LYNDA LA PLANTE SANGUE FREDDO (Cold Blood, 1996) Per Liz Thorburn RINGRAZIAMENTI I miei più sinceri ringraziamenti vanno...
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LYNDA LA PLANTE SANGUE FREDDO (Cold Blood, 1996) Per Liz Thorburn RINGRAZIAMENTI I miei più sinceri ringraziamenti vanno a Suzanne Boaboneau, Arabella Stein, Philippa McEwan, la vera Lorraine Page che mi ha prestato il suo nome, Susanna Porter e Harold Evans della Random House, Gill Coleridge, Esther Newberg, Peter Benedek, Hazel Orme. Uno speciale ringraziamento ad Alice Asquith, ricercatrice della La Piante Productions e a Vaughan Kinghan, editor della La Piante Productions. Ringrazio il Dipartimento di Polizia e l'Ufficio della Sceriffo di Pasadena, a tutti un grazie sincero. Per il loro contributo ringrazio: Eliot Hoffman, Arthur Q. Davis, Clara Earthly, Geoffrey Smith, Paul Lovell, la Sacerdotessa Chawani, Brandi Kelly, il Museo Voodoo, Yosha Goldstein, la New American Media, il Sergente Barry Fletcher e il Tenente Sam Fredella del Dipartimento di Polizia di New Orleans, John Gagliano, l'Ufficio del Coroner di New Orleans, il dottor Munroe Samuels, Tyler Bridges, Arthur Hardy, la guida del Marcii Gras, Luke Delpip, lo Zulù Social Aid And Pleasure Club, Warren Green, il krewe NOMTOC, Ed Renwick, l'Istituto di Politica di New Orleans, John Maloney, l'aeroporto Lakefront, il dottor Ragas, l'Università di New Orleans, Kim Brown, la Housing Authority di New Orleans, Kara Ke Bodeaux, la Camera di Commercio di New Orleans, Wayne Everard, la Biblioteca Pubblica di New Orleans, Jerry Romig, la Clinica Universitaria di New Orleans, Rodney e Frances Smith, il Soniat House Hotel, Norman e Sandra King, Betty Baggert, la Longue Vue House, Wade Henderson, la 6 WDSU Television, Courtney Marsiglia, il WVUE TV Channel 8, la Alcolisti Anonimi, l'Ufficio del Coroner della Contea di Los Angeles e il Times-Picayune. E un ringraziamento particolare va alla coraggiosa signora che mi ha fatto dono di questa storia. NOTA
Mojo è una parola africana che indica un feticcio o un oggetto sacro che può essere usato sia per fare del bene che per fare del male. Gris-gris, che in francese significa «grigio-grigio», è il nome che a New Orleans si dà alla combinazione di mojo «neri» e mojo «bianchi», fatti da un seguace del voodoo per raggiungere un determinato fine - proteggere la vita della persona a cui viene dato il talismano, proteggere dalle malattie e allontanare le influenze negative dei nemici per evitare la sfortuna nell'amore e nella vita. Un gris-gris personale dev'essere tenuto segreto e perderà il suo potere se sarà visto o toccato da qualcuno che non sia il legittimo proprietario. Per questa ragione, solitamente i gris-gris vengono tenuti a stretto contatto col corpo, sul fianco destro dagli uomini, sul fianco sinistro dalle donne. CAPITOLO 1 Anna Louise Caley rimase sotto la doccia per più di mezz'ora, strofinandosi con forza, per essere sicura che ogni centimetro del suo corpo perfetto fosse pulito. Poteva cancellare dalla sua mente ciò che aveva fatto - era facile - ma era l'abuso che aveva inflitto al suo corpo a preoccuparla, così si esaminò con cura, felice nel notare che non c'erano lividi o altri segni che rivelassero ciò che aveva fatto la notte prima. Con un semplice asciugamano avvolto attorno al corpo, si controllò ancora una volta, toccando e premendo la sua carne finché non fu soddisfatta, quindi si cosparse di olio e borotalco e si vestì. Calze da tennis bianche, mutandine di cotone bianche, un abito da tennis bianco e, infine, scarpe bianche da tennis immacolate. Le allacciò, poi scelse una delle racchette professionali dalla fila e aprì la lampo del copriracchetta, controllando con il palmo della mano che le corde fossero tese, prima di riporla nella custodia. Si controllò i capelli e si mise una fascia elastica bianca attorno alla fronte per impedire che i suoi lunghi capelli biondi le ricadessero sul viso. Anna Louise lasciò la sua stanza in perfetto ordine. Mise l'asciugamano che aveva usato nel cesto della biancheria insieme ai vestiti sporchi della notte precedente. Era contenta di non essere una teen-ager qualsiasi, era orgogliosa di essere così meticolosamente pulita e rimase per un attimo ad ammirare la sua stanza immacolata prima di recarsi al campo da tennis. Attraversò la cucina, ancora vuota alle sei e trenta del mattino, anche se di lì a poco qualcuno della servitù avrebbe cominciato a preparare la colazione, e uscì. Un giardiniere aveva già acceso gli annaffiatoi automatici e si ap-
prestava a raccogliere le foglie morte che potevano essere cadute durante la notte. Non alzò lo sguardo quando Anna Louise gli passò accanto. La ragazza andò allo spogliatoio dove prese un grande cesto di palle da tennis prima di dirigersi al campo. Per prima cosa controllò la rete, per assicurarsi che fosse esattamente all'altezza giusta, poi mise le palle nella macchina automatica per l'allenamento che programmò per una certa velocità e una certa direzione. Tolse con cura la racchetta dalla custodia e accese la macchina, pronta a sfidarla - a sfidare se stessa. Si fermò sulla linea di servizio, i piedi ben piantati a terra, in attesa della prima palla, e cominciò a esercitarsi con il suo rovescio a due mani. Era una giocatrice precisa, veloce, meticolosa e molto potente e colpì palla dopo palla finché non fu coperta di sudore per la fatica, ogni rovescio accompagnato da un basso grugnito di soddisfazione. Si distrasse per un attimo e perse la palla successiva, che la colpì con forza al centro del petto. Qualcuno stava ridendo. Anna Louise riconobbe le due voci, quella alta e sonora e quella bassa e dolce. La macchina continuò a lanciare palle, ma Anna Louise le ignorò, lasciò il campo e si incamminò verso la casa, attraverso il boschetto dove sapeva che non sarebbe stata né vista né sentita. Più tardi, la macchina stava lanciando le ultime palle, ma ora Anna Louise le colpiva furiosamente, mandandole lontano dall'altra parte del campo. Tilda Brown, la sua più cara amica, aprì il cancello del campo. Tilda era bionda e carina, proprio come Anna Louise, e indossava un completo da tennis bianco molto simile al suo, ma Anna Louise non smise di giocare nemmeno per un attimo, come se non l'avesse neanche riconosciuta. «Ciao, Anna!», la salutò Tilda. «Scusa per il ritardo, ma ho un terribile mal di testa. Forse non giocherò stamattina, non mi sento affatto bene», continuò, facendo una smorfia. Anna Louise non rispose, ma spense la macchina e prese il cesto per raccogliere le palle. Continuando a lamentarsi per il mal di testa, Tilda mise qualche palla sulla sua racchetta e le portò fino al cesto. «Hai sentito cosa ho detto? Non me la sento di giocare». Anna Louise sorrise. «Ahh, ma ti stavo aspettando. Voglio mostrarti il mio rovescio, è davvero molto migliorato». «È sempre stato buono», replicò Tilda. «Sì, ma adesso è ancora meglio», disse Anna Louise con noncuranza.
«Forse più tardi!». Tilda portò il cesto fino alla macchina e vi fece rotolare dentro le palle. «Penserò io a riempirtela». Anna Louise si fermò sulla linea di servizio, fece rimbalzare una palla per un attimo, poi prese la mira. La palla colpì Tilda sulla schiena, violentemente, e la ragazza si voltò, senza fiato. Il dolore fu così intenso e improvviso che non riuscì a parlare, e la palla successiva la colpì allo stomaco, facendola barcollare all'indietro. «Smettila, Anna, SMETTILA, MI HA FATTO MALE... MI HAI FATTO MALE». Anna Louise si avvicinò. «Con Polar baci meglio.». Tilda era spaventata e in lacrime; le faceva molto male la pancia e le sembrava di avere la schiena in fiamme. Anna Louise stava palleggiando di nuovo, pronta a colpirla un'altra volta. Tilda si chinò per proteggersi, quando la terza palla sfrecciò verso di lei. «Cosa stai facendo? SMETTILA!», gridò. Anna Louise sogghignò, prendendo una quarta palla. «Non mi sfuggirai, Tilda Brown». Lanciò in aria la palla come per battere un servizio. Tilda arretrò nuovamente e andò a sbattere contro la macchina d'allenamento, accendendola involontariamente con il braccio. La macchina cominciò a sputare palle velocissime verso Anna Louise, che rideva colpendole con la sua racchetta, con dritti e rovesci aggraziati e precisi, scagliando ogni palla crudelmente verso Tilda, che gridò e corse da una parte all'altra del campo finché non si rannicchiò singhiozzando dietro la rete. Ma persino dietro quella protezione, le palle le colpivano le braccia e le gambe, e Anna Louise cominciò a prendere di mira anche il volto di Tilda. «Smettila, ti prego, smettila», singhiozzò Tilda, alzando lo sguardo per vedere Anna Louise in piedi davanti a lei. «Sta' lontana da lui, Tilda, è mio. Se ti vedo ancora con lui te ne farò pentire. Ti farò più male di qualsiasi palla da tennis, ti farò così male, Tilda Brown, che rimpiangerai di essere nata...». Tilda stava piangendo come una bambina, terrorizzata sia dalle minacce verbali di Anna Louise che dalla sua violenza, e singhiozzò sollevata quando riconobbe la figura che stava venendo verso di loro. Anche Anna Louise lo vide e diede a Tilda un ultimo rapido colpo sul lato della testa, poi abbassò la racchetta e sorrise dolcemente, il suo atteggiamento repentinamente cambiato.
«Ciao, tesoro». Robert Caley sorrise a sua figlia, poi si accorse di Tilda. «Che cosa è successo?». Anna Louise prese suo padre sottobraccio. «È stata colpa mia. Sai com'è il mio servizio, papà, la povera piccola Tilda ci si è trovata davanti... E forse la colpa è anche tua per avermi insegnato a servire così forte, ma non volevo colpirla, penso solo che non sia alla mia altezza». Robert Caley teneva un braccio attorno alla vita di sua figlia. Allungò una mano verso Tilda, preoccupato. «Va tutto bene, cara?». Tilda non lo guardò negli occhi ma si tenne una mano sulla testa, sentendo il bernoccolo che si stava già gonfiando dove Anna Louise l'aveva colpita. «Voglio andare a casa, signor Caley, oggi», disse con voce bassa ma ferma. «Fa così solo perché ha perso la partita», disse Anna Louise petulante. Cercò di tenere il braccio di suo padre per impedirgli di seguire Tilda, ma lui si allontanò e lei si sentì ribollire di rabbia, vedendolo accompagnare la sua amica fino a casa. Scagliò la racchetta sul campo di terra battuta, poi la esaminò temendo di aver danneggiato una delle sue preferite. Tra le corde era rimasta impigliata una ciocca dei lunghi capelli biondi di Tilda. Tilda aveva fatto le valige e si rifiutò di parlare con Anna Louise attraverso la porta chiusa a chiave della sua camera da letto. Le disse solo che aveva intenzione di andarsene a casa immediatamente. Anna Louise cercò di blandirla, le disse che le dispiaceva, che non avrebbe voluto comportarsi così male, ma Tilda si rifiutò di aprirle. Anna Louise temeva che Tilda potesse dire qualcosa a sua madre e cominciava a pensare che sarebbe stato meglio se se ne fosse andata al più presto. «D'accordo, vattene, Tilda Brown, non me ne importa niente», disse con rabbia, ma era abbastanza preoccupata per decidere di andare da sua madre. Tilda avrebbe sicuramente voluto salutarla e molto probabilmente le avrebbe raccontato qualcosa. Anna bussò alla porta della camera di sua madre; era spesso chiusa la mattina, dato che Elizabeth Caley odiava essere vista senza i suoi colori di guerra, persino da sua figlia. Anna Louise bussò di nuovo, poi entrò: le tende erano tirate e la stanza era immersa nell'oscurità. Chiamò sua madre e non ottenendo alcuna risposta, si chiese se Elizabeth stesse ancora dormendo o, peggio ancora, se fosse scesa e avesse già visto Tilda. Attraversò velocemente il salottino di sua madre, dirigendosi verso la camera da letto. «Mamma», sussurrò, poi premette l'orecchio contro la porta e rimase ad
ascoltare. «Sei sveglia, mamma? Sono io, Anna Louise». Spinse la porta della camera da letto e guardò dentro, i suoi occhi che si adattavano all'oscurità della stanza, poi chiamò di nuovo sua madre dolcemente, ma si accorse che il letto era vuoto. Sapeva che se c'era una cosa che sua madre detestava più di essere sorpresa senza trucco era essere svegliata. Soffriva di una terribile insonnia e i suoi sonni erano preziosi, raramente naturali. Anna Louise guardò la porta del bagno e sentì il suono morbido dell'acqua che riempiva la vasca. Stava per andarsene, quando notò la luce fioca e tremolante di una candela sul comodino di sua madre. Attraversò la stanza per vedere meglio, senza aspettarsi di trovare niente di più. Il gris-gris era stato consacrato, dato che era posto su una vecchia Bibbia dalla copertina consunta. Intorno al libro, nei quattro punti cardinali, si trovavano i simboli dei quattro elementi: a sinistra un piccolo sacchetto di cotone bianco pieno di sale, a destra una bottiglietta verde piena d'acqua, sopra una candela blu che si scioglieva lentamente nel suo portacandele, e sotto alcuni grani d'incenso profumato. Anna Louise sentì un brivido di disagio accarezzarle la nuca, quando aprì il sacchettino e ne guardò il contenuto, senza sapere cosa significasse e che cosa volesse dire aver visto e toccato un gris-gris consacrato. Affascinata, prese la vecchia Bibbia e l'aprì alla prima pagina: con una calligrafia antiquata era stata scritta una dedica ormai sbiadita a Elizabeth Seal, il nome da ragazza di sua madre. Anna Louise ripose il libro con cura, sfogliando le pagine sottilissime per assicurarsi che fosse nella stessa posizione in cui l'aveva trovato. Tornata nella sua stanza, si annusò le dita e decìse che sapevano di muffa, quindi riempì d'acqua calda il catino di porcellana e si lavò le mani col sapone. Se le stava asciugando quando sentì che sua madre la stava chiamando, e tornò da lei. «Tilda vuole andare a casa oggi», disse Elizabeth, giocherellando con un cucchiaino d'argento sul vassoio della colazione. «Ma mi sembra sciocco, dato che ce ne andremo tutti domani». Anna Louise sedette sul bordo del letto di sua madre, notando che il comodino ora era sgombro. «Oh, abbiamo avuto una discussione, ma si sistemerà tutto». Era ansiosa di cambiare argomento, quindi chiese preoccupata: «Come ti senti oggi?». «Bene, tesoro. Ora vai a parlare con la tua amica, è stupido che se ne vada, dato che torneremo tutti a New Orleans domani». «Okay, faremo la pace. Vuoi che ti porti via il vassoio?».
«Mmmm, forse dormirò un po', ho avuto una nottataccia. Bacio bacio?». Anna Louise si sporse per baciare la madre sulla guancia, poi prese il vassoio della colazione, uscì e si richiuse la porta alle spalle. Tilda se n'era già andata quando Anna Louise arrivò in cucina con il vassoio di sua madre. Era preoccupata: avrebbe dovuto fare la pace con lei, comprarle qualcosa di costoso. Si aggirò per la cucina dove Berenice, la governante, aveva appena preparato dei muffin ai mirtilli, e cominciò a sbocconcellarne alcuni, ripensando allo strano odore stantio della Bibbia che aveva visto al piano di sopra. «Tilda mi ha raccontato una cosa strana, una cosa che ha visto...», cominciò con noncuranza. Berenice stava svuotando la lavastoviglie. Non prestava molta attenzione alla figlia dei suoi datori di lavoro e l'ascoltava distrattamente mentre impilava i piatti puliti nei pensili della cucina. Versò un bicchiere di latte per Anna Louise e l'appoggiò accanto a lei. «La signorina Tilda era molto agitata per qualcosa, piangeva come una fontana. Abbiamo pensato che forse aveva ricevuto una brutta notizia». Berenice continuò a sistemare le stoviglie pulite. «Cosa vuol dire se ci sono una Bibbia, una candela blu e degli strani sacchettini di sale e d'incenso, sai, come quei gris-gris che vendono a New Orleans?». La governante richiuse l'armadietto con un colpo secco. «È meglio che non lo sappia, signorina Anna Louise, e la smetta di mangiucchiare tutti i muffin. Se ne vuole uno, allora lo prenda». «Cosa vuol dire?». Berenice ora stava mettendo le posate nel cassetto, strofinandole prima con un asciugamano pulito. «Be', dipende dal modo in cui la croce è appoggiata sulla Bibbia». «Ah, allora sai cosa vuol dire?». «Tutto quello che so è che se lei e la signorina Tilda state curiosando in giro, dovreste smetterla di fare sciocchezze. Questo è voodoo, e nessuno dovrebbe giocare con cose che non capisce perché il male sa come entrare nelle persone, come un grande serpente nero. Ti si siede sulla pancia e non sai mai quando si muoverà e sputerà... e se tocchi il gris-gris di un'altra persona, allora sei in guai seri». Anna Louise prese un grosso pezzo di muffin e se lo mise in bocca. «Non crederai davvero a tutte quelle storie ridicole?». Bevve un sorso di latte che le andò di traverso. Cominciò a tossire e a
boccheggiare, il muffin incastrato in fondo alla gola. Cercò di prendere fiato, gli occhi che le piangevano e le guance arrossate. Non riusciva a respirare - le sembrava che la stessero strangolando e Berenice dovette colpirla con forza al centro della schiena. Anna Louise era scossa da conati di vomito e si aggrappò al bordo del tavolo. Alla fine riuscì a sputare il boccone e a riprendere a respirare. La governante prese della carta da cucina per pulire. «Vede cosa le dicevo del serpente? È arrivato e ha sibilato proprio adesso, e l'ha quasi soffocata, perciò mi dia retta e la smetta di curiosare in giro». Ma quando si voltò Anna Louise era già scomparsa, così andò nell'atrio e la vide salire le scale di corsa. «Tutto bene, signorina Anna Louise?». La ragazza si sporse a guardarla, appoggiandosi al corrimano e sussurrò: «Era nella stanza di mia madre. Non è stata Tilda a vederlo, sono stata io!». All'improvviso scoppiò a ridere e riprese a salire le scale, senza vedere la paura sul volto di Berenice. La donna si fece scivolare una mano sotto l'uniforme e controllò il suo gris-gris. Era al sicuro, infilato nella sottoveste a sinistra proprio sotto il cuore. Tornò in cucina: quella sciocca bambina viziata non aveva idea di ciò che succedeva in casa. E Berenice sperava con tutto il cuore che non lo avrebbe mai scoperto. Pulì il tavolo e finì di mettere via i piatti, quindi gettò nella spazzatura tutti i muffin al mirtillo appena sfornati. Ne avrebbe fatti altri, nel caso che una goccia di veleno del serpente che aveva sibilato dalla bocca di Anna Louise Caley li avesse contaminati: c'erano rischi che non era proprio il caso di correre. Il pomeriggio seguente, accompagnata dai suoi genitori, Anna Louise tornò in aereo a New Orleans da Los Angeles. Era il 15 febbraio e il 16 febbraio Anna Louise venne ufficialmente dichiarata scomparsa. La polizia cercò di rintracciarla sia a Los Angeles che a New Orleans e dal momento che gli sforzi degli agenti si rivelarono inutili, i genitori della ragazza si rivolsero a degli investigatori privati. Le settimane divennero mesi - non furono scoperti né un cadavere né un biglietto con la richiesta di un riscatto, e nonostante l'intervento delle migliori agenzie investigative private, non si trovò alcuna traccia della ragazza. A nove mesi dalla sua scomparsa, Anna Louise Caley non faceva più notizia ed era diventata soltanto un altro numero in una statistica, un'altra
fotografia nei fascicoli delle persone scomparse. Erano trascorsi undici mesi e, dal momento che non avevano ottenuto alcuna nuova informazione, i genitori di Anna Louise dovettero affrontare la terribile eventualità che la figlia fosse stata assassinata. Ormai c'erano più di quindici agenzie private coinvolte nel caso, e il Mississippi era stato dragato e gli elicotteri avevano perlustrato le paludi della Louisiana. La Agnews Investigations, e altre tre agenzie meno note, erano ancora impegnate nelle indagini: i Caley avevano speso milioni di dollari ma non avevano ottenuto alcuna spiegazione, alcun sospetto, alcun risultato. Tutto ciò che riuscirono a ottenere fu un doloroso periodo di attesa, nella speranza che fosse trovato un segno che la loro bellissima Anna Louise era ancora viva. Tutte le agenzie investigative coinvolte avevano guadagnato un sacco di soldi e alcune si erano persino scambiate informazioni l'una con l'altra, ma la miniera Anna Louise Caley stava per esaurirsi. Gli investigatori privati guadagnavano sempre meno - era un lavoro duro in cui i contatti e le raccomandazioni erano una necessità, cosa che la Page Investigazioni, una piccola compagnia privata, aveva imparato a proprie spese. Persino raggiungere il gradino più basso di una scala così competitiva si era dimostrato impossibile, e per Lorraine Page quel tentativo era stato un disastro finanziario: ora la sua agenzia era virtualmente fallita. Benché Lorraine fosse un ex tenente di polizia, il suo passato di alcolizzata e di agente che aveva ucciso un ragazzo disarmato mentre era ubriaca in servizio le aveva alienato le simpatie della fratellanza degli investigatori privati, ed era stata esclusa - proprio come era stata cacciata dal Dipartimento di Polizia di Los Angeles. La parte più difficile era stata spiegare a Rosie, l'assistente che Lorraine definiva scherzosamente la sua socia, che a sua volta era un'ex alcolizzata, che gli affari stavano andando a rotoli. La cara Rosie che sperava ancora, Rosie che continuava a sostenere che gli affari sarebbero decollati - ma non c'erano mai stati affari. Non c'era modo di decollare: era stata una scommessa, un sogno forse, ma ora era tutto finito. Lorraine teneva il ricevitore con una mano e ascoltava distrattamente, chiedendosi se quella sarebbe stata la sera giusta per parlare con Rosie sapeva che avrebbe dovuto farlo presto. Interruppe due volte il suo interlocutore - un uomo dalla voce profonda che parlava confusamente della morte della moglie - per dirgli quanto le dispiaceva. Rosie, una donna grassa dal volto gentile e aperto, stava leggendo l'oroscopo, una tazza di caffè e due dolci all'arancia e cioccolato davanti a lei.
Aveva lanciato un'occhiata a Lorraine quando il telefono si era messo a squillare nell'ufficio silenzioso, e aveva sospirato nel sentirle dire, con voce fin troppo allegra: «Ciao, Bill, come va la vita?». Rosie stava provando una nuova dieta: un pasto a base di proteine, uno a base di carboidrati, frutta quaranta minuti prima o dopo ciascun pasto, e niente grassi o fritti. Era riuscita a seguirla per un mese e perdere qualche chilo l'aveva fatta sentire meglio, ma quel giorno aveva ceduto alla tentazione dei dolci e si odiava a ogni boccone. Eppure, era uno di quei giorni in cui non riusciva ad affrontare un altro petto di pollo senza patatine fritte, o un'altra insalata senza condimento. Un intero mese senza pane fresco e burro di noccioline per Rosie era stato una vera agonia. Alla fine, Lorraine riuscì a riappendere. «Era Bill Rooney», mormorò, accendendosi una sigaretta. «Sua moglie è morta». «Non sapevo che fosse sposato», disse Rosie, sollevando lo sguardo dalla rivista. «Non credo che lo fosse», disse Lorraine, contando i mozziconi nel posacenere. Sospirò, appoggiandosi allo schienale della poltrona. Voltando leggermente la testa, poteva vedere la scritta dorata che campeggiava sulla porta dell'ufficio - «Agenzia Investigativa Page». Sulla scrivania c'era una pila di biglietti da visita su cui campeggiava la stessa scritta. Era una farsa. «Be', la fine di un'altra incredibile giornata di iperattività». Rosie diede un morso al dolce, osservando la sveglia digitale che aveva avuto in omaggio quando aveva comprato delle padelle antiaderenti per corrispondenza. Erano quasi le sei. Senza accorgersi di avere la guancia destra sporca di cioccolato, lanciò un'occhiata a Lorraine che stava fumando quella che doveva essere la trentesima sigaretta della giornata. I suoi occhi scrutavano con distacco il piccolo ufficio dalle pareti bianche. Rosie odiava quei suoi sguardi assenti. A volte, i silenzi di Lorraine si protraevano per più di un'ora e in quei momenti Rosie non riusciva a immaginare a che cosa stesse pensando la sua amica. Sperava che Lorraine non stesse covando uno dei suoi momenti di umore nero. «Dovresti darci un taglio», disse con la bocca piena. «Anche tu», ribatté Lorraine, lanciando un'occhiata al cestino della carta straccia pieno degli involucri argentati dei dolci di Rosie. «Io non fumo, è per questo che ho così bisogno di zuccheri. Sai, è uno dei problemi dell'alcolismo, aver continuamente bisogno di zuccheri».
Lorraine allontanò la poltroncina di seconda mano su cui era seduta dalla scrivania vuota. «Davvero? Be', questo sì che è interessante. E cosa mi dici degli hamburger e delle patatine fritte?». «Cristo santo, non cominciare! Tu e il tuo riso integrale e le tue vitamine mi fate venire da vomitare». «Potrebbe anche farti bene!». Rosie sistemò il grosso fondoschiena sulla poltroncina, l'offerta speciale del mese trovata su un catalogo. «Bene, allora, è così che la pensi». «Già, direi proprio di sì, Rosie». Per Lorraine era difficile spiegarle che ogni giorno si sentiva sempre più isolata, perché fisicamente non lo era affatto: Rosie e Bill Rooney erano sempre con lei. Non le mancava qualcuno con cui parlare, con cui interagire - ma era così che si sentiva. Era come se la sua mente si stesse atrofizzando. Lorraine si sentiva svuotata, letargica; certe volte aveva voglia di piangere per quella sensazione di assoluta solitudine che la invadeva. O forse era solo mancanza d'amore? Qualunque cosa fosse si stava rivelando sempre più distruttiva, e lei si sentiva risucchiare da quella corrente sotterranea. Lorraine chiuse le vecchie veneziane che non riuscivano a coprire per intero le finestre. Guardò la sua grassa compagna di stanza mentre spegneva la sigaretta. Non aveva nemmeno una casa tutta per sé, ma divideva con Rosie un piccolo appartamento in un quartiere degradato di Orange Grove. Aveva trentasette anni; e ne aveva persi quasi sei in un mare di droga e dipendenza da alcool. E talvolta, soprattutto in momenti come quelli, aveva la sensazione che tutto fosse solo una perdita di tempo: non sarebbe mai riuscita a ricominciare a svolgere l'unico lavoro che conosceva o che aveva conosciuto quando era stata un poliziotto. Le due donne si erano conosciute quando Lorraine era in convalescenza da un incidente d'auto che le era stato quasi fatale. In realtà non era stata la macchina a portarla a un passo dalla morte, ma l'alcool e l'abuso di sé. Ormai era sobria da quasi due anni e stava cercando di rimettere insieme i cocci della sua vita. In qualità di ex tenente della Squadra Omicidi di Pasadena, non aveva solo esperienza sul campo ma anche come detective, e ai suoi tempi era stata davvero in gamba. «Era stata» erano le parole chiave: quando il bere si era impossessato della sua vita, Lorraine aveva perso il marito che aveva amato e le due figlie che aveva adorato. «A cosa stai pensando?», le domandò Rosie, fingendo di interessarsi alla
rivista. «A niente», rispose Lorraine, anche se era evidente che non era così. Si domandava se fosse il caso di tentare un'altra riconciliazione con le figlie. Ma, come le capitava sempre ogni volta che pensava a loro, decise che sarebbe stato meglio non interferire con la loro nuova vita, una vita di cui lei non aveva fatto parte per troppi, troppi anni. Inoltre, il suo ex marito si era risposato e le ragazze chiamavano «mamma» la sua nuova moglie. Non volevano nemmeno vederla. Rosie tornò a studiare la rivista. I lunghi sospiri di Lorraine le dicevano che stava per succedere qualcosa, ma non disse niente, e continuò a sfogliare le pagine finché non trovò un articolo su una nuova dieta che assicurava una rapida perdita di peso grazie a «bevande dimagranti» a prezzo speciale. Ma dal momento che aveva già tentato molte diete e molte bevande dimagranti senza ottenere alcun risultato, preferì passare a un articolo sul lavoro a maglia. «Questa è una farsa, lo sappiamo benissimo tutte e due. Voglio dire, non so cos'altro potremmo fare. Quante altre inserzioni potremo permetterci se non troviamo un cliente prima della fine della settimana?». Ecco, ci siamo, pensò Rosie, accigliandosi. «Lo dici tutte le settimane». Odiava Lorraine quando parlava in quel modo, in parte perché sapeva che tutto ciò che la sua amica diceva era vero, ma anche perché quei discorsi le mettevano paura. Paura che Lorrame se ne andasse, paura che senza l'aiuto di Lorraine avrebbe ricominciato a bere, paura che anche Lorraine ricominciasse. «Dobbiamo affrontare la realtà». Lorraine scosse il pacchetto vuoto, sperando di trovarvi un'ultima sigaretta. Ma non ce n'erano, così guardò di nuovo i mozziconi nel posacenere. «Sì, lo so, lo so, ma dobbiamo tenere duro. Lo sanno tutti, ci vuole tempo perché una nuova attività riesca a ingranare, ce l'ha detto anche Bill Rooney». Lorraine sembrava distratta, come se non la stesse ascoltando, mentre rovistava nella borsa in cerca di qualche spicciolo. «Voglio dire, domani potremmo anche trovare un caso e quello che hai appena detto non avrebbe più alcun senso», continuò Rosie, un po' troppo allegramente. «Cosa?», chiese Lorraine con aria di sfida. «Non avrebbe più alcun senso», ripeté Rosie in tono piatto. «Davvero? Be', ormai è un mese che continui a dirmelo e avremo rice-
vuto sì e no una telefonata. Se anche trovassimo un caso riusciremmo a malapena a pagare i tuoi dolci e le mie sigarette, per non parlare dell'affitto di questo posto e del tuo appartamento, quindi datti una svegliata Rosie. Cazzo, ho bisogno di una sigaretta». Lorraine si diresse all'appendiabiti vicino alla porta del bagno e prese l'impermeabile. «Forse tra poco smetterà di piovere». Lorraine si infilò l'impermeabile. «Oh certo, e se il sole tornerà a splendere andrà tutto bene, vero?». «Forse». «Sei una stupida ottimista». «Cosa?». «Un'ottimista, Rosie. Anche se ci fosse un sole così caldo da sciogliere i marciapiedi, non ci sarebbe di alcun aiuto. Due cani randagi, un vecchio nonno rimbambito scomparso, due settimane in un grande magazzino per rimpiazzare la detective andata in vacanza, cinque macchine da rintracciare, quattro stupidi controlli e una donna che sospetta che suo marito abbia una storia con la segretaria, e dato che la donna era grassa come te e la segretaria sembrava Julia Roberts non ci è voluto molto a capire come stavano le cose, e questo... e questo è quanto, Rosie, è tutto il lavoro che abbiamo avuto negli ultimi nove mesi». «Perché devi sempre prendere tutto come se fosse una questione personale? Se consideri l'aspetto positivo della cosa, sei sobria da più di nove mesi, e se devo dirti come la penso, sono proprio convinta che ce la faremo. Questo è solo un brutto periodo. Passerà». Lorraine strinse i denti. «No, non passerà, Rosie. Non passerà. Siamo al verde e cercare nel posacenere una cicca da accendere non era esattamente quello che avevo in mente per il futuro. Perciò potremmo anche ammetterlo, affrontare la realtà prima che ci ritroviamo indebitate fino al collo». «Ma noi stiamo già affrontando la realtà», ribatté Rosie ostinatamente. Lorraine chiuse gli occhi, come se stesse parlando con un bambino, la sua voce fastidiosamente indulgente. «No, non la stiamo affrontando. Il fatto è che questa è stata un'idea del cazzo fin dall'inizio, e a essere sincera non sono particolarmente orgogliosa per essere rimasta sobria. La verità è che in questo momento avrei solo voglia di andare a prendermi una sbronza e l'unica cosa che me lo impedisce è che non ho abbastanza soldi». «Non che questo ti abbia mai fermata», replicò bruscamente Rosie. Gli occhi di Lorraine sembravano due pezzi di ghiaccio. «Cosa vorresti
dire? Cosa stai insinuando, Rosie? Coraggio, sputa il rospo, vorresti che uscissi e mi facessi scopare da qualcuno per tenere aperto questo posto? È questo che pensi che dovrei fare?». Rosie arrossì e distolse lo sguardo. Detestava Lorraine quando si comportava così, poteva diventare così gelida, così inavvicinabile, così assolutamente odiosa. Ma ora, a differenza delle altre occasioni in cui avevano litigato riguardo all'agenzia, non ci furono altre battute sarcastiche, solo un silenzio minaccioso. Lorraine si stava guardando nel piccolo specchio incollato dietro la porta. Aveva bisogno di un nuovo taglio di capelli e di rifare i colpi di sole. Si sporse in avanti, accigliandosi, mentre osservava la cicatrice che partiva dall'occhio sinistro e scendeva fino alla mascella; avrebbe dovuto sistemare quello sfregio, ma la chirurgia estetica era troppo costosa. Si allontanò, soppesando il proprio riflesso con occhio critico. Considerando gli abusi che aveva inflitto al suo corpo e al suo organismo, aveva ancora una pelle chiara e luminosa ma attorno agli occhi aveva rughe sottili che si stavano facendo sempre più evidenti. In ogni caso, non le piacque ciò che vide, e richiuse la porta con un calcio. Lorraine prese il borsone da palestra e spense le luci principali dell'ufficio. La sua ombra si allungò su una parete mentre si chinava per prendere la borsetta. Il chiarore fioco dello schermo del word processor di Rosie mise in risalto i lineamenti cesellati del viso di Lorraine. Era chiaro che non si vedeva con gli stessi occhi con cui la vedeva Rosie, perché era ancora una donna molto attraente. Forse non era eterea come la considerava l'amica, ma per la sua età, dopo tutto quello che aveva passato, Lorraine Page era ancora bellissima. E più si rimetteva in forma fisicamente, più la sua bellezza naturale tornava a splendere. La dieta rigidissima e la palestra che frequentava quasi ossessivamente avevano dimostrato che una donna che aveva perso sei anni nell'oblio dell'alcool e che era diventata un'ubriacona senza speranza, scheletrica e malata, poteva passare per un'atleta. La sole cose che l'ex tenente Lorraine Page non poteva riprendersi erano la sua carriera e la sua famiglia. Non parlava mai né del marito né delle figlie, né a Rosie né alle riunioni degli Alcolisti Anonimi, durante le quali l'amica versava lacrime copiose sul suo passato e sul desiderio di rivedere suo figlio. Rosie prese un profondo respiro; forse come lei stessa aveva insinuato, il fallimento della loro attività avrebbe riunito Lorraine e la bottiglia, e distrutto per sempre la sua vita. Quindi Rosie era del tutto impreparata per
ciò che Lorraine le disse, mentre indugiava sulla porta dell'ufficio, pronta ad andarsene. Lorraine giocherellò con la porta spingendola leggermente con il piede. «Volevo dirtelo, il grande magazzino mi ha offerto un posto a tempo pieno come detective. Ti ricordi quel lavoro di due settimane? Be', a quanto pare la loro detective ha fatto una vacanza veramente straordinaria ed è tornata incinta». «Cosa?». «Quindi, se chiudiamo alla fine della settimana, avremo abbastanza per pagare almeno l'affitto dell'appartamento». «E la Page Investigazioni?», domandò Rosie mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. «Come ti ho già detto, è finita. Alla fine della settimana chiudiamo bottega». «E io?». Lorraine non riuscì a guardare l'amica, continuò a giocherellare con la porta. «Be', immagino che dovrai affrontare il mondo, Rosie, e trovarti un lavoro. Non dovrebbe essere molto difficile, sai usare il word processor e...». Rosie si voltò, gli occhi umidi, e Lorraine si sentì orribile. Si avvicinò e mise un braccio attorno alle spalle dell'amica. «Mi dispiace, a volte apro bocca e dico cose che non vorrei dire. Quello che stavo cercando di spiegarti è che... tu puoi rifarti una vita, Rosie, e forse anch'io posso, ma non facendo quello che stiamo facendo ora, okay?». Rosie annuì e si cercò in tasca un fazzoletto di carta. Lorraine esitò, conscia del fatto che restare con Rosie avrebbe significato tornare sugli stessi vecchi argomenti, ma venne salvata dallo squillo del telefono. Rosie rispose, sperando contro ogni logica che si trattasse di lavoro, ma non riuscì nemmeno a dire «Page Investigazioni». In ogni caso non aveva importanza - era solo il suo sponsor, Jake, che voleva sapere se quella sera sarebbe andata alla riunione degli AA. Rosie fece a malapena in tempo a rispondere di sì, che Lorraine se n'era già andata. «Stai bene, Rosie?», chiese la voce rauca e amichevole di Jake. «No, chiudiamo bottega. Possiamo vederci prima della riunione?». Jake rispose di sì e Rosie riappese, sentendo le lacrime che tornavano a riempirle gli occhi. Sarebbe mai finita? Poteva davvero rifarsi una vita come aveva detto Lorraine? Ma senza Lorraine, Rosie sapeva di non avere speranze. Certo, sapeva usare un word processor, ma non era abbastanza
sicura di sé per affrontare il mondo. Era quella la differenza tra loro - Rosie aveva bisogno di Lorraine, e senza di lei il mondo la spaventava a morte. O forse non era il mondo, ma solo la sua stessa debolezza, la scarsa stima che aveva di sé. Vedendo la scatola dei dolci vuota le venne voglia di piangere - non riusciva nemmeno a seguire una dieta! Come avrebbe fatto senza Lorraine? Facendosi un drink, ecco come, e quel pensiero la fece sentire ancora peggio. Aveva disperatamente bisogno di andare a quella riunione. Lorraine andò al corso di sollevamento pesi. Si spinse al limite, decisa ad arrivare a casa così sfinita che si sarebbe addormentata immediatamente. Cercò di non pensare all'espressione addolorata di Rosie. In realtà era altrettanto triste per il fallimento dell'agenzia ma, a differenza dell'amica, sapeva di non potersi permettere di crollare. Se doveva tentare un'altra strada, allora avrebbe fatto tutto ciò che era in suo potere. Lorraine sapeva di non potersi assumere la responsabilità di Rosie, e se voleva sopravvivere avrebbe dovuto pensare prima a se stessa altrimenti sarebbe affondata. Non aveva scherzato quando aveva detto di aver voglia di bere. Era vero. Ma non aveva intenzione di farlo, be', non quella sera almeno. Ormai sapeva che quella «sete» non finiva mai, non si placava mai. Era, e sarebbe sempre stata, una battaglia incessante, per il resto della sua vita. Una parte di lei voleva lottare ma a volte, solo a volte, le sembrava terribilmente inutile. Rosie piangeva a dirotto, seduta accanto al suo caro amico Jake Valsack, che le teneva la mano. «Be', forse ha ragione, Rosie. Se non funziona su nessun fronte, soprattutto dal punto di vista economico, che senso ha insistere?». Rosie si soffiò il naso. «Me l'ha detto così, di punto in bianco, ma doveva sapere ormai da un bel pezzo di quell'offerta di lavoro. Sai, è incinta». «Chi, Lorraine?». «NO! Quella dannata stronza della detective dei grandi magazzini!». Jake inarcò le sopracciglia spesse e folte. Non era semplice seguire i discorsi di Rosie ma gli sembrava di capire che il punto fosse che Lorraine aveva un lavoro e Rosie no, e che la loro cosiddetta agenzia investigativa era fallita. «Voglio dire, come ha potuto farmi questo, Jake? Ho ridipinto l'ufficio e abbiamo scelto insieme tutti quei mobili... So che non è molto, ma ci era-
vamo fatte mettere il telefono, io stavo pagando il word processor, un fax e... sono stata io a trovare le scrivanie, sai, e gli altri mobili. Ci sono voluti dei mesi. Come ha potuto farmi questo?». «Rosie, l'ha fatto perché non avevate lavoro, giusto? Dico bene?». «Non è questo il punto», disse lei ostinata. Jake lanciò un'occhiata all'orologio; la riunione stava per cominciare. Rosie, lo sapeva ormai da tempo, ne. avrebbe avuto ancora per un po', e qualsiasi cosa le avesse detto, lei non gli avrebbe prestato attenzione e avrebbe continuato a ripetere le stesse cose. «E cosa mi dici di quell'ex capitano, Rooney? Non mi avevi detto che vi avrebbe trovato del lavoro?». Rosie si soffiò il naso. «Oh, lui! Beve come una spugna e gli è appena morta la moglie». «Oh, mi dispiace. Non lo conosco, ma come se la sta cavando?», chiese Jake, cercando di cambiare argomento. Rosie continuò come se non ci fosse stata alcuna interruzione. «Voglio dire, se non tieni duro, sai, se non ci provi nemmeno... abbiamo comprato tutto l'arredamento e io ho fatto i chilometri per andare alle vendite di beneficenza...». Jake le strinse la mano con forza. «Rosie, tesoro, forse Lorraine ci ha provato veramente ed è arrivata alla conclusione che non poteva funzionare. Non ha funzionato». «Non ha mai dato una possibilità al nostro lavoro», ribatté Rosie seccamente. Jake sospirò, frustrato. Avrebbe dovuto presiedere la riunione di quella sera e ormai erano arrivati quasi tutti. «Rosie, devo andare, adesso. Che ne dici se ne parliamo più tardi?». «Ho bisogno di parlarne adesso, Jake». Lui cercò di controllarsi. «Rosie, ne stiamo parlando da più di un'ora ma tu continui a non voler guardare in faccia la realtà». «La realtà è, Jake, che lei mi ha scaricata. Avremmo potuto accettare il lavoro in eccesso di qualche altra agenzia». «No, tesoro, il fatto è che Lorraine ha ragione. Voglio dire, pensaci un attimo. Conosci la sua storia. Era uno sbirro che si sbronzava sul lavoro, è stata sbattuta fuori perché ha sparato a un ragazzino, Cristo santo. Hai mai pensato che forse, solo forse, nessuna delle altre agenzie correrebbe il rischio di farsi cambiare la carta igienica da un'ex drogata ed ex alcolizzata, meno che mai di affidarle i suoi casi in eccesso? Sanno di lei, quindi anche
se si trattasse di rintracciare delle auto rubate...». «Cosa che abbiamo fatto, ne abbiamo ritrovate tre». Jake si passò una mano tra i capelli radi; Rosie si rifiutava di ascoltarlo. «Adesso devo andare, quindi entra, asciugati gli occhi, soffiati il naso e andiamo. Hai bisogno di stabilizzarti». «Ho bisogno di bere, Jake». Lui chiuse gli occhi. Sarebbe stata una notte lunga, molto lunga. Stavano per tornare la punto di partenza, quando qualcuno bussò al finestrino della sua vecchia Pontiac. «Jake, sono io, ho dato il benvenuto a tutti perché non credo che verrà più nessun altro stasera. Ho già servito il caffè. Manchi solo tu». La donna dal volto sottile che indossava un abito di sartoria molto costoso si allontanò dall'auto. Phyllis Collins non guardò nemmeno Rosie, che si stava soffiando il naso rumorosamente. «Okay, Phyllis, arrivo subito». Jake scese dall'auto, poi si chinò verso Rosie. «Andiamo, Rosie». «No, non ci vengo». Jake fece un cenno a Phyllis. «Fammi un favore. Rosie ha bisogno di un po' di incoraggiamento stasera. Vi conoscete, vero?». Phyllis annuì e lanciò uno sguardo verso il sedile del passeggero. «Buonasera». Rosie non la degnò di uno sguardo e continuò a rovistare nella borsa in cerca di un fazzoletto pulito. Jake alzò gli occhi al cielo e Phyllis gli rivolse un sorriso rassicurante. «Vai pure, starò io con lei. Coraggio, non puoi farli aspettare ancora». Phyllis si sporse dentro la macchina. «Ci siamo viste qualche volta, sono Phyllis Collins». Rosie la fulminò con lo sguardo. Non ricordava di aver mai incontrato quella donna e non aveva intenzione di scendere dall'auto. «Jake non può mancare, presiede lui la riunione stasera. Ti dispiace se mi siedo qui con te?». Rosie scrollò le spalle, distolse lo sguardo ma non impedì a Phyllis di salire in auto. Se non altro, c'era qualcuno a cui poteva raccontare quello che era successo; se avesse potuto l'avrebbe detto a tutti tanto si sentiva a pezzi. «Sono appena stata scaricata». «Oh, mi dispiace, eravate sposati da tanto?». «Sono stata scaricata dalla mia socia in affari. Mi sono fatta un culo così
per lei e stasera mi ha detto che aveva trovato un altro lavoro, così di punto in bianco». Phyllis annuì, un'espressione preoccupata sul volto sottile e aperto. «Oh cara, non c'è da meravigliarsi se sei così a terra». Lorraine si passò l'asciugamano freddo sul volto sudato. Il calore nella sauna era davvero intenso e lei sapeva di poter resistere solo qualche minuto. Era sdraiata nuda sulla panca più alta, mentre altre due donne occupavano quelle più in basso, sotto di lei. Nessuna di loro parlava. Lorraine si stava chiedendo se Rosie stesse bene ma era quasi certa che in compagnia di Jake non avrebbe potuto commettere sciocchezze. Decise di liberarsi degli spiccioli che le appesantivano la borsa e di comprare una bottiglia di sidro analcolico per -tirare su il morale all'amica. Sembrava champagne e sapeva di piscio di moscerino, ma Rosie lo adorava. «Mi scusi», mormorò Lorraine scendendo dalla panca. Una delle due donne si sollevò appoggiandosi su un gomito per farla passare e rimase così a osservare la donna alta che usciva dalla sauna. Le invidiò il corpo bellissimo, snello e tonico, e poi notò le cicatrici che ricoprivano le braccia di Lorraine, i piccoli segni frastagliati del rasoio e quelli scuri e circolari delle bruciature. Quella stessa donna notò Lorraine anche nello spogliatoio, mentre si asciugava i lunghi capelli biondi e serici, spazzolandoli con cura. «Vorrei poterlo fare anch'io». Lorraine si voltò, leggermente sorpresa, chiedendosi se la donna stesse parlando con lei. «Risparmierei una fortuna dal parrucchiere. Non riesco mai a sistemarmeli, dietro». Lorraine spense l'asciugacapelli. «Oh, basta un po' pratica», disse gentilmente e riprese a spazzolarsi. Quando uscì dalla cabina, la donna stava parlando a bassa voce con un'amica. Entrambe avevano diversi chili di troppo ed erano avvolte negli asciugamani bianchi della palestra. «Era un tenente di polizia, beveva in servizio, così mi hanno detto. Conosce l'istruttore e lui ma ha raccontato che...». Lorraine sbatté la porta della cabina e le due donne si voltarono di scatto come criceti spaventati. Le sarebbe piaciuto dire loro dove potevano infilarsi l'asciugacapelli, ma non disse niente. Tutta la tensione che aveva scaricato con gli esercizi e con la sauna era tornata a impossessarsi del suo corpo. Quando raggiunse la reception della palestra, era tesa e infuriata.
Arthur, l'istruttore, le sorrise amichevolmente e la salutò: «Buonanotte!». Lorraine continuò a camminare. Bell'amico si era rivelato. Decise che non sarebbe più tornata. Sapeva soltanto che avrebbe fatto meglio a tornare subito a casa senza fermarsi a comprare il sidro per Rosie, perché la voglia di un vero drink stava cominciando a diventare incontrollabile. Phyllis e Rosie sedevano in un piccolo caffè, sul tavolino tre bottiglie vuote di Evian. Solo che non era Rosie che stava parlando dei suoi problemi e delle sue delusioni, ma Phyllis che aveva catturato l'attenzione della sua interlocutrice. «Penso di essere rimasta perché era tutto così orribile e continuavo a ripetermi 'Quando sarà tutto finito me ne andrò.' Ma non è finita, forse non lo sarà mai. A volte è così difficile starle vicino che ho l'impressione di non poterla più sopportare. È così esigente, per lei devo esserci a qualsiasi ora del giorno e della notte. Se si sveglia alle quattro del mattino, non può disturbarsi a usare l'interfono, e così si mette a urlare il mio nome. A volte mi sveglio in un bagno di sudore perché penso di averla sentita strillare e altre volte, quando sta male perché ha preso troppe pillole per dormire, mi irrigidisco per la paura e non riesco fare altro che controllarle il polso per sentire se il suo cuore batte ancora. È un momento terribile per tutti, un'autentica tragedia...». Rosie prese un profondo respiro. «Andavo sempre a vedere tutti i suoi film». Phyllis le versò l'ultimo bicchiere di Evian. «"Andavo", infatti. Credo che siano almeno quindici anni che non fa un film». Rosie si sporse verso Phyllis. «Perché, perché sopporti tutto questo? È lo stipendio? Oh, scusa, non volevo essere indiscreta, non devi rispondermi, mi dispiace». Phyllis strinse le labbra, di colpo sulla difensiva. «No, no, non è lo stipendio, credimi, e ultimamente non viaggiamo più come una volta. Non esce quasi più di casa». Rosie annuì. «Già, dev'essere terribile». «Sì, terribile, ogni volta che squilla il telefono. Non che sia lei a rispondere, si limita a urlarmi di farlo, e così la tensione cresce, sempre di più, e spero che ci sia qualche novità e ho paura che ci siano brutte notizie... Era una così bella ragazza». Phyllis cominciò a tirare su col naso, e aprì la bor-
setta per prendere un fazzolettino di pizzo. Rosie notò che la borsa era di pelle scamosciata e per tracolla aveva una catena dorata con una striscia di pelle. Doveva essere molto costosa. «Mi dispiace, scusami, ma non ho molti amici, nessuno con cui possa parlare veramente. È per questo che venire alle riunioni degli AA significa tanto per me, sai. E Jake è una cara persona, un uomo davvero fantastico». «Oh già, lo so, è un dono del cielo anche per me. Ti andrebbe un altro bicchiere d'acqua, Phyllis? O magari qualcosa di più forte, come del succo di mele?». Lorraine stava aspettando Rosie per scusarsi con lei, quando sentì dei passi pesanti sulla scale che conducevano all'appartamento. «Rosie?». Jake fece capolino dalla porta. «No, sono io. Rosie non c'è?». «No». «Farò un giro in macchina per vedere se riesco a trovarla. Ha preso molto male la notizia della chiusura dell'agenzia». Lorraine si accese una sigaretta. «Già, be', nemmeno io sono proprio dell'umore di festeggiare, Jake, ma almeno una delle due deve portare a casa i soldi dell'affitto». «Hai ragione, hai ragione. Allora, tu resta qui, io faccio un giro». «È venuta alla riunione?», domandò Lorraine con una punta di preoccupazione nella voce. «È rimasta fuori, l'ho lasciata con Phyllis come-cavolo-si-chiama. Spero solo che quelle due non siano là fuori da qualche parte a sbronzarsi. Ci vediamo». Trasalì quando, poco dopo che Jake se n'era andato, sentì un urlo che proveniva dalla strada seguito dai passi di Rosie sulle scale. Il piccolo appartamento, che aveva solo una camera da letto, un bagno minuscolo e un soggiorno con un angolo cucina, si trovava al secondo piano di una vecchia casa di Marengo Avenue. L'appartamento al piano di sotto era occupato da una famiglia ispanica sempre più numerosa. Fortunatamente, facevano molto più rumore loro e tenevano la radio e la televisione a volume così alto che quasi non si riusciva a sentire la propria voce; chiunque altro si fosse trovato costretto a vivere sotto il tuono dei passi di Rosie si sarebbe ritrovato con un esaurimento nervoso. «Ehi! Non puoi immaginare cosa sto per raccontarti». Rosie aveva salito
le scale di corsa e aveva le guance arrossate per lo sforzo. Respirava affannosamente. «Rosie, quanti te ne sei fatti?». «Ho più acqua minerale in corpo di quanta ce ne sia nell'acquedotto cittadino». Rosie scalciò via le scarpe, si tolse la giacca e gettò la borsa sul divano. Poi, tenendo le mani sui fianchi, le rivolse un sorriso raggiante che andava da un orecchio all'altro. «Penso che ci sia capitato un colpo di fortuna». «Vuoi un po' di caffè?». «No, siediti e ascoltami. Coraggio, siediti. Okay, allora, hai mai sentito parlare di una famosa star del cinema di nome Elizabeth Seal?». «No». Rosie alzò gli occhi al cielo. «Ma certo che sì, Foglia d'acero, te lo ricordi sicuramente. E certamente ti ricordi di La palude e La maschera di Vanessa, vero?». «No». «Cristo santo, l'abbiamo visto alla TV. Elizabeth Seal è famosa, avrai capito di chi sto parlando, tardi anni Settanta, anni Ottanta, era... grandiosa!». «E avresti bevuto acqua in sua compagnia?». Rosie si lasciò cadere sul divano-letto che cigolò minacciosamente. «Non essere sciocca, ti pare che Elizabeth Seal possa frequentare posti come il Joe's Diner? È una grande stella del cinema! Hai mai sentito il nome Caley? Elizabeth Caley? È il suo nome da sposata». «No». «Cristo santo, non ti credo. Elizabeth e Robert Caley sono stati sulle prime pagine di tutti i giornali, be', circa un anno fa. Ne hanno parlato tutti, anche alla TV, perché è gente famosa. La figlia dei Caley è scomparsa, mi ascolti? Anna Louise Caley, aveva diciotto anni ed è scomparsa». Lorraine stava cercando di ricordare quei nomi, ma aveva un vuoto di memoria. Non che fosse una novità per lei: c'erano stati mesi, persino anni, in cui non era riuscita a ricordare nemmeno il proprio nome, meno che mai quello di altre persone. Rosie sorseggiò il caffè. Era così eccitata che stava sudando, i suoi occhi luccicavano come quelli di una bambina. «È scomparsa senza lasciare tracce. I genitori si sono rivolti alla polizia, a medium, a parapsicologi, e hanno offerto una grossa ricompensa. Ma non hanno mai ricevuto telefonate, richieste di riscatto, biglietti, niente. Come se la ragazza fosse scom-
parsa nel nulla. I poliziotti pensano che sia stata rapita ma che qualcosa sia andato storto e che i rapitori l'abbiano uccisa... Pensano che sia stata scaricata da qualche parte e...». Mezz'ora più tardi, Lorraine sedeva tenendosi la testa tra le mani, ancora incerta del motivo per cui Rosie era così eccitata. «Voglio dire, Rosie, se, come ti ha detto questa Phyllis, i Caley si sono già rivolti alle migliori agenzie investigative, perché dovrebbero venire da noi?». «Perché nessuno è riuscito a trovare la ragazza e loro stanno ancora spendendo migliaia di dollari per scoprire che fine ha fatto. Sono immensamente ricchi, Lorraine, e continuano a sborsare denaro per ritrovare la figlia». Lorraine sollevò la mano. «Un attimo, Rosie, per favore, ascoltami. Se i... Caley, giusto? hanno già cercato negli ultimi... quanto hai detto?». «Undici mesi o giù di lì, è successo a New Orleans durante il Mardi Gras», disse Rosie con entusiasmo. «Cosa? A New Orleans? Dici sul serio?». «Già, cosa credi, che mi sia inventata tutto?». Lorraine sospirò. «Rosie, se è successo giù a New Orleans, non mi sembra probabile che assumano qualche cazzo di investigatore privato di Los Angeles, giusto?». «Sbagliato, Phyllis mi ha detto che ne hanno già assunti. Anche i poliziotti di qui si sono interessati al caso, sai?». Lorraine alzò gli occhi al cielo. «Ma se i Caley hanno speso tutti questi soldi senza ottenere risultati, cosa ti fa credere che abbiano voglia di sborsarne altri, per esempio a noi? Sarebbe questo il motivo per cui sei così isterica, vero?». «Non sono isterica, Cristo santo». «Okay, ma i fatti sono fatti, Rosie. Perché pensi che potrebbero essere interessati all'Agenzia Investigativa Page, vale a dire noi due? Il fatto che la segretaria di famiglia frequenti le riunioni degli AA insieme a te non è quella che definirei una presentazione coi fiocchi». Rosie gridò: «Mi sono guardata bene dal dirle che anche tu eri un'ubriacona, ho inventato, ho detto che eri una delle migliori in questo campo. Ho persino detto che Rooney fa parte della nostra squadra, che è un ex capitano della polizia, eccetera, eccetera. Phyllis è rimasta molto colpita, davvero molto colpita». «Sul serio?». Il sarcasmo era sprecato con Rosie. «Già, proprio così. Le ho dato il no-
stro biglietto da visita e lei mi ha detto che ne avrebbe parlato con la signora Caley». «Oh, e quando le avrà parlato, che succederà?». «Ascolta, si fidano molto di lei, lavora per loro da anni, okay? E sa che Elizabeth Caley è disperata, che sta impazzendo perché vuole sapere che cosa è successo a sua figlia e che è pronta a pagare qualsiasi cifra per scoprirlo». «E tu hai dato il nostro biglietto da visita a questa gente?». «Sì! E non sono stupida, sai, solo perché prima ero tutta agitata. Avevo accennato al fatto che la mia socia se n'era andata, ma appena ho capito che c'era in ballo qualcosa di grosso, mi sono inventata che dovevi seguire un grosso caso di omicidio, e non ho detto che volevi andare a lavorare come detective di un grande magazzino. Non sono stupida, so cosa dire quando è il caso. Le ho detto che sei molto richiesta». «Quanto dovremo aspettare perché ci richiami?». Il telefono cominciò a squillare. Lorraine spense la sigaretta e indicò l'apparecchio con un cenno del capo. «Dev'essere Jake. Era preoccupato per te. È uscito a cercarti, perciò rispondi tu». Rosie agguantò il ricevitore. Ma non era Jake, era Phyllis e voleva altre informazioni sulla Page Investigazioni da mandare al più presto possibile alla signora Caley. Rosie riagganciò, un sorrisetto sulle labbra. «Visto? Le ha parlato di noi, proprio come ti avevo detto». Il mattino seguente, dopo una frettolosa seduta di lavoro al word processor, avevano messo insieme quello che sembrava un fascicolo ragionevole: avevano inserito tutte le note di merito che Lorraine aveva ricevuto come tenente di polizia e avevano elencato i casi a cui aveva lavorato. Inoltre avevano indicato come detective della Page Investigazioni l'ex capitano William Rooney del Distretto di Pasadena, un uomo di grande esperienza e professionalità, andato in pensione di recente. Rosie uscì per portare il fascicolo appena stampato a Beverly Hills, dove vivevano i Caley. Lorraine rimase seduta nell'ufficio vuoto a rimuginare sugli ultimi avvenimenti. Di lì a un paio di giorni avrebbe dovuto dare una risposta per il lavoro ai grandi magazzini e non vedeva alcun buon motivo per trattenersi ancora lì. Forse Rosie non aveva tutti i torti, forse sarebbero riuscite a guadagnare qualche bigliettone, ma comunque ne dubitava. Il campanello dell'ufficio suonò mentre Bill Rooney entrava. «Ciao, mi hai chiamato, vero? Sai, mi trovavo da queste parti, così...». La sua voce
sembrava forzatamente allegra. «Oh, ti trovavi da queste parti? In che bar, Bill?». Rooney le mostrò il medio lasciandosi cadere sulla poltroncina girevole di Rosie. Non si era rasato e sembrava reduce da una sbronza, il suo volto ampio e florido e il suo naso a patata avevano una sfumatura violacea. Aveva il colletto della camicia sollevato da una parte e la cravatta macchiata di unto; la parte posteriore dei pantaloni era lisa e lucida e il suo completo aveva un aspetto stazzonato, come se fosse stato indossato troppo spesso. «Sembri in gran forma», disse Lorraine sorridendo. «Già, sto benone. Le cose mi vanno a meraviglia. Ho buttato metà della mia liquidazione in un'agenzia di investigazioni private che non ha mai ingranato. Non sono mai stato un uomo d'affari, non sono mai stato bravo con i soldi, e il bastardo che mi ha venduto il locale deve avermi visto arrivare - deve aver visto la scritta "coglione" che ho stampata sulla fronte. Ho preso un computer che non è compatibile con nessuno, meno che mai con me stesso, un telefono assurdo che funziona solo quando ha voglia e un'auto che ho avuto per mezz'ora prima di perderla. Non avevo ancora sistemato le pratiche dell'assicurazione, quindi non ho copertura e adesso non posso nemmeno rivendere l'attrezzatura al prezzo che l'ho pagata. Quindi non ho casi in eccesso da passarti, mi sto guardando in giro ma non mi sembra che ci sia molto lavoro. E tu, come te la passi?». Si guardò attorno e sorrise. «Vedo che anche qui l'attività ferve, non riesco quasi a sentire la mia voce per via di tutti questi telefoni che non la smettono di suonare!». «Molto spiritoso, considerando il tuo fiasco». Lorraine prese due tazze pulite e preparò del caffè. Rooney aveva sorvolato sul fatto che non era stato in condizioni di gestire un'agenzia - soprattutto con la morte di sua moglie. Lorraine era dispiaciuta per lui dal momento che, nonostante i suoi modi sgarbati, probabilmente si sentiva solo. Lo vide con la coda dell'occhio sporgersi sulla scrivania di Rosie e prendere il nuovo fascicolo dell'Agenzia Investigativa Page. «Che lettura interessante. Mi piace il modo in cui sei riuscita a omettere i tuoi anni perduti, tesoro. Leggendo questa roba sembra quasi che tu abbia lasciato la polizia piena di medaglie e riconoscimenti invece di essere stata cacciata a calci nel culo». «Già, anche la parte su di te non è male». Lorraine sbatté le tazze sul tavolo. Rooney scoppiò a ridere quando lesse la parte che lo riguardava, poi ri-
chiuse il fascicolo. «Ti ho detto che Ellen è morta?». «Sì, mi dispiace». «Già, sono andato a prendere la sua urna. Ho detto al tizio, come faccio a essere sicuro che queste sono davvero le ceneri di mia moglie? Voglio dire, so che è l'urna che ho ordinato ma avreste potuto metterci dentro qualsiasi schifezza». Rooney scosse la testa e continuò. «"È sua moglie, signor Rooney, vede c'è il suo nome sull'urna!" Che assurdità, tutta una vita che finisce chiusa dentro un barattolo di ottone grande così». Indicò la misura con le mani, poi si massaggiò il viso. «Ellen era in cucina, stava preparando da mangiare. La radio era accesa, teneva sempre la radio accesa, mi faceva impazzire. E poi è caduta, ho sentito una specie di tonfo». Lorraine versò l'acqua nella caffettiera elettrica. Rooney non sembrava parlare con lei o prestarle particolare attenzione. «Era a terra, sul pavimento, con un cucchiaio di legno ancora in mano e aveva una strana espressione di sorpresa sul viso. Era morta». «Mi dispiace, Bill». Lorraine si appoggiò contro la porta del ripostiglio. «Già, dispiace anche a me. Voglio dire, so che non dev'essere stato facile vivere con me. Non mi sono ancora occupato dei suoi vestiti, ho dovuto trasferirmi nella camera degli ospiti. Ho sempre l'impressione che da un momento all'altro mi chiami per dirmi che la cena è in tavola. Non so cosa fare della mia vita, Lorraine, sto impazzendo. La casa è troppo silenziosa, mi manca persino quella sua maledetta radio». «Li vedi ancora i ragazzi della centrale?». «No. Per un po' ci siamo frequentati ma sai com'è, una volta che sei fuori diventi un estraneo. Non ti senti più a tuo agio nei vecchi bar dove andavi a bere, e loro parlano di questo o di quel caso e se devo essere sincero è tutto troppo high-tech oggigiorno, sai, tutto è computerizzato e sta nascendo un tipo diverso di sbirro». Lorraine si avvicinò e gli posò una mano sulla spalla robusta e Rooney gliela strinse per un attimo. «Non ti sto disturbando, vero?». Era dispiaciuta per Rooney e così gli diede un pugno scherzoso sulla spalla. «Come hai detto tu, non siamo esattamente sommersi dal lavoro. Mi dispiace che non abbia funzionato neanche per te». Rosie entrò trafelata. «Che casa, sembra un palazzo, non ho mai visto niente di simile... giardinieri e camerieri, e il giardino è uno spettacolo, felci e fiori e piscine, due piscine e campi da tennis e... Ciao, Bill, come stai? Mi è spiaciuto davvero
molto per tua moglie». Rooney si alzò in piedi. «Grazie». «Hai mai sentito parlare di una stella del cinema di nome Elizabeth Seal?». Rooney annuì. «Certo, mi faceva impazzire». Rosie si voltò a guardare Lorraine. «Visto? Ti avevo detto che era famosa? Be', è proprio da lì che vengo, dalla casa di Elizabeth Seal, una specie di palazzo». Lorraine porse il caffè a Rooney e indicò a Rosie una tazza. «Ne prendo un po'», disse Rosie togliendosi la giacca leggera. «Hanno persino un maggiordomo inglese, non scherzo, e una governante. Mi hanno fatto aspettare nell'atrio finché Phyllis non mi ha raggiunta. È un atrio gigantesco, ci si potrebbe andare coi rollerblade. Sono pieni di soldi, puzzano di soldi, hanno quadri che valgono miliardi. Queste vecchie star del cinema sanno davvero godersi la vita». Lorraine le versò del caffè. «Phyllis ti ha detto niente riguardo al fatto che potremmo lavorare per loro?». «Nah, ha soltanto preso la busta, mi ha ringraziata e ha detto che ci vedremo dopodomani. Non mi ha nemmeno offerto un bicchiere d'acqua. A essere sincera mi sembrava molto tesa. Continuava a guardarsi alle spalle... Forse avremmo dovuto mandare un corriere». «Elizabeth Seal, mi ricordo di lei», disse Rooney chiudendo gli occhi. «È originaria di New Orleans e ha recitato in un film intitolato La palude o qualcosa del genere, un bel po' di tempo fa. Era davvero sexy...». Rosie annuì e si mise a elencare la filmografia completa di Elizabeth Seal. Lorraine si sedette alla scrivania con la sua tazza di caffè. Rooney si accigliò ascoltando Rosie, poi annuì. «Certo, certo, adesso mi ricordo, era su tutti i giornali un po' di tempo fa per una storia che riguardava una ragazza - una ragazza rapita, giusto?». Rooney si stava grattando il naso, cercando di ricordare ciò che aveva letto. «Te l'avevo detto che era su tutti i giornali, vero?». Rosie era raggiante. «Si trattava di sua figlia, il corpo non è mai stato trovato», disse Rooney con aria assorta. «Esatto, e la stanno ancora cercando. Non è successo qui a Hollywood, ma a New Orleans. È là che è scomparsa, vero?». «Sì, è svanita nel nulla», puntualizzò Rosie. «Era là con i suoi genitori per il Mardi Gras. È uscita e nessuno l'ha più vista».
Rooney si mordicchiò il labbro inferiore, poi guardò Lorraine. «Credo che sia stato un mio amico, Jim Sharkey, a occuparsi del caso qui a Los Angeles...». «Lorraine non sapeva nemmeno chi è Elizabeth Seal», lo interruppe Rosie. Il telefono si mise a squillare e Rooney trasalì dal momento che si era seduto sul bordo della scrivania vicino all'apparecchio. Fu Rosie a rispondere con aria di superiorità. «Page Investigazioni». Subito incominciò a gesticolare rivolta a Lorraine, indicandole la sua scrivania e il suo telefono. «Vuole attendere un momento in linea, vedo se la signora Page è libera». Rosie coprì il microfono con una mano e prese un profondo respiro. «Elizabeth Caley sulla uno!». CAPITOLO 2 Lorraine controllò il proprio aspetto. Le sue scarpe marrone chiaro erano malconce così se le tolse e Rosie cominciò a lucidarle con una spazzola. Rooney l'avrebbe accompagnata in auto alla residenza dei Caley, non solo per farle risparmiare i soldi del taxi ma perché, dal momento che era un ex capitano della Squadra Omicidi di Pasadena, la sua presenza avrebbe accresciuto la credibilità dell'Agenzia Investigativa Page. Rooney era entusiasta all'idea di poter riempire le sue giornate vuote e aveva recuperato qualche vecchio numero dei giornali che si erano occupati del caso della giovane Caley. Aveva sfruttato alcuni contatti che aveva ancora alla polizia per cercare di ottenere ulteriori dettagli dagli agenti che si erano occupati della sparizione. Jim Sharkey, che aveva coordinato le indagini a Los Angeles, non era stato di grande aiuto; Rooney sapeva che avrebbe dovuto almeno offrirgli una cena e portarlo in qualche locale in città per ottenere da lui delle informazioni decenti. Ma Rooney aveva già fatto qualche indagine sugli investigatori privati che la famiglia Caley aveva assunto in precedenza - ed erano tantissimi. Lorraine si rifiutò categoricamente di permettergli di cominciare a chiedere informazioni a quelle agenzie, perché aveva la sensazione che sarebbe stata soltanto una perdita di tempo. Non avevano risorse finanziarie da sprecare; non avevano risorse finanziarie, punto. Si guardò un'ultima volta allo specchio. Rosie finì di lucidarle le scarpe, e proprio in quel momento sentirono un colpo di clacson provenire dalla strada. Era Rooney che era venuto a prendere Lorraine.
L'ex poliziotto aveva fatto del suo meglio, notò sollevata Lorraine: la camicia sembrava appena uscita dalla confezione e la cravatta era sporca solo di cenere di sigaretta. «Rosie non viene con noi?», domandò lui mentre le apriva la portiera della Hyundai. «No, meglio non esagerare. Ci andiamo solo tu e io». «Bene. Sono andato a vedere il posto ieri sera: è davvero incredibile. Si trova a circa un chilometro dal Bel Air Hotel. In effetti, è così sfarzoso che per un attimo ho pensato che fosse un grande albergo». «Già», disse Lorraine. «Allora, come pensi che dovremmo comportarci?». Rooney guidava con cautela. Portava gli occhiali scuri perché il sole di metà gennaio era così caldo e abbagliante che sembrava di essere in estate. «Lascia parlare loro, noi restiamo seduti e li ascoltiamo. Non dobbiamo metterla giù dura, be', non subito. Non sembrare troppo buona. Non vogliamo dare l'impressione di essere disperati». Lorraine annuì, guardando fuori dal finestrino. «Che idea ti sei fatta del caso?», le chiese lui con noncuranza. Lorraine si appoggiò contro lo schienale del sedile, gli occhi chiusi. «Be', da quello che ho letto sui giornali che hai portato credo che si tratti di un rapimento andato male - nessun biglietto, nessuna richiesta di riscatto... Probabilmente, la ragazza è morta già da molto tempo. E tu che idea ti sei fatto del caso?». Rooney imboccò l'Autostrada per San Diego, la 405, poi sul Sunset Boulevard svoltò in direzione di Beverly Hills. «Be', da quanto ho capito, la ragazza non era tipo da fare cose strane. Conosceva la zona, c'era stata diverse volte, i suoi genitori avevano delle case da quelle parti. Forse se n'è andata di sua spontanea volontà, ma era Mardi Gras, quindi chissà... Se otterremo questo caso, scopriremo molte cose su New Orleans. Da qui non si può fare molto, gli agenti di Los Angeles hanno semplicemente raccolto le dichiarazioni dei familiari e dei dipendenti». «E hanno scoperto qualcosa?». «Per quanto ne so, non hanno scoperto un cazzo». «Nessuna richiesta di riscatto», ripeté Lorraine tra sé e sé. Rimase immersa nei suoi pensieri per un'altra decina di minuti, poi aprì gli occhi. «Ti ricordi di quel caso, nel 1986, di quella ragazzina scomparsa e ritrovata diciotto mesi più tardi che faceva la ballerina a Las Vegas? La famiglia era
convinta che l'avrebbero trovata morta ma la trovarono che indossava un perizoma e qualche lustrino sulle sue nuove tette siliconate». Rooney scosse la testa. «No, non me lo ricordo». Si fermò a un semaforo rosso, poi svoltò a Beverly Hills. Lorraine si accese una sigaretta con l'accendino dell'auto. «Il motivo per cui me lo ricordo è il tempo che ci è voluto per rintracciarla. Diciotto mesi. Se vogliono che lavoriamo su questo caso, dobbiamo ricordarci che ci vuole del tempo per rintracciare chiunque, che sia vivo o morto», disse Lorraine pensierosa. Rooney allungò una mano per aprire lo scomparto portaoggetti, prese una busta e la porse a Lorraine. «Sono una specie di direttive generali sulle spese. Me le ha date un mio amico un po' di tempo fa, sai, quando pensavo di fare l'investigatore privato. Sono informazioni utili. Se otteniamo il lavoro dobbiamo sapere quanto chiedere. Prova a darci un'occhiata». Lorraine scorse rapidamente le voci, poi rimise i fogli nella busta; aveva già un'idea piuttosto precisa di quanto chiedere, ma quella cifra non si avvicinava neanche lontanamente ai prezzi che facevano altre agenzie dotate di apparecchiature sofisticate che andavano dalle microspie alle camcorder ai database computerizzati. «Ci faremo pagare meno delle altre agenzie ma racconteremo le stesse palle che raccontano loro sulle apparecchiature tecnologiche. Non dobbiamo sembrare troppo a buon mercato». Lorraine ripose la busta e si affrettò a richiudere lo scomparto portaoggetti quando scorse una bottiglia di bourbon. «Giusto», grugnì Rooney, mentre passavano accanto ad alte siepi e a ville sfarzose protette da guardie private e cancelli elettronici. «Non ti sembra che queste case somiglino a delle prigioni?», le domandò e Lorraine fece una risatina. «No, niente affatto. Se fossi stato dentro, non diresti che queste ville sembrano delle prigioni». Raggiunsero una piccola rotonda con un cartello che indicava il Bel Air Hotel. Svoltarono a sinistra, oltrepassando il Bel Air, e continuarono a percorrere la strada silenziosa. Rooney rallentò. «È la prossima casa sulla sinistra». Notò che Lorraine raddrizzava la schiena e si sistemava la giacca. Aveva un aspetto favoloso e, in confronto al suo corpo massiccio e malsano, sembrava in gran forma. Incredibile, considerando il modo in cui si era punita. La sua resistenza continuava a sorprenderlo e lui l'ammirava molto. Non molto tempo prima,
era stata arrestata per ubriachezza molesta e vagabondaggio, ma aveva fatto molta strada da allora. Fermò l'auto davanti al cancello, abbassando il finestrino da cui entrò una folata di aria calda. «Cazzo, il tempo è davvero impazzito, un minuto prima sta piovendo a dirotto e un minuto dopo si muore dal caldo». Allungò una mano per premere il pulsante del citofono e annunciò il loro arrivo. Il cancello rimase chiuso per un paio di minuti, poi si aprì silenziosamente. Da dove si trovavano, non si poteva vedere la casa ma il giardino era ancora più esotico e rigoglioso di quanto aveva detto Rosie. Era come una gigantesca serra di felci e sempreverdi, palme di ogni forma e dimensione che costeggiavano il viale d'accesso ricoperto di ghiaia chiara. Oltrepassarono campi da tennis, prati curati alla perfezione e aiuole dai colori sgargianti, irrigate da annaffiatoi che le facevano fiorire in ogni stagione. I getti d'acqua che tracciavano nell'aria ampi archi davano al giardino un'atmosfera evanescente e surreale. Solo quando ebbero percorso una lunga curva nel viale, riuscirono a vedere la casa. La costruzione a tre piani in stile coloniale dalle colonne bianche sembrava uscita da Vìa col Vento - e ci si sarebbe aspettati di vedere da un momento all'altro Rossella O'Hara scendere di corsa la scalinata bianca dicendo «Perdindirindina!» Ma non c'era nessuna Rossella. Al suo posto un maggiordomo in uniforme attendeva impettito davanti alla porta principale riccamente intagliata. «Rosie aveva proprio ragione». Lorraine era senza parole. «Soldi», mormorò Rooney. Un domestico comparve dal nulla per aprire la portiera a Lorraine. Lei esitò per un attimo prima di scendere e notò che Rooney era già grondante di sudore quando cominciarono a salire la scalinata. «Buongiorno, volete seguirmi per favore, signori?», disse il maggiordomo con aria altezzosa. Era inglese, il suo volto gelido e privo di espressione. Il pavimento di marmo bianco dell'atrio era così lucido che scintillava. Il maggiordomo li condusse verso una porta a doppio battente dalle decorazioni dorate alta fino al soffitto. «La signora Caley vi raggiungerà subito», disse l'uomo facendoli accomodare nella stanza. Ovunque c'erano divani bianchi coperti da cuscini bianchi di seta e satiri, e tutto era bianco su bianco con ornamenti dorati. La carta da parati bianca di seta giapponese era decorata con sagome scintillanti di uccelli in volo, e tra gli immensi specchi appesi su tutte le pareti c'erano grandi dipinti a olio che ritraevano Elizabeth Caley in tutti i ruoli che aveva interpretato nei suoi film.
«Ah, me la ricordo in quello», mormorò Rooney, osservando un dipinto. «Si intitolava La palude e lei danzava con un grosso serpente». «I signori gradiscono qualcosa da bere?», domandò il maggiordomo, con aria seccata, come se avesse appena sentito un cattivo odore. Lorraine chiese un bicchier d'acqua. Rooney avrebbe voluto una birra ma scrollò le spalle. «Va benissimo anche per me, solo acqua». L'austero maggiordomo uscì dalla stanza e Lorraine e Rooney poterono osservare meglio il locale in cui si trovavano, quasi intimoriti all'idea di sedersi e rovinare l'immacolata perfezione dei cuscini. Rooney scelse una sedia Luigi XV, ma quando si fu accomodato, temette di essere troppo pesante per le gambe affusolate della sedia. Lorraine si guardò attorno, notando le molte fotografie racchiuse in bellissime cornici che ritraevano una giovane ragazza. Ne indicò una. «Questa dev'essere la figlia». Lanciò un'occhiata verso la porta, poi si avvicinò alla pareteper esaminare la fotografia con attenzione. La ragazza era straordinariamente bella, aveva lunghissimi capelli biondi, il nasino all'insù e occhi grandi e chiari. Lorraine si sedette al centro del grande divano, sprofondando così tanto da sentirsi in imbarazzo: il suo peso aveva disturbato la perfetta simmetria dei cuscini. «Non credo che sia il caso di fumare qui», disse tra sé e sé, osservando il tavolino da caffè dal ripiano di marmo su cui erano sistemati con cura soprammobili d'oro e di bronzo. Niente che somigliasse a un posacenere. Abbassò gli occhi, si guardò le scarpe, quasi invisibili nel folto tappeto bianco, e temette che la rapida lucidatura di Rosie potesse lasciare qualche macchia. Alzò lo sguardo quando sentì il tintinnio di cubetti di ghiaccio in un bicchiere. Una cameriera in uniforme nera e grembiule bianco entrò portando un vassoio con vari tipi di acqua ghiacciata - frizzante, naturale, con limone in alti bicchieri di cristallo e contenitori d'oro e d'argento. Lorraine quasi non riuscì a nascondere un sorriso quando Rooney borbottò un grazie e la sedia su cui era seduto scricchiolò minacciosamente. La cameriera porse a entrambi l'acqua che avevano scelto, poi posò il vassoio sul tavolino. Mentre lasciava la stanza, comparve Phyllis. «Non alzatevi, prego. Sono Phyllis Collins, l'amica di Rosie. Lei dev'essere Lorraine. Posso chiamarla, ehm... Lorraine?». Attraversò in fretta il salotto per stringerle la mano, poi si rivolse a Rooney. «E lei dev'essere William Rooney, Rosie mi ha detto tutto di lei. La prego, non si alzi, la si-
gnora Caley è stata avvertita del vostro arrivo e sarà da voi tra poco». Lorraine annuì. Rooney si sentiva sempre più a disagio, ma almeno non aveva più caldo. Anzi, nella stanza in cui si trovavano faceva quasi freddo. «Questo è stato un periodo molto difficile», disse Phyllis, fermandosi accanto alla sedia gemella di quella su cui sedeva Rooney. «Ci sarà anche lei mentre...». Lorraine non sapeva come descrivere l'incontro. «No, no, la signora Caley mi ha detto che voleva restare sola con voi. Sono solo la sua dama di compagnia. Dovrebbe scendere da un momento all'altro». Attesero per tre quarti d'ora. Parlarono dei film e dei dipinti di Elizabeth Caley e degli anni che Phyllis aveva trascorso in Inghilterra, ma ogni volta che Lorraine cercava di portare la conversazione sul motivo per cui erano lì, la donna si affrettava a cambiare argomento. Lorraine aveva bevuto due abbondanti bicchieri d'acqua e ne rifiutò un terzo perché sapeva che altrimenti avrebbe avuto bisogno del bagno. Rooney aveva mandato giù in poche sorsate il suo bicchiere e ora rimpiangeva di aver chiesto acqua gasata perché si sentiva lo stomaco pieno di gas. Un orologio batté le ore e tutti e tre guardarono la grande pendola di bronzo dorato che si trovava sulla mensola bianca del camino. «Immagino che queste siano fotografie della signorina Caley», disse Lorraine, indicando una delle cornici d'argento. Phyllis annuì e stava per dire qualcosa, quando nell'atrio risuonò il ticchettio di scarpe coi tacchi a spillo e il maggiordomo aprì la porta a doppio battente. «La signora Elizabeth Caley». Phyllis fece le presentazioni e Lorraine si alzò in piedi, i cuscini che si sparpagliavano attorno a lei. Rooney si alzò a sua volta, facendo cigolare la sedia, ma la signora Caley si limitò a fare un gesto con la mano verso di lui che tornò subito a sedersi. Elizabeth Caley sfiorò gentilmente la mano protesa di Lorraine, poi rivolse un sorriso cordiale a Rooney che arrossì immediatamente. Era perfettamente truccata, proprio come ci si sarebbe aspettati da una diva del cinema degli anni Cinquanta o Sessanta - capelli neri e lucidi erano pettinati all'indietro e raccolti da un semplice fermaglio di tartaruga per mettere in risalto il volto forte e bellissimo. Da lontano poteva sembrare ancora una donna di poco più di trent'anni, eppure aveva più di cinquantacinque anni e i molti lifting a cui si era sottoposta davano alla sua pelle un aspetto di fra-
gile falsità. La camicetta scollata color crema mostrava soltanto l'attaccatura dei seni quasi sicuramente rifatti, la semplice gonna nera e i collant chiari mettevano in risalto le bellissime gambe, e i sandali dai tacchi alti accentuavano la snellezza delle caviglie. Rooney era senza parole. Il cuore gli batteva forte nel petto e il profumo di Elizabeth Caley sembrava avvolgerlo completamente, un'intensa fragranza di magnolia che sembrava sottolineare il candore soffice della sua pelle. Era una donna ancora bellissima e sexy. Aveva labbra piene e rosse, in tinta con le unghie lunghe e curatissime, e all'anulare portava un anello con un diamante e uno smeraldo grandi come uova di un piccolo uccello. I suoi modi erano affascinanti, discreti. Si sedette su una piccola sedia dorata dallo schienale rigido e fece cenno a Phyllis che doveva andarsene con un movimento quasi impercettibile del capo. Phyllis si richiuse silenziosamente la porta alle spalle. «Mia figlia». La signora Caley indicò con un gesto aggraziato della mano una grande fotografia a colori su un tavolino di cristallo e Rooney e Lorraine si voltarono entrambi a guardare. I capelli di Anna Louise Caley erano chiari quanto quelli di sua madre erano scuri. I loro grandi occhi erano molto simili ma quelli di Elizabeth erano marrone scuro mentre quelli della figlia erano, a giudicare dalla fotografia, azzurro chiaro. Sulle sue labbra dolci e quasi infantili aleggiava un sorriso timido e misterioso. «È molto bella», disse Lorraine dolcemente. «Sì, davvero». Ma Rooney non riusciva a staccare gli occhi dalla signora Caley. Stava ripensando a tutti i suoi film e quasi dovette darsi un pizzicotto per rendersi conto che era davvero seduto a pochi passi da lei. «So che si è già rivolta a diverse agenzie investigative», esordì Lorraine, mentre la signora Caley fissava il vuoto con aria assente. «Quindi se dobbiamo riaprire il caso...». «Non è mai stato chiuso», disse la signora Caley a bassa voce. «Mi scusi, naturalmente non è mai stato chiuso, ma se la Page Investigazioni deve iniziare delle indagini sulla scomparsa di sua figlia, dovremo rivolgerle molte domande. Potrebbe essere doloroso per lei, ma forse riusciremo a scoprire...». La signora Caley chinò la testa. «Una traccia?». «Sì. Spesso quando un'agenzia come la mia affronta un caso partendo da zero, può scoprire qualcosa che ad altri può essere sfuggito o parso insigni-
ficante». La signora Caley annuì, osservando l'anello luccicante che portava al dito. «Il motivo per cui ho deciso di incontrarvi è che Phyllis mi ha spiegato che vi siete già occupati di altri casi simili in passato». Rooney si accigliò e rivolse a Lorraine uno sguardo interrogativo. Lei lo ignorò, chiedendosi che cosa si fosse inventata Rosie, e impiegò un attimo a trovare una risposta accettabile. Parlò con voce bassa e rassicurante. «Rintracciare una persona scomparsa può essere un'operazione lunga e costosa, e non possiamo garantire il successo della ricerca. Ma detto questo, con la mia esperienza di tenente al Dipartimento di Polizia di Pasadena e con la collaborazione del mio socio, il signor Rooney, ex capitano della squadra omicidi, possiamo assicurarle che...». «Non lascerete niente di intentato?». I grandi occhi di Elizabeth Caley si spostarono da Lorraine a Rooney e poi tornarono a fissarsi sull'anello. Fece una breve risata. «Mi hanno promesso la stessa cosa anche tutti gli altri, cara, e onestamente non mi interessa quanto può costarmi o quanto tempo ci vorrà. Voglio ritrovare mia figlia perché ogni giorno è come un incubo, ogni telefonata una speranza, e ogni notte...». Prese fiato e deglutì, e un attimo dopo aveva riacquistato la sua compostezza. Se quella era una prova d'attrice, i suoi film dovevano essere ottimi. «Non ho mai perso la speranza, anche se molti mi hanno lasciato intendere che dopo tanto tempo...». Prese un altro profondo respiro e si accarezzò il collo latteo con le dita affusolate. «Lei ha figli, signora Page?». «Sì, ho due figlie», rispose Lorraine a bassa voce. «Be', allora sono sicura che capisce che cosa significhi essere madre. Ogni sera faccio un segno nel mio diario, un altro giorno è passato, un'altra notte che mi aspetta senza il mio tesoro, e prego, ho pregato tanto. E ho pianto così tanto che credo di aver esaurito le lacrime». La donna fece un altro gesto lento e aggraziato per indicare la foto della figlia. «Fisso il suo viso e continuo a chiederle, dove sei? Oh tesoro, mia cara bambina, dove sei?». Rooney era quasi in lacrime. Lorraine si mostrava ragionevolmente commossa ma niente le toglieva dalla testa che la signora Caley stesse parlando, o recitando, come se fosse in un dei suoi film. Idea o convinzione che si rafforzò quando Elizabeth Caley si alzò in piedi di scatto e cominciò a camminare su e giù per la stanza, trasudando struggimento, mentre continuava ad andare avanti e indietro su quel tappeto più bianco del bianco, la voce ora leggermente più acuta.
«Era il quindici febbraio. Eravamo a New Orleans, ci andavamo sempre per il Mardi Gras. Anna Louise non è scesa per cena, ma eravamo arrivati solo da poche ore e abbiamo pensato che forse non aveva fame». Elizabeth Caley si diresse verso uno dei tavolini di cristallo occupati interamente da fotografie su fotografie della ragazza - come debuttante a un ballo del Mardi Gras, a una festa di compleanno a sorpresa, alla prima di un film. Per un attimo Elizabeth sembrò quasi danzare davanti a quelle immagini, poi accarezzò con la punta delle dita una piccola cornice dorata, le lacrime che cominciavano a rigarle le guance impeccabilmente truccate. «Non mi arrenderò, non posso arrendermi». Per poco Rooney non si inginocchiò davanti a lei, ormai diventato un suo fan per la vita. Lorraine sperava soltanto che la signora Caley la smettesse di recitare e cominciasse a parlare chiaro, in modo che potessero discutere di quanto tempo avevano per lavorare sul caso. Per tutto il monologo della diva, Lorraine aveva riflettuto su quanto denaro chiedere perché tutti e tre potessero lavorare al caso, compresi i pasti e le spese del viaggio e, dato che naturalmente avrebbero dovuto andare a New Orleans, l'albergo, il noleggio di un'auto, eccetera. Lorraine si schiarì la gola per attirare l'attenzione della signora Caley. «Signora Caley, se vuole che la Page Investigazioni cominci a lavorare, possiamo discutere per un attimo dell'aspetto finanziario...?». La donna si voltò di scatto a guardarla. «Naturalmente voglio che cominciate, perché pensa che vi abbia invitati qui? Voglio assumervi, voglio che troviate mia figlia, non sono stata sufficientemente chiara?». Lorraine si passò la lingua sulle labbra. «Bene, ma ci deve spiegare esattamente che genere di contratti ha stipulato con le altre agenzie, dal momento che gli investigatori privati sono molto territoriali e...». «Non hanno fatto niente! Sono passati undici mesi, undici mesi e non m'importa chi abbiamo assunto. Nessuno di loro ha trovato anche solo un indizio di dove si trovi mia figlia». Era una performance da premio Oscar, la voce sempre più alta ed emozionata. Prese una delle fotografie di sua figlia e se la strinse con forza al petto. «È una ragazza dolce e innocente, non è possibile che sia semplicemente scomparsa, dev'essere da qualche parte. Qualcuno mi sta facendo questo, mi si spezza il cuore». Lorraine guardò Rooney che ormai era ipnotizzato, e sperò che le venisse in aiuto. Era certa che la signora Caley stesse raggiungendo il culmine della sua interpretazione e che di lì a poco sarebbe crollata su di loro. A quel punto avrebbero dovuto tornare un'altra volta, forse più di una volta
prima di riuscire a ottenere un accordo scritto. Ma in quel momento, con sua grande sorpresa, la porta si spalancò. «Elizabeth, Elizabeth!». La signora Caley si voltò, tendendo la fotografia della figlia in un gesto teatrale di disperazione. «È viva, Robert, lo so, è viva. Non mi arrenderò, non mi arrenderò». Robert Caley non degnò Lorraine nemmeno di uno sguardo e fece un cenno a Phyllis che attendeva alle sue spalle sulla soglia. «Phyllis, accompagna Elizabeth in camera sua. Subito». «No, Robert, non voglio andare. Devo parlare con queste persone, loro ritroveranno Anna Louise». Anche Robert Caley sembrava una stella del cinema. Aveva il viso segnato da rughe profonde messe in risalto dalla bella abbronzatura, e i suoi folti capelli neri brizzolati sulle tempie gli davano un'aria austera che s'intonava perfettamente con l'acciaio della sua voce controllata e con i suoi penetranti occhi blu scuro. «Ti prego, Elizabeth, vai in camera tua. È inutile che ti agiti in questo modo, e che continui a tormentarti così». Con l'aria di una ragazzina dispettosa, Elizabeth rimise la foto al suo posto. Fece il broncio e disse con voce petulante: «Hanno ottime referenze, caro. Diamogli almeno una possibilità... diamo una possibilità ad Anna Louise». Robert Caley fissò il tappeto per un attimo e Lorraine si accorse che stava cercando disperatamente di controllare la propria rabbia. Poi l'uomo alzò lo sguardo e la fissò freddamente. «Mia moglie, come avrà notato, signora Page, è sconvolta. Penso che sia meglio che lei se ne vada. Al momento, ci sono anche troppe agenzie investigative, oltre alla polizia, che cercano di rintracciare mia figlia e non abbiamo bisogno di assumere nessun altro. Non sprechi il suo tempo». Elizabeth Caley affrontò suo marito, le mani strette al petto. «Voglio che comincino oggi pomeriggio, Robert, insisto. La signora Page ha due figlie, sa cosa prova una madre, e mi è stata caldamente raccomandata...». «Davvero? Io credo che l'unica cosa che interessi alla signora Page sia dissanguarti, Elizabeth. Questa cosa deve finire. Non ti permetterò di portare in casa nostra questa gente». Lorraine fece un passo avanti. «Mi scusi, signor Caley». Lui spostò quello sguardo freddo e arrogante nuovamente su di lei. «No, lei deve scusarmi, signora Page, perché non so che razza di storia
ha raccontato a mia moglie ma non credo assolutamente che lei sia qualificata per aiutarci a rintracciare mia figlia. Ne abbiamo abbastanza dei giornalisti, dei parassiti che si definiscono investigatori privati, gente a cui interessa solo quanto possono spremerci, gente che non è in grado di trovare Anna Louise meglio di...». «Mi scusi», ripeté Lorraine. «Non permetterò che mia moglie si affidi ad altri...». Lorraine lo interruppe di nuovo: «Altri cosa, signor Caley?». L'uomo trasse prese un profondo respiro, distolse lo sguardo per un attimo e infine tornò a fissare Lorraine. «Impostori, signora Page, e penso che lei sia il punto più basso che abbiamo toccato fino a questo momento. Vede, so tutto della sua agenzia, sempre che si possa definire in questo modo, e sono al corrente dei suoi trascorsi da ubriacona. È stata cacciata dalla polizia per aver sparato a un ragazzino innocente. Lei è un'alcolizzata priva di qualsiasi esperienza nel campo dell'investigazione privata. Quanto al fatto che anche lei è madre, so che non ha contatti con le sue figlie fin da quando ha divorziato. Forse le agenzie che abbiamo assunto non sono riuscite a rintracciare mia figlia ma sono state molto abili e molto veloci nel raccogliere informazioni su di lei. Quindi le sarei grato se se ne andasse da casa mia e non tornasse mai più». Lorraine si sentì sprofondare. Si voltò e prese la sua borsa. Rooney, che se n'era rimasto seduto, immerso nei suoi pensieri come un Buddha silenzioso, si fece avanti, con il volto arrossato. «Signor Caley, sono Bill Rooney, e prima che cominci con me, se ha fatto fare delle ricerche anche sul sottoscritto, saprà certamente che sono appena andato in pensione dalla polizia. Ho incominciato a lavorare con la signora Page...». «Andatevene, per favore». «Oh, me ne vado subito, signor Caley, ma non prima di aver messo in chiaro un paio di cose. La signora Page può anche essere stata un'alcolizzata, ma non lo è più. E ha pagato un prezzo molto alto. Ma ciò che sta facendo adesso è ciò che sa fare meglio, e io lo so bene perché ho lavorato con lei per molto tempo. Conosce la strada e ha più intuito di qualsiasi altro agente con cui abbia mai lavorato, ed è meglio di qualsiasi detective privato che possiate trovare a Los Angeles o in qualsiasi altro posto. Se vostra figlia è viva, lei la troverà e senza dissanguare né lei né sua moglie, perché prima di tutto Lorraine Page è una professionista. Grazie per l'ac-
qua minerale». Il volto di Rooney era ancora più rosso quando si voltò e tese la mano a Lorraine. Non ne aveva mai avuto così bisogno da quando aveva smesso di bere. Stavano per andarsene quando Elizabeth Caley afferrò il braccio di Lorraine. «No, per favore, non se ne vada...». Non stava recitando adesso, la giovinezza era scomparsa lasciandole il viso segnato dal dolore. «Ritrovi la mia bambina, la prego. Oh Dio, mi aiuti, la prego». Rooney cercò di trascinare Lorraine fuori da quella stanza, mentre la signora Caley si voltava implorante verso il marito. «Non mandarli via, non puoi mandarli via. Non farmi perdere la speranza, non farmi questo, ti scongiuro». Robert Caley si arrese. Aveva perso tutta la sua rabbia e ora sembrava solo molto stanco. Senza guardare né Rooney né Lorraine, disse: «Siete assunti per due settimane, tutte le spese pagate, qualsiasi cosa vi serva, qualunque sia la vostra tariffa. Se volete parlare con me, potete trovarmi al lavoro durante le ore di ufficio. Phyllis, per favore, porta Elizabeth in camera sua a riposarsi e poi prepara un contratto». Se ne andò senza aggiungere altro. Elizabeth Caley sospirò, appoggiandosi alla porta. «Sono troppo stanca per parlare adesso, dovrete tornare un'altra volta. Magari domani, ci penserà Phyllis». «Grazie, signora Caley», disse Lorraine. Elizabeth le fece cenno di avvicinarsi. Aveva riacquistato il controllo di sé, e ora sembrava quasi distaccata. «Voglio parlarle in privato. Vuole accompagnarmi in camera mia?». Rooney le osservò allontanarsi, poi rivolse un sorriso a Phyllis. Lei chiuse bruscamente la porta, chiaramente infuriata perché Rosie le aveva mentito. Fissò i suoi piccoli occhi gelidi su Rooney. «Allora, qual è la vostra tariffa, signor Rooney?». «Saremo in tre a lavorare a questo caso. Mille dollari la settimana». Phyllis annuì. «Tremila la settimana più le spese, che immagino saranno le stesse delle altre agenzie, dico bene?». Rooney per poco non rimase a bocca aperta; aveva pensato a mille dollari alla settimana per tutti e tre. «Mi serviranno le ricevute di tutte le vostre spese», tagliò corto Phyllis e cominciò a sfogliare un piccolo blocco per gli appunti. Rooney le sorrise, raggiante. «Gliele faremo avere, signorina Collins». Non riusciva a credere che fossero stati così fortunati.
Lorraine non entrò a vedere la camera da letto di Elizabeth Caley. Quando arrivarono alla porta, la donna l'attirò verso di sé. «Riuscirà a trovarla?». «Farò del mio meglio, signora Caley». Lei annuì, mordicchiandosi il labbro inferiore, poi le si avvicinò ancora di più. «Voglio darle un incentivo. Se riuscirà a trovarla, avrà una ricompensa di un milione di dollari». Lorraine sbatté le palpebre. «Un milione di dollari». «Sì. Voglio che ritrovi mia figlia, signora Page». Lorraine si voltò a guardare l'ampia scalinata poi, dopo un momento, cercando di mantenere la voce il più ferma possibile, ripeté: «Un milione di dollari?». La signora Caley annuì. Lorraine spostò il peso da un piede all'altro. Parlò a bassa voce, quasi quanto la signora Caley, ma non esitò. «Viva o morta, signora Caley?». «Se riuscirà a trovarla, viva o morta che sia, signora Page, riceverà un compenso di un milione di dollari». «Posso averlo per iscritto?». La morbida mano bianca dalle unghie rosso sangue strinse quella di Lorraine rapidamente ma con fermezza, e lei ancora una volta ebbe l'impressione che Elizabeth Caley fosse due persone allo stesso tempo; in pubblico, era la stella del cinema, l'attrice consumata, ma sotto quell'apparenza c'era qualcos'altro, qualcosa che non aveva notato prima. Elizabeth Caley era molto, molto spaventata. Da vicino, le pupille dei suoi occhi marroni erano incredibilmente dilatate, e Lorraine si rese conto che quella donna faceva uso di un qualche genere di droga. Solo quando ebbero oltrepassato il cancello della villa, Rooney si lasciò sfuggire un fischio. «Mille dollari a testa per due settimane, più tutte le spese. Biglietti d'aereo, alberghi, abbiamo carta bianca per tutto. Cazzo, Rosie aveva ragione, possiamo guadagnare un bel po' di soldi con questa storia». Lorraine gli lanciò un'occhiata obliqua, poi fissò la strada davanti a loro. «C'è anche una ricompensa», disse a bassa voce. Rooney sembrò sorpreso. «Se troviamo Anna Louise, la signora Caley ci darà un milione di dollari». Lui frenò bruscamente e lei dovette appoggiare le mani contro il cruscotto per non cadere dal sedile. «Cosa? Stai scherzando?».
«No, non sto scherzando. Ce lo metterà per iscritto». Si allacciò la cintura di sicurezza. «Che mi venga un colpo, un milione di dollari. Cristo santo». Lorraine fece un sorrisetto. «Viva o morta». «Oh cazzo». Scosse la testa incredulo. «Solo un'altra cosa, Bill, be' due in effetti. Grazie per quello che hai detto di me a quel bastardo di Caley». Rooney diede gas. «Non è niente, ho solo detto quello che pensavo, quel tizio mi aveva veramente fatto incazzare. E quale sarebbe l'altra cosa, come ci dividiamo il bottino?». Lorraine sorrise. «No, quello ce lo divideremo in tre parti uguali. È solo che sono io a dirigere questa indagine, Bill, non tu. Sono io che do gli ordini, capito?». Rooney annuì. «Certo, ho capito, il capo sei tu». «Sì, proprio così», disse a bassa voce, poi lanciò un urlo e diede un pugno sulla spalla robusta di Rooney. «Un milione di dollari!». CAPITOLO 3 Quello stesso pomeriggio, Lorraine, Rooney e Rosie cercarono di decidere come cominciare le indagini sulla scomparsa di Anna Louise Caley. Per prima cosa avrebbero chiesto ai Caley un anticipo sul pagamento. Rooney si sarebbe rivolto agli agenti che erano stati o erano tuttora coinvolti nelle indagini a Los Angeles. In quel modo, non sarebbero stati costretti a fare molte domande ai signori Caley, e prima di interrogarli Lorraine voleva raccogliere il maggior numero di informazioni possibile. Sarebbe stato necessario controllare tutti i giornali che avevano parlato della scomparsa della ragazza, recuperando alla biblioteca i vecchi numeri e fotocopiandoli. Non vedevano l'ora di cominciare. Un milione di dollari era un incentivo veramente straordinario. Quella sera Rooney si incontrò con il detective Jim Sharkey - la cui somiglianza con Dean Martin aveva dell'incredibile - per una cena a base di alcolici. All'inizio il detective si tenne sul vago; per come la vedeva lui, la polizia aveva fatto tutto il possibile. «L'opinione comune è, o era, che la ragazza sia stata rapita da sconosciuti, anche se non è mai stata inoltrata alcuna richiesta di riscatto. Ci sono stati altri casi simili che sono stati archiviati molto prima di questo». Rooney tirò su col naso. «Questo significa che spariscono un sacco di
ragazze senza lasciare traccia?». «Già, molte, Bill, e tu dovresti saperlo. Abbiamo un fascicolo che pesa una tonnellata sui ragazzi scomparsi, e stiamo cercando di controllarli tutti. Credimi, abbiamo passato tutto questo tempo a occuparci del caso Caley solo perché è gente molto influente. Comunque la ragazza è scomparsa a New Orleans e non abbiamo potuto fare granché da qui. Abbiamo persino mandato un paio di agenti a fare qualche indagine là, ma non hanno scoperto niente. Non erano ragazzini alle prime armi e ci hanno consigliato di lasciar perdere». «E voi avete rinunciato?». «Già, non abbiamo trovato niente a Los Angeles e abbiamo interrogato tutti gli amici della ragazza». «Faceva uso di droghe?». «No, era pulita. Sai, dal momento che dopo undici mesi non abbiamo trovato nemmeno il cadavere, alcuni dei nostri uomini hanno pensato che forse la ragazza se n'è semplicemente andata». Bill sospirò, appoggiandosi allo schienale della sedia. «Avete scoperto qualcosa di scomodo sui genitori?». Sharkey gli rivolse uno sguardo interrogativo. «Cosa? Vuoi scherzare? Hanno assunto i migliori detective privati e se avessero qualcosa a che fare con la scomparsa della figlia, credimi, ce ne saremmo accorti. E quella stronza si è consumata gli occhi a forza di piangere». «Vuoi dire la signora Caley?». Sharkey annuì. «Dev'essere stata una gran bella donna anzi, lo è ancora. Gesù, che corpo! Ti dico la verità, Bill, non mi sono mai piaciute le donne più grandi di me ma, dannazione, le darei volentieri una bella ripassata, sul serio». Rooney annuì. Il fatto che da più di vent'anni nessuno dei due fosse stato con una donna senza doverla pagare non impediva al loro classico ego maschile di pensare che avrebbero potuto. Si scolarono qualche altra birra, poi passarono alla vodka. La cena era stata lunga. A mezzanotte chiamarono un taxi e tornarono al distretto di Sharkey, nei quartieri alti di Los Angeles. Sharkey reggeva bene l'alcool e anche se non era in servizio non volle che Rooney entrasse alla stazione di polizia con lui. Farsi vedere con l'ex capitano Bill Rooney che sembrava una distilleria ambulante, avrebbe potuto causargli dei problemi, soprattutto considerando ciò che aveva accettato di fare. Rooney attese in taxi. Ci volle quasi un'ora prima che Sharkey tornasse
da lui e gli porgesse uno spesso fascicolo pieno di informazioni fotocopiate sul caso. Era stata una serata costosa, pensò Rooney, mentre Sharkey intascava le banconote strizzandogli l'occhio. Aveva chiesto cinquecento dollari e la garanzia che non sarebbe mai stato fatto il suo nome, anche nel caso che qualcuno avesse chiesto loro come avevano ottenuto quelle informazioni. Rooney quasi non fece caso ai trentacinque dollari di taxi che dovette sborsare, tanto era ansioso di mostrare a Lorraine il suo bottino. Lorraine rimase a studiare il fascicolo per tutta la notte. A quanto pareva, Anna Louise Caley era una ragazzina socievole, benvoluta e viziata. Nessuno dei suoi compagni di scuola che erano stati interrogati aveva fatto un solo commento negativo su di lei. Sia gli studenti che gli insegnanti erano d'accordo nel definirla molto carina, persino bellissima; nessuno aveva fatto riferimento ai suoi risultati scolastici, ma Anna Louise Caley era molto apprezzata come giocatrice di tennis, nuotatrice, cavallerizza e atleta. Non aveva avuto un ragazzo fisso, ma Lorraine trascrisse i nomi dei ragazzi che avevano ammesso di essere usciti qualche volta con lei prima della sua scomparsa. Decise che avrebbe cominciato da loro. Nel fascicolo comparivano molti nomi di studentesse che avevano dichiarato di essere state le migliori amiche di Anna Louise. E Lorraine decise che le avrebbe interrogate subito dopo i ragazzi. Poi sarebbe passata agli allenatori e agli insegnanti del college. Sarebbe stata una corsa contro il tempo: dal momento che aveva soltanto due settimane, aveva deciso di dedicare due giorni e non di più alle ricerche a Los Angeles. Il mattino dopo, l'Agenzia Investigativa Page era in piena attività per la prima volta da quando aveva aperto. Il telefono squillava in continuazione e Rosie si affannava, cercando di rispondere a tutte le chiamate. Lorraine indicò un grande pannello di sughero su cui aveva appuntato la lista dei nomi delle persone che avrebbe interrogato, controllato o escluso dalle indagini se fosse stato il caso. «Okay, Rosie, prendi nota di tutti i nomi in ordine alfabetico degli studenti che dovrò sentire. Li cancelleremo man mano che li avrò interrogati e andremo avanti così». Rosie annuì. Era bello avere tanto da fare, finalmente. Il compito di Rooney era quello di scoprire se nelle altre agenzie assunte dai Caley lavorava qualche suo ex collega disposto a vendergli, come aveva fatto Sharkey, qualche informazione valida sul caso. Fece una lista delle agenzie e l'appuntò sul pannello di sughero. «Mio Dio, si occupano tutti dello stesso caso?», chiese Rosie.
«Già. I Caley stanno spendendo una montagna di soldi». Lorraine mordicchiò la matita, poi se la infilò tra i capelli. «Okay, allora faremo così: io mi occuperò dei ragazzi del college, tu Bill comincerai a vedere cosa riesci a scoprire sui Caley e cercherai di ricontattare i tuoi vecchi colleghi, se sarà necessario. Rosie, tu resterai qui a tenere il fortino, ti chiameremo appena scopriamo qualcosa. Ma la cosa più importante di tutte è mettersi al lavoro il più in fretta possibile... d'accordo?». Rooney annuì e Rosie gli porse un biglietto su cui aveva appuntato il numero del telefono dell'auto di Lorraine. «Così potremo tenerci costantemente in contatto», disse con un sorriso raggiante. Lorraine lanciò un'occhiata a Rooney e ammiccò. «È proprio questo il punto, Rosie!». Lorraine aveva noleggiato una Buick dell'88 che aveva visto giorni migliori, e si preparò alla noiosa e laboriosa serie di interrogatori che l'aspettava. Armata di una fotografia di Anna Louise, parlò con quindici studenti dell'UCLA. Affrontare ragazze giovani, piene di esuberanza e di voglia di parlare la stancò terribilmente, e il ritratto mentale che a poco a poco si stava facendo di Anna Louise era sostanzialmente lo stesso che emergeva dai fascicoli della polizia. Far sentire i ragazzi a loro agio era molto difficile e il suo sorriso si faceva sempre più forzato, ma Lorraine non si diede per vinta. A mezzogiorno, restavano soltanto due nomi sulla sua lista. Si recò ai campi da tennis del college per parlare con Angie Wellbeck, un'altra «migliore amica» di Anna Louise secondo il rapporto di Sharkey. Dopo Angie, avrebbe dovuto parlare anchecon uno dei ragazzi che erano usciti con Anna Louise, Tom Heller. Angie indossava pantaloncini da tennis, una T-shirt bianca, Reebock e calzini con dei ponpon sulle caviglie. Portava le racchette da tennis in una borsa sportiva bianca dall'aria molto professionale. Continuò a giocherellare con la tracolla del borsone, mentre rispondeva alle domande che Lorraine aveva già posto a tutti gli altri studenti - andava d'accordo con Anna Louise? Qualcuno l'aveva in antipatia? Qualcuno avrebbe potuto avercela con lei? Chi erano i suoi amici? prendeva droghe e beveva troppo? In sostanza, che tipo era la ragazza scomparsa? Angie sedeva su una panchina, lo sguardo basso, e Lorraine notò che aveva il viso spruzzato di lentiggini. «Era molto carina ed era sempre vestita alla moda, sa, se qualcosa era in, AL era sempre la prima a saperlo».
«AL?», domandò Lorraine, pur sapendo benissimo che si trattava di un nomignolo. L'aveva sentito anche troppe volte quel giorno. «Già, la chiamavano tutti AL. Sa, Anna Louise è un nome noioso. Non intendo dire che lei fosse noiosa, solo il suo nome». Angie non disse niente di negativo, per lei Anna Louise era assolutamente perfetta. Accennò soltanto al fatto che non era molto brillante negli studi, ma che era fantastica negli sport e molto competitiva. «Competitiva in che senso?», volle sapere Lorraine. «Be', le piaceva vincere, a tennis soprattutto. Giocavamo spesso insieme, a volte in doppio. Suo padre è un giocatore favoloso, le ha insegnato lui a giocare, se non sbaglio, dev'essere per questo che era così brava. Aveva un rovescio straordinario, molto potente, anche se il servizio non era il suo forte. Comunque era un'ottima tennista. Credo che si allenasse molto». «Si arrabbiava quando perdeva?». «Certo». «Diventava aggressiva?». «A volte sì». «Se la prendeva con qualcuno in particolare?». «No, sembrava che fosse più che altro arrabbiata con se stessa». «Cosa vuoi dire?». «Se non riusciva a prendere una volée, cominciava a insultarsi». «Ah! Quindi non l'hai mai vista litigare o alzare la voce con qualcuno?». «No, ma forse dovrebbe parlare con le altre. Voglio dire, io giocavo spesso con lei ma non ero l'unica. Era Tilda Brown quella che giocava sempre con lei. Era molto vicina ad AL, ma non è più tornata a scuola dopo la sua scomparsa anche se credo che questo lei lo sappia già». Lorraine annuì, sottolineando il nome di Tilda nel suo blocco degli appunti. «Avevate tutte lo stesso allenatore?». «Oh no, AL era molto ricca, sa, e il suo istruttore era un ex campione, un vero professionista. A chi non sarebbe piaciuto farsi allenare da lui?». La ragazza ridacchiò. «E questo era motivo di gelosia nei suoi confronti?». Lorraine ormai stava cominciando ad annoiare persino se stessa. «Sì, ma non aveva niente a che fare col tennis». Lorraine guardò Angie che stava giocherellando con la fascetta che si era tolta dalla fronte. «Cosa vuoi dire?». «Jeff Nathan, l'istruttore, è una specie di star del cinema. Credo che alle-
ni un sacco di gente famosa. Una volta sono andata a casa di AL e abbiapao giocato in doppio con Nathan e il signor Caley. È stata l'unica volta che l'ho incontrato». «L'istruttore?». «Sì e anche il padre di AL. È stato molto gentile». I compagni di tennis di Angie sembravano impazienti, così la ragazza chiese se poteva andare. Lorraine non aveva altro da chiederle. Come tutti gli studenti con cui aveva parlato, Angie non le aveva detto niente di fondamentale su Anna Louise ma anche lei, come altre tre ragazze, aveva nominato l'affascinante istruttore di tennis. «Tu eri la sua migliore amica?», chiese Lorraine mentre Angie si alzava, ansiosa di andarsene. La ragazza si voltò e sorrise. «Non so se ero la sua migliore amica, forse era Tilda, ma tutti le volevano bene - era una ragazza davvero adorabile». Il volto di Angie si adombrò per un attimo e la ragazza esitò, mordicchiandosi il labbro inferiore. «Crede che le sia successo qualcosa di terribile?». Lorraine distolse lo sguardo mentre Angie le si avvicinava. «Qualcuno mi ha detto che potrebbe essere stata assassinata, è così?». «Non lo so davvero, ma grazie del tempo che mi hai dedicato». «Okay. Ora devo andare. Arrivederci». Angie raggiunse altre tre ragazze che indossavano completi da tennis molto simili. Si voltarono a guardarla e sorrisero. Lorraine rimase seduta per un attimo a osservare le ragazze che facevano gli esercizi di riscaldamento. Anche se non aveva mai giocato a tennis, a giudicare dalla forza con cui colpivano la palla, quelle ragazze dovevano essere ottime giocatrici. Così, se AL, come si diceva, era anche più brava di loro, doveva essere stata una tennista davvero straordinaria. «Avrebbe potuto intraprendere la carriera agonistica, se solo l'avesse voluto». Lorraine era nei pressi dei campi da squash e stava parlando con Tom Heller. Il ragazzo era alto almeno un metro e ottantacinque ed era bello in modo quasi banale. Quando Lorraine gli chiese se avesse giocato a tennis regolarmente con Anna Louise, lui scrollò le spalle. «Certe volte, durante i week-end, a casa sua. Suo padre è un grande giocatore». Lorraine annuì. «E cosa sai dirmi del suo allenatore...».
«Jeff Nathan? Certo, ho giocato anche con lui a casa di Anna Louise. Dà lezioni private». «Ti era simpatico?». Lui si accigliò. «Lo conoscevo a malapena». «E ad Anna Louise era simpatico?». «Non lo so». «Uscivi con lei, non è vero?». «Ci sono uscito solo qualche volta, non era niente di serio. Siamo stati a qualche festa sulla spiaggia, ma in realtà eravamo solo amici». «Hai fatto sesso con lei?». Il ragazzo arrossì. «No». «Sai se Anna Louise era sessualmente attiva?». «No, be', non più di chiunque altro». «Quanti ragazzi conosci che hanno avuto una relazione sessuale con Anna Louise?». Tom Heller arrossì di nuovo. «Come le ho già detto, non lo so. Siamo usciti insieme qualche volta ma niente di più». «E il suo allenatore? Che tu sappia, c'era qualcosa tra di loro?». Il ragazzo lanciò a Lorraine un'occhiata disgustata. «Non ne ho idea». D'improvviso l'aria di sufficienza del ragazzo le fece perdere la calma. «Senti, Tom, giusto? Allora, sto cercando di rintracciare Anna Louise, è scomparsa da undici mesi e potrebbe essere benissimo morta o magari potrebbe essere a Las Vegas a fare la ballerina. Sto solo cercando di fare il mio lavoro, d'accordo? Perciò se si scopava questo istruttore di tennis e magari tu, dal momento che eri suo amico potresti saperlo, ti sarei grata se mi dicessi...». «Non ne ho idea». «Sai dove posso trovare questo Nathan?». «Forse al Bel Air. È là che gioca». «Ti ringrazio molto, e scusa se ho interrotto la tua partita!». Era quasi l'ora di pranzo quando Lorraine chiamò l'ufficio dal telefono della macchina. «Allora, come va?». «Bene, sto aspettando che Bill telefoni per raccontarmi qualche novità», rispose Rosie. «Sto andando a parlare con l'insegnante di tennis. Tu cosa stai facendo?». Rosie fece una smorfia. «Un sacco di cose, devo prenotare l'hotel, i bi-
glietti aerei e...». Il secondo telefono incominciò a squillare sulla scrivania di Rosie. «Resta in linea, Lorraine, potrebbe essere Bill». Era proprio lui, che chiamava per informarla che non aveva scoperto molto dalle altre agenzie coinvolte nel caso Caley, ma che aveva intenzione di insistere. Rosie riferì tutto a Lorraine, che le disse di suggerire a Rooney di andare a sentire la medium a cui si erano rivolti i Caley. Rosie lo disse a Rooney e ascoltò la sua risposta, tenendo entrambi i ricevitori contro l'orecchio prima di tornare a rivolgersi a Lorraine. «Bill dice che sarà soltanto una stramaledetta perdita di tempo». Lorraine ribatté bruscamente: «Digli che lo è stato anche parlare con un branco di ragazzini fissati col tennis, ma prima di trasferirci a New Orleans dobbiamo seguire tutte le piste possibili anche qui, diglielo!». Rooney sentì le sue parole e scoppiò in una risata fragorosa e, senza smettere di ridere, disse a Rosie di dire a Lorraine che il capo era lei, ma quando lei cercò di farlo la linea era già caduta. Rosie riappese entrambi i ricevitori e cominciò a leggere il manuale del telefono per scoprire come collegare le due linee. Jeff Nathan aveva il genere di corpo muscoloso su cui le donne sono solite fantasticare. La sua T-shirt bianca e attillata e i suoi candidi pantaloncini mettevano in risalto un fisico atletico e abbronzato, molto attraente, ma quasi subito Lorraine si accorse che i suoi muscoli molto probabilmente servivano ad attirare uomini altrettanto atletici e abbronzati. «Lei è gay, signor Nathan?». «Caspita, lei è molto aggressiva». «No, non credo che questa sia una domanda aggressiva ma devo assolutamente conoscere la risposta. Vede, signor Nathan, sto cercando di ritrovare una ragazza scomparsa undici mesi fa e se voi avete avuto una relazione sessuale...». L'uomo sorrise, e abbandonò il suo atteggiamento da macho del tennis. «Sì, sono gay, signora Page», disse, guardando il biglietto da visita di Lorraine. «Grazie. Allora, mi parli un po' di Anna Louise Caley». «Be', ero il suo istruttore personale, e devo confessare che ho perso una buona fonte di reddito. Anna Louise avrebbe potuto giocare a livello agonistico, era molto coordinata, molto forte ma aveva un gravissimo difetto: se commetteva uno sbaglio, non riusciva a dimenticarsene. Se la prendeva a tal punto con se stessa che finiva per rovinare il resto della partita. Più si
arrabbiava, peggio giocava». Inclinò leggermente la testa di lato. «Vede, in realtà la conoscevo soltanto come allenatore, posso parlarle del modo in cui giocava ma non so niente della sua vita privata». «E cosa mi dice di suo padre?», domandò Lorraine. Nathan scrollò le spalle. «Un buon giocatore, potente ma non abbastanza veloce. Aspettava sempre che fosse la palla ad andare da lui, non sapeva usare il campo. Ad Anna Louise non interessava diventare una giocatrice professionista, l'unica cosa che voleva era battere suo padre ma non c'è mai riuscita anche se aveva tutte le doti per farcela». «Le ha mai fatto delle avance?», chiese Lorraine mentre si dirigevano verso il campo. Trovava il sorriso rifatto di Nathan davvero poco attraente ma si rendeva conto che per una ragazzina avrebbe potuto essere devastante. «Farmi delle avance? Mia cara, purtroppo questo è il motivo per cui la gente, be', in realtà le donne o le ragazze, continuano ad assumermi. Devo sembrare e comportarmi come uno stallone». «E lei lo era con Anna Louise?», tentò Lorraine un'ultima volta. «Ero cosa? Uno stallone? Oh, per cortesia...». Sul suo volto abbronzato comparve un'espressione divertita. «Quindi Anna Louise era infatuata di lei?». Lui sorrise, mostrando i suoi denti bianchissimi e perfetti. «Forse, ma le assicuro che non era nel mio interesse cercare di incoraggiarla in quel senso. Come le ho già detto, i Caley mi pagavano bene per allenare la ragazza e io sarei stato uno stupido a giocarmi così la mia generosa paga settimanale». «Settimanale?». «Già, anche se certe volte andavo a casa loro e Anna Louise non se la sentiva di giocare, i suoi genitori mi pagavano comunque». Nathan si voltò a salutare una donna bionda e minuta con indosso un completo da tennis bianco, che si trovava dall'altra parte del campo. «Devo andare, ma se avrà ancora bisogno di parlare con me sa dove trovarmi. Lei gioca?». Lorraine guardò la donna bionda che stava cercando inutilmente di mandare una palla al di là della rete. «Credo di essere brava più o meno come la signora!». Nathan scoppiò a ridere e in quel momento Lorraine provò simpatia per lui. «Grazie per il tempo che mi ha dedicato». Non aveva ottenuto molto, o almeno niente che non comparisse già nei documenti della polizia. Lo guardò giocare con la sua «studentessa», e osservandola meglio si accorse che la donna andava per la cinquantina. Po-
veretta, pensò, dev'essere infatuata di Jeff proprio come le altre. Ammirò i muscoli guizzanti dell'istruttore mentre portava un cesto pieno di palle da tennis al centro del campo. «Cominciamo a scaldarci con qualche colpo facile, d'accordo signora Fairley? Vediamo se ha fatto progressi». Lorraine tornò al parcheggio dove aveva lasciato la macchina ma ebbe il tempo di sentire la signora Fairley squittire molti «Oooppps» e «Oh, mi scusi...», mentre le palle che colpiva finivano immancabilmente contro la rete. Lorraine era assolutamente esausta e irritata quando lasciò il campus universitario. Forse era colpa della giovinezza degli studenti, della loro noncuranza, ma nessuno le aveva detto niente di davvero importante sulla ragazza scomparsa. L'unica cosa che aveva scoperta era che Anna Louise s'incazzava terribilmente quando mancava una volée. Lorraine chiamò Rosie in ufficio dal telefono della macchina. «Qualche novità?». «No, non ancora», rispose Rosie. «Rooney è andato da quella sensitiva?», volle sapere Lorraine. «Penso di sì, ma secondo lui è solo una perdita di tempo». «Già, okay. Io sto andando dai Caley. Non ho ancora scoperto niente di importante, quindi parlerò con i genitori. Ti chiamo quando ho finito». «Oh, credo che Rooney volesse essere presente all'incontro con i Caley, ricordi?». «Rosie, sono io che dirigo le indagini, non Bill Rooney». Rosie aveva appena riappeso quando Rooney entrò trafelato nell'ufficio. Lei gli sorrise. «Lorraine ha appena telefonato, sta andando dai Caley». «Cazzo, volevo esserci anch'io». «Lo so, gliel'ho detto, ma lei mi ha risposto che è lei che dirige le indagini, così...». Rooney lanciò il cappello sull'attaccapanni, mancandolo, poi si tolse la giacca. Aveva la camicia fradicia di sudore. «Be', io ho trovato un contatto. Un mio vecchio amico che era in polizia una decina di anni fa, adesso lavora con l'agenzia più importante a cui si sono rivolti i Caley, la Agnews. Per la verità, non credo che lavori ancora, ha una buona pensione d'invalidità. Povero bastardo, gli hanno riempito una gamba di piombo... Abbiamo appuntamento questa sera». «Come si chiama?».
«Nick Bartello». Rooney si accigliò. «È italiano, giusto?». «Già. Dubito che a Lorraine piacerà molto. Non se si conoscevano, erano in due dipartimenti diversi. Lui era all'antidroga, lei alla omicidi con me». «Perché dici che non le piacerà?». «Perché è tale e quale al suo vecchio partner, Lubrinski, lo stesso genere di uomo. Lui e Nick hanno lavorato insieme per qualche tempo, poi Lubrinski è passato alla mia squadra». «Chi sarebbe questo Lubrinski?». Rooney si accigliò. «Lorraine non te ne ha mai parlato?». «No». Rosie cominciò a preparare del caffè. «Lui e Lorraine lavoravano insieme alla vecchia stazione di polizia». «E allora perché non dovrebbe piacerle questo Nick? Se è un tuo amico forse può darci qualche informazione interessante». «Forse. Allora Lorraine non ti ha proprio mai parlato di Lubrinski?». Rosie tornò a sedersi alla scrivania ingombra. «No...». «È morto». «Be', forse è per questo». «Lubrinski era un vero duro, uno sbirro straordinario. Anzi, devo dirti, Rosie, che, quando lavoravamo in polizia, ho visto tanti bravi agenti crollare: alcuni sono morti, altri non ce l'hanno fatta, mentalmente intendo, ma Lubrinski è l'unico agente per cui abbia pianto quando ho saputo della sua morte. Non solo perché era un detective straordinario, ma anche perché era un amico. Era imbattibile quando facevamo a gara a chi beveva di più. Povero, pazzo figlio di puttana. Quando l'ho messo in coppia con Lorraine, ho immaginato che avrebbero fatto scintille insieme...». «E...?», domandò Rosie distrattamente. Ma quando si accorse che Rooney non le rispondeva, alzò lo sguardo. L'ex capitano stava fissando il vuoto. «Erano una coppia straordinaria, i migliori agenti che abbia mai avuto. Lui venne ferito durante una sparatoria, si beccò tre pallottole. Morì dissanguato in ambulanza. Lorraine aveva cercato di fermare l'emorragia, facendogli un laccio emostatico con i suoi collant... ma non funzionò. Morì prima di arrivare in ospedale. Lei non voleva lasciargli la mano. Un'infermiera mi disse che furono costretti a trascinarla via, mentre Lorraine continuava a ripetere che sarebbe guarito, che ce l'avrebbe fatta». Rosie inarcò le sopracciglia. «Be', non me ne ha mai fatto parola. Poi co-
s'è successo?». Rooney sospirò, agitandosi sulla sedia. «Lorraine chiese di tornare in servizio immediatamente. E più o meno sei settimane dopo uccise quel ragazzino...». Rosie sapeva del giovane a cui Lorraine aveva sparato per errore durante una retata antidroga. «Forse rivolgersi a questo Bartello non è una buona idea. Forse Lorraine non vuole ripensare al passato». «È stato molto tempo fa», disse Rooney, cercando di cambiare argomento. «E Nick è un tipo in gamba». Il telefono cominciò a squillare, e Rosie si distrasse. Mentre rispondeva, non sentì Rooney mormorare a bassa voce: «Penso che fosse innamorata di Lubrinski». Rosie coprì il ricevitore con una mano e con l'altra fece un cenno a Rooney. «È Nick Bartello». «Ehi, Nick, come stai? Allora hai avuto il mio messaggio. Allora possiamo vederci? Beviamo qualcosa insieme, ti va? Certo, dove sei?». Rooney scarabocchiò qualcosa sul blocco degli appunti di Lorraine. «Okay, sarò lì tra mezz'ora...». Riagganciò lentamente. «Okay, ora devo andare. Se Lorraine chiama dille che sono al Joe's Diner, voglio capire che intenzioni ha Nick». Prese la giacca. «Rosie, non dirle niente di Lubrinski. Come ti ho detto, è stato tanto tempo fa, e non voglio che Lorraine pensi che abbiamo spettegolato su di lei, okay?». Rosie annuì, distratta ancora una volta dallo squillo del telefono. Fece appena in tempo a sollevare il ricevitore, che Rooney era già uscito. Era Robert Caley che chiamava per avvertire Lorraine che sua moglie non si sentiva bene e che lui sarebbe stato a casa e non in ufficio come al solito. I suoi modi erano bruschi, freddi. Rosie pensò che doveva essere un uomo abituato a dare ordini. Telefonò a Lorraine che andò su tutte le furie quando le riferì il messaggio di Caley. Infatti proprio in quel momento si stava dirigendo al Watergarden di Santa Monica, dove si trovava l'ufficio di Robert Caley. Non menzionò Nick Bartello o Lubrinski, e mentre Lorraine riagganciava bruscamente, come aveva fatto Robert Caley, si chiese cosa le avesse detto Rooney di Lubrinski. Si rese conto, tutt'a un tratto, di quantopoco sapeva sul passato di Lorraine, e questa consapevolezza la fece sentire a disagio, forse anche perché significava che lei non conosceva davvero l'ex tenente Lorraine Page, la donna con la quale condivideva la casa. Lo stesso austero maggiordomo introdusse Lorraine nel salotto di Caley.
Lorraine non si sederra, ma si mise a osservare le fotografie di Anna Louise magnificamente incorniciate e disseminate in tutta la stanza. Fu una foto in particolare ad attirare la sua attenzione: Anna Louise in piedi tra Nathan e suo padre, che le circondava le spalle con un braccio, come se la stesse esibendo all'obiettivo, un'espressione di puro orgoglio paterno sul viso. Trascorsi dieci lunghi minuti. Lorraine studiò i grandi dipinti a olio che ritraevano Elizabeth Caley nei suoi vari ruoli cinematografici. Era una donna dalla bellezza davvero straordinaria. Si avvicinò al quadro che le aveva indicato Rooney, che mostrava Elizabeth, poco più che ventenne, nei panni di uno dei suoi primi personaggi. Portava vistosi cerchi d'oro alle orecchie e un turbante azzurro di seta, simile a quelli che erano solite indossare alcune donne di colore, intrecciato in una strana foggia che Lorraine non aveva mai visto prima, con il tessuto annodato in vari punti così da dare l'impressione che la donna indossasse una corona. Aveva le spalle nude, la pelle scurita artificialmente, ed era coperta soltanto da uno scialle dai colori sgargianti. Nella cornice dorata c'era una targa che diceva: «Marie Laveau, Regina di New Orleans». Guardando prima il ritratto di Elizabeth Caley e poi le fotografie di Anna Louise e suo padre, Lorraine non riusciva quasi a notare alcuna somiglianza. Ormai erano trascorsi venti minuti. Lorraine controllò l'orologio, poi la pendola sul camino. Erano quasi le cinque del pomeriggio. Stava per uscire dalla stanza quando il maggiordomo riapparve e, fermandosi sulla soglia, con un gesto le indicò di seguirlo, guardandosi bene dallo scusarsi per averla fatta aspettare così a lungo. Lorraine seguì la figura silenziosa e vestita di nero oltre l'ampia scalinata, lungo un corridoio che conduceva in una grande serra meravigliosamente illuminata dal sole. Doveva trattarsi di un'aggiunta alla villa, pensò lei. C'era una tale profusione di piante tropicali che sembrava di trovarsi in un gigantesco negozio di fiori, il profumo intenso della magnolia e del gelsomino aleggiavano nell'aria e la condensa appannava i pannelli di vetro più bassi. Si addentrarono in quella giungla e raggiunsero uno spiazzo ombreggiato da piante che si alzavano da grandi vasi dipinti di bianco. Un grande gazebo schermato da tende bianche dominava il fondo del giardino, e allegri cuscini giallo primula adornavano i mobili laccati di bianco. Al centro del gazebo si trovava un tavolo con del succo d'arancia ghiacciato, un cestello del ghiaccio con due bottiglie di Chablis e un vasto assortimento di bicchieri. «La signora Caley la raggiungerà tra poco». Il maggiordomo la invitò a
sedersi con un cenno e si fermò accanto al tavolo. «Posso offrirle del vino, del succo d'arancia o...». «Solo acqua», disse Lorraine seccamente, infastidita per quella lunga attesa. Si accomodò su una sedia di vimini bianca, spostando di lato il cuscino giallo, godendosi l'ombra proiettata dalle tende di mussola. Il maggiordomo le versò dell'acqua in un bicchiere pieno di ghiaccio e con delle pinze d'argento infilò una fetta di limone sul bordo del bicchiere. «Grazie». Lorraine prese il bicchiere e rimase a guardare il maggiordomo mentre stappava il vino, soppesava la bottiglia e l'avvolgeva in un tovagliolo immacolato prima di riporla nel cestello del ghiaccio. «Con permesso, signora Page». Fece due passi indietro prima di voltarsi e incamminarsi nuovamente verso la casa. Lorraine guardò l'orologio; era lì da più di un'ora e dal momento che aveva solo due settimane di tempo per risolvere il caso, ogni minuto era prezioso. Sorseggiò l'acqua ghiacciata e, scorgendo un grande posacenere di cristallo, si sporse in avanti per prenderlo. Esitò per un attimo, poi accese una sigaretta. Si guardò attorno e riuscì a vedere i campi da tennis in lontananza. Si alzò e si incamminò lungo lo stretto sentiero. Alla sua destra, c'erano due campi da tennis, alla sua sinistra, una grande piscina circondata da schiere di sdraio, ciascuna coperta da un asciugamano giallo chiaro e affiancata da un basso tavolino. Oltre la piscina, c'era una costruzione simile a una pagoda dove dovevano trovarsi le docce e gli spogliatoi. Un sentiero costeggiato da fontanelle d'acqua conduceva a un giardino in stile giapponese, o almeno così immaginò Lorraine, osservando gli innumerevoli alberi bonsai. La piscina e i campi da tennis erano deserti. A parte il cinguettio degli uccelli, tutto era immerso nel silenzio: un silenzio snervante. Controllò l'orologio ancora una volta e trasalì quando il signor Caley comparve dal nulla. «Mi spiace di averla fatta aspettare. La sua segretaria le ha detto che mia moglie è indisposta? È per questo che oggi sono qui e non in ufficio». Non attese alcuna risposta alle sue scuse. Era in piedi vicino al tavolo e si stava versando un bicchiere di vino. Ci fu un momento di esitazione e lei lo vide lanciare un'occhiata al suo bicchiere d'acqua. Non le offrì il vino, ma si riempì il bicchiere e si accomodò su una delle sedie di vimini dai cuscini gialli. Voltandosi, pre'se il cuscino e lo gettò sulla sedia accanto alla sua. Era vestito in modo informale, aveva pantaloni beige, una camicia di seta azzurra con le maniche rimboccate e mocassini. Robert Caley sollevò il bicchiere verso Lorraine come per brindare, ma lei non riuscì a cogliere l'espressione dei suoi occhi, nascosti da un paio di occhiali da sole dalla
montatura dorata. Tutto in Robert Caley era lussuoso, dagli abiti firmati all'orologio d'oro che portava al polso sinistro, al braccialetto d'oro attorno al polso destro. Non aveva la fede nuziale. «Ha un giardino bellissimo». «Mmm, troppo ordinato per i miei gusti, mi ricorda un set cinematografico. Tuttavia ha la sua utilità». Lorraine tornò a sedersi e avvicino a sé il suo bicchiere, sentendosi impacciata. «Mia moglie cerca di evitare il sole, la sua pelle è troppo pallida». A Robert Caley, invece, il sole doveva piacere molto; era uno di quegli uomini che dovevano essere abbronzati dodici mesi all'anno. Sembrava molto sicuro di sé e non tradiva la minima fretta di chiederle il motivo del loro incontro. Lorraine spense la sigaretta e sentì gli occhi di Caley che la scrutavano da dietro le lenti scure. Si schiarì la voce e accavallò le gambe, allungando una mano sotto la sedia per prendere la borsa. «Lei gioca a tennis, signora Page?». «No». Lui sorrise, sorseggiando il vino. «Come immaginavo. Però frequenta una palestra, giusto?». Lorraine odiava arrossire così finse di rovistare nella borsa in cerca del blocco degli appunti. «Sì, ma visto che i suoi controlli sono stati molto accurati, sono certa che sa che fino a poco tempo fa non ero esattamente nella mia forma migliore». Caley alzò nuovamente il bicchiere verso di lei. «Be', oggi mi sembra davvero in gran forma. È bionda naturale?». «Sì, ma ho fatto i colpi di sole». All'improvviso, Lorraine scoppiò a ridere perché quella conversazione era ridicola. Nessun uomo le aveva mai chiesto se era bionda naturale. «Anche mia figlia ha i capelli biondi, biondo cenere, ma credo che lei lo sappia, ha le fotografie». «Sì, ho ricevuto le foto, grazie. Volevo ringraziarla anche per aver mandato subito l'anticipo che le abbiamo chiesto». «Ah, è merito di Phyllis». Caley prese la bottiglia e si riempì nuovamente il bicchiere. «Vuole altra acqua?». Lorraine scosse la testa. «Credo di non andare molto a genio al suo maggiordomo. Mi fa venire in mente un personaggio di quella serie televisiva inglese che andava in onda molti anni fa».
Caley scoppiò a ridere, una risata piacevole, calda e profonda, e accavallò le gambe, appoggiandosi allo schienale della poltrona. «In effetti, ha ragione. Una volta faceva l'attore. Molti attori inglesi vengono qui a Hollywood in cerca di lavoro. E non trovandone, cercano di adattarsi, ma Peters ormai è con noi da molti anni. Credo che la sua interpretazione ormai sia quasi perfetta. Gli altri componenti della servitù vengono da casa, o meglio dalla vecchia casa di Elizabeth a New Orleans - Berenice è la nostra governante, Sylvana e Maria sono le cameriere e in più c'è Mario, l'autista. Credo che abbiamo anche circa quattro giardinieri che si occupano del giardino e della piscina». Lorraine prese qualche breve appunto sulla servitù. «Posso farle qualche domanda?». «Naturalmente, è per questo che è venuta qui. Dica pure». «Parlando con gli amici di sua figlia, ho scoperto che era molto benvoluta da tutti. In realtà, è piuttosto raro che quando...». «È molto benvoluta», la corresse lui, infastidito perché Lorraine aveva parlato di Anna Louise al passato. «Ho conosciuto il suo allenatore, Jeff Nathan». Caley annuì. «Sì, è un ottimo istruttore e Anna Louise è una tennista fantastica. Speravo che volesse intraprendere la carriera agonistica, è un'atleta nata». «E lei?». L'uomo si sporse in avanti. «Mi scusi?». «Anche lei è un atleta nato?». «Buon Dio, no, ma non siamo qui per parlare di me. Ha scoperto qualcosa di nuovo dalle persone con cui ha parlato?». «No, purtroppo no, credo proprio che io e i miei collaboratori dovremo recarci a New Orleans quando avremo finito le indagini qui a Los Angeles». Caley annuì, sorseggiando il vino. «So che ha già vissuto e rivissuto questa storia anche troppe volte, signor Caley, ma potrebbe raccontarmi esattamente che cos'è successo il giorno della scomparsa di sua figlia?». Robert Caley finì il suo bicchiere e si alzò. «Abbiamo fatto colazione. Mia moglie stava finendo di fare le valige, così c'eravamo soltanto Anna e io. Lei era di buon umore, non vedeva l'ora di partire. In genere andiamo a New Orleans durante le ultime settimane del Carnevale, ormai da molti anni. È solo dopo Pasqua che si sa quando ci sarà il Mardi Gras, e così può
cadere un qualsiasi martedì dall'inizio di febbraio in poi, fino al 9 marzo». Lorraine sorrise e consultò i suoi appunti. «Grazie. Così lo scorso anno siete partiti il quindici febbraio?». «Sì. Alle nove e mezza circa ho parlato con mia moglie che mi ha detto che lei e Anna sarebbero state pronte per mezzogiorno. Io dovevo occuparmi di alcuni affari in ufficio, e quando sono tornato, poco prima delle dodici, i bagagli erano già stati caricati sulla Limousine. Ho fatto una doccia e mi sono cambiato. Siamo partiti per l'aeroporto verso le dodici e trenta». La sua voce era priva di espressione, forse perché aveva raccontato quella storia troppe, troppe volte. Si mise le mani in tasca e raggiunse il limitare del gazebo, appoggiandosi a una delle colonne. «Ho un jet privato. Non l'ho guidato io perché dovevo controllare alcuni documenti durante il volo, così ci siamo serviti del mio pilota personale, Edward Hardy. Anna era seduta accanto a sua madre, e stava sfogliando delle riviste. A un certo punto ha chiesto a Elizabeth se poteva mandare Phyllis a comprarle un abito da sera che aveva visto nelle pagine di moda. Allora mia moglie ha chiamato Phyllis per mettersi d'accordo con lei, poco prima che atterrassimo. La mia auto era già pronta e siamo andati direttamente in hotel. Anna Louise era molto eccitata, come sempre, aveva in programma di vedere un'amica». Lorraine scorse i suoi appunti. «E quell'amica sarebbe Tilda Brown, giusto?». Caley annuì e Lorraine continuò: «E quindi siete andati subito in albergo?». «Sì, prenotiamo sempre due suite comunicanti per tutto il mese del Mardi Gras». «All'Hotel Cavagnal?». «Sì, in rue Chartres. È un vecchio albergo nel cuore del quartiere francese. Da una parte dà su un giardino, dall'altra direttamente sulla strada». «Perché preferite andare in albergo quando avete più di una casa in città?». «Be', durante il Carnevale è bello essere al centro dei festeggiamenti». Lorraine lo guardò poco convinta e Caley continuò tranquillamente, guardandola negli occhi. «A volte preferisco condurre i miei affari lontano dalle pareti domestiche». «Quindi siete arrivati al Cavagnal...». «Sì. La cameriera, si chiama Alphonsine, ha disfatto prima i bagagli di mia moglie, poi i miei e infine si è recata nella suite di Anna Louise. Ci
sono molti ricevimenti e molte feste a cui dobbiamo partecipare e Alphonsine si assicura che tutto sia pulito e stirato alla perfezione». Lorraine annuì, fece una breve pausa poi chiese: «Alphonsine vive a New Orleans?». «Sì, abbiamo dei domestici in una delle nostre casa là. Ci aiutano anche quando siamo in albergo, nel caso che abbiamo bisogno di qualcosa e tengono in ordine la casa, dal momento che, alla fine del Carnevale, ci spostiamo in una delle nostre residenze». Lorraine sfogliò gli appunti. Aveva annotato gli indirizzi di tutte le residenze dei Caley ed elencato i nomi di tutti i loro domestici. «Quindi a che ora...». Lui la interruppe. «Non appena siamo arrivati, Elizabeth si è fatta fare un massaggio e io sono rimasto nella suite per fare qualche telefonata di lavoro. Anna Louise ci ha raggiunti per il tè e abbiamo deciso di cenare presto al Cavagnal, dal momento che avevamo già molti inviti e... mia figlia ha un senso dell'umorismo molto pungente e ha cominciato a imitare delle vecchie signore che ci chiedevano dei cocktail. A un certo punto, Elizabeth si è irritata e le ha detto che dopo quella sera sarebbe stata libera di vedere tutti i suoi amici, ma che per il momento doveva comportarsi bene. Elizabeth è una celebrità e le piace essere al centro dell'attenzione durante questi eventi mondani, forse perché le sembra di rivivere i tempi in cui era davvero una star». «Anna Louise ha litigato con sua moglie?». «No, anzi, hanno cominciato a discutere degli abiti che avrebbero indossato, chiacchiere tra donne. Io sono andato a fare un tuffo in piscina, sono tornato verso le sette. Ho fatto una doccia e mi sono cambiato. Elizabeth si stava già vestendo, si era appena fatta acconciare i capelli. Si serviva sempre dello stesso parrucchiere, una persona che conosceva da molti anni». «Oscar Cloutier?». «Sì. Se ne è andato verso le sette e un quarto. Io e mia moglie siamo scesi al ristorante verso le sette e trenta. Abbiamo ordinato dello champagne. Alle sette e quarantacinque, Elizabeth mi ha chiesto di chiamare la stanza di Anna Louise, e così ho fatto. Non c'è stata risposta, quindi sono tornato al tavolo, immaginando che stesse scendendo proprio in quel momento». Lorraine scorse i suoi appunti. Robert Caley aveva ripetuto la sua dichiarazione originale quasi alla lettera, persino i dettagli sulla data del Marcii Gras. Continuò, raccontando che lui e sua moglie avevano cominciato a ordinare e che avevano ordinato persino gamberi alla griglia, il piatto pre-
ferito di Anna Louise della cucina di New Orleans. «Alle otto, dato che Anna Louise non era ancora scesa, ho chiesto al cameriere di chiamare nuovamente la sua stanza. Non rispondeva nessuno, così ho deciso di salire in camera sua. La porta era chiusa a chiave e ho usato la porta che divideva la nostra suite da quella di Anna Louise. Era tutto in ordine e il vestito che aveva detto di voler indossare era ancora steso sul suo letto. Ho controllato il bagno e la sala e ho visto la sua borsa, o meglio quella che aveva portato in aereo, così ho pensato che fosse in ritardo perché era andata a fare visita a qualcuno. Allora sono tornato al ristorante». «Ma le aveva chiesto di cenare con voi. In genere, era disubbidiente?». «Be', a volte prometteva di fare qualcosa che poi non faceva, come qualsiasi altra teen-ager». «Ma sua moglie aveva insistito perché fosse con voi proprio quella sera». «Sì, sì». «Le è sembrato che Anna Louise non ne avesse voglia? Mi ha detto che sua moglie l'aveva rimproverata per aver imitato alcune delle persone che vi avevano invitato da loro quella sera, giusto?». Caley sospirò, irritato. «Non ho detto che Elizabeth l'ha rimproverata, ho detto solo che si era irritata e non è stata una discussione seria». «Era già capitato che, mentre eravate a New Orleans, Anna Louise accettasse di cenare con voi per poi non presentarsi?». «Direi di sì, ma non saprei dirglielo con precisione. Anna Louise conosceva bene la città ed era consapevole dei pericoli a cui poteva andare incontro se si fosse avventurata da sola in certi quartieri. Siamo sempre stati molto categorici sul fatto che non doveva andare in giro da sola di notte. E non lo ha mai fatto, almeno che io sappia». «Conosce bene la città, quindi conosce anche il vecchio quartiere francese?». «Sì, naturalmente. Elizabeth è di New Orleans e Anna Louise ci vive per qualche mese all'anno fin da quando era bambina. Ha persino fatto il suo debutto in società a uno dei balli del Carnevale». «E così Anna Louise ha molte amicizie anche là?». «Sì, be', non molte perché è cresciuta qui, ma a New Orleans vive Tilda Brown, una sua grande amica, forse la sua migliore amica. Anche Tilda studiava all'UCLA ma è originaria di New Orleans, quindi hanno molte cose in comune».
«E lei ha immaginato che potesse essere andata a trovare Tilda?». «Sì, è quello che ho pensato». «Anche la signora Caley ha pensato che Anna Louise fosse da Tilda? Credevo che Tilda fosse stata qui da voi a Los Angeles poco prima che partiste per la Louisiana». Caley annuì, scrollando le spalle. «Avevano litigato per qualche ragione e Tilda era partita un giorno prima di noi. Una cosa davvero stupida, dal momento che l'avremmo accompagnata noi ma...». «Sa perché le ragazze avevano litigato?». «No, davvero non lo so». L'uomo sembrava irritato e batteva nervosamente la punta del piede a terra. Era chiaro che gli erano già state poste quelle domande. «Secondo le sue dichiarazioni precedenti, ha chiamato la signorina Brown solo molto più tardi quella sera». «Sì, è esatto». «Perché non si è messo in contatto con Tilda Brown immediatamente?». «Perché abbiamo finito di cenare e, come le ho già detto, avevamo degli inviti, degli impegni». «Così, pur avendo visto la borsa di sua figlia in camera...». Caley si voltò a guardare Lorraine. «Non abbiamo chiamato la famiglia della signorina Brown né nessun altro perché io e mia moglie non pensavamo che fosse successo niente di strano». «Come ha reagito sua moglie, quando ha scoperto che sua figlia non avrebbe cenato con voi?». L'uomo sospirò. «Elizabeth è leggermente più umorale di me. Era molto arrabbiata con Anna. Abbiamo lasciato l'albergo verso le dieci per recarci a casa di alcune persone che ci avevano invitato. Quando siamo tornati, era circa mezzanotte e un quarto e abbiamo cominciato a preoccuparci. Abbiamo chiamato a casa dei Brown. Tilda era già a letto, così abbiamo parlato con i suoi genitori che ci hanno detto che Anna non era stata lì e non aveva telefonato. Non l'avevano vista». «Posso chiederle se i suoi sono occhiali da vista?». «Come?». Lorraine lo fissò e Caley si tolse lentamente gli occhiali da sole. «La ringrazio». Lui si avvicinò per permetterle di guardarlo negli occhi e si appoggiò al tavolo. «Pensa che le stia nascondendo qualcosa?». «No, ma preferisco vedere...».
«Che cosa, il bianco dei miei occhi? Oppure lei e i suoi colleghi vi divertite a vedere il dolore della gente? Crede che non mi senta in colpa ogni volta che ripeto la mia testimonianza, signora Page? Crede che non pensi che se avessi agito prima forse sarebbe stato possibile rintracciare mia figlia? Be', io mi sento in colpa ogni istante di ogni giorno. Mia figlia è scomparsa da undici mesi, signora Page, e ogni telefonata, ogni lettera è una speranza, e ogni speranza mi fa battere più forte il cuore nel petto. Che cosa si aspettava da me, lacrime?». «Mi dispiace, ma devo farle queste domande». «Mi chieda quello che vuole e cercherò di rispondere, come ho già fatto con ogni altra agenzia a cui ci siamo rivolti. So che la polizia ha rinunciato, ma so anche che il caso è ancora aperto a New Orleans. Come crede che dovrei comportarmi? Rivoglio mia figlia, prego che sia ancora viva, che sia fuggita con qualche personaggio sgradevole e qualsiasi cosa abbia fatto la perdonerò, perché questo è l'inferno. Voglio soltanto rivederla, le voglio bene, sono fiero di lei e mi manca». Caley era arrabbiato e amareggiato e i suoi occhi erano pieni di lacrime. Lorraine non si era aspettata una reazione simile e si sentì disorientata. L'emozione e la dichiarazione d'amore per la figlia di Caley la misero a disagio. Quell'uomo, affascinante e. sofisticato, d'improvviso sembrava più vulnerabile di qualsiasi altro uomo Lorraine avesse mai conosciuto, perché non sembrava più in grado di controllarsi. Voltandosi dall'altra parte, Caley cominciò a piangere, singhiozzi bassi e dolorosi. «Mia figlia mi manca terribilmente, signora Page. Se passo vicino ai campi da tennis mi sembra di sentire la sua voce, la sua risata. Il semplice fatto di essere seduto in questo gazebo del cazzo mi fa male perché la sento ridere di questo posto e di quel ridicolo giardino giapponese che odiavamo entrambi. E poi devo ascoltare mia moglie che piange ogni notte, guardare il suo volto ogni volta che squilla il telefono. Questa casa è morta senza la nostra bambina». «Mi dispiace immensamente». «Non ho bisogno della sua comprensione, signora Page, ho bisogno che ritrovi mia figlia. O, peggio, ho bisogno di sapere che non tornerà più a casa e forse allora potrò ricominciare a vivere, in un modo o nell'altro». Il suo volto era rigato di lacrime. Caley si asciugò le guance con il dorso della mano e si rimise gli occhiali. «Mi scusi, se deve farmi domande, continui pure». Lorraine chiuse il blocco degli appunti. Tutto quello che Caley le aveva
raccontato era già nel rapporto, non aveva fornito nemmeno un dettaglio in più su ciò che era effettivamente accaduto ad Anna Louise. Lorraine prese la borsa dove ripose il blocco, ed esitò per un istante. «Ancora una cosa, signor Caley. Lei mi ha detto di aver fatto delle telefonate di lavoro dall'albergo, ai suoi soci in affari, presumo, e ho bisogno di sapere chi ha chiamato esattamente». «Le farò avere la lista al più presto». «Lei si occupa di proprietà immobiliari. Posso chiederle un elenco più approfondito delle sue transazioni di lavoro a New Orleans e qui a Los Angeles?». Lui distolse lo sguardo. «In nome di Dio, ma che cos'ha a che fare il mio lavoro con la scomparsa di mia figlia?». «Forse niente, ma potrebbe esserci un nesso, quindi le sarei molto grata se potesse fornirmi il maggior numero di informazioni...». «Le avrà. Ora, se vuole scusarmi...». «Sì, naturalmente. Ehm, solo un'altra cosa, so che sua moglie è indisposta, ma potrei parlare con Phyllis?». Caley annuì, si avvicinò a un citofono che Lorraine non aveva notato. Prese il ricevitore. «Phyllis, potresti venire in giardino per favore? La signora Page vorrebbe parlarti». Robert Caley prese la bottiglia di vino aperta e uscì, incamminandosi verso i campi da tennis, mentre Lorraine rimase seduta a guardarlo. Rosie stava cercando di decifrare la calligrafia illeggibile di Bill Rooney. «Non ci capisco niente, cosa c'è scritto qui?», domandò. Rooney sbadigliò. «È il nome della sensitiva assunta dai Caley. Non era in casa, sono tornato a controllare due volte. Le ho lasciato due messaggi». «Juda?», chiese Rosie? «Già, si chiama così. Se vuoi saperlo, continuo a pensare che sia una perdita di tempo. Vado a farmi un paio di drink con Nick Bartello, sembra che abbia trovato qualcosa, quindi se la nostra signora e padrona dovesse farsi viva, dille di chiamarmi a casa più tardi. Molto più tardi, conoscendo Nick». Rosie annuì e annotò il nome, il numero di telefono e l'indirizzo di Juda. «Devo andare a una riunione stasera, ma lascerò un messaggio a Lorraine sia qui che a casa». «Benissimo. Ci vediamo!». Mentre Rooney usciva, il telefono prese a squillare.
«C'è il signor Rooney?», domandò una voce dal marcato accento della Louisiana. «No, mi dispiace, al momento non è qui. Chi parla? Vuole lasciare un messaggio?». «Ho ricevuto due messaggi del signor Rooney. Sono Juda Salina. Sa per caso per quale motivo mi ha chiamata?». Rosie si sentì invadere dall'emozione, le sembrava di essere una vera detective. «Sì, stiamo indagando sul caso di Anna Louise Caley e...». La comunicazione venne interrotta. Rosie fissò il ricevitore, chiedendosi se per caso non avesse sbagliato qualcosa. Scrisse un appunto per Rooney e Lorraine, dicendo che la sensitiva aveva telefonato. Annotò anche l'ora e la data della chiamata. Si sentiva molto professionale. Phyllis giocherellò con il suo bicchiere d'acqua minerale. «Ha bisogno di pillole per dormire e certe volte non riesce ad alzarsi. Oggi è una di quelle giornate. Abbiamo chiamato il dottore ma lui le ha prescritto un sedativo diverso. È tutto molto triste, povera donna. Comunque farò in modo che riusciate a vedervi domani». «Grazie». Lorraine sorseggiò l'acqua, la fettina di limone che ora galleggiava sopra i cubetti di ghiaccio quasi sciolti. «Perciò, lei non ha visto niente di strano il giorno in cui la famiglia è partita per New Orleans?». «No, niente». «E Anna Louise era felice e spensierata, eccitata per il viaggio che stavano per fare?». «Sì, il più delle volte sembravano due amiche e non madre e figlia. Voglio dire, naturalmente ogni tanto litigavano, Anna Louise era molto testarda ma non teneva mai il broncio». «Il giorno in cui sono partiti, il quindici febbraio, lei ha ricevuto una telefonata dal jet privato dei Caley?». «Sì. Anna Louise aveva visto un abito su "Vogue" e voleva che glielo comprassi». «E lei lo ha fatto?». «Sì, certo». «La chiamava spesso per chiederle di comprarle qualcosa? Secondo il fascicolo, si trattava di un Valentino di chiffon nero da tremilacinquecento dollari. Questo fa pensare a una ragazzina piuttostoviziata». Phyllis strinse le labbra. «Si dà il caso che i Caley siano molto ricchi, si-
gnora Page, e le assicuro che un acquisto del genere non era affatto insolito per Anna Louise. Lei può anche pensare che fosse viziata ma era anche una delle ragazze più dolci e spontanee che abbia mai conosciuto». «Però era viziata». «Non più di qualsiasi altra figlia di genitori ricchi». Lorraine esitò, poi disse a bassa voce: «O di un genitore...». «Mi dispiace, non la capisco». «Certo che mi capisce invece. Mi sembra evidente che la maggior parte della ricchezza dei Caley venga da Elizabeth». «Il signor Caley è un uomo d'affari di grande successo». «Ma non lo era quando si sono sposati. Secondo un vecchio articolo che ho letto, non era affatto ricco all'epoca, e si sono conosciuti quando lui le ha mostrato una casa che lei voleva acquistare». Phyllis si irrigidì. «Temo di non poterla aiutare. Lavoro per i Caley da solo dieci anni e non so niente di quello che è successo in passato. So soltanto che il signor Caley lavora duramente». «Quali sono esattamente i suoi affari a New Orleans?». «Signora Page, io non mi occupo degli affari del signor Caley. Sono la segretaria e la dama di compagnia di Elizabeth Caley». «Ma lei si occupa anche della contabilità. Se non vado errata, è stata lei a darmi l'anticipo e sarà lei che pagherà le mie parcelle». «Sì, è stata la signora Caley a darmi questo incarico». «Non ne ha parlato con il signor Caley?». «Gli ho lasciato un appunto per metterlo al corrente di ciò che avevo fatto, come sempre». Lorraine non fece parola della ricompensa di un milione di dollari che la signora Caley le aveva promesso. Cominciava a sentirsi stanca; era stata una lunga giornata e doveva tornare a Pasadena. «La ringrazio. Oh, solo un'altra cosa - Tilda Brown, l'amica del cuore di Anna Louise, è stata ospite qui e doveva tornare a New Orleans con i Caley, ma se n'è andata un giorno prima. Sa dirmi per quale motivo?». Phyllis si alzò in piedi. «No, ma credo che avessero litigato per via di una partita a tennis. Giocavano continuamente. Mi sembra di ricordare che Tilda non rispettasse le regole e questo faceva infuriare Anna Louise». «Le ha mai sentite litigare?». «No. Ricordo solo che Tilda mi ha chiesto di prenotarle un biglietto. È stato Mario ad accompagnarla all'aeroporto». «La ringrazio, signorina Collins. Non si disturbi ad accompagnarmi, u-
scirò dal giardino». Phyllis annuì e disse che avrebbe avvertito l'addetto alla sicurezza di aprirle il cancello. «Avete una guardia ventiquattr'ore su ventiquattro?». «Sì, da quando Anna Louise è scomparsa siamo stati assediati dai giornalisti, e il signor Caley non voleva che la signora fosse disturbata in nessun modo. Per questo, adesso la proprietà è costantemente sorvegliata dalle guardie del servizio di sicurezza. All'inizio, si temeva che Anna Louise fosse stata rapita e quindi le guardie dovevano servire per tranquillizzarci». Lorraine stava per andarsene. Ma fatti pochi passi, si fermò. «Questa casa appartiene alla signora Caley?», domandò a Phyllis. «Sì, credo di sì». «E la villa di New Orleans?». «Sì, credo che la maggior parte delle proprietà appartenessero alla famiglia della signora». Lorraine esitò, chiedendosi se porre a Phyllis la domanda che aveva in mente oppure se aspettare fino a quando non avrebbe parlato direttamente con Elizabeth Caley. «Vuole sapere qualcos'altro?». «Ehm, sì, forse non ha nessuna importanza ma chi è il principale beneficiario del testamento della signora Caley?». Phyllis la fulminò con lo sguardo e Lorraine seppe di aver commesso un errore. «Probabilmente è una questione irrilevante per le indagini, ma deve capire che io...». Phyllis la interruppe. «Mi dispiace, non posso aiutarla». «D'accordo. A che ora posso chiamare domani mattina?». «Verso le undici». «Grazie, ci vediamo domani». «Va bene». Il volto affilato della donna sembrava ancora più scavato, mentre fissava Lorraine. «Vedo che è molto scrupolosa nelle sue ricerche». Non lo disse come se fosse un complimento, ma Lorraine sorrise ugualmente. «Credo che sia questo il punto, giusto? Deve capire, Phyllis - spero che non le dispiaccia se la chiamo Phyllis - che tutto ciò che mi dice è vincolato dal segreto professionale. Se c'è qualcosa che secondo lei potrebbe aiutare le indagini, qualsiasi cosa, spero che si sentirà libera di chiamarmi quando vuole».
La donna ebbe un impercettibile attimo di esitazione che si affrettò a nascondere dietro un sorriso amaro e forzato. «Prenda il vialetto di sinistra e arriverà di fronte alla casa. Arrivederci, signora Page». Seguendo il sentiero lastricato di pietre bianche, Lorraine passò accanto ai campi da tennis. Si fermò. Robert Caley sedeva su una panchina bianca, la bottiglia di vino tra le mani, come dimenticata, e sembrava fissare il campo da tennis vuoto. Lorraine riprese a camminare, oltrepassando la grande piscina, e vide una domestica che stava piegando gli asciugamani inutilizzati. All'improvviso, Lorraine sentì la voce di Robert Caley che la chiamava. Si voltò e vide che l'uomo era a pochi passi da lei. Aveva ancora gli occhiali da sole ma li tolse lentamente, guardandola. «Dovrò recarmi a New Orleans. Se dovesse andarci entro la fine della settimana, me lo faccia sapere. Potrebbe...». Le rivolse un sorriso da ragazzino. «Le sto offrendo un passaggio». Lorraine sorrise a sua volta. «Grazie, la chiamerò». L'uomo annuì e rimase a guardarla mentre si allontanava. Lorraine pensava che Robert Caley fosse un uomo molto attraente, e se n'era accorta quando si era sporto verso di lei nel gazebo. Ma doveva mettere da parte qualsiasi fantasia sessuale perché se avesse scoperto che l'uomo avrebbe tratto vantaggio dalla scomparsa o dalla morte della figlia, sarebbe entrato a far parte della lista dei sospetti. E ormai l'intuito le diceva che Anna Louise Caley era morta. CAPITOLO 4 «Rooney mi ha detto che gli ricordava un certo Lubrinski». Lorraine reagì guardando Rosie con gli occhi semichiusi, i capelli che le coprivano in parte la cicatrice sulla guancia. «Ah, ti ha detto così?». «Già, mi ha raccontato che è stato ferito durante una sparatoria. Ha un soprannome, Nick lo Zoppo». «Davvero?», disse Lorraine con noncuranza. «Allora chi era questo Lubrinski? E cos'è questa storia che avresti usato i tuoi collant come laccio emostatico, è successo davvero?». «Dovresti conoscere Rooney ormai, Rosie, dice un mucchio di stronzate. Avrebbe dovuto fare quello che gli avevo detto e mettersi in contatto con la medium. Abbiamo due settimane, Rosie, solo due settimane». «Ma tu hai detto a Bill di controllare tutte le agenzie e io non sto qui se-
duta con le mani in mano tutto il giorno, sai?». «Oh, sta' zitta. E se non devi fare la doccia, la faccio io. Prova a vedere se posso incontrarla stasera». Sotto il getto d'acqua della doccia, il viso rivolto all'insù, gli occhi chiusi, i ricordi tornarono a riempirle la mente. Il modo in cui Jack Lubrinski l'aveva guardata stringendole la mano negli ultimi spasmi di agonia. «Ce la farai», gli aveva detto, sapendo di mentire. «L'ambulanza arriverà tra un attimo, ma nel frattempo...». «Cazzo, se avessi saputo che dovevo farmi sparare per vederti nuda lo avrei fatto prima». «Sta' zitto, maniaco». Era morto tra le sue braccia quindici minuti dopo mentre l'ambulanza sfrecciava verso l'ospedale a sirene spiegate. Le stava tenendo la mano come un bambino, quando Lorraine aveva visto la luce abbandonare i suoi occhi. Avevano dovuto allontanarla con la forza. Lei si era rifiutata di lasciarlo andare, certa che ci fosse ancora una speranza, che Lubrinski potesse sopravvivere - ma inutilmente. Lubrinski, i capelli neri, gli occhi scuri, aveva lasciato un terribile vuoto dentro di lei. Era quello il motivo per cui voleva Robert Caley? Avrebbe continuato così per tutta la vita, a cercare Lubrinski in altri uomini? Era per questo che si sentiva attratta da Robert Caley, perché aveva i capelli scuri e gli occhi fieri e spaventati? Era questo che aveva visto quando si era tolto gli occhiali, paura e sofferenza. Lubrinski si era sempre nascosto dietro battute sarcastiche, dietro il suo atteggiamento da duro, anche mentre stava morendo; solo in quel momento, Lorraine aveva visto qualcosa negli occhi del compagno, qualcosa che le aveva stretto il cuore. Che cos'era? Perché l'attraeva? Quello che provava non era affatto una sorta d'istinto materno. Non voleva essere una madre per Robert Caley: voleva farsi scopare da lui, proprio come aveva voluto farsi scopare da Lubrinski. Ma all'epoca, era stata sposata, era madre di due figlie. Rimpiangeva di non avergli detto nemmeno una volta che lo amava. Chiuse gli occhi, li strinse forte, serrando i denti; non voleva piangere ora, era successo tanto tempo prima. Ma non riuscì a trattenere le lacrime perché per la prima volta stava ammettendo con se stessa di essere stata innamorata di Jack Lubrinski. Aveva fatto di tutto per negarlo, anche dopo la sua morte, ma ora, dopo tutti quegli anni, stava piangendo per lui, sussurrando tra sé e sé: «Ti amavo, Jack, e mi manchi ancora». Rosie scostò la tenda della doccia. «Ho chiamato la sensitiva. Ha detto
che non vuole vedere nessuno». Lorraine prese un asciugamano. «Vogliamo scommettere?». «Ci vai adesso?». «Già. Abbiamo due settimane, Rosie, solo due settimane». «Oh, posso venire con te». Lorraine stava per risponderle di no, ma l'entusiasmo quasi infantile dell'amica le fece cambiare idea. «Certo, perché no?». L'indirizzo era esatto e l'appartamento della sensitiva si trovava al piano terreno, in fondo a un corridoio. L'edificio era lussuoso, con tanto di citofoni, un moderno sistema di sicurezza e un parcheggio sotterraneo per gli inquilini. Lorraine era stata fortunata; aveva semplicemente seguito un'auto fino al parcheggio, salutando con la mano la donna al volante che non aveva idea che Lorraine non aveva alcun diritto di essere lì. «Tombola, eccoci qua. Possiamo fare una bella sorpresa alla signora Salina, sempre che non ci abbia viste arrivare con la sua sfera di cristallo», disse Lorraine, seguendo la donna nel parcheggio. «Imparo qualcosa di nuovo ogni giorno», disse Rosie, molto colpita, ma Lorraine si stava già affrettando a scendere dall'auto. Lorraine sorrise alla donna che stava posteggiando la sua convertibile Saab. «Buonasera». «Buonasera», rispose lei, incamminandosi verso l'ingresso privato, dopo aver messo in funzione l'antifurto dell'auto. Lorraine raggiunse velocemente la donna che stava digitando il codice di accesso per l'ascensore. «Il tempo è strano, oggi c'erano quasi venticinque gradi». Si lanciò un'occhiata alle spalle irritata nel notare che Rosie era appena scesa dalla macchina. La donna annuì, troppo impegnata a cercare le chiavi di casa per prestare attenzione a Lorraine. La porta dell'ascensore era ancora aperta e Lorraine vi spinse contro un piede per impedire che si richiudesse. «Anche lei ha problemi con l'aria condizionata?», domandò Lorraine, cercando di continuare la conversazione e lanciando un'occhiataccia a Rosie. «No, ma ho notato che oggi faceva molto più caldo». «Già, secondo le previsioni del tempo potremmo arrivare anche a trenta gradi tra non molto». Rosie entrò e la porta dell'ascensore si richiuse. L'ascensore del garage si fermò al pianterreno dove si trovavano altri a-
scensori. La donna si voltò a guardarle mentre Lorraine percorreva il corridoio con Rosie alle calcagna. Nessuna delle due sapeva che si stavano dirigendo proprio verso l'appartamento della signora Salina. «Sì, chi è?». Lorraine si avvicinò alla porta. «Mi chiamo Lorraine Page». «Che cosa vuole?». «Signora Salina, ho davvero bisogno di parlarle. Sono un detective privato e sto indagando sul...». «Non so come ha fatto a entrare ma le consiglio di andarsene immediatamente, se non vuole che chiami il servizio di sicurezza». «Faccia pure, signora Salina, ma sono certa che questo non piacerà affatto alla signora Caley». Seguì un lungo silenzio. Rosie rimaneva in disparte, sempre più colpita dalla sicurezza di Lorraine. Poi si sentì lo scatto di diverse serrature e la porta si aprì di qualche centimetro. «Devo uscire tra cinque minuti». «Bene, non ci vorrà molto. Posso entrare?». «Lei lavora con la polizia?». «No, tenga, questo è il mio biglietto da visita. Sono Lorraine Page, della Page Investigazioni, e questa è Rosie, la mia assistente». La signora Salina agguantò il biglietto da visita, poi la porta si aprì di qualche altro centimetro. «Cinque minuti». Rosie si accigliò - non le piaceva essere definita assistente, lei era socia dell'agenzia, ma non disse niente. La signora Salina le condusse lungo un corridoio buio e stretto. La sala aveva le pareti coperte da fotografie di celebrità famose e meno famose e da attestati per la lettura dei tarocchi, dei cristalli e della mano. Sembrava che la signora Salina si occupasse di tutti i fenomeni paranormali conosciuti e aveva certificati di ogni genere per dimostrarlo. Era molto interessante, pensò Rosie - non c'era da meravigliarsi che a Lorraine piacesse il suo lavoro, si incontravano le persone più strane. Fu solo quando arrivarono in un piccolo studio che riuscirono a vedere bene la donna. Aveva un'aria esotica, la pelle olivastra, folti capelli neri raccolti in uno chignon sulla nuca. Pesava almeno centoventi chili eppure, come molte donne grasse, si muoveva con grazia e leggerezza e aveva mani piccole e delicate. Doveva avere circa cinquant'anni, e i suoi scialli, braccialetti e pesanti collane dai colori sgargianti facevano pensare ai giorni dei «Figli dei Fiori». Invece il suo volto perfettamente truccato era un
capolavoro anni Novanta: ciglia finte applicate con cura, rossetto di un colore simile a quello della signora Caley, le labbra disegnate nello stesso modo. «Sedetevi», disse, prendendo posto in una poltrona dallo schienale rigido. «Come vi ho già detto ho solo cinque minuti. Perché volete parlare con me?». Aveva l'accento di New Orleans, non molto marcato ma facilmente riconoscibile per il suono musicale e leggermente strascicato della sua pronuncia. Fissò a lungo Rosie, che stava cercando di mimetizzarsi con la carta da parati, in precario equilibrio su uno sgabello. Aveva lasciato a Lorraine la poltrona, o meglio Lorraine vi aveva preso posto immediatamente: si comportava come se Rosie non esistesse. «Mi parli di Elizabeth Caley». «Mi dispiace, ma senza il permesso della signora Caley non posso farlo. Il mio lavoro è come quello di un prete o di un dottore, le consultazioni private dei miei clienti devono rimanere per l'appunto private». «Ma, come me, lei è stata assunta per rintracciare la figlia dei Caley». «Sì, è esatto». «Quante volte ha incontrato la madre di Anna Louise?». «Temo di non poterglielo dire». «Si è recata a New Orleans?». «Sì». Si alzò e si avvicinò a un secrétaire. Aprì un cassetto da cui prese una foto. «È una presenza molto forte». «Anna Louise?». «Oh sì. Questa foto mi è stata data dalla signora Caley». La mostrò a Lorraine che riconobbe il viso dolce, i lunghi capelli biondi. «È molto bella». Juda annuì, poi mostrò la fotografia anche a Rosie, che si sporse in avanti per osservarla meglio. «Sì, è molto carina», disse Rosie annuendo. Juda ripose la foto nel cassetto. «Certo che lo è, e direi anche che si trova a New Orleans». «Viva?», domandò Lorraine bruscamente. Juda chiuse il cassetto e rimase con le spalle rivolte a Lorraine. Poi si girò lentamente e, con gli occhi chiusi, si appoggiò al secrétaire. Rosie la osservò: in confronto a quelli della medium, i suoi problemi di peso erano irrilevanti. «Sono più che convinta che Anna Louise sia viva».
«Perché?». Le lunghe ciglia finte fremettero per un istante. «Perché? Come le ho già detto, sento la presenza di Anna Louise. La ragazza è viva, ne sono sicura». «Perché?», insistette Lorraine. La donna riaprì gli occhi. «Gliel'ho già detto: avverto la sua presenza». «Be', può anche essere così ma io non sono fortunata quanto lei, signora Salina. Il mio incarico è quello di ritrovarla, non sento alcuna presenza, non sono in contatto con nessun genere di... forze, per così dire». «Ma queste forze esistono, signora Page, sono molto potenti e le ripeto che la ragazza è viva. Prendo il mio lavoro molto seriamente e quando la sento, quando divento lei, Anna Louise non mi dice che ha freddo». Spostò gli occhi scuri nuovamente su Rosie che si sorprese a rabbrividire. Distolse lo sguardo mordendosi un labbro: c'era qualcosa di sgradevole in quella donna, in quella casa. «Allora, che cosa le dice Anna Louise?». Juda lanciò un'occhiata eloquente all'orologio, poi guardò Lorraine. «Signora Page, lei non mi paga mentre la signora Caley sì e le ho già detto tutto ciò che sono stata in grado di percepire e cioè che Anna Louise è viva». «Be', posso pagarla se è questo che vuole». Juda la fissò con aria ostile. «Ora devo andare. Se la signora Caley mi darà il permesso di parlarvi di Anna Louise, allora potrete richiamarmi. Ma al momento, posso dirvi soltanto che sento la presenza della ragazza, come un'aura di luce, ogni volta che guardo il suo viso angelico». «Be', se questa presenza dovesse indicarci dove si trova Anna Louise, parlerò con la signora Caley e tornerò da lei. Vede, io mi occupo di fatti, non di fantasie, e Anna Louise è scomparsa da quasi un anno. È un lasso di tempo molto lungo e io sono stata assunta per ritrovarla». «Ma immagino che verrà pagata». «Certo, proprio come lei». «No. Il signor Caley non permette più alla povera cara Elizabeth di venirmi a trovare». «Ha detto anche a lui che sua figlia era viva?». Juda attraversò la stanza e si fermò vicino alla porta. «Non tratto con il signor Caley ma conosco Elizabeth da molti anni». «La signora Caley si droga, non è vero?». Juda lanciò a Lorraine uno sguardo irritato. «Avevo detto cinque minuti
e adesso vi chiedo di andarvene. Ho accettato di parlare con voi solo perché mi avete dato a intendere che Elizabeth vi aveva chiesto di vedermi, ma ora credo che mi abbiate mentito, esattamente come tutti gli altri che sono venuti da me. Io sono assolutamente leale nei confronti dei miei clienti». «Chi sarebbero "gli altri", signora Salina?». Juda le rivolse uno sguardo indecifrabile: «Gli investigatori privati e i poliziotti. Non mi trattano con rispetto, signora Page, posso leggerglielo in faccia. Anche se non lo dicono, so esattamente cosa pensano della gente come me». Tornò al secrétaire e aprì un cassetto. «Ecco, tenete pure, ma andatevene». Juda porse a Lorraine un documento stampato al computer su una carta da quattro soldi, poi si voltò e si incamminò con aria impaziente lungo il corridoio. Lorraine diede il documento a Rosie e le fece cenno di seguirla. Juda le aspettava accanto alla porta d'ingresso aperta. «Buonasera, signora Page. Ehm, solo un'altra cosa, le dispiace avvicinarsi un momento?». Lorraine fece come le era stato chiesto e Juda scrutò il suo viso. Con una mano le accarezzò delicatamente la guancia sfregiata. «Cara, dovrebbe farla sistemare. Sarebbe davvero bellissima senza la cicatrice. Qual è il suo nome di battesimo?». «Lorraine». «È stato un piacere parlare con lei, Lorraine». Rosie stava cercando di uscire, infilandosi tra la medium e lo stipite, quando la donna si sporse in avanti. «Rosie. Lei si chiama Rosie e il suo spirito è gentile. Si prenda cura di se stessa, mia cara». Una dopo l'altra le serrature vennero richiuse. Era strano che la donna si chiudesse in casa visto che aveva tanta urgenza di uscire. Stava aspettando qualcuno, o aveva semplicemente mentito? Lorraine propendeva per la seconda ipotesi; Juda Salina non aveva alcuna intenzione di uscire di casa. Lorraine e Rosie dovettero attendere un quarto d'ora nel parcheggio sotterraneo prima che un inquilino scendesse e usasse il codice segreto per aprire il cancello. Parlarono di Juda e, proprio come Bill Rooney, arrivarono alla conclusione che quella donna era una mistificatrice che si prendeva gioco di persone disperate come Elizabeth Caley, spillando loro grosse somme di denaro. La sua pubblicità stampata al computer era scarna, non professionale e dichiarava che molte persone erano state salvate dai poteri
medianici di Juda Salina. Erano elencati anche un gran numero di casi in cui la polizia sarebbe stata aiutata dalla signora Salina. Erano tutte idiozie; quella donna diceva di avvertire la presenza di Anna Louise solo per potere continuare a spremere la signora Caley. Rosie lesse lo stampato e aggrottò le sopracciglia, voltando le pagine. «Spero che abbia ragione». «Su cosa? Sulla tua dolce anima?». «No, sul fatto che la ragazza sia viva. Lo spero sinceramente». Lorraine era sempre più convinta che Anna Louise fosse morta, tuttavia decise che Rooney avrebbe dovuto almeno controllare le indagini elencate nella pubblicità della sensitiva. Se non altro, aveva scoperto qualcosa di interessante: a Robert Caley non piaceva affatto Juda Salina. E Lorraine lo rispettava per questo. Juda si stava chiedendo se chiamare o meno la signora Caley. Non le piaceva il fatto che l'ennesimo investigatore privato fosse venuto a interrogarla, e a quanto pareva con il permesso della signora Caley. In realtà, la cosa che più la turbava era stata sentirsi dire da un anonimo impiegato di Robert Caley che non le era più permesso fare visita a sua moglie e che non le sarebbe stato pagato un centesimo di più. La disgrazia di quella famiglia le aveva fruttato molti soldi, persino un viaggio a casa. Ma ora era preoccupata. Ripensò a tutto ciò che le aveva detto Lorraine Page. Quella donna non le aveva chiesto niente di nuovo, giusto? Allora che cos'era, la cicatrice? Aveva la sensazione che le fosse stata inflitta da un uomo, ma il messaggio non era stato molto chiaro. Sospirò, sentendosi stanca, insicura se occuparsene o meno, visto che non era pagata. Nonostante l'indecisione, si alzò, chiuse le tende rosso scuro e spense le luci; il piccolo studio venne immerso nell'oscurità. Tornò a sedersi. Un osservatore esterno probabilmente avrebbe pensato che Juda si stava appisolando, le palpebre pesanti che suggerivano una terribile stanchezza. Gemette a bassa voce, come se stesse provando piacere sessuale, e sprofondò ancora di più nella poltrona. I suoi ampi seni si sollevavano e ricadevano al ritmo dei respiri lenti e profondi. «Sì, oh sì, sì», sussurrò, e le sue mani piccole e delicate si aggrapparono ai braccioli di legno della scomoda poltrona. Continuò a respirare profondamente e faticosamente. Si sentiva la testa leggera, stava cominciando a poco a poco a scivolare nella trance. L'oscurità filtrò nella consapevolezza di Juda. Niente per un attimo, poi incominciò come era sempre stato quando si era trovata in compagnia di Elizabeth Caley. All'inizio, il suono di
una musica distorta, poi una strada. Non riuscì a riconoscere la zona, stava accadendo con troppa rapidità. Juda non riusciva a controllare le sue visioni, ma ebbe la chiara sensazione che quel luogo fosse familiare. Proprio com'era accaduto le altre volte, la paura cominciò a serpeggiare dentro di lei, ancora più intensa ora. Boccheggiò, le mani che stringevano spasmodicamente i braccioli; dolore al centro del suo petto, come se un peso la stesse schiacciando, spingendole l'aria fuori dai polmoni. Prese ad agitare le mani; qualcuno o qualcosa era sopra di lei, un uomo, era un uomo e stava prendendo un coltello. Non riuscì a vedere il suo volto, ma sapeva che stava per tagliarle la gola. Il suo grido fendette il vuoto oscuro del panico, mentre lei si gettava in avanti e tornava in sé, confusa solo per pochi istanti prima di rendersi conto di essere al sicuro nel suo appartamento. Aveva le guance imperlate di sudore e si massaggiò, senza accorgersene, il collo e il petto, terrorizzata dalla sensazione di soffocamento, di qualcuno che cercava di strapparle la vita dal corpo. Ma non era lei, lo sapeva. Non era Juda Salina che veniva assassinata, era qualcuno il cui nome cominciava con la lettera L. L, quell'iniziale stava forse per Lorraine Page? Si sentiva sempre più tesa al pensiero di ciò che aveva appena vissuto per la seconda volta. Juda aveva ricevuto un messaggio molto simile quando era entrata in trance a casa della signora Caley, aveva percepito il nome di qualcuno, un nome che cominciava con la L. Sapeva di aver spaventato a morte Elizabeth Caley ma non aveva idea di che cosa significasse. Le capitava spesso, il messaggio indirizzato a un cliente che si confondeva con quello indirizzato a un altro cliente. Ma quella era stata una trance particolarmente violenta. Aveva immaginato che la lettera L stesse per Louise, Anna Louise, dal momento che si era sentita invadere da una sensazione di pericolo imminente e di morte. Aveva mentito alla signora Caley, aveva detto che aveva sentito chiaramente che sua figlia era viva, ma in realtà aveva percepito la morte molto vicino. Juda cercò di ricordare il giorno esatto in cui era andata a fare visita a Elizabeth Caley. Controllò nella sua agenda e guardò anche la pagina del giorno successivo. Lesse il messaggio scarabocchiato del segretario del signor Caley che la informava che le era proibito rivedere sua moglie. Erano gli unici appunti di quel giorno. Juda tamburellò con le dita dalle unghie smaltate sulle pagine bianche, poi si decise a comporre il numero della residenza dei Caley. Fu Phyllis a rispondere. «Salve, Phyllis, sono Juda...». «Non deve telefonare mai più qui, pensavo che il signor Caley glielo a-
vesse spiegato chiaramente. Non le permetterà più di parlare con Elizabeth». «Lo so. Ma era con lei che volevo parlare, Phyllis...». «Se si tratta di qualche altro pagamento, ho ricevuto istruzioni dal signor Caley...», disse Phyllis quasi bisbigliando. «No, non si tratta di questo. Ho solo bisogno di sapere una cosa. È venuta a farmi visita una donna che lavora per un'agenzia di investigazioni private». «Parla della signora Page?». «Già, Lorraine Page, giusto?». «Sì, si occupa del caso». «Quando l'hanno assunta di preciso?». «Martedì scorso, lo stesso giorno in cui è venuta a parlare con la signora Caley per l'ultima volta. So che era molto turbata quando se n'è andata e... pronto?». Juda restò in silenzio. Phyllis sembrava preoccupata. «Pronto? È ancora in linea? C'è qualcosa che non va, la signora Page ha detto qualcosa?». «No, no, avevo solo bisogno di saperlo per riordinare la mia agenda. Grazie, Phyllis, e per favore dica a Elizabeth che la penso tanto, che Anna Louise è sempre nei miei pensieri e che aspetto una sua telefonata. Arrivederci». Juda riappese prima che Phyllis potesse replicare. Poteva cercare di convincersi che fosse solo una coincidenza ma sapeva perfettamente che non era così. La sensazione che Anna Louise fosse morta già da molto tempo era più intensa che mai. Ma ciò che non era riuscita a capire fino a quel momento era il motivo per cui il messaggio di martedì sera era stato così forte da farla stare male fisicamente. Era comparso un legame con la lettera L, bruciante nella sua mente, circondata dal fuoco di un pericolo che stava per manifestarsi. Ora era certa che la L stesse per Lorraine Page e che ci fosse ben più che un pericolo imminente... era certa che quella donna sarebbe morta, proprio come aveva visto con tanta chiarezza nella sua seconda trance. Lorraine sarebbe morta con la gola tagliata. Lorraine aveva preso in prestito i bigodini riscaldati di Rosie per farsi la messa in piega. Indossava una camicetta di seta color crema, una gonna dritta e aderente con lo spacco su un lato e scarpe col tacco alto. Si mise sulle spalle una giacca di lino blu scuro e fece un paio di passi indietro per
ammirarsi allo specchio. Rosie era in cucina e stava mangiando una generosa ciotola di cereali. «Non so come tu riesca a trovare sempre le cose migliori anche alle svendite. Non c'è mai niente che mi vada bene. Stai molto bene». «Grazie, voglio essere elegante per l'incontro con Elizabeth Caley». «Mmm», mormorò Rosie, il mento sporco di latte. «Hai deciso di accettare l'offerta del marito? Viaggiare su un jet privato non dev'essere affatto male». Lorraine controllò la borsa e la ventiquattr'ore. «Non sono ancora pronta a lasciare Los Angeles, quindi vedremo. Nel frattempo, ho preparato una lista di cose che dovresti fare: prenotare l'aereo, l'albergo e cominciare a fare i bagagli. Chiamami sul telefono della macchina se hai bisogno di qualcosa, magari nel primo pomeriggio, e vedi che cos'hanno scoperto Rooney e il suo amico». «Okay». Rosie abbassò lo sguardo sulla lista compilata con cura. Poco dopo che Lorraine se ne fu andata, Rooney fermò bruscamente l'auto davanti a casa di Rosie e suonò il clacson. Se si trovava a passare da quelle parti, di solito le dava un passaggio fino all'ufficio. Rosie scese pesantemente i gradini di legno e attraversò la strada mentre lui le apriva la portiera. «Ti sei appena perso Veronica Lake, sta andando dai Caley. Ma ci ha dato un elenco di cose da fare e vuole sapere cosa state combinando tu e Nick Bartello». Rooney si sistemò gli occhiali da sole sul naso rosso e luccicante. «Ci siamo presi una sbornia colossale ma lui è conciato anche peggio di me». Rosie lo guardò meglio. «Gesù, ma si può sapere dove hai preso quegli occhiali?». «Li ho trovati in un cassetto, credo che fossero di mia moglie. Perché?». Rosie sogghignò. «Be', non pensavo che fossi il tipo d'uomo che porta degli occhiali con la montatura rosa, ma ti donano, sono in tinta con il tuo colorito». Rooney mise in moto, il ventre prominente che quasi sfiorava il volante. «Be', quando non mi serviranno più te li regalerò. Saranno in tinta con i tuoi capelli, di qualunque colore siano». «Ehi, sta zitto, è la permanente. Sono una rossa naturale e se vuoi posso provartelo». «Mio Dio, dovrei essere proprio sbronzo per accettare!».
Lorraine e il maggiordomo ebbero un altro formale scambio di inchini e battute prima che lui la conducesse nel salone. «Non dovrò aspettare molto, vero?», domandò lei. Il maggiordomo si lasciò sfuggire un sorrisetto. «La signora Caley la sta già aspettando, signora Page». In quel momento apparve Phyllis e le fece segno di seguirla al piano superiore. «Per favore, porti la colazione della signora Caley. Lei vuole qualcosa, signora Page?». «Oh, un caffè, grazie, nero e con del miele, se lo avete». Il maggiordomo annuì brevemente e s'incamminò lungo il corridoio che portava alle cucine, mentre Lorraine continuava a salire le scale. «Come si chiama?». «Peters, Reginald Peters». Phyllis bussò alla porta a doppio battente della signora Caley. «Avanti». Phyllis si fece da parte e Lorraine entrò nel salotto di Elizabeth Caley, e per poco non andò a sbattere contro la segretaria mentre si fermava di botto, sbalordita. La stanza era piena di grandi vasi di fiori profumati, sistemati su ogni superficie libera disponibile, e anche se le persiane erano chiuse sulle finestre aperte, le pareti color giallo chiaro, le tende e la moquette sembravano fondersi in un'unica tonalità come se la stanza fosse inondata dal sole. Tende di mussola bianca ondeggiavano dall'asta di ottone in contrasto con l'immobilità delle pesanti tende di seta dalle decorazioni dorate, drappeggiate ai lati delle finestre e legate da nappe con le frange. Elizabeth Caley era sdraiata su una chaise-longue di shantung di seta bianca, e indossava un fluente kimono verde scuro stampato a fiori gialli. I suoi capelli folti e nerissimi erano raccolti in una lunga treccia che le scendeva su una spalla. Attorno alla testa aveva un foulard bianco legato stretto. Si stava spalmando della crema sulle mani e quando vide Lorraine le rivolse un sorriso amichevole. «Venga, cara. Mi scuserà se non le stringo la mano ma mi sono appena fatta fare la manicure e la ragazza non usa mai abbastanza crema idratante. Si accomodi». Lorraine si guardò attorno. C'erano diverse poltrone ricoperte di shantung di seta gialla e prima che potesse decidere su quale prendere posto, Phyllis scelse per lei e spinse in avanti una poltrona dalle gambe affusolate.
«Grazie, Phyllis cara. Hai già detto a Peters di portare la colazione?». «Sì». «Bene, allora puoi lasciarci sole». Phyllis uscì dalla stanza e Lorraine si sedette, aprendo la sua valigetta e prendendo il blocco degli appunti. «Ha fatto qualcosa ai capelli?». Lorraine sorrise. «No, li ho solo lavati». «Lo fa da sola?». «Sì. Grazie per aver accettato di vedermi». In quel momento entrò Peters spingendo un carrello dorato con caffè, tè e acqua ghiacciata. Fermò il carrello accanto alla signora Caley, le porse un tovagliolo bianco perfettamente stirato e le versò una tazza di tè verde. Le tazze erano di fine porcellana. Versò anche il caffè per Lorraine e le indicò un piattino d'argento con il miele. La signora Caley si tirò su a sedere e fece un cenno con la mano. «Grazie, grazie, ti chiamerò se avremo bisogno di altro». «Molto bene, signora Caley». Si esibì nel suo solito mezzo inchino e uscì dalla stanza, richiudendosi silenziosamente la porta alle spalle. «Gradisce un croissant?». «No, grazie». Lorraine mise un cucchiaino di miele nel caffè, facendo attenzione a non sporcare il panno bianco che ricopriva il vassoio. Elizabeth Caley prese un croissant caldo con delle pinze d'argento e lo posò su un piatto. Poi, da un recipiente d'argento, prese un po' di marmellata. Lorraine si accorse che le mani lisce dalle unghie rosse e lunghe simili ad artigli della donna tremavano leggermente, e che aveva usato entrambe le mani per tenere la tazza e sorseggiare il tè. «Mi dispiace di non averla potuta ricevere ieri, ma sono sicura che Phyllis le avrà porto le mie scuse». «Certo». «Non so cosa farei senza Phyllis. È molto carina la sua camicetta». «Grazie». Lorraine appoggiò la tazza e il piattino sul bracciolo della poltrona, e si sistemò il blocco sulle gambe. «Mi dispiace doverle fare domande che avrà sentito chissà quante volte, ma è molto importante. Cercherò di non portarle via troppo tempo, perché sono sicura che sia doloroso per lei...». Elizabeth Caley annuì. Somigliava a Merle Oberon, la stessa fronte alta accentuata dal foulard, la stessa pelle perfetta. Il suo trucco, come ogni altra cosa in lei, era impeccabile, le labbra messe in risalto da un'ombra di
rossetto color fucsia scuro. Che la sua bellezza fosse stata restaurata dalla chirurgia estetica o meno era irrilevante: anche da vicino il suo volto sembrava del tutto privo di rughe. Accanto a lei, Lorraine si sentiva un disastro, proprio come si sarebbe sentita qualsiasi altra donna. Elizabeth Caley era una creatura fragile, femminile e perfetta che apparteneva a un'altra epoca. Non si sarebbe mai sognata di aprire una porta da sé - quella era una donna abituata ad avere uomini che si accapigliavano per arrivare per primi alla maniglia. «Potrebbe parlarmi del 15 febbraio, il giorno in cui siete partiti per New Orleans?». «Cosa intende dire?». «Be', so che lei e Anna Louise eravate insieme prima che suo marito tornasse dall'ufficio e...». «Oh, sì, capisco. Be', ho dovuto occuparmi dei bagagli, avevamo degli impegni, dei cocktail party, delle cene... Di solito è Peters a fare le valige per Robert, ma io sono molto particolare, uso sempre un tipo speciale di carta; mettendone un foglio tra gli indumenti, per evitare che si formino pieghe». «È stata lei a preparare le valige di sua figlia?». «Che Dio me ne scampi, no. Anna Louise è terribile e sa come si vestono le ragazze oggigiorno, jeans e T-shirt, altri jeans e altre T-shirt, e scarpe da tennis, naturalmente. Penso che chiunque abbia inventato quegli orribili indumenti dovrebbe essere fucilato. Anna Louise si limita a buttare gli abiti nelle valige, infatti abbiamo avuto una piccola discussione a riguardo perché avevo chiesto a Phyllis di assicurarsi che mia figlia portasse anche qualche vestito elegante. Comunque, è stata Phyllis ad aiutarla a fare i bagagli, se non ricordo male, e poi abbiamo fatto un brunch sulla terrazza, mentre aspettavamo Robert. Poi siamo andati all'aeroporto e...». La signora Caley aggrottò le sopracciglia. «Oh sì, sull'aereo, Anna Louise ha visto qualcosa su "Vogue" o su "Elle", un delizioso vestito nero da cocktail, e sono rimasta davvero sorpresa dal fatto che le piacesse così tanto. Quindi abbiamo chiamato casa per chiedere a Phyllis di andare a comprarglielo e di fare in modo che fosse consegnato per tempo a New Orleans». Si accigliò di nuovo, massaggiandosi la fronte con un dito. «Anna Louise era di ottimo umore, era entusiasta per quel viaggio e non vedeva l'ora di incontrarsi con i suoi amici, soprattutto con Tilda Brown, una ragazza davvero adorabile. Tilda era spesso nostra ospite, le siamo tutti molto affezionati».
«Tilda Brown avrebbe dovuto partire con voi per New Orleans ma...». «Oh sì, sì, sì. Ha detto che voleva partire prima e Phyllis l'ha aiutata con i preparativi. Non ho idea del perché, ma sa come sono le ragazze a quell'età, se la prendono per le sciocchezze più banali. Comunque, siamo partiti, siamo andati all'aeroporto e...». Lorraine l'ascoltò ripetere, proprio come aveva fatto il marito, quasi parola per parola la dichiarazione fatta alla polizia, dal momento in cui erano arrivati in albergo fino alla cena. «Non le viene in mente niente, per quanto insignificante, che potrebbe non aver raccontato alla polizia o agli altri detective?». «Mia cara, ho ripensato un'infinità di volte a quelle ore, le ho riviste nella mia mente come se fosse uno schermo cinematografico, cercando di trovare un indizio, ma non c'è nient'altro, assolutamente niente di nuovo che riesca a ricordare. È questo il motivo per cui è tutto così orribile, perché non riesco a pensare anche a una sola cosa che possa essere d'aiuto. Mia figlia era felice, allegra, eccitata per il Carnevale...». «Si era mai allontanata da sola prima?». «Naturalmente, ma mai senza dirci dove andava o chi avrebbe visto. È una ragazza intelligente, consapevole dei pericoli a cui poteva andare incontro trovandosi sola fuori la sera, soprattutto nel vecchio quartiere francese. Avevamo parlato di quanto fosse importante che ci facesse sempre sapere dove si trovava. Ovviamente, qualsiasi ragazza di Los Angeles è più che consapevole di quanto sia pericoloso accettare passaggi da sconosciuti o droghe...». «Sua figlia ha mai fatto uso di droghe?». «Mi scusi?». «Che lei sappia Anna Louise ha mai fatto uso di droghe, ha mai fumato della cannabis, per esempio?». «No, assolutamente no, non fuma nemmeno sigarette. E beve molto di rado, magari un bicchiere di champagne ma niente di più. Vede, mia figlia tiene molto alla sua salute e alla cura del suo corpo. Ama gli sport ed è chiaro che qualunque abuso di droghe o di alcol sarebbe inconcepibile per lei. Non mi fraintenda, so che non è perfetta. A volte si arrabbia per un nonnulla e si mette a fare delle scenate, proprio come qualunque altra ragazza della sua età». «Scenate?». «Be', non so se si possano definire esattamente così. Anna Louise è molto viziata, lo so, più da Robert che da me, e lo tiene in pugno, esattamente
come quando era una bambina. Mio marito l'adora ma sa anche essere molto deciso». «Anna Louise è la principale beneficiaria del suo testamento?». «Perché me lo chiede?». Lorraine scelse le parole con estrema cautela. «Be', non ci sono prove che sua figlia sia stata rapita, nessuna richiesta di riscatto, niente. Sto solo cercando di scoprire se esiste un movente...». Per un brevissimo istante, Lorraine vide la signora Caley esitare. «Sì, è tra i beneficiari del mio testamento, naturalmente». «È la maggiore beneficiaria?». «Sì, ma lo è anche del testamento di mio marito. Ha posto anche a lui questa domanda?». Lorraine tenne lo sguardo basso, come se stesse studiando i suoi appunti. «Sì». «Ah, capisco. Sì, be', se dovesse accadere qualcosa Anna Louise sarebbe automaticamente l'unica beneficiaria. E se, Dio non voglia, dovesse accadere qualcosa ad Anna, allora sarebbe Robert a ereditare e viceversa, naturalmente». Lorraine sollevò lo sguardo, preoccupata, perché ora non erano solo le mani di Elizabeth Caley a tremare, ma tutto il suo corpo. «Si sente bene?». «Cos'è successo a mia figlia?». «Non lo so, signora Caley, ma farò di tutto per scoprirlo». «Pensa che sia morta?». «Finché non ne saprò di più non potrò rispondere alla sua domanda». Elizabeth si alzò lentamente in piedi, reggendosi al bordo della chaiselongue. Lorraine la guardò attraversare la stanza appoggiandosi ai mobili, prima allo schienale di una sedia poi al ripiano di un cassettone. «Mi scusi, è solo un... La prego, prenda pure dell'altro caffè». Lorraine si alzò, pronta ad aiutarla, ma Elizabeth si aggrappò allo stipite della porta che conduceva alla camera da letto. Prima che Lorraine potesse raggiungerla, era già uscita e si era richiusa la porta alle spalle. Lorraine si versò un'altra tazza di caffè, poi notò una macchia scura di umidità sulla chaise-longue. Elizabeth Caley era incontinente? Cercò di ricordare il momento in cui aveva notato il suo tremore - era cominciato proprio quando le aveva chiesto del testamento? Phyllis entrò nella stanza, rivolse un brusco cenno col capo a Lorraine, mormorò «Mi scusi», e si affrettò a entrare nella camera da letto.
Lorraine attese circa una decina di minuti. Phyllis ricomparve, un sorriso incerto sulle labbra. «Vado a prendere dell'altro tè. Vuole ancora del caffè?». «No, grazie, basta così. Si sente bene la signora Caley?». «Sì, è solo che si stanca con estrema facilità, quindi spero che non si tratterrà ancora a lungo». Rapidamente Phyllis prese un cuscino da una delle poltrone e lo usò per coprire la macchia sulla chaise-longue. Poi spinse il carrello verso la porta. Stava per uscire quando dalla camera da letto una voce alta e acuta la chiamò. «Phyllis... Phyllis!». Lorraine guardò la donna rientrare frettolosamente nella camera da letto. La sentì sussurrare qualcosa ma non riuscì a distinguere le parole. In quel momento entrò Peters e, prima che Lorraine potesse dire qualcosa, il maggiordomo prese il carrello e lo spinse fuori dalla stanza. Si accorse che un luce sul telefono stava lampeggiando e sentì di nuovo la voce bassa di Phyllis. Questa volta Lorraine si avvicinò alla porta della camera da letto. «Penso che sia una buona idea. Posso chiederle di andarsene. Bene, sì, glielo dirò io». Lorraine fece a malapena in tempo a riprendere posto sulla poltrona prima che Phyllis rientrasse in salotto. «Peters ha portato via il carrello». «Signora Page, credo che sia meglio che se ne vada perché...». «Vattene, Phyllis». Elizabeth Caley adesso indossava un kimono diverso e si stava stringendo la cintura intorno alla vita. «Sarò io a dire alla signora Page quando andarsene. Vattene ora. E porta dell'altro tè per me e quello che stava bevendo alla signora Page». «No, sto bene così, la ringrazio. Comunque se è il caso che me ne vada...». «Assolutamente no. Vai, Phyllis, muoviti». La dama di compagnia sospirò e lasciò la stanza. «Certe volte è proprio una maledetta ficcanaso». Elizabeth si fermò accanto a un tavolo dal ripiano di cristallo coperto di soprammobili e fotografie. Aprì un portasigarette e prese una sigaretta lunga e sottile. Fece scattare la pietra focaia di un accendino di onice, scuotendolo. Lorraine prese il suo e stava per porgerlo alla signora Caley quando finalmente l'accendino di onice si accese. La donna aspirò una boccata di fumo e gettò l'accendino su una poltrona. La bellezza era scomparsa, il suo volto perfettamente truccato sembrava una maschera. «Non voglio che ficchi il naso nei miei affari!». La sua voce
era stridula e le sue mani, dalle unghie simili ad artigli, strinsero ancora di più la cintura del kimono. Con la sigaretta che le penzolava da un angolo della bocca color fucsia, sembrava una puttana da quattro soldi. «Signora Page, faccia quello per cui la pago. E ritirerò la mia offerta di un premio se tornerà dalla signora Salina. Juda non sa niente di mia figlia». Elizabeth prese un foglio di carta intestata, su cui aveva scarabocchiato poche righe dichiarando che s'impegnava a pagare il premio. «Come le ho già detto, avrà un milione di dollari se troverà mia figlia. Ma se parla ancora con Juda Salina, non le darò un centesimo. Capisce quello che le dico? Non le pagherò più niente». La voce della donna era cambiata. A poco a poco, le vocali allungate del suo accento della Louisiana stavano tornando a farsi sentire. Lorraine era affascinata e sapeva che nella sua camera da letto, Elizabeth Caley doveva aver preso della cocaina, delle anfetamine o un eccitante di qualche genere. Era iperattiva - nel modo in cui fumava, camminava, giocherellava con la cintura del kimono. «Ho bisogno di fidarmi di lei». Lorraine ripiegò il foglio. «Può fidarsi di me, signora Caley, glielo assicuro». «Okay, okay, d'accordo, benissimo. Sì, bene, ho bisogno di fidarmi, ho bisogno, mi capisce? Mi capisce?». «Certo», mentì Lorraine, anche se non la capiva, anche se non sapeva cosa stava succedendo, ma proprio quando avrebbe potuto cominciare a scoprirlo, i battenti della porta si aprirono e Robert Caley entrò. Non degnò Lorraine di uno sguardo e andò subito da sua moglie per abbracciarla. «Coraggio, vieni a stenderti, tesoro. Saluta la signora Page». Tenne le braccia strette attorno a Elizabeth, accompagnandola verso la camera da letto. «Penso che sia meglio che se ne vada, signora Page». Lorraine stava per salire in macchina, quando Robert Caley uscì dalla casa e le si avvicinò rapidamente. «Signora Page». Sulla guancia destra aveva un graffio più che evidente. «Sì?», disse lei con aria innocente. «Un attimo, per favore. Ehm, forse ieri non sono stato ehm... del tutto sincero». «Mi scusi?». «Le ho detto che mia moglie non poteva parlare con lei perché era indisposta, come avrebbe fatto un buon addetto alle pubbliche relazioni. Be', credo che abbia appena visto qual è il genere di indisposizione di mia mo-
glie...». Lorraine continuò a fissarlo fingendo di non capire. «Mi scusi?». Lui distolse lo sguardo, massaggiandosi le tempie. «La scomparsa di mia figlia ha turbato profondamente mia moglie. Non so cosa le abbia detto ma penso di doverla informare che talvolta è molto irrazionale e... Negli ultimi anni Elizabeth ha avuto un problema di droga dovuto principalmente a una vecchia ferita... Durante le riprese di Santa Maria, le è caduto addosso un pezzo della scenografia e ha riportato parecchie ferite. I dottori dello studio hanno fatto in modo che potesse tornare sul set già il giorno dopo, prescrivendole dei fortissimi antidolorifici e... ehm... mia moglie soffre ancora molto e nel corso degli anni...». Lorraine attese, osservandolo mentre cercava di scusare in ogni modo il comportamento di sua moglie. «Credo che sia una donna malata, e con la scomparsa di Anna Louise... Ciò che sto cercando di spiegarle è che Elizabeth soffre di una dipendenza da questi cosiddetti antidolorifici. Il problema è sotto controllo, ovviamente, ma in questo periodo li sta usando per il suo dolore psicologico, non solo fisico...». «Capisco». «Bene, perché non vorrei che fraintendesse o, peggio ancora, che ne parlasse con la stampa». «Non lo farei mai». «Bene, la ringrazio. Il fatto è che, con l'aiuto dei dottori, sono riuscito a tenere sotto controllo la sua dipendenza ma a volte, se non sono con lei...». Se stava mentendo era davvero bravo, perché sembrava sinceramente preoccupato per sua moglie. «Capisco perfettamente, signor Caley. Questo dev'essere un periodo molto difficile, non solo per sua moglie, e ovviamente tutto ciò che mi viene detto, tutto ciò che vedo, resterà rigorosamente tra di noi». Caley si voltò. «Signora Page, cerchi solo di scoprire se mia figlia è viva o morta perché il non sapere sta distruggendo me e sta uccidendo mia moglie». CAPITOLO 5 Rooney sedeva scompostamente sulla sedia di Lorraine dietro la scrivania. Quando suonò campanello, sia lui che Rosie si voltarono a guardare verso la porta. Nick Bartello era sulla soglia e stava osservando lo zerbino. Come al solito, aveva la barba lunga, mentre i suoi capelli neri, ricci e folti
gli arrivavano fino al colletto. Entrò nell'ufficio. La camicia di denim sgualcita e i jeans stazzonati non toglievano niente al suo fascino. Era uno di quegli uomini che bastava guardare per capire che avevano avuto una vita dura e intensa. Non zoppicava in modo molto evidente, si notava a malapena. «Ehi, Nick, come ti va la vita?», muggì Rooney. «Mi sento fottutamente a pezzi. Avete per caso una tazza di caffè?». «Certo, Nick. A proposito, questaè Rosie». «Ciao, Rosie». Bartello si lasciò cadere sulla sedia da cui lei si era appena alzata. «Ehi, amico, ci siamo presi una bella sbronza ieri sera, non è vero?». «Eccome, Nick, eccome». Rosie incominciò a preparare il caffè mentre Nick si toglieva dalla tasca un taccuino e alcuni pezzi di carta. «Okay, ecco come stanno le cose. I grandi capi dell'agenzia hanno gettato la spugna e mi hanno passato il caso, magari giusto per mettermelo nel culo. Come ti ho già detto ieri sera, se non arriverò a scoprire qualcosa, e finora non ho scoperto un cazzo, verrò licenziato. Inoltre proprio oggi, una decina di minuti fa, Robert Caley ha minacciato di mandarci a spasso se non riusciremo a ottenere qualche risultato». Rosie tornò alla scrivania. «Ho messo su il caffè». Nick le rivolse un sorriso abbagliante. «Grazie, dolcezza, fallo nero e forte». Si voltò di nuovo verso Rooney che sogghignò. «Nick viene pagato mille dollari la settimana più le spese, la Agnews ne guadagna circa cinquemila. Probabilmente hanno detto a Caley che siete in tre a indagare, giusto, Nick?». «Esatto, ma in realtà i pezzi grossi dell'agenzia si stanno occupando di un nuovo caso, stanno cercando l'ex marito di una qualche ricca stronza. Lo tireranno per le lunghe, così praticamente lavoro da solo sul caso Caley. L'agenzia non vuole perdere i suoi cinque bigliettoni alla settimana e io non voglio perdere il mio lavoro». Rooney gli lanciò un'occhiata obliqua. «Gli hai raccontato di noi?». Nick scrollò le spalle. «Non ho detto una sola parola. All'agenzia sanno che siete sul libro paga dei Caley e, ehi, Rosie, che fine ha fatto quel caffè? Quello che hai di fronte è un uomo disperato». Rooney sbuffò mentre Rosie controllava la macchina del caffè; era quasi pronto. Nick Bartello le piaceva, magari era un po' rude, ma c'era qualcosa
di adorabile in lui. E aveva un sorriso irresistibile. «Bill, io sono pronto a dividere i miei guadagni, dirami che cos'hai e io farò altrettanto». «Ma tu non hai un cazzo». «Esatto». Nick scoppiò a ridere. La sua risata era calda e accattivante come il suo sorriso. «E allora perché dovremmo metterci con te? Ce la caveremo benissimo da soli». «Be', forse ho scoperto qualcosa che non ho voluto riferire a quegli stronzi dei miei capi. Credevi che non sapessi a cosa miravi?». Rooney sbuffò di nuovo; nonostante il suo modo di fare rilassato e alla mano, Nick non era affatto uno stupido. «Dev'essere qualcosa di molto interessante, se vuoi metterti in società con noi». Nick Bartello si accarezzò la barba sul mento. «Be', forse ho qualcosa che vale abbastanza da convincervi a dividere il premio di un milione di dollari della signora Caley anche con me». Rosie si voltò di scatto a guardare Rooney; si era ubriacato così tanto da andarlo a raccontare a Bartello. Per un attimo lui ebbe la decenza di sembrare imbarazzato. Rosie sbatté la tazza di caffè sul tavolo. «Non credi che dovremmo discuterne con Lorraine?». Bartello scoppiò a ridere. «Senti, se Jack Lubrinski la stimava, allora vuol dire che è in gamba ed è okay per questo lavoro. È una forte bevitrice, giusto?». «Non più», disse Rosie ostile. «Okay, forse non lo è, ma quello che dico è: io vi do le mie informazioni e voi mi date una parte del milione di dollari. Io mando al diavolo il mio lavoro, e viviamo tutti felici e contenti, senza più ipoteche sulla casa e con un po' di soldi in banca». Rooney lanciò a Rosie un'occhiata accigliata poi tornò a guardare Bartello. «Okay, per me va bene, e anche Lorraine sarà d'accordo. Allora, che cos'hai?». «Credo che dovremmo aspettare Lorraine prima di continuare», si intromise Rosie, versando altro caffè. «Ehi, forza, avete soltanto due settimane», disse Nick. Rosie fissò Rooney sapendo che doveva aver raccontato ogni cosa a Nick. «Voi state indagando solo da un paio di giorni, mentre io sto lavorando
al caso da un bel po' di settimane e potrei farvi risparmiare un sacco di tempo prezioso». «Tu non hai nessuna informazione», disse Rooney con voce piatta. «Okay, voglio essere sincero. So qualcosa che non ti ho detto ieri sera, ma non ho nessuna intenzione di venirtela a raccontare se prima non ci stringiamo la mano». Rooney guardò Rosie che scrollò le spalle. «Okay, siamo d'accordo». I due uomini si strinsero la mano. Bartello sorseggiò il caffè, poi disse: «Okay, tanto per cominciare, so da fonte certa che Elizabeth Caley fa uso di droghe. Così, forse la scomparsa della sua preziosa figlioletta ha qualcosa a che fare con questo». «Cazzo, ma dici sul serio?», domandò Rooney. Nick bevve qualche altro sorso di caffè. «Certo che è vero, ha un vizietto che le costa circa tremila dollari la settimana. Sto controllando gli spacciatori, voglio dire, magari era indebitata fino al collo e sua figlia ci è andata di mezzo. Ho anche il nome del suo dottore. È molto amato dalle star, ma è anche conosciuto in altri ambienti per rilasciare ricette alquanto dubbie». «Si tratta di cocaina?». «A quanto pare la signora prende qualsiasi cosa su cui riesce a mettere le mani. È stata in due centri di riabilitazione, di quelli extralusso». Nick passò a Rooney le fotocopie di alcune cartelle cliniche graffettate insieme. «Le ho avute da un'adorabile infermiera per un centinaio di dollari. Se decidesse di venderle ai giornali scandalistici, quella deliziosa fanciulla potrebbe farci un bel po' di soldi». Rooney studiò il fascicolo medico di Elizabeth Caley. «Ma qui c'è scritto che la donna si chiama Maureen Sweeney...». «Già, be', non c'è da meravigliarsi che non ci sia il suo vero nome. È normale in questo genere di terapia». Rooney finì di leggere il documento poi lo passò a Rosie. «Tutto qui?». Nick si dondolò sulla sedia. «Be', per cominciare. E voi cosa avete?». «Lorraine è andata a parlare con una medium», disse Rosie e Rooney le diede un calcio sotto la scrivania. Nick la fissò. «Juda Salina?». Rosie sì accigliò. «Ehm, non ne sono sicura». Rooney si voltò a guardare Nick. «Sei riuscito a cavare qualcosa di interessante da quella donna?». Nick scosse la testa. «Nah, è un'imbrogliona». Rooney annuì. «Già, sono d'accordo. E per questo che non mi sono
nemmeno disturbato ad andarla a interrogare. Non capisco come mai a Lorraine interessi così tanto». «Allora, che altro avete?». Nick rimase un attimo in silenzio, vide Rooney lanciare uno sguardo a Rosie, e alzò gli occhi al cielo. «Cristo santo, non hai un cazzo nemmeno tu, razza di bastardo». «Rooney ha fatto cosa?», strillò Lorraine nel ricevitore del telefono dell'auto. «Cerca di calmarti adesso», disse Rosie con voce tremante. «Calmarmi! Ma sei impazzita? Mi dici che quello stupido ciccione bastardo ha coinvolto qualcun altro e non solo gli ha raccontato quello che sappiamo ma gli ha persino offerto una parte della ricompensa di un milione di dollari, e tu mi dici di calmarmi?!». «Si sono scambiati delle informazioni», balbettò Rosie. «Non me ne frega un cazzo di cosa si sono scambiati». «Ma le informazioni di Nick erano interessanti e...». Lorrame la interruppe. «Stronzate. Credi che non sapessi già che Elizabeth Caley è una drogata fuori di testa? Gesù Cristo, Rosie, l'ho capito la prima volta che siamo stati da lei». «Be', io non l'avevo capito». «Tu non l'hai mai vista di persona», replicò Lorraine bruscamente. «Be', in ogni caso è un problema che possiamo risolvere», disse Rosie, sempre più nervosa. «Oh, certamente. Quel bastardo lavora per la Agnews, dico bene? Giusto? E a voi non è venuto in mente che la prima cosa che farà sarà tornare alla sua agenzia e spifferare tutto quello che abbiamo scoperto?». «Non penso che lo farà», disse Rosie. «No, tu non pensi e basta, cosa che si può dire anche di quello stupidissimo figlio di puttana di Rooney. Come ha potuto fare una cosa simile?». Lorraine, in preda alla frustrazione, diede un pugno al cruscotto. «Dove sono adesso, Rooney e il suo amico Bartello?». «A casa». «Ci vediamo là». Rosie impiegò circa venti minuti a raggiungere l'incrocio di Orange Grove, poi si incamminò per Marengo Drive. Vide l'auto presa a nolo parcheggiata in divieto di sosta. Vide anche la macchina di Rooney dall'altra parte della strada. Rosie poteva sentirli discutere già dalla strada.
«Ti ho già detto, Bill, che sono io a dirigere il caso. Non tu. Io». «Okay, okay, mi dispiace, ma posso assicurarti che Nick non dirà una parola ai suoi capi». «Ah davvero? Lo sai per certo, ne sei assolutamente sicuro?». Ormai Lorraine stava urlando. «Cristo, conosco bene Nick Bartello, e ti dico che è un tipo a posto». «Oh, davvero?». «Si! E se provassi a calmarti solo per un secondo...». «Non dirmi di calmarmi, Bill, perché sono fuori di me!». Rosie entrò in casa ma né Rooney né Lorraine la degnarono di uno sguardo. Rooney aveva il volto arrossato e l'aria colpevole. «Nick arriverà da un momento all'altro così potremo risolvere questa faccenda». «Non ho nessuna intenzione di dividere il milione di dollari in quattro parti!». «Non dovremmo metterlo ai voti?», si intromise Rosie, rimpiangendo immediatamente di averlo fatto. Lorraine la fulminò con lo sguardo mentre si sbottonava la camicetta e si dirigeva verso la camera da letto. «Quand'è che voi due ve ne farete una ragione? Questo caso è mio, mio, quindi nessuna votazione del cazzo, sono io che prendo le decisioni!». Rosie stava facendo una dieta a base di pasta e insalata e, da quando avevano cominciato a lavorare al caso Caley, era riuscita a perdere due cliili. Era rimasta sorpresa per quel risultato e aveva deciso di dare un drastico taglio ai dolci fuori pasto. Quel nuovo regime senza grassi la faceva sentire molto meglio - fisicamente e mentalmente. «Che cos'è?», chiese Lorraine prendendo con la forchetta un pezzo di pasta a spirale. «Sono solo fusilli con aglio e sugo di pomodoro. Se non ti piacciono, ci penseremo io e Bill a finirli». Lorraine ne prese una forchettata e fece una smorfia. «Dio mio, ci sei andata pesante con l'aglio». «Se vuoi metterti ai fornelli, accomodati, la cucina è tutta tua», disse Rosie. «Allora, quando arriverà questo Nick?». «Tra non molto», rispose Rooney. Lorraine si alzò e andò a prendere il suo taccuino. «Okay, Juda Salina
non mi ha detto niente a parte il fatto che è stata assunta da Elizabeth Caley, non dal marito. Non mi ha raccontato molto perché ha detto che sarebbe sleale nei confronti della sua cliente e altre stronzate del genere, e la signora Caley ha minacciato di toglierci il premio se ci metteremo ancora il contatto con la Salina. Dovrò fare un'altra chiacchierata con la nostra Stella del Cinema che si fa di 'antidolorifici', se vogliamo chiamarli così. Robert Caley ha ammesso che sua moglie ha problemi di droga e ho avuto l'impressione che lei avesse paura che qualcuno, il marito o più probabilmente io, potesse scoprire che è una drogata. Ad ogni modo, Caley è stato piuttosto chiaro, ma al momento anche lui è un possibile sospetto. Il suo movente potrebbe essere il denaro. Senza sua figlia, non c'è praticamente più niente che lo separi dall'eredità. Questa è solo una supposizione perché la signora Caley mi ha detto che sia lei che il marito hanno scelto la figlia come prima beneficiaria, quindi chiunque dei due se ne andrà prima, l'altro diventerà immensamente più ricco». Sollevò lo sguardo su Rosie che le stava già portando via il piatto per prendersi i suoi avanzi. «Cazzo, Rosie, non ho ancora finito». «Scusa, pensavo che l'aglio...». «No, è squisita». Lorraine si riprese il piatto e mangiò un'altra forchettata di pasta. «Allora Caley è tra i sospettati?», domandò Rosie. «Ora come ora direi di sì, comunque dovrei controllare il suo conto in banca...». In quel momento, Nick Bartello fece capolino dalla porta. Doveva aver ascoltato gran parte della loro conversazione. «Io direi che il testamento è un buon movente. Elizabeth "ex star del cinema" Caley vale circa cinquantacinque milioni di dollari». Rooney si tolse il tovagliolo dal colletto della camicia e si alzò in piedi. «Ciao, Nick. Allora, per prima cosa le presentazioni. Lei è...». «Lorraine Page della Page Investigazioni», disse Nick sorridendo, la mano tesa verso Lorraine. Lei non gliela strinse, ma si limitò a sollevare il suo bicchiere d'acqua in segno di saluto. «E così lei è Nick Bartello». «Già, sono proprio io». «Ci siamo già incontrati?». Lorraine continuò a mangiare. «No, ma ho sentito parlare molto di lei». «Davvero?», disse Lorraine. Nick guardò Rooney, confuso dalla freddezza di Lorraine. Prese una se-
dia e Rosie gli versò un bicchiere d'acqua. «E che cosa si dice di lei, Nick?», chiese Lorraine in tono sarcastico. «O posso chiamarla semplicemente 'lo Zoppo'?». «Che sono un adorabile figlio di puttana, per esempio». Il sorriso che aveva fatto sciogliere Rosie non scalfì minimamente Lorraine. Aveva già incontrato anche troppi uomini come Nick Bartello, feriti in servizio o meno, e lui non zoppicava poi così tanto. «In che squadra era?». «Nella mia, be', ai tempi in cui lavoravo all'antidroga», rispose Rooney con voce piatta. «Davvero? E così lei e Bill siete vecchi amici». «Già, siamo così amici che mi sono fatto riempire una gamba di piombo grazie a questo simpatico bastardo che non mi aveva informato che lo strafatto di coca che dovevamo arrestare aveva un arsenale che avrebbe fatto impallidire l'esercito degli Stati Uniti». Lorraine annuì. «E quindi pensa che Bill sia in debito con lei». Nick Bartello smise improvvisamente di scherzare. «Per quello che è accaduto posso dare la colpa solo a me stesso, signora Page, e nessuno mi deve niente. Ho fatto solo il mio dovere e ho una pensione di invalidità che lo dimostra. Bill e io siamo solo vecchi amici». Rooney, sentendosi molto a disagio, pensò che avrebbe fatto meglio a parlare prima che fosse Nick a farlo. «Nick ha lavorato con Jack Lubrinski per qualche tempo. E quando ho cambiato squadra, ho portato Jack con me». «Già, grazie a Dio, era completamente fuori di testa». «Chissà che coppia eravate». Nick esitò. «Già, siamo stati incredibili, signora Page, per circa una decina di minuti». Lei distolse lo sguardo. «E così adesso lavora per l'Agenzia Investigativa Agnews. Lubrinski sarebbe molto fiero del suo avanzamento di carriera». «Certo, signora, lavoro per loro e so meglio di lei cosa ne penserebbe Jack. Da quello che ho sentito, ci andavate giù pesante con l'alcol». Si portò il bicchiere alle labbra, osservandola. Era una dura, questo doveva concederglielo, visto che non aveva fatto una piega nel sentire quella sua ultima osservazione. «Allora, ha parlato alla Agnews di noi?». «No». «Davvero? Dice sul serio? Non ha nemmeno accennato al fatto che ci è
stata offerta una ricompensa?». «No, e non ho intenzione di aprire bocca, soprattutto se avrò una fetta del malloppo». «Questo significa che glielo dirà o non glielo dirà, signor Bartello?». «Nick». «Okay, Nick, perché dovrei credere a una sola parola di quello che mi dici?». Lui posò lentamente il bicchiere sul tavolo. «Perché sono solo un loro dipendente e se ottenessi una parte di quel denaro potrei mandare affanculo la Agnews e tutti quelli che ci lavorano. Che problema hai? Vuoi un fottuto riassunto delle puntate precedenti? Bill non ti ha detto che abbiamo lavorato insieme?». «Sì, ma il fatto che tu abbia zoppicato un po' nell'ambiente non è un granché come curriculum». «Vaffanculo! Ehi, Billy, ma cos'è questa storia? Chi cazzo è questa stronza?». Era arrabbiato e teneva gli occhi fissi su Rooney. cercando di controllarsi. «È il capo, Nick». Bartello si voltò a guardare Lorraine. «Oh Dio, Dio, Dio, ci siamo proprio dati una ripulita, vero, signora Page?». «Oh Dio, Dio, Dio, signor Bartello, hai indovinato. Quindi perché non ci diamo un taglio con queste stronzate e non mi dai una buona ragione per cui dovresti guadagnarci anche tu se troviamo Anna. Louise Caley? Perché quello che hai detto a Bill riguardo alla signora Caley, io lo sapevo già, e sinceramente non lo ritengo abbastanza per darti una fetta della nostra possibile ricompensa». Nick si sporse verso di lei. «Forse, occhioni blu, so altre cose che potrebbero interessarvi». «Sono tutta orecchi ma dev'essere qualcosa di meglio di quello che abbiamo noi». Lui le rivolse il suo sorriso irresistibile e disse: «Oh, già, cosa dovrei fare? Applaudirvi per i vostri progressi? Fino a questo momento, avete scoperto soltanto stronzate...». «Non che tu ci abbia fornito niente di meglio», disse Lorraine, colpita da quel sorriso. Rooney e Rosie potevano quasi vedere le scintille che scoccavano tra Nick e Lorraine, mentre parlavano. Bartello si dondolò sulla sedia e da una tasca trasse un pacchetto stropicciato di Kool. Ne prese una, aprì l'accendino e lanciò uno sguardo obliquo
a Lorraine. «Pensate che Robert Caley sia uno dei sospetti più probabili? Be', potreste anche aver ragione. Per come la vedo io, con la figlia morta, finirà tutto in mano sua, giusto?». «Già, ma dovrebbe anche uccidere la vecchia stella del cinema per mettere le mani sui soldi». «Forse ha già pronto un piano». «Sì, forse». «Secondo te, un uomo che ha ucciso la sua stessa figlia non potrebbe fare altrettanto con la moglie? Le migliori agenzie investigative non sono state assunte dalla signora Caley ma dal marito, quindi lo stesso ragionamento lo si potrebbe applicare anche alla donna. Forse è lei che vuole i soldi del marito». Nick rimase in attesa della risposta di Lorraine. «Ma lui ne ha? Ho trovato dei vecchi articoli di giornale in cui si diceva che Caley era un semplice agente immobiliare quando si sono sposati». «Ma questo accadeva più di vent'anni fa. Adesso ha un grosso giro d'affari, ho controllato personalmente e quindi il denaro non gli manca. Qualcos'altro?». Rosie e Rooney erano tagliati fuori e potevano soltanto guardare Lorraine e Nick concentrandosi ora sull'uno ora sull'altra come se stessero assistendo a una partita a scacchi. «Se consideri Robert Caley un possibile sospetto, signora Page, ti trovi ancora in alto mare». «Perché?». «Perché se avessi fatto sparire mia figlia, non assumerei metà dei migliori detective privati di Los Angeles, compreso il sottoscritto... E se Caley è davvero il nostro uomo, ha assunto tutta la gente disponibile e anche di più solo perché è dannatamente sicuro di non aver lasciato alcuna prova. Mi segui?». «A dire il vero, no». Nick sorrise. «Oh, invece penso di sì, signora Page. Credo che tu mi abbia capito molto bene». La risata rauca di Lorraine lo colse con la guardia abbassata. Lorraine Page cominciava a piacergli ma non aveva alcuna intenzione di farglielo capire. Immaginava che si mangiasse uomini come ogni giorno a colazione. Rooney si accese una sigaretta. «Allora, siamo insieme in questo affare oppure no?». Nick guardò Lorraine, inclinando la testa di lato. «Sta alla signora deci-
dere». «Che cos'hai, Nick?», chiese Lorraine bruscamente. Lui si infilò una mano in tasca e ne estrasse un quarto di dollaro. «Lancia tu per chi deve cominciare prima». Lei prese la moneta. «Okay, testa o croce?». «Decidi tu». «Testa». Lanciò la moneta sul tavolo. «Okay, immagino che tocchi a me». Nick la guardò. Era consapevole di ogni curva del suo corpo mentre lei si alzava con movimenti sinuosi dalla sedia. Lorraine si accese una sigaretta e inspirò una lunga boccata. Gli piaceva come socchiudeva le labbra per lasciar scivolare fuori il fumo. «Penso che la ragazza sia morta, è tutto troppo tranquillo, sembra sparita nel nulla, e nessuno l'ha mai vista da allora. Certo, so di alcuni casi di persone scomparse ritrovate dopo molto più di undici mesi, tuttavia ho la sensazione che Anna Louise sia morta da molto tempo». Nick annuì. «Ma Bill ha detto che il premio di un milione di dollari è sempre valido, che la ragazza sia viva o morta, giusto?». Lorraine esitò per un attimo. «Questo significa che sei d'accordo con me?». «Certo, e anche Bill è della stessa opinione». Rooney guardò Lorraine. «Infatti, penso che la ragazza sia andata ormai». Nick alzò la mano. «La pupa è morta, su questo siamo tutti d'accordo?». «No», disse Rosie. «Io non sono sicura che sia morta, be', non lo sarò finché non avremo trovato delle prove. Potrebbe essere semplicemente scappata di casa. I ragazzi della sua età lo fanno spesso. Voglio dire, so di alcuni adolescenti che sono spariti e sono ricomparsi molti anni dopo, magari questo è uno di quei casi». Lorraine incrociò lo sguardo blu acceso di Nick Bartello e non ci fu bisogno di dire niente; entrambi erano convinti che Anna Louise fosse morta. «Già, forse hai ragione, Rosie». Lorraine continuò a guardare Nick. «Hai parlato con Juda Salina?». Bartello annuì. «Ce ne sono tante come lei, le basta una fottuta sfera di cristallo e una tenda. Dice un mucchio di stronzate e guadagna un sacco di soldi. La nostra città è piena di gente disperata. Credo che stia spremendo per bene Elizabeth Caley, queste star del cinema prima o poi si appassio-
nano a questa roba da psicopatici, sai com'è. E la faccenda del segreto professionale è solo un'altra cazzata, per non parlare poi del fatto che avrebbe collaborato con la polizia, ho controllato e non è vero niente. È più probabile che abbia letto una storia simile sul "National Enquirer". Dai rapporti della polizia risulta che non ha mai trovato niente di lontanamente utile, si è solo intromessa per farsi pubblicità». Rooney sentì di dover dire qualcosa. «Vuoi rivederla? La signora Caley te l'ha proibito». Guardò Nick. «Ha detto a Lorraine che avrebbe annullato la ricompensa...». Lorraine lo interruppe. «Dobbiamo andare a New Orleans. Robert Caley mi ha offerto di andare con lui sul suo jet privato. Ho deciso di accettare, così avrò un po' di tempo per parlargli». Nick sorrise. «Oh, a quanto pare stai puntando in alto». «Cosa vorresti dire?». Nick si passò una mano tra i capelli scarmigliati. «Senza offesa, ma Caley è un bell'uomo e... Ehi, stavo solo scherzando. Non hai scoperto nient'altro?». «Se tu e Bill ne avete parlato, scommetto che sai già praticamente tutto». «Già, ma tu che cosa stai nascondendo?». Lorraine scoppiò a ridere. «Chi ti dice che sto nascondendo qualcosa, Nick?». «L'intuito suppongo, tesoro. Tu hai la sensazione che la ragazza sia morta, quindi, dimmi, che altre sensazioni hai?». Lorraine tornò a sedersi, avvicinando la sedia a quella di lui. «Sta succedendo qualcosa di strano in quella reggia che i Caley chiamano casa. Elizabeth Caley ha paura, forse del marito, non lo so». «Ma tu hai intenzione di andare a New Orleans sul jet privato di Robert Caley?». «Ho intenzione di provare». Nick le sorrise nuovamente con aria d'intesa e Lorraine distolse lo sguardo. Lui le appoggiò una mano sul braccio. «Non preoccuparti, capisco che è un bell'uomo. Se fossi in te, cercherei di levargli i pantaloni». «Lasciami in pace, Cristo santo». «No, fa' quello che devi fare». «E questo cosa vorrebbe dire?», chiese Lorraine bruscamente. «Se può servirti a ottenere delle informazioni, scopatelo. Come ti ho detto, se fossi al tuo posto e se fossi una donna, probabilmente farei la stessa cosa, perché voi tre non avete molto su cui lavorare e nemmeno molto
tempo. Senza contare il fatto che potresti anche divertirti. Comunque, detto questo, forse ho...». «Hai cosa?», domandò Rooney, sporgendosi verso di lui. Nick si accese un'altra sigaretta con il mozzicone della precedente e si appoggiò allo schienale della sedia. «Okay, questo è proprio tutto? È tutto quello che avete? Bene, allora credo che sia il mio turno». «Infatti», disse Lorraine, infastidita ma anche leggermente imbarazzata dalle sue allusioni, perché era come se Nick Bartello le avesse letto nel pensiero. Lei era davvero attratta da Robert Caley. Ma Nick aveva toccato anche un altro tasto dolente - lei e la Page Investigazioni non avevano ancora scoperto un granché. Aveva qualche sospetto, ma non ne aveva mai parlato con nessuno. «Be', stiamo aspettando, signor Bartello», disse, inclinando la testa di lato per fargli il verso. «Sono certa che hai molto più di noi. Inoltre è già un bel po' che ti occupi di questo caso, quindi piantala con le cazzate». Nick aspirò una lunga boccata dalla sigaretta poi, lentamente, prese due fogli di carta spiegazzati dalla tasca posteriore dei jeans. Li lisciò con cura, senza fretta. Sembravano pagine strappate da un piccolo bloc-notes. «Devo controllare il mio archivio, per vedere se posso trovare qualche punto in comune con le vostre informazioni», sogghignò, indicando i fogli malconci. «Perché non cominci a parlarci della droga?», suggerì Rooney. Era stanco e aveva bisogno di un drink. «Okay. Circa dieci anni fa, ho arrestato un tizio, Gerry Fisher. Comunque, salta fuori che è il marito di una delle migliori agenti dell'antidroga, non era una che lavorava nella mia squadra, comunque mi hanno fatto capire che non dovevo essere troppo duro, sapete come vanno queste cose. Perciò lascio andare Fisher e lui è in debito con me, giusto? Comunque, diciotto mesi dopo, lo pizzico di nuovo e sta ancora vendendo droga e gli dico: "Questa volta ti sbatto dentro e non m'importa nemmeno se sei sposato con il Presidente." Fisher era una specie di mediatore. Aveva un grosso fornitore e vendeva la droga a un dottore dei quartieri alti, un certo Hayleden, che aveva un sacco di pazienti famosi che non si accontentavano dei soliti medicinali. Fisher non sapeva nemmeno per chi era la droga, prendeva gli ordini e consegnava tutto in ambulatorio. Anzi, in realtà, non vedeva Hayleden quasi mai. Io avevo deciso di occuparmi anche del dottore, ma è stato proprio allora che mi hanno riempito la gamba di piombo e così mi sono ritrovato fuori gioco. Quindi Fisher...».
Rooney lo interruppe, sbattendo un pugno sul tavolo. «Che cos'ha a che fare tutto questo con il caso? Arriva al punto, Nick!». «Okay, okay, hai ragione. Ora, ancora prima che cominciassi a lavorare al caso Caley, stavo tenendo d'occhio il figlio di un'altra stella del cinema. I suoi pensavano che si fosse messo a spacciare perché era fatto dalla mattina alla sera, e così si erano rivolti all'agenzia per farlo seguire e coglierlo in flagrante prima che lo facesse la polizia, e anche per dargli una bella strigliata. E, tombola!, mi rivolgo a Fisher che mi deve ancora un favore, giusto?, e lui mi spiega che questo ragazzo compra la roba da lui e poi la rivende agli studenti del college». «Anna Louise Caley?», domandò Lorraine, di colpo interessata. «No, aspetta un secondo. Io faccio quello che devo, seguo il ragazzo, eccetera eccetera, e faccio guadagnare all'agenzia un bel gruzzoletto. Fisher se la fa sotto perché teme che sarà arrestato, ma i familiari del ragazzo non ci pensano neanche a denunciarlo, vogliono soltanto rimettere in riga il loro ragazzo. E così Fisher mi dice che mi darà un sacco di informazioni su certa gente famosa se non mi rivolgo alla polizia. Io gli dico di andare affanculo e, per farla breve...». Lorraine, Rosie e Rooney gemettero esasperati, ma Nick alzò la mano. «Ehi, ehi, aspettate, ci sto arrivando. Quando mi affidano il caso Caley, decido di servirmi di Fisher e così gli chiedo se quel ragazzo vendeva anche ad Anna Louise. Lui mi dice di non averla mai sentita nominare e non la riconosce nemmeno dalla foto che gli mostro, così gli spiego che è la figlia di Elizabeth Caley, che un tempo si chiamava Elizabeth Seal ed era una stella del cinema». Nick guardò i suoi appunti, stringendo gli occhi. «Ed è qui che le cose cominciano a farsi interessanti. Fisher non vendeva roba ad Anna Louise ma a sua madre! È andata così, una notte Fisher riceve una chiamata di emergenza dal dottor Hayleden, che è a sciare ad Aspen o da qualche altra parte, che gli dice di portare la roba migliore che ha al suo ambulatorio il prima possibile, si occuperà un'infermiera del pagamento». Contò sulle dita. «La richiesta era di cocaina, anfetamine, un po' di crack e una montagna di tranquillanti - sonniferi, temazepam - ed è chiaro che qualcuno ha organizzato una bella festicciola. Così porta la roba all'ambulatorio, gli danno i suoi soldi come al solito e se ne torna in macchina. Poi si dice, perché non provare a scavalcare il dottore? E così Fisher aspetta e, un'ora e mezza dopo, arriva in auto una donna magra. La vede entrare nell'ambulatorio, uscire in fretta e furia e risalire in macchina. Lui la segue perché sa che l'ambu-
latorio è chiuso e perciò questa tizia dev'essere per forza la cliente, giusto? E lei lo porta dritto alla residenza dei Caley. Ferma la macchina davanti al cancello e Fisher decide di provarci. Raggiunge la donna e lei si mette a urlare e dice che non sa di cosa stia parlando, era solo andata a ritirare una ricetta e che se non se ne andrà al più presto, chiamerà la polizia. Il cancello si apre e la donna entra... Lui pensa di essersi sbagliato, ma riceve altre chiamate urgenti e rivede sempre la stessa donna, e così capisce che non si era affatto sbagliato. La ferma di nuovo e questa volta la donna è ancora più agitata ma lui riesce a calmarla e le spiega che non è un poliziotto, solo...». «Stai parlando di Phyllis Collins?», chiese Rosie. «Già, solo che adesso lei ha paura che Fisher racconti tutto di lei e della stella del cinema, e accetta di trattare direttamente con lui. Phyllis lo chiamerà, gli dirà di cosa ha bisogno e si incontreranno in un caffè o da qualche altra parte. Così il dottore perde la Caley e non solo, perché Fisher riesce a soffiargli qualche altro cliente. Poi Phyllis dice a Fisher che non comprerà più niente, che la signora Caley è in clinica per disintossicarsi, e la sua bella fonte di guadagno finisce giù per il cesso. Ma qualcuno in casa ha ancora un brutto vizio, un vizio da diverse migliaia di dollari la settimana, secondo Fisher». «Mio Dio, Elizabeth Caley?», mormorò Rosie. Nick scrollò le spalle. «E poi, ma questo potrebbe anche non c'entrare, il mio caro amico Fisher...». «Posso parlargli?», domandò Lorraine. «Sarà dura. È stato trovato morto tre settimane fa, è ancora all'obitorio, sai sono indietro col lavoro. Comunque probabilmente è stata un'overdose, aveva un ago piantato nel braccio». «Cazzo», disse Lorraine, versandosi dell'altro caffè. Nick spostò lo sguardo sulla seconda pagina spiegazzata. «Quindi, sappiamo che la segretaria faceva compere per sua maestà. Direi che è una buona pista da seguire, e faremmo meglio a interrogare Phyllis perché deve sapere molto più di quello che dice. Tu mi hai detto che pensi che la signora Caley si faccia ancora, quindi direi che ha un nuovo spacciatore o che è tornata a servirsi del dottor Hayleden. Tuttavia dobbiamo tenere presente che non possiamo agitare troppo le acque visto che è la signora Caley che ci sborserà il milione di dollari». «Questo Fisher ti ha mai detto di aver incontrato o venduto roba a Robert Caley?», domandò Rooney.
«No». Nick spense la sigaretta. «Tutto qui?», chiese Lorraine. Nick scrollò le spalle. «Dovremo lavorarci un po' Phyllis... potrebbe esserci un legame tra la droga e la sparizione della ragazza. Forse i fornitori di Fisher si sono incazzati o magari si è incazzato il dottore. Dovremo controllare tutte queste cose. Poi, e questa è una buona notizia...». Nick studiò i suoi appunti, mordicchiandosi un labbro e lanciando un'occhiata a Lorraine. «Ecco, Robert Caley. Sarà anche carino, tesoro, ma per me è il nostro sospetto numero uno, e se non lui i suoi soci». «A causa del testamento?», domandò Rooney. «Tanto per cominciare. Non sappiamo se ha intenzione di scaricare quella drogata di sua moglie ma, senza la ragazza e se Elizabeth Caley muore, lui diventerà molto ricco. E, credetemi, è una fottuta montagna di soldi. Stiamo parlando di più di cinquanta milioni di dollari. Solo la villa in cui vivono ne vale dodici, e hanno anche delle grosse proprietà a New Orleans». «Ma questa è solo una supposizione, dico bene?», chiese Lorraine. «Già, ma sono tutte supposizioni finché non otteniamo dei risultati. E quando prima ho detto che il nostro signor Caley non è certamente a corto di denaro, be', non era proprio la verità. Sapete di cosa si occupa?». «Di vendite immobiliari», disse Rooney impaziente. «Già, infatti. Fa affari sia qui che in Louisiana e guadagna un sacco di soldi». Nick fece una pausa a effetto. «O meglio, guadagnava». Rooney e Lorraine si scambiarono un'occhiata. Non avevano ancora controllato le finanze di Caley, così attesero mentre Nick consultava i suoi appunti. «Robert Caley e i suoi soci stanno cercando di aprire un casinò a New Orleans. Il gioco d'azzardo è un grosso affare e sono riusciti a convincere l'amministrazione cittadina dicendo che un posto del genere aiuterebbe l'economia e farebbe diminuire la disoccupazione. Ma per qualche motivo, adesso il loro progetto sta andando a puttane. Robert Caley non ha ancora ottenuto la licenza per il casinò e all'improvviso sono sorti ostacoli legali, architettonici e sociali di ogni tipo. Inoltre, i membri di un altro consorzio locale si sono fatti avanti e sostengono che la licenza per il casinò dovrebbe essere concessa a loro. La ragione per cui punterei su Caley come sospetto numero uno è che sta perdendo credibilità e se continueranno a esserci ritardi è molto probabile che i suoi soci si chiamino fuori dall'affare. Se non riuscirà a dare il via ai lavori per il casinò al più presto, finirà per
perdere milioni di dollari perché ha acquistato la proprietà su cui dovrebbe essere costruito». Nick rivolse al suo pubblico un sorriso raggiante; sapeva di aver aperto un vero e proprio vaso di Pandora. Continuò: «Quindi abbiamo alcune possibili spiegazioni. Primo, la ragazza scomparsa potrebbe essere stata rapita o comunque la sua sparizione potrebbe essere collegata a un trafficante di droga. Secondo, il suo rapimento è una minaccia per convincere Caley ad abbandonare l'affare del casinò, forse solo un avvertimento. Caley si è mischiato a gente pericolosa e, per quanto ho potuto capire, è stata sua moglie ad assumere gli investigatori, non lui...». «Caley non voleva che sua moglie si rivolgesse a noi ma ci ha fatto capire che il motivo era che ci considerava dei perdenti», disse Rooney finendo la sua tazza di caffè. «Lasciami finire, Bill. La mia teoria numero tre è che Caley ha bisogno di soldi per il casinò, un bisogno disperato. Sai com'è la politica laggiù - se Caley avesse abbastanza soldi per ungere le ruote giuste, non avrebbe più alcun problema. Così, si sbarazza della figlia, poi della moglie e cosa abbiamo? Abbiamo un uomo molto ricco e molto felice con una licenza per aprire un'attività che lo renderà ancora più ricco e ancora più felice». Nick ripiegò i suoi appunti e li rimise in tasca. «Be', questo è quello che ho. Posso darvi un consiglio? Penso che Lorraine, o persino Rosie, dovrebbe cercare di scoprire tutto quello che può da Phyllis Collins. Io mi occuperò del dottore e della droga e tu, Bill, vedi cosa riesci a scoprire sull'affare del casinò». «Per me va bene», disse Rooney, aggiustandosi la cravatta sudata attorno a un altrettanto sudato colletto. Nick si accese un'altra sigaretta, si alzò e si diresse verso la porta d'ingresso. «Grazie del caffè, Rosie. Ci vediamo, soci...». Esitò per un attimo, guardando Lorraine. «Visto che il Mister Ambiguità ti ha offerto un passaggio sul suo jet privato, ti consiglio di accettarlo perché, non so come la pensi tu, io sono convinto che Caley sia il nostro uomo». Rooney spinse indietro la sedia e si alzò. «Devo andare anch'io. Vedrò cosa riesco a scoprire al dipartimento. Teniamoci in contatto, d'accordo?». «Quasi non sto nella pelle», disse Rosie sorridendo. «Di cosa stai parlando?», chiese Lorraine, irritata. «Di New Orleans. Non ci sono mai stata. E con le spese pagate, potremo andare in un bell'hotel. Posso parlare io con Phyllis Collins, sarà alla riunione di domani sera».
«Ci vediamo», salutò Rooney, che era già arrivato alla porta. «Ciao», disse Nick. Lorraine alzò lo sguardo. «Solo un'altra cosa, signor Bartello. Questo caso è mio, sono io a dirigere lo spettacolo, quindi d'ora in poi non provare più a dirmi cosa devo fare». «Ehi, favoloso». Lorraine notò che Nick e Rooney si scambiavano un'occhiata d'intesa mentre se ne andavano e la cosa la mandò su tutte le furie. Si rimproverò per quell'uscita così fuori luogo. Avrebbe dovuto giocare molto meglio le sue carte. Mise i piatti sporchi nel lavello. «Forse è meglio che parli io con Phyllis, Rosie». Rosie fece scorrere l'acqua e non riuscì a nascondere la sua delusione. Lorraine le mise un braccio attorno alle spalle. «Puoi venire anche tu, se ti va, due teste sono meglio di una, okay, Rosie?». CAPITOLO 6 Lorraine imboccò l'autostrada: Rosie si era già messa in contatto con Phyllis Collins che aveva accettato di incontrarsi con Lorraine, ma non alla residenza dei Caley. Phyllis aveva proposto il bar del Plaza di Rodeo Drive, dal momento che doveva andare da quelle parti per fare compere da Georgette Klinger per conto della signora Caley. «E che cosa sarebbe?», chiese Lorraine. «Non so, forse una boutique. Non gliel'ho chiesto». «Okay, se hai bisogno di me, chiamami sul cellulare». «Va bene, passo e chiudo». Lorraine controllò l'ora, mentre posteggiava accanto a un parchimetro su Rodeo Drive. Era in anticipo di oltre un'ora e così decise di andare a tagliarsi i capelli. Scelse un parrucchiere a caso e chiese se potevano farle subito i capelli. «Okay, Lorraine, faremo di te una donna nuova». Lorraine guardò Noël, il pittoresco parrucchiere afroamericano, tagliare e spuntare, osservarla con occhio critico e poi tagliare e spuntare di nuovo. Notò che sulla mensola sotto lo specchio c'erano dei tubetti bianchi su cui spiccava il nome di Georgette Klinger. «Che cosa sono?». Noël sollevò lo sguardo. «Oh, quelli sono trattamenti molto costosi, li
vendono in un negozio poco più avanti. Alcune nostre clienti», fece un ampio gesto con le forbici, «hanno fiducia cieca in questi prodotti». Alle due e quarantacinque, Lorraine, armata del biglietto da visita di Noël, uscì dal parrucchiere. Mancavano ancora quindici minuti all'appuntamento con Phyllis, così si incamminò lungo Rodeo Drive fino a raggiungere il negozio di Georgette Klinger. Diede un'occhiata alla vetrina poi fece un passo indietro per ammirare la propria immagine riflessa. Era un bel taglio, sfumato sulla nuca e lungo davanti. Noël le aveva lasciato i capelli più lunghi da un lato, quello della cicatrice, e a Lorraine piaceva il modo in cui le nascondeva metà del viso quando si sporgeva in avanti. A dire il vero, le piaceva la sua nuova immagine. Era così intenta ad ammirarsi che non notò Phyllis che stava parcheggiando dall'altra parte della strada, non la vide raggiungere un'altra auto posteggiata, una lunga Lincoln verde metallizzata con i finestrini neri, e salire dietro. «Buongiorno, dovrei incontrare un'amica che deve comprare qualcosa per la signora Caley». La sicurezza di Lorraine nel suo nuovo look si incrinò leggermente quando vide l'elegante donna dal marcato accento francese dietro il bancone passarsi una mano tra i lunghissimi capelli biondi. «Sono davvero desolata, chi?». «La signora Elizabeth Caley». «No, mi spiace ma non aspetto nessuno, a meno che... un momento, per favore». Controllò in una grande agenda rilegata in pelle. Lorraine si mise a guardare le numerose creme e lozioni disposte ad arte sugli scaffali. «No, la signora Caley sta aspettando alcune delle nostre protezioni solari ma purtroppo non sono ancora arrivate, le avremo la prossima settimana. Sono desolata». Lorraine prese uno shampoo e un balsamo e le venne quasi un infarto quando vide il conto. Una seconda commessa emerse dal retro del negozio, ansiosa di venderle altri prodotti. «Questa signora è un'amica della signora Caley, mi ha detto che stava aspettando una consegna...». La seconda donna sorrise a Lorraine. «Ho chiamato due giorni fa per scusarmi per il ritardo. Le creme solari arriveranno verso la fine del mese». Lorraine prese il sacchetto di plastica bianca che conteneva i suoi acquisti e uscì dal negozio. Controllò l'ora, temendo di arrivare in ritardo all'appuntamento con Phyllis.
Il respiro pesante e il profumo dolciastro di Juda facevano venire la nausea a Phyllis; detestava profondamente quella donna. «Il marito della signora Caley è stato molto chiaro, non posso farci niente. Per favore, non telefoni più. La signora Caley ha detto che si metterà in contatto con lei più avanti». «Capisco, be', è lei che deve decidere. Ma non può continuare a prendere appuntamenti per poi cancellarli. Faccio di tutto per trovare del tempo per lei e ho molti altri clienti». Phyllis porse una busta alla donna. «Penso che questo sarà sufficiente...». Juda prese la busta. «Per favore, dica alla mia cara Elizabeth di non perdere la speranza. Avverto ancora la presenza di Anna Louise con grande intensità, le dica di non perdere la speranza». «Glielo dirò». Juda annuì e diede a Phyllis un piccolo pacchetto quadrato di carta marrone. Mentre Phyllis apriva la portiera, Juda le disse: «Se il signor Caley sta per partire, forse Elizabeth potrà vedermi». «Sono sicura che la signora Caley la chiamerà. Adesso devo andare...». Phyllis scese dall'auto. L'autista si voltò verso il sedile posteriore; aveva circa vent'anni, la carnagione olivastra e indossava una camicia bianca sbottonata sul collo. Guardò Juda aprire la busta e cominciare a contare i biglietti da cento dollari. «Dove andiamo adesso, zia Juda?». La medium alzò lo sguardo e si affrettò a riporre il denaro in una morbida borsa di pelle. «Riportami a casa, Raoul, poi va' a fare la spesa. E guarda la strada, altrimenti ti rispedisco a casa». Il ragazzo ridacchiò. «Nessuno riesce a fregarti, vero?». Juda si appoggiò allo schienale, guardando fuori dal finestrino scuro. «Puoi ben dirlo, caro. E quelli che ci provano finiscono sempre per pentirsene. Aspetta, fermati un attimo, ho appena visto una persona che conosco». Lorraine s'incamminò a passo sostenuto lungo Rodeo Drive, diretta al Plaza. Vide Phyllis scendere dalla Lincoln, la vide fermarsi sul bordo della strada ma, quando riuscì ad attraversare, era già più avanti di Lorraine. Lorraine immaginò che la Lincoln fosse della signora Caley, che l'autista avesse accompagnato Phyllis all'appuntamento e quindi non si soffermò a
osservarla. Ma Juda si porse in avanti mentre l'auto si immetteva nel traffico. Era sicura che la bionda fosse la donna che era andata a casa sua e, a quanto pareva, stava seguendo Phyllis. «Lorraine», mormorò Juda. «Come? Ci fermiamo o andiamo?». «Guida», disse Juda bruscamente. «È una tua cliente?», domandò Raoul. «No, è un'investigatrice privata». Ripeté il nome di Lorraine tra sé e sé, poi intrecciò le dita grasse e sudaticce cariche di anelli. Cominciò a respirare affannosamente. «Sei nei guai?». «Io no, ma quella donna lo sarà presto. Molto presto». Raoul smise di scherzare. Quando sua zia parlava in quel modo, quando i suoi occhi dalle lunga ciglia finte fissavano il vuoto come se stesse scrutando qualcosa di invisibile, lo spaventava ancora più di sua madre... Ma in fondo erano sorelle. Strinse con forza il volante, lanciando un'altra occhiata furtiva prima a Juda e poi allo specchietto retrovisore, cercando di vedere la donna di cui aveva parlato sua zia. Ma Lorraine era già scomparsa. Lorraine raggiunse Phyllis proprio mentre la donna prendeva posto a uno dei tavolini bianchi davanti alla caffetteria. «Mi scusi per il ritardo ma non conosco bene la zona», disse Lorraine con un sorriso. «Prende qualcosa?». «Sì, grazie, un cappuccino. Non deve al bancone, verrà il cameriere a prendere le ordinazioni». Phyllis parlava velocemente, in tono nervoso. Non poté fare a meno di notare il sacchetto di Georgette Klinger che aveva Lorraine. «Non credo che sia stata molto sincera con me, Phyllis». La donna arrossì e strinse le labbra. «Mi dispiace, ma non so di cosa stia parlando. Vedo che è stata dal parrucchiere». «Sì, ero in anticipo. Sono stata anche in questo negozio», le mostrò il sacchetto e sorrise. «Ah sì, dovevo ritirare dei prodotti per la signora Caley». «Ma non arriveranno prima della fine del mese, lo so». «Sì, davvero molto seccante, una perdita di tempo. Comunque, adesso possiamo parlare. Rosie mi ha detto che aveva una certa urgenza di vedermi».
Arrivò un cameriere e Lorraine ordinò due cappuccini. Phyllis prese a picchiettare nervosamente con un piede contro la gamba della sedia. «Ma lei sapeva già che la protezione solare della signora Caley non era arrivata. O ameno così mi hanno detto le commesse». «Santo cielo, ma perché glielo ha chiesto? Voglio dire, credo che tutto questo sia piuttosto inutile». «Può darsi, ma visto che ero là...». «Se per lei questo vuol dire non essere sinceri, be', allora mi dispiace. Avevo deciso di telefonare per sentire se per caso i prodotti non erano già arrivati. Dovevo comprare anche altre cose, quindi non le ho mentito e le confesso che trovo molto irritanti le sue insinuazioni. La signora Caley è molto sensibile al sole, la sua pelle ne soffre terribilmente...». Continuò a picchiettare con il piede, il tavolo tremolò leggermente, ma Phyllis non sembrò accorgersene. Continuava a guardarsi attorno, giocherellando con il colletto della sua camicetta. Lorraine non disse niente per qualche istante. A poco a poco il rossore scomparve dalle guance della donna. «Le sta molto bene questa nuova pettinatura. Un buon taglio è importante, non trova?». «Sì, sono stata fortunata. Sono andata da un parrucchiere qui su Rodeo Drive». «Da St. Julian?», chiese Phyllis. Il suo volto dal naso sottile e adunco ricordava a Lorraine quello di un uccello. «Dio, la sua curiosità la sta portando a indagare su cose alquanto stupide». «Mi scusi?». «Quello è il parrucchiere della signora Caley. Be', lo era, perché adesso lo fa venire a casa. Ma ci andava anche Anna Louise, curava molto i suoi capelli». «Davvero? Dev'essere una coincidenza, perché ho scelto a caso. Come le ho già detto, sono arrivata in anticipo». Il cameriere arrivò con i loro cappuccini e un piatto di biscotti e pasticcini, e Lorraine lo ringraziò con un sorriso. «Da quanto tempo, la signora Caley ha problemi di droga?». Phyllis arrossì di nuovo. Mescolò il cappuccino, continuando a picchiettare con il piede. «Non ho idea di cosa stia parlando». «Sì, invece, ed è per questo che volevo vederla». «Non riesco a capire come le medicine della signora Caley possano avere a che fare con il suo lavoro o con quello di Rosie».
«Medicine? Avanti, Phyllis, so benissimo che si fa di eccitanti, tranquillanti, cocaina, anfetamine, c'è solo l'imbarazzo della scelta. Persino suo marito ha ammesso che...». «Il signor Caley gliel'ha detto?», domandò Phyllis, sbalordita. «Sì, anche se mi ha fatto capire che si trattava di semplici antidolorifici che la signora Caley aveva cominciato a prendere dopo un incidente. Ma le anfetamine, la cocaina e tutto il resto non sono esattamente antidolorifici, e l'ultima volta che l'ho vista doveva aver preso qualcosa. Mi sembrava molto agitata». «Penso che in simili, dolorosissime circostanze, signora Page, chiunque sarebbe agitato. Sua figlia è scomparsa, potrebbe anche essere morta...». «Sì, lo so, Phyllis. È per questo che sto indagando su ogni possibile movente». «Intende dire che sospetta della signora Caley?». «No, ma ho bisogno di sapere da chi compra la droga, perché potrebbe esserci un legame con la sparizione di Anna Louise». «Non c'è nessun legame, glielo assicuro». «Temo che non sia abbastanza, Phyllis. E se le interessa scoprire la verità, la smetta con i suoi stupidi giochetti. Potrebbe essere arrestata per spaccio di droga, lo sa vero? Vede, so come facevate una volta. Anche il nostro simpatico dottore potrebbe essere arrestato. So che andava a ritirare la droga nel suo ambulatorio, e so anche che in seguito la comprava direttamente da un uomo di nome Gerry Fisher». «Oh Dio!». Phyllis stava tremando ormai. «Ha detto al signor Caley che avevamo un appuntamento?». «No, questa è una conversazione privata tra me e lei, non ne farò parola con nessuno. Ma devo sapere se qualcuno per qualche ragione se l'è presa con la signora Caley o l'ha minacciata. Un vizio da tremila dollari la settimana può procurare grossi guai, mi capisce? E so che a un certo punto avete tagliato fuori il dottore e quindi lui ha perso il suo guadagno». «Non sono tremila...». «Avanti, Phyllis, cento dollari in più o in meno non fanno alcuna differenza». «Sono cinquemila...». «Cosa?». «A volte un po' meno, e naturalmente gran parte di quei soldi servono a mantenere... la segretezza. Voglio dire, se si venisse a sapere di questa storia, la signora Caley è molto famosa, si occupa di beneficenza e na-
turalmente bisogna pensare anche al signor Caley. Se fosse resa pubblica, per lui sarebbe la fine». «Il signor Caley fa uso di droghe?». «No, assolutamente no. Ha cercato in tutti i modi di convincere Elizabeth a smettere. È stata in molte cliniche per disintossicarsi ma ogni volta che esce... ricomincia tutto come prima, e da quando c'è stata questa tragedia, le cose sono ulteriormente peggiorate. Per gran parte del giorno, vive in uno stato di stordimento, poi quando torna a casa il signor Caley, comincia a imbottirsi di eccitanti, quindi non riesce a, dormire; è una specie di circolo vizioso. È un miracolo che non sia già morta con tutto quello che prende. Ha un fisico molto forte, che mette a dura prova, ma quando è necessario riesce ancora a recitare bene la sua parte. Nessuno se ne accorge, e anche questo è un problema. È molto astuta, molto subdola. Se qualcuno glielo chiede, è pronta a giurare sulla Bibbia di non aver preso niente». Lorraine finì il cappuccino, Phyllis invece non aveva praticamente toccato il suo. Non era più così agitata adesso, teneva le mani raccolte in grembo. «Non ho idea di come siamo riusciti a tenerlo segreto per tutto questo tempo, non lo so davvero, ma almeno adesso non devo più vedere quell'uomo orribile». «Chi è il suo spacciatore adesso, Phyllis?». «La prego, signora Page. Quando la signora Caley è entrata in clinica per disintossicarsi, ho detto a Fisher che non avevamo più bisogno dei suoi servigi. Poi quando Elizabeth ha ricominciato, mi sono rivolta al dottore ma solo per prendere qualcosa che l'aiutasse a dormire e a combattere l'ansia. Non usa più altre sostanze, glielo assicuro». Lorraine annuì. Aveva maledettamente bisogno di una sigaretta. «Quindi non si è mai messa in contatto con qualche altro spacciatore, si è rivolta esclusivamente al dottore?». «Sì». «Perciò nessun altro è al corrente di questa faccenda e nessuno vi sta facendo pressioni perché compriate da lui?». «No, almeno non che io sappia». «Il signor Caley sa che lei procura la roba a sua moglie, non è vero?». Phyllis si mordicchiò il labbro inferiore. «Sa degli antidolorifici». «Il signore e la signora Caley dormono insieme?». Phyllis sembrò shockata. «Non so cosa dirle, davvero». «Dormono nella stessa camera?».
«Hanno due appartamenti separati. Non so assolutamente che cosa facciano quando sono insieme. A mio avviso il signor Caley è molto paziente e premuroso. Trattare con la signora certe volte può essere molto difficile, glielo assicuro». «E Anna Louise?». «Scusi?». Lorraine sospirò. «Phyllis, Anna Louise sapeva della dipendenza di sua madre?». La donna distolse lo sguardo. «Forse. Be', sarebbe stato difficile non saperlo vivendo sotto lo stesso tetto. La signora Caley soffre di terribili sbalzi di umore e talvolta si comporta in maniera estremamente irrazionale». «Litigavano spesso?». Phyllis annuì. «Anna Louise faceva uso di droghe?». «No, no, le odiava, non fumava neppure e non beveva quasi mai. Anzi, certe volte sembrava più una madre che una figlia, ed è per questo che è la sua sparizione è così terribile per la signora Caley». Lorraine sbocconcellò un pasticcino. «Il giorno che sono partiti per New Orleans, in che condizioni era la signora Caley?». «Aveva... aveva preso qualcosa. Era molto tesa e con la scusa che odiava volare aveva preso qualcosa per calmarsi, ma era... credo che l'espressione esatta sia "fatta". Non riusciva a decidersi se partire o meno, continuava a cambiare idea, ma noi le avevamo preparato i bagagli e quando il signor Caley è tornato, ormai era riuscita a calmarsi». «Come stava Anna Louise?». «Be', non sopportava sua madre quando era in quelle condizioni e credo che a un certo punto abbia anche pensato di non partire. Ma quando il signor Caley è tornato a casa, hanno discusso per un po' e alla fine sono partiti tutti». «Perciò l'ultima volta che ha parlato con Anna Louise è stata quando ha ricevuto la sua chiamata dall'aereo?». «Sì, quella è stata l'ultima volta. Mi ha chiesto di andare a comprarle un vestito, ma credo che questo lei lo sappia già». «E sembrava che stesse bene, oppure era tesa?». «Sembrava rilassata e felice, così come la signora Caley». «Quindi ha parlato anche con la signora Caley?». «Sì, voleva assicurarsi che riuscissi a consegnare in tempo il vestito al pilota del jet privato che sarebbe tornato per portare l'abito a New Orle-
ans». All'improvviso Phyllis chinò il capo. «Era un abito bellissimo e... Anna Louise non ha mai potuto indossarlo. Lei crede che sia morta, non è vero?». Lorraine fece un cenno al cameriere. «Non posso ancora rispondere alla sua domanda. E lei?». «Mi scusi?». «Lei pensa che Anna Louise sia morta, Phyllis?». La donna annuì, torcendosi le mani. «Sì, non avrebbe mai fatto una cosa simile a sua madre e meno che mai a suo padre, era una ragazza molto giudiziosa. Sa, se ritardava, avvertiva sempre, e quando era in vacanza chiamava suo padre due o tre volte al giorno». Lorraine pagò il conto; con quella cifra avrebbe potuto tranquillamente pranzare in un ristorante di Orange Grove. Prese il sacchetto con i suoi acquisti e si alzò. Stava per andarsene, quando Phyllis parlò di nuovo. «Non era affatto facile quando i suoi amici si fermavano da noi». Sorseggiò il cappuccino ormai freddo e le rimase un po' di schiuma sul labbro superiore. «Era molto protettiva nei confronti di sua madre, e temeva che qualcuno potesse scoprire il suo segreto. La povera Anna Louise aveva paura per sua madre, che la storia arrivasse alla stampa. E adesso mi sembra così assurdo che ci sia proprio Anna Louise su tutte le prime pagine dei giornali. E sa qual è la cosa più incredibile, e allo stesso tempo più perversa di tutta questa faccenda? Dopo quindici anni, durante i quali nessuno ha più fatto lavorare la signora Caley, in cui non le è stata offerta neppure una parte in qualche film per la TV, cosa che lei odiava, all'improvviso ha cominciato a ricevere copioni dai più grandi studios di Hollywood. E un produttore, stento quasi a crederci, ha perfino proposto di realizzare un film ispirato alla scomparsa di Anna Louise, e voleva Elizabeth nel ruolo di se stessa. Disgustoso, assolutamente disgustoso. Quindi la sua dipendenza dalla droga è comprensibile, non le pare? Le dico questo anche se per me non è per niente facile». «Grazie per aver accettato di vedermi e per essere stata così sincera. Ovviamente tutto ciò che mi ha detto resterà strettamente riservato. E se c'è qualcosa, qualsiasi cosa, che secondo lei potrebbe aiutarmi nelle indagini, mi chiami. Oppure chiami Rosie». «Sì, sì, certamente e... be', grazie per il cappuccino». Lorraine lasciò il Plaza e si incamminò lungo Rodeo Drive. Phyllis la guardò allontanarsi mentre finiva il suo cappuccino. Era contenta che Lorraine fosse interessata solo al problema della droga. Aveva temuto che sa-
pesse di più e lei non poteva e non voleva parlare di Juda Salina. Non ne avrebbe mai avuto il coraggio. Si asciugò le labbra con un tovagliolo e si guardò attorno. Solo quando fu certa che Lorraine fosse ormai lontana, Phyllis si alzò ed entrò nella caffetteria per fare una telefonata. Si guardò attorno con aria furtiva mentre componeva il numero, e attese. «Residenza Caley». «Peters, puoi controllare come sta la signora Caley? E potresti dirle che è andato tutto bene e che non deve preoccuparsi? Sarò a casa tra circa mezz'ora». Lorraine salì in auto. Faceva un caldo terribile, il sedile era bollente, così aprì tutti i finestrini. Il telefono della macchina cominciò a squillare. «Rosie, puoi chiamare Robert Caley? Probabilmente è in ufficio, quindi cercalo lì e chiedigli se posso andare da lui». «Scusa, aspetta un attimo». Rosie stava sgranocchiando una carota e aveva la bocca piena. Si affrettò a inghiottire il boccone. «Aspetta, c'è qui Bill che vuole parlarti. Intanto chiamo Caley, okay?». Rooney prese il ricevitore. «Ho fatto qualche indagine sull'affare del casinò». «Bene, cos'hai scoperto?». «Non molto ma non ho potuto fare di meglio. Caley è alla guida di un consorzio composto da lui, da un paio di ricconi del luogo e da gente poco pul