bagno era pieno di vapore, e il suo corpo arrossato dall'acqua quasi bollente. Si avvolse l'asciugamano intorno ai fianchi ed entrò nella cabina. Baker era sprofondato nella poltroncina ai piedi della cuccetta. Indossava una tuta pulita, i suoi capelli erano ritti in ciocche bagnate intorno alla chiazza dove i punti di Angel tenevano ancora unite le labbra della ferita. La montatura dei suoi occhiali si era rotta in un punto, durante
i tremendi minuti sotto la poppa della Golden Adventurer, e lui l'aveva riparata con nastro isolante. Teneva due bicchieri in una mano e una bottiglia di liquore marrone nell'altra. Versò due dosi abbondanti nei bicchieri, mentre Nick sostava sulla soglia del bagno. L'aroma dolce e pieno rievocava le piantagioni di canna da zucchero nel Queensland settentrionale. Baker porse un bicchiere a Nick e gli mostrò l'etichetta gialla della bottiglia. «Rum Bundaberg», annunciò. «Il migliore del mondo, amico.» Probabilmente non era mai stato così espansivo in vita sua, pensò Nick, né mai più lo sarebbe stato. Fiutò il liquore color miele; ne bevve una sorsata, se lo rigirò in bocca, lo ingollò, rabbrividì come un cane che si scrolli l'acqua di dosso, esalò un sospiro e convenne: «É sempre il migliore». E avendo detto quel che ci si aspettava da lui, porse il bicchiere. «Il primo ufficiale mi ha incaricato di riferirle un messaggio», disse Baker, versando un'altra dose per entrambi. «La pressione è salita a 1035 e adesso sta scendendo come un dingo nella tana; è già calata a 1020. Fra poco scoppierà l'inferno, c'è da scommetterci!» Lo guardò sopra le lenti. «Abbiamo sprecato quasi due ore, Beauty», disse Nick. Baker sbatté le palpebre all'inusitato nomignolo, poi lo accettò con un sogghigno. «Come intende tappare lo scafo?» «Ho già messo dieci uomini al lavoro. Stanno facendo un paglietto.» Baker sbatté di nuovo le palpebre, poi scrollò la testa con aria scettica. «Questa è roba da capitano Hornblower...» «La Strega di Endor», convenne Nick. «Sicché sa leggere?»
«Non ha abbastanza pressione per spingerlo dentro», obiettò Baker. «L'aria intrappolata nella sala macchine lo soffierà via.» «Farò passare un cavo di ferro per il pozzo di ventilazione della sala macchine, poi lo farò uscire dalla falla. Fisseremo il paglietto all'esterno dello scafo e il cavo lo tratterrà al suo posto.» Baker lo fissò per cinque secondi, assimilando l'idea. Il paglietto si ottiene cucendo alla tela di una vela migliaia di fiocchetti di filaccia di canapa, finché non sembra un enorme zerbino. Quando viene premuto contro una falla, la pressione lo schiaccia nell'apertura e l'acqua gonfia la massa fibrosa fino a trasformarla in un tappo a tenuta stagna. «Potrebbe funzionare.» Beauty Baker non voleva sbilanciarsi. Nick bevve d'un fiato anche la seconda dose di rum, lasciò cadere l'asciugamano e prese i suoi indumenti dalla cuccetta. «Veda di dare energia all'Adventurer prima che arrivi la burrasca», gli suggerì gentilmente. Baker si srotolò dalla poltroncina, ficcandosi la bottiglia di Bundaberg nella tasca posteriore dei calzoni. «Stia a sentire, comandante», disse. «Tutte le sciocchezze che ho detto
sugli inglesi... be', non le prenda alla lettera.» «Non c'è pericolo», lo tranquillizzò Nick. «In effetti sono nato e cresciuto in Inghilterra, ma mio padre è americano. E così sono americano anch'io.» «Cristo!» Beauty si tirò su i calzoni con aria disgustata. «Se c'è qualcosa di peggio di un inglese è un maledetto yankee.» ^ Avendo visto che il fondale della baia era liscio e senza scogli, Nick manovrò la nave con audace e insieme delicata perizia, sotto gli occhi ammirati di David Allen. Spavaldo come un gallo da combattimento, il Warlock attaccò la spessa banchisa lungo la sponda, frantumandola in blocchi e lastre che spazzò via con le eliche. Così si creò lo spazio per lavorare presso la poppa della Golden Adventurer. La calma irreale del mare e dell'aria facilitava l'opera, sebbene la perfida corrente che fluiva sotto la poppa dell'Adventurer complicasse il trasferimento del grosso alternatore. Nick fece gettare due parabordi Yokohama sulla fiancata del Warlock. I due palloni rigonfi attutirono il contatto dell'acciaio contro l'acciaio quando Nick accostò al piroscafo arenato, mantenendo il Warlock in posizione con delicate correzioni di forza, barra e passo d'elica. Beauty Baker e la sua squadra di lavoro, infagottati nel pesante abbigliamento antartico, erano già nel cestello della gru a cavalletto del Warlock, a venti metri sopra la plancia. Quando Nick fece accostare il Warlock, calarono la scaletta d'abbordaggio e vi si avviarono in fila indiana con Beauty alla testa. Sembravano un branco di scimmie sul ramo di un albero. «Sono passati tutti», disse il terzo ufficiale a Nick, poi aggiunse: «Il barometro è sceso ancora, signore. Siamo a 1005». «Benissimo.» Nick fece scostare delicatamente il Warlock dalla poppa del piroscafo e lo mantenne alla distanza di quindici metri. Soltanto allora alzò gli occhi al cielo. Il sole di mezzanotte l'aveva tinto di un giallo sinistro, e il sole stesso era una satanica palla rosso cupo sopra le guglie del capo Alarm. Pareva che i ghiacci fossero bagnati di sangue. «É stupendo.» La ragazza gli era comparsa accanto. Con la testa gli giungeva appena alla spalla, e nella luce rossastra la sua grossa treccia rifulgeva come oro; la voce era bassa, un po' velata dalla timidezza. Quando la ragazza alzò il viso, lui vide che era giovanissima. «Sono venuta a ringraziarla», disse la ragazza con dolcezza. «É la prima occasione che ho.» Indossava indumenti maschili troppo larghi, che la facevano sembrare una bambina mascherata; sul viso senza trucco la pelle era liscia come quella d'un
frutto. La sua espressione era grave; sotto gli occhi e agli angoli della bocca erano visibili le tracce della sua terribile esperienza; si sentiva che era ancora tesa e nervosa. «Angel non mi ha lasciata venire prima», disse lei, e a un tratto sorrise.
Era il sorriso spontaneo e innocente di una bimba che non ha mai conosciuto il rifiuto. Nick fu turbato dall'intensità del proprio desiderio fisico. Sentì il cuore martellare furiosamente contro le costole. Il turbamento si trasformò in collera, perché la ragazza dimostrava non più di quattordici o quindici anni, doveva avere all'incirca l'età di suo figlio, e Nick si vergognò di quell'impulso perverso. Dai tempi di Chantelle, non aveva più sentito un'attrazione così forte e immediata per una donna. Al pensiero di Chantelle, le sue emozioni si confusero in una ridda da cui emersero con chiarezza soltanto il desiderio e l'ira. Protesse la collera come un fiammifero in una giornata ventosa; gli ridava forza. La forza di respingere il desiderio, perché sapeva di essere ancora vulnerabile e non voleva lasciarsi attirare su una rotta pericolosa da quella donna-bambina. A un tratto si accorse di essersi avvicinato alla ragazza e di averla fissata per parecchi secondi. Notò che lei sosteneva impavidamente lo sguardo e che qualcosa cominciava a muoversi nei suoi occhi, simile all'ombra di una nube sulla superficie di un laghetto verde. Non poteva affrontare il rischio di ciò che stava accadendo; e finalmente si accorse che due ufficiali di coperta li guardavano con palese curiosità. Sfogò la collera su di lei. «Signorina», disse. «Lei ha la specialità di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato.» Il tono era ancor più gelido e distaccato di quanto intendesse. Prima di girarsi, vide l'incredulità della ragazza divenire mortificazione. I suoi occhi verdi si rannuvolarono un poco. Nick s'irrigidì, fissando il castello di prua dove la squadra di Dave Allen stava aprendo la cala. La collera di Nick sbollì quasi subito, lasciando il posto al rimorso. Capì di essersi inimicato la ragazza e desiderò dirle qualche parola gentile per salvare la situazione, ma non gli venne in mente nulla. Si portò il microfono alle labbra e parlò a Baker con la radio ad alta frequenza. «Come va, capo?» Passò una decina di secondi. Nick sentiva la presenza della ragazza accanto a lui. «I generatori di emergenza sono bruciati. Ci vorranno due giorni per rimetterli in funzione. Bisognerà portare qui l'alternatore», rispose Beauty. «Siamo pronti», disse Nick. Chiamò David Allen sul ponte prodiero. «Pronto, David?» «Tutto a posto.» Nick fece nuovamente accostare il Warlock alla poppa del piroscafo, e finalmente si girò. Stranamente, adesso voleva l'approvazione della ragazza. Sorrise... ma lei era già andata via. La voce di Nick era leggermente velata, quando disse al primo ufficiale: «Vediamo di sbrigarci, primo». Il Warlock urtò la poppa dell'Adventurer, i grossi parabordi Yokohama attutirono l'urto, il verricello di prua prese a strepitare, i cavi cigolarono sulle pulegge e l'alternatore pesante quattro tonnellate emerse oscillando dal boccaporto. Era montato su un carrello perché fosse più facile maneggiarlo. I serbatoi diesel erano colmi e il grande motore già iniettato, pronto a partire. Salì rapidamente, penzolando dal paranco. Nel momento più critico, quando fu sporto oltre la prora del Warlock, dodici uomini sincronizzarono i loro sforzi. Una perfida onda sollevò il rimorchiatore e lo spinse per traverso,
mentre il fardello penzolante lo faceva inclinare; e l'alternatore sarebbe andato a fracassarsi contro la fiancata d'acciaio della nave, se Nick non avesse invertito la rotazione delle eliche scostando bruscamente il Warlock. Come l'onda fu passata, accostò di nuovo quasi a passo zero, schiacciando leggermente i parabordo della prora contro la fiancata dell'Adventurer. «Ci sa fare, accidenti!» Dave Allen seguiva la manovra di Nicholas. «É
ancora più bravo del vecchio Mac.» Mackintosh, il precedente comandante del Warlock, non aveva difettato di esperienza né di perizia; ma Nicholas Berg manovrava la nave con il tocco sensibile e istintivo di un artista del mare. David Allen scacciò il pensiero e fece un segnale all'operatore dell'argano. La gran macchina penzolante calò sulla tolda del piroscafo con la delicatezza di un gabbiano che si posa. La squadra di Baker vi balzò subito accanto, sganciando il cavo dell'argano per trascinare via la macchina sul suo carrello. Il Warlock si ritirò, e quando la squadra di Baker fu pronta, accostò ancora per scaricare un altro fardello... stavolta una pompa centrifuga ad alta velocità che si sarebbe aggiunta a quelle dell'Adventurer... se Baker fosse riuscito a rimetterle in funzione. Uscì dalla cala di prua del Warlock, seguita dieci minuti dopo dalla sua gemella. «Pompe assicurate.» Nella voce di Baker c'era una nota di trionfo, ma in quel momento un'ombra passò sulla nave, come se un avvoltoio le ruotasse sopra ad ali spiegate. Nick alzò lo sguardo, notando con la coda dell'occhio che anche gli uomini sul ponte prodiero guardavano in alto. Era una nuvola solitaria. Non sembrava più grande di un fazzoletto, veleggiava a quattro o cinquecento metri d'altezza; ma per un attimo aveva oscurato il sole, prima di proseguire verso le guglie del capo Alarm. «Abbiamo ancora tante cose da fare», pensò Nick. Aprì la porta della plancia e uscì sull'ala esterna. Non tirava un alito di vento e il freddo pareva meno pungente, sebbene a Nick bastasse un'occhiata al ghiaccio per capire che c'erano ancora trenta gradi sotto zero. Non tirava vento, ma fra poco si sarebbe scatenato il finimondo. «Signor Allen», disse Nick al microfono. «Che cosa state combinando laggiù? Crede che siamo in crociera?» La squadra di David Allen si precipitò a chiudere il boccaporto anteriore, poi corse alle cale di poppa. «Trasferisco il comando nella plancia di poppa», annunciò Nick ai suoi ufficiali di coperta. Attraversò la zona intermedia ed entrò nella seconda plancia, dove c'erano i duplicati di tutti gli apparecchi di navigazione e di controllo: una caratteristica dei rimorchiatori, in cui gran parte del lavoro si svolge sul ponte di poppa. Con le gru di poppa posarono le casse delle attrezzature di ricupero sul ponte del transatlantico: altre otto tonnellate di materiale furono caricate sulla Golden Adventurer. Poi il Warlock si scostò e David Allen chiuse nuovamente i boccaporti. Quando entrò in plancia, pestando i piedi e dandosi manate sulle spalle, rosso e ansante per il freddo, Nick gli disse subito:
«Rilevi il comando, signor Allen. Io vado a bordo dell'Adventurer». Non si sentiva di aspettare nell'incertezza mentre Baker avviava l'alternatore e le pompe. Le questioni meccaniche competevano a Baker, come quelle marinare a Nick, ma l'opera poteva durare parecchie ore, e Nick non voleva starsene con le mani in mano così a lungo Dall'alto della gru a cavalletto, Nick lasciò spaziare lo sguardo sulle acque calme e minacciose. La mezzanotte era passata da poco e il sole era un disco di metallo scarlatto, seminascosto dalle montagne. Il mare aveva preso un cupo color porpora e gli iceberg sprizzavano scintille rosso sangue. Da quell'altezza, Nick vide che una serie regolare di piccole onde si allargava sulla superficie delle acque, come le increspature prodotte da un sasso lanciato in uno stagno. Erano senza dubbio originate da una turbolenza lontana. Sentì il movimento del Warlock che rollava sulla maretta. Un'improvvisa raffica di vento gli sferzò il viso, simile al colpo d'ala di un pipistrello. La lucentezza metallica del mare fu solcata dall'unghia del vento. Si strinse sotto il mento il cappuccio del giaccone e imboccò la passerella di abbordaggio, procedendo in equilibrio sopra l'instabile castello di prua del Warlock.
Saltò sul ponte dell'Adventurer e salutò con un gesto la plancia lontana del rimorchiatore. ^ «Ho cercato di avvisarti, carina», disse gentilmente Angel, quando la ragazza entrò nel caldo umido della cambusa. Aveva notato subito l'aria avvilita di Samantha. «Ti ha trattata male, vero?» «Non dire sciocchezze.» Lei alzò il mento con aria spavalda, ma il suo sorriso fu troppo pronto e troppo smagliante. «Posso aiutarti?» «Sguscia le uova», rispose Angel. Tornò a chinarsi su dieci chili di carne bovina, con le maniche arrotolate fino ai gomiti sulle braccia pelose, stringendo un coltellaccio nel pugno enorme. Lavorarono in silenzio per una decina di minuti, prima che Samantha tornasse sull'argomento. «Volevo solamente ringraziarlo...» «É un mostro.» «Nemmeno per sogno», ribatté lei con calore. «Tutt'altro che un mostro.» «Allora è un bastardo egoista e senza cuore afflitto da megalomania.» «Come puoi parlare così?» Ora gli occhi di Samantha sprizzavano scintille. «Non è egoista. Si è tuffato in acqua per salvarmi...» Vide il sorriso sulle labbra di Angel e la luce ironica che gli brillava negli occhi. Tacque confusa e si rimise a sgusciare uova, con le ciglia aggrottate. «É abbastanza vecchio per essere tuo padre», la stuzzicò Angel. Adesso lei era arrabbiata sul serio. Una vampata di rossore fece brillare le sue lentiggini come polvere d'oro. «Dici un mucchio di stronzate, Angel.» «Santo cielo, bambina, dove hai imparato quel linguaggio?»
«Be', mi hai fatta uscire dai gangheri.» Ruppe un uovo con tanta forza che il contenuto le schizzò sui calzoni. «Oh, merda!» esclamò, fissandolo con aria di sfida. Angel le gettò uno strofinaccio e ripresero a lavorare. «Quanti anni ha?» gli domandò lei a un tratto. «Centocinquanta?» «Trentotto...» Angel rifletté un momento. «O trentanove.» «Perfetto», disse Samantha. «L'età ideale di una donna è la metà degli anni di un uomo più sette.» «Tu non ne hai ventisei, bella», le rammentò Angel. «Li avrò fra due anni», replicò lei. «Sei proprio cotta, eh? Ardi di desiderio?» «Non dire sciocchezze, Angel. Si dà il caso che abbia un debito di riconoscenza con lui... mi ha salvato la vita. Ma da qui a volerci andare a letto!» Scacciò l'idea con una sbuffata sdegnosa e una scrollata di capo. «Sono contento per te», disse Angel annuendo. «É un tipo da non fidarsi. Ha certi occhi...» «Ha dei bellissimi occhi!» ribatté lei, poi tacque bruscamente, vide il suo sogghigno e si accasciò sul bancone con un uovo spiaccicato in mano. «Oh, Angel, sei un bruto e ti odio. Come hai il coraggio di prendermi in giro?» Angel vide che stava per piangere. Parlò in tono vivace. «Prima di tutto, dovresti sapere qualcosina su di lui...» Le riepilogò la biografia di Nicholas Berg, arricchita dalla sua vivida immaginazione e dal suo caustico umorismo, insieme con un gusto quasi femminile per il pettegolezzo. Samantha lo ascoltò avidamente, con sporadiche esclamazioni di stupore. «Se sua moglie è scappata con un altro, deve aver perso la testa, non credi?» gli chiese infine. «Ogni tanto bisogna pur cambiare, cocca.» «É l'armatore della nave, allora? Non soltanto il comandante?» «Possiede la nave, la sua unità gemella e tutta la società. Un tempo lo chiamavano il Principe d'Oro. É un tipo ambizioso, non te ne sei accorta?» «No.» «Credo di sì, invece. Sei troppo donna per non notarlo. Il successo e il
potere sono gli afrodisiaci più potenti. Da che mondo è mondo, il tintinnìo dell'oro scatena gli ormoni delle ragazze.» «Questo è ingiusto, Angel. Non sapevo niente di lui. Non sapevo che fosse ricco e famoso. Il denaro non m'interessa...» «Oh, oh!» Angel scosse i riccioli, e l'orecchino scintillò. Vide che la ragazza si stava arrabbiando di nuovo. «D'accordo, bella, sto scherzando. Ma vuoi sapere che cosa ti ha attratto in lui? La sua forza, la sua aria risoluta. Il fatto che gli altri uomini gli obbediscano, lo seguano e lo temano. Hai sentito il potere. E il potere è sempre accompagnato dal successo.» «Io non...» «Sii onesta con te stessa, tesoro. Non c'entra il fatto che ti abbia salvato la vita, non c'entrano i suoi begli occhi e nemmeno il rigonfiamento nei suoi calzoni...»
«Adesso diventi volgare, Angel.» «Sei giovane e bella, non è colpa tua. Sei come una cerbiatta, tutta voglie e ritrosia, e hai appena individuato il maschio della mandria. Non è colpa tua, cara. Sei semplicemente una donna.» «Che cosa dovrei fare, Angel'» «Ci penseremo, tesoro, ma ascolta il mio consiglio: non ronzargli intorno vestita come uno spaventapasseri, non guardarlo come se fosse un dio. Guai se dovesse sbatterti contro ogni volta che si gira.» Samantha rifletté un momento. «D'accordo, Angel. Ma non voglio nemmeno sfuggirlo di proposito. Mi capisci, vero?» ^ Beauty Baker aveva preso il lavoro in pugno. L'operazione procedeva più in fretta di quanto Nick avesse osato sperare. L'alternatore era stato spinto attraverso le doppie porte fin nella sovrastruttura del ponte B, quindi assicurato a una paratia d'acciaio e avvitato al ponte stesso. «Non appena avrò l'energia, faremo un foro nel ponte e lo caleremo», spiegò Baker a Nick. «Ha già trovato i cavi della corrente?» «Useremo una derivazione dalla scatola di raccordo principale del ponte C. E nella scatola di raccordo provvisoria sceglierò...» «Ma ha trovato il circuito dell'argano anteriore e le pompe?» «Santo cielo, perché non pensa al suo battellino e non mi lascia lavorare in pace?» Sul ponte superiore, una delle squadre di Baker era già all'opera con la fiamma ossidrica. Stava aprendo un accesso al pozzo di ventilazione della sala macchine principale. La fiamma sibilava minacciosamente e scintille rosse sprizzavano dalla lamiera d'acciaio del fumaiolo, che serviva semplicemente per dare alla Golden Adventurer la linea tradizionale. Finalmente la fiamma ossidrica recise gli ultimi centimetri di lamiera. La lastra cadde nella profonda caverna, lasciando una breccia quadrata di due metri per due, che dava direttamente accesso alla sala macchine allagata, diciotto metri più in giù. Nonostante il consiglio di Baker, Nick assunse il comando della squadra intenta a guarnire i bozzelli in cui avrebbero fatto scorrere il cavo del paglietto dalla falla nella carena. Quando Nick sbirciò nuovamente il suo Rolex Oyster, vide che era passata quasi un'ora. Il sole era tramontato e il cielo verde, acceso dai fuochi dell'aurora boreale, rendeva la notte magica e misteriosa. «Va bene, capo, per adesso non possiamo fare altro. Porti la sua squadra a prua.» Gli uomini correvano sul ponte prodiero e il vento li investì. Fu una raffica urlante che li fece barcollare in cerca di appiglio; poi il vento si ruppe in una serie di raffiche mentre Nick dirigeva le operazioni presso i due enormi argani delle ancore. Il mare cominciava a martellare la banchisa, facendola stridere e ringhiare. Bisognava distendere le ancore gemelle dell'Adventurer; due uomini
assicurarono la maniglia di una pesante catena alla cicala di ciascuna ancora. Adesso il Warlock poteva portarle verso il mare aperto. Quando le catene fossero giunte al massimo della tensione, il Warlock avrebbe dato fondo alle due ancore: le patte avrebbero immediatamente fatto presa, e così ancorata l'Adventurer avrebbe resistito anche agli sforzi di un vento forza dodici che avesse cercato di spingerla verso riva. Poi, quando le macchine della nave fossero state rimesse in funzione, gli argani delle ancore sarebbero stati usati per tonneggiare, in modo che la Golden Adventurer si disincagliasse con i suoi stessi mezzi. Nick faceva molto conto sulla forza dei colossali argani in aggiunta alle macchine del Warlock; da solo il Warlock forse non ce l'avrebbe fatta, l'Adventurer era imprigionata troppo saldamente. Fu una fatica improba, perché avevano a che fare con l'enorme peso delle catene d'acciaio e delle maniglie. Soltanto la maniglia che univa la catena alla cicala dell'ancora pesava centocinquanta chili, e sei uomini lavoravano al paranco che la manovrava. Quando ebbe finito, il vento soffiava a forza sei e fischiava fra le sovrastrutture. Gli uomini erano stanchi, irascibili e intirizziti. Nick li condusse al riparo della sovrastruttura principale. Gli pareva che i suoi stivali fossero fatti di piombo, e i suoi polmoni bramavano il fumo di un buon sigaro. Pensò di sfuggita che non dormiva da oltre cinquanta ore... ossia da quando aveva salvato la ragazzina. Scacciò subito il pensiero, perché lo distraeva dai suoi propositi. Mentre entrava nel salone principale del piroscafo, gelido ma protetto dal vento, cavò l'astuccio dei sigari. Si fermò di colpo e batté le palpebre per lo stupore: all'improvviso la nave si era illuminata sfarzosamente. Brillavano tanto le luci dei ponti che le luci interne, cosicché la Golden Adventurer fu pervasa da un'atmosfera festosa. Nick udì la musica uscire dagli altoparlanti del ponte superiore, mentre l'impianto di radiodiffusione tornava a funzionare. Era la voce di Donna Summer, cristallina e squillante, ma quanto mai incongrua in quel luogo e in quelle circostanze. «Abbiamo l'elettricità!» Con un grido di gioia, Nick attraversò di corsa il ponte B. Accanto all'alternatore ruggente, Beauty Baker sorrideva trionfante. «Che cosa gliene pare?» domandò. Nick gli diede una manata sulla spalla. «Complimenti, Beauty.» Prese uno dei suoi preziosi sigari e lo ficcò fra le labbra di Baker; poi fece scattare l'accendino. Entrambi fumarono per una ventina di secondi in amichevole silenzio. «Bene», disse infine Nick. «Le pompe e gli argani, adesso.» «Le due pompe portatili d'emergenza sono già pronte. Fra poco controllerò le pompe principali della nave.» «Così non resta che sistemare il paglietto nella falla.» «Questo spetta a lei», ribatté Baker. «Stavolta in acqua non ci vengo. Ho perfino smesso di fare il bagno.» «Non ha notato che mi tengo sopravvento?» celiò Nick. «Ma qualcuno deve pur scendere per far passare il cavo.» «Perché non manda Angel'» chiese Baker con un sogghigno. «Mi scusi, ma io ho da fare.» Fissò la punta del sigaro. «Quando avremo disincagliato questo accidente, spero che potrà permettersi dei sigari migliori.»
Sparì nelle viscere della nave, lasciando Nick con il solo compito che lo preoccupava sul serio. Qualcuno doveva scendere nella sala macchine. Poteva cercare un volontario, naturalmente; ma un'altra delle sue regole era non chiedere agli altri quello che si può fare da soli. «Posso affidare a David il controllo dell'ancoraggio, ma non incaricare qualcun altro di inserire il paglietto nella falla.» Ora lo sapeva. Avrebbe dovuto affrontare di nuovo il gelo, il buio e il pericolo della sala macchine allagata. L'ancoraggio disposto da David teneva a meraviglia, anche ora che il mare ingrossava sotto la spinta di un vento sempre più gagliardo. David si era dimostrato degno della fiducia di Nick, portando al largo con
perizia le ancore gemelle della Golden Adventurer e quindi dando fondo con le catene tese, all'angolazione migliore per far presa. Baker aveva installato e controllato le due grandi centrifughe e rimesso in funzione due pompe del piroscafo che le paratie stagne avevano protetto dall'acqua. Adesso era pronto ad avviare quel considerevole apparato di pompe. Calcolava che, se Nick fosse riuscito a tappare la falla nella carena, avrebbe svuotato lo scafo del piroscafo in meno di quattro ore. Nick aveva nuovamente indossato la muta d'immersione, ma stavolta s'era munito di una bombola Drager; con le sacche respiratorie a ossigeno aveva chiuso per sempre. Prima di immergersi, sostò sul ponte con l'elmetto sotto il braccio. Il vento strappava lembi di spuma dalle creste delle onde; il cielo greve di tempestose nuvole grigie aveva oscurato il sole nascente, celando le guglie del capo Alarm. Era un'alba gelida e buia, che prometteva una giornata anche peggiore. Nick gettò un'occhiata al Warlock. David Allen lo teneva abilmente in posizione. La squadra di Nick era pronta, raggruppata intorno alla breccia appena praticata nel fumaiolo dell'Adventurer. S'infilò l'elmetto e controllò la radio, mentre i suoi aiutanti serravano i fermagli e avvitavano i tubi per la respirazione. «Warlock, mi sentite?» La voce di Allen rispose immediatamente. Il primo ufficiale confermò che erano pronti, poi aggiunse: «Il barometro è precipitato, comandante. É a 996 e scende ancora. Il vento soffia a forza sei con raffiche di forza sette. Sembra che si stia scatenando una bufera». «Grazie, David», scherzò Nick. «Sono notizie che consolano il cuore.» I marinai lo aiutarono a sedersi nella braga; lui controllò per l'ultima volta l'attrezzatura d'immersione, poi fece cenno che lo calassero. L'interno della sala macchine non era più buio, perché Baker aveva situato dei riflettori nel pozzo di ventilazione, ma l'acqua era nera d'olio di macchina, e si agitava furiosamente avanti e indietro come un mostro in preda al panico che cerchi di fuggire dalla sua gabbia d'acciaio. Le onde spinte dal vento s'infrangevano contro la fiancata della Golden Adventurer e penetravano attraverso la falla, formando nuove onde e correnti che balzavano a lambire le paratie d'acciaio. «Piano», disse Nick nel microfono. «Ferma!»
La sua discesa fu arrestata tre metri sopra la macchina principale di dritta. Il moto ondoso la spazzava come se fosse un banco corallino, coprendola completamente un istante per rivelarla l'istante dopo. L'impeto dell'acqua poteva scagliare un uomo contro la macchina con tale forza da fracassargli le ossa. «Fate scendere il bozzello principale», ordinò. L'enorme bozzello d'acciaio emerse dall'ombra e penzolò alla luce dei riflettori. «Ferma.» Nick cominciò a mettere il bozzello in posizione. «Ancora mezzo metro. Ferma!» Immerso fino alla cintola nell'acqua turbolenta e oleosa, lottò per inserire il perno e assicurare il bozzello a una delle armature dello scafo. Ogni pochi minuti, un flusso d'acqua più violento gli copriva la testa, costringendolo a cercare un appiglio, finché l'acqua non calava di nuovo e la finestrella dell'elmetto si schiariva abbastanza da permettergli di lavorare. Dopo quaranta minuti, dovette farsi tirar su e riposare. Sedette il più vicino possibile all'alternatore in funzione, crogiolandosi al calore emanato dalla macchina e bevendo il caffè che Angel gli aveva portato nel thermos. Gli sembrava di essere un pugile nell'intervallo fra una ripresa e l'altra: gli doleva il corpo, i muscoli erano logorati dallo sforzo di lottare contro la fetida emulsione di acqua e olio, i fianchi e il petto erano contusi dagli urti contro gli spigoli dei macchinari sommersi. Ma venti minuti dopo si alzò. «Andiamo», disse, e si rimise l'elmetto. La pausa gli aveva permesso di riflettere sui problemi che lo aspettavano. Ora gli parve di lavorare più in fretta, sebbene nell'infernale caverna
risonante avesse perso il senso del tempo. Quando fu pronto a far uscire il cavo messaggero dalla falla, non sapeva nemmeno se fosse giorno o notte. «Mandatelo giù», ordinò nel microfono. Il rotolo scese, oscillando e roteando sotto i riflettori al movimento della nave, proiettando ombre grottesche nei recessi della sala macchine. Il cavo era fatto di dacron strettamente intrecciato, elastico e robusto in rapporto alla sua sottigliezza e leggerezza. Un capo era assicurato al ponte, e Nick lo passò con cura nei bozzelli, affinché potesse scorrere liberamente. Poi si agganciò il rotolo alla cintola, svolgendosi il cavo sul fianco in modo che non s'impigliasse quando sarebbe passato attraverso la falla. Era esausto, e considerò l'idea d'interrompere il lavoro per riposare ancora un poco; ma il movimento del mare e dello scafo lo dissuase dal perdere tempo. Fra un'ora l'operazione sarebbe stata impossibile; bisognava andare subito. Fece appello alle sue ultime riserve di energia... e si stupì di trovarle, perché il gelo dell'acqua gli era penetrato fin nell'anima, appannandogli i sensi e appesantendogli le ossa. Fuori doveva esser giorno, perché un po' di luce fluiva dalla breccia nello scafo, una luce oscurata dalla fanghiglia oleosa che copriva l'acqua. Si aggrappò a una ringhiera della sala macchine, con la testa a due metri dalla falla, respirando con il ritmo lento e regolare del sommozzatore esperto, sballottato dal flusso e riflusso nello scafo. Cercò d'individuare una qualsiasi regola nell'azione dell'acqua, ma il movimento sembrava del tutto casuale: una gorgogliante inspirazione era seguita da tre o quattro
deboli deflussi, poi da tre sbuffi così violenti che avrebbero scagliato un uomo diritto contro il mortale bordo frastagliato dello squarcio. Doveva affidarsi a un'onda di media forza, abbastanza potente da portarlo con dolcezza attraverso la falla, ma senza il pericoloso impeto delle onde maggiori. «Sono pronto, David», disse nell'elmetto. «Mi confermi che il battello mi aspetta vicino allo scafo.» «Siamo tutti pronti.» La voce di David Allen era tesa. «Vado», annunciò Nick.
Era arrivata la sua onda. Inutile indugiare ancora. Controllò il rotolo agganciato alla cintura, assicurandosi che il cavo scorresse senza intoppi. Vide che la falla risucchiava acqua verde e chiara, piena di bollicine argentee, piccoli brillanti che volarono presso la sua testa ad avvisarlo della tremenda potenza dell'onda. Il flusso rallentò fino a cessare, mentre lo scafo si riempiva al massimo della capacità accumulando un'enorme pressione di aria e di acqua; poi, con il ritirarsi dell'onda esterna, iniziò bruscamente il deflusso e l'acqua intrappolata ricominciò a uscire. Nick allentò la presa sulla ringhiera e l'acqua lo trascinò subito con sé. In quella corsa turbinosa, nuotare era fuori questione, Nick poté solamente tenere le braccia aderenti ai fianchi e le gambe unite per affilare la propria sagoma, cercando di dirigersi con le pinne. La velocità a cui l'acqua lo trascinava lo riempì di sgomento. Mentre veniva scagliato a capofitto verso la bocca d'acciaio, sentiva la fune scorrergli contro la gamba e il rotolo appeso alla sua cintola frullare vorticosamente, come se un pesce gigantesco fosse uncinato all'altro capo. La forza dell'accelerazione gli compresse le viscere, poi un buffetto della corrente gli impresse un movimento rotatorio e Nick si dibatté disperatamente per ritrovare l'assetto. In quel momento urtò. La violenza del colpo lo accecò per un istante. Aveva urtato con le spalle, ed ebbe l'impressione che l'acciaio, affilato come un rasoio, gli avesse mozzato il braccio sinistro. Poi si trovò a girare su se stesso, perdendo la nozione dell'alto e del basso. Non sapeva nemmeno se era ancora nell'interno della Golden Adventurer e il cavo di nylon gli si stava avvolgendo intorno al petto e alla gola, intorno
ai preziosi tubi dell'aria, privandolo della sua riserva d'ossigeno come un feto strangolato dal suo stesso cordone ombelicale. Urtò nuovamente, stavolta con la parte posteriore della testa, e soltanto l'elmetto gli impedì di spaccarsi il cranio. Protese le braccia e sentì la ruvida calotta di ghiaccio. Il terrore lo colse di nuovo, e Nick cacciò un grido nella maschera; ma improvvisamente emerse alla luce e all'aria, tra i frammenti di ghiaccio frantumato misti a blocchi più grossi, uno dei quali lo aveva colpito. Su di lui torreggiava la fiancata d'acciaio della nave, che pareva
sfiorare le nubi; e mentre armeggiava per districarsi dal groviglio del cavo, capì due cose. La prima, che aveva ancora tutt'e due le braccia attaccate al corpo, sane e funzionanti, la seconda, che il battello del Warlock era a sette metri da lui e stava venendo a raccoglierlo. Il paglietto sembrava un gigantesco terrier accovacciato sulla prua del battello. Era altrettanto irsuto e informe, del medesimo colore marrone grigiastro. Nick, con un giaccone polare indossato direttamente sulla muta, si bilanciava sulla prua del battello che rollava e beccheggiava nella maretta. Blocchi di ghiaccio gli strisciavano contro, scheggiando la vernice; ma lo scafo era d'acciaio, ampio e robusto. Il timoniere sapeva il fatto suo, e pilotava destramente il battello obbedendo alle segnalazioni di Nick. Lo fece accostare alla poppa della Golden Adventurer. Il sottile cavo bianco di dacron era l'unico collegamento fisico con gli uomini sulla nave, il messaggero che avrebbe portato il cavo più pesante; ma poteva venire reciso da un'affilata lastra di ghiaccio o dai denti delle mascelle d'acciaio che si spalancavano sotto la linea di galleggiamento della nave. Nick lo filava tra le mani intirizzite, pronto a sentire il minimo strappo o sussulto che indicassero una rottura o un impedimento. Con opportune segnalazioni al timoniere, mantenne il battello in posizione affinché il cavo corresse diritto nella falla, quindi nei bozzelli che aveva sistemato con tanta fatica nella sala macchine, e da là nel pozzo di aerazione, per passare attraverso l'apertura quadrata nel fumaiolo e finalmente avvolgersi intorno all'argano, accanto al quale Baker osservava il ricupero del messaggero. Il vento non dava requie, cosicché Nick dovette chinarsi per proteggere la piccola ricetrasmittente. La voce di Baker giunse nitida e sottile tra le raffiche sibilanti. «Il cavo messaggero scorre liberamente.» «Bene, ora srotoliamo l'altro», disse Nick. Spesso come il dito indice di un uomo, il cavo d'acciaio era un gioiello dell'industria scandinava. Nick controllò la giunzione fra i due cavi; quello di dacron era abbastanza robusto da reggere il peso dell'acciaio, ma la giunzione era il punto debole. Fece un cenno all'equipaggio e gli uomini lo lasciarono scorrere oltre il bordo; il nero cavo d'acciaio cominciò a svolgersi dal rullo. Nick sentì lo strappo quando la giunzione colpì il bozzello nella sala macchine. Il cuore prese a martellargli nel petto. Se s'impigliava, era la fine: nessuno poteva penetrare nuovamente nello scafo, il mare era troppo agitato. Avrebbero perso l'ancoraggio e con esso la Golden Adventurer, che sarebbe stata fracassata dalle onde. «Dio mio, fa' che scorra», sussurrò Nick nell'ululato del vento. Il rullo si fermò, fece ancora mezzo giro e si bloccò. Da qualche parte, il cavo si era impigliato. Nick segnalò al timoniere di accostare un poco per cambiare l'angolazione della fune. Quando l'argano riprese a tirare, i suoi nervi vibrarono come corde di violino. Gli parve di udire le fibre del dacron gemere sotto la tensione. «Fa' che scorra! Fa' che scorra!» pregò. A un tratto vide che il rullo riprendeva a girare, mentre il cavo si srotolava dolcemente e fluiva nel mare.
Con enorme sollievo, udì la voce trionfante di Baker nella ricetrasmittente. «Cavo assicurato.»
«Attenzione», disse Nick. «Adesso uniamo il cavo principale.» Lo snervante procedimento fu replicato, mentre il massiccio cavo d'acciaio spesso cinque centimetri veniva tirato dal più debole battistrada. Occorsero altri quaranta preziosi minuti, con il vento e il mare sempre più minacciosi, prima che Baker urlasse: «Cavo principale assicurato. Siamo pronti a tirare il paglietto!» «Un momento», disse Nick. «Tendiamo noi il cavo. Voi aspettate.» Se il paglietto a prua si fosse impigliato nella murata del battello, Baker avrebbe tirato anche l'imbarcazione sommergendone la prua e riempiendola d'acqua. Nick fece un segnale all'equipaggio e cinque uomini vennero verso di lui, goffi e impacciati negli impermeabili gialli e gli stivaloni da lavoro. Nick li fece disporre intorno all'ispida catasta del paglietto, poi segnalò al timoniere di far marcia indietro per scostare il battello dalla fiancata della Golden Adventurer. La massa di stoppa sussultò e oscillò mentre il grosso cavo si tendeva. La spinsero per rovesciarla fuori bordo. Pesava quasi cinque tonnellate, e sarebbe stato impossibile scaricarla a braccia se non li avesse aiutati la forza del battello in retro marcia. Lentamente, fecero scivolare la massa e il battello s'inclinò sotto lo spostamento del peso. Affondava di prua ed era inclinato di venti gradi, il motore diesel urlava furibondo e l'elica rotava freneticamente' cercando di sottrarre il battello al suo ingombrante fardello. Il paglietto scivolò ancora un poco e s'impuntò contro la murata. Il battello imbarcò acqua che si raccolse sul fondo, alta fino alla caviglia, mentre gli uomini si affannavano intorno alla riluttante massa di fibra. Un istinto provvidenziale indusse Nick a guardare il mare. Il Warlock si trovava al margine della banchisa, distante un quarto di miglio; e oltre il rimorchiatore, Nick vide gonfiarsi una grande onda che alterava la linea dell'orizzonte. Era solamente l'avanguardia delle onde che il fortunale spingeva alle sue spalle, come cani all'inseguimento della preda, ma bastò a sollevare bruscamente la poppa del Warlock. L'acqua spumeggiò sulla prua del rimorchiatore e rifluì dagli ombrinali. Entro venticinque secondi, l'onda avrebbe investito il battello inclinato. L'avrebbe colto sulla fiancata mentre la prua era quasi sommersa, ancorata dal paglietto e dal cavo. E se il battello si fosse rovesciato, i cinque uomini dell'equipaggio sarebbero morti in pochi minuti, impacciati dai pesanti indumenti, intirizziti dalle acque verdi. «Baker!» urlò Nick nel microfono. «Tirate, maledizione, tirate!» Quasi all'istante il cavo cominciò a scorrere, tirato dal potente argano della Golden Adventurer. La tensione fece affondare maggiormente il battello e l'acqua irruppe sopra la murata. Nick afferrò un remo e lo ficcò sotto il paglietto, usandolo come leva. Vi si appoggiò con tutto il suo peso. «Aiutami», gridò all'uomo più vicino. Fece forza finché non gli si oscurò la vista, con i muscoli tesi allo
spasimo. Il battello continuava a imbarcare acqua. Erano immersi fin quasi al ginocchio, adesso, e l'onda si avventava verso di loro in una corsa silenziosa e irresistibile, sollevando i frammenti di ghiaccio e scagliandoli da parte come fuscelli. A un tratto il paglietto si sbloccò e la montagna di canapa scivolò in mare. Il battellino balzò via, liberato dall'insopportabile fardello, e Nick gesticolò freneticamente perché il timoniere virasse. Affrontarono l'onda con un balzo che li fece ruzzolare sul fondo del battello allagato, quindi scivolarono oltre la cresta. Alle loro spalle, l'onda investì la poppa della Golden Adventurer, impennandosi in un'esplosione d'acqua bianca e furibonda che divenne subito spuma stracciata dal vento. Il timoniere stava già dirigendo il battello fra i ghiacci, verso il Warlock in attesa. «Ferma», gli segnalò Nick. «Macchina indietro.»
Cominciò a sfilarsi il giaccone mentre tornava barcollando a poppa. Gridò in faccia al timoniere: «Scendo a dare un'occhiata». Vide un'espressione incredula, quasi implorante, dipingersi sul viso dell'uomo: avrebbe voluto togliersi di lì al più presto, rifugiarsi nella sicurezza del Warlock. Ma Nick si rimise l'elmetto e inserì il tubo per la respirazione. Il paglietto galleggiava presso la fiancata della nave, sostenuto dall'aria rimasta intrappolata sotto la massa fibrosa. Nick nuotò fin là sotto, a sei metri dal vortice creato dalla falla nello scafo. Gli bastarono pochi secondi per assicurarsi che il cavo era libero e benedisse silenziosamente Baker: fermando tempestivamente l'argano, aveva lasciato il paglietto in superficie. Adesso Nick poteva dirigere l'ultima fase dell'operazione. «Mi sembra tutto a posto», disse a Baker. «Ma tiratelo giù piano. Cinque metri al minuto sull'argano.» «Cinque metri», ripeté Baker. Lentamente,