Terry Brooks
LE PIETRE MAGICHE DI SHANNARA Traduzione di Silvia Stefani. Copyright 1982 By Terry Brooks, pubblicato d'i...
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Terry Brooks
LE PIETRE MAGICHE DI SHANNARA Traduzione di Silvia Stefani. Copyright 1982 By Terry Brooks, pubblicato d'intesa con Ballantine Books. A division of Random House. Inc. Copyright 1984 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano. Titolo dell'opera originale: "The Elfstones of Shannara". Prima edizione ottobre 1984. Su concessione Arnoldo Mondadori Editore. "A Barbara, con amore". 1. Una fievole luce apparve a est nel cielo notturno quando gli Eletti entrarono nei Giardini della Vita. Vicina, la città elfa di Arborlon era immersa nel sonno, la gente ancora avvolta nel calore e nella solitudine del giaciglio. Ma, per gli Eletti, il giorno era già cominciato. Con le ampie tuniche bianche fluttuanti al vento d'estate, sfilarono fra le sentinelle della Guardia Nera che, secondo un rito antico di secoli, stavano rigide, impassibili davanti ai cancelli ad arco di ferro battuto intarsiato di volute argentee e tasselli d'avorio. Passarono rapidamente. Soltanto le loro voci sommesse e lo scricchiolio dei sandali sul sentiero ghiaioso turbavano il silenzio del nuovo giorno mentre scivolavano oltre i cancelli fra le ombre dei pini. Gli Eletti erano i custodi dell'Eterea, la pianta strana e meravigliosa che si ergeva al centro dei Giardini: l'albero, raccontavano le leggende, proteggeva gli Elfi da un male primordiale che, per poco, non li aveva distrutti secoli addietro, un male che era stato bandito dalla terra ancor prima che nascesse l'antica razza degli Uomini. Per tutto il tempo seguente erano stati chiamati gli Eletti a custodire l'Eterea, secondo un costume tramandato di generazione in generazione; un compito che gli Elfi consideravano un onore ambito e un dovere solenne. Eppure non c'era gran che di solenne nel gruppetto che sfilò attraverso i Giardini quel mattino. Erano in servizio ormai da duecentotrenta giorni, e tenere a freno la loro esuberanza giovanile era difficile. Il sacro timore per la responsabilità che gli era toccata era ormai scomparso da tempo, e ora gli Eletti degli Elfi erano soltanto sei ragazzi che, come ogni giorno da quando erano stati prescelti, si accingevano a compiere un rito divenuto ormai consueto e familiare: salutare l'albero alle prime luci dell'alba. Soltanto Lauren, il più giovane fra gli Eletti di quell'anno, era silenzioso. Se ne stava un po' discosto dagli altri, senza prendere parte alle loro chiacchiere oziose. La testa rossa era china per la concentrazione, la fronte aggrottata. Era talmente immerso nei suoi pensieri da non accorgersi dell'improvviso silenzio, e dei passi che gli si avvicinavano, finché una mano non gli sfiorò il braccio. Poi il suo volto turbato si alzò di scatto, scoprendo Jase che lo osservava. «Che c'è, Lauren? Stai male?» gli chiese il giovane. Essendo più anziano degli altri di qualche mese, Jase era il capo riconosciuto degli Eletti. Lauren scosse la testa, ancora un po' accigliato. «No, non è niente.» «No, tu sei preoccupato. E' tutto il mattino che lo sei. A ripensarci, anche ieri sera eri piuttosto silenzioso.» Jase lo fece voltare verso di sé. «Forza, parla. Nessuno pretende che tu venga qua se non stai bene.» Lauren esitò, poi annuì, sospirando. «E va bene. E' per via dell'Eterea. Ieri, al tramonto, poco prima che partissimo, ho avuto l'impressione di vedere qualche macchia sulle sue foglie. Sembrava malata.» «Malata? Ne sei sicuro? Niente del genere può capitare all'Eterea, almeno così ci hanno sempre detto» fece Jase, dubbioso. «Forse mi sono sbagliato» ammise Lauren. «Cominciava a farsi buio. Mi sono detto che potevano essere delle ombre. Ma più mi sforzo di recuperare il ricordo, più mi convinco che quelle macchie c'erano davvero.» Gli altri borbottavano fra loro, sconcertati, poi uno parlò: «E' colpa di Amberle. L'avevo detto che avere una ragazza fra gli Eletti ci avrebbe procurato dei guai». «Ci sono già state delle ragazze fra gli Eletti, e non è mai successo niente» protestò Lauren. Aveva sempre avuto simpatia per Amberle. Era così semplice, pur essendo la nipote del re Eventine Elessedil. «Non negli ultimi cinque secoli, Lauren» ribatté l'altro. «Ora basta» l'interruppe Jase. «Avevamo già deciso di non parlare più di Amberle. Lo sapete.» Rimase in silenzio un attimo, riflettendo sulle parole di Lauren. Poi si strinse nelle spalle. «Sarebbe un bel guaio se
succedesse qualcosa all'albero, soprattutto mentre è affidato alle nostre cure. Ma, dopotutto, nulla dura in eterno.» Lauren era sconvolto. «Ma Jase, se l'albero si indebolisce, il Divieto scadrà e i demoni saranno liberati...» «Credi veramente a queste favole?» Jase scoppiò a ridere. Lauren guardò l'altro dritto negli occhi. «Come puoi essere un Eletto e non credervi?» «Non ricordo di esser stato invitato a dire in cosa credessi quando sono stato prescelto, Lauren. E tu?» Lauren scosse la testa. Ai candidati per l'onore di diventare Eletti non si chiedeva nulla. Venivano semplicemente portati davanti all'albero: erano i giovani Elfi divenuti uomini e donne l'anno precedente. All'alba del nuovo anno, si radunavano e sfilavano sotto i rami dell'Eterea, sostando ciascuno un istante. Se l'albero li sfiorava sulle spalle, diventavano i nuovi Eletti, e restavano in carica fino alla fine dell'anno. Lauren ricordava ancora l'estasi e la fierezza che aveva provato quando un ramo flessuoso si era chinato per toccarlo e aveva pronunciato il suo nome. E ricordava anche lo stupore di tutti quando era stata chiamata Amberle... «Sono soltanto favole per spaventare i bambini» stava dicendo Jase. «La reale funzione dell'Eterea è ricordare agli Elfi che essi, come lei, sopravvivono nonostante tutti i cambiamenti avvenuti nella storia delle Quattro Terre. E' un simbolo della forza del nostro popolo, Lauren, niente di più.» Fece cenno ai compagni di riprendere il cammino e si allontanò. Lauren ricadde nei suoi pensieri. L'indifferenza dell'Elfo più anziano per la leggenda dell'albero lo turbava. Naturalmente Jase era un cittadino, e Lauren si era accorto che la gente di Arborlon non prendeva molto sul serio le vecchie credenze, a differenza degli abitanti del suo piccolo villaggio nel nord. Ma la creazione dell'Eterea e l'instaurazione del Divieto non erano soltanto leggende: erano il fondamento dell'autentica eredità elfa, l'evento più importante nella storia del suo popolo. Tutto era accaduto molto tempo addietro, prima che nascesse il nuovo mondo. C'era stata una grande guerra fra il bene e il male; una guerra che gli Elfi avevano infine vinto creando l'Eterea e con essa un Divieto che aveva imprigionato i demoni maligni in un'oscurità senza tempo. E finché l'Eterea fosse stata ben tenuta, il male non avrebbe minacciato la terra... Finché l'Eterea fosse stata ben tenuta... Scosse la testa, dubbioso. Forse non era che un inganno della sua immaginazione. O della luce. Altrimenti, avrebbero semplicemente dovuto trovare un rimedio. C'era sempre un rimedio. Qualche minuto dopo era con gli altri davanti all'albero. Esitando, alzò gli occhi, poi sospirò, sollevato. L'Eterea sembrava immutata, perfetta come sempre. Il tronco bianco-argenteo si inarcava verso il cielo con una simmetria di rami affusolati carichi di ampie foglie pentagonali color rosso sangue. Dalla base, strisce di muschio verde salivano a zigzag lungo le fessure della liscia corteccia, come ruscelli color smeraldo che scorrono lungo il pendio di una montagna. Nessuna crepa deturpava le linee aeree dell'albero, nessun ramo era incrinato o spezzato. Così bella, pensò. La guardò di nuovo, ma non vide alcun segno della malattia che temeva. Gli altri andarono a raccogliere gli utensili che avrebbero usato per dare nutrimento e accudire l'albero, così come per provvedere alla manutenzione dei Giardini in generale. Ma Jase trattenne Lauren. «Vorresti salutarla tu, oggi?» chiese. Stupito, Lauren ringraziò, balbettando. Jase stava rinunciando al suo turno per il compito più ambito, certo nel tentativo di rincuorarlo. Avanzò sotto la cortina dei rami, per posare le mani sul tronco liscio, gli altri raccolti a qualche passo di distanza per recitare il saluto del mattino. Guardò il cielo, in attesa del primo raggio di sole che sarebbe caduto sull'Eterea. Poi, bruscamente, indietreggiò. Le foglie sopra la sua testa erano coperte di chiazze scure. Si sentì stringere il cuore. L'albero era tutto cosparso di macchie. Non era un inganno della luce o dell'ombra. Era la realtà. Chiamò Jase con gesti frenetici, indicandogli la pianta. Come era loro abitudine in tali occasioni, non parlarono, ma Jase uscì in un'esclamazione soffocata di stupore quando vide l'entità del danno. Lentamente i due girarono intorno all'albero, scoprendo macchie ovunque: alcune erano appena visibili, altre già deturpavano le foglie al punto da spegnerne il colore rosso sangue. Nonostante le opinioni professate prima, Jase era sconvolto, e era visibilmente sgomento mentre tornava fra gli altri per conferire con loro a bassa voce. Lauren fece per raggiungerli, ma Jase scosse rapidamente la testa, indicando la sommità dell'albero: la luce dell'alba stava per raggiungere i rami più alti. Lauren sapeva qual era il suo dovere e si voltò di nuovo. Qualsiasi cosa fosse in agguato, gli Eletti dovevano salutare l'Eterea anche questo giorno, così come l'avevano salutata ogni alba da quando avevano ricevuto l'incarico. Posò delicatamente le mani sulla corteccia argentea e le parole di saluto stavano per salirgli alle labbra quando un ramo dell'albero antico si chinò per sfiorargli la spalla. «Lauren...» Il giovane Elfo trasalì al sentire il suo nome. Ma nessuno aveva parlato. La parola gli era risuonata nella mente, la voce poco più che un'immagine del suo volto. Era stata l'Eterea! Trattenendo il fiato, girò un attimo la testa per guardare il ramo posato sulla sua spalla; poi subito si voltò. Era totalmente disorientato.
Soltanto una volta gli aveva parlato: il giorno in cui era stato prescelto. Aveva detto il suo nome, il nome di tutti loro. Poi non li aveva più chiamati. Mai... tranne Amberle, naturalmente, e Amberle non era più con loro. Agitato, guardò gli altri, che lo fissavano, chiedendosi evidentemente perché si fosse interrotto. Poi il ramo che si era posato sulla sua spalla gli scivolò intorno al corpo, e a quel contatto il giovane involontariamente indietreggiò. «Lauren. Chiama gli Eletti qui intorno a me.» Le immagini erano apparse e scomparse rapidamente. Esitando, Lauren fece un cenno ai suoi compagni. Essi avanzarono, con aria palesemente interrogativa, scrutando l'albero argenteo. Quando ognuno di loro fu abbracciato da un ramo, la voce dell'Eterea mormorò: «Ascoltatemi. Ricordate quel che vi dirò. Non venite meno al vostro impegno.» Un senso di gelo li assalì e sui Giardini della Vita, come un sudario, calò un silenzio profondo, vuoto, come se in tutto il mondo soltanto essi fossero rimasti in vita. Le loro menti furono travolte da immagini che fluivano una dopo l'altra in rapida successione. E quelle immagini esprimevano orrore. Se avessero potuto, gli Eletti sarebbero fuggiti a nascondersi finché l'incubo impadronitosi di loro non si fosse dissolto. Ma l'albero li tratteneva, e le immagini continuavano a fluire, e l'orrore a intensificarsi, fino a diventare insopportabile. Poi finalmente terminò. L'Eterea si richiuse nel suo silenzio, i suoi rami li abbandonarono e si allargarono per godere del calore del sole mattutino. Lauren era immobile come una statua, la faccia rigata di lacrime. Sconvolti, i sei Eletti si guardavano l'un l'altro, e in ciascuna mente mormorava silenziosa la verità. La leggenda non era leggenda, la leggenda era vita. Al di là del Divieto mantenuto dall'Eterea, si nascondeva veramente il male. Soltanto lei garantiva la salvezza degli Elfi. E ora lei stava morendo. 2. Lontano, a ovest di Arborlon, oltre il Confine, c'era un fermento nell'aria. Comparve un'ombra più scura del buio notturno, che si contorceva e fremeva sotto l'urto di qualcosa che sembrava minacciarla. Per un attimo, il velo di oscurità rimase compatto, poi si spaccò, lacerato da quella forza trattenuta. Ululati e strida di esultanza si riversarono dal buio impenetrabile, mentre dozzine di artigli si avventavano sull'improvvisa breccia, per dilaniarla e protendersi verso la luce. Un fuoco rosso esplose tutto intorno e le zampe ricaddero, bruciate e contorte. Il Dagda Mor emerse dall'oscurità, sibilando di collera. Col suo Bastone del Comando rovente cacciò via gli impazienti e attraversò baldanzoso il varco. Un istante dopo, lo seguirono le forme oscure del Mietitore e del Camaleonte. Altri corpi si spinsero avanti, disperati, ma gli orli della breccia si richiusero rapidamente intorno all'oscurità e alle cose che vi allignavano. Qualche istante dopo, il varco era scomparso completamente e lo strano trio rimase solo. Il Dagda Mor si guardò intorno, circospetto. Stavano all'ombra del Confine, l'alba che aveva sconvolto la pace degli Eletti era poco più che una debole luce a oriente, oltre la barriera mostruosa delle montagne. I grandi picchi torreggianti fendevano il cielo, proiettando immense colonne di oscurità su tutta la desolazione delle Pianure di Cenere, che, dalla barriera delle montagne, si estendevano a perdita d'occhio verso ovest, nel nulla: un deserto aspro, squallido, statico, in cui la vita non poteva resistere che minuti o poche ore. Niente si muoveva sulla sua superficie. Nessun suono infrangeva la quiete opprimente del mattino. Il Dagda Mor sorrise, coi denti a uncino baluginanti. Il suo arrivo era passato inosservato. Dopo tutti quegli anni, era libero. Di nuovo libero fra quelli che lo avevano imprigionato. Da lontano, poteva essere scambiato per uno di loro. Tutto sommato, aveva un aspetto umano. Camminava eretto, e le sue braccia erano solo un poco più lunghe di quelle umane. Procedeva chino, stranamente impacciato nei movimenti - ma il mantello scuro che lo avvolgeva impediva di indovinarne la causa. Soltanto da vicino si poteva vedere l'enorme gobba che piegava quasi in due la sua spina dorsale all'altezza delle spalle. O i grandi ciuffi di peli verdastri che spuntavano da tutto il suo corpo come chiazze di carice. Oppure le scaglie che gli rivestivano gli avambracci e le gambe. O le mani e i piedi artigliati. O il suo muso vagamente somigliante a quello di un gatto. O gli occhi, neri e scintillanti, falsamente placidi, come due pozze gemelle d'acqua che nascondono qualcosa di maligno e distruttivo. Visti questi particolari, non potevano esserci dubbi sull'identità del Dagda Mor. Non uomo, ma demone. E il demone odiava. Odiava con un'intensità che sconfinava nella pazzia. Una reclusione secolare nella nera prigione oltre la barriera del Divieto aveva dato al suo odio tempo più che sufficiente per invelenirsi e dilatarsi. Ora lo divorava. Era tutto, per lui. Da esso traeva potere, quel potere che avrebbe usato per annientare le creature che gli avevano causato tanta pena. Gli Elfi! Tutti gli Elfi. E nemmeno quello gli sarebbe bastato ormai - dopo essere rimasto escluso per secoli da quel mondo che un tempo era stato suo imprigionato in quel limbo informe, senza vita, di ristagno interminabile, cupo e lento, spaventoso. No, la distruzione degli Elfi non sarebbe bastata a cancellare l'infamia subita. Anche gli altri
dovevano essere distrutti. Gli Uomini, i Nani, i Troll, gli Gnomi... tutti coloro che appartenevano all'umanità che aveva tanto detestato, quelle razze che ora si erano insediate nel suo mondo, impossessandosene. Il momento della vendetta sarebbe venuto, pensò. Così come era giunta la sua libertà. Lo sentiva. Aveva aspettato secoli, appostato dietro la barriera del Divieto, valutandone la forza, cercando un punto debole... sapendo, sempre, che un giorno avrebbe cominciato a cedere. E ora quel giorno era arrivato. L'Eterea stava morendo. Oh, dolci parole! Voleva urlarle! Stava morendo! Stava morendo e non poteva più preservare il Divieto! Il Bastone del Comando luccicò rovente nelle sue mani mentre l'odio divampava in lui. La terra sotto i suoi piedi divenne cenere. Si impose di calmarsi e il Bastone si raffreddò. Per un certo tempo, naturalmente, il Divieto avrebbe ancora retto. L'erosione non si sarebbe completata in un giorno e, forse, nemmeno nell'arco di diverse settimane. Persino la piccola breccia che era riuscito a aprirsi aveva richiesto un'enorme potenza. Ma il Dagda Mor ne possedeva, più di tutti quelli ancora intrappolati dietro il Divieto. Egli era il loro capo: ogni sua parola era un ordine per loro. Durante i lunghi anni di esilio alcuni lo avevano sfidato... soltanto alcuni. Lui li aveva spezzati, dando così l'esempio. Ora tutti gli ubbidivano. Lo temevano. E condividevano il suo odio per quel che gli era stato fatto. Anche loro si nutrivano di quell'odio. Li aveva animati di una selvaggia brama di vendetta e, quando finalmente fossero tornati in libertà, ci sarebbe voluto molto, molto tempo per soddisfare quel desiderio. Ma, per il momento, dovevano aspettare. Avere pazienza. Non ci sarebbe voluto molto. Il Divieto si sarebbe indebolito ogni giorno un po' di più, erodendosi man mano che l'Eterea lentamente veniva meno. Una cosa soltanto poteva impedirlo: una rinascita. Il Dagda Mor annuì fra sé. Conosceva bene la storia dell'Eterea. Non era stato forse presente quando era nata e aveva cacciato lui e i suoi fratelli dal mondo della luce per seppellirli in quella prigione oscura? Non aveva forse visto la natura della magia che li aveva sconfitti... una magia così potente da poter trascendere persino la morte? Sapeva che quella libertà poteva essergli tolta di nuovo. Se uno degli Eletti avesse portato un seme dell'albero alla fonte della sua forza vitale, l'Eterea sarebbe potuta rinascere e il Divieto essere ripristinato. Lo sapeva, e proprio per questo adesso si trovava lì. Non era stato affatto sicuro di poter aprirsi un varco nella barriera del Divieto. Era stato un brutto rischio per lui spendere tante energie in quel tentativo perché, se avesse fallito, sarebbe rimasto gravemente indebolito. Dietro la barriera ve n'erano alcuni potenti quasi quanto lui; avrebbero colto l'occasione per distruggerlo. Ma era stato un rischio necessario. Gli Elfi non si erano ancora resi conto dell'entità del danno. Per il momento, si credevano al sicuro. Ignoravano che qualcuno, oltre la barriera del Divieto, possedesse tanto potere da aprire una breccia. Avrebbero scoperto troppo tardi il loro errore. Nel frattempo, lui avrebbe fatto in modo che l'Eterea non potesse mai più rinascere e il Divieto venire ripristinato. Era per quel motivo che si era portato dietro gli altri due. Si guardò intorno, cercandoli. Trovò il Camaleonte immediatamente. Il suo corpo subiva una continua trasformazione di colori e forme, esercitandosi a riprodurre le creature intorno a lui: nel cielo, un falco a caccia e un piccolo corvo; sulla terra, una marmotta, poi un serpente, un millepiedi con antenne, poi qualcos'altro, al punto che era quasi impossibile seguire queste metamorfosi. Poiché il Camaleonte non aveva limiti. Recluso nell'oscurità con i suoi fratelli come unico riferimento, non aveva potuto esercitare a pieno i suoi poteri, che così erano andati praticamente sprecati. Ma qui, in questo mondo, le possibilità erano infinite. Qualsiasi cosa, essere umano o animale, pesce o uccello, di qualsiasi dimensione, forma, colore o qualità egli poteva essere tutto, assimilandone perfettamente le caratteristiche. Nemmeno il Dagda Mor sapeva con certezza quale fosse il vero aspetto del Camaleonte; era così incline ad adattarsi ad altre forme di vita che passava quasi tutto il suo tempo a essere qualcos'altro. Era un dono straordinario, ma posseduto da una creatura la cui propensione al male era pari quasi a quella del Dagda Mor. Anche il Camaleonte era di stirpe demoniaca. Era egoista e permeato d'odio. Amava l'ambiguità; godeva del dolore altrui. Era da sempre nemico degli Elfi e dei loro alleati, detestandoli perché si curavano tanto delle forme inferiori di vita che popolavano il loro mondo. Queste creature non significavano niente per il Camaleonte. Erano deboli, vulnerabili, destinate a venire usate da esseri potenti, come lui. Gli Elfi non erano migliori delle creature che cercavano di proteggere. Non potevano o non volevano praticare l'inganno, come faceva lui. Erano imprigionati nel loro corpo, incapaci di trasformarsi. Lui poteva diventare qualsiasi cosa. Li disprezzava tutti. Il Camaleonte non aveva amici. Non ne voleva. Tranne il Dagda Mor, perché il Dagda Mor possedeva l'unica cosa che lui rispettasse: un potere maggiore del suo. Era per quel motivo e per quel motivo soltanto che il Camaleonte aveva acconsentito a servirlo. Per individuare il Mietitore, il Dagda Mor impiegò diversi minuti. Infine lo trovò, a non oltre tre metri di distanza, perfettamente immobile, poco più che un'ombra nella luce pallida della prima alba, un altro fantasma della notte morente, curvo contro lo sfondo grigio delle Pianure. Avviluppato dalla testa ai piedi in un mantello
color cenere, il Mietitore era quasi invisibile, la faccia accuratamente nascosta nell'ombra di un ampio cappuccio. Nessuno guardava mai quella faccia una seconda volta. Il Mietitore si rivelava soltanto alle sue vittime, e queste erano tutte morte. Se il Camaleonte era pericoloso, il Mietitore lo era dieci volte di più. Il Mietitore era un assassino. Uccidere era l'unica funzione della sua esistenza. Era una creatura massiccia, dai muscoli possenti, alta più di due metri, quando si ergeva in tutta la sua statura. Eppure, nonostante la sua mole, non era goffo. Si muoveva con la disinvoltura e la grazia del miglior Cacciatore elfo: armonioso, fluido, rapido e silenzioso. Una volta iniziata la caccia, era inesorabile. Nulla e nessuno gli era mai sfuggito. Con lui andava cauto persino il Dagda Mor, benché il Mietitore non possedesse il suo potere. Era diffidente perché il Mietitore lo serviva per capriccio e non per paura o rispetto come facevano gli altri. Il Mietitore non temeva nulla. Era un mostro che non si curava affatto della vita, nemmeno della propria. Non uccideva nemmeno per piacere, anche se, in verità, godeva a stroncare una vita. Uccideva per istinto. Uccideva perché lo trovava necessario. A volte, entro l'oscurità del Divieto, escluso da ogni forma di vita che non fosse quella dei suoi fratelli, era stato quasi impossibile controllarlo. Il Dagda Mor era stato costretto a permettergli di ammazzare i demoni di stirpe inferiore, tenendolo a freno con una promessa. Una volta che si fossero liberati dal Divieto - e questo sarebbe sicuramente accaduto, un giorno – il Mietitore avrebbe potuto imperversare per un intero mondo di creature. Cacciarle a volontà. Forse, ucciderle tutte. Il Camaleonte e il Mietitore - il Dagda Mor aveva fatto una buona scelta. Uno sarebbe stato i suoi occhi, l'altro le sue mani; occhi e mani che avrebbero colpito a fondo nel cuore del popolo elfo, escludendo per sempre la possibilità che l'Eterea rinascesse. Guardò bruscamente a est dove l'arco del sole nascente saliva rapidamente sopra la cresta del Confine. Era ora di andare. Quella sera stessa dovevano essere a Arborlon. Anche quel piano era stato accuratamente studiato. Il tempo era prezioso per lui; non poteva sprecarlo, se voleva sorprendere gli Elfi nel sonno. Non dovevano sapere della sua presenza finché non fosse stato troppo tardi. Con un rapido cenno ai compagni, il Dagda Mor si voltò e ciondolò pesantemente verso il riparo del Confine. I suoi occhi neri luccicavano di piacere mentre assaporava il successo che avrebbe ottenuto quella notte. E che avrebbe segnato la condanna degli Elfi, costretti a veder appassire la loro diletta Eterea senza un barlume di speranza per la sua rinascita. Certo. Perché, dopo quella notte, nessun Eletto sarebbe rimasto in vita. A diverse centinaia di metri dalle montagne, ben riparato dalla loro ombra, il Dagda Mor si fermò. Stringendo il Bastone del Comando con entrambe le mani, lo portò davanti a sé, e ne conficcò un'estremità nella terra arida, cosparsa di crepe. La sua testa si abbassò un poco, e le sue mani si serrarono intorno al Bastone. Per lunghi istanti, rimase immobile. Dietro di lui, gli altri due osservavano incuriositi, le forme scure raggomitolate, gli occhi simili a lampi di luce gialla. Poi, all'improvviso, il Bastone del Comando cominciò a scintillare, emanando un pallido alone rossastro che delineò contro il buio la sagoma massiccia del demone. Un attimo dopo, la fosforescenza si intensificò bruscamente e cominciò a pulsare. Si comunicò dal Bastone alle braccia del Dagda Mor, trasformando la pelle verdastra in sangue. La testa del demone si alzò e il fuoco schizzò verso l'alto in un arco sottile e scintillante che volò nell'alba come una cosa viva, atterrita. Attimi dopo era scomparsa. Il Bastone del Comando mandò un ultimo bagliore e si spense. Il Dagda Mor indietreggiò di un passo, abbassando il Bastone. La terra intorno a lui era nera, carbonizzata, e nell'aria umida ristagnava l'odore di cenere rovente. Su tutte le pianure circostanti era sceso un silenzio di morte. Il demone sedette, con un'espressione soddisfatta negli occhi opachi. Rimase immobile, come le creature che erano con lui. Insieme aspettarono... mezz'ora, un'ora, due ore. Il tempo scorreva. Infine, dalla plaga deserta delle Terre del Nord, calò il mostruoso incubo alato che il demone aveva chiamato per portarli a Arborlon. «Ora vedremo» mormorò il Dagda Mor.
3. Il sole era appena spuntato sull'orizzonte quando Ander Elessedil uscì dalla porta della sua casetta e imboccò il sentiero diretto verso i cancelli di ferro del parco. Come secondogenito di Eventine, re degli Elfi, avrebbe potuto avere le sue stanze a palazzo; ma anni prima aveva trasferito se stesso e i suoi libri nell'attuale
residenza per ottenere una maggiore intimità. O almeno così aveva pensato allora. Adesso non ne era più così sicuro; poiché l'attenzione di suo padre era concentrata sul figlio maggiore, Arion, Ander avrebbe goduto della massima tranquillità ovunque avesse scelto di vivere. Odorò l'aria limpida e tiepida del primo mattino e sorrise. Una buona giornata per cavalcare. Un po' di esercizio avrebbe fatto bene sia a lui sia al suo cavallo preferito. A quarant'anni, non era più un giovanotto. Il suo viso elfo, magro, angoloso, era segnato intorno agli occhi allungati e la sua fronte aveva un solco profondo; ma il suo passo era rapido e disinvolto, e, quando sorrideva - il che capitava di rado, ultimamente - la sua faccia si illuminava come quella di un ragazzo. Mentre si avvicinava ai cancelli, vide che Went, il vecchio giardiniere, era già al lavoro, il corpo sottile chino a zappare le aiuole. Sentendo arrivare Ander, si raddrizzò lentamente, portandosi una mano alla schiena. «Buon mattino, principe. Bella giornata, vero?» Ander annuì. «Splendida, Went. Ti dà ancora fastidio la schiena?» «Ogni tanto.» Il vecchio si strofinò con precauzione. «E' per via dell'età. Ma me la cavo ancora meglio dei giovani che mi danno come aiutanti.» Ander annuì di nuovo, sapendo che il vecchio diceva la pura verità. Went si sarebbe dovuto ritirare anni prima, ma aveva cocciutamente rifiutato di abbandonare il suo lavoro. Mentre Ander attraversava il cancello principale, le sentinelle di turno gli fecero un cenno di saluto col capo, che lui ricambiò. Da molto tempo lui e le guardie avevano eliminato ogni formalità. Arion, come erede al trono, poteva pretendere di essere trattato con deferenza, ma la posizione e le aspettative di Ander erano certo inferiori. Seguì la strada che voltava a sinistra intorno a alcuni cespugli decorativi in direzione delle scuderie. Poi un rombo di zoccoli e un grido infransero la pace del mattino. Ander saltò di lato mentre lo stallone grigio di Arion si slanciava verso di lui, facendo schizzare per aria la ghiaia, si impennava e infine bruscamente si fermava. Prima che il cavallo si fosse del tutto calmato, Arion era smontato e stava di fronte al fratello. Mentre Ander era basso e bruno, Arion era alto e biondo, e era sorprendente la sua somiglianza col padre alla stessa età. Questo, in aggiunta al fatto che era un superbo atleta e un perfetto maestro d'armi, cacciatore e cavaliere, rendeva inevitabile che fosse l'orgoglio e la gioia di Eventine. Arion emanava un fascino carismatico... un fascino di cui Ander si era sempre sentito privo. «Dove vai, fratellino?» chiese Arion. Come al solito, quando parlava a Ander, la sua voce aveva un che di beffardo e sprezzante. «Non importunerei nostro padre se fossi in te. Lui e io abbiamo lavorato fino a tardi, ieri sera, su una serie di urgenti faccende di stato. Dormiva ancora quando me ne sono andato.» «Stavo andando alle scuderie» rispose tranquillo Ander. «Non avevo intenzione di importunare nessuno.» Arion sorrise, poi si voltò verso il suo cavallo. Con una mano sul pomo della sella, balzò su agilmente, ignorando le staffe. Poi si girò verso il fratello. «Bene. Me ne vado nella Sarandanon per alcuni giorni. La gente delle comunità agricole è tutta in fermento... qualche vecchia storia di una calamità che sta per piombarci addosso: un mucchio di sciocchezze. ma devo tranquillizzarli. Non farti illusioni. Sarò già tornato quando nostro padre partirà per il Kershalt.» Sorrise. «Nel frattempo, fratellino. bada tu alle cose, eh?» Diede un colpo di redini; un attimo dopo varcò i cancelli e scomparve. Ander imprecò a bassa voce fra sé e si voltò. Non aveva più voglia di andare a cavallo. Sarebbe dovuto essere lui a accompagnare il re per la missione di stato nel Kershalt. Rafforzare i legami fra i Troll e gli Elfi era importante. E anche se erano già state gettate le basi, la cosa avrebbe richiesto ancora diplomazia e prudenti negoziati. Arion era troppo impaziente e avventato, con scarsa comprensione per i bisogni e le idee degli altri. Forse Ander non aveva le doti fisiche del fratello - pur cavandosela piuttosto bene - e nemmeno la sua naturale inclinazione alla leadership. Ma certo possedeva il dono di saper ragionare lucidamente e di esser paziente - doti indispensabili per le trattative diplomatiche. Nelle poche occasioni in cui era stato chiamato in causa, lo aveva dimostrato. Si strinse nelle spalle. Era inutile arrovellarsi. Aveva già chiesto a Eventine di portarlo con sé e era stato respinto in favore di Arion. Suo fratello sarebbe diventato re un giorno; doveva quindi farsi pratica come statista mentre Eventine era ancora in vita per guidarlo. E forse era anche comprensibile, ammise Ander. Un tempo, lui e Arion erano stati molto vicini. Quando Aine era ancora in vita... Aine, il figlio minore di Eventine Elessedil. Ma Aine era rimasto ucciso in un incidente di caccia undici anni prima, e da allora il vincolo familiare non era più bastato. Amberle, la giovane figlia di Aine, si era rivolta non a Arion, bensì a Ander, per ricevere sostegno, e il fratello maggiore aveva presto manifestato la sua gelosia con un aperto disprezzo. Poi, quando Amberle aveva rinunciato al suo compito di Eletta, Arion ne aveva attribuito la responsabilità al fratello, e il suo disprezzo era degenerato in una ostilità appena dissimulata. Ora Ander sospettava che gli stesse inimicando suo padre.
Ma non poteva farci niente. Sempre immerso nei suoi pensieri, stava riattraversando i cancelli diretto a casa sua quando un grido lo fece voltare. «Mio signore, principe, aspetta!» Ander, sorpreso, rimase a guardare una figura vestita di bianco che correva verso di lui, agitando freneticamente un braccio. Era uno degli Eletti, quello dalla testa rossa - Lauren, era così che si chiamava? Era raro vedere uno di loro lontano dai Giardini a quest'ora. Aspettò che il giovane arrivasse davanti a lui, inciampando per la stanchezza, la faccia e le braccia rigate di sudore. «Mio signore, principe, devo vedere il re» dichiarò affannosamente. «E per il momento non mi lasceranno passare. Puoi accompagnarmi da lui, adesso?» Ander esitava. «Il re dorme ancora...» «Devo vederlo subito!» insistette l'altro. «Ti prego! Questa cosa non può aspettare!» C'era disperazione nei suoi occhi e sul suo volto pallido e teso. La voce gli si spezzava nello sforzo di sottolineare l'urgenza del suo messaggio. Ander rifletté, chiedendosi cosa potesse essere tanto importante. «Se hai qualche problema, Lauren, forse io...» «Non si tratta di me, principe. Ma dell'Eterea!» L'indecisione di Ander svanì. Annuì e prese Lauren per il braccio. «Vieni con me.» Insieme attraversarono in gran fretta i cancelli e si diressero verso il palazzo, sotto lo sguardo stupito delle sentinelle. Gael, il giovane Elfo che fungeva da addetto personale a Eventine Elessedil, scosse con decisione la testa... ma la sua figura snella si agitava a disagio nella tunica scura e i suoi occhi si rifiutavano di affrontare quelli di Ander. «Non posso svegliare il re, principe Ander. Mi ha vivamente raccomandato... di non disturbarlo per nessuna ragione al mondo.» «Ma se al mio posto ci fosse stato Arion?» chiese Ander a bassa voce. «Arion è partito...» cominciò Gael. Poi si interruppe, con un'aria ancora più infelice. «Precisamente. Ma io sono qui. Vuoi forse dirmi che non posso vedere mio padre?» Gael non rispose. Poi, mentre Ander si avviava verso la camera del re, il giovane Elfo gli passò accanto in gran fretta. «Lo sveglierò io. Ti prego, aspetta qui.» Passarono diversi minuti prima che tornasse, sempre turbato, facendo un cenno affermativo a Ander. «Ti riceverà, principe Ander. Ma, per ora, te solo.» Quando Ander entrò, il re era ancora a letto e stava finendo di sorseggiare il bicchierino di vino che Gael doveva avergli versato. Fece un cenno di saluto al figlio, poi uscì con precauzione dal caldo riparo delle coperte, e il suo vecchio corpo rabbrividì per un istante nel freddo mattutino della stanza. Gael, che era entrato con Ander, gli stava porgendo una vestaglia; Eventine la infilò, e si allacciò la cintura. Nonostante i suoi ottantadue anni, Eventine Elessedil era in forma eccellente. Il suo corpo era forte e asciutto. Era ancora in grado di cavalcare e ancora abbastanza rapido e sicuro da poter essere pericoloso con la spada. La sua mente era vigile e acuta; quando la situazione lo richiedeva, il che avveniva di frequente, si rivelava deciso. Possedeva ancora il suo incredibile senso dell'equilibrio, della misura; la capacità di vedere tutti i lati di una questione, di valutarne ciascun aspetto, e di scegliere quasi sempre la soluzione che si sarebbe rivelata più proficua per lui e per coloro che governava. Era un dono senza il quale non sarebbe rimasto re - non sarebbe nemmeno sopravvissuto. Era un dono che Ander riteneva a ragion veduta di aver ereditato, anche se nella sua attuale posizione non era di alcuna utilità. Il re si avvicinò alle tende tessute a mano che drappeggiavano la parete di fronte, le scostò, e aprì diverse porte-finestre che davano sulla foresta. La luce invase la camera, morbida e dolce, e si sentì il profumo della rugiada mattutina. Dietro Eventine, Gael si affaccendava silenziosamente, accendendo le lampade a olio per cacciare gli ultimi residui di buio dagli angoli della camera. Eventine esitò davanti a una finestra, fissando per un istante il suo viso riflesso nel vetro appannato. I suoi occhi erano sorprendentemente azzurri, duri e penetranti, gli occhi di un uomo che aveva vissuto e sofferto troppo. Sospirando, si voltò verso Ander. «Dunque, Ander, che cosa c'è? Gael mi ha detto che hai accompagnato qui un Eletto con un messaggio per me.» «Sì, mio signore. Egli dice di avere un messaggio urgente da parte dell'Eterea.» «Un messaggio dell'albero?» chiese Eventine accigliato. «Quanto tempo è trascorso da quando è successo l'ultima volta... più di settecento anni? Qual è il senso di questo messaggio?» «Non ha voluto dirmelo» rispose Ander. «Insiste per comunicartelo personalmente.» Eventine annuì. «Sarà accontentato. Fallo entrare, Gael.» Gael fece un lieve inchino e uscì in gran fretta dalla stanza, lasciando la porta socchiusa. Un attimo dopo, un
enorme cane irsuto fece capolino e si avviò silenzioso verso il re. Era Manx, il suo cane pastore alsaziano, e Eventine lo salutò con affetto, strofinandogli la testa brizzolata, accarezzandogli il pelo ispido lungo il dorso e i fianchi. Manx stava con lui da quasi dieci anni, più vicino e fedele di quanto potesse essere un uomo. «Ti stai facendo grigio come me» borbottò tristemente il re. La porta si spalancò e Gael entrò, seguito da Lauren. L'Eletto si fermò sulla soglia per un istante, lanciando un occhiata perplessa a Gael. Il re fece un cenno d'assenso al suo addetto, congedandolo. Anche Ander stava per andarsene, quando un lieve gesto del padre lo invitò a rimanere. Gael si inchinò di nuovo e se ne andò, questa volta chiudendo accuratamente la porta dietro di sé. Quando fu uscito, l'Eletto fece un passo avanti. «Mio signore, ti prego, perdonami... hanno ritenuto che dovessi essere io a...» «Non c'è nulla da perdonare» lo rassicurò Eventine. Con quel suo fascino naturale che Ander conosceva bene, il re avanzò rapidamente verso il giovane e con un braccio gli cinse le spalle. «So che quanto hai da dirmi deve essere molto importante, altrimenti non avresti abbandonato il tuo lavoro nei Giardini. Siediti e parla.» Lanciò un'occhiata interrogativa a Ander, poi guidò l'Eletto verso un piccolo scrittoio, facendolo sedere e mettendosi di fronte a lui. Ander li seguì, ma rimase in piedi. «Ti chiami Lauren, vero?» chiese Eventine al giovane. «Sì, mio signore.» «Bene, Lauren. Ora dimmi perché sei venuto.» Lauren si irrigidì e appoggiò le mani sul tavolo, incrociando nervosamente le dita. «Mio Signore, questa mattina, l'Eterea ha parlato agli Eletti.» Le sue parole erano quasi un sussurro. «Ci ha detto... ci ha detto che sta morendo!» Ander si sentì gelare il sangue nelle vene. Per un istante, il re non reagì, ma rimase immobile, rigido, gli occhi fissi sul giovane. «Deve esserci un errore» disse alla fine. Lauren scosse violentemente la testa. «Non c'è alcun errore, mio signore. Ha parlato a tutti noi. Noi... noi tutti abbiamo sentito. Il Divieto ha già cominciato a indebolirsi.» Lentamente, il re si alzò e si diresse verso la finestra aperta, fissando ammutolito la foresta. Manx, che si era accucciato ai suoi piedi, si alzò e lo seguì. Ander vide che la mano del re si protendeva meccanicamente a grattare le orecchie del cane. «Sei sicuro, Lauren?» chiese Eventine. «Proprio sicuro?» «Sì... sì.» Il giovane piangeva piano, quasi in silenzio, la faccia nascosta fra le mani. Eventine non si voltò, ma continuò a guardare intensamente quelle terre boscose che erano la dimora sua e del suo popolo. Ander era raggelato, gli occhi fissi sul padre, la mente ancora stordita per lo choc. La gravità di quel che era stato detto prese lentamente consistenza. L'Eterea moribonda! La fine imminente del Divieto. Il male, già cacciato via, di nuovo in libertà. Caos, follia, morte. E la distruzione di tutto. Aveva studiato storia coi suoi maestri e poi anche sui libri della sua biblioteca. Era una storia che aveva le caratteristiche di una leggenda. Molto, molto tempo addietro, in un'epoca antecedente le Grandi Guerre, prima che nascesse la civiltà del vecchio mondo, ancor prima che sorgesse l'antica razza dell'Uomo, c'era stata una guerra fra creature della magia buona e cattiva. Gli Elfi avevano combattuto dalla parte del bene. Era stata una lotta lunga, terribile, distruttrice. Ma, alla fine, le forze del bene avevano vinto e le forze del male erano state schiacciate. E, tuttavia, la natura del male era tale che non si poteva annientarlo definitivamente, ma soltanto metterlo al bando. Perciò, gli Elfi e i loro alleati avevano unito la loro magia alla forza vitale della terra stessa e avevano creato l'Eterea, affinché la sua esistenza ponesse un Divieto alle creature del male. Finché fosse vissuta, il male non sarebbe potuto tornare sulla terra. Imprigionato in un limbo oscuro, non poteva far altro che gemere angosciato dietro la barriera del Divieto. La terra gli era preclusa. Fino a ora! Se l'Eterea fosse morta, il Divieto sarebbe terminato. Era scritto che così doveva essere, perché nessun potere era tanto forte da preservarlo per sempre. Eppure l'Eterea esisteva da tante generazioni, immutata, da essere diventata un punto fisso di riferimento nel labirinto mutevole della vita. Gli Elfi erano arrivati a crederla eterna. A torto, evidentemente, e da stupidi. Il re si voltò di scatto, lanciando una breve occhiata a Ander, e tornò allo scrittoio; si rimise a sedere e, per calmare Lauren, gli prese le mani fra le proprie. «Devi ripetermi tutto quel che ti ha detto, Lauren. Ogni particolare. Non tralasciare nulla.» L'Eletto annuì silenziosamente. I suoi occhi erano di nuovo asciutti, il suo volto calmo. Eventine gli lasciò andare le mani e si appoggiò allo schienale, in attesa. Ander prese una sedia dall'altro lato della stanza e sedette accanto a loro.
«Mio signore, tu conosci il modo in cui lei comunica con noi?» chiese il giovane, con cautela. «Sono stato anch'io un Eletto, Lauren» rispose Eventine. Ander guardò suo padre, esterrefatto. Non l'aveva mai saputo. Ma Lauren sembrò rassicurato dalla risposta. Annuì, voltandosi verso Ander per spiegare. «Non comunica con i suoni, ma con immagini che trasmette nella nostra mente. Raramente usa le parole; le parole sono la nostra traduzione dei pensieri che lei proietta. È così che faccio, quando mi chiama per nome. Le immagini sono brevi e incomplete, così dobbiamo interpretare come meglio ci riesce.» Si interruppe e si volse nuovamente a Eventine. «Io... questa mattina è stata la prima volta che l'Eterea mi ha parlato, mio signore. Aveva pronunciato il nostro nome soltanto il giorno in cui eravamo stati prescelti. Fino a oggi quasi tutte le nostre conoscenze sul suo modo di comunicare erano basate sugli scritti dell'Ordine e sugli insegnamenti degli Eletti che avevano servito prima di noi. Anche ora, sono molto disorientato.» Eventine annuì, incoraggiandolo. Lauren proseguì. «Mio signore, l'Eterea ci ha parlato a lungo questa mattina, cosa che non aveva mai fatto prima. Ci ha chiamati a lei e ha raccontato quel che accadrà e quel che noi, gli Eletti, dobbiamo fare. Le immagini non erano completamente chiare, ma non ci sono dubbi che sta morendo. E' difficile stabilire quanto tempo le rimanga, ma certo è poco. L'erosione è già cominciata. E man mano che lei avvizzisce, il Divieto si indebolisce. C'è un solo rimedio: una sua rinascita.» Eventine afferrò bruscamente il giovane per le spalle. Anche Ander aveva dimenticato... Sconvolto e stordito dall'annuncio della morte imminente dell'Eterea. Una rinascita! Era scritto nelle storie più antiche che l'Eterea poteva rinascere e il Divieto essere ripristinato. «Allora c'è ancora speranza» mormorò. Gli occhi di Eventine erano fissi su Lauren. «Che cosa bisogna fare?» Lauren scosse la testa. «Mio signore, ha affidato il suo destino agli Eletti. Soltanto attraverso di noi consentirà a se stessa di rinascere. Io non pretendo di capirne il motivo, ma le immagini erano chiare. Consegnerà il suo seme a uno di noi... ma non ha ancora detto chi. Nessun volto è apparso. Però ci ha fatto capire che soltanto uno degli Eletti scelti da lei quest'ultimo anno potrà ricevere quel seme. Nessun altro verrà preso in considerazione. Il prescelto dovrà portare quel seme alla fonte della vita della terra... alla fontana del Fuoco di Sangue. E lo dovrà immergere nel fuoco. Una volta tornato al luogo del vecchio albero, il seme metterà radice e un nuovo albero sorgerà al posto del primo.» Ora Ander stava ricordando i particolari della leggenda... il seme dell'Eterea, il rituale del Fuoco di Sangue, la rinascita. Raccontata nello strano, aulico linguaggio delle storie più antiche... storie che quasi tutti avevano dimenticato o semplicemente ignoravano. «La fontana del Fuoco di Sangue... dove si trova?» chiese bruscamente. Lauren era sconsolato. «Ci è stato mostrato un posto, principe, ma... non l'abbiamo riconosciuto. Le immagini erano vaghe, quasi come se non riuscisse a descriverlo adeguatamente.» La voce di Eventine restò calma. «Dimmi quel che vi ha mostrato. Tutto.» Lauren annuì. «Una landa desolata con montagne e paludi tutt'intorno. Una nebbia fitta che andava e veniva. Su quella landa si ergeva un'alta montagna solitaria e al suo interno un labirinto di tunnel affondava nella terra. In qualche punto del labirinto c'era una porta di vetro... vetro che non s'infrange. Dietro la porta il Fuoco di Sangue.» «Nessun nome per illuminarci?» chiese il re pazientemente. «Soltanto uno. Ma era un nome a noi sconosciuto. Sembra che il labirinto in cui è nascosto il Fuoco di Sangue sia chiamato la Cripta». Cripta? Ander frugò nella sua memoria e scosse la testa. Si alzò, si allontanò di diversi passi dal tavolo, poi improvvisamente si fermò. Si voltò verso Lauren. «Non c'è altro? Nessuna allusione... dettagli che potrebbero sembrare senza significato?» «No. Questo è tutto.» Il re annuì lentamente rivolto al giovane Elfo. «Bene, Lauren. Hai avuto ragione nell'insistere a parlarmi subito. Ora, vuoi aspettare fuori un poco?» Quando la porta si fu richiusa dietro l'Eletto, Eventine tornò al suo scrittoio e sedette lentamente. Il suo volto sembrava spaventosamente segnato e i suoi movimenti erano quelli di un uomo molto, molto vecchio. Manx gli si mise davanti e il suo muso brizzolato guardò in su con aria affettuosa. Eventine sospirò e accarezzò stancamente la testa del cane. «Sono vissuto troppo?» borbottò. «Se l'Eterea muore, come potrò proteggere il mio popolo da quel che succederà? Io sono il loro re; mia è la responsabilità di proteggerlo. L'ho sempre accettata. Eppure, per la prima volta, me ne dolgo...» Lasciò la frase in sospeso, poi si voltò verso Ander. «Bene, dobbiamo fare tutto il possibile. Ora che Arion è andato nella Sarandanon, avrò bisogno del tuo aiuto.» Ander arrossì all'involontaria offesa.
«Va' con Lauren e interroga accuratamente gli Eletti. Vedi se può sapere da loro qualcosa di più. Qualsiasi cosa. Io farò portar su le storie antiche dai sotterranei e le studierò.» «Pensi di poter trovarci qualcosa - lì... o nelle carte del vecchio mondo?» domandò Ander dubbioso. «No. Tu le hai lette più recentemente di me, ma io non ricordo niente. E poi, cos'altro possiamo fare? Per avere almeno una possibilità di trovare il Fuoco di Sangue, non ci basta quel che Lauren è stato in grado di dirci.» Poi fece un cenno di congedo. Ander uscì, unendosi a Lauren, per tornare con lui all'albero dove attendevano gli altri Eletti. Lì avrebbe cercato di scoprire qualcosa di più su quella misteriosa Cripta. Sembrava un tentativo senza speranza. Ma, come aveva detto suo padre, cos'altro potevano fare? 4. Il giorno d'estate era finito in un'esplosione luminosa color rosso e lavanda che inondava tutto l'orizzonte a occidente. Per lunghi, splendidi istanti, il sole sembrò sospeso sulla cresta del Confine, con il suo bagliore che illuminava le foreste delle Terre dell'Ovest e con morbidi, immobili nastri di oscurità intrecciava arabeschi di ombre sulle distese boscose. L'aria si raffreddò lentamente; il calore del giorno svaniva mentre il vento tenue della sera frusciava e sospirava fra i grandi alberi silenziosi. Poi la luce si smorzò nel crepuscolo, e la notte cancellò ogni colore nel cielo. La gente della città elfa di Arborlon si avviava stanca verso casa. Nei Giardini della Vita Ander Elessedil scrutava l'Eterea. Nella luce della sera, la grande pianta sembrava normale, come sempre. Ma, prima del tramonto, le tracce della malattia che la stava distruggendo erano apparse evidenti. La malattia progrediva rapidamente: vicino a alcuni rami bassi, aveva cominciato a intaccare la corteccia argentea; ciuffi interi di foglie pendevano inerti, arricciate in punta, il color rosso cupo mutato in nero. Gli Eletti avevano strofinato accuratamente la corteccia con balsami vegetali e avevano strappato via le foglie danneggiate, sperando irragionevolmente che il male potesse essere fermato, e sapendo tuttavia che non era possibile. Ander aveva letto la verità nei loro occhi. Né loro né nessun altro potevano guarire l'Eterea. La pianta stava morendo, e nessuno poteva porvi rimedio. Con un sospiro si voltò, non sapendo nemmeno perché avesse fatto quest'ultima visita ai Giardini. Gli Eletti erano ritornati al loro alloggio un'ora prima, stanchi e scoraggiati. ammutoliti per un senso di impotenza. Ma lui era venuto ugualmente, spinto dalla speranza irragionevole di trovare in qualche modo le risposte tanto disperatamente necessarie. Non le aveva trovate, naturalmente, e adesso che era scesa la notte, non c'era senso a rimanere. Quando uscì dai Giardini, sentì su di sé lo sguardo delle sentinelle della Guardia Nera. Ignoravano la malattia dell'albero, ma avvertivano qualcosa di anomalo. Era bastato l'andirivieni degli Eletti a comunicarglielo. Presto si sarebbe sparsa la notizia, pensò... si sarebbero diffuse delle voci. Presto si sarebbe dovuto informare il popolo. Ma, per il momento almeno, tutto era tranquillo. Le luci si stavano già spegnendo e dietro le finestre buie molti si apprestavano a coricarsi. Li invidiò. Era poco probabile che lui - e il re - dormissero quella notte. Sospirò di nuovo, desiderando poter fare qualcosa per suo padre. Eventine era sempre stato così sicuro di sé, così fermamente convinto di poter risolvere ogni problema. Ma durante le due visite che Ander gli aveva fatto, il vecchio re era apparso ripiegato su se stesso. Anche se aveva cercato di nasconderlo, era evidente che pensava con disperazione all'annientamento di tutto quel che aveva costruito nel corso della sua vita. Questa era una sfida al di là delle sue possibilità. Senza avergli detto quasi nulla, aveva congedato il figlio perché continuasse a aiutare gli Eletti meglio che poteva. Ma era stato un tentativo vano. Ander li aveva interrogati a uno a uno accuratamente, poi li aveva radunati, mettendo a confronto la loro memoria collettiva, cercando la minima informazione che potesse condurre alla Cripta. Ma inutilmente. Nemmeno un attento esame degli scritti del loro Ordine aveva dato frutti. Aveva studiato le storie antiche, controllando e ricontrollando. Vi erano continui riferimenti al sacro Fuoco di Sangue, la fonte della vita del mondo e delle sue creature viventi. Ma mai un cenno a quel luogo misterioso chiamato Cripta. Né l'Eterea era stata di ulteriore aiuto. Dietro suggerimento di Ander, gli Eletti erano tornati da lei, più volte, uno a uno e tutti insieme, supplicandola di aiutarli a capire meglio le immagini. Ma lei non aveva parlato. Era rimasta nel suo silenzio. Mentre si avvicinava alla residenza degli Eletti, Ander vide che tutte le luci erano spente. Evidentemente avevano ripreso il loro ritmo normale e si erano coricati alla solita ora, poco dopo aver terminato il pasto serale. Si augurò che trovassero sollievo nel sonno. Forse sì. Talvolta la disperazione, il senso di impotenza potevano sfinire più del lavoro fisico, e quella era stata una lunga giornata per loro. Stava oltrepassando lentamente la loro residenza, seguendo un sentiero che portava al palazzo per andare a fornire la relazione finale a suo padre, quando un'ombra scura uscì da sotto un basso albero che costeggiava il cammino.
«Principe, mio signore!» «Lauren?» fece lui. Poi, mentre la figura si avvicinava, vide che era proprio il giovane Elfo. «Perché non dormi?» «Ci ho provato, ma non riesco. Io... ti ho visto andare verso i Giardini e ho sperato che, al ritorno, passassi di qua. Principe Ander, posso parlarti?» «È quel che stai facendo, Lauren» gli rammentò Ander. Ma il suo breve tentativo di battuta non attenuò l'espressione cupa dell'altro. «Ti è tornato in mente qualche particolare?» «Forse. Non riguardo a quanto detto dall'Eterea, ma si tratta di qualcosa che credo tu debba sapere. Posso fare un tratto di strada con te?» Ander annuì. Proseguirono lungo il sentiero scelto da Ander, allontanandosi lentamente dalla residenza degli Eletti. «Ho la sensazione di dover essere io a risolvere questo problema» riprese Lauren dopo un istante. «Forse perché l'Eterea ha parlato prima a me; mi sembra che trovare la Cripta sia quasi un mio dovere personale. So che forse così mi attribuisco troppa importanza, ma è quel che sento. E non voglio trascurare nulla.» Lanciò un'occhiata al principe. «Tu mi capisci?» «Credo di sì. Abbiamo dunque trascurato qualcosa?» «Be', sì, mi è venuta in mente una cosa. Ho pensato che non potevo tenermela per me.» Ander si fermò a guardare il giovane Elfo. «Non volevo dirlo al re.» Lauren era sempre più imbarazzato. «E nemmeno agli altri. Non so fino a che punto l'abbiano notato... e non parliamo mai di lei...» Si interruppe. Ander aspettava, paziente. «Si tratta di Amberle. Mio signore, dopo essere stata prescelta, parlò con l'Eterea varie volte... lunghe conversazioni.» Proseguì lentamente. «Aveva un rapporto particolare con l'albero. Io non so se lei se ne sia resa conto. Non ne abbiamo mai discusso...» Ander si era irrigidito bruscamente. Lauren vide la sua reazione e si affrettò a proseguire: «Ma forse l'Eterea potrebbe parlarle di nuovo. Oppure lei potrebbe capirla meglio di noi e forse apprendere qualcosa che a noi sfugge». Per un lungo istante i due si guardarono in silenzio. Poi Ander scosse lentamente la testa. «Amberle non ci può aiutare, Lauren. Se n'è andata. Nemmeno sua madre sa dove sia. Come è possibile trovarla nel breve tempo che ci resta per agire?» L'Elfo dai capelli rossi annuì lentamente, mentre l'ultimo barlume di speranza spariva dal suo volto. «Era soltanto un'idea» disse infine, poi fece per andarsene. «Buona notte, principe Ander.» «Buona notte, Lauren. Grazie per avermelo detto, comunque.» L'Eletto annuì di nuovo prima di allontanarsi lungo il sentiero, la tunica bianca che frusciava mentre scompariva nella notte. Ander rimase a fissarlo un istante il volto bruno turbato. Suo padre aveva chiesto un indizio - uno qualsiasi - che permettesse di localizzare la Cripta. Eppure non c'era proprio nessuna speranza di trovare Amberle. Poteva essere in qualsiasi luogo delle Quattro Terre. E quello non era certo il momento più opportuno per ricordarla a Eventine. Era stata la sua prediletta e quando la nipote era stata prescelta, aveva provato gioia e orgoglio profondi. Ma la ragazza aveva abbandonato il suo compito, e questo l'aveva addolorato ancor più della morte del fratello Aine. Ander scosse la testa lentamente e proseguì verso il palazzo. Gael era ancora al lavoro, la faccia tirata per la stanchezza e la preoccupazione. Era inevitabile che fosse venuto a conoscenza del problema che li assillava, ma si poteva esser certi che avrebbe mantenuto il segreto. Fece per alzarsi, ma sedette subito al cenno di Ander. «Il re ti sta aspettando» disse. «È nel suo studio, rifiuta di coricarsi. Se potessi convincerlo a dormire, anche soltanto per poche ore...» «Vedrò cosa posso fare» promise Ander. Quando il figlio entrò Eventine alzò la testa. Per un attimo scrutò il volto di Ander, leggendovi il messaggio di sconfitta. Poi si scostò dallo scrittoio e si strofinò stancamente gli occhi. Alzatosi, si stiracchiò e si diresse lentamente verso le finestre, scrutando l'oscurità fra le pieghe delle tende. Sul tavolo cosparso di libri, un vassoio col cibo era stato spinto da parte, quasi intatto. Il piccolo studio era buio e tranquillo, le librerie di quercia e le pareti ricoperte di arazzi un miscuglio confuso di colori smorzati e ombra. Intorno erano ammucchiati i libri che Gael aveva portato dai sotterranei. Il re tornò a guardare brevemente il figlio. «Trovato niente?»
Ander scosse silenziosamente la testa Eventine ebbe una smorfia. «Nemmeno io...» Si strinse nelle spalle, indicando il libro aperto sul tavolo. «L'ultima speranza. C'è un solo riferimento al seme dell'Eterea e al Fuoco di Sangue. Leggi tu stesso.» Il libro era uno degli oltre cento volumi contenenti le storie dettate dai re elfi ai loro scrivani dai tempi dei tempi. Erano logori, antichi, accuratamente rilegati in cuoio e ottone, tenuti in custodie sigillate che servivano a proteggerli dalla devastazione del tempo. Erano sopravvissuti alle Grandi Guerre e alla distruzione dell'antica razza dell'Uomo. Alla prima e alla seconda Guerra delle Razze. Erano sopravvissuti alle ere di vita e di morte descritte nelle loro cronache. Contenevano tutta la storia nota del popolo elfo. Migliaia e migliaia di pagine, tutte accuratamente vergate nel corso degli anni. Ander si chinò sul libro aperto: col tempo l'inchiostro era diventato marrone, e la calligrafia era di stile antico. Ma le parole erano leggibili. "E allora l'Unico Seme sarà consegnato all'Eletto prescelto per questo compito. E il Seme sarà da lui portato nella sala del Fuoco di Sangue, per essere immerso in quel Fuoco e venir poi restituito alla terra. L'albero, allora, rinascerà e il Grande Divieto durerà in eterno. Così parlò agli Elfi il Grande Mago affinché, anche nel caso morisse, la sua conoscenza fosse tramandata al suo popolo." Eventine annuì mentre Ander alzava gli occhi dal libro. «Ho letto ciascuno di questi volumi, ogni brano che potrebbe interessarci. Ve ne sono altri... ma nessuno è più esplicito di questo.» Ritornò allo scrittoio e rimase a sfogliare distrattamente le pagine dagli orli dorati. «Questo è il più antico. Molto di quel che contiene deve essere soltanto mito. Il resoconto dell'antica guerra fra la magia buona e quella maligna, nomi di eroi, tutto quel che portò al Divieto. Ma non vi è alcun cenno alla Cripta o al luogo dove si trova il Fuoco di Sangue. E nemmeno alla natura della magia che diede origine all'Eterea e al potere del Divieto.» L'ultima omissione non era affatto inconsueta, pensò Ander. Gli antenati raramente mettevano per iscritto i loro segreti. Tali cose venivano tramandate verbalmente in modo da non poter cadere in mano ai nemici. E si diceva che alcune magie fossero tanto potenti da poter essere usate soltanto in un determinato tempo e luogo. Forse era così anche per la magia che aveva creato l'Eterea. Il re tornò a sedere, studiò per un attimo ancora il libro, poi, senza una parola, lo chiuse. «Dovremo accontentarci di quel poco che abbiamo appreso dall'Eterea» mormorò. «E così cercheremo di stabilire ed esplorare i luoghi possibili in cui si trova il Fuoco di Sangue.» Ander annuì silenziosamente. La situazione era disperata. C'era soltanto una vaga possibilità di trovare la Cripta con l'aiuto di quella vaga descrizione. «Vorrei che Arion fosse qui» mormorò improvvisamente suo padre. Ander tacque. Era comprensibile che il re avesse bisogno del figlio maggiore, riconobbe fra sé. Per dirigere e intensificare le ricerche, Arion era il leader più adatto. E la sua presenza gli poteva essere di conforto. Non era il momento di biasimarlo per quel motivo. «Io credo che dovresti dormire, padre» suggerì Ander dopo un attimo di silenzio. «Avrai bisogno di essere riposato per affrontare quello che ti aspetta.» Il re si alzò e si chinò per spegnere le candele sul tavolo. «D'accordo, Ander» disse, sforzandosi di sorridere. «Manda da me Gael. Ma anche tu hai avuto una lunga giornata. Coricati e cerca di riposare il più possibile.» Ander tornò alla sua casetta. Con suo stupore, si addormentò. Benché la sua mente fosse agitata, la stanchezza fisica ebbe il sopravvento. Si svegliò soltanto una volta durante la notte, quando il suo riposo fu interrotto da un incubo di indescrivibile orrore che lo lasciò madido di sudore. Eppure pochi secondi dopo cadde di nuovo nel sonno, dimenticando l'incubo. Questa volta riposò indisturbato. Era già l'alba quando si svegliò di nuovo, scivolando in gran fretta giù dal letto per vestirsi. Mentre faceva rapidamente colazione e si preparava a lasciare la sua casa si sentiva animato da una rinnovata determinazione. Doveva esserci una risposta al dilemma, un modo per trovare la Cripta. Forse l'Eterea moribonda l'avrebbe data. Forse gli Eletti. Ma c'era una risposta... doveva esserci. Mentre scendeva per il sentiero di ghiaia, vide la prima luce del mattino filtrare attraverso lo schermo delle foreste circostanti. Prima sarebbe andato dagli Eletti - ormai dovevano già essere nei Giardini della Vita - nella speranza che, parlando di nuovo con loro, qualcosa di nuovo emergesse. Anch'essi dovevano aver riflettuto sulla questione, esaminandola sotto ogni aspetto, e forse uno di loro si era ricordato di qualche particolare tralasciato. O forse l'Eterea avrebbe parlato di nuovo quella mattina. Si fermò prima al palazzo, dove Gael era già al suo posto. Ma il giovane Elfo si portò un dito alle labbra, indicando silenziosamente che il re dormiva e non doveva essere disturbato. Ander annuì e se ne andò, grato
che suo padre riposasse. La rugiada scintillava ancora sui prati del parco quando si avviò verso i cancelli. Passando, lanciò un'occhiata ansiosa verso i giardini e fu sorpreso di non trovare Went al lavoro. Fu ancor più sorpreso quando vide gli utensili del vecchio sparsi intorno alle aiuole di rose, il metallo ancora sporco di terra. Non era da Went lasciare un lavoro a metà. Se la sua schiena gli procurava troppi guai, bisognava provvedere. Ma a quello avrebbe pensato dopo. Ora c'erano questioni più urgenti. Dopo aver dato un'altra occhiata alle aiuole dietro i cespugli, proseguì in fretta. Qualche minuto dopo camminava veloce lungo i muri coperti d'edera dei Giardini della Vita, seguendo il vecchio sentiero che portava ai loro cancelli. In cima alla Carolan - la torreggiante barriera di roccia che si innalzava bruscamente dalla riva orientale del Rill Song, facendo sì che Arborlon dominasse le terre circostanti - poteva vedere la vasta distesa delle Terre dell'Ovest: a est e a nord, le torri e i viali della città degli Elfi, stretta nel folto groviglio della foresta; a sud, in lontananza le montagne avvolte di bruma grigia dello Sperone Roccioso e del Baluardo, ravvivate da frammenti di un nastro azzurro dove il fiume Mermidon fendeva la roccia antica scorrendo verso Callahorn; a ovest, sotto la Carolan e oltre la rapida corrente del Rill Song, la valle di Sarandanon, il granaio della nazione elfa. La patria degli Elfi, pensò Ander con orgoglio. Dovevano assolutamente trovare un modo, lui e gli Eletti e suo padre, per salvarla. Qualche minuto dopo si trovava davanti all'Eterea. Non c'era traccia degli Eletti. La pianta era sola. Ander si guardò intorno, incredulo. Gli sembrava impossibile che tutti dormissero ancora, benché la loro vita fosse stata sconvolta dalla rivelazione dell'Eterea. In centinaia di anni, gli Eletti non avevano mai mancato di salutare l'albero allo spuntare del sole. Ander lasciò i Giardini in gran fretta e quasi correva quando arrivò vicino alla cinta di mura della residenza degli Eletti: circondata da sempreverdi, aveva bordure di fiori lungo i vialetti in pietra e mattoni e file ordinate di ortaggi sul retro, la terra nera punteggiata di steli e germogli verdi. Un basso muro di logora roccia racchiudeva il cortile e su ciascun lato si aprivano cancelli di paletti bianchi. La casa era immersa nell'ombra e nel silenzio. Ander rallentò. Oramai, gli Eletti dovevano essere svegli. Eppure non c'era segno di vita. Un senso di gelo si impadronì del principe. Proseguì, scrutando l'ombra al di là della porta aperta, finché si ritrovò all'ingresso. «Lauren?» Pronunciò a bassa voce il nome del giovane Elfo. Nessuna risposta. Si inoltrò nelle ombre cupe oltre la soglia. Registrò un guizzo ai limiti del suo campo visivo, un movimento che giungeva da qualche parte fra i sempreverdi. Lo assalì, raggelandolo, un'improvvisa apprensione. Che cosa c'era là dietro? Con rimpianto pensò alle armi che aveva lasciato nel suo alloggio. Rimase immobile per un po', in attesa. Ma non ci fu nessun altro movimento, nessun suono che tradisse la presenza di un altro essere vivente. Proseguì risoluto. «Lauren?» Poi la sua vista si adattò all'oscurità e il nome del giovane gli rimase in gola. I corpi giacevano sparsi per la stanza come marionette rotte, dilaniati, smembrati e senza vita. Lauren, Jase, tutti gli Eletti morti, straziati come da bestie impazzite. La disperazione lo travolse. Ora non restava nessun Eletto che potesse portare il seme dell'Eterea, in cerca della Cripta e del Fuoco di Sangue. Non poteva più esservi rinascita per l'albero, né salvezza per gli Elfi. Pur nauseato alla vista della carneficina, non riusciva a andarsene. Rimase lì, sconvolto dall'orrore, con una sola parola che gli urlava nella mente. Demoni! Un attimo dopo, uscì barcollando e dopo aver vomitato convulsamente appoggiato contro il muro della casa. si sforzò di calmare il suo tremito. Quando finalmente si fu ripreso. corse subito a dare l'allarme alla Guardia Nera, poi si affrettò verso la città. Il re doveva esserne informato, ed era meglio che a riferirgli la notizia fosse suo figlio. Cosa fosse accaduto agli Eletti, era fin troppo chiaro. La malattia dell'Eterea aveva dato il via allo sgretolamento del Divieto. I demoni più forti si erano liberati. Soltanto un demone poteva fare un simile scempio. In un sol colpo, quelle creature maligne avevano eliminato ogni rischio di essere nuovamente imprigionate. Avevano distrutto tutti coloro che potevano contribuire alla rinascita dell'Eterea e al ripristino del Divieto che le aveva cacciate nel buio. Riattraversò di corsa i cancelli di fronte al palazzo imboccando il sentiero di ghiaia che portava oltre i giardini curati dal vecchio Went. Egli era al suo posto, ora: intento a scavare e strappare le erbacce, sollevò per un istante la faccia di pergamena al passaggio del principe. Ander quasi non lo vide, non gli parlò e proseguì in fretta. Went abbassò gli occhi, soddisfatto. Frugando pigramente nella terra nera, il Camaleonte riprese il suo lavoro. 5.
Era sera quando Ander Elessedil chiuse la porta della casa che aveva ospitato l'Ordine degli Eletti, facendo scorrere il chiavistello per l'ultima volta. Quando sostò per scrutare il buio che si addensava il silenzio piombò tutt'intorno a lui. La casa era vuota, ora; i corpi dei sei giovani assassinati erano stati portati via da tempo, e Ander aveva raccolto i loro oggetti personali per restituirli ai parenti. Per questi brevi istanti, era solo con i suoi pensieri. Ma non era piacevole indugiarvi. Aveva visto come i loro corpi mutilati venivano portati via e i libri contenenti la storia del loro Ordine venivano poi raccolti per essere messi al sicuro nei sotterranei del palazzo degli Elessedil. Dietro suggerimento del padre, aveva esaminato gli scritti pagina per pagina, alla ricerca di una rivelazione sul mistero della Cripta che potesse esser loro sfuggita. Non aveva trovato nulla. Scosse la testa. Che differenza faceva? pensò, desolato. Che cosa importava, ormai, sapere dove era situata la Cripta? Senza un Eletto per portare il seme, che bisogno c'era di trovare il Fuoco di Sangue? E tuttavia, era stato contento di avere qualcosa da fare - qualsiasi cosa - che lo aiutasse a distogliere il pensiero da quel che aveva visto quando aveva trovato Lauren e gli altri. Si allontanò dalla casa vuota, attraversò il cortile e imboccò il sentiero che portava ai Giardini della Vita. Per tutta la Carolan, i fuochi delle torce guizzavano nell'oscurità che si addensava. C'erano soldati ovunque: la Guardia Nera circondava i Giardini e la Guardia Reale - il corpo di guardia personale del re formato da Cacciatori elfi - pattugliavano le strade e i viali della città. Com'era comprensibile, gli Elfi erano spaventati dall'accaduto. Quando la notizia del massacro si era sparsa, Eventine aveva agito prontamente affinché il suo popolo si sentisse al sicuro da un simile destino, pur essendo convinto, da parte sua, che non corresse un pericolo immediato. La cosa che aveva ucciso gli Eletti non si era scagliata contro nessun altro. Gli Eletti erano stati il suo unico bersaglio. E tuttavia non era un male prendere precauzioni. Tali provvedimenti sarebbero serviti sia a arginare il panico che il re sentiva diffondersi nel suo popolo sia a salvaguardare la città. Il vero danno, tuttavia, era già stato fatto. La pianta stava morendo, e ora non sarebbe più rinata. Una volta morta, il Divieto sarebbe crollato e il male imprigionato in esso si sarebbe liberato e avrebbe cercato di annientare tutti gli Elfi. E, morta l'Eterea, quale miracolo di magia elfa si poteva escogitare per impedire la catastrofe? Ander rimase davanti alle mura dei Giardini. Inspirò lentamente, per calmarsi, respingendo il senso di disperazione che si stava impadronendo di lui da quel mattino, poco a poco, come una malattia insidiosa. Che cosa mai dovevano fare? Anche se gli Eletti fossero rimasti in vita, non avrebbero saputo dove cercare il Fuoco di Sangue. Col Divieto che già cominciava a erodersi, non c'era mai stato il tempo per scoprirlo. E ora che gli Eletti erano morti... Amberle. Si sentì sussurrare quel nome nella mente. Amberle. L'ultima volta che aveva visto Lauren, l'Eletto gli aveva parlato di lei. Forse poteva essere d'aiuto, aveva suggerito l'Elfo dai capelli rossi. Allora l'idea gli era parsa assurda. Ora qualsiasi soluzione sembrava preferibile all'inerzia. La mente di Ander turbinava. Come convincere suo padre a prendere in considerazione l'eventualità di ricorrere a Amberle? Come convincere suo padre anche soltanto a discutere in proposito? Ricordò l'amarezza e la delusione del vecchio re il giorno in cui aveva appreso che Amberle aveva abbandonato il suo incarico. Poi pensò alla disperazione dipinta sul volto di suo padre il mattino in cui aveva ricevuto la notizia del massacro degli Eletti. Non gli fu difficile decidere. Il re era pronto a accettare qualsiasi aiuto. Con Arion lontano nella Sarandanon, Ander sapeva che doveva essere lui a aiutarlo. E cos'altro poteva fare se non suggerire a suo padre di cercare Amberle? «Principe degli Elfi?» La voce veniva dal nulla, cogliendo Ander di sorpresa e facendolo sobbalzare, con un'esclamazione soffocata. Un'ombra più scura della notte scivolò fuori dal riparo dei pini che crescevano intorno alle mura dei Giardini della Vita. Per un istante, Ander rimase senza fiato, paralizzato dall'indecisione. Poi, mentre si affrettava a estrarre la spada che portava alla vita, l'ombra gli fu davanti e una mano fu sulla sua, trattenendogli il braccio in una morsa d'acciaio. «Pace a te, Ander Elessedil.» La voce era sommessa, ma ferma. «Io non sono tuo nemico.» L'immagine confusa era quella di un uomo alto più di due metri. La sua figura magra, scarna, era tutta avviluppata in un mantello nero e il cappuccio tirato sopra la testa lasciava intravedere della sua faccia soltanto gli occhi scintillanti come quelli di un gatto. «Chi sei tu?» riuscì finalmente a chiedere il principe degli Elfi. L'altro sollevò le mani e tirò indietro il cappuccio rivelando il suo volto. Era segnato, come scolpito nella pietra, ombreggiato da una corta barba nera che incorniciava una bocca larga, senza sorriso, e da capelli lunghi fino alle spalle. Gli occhi da gatto, scuri e penetranti, lo fissavano da sotto folte sopracciglia aggrottate sopra un lungo naso sottile. Il principe scoprì di non poter evitare quello sguardo.
«Tuo padre mi avrebbe riconosciuto» sussurrò l'uomo. «Sono Allanon.» Ander si irrigidì, incredulo. «Allanon?» Scosse lentamente la testa. «Ma... ma Allanon è morto!» Non c'era sarcasmo nella voce profonda, e gli occhi scintillarono di nuovo. «Ti sembro morto, principe degli Elfi?» «No... no...» Ander esitò. «Ma sono trascorsi più di cinquant'anni...» La sua voce si smorzò, al ricordo delle storie raccontate da suo padre: la ricerca della spada di Shannara; la liberazione di Eventine dal campo degli eserciti nemici; la battaglia di Tyrsis; la sconfitta del Signore degli Inganni a opera del Giovane della Valle Shea Ohmsford. E Allanon era sempre stato presente, trasmettendo la sua forza e saggezza ai popoli assediati delle Quattro Terre. Quando tutto fu finito e il Signore degli Inganni distrutto, Allanon era svanito nel nulla. Shea Ohmsford, si diceva, era stato l'ultimo a vederlo. Secondo certe voci, Allanon era tornato ancora alle Quattro Terre. Ma non aveva più fatto visita agli Elfi. Nessuno si era aspettato di rivederlo. E tuttavia, come diceva spesso Eventine, dal Druido ci si poteva aspettare di tutto. Viaggiatore, storico, filosofo e mistico, custode delle razze, l'ultimo degli antichi Druidi, i saggi del nuovo mondo... questo si diceva di Allanon. Ma era veramente lui? sussurrò una voce nella mente di Ander. L'uomo si fece avanti. «Guardami bene, principe degli Elfi» ordinò. «Capirai che dico il vero.» Ander scrutò il volto cupo, i profondi occhi scintillanti, e improvvisamente tutti i dubbi scomparvero. L'uomo davanti a lui era veramente Allanon. «Voglio che tu mi porti da tuo padre.» Aveva ripreso a parlare, a voce bassa, circospetta. «Scegli un sentiero poco frequentato. Desidero che nessuno sappia del mio arrivo. Presto, prima che arrivino le sentinelle.» Ander non perse tempo a discutere. Col Druido che lo seguiva da vicino come la propria ombra, scivolò oltre i Giardini della Vita e si affrettò verso la città. Qualche minuto dopo, stavano rannicchiati in un boschetto di sempreverdi a un'estremità del parco, davanti a un piccolo cancello laterale chiuso con catena e lucchetto. Ander prese un mazzo di chiavi dalla tasca e ne infilò una nella serratura. Con uno scatto stridente, il lucchetto si aprì. Un attimo dopo erano dentro. Normalmente, il parco veniva sorvegliato soltanto dalle sentinelle di guardia al cancello. Ma, lo stesso giorno, dopo la scoperta dei corpi straziati degli Eletti, era stato trovato anche il cadavere di Went, col collo spezzato, sotto un cespuglio in fondo ai giardini. La sua morte era avvenuta in modo completamente diverso da quella degli Eletti, per cui non vi era motivo di credere che vi fosse un nesso. Tuttavia, quest'ultimo omicidio era stato compiuto troppo vicino al re. Perciò era stata aumentata la sorveglianza nel parco, e Dardan e Rhoe, le guardie personali di Eventine, erano di fazione davanti alla porta della sua camera. Ander non avrebbe mai creduto che qualcuno potesse raggiungere il palazzo dalle mura esterne senza essere visto dalle sentinelle. Tuttavia, sotto la guida del Druido, riuscirono a passare indisturbati. Come un'ombra della notte, Allanon si muoveva silenziosamente, tenendosi sempre accanto Ander, finché raggiunsero la portafinestra a piano terra da cui si poteva accedere allo studio del re. Lì si fermarono un istante mentre il Druido stava in ascolto. Poi Allanon afferrò la maniglia di ferro e la spinse. La porta-finestra si aprì silenziosamente e il Druido e il principe elfo entrarono. Eventine Elessedil si alzò dal suo scrittoio ancora ingombro di libri, guardando incredulo prima il figlio, poi l'uomo che lo seguiva. «Allanon!» sussurrò. Il Druido chiuse accuratamente la porta-finestra, sistemò le tende, come si trovavano prima, poi si voltò alla luce delle candele. «Dopo tutti questi anni!» Eventine scosse la testa, meravigliato, e si scostò dal tavolo. Poi vide chiaramente la faccia dell'uomo e l'incredulità si mutò in stupore. «Allanon! Tu non sei invecchiato! Tu... non sei cambiato da quando...» Le parole gli morirono in gola. «Come...?» «Io sono quello che sono sempre stato» tagliò corto il Druido. «Non c'è altro da sapere, re degli Elfi.» Eventine annuì in silenzio, ancora stordito dall'improvvisa comparsa dell'altro. Lentamente tornò allo scrittoio, e i due sedettero uno di fronte all'altro. Ander rimase dov'era per un istante, non sapendo se andare o restare. «Siedi qui con noi, principe elfo» Allanon gli indicò una terza sedia. Ander ubbidì rapidamente, grato di non essere escluso, ansioso di udire quel che si sarebbe detto. «Tu sai cosa è accaduto?» fece il re, rivolto a Allanon.
Il Druido annuì. «E' per questo che sono venuto. Ho avvertito una breccia nel Divieto. Qualcosa imprigionato là dentro è penetrato in questo mondo, qualcosa che ha veramente un grande potere. E' stata la comparsa di questa creatura...» Si udì un debole rumore di passi nel corridoio davanti alla porta dello studio, e il Druido si alzò di scatto. Poi si fermò, calmo in volto, e guardò il re. «Nessuno deve sapere che sono qui.» Eventine si limitò a annuire. Si alzò rapidamente dal tavolo, si diresse alla porta e l'aprì. Manx se ne stava accoccolato lì davanti, agitando lentamente la coda, il muso brizzolato alzato verso il padrone. Eventine uscì nel corridoio e vide Gael che si avvicinava con un vassoio per il tè. Il re glielo prese con un sorriso. «Voglio che tu vada a casa e ti riposi» ordinò. Quando Gael tentò di replicare, scosse con decisione la testa. «Non ammetto obiezioni. Avremo molto da fare domani mattina. Va' a casa. Io non ho bisogno di nulla. Chiedi a Dardan e Rhoe di montare la guardia finché non mi corico. Non voglio essere disturbato.» Si voltò bruscamente e rientrò nello studio, chiudendo bene la porta dietro di sé. Manx era entrato, annusando incuriosito lo straniero che aveva trovato seduto davanti allo scrittoio; poi, evidentemente soddisfatto, si era accucciato vicino al camino di pietra, il muso appoggiato sulle zampe, chiudendo placidamente gli occhi marrone. Eventine sedette di nuovo. «E' stata quella creatura, dunque, a uccidere gli Eletti?» chiese, riprendendo la conversazione. Il Druido annuì. «Credo proprio di sì. Ho avvertito il pericolo che incombeva su di loro e sono venuto al più presto possibile. Non in tempo, purtroppo, per salvarli.» Eventine sorrise tristemente. «La colpa è mia, temo. Li ho lasciati senza protezione, anche dopo aver saputo che il Divieto aveva cominciato a venir meno. Ma forse non fa alcuna differenza. Anche se fossero rimasti vivi, non sono certo che sarebbero riusciti a salvare l'Eterea, che a loro non aveva fornito nessun dato utile per trovare il Fuoco di Sangue. Anche il nome da lei indicato, la Cripta, ci è ignoto. Tu lo conosci?» Allanon scosse la testa. «I nostri libri non parlano della Cripta - né quelli dei miei predecessori e degli Eletti» proseguì il re. «Mi trovo ad affrontare una situazione impossibile. L'Eterea sta morendo. Per salvarla, uno degli Eletti a lei addetto doveva portare il suo seme al Fuoco di Sangue, immergerlo nelle fiamme e poi restituirlo alla terra per consentire la rinascita della pianta.» «Conosco la storia» intervenne il Druido. Il re avvampò. La collera e la frustrazione che aveva controllato con tanta fatica stavano prendendo il sopravvento su di lui. «E allora considera un po' questo. Non sappiamo dove si trovi il Fuoco di Sangue. Da nessuna parte compare il nome Cripta. E ora gli Eletti sono tutti morti. Non abbiamo nessuno che possa portare il seme dell'Eterea. Quindi le conseguenze sono inevitabili. L'Eterea morirà, il Divieto sarà infranto, il male imprigionato sarà di nuovo liberato, e gli Elfi e, molto probabilmente, tutte le razze delle Quattro Terre si troveranno ad affrontare una guerra fatale!» Si protese verso l'altro. «Io sono un re, soltanto un re. Tu sei un Druido, un mago. Se puoi, aiutaci. Io non so cos'altro potrei fare.» Il Druido piegò leggermente la testa di lato, come se meditasse. «Prima di venire da te, Eventine, sono stato nei Giardini della Vita e ho parlato con l'Eterea.» Il re lo guardò incredulo. «Tu hai parlato con...?» «Forse sarebbe più esatto dire che lei ha parlato con me. Se non fosse stato per lei, non ci sarebbe stata nessuna comunicazione fra noi, naturalmente.» «Ma lei parla soltanto con gli Eletti» interloquì Ander, poi tacque all'improvviso, vedendo suo padre aggrottare la fronte, infastidito. «Mio figlio ha ragione, Allanon.» Eventine si voltò verso il Druido. «L'Eterea non parla che agli Eletti... e solo raramente.» «Parla a coloro che la servono» replicò Allanon. «Fra gli Elfi, solo gli Eletti lo fanno. Ma anche i Druidi hanno servito l'Eterea, se pure in modo diverso. Comunque, io mi sono semplicemente presentato e lei ha deciso di parlarmi. Da quel che mi ha detto, risulta che la tua visione delle cose è errata almeno sotto un certo aspetto.» Eventine attese che il Druido proseguisse. Ma l'altro rimase in silenzio, fissando l'Elfo con aria indagatrice. «E va bene, allora te lo chiederò.» Il re si impose di restare calmo. «In che cosa mi sbaglio?» «Prima che te lo dica» fece Allanon, chinandosi in avanti, «voglio che tu sappia una cosa. Sono venuto a dare tutto l'aiuto che è in mio potere dare, poiché il male che è imprigionato dentro il Divieto minaccia tutte le creature viventi delle Quattro Terre. Quel che darò, lo darò spontaneamente. Ma a una condizione. Devo
essere libero di agire come mi sembrerà più opportuno. Anche contro il tuo parere, Eventine Elessedil. Anche in tal caso. Capito?» Il re esitò, gli occhi azzurri che scrutavano il volto scuro dell'altro, cercandovi una risposta che non poteva trovarvi. Alla fine annuì. «Capisco. Potrai agire liberamente.» Il Druido tornò a sedere, mascherando accuratamente ogni emozione di fronte a Ander e al re. «Primo, credo di poter contribuire a scoprire dove si trova la Cripta. L'immagine che mi mostrò l'Eterea quando parlammo non mi era familiare, come ho detto. Non era familiare perché proveniva dal suo ricordo del mondo all'epoca in cui fu creata. Le Grandi Guerre alterarono la geografia del vecchio mondo in modo così radicale che essa ne ha ora una percezione errata. Eppure, il nome Cripta esiste. Tu mi hai detto che esso non compare nelle storie dei re elfi e nemmeno in quelle dell'Ordine degli Eletti. Ma c'è un altro luogo in cui cercare. A Paranor, nella fortezza dei Druidi, vi sono volumi di storia dedicati interamente alle scienze e ai fenomeni sovrannaturali del vecchio mondo. E' possibile che quei libri contengano qualche accenno alla creazione dell'Eterea e al luogo in cui si trova il Fuoco di Sangue. E' una possibilità concreta, poiché gran parte delle informazioni contenute in quelle storie furono raccolte durante il Primo Consiglio dei Druidi... Fornite da ciascun membro così come erano state tramandate dall'epoca dell'olocausto. Ricorda che a guidare quel consiglio fu Galaphile, e Galaphile era Elfo. Egli avrà certo provveduto a lasciare notizie sulla creazione dell'Eterea e sul luogo ove si trova la fontana del Fuoco di Sangue.» Fece una pausa. «Stanotte, appena avremo finito di parlare, andrò a Paranor. Solo i Druidi sanno dove sono nascosti i libri, per cui devo assolutamente andare io stesso. Ma credo che in quelle pagine sia menzionata la Cripta. Dagli scritti possiamo sperare di scoprire l'ubicazione della fontana del Fuoco di Sangue.» Congiunse le mani sull'orlo del tavolo, gli occhi ora fissi in quelli del re. «Quanto agli Eletti, Eventine, hai torto. Non sono tutti morti.» Per un istante, un pesante silenzio calò nella stanza. Amberle! Pensò Ander, stupefatto. Allude a Amberle! «Sono stati uccisi tutti e sei...!» cominciò Eventine, poi si interruppe bruscamente. «Gli Eletti erano sette» ribatté calmo il Druido. «Sette.» Il re si irrigidì, aggrappandosi con entrambe le mani al tavolo finché gli si sbiancarono le nocche. I suoi occhi esprimevano collera e incredulità. «Amberle!» sussurrò il nome come una maledizione. Il Druido annuì. «E' una degli Eletti.» «No!» Il re scattò in piedi, urlando. «No, Druido!» Si sentì un rumore frettoloso di passi nel corridoio e poi un battere di pugni sulla porta dello studio. Ander comprese cosa era successo. Le urla del re avevano richiamato Dardan e Rhoe. In gran fretta andò alla porta e l'aprì. Fu sorpreso di trovare non solo le guardie, ma anche Gael. Tutti guardarono incuriositi nello studio, ma il principe elfo fece in modo di impedire loro la vista. Poi suo padre gli si affiancò. «Ti avevo detto di tornare a casa» fece il re, rimproverando severamente il giovane elfo. «Ubbidisci.» Gael si inchinò meccanicamente, palesemente addolorato per le parole dell'altro, e si allontanò subito, senza una parola. Eventine fece un cenno rassicurante ai Cacciatori elfi, e quelli tornarono al loro posto. Il re rimase in silenzio sulla soglia per un istante, poi chiuse la porta. I penetranti occhi azzurri si fissarono su Allanon. «Come hai saputo di Amberle?» «Quando l'Eterea mi ha parlato, mi ha detto che sette erano stati i prescelti a servirla. Fra questi c'era una ragazza. Amberle Elessedil.» Il Druido si interruppe, scrutando la faccia del re elfo, segnata dall'amarezza, pallidissima. «E' fuori della norma che una giovane donna venga prescelta» proseguì calmo Allanon. «Ce ne sono state pochissime, credo... nessuna da cinque secoli a questa parte.» Il re scosse la testa, incollerito. «L'esser stata prescelta non ha significato niente per Amberle. Ha rifiutato quell'onore. Ha portato la vergogna sul suo popolo e sulla sua famiglia. Non fa più parte degli Eletti. Non è più una cittadina di questa terra. Ha scelto lei stessa l'esilio!» Allanon si alzò rapidamente, con un'espressione improvvisamente dura. «E' tua nipote, e tu parli come un pazzo.» Al rimprovero, Eventine si irrigidì, ma tenne a freno la lingua. Il Druido gli si avvicinò. «Ascoltami. Amberle è un'Eletta. E' vero che, diversamente dagli altri, non ha servito l'Eterea. E' vero che ha abbandonato il suo incarico. E' vero che, per motivi noti soltanto a lei, ha lasciato Arborlon e le Terre dell'Ovest nonostante le responsabilità che evidentemente le toccavano, che ha screditato la sua famiglia e in particolare te, il re, agli occhi del tuo popolo. E' vero che ha scelto l'esilio. E' vero che crede di non essere più una degli Eletti. «Ma sappi questo. Non sta a te e nemmeno al tuo popolo toglierle quel che l'Eterea le ha dato. E nemmeno
a lei. Soltanto l'Eterea può farlo. Finché lei lo vuole, Amberle resta un'Eletta al suo servizio... un'Eletta che può portare il suo seme e partire alla ricerca del Fuoco di Sangue, un'Eletta che può darle nuova vita.» Allanon rimase in silenzio per un attimo. «Non è detto che un re possa capire tutto, Eventine Elessedil, anche se è re. Certe cose deve semplicemente accettarle.» Eventine rimase a fissare il Druido senza parlare e, nei suoi occhi, alla collera subentrarono dolore e sgomento. «Le ero molto affezionato» disse infine. «Dopo che suo padre - mio figlio Aine - morì, diventò come una figlia per me. Era ancora una bambina, aveva solo sette anni. La sera, giocavamo insieme...» Si interruppe, incapace di proseguire. Inspirò a fondo, per calmarsi. «Aveva qualcosa che non ho mai ritrovato in nessun altro: una dolcezza, un'innocenza, un'inclinazione naturale a amare. Anche se sono un vecchio che parla della sua nipotina, non sono cieco. La conoscevo bene.» Allanon rimase in silenzio. Il re tornò al suo scrittoio e lentamente sedette. «Dall'epoca di Jerle Shannara le storie non registrano nessun nome di donna prescelta a servire l'Eterea. Amberle è stata la prima... la prima in più di cinque secoli. Un onore per il quale altri avrebbero dato qualsiasi cosa.» Scosse la testa, pensieroso. «Eppure Amberle l'ha rifiutato. Senza dare spiegazioni... né a me, né a sua madre, né a nessun altro. Non una parola. Se n'è semplicemente andata.» Si interruppe, disperato. Allanon gli stava di fronte, con i suoi intensi occhi neri. «Occorre fare in modo che ritorni. E' l'unica speranza del popolo elfo.» «Padre!» Ander non riusciva più a controllarsi. Impulsivamente si inginocchiò davanti al vecchio. «La sera prima di essere ucciso, Lauren mi disse qualcosa. Mi disse che l'Eterea aveva parlato diverse volte con Amberle, dopo che era stata prescelta. E che questo non era mai successo con nessuno, prima. Forse Amberle è la nostra migliore speranza.» Il re lo guardò con occhi assenti, come se quel che aveva detto il figlio non avesse significato per lui. Poi appoggiò le mani sulla superficie logora dello scrittoio e annuì. «E' soltanto una debole speranza, Ander. Può darsi che il nostro popolo l'accetti, se non altro perché ne ha bisogno. Ma non ne sono completamente sicuro: il suo rifiuto è imperdonabile. E forse anche l'Eterea l'accetterà come Eletta, e le affiderà il suo seme. Non pretendo di poter rispondere a questi interrogativi, e d'altro canto i miei sentimenti non contano.» Si voltò verso Allanon. «Ma sarà Amberle a non volerne sapere, Druido. Quando lasciò la sua terra, la lasciò per sempre. Credeva fermamente di doverlo fare - oppure qualcosa l'ha indotta a crederlo. Tu non la conosci come la conosco io. Non tornerà mai.» L'espressione di Allanon non cambiò. «Resta da vedersi. Per lo meno dobbiamo chiederglielo.» «Non so dove si trovi» disse il re con amarezza. «E credo che non lo sappia nessuno.» Con cura. il Druido versò del tè e porse la tazza a Eventine. «Io lo so.» Il re lo fissò per un attimo senza parola. Il suo volto rivelava emozioni contrastanti, e all'improvviso i suoi occhi si riempirono di lacrime, lacrime che scomparvero così come erano venute. «Avrei dovuto immaginarlo» disse infine. Si alzò, poi si allontanò dal tavolo, il volto seminascosto dalle ombre. Anche Allanon si era alzato. Poi, con sorpresa di Ander, disse: «Prima che io parta richiedo per un breve tempo i servizi di tuo figlio». Eventine non si voltò. «Come desideri.» «Ricorda... nessuno deve sapere che sono stato qua.» Il re annuì. «Nessuno lo saprà.» Un attimo dopo il Druido varcava la porta-finestra e scompariva. Ander rimase a guardare suo padre, esitando, poi uscì anche lui. Sapeva che ora i pensieri del vecchio erano rivolti a Amberle. Nella notte delle foreste occidentali a nord della Carolan, il Dagda Mor sedeva tranquillo, gli occhi chiusi. Quando li riaprì, luccicavano di soddisfazione. Il Camaleonte aveva fatto un buon servizio. Si alzò lentamente, il Bastone del Comando che avvampava mentre le sue mani stringevano il legno levigato. «Druido» sibilò. «So che cosa ti proponi di fare.» Fece un cenno alla sagoma informe che era il Mietitore, e il mostro si librò in alto nella notte. Il Dagda Mor guardò verso est. Avrebbe aspettato il Druido a Paranor. Ma non da solo. Percepiva il suo potere, e voleva andare cauto. Il Mietitore era forse abbastanza forte da contrastarlo, ma il Dagda Mor aveva altri piani per lui. No, gli occorreva un altro aiuto. Avrebbe portato qualcuno dei suoi fratelli attraverso la barriera sgretolata del Divieto. Abbastanza da intrappolare il Druido. Abbastanza da ucciderlo.
6. Allanon aspettò che Ander uscisse dallo studio illuminato, e insieme rifecero il percorso attraverso il parco e ripassarono dal piccolo cancello laterale. Poi Allanon chiese di essere accompagnato alle scuderie. Silenziosamente i due seguirono uno stretto sentiero che, per un tratto di foresta, conduceva al recinto dei cavalli e poi all'ingresso delle scuderie. Dopo aver congedato e rassicurato il vecchio stalliere, lui e Allanon entrarono. Lampade a olio illuminavano una doppia fila di box e nel silenzio si udivano i nitriti smorzati dei cavalli. Allanon camminava lentamente lungo il locale, gli occhi che si spostavano da un cavallo all'altro mentre arrivava alla fine della prima fila e passava in rassegna la seconda. Ander lo seguiva, attento. Infine Allanon si fermò e si voltò verso Ander. «Quello» indicò. «Avrò bisogno di lui.» Ander guardò nervosamente il cavallo scelto da Allanon. Si chiamava Artaq, uno stallone enorme nero come il carbone alto diciotto palmi. Artaq era abbastanza grosso e forte da portare qualcuno come Allanon, e poteva sopportare qualsiasi sforzo. Era un cavallo da sella, dotato di una fibra eccezionale, che poteva essere velocissimo nelle brevi distanze. Aveva la testa stretta e piuttosto piccola, soprattutto se paragonata al suo gran corpo dal torace potente; gli occhi distanti l'uno dall'altro e di un sorprendente azzurro, brillanti d'intelligenza. Artaq non poteva essere cavalcato da chiunque. Era proprio quello il problema. Artaq era cocciuto e del tutto imprevedibile. Si divertiva a giocare dei tiri ai suoi cavalieri, facendoli finire generalmente per terra. Non pochi erano rimasti feriti, a causa di quelle cadute. Se l'uomo che lo montava non era abbastanza forte e rapido da evitarlo, Artaq trovava il modo di buttarlo a terra nel giro di pochi secondi. Pochi osavano correre quel rischio. Persino il re non lo cavalcava più, anche se un tempo era stato uno dei suoi preferiti. «Ve ne sono degli altri...» suggerì Ander esitante, ma Allanon già scuoteva la testa. «Questo è il cavallo che mi occorre. Come si chiama?» «Artaq» rispose il principe elfo. Per un po', Allanon esaminò attentamente la bestia, poi sollevò il saliscendi del box e entrò. Ander si avvicinò per osservare la scena. Il Druido rimase fermo davanti alla grande bestia nera, poi alzò una mano come per invitarlo a avvicinarsi. Con stupore di Ander, Artaq ubbidì. Allanon gli accarezzò lentamente, con dolcezza il suo collo di seta, e si protese per sussurrargli qualcosa all'orecchio. Poi gli mise la cavezza e lo portò via per prendere i finimenti. Ander lo seguì, scuotendo la testa. Il Druido scelse sella e briglie e, dopo avere tolto la cavezza, le applicò con cura al cavallo. Con un'ultima parola di incoraggiamento, gli montò in groppa. Ander trattenne il fiato. Lentamente Allanon percorse la scuderia per tutta la sua lunghezza. Artaq era ubbidiente e malleabile. Non avrebbe giocato nessun tiro a quest'uomo. Il Druido tornò da Ander e smontò. «Durante la mia assenza, principe elfo, sarai tu responsabile di tuo padre» disse, gli occhi neri fissi su Ander. «Fa' in modo che nessuno gli faccia del male.» Fece una pausa. «Conto su di te.» Ander annuì, compiaciuto che Allanon gli mostrasse una tale fiducia. Il Druido lo scrutò ancora un attimo, poi si voltò. Seguito dal principe, condusse Artaq verso la porta della scuderia e l'aprì. «Arrivederci, Ander Elessedil» disse, e montò in sella. Varcata la soglia, scomparve nel buio. Ander rimase a guardarlo finché non si fu dileguato. Per il resto di quella notte e per gran parte dei tre giorni successivi, Allanon cavalcò verso est, diretto a Paranor. Attraversò le folte foreste delle Terre dell'Ovest, la storica valle di Rhenn e di lì giunse nella vasta plaga desolata delle Pianure di Streleheim. Viaggiava a un ritmo costante, fermandosi solo per far riposare Artaq, per nutrirlo e dissetarlo, tenendosi accuratamente al coperto dove era possibile, stando alla larga dalle piste e dalle strade frequentate. Finora, soltanto il re elfo e suo figlio sapevano che era tornato alle Quattro Terre. Soltanto loro sapevano che si proponeva di consultare i volumi di storia a Paranor e che esisteva un settimo Eletto. Se il male che era penetrato attraverso il Divieto l'avesse scoperto, la sua missione sarebbe stata gravemente minacciata. La segretezza era il suo migliore alleato, e intendeva preservarla. Al tramonto del secondo giorno di viaggio, arrivò a Paranor. Era sicuro di non essere stato seguito. A una certa distanza dall'antica fortezza, lasciò Artaq in un boschetto di abeti rossi dove c'erano buona erba e acqua e procedette a piedi. I branchi di lupi che si aggiravano nelle foreste circostanti, all'epoca del Signore degli Inganni, non esistevano più. La barriera di spine avvelenate che proteggeva la Fortezza era scomparsa. Nel primo crepuscolo, la distesa boscosa era quieta e placida e l'aria vibrava piacevolmente. Pochi minuti dopo era ai piedi della Fortezza dei Druidi. L'antico castello si ergeva in cima a una immensa rupe, che si levava sopra le foreste come se una mano gigantesca l'avesse proiettata fuori dalle viscere della terra. Era una visione fantastica, da favola, un labirinto irreale di torri e mura, guglie e parapetti, le bianche
pietre, corrose dalle intemperie, che si stagliavano contro il blu profondo del cielo notturno. Allanon si fermò. La storia di Paranor era la storia dei Druidi, la storia dei suoi antenati. Era cominciata un millennio dopo che le Grandi Guerre avevano quasi annientato la razza dell'Uomo e stravolto per sempre la faccia del mondo antico. Era cominciata dopo anni di desolazione e barbarie, quando i superstiti dell'olocausto lottavano per sopravvivere in un pericoloso nuovo mondo dove l'uomo non era più la specie dominante. Era cominciata dopo la rinascita dell'unica specie umana nelle nuove razze degli Uomini, dei Nani, degli Gnomi e dei Troll, e dopo la ricomparsa degli Elfi. Era cominciata a Paranor, dove si era riunito il Primo Consiglio dei Druidi nello sforzo disperato di salvare il nuovo mondo dall'anarchia totale. Galaphile li aveva convocati là... Galaphile, il più grande dei Druidi. Così la storia del mondo antico, tramandata per iscritto e per via orale, era stata registrata nei documenti dei Druidi, in modo da essere preservata per tutte le generazioni future. I misteri delle antiche scienze erano stati esplorati, i frammenti collegati fra loro, i segreti di pochi resi patrimonio comune. Per centinaia di anni i Druidi erano vissuti a Paranor a lavorare intensamente, intenti a ricostruire quel che era andato perduto. Ma i loro sforzi erano falliti. Uno di loro era caduto vittima dell'ambizione e di una sconsiderata impazienza, intrigando con un potere così grande e maligno che alla fine ne era stato consumato. Si chiamava Brona. Nella Prima Guerra delle Razze aveva guidato un esercito di Uomini contro le altre specie, cercando di impadronirsi delle Quattro Terre. I Druidi avevano domato l'insurrezione e costretto lui a nascondersi. L'avevano creduto morto. Ma cinque secoli dopo, era riapparso - non più Brona, ma il Signore degli Inganni. Aveva intrappolato i Druidi ignari nella loro Fortezza e li aveva massacrati... tutti tranne uno. Questi era Bremen, il padre di Allanon. Bremen aveva forgiato una spada magica, un talismano contro il quale il Signore degli Inganni era impotente, l'aveva consegnata al re elfo, Jerle Shannara. Con quell'arma gli Elfi e i loro alleati avevano vinto la Seconda Guerra delle Razze e cacciato il Signore degli Inganni dal loro mondo. Dopo la morte di Bremen, Allanon era rimasto l'ultimo dei Druidi. Aveva sigillato la Fortezza per sempre. Paranor era diventato un monumento storico per le razze, la pietra miliare di un'altra epoca, un'epoca di grandi uomini e di eventi ancor più grandi. Il Druido scosse la testa. Questo era il passato; ora doveva occuparsi soltanto del presente. Cominciò a camminare lungo la base rocciosa del castello, studiando i profondi crepacci e le sporgenze frastagliate. Infine si fermò, allungò una mano verso la roccia e la toccò. Una lastra di pietra ruotò verso l'interno, rivelando un ingresso segreto. Il Druido scivolò rapidamente attraverso la stretta apertura, e la lastra si richiuse perfettamente dietro di lui. All'interno il buio era assoluto. Allanon annaspò finché trovò una serie di torce infilate in staffe di ferro inchiodate alla roccia. Dopo averne estratta una, sfregò insieme la pietra focaia e il sasso che portava in un sacchetto alla vita, finché una scintilla accese la pece di cui era rivestita la torcia. Tenendola davanti a sé, lasciò che i suoi occhi si adattassero all'ambiente. Uno stretto corridoio si delineava davanti a lui; i deboli contorni di gradini rozzamente intagliati nella roccia scomparivano in alto nel buio. Cominciò a salire. L'odore di polvere e di chiuso lo assalì. Fece una smorfia di disgusto. Le caverne erano fredde, il loro gelo sigillato in eterno da tonnellate di roccia. Il Druido si avviluppò intorno al corpo il pesante mantello. Centinaia di gradini passarono sotto i suoi piedi, mentre il tunnel proseguiva tortuoso nel buio. Finalmente terminò davanti a una massiccia porta di legno. Allanon si fermò a esaminare le pesanti cerniere di ferro. Un attimo dopo, le sue dita toccarono una combinazione di borchie metalliche, e la porta si aprì. Entrò. Si trovava nella fornace della Fortezza. Era una stanza rotonda, simile a una caverna, consistente in una stretta passerella che girava intorno all'orlo di un grande pozzo scuro, bordato da una bassa ringhiera di ferro. Sulla passerella si affacciava una serie di porte di legno, rinforzate in ferro, tutte chiuse e sbarrate. Il Druido si avvicinò alla ringhiera e, tenendo la torcia davanti a sé, scrutò nel pozzo. La debole luce della torcia rimbalzò dalle pareti annerite, incrostate di cenere e ruggine. La fornace era spenta, ora, e il congegno che un tempo faceva salire il calore alle torri e alle sale del castello era fermo e silenzioso. Ma nelle profondità, oltre il pallido bagliore della torcia, sotto massicce valvole di ferro, i fuochi naturali della terra ardevano ancora. Persino ora, si sentiva il loro tumulto. Ricordò un evento lontano. Oltre cinquant'anni prima, era venuto alla Fortezza dei Druidi con una piccola compagnia di amici del villaggio di Nani, Culhaven; Shea e Flick Ohmsford; Balinor Buckhannah, principe di Callahorn; Menion, principe di Leah; Durin e Dayel Elessedil e il coraggioso Nano Hendel. Era venuto lì alla ricerca della leggendaria Spada di Shannara, poiché il Signore degli Inganni era tornato nelle Quattro Terre, e soltanto il potere della Spada poteva annientarlo. Con la sua piccola compagnia, Allanon era entrato nella Fortezza e ne era uscito indenne per miracolo. In quella stessa stanza, aveva combattuto fino all'ultimo sangue con uno dei Messaggeri del Teschio. Il Signore degli Inganni sapeva del suo arrivo. Era stata una trappola. Alzò bruscamente gli occhi, e ascoltò il silenzio profondo. Una trappola. La porta lo turbò; gli fece scattare un allarme istintivo, il suo sesto senso. C'era qualcosa di strano. Qualcosa... Rimase immobile per un istante, indeciso. Poi scosse la testa. Che sciocco! Era il ricordo di quell'episodio, nient'altro. Tenendo la torcia
davanti a sé, camminò lungo il passaggio finché raggiunse una scaletta a chiocciola. Senza più voltarsi a guardare il pozzo o la sala della fornace, salì rapidamente i gradini e entrò nelle sale superiori della Fortezza dei Druidi. Tutto era così come l'aveva lasciato cinquant'anni prima. Il lucore delle stelle filtrava attraverso le alte finestre in sottili nastri argentei, sfiorando i pesanti pannelli di legno e le travi che incorniciavano l'atrio imponente. Lungo le pareti erano appesi dipinti e arazzi, i colori intensi smorzati dalla notte in grigi e blu profondo. Statue di pietra e di ferro montavano silenziose la guardia davanti a massicce porte di legno con maniglie di ottone. La polvere ricopriva tutto come un morbido spesso tappeto, e lunghi festoni di ragnatele cadevano dal soffitto fino al pavimento di marmo. Allanon percorse lentamente l'atrio; la luce della torcia ardeva attraverso l'aria stantia che ristagnava come foschia in tutta la Fortezza. Dappertutto un silenzio profondo e penetrante. I suoi passi echeggiavano sinistramente, e piccoli sbuffi di polvere si alzavano al suo passaggio. La sala che percorreva si intersecava con un'altra, e voltò a destra. Arrivò quasi fino in fondo, fermandosi davanti a una piccola porta di quercia bianca e ferro, chiusa da un'enorme serratura. Il Druido frugò per un istante nel sacchetto appeso alla vita, estraendo infine una grande chiave di metallo. Infilò la chiave nella serratura e la fece girare due volte. Il meccanismo cigolò, protestando, arrugginito dal tempo, ma il pesante chiavistello scivolò indietro. Allanon abbassò la maniglia di ferro, entrò e chiuse la porta dietro di sé. La stanza era piccola e senza finestre. Un tempo era stata uno studio. Le pareti erano interamente ricoperte di scaffali con libri logori, rilegati di stoffe dai colori ormai sbiaditi, le pagine friabili. Contro la parete in fondo erano collocati due scrittoi con sedie di canna rigidi e solitari, come sentinelle sull'attenti. Vicino alla porta c'erano due poltrone imbottite, di cuoio, dall'aria più confortevole. Un antico tappeto tessuto a mano, intrecciato di figure araldiche e lamine d'oro, era disteso sul pavimento di assi di legno fissate con chiodi di ferro. Il Druido si guardò intorno frettolosamente e si diresse verso la parete alla sua sinistra. Frugando dietro i libri in fondo al terzo scaffale, trovò due grosse borchie d'ottone. Quando le toccò, una sezione della libreria si spalancò silenziosamente. La spostò un po', per passarvi, poi la risistemò dietro di sé. Si trovava in una cripta costruita interamente di massicci blocchi di granito sigillati con calce. Nella stanza non c'erano che un lungo tavolo di legno e sei sedie dallo schienale alto. Nessuna finestra e nessuna porta, salvo quella da cui era entrato. Nell'aria c'era odore di chiuso, ma era respirabile. Mancava quasi del tutto la polvere, il che non era sorprendente, data la struttura compatta delle pareti. Con la torcia che aveva in mano, Allanon accese quelle appese a ciascun lato dell'ingresso e due tozze candele sul tavolo. Poi si diresse verso la parete alla destra della porta e sfiorò la pietra liscia. Un attimo dopo, allargò le punte delle dita sul granito, i pollici che si congiungevano, e abbassò la testa, concentrandosi. Dapprima non successe niente, poi un profondo bagliore azzurro cominciò a sprigionarsi dalle sue mani e guizzò attraverso la pietra come vene nella carne. Un attimo dopo la parete si dissolse silenziosamente in un fuoco azzurro; poi fuoco e parete scomparvero. Allanon indietreggiò. Al posto del granito apparvero file di libri massicci, rilegati in cuoio, con elaborate incisioni in oro. Erano loro a aver spinto il Druido a venire a Paranor: essi contenevano infatti la storia dei Druidi, l'intera conoscenza del mondo nuovo e antico salvata dall'olocausto delle Grandi Guerre, registrata dall'epoca del Primo Consiglio fino al presente. Allanon si protese per prendere con cautela uno dei pesanti tomi. Era in buone condizioni, il cuoio morbido e flessibile, gli orli delle pagine nitidi, la rilegatura solida. I libri avevano sopportato bene il passare del tempo. Quando, cinque secoli prima, dopo la morte di Bremen, si era reso conto di essere l'ultimo dei Druidi, aveva costruito quella cripta in cui poter custodire i volumi per gli uomini e le donne futuri che avrebbero avuto bisogno della conoscenza ivi contenuta. Di tanto in tanto tornava alla Fortezza, annotando coscienziosamente quel che aveva appreso nei suoi viaggi attraverso le Quattro Terre, i segreti delle ere che altrimenti sarebbero andati perduti. Gran parte di quel che era registrato riguardava la magia, un potere che nessuno, Druido o uomo comune, poteva comprendere a pieno, e ancor meno praticare. I Druidi avevano pensato di preservare quei segreti da uomini che potessero usarli in modo inconsulto. Ma i Druidi erano scomparsi, tranne Allanon, e un giorno anche lui se ne sarebbe andato. Chi avrebbe ereditato allora i segreti del potere? Era una questione di grande importanza per Allanon, un dilemma per il quale non aveva ancora trovato una soluzione accettabile. Sfogliò rapidamente il libro e lo rimise a posto, scegliendone un altro. Dopo aver dato un'occhiata a questo, si diresse verso il lungo tavolo e sedette. Lentamente, cominciò a leggere. Per quasi tre ore non si mosse, se non per voltare le pagine, il volto chino sulla scrittura accuratamente vergata. Al termine della prima ora scoprì dove si trovava la Cripta. Ma proseguì la lettura. Cercava qualcos'altro. Alla fine sollevò gli occhi e si appoggiò allo schienale, stanco. Per un po' rimase lì seduto, fissando le file di libri che contenevano le storie dei Druidi. Aveva trovato tutto quello che cercava, ma non ne era affatto felice.
Ripensò all'incontro con Eventine Elessedil, due giorni prima. Aveva detto al re elfo che era andato nei Giardini della Vita e che l'Eterea gli aveva parlato. Ma non aveva riferito tutto quel che la pianta gli aveva rivelato. In parte, perché molto di quel che gli aveva mostrato - immagini provenienti da un epoca e da una vita ormai divenute irriconoscibili - era poco chiaro, confuso. Ma una cosa che lei gli aveva mostrato, l'aveva capita fin troppo bene. Eppure era così incredibile che non si era sentito di accettarla prima di aver controllato sulle storie dei Druidi. Così aveva fatto. Ora sapeva che era vera e anche che doveva tenerla nascosta... a Eventine, a tutti. Fu assalito da un senso di disperazione. Era come cinquant'anni prima, col giovane Shea Ohmsford, bisognava lasciare che la verità si manifestasse da sola attraverso una inesorabile catena d'eventi. Non toccava a lui decidere il tempo e il luogo della sua rivelazione. Non toccava a lui manomettere il naturale ordine delle cose. Eppure era perplesso. Solo con le ombre dei suoi antenati l'ultimo della sua specie valutò questa decisione. Aveva scelto di nascondere la verità a Shea Ohmsford - anzi, a tutti coloro che formavano la piccola compagnia di avventurieri partiti da Culhaven pronti a rischiare la vita per trovare la Spada di Shannara, perché convinti da lui che era loro dovere farlo - ma soprattutto a Shea. Alla fine, aveva capito di aver agito erroneamente. E se sbagliava anche ora? Non doveva forse essere sincero fin dall'inizio? Sempre assorto nei suoi pensieri, chiuse il libro davanti a sé, si alzò dal tavolo e riportò il pesante volume nella nicchia dalla quale lo aveva preso. Fece un rapido movimento circolare con una mano e il muro di granito riapparve. Rimase a guardarlo con occhi assenti per un attimo poi si voltò. Prese la torcia con cui era entrato nella fortezza, poi spense le altre luci della stanza e fece scattare la serratura della porta nascosta. Quando fu di nuovo nello studio dei Druidi, si fermò per chiudere accuratamente la sezione aperta della scaffalatura in modo che tutto tornasse come prima. Si guardò intorno quasi con tristezza. Il castello dei Druidi era diventato una tomba. Si sentivano l'odore e il sapore della morte. Un tempo era stato un luogo di studi, di visioni. Ma ora non più. Non vi era più spazio per i vivi fra queste mura. Aggrottò la fronte, addolorato. Dopo aver letto le pagine della storia dei Druidi, il suo animo si era considerevolmente amareggiato. Era ansioso di andarsene da Paranor. Era un luogo di disgrazia... e toccava proprio a lui portare quella sfortuna agli altri. Silenziosamente si diresse verso la porta dello studio, l'aprì e si ritrovò nel corridoio. A pochi metri da lui si ergeva la sagoma gibbosa del Dagda Mor. Allanon rimase immobile. Il demone aspettava - solo, lo sguardo duro fisso sul Druido, cullando il Bastone del Comando fra le braccia. Il suo respiro aspro risuonava nel silenzio profondo, ma non disse una parola. Rimase lì, studiando con cura l'uomo che intendeva distruggere. Il Druido si scostò dalla porta dello studio, spostandosi prudentemente verso il centro del corridoio, gli occhi che scrutavano l'oscurità nebbiosa intorno a lui. Quasi immediatamente individuò gli altri: confuse forme spettrali a quattro zampe, gli occhi simili a fessure di fuoco, che emergevano dall'ombra. Erano tanti, e lo assediavano da tutti i lati, avvicinandosi sempre più, come un branco di lupi si raccoglie intorno alla preda braccata. Da quelle teste senza volto proveniva un orrendo gemito che sembrava trovare piacere nell'attesa di quel che sarebbe accaduto. Alcuni scivolarono nell'alone della sua torcia. Erano creature grottesche: i corpi, una massa sinuosa di peli grigi, gli arti, contorti e vagamente umani, le molteplici dita, artigliate. Alcune facce si levarono verso il Druido, facendogli raggelare il sangue. Erano facce di donne, i tratti stravolti dalla sete di sangue, le bocche simili a fauci di gatti mostruosi. Ora le aveva riconosciute, anche se non apparivano sulla terra da migliaia di anni. Erano rimaste chiuse dietro la barriera del Divieto dall'alba dell'Uomo, ma la loro leggenda era scritta nella storia del vecchio mondo. Erano creature che si nutrivano di carne umana. Nate dalla follia, la loro sete di sangue le animava di una ferocia orribile, al di là di ogni ragione. Erano le Furie. Allanon rimase a guardare come gli si facevano vicine, strisciando intorno all'alone della torcia, assaporando la prospettiva della sua morte. Una morte che sembrava assicurata. Erano troppe, per il Druido; lui lo sapeva. Il suo potere non era sufficiente a fermarle tutte. L'avrebbero attaccato come una cosa sola, gettandosi su di lui da tutti i lati, dilaniandolo e lacerandolo finché nulla fosse rimasto di lui. Lanciò una rapida occhiata al Dagda Mor. Il demone restava immobile, al di là della cerchia dei suoi servi, lo sguardo cupo fisso su Allanon. Era ovvio che non sentiva alcun bisogno di far ricorso al suo potere. Sarebbero bastate le Furie. Il Druido era assediato da un nemico che l'avrebbe sopraffatto. Avrebbe lottato, naturalmente; ma alla fine sarebbe morto. Il miagolio delle Furie salì bruscamente di volume, un gemito stridulo che si propagò per tutta la Fortezza, echeggiando lugubremente per il castello di pietra. Dita artigliate graffiarono il pavimento di marmo con un rumore di ossa frantumate, e tutta Paranor sembrò percorsa da un brivido di orrore. Poi, improvvisamente, Allanon scomparve. Accadde così bruscamente che per un istante le Furie, disorientate e incredule, rimasero immobili a fissare il punto in cui si trovava il Druido un attimo prima, e le loro strida si smorzarono. La torcia era ancora sospesa nell'oscurità, un segnale di fuoco che le inchiodò. Poi cadde sul pavimento con una pioggia di scintille. La fiamma si disintegrò e il corridoio sprofondò nel buio.
L'illusione durò solo pochi secondi, ma bastò per consentire a Allanon di sfuggire all'accerchiamento mortale. In un attimo, passò in mezzo alle Furie e corse verso una massiccia porta di quercia, chiusa e sbarrata, in fondo al corridoio. Il Dagda Mor stridette per la collera e sollevò il Bastone del Comando. Un fuoco rosso avvampò per tutto il corridoio, saettando verso il Druido in fuga e facendo sparpagliare le Furie impazzite. Ma Allanon fu più veloce. Con un ampio movimento, sollevò il suo mantello, sventando l'attacco. Il lampo di fuoco passò oltre, e esplose nella porta, strappando i battenti dai cardini di ferro e lasciandoli frantumati. Il Druido balzò attraverso il varco nella stanza al di là e scomparve nel buio. Già le Furie lo inseguivano, schizzando per il corridoio come bestie, stridendo per la fame. La più veloce balzò attraverso il varco e afferrò il Druido mentre cercava di togliere il gancio di ferro di una porta-finestra che dava sui bastioni. Allanon si voltò per affrontarle, accovacciandosi. Afferrò le due più vicine mentre stavano per saltargli alla gola e le buttò nel mucchio. Alzò le mani e un fuoco azzurro si sprigionò dalle sue dita, trasformando lo spazio davanti a lui in un muro di fiamme. Ma le Furie non si scoraggiarono. La più vicina e imprudente finì fra le fiamme e perì. Quando un attimo dopo il fuoco svanì, la finestra era aperta e il Druido scomparso. A trenta metri sopra la distesa delle foreste circostanti, addossato alle mura torreggianti della Fortezza dei Druidi, Allanon avanzò con cautela lungo una stretta sporgenza di roccia che scendeva nell'oscurità. A ogni passo, il vento minacciava di farlo cadere nello strapiombo. Si fece strada rapidamente verso una stretta passerella di pietra che portava alla torre adiacente. La passerella non era larga nemmeno un metro; sotto c'era il vuoto. Il Druido non esitò. Era la sua unica possibilità di fuga. Dietro di lui udì le strida di rabbia e delusione che esplodevano dalle gole delle Furie uscite dalla finestra aperta. Lo seguirono velocemente, sulla pietra levigata del castello erano più sicure di lui, afferrandosi saldamente con gli artigli mentre correvano per prenderlo. Alla finestra, il Dagda Mor sollevò il Bastone del Comando e il fuoco mortale saettò verso il Druido in fuga. Ma, prima di imboccare la passerella. Allanon cercò di fermare le Furie. Inginocchiatosi, sollevò entrambe le braccia in un ampio cerchio e uno scudo di fuoco azzurro si materializzò davanti a lui. La fiamma proveniente dal bastone del demone si infranse contro di esso. Ma, per sferrare il suo attacco, il Druido era caduto all'indietro sullo stretto ponte. Un istante dopo le Furie gli erano addosso. Questa volta Allanon non fu abbastanza veloce. Dita artigliate gli lacerarono il mantello, penetrandogli nella carne. Un dolore bruciante gli straziò le spalle e il petto. Con uno sforzo terribile, respinse le Furie che lo tenevano, e quelle caddero urlando nel vuoto. Alzatosi, si avviò barcollando verso la torre. Di nuovo le Furie si scagliarono contro di lui, inciampando l'una sull'altra nell'ansia di raggiungere la preda, ululando per la delusione; le loro strane facce dalle sembianze parzialmente femminili erano stravolte dall'odio. Di nuovo il Druido le respinse, il suo corpo si ricoprì di nuove ferite, e il mantello si inzuppò di sangue. Poi finalmente arrivò all'estremità della passerella, dove si appoggiò il corpo sfinito contro la parete della torre. Si voltò, alzando le mani. Un fuoco azzurro saettò verso lo stretto ponte, frantumandolo. Con un brivido, l'intero arco crollò. Urlando per l'orrore, le Furie precipitarono nella notte e scomparvero. Il fuoco emanato dal Bastone del Comando lampeggiava tutt'intorno a lui e tuttavia il Druido riuscì a eluderlo, passando rapidamente intorno alla torre finché scomparve alla vista del demone. Lì trovò una piccola porta di ferro chiusa a chiave. Con un'unica, potente spallata, la spalancò e scomparve. 7. Era mattino inoltrato. Nel Villaggio dei Guaritori, la piccola comunità gnoma di Storlock, il temporale stava finalmente terminando. Finché era durato, era stato uno spettacolo: masse di nuvole torreggianti striate dai lampi maligni di fulmini accompagnati da rombanti esplosioni di tuono; pioggia torrenziale che martellava la terra con la violenza di una bufera invernale; venti che sradicavano interi alberi e strappavano i tetti dalle casette di pietra e malta del villaggio. Il temporale era arrivato all'alba dalle Pianure di Rabb, e ora si stava spostando a est verso la cresta buia del Wolfsktaag, lasciando le distese boscose dell'Anar centrale fradice e fangose. Wil Ohmsford se ne stava solo sotto il portico del centro di riposo Stor, la più importante stazione di cura della comunità, e osservava distrattamente la pioggia rallentare in un sottile gocciolio. Le nuvole occultavano ancora il sole, lasciando il giorno avviluppato in cupe tonalità di grigio, e una bruma leggera si era formata quando l'aria fredda della tempesta era venuta a contatto con la terra calda. Le gronde e le mura del centro erano umide, luccicanti, e gocce di vapore condensato costellavano le foglie dei rampicanti che vi crescevano intorno, scintillanti di un verde fresco, rinnovato. Pezzi di legno erano sparsi per terra, formando piccole dighe contro i ruscelli che scorrevano dappertutto. Il giovane, stanco, sbadigliò e si stiracchiò. Era stato sveglio tutta la notte, curando bambini afflitti da una febbre particolarmente insidiosa, che prosciugava tutti i fluidi del loro corpo e faceva salire vertiginosamente la temperatura. Naturalmente avrebbe potuto chiedere di essere sostituito, ma non se l'era sentita. Era ancora uno studente fra gli Stor, e era molto consapevole del fatto che doveva continuare a prodigarsi, se
voleva diventare un Guaritore. Così era rimasto coi bambini, il giorno prima e tutta la notte, finché finalmente la febbre era scesa. Ora era troppo stanco per dormire, troppo teso per la notte di lavoro. Inoltre sapeva di dover dedicare un po' di tempo a Flick. Sorrise, anche se era sfinito. Il vecchio zio Flick era capacissimo di tirarlo giù dal letto se non avesse fatto una capatina da lui prima di coricarsi. Scese dal portico; gli stivali affondavano nel fango mentre avanzava a capo chino, in quell'atmosfera impregnata di umidità. Non era alto - quattro o cinque centimetri più di Flick, forse - e era di corporatura snella. Aveva i tratti di Shea, il nonno per metà Elfo: il naso e la mascella sottili, le orecchie leggermente appuntite nascoste sotto riccioli di capelli biondi, le strette sopracciglia arcuate - tratti particolari che avevano caratterizzato Shea Ohmsford e che ora caratterizzavano suo nipote. Un suono di passi in corsa lo fece voltare. Era uno dei Servitori gnomi che aiutavano gli Stor. Si avvicinò a Wil, la gialla faccia avvizzita rigata di pioggia, il mantello verde avviluppato intorno al corpo per proteggersi dal freddo. «Signore, è tutta la notte che tuo zio chiede di te» disse, ansimante. «Ha insistito perché venissi a cercarti...» Wil annuì e si protese a stringere la spalla dello Gnomo. «Sto andando proprio da lui. Grazie.» Il Servitore si voltò e schizzò via attraverso la bruma verso il riparo da cui era stato costretto a uscire. Wil rimase a guardarlo finché scomparve, poi riprese il cammino. Un sorriso gli increspò la faccia. Povero zio Flick. Non si sarebbe affatto trovato lì se Shea non si fosse ammalato. A Flick non piacevano gran che le Terre dell'Est, un paese del quale poteva tranquillamente fare a meno, come ricordava spesso a Wil. Aveva una particolare antipatia per gli Gnomi, benché gli Stor fossero brave persone. Troppi Gnomi avevano cercato di farlo fuori in passato, particolarmente durante la ricerca della Spada di Shannara. Non era facile dimenticarlo; certi ricordi non potevano essere cancellati per semplice correttezza nei confronti degli Gnomi. In ogni caso, Flick non sarebbe certo venuto se non fosse stato per il fatto che Shea non aveva potuto fare visita a Wil come aveva promesso, e Flick si era sentito in dovere di venire al suo posto. Da quel punto di vista, l'intera faccenda era colpa di Shea, come aveva puntualizzato Flick dieci secondi dopo il suo arrivo. Dopo tutto, se Shea non avesse fatto quella sconsiderata promessa, Flick si sarebbe trovato nella Valle invece di starsene a Storlock contro ogni suo desiderio. Ma Flick era il fratello di Shea e perciò zio di Wil Flick si rifiutava di considerarsi il prozio di chiunque - e poiché Shea non poteva venire, qualcuno doveva fare il viaggio al suo posto. E quel qualcuno era Flick. La casetta per gli ospiti dove stava Flick era vicina. Wil vi si diresse a malincuore. Era stanco e non aveva voglia di discutere, ma sapeva che era inevitabile... perché, da quando era arrivato a Storlock, gli aveva dedicato troppo poco tempo, e niente del tutto nelle ultime trentasei ore. Il suo lavoro era impegnativo, ma sapeva che suo zio non accettava completamente quella giustificazione. Stava ancora rimuginando fra sé quando Flick apparve improvvisamente nel portico della casetta, e la sua faccia incorniciata dalla barba grigia irradiava disapprovazione. Rassegnato all'inevitabile, Wil salì i gradini e si scrollò l'acqua dal mantello. Flick lo scrutò silenziosamente un attimo, poi scosse la testa. «Sei sfinito» dichiarò bruscamente. «Perché non ti sei coricato?» Wil lo guardò, esterrefatto. «Non sono andato a letto perché tu mi hai mandato a dire che volevi vedermi.» «Non immediatamente.» «Bene» fece Wil, stringendosi nelle spalle. «Ho ritenuto giusto venire da te subito. Dopo tutto, non ti ho dedicato molto tempo.» «Esatto» grugnì suo zio, con una sfumatura di compiacimento per quell'ammissione. «Certo, hai scelto il momento meno adatto per rimediare. So che sei stato in piedi tutta la notte. Ho controllato. Volevo soltanto sapere come stavi.» «Sto bene.» Wil riuscì a sorridere. «Non hai un bell'aspetto. Sarà anche per via di questo maledetto tempo.» Flick si strofinò cautamente i gomiti. «Non ha smesso di piovere da quando sono arrivato. Non fa male soltanto ai vecchi come me, sai? Fa male a tutti, anche a un futuro Guaritore.» Scosse la testa. «Staresti meglio nella Valle.» Will annuì distrattamente. Era da molto tempo che aveva lasciato Valle d'Ombra. Da quasi due anni ormai viveva e lavorava nel villaggio degli Stor, imparando l'arte del guarire da maestri riconosciuti, preparandosi per il giorno in cui sarebbe potuto tornare nelle Terre del Sud come Guaritore, e mettersi al servizio del suo popolo. Disgraziatamente, quel suo progetto era diventato una fonte di costante irritazione per Flick, benché il nonno di Wil fosse riuscito a accettarlo abbastanza di buon grado. Quando la febbre si era portata via i suoi genitori, il piccolo Wil aveva coraggiosamente deciso che, da grande, sarebbe diventato Guaritore. Con una determinazione infantile, aveva annunciato a suo nonno e a Flick che desiderava salvare gli altri
dalla malattia e dal dolore. Era una bella idea, avevano commentato loro, considerandolo un capriccio. Ma quella ambizione era rimasta. E quando, sul punto di diventare uomo, aveva annunciato che intendeva studiare - non con i Guaritori delle Terre del Sud che, lui lo sapeva, avevano delle capacità limitate, ma con i migliori Guaritori delle Quattro Terre, gli Stor -, il loro atteggiamento era cambiato bruscamente. Il buon vecchio zio Flick si era da tempo fatto un'idea ben precisa degli Gnomi e delle Terre dell'Est. Anche il nonno si era opposto. Nessun abitante delle Terre del Sud aveva mai studiato con gli Stor. Come poteva aspettarsi di essere accettato nella loro comunità Wil, che non parlava nemmeno la loro lingua? Ma, nonostante le loro riserve, Wil era partito - soltanto per essere portato davanti al consiglio degli Stor subito dopo il suo arrivo e sentirsi dire con cortese fermezza che soltanto agli abitanti del villaggio di Storlock era permesso diventare Guaritori. Poteva restare finché voleva, ma non sarebbe mai diventato uno di loro. Wil non si era rassegnato. Aveva deciso che, per prima cosa, doveva imparare la loro lingua, e vi aveva dedicato quasi due mesi. Poi era comparso di nuovo davanti al consiglio e aveva cercato ancora di persuaderli, parlando nella loro lingua. Nemmeno questa volta l'aveva spuntata. Da allora, ogni settimana per quasi un mese, si era presentato al consiglio per perorare la sua causa. Aveva raccontato tutto di sé e della sua famiglia, spiegato le motivazioni che lo avevano indotto a decidere di diventare un Guaritore... tutto quanto riteneva potesse convincerli. La cosa doveva aver funzionato, perché, alla fine, senza una parola di spiegazione, gli avevano annunciato che poteva restare e che gli avrebbero insegnato tutto quello che sapevano. Col tempo, se si fosse dimostrato diligente e capace, sarebbe diventato un Guaritore. Sorrise a quei ricordi. Com'era stato compiaciuto... e lo erano stati anche suo nonno e Flick, quando l'avevano appreso; solo che il secondo non l'aveva mai ammesso così come non avrebbe mai riconosciuto il vero motivo della sua disapprovazione per l'intera faccenda. Quel che veramente angosciava Flick era la distanza che lo separava da Wil. Mentre il nipote cresceva, erano andati a caccia, a pesca, avevano fatto dei giri insieme, e ora tutto questo gli mancava. Rimpiangeva che Flick non fosse più nella Valle con lui. Sua moglie era morta da molto tempo, e non avevano avuto bambini. Wil era stato come un figlio per lui. Flick aveva creduto che il ragazzo sarebbe rimasto nella Valle a gestire la locanda con lui e Shea. E invece se n'era andato, aveva messo radici a Storlock, lontano dalla Valle e dalla sua vecchia vita, e Wil sapeva che il prozio non poteva accettare quella situazione. «Mi stai ascoltando?» chiese Flick all'improvviso, la fronte corrugata. «Certo» lo rassicurò Wil. Posò con dolcezza una mano sulla spalla dello zio. «Sii paziente, zio Flick. Tornerò, un giorno. Ma ho ancora molto da imparare.» «Ma è di te che mi preoccupo, non di me» si affrettò a puntualizzare Flick, raddrizzando la sagoma robusta. «Io e tuo nonno ce la caviamo bene anche senza di te, ma non sono sicuro che tu possa dire altrettanto. Guarda un po' come sei ridotto. Lavori troppo. Sei tanto cocciuto da non renderti conto che anche tu hai dei limiti. Sei un essere umano come tutti noi. Come posso fartelo capire?» Sembrò sul punto di proseguire, ma con uno sforzo si controllò. «Questo non è il momento adatto.» Sospirò, posando una mano sulla spalla di Wil. «Perché non vai a letto? Potremo parlare quando tu...» I suoi occhi grigi si spostarono all improvviso, e la sua voce si spense. Wil si voltò per seguire il suo sguardo. Qualcosa si muoveva nella nebbia: un ombra, scura e solitaria. La scrutarono, incuriositi, mentre lentamente si materializzava. Emerse un uomo a cavallo, l'uno più nero dell'altro. Il cavaliere stava chinato in avanti sulla sella, come se fosse sfinito dal viaggio, gli indumenti scuri inzuppati dalla pioggia e incollati alla sua alta figura. Un'improvvisa apprensione si impadronì di Wil. Quello non era uno Stor. A dire il vero, non aveva mai visto un uomo come quello. «Non è possibile...» sentì borbottare Flick. Il prozio non terminò la frase. Passando vicino a Wil, attraversò il portico e si appoggiò con un braccio alla ringhiera lucida di pioggia. Wil gli si mise di fianco. Il cavaliere puntava proprio verso di loro. Il senso di presagio che gli fece scattare l'avvicinarsi dello straniero era così forte che per un attimo il giovane pensò di fuggire. Ma non ne ebbe la forza. Rimase in attesa. gli occhi fissi sulla figura spettrale. Il cavaliere si fermò davanti ai due. Teneva la testa abbassata, la faccia nascosta fra le pieghe del cappuccio nero. «Salve, Flick.» La voce dell'uomo era un lento. profondo sussurro. Wil vide il prozio sussultare. «Allanon!» L'uomo scivolò a terra, ma con un braccio continuava a cingere il collo del cavallo, come se non potesse reggersi in piedi. Wil fece un passo verso di lui, poi si fermò. C'era qualcosa di strano.
Lo sguardo dello straniero si posò su di lui. «Wil Ohmsford?» Il giovane annuì, sorpreso. «Ti prego, va' e chiama subito gli Stor...» cominciò, poi fu sul punto di afflosciarsi, riprendendosi appena in tempo. Wil scese immediatamente dal portico, per correre in aiuto del Druido, ma si fermò all'istante quando l'uomo alzò la mano in segno di avvertimento. «Fa' come ti dico... va'!» Poi Wil vide chiaramente quel che la pioggia prima gli aveva nascosto. Il mantello di Allanon era inzuppato di sangue. Senza una parola, il giovane corse su per la strada. dirigendosi verso il centro del villaggio, dimenticando la stanchezza e il disagio così come un sogno svanisce al risveglio. 8. Gli Stor portarono Allanon al loro centro di riposo e, benché Wil e Flick si offrissero di accompagnare il Druido ferito, si sentirono rispondere gentilmente, ma con fermezza, che la loro presenza non era necessaria. Enigmatici e silenziosi, Stor e Druido scomparvero nei corridoi del centro, e i due uomini della Valle rimasero sotto la pioggia. Poiché era evidente che per il momento non si sarebbe appreso niente di più sulla comparsa del Druido, Wil Ohmsford salutò lo zio e andò a dormire. Più tardi, quello stesso giorno, nelle prime ore della sera, Allanon mandò a dire che desiderava vedere entrambi. Wil ricevette la notizia con emozioni contrastanti. Da un lato, era curioso di scoprire che cosa fosse accaduto al Druido. Allanon era un personaggio familiare; Flick e suo nonno gli avevano parlato svariate volte di lui. Ma in quei racconti non vi era mai stato alcun cenno a ferite come quelle che l'uomo aveva mostrato al suo arrivo a Storlock. Nemmeno il Messaggero del Teschio che l'aveva aggredito nella stanza della fornace a Paranor durante la ricerca della Spada di Shannara gli aveva procurato simili lesioni, e Wil voleva sapere che tipo di creatura si aggirasse per le Quattro Terre, ancora più pericolosa dei servitori alati del Signore degli Inganni. D'altro canto, la presenza del Druido a Storlock lo turbava. Forse era una coincidenza che fosse arrivato proprio mentre Flick e Wil si trovavano entrambi nel villaggio. Forse era un caso se si era imbattuto in loro piuttosto che negli Stor. Ma per il momento Wil non vi credeva. Allanon era venuto deliberatamente da loro. Perché l'aveva fatto? E perché li aveva chiamati? Wil poteva capire che desiderasse conferire con Flick; dopo tutto, si conoscevano e avevano condiviso tante avventure. Ma perché voleva vedere anche lui? Il Druido non l'aveva mai incontrato. Perché era interessato a conoscerlo? Nonostante tutto, uscì di casa e, ubbidiente, attraversò la piazza del villaggio, nell'oscurità che si addensava, diretto verso la casa per gli ospiti dove sapeva che Flick l'avrebbe aspettato. Anche se diffidava dello scopo di quell'incontro, era deciso ad andarvi. Non era tipo da eludere i problemi... e inoltre, forse, i suoi sospetti erano infondati. Forse il Druido voleva semplicemente ringraziarlo per il suo aiuto. Trovò Flick in attesa nel portico della casa per gli ospiti, tutto avviluppato nel suo pesante mantello da viaggio, che brontolava irritato per il maltempo. Il vecchio attraversò il portico per venirgli incontro, e insieme imboccarono la strada verso il centro di riposo. «Che cosa vuole secondo te, zio Flick?» chiese Wil un attimo dopo, stringendosi addosso il mantello per proteggersi dal freddo della sera. «Difficile da immaginare» grugnì Flick. «Ma ti dirò una cosa. Ogni volta che appare, ci sono guai in vista.» «Il suo arrivo a Storlock ha a che fare con noi, vero?» azzardò Wil, scrutando il volto dello zio. Flick scosse la testa, perplesso. «Certo è venuto qui per qualche motivo. E se ci ha chiamati, non è soltanto per dirci salve e come stai. Qualsiasi cosa abbia da raccontare, non sarà piacevole. Lo so di certo. E' sempre stato così e non vedo perché dovrei aspettarmi qualcosa di diverso.» Si fermò bruscamente e guardò il nipote dritto negli occhi. «Sta' attento con lui, Wil. Non c'è da fidarsi.» «Sarò prudente, zio Flick, ma non credo che ci sia motivo di preoccuparsi» rispose il giovane. «Sappiamo tutti e due com'è fatto Allanon, non è vero? Inoltre ci sarai anche tu per tenere d'occhio la situazione.» «E come!» Flick si voltò e ripresero a camminare. «Ricorda quello che ti ho detto.» Pochi minuti dopo salivano i gradini dell'ingresso del centro di riposo e entravano. Era un edificio lungo, stretto, di pietra e malta, con un tetto di tegole di argilla. Da un atrio ampio, confortevolmente arredato, si diramavano corridoi che scomparivano nelle ali del centro, dove in numerose piccole stanze erano curati i malati e i feriti. Quando entrarono, uno degli Stor vestito di bianco venne loro incontro. Fece un cenno, in silenzio, poi li guidò lungo un corridoio vuoto. In fondo c'era una sola porta chiusa. Lo Stor bussò una volta, fece scattare la serratura e se ne andò. Innervosito, Wil lanciò un'occhiata a Flick, ma il vecchio fissava la porta chiusa. Insieme aspettarono. Poi la porta si spalancò e Allanon apparve davanti a loro. Sembrava illeso. Nessuna ferita era visibile. Sulla veste nera in cui era avviluppata la sua alta figura non c'era traccia di sangue. Il suo volto era tirato, ma non mostrava segni di sofferenza. Il suo sguardo penetrante si posò sui due uomini per un istante, poi indicò loro un tavolino con quattro sedie intorno.
«Perché non ci sediamo lì mentre parliamo?» Più che un suggerimento, era un ordine. Entrarono e sedettero. La stanza era sommariamente arredata con un tavolo, alcune sedie e un grande letto. Wil lanciò una rapida occhiata attorno a sé, poi rivolse la sua attenzione al Druido. Flick e Shea gli avevano descritto Allanon svariate volte, e la loro descrizione corrispondeva esattamente alla verità. Ma come poteva essere rimasto immutato un uomo che avevano conosciuto prima ancora che lui fosse nato? «Bene, eccoci qua» disse infine Flick, quando apparve evidente che nessun altro avrebbe parlato. Allanon ebbe un debole sorriso. «A quanto pare.» «Stai piuttosto bene, se si pensa che solo qualche ora fa eri mezzo morto.» «Gli Stor sono molto esperti nella loro arte, come tu dovresti sapere» rispose il Druido con un tono stranamente amabile. «Ma temo di non sentirmi bene come dovrei. E tu, Flick, come stai?» «Sono più vecchio e saggio, spero» dichiarò l'uomo della Valle, con aria allusiva. Allanon non reagì. Il suo sguardo si spostò bruscamente su Wil. Per un attimo rimase in silenzio, scrutando il giovane Ohmsford col suo volto scuro impenetrabile. Wil rimase in silenzio, senza abbassare gli occhi, anche se lo sguardo del Druido lo metteva a disagio. Poi, lentamente, Allanon si chinò in avanti, congiungendo le grandi mani sopra il tavolo. «Ho bisogno del tuo aiuto, Wil Ohmsford» disse con voce pacata. Zio e nipote lo fissarono, stupiti. «Ho bisogno che tu venga con me nelle Terre dell'Ovest.» «Lo sapevo» borbottò Flick, scuotendo la testa. Allanon sorrise triste. «E' confortante constatare, Flick, che certe cose non cambiano mai. Tu ne sei certo la prova vivente. Conterebbe qualcosa se ti dicessi che chiedo l'aiuto di Wil non per me, ma per il popolo elfo, e per una ragazza elfa in particolare?» «No, non conterebbe niente» rispose l'altro senza un attimo di esitazione. «Lui non verrà, e questo è tutto.» «Aspetta un attimo, zio Flick» interloquì rapidamente Wil. «Forse non andrò, ma vorrei essere io a deciderlo. Almeno dobbiamo sapere per quale motivo è necessario il mio aiuto.» Flick ignorò l'obiezione. «Credimi, è meglio che tu non senta una parola di più. Altrimenti ti ritroverai nei guai. Così è stato per tuo nonno cinquant'anni fa.» Lanciò una rapida occhiata a Allanon. «Non è vero? Non è così che tutto cominciò quando venisti a Valle d'Ombra e ci parlasti della Spada?» Allanon annuì. «E' vero.» «Visto?» dichiarò Flick trionfante. «Esattamente la stessa situazione. Scommetto che anche il viaggio che hai in mente per lui è pericoloso, vero?» Il Druido annuì di nuovo. «Bene, allora» fece il vecchio, il volto barbuto che irradiava soddisfazione. «Direi che la questione è risolta. Tu pretendi troppo. Non verrà.» Gli occhi scuri di Allanon scintillarono. «Deve». Flick trasalì. «Come sarebbe a dire?» «Capirai il perché, Flick, quando ti avrò spiegato cosa è successo nelle Quattro Terre in questi ultimi giorni. Ascoltatemi bene, uomini della Valle.» Avvicinò la sedia al tavolo e si chinò in avanti. «Molto, molto tempo fa, prima delle Grandi Guerre e dell'evoluzione delle nuove razze, ancor prima che l'Uomo si sviluppasse come specie civilizzata, scoppiò una terribile guerra fra creature che, in gran parte, oggi non esistono più. Alcune di loro erano buone e amorevoli; rispettavano la natura e cercavano di proteggerla e preservarla da ogni abuso e spreco. Per loro, la vita era sacra. Ma ve n'erano altre maligne e egoiste, che provocavano solo danni e distruzione. Depredavano la terra e le sue creature senza alcuna necessità, solo per il gusto di farlo. Le loro caratteristiche fisiche e le loro capacità differivano in gran parte dalle vostre: avevano un aspetto diverso e possedevano poteri non più presenti negli uomini di questo mondo. In particolare, possedevano in misura variabile l'arte della magia - così la definiremmo noi - oppure stregoneria. Tali poteri occulti erano comuni a quell'epoca; alcune di queste creature ne erano più dotate di altre; di conseguenza, aumentava la loro capacità di compiere il bene o il male. Tutte queste creature, buone o cattive, coesistevano e, poiché l'Uomo non aveva ancora superato una forma primitiva di vita, circoscritta in un limitato spazio geografico, il mondo era soltanto loro. Così era stato per secoli. Ma la loro coesistenza non era mai stata armoniosa. Vivevano in un continuo conflitto, perché le loro finalità erano opposte: quelle buone operavano per preservare, le altre per distruggere. Di tanto in tanto l'equilibrio di potere fra le parti in lotta cambiava, a seconda che prendessero il sopravvento le creature buone oppure quelle cattive. «Il conflitto fra loro si intensificò sempre più finché, dopo esser rimasto irrisolto per secoli, i capi di ciascuno schieramento riunirono sotto di sé tutti i loro seguaci e la guerra cominciò. Non fu un conflitto paragonabile a quelli fino allora conosciuti. Non fu vasto e dirompente come le Grandi Guerre, poiché in queste ultime fu impiegato un potere di tali terribili proporzioni che gli uomini che lo detenevano ne persero completamente il
controllo e furono sommersi dal cataclisma che ne risultò. Fu una guerra in cui furono astutamente usati, di volta in volta, potere e forza e in cui le creature si fronteggiavano e vivevano o morivano secondo le capacità di cui erano dotate. Fu come la Guerra delle Razze, che hanno dominato la storia del nuovo mondo; nella Guerra delle Razze, il Signore degli Inganni pervertì il pensiero di quelli che lo servivano, aizzandoli gli uni contro gli altri finché poté asservirli e dominarli tutti. Ma, in questa guerra, nessun inganno, nessuna illusione influenzarono coloro che la combattevano. Il male e il bene furono polarizzati fin dall'inizio; nessuno se ne stava da parte, perché non esistevano spazi neutrali. Era un conflitto combattuto per stabilire il carattere e il tipo di evoluzione della vita sulla terra. Era un conflitto che doveva decidere se la terra sarebbe stata per sempre preservata o per sempre dissacrata. Ciascuna delle due parti aveva deciso di conseguire la vittoria finale sull'altra. Per le creature del male, la sconfitta significava l'esilio; per le creature del bene, l'annientamento. «Così scoppiò la guerra: una guerra terribile, mostruosa, che non tenterò nemmeno di descrivere, perché non avrebbe senso. Per quel che ci interessa, è importante soltanto sapere che le creature maligne furono sconfitte e i loro poteri infranti; furono cacciate via e infine intrappolate. Coloro che le avevano sconfitte usarono i loro poteri per creare un Divieto, una barriera al di là della quale doveva essere segregato il male. Quella prigione non era né di questo né di nessun altro mondo; un buco nero di vuoto e isolamento dove soltanto il male poteva esistere. In questo abisso fu bandito, recluso per sempre il male. «La forza che aveva originato il Divieto era un albero meraviglioso chiamato Eterea. Le creature buone fecero nascere l'Eterea dalla forza vitale della terra, che chiamarono il Fuoco di Sangue, e dal loro potere. Le diedero vita affinché, con la sua presenza in questo mondo potesse mantenere il Divieto a lungo, anche dopo la loro stessa scomparsa, anche dopo che il mondo, per il cui mantenimento avevano combattuto tanto disperatamente, si fosse modificato e evoluto fino a diventare irriconoscibile. Non avevano alcun parametro per stabilire la durata della sua esistenza. Ma finché lei fosse vissuta, il Divieto sarebbe continuato, e finché il Divieto fosse continuato, il male sarebbe rimasto nella sua prigione.» Si appoggiò allo schienale della sedia, scostandosi cautamente dal tavolo per dare sollievo ai muscoli irrigiditi, e le braccia gli scivolarono in grembo. I suoi occhi scuri restavano fissi sui due uomini della Valle. «L'Eterea era ritenuta eterna - non da quelli che l'avevano creata, poiché sapevano che tutte le cose devono morire - ma da coloro che vennero dopo, e che curarono e amarono e onorarono quella pianta meravigliosa che era stata la loro protezione per infiniti secoli. Per loro, l'Eterea divenne un simbolo di eternità: era sopravvissuta alla distruzione del vecchio mondo nell'olocausto delle Grandi Guerre, alle Guerre delle Razze e al potere del Signore degli Inganni, e era sopravvissuta a ogni essere umano che l'avesse accudita sopravvissuta a tutto tranne che alla terra, e persino la terra era cambiata mentre l'Eterea era rimasta immutata.» Fece una pausa. «Così nacque la leggenda. L'Eterea sarebbe vissuta per sempre, sarebbe stata eterna. Tale convinzione non venne mai meno.» Sollevò leggermente la faccia. «Fino a ora. Ora quella certezza è caduta. L'Eterea sta morendo. Il Divieto ha cominciato a erodersi. Le creature maligne imprigionate in esso hanno cominciato a liberarsi e a tornare in questo mondo che un tempo era loro.» «Sono state quelle creature a ferirti?» domandò Wil. Allanon annuì. «Alcune già percorrono le Quattro Terre. Benché credessi di aver tenuto nascosta la mia presenza, mi hanno scoperto. Mi hanno trovato a Paranor nella Fortezza dei Druidi e per poco non mi hanno ucciso.» Flick era allarmato. «Ti cercano ancora?» «Sì... ma ho motivo di credere che questa volta avranno più difficoltà a trovarmi.» «Non è molto rassicurante» borbottò il vecchio, lanciando un'occhiata un po' apprensiva verso le finestre della stanza. Allanon ignorò il commentò. «Ricorderai, Flick, che una volta raccontai a Shea e a te la storia delle razze. Come tutte si svilupparono dall'antica razza dell'Uomo dopo la devastazione provocata dalle Grandi Guerre... tutte, tranne una. Quella degli Elfi. Ti dissi che gli Elfi esistevano da sempre. Ricordi?» Flick borbottò: «Ricordo. Un'altra cosa che non hai mai spiegato». «Ti dissi che non era ancora il momento. Ecco, ora è venuto, anche se non intendo fare una lunga digressione sulla storia degli Elfi. Ma alcune cose devi saperle. Abbiamo parlato solo in astratto delle creature che combatterono quella guerra del bene e del male che culminò nella creazione dell'Eterea. Dobbiamo dare loro un'identità. Esse divennero parte delle antiche leggende e fiabe quando gli uomini emersero dal buio della barbarie e cominciarono a popolare il mondo. Erano creature dotate di magia, come ho detto, grande e piccola. Ve n'erano di specie diverse, alcune totalmente buone, alcune totalmente cattive, altre che comprendevano individui di natura opposta. Avevano nomi che tu riconoscerai: Fate, Folletti, Spiritelli, Spettri e così via. Le nuove razze, benché di origine umana, presero il nome da quattro delle più numerose e meglio ricordate di queste presunte creature leggendarie:
Nani, Gnomi, Troll e Elfi. Se non che, naturalmente, gli Elfi sono diversi. Sono diversi perché non sono semplicemente una leggenda rinata: sono una leggenda sopravvissuta. Gli Elfi sono i discendenti delle creature fantastiche che esistevano nel mondo antico.» «Ora, aspetta un attimo» interloquì rapido Flick. «Vuoi forse dire che gli Elfi sono gli stessi di cui parlano le vecchie leggende - che c'erano realmente degli Elfi nel mondo antico?» «Certo che c'erano degli Elfi nel mondo antico - così come c'erano Troll e Nani, e tutte le altre creature che diedero origine alle leggende. L'unica differenza è che quelle sono scomparse dal mondo secoli fa, mentre gli Elfi sono rimasti. Sono cambiati, naturalmente; si sono evoluti considerevolmente. Sono stati costretti a adattarsi.» Flick aveva l'aria di non capire una sola parola di quel che stava ascoltando. «C'erano degli Elfi nel vecchio mondo?» ripeté incredulo. «Non è possibile.» «Certo che lo è» ribatté calmo il Druido. «Ma come sopravvissero alle Grandi Guerre?» «E come sopravvisse l'Uomo?» «Ma le vecchie storie ci parlano dell'Uomo... mentre non c'è un solo accenno agli Elfi!» sbottò il vecchio. «Gli Elfi erano creature della fantasia. Se esistevano veramente, dov'erano?» «Dov'erano sempre stati. Gli uomini non potevano vederli.» «Vuoi forse dirmi che gli Elfi erano invisibili?» Flick allargò le braccia. «Non ci credo!» «Tu non credesti nemmeno a quello che ti raccontai di Shea e della Spada di Shannara, se ricordi bene» ribatté Allanon, le labbra increspate in un sorriso. «Da quanto hai detto, non riesco a capire perché gli Elfi abbiano bisogno del mio aiuto» interloquì Wil, per evitare un altro scatto dello zio. Il Druido annuì. «Cercherò di spiegare, se Flick avrà la pazienza di ascoltare ancora un momento. La storia degli Elfi ci interessa per un solo motivo. Furono loro a concepire l'idea dell'Eterea e a crearla. Furono loro a darle vita e a custodirla nel corso dei secoli. La sua protezione e benessere sono affidati a un ordine di Elfi chiamati Eletti. Ogni anno, dei giovani vengono prescelti per tale compito; alla fine dell'anno vengono sostituiti. E' stato così dalla creazione della pianta. Soltanto un anno di servizio. Gli Eletti sono rispettati e onorati fra gli Elfi; solo pochi vengono prescelti e a costoro viene garantita una posizione di grande prestigio nella cultura elfa. «Tutto ciò ci riporta al presente. Come vi ho detto, l'Eterea sta morendo. Pochi giorni fa, lo ha annunciato lei stessa agli Eletti. E' stata in grado di farlo perché è un essere senziente e possiede la capacità di comunicare. Ha rivelato loro che la sua morte è inevitabile e vicina. Ha rivelato anche quel che le leggende elfe avevano predetto, che i primi Elfi avevano saputo, ma che le successive generazioni avevano praticamente dimenticato: che anche l'Eterea deve morire, come tutte le creature viventi ma, che a differenza di queste ultime, può rinascere. La sua rinascita, però, dipende totalmente dall'impegno degli Eletti. Uno di loro deve portare il suo seme alla fonte della vita della terra: il Fuoco di Sangue. Soltanto uno degli Eletti attualmente al suo servizio può farlo. L'Eterea ha detto loro dove è possibile trovare il Fuoco di Sangue e li ha sollecitati a fare i preparativi per la ricerca.» Fece una pausa. «Ma prima che si potesse intraprendere la missione, alcune delle creature maligne imprigionate dal Divieto si sono liberate, facendosi strada facilmente attraverso la barriera che, col venir meno della forza dell'Eterea, ha cominciato a indebolirsi. Una è penetrata nella città elfa di Arborlon, dove sta l'Eterea, e ha ucciso gli Eletti che vi ha trovato, credendo così di escludere ogni possibilità che la pianta rinascesse. Io sono arrivato troppo tardi per evitare che ciò accadesse. Ma ho parlato con l'Eterea e ho scoperto che uno degli Eletti è ancora in vita: una ragazza che non era in città quando gli altri sono stati uccisi. Il suo nome è Amberle. Ho lasciato Arborlon per cercarla.» Si chinò di nuovo in avanti. «Ma anche i maligni hanno appreso della sua esistenza. Mi hanno già inseguito per impedirmi di raggiungerla e per poco non ci sono riusciti. Certo tenteranno di nuovo, se ne avranno l'opportunità. Ma non sanno dove lei si trova e, per il momento almeno, non sanno nemmeno dove mi trovo io. Se sarò abbastanza rapido, dovrei riuscire a raggiungerla e riportarla sana e salva a Arborlon prima che mi scoprano di nuovo.» «Allora devo dedurre che stai perdendo del tempo prezioso conversando con noi» replicò deciso Flick. «Dovresti già essere partito alla ricerca della ragazza.» Il Druido l'ignorò, ma si incupì lievemente. «Anche se riporterò Amberle a Arborlon, ci saranno ancora dei problemi da risolvere. Come ultima degli Eletti, toccherà a lei andare alla ricerca del Fuoco di Sangue, per immergervi il seme dell'Eterea. Nessuno, me compreso, sa esattamente dove si trovi il Fuoco. Un tempo, l'Eterea lo sapeva. Ma il mondo che lei ricorda è ora scomparso. Ha dato agli Elfi un nome... Cripta. Un nome che non ha significato per loro, un nome del mondo antico. Dopo aver lasciato Arborlon, mi sono recato prima a Paranor per consultare le storie druide compilate dal Consiglio dopo le Grandi Guerre... storie che riportano i misteri del mondo antico. Leggendole, sono riuscito a scoprire il paese in cui si trova la Cripta.
Ma, dove si trovi esattamente il Fuoco di Sangue, dovranno scoprirlo coloro che lo cercano.» E improvvisamente Wil Ohmsford capì perché Allanon voleva che lui partisse per le Terre dell'Ovest. L'aveva capito, ma non poteva crederci. «Amberle non può intraprendere il viaggio da sola» proseguì Allanon. «Il paese in cui deve addentrarsi è pericoloso... troppo pericoloso perché una ragazza elfa possa viaggiarvi sola. Nel migliore dei casi, sarà un'impresa ardua. Coloro che hanno oltrepassato il Divieto continueranno a cercarla; se la trovano, lei non avrà nessuna protezione. Non le deve assolutamente capitare nulla. Lei è l'unica speranza del suo popolo. Se l'Eterea non rinascerà, il Divieto crollerà e il male da esso imprigionato si scatenerà di nuovo sulla terra. Ci sarà allora una guerra che, con tutta probabilità, gli Elfi non potranno vincere. Se essi verranno distrutti, le creature del male si abbatteranno anche sulle altre terre, diventando sempre più forti, come è nella loro natura. Alla fine, le razze verranno divorate.» «Ma ci sarai tu per aiutarla...» cominciò Wil, cercando di sfuggire alla trappola che sentiva chiudersi intorno a lui. «Io non potrò farlo» l'interruppe bruscamente Allanon. Ci fu un lungo silenzio. Il Druido allargò le mani sul tavolo. «E per un valido motivo, Wil Ohmsford. Ti ho detto che il male già comincia a irrompere dalla barriera del Divieto. L'Eterea si indebolirà sempre più, mentre le creature che lei tiene prigioniere diventeranno sempre più forti. Continueranno a premere contro la barriera del Divieto. Continueranno a uscirne. Alla fine, l'abbatteranno. Quando ciò accadrà, convergeranno sulla nazione elfa e cercheranno di distruggerla. Ciò può accadere assai prima che venga trovato il Fuoco di Sangue. Esiste anche la possibilità che il Fuoco di Sangue non venga mai trovato o che venga trovato troppo tardi. In entrambi i casi, il popolo elfo dovrà essere pronto a combattere. Alcune delle creature imprigionate dal Divieto sono molto potenti; almeno una di loro possiede poteri quasi pari ai miei. Gli Elfi saranno inermi contro di esse, perché hanno perso i loro poteri magici. I Druidi che un tempo li aiutarono sono scomparsi, sono rimasto soltanto io. Se io li lascio per accompagnare Amberle, saranno indifesi. Non posso farlo. Devo dar loro tutto l'aiuto possibile. «Eppure qualcuno dovrà andare con Amberle... qualcuno abbastanza potente da resistere al male che la inseguirà, qualcuno di cui ci si possa fidare e che faccia tutto quel che è umanamente possibile per proteggerla. Quel qualcuno sei tu, Wil.» «Ma cosa dici?» sbottò Flick, esasperato. «Che aiuto può dare Wil contro creature come quelle... che per poco non hanno fatto fuori te? Non vorrai forse che usi la Spada di Shannara?» Allanon scosse la testa. «Il potere della Spada funziona soltanto contro l'illusione. Il male che ci minaccia è molto concreto, tangibile. La Spada sarebbe impotente contro di esso.» Per poco Flick non saltò in piedi. «Che cosa, allora?» Gli occhi del Druido erano cupi e penetranti e Wil Ohmsford si sentì venir meno. «Le Pietre Magiche.» Flick era esterrefatto. «Le Pietre Magiche! Ma le ha Shea!» Wil gli posò rapidamente una mano sul braccio. «No, zio Flick, le ho io.» Si frugò nella tunica e estrasse un sacchetto di cuoio. «Il nonno me le diede quando lasciai Valle d'Ombra per venire a Storlock. Mi disse che non ne aveva più bisogno e che riteneva dovessero appartenere a me.» La sua voce tremava. «E' strano; le ho prese soltanto per accontentarlo... non avrei mai creduto di usarle. Non ci ho mai nemmeno provato.» «Non ti saranno di alcun aiuto, Wil.» Flick si voltò in fretta verso Allanon. «Lui lo sa. Solo Shea poteva usare le Pietre Magiche. Chiunque altro non ne caverebbe niente.» L'espressione di Allanon era immutata. «Non è del tutto vero, Flick. Possono essere usate soltanto da colui al quale vengano date liberamente. Io le diedi a Shea quando lo avvertii di rifugiarsi a Culhaven. Rimasero sue finché lui, a sua volta, le diede a Wil. Ora appartengono a lui e sarà lui che dovrà invocarne il potere, come un tempo fece Shea.» Flick era disperato. «Le puoi restituire» insistette, voltandosi verso Wil, vedendo l'espressione confusa, disorientata del giovane. «Oppure darle a qualcun altro... chiunque altro. Non sei obbligato a tenerle. A lasciarti coinvolgere in questa pazza avventura!» Allanon scosse la testa. «Flick, lui è già coinvolto.» «Ma che ne sarà dei miei piani di diventare Guaritore?» interloquì improvvisamente Wil. «Di tutto il tempo e la fatica che vi ho dedicato? Diventare guaritore è stata sempre la mia unica ambizione e ora sto finalmente per realizzarla. Devo abbandonare tutto?» «Se rifiuti di dare il tuo aiuto in questa impresa, come potrai diventare Guaritore?» La voce del Druido si fece dura. «Un Guaritore deve prodigarsi quanto può, come può, dove può. Non ha scelta. Se tu rifiuterai di venire e accadrà tutto quello che io ho previsto - e non ho dubbi in proposito - come potrai vivere, sapendo che non hai nemmeno cercato di impedirlo?»
Wil avvampò. «Ma quando potrò tornare?» «Non so. Forse ci vorrà molto tempo.» «E anche se vengo con te, come puoi essere certo che il potere delle Pietre Magiche sarà abbastanza grande da proteggere la ragazza?» Il volto di Allanon si fece impenetrabile. «Non posso esserne certo. Il potere delle Pietre Magiche dipende da chi le possiede. Shea non ne verificò mai i limiti; tu potresti doverlo fare.» «Non mi puoi dare alcuna rassicurazione, allora?» La voce del giovane si era ridotta a un sussurro. «No.» Gli occhi del Druido non lo abbandonarono. «E, tuttavia, devi venire.» Wil si abbandonò sulla sedia, stordito. «Sembra proprio che non abbia scelta.» «Certo che ce l'hai!» sbottò Flick, furibondo. «Rinuncerai a tutto soltanto perché... perché Allanon ha detto che devi farlo? Lo seguirai soltanto per questo?» Wil lo guardò. «Non avete fatto così anche voi - tu e il nonno - quando siete partiti alla ricerca della Spada di Shannara?» Flick esitò, disorientato; poi si protese a afferrare la mano del nipote, stringendola forte. «Stai arrivando a delle conclusioni affrettate, Wil. Eppure ti avevo messo in guardia. Ora devi ascoltarmi. C'è dell'altro in questa faccenda. Qualcosa che il Druido nasconde. Me lo sento.» La sua voce si fece tesa, e le rughe sul suo volto incorniciato dalla barba grigia si approfondirono. «Temo per la tua sorte. E' la paura che mi fa parlare così. Tu sei come un figlio per me e non voglio perderti.» «Lo so» sussurrò Wil. «Lo so.» Flick si raddrizzò. «Allora non andare. Lascia che Allanon trovi qualcun altro.» Il Druido scosse la testa. «Non posso, Flick. Non c'è nessun altro. Soltanto Wil.» I suoi occhi cercarono quelli del giovane. «Devi venire.» «Lascia che prenda io il suo posto» si offrì improvvisamente Flick, con una nota di disperazione nella voce. «Wil mi darà le Pietre Magiche, e io proteggerò la ragazza elfa. Allanon, noi ci conosciamo...» Ma il Druido già scuoteva la testa. «Flick, tu non puoi venire» disse con dolcezza. «Il tuo cuore è più grande delle tue forze, uomo della Valle. Il viaggio sarà lungo e difficile e solo un giovane può affrontarlo.» Fece una pausa. «Le nostre imprese in comune sono terminate, Flick.» Ci fu un lungo silenzio. Poi il Druido si voltò verso Wil Ohmsford, in attesa. Il giovane guardò lo zio. Si fissarono l'un l'altro per un attimo, senza parole. Lo sguardo di Flick era incerto, quello di Wil adesso era risoluto. Flick capì che la decisione era stata presa. Quasi impercettibilmente, annuì. «Devi fare quel che ritieni giusto» borbottò, pronunciando ogni parola a malincuore. Wil si voltò verso il Druido. «Verrò con te.» 9. Il mattino dopo, all'alba, Allanon andò da Wil Ohmsford e gli annunciò che dovevano lasciare immediatamente Storlock. Cupo e arcigno, il Druido apparve alla porta della casa del giovane senza una parola di preavviso e Wil fu sul punto di protestare, ma qualcosa nel volto e nella voce dell'uomo lo dissuase dal farlo. La sera prima, quando si erano congedati, il Druido non aveva espresso alcuna urgenza; ora il suo atteggiamento era cambiato. Qualsiasi cosa lo avesse indotto a prendere quella decisione, doveva essere di estrema gravità. In silenzio, il giovane infilò in un sacco le sue poche cose e, dopo aver chiuso a chiave la porta della sua casetta, seguì il Druido. Pioveva di nuovo, con l'avvicinarsi di un altro temporale da nord-ovest, e il cielo era plumbeo. Allanon precedeva il giovane per la strada infangata, l'alta sagoma avviluppata nel mantello nero, la testa leggermente china contro il vento che si andava rafforzando. Sui gradini del centro di riposo alcuni Stor in tunica bianca li aspettavano con una piccola sacca da guaritore per Wil e provviste per il viaggio. Artaq, già sellato, scuoteva la testa, impaziente di partire, e Allanon si affrettò a montare lo stallone nero, con una precauzione tale da far pensare che le sue ferite non fossero ancora completamente guarite. Wil ricevette un grigio robusto castrato di nome Spitter, e aveva già infilato un piede in una staffa quando Flick arrivò, trafelato, rosso in faccia e gocciolante di pioggia. In gran fretta suo zio lo fece smontare da cavallo e salire sotto il portico del centro di riposo. «Me l'hanno appena detto» disse, senza fiato, asciugandosi la faccia. «E' già tanto che se ne siano ricordati!» Lanciò un'occhiata furibonda verso Allanon. «E' proprio indispensabile che partiate così in fretta?» Wil annuì lentamente. «Credo di sì.» Gli occhi di Flick esprimevano delusione e ansia. «Puoi ancora rivedere la tua decisione» borbottò e avrebbe proseguito, se Wil non avesse subito fatto cenno di no con la testa. «Benissimo. Racconterò a tuo nonno cosa è accaduto, anche se sono certo che nemmeno a lui andrà a genio. Sii cauto, Wil. Ricorda quel che ti ho detto: tutti noi abbiamo dei limiti.» Wil annuì. Si congedarono in modo rapido, sbrigativo, come se temessero di esprimere i loro veri sentimenti,
i volti pensierosi e tirati mentre si guardavano e si abbracciavano frettolosamente. Poi Allanon e Wil partirono. Flick, gli Stor e il villaggio diventarono ombre oscure che si allentavano nella bruma e nel grigio delle foreste orientali, e infine sparirono dalla loro vista. Uscirono da Storlock arrivando fino al limite delle Pianure di Rabb, poi voltarono a sud. Allanon si fermò solo il tempo necessario per informare Wil che, nel primo tratto del loro viaggio, sarebbero scesi a sud del fiume Argento per raggiungere un piccolo villaggio ai margini occidentali dell'Anar inferiore, chiamato Havenstead. Lì avrebbero trovato Amberle. Il Druido non aggiunse altro, e Wil non indagò. La pioggia scendeva a rovesci e il temporale diventava sempre più violento; tenendosi vicini alla foresta, chinarono le teste e cavalcarono senza parlare. Mentre viaggiavano, i pensieri di Wil tornavano agli eventi della sera precedente. Nemmeno ora sapeva con certezza perché avesse deciso di seguire il Druido. E ciò lo turbava. Come mai non poteva spiegare, nemmeno a se stesso, perché avesse acconsentito a intraprendere quel viaggio così strano? Aveva avuto tempo sufficiente per valutarne le motivazioni, e lo aveva fatto. La riflessione avrebbe dovuto chiarire il perché della sua decisione, ma non era così. Anzi, provava un persistente senso di confusione. Tutto sembrava affastellarsi nella sua mente: gli elementi disparati, incompleti, le emozioni di cui erano intessuti e colorati. Non sarebbe riuscito a ricomporli, in un quadro nitido, razionale. Gli sfuggivano come pecore sbandate che lui cercava inutilmente di radunare. Voleva convincersi che la sua scelta di seguire Allanon fosse stata dettata dalla necessità del suo contributo. Se tutto quel che gli aveva detto il Druido era vero - e lui sentiva che lo era, nonostante i dubbi palesi di Flick - egli poteva essere di grande aiuto al popolo elfo e in particolare a quella ragazza, Amberle. Ma perché illudersi? Non era affatto sicuro di poter usare le Pietre Magiche che suo nonno gli aveva affidato. E se non fosse riuscito a evocarne il potere? E se Allanon si fosse sbagliato, nel credere che egli potesse usarle? In ogni caso aveva agito d’impulso: doveva ammetterlo. D'altra parte, la decisione, anche se estemporanea, era dettata da giuste motivazioni. Se era in grado di aiutare gli Elfi, doveva farlo, o almeno provarvi. Inoltre, suo nonno non si sarebbe tirato indietro, di questo era certo come era certo di esistere. Shea Ohmsford sarebbe partito, se Allanon glielo avesse chiesto, così come era partito per cercare la Spada di Shannara. Wil non poteva essergli da meno. Inspirò profondamente. Sì, aveva preso una decisione giusta e sensata, anche se ora tutto gli appariva confuso e sconnesso. A turbarlo, comprese all'improvviso, non era niente connesso con quella decisione o con i motivi che l'avevano inspirata. Era qualcosa che aveva a che fare con Allanon. Wil avrebbe voluto credere che era stato lui stesso a decidere. E invece più ci pensava, più si rendeva conto che non era stato affatto lui, ma Allanon. Certo, apparentemente, era stato lui a esprimere con coraggio la sua decisione, nonostante gli avvertimenti dello zio. Eppure Wil sapeva che il Druido aveva previsto esattamente cosa l'avrebbe persuaso a pronunciare quelle parole, e aveva manovrato la conversazione di conseguenza. Misteriosamente aveva previsto le reazioni del giovane, e quelle di Flick, così come l'esito della loro discussione e l'influenza dei suoi interventi. Aveva saputo tutto ciò, e si era comportato di conseguenza. Un tempo Shea Ohmsford aveva detto a Wil che Allanon aveva il dono di leggere il pensiero degli altri. Ora Wil capiva esattamente cosa intendeva suo nonno. Così aveva accettato l'impegno. Non poteva abbandonarlo, anche se lo avesse voluto. Ma d'ora in poi si sarebbe messo in guardia contro le abili manipolazioni del Druido. Per quel che gli era possibile, avrebbe cercato di vedere, al di là delle parole e delle azioni dell'imponente uomo, i motivi che le ispiravano, anzi, di capire cosa Allanon pretendesse da lui. Wil non voleva farsi menare per il naso da nessuno. Badava a se stesso da diversi anni e non intendeva smettere ora. Doveva essere cauto nei confronti del Druido. Certo si sarebbe fidato di lui, ma non ciecamente e non senza le necessarie riflessioni. Forse poteva essere utile agli Elfi e a quella ragazza, Amberle; non che i sentimenti provocati in lui dal modo in cui Allanon si era assicurato la sua collaborazione lo spingessero a negare tale possibilità, ma avrebbe fatto in modo da preservare la sua autonomia di decidere lui di quali interessi doveva curarsi. Non avrebbe accettato niente a scatola chiusa. Sollevò lo sguardo, circospetto, e sbirciò attraverso la pioggia la forma scura che cavalcava davanti a lui: Allanon, l'ultimo dei Druidi, un essere venuto da un'altra era, e il cui immenso potere era sconosciuto nel mondo attuale. Wil doveva allo stesso tempo fidarsi e non fidarsi di lui. Per un attimo si sentì profondamente costernato. In quale guaio si era messo? Forse, dopo tutto, Flick aveva ragione. Forse avrebbe fatto meglio a ponderare di più quella decisione. Ma ormai era troppo tardi. Troppo tardi, anche, per simili riflessioni. Scosse la testa. Non c'era senso a insistervi. Gli conveniva volgere i suoi pensieri in un'altra direzione. Ci provò inutilmente per tutto il resto del giorno. Col passare delle ore la pioggia si attenuò, poi, nel grigio freddo del crepuscolo, finalmente cessò. Il cielo era ancora coperto di densi strati di nubi temporalesche quando scese il buio della notte e l'aria si riempì di una nebbia leggera che vagava ai margini della foresta come un bambino smarrito. Allanon si diresse verso il riparo dei grandi alberi, e si accamparono in una piccola radura a una certa distanza dalle Pianure di Rabb. Dietro di loro, sopra il tetto della foresta, si levava la nera barriera delle Montagne del Wolfsktaag, poco più
che un'ombra più scura sullo sfondo della notte. Nonostante l'umidità, riuscirono a raccogliere abbastanza legna asciutta da accendere un piccolo fuoco; le fiamme intiepidirono il gelo della sera. Appesero i mantelli da viaggio a asciugare e legarono i cavalli a degli alberi vicini. Consumarono un pasto frugale di carne fredda, frutta e noci che si erano portati da Storlock, scambiandosi qualche parola frettolosa mentre mangiavano. Il Druido se ne stava in silenzio, assorto nei suoi pensieri, come lo era sempre stato da quando avevano lasciato il villaggio, evidentemente riluttante a intavolare una conversazione. Ma Wil era ben deciso a farsi dare dei chiarimenti su quel che lo aspettava e non aveva intenzione di aspettare ulteriormente. Quando ebbero finito di mangiare, si avvicinò un poco al fuoco, in modo da attirare l'attenzione di Allanon. «Possiamo parlare?» esordì cauto, ricordando che suo nonno gli aveva descritto il temperamento imprevedibile del Druido. Per un attimo l'altro lo fissò con occhi inespressivi, poi annuì. «Puoi dirmi qualcos'altro sulla storia del popolo elfo?» Wil aveva deciso di cominciare da lì. Allanon ebbe un debole sorriso. «Benissimo. Cosa desideri sapere, Wil Ohmsford?» Il giovane esitò. «Ieri sera ci hai detto che, anche se la storia del vecchio mondo non contiene alcun accenno al popolo elfo, tranne che nelle favole e nei costumi, essi erano un popolo vero, proprio come gli uomini. Tu hai detto che esistevano, ma gli umani non erano in grado di vederli. Ecco, questo non l'ho capito!» «Davvero?» Il Druido sembrava divertito. «Bene, allora avrai una spiegazione. In parole povere, gli Elfi sono sempre vissuti nelle foreste... ma ancor più nelle epoche precedenti le Grandi Guerre. A quei tempi, come ti ho già detto, erano creature dotate di poteri magici. Possedevano la capacità di fondersi naturalmente con l'ambiente, di diventare un cespuglio o una pianta davanti ai quali si passa mille volte senza notarli. Gli uomini non li vedevano perché non sapevano come cercarli.» «Ma erano invisibili?» «No.» «Era soltanto difficile individuarli?» «Sì, sì.» C'era una nota di fastidio nella risposta del Druido. «Ma perché adesso riusciamo a vederli?» Allanon si raddrizzò. «Tu non mi ascolti. Nel vecchio mondo, gli Elfi erano creature dotate di arti magiche, come tutte le creature descritte nelle favole. Ora non lo sono più. Sono uomini, come te. Hanno perso la loro magia.» «Come è successo?» Wil appoggiò i gomiti sulle ginocchia puntellandosi il mento con le palme delle mani, come un bambino incuriosito. «Non è facile spiegarlo» rispose il Druido un po' perplesso, «ma poiché penso che non sarai soddisfatto finché non ci avrò provato, farò del mio meglio.» Si chinò leggermente in avanti. «Dopo la creazione dell'Eterea e dopo che le creature della magia maligna furono bandite dalla terra, gli Elfi e i loro fratelli si separarono di nuovo. Era naturale che questo accadesse perché si erano uniti soltanto allo scopo di sconfiggere il comune nemico e, una volta raggiunto tale scopo, non c'era più molta coesione fra loro. Oltre alla preoccupazione di preservare la natura, non avevano niente in comune. Ogni specie di creatura aveva il suo stile di vita, le sue abitudini, i suoi interessi. Elfi, Nani, Folletti, Gnomi, Troll, Streghe e tutti gli altri differivano fra loro come gli animali della foresta differiscono dai pesci del mare. «La specie umana non aveva ancora cominciato a emergere dalla sua esistenza primitiva, e ci sarebbero voluti secoli prima che si evolvesse. Le creature fantastiche non si interessavano gran che degli uomini e, a dire il vero, era comprensibile. Dopotutto, a quell'epoca, gli uomini erano semplicemente una forma superiore di vita animale, possedevano più di altri animali una maggior intelligenza innata, ma erano meno dotati di istinti. Gli Elfi e i loro fratelli non prevedevano l'influenza che gli uomini avrebbero avuto un giorno sullo sviluppo della terra.» Il Druido fece una pausa. «Eppure avrebbero potuto prevederlo: bastava tener conto delle differenze esistenti fra loro e la specie umana. Due furono di particolare importanza. Gli Elfi e i loro fratelli non si riproducevano rapidamente; gli uomini sì. Gli Elfi, per esempio, erano uno dei popoli più numerosi ma, pur vivendo a lungo, le nascite fra di loro erano rare. Molte delle altre creature procreavano soltanto una volta a distanza di secoli. Invece gli uomini avevano frequenti nascite multiple nell'unità familiare, e la loro popolazione cresceva rapidamente. All'inizio, le creature fantastiche erano assai più numerose di quelle umane. Nell'arco di un millennio la situazione si ribaltò drammaticamente. Dopo di che l'espansione della popolazione umana proseguì costantemente, mentre le creature fantastiche cominciarono a diminuire... ma su questo ritornerò fra poco. «La seconda differenza fra gli Elfi e i loro fratelli da una parte e la razza umana dall'altra riguardava la capacità, o l'incapacità di adattarsi. Gli Elfi erano creature della foresta; raramente lasciavano il rifugio dei loro boschi. Lo stesso valeva per gli altri. Ciascun popolo risiedeva entro una particolare area geografica accuratamente delimitata. Era sempre stato così. Alcuni vivevano nelle foreste, altri sui fiumi o sui mari, altri sulle montagne, alcuni nelle pianure. Avevano adattato il loro tipo di vita al loro ambiente; non avrebbero
voluto né potuto vivere altrove. Ma gli uomini erano più adattabili: si stabilivano dappertutto. Le foreste, i fiumi, le montagne, le pianure... si impadronivano di tutto. Perciò la loro espansione, man mano che aumentava la loro popolazione, avvenne in modo facile, naturale. Si adattavano a qualsiasi cambiamento dell'ambiente, mentre gli Elfi e le altre creature vi resistevano.» Allanon fece una pausa, poi sorrise. «Ci fu un tempo, Wil Ohmsford, in cui la vita nel vecchio mondo era molto simile a quella di adesso... e gli uomini vivevano e lavoravano e giocavano come fanno ora le razze. Ti sorprende?» Wil annuì. «Un poco. sì.» Il Druido scosse la testa. «Eppure ci fu quel tempo. Gli Elfi si sarebbero dovuti manifestare e unire agli uomini per plasmare il mondo. Ma non lo fecero... né loro né gli altri. Scelsero di restare nascosti nelle foreste, limitandosi a osservare, convinti che lo sviluppo dell'umanità non avrebbe intaccato la loro esistenza. Non vi scorgevano nessuna minaccia: gli uomini non possedevano la magia e non erano malvagi... per il momento. Gli Elfi continuarono la loro politica di isolamento, pensando assurdamente di andare avanti così all'infinito. E determinarono la loro condanna. La popolazione umana continuò a espandersi e a evolversi. Col passare del tempo, scoprì l'esistenza degli Elfi e degli altri. Ma poiché le creature fantastiche avevano scelto di occultarsi, attirarono su di sé la sfiducia degli uomini. Questi credevano che portassero sfortuna, che li spiassero, che fossero esseri maligni e intriganti il cui passatempo preferito consistesse nel rendere ancora più difficile la loro vita già tanto faticosa. Queste accuse non erano del tutto infondate, poiché alcune creature si divertivano davvero a tormentare gli umani con piccoli atti di magia, ma certo non si meritavano la brutta fama che si erano fatte. In ogni caso gli Elfi e gli altri decisero di ignorare il problema. L'atteggiamento degli uomini verso di loro non li riguardava. Si preoccupavano soltanto di preservare e proteggere la terra e gli esseri che vi abitavano, e era un compito che sapevano svolgere molto bene, nonostante l'avversione degli uomini. «Ma poi anche questa situazione cominciò a cambiare. Gli uomini continuarono a popolare la terra con crescente rapidità, espandendosi, moltiplicandosi, costruendo città e fortezze, percorrendo i mari alla ricerca di nuove terre, limitando le zone selvagge. Cominciarono, per la prima volta, a compromettere pesantemente il carattere della terra, stravolgendo intere regioni per insediarvisi. Gli Elfi furono costretti a ritirarsi sempre più nelle loro foreste, mentre gli uomini continuavano a tagliare alberi e boscaglia. Tutte le creature fantastiche furono assediate da questa espansione e, infine, alcune si ritrovarono senza casa.» «Ma non resistettero a questa intrusione?» interruppe improvvisamente Wil. «Ormai era troppo tardi» rispose Allanon con un sorriso amaro. «Nel frattempo, alcune di queste creature si erano estinte, alcune per incapacità a procreare, altre per incapacità a adattarsi ai cambiamenti dell'ambiente. Quelle superstiti non erano più in grado di unirsi come avevano fatto un tempo; erano trascorsi secoli dalla loro guerra contro le creature della magia maligna, e si erano sparse di qua e di là, perdendo i reciproci contatti. E, quel che è peggio, avevano perso la loro magia. Quando la magia maligna aveva imperversato sulla terra era stata necessaria la magia buona per opporle resistenza. Ma una volta che il male fu bandito, non ci fu più bisogno della magia buona. Le creature che la possedevano cessarono quasi completamente di usarla. Col passare del tempo, la dimenticarono. Gli esseri umani non usavano nessuna magia, così gli Elfi e i loro fratelli non ritennero necessario ricorrere alla potente magia che un tempo avevano impiegato per sconfiggere il male. Quando si accorsero di averne nuovamente bisogno, scoprirono di averla persa quasi completamente. Così la resistenza all'espansione della popolazione umana nelle loro terre fu fortemente indebolita. Dapprima combatterono duramente, usando tutto il potere che ancora possedevano per porre fine a quel che stava succedendo. Non servì a niente. Gli uomini erano tanti e loro troppo pochi, dotati di una magia ormai inefficace che offrì loro piccole vittorie, brevi tregue, ma niente di più. Alla fine furono sopraffatti, cacciati dalle loro terre e costretti a trovarne altre o a perire... vinti, in ultima analisi, da una scienza e da una tecnologia contro le quali non avevano una reale difesa.» «E gli Elfi - che ne fu di loro?» chiese a bassa voce Wil. «Impararono a sopravvivere. La loro popolazione diminuì, ma non si estinse come molte altre. Rimasero nella foresta, penetrandovi sempre più a fondo, nascosti ora completamente agli uomini che erano arrivati a occupare quasi tutta la terra. Assistettero inorriditi alla distruzione del loro mondo, spogliato delle sue risorse e della sua vita animale. Assistettero allo sconvolgimento irreversibile del suo equilibrio ecologico. Assistettero alle guerre incessanti fra gli uomini mentre i vari paesi cercavano di conquistare il dominio l'uno sull'altro. Osservavano e aspettavano e si preparavano - perché avevano capito come sarebbe finita.» «Con le Grandi Guerre» fece Wil, anticipando il Druido. «Con le Grandi Guerre» annuì Allanon. «Gli Elfi previdero tali orrori. Usarono tutta la magia ancora in loro possesso nello sforzo di preservare se stessi e alcuni tesori, scelti con cura, del loro passato - e fra questi l'Eterea - dall'olocausto che seguì. Fu uno sforzo notevole che consentì loro di sopravvivere. Quasi tutte le altre creature fantastiche furono distrutte. Un piccolo numero di uomini sopravvisse, anche se non fu merito della loro lungimiranza. Sopravvissero perché erano così numerosi in così numerose zone della terra che
alcuni semplicemente non furono colpiti dall'olocausto. Ma tutto quello che avevano costruito andò distrutto. La loro civiltà fu annientata in tutta la sua estensione. Il vecchio mondo fu ridotto a uno squallido deserto. «Nei secoli che seguirono, tutti gli esseri viventi dovettero combattere selvaggiamente per sopravvivere. Le poche creature rimaste in questo nuovo mondo furono costrette a adattarsi all'ambiente primitivo che le circondava, un ambiente in cui la natura era stata stravolta fino a diventare irriconoscibile. Anche gli uomini erano cambiati per sempre. Dalla vecchia razza umana emersero quattro razze nuove, distinte: Uomini, Nani, Gnomi e Troll. Si credeva, e molti lo credono ancora, che gli Elfi fossero una quinta razza nata dall'olocausto. Per le nuove razze fu l'alba della vita. Quasi tutta la storia del vecchio mondo fu rapidamente dimenticata - e anche l'antico modo di vivere. Gli Elfi preservarono gran parte della loro storia e delle loro tradizioni. Avevano perso solo la magia - ma per sempre. L'esigenza di adattarsi produsse cambiamenti che altrimenti non sarebbero avvenuti, cambiamenti che li avvicinarono culturalmente e fisiologicamente alle nuove razze. Nel nuovo mondo uomini rinati e Elfi sopravvissuti si assimilarono finché, inesorabilmente, diventarono praticamente uguali. «E quando, finalmente, quasi un millennio dopo la fine delle Grandi Guerre, le nuove razze cominciarono a emergere dall'esistenza primitiva che avevano condotto nella lotta per sopravvivere alle conseguenze dell'olocausto, gli Elfi furono con loro. Non rimasero più nascosti nelle foreste come osservatori imparziali. Questa volta avrebbero preso parte allo sviluppo del nuovo mondo, collaborando con le nuove razze per essere certi che gli uomini non imboccassero di nuovo quella strada che per poco non era terminata con la distruzione di tutta la vita. Perciò, attraverso il Druido Galaphile, gli Elfi convocarono il Primo Consiglio di Paranor. E cercarono di distogliere le razze da un malaugurato interesse per le vecchie scienze della tecnologia e dell'energia, consigliando un approccio più cauto verso i misteri della vita. Così si proposero di riconquistare almeno in parte la magia che avevano perduto, nella convinzione che queste arti li avrebbero meglio aiutati nello sforzo di preservare il nuovo mondo e la sua vita.» «Eppure gli Elfi non hanno magia» ricordò Wil. «Soltanto i Druidi l'avevano.» «I Druidi e pochi altri sparsi per il mondo» corresse Allanon. Per un attimo rimase assorto. Quando riprese a parlare, la sua voce era lontana. «I Druidi capirono presto quali pericoli fossero connessi alla ricerca della magia perduta. Glieli illustrò un Druido di nome Brona. Ma egli era così determinato a esplorare i limiti della magia che ne fu distrutto, trasformandosi in quella creatura nota come il Signore degli Inganni. Quando i Druidi capirono come il desiderio insano di impadronirsi di quella magia l'avesse devastato, proibirono ogni ulteriore esplorazione. La magia che avevano scoperto non era né totalmente buona, né totalmente cattiva; era semplicemente troppo potente perché esseri mortali potessero controllarla. Per un certo tempo, fu accantonata. Poi Brona catturò e uccise tutti i Druidi a Paranor, scatenando la Seconda Guerra delle Razze, e così rimase soltanto Bremen in grado di insegnare la magia. Poi, quando lui scomparve, rimasi soltanto io...» La sua voce si affievolì; e i suoi occhi, ora ridotti a fessure, scrutarono il fuoco ai loro piedi. Poi, improvvisamente, il Druido tornò a guardare Wil. «Che cos'altro vuoi sapere, giovane della Valle?» Il tono della sua voce era brusco, quasi incollerito. Quel mutamento improvviso colse Wil di sorpresa, ma si costrinse a sostenere lo sguardo del Druido. «Che cos'altro vuoi che io sappia?» ribatté, calmo. Allanon tacque, in attesa. Ci fu una lunga pausa di silenzio, carica di tensione, mentre i due uomini si fronteggiavano. Infine Wil distolse lo sguardo, attizzando le braci con la punta di uno stivale. «Quegli esseri che furono imprigionati al di là del Divieto... cosa mi dici di loro?» chiese infine. «Come mai sono sopravvissuti per tanti anni? Perché non sono periti?» L'espressione cupa di Allanon non si attenuò. «Chiamali demoni, perché è quello che sono diventati. Furono mandati in un non-luogo, uno spazio vuoto al di là di ogni mondo vivente. In quell'oscurità senza tempo non esistono né vecchiaia né morte. Gli Elfi non se ne resero conto, immagino, o forse non vi diedero molta importanza, poiché pensavano soprattutto a allontanare il male dal loro mondo. In ogni caso, i demoni non morirono; anzi, si moltiplicarono. Il male racchiuso in loro continuava a crescere e a rafforzarsi. Alimentava nuova vita. Poiché il male lasciato a se stesso, Wil, non perisce, ma prospera. Imprigionarlo non significa distruggerlo. Esso si nutre di sé, cresce nel suo isolamento, si dilata e si imbestialisce finché si libera... e allora... e allora imperversa.» «E la sua magia?» insistette Wil. «Anche la sua magia è cresciuta?» L'espressione dell'altro si fece meno dura, e annuì. «Alimentata nello stesso modo, e praticata, poiché, nella loro prigione, i maligni si combattono l'un l'altro, resi quasi folli dal bisogno di sfogare l'odio per quello che hanno subito.» Ora fu il giovane della Valle a chiudersi nel silenzio. Chinò la testa nell'ombra, le braccia allacciate protettivamente intorno alle ginocchia mentre sollevava le gambe verso il petto. A est risuonava in distanza il debole rombo del temporale che svaniva nella barriera frastagliata del Wolfsktaag. Un'ombra d'impazienza
apparve negli occhi scuri di Allanon mentre osservava il giovane. Si chinò di nuovo verso di lui. «Ho risposto a tutti i tuoi quesiti, ora, Wil Ohmsford?» L'altro sbatté le palpebre. «No.» Sollevò di scatto la testa. «No, ne ho un altro.» Allanon si accigliò. «Ah, sì? Parla, allora.» Era chiaramente contrariato. Wil esitò, valutando l'opportunità di quel che stava per dire. Poi decise che non doveva tacere. Scelse con cura le parole. «Da tutto quanto mi hai detto è evidente che questi demoni metteranno a dura prova gli Elfi. E dal tuo incontro con loro, è evidente che hanno messo a dura prova anche te.» Ora gli occhi di Allanon brillavano di collera, ma Wil si affrettò a proseguire: «Se accompagnerò la ragazza elfa alla ricerca del Fuoco di Sangue, come tu mi hai chiesto di fare, sicuramente ci seguiranno. E se ci trovano? Che possibilità ho io di opporre resistenza? Persino con le Pietre Magiche, che possibilità ho? Prima non mi hai risposto in merito. Fallo ora». «Bene.» Allanon buttò indietro la testa e il volto scarno e scuro si fece improvvisamente inespressivo alla luce del fuoco, segnato dalleombre. «Lo sapevo che saremmo arrivati a questo.» «Ti prego, rispondimi» insistette Wil, calmo. Allanon piegò il capo di lato, come se riflettesse. «Non posso darti una risposta.» «Non puoi?» Il giovane ripeté le parole, incredulo. Il Druido lo guardò. «In primo luogo, spero di evitare che loro ti trovino. Se non ti trovano, non possono danneggiarti. Al momento, non sanno niente di te. Intendo fare in modo che le cose restino così.» «Ma se mi trovano... cosa accadrà?» «Tu hai le Pietre Magiche.» Esitò. «Cerca di capire, Wil. Le Pietre Magiche provengono dal mondo antico... sono una magia che esisteva quando gli Elfi sconfissero quelle creature. Il potere delle Pietre dipende dalla forza dell'uomo o della donna che le tiene. Ve ne sono tre: una per il cuore, una per la mente e una per il corpo di chi le usa. Tutte devono unirsi come una cosa sola; se ciò avviene, il potere da esse emanato può essere immenso.» Guardò intensamente il giovane. «Capisci, dunque, perché non posso rispondere alla tua domanda? Sarai tu a determinare l'efficacia della tua difesa contro i tuoi nemici; deve venire da te, non dalle Pietre. E io non posso misurarla. Solo tu puoi farlo. Posso solo dirti che io ti ritengo forte e onesto come lo era tuo nonno - e non ho mai conosciuto uomo migliore, Wil Ohmsford.» Il giovane fissò in silenzio il Druido per un attimo, poi abbassò gli occhi sul fuoco. «Nemmeno io» mormorò. Allanon ebbe un debole sorriso. «Sembrava che tuo nonno avesse scarse possibilità di successo quando partì alla ricerca della Spada di Shannara. Anche lui, se fosse qui, lo ammetterebbe. Il Signore degli Inganni sapeva di lui fin dall'inizio; i Messaggeri del Teschio vennero nella Valle a cercarlo. Gli diedero continuamente la caccia. Eppure sopravvisse... nonostante tutti i suoi dubbi.» Si chinò verso il giovane, mettendogli una mano sulla spalla, gli occhi infossati che brillavano alla luce del fuoco. «Io credo che tu possa farcela. Ho fiducia in te. Ora devi cominciare tu a credere in te stesso.» Si alzò. «Abbiamo parlato abbastanza questa sera. Ora dobbiamo dormire. Domani ci aspetta un lungo viaggio. Si avviluppò il mantello nero intorno al corpo. «Io monterò la guardia.» Fece per allontanarsi. «Posso farlo io» si offrì rapidamente il giovane, ricordando che il Druido era ferito. «Tu puoi dormire» borbottò Allanon, e le ombre della notte lo inghiottirono. Wil rimase a fissarlo un istante, mentre scompariva, poi scosse la testa. Dopo aver disteso le sue coperte vicino al fuoco, vi ci si arrotolò e si abbandonò, sfinito. Non avrebbe dormito, si disse. Non ancora. Prima doveva riflettere attentamente su tutto quel che era stato detto quella sera, fino a decidere in che misura doveva credervi, e fino a capire qual era il suo ruolo in tutto ciò. Non prima di allora. Chiuse gli occhi soltanto un istante. Immediatamente si addormentò. 10. All'alba ripresero il viaggio. Anche se la foresta era ancora tutta impregnata di umidità e luccicante per la pioggia del giorno prima, il cielo era limpido, azzurro, inondato di sole mentre i due si dirigevano a sud lungo i margini dell'Anar. La distesa tetra delle Pianure di Rabb si trasformò in una prateria ondulata, e un vento mattutino portò loro il profumo delicato degli alberi da frutto. A pomeriggio inoltrato arrivarono al leggendario Fiume Argento e si imbatterono in una compagnia di Nani genieri impegnati nella costruzione di una passerella in una gola boscosa. Dopo aver lasciato Wil nascosto fra i pini coi cavalli, il Druido scese alla riva del fiume per conferire coi Nani. Rimase via a lungo e, quando tornò, sembrava preoccupato per qualche motivo. Soltanto quando furono rimontati a cavallo, scendendo a valle del fiume, spiegò a Wil che aveva messo al corrente i Nani del pericolo che incombeva sugli Elfi, chiedendo loro che mandassero aiuti il
più presto possibile. Uno dei genieri aveva riconosciuto il Druido e aveva promesso che si sarebbero dati da fare. Ma raccogliere delle truppe avrebbe richiesto tempo... Allanon non approfondì la questione. Qualche minuto dopo attraversarono il Fiume Argento in un punto in cui un ampio banco di sabbia divideva le acque limpide e una barriera di sassi rallentava la corrente abbastanza da consentire ai due cavalieri di guadare senza pericolo. Di lì puntarono verso sud a passo tranquillo, vedendo le loro ombre allungarsi man mano che il giorno proseguiva. Era quasi il tramonto quando Allanon fermò Artaq sulla cresta di un'altura boscosa e smontò. Wil lo seguì, portando Spitter nel punto in cui l'aspettava il Druido. Legarono i cavalli in un boschetto di noci e insieme si diressero verso una rupe che divideva la barriera di alberi. Con Allanon in testa, salirono sulla roccia e osservarono il paesaggio. Sotto di loro si estendeva un'ampia valle a forma di ferro di cavallo, ricoperta di una fitta foresta, ma con una vasta distesa erbosa a ovest che era stata arata e coltivata. Fra la foresta e i campi si trovava un villaggio; un fiumiciattolo scorreva dai boschi fra le case passando attraverso i campi, irrigando il suolo con dozzine di canali ben ordinati. Uomini e donne della piccola comunità si affaccendavano intorno: figure minuscole per i due che li osservavano dall'alto. A sud, la zona coltivata era delimitata da una pianura sassosa che si estendeva a perdita d'occhio fino all'orizzonte. «Havenstead» annunciò Allanon, indicando il villaggio e le fattorie. Sollevò leggermente il dito indicando la landa sassosa: «Laggiù ci sono le pianure del Tumulo». Wil annuì. «Cosa facciamo adesso?» Il Druido si mise a sedere. «Aspettiamo che scenda il buio. Meno persone ci vedono, meglio è. Gli Stor sono estremamente discreti, ma gli abitanti di quel villaggio sono chiacchieroni. La segretezza è il nostro miglior alleato, e non intendo rinunciarvi se non è indispensabile. Entreremo alla chetichella e ce ne andremo allo stesso modo.» Alzò gli occhi verso il sole, che già cominciava a tramontare. «Non dovremo aspettare che un'ora.» Rimasero seduti senza parlare finché l'ultimo margine del sole fu appena visibile sopra gli alberi. e il crepuscolo cominciò a allungare la sua ombra grigia sulla valle. Infine, Allanon si alzò. Tornarono ai cavalli, montarono in sella e ripartirono. Per un po', il Druido puntò verso est, costeggiando i margini della valle finché raggiunsero un pendio molto boscoso che nascondeva una stretta gola. Poi cominciarono a scendere. Avanzavano lentamente fra gli alberi, mentre sulla foresta si andava addensando la notte, lasciando che i cavalli si facessero strada nella boscaglia. Wil perse rapidamente ogni senso dell'orientamento, ma Allanon sembrava sapere esattamente dove andava e non rallentò mai l'andatura. Dopo un po', raggiunsero il fondovalle, e il viaggio si fece più agevole. Squarci di cielo illuminato dalla luna apparivano fra le sommità degli alberi, e gli uccelli notturni mandavano striduli richiami al loro passaggio. L'aria era dolce e profumava di bosco e Wil fu preso dalla sonnolenza. Finalmente, qualche sprazzo di luce cominciò a balenare attraverso lo schermo della foresta, e un debole suono di voci li raggiunse nella quiete della notte. Allanon smontò, facendo cenno a Wil di imitarlo, e avanzarono a piedi. Gli alberi si erano diradati considerevolmente, non c'erano più cespugli né rami secchi per terra, e davanti a loro scorsero un basso muro di pietra con un cancello di legno. Intorno al muro, una fila di alti sempreverdi nascondeva quasi completamente quel che c'era dietro, anche se per Wil era evidente che si trovavano al limite orientale del villaggio e che le luci gialle erano le fiamme delle lampade a olio. Raggiunto il muro, legarono i cavalli a un palo di ferro. Allanon si portò un dito alle labbra. Silenziosamente attraversarono il piccolo cancello di legno. Quel che trovarono al di là lasciò Wil senza fiato. Un ampio giardino a terrazze si estendeva davanti a loro, le file di fiori multicolori abbaglianti persino sotto la luce pallida della luna. Un sentiero delimitato da un muricciolo di pietre, scintillante di granelli d'argento, serpeggiava attraverso i giardini fino a alcune panchine di legno e di lì puntava verso una casetta di legno e pietre, formate da un piano con una soffitta e un portico aperto sul davanti. Cassette di fiori erano appese sotto finestre munite di grate, bassi cespugli bordavano i muri intonacati. Davanti alla casa si ergevano tassi cremisi e abeti azzurri. Dal portico, sotto le fronde di una magnifica betulla bianca, partiva un secondo sentiero che andava a finire in una strada al di là di una siepe. In lontananza, baluginavano nella notte le luci provenienti dalle altre casette. Wil contemplava estasiato lo spettacolo. Tutto era così ricco di colori e di vita - come se uscisse da un libro di favole, tutto era così grazioso. Lanciò un'occhiata interrogativa a Allanon. Il Druido ebbe un breve sorriso amaro, poi gli fece cenno di avanzare. Seguirono il sentiero fino alle panchine, poi proseguirono verso la casa. Una luce intensa emanava dalle tende delle finestre, e dall'interno proveniva un suono sommesso e delicato di voci - di voci infantili! Si corresse Wil. Piuttosto sorpreso da questa scoperta, per poco non vide il grosso gatto a strisce che se ne stava sdraiato sul primo gradino del portico. Evitò appena in tempo di investire la bestiola addormentata. Il gatto sollevò il muso adorno di grossi baffi e lo fissò con aria insolente. Un altro gatto, nero come il carbone, scappò via rapidamente e scivolò silenzioso fra i cespugli. Il Druido e Wil salirono i gradini del
portico e si diressero verso la porta anteriore. Dall'interno provenne uno scoppio di risa infantili. Allanon bussò deciso e le voci tacquero. Dei passi si avvicinarono e si fermarono. «Chi è?» chiese una voce sommessa, e le tende ornate di disegni che schermavano una finestra si scostarono leggermente. Il Druido si chinò in avanti, lasciando che la luce proveniente dall'interno illuminasse il suo volto scuro. «Sono Allanon» rispose. Ci fu un lungo silenzio, poi il rumore di un catenaccio tirato indietro. La porta si aprì e la ragazza apparve. Era piccola persino per un'Elfa, snella e abbronzata. I capelli castani le arrivavano fino alla vita e le incorniciavano un viso da bambina innocente e perspicace allo stesso tempo. I suoi occhi si posarono brevemente su Wil - occhi di un verde profondo, pieni di vita - poi tornarono sul Druido. «E' da oltre cinquant'anni che Allanon ha lasciato le Quattro Terre.» La sua voce era calma, ma c'era paura nei suoi occhi. «Chi sei tu?» «Sono Allanon» ripeté. Poi, dopo una breve pausa: «Chi altri avrebbe potuto trovarti qui, Amberle? Chi altri potrebbe sapere che tu sei un'Eletta?». La ragazza rimase a guardarlo in silenzio. Tentò di parlare, ma senza riuscirvi. Torcendosi le mani, con uno sforzo visibile, si ricompose. «I bambini avranno paura se li lascio soli. Devo metterli a letto. Aspetta qui, ti prego.» Già si sentiva un rumore di passi frettolosi all'interno e il sussurro di voci eccitate. Amberle si voltò e scomparve. Sentirono la sua voce, sommessa e rassicurante, mentre faceva salire i bambini su per le scale di legno verso la soffitta. Allanon si diresse verso una panca dall'ampio schienale in fondo al portico e rimase in attesa. Wil rimase dov'era, in piedi vicino alla porta, ascoltando i suoni provenienti dall'interno della casa, e pensando: ma è soltanto una bambina, santo cielo! Un attimo dopo lei tornò, scese leggera nel portico, e chiuse accuratamente la porta dietro di sé. Guardò Wil, che le sorrise, imbarazzato. «Questo giovane è Wil Ohmsford.» La voce di Allanon emerse dal buio. «Studia a Storlock per diventare Guaritore.» «Salve...» cominciò Wil, ma lei già stava dirigendosi verso il Druido. «Perché sei venuto qui, Allanon... ammesso che tu lo sia?» domandò con una voce che esprimeva allo stesso tempo collera e perplessità. «Ti ha mandato mio nonno?» Allanon si alzò. «Possiamo sederci a parlare nei giardini?» La ragazza esitò, poi annuì. Li guidò lungo il sentiero fino al punto in cui si trovavano le panchine. Lì sedette. Il Druido le si mise davanti, mentre Wil sedette a una certa distanza. Si era reso conto che doveva limitarsi a far da spettatore mentre i due si fronteggiavano. «Perché sei qui?» ripeté Amberle, la voce un po' più ferma di prima. Allanon si avviluppò il mantello intorno al corpo. «Tanto per cominciare, non mi ha mandato nessuno. Sono venuto qui di mia iniziativa. Sono venuto per chiederti di tornare con me a Arborlon.» Fece una pausa. «Sarò breve. L'Eterea sta morendo, Amberle. Il Divieto sta indebolendosi; il male sarà presto libero. Fra poco i demoni invaderanno le Terre dell'Ovest. Solo tu puoi impedirlo. Tu sei l'ultima degli Eletti.» «L'ultima...» sussurrò, ma le parole le rimasero in gola. «Sono tutti morti. I demoni li hanno trovati e uccisi. Ora cercano te.» La sua faccia era stravolta dall'orrore. «No! Che imbroglio è mai questo, Druido? Che imbroglio...» Non finì la frase; le lacrime le salirono agli occhi e le scesero giù per il volto di bambina. Le asciugò rapidamente. «Sono veramente tutti morti? Tutti?» Il Druido annuì. «Tu devi venire con me a Arborlon.» Lei scosse rapidamente la testa. «No. Io non sono più un'Eletta. E tu lo sai.» «E' quel che tu vorresti, ecco cosa so io.» Gli occhi verdi lampeggiarono per la collera. «Quel che io voglio non conta. Tutto ciò non mi riguarda più. Io non sono più un'Eletta.» «L'Eterea ti ha prescelto» ribatté, calmo, Allanon. «Tocca a lei decidere se lo sei ancora. E se tu devi portare il suo seme alla ricerca del Fuoco di Sangue, così che lei possa rinascere e il Divieto essere ripristinato. Lei deve decidere... non tu, e nemmeno io.» «Io non verrò con te» dichiarò Amberle con voce bassa, ma decisa. «Devi.» «No, non tornerò mai. Adesso è questa, la mia casa. Questa è la mia gente. Ho fatto la mia scelta.» Il Druido scosse lentamente la testa. «La tua casa, la tua gente sono là dove vuoi che siano. Ma talvolta accade che si sia costretti a accettare delle responsabilità senza possibilità di scelta. E' così anche nel tuo caso. Tu sei l'ultima degli Eletti; tu sei l'ultima reale speranza degli Elfi. Non puoi eludere questa verità, né
fuggire da essa. E sicuramente non puoi alterarla.» Amberle si alzò, si allontanò di un passo, poi si voltò. «Tu non capisci.» Allanon l'osservava. «Ti capisco meglio di quanto tu creda.» «Se così fosse, non mi chiederesti di tornare. Quando lasciai Arborlon, sapevo che non sarei mai più tornata. Agli occhi di mia madre, di mio nonno e della mia gente, ho commesso un atto infame. Qualcosa per cui non esiste perdono: ho rifiutato il dono di essere un'Eletta. Anche se lo volessi, e non lo voglio, non posso porvi rimedio. Gli Elfi hanno uno spiccato senso della tradizione e dell'onore. Non potranno mai perdonarmi. Anche se dovessero sapere che sono tutti condannati a perire a meno che io non decida di salvarli, anche allora non mi accetterebbero. Per loro, io sono in esilio, e niente può modificare questa situazione.» Il Druido si alzò, torreggiando sulla figura piccola e esile della ragazza. I suoi occhi incutevano paura quando fissò quelli di lei. «Le tue parole sono sciocche. Le tue argomentazioni senza senso e inoltre le esprimi senza convinzione. Non ti si addicono. Io so che tu sei più forte di quanto hai mostrato di essere.» Ferita dal rimprovero, Amberle si irrigidì. «Che ne sai di me. Druido? Niente!» Fece qualche passo verso di lui, gli occhi verdi brillanti di collera. «Io insegno ai bambini. Alcuni li hai visti questa sera. Vengono in gruppi di sei o otto e restano con me una stagione. I loro genitori li affidano alle mie cure. Io ne sono responsabile. Mentre sono con me, insegno loro a conoscere le creature viventi. Insegno loro a amare e rispettare il mondo in cui sono nati: la terra e il mare e il cielo e tutti coloro che vi abitano. Insegno loro a capire questo mondo. Insegno loro a restituire la vita in cambio di quella che hanno ricevuto; insegno loro a far crescere e a curare quella vita. Cominciamo dalle cose più semplici, come questo giardino. Finiamo con la complessità che circonda l'esistenza umana. Nel mio lavoro c'è amore. Io sono una persona semplice con un dono semplice: un dono che posso dividere con altri. Un Eletto non divide niente con nessuno. Io non fui mai un'Eletta... mai! Quel compito mi fu imposto; l'ho sempre sentito estraneo alla mia natura. Ora ho lasciato tutto dietro di me. Questo villaggio e la sua gente sono la mia vita. Ecco chi sono io. E qual è il mio posto.» «Forse.» La voce del Druido, calma, ferma, attenuò la collera della ragazza. «E tuttavia volterai le spalle agli Elfi soltanto per questo? Senza te sicuramente periranno. Combatteranno e resisteranno come fecero nel vecchio mondo quando, per la prima volta, furono minacciati dal male. Ma questa volta non hanno più la magia come alleata. Saranno distrutti.» «Questi bambini sono stati affidati alla mia custodia...» si affrettò a ribattere Amberle, ma Allanon alzò bruscamente una mano. «Che cosa pensi che accadrà, una volta che gli Elfi saranno stati annientati? Credi che i maligni si accontenteranno di restarsene entro i confini delle Terre dell'Ovest? Che ne sarà dei tuoi bambini, allora, Amberle?» Lei lo fissò in silenzio per un attimo, poi lentamente si lasciò cadere sulla panchina. Chiuse gli occhi bagnati di lacrime. «Perché sono stata prescelta?» chiese con un filo di voce. «Non c'era motivo. Non lo desideravo... mentre molti altri ne sarebbero stati fieri.» Si torceva le mani. «E' stata una presa in giro, Druido uno scherzo. Non capisci? In cinque secoli mai una donna è stata prescelta. E poi è toccato a me... un errore impossibile, crudele. Un errore.» Il Druido osservava i giardini, il volto nuovamente impenetrabile. «Non ci fu errore» rispose, anche se a Wil sembrò che parlasse fra sé. Allanon tornò a guardare la ragazza. «Che cosa ti spaventa, Amberle? Tu hai paura. vero?» Lei non alzò la testa, né aprì gli occhi. Si limitò a annuire. Allanon sedette di nuovo. La sua voce era dolce, ora. «La paura è parte della vita, ma occorre affrontarla apertamente, mai eluderla. Che cosa ti spaventa?» Ci fu un lungo silenzio. Wil tutto teso, si chinò in avanti. Infine Amberle mormorò: «Lei». Il Druido aggrottò la fronte. «L'Eterea?» Ma questa volta Amberle non gli rispose. Sollevò le mani per asciugarsi le lacrime dal viso sconvolto. Aprì gli occhi verdi e si alzò. «Se dovessi accettare di venire con voi a Arborlon, affrontare mio nonno e il mio popolo, se andassi davanti all'Eterea per l'ultima volta... se facessi tutto ciò, tutto quel che tu mi hai chiesto, cosa accadrebbe se lei non mi desse il suo seme?» Allanon si raddrizzò. «Allora potrai tornare a Havenstead e io non ti disturberò più.» Dopo una pausa di silenzio, lei mormorò: «Ci penserò». «Non c'è tempo per pensare» insistette Allanon. «Devi decidere ora, questa sera. I demoni ti cercano.» «Ci penserò» ripeté lei. Poi i suoi occhi si posarono su Wil. «Qual è la tua parte in tutto ciò, Guaritore?» Wil fece per rispondere, ma l'improvviso sorriso di lei lo fece tacere.
«Non importa. Sento che io e te siamo nella stessa situazione. Tu ne sai quanto me.» Forse ancora meno, avrebbe voluto dirle Wil, ma lei si era già voltata. «Non posso ospitarvi in casa mia» fece, rivolta a Allanon. «Potete dormire qui, se volete. Domani ne riparleremo.» Si diresse verso la casetta, con i capelli castani che le ondeggiavano come vele lungo la schiena. «Amberle!» la chiamò Allanon. «Domani!» rispose lei, senza rallentare. Poi scomparve silenziosamente attraverso la porta della casetta, mentre il Druido e Wil rimanevano a seguirla con lo sguardo. 11. La creatura assalì Wil mentre questi era abbandonato nel sonno: un'immagine dei suoi sogni informe, emersa come un'ossessione dal profondo del suo inconscio. Era una cosa orrenda, una cosa in agguato nei più remoti recessi della sua mente, dove egli nascondeva le sue paure più profonde. Lo assalì furtiva e astuta, superando facilmente gli ostacoli con cui lui cercava di bloccarla, e il suo movimento incalzante era fluido e rapido. Non la poteva vedere mentre si avvicinava; non avrebbe potuto. Mancava di sostanza e identità; e di ragione. Ci fu solo il senso travolgente di terrore creato da lei. Lui fuggì, naturalmente, fuggì il più rapidamente possibile attraverso i paesaggi della sua immaginazione, corse e corse finché gli parve di averla seminata. Ma non era così. Stava avventandosi su di lui, rapida, sicura. Lui balzò via, disperato, chiedendo aiuto con un urlo muto. Ma non c'era nessuno. Era solo con quella cosa e non poteva fuggire. Eppure doveva, perché se l'avesse raggiunto, se l'avesse toccato, sicuramente sarebbe morto. Così corse terrorizzato, sentendo il fiato della cosa sul collo... Si svegliò di soprassalto, tirandosi su a sedere sopra le coperte. L'aria della notte era fredda sul suo viso e sul suo corpo. Era inzuppato di sudore, e sentiva i battiti del suo cuore impazzito echeggiargli nel cervello. La sagoma scura di Allanon si accovacciò davanti a lui, le sue mani forti afferrarono Wil per le spalle. La voce del Druido era un sussurro roco. «Presto, Wil. Ci hanno trovati.» Wil Ohmsford non ebbe bisogno di chiedere chi li avesse trovati. L'incubo era diventato realtà. Si alzò di scatto, afferrò le sue coperte e corse dietro il Druido, che già puntava verso la casetta. Come per intuizione, Amberle apparve sul portico, la camicia da notte bianca che si gonfiava aerea intorno alla sua figura snella, dandole un che di spettrale. Allanon andò subito da lei. «Ti avevo detto di vestirti» le sussurrò, incollerito. Lei pareva poco convinta. «Non cercherai di ingannarmi, Druido? Non stai escogitando qualche trucco per costringermi a decidere di tornare con te a Arborlon?» Il volto di Allanon si fece cupo come la notte. «Ancora qualche minuto di indugi e avrai la risposta che vuoi! Ora vestiti.» Ma lei non cedeva. «Benissimo. Ma non posso lasciare i bambini. Devono essere messi al sicuro.» «Non c'è tempo per quello» ribatté perentorio il Druido. «Inoltre, saranno più al sicuro qui che camminando alla cieca nel buio.» «Ma come posso abbandonarli? Non capiranno mai!» «Resta e divideranno il tuo destino!» Allanon aveva completamente perso la pazienza. «Sveglia il più grande. Digli che devi andartene per un po', che non hai scelta. Digli di portare gli altri nella casa di un vicino, appena sorgerà il sole. Ora fa' come ti ho detto... muoviti!» Questa volta senza obiettare, Amberle si voltò e scomparve nella casa. Wil si lisciò gli indumenti e arrotolò le coperte. Poi lui e il Druido sellarono i cavalli e li portarono davanti alla casa immersa nell'oscurità, in attesa della ragazza. Lei arrivò quasi immediatamente; indossava stivali, calzoni, una tunica stretta in vita da una cintura e un lungo mantello blu da viaggio. Allanon portò Wil e Amberle davanti a Artaq e sussurrò qualcosa all'animale, accarezzandogli il collo serico. Poi porse le redini a Wil. «Monta.» Wil ubbidì, arrampicandosi sul grosso stallone nero. Artaq scosse la testa e nitrì. Allanon continuò a sussurrargli con dolcezza, poi prese Amberle per la vita e, come se fosse stata una piuma, la sollevò e la mise dietro il giovane. Poi, a sua volta, montò su Spitter. «Silenzio, ora» ammonì. «Non una parola.» Imboccarono la strada che partiva dalla casetta e la seguirono a est attraversando il villaggio addormentato. Nella quiete profonda si udiva soltanto il rumore sordo degli zoccoli dei cavalli sulla pista di terra battuta. Pochi minuti dopo, si erano lasciati alle spalle le case del villaggio e erano vicini alla foresta. Davanti a loro si estendevano i campi arati, le acque dei canali di irrigazione scintillanti alla luce della luna, mentre essi attraversavano file ordinate di grano e mais quasi maturi. In lontananza, su entrambi i lati, i pendii boscosi della valle si perdevano nella prateria. Allanon smontò in silenzio. Rimase immobile per un po', ascoltando il silenzio della notte, in ansia. Infine si
avvicinò a Artaq, facendo cenno a Wil e a Amberle di chinarsi. «Sono tutt'intorno a noi.» Parlava a voce bassissima. Wil si sentì raggelare. Il Druido lo guardò come per valutarlo. «Sei mai stato a caccia?» Wil annuì. «Bene. Tu e Amberle resterete con Artaq. Se vi incalzano lasciatelo libero. Vi porterà in salvo. Noi punteremo a nord lungo il limite del villaggio fin dove la valle scende nella prateria. Una volta là, cercheremo di passare attraverso il loro accerchiamento. Non fermatevi per nessun motivo, capito? Se ci separiamo, non tornate indietro. Continuate verso nord finché non raggiungete il Fiume Argento. Se non arriverò subito, guadate e puntate a ovest verso Arborlon.» «Che cosa farai tu...?» si affrettò a chiedere Wil. «Non preoccuparti di quel che farò io» tagliò corto il Druido. «Fa' come ti ho detto.» Wil annuì a malincuore. Non gli piaceva la faccenda. Quando Allanon si allontanò, si girò a guardare Amberle. «Tienti stretta» sussurrò e cercò di sorriderle. Lei non contraccambiò. I suoi occhi non nascondevano la paura. Allanon rimontò a cavallo. Lentamente, con cautela, costeggiarono i margini della foresta, passando lungo i confini occidentali del villaggio di Havenstead. Tutta la valle era immersa in un silenzio profondo, penetrante. Come ombre, scivolarono attraverso l'oscurità degli alberi, frugando la notte alla ricerca di movimenti sospetti. Davanti a loro, il pendio settentrionale della valle cominciò a incombere cupo attraverso varchi del bosco. Poi Allanon tirò bruscamente le redini, facendo loro cenno di fermarsi. Senza parlare, indicò i campi alla loro sinistra. Wil e Amberle seguirono la linea del suo braccio. Dapprima, non videro nulla, solo file di steli di un grigio cupo nella luce del mattino. Ma un attimo dopo i loro occhi colsero i rapidi movimenti di qualcosa somigliante vagamente a un animale che si allontanava strisciando da uno dei canali per scomparire fra gli steli del campo. Aspettarono per un po' immobili vicino agli alberi, poi ripartirono. Avevano percorso una breve distanza quando, dai boschi dietro di loro, si levò un ululato profondo, lacerante. Amberle strinse più forte le braccia intorno alla vita di Wil e appoggiò la testa alla sua schiena. «Demoni-lupi» disse Allanon a bassa voce. «Hanno trovato la nostra pista.» Spronò Spitter, che partì al trotto. Artaq sbuffò ansioso e seguì. L'ululato riecheggiò da più parti e all'improvviso vi furono tonfi di corpi attraverso gli alberi. «Via!» urlò Allanon. I cavalli scattarono in avanti, deviando bruscamente a sinistra e uscendo dal riparo degli alberi; al galoppo corsero lungo i bordi dei campi, seguendo la linea dei canali di irrigazione fino al varco che portava alla prateria. Gli ululati si levavano tutt'intorno a loro, feroci e famelici. Nell'oscurità, ombre enormi saltavano rumorose sopra gli steli di grano e mais alla loro sinistra, inseguendoli freneticamente. Tutto chino sul collo di Artaq, Wil spronava il grosso cavallo. Poi, davanti a loro, apparve il varco. Una mezza dozzina di sagome oscure e irsute irruppe dai boschi davanti a loro, cose che assomigliavano a lupi, ma assai più grosse e con facce grottescamente umane alla luce della luna, digrignanti lunghe zanne. Allanon puntò direttamente su di loro, alzando minaccioso una mano che emanò dardi di fuoco azzurro. Un istante dopo il fuoco piombò sul branco, disperdendolo. Spitter balzò in avanti, superando i demoni-lupi con nitriti striduli di terrore. Artaq aveva già oltrepassato il Druido e i demoni-lupi, il corpo lucido tutto proteso mentre correva verso le pianure aperte. Diverse sagome scure si lanciarono davanti a loro, tentando di afferrare con le fauci le zampe del cavallo. Ma Artaq non rallentò. Una bestia gli finì su una spalla e lui la fece ruzzolare a terra. Presto si lasciarono dietro le altre. Wil si chinò ancor più, premendo anche Amberle contro il dorso di Artaq, mollando un poco le redini. Alla loro destra, altri demoni-lupi balzavano dagli alberi, riempiendo l'aria notturna dei loro ululati. Lampi azzurri di fuoco li investirono e gli ululati diventarono urli di dolore. Artaq correva sempre. Poi un solo enorme demone-lupo apparve ai margini della foresta davanti a loro, correndo lungo il fiumicello che alimentava i canali di irrigazione. Si lanciò in avanti per intercettarli, muovendosi con incredibile velocità, balzando attraverso l'erba alta, silenzioso e fluido nei movimenti. Wil sentì una morsa gelida al petto. La bestia stava coprendo troppo rapidamente la distanza che li separava; non sarebbero riusciti a sfuggirle. Fece l'unica cosa che gli venne in mente. Urlò selvaggiamente a Artaq, lasciandolo a briglia sciolta. Il grosso stallone nero rispose. Dal profondo del suo essere, trovò nuove forze. Il suo passo si allungò. Ormai la bestia era quasi su di loro, un'ombra enorme, orrenda, che sembrò emergere improvvisamente dalla notte. Wil chiuse gli occhi e urlò ancora. Artaq nitrì in risposta. Raccogliendo tutte le sue forze, lo stallone superò con un balzo il fiumicello davanti a lui. Arrivato sull'altra riva, schizzò via dai boschi e dai campi di Havenstead verso le pianure aperte. Per un istante, Wil tenne chiusi gli occhi, terrorizzato com'era. Se ne stava aggrappato al collo di Artaq, sentendo il saldo, confortevole appoggio del grande cavallo sotto di sé, mentre fuggivano nella notte. Quando alla fine sollevò la testa e si azzardò a lanciare una rapida occhiata alle sue spalle, oltre la sagoma
rannicchiata di Amberle, scoprì che erano soli. Dalla valle immersa nell'oscurità si levavano fuoco e fumo, e dappertutto risuonavano ululati frenetici. Non c'era traccia di demoni-lupi. E nemmeno di Allanon. Quasi senza pensare, Wil arrestò bruscamente Artaq e lo fece voltare. Allanon aveva dato istruzioni precise: non doveva tornare indietro in nessun caso. La sua principale preoccupazione doveva essere Amberle. Gli era stata affidata, e lui doveva proteggerla a ogni costo. Le lanciò una rapida occhiata quando il suo viso di bambina sbucò dall'ombra con un'espressione interrogativa nei suoi occhi verdi. Lui sapeva qual era il suo dovere. Ma sapeva che il Druido era ancora laggiù, probabilmente in pericolo. Come poteva abbandonarlo e andarsene? La sua indecisione durò soltanto un attimo. Dalla valle emerse al galoppo un terrorizzato Spitter, il robusto corpo grigio tutto proteso nella corsa. Il Druido era chino sul suo dorso, il nero mantello svolazzante, la sagoma che si stagliava scura contro l'orizzonte rosso di fuoco. Lo incalzavano i demoni-lupi, saltando frenetici fra l'erba alta, con i loro corpo villosi, ululando di odio per gli esseri umani che gli erano sfuggiti. Wil fece subito voltare Artaq verso il nord e lo spronò. Il grande stallone nero sbuffò e balzò avanti. Questa volta il giovane non lo lasciò a briglia sciolta, ma lo guidò con cura. La fuga poteva durare parecchio, e anche la bestia aveva i suoi limiti. Artaq non gli oppose resistenza, e rallentò la corsa. Wil si chinò in avanti e sentì Amberle stringergli le braccia intorno alla vita, e nascondere di nuovo la faccia contro la sua schiena. Dopo un miglio, Spitter gli si affiancò, il corpo ansimante striato di sudore e di polvere, le narici dilatate: era già stanco. Wil lanciò un'occhiata ansiosa al Druido, che però continuò a tenere lo sguardo fisso davanti a sé mentre sollecitava il cavallo con piccoli movimenti delle mani. La fuga attraverso le praterie del Fiume Argento proseguì con feroce determinazione. L'ululato selvaggio dei demoni-lupi si smorzò rapidamente, trasformandosi in un ansito accompagnato da ringhi di delusione. I cavalieri in fuga sentivano soltanto il sibilo ovattato del vento e il tonfo costante degli zoccoli dei cavalli. Correvano - cacciatori e prede - attraverso valli che si aprivano fra dolci colline e sopra ampie alture deserte; attraverso frutteti, querce e salici solitari, piccoli fiumi tortuosi; nel silenzio e nel buio delle pianure. Il tempo scorreva senza significato. Avevano percorso quasi dodici miglia. Ma la distanza fra loro e gli inseguitori restava immutata. Finalmente apparve il Fiume Argento, un ampio nastro d'acqua illuminato dalla luna che brillò fra le basse colline lungo la riva più vicina. Wil fu il primo a vederlo e urlò. Artaq balzò immediatamente in avanti al suono della sua voce, superando nuovamente Spitter. Colto di sorpresa, Wil cercò di frenarlo, ma questa volta il grande stallone nero non volle saperne. Correva sempre agevolmente, e presto si lasciò dietro lo stanco Spitter. La distanza fra Artaq e l'altro cavallo aumentò ancora. Wil stava di nuovo cercando di frenare lo stallone nero quando scorse le scure forme accovacciate che emersero improvvisamente dalla notte davanti a lui... forme curve e contorte e ricoperte di peli grigi setolosi. Demoni! Wil sentì una morsa allo stomaco. Era una trappola. Li avevano aspettati lì, nel caso che fossero riusciti a sfuggire ai demoni-lupi a Havenstead. Ora erano lungo tutte e due le rive del Fiume Argento, e serravano le file all'arrivo dei cavalieri. Artaq li vide e deviò bruscamente a sinistra verso una piccola altura. Cinquanta metri più indietro, Spitter lo imitò. Ancora più indietro, ma vicini a raggiungere l'animale stanco, correvano i demoni-lupi, ululando. Artaq arrivò al galoppo sulla cima dell'altura e si precipitò giù verso il Fiume Argento. I demoni davanti a lui balzarono a sbarrargli il passo. Wil li vedeva, ora: bestie feline con facce di donne, contorte e grottesche. Saltavano verso il grande stallone nero, miagolando orrendamente, scoprendo i lunghi denti aguzzi. All'ultimo secondo, Artaq deviò bruscamente e tornò indietro verso l'altura, lasciando i mostri a stridere per la delusione. In quel momento, Spitter arrivò sulla collina, inciampando, e infine afflosciandosi. Allanon cadde a terra nel groviglio del suo mantello e rotolò diverse volte prima di riuscire ad alzarsi. Demoni-lupi puntavano su di lui da tutte le parti, ma dalle sue mani si sprigionò in un ampio raggio il fuoco azzurro che li fece sparpagliare come foglie in balia di un vento forte. Artaq deviò di nuovo a sinistra, con Wil e Amberle aggrappati disperatamente al suo dorso per non cadere. Con alti nitriti di odio per i mostri che cercavano di intrappolarlo, si avventò di nuovo contro di loro, parallelamente alla riva del fiume, con tale rapidità che gli fu addosso ancora prima che quelli potessero rendersene conto. Diverse bestie cercarono di afferrarlo, ma lui le superò quasi subito, liberandosi dei loro artigli protesi con un salto potente e scomparve nella notte. Dietro di lui, un arco di fuoco azzurro incenerì gli inseguitori più vicini. Wil si voltò e vide Allanon ancora in cima alla collina con i demoni-lupi e i mostri felini che lo stavano accerchiando. Erano troppi! Wil si sentì urlare quelle parole nel cervello. Dalle mani del Druido si sprigionò il fuoco e egli scomparve in una nebbia di fumo, mentre le sagome scure continuavano a agitarsi. Poi, nel giovane, scattò un sesto senso, mettendolo in guardia da un nuovo pericolo. Allontanò rapidamente lo sguardo dalla battaglia sulla cima della collina. Dal nulla apparvero altri sei demoni-lupi, correndo verso Artaq con grandi balzi silenziosi. Wil fu assalito dal panico. Erano intrappolati fra i mostri e il fiume. Davanti a loro un fitto bosco bloccava il passaggio. Dietro di loro c'erano i demoni dai quali erano appena
fuggiti. Non avevano possibilità di scampo. Artaq non esitò. Deviò verso il Fiume Argento. I lupi lo seguivano, come un fluido, silenzioso terrore nero. Wil ormai era sicuro che la fine era vicina. Non c'era Allanon, questa volta per aiutarli. Erano soli. Il Fiume Argento si avvicinava. Non c'era un guado in vista... soltanto un nastro d'acqua troppo ampio, profondo e veloce perché potessero attraversarlo: se ci avessero provato, pensò Wil, sarebbero stati certo travolti dalla corrente. Eppure Artaq non rallentava e puntava verso il fiume: il grande stallone nero aveva fatto la sua scelta. Anche i demoni-lupi lo capirono. A pochi metri di distanza, si buttarono avanti decisi a agguantare Wil e la ragazza. Amberle urlò. Freneticamente, Wil frugò nella sua tunica alla ricerca del sacchetto di cuoio con le Pietre Magiche, non sapendo se sarebbe riuscito a usarle, sapendo soltanto che doveva fare qualcosa. Ma era troppo tardi. Mentre la sua mano si chiudeva sulle pietre, raggiunsero la riva del Fiume Argento. Artaq si protese tutto e balzò sull'altra sponda con Wil e Amberle aggrappati al suo dorso. In quell'istante, una luce bianca esplose tutto intorno a loro, immobilizzandoli come se fossero stati imprigionati in un dipinto. I lupi scomparvero. Il Fiume Argento svanì. Tutto si dissolse. Erano soli, e salivano lentamente, ma decisamente, nella luce. 12. Fu là, nel tempo perso alla memoria. Prima di uomini e donne, nazioni e governi, prima di tutta la storia dell'umanità. Vide il mondo quando ancora le creature fantastiche non avevano scatenato la guerra fra il bene e il male, determinando una volta per tutte il tipo di vita che sarebbe seguito. Visse nell'epoca in cui il mondo era un Eden sacro e tutte le creature viventi coesistevano in pace e armonia. Era giovane, allora, anche lui una creatura fantastica proprio mentre questi esseri cominciavano a nascere. Viveva fra i giardini affidati alla sua custodia, perché tutte le creature viventi che vi abitavano fossero accudite e preservate, protette e rinnovate. Non aveva nome, perché i nomi non erano necessari. Egli era quello che era in quel momento e la sua vita stava appena cominciando. Non aveva capito cosa dovesse diventare. Il suo futuro era una promessa vaga e distante sussurrata nei corridoio dei suoi sogni, e non poteva prevederne la realtà. Non poteva prevedere che la sua esistenza non sarebbe terminata come quella di tutte le creature viventi, ma si sarebbe dovuta protrarre per secoli di vite celebrate nella nascita e dimenticate nella morte finché non avesse ricevuto le insegne dell'immortalità. Non poteva prevedere che tutti coloro che erano nati con lui e sarebbero nati in seguito, creature magiche e umane, si sarebbero dissolti, mentre lui solo avrebbe proseguito il cammino. Né gli sarebbe piaciuto saperlo, perché era ancora abbastanza giovane da credere che il suo mondo sarebbe rimasto immutato. Se avesse saputo di dover vivere per vederlo sconvolto e irriconoscibile, non avrebbe desiderato sopravvivere. Avrebbe preferito morire e diventare di nuovo parte della terra che lo aveva partorito. Sarebbe stata una perdita irreparabile, perché lui doveva diventare l'ultimo erede di quella favolosa epoca iniziale del mondo, l'ultimo simbolo della pace e dell'armonia, della bellezza e della luce che racchiudeva l'Eden della vita. Ciò era stato decretato nell'aurora del principio, cambiando così il corso della sua esistenza, cambiando per sempre il senso della sua vita. A un mondo che aveva perso la grazia, lui doveva ricordare quel che era andato perduto. E essere anche la promessa che quel che era stato poteva rinascere. All'inizio, non l'aveva capito. Era rimasto soltanto sconvolto e sgomento quando scoprì che il mondo stava cambiando, che la sua bellezza sbiadiva, la sua luce moriva... che tutta quella ricchezza di pace e armonia doveva scomparire. Presto non rimasero che i suoi stessi giardini: di tutti coloro che erano venuti alla luce con lui, non restava nessuno. Era solo. Per un po' si abbandonò alla disperazione, divorato dal dolore e dall'autocommiserazione. Poi i cambiamenti che avevano alterato la terra intorno a lui cominciarono a assediare il suo piccolo mondo, minacciando di stravolgere anche quello. Allora ricordò le sue responsabilità, e cominciò la lunga e difficile lotta per preservare i giardini che erano la sua casa, deciso a difendere quest'ultimo frammento del primo mondo, anche se tutto il resto era andato perduto. Gli anni scivolavano via, e lui lottava sempre. Scoprì di invecchiare molto lentamente e trovò in sé un potere insospettato. Dopo un po', cominciò a capire lo scopo della sua esistenza solitaria: una nuova responsabilità gli era stata affidata, una responsabilità che doveva accettare e che capì quando accettò. Per secoli lavorò nell'anonimato, la sua esistenza poco più che un mito, parte del folklore delle nazioni che nascevano intorno a lui, una leggenda raccontata con sorrisi sforzati e ironica indulgenza. Fu soltanto dopo la distruzione del vecchio mondo e l'emergere delle nuove razze, che il mito cominciò a essere accettato. Perché fu allora che egli decise per la prima volta di uscire dai giardini per avventurarsi al di là. La sua scelta era ben motivata. Nel mondo c'era di nuovo la magia, e lui possedeva la magia migliore, più elevata: la magia della vita. La terra intorno era di nuovo ricca di vitalità, e lui vide in quella rinascita l'opportunità di ricreare tutto quel che aveva conosciuto da giovane. In lui, passato e futuro avrebbero potuto finalmente ricongiungersi. Non sarebbe stato né facile né rapido, ma sarebbe accaduto. Non poteva più restarsene isolato e nascosto nei suoi giardini. Doveva uscirne. Nel suo piccolo santuario era racchiuso il seme di tutto quel che la terra aveva disperato bisogno di riacquisire e che era stato affidato a lui. Capì ora che preservarlo
non bastava più, che bisognava svilupparlo... anzi renderlo visibile e accessibile. Questo era il suo nuovo compito. Così uscì dai giardini che erano stati il suo mondo per tanti secoli e viaggiò nella campagna circostante: una campagna di dolci praterie e colline ondulate, di valli boscose ricche d'ombra e di stagni tranquilli, percorsa da un fiume che era la corrente vitale della terra. Non si sarebbe allontanato molto dai giardini, però, perché a loro teneva più di tutto e doveva restarvi vicino per proteggerli. E comunque non ne ebbe bisogno. La campagna che trovò lo soddisfece. Le piantò nel cuore il seme del primo mondo, marcandolo come proprio, dandogli una particolare radiosità che lo rendeva facilmente riconoscibile, offrendo agli abitanti e ai viandanti della zona, a chiunque le richiedesse, la sua benedizione e protezione da ogni pericolo. Col tempo, le nuove razze capirono quel che aveva fatto; parlavano di lui e del suo regno con rispetto e ammirazione. Cominciarono a raccontare la sua storia per tutte le Quattro Terre. E ogni volta la storia si arricchiva finché diventò leggenda. Gli diedero il nome della terra che aveva reso sua. Lo chiamarono il Re del Fiume Argento. Si rivelò a Wil e Amberle sotto le spoglie di un vecchio, che emerse dalla luce, incartapecorito e curvo per l'età, il corpo sottile come uno stecchetto avvolto in un mantello. I capelli gli ricadevano sulle spalle in folti riccioli bianchi. La faccia antica era rugosa e abbronzata; i profondi occhi azzurri color dell'acqua marina. Sorrise mentre salutava, e Wil e Amberle sorrisero di rimando, sentendo che quell'uomo non era pericoloso. Erano sempre avvinghiati al dorso robusto di Artaq, tutto proteso nella corsa, ma fermo nella luce che li imprigionava. Né il giovane né la ragazza capivano cosa fosse successo, eppure non avevano paura, solo una profonda, piacevole sonnolenza che li immobilizzava con la forza di catene di ferro. Il vecchio si fermò davanti a loro, la sua sagoma confusa e indistinta nel bagliore. Toccò il muso liscio di Artaq e lo stallone nitrì sommessamente. Poi il vecchio guardò Amberle, e i suoi occhi luccicavano di lacrime. «Tu che eri la mia bambina» mormorò. Si avvicinò di più, prendendo la mano di lei fra le sue. «Non corri nessun pericolo qui. Stai tranquilla. Siamo uniti dallo stesso fine e saremo una cosa sola con la terra.» Wil si sforzò di parlare, ma non vi riuscì. Il vecchio indietreggiò, alzando un braccio in segno di addio. «Riposate, ora. Dormite.» Cominciò a rimpicciolire, indietreggiando nella luce. «Dormite, figli della vita.» Wil si sentiva le palpebre pesanti. Era una sensazione piacevole, e non la contrastò. Sentì il corpo esile di Amberle abbandonarsi contro il suo, le mani ancora strette intorno alla sua vita. La luce sembrò ritrarsi da loro, svanendo nel buio. Wil chiuse gli occhi e scivolò nel sonno. Cominciò a sognare. Era in un giardino di incredibile bellezza e serenità che sprizzava colori e fragranze, e era così meraviglioso da far impallidire, al suo confronto, tutto quel che aveva conosciuto prima. Ruscelli scintillavano come l'argento, fluendo da sorgenti nascoste nella terra e riversandosi in stagni tranquilli. Gli alberi formavano un'immensa volta verde, da cui filtravano raggi di luce calda, dorata. I sentieri erano ricoperti di un tappeto d'erba verde smeraldo. Volavano uccelli di ogni tipo; i pesci nuotavano nell'acqua e gli animali si muovevano attraverso questi giardini... in un'atmosfera di armonia, serenità, pace. Il giovane fu sommerso da un senso di pace, di appagamento profondo, e la felicità fu così intensa che pianse. Eppure, quando si voltò per condividere i suoi sentimenti con Amberle, non la trovò più. 13. Quando Wil Ohmsford si risvegliò, era l'alba. Giaceva in una valle erbosa sotto i rami protettivi di due aceri gemelli; il sole del mattino filtrava attraverso masse di ampie foglie verdi in lunghi nastri luminosi che gli fecero sbattere gli occhi. In vicinanza, si sentiva il fievole sciacquio dell'acqua contro una riva. Per un istante, credette di trovarsi ancora nei giardini stupendi del sogno. Gli erano apparsi così reali che, quasi senza pensare, si sollevò su un gomito e si guardò intorno, aspettandosi di rivederli. Ma non c'erano più. Amberle giaceva accanto a lui, ancora addormentata. Esitando, si chinò su di lei e la scosse dolcemente per una spalla. Lei si agitò e aprì gli occhi. Lo guardò, sorpresa. «Come stai?» chiese lui. «Bene.» Si strofinò gli occhi assonnati. «Dove siamo?» Wil scosse la testa. «Non lo so.» La ragazza si mise lentamente a sedere e si guardò intorno. «Dov'è Allanon?» «Non so nemmeno quello.» Wil si stiracchiò le gambe, sorpreso di trovarle sciolte e non doloranti. «Se n'è andato. Se ne sono andati tutti: Allanon, quelle creature...» Si fermò, sentendo qualcosa muoversi in un cespuglio poco distante. Un familiare muso nero fece capolino fra le foglie, nitrendo piano. Wil sorrise. «Bene, almeno c'è sempre Artaq con noi.» Lo stallone nero brucava pigramente, poi si liberò dal cespuglio e trotterellò verso Wil, strofinando il muso contro di lui. Wil gli accarezzò per un attimo la morbida testa, grattandogli le orecchie. Amberle osservava tranquilla.
«Hai visto il vecchio?» le chiese Wil. Lei annuì, solenne. «Era il Re del Fiume Argento.» Wil la guardò. «L'ho pensato anch'io. Mio nonno lo vide, anni fa. Ma forse non ho creduto alla sua esistenza fino a ora. Buffo.» Artaq si allontanò un po' e ricominciò a brucare. Wil scosse la testa. «Ci ha salvato la vita. I demoni-lupi ci avevano quasi raggiunti...» Vide la paura negli occhi della ragazza e si interruppe. «Be', adesso penso che siamo al sicuro.» «E' stato come un sogno, vero?» mormorò lei. «Stavamo sospesi in quella luce, a cavallo di Artaq. Poi lui arrivò dal nulla e disse qualcosa...» La sua voce si smorzò, come se il ricordo la disorientasse. «Lo hai visto?» Il giovane annuì. «Poi è scomparso» proseguì Amberle, parlando più a se stessa che a lui, come se cercasse di ricordare quel che era accaduto. «Lui è scomparso e anche la luce e... e allora...» Lo guardò con un'aria strana. «I giardini?» suggerì lui. «Hai visto i giardini?» «No.» Lei esitava. «No, non c'erano giardini, ma solo il buio e una sensazione indescrivibile... come se brancolassi.» Lo guardò, chiedendo silenziosamente aiuto, ma lui si limitò a osservarla, confuso. «Tu eri con me» proseguì lei. «Tu c'eri, ma non potevi vedermi. Ti ho chiamato, ma non mi sentivi. Era così strano.» Wil si chinò in avanti. «Ricordo il vecchio e la luce, come li hai descritti tu. Li ricordo bene. Quando sono scomparsi, mi sono addormentato o, almeno, credo di essermi addormentato. Tu eri con me su Artaq. Sentivo le tue braccia intorno alla vita. Poi, mi sono ritrovato in quei giardini... mai visto niente di simile: così placidi e splendidi. Ma quando ti ho cercato, tu non c'eri. Te n'eri andata.» Si guardarono in silenzio per un attimo. «Sarà meglio cercare di scoprire dove siamo adesso» disse infine Wil. Si alzò e si guardò intorno. Pensò di aiutare Amberle a alzarsi, ma ormai lei era già in piedi, vicino a lui, e si toglieva foglie e erba dai capelli. Esitò un attimo, poi si fece strada attraverso la boscaglia verso lo sciacquio dell'acqua. Qualche minuto dopo si trovavano sulla riva di un lago così vasto che le sue sponde racchiudevano tutto l'orizzonte. Le onde si increspavano in bagliori improvvisi di schiuma argentea, e nel sole del mattino l'acqua aveva diverse tonalità di blu. Le rive erbose erano bordate di boschetti, di salici, olmi e frassini, le foglie fruscianti a un leggero vento del sud che portava con sé una fragranza di caprifoglio e azalea. Nel limpido cielo azzurro si alzava un luminoso arco iridescente che sembrava partire da un'estremità dell'orizzonte e scomparire nell'altra. Wil guardò in su, per cercare il sole, poi si voltò verso Amberle, scuotendo la testa, incredulo. «Lo sai dove siamo? Siamo sulla riva settentrionale del Lago Arcobaleno. Il vecchio ci ha portati giù per il Fiume Argento e attraverso il lago fino al punto dove ci troviamo adesso. Siamo a miglia di distanza da dove siamo partiti.» La ragazza annuì quasi distrattamente. «Credo che tu abbia ragione.» «Lo so che ho ragione.» Wil si allontanò tutto eccitato e si fermò vicino all'acqua. «Non riesco a immaginare come abbia fatto.» Amberle sedette nell'erba, contemplando il lago. «Secondo le leggende, egli aiuta coloro che ne hanno bisogno quando viaggiano nella sua terra... li preserva dal male.» Si interruppe, come se pensasse a altro. «Mi ha detto qualcosa... Vorrei poterlo ricordare...» Wil non l'ascoltava. «Dobbiamo metterci in cammino. Arborlon è lontana. Ma se viaggiamo verso nord-ovest, dovremmo trovare il Mermidon, poi ci basterà seguirlo per arrivare nelle Terre dell'Ovest. Saremo quasi sempre allo scoperto, ma questa volta sarà difficile trovarci. Non ci sarà nessuna pista da seguire.» Non notò l'espressione infastidita di Amberle, tutto assorto com'era dal pensiero del viaggio che li attendeva. «Dovremmo farcela in quattro giorni... forse cinque, dato che abbiamo soltanto un cavallo in due. Se abbiamo fortuna, ne troveremo un altro lungo la strada, ma forse sarebbe pretendere troppo. Qualche arma ci sarebbe utile; non abbiamo nemmeno un arco. Il che significa che dovremo accontentarci di frutta e verdura selvatiche. Naturalmente...» Si interruppe, accorgendosi all'improvviso che Amberle scuoteva la testa, disapprovando. La ragazza sedette a gambe incrociate. «Qual è il problema?» chiese lui, lasciandosi cadere accanto a lei. «Tu sei un problema, tanto per cominciare.» «Che cosa vuoi dire?» «Sembri aver già stabilito tutto quel che faremo. Non credi che dovresti ascoltare la mia opinione al riguardo?» Wil la guardò, piuttosto sconcertato. «Be', certo, io...» «Non mi sembra che tu me l'abbia chiesta» proseguì lei, ignorandolo. «Non lo ritieni necessario?»
Il giovane arrossì. «Mi dispiace. Io stavo soltanto...» «Stavi soltanto prendendo delle decisioni che non hai alcun diritto di prendere.» Lei si interruppe e lo squadrò freddamente. «Non so nemmeno perché sono con te. L'unico motivo per cui sono venuta fin qui è che non ho avuto alternative. E' ora di mettere in chiaro alcune cose. Prima di tutto: perché Allanon ti ha portato con sé, Wil Ohmsford? Chi sei tu?» Wil le spiegò tutto, cominciando dalla storia di Shea Ohmsford e della Spada di Shannara e terminando con la visita di Allanon a Storlock per richiedere il suo aiuto nella ricerca del Fuoco di Sangue. Le disse tutto, decidendo che era assurdo nasconderle qualsiasi cosa, intuendo che, se non fosse stato completamente onesto con questa ragazza, lei non avrebbe più voluto saperne di lui. Quando ebbe finito, Amberle lo fissò in silenzio per un attimo, poi scosse lentamente la testa. «Non so se crederti oppure no. Penso che ti crederò. Non ho nessun motivo per non farlo. Ma sono successe così tante cose che al momento non sono sicura di niente.» Esitò. «Ho sentito parlare delle Pietre Magiche. Era una vecchia magia, e si diceva che fosse andata perduta molto tempo prima delle Grandi Guerre. Eppure tu affermi che Allanon le diede a tuo nonno e lui, a sua volta, le diede a te. Se quel che mi hai detto è vero...» Si interruppe, guardandolo dritto negli occhi. «Me le faresti vedere?» chiese. Il giovane esitò, poi si frugò nella tunica. Capiva che lo stava mettendo alla prova, ma pensò che ne aveva il diritto: dopotutto, aveva soltanto la sua parola per tutto quel che le aveva detto, e le veniva chiesto di affidarsi a lui. Tirò fuori il logoro sacchetto di cuoio, lo aprì e si fece scivolare le pietre nella mano. Perfette nella forma, di un azzurro profondo, luminoso, scintillarono alla luce del mattino. Amberle si chinò a scrutarle da vicino, solennemente. Poi guardò Wil. «Come sai che sono le Pietre Magiche?» «Ho la parola di mio nonno. E quella di Allanon.» Lei non sembrò gran che impressionata. «Sai come usarle?» Lui scosse la testa. «Non ci ho mai provato.» «Allora non sai se possono esserti utili, vero?» Rise piano. «Lo saprai soltanto quando ne avrai bisogno. Molto rassicurante, vero?» «No, per niente» ammise lui. «Eppure tu sei qui.» Wil si strinse nelle spalle. «Mi è sembrata la cosa giusta da fare.» Rimise le pietre nel sacchetto e se lo infilò nella tunica. «Credo che dovrò aspettare e vedere come andrà, per sapere se mi sono sbagliato oppure no.» Lei lo studiò attentamente per un attimo, in silenzio. Lui aspettava. «Abbiamo molte cose in comune, Wil Ohmsford» disse infine. Sollevò le ginocchia e vi appoggiò sopra le braccia incrociate. «Bene, tu mi hai detto chi sei... e ora è giusto che io faccia altrettanto. Il nome della mia famiglia è Elessedil. Eventine Elessedil è mio nonno. In un certo senso, siamo entrambi coinvolti in questa storia per via dei nostri nonni.» Wil annuì. «E' vero, immagino». Il vento le agitò i capelli castani e glieli fece ricadere sul viso come un velo. Lei li buttò indietro e guardò di nuovo il lago. «Tu sai che io non voglio tornare a Arborlon» disse. «Sì.» «Ma è lì che devo tornare, secondo te, vero?» Lui si lasciò andare sull'erba, osservando l'arcobaleno. «Sì, credo proprio di sì. Ovviamente, non puoi tornare a Havenstead; i demoni sarebbero in agguato. Presto verranno a cercarti anche qui. Perciò dobbiamo metterci in cammino. Se Allanon è riuscito a fuggire...» Si interruppe, turbato dalle implicazioni di quella frase. «Se Allanon è riuscito a fuggire, si aspetterà che andiamo a Arborlon, e sarà là che lo troveremo.» La guardò. «Se hai idee migliori, dimmele.» Lei rimase in silenzio, a lungo. Contemplava il Lago Arcobaleno, l'incresparsi dell'acqua, lasciandosi accarezzare dal vento. Quando infine parlò, fu soltanto un sussurro. «Ho paura.» Poi lo guardò, sembrò sul punto di aggiungere qualcosa, ma ci ripensò. Sorrise... e quella era la prima volta che Wil la vedeva sorridere veramente. «Bene, siamo proprio due sciocchi, vero? Tu con le tue Pietre Magiche che non sai se potrai mai utilizzare e io in procinto di fare l'unica cosa che avevo giurato di non fare mai.» Si alzò, fece alcuni passi, poi si voltò; nel frattempo anche lui si era alzato. «Voglio che tu sappia questo. Io credo che andare a Arborlon sia inutile. E che Allanon abbia torto. Né l'Eterea né gli Elfi mi accetteranno perché, nonostante quel che pensa il Druido, non sono più un'Eletta.»
Dopo una pausa, proseguì: «Eppure, fare qualcos'altro non avrebbe senso, vero?». «No, non per me» ammise lui. Lei annuì. «Allora non ci sono più dubbi.» Il suo volto di bambina lo guardò seriamente. «Spero soltanto che non sia un errore.» Wil sospirò. «Se lo è, probabilmente lo sapremo fin troppo presto.» Ebbe un sorriso forzato. «Andiamo a prendere Artaq e partiamo.» Per il resto di quel giorno e per tutto quello successivo viaggiarono verso nord-ovest attraverso le praterie di Callahorn. Il tempo caldo-asciutto era gradevole e le ore passavano rapidamente. Cupe nuvole temporalesche apparvero al nord, verso la metà del primo giorno, incombendo sinistre sulla barriera frastagliata dei Denti del Drago, ma al tramonto si erano allontanate verso le Pianure di Rabb e erano scomparse. A tratti i due giovani cavalcavano Artaq, insieme, e a tratti camminavano entrambi per far riposare il grande stallone nero. Artaq sembrava fresco anche dopo sette ore di viaggio, ma Wil non voleva far correre rischi al cavallo. Non videro traccia dei demoni che li avevano incalzati al Fiume Argento, ma quelle creature certo li inseguivano ancora. Se avessero avuto la sfortuna di imbattersi in loro, Wil voleva che Artaq fosse in grado di correre. Assolutamente disarmati, a eccezione di un piccolo coltello da caccia che Wil portava infilato nella cintura, erano costretti a mangiare frutti e erbe che crescevano nella prateria. Per Wil il cibo era abbondante, anche se non del tutto soddisfacente, mentre Amberle sembrava non avere problemi. Anzi, era molto soddisfatta dei loro pasti. Mostrò una incredibile capacità di scoprire nei luoghi più improbabili piante e radici commestibili che subito identificava e descriveva accuratamente. Wil l'ascoltava attentamente facendo qualche domanda di tanto in tanto, poiché questo era l'unico tipo di conversazione che lei sembrava accettare di buon grado. Inizialmente, aveva cercato di affrontare altri argomenti, ma con scarso successo. Così parlavano di piante e radici e per il resto del tempo proseguivano in silenzio. Trascorsero quella prima notte in un boschetto di pioppi vicino a una piccola sorgente che fornì loro un'ottima acqua potabile. Nel tardo pomeriggio del secondo giorno raggiunsero il Mermidon e cominciarono a seguirlo verso nord. Fino a allora non avevano incontrato nessuno, ma in seguito oltrepassarono una mezza dozzina di viaggiatori, alcuni a piedi, altri a cavallo, uno a bordo di un carro trainato da buoi. Tutti scambiarono con loro dei saluti amichevoli e un cenno d'addio prima di continuare per la loro strada. Al tramonto si accamparono lungo il Mermidon, a sud-ovest della città di Tyrsis, trovando riparo in un bosco di pini bianchi e di salici. Con un ramo di salice, un po' di spago e un gancio, Wil costruì una rudimentale canna da pesca. Nel giro di mezz'ora aveva pescato un paio di branzini. Stava ancora pulendo i pesci sulla riva del fiume quando apparve da sud una carovana che si faceva strada verso la riva opposta. I carrozzoni dipinti a colori vivaci, con i tetti appuntiti formati da travi di cedro, le porte di legno intagliate a mano e le finestre con borchie d'ottone, rilucevano al sole del tramonto. Trainavano i carrozzoni tiri di cavalli dai bei finimenti e dai morsi d'argento. Li scortavano diversi cavalieri, le sagome eleganti avvolte in mantelli di seta, con sciarpe colorate al collo e nastri che svolazzavano dalle briglie dei loro cavalli. Involontariamente, Wil si fermò per osservare la strana processione avvicinarsi al fiume, gli assi dei carrozzoni che gemevano, i finimenti che stridevano, i richiami e i fischi di incoraggiamento che rimbalzavano da una parte all'altra. Quasi di fronte al giovane, la carovana si dispose in cerchio e lentamente si fermò. Uomini, donne e bambini scesero dai carri e cominciarono a sganciare i tiri e a accamparsi. Amberle emerse dagli alberi e raggiunse Wil. Il giovane le lanciò una breve occhiata, poi seguì il suo sguardo al di là del fiume. «Nomadi» annunciò, pensieroso. Lei annuì. «Ne ho già visti. Gli Elfi li detestano.» «E' così per tutti.» Riprese a pulire i pesci. «Rubano qualsiasi cosa non sia inchiodata... o trovano il modo di portartela via comunque. Hanno le loro leggi, e non si curano di quelle degli altri.» Amberle gli toccò un braccio, e lui vide un uomo alto, tutto vestito di nero, tranne che per un mantello e una sciarpa verdi, accompagnare due donne anziane vestite di gonne lunghe e bluse variopinte che portavano dei secchi verso la riva del fiume. Mentre le donne si chinavano per riempire i secchi, l'uomo si tolse un cappello a tesa larga e, con fare cerimonioso, si inchinò in direzione di Wil e Amberle; i suoi denti bianchi scintillarono in un ampio sorriso nella faccia abbronzata e ombreggiata da una barba nera. Wil alzò un braccio e lo salutò cordialmente. «Sono proprio contento che siano sull'altra riva del fiume» borbottò rivolto a Amberle, mentre si alzavano per tornare al loro accampamento. Dopo aver gustato un pasto saporito di pesce, frutta, verdura e acqua di fonte, sedettero vicino al fuoco, osservando attraverso gli alberi il bagliore dei fuochi dei nomadi che emergeva dall'oscurità. Rimasero in silenzio per un po', assorti nel propri pensieri. Poi Wil lanciò un'occhiata alla ragazza.
«Come mai sai tante cose su come coltivare fiori e frutti... sto pensando ai giardini della tua casa a Havenstead, e alle radici e alle piante che hai trovato durante il viaggio. Chi ti ha insegnato tutto ciò?» Lei lo guardò, sorpresa. «Anche se hai sangue elfo nelle vene, non sai molto di noi, vero?» Wil si strinse nelle spalle. «Già. Io sono Elfo da parte di padre, e lui morì quando ero molto piccolo. Non credo che mio nonno sia mai andato nelle Terre dell'Ovest - o per lo meno non ne ha mai parlato. Ma credo di non aver mai pensato molto alla mia eredità elfa.» «E invece avresti dovuto» ribatté lei, calma. I suoi occhi verdi lo scrutavano. «Dobbiamo prima capire quel che eravamo per capire quel che siamo.» Le parole di rimprovero, più che a Wil, sembravano rivolte a se stessa. Avrebbe voluto saperne di più di questa ragazza, scoprì improvvisamente Wil, avrebbe voluto trovare il modo di persuaderla a confidarsi un poco con lui, invece di tenersi tutto dentro. «Forse tu potresti aiutarmi un poco» propose lui dopo un attimo di riflessione. Immediatamente un'espressione dubbiosa apparve negli occhi di lei, quasi sospettasse di essere presa in giro. Esitò a lungo prima di rispondere. «Benissimo, forse potrò esserti d’aiuto.» Si spostò in modo da sedere di fronte a lui. «Per prima cosa devi capire che, per gli Elfi, preservare la terra e tutto quel che vi vive e vi cresce sopra, vita vegetale e animale, è una responsabilità morale. Essi hanno sempre basato la loro esistenza su questa convinzione. Nel vecchio mondo, si dedicavano interamente a curare i boschi e le foreste in cui vivevano, coltivandone le varie forme di vegetazione, proteggendone gli animali. Naturalmente avevano poco altro di cui occuparsi, a quei tempi, poiché erano un popolo isolato e solitario. E ora, anche se tutto è cambiato, credono ancora nella loro responsabilità verso il mondo. Ogni Elfo deve dedicare una parte della sua vita a restituire alla terra quel che ne ha preso. Voglio dire che ogni Elfo deve trascorrere alcuni anni dedicandosi alla terra... per riparare ai danni che essa può avere sofferto per abusi o negligenza, per accudire i suoi animali o altre forme di vita, per curarne gli alberi e le piante più piccole quando ciò sia necessario.» «Non è ciò che stavi facendo a Havenstead?» Lei annuì. «In un certo senso. Gli Eletti sono esonerati da questo servizio. Quando cessai di essere una di loro e non mi sentii più accettata dalla mia gente, decisi che avrei lavorato per la terra. Gran parte del loro lavoro gli Elfi lo compiono nelle Terre dell'Ovest perché quella è la loro patria. Noi però crediamo che tale responsabilità non sia soltanto degli Elfi, ma di tutti gli uomini. In una certa misura i Nani condividono la nostra sollecitudine, ma non siamo mai veramente riusciti a persuadere le altre razze. Così alcuni Elfi partono verso altre comunità, cercando di instillare nella gente il senso di responsabilità nei confronti della sua terra. Era quello che stavo cercando di fare io a Havenstead.» «E lavoravi coi bambini del villaggio» fece Wil. «In primo luogo coi bambini, perché sono i più ricettivi ai miei insegnamenti e hanno tempo per imparare. Io stessa appresi queste cose quand'ero piccola, nello stile degli Elfi. Ero più adatta di molti a mettere in pratica la lezione; questo è uno dei motivi per i quali, io credo, sono stata prescelta come Eletta. Gli Eletti sono i più esperti nel preservare e curare la terra e le sue forme vitali; l'Eterea lo sa. Lei possiede quel dono...» Amberle sembrò essersi imbattuta in un pensiero che non desiderava esprimere. Si interruppe bruscamente, stringendosi nelle spalle. «Be', ero molto brava a insegnare ai bambini di Havenstead, e la gente del villaggio era molto gentile con me. Havenstead era casa mia, e non volevo lasciarla.» Improvvisamente si mise a fissare il fuoco fra loro. Wil tacque chinandosi per aggiungere alcuni rami secchi alle fiamme. Dopo un attimo di silenzio, Amberle lo guardò di nuovo. «Bene, ora sai qualcosa dei sentimenti che provano gli Elfi per la terra. Essi sono anche parte della tua eredità spirituale, così dovrai cercare di capirli.» «Ma io credo di capirli» rispose il giovane, pensieroso. «Almeno in parte. Non sono stato educato dagli Elfi, ma sono stato addestrato come Guaritore dagli Stor. Loro si curano della vita umana così come gli Elfi si curano della terra. Un Guaritore deve fare tutto quanto è in suo potere per preservare la vita e la salute degli uomini, delle donne e dei bambini che gli sono stati affidati. Questo è l'impegno che mi sono assunto quando ho scelto di diventare Guaritore.» La ragazza lo guardò incuriosita. «E' strano, ma così mi riesce ancor più difficile capire come Allanon sia riuscito a persuaderti a occuparti di me. Tu sei un Guaritore, la tua missione consiste nel preservare la vita. Che farai se ti troverai in una situazione in cui, per proteggermi, dovrai danneggiare altri, e forse provocarne addirittura la morte?» Wil la fissò, senza parole. Non aveva nemmeno preso in considerazione una tale eventualità. Pensandoci ora, provò una spiacevole sensazione. «Non so cosa farò» ammise, a disagio. Rimasero in silenzio per un attimo, guardandosi attraverso il fuoco, incapaci di superare quella pausa imbarazzante. Poi, bruscamente, Amberle si alzò, si avvicinò al giovane, sedette accanto a lui e d'impulso gli strinse una mano. Il suo bel viso lo guardò attraverso l'ombra dei lunghi capelli.
«Non è stato giusto, da parte mia, porti un simile problema. Mi dispiace. Hai intrapreso questo viaggio perché credevi di potermi aiutare. E io ho torto a dubitarne.» «No, avevi ragione» rispose deciso Wil. «Io non sono in grado di risponderti.» «Né devi farlo» insistette lei. «Io, più di tutti gli altri, dovrei sapere che certe decisioni non possono essere prese in anticipo. Non è sempre possibile prevedere il modo in cui andranno le cose e di conseguenza le reazioni che avremo. E' una cosa che dobbiamo accettare. Ti prego, scusami. Anche tu potresti chiedermi cosa deciderò di fare se l'Eterea mi dirà che sono ancora un'Eletta.» Wil ebbe un debole sorriso. «Sta' attenta. Potrebbe venirmi la tentazione di chiedertelo.» Lei abbandonò immediatamente la sua mano e si alzò. «Non farlo. Non ti piacerebbe la risposta che ti darei.» Scosse la testa, tristemente. «Tu credi che, nel mio caso, la decisione sia semplice. Ma ti sbagli.» Ritornò a sedere davanti a lui e prese il suo mantello da viaggio, stendendolo per terra. Mentre si preparava a avvolgerselo intorno, si voltò di nuovo verso di lui. «Credimi, Wil, se uno di noi due si troverà a prendere delle decisioni, per te sarà più facile che per me.» Appoggiò la testa sul mantello e pochi minuti dopo dormiva. Wil Ohmsford rimase a contemplare il fuoco, pensieroso. Anche se non riusciva a spiegarselo, sentiva che lei aveva ragione. 14. Quando si svegliarono il mattino dopo, Artaq non c'era più. Dapprima pensarono che si fosse allontanato durante la notte, ma una rapida perlustrazione nel bosco in cui erano accampati e nei prati al di là non rivelò alcuna traccia del grande stallone nero. Fu a quel punto che uno spiacevole sospetto cominciò a affacciarsi nella mente di Wil. In gran fretta, esaminò il punto in cui avevano lasciato Artaq a pascolare, percorrendo tutto il perimetro del loro accampamento, mettendosi in ginocchio di tanto in tanto per odorare la terra o toccarla. Amberle lo osservava incuriosita. Dopo alcuni minuti, il giovane sembrò aver trovato qualcosa. Gli occhi sempre fissi davanti a sé, cominciò a camminare: trenta, sessanta metri. Poi deviò verso il fiume. In silenzio, la ragazza lo seguiva. Qualche minuto dopo si trovavano entrambi sulla riva del Mermidon, scrutando un guado distante diverse centinaia di metri a valle del loro accampamento. «Sono stati i nomadi» dichiarò Wil, furibondo. «Durante la notte hanno attraversato il fiume in questo punto e l'hanno rubato.» Amberle era sorpresa. «Ne sei sicuro?» «Certo.» Wil annuì. «Ho trovato le loro tracce. Inoltre, nessun altro vi sarebbe riuscito. Artaq si sarebbe fatto sentire, se non si fosse trattato di qualcuno molto esperto in fatto di cavalli. E i nomadi lo sono. Guarda, se ne sono già andati.» Indicò lo spiazzo vuoto al di là del fiume dove la carovana aveva sostato la sera precedente. Rimasero a fissarlo in silenzio per un attimo. «Cosa facciamo ora?» chiese infine Amberle. Wil era talmente furibondo che non riusciva quasi a parlare. «Prima raccogliamo le nostre cose. Poi attraversiamo il fiume e diamo un occhiata al posto dov'erano accampati.» Tornarono al loro accampamento, raccolsero frettolosamente le loro poche cose e tornarono al fiume. Lo attraversarono senza difficoltà nel punto in cui c'era il guado. Pochi minuti dopo si trovavano nell'accampamento dei nomadi, ora deserto. Wil ricominciò a studiare il terreno, percorrendo rapidamente l'area da un'estremità all'altra. Infine tornò da Amberle. «Mio zio Flick mi insegnò a leggere le tracce quando andavamo a caccia nei boschi intorno a casa mia, a Valle d'Ombra» le spiegò, ora molto più disteso. «Quando ero piccolo andavamo a pesca e a caccia nelle foreste del Duln per intere settimane. Ho sempre pensato che quel che avevo imparato allora prima o poi mi sarebbe stato utile.» Lei annuì, spazientita. «Cosa hai scoperto?» «Sono andati a ovest, probabilmente appena prima dell'alba.» «Tutto qua? Non c'è qualche segno che indichi se Artaq è con loro?» «Oh, sì, certo. Giù al guado, vi sono tracce di un cavallo che scende nel fiume da una riva e ne esce dall'altra. Un cavallo, diversi uomini. Non ci sono dubbi, l'hanno portato via loro. Ma noi ce lo riprenderemo.» Lei lo guardò, dubbiosa. «Vuoi forse dire che li inseguiamo?» «Ma naturalmente!» Si stava arrabbiando di nuovo. «Tutti e due.» «Io e te, Wil?» Scosse la testa. «A piedi?» «Potremo raggiungerli al tramonto. Quei carrozzoni sono lenti.» «Quindi, secondo te, possiamo trovarli, vero?» «Non c'è niente di strano. Un tempo, sapevo seguire le tracce di un cervo attraverso una landa incolta anche se non pioveva da settimane. Credo proprio di riuscire a individuare un'intera carovana di carri attraverso una prateria.»
«Questa faccenda non mi piace» dichiarò lei, calma. «Anche se riusciamo a trovarli, e a trovare Artaq, cosa potremo fare?» «Ci penseremo quando li avremo raggiunti» rispose lui seccamente. La ragazza non si arrese. «Invece credo che dobbiamo pensarci subito. Tu stai proponendo di inseguire un gruppo intero di uomini armati. Nemmeno a me piace quel che è successo, ma non è una buona scusa per agire in modo dissennato.» Con uno sforzo visibile, Wil si controllò. «Non intendo perdere quel cavallo. In primo luogo se non fosse stato per Artaq, i demoni ci avrebbero preso, già a Havenstead. Si merita un destino migliore che passare il resto della sua vita al servizio di quei ladri. In secondo luogo, è l'unico cavallo che avevamo e l'unico che potremo avere. Senza di lui, saremo costretti a fare a piedi il resto della strada fino a Arborlon. Ci vorrà più di una settimana, e dovremo viaggiare quasi sempre in aperta prateria. Il che aumenta considerevolmente il rischio di essere scoperti da quelli che ancora ci inseguono. E a me questo non va. Abbiamo bisogno di Artaq.» «A quanto pare, hai deciso» fece lei, inespressiva. Lui annuì. «Certo. Inoltre i nomadi stanno viaggiando verso ovest; per lo meno andiamo nella giusta direzione.» Per un attimo Amberle non parlò; si limitò a guardarlo. Poi infine annuì. «D'accordo, inseguiamoli pure. Anch'io voglio riavere Artaq. Ma riflettiamo un poco prima di raggiungerli. Sarà meglio avere pronto un piano, per allora.» Lui ebbe un sorriso disarmante. «L'avremo.» Camminarono tutto il giorno per la prateria aperta, seguendo la pista della carovana di nomadi. Il tempo era caldo e asciutto, e il sole li dardeggiava da un cielo azzurro senza nuvole. Non trovarono quasi ombra lungo il cammino. Presto l'acqua finì, e non si imbatterono nemmeno in un ruscello. A pomeriggio inoltrato erano tormentati dalla sete e in bocca avevano sapore di polvere. Avanzavano con i muscoli delle gambe doloranti, i piedi coperti di vesciche. Si parlavano di rado, cercando di non spendere energie, concentrati nel difficile compito di mettere un piede davanti all'altro, osservando il sole calare lentamente all'orizzonte finché non rimase che un cupo bagliore arancione sopra la landa immensa. Poco dopo cominciò a imbrunire, la luce si dissolse nel crepuscolo, il crepuscolo nella notte. Proseguivano, anche se non riuscivano più a trovare le tracce dei carrozzoni, fidandosi del loro senso dell'orientamento. La luna e le stelle si accesero nel cielo notturno, spargendo sulla prateria la loro debole luce per guidare i due giovani. Il sudore e la polvere sui loro corpi si raffreddarono e si asciugarono e loro sentirono gli indumenti incollarglisi addosso. Nessuno dei due propose all'altro di fermarsi. Fermarsi significava ammettere che non avrebbero mai raggiunto la carovana quella sera, e che avrebbero dovuto proseguire così un altro giorno. Continuavano a camminare, silenziosi, decisi, la ragazza quanto il giovane, un fatto che sorprese quest'ultimo, sinceramente ammirato dal suo coraggio. Poi videro in lontananza della luce davanti a loro: un fuoco che bruciava attraverso il buio come un segnale, e capirono di aver trovato i nomadi. In silenzio, si trascinarono fino a una certa distanza dal falò, mentre i tetti appuntiti dei carrozzoni gradualmente si delineavano nella notte e infine si rivelò l'intera carovana, disposta in cerchio come sulle rive del Mermidon. Wil prese Amberle per un braccio e con dolcezza la fece accovacciare. «Ora entriamo» sussurrò, lo sguardo sempre fisso sul campo dei nomadi. Lei lo guardò, incredula. «Qual è il tuo piano?» «Conosco quella gente. Tu non contraddirmi, e andrà tutto bene.» Senza aspettare la sua risposta, si alzò e cominciò a camminare verso la carovana. La giovane rimase a fissarlo per un attimo, poi si alzò e lo seguì. Mentre si avvicinavano ai carri disposti in cerchio, le facce di uomini, donne e bambini che passavano vicino al falò diventavano visibili. Captarono risate e frammenti di conversazione. I nomadi avevano appena terminato il loro pasto serale e si stavano scambiando visite. Da un punto dell'accampamento arrivò il suono di una chitarra. A una ventina di metri dal perimetro dei carrozzoni, Wil chiamò. Amberle ne fu tanto sorpresa che trasalì. Nel campo, tutti immediatamente si immobilizzarono, e le teste si voltarono nella loro direzione. Ci fu uno scalpiccio di passi mentre alcuni uomini apparivano fra i carrozzoni più vicini ai due giovani. Senza parlare, i nomadi sbirciarono nell'oscurità, e poiché il falò era alle loro spalle, le loro facce erano completamente immerse nell'ombra. Wil non rallentò. Continuò a puntare direttamente verso di loro, con Amberle che lo seguiva a pochi passi di distanza. L'intera carovana si era improvvisamente immobilizzata. «Buona sera» disse allegramente Wil mentre raggiungeva i nomadi che bloccavano l'accesso al campo. Gli uomini non risposero. Al bagliore del fuoco, il giovane vide scintillare delle lame. «Abbiamo visto il vostro falò e abbiamo pensato che forse potreste darci un po' d'acqua» proseguì, sempre sorridendo. «E' dall'alba che camminiamo senza bere e siamo sfiniti.» Qualcuno si fece strada fra gli uomini silenziosi, un tipo alto con un mantello verde e un cappello a tesa
larga... quello che avevano visto al fiume. «Oh, i nostri giovani viaggiatori di ieri sera» constatò tranquillo, senza alcun cenno di saluto. «Salve» fece Wil, cordiale. «Siamo stati molto sfortunati. Durante la notte abbiamo perso il cavallo... deve essere andato via mentre dormivamo. E' tutto il giorno che viaggiamo senz'acqua e ci farebbe piacere bere qualcosa di fresco.» «Ma certo.» L'uomo sorrise senza cordialità. Era alto, ben oltre un metro e ottanta, magro e ossuto, la faccia bruna oscurata da una barba e da baffi neri che davano al suo sorriso un che di minaccioso. Aveva una fronte rugosa, segnata, una leggera gobba sul naso e occhi più neri della notte. La mano che alzò per fare un cenno agli uomini dietro di lui aveva un anello a ciascun dito. «Portate dell'acqua» ordinò, gli occhi sempre fissi su Wil. La sua espressione non era cambiata. «Chi sei tu, giovane amico, e qual è la tua destinazione?» «Sono Wil Ohmsford» rispose lui. «Questa è mia sorella, Amberle. Siamo diretti a Arborlon.» «Arborlon.» L'uomo ripeté il nome, pensieroso. «Bene, siete Elfi, naturalmente... almeno in parte. Chiunque potrebbe capirlo. Ma ora, tu mi hai detto di aver perso il tuo cavallo. Non sarebbe stato più saggio restare lungo il Mermidon, anziché puntare direttamente verso ovest come hai fatto?» Wil sorrise ancora. «Oh, sì, ci abbiamo pensato; ma vedi, noi dobbiamo raggiungere Arborlon il più rapidamente possibile, e a piedi ci impiegheremmo troppo tempo. Naturalmente, vi abbiamo visti accampati al di là del fiume ieri sera e abbiamo anche visto che avete diversi bei cavalli. Abbiamo pensato che se fossimo riusciti a raggiungervi avremmo potuto offrirvi qualcosa di prezioso in cambio di uno dei vostri cavalli.» «Potete offrire qualcosa di prezioso?» L'uomo si strinse nelle spalle. «Perché no? Naturalmente dobbiamo prima vedere di cosa si tratta.» Wil annuì. «Naturalmente.» Apparve una vecchia, con una caraffa piena d'acqua e una tazza di legno; le porse a Wil, che le accettò in silenzio. Sotto lo sguardo dei nomadi, si versò un po' d'acqua. Non ne offrì a Amberle, che lo guardò stupita mentre lui l'ignorava. Poi si riempì di nuovo la tazza e la vuotò. Quando ebbe finito, porse senza una parola tazza e caraffa a Amberle. «Vedo che tu conosci la nostra tradizione» osservò l'uomo alto, guardandolo con interesse. «Allora sai anche che siamo nomadi.» «Mi è capitato di curare dei nomadi» fece Wil. «Sono un Guaritore.» Un rapido mormorio serpeggiò nel gruppo, che era cresciuto considerevolmente da quando era cominciata la conversazione, e ora era formata da quasi tutti i membri dell'accampamento, una trentina di persone fra uomini, donne e bambini, tutti vestiti di sete, sciarpe e nastri variopinti. «Un Guaritore? Straordinario.» L'uomo alto si fece avanti, si tolse il cappello con ostentata cortesia e si inchinò. Dopo essersi raddrizzato, porse la mano. «Io sono Cephelo. Capo della Famiglia.» Wil gliela strinse energicamente. Cephelo sorrise. «Be, non dovete restarvene qua fuori; presto farà freddo. Vieni con me; anche tua sorella è la benvenuta. Avete l'aria di aver bisogno di un bagno e di mangiare qualcosa.» Fece strada attraverso la folla dei nomadi fin entro il cerchio dei carrozzoni. Un immenso falò ardeva al centro del campo, un tripode e una pentola di ferro sospesi sopra di esso. Il bagliore delle fiamme si rifletteva sui carrozzoni dipinti allegramente, mescolando l'arcobaleno dei colori alle ombre della notte. Sotto i carrozzoni c'erano ampie panche di legno, elaboratamente intagliate e lucidate, coperte di cuscini di piume. Le finestre dalle maniglie d'ottone erano aperte adorne di tende e di file di perline. Su un lungo tavolo a un lato era disposto con cura un assortimento intimidatorio di picche, spade e coltelli. Due ragazzini stavano oliando diligentemente le lame di metallo. Quando arrivarono davanti al falò, Cephelo si voltò bruscamente «Bene, che cosa volete per primo... un bagno o un pasto?» Wil non guardò Amberle nemmeno di sfuggita. «Un bagno, credo... anche per mia sorella, sempre che abbiate abbastanza acqua.» «Certo!» Cephelo annuì e si voltò. «Eretria!» Ci fu un fruscio di sete, e Wil si ritrovò faccia a faccia con la ragazza più straordinaria che avesse mai visto. Era piccola e delicata, come Amberle, ma senza l'innocenza infantile della giovane Elfa. Folti capelli neri e ricci le ricadevano sulle spalle, gli occhi erano scuri e impenetrabili. Il volto era bellissimo, i lineamenti perfetti, indimenticabili. Portava alti stivali di cuoio, pantaloni e una tunica di seta scarlatta trasparente. Aveva ai polsi e al collo nastri d'argento. Wil la contemplò stupito, incapace di distogliere lo sguardo. «Mia figlia» fece Cephelo, infastidito. Indicò Amberle. «Accompagna la ragazza elfa: ha bisogno di un bagno.» Eretria sorrise, maliziosa. «Sarebbe molto più interessante farlo a lui» ribatté, indicando Wil. «Fa' come ti ho detto» le ordinò bruscamente suo padre. Eretria teneva gli occhi fissi su Wil. «Vieni con me» disse, rivolta a Amberle. Si voltò e scomparve. Contro voglia, Amberle la seguì.
Cephelo guidò Wil verso l'altro lato dell'accampamento dove alcune coperte erano appese fra due carrozzoni. Dietro c'era una vasca. Al riparo delle coperte, il giovane si tolse i vestiti e li dispose ordinatamente per terra accanto a lui. Sapeva che il nomade lo teneva d'occhio, per scoprire se possedeva qualche oggetto prezioso, e fece bene attenzione affinché il sacchetto con le Pietre Magiche non cadesse dalla tasca della tunica. Cominciò a versarsi addosso l'acqua con un mestolo, lavando via la polvere e il sudore di un giorno di viaggio. «Non incontriamo spesso dei Guaritori disposti a curare dei nomadi» disse Cephelo un attimo dopo. «Di solito dobbiamo arrangiarci da soli.» «Io sono stato addestrato dagli Stor» rispose Wil. «Non negano il loro aiuto a nessuno.» «Gli Stor?» ripeté Cephelo, di nuovo sorpreso. «Ma gli Stor sono tutti Gnomi.» Il giovane annuì. «Io sono un'eccezione.» «Tu non sei un'eccezione solo per quello» dichiarò l'altro. Si sedette su una panca lì vicino e rimase a osservare il giovane che si asciugava e cominciava a lavare i suoi indumenti. «Abbiamo del lavoro per te, Guaritore, che ti consentirà di pagare il cibo e il riparo che ti offriremo. Alcuni di noi hanno bisogno delle tue cure.» «Sarò felice di fare tutto quello che posso» rispose Wil. «Bene.» L'altro annuì, soddisfatto. «Ora ti troverò degli abiti asciutti.» Si alzò e se ne andò. Immediatamente Wil fece scivolare le Pietre Magiche dalla tasca della tunica in uno stivale, poi rapidamente riprese a lavare la sua roba. Cephelo tornò quasi subito, portando degli abiti di seta. Il giovane li prese e li indossò. Nonostante il fastidioso rigonfiamento allo stivale destro, se lo infilò con decisione e poi infilò anche l'altro. Cephelo chiamò la vecchia che aveva portato prima l'acqua e le ordinò di prendere i vestiti bagnati di Wil. Il giovane glieli porse senza una parola, sapendo che li avrebbero frugati accuratamente, senza trovare niente. Poi tornarono al falò al centro dell'accampamento, dove Amberle li raggiunse, tutta pulita e vestita anche lei di seta. Ciascuno ricevette un piatto di cibo fumante e una coppa di vino. Sedettero vicino al fuoco e mangiarono in silenzio mentre i nomadi, intorno a loro, li osservavano incuriositi. Cephelo gli si mise di fronte, seduto a gambe incrociate su un ampio cuscino con nappe dorate, il volto scuro inespressivo. Non c'era traccia di Eretria. Quando il pasto fu finito, il capo dei nomadi mandò a chiamare i membri della sua famiglia che avevano bisogno di Wil. Senza commenti, il giovane li esaminò a uno a uno, curando una serie di infezioni, disturbi interni, irritazioni della pelle e febbriciattole. Anche se non era stato richiesto il suo aiuto, Amberle lavorava accanto a lui, porgendogli bende e acqua calda, aiutando nell'applicazione di semplici farmaci e unguenti vegetali. Wil impiegò un'ora per completare la sua opera. Quando ebbe finito, Cephelo gli si avvicinò. «Hai lavorato bene, Guaritore.» Sorrise con eccessiva cordialità. «Ora dobbiamo vedere cosa possiamo fare in cambio per te. Vieni con me... da questa parte.» Circondò con un braccio le spalle di Wil e lo portò via, lasciando Amberle sola a ripulire e a mettere in ordine. Si diressero verso il lato opposto dell'accampamento. «Hai detto di aver perso il tuo cavallo ieri sera vicino al nostro accampamento sul Mermidon» fece Cephelo, con aria pensierosa. «Com'era quell'animale?» Wil rimase impassibile. Aveva capito che il gioco stava cominciando. «Uno stallone, tutto nero.» «Bene, allora.» Cephelo apparve ancor più pensieroso. «Abbiamo trovato un cavallo come quello che tu hai descritto, una bellissima bestia, proprio questa mattina, all'alba. E' arrivato dalla prateria mentre noi stavamo agganciando i nostri tiri per partire. Forse è il tuo cavallo, Guaritore.» «Forse» ammise Wil. «Naturalmente, noi non sapevamo di chi fosse» fece Cephelo, sorridendo. «Così l'abbiamo portato con noi. Perché non gli diamo un'occhiata?» Passarono oltre il cerchio dei carrozzoni. A una ventina di metri dal campo erano legati tutti i cavalli dei nomadi, in fila. Due sagome scure emersero dalla notte, uomini armati di archi e picche. A una parola di Cephelo tornarono a nascondersi. L'omone guidò Wil fino all'estremità della fila. Lì c'era Artaq. Wil annuì. «E' proprio lui.» «Porta il tuo marchio, Guaritore?» chiese l'altro, come se si trattasse di una domanda indiscreta. Wil scosse la testa. «Oh, ma che peccato! Come possiamo essere sicuri che il cavallo sia tuo? Dopotutto, vi sono diversi stalloni neri nelle Quattro Terre, e come possiamo riconoscerli se i loro padroni non li marchiano? E' un grosso problema, Guaritore. Vorrei darti questo cavallo, ma ciò comporta un grosso rischio per me. Supponiamo che io te lo dia, come desidererei fare, ma poi un altro venisse da me e mi dicesse che anche lui ha perso uno stallone nero e scoprissimo che io, per sbaglio, ti ho dato il suo cavallo. Dovrei risponderne a quell'uomo.» «Be', immagino che tu abbia ragione.» Wil annuì con appena una sfumatura di dubbio, evitando con cura di contestare la ridicola supposizione. Dopotutto faceva parte del gioco.
«Io ti credo, naturalmente.» La faccia barbuta di Cephelo si fece solenne. «Certo ci si deve fidare di un Guaritore, sempre che ci si possa fidare di qualcuno a questo mondo.» Sorrise alla propria battuta. «Tuttavia, resta il fatto che io corro un rischio se ti do questo cavallo; essere un uomo di mondo è spesso difficile. E poi c'è la questione del cibo e delle cure che abbiamo dato a questo animale. Lo abbiamo strigliato e accudito come se fosse nostro. Tu mi capirai se ti dico che ci tocca qualcosa in cambio.» «Ma certo» fece Wil, annuendo. «Bene, allora.» Cephelo si sfregò le mani, soddisfatto. «Siamo d'accordo. Ora non resta che fissare il prezzo. Tu prima mi hai detto che sei disposto a dare qualcosa di prezioso in cambio del cavallo. Forse possiamo fare un giusto baratto: tu mi dai quello che porti con te per saldare il tuo debito verso di noi. E di conseguenza, se qualcuno venisse da me a reclamare uno stallone nero, io potrei far finta di niente.» Ammiccò con aria d'intesa. Wil si avvicinò a Artaq e gli accarezzò la fronte liscia, lasciando che il cavallo gli strofinasse il muso contro il petto. «Temo, però, di non avere niente di prezioso da offrirti» disse infine. «Non ho portato niente con me che ti possa ripagare di quel che hai fatto.» Cephelo non nascose la sua delusione. «Niente?» «Niente.» «Ma tu hai detto di avere qualcosa di prezioso...» «Oh, sì» si affrettò a annuire Wil. «Alludevo ai miei servizi come guaritore... pensavo che avessero un certo valore.» «Ma tu hai prestato quei servizi in cambio del cibo, del riparo e degli indumenti per te e tua sorella.» «Sì, è vero.» Il giovane apparve sconsolato. Inspirò a fondo. «Forse potrei farti una proposta?» Un'espressione di rinnovato interesse apparve sulla faccia dell'altro. «Bene, a quanto pare viaggiamo entrambi verso le Terre dell'Ovest. Se tu ci permetterai di accompagnarti potremo trovare qualche opportunità per ripagarti... forse tu avrai ancora bisogno della mia opera.» «Mi sembra improbabile.» Cephelo era meditabondo. Scosse la testa. «Non hai niente di prezioso da offrire in cambio del cavallo... proprio niente?» «No. niente.» «E' un problema» borbottò il nomade, strofinandosi il mento barbuto. Il giovane tacque, in attesa. «Comunque non c'è niente di male se venite con noi fino alle foreste. Sono solo pochi giorni di viaggio, però, e se per allora non avrai fatto niente per noi, forse dovremo tenerci il cavallo in cambio del nostro disturbo. Tu capisci, vero?» Wil annuì in silenzio. «Un altra cosa.» Cephelo gli si avvicinò, senza più traccia di cordialità. «Spero che tu non sia tanto sciocco da tentare di rubarci quella bestia. Ci conosci abbastanza bene da sapere cosa ti accadrebbe se ci provassi.» Il giovane inspirò a fondo e annuì di nuovo. Lo sapeva. «Bene.» L'uomo indietreggiò. «Cerca di non scordartelo.» Era evidentemente deluso per il modo in cui erano andate le cose, ma si strinse nelle spalle, con falsa indifferenza. «Basta con gli affari, ora. Vieni a bere con me.» Ritornò verso la cerchia dei carrozzoni. e batté imperiosamente le mani, chiamando gli altri a bere e a suonare per festeggiare quel giorno fortunato e dare il benvenuto al giovane Guaritore che era stato tanto gentile con loro. Wil era seduto accanto al capo su una panca foderata di cuscini quando gli uomini, le donne e i bambini dell'accampamento si avvicinarono entusiasti. Si riempirono coppe di vino da un grande mastello e le si fecero passare intorno. Cephelo si alzò e fece un elaborato brindisi alla salute della sua Famiglia. Tutti alzarono le coppe e le prosciugarono rapidamente. Wil bevve con gli altri. Si guardò intorno ansiosamente alla ricerca di Amberle e la trovò seduta nelle vicinanze del perimetro di facce circostante. Aveva un aria tutt'altro che soddisfatta. Lui si rammaricò di non poterle spiegare cos'era accaduto, ma, per farlo, doveva essere solo con lei. Per il momento, doveva portare pazienza. Bevvero ancora; fu declamato un altro brindisi e le coppe furono nuovamente riempite. Cephelo ordinò che si facesse della musica. Furono portati strumenti a corda e cimbali, e i suonatori cominciarono a esibirsi. La musica si levò nella notte, selvaggia, prepotente, ossessiva, accompagnata dalle risate dei nomadi, allegre, spensierate. Dell'altro vino fu versato e trangugiato; seguirono grida di incoraggiamento per i suonatori. Wil cominciava a sentirsi stordito. Il vino era forte, troppo forte per chi non era abituato a berne. Doveva essere prudente, si disse, alzando la coppa mentre veniva proposto un nuovo brindisi, e questa volta sorseggiò lentamente il liquido color ambra. Nella punta dello stivale destro sentiva la pressione rassicurante delle Pietre Magiche. La musica si fece più veloce; i nomadi saltarono in piedi e cominciarono a danzare, sei o otto, a braccetto, formando un cerchio intorno al falò. Altri si affrettarono a raggiungerli, e quelli rimasti seduti cominciarono a
battere freneticamente il tempo. Wil li imitò, mettendo la coppa accanto a sé sulla panca. Quando la riprese, un attimo dopo, era nuovamente piena. Ammaliato dalla musica, la vuotò senza pensare. I danzatori si separarono e formarono delle coppie, saltando e girando vorticosamente davanti alle fiamme. Qualcuno cantava, una voce malinconica che formava un irreale tutt'uno con la musica e la danza. Poi, all'improvviso, Eretria fu davanti a lui, bruna, bellissima, il corpo snello vestito di seta scarlatta. Il suo sorriso era abbagliante mentre si chinava su di lui, lo prendeva per le mani e lo faceva alzare. Lo trascinò in mezzo ai danzatori, si separò da lui un istante, e roteò via in un ondeggiare di nastri e di capelli neri. Poi fu di nuovo davanti a lui, tenendolo con le braccia sottili mentre danzavano. La fragranza dei suoi capelli e del suo corpo si mescolarono al calore del vino che lo pervadeva. Sentì che lo stringeva a sé, morbida e sottile, mormorando parole che non percepiva chiaramente. Il movimento della danza lo stordiva; tutto, intorno a lui, cominciò a fondersi in una girandola di colori vorticante contro lo sfondo della notte. La musica, il battere di mani e gli urli e i fischi dei nomadi crebbero di volume. Gli sembrò di sollevarsi da terra, sempre stretto a Eretria. E poi lei scomparve, e lui cominciò a cadere. 15. Si svegliò col peggior mal di testa della sua vita, con la sensazione di essere un fuscello in balia di un vento violento che lo faceva vorticare, e impiegò diversi lunghi istanti per capire che si trovava nel retro di un carrozzone, disteso sul pagliericcio di una lettiera di legno spinta contro la parete posteriore; sopra la sua testa vide uno strano assortimento di arazzi, sete, pizzi, e utensili di legno e metallo, che oscillavano mentre il carro avanzava traballando nella prateria. Un dardo luminoso di sole scivolò attraverso una fessura della finestra, e capì di aver dormito tutta la notte. Amberle apparve accanto a lui, con un'espressione di rimprovero negli occhi verde mare. «E inutile chiederti come stai questa mattina, vero?» esordì, le sue parole appena percettibili sopra il fragore delle ruote. «Mi auguro che ne sia valsa la pena.» «No.» Si mise lentamente a sedere, sentendosi pulsare violentemente la testa. «Dove siamo?» «Nel carro di Cephelo. Da ieri sera, se ricordi cosa è successo. Io gli ho detto che ti stavi rimettendo da un attacco di febbre e che non stavi male soltanto per il vino. Così mi hanno lasciato qui con te finché non ti fossi ripreso. Bevi questo.» Gli porse una tazza con del liquido scuro. Wil guardò con sospetto quella mistura dall'aria ripugnante. «Bevi» ripeté lei, decisa. «E' un rimedio a base di erbe per chi si ubriaca. Vi sono cose che non occorre essere Guaritore per sapere.» Lui ubbidì senza discutere. Soltanto allora si accorse che non aveva più gli stivali. «I miei stivali! Dove sono...» «Zitto!» lo ammonì lei, indicando rapidamente la piccola porta chiusa sul davanti del carro. In silenzio, si chinò sotto il letto e li tirò fuori, poi si tolse dalla fascia intorno alla vita il sacchetto di cuoio con le Pietre Magiche. Wil si abbandonò sul giaciglio con un sospiro di sollievo. «La festa è stata troppo impegnativa per te» continuò lei, con una nota di sarcasmo nella voce. «Quando sei svenuto, Cephelo ti ha fatto portare in questo carro. Voleva farti svestire da quella vecchia, ma io l'ho convinto che, se ti fosse tornata la febbre, sarebbe stata contagiosa e che, in ogni caso, ti saresti offeso se ti avessero svestito senza il tuo consenso. Evidentemente non ha dato molta importanza alla faccenda perché ha ordinato alla vecchia di andarsene. Dopo che se ne è andato anche lui, ti ho frugato addosso e ho trovato le Pietre Magiche.» Lui annuì, approvando. «Tu non hai perso la testa.» «E' un bene che almeno uno dei due ci sia riuscito» ribatté lei, inarcando le sopracciglia. Guardò di nuovo verso la porta chiusa. «Cephelo ha lasciato la vecchia là davanti per tenerci d'occhio. Non credo sia completamente convinto di quel che gli hai detto.» Wil si chinò in avanti, puntellandosi il mento sulle mani. «Non mi sorprenderebbe.» «E allora perché siamo ancora qua, se non per il fatto che ieri sera hai bevuto troppo?» indagò lei. «E comunque, perché siamo venuti qua?» Lui allungò una mano verso le Pietre Magiche e Amberle gliele diede. Rimise il sacchetto di cuoio nello stivale destro e si infilò prima quello, poi l'altro. Le fece cenno di avvicinarsi. «Perché dobbiamo trovare il modo di portar via Artaq e non possiamo farlo se non restiamo con questa gente» mormorò in modo che lei potesse sentirlo sopra il cigolare del carro. «E c'è un altro motivo. I demoni che ci hanno dato la caccia da Havenstead cercheranno due persone... non un'intera carovana. Forse, viaggiando coi nomadi, gli faremo perdere la pista. Inoltre, siamo diretti a ovest, che è la nostra destinazione e così avanziamo più rapidamente che a piedi.» «Bene. Ma anche questa situazione è pericolosa, Wil» puntualizzò lei. «Che cosa hai in mente di fare quando raggiungeremo le foreste delle Terre dell'Ovest e Cephelo si rifiuterà
di ridarti Artaq?» Lui si strinse nelle spalle. «Ci penserò quando verrà il momento.» «E' un discorso che ho già sentito.» Amberle scosse la testa, infastidita. «Dovresti provare a avere più fiducia in me di quanta ne hai mostrata finora. Non è molto rassicurante dovermi affidare a te e non avere la più pallida idea di quel che intendi fare.» «Hai ragione» ammise lui. «Mi dispiace per ieri sera. Avrei dovuto parlare con te prima di entrare nell'accampamento, ma, per essere sincero, non avevo ancora un piano in mente.» «Ti credo» fece lei, aggrottando la fronte. «Senti, ora cercherò di darti qualche spiegazione. I nomadi viaggiano in famiglie... questo lo sai già. Il termine "Famiglia" è piuttosto fuorviante perché i suoi membri non sono sempre consanguinei. I nomadi spesso barattano mogli e figli o addirittura li vendono a altri accampamenti, come se fossero proprietà comune. Ciascuna Famiglia ha un capo - una figura paterna che prende tutte le decisioni. Le donne devono fare da serve agli uomini; è questa la loro famosa Tradizione. Per i nomadi, è l'ordine naturale delle cose. Credono fermamente che le donne debbano essere sottomesse agli uomini, i quali le proteggono e provvedono al loro mantenimento. Inoltre, sempre secondo la loro tradizione, coloro che entrano nel loro accampamento devono osservare queste usanze per essere ben accolti. E' per questo motivo che ho bevuto per primo. E per questo che ti ho lasciata a sistemare le cose dopo che abbiamo curato i malati. Volevo convincerli che io capivo e onoravo le loro convinzioni. Se ci fossi riuscito, c'era una possibilità che ci ridessero Artaq.» «A quanto pare la cosa non ha funzionato» osservò Amberle. «No, non ancora» ammise lui. «Ma ci hanno permesso di viaggiare con loro; normalmente non avrebbero nemmeno preso in considerazione una cosa del genere. I nomadi non sopportano gli estranei.» «Ci hanno permesso di viaggiare con loro perché tu hai incuriosito Cephelo e lui vuole saperne un po' di più sul tuo conto.» Si interruppe. «Inoltre l'interesse di Eretria per te non è passeggero. L'ha fatto capire chiaramente.» Lui sorrise suo malgrado. «E, secondo te, io me la sono spassata ieri sera, danzando e bevendo?» «Se lo vuoi proprio sapere... sì, è quello che penso.» Lo disse senza l'ombra di un sorriso. Wil si abbandonò sul pagliericcio, la testa che gli pulsava per i continui sobbalzi. «E va bene, ammetto di aver esagerato. Ma avevo un motivo più che valido per fare quel che ho fatto, nonostante quel che pensi tu. Era necessario fargli credere che non sono più furbo di loro. Se avessero pensato il contrario, saremmo entrambi morti. Così ho bevuto e danzato e mi sono comportato come qualsiasi persona avrebbe fatto al mio posto... per evitare di insospettirli.» Si strinse nelle spalle. «Quanto a Eretria, non posso farci niente.» «E nessuno te lo chiede.» Poi, con improvvisa collera: «Non mi interessa quel che pensa Eretria di te, ma soltanto che tu non faccia lo sciocco e ci tradisca». Vedendo l'espressione esterrefatta di lui, Amberle avvampò. «Prometti di essere prudente?» aggiunse rapidamente, poi gli prese la tazza vuota dalle mani, e si voltò, dirigendosi verso il fondo del carro. Wil rimase a guardarla, incuriosito. Un attimo dopo ritornò, di nuovo calma e composta. «C'è qualcos'altro che devi sapere. Questa mattina presto la carovana ha incontrato un vecchio cacciatore diretto a est. Era appena passato dal Tirfing, la zona lacustre di fronte alle foreste delle Terre dell'Ovest a sud del Mermidon. Ha avvertito Cephelo di non avventurarsi là. Perché c'era un diavolo.» Wil si accigliò. «Un diavolo?» «L'ha chiamato così, un nome che i nomadi usano per qualcosa di non umano, di maligno.» Fece una pausa significativa. «Può darsi che questo diavolo sia uno dei demoni che hanno fatto irruzione attraverso il Divieto.» «Che cosa ha detto Cephelo in proposito?» Lei ebbe un debole sorriso. «Lui non ha paura dei diavoli. Intende passare ugualmente dal Tirfing. Credo che debba andarci per qualche sua faccenda. Gli altri membri della Famiglia non sono troppo soddisfatti della sua decisione.» Wil annuì. «Sono proprio d'accordo con loro.» La ragazza gli diede una lunga occhiata indagatrice. «Non sarei d'accordo con nessuno di questi nomadi, se fossi in te. Ricordatelo, se ti offriranno dell'altro vino.» Gli girò le spalle senza aggiungere altro e ritornò in fondo al carro, nascondendo i suoi movimenti al giovane. Wil fece per seguirla, irritato, ma il mal di testa lo fece tornare rapidamente sulla sua decisione. Sedette di nuovo con cautela, appoggiando la testa pulsante contro un pannello di vimini che foderava la parete del carro. Una cosa era certa, pensò, cupo. Amberle non doveva preoccuparsi che lui bevesse ancora quel vino. La carovana viaggiò fino a mezzogiorno verso ovest, poi ci fu una sosta per permettere ai nomadi di consumare un rapido pasto. Ora Wil si sentiva molto meglio e riuscì a mangiare un po' di carne essiccata e di
verdure. Cephelo ebbe una breve conversazione con lui; gli chiese cortesemente come stava, poi se ne andò, evidentemente interessato a altre faccende. I nomadi borbottavano fra loro sulla presenza del diavolo, e il giovane capì che la Famiglia era seriamente preoccupata per la notizia portata dal cacciatore. I nomadi erano superstiziosi per natura, e la decisione presa da Cephelo di ignorare tale avvertimento non era stata ben accolta. Il resto del pomeriggio passò rapidamente. Wil si offrì di guidare il carro di Cephelo mentre la vecchia faceva un sonnellino nel retro. Amberle gli era al fianco mentre lui guidava il tiro di quattro cavalli attraverso la vasta distesa della prateria; canticchiava fra sé, parlando pochissimo con lui. Il giovane la ignorò, concentrandosi sul suo compito, osservando pensieroso le pianure solitarie. Diverse volte Cephelo passò accanto a loro su un grosso sauro - il grande mantello verde che gli sventolava dietro, la faccia scura lucida di sudore per il caldo. Una volta Wil intravvide Artaq mentre, con gli altri cavalli di riserva, veniva portato verso una pozza davanti alla carovana. Nessuno lo montava, e non sembrava che Cephelo avesse deciso come usare il grande stallone nero - il che poteva significare che non aveva ancora deciso se tenerselo o no. Poco più di un'ora prima del tramonto entrarono nel Tirfing, una zona di piccoli laghi e boschi ai margini della prateria. Lontano, a ovest, sotto la sfera infuocata del sole al tramonto, si allargava la cupa massa compatta delle foreste d'Occidente. I carrozzoni lasciarono le pianure per inoltrarsi nel Tirfing lungo una pista di terra piena di buche segnata dal passaggio di infiniti viaggiatori. Il calore della prateria si smorzò rapidamente mentre si inoltravano fra i boschi, e le ombre si allungavano davanti a loro nel crepuscolo. Fra gli alberi cominciarono a intravvedere i laghi che costellavano la campagna circostante. Era buio quando Cephelo diede finalmente l'ordine di fermarsi in una vasta radura, circondata da querce, che si affacciava su un lago. I carrozzoni si disposero nel solito cerchio, fermandosi stancamente, rumorosamente, con una serie di cigolii. Wil era così rattrappito che non riusciva quasi a muoversi. Mentre gli uomini sganciavano i tiri e le donne cominciavano a cucinare, scese con cautela dal duro sedile di assi e cercò di sgranchirsi un po' le gambe. Amberle se ne andò da un'altra parte, e lui non si curò di seguirla. Attraversò zoppicando il cerchio dei carrozzoni e arrivò fino agli alberi circostanti; lì si fermò per stiracchiarsi e lasciare che il sangue circolasse attraverso gli arti rattrappiti. Qualche minuto dopo udì dei passi e si voltò. Eretria si stava avvicinando, la figura snella simile a un'ombra nella sera. Portava stivali alti e abiti di cuoio da amazzone, una sciarpa rossa di seta intorno alla vita e un'altra al collo. I capelli neri e ricci le ricadevano sulle spalle, arruffati dal vento. Mentre si avvicinava, gli sorrideva, e i suoi occhi scuri scintillavano maliziosi. «Non allontanarti troppo, Wil Ohmsford» lo ammonì. «Un diavolo potrebbe trovarti e allora cosa faresti?» «Mi lascerei divorare» rispose Wil, con una smorfia, strofinandosi la schiena dolorante. «Comunque, non ho nessuna intenzione di allontanarmi finché non avrò mangiato.» Si lasciò cadere nell'erba alta, appoggiandosi con la schiena a una quercia. Eretria lo osservò in silenzio per un attimo, poi sedette accanto a lui. «Dove sei stata tutto il giorno?» chiese lui, tanto per fare un po' di conversazione. «A osservarti» rispose lei, sorridendo perfidamente quando vide l'espressione del giovane. «Naturalmente non mi hai visto. E non dovevi.» Wil esitò, a disagio. «Perché mi osservavi?» «Così voleva Cephelo.» Inarcò le sopracciglia. «Non si fida di te e nemmeno della ragazza elfa che vuoi far passare per tua sorella.» Ora lo fissava dritto negli occhi, quasi sfidandolo a contraddirla. Per un attimo Wil fu preso dal panico. «Amberle è mia sorella» rispose, sforzandosi di essere convincente. Eretria scosse la testa. «Lei non è tua sorella così come io non sono la figlia di Cephelo. Non ti guarda come ti guarderebbe una sorella; i suoi occhi rivelano che lei è qualcos'altro. Comunque, per me non fa alcuna differenza. Se desideri far credere che lei sia tua sorella, non ci sono problemi. Ma fa' in modo che Cephelo non si accorga del tuo piccolo imbroglio.» Ora fu Wil a fissarla. «Aspetta un attimo» disse dopo una breve pausa. «Che cosa significa che lei non è mia sorella così come tu non sei la figlia di Cephelo? Lui ha detto che sei sua figlia, non è vero?» «Quel che dice Cephelo non è necessariamente vero, anzi, non lo è quasi mai.» Gli si avvicinò. «Cephelo non ha figli. Mi ha comprato da mio padre quando avevo cinque anni. Mio padre era povero e non poteva darmi niente. Aveva altre figlie, così non avrebbe sentito la mancanza di una. Ora io appartengo a Cephelo. Ma non sono sua figlia.» L'aveva detto con tanta naturalezza che per un attimo Wil rimase senza parole. Vedendolo così disorientato, lei rise allegramente. «Noi siamo nomadi, Wil... tu conosci le nostre usanze. Inoltre, poteva andarmi peggio. Potevo finire con un uomo di rango inferiore. Cephelo è un capo: gode di rispetto e prestigio. Come sua figlia, sono avvantaggiata. Sono molto più libera delle altre donne. E ho imparato molto, Guaritore. Potrei mettere a
dura prova chiunque.» «Non vorrei che capitasse a me» riconobbe lui. «Ma perché allora mi dici tutte queste cose?» Lei increspò le labbra in un sorriso beffardo. «Perché mi piaci... per quale altro motivo?» «E' quello che mi domando» fece lui seccamente. Lei si raddrizzò di scatto, con un'espressione petulante. «Sei sposato o fidanzato con quella ragazza elfa?» Wil apparve sinceramente sorpreso. «No.» «Bene. L'avevo immaginato.» L'espressione petulante scomparve. Dopo una pausa, gli sorrise di nuovo perfidamente. «Cephelo non intende restituirti il cavallo.» Wil valutò attentamente l'informazione. «Lo sai?» «So com'è lui. Non te lo restituirà. Ti lascerà andare per la tua strada, se non gli creerai guai e se non cercherai di riprenderti il cavallo, ma non te lo restituirà mai di sua iniziativa.» Il volto del giovane era inespressivo. «Te lo chiedo di nuovo... perché mi dici tutto ciò?» «Perché posso aiutarti.» «E perché dovresti farlo?» «Perché tu, a tua volta, potresti aiutare me.» Wil si accigliò. «Come?» Eretria si mise a sedere a gambe incrociate e appoggiò le mani sulle ginocchia, dondolandosi. I suoi occhi scuri luccicavano, divertiti. «E' evidente, Wil Ohmsford, che tu sei molto di più di quel che ci hai detto di essere... e non soltanto un Guaritore, che viaggia per le praterie di Callahorn con la sorella. E' evidente che quella ragazza elfa ti è stata affidata, e che tu l'accompagni o, forse, addirittura devi proteggerla.» Alzò rapidamente una mano bruna. «Non cercare di negarlo, Guaritore... una tua menzogna non mi convincerebbe, poiché io sono la figlia del più grande bugiardo di questo mondo e conosco l'arte meglio di te.» Sorrise e gli mise una mano su un braccio. «Mi piaci, Wil... questo è vero. Io voglio che tu abbia di nuovo il tuo cavallo. Ovviamente, per te è importante riaverlo, altrimenti non saresti venuto con noi. Ma da solo non ce la faresti. Io, però, potrei aiutarti.» Wil la guardò, dubbioso. «E perché lo faresti?» chiese infine. «Se ti aiuto a ricuperare il tuo cavallo, allora voglio che tu mi porti con te ovunque tu vada.» «Cosa?» esclamò lui, senza riflettere. «Portami con te» ripeté lei, decisa. «Non posso!» «Certo che puoi, se vuoi riavere il tuo cavallo.» Lui scosse la testa, disorientato. «Perché vuoi andartene? Mi hai appena detto che...» Lei lo interruppe. «Tutto quel che ti ho raccontato appartiene al passato. Cephelo ha deciso che ora devo sposarmi. Secondo la tradizione dei nomadi, sceglierà mio marito e, in cambio di una certa somma, mi consegnerà a lui. Finora la mia vita è stata bella, ma non ho intenzione di farmi vendere un'altra volta.» «Non potresti andartene per conto tuo? Sembri in grado di cavartela benissimo.» «Certo, e sono molto più in gamba di quanto tu possa immaginare, Guaritore. E' per questo che tu hai bisogno di me. Se porti via il tuo cavallo - e io dubito che tu possa riuscirvi senza il mio aiuto - i nomadi ti inseguiranno. Poiché sarai inseguito in ogni caso, non ti creerà nessun ulteriore problema portare via anche me... tanto più che io conosco abbastanza i nomadi da darti tutti i consigli necessari per eluderli.» Si strinse nelle spalle. «Quanto a andarmene per conto mio, ci ho pensato. Se non avessi alternative, lo farei, piuttosto che essere venduta. Ma dove andrei? Una nomade non è ben accolta da nessuna parte e, che mi piaccia o no, io sono una nomade. Sola, sarei emarginata, e non avrei una vita piacevole. Ma se fossi con te, potrei essere accettata; tu