DEAN KOONTZ MOSTRI (WATCHERS, 1987) Dedicato a Lennart Sane che non solo fa sempre le cose al meglio ma è anche un tipo ...
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DEAN KOONTZ MOSTRI (WATCHERS, 1987) Dedicato a Lennart Sane che non solo fa sempre le cose al meglio ma è anche un tipo simpatico. Ea Elisabeth Sane con altrettanta stima. PARTE PRIMA II passato in pezzi Il passato non è che l'inizio di un inizio, e tutto quel che è e che è stato non è che il crepuscolo di un'alba H. G. WELLS L'incontro di due personalità è come il contatto di due sostanze chimiche: se si verìfica una reazione, entrambe ne vengono trasformate. C. G. JUNG Capitolo 1 1 Il 18 Maggio, giorno del suo trentaseiesimo compleanno, Travis Cornell si alzò alle cinque del mattino. Indossò un paio di scarpe da escursione, jeans e una camicia di cotone scozzese azzurro a maniche lunghe. Diresse il pick-up a sud dalla sua casa di Santa Barbara fino al Santiago Canyon, al limite orientale della Contea di Orange, a sud di Los Angeles. Portava con sé solo un pacchetto di biscotti Oreo, una capace borraccia piena di KoolAid all'arancia e una Smith & Wesson 38 Chief's Special con il caricatore pieno.
Nelle due ore e mezzo di viaggio, non accese mai la radio. Non mugolò mai, né fischiettò o cantò tra sé, come spesso fanno gli uomini soli. Per parte del tragitto, il Pacifico era alla sua destra. Il mare del mattino era oscuro verso l'orizzonte, duro e freddo come ardesia, ma vicino alla riva brillava delle prime luci, del colore del bronzo e dei petali di rosa. Travis non guardò neppure una volta l'acqua scintillante al sole. Era un uomo snello, vigoroso, con un paio di occhi infossati, castani come i capelli. Aveva un viso sottile, il naso aristocratico, zigomi alti e un mento lievemente puntuto: una faccia ascetica, che sarebbe stata bene a un monaco, di uno di quegli ordini che credono ancora all'autoflagellazione, alla purificazione dell'anima attraverso la sofferenza. Lo sa Dio se non aveva avuto la sua parte di sofferenza. Ma poteva anche essere un viso piacevole, caldo e aperto. Il suo sorriso, un tempo, aveva affascinato le donne; ma non recentemente. Da tanto non sorrideva. Gli Oreo, la borraccia e il revolver erano in uno zainetto di nylon verde con le cinghie nere, sul sedile accanto a lui. Di tanto in tanto gli lanciava un'occhiata e gli pareva di poter vedere, attraverso la tela, la Chief's Special carica. Dalla Santiago Canyon Road svoltò in una strada molto più stretta, poi su un viottolo sterrato, di quelli che mettono a dura prova le gomme. Poco dopo le otto e mezzo fermò il pick-up rosso su una piazzola, sotto i grandi rami ispidi di un abete. Si buttò lo zaino sulle spalle e si avviò su per le pendici delle Santa Ana Mountains. Da bambino ne conosceva ogni avvallamento, ogni cresta, ogni scarpata. Suo padre aveva una capanna di pietre sulla parte alta dell'Holy Jim Canyon, forse il più remoto di tutti i canyon abitati, e Travis vi aveva trascorso settimane a esplorare per chilometri e chilometri il territorio selvaggio. Amava quei canyon aspri. Quando era ragazzino, gli orsi neri si aggiravano per i boschi; ormai erano scomparsi. Si poteva ancora incontrare qualche cervo mulo, ma non quanti vent'anni prima. Almeno gli splendidi avvallamenti e rilievi del terreno, i fitti e vari cespugli e gli alberi erano sempre quelli di allora: per lunghi tratti camminò sotto la volta di querce californiane e di sicomori. Di tanto in tanto superava una capanna isolata o un gruppo di capanne. Tra gli abitanti del canyon c'erano dei survivalisti un po' tiepidi, convinti dell'approssimarsi della fine del mondo, ma che non avevano il fegato di spostarsi in un luogo ancor più ostile. Per la maggior parte erano persone
comuni che ne avevano abbastanza del tran-tran della vita moderna e che sopravvivevano benissimo anche senza acqua corrente o elettricità. Ormai una luce limpida cadeva sulla terra incolta, quasi con la consistenza della pioggia, mostrando il paesaggio pulito e selvatico. Sulla costa nuda di un'altura, dove la bassa erba cresciuta durante la breve stagione delle piogge era già secca e gialla, Travis sedette su un ampio spianato di roccia e si tolse lo zaino. A una quindicina di metri, su un altro pietrone piatto, un serpente a sonagli prendeva il sole. Sollevò la testa, cattiva, triangolare, e studiò Travis. Da ragazzo, su queste alture, ne aveva uccisi a decine, di serpenti a sonagli. Tirò fuori la pistola dallo zaino e si alzò in piedi. Fece un paio di passi verso il serpente. L'animale sollevò la testa srotolandosi e lo fissò intensamente. Travis fece un altro passo, poi un altro ancora e si mise in posizione di tiro con tutte e due le mani sull'arma. Il serpente cominciò a riavvolgersi. Presto si sarebbe reso conto che non ce la faceva a colpire da quella distanza, e avrebbe tentato di ritirarsi. Travis, pur vedendo benissimo che il colpo era facile e pulito, fu sorpreso nello scoprire che non poteva schiacciare il grilletto. Era venuto qui non soltanto per rinnovare il ricordo di un tempo in cui era contento di essere vivo, ma anche per uccidere qualche serpente, se lo avesse incontrato. Ultimamente, ora depresso, ora rabbioso per la solitudine e l'assoluta mancanza di scopo della sua vita, si era sentito teso come una corda di balestra. Aveva bisogno di un'azione violenta per scaricare quella tensione, e l'uccisione di qualche rettile, non una grande perdita, per nessuno, pareva la cura perfetta per il suo malessere. E invece, guardando il serpente a sonagli, si rese conto che quell'esistenza era meno inutile della sua: quella occupava una nicchia ecologica, e probabilmente la vita gli dava più piacere di quanto lui ne sentisse da tanto tempo. Cominciò a tremare e il mirino si allontanò dal bersaglio; non riuscì più a trovare la voglia di sparare. Non valeva neppure come boia: abbassò l'arma e tornò alla roccia dove aveva lasciato lo zaino. Il serpente, che evidentemente era di umore pacifico, abbassò di nuovo la testa sinuosamente sul sasso e rimase immobile. Dopo un po', Travis aprì il pacchetto di Oreo, i suoi biscotti preferiti di un tempo. Non ne mangiava da quindici anni. Erano buoni quasi quanto lì ricordava. Bevve del Kool-Aid dalla borraccia, ma lo trovò meno soddisfacente dei biscotti. Troppo dolce, per il suo palato di adulto.
L'ingenuità, gli entusiasmi, le gioie e la voracità della giovinezza potevano essere recuperati dalla memoria, ma forse mai recuperati del tutto, pensò. Lasciando il serpente in comunione con il sole, lo zaino di nuovo in spalla, scese per il fianco sud della valletta, fin nell'ombra degli alberi all'imboccatura del canyon, dove l'aria era resa più fresca dal fragrante sviluppo primaverile dei sempreverdi. Sul fondo in discesa del canyon, nella penombra fitta, svoltò a ovest e seguì una pista di cervi. Pochi minuti dopo, passando in mezzo a un paio di grandi sicomori californiani che curvandosi formavano un arco, arrivò in un punto in cui la luce del sole aveva la meglio sugli alberi più radi. Dall'altro lato della radura la pista continuava verso un'altra zona del bosco, in cui abeti, lauri e sicomori crescevano molto più fitti che altrove. Più avanti il terreno scendeva ripido fino al fondo del canyon. Dal margine di quella zona d'ombra, guardando' giù verso il sentiero in discesa, poteva vedere solo fino a una quindicina di metri prima che un buio straordinariamente fitto coprisse la pista. Nel momento in cui Travis stava per uscire dal sole per continuare il suo cammino, un cane venne fuori di corsa, diretto verso di lui, dai cespugli aridi alla sua destra, ansante e sbuffante. Era un cane da caccia, un golden retriever, puro, a giudicare dall'aspetto. Un maschio. Doveva avere poco più di un anno, poiché, pur avendo raggiunto uno sviluppo quasi completo, conservava un po' dell'irrequietezza di un cucciolo. Il sottopelo era bagnato, infangato, aggrovigliato, scompigliato, pieno di pule e di frammenti di foglie e di erbacce. Si fermò davanti a lui, sedette, alzò la testa e lo fissò con un'espressione inequivocabilmente amichevole. Nonostante la sporcizia, l'animale era magnifico. Travis si chinò, gli accarezzò la testa e lo grattò dietro le orecchie. Si aspettava da un momento all'altro di vedere spuntare il proprietario dai cespugli, affannato e forse arrabbiato per quella fuga. Non giunse nessuno. Quando gli venne in mente di controllare la medaglietta, vide che non aveva neppure il collare. «Non sarai certo un cane selvatico, non è vero?» Il retriever sbuffò. «No, sei troppo amichevole per essere selvatico. Ti sei perso, forse?» Gli strofinò il muso. Notò che, oltre al pelo infangato e arruffato, aveva anche del sangue rappreso sull'orecchio destro. Sulle zampe davanti era visibile sangue più fresco, come se avesse corso sul terreno accidentato per tanto tempo e con
tanta forza che le piante dei piedi avevano cominciato a creparsi. «Si direbbe che hai fatto un viaggio difficile, piccolo.» Il cane guaì piano, come per confermare. L'uomo continuò ad accarezzargli il dorso e a grattarlo dietro l'orecchio, ma dopo uno o due minuti si rese conto che stava chiedendo al cane qualcosa che lui non poteva dargli: senso, scopo, sollievo dalla disperazione. «Va' per la tua strada, adesso.» Diede al retriever un colpetto sui fianchi, si alzò e si stirò. Il cane rimase fermo. Travis lo superò, diretto al sentiero che finiva nel buio. Il cane lo aggirò, bloccandogli l'accesso alla pista. «Va' via, piccolo.» Il retriever mostrò i denti e ringhiò basso nella gola. Travis si accigliò. «Va' via. Fa' il bravo cane.» Come cercò di passargli accanto, il retriever ringhiò ancora. Fece scattare i denti puntando alla gamba. Travis indietreggiò di due passi. «Ehi, che ti prende?» Il cane smise di ringhiare e ansimò. Lui avanzò ancora, ma l'animale gli si avventò contro con più foga di prima, non abbaiando ancora, ma ringhiando sempre più forte e facendo scattare i denti ripetutamente verso le sue gambe, costringendolo a indietreggiare attraverso la radura. Fece ancora una decina di passi all'indietro sul tappeto scivoloso di aghi di pino e di abete, incespicò e cadde a sedere. Nel momento in cui Travis si trovò a terra, il cane si girò, allontanandosi verso il margine della radura, all'inizio della discesa, e guardò verso il buio di sotto. Le sue lunghe orecchie si erano rizzate, per quanto possano rizzarsi le orecchie di un retriever. «Maledetto cane», imprecò Travis. L'animale lo ignorò. «Che diamine hai, bastardo?» Ritto nell'ombra, il cane continuava a fissare giù per la pista, nel buio in fondo al ripido fianco alberato del canyon. Teneva la coda bassa, quasi arrotolata tra le zampe. Travis raccolse qualche piccola pietra da terra e ne lanciò una al retriever. Colpito sul fianco con una certa forza, il cane non guaì, ma si girò sorpreso. L'ho fatta, pensò Travis. Adesso mi salta alla gola. Ma il cane si limitò a guardarlo con aria accusatrice e continuò a bloccare l'accesso alla pista.
Qualcosa nel comportamento di quell'animale malconcio, nei grandi occhi scuri o nel movimento della grossa testa squadrata, fece sentire Travis in colpa per avergli lanciato il sasso. Quel dannato cane triste sembrava deluso di lui e lo fece vergognare. «Ehi, senti», disse, «hai cominciato tu, lo sai benissimo.» Il cane si limitò a fissarlo. Travis lasciò cadere le altre pietre. Il cane lo guardò, poi alzò un'altra volta gli occhi, e Travis lesse approvazione in quel muso canino. Travis sarebbe potuto tornare indietro. O trovare un'altra strada per scendere in fondo al canyon. Invece sentì l'irrazionale determinazione a spingersi avanti, ad andare dove voleva andare, perdio. Proprio oggi, tra tutti i giorni, non si sarebbe fatto scoraggiare, e neppure intralciare da una cosa così banale come un cane impiccione. Si alzò, scosse le spalle per sistemare lo zaino, aspirò profondamente l'aria profumata di pino e attraversò con passo deciso la radura. Il retriever riprese a ringhiare, sommesso ma minaccioso. Scoprì i denti. A mano a mano che avanzava, Travis sentiva diminuire il suo coraggio e, quando fu a pochi passi dal cane, decise di cambiare approccio. Si fermò e scosse la testa, rimproverando gentilmente l'animale. «Cane cattivo. Ti stai comportando proprio da cane cattivo. Lo sai? Che ti ha preso? Eh? Non sembri un cane cattivo, hai l'aria di un bravo cane.» Mentre continuava a parlargli con dolcezza, il retriever smise di ringhiare. Agitò una volta, due, per prova, la folta coda. «Ora sì. Ora va meglio. Tu e io possiamo essere amici, no?» Il cane emise un guaito conciliatore, quel suono familiare e accattivante con cui tutti i cani esprimono il loro naturale desiderio di essere amati. Travis fece un altro passo verso il retriever, con l'intenzione di chinarsi ad accarezzarlo. Immediatamente, il cane gli balzò contro, ringhiando, e lo costrinse a indietreggiare. Affondò i denti nella tela di una gamba dei jeans, scosse furiosamente la testa. Lui tentò di allungargli un calcio, lo mancò. Mentre barcollava, squilibrato per il colpo a vuoto, il cane gli azzannò l'altra gamba del pantalone e prese a corrergli attorno in circolo, trascinandolo con sé. Saltellando disperatamente, cercò di star dietro al suo avversario, ma cadde e piombò di nuovo al suolo. «Merda!» esclamò, sentendosi incredibilmente stupido. Uggiolando di nuovo, tornato al suo atteggiamento amichevole,
Il cane gli leccò una mano. «Ma sei schizofrenico», ansimò Travis. Il cane tornò all'altro estremo della radura. Si fermò dandogli la schiena, scrutando giù per il sentiero che scendeva tra le fresche ombre degli alberi. All'improvviso abbassò la testa, curvò le spalle. I muscoli del dorso e delle cosce si tesero visibilmente, come preparandosi a scattare. «Che stai guardando?» Travis si rese conto tutt'a un tratto che il cane non era attirato dal sentiero in sé, ma forse da qualcosa sul sentiero. «Un leone di montagna?» chiese ad alta voce mentre si rialzava. Quando era ragazzo, i leoni di montagna, in particolare i puma, comparivano spesso in questi boschi e immaginò che ne fosse rimasto qualcuno. Il retriever ringhiò non a Travis, stavolta, ma a quello che aveva attirato la sua attenzione. Il suono era basso, appena udibile, e Travis ebbe l'impressione che il cane fosse al tempo stesso rabbioso e impaurito. Dei coyote? Per quelle alture se ne aggiravano in quantità. Un branco di coyote affamati poteva mettere in allarme anche un animale robusto come quel golden retriever. Con un guaito di sorpresa, il cane fece uno scarto all'indietro allontanandosi dal sentiero ombreggiato. Corse verso di lui, oltre lui, fino all'altra zona di bosco, e Travis pensò che sarebbe scomparso tra gli alberi. Ma, giunto all'arco formato dai due sicomori, il cane si arrestò e guardò indietro in attesa. Con un'aria di frustrazione e di ansia, corse di nuovo verso di lui, gli girò intorno rapido, lo afferrò per la gamba dei jeans e tirò all'indietro, cercando di trascinarlo con sé. «Aspetta, aspetta, va bene», disse lui. «Va bene.» Evidentemente, e sbalorditivamente, il cane gli impediva di proposito di andare avanti lungo il tratto ombroso della pista perché lì c'era qualcosa. Un pericolo. Ora voleva che scappasse perché il pericolo si stava avvicinando. Qualcosa era in arrivo. Ma che cosa? Travis non era impaurito, solo incuriosito. Quello che si stava avvicinando poteva spaventare un cane, ma nulla in quei boschi, neppure un coyote o un puma, avrebbe attaccato un uomo adulto. Mugolando impaziente, il retriever tentò di nuovo di afferrargli con i denti una gamba dei jeans. Il suo comportamento era incredibile. Se aveva paura, perché non fuggiva, perché non lo lasciava perdere? Lui non era il suo padrone; non gli doveva né affetto né protezione.
«Va bene, va bene», disse Travis, scuotendosi dalla presa del cane e avviandosi con lui verso l'arco dei sicomori. Il cane si slanciò in avanti lungo il sentiero in salita, che portava alla cima del canyon, passando tra gli alberi più radi e alla luce più viva. Travis si fermò presso i sicomori. Accigliandosi, guardò oltre la radura zebrata dal sole, verso quel buco nero come la notte. Che cosa stava arrivando? Il suono stridulo delle cicale tacque all'improvviso, come se la puntina di un grammofono fosse stata sollevata dal disco. Il bosco cadde in un silenzio soprannaturale. Allora Travis udì qualcosa che avanzava rapido su per la pista buia. Un rumore raschiante. Un rovinio di pietre. Un fruscio leggero di fogliame secco. La cosa sembrava più vicina di quanto probabilmente non fosse, perché il suono veniva amplificato riecheggiando attraverso lo stretto tunnel formato dagli alberi. In ogni modo, la creatura si avvicinava veloce. Molto veloce. Per la prima volta, Travis si sentì in grave pericolo. Pur sapendo che nel bosco non poteva esserci niente di tanto grosso o audace da attaccarlo, la razionalità era sopraffatta dall'istinto. Il cuore gli batteva forte. Sopra di lui, sul sentiero in salita, il retriever si era accorto della situazione. Abbaiò agitato. Fosse stato qualche decennio prima, Travis avrebbe pensato che su per la pista di cervi avanzasse un orso nero infuriato, perché ammalato o ferito. Ma gli abitanti delle capanne e i gitanti domenicali avevano spinto i pochi orsi rimasti molto più lontano. A giudicare dal rumore, la bestia sconosciuta era a pochi minuti dalla radura. Lungo la spina dorsale di Travis corse un brivido, come nevischio disciolto lungo una finestra. Aveva voglia di vedere di che bestia si trattasse, ma allo stesso tempo si sentiva gelato dalla paura, una paura puramente istintiva. Su dal canyon, il golden retriever abbaiava con ansia. Travis si girò e prese a correre. Era in forma perfetta, nemmeno un chilo in più. Con il cane ansante a fare da battistrada, Travis strinse le braccia ai fianchi e scattò su per il sentiero, chinandosi per evitare i rami bassi. Le suole delle scarpe da escursione davano una solida presa; slittò un paio di volte sulle pietre smosse e sul let-
to scivoloso di aghi di pino, ma non cadde. Travis Cornell in vita sua aveva conosciuto momenti di pericolo e di tragedia, ma non era mai fuggito davanti a niente. Nelle occasioni peggiori aveva affrontato con calma perdite, dolore e paura. Ma ora stava accadendo qualcosa di particolare. Aveva perso il controllo. Per la prima volta in vita sua si era fatto prendere dal panico. La paura gli era affondata dentro, toccando un punto profondo e primitivo dove mai nulla era penetrato fino ad allora. Mentre correva, sentì accapponarsi la pelle, gelarsi il sudore, senza capire perché quell'inseguitore sconosciuto dovesse riempirlo di un tale terrore cieco. Non si guardò indietro. Dapprima, per non distogliere lo sguardo dal sentiero serpeggiante, temendo di finire contro qualche ramo basso. Ma, correndo, il panico crebbe e, dopo qualche centinaio di metri, se non guardò indietro fu perché aveva paura di quel che avrebbe potuto vedere. Si rendeva conto che quella reazione era irrazionale, sintomo di un terrore puramente superstizioso. Ma il civile e istruito Travis Cornell aveva ceduto le redini al bambino selvaggio spaventato che vive in ogni essere umano. L'istinto bruto governava, e l'istinto gli diceva di correre, correre, smettere di pensare e correre soltanto. Verso l'imboccatura del canyon, il sentiero svoltava a sinistra e si scavava un percorso sinuoso su per la ripida parete verso la cima. Travis superò una curva, vide un tronco che giaceva attraverso la pista, saltò, ma urtò con un piede il legno marcio. Cadde in avanti, di petto. Stordito, non riusciva a riprendere fiato, non riusciva a muoversi. Si aspettò che da un momento all'altro qualcosa gli piombasse addosso e gli squarciasse la gola. Il cane ridiscese a precipizio il sentiero, superò Travis con un balzo e atterrò solidamente dietro di lui. Abbaiò con furore a quello che li stava inseguendo, con molta più aggressività di quando aveva affrontato Travis nella radura. Travis rotolò sul dorso e si mise a sedere, affannato. Non vide niente sulla pista sottostante. Poi si rese conto che il retriever era rivolto al margine del sentiero fronteggiante il sottobosco della foresta verso est. Spruzzando saliva, abbaiava in modo stridulo, così forte che ogni latrato colpiva dolorosamente l'orecchio di Travis. «Buono piccolo», disse Travis a bassa voce. «Buono.» Il retriever smise di abbaiare, ma non guardò Travis. Continuò a fissare intensamente nella boscaglia, mostrando i denti e ringhiando di gola.
Sempre ansimando, Travis si alzò in piedi e guardò tra gli alberi. Sempreverdi, sicomori, qualche abete. Cespugli. Arbusti spinosi. Rampicanti. Qualche roccia erosa. Niente di insolito. Quando si chinò e pose una mano sulla testa del retriever, il cane smise di ringhiare, come comprendendo la sua intenzione. Travis tirò il fiato, lo trattenne e si mise in ascolto di un qualche movimento nel folto. Le cicale continuavano a tacere. Non un uccello cantava tra gli alberi. Il bosco era silenzioso e immobile come se il vasto, complesso meccanismo dell'universo avesse cessato di funzionare. Era certo di non essere lui la causa di quell'improvviso silenzio. Il suo passaggio attraverso il canyon, prima, non aveva disturbato né uccelli né cicale. Qualcosa c'era. Un estraneo che evidentemente i consueti abitanti della foresta non approvavano. Aspirò profondamente, trattenne di nuovo il fiato, sforzandosi di percepire il minimo movimento tra gli alberi. Stavolta colse il frusciare di un cespuglio, un rametto spezzato, il crepitare soffocato delle foglie secche e lo snervante, inequivocabile respiro pesante e rotto di qualcosa di grosso. Sembrava a una dozzina di metri, ma non poteva identificarne con precisione la posizione. Il cane si era irrigidito puntando. Il respiro raschiante del nemico sconosciuto era così raggelante - che lo fosse davvero o per l'effetto dell'eco dato dalla foresta - che Travis si tolse in fretta lo zaino, ne sganciò la fìbbia e tirò fuori la calibro 38. Il cane fissò la pistola. Travis ebbe la strana sensazione che l'animale conoscesse l'uso dell'arma e approvasse. Nel dubbio che la cosa nel bosco potesse essere un uomo, Travis chiamò: «Chi è là? Venite avanti dove vi posso vedere». Il respiro affannoso nel fitto ora era accompagnato da un rantolo minaccioso. Il cuore di Travis, elettrizzato, prese a battere ancora più forte; si irrigidì come il retriever al suo fianco. Per qualche interminabile secondo non riuscì a capire perché il rumore gli avesse scaricato dentro una corrente di paura così potente. Poi si rese conto che quel che lo terrorizzava era l'ambiguità del suono: il verso della bestia era decisamente quello di un animale... eppure c'era anche un'indescrivibile caratteristica che dichiarava un'intelligenza; un tono e una modulazione quasi come il suono che avrebbe potuto emettere un uomo infuriato. Più ascoltava, più si convinceva che non era un verso né tutto animale né tutto umano. Ma allora... che diavolo
era? Vide gli alti cespugli agitarsi. Davanti a lui. Qualcosa gli stava venendo incontro. «Fermati», intimò brusco. «Non avvicinarti.» Continuava ad avanzare. Ora era a meno di dieci metri. Si muoveva più lentamente di prima. Un po' circospetto, forse. Ma sempre più vicino. Il golden retriever si mise a ringhiare minaccioso contro la creatura che li puntava. Ma un fremito continuo era visibile sui suoi fianchi, e la testa gli tremava. Pur sfidando la cosa che era tra gli alberi, era profondamente impaurito dall'idea di uno scontro. La paura dell'animale scoraggiò Travis. I retriever sono cani ben noti per il loro coraggio. Allevati per accompagnare i cacciatori, sono spesso usati in pericolose operazioni di soccorso. Quale pericolo, quale nemico poteva provocare un tale timore in un cane forte e fiero come quello? La cosa nel folto continuava ad avanzare, era ormai a cinque o sei metri. Pur non avendo visto niente fuori del comune, Travis si sentiva preso da un terrore superstizioso, come per la percezione di presenze indefinibili, ma soprannaturali. Continuava a dirsi che era davanti a un puma, solo un puma, probabilmente ancora più spaventato di lui. Ma il filo ghiacciato che gli correva dalla base della spina dorsale fino alla nuca si intensificava. Aveva le mani così sudate che temette di perdere la presa sulla pistola. Quattro metri. Travis puntò la calibro 38 in aria e sparò un colpo di avvertimento. Lo sparo si diffuse nella foresta riecheggiando per il lungo canyon. Il cane non mosse un muscolo, ma la cosa fra gli alberi si girò immediatamente fuggendo verso nord, su per la scarpata, verso la cima del canyon. Travis non riusciva a vederla, ma la sentiva chiaramente che avanzava rapida tra il sottobosco alto e i cespugli che si scuotevano aprendosi sotto il suo assalto. Per uno o due secondi si sentì sollevato, pensando di averla spaventata. Poi vide che non stava affatto scappando. Si dirigeva lungo una curva che l'avrebbe portata sulla pista di cervi sopra di loro: tagliando loro la strada voleva costringerli a uscire dal canyon seguendo la strada inferiore, più adatta a un agguato. L'istinto primordiale di sopravvivenza spinse Travis all'azione, senza pensare ai singoli atti da compiere; faceva automaticamente quel che era
necessario. Non sentiva quella sicurezza aninnale da quando, quasi un decennio prima, aveva abbandonato la vita militare. Cercando di mantenere lo sguardo sul movimento del sottobosco alla sua destra, abbandonato lo zaino e tenendo solo l'arma, si precipitò di corsa su per il sentiero ripido, con il cane alle calcagna. Per quanto veloce, però, non riusciva a superare il nemico sconosciuto. Quando si rese conto che quello stava per raggiungere il sentiero sopra di lui, sparò un altro colpo di avvertimento, che stavolta però non sorprese né fece deviare l'avversario. Sparò due volte direttamente nei cespugli mossi, senza pensare che poteva essere un uomo, e questa volta funzionò. Non credeva di averlo colpito, ma almeno lo aveva spaventato. Travis continuò a correre. Era ansioso di raggiungere la cima del canyon, dove gli alberi e il sottobosco erano radi e dove il sole più diretto non lasciava nascondigli d'ombra. Quando un paio di minuti dopo arrivò sulla cresta, era senza fiato. I muscoli delle gambe gli bruciavano, il cuore gli batteva così forte che gli pareva di sentirne l'eco rimbalzare sull'alta fiancata del canyon. Era tornato al punto dove si era fermato a mangiare i biscotti. Il serpente a sonagli che aveva lasciato a prendere il sole sul roccione era scomparso. Il retriever aveva seguito Travis. Gli stava accanto, ansimando, scrutando giù per la discesa che avevano appena risalito. Con la testa che gli girava un po', con la voglia di sedersi, ma sentendosi ancora in pericolo, anche Travis guardò verso il sentiero controllando il sottobosco che riusciva a vedere da lì. Se l'inseguitore era ancora sulle loro tracce, si era fatto più circospetto e stava salendo la costa della valletta senza smuovere erbe e cespugli. Il cane guaì e diede uno strattone a una gamba dei jeans di Travis. Trotterellò per la cima della cresta fino a un declivio che portava al canyon successivo. Evidentemente, non si sentiva ancora al sicuro: voleva che andassero avanti. Travis era d'accordo. La sua paura istintiva lo spinse ad affrettarsi, seguendo il cane verso un altro canyon alberato. 2 Vincent Nasco aspettava da ore nel garage buio. Non aveva l'aria di uno che sa aspettare. Era grosso - più di cento chili, per un metro e novanta -, muscoloso, e sembrava così pieno di energia da poter scoppiare da un
momento all'altro. La sua faccia larga era placida, bovinamente inespressiva. I suoi occhi verdi brillavano di vitalità, di una tensione tesa e nervosa e di una strana fame, come quella che si può vedere negli occhi di un felino, di una fiera della giungla, mai in quelli di un uomo. E, come un felino, oltre a una tremenda energia, aveva pazienza, malgrado il suo aspetto. Poteva rimanere accucciato per ore, immobile e silenzioso, in attesa della preda. Alle dieci meno venti di quel martedì mattina, molto più tardi di quanto Nasco si aspettasse, la serratura del garage scattò con un cloc secco. La porta si aprì e il dottor Davis Weatherby accese le luci del garage, poi allungò le mani verso il pulsante che avrebbe alzato la saracinesca. «Fermo lì», intimò Nasco, alzandosi e venendo fuori da dietro al muso della Cadillac grigio-perla del dottore. Weatherby spalancò gli occhi, sorpreso. «Che diavolo...» Nasco alzò una Walther P38 con il silenziatore e sparò un solo colpo in faccia al dottore. Ssssnap. Troncato a metà della frase, Weatherby cadde all'indietro nella sala lavanderia dipinta di bianco e giallo. Cadendo, urtò con la testa l'asciugabiancheria e spinse contro il muro un carrello metallico. Vince Nasco non badò al rumore perché Weatherby, scapolo, viveva da solo. Si chinò sul cadavere, che bloccava la porta lasciandola semiaperta, e mise con tenerezza una mano sugli occhi del dottore. Il proiettile aveva colto Weatherby alla fronte, a un paio di centimetri sopra il naso. C'era poco sangue perché la morte era stata istantanea e il colpo non aveva tanta potenza da trapassargli il cranio. Gli occhi scuri di Weatherby erano sbarrati. Aveva un'aria sorpresa. Con le dita, Vince accarezzò la guancia ancora calda di Weatherby, il lato del collo. Richiuse l'occhio sinistro, poi il destro, pur sapendo che la reazione muscolare glieli avrebbe riaperti tra un paio di minuti. Con una gratitudine profonda che traspariva dal tremito nella voce, Vince mormorò: «Grazie. Grazie, dottore». Baciò tutti e due gli occhi del morto. «Grazie.» Rabbrividendo gradevolmente, Vince raccolse le chiavi dell'auto da terra dove il morto le aveva lasciate cadere, tornò nel garage e aprì il cofano della Cadillac, attento a non toccare superfìci su cui potesse lasciare un'impronta chiara. Il baule era vuoto. Bene. Trascinò il corpo fuori dalla lavanderia, lo mise nel baule, riabbassò il cofano e lo chiuse a chiave. Secondo le istruzioni, il corpo del dottore non doveva essere scoperto prima dell'indomani. Non sapeva perché quel particolare fosse importante,
ma si piccava di fare sempre un lavoro inappuntabile. Per cui tornò alla lavanderia, rimise a posto il carrello e studiò la scena. Soddisfatto, accostò la porta della stanza bianca e gialla e la chiuse con le chiavi di Weatherby. Spense le luci del garage, lo attraversò al buio e uscì dalla porta laterale, quella da cui era entrato durante la notte forzando la debole serratura con una carta di credito. Servendosi delle chiavi del dottore, richiuse la porta e si allontanò. Davis Weatherby viveva a Corona Del Mar, in una casa con la vista sul Pacifico. Vince aveva lasciato il suo furgoncino Ford a tre isolati dalla casa del dottore. La passeggiata di ritorno al furgone fu molto piacevole, corroborante. Era una bella zona, che offriva una varietà di stili architettonici: lussuose case di tipo spagnolo affiancavano curatissime abitazioni in stile Cape Cod con grande armonia. Il terreno era lussureggiante e ben tenuto. Palme, fichi e olivi ombreggiavano i marciapiedi. Bougainvillee rosse, corallo, giallo e arancio abbagliavano con i loro mille fiori. L'aria era piena del profumo dei gelsomini. Vincent Nasco si sentiva meravigliosamente. Così forte, potente, vivo. 3 Ora Conduceva il cane, ora Travis. Camminarono a lungo prima che Travis si rendesse conto di essersi completamente liberato da quella sensazione di disperazione e di tremenda solitudine che l'aveva condotto sulle alture. Il grosso cane rimase accanto a lui per tutta la strada fino al pick-up parcheggiato presso l'abete. Giunto all'automezzo, il retriever guardò indietro la strada percorsa. Dietro di loro uccelli neri svolazzavano per il cielo terso. La parete scura degli alberi incombeva come il muraglione di un sinistro castello. Se i boschi erano oscuri, la strada di terra battuta su cui era emerso Travis era in pieno sole. Lo sorprese l'idea che una giornata tanto luminosa potesse essere stata invasa così all'improvviso da quel soverchiante, palpabile senso del male. Studiando la foresta da cui erano fuggiti, il cane abbaiò per la prima volta da mezz'ora. «Lo abbiamo ancora dietro, vero?» chiese Travis. Il cane lo guardò e guaì mestamente. «Già, lo sento anch'io. Pazzesco... ma lo sento anch'io. Ma che diavolo
era, piccolo? Eh? Che diavolo è?» Il cane fu scosso da un brivido violento. La paura cresceva in Travis a ogni manifestazione del terrore del cane. Abbassò il portello posteriore del cassone del camioncino. «Forza. Ti do un passaggio fuori da questo posto.» Il cane vi balzò su. Travis richiuse e fece il giro del veicolo. Mentre apriva la portiera, gli parve di cogliere un movimento nei cespugli vicini. Non verso la foresta, ma dall'altra parte della strada, in un campo fitto di un'erba scura e secca come avena, con qualche mesquite e alcuni cespugli di oleandro con radici abbastanza profonde da mantenerli verdi. Quando guardò direttamente verso il campo non vide nulla, ma gli rimase l'impressione che quel movimento intravisto non fosse stato solo uno scherzo dell'immaginazione. Con ansia rinnovata salì sull'automezzo e appoggiò il revolver sul sedile accanto a sé. Si allontanò con tutta la velocità permessagli dalla strada sterrata e senza mai dimenticare il passeggero a quattro zampe che portava sul cassone. Venti minuti dopo, quando si fermò sulla Santiago Canyon Road, di nuovo nel mondo dell'asfalto e della civiltà, si sentiva ancora debole e scosso. Ma la paura che gli era rimasta addosso era diversa da quella che aveva provato nella foresta. Il cuore non gli martellava più, il sudore freddo gli si era asciugato sulle mani e sulla fronte, i capelli non erano più ritti e il ricordo di quelle sensazioni ora gli pareva irreale. Quello che lo spaventava adesso non era una qualche creatura sconosciuta, ma il suo proprio strano comportamento. Al sicuro fuori dalla foresta, non ricordava neppure con precisione la profondità del terrore che l'aveva afferrato: ora, le sue azioni gli parevano ingiustificabili. Tirò il freno a mano e spense il motore. Erano le undici e il grosso del traffico del mattino era finito; sull'asfalto di quella strada di campagna a due corsie passava solo qualche rara auto. Rimase seduto per un po', cercando di convincersi di aver agito seguendo degli impulsi che erano buoni, giusti e affidabili. Era sempre stato fiero della sua incrollabile lucidità e del suo testardo pragmatismo, di quello se non altro. Sapeva rimanere freddo nel mezzo di un incendio. Sapeva prendere decisioni difficili sotto pressione e accettarne le conseguenze. Eppure... trovava sempre più difficile credere che davvero qualcosa di strano li avesse inseguiti laggiù. Non poteva darsi che avesse frainteso il
comportamento del cane, immaginando il movimento tra i cespugli soltanto per concedersi una scusa che distraesse la sua mente dall'autocommiserazione? Scese dal pick-up e si diresse verso il retro dove si trovò a faccia a faccia con il retriever ritto sul cassone. Il cane allungò la testa robusta verso di lui e gli leccò il collo, poi il mento. Anche se prima gli aveva abbaiato contro, se era scattato contro di lui, era un animale affettuoso. Cercò di spingerlo indietro, ma lui continuava a sporgersi, rischiando di cadere dal cassone nell'entusiasmo che metteva nel volergli leccare la faccia. Travis rise e gli arruffò il pelo infangato. La vivacità del retriever, il frenetico agitarsi della coda, ebbero un effetto imprevisto su Travis. Da tanto tempo la sua mente era un luogo buio, pieno di pensieri di morte, culminanti nell'escursione di quel giorno. Ma la genuina gioia dell'animale per essere vivo fu come un faro che bucò le tenebre interiori di Travis e gli ricordò che la vita aveva una faccia più luminosa, da cui da tanto tempo si era allontanato. «Ma cosa c'era laggiù?» si chiese ad alta voce. Il cane smise di leccarlo, smise di scodinzolare. Lo guardò serio, e lui fu improvvisamente colpito da quegli occhi scuri, caldi e gentili. C'era in essi qualcosa di insolito, di avvincente, tanto più espressivi di quanto lo sono comunemente gli occhi di un cane, più intelligenti e consapevoli. Un cane, di solito, non riesce a tener fissa l'attenzione così a lungo. Anche Travis sembrava quasi ipnotizzato. Passavano i secondi e quello sguardo, quel legame non si spezzava. Travis avvertì un brivido; non era paura, ma la sensazione che stesse avvenendo qualcosa di soprannaturale, che si trovasse sulla soglia di qualche importantissima rivelazione. Il cane scosse la testa e leccò la mano di Travis, rompendo l'incantesimo. «Da dove vieni, piccolo?» Il cane chinò la testa a sinistra. «Chi è il tuo padrone?» Il cane chinò la testa a destra. «Che devo fare con te?» Come rispondendo, il cane scese dal cassone del camioncino, superò Travis di corsa e, raggiunto lo sportello del guidatore, saltò nell'abitacolo. Quando Travis guardò dentro, lo trovò seduto dalla parte del passeggero, che fissava dritto davanti a sé attraverso il parabrezza. Si girò verso di lui e sbuffò, come seccato per quella perdita di tempo. Travis salì sul mezzo, infilò la pistola sotto il sedile. «Non pensare che
possa prendermi cura di te. Troppa responsabilità, amico. Non rientra nei miei piani. Mi dispiace.» Il cane lo guardò con aria implorante. «Sembri affamato, ragazzo mio.» Il cane sbuffò un'altra volta, piano. «Va bene, in questo almeno posso aiutarti. Ci dovrebbe essere un pezzo di Hershey nello scomparto dei guanti... e non lontano c'è un McDonald's; lì probabilmente possiamo farci dare un paio di hamburger con su il tuo nome. Ma dopo... be', dovrò o lasciarti di nuovo libero, o portarti al canile.» Mentre Travis parlava, il cane sollevò una zampa anteriore e schiacciò il bottone di apertura dello sportello portaoggetti. Lo sportello si aprì. «Che diavolo...» Il cane si sporse in avanti, ficcò il muso nel cassetto aperto e ne tirò fuori il cioccolato con i denti, tenendolo così delicatamente che la carta rimase intatta. Travis spalancò gli occhi per lo stupore. Il retriever gli porse la tavoletta di Hershey, come chiedendogli di scartargliela. Sorpreso, prese il dolce e tolse via la carta. Il retriever guardava, leccandosi le labbra. Travis suddivise il cioccolato in bocconi. Il cane li prese con gratitudine e li mangiò uno alla volta. Travis lo guardava confuso, incapace di decidere se quello che era successo era veramente fuori del comune o se c'era una spiegazione razionale. Davvero il cane lo aveva capito quando lui aveva detto che c'era un dolce nel portaoggetti? O aveva sentito l'odore del cioccolato? Era certo questa la spiegazione. «Ma come facevi a sapere che schiacciando il bottone si apriva lo sportello?» Il cane lo guardò, si leccò le labbra e accettò un altro pezzo di dolce. «Va bene, ho capito, sarà un trucco che ti hanno insegnato. Anche se non è il genere di cose che normalmente si insegna a un cane, no? Rotolati, fai il morto, chiedi da mangiare, cammina un po' sulle zampe di dietro... sì, queste sono le cose che si insegnano a un cane... ma aprire serrature e maniglie...» Il retriever guardò voglioso l'ultimo pezzetto di cioccolato, ma Travis lo trattenne per un momento. Il tempismo, Dio santo, era stato incredibile. Due secondi dopo che Tra-
vis aveva parlato del cioccolato, il cane era andato a tirarlo fuori. «Hai capito quello che ho detto?» chiese Travis, dandosi dell'idiota per aver sospettato che un cane potesse avere delle capacità linguistiche, ma ripetè la domanda. «Sì? Hai capito?» Riluttante, il retriever sollevò lo sguardo dall'ultimo pezzo di dolce. I loro occhi si incontrarono. Di nuovo Travis avvertì che qualcosa di incredibile stava succedendo; sentì un'altra volta quel brivido non spiacevole. Esitò, sì schiarì la voce. «Ehm... ti dispiace se l'ultimo pezzo di cioccolato lo mangio io?» Il cane abbassò gli occhi sui due quadratini di cioccolato ancora in mano a Travis. Sbuffò come contrariato, poi guardò fuori dal finestrino. «Che mi venga un colpo», disse Travis. Il cane sbadigliò. Facendo attenzione a non muovere la mano, a non tendere il cioccolato, a non richiamare che con le parole l'attenzione sul dolce, si rivolse di nuovo al cane. «Be', forse tu ne hai bisogno più di me, piccolo. Se vuoi, l'ultimo pezzo è tuo.» Il retriever lo guardò. Sempre senza muovere la mano, ma tenendola vicino al corpo come mostrando di trattenere per sé il cioccolato, ripetè: «Se lo vuoi, prendilo. Altrimenti lo butto via». Il retriever si agitò sul sedile, si fece più vicino a lui e delicatamente raccolse il cioccolato dal palmo della mano. «Che mi venga un colpo doppio», disse lui. Il cane si alzò sulle quattro zampe, in piedi sul sedile, arrivando così con la testa quasi a sfiorare il soffitto. Guardò dal finestrino posteriore dell'abitacolo e guaì sommessamente. Travis lanciò un'occhiata nello specchietto retrovisore, poi in quello esterno, ma non vide niente di insolito. Solo la strada asfaltata, la stretta banchina, il fianco della collina coperto di erba alla loro destra. «Pensi che dovremmo andare? È questo?» Il cane lo guardò, lanciò un'altra occhiata dal finestrino, poi si girò e sedette con le zampe posteriori ripiegate di lato, guardando di nuovo avanti. Travis mise in moto, inserì la marcia, si avviò per la Santiago Canyon Road diretto a nord. Guardò il suo compagno. «Sei veramente quello che mi sembri... o comincio a dare i numeri? E se sei veramente qualcosa di più di quello che dovresti... che diavolo sei?» In fondo a Chapman Avenue svoltò a ovest verso il McDonald's di cui
aveva parlato. «Ora non posso più né lasciarti libero né portarti al canile.» Un minuto dopo, aggiunse: «Se non ti tengo con me morirò di curiosità». Andarono avanti per tre chilometri prima di immettersi nel parcheggio del McDonald's. «E così, direi che ora sei il mio cane», disse Travis. Il retriever non fiatò. Capitolo 2 1 Nora Devon avvertì immediatamente una sensazione di disagio davanti al tecnico della televisione. Poteva avere una trentina d'anni (quanti ne aveva lei), ma dimostrava la sfrontatezza aggressiva e piena di sé dell'adolescente. Quando andò ad aprire la porta, lui la scrutò sfacciatamente dalla testa ai piedi mentre si presentava - «Art Streck, Wadlow's TV» - e quando i loro sguardi si incontrarono di nuovo, lui le strizzò l'occhio. Era alto, snello e tirato a lucido, con la sua divisa bianca. Era perfettamente rasato. I capelli, biondi, erano tagliati corti e pettinati con cura. Aveva l'aria del bravo ragazzo, non dello stupratore o dello psicopatico, ma Nora ebbe immediatamente paura di lui, forse perché la sua audacia e sfrontatezza sembravano poco in carattere con il suo aspetto. «Aveva bisogno di un servizio?» le chiese, visto che lei esitava, rimanendo sulla soglia. La domanda appariva del tutto innocente, ma l'inflessione che dava alla parola «servizio» parve a Nora carica di allusioni. Non pensava di stare esagerando, ma aveva chiamato lei la Wadlow TV, dopotutto, e non poteva mandare via Streck senza spiegazioni. Una spiegazione sarebbe probabilmente sfociata in una discussione e lei non era il tipo che amasse gli scontri, e così lo lasciò entrare. Mentre lo accompagnava lungo il corridoio, ebbe la spiacevole sensazione che il suo aspetto bene educato e il gran sorriso fossero elementi di un travestimento accuratamente calcolato. Gli vedeva un'attenzione animale, una tensione compressa che l'allarmavano sempre di più a mano a mano che si allontanavano dalla porta di ingresso. Mentre la seguiva fin troppo da vicino, incombendo quasi su di lei dalle
spalle, Art Streck disse: «Ha una bella casa qui, signora Devon. Molto bella. Mi piace molto». «Grazie», rispose lei seccamente, senza ribadire che era signorina e non signora. «Un uomo deve essere felice qui. Sì, un uomo deve essere molto felice.» La casa era in stile spagnolo, a due piani, muri color crema e un tetto di tegole rosse, verande, balconate, profili arrotondati anziché angoli squadrati. La bougainvillea rossa si arrampicava sul muro nord della costruzione, in piena fioritura. Il posto era bellissimo. Nora lo odiava. Viveva lì fin da quando aveva due anni, e da quel momento era stata sotto il pugno di ferro di sua zia Violet. La sua non era stata un'infanzia felice, né, finora, una vita felice. Violet Devon era morta un anno prima. Ma, per la verità, Nora era ancora oppressa da sua zia, poiché la memoria di quella vecchia odiosa era pesantissima, opprimente. In soggiorno, deposta la valigetta accanto al Magnavox, Streck si fermò a guardarsi attorno. Era palesemente sorpreso dall'arredamento. Il parato a fiori era scuro, funereo. Il tappeto persiano singolarmente brutto. La tonalità grigia, marrone, blu, non riusciva a ravvivarsi con i pochi tocchi di un giallo sbiadito. Il pesante mobilio inglese della metà dell'Ottocento, di legno scuro intagliato, poggiava su zampe di leone: poltrone massicce, poggiapiedi, armadioni, credenze, tutto aveva l'aria di pesare tonnellate. I tavolini erano ricoperti di pesante broccato. Le tende alle finestre sembravano di piombo; le persiane ingiallite dal tempo lasciavano penetrare nella stanza solo qualche striscia di sole color senape. Niente di tutto ciò si adattava all'architettura spagnola. Violet aveva testardamente imposto il suo pesante cattivo gusto sull'armonia leggera della casa. «L'ha arredata lei?» chiese Art Streck. «No. Mia zia.» Nora si era messa di proposito accanto al camino di marmo, nel punto più lontano dall'uomo. «Questa era casa sua. Io... l'ho ereditata alla sua morte.» «Se fossi in lei», riprese l'uomo, «butterei via tutta questa roba. Potrebbe essere una stanza allegra, vivace. Mi scusi se glielo dico, ma questo non è adatto a lei. Potrebbe andare bene per una zia zitella... era zitella, no? Sì, lo immaginavo. Potrebbe andare bene per una zia zitella rinsecchita, ma certamente non per una graziosa signora come lei.» Nora avrebbe voluto riprenderlo per la sua impertinenza, dirgli di stare zitto e di occuparsi del televisore, ma non era molto capace di vedersela da
sola in certe circostanze. Zia Violet l'aveva voluta timida, obbediente. Streck le sorrise. Un angolo della sua bocca si curvò in un modo spiacevolissimo, quasi in un ghigno. Si costrinse a dire: «Mi piace abbastanza così». «Ma davvero?» «Sì.» Lui si strinse nelle spalle. «Che cos'ha l'apparecchio?» «L'immagine continua a scorrere. E poi fa delle scariche.» L'uomo allontanò il televisore dalla parete, lo accese e studiò il video. Inserì nella presa una piccola lampada portatile e l'agganciò al retro dell'apparecchio. «Guarda molto la televisione?» le chiese, mentre svitava il fondo polveroso dal mobile. «Non molto», rispose Nora. «A me piacciono quei serial della sera. Dallas, Dynasty, quella roba.» «lo non li guardo mai.» «Davvero? Oh, andiamo, scommetto di sì.» Fece una risata maliziosa. «Tutti li guardano, anche se non vogliono ammetterlo. È che non c'è niente di più interessante di quelle storie piene di pugnalate alla schiena, di trame, di furti, di bugie... e di adulterio. Capisce? La gente se le guarda tutte, poi schiocca la lingua e dice: "Bah, che schifo," ma continua a guardare. Questa è la natura umana.» «Ho... ho da fare in cucina», disse lei nervosa. «Mi chiami quando ha finito.» Uscì dalla stanza e attraversò il corridoio fino alla cucina. Tremava. Provava disprezzo per la sua debolezza, per la facilità con cui cedeva alla paura, ma non poteva fare a meno di essere quello che era. Un topo. Zia Violet diceva spesso: «Ragazza mia, al mondo ci sono due tipi di persone: gatti e topi. I gatti vanno dove vogliono, fanno quello che vogliono, prendono quello che vogliono. I gatti sono aggressivi e autosufficienti per natura. I topi, invece, non hanno un grammo di aggressività. Sono per natura vulnerabili, gentili e timidi e sono felicissimi quando tengono giù la testa e accettano quello che la vita concede loro. Tu sei un topo, cara. Non c'è niente di male nell'essere un topo. Si può essere perfettamente felici. Un topo forse non avrà una vita ricca come quella di un gatto, ma se se ne sta al sicuro nella sua tana e si fa gli affari suoi, vivrà più a lungo del gatto e avrà molti fastidi in meno nella sua vita». Proprio adesso un gatto si aggirava in soggiorno, riparando il televisore,
e Nora era in cucina, presa dalla sua paura topesca. In realtà, non aveva niente da fare in cucina, contrariamente a quello che aveva detto a Streck. Per un momento rimase accanto al lavandino serrandosi le mani, quelle mani che le apparivano sempre fredde, chiedendosi che cosa fare finché lui non finiva il suo lavoro e se ne andava. Decise di preparare una torta. Questo l'avrebbe tenuta occupata e avrebbe distratto la sua mente dal ricordo degli sguardi allusivi di Streck. Tirò fuori da un pensile l'occorrente e si mise al lavoro. Ben presto i suoi fragili nervi furono placati dall'attività domestica. Mentre finiva di mettere l'impasto in due teglie da forno, Streck entrò in cucina e chiese: «Le piace cucinare?» Sobbalzando, lasciò quasi cadere la ciotola che aveva in mano. Riuscì a trattenerla e, tradendo la tensione solo con un piccolo tremito, la mise nel lavandino. «Sì. Mi piace cucinare.» «Non è una gran bella cosa? Ammiro una donna contenta di fare lavori da donna. Lei cuce, rammenda, lavora a maglia, cose così?» «Ricamo», rispose lei. «Ancora meglio.» «La TV è a posto?» «Quasi.» Il forno era pronto a ricevere la torta, ma Nora non aveva voglia di prendere le teglie mentre Streck la guardava, per paura che si accorgesse del tremito. Streck si inoltrò nella grande cucina, muovendosi con disinvoltura, molto rilassato, guardandosi attorno con un sorriso amichevole, ma dirigendosi spedito verso di lei. «Posso avere un bicchier d'acqua?» Nora emise quasi un sospiro di sollievo, ben felice di credere che era stato solo un sorso di acqua fresca ad attirarlo in cucina. «Oh, certo, naturalmente», rispose. Prese un bicchiere dal pensile, fece scorrere l'acqua fredda. Quando si girò per porgerglielo, se lo trovò alle spalle, vicinissimo; si era avvicinato con il passo silenzioso di un gatto. Involontariamente, Nora fece un sobbalzo. Dell'acqua si versò dal bicchiere e cadde a terra. «Lei...» cominciò. «Ecco», disse lui prendendole il bicchiere di mano. «... mi ha spaventato.» «lo?» fece lui sorridente, fissandola con occhi azzurri di ghiaccio. «Oh, non ne avevo alcuna intenzione. Mi dispiace. Io sono inoffensivo, signora Devon. Davvero. Tutto quello che voglio è un bicchiere d'acqua. Pensava
che volessi dell'altro?» Era così maledettamente sfacciato! Le pareva incredibile quanto fosse sfacciato, ambiguo, freddo e aggressivo. Avrebbe voluto dargli uno schiaffo, ma dopo che cosa sarebbe successo? Dargli uno schiaffo, accogliendo in un certo senso le sue allusioni offensive, sarebbe stato il modo più sicuro per incoraggiarlo piuttosto che scoraggiarlo. Lui la fissava con intensità, con voracità. Il suo sorriso era quello di un predatore. Nora pensò che il modo migliore per affrontare Streck fosse esibire una grande ingenuità, una monumentale stupidità, sorvolando sulle sue sporche allusioni sessuali come se non le cogliesse. Doveva, insomma, affrontarlo come un topo può affrontare un pericolo da cui non può fuggire. Fai finta di non vedere il gatto, fai fìnta che non ci sia, e forse il gatto, confuso e deluso dalla mancanza di reazione, cercherà altrove una preda più soddisfacente. Per sfuggire al suo sguardo penetrante, Nora prese un paio di tovaglioli di carta e si mise ad asciugare l'acqua caduta sul pavimento. Ma non appena si chinò davanti a Streck, si rese conto di aver fatto uno sbaglio, perché lui, anziché spostarsi, rimase incombente sopra di lei. La situazione era piena di simbolismo erotico. Quando si accorse della sottomissione implicita nella posizione ai suoi piedi, si rialzò di scatto e vide che il sorriso dell'uomo si era allargato. Rossa e innervosita, Nora gettò i tovaglioli bagnati nella spazzatura. «Cucina, ricamo...» disse Art Streck. «Sì, penso proprio che è molto bello, molto bello. Che altro le piace fare?» «Questo è tutto, temo», rispose lei. «Non ho nessun hobby fuori dal comune. Non sono una persona molto interessante. Normale. Banale, direi.» Maledicendosi per non essere capace di ordinare a quel bastardo di uscire da casa sua, gli passò accanto e si avvicinò al forno, apparentemente per controllare che fosse abbastanza caldo, ma in realtà per cercare di mettersi fuori dalla portata di Streck. Lui la seguì, rimanendole vicino. «Quando sono arrivato ho visto una quantità di fiori. È lei che li cura?» Fissando il quadrante del forno, rispose: «Sì... mi piace il giardinaggio». «Approvo», esclamò lui, come se le dovesse importare qualcosa che lui approvasse o meno. «Fiori... è un interesse molto bello per una donna. Cucina, ricamo, giardinaggio, insomma... lei è piena di interessi e di talenti femminili. Scommetto che fa tutto come si deve, signora Devon. Voglio
dire, tutto quello che una donna dovrebbe fare. Scommetto che lei è una donna di prima classe in ogni campo.» Se mi tocca, mi metto a urlare, pensò lei. Le pareti della vecchia casa, però, erano spesse, e i vicini piuttosto lontani. Nessuno l'avrebbe sentita né sarebbe arrivato in suo soccorso. Lo prendo a calci, pensò. Mi difendo. Ma, in effetti, non era sicura che avrebbe reagito; non era sicura che avrebbe trovato il coraggio di lottare. Anche se avesse tentato di difendersi, lui era più grande e più forte di lei. «Già, scommetto che lei è una donna di prima classe in ogni campo», ripetè lui, recitando la battuta con un tono più provocatorio di prima. Girandosi dal forno, lei si costrinse a ridere: «Mio marito sarebbe stupito a sentirglielo dire. Come torte non c'è male, ma una sfoglia decente non ho ancora imparato a farla, e gli arrosti mi si seccano sempre. Nel ricamo riesco benino, ma ci metto una vita per finirne uno». Gli passò accanto e tornò al bancone. Era stupita di sentirsi chiacchierare in quel modo. La disperazione la rendeva ciarliere. «Per le piante ho il pollice verde, ma nei lavori in casa non sono un gran che, e se non mi aiutasse mio marito, be', questo posto sarebbe un disastro.» Sapeva di suonare fasulla. Riconobbe una nota isterica nella sua voce che certamente non doveva essere sfuggita neanche a lui. Ma l'accenno a un marito era servito: ora Art Streck ci avrebbe pensato su prima di spingere ulteriormente. Mentre Nora versava in un recipiente il ripieno per la torta e misurava il burro necessario, Streck bevve l'acqua che gli aveva dato, tornò al lavandino e mise giù il bicchiere. Stavolta non si accostò troppo. «Be', meglio che torni al lavoro», disse. Lei gli rivolse un sorriso studiatamente distratto e annuì. Si mise a canticchiare tra sé riprendendo la sua attività, come se nulla l'avesse turbata. Lui attraversò la cucina e si fermò vicino alla porta. «Sua zia amava proprio i posti bui, non è vero? Questa cucina sarebbe fantastica, se fosse un po' più vivace.» Senza darle il tempo di replicare, uscì, lasciando che la porta si richiudesse dietro di lui. Nonostante quest'ultima opinione non richiesta sulla cucina, sembrava che Streck avesse abbassato la cresta, e Nora fu contenta di sé. Servendosi di qualche innocua bugia su un marito inesistente, era riuscita a liquidarlo. Non era esattamente questo il modo che un gatto avrebbe usato per affron-
tare un avversario, ma neppure era il comportamento timido e spaventato di un topo. Si guardò attorno: la cucina dall'alto soffitto era effettivamente troppo buia. I globi opachi di vetro attorno alle lampadine gettavano sulle pareti di un blu cupo un bagliore invernale. Decise che avrebbe fatto imbiancare la cucina e sostituire le lampade. La sola idea di qualche grosso cambiamento nella casa di Violet Devon era entusiasmante. Dalla morte di Violet, Nora aveva rifatto la sua camera da letto, ma nient'altro. Ora, considerando altre modifiche sostanziali, si sentiva audacissima e ribelle. Forse, forse poteva. E se era riuscita a difendersi da Streck, forse sarebbe riuscita a raccogliere il coraggio necessario per sfidare la sua defunta zia. Questo stato d'animo di autocompiacimento durò solo venti minuti, il tempo di infornare le torte, preparare il ripieno e lavare un po' degli attrezzi che aveva usato. Ma poi Streck ritornò per comunicarle che il televisore era riparato e per darle il conto. Se quando era uscito dalla cucina le era parso un po' domato, ora che rientrava era più arrogante che mai. La squadrò dall'alto in basso come se la stesse spogliando con l'immaginazione e, quando incontrò i suoi occhi, le rivolse uno sguardo di sfida. Il conto le parve troppo caro, ma non discusse, perché voleva che andasse via da casa il più presto possibile. Quando sedette al tavolo da cucina per scrivere l'assegno, lui ripetè il trucco ormai vecchio di mettersi molto vicino a lei, cercando di dominarla con la sua virilità e con la posizione superiore. Quando si alzò e gli porse l'assegno, lui riuscì a prenderlo in modo tale da toccarle la mano. Mentre attraversavano il corridoio, Nora era convintissima che improvvisamente lui avrebbe messo giù la valigetta e l'avrebbe aggredita alle spalle. Ma arrivarono alla porta e lui la superò uscendo; solo allora il suo cuore che batteva forte cominciò a rallentare fino a un ritmo più normale. Appena fuori dalla porta, lui esitò. «Che cosa fa suo marito?» La domanda la sconcertò. Avrebbe potuto chiederglielo prima, in cucina, quando lei aveva parlato del marito, ma ora la sua curiosità sembrava fuori luogo. Avrebbe voluto dirgli che non erano affari suoi, ma ne aveva ancora paura. E così gli rispose con un'altra bugia, una bugia con cui sperava di scoraggiarlo: «Fa il... poliziotto». Streck sollevò le sopracciglia. «Davvero? Qui a Santa Barbara?» «Esatto.» «Però, che casa per un poliziotto.»
«Prego?» disse lei. «Non sapevo che i poliziotti guadagnassero tanto.» «Oh, ma gliel'ho detto che la casa l'ho ereditata da mia zia.» «Ah già, ricordo. Me l'ha detto. E vero.» Per dar più forza alla bugia aggiunse: «Quando mia zia è morta vivevamo in un appartamento, e poi ci siamo trasferiti qui. Ha ragione lei... chi poteva permettersela, altrimenti?» «Bene», disse lui. «Sono contento per lei. Davvero. Una bella signora come lei merita una bella casa.» La salutò, toccando un cappello immaginario, le fece l'occhiolino e si avviò per il vialetto lungo la strada dove aveva parcheggiato il furgoncino. Lei chiuse l'uscio e lo guardò attraverso un segmento chiaro della vetrata colorata al centro della porta. Lui si guardò indietro, la vide e salutò con la mano. Lei si ritirò dalla finestra, nell'ombra dell'ingresso, e contìnuo a guardarlo da un punto dove lui non potesse vederla. Era chiaro, non le aveva creduto. Sapeva che quella del marito era una storia. Non avrebbe dovuto dire che era sposata a un poliziotto; era troppo chiaramente un tentativo di scoraggiarlo. Poteva dire che era uno stagnino, un dottore, qualsiasi cosa, ma non un poliziotto. In ogni modo, Art Streck se ne stava andando. Anche se sapeva che la sua era una bugia, se ne stava andando. Non si sentì al sicuro finché il furgoncino non fu scomparso alla sua vista. E, in realtà, anche allora contìnuo a non sentirsi al sicuro. 2 Dopo aver assassinato il dottor Davis Weatherby, Vince Nasco aveva portato il suo furgone Ford a una stazione di servizio sulla Pacific Coast Highway. Dalla cabina telefonica aveva chiamato un numero di Los Angeles che aveva da tempo imparato a memoria. Rispose un uomo, ripetendo il numero che Vince aveva composto. Era una delle tre solite voci che rispondevano alle chiamate, quella calda, con il timbro profondo. Spesso, chi gracchiava a Vince era un altro uomo con una voce dura e acuta. Raramente era una donna a rispondere; aveva una voce sensuale, roca ma infantile. Più volte Vince aveva cercato di raffigurarsela. Ora, quando l'uomp dalla voce calda ebbe finito di recitare il numero,
Vince disse: «È fatta. Sono lieto che vi siate rivolti a me, e sono sempre disponibile se avete altro lavoro». Era sicuro che anche l'uomo dall'altra parte riconosceva la sua voce. «Sono felicissimo di sentire che è andato tutto bene. Abbiamo la massima considerazione per le sue capacità. Ora impari questo.» L'intermediario snocciolò un numero telefonico di sette cifre. Sorpreso, Vince lo ripetè. «E un telefono pubblico di Fashion Island», spiegò l'intermediario. «Nella passeggiata all'aperto vicino al Robinson's Department Store. Ce la fa a trovarsi lì tra un quarto d'ora?» «Certo», rispose Vince. «Tra dieci minuti.» «Chiamerò lì tra un quarto d'ora con i particolari.» Vince riappese e tornò al furgone fischiettando. Che lo mandassero a un altro telefono pubblico per ricevere i «particolari» poteva significare solo una cosa: avevano già un altro incarico per lui. Due in un solo giorno! 3 Più tardi, quando la torta fu cotta e glassata, Nora si ritirò in camera sua nell'angolo sud-ovest del secondo piano. Quando era viva Violet Devon, questo era il santuario di Nora, nonostante la mancanza della serratura sulla porta. Come tutte le stanze della casa, era ingombra di pesante mobilio, tanto da sembrare più un magazzino che un posto per viverci. Ciononostante, appena finite le sue faccende in casa, o quando la zia la lasciava libera dopo uno dei suoi interminabili sermoni, Nora correva in camera sua, rifugiandosi nei libri o nei sogni a occhi aperti. Violet immancabilmente piombava sulla nipote senza preavviso, spalancando all'improvviso la porta che non si poteva chiudere, con la speranza di cogliere Nora in un passatempo o in una pratica proibita. Queste ispezioni improvvise erano state frequenti durante l'infanzia e l'adolescenza di Nora, e anche se nel tempo si erano diradate, erano continuate fino alle ultime settimane di vita di Violet, quando ormai Nora era una donna adulta. Dato che Violet preferiva gli abiti scuri, portava i capelli raccolti strettamente e non usava mai un filo di trucco sul viso pallido e affilato, spesso sembrava più un uomo che una donna, un monaco severo in grezzi abiti penitenziali, che si aggirava per i corridoi di un sinistro castello medievale vegliando sul comportamento dei confratelli.
Colta a sonnecchiare, o a sognare a occhi aperti, Nora veniva severamente rimproverata e castigata con compiti onerosi. Sua zia non perdonava la pigrizia. I libri erano permessi - previa approvazione di Violet - perché, intanto, erano educativi. E poi, come spesso diceva, «semplici donne di casa come me e te non avranno mai una vita elegante, non andranno mai in bei posti. Per questo i libri per noi hanno un'importanza particolare. Possiamo fare esperienza quasi di ogni cosa, attraverso i libri. Questo non è male. E anche meglio che avere amici e conoscere... gli uomini». Con l'aiuto di un compiacente dottore di famiglia, Violet aveva tenuto Nora fuori dalla scuola pubblica adducendo il pretesto della scarsa salute. Era stata educata in casa, e così i libri erano anche la sua unica scuola. Oltre ad aver letto migliaia di libri in trent'anni di vita, Nora era diventata, da autodidatta, una pittrice: oli, acrilici, acquerelli, matita. Disegnare e dipingere erano attività approvate da zia Violet. L'arte era un impegno solitario che distraeva la mente di Nora dal mondo al di fuori della casa e l'aiutava a evitare il contatto con persone che l'avrebbero inevitabilmente respinta, ferita e delusa. Un angolo della stanza di Nora era stato attrezzato con un tavolo da disegno, un cavalietto e un armadietto per gli attrezzi. Lo spazio per il suo studio in miniatura era stato creato ammassando insieme altri mobili, senza portare via nulla, e l'effetto era claustrofobico. Tante volte nel corso degli anni, soprattutto di notte, ma anche in pieno giorno, Nora era stata sopraffatta dalla sensazione che il pavimento della camera da letto sarebbe crollato sotto tutto quel peso, precipitandola nella camera di sotto, dove sarebbe morta schiacciata sotto il suo massiccio letto a baldacchino. Quando la prendeva quella paura, doveva fuggire sul prato dietro la casa, dove si metteva seduta all'aperto, stringendosi e tremando. Era arrivata a venticinque anni, prima di capire che quegli attacchi di ansia venivano non solo dalle camere sovraccariche e dall'arredo scuro della casa, ma dalla presenza dominante di sua zia. Un sabato mattina di quattro mesi prima, otto dopo la morte di Violet Devon, Nora era stata presa all'improvviso da un'acuta necessità di cambiamento e aveva freneticamente riordinato la sua camera da letto e studio. Aveva trascinato e trasportato fuori tutti i mobili più piccoli, distribuendoli tra le altre cinque stanze del secondo piano. Alcuni dei pezzi più pesanti avevano dovuto essere smantellati e portati via in sezioni, ma infine era riuscita a eliminare tutto, tranne il letto a baldacchino, un solo comodino,
un'unica poltrona, il tavolo da disegno con lo sgabello, l'armadietto degli attrezzi e il cavalietto: tutto ciò che le occorreva. Poi aveva tirato via la carta da parati. Per tutto quel frenetico weekend si era sentita come nel pieno di una rivoluzione, convinta che la sua vita non sarebbe mai stata più la stessa. Ma, una volta ristrutturata la stanza, lo spirito di ribellione era svaporato e così lei aveva lasciato intatto il resto della casa. Ora almeno questo posto era vivo, perfino allegro. Le pareti erano state dipinte di un giallo chiarissimo. Le tende erano scomparse e al loro posto erano state messe delle veneziane intonate al colore delle pareti. Tirato via l'orribile tappeto, aveva lucidato il magnifico pavimento di quercia. Più che mai, questo era il suo santuario. Immancabilmente, ogni volta che attraversava quella porta e rivedeva la sua opera, lo spirito le si risollevava e trovava una certa tranquillità per i suoi affanni. Dopo il brutto incontro con Streck, Nora si sentì tranquillizzata, come sempre, dalla stanza. Sedette al tavolo da disegno e iniziò un bozzetto a matita, uno studio preliminare per un olio a cui pensava da tempo. All'inizio la mano le tremava e dovette fermarsi ripetutamente per riprendere il controllo sul disegno; con il tempo la paura scemò. Riuscì persino a pensare a Streck mentre lavorava, cercando di immaginare fino a che punto si sarebbe spinto se non fosse riuscita a mandarlo via. Recentemente, Nora si era chiesta se la visione pessimistica che aveva Violet Devon del mondo esterno e di tutti gli altri fosse poi esatta; era stato il principale punto di vista che le era stato insegnato, ma aveva cominciato a sospettare che potesse essere distorto, persino malsano. E ora aveva incontrato Art Streck, che sembrava la prova più evidente delle buone ragioni di Violet, la dimostrazione che avvicinarsi troppo al mondo esterno era una cosa pericolosa. Ma dopo un po', quando lo schizzo era quasi finito, Nora cominciò a pensare di aver interpretato male tutto quello che Streck aveva detto e fatto. Certo non era possibile che facesse delle avances sessuali con lei. Non era proprio possibile. Lei era, dopotutto, ben poco desiderabile. Semplice. Banale. Forse anche brutta. Nora sapeva che era così perché, con tutti i suoi difetti, Violet aveva anche dei pregi: per esempio, parlava senza mezzi termini. Nora era poco attraente, sciatta, una donna che non poteva aspettarsi di essere abbracciata, baciata, amata. Questo era un dato di fatto che zia Violet le aveva fatto capire fin da piccola.
Anche se la sua personalità era disgustosa, Streck era un uomo fisicamente attraente, un uomo che doveva senz'altro avere la sua scelta di belle donne. Era ridicolo presumere che potesse interessargli una come lei. Nora vestiva ancora con gli abiti che le aveva comprato la zia: abiti, gonne e bluse di colori neutri e dal taglio informe, del tipo di quelli che indossava Violet. Dei vestiti più vivaci e femminili avrebbero solo richiamato l'attenzione sul suo corpo ossuto e sgraziato e sui lineamenti insulsi del suo viso. Ma perché Streck aveva detto che era bella? Oh, be', questo si spiegava facilmente. La stava prendendo in giro, forse. O, più probabilmente, lo faceva per educazione, per gentilezza. Più ci pensava, più si convinceva di aver frainteso quel poveretto. A trent'anni, era già una zitella nervosa, piena di paura quanto di solitudine. Quel pensiero la depresse per un po'. Ma raddoppiò l'impegno sul bozzetto, lo finì e ne iniziò un altro da una diversa prospettiva. Con l'avanzare del pomeriggio si era completamente immersa nella sua arte. Quando il vecchio orologio del piano di sotto battè le quattro, lei era serena e canticchiava lavorando. Quando suonò il telefono, trasalì. Mise giù la matita e allungò la mano al ricevitore. «Pronto?» «Strano», disse una voce maschile. «Prego?» «Non ne hanno mai sentito parlare.» «Mi scusi», disse lei, «ma deve aver sbagliato numero.» «È lei, signora Devon?» Ora riconosceva la voce. Era lui. Streck. Per un momento non riuscì a parlare. «Non hanno mai sentito parlare di lui», ripetè. «Ho chiamato la polizia di Santa Barbara e ho chiesto di parlare con l'agente Devon, ma loro mi hanno detto che non hanno nessun agente Devon in forza. Non è strano, signora Devon?» «Che cosa vuole?» chiese lei, con voce incerta. «Sarà un errore del computer», continuò Streck, ridendo sommessamente. «Sì, certo, qualche errore del computer ha buttato suo marito fuori dagli schedari Credo che farà bene a dirglielo appena torna a casa, signora Devon. Se non chiarisce questa cosa... be', accidenti, potrebbe non ricevere la paga alla fine della settimana.» Riappese e, al suono del segnale, le venne in mente che avrebbe dovuto
appendere lei per prima, sbattere giù il ricevitore appena lui aveva detto di aver chiamato la polizia. Non poteva permettersi di incoraggiarlo neppure ascoltandolo al telefono. Fece il giro della casa, controllando finestre e porte. Erano tutte ben chiuse. 4 Al McDonald's di Orange, Travis Cornell aveva ordinato cinque hamburger per il golden retriever. Seduto sul cofano del camioncino, il cane aveva mangiato tutta la carne e due panini, e aveva voluto esprimere la sua gratitudine leccandogli la faccia. «Hai il fiato di un alligatore dispeptico», protestò lui, tenendo indietro l'animale. Il viaggio di ritorno a Santa Barbara richiese tre ore e mezzo perché le strade erano molto più trafficate che al mattino. Durante il percorso, Travis guardava ogni tanto il suo compagno, sperando in una manifestazione di quell'incredibile intelligenza che aveva mostrato prima. Le sue aspettative andarono deluse. Il retriever si comportò come qualsiasi cane durante un lungo viaggio. Ogni tanto sedeva, sì, molto eretto, guardando dal parabrezza o dal finestrino laterale con un'attenzione che sembrava fuori del comune. Ma per la gran parte del tempo rimase accucciato a dormire sul sedile, sbuffando in sogno, o ansimando e sbadigliando con un'aria annoiata. Quando l'odore del pelo sporco del cane divenne intollerabile, Travis abbassò i finestrini per far entrare aria e il cane sporse la testa nel vento con le orecchie e il pelo svolazzante: come qualsiasi cane. A Santa Barbara, Travis si fermò a un supermercato, dove comprò qualche scatoletta di Alpo, un pacco di biscotti per cani Milk-Bone, piatti e ciotole di plastica pesante, una tinozza di stagno galvanizzato, uno shampoo antipulci per animali, una spazzola, un collare e un guinzaglio. Mentre Travis caricava questi oggetti nel fondo del pick-up, il cane lo guardava dal finestrino posteriore della cabina, con il naso umido schiacciato contro il vetro. Risalendo al posto di guida, disse: «Sei sporco, puzzi. Non avrai intenzione di fare storie per un bagno, no?» Il cane sbadigliò. Quando Travis svoltò nel vialetto del suo bungalow di quattro locali, nel margine settentrionale di Santa Barbara, e spense il motore, cominciava a
chiedersi se le azioni del cane quella mattina erano state davvero così stupefacenti come le ricordava lui. «Se non mi dai presto un'altra dimostrazione», disse al cane mentre infilava la chiave nella serratura, «devo pensare che lì nel bosco mi è saltata una rotella, che comincio a dare i numeri e che mi sono inventato tutto.» Ritto accanto a lui sulla soglia, il cane lo guardò con aria interrogativa. «Vuoi la responsabilità di farmi dubitare della mia salute mentale? Eh?» Una farfalla nera e arancio svolazzò davanti al muso del retriever, facendolo sussultare. Il cane abbaiò e si mise a rincorrerla lungo il vialetto. Galoppando avanti e indietro sul prato, saltando, azzannando l'aria, mancando ripetutamente la sua colorata preda, entrò quasi in collisione con il tronco di una grossa palma, poi evitò per poco di farsi stendere da un incontro a capofitto con la vasca in cemento per gli uccelli e infine piombò goffamente in un'aiuola di fiori, dalla quale la farfalla prese tranquillamente la fuga. Il retriever rotolò, si rimise in piedi e venne fuori dai fiori. Quando si accorse di essere stato seminato, il cane tornò da Travis, lanciandogli occhiate imbarazzate. «Che cane geniale», esclamò lui. «Che bidone.» Aprì la porta e il retriever scivolò dentro davanti a lui. Partì immediatamente a esplorare quelle stanze nuove. «Sarà meglio per te se sei già educato a vivere in una casa», gli gridò dietro Travis. Portò in cucina la tinozza di stagno e le borse di plastica piene degli altri acquisti. Lasciò lì il cibo e i piatti e portò tutto il resto fuori, attraverso la porta posteriore. Mise la borsa nel patio di cemento e vi appoggiò accanto la tinozza, vicino a un tubo arrotolato, collegato a un rubinetto esterno. Di nuovo in casa, prese un secchio da sotto il lavandino della cucina, lo riempì di acqua calda, 16 portò fuori e lo vuotò nella tinozza. Quando Travis ebbe fatto quattro viaggi con l'acqua bollente, il retriever ricomparve e iniziò a esplorare il cortile posteriore. Quando la tinozza fu mezza piena, il cane aveva cominciato a orinare ogni pochi passi lungo il muretto che circondava la proprietà di Travis, segnando il suo territorio. «Quando avrai finito di ammazzare l'erba», disse Travis, «sarà meglio che tu venga a fare il bagno. Puzzi.» Il retriever si girò verso di lui e chinò la testa come se ascoltasse. Ma non aveva nulla di quei cani sapienti dei film. Non pareva che lo capisse. Appena lui smise di parlare, il cane riprese il suo giro lungo il muretto. L'attività del cane ricordò a Travis che anche lui aveva un bisogno ana-
logo. Andò in bagno, poi si cambiò con un paio di jeans e una T-shirt bianca più vecchi, per il lavoro che lo aspettava. Quando uscì di nuovo all'aperto, il retriever era in piedi accanto alla tinozza fumante, con il tubo tra i denti. In qualche modo era riuscito ad aprire il rubinetto. L'acqua sgorgava dalla canna riversandosi nella tinozza. Per un cane, manovrare un rubinetto dell'acqua era un'operazione difficilissima, se non impossibile. Equivalente, per ingegnosità e destrezza, al tentativo di un uomo di aprire con una sola mano un flacone di medicinali col tappo a prova di bambino. Sbalordito, domandò: «L'acqua era troppo calda per te?» Il retriever mollò il tubo lasciando scorrere l'acqua sul patio ed entrò con grazia nella tinozza. Si mise a sedere e lo guardò, come per dire, dai, sbrighiamoci con questa faccenda. Lui si avvicinò alla tinozza e vi si accovacciò accanto. «Fammi vedere come fai a chiudere l'acqua.» Il cane lo guardò con un'aria stupida. «Fammi vedere», ripetè Travis. Il cane sbuffò e cambiò posizione nell'acqua tiepida. «Se sei riuscito ad aprirla, saprai anche chiuderla. Come hai fatto? Con i denti? Deve essere stato con i denti. Non avresti potuto con la zampa, per l'amor di Dio. Ma quel movimento rotatorio doveva essere rischioso. Potevi spezzarti un dente sulla manopola di ferro.» Il cane si sporse leggermente dalla tinozza, quel tanto per afferrare con i denti la borsa che conteneva lo shampoo. «Non vuoi chiudere il rubinetto?» chiese Travis. Il cane si limitò a fissarlo, imperscrutabile. Lui sospirò e chiuse l'acqua. «Va bene. Fa' come vuoi. Fa' pure il furbo.» Tolse la spazzola e lo shampoo dal sacchetto e li porse al retriever. «Tieni. Probabilmente non hai neanche bisogno di me. Puoi strigliarti da solo.» Il cane emise un lungo verso gutturale e Travis ebbe la sensazione che stesse dando a lui del furbo. Il retriever si sottopose al suo bagno senza protestare, divertendosi. Dopo aver ordinato al cane di uscire dalla tinozza e averlo risciacquato dallo shampoo, Travis passò un'ora a spazzolargli il pelo bagnato. Gli tolse le foglie secche e la paglia che non erano venute via con l'acqua e ne sciolse i grovigli. Il cane non perse mai la pazienza, e per le sei era trasformato. Una volta strigliato, era uno splendido animale. Il colore del suo mantello era per lo più di un oro carico, che si faceva più chiaro sul retro delle
zampe, sulla pancia e nella parte inferiore della coda. Il pelo era fìtto e morbido per offrire calore e respingere l'acqua. La coda era leggermente incurvata all'insù e dava al retriever un aspetto allegro, sottolineato dalla sua tendenza a scodinzolare continuamente. Il sangue secco sull'orecchio proveniva da una piccola lacerazione già rimarginata. Quello sulle zampe non era il risultato di qualche ferita grave, ma di una lunga corsa su un terreno accidentato. Travis non fece altro che disinfettare con una soluzione di acido borico queste abrasioni superficiali. Era convinto che il cane non avesse nulla di grave, visto che non zoppicava neppure, e sperava che si sarebbe ripreso completamente in pochi giorni. Ora il retriever aveva un aspetto splendido, mentre Travis era inzuppato, sudato e puzzava di shampoo per cani. Era ansioso di farsi una doccia e cambiarsi. Gli era venuta anche fame. L'ultimo compito che lo aspettava era il collare. Ma, quando tentò di affibbiarglielo al collo, il retriever indietreggiò ringhiando basso. «Andiamo, è solo un collare.» Il cane fissò il laccio di cuoio rosso in mano a Travis senza smettere di ringhiare. «Hai delle brutte esperienze con i collari, eh?» Il retriever emise un latrato, attraversò il patio e si mise nell'angolo più distante, guardando il collare da lontano. «Vuoi fidarti di me?» chiese Travis, rimanendo in ginocchio in una posizione non minacciosa. Il cane spostò l'attenzione dalla cinghia a Travis, incontrando il suo sguardo. «Non ti maltratterò mai», proclamò con solennità, senza sentirsi per niente stupido per essersi rivolto così direttamente e sinceramente a un semplice cane. «Devi saperlo che non lo farò. Voglio dire, hai l'istinto per queste cose, no? Basati sull'istinto, piccolo, e fidati di me.» Il cane si avvicinò a Travis. Diede un'occhiata al collare, poi fissò l'uomo con quello sguardo incredibilmente intenso. Come prima, lui sentì una comunione con l'animale, profonda quanto soprannaturale e soprannaturale quanto indescrivibile. «Ascolta, delle volte vorrò portarti in qualche posto dove avrai bisogno di un guinzaglio. Che si attacca al collare, no? Questo è l'unico motivo per cui voglio mettertelo - così potrò portarti dappertutto con me. Per questo e per tener lontane le pulci. Ma, se proprio non vuoi, non ti costringerò.»
Per un pezzo rimasero a faccia a faccia mentre il retriever rifletteva sulla situazione. Travis continuava a porgere il collare come se rappresentasse un dono più che una richiesta, e il cane continuava a fissare negli occhi il suo nuovo padrone. Finalmente, si scosse, starnutì e lentamente si avvicinò ancora. «Bravo, così si fa», lo incoraggiò Travis. Quando gli fu vicino il cane si stese sul ventre, poi si rotolò sulla schiena con le quattro zampe in aria, rendendosi vulnerabile. Lanciò all'uomo uno sguardo che era pieno d'amore, di fiducia e di un po' di paura. Scioccamente, Travis sentì un groppo alla gola e si accorse di essere sul punto di piangere. Deglutì forte e strinse gli occhi per rimandare indietro le lacrime, dandosi dello stupido sentimentale. Ma sapeva bene perché quella volontaria sottomissione lo colpiva così tanto. Per la prima volta da tre anni, Travis Cornell si sentiva necessario, sentiva un rapporto profondo con un altro essere vivente. Per la prima volta da tre anni, aveva una vera ragione per vivere. Mise il collare al suo posto, lo allacciò, grattò e accarezzò delicatamente la pancia esposta del retriever. «Dobbiamo trovarti un nome», disse. Il cane si rimise sulle zampe, gli si pose davanti e rizzò le orecchie quasi aspettando di sentire come lo avrebbe chiamato. Dio santo, pensò Travis, gli sto attribuendo delle intenzioni umane. È un cane, forse speciale, ma sempre un cane. «Non mi viene in mente nemmeno un nome che ti si adatti», annunciò infine Travis. «Non c'è fretta. Il nome dovrà essere proprio quello giusto. Non sei un cane ordinario, faccia pelosa. Voglio pensarci su finché non me ne viene in mente uno adatto.» Travis vuotò la tinozza, la sciacquò e la lasciò ad asciugare. Insieme, lui e il retriever entrarono nella casa che ora dividevano. 5 La dottoressa Elisabeth Yarbeck e suo marito Jonathan, avvocato, vivevano a Newport Beach in una grande casa a un piano, in stile fattoria, con muri color crema e un vialetto di pietre. Elisabeth aprì la porta quando Vince Nasco suonò il campanello. Era una donna piacente, di una cinquantina d'anni, con i capelli biondoargentei e gli occhi azzurri. Vince le disse di chiamarsi John Parker, di es-
sere dell'FBI e di dover parlare a lei e a suo marito riguardo a un caso attualmente sotto inchiesta. «Caso?» chiese lei. «Quale caso?» «Riguardo un progetto di ricerca, finanziato dal governo, di cui lei un tempo si è occupata», rispose Vince, usando la frase di apertura che gli avevano detto di adoperare. La donna esaminò accuratamente il suo documento d'identità e le credenziali del Bureau. La cosa non lo preoccupò. 1 documenti falsi erano stati preparati dalle stesse persone che lo avevano assunto per questo lavoro. Gli erano stati forniti dieci mesi prima per un colpo a San Francisco e gli erano stati utili già in altre tre occasioni. Sapeva che i documenti avrebbero ottenuto l'approvazione della donna, ma non era certo di passare lui l'ispezione. Indossava un abito blu, camicia bianca, cravatta blu e scarpe nere lucidissime, tenuta inappuntabile per un agente. Anche la corporatura e il viso inespressivo si adattavano bene al ruolo che stava interpretando. Ma l'assassinio del dottor Davis Weatherby e la prospettiva di altri due omicidi nei prossimi minuti lo avevano eccitato pazzamente, riempito di una gioia folle, incontenibile. Continuava a sentire il riso crescergli dentro e reprimerlo diventava più difficile a ogni minuto che passava. Nella Ford verde che aveva rubato tre quarti d'ora prima espressamente per questo lavoro, era stato preso da un tremito indotto non dal nervosismo ma da un piacere intenso, quasi di natura sessuale. Era stato costretto a fermare la macchina e a rimanere seduto per dieci minuti, respirando profondamente finché non si era un po' calmato. Ora, Elisabeth Yarbeck alzò gli occhi dal documento falso, incontrò lo sguardo di Vince e si accigliò. Lui arrischiò un sorriso, pur con il pericolo di lasciarsi andare a una risata incontrollabile che avrebbe fatto saltare la copertura. Aveva un sorriso infantile che, in contrasto con la corporatura, poteva essere disarmante. Dopo un momento, anche la dottoressa Yarbeck sorrise. Soddisfatta, gli restituì le credenziali e lo invitò in casa. «Avrei bisogno di parlare anche con suo marito», le ricordò Vince mentre lei chiudeva la porta. «È in soggiorno, signor Parker. Da questa parte, prego.» Il soggiorno era ampio e spazioso. Pareti bianche e tappeti. Divani verde chiaro. I finestroni, in parte schermati da tendine verdi, davano sulla tenuta ben curata e su altre case della collina.
Jonathan Yarbeck stava sistemando manciate di trucioli tra la legna che aveva accatastato nel camino di mattoni, preparandosi ad accendere il fuoco. Si alzò, si spolverò le mani, mentre sua moglie gli presentava Vince. «...John Parker dell'FBI.» «FBI?» disse Yarbeck, sollevando un sopracciglio con aria interrogativa. «Se ci sono in casa altri membri della famiglia, gradirei parlare anche con loro adesso, così non dovrò ripetermi.» Yarbeck scosse la testa. «Ci siamo solo Liz e io. I ragazzi sono al college. Di che si tratta?» Vince trasse dalla giacca la pistola con il silenziatore e sparò a Jonathan Parker in pieno petto. L'avvocato fu scagliato all'indietro contro il camino, e vi rimase appoggiato per un momento come inchiodato, quindi crollò sugli attrezzi d'ottone. Ssssnap. Elisabeth Yarbeck rimase per un attimo paralizzata dallo sbalordimento e dall'orrore. Vince si diresse in fretta verso di lei. Le afferrò il braccio sinistro torcendoglielo dietro la schiena, con forza. Quando emise un grido di dolore, lui le pose la pistola contro la tempia, intimandole: «Zitta o le faccio saltare quel fottuto cervello». La trascinò dall'altra parte della stanza verso il cadavere del marito. Jonathan Yarbeck giaceva a faccia in giù, sopra la paletta del carbone e l'attizzatoio con il manico di ottone. Era morto. Ma Vince non voleva correre rischi. Gli sparò due volte a bruciapelo nella nuca. Uno strano verso acuto da gatto sfuggì a Liz Yarbeck, poi scoppiò in singhiozzi. Era difficile, per la distanza e per i vetri leggermente colorati, che i vicini potessero vedere, ma Vince voleva affrontare la donna in un luogo più appartato. La trascinò nel corridoio verso l'interno della casa, guardando in ogni porta finché non trovò la camera da letto. Lì, con una spinta violenta, la mandò distesa sul pavimento. «Stia lì», intimò. Accese le lampade accanto al letto. Andò alle grandi porte che davano sul patio e cominciò a chiudere le tende. Appena si fu girato, la donna riuscì a rimettersi in piedi e corse verso la porta della stanza. Lui l'afferrò, la sbattè contro il muro, le sferrò un pugno allo stomaco facendola boccheggiare, poi la gettò di nuovo a terra. Sollevandole la testa per i capelli, la costrinse a guardarlo negli occhi: «Mi stia a sentire, signo-
ra, non ho intenzione di spararle. Sono venuto qui per suo marito. Solo suo marito. Ma se lei cercherà di fuggire prima che io sia pronto a lasciarla andare, dovrò liquidare anche lei. Capito?» Mentiva, chiaramente. Era per uccidere lei che era stato pagato: il marito era stato eliminato semplicemente perché era lì. Era vero però che Vince non intendeva spararle. Voleva finirla con molta più calma. I due spari erano stati soddisfacenti, ma quest'altra operazione voleva godersela, ucciderla più lentamente. A volte, la morte si assapora meglio come un buon cibo, un eccellente vino, un bel tramonto. «Chi è lei?» chiese annaspando, singhiozzando. «Non sono affari suoi.» «Che cosa vuole?» «Stia zitta, collabori e ne uscirà viva.» Vince finì di chiudere le tende. Strappò il telefono dal muro e lo lanciò attraverso la stanza. Afferrata di nuovo la donna per il braccio, la fece alzare e la trascinò in bagno. Cercò nei cassetti finché non trovò quello del pronto soccorso; il cerotto era proprio quello che cercava. Tornato in camera da letto, la fece stendere supina sul letto. Usò il nastro adesivo per legare insieme le caviglie e per assicurarle i polsi sul davanti. Da un cassetto prese un paio delle sue mutandine, le appallottolò e gliele ficcò in bocca. Le chiuse la bocca con un ultimo pezzo di nastro adesivo. Lei tremava violentemente, sbarrando gli occhi tra le lacrime e il sudore. Lui uscì dalla camera da letto, andò in soggiorno e si inginocchiò accanto al cadavere di Jonathan Yarbeck con cui aveva ancora qualcosa in sospeso. Lo girò. Uno dei proiettili che era entrato nella nuca di Yarbeck era venuto fuori dalla gola, subito sotto il mento. Aveva la bocca aperta e piena di sangue. Un occhio si era rovesciato all'indietro nel cranio, lasciando vedere solo il bianco. Vince guardò nell'altro occhio. «Grazie», disse sinceramente, con reverenza. «Grazie, signor Yarbeck.» Gli abbassò le palpebre. Le baciò. «Grazie.» Baciò la fronte del morto. «Grazie per quello che mi ha dato.» Poi andò nel garage, dove cercò tra gli armadietti finché non trovò alcuni strumenti. Scelse un martello con un comodo manico gommato e la testa di acciaio lucido. Quando tornò alla camera da letto silenziosa e appoggiò il martello sul materasso, accanto alla donna legata, lei cominciò a divincolarsi, tentando inutilmente di liberarsi le mani.
Vince si spogliò. Vedendo gli occhi della donna fissarlo con lo stesso terrore con cui avevano guardato il martello, la rassicurò: «No, la prego, non si preoccupi; dottoressa Yarbeck, non ho intenzione di molestarla». Appese la giacca e la camicia allo schienale di una sedia. «Non ho alcun interesse sessuale per lei.» Si sfilò scarpe, calze e pantaloni. «Non le toccherà sopportare quella umiliazione. Non sono quel tipo d'uomo. Mi sto togliendo i vestiti semplicemente per evitare di imbrattarli tutti di sangue.» Nudo, raccolse il martello e lo calò sulla sua gamba sinistra spezzandole il ginocchio. Cinquanta o sessanta martellate dopo l'inizio, arrivò il Momento. Ssssnap. Un flusso improvviso di energia lo invase. Si sentiva inumanamente all'erta, sensibile in maniera acutissima al colore e alla consistenza di tutto ciò che aveva attorno. E si sentiva forte come mai in vita sua, come un dio in un corpo d'uomo. Lasciò andare il martello e cadde in ginocchio accanto al letto. Appoggiò la fronte al copriletto insanguinato e respirò profondamente, rabbrividendo per un piacere intensissimo, quasi insostenibile. Dopo un paio di minuti, quando si fu ripreso, quando si fu adeguato alla sua nuova e più potente condizione, si alzò, girò la donna morta e depose dei baci sul suo viso devastato, più uno sulla palma di ciascuna mano. «Grazie.» Era così profondamente commosso dal sacrificio che lei aveva fatto per lui che fu sul punto di piangere. Ma la gioia per la propria buona fortuna era più grande del dolore per lei, e le lacrime non vennero. Nel bagno fece una rapida doccia. Mentre l'acqua calda gli faceva scivolare via il sapone dal corpo, pensò alla fortuna che aveva avuto a trovare il modo di rendere l'omicidio un lavoro, di farsi pagare per quello che avrebbe fatto comunque, senza compenso. Quando si fu rivestito, ripulì con il fazzoletto i pochi oggetti che aveva toccato da quando era entrato in casa. Ricordava sempre ogni gesto che aveva fatto, non temeva mai che gli sfuggisse un oggetto nelle operazioni di pulizia, che lasciasse un'impronta per disattenzione. La sua memoria perfetta era un altro aspetto del suo Dono. Quando uscì dalla casa, si accorse che era scesa la sera. Capitolo 3
1 Per tutta la prima parte della serata il retriever non diede alcuna manifestazione di quel comportamento che aveva eccitato la fantasia di Travis. Continuava a tener d'occhio il cane, a volte direttamente, a volte con la coda dell'occhio, ma non vide nulla che stimolasse la sua curiosità. Si preparò per cena dei sandwich di pomodori, lattuga e bacon e aprì una scatola di Alpo per il retriever. L'Alpo gli piaceva abbastanza e ne mandava giù grossi bocconi, ma era evidente che avrebbe preferito anche lui un sandwich. Rimase sul pavimento della cucina guardandolo con occhi pieni di desiderio mangiare i suoi due panini, seduto al tavolo con il piano di formica rossa. Finalmente riuscì a ottenere due strisce di bacon. Più tardi, in soggiorno, Travis accese il televisore e il cane si accucciò sul divano accanto a lui. Dopo un po' gli appoggiò la testa sulla coscia, come chiedendogli di accarezzarlo e grattarlo dietro le orecchie, e lui eseguì. Il cane lanciava qualche occhiata occasionale al televisore, ma non mostrò un particolare interesse per i programmi. Neppure Travis era interessato alla TV. Quello che lo occupava era il pensiero del cane. Voleva studiarlo e spingerlo a eseguire qualche altra bravura. Ma, per quanto ci pensasse, non riusciva a trovare un modo per sollecitare qualche sicura dimostrazione dell'incredibile intelligenza dell'animale. E poi Travis sospettava che il cane non avrebbe cooperato in un test. Per la gran parte del tempo sembrava nascondere istintivamente le sue capacità. Ricordava la goffaggine dell'inseguimento della farfalla, chiaramente in contrasto con l'abilità e anche l'agilità richieste per aprire il rubinetto dell'acqua nel patio: erano azioni che sembravano l'opera di due animali diversi. Per quanto pazza potesse sembrare l'idea, Travis sentiva che il retriever non voleva attirare l'attenzione su se stesso e che rivelava la sua intelligenza non comune solo in momenti di crisi (come nella foresta), o se molto affamato (come quando aveva aperto il portaoggetti in macchina) o se non c'era nessuno a guardare (come per l'acqua). Era un'idea assurda, perché suggeriva che il cane non solo era intelligentissimo per essere uno della sua specie, ma che era anche consapevole della natura straordinaria delle sue stesse capacità. Presumere questa consapevolezza significava attribuirgli non solo un'intelligenza rimarchevole, ma anche capacità di ragionamento e di logica, e un'attitudine all'autoco-
scienza e al giudizio razionale superiori all'istinto che governa i comportamenti di tutti gli altri animali. «Tu», disse Travis al retriever, accarezzandogli dolcemente la testa, «sei un enigma avvolto in un mistero. Altrimenti sono io a essere candidato per una cella imbottita.» Il cane lo guardò, reagendo alla sua voce, lo fissò negli occhi per un momento, sbadigliò e improvvisamente alzò la testa e fissò lo sguardo al di là di Travis, verso gli scaffali dei libri ai lati dell'arco che divideva il soggiorno dalla sala da pranzo. Quell'espressione soddisfatta, insonnolita, canina, che aveva prima, ora era scomparsa, sostituita da quell'acuto interesse, già notato prima da Travis, che trascendeva l'ordinaria attenzione di un cane. Saltato giù dal divano, il retriever si slanciò verso gli scaffali. Corse avanti e indietro tra l'uno e l'altro, studiando i dorsi colorati dei volumi sistemati ordinatamente. Quella casa, Travis l'aveva presa in affitto già ammobiliata. In pratica, l'unico elemento che rifletteva i gusti e gli interessi di Travis Cornell erano i libri che riempivano gli scaffali del soggiorno. Il cane appariva intensamente attratto da qualcosa tra quelle centinaia di volumi. «Che cosa è successo, piccolo?» chiese Travis alzandosi in piedi. «Che cos'è che ti fa andare la coda a quel modo?» Il retriever si alzò sulle zampe posteriori appoggiandosi con quelle davanti a una mensola e prese ad annusare i dorsi. Lanciò un'occhiata a Travis, poi tornò al suo avido esame della libreria. Travis si avvicinò, tirò fuori uno dei volumi su cui il cane aveva schiacciato il naso, L'isola del tesoro di Stevenson, e glielo avvicinò. «Questo? Ti interessa questo?» Il cane studiò l'immagine di Long John Silver e del veliero in copertina. Alzò gli occhi su Travis, poi li abbassò di nuovo sul pirata. Dopo un attimo, tornò a terra, corse allo scaffale dall'altra parte dell'arco, si rimise sulle zampe posteriori e prese ad annusare altri libri. Travis rimise a posto L'isola del tesoro e seguì il retriever. Ora stava applicando il suo naso umido alla raccolta dei romanzi di Dickens. Travis sfilò un paperback di Le due città. Di nuovo il retriever studiò attentamente l'illustrazione in copertina come tentando di determinare l'argomento del libro. Poi rivolse uno sguardo di attesa a Travis.
Sconcertato al massimo, lui cominciò: «Rivoluzione francese. Ghigliottine. Decapitazioni. Tragedie ed eroismo... ehm... be', parla della superiorità dell'individuo sul gruppo, della necessità di considerare la vita di un singolo più dell'avanzamento delle masse». Il cane riportò l'attenzione sui volumi che gli stavano davanti, annusando, annusando. «È pazzesco», mormorò Travis, rimettendo Le due città dove l'aveva preso. «Mi metto a raccontare i libri a un cane, per l'amor di Dio!» Scendendo con le zampe allo scaffale di sotto, il retriever si mise ad ansimare e soffiare sui volumi di quella fila. Visto che Travis non ne tirava fuori nessuno, il cane allungò la testa, agganciò delicatamente un libro con i denti e cercò di estrarlo. «Ehi», esclamò Travis, mettendo le mani avanti. «Non permetterti di sbavarmi queste belle rilegature, faccia pelosa. Questo è Oliver Twist. Sempre di Dickens. La storia di un orfano nell'Inghilterra vittoriana. Finisce in mezzo a oscuri personaggi, il sottobosco criminale, e loro...» Il retriever si lasciò cadere a terra e tornò agli scaffali dall'altra parte dell'arcata dove continuò ad annusare i volumi che riusciva a raggiungere. Per buoni cinque minuti, in preda alla sensazione vivissima che stesse per accadere qualcosa di enorme importanza, Travis seguì il cane, mostrandogli le copertine di una dozzina di romanzi, dandogli in breve la trama di ogni storia. Chi sa se era questo ciò che quel cane così sveglio voleva da lui. Certo non poteva comprendere i riassunti che lui gli forniva, ma sembrava ascoltarlo rapito. Sapeva benissimo che doveva star interpretando male un comportamento essenzialmente privo di senso, attribuendo all'animale intenzioni complesse, e tuttavia sentiva ugualmente una specie di brivido corrergli lungo la schiena. Con il procedere di quella curiosa ricerca, Travis si aspettava da un momento all'altro una qualche rivelazione sorprendente e allo stesso tempo si sentiva sempre più sciocco e credulone. I suoi gusti in fatto di letteratura erano eclettici. Tra i volumi che tolse dagli scaffali c'erano Cronache marziane di Bradbury e Il lungo addio di Chandler, Il postino suona sempre due volte di Cain e Il sole sorge ancora di Hemingway, due libri di Richard Condon, uno di Anne Tyler e uno di Elmore Leonard. Alla fine il cane si allontanò dai libri e si mise al centro della stanza camminando avanti e indietro, avanti e indietro, palesemente agitato. Si fermò di fronte a Travis e abbaiò tre volte. «Che cosa c'è che non va, piccolo?»
Il cane guaì, guardò gli scaffali carichi, fece un giro e alzò di nuovo gli occhi verso i libri. Sembrava avvilito. Completamente, maledettamente avvilito. «Non so che altro fare, piccolo», gli disse Travis. «Non so che cosa cerchi, che cosa tu stia cercando di dirmi.» Il cane grugnì e si scosse. Abbassando la testa sconfitto, tornò rassegnato al divano e si accucciò sui cuscini. «Questo è tutto?» chiese Travis. «Rinunciamo?» Il cane, appoggiata la testa sul divano, lo guardava con occhi umili e malinconici. Avendo creduto di essere sull'orlo di una qualche grande rivelazione, Travis si sentiva enormemente deluso. La sua frustrazione era molto peggio di quella dimostrata dal cane; lui non poteva semplicemente accucciarsi sul divano, mettere giù la testa e dimenticare il tutto come aveva fatto il retriever. «Ma che cosa diavolo c'era?» domandò. Il cane lo guardò, imperscrutabile. «Che senso aveva quella faccenda dei libri?» Il cane continuava a fissarlo. «C'è qualcosa di speciale in te o semplicemente mi sono bevuto il cervello?» Il cane rimaneva assolutamente immobile, come se da un momento all'altro potesse chiudere gli occhi e addormentarsi. «Se adesso mi fai uno sbadiglio in faccia, accidenti a te, ti prendo a calci nel sedere.» Il cane sbadigliò. «Bastardo», disse Travis. Sbadigliò di nuovo. «Aspetta un momento. Che cosa significa? Stai sbadigliando di proposito per quello che ho detto, mi stai prendendo in giro? O stai solo sbadigliando? Come faccio a interpretare quello che fai? Come faccio a sapere se c'è qualche senso in tutto questo?» Il cane sospirò. Sospirando anche lui, Travis si avvicinò a una finestra e guardò fuori, nella notte, le foglie piumate della grande palma da datteri illuminate da dietro dal bagliore giallastro dei lampioni in strada. Sentì il cane scendere dal divano e uscire in fretta dalla stanza, ma si rifiutò di indagare sulle sue attività. Per il momento, non avrebbe sopportato altre frustrazioni.
Il retriever faceva dei rumori in cucina. Un tintinnio. Uno sferragliare sommesso. Travis immaginò che stesse bevendo nella sua ciotola. Qualche secondo dopo lo sentì ritornare. Gli si accostò e si strofinò contro la sua gamba. Abbassò gli occhi e, sorpreso, vide che il retriever teneva tra i denti una lattina di birra. Coors. Prese la lattina che gli offriva e si accorse che era fredda. «L'hai presa dal frigorifero?» Il cane parve sorridere. 2 Nora Devon era in cucina a preparare la cena, quando il telefono suonò di nuovo. Pregò che non fosse lui. Ma era lui. «So quello che ti serve», disse Streck. «So quello che ti serve.» Non sono neppure carina, avrebbe voluto rispondergli. Sono una comune, grigia zitella, e allora, che cosa vuoi da me? Io sono al sicuro dai tuoi desideri perché non sono carina. Sei cieco? Ma non riuscì a dire nulla. «E tu, lo sai che cosa ti serve?» domandò. Ritrovata finalmente la voce, riuscì a dire: «Vada via». «So quello che ti serve. Forse tu no, ma io lo so.» Stavolta fu lei a riappendere per prima, sbattendo il ricevitore così forte che dovette sicuramente assordarlo. Più tardi, alle otto e mezzo, il telefono squillò di nuovo. Lei era seduta sul letto, leggeva Grandi speranze e mangiava un gelato. Il primo squillo la fece sobbalzare così forte che le sfuggì il cucchiaino di mano, finendole nel piatto. Mettendo da parte gelato e libro, fissò con ansia il telefono sul comodino. Lo lasciò squillare dieci volte. Quindici. Venti. Il suono stridulo del campanello riempiva la stanza, riecheggiando sulle pareti, e ogni squillo pareva trapanarle il cranio. Alla fine si rese conto che sarebbe stato un grosso sbaglio non rispondere. Gli avrebbe fatto capire che era troppo spaventata per alzare il ricevitore, e questo gli avrebbe fatto piacere. Più di ogni altra cosa, quello che lui desiderava era il dominio. Perversamente, il suo timido ritirarsi lo avrebbe incoraggiato. Nora non aveva esperienza di scontri di questo genere, ma vedeva chiaramente che doveva imparare a difendersi e in fretta. Sollevò il ricevitore al trentunesimo squillo.
Streck disse: «Non riesco a toglierti dalla mente». Nora non rispose. Streck continuò: «Hai dei capelli meravigliosi. Così scuri. Quasi neri. Folti e lucidi. Voglio mettere le mani tra i tuoi capelli». Doveva dire qualcosa per metterlo al suo posto, oppure riappendere. Ma non riusciva a trovare la forza di fare né l'una né l'altra cosa. «Non ho mai visto occhi come i tuoi», continuò Streck, ansimando. «Grigi, ma non come gli altri occhi grigi. Profondi, caldi, sensuali.» Nora era senza parole, paralizzata. «Sei bellissima, Nora Devon. Bellissima. E io so quello che ti serve. Davvero. Davvero lo so. So quello che ti serve e te lo darò.» La sua paralisi fu interrotta da un attacco di tremito. Lasciò cadere il ricevitore sulla forcella. Piegandosi in due, le parve che il tremore la mandasse in pezzi, finché non si calmò lentamente. Non possedeva un'arma. Si sentiva piccola, fragile e terribilmente sola. Chiamare la polizia? Per dire che cosa? Che era stata oggetto di molestie sessuali? Le avrebbero risposto con una bella risata. Lei? Un oggetto sessuale? Lei era una vecchia, squallida zitella, neanche lontanamente il tipo da far girare la testa a un uomo, da suscitargli desideri erotici. La polizia avrebbe pensato che stava inventando o che era in preda a una crisi isterica. Oppure che aveva scambiato per interesse sessuale la gentilezza di Streck, come sulle prime aveva creduto anche lei. Infilò la vestaglia azzurra sul suo pigiama da uomo, la allacciò in vita. A piedi nudi, si precipitò di sotto in cucina, dove esitante prese un grosso coltello da carne dal pensile accanto al fornello. Il filo della lama scintillava come un sottile rivolo di mercurio. Quando girò il lucido coltello tra le mani, vide i suoi occhi riflessi nell'ampia lama piatta. Si fissò nell'acciaio, chiedendosi se sarebbe mai riuscita a usare un'arma così spaventosa contro un essere umano, sia pure per difendersi. Sperò che non le toccasse mai di scoprirlo. Di nuovo in camera sua, depose il coltello sul comodino. Si tolse la vestaglia e sedette sull'orlo del letto, stringendosi e cercando di frenare il tremito. «Perché io?» chiese ad alta voce. «Perché ha voluto scegliere me?» Streck le aveva detto che era bella, ma Nora sapeva che non era vero. Persino sua madre l'aveva abbandonata a zia Violet ed era tornata a trovar-
la solo due volte, in ventotto anni; l'ultima volta quando Nora ne aveva sei. Il padre non l'aveva mai conosciuto e nessun altro parente aveva voluto accoglierla, situazione che Violet apertamente attribuiva all'aspetto poco gradevole di Nora. Così, anche se Streck le diceva che era bella, era impossibile che volesse lei. No, quello che voleva era spaventarla, dominarla, farle del male. Gente del genere esiste. Ne aveva letto sui libri, sui giornali, e zia Violet l'aveva avvertita mille volte che, se mai un uomo l'avesse avvicinata tutto sorrisi e paroline dolci, lo avrebbe fatto solo per farle ancora più male quando l'avesse lasciata cadere. Dopo un po', il grosso del tremito era passato. Si rimise a letto. Il gelato si era sciolto, e così mise da parte il piatto. Riprese il libro di Dickens e cercò di immergersi nella storia di Pip. Ma la sua attenzione continuava a correre al telefono, al coltello e alla porta che non si poteva chiudere e al corridoio del secondo piano dietro quella porta, dove continuava a immaginare di vedere dei movimenti. 3 Travis andò in cucina seguito dal cane. Indicò il frigorifero. «Fammi vedere. Rifallo. Prendimi una birra. Fammi vedere come hai fatto.» Il cane non si mosse. Travis si accovacciò. «Ascoltami, faccia pelosa: chi ti ha portato via da quei boschi, lontano da quello che ti stava inseguendo? Sono stato io. Chi ti ha comprato gli hamburger? Io. Io ti ho fatto il bagno, ti ho dato da mangiare, ti ho offerto una casa. Adesso me lo devi. Smettila di fare scherzi. Se sei capace di aprire quell'affare, fallo.» Il cane si avvicinò al vecchio frigo, chinò la testa all'angolo in basso dello sportello smaltato, ne afferrò il bordo tra i denti e tirò all'indietro sforzandosi con tutto il corpo. La porta si aprì. Il cane si insinuò in fretta nell'apertura, poi si alzò sulle zampe di dietro, appoggiando quelle davanti su un ripiano. «Che io sia dannato», mormorò Travis avvicinandosi. Il retriever guardò nel secondo ripiano, dove Travis aveva riposto lattine di birra, di Diet-Pepsi, di succo di verdure V8. Prese in bocca un'altra Coors, si lasciò cadere sul pavimento e lasciò che lo sportello del frigorifero si richiudesse mentre si avvicinava a Travis. Lui prese la birra. Con una Coors per mano, gli occhi fissi sul cane, dis-
se, più a se stesso che all'animale: «Benissimo, qualcuno può averti insegnato ad aprire un frigorifero. E potrebbe anche averti insegnato a riconoscere una certa marca di birra, a distinguerla dalle altre lattine e a portargliela. Ma qui c'è ancora qualcosa che non si spiega. E probabile che la marca che ti hanno insegnato a riconoscere fosse la stessa che avevo io nel frigorifero? Possibile, sì, ma non probabile. E poi non ti ho dato nessun ordine. Non ti ho chiesto di portarmi la birra. Sei andato a prenderla di tua iniziativa, come se immaginassi che una birra fosse esattamente quello che volevo in quel momento. E lo era ». Travis appoggiò una lattina sul tavolo. Asciugò l'altra sulla camicia, la stappò e ne bevve qualche sorso. Non gli importava che la lattina fosse stata nella bocca del cane. Era troppo eccitato dall'esibizione dell'animale per pensare ai germi. E poi, il cane aveva tenuto le due lattine dal fondo, come preoccupandosi lui dell'igiene. Il retriever lo guardò bere. Quando fu a un terzo della birra, Travis riprese: «E stato quasi come se tu avessi capito che ero teso, turbato, e che una birra mi avrebbe aiutato a rilassarmi. Ora, è una cosa pazzesca o no? Stiamo parlando di ragionamento analitico. D'accordo, gli animali domestici possono avvertire lo stato d'animo del padrone. Ma quanti animali domestici sanno cos'è una birra, e quanti si rendono conto dell'effetto di una birra sul padrone? E poi come facevi a sapere che c'era birra in frigorifero? L'avrai vista stasera mentre preparavo la cena, eppure...» Gli tremavano le mani. Bevve ancora e la lattina gli tintinnò leggermente contro i denti. Il cane girò attorno al tavolo, arrivò al ripostiglio sotto il lavandino, aprì uno dei due sportelli, vi infilò la testa e tirò fuori il sacchetto dei biscotti Milk-Bone, per portarlo poi direttamente a Travis. Lui rise. «Be', se io posso avere una birra, direi che anche tu meriti un premio, no?» Prese il sacchetto dal cane, lo aprì e lo depose aperto sul pavimento. «Serviti. Sono sicuro che non ti abbufferai come un cane qualsiasi.» Rise di nuovo. Il retriever tirò fuori un biscotto dal pacchetto, sedette sulle zampe di dietro e si diede allegramente a masticare. Travis prese una sedia e sedette accanto al tavolo. «Mi dai motivo di credere ai miracoli. Lo sai che stavo facendo in quel bosco stamattina?» Il cane, troppo occupato a muovere le mascelle, sembrava aver perso, per il momento, interesse per Travis.
«Ero lì in un viaggio sentimentale, speravo di ricreare il piacere provato su quelle montagne quando ero ragazzo, prima che... tutto si facesse così nero. Volevo uccidere un po' di serpenti come facevo da ragazzo, passeggiare, esplorare, sentirmi in sintonia con la vita come una volta. Perché ormai da tanto tempo non mi importava più di essere vivo o morto.» Il cane smise di masticare, inghiottì e rivolse la sua attenzione a Travis. «Ultimamente le mie depressioni erano più nere della mezzanotte. Sai niente tu di depressione, cane?» Lasciando i biscotti, il retriever si alzò e gli si avvicinò, fissandolo negli occhi con quello sguardo diretto e intenso che già prima aveva mostrato. Sostenendo il suo sguardo, Travis continuò: «Al suicidio, però, non ci pensavo. Intanto, ho avuto un'educazione cattolica e, anche se sono secoli che non vado a messa, più o meno ci credo ancora. E per il cattolico il suicidio è un peccato mortale. Un delitto. E poi sono troppo testardo per rinunciare, per quanto buia possa farsi la situazione». Il retriever sbattè le palpebre, ma non interruppe il contatto dello sguardo. «Mi trovavo in quei boschi alla ricerca di una felicità che un tempo conoscevo.» «Woof», rispose lui, come se stesse dicendo: bene. Travis gli prese la testa tra le mani, si chinò su di lui: «Depressione. La sensazione che l'esistenza non abbia un senso. Ma che ne sa un cane di queste cose? Un cane non ha preoccupazioni, no? Per un cane, ogni giorno è una gioia. Allora, capisci quello che sto dicendo, piccolo? Giuro su Dio, ho idea di sì. Ma ti sto attribuendo troppa intelligenza, troppa saggezza anche per un cane magico, eh? Certo, sai fare qualche bel trucco, ma non vuol dire che mi capisci». Il retriever si allontanò tornando al pacco dei Milk-Bone. Prese il sacchetto tra i denti e scosse fuori venti o trenta biscotti sul linoleum. «Ecco qua», commentò Travis. «Un minuto sembri quasi umano e un minuto dopo non sei altro che un cane con interessi da cane.» Ma il retriever non stava cercando qualcosa da masticare. Si mise a spingere in giro i biscotti con la punta del naso, spostandoli in mezzo alla cucina uno alla volta, sistemandoli ordinatamente in riga. «Che diavolo è questo?» Il cane aveva disposto cinque biscotti in una fila che curvava gradualmente verso destra. Ne aggiunse un sesto, accentuando la curva. Mentre guardava, Travis si affrettò a finire la prima birra e ad aprire la
seconda. Sentiva che ne avrebbe avuto bisogno. Il cane studiò per il momento la fila di biscotti, come se non fosse del tutto sicuro di quello che aveva cominciato a fare. Andò avanti e indietro, evidentemente incerto, ma alla fine spinse nella linea altri due biscotti. Guardò Travis, poi la forma che stava creando sul pavimento, poi spinse con il naso un nuovo biscotto al suo posto. Travis prese un altro sorso di birra e aspettò, teso, di vedere che cosa sarebbe accaduto. Scuotendo la testa con un brontolio di frustrazione, il cane se ne andò in fondo alla stanza e rimase contro l'angolo a testa bassa. Travis si chiese che cosa stesse facendo, e poi gli venne l'idea che si fosse messo lì nell'angolo per potersi concentrare. Dopo un po', tornò indietro e spinse il decimo e l'undicesimo Milk-Bone al loro posto, ampliando il disegno. Travis fu di nuovo colpito dalla premonizione che stesse per accadere qualcosa di grande importanza. Sentì accapponarglisi la pelle delle braccia. Stavolta non rimase deluso. Il golden retriever aveva usato diciannove biscotti per formare un rozzo ma riconoscibile punto interrogativo sul pavimento della cucina, alzando poi gli occhi espressivi su Travis. Un punto interrogativo. Significava: Perché? Perché eri così depresso? Perché ti sembrava che la vita fosse senza senso, vuota? Il cane, evidentemente, aveva capito quello che lui gli aveva detto. Cioè, insomma, probabilmente non aveva capito esattamente la lingua, non aveva seguito ogni sua parola, ma in qualche modo ne aveva percepito il senso, o almeno quanto bastava per suscitare il suo interesse e la sua curiosità. E, perdio, se capiva anche l'uso di un punto interrogativo, allora era in grado di usare il pensiero astratto! Il solo concetto di simboli — lettere dell'alfabeto, numeri, punti interrogativi, punti esclamativi — comportava la capacità di pensare in astratto. E pensare in astratto era una cosa riservata a una sola specie sulla terra: la specie umana. Questo golden retriever era certamente non umano, ma in qualche modo si trovava in possesso di abilità intellettuali che nessun altro animale poteva vantare. Travis era sbalordito. Non c'era nulla di casuale nel punto interrogativo. Rozzo, ma non casuale. Da qualche parte il cane doveva aver visto il simbolo e qualcuno gliene aveva spiegato il significato. Il cane lo guardava con aria d'attesa. Alzandosi, Travis si accorse che le gambe gli tremavano un po'. Si avvicinò ai biscotti cosi ordinatamente sistemati, li sparpagliò per il pavimento
e tornò alla sua sedia. Il retriever studiò i Milk-Bone messi in disordine, guardò Travis con aria interrogativa, sbuffò ancora verso i biscotti; pareva perplesso. Travis aspettò. In casa c'era un silenzio soprannaturale, come se il flusso del tempo fosse sospeso per ogni creatura vivente, per ogni meccanismo e ogni oggetto sulla terra, ma non per lui, per il retriever e per quanto si trovava nella cucina. Finalmente, il cane riprese a spingere i biscotti con il naso come aveva fatto prima. In uno o due minuti riformò il punto interrogativo. Travis ingollò una sorsata Coors. Il cuore gli martellava. Le mani gli sudavano. Era pieno di timore e di trepidazione, di gioia frenetica e di paura per l'ignoto, al tempo stesso intimidito e stupefatto. Avrebbe voluto ridere, perché non aveva mai visto nulla che fosse nemmeno lontanamente entusiasmante come il comportamento di questo cane. Avrebbe voluto piangere, perché solo qualche ora prima pensava che la vita era squallida, nera e inutile. Quando tentò di alzarsi, vide che era ancora più malfermo di prima, così tremolante che fece l'unica cosa che poteva fare: rimase sulla sedia e prese un altro lungo sorso di Coors. Chinando la testa da un lato e poi dall'altro, con un'aria leggermente circospetta, il cane lo guardava come se lo credesse impazzito. Ed era impazzito. Mesi prima. Ma ora andava tutto per il meglio. Mise giù la lattina di birra e si asciugò le lacrime che gli si stavano formando negli occhi con il dorso delle mani. «Vieni qui, faccia pelosa.» Il retriever esitò, poi andò da lui. Lui gli arruffò il pelo, lo accarezzò, lo grattò dietro le orecchie. «Mi stupisci e mi spaventi. Non riesco a immaginare da dove vieni o come sei arrivato a essere quello che sei, ma non potevi capitare in un posto più adatto. Un punto interrogativo, eh? Gesù. Benissimo. Vuoi sapere perché mi pareva che la vita non avesse per me più scopo né gioie? Te lo dirò. Te lo dirò, perdio. Mi metterò seduto qui, mi farò un'altra birra e racconterò la mia storia a un cane. Ma prima... prima devo darti un nome.» Il retriever sbuffò dalle narici, come per dire: be', era ora. Tenendo la testa del cane tra le mani, guardandolo fisso negli occhi, Travis disse: «Einstein. D'ora in poi, faccia pelosa, il tuo nome è Einstein». 4
Streck chiamò di nuovo alle nove e dieci. Nora sollevò il ricevitore al primo squillo, decisissima a imporgli di lasciarla in pace. Ma per qualche motivo si bloccò di nuovo, incapace di parlare. Un tono di intimità nauseante. «Ti sono mancato, bellezza? Eh? Vuoi che venga da te, che ti faccia vedere che cos'è un uomo?» Lei riattaccò. Che cos'ho che non funziona? si chiese. Perché non riesco a dirgli di smetterla di infastidirmi? Forse quella incapacità nasceva dal segreto desiderio che un uomo, uno qualsiasi, persino un esemplare disgustoso come Streck, la chiamasse bella. Quello non era il tipo capace di tenerezza o di affetto, ma lei, ascoltandolo, poteva immaginare come sarebbe stato avere un uomo buono, che le dicesse parole dolci. Scese dal letto e andò in bagno. Seguendo l'esempio di Violet, Nora non aveva specchi per casa, tranne che nei bagni. Non le piaceva guardarsi: quello che vedeva la rattristava. Quella sera, però, voleva darsi un'occhiata perché i complimenti di Streck, per quanto freddi e calcolati, avevano stimolato la sua curiosità. Non che sperasse di vedere qualcosa di piacevole che non aveva mai notato prima. No. Il brutto anatroccolo diventato cigno dalla sera alla mattina... quello era solo un sogno, senza speranza. Quello che voleva piuttosto era la conferma che era indesiderabile. L'interesse non richiesto di Streck la inquietava perché lei si sentiva a suo agio così, appartata e solitària, e voleva rassicurarsi che l'uomo la stava solo prendendo in giro, che non avrebbe messo in pratica le sue minacce, che la sua pacifica solitudine sarebbe continuata. O, almeno, questo si disse mentre entrava nel bagno e accendeva la luce. Si osservò i capelli, quei capelli che Streck aveva detto magnifici, scuri, lucenti. Ma erano tutti di una sola tonalità, privi di luce; per lei non erano lucenti ma unti, anche se li aveva lavati proprio quella mattina. Passò rapidamente in rassegna la fronte, gli zigomi, il naso, la linea delle mascelle, le labbra, il mento. Seguì i lineamenti con la mano, ma non trovò nulla che potesse interessare a un uomo. Alla fine, riluttante, si guardò negli occhi, che Streck aveva definito adorabili. Erano di un orribile, opaco tono di grigio. Non riuscì a sostenere il proprio sguardo per più di qualche secondo. Gli occhi le confermavano la scarsa opinione che aveva del suo aspetto... ma vi lesse anche una rabbia
repressa che la turbò, che le era estranea: la rabbia per come si era ridotta. Questo, certo, non aveva senso, perché chi l'aveva ridotta così - un topo era la natura e lei non poteva farci nulla. Allontanandosi dallo specchio, sentì una fitta di delusione: l'esame non aveva prodotto la minima sorpresa, la minima rivalutazione. Immediatamente, però, si sentì scossa e spaventata da quella delusione. Rimase sulla soglia del bagno, scuotendo la testa, stupita dei suoi contorti processi mentali. Ma voleva essere attraente per Streck? Certo che no. Lui era malvagio, schifoso, pericoloso. Piacergli era l'ultima cosa al mondo che potesse volere. Doveva solo inginocchiarsi e ringraziare Iddio per averla creata così com'era, perché, se fosse stata minimamente attraente, Streck avrebbe messo in atto le sue minacce. Sarebbe venuto da lei, l'avrebbe violentata... uccisa, forse. Chi ne sa niente di un uomo così? Chi lo sa dove può arrivare? Si sentì completamente indifesa e tornò in fretta in camera da letto dove aveva lasciato il coltello. 5 Tanti credono che la psicoanalisi sia una cura per l'infelicità. Sono certi di poter superare tutti i loro problemi e raggiungere la pace della mente se solo riescono a capire la propria psicologia, comprendere le cause degli umori negativi e dei comportamenti autodistruttivi. Ma Travis aveva imparato che non era così. Per anni si era impegnato in una feroce autoanalisi e da tempo aveva capito perché era diventato un solitario, incapace di farsi degli amici; ma questa chiarezza raggiunta non lo aveva aiutato a cambiare. Ora, all'avvicinarsi della mezzanotte, seduto in cucina con un'altra Coors davanti, raccontava a Einstein il suo volontario isolamento emotivo. Einstein era seduto davanti a lui, immobile, come interessatissimo al suo racconto. «Da ragazzino ero un solitario, anche se non ero completamente privo di amici. E solo che preferivo sempre la compagnia di me stesso. Dev'essere la mia natura. Voglio dire, quando ero piccolo non mi rendevo ancora conto del fatto che essermi amico potesse costituire per gli altri un pericolo.» La madre di Travis era morta dandolo alla luce e lui lo aveva saputo molto presto. In seguito, quella morte gli sarebbe parsa un presagio di
quanto doveva succedere, e le avrebbe attribuito un'importanza enorme, ma questo solo più tardi. Da piccolo, non era ancora carico di sensi di colpa. Questo fino a dieci anni. Fu allora che morì Harry, suo fratello. Harry aveva dodici anni, due più di Travis. Una domenica di giugno Harry convinse Travis ad andare sulla spiaggia, nonostante l'esplicito divieto del padre. Era una spiaggetta privata e loro due erano gli unici bagnanti in vista. «Harry fu preso dalla corrente», continuò Travis. «Eravamo in acqua a non più di tre metri l'uno dall'altro, e quella maledetta corrente lo prese, lo trascinò via senza toccare me. Gli andai persino dietro, cercai di salvarlo, e avrei dovuto trovarmi in mezzo alla stessa corrente, ma evidentemente quella cambiò corso subito dopo aver portato via Harry, perché io dall'acqua uscii vivo.» Fissò a lungo il ripiano del tavolo, vedendo non la formica rossa ma l'impetuoso, minaccioso mare verde-blu. «Amavo mio fratello più di chiunque altro al mondo.» Einstein guaì piano, come in segno di commiserazione. «Nessuno incolpò me per quello che era successo a Harry. Era lui il più grande. Lui doveva essere il più responsabile. Ma io sentivo... be', se la corrente aveva preso Harry doveva prendere anche me.» Dopo aver buttato giù un sorso di birra, Travis continuò: «L'estate che compii quattordici anni, ci tenevo moltissimo ad andare a giocare a tennis. Era la mia grande passione del momento. E così mio padre mi iscrisse in un posto vicino a San Diego, per un mese intero di lezioni. Mi ci accompagnò una domenica, ma non ci arrivammo mai. Appena a nord di Oceanside, un camionista si addormentò al volante, saltò la corsia e ci spazzò via. Papà rimase ucciso sul colpo. Il collo e la schiena spezzati, il cranio fracassato, il petto sfondato. Io ero sul sedile davanti, accanto a lui, e ne uscii con qualche graffio, delle contusioni e due dita fratturate», Il cane lo fissava intensamente. «Fu esattamente come con Harry. Potevamo morire tutti e due, mio padre e io, ma io me la cavai. E non saremmo neppure stati in macchina, se io non avessi fatto il matto per quel corso di tennis. Stavolta c'era poco da girarci attorno. Forse non potevo essere incolpato della morte di mia madre, e forse non mi si poteva attribuire la morte di Harry, ma questa... In ogni modo, anche se non era sempre stata colpa mia, cominciò a essere chiaro che ero iellato, che la gente che mi stava vicino non era al sicuro. Quando io amavo qualcuno, se lo amavo veramente, era più che sicuro che sarebbe morto.»
Travis allora era un ragazzino, appena quattordicenne, troppo giovane per capire che l'insensata violenza della natura e del destino spesso non hanno un significato accertabile. A quattordici anni aveva bisogno di significato, e così si disse che era segnato, che farsi degli amici voleva dire condannarli a morte. Essendo piuttosto introverso fin dall'inizio, gli fu facile isolarsi sempre più e accontentarsi della compagnia di se stesso. Quando uscì dal college a ventun anni, era un consolidato solitario, anche se la maturità gli aveva dato una visione meno morbosa della morte della madre, del fratello e del padre. Ma rimaneva un introverso, senza amici intimi, perché aveva perso la capacità di stringere e alimentare rapporti significativi, ma anche perché sentiva che, non avendo amici da perdere, sarebbe stato al sicuro dai colpi della sorte. «L'abitudine e l'autodifesa mi tenevano sentimentalmente isolato», disse a Einstein. Il cane si alzò e attraversò i pochi metri che li separavano. Gli si insinuò tra le gambe e gli appoggiò la testa in grembo. Accarezzando Einstein, Travis continuò: «Non avevo idea di che cosa fare dopo il college, e così mi arruolai prima che mi chiamassero. Scelsi l'esercito. Forze Speciali. Mi piaceva. Forse perché... be', c'era un senso di cameratismo ed ero costretto a farmi degli amici. Decisi di seguire la carriera militare. Quando fu formata la Delta Force, il gruppo antiterrorista, fu lì che finii. Quelli della Delta erano veri compagni. Mi chiamavano "il Muto" o "Harpo", perché ero uno che parlava poco, ma, mio malgrado, trovai degli amici. La mia squadra, nell'undicesima operazione, fu mandata ad Atene a riprendere l'ambasciata degli Stati Uniti a un gruppo di estremisti palestinesi. Avevano ucciso otto membri dello staff e ne stavano ancora uccidendo uno all'ora, rifiutando di negoziare. Colpimmo con un'operazione fulminea e fu un disastro. Avevano minato il posto. Nove uomini della mia squadra morirono. Io fui l'unico sopravvissuto. Un proiettile nella coscia. Shrapnel nel culo. Ma sopravvissi». Einstein alzò la testa dal grembo di Travis e lui credette di scorgere un'espressione di comprensione nei suoi occhi. Forse perché era quello che desiderava vedere. «Questo succedeva otto anni fa, quando avevo ventotto anni. Lasciai l'esercito. Tornai in California. Mi procurai una licenza di agente immobiliare perché mio padre aveva fatto l'agente immobiliare e io non sapevo che cos'altro fare. Riuscivo benissimo, forse perché me ne infischiavo che comprassero o meno le case che offrivo, non spingevo, non mi comportavo
da venditore. Sta di fatto che le cose mi andavano così bene che divenni mediatore, aprii un ufficio mio e assunsi dei venditori.» Fu così che conobbe Paula. Era una splendida bionda, alta, vivace, simpatica e così brava a vendere che diceva, scherzando, di essere stata lei in un'altra vita a comprare Manhattan dagli indiani per un pugno di perline. Si innamorò di Travis. Travis, sulle prime, resistette. Non che credesse ancora consapevolmente alla sua iella, ma non se la sentiva di rischiare altro dolore. Senza farsi scoraggiare, lei insistette e con il tempo riuscì a fargli ammettere che era innamorato di lei. Innamorato al punto che le raccontò della partita che, da quando era nato, giocava con la Morte, cosa di cui non aveva mai parlato a nessuno. «Stammi a sentire», gli disse Paula, «non ti toccherà portare il lutto per me; ti sopravviverò perché io non sono il tipo da tenermi dentro i sentimenti, io sfogo le mie frustrazioni su quelli che ho intorno, per cui conto di vivere almeno dieci anni più di te.» Si erano sposati con una semplice cerimonia l'estate dopo il trentaduesimo compleanno di Travis. L'aveva amata. Oh, Dio, quanto l'aveva amata. «Allora non lo sapevamo, ma il giorno del matrimonio aveva il cancro. Morì dieci mesi più tardi.» Il cane gli rimise la testa in grembo. Per un momento, Travis non poté continuare. Bevve della birra. Accarezzò la testa del cane. Poi riprese: «Dopo di che, cercai di andare avanti normalmente. Mi ero sempre vantato di saper andare avanti, di affrontare tutto, di tenere la testa alta, tutte quelle stronzate. Diressi l'agenzia per un altro anno. Ma non mi importava più niente. L'ho venduta due anni fa. Ho ritirato anche tutti i miei investimenti. Ho cambiato tutto in contanti e li ho depositati in banca. Ho affittato questa casa. Ho passato gli ultimi due anni a rimuginare. Ed ero tornato al punto di partenza. Non c'è da stupirsene. Ero tornato esattamente alla convinzione di quando ero ragazzo. Che ero un pericolo per chi mi si avvicinava. Ma tu mi hai cambiato, Einstein. Mi hai modificato completamente in un solo giorno. Te lo giuro, è come se ti avessero mandato a mostrarmi che la vita è misteriosa, strana e piena di meraviglie, e che solo uno stupido si tira indietro volontariamente e la lascia passare». Il cane lo stava fissando di nuovo. Lui prese la lattina di birra, ma era vuota. Einstein andò al frigorifero e gli portò un'altra Coors. Travis continuò: «Ora, dopo aver sentito tutta la triste storia, che ne pen-
si? Credi che sia saggio da parte tua rimanermi tra i piedi? Credi che sia sicuro?» Einstein abbaiò piano. «Significa sì?» Einstein si rotolò sul dorso e allungò in aria tutte e quattro le zampe, scoprendo il ventre come aveva fatto prima, quando aveva lasciato che Travis gli mettesse il collare. Messa via la birra, Travis si alzò dalla sedia, si accovacciò e accarezzò la pancia del cane. «Sta bene», disse. «Sta bene. Ma non morirmi, accidenti a te. Non permetterti di morirmi.» 6 Alle undici il telefono di Nora Devon suonò ancora. Era Streck. «Sei a letto ora?» Non rispose. «Vorresti che fossi lì con te?» Dopo l'ultima telefonata, si era preparata qualche risposta minacciosa che sperava avesse effetto. «Se non mi lascia in pace andrò alla polizia.» «Nora, dormi nuda?» Era seduta sul letto. Sedette più diritta, tesa, rigida. «Andrò alla polizia e dirò che ha cercato di... farmi violenza. Lo faccio. Giuro che o faccio.» «Mi piacerebbe vederti nuda», continuò lui, ignorando la minaccia. «Mentirò, dirò che mi ha v-violentata.» «Non ti piacerebbe che ti mettessi le mani sul seno, Nora?» Un crampo sordo allo stomaco la costrinse a piegarsi in due. «Farò controllare l'apparecchio dalla compagnia telefonica, farò registrare le telefonate che mi arrivano, così avrò la prova.» «... baciarti dappertutto, Nora. Non sarebbe bello?» Il crampo peggiorava. Aveva cominciato anche a tremare violentemente. La voce le si spezzò mentre pronunciava la sua ultima minaccia: «Ho una pistola. Ho una pistola». «Stanotte mi sognerai, Nora. Sono sicuro. Sognerai che ti bacio dappertutto, su tutto il tuo bel corpo...» Sbattè giù il telefono. Rotolandosi di fianco, curvò le spalle e tirò su le ginocchia. I crampi non erano di origine fisica. Erano una reazione emotiva alla paura, alla vergogna, alla rabbia e a un'enorme frustrazione. Gradatamente il dolore passò.
La paura si calmò lasciando solo la rabbia. Era così dolorosamente sprovveduta davanti al mondo e ai suoi modi, così poco usa ad avere a che fare con la gente, che non riusciva a funzionare se non all'interno ristretto della casa, in un mondo privato senza contatti umani. Non era stata neppure in grado di sostenere un'educata conversazione con Garrison Dilworth, il legale di zia Violet e ora suo legale, negli incontri che avevano avuto per accertare il patrimonio. Gli aveva risposto nel modo più conciso possibile ed era rimasta seduta davanti a lui con gli occhi bassi e le mani fredde, inerti in grembo. Aver paura del proprio legale! Se non riusciva ad avere a che fare con un uomo gentile come Garrison Dilworth, come poteva mai affrontare una bestia come Art Streck? Non avrebbe mai più avuto il coraggio di chiamare un operaio per qualche riparazione, avrebbe lasciato andare in pezzi la casa e quello che c'era dentro pur di non correre il rischio di incontrare un altro Streck o peggio... Odiava zia Violet. Dopotutto, Violet aveva ragione: Nora era un topo. Come tutti i topi, il suo destino era scappare, nasconderei e rifugiarsi nel buio. La sua furia diminuì come erano diminuiti i crampi. La tristezza prese il posto della rabbia e pianse sommessamente. Più tardi, seduta con la schiena appoggiata alla testiera, asciugandosi gli occhi arrossati con un Kleenex e soffiandosi il naso, giurò con tutto il cuore di non diventare una reclusa. In qualche modo avrebbe trovato la forza e il coraggio per avventurarsi nel mondo. Avrebbe incontrato gente. Avrebbe fatto conoscenza con i vicini che Violet aveva tenuto lontano. Si sarebbe fatta degli amici. Perdio, lo avrebbe fatto! E non avrebbe permesso che Streck la intimidisse. Avrebbe anche imparato ad affrontare gli altri problemi a mano a mano che si fossero presentati e, con il tempo, sarebbe stata una donna diversa. Era una promessa. Un giuramento sacro. Prima di spegnere la luce e di mettersi sotto le coperte, chiuse la camera da letto incastrando una poltrona sotto la maniglia. A letto, al buio, cercò il coltello che aveva appoggiato sul comodino e si sentì rassicurata solo quando riuscì a mettervi su la mano senza esitazione. Rimase sdraiata a occhi aperti, perfettamente sveglia. Si chiese se le sarebbe mai stato più possibile dormire facilmente. Si chiese anche se avrebbe mai trovato qualcuno che si sarebbe preso cura di lei, là fuori nel grande mondo in cui aveva giurato di entrare. Non c'era nessuno che potesse amare un topo e trattarlo gentilmente? Lontano, un treno lanciò un fischio nella notte. Era un suono vuoto,
freddo, dolente. 7 Vince Nasco non era mai stato così occupato né così felice. Quando chiamò il solito numero di Los Angeles per riferire sul successo in casa Yarbeck, fu mandato a un altro telefono pubblico. Qui fu chiamato dall'intermediario con la voce sexy, gutturale ma infantile. Gli parlò con circospezione di omicidio, mai usando parole incriminanti, ma utilizzando ricercati eufemismi che non avrebbero significato niente in un tribunale. Chiamava da un altro telefono pubblico, scelto a caso, in modo da escludere ogni rischio di intercettazione. La donna aveva un terzo incarico per lui. Tre in un giorno! La donna, che lui non aveva mai visto e di cui non conosceva il nome, gli diede l'indirizzo del dottor Albert Hudston a Laguna Beach. Hudston viveva con la moglie e un figlio sedicenne. Tanto il dottor Hudston che la moglie andavano eliminati; il destino del ragazzo era lasciato a Vince. Se poteva essere lasciato fuori, bene. Ma se avesse visto Vince, andava soppresso anche lui. «A sua discrezione», precisò la donna. Vince sapeva già che avrebbe eliminato il ragazzo, perché uccidere per lui era una cosa ancora più piacevole, più energetica, se la vittima era giovane. Era passato tanto tempo dall'ultima volta che aveva fatto fuori un ragazzino, e la prospettiva lo eccitava. «Posso solo sottolineare», continuò l'intermediario, «che questa opzione va esercitata con la massima urgenza. Vogliamo che l'affare sia concluso entro stasera. Domani la concorrenza sarà informata di quello che stiamo cercando di fare e si metterà sulle nostre tracce.» Vince sapeva che la «concorrenza» doveva essere la polizia. Era stato pagato per uccidere tre dottori in un giorno: dottori, quando non gli era mai capitato di ucciderne uno, quindi doveva esserci qualcosa che li legava, qualcosa che i poliziotti avrebbero capito appena trovato Weatherby nel cofano della sua macchina ed Elisabeth Yarbeck picchiata a morte nella sua camera da letto. Vince ignorava la natura di questo legame, perché non sapeva mai nulla delle persone che doveva uccidere. Così era più sicuro. Ma i poliziotti avrebbero collegato Weatherby con la Yarbeck, e i due con Hudston, per cui, se Vince non raggiungeva Hudston entro la sera, la polizia l'indomani avrebbe coperto quell'uomo con la sua protezione.
«Volevo chiederle...» fece Vince, «vuole che l'opzione venga esercitata nello stesso modo degli altri due contratti di oggi? Vuole che segua il modello?» Avrebbe potuto magari bruciare completamente la casa di Hudston con dentro i cadaveri per nascondere gli omicidi. «No, vogliamo assolutamente che il modello sia lo stesso», rispose la donna. «Uguale agli altri. Vogliamo che sappiano che ci stiamo dando da fare.» Vince riappese e arrivò a piedi al Jolly Roger per la cena. Si fece portare una zuppa di verdura, un hamburger, patate fritte, insalata di cipolle, insalata di cavoli, dolce di cioccolato con gelato e (ripensandoci) torta di mele, il tutto innaffiato con cinque tazze di caffè. Normalmente era un gran mangiatore, ma il suo appetito aumentava ancora di più dopo un colpo. E anzi, finita la torta, non era ancora sazio. Comprensibilmente. In un solo giorno aveva assorbito le energie vitali di Davis Weatherby e degli Yarbeck; era sovraccarico, un motore da corsa. Il suo metabolismo girava al massimo; avrebbe avuto bisogno di più carburante per un po', finché il suo corpo non avesse immagazzinato le energie vitali in eccesso nelle batterie biologiche. La capacità di assorbire la forza vitale delle sue vittime era il Dono che lo rendeva differente da tutti gli altri esseri umani. Grazie al Dono, sarebbe stato sempre forte, vitale e vigile. Sarebbe vissuto in eterno. Uscito dal ristorante, rimase sul marciapiede per un po', respirando profondamente e assaporando la frizzante aria marina. Il gelido vento della sera soffiava dal porto, facendo volare le cartacce. Vince si sentiva magnificamente. Una forza degli elementi, come il mare e il vento. Da Balboa Island si diresse a sud verso Laguna Beach. Alle undici e venti parcheggiò di fronte alla casa degli Hudston. Era una casa a un solo piano, costruita su un ripido declivio, con il panorama dell'oceano davanti. C'erano un paio di finestre illuminate. Scavalcò i sedili e sedette sul fondo del furgoncino, fuori dalla vista, aspettando che gli Hudston andassero a letto. Appena uscito dalla casa degli Yarbeck si era cambiato con un paio di calzoni grigi, una camicia bianca, un golf marrone e un giubbotto di nylon blu. Ora, nel buio, non aveva altro da fare che togliere le sue armi da una scatola di cartone, dove le aveva nascoste sotto due forme di pane, un pacco di rotoli di carta igienica e altri articoli che davano l'impressione che fosse appena stato al supermercato.
La Walther P38 era carica. Finito il lavoro in casa Yarbeck, aveva sistemato un altro silenziatore sulla canna, uno di quelli nuovi, lungo la metà dei modelli tradizionali. Mise la pistola da parte. Aveva un coltello a serramanico con la lama da quindici centimetri. Lo mise nella tasca anteriore destra dei pantaloni. Quando ebbe avvolto il filo da garrota in una matassa stretta, l'infilò nella tasca sinistra del giubbotto. Aveva uno sfollagente appesantito con palline di piombo. Questo andò nella tasca esterna destra del giubbotto. Non contava di usare altre armi che la pistola. Ma gli piaceva essere preparato a ogni eventualità. Per certi lavori aveva usato un mitragliatore Uzi, convertito illegalmente per il fuoco automatico. Ma l'incarico di stavolta non richiedeva un equipaggiamento pesante. Aveva anche un astuccio di pelle, grande la metà di un nécessaire per la barba, che conteneva pochi, semplici attrezzi da scasso. Non perse tempo a controllarli. Probabilmente non gli sarebbero neppure serviti perché una quantità di gente mostrava di trascurare in maniera sconcertante la sicurezza della casa, lasciando porte e finestre non bloccate durante la notte, convinti forse di vivere in un villaggio di quacqueri del secolo scorso. A mezzanotte meno venti si sporse tra i sedili anteriori e guardò dal finestrino laterale la casa degli Hudston. Tutte le luci erano spente. Bene. Erano a letto. Per dar loro il tempo di addormentarsi, si rimise seduto nel retro del furgoncino, mangiò un Mr. Goodbar e pensò a come avrebbe speso una parte della grossa somma che si era guadagnato solo da quella mattina. Da tempo desiderava uno sci a motore, una di quelle macchine con cui è possibile fare sci nautico senza la barca. Adorava l'oceano. C'era qualcosa nel mare che lo attirava; tra le onde si sentiva a casa sua, quando si muoveva in armonia con quelle grandi, montanti, scure masse di acqua. Gli piacevano le immersioni, la vela e il surf. Da ragazzo passava più tempo sulla spiaggia che a scuola. Di tanto in tanto, ancora adesso montava sulla tavola, se c'era il mare adatto. Ma aveva ventotto anni e il surf ora gli sembrava un'attività troppo tranquilla. Non lo eccitava più come una volta. Oggi gli piaceva la velocità. Si vedeva sfrecciare sopra un mare color ardesia su uno scooter nautico, sferzato dal vento, cavalcando l'interminabile serie di onde che gli venivano eternamente incontro, come un cowboy da rodeo su un cavallo selvaggio...
A mezzanotte e un quarto scese dal furgoncino. Infilò la pistola nella cintura dei calzoni e attraversò la strada silenziosa e deserta. Superò il cancelletto di legno e salì nel patio illuminato solo dalla luce della luna che filtrava attraverso i rami di una palma. Si fermò a infilarsi i guanti. Gli Hudston erano più attenti di altri alla sicurezza, ma per Vince non era un problema. Applicò una piccola ventosa al vetro della porta, usò un tagliavetro per disegnare un circolo nel pannello, accanto alla maniglia e, senza rumore, asportò il pezzo di vetro con la ventosa. Infilò la mano nel buco e sbloccò la serratura. Non c'erano problemi di cani. La donna gli aveva detto che gli Hudston non tenevano animali. Ecco uno dei motivi per cui gli piaceva lavorare per questi clienti: le loro informazioni erano sempre ampie e accurate. Aperta la porta, scivolò attraverso le tende chiuse nel soggiorno buio. Si fermò per un momento, aspettando di assuefarsi all'oscurità, in ascolto. In casa c'era un silenzio di tomba. Trovò dapprima la camera del ragazzo. Era illuminata dal bagliore verde delle cifre di una radiosveglia. Il ragazzo era sdraiato su un fianco e russava piano. Sedici anni. Giovanissimo. A Vince piacevano così giovani. Girò attorno al letto e si accovacciò a faccia a faccia con il dormiente. Con i denti, si tolse il guanto dalla sinistra. Tenendo la pistola con la destra, gli toccò con la canna la gola giusto sotto il mento. Il ragazzo si svegliò immediatamente. Vince gli piazzò saldamente la mano nuda sulla fronte e contemporaneamente sparò. Il proiettile squarciò il tenero tessuto della gola, la volta della bocca e il cervello, uccidendolo sul colpo. Ssssnap. Un'intensa carica di energia vitale sgorgò dal corpo morente riversandosi in Vince. Era un'energia così pura, viva, che lo fece gemere di piacere. Rimase per un po' accovacciato accanto al letto, incapace di muoversi. Finalmente, nel buio, baciò il ragazzo morto sulle labbra e disse: «Accetto. Grazie. Accetto». Scivolò rapido e silenzioso come un gatto per la casa e presto trovò la camera da letto. Hudston e la moglie dormivano entrambi. Vince uccise per prima lei... Ssssnap. ...senza svegliare il marito. Dormiva senza niente addosso e così, dopo aver ricevuto il suo sacrificio, le appoggiò la testa sul seno nudo e ascoltò
il cuore immobile. Le baciò i capezzoli e mormorò: «Grazie». Quando fece il giro del letto e svegliò il dottor Hudston, l'uomo sulle prime rimase confuso. Finché non vide gli occhi sbarrati, ciechi della moglie. Allora urlò e si slanciò contro Vince e Vince lo picchiò sulla testa, due volte, con la canna della pistola. Trascinò Hudston svenuto, anche lui nudo, in bagno. Qui trovò del cerotto con cui riuscì a legare i polsi e le caviglie del dottore. Riempì la vasca di acqua fredda e vi gettò dentro Hudston. Quel bagno gelido lo risvegliò. Nudo e gelato, Hudston cercò di tirarsi fuori dall'acqua e di slanciarsi su Vince. Vince lo colpì in faccia con la pistola e lo gettò di nuovo nella vasca. «Chi sei? Che cosa vuoi?» farfugliò Hudston tirando fuori la faccia dall'acqua. «Ho ucciso tua moglie e tuo figlio e adesso ucciderò te.» Gli occhi di Hudston parvero ritirarsi nella faccia cerea e grondante di acqua. «Jimmy? Oh no, Jimmy no.» «Il tuo ragazzo è morto», assicurò Vince. «Gli ho fatto saltare il cervello.» Alla menzione del figlio, Hudston crollò. Non scoppiò in lacrime, non si mise a ululare, niente di plateale. I suoi occhi morirono così, tutta un tratto. Come una luce che si spegne. Fissava Vince, ma in lui non c'erano più né paura né rabbia. «Adesso», disse Vince, «abbiamo una scelta: morire facilmente o morire male. Dimmi quello che voglio sapere e ti faccio morire in modo rapido e indolore. Mettiti a fare il testardo e posso andare avanti per cinque o sei ore.» Il dottor Hudston continuava a fissarlo. A parte le righe rosse di sangue fresco che gli segnavano la faccia, era bianchissimo, del colore delle creature che nuotano eternamente nei più profondi abissi del mare. Vince sperò che non fosse diventato catatonico. «Quello che voglio sapere è che cosa hai in comune con Davis Weatherby e con Elisabeth Yarbeck.» Hudston sbattè le palpebre e mise a fuoco Vince. La sua voce era roca e tremante. «Davis e Liz? Di che parli?» «Li conosci?» Hudston annuì. «Come li conosci? Compagni di scuola? Vicini di casa?» Hudston scosse la testa. «Noi... lavoravamo insieme ai Banodyne.»
«Che cosa sono i Banodyne?» «Laboratori Banodyne.» «Dove sono?» «Qui nella contea di Orange», rispose Hudston. Diede un indirizzo di Irvine. «Che ci facevate?» «Ricerche. Ma ho smesso dieci mesi fa. Weatherby e la Yarbeck lavorano ancora lì, io no.» «Che genere di ricerche?» chiese Vince. Hudston esitò. «Rapido e indolore», disse Vince, «o lento e penoso?» Il dottore gli raccontò delle ricerche di cui si era occupato ai Banodyne. Il Progetto Francis. Gli esperimenti. 1 cani. La storia era incredibile. Vince gli fece ripetere alcuni dettagli tre o quattro volte prima di convincersi che la storia era vera. Quando fu certo di aver spremuto tutto dall'uomo, Vince gli sparò in faccia, a bruciapelo, la morte rapida che gli aveva promesso. Ssssnap. Tornato nel furgoncino, mentre si allontanava dalla casa degli Hudston, Vince ripensò al passo pericoloso che aveva fatto. Solitamente non sapeva nulla dei suoi bersagli. Era la cosa più sicura per lui e per i suoi clienti. Normalmente non voleva sapere che cosa avevano fatto quei poveri fessi per attirarsi tante seccature, perché saperlo avrebbe portato seccature a lui. Ma questa non era una situazione comune. Era stato pagato per uccidere tre dottori, non medici come adesso era chiaro, ma scienziati, tutti cittadini eminenti, più gli eventuali familiari che si fosse trovato tra i piedi. Straordinario. I giornali dell'indomani non avrebbero avuto abbastanza spazio per tutte le notizie. C'era in ballo qualcosa di molto grosso, qualcosa di così importante che poteva offrirgli una sistemazione per la vita, un mucchio di quattrini così grosso che gli sarebbe servito un aiuto per contarli. Il denaro poteva procurarselo vendendo quello che aveva saputo da Hudston... se solo avesse identificato l'acquirente più interessato. Ma la conoscenza non è solo remunerativa; è anche pericolosa. Chiedetelo ad Adamo. O a Eva. Se i suoi attuali clienti fossero venuti a sapere che aveva infranto la regola fondamentale della sua attività, se fossero venuti a sapere che aveva interrogato una delle vittime prima di eliminarla, avrebbero convertito il contratto che avevano stipulato con Vince. Da cacciatore sarebbe immediatamente diventato preda. Non che temesse eccessivamente di morire, no: aveva troppa vita imma-
gazzinata dentro. Vite di altri. Più vite di dieci gatti. Sarebbe vissuto per sempre. Ne era abbastanza certo. Ma... be', non sapeva con precisione quante vite doveva ancora assorbire per assicurarsi l'immortalità. A volte sentiva di aver già raggiunto quello stato. Ma in altri momenti gli sembrava di essere ancora vulnerabile, di dover assorbire dell'altra energia vitale prima di poter raggiungere lo stato di divinità. Fin quando non avesse saputo, al di là di ogni dubbio, di essere arrivato sull'Olimpo, era meglio usare un po' di cautela. I Banodyne. Il Progetto Francis. Se quello che aveva detto Hudston era vero, il rischio che Vince stava per correre sarebbe stato ben ripagato, quando avesse trovato l'acquirente giusto per quell'informazione. Stava per diventare ricco. 8 Erano dieci anni che Wes Dalberg viveva solo in una capanna di pietra nella parte superiore dell'Holy Jim Canyon, al limite orientale della contea di Orange. La luce gli veniva solo dalle lanterne Coleman, l'acqua corrente era quella che usciva da una pompa a mano nel lavandino della cucina. Il gabinetto era una baracca esterna a una trentina di metri dal retro della capanna. Wes aveva quarantadue anni, ma sembrava più vecchio. Aveva il viso segnato dal vento e dal sole. Portava una barba ben curata e dei grossi favoriti bianchi. Se all'aspetto sembrava più anziano, le sue condizioni fisiche erano quelle di un venticinquenne. Era convinto che la sua salute fosse così buona grazie al contatto con la natura. Martedì notte, il diciotto maggio, alla luce argentata di una lanterna sibilante, sedette al tavolo di cucina fino all'una, sorseggiando vino di prugna fatto da lui e leggendo un romanzo di John D. MacDonald. Wes era, come diceva lui, «un orso antisociale nato nel secolo sbagliato», che non sapeva che cosa farsene della società moderna. Ma gli piacevano le avventure di McGee perché McGee sguazzava in quel mondo lercio e malvagio senza lasciarsene mai sporcare. Quando ebbe finito il libro, Wes uscì a prendere altra legna per il fuoco. Il vento agitava i rami dei sicomori, tracciando con la luna disegni strani sul terreno. I coyote ululavano in lontananza dando la caccia a un coniglio selvatico o a qualche altro piccolo animale. Più vicino, gli insetti cantavano tra i cespugli.
La scorta di legna era sistemata in un ripostiglio che correva lungo tutto il lato nord della capanna. Riempì al buio un secchio con una mezza dozzina di tronchi. Mentre richiudeva la porta dello sgabuzzino, si rese conto che i coyote e gli insetti improvvisamente si erano zittiti. Quella del vento era l'unica voce rimasta. Accigliandosi, si girò a studiare la foresta buia che circondava la piccola radura in cui era costruita la capanna. Qualcosa ringhiò. Un ringhio profondo e rabbioso. In dieci anni di notti solitàrie, Wes non aveva mai sentito niente del genere. Era incuriosito, preoccupato anche, ma non impaurito. Rimase immobile in ascolto. Passò un minuto e non sentì altro. Finì di chiudere le porte, rimise il paletto e raccolse il secchio pieno di legna. Di nuovo il ringhio. Poi silenzio. Poi il rumore di erbe e foglie secche che si muovevano frusciando. A giudicare dal rumore, era a una decina di metri. Un po' a ovest del gabinetto. Nella foresta. La cosa brontolò di nuovo, stavolta più forte. Anche più vicina. A non più di sei metri ormai. Non riusciva ancora a vedere bene l'origine del suono. La luna traditrice si era nascosta dietro una sottile filigrana di nubi. Ascoltando quel verso gutturale, Wes si sentì improvvisamente a disagio. Per la prima volta in dieci anni sentì di essere in pericolo. Con il secchio tra le mani si diresse veloce verso la porta della cucina sul retro della casa. Il fruscio nei cespugli si fece più forte. La creatura nel bosco si muoveva più in fretta. Diavolo, correva. Anche Wes si mise a correre. Il ringhio si trasformò in un grugnito aspro e cattivo: un misto innaturale di versi che sembravano in parte di cane, in parte di maiale, in parte di puma, in parte di uomo e in parte di qualcosa di completamente diverso. Gli era quasi alle calcagna. Scattando oltre l'angolo della capanna, Wes scagliò il secchio verso il pùnto dove doveva essere l'animale. Sentì la legna volare e spargersi a terra, sentì il secchio di metallo rotolare, ma il grugnito continuava a farsi più forte e più vicino: capì di averlo mancato. Superò con un balzo i tre gradini dell'ingresso posteriore, spalancò la porta, vi entrò e la sbattè. Fece scorrere il catenaccio, misura di sicurezza
che non usava da nove anni, da quando si era abituato alla pace del canyon. Attraversò la capanna e chiuse anche la porta anteriore. Era sorpreso dall'intensità della paura che l'aveva preso. Anche se lì fuori ci fosse stato un animale feroce, forse un orso impazzito sceso dalle montagne, non sarebbe certo stato capace di aprire le porte: chiudere il catenaccio poteva essere inutile, ma averlo fatto lo faceva sentir meglio. Agiva seguendo l'istinto e viveva da tanto tempo in mezzo alla natura da sapere che è bene seguire gli istinti anche quando suggeriscono azioni apparentemente irrazionali. Eppure quel verso non era di un orso. Ecco che cosa aveva scombussolato tanto Wes Dalberg: quel verso pareva non appartenere a nulla che potesse aggirarsi per quei boschi. Aveva familiarità con i suoi vicini animali, ne conosceva tutte le voci, gli ululati, gli urli. L'unica luce nella stanza anteriore era quella del camino, e questa non vinceva le ombre negli angoli. Per la prima volta, Wes rimpianse l'elettricità. Possedeva un Remington da caccia calibro 12, con cui si procurava la piccola selvaggina che completava la sua alimentazione fatta di cibo comprato in negozio. Era appeso in cucina. Pensò di prenderlo e caricarlo, ma ora che era al sicuro dietro la porta chiusa, cominciava a sentirsi imbarazzato per essersi lasciato prendere dal panico, come un novellino. Se solo avesse gridato e battuto le mani, con ogni probabilità avrebbe spaventato la cosa nel bosco, allontanandola. Anche se la sua reazione era dovuta all'istinto, il suo comportamento non si accordava con l'immagine che aveva di sé, di duro abitatore del bosco. Se si fosse armato del fucile, ora che non c'era la necessità assoluta di farlo, avrebbe perso un bel po' di autorispetto, cosa a cui teneva moltissimo. Niente fucile. Si arrischiò ad avvicinarsi al finestrone della stanza anteriore, una grande vetrata panoramica sul bosco. Fosforescenti contro il velluto nero del cielo notturno, si stagliavano le nubi inargentate dalla luna. Scrutò la foresta per un paio di minuti. Non vedendo né sentendo nulla di insolito, decise che l'animale doveva essersi allontanato. Con notevole sollievo e crescente imbarazzo, fece per girarsi dalla finestra, quando scorse un movimento accanto alla jeep ferma davanti alla capanna. Fissò attentamente, non vide nulla, rimase in osservazione per ancora uno o due minuti. Proprio quando cominciava a pensare di esserselo immaginato, rivide il movimento: qualcosa si avvicinava da dietro la jeep. Si accostò ancora di più alla finestra.
La cosa attraversava di corsa lo spiazzo davanti alla capanna, veloce e bassa sul terreno. Invece di rivelare la natura del nemico, la luce della luna lo rendeva più misterioso e informe. La cosa stava caricando la capanna. D'un tratto - Gesù, Dio! - la creatura spiccò il volo, una cosa mai vista che volava diritto verso di lui nell'oscurità, e Wes urlò, e un istante dopo la bestia esplose attraverso il finestrone e Wes urlò ancora, ma l'urlo gli fu troncato in gola. 9 Dato che Travis non era un gran bevitore, tre birre furono sufficienti per assicurarlo contro l'insonnia. Pochi secondi dopo aver appoggiato la testa sul cuscino si era già addormentato. Sognò di essere il presentatore di un circo dove tutti gli animali sapevano parlare e, dopo ogni esibizione, lui andava a trovarli nelle gabbie, e ogni animale gli raccontava un segreto che lo sbalordiva, ma che dimenticava appena arrivava alla gabbia successiva e al successivo segreto. Alle quattro del mattino si svegliò e vide Einstein alla finestra della camera da letto. Il cane era ritto con le zampe davanti sul davanzale; il viso contornato dalla luce della luna, fissava nel buio, attentissimo. «Che cosa c'è che non va, piccolo?» chiese Travis. Einstein gli lanciò un'occhiata, poi riportò l'attenzione alla notte illuminata dalla luna. Mugolò sommessamente e le orecchie gli si rizzarono un po'. «C'è qualcuno là fuori?» chiese Travis, alzandosi dal letto. Il cane ricadde sulle quattro zampe e uscì in fretta dalla stanza. Travis lo trovò a un'altra finestra nel soggiorno buio. Gli si accovacciò davanti e gli mise una mano sul dorso. «Che cosa succede, eh?» Einstein schiacciò il naso contro il vetro e guaì di nuovo nervosamente. Travis non riusciva a vedere nulla di strano sul prato davanti alla casa o sulla strada. Poi un pensiero lo colpì. «Sei preoccupato per quello che ti stava dando la caccia ieri mattina nella foresta?» Il cane lo guardò con aria seria. «Che cosa c'era, lì nella foresta?» Il cane guaì di nuovo e rabbrividì. Al ricordo della paura del cane e sua sulle alture di Santa Ana, della sensazione inquietante che qualche cosa di innaturale fosse sulle loro tracce, Travis ebbe un brivido.
«Temi che ti segua ancora?» chiese. Il cane sbuffò una volta, silenziosamente. «Be', io non credo proprio», lo rassicurò Travis. «Probabilmente non ti rendi conto di quanto ci siamo allontanati. Noi viaggiavamo su ruote, mentre quello avrebbe dovuto seguirci a piedi, cosa impossibile. Qualunque cosa fosse, è molto lontana da noi, Einstein, e non ha modo di sapere dove siamo andati. Non devi preoccupartene più. Hai capito?» Einstein strofinò il muso sulla mano di Travis e gliela leccò come rassicurato e riconoscente. Ma guardò di nuovo dalla finestra ed emise un guaito appena udibile. Travis dovette convincerlo a tornare nella camera da letto. Lì, il cane volle salire sul letto accanto al padrone e, per calmare l'animale, Travis non si oppose. Il vento mormorava e gemeva nelle grondaie del bungalow. Ogni tanto si sentiva qualche scricchiolio, un rumore notturno di assestamento. Stremato dalla fatica emotiva oltre che fisica del giorno, Travis ben presto si addormentò. Verso l'alba si ritrovò mezzo sveglio e si accorse che Einstein era di nuovo alla finestra della camera da letto, di guardia. Mormorò il nome del retriever e gli fece cenno debolmente di tornare a dormire. Ma Einstein rimase di sentinella e Travis piombò di nuovo nel sonno. Capitolo 4 1 Il giorno dopo l'incontro con Art Streck, Nora Devon uscì per una lunga passeggiata, decisa a esplorare zone della città che non aveva mai visto. Con zia Violet faceva brevi passeggiate una volta la settimana. Morta la donna, Nora aveva continuato a uscire, ma meno spesso e senza mai allontanarsi più di sei od otto isolati da casa. Quel giorno sarebbe andata molto più in là. Doveva essere il primo, piccolo passo di un lungo viaggio verso la liberazione e il rispetto di sé. Prima di uscire, aveva pensato che avrebbe potuto fermarsi più tardi a colazione in un ristorante scelto a caso lungo la via. Ma non era mai stata in un ristorante. La prospettiva di dover affrontare un cameriere e mangiare in compagnia di estranei era scoraggiante. Allora preparò un sacchetto
con una mela, un'arancia e due biscotti d'avena. Avrebbe pranzato da sola, da qualche parte in un parco. Anche questo sarebbe stato una rivoluzione. Un piccolo passo alla volta. Il cielo era limpido. L'aria tiepida. Rinverditi dalle foglie nuove di primavera, gli alberi avevano un aspetto rinfrescante; si agitavano sotto una brezza leggera che bastava a smorzare il calore del sole. Passando accanto alle case ben curate, per lo più in stile spagnolo, Nora ne guardò le porte e le finestre con una nuova curiosità, facendosi delle domande sulle persone che vi abitavano. Erano felici? Tristi? Innamorate? Che musica e che libri amavano? Quale cibo? Stavano programmando vacanze in luoghi esotici, serate a teatro, visite a nightclub? Prima non si era mai chiesta niente di loro, perché sapeva che le loro vite non si sarebbero mai incontrate. Sapeva che sarebbe stata una perdita di tempo e di fatica. Ma ora... Quando incontrava altri che passeggiavano, teneva bassa la testa ed evitava il loro sguardo, come aveva sempre fatto, ma dopo un po' trovò il coraggio di guardarne qualcuno. Rimase sorpresa nel vedere quanti le sorridevano e le accennavano un saluto. E rimase ancora più sorpresa quando sentì che anche lei rispondeva. Dopo un po' che passeggiava, guardandosi intorno, cominciò a capire per quale motivo, in qualcuno dei tanti libri che aveva letto, Santa Barbara era definita uno dei posti più belli del mondo. Aveva vissuto lì per quasi tutta la vita, ma era rimasta rintanata in casa con zia Violet per quasi tutto il tempo e, quando le era capitato di uscire, non aveva visto molto di più della punta delle sue scarpe. Ora vedeva la città per la prima volta e la cosa la affascinava e la eccitava. All'una, all'Alameda Park, sedette su una panchina davanti allo stagno. Cominciavano a farle male i piedi, ma non aveva nessuna intenzione di tornare a casa presto. Aprì il sacchetto e cominciò il pranzo dalla mela. Non aveva mai mangiato niente di così delizioso. Affamata, mangiò in fretta anche l'arancia, lasciando cadere la buccia nel sacchetto, e stava cominciando il primo dei biscotti di avena quando Art Streck sedette vicino a lei. «Salve, bellezza.» Indossava solo un paio di calzoncini da corsa blu, scarpette da ginnastica e spessi calzerotti bianchi sportivi. Ma era evidente che non stava correndo perché non sudava. Era muscoloso, abbronzatissimo, eccessivamente virile. L'unico scopo del suo abbigliamento era mostrare il suo fisico, per cui
Nora distolse immediatamente gli occhi. «Timida?» chiese lui. Lei non poteva parlare perché il biscotto le si era appiccicato alla bocca. Non riusciva a produrre saliva. Aveva paura di soffocare cercando di ingoiare il pezzo di biscotto, ma non poteva neppure sputarlo. «La mia dolce, timida Nora», disse Streck. Abbassando lo sguardo, si accorse che la mano le tremava, tanto che il biscotto le si stava sbriciolando tra le dita; dei pezzetti le erano caduti a terra tra i piedi. Si era detta che voleva star fuori tutto il giorno come primo passo verso la liberazione, ma ora doveva ammettere che c'era stato un altro motivo per uscire di casa. Sfuggire alle attenzioni di Streck. Aveva paura di rimanere a casa, paura che lui continuasse a chiamarla. Ma ora l'aveva trovata all'aperto, lontana dalla protezione delle sue porte e finestre sbarrate, e questo era peggio che il telefono, infinitamente peggio. «Guardami, Nora.» «No.» «Guardami.» L'ultimo pezzo del biscotto sbriciolato le cadde dalla mano. Streck le prese l'altra mano e lei cercò di resistergli, ma lui strinse, serrandole le ossa delle dita, e lei si arrese. La costrinse a mettere la mano sulla sua coscia nuda. Aveva una carne soda e calda. Lo stomaco le si strinse e il cuore fece un tuffo; si chiese che cosa avrebbe fatto per primo: vomitare o svenire. Muovendole la mano lentamente, su e giù sulla coscia, le mormorò: «Sono io quello che ti serve, bellezza. Posso prendermi cura di te». Come fosse stato una cucchiaiata di colla, il biscotto le impediva di aprire la bocca. Continuò a tener giù la testa, ma alzò gli occhi per guardare da sotto le sopracciglia. Sperava di vedere qualcuno in giro da poter chiamare in soccorso, ma c'erano solo due giovani madri con i bambini, ed erano anche troppo lontane. Streck le sollevò la mano dalla coscia, se l'appoggiò sul petto nudo. «Hai fatto una bella passeggiata oggi? Ti è piaciuta la chiesa? E non erano belli quei fiori di yucca davanti al tribunale?» L'aveva seguita per tutta la mattina, in macchina o a piedi. Lei non l'aveva visto, ma non c'era dubbio che lui c'era, perché continuò a ripeterle ogni mossa che lei aveva fatto da quando era uscita di casa, cosa che la spaventò e la fece infuriare più di ogni altra.
Respirava forte e profondamente, ma le pareva di non riuscire a prendere fiato. Le ronzavano le orecchie, ma sentiva fin troppo chiaramente ogni parola che lui le diceva. Sentiva l'impulso di aggredirlo, di saltargli agli occhi, ma era paralizzata: pronta a scattare, ma incapace di farlo, al tempo stesso forte dalla rabbia e debole dalla paura. Aveva voglia di urlare, non per chiedere aiuto, ma per la frustrazione. «Adesso», continuò lui, «hai fatto una bella passeggiata, un bel pranzo nel parco e sei rilassata. Lo sai che cosa ci vorrebbe adesso? Sai che cosa renderebbe stupendo questo bel giorno, bellezza? Noi due adesso saliamo sulla mia macchina, torniamo da te, saliamo in quella tua camera gialla, entriamo in quel letto con il baldacchino...» Era stato in camera sua! Doveva averlo fatto il giorno prima. Quando era in soggiorno a riparare il televisore, sicuramente era sgusciato di sopra, quel bastardo, invadendo il suo posto più privato, il suo santuario, ficcando il naso tra le sue cose. «... quel vecchio lettone, io poi ti spoglio, amore, ti spoglio e ti fotto...» Nora non avrebbe mai saputo se quel coraggio improvviso le fosse venuto dall'idea orribile del santuario violato, dall'oscenità detta in sua presenza o da tutte e due le cose, ma alzò la testa di scatto, lo guardò con disgusto e gli sputò in faccia il biscotto masticato. Gli spruzzi di sputo e i frammenti insalivati gli si appiccicarono sulla guancia destra, sull'occhio e su un lato del naso. Qualche pezzo di biscotto gli rimase tra i capelli e sulla fronte. Quando Nora vide la rabbia dipingersi negli occhi di Streck e stravolgergli la faccia, sentì un impeto di terrore per quello che aveva fatto. Ma si sentì anche eccitata per essere riuscita a spezzare i nodi della paralisi emotiva che l'avevano immobilizzata, qualunque cosa fosse successa, anche se Streck si fosse vendicato. E si vendicò, rapido, brutale. Le teneva ancora la sinistra e lei non riuscì a divincolarsi. La strinse forte, come prima, stritolandole le ossa. Faceva male. Gesù, se faceva male. Ma lei non voleva dargli la soddisfazione di farsi vedere in lacrime ed era decisa a non lamentarsi, a non pregare, e così strinse i denti e sopportò. Sentì il sudore imperlarle la fronte e pensò di essere sul punto di svenire. Ma il dolore non era la cosa peggiore; la cosa peggiore era guardare negli occhi azzurri di ghiaccio di Streck. Mentre le stringeva le dita, non la teneva soltanto con la mano, ma con lo sguardo, freddo e infinitamente strano. Stava cercando di intimidirla, di sottometterla, e la cosa funzionava - perdio, se funzionava - perché vide in lui una follia da cui non sarebbe mai stata capace di difendersi.
Quando Streck vide la sua disperazione, che evidentemente gli piaceva più di un grido di dolore, smise di stringere la mano, ma non la lasciò. «La pagherai per avermi sputato in faccia e godrai a pagarla.» Senza convinzione, lei azzardò: «Mi lamenterò con il tuo padrone, perderai il posto». Streck sorrise. Nora si chiese come mai non si pulisse il viso dallo sputo, ma nel momento stesso in cui se lo chiese ne capì la ragione: voleva farlo fare a lei. Prima disse: «Perdere il posto? Mi sono già licenziato, ieri pomeriggio. Per avere più tempo per te, Nora». Lei abbassò gli occhi. Non riusciva a nascondere la paura che la scuoteva fino a farle battere i denti. «Non rimango mai troppo a lungo in un posto. Uno come me, così pieno di energia, si stufa presto. Ho bisogno di muovermi. E poi, la vita è troppo breve per sciuparla a lavorare, non credi? Una volta ogni tanto trovo una come te, una che ha un potente bisogno di me, che strepila per avere un uomo come me, e io le do una mano.» Dagli un calcio, mordilo, attaccalo agli occhi, si disse. Non fece niente. La mano le si era intorpidita. Ricordò come era stato acuto e intenso il dolore. La voce dell'uomo cambiò, si fece più tenera, suadente, rassicurante, ma questo la spaventò ancora di più. «Intendo proprio darti una mano, Nora. Vengo a stare da te per un po'. Sarà divertente. Ti innervosisce un po', certo, lo capisco, davvero. Ma credimi, è quello che ti serve, trasformerò la tua vita da così a così, niente sarà più uguale a prima e questa è la cosa migliore che potesse accaderti.» 2 Einstein era entusiasta del parco. Quando Travis sganciò il guinzaglio, il retriever si diresse trotterellando alla più vicina aiuola di fiori, grandi calendole d'oro circondate da una bordura di primule purpuree, e cominciò a girarvi lentamente attorno, chiaramente affascinato. Annusava tutto: fiori, alberi, rocce, cestini dei rifiuti, cartacce, la base della fontanella e ogni metro di terreno che percorreva. Per tutta la mattinata e il primo pomeriggio, il retriever non aveva fatto niente di fuori del comune. Anzi, il suo comportamento da cane ordinario era così convincente che Travis si chiese se l'intelligenza quasi umana del
cane si presentasse solo per brevi lampi, una sorta di equivalente benefico delle crisi epilettiche. Ma dopo quanto era successo il giorno prima, la straordinaria natura di Einstein, anche se si rivelava raramente, non era più in dubbio. Mentre passeggiavano intorno al laghetto, Einstein improvvisamente si irrigidì, sollevò la testa, rizzò un po' le molli orecchie e si mise a fissare una coppia seduta su una panchina del parco a una ventina di metri. L'uomo era in calzoncini, la donna aveva un abito grigio piuttosto trasandato; lui le teneva la mano e sembravano immersi in conversazione. Travis fece per allontanarsi verso il lato aperto del parco per lasciarli alla loro intimità. Ma Einstein abbaiò e scattò verso la coppia. «Einstein! Qui! Torna qui!» Il cane lo ignorò e, avvicinatosi alla coppia sulla panchina, si mise ad abbaiare furiosamente. Quando Travis raggiunse la panchina, l'uomo in calzoncini si era alzato in piedi. Aveva le braccia in posizione di difesa e le mani strette a pugno mentre con cautela si allontanava di un passo dal retriever. «Einstein!» Il cane smise di abbaiare, sgusciò via prima che Travis potesse assicurare di nuovo il guinzaglio al collare, andò dalla donna sulla panchina e le appoggiò la testa in grembo. Il passaggio dai latrati furiosi all'atteggiamento da cane affettuoso fu così improvviso che stupì tutti. «Mi dispiace», si scusò Travis. «Non ha mai...» «Cristo», esclamò il tale in calzoncini, «non può lasciare un cane feroce correre libero in un parco!» «Non è feroce», assicurò Travis. «Lui...» «Cazzate», disse il corridore fuori di sé. «Quell'accidente ha tentato di mordermi. Le piacciono le denunce o che cosa?» «Non so che cosa gli abbia...» «Fuori dai piedi», ordinò il corridore. Annuendo imbarazzato, Travis si volse a Einstein e vide che la donna l'aveva fatto salire sulla panchina. Einstein le si era seduto accanto, di fronte a lei, tenendole le zampe in grembo, e lei non l'accarezzava soltanto, ma lo teneva stretto. Anzi, c'era qualcosa di disperato nel modo in cui si teneva a lui. «Andate fuori dai piedi!» ripetè l'uomo infuriato. Era più alto di Travis, aveva le spalle più larghe e il petto più ampio; fece un paio di passi verso Travis, usando la sua statura maggiore per intimidirlo. Einstein girò la testa verso il corridore, scoprì i denti e ringhiò basso in
gola. «Ascolta, amico», disse il corridore con rabbia, «sei sordo o che cosa? Ho detto che il cane deve essere messo al guinzaglio, e vedo che il guinzaglio ce l'hai ancora in mano... allora, che diavolo stai aspettando?» Travis cominciò a rendersi conto che c'era qualcosa che non andava. La rabbia offesa del corridore era una reazione eccessiva, come se, colto a compiere un'azione riprovevole, stesse cercando di nascondere la sua colpa mettendosi immediatamente e aggressivamente sull'offensiva. Anche la donna si comportava in maniera strana. Non aveva detto una parola. Era pallida. Le mani minute le tremavano. Ma a giudicare da come abbracciava il cane, non era Einstein a spaventarla. E Travis si chiese come mai una coppia andava al parco vestita in modo così diverso, uno in calzoncini da corsa e l'altra in abito da casa. Vide la donna lanciare uno sguardo di sottecchi, pieno di paura, al corridore e improvvisamente fu certo che quei due non erano insieme, almeno non per scelta della donna, e che l'uomo stava effettivamente facendo qualcosa di cui si sentiva in colpa. «Signorina», disse Travis, «sta bene?» «Certo che non sta bene», rispose il corridore. «Il tuo dannato cane ci è saltato addosso abbaiando...» «Ora non sembra che la stia terrorizzando», fece notare Travis, incontrando e sostenendo lo sguardo dell'altro. Gli vide i pezzi di biscotto appiccicati sulla faccia. Travis aveva notato un biscotto di avena che sporgeva dal sacchetto accanto alla donna, e un altro, sbriciolato, tra i suoi piedi. Che diavolo stava succedendo? Il corridore fissò Travis con aria dura e fece per parlare. Ma poi guardò la donna ed Einstein e dovette rendersi conto che la sua scena non funzionava più. «Be'...» disse debolmente, «dovrebbe proprio tenere quel dannato mastino sotto controllo.» «Oh, non credo che darà più fastidio a nessuno», rispose Travis, riavvolgendo il guinzaglio. «E stato solo un momento di aberrazione.» Ancora furibondo, ma incerto, il corridore guardò la donna. «Nora?» Lei non rispose. Continuava ad accarezzare Einstein. «Ci vediamo dopo», le disse l'uomo. Non ricevendo risposta, si rivolse di nuovo a Travis, strinse gli occhi e disse: «Se quel cane mi viene alle costole...» «Non lo farà», l'interruppe Travis, «può riprendere la sua corsa. Non le darà fastidio.» Mentre si allontanava saltellando verso l'uscita più vicina, l'uomo si girò
diverse volte a guardarli. Poi scomparve. Sulla panchina, Einstein si era steso sulla pancia con la testa in grembo alla donna. «Sembra proprio che la trovi simpatica», attaccò Travis. Senza alzare lo sguardo, lisciando con una mano il pelo di Einstein, la donna rispose: «E un buon cane». «Ce l'ho solo da ieri.» Lei non rispose. Travis sedette all'altra estremità della panchina, con Einstein tra loro. «Mi chiamo Travis.» Senza rispondere, lei grattò Einstein dietro le orecchie. Il cane fece un verso compiaciuto. «Travis Cornell», ripetè. Finalmente lei alzò la testa e lo guardò. «Nora Devon.» «Felice di conoscerla.» Lei sorrise, ma nervosamente. Anche se portava i capelli sciolti e in disordine, anche se non usava trucco, era piuttosto attraente. I capelli erano neri e lucenti, la pelle senza un'imperfezione e gli occhi grigi erano luminosissimi sotto il vivo sole di maggio. Come avvertendo la sua approvazione e temendola, immediatamente distolse lo sguardo e abbassò di nuovo la testa. «Signorina Devon... c'è qualcosa che non va?» Lei non rispose. «Quell'uomo la stava... infastidendo?» «Va tutto bene», disse lei. Con la testa china e le spalle incurvate, seduta lì sotto una tonnellata di timidezza, appariva così vulnerabile che Travis non se la sentì di alzarsi, andarsene e lasciarla con i suoi problemi. «Se quell'uomo la stava importunando, credo che dovremmo cercare un poliziotto...» «No», disse piano, ma precipitosamente. Si alzò, spostando la testa di Einstein. Il cane scese dalla panchina e le si mise accanto, fissandola con affetto. Alzandosi, Travis disse: «Non ho nessuna intenzione di immischiarmi, naturalmente...» Si allontanò in fretta, diretta verso un'uscita del parco diversa da quella che aveva preso il corridore. Einstein fece per seguirla, ma si fermò e tornò indietro riluttante quando
Travis lo chiamò. Perplesso, Travis continuò a guardare quella donna enigmatica e turbata finché non fu scomparsa. Quindi lui ed Einstein continuarono la passeggiata per il parco. Più tardi andarono alla spiaggia, dove il retriever sembrò stordito dalla visione interminabile del mare e delle onde che si infrangevano sulla sabbia. Più volte si fermò a osservare l'oceano per uno o due minuti, sguazzando felice nell'acqua. Dopo, tornati a casa, Travis cercò di interessare Einstein ai libri che la sera prima avevano provocato tanta eccitazione, sperando stavolta di riuscire a capire che cosa il cane si aspettasse di trovarvi. Einstein mostrò lo scarsissimo interesse per i volumi che Travis gli portava sbuffando e sbadigliando. Per tutto il pomeriggio il ricordo di Nora Devon si ripresentò a Travis con una frequenza e una vivezza sorprendenti. Non aveva bisogno di abiti eleganti per catturare l'interesse di un uomo. Quel viso e quegli occhi grigi screziati di verde erano sufficienti. 3 Dopo poche ore di sonno profondo, Vincent Nasco prese un volo di primo mattino per Acapulco, in Messico. Scese a un enorme albergo sul mare, un alto edificio scintillante, ma senza anima, dove tutto era vetro, cemento e terrazzi. Dopo essersi cambiato indossando un paio di Top-Siders bianche, un paio di pantaloni bianchi di cotone e una camicia azzurra BanLon, andò in cerca del dottor Lawton Haines. Haines era in vacanza, ad Acapulco. Trentanove anni, un metro e ottanta, meno di ottanta chili, capelli neri e scompigliati; poteva assomigliare ad Al Pacino, non fosse stato per una voglia rossa sulla fronte, grande quanto una moneta da mezzo dollaro. Veniva ad Acapulco almeno una volta l'anno, fermandosi sempre nell'elegante Hotel Las Brisas, e spesso si concedeva il piacere di una lunga cena in un ristorante adiacente all'Hotel Caleta, che apprezzava per i suoi margaritas e il panorama sulla Playa de Caleta. A mezzogiorno e venti, Vince era seduto in una comoda sedia di vimini accanto a un tavolo presso un finestrone di quello stesso ristorante. Aveva identificato Haines appena entrato. Il dottore era seduto accanto alla vetrata, a tre tavoli di distanza da quello di Vince, seminascosto da una palma in vaso. Mangiava gamberetti e beveva margaritas con una biondona. La ragazza portava calzoni bianchi e un top a righe vivaci, e la metà degli uomini presenti nel locale la stava guardando. Secondo Vince, Haines sem-
brava più Dustin Hoffman che Al Pacino. Aveva i lineamenti forti, compreso il naso, di Hoffman. Per il resto, era esattamente come gli era stato descritto. Indossava un paio di calzoni di cotone rosa, una camicia giallina e sandali bianchi, portando all'eccesso, secondo Vince, l'abbigliamento da vacanza. Vince finì di mangiare e pagò il conto nel momento in cui Haines e la bionda stavano per andare via. La bionda guidava una Porsche rossa. Vince li seguì con una Ford a noleggio che aveva troppe miglia, sferragliava con l'esuberanza delle percussioni in un'orchestra mariachi e aveva una moquette che sapeva di muffa. Al Las Brisas la bionda lasciò Haines nel parcheggio, ma non prima di essere rimasti, alla luce del sole, per buoni cinque minuti a stringersi e a sbaciucchiarsi davanti a tutti. Vince era schifato. Si aspettava da Haines un maggior senso del decoro. Dopotutto, quell'uomo era un dottore. Se la gente istruita non si attiene alle regole tradizionali di condotta, chi lo farà mai? Non insegnavano più le buone maniere all'università? Non c'è poi da meravigliarsi se il mondo diventa più volgare e più maleducato ogni anno. La bionda ripartì con la sua Porsche e Haines lasciò il parcheggio in una Mercedes 560 SL sport coupé bianca. Certamente non era a noleggio e Vince si chiese come facesse il dottore a mantenerla. Haines lasciò la macchina all'addetto di un altro hotel e Vince fece lo stesso. Seguì il dottore attraverso l'atrio, poi sulla spiaggia, dove sulle prime sembrava si fossero imbarcati in una passeggiata senza eventi lungo la riva. Ma, a un certo punto, Haines sedette accanto a una favolosa ragazza messicana con un bikini ridottissimo. Aveva la carnagione scura, delle proporzioni stupende e quindici anni meno del dottore. Prendeva il sole a occhi chiusi su una sedia a sdraio. Haines le baciò la gola, facendola sobbalzare. Evidentemente lo conosceva, perché lo abbracciò, ridendo. Vince arrivò in fondo alla spiaggia e tornò indietro, poi sedette sulla sabbia dietro a Haines e alla ragazza, mantenendosi a distanza di un paio di bagnanti. Non c'era da preoccuparsi che Haines lo notasse. Il dottore sembrava non avere occhi che per l'anatomia femminile, e poi, nonostante la corporatura, Vince Nasco aveva una grande attitudine a mimetizzarsi con lo sfondo. Dopo venti minuti, Haines baciò la ragazza sulle labbra e sull'attaccatura del seno, poi riprese la via da dove era venuto. La ragazza esclamò: «Stasera alle sei!» e Haines rispose: «Ci sarò».
La tappa successiva, dopo un lungo giro lungo la costa, li portò a una piazzola panoramica. Haines parcheggiò vicino a una macchina da cui stavano uscendo quattro turisti variopinti. Vince fermò anche lui e si avvicinò al parapetto, da dove si godeva una vista veramente magnifica della costa e delle onde che si infrangevano trenta metri sotto. I turisti, fatte le ultime foto, finito di lanciare esclamazioni di meraviglia per il panorama, scaricati i rifiuti dalla macchina, ripartirono, lasciando Vince e Haines soli sulla piazzola. L'unico veicolo sulla strada era una Trans Am nera che si avvicinava. Vince aspettò che l'automobile passasse, poi avrebbe preso Haines di sorpresa. Invece di proseguire, la Trans Am rallentò e parcheggiò accanto alla Mercedes di Haines; ne scese una magnifica ragazza sui venticinque anni. Corse verso Haines. Sembrava messicana, ma con un'aggiunta di sangue cinese, molto esotica. Portava top e calzoncini bianchi e aveva le gambe più belle che Vince avesse mai visto. Lei e Haines si allontanarono lungo il parapetto, finché si trovarono a una dozzina di metri da Vince, dove si abbandonarono a un abbraccio che fece arrossire Vince. Nei minuti che seguirono, Vince riuscì ad avvicinarsi di qualche metro lungo la balaustrata, fingendo di guardare le onde che si infrangevano di sotto. Anche se gli davano le spalle, il vento portava frammenti della loro conversazione. La donna sembrava preoccupata che il marito scoprisse che Haines era in città, e Haines la sollecitava a decidere per la sera dopo. Quell'uomo era senza vergogna. La strada era di nuovo deserta e Vince decise che poteva non capitargli più un'altra occasione di inchiodare Haines. Coprì gli ultimi pochi passi tra lui e la ragazza, la afferrò per la collottola e la cintura degli short, la sollevò da terra e la gettò oltre il parapetto. Urlando, lei precipitò verso le rocce. Accadde cosi rapidamente che Haines non ebbe neppure il tempo di reagire. Nel momento in cui la donna prendeva il volo, Vince si girò verso il dottore sbalordito e lo colpì due volte in faccia, spaccandogli le labbra, spezzandogli il naso e lasciandolo privo di sensi. Mentre Haines crollava al suolo, la donna raggiungeva le rocce in basso e Vince ricevette il suo Dono anche da quella distanza: Ssssnap. Gli sarebbe piaciuto sporgersi a dare una buona occhiata al corpo sfracellato sulle rocce dabbasso, ma purtroppo non aveva tempo da perdere.
L'autostrada non sarebbe stata a lungo vuota. Trascinò Haines alla Ford e lo mise sul sedile davanti, facendolo appoggiare alla portiera come se fosse pacificamente addormentato. Dalla strada costiera, che era piena di curve e spesso maltenuta per essere un'arteria importante, Vince prese una serie di strade secondarie non asfaltate, ciascuna più stretta e dissestata della precedente, inoltrandosi sempre più nella foresta, finché non raggiunsero una muraglia verde di alberi immensi e di fitta vegetazione. Due volte, durante il percorso, Haines aveva iniziato a riprendere conoscenza, ma Vince lo aveva rimesso a dormire picchiandogli la testa sul cruscotto. Estrasse l'uomo svenuto dalla Ford, lo trascinò attraverso un varco nei cespugli e tra gli alberi, fino a una radura ombrosa. Vince tornò alla Ford, dove aveva lasciato nel baùle dell'attrezzatura da interrogatorio. Un pacchetto di siringhe e due fiale di pentothal. Lo sfollagente con i piombini. Uno stimolatore elettrico Taser a batteria che sembrava un telecomando. E un cacciavite con il manico di legno. Quando Vince tornò nella radura, Lawton Haines era ancora privo di sensi. Il respiro gli gorgogliava attraverso il naso rotto. Haines sarebbe dovuto morire ventiquattro ore prima. Quelli che avevano dato a Vince i tre incarichi del giorno prima contavano di usare un altro operatore indipendente che viveva ad Acapulco e lavorava in tutto il Messico. Ma l'uomo era morto la mattina precedente quando un pacchetto da tanto atteso, proveniente per via aerea dalla Fortnum & Mason di Londra, sorprendentemente aveva rivelato di contenere un chilo di esplosivo plastico anziché conserve e marmellate assortite. Vista l'assoluta necessità, l'organizzazione di Los Angeles aveva dato l'incarico a Vince, anche se cominciava a essere pericolosamente sovraccarico di lavoro. Per lui era stato un bel colpo, perché era sicuro che questo dottore fosse anche lui connesso con i laboratori Banodyne e potesse fornire altri particolari sul Progetto Francis. Ora, esplorando la foresta attorno alla radura dove Haines era sdraiato, Vince trovò un ruscello invaso dalle alghe e raccolse quasi un quarto di litro d'acqua con un pezzo di corteccia tolto a un albero caduto. L'acqua aveva un brutto aspetto, chissà quanti batteri vi prosperavano. Ma ovviamente, a questo punto, la possibilità di una malattia non doveva preoccupare Haines. Vince gettò in faccia a Haines il primo carico di acqua. Un minuto dopo tornò con la corteccia di nuovo piena e costrinse il dottore a bere. Dopò
aver tossito, sputato a lungo e vomitato un po', Haines fu abbastanza sveglio da capire quello che gli si stava dicendo e da rispondere in maniera intelligibile. Mostrandogli lo sfollagente di cuoio, il Taser e il cacciavite, Vince spiegò come intendeva usare ciascuno di essi se Haines non avesse collaborato. Il dottore, che si rivelò uno specialista nella fisiologia e nelle funzioni del cervello, si mostrò più intelligente che patriottico e fu pronto a divulgare ogni dettaglio del lavoro top-secret di difesa in cui era impegnato ai Banodyne. Quando Haines giurò che non c'era altro da dire, Vince preparò il pentothal. Mentre caricava la siringa domandò in tono di conversazione: «Dottore, ma che cos'ha con le donne?» Haines, steso sul muschio con le braccia allungate, esattamente nella posizione che Vince gli aveva detto di prendere, non riuscì ad adeguarsi subito al mutamento di argomento. Sbattè le palpebre confuso. «La sto seguendo dal ristorante e so che ne ha tre di fila ad Acapulco...» «Quattro», l'interruppe Haines e, nonostante il terrore, gli emerse una evidente espressione di orgoglio. «La Mercedes che guido è di Giselle, la più dolce piccola...» «Lei sta usando la macchina di una donna per ingannarla con altre tre?» Haines annuì e cercò di sorridere, ma si contrasse agli spasimi dolorosi che il sorriso trasmise al naso fracassato. «Ho sempre... avuto un debole per le signore.» «Per l'amor di Dio!» Vince era sgomento. «Ma non si rende conto che non sono più gli anni Sessanta o Settanta? Il libero amore è morto. Oggi ha un prezzo. Un prezzo caro. Non ha mai sentito' parlare dell'herpes, dell'AIDS, di quella roba?» Iniettando il pentothal, continuò: «Deve aver addosso ogni malattia venerea che si conosca». Fissandolo stupito, Haines ben presto fu in preda al pentothal. Sotto l'effetto del farmaco confermò tutto quello che aveva detto a Vincent sui Banodyne e sul Progetto Francis. Quando l'effetto della droga passò, Vince usò su Haines il Taser, giusto per divertimento, finché le batterie non si consumarono. Lo scienziato si contorse e scalciò come uno scorpione mezzo schiacciato, si inarcò puntando a terra i talloni, la testa e le mani. Quando il laser smise di funzionare, Vince gli fece perdere i sensi con lo sfollagente e lo uccise infilando il cacciavite nello spazio tra due costole, puntato verso il battito del cuore.
Ssssnap. Per tutto questo tempo sulla foresta era caduto un silenzio sepolcrale, ma Vince avvertiva mille occhi che lo osservavano, gli occhi della natura selvaggia. Era convinto che questi osservatori nascosti approvassero quello che aveva fatto a Haines, perché la condotta di vita dello scienziato insultava l'ordine naturale delle cose, l'ordine naturale a cui tutte le creature della giungla obbedivano. Disse «grazie» a Haines, ma non lo baciò. Non sulla bocca. Neppure sulla fronte. L'energia vitale di Haines era rinvigorente e ben accetta come quella di chiunque, ma il suo corpo e il suo spirito erano sporchi. 4 Nora dal parco andò direttamente a casa. L'atmosfera di avventura e lo spirito di libertà che avevano contrassegnato il mattino e il primo pomeriggio erano andati perduti. Streck aveva rabbuiato la giornata. Chiusa la porta d'ingresso, fece scattare la serratura, il chiavistello e la catena di sicurezza. Fece il giro delle stanze al pianterreno, chiudendo per bene le tende a tutte le finestre per impedire ad Arthur Streck di guardare dentro, casomai si fosse aggirato nei dintorni. Ma quell'oscurità le era insopportabile e allora accese tutte le lampade in ogni stanza. In cucina chiuse le imposte e controllò la serratura della porta posteriore. Il contatto con Streck non solo l'aveva terrorizzata, ma le aveva lasciato una sensazione di sporco. Più di ogni altra cosa desiderava una lunga doccia calda. Ma, improvvisamente, si sentì le gambe deboli e tremanti e fu presa da un capogiro. Dovette afferrarsi al tavolo da cucina. Sapeva che se avesse cercato subito di salire le scale sarebbe caduta, e così si mise a sedere, ripiegò le braccia sul tavolo, appoggiò la testa alle braccia e attese di sentirsi meglio. Quando il peggio di quella sensazione di vertigine fu passato, si ricordò della bottiglia di brandy nel mobile accanto al frigorifero e decise che un bicchierino poteva darle un po' di forza. Aveva comprato il brandy Remy Martin dopo la morte di Violet, perché Violet non approvava alcuna bevanda che fosse più forte del sidro di mela parzialmente fermentato. Come gesto di ribellione, Nora si era versata un bicchiere di brandy quando era tornata a casa dal funerale della zia. Non le era piaciuto e aveva vuotato quasi tutto il contenuto del bicchiere nel lavandino. Ma ora le pareva che
un sorso di brandy le avrebbe bloccato il tremito. Dopo essersi lavata ripetutamente le mani sotto l'acqua calda, la più calda che potesse tollerare, portò la bottiglia e un bicchiere al tavolo. Ma non aveva intenzione di ubriacarsi. Passò le successive due ore a sorseggiare un solo bicchiere di Remy Martin. Quando cercava di distogliere la mente dal pensiero di Streck, veniva subito aggredita dai ricordi di zia Violet, e quando cercava di non pensare a Violet, tornava subito a Streck; quando si costringeva a toglierseli entrambi dalla mente, pensava a Travis Cornell, l'uomo nel parco, e neppure indugiare su di lui le dava conforto. Le era parso, sì, gentile, cortese, educato, premuroso e l'aveva liberata da Streck. Ma forse non era meglio di Streck. Se gli avesse dato mezza occasione, Cornell probabilmente si sarebbe approfittato di lei, esattamente come stava cercando di fare Streck. Zia Violet era stata una tiranna, contorta e morbosa, ma era sempre più evidente che aveva ragione a proposito del pericolo di avere a che fare con gli altri. Ah, ma il cane. Quella era una cosa diversa. Non aveva avuto paura del cane, neppure quando si era slanciato, abbaiando furiosamente, verso la panchina nel parco. In qualche modo sapeva che il retriever — Einstein, l'aveva chiamato il padrone — non abbaiava contro di lei, ma contro Streck. Stringendosi a Einstein si era sentita al sicuro, protetta, anche con Streck che continuava a incomberle addosso. Magari avrebbe potuto prendersi un cane. Solo che... Be', aveva la strana sensazione che nessun altro cane le avrebbe dato il profondo senso di sicurezza che aveva sentito con Einstein. Lei e il retriever avevano legato istantaneamente. Certo, perché il cane l'aveva salvata da Streck, ora lei gli stava attribuendo delle qualità che non possedeva. Era naturale che lo vedesse come un salvatore, come il suo valoroso protettore, ma per quanto tentasse di convincersi che Einstein non era che un cane come qualsiasi altro, continuava a sentirlo come particolare; era persuasa che nessun altro cane potesse darle tanta protezione e sicurezza. Un solo bicchiere di Remy Martin consumato in due ore, più il pensiero di Einstein, riuscirono in effetti a sollevarle il morale. Cosa più importante, il brandy e il ricordo del cane le diedero anche il coraggio di avvicinarsi al telefono della cucina con la decisione di chiamare Travis Cornell e proporgli di comprare il suo retriever. Dopotutto le aveva detto che aveva quel cane solo da un giorno, per cui
non poteva essergli tanto affezionato. A un prezzo giusto poteva venderglielo. Sfogliò la guida telefonica, trovò il numero di Cornell e lo compose. Lui rispose al secondo squillo: «Pronto?» Nell'attimo stesso in cui sentì la voce, si rese conto che il tentativo di comprare il cane gli avrebbe dato lo spunto per intromettersi nella sua vita. Aveva dimenticato che poteva essere pericoloso quanto Streck. «Pronto?» ripetè lui. Nora esitò. «Pronto? C'è nessuno?» Nora riappese senza dire una parola. Prima di parlare del cane con Cornell doveva escogitare un approccio che lo scoraggiasse dal proposito di approfittare di lei, se, effettivamente, era come Streck. 5 QUANDO squillò il telefono, qualche minuto prima delle cinque, Travis stava vuotando un barattolo di Alpo nel piatto di Einstein. Il retriever osservava con interesse leccandosi le labbra, ma aspettando finché l'ultimo pezzo fu tolto dalla scatola. Travis andò al telefono ed Einstein si dedicò al suo cibo. Quando nessuno rispose al primo «pronto», Travis lo disse di nuovo e il cane alzò la testa dalla ciotola. Quando Travis, non avendo risposta, chiese se c'era qualcuno al telefono, la cosa sembrò interessare Einstein perché attraversò la cucina avvicinandosi a lui e guardando il telefono che teneva tra le mani. Travis riappese e si allontanò, ma Einstein rimase lì, fissando il telefono a muro. «Probabilmente un errore.» Einstein lo guardò, poi riportò lo sguardo sull'apparecchio. «O qualche ragazzino che fa il furbo.» Einstein mugolò tristemente. «Che ti rode?» Einstein rimase lì, inchiodato al telefono. Con un sospiro, Travis disse: «Senti, ho avuto tutte le sorprese che posso sostenere in un solo giorno. Se vuoi fare il misterioso ti toccherà farlo senza di me». Aveva intenzione di guardare il notiziario del pomeriggio prima di pre-
pararsi la cena, per cui prese una Pepsi dal frigorifero e andò in soggiorno lasciando il cane nella sua peculiare posizione accanto al telefono. Accese il televisore, sedette nella grande poltrona, stappò la Pepsi e sentì Einstein che combinava qualche pasticcio in cucina. «Che stai facendo là dentro?» Suo malgrado, i rumori provenienti dalla cucina suscitarono il suo interesse. Abbassò il volume della TV con il telecomando. Qualcosa finì a terra con frastuono. Travis stava per andare a vedere che cosa fosse successo, ma prima che potesse alzarsi dalla poltrona, apparve Einstein. Quel cane industrioso portava tra i denti la guida del telefono. Doveva essere saltato più volte verso il mobile di cucina dove era l'elenco finché non era riuscito a tirarlo a terra. Attraversò il soggiorno e depositò il volume di fronte alla poltrona. «Che cosa vuoi?» chiese Travis. Il cane spinse l'elenco con il naso, poi fissò Travis con aria di attesa. «Vuoi che chiami qualcuno?» «Woof.» «Chi?» Einstein spinse ancora un po' la guida. «Insomma, chi devo chiamare? Lassie, Rin Tin Tin?» Il retriever lo fissava con quegli occhi scuri, così poco canini, più espressivi che mai, ma insufficienti a comunicare il desiderio dell'animale. «Senti, forse tu saprai leggermi nella mente», disse Travis, «ma io non so leggere nella tua.» Con un guaito di frustrazione, il retriever uscì dalla stanza, sparendo dietro l'angolo, nel breve corridoio che dava nel bagno e nelle due camere da letto. Travis pensò di seguirlo, ma decise di aspettare e vedere che cosa sarebbe successo. In meno di un minuto, Einstein ritornò con in bocca una fotografia incorniciata. La lasciò cadere accanto all'elenco del telefono. Era la foto di Paula che Travis teneva sul cassettone nella camera da letto. Era stata fatta il giorno del loro matrimonio, dieci mesi prima che morisse. Aveva un aspetto magnifico e ingannevolmente sano. «Niente da fare, piccolo. Non sono capace di chiamare i morti.» Einstein sbuffò come per dire che Travis aveva la testa dura. Andò al portariviste che era nell'angolo, lo rovesciò, spandendone il contenuto e tornò indietro con una copia di Time che lasciò cadere accanto alla fotogra-
fia incorniciata. Con le zampe davanti grattò la rivista, aprendola e sfogliandone le pagine, strappandone qualcuna nel compiere quell'operazione. Travis si era spostato sull'orlo della poltrona e, chinato in avanti, lo osservava con interesse. Einstein si fermò un paio di volte a studiare le pagine aperte della rivista, poi continuò a sfogliarla. Finalmente, arrivò alla pubblicità di una macchina che mostrava una bella bruna in primo piano. Alzò lo sguardo su Travis, lo abbassò sulla rivista, lo rialzò ancora su Travis e abbaiò piano. «Non ci arrivo.» Girando ancora le pagine, Einstein trovò una pubblicità con una bionda sorridente che teneva una sigaretta il mano. Fece un verso a Travis. «Macchine e sigarette? Vuoi che ti compri una macchina e un pacchetto di Virginia Slims?» Dopo un'altra puntata al portariviste rovesciato, Einstein tornò con la copia di una rivista di case in vendita che continuava a comparire ogni mese nella cassetta della posta, anche se Travis era ormai fuori dal giro da due anni. Il cane sfogliò anche questo finché non trovò una pubblicità con una ragazza. Travis guardò la fotografia di Paula, la bionda che fumava la sigaretta, la ragazza sul bollettino dell'agenzia e ricordò l'altra pubblicità con la bruna in automobile e disse: «Una donna? Vuoi che chiami... una donna?» Einstein abbaiò. «Chi?» Con i denti, Einstein fece presa delicatamente sul polso di Travis e cercò di tirarlo fuori dalla poltrona. «Va bene, va bene, lasciami. Ti seguo.» Ma Einstein non voleva correre rischi. Non lasciò il polso di Travis, costringendolo ad attraversare mezzo chinato tutto il soggiorno e la sala da pranzo, fino alla cucina e al telefono sulla parete. Lì, finalmente, lasciò la presa. «Chi?» chiese ancora Travis, ma improvvisamente capì. C'era una sola donna di cui avessero fatto conoscenza entrambi, lui e il cane. «Forse la signora che abbiamo incontrato oggi al parco?» Einstein cominciò a scodinzolare. «E dici che era lei, prima, a chiamare?» La coda si mosse più in fretta. «Come fai a sapere chi era al telefono? Non ha detto una parola. E poi, che ti metti a fare? Il ruffiano?» Il cane abbaiò due volte.
«Be', effettivamente era carina, ma non era il mio tipo, amico. Un po' stravagante, non ti pare?» Einstein abbaiò, corse alla porta che dalla cucina dava sull'esterno e vi saltò contro, si girò verso Travis e abbaiò di nuovo, corse intorno alla tavola, sempre abbaiando, si precipitò alla porta e vi fece un altro salto contro, e un po' alla volta fu chiaro che era profondamente turbato per qualcosa. Per la donna. Quel pomeriggio al parco era certamente in qualche guaio. Travis ricordava il bastardo in calzoncini. Aveva offerto alla donna di aiutarla e lei aveva rifiutato. Possibile che ci avesse ripensato e gli avesse telefonato, pochi minuti prima, per poi accorgersi che non aveva il coraggio di spiegargli la sua situazione? «Credi davvero che fosse lei a chiamare?» La coda riprese ad agitarsi. «Be'... anche se era lei non è una cosa saggia farsi coinvolgere.» Il retriever si slanciò verso di lui, gli afferrò la gamba dei jeans e scosse furiosamente la tela, quasi facendogli perdere l'equilibrio. «Va bene, piantala! Lo faccio. Dammi quel maledetto elenco del telefono.» Einstein lo mollò e corse fuori dalla stanza, scivolando sul lucido linoleum. Ritornò con la guida tra i denti. Solo quando prese l'elenco, Travis si rese conto che si era aspettato che il cane comprendesse la sua richiesta. L'intelligenza e l'abilità fuori del comune dell'animale erano oramai cose che Travis dava per scontate. Con un sussulto, si rese conto anche che il cane non gli avrebbe portato la guida telefonica in soggiorno se non avesse capito l'uso di un tale libro. «Perdio, faccia pelosa, te l'ho dato proprio giusto il nome, no?» 6 Anche se Nora di solito non cenava prima delle sette, aveva fame. La passeggiata mattutina e il bicchiere di brandy le avevano dato un appetito che neppure il pensiero di Streck riusciva a rovinare. Non aveva voglia di cucinare, così si preparò un piatto di frutta e del formaggio, più un croissant riscaldato nel forno. Di solito Nora cenava in camera sua, a letto, con una rivista o un libro, perché lì era più felice. Ora, mentre preparava il piatto da portare di sopra, suonò il telefono.
Streck. Doveva essere lui. Chi altro? Erano poche le telefonate che riceveva. Si irrigidì, ascoltando il telefono. Anche dopo che ebbe smesso di squillare, si appoggiò al mobile della cucina, sentendosi debole, aspettando che lo squillo riprendesse. 7 Visto che Nora Devon non rispondeva al telefono, Travis era pronto a tornare al notiziario del pomeriggio, ma Einstein era ancora agitato. Il retriever, che continuava a saltare contro il mobile, afferrò la guida del telefono, la fece cadere di nuovo a terra, la prese tra i denti e si precipitò fuori dalla cucina. Curioso di sapere che cosa avrebbe fatto poi il cane, Travis lo seguì e lo trovò che aspettava davanti alla porta di ingresso ancora con l'elenco telefonico in bocca. «E adesso?» Einstein mise una zampa sulla porta. «Vuoi andare fuori?» Il cane guaì, ma il suono fu soffocato dal volume che teneva in bocca. «Che vai a fare lì fuori con la guida telefonica? Vuoi seppellirla come un osso? Che cosa c'è?» Pur non ricevendo risposta a nessuna delle sue domande, Travis aprì la porta e lasciò che il retriever uscisse nella luce dorata del tardo pomeriggio. Einstein si slanciò direttamente verso il pick-up parcheggiato nel vialetto di accesso. Si fermò accanto allo sportello del passeggero guardando indietro con un'aria che sembrava di impazienza. Travis lo raggiunse al camioncino e lo guardò. Lui sospirò. «Ho il sospetto che tu voglia andare da qualche parte e ho il sospetto che non hai in mente gli uffici della compagnia telefonica.» Lasciando cadere l'elenco, Einstein saltò su, appoggiò le zampe contro lo sportello del camioncino e rimase lì ritto, guardando Travis da sopra la spalla. Abbaiò. «Vuoi che cerchi l'indirizzo di Nora Devon e ci vada. E questo?» Un latrato. «Spiacente», disse Travis. «Lo so che ti piace, ma non sono disponibile. E poi, non è il mio tipo. Te l'ho già detto. E non sono neppure io il suo tipo. Anzi, ho il sospetto che nessuno sia il suo tipo.» Il cane abbaiò. «No.» Il cane ricadde a terra, si slanciò verso Travis e gli prese di nuovo una gamba dei jeans.
«No», replicò lui, chinandosi e afferrando Einstein per il collare. «Non otterrai niente masticandoti il mio guardaroba, perché non ho nessuna intenzione di andare.» Einstein lasciò andare, si divincolò dalla presa e scattò tuffandosi nella lunga aiuola fiorita, dove iniziò a scavare con furia, gettando i fiori maciullati sul prato dietro di sé. «E adesso che stai facendo, per l'amor di Dio?» Il cane continuava a scavare con impegno, facendosi strada attraverso l'aiuola, avanti e indietro, con l'intenzione evidente di distruggerla totalmente. «Ehi, smettila!» Travis corse verso il retriever. Einstein fuggì dall'altro lato del cortile anteriore e si mise a scavare un buco nell'erba. Travis gli andò dietro. Einstein fuggì ancora in un altro angolo del prato, dove cominciò a strappare altra erba, poi alla vasca per gli uccelli, che cercò di estirpare, poi di nuovo a quello che era rimasto dei fiori. Incapace di agguantare il retriever, Travis finalmente si fermò ansando e gridò: «Basta!» Einstein smise di scavare tra i fiori e alzò la testa, con una corolla colorata che ancora gli penzolava sul muso. «Andiamo», disse Travis. Einstein lasciò perdere i fiori e uscì da quel disastro, sul prato, diffidente. «Niente scherzi», promise Travis. «Se ci tieni tanto, andiamo a trovare quella donna. Ma lo sa Dio che cosa le dirò.» 8 Con il piatto della cena in una mano e una bottiglia di Evian nell'altra, Nora attraversò il corridoio del pianterreno, confortata dalla vista delle luci accese in ogni stanza. Sul pianerottolo del piano di sopra, con il gomito fece scattare l'interruttore del corridoio. Ancora allegra per il brandy, cominciò a canterellare tra sé mentre si avvicinava alla stanza: «Moon River, vasto come sei...» Attraversò la soglia. Streck era steso sul letto. Le sorrise. «Ciao, bambina.» Per un attimo pensò che fosse un'allucinazione, ma quando lui parlò si
rese conto che era reale, lanciò un urlo e il piatto le cadde di mano, disperdendo frutta e formaggio sul pavimento. «Oh, povero me, che pasticcio hai combinato», disse lui, mettendosi a sedere sull'orlo del letto. Indossava ancora i calzoncini da corsa, le calze e le scarpe da ginnastica; niente altro. «Ma non c'è bisogno di pulire immediatamente. Ci sono prima altre faccende da sbrigare. È tanto che ti sto aspettando. Aspetto e penso a te... Mi sono preparato per te...» Si alzò in piedi. «E ora è il momento di insegnarti quello che non hai mai imparato.» Nora non poteva muoversi. Non poteva respirare. Doveva essere venuto a casa direttamente dal parco arrivando prima di lei. Aveva forzato una porta senza lasciare traccia di scasso, e l'aveva aspettata, lì sul letto, per tutto il tempo che lei era stata in cucina a bere il brandy. C'era qualcosa in questo suo aspettare quassù che era più agghiacciante di qualsiasi cosa avesse fatto, aspettare ed eccitarsi con la promessa di lei, godendosela ad ascoltarla mentre lei si aggirava di sotto ignara della sua presenza. Una volta finito, l'avrebbe uccisa? Si girò e corse nel corridoio. Appena mise la mano sul pomo in cima al corrimano della scala e iniziò a scendere, sentì Streck dietro di lei. Si tuffò giù per i gradini, facendoli a due e a tre alla volta, terrorizzata all'idea che si sarebbe slogata una caviglia e sarebbe caduta; al pianerottolo le mancò quasi un ginocchio, inciampò, ma continuò ad andare, volò giù per l'ultima rampa nella sala d'ingresso. Afferrandola da dietro, stringendola per le spalle, Streck la costrinse a girarsi verso di lui. 9 Quando Travis svoltò sul viale di fronte a casa Devon, Einstein si alzò in piedi sul sedile davanti, piazzò le zampe anteriori sulla maniglia dello sportello, spinse con tutto il peso e aprì la portiera. Era fuori dal camion e galoppava verso l'ingresso della casa prima che Travis avesse messo il freno a mano e avesse spento il motore. Qualche secondo dopo, Travis raggiunse gli scalini della veranda in tempo per vedere il retriever sul portico, ritto sulle zampe posteriori, schiacciare il campanello con una zampa. Salendo gli scalini, Travis esclamò: «E adesso che diavolo ti ha preso?»
Il cane suonò di nuovo. «Dalle il tempo.» Mentre Einstein schiacciava il bottone per la terza volta, Travis sentì un uomo gridare di rabbia e di dolore. Poi il grido di aiuto di una donna. Abbaiando con la stessa ferocia che aveva usato nel bosco il giorno prima, Einstein si scagliò con le unghie contro la porta come se credesse davvero di poterla sfondare. Spingendosi avanti, Travis guardò attraverso un riquadro trasparente del finestrone colorato. L'ingresso era illuminato e così riuscì a vedere due persone che lottavano a pochi passi di distanza. Einstein continuava ad abbaiare, a ringhiare, inferocito. Travis provò a spingere la porta, ma la trovò bloccata. Con il gomito infranse un paio di pannelli della vetrata, infilò la mano all'interno, manovrò con la serratura e con la catena di sicurezza ed entrò, nel momento in cui quello con i calzoncini da corsa spingeva da parte la donna e si girava verso di lui. Einstein non diede a Travis il tempo di agire. Si slanciò lungo il corridoio, diritto contro l'uomo. Questo reagì come chiunque si fosse visto caricato da un cane di quelle dimensioni: fuggì. La donna cercò di tenerlo per una gamba e lui incespicò, ma non cadde. In fondo al corridoio si rifugiò dietro una porta a molla, fuori vista. Einstein superò di slancio Nora Devon e raggiunse la porta che ancora ondeggiava, infilandosi con un tempismo perfetto attraverso l'apertura. Svanì dietro il corridore. Dalla stanza dietro alla porta a molla - la cucina, immaginò Travis - venne un gran abbaiare, ringhiare e urlare. Qualcosa cadde con fracasso, poi qualcos'altro con un fragore ancora più forte, il corridore imprecò ed Einstein fece un verso cattivo da far rabbrividire Travis, e il frastuono aumentò ancora. Si avvicinò a Nora Devon. Lei era appoggiata al passamano in fondo alle scale. Le chiese: «Tutto bene?» «Mi ha quasi... mi ha quasi...» «Ma non l'ha fatto.» «No.» Le toccò il mento insanguinato. «Si è fatta male.» «E sangue suo», rispose lei vedendolo sulle dita di Travis. «L'ho morso, quel bastardo.» Guardò verso la porta a molla che ora aveva smesso di oscillare. «Non gli permetta di fare del male al cane.»
«Poco probabile», disse Travis. Il fracasso in cucina cessò quando Travis spinse la porta. Due sedie erano state rovesciate. Una grossa brocca di ceramica era in pezzi sul pavimento, e per tutta la stanza erano sparsi biscotti di avena, qualcuno intero, qualcuno sbriciolato e altri schiacciati. Il corridore sedeva in un angolo, le gambe nude tirate su, le mani incrociate sul petto, come per difendersi. L'uomo era senza una scarpa e Travis immaginò che gliela avesse tolta il cane. La mano destra gli sanguinava, e quella era evidentemente opera di Nora Devon. Perdeva sangue anche dal polpaccio sinistro, ma quella ferita aveva l'aria di un morso di cane. Einstein lo teneva sotto controllo, fuori dalla portata di un suo calcio, ma pronto a saltargli addosso se fosse stato così stupido da tentare di lasciare l'angolo. «Bel lavoro», si congratulò Travis. «Proprio un ottimo lavoro.» Einstein fece un guaito: il complimento era stato gradito. Ma, quando il corridore fece per muoversi, il guaito gioioso si trasformò immediatamente in un ringhio e lui si ritirò in fretta nell'angolo. «Sei finito», disse Travis al corridore. «Mi ha morso! Mi hanno morso tutti e due.» Rabbia lamentosa. Sbalordimento. Incredulità. «Mi hanno morso.» Come tanti prepotenti che riescono a fare a modo loro per tutta la vita, quest'uomo era sconvolto dalla scoperta che poteva essere picchiato, battuto anche lui. Pensava di non poter mai perdere. Ora, aveva la faccia pallidissima e sembrava in stato di choc. Capitolo 5 1 Nella tarda mattinata di giovedì, 20 maggio, quando rientrò dal suo giorno di vacanza ad Acapulco, Vincent Nasco prese una copia del Times all'aeroporto internazionale di Los Angeles. Lesse il giornale durante il viaggio in pullman verso casa sua a Huntington Beach, e in terza pagina vide l'articolo sull'incendio ai laboratori Banodyne di Irvine. Il fuoco era divampato poco dopo le sei del mattino precedente, quando Vince stava andando all'aeroporto per prendere il volo per Acapulco. Uno dei due edifici dei Banodyne era stato completamente distrutto prima che i vigili del fuoco riuscissero a controllare le fiamme. Quelli che lo avevano assoldato per uccidere Davis Weatherby, Lawton Haines, gli Yarbeck e gli
Hudston avevano quasi certamente pagato un incendiario per dar fuoco ai Banodyne. A quanto pareva, cercavano di distruggere ogni documentazione del Progetto Francis, sia quelle conservate negli archivi dei Banodyne sia quelle nella mente degli scienziati che avevano partecipato alla ricerca. Il giornale non diceva nulla dei contratti militari dei Banodyne, che evidentemente non erano di dominio pubblico. La compagnia era definita «leader nel settore dell'ingegneria genetica, con un interesse particolare per lo sviluppo di nuovi farmaci rivoluzionari derivati dalle ricerche sul DNA ricombinante». Nell'incendio era morto un guardiano notturno. Il Times non dava spiegazioni sui motivi per cui non era riuscito a sfuggire alle fiamme. Vince suppose che l'uomo fosse stato ucciso da chi era penetrato nei laboratori e poi incenerito per coprire l'omicidio. Il pullman scaricò Vince davanti all'ingresso di casa. Le stanze erano fresche e in penombra. Sui pavimenti nudi ogni passo risuonava duro e netto, riecheggiando per la casa semivuota. Abitava lì da due anni, ma non l'aveva ammobiliata completamente. Anzi, la stanza da pranzo, lo studio e due delle tre camere da letto non contenevano altro che delle tendine da pochi soldi che assicuravano la privacy. Per Vince quella casa era una stazione di transito, una residenza temporanea da cui un giorno sarebbe andato via per trasferirsi in una casa sulla spiaggia a Rincon, dove i cavalloni erano leggendari, dove il vasto mare impetuoso era l'elemento naturale soverchiante. Ma il fatto che non avesse ammobiliato la residenza attuale non aveva nulla a che vedere con la provvisorietà della sistemazione. Semplicemente gli piacevano le pareti bianche e nude, i pavimenti di cemento sgombri e le stanze vuote. Quando finalmente avesse comprato la casa dei suoi sogni, Vince intendeva far installare piastrelle di ceramica bianca sul pavimento e sulle pareti di ognuna delle sue grandi stanze. Non avrebbe dovuto esserci né legno né pietra o mattoni, nessuna di quelle superfici morbide che forniscono il «calore» visivo che altri sembravano apprezzare. Il mobilio sarebbe stato costruito su sua indicazione, ricoperto di smalto e vinile bianchi. Le uniche eccezioni potevano essere l'uso di vetro e acciaio lucidissimo. Allora, lì, così incapsulato, si sarebbe finalmente sentito in pace e a casa sua per la prima volta nella sua vita. Ora, dopo aver disfatto la valigia, scese in cucina a prepararsi il pranzo. Tonno. Tre uova sode. Una mezza dozzina di cracker. Due mele e un'arancia. Una bottiglia di Gatorade.
La cucina aveva un tavolino e un'unica sedia nell'angolo, ma mangiò al piano di sopra nella camera da letto scarsamente arredata. Sedette su una sedia presso la finestra che dava a occidente. L'oceano era a un solo isolato di distanza, dall'altra parte della Coast Highway, in fondo a una grande spiaggia pubblica; dal secondo piano poteva vedere l'acqua in movimento. Il cielo era parzialmente coperto e il mare era screziato di luci e di ombre. In alcuni punti sembrava cromo fuso, mentre in altri pareva essere un'ondeggiante massa di sangue nero. La giornata sembrava stranamente fredda, invernale. Guardando l'oceano, avvertiva sempre la sensazione che le ondate di sangue che gli attraversavano le vene fossero in perfetta sincronia con le onde del mare. Quando ebbe finito di mangiare, rimase seduto per un po', in comunione con il mare, mugolando tra sé, guardando attraverso il vago riflesso della sua immagine sul vetro come dalla parete di un acquario; ma in quello stesso momento si sentiva dentro l'oceano, ben al di là delle onde, in un freddo, pulito, interminabile mondo di silenzio. Più tardi, quel pomeriggio, andò con il furgoncino a Irvine e localizzò i laboratori Banodyne. Il complesso era situato alle pendici delle Santa Ana Mountains. La compagnia aveva due edifici: una struttura a due piani a forma di L e un'altra a un solo piano a forma di V, con poche strette finestre che la facevano sembrare una fortezza. Le due costruzioni erano di un disegno modernissimo, un insieme di piani e curve di marmo verde scuro e grigio, di un effetto molto piacevole. Gli edifici erano circondati da un parcheggio per i dipendenti e da enormi prati curatissimi. L'incendio si era concentrato sulla costruzione a V che ospitava i laboratori. Gli unici segni di distruzione erano alcune finestre fracassate e delle macchie di fuliggine sul marmo sovrastante quelle strette aperture. Attorno al terreno dell'impianto non c'erano né muri di cinta né altre protezioni; evidentemente il prato doveva essere disseminato di sistemi elettronici di sicurezza. Di certo, l'uomo che aveva fatto il lavoro non era un esperto solo di incendi, ma anche un conoscitore di sofisticati sistemi di allarme. C'era qualcosa nei Banodyne che dava loro un aspetto portentoso e forse anche un po' sinistro. E Vince era convinto che questa impressione non gli venisse dalla sua conoscenza delle ricerche che vi si svolgevano. Tornò a casa a Huntington Beach. Era andato ai Banodyne nella speranza che vedere il posto l'avrebbe aiu-
tato a decidere in che modo andare avanti. Ne fu deluso. Ancora non sapeva che cosa fare. Non riusciva a immaginare a chi potesse vendere le sue informazioni per un prezzo adeguato al rischio che stava correndo. Al governo degli Stati Uniti no: tanto per cominciare erano informazioni loro. E neppure ai sovietici, l'avversario naturale, perché erano i sovietici che l'avevano pagato per uccidere Weatherby, gli Yarbeck, gli Hudston e Haines. Certamente non poteva dimostrare che stava lavorando per i sovietici. Erano gente accorta quando assoldavano un indipendente come lui. Ma con loro aveva fatto tanti contratti, almeno quanti con la malavita, e, basandosi su decine di indizi nel corso degli anni, aveva deciso che erano sovietici. Sporadicamente aveva ricevuto istruzioni da persone diverse dagli intermediari soliti di Los Angeles, e ogni volta parlavano con un accento che sembrava russo. Inoltre, i loro bersagli erano solitamente, almeno in una certa misura, obiettivi politici o, come nel caso dei Banodyne, militari. E le loro informazioni si dimostravano sempre più esaurienti, precise e sofisticate delle informazioni che riceveva dalla malavita quando il contratto riguardava una semplice questione tra bande. E allora chi avrebbe pagato per un'informazione militare così delicata se non gli Stati Uniti o i sovietici? Qualche dittatore del Terzo Mondo in cerca di un modo per scavalcare le capacità nucleari dei paesi più potenti? Il Progetto Francis poteva dare questo margine a un qualche Hitler in miniatura, portarlo all'altezza di una potenza mondiale; lui avrebbe potuto pagare bene per questo. Ma chi aveva voglia di correre il rischio di un accordo con tipi come Gheddafi? Vince no. E poi, le informazioni in suo possesso riguardavano l'esistenza delle rivoluzionarie ricerche ai Banodyne, ma lui non possedeva la documentazione dettagliata su come erano stati compiuti i miracoli del Progetto Francis. Aveva da vendere meno di quanto avesse creduto in un primo tempo. Dal giorno prima, però, gli si andava formando un'idea nella mente. Ora, continuando a riflettere su un potenziale acquirente per le sue informazioni, l'idea sbocciò. Il cane. Tornato a casa, sedette in camera da letto, guardando il mare. Rimase lì fin quando cadde la sera, quando non poté più vedere l'acqua, pensando al cane. Hudston e Haines gli avevano detto tante cose sul retriever. Così aveva cominciato a rendersi conto che la sua conoscenza sul Progetto Francis, per quanto potenzialmente esplosiva e di valore, non valeva neppure un
millesimo del cane in sé. Il retriever poteva essere sfruttato in molti modi. Era una macchina da soldi con la coda. Intanto poteva rivenderlo al governo o ai russi per una barca di denaro. Se fosse riuscito a trovare il cane, sarebbe stato in grado di raggiungere l'indipendenza finanziaria. Ma come fare a localizzarlo? Era certamente in corso per tutta la California meridionale una ricerca discreta quasi segreta, ma gigantesca. Il dipartimento della Difesa doveva aver sguinzagliato una quantità enorme di uomini e, se Vince avesse incrociato qualcuno di quelli che conducevano le indagini, gli avrebbero fatto delle domande. Non poteva permettersi di attirare l'attenzione. E poi, se si fosse messo in cerca per conto suo tra le più vicine falde del Santa Ana, dove i fuggitivi del laboratorio quasi certamente si erano rifugiati, avrebbe corso il rischio di incontrare quello sbagliato. Avrebbe potuto perdere il golden retriever e imbattersi nell'Outsider, e questo poteva essere pericoloso. Mortale. Fuori dalla finestra, il cielo notturno annuvolato e il mare si univano in un'oscurità buia come la faccia nascosta della luna. 2 Il giovedì, il giorno dopo che Einstein aveva stretto Arthur Streck nell'angolo della cucina di Nora Devon, Streck fu incriminato per effrazione e violazione di domicilio, aggressione e maltrattamenti e tentata violenza carnale. Poiché aveva già avuto una condanna di due anni per violenza carnale, la cauzione fu molto alta. Non riuscì a pagarla. E, dato che non fu in grado di trovare un garante che si impegnasse per lui, sembrava destinato a rimanere in prigione, con gran sollievo di Nora, fino al processo. Il venerdì Nora andò a pranzo con Travis Cornell. Si stupì lei stessa di aver accettato il suo invito. Era vero che Travis era parso autenticamente scosso dalla terribile esperienza che le era capitata, ed era anche vero che in una certa misura doveva l'integrità, e forse anche la vita, al suo arrivo all'ultimissimo momento. Ma anni di indottrinamento non si potevano cancellare in pochi giorni e un residuo di irragionevole sospetto e di diffidenza continuava a tormentare Nora. Se improvvisamente lui si fosse comportato male, sarebbe rimasta sgomenta, forse anche sconvolta, ma non sorpresa. Incoraggiata fin dall'infanzia ad aspettarsi il peggio dalla gente, l'unica cosa che avrebbe potuto sorprenderla era la gentilezza e la benevolenza.
Nonostante ciò, andò a pranzo con lui. Dapprima senza sapere perché. Ma non dovette rifletterci a lungo per trovare la risposta: il cane. Voleva essere vicina al cane perché la faceva sentire sicura e perché non aveva mai ricevuto un affetto così incondizionato come quello che Einstein riversava su di lei. Inoltre, dentro di sé, sapeva che Travis Cornell poteva essere degno della più completa fiducia proprio perché Einstein si Fidava di lui, ed Einstein non sembrava facile da ingannare. Pranzarono a un ristorante che aveva dei tavoli all'esterno, nel patio, sotto ombrelloni a strisce bianche e blu, dove poterono tenere vicino il cane, assicurato con il guinzaglio alla gamba del tavolo. Einstein si comportò benissimo, rimanendo accucciato tranquillamente per quasi tutto il tempo. Di tanto in tanto alzava la testa per guardarli con quegli occhi languidi, finché loro non gli lasciavano cadere qualche pezzetto di cibo. Nora non aveva una grande esperienza di cani, ma le parve che Einstein fosse insolitamente sveglio e incuriosito da quanto accadeva intorno. Spesso cambiava posizione per poter osservare gli altri commensali, a cui sembrava interessato. Nora era interessata a tutto. Era la prima volta che pranzava in un locale pubblico e, sebbene avesse letto di pranzi e cene in migliaia di ristoranti in innumerevoli romanzi, era piacevolmente stupita e deliziata da ogni particolare. La rosa nel vaso bianco latte. I fiammiferi con il nome del locale. Il burro modellato a forma di fiore e servito in una ciotola di ghiaccio tritato. La fetta di limone nell'acqua fredda. La forchetta gelata per l'insalata fu il tocco che la colpì di più. Sapeva che questi particolari che la meravigliavano, per lui erano cose di tutti i giorni; sapeva che il suo stupore rivelava la mancanza di esperienza e di sofisticatezza facendola sembrare una bambina. Arrossiva spesso, a volte balbettava dall'imbarazzo, ma non poteva trattenersi dal commentare simili meraviglie. Travis le sorrideva quasi continuamente, ma non era un sorriso paternalistico, grazie a Dio; sembrava sinceramente contento per il piacere che lei dimostrava a ogni scoperta, a ogni piccola novità. Arrivati al caffè e al dessert - un dolce al kiwi per lei, fragole con panna per Travis e un bignè al cioccolato che Einstein non dovette dividere con nessuno - Nora si accorse di essersi impegnata nella più lunga conversazione della sua vita. Avevano passato due ore e mezzo senza un solo silenzio imbarazzato, discutendo soprattutto di libri perché, vista la vita da reclusa di Nora, l'amore per i libri era praticamente l'unica cosa che avessero
in comune; questo e la solitudine. Lui sembrava sinceramente interessato alle sue opinioni sugli scrittori e aveva alcuni punti di vista affascinanti sui libri, punti di vista che a lei erano sfuggiti. Rise in un pomeriggio più di quanto avesse fatto in tutto un anno. Ma l'esperienza era così entusiasmante che le accadde di avvertire una sensazione di capogiro e, quando lasciarono il ristorante, non riuscì a ricordare con precisione nulla di quello che avevano detto, era tutto una macchia confusa e variopinta. Travis aveva lasciato il pick-up davanti alla casa di Nora e fecero quindi anche il ritorno a piedi; Nora tenne il guinzaglio del cane per tutto il percorso. Einstein non tentò mai di scappare, né la mise in difficoltà, ma le trotterellò accanto o davanti, docile, guardandola ogni tanto con un'espressione dolce che la faceva sorridere. «Che bravo cane», commentò lei. «Molto bravo», annuì Travis. «Così bene educato.» «Di solito sì.» «E così simpatico.» «Non adularlo troppo.» «Hai paura che metta su delle arie?» «È già un presuntuoso», disse Travis. «Se dovesse diventarlo ancora di più, sarebbe insopportabile viverci insieme.» Il cane alzò lo sguardo su Travis e sbuffò forte, come per mettere in ridicolo il commento del padrone. Nora rise. «A volte sembra quasi che capisca ogni parola che si dice.» «A volte, sì», ammise Travis. Quando arrivarono a casa, Nora avrebbe voluto invitarlo a entrare. Ma non sapeva bene se un invito potesse suonare troppo audace e temeva che Travis lo interpretasse male. Sentiva che poteva fidarsi di Travis, ma improvvisamente lo spettro di zia Violet era spuntato nei suoi pensieri. La giornata era stata magnifica e aveva paura che, a spingersi troppo oltre, qualcosa la rovinasse, e così lo ringraziò semplicemente per il pranzo senza neppure osare dargli la mano. Si chinò, invece, ad abbracciare il cane. Einstein le strofinò il muso contro il collo e le leccò la gola, facendola ridacchiare. Sarebbe rimasta stretta a lui accarezzandolo per ore se il suo entusiasmo per il cane non avesse reso ancora più evidente, a paragone, la diffidenza verso Travis. Ritta sulla soglia, li guardò salire sul pick-up e allontanarsi. Travis le mandò un saluto con la mano.
Lei rispose. Poi il camioncino raggiunse l'angolo e svoltò a destra scomparendo e Nora rimpianse la sua vigliaccheria, rimpianse di non aver invitato Travis. Fu quasi sul punto di corrergli dietro, di gridare il suo nome, di scendere gli scalini in un balzo per inseguirlo. Ma il camioncino era scomparso e lei era di nuovo sola. Riluttante, entrò in casa e chiuse la porta sul vivido mondo esterno. 3 L'elicottero, un Bell JetRanger, lampeggiò sopra le scarpate alberate e le creste nude delle pendici del Santa Ana, preceduto dalla sua ombra proiettata dal sole basso all'orizzonte in quel pomeriggio di venerdì. Avvicinandosi all'imboccatura dell'Holy Jim Canyon, Lemuel Johnson guardò dal finestrino della cabina passeggeri e vide quattro delle auto di servizio dello sceriffo di contea in basso, allineate lungo la stretta strada sterrata. Un paio di altri veicoli, la giardinetta del coroner e una jeep Cherokee, che probabilmente apparteneva alla vittima, erano parcheggiate accanto alla capanna di pietra. Il pilota aveva appena lo spazio sufficiente per far atterrare l'elicottero nella radura. Prima ancora che il motore si spegnesse e i rotori cominciassero a rallentare, Lemuel era fuori dall'apparecchio e si affrettava in direzione della capanna, seguito da vicino da Cliff Soames, il suo braccio destro. Walt Gaines, lo sceriffo, uscì dalla capanna mentre Lem si avvicinava. Gaines era un uomo grosso, alto un metro e novanta e il cui peso doveva aggirarsi sui cento chili, con un paio di spalle enormi e il petto ampio. I capelli biondi e gli occhi azzurri gli avrebbero dato un aspetto da divo del cinema se il suo viso non fosse stato così massiccio e i lineamenti così tozzi. Aveva cinquantacinque anni, ne dimostrava quaranta e portava i capelli solo un po' più lunghi di come li aveva avuti durante i suoi venti anni nei marines. Anche se Lem Johnson era un nero, tanto nero quanto Walt era bianco, anche se era una quindicina di centimetri più basso e qualche chilo più magro di Walt, anche se proveniva da una famiglia nera di media borghesia mentre quella di Walt era una famiglia povera del Kentucky, anche se Lem era di dieci anni più giovane dello sceriffo, i due erano amici. Più che amici. Compagni. Giocavano insieme a bridge, andavano a pesca insieme e provavano un gran piacere nello stare seduti sulle sedie a sdraio nel patio dell'uno o dell'altro a bere birra e a risolvere tutti i problemi del
mondo. Anche le loro mogli erano diventate intime amiche, una felicissima coincidenza che, secondo Walt, era «un miracolo, perché a quella donna non è mai piaciuto nessun altro che le abbia presentato, mai in trentadue anni». Per Lem, la sua amicizia con Walt Gaines era anch'essa un miracolo, perché non era un uomo che si facesse degli amici con facilità. Dedito al lavoro com'era, non aveva l'agio di curare le conoscenze per trasformarle in una relazione più durevole. Con Walt, questo non era stato necessario; avevano legato dal primo momento che si erano incontrati, avevano riconosciuto la somiglianzà dei propri atteggiamenti e dei propri punti di vista. Dopo sei mesi che si conoscevano, pareva che fossero amici fin dall'infanzia. Lem ci teneva alla loro amicizia quasi quanto al matrimonio con Karen. Le pressioni del suo lavoro sarebbero state più difficili da sopportare se non avesse potuto scaricarle di tanto in tanto su Walt. Ora, mentre le pale dell'elicottero tacevano, Walt Gaines disse: «Non riesco a immaginare perché mai l'assassinio di un vecchio eremita del canyon possa interessare voi federali». «Bene», rispose Lem. «Non è previsto che te l'immagini, e ti assicuro che non ti piacerebbe saperlo.» «E comunque non mi aspettavo che venissi tu personalmente. Pensavo che avresti mandato qualcuno dei tuoi tirapiedi.» «Agli agenti dell'NSA non piace essere chiamati tirapiedi», replicò Lem. Guardando Cliff Soames, Walt insistè: «Ma è così che vi tratta, non è vero? Come tirapiedi?» «E un tiranno», confermò Cliff. Aveva trentun anni, capelli rossi e lentiggini. Aveva più l'aspetto di un giovane predicatore che quello di un agente della National Security Agency. «Vedi, Cliff», riprese Walt Gaines, «devi capire da dove viene Lem. Suo padre era uno sfruttato uomo d'affari nero che non ha guadagnato mai più di duecentomila l'anno. Un miserabile, capisci. E così Lem si immagina che sia suo dovere far saltare nel cerchio voialtri ragazzi bianchi ogni volta che ne ha l'occasione, per rifarsi di tutti quegli anni di brutale oppressione.» «Mi costringe a chiamarlo "Padrone"», disse Cliff. «Non ne dubitavo», fece Walt. Lem sospirò. «Voi due siete divertenti come un calcio nelle palle. Dov'è il cadavere?» «Da questa parte, Padrone», disse Walt.
Entrando nella prima delle due stanze della capanna, Lem comprese immediatamente perché Walt era così forzatamente allegro. Era un po' come ridere forte in un cimitero di notte per allontanare la paura. Due poltrone erano rovesciate, la tappezzeria squarciata, i cuscini del divano erano stati squartati e mostravano il bianco dell'imbottitura. Dei paperback erano stati tirati fuori da una libreria d'angolo, fatti a pezzi e sparsi per tutta la stanza. In mezzo a quella rovina le schegge di vetro del fìnestrone risplendevano come gemme. I mobili e le pareti erano spruzzati di sangue e una quantità di sangue secco oscurava il pavimento di pino. Evidentemente il corpo era stato già esaminato e fotografato poiché era stato trasferito in un sacco di plastica opaca ed era disteso accanto alla porta, in attesa di essere portato fuori. «Come si chiamava?» chiese Lem guardando il sacco da cui traspariva appena una forma solo vagamente umana. «Wes Dalberg», rispose Walt. «Viveva qui da dieci anni e più.» «Chi l'ha trovato?» «Un vicino.» «Quando è stato ucciso?» «Per quello che possiamo dire, circa tre giorni fa. Forse martedì sera. Per saperlo con sicurezza dobbiamo aspettare i test di laboratorio. Ultimamente la temperatura è stata piuttosto alta, e questo incide sul processo di decomposizione.» Martedì sera... Poco prima dell'alba del martedì mattina c'era stata la fuga ai Banodyne. Entro martedì sera, l'Outsider poteva essere arrivato fin lì. Al pensiero, Lem rabbrividì. «Freddo?» chiese Walt in tono sarcastico. Lem non rispose. Erano amici, sì, ed erano entrambi poliziotti, uno locale e l'altro federale, ma in questo caso servivano interessi opposti. Il lavoro di Walt era scoprire la verità e portarla al pubblico, mentre quello di Lem era mettere un coperchio sul caso e tenerlo ben serrato. «Certo che c'è puzza qua dentro», disse Cliff Soames. «Avresti dovuto sentire prima che lo mettessimo nel sacco», commentò Walt. «Non è solo... decomposizione», disse Cliff. «No.» Walt indicò alcune macchie che non erano di sangue. «Urina. Anche urina e feci.» «Della vittima?» «Non credo», disse Walt.
«Avete fatto qualche test preliminare?» chiese Lem, cercando di non apparire preoccupato. «Esami microscopici sul posto?» «No. Manderemo i campioni al laboratorio. Riteniamo che appartengano alla cosa che è entrata da quella finestra.» Alzando gli occhi dal sacco del cadavere, Lem precisò: «Vuoi dire l'uomo che ha ucciso Dalberg?» «Non era un uomo», asserì Walt, «e immagino che tu lo sappia.» «Non era un uomo?» chiese Lem. «Almeno non un uomo come me o te.» «Allora che cosa pensi che fosse?» «Accidenti se lo so», fece Walt, grattandosi la nuca ispida con una manona. «A giudicare dal cadavere, doveva avere denti aguzzi, forse gli artigli, e certamente un brutto carattere. Ti sembra che concordi con quello che state cercando?» Lem non abboccò. Per un momento nessuno parlò. Lem sospirò stancamente. La situazione non andava bene. Lo sceriffo e i suoi uomini non avrebbero trovato abbastanza per capire che cosa avesse ucciso Dalberg, ma avrebbero raccolto prove sufficienti per rimanere con una curiosità del diavolo. Ma quella era una questione di difesa nazionale, in cui nessun civile poteva permettersi di indulgere alla curiosità. Lem avrebbe dovuto mettere fine alla loro indagine. Sperava di poter intervenire senza far arrabbiare Walt. Quella sarebbe stata una prova seria della loro amicizia. Improvvisamente, fissando il sacco dov'era il cadavere, Lem si rese conto che c'era qualcosa di strano nella forma del corpo. «Ma non c'è la testa?» «A voi federali non sfugge un particolare, non è vero?» disse Walt. «È stato decapitato?» chiese Cliff Soames a disagio. «Da questa parte», disse Walt, facendo strada nella seconda stanza. Era una grande cucina con una pompa a mano nel lavello e un'antiquata stufa a legna. A parte la testa, non c'erano segni di violenza in cucina. Certo, la testa era già una cosa abbastanza brutta. Era al centro della tavola. Su un piatto. «Gesù», mormorò Cliff. Quando erano entrati nella stanza, un fotografo della polizia stava riprendendo la testa da varie angolazioni. Non aveva ancora finito, ma si fece da parte per dar loro una visuale migliore. Gli occhi del morto mancavano, strappati. Le orbite vuote sembravano
profonde come pozzi. Cliff Soames si era fatto così bianco che, per contrasto, le lentiggini gli bruciavano sulla pelle come fossero scintille di fuoco. Lem sentì un'ondata di nausea, non solo per quello che era accaduto a Wes Dalberg, ma per tutte le morti che dovevano venire. Era fiero delle proprie capacità di organizzatore e di investigatore, e sapeva che poteva affrontare questo caso meglio di chiunque altro. Ma era anche un solido pragmatico, incapace di sottovalutare il pericolo o di illudersi sulla fine rapida di questo incubo. Aveva bisogno di tempo, di pazienza e di fortuna per rintracciare il killer, e, nel frattempo, si sarebbero accumulati altri cadaveri. La testa non era stata tagliata dal corpo. La recisione non era così netta. Sembrava strappata via con le unghie e con i denti. Lem si sentì a un tratto le mani madide di sudore. Strano... le orbite vuote della testa lo fissavano come se avessero contenuto un paio di occhi spalancati. Sentì una goccia di sudore scendergli lungo la spina dorsale. Aveva più paura di quanta ne avesse mai provata o di quanto avesse mai pensato di poterne avere, ma non voleva perdere quell'incarico per nessun motivo. Era di importanza vitale per la sicurezza stessa della nazione e per la salvezza del pubblico che questa emergenza venisse gestita bene, e lui sapeva che non c'era nessuno che potesse affrontarla meglio di lui. Non era solo un fatto di presunzione. Tutti dicevano che lui era il migliore e lui sapeva che avevano ragione, aveva un giustificato orgoglio e nessuna falsa modestia. Questo era il suo caso e lo avrebbe portato sino in fondo. I suoi lo avevano cresciuto con un senso del dovere e della responsabilità quasi fin troppo acuto. «Un nero», gli diceva sempre il padre, «deve fare un lavoro bene il doppio di un bianco per ricevere un minimo di merito. Non c'è da prendersela. Non serve protestare. E un fatto naturale. Sarebbe come lamentarsi che d'inverno fa freddo. Invece di protestare, la cosa da fare è affrontare i fatti, lavorare sodo il doppio e si arriva dove si vuole. E tu devi riuscire perché porti la bandiera per tutti i tuoi fratelli.» Come risultato di questa educazione, Lem era incapace di una dedizione meno che totale a ogni incarico. Era terrorizzato dal fallimento: lo incontrava di rado, ma era capace di precipitare in un umore nero per settimane se la conclusione di un caso gli sfuggiva. «Posso parlarti là fuori per un minuto?» chiese Walt, aprendo la porta posteriore della capanna.
Lem annuì. Si rivolse a Cliff: «Rimani qui. Accertati che nessuno — patologi, fotografi, poliziotti in uniforme, nessuno - vada via prima che io abbia parlato con loro». «Sissignore», rispose Cliff. Si diresse rapido verso la zona anteriore della capanna per informare tutti che erano messi temporaneamente in quarantena, ma anche per allontanarsi da quella testa senz'occhi. Lem seguì Walt Gaines nella radura dietro la costruzione. Notò un secchio di metallo e della legna da ardere sparsa sul terreno e si fermò a studiare quegli oggetti. «Riteniamo che abbia avuto inizio qua fuori», disse Walt. «Forse Dalberg stava prendendo legna per la stufa. Forse qualcosa è venuto fuori da quegli alberi e lui gli ha gettato contro il secchio ed è fuggito in casa.» Sotto la luce rossastra del tramonto, accanto alla cerchia degli alberi, Lem scrutava le ombre violacee e le misteriose profondità verdi della foresta. Era a disagio. Si chiedeva se il fuggitivo dal laboratorio di Weatherby fosse vicino, se li stesse osservando. «Allora che cosa c'è?» chiese Walt. «Non posso dirlo.» «Sicurezza nazionale?» «Esatto.» Gli abeti, i pini, i sicomori frusciavano nel vento e a Lem parve di aver sentito qualcosa muoversi furtivo tra i cespugli. Immaginazione, certo. Eppure era contento che sia lui sia Walt Gaines fossero armati di pistole affidabili riposte in fondine facili da raggiungere. «Lem, puoi tenere le labbra cucite, se insisti, ma non puoi tenermi completamente all'oscuro. Sono in grado di fare qualche supposizione per conto mio. Non sono un idiota.» «Non l'ho mai pensato.» «Martedì mattina ogni dannata stazione di polizia, nella contea di Orange e di San Bernardino, riceve una richiesta urgente dalla tua NSA che ci chiede di prepararci a collaborare a una caccia all'uomo, dettagli a seguire. Il che ci mette tutti in agitazione. Sappiamo di che cosa siete responsabili voialtri: proteggere le ricerche militari, impedire ai russi pisciavodka di rubare i nostri segreti. E, dato che la California meridionale è la sede della metà degli appaltatori militari del paese, qui di roba da rubare ce n'è.» Lem mantenne gli occhi fissi sul bosco, la bocca chiusa. «E così», continuò Walt, «ci immaginiamo che quello da cercare sia un agente russo con qualcosa di scottante in tasca e siamo felici dell'occasione
di prendere qualcuno a calci nel culo per conto dello Zio Sam. Ma a mezzogiorno, invece di ricevere i dettagli, ci arriva una revoca della richiesta. Niente caccia all'uomo. Tutto sotto controllo, ci dice il tuo ufficio. L'allarme iniziale era stato diramato per errore, dite.» «Esatto.» L'agenzia si era resa conto che la polizia locale non poteva essere controllata a sufficienza e, quindi, non ci si poteva fidare del tutto. Era un lavoro da far fare ai militari. «Diramato per errore.» «Col cavolo! Nel pomeriggio dello stesso giorno veniamo a sapere che sulle pendici del Santa Ana si stanno concentrando gli elicotteri dei marines da El Toro. E mercoledì mattina cento marines con attrezzatura di ricerca ad alta tecnologia vengono portati qui da Camp Pendleton per effettuare un esame del terreno.» «L'ho saputo, ma non aveva niente a che fare con il mio ufficio», spiegò Lem. Di proposito, Walt evitava di guardare Lem. Continuava a fissare gli alberi. Chiaramente, sapeva che Lem gli stava mentendo, sapeva che Lem doveva mentirgli, e sentiva che sarebbe stata una scortesia costringerlo a farlo mentre si guardavano negli occhi. Ma in fin dei conti era lo sceriffo di contea ed era suo dovere continuare a insistere, pur sapendo che Lem non avrebbe rivelato nulla. «I marines», proseguì, «ci hanno detto che era solo un addestramento.» «E quello che ho sentito anch'io.» «Ma ci avvertono sempre con dieci giorni di anticipo, degli addestramenti.» Lem non rispose. Gli parve di aver visto qualcosa nella foresta, un movimento nell'ombra, una presenza misteriosa muoversi nell'oscurità dei pini. «E così i marines passano tutto il mercoledì e metà giovedì tra queste colline. Ma quando i giornalisti sanno di questo "addestramento" e vengono a ficcanasare, i militari improvvisamente smontano, fanno i bagagli, tornano a casa. Quasi come se... quello che stavano cercando fosse così inquietante, così dannatamente top secret, che preferivano non trovarlo affatto, se trovarlo doveva significare farlo sapere alla stampa.» Scrutando attentamente nella foresta, Lem si sforzava di vedere tra le ombre che si scurivano sempre di più, cercando di cogliere un'altra volta quell'impressione di movimento che un attimo prima aveva attirato la sua attenzione. Walt continuò: «Poi ieri pomeriggio l'NSA ci chiede di tenerla informata
di "ogni rapporto strano, aggressione insolita o omicidio di violenza inusitata". Chiediamo chiarimenti, non ce ne danno». Ecco. Un fruscio nella penombra sotto i rami dei sempreverdi. A una ventina di metri dalla cerchia degli alberi. Qualcosa in movimento rapido e uniforme da un rifugio d'ombra al successivo. Lem mise la mano sotto la giacca, sul calcio della pistola nella fondina ascellare. «Ma poi, proprio il giorno dopo», proseguì Walt, «troviamo questo povero bastardo di Dalberg fatto a pezzi ed è un caso che a chiamarlo strano è dire poco; è di una violenza talmente "inusitata" che mi auguro di non vederne di peggio. E poi arrivi fu, signor Lemuel Asa Johnson, direttore dell'Ufficio della California meridionale dell'NSA, e so benissimo che non sei venuto quaggiù in elicottero solo per chiedermi se nel sandwich del bridge di domani sera ci voglio cipolla o mostarda.» Il movimento era più vicino di venti metri, molto più vicino. Lem era stato ingannato dagli strafa' di ombra e dalla distorsione della luce del tardo pomeriggio che penetrava tra gli alberi. La cosa era a non più di dieci metri, forse meno, e improvvisamente venne dritta verso di loro, si slanciò verso di loro attraverso i cespugli, e Lem lanciò un grido, estrasse la pistola e involontariamente incespicò all'indietro di qualche passo prima di prendere la posizione di tiro con le gambe ben aperte, entrambe le mani sulla rivoltella. «È solo un cervo mulo!» esclamò Walt Gaines. Effettivamente. Solo un cervo mulo. Il cervo si fermò a quattro o cinque metri, sotto i rami ricadenti di un abete, fissandoli con due enormi occhi scuri che brillavano dalla curiosità. Teneva la testa ritta, le orecchie tese. «Sono talmente abituati alla gente in questi canyon che sono quasi domestici», disse Walt. Lem emise un sospiro e rinfoderò la pistola. Il cervo, avvertendo la tensione dei due uomini, si girò e si allontanò lungo la pista sparendo tra gli alberi. Walt fissava Lem intensamente. «Che cosa c'è là fuori, amico?» Lem non rispose. Si asciugò le mani sulla giacca. Il vento si andava facendo più teso, più fresco. La sera era in arrivo e la notte l'avrebbe seguita dappresso. «Non ti avevo mai visto così agitato», disse Walt. «Caffeina. Oggi ho preso troppo caffè.» «Cazzate.»
Lem si strinse nelle spalle. «Sembra che sia stato un animale a uccidere Dalberg, qualcosa con una quantità di denti, artigli, qualcosa di feroce», riprese Walt. «Ma nessun dannato animale avrebbe messo con tanta cura te testa di quel tale su un piatto nel centro di un tavolo da cucina. È uno scherzo macabro. Gli animali non fanno scherzi, né macabri né non. Qualunque cosa sia stata a uccidere Dalberg... ha lasciato la testa in quel modo per sfotterci. E allora, in nome di Cristo, con chi abbiamo a che fare?» «Non ti p