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DEAN KOONTZ MEZZANOTTE (Midnight, 1989) A Ed e Pat Thomas della Book Carnival, persone così gentili da farmi talvolta sospettare che non siano veramente umani bensì alieni provenienti da un mondo diverso e migliore. PARTE PRIMA Lungo la costa di notte Dove sinistre figure saltellano alla musica di mezzanotte che solo loro possono udire. The Book of Counted Sorrows 1 A Janice Capshaw piaceva correre di notte. Quasi ogni sera, tra le dieci e le undici, indossava la tuta grigia con le strisce blu sul petto e sulla schiena, infilava le scarpe da ginnastica, fermava i capelli con una fascia e correva per quattro chilometri. A trentacinque anni, sarebbe potuta passare per una venticinquenne e attribuiva questo aspetto giovanile alla propria ventennale dedizione all'esercizio fisico. Domenica 21 settembre uscì di casa alle dieci in punto e percorse quattro isolati in direzione nord fino a Ocean Avenue, la strada principale di Moonlight Cove, dove svoltò a sinistra verso la spiaggia. I negozi erano chiusi, le vetrine buie; a parte la soffusa luminescenza dei lampioni stradali, le uniche luci brillavano in qualche appartamento, nella Knight's Bridge Tavern e nella chiesa cattolica di Nostra Signora della Misericordia. Non circolavano macchine né si vedeva anima viva. Moonlight Cove era sempre stata una cittadina tranquilla, che rifuggiva il flusso turistico tanto avidamente ricercato dalle altre comunità costiere e Janice ne apprezzava il rit-
mo lento e misurato, anche se, negli ultimi tempi, la città non sembrava semplicemente sonnolenta, bensì morta. Correndo lungo la via principale in leggero pendio, attraverso le chiazze di luce color ambra e le ombre notturne dei cipressi e dei pini scolpiti dal vento, non percepiva alcun movimento se non il proprio — e l'inerte, serpentino avanzare della nebbia nell'aria immobile. Gli unici suoni erano il ritmo cadenzato delle suole di gomma sul marciapiede e il suo respiro affrettato. A tutti gli effetti, sarebbe potuta essere l'ultimo superstite sulla terra, impegnata in una solitària maratona post-Armageddon. Janice non amava alzarsi all'alba per correre prima del lavoro, inoltre, d'estate era più piacevole esercitarsi quando il calore diurno si era smorzato, benché né la scarsa propensione per le prime ore del giorno né il calore fossero il vero motivo della sua predilezione notturna. Aveva scelto quell'ora semplicemente perché le piaceva la notte. Anche da bambina l'aveva sempre preferita al giorno, felice di rimanere seduta in giardino dopo il tramonto, sotto le stelle, ad ascoltare le rane e i grilli. L'oscurità ammorbidiva gli spigoli del mondo, attutiva i colori troppo violenti. Con l'arrivo del crepuscolo, il cielo sembrava ritrarsi, mentre l'universo si espandeva. La notte era più vasta del giorno: durante il suo regno, la vita pareva possedere più prospettive. Giunta al raccordo di Ocean Avenue, ai piedi della collina, accelerò attraverso l'area di parcheggio e si diresse verso la spiaggia. Al di sopra del sottile strato di nebbia, il cielo era poco nuvoloso e il chiarore giallo-argento della luna piena, penetrando la foschia, le offriva luce sufficiente per distinguere il percorso. Talvolta la nebbia era troppo fitta e il cielo troppo coperto per consentirle di correre lungo la riva ma, quella sera, la schiuma lattiginosa delle onde si sollevava dal mare in una successione fosforescente e spettrale, mentre la vasta distesa di sabbia riluceva davanti ai suoi occhi. Mentre scattava in direzione della sabbia bagnata, più solida, ai margini dell'acqua e svoltava a sud per percorrere il chilometro che la separava dall'estremità della baia, Janice si sentì meravigliosamente viva. Richard — suo marito, morto di tumore tre anni prima — aveva sostenuto che i suoi ritmi vitali erano tanto concentrati sul periodo successivo alla mezzanotte da renderla qualcosa di più di una normale persona notturna. «Probabilmente ti piacerebbe essere un vampiro per poter vivere fra il tramonto e l'alba», le continuava a ripetere, e lei rispondeva: «Voglio succhiarti il sangue». Dio, quanto lo aveva amato! In principio, aveva temuto
che la vita della moglie di un pastore luterano si rivelasse noiosa e, invece, non lo era stata neppure per un minuto. Tre anni dopo la sua morte ne sentiva ancora la mancanza, ogni giorno e soprattutto la notte. Improvvisamente, mentre oltrepassava due alti cipressi contorti cresciuti nel mezzo della spiaggia, Janice fu certa di non essere più sola nella notte nebbiosa. Non avvertì alcun movimento né un suono al di fuori del proprio respiro affannoso e del martellare del cuore: semplicemente l'istinto le suggerì che aveva compagnia. Dapprima non si sentì allarmata, perché pensò che un'altra persona stesse correndo sulla spiaggia. Occasionalmente, qualche fanatico locale della forma fisica si esercitava a tarda ora, non per scelta, come nel suo caso, ma per necessità; due o tre volte al mese le capitava d'imbattersi in uno di loro. Tuttavia, quando si fermò e si voltò per guardarsi alle spalle, vide soltanto una distesa deserta di sabbia illuminata dalla luna, un nastro ricurvo di onde luminescenti e le ombre vaghe ma familiari delle rocce e degli alberi. L'unico suono era il basso rumoreggiare delle onde. Immaginando che l'istinto l'avesse ingannata, riprese a correre verso sud lungo la spiaggia, ritrovando rapidamente il proprio ritmo. Dopo qualche metro, però, percepì un movimento con la coda dell'occhio alla propria sinistra: un'ombra veloce, celata dalla notte e dalla nebbia, che sfrecciava da un cipresso a una formazione rocciosa, nascondendosi nuovamente alla vista. Janice si bloccò, chiedendosi che cosa fosse: la sagoma le era parsa più grande di un cane, forse delle dimensioni di un uomo, ma, avendola colta soltanto di sfuggita, non era in grado di poterlo dire. La roccia, molto frastagliata, era stata modellata dal vento e dalla pioggia fino ad assomigliare a un cumulo di cera fusa, sufficientemente ampia da occultare chiunque vi avesse cercato riparo. «C'è qualcuno?» chiese. Come si aspettava, non ebbe risposta. Si sentiva a disagio, ma non aveva paura. Se quanto aveva visto era qualcosa di più di un'illusione creata dalla nebbia e dalla luce lunare, si trattava certamente di un animale — e non di un cane, perché un cane si sarebbe avvicinato, senza comportarsi così furtivamente. Dato che lungo la costa non esistevano animali in grado di incutere timore, Janice era curiosa, non spaventata. Immobile, coperta da un velo di sudore, cominciò ad avvertire il freddo della notte. Per mantenere il calore corporeo, si mise a correre sul posto
osservando le rocce, aspettandosi di vedere un animale fuggire dal nascondiglio in direzione della spiaggia. Alcuni abitanti della zona possedevano un cavallo; i Foster gestivano addirittura un allevamento in prossimità del mare, a pochi chilometri di distanza. Forse uno dei loro animali era fuggito. L'ombra che aveva intravisto era più piccola di un cavallo, ma poteva trattarsi di un pony; d'altro canto, nonostante la sabbia soffice, non avrebbe udito il rumore degli zoccoli? Di sicuro, se aveva a che fare con un cavallo, avrebbe dovuto cercare di catturarlo o, perlomeno, di informare i proprietari del ritrovamento. Infine, dato che nulla si muoveva, corse verso le rocce e le aggirò. Ai piedi della formazione e nelle fessure della pietra non c'era nessuno. A Janice non passò neppure per la mente l'ipotesi di trovarsi seriamente in pericolo. Tranne occasionali atti di vandalismo, sempre ad opera di uno o più adolescenti disadattati, oppure di qualche raro incidente stradale, la polizia locale non aveva molto di cui occuparsi. I reati contro le persone — stupri, aggressioni, omicidi — erano praticamente sconosciuti in una cittadina come Moonlight Cove, quasi che i suoi abitanti vivessero in un'oasi al di fuori del tempo. Aggirate le rocce e ritornata sulla battigia, Janice decise di essersi lasciata trarre in inganno dalla foschia e dal chiarore lunare. Il movimento era stato immaginario; sulla spiaggia non c'era nessun altro. Notò che la nebbia si andava addensando rapidamente, ma proseguì verso l'estremità della baia; era certa di poter raggiungere la meta e ritornare ai piedi di Ocean Avenue prima che la visibilità si riducesse drasticamente. Dal mare si levò una brezza leggera che parve spazzare via a tratti la nebbia ma, non appena Janice raggiunse l'estremità sud della riva, il vento si rafforzò e il mare cominciò ad agitarsi, sollevando alti spruzzi di schiuma ogni volta che un'onda si infrangeva contro la scogliera. Qualcuno era ritto su quel muro di massi e la fissava. Janice alzò lo sguardo proprio mentre la coltre di nebbia si sollevava e i raggi della luna delineavano la sua figura. Ora si sentì paralizzare dal terrore. Nonostante l'estraneo le stesse di fronte, l'oscurità le impedì di distinguerne il viso; sembrava alto, ben più di un metro e ottanta, a meno che la distanza non la stesse ingannando. A parte i contorni del corpo, solo gli occhi erano visibili, e furono quelli ad agghiacciarla: color ambra, luminosi, come gli occhi di un animale colto nel fascio di luce di una torcia elettrica.
Per un attimo, mentre lo osservava, si sentì immobilizzata dal suo sguardo. Illuminato alle spalle dalla luna, torreggiante sopra di lei, alto e immobile su contrafforti di roccia, con la spuma del mare che esplodeva alla sua destra, sarebbe potuto essere un idolo intagliato nella roccia, con gli occhi di pietre preziose, eretto da una setta di adoratori del demonio in un'epoca remota. Janice avrebbe voluto fuggire, ma non poteva muoversi; era inchiodata alla sabbia, nella morsa di un terrore paralizzante fino ad allora sperimentato soltanto negli incubi. Si chiese se fosse davvero sveglia. Forse la corsa notturna faceva parte di un brutto sogno, forse si trovava a letto addormentata, al sicuro sotto le coperte calde. Poi, l'uomo emise una specie di ringhio, in parte un ruggito di rabbia e in parte un'acuta invocazione di aiuto. E si mosse. A quattro zampe, cominciò a scendere la scogliera, non come avrebbe fatto un uomo normale, ma con la velocità e la grazia di un felino. In pochi secondi le sarebbe balzato addosso. Janice si riscosse, si voltò e corse verso l'entrata della spiaggia pubblica, a più di un chilometro di distanza. Lungo la scogliera sorgevano alcune case dalle finestre ora illuminate, molte delle quali fornite di scale che conducevano al mare, ma lei non si sentì sicura di poter trovare i gradini nell'oscurità. Non sprecò energie per gridare, dubitando che qualcuno l'avrebbe udita; tra l'altro, se avesse rallentato anche solo di poco per chiamare aiuto, sarebbe stata raggiunta e ridotta al silenzio prima che chiunque fosse in grado di intervenire in suo soccorso. Vent'anni di dedizione alla corsa non si erano mai dimostrati importanti come in quel momento; lo scopo non era più la salute, bensì la sopravvivenza. Janice serrò le braccia contro il corpo, abbassò la testa e scattò, optando per la velocità più che per la resistenza in quanto era certa che, per salvarsi, le sarebbe bastato raggiungere il primo isolato di case della Ocean Avenue. Non pensava che l'uomo — o qualunque cosa fosse — avrebbe continuato a inseguirla lungo le strade abitate e illuminate. Alte nel cielo, nubi striate oscuravano parte della superficie lunare; la luce si affievoliva e si ravvivava in rapida successione, con ritmo irregolare, pulsando attraverso la fitta nebbia in modo tale da creare una serie di fantasmi che, spaventandola ripetutamente, sembravano mantenere il passo con lei. Quella luminosità palpitante e inquietante contribuiva a conferire all'inseguimento le caratteristiche di un sogno e Janice si sentì quasi con-
vinta di trovarsi a letto, immersa nel sonno, anche se non osò fermarsi o guardare alle proprie spalle perché, incubo o meno, l'uomo dagli occhi d'ambra era ancora dietro di lei. Aveva percorso metà della distanza fra l'estremità della baia e Ocean Avenue, di metro in metro sempre più fiduciosa, quando si accorse che due tra le ombre immerse nella nebbia non erano affatto fantasmi. Una si trovava a una decina di metri alla sua destra e correva eretta come un uomo, mentre l'altra, più vicina sulla sinistra, balzava a quattro zampe e possedeva dimensioni umane, anche se certamente nessun uomo avrebbe potuto muoversi con tanta grazia e agilità in quella posizione. Janice aveva solo un'impressione generale delle loro figure e non era in grado di distinguerne i visi, fatta eccezione per gli occhi stranamente luminosi. In qualche modo era sicura che nessuno dei due fosse l'uomo che aveva visto sul frangiflutti; lui la incalzava da dietro, correndo eretto o a quattro zampe. Era praticamente circondata. Non si sforzò minimamente di immaginare chi o che cosa potessero essere: l'analisi di questa inesplicabile esperienza avrebbe dovuto attendere. Si limitò ad accettare l'esistenza dell'impossibile perché, in quanto vedova di un pastore e dotata a propria volta di un'intensa spiritualità, possedeva la flessibilità necessaria per chinarsi di fronte al mistero e all'ultraterreno, quando le si presentavano. Sollecitata dalla paura che, in precedenza, l'aveva paralizzata, rinforzò il ritmo. Ma così fecero anche i suoi inseguitori. Udì uno strano piagnucolio e, lentamente, si rese conto che si trattava della propria voce angosciata. Evidentemente eccitate dal suo terrore, le figure attorno a lei cominciarono a ululare, fluttuando alternativamente dallo stridente e protratto uggiolio, al ringhio gutturale. Cosa ancor peggiore, in mezzo a quegli scoppi di urla bestiali si distinguevano parole intelligibili, pronunciate in tono raschiante, con urgenza: «Prendi la cagna, prendi la cagna, prendi la cagna...» In nome di Dio, che cosa erano? Non uomini, di sicuro, eppure potevano stare in piedi e parlare. Che altro, dunque, sarebbero potuti essere, se non uomini? Janice sentì il cuore martellarle in petto. «Prendi la cagna...» Le forme misteriose ai suoi fianchi cominciarono ad avvicinarsi e lei si sforzò di accelerare per oltrepassarle, ma senza risultato. La distanza si an-
dava assottigliando. Janice poteva scorgerli ai margini del proprio campo visivo, ma non osava guardarli direttamente perché temeva che il loro aspetto l'avrebbe sconvolta al punto da paralizzarla nuovamente; agghiacciata dall'orrore, sarebbe stata catturata. La presero comunque. Qualcosa le balzò addosso da dietro e lei cadde, inchiodata da un forte peso. Tutte e tre le creature la assalirono, toccandola, tirando e strappandole i vestiti. Il suo viso era premuto violentemente contro la sabbia bagnata, ma la testa era girata e la bocca libera: Janice urlò, nonostante le mancasse il respiro. Si divincolò, scalciò, agitò le braccia, tentando disperatamente di difendersi, ma colpì aria e sabbia. Ora non vedeva più nulla, perché la luna era stata coperta dalle nubi. Udì il tessuto strapparsi. L'uomo che la sovrastava le stracciò la giacca della tuta e la fece a pezzi, graffiandole la carne. Lei sentì il tocco rovente di una mano, dura ma umana. Liberata momentaneamente dal peso, si sollevò, cercando di fuggire. Gli esseri la spinsero brutalmente nella sabbia, questa volta sul ciglio del mare, con il viso nell'acqua. Ululando, ansando come cani, sibilando e ringhiando, i suoi assalitori diedero sfogo a frenetici scoppi di parole: «...prenderla, prenderla, prendere, prendere, prendere. ..» «... voglio, voglio, lo voglio, lo voglio...» «... ora, ora, presto, ora, presto, presto, presto...» Cominciarono a tirare i pantaloni da ginnastica, cercando di spogliarla, ma Janice non capì se intendessero violentarla o divorarla; forse né l'una né l'altra cosa. Ciò che volevano era, in effetti, al di là della sua comprensione. Lei sapeva soltanto che erano sopraffatti da un desiderio straordinariamente intenso, perché l'aria gelida sembrava carica del loro bisogno. Uno dei tre le premette la testa nella sabbia e l'acqua la sommerse, profonda solo qualche centimetro, ma sufficiente ad annegarla. Janice si rese conto di essere sul punto di morire, immobilizzata e inerme; stava per morire, e tutto perché le piaceva correre di notte. 2
Lunedì 13 ottobre, ventidue giorni dopo la morte di Janice Capshaw, Sam Booker si diresse, al volante di un'auto a noleggio, dall'Aeroporto Internazionale di San Francisco a Moonlight Cove. Durante il percorso, si dedicò a un gioco macabro, ma sinistramente divertente, elencando mentalmente le proprie ragioni per continuare a vivere. Nonostante fosse in viaggio da oltre un'ora e mezzo, era riuscito a pensare a quattro motivi soltanto: la Guinness Stout, il buon cibo messicano, Goldie Hawn e la paura della morte. Quella birra irlandese scura e densa non aveva mai mancato di soddisfarlo e di fornirgli una breve pausa dalle tribolazioni del mondo. I ristoranti in grado di servire piatti messicani di prima classe erano più difficili da trovare che non la Guinness e questo genere di piacere, quindi, più sfuggente. Sam era da tempo innamorato di Goldie Hawn, o dell'immagine che lei proiettava sullo schermo, perché era bella e interessante, vivace e intelligente, e sembrava ritenere la vita così maledettamente divertente. Le sue probabilità di incontrarla erano un milione di volte più scarse rispetto all'opportunità di scoprire un ottimo ristorante messicano in una città costiera della California del nord come Moonlight Cove, quindi fu lieto che Goldie Hawn non rappresentasse la sua unica ragione per vivere. Con l'avvicinarsi alla meta, alti pini e cipressi circondarono l'autostrada, formando un tunnel grigio-verde e gettando lunghe ombre nella luce smorzata del tardo pomeriggio. La giornata era serena, eppure stranamente austera, dal cielo blu sbiadito, tetro nonostante la trasparenza cristallina, ben diverso dal blu tropicale cui Sam era abituato a Los Angeles. Benché la temperatura si aggirasse sui quindici gradi, i raggi del sole sembravano congelare i colori del paesaggio e offuscarli con una patina simile alla brina. Paura della morte. Quella era la miglior ragione della sua lista. A soli quarantadue anni — un metro e settanta di altezza, settantacinque chili e in buona salute — Sam Booker si era trovato per sei volte in procinto di morire, aveva sbirciato nelle acque sottostanti e non aveva ritenuto il tuffo invitante. Sulla destra dell'autostrada apparve un segnale: OCEAN AVENUE, MOONLIGHT COVE, 3 Chilometri. Non aveva paura del dolore connesso alla morte, perché sarebbe passato in un attimo, né temeva di lasciare la propria vita incompiuta: per parecchi anni non aveva nutrito mete, speranze o sogni, quindi non gli sarebbe rimasto nulla da portare a termine, non uno scopo né un senso. Ma aveva
paura di quanto lo attendeva oltre la vita. Cinque anni prima, più morto che vivo sul tavolo di una sala operatoria, aveva sperimentato uno stato di quasi-trapasso. Mentre i chirurghi lavoravano freneticamente per salvarlo, si era sollevato dal proprio corpo e, dal soffitto, aveva osservato la carcassa e l'equipe medica che la circondava. Poi, improvvisamente, si era sentito risucchiare in un tunnel, verso una luce stupefacente, verso l'Aldilà. Poi, quasi all'ultimo minuto, l'abile chirurgo lo aveva riportato sulla terra dei vivi, ma non prima che egli avesse avuto il tempo di dare un'occhiata a quanto si stendeva oltre l'imboccatura del tunnel. Ciò che vi aveva scorto lo aveva spaventato maledettamente: la vita, per quanto crudele, era preferibile all'affrontare quello che ora sospettava si celasse più in là. Imboccò l'uscita per Ocean Avenue; alla fine della rampa, un altro segnale indicava MOONLIGHT COVE, 700 metri. Su entrambi i lati della carreggiata sorgevano diverse case, alcune nello stile bavarese che gli architetti di trent'anni prima avevano erroneamente ritenuto in armonia con la costa californiana, molte villette, ma perlopiù costruzioni moderne, slanciate, piene di finestre. Quando Sam percorse Ocean Avenue, lungo i sei isolati che formavano la zona commerciale, una strana sensazione di inadeguatezza si impadronì subito di lui. Negozi, ristoranti, bar, un super mercato, due chiese, la biblioteca pubblica, un cinema e altri edifici erano allineati sul corso principale in pendio verso l'oceano, ma i suoi occhi percepivano un'indefinibile, ma vistosa stranezza che gli diede i brividi. Non fu in grado di identificare la causa di questa immediata reazione negativa, nonostante, forse, fosse collegata al tetro interagire di luci e ombre. Sul finire della giornata autunnale, la chiesa cattolica di pietra grigia sembrava una costruzione aliena d'acciaio, eretta per scopi non umani. Un negozio di alcolici in stucco bianco riluceva come se fosse stato edificato con ossa scolorite dal tempo. Molte vetrine erano annebbiate dai riflessi del sole, quasi fossero state dipinte per nascondere le attività di chi lavorava all'interno. Sam frenò a un segnale di stop situato a metà della zona commerciale e, data l'assenza di traffico, sostò per studiare le persone sui marciapiedi. I passanti in vista non erano molti, otto o dieci, e lo colpirono per il loro aspetto «sbagliato», benché il motivo di questa sensazione fosse ancor meno definibile di quello che gli aveva suggerito la prima impressione della città. Tutti camminavano velocemente, determinati, a testa alta, con un
bizzarro senso d'urgenza abbastanza inconsueto in una pigra comunità marina di sole tremila anime. Con un sospiro proseguì lungo Ocean Avenue, ripetendosi che l'immaginazione stava viaggiando a briglia sciolta: Moonlight Cove e i suoi abitanti non gli sarebbero probabilmente parsi insoliti se li avesse osservati in qualità di turista di passaggio. Al contrario, vi era arrivato con la consapevolezza che esisteva del marcio, quindi aveva ovviamente percepito segnali sinistri in uno scenario del tutto innocente. Questo, perlomeno, fu quanto si disse. Ma sapeva bene che non era così. Era giunto a Moonlight Cove perché alcune persone vi erano morte e le spiegazioni ufficiali in merito alla loro fine destavano sospetti; Sam aveva il presentimento che la verità, una volta scoperta, sarebbe stata assolutamente sconvolgente. Nel corso degli anni aveva imparato a fidarsi del proprio istinto, e questa fiducia gli aveva spesso salvato la vita. Parcheggiò la Ford a noleggio di fronte a un negozio. A occidente, sull'orizzonte di un mare plumbeo, l'anemico sole calava in un cielo che andava lentamente assumendo il colore della fanghiglia rossastra. Tentacoli di nebbia serpeggiante cominciarono ad alzarsi dalle acque agitate. 3 Nella dispensa di fianco alla cucina, seduta sul pavimento con la schiena appoggiata a uno scaffale di scatolame, Chrissie Foster guardò l'orologio. Alla cruda luce della lampadina fissata al soffitto, vide di essere rinchiusa in quella stanzetta senza finestre da quasi nove ore. Aveva ricevuto in regalo l'orologio per il suo undicesimo compleanno, più di quattro mesi prima, e ne era rimasta estasiata perché non era di quelli per bambini, con i personaggi dei cartoni animati; era raffinato, da signora, placcato in oro e con i numeri romani, un vero Timex come quello di sua madre. Studiandolo, Chrissie fu sopraffatta dalla tristezza: l'orologio rappresentava il simbolo di un periodo di felicità e accordo famigliare ormai perduto per sempre. A parte le sensazioni di malinconia, solitudine e un po' di irrequietezza dovuta alle ore di prigionia, aveva paura. Naturalmente non era terrorizzata come quella mattina, quando suo padre l'aveva trascinata per tutta la casa e gettata nella dispensa; allora, mentre urlava e scalciava, si era sentita agghiacciata a causa di ciò che aveva visto. Per quello che i suoi genitori erano diventati. Tuttavia, quel terrore lancinante non poteva essere soppor-
tato a lungo: gradualmente, si era ridotto a un sommesso timore che la faceva sentire accaldata e infreddolita nel medesimo tempo; debole, malferma, come nei primi stadi di un'influenza. Si chiese che cosa le avrebbero fatto dopo averla liberata dalla dispensa. Beh, no, non si interrogava sulla propria sorte, perché era più che sicura di conoscere già la risposta: l'avrebbero trasformata in una di loro. In effetti, si domandava come avrebbero effettuato il cambiamento — e che cosa, esattamente, sarebbe diventata. Sapeva che suo padre e sua madre non erano più normali esseri umani, ma qualcosa di diverso, però non aveva parole per descrivere in che cosa si erano mutati. La sua paura era acuita dal fatto di non riuscire a spiegarsi quanto stava accadendo in casa, perché si era sempre trovata a proprio agio con le parole e aveva fiducia nel loro potere. Le piaceva leggere di tutto: poesie, racconti, romanzi, i quotidiani, le riviste, persino le scritte sulle scatole dei cereali, se non aveva altro per le mani. Quando non era intenta a leggere, scriveva racconti; l'anno precedente aveva deciso di diventare una scrittrice. Ora, però, le parole le mancavano e la sua vita stava per diventare ben diversa da quanto si era immaginata. La perdita dell'allettante futuro letterario da lei previsto la spaventava tanto quanto il cambiamento che si era verificato nei suoi genitori. A otto mesi di distanza dal dodicesimo compleanno, Chrissie si sentiva per la prima volta acutamente consapevole dell'incertezza della vita; una triste acquisizione, che la coglieva impreparata. Non per questo si era già arresa. Si proponeva di lottare e di non permettere loro di cambiarla senza opporre resistenza. Poco dopo essere stata rinchiusa nella dispensa, quando le lacrime si erano asciugate, aveva esaminato gli scaffali in cerca di un'arma; la stanza conteneva soprattutto cibo, in scatola, in lattina o sotto vetro, ma c'erano anche scorte di vario genere. Aveva trovato lo strumento perfetto: una bomboletta spray di WD40, un lubrificante a base oleosa, un oggetto piccolo e quindi facilmente nascondibile. Se fosse riuscita a coglierli di sorpresa e a spruzzar loro la sostanza negli occhi, accecandoli temporaneamente, avrebbe potuto tentare di riguadagnare la libertà. Come se leggesse il titolo di un giornale, disse ad alta voce: «Ragazzina ingegnosa si salva grazie a un normale lubrificante domestico». Strinse la bomboletta tra le mani, traendone conforto. Di tanto in tanto, veniva colta da un ricordo vivido e sconvolgente: l'espressione sul viso di suo padre quando l'aveva gettata nella dispensa —
rossa e congestionata per la rabbia, gli occhi cerchiati di scuro, le narici dilatate, le labbra ritratte sui denti in un ringhio animalesco, ogni muscolo contorto dalla furia. «Tornerò a prenderti», aveva sibilato, sputando saliva, «tornerò.» Aveva sbattuto la porta e l'aveva assicurata con una sedia da cucina infilata sotto alla maniglia. In seguito, quando la casa tornò a essere avvolta nel silenzio e i suoi genitori parvero essersi allontanati, Chrissie aveva provato a spingere il battente con tutte le forze, ma la sedia incuneata rappresentava una barricata insormontabile. Tornerò a prenderti. Tornerò. Quel viso contorto dagli occhi iniettati di sangue le aveva rammentato la descrizione fornita da Robert Louis Stevenson del malefico Mr. Hyde nel romanzo sugli esperimenti del dottor Jekyll, che aveva letto qualche mese prima. Suo padre era in preda alla follia: non era più lo stesso. Ancor più agghiacciante era il ricordo di quanto aveva visto in cima alle scale quando era tornata a casa dopo aver perso il pullman della scuola, cogliendo i genitori di sorpresa. No, non erano più i suoi genitori, ma qualcos'altro. Rabbrividì, stringendo la bomboletta di WD-40. Improvvisamente, per la prima volta dopo ore, udì rumori in cucina. La porta posteriore si aprì. Passi. Perlomeno due, forse tre o quattro persone. «Lei è là dentro», disse suo padre. Il cuore di Chrissie ebbe un soprassalto, poi tornò a battere a un ritmo più veloce. «Non sarà una cosa rapida», osservò un altro uomo, una voce sconosciuta, profonda e leggermente raschiante. «Capisci, con un bambino è più complicato. Shaddack non è sicuro che noi si sia pronti per i ragazzini. È rischioso.» «Deve essere convertita, Tucker.» Questa era la madre di Chrissie, Sharon, nonostante non sembrasse lei. La voce le apparteneva senz'altro, ma le mancava l'abituale dolcezza, quella tonalità musicale che la rendeva perfetta per raccontare le favole. «Certo, naturalmente, deve essere fatto», replicò lo sconosciuto di nome Tucker. «Lo so, e anche Shaddack ne è al corrente. Non mi ha forse mandato qui? Sto solo dicendo che potrebbe essere necessario più tempo del solito. Abbiamo bisogno di un luogo dove trattenerla, e osservarla, durante la conversione.» «Si può fare qui, nella stanza al piano di sopra.»
Conversione? Tremando, Chrissie si alzò in piedi e si mise di fronte alla porta. Con qualche scricchiolio, la sedia fu rimossa dalla maniglia. La bambina tenne la bomboletta seminascosta dietro la schiena, l'indice sull'erogatore. Il battente si aprì e suo padre guardò dentro. Chrissie cercò di pensare a lui come ad Alex Foster, non come al proprio padre, solo Alex Foster, anche se le riusciva difficile negare che, in qualche modo, fosse ancora il suo papà. Del resto, «Alex Foster» era un appellativo più adatto di «padre», dato che, ormai, lui era qualcosa di assolutamente diverso. Il suo viso non era più offuscato dalla rabbia e il suo aspetto appariva normale: folti capelli biondi, lineamenti marcati, una spruzzata di lentiggini sul naso e le guance. Eppure, gli occhi erano terribilmente differenti. Sembrava pieno di una strana urgenza, una tensione a fior di pelle. Affamato, ecco che cos'era: papà pareva affamato, consumato, frenetico per la fame, bramoso, ma di qualcosa di diverso dal cibo. Benché non riuscisse a spiegarsi il perché, Chrissie avvertiva questo violento bisogno che gli provocava una costante contrazione muscolare, una necessità così potente, così urgente, che pareva scaturirgli dal corpo in ondate simili al vapore dell'acqua bollente. «Vieni fuori, Christine.» Lei incurvò le spalle, sbattè le palpebre come per reprimere le lacrime, esagerò i brividi che la scuotevano e cercò di apparire piccola, spaventata, sconfitta. Con riluttanza, si fece avanti. «Coraggio, coraggio», la esortò lui, impaziente, indicandole l'uscita. Chrissie oltrepassò la porta della dispensa e vide sua madre alle spalle di Alex. Sharon era graziosa — capelli ramati, occhi verdi — ma nulla in lei lasciava trapelare dolcezza e amore materno; aveva lo sguardo duro, cambiato, ed era in preda alla stessa energia nervosa, a malapena contenuta, che caratterizzava il marito. Accanto al tavolo da cucina era ritto uno sconosciuto in jeans e giaccone da caccia. Si trattava evidentemente di Tucker: alto, magro, tutto spigoli, dai capelli neri molto corti. Gli occhi scuri erano incassati sotto fitte sopracciglia, il naso tagliente era come un cuneo di pietra posizionato al centro della faccia, la bocca era un taglio sottile, mentre le mascelle prominenti assomigliavano a quelle di un animale da preda in grado di spezzare a metà con un singolo morso le proprie vittime. Teneva in mano una borsa di
pelle nera da medico. Il padre cercò di afferrare Chrissie, ma lei protese la bomboletta di WD40 spruzzandogli gli occhi a una distanza di circa mezzo metro; mentre lui urlava di dolore e sorpresa, la bambina diresse il getto contro il viso della madre. Semiaccecati entrambi, avanzarono a tentoni, ma lei stava già sfrecciando attraverso la cucina. Tucker, per quanto stupefatto, riuscì ad acchiapparla per un braccio. Chrissie si girò e gli sferrò un calcio all'inguine. Divincolatasi dalla sua stretta, si precipitò nell'ingresso. 4 Quando Sam Booker scese dall'auto, l'aria era gelida, quindi fu lieto di avere indossato un golf di lana. Mentre una fotocellula attivava simultaneamente tutti i lampioni, fece una passeggiata lungo Ocean Avenue, osservando le vetrine e cercando di farsi un'idea della città. Sapeva che Moonlight Cove era prospera, che la disoccupazione praticamente non esisteva — grazie alla New Wave Microtechnology che, dieci anni prima, vi aveva insediato la propria base — eppure notò diversi segnali di un'economia vacillante. Una gioielleria e un negozio di articoli da regalo avevano chiuso; attraverso le vetrine polverose, scorse scaffalature vuote e ombre immobili. New Attitudes, un negozio di vestiti alla moda, stava organizzando una svendita totale di fine esercizio, ma, a giudicare dalla carenza di clienti, la loro mercé si muoveva lentamente anche con sconti del cinquanta, addirittura settanta per cento rispetto al prezzo originale. Quando raggiunse la Knight's Bridge Tavern, dopo aver percorso Ocean Avenue fino al limitare della spiaggia ed essere tornato sui propri passi lungo il marciapiede opposto, il crepuscolo stava rapidamente declinando. Dal mare proveniva una nebbia madreperlacea e l'aria stessa sembrava iridescente; una patina violacea si stendeva ovunque, tranne dove i lampioni gettavano cerchi di luce giallastra; una pesante oscurità stava scendendo su tutte le cose. Tre isolati più in là un'unica macchina si stava allontanando e Sam era il solo pedone. La solitudine, unita alla strana atmosfera del giorno che finiva, gli diede la sensazione di trovarsi in una città fantasma, abitata da morti. La nebbia dal Pacifico, che si andava gradualmente infittendo, contribuì all'illusione che tutti i negozi circostanti fossero vuoti, che non offrissero
altri prodotti se non ragnatele, silenzio e polvere. Sei un cupo bastardo, si disse. Decisamente troppo tetro. L'esperienza lo aveva reso pessimista; il corso traumatico della sua vita fino a quel momento, gli aveva precluso qualsiasi ottimismo. Propaggini di nebbia scivolarono attorno alle sue gambe. Sam rabbrividì ed entrò nel bar. Degli altri tre clienti, nessuno era di umore particolarmente allegro. In un tavolino alla sinistra, un uomo e una donna di mezza età si protendevano l'uno verso l'altra parlando a bassa voce; al banco, un tizio, grigio in volto, era curvo su un boccale di birra, con lo sguardo torvo, come se vi avesse appena notato galleggiare un insetto. In sintonia con il nome, il Knight's Bridge ostentava una finta atmosfera britannica: una serie di stemmi araldici in legno dipinto a mano decoravano i separé e un'armatura adornava un angolo, mentre alle pareti erano appese scene di caccia alla volpe. Sam occupò uno sgabello a una certa distanza dall'uomo con il viso grigio; il barista si affrettò nella sua direzione, strofinando un panno di cotone sulla superficie del banco in quercia, già immacolato e lucidissimo. «Che cosa desidera, signore?» L'uomo era rotondo sotto tutti gli aspetti: ventre sferico, avambraccia carnose coperte di pelo scuro, viso paffuto, bocca piccola, naso a patata e occhi sufficientemente tondi da conferirgli un'espressione di perpetua sorpresa. «Ha della Guinness?» chiese Sam. «È l'elemento fondamentale di un vero pub, direi. Se non tenessimo la Guinness, beh, potremmo trasformarci in una sala da tè.» Sembrava insolitamente desideroso di compiacere. «La preferisce gelata o solo un po' fresca?» «Leggermente fresca.» «Lei è un intenditore!» Quando tornò con bottiglia e bicchiere, il barista si presentò: «Mi chiamo Burt Peckham e sono il proprietario». «Sam Booker. Hai un bel locale, Burt.» «Grazie. Forse potrebbe passare parola. Cerco di mantenerlo confortevole e ben fornito. Una volta era sempre affollato ma, ultimamente, sembra che la maggior parte della città abbia deciso di diventare astemia o abbia cominciato a distillare in proprio negli scantinati.» «Beh, è lunedì sera.» «Negli ultimi due mesi non è insolito ritrovarsi mezzi vuoti anche al sabato sera, cosa mai successa prima.» Il viso paffuto di Peckham si aggrottò
preoccupato. Mentre parlava, continuava a pulire il banco. «Credo che i salutisti californiani l'abbiano spuntata, alla fine. Tutti se ne stanno a casa a fare esercizi di aerobica, mangiando germogli, chiara d'uovo, o quell'accidente di cui si nutrono, e bevendo soltanto acqua minerale, succhi di frutta e latte di topo. Secondo me, uno o due bicchierini al giorno fanno solo bene.» Sam bevve un sorso di birra, sospirò di soddisfazione e rispose: «Di certo ha il sapore di una bevanda salutare». «Lo è. Favorisce la circolazione e aiuta l'intestino. Ogni domenica i preti dovrebbero esaltarne le virtù, non predicare contro l'alcol. Tutto con moderazione, e questo include un paio di birre al giorno.» Forse rendendosi conto di essere un po' ossessivo nella pulizia del banco, il barista ripose il panno e incrociò le braccia sul petto. «Sei solo di passaggio, Sam?» «In effetti», mentì lui, «sto viaggiando lungo la costa da Los Angeles fino al confine con l'Oregon in cerca di un posto tranquillo dove rifugiarmi in semiritiro.» «Vai in pensione? Stai scherzando?» «Ho detto semi.» «Ma hai solo, vediamo, quaranta, quarantun anni!» «Quarantadue.» «Che mestiere fai, il rapinatore di banche?» «Agente di borsa. Nel corso degli anni ho fatto qualche buon investimento e ora credo di poter abbandonare quel marasma e tirare avanti discretamente soltanto gestendo le mie azioni. Voglio stabilirmi in un posto tranquillo, senza smog né criminalità. Sono stufo di Los Angeles.» «Ma davvero si fanno i soldi con le azioni? Pensavo fosse un investimento sicuro come i tavoli da gioco a Reno. Un paio d'anni fa, quando il mercato è crollato, non erano stati tutti ridotti sul lastrico?» «Per i piccoli investitori è un gioco pericoloso, ma se sei un addetto ai lavori e non ti lasci prendere dall'euforia, puoi guadagnare bene. Nessun mercato sale o scende per sempre: devi solo intuire quando ti conviene cominciare a nuotare controcorrente.» «In pensione a quarantadue anni», mormorò Peckham in tono meditabondo. «Pensare che quando ho comprato il bar ero convinto di essermi sistemato una volta per tutte. Come avevo detto a mia moglie, nei momenti felici la gente beve per festeggiare, nei tempi duri si beve per dimenticare, quindi non esiste modo migliore di un bar per fare affari d'oro. Guarda adesso!» Indicò il locale quasi vuoto con un ampio gesto della mano.
«Avrei guadagnato di più vendendo preservativi in un monastero.» «Mi porti un'altra Guinness?» chiese Sam. «Ehi, forse la mia sorte sta per cambiare!» Quando Peckham tornò con la seconda bottiglia, Sam osservò: «Moonlight Cove potrebbe essere proprio ciò che stavo cercando. Penso che mi fermerò qualche giorno per farmene un'idea. Puoi consigliarmi un motel?» «Ne è rimasto soltanto uno. Questa non è mai stata una grande località turistica, forse perché nessuno dei residenti l'ha voluto. Fino a quest'estate i motel erano quattro, ma adesso tre hanno chiuso i battenti. Non capisco, per quanto grazioso, forse questo villaggio sta morendo. Che io sappia, la gente non se ne sta andando, ma, dannazione, stiamo perdendo qualcosa.» Afferrò nuovamente il panno e ricominciò a lucidare il banco. «A ogni modo, prova al Cove Lodge di Cypress Lane. È l'ultima traversa di Ocean Avenue dalla parte della spiaggia; perlomeno avrai una camera con vista sull'oceano. È un posto pulito e tranquillo.» 5 Giunta nel vestibolo, Chrissie Foster aprì la porta d'ingresso. Attraversò a precipizio l'ampia veranda e scese i gradini, incespicando e riacquistando l'equilibrio; in giardino, svoltò a destra, oltrepassando un'Honda blu, che evidentemente apparteneva a Tucker, e dirigendosi alle stalle. Il rumore delle sue scarpe da tennis sembrava rimbombare come cannonate nel crepuscolo; desiderò di poter correre più silenziosamente e più velocemente. Anche se Tucker e i suoi genitori non fossero usciti sulla veranda finché le ombre non l'avessero inghiottita, sarebbero comunque stati in grado di udire dove si stava dirigendo. Dal mare stavano sopraggiungendo i primi accenni di nebbia e la bambina si augurò che si infittisse in fretta, perché avrebbe avuto bisogno di maggiore copertura. Raggiunse la prima delle due lunghe stalle e fece scorrere la porta. Fu subito assalita dal familiare e non sgradevole aroma: paglia, fieno, pellame, sudore animale. Accese l'illuminazione notturna, tre lampadine a basso voltaggio che emanavano chiarore sufficiente per muoversi all'interno senza disturbare i cavalli. Dieci ampi scomparti fiancheggiavano il corridoio in terra battuta e alcuni fra gli occupanti la guardarono al di sopra delle mezze porte: un certo numero apparteneva ai Foster, ma la maggior parte era di proprietà di
gente di Moonlight Cove e dintorni. I cavalli soffiarono e sbuffarono mentre Chrissie li oltrepassava velocemente, diretta all'ultimo box sulla sinistra, quello di una giumenta macchiata di grigio di nome Godiva. La cavalla era mansueta e particolarmente amichevole con la bambina, ma diventava ombrosa quando veniva avvicinata al buio; se colta di sorpresa a quell'ora, sarebbe potuta arretrare scalciando. Non potendo permettersi di perdere neppure un secondo per calmarla, Chrissie entrò direttamente nel box. Godiva l'aspettava: scosse il muso, agitando la spessa e lucida criniera bianca che aveva suggerito il suo nome, e soffiò forte in segno di saluto. Guardandosi alle spalle, aspettandosi di vedere Tucker e i genitori irrompere in qualsiasi momento, la bambina fece uscire l'animale. «Sii una signora, Godiva, fai la brava.» Non potendo perder tempo a sellarla o infilarle il morso, Chrissie guidò la cavalla verso l'uscita, tenendole una mano sul fianco per tranquillizzarla. Aprì la porta della stalla. Priva del supporto di una staffa, la bambina era troppo piccola per salire in groppa a Godiva. In un angolo giaceva uno sgabello da fabbro, usato per la ferratura. Continuando ad accarezzare l'animale, Chrissie lo sospinse con un piede verso il fianco del cavallo. Alle sue spalle, dalla parte opposta della stalla, Tucker gridò: «Eccola! Là in fondo!» E si precipitò verso di lei. Lo sgabello non era abbastanza alto per sostituire una staffa. La bambina udì i pesanti passi di Tucker farsi sempre più vicini, ma non si voltò. L'uomo urlò: «Ti ho presa!» Chrissie afferrò la splendida criniera bianca di Godiva e fece leva verso l'alto, annaspando disperatamente contro il suo manto. La cavalla doveva provare dolore, ma si comportò stoicamente: non si mosse né nitrì, come se qualche misterioso istinto equino l'avesse avvertita che la sopravvivenza di quella ragazzina dipendeva dalla sua mansuetudine. Infine, Chrissie salì in groppa e, oscillando precariamente, afferrò l'animale per la criniera, sollecitandola ai fianchi con le ginocchia. «Vai!» Tucker la raggiunse in quel momento e la prese per la gamba; i suoi occhi infossati erano folli di rabbia, le narici fremevano e le labbra sottili lasciavano scoperti i denti. Chrissie gli diede un calcio sotto il mento e l'uo-
mo mollò la presa. Simultaneamente, Godiva balzò in avanti, attraverso la porta aperta, lanciandosi nella notte. «Ha preso un cavallo!» Urlò Tucker. «È in groppa a un cavallo!» La giumenta galoppò in direzione del pendio erboso che conduceva al mare, ma Chrissie non voleva spingersi sulla spiaggia perché ignorava l'altezza della marea. In alcuni punti della costa, la sponda era minima anche con la bassa marea; se ora le acque fossero state alte, il passaggio si sarebbe rivelato impossibile. Non poteva rischiare di finire in un vicolo cieco con Tucker e i genitori all'inseguimento. Anche senza il supporto di una sella e a piena velocità, la bambina fece in modo di assumere una posizione più adeguata sul dorso dell'animale; non appena ebbe smesso di cavalcare tutta inclinata di fianco, immerse entrambe le mani nella folta criniera e cercò di usarla come un paio di redini. Sollecitò Godiva a girare verso sinistra, lontano dal mare e dalla casa, tornando indietro verso le stalle per oltrepassarle in direzione del viale che conduceva alla strada statale, dove sarebbe stato più facile trovare aiuto. Invece di ribellarsi a quel brutale sistema di conduzione, la paziente cavalla rispose immediatamente, cambiando percorso come se avesse avuto un morso fra i denti e le redini al collo. Il martellare dei suoi zoccoli echeggiò lungo i muri del fienile che stavano sorpassando al galoppo. «Sei grande!» Gridò Chrissie all'animale. «Ti voglio bene!» Passarono a distanza di sicurezza dalle stalle, dove Chrissie scorse Tucker sulla soglia. L'uomo fu evidentemente sorpreso di vederla galoppare in quella direzione, invece che verso l'oceano, e si precipitò all'inseguimento, sorprendentemente veloce, ma non certo in grado di competere con Godiva. Raggiunto il viale, la bambina mantenne il cavallo sul bordo più soffice della carreggiata, quello in terra battuta; si sporse in avanti, aderendo al manto, terrorizzata alla prospettiva di cadere, mentre ogni scalpitio degli zoccoli le si ripercuoteva nelle ossa. Con la testa girata di lato, distinse la casa sulla sinistra, le finestre illuminate, ma non rassicuranti. Non era più casa sua, bensì un inferno tra quattro mura: quelle luci le parvero fiamme demoniache nelle caverne dell'Ade. Improvvisamente vide qualcosa che correva attraverso il prato, verso di lei. La figura era molto veloce, grande come un uomo, e procedeva a balzi su quattro zampe; si trovava a una sessantina di metri, ma stava rapidamente accorciando la distanza. Subito comparve una seconda sagoma, al-
trettanto bizzarra, alle spalle della prima; nonostante entrambe fossero stagliate contro le luci provenienti dalla casa, Chrissie non riuscì a distinguerle in dettaglio, eppure fu certa di sapere di che cosa si trattasse. O meglio: sapeva chi erano, ma ignorava che cosa fossero, benché quella stessa mattina li avesse visti sul pianerottolo di casa; sapeva che cosa erano stati — persone come lei — ma non ciò che erano diventati. «Vai, Godiva, vai!» Anche senza la sollecitazione delle redini, il cavallo accelerò come se una corrente psichica lo legasse a Chrissie. La bambina si guardò alle spalle e non vide traccia delle due figure animalesche, nonostante la stessero senz'altro inseguendo, celate dalle ombre. Con l'orizzonte color viola, le luci della casa ormai lontane e la luna che cominciava a spuntare a est oltre la cima delle colline, la visibilità era molto scarsa. Benché non riuscisse a distinguere quelli che la tallonavano a piedi, non ebbe difficoltà a scorgere i fanali dell'Honda blu di Tucker, che si era unito alla caccia. Chrissie era sicura che Godiva fosse in grado di tenere testa a qualunque uomo o animale, non avrebbe potuto competere con una macchina: Tucker le sarebbe stato addosso in pochi secondi. Ricordava bene il viso duro di quell'uomo, pervaso dall'innaturale vitalità che caratterizzava anche i suoi genitori: un'eccessiva energia nervosa, unita a un'anomala tensione famelica. Non aveva alcun dubbio che questi avrebbe tentato qualunque cosa per fermarla, compreso investire Godiva con l'auto. Tuttavia, non poteva seguirla in aperta campagna. Con riluttanza, la bambina diede uno strattone alla criniera per allontanare la giumenta dal viale che conduceva alla strada statale, dove aveva sperato di trovare aiuto. Godiva ubbidì senza esitare, galoppando verso i boschi distanti qualche centinaio di metri. «Brava ragazza, corri, vai!» La incitò Chrissie. Avanzarono nell'aria immobile e frizzante, mentre il fiato che usciva dalle loro bocche si cristallizzava in scie di vapore. Il cuore della bambina batteva in sintonia con il convulso scalpitio degli zoccoli, quasi come se lei e Godiva non fossero cavallo e cavaliere bensì un unico essere. Nonostante fuggisse per salvarsi la vita, si sentiva piacevolmente eccitata, non solo terrorizzata, e quella consapevolezza la lasciò attonita. Trovarsi di fronte alla morte — o, in questo caso, a qualcosa forse anche peggiore — era stranamente elettrizzante e morbosamente affascinante. Questa sen-
sazione inaspettata la spaventò quanto gli esseri che la stavano inseguendo. Si strinse ancor più forte alla cavalla, flettendo e contraendo i muscoli con il medesimo ritmo di quelli dell'animale; a ogni potente falcata si sentiva sempre più vicina alla salvezza. Attraversati tre quarti del prato, ormai alle pendici del bosco, decise di svoltare nuovamente a destra in direzione della strada statale e... Godiva cadde. La giumenta aveva posato lo zoccolo in una depressione del terreno ed era inciampata, perdendo l'equilibrio. Cercò di riprendersi, non vi riuscì e crollò al suolo, nitrendo per il terrore. Chrissie temette che l'animale le rovinasse addosso, schiacciandola o rompendole una gamba. Tuttavia, non essendoci staffe a trattenerla o una sella cui rimanere impigliata con gli abiti, si trovò sbalzata in aria, al di là della testa del cavallo. Benché il terreno fosse soffice e rivestito di uno spesso tappeto d'erba, piombò al suolo con un tale impatto da rimanere senza fiato e sbattere i denti con tanta forza da rischiare di amputarsi la lingua, se solo fosse stata protesa. Godiva fu la prima ad alzarsi, un istante dopo la caduta; con gli occhi dilatati per il terrore, cominciò ad allontanarsi al trotto zoppicando leggermente sulla zampa destra, evidentemente distorta, ma non rotta. Chrissie la chiamò per paura che se ne andasse, ma aveva ancora il respiro mozzo e la voce le uscì in un bisbiglio: «Godiva!» La cavalla proseguì verso l'oceano e la stalla. La bambina si rese conto che una giumenta imbizzarrita non le sarebbe stata di nessun aiuto, quindi non tentò più di fermarla; si sentiva leggermente intontita, ma sapeva di doversi muovere perché, senza dubbio, la stavano ancora inseguendo. Poteva vedere i fanali accesi della Honda parcheggiata nel viale a circa trecento metri di distanza. Il prato era immerso nell'oscurità e non fu in grado di determinare la presenza di figure veloci e animalesche, anche se certamente si stavano avvicinando e l'avrebbero catturata entro un paio di minuti. Si alzò in piedi voltandosi verso il bosco, barcollò per qualche metro finché non si fu ripresa dallo choc della caduta, infine si mise a correre. 6 Nel corso degli anni, Sam Booker aveva scoperto che la costa californiana era abbellita da incantevoli locande caratterizzate da un'artistica
struttura in pietra, travi in legno stagionato, vetri molati e lussureggianti giardini interni attraversati da viottoli in mattoni. Malgrado le confortevoli prospettive evocate dal suo nome e la stupenda posizione panoramica, il Cove Lodge non era uno di quei gioielli, bensì un normale scatolone rettangolare di due piani, con quaranta stanze, un tetro caffè e neppure l'ombra di una piscina. Le attrazioni erano limitate a una macchina per il ghiaccio e la soda, su ogni piano. L'insegna sopra l'ufficio della direzione non era vistosa né artistica, come qualche moderno neon: solo piccola, semplice e di poco prezzo. Il portiere di notte gli assegnò una camera al secondo piano affacciata sull'oceano, anche se a Sam non importava particolarmente; del resto, a giudicare dalla scarsità di macchine nel parcheggio, le stanze con vista non mancavano. Ogni piano del motel ospitava venti unità in due gruppi di dieci, collegate da un atrio interno rivestito con una moquette di nylon di colore arancione violento. A est, le camere guardavano su Cypress Lane, a ovest sovrastavano il Pacifico. Quella di Sam era d'angolo, rivolta a nordovest: un enorme letto matrimoniale dal materasso infossato e una logora sopracoperta blu, comodini anneriti dalle sigarette, una televisione avvitata al supporto, un tavolino con due sedie, una cassettiera, telefono, bagno e una finestra che incorniciava il mare avvolto dalla notte. Quando i piazzisti depressi, in preda alla sfortuna e sull'orlo della rovina, si suicidavano lungo il percorso, lo facevano in stanze come quella. Sam disfò le valigie, riponendo gli abiti nell'armadio e nei cassetti, poi si sedette sul bordo del letto fissando il telefono. Avrebbe dovuto chiamare Scott, suo figlio, che si trovava a casa, a Los Angeles, ma non poteva servirsi di quell'apparecchio; in seguito, se la polizia locale si fosse interessata a lui, sarebbe venuta al Cove Lodge, avrebbe controllato le sue telefonate e cercato di stabilire la sua vera identità attraverso le persone con cui aveva parlato. Per mantenere la propria copertura, doveva usare quel telefono solo per comunicare con il suo contatto negli uffici del Bureau di Los Angeles, attraverso una linea sicura dalla quale avrebbe risposto «Birchfield Securities, che cosa desidera?» Negli elenchi telefonici, inoltre, quel numero corrispondeva davvero alla Birchfield, una ditta inesistente dove si supponeva che Sam lavorasse come agente di borsa; da lì, sarebbe stato impossibile risalire all'FBI. Dato che non aveva ancora nulla da riferire, non sollevò il ricevitore. Scott lo avrebbe chiamato da un telefono a gettoni, una volta uscito per andare a cenare. In realtà, non voleva parlare con il ragazzo: si trattava esclusivamente di
una chiamata dettata dal senso del dovere e Sam detestava l'idea. Le conversazioni con il figlio avevano cessato di essere piacevoli perlomeno tre anni prima, quando Scott era tredicenne e orfano della madre già da un anno. Si chiese se il ragazzo avrebbe fatto quella fine se Karen fosse vissuta. Questo genere di pensieri lo condusse, naturalmente, a contemplare il proprio ruolo nel declino di Scott: suo figlio si sarebbe guastato comunque a prescindere dalle attenzioni famigliari ricevute? La sua caduta era inevitabile, la debolezza insita in lui o scritta nelle stelle? O il declino di Scott rappresentava il diretto risultato dell'incapacità paterna di trovare il modo di indirizzarlo su un percorso migliore? Se avesse continuato a rimuginare sull'argomento, avrebbe corso il rischio di togliersi la vita proprio lì a Cove Lodge, per quanto non fosse un piazzista. Birra. Buon cibo messicano. Goldie Hawn. Paura della morte. Come elenco di ragioni per continuare a vivere era maledettamente corto e patetico, ma forse poteva bastare. Si lavò le mani e il viso con l'acqua fredda; si sentiva ancora stanco, per niente rinfrescato. Si tolse il giubbotto e indossò una fondina ascellare estratta dalla valigia, quindi caricò la Smith & Wesson 38 Chief's Special che aveva portato con sé e la infilò nel fodero prima di rimettersi la giacca. I suoi vestiti erano tagliati in modo da celare l'arma: non si notava alcun rigonfiamento e la fondina aderiva così bene all'ascella che la pistola risultava praticamente invisibile anche quando la giacca era sbottonata. Anche il viso e il corpo di Sam erano fatti apposta per gl'incarichi in incognito: né alto né basso, un'eccellente muscolatura senza però sembrare un sollevatore di pesi, né brutto né bello, dai tratti non troppo marcati ma neppure sfuggenti, privo di cicatrici o segni particolari. I capelli castano chiaro erano tagliati moderatamente corti, in uno stile senza tempo che sarebbe risultato poco comune in un'epoca caratterizzata dai capelli a spazzola o da riccioli fino alle spalle. Solo i suoi occhi erano davvero notevoli: grigio-azzurri con striature blu. Le donne gli avevano spesso ripetuto che possedeva gli occhi più belli che avessero mai visto; un tempo gli era importato di ciò che le donne pensavano di lui.
Mosse le spalle, accertandosi che la fondina fosse a posto. Non si aspettava di aver bisogno della pistola per quella sera. Non aveva ancora cominciato a ficcanasare e ad attirare l'attenzione e, dato che non aveva infastidito nessuno, per il momento nessuno avrebbe reagito. Ciononostante, d'ora in poi avrebbe portato con sé il revolver. Non poteva lasciarlo in camera né chiuderlo in macchina; se qualcuno avesse condotto un'accurata ricerca la sua copertura sarebbe andata in fumo. Nessun agente di borsa di mezz'età in cerca di un rifugio sulla costa dove ritirarsi in pensione avrebbe avuto una calibro 38 a canna corta di quel tipo: quella era un'arma da poliziotto. Si infilò in tasca la chiave della stanza e uscì a cena. 7 Tessa Jane Lockland rimase a lungo, in piedi, di fronte all'ampia finestra della propria camera al Cove Lodge. A luci spente, fissò la buia distesa del Pacifico e la spiaggia dove sua sorella, Janice, si era presumibilmente avventurata in una tragica missione autodistruttiva. Secondo la versione ufficiale, Janice si era recata sulla spiaggia, da sola e di notte, in uno stato di acuta depressione, aveva ingerito una dose letale di Valium, poi si era tolta i vestiti e aveva nuotato finché le era stato possibile. Dopo aver perso conoscenza a causa del sonnifero, era stata avvolta dal gelido abbraccio del mare ed era annegata. «Stronzate», mormorò Tessa, come se parlasse alla propria immagine indistinta riflessa sul vetro. Janice Lockland Capshaw era stata una persona piena di speranze, inguaribilmente ottimista — un tratto così comune ai membri della famiglia da essere considerata patrimonio genetico. Mai una volta sua sorella si era seduta in un angolo a compatire se stessa; se ci avesse provato, nel giro di qualche secondo si sarebbe messa a ridere e avrebbe deciso di andare al cinema o a fare una corsa terapeutica. Anche quando Richard era morto, Janice non aveva lasciato che il dolore si stabilizzasse in una permanente depressione, nonostante lo avesse amato moltissimo. Che cosa, dunque, avrebbe potuto trascinarla in un abisso emotivo così profondo? Riflettendo sulla storia di cui la polizia voleva fosse convinta, Tessa si sentì incline al sarcasmo. Forse Janice era andata in un ristorante dove le avevano servito una cena orribile ed era rimasta così sconvolta dall'esperienza da non trovare altra possibile risorsa se non il suicidio. Già. O,
forse, il suo televisore si era guastato e la perdita del teleromanzo favorito l'aveva gettata in uno stato di disperazione irreversibile. Certo. In fin dei conti, queste ipotesi erano plausibili quanto le assurdità che la polizia e il medico legale di Moonlight Cove avevano scritto nei loro rapporti. Suicidio. «Stronzate», ripetè la ragazza. Dalla finestra della camera poteva scorgere soltanto una sottile striscia di sabbia battuta dalle onde, fiocamente illuminata dalla luce di un quarto di luna crescente. Tessa fu sopraffatta dal desiderio di andare sulla spiaggia da dove si supponeva che sua sorella si fosse tuffata per quella nuotata di mezzanotte incontro alla morte, la medesima spiaggia che qualche giorno dopo aveva restituito il suo cadavere gonfio e devastato. Si allontanò dalla finestra e accese la lampada sul comodino, indossò un giubbotto di pelle scura e si mise la borsa a tracolla, poi uscì dalla stanza. Era certa, del tutto irrazionalmente, che soltanto scendendo sulla spiaggia e fermandosi nel punto in cui si presumeva che Janice avesse sostato, avrebbe scoperto una traccia che l'avrebbe condotta alla verità. 8 Mentre la falce argentea della luna sorgeva al di sopra delle colline, Chrissie si precipitò lungo la linea degli alberi in cerca di un passaggio per il bosco prima che i suoi bizzarri inseguitori la trovassero. Giunse rapidamente all'altezza di Pyramid Rock, così chiamata perché la formazione rocciosa, alta il doppio di lei, aveva tre lati culminanti in una punta ormai arrotondata dalle intemperie; quando era più piccola, aveva fantasticato sulla sua costruzione a opera di una tribù di minuscoli egiziani finiti, chissà come, nel continente sbagliato. Avendo giocato per anni sul prato e nella foresta, si sentiva a proprio agio in quell'ambiente come a casa, sicuramente più dei genitori o di Tucker, il che costituiva un vantaggio. Sgattaiolò oltre la roccia, nell'oscurità fra gli alberi, su uno stretto sentiero che conduceva a sud. Non udì nessuno alle proprie spalle e non sprecò tempo a guardarsi attorno; del resto, sospettava che i tre l'avrebbero seguita in silenzio per rivelare la loro presenza soltanto all'ultimo minuto, prima dello scatto finale. La boscaglia costiera era formata, soprattutto, da numerose varietà di pini, nonostante prosperassero anche alcuni eucalipti dalle foglie autunnali di
un rosso scarlatto alla luce del giorno, ma in quel momento nere come frammenti di paramenti funebri. Chrissie seguì il tortuoso sentiero che s'inclinava all'interno di un canyon; in più di metà della foresta, gli alberi crescevano sufficientemente distanziati da consentire al freddo chiarore lunare di penetrare fino al sottobosco, illuminando il percorso. La nebbia era ancora troppo sottile per attutire quei deboli raggi, ma in alcuni punti l'intersecarsi dei rami creava vaste zone d'ombra. Anche dove la luna permetteva di distinguere il cammino, la bambina non osava mettersi a correre perché le radici l'avrebbero sicuramente fatta inciampare; qua e là, anche i rami più bassi costituivano un ulteriore pericolo, quindi si limitò a procedere con passo veloce. Come se stesse leggendo il racconto delle proprie avventure, un libro simile a quelli che tanto le piacevano, pensò: La giovane Chrissie avanzava con passo sicuro, piena di risorse e rapida nelle decisioni, per nulla intimidita dall'oscurità o dal pensiero dei propri mostruosi inseguitori. Che ragazza in gamba! Ben presto avrebbe raggiunto il termine del pendio, dove poteva svoltare a ovest verso il mare o a est in direzione della strada statale che attraversava il canyon. In quella zona, a più di tre chilometri da Moonlight Cove, vivevano poche persone, ma ancor meno risiedevano in prossimità dell'oceano, dove vaste porzioni di costa erano protette dallo Stato e precluse a ogni genere di costruzione. Nonostante lungo il Pacifico si presentassero scarse possibilità di trovare aiuto, a est le prospettive non erano molto migliori, in quanto la statale era poco frequentata e quasi priva di case; tra l'altro, Tucker avrebbe potuto pattugliare la strada con la sua Honda, aspettandosi di vederla mentre tentava di fermare qualche auto di passaggio. Chiedendosi disperatamente dove andare, scese l'ultimo centinaio di metri. Gli alberi che fiancheggiavano il sentiero lasciarono il posto a una macchia impenetrabile di arbusti chiamati chaparral; alcune immense felci, perfettamente adatte alle frequenti nebbie, ostruivano il percorso e Chrissie, attraversandole, rabbrividì perché le parve di essere afferrata da decine di minuscole mani. Un torrente, ampio ma poco profondo, si era scavato un letto sul fondo del canyon e la bambina sostò sulla riva per riprendere fiato. In quel periodo dell'anno, solo qualche centimetro d'acqua scorreva pigramente nel mezzo dell'alveo, risplendente nell'oscurità. La notte era immobile. Non si udiva alcun suono. Chrissie si rese conto di quanto facesse freddo. In jeans e camicia di fla-
nella, era vestita adeguatamente per una frizzante giornata d'ottobre, ma non per l'aria gelida e umida di una notte autunnale. Era intirizzita, spaventata, senza fiato e incerta sulla sua prossima mossa, ma, soprattutto, si sentiva furiosa con se stessa per quelle debolezze del corpo e della mente. I magnifici romanzi d'avventura del suo autore preferito, Andre Norton, erano zeppi di intrepide eroine in grado di sopportare inseguimenti ben più prolungati — per non parlare di un freddo assai più pungente e altre avversità — sempre perfettamente lucide, pronte a prendere decisioni rapide e, di solito, giuste. Spronata dal paragone con i personaggi femminili di Norton, la bambina si mosse; avanzò di qualche passo e cercò di saltare il corso d'acqua gorgogliante. Atterrò fra gli spruzzi a breve distanza dalla riva opposta, bagnandosi le scarpe da tennis, ma risalì l'argine dirigendosi a sud, sull'altro versante del canyon e del bosco che lo ricopriva. Nonostante ormai stesse entrando in un territorio sconosciuto, al di là della foresta dove aveva giocato per anni, non aveva paura di smarrirsi: poteva distinguere l'est dall'ovest in base al movimento della nebbia e alla posizione della luna e, di conseguenza, avrebbe potuto mantenere una direzione sufficientemente stabile. Era certa che, a poco più di un chilometro di distanza, sarebbe giunta a un gruppo di case e all'esteso appezzamento occupato dalla New Wave Microtechnology, a metà strada fra la proprietà dei Foster e la città di Moonlight Cove. Lì avrebbe potuto trovare aiuto. A quel punto, naturalmente, sarebbero iniziati i veri problemi. Avrebbe dovuto convincere qualcuno che i suoi genitori non erano più gli stessi, che erano stati cambiati, posseduti o sopraffatti da uno spirito maligno. E che volevano tramutarla in una di loro. Già, si disse, buona fortuna. Era intelligente, responsabile, in grado di spiegarsi con chiarezza, ma rimaneva pur sempre una ragazzina di undici anni, e le sarebbe stato difficile far sì che le credessero. Non aveva illusioni in proposito. L'avrebbero ascoltata, per poi assentire con il capo e sorridere; avrebbero chiamato i suoi genitori, che sarebbero senz'altro sembrati più plausibili di lei... Eppure devo tentare, si ripetè. Se non cerco di convincere qualcuno, che cos'altro mi resta da fare? Arrendermi? No di certo. Alle sue spalle, a qualche centinaio di metri di distanza, sulla sommità del canyon dal quale era appena scesa, si udì un ululato. Non si trattava di un grido del tutto umano, ma neppure animale. Al primo acuto richiamo fece eco un secondo, poi un terzo, ciascuno chiaramente appartenente a
una creatura diversa perché le voci non si assomigliavano affatto. Chrissie si bloccò, guardò indietro e si mise in ascolto mentre gli esseri cominciarono a gridare simultaneamente, una specie di ululato che ricordava le urla di un branco di coyote, ma in qualche modo più agghiacciante. Il suono era tanto gelido da penetrarle la carne e trapassarle il midollo come un ago. Probabilmente i richiami erano un indizio della loro sicurezza: ormai si sentivano certi di catturarla e non avevano più bisogno di rimanere in silenzio. «Che cosa siete?» bisbigliò la bambina. Sospettava che, come i gatti, vedessero perfettamente anche al buio. Potevano anche fiutare le sue tracce come i cani? Il cuore cominciò a martellarle in petto quasi dolorosamente. Sentendosi sola e vulnerabile, voltò le spalle ai suoi cacciatori e si arrampicò sul sentiero che conduceva al margine meridionale del canyon. 9 Ai piedi di Ocean Avenue, Tessa Lockland attraversò il parcheggio deserto e s'inoltrò sulla spiaggia. Dal Pacifico si stava sollevando la brezza notturna, moderata ma abbastanza gelida da renderla lieta di essersi ben coperta. Camminò sulla sabbia soffice verso le ombre che si stagliavano oltre il cono di luce dell'ultimo lampione, oltrepassando un alto cipresso cresciuto nel mezzo della spiaggia e sagomato così incisivamente dai venti marini da ricordarle una scultura di Erté, tutta linee curve e forme fuse. Giunta sul bordo dell'acqua, mentre la risacca lambiva la sabbia a pochi centimetri dalle sue scarpe, Tessa guardò a occidente; la sottile falce di luna riusciva a illuminare soltanto le creste ondose più vicine, che emergevano dall'oscurità per riversarsi nella sua direzione. Cercò di raffigurarsi la sorella, in piedi sulla spiaggia deserta, mentre inghiottiva trenta o quaranta capsule di Valium con l'ausilio di una Diet Coke per poi togliersi i vestiti e tuffarsi nell'oceano. No, non Janice. Con la crescente convinzione che le autorità di Moonlight Cove fossero una massa di incompetenti o di bugiardi, Tessa procedette lentamente lungo la curvatura della baia. In quel chiarore perlaceo, studiò la sabbia, i ben distanziati alberi sullo sfondo e le formazioni rocciose corrose dal tempo. Non stava cercando indizi concreti sulla fine di Janice, sicuramente cancel-
lati dal vento e dalla marea durante le ultime tre settimane, ma sperava che il paesaggio e le sue componenti notturne — l'oscurità, il vento freddo, gli arabeschi creati dalla nebbia sempre più densa — contribuissero a suggerirle una teoria su quanto era davvero accaduto a Janice e un modo per poterlo provare. Tessa era un'operatrice cinematografica specializzata in documentari industriali. Tutte le volte che aveva avuto dei dubbi circa la realizzazione di un progetto, aveva verificato che l'unico modo per chiarirsi le idee, era quello d'immergersi totalmente nel problema. Per esempio, nelle fasi preliminari di un nuovo lavoro su un paese straniero, trascorreva un paio di giorni passeggiando per le vie di Singapore, Hong Kong o Rio con il solo scopo di assorbirne l'atmosfera, cosa per lei assai più produttiva delle migliaia di ore trascorse a leggere libri oppure in riunione, per quanto, naturalmente, anche queste ultime fossero indispensabili. Aveva percorso soltanto qualche centinaio di metri, quando udì un grido lacerante che la fece arrestare di colpo. Il suono era distante, alternativamente altissimo e poi basso fino a disperdersi nell'aria. Raggelata da quel singolare richiamo più che dal freddo notturno, Tessa si chiese di che cosa potesse trattarsi. Nonostante assomigliasse, almeno in parte, a un ululato, era certa che non fosse un cane; il suono possedeva inoltre una componente felina, per quanto nessun gatto domestico potesse raggiungere un simile volume e non le risultasse che le colline costiere fossero popolate dai puma, perlomeno non nelle vicinanze di un centro abitato come Moonlight Cove. Proprio mentre si accingeva a proseguire, lo stesso grido misterioso lacerò nuovamente la notte, e Tessa fu sicura che provenisse dalla cima del promontorio sovrastante la spiaggia, dove le luci delle case erano meno numerose che non verso il centro della baia. Questa volta l'ululato terminò con una nota gutturale che sarebbe potuta essere emessa da un grosso cane, benché lei continuasse a credere che il suono fosse prodotto da un'altra creatura. Forse qualche residente nella zona teneva in gabbia qualche strano animale: un lupo o un gatto selvatico. Quella spiegazione, tuttavia, non la convinse perché il lamento possedeva una caratteristica stranamente familiare che non riusciva a identificare. Ne attese un altro, ma tutto tacque. L'oscurità si era fatta più profonda e la nebbia si andava addensando. Tessa decise che la mattina successiva le sarebbe stato più facile assorbire i dettagli del luogo e tornò verso i lampioni di Ocean Avenue. Non si re-
se conto che stava praticamente correndo finché non ebbe lasciato alle sue spalle la spiaggia, attraversato il parcheggio e oltrepassato il primo isolato di case. Divenne consapevole del proprio passo solo quando, all'improvviso, udì il suo stesso respiro affannoso. 10 Thomas Shaddack galleggiava in un'oscurità perfetta, né calda né fredda, dove sembrava non possedere peso, dove aveva cessato di provare ogni sensazione epidermica, dove gli pareva di non avere più arti, ossa o muscolatura, dove la sostanza fisica non esisteva. Un tenue filo di pensiero lo collegava al suo io corporeo e solo nei più profondi recessi della mente era ancora consapevole di essere un uomo — un uomo notevole, peraltro, di un metro e novanta, ottantotto chili, magro e angoloso, dal viso molto scavato, la fronte alta e occhi castani così chiari da sembrare quasi gialli. Era vagamente consapevole di essere nudo e immerso in una modernissima camera di deprivazione sensoriale che, in qualche modo, assomigliava a un polmone d'acciaio, però quattro volte più grande. L'unica lampadina a basso voltaggio era spenta e nel serbatoio non penetrava neppure un filo di luce; il liquido in cui Shaddack giaceva era composto di una soluzione al dieci per cento di solfato di magnesio aggiunta all'acqua per assicurare il massimo galleggiamento. Controllata da un computer, come ogni altro elemento di quell'ambiente, l'acqua oscillava fra i trentaquattro gradi, temperatura in cui un corpo immerso in un liquido risente meno della forza di gravita, e trentasette gradi, punto ove la differenza di calore fra il corpo umano e il fluido circostante è trascurabile. Non soffriva di claustrofobia: un minuto o due dopo essere entrato nel serbatoio e aver chiuso il portello, il senso di isolamento svaniva completamente. Privato di ogni stimolo sensoriale — vista, udito, gusto, olfatto, tatto, percezione del tempo o del luogo — Shaddack liberava la mente dalle tristi costrizioni della carne, innalzandosi a vette mai raggiunte fino ad allora ed esplorando concetti di una complessità altrimenti al di fuori della sua portata. In realtà, era un genio anche senza l'ausilio della deprivazione sensoriale; lo aveva scritto la rivista Time, quindi doveva essere vero. Aveva trasformato la New Wave Microtechnology da azienda esordiente con un capitale iniziale di ventimila dollari in un'operazione da trecento milioni di
dollari annui che ideava, sperimentava e commercializzava microtecnologia d'avanguardia. Al momento, tuttavia, Shaddack non si stava sforzando di mettere a fuoco i problemi inerenti la ricerca, ma stava usando il serbatoio per scopi puramente ricreativi, per produrre una specifica visione che non mancava mai di affascinarlo ed eccitarlo. Il suo scenario: fatta eccezione per quel sottile filo di pensiero che lo teneva ancorato alla realtà, era convinto di trovarsi all'interno di una grande macchina in funzione, tanto immensa che le sue dimensioni, come quelle dell'universo, non potevano essere definite facilmente. Al pari di un granello di pulviscolo trasportato dall'aria attraverso le viscere sinistramente illuminate di quel colossale meccanismo immaginario, egli andava alla deriva lungo enormi muri, colonne continue di alberi motori rotanti, catene di trasmissione risonanti, miriadi di pistoni collegati da carrucole scorrevoli a bielle, a loro volta connesse a ingranaggi ben lubrificati che facevano girare volani di ogni dimensione. Servomotori ronzavano, compressori sibilavano, distributori mandavano scintille mentre la corrente elettrica, attraverso milioni di cavi intrecciati, si trasmetteva fino ai margini estremi del macchinario. Per Shaddack, l'aspetto più eccitante di quel mondo irreale era il modo in cui gli alberi di trasmissione d'acciaio, i pistoni in lega, le guarnizioni di gomma e i rivestimenti in alluminio erano collegati a parti organiche per formare un'entità rivoluzionaria dotata di due tipi di vita: l'efficiente movimento meccanico e il pulsare del tessuto organico. Al posto delle pompe, il progettista aveva impiegato cuori umani che battevano instancabilmente, uniti tramite robuste arterie ai tubi di gomma che si insinuavano dentro le pareti; alcuni di loro pompavano sangue alle componenti del sistema che richiedevano una lubrificazione organica, mentre altri pompavano olio ad alta viscosità. Incorporati ad altre sezioni dell'infinito macchinario, c'erano decine di migliaia di sacchi polmonari funzionanti come filtri o mantici; tendini ed escrescenze carnose simili a tumori venivano usati per conferire alle tubature più flessibilità e tenuta di sicurezza di quanto non fosse possibile ottenere con le normali giunture inorganiche. Le prestazioni migliori dei due sistemi, organico e artificiale, erano state combinate in un'unica struttura perfetta. Immaginando il proprio percorso attraverso l'interminabile dedalo di questo luogo di sogno, Thomas Shaddack si sentiva estasiato, nonostante non capisse — né si curasse — quale funzione ultima tutto ciò potesse avere, che prodotto o servizio vi venisse
elaborato. Era eccitato da questa entità a causa della sua evidente efficienza e della splendida integrazione fra componenti organichi e inorganiche. Per tutti i quarantun anni della propria vita, aveva lottato contro le limitazioni insite nella condizione umana, sforzandosi con determinazione e coraggio di elevarsi al di sopra del destino della sua specie. Voleva essere qualcosa di più di un semplice uomo: intendeva possedere il potere di una divinità e modellare non soltanto il proprio futuro, ma quello dell'umanità intera. Nella camera di deprivazione sensoriale, trasportato dalla visione di quest'organismo cibernetico, era assai più vicino alla tanto bramata metamorfosi di quanto non fosse nel mondo reale, e ciò lo rinvigoriva. Per lui, quello scenario non era soltanto intellettualmente stimolante ed emotivamente toccante, bensì anche tremendamente erotico. Percorrendo l'immaginaria macchina semiorganica, osservandola pulsare, si abbandonò a un orgasmo che non coinvolgeva soltanto i genitali, ma ogni sua fibra; egli era assolutamente inconsapevole della propria vistosa erezione e delle violente eiaculazioni che lo facevano tremare in tutto il corpo, perché percepiva il piacere come una sensazione diffusa in ogni parte del suo essere e non focalizzata nel solo pene. Lattiginosi filamenti di sperma si sparsero nella soluzione di solfato di magnesio. Qualche minuto dopo, il timer automatico della camera di deprivazione sensoriale attivò l'illuminazione interna e un debole segnale d'allarme: Shaddack venne riscosso dal proprio sogno e richiamato nel mondo reale di Moonlight Cove. 11 Non appena gli occhi si abituarono all'oscurità, Chrissie Foster fu in grado di orizzontarsi rapidamente anche in un territorio sconosciuto. Raggiunto il bordo del canyon, s'inoltrò lungo un altro sentiero che conduceva a sud attraverso la foresta; per un attimo prese in considerazione l'idea di arrampicarsi su un enorme cipresso, nella speranza che i suoi inseguitori passassero sotto di lei senza scorgerla. Tuttavia non osò correre un simile rischio: se avessero sentito il suo odore o percepito la sua presenza, l'avrebbero seguita fra i rami e lei non avrebbe avuto via di scampo. Proseguì in fretta e raggiunse uno spiazzo fra gli alberi, affacciato su un prato in pendio. Il vento la colpì, scompigliandole i capelli biondi; la nebbia non era più sottile come quando era fuggita a cavallo dalla stalla, ma la luce della luna riusciva ancora a illuminare l'erba secca, alta fino al ginoc-
chio, che ondeggiava nell'aria. Mentre attraversava di corsa il prato, diretta verso il successivo tratto di bosco, vide un grosso camion, pieno di luci come un albero di Natale, che si dirigeva a sud sull'autostrada, a un chilometro circa di distanza. Scartò subito l'idea di cercare aiuto laggiù perché vi avrebbe trovato soltanto forestieri diretti lontano, quindi ancor meno propensi dei residenti a credere alla sua storia. Tra l'altro, visto che leggeva i giornali e guardava la televisione, era perfettamente al corrente dell'esistenza dei maniaci omicidi che battevano le grandi arterie stradali e non aveva alcun problema a immaginarsi i titoli dei quotidiani che descrivevano la sua sorte: RAGAZZINA UCCISA E DIVORATA DA CANNIBALI ERRANTI SU UN FURGONCINO DODGE, SERVITA CON CONTORNO DI BROCCOLI E GUARNIZIONI DI PREZZEMOLO, LE OSSA USATE PER IL BRODO. La strada statale era più vicina, ma vi transitavano pochissime auto; in ogni caso, aveva già deciso di lasciarla perdere per timore di incontrare Tucker sulla sua Honda. In effetti, però, era convinta di avere udito tre voci distinte in mezzo all'agghiacciante coro di uggiolii dei suoi inseguitori, il che doveva significare che quest'ultimo aveva abbandonato la macchina per unirsi ai suoi genitori. Dopotutto, forse sulla statale sarebbe stata al sicuro. Meditò sulla prospettiva attraversando il prato a precipizio ma, prima di aver deciso se fosse opportuno cambiare rotta, quelle urla spaventevoli si alzarono nuovamente dietro di lei, ancora nel bosco ma più vicine di prima. Due o tre voci ulularono simultaneamente, come se avesse alle calcagna un branco di cani, benché fossero più inquietanti e selvatici di cani normali. All'improvviso, Chrissie mise un piede nel vuoto e si troyò proiettata verso ciò che, per un istante, le parve un terribile abisso; si trattava invece di un canale di scolo che attraversava il prato, sul fondo del quale scivolò incolume. Le grida furiose alle sue spalle crebbero d'intensità e si fecero ancora più vicine. Ora le voci possedevano un tono più frenetico, con una nota di urgenza, di fame. Balzata in piedi, aveva cominciato ad arrampicarsi lungo la parete quando si accorse che, sulla sinistra, il fosso terminava in un ampio canale sotterraneo. Subito, si bloccò a metà della salita e prese in considerazione questa nuova alternativa. La tubatura di cemento era a malapena distinguibile al debole chiarore
lunare; quando la scorse, Chrissie intuì immediatamente che si trattava del canale di scarico principale, quello che eliminava le acque piovane dall'autostrada e dalla statale. A giudicare dalle acute urla degli inseguitori, il suo vantaggio stava svanendo e crebbe in lei la paura di non riuscire a raggiungere gli alberi all'altra estremità del prato. Forse il canale era soltanto un vicolo cieco che le avrebbe fornito un rifugio non più sicuro del cipresso sul quale aveva pensato di arrampicarsi, ma decise comunque di correre il rischio. Scivolò nuovamente sul fondo del fossato e sgattaiolò verso l'apertura. Il diametro della tubatura era largo poco più di un metro e, accucciandosi, la bambina riuscì a entrarvi. Aveva percorso solo qualche passo, però, quando fu bloccata da un fetore tanto nauseante da provocarle conati di vomito. In quel passaggio buio, qualche animale era morto e si stava decomponendo. Chrissie non poteva distinguere di che cosa si trattasse, ma forse era meglio così: la carcassa avrebbe potuto avere un aspetto anche peggiore dell'odore. Una bestia selvatica, ammalata e in punto di morte, doveva aver strisciato nella tubatura in cerca di un riparo, e lì era morta. In fretta, arretrò fino all'uscita, respirando profondamente la fresca aria notturna. Da nord vennero gemiti prolungati che le mozzarono il fiato. Si stavano avvicinando rapidamente. Le erano quasi addosso. Non le restava altra scelta se non nascondersi nelle profondità della tubatura e sperare che non riuscissero ad annusare le sue tracce. Di colpo si rese conto che l'animale in decomposizione avrebbe potuto rivelarsi un vantaggio perché, se coloro che la inseguivano erano davvero in grado di fiutarla come cani, il fetore avrebbe mascherato il suo odore. Inoltrandosi nuovamente nell'apertura, ne seguì la pavimentazione convessa che si inclinava gradualmente lungo la pendenza del prato; dopo qualche metro, mise il piede in qualcosa di morbido e scivoloso. Il terribile fetore putrido le assalì le narici con rinnovata violenza, e la bambina capì di avere inciampato nella carogna. Venne assalita dai conati, ma strinse i denti e si impose di non vomitare. Quando ebbe oltrepassato la massa fetida, sostò a pulire le suole delle scarpe contro la superficie di cemento. A una ventina di metri dalla carcassa, Chrissie si fermò e, rannicchiata, si voltò a guardare l'imboccatura del tunnel. Attraverso l'apertura circolare si distingueva chiaramente il fossato illuminato dalla luna; la visuale era migliore di quanto non avesse previsto perché, in contrasto con l'oscurità
del tunnel, la notte sembrava assai più chiara di quando si era trovata all'esterno. Il silenzio era assoluto. Dalle griglie di scarico situate sull'autostrada, una leggera brezza pervadeva la tubatura, allontanando da lei l'odore dell'animale in decomposizione; l'aria era impregnata soltanto da un lieve sentore di umidità e di muffa. Nella notte, tutto taceva. La bambina trattenne il respiro e ascoltò attentamente. Nulla. Ancora accucciata, spostò il peso da un piede all'altro. Silenzio. Si domandò se fosse il caso di addentrarsi ulteriormente nel tunnel, poi si chiese se non vi avrebbe trovato dei serpenti. Non sarebbe stato un luogo magnifico per annidarsi al riparo dal freddo notturno? Silenzio. Dov'erano i suoi genitori? E Tucker? Un minuto fa, le stavano alle spalle, così vicini da poterle quasi balzare addosso. Silenzio. I serpenti a sonagli erano comuni sulle colline, benché non attivi in quel periodo dell'anno. Se un nido... Era così snervata dal perdurare di quella quiete innaturale da sentire il bisogno di urlare solo per rompere l'anomalo incanto. All'esterno, un grido acuto lacerò la calma notturna, echeggiando lungo il tunnel di cemento, oltre Chrissie, e rimbalzando sulle pareti alle sue spalle, come se i cacciatori si stessero avvicinando da ogni parte. Figure indistinte balzarono nel fossato. 12 Sam trovò un ristorante messicano sulla Serra Street, a due isolati dal motel. Gli bastò annusare l'aroma che permeava il locale per capire che il cibo sarebbe stato buono; quel mélange era l'equivalente olfattivo di un album di José Feliciano: polvere di chili, chorizo bollente, la squisita fragranza delle tortillas fatte con masa harina, cilantro, peperoncini piccanti, il gusto forte e astringente del pepe jalapeño, cipolle... Il ristorante Famiglia Perez era privo di pretese come il suo nome: una stanza rettangolare con separé in similpelle blu lungo le pareti, tavoli al centro e la cucina sul retro. A differenza di Burt Peckham alla Knight's
Bridge Tavern, i Perez erano al massimo della loro capienza; tranne un tavolo per due, verso il fondo, dove Sam venne condotto da una cameriera adolescente, il locale era al completo. Il personale addetto ai tavoli era vestito in jeans e maglietta: l'unica concessione all'uniforme consisteva in grembiulini bianchi annodati in vita. Sam non provò neppure a chiedere una Guinness, che non aveva mai trovato in un ristorante messicano, ma optò per la Corona. Il cibo si rivelò eccellente. Non inequivocabilmente superbo, ma assai migliore di quanto non si fosse aspettato in una cittadina costiera di sole tremila anime: frittelline di frumento fatte in casa, salsa densa e appetitosa, zuppa di albondigas saporita e sufficientemente pepata da provocargli una leggera sudorazione. Dopo aver gustato i primi bocconi di enchiladas di granchio in salsa tomatillo, si era ormai quasi convinto di doversi trasferire a Moonlight Cove il più presto possibile, anche a costo di rapinare una banca per poter trovare il denaro necessario a finanziare un pensionamento anticipato. Superato lo stupore per la qualità dei piatti, cominciò a prestare attenzione anche agli altri avventori e si accorse, gradualmente, di parecchie stranezze. La sala era straordinariamente quieta, considerando il fatto che era occupata da un gran numero di persone. I ristoranti messicani di buona qualità erano luoghi allegri, mentre dai Perez, al contrario, solo un terzo dei clienti stava chiacchierando animatamente. Gli altri due terzi mangiavano in assoluto silenzio. Sam ne studiò alcuni. Tre uomini di mezza età seduti in un separé sulla destra si stavano ingozzando di tacos, enchiladas e chimichangas fissando il piatto o il vuoto dinnanzi a loro, scambiandosi qualche occasionale occhiata, ma non una singola parola. A un tavolo dalla parte opposta della sala, due coppie di adolescenti divoravano alacremente una doppia portata di antipasti misti senza mai intervallare il pasto con le chiacchiere e le risate che chiunque si sarebbe aspettato da ragazzi di quell'età. Più Sam li osservava, più trovava strana la loro concentrazione assoluta. In tutto il locale, gente di ogni età e di tutti i tipi era totalmente assorta nel cibo, mangiando voracemente antipasto, primo, secondo, insalata e contorno; alla fine, qualcuno ordinava «un altro paio di tacos» o «un po' di burrito» prima di chiedere il dolce o il gelato. Con i muscoli delle mascelle tesi nella masticazione, non appena inghiottito si affrettavano a riempirsi nuovamente la bocca, che alcuni tenevano addirittura aperta, mentre altri
deglutivano con tale forza che Sam poteva udirli distintamente. Tutti avevano il viso rosso e congestionato, senza dubbio a causa delle salse piccanti, ma nessuno commentava «Ragazzi, com'è forte» o «Mica male», né si produceva nei più elementari accenni di conversazione con gli amici. A quanto pareva, l'ingozzarsi quasi febbrile della maggioranza passava inosservato agli occhi di quel terzo dei clienti che chiacchieravano animatamente fra loro e si cibavano a ritmo normale. Naturalmente, le cattive maniere a tavola non costituiscono una rarità; perlomeno un quarto degli abitanti di qualsiasi città farebbe venire un colpo a un cultore del galateo costretto a mangiare con loro. Cionondimeno, la voracità della maggior parte degli avventori del ristorante dei Perez lasciò Sam sbalordito, facendogli supporre che i pochi beneducati fossero avvezzi al comportamento generale, avendolo osservato ormai un'infinità di volte. Era mai possibile che la fresca aria marina della costa settentrionale producesse un simile effetto sull'appetito? Lo spettacolo cui stava assistendo in quel locale sembrava un rompicapo che qualsiasi sociologo disperatamente alla ricerca di un soggetto per la propria tesi di dottorato sarebbe stato ansioso di risolvere. In breve, tuttavia, Sam si trovò costretto a distogliere l'attenzione dagli altri tavoli perché quel comportamento gli stava facendo passare l'appetito. Più tardi, mentre meditava sull'entità della mancia da lasciare e depositava sulla tovaglia l'importo del proprio conto, esaminò nuovamente la sala, accorgendosi per la prima volta che nessuno degli accaniti mangiatori stava bevendo birra, margaritas o una qualunque bevanda alcolica. Quasi tutti avevano di fronte acqua o Coca-Cola, alcuni latte, che ingurgitavano un bicchiere dopo l'altro, ma nessuno in assoluto sembrava essere amante dell'alcol. Avrebbe anche potuto non notare questa generale tendenza alla sobrietà se non fosse stato un poliziotto — e dei migliori — addestrato non soltanto a osservare, ma anche a riflettere su quanto vedeva. Rammentò la penuria di bevitori alla Knight's Bridge Tavern. Che genere di cultura etnica o setta religiosa inculcava il disprezzo per l'alcol, incoraggiando invece le cattive maniere e la voracità? Non ne conosceva nessuna. Quando ebbe finito la birra e si fu alzato per andarsene, Sam si era convinto di aver avuto una reazione sproporzionata alla vista di qualche individuo rozzo; che questa anomala fissazione sul cibo era limitata a un numero ristretto di avventori e non si trattava di un fenomeno diffuso come a prima vista gli era parso. Dopotutto, dal suo tavolo sul fondo, non era stato
in grado di osservare tutta la sala e ogni singolo cliente. Dirigendosi verso l'uscita, però, passò di fianco a un separé dove tre ragazze giovani, attraenti e ben vestite stavano mangiando voracemente, in assoluto silenzio, gli occhi vitrei; due di loro avevano il mento sporco di cibo e ne erano apparentemente ignare, mentre la terza era così piena di briciole sulla camicetta da sembrare intenta a impanarsi prima di dirigersi nelle cucine, infilarsi nel forno e diventare un piatto di portata. Sam fu lieto di ritrovarsi nella tersa aria notturna. 13 Chrissie li vide entrare nel fossato e, per un attimo, pensò che stessero per attraversarlo e risalire sul prato per poi allontanarsi nella direzione che lei aveva seguito prima di scomparire alla loro vista. Uno dei tre, invece, si girò verso l'imboccatura del canale, avvicinandosi a quattro zampe in pochi balzi furtivi e sinuosi. Nonostante la bambina riuscisse a scorgere soltanto una forma indistinta, faticava a credere che quella cosa fosse uno dei suoi genitori o l'uomo di nome Tucker. Del resto, di chi altri poteva trattarsi? Entrando nel condotto di cemento, il predatore sbirciò nell'oscurità; i suoi occhi verde-ambra scintillavano lievemente, non luminosi come al chiaro di luna, ma vagamente fosforescenti. Chrissie si chiese fino a che punto potesse vedere al buio più assoluto. Sicuramente il suo sguardo non era in grado di penetrare i venticinque o trenta metri di tubatra che lo separavano dal posto dove lei stava rannicchiata; una vista del genere sarebbe stata soprannaturale. La cosa fissò dritto nella sua direzione. D'altronde, chi poteva escludere che si trovasse di fronte a qualcosa di soprannaturale? Forse i suoi genitori erano diventati lupi mannari. La bambina era impregnata di sudore acre e sperò che il fetore dell'animale in decomposizione celasse l'odore del suo corpo. Procedendo sinuosamente bloccando quasi tutta la luce lunare proveniente dall'imboccatura, il cacciatore avanzò lentamente. Improvvisamente, la creatura parlò con voce roca e bisbigliante, con una tale urgenza che le parole erano unite assieme in una singola, lunga catena di sillabe: «Chrissie, tu dà, tu, tu? Vieni, Chrissie, tu venire, venire, volere te, io volere, volere, bisogno, mia Chrissie, mia Chrissie». Quella voce frenetica e bizzarra fece scaturire nella mente della bambina
la terrificante immagine di un essere in parte lucertola, parte lupo, parte uomo e parte qualcosa d'inesplicabile. Eppure, sospettò che il suo vero aspetto fosse assai peggiore di quanto si potesse supporre. «Aiutare te, volere aiutare, aiutare, ora, tu venire, venire, venire. Tu là, là, tu là?» La cosa peggiore di quella voce, a dispetto del suo tono gelido, del mormorio rauco e ultraterreno, era la sua familiarità. Chrissie la riconobbe per quella della madre; mutata, senz'altro, ma pur sempre la sua. Lo stomaco della bambina era contratto dal terrore, ma si sentiva invasa anche da una sensazione dolorosa che dapprima non riuscì a identificare. Poi si accorse di soffrire per il senso di perdita: le mancava la mamma, la rivoleva, la sua vera madre. Se avesse avuto un crocefisso d'argento come quelli che si vedevano sempre nei film dell'orrore, si sarebbe probabilmente fatta avanti verso quella cosa ripugnante, avrebbe preteso che abbandonasse il possesso di sua madre. Forse, però, un crocefisso non avrebbe funzionato perché nella vita reale niente era semplice come al cinema; come se non bastasse, quanto era accaduto ai genitori era ben più spaventoso dei vampiri, dei lupi mannari o dei demoni scaturiti dall'inferno. Tuttavia, se avesse avuto un crocefisso, ci avrebbe provato ugualmente. «Morte, morte, annuso morte, fetore, morte...» La cosa-mamma avanzò rapidamente all'interno del tunnel fino al punto in cui Chrissie aveva messo il piede nello scivoloso ammasso in putrefazione e rimase a fissare la carcassa. All'esterno, oltre l'imboccatura del canale, giunse il rumore di qualcuno che scendeva nel fosso; il rumore di passi e l'acciottolio dei sassi furono seguiti da un'altra voce, agghiacciante come quella della prima creatura, ora chinata sulla carogna dell'animale. Chiamando dal fondo del tunnel, disse: «Lei laggiù, laggiù, lei? Trovato cosa, cosa, cosa?» «... procione...» «Cosa, che cosa, cosa?» «Procione morto, marcio, vermi, vermi.» Chrissie fu colta dal macabro terrore di aver lasciato un'impronta nell'ammasso in decomposizione. «Chrissie?» chiese il secondo essere, avventurandosi nel tunnel. La voce di Tucker. Evidentemente suo padre la stava cercando lungo il prato o nella foresta. Entrambi i cacciatori erano costantemente in movimento; la bambina poteva udirli grattare — artigli? — contro la pavimentazione in cemento,
come fossero in preda al panico. No, non esattamente, perché dalle loro voci non traspariva paura: agitazione, frenesia, piuttosto, come se in ciascuno dei due un motore stesse salendo di giri, sempre più veloce, quasi fuori controllo. «Chrissie laggiù, lei là, lei?» domandò Tucker. La cosa-mamma alzò lo sguardo dal procione morto e lo fissò direttamente sulla bambina nascosta nell'oscurità. Non puoi vedermi, pensò, o pregò, lei. Sono invisibile. La luminosità degli occhi della creatura si era affievolita a due chiazze d'argento ossidato. Chrissie trattenne il respiro. Tucker esclamò: «Mangiare, mangiare, bisogno, volere, mangiare». La creatura che era stata la mamma rispose: «Trovare ragazza, ragazza, trovare prima, poi mangiare, poi». Sembravano animali selvatici dotati per magia di un linguaggio elementare. «Ora, ora, bruciare, mangiare ora, ora, bruciare», ripetè Tucker con insistenza. Chrissie stava tremando così violentemente da temere di essere scoperta. Tucker riprese: «Bruciare, animaletti sul prato, sentire, annusare, cacciare, mangiare, mangiare, subito». La bambina trattenne il respiro. «Niente qui», disse la cosa-mamma, «solo vermi, fetore, andare, mangiare, poi trovare, mangiare, mangiare, poi trovare, andare.» I due predatori arretrarono lungo il condotto e scomparvero. Chrissie osò respirare. Dopo avere atteso un minuto per accertarsi che se ne fossero davvero andati, si girò e proseguì lungo il tunnel, tastandone le pareti alla cieca in cerca di un varco laterale. Dopo un centinaio di metri circa, trovò quel che cercava: un canale secondario, grande la metà di quello principale. Scivolò all'interno a pancia in giù, in modo da fronteggiare il condotto più ampio; lì avrebbe trascorso la notte. Se gli esseri fossero ritornati per verificare se potevano percepire il suo odore nell'aria più pulita al di là del procione decomposto, si sarebbe trovata fuori dalla corrente d'aria che percorreva il canale principale, quindi impossibile a fiutarsi. Si sentì rincuorata perché la loro rinuncia a esplorare più a fondo nel tunnel costituiva una prova dell'assenza di poteri soprannaturali: non erano onniscienti né dotati di una vista eccezionale. Erano solo forti e veloci in
modo anormale, strani e terrificanti, ma anche loro potevano commettere sbagli. Chrissie cominciò a pensare che, una volta spuntato il giorno, avrebbe avuto un cinquanta per cento di possibilità di uscire dal bosco e trovare aiuto prima di venire catturata. 14 Sul marciapiede di fronte al ristorante dei Perez, Sam Booker guardò l'orologio: soltanto le sette di sera. Si incamminò lungo Ocean Avenue, racimolando il coraggio per telefonare a Scott a Los Angeles. La prospettiva di una conversazione con il figlio lo preoccupava, facendogli dimenticare la voracità e le cattive maniere dei clienti del locale. Alle sette e mezzo si fermò a una cabina telefonica nei pressi di una stazione di servizio e compose il suo numero di casa. A sedici anni, Scott era convinto di essere abbastanza maturo da rimanere da solo mentre il padre era in missione. Sam non si trovava del tutto d'accordo e preferiva che il ragazzo stesse in compagnia della zia Edna, ma suo figlio l'aveva spuntata rendendole la vita impossibile, per cui Sam era ormai riluttante all'idea di sottoporre la donna a un simile calvario. Aveva ripetutamente addestrato il ragazzo nelle procedure di sicurezza — tenere porte e finestre chiuse, usare gli estintori, sapere esattamente come uscire di casa da qualunque stanza in caso di terremoto o altre emergenze — e gli aveva insegnato a servirsi di una pistola. A suo giudizio, però, Scott era ancora troppo immaturo per restare a casa da solo per parecchi giorni consecutivi, anche se, perlomeno, era preparato a ogni evenienza. Il telefono squillò nove volte. Sam stava ormai per riappendere, sentendosi in colpa per il sollievo che provava nel non essere riuscito a comunicare, quando suo figlio, finalmente, rispose. «Pronto?» «Sono io, Scott. Papà.» «Sì?» In sottofondo, si udiva una musica ad alto volume. Probabilmente il ragazzo si trovava nella propria stanza, con lo stereo al massimo, tanto da far tremare i vetri alle finestre. «Non potresti ridurre il volume?» «Ti sento benissimo», mormorò Scott.
«Sarà così, ma io invece faccio fatica.» «A ogni modo, non ho niente da dirti.» «Per favore, abbassa la musica», ripetè Sam, sottolineando il «per favore». Il ragazzo depose il ricevitore sul comodino con un rumore tale da assordare il padre. Il volume dello stereo decrebbe solo leggermente, poi Scott tornò all'apparecchio: «Allora?» «Come va?» «Okay.» «Tutto bene da quelle parti?» «E perché non dovrebbe?» «Ho solo chiesto.» In tono astioso: «Se hai telefonato per controllare se sto facendo una festa, non ti preoccupare. Non c'è nessuno». Sam contò fino a tre in modo da controllare la propria voce. Fuori dalla cabina la nebbia si andava infittendo. «Com'è andata oggi a scuola?» «Credi che abbia marinato?» «So che ci sei stato.» «Non ti fidi di me.» «Invece mi fido», mentì Sam. «Tu sei convinto che io non ci sia andato.» «E mi sbaglio, vero?» «Sì.» «Allora, che mi dici?» «Che è ridicola. Sempre la stessa merda.» «Scott, per piacere, sai che ti ho chiesto di non usare questo linguaggio quando parli con me», reagì Sam, rendendosi conto di essere stato trascinato contro la sua volontà in uno scontro. «Mi dispiace tanto. Sempre la stessa cavolata», rispose il ragazzo in un modo tale per cui avrebbe potuto riferirsi alla scuola o all'atteggiamento del padre. «Quassù è molto bello», rispose Sam. Scott non commentò. «Colline boscose che digradano fino all'oceano.» «E con ciò?» Seguendo i consigli dello psicologo, che lui e Scott avevano frequentato insieme e separatamente, Sam strinse i denti, contò nuovamente fino a tre e tentò un nuovo approccio. «Hai già cenato?»
«Sì.» «Fatti i compiti?» «Non ne avevo.» Sam esitò, poi decise di lasciarla passare. Lo psicologo, il dottor Adamski, sarebbe stato fiero di tanta pazienza e autocontrollo. Inoltre riprese: «Che cosa stai facendo?» «Stavo ascoltante un po' di musica.» Talvolta Sam aveva l'impressione che la musica fosse parte di ciò che aveva rovinato il ragazzo; quell'heavy metal frenetico, assordante e privo di melodia, era un insieme di percussioni e ritornelli monotoni e ripetitivi, così privi di sentimento e ottenebranti, da sembrare il prodotto di una civiltà di macchine intelligenti instauratasi sulla terra molto tempo dopo la scomparsa della razza umana. Scott aveva perso interesse per la maggior parte delle band di rock duro per convertirsi al ritmo degli U2, ma la loro semplicistica denuncia sociale non poteva competere con il suo nichilismo, quindi era nuovamente passato all'heavy metal, questa volta concentrandosi sui gruppi che abbracciavano il satanismo, o perlomeno fingevano di farlo. Di conseguenza, era diventato sempre più chiuso in se stesso, antisociale e cupo. In più di un'occasione, Sam aveva preso in considerazione l'idea di confiscargli tutti i dischi, mandarli in frantumi e buttarli via, ma gli era parsa una reazione esagerata. Dopotutto, lui stesso aveva avuto sedici anni quando i Beatles e i Rolling Stones erano comparsi sulla scena e i suoi genitori avevano inveito contro quella musica, predicendo che avrebbe condotto alla perdizione il figlio e tutta la sua generazione. Nonostante John, George, Paul, Ringo e gli Stones, non era finito male: si sentiva il prodotto di un'epoca caratterizzata da una tolleranza senza precedenti e non voleva che le sue vedute si restringessero come era accaduto ai suoi genitori. «Beh, penso sia meglio che vada, ora», osservò. Il ragazzo rimase in silenzio. «Se avessi qualche problema, chiama la zia Edna.» «Lei non può far niente che io non sia capace di fare da solo.» «Ti vuole bene, Scott.» «Ah, certo.» «È la sorella di tua madre e vorrebbe poterti amare come se fossi suo figlio. Basta soltanto che tu gliene dia la possibilità.» Dopo una pausa, Sam respirò a fondo e soggiunse: «Anch'io ti voglio bene». «Davvero? E questo che effetto dovrebbe farmi, mandarmi in brodo di
giuggiole?» «No.» «Perché non mi commuove affatto.» «Stavo solo esponendo un dato di fatto.» Evidentemente citando una delle sue canzoni favorite, il ragazzo disse: Nulla dura in eterno; anche l'amore è una menzogna, uno strumento di manipolazione; non esiste Dio al di là del cielo. Click. Sam rimase immobile per un attimo, ascoltando il segnale della linea ormai libera. «Perfetto.» Riappese il ricevitore. La sua frustrazione era superata soltanto dalla rabbia; avrebbe voluto prendere a calci qualcosa, qualcuno, fingendo di punire chiunque gli avesse portato via il figlio. Provava una dolorosa sensazione di vuoto alla bocca dello stomaco perché amava davvero Scott. L'estraneità del ragazzo gli era insopportabile. Sapeva di non potere ancora tornare al motel: non sarebbe riuscito a prendere sonno, e la prospettiva di trascorrere un paio d'ore di fronte a quella scatola idiota a guardare commedie o teleromanzi assurdi, gli risultava intollerabile. Quando aprì i battenti della cabina, tentacoli di nebbia scivolarono all'interno e parvero quasi sospingerlo incontro alla notte. Per un'ora percorse le strade di Moonlight Cove fino ai quartieri residenziali, dove non esistevano lampioni e dove gli alberi e le case sembravano galleggiare nella bruma, come se non fossero radicati al suolo, ma precariamente assicurati e sul punto di spezzare i legami. Quattro isolati a nord di Ocean Avenue, sulla Iceberry Way, mentre camminava velocemente per far sbollire la rabbia, Sam udì il rumore di passi affrettati. Qualcuno stava correndo, tre persone, forse quattro. Il suono era inconfondibile, benché stranamente furtivo: certamente non il ritmo regolare di un appassionato di jogging. Si girò, guardandosi alle spalle. I passi cessarono. Dato che la falce di luna era stata oscurata dalle nuvole, la scena era illuminata soprattutto dalla luce proveniente dalle finestre delle case, anni-
date tra pini e ginepri su entrambi i lati della strada. Per quanto Sam poteva vedere, era completamente solo. Si rimise in moto, ma, a meno di mezzo isolato di distanza, udì nuovamente il medesimo scalpiccio affrettato; si voltò di colpo e, come prima, non scorse nulla. Questa volta il rumore si affievolì, dandogli l'impressione che chi lo seguiva si fosse allontanato dal marciapiede per spostarsi sulla terra battuta che ricopriva gli spazi fra le case. Forse quelle persone si trovavano in una strada adiacente: l'aria gelida e la nebbia potevano ingannare sull'origine dei suoni. Tuttavia, cauto e incuriosito, si trasferì silenziosamente sul prato di una villa, nell'oscurità sottostante un immenso cipresso. Studiò i dintorni e, in capo a un minuto, distinse movimenti furtivi sul lato della strada. Quattro figure indistinte apparvero all'angolo di una casa, correndo rannicchiate. Quando attraversarono un giardino illuminato parzialmente da due lampioncini, le loro ombre bizzarramente distorte si agitarono furiosamente sulla facciata in stucco bianco; subito dopo, tornarono a nascondersi fra i cespugli senza lasciargli il tempo di giudicare le loro dimensioni o qualunque altro dettaglio. Ragazzini, pensò Sam, e non hanno in mente nulla di buono. Non sapeva il motivo per cui si sentiva così certo che fossero ragazzi, forse perché né la loro velocità, né il comportamento, erano propri degli adulti. O erano impegnati in qualche scherzo ai danni di un vicino sgradito, oppure lo stavano inseguendo. L'istinto lo fece optare per la seconda ipotesi. Da quando la delinquenza giovanile costituiva un problema in comunità piccole e tranquille come Moonlight Cove? Ogni città aveva qualche ragazzaccio, ma nell'atmosfera semirurale di un luogo del genere, la criminalità minorile raramente comprendeva attività da bande quali aggressioni, rapine a mano armata, scippi od omicidi gratuiti. In campagna, gli adolescenti finivano nei guai a causa della passione per le auto veloci, gli alcolici e le ragazze, oppure per qualche furto occasionale, ma non pattugliavano le strade in gruppi come i loro coetanei delle metropoli. Eppure, Sam nutriva dei sospetti sul conto del quartetto che, invisibile, rimaneva accucciato fra le felci e le azalee sul marciapiede opposto, tre case più in là. Dopotutto, a Moonlight Cove qualcosa non andava, ed era anche possibile che il problema fosse collegato alla delinquenza giovanile. La polizia stava nascondendo la verità sulle numerose morti verificatesi
durante gli ultimi due mesi e forse intendeva proteggere qualcuno; per quanto sembrasse improbabile, avrebbero potuto coprire un gruppetto di ragazzi appartenenti a famiglie facoltose, adolescenti che avevano spinto troppo in là i privilegi di classe, oltrepassando i limiti di un comportamento civile e accettabile. Sam non li temeva; sapeva come comportarsi e aveva una calibro 38. In effetti, gli sarebbe piaciuto dare una lezione a quei mocciosi, ma uno scontro con un gruppo di teppisti avrebbe richiamato la polizia locale e preferiva non destare l'attenzione delle autorità per timore di compromettere le proprie investigazioni. Gli parve strano che il quartetto avesse deciso di assalirlo in un quartiere residenziale come quello, visto che un suo grido d'allarme avrebbe di certo richiamato qualcuno. D'altra parte, visto che non voleva destare clamori, decise di non urlare e si allontanò lungo il vialetto. Raggiunse la casa, si affrettò lungo il muro laterale ed entrò nel cortile posteriore, dove saltò una staccionata che si affacciava su una viuzza ospitante i garage dell'isolato. Aveva progettato di tornare sulla Ocean Avenue, nel centro cittadino, ma una specie di premonizione lo spinse in un'altra direzione. Oltrepassato un gruppo di bidoni delle immondizie, saltò un'altra staccionata e atterrò nel giardino posteriore di una casa il cui ingresso era situato sulla parallela a Iceberry Way. Non appena lasciato il vicolo, udì passi leggeri e affrettati sull'asfalto; i teppisti — se la sua idea era corretta — erano sempre veloci, ma per nulla furtivi come in precedenza. Sam aveva la strana sensazione che, in virtù di uno speciale sesto senso, sarebbero stati in grado di stabilire in quale giardino si fosse rifugiato e di saltargli addosso prima che potesse raggiungere la strada successiva. L'istinto gli suggerì di smettere di correre e cercare un riparo: era in ottima forma, d'accordo, ma aveva pur sempre quarantadue anni mentre loro erano sicuramente molto più giovani, e qualsiasi uomo di mezz'età convinto di poter battere nella corsa dei ragazzi, era uno stupido. Invece di precipitarsi in un altro giardino, si avvicinò rapidamente alla porta laterale di un garage, sperando di trovarla aperta. Lo era. Mosse un passo nella totale oscurità e richiuse il battente proprio mentre i suoi inseguitori si arrestavano di fronte all'ingresso scorrevole all'altro capo del garage. Non si erano fermati in quel punto perché sapevano dove si trovava ma, probabilmente, allo scopo di decidere che direzione avesse preso. In un buio tombale, Sam armeggiò in cerca di un chiavistello per assicu-
rare la porta, ma non trovò nulla. Udì i quattro ragazzini mormorare, tuttavia non capì che cosa si stessero dicendo. Le loro voci erano strane: bisbiglianti e affannose. Afferrò la maniglia con entrambe le mani per evitare che si muovesse in caso i quattro avessero girato attorno al garage per tentare di entrare. Cadde il silenzio. Sam ascoltò intento. Nulla. L'aria odorava di grasso e di polvere; non vedeva niente, ma diede per scontato che lo spazio fosse occupato da una o due macchine. Nonostante non avesse paura, cominciava a sentirsi stupido. Come si era ficcato in una situazione del genere? Era un uomo adulto, un agente dell'FBI addestrato in svariate tecniche di difesa, aveva una pistola che sapeva maneggiare con abilità, eppure si stava nascondendo in un garage di fronte a un pugno di adolescenti. Era arrivato a quel punto perché aveva agito istintivamente e, di solito, si fidava del proprio istinto, anche se questa volta... Udì movimenti furtivi lungo il muro esterno del garage. Divenne teso. Passi raschianti in direzione della porta dietro cui stava nascosto. A quanto pareva, si trattava di uno soltanto dei ragazzi. Facendo leva all'indietro, serrando la maniglia, Sam tenne il battente inchiodato allo stipite. I passi si fermarono proprio di fronte a lui. Trattenne il respiro. Trascorsero interminabili secondi. Controlla la maledetta porta e vattene, pensò Sam con irritazione. Con il passare del tempo, si sentiva sempre più stupido e fu sul punto di affrontare il ragazzino. Poteva, schizzare fuori dal garage come un pupazzo a molla, spaventare a morte il teppista e farlo scappare urlando nella notte. Poi udì la voce dall'altra parte del battente, a pochi centimetri, e per quanto ignorasse che cosa, in nome del Cielo, stesse ascoltando, capì immediatamente di aver fatto bene a fidarsi del proprio istinto, a fermarsi e cercare un nascondiglio. La voce era flebile, roca, assolutamente agghiacciante, e il ritmo frenetico delle parole sembrava quello di uno psicopatico o di un tossicomane in crisi di astinenza. «Bruciare, bisogno, bisogno...» Sembrava rivolgersi a se stesso, forse inconsapevole di parlare, come un
malato in delirio. Un oggetto duro grattò contro il battente di legno e Sam cercò d'immaginare che cosa potesse essere. «Alimentare il fuoco, fuoco, alimentare, alimentarlo», mormorò il ragazzo con una voce ambigua e sottile. A Sam non parve affatto la voce di un adolescente — e neppure di un adulto. In realtà non aveva niente di umano. Nonostante l'aria fredda, la sua fronte era imperlata di sudore. L'oggetto misterioso grattò nuovamente contro la porta. Il ragazzo era forse armato? Si trattava della canna di una pistola sfregata sul legno? La lama di un coltello? Un semplice bastone? Unghioni? L'idea era pazzesca, eppure Sam non riuscì a liberarsene. Nella sua mente si era formata la chiara immagine di un'unghia incurvata e tagliente, un artiglio, che estraeva frammenti dal battente mentre scavava un solco nel legno. Con il sudore che gli colava dalle tempie, strinse saldamente la maniglia. Infine il ragazzo fece un tentativo. La maniglia si mosse fra le mani di Sam, che si sforzò di tenerla immobile. «... oh, Dio, brucia, fa male, oh Dio...» A questo punto Sam ebbe paura. Il ragazzo sembrava assolutamente folle, come sotto l'effetto di una droga, anzi molto peggio, ben più eccitato e pericoloso di qualsiasi fanatico della polvere degli angeli. Sam era terrorizzato perché ignorava che cosa diavolo aveva di fronte. Parole concitate, frenetiche: «... alimentare il fuoco, alimentare il fuoco...» Chissà se riesce a fiutare il mio odore? pensò; date le circostanze, quell'idea bizzarra non gli parve più assurda del concetto di un ragazzo munito di artigli. Il suo cuore batteva all'impazzata e il sudore gli appannava la vista. I muscoli del collo, delle spalle e delle braccia gli dolevano terribilmente: si stava sforzando, beh più del necessario, di tenere la porta chiusa. Dopo un attimo, avendo evidentemente deciso che la propria preda non si trovava nel garage, l'adolescente si arrese e tornò correndo verso il vicolo. Mentre se ne andava, emise un lamento a malapena udibile: un suono che evocava dolore, bisogno ed eccitazione animale. Per quanto lottasse per trattenere il gemito, gli era impossibile controllarsi. Sam udì passi felpati in avvicinamento da direzioni diverse. Gli altri tre
potenziali scippatori si unirono al ragazzo nel vicolo e le loro voci bisbiglianti possedevano la medesima nota frenetica, benché ormai fossero troppo distanti perché egli potesse capire i loro discorsi. I giovani tacquero di colpo e, un minuto dopo, come se appartenessero a un branco di lupi pronto a reagire d'istinto all'odore della selvaggina e del pericolo, sfrecciarono via tutti assieme. Ben presto il rumore dei loro passi svanì, e la notte tornò immobile come una tomba. Per parecchio tempo ancora Sam rimase in piedi nel garage, stringendo forte la maniglia. 15 Il bambino morto giaceva in un canale di scarico all'aperto lungo la strada statale, nella zona sud est di Moolight Cove; il suo viso pallidissimo era macchiato di sangue. Alla luce dei fari della polizia, i suoi occhi spalancati fissavano immobili un punto lontano oltre l'orizzonte. In piedi, di fianco a una delle lampade portatili, Loman Watkins guardò il piccolo cadavere, costringendosi a presenziare alle operazioni perché Eddie Valdoski, di soli otto anni, era il suo figlioccio. Loman aveva frequentato il liceo con il padre del piccolo, George, e da circa vent'anni era innamorato in senso strettamente platonico della mamma, Nella. Eddie era stato un bambino fantastico: vivace, intelligente ed educato. Era stato. E ora... Orribilmente percosso, morso selvaggiamente, graffiato e pieno di lacerazioni, il collo spezzato, il piccolo era poco più di un mucchietto di rifiuti in decomposizione, tutto il suo promettente potenziale distrutto, privato della vita — e la vita di lui. Tra le innumerevoli cose orrende cui Loman aveva assistito in vent'anni di carriera nella polizia, questa era forse la peggiore. Inoltre, a causa del rapporto personale esistente con la vittima, avrebbe dovuto sentirsi profondamente scosso, se non straziato. Eppure, la vista di quel corpicino devastato lo sfiorava appena: era attraversato da tristezza, rimpianto, rabbia e un susseguirsi di altre emozioni, ma solo superficialmente e momentaneamente, allo stesso modo in cui un gruppo di pesci può passare accanto a un nuotatore nelle profondità marine. Quanto al dolore, che avrebbe dovuto trafiggerlo, non ne provava affatto. Barry Sholnick, uno dei nuovi agenti delle recentemente ampliate forze di polizia di Moonlight Cove, stava accucciato lungo il fossato, scattando fotografie del cadavere. Per un istante, gli occhi vitrei del bambino di-
ventarono color argento per il riflesso del flash. La crescente incapacità di Loman di provare emozioni rappresentava, stranamente, l'unica cosa in grado di procurargli sensazioni intense: lo spaventava a morte. Negli ultimi tempi era sempre più terrorizzato dal proprio distacco emotivo, uno sgradito, ma evidentemente irreversibile, indurimento del cuore che lo avrebbe presto ridotto con orecchi di marmo e ventricoli di pietra. Ormai apparteneva alla Nuova Gente e differiva in molti modi dall'uomo che era stato in precedenza. Il suo aspetto era sempre lo stesso — altezza media, fisico robusto, un viso aperto e straordinariamente innocente per la professione che esercitava — ma le apparenze celavano ben altro. Forse l'accresciuto controllo sui sentimenti, una prospettiva più equilibrata e razionale, rappresentava un inaspettato beneficio del Cambiamento. Ma si trattava davvero di un beneficio? Non provare emozioni? Non sentire dolore? Nonostante il gelo notturno, un velo di sudore gli ricoprì il viso e il corpo. Il medico legale, dottor lan Fitzgerald, era impegnato altrove, ma Victor Callan, titolare delle locali pompe funebri e assistente medico legale, stava aiutando un altro agente, Jules Timmerman, a ispezionare il terreno fra il canale di scarico e il vicino bosco. Cercavano possibili indizi lasciati dall'assassino. In realtà, stavano soltanto esibendosi in una messinscena a uso degli abitanti della zona, assiepati lungo la strada. Anche se fosse stato rinvenuto qualche indizio, nessuno sarebbe stato arrestato, né si sarebbe mai svolto un processo: se il responsabile della morte di Eddie fosse stato trovato, la polizia lo avrebbe protetto al fine di nascondere l'esistenza della Nuova Gente agli occhi di chi non era ancora caduto vittima del Cambiamento. Perché, senza dubbio, l'omicida era quello che Thomas Shaddack definiva un «regressivo», un membro della Nuova Gente divenuto incontrollabile e finito male. Molto male. Loman voltò le spalle al cadavere del bambino e s'incamminò lungo la statale, verso la casa dei Valdoski, qualche centinaio di metri più in là. Ignorò i curiosi, benché uno di loro lo chiamasse: «Capo? Che diavolo sta succedendo, Capo?» Questa era un'area semirurale, a malapena all'interno dei confini cittadini; le case erano molto distanziate e le luci sparse facevano molto poco per fugare l'oscurità notturna. Prima ancora di aver percorso la metà della stra-
da che lo separava dalla residenza dei Valdoski, per quanto si trovasse a tiro di voce dai propri uomini sparpagliati sulla scena del delitto, Loman si sentì isolato. Gli alberi, torturati da millenni di vento marino in notti assai meno tranquille di quella, si piegavano verso la strada, con i rami contorti. Loman continuava a immaginarsi di scorgere movimenti fra il fogliame che lo sovrastava e in mezzo alla nebbia annidata fra i tronchi. Mise la mano sul calcio della pistola che portava al fianco. Loman Watkins era capo della polizia di Moonlight Cove da nove anni e, durante l'ultimo mese, nella sua giurisdizione era stato versato più sangue che non negli altri otto anni e undici mesi. Era certo che il peggio dovesse ancora venire: aveva il presentimento che i regressivi fossero ben più numerosi e pericolosi di quanto Shaddack fosse disposto ad ammettere. Temeva i regressivi quasi quanto aveva paura della propria nuova personalità fredda e distaccata. A differenza di felicità, dolore, entusiasmo e tristezza, la paura allo stato puro rappresentava un meccanismo di sopravvivenza, quindi, forse non se ne sarebbe liberato così completamente come gli stava accadendo con ogni altra emozione. Quel pensiero lo mise a disagio. La paura, si chiese, è dunque l'unica sensazione destinata a prosperare nel mondo nuovo che stiamo edificando? 16 Dopo un hamburger al formaggio intriso di grasso, patatine unticce e una bottiglia gelata di Dos Equis nella sala di ristoro deserta del Cove Lodge, Tessa Lockland tornò nella propria camera, si accomodò sul letto e telefonò alla madre a San Diego. Marion rispose al primo squillo, «Ciao, mamma», esordì Tessa. «Dove sei, Teejay?» Da bambina, Tessa non riusciva mai a decidere se preferiva essere chiamata con il primo nome o con il secondo, Jane, per cui sua madre aveva optato per le semplici iniziali di entrambi, come se si trattasse di un nome vero e proprio. «Cove Lodge», rispose la ragazza. «È carino?» «Il migliore che sono riuscita a trovare. Non mi sembra una città in grado di fornire grandi servizi ai turisti. Se non possedesse una vista così spettacolare, il Cove Lodge sarebbe solo uno di quei posti che sopravvivono affittando camere a ore e offrendo film porno sulla TV a circuito chiuso.»
«Ma è pulito?» «Ragionevolmente.» «Se non lo è, preferirei che ti trasferissi altrove immediatamente.» «Mamma, quando giro un film non sempre dispongo di alloggiamenti lussuosi, lo sai. Quando ho lavorato a quel documentario su quegli indiani dell'America Centrale sono andata a caccia con loro e ho dormito nel fango.» «Teejay, cara, non devi mai raccontare alla gente che hai dormito nel fango come i maiali. Devi dire che hai avuto un'esperienza dura o che hai usato una tenda, ma non parlare mai del fango. Anche le circostanze spiacevoli possono rivelarsi positive, se solo si mantiene il proprio senso della dignità e dello stile.» «Sì, mamma, lo so. Intendevo solo farti capire che il Cove Lodge non è il massimo, ma è meglio che dormire nel fango.» «In una tenda.» «Come preferisci.» Per un attimo, entrambe rimasero in silenzio, poi Marion riprese: «Dannazione, dovrei essere lì con te». «Mamma, hai una gamba fratturata.» «Avrei dovuto partire per Moonlight Cove non appena mi hanno informata di aver trovato la povera Janice. Se fossi stata là, non avrebbero cremato il corpo. Glielo avrei impedito! Li avrei fermati e avrei preteso una nuova autopsia fatta da medici legali affidabili, così non sarebbe stato necessario coinvolgerti. Sono furiosa con me stessa!» Tessa sprofondò tra i cuscini sospirando. «Mamma, cerca di essere obiettiva. Ti sei rotta la gamba tre giorni prima del ritrovamento del corpo di Janice; non sei in grado di viaggiare adesso come non lo eri allora. Non è colpa tua.» «Un tempo, una gamba spezzata non mi avrebbe fermata.» «Non hai più vent'anni, mamma.» «Sì, so di essere vecchia», rispose Marion in tono infelice. «Quando penso alla mia età, talvolta mi spavento.» «Hai solo sessantaquattro anni, non ne dimostri più di cinquanta e ti sei fatta male lanciandoti con il paracadute, per la miseria, quindi non aspettarti la mia compassione.» «Conforto e comprensione sono quanto una vecchia madre si attende da una buona figlia.» «Se tu mi avessi sorpresa a chiamarti vecchia o a trattarti con compati-
mento, mi avresti inseguita a calci fino in Cina.» «La possibilità di prendere a calci nel sedere la figlia di tanto in tanto, è uno dei piaceri della vecchiaia materna, Teejay. Maledizione, ma da dove era spuntato quell'albero? Pratico il paracadutismo da trent'anni e mai una volta sono atterrata su una pianta. Giuro che non c'era quando ho guardato giù per controllare la rotta di discesa.» Nonostante una discreta quantità dell'incrollabile ottimismo e della vitalità della famiglia Lockland provenisse dal defunto padre di Tessa, Bernard, in vastissima parte — con l'aggiunta di una buona misura di spirito indomito — derivava dai geni di Marion. La ragazza aggiunse: «Questa sera, subito dopo il mio arrivo, sono stata sulla spiaggia dove l'hanno trovata». «Dev'essere stato terribile, Teejay.» «Posso sopportarlo.» Quando Janice era morta, Tessa si trovava in viaggio in Afghanistan, per studiare gli effetti della guerra genocida sulla popolazione e la cultura locali, allo scopo di preparare un documentario sull'argomento. La madre non era stata in grado di comunicarle la morte della sorella fino a due settimane dopo la scoperta del cadavere sulla spiaggia di Moonlight Cove. Cinque giorni prima, l'8 ottobre, era ripartita in volo dall'Afghanistan con la sensazione di avere in qualche modo tradito Janice; il suo senso di colpa eguagliava quello di Marion, anche se aveva appena detto la verità: poteva sopportarlo. «Avevi ragione, mamma. La versione ufficiale puzza.» «Cos'hai saputo?» «Niente, per ora. Ma me ne sono rimasta là, sulla sabbia, dove, secondo la polizia, avrebbe dovuto inghiottire il Valium e gettarsi in acqua per l'ultima nuotata. Ho capito che tutta la storia non sta in piedi, me lo sento nelle ossa. In un modo o nell'altro, scoprirò che cosa è veramente accaduto.» «Devi stare attenta, tesoro.» «Lo farò.» «Se Janice è stata... assassinata...» «Andrà tutto bene.» «E se, come sospettiamo, non ci si può fidare della polizia...» «Mamma, sono minuta, bionda, con gli occhi azzurri, vivace e dall'apparenza pericolosa quanto uno scoiattolo di Disney. Per tutta la vita ho dovuto lottare contro il mio aspetto per essere presa seriamente. Tutte le donne vogliono farmi da madre o essere una sorella maggiore, mentre gli uomini
si sentono paterni oppure desiderano soltanto portarmi a letto; ben pochi si accorgono immediatamente che possiedo anche un cervello più sviluppato di quello di un moscerino. Di norma, devono conoscermi abbastanza per capirlo. Quindi, per questa volta, mi servirò del mio aspetto, e nessuno mi vedrà come una minaccia.» «Ti terrai in contatto?» «Naturalmente.» «Se ti senti in pericolo, vattene, scappa subito.» «Starò benissimo.» «Promettimi che non rimarrai lì, in caso di pericolo», insistè Marion. «Prometto. Ma tu devi promettermi che per un po' non salterai giù da qualche areoplano.» «Sono troppo vecchia per cose del genere, tesoro. Ormai sono anziana, anzi, decrepita. Dovrò ripiegare su interessi più adatti alla mia età. Ho sempre desiderato imparare lo sci d'acqua, per esempio, e quel documentario che hai girato sul motocross mi ha suggerito l'idea che quelle motociclette debbano essere molto divertenti.» «Ti voglio bene da morire, mamma.» «Anch'io, Teejay. Più di qualunque cosa al mondo.» «Gliela farò pagare per Janice.» «Ammesso che esista qualcuno che merita di pagare. Ricordati soltanto che la nostra Janice se n'è andata, ma tu sei ancora qui, e il tuo primo dovere non è nei confronti dei morti.» 17 George Valdoski sedeva al tavolo di cucina. Nonostante le sue mani, segnate dal lavoro, fossero strette attorno a un bicchiere di whisky, non riusciva a impedirsi di tremare. Quando Loman Watkins entrò e richiuse la porta dietro di sé, l'uomo non alzò neppure lo sguardo. Eddie era il suo unico figlio. George era alto, con petto e spalle robusti. In virtù degli occhi molto incassati, delle labbra sottili e delle fattezze marcate, possedeva un aspetto duro e aggressivo, ma pur sempre piacevole. Tuttavia, la sua parvenza minacciosa era ingannevole e celava una persona sensibile, gentile e cortese. «Come va?» chiese Loman. George si morse il labbro e assentì con il capo, come per indicare che sarebbe sopravvissuto a quell'incubo, ma continuò a fissare il tavolo.
«Vado da Nella», aggiunse Loman. Questa volta, Valdoski non si curò neppure di annuire. Attraversata la cucina, si fermò sulla soglia e si girò verso l'uomo seduto. «Troveremo quel bastardo, George, te lo giuro.» Questi alzò finalmente gli occhi dal bicchiere: era in procinto di piangere, ma si sforzava di non farlo, da buon polacco testardo e orgoglioso, deciso a mostrarsi forte. Disse: «Al crepuscolo, Eddie stava giocando in cortile, proprio qui dietro la casa, dove potevi vederlo da qualsiasi finestra. Quando Nella lo ha chiamato per la cena e lui non è comparso, abbiamo pensato che fosse andato da un vicino a giocare con altri bambini senza chiedere il permesso, anche se avrebbe dovuto». Aveva già raccontato tutto questo, più di una volta, ma sembrava sentire il bisogno di ripeterlo all'infinito, come se ciò potesse logorare l'orribile realtà e quindi cambiarla. Proprio come, usare una cassetta per diecimila volte finisce per cancellare la musica e lasciare soltanto un sibilo. «Abbiamo cominciato a cercarlo, ma non siamo riusciti a trovarlo. In principio non eravamo spaventati, solo un po' arrabbiati; poi ci siamo preoccupati, infine abbiamo davvero avuto paura. Stavo per telefonarti in cerca d'aiuto quando lo abbiamo visto nel canale, mio Dio, fatto a pezzi in quel canale.» Respirò a fondo ripetutamente e le lacrime trattenute a forza brillarono nei suoi occhi. «Che razza di mostro può prendersela con un bambino, trasportarlo da qualche parte, massacrarlo e poi essere così crudele da riportarlo qui e lasciarlo dove noi potessimo trovarlo? Deve essere successo così, perché se no, avremmo sentito... sentito le urla, se quel bastardo gli avesse fatto tutto questo qui nei pressi. Deve averlo portato via per poi trascinarlo dove lo avremmo scoperto. Che razza d'uomo può essere, Loman? Per carità del Cielo, che razza d'uomo?» «Uno psicopatico», rispose l'amico, come aveva già risposto in precedenza. E in fondo era vero. I regressivi erano degli psicopatici. Shaddack aveva coniato un termine per le loro condizioni: psicosi metamorficocorrelata. «Forse sotto l'effetto di qualche droga», aggiunse, questa volta mentendo. Le droghe — perlomeno le normali sostanze illegali — non avevano nulla a che fare con la morte di Eddie. Loman era ancora sorpreso per la facilità con cui riusciva a mentire anche a un amico, una cosa di cui un tempo era stato incapace. L'immoralità della menzogna era un concetto più adatto alle persone ordinarie e al loro turbolento mondo emotivo; le vecchie regole morali avrebbero infine perso ogni significato per la Nuova Gente perché, se il Cambiamento si fosse svolto secondo le previsioni di
Shaddack, l'efficienza e le massime prestazioni sarebbero state gli unici imperativi. «Di questi tempi, il Paese è zeppo di drogati. Cervelli bruciati, nessun principio, niente obiettivi se non brividi a buon mercato. Sono la nostra eredità di un'epoca troppo permissiva. Questo tizio era un pazzoide sconvolto dalla droga, George, e ti giuro che lo prenderemo.» L'amico tornò a fissare il proprio whisky. Infine, parlando più a se stesso che non a Loman, riprese: «Al crepuscolo, Eddie stava giocando in cortile, proprio dietro casa, dove potevi vederlo da qualsiasi finestra...» La sua voce si spense. Con riluttanza, Loman salì al piano superiore per vedere come stava Nella. La donna era sdraiata sul letto, sorretta dai cuscini, e il dottor Jim Worthy stava seduto al suo fianco. Questi era il più giovane dei tre medici di Moonlight Cove, un trentottenne zelante dai baffi ben curati, occhiali cerchiati di metallo e una certa propensione per i cravattini a farfalla. Con lo stetoscopio attorno al collo, stava riempiendo di liquido dorato una siringa insolitamente grande. Worthy si girò verso il nuovo venuto, i loro sguardi s'incontrarono e non ci fu bisogno di parlare. Avendo udito i passi di Loman, oppure percependo la sua presenza in virtù di una sorta di sesto senso, Nella Valdoski aprì gli occhi, gonfi e rossi per il pianto. Era ancora una donna molto bella, dai capelli biondissimi e lineamenti così delicati da non sembrare neppure un prodotto della natura, bensì di un magistrale scultore. La bocca le tremò: «Oh, Loman». Lui girò attorno al letto e prese la mano che Nella gli tendeva: era umida, fredda e tremante. «Sto per somministrarle un tranquillante», spiegò il medico. «Ha bisogno di rilassarsi, magari anche di dormire un po', se se la sente.» «Non voglio dormire», esclamò la donna. «Non posso, non dopo... non dopo tutto questo. Mai più, d'ora in poi.» «Calmati», la esortò Loman, carezzandole la mano. «Lascia che il dottor Worthy si prenda cura di te. Andrà tutto per il meglio, Nella.» Per metà della propria vita aveva amato quella donna, la moglie del suo migliore amico, benché non lo avesse mai lasciato trasparire. Si era ripetutamente detto che si trattava di un'attrazione strettamente platonica, anche se, guardandola ora, non riusciva a nascondersi che la passione ne era stata una forte componente. Ciò che lo turbava, però, beh, per quanto sapesse che cosa aveva provato
per lei durante tutti questi anni, nonostante se ne ricordasse, ora non sentiva più nulla. Il proprio amore, la passione, quel desiderio piacevole e malinconico nel contempo si erano affievoliti al pari di ogni altra reazione emotiva; era ancora consapevole dei propri sentimenti passati, ma gli sembravano qualcosa ormai svanito per sempre. Worthy depose la siringa sul comodino, arrotolò una manica della camicetta di Nella e le strinse al braccio un laccio emostatico, mettendo in evidenza una vena. Mentre il medico le strofinava sulla pelle un batuffolo di cotone intriso d'alcol, la donna chiese: «Loman, che cosa sarà di noi ora?» «Andrà tutto bene», rispose lui, continuando a carezzarle la mano. «Come puoi dire una cosa simile? Eddie è morto. Era così tenero, così piccolo e dolce, e ora non c'è più. Niente sarà più come prima.» «Molto presto ti sentirai meglio. Prima che tu te ne accorga, il dolore sarà scomparso, non avrà più importanza. Ti prometto che starai bene.» Lei lo fissò come se stesse vaneggiando. In effetti, ignorava che cosa stava per accaderle. Worthy le infilò l'ago nella vena. Nella si contrasse. Il liquido dorato entrò, a poco a poco, nel suo sistema circolatorio. Lei chiuse gli occhi e cominciò a piangere sommessamente. Dopotutto, forse è meglio non amare così tanto, si disse Loman. La siringa era vuota. I due uomini si guardarono. Nella rabbrividì. Il Cambiamento avrebbe richiesto altre due somministrazioni e qualcuno avrebbe dovuto rimanere con la donna per le prossime quattro o cinque ore, non solo per provvedere alle iniezioni successive, ma anche per accertarsi che la paziente non si facesse del male durante la conversione. Diventare una Nuova Persona non era un processo indolore. Nella fu scossa da nuovi brividi, violenti e protratti. Dalla soglia, George Valdoski esclamò: «Che cosa sta succedendo qui dentro?» Loman si era tanto concentrato sulla donna da non udire l'arrivo dell'amico. Si alzò in piedi immediatamente. «Il dottore ha pensato che avesse bisogno...» «A che cosa serve quell'ago da cavalli?» Lo interruppe l'altro, indicando la grossa siringa.
«Un tranquillante», spiegò Worthy. «Le sarà utile...» «Un tranquillante?» esplose Valdoski. «A me sembra che gliene abbiate dato una dose sufficiente a far stramazzare un toro.» Loman cercò di calmarlo. «Andiamo, George, il dottore sa che cosa...» Sul letto, Nella risentì gli effetti dell'iniezione. Il suo corpo si irrigidì repentinamente, le mani si serrarono a pugno, i denti si strinsero; le arterie si gonfiarono sulla gola e sulle tempie, pulsando vistosamente con l'accelerare dei battiti cardiaci. Gli occhi diventarono vitrei, denotando il passaggio in quella particolare zona di crepuscolo tipica del Cambiamento, a metà strada tra la consapevolezza e la mancanza di conoscenza. «Che cosa le sta succedendo?» domandò George in tono duro. Dalle labbra contratte in una smorfia di dolore, Nella si lasciò sfuggire uno strano gemito rauco, inarcando la schiena finché solo le spalle e i calcagni rimasero a contatto con il letto. Sembrava piena di un'energia violenta in procinto di esplodere. Poi, di colpo, ripiombò sul materasso, rabbrividì ancora più vistosamente di prima e si coprì di sudore. Valdoski fissò i due uomini. Capiva chiaramente che qualcosa non funzionava, anche se non poteva neppure supporre la natura di quel fenomeno. «Fermati.» Loman estrasse la pistola nel momento in cui l'amico accennò a muoversi in direzione del pianerottolo. «Vieni qui e sdraiati sul letto di fianco a Nella.» George si bloccò sulla soglia, guardando l'arma con aria incredula e sgomenta. «Se provi ad andartene, sarò costretto a spararti e preferirei evitarlo.» «Non ne saresti capace», ribattè Valdoski. «Io non ci conterei», rispose freddamente Loman. «Se fossi costretto, ti sparerei e giustificherei la tua uccisione con una storia che non ti piacerebbe. Affermeremmo di averti colto in contraddizione e di aver rinvenuto le prove che tu hai ammazzato Eddie, il tuo bambino, per perversi motivi sessuali. Messo a confronto con le prove, hai afferrato la mia pistola, abbiamo lottato e sei stato colpito da un proiettile. Caso chiuso.» Questa minaccia, e il fatto che proveniva dal suo più caro amico, lo lasciò di sasso. Infine, rientrando nella stanza, riuscì solo a mormorare: «Tu permetteresti che tutti pensassero che ho fatto a Eddie quelle cose tremende? Ma perché? Che cosa stai facendo, Loman? Cosa diavolo ti capita? Chi... chi stai proteggendo?» «Sdraiati sul letto», ribattè Loman. Il dottor Worthy stava preparando un'altra siringa.
Nel frattempo, Nella rabbrividiva incessantemente, torcendosi e dibattendosi. Il viso era coperto di sudore e, nonostante tenesse gli occhi aperti, sembrava inconsapevole della presenza dei tre uomini; forse non si rendeva neppure conto di dove si trovasse. Loman non ricordava nulla della propria conversione, se non che il dolore era stato lancinante. Avvicinandosi al letto con riluttanza, Valdoski chiese: «Che cosa sta accadendo, Loman? Cristo, ma che succede? Che cos'è che non va?» «Andrà tutto bene», lo rassicurò l'altro. «È meglio così, George, davvero.» «In nome di Dio, ma di che cosa stai parlando?» «Sdraiati. Andrà tutto bene.» «Che cos'ha Nella?» «Sdraiati, George.» «È per il suo bene», aggiunse il medico, finendo di riempire la siringa. «Ti giuro che è così», dichiarò Loman. «Fidati di me.» Con la canna della pistola indicò il letto, sorridendo rassicurante. 18 La casa di Harry Talbot era piena di enormi finestre. Si trovava a tre isolati dal cuore di Moonlight Cove, sulla Conquistador Avenue, così chiamata perché i conquistatore spagnoli vi avevano bivaccato secoli prima, quando avevano scortato il clero cattolico lungo la costa californiana per fondarvi le loro missioni. Talvolta Harry sognava di essere uno di quei soldati, in marcia verso nord in un territorio inesplorato, e si trattava sempre di una piacevole evasione, visto che si illudeva di poter camminare con le sue gambe. La maggior parte della città era edificata sulle colline di fronte al mare, e la proprietà di Talbot si elevava sulla Conquistador, fornendo un osservatorio perfetto per un uomo la cui attività principale consisteva nello spiare i propri concittadini. Dalla camera da letto al terzo piano, proprio sull'angolo della casa, poteva vedere, almeno in parte, tutte le strade fino alla baia — Juniper Lane, Serra Street, Roshmore Way e Cypress Lane — e le loro trasversali. A nord, era in grado di sbirciare interi tratti di Ocean Avenue e delle zone adiacenti. Naturalmente, il suo campo visivo sarebbe risultato drasticamente ridotto se la casa non fosse stata di un piano più alta rispetto a tutte le altre e se non avesse posseduto un telescopio rifrangente da sessanta millimetri e un ottimo cannocchiale.
Lunedì 13 ottobre, alle nove e mezzo di sera, Harry era seduto sullo sgabello costruito appositamente per lui, tra le due immense finestre che guardavano a nord e a ovest, chino sul telescopio. Il seggiolino, molto alto, aveva braccioli e schienale, quattro robusti supporti molto estesi per assicurare il massimo equilibrio e una base rinforzata per evitare che si rovesciasse quando doveva issarsi dalla sedia a rotelle. Era inoltre dotato di una cintura di sicurezza come quelle delle automobili per permettergli di chinarsi in avanti senza scivolare e cadere sul pavimento. Avendo perso completamente l'uso del braccio e della gamba sinistri, essendo la gamba destra troppo debole per sostenere il suo peso e potendo contare solo sul braccio destro — che, grazie a Dio, i Vietcong avevano risparmiato — anche trasferirsi dalla carrozzina a motore all'apposito sgabello rappresentava per lui un'impresa estenuante. Tuttavia, valeva la pena di sottoporsi a quello sforzo perché, attraverso telescopio e cannocchiale, Harry Talbot viveva ogni anno più intensamente. Appollaiato sullo speciale sgabello, talvolta quasi si scordava della propria menomazione in quanto, in modo tutto particolare, partecipava alla vita. Il suo film preferito era La finestra sul cortile con Jimmy Stewart; lo aveva visto, probabilmente, un centinaio di volte. Al momento, il telescopio era puntato sul retro delle Pompe Funebri Callan nella parte orientale della Juniper Lane, la parallela a Conquistador. L'edificio si affacciava su un vicolo, e Harry poteva vedere il garage dove veniva parcheggiato il carro funebre, l'entrata posteriore e l'accesso alla nuova ala, dove i cadaveri venivano imbalsamati e preparati per l'esposizione, oppure cremati. Durante gli ultimi due mesi, aveva osservato strane cose da Callan; quella sera, però, nessuna attività insolita ravvivava la paziente veglia di Harry. «Moose?» Il cane si alzò dal proprio angolo e si diresse verso il padrone; era un grosso labrador nero, virtualmente invisibile nell'oscurità. Gli premette il muso contro la gamba: quella buona, dove esisteva ancora un po' di sensibilità. Chinandosi, Harry lo accarezzò. «Mi porti una birra, vecchio mio?» Moose era stato addestrato da un'associazione che si occupava dell'assistenza agl'invalidi ed era sempre felice di mostrarsi utile; si affrettò in direzione del piccolo frigorifero collocato in un angolo e dotato di apertura a pedale. «Là non c'è niente», disse il padrone. «Questo pomeriggio mi sono di-
menticato di portarne su qualche lattina dalla cucina.» Il cane lo aveva già scoperto e si stava avviando in corridoio, le zampe ticchettanti sul pavimento di legno levigato. Con un balzo, Moose premette il pulsante dell'ascensore servendosi di una zampa; immediatamente, il ronzio del macchinario riempì la casa. Harry rivolse la propria attenzione al retro delle Pompe Funebri Callan. La nebbia percorreva la città a ondate, alcune fitte e accecanti, altre più rade, ma le luci della camera mortuaria gli consentivano un'ottima visuale; se la serata fosse stata limpida, avrebbe potuto contare le viti sul portone metallico del crematoio. Alle sue spalle, le porte dell'ascensore si aprirono e udì il cane entrarvi. Annoiato, Harry spostò lentamente lo strumento verso sinistra, dapprima sul vasto lotto abbandonato adiacente alle pompe funebri, poi sulla casa dei Gosdale, in Juniper Lane, fermandosi sulla finestra del soggiorno. Dato che in quel momento la nebbia era particolarmente sottile, poteva osservare la stanza quasi come se stesse accucciato sulla veranda con il viso premuto contro il vetro. Herman e Louise Gosdale stavano giocando a carte con i vicini, Dan e Vera Kaiser, come tutti i lunedì e venerdì sera. L'ascensore raggiunse il pianterreno, il motore smise di ronzare e la casa tornò silenziosa; ora Moose si trovava due piani più in basso, diretto in cucina. Nelle notti straordinariamente terse, quando Dan Kaiser stava seduto con la schiena rivolta verso la finestra, Harry riusciva a distinguere la sua mano di carte. Qualche volta, era stato tentato di telefonare a Herman Gosdale per rivelargli il gioco dell'avversario e dargli consigli tattici. Tuttavia non osava far sapere alla gente che trascorreva la maggior parte del tempo in quella stanza — a luci spente, di notte, per evitare di stagliarsi contro la finestra — partecipando indirettamente alle loro vite. Nessuno avrebbe capito. Chi possedeva l'uso delle gambe era, sin dal principio, a disagio di fronte a un handicappato, quasi fosse convinto che una menomazione degli arti dovesse necessariamente estendersi al cervello. Lo avrebbero ritenuto un ficcanaso o, anche peggio, bollato come un guardone degenerato. E questo non era certo il suo caso: Harry Talbot si era prefisso rigide regole per l'uso del proprio telescopio e le rispettava fedelmente. Per esempio, non avrebbe mai cercato di sbirciare una donna svestita. Una volta aveva scoperto Amelia Scarlatti, la sua dirimpettaia, sdraiata sul letto della sua camera, intenta a leggere un libro, completamente nuda.
Aveva un corpo stupendo, tuttavia Harry, trafitto dalla sorpresa e sconvolto dall'imbarazzo e dal desiderio, aveva abbassato il telescopio. Benché da più di vent'anni non si accompagnasse con una donna, da quel giorno evitò di invadere l'intimità di Amelia, limitandosi a osservarla di mattina quando, in cucina, si preparava la colazione. In un certo qual modo, supponeva di essere innamorato di lei, come un ragazzine potrebbe amare un'insegnante assolutamente al di là della sua portata, ma non si servì mai di questo sentimento quale scusa per accarezzarle il corpo con lo sguardo. Allo stesso modo, se gli capitava di cogliere un vicino in una situazione imbarazzante, dirigeva altrove il proprio strumento. Li guardava litigare, questo sì, oppure ridere, mangiare, giocare a carte, barare sulla dieta, lavare i piatti, dedicarsi agli innumerevoli gesti della vita quotidiana, ma non perché intendeva scoprire le loro debolezze al fine di trovare un motivo per sentirsi superiore. Voleva soltanto far parte delle loro vite e renderli una specie di propria grande famiglia; desiderava possedere una ragione per averli a cuore e, di conseguenza, per sperimentare una vita emotiva più piena. Il motore dell'ascensore riprese a ronzare: evidentemente, Moose aveva preso la lattina di birra e stava venendo a portargliela. Harry Talbot era un uomo socievole e, una volta rientrato in patria dalla guerra con un solo arto funzionante, era stato consigliato di trasferirsi in una comunità di handicappati, dove avrebbe potuto trovare un'atmosfera amichevole e una vita sociale. Gli psicologi lo avevano avvertito che la vita in mezzo alla gente normale avrebbe potuto rivelarsi ben più difficile e lui avrebbe finito per ritrovarsi completamente solo. Harry, però, oltre che socievole, era anche ostinatamente indipendente e la prospettiva di abitare in una comunità, con l'unica compagnia di assistenti e altri andicappati, gli era sembrata peggiore della solitudine. Aveva quindi accettato di buon grado la sua tranquilla routine quotidiana, confortata dalla presenza di Moose e dalla visita settimanale della domestica. E perfino a lei continuava a tenere nascosta l'esistenza di telescopio e cannocchiale. La gran parte degli avvertimenti degli psicologi si era dimostrata fondata; tuttavia, nessuno aveva previsto la sua capacità di trovare conforto, e un minimo di calore, grazie all'osservazione, furtiva ma benevola, dei propri vicini. L'ascensore raggiunse il terzo piano e Moose entrò nella camera da letto, dirigendosi immediatamente allo sgabello del padrone. Il telescopio era collocato su una piattaforma a rotelle; Harry lo spinse da parte e si chinò ad accarezzare la testa del labrador, togliendogli dalla
bocca la lattina di Coors. Si mise la birra in grembo, prese una piccola torcia elettrica e indirizzò il fascio di luce sulla lattina per accertarsi che non si trattasse di Diet Coke. Il cane era stato addestrato a portare quelle due bevande e, nella maggior parte dei casi, riconosceva la differenza tra le parole «birra» e «Coca» ed era in grado di tenere a mente il comando per tutto il tragitto fino alla cucina. In rare occasioni, se ne scordava e ritornava con la bibita sbagliata. Ancora più raramente, gli consegnava oggetti che non avevano nulla a che fare con l'ordine impartitogli: una pantofola, un giornale, un sacchetto ancora chiuso di biscotti per cane. Una volta si era presentato con un uovo sodo, trasportato così delicatamente che il guscio era rimasto intatto fra i suoi denti. Quando portava la cosa sbagliata, Moose ritentava ancora e riusciva sempre al secondo tentativo. Harry aveva capito da tempo che, spesso, non si sbagliava affatto, ma si stava solo divertendo; lo stretto rapporto esistente fra loro lo aveva convinto che i cani erano dotati di senso dell'umorismo. Questa volta, Moose era arrivato con quanto gli era stato chiesto e il padrone lo lodò. «Sei proprio un bravo cane, un bravissimo cane.» L'animale uggiolò felice e si sedette attento ai piedi dello sgabello, in attesa di essere mandato a fare un'altra commissione. «Vai, Moose. Sdraiati e sta' buono.» Deluso, il labrador si accucciò in un angolo del pavimento, mentre il suo padrone strappava la linguetta della lattina e ingoiava una lunga sorsata. Poi, risistemato il telescopio, Harry tornò al proprio esame della notte, del vicinato e della sua grande famiglia. I Gosdale e i Kaiser stavano ancora giocando a carte. Alle Pompe Funebri Callan non si muoveva nulla, se non la nebbia. Un isolato più in giù, sulla Conquistador, Ray Chang, proprietario dell'unico negozio di elettronica e apparecchi televisivi, stava camminando nella sua direzione. Portava a passeggio Jack, un golden retriever che annusava ogni albero sul marciapiede in cerca del posto giusto per alzare la zampa. Harry si sentì lieto per la tranquillità e la familiarità di quelle scene, ma il suo umore mutò bruscamente quando spostò la propria attenzione sui Simpson. Ella e Denver Simpson abitavano in una casa in stile spagnolo dall'altra parte della strada, un poco più a nord, oltre il vecchio cimitero cattolico e nei pressi di Ocean Avenue. Aveva puntato l'obbiettivo sulla cucina illuminata e, non appena l'immagine fu messa a fuoco, vide Ella lot-
tare con il marito, che la stava addossando contro il frigorifero; lei si dibatteva nella sua stretta, gridando e graffiandogli il viso. La spina dorsale di Harry, devastata dallo shrapnel, fu percorsa da un brivido. Immediatamente capì che quanto stava accadendo in quella casa era collegato con altri fatti sconvolgenti di cui ultimamente era stato testimone. Denver era il responsabile dell'ufficio postale di Moonlight Cove, mentre Ella dirigeva il più rinnovato istituto di bellezza cittadino; entrambi appena oltre la trentina, risultavano felicemente sposati da qualche anno. La loro lotta era così insolita da dover necessariamente essere connessa ai recenti eventi, oscuri e inesplicabili. Ella si liberò dalla stretta di Denver, ma aveva mosso solo un passo quando lui le sferrò un pugno; il colpo si abbattè sulla nuca e la donna cadde a terra priva di sensi. Chino sullo sgabello, incollato al telescopio, Harry vide due uomini farsi avanti da un angolo della cucina al di fuori della sua visuale. Nonostante non indossassero l'uniforme, li riconobbe come agenti del locale corpo di polizia: Paul Hawthorne e Reese Dorn. La loro presenza gli fece ricollegare il fatto a una serie di analoghi episodi di cui era stato testimone nel corso delle ultime settimane. Non per la prima volta, desiderò di poter capire che cosa stesse succedendo in quella cittadina un tempo tanto tranquilla. Hawthorne e Dorn sollevarono la donna, che sembrava stare per riprendere conoscenza. Denver stava parlando, ma era impossibile indovinare con chi; il suo viso era contorto da una furia così intensa che Harry ne rimase raggelato. Un terzo individuo entrò nel campo visivo, dirigendosi alle finestre per chiudere le tende e, il veterano, riconobbe il dottor lan Fitzgerald, il più anziano fra i tre medici di Moonlight Cove. In attività da circa trent'anni e noto a tutti con il nomignolo di Doc Fitz, era il medico curante di Harry, un uomo normalmente affabile e pieno di premure, anche se in quel momento sembrava gelido come un iceberg. Per un attimo, Harry riuscì a fissarlo direttamente in viso distinguendo nei suoi tratti una sorta di durezza solitamente estranea a quell'uomo. Moose guaì in tono interrogativo. Dopo un attimo, una luce si accese nella stanza d'angolo al secondo piano e il veterano spostò immediatamente l'obbiettivo sulla finestra: la camera da letto della coppia. Nonostante la nebbia, vide i due agenti gettare il corpo di Ella sulla trapunta.
Denver e Doc Fitz entrarono dietro di loro. Mentre il secondo deponeva la valigetta di pelle sul comodino, Simpson tirò le tende della finestra sulla facciata, poi si avvicinò a quella d'angolo, sulla quale era puntato il telescopio. Per un istante, Denver fissò l'oscurità e Harry provò la sconcertante sensazione di essere osservato, nonostante i due isolati di distanza, come se quell'uomo possedesse la vista di Superman. Infine, questi accostò le tende lasciando uno spiraglio di qualche centimetro. Tremante, fradicio di sudore, il veterano armeggiò con gli obbiettivi, cercando di mettere bene a fuoco la piccola fessura. Hawthorne e Dorn stavano tenendo Ella inchiodata al letto. Lei si dibatteva, ma, trattenuta per le gambe e per le braccia, i suoi sforzi risultavano vani. Denver l'afferrò per il mento e le infilò in bocca un fazzoletto appallottolato, impedendole di urlare. Harry riuscì a intravvedere brevemente il viso della donna: aveva gli occhi sbarrati per il terrore. «Oh, merda.» Moose si alzò e gli andò vicino. A causa della terribile lotta, Ella aveva la gonna arrotolata attorno ai fianchi e le mutandine in vista, mentre la camicetta si era aperta sul petto. Ciononostante, la scena non suggeriva l'idea di uno stupro, neppure un accenno di tensione sessuale: qualsiasi cosa intendessero farle, era forse ancora più tremenda e certamente più strana. Doc Fitz si collocò ai piedi del letto, nascondendo agli occhi di Harry la donna e i suoi persecutori. Il medico reggeva un flacone di liquido ambrato, con cui stava riempiendo una siringa. Volevano praticarle un'iniezione. Ma di che cosa? E perché? 19 Dopo il colloquio con la madre, Tessa Lockland guardò un documentario alla televisione. Ad alta voce, criticò riprese, inquadrature, luci, tecnica di montaggio, copione e ogni altro aspetto della produzione, finché non si rese improvvisamente conto di sembrare una pazza che parlava da sola. Per prendersi in giro, cominciò a imitare i vari critici televisivi, commentando la trasmissione nello stile di ciascuno, il che le fece, se non altro,
tornare il buon umore. A ogni modo, per quanto scherzasse, stava ancora parlando da sola, e la cosa suonava troppo eccentrica persino per un'anticonformista come lei che aveva raggiunto l'età di trentatré anni senza mai dover venire a patti con una normale routine d'ufficio. Il sopralluogo sulla scena del «suicidio» della sorella l'aveva resa nervosa e, in effetti, stava semplicemente cercando uno sfogo dopo quel triste pellegrinaggio. Spense il televisore e prese un contenitore per il ghiaccio; lasciando aperta la porta e, con qualche monetina in mano, si diresse alle macchine distributrici del secondo piano. Tessa aveva sempre considerato un motivo d'orgoglio l'essere riuscita a evitare la routine di un impiego dipendente; un orgoglio assurdo, a ben vedere, dato che spesso lavorava dodici o quattordici ore al giorno invece di otto e, nei suoi stessi confronti, era un padrone ben più duro della norma. Anche i suoi guadagni non costituivano un gran vanto: aveva goduto di qualche anno proficuo in cui sembrava che i soldi non smettessero mai di arrivare, ma erano stati assai più numerosi i periodi in cui le sue entrate erano ai limiti della sussistenza. Facendo una media dei propri guadagni nei dodici anni trascorsi da quando si era diplomata alla scuola di cinematografia, aveva calcolato che gli incassi annuali si aggiravano sui ventunmila dollari, anche se questa cifra si sarebbe ben presto ridotta drasticamente se non le si fosse nuovamente presentato un periodo fortunato. Nonostante non fosse ricca, e la sua collocazione come libera professionista non le offrisse reali garanzie, si sentiva una persona di successo, non tanto perché il suo lavoro era stato, generalmente, bene accolto dai critici e neppure perché era dotata della propensione all'ottimismo tipica dei Lockland. Si sentiva realizzata in quanto, da sempre ostile all'autorità, aveva trovato nel proprio lavoro un modo per essere padrona del proprio destino. Al termine del lungo corridoio, spinse una pesante porta antincendio ed entrò sul pianerottolo dove erano situate le macchine distributrici di ghiaccio e di bevande. Quest'ultima, ben rifornita di Coca-Cola, aranciata e 7 Up, stava ronzando sommessamente, ma la ghiacciaia era rotta e completamente vuota: avrebbe dovuto riempire il secchiello al pianterreno. Cominciò a scendere le scale, i suoi passi riecheggianti lungo le pareti di cemento; il suono era così sordo e freddo che le parve di trovarsi in un'immensa piramide o in qualche altra struttura antichissima, del tutto sola a parte la compagnia di spiriti invisibili. Ai piedi delle scale trovò un cartello indicante che le distribuzioni del piano terra si trovavano sull'angolo nord del motel. Quando finalmente
fosse riuscita a conquistarsi ghiaccio e Coca, avrebbe consumato abbastanza calorie da meritarsi una bibita piena di zuccheri. Proprio nel momento in cui afferrò la maniglia della porta che conduceva nel corridoio, le sembrò di udire aprirsi la porta in cima alle scale. In questo caso, si trattava del primo indizio che non era l'unica ospite del Cove Lodge. L'albergo emanava un'atmosfera di abbandono. Entrò nel corridoio e scoprì che anche il piano inferiore era rivestito con la medesima, orrenda moquette color arancione violento. Avrebbe preferito essere una documentarista di maggior successo, se non altro perché avrebbe potuto permettersi un alloggio che non offendesse gli occhi. Del resto, quello era l'unico motel di Moonlight Cove, quindi neppure la ricchezza l'avrebbe salvata da quel colore accecante. Raggiunse le scale sul lato nord e la vista dei muri e dei gradini in cemento grigio le procurò finalmente una sensazione di riposo. Il distributore di ghiaccio sembrava funzionare. Aprì il contenitore e vi immerse il secchiello, riempiendolo di cubetti. Mentre richiudeva il coperchio, udì aprirsi la porta in cima alle scale, con un debole ma prolungato cigolio di cardini. Si accinse a prendere la Coca-Cola, aspettandosi che qualcuno scendesse dal piano superiore; soltanto quando fece scivolare la monetina nella fessura si accorse che c'era qualcosa di furtivo nel modo in cui il battente si era aperto: un lungo, lento scricchiolio, come se qualcuno sapesse che i cardini erano poco oliati e tentasse di minimizzare il rumore. Con un dito sul pulsante di selezione, Tessa esitò, in ascolto. Niente. Solo il freddo silenzio del cemento. Provò esattamente la medesima sensazione sperimentata poco tempo prima sulla spiaggia, quando aveva udito quel grido strano e distante: adesso, come allora, si sentì assalire dal panico. Aveva l'assurda impressione che qualcuno fosse sul pianerottolo soprastante, tenendo ferma la porta antincendio in attesa che lei premesse il pulsante, in modo che il cigolio dei cardini venisse coperto dal tonfo della lattina nella nicchia. Molte donne, consce della necessità di essere dure in un mondo duro, si sarebbero sentite in imbarazzo per una simile apprensività e avrebbero volutamente ignorato quella sensazione di disagio. Tessa, invece, si conosceva bene: non era portata agli isterismi e alla paranoia, quindi non si chiese neppure per un attimo se la morte di Janice non l'avesse resa iper-
sensibile né attribuì quel brivido a un eccesso d'immaginazione. Attorno a lei si aprivano tre porte: la prima, a sud, era quella da cui era arrivata e che l'avrebbe riportata sul corridoio del pianterreno; la seconda, sulla parete ovest, consentiva l'accesso al retro del fabbricato, dove evidentemente esisteva un passaggio di servizio tra il motel e il pendio a picco sul mare; la terza, a est, conduceva al parcheggio sull'ingresso. Invece di premere il pulsante, abbandonato il secchiello del ghiaccio, si avviò rapidamente e in silenzio verso la prima delle tre. Percepì un movimento all'altra estremità del corridoio: qualcuno si nascose dietro la porta antincendio del pianterreno. Tessa non fu in grado di vederlo bene; scorse soltanto una forma indistinta perché il personaggio misterioso non si era spinto sulla moquette arancione, ma era rimasto in ombra sulla soglia del corridoio, riuscendo così a svanire nello spazio di un secondo. La porta si richiuse alle sue spalle. Dunque, perlomeno due uomini, la ragazza presumeva che non fossero donne, le stavano dando la caccia. Al piano superiore, i cardini poco oliati produssero nuovamente un rumore a malapena udibile: evidentemente, l'altro si era stancato di attendere. A questo punto non poteva inoltrarsi nel corridoio perché sarebbe rimasta intrappolata fra i due. Benché potesse urlare nella speranza di richiamare altri ospiti e di spaventare i suoi inseguitori, esitò nel timore che il motel fosse effettivamente deserto come sembrava. Le sue grida sarebbero forse rimaste inascoltate, mentre certamente avrebbero fatto capire agli uomini di essere stati scoperti, rendendo superflua ogni loro cautela. Qualcuno stava furtivamente scendendo le scale sopra di lei. Tessa si girò, aprì la porta sulla parete est e corse fuori, verso il parcheggio che si affacciava su Cypress Lane. Ansimando, oltrepassò l'ingresso del motel e si precipitò verso gli uffici della direzione. L'ufficio era ancora aperto, la sua soglia immersa in un alone nebbioso di neon rosa e giallo, e l'uomo dietro il banco era lo stesso che l'aveva registrata qualche ora prima. Sulla cinquantina, alto e un po' sovrappeso, in pantaloni di tela e camicia di flanella scozzese, questi depose la rivista, abbassò il volume della radio e si alzò, accigliandosi mentre lei, senza fiato, gli raccontava l'accaduto. «Beh, questa non è una metropoli, signora», le rispose infine. «Moonlight Cove è un luogo pacifico. Qui non deve preoccuparsi di cose del ge-
nere.» «Eppure è successo», insistette lei, guardando nervosamente la nebbia che si addensava all'esterno. «Oh, sono certo che abbia visto e sentito qualcuno, ma ha interpretato male l'accaduto. In effetti, abbiamo un altro paio di ospiti, e li avrà uditi mentre si prendevano una Coca-Cola e del ghiaccio, proprio come lei.» Quando sorrideva, l'uomo assumeva un aspetto amichevole e rassicurante. «Questo posto può mettere un po' a disagio, quando ci sono pochi clienti.» «Ascolti, signor...» «Quinn. Gordon Quinn.» «Signor Quinn, le cose non sono andate per niente così.» Tessa si sentì la classica donnicciola isterica, benché sapesse benissimo di non esserlo affatto. «Non ho confuso due ospiti innocenti per scippatori o violentatori. Non sono una pazza. Quei tizi non avevano in mente nulla di buono.» «Beh, d'accordo. Sono convinto che lei si sbagli, ma andiamo comunque a dare un'occhiata.» L'uomo uscì dal banco e si incamminò verso l'uscita. «Ha intenzione di andare così?» «Così come?» «Disarmato.» Quinn sorrise, facendola nuovamente sentire una stupida. «Signora», le spiegò, «in venticinque anni di direzione del motel, non mi sono ancora imbattuto in un cliente che non fossi in grado di affrontare.» Nonostante quel tono paternalistico la irritasse, Tessa preferì non discutere e seguirlo in mezzo alla nebbia fino all'estremità del fabbricato. Lui era grande e grosso, e la ragazza, così minuta, si sentì in un certo qual modo come una bambina scortata nella propria stanza da un padre deciso a dimostrarle che nessun mostro stava nascosto sotto il letto o nell'armadio. Quinn aprì la porta di metallo dalla quale lei era fuggita poco prima ed entrambi entrarono nell'edificio. Non un'anima viva. Il distributore di bibite ronzava sommessamente e il secchiello di plastica pieno di cubetti era ancora sul coperchio della ghiacciaia. L'uomo si affacciò sul corridoio del pianterreno. «Qui non c'è nessuno», dichiarò, indicandole con un cenno del capo il passaggio deserto. Aprì anche la porta sulla parete ovest e guardò fuori, a sinistra e a destra, poi la invitò sulla soglia, insistendo affinchè lei guardasse a propria volta. Tessa vide uno stretto vìcolo di servizio protetto da una ringhiera, che correva parallelo al retro del motel e si affacciava sul promontorio, illuminato a entrambe le estremità. Deserto.
«Ha detto di avere già inserito la monetina nella macchina senza ritirare la sua bibita?» Chiese Quinn, richiudendo il battente. «Sì, infatti.» «Cosa voleva?» «Beh, una Diet Coke.» Lui spinse il pulsante corrispondente e le consegnò la lattina, quindi indicò il secchiello di plastica. «Non dimentichi il ghiaccio.» Rossa in viso e piena di rabbia, Tessa lo seguì su per le scale: nessuno. Al piano superiore, i cardini della porta cigolarono al loro ingresso sul corridoio vuoto. La porta della sua stanza era aperta come l'aveva lasciata, ma lei esitava a entrare. «Controlliamo anche qui», suggerì Quinn. La camera, l'armadio e il bagno non erano stati toccati. «Si sente meglio, ora?» «Non mi sono immaginata tutto quando.» «Ne sono certo», rispose lui, sempre trattandola con condiscendenza. Mentre l'uomo si avviava verso il corridoio, Tessa insistette: «C'era qualcuno, e in carne e ossa, ma suppongo che adesso se ne siano andati. Probabilmente sono fuggiti accorgendosi che li avevo scoperti ed ero corsa in cerca d'aiuto». «Beh, in questo caso tutto è finito bene. Lei è al sicuro. Se se ne sono andati, è quasi come se non fossero mai esistiti.» La ragazza dovette far ricorso a tutto il proprio autocontrollo per evitare di dire ben più di un semplice «Grazie» prima di chiudere la porta. Il battente disponeva di due chiavistelli e di una catenella di sicurezza, e Tessa usò tutti e tre. Si diresse quindi alla finestra e la esaminò per accertarsi che non potesse essere aperta facilmente da un possibile intruso; in effetti, l'anta sembrava non forzabile dall'esterno. Per qualche ora rimase seduta sul letto, ascoltando i distanti rumori nel motel: ormai anche il più piccolo suono le sembrava anomalo e minaccioso. Si chiese quale legame, ammesso che ne esistesse uno, collegasse la propria sconcertante esperienza con la morte di Janice, avvenuta più di tre settimane prima. 20
Dopo un paio d'ore nel canale di scarico, Chrissie Foster fu assalita dalla claustrofobia. Era rimasta rinchiusa nella dispensa (di dimensioni assai ridotte rispetto al tunnel) ben più a lungo, eppure quella cavità di cemento buia come una tomba le sembrava di gran lunga peggiore. Forse aveva iniziato a sentirsi ingabbiata e soffocata a causa dell'effetto cumulativo derivante dall'aver trascorso l'intera giornata, e la maggior parte della sera, in luoghi ristretti. Dalla sovrastante superstrada, dove aveva origine il sistema di scarico, il ruggito dei camion echeggiava lungo i tunnel, facendole scaturire nella mente immagini di draghi ringhianti. Per eliminare il rumore, si mise le mani sugli orecchi. Talvolta i passaggi dei camion erano abbastanza intervallati, ma occasionalmente, sopraggiungevano in convogli di sei, otto, o addirittura dodici, e il fragore continuo diventava opprimente ai limiti della follia. Forse, però, il suo desiderio di uscire dal tunnel aveva qualcosa a che spartire con il fatto di trovarsi sottoterra. Sdraiata al buio, e tendendo l'orecchio a ogni fortuita pausa di silenzio in previsione di un eventuale ritorno dei genitori e di Tucker, Chrissie cominciò a sentirsi in una bara di cemento, vittima di una sepoltura anzitempo. Leggendo ad alta voce il libro immaginario delle proprie avventure, declamò: «La giovane Chrissie ignorava che il condotto stava per crollare e riempirsi di terra, schiacciandola come un insetto e intrappolandola per sempre». Sapeva di dover rimanere dov'era: loro avrebbero potuto trovarsi sul prato e nel bosco ancora intenti a cercarla. Era senz'altro più al sicuro lì dentro che non all'esterno. Tuttavia, possedeva il dubbio privilegio di un'immaginazione fervida. Benché fosse sicuramente l'unica occupante del passaggio in cui stava sdraiata, si figurava indesiderate compagnie sotto infinite e ripugnanti forme: serpenti viscidi, ragni a centinaia, scarafaggi, topi, colonie di pipistrelli succhiatori di sangue. In seguito, cominciò a chiedersi se, in anni precedenti, un bambino si fosse per caso infilato in un tunnel giocando per poi perdersi fra le ramificazioni dei canali e morire senza essere mai ritrovato. Naturalmente, la sua anima non aveva avuto pace ed era rimasta legata alla terra perché non si era svolto un adeguato servizio funebre che aveva liberato il suo spirito. Magari, proprio in quel momento, lo spettro, avvertendo la sua presenza, stava animando le orrende spoglie scheletriche, trascinando verso di lei il cadavere decomposto e mummificato dagli anni,
perdendo, lungo il percorso, brandelli di carne incartapecorita. A undici anni, Chrissie era già piuttosto matura e si disse ripetutamente che i fantasmi non esistevano, ma poi pensò ai propri genitori e a Tucker, che sembravano appartenere a qualche specie di lupo mannaro, santo Cielo, e smise di coprirsi gli orecchi al passaggio dei camion per paura che il bambino morto si servisse del frastuono come copertura per strisciare sempre più vicino. Doveva uscire di lì. 21 Quando lasciò il garage dove aveva trovato rifugio dal gruppo di delinquenti drogati, Sam Booker puntò direttamente su Ocean Avenue e si fermò alla Knight's Bridge Tavern il tempo necessario per comprare sei lattine di Guinnes Stout da portare in albergo. Più tardi, nella propria camera al Cove Lodge, sedette al tavolino bevendo birra mentre meditava sui vari aspetti del caso. Il 5 settembre, tre attivisti del sindacato nazionale degli agricoltori — Julio Bustamante, la sorella Maria e il fidanzato di quest'ultima, Ramon Sanchez — sulla via di ritorno da un sopralluogo a certi vigneti avevano deciso di fermarsi a Moonlight Cove. Avevano cenato al ristorante dei Perez, eccedendo nei margarita, secondo la successiva versione di alcuni clienti del locale. Mentre s'immettevano nuovamente sulla statale, a bordo del loro camioncino Chevrolet, avevano imboccato una curva pericolosa a velocità eccessiva e il furgone si era capovolto, prendendo fuoco: nessuno dei tre era sopravvissuto. La storia avrebbe potuto reggere senza mai coinvolgere l'FBI nel caso se non si fossero notate alcune discrepanze. Tanto per cominciare, secondo il rapporto ufficiale della polizia di Moonlight Cove, Julio Bustamante era alla guida del mezzo. Ma questi non aveva mai guidato un'auto in vita sua e, inoltre, era assai improbabile che fosse in grado di farlo dopo il tramonto, visto che soffriva di una forma di cecità notturna. Come se non bastasse, secondo i testimoni citati dalla polizia, tutti e tre erano ubriachi, ma nessun conoscente di Julio e Ramon li aveva mai visti alticci; Maria, poi, era astemia da sempre. Le famiglie Sanchez e Bustamante, di San Francisco, erano inoltre rimaste insospettite per il comportamento delle autorità di Moonlight Cove: nessuno, infatti, fu avvisato delle tre morti fino al 10 settembre, cinque giorni dopo l'incidente. Il capo della polizia Loman Watkins aveva spiega-
to che i documenti dei defunti erano stati completamente distrutti nel rogo e che i loro corpi, devastati dal fuoco, avevano reso impossibile una rapida identificazione tramite le impronte digitali. E la targa del furgone? Stranamente, Watkins non l'aveva trovata, né sul veicolo né in prossimità del disastro. Di conseguenza, con tre corpi carbonizzati per le mani e nessun modo di mettersi in contatto con i famigliari, aveva autorizzato il medico legale, dottor lan Fitzgerald, a stendere i certificati di morte e a cremare i cadaveri. «Non disponiamo delle attrezzature degli obitori di una grande metropoli, voi capite», aveva spiegato il capo della polizia. «Non ci è possibile conservare i cadaveri a lungo e non avevamo modo di sapere quanto tempo ci sarebbe voluto per identificare quella gente. Abbiamo supposto che fossero degli immigrati clandestini, nel qual caso rischiavamo di non venire mai a conoscenza dei loro nomi.» Pulito, si disse tetro Sam, adagiandosi contro lo schienale della sedia e concedendosi un lungo sorso di Guinness. Tre persone erano morte di morte violenta, erano state dichiarate vittime di un incidente e cremate prima che i parenti venissero avvertiti, prima che potesse intervenire qualunque altra autorità per procedere a verifiche basate sulle moderne tecniche di medicina legale circa la veridicità dei certificati di morte e del rapporto della polizia locale. I Bustamante e i Sanchez sospettarono un imbroglio, ma il sindacato degli agricoltori ne ebbe la certezza. Il 12 settembre, il massimo dirigente dell'organizzazione chiese l'intervento del Federai Bureau òf Investigation sulla base della convinzione che forze antisindacali fossero responsabili dei tre decessi. Il 26 settembre, dopo i consueti, anche se inspiegabili, ritardi legati alla burocrazia governativa, una squadra di sei agenti dell'FBI — inclusi tre membri della Divisione Scientifica — si trasferì nella pittoresca Moonlight Cove per dieci giorni. Interrogarono gli agenti di polizia, esaminarono i fascicoli inerenti il caso, ascoltarono le dichiarazioni dei testimoni che si trovavano nel ristorante dei Perez la sera del 5 settembre, ispezionarono i resti del furgone Chevrolet nel deposito di rottami e cercarono qualsiasi minima prova potesse essere rimasta sul luogo dell'incidente. Dato che a Moonlight Cove non esisteva industria agricola, non furono in grado di rintracciare una singola persona interessata alle questioni sindacali relative e, men che meno, spinta al rancore; questo li lasciò a corto d'indiziati in possesso di validi motivi per uccidere tre attivisti. Per tutta la durata dell'inchiesta, ricevettero la piena e cordiale collabo-
razione del corpo di polizia e del medico legale. Loman Watkins e i suoi uomini arrivarono al punto di sottoporsi volontariamente alla macchina della verità e, tutti, superarono l'esame senza neppure un accenno di menzogna. Anche il medico legale accettò il test e si dimostrò un uomo di specchiata onestà. Ciononostante, qualcosa non quadrava. Gli agenti del luogo erano quasi troppo ansiosi di collaborare. Inoltre, tutti i sei uomini dell'FBI giunsero a sentirsi oggetto di beffa e derisione alle loro spalle, benché non avessero mai colto un sopracciglio alzato, una smorfia o un'occhiata significativa fra i poliziotti. Chiamiamolo pure «istinto federale», che Sam riteneva affidabile quanto quello di un animale selvatico. Bisognava poi prendere in considerazione le altre morti. Mentre investigavano sul caso Sanchez-Bustamante, gli agenti avevano studiato i fascicoli della polizia e del medico legale relativi alle morti violente verificatesi nell'ultimo paio d'anni, allo scopo di controllare se le autorità locali si erano comportate diversamente dal solito in occasione del recente episodio, denunciando così una possibile complicità in una copertura. Ciò che scoprirono era inquietante, ma del tutto diverso da quanto si erano aspettati. Fatta eccezione per uno spettacolare incidente automobilistico causato da un adolescente al volante di una Dodge esageratamente potenziata, Moonlight Cove era stata un luogo straordinariamente tranquillo. Nell'arco di tempo esaminato, i suoi abitanti erano rimasti esenti da circostanze di morte violenta — perlomeno fino a otto giorni prima del decesso di Sanchez e dei Bustamante, quando, negli archivi della polizia, cominciava ad apparire un'insolita serie di episodi funesti. All'alba del 28 agosto infatti, l'intera famiglia Mayser — Melinda, John e i loro due bambini, Carrie e Billy — era perita nell'incendio che aveva devastato la loro casa. I cadaveri erano stati danneggiati dal fuoco al punto che l'identificazione fu resa possibile solo tramite le impronte dentali. Terminata la prima bottiglia di Guinness, Sam esitò prima di passare alla seconda: quella sera doveva lavorare. Talvolta, quando il suo morale era particolarmente basso, Sam cominciava a bere, e non riusciva a smettere finché non si era ridotto alla semincoscienza. Tenendo stretta la bottiglia vuota per ricavarne conforto, si chiese perché nessuno della famiglia si fosse accorto del fumo prima ancora delle fiamme. E che genere d'incendio, se non uno alimentato dalla benzina o da un'altra sostanza volatile (della cui presenza non esisteva traccia nel rappor-
to ufficiale), si sarebbe diffuso tanto rapidamente da non lasciare scampo a un'intera famiglia e da ridurre la casa e i corpi a un mucchietto di cenere prima ancora che arrivassero i pompieri? Anche questa volta, tutto era stato giustificato alla perfezione. I cadaveri erano carbonizzati al punto da rendere le autopsie praticamente impossibili. Inoltre, dietro suggerimento del proprietario delle Pompe Funebri (e assistente medico legale, quindi potenziale sospetto in caso di una copertura ufficiale), la madre di Melinda Mayser aveva autorizzato la cremazione dei resti, eliminando così anche la più piccola prova. «Che capolavoro di pulizia», disse Sam ad alta voce. «Che splendido esempio di chiarezza, senza neppure una grinza.» Numero delle vittime: quattro. Poi, il 5 settembre, i Bustamante e Sanchez. Un altro incendio seguito da immediate cremazioni. Numero delle vittime: sette. Il 7 settembre, quando nell'aria di Moonlight Cove dovevano probabilmente ancora aleggiare i vapori residui dei corpi dei tre sindacalisti, Jim Armes, residente in città da vent'anni, era salpato con la sua barca, la Mary Leandra, per un giro di navigazione mattutino: non fece più ritorno. Nonostante fosse un esperto marinaio, nonostante la splendida giornata e il mare calmo, a quanto pareva, era stato risucchiato da una marea diretta al largo, visto che nessun relitto identificabile era mai apparso sulla spiaggia locale. Numero delle vittime: otto. Il 9 settembre, mentre i pesci stavano mangiucchiando il cadavere di Armes, Paula Parkins era stata fatta a pezzi da cinque dobermann. La donna, una ventinovenne, viveva da sola e si dedicava all'allevamento e all'addestramento di cani da guardia, su un terreno ai margini della città. Evidentemente, uno dei suoi dobermann l'aveva attaccata e gli altri, resi frenetici dall'odore del sangue, si erano uniti al primo. Il cadavere mutilato e irriconoscibile di Paula era stato inviato in una bara sigillata alla famiglia, a Denver, mentre i cani erano stati abbattuti, sottoposti ad accertamenti nell'ipotesi di rabbia e infine cremati. Numero delle vittime: nove. Sei giorni dopo l'intervento sul caso Bustamante-Sanchez, il 2 ottobre, l'FBI aveva esumato il cadavere di Paula Parkins, verificando tramite l'autopsia che, in effetti, era stata morsa e graffiata a morte da numerosi animali. Ma c'era qualcosa relativo a quel rapporto che non convinceva Sam.
«Tuttavia», si leggeva in una parte del documento, «i segni dei morsi, le lacerazioni, le lesioni di ordine vario e gli specifici danni causati ai seni e agli organi sessuali non sembrano essere stati causati da un branco di cani inferociti. La posizione dei denti e le dimensioni dei morsi non corrispondono al profilo dentale di un dobermann o di altro animale conosciuto.» E, più oltre, con riferimento alla specifica natura degli assalitori della ragazza: Specie sconosciuta. Com'era veramente morta Paula Parkins? Quale terrore e sofferenza aveva sperimentato? Chi stava cercando di far ricadere la colpa sui cani? Quali prove avrebbero potuto fornire i corpi dei dobermann sulle circostanze della loro stessa morte e, di conseguenza, sull'attendibilità della versione della polizia? Sam pensò al grido, strano e distante, udito quella sera — una sorta di urlo di un coyote, che non era un coyote, misto a quello di un felino, che non era un felino. Riflette anche sulle voci frenetiche e inquietanti dei suoi inseguitori. In qualche modo, tutto quadrava. Istinto federale. Specie sconosciuta. Sconcertato, cercò di calmare i nervi con la Guinness: la bottiglia era sempre vuota. Sei giorni dopo la morte della Parkins e parecchio tempo prima dell'esumazione del suo cadavere a Denver, altre due persone incontrarono una fine prematura a Moonlight Cove. Steve Heinz e Laura Dalcoe, conviventi, furono trovati morti nella loro casa sulla Iceberry Way: l'uomo aveva lasciato un contraddittorio messaggio sulla macchina da scrivere, poi aveva sparato a Laura nel sonno e, infine, si era suicidato. Nel rapporto, il dottor lan Fitzgerald aveva sostenuto la tesi dell'omicidio-suicidio, chiudendo il caso. Dietro suo suggerimento, le famiglie dei due giovani avevano autorizzato la cremazione dei corpi martoriati. Numero delle vittime: undici. «In questa città si sta verificando un numero pazzesco di cremazioni», osservò Sam ad alta voce, rigirando la bottiglia vuota fra le mani. La maggior parte della gente preferiva ancora la sepoltura in una bara, a prescindere dalle condizioni del cadavere; in generale, le cremazioni venivano richieste in un caso su quattro o cinque al massimo. Infine, sempre durante l'investigazione, la squadra delPFBI aveva scoperto che il decesso di Janice Capshaw era stato registrato sotto la voce «suicidio per annegamento». Il suo corpo devastato dall'acqua era tornato a
riva due giorni dopo la scomparsa, ossia tre giorni prima dell'arrivo degli agenti incaricati dell'inchiesta sulla morte dei tre sindacalisti. Julio e Maria Bustamante, Ramon Sanchez, i quattro Mayser, Jim Armes, Paula Parkins, Steve Heinz, Laura Dalcoe, Janice Capshaw: dodici vittime in meno di un mese, ossia esattamente dodici volte il numero di morti violente verificatesi a Moonlight Cove nel corso dei precedenti ventitré mesi. Con una popolazione di sole tremila anime, dodici casi in poco più di tre settimane rappresentavano un numero spaventoso. Interrogato in merito alla sua personale reazione di fronte a questa stupefacente catena di eventi luttuosi, Loman Watkins aveva risposto: «Certo, è orribile e agghiacciante. Le cose sono rimaste tranquille così a lungo che, in termini statistici, suppongo ci si dovesse attendere che capitasse tutto in una volta». Ma in città così piccola, persino sparse nell'arco di due anni, dodici morti violente superavano di gran lunga le previsioni statistiche. I sei federali non erano stati in grado di trovare un briciolo di prova circa la complicità delle autorità locali in tutti questi casi. Del resto, benché la macchina della verità non fosse interamente affidabile, non era neppure tanto inattendibile da consentire che Watkins, e i suoi uomini, il medico legale e il suo assistente passassero tutti quanti l'esame senza un singolo indizio di menzogna se, in effetti, fossero stati colpevoli. Eppure... Dodici casi. Quattro carbonizzati nell'incendio di una casa e tre nel rogo di un furgone; un omicidio e due suicidi, uno per arma da fuoco e uno per annegamento; tutti successivamente cremati alle Pompe Funebri Callan. Un disperso in mare, il cadavere mai recuperato. L'unica vittima disponibile per un'autopsia sembrava non essere sbranata da dei cani, come sosteneva il rapporto del medico legale, anche se il suo corpo rivelava tracce di strani morsi e lacerazioni. Questi elementi, comunque, erano sufficienti a tenere aperto il fascicolo dell'FBI. Il 9 ottobre, a quattro giorni di distanza dalla partenza da Moonlight Cove della squadra dei federali, fu presa la decisione di inviare un agente in incognito per riesaminare alcuni aspetti del caso, senza dare nell'occhio. Il giorno successivo, 10 ottobre, all'ufficio di San Francisco arrivò una lettera il cui contenuto rafforzò la determinazione del Bureau di mantenere il proprio interessamento. Sam la ricordava a memoria:
Signori, sono in possesso di informazioni pertinenti alla recente serie di decessi verificatisi nella città di Moonlight Cove. Ho motivo di ritenere che le autorità locali siano coinvolte in una cospirazione per nascondere reati di omicidio. Preferirei essere contattato personalmente, dato che non mi fido delle linee telefoniche cittadine. Devo insistere sull'assoluta discrezione, perché sono un veterano del Vietnam handicappato e nutro, ovviamente, vive preoccupazioni sulla mia capacità di proteggere me stesso. Era firmata Harold G. Talbot. Gli archivi dell'esercito avevano confermato che costui era effettivamente un reduce fisicamente menomato, ripetutamente citato per il coraggio dimostrato in combattimento. L'indomani, Sam gli avrebbe discretamente fatto visita. Nel frattempo, considerato il lavoro che ancora lo attendeva, si chiese se fosse opportuno arrischiare una seconda bottiglia di birra dopo quella che aveva bevuto a cena. La confezione da sei stava sul tavolo, davanti ai suoi occhi, e lui la fissò a lungo. Guinness, buon cibo messicano, Goldie Hawn e paura della morte. Il cibo messicano l'aveva già gustato, ma il suo sapore era ormai svanito; Goldie Hawn viveva da qualche parte con Kurt Russelì, che aveva avuto il cattivo gusto di preferire a un agente federale di aspetto comune, pieno di cicatrici e abbandonato dalle speranze. Meditò allora sulle dodici persone morte, sui cadaveri bruciati nel crematoio, sull'omicidio e il suicidio per arma da fuoco, sui corpi martoriati dai pesci, sulla donna sbranata, e questi pensieri lo condussero a speculare morbosamente sul destino della carne. Ricordò la propria moglie, morta di tumore, Scott e la loro conversazione telefonica: a quel punto, aprì la seconda bottiglia. 22 Inseguita da schiere immaginarie di ragni, serpenti, scarafaggi, topi, pipistrelli e dal cadavere rianimato del bambino asfissiato nel tunnel, forse frutto della sua fantasia, Chrissie strisciò fuori dal condotto secondario dove aveva trovato rifugio, percorse il canale principale, mise nuovamente il piede nei resti decomposti del procione ed emerse nel fossato. L'aria era dolce e pulita. Nonostante le alte pareti laterali, la luna seminascosta dalla nebbia e l'assenza di stelle, la claustrofobia svanì e la bambina respirò a
pieni polmoni, cercando però di fare meno rumore possibile. Si mise in ascolto. In breve, udì quelle grida anomale che echeggiavano sommessamente dal bosco situato all'altra estremità del prato. Come prima, fu certa di percepire tre voci distinte. Se i suoi genitori e Tucker stavano cercandola nella foresta che confinava con il terreno della New Wave Microtechnology, lei avrebbe potuto tornare da dove era venuta, ripercorrendo la prima porzione boscosa, il prato dove Godiva l'aveva disarcionata e la strada statale che conduceva a Moonlight Cove, lasciando che loro ispezionassero il posto sbagliato. Di sicuro non poteva rimanere dove si trovava. E neppure incamminarsi proprio nella loro direzione. Risalì il fossato e corse verso nord, lungo il medesimo percorso imboccato qualche ora prima, elencando mentalmente le proprie sofferenze. Aveva fame ed era stanca, i muscoli della schiena e delle spalle erano intorpiditi per tutto il tempo passato nel tunnel di cemento gelido e le gambe le dolevano. E allora, qual è il problema? si chiese quando raggiunse i primi alberi. Preferiresti forse essere stata catturata da Tucker per venire «convertita» in una di loro? 23 Loman Watkins uscì dalla casa dei Valdoski, dove il dottor Worthy stava sovrintendendo alla conversione di Nella e George. In fondo alla strada, i suoi agenti e l'assistente medico legale stavano caricando il cadavere del bambino sul carro funebre; la folla di curiosi sembrava ipnotizzata dalla scena. Loman salì in macchina e accese il motore. Il piccolo videoterminale s'illuminò immediatamente di un verde tenue, mentre il computer, montato fra i sedili anteriori, cominciò a lampeggiare, indicando che il quartier generale aveva un messaggio per lui — del tipo che non era opportuno trasmettere alla radio. Benché da qualche anno lavorasse con i microcomputer mobili, talvolta rimaneva ancora sorpreso quando entrava in un'auto e vedeva attivarsi il terminale. Nell'ultimo decennio, nelle metropoli come Los Angeles, la maggior parte delle autopattuglie erano state equipaggiate con collegamenti computerizzati alla banca dati centrale della polizia, ma simili meraviglie elettroniche erano ancora rare nelle città più piccole e del tutto sconosciute
in giurisdizioni minuscole come Moonlight Cove. Il suo dipartimento vantava una tecnologia all'avanguardia non certo in virtù dei fondi municipali in eccesso, ma perché la New Wave — un'azienda leader nei sistemi mobili computerizzati, tra le altre cose — aveva attrezzato l'ufficio di polizia e le sue macchine con materiale modernissimo, che veniva continuamente aggiornato e che serviva alla ditta, come una specie di terreno di collaudo, per ogni miglioramento da introdurre nella propria serie di prodotti. Questo era uno dei molti modi in cui Thomas Shaddack si era insinuato nelle strutture portanti della comunità cittadina anche prima di aver raggiunto il controllo totale tramite il Progetto Falco Notturno. A quel tempo Loman era stato abbastanza stupido da ritenere che la generosità della New Wave fosse una benedizione. Ormai la pensava diversamente. Mediante il proprio terminale, egli poteva accedere al computer centrale del dipartimento di Jacobi Street, a un isolato da Ocean Avenue, per ottenere qualsiasi informazione contenuta nella banca dati o per «parlare» con l'operatore in servizio, che comunicava con lui via computer con la stessa facilità con cui trasmetteva via radio. Inoltre, era in grado di rimanere comodamente seduto in macchina e raggiungere elettronicamente il dipartimento della Motorizzazione di Sacramento per ricevere notizie su una targa; il dipartimento di Giustizia, nella medesima città, per chiedere ragguagli su un determinato criminale; oppure collegarsi con uno qualsiasi dei computer appartenenti alla rete nazionale di pubblica sicurezza. Servendosi della tastiera, digitò il proprio codice d'identità. L'epoca in cui le operazioni di raccolta dati richiedevano un grande dispendio di tempo ed energia, grazie al Cielo erano finiti. Ormai solo i poliziotti dei telefilm come Hunter erano costretti a correre a destra e a manca per verificare tutti i dettagli. Con il passare degli anni, si disse Loman, il piedipiatti avrebbe rischiato di diventare un «sedere piatto», con il deretano parcheggiato per ore di fronte a un terminale mobile o sistemato sulla scrivania al quartier generale. Il computer accettò il suo codice. Il terminale smise di lampeggiare. Naturalmente, se l'intera popolazione mondiale fosse entrata a far parte della Nuova Gente, e se il problema dei regressivi fosse stato risolto, non sarebbe più esistito il crimine e i poliziotti sarebbero divenuti inutili. Nel nuovo mondo infatti — perlomeno secondo quanto diceva Shaddack — tutti gli uomini sarebbero stati uguali, come una macchina è identica all'altra, con i medesimi obiettivi e aspirazioni, senza competitivita o esigenze
conflittuali. Talvolta Loman si domandava quale fosse il ruolo del libero arbitrio in questo disegno. Forse non era previsto. In alcune occasioni non gliene importava nulla, in altre la propria incapacità di provare interesse, beh, lo spaventava a morte. Sullo schermo cominciarono ad apparire le parole, l'una dopo l'altra, in lettere verde chiaro sullo sfondo scuro: Per: Loman Watkins Da: Shaddack Jack Tucker non ha fatto rapporto dalla casa dei Foster. Nessuno risponde al telefono. È urgente chiarire la situazione. Attendo tuo resoconto. Shaddack aveva accesso diretto al computer della polizia dalla propria casa all'estremità nord della baia; poteva lasciare messaggi per Watkins o qualsiasi altro agente senza che nessuno fosse in grado di richiamarli sul terminale se non il destinatario. Le lettere scomparvero dallo schermo. Loman tolse il freno a mano, mise in marcia e partì per la proprietà dei Foster, nonostante essa si trovasse al di fuori dei confini cittadini, quindi delle sue competenze. Non si curava più di dettagli come i limiti giurisdizionali e le procedure di legge: era ancora un poliziotto solo perché doveva sostenere quel ruolo fino al momento in cui tutta Moonlight Cove fosse stata sottoposta al Cambiamento. Nessuna delle vecchie regole poteva più essergli applicata, dato che era un Nuovo Uomo. Soltanto qualche mese prima, una simile mancanza di rispetto per la legge lo avrebbe sconvolto ma, ormai, la sua arroganza e il suo disprezzo per le regole della Vecchia Società non lo turbavano minimamente. Sostanzialmente, nulla lo turbava più. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, diventava sempre meno emotivo. Fatta eccezione per la paura, che faceva ancora parte del suo nuovo, elevato stato di coscienza perché si trattava di un meccanismo di sopravvivenza, utile a differenza di amore, affetto, speranza e gioia. In effetti, proprio in quel momento aveva paura. Paura dei regressivi. Paura che il Progetto Falco Notturno venisse in qualche modo svelato al mondo esterno e distrutto — e lui con esso. Paura del suo unico padrone, Shaddack. Talvolta, fuggevolmente, aveva anche paura di se stesso e del nuovo mondo che sarebbe nato.
24 Moose sonnecchiava in un angolo della camera da letto, abbaiando sommessamente nel sonno, forse sognando di cacciare conigli. Assicurato allo sgabello di fronte alla finestra, Harry si chinò sul telescopio e studiò il retro delle Pompe Funebri Callan, dove il carro funebre era appena giunto alla porta di servizio. Osservò Victor Callan e il suo assistente Ned Ryedock mentre si servivano di una barella per trasportare un corpo dalla Cadillac nera all'ala destinata alla cremazione. Racchiuso in un sacco di plastica mezzo vuoto, il cadavere era così piccolo da dover per forza appartenere a un bambino. I due si chiusero la porta alle spalle e il veterano non vide più nulla. Talvolta lasciavano le persiane aperte e, dalla propria posizione sopraelevata, Harry era in grado di sbirciare nella stanza e mettere a fuoco il tavolo inclinato dove i morti venivano imbalsamati e preparati per la veglia funebre. In quelle occasioni, vedeva molto più di quanto avrebbe voluto, ma, quella sera, le persiane erano rigorosamente chiuse. Gradualmente, spostò il campo visivo verso sud, lungo il vicolo invaso dalla nebbia che si snodava tra Conquistador e Juniper. Non stava cercando nulla di particolare, solo ispezionando lentamente, quando scorse due figure grottesche: rapide e furtive, si stavano dirigendo verso il vasto appezzamento abbandonato confinante con le pompe funebri. Non correvano a quattro zampe, ma neppure erette, anche se la loro posizione era più vicina alla prima che non alla seconda. Entità malefiche. Il cuore cominciò a battergli all'impazzata. Le aveva già viste prima, tre volte nel corso dell'ultimo mese, benché, in principio, non avesse creduto ai propri occhi. Erano così strane e misteriose, così difficili da catturare, che gli avevano dato l'impressione di essere soltanto frutto dell'immaginazione; per questo le aveva battezzate «Entità malefiche». Più veloci di un gatto, scomparvero dal suo campo visivo e svanirono nell'oscurità del lotto abbandonato prima che lui potesse riprendersi dalla sorpresa e seguirle con l'obbiettivo. Si mise a perlustrare il terreno a palmo a palmo, cercandole fra l'erba alta e i cespugli. Finalmente le trovò. Due forme rannicchiate, delle dimensioni di un uo-
mo, solo lievemente meno scure della notte, prive di fattezze. Stavano accovacciate l'una di fianco all'altra nel mezzo dell'appezzamento, a pochi passi dall'immenso abete che con i suoi rami dava ombra a buona parte del terreno. Tremando, Harry aggiustò il fuoco. Le Entità malefiche acquisirono contorni più netti, per quanto fosse ancora impossibile distinguerle in dettaglio a causa dell'oscurità e della nebbia. Si trovò improvvisamente a desiderare di possedere un Tele Tron, ovvero uno di quei potentissimi dispositivi per la visione notturna in grado di servirsi di qualunque fonte luminosa disponibile — luna, stelle, anche una debolissima illuminazione elettrica, le esigue irradiazione naturali di certi minerali rocciosi — e di amplificarla ottantacinquemila volte. Con quella singola apparecchiatura, un impenetrabile panorama notturno si trasformava in un crepuscolo o, addirittura, nel grigiore di un tardo pomeriggio. Le creature spettrali guardarono verso Juniper Lane, poi in direzione dei due edifici che fiancheggiavano quello spazio vacante, le pompe funebri e una villetta. Le loro teste si girarono con un movimento rapido e fluido che ricordava quello dei gatti, benché senz'altro non fossero felini. Uno dei due volse lo sguardo di lato e, grazie al potente obbiettivo, Harry distinse gli occhi della cosa — dorati e lievemente luminosi. Quello spettacolo lo fece rabbrividire, non tanto per l'aspetto del tutto innaturale, quanto perché gli rammentò qualcosa di vagamente familiare, facendogli riaffiorare ricordi seppelliti da anni. Di colpo si sentì gelato fino al midollo e sopraffatto da un terrore di un'intensità mai più sperimentata dai tempi del Vietnam. Per quanto sonnecchiasse, Moose si manteneva in sintonia con gli umori del padrone. All'improvviso si alzò, avvicinandosi allo sgabello ed emettendo un basso uggiolio interrogativo. In quel momento, Harry ebbe una fugace visione del viso da incubo di una delle Entità malefiche. Fu questione di un attimo, due secondi al massimo. Ciononostante, lui rimase trafitto, sconvolto, agghiacciato. Moose abbaiò incerto. Per un istante, incapace di staccarsi dallo strumento come se da esso dipendesse la propria vita, il veterano fissò una fisionomia scimmiesca, anche se più scarna, repellente, feroce e infinitamente più strana di quella di un primate. Il suo aspetto ricordava, nel contempo, anche i tratti del lupo e
sembrava possedere addirittura alcune caratteristiche dei rettili. Gli parve di scorgere le mascelle spalancate e lo scintillio di denti straordinariamente acuminati, ma la luce era scarsa e non fu in grado di stabilire quanto di ciò che stava osservando fosse un gioco d'ombre o una distorsione dovuta alla nebbia. Parte di questa visione da incubo doveva essere opera della sua febbrile immaginazione: un uomo con le gambe inservibili e un braccio inerte era costretto a possedere una fervida immaginazione, se voleva far fronte alla vita. Improvvisamente, le due creature si mossero all'unisono con la velocità e l'agilità tipiche degli animali, sorprendendo Harry, che si affanno a seguirli con l'obbiettivo. Essi volarono letteralmente lungo il lotto abbandonato, scomparendo al di là di una staccionata nel cortile posteriore della casa dei Claymore; erano così rapidi che fu impossibile mantenerli entro il campo visivo. Continuò a cercarli fino ai cancelli della scuola Roshmore, ma trovò solo notte, nebbia e gli edifici ormai familiari del proprio quartiere; le figure da incubo erano svanite con la medesima rapidità con cui scomparivano dalla camera da letto di un bambino quando venivano accese le luci. Infine sollevò il capo e si appoggiò allo schienale. Immediatamente, Moose mise le zampe anteriori sul bracciolo in cerca di coccole, come se avesse visto attraverso gli occhi del padrone e desiderasse essere rassicurato che nessuno spirito maligno si trovasse in libertà nel mondo esterno. Con la mano buona, che in principio tremava violentemente, Harry accarezzò la testa del Labrador. Se l'FBI avesse infine risposto alla lettera da lui inviata più di una settimana prima, non sapeva se avrebbe fatto cenno alle Entità malefiche. Avrebbe certamente parlato di tutto ciò che aveva visto, e molto si sarebbe potuto rivelare utile; ma questo... Da un lato, era certo che le creature intraviste di sfuggita in tre occasioni — quattro, ora — fossero in qualche modo collegate a tutti gli altri strani avvenimenti delle ultime settimane. D'altro canto, però, rappresentava un'anomalia di genere ben diverso e, parlandone, avrebbe potuto sembrare un po' tocco, persino pazzo, con il risultato che i federali non avrebbero più creduto neppure al resto. Sono forse pazzo? si chiese accarezzando Moose. Dopo vent'anni di confinamento in una sedia a rotelle, costretto in casa, vivendo indirettamente per mezzo di telescopio e cannocchiale, forse era davvero diventato così disperatamente ansioso di partecipare più da vicino
agli eventi esterni e così affamato di eccitazione da aver sviluppato un'elaborata fantasia a base di soprannaturale e cospirazione, collocando visi al centro nel ruolo dell'Unico Uomo Che Aveva Capito, convinto che le proprie illusioni fossero reali. Questa interpretazione, però, era assai improbabile: la guerra aveva indebolito il suo corpo, ma la sua mente era rimasta forte e limpida come sempre, forse persino acuita e rafforzata dalle avversità. Questa, non la pazzia, era la sua maledizione. «Entità malefiche», disse a Moose. Il cane mugolò. «Che cosa verrà dopo? Guarderò la luna una di queste notti e vedrò la sagoma di una strega a cavallo di una scopa?» 25 Chrissie sbucò dal bosco nei pressi di Pyramid Rock, che un tempo le aveva ispirato teorie sui minuscoli egizi, e volse lo sguardo in direzione della propria casa e delle stalle, dove ora le luci erano avvolte in un alone di nebbia. Per un attimo, cullò il pensiero di tornare a prendere Godiva o un altro cavallo; forse avrebbe addirittura potuto sgattaiolare in casa e acchiappare una giacca. Tuttavia, decise che sarebbe stata meno visibile e più al sicuro a piedi. Tra l'altro, non era stupida come le eroine dei film, che continuavano a tornare nella Casa Maledetta, sapendo che la Cosa Orrenda le avrebbe, quasi certamente, cercate là. Si diresse verso la strada statale. Dimostrando il proprio abituale acume, recitò fra sé come se leggesse un romanzo d'avventura, Chrissie evitò saggiamente la casa maledetta e si avviò nella notte, chiedendosi se avrebbe mai rivisto il luogo della sua gioventù o trovato sollievo fra le braccia della famiglia ormai estranea. L'alta erba autunnale le sferzò le gambe mentre si inoltrava nel mezzo di un campo. Invece di rimanere vicino agli alberi, preferiva trovarsi all'aperto in caso qualcosa fosse sbucato dalla foresta. Non pensava di poter fuggire, una volta avvistata dalle creature, neppure se avesse avuto un buon margine di vantaggio, ma intendeva, perlomeno, avere la possibilità di tentare. Mentre era nascosta nel tunnel, l'aria si era fatta considerevolmente più fredda e la camicia di flanella cominciò a non bastare. Se fosse stata un'avventurosa eroina del genere creato da Andre Norton, avrebbe saputo intessere una giacca servendosi dell'erba, oppure sarebbe stata capace d'intrappolare, uccidere in modo indolore e infine scuoiare gli animali selvatici
per poi cucirne assieme le pelli e confezionarsi abiti pratici e, nel contempo, terribilmente alla moda. Doveva smetterla di pensare alle eroine di quei libri: al paragone, la propria inettitudine la deprimeva. E aveva già sufficienti motivi di depressione. Strappata alla propria casa, era sola, affamata, confusa, spaventata, e inseguita da creature bizzarre e pericolose. Ma soprattutto — nonostante i suoi genitori fossero sempre stati un po' distanti e poco portati alle facili manifestazioni d'affetto — lei li aveva sinceramente amati e ora aveva l'inquietante sensazione di averli persi per sempre. Giunta a meno di un centinaio di metri dalla statale, udì il suono di un motore e distinse dei fanali in avvicinamento; infine vide la macchina, dato che la nebbia in quel punto era meno fitta che non in prossimità del mare. Grazie alla buona visibilità, anche a quella distanza la identificò come un'auto della polizia, che rallentò per svoltare sul viale d'accesso alle stalle dei Foster. Chrissie fu sul punto di gridare e correre verso la pattuglia perché le era stato insegnato che i poliziotti erano amici. In effetti, aveva già cominciato a sbracciarsi quando si rese conto che in un mondo in cui non era possibile fidarsi dei propri genitori non poteva certo aspettarsi che tutti i poliziotti fossero animati dalle migliori intenzioni. Terrorizzata al pensiero che gli agenti fossero stati «convertiti» come Tucker aveva tentato di fare con lei e come era accaduto ai suoi genitori, la bambina si nascose nell'erba alta. Osservò la macchina imboccare il viale, fermarsi brevemente di fianco all'auto di Tucker e proseguire finché non venne inghiottita dalla nebbia. Subito si alzò e si precipitò verso la statale, che intendeva percorrere fino a Moonlight Cove. Se fosse rimasta all'erta e attenta, avrebbe potuto nascondersi in un fossato e dietro un cespuglio ogni volta che avesse udito il rumore di un veicolo. Non si sarebbe fatta vedere da chi non conosceva. Una volta giunta in città, avrebbe potuto andare alla chiesa di Nostra Signora della Misericordia e cercare aiuto da Padre Castelli, o Padre Jim come lui amava farsi chiamare. Chrissie aveva collaborato assiduamente alle manifestazioni estive organizzate dalla chiesa e aveva espresso il desiderio di servire a messa l'anno successivo con gran gioia di Padre Jim. Era certa che lui la stimava e le avrebbe creduto, per quanto pazzesca potesse sembrare la sua storia. In caso contrario, beh, avrebbe potuto tentare con la signora Toka-
wa, la sua insegnante. Raggiunta la statale, si fermò e guardò indietro in direzione della propria casa, che era ormai un insieme di distanti punti luminosi nella nebbia. Rabbrividendo, riprese il cammino per Moonlight Cove. 26 La porta d'ingresso di casa Foster era spalancata. Loman Watkins la ispezionò da cima a fondo: gli unici particolari fuori posto erano una sedia rovesciata in cucina e la borsa abbandonata di Jack Tucker, piena di siringhe e di dosi di siero con cui veniva effettuato il Cambiamento — oltre a una bomboletta di WD-40 sul pavimento del pianterreno. Chiusa la porta principale alle proprie spalle, uscì sulla veranda e rimase ad ascoltare la notte, immobile in modo quasi soprannaturale. La nebbia sembrava smorzare ogni suono, lasciando il mondo silenzioso come un'unico, enorme cimitero. Guardando verso le stalle, Loman chiamò: «Tucker! Foster! C'è nessuno qui?» Gli rispose soltanto l'eco della propria voce, freddo e solitario. «Tucker? Foster?» Notò le luci accese in una delle stalle, che aveva la porta aperta, e decise di dare un'occhiata. Aveva quasi raggiunto l'edificio quando un ululato simile al suono ondeggiante di un corno in lontananza si fece udire da sud, debole ma inconfondibile. Era acuto e gutturale nel contempo, pieno di rabbia, desiderio, eccitazione e urgenza: il grido di un regressivo in caccia. Si fermò ad ascoltare, sperando di essersi sbagliato. Il suono si ripetè, ma questa volta Loman riuscì a distinguere perlomeno due voci, forse tre. Erano molto distanti, a più di un chilometro, quindi quegli inquietanti lamenti non potevano giungere in risposta ai suoi richiami. Quelle grida lo agghiacciarono. E lo riempirono di una strana bramosia. No. Strinse i pugni al punto che le unghie gli scavarono la carne, lottando per cacciare l'oscurità che minacciava di sommergerlo. Cercò di concentrarsi sul lavoro di polizia, sul problema che aveva per le mani.
Se le grida provenivano dai coniugi Foster e da Jack Tucker — come era assai probabile — dov'era la bambina, Christine? Forse era scappata mentre la stavano preparando per la conversione: la sedia rovesciata, la valigetta abbandonata e la porta d'ingresso aperta sembravano confermare questa ipotesi. Inseguendo la bambina, eccitati per la caccia, tutti e tre avrebbero potuto essersi arresi al bisogno latente di regredire. E ora la stavano cacciando in mezzo ai boschi, se non l'avevano già catturata e fatta a pezzi, in attesa di riprendere le loro normali fattezze. La nottata era fredda, ma improvvisamente Loman si mise a sudare. Voleva... aveva bisogno... No! Qualche ora prima, Shaddack gli aveva detto che la bambina dei Foster aveva perso l'autobus scolastico e, tornata a casa, si era imbattuta nei genitori mentre stavano sperimentando le loro nuove capacità. Di conseguenza, la piccola doveva essere guidata attraverso il Cambiamento un po' prima del previsto, la prima bambina a venire elevata. Forse, però, il fatto che stessero sperimentando non era del tutto vero; più probabilmente quando Chrissie li aveva sorpresi, entrambi si trovavano in uno stato di regressione profonda, cosa che non avevano potuto rivelare a Shaddack per non marchiarsi come degenerati in seno alla Nuova Gente. Il Cambiamento era inteso come un'elevazione dell'umanità, una specie di evoluzione forzata. La regressione volontaria, al contrario, rappresentava una distorsione depravata del potere concesso dal Cambiamento. Chi regrediva diventava un paria, e i regressivi che uccidevano per la primordiale eccitazione del sangue erano in assoluto i peggiori: psicopatici che avevano scelto l'involuzione. Le urla lontane gli giunsero di nuovo. Un brivido di piacere gli percorse la spina dorsale. Loman fu colto da un prepotente desiderio di strapparsi i vestiti, abbassarsi sul terreno e correre nudo e libero per la notte in lunghi balzi aggraziati, attraverso il prato fino ai boschi dove tutto era selvaggio e meraviglioso, dove la preda attendeva di essere scoperta, abbattuta, spezzata, fatta a brani... No. Controllo. Autocontrollo. Gli ululati lo trapassavano. Doveva dimostrare autocontrollo.
Il cuore gli martellava in petto. Le grida. Quelle grida dolci, avide, selvagge... Loman cominciò a tremare, poi a sussultare violentemente mentre immaginava se stesso svincolato dalla rigida posizione dell'Homo erectus, libero delle costrizioni della forma e del comportamento civilizzato. Se finalmente l'uomo primordiale dentro di lui avesse potuto scatenarsi... No. Impensabile. Le sue gambe s'indebolirono, e Loman cadde a terra, ma non sui quattro arti, no, perché quella posizione lo avrebbe incoraggiato ad arrendersi a impulsi innominabili; si rannicchiò invece in posizione fetale, su un fianco, con le gambe ripiegate sul petto, lottando contro il crescente desiderio di regredire. Il suo corpo bruciava come se fosse rimasto per ore esposto al sole estivo di mezzogiorno, anche se era consapevole che il calore non proveniva da fonti esterne, ma dalle profondità del suo essere. Solo nell'oscurità e nella nebbia di fronte alla casa dei Foster, sedotto dagli ululati echeggiami dei regressivi, desiderò disperatamente di esercitare il controllo sull'entità fisica garantitagli dal Cambiamento. Ma sapeva che, una volta ceduto alla tentazione, non sarebbe mai più stato Loman Watkins: sarebbe divenuto un degenerato cammuffato da Loman Watkins, Mr. Hyde in un corpo dal quale era stato bandito per sempre il dottor Jekyll. A testa china, guardò le proprie mani strette contro il petto, e al tenue chiarore delle finestre di casa Foster gli parve di notare il principio di un mutamento nelle dita. Un sordo dolore esplose nella sua mano destra: egli sentì le ossa spezzarsi e ricostituirsi, le nocche gonfiarsi, le dita allungarsi, i polpastrelli dilatarsi, i nervi e i tendini ispessirsi, le unghie indurirsi e acuminarsi in una sorta di artiglio. Urlò in preda al puro terrore, costringendosi a rimanere aggrappato alla propria identità naturale, a quanto rimaneva della sua umanità. Si sforzò di resistere al movimento simile a lava dei propri tessuti, ripetendosi fra i denti serrati «Loman Watkins, Loman Watkins, Loman Watkins» come se il suo nome fosse una formula magica in grado d'impedire quella malefica trasformazione. Passò il tempo. Forse un minuto, dieci, o addirittura un'ora. Non ne aveva la minima idea. La lotta per mantenere la propria identità lo aveva condotto in una dimensione di coscienza al di fuori del tempo. Lentamente tornò in sé e con sollievo si ritrovò ancora a terra di fronte alla casa, per nulla cambiato. Era fradicio di sudore, ma il calore lancinante del suo corpo era svanito; le mani apparivano identiche, quelle di sempre,
senza alcun sconcertante allungamento delle dita. Per un attimo rimase in ascolto. Le grida lontane non si udivano più, ed egli fu grato per il silenzio. La paura, l'unica emozione a non aver perso, di giorno in giorno, intensità e vigore da quando era entrato a far parte della Nuova Gente, era adesso tagliente come una lama, tanto da spingerlo a urlare. Da qualche tempo aveva cominciato a temere di essere uno di coloro che possedevano il potenziale per trasformarsi in un regressivo, e ormai quell'oscuro presentimento si era dimostrato realtà. Se si fosse arreso all'impulso, avrebbe perso il vecchio mondo che aveva conosciuto prima della conversione e l'audace nuovo mondo che Shaddack stava edificando, non sarebbe più appartenuto a nessuno dei due. Peggio: stava cominciando a sospettare di non essere l'unico, ma che tutta la Nuova Gente possedesse dentro di sé i semi dell'involuzione. Notte dopo notte, i regressivi sembravano aumentare di numero. Si alzò in piedi barcollando. Muovendosi faticosamente in direzione dell'autopattuglia, Loman Watkins si chiese se le ricerche di Shaddack — e le loro applicazioni tecnologiche — non fossero per caso così fondamentalmente errate da rendere il Cambiamento del tutto privo di un qualunque beneficio. Forse si trattava di una vera maledizione: se i regressivi non avessero rappresentato una percentuale statisticamente insignificante della Nuova Gente, se al contrario tutti fossero destinati prima o poi a scivolare verso la regressione... Pensò a Thomas Shaddack, là fuori in quella grande casa sull'estremità della baia, affacciata sulla città dove bestie di sua creazione popolavano le ombre, e un tremendo senso di desolazione lo sopraffece. Dato che sin da bambino la lettura aveva rappresentato il suo passatempo favorito, pensò al dottor Moreau di H.G. Wells e si chiese se Shaddack non fosse diventato un suo simile, un Moreau reincarnato. Shaddack poteva essere il Moreau dell'epoca della microtecnologia, ossessionato da una folle visione trascendente basata sulla fusione forzata fra uomo e macchina. Sicuramente soffriva di manie di grandezza e aveva l'arroganza di credere di poter elevare l'umanità a uno stadio superiore, proprio come il personaggio letterario aveva pensato di poter ricavare uomini dagli animali selvaggi e battere Dio al Suo stesso gioco. Se Shaddack non era il genio del proprio secolo, se era un presuntuoso come Moreau, allora, tutti loro erano dannati. Loman salì in macchina e chiuse la portiera, accese il motore e attivò il riscaldamento per dar sollievo al proprio corpo gelato dal sudore.
Il video del computer si illuminò, in attesa. Al fine di proteggere il progetto Falco Notturno — che, errato o meno, rappresentava l'unico futuro ormai aperto per lui — doveva dare per scontato che la bambina, Christine, fosse fuggita e che i Foster e Tucker non l'avessero presa. Doveva fare in modo che i suoi uomini montassero la guardia di nascosto lungo la strada statale e sulle vie d'accesso a Moonlight Cove; se la piccola fosse giunta in città in cerca d'aiuto, loro l'avrebbero intercettata. Con ogni probabilità si sarebbe rivolta a qualcuno della Nuova Gente con la sua storia sui genitori indemoniati e questo avrebbe rappresentato la fine per lei. Anche se si fosse accostata a persone non ancora convertite, non sarebbe stato facile che credessero a un racconto così folle. Tuttavia, Loman non poteva correre rischi. Doveva parlare con Shaddack di una serie di cose e badare a parecchie questioni di polizia. Doveva anche mangiare. Aveva una fame disumana. 27 Qualcosa non funzionava, era sbagliato, qualcosa, qualcosa. Mike Peyser era scivolato attraverso i boschi fino alla propria casa alla periferia sud della città, giù dalle colline alberate, furtivo e all'erta, sgattaiolante e veloce, nudo e veloce, di ritorno dalla caccia, il sangue in bocca, ancora eccitato, ma stanco dopo due ore di giochi con la propria preda, aggirando cautamente le case dei vicini, alcuni dei quali erano della sua stessa razza mentre altri no. In quella zona le proprietà erano molto distanziate fra loro, quindi trovò relativamente facile strisciare da ombra a ombra, da albero ad albero, in mezzo all'erba alta, basso sul terreno, avvolto nell'oscurità, rapido e aggraziato, silenzioso e rapido, nudo e silenzioso, potente e rapido, fino alla veranda della villetta dove viveva da solo, oltre la porta, in cucina, con il sapore del sangue ancora in bocca, il sangue, lo squisito sangue, esilarato dalla caccia e felice di trovarsi a casa, anche se... Qualcosa non andava. Sbagliato, sbagliato, Dio, stava bruciando, pieno di fuoco, bruciando, bisognoso di cibo, nutrimento, carburante, carburante, ed era normale, come previsto — le richieste del suo metabolismo erano tremende quando si trovava nello stato di alterazione — ma il fuoco non era sbagliato, perlomeno non quel frenetico e devastante bisogno di nutrimento. Quello che non an-
dava era che non poteva, non poteva, non poteva... Non poteva tornare come prima. Affascinato dalle movenze stupendamente fluide del proprio corpo, dal modo in cui i suoi muscoli si flettevano e si estendevano, flettevano ed estendevano, entrò nella casa buia, vedendo abbastanza bene anche senza luci, non come un gatto, ma meglio di un uomo perché ora era qualcosa di più di un semplice uomo, e per un paio di minuti vagò per le stanze, silenzioso e veloce, quasi sperando di trovarvi un intruso, qualcuno da massacrare, qualcuno da massacrare, massacrare, qualcuno da massacrare, azzannare e fare a pezzi, ma la casa era deserta. In camera da letto si stese sul pavimento, si rannicchiò sul fianco e richiamò il proprio corpo alla forma originaria, alla forma familiare di Mike Peyser, alle fattezze di un uomo che camminava eretto e assomigliava a un essere umano, e dentro di sé sentì un impulso alla normalità, un movimento nei tessuti, ma non abbastanza, poi un ritrarsi, ritrarsi, come un'onda che si allontani dalla spiaggia, via, via dalla normalità; tentò ancora, ma questa volta non si verificò nessun movimento. Niente. Era bloccato, intrappolato, imprigionato, imprigionato, imprigionato in una forma che poco prima gli era parsa l'essenza stessa della libertà, desiderabile oltre ogni dire, ma che ora non era affatto desiderabile perché non poteva abbandonarla a piacimento e vi si trovava intrappolato, intrappolato, e fu preso dal panico. Balzò in piedi e si precipitò fuori dalla stanza. Benché vedesse discretamente bene anche al buio, urtò una lampada da tavolo che cadde con fragore di vetri in frantumi, ma proseguì in direzione del soggiorno. Si sentiva in prigione. Il suo corpo, il suo stesso corpo trasformato, era diventato una prigione, prigione, le ossa sottoposte e metamorfosi come sbarre di una cella, sbarre che lo tenevano prigioniero all'interno: era rinchiuso dalla propria stessa carne modificata. Si aggirò in cerchio per la stanza, si arrampicò di qua e di là, in cerchio, in cerchio, frenetico, parossistico. Le tende si agitavano per lo spostamento d'aria provocato da ogni suo passaggio, un tavolino si capovolse. Poteva correre, ma non fuggire; portava con sé la propria prigione. Nessuna via d'uscita, nessuna via d'uscita. Mai. Quella scoperta gli fece battere il cuore all'impazzata. Terrorizzato, frustrato, rovesciò un portariviste, spargendone il contenuto, spazzò via dal tavolo un pesante portacenere di vetro e due oggetti in ceramica, strappò i cuscini del divano finché non ebbe ridotto in brandelli, il tessuto e l'imbottitura, mentre una tremenda pressione andava riempiendogli il cranio, dolore, tanto dolore, e voleva urlare, ma aveva paura, paura che non sarebbe
stato capace di smettere. Cibo. Carburante. Alimentare il fuoco, alimentare il fuoco. D'improvviso si accorse che l'incapacità di ritornare alla propria forma naturale poteva dipendere da una terribile carenza delle riserve energetiche necessarie ad alimentare l'immensa accelerazione del metabolismo collegata alla trasformazione. Per eseguire quanto lui richiedeva, il suo corpo doveva produrre enormi quantità di enzimi, ormoni e complesse sostanze chimiche biologicamente attive; nel breve arco di qualche minuto doveva sottoporsi a una degenerazione forzata e a una ricostruzione dei tessuti pari, in termini di esigenze energetiche, ad anni di crescita normale, e per farlo aveva bisogno di carburante, di materiale da convertire, di proteine, minerali, carboidrati in quantità. Affamato, bramoso, bramoso, Peyser si precipitò in cucina, afferrò la maniglia del frigorifero, spalancò l'anta, sibilò quando la luce gli ferì gli occhi, vide due terzi di un prosciutto da un chilo e mezzo, nutriente prosciutto, buon prosciutto, avvolto nella plastica su un piatto blu, lo afferrò, strappò l'involucro, gettò via il piatto, mandandolo a fracassarsi contro un armadietto, si accucciò sul pavimento e morse il pezzo di carne, morse e morse, in profondità, strappò, masticò febbrilmente, morse ancora. Amava togliersi i vestiti e cercare un'altra forma il più presto possibile dopo il calar della sera, precipitandosi nei boschi dietro la casa, su per le colline, dove cacciava conigli e procioni, volpi e roditori, li faceva a pezzi con le mani, con i denti, alimentava il fuoco, quel calore nelle profondità del suo essere, e gli piaceva, gli piaceva, non soltanto per il senso di libertà conferitogli dalla metamorfosi, ma per la sensazione inebriante di potere, potere divino, più intensamente erotico del sesso, più soddisfacente di qualunque altra cosa sperimentata in precedenza, potere, potere selvaggio, potere brutale, il potere di un uomo che aveva domato la natura, trasceso i propri limiti genetici, il potere del vento e della tempesta, libero da ogni limitazione umana, scatenato, senza restrizioni. Quella notte si era nutrito, percorrendo i boschi con la sicurezza di un predatore invincibile, irresistibile come l'oscurità stessa, ma ciò che aveva consumato doveva essersi rivelato insufficiente per consentire il suo ritorno alla forma di Michael Peyser, progettista di software, scapolo, proprietario di una Porsche, fanatico collezionista di film su videocassetta, maratoneta e bevitore di Perrier. Quindi divorò il prosciutto fino all'ultima briciola, estrasse dal frigo altra
roba e la mangiò, infilandosela in bocca con entrambe le mani artigliate: una zuppiera piena di rigatoni avanzati, una polpetta, mezza torta di mele comprata il giorno prima in città, una confezione di burro da un etto e mezzo, grasso e nauseante ma buon cibo, buon carburante, proprio quello che ci voleva per alimentare il fuoco, quattro uova crude e altro, altro ancora. Quel genere di fuoco, una volta alimentato, non si espandeva ancora più vivido, bensì si raffreddava, si spegneva, perché si trattava soltanto di un sintomo fisico del disperato bisogno energetico per poter far funzionare al meglio i processi metabolici. Ora il fuoco aveva cominciato a perdere parte del calore, riducendosi da una ruggente fiammata a scoppiettanti scintille per poi spegnersi a poco più del bagliore di carboni ardenti. Sazio, Mike Peyser crollò al suolo di fronte al frigorifero aperto, in un caos di piatti rotti, cibo, plastica, gusci d'uovo e contenitori sottovuoto. Si rannicchiò di nuovo e si impose di tornare alla forma che il mondo conosceva, e ancora una volta sentì un movimento verificarsi nel midollo e nelle ossa, nel sangue e negli organi, nei nervi, nelle cartilagini, nei muscoli e nella pelle, mentre maree di ormoni, enzimi e altre sostanze biologiche venivano prodotte dal suo corpo e immesse in circolazione; come prima, però, il cambiamento si arrestò a trasformazione penosamente incompleta e il suo corpo scivolò al proprio stadio più selvaggio, regredendo inevitabilmente nonostante lui si sforzasse, con tutta la volontà, tutta la sua forza di volontà, si sforzasse e lottasse per acquisire lo stadio più elevato. L'anta del frigorifero si era richiusa. La cucina era di nuovo preda delle ombre e Mike Peyser si sentì come se l'oscurità non si limitasse a circondarlo, ma fosse anche dentro di lui. Infine gridò. Come aveva temuto, una volta iniziato a urlare, non riuscì a fermarsi. 28 Appena prima di mezzanotte, Sam Booker uscì dal Cove Lodge, indossando una giacca di pelle scura, jeans, maglietta e scarpe da ginnastica blu — una tenuta che gli permetteva di confondersi efficacemente con l'oscurità, ma non tale da destare sospetti, per quanto fosse un po' troppo giovanile per un uomo dall'atteggiamento così profondamente malinconico. Nonostante l'apparenza normale, il giubbotto possedeva parecchie tasche interne insolitamente capaci, che in quel momento ospitavano diversi strumenti base per le effrazioni e i furti d'auto. Scese le scale di servizio, uscì dalla
porta posteriore e rimase un attimo nel passaggio sul retro del motel. Una fitta nebbia si riversava dalla scogliera, sospinta da un'improvvisa brezza marina che aveva disturbato la calma notturna; in capo a qualche ora, si sarebbe spostata nell'entroterra, lasciando la costa relativamente sgombra. A quel punto, però, lui avrebbe già terminato quanto lo attendeva e sarebbe stato addormentato — o più probabilmente impegnato a combattere l'insonnia — nel letto del Cove Lodge. Si sentiva a disagio. Non aveva dimenticato il gruppo di ragazzi dai quali era fuggito in Iceberry Way qualche ora prima. Dato che la loro vera natura rimaneva un mistero, continuava a definirli teppisti, ma non ignorava che erano ben più di semplici delinquenti giovanili; stranamente, aveva la sensazione di sapere che cosa fossero, ma la verità aleggiava in lui persino assai al disotto del livello subconscio, nel territorio della consapevolezza primitiva. Aggirò l'edificio, oltrepassò il retro della tavola calda ormai chiusa e, dieci minuti dopo, giunse davanti al Municipio di Moonlight Cove, in Jacobi Street. Era esattamente come gli agenti federali di San Francisco lo avevano descritto: due piani — mattoni nella parte inferiore e rivestimento bianco nella zona soprastante — tetto in ardesia, persiane verdi alle finestre e grandi lampioni ai lati dell'ingresso. L'edificio municipale e il terreno sul quale sorgeva occupavano mezzo isolato sul lato nord della strada, ma la sua architettura, non molto istituzionale, armonizzava con il resto del quartiere, a carattere residenziale. Anche a quell'ora le luci al pianterreno erano accese perché, oltre agli uffici comunali, il fabbricato ospitava il dipartimento di polizia che, naturalmente, non chiudeva mai. Dal marciapiede opposto, fingendo di essere uscito per una passeggiata serale, Sam studiò la costruzione. Non vide alcuna attività insolita; di fronte all'entrata principale non c'era nessuno. Giunto sull'angolo, entrò nel vicolo a metà dell'isolato: il buio passaggio di servizio era suddiviso da alberi, cespugli e staccionate che delimitavano i confini posteriori delle case di Jacobi Street e Pacific Drive; da qualche garage, da gruppi di bidoni per le immondizie e dalla vasta area di parcheggio municipale, non recintata. Sam si nascose in una nicchia del cespuglio di sempreverde che costeggiava la proprietà pubblica. Nonostante il vicolo fosse molto buio, due lampade al sodio gettavano una luce giallastra sul parcheggio, rilevando dodici veicoli: quattro Ford di modello recente, del tipo verde-bile prodotto per le amministrazioni federali, statali e locali, due furgoni con le inse-
gne cittadine e la scritta DIPARTIMENTO IDRICO, una gigantesca macchina per la pulizia delle strade, un grosso autocarro con il cassone in legno e quattro auto della polizia, tutte Chevrolet. Il quartetto di pattuglie bianche e nere costituiva l'obbiettivo di Sam, in quanto erano equipaggiate con videoterminali collegati al computer del dipartimento di polizia. Moonlight Cove possedeva otto macchine di servizio, un bel numero per una sonnolenta cittadina costiera, cinque in più di quante non se ne potesse permettere un'altra comunità di eguale grandezza e certamente in eccesso rispetto ai reali bisogni. Del resto, in questo dipartimento di polizia tutto era più grande e migliore del necessario, il che rappresentava uno dei motivi per cui nelle menti dei federali incaricati delle indagini sulla morte di Sanchez e dei Bustamante erano suonati i campanelli d'allarme. Moonlight Cove disponeva di dodici agenti a tempo pieno, tre a mezzo servizio, più quattro addetti agli uffici: un sacco di personale. Non solo, ma tutti quanti ricevevano stipendi competitivi con le medie salariali dei poliziotti delle principali città della Costa Occidentale, quindi esorbitanti per un posto così piccolo. Avevano le più belle uniformi, il miglior mobilio per ufficio, una piccola armeria con pistole, fucili e gas lacrimogeni, e — cosa in assoluto più stupefacente — erano computerizzati a un livello da fare invidia ai ragazzi addetti ai bunker del Comando Aereo Strategico nel Colorado. Dal proprio nascondiglio, Sam studiò il parcheggio per un paio di minuti, in modo da accertarsi che nessuno fosse seduto in uno dei veicoli o nascosto tra le ombre sul retro dell'edificio. Le finestre illuminate del pianterreno avevano le veneziane abbassate, quindi dall'interno era impossibile osservare la strada. Da una tasca del giubbotto estrasse un paio di morbidi guanti di pelle e li indossò. Era pronto a muoversi quando udì qualcosa nel vicolo alle proprie spalle. Un rumore raschiante, proveniente da poco lontano. Addossandosi alla siepe, girò la testa in cerca della fonte di quel suono. Una logora scatola di cartone scivolava lungo l'asfalto, sospinta dalla brezza che faceva ondeggiare le foglie dei cespugli e degli alberi; finita contro un bidone della spazzatura, rimase incastrata e smise di far rumore. Viaggiando sospinta dal vento, la nebbia sembrava ora fumo, come se l'intera città stesse prendendo fuoco. Sam si guardò bene in giro per accertarsi di essere solo, poi si affrettò verso la più vicina autopattuglia. Era chiusa a chiave. Da una tasca estrasse un attrezzo in dotazione alla polizia per aprire la
serratura delle automobili, che poteva sbloccare istantaneamente qualsiasi portiera senza danneggiare il meccanismo. Compiuta l'operazione, scivolò dietro il volante e chiuse la porta più rapidamente e silenziosamente possibile. Dalle lampade al sodio proveniva luce sufficiente a permettergli d'identificare gli oggetti, benché possedesse abbastanza esperienza da poter lavorare al buio. Estratto dal giubbotto un arnese da scasso, nel giro di pochi secondi fece saltare il cilindro dell'accensione, esponendo i fili. Odiava questa parte. Per attivare il monitor doveva accendere il motore; il computer era molto potente e comunicava con la banca dati centrale mediante trasmissioni a microonde a energia intensiva. La nebbia avrebbe celato il fumo del tubo di scappamento, ma non il suono del motore. La vettura era parcheggiata a una certa distanza dall'edificio, quindi era improbabile che qualcuno all'interno potesse udire, ma se un agente fosse uscito sul retro per prendere una boccata d'aria o per recarsi a rispondere a una chiamata, un'auto accesa non sarebbe passata inosservata. A quel punto Sam si sarebbe trovato in una situazione dalla quale — considerata la frequenza delle morti violente in città — avrebbe anche potuto non uscire vivo. Sospirando e premendo leggermente il pedale dell'acceleratore, separò con una mano guantata i fili d'avviamento e ne collegò le estremità; il motore si accese all'istante, senza problemi. Lo schermo del computer s'illuminò. L'elaborato sistema in uso presso il dipartimento di polizia era stato fornito gratuitamente dalla New Wave Microtechnology, che a quanto pareva si stava servendo di Moonlight Cove come di una specie di terreno di prova per i propri prodotti. La fonte dei fondi in eccesso così evidenti in ogni altro aspetto dell'attività della polizia non era semplice da individuare, ma si sospettava che il denaro provenisse sempre dalla New Wave o dal suo azionista di maggioranza e responsabile, Thomas Shaddack. Qualsiasi cittadino era libero di sostenere il locale corpo di polizia o altri settori governativi, naturalmente senza diritto a detrazioni fiscali, ma se Shaddack stava facendo esattamente questo, perché non ne esisteva traccia nei registri ufficiali? Nessun uomo innocente dona grosse quantità di denaro a un'istituzione civica nell'anonimità più totale: se questi era così reticente in merito al proprio finanziamento delle autorità locali con fondi privati, allora l'ipotesi di corruzione non poteva essere scartata. E se gli agenti di Moonlight Cove erano virtualmente soldati dell'esercito personale di Thomas Shaddack, ne derivava che il numero sospetto di morti violente, nelle ultime
settimane, poteva avere un legame con quell'illecita alleanza. Durante l'investigazione dell'FBI, uno dei migliori agenti inviati sul posto, Morrie Stein, si era trovato in un'autopattuglia con uno degli uomini di Watkins, Reese Dorn, quando quest'ultimo si era servito del computer centrale per ottenere informazioni dall'archivio. A quel punto Morrie aveva sospettato che il sistema fosse anche più sofisticato di quanto Watkins e i suoi agenti non avessero rivelato, che venisse usato per scopi al limite della legalità e che nessuno fosse disposto a discuterne; di conseguenza, aveva memorizzato il codice d'accesso con cui Reese vi si era inserito. Arrivato in volo alla sede di Los Angeles per istruire Sam, gli aveva detto: «Penso che ogni poliziotto di quella cittadina contorta possieda il proprio codice d'accesso al computer, ma quello di Dorn dovrebbe funzionare come qualunque altro. Sam, devi immetterti nel loro sistema e ottenere qualche elenco, vedere che cosa ti viene offerto e giocarci un po' mentre Watkins e i suoi non controllano ciò che fai. Certo, sembro un paranoico, ma hanno un eccesso di equipaggiamento rispetto alle loro necessità, a meno che non stiano dedicandosi a qualcosa di sporco. In principio, ti appare una città come le altre, anche più piacevole di molte, piuttosto carina; ma, dannazione, dopo un po' hai la sensazione che l'intero borgo sia sotto intercettazione, che vieni osservato ovunque tu vada, che il Grande Fratello ti stia alle spalle ogni maledetto minuto. Te lo giuro, entro un paio di giorni hai la certezza di trovarti in uno stato di polizia in miniatura, dove il controllo è così sottile da risultare impercettibile, ma pur sempre totale. Quei poliziotti sono corrotti, Sam, immersi fino al collo in qualcosa di losco e il computer ne fa parte». Il numero di codice di Reese Dorn era 262699, e Sam lo digitò sulla tastiera del terminale. Lo schermo rimase sgombro per un minuto, poi apparve un elenco. Scegliere A. Centralino B. Archivio centrale C. Bollettino quotidiano D. Modem extra-sistema Per Sam, la prima opzione in elenco indicava che un agente di pattuglia poteva comunicare con il centralino al quartier generale non soltanto mediante la radio di servizio, ma anche tramite computer. Ma perché sobbar-
carsi tutta la procedura di battere sulla tastiera le domande e attendere le risposte stampate sul terminale quando sarebbe stato tanto più semplice e veloce ottenere le informazioni per radio? A meno che... non esistessero certe cose che i poliziotti non intendevano discutere su frequenze radio facilmente intercettabili da parte di chiunque fosse sufficientemente attrezzato. Non aprì il collegamento con il centralino perché in quel caso avrebbe dovuto dialogare fingendosi Reese Dorn, il che equivaleva a urlare «Ehi, sono qua fuori in una delle vostre pattuglie, ficcanasando dove non dovrei. Perché non venite qui e ci date un taglio?» Invece, premette il tasto B. Apparve un altro elenco. Scegliere A. Stato... attuali arrestati B. Stato... casi attualmente in giudizio C. Stato... casi in attesa di giudizio D. Archivio degli arresti avvenuti... contea E. Archivio degli arresti avvenuti... città F. Criminali residenti nella contea G. Criminali residenti in città Solo per accertarsi che le categorie in elenco fossero ciò che sembravano e non un codice per informazioni di altro genere, battè il tasto F per ottenere i dati relativi ai criminali residenti nella contea. Comparve un ulteriore lista, con dieci possibili scelte: Omicidio colposo, Omicidio preterintenzionale, Stupro, Reati sessuali, Aggressione, Rapina a mano armata, Furto con scasso, Effrazione, Furti di altro genere, Reati minori vari. Selezionò la prima categoria e scoprì che tre ex detenuti per omicidio abitavano ora come liberi cittadini nella contea dopo aver scontato una pena oscillante fra i dodici e i quarantanni ed essere stati rilasciati sulla parola. I loro nomi, indirizzi e numeri di telefono apparvero sullo schermo, accompagnati dai nomi delle vittime, brevi dettagli sui reati e le date di detenzione; nessuno viveva entro i confini di Moonlight Cove. Sam alzò lo sguardo e ispezionò il parcheggio: era ancora deserto. L'onnipresente bruma si alternava a zone di fitta nebbia, che sventolavano come alghe marine fluttuanti nella corrente. Ritornò all'elenco principale e chiese la voce C, Bollettino quotidiano, che si dimostrò essere una serie di messaggi lasciati da Watkins e dai suoi
agenti per qualche collega e riguardanti, in alcuni casi, questioni riferite al lavoro, in altri, invece, ad affari privati. La maggior parte era formulata in modo così criptico che Sam non ritenne valesse lo sforzo di una decifrazione. Provò con il tasto D, Modem extra-sistema, e gli fu mostrato un elenco di computer a livello nazionale con i quali era possibile un collegamento tramite il modem telefonico situato nel vicino municipio. Le possibilità erano stupefacenti: Los Angeles DP (per Dipartimento di Polizia), San Francisco DP, San Diego DP, Denver DP, Houston DP, Dallas DP, Phoenix DP, Chicago DP, Miami DP, New York City DP, e tutta una serie di altre città importanti; Dipartimento della Motorizzazione della California, Dipartimento di Giustizia, Pattuglia Autostradale e molte ulteriori agenzie statali con legami assai meno ovvi con il lavoro di polizia; Archivio del personale dell'Esercito, Archivio del personale della Marina, Aeronautica Militare, Archivi criminali dell'FBI, FBI LLEAS (un programma federale relativamente recente sull'assistenza delle forze dell'ordine a livello locale), persino la sede di New York dell'INTERPOL, tramite il quale l'organizzazione internazionale poteva accedere agli archivi centrali europei. Che cosa diavolo se ne faceva un piccolo corpo di polizia, nella California agricola, di tutte queste fonti d'informazioni? E c'era di più: dati a cui non sarebbe stato facile accedere neppure da parte di pubblici ufficiali di città come Los Angeles. Per legge, parte di quel materiale non poteva essere ottenuto dalla polizia se non con un ordine del tribunale. Il sistema offriva anche accesso agli archivi della sede centrale della CIA in Virginia, che si supponevano al sicuro da intromissioni a opera di computer esterni all'Agenzia, come pure ad alcune informazioni dell'FBI ritenute parimenti inviolabili. Scosso, Sam ritornò all'elenco principale. Fissò il parcheggio, immerso nei propri pensieri. Qualche giorno prima, Morris Stein aveva sostenuto che la polizia di Moonlight Cove potesse in qualche modo essere dedita al traffico di droga e che la generosità della New Wave con i sistemi computerizzati indicasse la complicità di alcuni dirigenti della ditta. Il Bureau, invece, era interessato alla possibilità che la New Wave stesse vendendo illegalmente ai sovietici materiale riservato sull'alta tecnologia e che avesse comprato la polizia di Moonlight Cove affinchè, tramite i contatti fra forze dell'ordine, li avvisasse al più presto nel caso d'inchieste federali sulle loro attività. Non esistevano spiegazioni su come tutte le morti si collegassero a questi reati, ma
bisognava pure cominciare con qualche teoria. Ora Sam era pronto a scartare entrambe le ipotesi. L'estesa rete di dati disponibili alla polizia locale tramite il modem — l'elenco comprendeva centoventi fonti diverse! — eccedeva di gran lunga le necessità di un traffico di droga o di un preallarme sui sospetti federali circa eventuali legami con i sovietici. Avevano creato una ragnatela informativa più adatta alle esigenze operative di un intero apparato statale — o, anche più precisamente, di una piccola nazione. Una piccola nazione ostile. Quei dati erano progettati per conferire al loro destinatario un potere enorme. Era come se quella pittoresca cittadina s'offrisse, sotto la mano dominatrice di un megalomane in preda al delirio, di creare un minuscolo regno dal quale partire per conquistare territori più vasti. Oggi Moonlight Cove, domani il mondo. «Che cazzo stanno facendo?» si chiese. Sam ad alta voce. 29 Chiusa a chiave nella propria stanza al Cove Lodge, Tessa beveva Diet Coke e cercava di guardare la replica di uno spettacolo televisivo, benché non riuscisse a interessarsi alle conversazioni fra il presentatore, una diva, un cantante e un attore teatrale ugualmente insulsi. Riflessioni dietetiche per accompagnare una bevanda dietetica. Più tempo passava dalla sua sconcertante esperienza nei corridoi e sulle scale del motel, più si chiedeva se non si fosse davvero immaginata di essere inseguita. Dopotutto era sconvolta per la morte di Janice, tormentata dall'idea che si fosse trattato di assassinio e non di suicidio. In aggiunta, risentiva ancora dell'hamburger mangiato a cena, così unto che doveva sicuramente essere stato fritto, panino compreso, in lardo di yak. Forse le sue allucinazioni erano state causate proprio da quella cena indigesta. Mentre uno degli ospiti televisivi blaterava a proposito di un fine settimana trascorso all'Avana con Fidel Castro — «una magnifica persona, divertente e sensibile» — Tessa si diresse in bagno per lavarsi il viso e i denti. Stava strizzando il dentifricio sullo spazzolino, quando udì muoversi la maniglia della porta. Il bagno si affacciava sul minuscolo ingresso e, dalla soglia, la ragazza si trovava a mezzo metro di distanza dal battente. Vide la maniglia sollevarsi e abbassarsi mentre qualcuno tentava di aprire senza neppure usare molte
precauzioni: la serratura cigolava e la porta vibrava nell'intelaiatura. Tessa lasciò cadere lo spazzolino e si precipitò al telefono. Muto. Premette il tasto corrispondente al centralino, ma non ottenne risposta. Le linee del motel non funzionavano. I fili erano stati tagliati. 30 Parecchie volte Chrissie fu costretta ad abbandonare la strada, cercando riparo tra i cespugli sul ciglio, per non essere vista dagli occasionali veicoli. A un certo punto passò una pattuglia della polizia di Moonlight Cove, e le