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STEVE MARTINI PUNTO DI FUSIONE (Critical Mass, 1998) Questo libro è dedicato a quei generosi scienziati, uomini e donne, che lavorano per combattere il pericolo della proliferazione delle armi nucleari, e in particolare a coloro che operano nella Federazione Russa e che sono riusciti, lottando contro l'impossibile, a tenere chiuso nella sua lampada il genio mortale. Ci sono state persone, a Hiroshima, le cui ombre furono impresse dall'esplosione sui muri di cemento degli edifici e sul selciato. Queste ombre si possono vedere ancora oggi. Alcuni dei corpi che le hanno generate non sono stati mai ritrovati. È come se non fossero mai esistiti. Ci sono individui che hanno visto quelle ombre calcinate sul terreno e che le considerano semplici curiosità storiche, immagini di un tempo passato. Se è veramente questo ciò che significano oggi, allora quelle ombre sono davvero gli angeli dell'indifferenza. PROLOGO A ovest di capo Flattery e dello stretto di Juan de Fuca La Dancing Lady non era certo una bellezza. Ventun metri di lamiere d'acciaio saldato, con le fiancate striate di ruggine simile a sangue secco. La prua col suo castello rialzato fendeva le acque scure a ovest dell'isola di Vancouver alla velocità di sette nodi. L'imbarcazione risaliva le creste delle onde e si tuffava nei cavi susseguenti che si facevano sempre più profondi, cercando disperatamente di mantenere l'andatura in condizioni atmosferiche che stavano rapidamente diventando proibitive. Il normale equipaggio di cinque persone era ridotto a tre: il comandante Nordquist, suo figlio, e un altro marinaio che era come di famiglia e, visto che era come di
famiglia, lavorava gratis. La barca era un robusto peschereccio per la pesca a strascico, con due motori diesel accoppiati, progettato per la navigazione in mare aperto. Sul ponte di poppa si trovava un solido aspo su cui era avvolto quasi un chilometro di rete a maglia aperta, l'armamento di copertura per questa uscita. La Lady era un peschereccio d'alto mare, un'imbarcazione da lavoro che da quelle parti era comune come i chiodi da otto centimetri. Per questo l'avevano scelta. Sarebbe passata inosservata anche a una sorveglianza aerea. Rollava sulle creste per poi sprofondare nel cavo tra un'onda e l'altra. Dai tubi flessibili che facevano funzionare il pesante braccio di carico gocciolava fluido idraulico, e uno dei due motori aveva bisogno di una revisione ormai da più di mille ore, ma Nordquist non aveva i soldi per le riparazioni. Pur lavorando diciotto ore al giorno in un mare che gelava le ossa e con un'attrezzatura incrostata di ghiaccio, Nordquist stava andando in rovina. Sua moglie faceva la spesa allo spaccio dei poveri, e le ipoteche sull'imbarcazione erano scadute da tempo. Tuttavia il governo federale non faceva nulla per impedire ai canadesi di depauperare il tratto di mare a ovest dell'isola di Vancouver. Avevano distrutto i banchi di salmoni nel nord-ovest e ora erano impegnati a tirare su dal fondo tutto quello che riuscivano a trovare. Nordquist e i suoi concittadini non si potevano permettere le elargizioni necessarie a convincere i loro rappresentanti al governo a fare qualcosa. Guardò oltre la prua dalla timoneria. L'imbarcazione continuava a perdere giri dal motore di dritta. Nordquist doveva lottare per tenerla in rotta nelle onde che crescevano. Si sollevavano di fronte a lui come montagne minacciose, un attimo prima erano lì davanti e l'attimo dopo non c'erano più. La Lady cominciava a infilare la prua nelle onde. Il tempo stava peggiorando. Con lo sguardo fisso verso ovest, suo figlio cercava di trovare l'orizzonte attraverso i binocoli da cinquanta ingrandimenti. «Oh, merda.» Non c'era bisogno che il ragazzo dicesse altro. Nordquist guardò oltre il giovane e la vide: un muro d'acqua di dieci metri che precipitava su di loro, contro la murata di dritta. Fece roteare il timone verso destra, e trent'anni di esperienza sul mare guidarono la prua dell'imbarcazione attraverso il colossale muro d'acqua come un coltello. La cresta si rovesciò tutt'intorno alla timoneria e squassò l'acciaio della Lady fino alla chiglia. Lo scafo s'infilò dentro l'onda e usci beccheggiando dal versante opposto. L'onda aveva scaraventato il ragazzo sul ponte. Se ne stava lì, sopraffat-
to dallo stupore, e fissava suo padre, meravigliandosi per la sua capacità di concentrazione anche di fronte alla morte. L'Isvania era una carcassa arrugginita, un residuato di quella che una volta era stata la potente flotta da pesca sovietica. Era stata condannata alla demolizione l'anno precedente, ma anche questo programma, come tutto il resto nella nuova Russia, segnava il passo. Era arrivata all'ultimo viaggio: si stava dirigendo verso il suo cimitero. Aveva attraversato il mare di Bering, infilandosi tra le Aleutine e il golfo di Alaska, dirigendosi poi a sud lungo la costa del Canada. Le sue stive, a prua e a poppa, erano vuote a eccezione di un leggero carico di rottami. Nella cassaforte del comandante c'erano i documenti che trasferivano la proprietà della nave a un cantiere di demolizione appena fuori Bangkok. Navigava con un equipaggio ridotto di sette uomini e aveva fatto solo una breve sosta a Prince Rupert, sulla costa canadese, per imbarcare un piccolo quantitativo di legname, che ora giaceva accatastato sui ponti. Si trattava di una copertura nel caso la nave fosse stata fermata e abbordata dalle autorità costiere, la giustificazione per aver attraversato il mare di Bering e aver navigato così vicino alle coste americane. Le polizze di carico indicavano che il legname doveva essere consegnato a Oakland, in California, ma il comandante non aveva alcuna intenzione di andare fin laggiù. Una volta che l'Isvania si fosse liberata del suo vero carico, il legname sarebbe stato gettato fuori bordo. A quel punto la nave si sarebbe diretta a ovest e poi a sud, verso l'oceano Indiano e al luogo del suo eterno riposo. Il timoniere accostò cinque gradi a sinistra, mentre il comandante, Jurij Valentok, si sforzava di vedere qualcosa all'orizzonte attraverso il binocolo. L'Isvania stava imbarcando acqua nella stiva di prua e rispondeva con crescente lentezza ai comandi dentro i cavi delle onde che si facevano sempre più profondi. Per il momento le pompe di sentina riuscivano a tenere il problema sotto controllo, ma Valentok non era sicuro di quanto avrebbero potuto reggere. Attraverso il binocolo non riusciva a vedere un accidente. Le gocce di pioggia portate dal vento colpivano la finestratura del ponte come proiettili. Solo uno dei tergicristalli funzionava, ed era inutile. La bruma sollevata dal vento e la schiuma delle onde creavano una foschia impenetrabile. Il comandante riusciva a malapena a vedere la prua della sua nave. E, come se non bastasse, il radar era fuori servizio. Aveva smesso di funzionare da quando la nave aveva lasciato Vladivostok. Per due volte erano stati costretti a fermarsi completamente all'interno dei cor-
ridoi di navigazione per paura di andare a sbattere contro le altre navi. Si erano affidati alla sirena da nebbia e avevano sperato che le altre navi li individuassero sui loro radar. L'Isvania era come tutto il resto nel loro Paese in rovina: cadeva a pezzi e non c'erano i soldi per le riparazioni. Valentok aveva a bordo un'altra polizza, per il suo vero carico, ma doveva essere usata solo in caso d'emergenza, se la sua nave fosse stata costretta a entrare in porto. La polizza era falsificata. Se quel carico fosse stato scoperto, il comandante avrebbe sostenuto che non ne conosceva la natura. Dubitava che questo avrebbe funzionato con le autorità americane; specialmente visto di che cosa si trattava. Avrebbe passato parecchio tempo a rispondere alle loro domande, e forse parecchio tempo in prigione. Si chiedeva se le prigioni americane fossero meglio di quelle russe. Andò alle sue carte di navigazione e si puntellò contro una delle gambe di metallo del tavolo. Controllò ancora una volta la posizione della nave. Se i suoi calcoli erano giusti, si trovavano esattamente 112 miglia a ovest dello stretto di Juan de Fuca, il passaggio per il Puget Sound e per la città americana di Seattle. Il comandante non era mai stato negli Stati Uniti, ma alcuni suoi amici, di recente, li avevano raggiunti via mare, a bordo di una nave simile all'Isvania, una bagnarola divorata dalla ruggine e pronta per essere demolita. Stava diventando un'abitudine per le navi da pesca russe. Passati i controlli della dogana e dell'ufficio immigrazione, non appena i funzionari americani lasciavano la nave, l'intero equipaggio, compreso il comandante, saltava fuori bordo per iniziare una nuova vita in una nuova terra. Lasciavano che fossero gli americani a occuparsi dei rottami. Valentok pensò che sarebbe piaciuto anche a lui andare laggiù un giorno o l'altro, quando tutto quello fosse finito, magari proprio a Seattle. Quattro miglia più a est, sotto una pioggia battente, su un mare impetuoso, Jon Nordquist stringeva la ruota del timone della Dancing Lady con mano salda. Usò tutto il peso del corpo per contrastare la forza di un gigantesco frangente che, dopo essere scivolato sotto lo scafo, aveva colpito in pieno la pala del timone. L'imbarcazione sbandò violentemente a dritta. Per un istante pensò che avrebbe potuto non tornare indietro. Ma poi cominciò a rispondere al timone, lentamente. «Là fuori sta diventando un casino. Non riesco a vedere un accidente.» Ben teneva la faccia premuta contro la campana che copriva lo schermo del vecchio radar Furano. «Come diavolo si aspettano che facciamo a tro-
varlo?» «Tu continua a guardare.» Nordquist lanciò un'occhiata veloce al figlio e poi tornò a rivolgere la propria attenzione alle onde grandi come montagne che incombevano davanti a loro, facendo apparire microscopico lo scafo di ventun metri. La loro barca era come un fuscello in un torrente. Le onde gigantesche creavano immagini verdi e fantastiche sullo schermo, come isole che s'innalzavano dal fondo del mare. Alla seguente passata del fascio del radar erano sparite. «Potrebbe anche passarci sopra e noi non ce ne accorgeremmo neppure.» Ben era spaventato, e si vedeva. Aveva già navigato col mare in burrasca, ma niente di quel genere. Il pensiero della collisione era passato per la mente di Nordquist, ma era toccato al figlio parlarne. Per il momento era più preoccupato di straorzare e capovolgersi sotto il fronte di un'onda, di andare giù di naso e di non tornare più su. «Niente.» Ben spinse la testa più vicina allo schermo del radar, fintanto che la pressione sulla fronte non gli fece realmente male. «E poi, anche se lo troviamo, come diavolo facciamo a issarlo a bordo in questo casino?» «Un problema alla volta», rispose il padre. Diede un'occhiata all'orologio. Tirò fuori della tasca un piccolo oggetto nero di plastica, poco più grande di un calcolatore. Coi denti estrasse una minuscola antenna di dieci centimetri, pigiò un paio di bottoni, e poi attese, un occhio fisso sul mare e l'altro sul ricevitore GPS portatile che teneva in mano. Comparvero due set di numeri, uno sopra l'altro, a indicare longitudine e latitudine. Il ricevitore portatile non era affidabile e preciso come i suoi cugini maggiori operati da computer fissi sulle navi più grandi, ma, nonostante tutto, era improbabile che si sbagliasse di più di un centinaio di metri. In quella posizione, la nave russa non avrebbe dovuto trovarsi più di un quarto di miglio a dritta, sempre che fosse in orario e non si fosse persa. Non c'era modo di comunicare via radio. Le altre navi avrebbero sicuramente raccolto il segnale, e forse anche la Guardia costiera. Pattugliava quelle acque anche a duecento miglia dalla costa, il limite della sua giurisdizione. Aveva a disposizione satelliti e aerei, e li usava per contrastare il traffico di droga e intercettare le navi che trasportavano carichi umani, cercando di scaricarli sul suolo americano. Era improbabile che due navi riuscissero a incontrarsi in mare aperto e passare inosservate. Per questo motivo era stata messa a punto un'accurata procedura di abbandono e recupero del carico. Ma avrebbe funzionato con quel tempo? Nordquist non lo
sapeva. Nessuno aveva previsto la peggior tempesta del secolo. Mise la nave con la prua al vento. «Pari avanti adagio.» Valentok non poteva aspettare. E poi il carico che trasportava non era qualcosa che volesse tenere a bordo un istante più del necessario. Lasciamo che siano gli americani a trovarlo, pensò. Era stato pagato profumatamente per trasportarlo, ma ora esso era un loro problema. Diede ordine di aprire i portelloni della stiva di poppa e di posizionare l'albero di carico sopra il boccaporto. Mandò il suo secondo a poppa per controllare le operazioni e rimase fuori a guardare dall'aletta di plancia di dritta, mentre il gancio di carico scivolava dentro la stiva e scompariva. Attese un paio di minuti carichi di ansia. Parvero un'eternità. Il gancio risalì attaccato al cavo d'acciaio. Valentok lo vide. Era infilato in un pesante anello di metallo. All'anello era collegata una rete circondata da tre grosse boe galleggianti. L'insieme dava l'idea di una borsa chiusa alla sommità da una stringa. Dentro la rete c'era un oggetto avvolto in un telone di canapa. Non era grosso - più o meno come una lavatrice - ma pesante per le sue dimensioni, anche se questo non costituiva certo un problema per il robusto paranco della nave. Venne sollevato facilmente sopra il ponte e fatto ruotare verso la poppa dell'Isvania. Lentamente scivolò in mare, appeso al cavo che scendeva. Valentok osservava le operazioni con la schiena rivolta a prua, quando sentì un urlo provenire dalla plancia. Si voltò e lo vide, illuminato dal bagliore di un lampo. Un peschereccio d'alto mare stava venendo verso di loro, scendendo a rotta di collo dal versante di un'onda in arrivo, con gli oblò del castello di prua che brillavano alla luce del lampo. «Tutta la barra a sinistra.» Senza riflettere Valentok diede l'ordine di virare. La nave si trovava ancora nel cavo dell'onda. Il timoniere non fece obiezioni e girò veloce la ruota del timone. L'Isvania cominciò a sbandare a dritta. Mentre s'inclinava, il luminoso muro d'acqua bianco-verde la investì sulla sinistra della prua come un'onda di marea. L'onda spazzò il ponte di prua e si abbatté contro la finestratura della plancia, sette metri più in alto, mandando in frantumi i vetri come un colpo di artiglieria. Un muro d'acqua alto una decina di metri si rovesciò giù per la scala di boccaporto di dritta mandando a sbattere uomini e attrezzature contro la paratia e trascinandoli poi fuori bordo. Come il Niagara, avanzò verso l'enorme boccaporto spalancato della stiva di poppa. Migliaia di tonnellate di
acqua verde si rovesciarono oltre i battenti dentro le viscere della nave. Fu solo la presa sul parapetto a impedire a Valentok di essere trascinato fuori bordo dalla forza dell'acqua. Mentre le sue dita si serravano come una morsa d'acciaio, si trovò a contemplare la strana sensazione di venire completamente sommerso dal mare mentre si trovava ancora sul ponte di comando della propria nave. Aspettò che l'onda passasse, aspettò un'eternità. Trattenne il fiato finché non sentì i polmoni in fiamme, finché non si rese conto che né lui né la sua nave sarebbero tornati a galla. Si capovolse davanti ai suoi occhi. Nordquist ebbe la fugace visione di una chiglia incrostata di denti di cane e di due gigantesche eliche di bronzo che continuavano a girare mentre la nave si rovesciava. Poi, prima di riuscire a sbattere le palpebre, la nave russa venne inghiottita dal mare. Rimase immobile al timone, stordito, le ginocchia paralizzate, mentre un sudore gelido gli scendeva sul viso. Ma presto fu riportato alla realtà dal sobbalzo della Lady che si tuffava verso il fondo del cavo dell'onda. Trattenne il fiato, chiedendosi se il muro d'acqua che si alzava di fronte a lui avesse in serbo una sorpresa mortale: un centinaio di tonnellate di acciaio russo contorto che rotolavano appena sotto la superficie. Si aggrappò al timone, con le nocche bianche per lo sforzo, e attese lo stridore del metallo che squarciava il metallo. I diesel scesero di giri mentre la Lady si arrampicava sul versante dell'onda e sembrava superarla, incolume. Schizzò a galla come un proiettile proprio di fronte a lui, e Nordquist lo vide soltanto di sfuggita prima di sentirlo sbattere contro lo scafo: un grosso fascio di legname, ancora legato dalla sua banda metallica. Rotolò sotto la chiglia della Lady come un gigantesco ceppo squadrato. Nordquist mise i motori in folle, cercando disperatamente di salvare le eliche. Sentì il fascio che rimbalzava lungo lo scafo e lo vide tornare in superficie alle loro spalle. Era voltato di schiena, così ne ebbe solo una fugace visione quando si girò. Lassù, in mezzo alla schiuma biancastra della cresta dell'onda successiva c'erano tre grosse boe arancioni. Sparirono dietro l'onda. «Le hai viste?» chiese Nordquist, indicando il punto al figlio. L'attenzione di Ben era concentrata verso poppa, nel punto in cui la nave russa era stata inghiottita dal mare. «Non dovremmo tornare indietro?» Ora era voltato verso il padre. «E perché?»
«Forse qualcuno di loro è ancora vivo.» «Nessuno di loro è vivo», disse Nordquist. «Come fai a esserne sicuro?» «Pensi che riusciresti a sopravvivere a una cosa del genere?» La risposta era ovvia per entrambi. Eppure il ragazzo voleva fare la cosa giusta. «Potremmo dare un'occhiata», insisté. «A che scopo? Per farci sentire meglio?» «Se si trattasse di noi...» «Non si tratta di noi. Conoscevano i rischi.» Nordquist non provava molto amore per i russi. Nell'ultimo anno, il suo peschereccio era stato urtato per ben due volte da imbarcazioni russe più grandi della sua che cercavano d'intrufolarsi nelle zone di pesca migliori. Arrivavano con le loro navi e prendevano quello che volevano. Se ti mettevi in mezzo, ti tagliavano in due. «Non discutere con me. Accendi quell'arnese.» Continuando a lottare col timone, il vecchio fece un cenno con la testa verso una scatola metallica di colore grigioverde montata sul banco di comando. Col mare sempre più grosso, il ragazzo dovette faticare parecchio per tornare indietro dall'altra parte della timoneria, verso lo schermo radar e la scatola metallica montata accanto. Fece scattare l'interruttore e l'urlo del segnale a momenti gli perforò i timpani. Allungò la mano verso una manopola sul lato e smorzò il volume. Il ricetrasmettitore subsonico era un residuato militare russo e faceva parte dell'accordo. Riusciva a captare un segnale a più di cento miglia. Ma questo arrivava da un trasmettitore molto vicino. Non lo si poteva ascoltare sulle normali bande radio marittime. Era un'attrezzatura d'emergenza nel caso le due imbarcazioni non si fossero incontrate in mare aperto. Le boe erano progettate per rimanere a galla quattro giorni e poi affondare col loro carico se nessuno le avesse raccolte. Il trasmettitore subsonico avrebbe emesso il suo segnale per tutto questo tempo, finché non fosse andato a fondo. A quel punto la pressione dell'acqua lo avrebbe distrutto. Il segnale era la conferma. In qualche modo i russi erano riusciti a calare il carico prima di affondare. «Come...?» Il ragazzo guardò verso il padre. Nordquist scosse la testa. Non sapeva che cosa dire. La Lady risalì l'onda seguente e Nordquist le vide nuovamente. Si stava rapidamente avvicinando alle boe arancioni. Se non fosse stato attento, ci
sarebbe passato sopra, restando impigliato con le eliche nella rete o nelle funi. Senza propulsione, nel mare in burrasca, avrebbero velocemente raggiunto i russi sul fondo. «Vai al verricello. Di' a Carlos di venire su.» «E le pompe?» «Lascia perdere le pompe. Adesso dobbiamo tirare a bordo quell'affare.» Il figlio di Nordquist uscì dalla porta della cabina, diretto verso il ponte scoperto di poppa. Il vecchio mise la Lady con la prua al vento e ridusse la potenza a quel tanto che bastava per governare nel mare in burrasca. Questo gli dava la possibilità di manovrare lateralmente con un avanzamento quasi nullo. Attese: sarebbe stato il mare a portare le boe verso di lui. Potevano contare su un unico tentativo per effettuare il recupero. Se fallivano, prima che fossero riusciti a virare di bordo con quel mare, avrebbero perso il contatto visivo. Sarebbero stati obbligati a ricorrere al segnale subsonico per rintracciarle. Nordquist era stato avvisato di recuperare il carico il più presto possibile e di spegnere o distruggere l'apparecchiatura. La Guardia costiera poteva anche non raccogliere il segnale, ma i sottomarini americani, i cosiddetti «sub killer», che davano la caccia ai loro equivalenti russi, erano in ascolto su queste frequenze. Se si fossero incuriositi, avrebbero anche potuto venire a dare un'occhiata. Nordquist le vide ballonzolare sulla cresta dell'onda come barili arancioni. Legato sotto di esse, probabilmente a una profondità di cinque metri, c'era il carico, avvolto in una rete. Non aveva idea del suo peso o delle dimensioni, ma il fatto che i russi si fossero rovesciati gli fece venire il dubbio che fosse pesante. Forse, a farli capovolgere, era stato questo nonché l'onda che li aveva investiti sul fianco con un carico così pesante sospeso fuori bordo. Se i russi non erano riusciti a governarlo, come poteva riuscirci lui? Nordquist manovrò, usando insieme il timone e i comandi dei due motori. Allineò la Lady in modo che il carico le passasse a dritta. Allertò i due uomini a poppa usando l'altoparlante, poi si voltò e scorse il figlio che si sporgeva fuori bordo per guardare meglio. Gli uomini fecero girare il braccio di carico al di sopra della fiancata e, con l'aiuto di un lungo rampone, guidarono il gancio verso le boe, mentre la corrente le spingeva lungo il fianco dell'imbarcazione. Nordquist sentì il cavo della rete raschiare il fondo della barca mentre il carico passava sotto di loro. All'improvviso la Lady sbandò violentemente a dritta. Il gancio aveva
catturato le boe. La resistenza dell'acqua fece sì che l'imbarcazione iniziasse una lenta, esitante virata nel cavo dell'onda, una sbandata di dieci, quindici gradi. Era questo che temeva il vecchio: venir bloccato nel cavo di un'onda ed essere investito da un'altra di poppa. La classica straorzata. La Lady avrebbe cominciato a inclinarsi e si sarebbe capovolta. Diede un colpetto ai comandi del motore di dritta, fornendo all'imbarcazione più spinta da quella parte, poi portò la barra di pochi gradi a sinistra. Questo condusse la prua della Lady dentro l'onda con un'angolazione di quarantacinque gradi. I motori sforzarono mentre l'imbarcazione risaliva il muro d'acqua, trascinandosi il carico lungo il bordo. I due marinai lottarono coi comandi del verricello e finalmente riuscirono a far girare il braccio di carico intorno allo specchio di poppa. Tennero il carico a mezza nave e nell'acqua, neutralizzandone il peso, aspettando un momento di tregua per tentare di issarlo a bordo. Mentre guardava da uno degli oblò di poppa della timoneria, Nordquist provò a stabilizzare l'imbarcazione. Vide che dall'aspo del verricello si alzavano fumo e vapore. Il carico era troppo pesante. Nonostante l'ululare del vento riusciva a sentire il fischio della frizione che cercava d'ingranare per tirare il carico fuori dell'acqua. Vide i cavi legati sotto le boe risalire lentamente dalle profondità. Un'altra onda e Nordquist non sapeva più che fare. Poteva soltanto sperare che il peso del carico non fosse ancora fuori dell'acqua. Guardando fisso in avanti, manovrò abilmente usando timone e motori per tenere dritta l'imbarcazione. Il carico che arava nell'acqua agiva come un'ancora galleggiante e in effetti gli stava dando una mano. Per adesso era dalla sua parte. Il momento in cui l'avessero tirato fuori dell'acqua, sarebbe stato un altro paio di maniche. Se un'ondata li avesse investiti, il carico avrebbe cominciato a ondeggiare come un pendolo. Il suo peso avrebbe potuto farli capovolgere. L'imbarcazione parve affondare nell'acqua. Il verricello era ripartito, del fumo si alzava dall'aspo che girava adagio. Nordquist vide per la prima volta la rete. Si stava sollevando lentamente, gocciolando acqua sulla poppa. Il telone avvolto intorno al carico si era aperto e riempito d'acqua, aumentando il peso. Si sollevò lentamente, fintanto che non uscì dall'acqua e rimase appeso sopra il ponte. Un'altra onda investì la prua della Lady, e il carico cominciò a oscillare seguendo il movimento delle onde. Il ragazzo non attese. In preda al panico, spinse in avanti la leva del verricello e l'intero carico piombò sul ponte di poppa. Ci fu uno scroscio fragoroso quando
il carico precipitò sul ponte, deformando una delle lamiere. Frammenti di legno e tonnellate d'acqua si rovesciarono fuori del telone, come questo si strappò lungo un lato. Una piccola sfera argentata grande quanto un pompelmo rotolò fuori dell'involucro distrutto e attraversò il ponte di acciaio. Andò a sbattere contro il parapetto con un colpo sordo e prese a rotolare all'indietro seguendo le oscillazioni dello scafo. I due uomini rimasero immobili, sbalorditi, lo sguardo incollato a quell'oggetto che ora correva libero sul ponte della Lady. Nordquist lo vedeva dall'alto della timoneria. I due si mossero, cercando di contenerlo in un angolo, ma erano troppo lenti. La Lady si sollevò sulla cresta di un'onda e la pesante sfera di metallo rotolò lungo il passaggio sotto il castello per sbucare poi sulla prua. Sul ponte di metallo faceva lo stesso rumore di una palla da bowling. Nordquist la sentiva sbattere contro attrezzature e paratie. L'unica cosa che la tratteneva a bordo erano gli alti parapetti. Rotolò per l'imbarcazione come una pallina da flipper, andando a sbattere contro il portello di un boccaporto. Nordquist si rese conto che la sfera era densa e molto pesante. Non sapeva con esattezza di che cosa si trattasse, ma lo immaginava. I tizi di Deming e di Sedro-Woolley non gli avevano spiegato tutto, però gli avevano dato indicazioni sufficienti a metterlo in guardia. Cercò di avvisare il figlio con gesti frenetici della mano. Alla fine afferrò il microfono e premette il pulsante dell'altoparlante. «Sta' lontano! Indietro!» Le sue parole echeggiarono dall'altoparlante montato sul tetto della timoneria. Il ragazzo alzò lo sguardo verso di lui con un'espressione ansiosa. Avevano navigato per giorni nel mare in burrasca, evitato per un pelo una collisione coi russi ed erano riusciti a strappare il carico dalle grinfie della tempesta. Non aveva intenzione di farselo sfuggire proprio adesso. Il ragazzo si tuffò sul ponte cercando di bloccarlo con le mani tese contro il parapetto di acciaio. Vi appoggiò sopra le dita e ve le tenne mentre Carlos arrivava a dargli man forte. «No!» urlò Nordquist dall'altoparlante. Riuscirono a fermare la sfera, spingendola contro il parapetto e trattenendola con le dita nude. Pareva che avesse ricoperto le loro mani di qualcosa di simile a gesso scintillante. La sostanza polverosa riempì l'aria e fluttuò lentamente verso la paratia di acciaio sotto la finestratura della timoneria. La sfera era come una sostanza magica, molto pesante. Nessuno di loro aveva visto una cosa simile prima di allora.
Dall'alto, Nordquist osservava la scena a bocca aperta e con espressione preoccupata. Per qualche strano motivo aveva capito. Sapeva che suo figlio era un uomo morto. 1 Friday Harbor, Stato di Washington Scoppiata a trentadue anni. Ne aveva avuto abbastanza. Criticano Los Angeles, ma non è colpa del posto, è colpa della gente. Sono in troppi. Lincoln, nel suo discorso del 4 marzo 1861, parlò dei «migliori angeli della nostra natura», ma anche gli angeli hanno i loro limiti. Mettili in un dedalo congestionato, pompaci dentro caldo e aria inquinata e vedrai quanto ci mettono a strapparsi le ali a vicenda. Quelle di Joselyn Cole erano sparite da tempo. Due anni prima aveva detto basta. Venduti i mobili, messo in vendita l'appartamento a Marina del Rey, si era messa in cerca di una nuova vita. Si era diretta a nord, lungo la costa, e aveva proseguito, leggendo i cartelli che indicavano il numero degli abitanti strada facendo. Dopo tre settimane di viaggio su strade secondarie, prendendosela comoda, aveva scoperto di non poter andare oltre, a meno di passare il confine. Così aveva lasciato la strada e preso un traghetto. Al primo scalo era scesa, si era guardata intorno e aveva deciso che era arrivata a casa. Friday Harbor, nelle San Juan Islands, si trovava a un'ora e mezzo di navigazione da Anacortes, nello Stato di Washington, ma avrebbe anche potuto trovarsi sulla luna. L'isola era piccola, la città ancora di più. Alcuni affermavano che era una versione in miniatura di Martha's Vineyard. Joselyn ci credeva sulla parola, non essendoci mai stata. Scoprì che si trattava di un posto tranquillo e che la gente, pur badando ai fatti propri, era per la maggior parte cordiale. Una volta che gli isolani si furono resi conto che aveva intenzione di rimanere, lei diventò una di loro. L'accettarono immediatamente. Nel giro di una settimana, i commessi del piccolo negozio di commestibili la chiamavano per nome. Le ci volle qualche mese per superare l'esame di ammissione all'ordine degli avvocati dello Stato di Washington. Fatto questo, aprì uno studio e appese fuori la targa: JOSELYN COLE - PROCURATORE LEGALE. Quelli che la conoscevano da più di una settimana la chiamavano Joss. Il lavoro era scarso. Si era occupata di alcuni casi legati alla droga, princi-
palmente coltivazioni di marijuana in serre ricavate in case o vecchi granai, e riscaldate con generatori abbastanza grandi da illuminare una cittadina. I federali riuscivano a localizzarle con rilevatori termici, strumenti in grado di captare il calore emanato da una torcia elettrica attraverso un muro spesso quindici centimetri. L'arcipelago di San Juan conta più di quattrocento isole, alcune poco più di un grappolo di scogli che scompaiono con l'alta marea. Ma, con un confine internazionale a poche miglia di distanza in mare aperto, lo Stato di Victoria a ovest e Vancouver a nord-est, le isole erano un paradiso per i contrabbandieri. Joss ringraziava il cielo per questo. Coi processi ai piccoli coltivatori di droga, un caso di guida in stato di ubriachezza ogni tanto e qualche divorzio riusciva a sbarcare il lunario, adattandosi. Imparò che era possibile sopravvivere anche senza videoregistratore o, se per quello, pure senza televisore. Il venerdì sera si trovava ad ascoltare Jimmy Buffet su uno stereo che aveva comprato quand'era ragazzina. Stava a poco a poco leggendo tutti i libri della biblioteca locale. Talvolta, perdendo di vista la propria situazione finanziaria, faceva una follia e si concedeva un libro in edizione economica. In inverno faceva buio alle quattro e le strade di Friday Harbor di solito apparivano deserte. La maggior parte delle attività commerciali estive erano chiuse. Come gli orsi, i pescatori e gli altri lavoratori s'infilavano nella prima tana che riuscivano a trovare, in genere i pochi bar dimessi, ritrovo preferito della gente del posto. Era d'inverno che scoprivi chi era veramente un duro. Seduta alla scrivania, Joss fissò la faccia di uno di questi duri, segnata dalle intemperie al punto di sembrare di cuoio; l'unica nota delicata erano gli occhi marrone da bassotto che la fissavano. «Ci dev'essere qualcosa che lei può fare. Almeno costringerli a pagare le parcelle del dottore.» George Hummel sorrideva, ma lei capiva che era spaventato. Quell'uomo non era esattamente il ritratto della salute. Gli sanguinavano le gengive e i capelli gli cadevano come paglia secca. Hummel era un pescatore, almeno era questo che faceva per vivere se non stava troppo male. Era un suo cliente, uno dei cinque pescatori che stavano cercando di costringere lo Stato a pagar loro un assegno d'invalidità per quella che, affermavano, era una malattia provocata dall'inquinamento industriale. Tutti i cinque uomini presentavano gli stessi sintomi: macchie rosse sulla pelle, perdita dell'appetito, sanguinamento delle gengive, caduta dei ca-
pelli. George era diventato il loro portavoce. «Io so benissimo che è colpa delle industrie», disse. «Non deve convincere me, George.» «Bene, allora faccia qualcosa. Io sono quasi senza soldi.» I suoi risparmi si erano pressoché esauriti. La moglie e i figli dovevano pur mangiare. Ma dall'espressione del suo avvocato capì che le prospettive non erano buone. «Che dicono i medici?» Joselyn prendeva appunti su un blocco; il fascicolo di George era aperto sulla scrivania davanti a lei. Il contenuto era scarso: soltanto le lettere che lei aveva spedito, senza ricevere nessuna risposta, principalmente a medici ed enti statali. «I medici! Non capiscono nulla. Vogliono mandarmi a Seattle a fare gli esami.» «E lei li faccia», disse lei. «Costano. La mia assicurazione non vuole pagare. Dicono che è per portare avanti la causa, non per curarmi.» Il grande imbroglio del circolo delle assicurazioni. Quello che i politici, per ottenere sostanziosi finanziamenti elettorali, chiamavano «assistenza gestita»: un gruppo di medici alla mercé di una compagnia di assicurazione che diceva «no» a qualunque cosa che costava. Ed erano riusciti a far accettare il sistema ai cittadini. George le spiegò che la compagnia di assicurazione stava cercando di guadagnare tempo, nell'attesa che lui morisse. «Così non le costerà nulla.» «Ho bisogno di una documentazione medica», gli spiegò Joss. «Non posso fare nulla senza una diagnosi.» Perché lo Stato concedesse al suo cliente un assegno d'invalidità, lei doveva dimostrare che la malattia di George era stata causata dal suo lavoro e che esisteva un collegamento con le lavorazioni industriali. Per questo aveva bisogno di un esperto che si esponesse, spiegando in termini medici la probabile causa della malattia di George e la sua esatta natura. «Sappiamo tutti che cos'è. È colpa di quegli stronzi.» L'espressione poco gentile di George indicava i vicini su a nord, al di là del confine. «È una vita che su a Victoria scaricano in mare liquami non trattati. Si prendono il nostro pesce. Quello che resta ha tre occhi. L'altro giorno ne ho preso uno cui stavano cominciando a crescere le zampe davanti, come a un cane.» La disputa sulla diminuzione dei branchi di salmone aveva assunto i toni di una guerra. Alcuni traghetti per Sidney, su Vancouver Island, che facevano sosta a Friday Harbor, erano stati bloccati da flotte di barche da pesca e trattenuti per ore ai moli. I canadesi avevano contraccambiato bloccando
il traghetto per l'Alaska, su a nord. Le nazioni indiane avevano fatto causa per veder confermati i diritti di pesca, garantiti nei trattati da condizioni che, secondo loro, sarebbero dovute valere «finché cresce l'erba e soffia il vento». Sfortunatamente, i salmoni non riuscivano a riprodursi abbastanza in fretta per accontentare tutti. C'erano troppi pescherecci e troppo poco pesce. «È una buona teoria, George.» Joss si riferiva alle accuse d'inquinamento dal Canada. «Ma ho bisogno di prove, di una documentazione medica da presentare allo Stato.» «Gli porterò quel dannato pesce», assicurò George, «quello con le due gambe davanti.» Avevano già avuto questa discussione. Stava diventando senza via d'uscita. Gli tremavano le mani, appariva sconvolto. Dal loro ultimo incontro, due settimane prima, era visibilmente peggiorato. «Mi hanno fatto una trasfusione. Lo sapeva?» «No.» «Be', è così. Giovedì scorso. Hanno detto che sono anemico, che ho pochi globuli rossi.» Avrebbe potuto esserci qualcosa di nuovo nella sua documentazione medica. Joselyn prese un appunto. «Hanno detto che cosa potrebbe aver causato l'anemia?» «A me, no», rispose lui. «Mi hanno chiesto se sono stato vicino a sostanze chimiche.» «È un inizio.» «Mi fa pensare che sospettino qualcosa.» Solitamente ai medici non piacevano le cause, anche quelle non dirette contro di loro. Spesso ciò che sospettano non compare sui loro rapporti. Joss però non lo disse a George. Lo avrebbe soltanto fatto sentire ancor più disperato. Prese nota di richiedere la documentazione aggiornata. «Devo lasciare qualcosa alla mia famiglia», mormorò lui. Quando alzò gli occhi dal blocco, Joss capì che George pensava di avere il cancro. Aveva attraversato lo spartiacque. Sapeva che stava morendo. E aveva ragione. Gli disse di non abbandonare la speranza, cercò di tirarlo su di morale. «Potrebbe non essere così grave come crede.» Sapevano entrambi che stava mentendo. «Parlerò coi medici. Cercherò di convincerli a fare pressioni sulla compagnia d'assicurazione perché le passi gli esami. Minacceremo di far loro causa se si ostinano a non voler pagare. Potrebbe funzionare.»
«Potrebbe?» ripeté George. «Non ci sono risposte facili.» «Non so quanto resisterò ancora.» Gli raccomandò di tenere duro e di tornare dopo una settimana. «Potrei avere qualcosa.» Il loro colloquio era terminato. «Mi chiamerà?» La guardò con quel suo sguardo speranzoso da bassotto. «Non appena so qualcosa.» «Telefonerà ai medici?» chiese ancora lui, avvicinandosi con riluttanza alla porta. Anche Joselyn si era alzata e stava andando verso di lui. «Oggi pomeriggio. E dopo manderò anche una lettera.» Gli prese una mano. Tremava, come se fosse stata colpita da una paralisi. La moglie di George stava aspettando in anticamera. Lui non voleva che fosse presente a quei colloqui, per paura che diventasse ancora più depressa. Nella sala d'aspetto c'era anche un uomo, che guardò George mentre questi usciva: cercò di essere discreto, ma non poté fare a meno di fissarlo. George era uno di quegli uomini da cui, per quanto ti sforzassi, non riuscivi a distogliere lo sguardo, come il mendicante senza gambe che vende matite appoggiato contro il muro di un edificio. Ti faceva sentire a disagio, ma dovevi guardarlo. L'uomo era ben vestito: maglione di cachemire e mocassini. Aveva il volto magro, capelli biondo rossicci, occhi profondi. C'era qualcosa in lui che faceva pensare a una persona molto seria, efficiente. Sfoggiava un orologio costoso e un'abbronzatura dorata ottenibile solo ai tropici. Trasudava ricchezza. Di certo non era uno dei suoi tipici clienti. Joselyn sentì lo sguardo dell'uomo posarsi su di lei. A beneficio della moglie, George cercò di assumere un atteggiamento coraggioso. «La signorina Cole ci darà una mano e parlerà coi medici. Convincerà l'assicurazione a pagare gli esami.» Stava facendo promesse che forse lei non sarebbe stata in grado di mantenere. La donna sorrise. «Sapevo che ci avrebbe aiutato.» «Mi chiamerà?» chiese di nuovo George. «Non si preoccupi. Ho detto che la chiamerò e lo farò.» «Bene.» George le strinse la mano. La moglie lo prese a braccetto, più per aiutarlo che per essere accompagnata, e un attimo dopo erano già fuori, nel parcheggio.
Quando Joss si voltò, l'uomo si era alzato e le bloccava il passaggio. «Joselyn Cole?» «Sì.» «Sono Dean Belden», disse lui, porgendole la mano come se lei dovesse sapere chi era. «Ci conosciamo?» «Ho avuto il suo nome da Dick Norman, giù alla banca.» Joselyn frugò nella memoria. E poi le venne in mente. Aveva incontrato Norman una volta, a una riunione della Camera di Commercio. «Be', se mi manda un cliente forse dovrei offrirgli un pranzo.» «Sono sicuro che ne sarebbe felice. Il suo ufficio sembra piuttosto nuovo.» Il tizio si stava guardando intorno, valutando le pareti nude e il cubicolo della reception coi vetri smerigliati, chiuso e buio. «Non ho ancora avuto il tempo di trovare un'addetta alla reception.» «È difficile trovare collaboratori validi», osservò lui. La guardò e sorrise. Belden era un tipo sveglio. Aveva capito immediatamente che il problema non era il tempo bensì i soldi. «Il suo cliente mi sembra molto malato.» Fece un gesto in direzione della porta dalla quale George era appena uscito. «Sì.» «Sarà in grado di aiutarlo?» «Lo spero.» «È una faccenda seria?» Lei si strinse nelle spalle. «Mi scusi, non dovrei impicciarmi. A volte sono troppo curioso. Immagino che non me lo potrebbe dire anche se lo sapesse. Non sarebbe corretto.» «No, non sarebbe corretto.» «Però spero che non sia contagioso.» Il pensiero di prendere quello che aveva George non le aveva neppure sfiorato la mente sino a quel momento. «Credo che possiamo stare tranquilli. Come ha detto che si chiama?» «Belden. Dean Belden. Può chiamarmi Dean.» «Bene, Dean, che posso fare per lei?» «Occuparsi di una piccola faccenda.» «Andiamo nel mio ufficio.» Gli girò intorno e lui la seguì. «Sto cercando di aprire una piccola fabbrica sull'isola.» Parlava mentre
camminava. Non era uno che perdeva tempo. «Che genere di fabbrica?» «Di assemblaggio.» «Si accomodi.» «Componenti ad alto contenuto tecnologico.» Si sedette su una delle poltrone destinate ai clienti come se fosse stata sua intenzione farlo sin dall'inizio, senza perdere un momento. «Elettronica. Principalmente microinterruttori per computer industriali. Non è merce voluminosa, quindi il trasporto non costituisce un problema. Si starà chiedendo come mai ho scelto queste isole...» «A dire il vero no», rispose Joss. «Gradisce un caffè?» «No, grazie. Abbiamo un contratto di fornitura con un'altra ditta, su in Canada, quindi la posizione è ottimale. Ho bisogno di costituire e registrare la società qui nello Stato di Washington, chiedere la licenza per l'attività e il codice fiscale, ottemperare a tutti gli adempimenti fiscali... le solite cose, insomma.» Joss si stava versando un caffè dalla macchinetta nell'angolo e si chiedeva se quel tizio della banca non l'avesse confusa con un'altra. Il diritto amministrativo non era il suo pane quotidiano e, quando tornò a voltarsi verso la scrivania, quella sua perplessità le si leggeva in faccia. «Lei è in grado di fare queste cose, vero? Sono disposto a pagarle un anticipo sostanzioso.» Per la prima volta aveva tutta la sua attenzione. Ah, l'odore dei soldi! «Oh, potrei farlo. Voglio dire, la costituzione di una piccola società è una cosa piuttosto semplice. È soltanto che sono...» Stava cercando un modo per nascondere l'espressione vuota sul proprio viso. «... al momento sono piuttosto impegnata. Anche se probabilmente potrei trovare un po' di tempo per...» Prese l'agenda sulla scrivania e l'aprì, nascondendo le pagine vuote. «Potrei spostare questo e rimandare quest'altro fino alla prossima settimana...» Alzò lo sguardo su di lui. «Potrei farcela.» Sì, poteva rinunciare alle ore dedicate alla lettura in biblioteca e all'ora di Jimmy Buffet la sera. Lui le sorrise come se sapesse che erano tutte stronzate. «E qual è il suo onorario, di solito?» Prima che lei potesse dire una parola, lui aggiunse: «Sto pensando a un anticipo consistente più una tariffa oraria». Belden doveva essere carico di soldi. Quello che Joselyn sapeva di diritto amministrativo si poteva scrivere sulla pellicina di un'unghia e comprendeva il fatto che la tariffa per gli atti costitutivi di società di solito si
riduceva a un compenso forfettario, qualche migliaio di dollari al massimo, secondo la difficoltà. In alcuni luoghi era possibile addirittura farseli fare per posta. «Mi tolga una curiosità», disse lei. «La prego di non fraintendermi, non è che io non voglia aiutarla... Ma perché non si è rivolto a uno dei grossi studi giù a Seattle?» «Mi costerebbe di più», rispose lui. «Forse», osservò Joss. «Inoltre, se ho intenzione di vivere e lavorare qui, sull'isola, pensavo fosse meglio avere un legale in loco. Avrò bisogno di qualcuno per altre faccende.» Joselyn non voleva insistere sull'argomento e perdere un cliente. «Che genere di faccende?» chiese allora. Lui assunse un'espressione pensierosa. «Licenze straniere. Principalmente per transazioni al di là del confine. Cose semplici. Non le ha mai fatte?» «No.» Non aveva intenzione di mentirgli. Almeno non su quello. «Sono sicuro che imparerà presto. È molto semplice. È come pilotare un aereo, dopo che lo si è fatto una volta...» «Io non volo», precisò lei. «Io, sì.» «Chissà perché la cosa non mi sorprende.» Lui la guardò ed entrambi scoppiarono a ridere. Il ghiaccio era rotto. Belden non era brutto. Aveva i capelli tagliati corti, tendenti al grigio sulle tempie. Alto più di un metro e ottanta, fisico atletico. Indossava una polo, e la riempiva tutta nei punti giusti. «È interessata?» le chiese. Altroché, pensò Joselyn. «Credo di poter preparare i documenti di cui ha bisogno.» «No, no», fece Belden. «Io vorrei darle un anticipo e nominarla consulente legale della società.» Le sorrise mettendo in mostra denti così bianchi e regolari che avrebbero potuto benissimo figurare nella pubblicità dell'associazione nazionale dentisti. C'era anche uno scintillio nei suoi occhi, che erano di una sfumatura di verde del tutto inusuale. «Potrei anche finire col chiederle di dedicarci buona parte del suo tempo», aggiunse. «Sono una professionista, il mio tempo è in vendita.» «Ma lei no.» Suonava più come un'affermazione che una domanda. Lei rispose comunque. «Mi piace lavorare autonomamente.» «Bene. Una donna indipendente. Capisco. Naturalmente questo potrebbe
ridurre il tempo a disposizione per altri incarichi.» La guardò e sorrise come se sapesse che quello non era affatto un problema. «Me ne preoccuperò a tempo debito.» «Bene. Allora siamo d'accordo.» Mise una mano in tasca e tirò fuori un libretto d'assegni e una penna. «Che genere di anticipo chiede normalmente?» «Qui sull'isola di solito non prendo anticipi.» Lui alzò lo sguardo. «La maggior parte dei miei clienti è gente del posto», spiegò lei. «Io emetto una parcella e loro la pagano. Quando possono.» «Diecimila vanno bene?» Era una fortuna che lo schienale della sua poltrona non potesse reclinarsi oltre: sarebbe finita per terra. «E come tariffa oraria?» chiese lui, alzando nuovamente lo sguardo su di lei. Joss aveva qualche difficoltà a respirare, ma pensò in fretta. «Che ne dice di duecento all'ora?» Era più di quanto faceva pagare agli altri clienti, ma sembrava proprio che Belden potesse permetterselo. «Che ne dice di trecento?» ribatté lui. «Lei dovrebbe farmi da agente», fu la risposta di Joss. «Mi piace pensare che il mio avvocato risponda sempre alle mie telefonate se ho un problema.» Aveva portato con sé una leggera cartella di pelle che adesso era posata sul pavimento accanto alla poltrona. Allungò una mano e tirò fuori una busta gialla, poi cominciò a compilare l'assegno. «Credo che troverà tutte le informazioni necessarie lì dentro», disse, facendo un cenno con la testa in direzione della busta. «Se avesse qualche dubbio, c'è anche il mio biglietto da visita. Mi chiami.» «Nell'interesse dei rapporti tra cliente e avvocato, credo ci sia una cosa che lei deve sapere.» Lui non alzò lo sguardo. Era troppo impegnato a mettere tutti gli zeri nei posti giusti. «Lo so», disse tuttavia. «Lei non ha molta esperienza in diritto amministrativo.» «È così evidente?» «No.» «Allora come ha fatto a indovinarlo?» «Me l'ha detto il direttore della banca.» La stava osservando con quei suoi occhi verdi penetranti e un sorriso strafottente.
«Ma non ha detto che è stato lui a raccomandarmi?» «Oh, sì. Eccome. Gli ho chiesto se c'erano avvocati donna avvenenti in città.» Aveva un'espressione mortalmente seria, con un accenno di sorriso malizioso. «L'elenco era breve.» Lo disse con un tono così impertinente che lei non poté fare a meno di scoppiare a ridere. Stava ancora ridendo quando lui le passò l'assegno insieme con le informazioni sulla sua ditta. Lei rimase a fissarlo per un po'. «Come le ho detto, a Seattle mi sarebbe costato almeno altrettanto.» A giudicare dalle apparenze, Belden era abituato a ottenere sempre quello che voleva. C'era qualcosa di marziale in lui, come se fosse abituato a dare ordini e a vederli eseguiti. Non era sicura che le piacesse, ma di certo le piacevano i soldi. Forse era questo che la disturbava, la sensazione di essersi venduta, di aver venduto la propria indipendenza per un assegno. «Ora ha l'anticipo e tutte le informazioni che le servono. Allora siamo d'accordo.» Lei guardò nuovamente l'assegno. «Immagino di sì.» «Che cos'è quella faccia triste?» fece lui. «Non dovrebbe essere depressa perché ha un po' di denaro.» «Oh, non lo sono.» Cercò di cambiare espressione e sorrise. «Bene. E ora mi dica, che cos'è che l'ha portata qui sull'isola?» Lo disse come se avessero ormai finito di parlare di lavoro, e si fossero tolti un pensiero fastidioso. Sapeva bene ciò che voleva ed era fin troppo concentrato e diretto. «Che cosa le fa pensare che non sia nata qui?» chiese lei. «Non ne ha l'aria.» «Gli isolani hanno un'aria particolare?» «Una leggera crescita di muschio sul lato nord», rispose lui. «Lei sembra...» S'interruppe, riflettendo per un istante. «... della California.» «Si vede tanto? Immagino che il muschio non abbia ancora avuto il tempo di formarsi.» «Sì, quello, e la licenza appesa alla parete.» Fece un cenno col capo in direzione del certificato dell'ordine degli avvocati della California appeso accanto a quello dello Stato di Washington. «Ha gli occhi lunghi.» «Aspetti di vedere i denti», rispose lui. Era proprio quello che lei temeva. «Che fa per cena?» le chiese.
«Spiacente. Ho un impegno.» Una volta incassato l'assegno, una bella bistecca e Jimmy Buffet, pensò Joselyn. Quell'uomo stava correndo troppo. Avrebbe fatto qualche controllo in città per scoprire se qualcuno lo conosceva. «Magari un'altra volta.» «Magari. Quando vuole che cominci?» Joselyn diede un colpetto sulla busta posata sulla scrivania, cercando di tornare agli affari. «Oh, non saprei. Quanto tempo pensa che ci vorrà... senza correre?» «Una settimana, forse dieci giorni. Se non sorgono problemi.» «Allora ci vediamo tra una settimana.» Si era alzato. «Non c'è bisogno che mi accompagni alla porta. Trovo da solo la strada. Alla prossima settimana, allora.» «Alla prossima settimana.» 2 Santa Crista, California Gideon van Ry si dondolava pigramente sulla vecchia poltrona girevole da ufficio. Era sgraziato e magro per la sua altezza. Davanti a lui, la scrivania dismessa da qualche ufficio governativo era sommersa di carte: tre settimane di corrispondenza e di rapporti, tutti da leggere. Van Ry faceva parte di una squadra d'ispettori militari dell'ONU ed era appena tornato dal Medio Oriente. Figlio della Guerra Fredda, era nato in Olanda, ma cresciuto in Unione Sovietica. Sua madre era russa, suo padre olandese. Si erano conosciuti all'università dopo la guerra, ma il loro matrimonio non era destinato a durare. Aveva imparato l'inglese a scuola, come tutti i bambini olandesi, e il russo durante le vacanze estive passate con la madre a Mosca. Era lì che aveva frequentato l'università, dimostrando una notevole predisposizione per le materie scientifiche; stava rapidamente scalando la gerarchia del mondo accademico della fisica quando il vecchio impero sovietico era crollato. La sua specialità era la risonanza magnetica nucleare. Aveva passato due anni al Cal Tech, nella California del sud, dove, pur senza laurearsi, aveva imparato tutto quello che c'era da sapere sulla progettazione delle armi nucleari. Era sempre stato molto portato per la meccanica, anche da bambino. A
otto anni aveva smontato la pendola di famiglia. Da allora non era mai più stata precisa. Ma i suoi genitori non l'avevano fatta riparare. La madre la considerava un ricordo della sua infanzia. Chiunque lo avesse visto in quel momento avrebbe pensato che il corpo dinoccolato si sarebbe ribaltato all'indietro insieme con la poltrona, ma le gambe lunghissime fungevano da contrappeso. Si voltò verso la finestra, continuando a studiare il documento che teneva in mano, e si passò le dita affusolate tra i lunghi capelli biondi e ondulati. Aveva gli occhi azzurri, la carnagione chiara e le fossette alle guance. «Hai letto questo?» disse, rivolto alla ragazza ferma sulla porta del suo ufficio. Gideon parlava con un leggero accento britannico. «Sì.» Caroline Clark, una studentessa inglese che frequentava la Princeton University, dove aveva già conseguito il diploma in fisica, era uno dei quattro interni assegnati a lavorare con van Ry come analista. Attraverso l'Istituto passava una vera marea di giovani assistenti che restavano da sei mesi a due anni. Una volta tornati a casa, molti di loro sarebbero andati a ricoprire ruoli importanti nei programmi di controllo degli armamenti dei loro Paesi. Gettare quel seme nel fertile terreno multinazionale era uno degli scopi principali dell'Istituto. «Lo hai fatto vedere a qualcun altro?» chiese Gideon. «Non ancora. Lo avrei fatto se tu non fossi tornato oggi. Credevo non potesse aspettare.» «Hai ragione.» Le annotazioni erano criptiche, scritte frettolosamente su una vecchia macchina per scrivere. Si trattava di un messaggio di un vecchio amico di Gideon, un compagno di studi dai tempi di Mosca. Gideon si era mantenuto in contatto epistolare con lui per parecchi anni, durante gli studi alla Cal Tech, ma era da più di un anno che non aveva sue notizie. Anton Ziminov lavorava nel cuore amministrativo dell'industria nucleare russa: era uno dei tanti burocrati che generavano statistiche e rapporti su quello che stava diventando un fiorente commercio al di là della cortina di ferro: lo smantellamento degli arsenali nucleari. Lo IAMAD - acronimo di Institute Against Mass Destruction, «Istituto contro la distruzione di massa» - aveva fatto ogni sforzo possibile per mantenere contatti con le persone che lavoravano in quel campo. Promuoveva le comunicazioni attraverso i confini nazionali, tutte con un fine comune: la cultura della non-proliferazione, il rendere innocue le armi per la distruzione globale.
L'Istituto faceva l'impossibile per evitare di essere accusato di parteggiare per questo o quel governo. Le sue informazioni erano aperte al mondo intero. Chiunque nel giro poteva collegarsi con la sua banca dati, uno degli elenchi in assoluto più completi di armi nucleari, biologiche e chimiche. Lo scopo era di gettar luce su una pericolosa crepa che si stava aprendo: il micidiale e crescente commercio di armi di distruzione di massa. Fondato alla fine degli anni '80, l'Istituto era cresciuto come un campo di funghi selvatici fino a occupare un intero grande edificio coloniale spagnolo nel centro storico di Santa Crista. Era un'ubicazione tranquilla, a copertura di attività che portavano il personale al suo servizio nei punti più caldi della terra: il Medio Oriente, le instabili repubbliche dell'ex Unione Sovietica, l'ex Iugoslavia, il focolaio etnico dei Balcani. «Che ne pensi?» le chiese. Lei si strinse nelle spalle. «È possibile che si tratti solo di un caso di cattiva contabilità», osservò. Ma sembrava più un desiderio che un reale convincimento. «Conosci le grane che ci sono laggiù. Poco personale, niente soldi. Succede spesso che le cose vengano messe fuori posto.» «È vero», convenne Gideon. Ma sapeva che era necessario controllare. «Potrebbero essere stati smantellati?» chiese. Lei scosse la testa. «In quel caso il Plutonio-239 che contengono dovrebbe figurare nella riserva delle materie prime. E invece non c'è.» Era come la quadratura giornaliera delle casse di una banca. Se alla fine del mese mancavano quantità significative di plutonio o di uranio altamente arricchito, all'Istituto suonava l'allarme e l'informazione sarebbe stata passata a tutto il mondo attraverso la sua banca dati. Gideon guardò l'orologio: c'era una differenza di undici ore. «Non credo che possa aspettare. Se non abbiamo nessuno sul posto, dovrò chiamare il direttore e chiedere l'autorizzazione per il viaggio.» «Hai intenzione di andare a Sverdlovsk?» «Sono l'unico che possa entrare.» Era vero. Sverdlovsk era uno dei quattro siti per lo smantellamento delle armi nucleari in Russia. Tutti erano sorvegliatissimi. Nessuno consentiva l'ingresso a visitatori occidentali. Ma Gideon era russo. Era cresciuto in Russia, da adolescente, se non proprio da bambino, e aveva contatti nel governo russo, persone che, se avvicinate nel modo giusto, avrebbero anche potuto concedere a un concittadino l'accesso al sito. «Potrebbe trattarsi di un errore», osservò Caroline. «È possibile che qualcuno abbia trascritto male un numero. Sai che sono oberati di lavo-
ro...» Si riferiva ai tecnici nucleari, agli scienziati e ai militari russi, la maggior parte dei quali non veniva pagata da mesi. «Nel qual caso non ci metteremo in imbarazzo da soli divulgando alla comunità internazionale un rapporto inesatto.» Lei lo guardò come se non sapesse che cosa fare. «E se non si tratta di un errore?» Gideon sapeva che la situazione in Russia era sempre più disperata: il rischio che una guardia venisse pagata per guardare da un'altra parte, o un tecnico per trafugare qualche chilo di uranio da un deposito cresceva di mese in mese. «Quando l'hai ricevuto?» le chiese. «Due giorni fa.» «Dunque calcoliamo due settimane», disse Gideon. La domanda era: se i due ordigni erano stati rubati, quand'era accaduto? Dando per scontato lo scenario peggiore, Gideon stava già ragionando all'indietro per calcolare quanto tempo avessero avuto i ladri per trasportare il materiale fuori dei confini nazionali. «Sta di fatto che o ci troviamo di fronte a un errore», mormorò, «e di certo un errore grossolano...» Lei annuì. «... oppure a ordigni nucleari che sono scomparsi o forse a ordigni nucleari smantellati e al loro materiale fissile weapon-grade scomparso. In un caso o nell'altro, se ce ne siamo accorti noi, le autorità russe avranno avuto il tempo per rilevare la stessa discrepanza. Guarda se riesci a scoprire eventuali indagini in corso.» Gli analisti di lingua russa dell'Istituto stesso, o dell'Istituto linguistico della Difesa, avrebbero passato al setaccio giornali e trasmissioni radio della regione, controllando se venisse riportato qualcosa d'insolito. «Non vuoi che chieda direttamente alle autorità russe?» «Non ancora.» Ziminov gli aveva scritto in via confidenziale. Se l'Istituto si fosse rivolto direttamente alle autorità, queste avrebbero voluto conoscere la fonte dell'informazione. Gideon riteneva importante proteggere la sua fonte. Avrebbe dovuto compiere indagini discrete, usare tutti i suoi contatti per arrivare là dove voleva senza causare allarmismi nella comunità nucleare russa. Se non avesse usato la massima cautela, tutti gli avrebbero sbattuto la porta in faccia e sarebbe partita un'indagine interna. Lui era russo per metà, ma erano ormai anni che viveva in Occidente. La situazione richiedeva una certa abilità diplomatica. Caroline prese un appunto. Aveva conosciuto alcuni scienziati e tecnici russi durante una visita l'anno precedente. Erano persone fedeli al proprio
lavoro e trovava difficile credere che qualcuno di loro vendesse materiale nucleare sul mercato nero. Gideon si grattò il mento. «Quello che mi dà da pensare è che ne sono spariti due. Perché due?» osservò, guardandola. «Forse perché quando si è in ballo tanto vale ballare. Se si tratta di un furto, cioè.» Lui scosse la testa. «Sì, ma il rischio di essere scoperti aumenta.» C'erano già stati diversi casi documentati di traffici sul mercato nero, per la maggior parte materiale fissile non arricchito contrabbandato da ex Paesi satelliti in Afganistan e messo in vendita con tanta leggerezza che i responsabili erano stati presi quasi subito. Il metodo usato solitamente era quello dello stillicidio: pochi grammi per volta di uranio naturale, probabilmente non weapon-grade, rubati per un periodo di tempo abbastanza lungo finché i ladri non arrivavano a possederne un chilo. Era materiale che poteva essere usato per confezionare una dirty bomb, un ordigno che non avrebbe mai raggiunto la massa critica necessaria per una reazione a catena, ma che avrebbe potuto produrre effetti tossici e, insieme con una sufficiente quantità di potente esplosivo convenzionale, contaminare un'area di considerevole grandezza. Ma l'informazione che Gideon aveva davanti a sé era qualcosa di diverso: si trattava di due ordigni nucleari intatti completi di circuiti d'innesco. Era un'impresa così sfacciata da risultare incredibile. Ecco perché Caroline non ci credeva e Gideon sapeva che, se davvero si trattava di qualcosa di più di un errore, avrebbe avuto bisogno di maggiori chiarimenti per convincere gli altri. «Che cosa sappiamo di questi ordigni?» Caroline teneva il fascicolo in mano: appunti di lavoro che comprendevano informazioni di solito non inserite nella banca dati dell'Istituto. Erano notizie non destinate al pubblico. Per motivi di sicurezza, normalmente lo IAMAD non divulgava l'esatta ubicazione dei depositi delle armi, né il numero di armi in essi custodite: sarebbe servito soltanto a renderli facili obiettivi per i terroristi o la mafia russa. La giovane sfogliò rapidamente gli appunti scritti a mano contenuti nel fascicolo. «Gli ordigni mancanti provengono da Sverdlovsk-45. L'impianto ha cambiato nome circa un anno fa. Ora si chiama Lesnoj, ed è una delle maggiori strutture per lo smantellamento delle testate nucleari nella zona centro-meridionale del Paese.» Tirò fuori una mappa dal fascicolo, si avvicinò e la posò sulla scrivania davanti a Gideon. «Ecco», disse, indicando
un punto sulla cartina. «Vi sono conservati sia plutonio sia uranio weapongrade. Secondo le informazioni in nostro possesso, è uno dei più grandi impianti di trattamento di tutta la Russia. Circa millecinquecento testate l'anno.» «Se il piano è di far sparire qualcosa, allora sembra il posto adatto», disse Gideon. «Senza dubbio sono oberati di lavoro.» Caroline annuì. «Attrezzature di custodia inadeguate...» rifletté Gideon. «Potrebbero anche metterci un po' a scoprire che manca qualcosa. Abbiamo notizie sul loro livello di sicurezza?» Caroline consultò i fogli pinzati all'interno della cartellina. L'International Atomic Energy Agency classificava tutte le strutture al mondo in cui venivano trattati o custoditi materiali fissili. «Non è sorvegliato», rispose con un sospiro. «Me l'immaginavo.» I russi non avevano i soldi per rispettare gli standard internazionali di sicurezza. In certi posti c'erano addirittura buchi nelle reti di recinzione attraverso i quali i bambini s'infilavano per andare a giocare a pochi metri di distanza da bunker sotterranei pieni di contenitori di plutonio e chiusi soltanto da porte di ferro mangiate dalla ruggine. Era l'anticamera del disastro: una situazione che, invece di migliorare, stava degenerando. «Secondo le informazioni che ci ha passato Ziminov, pare che i due ordigni in questione fossero destinati allo smantellamento», disse Caroline. «Sappiamo che cos'erano?» «Pare che fossero relativamente piccoli, due testate balistiche complete di circuiti d'innesco per proiettili da artiglieria nucleare di campagna. Centocinquantatré millimetri. Costruiti negli anni '60.» «Quindi niente PAL?» Caroline scosse la testa. «No.» Nel gergo degli addetti ai lavori, PAL era l'acronimo di permissive action links e indicava i meccanismi di sicurezza per ordigni nucleari che ne avrebbero impedito l'esplosione senza l'approvazione da parte di vari livelli di controllo del governo. Molti degli ordigni assemblati nei primi anni '60, sia negli Stati Uniti sia in Unione Sovietica, mancavano di questi meccanismi di sicurezza. Questo li rendeva l'obiettivo primario dei terroristi, l'arma perfetta su cui mettere le mani. L'espressione sul volto di Gideon diceva tutto. Ordigni che potevano venir nascosti ovunque e fatti esplodere senza molta difficoltà. Il sogno di
ogni terrorista. La questione era se avrebbero funzionato. «Ne conosciamo la potenza?» Lei si strinse nelle spalle scuotendo la testa. «Secondo le informazioni ufficiali, otto decimi di kiloton. Ma si sa che questi dati sono sempre inferiori alla realtà.» Durante la Guerra Fredda, entrambe le parti avevano sistematicamente mentito sulla potenza delle loro armi per guadagnare vantaggio nei trattati sulla limitazione degli armamenti. «Se sono comparabili alle armi americane di pari potenza», borbottò Gideon, «probabilmente stanno tra i due e i cinque kiloton.» Questo significava che erano piccole, facilmente trasportabili e potenti quasi quanto le bombe che avevano devastato Hiroshima e Nagasaki. Uno di questi ordigni, da solo, avrebbe potuto polverizzare il centro di una grande città. Fatti esplodere insieme, avrebbero distrutto Manhattan e ucciso all'istante mezzo milione di persone, lasciando l'altro mezzo a morire per avvelenamento da radiazioni. Gideon sollevò il ricevitore e digitò un numero di due cifre sulla linea interna. «Sally», disse alla sua segretaria, «vedi se riesci a fissarmi un appuntamento col direttore questo pomeriggio sul presto. Digli che è molto importante. E cancella tutti i miei appuntamenti del pomeriggio. Se hai bisogno di me, mi trovi a casa.» Doveva fare le valigie. Non sapeva per quanto tempo sarebbe stato via. Rimise il ricevitore sulla forcella, prese la valigetta e controllò che dentro ci fosse il passaporto. «Cercami un volo, il più diretto possibile da San Francisco a Mosca», disse a Caroline. Sapeva che sarebbe dovuto arrivare a Mosca prima di trovare una coincidenza per la Siberia. Non era mai stato in quel luogo tremendo e il semplice pensiero lo fece rabbrividire. 3 Deer Harbor, Orcas Island Il pick-up Ford del 1979 procedeva come un granchio sulla strada polverosa, il retrotreno tutto sbandato di lato come un cane che ha preso un colpo nei quarti posteriori. Era talmente coperto di fango che lo sporco non gli si attaccava più addosso. Sul lunotto posteriore c'era un adesivo grande quanto una targa automobilistica che diceva: COME GUIDO? - CHIAMA L'l-800-E-VA-A-CAGARE. Il camioncino si fermò con una sbandata davanti alla costruzione di me-
tallo color grigio scuro, sollevando una nuvola di polvere. Oscar Chaney scese, sbattendo la portiera. Un altro uomo era fermo davanti all'edificio; ai suoi piedi, un mucchietto di mozziconi di sigaretta. «Sei in ritardo.» Chaney lo guardò male. «Mandami il conto per il tempo che hai perso.» «Perché tutti questi giochetti soltanto per un gruppo di contadini idioti? Io non capisco. Perché il colonnello usa nomi in codice? È come se stessimo trattando con un governo legittimo.» «Proprio perché sono idioti», ribatté Chaney. «Prima o poi faranno qualche errore e lui non vuole che quegli errori portino a noi. È il motivo per cui non devi assolutamente avere contatti con loro. Hai capito?» Il tizio annuì. «Per me non c'è problema. Dove hai preso il camioncino?» chiese poi con aria scettica, osservando le ammaccature e la sporcizia che facevano pensare a un veicolo proveniente da uno sfasciacarrozze. «È il mio contributo al colore locale», rispose Oscar Chaney. «Mi fa sembrare uno di loro, non trovi?» «Affanculo il colore locale. Voglio solo concludere 'sta faccenda e tornarmene a casa.» «Un po' di pazienza, Henry. Coi soldi che ci danno per questo lavoro potrai prenderti una bella vacanza.» Lavoravano insieme da quasi cinque anni. Il colonnello li aveva sempre tenuti uniti sin da quando si erano conosciuti nel Caucaso, dove operavano sotto gli auspici dell'ONU nel corpo di pace. Il corpo di pace! Che barzelletta! Erano soldati professionisti e non davano loro neppure i proiettili per la paura che creassero un incidente internazionale. In quattro avevano dato le dimissioni - Fritz, tedesco; Oscar, americano; Henry, inglese, e il colonnello che era stato addestrato in Sudafrica ma girava con passaporto inglese - e si erano messi in proprio. Negli ultimi due anni avevano guadagnato una piccola fortuna offrendo i propri servigi. «Com'è là dentro?» Chaney fece un gesto verso l'edificio. «Quattro pareti e un tetto.» Chaney fece qualche passo ed entrò attraverso la porta semiaperta. Lanciò un'occhiata veloce all'interno. Il pavimento di cemento era chiazzato qui e là di olio e grasso. In un angolo si scorgevano alcuni rottami e contro una parete era addossato un bancone da lavoro. Sopra, imbullonati al ripiano, c'erano un tornio elettrico e una morsa da banco. Abbandonati sul bancone, si scorgevano stracci sporchi e una manciata di attrezzi, qualche chiave inglese, un paio di pinze. Una spruzzata di luce filtrava dal tetto di
metallo nei punti in cui qualcuno aveva dimenticato d'inserire le viti e il sole aveva fatto saltare i fogli d'isolante. «C'è energia sufficiente per la saldatrice ad arco? Dovrò usarne una grossa.» «Sì. Abbiamo anche l'acqua corrente e le luci. Più una latrina sul retro.» Su una parete dell'edificio c'era una grossa porta scorrevole, appesa a una guida di metallo. Chaney vi si avvicinò, afferrò la porta e spinse con forza. Questa si aprì con fragore, scivolando lungo l'esterno e andando a fermarsi con un tonfo. L'apertura era larga circa tre metri e mezzo e alta tre, più che sufficiente per il lavoro che aveva in mente. «Chi è il proprietario?» «Una donna che sta in un posto che si chiama Kirkland. Sul continente. Suo marito lo usava per fare quello che lui chiamava 'raccolta differenziata dei ricambi'... In altre parole prendeva i pezzi da auto rubate e li vendeva separatamente.» «Ah.» «Finché un'auto non è caduta dal cric e gli ha spappolato la gamba», concluse Henry. «Che sfortuna...» osservò Chaney. «Comunque questo posto andrà benone. Appartato. Lontano. Ma il commercio di pezzi di ricambio... la polizia ne sa qualcosa?» «No. Ho controllato. L'uomo è stato portato in un altro posto prima di chiamare l'ambulanza. Hanno fatto cadere una macchina dal cric sulla strada principale e poi hanno chiamato i soccorsi. Quindi, con calma, si sono sbarazzati di quello che c'era qui. La polizia non ha mai visto questo posto.» «Bene. Molto bene. Che cosa sai dei proprietari?» «L'uomo zoppica, la donna ha un sacco di soldi.» «È possibile che vengano qui a dare un'occhiata?» Henry scosse la testa. «No. Ho seguito le indicazioni del colonnello. Ho detto loro che avremmo pagato in contanti ogni mese. È un affitto doppio rispetto a quanto avrebbero preso da chiunque altro. Ho aggiunto che abbiamo bisogno di molta elettricità. Penseranno che si tratti di droga, che installeremo un sacco di lampade per coltivare marijuana. Una grossa serra. Però non mi hanno fatto altre domande. Il vecchio avrà pensato che meno sa meglio è. Se il governo dovesse mai chiedergli qualcosa, lui può sempre dire che non ne sapeva niente. In questo modo non possono confiscargli la proprietà.»
«Bene. Chiudiamo l'accesso alla strada con una catena. Metti qualche grosso cartello con VIETATO L'ACCESSO e procurati un paio di cani feroci. Intendo dire cani che azzannino tutto quello che si muove. Legali con una catena all'esterno dell'edificio e assicurati che riescano ad arrivare a tutte e due le porte. E qui dev'esserci sempre qualcuno. Tu dormirai qui, la notte.» Henry annuì, prendendo mentalmente nota di tutto. «Quanto tempo abbiamo?» «Il tempo che serve», rispose Chaney. «Ma non di più. Stamattina il colonnello mi ha spiegato che il governo sta facendo indagini e ha emesso mandati. Stanno cercando un'organizzazione.» Fece una risatina. «Fortunatamente per noi, si sono infilati in una strada che sta per diventare un vicolo cieco.» Diede un'ultima occhiata all'edificio. «Direi che per essere tranquilli abbiamo dieci giorni.» «Ce la faremo?» chiese Henry. «Il camion lo posso preparare. Ho già il telaio e il pianale. Sull'altro lato dell'isola c'è un vecchio serbatoio di fertilizzante. L'ho visto la settimana scorsa e ho parlato col proprietario. Posso comprarlo e usarlo per costruire il contenitore da mettere dietro. Il problema è il resto. Come maneggiare quella roba ed essere sicuri di non finire a far luce di notte come le lucciole.» «Lo so», borbottò Henry. «Neanche a me piace maneggiare quella roba.» «Lasciamo che sia Thorn a preoccuparsene. E poi dovrebbe fare tutto il russo. È molto ben addestrato. Sa il fatto suo.» «Già. Così ben addestrato che ora se ne sta in galera.» «Il russo è un problema mio», ribatté Chaney. «Un problema tuo?» «Thorn ha un piano per farlo uscire.» «Sarà meglio che si dia una mossa. Io non ho intenzione neppure di toccarla, quella bomba.» «Tu ti preoccupi troppo.» «È quello che dicevano a Cernobyl. Ora nascono bambini con quattro gambe e un occhio solo in mezzo alla fronte. È solo che vorrei avere ancora almeno un figlio», disse Henry. «Non mi va di sparare a salve con mia moglie.» «Faresti un piacere ai posteri», ribatté Chaney. Scoppiarono a ridere entrambi. Henry avrebbe riso ancora più forte se
non fosse stato così preoccupato. «Nel frattempo, come dicono i nostri amici a Deming, 'procurami due cani feroci, hai capito'?» Chaney imitò la parlata pesante di quei bifolchi ignoranti che credevano di averlo assunto. Henry annuì. Il colloquio era finito. Chaney si diresse verso il camioncino. «Ah», esclamò, voltandosi. «A momenti me ne dimenticavo. Avremo bisogno di liquame. Ordina una di quelle latrine portatili, sai quali dico. Falla sistemare lì davanti e di' a tutti di usare solo quella. Anzi, meglio ancora, chiudi a chiave la latrina sul retro, così non avranno altra scelta.» «Perché?» «Tu non ti preoccupare. Fallo e basta.» Tukwila, Stato di Washington Oscar Chaney sapeva che in un modo o nell'altro l'avrebbero preso: o con una mazzetta esplosiva o col famigerato chip elettronico. Dopo che aveva percorso quindici isolati senza che dentro l'auto fosse scoppiato niente, pensò che doveva per forza trattarsi del chip. C'erano un sacco di reati stupidi, ma nessuno stupido quanto la rapina in banca, e lui lo sapeva. Ma non aveva altra scelta: era l'unico modo certo per farsi arrestare dai federali. La rapina in banca era un reato federale. Lo avrebbero rinchiuso a Kent. Il governo aveva un contratto con la contea perché ospitasse i suoi prigionieri nel carcere di Kent in attesa del processo. Il russo era chiuso là dentro, e lui doveva farlo uscire prima che l'FBI scoprisse su chi aveva messo le mani. Chaney aveva raccomandato a Čenko di non dare nell'occhio. E invece il russo si era messo a girare per il quartiere a luci rosse e, tre giorni prima, aveva cercato di pagare una puttana in rubli. Si era ubriacato, diventando violento. La donna aveva fatto una scenata e si era messo in mezzo il suo magnaccia. Čenko si era beccato un pugno in faccia, ma il magnaccia si era ritrovato dalla parte sbagliata di una Taurus 45 automatica. Fortunatamente erano volati solo insulti e niente spari, però, quand'era arrivata la polizia, il russo e il magnaccia erano stati arrestati. Un controllo con l'ufficio immigrazione aveva subito rivelato che Čenko era entrato nel Paese illegalmente. Questo, insieme col possesso della pistola, lo aveva fatto finire nel carcere di Kent. Oscar Chaney continuava a guardare il sacchetto di carta posato sul sedi-
le accanto. Aveva lasciato che la cassiera scegliesse le mazzette e sapeva che gli aveva dato una «mazzetta esca». Di solito erano pacchetti di banconote da cento, qualcosa che un rapinatore non poteva rifiutare. La vecchia tecnologia era la mazzetta con la vernice: un fascio di banconote esplosivo contenente una tintura indelebile, di solito di un colore vivace e fluorescente, arancione o verde, con l'aggiunta di un po' di gas lacrimogeno per buon peso. Se fosse esploso, avrebbe imbrattato Chaney e l'interno della vettura. Era il tipo di prova che i procuratori distrettuali adoravano. Di' un po' al tuo avvocato che lo spieghi lui alla giuria. Ma la mazzetta con la vernice aveva un inconveniente: se fosse esplosa troppo presto, all'interno della banca, un rapinatore nervoso e armato avrebbe potuto cadere in preda al panico e prendere ostaggi o, peggio ancora, mettersi a sparare. L'ultima moda fra i tutori dell'ordine era la mazzetta elettronica. Incollata tra due banconote da cento dollari, la trasmittente, grande quanto una carta di credito, veniva attivata dal meccanismo a molla del cassetto della cassa. Non appena l'impiegato la estraeva, la trasmittente incominciava a emettere un segnale silenzioso che la polizia era in grado di rintracciare. Chaney pensava di averli già alle calcagna, un corteo di macchine civetta che lo seguivano lentamente nel traffico. Perché lanciarsi in un inseguimento ad alta velocità quando potevi fregare l'indiziato e aspettarlo a casa sua? La polizia operava tramite una squadra anticrimine formata da agenzie locali, statali e federali, una specie di squadra di pronto intervento dotata di armi automatiche. Per questo motivo Chaney non aveva una pistola con sé. Pensava che, se si fosse messo le mani in tasca e l'avesse minacciata, la cassiera gli avrebbe creduto sulla parola. Il piano era di farsi prendere e mandare nel carcere di Kent, non di farsi sparare addosso. Aveva solo due giorni di tempo per trovare il russo e farlo uscire. Senza Čenko, l'intera operazione doveva essere annullata. Soltanto lui era in grado di assemblare l'ordigno e accertarsi che funzionasse. Chaney svoltò l'angolo e vide le luci blu, rosse e bianche che lampeggiavano su cinque volanti ferme in fondo alla strada, bloccata completamente. Pistole e fucili erano puntati contro di lui. Altre tre macchine arrivarono con uno stridore di gomme alle sue spalle, chiudendo l'incrocio. I poliziotti presero posizione con le armi spianate, riparandosi dietro le portiere aperte. Poi uscì l'altoparlante. «Scendi dall'auto con le mani alzate, in modo che possiamo vederle. Subito.»
Non avevano ancora finito di parlare che Chaney aveva già le mani fuori del finestrino aperto. 4 Friday Harbor, Stato di Washington Quella mattina, quando Joselyn arrivò in ufficio, notò che la macchina di Sam si trovava già in garage. Era arrivata presto. Samantha Hawthorne era la sua padrona di casa e la migliore amica che avesse sull'isola. Sam era una con le palle. Immune dalla flemma degli isolani, sapeva quello che voleva e all'occorrenza sarebbe riuscita a trovarsi un bel posticino anche all'inferno. Viveva a Friday Harbor da quindici anni e quindi era quasi come se fosse nativa del posto. Aveva quarantacinque anni ma ne dimostrava trenta; era una brunetta tutta curve, troppo in gamba per sposarsi, una persona da trattare coi guanti. Sulla porta del suo ufficio si scorgeva una targa di legno pitturato e intagliato. Sotto il nome c'era scritto: IPNOSI E PSICOTERAPIA. Quando Joselyn imboccò il corridoio che portava al suo ufficio, vide che la porta di Sam era aperta: lei stava seduta alla scrivania, dietro una pila di carte. «Mi fa piacere che tu sia arrivata», osservò Sam. «Hai dormito troppo?» Joss guardò l'orologio. «Sono solo le nove.» «Sì, e c'è chi lavora già da un pezzo. Appuntamento impegnativo, ieri sera?» «Già, con un manuale di diritto societario.» Aveva fatto le ore piccole preparando tutti i documenti per la società di Belden. «È tutta la mattina che squilla il tuo telefono», disse Sam. Le due donne dividevano un impianto telefonico che Sam aveva fatto installare quand'era entrata lì dentro. Sperava di trovare presto altri inquilini in modo da poter dividere con loro il costo di una centralinista. «Alla fine ho risposto per autodifesa», proseguì. «Non riuscivo a lavorare.» Spinse un foglietto rosa per appunti sul ripiano della scrivania verso di lei. Joselyn entrò e lo prese. «Una tazza di caffè?» chiese Sam. Il messaggio telefonico era di Dean Belden. «No. Ne ho bevuto uno venendo qui. Era urgente?» «Come?»
«Il messaggio...» La settimana di tempo che si era presa per preparare i documenti non era ancora passata, e lui la stava già chiamando. «Non lo definirei disperato», rispose Sam. «A giudicare dal tono di voce, direi che non è il tipo che si fa prendere dal panico.» Sam era molto pronta nel giudicare le persone, anche se l'unico elemento a disposizione era una voce al telefono. Si versò una tazza di caffè dalla caffettiera posata sulla credenza dietro la scrivania. «Sì. Ma ti ha detto che cosa voleva?» riprese Joselyn. «Non siamo entrati cosi in confidenza.» Sorseggiò il caffè e la guardò al di sopra della tazza. «Vuole che lo chiami. Di che cosa si tratta? Di violenze domestiche? Di qualcosa di penale?» «Niente che ti possa interessare.» «Come fai a saperlo? Al telefono mi è parso promettente.» «È un imprenditore. E paga in anticipo.» Rivolse a Sam un sorriso malizioso. «Allora m'interessa di sicuro. Gli affari sono sempre causa di stress.» Le fece l'occhiolino. «Chissà, forse potrebbe aver bisogno di un po' di terapia.» «Non illuderti. Dean Belden non mi sembra il tipo che si lascia assalire dallo stress. Che fai a pranzo?» «Chiamami», disse Sam. Joselyn si diresse nel suo ufficio, aprì la porta e mollò borsa e valigetta sulla sedia. Compose il numero di Belden. Lui rispose al primo squillo. «Sì?» Il tono era un poco più aspro, meno raffinato che al loro primo incontro. «Signor Belden, sono Joselyn Cole. So che mi ha chiamato.» «Ah, signorina Cole.» La sua voce si fece più morbida, più sofisticata. «Ho un problema», disse. «Devo vederla oggi.» Era più un ordine che una richiesta. Belden sembrava abituato a dire alla gente quello che doveva fare. «Al più presto possibile», aggiunse. Voleva indietro i suoi soldi, Joselyn se lo sentiva. Si era trovato un altro avvocato. «Ho cominciato a lavorare alla documentazione», gli spiegò. «Bene.» «Ho già presentato la richiesta d'identificativo di ragione sociale. Mi sono riservata di aggiungere il nome.» «Ottimo», annuì lui. «Pensavo ci vedessimo la settimana prossima. Dovrebbe essere tutto pronto per allora.»
«Si tratta di un'altra faccenda. È saltato fuori un nuovo problema.» «Capisco. Bene, quando vuole che ci vediamo?» «Subito. Sarò nel suo ufficio tra venti minuti.» Prima che lei potesse dire qualcosa, Belden riattaccò. Quindici minuti dopo, Joselyn udì rumore di passi sul ballatoio. La porta dell'anticamera si aprì e si richiuse. «Sono qui», gridò una voce attraverso la porta chiusa del suo ufficio. Un paio di secondi dopo Belden infilò dentro la testa. «Spero di non aver sconvolto troppo la sua giornata. Grazie per avermi ricevuto con un preavviso così breve.» «Non si preoccupi. Entri. Qual è il problema?» «Non so come spiegarglielo», rispose lui. «Sono un po' imbarazzato. Non mi è mai accaduto niente di simile prima d'ora. Neppure una multa per eccesso di velocità in dieci anni.» «Di che si tratta?» Si mise a sedere su una delle poltrone riservate ai clienti. «Ieri mi trovavo nel mio ufficio e stavo lavorando ad alcuni documenti quando entra quest'uomo, vestito con un abito blu e stivali neri da cow-boy. Un gran paio di baffi. Sembrava un po' trasandato. Mi ha chiesto se ero Dean Belden. A vederlo, non sapevo se dire di sì o di no. Capisce?» Lei annuì. «Era grosso. Non molto gentile, corpulento. La quintessenza del poliziotto. Gli ho detto che ero io. Che altro potevo fare?» «E...?» «E lui mi ha dato questa.» Infilò una mano nella tasca interna della giacca e tirò fuori una busta. «Poi, all'improvviso, si è voltato e se n'è andato.» Si sporse al di sopra della scrivania e le porse la busta. Era stata aperta nella parte superiore con uno strumento affilato. Joselyn tirò fuori il foglio di carta piegato all'interno e lo aprì sulla scrivania. Era tutto stropicciato e spiegazzato e aveva alcune macchie di caffè con l'impronta rotonda del fondo di una tazza nei punti in cui era stata posata sul foglio. Parte del testo battuto a macchina era imbrattato. «Che cos'è successo a questo documento?» «Mi ci è caduto sopra un po' di caffè», rispose Belden. «Un po'? Non si riesce neppure a leggere la data della comparizione», osservò Joselyn. «Mercoledì», disse lui. «Immagino che lei sia libera, vero?» Lei guardò l'agenda, ma non rispose alla domanda.
«Penso che quel tizio fosse un ufficiale giudiziario», concluse Belden. «Come facevo a saperlo?» «O un ufficiale giudiziario o un agente di polizia giudiziaria.» Joselyn cercò di leggere tra le righe di ciò che era scritto sul foglio, come pure sul volto di Belden e nei suoi occhi. Il documento era breve, l'espressione di lui enigmatica. «Di che si tratta?» «Proprio non lo so», sospirò lui.
«Dovrà pur avere un'idea del perché vogliono parlare con lei.» «Non ne ho la minima idea.» Joselyn non sapeva se credergli o no. Lui sollevò due dita in una specie di giuramento dello scout. «Lo giuro.»
Com'era tipico di un gran giurì federale, l'ordine di comparizione che intimava a Belden di presentarsi a Seattle non svelava nulla della natura dell'inchiesta governativa. Negli Stati Uniti un gran giurì federale è la cosa più vicina che esista a un tribunale dell'Inquisizione o a un tribunale speciale della Corona: pochissimi diritti, niente che somigli a un controinterrogatorio, nessuna concessione alla presenza di un avvocato dentro l'aula. Non ci sono vere regole riguardo all'ammissibilità delle prove. L'unica cosa che non possono fare è torturarti... almeno in teoria. Vatti a fidare della parola del governo. «C'era qualcos'altro dentro la busta?» «Tipo?» «Una lettera? Qualche comunicazione?» «No. Soltanto quel foglio che vede.» «Questa dovrebbe essere una buona notizia», gli disse. «Perché?» «Non c'è nessuna informazione di garanzia.» «Che cos'è?» «Se lei fosse l'oggetto della loro indagine, avrebbero dovuto comunicarglielo e mandarle quella che si chiama un'informazione di garanzia, in cui la si mette al corrente dei suoi diritti. Primo fra tutti quello di restare in silenzio. Il fatto che lei non l'abbia ricevuta significa probabilmente che stanno indagando su qualcun altro e lei è solo un testimone.» «Che devo fare?» «Anzitutto non parlare della citazione con nessun altro. Non l'ha fatto, vero?» «No.» «Bene. Se lei fosse oggetto della loro indagine, le consiglierei di appellarsi al Quinto Emendamento. Presentarsi, in modo da non poter essere accusato di disprezzo della corte, ma non dire nulla. Ovviamente, lo può fare in ogni caso, e potrebbe essere una mossa prudente.» «Non penseranno che sono colpevole di qualcosa se mi rifiuto di collaborare?» «Non è quello che pensano che può nuocerle, bensì quello che possono provare.» Il problema, con un gran giurì federale, erano i suoi poteri. La non ammissibilità era un concetto inesistente. Potevano rivoltare la tua vita come un calzino, chiamare tutti i tuoi vicini e soci d'affari a testimoniare, passare un anno a diffamarti con illazioni varie e non riuscire a far nulla, a parte
rovinarti la reputazione. «Mentre indagano sui crimini di qualcun altro potrebbero scoprirne uno suo», gli disse. «Io non ho mai fatto niente di male.» «San Belden», disse Joselyn. «Capisco.» Lo guardò, incrociando i suoi occhi color smeraldo. «E le sue dichiarazioni dei redditi? Immagino che anche quelle siano ineccepibili, vero? Mai inserite detrazioni che non possano essere documentate, vero?» Lui alzò gli occhi al soffitto con un'espressione quasi buffa. «Dunque, mi faccia pensare.» Rifletté qualche istante. Si portò un indice alle labbra. «Non credo. No. Ne sono sicuro. Il mio unico delitto è la lussuria e, sfortunatamente, quello è stato commesso solo con la mente.» Joss si sforzò di trattenere una risata. «La prego», disse. «È una faccenda seria.» «Lo so.» «Se decide di collaborare, va benissimo. Ma io chiederei qualcosa in cambio.» «Ci sto provando.» «La prego, signor Belden.» «Mi chiami Dean.» «Potrebbe trovarsi in guai seri, Dean. Un buon avvocato chiederebbe l'immunità, tanto per essere al sicuro.» «Se lei crede che è questo che debba fare...» «Se lei non è oggetto d'indagine, il governo non dovrebbe avere problemi a garantirle l'immunità. Magari l'immunità parziale.» «Che cos'è?» «Non è assoluta come quella totale e significa che il governo non può usare contro di lei ciò che lei rivela davanti al gran giurì, purché lei dica la verità.» «Ma tu guarda i guai in cui puoi trovarti facendo quello che dice il governo! Che cos'è questa faccenda?» esclamò Belden. «Insomma, che stanno cercando?» «Davvero non ne ha idea?» Lui scosse la testa. «Devono essere convinti che lei sia in possesso d'informazioni che a loro interessano.» «Quali informazioni?» «Ci pensi», ribatté lei. «Qualcosa che riguarda gli affari?»
Lui scosse la testa lentamente, come se stesse frugando nella memoria alla ricerca di un'indicazione. «In quale campo faceva affari prima di venire qui?» «Elettronica. Ho sempre lavorato nel campo dell'elettronica. Non ho mai fatto altro. È il mio lavoro, l'unico che so fare.» «Forse qualcuno con cui ha fatto affari?» All'improvviso nei suoi occhi verdi comparve un lampo. Si batté il palmo della mano sulla fronte. «Ma certo! Perché non ci ho pensato prima?» «Pensato a che cosa?» «A Max Sperling. Ecco che cos'è. Non può essere altro.» «Chi è Max Sperling?» «Ho concluso qualche affare con lui due anni fa. O erano tre?» Rifletté per un secondo. «Sì, è più facile tre. Era un fornitore di componenti elettronici, giù nella Silicon Valley. Ho saputo che aveva avuto qualche guaio con la giustizia, un anno fa. Aveva smerciato microchip rubati o qualcosa del genere. Non vi ho prestato molta attenzione perché ormai non eravamo più in rapporti d'affari.» «Che cosa comprava da lui?» «Microchip.» Nella testa di Joselyn si misero a squillare vari campanelli. «Quanti?» «Oh, non lo so. Un duecentomila dollari di merce. Si trattava di un ordine di poco conto. Lui era un piccolo fornitore indipendente. Si spostava su e giù per la costa.» Joselyn s'immaginava quel tizio che apriva il baule della macchina e si metteva a vendere per strada, e si chiese che cosa sapesse realmente Belden. «Lui era sempre in movimento, però il magazzino era nella Bay Area. Almeno, a me aveva detto così. All'epoca quei componenti erano difficili da trovare, specialmente quelli che vendeva lui.» «Che cosa li rendeva così speciali?» «Erano fatti apposta per i microinterruttori, progettati espressamente per certi tipi di articoli.» La domanda seguente doveva essere formulata con estrema delicatezza. «All'epoca, quando acquistava questi microchip dal signor Sperling, lei non aveva motivo di sospettare che fossero rubati?» Gli suggerì la risposta con un cenno della testa e strizzando l'occhio. Un avvocato non vuole mai sapere con assoluta certezza che il suo cliente ha commesso un crimine, specialmente un crimine che offre tante vie di fuga
come l'acquisto di merce rubata. Lui scosse la testa con espressione solenne. «No. Mai. Neppure il minimo dubbio.» «Parliamo del prezzo che lei pagò per quei microchip», gli disse. Quello che Belden pensava era una cosa, quello che poteva pensare una giuria era un'altra. «Pagò un prezzo normale?» «Era un affare», ammise lui, col tono da vecchia volpe. «Non lo definirei straordinario. Da quanto ricordo era un prezzo concorrenziale tendente al basso.» «Quanto basso?» «Ragionevole.» Joselyn sospirò. Dopotutto, la richiesta d'immunità poteva non essere un'azione inutile. «All'epoca il signor Sperling vendeva microchip anche ad altri?» riprese. «Oh, certo. A tutti.» «Che lei sappia, lei era uno dei suoi maggiori clienti?» «Non lo so, ma non credo. C'erano anche altri.» «Chi?» «Così su due piedi non me lo ricordo.» «Dunque è possibile che lei fosse uno dei suoi principali clienti?» «È possibile.» «Però lei sostiene che non aveva motivo di sospettare che ci fosse qualcosa di poco chiaro in queste transazioni, vero? Non ha mai supposto che potesse trattarsi di merce rubata?» «Assolutamente no. Era un normalissimo affare. Lui vendeva, io compravo.» «È quanto accade di solito con la merce rubata», gli fece notare lei. «Quello che conta davvero è ciò che lei credeva.» «Credevo che si trattasse di un affare lecito.» «Ha qualche documentazione di queste transazioni? Ricevute? Ordini?» «È possibile. Dovrei guardarci.» Seguì un momento di silenzio, durante il quale Joselyn studiò ancora una volta la citazione. «Che c'è?» fece lui. «C'è scritto qualcosa?» «No. È quello che non c'è scritto che mi preoccupa.» «Cioè?» «Be', se il problema stesse davvero nei suoi affari con questo Sperling, il governo chiederebbe di vedere i suoi registri. Qualsiasi prova dei suoi rap-
porti d'affari con lui.» Lui la guardò e si strinse nelle spalle. «Immagino di sì.» «E invece no.» Dean Belden scosse la testa. «Non so. I miei affari con Sperling sono l'unica cosa che mi è venuta in mente.» «Be', se si tratta davvero di questo, direi che forse non ha troppo di cui preoccuparsi. Probabilmente vogliono soltanto sapere che cosa sa lei. Ma, per essere tranquilli, io chiederei comunque l'immunità.» Dall'altra parte della scrivania venne un sospiro di sollievo chiaramente udibile. «Io mi presenterei e risponderei alle loro domande con sincerità», riprese Joss, «però soltanto se le garantiscono l'immunità, altrimenti resterei in silenzio e mi appellerei al Quinto Emendamento.» «Che intende dire? Lei non viene con me?» «Non credo sia necessario.» «Be', io penso di sì.» «Le costerà un bel po' di soldi.» «Non m'interessa. Lei è il mio avvocato.» «Probabilmente stanno sparando a casaccio e il suo nome è comparso su un documento o è stato fatto da un altro teste.» «Già, probabilmente è così. Comunque io voglio che lei sia presente.» «Se insiste.» «Insisto. Mi dica quant'è la sua parcella.» Prese il libretto degli assegni. «Dovrò farle pagare le ore di viaggio.» «Non c'è problema.» Prese a scrivere prima che Joselyn potesse obiettare qualcosa. «Lo ha già fatto?» le chiese. «Non davanti a un gran giurì federale. Tuttavia ho avuto clienti messi sotto accusa dallo Stato.» «Non so se si possa considerare una raccomandazione.» Alzò lo sguardo verso di lei ed entrambi scoppiarono a ridere. «Non c'è bisogno che mi paghi ora.» «Sciocchezze», borbottò lui, continuando a scrivere. «Chiamerò l'ufficio del procuratore. Temo che non mi diranno nulla per telefono, ma posso provare.» «Certo.» «Davvero, non c'è bisogno di un anticipo. Le manderò la parcella.» Lui sorrise e continuò a scrivere. «Lei è stata troppo buona con me. Non voglio tirarle un bidone.»
«Perché dovrebbe tirarmi un bidone?» «Mi dia retta», disse lui. Finì di scrivere, staccò l'assegno e glielo porse. Joselyn stava fissando il «5000 dollari» scritto nello spazio riservato all'importo, quando lui disse: «Sa dove si trova Roche Harbor?» Su un'isola, si sa dove si trova più o meno tutto. Joss annuì. Lui stava già andando verso la porta. «Ci vediamo là, al molo, mercoledì mattina alle sette.» «Un momento. È sicuro che arriveremo a Seattle in tempo?» «Non si preoccupi. Ci vediamo là», rispose lui, ed era già uscito. 5 Ekaterinburg Erano sei ore d'aereo da Mosca, e Gideon van Ry aveva difficoltà a dormire. L'attraversamento degli Urali somigliava alla discesa con la slitta da un pendio tutto sassi. Su quella rotta, l'Aeroflot non usava gli airbus europei, riservati per salvaguardare l'orgoglio nazionale nei voli su Parigi e Londra o per i voli intercontinentali verso l'America. Sulle rotte siberiane veniva utilizzata la vecchia flotta di Tupelev: aeroplani pesanti e rumorosi che sembravano voler sfidare le leggi fisiche del volo. E a volte lo facevano. Non c'erano maschere a ossigeno sopra i sedili, e soltanto i temerari si chiedevano se i cuscini galleggiassero. Gideon era abituato a tutto questo. Aveva passato l'infanzia a saltare da una parte all'altra dell'Europa, a fare la spola tra il padre ad Amsterdam e la madre a Mosca. Però non era mai stato nella parte orientale della vecchia Unione Sovietica, oltre gli Urali. Lì c'erano pendii coperti di pini, milioni di chilometri quadrati di foreste impenetrabili: era, quella, una regione ricca di minerali dove Stalin aveva sistemato i suoi gulag e i leader sovietici che gli erano succeduti avevano nascosto il loro arsenale nucleare. Un'area che avrebbe potuto inghiottire l'Europa occidentale in un sol boccone senza neanche un rutto. Gli ci erano voluti tre giorni di peregrinazioni tra i vari uffici di Mosca, riscuotendo tutti i crediti accumulati e facendo visita a tutti gli amici che aveva per ottenere l'autorizzazione del governo a varcare i cancelli di Sverdlovsk. Una macchina del governo con autista lo aspettava all'aeroporto. Quando l'aereo iniziò la sua discesa attraverso le nuvole, Gideon scorse
un panorama strano e irreale, un tappeto verde di pini e betulle che si estendeva a perdita d'occhio verso est. Ogni tanto comparivano tratti di strada asfaltata simili a nastri serpeggianti che uscivano dalla foresta impervia per scomparire subito dopo nel verde mare di pini. Non si scorgeva neppure un veicolo, anche quando le strade erano visibili per lunghi tratti. Era come se l'aereo stesse scendendo su un pianeta disabitato. Ma Gideon non si lasciò ingannare dall'apparenza. Sapeva che Ekaterinburg era una città di due milioni di abitanti, in una delle zone più prospere e in più rapida crescita della Federazione Russa. Intitolata a Caterina la Grande, era un centro di commercio di pelli all'epoca in cui Jefferson stilò la Dichiarazione d'Indipendenza. Gideon aveva visto foto delle grandi dimore fatte costruire dagli zar delle pellicce, imponenti strutture georgiane che punteggiavano ancora il centro cittadino, seppur ingrigite dallo sporco dell'industria. Nel periodo bolscevico, alla città era stato dato un nuovo nome, Sverdlovsk, in onore di Jakov Sverdlov, primo segretario del Comitato Centrale del partito comunista. I bolscevichi erano ansiosi di cancellare il nome di Ekaterinburg dalle cartine per un unico motivo: nelle prime ore del mattino del 16 agosto 1918, nella cantina di una di quelle grandi case, era stato commesso un raccapricciante delitto che aveva macchiato per sempre la storia della Russia. Nicola e Alessandra, lo zar e la zarina, insieme con tutti i loro figli, gli ultimi Romanov, erano stati uccisi a colpi d'arma da fuoco. I loro corpi erano poi stati trasportati a bordo di un camion nella foresta e sepolti. Come se volesse continuare il filo della storia, circa settant'anni dopo, la città aveva mandato un altro dei suoi cittadini a guidare il Paese. Prima di diventare premier della Federazione Russa, Boris Eltsin era stato sindaco di Ekaterinburg. Uno dei primi atti durante il suo mandato era stato quello di demolire la casa dov'era avvenuta l'esecuzione della famiglia dello zar, un atto di cui in seguito si sarebbe pentito. All'inizio degli anni '90, con la caduta del comunismo, Sverdlovsk si era riappropriata delle proprie origini, diventando nuovamente la «Città di Caterina». In questa città si era svolta così tanta parte della storia russa che Gideon desiderava da tempo visitarla. Quando l'aereo si abbassò, vide all'orizzonte una distesa di tetri edifici bianchi, un complesso industriale che conosceva grazie alle fotografie scattate dai satelliti. Durante il suo periodo di massima attività gli era stato assegnato un numero ed era stato chiamato solo
Sverdlovsk-45. Tutta l'area circostante era considerata di massima sicurezza e i cittadini sovietici dovevano essere in possesso di uno speciale lasciapassare per spostarsi nella zona intorno alla città. L'aereo si tuffò sotto il livello del mare di pini e le sue ruote scivolarono sulla pista, i motori invertirono la spinta e il vecchio Tupelev si fermò, dapprima con uno scossone, poi procedendo più lentamente. Gideon ci mise più di un'ora a recuperare i bagagli e a trovare il suo autista e la macchina del governo davanti al terminal. Cinquanta minuti più tardi varcava i cancelli di Sverdlovsk-45. Si trattava di un immenso complesso di tetri edifici, come se ne possono trovare in qualsiasi nazione sviluppata in cui lo sfacelo dell'industria sta cominciando a erodere i margini della comunità. Lì la stava addirittura divorando. Tetti crollati e finestre rotte sembravano dominare, sebbene non ci fosse traccia dei graffiti che contraddistinguono luoghi simili in Occidente. Ovunque ferveva l'attività: pesanti veicoli che trainavano rimorchi, uomini in tuta da lavoro ed elmetti, guardie armate di kalashnikov. L'autista si fermò davanti a un edificio austero, subito dentro i cancelli. C'erano due macchine di fabbricazione russa, due Lada che avevano accumulato parecchi chilometri, polvere e ammaccature. Accanto a esse, una Mercedes SL decappottabile nuova fiammante, color azzurro polvere metallizzato. Il parcheggio era disseminato di rottami di container troppo grossi per essere portati via e di bande d'acciaio che probabilmente avevano avvolto casse di legno da tempo ridotte in cenere nel caminetto di qualche operaio intraprendente. Gideon immaginò che l'edificio adiacente al parcheggio ospitasse gli uffici amministrativi. Sapeva che l'oggetto della sua indagine erano i bunker nascosti nelle viscere delle dolci colline in lontananza. Era risaputo che, nella Federazione Russa, si contavano trentamila ordigni nucleari conservati in depositi o su rampe di lancio. Oltre a questi, nel Paese si trovavano più di mille tonnellate di uranio arricchito e cento tonnellate di plutonio: si trattava di materie prime per il confezionamento di ordigni nucleari e sulle quali convergevano le maggiori preoccupazioni degli esperti, sia occidentali sia russi. C'erano stati parecchi casi di contrabbando verso la Germania e l'Italia, come pure verso altri Paesi d'Europa e le nuove Repubbliche dell'Est. In tutto, fino a quel momento, si era a conoscenza di circa cinquanta casi documentati; quasi tutti si riferivano al furto di uranio naturale e solo alcuni riguardavano materiale fissile arricchito per usi militari, ma in piccolissime
quantità. Non era la prima volta che un ordigno nucleare o una certa quantità di materie prime risultavano mancanti in uno dei rapporti dell'Istituto. Quasi sempre si rivelavano errori di registrazione. In questo caso, però, era la natura degli ordigni mancanti a preoccupare: due piccole testate balistiche facilmente trasportabili, in cima alla lista della spesa di ogni gruppo terroristico. Gideon conosceva bene l'artiglieria nucleare da campagna. Era stata oggetto di discussioni e di trattativa in numerosi negoziati. All'inizio degli anni '50, gli Stati Uniti avevano realizzato un proiettile da artiglieria da otto pollici. Con gli anni lo avevano perfezionato e ne avevano aumentato il potere distruttivo, riducendo le dimensioni del meccanismo balistico d'innesco e il volume dello strato di confinamento, aggiungendo riflettori al berillio e ricorrendo a esplosivi convenzionali sempre più potenti per innescare la reazione a catena. Nella versione finale, questi proiettili non misuravano più di novanta centimetri di lunghezza e venti di diametro per un peso di centoquindici chili al massimo. Eppure, nonostante le dimensioni ridotte, erano in grado di liberare dieci kiloton di forza distruttiva. Ma queste erano statistiche prive di significato finché non venivano applicate al mondo reale. Se fosse stato fatto esplodere uno di questi proiettili anziché una miscela di fertilizzanti e carburanti, l'esplosione avvenuta a Oklahoma City, che aveva fatto 162 morti, avrebbe raso al suolo tre miglia quadrate di città e il numero dei morti sarebbe stato nell'ordine delle centinaia di migliaia. Se nell'attentato al World Trade Center, anziché un'auto bomba, fosse stata fatta detonare una bomba nucleare, la parte bassa di Manhattan sarebbe scomparsa e tutto quanto si trovava tra il Financial District e Gramercy Park sarebbe andato totalmente distrutto. Anche i sovietici avevano costruito proiettili di quel tipo. Ed era proprio questo che Gideon stava cercando, che sperava e pregava di trovare a Sverdlovsk: due piccole testate smarrite in una sconfinata palude contabile. Mostrò il lasciapassare alla guardia sulla porta, che lo porse a un agente all'interno. Due minuti dopo Gideon venne accompagnato in una piccola sala d'aspetto, dove si mise a sedere sulla dura panca di legno e si dispose ad attendere. Guardò l'orologio: erano passati dieci minuti. Finalmente la porta si aprì e ne uscì un uomo alto e magro, calvo e con gli occhiali. Teneva in mano il lasciapassare e si rivolse a Gideon in russo. «Sono van Ry», rispose Gideon.
L'altro lo squadrò da capo a piedi. «Di che si tratta?» Rispondendo in russo perfetto, Gideon gli porse il suo biglietto da visita con l'intestazione dell'Istituto e osservò l'uomo per capire se riusciva a leggere l'inglese. Gli occhi del russo si spostarono veloci dal biglietto al volto di Gideon. Le sue parole seguenti furono pronunciate in un inglese stentato ma chiaramente comprensibile. «Di che si tratta?» «Ho il permesso delle autorità di Mosca di parlare col vostro direttore. È disponibile?» «È molto occupato», rispose il russo. «Credo che accetterà di vedermi. Gli dica che sono qui, per favore.» Il russo guardò ancora una volta il biglietto da visita, poi la firma sul lasciapassare emesso a Mosca. Gideon gli leggeva nella mente. Si stava chiedendo che cosa ci faceva un cittadino russo negli Stati Uniti al servizio di un Istituto che si occupava di armamenti nucleari. «Aspetti qui.» Il russo si voltò e si chiuse la porta alle spalle. Gideon guardò l'orologio appeso al muro, si voltò, e tornò a sedersi e ad aspettare. Qualche minuto dopo, la porta si riaprì e il russo tornò. «Mi segua.» Gli fece strada per un lungo corridoio e attraverso un labirinto di piccoli uffici e cubicoli, molti dei quali erano vuoti: sembrava non fossero stati puliti da mesi. Un velo uniforme di polvere ricopriva i pavimenti. All'improvviso il pavimento di cemento nudo venne sostituito dalla moquette. Qualche metro più avanti si fermarono davanti a due porte di legno. Il russo ne aprì una, entrò e si fece da parte per lasciar passare Gideon. Non appena entrò nella stanza, Gideon vide un altro uomo seduto dietro un'imponente scrivania di legno. Alle pareti erano appesi parecchi quadri e pezzi africani, maschere e oggetti intagliati che sembravano fuori posto tra i pannelli acustici macchiati del soffitto e le pareti tetre dell'ufficio. L'uomo dietro la scrivania si alzò per accogliere Gideon. Indossava un completo con la cravatta, un abito di sartoria, non di fattura russa. «Dimitri mi ha detto che lei viene dall'Istituto di Santa Crista.» Sorrideva e teneva in mano il biglietto da visita. «Giusto.» Gideon sfoggiò il suo miglior sorriso, attraversò l'ufficio e gli tese la mano, che il russo strinse con calore. «Non siamo abituati a ricevere visitatori», proseguì l'uomo. «Si sieda, la prego. Dev'essere stanco. Dimitri mi ha detto che arriva da Mosca.»
Gideon annuì. «Com'è il tempo, laggiù?» Gideon si mise a sedere e Dimitri chiuse la porta, lasciandoli soli. «Il tempo era buono», rispose Gideon. «Vede che cosa abbiamo qui? Nuvole. Sempre nuvole», osservò il russo. «In California dovete avere un tempo magnifico, vero?» «Sì, è piuttosto gradevole.» «Sa, ho sempre desiderato visitare il vostro Istituto. Mi deve spiegare come ha fatto a ottenere un lavoro lì. È sulla costa, giusto?» «Sì.» «Si trova vicino a Hollywood?» L'uomo parlava un inglese perfetto. «No.» Il russo parve deluso. «Deve scusarmi», sospirò. «Non so proprio dove siano finite le mie buone maniere. Io sono Nikolaj Mirnov, direttore di Sverdlovsk-45. O meglio di quanto resta di esso.» Alzò gli occhi al soffitto. «Lei ha già incontrato il venti per cento del mio personale.» Si riferiva a Dimitri. «È al corrente delle nostre difficoltà?» «Le conosco molto bene», disse Gideon. «Dev'essere dura.» «Non se lo immagina neppure», ribatté Mirnov. «Solo due mesi che Dimitri non viene pagato. Io stesso ho ricevuto tre riduzioni di stipendio soltanto nell'ultimo anno. E il lavoro continua ad accumularsi.» Fece un gesto in direzione di alcune pile di documenti disseminate per l'ufficio. Gideon si stava chiedendo chi fosse, in tali condizioni di austerità, il proprietario della Mercedes parcheggiata fuori. Ma aveva abbastanza diplomazia per trattenersi dal domandarlo. La zona intorno a Sverdlovsk era simile a molte altre in Russia. Dopo la caduta del comunismo, c'era stata una grave ondata di crimini. Chi non conosceva la Russia la attribuiva a difficoltà politiche di una nazione che stava cercando la propria strada, ma in realtà il crimine prosperava già sotto il regime sovietico, soprattutto a partire dagli anni '60. Mancanze fittizie di ogni genere di merci, dallo zucchero alle noci, venivano orchestrate dal governo allo scopo di favorire un fiorente mercato nero, controllato, a sua volta, da burocrati e alti funzionari del partito. Questi si mischiavano liberamente a una malavita ben radicata nella cultura russa. Trecento anni di oppressione avevano reso i figli della grande madre Russia avvezzi ad aggirare le limitazioni poste dalla legge: all'ombra della statua di Lenin, sotto il vessillo del socialismo, avevano creato un capitalismo ombra per ovviare ai fallimenti della loro economia pianificata e quindi avevano proceduto a
riempirsi le tasche. E con la fine del comunismo erano ormai liberi di uscire allo scoperto: una nuova dinastia di signori predoni, applauditi dall'Occidente. Era un mondo senza regole, un po' come Tombstone negli anni intorno al 1880. C'erano una decina di sparatorie al giorno a Mosca, «uomini d'affari» che assassinavano i loro concorrenti. L'unico posto in cui le cose apparivano ancora più difficili era Sverdlovsk. Quella era una terra di opportunità infinite, posto di avere a disposizione un esercito privato ed essere disposti a guardare sotto l'auto con uno specchio ogni mattina prima di andare a lavorare. Ciò che rendeva la situazione ancor più pericolosa era il fatto che la regione possedeva migliaia di armi nucleari, chimiche e biologiche, un vero bazar della distruzione di massa. Mirnov si voltò con la poltroncina girevole verso una credenza alle sue spalle. «Posso offrirle un po' di acqua minerale?» chiese. Gideon era stanco e assetato dopo il lungo volo. «Sì, grazie.» Il russo prese due bicchieri di plastica trasparente da una pila posata sulla credenza e si chinò verso uno scomparto in basso, che Gideon non poteva vedere. Tirò fuori una bottiglia da litro: non un prodotto scadente di una qualche marca russa, bensì acqua minerale Monteforte, importata dall'Italia e col tappo ancora sigillato. Gideon parve sorpreso nel vedere che la bottiglia era già fredda e coperta da un velo di brina bianca e che Mirnov non aveva avuto difficoltà a trovare, insieme con la bottiglia, anche alcuni cubetti di ghiaccio. Il russo notò la sua espressione. «Abbiamo ancora qualche comodità», disse con un sorriso. Gideon sorrise a sua volta e prese il bicchiere. Il russo prese un'altra bottiglia contenente un liquido trasparente e la tenne alzata come se non ci fosse bisogno d'identificarne il contenuto, offrendola all'altro. «Per me no, grazie. Sono a posto così.» Allora Mirnov versò un po' di vodka nel proprio bicchiere e la mescolò all'acqua gassata con un bastoncino per miscelare i cocktail. «Che posso fare per lei?» chiese. «Come lei ben sa», attaccò Gideon, «l'Istituto raccoglie dati sul materiale nucleare. Impianti nucleari civili. Materiali fissili per uso militare, quand'è possibile.» «Ne sono al corrente», confermò il russo. «Ci risulta che dal vostro impianto potrebbe essere sparito del materiale.»
L'espressione di Mirnov si fece di colpo severa, lo sguardo cupo. «Potrebbe trattarsi di una notizia inesatta», precisò Gideon. «Tuttavia, proprio perché l'informazione è ben circostanziata, abbiamo pensato fosse meglio controllare con la massima discrezione possibile.» «Ha parlato con le autorità di Mosca di questa informazione?» «No. Non volevamo causare inutili allarmismi o preoccupazioni finché non avessimo avuto modo di verificare i fatti coi responsabili dell'impianto. Come le ho detto, è del tutto possibile che la nostra informazione sia sbagliata.» «Da dove vi arriva questa notizia?» «Preferirei non dirlo. Se non è accurata, non ha la minima importanza. D'altro canto...» «Capisco», tagliò corto Mirnov, bevendo un sorso dal bicchiere di plastica. «Un rapido controllo dei vostri registri dovrebbe chiarire la questione», disse Gideon. «Saremmo felici di accontentarla, ma purtroppo al momento siamo a corto di personale. Potrebbe darci qualche indicazione più specifica, restringere il campo delle ricerche?» Stava cercando di scoprire qualche particolare. «Due testate per artiglieria da campagna. Nucleari.» «Capisco.» Mirnov si mise a sedere eretto e posò il bicchiere. «È meglio che questa informazione errata non venga diffusa.» «Esattamente quello che pensavamo anche noi», annuì Gideon. «Apprezzo molto il vostro desiderio di accuratezza», disse Mirnov. «Immagino che questo errore non sia stato divulgato.» Inarcò un sopracciglio. Il russo si stava chiaramente riferendo ai servizi segreti stranieri, in particolare quelli americani. «L'informazione è stata mantenuta all'interno dell'Istituto», precisò Gideon. «Siamo ancora in tempo a rettificare.» «Bene.» Mirnov si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo. «Ovviamente, saremo felici di collaborare in qualsiasi modo ci sia possibile. Da dove vuole cominciare?» «I vostri numeri d'inventario dovrebbero essere facili da controllare.» «È vero», confermò Mirnov. Premette il pulsante dell'interfono e sollevò il ricevitore. «Dimitri, ti spiacerebbe venire qui, per favore?» Un attimo dopo l'assistente entrò nell'ufficio. «Dimitri, vorrei che mi tirassi fuori questi fascicoli.» Mirnov scrisse un
appunto, indicando una voce evidenziata da un cerchio. L'assistente prese i fogli e uscì. «Non dovrebbe metterci molto a trovarli.» «Bene. Vorrei prendere l'aereo per Mosca.» «Quando parte?» «Fra tre ore.» «Dovremmo riuscire a riportarla in aeroporto più che in tempo. La farò accompagnare da uno dei miei», disse Mirnov. «Sono certo che Dimitri sarà felicissimo di farlo. Ha una Mercedes nuova di zecca», aggiunse. Gideon lo guardò, chiedendosi come facesse un uomo che non veniva pagato da due mesi a permettersi una macchina simile. Mirnov parve leggergli nel pensiero. «Dimitri è anche un imprenditore. Ha una piccola attività parallela.» In Russia l'espressione era diventata un eufemismo che poteva significare molte cose. «Che cosa fa?» Mirnov si strinse nelle spalle, come se non lo sapesse con certezza. «Ci sono molte opportunità imprenditoriali nella nuova Russia. Quando ne avrò il tempo vorrei esplorarne qualcuna anch'io.» Gideon sorrise, ma provò una sensazione di nausea. «La ringrazio per la sua offerta, però ho già una macchina, con l'autista.» Bevve un sorso d'acqua. «Spero che all'Istituto non siano troppo preoccupati per questo errore. Accade spesso», sospirò Mirnov. «È capitato anche a me di trovare documenti del nostro impianto in cui impiegati oberati di lavoro avevano inserito numeri sbagliati.» «Sono sicuro che all'Istituto si sentiranno sollevati quando glielo comunicherò», ribatté Gideon. «Se è un nostro errore, non ci facciamo una bella figura», proseguì il russo. «Come direttore di questo impianto, io sono il responsabile. Non vorremmo che l'Istituto si facesse una cattiva opinione di noi. Qui facciamo del nostro meglio.» Sembrava nervoso. Entrambi si erano accorti che i minuti passavano e che non si vedevano né Dimitri né i fascicoli. «Certo», disse Gideon. «In un modo o nell'altro», riprese Mirnov, «l'informazione verrà rettificata presto. Abbiamo concluso una nuova ispezione proprio ieri. Quindi i nostri registri sono accurati e aggiornatissimi.» Aspettarono ancora. Il russo si mise a tamburellare con le dita sulla scrivania. Gideon finì la sua acqua. Alla fine Mirnov si stancò.
«Lasci che chieda.» Prese il telefono e compose un numero sull'interfono. Nessuna risposta. Allora digitò un altro numero. Questa volta qualcuno rispose e Mirnov parlò in russo. «C'è Dimitri lì?... Come sarebbe a dire che se n'è andato?... Ho capito... Ho capito.» Posò il ricevitore. «Mi scusi un momento», disse. Si alzò e uscì dall'ufficio, chiudendosi la porta alle spalle. Gideon rimase in ascolto. Non riusciva a distinguere le parole, ma sentiva voci concitate fuori della porta. Un attimo dopo, Mirnov rientrò nella stanza. Era bianco come un morto e aveva la fronte imperlata di sudore. «Mi deve scusare», disse, «ma pare che abbiamo un piccolo problema.» «Un problema?» «Dimitri si è allontanato. Il mio staff lo sta cercando.» Si asciugò il labbro con un fazzoletto e bevve un lungo sorso di acqua e vodka dal bicchiere posato sulla scrivania. «Hanno trovato i fascicoli?» chiese Gideon. «No. Questa è soltanto una parte del problema. Pare che i fascicoli dei due ordigni in questione... siano scomparsi.» «E Dimitri è andato a cercarli?» Sul volto del russo comparve un'espressione vuota, seguita da una scrollata di spalle. Gideon si alzò e si diresse verso la porta. Ripercorse a ritroso il lungo corridoio, seguito da Mirnov, prima a passo svelto, poi più veloce, infine correndo a perdifiato verso il parcheggio. Gideon spalancò la porta. La Mercedes era sparita. 6 Padget Island, Stato di Washington Era basso, con capelli castano scuri che cominciavano a diradarsi sulla sommità della testa e miti occhi marrone. Figlio di un banchiere del Kansas, Scott Taggart aveva fatto molte cose nei suoi quarantadue anni di vita. Da giovane, dopo una discussione con suo padre, se n'era andato di casa e, per pagarsi l'università, si era messo a fare l'autista di camion per una locale ditta di trasporti. Per pagarsi la specializzazione, invece, la sera aveva lavorato come cameriere in un ristorante. La sua materia era la storia americana, e voleva insegnare. Non era faci-
le trovare lavoro, tuttavia alle credenziali lui aveva supplito con la perseveranza, trovando infine un impiego in una piccola università nella zona occidentale dello Stato di Washington, prima come assistente, poi come titolare di cattedra. E lì aveva conosciuto Kirsten. Avrebbe potuto essere la modella di una pubblicità sulle bellezze norvegesi. Quando era approdata a uno dei suoi corsi, Scott non era riuscito a toglierle gli occhi di dosso. Per quanto il sentimento sembrasse reciproco, per quasi un anno aveva resistito alla tentazione di chiederle di uscire con lui, perché l'università aveva regole molto severe riguardo ai professori che frequentavano gli allievi. Ma, all'inizio della primavera seguente, il dilemma si era risolto da solo: l'università, infatti, non gli aveva rinnovato l'incarico, probabilmente perché stava cercando qualcuno proveniente dalle prestigiose università del Nord-est. Durante l'estate, Scott aveva allacciato una relazione con Kirsten e, quando se n'era andato, non se n'era andato da solo. Si erano sposati il novembre successivo, dopo una convivenza di cinque mesi. E avevano ricominciato insieme, questa volta nella parte orientale dello Stato, dove Scott aveva trovato un altro incarico come insegnante. Si trattava di una posizione meno prestigiosa di quella precedente, in una minuscola università locale, ma a lui il lavoro piaceva e adorava stare con gli studenti, anche se la maggior parte di loro non era seria come lui avrebbe gradito. Per contribuire al bilancio familiare, Kirsten aveva avviato una piccola attività di contabile, forte dei suoi studi universitari di economia e commercio e nonostante il fatto che non si fosse mai laureata. Un anno dopo avevano avuto il primo figlio, un maschietto chiamato Adam, come il padre di lei. L'attività di Kirsten si era rapidamente sviluppata. Era una persona affabile ed estroversa, tanto portata per i contatti umani almeno quanto lo era per i numeri. E in meno di tre anni la sua attività si era ampliata al punto di obbligarla ad assumere due persone. Era stato più o meno allora che erano cominciati i guai. Erano arrivati per posta. Mittente: l'ufficio imposte di Ogden, nello Utah. Kirsten e la sua società sarebbero state sottoposte a una verifica fiscale. Lei non riusciva a immaginarne il motivo: sì, aveva guadagnato abbastanza, ma non così tanto. Guardando meglio la comunicazione, però, si era accorta di un errore. La notifica conteneva il suo nome e quello della sua azienda, ma il numero di posizione era sbagliato. Sembrava che avessero confuso la sua denuncia dei redditi con quella di qualcun altro. Aveva chiamato il numero di telefono indicato sulla notifica, ma nessu-
no era stato in grado di aiutarla. Le avevano detto di spiegarlo al revisore fiscale allorché questi fosse arrivato. Kirsten, incerta se radunare tutte le ricevute e preparare i registri per il controllo oppure no, si era convinta che, quando avessero scoperto il loro errore, l'avrebbero lasciata in pace e se ne sarebbero andati. Si sbagliava. Il primo incontro col revisore, avvenuto un mese più tardi, non era andato bene. Il revisore fiscale era una donna di mezza età, logorata da anni di servizio nell'amministrazione pubblica. Quando Kirsten aveva suggerito la possibilità di un errore, la risposta era stata: «Il fisco non sbaglia mai». Aveva allora cercato di mostrare alla donna il dato sbagliato sulla notifica, ma questa si era limitata ad arraffare il documento, dicendo che lo avrebbe controllato. Poi aveva chiesto di vedere i libri contabili e le ricevute. La verifica si era trascinata per mesi, con richieste sempre crescenti di altra documentazione, di altre ricevute. Kirsten aveva insistito nell'affermare che era stato commesso un errore, chiedendo di sapere perché la notifica riportasse il numero identificativo di un'altra azienda. Il revisore, a quel punto, aveva perso la pazienza: se Kirsten voleva fare la difficile, aveva sostenuto, allora la sua azienda non sarebbe stata controllata per un anno, bensì per due. E infatti, dopo qualche giorno, era arrivata la notifica formale di un'ulteriore verifica per un altro anno. Questo le avrebbe insegnato a non mettere in discussione l'autorità del revisore fiscale. Sembrava quasi che la donna fosse stata spinta ad agire così da un'avversione personale. Scott aveva cercato di consolare la moglie, ripetendole di non preoccuparsi. Prima o poi si sarebbe chiarito tutto. Avrebbero scoperto l'errore e rimediato. Ma per Kirsten non c'era pace. L'ufficio imposte le aveva dato trenta giorni per mettere insieme la documentazione per l'anno interessato dall'ulteriore verifica. Soddisfare le richieste esagerate e sempre diverse dell'ispettore era diventata per Kirsten un'occupazione a tempo pieno. Non aveva più tempo per il lavoro né per la famiglia. Costretta a licenziare un dipendente, il lavoro ne aveva sofferto e i guadagni erano diminuiti. La cosa andava avanti ormai da sette mesi senza che dal governo fosse arrivata la minima indicazione su una prossima conclusione della verifica. Kirsten non aveva ancora capito che cosa voleva l'ufficio imposte, né se le sarebbero state contestate tasse, interessi o more. Ogni volta che s'incontrava col revisore, la donna era sempre molto scortese. Niente di ciò che Kirsten fa-
ceva o diceva sembrava essere la cosa giusta. La donna non le spiegava nulla. Ogni volta che Kirsten le faceva una domanda, lei prendeva nota e diceva che le avrebbe dato una risposta, ma non lo faceva mai. Era come se ogni richiesta che Kirsten faceva venisse accolta con aperta ostilità oppure cadesse nel buco nero della burocrazia del governo. Ogni volta che il revisore chiamava, era sempre la stessa storia: una costante, incessante richiesta di nuova documentazione. Poi l'indagine del fisco si era spostata anche alle dichiarazioni dei redditi personali di Scott e Kirsten. Quest'ultima aveva l'impressione che il fatto di non aver trovato omissioni non facesse altro che aumentare l'ostilità del revisore. L'agente del fisco doveva giustificare un controllo che si trascinava ormai da quindici mesi. Il revisore aveva chiesto una proroga d'indagine in modo da poter risalire ancora più indietro, oltre il limite dei tre anni. Quando Kirsten si era opposta, il revisore le aveva spiegato che, se non avesse accettato la proroga, l'ufficio imposte avrebbe presentato una denuncia di omissione tributaria in tribunale e lei avrebbe dovuto cercarsi un avvocato. A un certo punto aveva persino lasciato intravedere la possibilità di un illecito penale. Kirsten voleva sapere che cosa aveva fatto di male, ma la donna si rifiutava di dirglielo. Kirsten aveva cominciato a dimagrire. Sembrava che non passasse giorno senza che il revisore chiamasse per chiedere qualcosa. Non dormiva più. Scott era preoccupato. Aveva chiamato il revisore, cercando di discuterne con lei, ma la donna si era nascosta dietro un espediente: gli aveva detto che, poiché la verifica originaria riguardava l'attività di sua moglie, non poteva discuterne con lui e aveva riattaccato. Ogni volta che squillava il telefono, Kirsten temeva che si trattasse del revisore con altre richieste di documentazione o, peggio, l'estensione della verifica fiscale a un altro anno. La vita si era fatta insopportabile. Quando Adam piangeva di notte, Kirsten diventava irritabile. Niente di quello che Scott diceva o faceva sembrava consolarla. Non c'era modo di alleviare la sua continua angoscia. E benché Scott avesse fatto del suo meglio, cercando di placare le ansie della moglie, un venerdì pomeriggio era tornato a casa prima dal lavoro e le aveva confessato che il suo incarico non era stato rinnovato per l'anno seguente. Senza notificarglielo, l'ufficio imposte aveva bloccato il suo stipendio, con l'accusa generica che non aveva pagato le tasse. L'università riceveva finanziamenti dal governo e i suoi studenti facevano richiesta di
prestiti sull'onore garantiti dal governo: non poteva permettersi di tenere un insegnante che avesse problemi col fisco. Il governo stava stritolando la vita di Scott e Kirsten Taggart. La sofferenza della verifica fiscale era proseguita per altri due mesi senza il minimo accenno a una conclusione. Scott e Kirsten avevano ricevuto una notifica di pignoramento della casa. Senza le entrate di Kirsten, non erano più in grado di pagare il mutuo. Un sabato mattina di giugno, poco dopo la fine dell'anno scolastico, Scott aveva portato Adam al parco a fare un giro sull'altalena, mentre Kirsten svuotava l'ufficio. La notizia dei suoi guai col fisco si era sparsa in città e tra i colleghi. Il suo ultimo cliente se n'era andato due settimane prima, temendo che i problemi di Kirsten potessero risultare «contagiosi». Scott era tornato a casa alle due e mezzo del pomeriggio e aveva chiamato la moglie in ufficio. Nessuna risposta. Pensando che avesse bisogno di aiuto per portare gli scatoloni in macchina o di conforto in un momento difficile, aveva lasciato Adam dai vicini e si era recato all'ufficio di Kirsten. L'aveva trovata seduta alla scrivania, la testa posata sul ripiano come se stesse schiacciando un sonnellino. Fu soltanto nel vedere la scia di bava bianca che le colava dalla bocca che si era reso conto che qualcosa non andava. Kirsten aveva ingerito un intero flacone di sonniferi. Era sopravvissuta, attaccata al respiratore automatico, per sedici giorni, finché i medici non avevano dichiarato che ormai non c'erano più speranze. Kirsten era clinicamente morta. Al suo funerale, Scott avrebbe voluto calarsi nella tomba con lei e farsi seppellire. Era distrutto dal dolore. Con Kirsten avrebbe potuto affrontare qualsiasi cosa, risolvere qualsiasi problema, sopportare qualsiasi indagine del fisco. Avrebbe potuto trovare un altro lavoro, ricominciare da capo. Senza di lei, non riusciva neppure a trovare la forza di alzarsi dal letto la mattina. Non sapeva che fare con Adam. Alla fine lo aveva portato dai genitori di Kirsten, a Seattle, mentre si riorganizzava e cercava una nuova ragione di vita. Stranamente, fu l'ufficio imposte a fornirgliela. Tre mesi dopo la morte di Kirsten, Scott aveva ricevuto una circolare. L'ufficio imposte informava Kirsten Taggart che l'ufficio aveva commesso un errore. Un operatore aveva digitato il codice identificativo sbagliato sui pagamenti trimestrali di Kirsten, accreditandoli così a un altro contribuente. Sui loro tabulati, Kirsten risultava morosa, però non era debitrice di altre imposte, né interessi o more. Il governo, invece di verificare le informazioni fornite da Kirsten sul suo errore, aveva dato per scontato che men-
tisse, che avesse percepito redditi per i quali aveva omesso di versare tributi trimestrali. Per questo Kirsten era stata vessata e perseguita finché non si era tolta la vita. Scott aveva perso la famiglia, la carriera e la casa, e suo figlio non aveva più una madre. Scott Taggart non si era preso la briga d'informare il governo del prezzo che lui e la sua famiglia avevano dovuto pagare per la sua arroganza burocratica. Avrebbe inviato quel messaggio a tempo debito... e a modo suo. Kent, Stato di Washington Il cannello ossiacetilenico portatile Victor era un vero gioiello. Oscar Chaney lo aveva acquistato in un negozio di ferramenta di Everett per cinquecento dollari, corredato della sua valigetta poco più grande di una ventiquattrore, e di due beccucci di ricambio. Aveva ordinato una bombola di acetilene in più perché non voleva rischiare di rimanere senza. Il cannello era progettato specificatamente per lavorare in spazi ridotti, là dove un cannello da taglio di dimensioni normali non sarebbe potuto arrivare. Poteva tagliare due centimetri e mezzo di acciaio cementato nel giro di pochi minuti. Aveva passato due giorni con una squadra di miliziani scelti a preparare la missione, a scoprire esattamente dove il russo, Grigorij Čenko, era detenuto a Kent e a farsi un'idea della prigione. Era una struttura a due piani in mattoni in una zona di piccole industrie alla periferia della città. L'edificio non sembrava un carcere. Gli architetti avevano fatto il possibile per mimetizzarlo, allo scopo di evitare le proteste dei cittadini sulla sua collocazione. Fortunatamente per Chaney, così facendo avevano anche compromesso la sua sicurezza. Intorno al complesso non c'erano alte recinzioni di griglia metallica sormontate da rotoli di filo spinato. L'ala dov'era rinchiuso Čenko aveva invece alle spalle una strada utilizzata, durante il giorno, soprattutto da camion che effettuavano consegne ai magazzini della zona. Di notte la strada era quasi sempre deserta. Il carcere era circondato da una fascia larga tre metri di prato molto curato, con cespugli piantati contro le pareti di mattoni. L'esterno del carcere era stato progettato per fondersi con l'ambiente circostante e sembrava uno dei tanti edifici commerciali del parco industriale. Era stato costruito da solo due anni e all'interno pareva un country club. Di solito i detenuti restavano lì per brevi periodi, in attesa del processo. Se condannati, venivano trasferiti in una delle altre prigioni statali o federali
dove scontare la pena. Al pianoterra c'era una grande sala di ricreazione con un televisore da trenta pollici fissato con sostegni alla balconata del primo piano. Un tavolo da ping-pong e sei tavoli di acciaio con panche, il tutto imbullonato al pavimento, servivano per consumare i pasti e giocare a carte. C'erano attrezzi per fare ginnastica, una macchina coi pesi e piccoli manubri da un chilo e mezzo per la corsa sul posto. Pochi minuti dopo essere stato registrato, perquisito, fornito di tuta arancione e ciabatte di gomma, Chaney ricevette in dotazione una coperta e venne accompagnato attraverso la sala di ricreazione fino a una cella al primo piano. Il russo lo vide passare al seguito della guardia. Čenko stava giocando a ping-pong. Chaney entrò a passo leggero nella cella. «Tu ti prendi la cuccetta superiore.» Un fallito coi capelli grigi e una pancia come un otre era sdraiato sulla cuccetta inferiore. I piedi nudi, luridi da far schifo, puntavano verso Chaney. «Non ti preoccupare, capo. Non mi fermerò a lungo.» «Certo. Tu sei dei servizi segreti. Ti hanno sbattuto qui dentro solo per addestramento.» Chaney lo ignorò. Gettò la coperta sulla cuccetta vuota e uscì dalla cella. Scese le scale diretto verso la sala di ricreazione e intercettò lo sguardo di Čenko. Il russo smise immediatamente di giocare a ping-pong e si allontanò dal tavolo. Lui e Chaney si trovarono un angolino tranquillo. «Chi ci sta in quella cella in fondo al corridoio?» Chaney la indicò con un cenno del capo. «Laggiù, sulla sinistra.» C'era un breve corridoio con celle sui due lati, tutte con una solida porta di acciaio dotata di una finestrella di vetro retinato attraverso la quale le guardie potevano guardare all'interno. «Ci stanno Tattoo e Homer», rispose Čenko. La cella del russo era al primo piano, come quella di Chaney. «Chiamameli.» «Chi?» «Homer e Tattoo.» «Perché li vuoi?» «Tu fallo e basta.» Il russo esitò. «Tattoo è un brutto ceffo,» «Bene. Digli che voglio prenderlo a calci in culo. Potrebbe considerarla
un'occasione di crescita sociale.» Il russo lo guardò, si strinse nelle spalle come per dire «te la sei voluta» e si avvicinò con l'andatura da carcere, sciolta e disinvolta, a due uomini che stavano faticando sull'attrezzatura da ginnastica. Uno dei due era a torso nudo e aveva più tatuaggi di un fenomeno da circo. Il russo gli sussurrò qualche parola all'orecchio; il tizio coi tatuaggi cominciò a lanciare occhiate assassine in direzione di Chaney. Si gettò un asciugamano intorno al collo e fletté i pettorali come Rocky Balboa, quindi si avvicinò a Chaney, seguito da un altro disperato che Chaney pensò dovesse essere Homer. «Il mio amico, qui, dice che vuoi prendermi a calci in culo.» «Non appena avrò capito da che parte è.» Ci volle qualche momento perché le sinapsi del suo cervello facessero il necessario collegamento. Allora l'espressione di Tattoo si fece letale. «Non mi frega un cazzo di te. Io so solo che vuoi morire», disse a Chaney. «Ma perché?» «La bruttezza mi offende», rispose l'altro. «Voglio distruggerla prima che possa riprodursi.» Il russo lo guardava come se fosse fuori di testa. «Dove?» Tattoo gli si avvicinò a pochi centimetri dalla faccia: una dimostrazione di virilità carceraria. Sul volto di Chaney non guizzò neppure un muscolo mentre il suo ginocchio partiva, scagliato come da una molla verso l'inguine del tizio. Gli occhi di Tattoo si dilatarono come due biglie di vetro mentre i suoi testicoli venivano polverizzati. La mano destra di Chaney si mosse così veloce che il russo non avrebbe saputo dire con certezza se l'aveva vista o no. Ciò che sapeva con certezza era che Tattoo non riusciva più a parlare e si tastava il pomo di Adamo con entrambe le mani, per accertarsi che non gli fosse stato sparato in gola. Poi scivolò in ginocchio, tossendo. Homer fissava la scena, pietrificato; non si capiva se in preda al terrore o alla meraviglia. Non aveva mai visto nessuno finire fuori combattimento così in fretta, specialmente qualcuno in forma come Tattoo. Chaney diede qualche colpo sulla schiena a Tattoo mentre questi tossiva, inginocchiato sul pavimento. «Che sta succedendo lì?» Una delle guardie lo aveva visto a terra e stava arrivando a controllare. «Gli è andato qualcosa di traverso», rispose Chaney. «Ma sta bene.» Gli diede qualche altra pacca sulla schiena, lo prese sotto le braccia e lo sollevò prima che la guardia potesse attraversare la sala. Così facendo, sussurrò
qualcosa all'orecchio dell'uomo, poi si ritrasse. Tattoo sollevò una mano e fece cenno alla guardia di allontanarsi. Chaney tornò a sussurrargli qualcosa e poi si scostò. «Capito?» L'altro non poteva parlare, ma poteva annuire, e lo fece con convinzione. «Bravo.» Chaney gli diede un'altra pacca sulla schiena. «E ora fallo.» La faccia di Tattoo era color rosso porpora. Aveva le guance rigate di lacrime, le mani incollate all'inguine. Si voltò e si allontanò con andatura rigida verso la sua cella in fondo al corridoio. Homer non sapeva se dovesse seguirlo o no. «Cambiamo cella», disse Chaney. «Hai qualche problema?» Homer doveva stare lì poco. Non sapeva perché volessero la sua cella e non gliene importava. Sarebbe stato rilasciato da lì a dieci giorni. Sorrise e sparì lungo il corridoio. «Non avresti potuto dargli una sigaretta, qualche dollaro?» chiese il russo. «Come dare pesci alle foche», rispose Chaney. «Non avrebbe fatto altro che bussare alla porta per averne ancora.» «Potrebbe denunciarci alle guardie.» «Prima che le palle gli tornino al loro posto noi ce ne saremo già andati. Va' a prendere la tua roba. La coperta e tutto il resto. Ci trasferiamo in fondo al corridoio. Laggiù.» Chaney indicò la cella di Tattoo. Le guardie non vi prestarono attenzione. Purché ci fossero due uomini per ogni cella quando si spegnevano le luci, i prigionieri potevano fare tutti gli accordi che volevano per quanto riguarda la sistemazione. Uno era riuscito addirittura a convincerle a lasciarlo dormire nella sala di ricreazione, una soluzione adottata dal carcere solo quando c'era sovraffollamento. Cinque minuti dopo Chaney e il russo, ognuno coi propri averi - spazzolino, sapone e coperta -, mettevano su casa nella cella a pianterreno in fondo al corridoio. Era fondamentale per il loro piano. Ogni cella aveva una finestra, non grande, ma sufficiente perché attraverso vi potesse scivolare un uomo, posto che non fosse troppo grasso. All'interno le finestre erano chiuse da uno schermo di plexiglas spesso un centimetro, assicurato al muro di cemento da sei grosse viti. Le teste delle viti avevano un taglio speciale che permetteva loro di essere strette, ma non allentate. Dietro lo schermo di plexiglas si trovava un condotto a bocca di flauto con una leggera angolazione verso l'alto, così che i prigionieri non potevano vedere fuori né sollevare abbastanza i loro sederi per
mostrarli alle macchine che passavano. Mezzo metro oltre la barriera trasparente, sufficientemente all'interno del condotto da non essere notate dall'esterno, c'erano quattro sbarre d'acciaio del diametro di due centimetri e mezzo. Erano fatte di acciaio cementato per utensili. Probabilmente le si poteva tagliare con un seghetto... se si aveva un mese di tempo e una scorta inesauribile di lame. Per Chaney il tempo era un fattore fondamentale, non soltanto perché avevano bisogno di Čenko per assemblare l'ordigno, ma anche perché più ci mettevano a realizzare la fuga, più aumentavano le possibilità di essere scoperti. Si mise immediatamente al lavoro. Čenko appese una coperta sopra la finestrella nella porta della cella e si accordò con un altro detenuto perché, in cambio di sigarette, si sedesse fuori della porta e bussasse se in corridoio arrivava qualcuno. L'ostacolo maggiore era lo schermo di plexiglas. Se non riuscivano a staccarlo, non avrebbero potuto mettersi a lavorare sulle sbarre. Chaney aveva pensato a tutto. Passò dieci minuti seduto sul water della cella e alla quarta spinta sentì uno splash sulla tazza d'acciaio. Si sollevò parzialmente e guardò dentro la tazza. Missione compiuta. Tirò su qualcosa con la massima attenzione. Il profilattico di gomma era ancora imbrattato di gelatina e sigillato nella parte aperta con un elastico. Lo aprì e scosse l'involucro finché sul pavimento non cadde un pezzo di metallo lungo circa dieci centimetri e delle dimensioni di una penna stilografica. L'oggetto rimbalzò e il russo lo prese al volo. I due trattennero il respiro e guardarono nervosamente in direzione della porta per parecchi secondi; alla fine fu chiaro che nessuno aveva sentito il rumore metallico. Čenko teneva in mano un piccolo scalpello al carburo di tungsteno, con un'estremità appiattita simile a un'accetta. «Ti ci sei infilato anche un martello?» chiese a Chaney. «No. Userò la tua testa», rispose l'altro. Non era per niente felice di trovarsi lì per colpa del russo. A quell'ora avrebbe dovuto già trovarsi sull'isola a dare il tocco finale al camion, a saldare il serbatoio d'acciaio sul pianale. Invece, stando così le cose, gli ci sarebbero volute tre notti per finire il lavoro. Sempre che fossero riusciti a evadere. Chaney disse al russo di restare lì. Uscì dalla cella per un minuto e, quando tornò, aveva con sé uno dei manubri da ginnastica da un chilo e mezzo. Lo avvolse in un pezzo di coperta e si mise al lavoro con lo scal-
pello. Si sbarazzò anzitutto delle teste delle sei viti che bloccavano lo schermo di plexiglas. Le teste si staccarono di netto e rimbalzarono sul pavimento. Poi, usando la parte tagliente dello scalpello, fece leva sotto lo schermo finché non riuscì a infilarvi sotto le dita. Lo sfilò dal gambo delle viti rotte che sporgevano dalla parete di cemento. Alzò le braccia e si appese alle sbarre di ferro nel condotto della finestra. Erano saldamente fissate alle pareti di cemento intorno alla finestra. Allora rimise con cura il pannello al suo posto, raccolse le teste delle viti dal pavimento e, usando piccole quantità di gomma da masticare, le riappiccicò al loro posto: se le guardie avessero controllato durante il giorno, non si sarebbero accorte che il pannello era stato rimosso. «E ora?» disse il russo. «Ora aspettiamo.» 7 Ekaterinburg Per Gideon c'era una certa ironia in tutto quello, come se la città, col suo terreno avvelenato dalle spoglie dello zar ucciso, stesse adesso giocando un'altra mano decisiva nella partita della Storia. Aveva passato tre giorni in una squallida stanza d'albergo, guardato a vista dai militari della sicurezza. Non gli permettevano di fare telefonate né di mandare e-mail all'Istituto a Santa Crista. Se Caroline non avesse avuto presto sue notizie, avrebbe chiamato il dipartimento di Stato. Come il panorama intorno a lui, il suo volto aveva assunto l'aspetto di una foresta in rapida crescita: una barba di due giorni sotto due occhi simili a pozze iniettate di sangue e annebbiate dalla mancanza di sonno. Per uno come lui, che lavorava da anni nel campo del controllo nucleare, lo scenario era deprimente. Gideon si sentiva come un profeta che predicava nel deserto. Finita la Guerra Fredda, il precario equilibrio di potere che aveva governato il globo per cinquant'anni era stato spazzato via. Le due grandi potenze erano sommerse da armi terribili che, con un'unica esplosione, potevano mietere milioni di vittime. E ora una di queste potenze non aveva più i mezzi per tenere sotto controllo quegli strumenti di morte. Alle otto del mattino, Gideon era stato portato via dall'albergo da due guardie dall'aria feroce armate di kalashnikov. Per un attimo, seduto sul
sedile posteriore dell'auto accanto a una delle guardie, gli passò per la mente che lo stavano portando nella foresta per sparargli. I boschi intorno a Ekaterinburg nascondevano molti segreti oscuri. Dieci minuti dopo, invece, si fermarono nel parcheggio fuori dell'ufficio di Mirnov e lo accompagnarono lungo il corridoio ormai familiare. Quando varcò la porta dell'ufficio, vide che il russo non aveva un aspetto migliore del suo. Mirnov era stato alzato tutta la notte. Solo quella mattina aveva informato i suoi superiori a Mosca della possibilità che fossero scomparsi due ordigni nucleari. Aveva aspettato finché era stato possibile, nella speranza che il suo staff riuscisse a trovarli. E invece aveva scoperto qualcosa di ancor più inquietante. Rapporti e denunce sulla scomparsa di ordigni nucleari erano già stati fatti prima di allora, ma mai da qualcuno nella posizione di Mirnov e con la sua possibilità di accesso alle informazioni. Le autorità avevano preso la faccenda molto sul serio. In quel preciso momento, il capo di Mirnov era in viaggio da Mosca insieme con una squadra di esperti, evidentemente per chiudere la stalla dopo che i buoi erano scappati. Avrebbero cercato un capro espiatorio, qualcuno che si accollasse la colpa nel caso che l'incidente avesse assunto proporzioni internazionali. Mirnov conosceva troppo bene la burocrazia e la politica dell'amministrazione statale russa per non sapere che quel qualcuno sarebbe stato lui. Aveva spesso chiesto e implorato un aumento di personale e una maggior sorveglianza, ma il governo di Mosca aveva sempre pianto miseria. «Ha un aspetto orribile», disse Mirnov. «Dovrebbe vedere il suo.» «Sì. Ma io ne ho motivo. Ho lavorato tutta la notte.» «Be', io non ho dormito molto bene. Gradirei avere un telefono. Sono ore che chiedo di poter fare una telefonata», ribatté Gideon. «Ogni cosa a suo tempo, amico mio. Si sieda, prego.» Mirnov indicò una delle poltrone davanti alla scrivania e Gideon si accomodò. «È ironico, vero?» «Che cosa?» «Il fatto che per cinquant'anni ci siamo scannati e l'unica cosa che ci ha impedito di distruggerci a vicenda è stata la minaccia del reciproco annientamento. Com'è che la chiamavano gli americani?» Si sfiorò il naso con un dito, come se la parola dovesse arrivargli attraverso la foschia alcolica. «MAD?»
«Già. Mutual assured destruction, cioè 'distruzione reciproca assicurata'», disse Gideon. «Faceva parte degli scenari strategici di reazione.» «Giusto», annuì Mirnov. «Sennonché MAD, in inglese, significa anche 'matto, folle'. Ah, gli americani sono insuperabili quando si tratta di trovare iniziali che fanno colpo... Acronimi, li chiamano. È per questo che la loro cultura è dominante. Non hanno conquistato il mondo con gli eserciti, ma con le parole, coi loro film e le stelle del cinema, i McDonald's e Disneyland. Però lei è russo.» «E olandese», aggiunse Gideon. «Ah, gli olandesi! Gente fantastica. Ci sono stato, in Olanda, sa. Sì. All'Aja.» «Se è stato all'Aja, allora saprà che siamo famosi per la nostra diplomazia», osservò Gideon. «Eccome.» «Suggerisco perciò che lei mi lasci fare una telefonata al mio ufficio.» «Non posso permetterglielo. Almeno per il momento.» «Sono prigioniero?» «Certo che no.» Mirnov gli rivolse un ampio sorriso. «Lei è nostro ospite. I miei superiori saranno qui tra poco e di certo saranno in grado di rispondere a tutte le sue domande.» Mirnov non voleva attirarsi l'ira delle nazioni occidentali. Se a van Ry fosse stato concesso di lasciare il Paese, poteva scoppiare un incidente internazionale che avrebbe soltanto aumentato la pubblicità negativa. E sarebbe stata tutta colpa sua. «La prego», continuò. «Si rilassi. Porti ancora un po' di pazienza. Ancora qualche domanda.» Gideon si appoggiò allo schienale della poltrona. Non aveva altra scelta. «Questo scenario strategico di reazione... Esiste una strategia per recuperare gli ordigni se dovessero cadere nelle mani di persone sbagliate?» «Dipende.» «Da che?» «Dai loro obiettivi. L'Occidente potrebbe essere in grado di acquistare gli ordigni dal mercato clandestino, sempre che l'obiettivo di chi li ha presi sia puramente economico, e cioè quello di ottenere il più alto prezzo possibile. Se invece fosse politico...» «L'Occidente sarebbe disposto a fare questo?» chiese Mirnov. «Ad acquistare le armi anche se non avesse la minima responsabilità nella loro sparizione?» «Non sto parlando di qualsiasi governo. Tuttavia credo che farebbero
tutto il necessario per toglierle dal mercato. Come farebbe il vostro governo, ne sono sicuro. È l'altra faccia del MAD», disse Gideon. «Ed è nell'interesse comune.» «E se chi le ha volesse semplicemente usarle? Che cosa dice in proposito questo scenario strategico di reazione?» «Le troviamo prima che loro possano usarle. A questo punto non stiamo più parlando in linea teorica.» Le parole di Gideon parvero tranquillizzare il russo, che lo guardò come se avessero raggiunto una specie di spartiacque verbale. Seguì un lungo periodo di silenzio, mentre Mirnov osservava l'olandese. «Posso dirle qualcosa», riprese infine. Gideon rizzò le orecchie. «Sappiamo che gli ordigni non compaiono nel nostro inventario aggiornato. La vostra informazione è esatta.» «Me lo immaginavo, quando sono venuto qui.» Mirnov inarcò appena le sopracciglia. «Dunque la sua gente in California ha motivo di credere che non si tratti di un errore... sulla carta?» «Se non li contatto al più presto, ci può giurare.» Questo spronò il russo a continuare. «I due ordigni in questione non si trovano nel bunker in cui dovrebbero essere.» Prese un altro sorso di caffè, come se ne avesse bisogno per prepararsi a ciò che stava per arrivare. «Posso avere un pezzo di carta e una penna?» chiese Gideon. Mirnov ci pensò su, poi decise che era meglio non ci fossero errori di memoria. Gli porse un foglio di carta e una matita, e Gideon si mise a prendere nota sull'angolo della scrivania. Se non altro, per il momento non pretendeva di andarsene. «Immagino sia possibile che siano stati spostati in un altro punto all'interno dell'impianto», disse Gideon. «Credo sia improbabile.» «Perché?» «Nel nostro caso lo spostamento non sembra avvenuto inavvertitamente.» «Che intende?» «Primo, c'è la questione della scomparsa dall'inventario.» «Potrebbe essere stato un errore di conteggio.» L'esperienza aveva insegnato a Gideon che il sistema di registrazione dei russi per gli ordigni era primitivo. Non c'erano i codici a barre e i sistemi di lettura computerizzati presenti nei depositi degli Stati Uniti, e quindi non potevano essere rintrac-
ciati su una banca dati centrale, come in Occidente. Lì lo facevano all'antica, contandoli col dito, sempre ammesso che lo facessero. Per più di due anni gli esperti della sicurezza nazionale degli Stati Uniti avevano temuto il peggio. La contabilità del materiale nucleare in Russia era pessima. I russi non avevano un'idea precisa della quantità di materiale fissile in loro possesso. Come potevano sapere se ne era scomparso un po'? Gideon si stava rendendo conto che il loro conteggio delle armi tattiche era altrettanto approssimativo. Dal punto di vista dei terroristi, perché procurasi le materie prime quando ci si poteva procurare direttamente la bomba? «Se si trattasse soltanto degli inventari, lei potrebbe avere ragione», disse Mirnov, «ma c'è la questione ancor più preoccupante delle finte testate.» «Quali finte testate?» «Abbiamo trovato due ordigni finti nel bunker, testate vuote fatte in modo da sembrare vere. Non sappiamo da quanto tempo siano lì. Sembrerebbe che questo sia il motivo per cui non ci siamo resi conto dell'errore durante la registrazione delle armi.» Il russo fece un profondo sospiro. «Non capisco», borbottò Gideon. «Perché qualcuno dovrebbe darsi la pena di sostituire le armi vere con quelle finte e poi toglierle dall'inventario?» «Io riesco a pensare a un'unica spiegazione. Non c'era motivo di continuare con l'inganno perché gli ordigni erano stati portati via e si trovavano ormai fuori della nostra portata.» Il freddo ragionamento del russo fece correre un brivido lungo la schiena di Gideon. «Partiamo da questo presupposto... Qualcuno si è preso la briga di continuare a falsificare gli inventari almeno finché non era più necessario coprirsi le spalle.» «Sembra proprio che sia andata così», disse Mirnov. «Chi ha accesso a questi registri?» «Questo è il problema. Solo due persone: Dimitri e io.» «E basta?» «Sì.» «Dov'è Dimitri?» «Lo stiamo cercando da quando ha lasciato l'impianto. Abbiamo controllato al suo appartamento e nei posti che frequenta di solito. Non l'abbiamo trovato, ma lo stiamo ancora cercando. Sfortunatamente, sembra che Dimitri sia coinvolto.» «Ovviamente.» «Ho chiamato mia sorella per chiederle se almeno lei l'avesse visto.»
«Perché sua sorella?» «Dimitri è mio cognato.» Mirnov lo disse come se Gideon avesse dovuto saperlo. Non c'era da meravigliarsi che avesse raddoppiato le dosi di vodka. Una cosa era chiara: Gideon doveva ottenere tutte le informazioni possibili da Mirnov prima che arrivassero i suoi superiori. Una volta arrivati loro, il russo sarebbe stato rimosso dall'incarico, portato da qualche parte per essere interrogato e Gideon non l'avrebbe mai più rivisto. «Non abbiamo molto tempo. Ne è consapevole, vero?» «Sì.» «Allora deve dirmi tutto quello che sa.» Mirnov lo guardò per un momento, riflettendo. Erano quasi cinque anni che lavorava per uno stipendio che bastava a malapena a dar da mangiare a lui e alla sua famiglia. Da mesi non veniva pagato. Ma, oltre al senso del dovere nei confronti del suo Paese, fino ad allora Mirnov era stato sorretto dalla convinzione che la Russia fosse l'unica responsabile del controllo delle proprie armi. Certo, lui avrebbe potuto fare come Dimitri e prendere del denaro. Erano molti i criminali russi pronti a pagare cifre esorbitanti per materiale nucleare e chimico trafugato da Sverdlovsk. Invece lui non aveva mai preso neppure un rublo. Guardò Gideon e si chiese se i governi dell'Occidente fossero meglio del suo. Aveva sentito parlare alla CNN della politica di Washington, di un governo gestito da e per il popolo «entro l'anello della tangenziale di Washington», d'innumerevoli scandali finanziari. Eppure, nell'animo, sentiva una certa affinità con l'uomo che aveva di fronte. Gideon non faceva parte di un governo. Non era stato costretto a partire dalla California per venire fino a Mosca e poi a Sverdlovsk per controllare un errore su un documento. L'Istituto avrebbe potuto semplicemente pubblicare l'informazione, guadagnandosi titoli a lettere cubitali sulla stampa internazionale, ma non l'aveva fatto. C'era qualcosa in quel gesto di cautela, un rispetto per la verità, che aveva colpito il russo. «Se dovessi raccontarle quello che sappiamo, resterebbe tra noi?» chiese Mirnov. «Dovrei riferirlo ai miei superiori all'Istituto», rispose Gideon. «Ovviamente. Però andrebbe... oltre?» «Dipende. Se ci fosse una minaccia reale, le autorità dovrebbero esserne informate.» «Capisco», annuì Mirnov. «Ma lei non si rivolgerebbe alla stampa? Non farebbe il mio nome in quanto fonte di una simile informazione?»
«No.» «Non verrebbe divulgata? I governi occidentali tratterebbero l'informazione come confidenziale?» «Credo di poterle assicurare che questa informazione sarà trattata come confidenziale purché non metta in pericolo la sicurezza pubblica. Nessuno vuole generare inutilmente uno stato di panico. E, in ogni caso, lei non sarebbe nominato come fonte.» Gideon non aveva il minimo controllo su ciò che sarebbe accaduto se l'informazione fosse arrivata alle autorità, tuttavia poteva proteggere la sua fonte. «Abbiamo scoperto due bolle di carico falsificate», mormorò Mirnov. «Le ha preparate entrambe un uomo di nome Grigorij Čenko, un tecnico che lavorava qui a Sverdlovsk. La prima risale a circa quattro settimane fa. La seconda a due settimane dopo. Entrambi i documenti elencavano parti di macchinari imballate e spedite al porto di Vladivostok.» «Come fate a sapere che erano proprio quelle le bombe?» «Non lo sappiamo», rispose Mirnov. «Almeno non con certezza. Comunque, prima di essere spedite, le due casse sono state pesate. Tutte e due avevano lo stesso peso: poco più di centoquattro chili. Calcolando il peso della cassa di legno, è esattamente il peso delle due testate per artiglieria di campagna.» «Ha detto che la prima è stata spedita un mese fa?» «Sì.» Gideon corresse un appunto e guardò le note che aveva scarabocchiato in fretta man mano che Mirnov rivelava le sue informazioni. «E Čenko... dov'è?» «È questo che ci preoccupa. Non lo sappiamo. Poco dopo che è stata effettuata la spedizione, è scomparso. Semplicemente ha smesso di venire al lavoro.» «E voi non avete mai fatto controlli?» «Abbiamo dato per scontato che si fosse trovato un lavoro migliore. Non è insolito. Nell'ultimo anno ho perso più di metà del mio personale. Se non paghi le persone, queste smettono di lavorare. Se io non le controllassi a una a una, non riuscirei a fare nulla. Sa quanti mesi passano senza che l'esercito venga pagato? Soldati, marinai, un tempo considerati dei, adesso vengono trattati come spazzatura. Quando un governo si comporta così va in cerca di guaì.» Aveva ragione. Quel che era peggio, Gideon sapeva che i russi non erano gli unici ad avere quel problema. Entrambe le parti erano colpevoli del
peccato di omissione. Il pericolo stava nel fatto che era diventato politicamente fuori moda preoccuparsi della bomba. Gli inverni nucleari e gli olocausti atomici, fobie indiscusse degli anni '60 e '70, non erano più chic nell'era di Internet e dell'economia globale. Perché mai i politici avrebbero dovuto mettere in guardia i cittadini sul fatto che l'annichilimento nucleare era ancora possibile? Perché turbarli con pensieri negativi? In fondo, la Guerra Fredda era finita. In Occidente si chiudevano le basi militari, tutti sguazzavano nei dividendi della pace, esplorando con rinnovato vigore capitalista nuovi mercati in espansione. Il presidente degli Stati Uniti e il premier russo erano amici. A quale scopo preoccupare la gente con rapporti secondo i quali le città potevano essere incenerite da una bomba nucleare vagante? E tutto ciò nonostante i rapporti quotidiani dei servizi segreti informassero i leader mondiali che la Russia stava perdendo il controllo del demone nucleare. E se fosse accaduto l'inimmaginabile? Gideon non aveva dubbi. Il presidente americano avrebbe dichiarato un'emergenza nazionale, convocato l'Unità di Crisi del governo federale e detto ai sopravvissuti che condivideva il loro dolore. Ecco qual era l'arte di governare alla fine del millennio: una bella differenza rispetto a Roosevelt e Churchill. «Che genere di lavoro svolgeva il signor Čenko?» chiese Gideon. «Come le ho detto, era un tecnico. Lavorava allo smontaggio degli ordigni.» «Alle testate?» «Sì.» «Dunque sarebbe anche in grado di rimontarle?» «Certo.» Il russo rispose senza dar peso alla gravità della cosa, anche se aveva senza dubbio riflettuto sul suo significato. Un individuo con quelle capacità sarebbe stato molto richiesto dai governi al di fuori del club nucleare o dai governi «subnazionali», come venivano eufemisticamente definiti i terroristi nella comunità dei servizi segreti. Gideon guardò gli appunti che aveva preso, sottolineò alcune cose, li rilesse, memorizzando ogni dettaglio, poi chiese a Mirnov un fiammifero. Davanti agli occhi del russo, mise il foglio di carta con gli appunti nel grande posacenere sulla scrivania, accese il fiammifero e diede fuoco a un angolo del foglio, poi lo osservò bruciare finché non rimase altro che cenere fumante. «Un'ultima domanda», disse. «Qual era la destinazione finale delle due spedizioni?» Mirnov deglutì a fatica. I suoi superiori lo avrebbero squartato vivo. «Noi non abbiamo mai avuto questa conversazione», mormorò.
«D'accordo.» «Non possiamo essere sicuri per la seconda cassa. Sappiamo che non si trova più nel magazzino al porto di Vladivostok. Ma la prima spedizione ha lasciato una scia di carta. La documentazione di un trasbordo mi è stata inviata per fax stamattina.» Prese un foglio dalla tasca della camicia e lo aprì, lisciandolo sul ripiano della scrivania. «Nessuno, a parte me e l'amministratore del porto di Vladivostok ha visto questo documento, e lui non ne conosce il significato.» «Capisco», annuì Gideon. Il russo voltò il foglio di carta in modo che l'altro potesse leggerlo e memorizzarne i particolari. La spedizione aveva come destinazione, almeno sulla carta, gli Stati Uniti: una ditta che si chiamava Belden Electronics. 8 Roche Harbor, Stato di Washington Un velo di nebbia si alzava come vapore dalla superficie dell'acqua, così liscia da sembrare un pannello di vetro lavorato. Joselyn riusciva a vedere le volute di fumo che uscivano dai camini delle case di Henry Island, a quasi due chilometri di distanza. Guardò l'orologio. Mancavano cinque minuti alle sette. Sperava che avrebbero fatto in tempo. I giudici federali hanno la cattiva abitudine di emettere mandati di cattura per i testimoni che non si presentano, mandati che, talvolta, possono includere anche un avvocato o due. Era la sua firma, in calce alla lettera che portava l'intestazione col suo nome, faxata al tribunale a garantire la presenza di Belden. Si voltò a guardare il parcheggio. Non c'erano tracce né di Belden né di auto, sulla strada che scendeva lungo la collina sovrastante il complesso turistico. La facciata bianca dell'Hotel de Haro, col lungo terrazzo del primo piano coperto di rampicanti, ricordava una torta di nozze. Era stato costruito nell'Ottocento da un ricco uomo d'affari, proprietario di una cava di arenaria. La cava era ormai chiusa da quarant'anni, ma l'albergo aveva trovato una nuova giovinezza. Insieme col ristorante adiacente era uno dei luoghi più suggestivi dell'arcipelago. Lontano dalla mondanità di Saint Tropez e della Costa del Sol, il porticciolo e il ristorante avevano accolto persone ricche e famose, tra cui il sultano del Brunei e il re della Microsoft, Bill
Gates. Guardò di nuovo l'orologio e in quel mentre udì il monotono ronzio di un motore sopra la sua testa. Paventava che i suoi timori si sarebbero rivelati corretti. Si voltò e lo vide che si avvicinava da ovest, basso sull'orizzonte. Forse era l'idrovolante della mattina proveniente da Victoria. Faceva servizio tra le due isole due volte al giorno. L'aereo si abbassò di colpo puntando verso il canale tra Henry Island e il porto, scivolando sopra la nebbia, e poi si poggiò sull'acqua saltellando sulla superficie scintillante. Effettuò un ampio giro e si diresse verso il molo, con l'aria spinta dall'elica che sollevava alti spruzzi d'acqua. Avvicinandosi, il rombo del grosso motore a stella infranse il silenzio del porticciolo. Un piccolo stormo di oche si levò in volo, seguito da tre germani reali. Joselyn non si era mai trovata così vicina a un idrovolante prima di allora - non più di una trentina di metri -, quando il pilota spense i motori. Si vedeva solo il contorno della figura scura nell'abitacolo. L'aereo scivolò in silenzio come un mitologico uccello da preda, avvicinandosi al molo sullo slancio. All'ultimo momento, il portello si aprì e il pilota si abbassò con grazia, una mano sul montante dell'ala e un piede sul galleggiante. Con movimento fluido saltò sul molo e, come per magia, fermò l'aereo senza che il galleggiante sfiorasse il pontile. I timori di Joselyn si erano avverati. Era Belden. Lei non amava volare, neppure sugli aerei di linea. Quell'uomo era pieno di sorprese. «Mi stava aspettando?» La guardò e sorrise. «E noi dovremmo andare in volo fin laggiù con quello?» «A meno che lei non abbia le ali.» Aveva un sorriso impertinente, come quello di Robert Redford nel Grande Gatsby. Lei rimase lì impalata a guardarlo, i piedi come incollati al pontile. «Su, sono soltanto quaranta minuti di volo da qui a Seattle. Le piacerà moltissimo.» La vocina che sussurra dentro tutti noi in quel momento stava urlando nella testa di Joselyn, coprendola d'insulti perché non aveva il coraggio di dirgli di no. Io non salgo su aerei da turismo con uomini che non conosco. Anzi non ci salgo proprio. «Ha paura?» «No.» Perché aveva risposto in quel modo, proprio non lo sapeva. «Bene. Allora salti su.»
Tenendosi al montante dell'aereo, le prese la valigetta di mano e la posò sul pontile, quindi l'aiutò a salire sul galleggiante. «Usi il predellino.» Joselyn posò il piede su un gradino di metallo ricavato nel montante dell'ala. Visioni di lei che cadeva tra il galleggiante e il pontile. Edizione straordinaria! Donna muore cadendo da un aereo. Tra poco gli imbarazzanti dettagli. In qualche modo, nonostante i tacchi e il tailleur con la gonna stretta che le arrivava a metà coscia, riuscì a issarsi sul sedile del pilota. Quando guardò giù, vide che Belden le stava osservando le gambe e, dall'espressione del suo viso, capì che si stava godendo lo spettacolo. «Scambiamoci i vestiti e ci provi lei», gli sibilò. Lui scoppiò a ridere. «No, no. Sono sicuro che non sarei altrettanto sexy.» Joselyn si alzò, si mise a posto la gonna e girò intorno ai comandi della console centrale. C'erano sei sedili sul retro dell'aereo, tre per ogni lato, e una panca sul fondo. «Si metta pure sul sedile del copilota, sull'altro lato», le disse. «Ne è sicuro?» «Certo. Così può vedere dove andiamo.» «Potrebbe non essere una buona idea.» «Le piacerà.» Non le diede il tempo di ribattere e le lanciò la valigetta. Lei la prese al volo e crollò sul sedile anteriore. Belden si diede una spinta prima che lei avesse il tempo di cambiare idea e si allontanarono velocemente dal pontile. Salì sul sedile del pilota e chiuse il portello, fece scattare un paio d'interruttori sopra la sua testa e indossò una cuffia con un microfono incorporato. Fece scattare altri interruttori e girò una manopola. All'improvviso l'elica prese a girare e il motore si avviò. Belden guardò fuori del finestrino per assicurarsi che l'ala non urtasse contro qualche ostacolo sul pontile. «È già stata a bordo di un idrovolante?» «Mai.» «Però ha volato su aerei piccoli.» Lei scosse la testa, mentre lui la guardava con la coda dell'occhio, le mani in continuo movimento sui controlli sopra di loro. «Allora dovrebbe trovarlo eccitante.» Abbassò lo sguardo sulla sua gonna. «Ma forse è meglio che si allacci la cintura di sicurezza se non vuole
che diventi troppo eccitante.» Lei allacciò la cintura, bassa sull'addome, e armeggiò con la fibbia che si chiuse con uno scatto, quindi ne regolò la lunghezza finché non si sentì ben stretta contro il sedile. «Non c'è niente di cui preoccuparsi», le disse lui, voltandosi a guardarla. Sapeva riconoscere l'odore della paura. «Sono anni che piloto.» «Non ho paura.» Mentiva. «Bene. Beata lei.» Le rivolse un altro sorriso alla Robert Redford e, prima che lei potesse dire un'altra parola, spinse una leva in avanti e il motore letteralmente sobbalzò in uno scoppio di potenza. L'aereo fece un balzo in avanti e iniziò a girare lentamente allontanandosi dal molo e dirigendosi verso il canale aperto. Joselyn aveva le nocche bianche per la forza con cui stringeva il bordo del sedile. Si voltò verso di lui e vide che non sorrideva più: era tutto concentrato a guardare il canale davanti a loro. Le oscillazioni dell'aereo sull'acqua presero un certo ritmo e lei cominciò a rilassarsi. Il velivolo scivolava liscio, poi urtò un'onda, che probabilmente aveva causato arrivando, e sobbalzò appena. Belden virò, allineandosi al centro del canale. Senza esitazione allungò la mano verso una manetta che stava sulla console tra i due sedili. La spinse in avanti e l'aereo prese a correre più veloce sull'acqua, sobbalzando sulle piccole onde che increspavano la superficie. Il rumore e le scosse aumentarono finché Joselyn non udì altro che il vibrare del metallo e i colpi dei galleggianti sull'acqua. L'aereo prese velocità e la mano di Belden spinse la leva ancor più avanti; il rumore si trasformò in un rombo che s'impadronì di tutti i suoi sensi e la vibrazione le fece quasi sbattere i denti, penetrando fin dentro il suo corpo. Belden era profondamente concentrato, con gli occhi fissi sul canale, mentre saltavano sull'acqua; poi, con un unico, fluido movimento tirò indietro lentamente il volantino di comando e, come Pegaso, si staccarono dalla superficie scintillante del mare e si sollevarono verso l'alto. Era una sensazione nuova per Joselyn, che non aveva mai volato a bordo di un piccolo aereo. A differenza dei potenti jet passeggeri, l'idrovolante sobbalzava per i vuoti d'aria e veniva scosso dai venti di traverso. La sensazione di continua ascesa era strana, come se da un momento all'altro la forza di gravità potesse riaffermare il suo potere e tirarli giù. Joselyn guardò in basso, verso l'arcipelago di San Juan: centinaia d'isole sparpagliate sotto di loro e montagne verdeggianti che si levavano da un
tappeto di acqua blu scintillante nel sole del mattino. «È magnifico!» «È uno dei motivi per cui adoro pilotare. Da un jet non è possibile vedere tutto questo. E poi mi piace avere il controllo della situazione, quando vado da qualche parte; mi piace avere le mani sul volante.» Lei annuì come se capisse. Continuarono a salire per parecchi minuti, girando sopra le isole per dirigersi verso sud, lungo il tratto di mare. Quando si misero in assetto orizzontale, il motore cessò di forzare e il suo rombo si stabilizzò in un ronzio regolare e monotono. «Perché non li prende lei per un secondo?» «Come?» «Sì, prenda i controlli.» Prima che Joselyn potesse dire qualcosa, lui aveva già staccato le mani dal volantino. Lei afferrò l'identico volantino che aveva davanti e l'ala destra incominciò ad abbassarsi. «Metta i piedi sui pedali.» Le indicò due pedali sul pavimento. «Li tenga piani. Mantenga il naso dell'aereo in linea con l'orizzonte ed è fatta.» Con un brivido lungo la schiena, Joselyn si trovò a pilotare l'aereo, incapace di dire una sola parola. Era come vivere un'esperienza extracorporea. La fronte le s'imperlò di sudore. Terrore puro. «Le piace?» «Fantastico. Lo riprenda subito.» «Se la sta cavando benissimo.» Prese a esaminare alcune carte che aveva estratto da una tasca portaoggetti sul portello, ignorando totalmente quello che lei stava facendo coi comandi. «Non ha paura che andiamo a sbattere contro una montagna?» «No», rispose lui senza alzare lo sguardo. «L'unica montagna di cui devo preoccuparmi ce la siamo lasciata alle spalle.» «Mi fa piacere sapere che ha fiducia in me.» «Potrei persino schiacciare un pisolino.» «Non ci pensi nemmeno.» Stava di nuovo sorridendo. Gli occhi di lei si spostavano dai quadranti e gli interruttori del pannello davanti a sé all'orizzonte e viceversa. Il terrore si trasformò in disagio a mano a mano che cominciò ad acquistare familiarità coi comandi. «È in rotta perfetta. Ancora venti minuti e dovremmo essere sopra Seattle.» «Non è questo il modo di trattare il proprio legale», gli disse. «Non si sta divertendo?»
Non l'avrebbe mai ammesso, ma effettivamente stava cominciando a divertirsi. «È come andare in bicicletta», disse lui. «Sì, ma se cado dalla bicicletta il terreno è molto più vicino.» «L'obiettivo è non cadere. Sta andando un pochino giù di naso.» «Che devo fare?» «Vede l'indicatore di velocità?» Le indicò uno dei quadranti. «Tiri appena indietro il volantino, molto dolcemente. Ecco, così. Alzi un po' il naso.» Joselyn smise di parlare e si concentrò sui comandi. Lentamente l'orizzonte si riallineò con la parte bassa del parabrezza e la velocità scese di trenta miglia orarie. «Bene. Ora parliamo: che cosa mi aspetta in aula oggi?» Aveva varie carte sparpagliate in grembo, come se volesse prendere appunti. «Non avrà tutta la mia attenzione a meno che non riprenda i comandi.» Lui rise e prese il volantino, posando i piedi sui pedali. «Si rilassi. Ce l'ho.» Joselyn fece un gran sospiro e si appoggiò allo schienale del sedile, sentendo sciogliersi i muscoli delle braccia e delle spalle. Fece un paio di respiri profondi e poi si voltò per prendere la valigetta e un blocco sul quale aveva preso alcuni appunti. Sfogliò le pagine e, quando alzò lo sguardo, vide che le mani di lui erano staccate dal volantino. «Chi sta pilotando?» chiese, allarmata. «Il pilota automatico. Io sto attento che non ci siano altri aerei. Lei mi dica che cosa devo fare quando sarò là.» «Se lo dice lei.» Joselyn consultò gli appunti. «Anzitutto possiamo farci un'idea di quello che stanno cercando se ci sono altri testimoni che aspettano quando arriviamo in tribunale. Potrebbe riconoscerne qualcuno e, in tal caso, questo potrebbe fornirci indizi preziosi. Siamo ancora in tempo ad appellarci al Quinto Emendamento e rifiutarci di testimoniare, ma soltanto se abbiamo un valido motivo.» «Capisco.» «Una volta entrato, il rappresentante del giurì la farà giurare. Il pubblico ministero titolare dell'inchiesta, probabilmente un sostituto procuratore, la informerà dei suoi diritti. Il diritto ad avere un avvocato, il diritto di restare in silenzio, e così via. Probabilmente la avviseranno che, essendo sotto giuramento, se non dice la verità potrebbe essere accusato di spergiuro.» «Capisco.» «A questo punto, il pubblico ministero probabilmente le dirà qualcosa
sulla natura dell'inchiesta. Questo è un momento critico. Se ci fossero sorprese, se in effetti non stessero facendo indagini su quel Max Sperling di cui mi ha parlato, chieda una pausa. Dica che vuole conferire col suo legale. Devono concedergliela. Non risponda a nessuna domanda se prima non è uscito e non abbiamo avuto modo di parlare. Ha capito?» «Un gioco da ragazzi», rispose Belden. «Speriamo.» «E poi che succede?» «Una volta stabilite le regole, il pubblico ministero comincerà a farle domande. Rifletta prima di parlare e si limiti a rispondere alle domande. Non dica niente di più. Se si mette a dare risposte lunghe e si addentra in argomenti che non sono stati affrontati, renderà le cose più complicate. Servirebbe soltanto a metterla in difficoltà, ad aprire filoni d'indagini cui il pubblico ministero non aveva pensato. Quindi: risposte chiare e concise.» «Chiarissimo.» «Una volta che incomincia a testimoniare dica la verità. Non nasconda nulla.» «Ma se mi ha appena detto che non devo fornire informazioni!» «Intendevo dire che lei deve rispondere direttamente e completamente alle loro domande specifiche. Ma non affronti altri argomenti. È compito loro. Meno dice, più in fretta uscirà di là. Se può rispondere a una domanda con un semplice sì o no, lo faccia.» «Capito. Aspetti un secondo.» Fece scattare un interruttore e armeggiò con una manopola su qualcosa che somigliava a una radio, posta sopra la loro testa, quindi parlò nel microfono fissato alla cuffia. «Torre di controllo di I.L.S. Qui J-N otto-due-quattro-sei. Sono in avvicinamento sul vettore...» Guardò la bussola e comunicò la rotta. La torre di controllo rispose; Joselyn udì la scarica statica, ma non capì le parole. «Lake Union.» Ci fu un'altra pausa. «Grazie», disse Belden e poi girò un'altra manopola della radio. «Scusi, dovevo chiedere l'autorizzazione all'avvicinamento.» Fece scattare un'altra levetta e prese i comandi. Joselyn pensò che avesse spento il pilota automatico. «Okay, dunque non devo dar loro informazioni non richieste.» «Giusto.» «E devo parlare con lei se ci sono sorprese.» «Giusto.»
«Che altro?» «Non saprei. Le procedure variano da un distretto all'altro. Alcuni pubblici ministeri permettono ai membri del gran giurì d'interrogare direttamente il teste, una volta che loro hanno terminato. Non so se qui venga seguita questa procedura. Cercherò di scoprirlo prima che lei entri. Comunque, se permettono ai giurati d'interrogarla, stia attento.» «Perché?» «Perché i giurati sembrano gente comune. E lo sono. La maggior parte di loro è cordiale, sorridente. Non le parleranno in... legalese. Si rivolgeranno a lei come se fossero i suoi vicini di casa. C'è la tendenza ad abbassare la guardia, a mettersi a far conversazione con loro. Non lo faccia. Il pubblico ministero ascolterà ogni parola e s'infilerà in ogni spiraglio che lei apre. Quelli non sono suoi amici. Non l'hanno invitata laggiù per fare due chiacchiere.» «Capisco. Sono il nemico», osservò Belden, «Non si dimostri ostile, ma stia in guardia.» «Bene. È tutto?» «Praticamente sì. Se non capisce una domanda, chieda spiegazioni. Non esiti a chiedere che venga riformulata. E se si sente di dover parlare con me, dica loro che vuole una pausa per conferire col suo legale.» «D'accordo.» Quando iniziarono la discesa sulla periferia nord, Joselyn vide le case sparpagliate sotto di loro come un tappeto su un prato verde. Poi comparve il distretto universitario insieme con la riva occidentale del lago Washington. «Mi dica qualcosa di più sulla sua attività», disse lei di punto in bianco. Belden sembrò colto di sorpresa. «Che cosa c'è da dire?» «Che cos'è che produce esattamente?» «Interruttori.» «Questo lo so, me l'ha detto. Ma quale genere d'interruttori?» «Il genere che accende e spegne le cose.» Lei gli lanciò un'occhiata come per dire «ma fammi il piacere!» «Al momento stiamo progettando chip per sistemi a riconoscimento vocale. Si usano nei sistemi di sicurezza», spiegò Belden. «È come un'impronta digitale, soltanto che in questo caso si usa la voce. Qualcuno parla in un telefono, o in un microfono, e il computer confronta la voce con l'impronta vocale in archivio. Se combinano, la porta si apre, la luce si accende, l'allarme s'inserisce. Si può accendere il sistema d'irrigazione auto-
matica o le luci di casa a distanza. Se l'impronta vocale non corrisponde, la persona non ha accesso al sistema.» «Affascinante», esclamò Joselyn. «Davvero si può fare una cosa del genere?» «Accurato al novantacinque per cento o più. Quasi impossibile da ingannare.» «E se avessi una registrazione della voce di qualcuno?» chiese Joselyn. «Anche con una registrazione della voce giusta, il chip coglierebbe il rumore di fondo, il leggerissimo disturbo del microfono, e la chiuderebbe fuori. I sistemi migliori usano parole in codice. Con le parole giuste si potrebbe controllare il mondo.» Condusse l'aereo in un ampio cerchio verso est e cominciò l'avvicinamento sopra l'università, togliendo gas e facendo uscire i flap. S'inclinò con decisione sulla destra e scese rapidamente. A Joselyn parve che lo stomaco le schizzasse fin sul soffitto. Ripresero velocità col motore quasi al minimo e puntarono verso Lake Union, sopra il ponte della I-5 dove il traffico era completamente bloccato. Mentre si avvicinavano a Lake Union, Belden tirò indietro lentamente il volantino e spinse la leva del gas in avanti dando un po' più di potenza. Il motore fece sollevare il naso dell'aereo per un attimo. L'ammaraggio fu dolce e quasi impercettibile se non fosse stato per gli spruzzi che si levarono dai galleggianti ai lati e dietro il velivolo e qualche scossone mentre scivolavano sull'acqua. «Ecco. L'ho portata qui tutta d'un pezzo», disse lui, voltandosi a guardarla. «Non ne ho mai dubitato.» «Già.» Guidò l'aereo verso uno dei pontili. Una grossa insegna su un edificio verde diceva: SEATTLE - IDROVOLANTI. C'erano parecchi fiori, una raffica di colore, nelle cassette di legno lungo tutto il molo, e molti piccoli idrovolanti ormeggiati; uno era issato su un pontile galleggiante che spuntava appena dall'acqua, quasi sommerso dal peso dell'aereo. «Ho preso accordi per ormeggiare qui per qualche ora. Non vengo quaggiù abbastanza spesso da avere un attracco fisso. Possiamo chiamare un taxi da dentro.» Joselyn guardò l'orologio. Aveva ragione. Avevano tempo. Dieci minuti più tardi erano a bordo di un taxi che attraversava il centro cittadino per risalire la collina verso la Madison e la Sesta, dove aveva se-
de il tribunale di Seattle. 9 Culver City, California Era una truffa fantastica, molto meglio che rapinare una banca o sradicare dal muro uno sportello di cassa automatica con una catena fissata al semiasse di un pick-up. Così non si correva il rischio di farsi sparare addosso, e inoltre la maggior parte delle banche non aveva tanti contanti a disposizione. E poi Buck aveva davvero un sedere molto sexy con quei calzoncini aderenti color kaki. La piccola centralinista continuava a guardarlo mentre lui se ne stava in piedi davanti al bancone, aspettando che lei finisse di telefonare. Se avesse immaginato che quella vista sarebbe costata al suo datore di lavoro mille dollarozzi o anche più, forse avrebbe guardato un po' più a lungo. Buck Thompson viveva nella piccola cittadina di Sedro-Woolley nell'estremità nordoccidentale dello Stato di Washington. Di mestiere faceva il taglialegna, ma da tre anni non lavorava. Non c'era lavoro. Lui e la maggior parte dei suoi amici facevano quello che potevano per mantenere le famiglie. Ogni tanto Buck accettava lavori saltuari in altri Stati per mettere insieme qualche dollaro. Era così che si era trovato l'occupazione attuale. Per dieci anni se l'era cavata discretamente, ma poi l'ultimo accordo tra gli ambientalisti e la Casa Bianca sul taglio della legna nei terreni di proprietà del governo aveva fatto chiudere le segherie. Da allora Buck e quasi tutti i suoi amici erano rimasti senza lavoro. L'anno prima uno dei suoi figli aveva smesso di andare a scuola, a quattordici anni, per mettersi a lavorare. Sua moglie aveva un doppio lavoro: alla sera faceva le pulizie negli uffici, di giorno rispondeva al telefono in una piccola officina. Quello che lo mandava in bestia più di ogni altra cosa era il sentir ripetere in continuazione sulla CNN che l'economia andava molto bene. I media, o come diavolo si chiamavano, non erano diventati altro che portavoce del governo e ripetevano a pappagallo i comunicati della Casa Bianca. Se il presidente avesse fatto i suoi bisogni in pubblico, avrebbero riferito che aveva deposto uova d'oro. Se Buck e i suoi amici volevano veramente sapere che cosa stava succedendo in politica, l'unico posto dove potevano trovare la verità era su
Internet. Almeno lì trovavano chi la pensava come loro, senza che i magnati dell'informazione raccontassero quello che volevano. Buck navigava la notte, quand'era a casa, e visitava tutti i siti conosciuti: la Nazione Ariana, la Fratellanza, qualche sito di protesta fiscale, tutti posti frequentati da gente con tendenze miliziane. Comunicavano on-line, usando parole in codice e nomi fittizi. I federali erano sempre in ascolto e controllavano tutte le chat room. Buck sapeva che i lavori venivano dirottati all'estero. L'industria americana dei trasporti lungo il confine col Messico era stata decimata. C'erano moltissimi camionisti disoccupati in rete. Società che avevano prosperato per generazioni erano fallite nel giro di pochi mesi dopo che gli Stati Uniti erano entrati nel NAFTA. Era un'alleanza scellerata tra i partiti politici, democratici e repubblicani e le grosse compagnie per metterla nel culo ai lavoratori. Per come la pensava Buck, i politici formavano un branco di magnaccia e non aspettavano altro che vendere il loro Paese a chiunque in cambio di contributi per le loro campagne, e il più delle volte a personaggi o governi stranieri. Buck pensava che il dipartimento della Giustizia fosse un teatrino di marionette. La sua unica preoccupazione era coprire quell'andazzo. L'FBI era interessato soltanto a dare la caccia a gente come lui, a gente che non rientrava nella loro definizione di «politicamente corretto». Chiunque si opponesse alle tasse, criticasse il fisco o il presidente si trovava immediatamente sotto inchiesta. Il cerchio si era chiuso. L'America aveva distrutto l'Unione Sovietica solo per sostituirsi a essa come il più grande Paese totalitario del mondo, governato da politici disonesti e dai loro amici magnati dell'informazione, e amministrato da burocrati corrotti. Ecco qual era il lascito dell'America per il nuovo millennio. Ed ecco perché Buck provava tanto gusto a portare avanti quella truffa, a spremere la compagnia dei telefoni, a fare telefonate in cambio di dollari. Avrebbe tirato su un sacco di soldi in pochissimo tempo, garantito al limone. In più immaginava che ci fosse in ballo qualcosa di grosso. Si chiedeva chi l'avesse ideata, quella truffa. Gli avevano detto che era stato un russo, un mafioso di Mosca immigrato negli Stati Uniti. I russi non rapinavano banche o negozi di liquori. Loro preferivano fare i soldi in maniera moderna, allungando una mano e alleggerendo qualcuno. Dopo essere sopravvissuta all'ombra del Cremlino per settant'anni, la mafia russa dava filo da torcere alle forze dell'ordine americane. Tempo cinque anni, il governo a-
vrebbe rimpianto la cortina di ferro e il muro di Berlino. L'America voleva liberare le popolazioni dell'Europa orientale. Attenti a quello che chiedete, potreste ottenerlo! Il piano era brillante. Quel pomeriggio erano in quattordici a operare, tutti uomini della milizia. Ognuno indossava l'uniforme di una diversa ditta di consegne. Ognuno aveva un pacco sotto il braccio e una tavoletta di metallo con sopra pinzate finte bolle di spedizione. Venivano tutti dal Nord, ma quel giorno operavano nella zona intorno a Culver City, nel sud della California, in gran parte industrie leggere, qualche deposito, un paio di grandi spacci al dettaglio. Sceglievano aziende che sembravano grosse, il genere di società che non fa caso se ci sono mille o duemila dollari in più sulla bolletta del telefono a fine mese. La piccola centralinista bionda era graziosa. A Buck ricordava una delle sue nipoti. Portava una cuffia simile a quella dei piloti d'aereo e premeva pulsanti sulla tastiera del telefono come una vera professionista. Era contento che i soldi non venissero dalle sue tasche. La ragazza premette un bottone sul telefono, alzò lo sguardo verso di lui e gli sorrise. «Posso esserle utile?» «Ho un pacco per il signor Zinsky.» La ragazza lo guardò, perplessa, come se non conoscesse quel nome. E infatti non poteva conoscerlo. Zinsky non esisteva. «È sicuro di avere l'indirizzo giusto?» domandò la ragazza. Buck lesse il nome della società e l'indirizzo sull'etichetta infilata nella busta di plastica trasparente appiccicata al pacco. «Forse è uno nuovo», disse lei. Sfogliò l'elenco degli impiegati posato sul bancone. «Hmm...» Niente. «Perché non me lo lascia? Se non riesco a trovarlo vi avverto.» «Non posso», rispose Buck. «Deve firmare.» «Posso firmare io.» «È un plico speciale», ribatté Buck. «Ho bisogno della firma del signor Zinsky.» «Vediamo...» La ragazza era incerta sul da farsi. «Potrei chiamare il mio capo.» Sfogliò un'altra volta l'elenco dei nomi in caso le fosse sfuggito in precedenza. Niente. «È una consegna prioritaria», osservò Buck. «Deve trattarsi di qualcosa d'importante.» Lei gli rivolse un'espressione afflitta. Non voleva finire nei guai, ma non sapeva che cosa fare. «Mi potrebbe ripetere il nome lettera per lettera?»
«Harold Zinsky. Z-I-N-S-K-Y.» Controllò un'altra volta. Non c'era nessuno con quel nome. A questo punto le linee telefoniche davanti a lei lampeggiavano tutte, e le suonerie squillavano. «Aspetti un secondo.» Rispose a una telefonata. «Può attendere in linea, prego?» Proseguì lungo la fila e fece lo stesso con altre sei telefonate finché tutte le linee non tacquero, pur continuando a lampeggiare. «L'indirizzo è giusto e il nome della ditta anche», sospirò lei. «Però qui non c'è nessun signor Zinsky.» «Hmm...» Ora toccava a Buck mostrarsi perplesso. «Potrei usare il vostro telefono per chiedere al responsabile? È un numero verde.» «Certo. Ce n'è uno in fondo al bancone, laggiù. Schiacci il nove per la linea esterna.» La ragazza tornò alle sue telefonate, sollevata di non dover prendere, almeno per il momento, una decisione. Sarebbe stato un gioco da ragazzi. Buck si trasferì in fondo al bancone, a un metro e mezzo di distanza. Sollevò il ricevitore, digitò il nove e poi il numero. Però non compose un numero verde, bensì uno che corrispondeva a un servizio definito pay per call e cioè uno di quei numeri utilizzati, sì, da alcune società lecite, eppure meglio noti come l'equivalente telefonico del quartiere a luci rosse. «Telefonami. Mi chiamo Sherie. Ti titillerò lo zufolo in teleselezione con una piuma per tre dollari al minuto.» L'utente medio tuttavia ignora che alcune compagnie telefoniche permettono a queste società di addebitare fino a duecentocinquanta dollari per chiamata, quando qualcuno compone il loro numero a pagamento. Chi fornisce il servizio, di solito una delle grandi compagnie telefoniche, prende una piccola percentuale o una quota fissa per telefonata e gira il resto della cifra guadagnata durante il mese al cliente intestatario di quel particolare numero. Nel caso di Buck, si trattava della Western States Militia, un consorzio di patrioti ben armati e organizzati. Solo che con la compagnia dei telefoni non usavano il nome della milizia, ma uno più accattivante e rispettabile: Rock Island Finance and Investment. L'avrebbero cambiato la settimana seguente, quando si fossero spostati in un'altra zona del Paese, e avessero ripetuto la truffa con un numero diverso e sotto un diverso nome. Buck rimase in ascolto e attese la fine del messaggio registrato. Era molto breve, un annuncio innocuo a proposito della pianificazione finanziaria, non più di dieci parole in tutto. Riattaccò senza dire una parola. La ragazza lo guardò. Stava parlando con qualcuno al telefono.
«Era occupato», sussurrò Buck. Lei lesse le sue labbra, annuì e sorrise come se capisse. Continuò a parlare, passò una telefonata e ne prese un'altra. Lui compose un'altra volta il numero e fece come la prima volta. Quando ebbe finito, aveva composto il numero cinque volte: 1250 dollari sulla bolletta telefonica della società. L'addebito sarebbe arrivato al datore di lavoro della ragazza alla fine del mese e, a meno che il contabile della società non fosse Ebenezer Scrooge, sarebbe stato pagato senza far troppe questioni. La compagnia telefonica, a sua volta, avrebbe passato il ricavato alla milizia sotto il suo nome fittizio. Buck avrebbe potuto fare quel giochetto altre quattro volte, ma ebbe pietà. E poi non conveniva mai essere avidi con un solo pollo. L'America era la terra delle opportunità. C'erano almeno una decina di altre grosse aziende sulla stessa strada che non avrebbero notato gli addebiti sulla bolletta per almeno due o tre mesi, se mai se ne fossero accorte. Le avrebbe visitate tutte nelle prossime due ore. Poi si sarebbe spostato di qualche chilometro e avrebbe ricominciato. L'indomani avrebbero tolto le tende, si sarebbero trasferiti nella contea di Orange e da lì giù a San Diego. Benvenuti nel mondo della comunicazione globale. Buck si avvicinò alla centralinista. Lei alzò lo sguardo verso di lui, continuando a parlare al telefono. «Può attendere un secondo?» disse lei e premette il pulsante dell'attesa. «La linea è sempre occupata», spiegò Buck. «Non riesco a contattarli. Senta, facciamo così: io chiamo il mio ufficio dal telefono cellulare sul furgone. Dico loro di fare ricerche e di chiamare il mittente. È probabile che abbiano sbagliato o il nome o l'indirizzo. Chiariremo la questione, e, se dev'essere consegnato qua, tornerò questo pomeriggio.» «Perfetto.» La ragazza gli lanciò un sorriso radioso come se lui le avesse appena risolto una questione insormontabile. Sempre felice di essere d'aiuto, pensò Buck. In fondo non avrebbe dovuto indossare quell'uniforme se non fosse stato più che disposto a svolgere il servizio. Si voltò e si diresse verso la porta. Un istante prima di aprirla, vide la ragazza riflessa nel vetro affumicato della porta: gli stava osservando il didietro. Quella mattina, prima di mettersi in azione, aveva fatto un rapido calcolo mentale. Se ognuno dei quattordici uomini impegnati nella truffa quel giorno avesse totalizzato una media di mille dollari a colpo, calcolando di
visitare cinque aziende in un'ora, avrebbero tirato in casa settantamila dollari l'ora. Con otto ore di lavoro, sarebbero stati 560.000 dollari al giorno. La milizia si sarebbe presa il novanta per cento. L'altro dieci per cento sarebbe stato diviso tra i quattordici uomini. Buck non faceva domande. Comunque la mettesse, era sempre meglio che arrampicarsi sugli alberi per tagliar via i rami. Kent, Stato di Washington Pasta dentifricia e carta igienica furono sufficienti a neutralizzare il rilevatore di fumo della cella. Erano stati installati perché i carcerati non si mettessero a fumare di notte e dessero fuoco alla prigione. Chaney preparò una specie di compressa con una decina di foglietti di carta igienica tenuti insieme con acqua e dentifricio. La appoggiò con precisione sul rilevatore di fumo e la sigillò con altro dentifricio. Poi andò velocemente alla finestra, tolse le teste delle viti e lo schermo di plexiglas, e posò delicatamente quest'ultimo in terra, appoggiandolo alla parete. Accese un fiammifero e lo tenne più in alto che poté dentro il condotto della finestra, lasciandolo bruciare, proprio come se fosse una candela, per parecchi secondi. «Che stai facendo?» chiese Čenko. «Sta' zitto.» Attesero circa due minuti. Parvero una vita. Chaney stava per accendere un altro fiammifero quando udì un fruscio tra i cespugli e un rumore. Alzò lo sguardo e vide la faccia di un uomo che lo guardava dall'altra parte delle sbarre. «Perché diavolo ci hai messo tanto?» chiese Chaney. «Stava passando una macchina. Tieni, prendi questa.» L'uomo era senza fiato. Passò all'altro un piccolo walkie-talkie collegato con un cavo a una cuffia. «Abbiamo due macchine, qui, alle due estremità della strada. Entrambe sul canale sette. Se vedono qualche movimento, una macchina che si avvicina o guardie che curiosano, ti avvertono. Copri la fiamma, hai capito?» «Capito», disse Chaney. «Tieni. Non farlo cadere.» Il tizio all'esterno fece passare con cura la valigetta contenente il cannello da taglio attraverso le sbarre. Aveva legato una corda al manico della valigetta così da poterla recuperare se quella sera non fossero riusciti a evadere. «Se hai bisogno di qualcosa, lancia un fi-
schio nella cuffia. Sarò sull'auto all'angolo.» Prima che Chaney potesse dire una parola, il tizio era già sparito, lasciando l'estremità della corda arrotolata sul terreno all'esterno della cella. Tornò velocemente dal collega che lo aspettava in auto, seguendo un percorso attentamente studiato durante la settimana. L'esterno del carcere era controllato da un sistema di sorveglianza video. Sotto gli spioventi dell'edificio erano fissate delle telecamere montate su motori girevoli, monitorate dalle guardie all'interno. Il sistema aveva un unico difetto: un evidente punto cieco nella zona prospiciente alla cella che Chaney si era fatto consegnare con le cattive da Tattoo e Homer. Sarà anche stato un carcere di contea piuttosto nuovo, ma non era né Pelican Bay né il carcere federale di Atlanta. Chaney tirò fuori l'accenditore, regolò ossigeno e acetilene per avere la giusta proporzione e accese il cannello e armeggiò col beccuccio fino a ottenere una fiamma azzurra e il sibilo regolare del gas. Dentro la valigetta c'era un paio di occhiali da saldatore. Chaney li indossò e si mise all'opera. Doveva lavorare in una posizione scomoda e difficile, mezzo metro dentro il condotto della finestra. Si mise in piedi sul bordo del water che si trovava proprio sotto e più di una volta rischiò di scivolare e caderci dentro. Čenko teneva una coperta contro la finestrella della porta della cella, così che le scintille del cannello che tagliava il metallo non si riflettessero nel corridoio semibuio. Di quando in quando dava una sbirciatina dietro la coperta per assicurarsi che la guardia non stesse facendo un giro d'ispezione. Il fumo cominciò a spandersi nella cella e salire verso il soffitto. Čenko lanciò uno sguardo preoccupato al rilevatore di fumo protetto dalla carta igienica e pregò che la schermatura tenesse. «Ce n'hai ancora per tanto?» «Sta' zitto e sorveglia la porta», rispose Chaney. Aveva già tagliato una delle sbarre ed era quasi a metà di un'altra quando gli uomini a bordo dell'auto sussurrarono qualcosa nella cuffia del walkie-talkie. «Fermati. Qualcuno si sta avvicinando a piedi lungo la strada.» Tirò via il cannello dalla finestra e lo tenne basso, puntato verso il pavimento in modo che da fuori non si vedesse. Aspettò un paio di minuti, fino a che non gli diedero il via libera. Sperava che gli uomini si fossero ricordati di portargli il palanchino. Il piano prevedeva che lui tagliasse tutte le sbarre vicino alla base. Poi, con l'aiuto del palanchino, loro le avrebbero piegate verso l'alto quel tanto da permettere a lui e al russo d'issarsi fuori della finestra usandole come appiglio.
Non aveva ancora finito la seconda sbarra quando il cannello iniziò a scoppiettare e a produrre una fiamma giallastra. La prima bombola di acetilene era finita. Chaney cominciò a preoccuparsi di non averne portato a sufficienza. Se non fossero riusciti a tagliare le altre sbarre, avrebbe dovuto passare di nuovo tutti gli attrezzi all'esterno, farli recuperare dagli uomini sulle auto, rimettere a posto lo schermo di plexiglas e aspettare l'indomani per portare a termine l'operazione. Se le guardie avessero ispezionato la finestra e visto le sbarre annerite o controllato lo schermo, sarebbe stata la fine. Sganciò la prima bombola di acetilene, innestò la seconda, accese il cannello e si rimise al lavoro. Aveva quasi finito con la terza sbarra, quando Čenko fece schioccare le dita due volte. «Guardia.» Chaney spense la fiamma e fece sparire il cannello. Lo gettò nella valigetta e, con un calcio, spedì il tutto sotto la cuccetta. Il russo tolse la coperta dalla finestrella e si lanciò nella cuccetta superiore, mentre Chaney rimetteva a posto lo schermo. Non aveva tempo per risistemare le teste delle viti. Si tuffò nella cuccetta appena in tempo, mentre il raggio della torcia si rifletteva sul vetro della finestrella nella porta. Rimase immobile come un morto sulla sua cuccetta, in mutande, mentre la luce della guardia perlustrava la cella e si rifletteva sul pannello di plexiglas. Pregò che la guardia non si accorgesse che mancavano le teste delle viti. Avendo la faccia voltata verso la porta, si accorse che un pezzo del tubo di gomma rosso del cannello spuntava da sotto la cuccetta. Il fascio della torcia danzava sulle pareti della cella come Campanellino. Chaney si voltò sul letto come se si stesse rigirando nel sonno, fece ciondolare un braccio oltre il bordo e con la mano sfiorò il pavimento, afferrando il tubo di gomma e gettandolo sotto la cuccetta con un unico, fluido gesto. La torcia elettrica seguì i suoi movimenti con un mezzo secondo di ritardo e non intercettò il tubo di gomma che a quel punto era già sparito sotto la coperta che pendeva dal materasso. Chaney trattenne il fiato, mentre la luce esplorava lo spazio sopra le cuccette. Passò velocemente sopra la compressa di carta igienica che copriva il rilevatore di fumo. La guardia non notò nulla. Non si accorse neppure della nuvola di fumo che galleggiava pigra sotto il soffitto della cella come nebbia sopra le Blue Ridge Mountains. O il tizio era cieco oppure stava solo facendo finta di fare il suo giro d'ispezione mentre pensava ad altro, magari a scoparsi sua moglie o la sua ragazza o la moglie di qualcun altro.
La luce scomparve dalla finestrella. Chaney e il russo attesero parecchi secondi finché non udirono i passi che si allontanavano lungo il corridoio. Allora Chaney si alzò e guardò dalla finestrella. «Via.» Il russo afferrò la coperta, saltò giù dalla cuccetta e tornò a coprire la finestrella. Questa volta continuò anche a guardar fuori. Chaney tornò al lavoro col cannello. «Ancora una.» Maneggiava l'attrezzo con pazienza e delicatezza, cercando di non sprecare l'acetilene. Continuava a guardare l'orologio. Diciotto minuti più tardi aveva finito di tagliare anche l'ultima sbarra. «Fatto», sussurrò nel microfono della cuffia. Un istante dopo udì il tonfo di una portiera che si chiudeva un po' più in là e un fruscio tra i cespugli. Infine scorse la testa di un lungo palanchino d'acciaio spuntare dalla finestra. Facendo leva sulla cornice in muratura intorno alla finestra, l'uomo all'esterno usò tutto il proprio peso per curvare una sbarra alla volta finché tutte non furono piegate quasi a novanta gradi contro la parete del condotto della finestra. «È ora di andare», disse Chaney. Čenko uscì per primo. Era in mutande, ma non si preoccupò di vestirsi. Mise un piede sul bordo del water, quindi si issò, aggrappandosi alle sbarre. Scivolò senza difficoltà attraverso il condotto e scomparve tra i cespugli. Chaney stava per andare quando si voltò. Scese dal water, sganciò i due tubi di gomma dalle bombole di ossigeno e acetilene e le lanciò all'esterno. Quindi rimise il cannello nella sua valigetta e lo appoggiò sopra il water. Solo allora si tirò su e uscì dalla finestra. Una volta all'esterno, servendosi della corda, recuperò la valigetta. Non aveva senso lasciare tracce per la polizia. Un cannello portatile Victor era un articolo che qualsiasi ferramenta si sarebbe ricordato di aver venduto. E avrebbe potuto ricordare anche il suo volto. Perché avere un brutto identikit appeso negli uffici postali quando se ne poteva fare a meno? 10 Ekaterinburg «Pare che il guaio sia doppio rispetto a quello che pensavamo in origine.» Gideon van Ry si trovò a urlare nel ricevitore del telefono. «No, ho detto doppio.» Temeva che il suo accento, oltre alla pessima qualità della
comunicazione, rendesse ancora più difficile la comprensione a Santa Crista, dove Caroline stava prendendo appunti. Inoltre parlava in maniera criptica. Era sicuro che da qualche parte loro stessero ascoltando, probabilmente all'altro lato del corridoio rispetto all'ufficio di Mirnov. «Sì. Sì, hai capito bene.» Sperava che Caroline recepisse il messaggio senza che lui dovesse enunciarlo esplicitamente. Chiunque avesse rubato l'ordigno ne aveva rubato due. Se fosse sceso troppo nello specifico, era quasi certo che i russi avrebbero interrotto la comunicazione. La linea era già caduta due volte. Gideon attese il clic fatale, ma esso non ci fu. Mirnov lo guardava dall'altra parte della scrivania. Gli rivolse un sorriso innocuo e si strinse nelle spalle come per dire «la linea non è buona», poi riprese: «Oh, sono molto disponibili. Il governo russo sta collaborando». Sperava che questo servisse a prolungare la telefonata. E, in gran parte, era la verità. Il problema era che nella nuova Russia nessuno sapeva con esattezza dove tracciare i confini della sicurezza. «L'impianto qui è proprio come pensavamo.» Quella frase aveva un doppio significato. Prima di partire da Santa Crista, aveva discusso con Caroline ciò che si sapeva a proposito di Sverdlovsk, e non erano buone notizie. «Sì, puoi scriverlo sul rapporto», le disse. Mirnov gli sorrise e Gideon ricambiò. L'avrebbe chiamata una volta lasciata la Russia e avrebbe rivisto il rapporto prima che venisse reso pubblico; diversamente non lo avrebbero mai lasciato rientrare. La diplomazia era sempre molto importante se si voleva continuare ad avere accesso alle informazioni. L'Istituto voleva conoscere la verità, però non aveva intenzione di mettere in imbarazzo il governo russo. Lo scopo principale dell'Istituto era puntare il raggio di luce della consapevolezza pubblica nei meandri oscuri dove si custodivano gli arsenali di armi per la distruzione di massa. Non c'era nulla di ciò che i russi avrebbero potuto udire o leggere che già non sapessero. Intere sezioni del loro sistema di custodia e smaltimento si trovavano in guai seri. Il problema era che né il governo russo né quello americano lo spiegavano ai loro cittadini. «Un'altra cosa», disse Gideon. «Gli oggetti in questione non sono stati presi contemporaneamente.» Rimase in ascolto. Non gli tolsero la linea. «Giusto. Entrambi spediti da Vladivostok. Giusto... Come? No. No. Due diverse polizze di carico. Entrambe indicanti parti di macchinari. Sì, con la destinazione finale.» Caroline lo stava interrogando, cercando di ottenere la maggior quantità
d'informazioni possibile. Nel giro di un'ora, i punti principali della vicenda sarebbero stati immessi nella loro banca dati; per i particolari divulgabili, invece, bisognava attendere qualche giorno. I clienti di tutto il mondo sarebbero stati messi in allerta, principalmente i servizi di sicurezza governativi. Senza dubbio avrebbero richiesto ulteriori chiarimenti per telefono, fax, e-mail. Era una storia molto importante per il pubblico degli addetti ai lavori. «Te lo ripeto: Belden Electronics. Un indirizzo nello Stato di Washington. Chiedi all'ufficio informazioni», disse Gideon. «Sembrerebbe una società, se l'intestazione significa qualcosa. È una casella postale. Un posto che si chiama Friday Harbor. Probabilmente un recapito di comodo. Puoi stare certa che non li hanno spediti là. Giusto.» Si mise una mano sopra l'altro orecchio per sentire meglio, giacché la linea telefonica andava e veniva. «Come? Ripeti... Se so quand'è stato preso l'ultimo ordigno?» Gideon guardò Mirnov. I suoi superiori gli avevano dato ordine di collaborare il più possibile. Il russo si strinse nelle spalle. Non ne era sicuro. O forse era semplicemente sotto shock. Senza dubbio, prima di sera, sarebbe stato a bordo di un aereo diretto a Mosca per rispondere a un sacco di domande. «Non sappiamo con sicurezza quand'è stato preso l'ultimo... Caratteristiche, hai detto?» Caroline voleva sapere con esattezza di quale tipo fossero gli ordigni spariti. «Testate per proiettili d'artiglieria. Proiettili da 152 mm. Pronto? Caroline, ci sei?» Rimase in ascolto per qualche secondo. «Pronto? Pronto?» Evidentemente si era spinto troppo oltre. Sentì il clic sulla linea. Avevano interrotto la comunicazione. Allontanò il ricevitore dal viso per un istante e lo guardò come se Caroline potesse uscire dai forellini. Poi lo rimise a posto sulla forcella. «Ah, il servizio telefonico! Che posso dire?» osservò Mirnov. «È come tutto il resto, qui nella nuova Russia. Soltanto i nuovi imprenditori hanno telefoni che funzionano.» Gideon alzò lo sguardo al soffitto, in preda alla frustrazione, e si passò le mani tra i capelli. Di solito erano ben pettinati, con la riga nel mezzo, ma quel pomeriggio erano un disastro. Da più di due giorni Gideon non si lavava né si radeva. Lui e Mirnov si erano accampati nell'ufficio del russo, cercando di raccogliere informazioni. Mirnov veniva chiamato in continuazione a conferire coi suoi superiori. Gideon si domandò se gli stavano dicendo proprio tutto. Aveva paura che i russi lo trattenessero... se non lì, al suo ritorno a Mosca. Ma il governo russo poteva forse essere l'ultimo dei
suoi problemi. C'erano forze più oscure all'opera nella grande madre Russia. La mafija, come si autodefiniva, lì era più violenta che in qualsiasi altra parte del mondo e non si faceva scrupolo di assassinare gli stranieri, specialmente se minacciavano i suoi interessi. Gideon scese dall'angolo della scrivania sul quale si era appoggiato mentre telefonava a Caroline. «Dovremo aspettare per vedere se i nostri riescono a passare di nuovo la telefonata», disse Mirnov. «Due testate», osservò Gideon. «Sì.» Mirnov si accese un grosso sigaro cubano e ne offrì uno a Gideon, il quale scosse la testa. «Tutte e due per proiettili da artiglieria», disse l'olandese. «Capisco perché ne hanno presi due. Potrebbero venderli entrambi sul mercato nero, in Libia, Iran, Iraq. Ci sono un sacco di potenziali acquirenti. Ma perché spedirli entrambi alla stessa destinazione? Non ha senso.» Ammesso che ci fossero stati due obiettivi nel Nordamerica, era convinto che non avrebbero spedito il secondo ordigno seguendo la stessa strada del primo. Il rischio era troppo alto. «Sarebbe meglio spedirli a destinazioni diverse, così, se anche uno viene scoperto, l'altro può passare.» «A meno che...» fece Mirnov. «Che cosa?» Gideon guardò il russo. «Non stiamo parlando di armi nuove. Alcuni di questi ordigni risalgono agli anni '60. I nuclei stanno invecchiando e l'esplosivo che circonda il nucleo di plutonio è già vecchio. I detonatori, che sono importantissimi, potrebbero non essere stati controllati da anni. Sono rimasti nei depositi per vent'anni, forse trenta. Noi non abbiamo registri di manutenzione. Ho controllato. E temo che anche Dimitri lo abbia fatto.» «Che vuol dire?» «Mi sto riferendo a quella che voi chiamate 'vita attiva'», rispose Mirnov. «Se lei acquistasse un ordigno nucleare sul mercato nero e lo pagasse fior di quattrini, non pretenderebbe qualche garanzia sul suo funzionamento?» «Sì.» «E quale garanzia è migliore di un secondo ordigno?» esclamò Mirnov. «Si ricordi che hanno Čenko a disposizione.» Grigorij Čenko era il tecnico russo scomparso più o meno contemporaneamente alla prima testata. «Lui sarebbe in grado di capire se il primo ordigno è difettoso. Forse hanno
scoperto un problema dopo che era stato spedito. Questo spiegherebbe perché non li hanno rubati insieme... Grazie alla seconda testata, dispongono di pezzi di ricambio. Se anche tutte e due fossero in qualche modo difettose, probabilmente Čenko riuscirebbe a ricavarne comunque una bomba buona. E forse ad aumentarne anche la potenza.» Esistevano due tipi fondamentali di armi nucleari. Il primo tipo era quello a innesco balistico che usava esplosivi ad alto potenziale per sparare un proiettile di uranio altamente arricchito dentro un bersaglio cavo di dimensioni maggiori, costituito da un nucleo dello stesso materiale. Il contatto delle due parti, ammesso che il proiettile avesse velocità sufficiente, faceva raggiungere al nucleo la necessaria massa critica e innescava la reazione di fissione, rilasciando enormi quantità di energia e dando il via a una reazione a catena. Il secondo tipo era più sofisticato. Il cosiddetto ordigno a implosione era costituito da una sfera di plutonio - divisa in trentadue sezioni separate a forma di settori sferici - che circondava un nucleo centrale in berilliopolonio. L'intera sfera era avvolta da esplosivo convenzionale ad alto potenziale - tipo il plastico - che veniva fatto esplodere da una serie di detonatori azionati simultaneamente. L'onda di pressione uniforme generata dalle detonazioni, provocate con la precisione di un decimilionesimo di secondo tutt'intorno alla sfera, comprimeva il plutonio contro il nucleo di berillio, innescando la reazione a catena. L'ordigno a implosione era più potente e liberava un maggior quantitativo di energia. Le due testate in questione rientravano in quest'ultimo tipo. La natura complessa dell'ordigno a implosione presentava tuttavia un problema: richiedeva una manutenzione più accurata. La tempistica delle singole detonazioni intorno alla sfera esterna richiedeva altresì un'estrema precisione, senza la quale si otteneva una dirty bomb, cioè una serie di scorie radioattive lanciata in aria da un'esplosione. Già questo poteva uccidere qualche migliaio di persone, nel caso avessero inalato la polvere. Ma se si fosse raggiunta la massa critica, se ci fosse stato plutonio sufficiente per una reazione a catena e se l'ordigno avesse funzionato a dovere, un'intera grande città - centinaia di migliaia, forse milioni di persone - sarebbe stata ridotta in cenere nel giro di pochi secondi. «Ho ragione di credere che non ci siano sistemi di sicurezza per queste testate?» chiese Gideon. «Quelli che voi chiamate PAL?» «Esattamente.»
«No. Sono troppo primitive per questo.» Gli ordigni in questione erano piccoli e vecchi, con una vita attiva ben definita. Uno staterello con velleità nucleari non le avrebbe mai richieste per il suo arsenale, a meno che non avesse altra scelta. Sarebbe stato più facile e più sicuro acquistare materiale fissile e costruire la bomba da solo. Le testate in questione erano ideali soltanto per un atto terroristico. Erano facili da armare e da trasportare. Chiunque le aveva trafugate si era preso il disturbo di tornare a prenderne un'altra, dimostrando l'esistenza di un piano preciso. Tutto ciò che Mirnov gli stava dicendo portava a un'unica conclusione: chi aveva acquistato quelle armi si prefiggeva di colpire un obiettivo ben definito. Guardò il foglietto di carta che aveva in mano, gli appunti che si era scritto per riferire a Caroline. Poteva prendere un volo che lo portasse oltre il mare di Bering, e trovare una coincidenza a Fairbanks. In dieci ore, forse dodici, sarebbe potuto arrivare a Seattle. Si chiese quanto ci volesse per arrivare da lì a quel posto scritto sul foglietto: Friday Harbor. 11 Seattle, Stato di Washington Un cartello sul muro con una freccia rivolta verso sinistra diceva: AULA GRAN GIURÌ. Joselyn e Belden si avviarono in silenzio lungo il corridoio di moquette. Il luogo era pervaso da un'atmosfera ovattata, che comunicava l'idea di un potere libero, senza costrizioni. Joselyn non aveva mai avuto un debole per i tribunali federali, dove pareva dominare la fredda formalità. Il semplice fatto di trovarsi lì le faceva venire i brividi lungo la schiena, il tipo di reazione che provano quasi tutti i cittadini quando sentono nominare la parola «fisco». Gli edifici federali erano templi al potere, dove i giudici detenevano una carica a vita e i procuratori avevano a disposizione il potere persecutorio di giudici dell'Inquisizione. Joselyn trovava preoccupante il campo d'azione delle leggi penali federali. Era diventato così ampio da duplicare praticamente qualsiasi reato statale. Il divieto di una seconda incriminazione per lo stesso reato era una barzelletta. Se un imputato veniva assolto a livello statale, ma il reato contestatogli violava articoli con connotazione politica, allora veniva riprocessato a livello federale. E negli ultimi tempi ciò acca-
deva assai di frequente nei casi di grande risonanza e coi quali il presidente, o il suo ministro della Giustizia, poteva guadagnare punti a livello politico. Belden poteva anche non essere preoccupato, ma Joselyn lo era. Sapeva che un pubblico ministero federale determinato poteva incriminare praticamente chiunque per qualsiasi crimine. Che poi riuscisse a ottenere un verdetto di colpevolezza da dodici cittadini equanimi in seguito a un processo dove questi ultimi potevano valutare tutte le prove e non soltanto quelle che il governo decideva di mettere sotto il loro naso, quella era un'altra questione. Anche se eri innocente, rischiavi di buttar via mezzo milione di dollari e due anni della tua vita per dimostrarlo. In fondo al corridoio vide una guardia del servizio di sicurezza, in divisa blu, seduta dietro una scrivania, al di là di una porta che aveva una sezione laterale di vetro zigrinato. Sul vetro erano incise in nero le parole AULA GRAN GIURÌ. Appoggiata contro la parete del corridoio c'era una fila di scomode sedie di legno, che trasmettevano cattivi presentimenti. Joselyn aveva sperato di scorgere altri testimoni, qualcuno che Belden potesse riconoscere, e di vedere così confermata la sua supposizione, cioè che Belden e lei si trovavano lì a causa di Max Sperling e dei suoi furti. Ma rimase delusa. Le sedie contro il muro erano tutte vuote. Joselyn entrò per prima e si rivolse alla guardia. Con un sorriso accattivante gli porse il suo biglietto da visita. «Sono Joselyn Cole. Mi trovo qui col mio cliente, il signor Belden, che deve testimoniare oggi.» La guardia ricambiò la sua cortesia, ma i gesti e i movimenti erano automatici come quelli di un robot. Guardò il biglietto, aprì il cassetto della scrivania e tirò fuori una tavoletta su cui erano pinzati alcuni fogli. La tenne in modo che la donna non potesse vedere che cosa c'era scritto sulle pagine fissate sotto la molla, e fece un segno su un foglio con una matita. Joselyn pensò che si trattasse di un elenco dei testimoni e sperò che ci fossero altri nomi per quanto riguardava quel caso. Sapeva che i gran giurì federali si occupavano di un'ampia varietà di casi. La giuria poteva ascoltare frammenti di prove testimoniali relative anche a dieci casi diversi e non collegati tra loro, per lo più testimonianze fondate su dichiarazioni anche non suffragate da prove e presentate da organismi governativi tipo l'FBI, la DEA e l'AFT, cioè l'Alcohol, Tobacco and Firearms, l'ente deputato al controllo di alcool, tabacco e armi da fuoco. Alcuni di questi casi potevano trasformarsi in lunghissime inchieste, riguardanti complesse questioni penali, che si protraevano per mesi o addirittura anni senza talvolta portare
neppure a un'incriminazione, dato che la pubblica accusa si rendeva conto che le affermazioni erano basate unicamente su dicerie. Troppo spesso però si giungeva a questa conclusione soltanto dopo aver spremuto ben bene davanti al gran giurì quasi tutti gli amici e i soci d'affari della persona sotto inchiesta. E la persona in questione poteva anche non essere incriminata, però ne usciva con la reputazione distrutta. La maggioranza dei casi, tuttavia, era molto chiara: una rapina in banca con una decina di testimoni, per esempio. Casi del genere si chiudevano di solito con un'incriminazione dopo mezz'ora di testimonianze rese da due soli testi. Joselyn non sapeva quale dei due estremi avrebbe potuto riguardare il caso Sperling. «Vorrei parlare col sostituto procuratore prima che il mio cliente entri a testimoniare», disse. L'uomo guardò di nuovo la tavoletta. «È il signor McCally. Farò in modo che riceva il suo messaggio», replicò, prendendo un appunto sul retro del biglietto da visita di Joselyn. Belden e lei si sedettero nelle rigide sedie di legno e ammazzarono il tempo contando le crepe nella parete intonacata di fronte a loro. Videro passare un certo numero di persone che, dopo aver rivolto loro uno sguardo, varcavano la porta in fondo, salutavano la guardia e scomparivano dentro l'aula del gran giurì. Dopo che ne furono passati alcuni, Belden rivolse a Joselyn un'occhiata interrogativa. «Giurati», gli spiegò lei. Passarono altri dieci minuti e arrivarono altri giurati. Poi, dietro il pannello di vetro in fondo al corridoio, una porta si aprì e comparve una sagoma scura. Una voce maschile si rivolse all'agente seduto alla scrivania. Infine si udì pronunciare il nome di Belden. Lui si alzò. «Si sieda», disse lei. Joselyn varcò la porta a vetri e si trovò faccia a faccia con un uomo alto, vestito con un abito gessato a righe. Aveva capelli castano scuri con qualche filo grigio alle tempie e occhi profondi dietro un paio di occhiali dalla montatura squadrata di metallo. La sua carnagione era pallida come quella di chi è stato troppo a lungo al chiuso sotto la luce di lampade al neon. «Signor McCally?» chiese. «Sì.» In lui non c'era niente di cordiale. Era la quintessenza del procuratore. Aveva un volto di pietra, un'espressione glaciale. «Mi chiamo Joselyn Cole e sono l'avvocato del signor Belden.» Sorrise e gli porse la mano nella speranza d'infrangere la superficie gelida.
Non funzionò. Lui le strinse la mano. «Piacere.» «Possiamo parlare prima che il mio cliente entri in aula?» «Certo.» Non si spostò di un passo dalla scrivania della guardia. L'agente di polizia giudiziaria rimase a guardarli, aspettandosi di udire tutta la conversazione. «Intendevo dire in privato», aggiunse Joselyn. «Se preferisce.» McCally teneva sotto il braccio un fascicolo piuttosto voluminoso da cui spuntavano alcuni fogli, ma niente che lei riuscisse a leggere. Lui fece strada lungo un breve corridoio che partiva da dietro la scrivania della guardia e la fece entrare in una stanza dopo aver fatto scattare l'interruttore della luce accanto alla porta. I tubi al neon del soffitto si accesero ronzando. Dentro la stanza c'erano un tavolo di metallo con quattro sedie, due su ogni lato, e un telefono posato su un angolo del tavolo. Le pareti, dipinte di verde pisello, erano nude. Un'atmosfera tipicamente carceraria. McCally richiuse la porta. «Di che cosa voleva parlarmi?» Evidentemente non aveva la minima intenzione di sedersi. Joselyn cominciava a preoccuparsi. Se Belden era soltanto un testimone, il comportamento del procuratore di certo non lo dava a vedere. Forse voleva darle una dimostrazione di forza da parte della giustizia inflessibile... O forse intendeva farle semplicemente capire chi era il capo lì dentro; comunque lei rizzò le antenne. «Il mio cliente ha ricevuto un ordine di comparizione. Ma non ha idea del motivo.» «Davvero?» McCally sembrava quasi divertito. «Davvero. Mi sarebbe utile se lei potesse darmi qualche indicazione.» «Non ne dubito», rispose McCally. «È la prima volta che accompagna un teste davanti al gran giurì?» Joselyn si sentì in imbarazzo. Quell'uomo stava vagliando le sue credenziali. «Ho rappresentato alcuni clienti a livello statale...» «Come pensavo», borbottò McCally. «Lasci che le dia un consiglio. Non ho la facoltà di discutere né del soggetto né del contenuto di un'inchiesta del gran giurì.» «Dunque, al momento, si tratta di un'indagine, non di un'incriminazione?» «Al momento, sì.» «Il mio cliente è il soggetto o l'obiettivo dell'inchiesta?» «Ha ricevuto un'informazione di garanzia?» «No. Che io sappia, no.»
«E quindi lei ha già la risposta.» «Non mi dice granché.» «Mi spiace, ma è tutto ciò che posso rivelarle.» «Può dirmi almeno quanti testimoni verranno ascoltati oltre al mio cliente?» «No.» «Sono state mosse accuse contro qualcuno in relazione a questa inchiesta?» «A quanto pare, lei non capisce che...» «Rappresento un cliente che è costretto a testimoniare senza la minima indicazione dell'argomento in questione. Si aspetta davvero che io gli permetta di entrare in un'aula senza un legale per farsi torchiare da chissà quanti procuratori e un esercito di giurati, senza che lei mi dia la minima indicazione?» «Benvenuta nel mondo reale», disse McCally. «Il mio cliente non è costretto a testimoniare. Può sempre appellarsi al Quinto Emendamento.» Stava saggiando il terreno per vedere se poteva avventurarsi oltre. Quanto tenevano alla testimonianza di Belden? Forse poteva indurre il procuratore a discutere dell'immunità. «Già, può appellarsi al Quinto Emendamento», convenne McCally, «è un suo diritto. Ma vorrei farle notare che, nelle indagini a lungo termine, spesso è meglio che un cliente fornisca la sua versione prima che gli altri diano la loro. Il signor Belden potrebbe trovarsi in difficoltà.» «Che cosa significa? Che è un soggetto d'indagine?» «Non ho detto questo.» «Ma se lo ha appena minacciato!» «Io non ho minacciato nessuno. Le ho semplicemente chiarito come funziona il sistema.» «In altre parole, se davanti al gran giurì arriva un altro teste e racconta un sacco di menzogne, punterete i sospetti sul mio cliente perché ha esercitato il suo diritto costituzionale di restare in silenzio?» «Ha la possibilità di dissipare qualsiasi sospetto: basta che testimoni.» «E se non lo fa?» «Be', la decisione spetta a lui, no?» Joselyn sentì il sangue ribollirle nelle vene, surriscaldato dalla mano pesante della giustizia federale. «Lei ha già puntato i suoi sospetti su di lui.» «No.» Le sorrise come per dire: «Dimostralo». «Se lei vuole che testimoni, noi vogliamo l'immunità.»
«Se la può scordare.» Si voltò verso la porta, come per andarsene, poi ci ripensò e tornò a fronteggiarla. «Dica al suo cliente che gli arriverà altra posta.» Stava chiaramente alludendo a un'informazione di garanzia. «Aspetti... Mi sta dicendo che, se non testimonierà, avvierete indagini su di lui?» «Le sto dicendo che può aiutare se stesso o farsi del male. Sta a lui decidere.» «Che razza di governo è questo? Non ci volete dire di che cosa diavolo si tratta e ora lei sta insinuando che, se il mio cliente non rinuncia al suo diritto di restare in silenzio, lei lo incrimina.» «Non ho altro da aggiungere. Dica al suo cliente di decidersi.» «Aspetti un momento. Non possiamo parlarne?» «È così che funziona. Prendere o lasciare.» McCally si avviò di nuovo verso la porta. «Lasci che gli parli.» L'uomo si voltò verso di lei. «Credevo lo avesse fatto prima di venire qui.» Il procuratore era convinto che Joselyn fosse al corrente di ciò che Belden aveva fatto, qualunque cosa fosse. Lei si morse la lingua: parlando, correva il rischio di causare altri guai al suo cliente. Anzi sembrava che fosse già nei guai. Gli avrebbe consigliato di appellarsi al Quinto Emendamento, ma voleva tenere aperto il dialogo col procuratore. «Dovrò parlare col mio cliente», disse lei. «Faccia pure.» McCally guardò l'orologio. «Quanto tempo le serve?» «Non lo so... Mi dia dieci minuti.» Il procuratore uscì, lasciando la porta aperta, e Joselyn rimase sola nella stanza. Capiva che Belden era nei guai, tuttavia non sapeva il perché. Non sarebbe stata la prima volta che un cliente le aveva mentito. Aspettò un istante, in modo che McCally non si trovasse ancora nel corridoio mentre lei parlava a Belden. Udì la porta dell'aula aprirsi e richiudersi. Allora uscì, passò davanti alla guardia e aprì la porta di vetro smerigliato che dava sul corridoio con le sedie di legno. Erano vuote. Non c'era traccia di Belden. Guardò lungo il corridoio. Niente. Rimase lì, impietrita, e per un attimo si chiese se il procuratore non le avesse giocato un tiro mancino, facendo accompagnare Belden dentro l'aula del gran giurì nel lasso di tempo della loro conversazione. No, neanche i federali farebbero una cosa simile! pensò. Ma devo verificare. Si voltò verso la guardia seduta alla scrivania. «Il signor Belden è entrato nell'aula
del gran giurì?» «No.» «Sa dov'è andato?» «Non è là fuori?» Perplesso, l'agente si alzò e andò alla porta per controllare di persona. «Forse è andato in bagno», concluse. Joselyn guardò nella direzione indicata dall'agente. Scorse un lungo corridoio che terminava con la porta a doppio battente di quercia massiccia di una delle aule. «Peccato che io non possa andare a controllare», osservò. Lui le lanciò un'occhiata come per spiegarle che non poteva abbandonare il suo posto, ma lo fece. Si avviò a passo veloce per il corridoio, con Joselyn alle calcagna, ed entrò nel bagno degli uomini, chiudendosi la porta alle spalle. Joselyn aspettò fuori, camminando avanti e indietro e passandosi nervosamente una mano tra i capelli. Guardò l'orologio. I secondi le parvero minuti. Finalmente la porta si aprì. Si voltò di scatto, aspettandosi di vedere Belden. Invece era la guardia. Scuoteva la testa. «Là dentro non c'è nessuno.» «Dove può essere andato?» «Non lo so.» «È sicuro che non sia entrato nell'aula?» «Sì. È entrato il signor McCally e nessun altro. Vuole che chieda a lui?» «No.» Era proprio ciò che Joselyn non voleva. Come prima cosa avrebbe emesso un mandato contro di lei. McCally era già caricato a molla e pronto ad agire. Se scopriva che Belden aveva avuto paura e se l'era data a gambe, questo non avrebbe fatto altro che confermare i suoi sospetti. «Sarà uscito a prendere una boccata d'aria», disse lei. «Vado a vedere.» Stava cominciando a provare quella spiacevole sensazione tipica di quando ti rendi conto che il cliente ti ha mentito. Si chiese se esistesse davvero un Max Sperling o se Belden se lo fosse inventato. Ma perché venire fino a Seattle con un legale per poi scappare? Non aveva senso. «È sicura di non volere che chiami il signor McCally?» La guardia la distolse dai suoi pensieri. «No. È tutto a posto.» Joselyn si diresse a passo svelto verso gli ascensori, lasciando il tizio davanti alla porta dei servizi. E intanto si chiedeva che cosa fare. Avrebbe potuto ritirarsi. In fondo, non aveva ancora fatto azioni ufficiali. Non era come in un processo. Avrebbe restituito a Belden i suoi soldi, almeno la parte che non si era ancora guadagnata. Se non le aveva detto la verità, lei non poteva rappresentarlo.
Poteva sempre guadagnare tempo e dire al procuratore che il suo cliente aveva cambiato idea. Che aveva deciso di appellarsi al Quinto Emendamento. Magari McCally non avrebbe preteso di vederlo. Se l'avesse fatto, lei poteva sempre dirgli che aveva già lasciato l'edificio. Ma questo rischiava di far infuriare il procuratore. McCally dava l'idea di essere un tipo che perdeva facilmente la pazienza. Poteva chiedere alla corte di emettere un mandato di arresto per mancata comparizione. Nel frattempo, lei avrebbe mentito a un procuratore federale. Poteva essere considerata ostruzione alla giustizia? Mentre l'ascensore sembrava fermarsi a ogni piano per prendere e depositare passeggeri, nella mente di Joselyn passarono mille pensieri. Finalmente arrivò al pianterreno, uscì e perlustrò l'atrio con lo sguardo. Nessuna traccia di Belden. Erano entrati dall'ingresso di Fifth Street, così si diresse istintivamente a quella porta. Forse era uscito a fumarsi una sigaretta. Fumava? Non riusciva a ricordarlo. Masticava gomma. Gliene aveva offerto una, fuori dell'aula. Cominciò a rendersi conto che sapeva incredibilmente poco di quell'uomo. Le aveva dato quindicimila dollari di anticipo, ma lei aveva solo una casella postale come indirizzo e un numero di telefono di qualche posto a Kent. Erano strane le cose che i soldi ti portavano a fare... smettere di pensare, per esempio. Joselyn non aveva dubitato di lui neppure un attimo. Perché? Perché aveva tirato fuori tutti quei soldi? Qualunque spacciatore avrebbe potuto fare lo stesso. La sua mente cominciò a esaminare febbrilmente tutte le possibilità. E se fosse scomparso? In quel caso a lei sarebbero rimasti i soldi. Poteva scrivere al tribunale e dire che non riusciva più a trovare il suo cliente. Già. E McCally se la sarebbe bevuta! Guardò l'orologio. Gli aveva detto dieci minuti, e ce ne aveva messo quasi cinque per arrivare all'ingresso di Fifth Street. Uscì in strada e venne assalita dall'odore acre delle sigarette. Sembrava un incontro di peccatori dei Fumatori Anonimi: una decina di persone che andavano su e giù con le mani infilate in tasca, guardando i mozziconi spiaccicati per terra, proseguendo imperterriti la carneficina dei loro polmoni. Ma nessuno di loro era Belden. Joselyn corse giù per le strade verso Fifth Street, guardando a destra e a sinistra. Di lui non c'era traccia. Ci mise cinque minuti per fermare un taxi. Mentre saliva sul sedile posteriore, guardò l'ora e diede istruzioni all'autista. «Ci sono cinquanta dollari extra per lei se riesce a portarmi là in dieci minuti», gli disse. A questo punto McCally la stava di sicuro cercando,
chiedendo alla guardia dov'era andata. L'accelerazione del taxi le procurò quasi un colpo di frusta. La mandò a sbattere contro lo schienale e lei annaspò alla ricerca della cintura di sicurezza. Cinquanta dollari erano una follia, ma era arrabbiata perché Belden l'aveva presa in giro. Avrebbe speso volentieri un po' dei suoi soldi pur di mettergli le mani addosso. Perché si fosse dato la pena di venire fin laggiù era davvero incomprensibile, tuttavia c'era un unico posto in cui poteva essere. Se si era spaventato, di certo era tornato al lago e all'aereo. Joselyn sperava di arrivare là prima che lui se ne andasse. Il taxista zigzagò tra le auto e prese una strada che non somigliava affatto a quella che Belden e lei avevano percorso quella mattina. Passò sotto la I-5 e salì la collina sul lato est. Svoltò a sinistra per una stretta via residenziale e poi accelerò. Doveva fare almeno i centodieci all'ora, rallentando a ottanta solo per lanciare una rapida occhiata alle viuzze laterali che incrociavano. Joselyn aveva paura di guardare. Se qualcuno avesse aperto la portiera di un'auto parcheggiata, questa sarebbe finita nella contea confinante, insieme con quel qualcuno o col suo braccio. Stava per scendere a più miti consigli e dire al taxista di rallentare quando l'uomo fece un'altra curva su due ruote, mandandola a sbattere nell'angolo contro la portiera. E allora lo vide... Lake Union. Si trovava a meno di dieci isolati da lì, sull'altro lato dell'autostrada. Si precipitarono giù dalla collina. Joselyn frugò nella borsa alla ricerca dei soldi e tirò fuori tre banconote da venti dollari, poi guardò il tassametro e ne aggiunse una quarta. Avrebbe fatto felice il taxista. Non aveva tempo da perdere col resto. Si chiese quanto tempo ci volesse per preparare un idrovolante al decollo. Doveva fare rifornimento? In quel caso avrebbe avuto il tempo di raggiungerlo. Non era stata a parlare a lungo con McCally. Anche se Belden avesse lasciato il tribunale immediatamente dopo che lei era entrata nella stanza col procuratore, non poteva avere più di dieci minuti di vantaggio. A meno che il suo taxista non avesse una sua superstrada personale, non poteva essere arrivato al lago più in fretta di lei. Bruciarono un semaforo rosso e proseguirono veloci lungo la riva orientale del lago. «È circa un chilometro e mezzo più in su. Sulla sinistra.» Joselyn si slacciò la cintura di sicurezza e si sporse in avanti, aggrappandosi al sedile anteriore. Vide il ristorante, cinese o giapponese che fosse, e le parole KAMON ON THE LAKE scritte col neon su una grossa insegna. Il molo
degli idrovolanti si trovava subito dietro il ristorante. Se lo ricordava. «Laggiù.» Vide l'aereo di Belden. Era ancorato al molo, ma voltato nell'altro senso, e col motore acceso: si scorgevano le piccole increspature sull'acqua causate dall'elica. Non vide Belden, però doveva essere poco lontano. «Si fermi qui. Mi faccia scendere», ordinò al taxista e gli lanciò le banconote. La macchina si stava ancora muovendo quando lei spalancò la portiera. Il veicolo si fermò, sbandando sulla ghiaia del parcheggio, e Joselyn saltò giù. Cercando di afferrare meglio la valigetta e la borsa, inciampò e quasi cadde. «Signora, vuole la ricevuta?» Joselyn lo ignorò. I suoi pensieri erano tutti per l'aereo, ancorato al molo un centinaio di metri più in là, col motore acceso. Dovette girare intorno a una fioriera di legno e varcare un cancelletto bianco coperto di tuja. Aveva appena attraversato il cancello quando lo vide. Belden si stava infilando il portafogli in tasca. Aveva pensato giusto: doveva fare rifornimento. Stava andando verso l'aereo come se non avesse neppure una preoccupazione al mondo. Le aveva tirato il bidone, l'aveva lasciata sola in tribunale a parlare con un procuratore ringhioso e ora se ne tornava a casa come se niente fosse. La rabbia dentro di lei montò come lava fusa. «Ehi!» urlò con quanta voce aveva in corpo, ma l'urlo venne inghiottito dal rombo del motore. Belden salì su un galleggiante. Urlò di nuovo, ma Belden, con la schiena rivolta verso di lei, non diede segno di averla sentita. Joselyn mollò borsa e valigetta sul pontile e si mise a correre, le mani intorno alla bocca mentre gli urlava di fermarsi. Il tacco di una scarpa s'infilò nella fessura tra due assi del pontile e si spezzò. «Accidenti!» Le scarpe migliori che aveva. Si tolse la scarpa rotta, proseguì zoppicando e poco mancò che cadesse. Allora si tolse anche la scarpa buona, lanciandola davanti a sé sul molo, e prese a correre coi piedi protetti solo dalle calze di nylon, urlando il nome di Belden accompagnato da epiteti irripetibili. Il rombo costante del motore si fece più forte a mano a mano che lei si avvicinava. Non era sicura che potesse udirla. Belden mollò una delle cime che tenevano l'aereo ormeggiato al molo e poi, per qualche insondabile motivo, si voltò e il suo sguardo si posò su di lei. Joselyn si fermò di colpo, senza fiato, le calze a brandelli. In piedi sul
galleggiante, sotto il portello dell'aereo, Belden guardò dritto verso di lei, con un'espressione perplessa sul viso come se lì per lì non fosse sicuro che si trattasse veramente di Joselyn. Poi la riconobbe e le fece un cenno con la mano. Quello stronzo la stava salutando... e sorrideva pure! Non riusciva a crederci. Nessun rimorso, neppure la minima espressione di dispiacere per averla piantata nei guai in tribunale con un procuratore inferocito. Si chinò, le mani sulle ginocchia, cercando di riprendere fiato. Era furibonda. Avrebbe voluto ucciderlo. Abbassò lo sguardo e, in quel momento, sentì il ruggito del motore che accelerava. Alzò la testa, sorpresa. Belden aveva mollato la cima a poppa, era salito sull'aereo e si stava allontanando dal molo. Dopo tutto quello che aveva combinato, aveva intenzione di lasciarla lì. Neanche morta. Afferrò la prima cosa che le capitò sott'occhio - la scarpa buona che aveva lanciato sul molo - e si lanciò a testa bassa verso l'aereo. Giunse in cima al molo e scagliò la scarpa con quanta forza aveva. La scarpa colpì l'alettone di metallo sulla coda dell'aereo e finì in acqua. Joselyn rimase lì impalata sul molo, il viso grondante di sudore, la rabbia che montava. Le si era conficcata una scheggia di legno nella pianta di un piede: le faceva male e sanguinava. Guardò l'aereo compiere un'ampia virata e scomparire alla vista dietro la rimessa in fondo al molo. Il rombo del motore era attutito dalla facciata di legno della costruzione, ma lo sentì ugualmente andare su di giri, mentre si dirigeva verso il canale e si preparava al decollo. E lei non poteva farci nulla. Proseguì lentamente verso la punta del molo, furibonda. Quando arrivò all'angolo della rimessa, sentì il rumore del motore crescere di un'ottava e di almeno cento decibel. All'improvviso, l'aereo sbucò da dietro l'angolo più lontano della costruzione. Con la coda bassa, il motore a manetta, schizzò rombando sull'acqua. Lei lo fissò, affascinata come se stesse guardando le mutevoli forme geometriche generate da un caleidoscopio, mentre l'elica partiva di colpo in avanti e cominciava a saltellare sull'acqua come una pietra. Le ali parvero staccarsi verso l'alto in un unico pezzo, divise dalla fusoliera da una luminosa palla arancione che diventava sempre più grande. L'esplosione accecante le ferì il nervo ottico, causandole un dolore insopportabile agli occhi. Un attimo dopo, lo spostamento d'aria la investì, scagliandola all'indietro sul molo. Il suo ultimo ricordo fu un calore intenso quando l'onda d'urto le passò sopra. La fiammata provocata dall'esplosione del carburante si alzò nel cielo per una trentina di metri, mentre piccoli frammenti dell'aereo flut-
tuavano nell'aria come foglie portate da un tempestoso vento autunnale. 12 Washington, D.C. Il gruppo di lavoro della Casa Bianca aveva tentacoli nel Consiglio per la sicurezza nazionale, occhi e orecchie nella CIA, nell'FBI, nel dipartimento della Giustizia e in almeno una decina di altri organismi governativi. Centro di smistamento di tutte le informazioni sul terrorismo interno, era stato formato dopo l'attentato all'edificio federale di Oklahoma City e, da allora, si riuniva una volta la settimana nell'Old Executive Office Building. Però, se c'era qualche questione urgente, poteva essere convocato nel giro di mezz'ora. E quello non era uno dei soliti incontri settimanali. «Di che si tratta?» chiese Stuart Bowlyn, il presidente del gruppo, che in realtà ufficialmente era chiamato «sottogruppo di coordinamento per il controterrorismo» ed era stato istituito con lo scopo di limitare i conflitti d'interesse che scoppiavano ogni volta che il Congresso destinava nuovi fondi alla lotta contro il terrorismo. Il ministro della Giustizia voleva essere certo che il dipartimento di Stato non ficcasse il naso in casa degli avvocati per dettar legge in materia di procedure penali. Il dipartimento di Stato era perennemente in disaccordo col Consiglio per la sicurezza nazionale perché influenzava la politica estera. L'FBI e la CIA erano sempre in guerra tra loro, mentre il dipartimento della Difesa aveva un'unica preoccupazione: che nessuno, compresi il presidente e il Congresso, facesse saltare il suo budget. Gettare denaro in questo calderone era come pasturare col sangue in una vasca di pescecani. Bowlyn aveva il suo bel da fare. Assistente del consigliere per la sicurezza nazionale, era più vicino al presidente di chiunque altro nel gruppo. Seduti con lui intorno al tavolo c'erano un vicedirettore della CIA, un alto funzionario dell'FBI e un sostituto procuratore generale. Gli altri membri provenivano dai servizi militari, dall'AFT e dalla sezione controterrorismo dei servizi segreti. Tutti avevano libero accesso alle informazioni più riservate. Il vicedirettore della CIA porse a Bowlyn un rapporto contenuto in una cartellina contrassegnata Top Secret. Bowlyn la aprì e lesse il documento all'interno, quindi la richiuse e alzò lo sguardo. «Chi se ne sta occupando?» Il rappresentante della CIA fece un cenno col capo in direzione di un mi-
litare con la divisa della marina, che portava i gradi di capitano di vascello sulle spalline della camicia bianca. Bowlyn annuì. L'ufficiale si alzò e girò intorno al tavolo, dirigendosi verso una grossa mappa del mondo che era stata abbassata sopra una lavagna. Prese la bacchetta e cominciò: «Circa una settimana fa, i servizi della marina hanno cominciato a raccogliere un gran numero di messaggi concitati tra un'installazione militare russa in Siberia, un luogo che si chiama Sverdlovsk, qui» - indicò una località sulla mappa nella Russia centrale «e il loro Comando della flotta del Pacifico, qui, al porto di Vladivostok». Indicò un altro punto. «Non vi abbiamo dato grande importanza, tuttavia abbiamo continuato a tenere sotto controllo le comunicazioni. La maggior parte dei messaggi era in codice, ma alcuni no e questi ultimi sono passati per linee telefoniche non sicure.» «Parlavano liberamente?» Bowlyn sembrava sorpreso. «Sì. La cosa ha stupito anche noi. Pareva volessero lasciarci ascoltare i loro messaggi.» Bowlyn annuì, come per invitarlo a continuare. «Nelle loro comunicazioni continuava a uscir fuori una parola: Isvania. Non sapevamo che cosa pensare. L'abbiamo inserita in una delle banche dati dei servizi militari e due giorni fa abbiamo avuto successo. L'Isvania era una nave-fattoria russa. Secondo le informazioni in nostro possesso, è affondata nel Pacifico orientale all'inizio di questo mese.» L'ufficiale spostò di nuovo la bacchetta sulla mappa, questa volta sulla costa americana del Pacifico. «È affondata qui, circa sessanta miglia a ovest dello stretto di Juan de Fuca, davanti alla costa dello Stato di Washington. Un C-130 della Guardia costiera ha avvistato una chiazza di olio circa dieci giorni fa. Un elicottero Dolphin decollato dal cutter Regal della Guardia costiera ha recuperato piccoli frammenti del relitto. Una boa di segnalazione, un involucro galleggiante e una zattera di salvataggio parzialmente gonfia.» «Nessun superstite?» «No.» L'ufficiale sfogliò un fascicolo posato sul tavolo finché non trovò le fotografie che stava cercando, quindi le fece passare tra i presenti. «Stampigliato sul fianco della zattera», proseguì, «c'era il nome Isvania. A sentire i russi, era destinata alla demolizione e per questo diretta a Bangkok.» «E che ci faceva al largo della costa ovest?» chiese Bowlyn. «Non lo sappiamo», rispose l'ufficiale. «E neanche i russi lo sanno.» «Questo è ciò che dicono a noi.» Evidentemente il vicedirettore della
CIA nutriva dubbi sulla sincerità dei russi. Il capitano di vascello lo ignorò. «Nella zona era in corso una tempesta, ma non ci sono state richieste di soccorso. I russi ammettono la possibilità che la nave fosse coinvolta in qualche attività di contrabbando.» «Contrabbando di che?» disse Bowlyn. «Questo è ciò che non ci vogliono dire.» «E noi ne conosciamo il motivo», intervenne il rappresentante della CIA. «Perché sanno più di quanto vogliano ammettere.» «I rottami che abbiamo recuperato non sono molti», proseguì l'ufficiale, «tuttavia sufficienti a farci capire che, di qualsiasi cosa si trattasse, l'equipaggio dell'Isvania non voleva che lo trovassimo. La boa di segnalazione conteneva un trasmettitore navale. Emetteva un segnale che poteva essere captato su una frequenza militare russa. È un sistema vecchio, con una portata massima di cento miglia. L'involucro galleggiante invece è stato una sorpresa: era stato riempito con quattrocento litri di olio combustibile.» «A che scopo?» chiese Bowlyn. «Una spinta di galleggiamento in aiuto alle boe. Le boe dovevano restare in superficie ed emettere il segnale. Il carico, quale che fosse, era appeso con una cima sotto l'involucro galleggiante. Dalla superficie non era possibile vedere né l'involucro né il carico. Il sistema era molto ingegnoso: il tutto era progettato per andare a fondo se chi doveva raccoglierlo non l'avesse trovato entro pochi giorni. L'involucro galleggiante aveva una piccola valvola e un timer programmato per aprirla. Una volta che l'olio combustibile si fosse disperso in mare, il peso del carico avrebbe trascinato le boe verso il fondo. L'unico motivo per cui lo abbiamo trovato è che il carico era stato rimosso e le boe hanno tenuto a galla l'involucro vuoto.» «Abbiamo qualche idea sulla natura del carico?» s'informò Bowlyn. «Pesava all'incirca un centinaio di chili.» Adesso toccava all'FBI riferire. «Il nostro laboratorio ha analizzato l'involucro e la boa di segnalazione. Ipotizzando che ci fossero altre due boe, perché abbiamo trovato tre cime tagliate, ammesso che fossero delle stesse dimensioni, e considerata la spinta di galleggiamento fornita dall'involucro pieno di olio combustibile, siamo risaliti al peso del carico. C'è qualcos'altro che dovreste vedere.» Passò una copia del rapporto del laboratorio a Bowlyn, che la scorse velocemente, andò alla seconda pagina e lì, a metà, si fermò. «Ne siete sicuri?» «Abbiamo ripetuto il test due volte.» «Che cos'altro sappiamo?» Bowlyn guardò gli uomini seduti intorno al
tavolo. «Abbiamo continuato a tenere sotto controllo le trasmissioni russe provenienti da Sverdlovsk», disse il vicedirettore della CIA. «Non siamo stati in grado di decifrarle tutte, ma quello che abbiamo indica un notevole stato di allarme a livelli piuttosto elevati nel governo.» «Questo potrebbe venire da Sver...» «Sverdlovsk», completò il rappresentante della CIA. «Sì. Ci sono bunker sotterranei. Abbiamo foto scattate dai satelliti, se vuole vederle.» Bowlyn scosse la testa. «Pensa che si siano lasciati sfuggire qualcosa?» «Sembrerebbe proprio così», rispose l'ufficiale. «Mi dica qualcosa di questo posto.» «La città più vicina è Ekaterinburg. Ha una sottocultura criminale molto sviluppata. Negli ultimi anni c'è stata molta violenza, soprattutto a opera del crimine organizzato. Parecchi funzionari locali sono stati assassinati. Pensiamo che una delle prede più ambite tra le fazioni in lotta sia il deposito di armamenti di Sverdlovsk. I vari gruppi criminali che si contendono il potere considerano irrinunciabile il suo controllo.» «A ciò va aggiunto il fatto che quel luogo ha un servizio di sicurezza assolutamente inesistente», intervenne il rappresentante della CIA. «Da quello che abbiamo saputo, le gang della zona si considerano i protagonisti del mercato internazionale degli armamenti. Dal loro punto di vista, il governo russo si occupa semplicemente di custodire le armi finché loro non trovano gli acquirenti.» «Sappiamo che iraniani e iracheni sono andati là cercando di fare acquisti», disse l'ufficiale. «E forse li hanno fatti», aggiunse il vicedirettore della CIA. «C'è qualche prova di un coinvolgimento dello Stato in questa spedizione a bordo dell'Isvania?» chiese Bowlyn. «Per il momento no», rispose l'ufficiale. «Però stiamo ancora indagando.» Bowlyn trasse un sospiro profondo. «E non è finita qua», proseguì il vicedirettore, «Che intende dire?» Bowlyn l