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MARGARET ATWOOD LA DONNA DA MANGIARE (The Edible Woman, 1969) La superficie su cui lavorate (meglio se di marmo), gli arnesi, gli ingredienti e le dita dovrebbero essere gelidi per tutta la durata dell'operazione... Ricetta per la sfoglia in La gioia di cucinare di I.S. Rombauer e M.R. Becker PARTE PRIMA 1 Sono certa che stavo bene venerdì, quando mi alzai; caso mai mi sentivo più imperturbabile del solito. Quando andai in cucina per prepararmi la colazione, c'era già Ainsley, tutta abbattuta; disse che la sera prima era andata a un party da far schifo. Giurò che c'erano stati soltanto degli studenti di odontoiatria, una cosa che l'aveva depressa al punto che si era consolata ubriacandosi. «Non hai idea di quanto sia pesante», disse, «dover sopportare una ventina di conversazioni sull'interno della bocca degli altri. La reazione più grande che ho suscitato è stato quando ho descritto un ascesso che ho avuto una volta. Avevano letteralmente la bava alla bocca. E gli uomini, per lo più, guardano a qualcosa oltre ai tuoi denti, santo cielo.» Aveva i postumi della sbornia, una cosa che mi mise di umore allegro mi fece sentire sana come un pesce - e le versai un bicchiere di succo di pomodoro e le preparai un'alka-seltzer corroborante, stando a ascoltarla e emettendo rumori di comprensione mentre continuava a lamentarsi. «Come se non ne avessi abbastanza sul lavoro», disse. Ainsley lavora come collaudatrice di spazzolini difettosi in un'impresa di spazzolini da denti elettrici: un impiego provvisorio. Quello che aspetta è un posto vacante in una di quelle piccole gallerie d'arte, anche se lo stipendio non è ottimo: vuole fare la conoscenza di artisti. L'anno prima, mi disse, andava pazza per gli attori ma poi ne incontrò effettivamente qualcuno. «È proprio una fissazione. Scommetto che tutti quanti si portano dietro, nella tasca della giacca, quegli specchietti ricurvi e si danno una sbirciata in bocca
ogni volta che vanno al cesso per assicurarsi di essere ancora senza carie.» Con aria pensosa si passò una mano fra i capelli che sono lunghi e rossi, o meglio ramati. «Te lo immagini baciarne uno? Direbbe: 'Apra bene', prima di tutto. Sono così maledettamente limitati.» «Deve essere stato terribile», dissi, riempiendole di nuovo il bicchiere. «Non potevi cambiare argomento?» Ainsley alzò le sopracciglia quasi inesistenti, che quella mattina non erano ancora state dipinte. «No, naturalmente», disse. «Facevo finta di essere terribilmente interessata. E naturalmente non ho lasciato capire che mestiere facevo: quei professionisti se ne hanno così a male se uno sa qualcosa del loro argomento. Sai, come Peter.» Ainsley tende a punzecchiare Peter, soprattutto quando non si sente bene. Feci la generosa e non ribattei. «Faresti meglio a mangiare qualcosa prima di andare al lavoro», dissi. «Quando si ha qualcosa nello stomaco si sta meglio.» «Oh dio», fece Ainsley, «non riesco a sopportarne il pensiero. Un altro giorno di macchine e di bocche. È da un mese che non ne passo uno di interessante, da quando quella donna ci rispedì il suo spazzolino perché cadevano le setole. Scoprimmo che aveva adoperato dell'Ajax.» Mi lasciai così prendere dalla mia efficienza per amore di Ainsley, mentre mi congratulavo con me stessa per la mia superiorità morale rispetto a lei, che non mi resi conto di quanto si fosse fatto tardi, finché non fu lei a ricordarmelo. All'impresa degli spazzolini elettrici non badano a che ora si arrivi, ma la mia impresa si considera puntuale. Dovetti lasciar perdere l'uovo, e buttar giù un bicchiere di latte e una tazza di fiocchi d'avena freddi già sapendo che in tal modo la fame mi sarebbe tornata molto prima dell'ora di pranzo. Masticai un pezzo di pane, mentre Ainsley mi osservava in un silenzio nauseato, e afferrai la borsa, lasciando che Ainsley chiudesse la porta dell'appartamento dietro di me. Abitiamo all'ultimo piano di un grande edificio in uno dei quartieri più vecchi e aristocratici, in quelle che suppongo fossero le stanze della servitù. Questo significa che ci sono due rampe di scale fra noi e la porta principale, la rampa superiore stretta e scivolosa, quella inferiore ampia e con la guida ma con le asticelle dei fermi che tendono a sfilarsi. Con i tacchi alti che ci impongono di portare in ufficio, devo scendere di sbieco, tenendomi ben stretta al corrimano. Quella mattina riuscii a oltrepassare sana e salva la serie di scalda-letti di ottone dei pionieri appesi al muro delle nostre scale, evitai di impigliarmi nel filatoio a mano tutto punte del pianerot-
tolo del secondo piano e oltrepassai velocemente scansando la bandiera reggimentale a brandelli tenuta sotto vetro e la serie di ritratti degli antenati racchiusi in cornici ovali che stanno di guardia al primo pianerottolo. Mi sentii sollevata nel vedere che nell'ingresso a pianterreno non c'era nessuno. Su terreno piano avanzai a lunghi passi verso la porta, sterzando per evitare il ficus elastica da una parte e il tavolo dell'ingresso, col sottocoppa di tela greggia e il vassoio di ottone rotondo, dall'altra. Da dietro la tenda di velluto a destra udii la bambina mentre stava eseguendo al piano la sua penitenza mattutina. Pensai di essere in salvo. Ma prima di aver raggiunto la porta, questa ruotò silenziosamente verso l'interno e capii di essere in trappola. Era la signora di sotto. Portava un paio di guanti da giardiniere immacolati e reggeva una paletta. Mi domandai chi fosse andata a seppellire in giardino. «Buon giorno, Miss MacAlpin», disse. «Buon giorno.» Feci un cenno col capo e sorrisi. Non riesco mai a ricordare il suo nome, e neppure Ainsley; immagino che si tratti di quello che chiamano un blocco mentale. Guardai oltre la sua persona, verso la strada, ma lei non si mosse dal vano della porta. «Ieri sera sono stata fuori», disse. «A un convegno.» Ha un modo indiretto di affrontare le cose. Mi appoggiai prima su un piede poi sull'altro e sorrisi di nuovo, sperando che si accorgesse che avevo fretta. «La bambina mi dice che c'è stato un altro incendio.» «Be', non si è trattato esattamente di un incendio», feci io. La bambina aveva approfittato del fatto che fosse stato pronunciato il suo nome per smettere di fare esercizio al piano e ora si trovava in piedi, nel vano delle tende di velluto del salotto, con gli occhi fissi su di me. È una creatura corpulenta e goffa di quindici anni o giù di lì che viene mandata a una scuola speciale per ragazze e deve indossare un grembiule verde con calzini fino al ginocchio dello stesso colore. Sono certa che si tratta di una ragazza del tutto normale, ma c'è qualcosa di cretinesco in quel nastro appollaiato in cima al suo corpo gigantesco. La signora di sotto si tolse un guanto e le batté la mano sullo chignon. «Ah», disse con dolcezza. «La bambina dice che c'era un sacco di fumo.» «Era tutto sotto controllo», dissi io, questa volta senza sorridere. «Erano soltanto le braciole di maiale.» «Oh, capisco», disse lei. «Be', vorrei proprio che dicesse a Miss Tewce di cercare di non fare tanto fumo in futuro. Temo che turbi la bambina.» Considera soltanto Ainsley responsabile del fumo e sembra pensare che lo
emetta dalle narici come un drago. Ma non ferma mai Ainsley nell'ingresso per parlargliene: soltanto me. Ho il sospetto che si sia convinta che Ainsley non è rispettabile, mentre io sì. Probabilmente dipende dal modo in cui ci vestiamo: Ainsley dice che io scelgo i vestiti come se fossero tute mimetiche o una colorazione protettiva, anche se io non ci vedo nulla di male. Lei va pazza per il rosa al neon. Naturalmente persi l'autobus: nell'attraversare il prato lo vidi scomparire di là dal ponte in una nube di pulviscolo. Mentre stavo sotto l'albero - la nostra strada ha molti alberi, tutti quanti enormi - in attesa del prossimo autobus, Ainsley uscì di casa e mi raggiunse. È una vera trasformista; io non riuscirei mai a mettermi in ordine in un tempo così breve. Dall'aspetto sembrava che stesse molto meglio (forse l'effetto del belletto, anche se, con Ainsley, non si può mai dire) e portava i capelli rossi raccolti in cima alla testa, come sempre quando va al lavoro. Negli altri momenti, li porta giù, spettinati. Indossava lo scamiciato arancione e rosa, che mi sembrava troppo stretto alle anche. La giornata si preannunciava calda e umida; avvertivo già un'atmosfera personale condensarsi attorno a me come un sacchetto di plastica. Forse avrei fatto bene anch'io a mettermi uno scamiciato. «Mi ha preso nell'ingresso», dissi. «Per il fumo.» «Vecchia strega», disse Ainsley. «Perché non bada agli affari suoi?» Ainsley non proviene da una piccola cittadina, come me; perciò non è abituata ai ficcanaso; d'altro canto non ne ha neppure paura. Non ha la minima idea delle conseguenze. «Non è tanto vecchia», dissi, rivolgendo un'occhiata alle finestre della casa provviste di tendine; anche se sapevo che non poteva sentirci. «E poi, non è stata lei a notare il fumo, è stata la bambina. Lei era a un convegno.» «Probabilmente il ECTU», disse Ainsley, «o l'IODE. Scommetto che non era per niente a un convegno; se ne stava nascosta dietro quella maledetta tenda di velluto, desiderosa che pensassimo che lei era a un convegno, così avremmo davvero fatto qualcosa. Quel che lei vuole è un'orgia.» «Ora, Ainsley», dissi, «stai facendo la paranoica.» Ainsley è persuasa che la signora di sotto viene di sopra quando noi siamo fuori e dà un'occhiata al nostro appartamento e rimane silenziosamente inorridita, e sospetta persino che indaghi fra la nostra posta, anche se non fino al punto di aprirla. È un fatto che talvolta va a aprire la porta d'ingresso a dei nostri visitatori prima che suonino il campanello. Deve pensare che è suo diritto prendere delle precauzioni: quando all'inizio pensammo seriamente di
prendere in affitto l'appartamento, ci fece capire, con allusioni discrete a affittuari precedenti, che, qualunque cosa succedesse, l'innocenza della bambina non doveva venir corrotta, e che ci si poteva certo fidare molto di più di due signorine che di due giovanotti. «Faccio del mio meglio», aveva detto, sospirando e scuotendo la testa. Aveva fatto intendere che il marito, il cui ritratto a olio era appeso sopra il piano, non le aveva lasciato tanto denaro quanto avrebbe dovuto. «Naturalmente vi rendete conto che il vostro appartamento non ha un'entrata privata?» Aveva sottolineato gli inconvenienti invece dei vantaggi, quasi che non volesse affittarcelo. Dissi che ce ne rendevamo conto; Ainsley non disse niente. Avevamo convenuto che io avrei sbrigato la cosa dal punto di vista verbale, e Ainsley sarebbe rimasta seduta con quell'aria innocente, una cosa che sa fare molto bene quando vuole: ha una faccia ottusa bianca e rosa da bambina, il naso simile a un bernoccolo, e grandi occhi blu che può far diventare rotondi come palle da ping-pong. Per l'occasione ero riuscita persino a farle mettere dei guanti. La signora di sotto scosse di nuovo la testa. «Se non fosse per la bambina», disse, «venderei la casa. Ma voglio che mia figlia cresca in un quartiere perbene.» Dissi che la capivo, e lei disse che naturalmente il quartiere non era più così perbene come una volta: alcuni degli edifici più grandi erano troppo costosi da mantenere e i proprietari erano stati costretti a venderli a degli immigranti (gli angoli della bocca le si storsero lievemente all'ingiù) i quali li avevano divisi e affittati a camere. «Ma nella nostra strada non siamo ancora arrivati a questo», disse. «E io dico alla bambina esattamente quali strade può percorrere e quali no.» Dissi che questa mi sembrava una cosa saggia. Era parsa una persona molto più trattabile prima che avessimo firmato il contratto di affitto. E la pigione era così bassa, e la casa così prossima alla fermata dell'autobus. Per questa città era veramente un bel posto. «Inoltre», aggiunsi, rivolta a Ainsley, «hanno ragione di essere preoccupate per il fumo. Se la casa si fosse incendiata? E non ci ha mai fatto appunti per le altre cose.» «Quali altre cose? Non abbiamo mai fatto nient'altro.» «Be'...» dissi. Avevo il sospetto che la signora di sotto avesse preso nota di tutti gli oggetti a forma di bottiglia che avevamo portato di sopra, sebbene avessi fatto del mio meglio per mascherarli come generi alimentari. Era vero che non ci aveva mai specificamente proibito di fare alcunché - si tratterebbe di una violazione troppo grossolana della sua legge dell'accen-
no sfumato - ma ciò serve soltanto a farmi sentire che mi è effettivamente vietato di fare alcunché. «Nelle notti silenziose», disse Ainsley mentre l'autobus si fermava, «la sento che scava nel legno.» Sull'autobus non parlammo; non mi piace parlare sugli autobus, preferisco guardare gli annunci pubblicitari. Inoltre, Ainsley e io non abbiamo molto in comune tranne che la signora di sotto. La conoscevo solo da poco prima che ci trasferissimo lì: era l'amica di una mia amica, e stava cercando una compagna di stanza contemporaneamente a me, il che è il modo in cui solitamente si fanno queste cose. Forse avrei dovuto rivolgermi a un computer; sebbene, tutto sommato, la cosa abbia avuto abbastanza successo. Andiamo d'accordo per un adattamento simbiotico di abitudini e con un minimo di quell'ostilità malva pallido che spesso si trova fra donne. Il nostro appartamento non è mai esattamente pulito, ma impediamo che accumuli più di un leggero strato di lanugine di polvere grazie a un tacito accordo: se io lavo i piatti della colazione, Ainsley lava quelli della cena; se io spazzo il pavimento del salotto, Ainsley pulisce il tavolo della cucina. È un accordo in equilibrio instabile e tutte e due sappiamo che se si perde un colpo tutta la costruzione crolla. Naturalmente abbiamo ciascuna la nostra stanza da letto e quel che succede lì dentro riguarda esclusivamente la proprietaria. Il pavimento di Ainsley, a esempio, è ricoperto da un pantano infido di abiti usati, con posacenere sparsi qua e là su di esso come pietre di un guado, ma sebbene lo consideri un pericolo d'incendio non gliene parlo mai. Grazie a tali reciproche autolimitazioni - do per scontato che siano reciproche dato che ci dovrà essere qualcosa che io faccio che a lei non va riusciamo a mantenere un equilibrio ragionevolmente privo di attriti. Raggiungemmo la stazione della metropolitana, dove comprai un sacchetto di noccioline. Cominciavo già a sentire fame. Ne offersi a Ainsley, ma lei rifiutò, così le mangiai tutte lungo il tragitto verso il centro. Scendemmo alla penultima fermata a sud e camminammo assieme per un isolato. Gli stabili dei nostri uffici sono nello stesso quartiere. «A proposito», disse Ainsley, mentre stavo per svoltare per la mia strada, «hai tre dollari? Il whisky è finito.» Frugai nel borsellino e glieli diedi, non senza un senso di ingiustizia: dividevamo a metà il costo, ma di rado il contenuto. All'età di dieci anni scrissi un tema sull'astinenza dall'alcool per una gara della scuola domenicale della Chiesa unita, illustrandolo con disegni di incidenti automobilistici, diagrammi di fegati malati, e grafici che mostravano gli effetti dell'alcool sul sistema circolatorio; temo che questa
sia la ragione per cui non riesco mai a prendere da bere per la seconda volta senza essere assillata dall'immagine mentale di un segnale di pericolo tracciato coi pastelli colorati e associato al sapore di tiepido succo dell'uva della comunione. Questo mi mette in svantaggio rispetto a Peter; a lui piace che io mi provi a stargli dietro. Mentre mi affrettavo verso il mio ufficio, mi trovai a invidiare a Ainsley il suo lavoro. Sebbene il mio fosse meglio retribuito e più interessante, il suo era più passeggero: lei sapeva cosa voleva fare dopo. Poteva lavorare in un edificio nuovo fiammante con l'aria condizionata, mentre il mio era di mattoni sporchi con le finestre piccole. Anche il suo lavoro era insolito. Quando incontra gente a dei ricevimenti tutti rimangono sorpresi se lei dice di fare la collaudatrice di spazzolini elettrici difettosi, e aggiunge sempre, «Che cos'altro si può fare con una laurea di questi giorni?» Mentre il mio genere di lavoro è soltanto scontato. Pensavo anche di essere più adatta di lei per il suo lavoro. Da quel che vedo in giro per l'appartamento, sono certa di possedere un'abilità meccanica assai maggiore di Ainsley. Quando finalmente raggiunsi l'ufficio ero in ritardo di tre quarti d'ora. Nessuno espresse un commento ma tutti se ne accorsero. 2 All'interno l'umidità era peggiore. Mi feci largo fra le scrivanie delle donne fino al mio angolo e mi ero a malapena sistemata dietro la macchina per scrivere quando la parte posteriore delle gambe mi rimase appiccicata alla dermoide nera della sedia. Il condizionatore d'aria, me ne resi conto, era di nuovo guasto, anche se, dato che si tratta semplicemente di un ventilatore che gira al centro del soffitto, muovendo l'aria come farebbe un cucchiaio in un piatto di brodo, non fa gran differenza se funzioni o no. Ma evidentemente era nocivo per il morale delle donne vedere le spatole ciondolare immobili lassù: dava l'impressione che non si facesse nulla, spronando la loro inerzia a una stasi ancora maggiore. Stavano rannicchiate alle loro scrivanie, simili a rospi, inerti, sbattendo gli occhi e aprendo e chiudendo la bocca. Il venerdì è sempre un brutto giorno in ufficio. Avevo cominciato a battere languidamente i tasti della mia macchina umidiccia quando Mrs Withers, la dietista, fece il suo ingresso dalla porta posteriore e impettita scrutò la stanza. Aveva la sua solita pettinatura alla Betty Grable e le scarpette di vernice aperte sul davanti, e attorno alle sue spalle aleggiava un'aureola di imbottiture anche con uno scamiciato. «Ah,
Marian», disse, «sei arrivata proprio a tempo. Ho bisogno di un'altra degustatrice pre-test per lo studio sul budino di riso in scatola, e questa mattina nessuna delle donne sembra che abbia molta fame.» Fece dietrofront e si diresse velocemente verso la cucina. Le dietiste hanno qualcosa di indisseccabile. Mi scollai dalla sedia, provando la sensazione di un volontario scelto fra i ranghi; ma mi ricordai che il mio stomaco avrebbe gradito questa colazione extra. Nel cucinino immacolato spiegò qual era il suo problema mentre versava uguali porzioni di budino di riso inscatolato in tre ciotole di vetro. «Tu lavori su dei questionari, Marian, può darsi che ci possa aiutare. Non riusciamo a decidere se dargli tutti e tre i sapori nello stesso pasto, oppure ogni sapore separatamente in pasti successivi. O forse potremmo dargli i sapori a coppie: mettiamo vaniglia e arancio a un pasto e vaniglia e zucchero caramellato a un altro. Naturalmente vogliamo un assaggio il più obiettivo possibile, e tanto dipende dalle altre cose che sono state servite: i colori degli ortaggi a esempio, e la tovaglia.» Assaggiai la vaniglia. «Come giudicheresti il colore di questa?» mi chiese ansiosa, con la matita sospesa in aria. «Naturale, leggermente artificiale o completamente innaturale?» «Avete pensato di metterci dell'uva passa?» dissi, volgendomi verso lo zucchero caramellato. Non volevo offenderla. «L'uva passa è troppo rischiosa», disse. «A molti non piace.» Posai lo zucchero caramellato e assaggiai l'arancio. «Avete intenzione di farla servire calda?» chiesi. «O magari con la panna?» «Be', è destinata innanzitutto al mercato del già pronto», disse. «È naturale che dovrebbero servirla fredda. Possono aggiungere della panna, in seguito, se vogliono, intendo dire che in realtà non abbiamo niente in contrario, sebbene non sia necessario dal punto di vista nutritivo, è già stata integrata con vitamine, ma ora quello che vogliamo è una pura e semplice prova sapore.» «Penso che in pasti successivi sarebbe meglio», dissi. «Se soltanto potessimo farlo a metà del pomeriggio. Ma abbiamo bisogno di una reazione familiare...» Batté pensierosa la matita sul bordo del lavandino di acciaio inossidabile. «Sì, be'», feci, «è meglio che torni al mio posto.» Decidere per loro cosa volessero sapere non era parte del mio lavoro. A volte mi chiedo proprio cosa sia parte del mio lavoro, soprattutto
quando mi trovo a telefonare a dei meccanici per chiedere informazioni su pistoni e guarnizioni o a porgere biscotti croccanti a vecchie sospettose agli angoli delle strade. So per cosa mi hanno assunto le Indagini Seymour: dovrei passare il tempo a rivedere i questionari, trasformando la prosa involuta e eccessivamente ingegnosa degli psicologi che li scrivono in domande semplici che possano essere comprese da chi le fa e da chi risponde. Una domanda come «In quale percentuale porreste il valore dell'impatto visivo?» non è utile. Quando ottenni il posto dopo la laurea mi considerai fortunata, era meglio di molti altri, ma dopo quattro mesi i suoi limiti sono ancora vaghi. A volte sono certa di essere destinata a qualcosa di più alto, ma siccome ho soltanto delle idee nebulose sulla struttura organizzativa delle Indagini Seymour non so immaginare cosa. L'azienda è stratificata come un gelato imbottito, con tre piani: lo strato superiore, quello inferiore e il nostro reparto, lo strato appiccicaticcio, nel mezzo. Al piano superiore ci stanno i dirigenti e gli psicologi - detti gli uomini di sopra, dato che sono tutti uomini - i quali sistemano le cose con i clienti; ho avuto delle visioni fugaci dei loro uffici, che sono forniti di tappeti e di mobili costosi e di riproduzioni su seta di pitture del Gruppo di Sette alle pareti. Sotto di noi ci sono le macchine: fotocopiatrici, macchine IBM per contare e selezionare e classificare le informazioni; sono stata anche là sotto, in quel fragore da fabbrica dove gli operai sembrano logori e affaticati e hanno inchiostro sulle dita. Il nostro reparto serve da trait d'union fra i due: noi dobbiamo occuparci dell'elemento umano, delle intervistatrici stesse. Dato che la ricerca di mercato è una specie di industria della casa, come una compagnia dei calzini fatti a mano, queste sono tutte massaie che lavorano nei ritagli di tempo libero e sono pagate a cottimo. Non guadagnano molto, ma a loro piace uscire dall'ambiente domestico. Coloro che rispondono alle domande non sono pagati per niente: spesso mi chiedo perché lo facciano. Forse è per il depliant invitante in cui si dice loro che possono essere di ausilio per migliorare i prodotti che usano proprio in casa loro, qualcosa come uno scienziato. O magari a loro piace avere qualcuno con cui parlare. Ma suppongo che la maggioranza della gente sia lusingata a sentirsi chiedere le proprie opinioni. Siccome il nostro reparto tratta in primo luogo con le massaie, tutti i componenti, tranne lo sfortunato fattorino, sono donne. Siamo sparse per un'ampia stanza color verde ufficiale con uno stanzino di vetro opaco a un'estremità per Mrs Bogue, la caporeparto, e un certo numero di scrivanie
di legno all'altra estremità per le donne dall'aspetto materno che siedono a decifrare la calligrafia delle intervistatrici e a far croci e segni sui questionari completi con pastelli colorati: con le forbici, la colla e le pile di carta sembrano una classe di asilo nido in pensione. Le restanti componenti del reparto siedono a svariate scrivanie nello spazio intermedio. Abbiamo un'accogliente mensa con tendine di chintz per quelle che si portano il pranzo al sacco e una macchina per il tè e il caffè, sebbene alcune portino le proprie teiere; abbiamo anche un gabinetto rosa con un'avvertenza sugli specchi in cui si chiede di non lasciare capelli o fondi di tè nel lavandino. Allora, cosa avrei potuto aspettarmi di diventare alle Indagini Seymour? Non potevo diventare uno degli uomini di sopra; non potevo diventare un operaio addetto alle macchine o una delle donne che segnano i questionari, in quanto questo sarebbe stato un passo indietro. Sarei potuta forse diventare una Mrs Bogue o la sua assistente, ma per quello che mi constava ci sarebbe voluto molto tempo e comunque non ero certa che mi sarebbe piaciuto. Stavo terminando il questionario sugli strofinacci, un lavoro da fare in fretta, quando Mrs Grot del reparto contabilità oltrepassò la soglia. Le sue faccende se le sbriga con Mrs Bogue, ma uscendo si fermò al mio tavolo. È una donna bassa e asciutta con i capelli del colore di un vassoio frigorifero di metallo. «Bene, Miss MacAlpin», disse con voce stridula, «sono ormai quattro mesi che è con noi, e questo significa che ha i requisiti per entrare a far parte del Sistema pensionistico.» «Sistema pensionistico?» Me ne avevano parlato al momento dell'assunzione ma l'avevo dimenticato. «Non è prematuro che io entri a far parte del Sistema pensionistico? Voglio dire... non crede che sia troppo giovane?» «Be', tanto vale cominciare presto, no?» disse Mrs Grot. Gli occhi dietro gli occhiali senza bordo le brillavano: le sarebbe piaciuto poter detrarre qualcos'altro dalla mia busta paga. «Non credo che mi piacerebbe entrare a far parte del Sistema pensionistico», dissi. «A ogni modo la ringrazio.» «Sì, ma è obbligatorio, capisce», disse con voce naturale. «Obbligatorio? Intende dire, anche se non voglio?» «Sì, capisce, se nessuno facesse i propri versamenti, nessuno potrebbe ricavarne niente, le pare? Ho portato i documenti necessari; tutto quel che deve fare è firmare qui.» Firmai, ma dopo che Mrs Grot se ne fu andata, fui colta immediatamente
da un senso di grande depressione; mi seccava più del necessario. Non era soltanto la sensazione di essere soggetta a regole per cui non avevo alcun interesse e nessuna parte nel renderle operanti: a questo ci si abitua a scuola. Era una specie di panico superstizioso per il fatto che io avevo effettivamente siglato col mio nome, apposto la mia firma a un documento magico che sembrava legarmi a un futuro così remoto che non potevo pensarci. Da qualche parte davanti a me c'era un io in attesa, preformato, un io che aveva lavorato per innumerevoli anni per le Indagini Seymour e ora riceveva la sua ricompensa. Una pensione. Mi prefiguravo una stanza grigia con una stufetta elettrica accesa. Forse avrei avuto un apparecchio acustico come una delle mie prozie che non si era mai sposata. Avrei parlato fra me e me; i bambini mi avrebbero tirato palle di neve. Mi dissi di non fare la stupida, probabilmente prima di quel momento il mondo sarebbe saltato per aria; mi feci presente che avrei potuto andarmene di lì il giorno dopo, e trovarmi un lavoro diverso se volevo, ma questo non servì. Pensai alla mia firma che andava in uno schedario e lo schedario in un mobile e che il mobile sarebbe stato messo sotto chiave in una qualche camera blindata. Salutai con piacere l'intervallo per il caffè alle dieci e mezzo. Sapevo che avrei dovuto saltarlo e rimanere a espiare il mio ritardo della mattina ma avevo bisogno di questa distrazione. Vado a prendere il caffè con le uniche tre persone del reparto che hanno quasi la mia età. A volte Ainsley viene a raggiungerci dal suo ufficio, quando è stanca delle altre collaudatrici di spazzolini. Non che le siano particolarmente simpatiche le tre del mio ufficio, che chiama in blocco le vergini dell'ufficio. Fra di loro non ci sono davvero molte somiglianze, tranne che sono tutte bionde artificiali - Emmy, la dattilografa, dai capelli tinti color paglia e arruffati; Lucy che ha una specie di mansione di pubbliche relazioni, platinata e dall'acconciatura elegante, e Millie, l'assistente australiana di Mrs Bogue, abbronzata dal sole e dai capelli rasati - e, come varie volte hanno confessato, dopo il caffè e sulle croste masticate di pasticci tostati, tutte vergini: Millie per un solido senso pratico da guida per le ragazze («Penso che a lungo andare sia meglio aspettare finché non si è sposate, non credi? Meno seccature»); Lucy per sgomento di fronte alla società («Cosa direbbe la gente?») che sembra radicato nella convinzione che tutte le camere abbiano un microfono, con la società dall'altra parte pronta a sintonizzarsi; Emmy, che è l'ipocondriaca dell'ufficio, per la paura che la farebbe star male, il che probabilmente è vero. A tutte interessa viaggiare: Millie è vissuta in Inghilterra, Lucy è stata per due volte a New
York, Emmy vuole andare in Florida. Dopo aver viaggiato abbastanza vorrebbero sposarsi e sistemarsi. «Hai sentito che l'indagine sul lassativo in Quebec è stata annullata?» disse Millie quando ci fummo sedute al nostro solito tavolo, al miserabile, ma vicinissimo, ristorante di là dalla strada. «Sarebbe stato un gran lavoro, anche: un test del prodotto in casa e trentadue pagine di domande.» Millie è sempre la prima a avere le notizie. «Be', devo dire che è meglio così», disse Emmy tirando su col naso. «Non capisco come si possano chiedere trentadue pagine di roba a chiunque su una cosa del genere.» Tornò a staccarsi lo smalto dall'unghia del pollice. Pare sempre che Emmy venga sdipanandosi. Fili dispersi le pendono dagli orli dei vestiti, il rossetto le viene via in squame secche, sulle spalle e sulla schiena le cadono capelli biondi e scaglie di cuoio capelluto; dovunque vada lascia una scia di brandelli assortiti. Vidi Ainsley entrare e le feci un segno con la mano. Si infilò nello stand, dicendo: «Salve» a tutti, poi si appuntò una ciocca di capelli che era venuta giù. Le vergini dell'ufficio risposero, ma senza particolare entusiasmo. «L'hanno già fatto prima», disse Millie. Fra di noi, è quella che lavora nell'azienda da più tempo. «E funziona. Immaginano che chiunque si riesca a portare oltre la terza pagina diventerebbe una specie di drogato dei lassativi, se capite cosa voglio dire, e andrebbero a gonfie vele.» «Fatto prima cosa?» chiese Ainsley. «Cosa scommettete che non pulisce il tavolo?» disse Lucy, abbastanza a alta voce perché la cameriera potesse sentire. Lucy conduce una lotta continua con la cameriera, la quale porta degli orecchini presi da Woolworth e ha un cipiglio minaccioso e chiaramente non è una vergine dell'ufficio. «Lo studio del lassativo in Quebec», dissi a parte a Ainsley. La cameriera arrivò, pulì il tavolo con fare brutale e prese le nostre ordinazioni. Lucy si impuntò sul pasticcio tostato: questa volta chiaramente ne voleva uno senza uva passa. «L'ultima volta me ne ha portato uno con l'uva passa», ci informò, «e io le ho detto che non la potevo sopportare. Non sono mai stata capace di sopportare l'uva passa. Uffa.» «Perché soltanto in Quebec?» chiese Ainsley, emettendo del fumo dalle narici. «C'è qualche motivo psicologico?» Ainsley si è laureata in psicologia all'università. «Dio, non lo so», fece Millie. «Immagino che la gente di là sia solo più stitica. Non mangiano molte patate?» «Potrebbero essere le patate a provocare una tale stitichezza?» chiese
Emmy, protendendosi attraverso il tavolo. Si scostò dalla fronte diverse ciocche di capelli e una nube di pulviscolo si staccò da lei e aleggiò lievemente nell'aria. «Non possono essere solo le patate», asserì Ainsley. «Deve essere il loro complesso di colpa collettivo. O magari la tensione del problema linguistico; devono essere terribilmente repressi.» Le altre la guardarono con ostilità: potevo intuire che pensavano che lei volesse mettersi in mostra. «Oggi fuori fa un caldo atroce», disse Millie, «l'ufficio sembra un forno.» «È successo qualcosa al tuo ufficio?» chiesi a Ainsley, per alleggerire la tensione. Ainsley spiaccicò il mozzicone della sigaretta. «Oh sì, c'è stato un bel po' di agitazione», disse. «Una certa donna ha tentato di far fuori il marito mandando in corto circuito il suo spazzolino elettrico e uno dei nostri ragazzi deve andare a testimoniare al processo; deve garantire che quell'aggeggio in circostanze normali non può andare in corto circuito. Vuole che lo accompagni, che gli faccia da assistente speciale, una cosa del genere, ma è un tale seccatore. Si capisce subito che a letto sarebbe una frana.» Ebbi il sospetto che Ainsley avesse inventato questa storia, ma aveva gli occhi più azzurri e rotondi che mai. Le vergini dell'ufficio si dimenarono. Ainsley ha un modo sbrigativo di alludere ai vari uomini della sua vita che le mette a disagio. Fortunatamente le ordinazioni arrivarono. «Quella carogna me ne ha portato un altro con l'uva passa», gemette Lucy, e cominciò a tirar fuori i granelli con le lunghe unghie iridescenti perfettamente sagomate e a ammucchiarli su un lato del piatto. Mentre tornavamo in ufficio mi lagnai con Millie del Sistema pensionistico. «Non sapevo che fosse obbligatorio», dissi. «Non capisco perché dovrei versare i miei soldi nel loro Sistema e vedere tutte quelle vecchie mummie come Mrs Grot andare in pensione e mangiare alla greppia del mio salario.» «Oh sì, anche a me è seccato la prima volta», disse Millie senza interesse. «Ti passerà. Dio, spero che abbiano riparato il condizionatore.» 3 Ero tornata dal pranzo e stavo leccando e appiccicando bolli alle buste per lo studio su scala nazionale sugli ingredienti del budino all'istante, in
ritardo perché qualcuno al duplicatore aveva fatto scorrere all'indietro uno dei fogli del questionario, quando Mrs Bogue uscì dal suo stanzino. «Marian», disse con un sospiro di rassegnazione, «mi dispiace, ma Mrs Dodge a Kamloops dovrà venire licenziata. È incinta.» Mrs Bogue si accigliò lievemente: considera la gravidanza un atto di slealtà nei riguardi dell'azienda. «Peccato!» dissi. La grande carta murale del paese, cosparsa di puntine da disegno rosse come il morbillo, è proprio al di sopra della mia scrivania, il che significa che l'aumento e la diminuzione delle intervistatrici sembra sia diventato parte del mio lavoro. Mi issai sulla scrivania, individuai Kamloops, e estrassi la puntina da disegno con la bandierina di carta contrassegnata dal nome DODGE. «Mentre sei lassù», disse Mrs Bogue, «potresti almeno tirar via Mrs Ellis da Blind River? Spero che sia soltanto una cosa passeggera, ha sempre svolto un buon lavoro, ma scrive che qualcuna l'ha scacciata di casa con una mannaia e lei è caduta sugli scalini e si è rotta una gamba. Oh, aggiungi questa nuova, una certa Mrs Gauthier a Charlottetown. Spero davvero che sia meglio dell'ultima in quel posto; Charlottetown è sempre una città così difficile.» Quando fui ridiscesa mi sorrise compiaciuta, il che mi mise in guardia. Mrs Bogue ha un modo di fare amichevole, quasi intimo, che le è di grande utilità per trattare con le intervistatrici, e lei è nella vena migliore quando vuole qualcosa. «Marian», disse, «abbiamo un piccolo problema. La prossima settimana faremo uno studio sulla birra, sai, è quello dell'inserto telefonico, e di sopra hanno deciso che questo weekend ci vuole un test preliminare. Sono preoccupati per via del questionario. Ora, potremmo metterci in contatto con Mrs Pilcher, è un'intervistatrice fidata, ma c'è il pónte di mezzo e non vogliamo chiederlo a lei. Tu rimani, non è vero?» «Proprio questo weekend?» chiesi, piuttosto inutilmente. «Be', dobbiamo assolutamente avere i risultati martedì. Basta che interroghi sei o sette uomini.» Il mio ritardo di quella mattina l'aveva messa in una posizione di forza. «Bene», dissi, «li farò domani.» «Prenderai lo straordinario, naturalmente», disse Mrs Bogue mentre si allontanava, lasciandomi in dubbio se quella fosse stata un'osservazione maliziosa. La sua voce è sempre così melliflua che è difficile dirlo. Terminai di leccare le buste, poi mi procurai da Millie i questionari della birra e passai in rivista le domande una per una, facendo attenzione a indi-
viduare eventuali punti che fossero fonti di guai. Le domande della prima parte erano abbastanza normali. Dopo di che, le domande avevano lo scopo di verificare la reazione dell'intervistato all'ascolto di una filastrocca radiofonica, parte della campagna pubblicitaria per una nuova marca di birra che una delle grandi società stava per lanciare sul mercato. A un certo punto l'intervistatore doveva chiedere all'intervistato di prendere il telefono, fare un dato numero, al che la filastrocca si sarebbe sentita al ricevitore. Poi c'era un certo numero di domande in cui gli si chiedeva se gli era piaciuto l'annuncio pubblicitario, se pensava che avrebbe potuto influire sulle sue abitudini di consumatore, e così via. Formai il numero al telefono. Dato che l'inchiesta non sarebbe effettivamente iniziata fino alla settimana prossima, qualcuno poteva aver dimenticato di inserire il disco e non volevo farci la figura dell'idiota. Dopo un suono, un ronzio e un clic metallico preliminari, una profonda voce di basso, accompagnata da quella che sembrava una chitarra elettrica, cantò: Moose, Moose, Dalla terra del pino e dell'abete, Frizzante, inebriante, energetica... Poi una voce, profonda quasi come quella del cantante, cominciò a dire, intonata in modo suadente con la musica di fondo: «Qualsiasi vero uomo, in vacanza da vero uomo - a caccia, a pesca, o soltanto godendosi un semplice relax all'antica - ha bisogno di una birra dal sapore sano, vigoroso, un profondo gusto virile. La prima lunga fresca sorsata vi dirà che la Birra Moose è proprio quello che avete sempre cercato per gustare veramente la birra. Mettete l'odore del bosco nella VOSTRA vita oggi stesso con un bel bicchiere di forte Birra Moose». Il cantante riprese: Frizzante, inebriante, Energica, Moose, Moose, Moose, Moose, BIRRA!!! e dopo un parossismo di musica il disco si interruppe. Funzionava in modo soddisfacente. Mi ricordai degli abbozzi che avevo visto degli inserti visivi, in pro-
gramma per uscire su riviste e manifesti: l'etichetta doveva avere un paio di corna con un fucile e una canna da pesca incrociati sotto. L'annuncio pubblicitario cantato voleva sottolineare questo tema; non mi pareva molto originale, ma ammiravo l'astuzia di quel «soltanto godendosi un semplice relax all'antica». Questo era perché l'ordinario bevitore di birra, il tipo dalle spalle curve e con la pancetta, potesse identificarsi misticamente con lo sportivo dalla giubba a quadretti mostrato nelle illustrazioni con un piede su un cervo o nell'atto di scodellare una trota nella rete. Ero arrivata all'ultima pagina quando squillò il telefono. Era Peter. Riuscii a capire dal tono della voce che qualcosa non andava. «Ascolta, Marian, questa sera non possiamo uscire a cena.» «Oh?» feci io, in attesa di ulteriori spiegazioni. Ero delusa, avevo aspettato con ansia di cenare con Peter per tirarmi su di morale. E poi avevo di nuovo fame. Avevo smangiucchiato per tutto il giorno e avevo contato su qualcosa di nutriente e sostanzioso. Questo significava un'altra cena preconfezionata che Ainsley e io tenevamo in serbo in caso di emergenza. «È successo qualcosa?» «So che capirai. Trigger...» e la voce gli venne meno, «Trigger si sposa.» «Oh», dissi. Mi passò per là testa di aggiungere: «Che peccato», ma non mi sembrò un'espressione appropriata all'occasione. Era inutile condolersi come se si trattasse di un incidente di secondaria importanza, quando in realtà si trattava di un disastro nazionale. «Avresti piacere che venissi con te?» chiesi, offrendomi di sostenerlo. «Dio, no», disse, «così sarebbe anche peggio. Ti vedo domani, d'accordo?» Quando ebbe riattaccato riflettei sulle conseguenze. Quella più ovvia era che la sera dopo sarebbe stato necessario trattare Peter con le pinze. Trigger era uno dei suoi più vecchi amici; in realtà, era stato l'ultimo del gruppo di vecchi amici di Peter che fosse rimasto ancora scapolo. Era stata come un'epidemia. Proprio prima che facessi la sua conoscenza due avevano capitolato, e nei quattro mesi seguenti altri due erano affondati senza molte parole di preavviso. Peter e Trigger si erano trovati sempre più soli a bere nei loro incontri da scapoli durante l'estate, e quando gli altri si prendevano una sera di libertà dalle mogli per unirsi a loro, capii dai tetri resoconti di Peter che l'atmosfera della serata era un pallido surrogato delle irresponsabili baldorie del passato. Peter e Trigger si erano tenuti avvinghiati l'uno all'altro come uomini sul punto di affogare, cercando ciascuno di
fare dell'altro il riflesso rassicurante di se stesso di cui aveva bisogno. Ora Trigger era affondato e lo specchio sarebbe rimasto vuoto. Naturalmente, c'erano gli altri studenti di legge, ma anche loro in maggioranza erano sposati. Inoltre, appartenevano all'età argentea, postuniversitaria, di Peter più che al suo precedente periodo d'oro. Mi sentii triste per lui, ma sapevo che avrei dovuto stare in guardia. Se gli altri due matrimoni erano serviti a fornire una qualche indicazione, dopo due o tre bevute avrebbe cominciato a vedermi come una versione della sirena astuta che aveva portato via Trigger. Non ebbi il coraggio di chiedere come questa avesse fatto; avrebbe potuto pensare che mi stessero venendo delle idee balzane. Il piano migliore sarebbe stato di distrarlo. Mentre stavo meditando, Lucy venne alla mia scrivania. «Credi che potresti scrivere una lettera a questa donna per me?» chiese. «Ho un mal di testa terribile e non riesco davvero a pensare a niente da dire.» Si premette la fronte con una mano elegante; con l'altra mi porse qualcosa scritto a matita su un pezzo di cartone. Lo lessi: «Caro signore, i nocchi d'avena erano buoni, ma ho trovato questo nell'uva passa. Sinceramente vostra, (Mrs) Ramona Baldwin». Una mosca domestica spiaccicata era attaccata con lo scotch in fondo alla lettera. «Era quello studio sui fiocchi d'avena con l'uva passa», disse Lucy flebilmente. Faceva leva sulla mia simpatia. «Sta bene», dissi, «hai il suo indirizzo?» Feci diversi abbozzi: «Cara Mrs Baldwin, siamo estremamente dispiaciuti per l'oggetto trovato nei suoi fiocchi d'avena, ma questi piccoli errori sono destinati a accadere. Cara Mrs Baldwin, siamo così dispiaciuti di averle provocato questo disturbo, le assicuriamo tuttavia che l'intero contenuto del pacco era assolutamente sterile. Cara Mrs Baldwin, le siamo grati per averci fatto presente la cosa, come siamo sempre lieti di essere informati su qualsiasi errore possiamo aver commesso». La cosa principale, lo sapevo, era di evitare di chiamare la mosca col suo vero nome.
Il telefono squillò ancora; questa volta era una voce inattesa. «Clara!» esclamai, consapevole di averla trascurata. «Come stai?» «In un sacco di merda, grazie», disse Clara. «Ma mi chiedo se puoi venire a cena. Mi piacerebbe davvero vedere la faccia di qualcuno che non sia di casa.» «Mi piacerebbe molto», dissi; il mio entusiasmo era vero solo per metà: sarebbe stato meglio che una cena preconfezionata. «Verso che ora?» «Oh, lo sai», disse Clara. «Quando vieni, vieni. Non siamo quello che si direbbe puntuali da queste parti.» Aveva assunto un tono amaro. Ora che mi ero impegnata pensavo rapidamente a ciò che questo fatto avrebbe comportato: ero invitata in qualità di ospite e di confidente, qualcuno che avrebbe ascoltato la litania dei problemi di Clara, e non me la sentivo. «Credi che potrei portare anche Ainsley?» dissi. «Cioè, se non ha altri impegni.» Mi dissi che avrebbe fatto bene a Ainsley fare un sano pasto (aveva preso soltanto un caffè durante l'intervallo), ma segretamente la volevo presente per togliermi un po' del peso e della tensione. Lei e Clara avrebbero potuto parlare di psicologia infantile. «Certo, perché no?» disse Clara. «Più siamo e più allegri si sta, questo è il nostro motto.» Telefonai a Ainsley all'ufficio, chiedendole con tatto se faceva niente per l'ora di cena e ascoltando il suo resoconto dei due inviti che aveva ricevuto e rifiutato: uno da parte del testimone del processo dell'assassinio con lo spazzolino da denti, l'altro da parte dello studente di odontoiatria della sera prima. Con quest'ultimo era stata assai sgarbata: non sarebbe mai più uscita con lui. Essa sostenne che lui le aveva detto che al ricevimento vi sarebbero stati degli artisti. «Così non fai niente allora», dissi, assodando un dato di fatto. «Be', no», disse Ainsley, «a meno che non intervenga qualcosa di nuovo.» «Allora perché non vieni con me a cena da Clara?» Mi aspettavo un diniego, ma lei accettò con calma. Ci accordammo di incontrarci alla stazione della metropolitana. Lasciai la scrivania alle cinque e mi diressi verso la fresca toilette rosa. Avevo bisogno di stare sola qualche minuto per prepararmi a affrontare la situazione prima di andare da Clara. Ma Emmy, Lucy e Millie erano tutte lì, intente a pettinarsi i capelli gialli e a ritoccarsi il trucco. I loro sei occhi brillavano negli specchi. «Esci stasera, Marian?» mi chiese Lucy, con aria troppo indifferente.
Aveva la mia stessa linea telefonica e naturalmente sapeva di Peter. «Sì», dissi, senza dare spiegazioni. La loro ansiosa curiosità mi rendeva nervosa. 4 Mi incamminai verso la stazione della metropolitana percorrendo il marciapiede nel tardo pomeriggio, attraverso una densa nebbiolina dorata di calore e di polvere. Era quasi come muoversi sott'acqua. Di lontano vidi Ainsley che luccicava accanto a un palo del telefono e quando l'ebbi raggiunta si voltò e ci unimmo alla fila di impiegati che stavano sprofondando nell'imbuto delle scale che portavano giù nelle fresche caverne della metropolitana. Facendoci largo con abilità trovammo da sedere, sebbene ai lati opposti della carrozza, e io rimasi seduta a leggere gli annunci pubblicitari come meglio potei attraverso lo schermo di corpi sobbalzanti. Quando scendemmo di nuovo e uscimmo attraverso i corridoi color pastello l'aria parve meno umida. La casa di Clara era alcuni isolati più a nord. Camminavamo in silenzio; pensai di accennare al Sistema pensionistico, ma decisi di non farlo. Ainsley non avrebbe capito perché lo trovassi seccante: non avrebbe visto nessuna ragione perché non potessi lasciare quel posto e trovarne un altro, e perché questa non sarebbe potuta essere una soluzione definitiva. Poi mi venne da pensare a Peter e a quel che gli era capitato; Ainsley, tuttavia, avrebbe trovato la cosa soltanto divertente se gliel'avessi detta. Alla fine le chiesi se si sentiva meglio. «Non essere così preoccupata, Marian», disse, «mi fai sentire come un'invalida.» Questo mi urtò e non risposi. Procedevamo in salita, a una leggera angolazione. La città si innalza dal lago con una serie di lievi ondulazioni, sebbene in qualsiasi punto sembri piatta. Questo spiegava l'aria più fresca. Inoltre qui era più silenzioso; pensai che Clara era fortunata, soprattutto nelle sue condizioni, a abitare così lontano dal caldo e dal rumore del centro. Per quanto lei lo considerasse una specie di esilio: appena sposati avevano abitato in un appartamento vicino all'università, ma il bisogno di spazio li aveva costretti a spingersi più a nord, sebbene non avessero ancora raggiunto i veri sobborghi di villini moderni e giardinetti. La strada stessa era vecchia, ma non bella come la nostra: le case erano per due famiglie, lunghe e strette, con verande di le-
gno e giardini posteriori lunghi e stretti. «Cristo, che caldo», disse Ainsley mentre imboccavamo il sentiero che portava alla casa di Clara. L'erba del praticello della grandezza di un fazzoletto non era stata tagliata da un po' di tempo. Sui gradini giaceva una bambola semidecapitata e dentro alla carrozzella c'era un grosso orsacchiotto con l'imbottitura che usciva. Bussai e dopo parecchi minuti Joe comparve dietro la porta schermata, preoccupato e spettinato, intento a abbottonarsi la camicia. «Salve Joe», dissi, «eccoci qua. Come sta Clara?» «Salve, venite avanti», disse lui, facendosi da parte per lasciarci passare. «Clara è fuori, nel giardino di dietro.» Attraversammo la casa per tutta la sua lunghezza; era sistemata come solitamente lo sono case di questo tipo: salotto sul davanti, poi la sala da pranzo con le porte scorrevoli, poi la cucina. Scavalcando alcuni degli ostacoli sparsi qua e là e aggirandone altri, raggiungemmo le scale della veranda che dava sul retro, che erano cosparse di bottiglie vuote di ogni genere, bottiglie di birra, bottiglie di latte, bottiglie di vino e di whisky, e biberon e trovammo Clara nel giardino, seduta su una poltrona di vimini rotonda con le gambe di metallo. Teneva i piedi su un'altra sedia e portava l'ultima nata più o meno in prossimità di quello che era stato un tempo il grembo. Il corpo di Clara è così sottile che le sue gravidanze sono sempre delle protuberanze visibilissime e ora, arrivata al settimo mese, assomigliava a un boa constrictor che avesse inghiottito un cocomero. Il capo, con l'aureola di capelli chiari, per contrasto, veniva a sembrare più minuscolo e persino più fragile. «Oh, salve», disse con aria stanca, mentre scendevamo i gradini. «Ciao, Ainsley, mi fa piacere rivederti. Cristo, che caldo.» Assentimmo e ci sedemmo sull'erba vicino a lei, dato che non c'erano sedie. Ainsley e io ci togliemmo le scarpe; Clara era già scalza. Trovammo difficile parlare: l'attenzione di ognuna era necessariamente concentrata sulla piccola che stava frignando e per un po' fu l'unica persona che disse qualcosa. Quando mi aveva telefonato mi era sembrato che Clara mi stesse chiamando per una qualche specie di soccorso, ma ora avvertii che non c'era molto che io potessi fare, e nulla che lei si fosse mai aspettata che io facessi. Dovevo fare soltanto da testimone, o magari da qualche specie di tampone: la mia semplice presenza fisica doveva assorbire un po' del suo senso di noia.
La bambina aveva smesso di piagnucolare e ora stava farfugliando. Ainsley stava staccando dei pezzi d'erba. «Marian», disse Clara alla fine, «potresti tenere Elaine per un po'? Non le va di stare per terra e io ho le braccia a pezzi.» «La prendo io», disse Ainsley, inaspettatamente. Clara si sollevò la bambina di dosso e la passò a Ainsley, dicendo: «Andiamo, piccola mignatta. Ci sono delle volte che penso che sia tutta ricoperta di ventose, come una piovra». Si appoggiò alla spalliera della sedia e chiuse gli occhi: sembrava una strana escrescenza vegetale, un tubero bulboso che avesse messo fuori quattro sottili radici bianche e un minuscolo fiore giallo pallido. Una cicala friniva su un albero vicino, e le sue monotone vibrazioni erano come un raggio ardente di luce solare fra le orecchie. Ainsley reggeva goffamente la bambina, osservandola in faccia piena di curiosità. Pensai quanto si rassomigliavano quelle due facce. La bambina rispondeva al suo sguardo con occhi rotondi e azzurri come quelli di Ainsley; la bocca rosa sbavava leggermente. Clara sollevò la testa e aprì gli occhi. «Volete che vada a prendervi qualcosa?» chiese, ricordando di essere l'ospite. «Oh no, stiamo benissimo», mi affrettai a dire, allarmata dalla sua figura che cercava disperatamente di alzarsi dalla sedia. «Vuoi che vada a prenderti io qualcosa?» Mi sarei sentita meglio a fare qualcosa di concreto. «Joe verrà fuori fra poco», disse, come per spiegare. «Be', parlatemi. Cosa c'è di nuovo?» «Non molto», dissi. Rimasi lì cercando di pensare a cose che l'avrebbero divertita, ma qualsiasi cosa a cui avessi potuto accennare, l'ufficio o i luoghi in cui ero stata o l'arredamento dell'appartamento, avrebbe soltanto ricordato a Clara la sua inerzia, la sua mancanza di spazio e di tempo, i suoi giorni resi claustrofobi da piccoli particolari necessari. «Esci ancora con quel ragazzo simpatico? Quello bello? Come si chiama? Ricordo che è venuto qui una volta a prenderti.» «Vuoi dire Peter?» «Sì», fece Ainsley, con una punta di disapprovazione. «L'ha monopolizzata.» Sedeva con le gambe incrociate, e ora si mise la bambina in grembo per potersi accendere una sigaretta. «Questo fa sperare», disse Clara con aria tetra. «A proposito, immagina chi è tornato in città? Len Slank. Ci ha telefonato l'altro giorno.» «Oh, davvero? Quando è arrivato?» Ero irritata perché non aveva chiamato anche me.
«Circa una settimana fa, ha detto. Ha spiegato che ha cercato di telefonarti ma che non è riuscito a trovare il tuo numero.» «Avrebbe potuto chiedere al Servizio Informazioni», dissi, secca. «Ma mi piacerebbe vederlo. Come sembrava? Per quanto si ferma?» «Chi è?» chiese Ainsley. «Oh, nessuno che ti interessi», dissi pronta. Non potevo immaginare due persone meno adatte l'una all'altra. «È soltanto un nostro vecchio amico di università.» «È andato in Inghilterra e poi è entrato nella televisione», disse Clara. «Non sono certa di quello che faccia. Un tipo simpatico, però, ma è una bestia con le donne, una specie di seduttore di ragazzine. Dice che tutte dopo i diciassette anni sono troppo vecchie.» «Oh, uno di quelli», disse Ainsley. «Sono gente così noiosa.» Spense la sigaretta nell'erba. «Sai, ho l'impressione che sia per questo che è tornato», disse Clara, con qualcosa di simile alla vivacità. «Un qualche pasticcio con una ragazza; come quando dovette andarsene per la prima volta.» «Ah», feci io, senza sorprendermi. Ainsley levò un piccolo strillo e posò la bambina sull'erba. «Il mio vestito è bagnato», disse in tono accusatore. «Be', fanno così, lo sai», disse Clara. La bambina cominciò a urlare, e io la raccolsi con aria indifferente e la passai a Clara. Ero pronta a aiutarla, ma fino a un certo punto. Clara sballottò la bambina. «Be', maledetto idrante», disse con aria consolante. «Hai innaffiato l'amica di mammà, vero? Andrà via, Ainsley. Ma non abbiamo voluto metterle le mutandine di plastica per via di tutto questo caldo, vero, piccolo geyser puzzolente? Non state a credere a quel che vi dicono sull'istinto materno», aggiunse rivolta a noi con aria truce. «Non capisco come una persona possa voler bene ai propri figli finché non cominciano a diventare degli esseri umani.» Joe comparve sul retro con uno strofinaccio infilato nella cinghia dei pantaloni a mo' di grembiule. «Nessuno vuole una birra prima di cenare?» Ainsley e io dicemmo di sì pronte, e Clara disse: «Per me un po' di vermouth, caro. Non riesco a bere nient'altro ora, mi fa rivoltare questo maledetto stomaco. Joe, potresti portare in casa Elaine e cambiarla?» Joe discese i gradini e raccolse la bambina. «A proposito», disse, «non avete visto Arthur in giro da qualche parte, vero?» «Oh dio, adesso dov'è andato a finire quel mascalzone?» chiese Clara
mentre Joe scompariva in casa; sembrava una domanda retorica. «Credo che abbia scoperto come aprire il cancello di dietro. Piccolo bastardo. Arthur! Vieni qui, caro», gridò con voce languida. In fondo allo stretto giardino la distesa del bucato appeso fin quasi a sfiorare il terreno venne aperta da due piccole mani sudice, e il primogenito di Clara si fece avanti. Come la bambina, era nudo, tranne per un paio di mutandine. Esitò, sbirciandoci con aria dubbiosa. «Vieni qui, amore, e fa' vedere a mammà cosa hai fatto», disse Clara. «Togli le mani dai lenzuoli puliti», aggiunse, senza troppa convinzione. Arthur avanzò cauto sull'erba verso di noi, sollevando in alto i piedi nudi a ogni passo. L'erba doveva provocargli il solletico. Le mutandine gli erano lente, come sospese soltanto per forza di volontà sotto la protuberanza dello stomaco con l'ombelico che sporgeva in fuori. Aveva la faccia corrugata in un severo cipiglio. Joe tornò portando un vassoio. «L'ho sbattuta nel cesto della biancheria», disse. «Sta giocando con le mollette del bucato.» Arthur ci aveva raggiunto e stava accanto alla sedia della madre, sempre accigliato, e Clara gli disse: «Perché fai quel muso ridicolo, piccolo demonio?» Allungò la mano dietro di lui e tastò le mutandine. «Avrei dovuto saperlo», sospirò, «stava così zitto. Marito, tuo figlio l'ha mollata di nuovo. Non so dove, non è nelle mutandine.» Joe distribuì le bibite, poi si inginocchiò e disse a Arthur in tono deciso ma gentile: «Mostra a papà dove l'hai messa». Arthur sollevò gli occhi su di lui, incerto se piagnucolare o sorridere. Alla fine avanzò con aria portentosa verso il lato del giardino, dove si rannicchiò accanto a un cespuglio di crisantemi rossi polverosi e appuntò gli occhi con aria concentrata su una parte del terreno. «Bravo bambino», disse Joe, e rientrò in casa. «È un vero figlio della natura, gli piace farla in giardino», ci disse Clara. «Pensa di essere un dio della fertilità. Se non lo ripulissimo, questo posto sarebbe un grande campo di concime. Non so cosa farà quando nevica.» Chiuse gli occhi. «Abbiamo tentato di abituarlo al water, sebbene secondo alcuni libri sia troppo presto, e gli abbiamo preso uno di quei vasi di plastica. Non ha la minima idea a cosa serva; va in giro tenendolo in testa. Immagino che creda sia un casco antiurti.» Stemmo a osservare, sorseggiando la birra, mentre Joe attraversava il giardino e tornava con un pezzo di giornale piegato. «Dopo questo prendo la pillola», disse Clara.
Quando Joe ebbe finalmente terminato di cucinare la cena, entrammo in casa e la consumammo, seduti attorno al pesante tavolo della sala da pranzo. La bambina aveva già mangiato e era stata confinata nella carrozzella nella veranda anteriore, ma Arthur sedeva su un seggiolone, dove evitava con contorcimenti spastici del corpo le cucchiaiate di cibo che Clara gli allungava in direzione della bocca. La cena consistette in polpette secche e pasta, con lattuga. Per dessert mangiammo qualcosa che riconobbi. «Questo è il nuovo budino di riso in scatola; fa risparmiare un sacco di tempo», disse Clara per difendersi. «Con la panna non è male, e a Arthur piace moltissimo.» «Sì», dissi. «Prestissimo ci sarà anche al sapore d'arancio e allo zucchero caramellato.» «Oh?» Clara intercettò abilmente una lunga sbavata di budino che rimise in bocca a Arthur. Ainsley tirò fuori una sigaretta e aspettò che Joe gliel'accendesse. «Dimmi», gli fece, «conosci questo loro amico, Leonard Slank? Ne fanno un tale mistero.» Joe era andato avanti e indietro durante il pasto, portando via piatti e badando alla cucina. Sembrò stordito. «Oh sì, me ne ricordo», disse, «per quanto in realtà sia un amico di Clara.» Terminò in fretta il suo budino e chiese a Clara se aveva bisogno di una mano, ma lei non lo sentì. Arthur aveva appena buttato a terra la sua scodella. «Ma cosa ne pensi tu di lui?» chiese Ainsley, come facendo appello alla sua intelligenza superiore. Joe guardò fisso il muro. Non gli piaceva esprimere dei giudizi negativi, lo sapevo, ma sapevo anche che Len non gli andava a genio. «Non è morale», disse alla fine. Joe è insegnante di filosofia. «Oh, questo non è leale», dissi io. Len non era mai stato immorale nei miei confronti. Joe si voltò accigliato verso di me. Non conosce Ainsley molto bene e tende comunque a pensare che tutte le ragazze nubili siano facilmente abbindolabili e che abbiano bisogno di protezione. Varie volte mi aveva offerto dei consigli paterni e ora sottolineò questo punto. «Non è uno con cui... immischiarsi», disse in tono severo. Ainsley scoppiò in una risatina e emise una boccata di fumo, serena. «Questo mi fa venire in mente», dissi, «che faresti meglio a darmi il suo numero di telefono.» Dopo cena andammo a sederci nel salotto tutto in disordine mentre Joe
sgombrava la tavola. Mi offersi di aiutarlo, ma Joe disse che andava bene così, avrebbe preferito che fossi rimasta a parlare con Clara. Clara si era sistemata sul divano in un fascio di giornali gualciti, con gli occhi chiusi; di nuovo non mi riuscì di pensare a molte cose da dire. Rimasi seduta a guardare il centro del soffitto dove c'era una decorazione di gesso piena di volute elaborate, dove forse una volta aveva trovato posto un lampadario, ricordandomi di Clara alle superiori: una ragazza alta e fragile che veniva sempre esentata dall'educazione fisica. Sedeva sulle linee laterali a osservare il resto di noi con i calzoncini blu delle tute da ginnastica come se una cosa così faticosa e sgraziata le fosse abbastanza estranea da costituire un passatempo lievemente divertente. In quella classe piena di adolescenti ingrassate con patatine oleose rappresentava l'ideale universale della traslucida femminilità della pubblicità dei profumi. All'università era stata un po' più in salute, ma si era fatta crescere i capelli biondi, che la facevano sembrare più medioevale che mai: avevo pensato a lei come a una di quelle dame delle tappezzerie sedute nei giardini delle rose. Naturalmente, nella testa non era così, ma io sono sempre stata influenzata dalle apparenze. Sposò Joe Bates in maggio, alla fine del secondo anno e in un primo tempo pensai che fosse una unione ideale. Joe era allora laureato, più anziano di lei di quasi sette anni, un uomo alto e irsuto, lievemente ricurvo e con un atteggiamento protettivo nei riguardi di Clara. Il culto che ognuno aveva dell'altro, prima del matrimonio, era qualcosa di ridicolmente idealistico; ci si aspettava che Joe stendesse il suo cappotto sulle pozze di fango o cadesse in ginocchio per baciare gli stivali di gomma di Clara. I bambini non erano stati in programma: Clara accolse la prima gravidanza con lo stupore che una cosa simile potesse accadere a lei, e la seconda con sgomento; ora, durante la terza, era caduta in un tetro ma inerte fatalismo. Le metafore da lei impiegate nei riguardi dei figli comprendevano i cirripedi che incrostano le navi e le patelle che si abbarbicano a una roccia. La guardai, con un empito di imbarazzata compassione che mi sopraffaceva; cosa potevo fare? Forse avrei potuto offrirmi di venire qualche giorno a ripulire la casa. Clara era semplicemente priva di senso pratico, non era in grado di tener sotto controllo gli aspetti più ordinari della vita, come il denaro o arrivare in tempo alle lezioni. Quando abitavamo assieme presso l'università era solita di quando in quando impantanarsi disperatamente nella sua stanza, incapace di trovare delle scarpe appaiate o sufficienti capi di vestiario puliti da indossare, e io dovevo estrarla dalla catasta di cianfrusaglie che si era lasciata accumulare attorno. Il suo disordine non era atti-
vamente creativo come quello di Ainsley, che avrebbe potuto mettere a soqquadro una stanza in cinque minuti se si sentiva in vena di fare del caos; era passivo. Lei se ne stava semplicemente con le mani in mano mentre la marea di sudiciume si alzava attorno a lei, incapace di fermarla o di fuggire. Anche con i figli era così; il suo corpo sembrava bene o male al di fuori della sua portata e procedeva per la propria strada senza badare a alcuna direttiva impostagli da lei. Osservai attentamente il disegno a fiori chiari sullo scamiciato da donna incinta che indossava; i petali e i viticci stilizzati si muovevano al suo respiro, come se acquistassero vita. Ce ne andammo presto, dopo che Arthur venne messo a letto urlante per ciò che Joe chiamò un «incidente» dietro la porta del salotto. «Non è stato un incidente», osservò Clara, aprendo gli occhi. «Solo gli piace pisciare dietro le porte. Mi domando che cosa sia. Sarà riservato quando sarà grande, un poliziotto travestito o un diplomatico o qualcosa del genere. Piccolo bastardo furtivo.» Joe ci accompagnò alla porta con una pila di biancheria sporca fra le braccia. «Dovete tornare a trovarci presto», disse. «Clara ha così poche persone con cui può parlare veramente.» 5 Ci avviammo a piedi verso la metropolitana nella semioscurità del crepuscolo, fra lo strepito dei grilli e il rumore smorzato dei televisori (in alcune case si potevano vedere mandare intermittenti sprazzi blu attraverso le finestre aperte) e un odore di catrame caldo. Mi sentivo soffocare nella pelle, come se fossi ricoperta da uno strato di pasta umida. Temevo che Ainsley non si fosse divertita: il suo silenzio era negativo. «La cena non è stata male», dissi, desiderando essere leale verso Clara, la quale dopo tutto era mia amica da più tempo di Ainsley; «Joe sta diventando proprio un buon cuoco.» «Lei come fa a sopportare una cosa simile?» disse Ainsley con maggior veemenza del solito. «Se ne sta lì stesa e quell'uomo fa tutto lui! Si lascia trattare come una cosa!» «Be', è incinta di sette mesi», dissi. «E non è mai stata bene.» «Lei non sta bene!» fece Ainsley indignata. «È fiorente; è lui che non sta bene. È invecchiato da quando lo conosco, e sono meno di quattro mesi. Lei gli sta prosciugando tutte le energie.» «Cosa suggerisci?» feci io. Ero irritata con Ainsley: non riusciva a capi-
re la situazione di Clara. «Be', dovrebbe fare qualcosa; anche soltanto un gesto simbolico. Non ha mai preso la laurea, vero? Questo non sarebbe proprio il momento ideale per occuparsene? Un sacco di donne incinte si laureano.» Ricordai i piani della povera Clara dopo il primo bambino: l'aveva considerata come un'assenza temporanea. Dopo il secondo si era lamentata: «Non so in cosa sbagliamo! Cerco sempre di stare così attenta». Era sempre stata contro la pillola - pensava che potesse cambiarle la personalità ma pian piano era diventata meno inflessibile. Aveva letto un romanzo francese (tradotto) e un libro sulle spedizioni archeologiche nel Perù e aveva parlato di scuole serali. Negli ultimi tempi aveva cominciato a osservare con aria amara di essere «soltanto una casalinga». «Ma Ainsley», dissi, «tu dici sempre che una laurea non sta a dimostrare un bel niente.» «Naturalmente la laurea in sé no», disse Ainsley, «è ciò che rappresenta. Dovrebbe organizzarsi.» Quando fummo di nuovo nel nostro appartamento pensai a Len e decisi che non era troppo tardi per telefonargli. Era in casa, e dopo esserci scambiati i saluti gli dissi che mi sarebbe piaciuto vederlo. «Magnifico», disse lui, «dove e quando? Scegli un qualche posto fresco. Non ricordavo che fosse così maledettamente caldo d'estate quaggiù.» «Allora non saresti dovuto tornare», feci io, insinuando che sapevo perché era tornato e dandogli modo così di aprirsi. «Qui ero più al sicuro», disse, con una punta di compiacimento. «Dagli un dito e loro si prendono il braccio.» Aveva assunto un leggero accento inglese. «A proposito, Clara mi dice che hai una nuova compagna di stanza.» «Non è il tuo tipo», dissi. Ainsley era andata nel salotto e stava seduta sul divano con la schiena rivolta verso di me. «Oh, vuoi dire troppo vecchia, come te, eh?» Dire che ero troppo vecchia era una delle sue battute. Risi. «Facciamo domani sera», dissi. Mi era improvvisamente venuta l'idea che Len sarebbe stato una distrazione ideale per Peter. «Verso le otto e mezzo al Park Plaza. Porterò un amico perché facciate conoscenza.» «Aha», fece Len, «quel tipo di cui Clara mi ha parlato. Non è una cosa seria, vero?» «Oh no, assolutamente», dissi per rassicurarlo. Quando ebbi riattaccato, Ainsley disse: «Era a Len Slank che stavi parlando?»
Dissi di sì. «Che aspetto ha?» chiese con noncuranza. Non potevo rifiutare di dirglielo. «Oh, più o meno comune. Non credo che ti piacerebbe. Ha i capelli biondi e ricci e porta degli occhiali con una montatura di corno. Perché?» «Così, per curiosità.» Si alzò e andò in cucina. «Vuoi da bere?» gridò. «No grazie», dissi, «ma potresti portarmi un bicchier d'acqua.» Passai nel salotto e andai nel posto vicino alla finestra dove c'era un po' di venticello. Tornò con whisky e ghiaccio per lei e mi porse il mio bicchier d'acqua. Poi si sedette sul pavimento. «Marian», disse, «ho bisogno di dirti qualcosa.» Il tono della voce era così serio che fui immediatamente preoccupata. «Cosa c'è che non va?» «Avrò un bambino», disse tranquilla. Bevvi velocemente un sorso d'acqua. Non riuscivo a immaginare che Ainsley avesse fatto un calcolo sbagliato di quel genere. «Non ti credo.» Lei rise. «Oh, non dico che sono già incinta. Intendo dire che voglio avere una gravidanza.» Mi sentii sollevata ma confusa. «Vuoi dire che vuoi sposarti?» chiesi, pensando alla disgrazia di Trigger. Cercai di indovinare in chi di loro Ainsley potesse essere interessata, ma invano. Da quando la conoscevo era decisamente contro il matrimonio. «Sapevo che avresti detto così», fece lei, con un'aria di divertito disprezzo. «No, non mi sposo. Ecco la disgrazia della maggior parte dei bambini, hanno troppi genitori. Non puoi dire che il genere di ménage che Clara e Joe conducono sia la condizione ideale per un bambino. Pensa come saranno confuse le immagini del padre e della madre che avranno; sono già pieni di complessi. E è soprattutto a causa del padre.» «Ma Joe è fantastico!» esclamai. «Fa più o meno tutto per lei! Cosa sarebbe di Clara senza di lui?» «Precisamente», disse Ainsley. «Dovrebbe sbrogliarsela da sé. E ce la farebbe, e la loro educazione globale sarebbe molto più coerente. La rovina delle famiglie oggigiorno sono i mariti. Hai notato che non allatta nemmeno al seno la bambina?» «Ma ha i denti», protestai. «Quasi tutte li svezzano quando mettono i denti.» «Stupidaggini», disse Ainsley tetra. «Scommetto che è stato Joe a con-
vincerla. Nel Sud America li allattano al seno molto più a lungo. L'uomo nordamericano detesta vedere l'unità base madre-figlio funzionare naturalmente, gli dà la sensazione di non essere necessario. In questo modo Joe può dargli il biberon con la stessa facilità. Qualsiasi donna lasciata a se stessa automaticamente allatterebbe al seno il più a lungo possibile: io certo farò così.» Mi sembrava che la discussione fosse andata fuori strada: stavamo parlando di teoria a proposito di una faccenda pratica. Cercai di attaccarla personalmente: «Ainsley, non sai assolutamente niente dei bambini. Non ti piacciono neppure tanto, ti ho sentita dire che sono troppo sudici e rumorosi». «Non amare i bambini degli altri», disse Ainsley, «non equivale a non amare i propri.» Non potevo negare questo. Ero perplessa: non sapevo neppure come giustificare la mia opposizione al suo progetto. Il peggio era che probabilmente l'avrebbe realizzato. È capace di darsi da fare per ottenere quel che vuole con una gran dose di efficienza, sebbene, secondo me, alcune delle cose che vuole - e questo era un caso del genere - siano irragionevoli. Decisi un approccio terra terra. «D'accordo», dissi. «Concesso. Ma perché vuoi un bambino, Ainsley? Cosa hai intenzione di farne?» Mi rivolse un'occhiata disgustata. «Ogni donna dovrebbe avere almeno un bambino.» Sembrava come una voce alla radio che dicesse che ogni donna dovrebbe avere almeno un asciugacapelli elettrico. «È persino più importante del sesso. È la realizzazione della propria più profonda femminilità.» Ainsley va pazza per i paperback di antropologi sulle culture primitive: ce ne sono diversi impantanati fra i vestiti sul suo pavimento. Alla sua università fanno frequentare corsi di questa materia. «Ma perché adesso?» dissi, frugandomi nella mente alla ricerca di obiezioni. «E il lavoro alla galleria d'arte? E gli incontri con gli artisti?» Le sottoponevo queste domande come una carota a un somaro. Ainsley mi spalancò tanto d'occhi. «Il fatto di avere un bambino cosa ha a che fare col trovare da lavorare in una galleria d'arte? Pensi sempre in termini di aut-aut. L'importante è la completezza. Quanto a perché ora, be', è da un po' di tempo che sto considerando la cosa. Non senti di aver bisogno di uno scopo? E non preferiresti avere i tuoi figli quando sei giovane? Quando puoi goderteli. Inoltre, è stato dimostrato che hanno maggiori pro-
babilità di essere sani se si hanno fra i venti e i trent'anni.» «E hai intenzione di tenerlo», dissi. Diedi un'occhiata al salotto, calcolando già quanto tempo, energia e soldi ci sarebbero voluti per far le valige e traslocare. Io avevo procurato la maggior parte dei pezzi più solidi: il pesante tavolino rotondo da caffè proveniente dall'attico di un parente, giù a casa, la ribalta di noce del tavolo che usavamo per gli amici, anche questo un dono, la poltrona imbottita e il divano che avevo trovato all'Esercito della Salvezza e avevo fatto ricoprire. L'enorme poster di Theda Bara e i luminosi fiori di carta erano di Ainsley; come pure i posacenere e i cuscini di plastica gonfiabili a disegni geometrici. Peter diceva che al nostro salotto mancava unità. Non l'avevo mai considerata una sistemazione definitiva, ma ora che era minacciata per me assumeva una stabilità desiderabile. I tavoli poggiavano le loro gambe sul pavimento con maggiore fermezza; era inconcepibile che il tavolino rotondo da caffè potesse mai venire trascinato giù per quelle scale strette, che il poster di Theda Bara potesse venire arrotolato, rivelando così le crepe nell'intonaco, che i cuscini di plastica potessero lasciarsi sgonfiare e riporre in un baule. Mi chiesi se la signora di sotto avrebbe considerato la gravidanza di Ainsley un'infrazione al contratto e se avrebbe fatto dei passi legali. Ainsley stava diventando scontrosa. «Certo che ho intenzione di tenerlo. A che serve avere tutti quei fastidi se non lo tieni?» «Così, il succo di tutto», dissi, finendo la mia acqua, «è che hai deciso di avere un figlio illegittimo a sangue freddo e allevarlo da sola.» «Oh, che seccatura spiegare. Perché usare quell'orribile parola borghese? La nascita è legittima, no? Sei una perbenista, Marian, e qui sta il male di tutta questa società.» «D'accordo, sono una perbenista», dissi, segretamente ferita: credevo di essere più comprensiva della maggior parte della gente. «Ma dato che la società è fatta così, non sei egoista? Il bambino non soffrirà? Come lo sosterrai e come affronterai i pregiudizi degli altri, e così via?» «Come farà mai la società a cambiare», disse Ainsley con la dignità di un crociato, «se qualche membro di essa non aprirà la strada? Dirò semplicemente la verità. So che avrò delle noie qua e là, ma alcuni saranno del tutto tolleranti, ne sono certa, anche qui. Voglio dire, non sarà come se fossi rimasta incinta per disgrazia o altro.» Rimanemmo sedute in silenzio per diversi minuti. Il punto principale sembrava essere stato assodato. «D'accordo», dissi finalmente, «vedo che hai pensato a tutto. Ma che mi dici del padre? Lo so che si tratta di un pic-
colo dettaglio tecnico, ma ne avrai bisogno di uno, sai, anche soltanto per un po'. Non puoi semplicemente metter fuori una gemma.» «Be'», disse, prendendomi sul serio, «effettivamente ci ho pensato. Dovrà avere dei buoni caratteri ereditari e essere abbastanza di bell'aspetto; e mi sarà di aiuto se riuscirò a trovare qualcuno disposto a cooperare il quale capisca e non si metta a insistere per sposarmi.» Mi ricordava più di quanto desiderassi un contadino che discutesse di allevamento di bestiame. «Nessuno in mente? Che ne dici dello studente di odontoiatria?» «Santo cielo no», disse, «ha il mento rientrante.» «O il testimone per l'assassinio con lo spazzolino elettrico?» Corrugò la fronte. «Non credo che sia molto intelligente. Naturalmente preferirei un artista, ma è troppo pericoloso dal punto di vista genetico; a quest'ora devono avere tutti delle tare cromosomiche per l'LSD. Penso che potrei riesumare Freddy dell'anno scorso, non gliene importerebbe minimamente, anche se è troppo grasso e ha una barba terribilmente ispida da cinque del pomeriggio. Non vorrei un figlio grasso.» «E neppure uno con la barba dura», dissi, cercando di aiutarla. Ainsley mi guardò irritata. «Fai la sarcastica», disse. «Ma se soltanto la gente si preoccupasse di più delle caratteristiche che trasmette alla prole forse non farebbe le cose con tanta frettolosa cecità. Sappiamo che la razza umana sta degenerando e tutto questo perché la gente trasmette i propri geni deboli senza pensarci, e la scienza medica porta come conseguenza che non esiste una selezione naturale come c'era una volta.» Cominciavo a sentirmi il cervello sfocato. Sapevo che Ainsley aveva torto, ma pareva così razionale. Pensai che avrei fatto meglio ad andare a letto prima che mi convincesse contro la mia volontà. Nella mia stanza, mi sedetti sul letto con la schiena appoggiata al muro, per pensare. Dapprima cercai di concentrarmi sul modo in cui fermarla, ma poi mi rassegnai. Era decisa, e anche se potevo sperare che questo fosse un capriccio che le sarebbe passato, erano affari miei? Avrei semplicemente dovuto adattarmi alla situazione. Forse quando avremmo dovuto traslocare avrei trovato un'altra compagna di stanza; ma sarebbe stato giusto lasciare Ainsley da sola? Non volevo comportarmi in modo irresponsabile. Mi misi a letto, avvertendo una sensazione di turbamento. 6
La sveglia mi fece destare da un sogno in cui avevo abbassato gli occhi e visto i miei piedi che cominciavano a dissolversi, come gelatina che fondesse, e mi ero messa un paio di stivali di gomma giusto in tempo per accorgermi che la punta delle dita diventava trasparente. Ero balzata verso lo specchio per vedere cosa stava succedendo alla mia faccia, ma a questo punto mi ero destata. Solitamente non ricordo i sogni. Ainsley era ancora addormentata, così mi feci un uovo bollito e bevvi il succo di pomodoro e il caffè da sola. Poi indossai una tenuta adatta per le interviste, una gonna dall'aria ufficiale, una camicetta con le maniche e un paio di scarpe da passeggio con i tacchi bassi. Avevo intenzione di mettermi all'opera presto, ma non potevo essere troppo mattiniera altrimenti gli uomini, che avrebbero voluto dormire fino a tardi il giorno festivo, non sarebbero stati ancora alzati. Tirai fuori la mia mappa della città e la esaminai, escludendo mentalmente le zone che sapevo già prescelte per l'inchiesta vera e propria. Presi qualche fetta di pane tostato e una seconda tazza di caffè, e mi tracciai diversi itinerari possibili. Ciò di cui avevo bisogno erano sette o otto uomini con un tot minimo di consumo medio di birra per settimana, i quali fossero disposti a rispondere alle domande. Individuarli sarebbe potuto essere più difficile del solito a causa del lungo ponte. Sapevo per esperienza che gli uomini erano di solito più ritrosi delle donne davanti al gioco del questionario. Le strade vicine all'appartamento erano escluse: la signora di sotto sarebbe potuta venire a sapere che ero andata a chiedere ai vicini quanta birra bevevano. Inoltre sospettavo che si trattasse di un quartiere dove si beveva whisky più che birra; con un piccolo numero di vedove astemie. Il quartiere delle case affittate a camera, più a ovest, era anch'esso escluso: lo avevo provato una volta per un test di degustazione di patatine e avevo trovato le padrone di casa molto ostili. Sembravano pensare che fossi un funzionario governativo in borghese che cercava di aumentargli le tasse scoprendo che avevano più inquilini di quelli dichiarati. Presi in considerazione le abitazioni delle associazioni studentesche vicine all'università, ma mi ricordai che lo studio richiedeva degli intervistati maggiorenni. Presi l'autobus, scesi alla stazione della metropolitana, mi fermai per prendere nota della spesa del biglietto come «Trasporto» sul mio foglio spese, e attraversai la strada. Poi discesi un pendio che mi portò nel parco piatto e spoglio di alberi che si stende di fronte alla stazione. In un angolo c'era un campo da baseball, ma nessuno stava giocando. Il resto del parco era di semplice erba che era divenuta gialla; sotto i piedi crepitava. La
giornata si preannunciava simile alla precedente, senza vento e afosa. Il cielo era senza nubi, ma non chiaro: l'aria era pesante, come vapore invisibile, cosicché i colori e i profili di oggetti distanti erano sfocati. In fondo al parco c'era un pendio asfaltato che risalii. Portava a una strada residenziale fiancheggiata da casette piuttosto misere, l'una vicina all'altra, del tipo scatola da scarpe, a due piani, con rifiniture di legno attorno alle finestre e ai cornicioni. Alcune case avevano le rifiniture dipinte a nuovo, il che accentuava semplicemente la superficie segnata dalle intemperie delle facciate di assicelle. Il quartiere era del genere che per alcuni decenni era andato peggiorando, ma che era nuovamente migliorato negli ultimi cinque anni. Parecchi rifugiati dei sobborghi avevano comprato queste case di città e le avevano completamente rifinite, dipingendole d'un bianco sofisticato e aggiungendo sentierini di pietra e sempreverdi in contenitori di cemento e lanterne di carrozze accanto alle porte. Le case rimesse a nuovo avevano un aspetto impertinente accanto alle altre, come se avessero preferito voltare le spalle con leggerezza irresponsabile ai problemi del tempo, della povertà e del clima puritano. Decisi di evitare le case rimesse a nuovo quando cominciai le interviste. Non ci avrei trovato il genere di gente adatta: avrebbe fatto parte del giro del martini. C'è qualcosa di minaccioso in una fila di porte chiuse se sapete che dovete andare a bussare a esse e chiedere ciò che corrisponde a un favore. Mi rassettai il vestito, raddrizzai le spalle e assunsi quella che speravo fosse un'espressione ufficiale ma amichevole, e camminai fino all'isolato seguente facendo le prove prima di aver acquistato abbastanza risolutezza per cominciare. In fondo all'isolato scorsi quello che sembrava un condominio abbastanza nuovo. Ne feci il mio punto d'arrivo: dentro avrebbe fatto fresco e mi avrebbe potuto procurare qualsiasi intervista che mi mancasse. Suonai il primo campanello. Qualcuno mi scrutò brevemente attraverso le tendine semitrasparenti della finestra; poi la porta venne aperta da una donna dai lineamenti duri, con un grembiule stampato e fornito di pettorina. La sua faccia non aveva vestigia di trucco, neppure rossetto, e portava quelle scarpe nere con lacci e tacchi grossi che mi fanno pensare alla parola «ortopedico» e che associo ai reparti svendite dei grandi magazzini. «Buon giorno, rappresento le Indagini Seymour», dissi, sorridendo con aria falsa. «Stiamo svolgendo una piccola inchiesta e mi chiedo se suo marito potrebbe essere così gentile da rispondere a alcune domande?» «Vende qualcosa?» chiese, dando un'occhiata alle carte e alla matita.
«Oh, no! Non abbiamo niente a che vedere con le vendite. Siamo un'azienda di ricerche di mercato, facciamo semplicemente delle domande. Serve a migliorare i prodotti», aggiunsi, poco convincente. Non credevo che avrei trovato quel che cercavo. «Di cosa si tratta?» chiese, con gli angoli della bocca che si stringevano sospettosi. «Be', in realtà si tratta di birra», dissi con voce artificiosamente vivace, cercando di far suonare la parola quanto più asettica possibile. La sua faccia cambiò espressione. Rifiuterà, pensai. Ma esitò, poi si fece da parte e, con una voce che mi ricordava una pappa d'avena fredda, disse: «Entri». Rimasi nel vestibolo dal pavimento di mattonelle immacolate, respirando il profumo di lucido per mobili e di candeggina, mentre la donna scompariva dietro una porta, in fondo, chiudendosela dietro. Ci fu una conversazione fatta di mormoni; poi la porta si aprì di nuovo e un uomo alto dai capelli grigi e dal cipiglio severo la varcò, seguito dalla donna. L'uomo indossava un cappotto nero nonostante che la giornata fosse così calda. «Ora, signorina», mi disse, «non punirò lei personalmente perché vedo che è una brava ragazza e solo il mezzo innocente di questo fine abominevole. Ma sarà così gentile da consegnare questi libretti ai suoi padroni. Chi può dire che i loro cuori non possano ancora essere inteneriti? La diffusione eccessiva del bere e dell'ubriachezza è un'iniquità, un delitto contro il Signore.» Presi i libretti che mi porse, ma mi sentii abbastanza leale verso le Indagini Seymour da dire: «La nostra azienda non ha niente a che fare con la vendita della birra, sa». «È lo stesso», disse lui severo, «è sempre lo stesso. 'Chi non è con me è contro di me', dice il Signore. Non cerchi di imbiancare i sepolcri di quegli sfruttatori della sofferenza e della degradazione umana.» Stava per voltarsi, ma mi disse, come ripensandoci: «Li potrebbe leggere anche lei, signorina. Naturalmente lei non si insudicia mai le labbra con l'alcool, ma nessuna anima è perfettamente pura e inattaccabile dalla tentazione. Forse il seme non cadrà lungo il sentiero e neppure sulle pietre». Emisi un flebile: «Grazie», e l'uomo allargò i margini della bocca in un sorriso. La moglie, che aveva assistito al sermoncino con soddisfazione frugale, si fece avanti e mi aprì la porta, e io uscii, resistendo all'impulso condizionato di stringere le mani a entrambi come se uscissi da una chiesa. Era un brutto inizio. Guardai i libretti mentre mi incamminavo verso la
casa attigua. ASTINENZA DALL'ALCOOL comandava uno. L'altro, portava il titolo più eccitante IL BERE E IL DIAVOLO. Doveva essere un pastore protestante, pensai, sebbene certamente non anglicano, e probabilmente neppure della Chiesa unita. Una di quelle sette misteriose. Nella casa attigua non c'era nessuno, e in quella dopo la porta venne aperta da una monella sporca di cioccolato la quale mi informò che il suo papà era ancora a letto. A quella seguente però capii subito che ero arrivata in un posto favorevole alla mia caccia di teste. La porta principale era aperta e l'uomo che vidi venire alla mia volta qualche momento dopo aver suonato era di altezza media ma molto atticciato, quasi grasso. Quando aperse la porta schermata mi accorsi che ai piedi non aveva scarpe ma solo i calzini; indossava una maglietta e un paio di bermuda. La faccia era di un rosso mattone. Spiegai la mia commissione e gli mostrai il cartellino con stampato sopra il consumo medio di birra per settimana. Ogni media è numerata e la scala va da 0 a 10. La nostra azienda si comporta così perché alcuni uomini provano vergogna a indicare in tante parole il loro consumo. Quest'uomo indicò il numero 9, il secondo dalla cima. Quasi nessuno sceglie il numero 10: a ciascuno piace credere che esista l'eventualità che qualcun altro beva più di lui. Quando fummo arrivati a questo punto l'uomo disse: «Entri nel salotto e si sieda. Deve essere stanca a andare in giro con questo caldo. Mia moglie è andata proprio adesso a fare la spesa», aggiunse con aria indifferente. Sedetti su una delle poltrone e lui abbassò il volume del televisore. Sul pavimento, accanto alla sua sedia, vidi una bottiglia di uno dei concorrenti della Birra Moose semivuota. Si sedette davanti a me, sorridendo e asciugandosi la fronte col fazzoletto, e rispose alle domande preliminari con l'aria di un esperto che emana un verdetto professionale. Dopo aver ascoltato l'inserzione pubblicitaria al telefono, si grattò pensieroso i peli del petto ed ebbe quel tipo di reazione entusiastica che un intero seminario di agenti pubblicitari si era senza dubbio quotidianamente augurato. Quando, finita l'intervista e scritto il nome e l'indirizzo, di cui la nostra azienda ha bisogno per non reintervistare la stessa gente, mi alzai e cominciai a ringraziarlo, lo vidi alzarsi barcollando dalla poltrona e venirmi incontro con occhi bramosi pieni di birra. «Ora, perché una bella ragazzina come te va in giro a chiedere agli uomini tutto sulla loro birra?» disse in tono viscido. «Dovresti startene a casa con qualche uomo in gamba che si prenda cura di te.» Gli spinsi nella mano umida e tesa verso di me i due libretti sull'Asti-
nenza dall'alcool e fuggii. Riuscii faticosamente a portare a termine altre quattro interviste senza molti incidenti, scoprendo nel contempo che al questionario bisognava aggiungere una casella per «Non ha il telefono... Fine dell'intervista» e un'altra per «Non ascolta la radio», e che uomini che approvavano i sentimenti primitivistici dell'annuncio pubblicitario tendevano a trovare da ridire sulla parola «Frizzante» in quanto «Troppo leggera», oppure, come si espresse uno di loro, «Troppo sdolcinata». La quinta intervista ebbe luogo con un tipo magro come un chiodo con incipiente calvizie il quale aveva talmente paura di esprimere una qualsiasi opinione che tirargli fuori le parole di bocca era come strappargli i denti con una chiave inglese. Ogni volta che gli ponevo una nuova domanda arrossiva, faceva sobbalzare il pomo di Adamo, e storceva la faccia in un sussulto spasmodico. Rimase senza aprir bocca per diversi minuti dopo che ebbe ascoltato l'annuncio pubblicitario e io gli ebbi chiesto: «Quanto le è piaciuto l'annuncio? Moltissimo; Solo Moderatamente; oppure Non Molto?» Alla fine riuscì a sussurrare, flebilmente: «Sì». Ormai dovevo fare soltanto altre due interviste. Decisi di saltare le poche case che restavano e andare nel condominio quadrato. Entrai col solito sistema, premendo tutti i pulsanti in una volta finché qualche anima illusa non aprì la porta interna. La frescura fu un sollievo. Salii per una breve rampa di scale la cui guida stava proprio cominciando a diventare lisa e bussai alla prima porta, che portava il numero Sei. Questo mi parve curioso perché a giudicare dalla posizione avrebbe dovuto recare il numero Uno. Quando bussai non accadde nulla. Bussai di nuovo, più forte, aspettai, e stavo per passare all'appartamento seguente quando la porta girò senza rumore verso l'interno e mi trovai osservata da un ragazzino che giudicai sui quindici anni. Si strofinò un occhio con un dito, come se si fosse appena alzato. Era magro come un cadavere; non aveva addosso la camicia, e le costole gli spuntavano fuori come quelle di una figura emaciata di una silografia medioevale. La pelle stesa su di esse era quasi priva di colore, non bianca, ma più vicina alla sfumatura giallastra della biancheria vecchia. Aveva i piedi nudi; indossava solo un paio di pantaloni kaki. Gli occhi, in parte nascosti da una massa arruffata di capelli neri dritti che scendevano sulla fronte, erano ostinatamente malinconici, come se egli assumesse quell'espressione di proposito.
Ci squadrammo a vicenda. Lui, evidentemente, non avrebbe detto niente, e io non riuscivo propriamente a cominciare. I questionari che mi portavo dietro erano diventati qualcosa di improvvisamente sganciato da tutto, e al contempo, oscuramente minaccioso. Alla fine trovai il modo di dire, sentendomi molto sintetica mentre parlavo: «Salve, è in casa il babbo?» Continuò a fissarmi senza un tremito nell'espressione. «No. È morto», disse. «Oh.» Rimasi lì ondeggiando un po'; il contrasto col caldo che faceva fuori mi aveva fatto venire le vertigini. Il tempo sembrava che si fosse messo a trascorrere al rallentatore; pareva che non ci fosse niente da dire; ma non riuscivo a andarmene o a muovermi. Egli continuò a rimanere nel vano della porta. Poi, dopo un tempo che sembrò un secolo, mi passò per la testa che forse in realtà non era così giovane come sembrava. Aveva dei pesti sotto gli occhi e delle rughe sottili agli angoli esterni. «Hai davvero soltanto quindici anni?» chiesi, come se fosse stato lui a dirmelo. «Ne ho ventisei», disse malinconicamente. Sobbalzai visibilmente, e come se la risposta avesse premuto qualche acceleratore nascosto dentro di me sciorinai una versione a alta velocità della presentazione pubblicitaria: ero delle Indagini Seymour, non vendevo niente, servivo a migliorare i prodotti, volevo porgli alcune semplici domande su quanta birra beveva in una settimana normale; frattanto, pensavo che non sembrava avesse mai bevuto nulla tranne acqua, con la crosta di pane che gli gettavano quando restava incatenato nella segreta. Sembrava tetramente interessato, come uno avrebbe potuto essere interessato (caso mai) a un cane morto, perciò gli sottoposi il cartellino del consumo settimanale medio e gli chiesi di scegliere il suo numero. Lo osservò per un minuto, lo rivoltò e guardò il retro, che era bianco, chiuse gli occhi e disse: «Numero Sei». Era dalle sette alle dieci bottiglie alla settimana, una quantità sufficiente per abilitarlo al questionario e glielo dissi. «Allora entri», disse lui. Avvertii un leggero senso di allarme mentre varcavo la soglia e la porta si chiudeva con rumore legnoso alle mie spalle. Eravamo in un salotto di dimensioni medie, perfettamente quadrato, con un cucinino che dava su di esso da un lato e il corridoio che portava alle stanze da letto dall'altro. Le stecche della veneziana all'unica finestrella esistente erano abbassate, immergendo la stanza in un'oscurità crepuscolare. I muri, da quel che potei giudicare nella semioscurità, erano di un bianco
proprio bianco; non c'erano quadri appesi a essi. Il pavimento era ricoperto da un bellissimo tappeto persiano con un motivo ornamentale di spirali e fiori marrone, verdi e purpurei, persino migliore, pensai, di quello del salotto della signora di sotto che le era stato lasciato dal nonno paterno. Addossata a un muro c'era una libreria che lo ricopriva per tutta la lunghezza, del tipo che la gente si fa da sé con assi e mattoni. Gli unici altri mobili erano tre enormi, vecchie poltrone superimbottite, una di velluto rosso, una di broccato liso blu verdolino, e una di un porpora sbiadito, ciascuna con una lampada a piede accanto. Tutte le superfici visibili della stanza erano cosparse di pezzi di carta sciolti, taccuini, libri aperti a faccia in giù e altri libri irti di matite e di pezzetti di carta strappati infilati in essi come segnalibri. «Vive qui solo?» chiesi. Mi fissò con occhi lugubri. «Dipende da cosa intende», intonò, «per 'solo'.» «Oh, capisco», dissi educatamente. Attraversai la stanza, cercando di mantenere la mia aria di briosa energia e facendomi strada con procedere incerto sopra e attorno agli oggetti sparsi sul pavimento. Mi stavo dirigendo verso la poltrona porpora, l'unica che non avesse sopra un covo di carte. «Non può sedersi lì», mi disse da dietro le spalle in tono di leggero ammonimento, «quella è la poltrona di Trevor. Non avrebbe piacere che lei si sedesse sulla sua poltrona.» «Oh. Allora, quella rossa va bene?» «Be'», disse, «quella è di Fish, e a lui non gliene importerebbe se ci si mettesse a sedere; almeno così penso. Ma lì ci sono le sue carte e lei potrebbe metterle in disordine.» Non riuscivo a capire come avrei potuto creare maggior disordine fra di loro semplicemente sedendomici sopra, ma non lo dissi. Mi stavo chiedendo se Trevor e Fish non fossero due immaginari compagni di gioco che questo ragazzo si era inventato, e anche se avesse mentito sulla sua età. Con quella luce, la sua faccia sarebbe potuta essere quella di uno di dieci anni. Rimase in piedi a guardarmi solennemente, con le spalle arcuate, le braccia conserte sul torso, tenendosi stretti i gomiti. «E suppongo che la verde sia la sua, allora.» «Sì», disse, «ma io stesso sono un paio di settimane che non mi ci siedo. Ci ho sistemato tutto quanto.» Avrei voluto andare a vedere esattamente cos'era questo tutto che ci aveva sistemato, ma mi ricordai che ero lì per lavoro. «Allora dove ci se-
diamo?» «Sul pavimento», disse, «oppure in cucina, o nella mia stanza da letto.» «Oh, la stanza da letto no», mi affrettai a dire. Battei in ritirata attraverso quella distesa di carta e sbirciai oltre l'angolo dentro il cucinino. Mi accolse un odore particolare: sembrava che ci fossero sacchetti d'immondizia in ogni angolo e lo spazio restante era occupato da grandi pentole e cuccume, alcune pulite, altre no. «Non credo che nella cucina ci sia spazio», dissi. Mi chinai e cominciai a togliere le carte dalla superficie del tappeto, quasi come si sarebbero potuti schiumare i rifiuti galleggianti su uno stagno. «Credo che sia meglio che non lo faccia», disse. «Alcune carte non sono mie. Potrebbe mescolarle. È meglio che andiamo nella mia stanza da letto.» Si avviò ciondolando lungo il corridoio e varcò una porta aperta. Per necessità lo seguii. La stanza era una scatola oblunga dai muri bianchi, immersa nell'oscurità come il salotto: anche qui la veneziana era abbassata. Era spoglia di mobilio, tranne un'asse da stiro con un ferro sopra, una scacchiera con alcuni pezzi sparsi in un angolo della stanza, una macchina per scrivere posata sul pavimento, una scatola di cartone che pareva contenesse della biancheria sporca e che lui spinse con un calcio nello sgabuzzino quando entrai io, e un letto a una piazza. Tirò una coperta grigia militare sull'intrico di lenzuola e vi si trascinò sopra, sistemandosi a gambe incrociate con la schiena appoggiata all'angolo formato dai due muri. Accese la lampada sopra il letto, prese una sigaretta da un pacchetto che si infilò di nuovo nella tasca posteriore, l'accese, e rimase seduto tenendo la sigaretta davanti a sé, le mani unite a mo' di coppa, come un budda affamato che bruciasse incenso in proprio onore. «Bene», disse. Mi sedetti sul bordo del letto - non c'erano sedie - e cominciai a discutere il questionario assieme a lui. Dopo ogni domanda piegava indietro la testa contro il muro, chiudeva gli occhi e rispondeva; poi apriva di nuovo gli occhi e mi osservava con segni di concentrazione a malapena percettibili mentre gli ponevo la seguente. Quando arrivammo al momento dell'avviso telefonico, andò al telefono, in cucina, a fare il numero. Ci rimase per un tempo che mi parve lungo. Andai a controllare e lo trovai intento ad ascoltare col ricevitore premuto contro l'orecchio e la bocca contorta in qualcosa che era quasi un sorriso. «Dovrebbe ascoltare solo una volta», dissi rimproverandolo. Posò il ricevitore con riluttanza. «Posso telefonare dopo che lei se ne è
andata e ascoltare un altro po'?» chiese con la voce diffidente ma carezzevole di un bambino piccolo che chiede un altro biscotto. «Sì», dissi, «ma non la settimana prossima, d'accordo?» Non volevo che tenesse bloccata la linea alle intervistatrici. Ritornammo nella stanza da letto e riprendemmo le nostre rispettive posizioni. «Ora le ripeterò alcune frasi dell'inserto pubblicitario, e per ciascuna vorrei che mi dicesse cosa le fa pensare», dissi. Questa era la parte del questionario legata alle associazioni libere, che avevano lo scopo di verificare le reazioni immediate a certe frasi chiave. «Prima, cosa le fa pensare 'Profondo gusto virile'?» Buttò la testa all'indietro e chiuse gli occhi: «Sudore», disse, riflettendo. «Scarpe da ginnastica di tela. Spogliatoi sotterranei e sospensori.» Un intervistatore dovrebbe sempre riportare le parole esatte della risposta, e così feci io. Pensai di infilare furtivamente quest'intervista fra quelle vere, per rompere la monotonia a una delle donne coi pastelli: Mrs Weemers, magari, o Mrs Gundridge. L'avrebbe letta ad alta voce alle altre e avrebbero notato che il mondo era bello perché vario; quest'argomento di conversazione sarebbe stato sfruttato per almeno tre intervalli. «E ora cosa ne dice di 'Lunga fresca sorsata'?» «Non molto. Oh, aspetti un momento. È un uccello, bianco, che cade da una grande altezza. Colpito al cuore, d'inverno; le penne vengono via, sono portate giù dal vento... Questo è proprio come quei test di giochi di parole che fanno gli psichiatri. Mi è sempre piaciuto farli. Sono migliori di quelli con i disegni.» Io dissi: «Credo che si basino sullo stesso principio. Che ne dice di 'Sapore sano, vigoroso'?» Rimase a meditare per alcuni minuti. «Sono bruciori di stomaco», disse. «Oppure no, devo sbagliare.» Corrugò la fronte. «Ora capisco. È una di quelle storie di cannibali.» Per la prima volta sembrava turbato. «Conosco lo schema, ce n'è uno nel Decamerone e un paio nei fratelli Grimm; il marito uccide l'amante della moglie, o viceversa, ne estrae il cuore e con questo cucina un umido o un pasticcio di carne e lo serve in un piatto d'argento, e l'altro lo mangia. Anche se questo non spiega molto bene quel Sano, vero? Shakespeare», disse con voce meno agitata, «anche Shakespeare ha qualcosa di simile. C'è una scena nel Tito Andronico, sebbene si discuta se sia stato veramente Shakespeare a scriverlo, oppure...» «Grazie.» Ero indaffarata a scrivere. A questo punto ero convinta di aver a che fare con un nevrotico compulsivo di un qualche genere e che avrei
fatto meglio a mantenermi calma e a non mostrare alcuna paura. Non ero esattamente impaurita - non aveva l'aspetto del tipo violento - ma queste domande lo mettevano chiaramente in uno stato di tensione. Poteva darsi che fosse sull'orlo di una crisi nervosa, una delle frasi sarebbe bastata a dargli la spinta finale. Questa gente è così, pensai, ricordandomi di certi casi clinici di cui Ainsley mi aveva parlato; delle cose trascurabili come delle parole possono davvero preoccuparla. «Ora, 'Frizzante, inebriante, energica'?» Meditò su questa frase a lungo. «Non mi dice niente», fece, «non sta insieme. La prima parte mi evoca l'immagine di qualcuno con la testa fatta di vetro che viene colpita con un bastone: come dei vetri musicali. Ma energica non mi dice niente. Suppongo», disse triste, «che non le sono di molto aiuto.» «Lei è bravissimo», dissi, pensando a cosa sarebbe accaduto all'IBM se mai avessero tentato di inserirgli dentro questo materiale. «Ora l'ultima: 'L'odore della foresta'.» «Oh», fece lui, con voce quasi entusiasta, «questo è facile; mi ha colpito subito, appena l'ho sentito. È uno di quei film a colori su dei cani o dei cavalli. 'Odore della foresta' è ovviamente un cane, in parte lupo, in parte cane eschimese, che salva il suo padrone per tre volte, una volta da un incendio, una volta da un'inondazione e una volta da degli uomini cattivi, più facilmente dei cacciatori bianchi che degli indiani coi tempi che corrono, e alla fine viene fulminato da un malvagio cacciatore di pelli con una calibro 22 e gli piangono sopra. Sepolto, probabilmente nella neve. Ripresa panoramica di alberi e lago. Tramonto. Dissolvenza.» «Bravo», dissi scrivendo all'impazzata per riportare tutto. Regnava il silenzio, mentre entrambi ascoltavamo lo stridio della mia matita. «Ora, detesto chiederglielo, ma dovrebbe dirmi in che misura pensa che ciascuna di quelle cinque frasi si attagli a una birra: Molto Bene, Abbastanza Bene, o Per Nulla Bene?» «Non saprei», disse, perdendo completamente interesse. «Non bevo mai quella roba. Solo whisky. Nessuna di quelle frasi va bene per il whisky.» «Ma», protestai, stupefatta, «ha scelto il numero Sei sul cartellino. Quello che diceva da sette a dieci bottiglie alla settimana.» «Lei voleva che io scegliessi un numero», disse con aria paziente, «e sei è il mio numero portafortuna. Li ho perfino convinti a cambiare i numeri degli appartamenti; questo è in realtà il numero Uno, lo sa. E poi, ero annoiato; avevo voglia di parlare con qualcuno.»
«Questo vuol dire che non potrò contare la sua intervista», dissi con severità. Avevo dimenticato momentaneamente che non era vera. «Oh, le è piaciuta», disse, rivolgendomi di nuovo quel suo sorriso a metà. «Lei sa che tutte le altre risposte che ha raccolto sono monotone, completamente. Deve ammettere che le ho ravvivato in misura considerevole la giornata.» Avevo una punta di irritazione. Avevo provato compassione per lui credendo che fosse sull'orlo di un collasso nervoso, e ora mi aveva rivelato che si era trattato di una messa in scena consapevole. Potevo o alzarmi e andarmene subito, mostrandomi contrariata, o ammettere che aveva ragione. Lo guardai in cagnesco, cercando di decidere sul da farsi; ma proprio allora sentii aprirsi la porta principale e un rumore di voci. Si protese in avanti ad ascoltare ansiosamente, poi si riappoggiò al muro. «Sono soltanto Fish e Trevor. Sono i miei compagni di stanza», disse, «quelle altre due seccature. Trevor è la seccatura mamma: sarà scandalizzato quando mi troverà in camera senza la camicia assieme a una ragazza con la R maiuscola.» Ci fu un crepitio di carta marrone di sacchetti della spesa che venivano posati in cucina, e una voce profonda disse: «Cristo, che caldo fa fuori!» «Adesso penso che sia meglio che me ne vada», dissi. Se gli altri erano tutti come questo pensavo che non sarei stata in grado di tener loro testa. Raccolsi i miei questionari e mi alzai in piedi, proprio nel momento in cui la stessa voce diceva: «Ehi, Duncan, vuoi una birra?» e una testa lanosa e barbuta compariva nel vano della porta. Rimasi a bocca aperta. «Così la birra la beve, in fondo!» «Sì, temo di sì. Mi scusi. Non volevo terminare, ecco tutto. Il resto sembrava una lagna, e avevo comunque detto tutto quel che avevo da dire sulla birra. Fish», disse alla barba, «questa è Riccidoro.» Sorrisi a denti stretti. Non sono bionda. Ora un'altra testa comparve sulla prima: una faccia dalla pelle bianca, con dei capelli alquanto chiari in incipiente calvizie, occhi azzurro cielo e un naso stupendamente cesellato. Quando mi vide rimase a bocca aperta. Era ora di andare. «Grazie», dissi con freddezza ma anche con grazia a quello nel letto. «Mi è stato molto utile.» Effettivamente ghignò mentre mi dirigevo verso la porta e mentre le teste si ritiravano allarmate per lasciarmi passare, mi gridò dietro: «Ehi, perché deve fare un lavoro schifoso come questo? Io credevo che solo delle casalinghe grasse e sciatte facessero cose di questo genere».
«Oh», dissi, con tutta la dignità a cui mi riuscì di fare appello, e non intendendo giustificarmi spiegando l'alto - be', superiore - livello del mio vero lavoro, «dobbiamo mangiare tutti. E poi, che cos'altro si può fare con una laurea oggi?» Quando fui fuori guardai il questionario. Gli appunti che avevo preso delle sue risposte erano quasi indecifrabili alla luce accecante del sole; tutto quello che potevo vedere sulla pagina erano degli scarabocchi grigi sfocati. 7 Dal punto di vista tecnico mi rimaneva da fare ancora un'intervista e mezzo, ma ne avevo compiute abbastanza per il rapporto necessario e i mutamenti da apportare al questionario. Inoltre volevo fare un bagno e cambiarmi prima di andare da Peter e le interviste erano durate più di quanto mi aspettassi. Tornai all'appartamento e buttai i questionari sul letto. Poi andai in cerca di Ainsley, ma era fuori. Raccolsi l'asciugamano da bagno, il sapone, spazzolino e dentifricio, indossai la vestaglia e scesi di sotto. Il nostro appartamento non ha un bagno proprio, il che può servire a spiegare l'affitto basso. Forse la casa era stata costruita prima che la gente facesse il bagno, o forse era impressione che la servitù non avesse bisogno di stanzini da bagno; comunque sia, dobbiamo servirci del bagno del secondo piano, il che a volte rende difficile la vita. Ainsley lascia sempre degli anelli, cosa che la signora di sotto considera come una violazione del suo santuario. Lei lascia deodoranti e detersivi e spazzole e spugne in posti bene in vista, il che non ha il minimo effetto su Ainsley ma fa sentire me a disagio. A volte vado di sotto dopo che Ainsley ha fatto il bagno e ripulisco la vasca. Mi ero proposta di starmene a bagno per un po', ma mi ero appena tolta lo strato di polvere e di gas di scarico degli autobus quando la signora di sotto cominciò a fare dei fruscii e a schiarirsi la gola fuori della porta. Questo è il suo modo di suggerire che vuole entrare: non bussa e non chiede mai. Mi trascinai nuovamente di sopra, mi vestii, presi una tazza di tè e uscii per andare a casa di Peter. Gli antenati mi guardarono con i loro occhi evanescenti da dagherrotipi mentre scendevo le scale, le bocche esangui sui loro colletti rigidi. Di solito cenavamo fuori, ma in caso contrario la prassi era che io andavo da Peter e compravo qualcosa da cucinare in un negozio lungo la strada:
uno di quei negozietti poco puliti che talvolta si trovano nei più vecchi quartieri residenziali. Naturalmente Peter sarebbe potuto passare a prendermi da casa con la sua Volkswagen, ma le commissioni lo irritano; inoltre non voglio dare alla signora di sotto troppi motivi per ruminare. Non sapevo se saremmo usciti a cenare o no - Peter non ne aveva parlato - perciò feci un salto al negozio per tenermi sul sicuro. Probabilmente avrebbe avuto i postumi della celebrazione della sera precedente e non avrebbe avuto voglia di una cena completa. Il condominio di Peter dista quel tanto che volerci arrivare per mezzo dei trasporti pubblici è più una seccatura che altro. È a sud del nostro quartiere e ad est dell'università, in una zona cadente, quasi uno slum, che secondo i programmi dovrebbe essere trasformato nei prossimi anni in un complesso di grossi condomini. Parecchi sono stati completati, ma quello di Peter è ancora in costruzione. Peter è l'unica persona che ci vive; ci sta in via temporanea, pagando soltanto un terzo dell'affitto che faranno pagare quando l'edificio sarà finito. Questo affare gli è riuscito grazie a una conoscenza fatta durante la manipolazione di un contratto. Peter sta facendo l'anno di tirocinio come avvocato e non ha ancora delle somme enormi - ad esempio non si sarebbe potuto permettere l'appartamento al prezzo di listino - ma la sua è una ditta piuttosto piccola e lui si sta facendo strada come un bolide. Per tutta l'estate ogni volta che andavo all'appartamento dovevo farmi strada attraverso pile di blocchi di cemento vicino all'entrata dell'atrio, attorno a forme ricoperte di copertoni polverosi, e a volte scavalcando mastelli per la malta e scale e cataste di tubi sulla scala in costruzione; gli ascensori non funzionano ancora. Talvolta venivo fermata da operai i quali non sapevano di Peter e che insistevano che non potevo entrare perché nessuno ci viveva. Allora ci mettevamo a discutere sull'esistenza o la non esistenza di Mr Wollander, e una volta dovetti portarmene dietro alcuni fino al settimo piano e mostrargli Peter in carne ed ossa. Sapevo però che alle cinque del sabato non ci sarebbe stato nessun uomo a lavorare; e comunque avevano probabilmente fatto vacanza per tutto il ponte. Generalmente sembra che svolgano il loro lavoro prendendosela comoda, il che va bene a Peter. C'è stato anche uno sciopero o una sospensione che ha interrotto i lavori. Peter spera che continui così: quanto più ci mettono, per tanto più tempo il suo affitto sarà basso. Dal punto di vista strutturale l'edificio era completo, tranne le rifiniture. Avevano già montato tutte le finestre e ci avevano scarabocchiato sopra dei geroglifici col sapone bianco per impedire che la gente le sfondasse. Le
porte di vetro erano state installate varie settimane prima e Peter mi aveva fatto fare un mazzo di chiavi extra: una necessità più che una semplice comodità, dato che i pulsanti per lasciare entrare la gente non erano stati ancora collegati. All'interno, le superfici lucide - pavimenti di ceramica, muri dipinti, specchi, impianti per la luce - che in seguito avrebbero conferito all'edificio la sua costosa lucentezza, il suo duro guscio interno da coleottero, non avevano ancora cominciato a secernersi. La grezza, grigia superficie sottocutanea delle solette dei pavimenti e dei muri privi di intonaco si vedeva ancora, e fili nudi ondeggiavano come nervature sciolte dalla maggior parte delle prese di corrente. Salii le scale facendo attenzione, evitando il corrimano sporco, pensando alla misura in cui ero giunta a associare i weekend a questo odore di assi segate e di polvere di cemento del nuovo edificio. Ai piani davanti a cui passai, le entrate dei futuri appartamenti si spalancavano vuote, con le porte non ancora montate. Fu una lunga scalata; quando raggiunsi il piano di Peter avevo il fiato grosso. Sarei stata felice il giorno che gli ascensori avrebbero funzionato. L'appartamento di Peter, naturalmente, era stato in larga misura terminato; non avrebbe mai abitato in un posto senza i pavimenti a posto e l'elettricità, indipendentemente da quanto potesse esser basso l'affitto. La sua conoscenza se ne serve come modello di come saranno gli altri appartamenti, e lo mostra ali occasionale, eventuale affittuario, sempre telefonando a Peter prima di arrivare. A Peter non dà eccessivo fastidio: è fuori molto tempo e non gli importa che della gente dia un'occhiata a casa sua. Aprii la porta, entrai e portai i generi alimentari dentro al frigorifero, nel cucinino. Dal rumore dell'acqua corrente indovinai che Peter stava facendo, la doccia. Andai ciondoloni nel salotto e guardai fuori della finestra. L'appartamento non è abbastanza in alto per una buona panoramica del lago o della città: si può solo vedere un mosaico di straducole sudice e stretti cortili dietro le case, e non è abbastanza in basso per poter vedere chiaramente cosa ci fa la gente dentro. Peter non ha ancora messo molti mobili nel salotto. Ha un sofà danese moderno e una poltrona compagna e un complesso ad alta fedeltà, ma nient'aitro. Dice che preferisce aspettare e comprare della roba buona piuttosto che ingombrare il posto con cose da quattro soldi che non gli piacciono. Suppongo che abbia ragione, ma comunque quando ne avrà di più sarà meglio. I suoi due mobili sono resi assai affusolati e isolati dall'ampio spazio vuoto che li circonda. Divento irrequieta quando aspetto qualcuno, tendo a andare avanti e indietro. Girovagai fino alla stanza da letto e guardai fuori della finestra,
sebbene la vista sia quasi la stessa. Peter ha la stanza da letto quasi completa, mi ha detto, sebbene per alcuni gusti possa essere leggermente vuota. C'è una pelle di pecora di dimensioni abbastanza grandi sul pavimento, e un letto comune, solido, anch'esso di dimensioni abbastanza grandi, di seconda mano, ma in condizioni perfette, che è sempre accuratamente fatto. Poi un severo tavolo quadrato, di legno scuro, e una di quelle sedie girevoli da ufficio di pelle imbottita, che ha trovato anche questa di seconda mano; dice che è molto comoda per lavorare. Sulla scrivania ci sono una lampada per leggere, un tampone di carta assorbente, penne e matite assortite, e la foto di Peter il giorno della laurea in una cornice con supporto. Sopra, appesa al muro, c'è una piccola libreria: i suoi libri di legge nella scaffalatura inferiore, il suo mucchio di romanzi polizieschi in edizione economica nella scaffalatura superiore, e libri e riviste vari nel mezzo. A un lato della libreria c'è un appiglio con ganci che sostiene la collezione di armi di Peter: due fucili, una pistola e diversi pugnali dall'aspetto sinistro. Lui mi ha detto come si chiamano tutti, ma io non riesco mai a ricordarne il nome. Non ho mai visto Peter usarne nessuno, anche se, com'è naturale, in città non gli sarebbero date molte occasioni. Evidentemente era solito andare molto a caccia con i suoi amici di più antica data. Là sono appese anche le sue macchine fotografiche, con gli occhi di vetro ricoperti di custodie di cuoio. Sulla parte esterna dello sportello dell'armadio c'è uno specchio grande quanto lo sportello stesso e dentro l'armadio ci sono tutti i vestiti di Peter. Doveva avermi sentito mentre mi aggiravo. Chiamò da dentro il bagno: «Marian? Sei tu?» «Sono qui», gli risposi. «Salve.» «Salve. Versati da bere. E anche per me: gin and tonic, d'accordo? Sarò fuori fra un momento.» Sapevo dove era tutto. Peter ha un piano della credenza ben fornito di liquori, e non dimentica mai di riempire i contenitori dei cubetti di ghiaccio. Andai in cucina, e radunai con cura le bevande, ricordandomi di non tralasciare il pezzetto di scorza di limone che a Peter piace. Impiego più tempo del normale per preparare da bere: devo prendere le misure. Sentii la doccia fermarsi e un rumore di piedi e quando mi voltai Peter si ergeva nel vano della porta della cucina, tutto giocciolante, con indosso un raffinato asciugamano blu scuro. «Salve», dissi. «Il tuo bicchiere è sul banco.» Si fece avanti silenziosamente, mi prese il bicchiere di mano, inghiottì
un terzo del contenuto e lo posò sul tavolo dietro di me. Poi mi cinse con tutte e due le braccia. «Mi stai bagnando tutta», dissi dolcemente. Gli misi la mia mano, fredda per aver tenuto il bicchiere gelato, sul fondo della schiena, ma non fece il minimo movimento. La sua carne era calda e elastica dopo la doccia. Mi baciò l'orecchio. «Vieni nel bagno», disse. Alzai gli occhi verso la tenda della doccia di Peter, uno sfondo di plastica argenteo ricoperto da cigni rosa dal collo ricurvo che vogavano in gruppi di tre fra foglie di ninfea albine; non corrispondeva assolutamente al gusto di Peter, l'aveva comprata in fretta e furia perché l'acqua continuava a scorrere sul pavimento quando faceva la doccia, non aveva avuto tempo di guardare accuratamente e questa era stata la meno vistosa. Mi chiedevo perché avesse insistito a farmi entrare assieme a lui nella vasca. Non mi era parsa una buona idea, preferisco molto di più il letto e sapevo che la vasca sarebbe stata troppo piccola e scomodamente dura e incavata, ma non avevo mosso obiezioni: sentivo di dover essere comprensiva a causa di Trigger. Tuttavia mi ero presa il tappeto da bagno che attutiva le ondulazioni. Mi ero aspettata di trovare Peter depresso, ma sebbene non fosse il Peter delle altre volte, certo non era depresso. Non riuscivo proprio a comprendere il perché della vasca da bagno. Ripensai agli altri due matrimoni sfortunati. Dopo il primo, l'avevamo fatto sulla pelle di pecora sul pavimento della sua stanza da letto, e dopo il secondo su una coperta ruvida in un campo che ci avevamo messo quattro ore di macchina per raggiungere, e dove mi sentivo a disagio al pensiero dei contadini e delle mucche. Supposi che questo facesse parte dello stesso schema, quale che fosse. Forse un tentativo di affermare la giovinezza e la spontaneità, una rivolta contro il destino vieto di calze nel lavandino e di grasso di pancetta rappreso nella padella evocatogli dai matrimoni degli amici. La lontananza di Peter in queste occasioni mi dava la sensazione che gli piacesse far così perché aveva letto qualcosa sull'argomento, ma non riuscii mai a individuare la fonte. Il campo era, così immaginai, una storia di caccia ripresa da riviste sulla campagna; ricordavo che aveva indossato una giacca a scacchi. La pelle di pecora la feci risalire ad una delle riviste illustrate per uomini, del tipo di quelle con la lussuria negli attici. Ma la vasca da bagno? Forse uno dei gialli che leggeva come, così la chiamava, «lettura di evasione»; ma non ci sarebbe stato piuttosto qualcuno annegato nella vasca? Una donna.
Questo avrebbe fornito loro un bocconcino prelibato con cui illustrare la copertina: una donna completamente nuda ricoperta da un sottile velo d'acqua e magari un pezzo di sapone o un anatroccolo di gomma o una macchia di sangue per farle passare il visto della censura, galleggiante con i capelli sparsi sull'acqua, la fredda purezza della vasca attorno al corpo, casto come il ghiaccio solo perché morto, gli occhi spalancati fissi su quelli del lettore. La vasca come bara. Ebbi una visione fugace: cosa sarebbe successo se tutti e due ci fossimo addormentati e il rubinetto si fosse aperto accidentalmente, con l'acqua tiepida in modo che non ce ne accorgessimo, e l'acqua fosse salita lentamente, uccidendoci? Sarebbe stata una bella sorpresa per il suo conoscente quando sarebbe venuto a mostrare l'appartamento al prossimo gruppo di affittuari: acqua su tutto il pavimento e due corpi nudi allacciati in un ultimo abbraccio. «Suicidio», avrebbero detto tutti. «Morti per amore.» E nelle notti d'estate si sarebbero visti i nostri fantasmi scivolare lungo le entrate negli Appartamenti Brentview, Scapoli, Con Doppie Stanze Da Letto di Lusso, ricoperti soltanto da asciugamani da bagno... Spostai la testa, stanca dei cigni, e guardai invece l'ugello argenteo ricurvo della doccia. Sentivo l'odore dei capelli di Peter, un odore pulito di sapone. Odorava sempre di sapone, non solo quando aveva fatto la doccia da poco. Era un odore che associavo alle poltrone e ai medicamenti dei gabinetti dentistici, ma su di lui lo trovavo piacevole. Non si dava mai quelle lozioni dopobarba dal nauseante odore dolciastro o gli altri sostituti maschili del profumo. Vedevo il suo braccio appoggiato attraverso il mio corpo, coi peli disposti in fila. Il braccio era come il bagno: pulito, bianco e nuovo, la pelle insolitamente liscia per un uomo. Non gli potevo vedere la faccia, che era appoggiata contro la mia spalla, ma cercai di visualizzarla. Era, come aveva detto Clara, «di bell'aspetto»; questo era forse ciò che da principio mi aveva attratto in lui. La gente lo notava, non perché avesse dei lineamenti duri o particolari, ma perché era la normalità elevata a perfezione, come le facce giovanili ben curate della pubblicità delle sigarette. Ma talvolta sentivo il bisogno di una verruca o di un neo rassicuranti, o uno squarcio di rudezza, qualcosa su cui il tatto si potesse fissare invece di scivolarci sopra. Ci eravamo incontrati a un ricevimento all'aperto dopo la mia laurea; era l'amico di un mio amico, e avevamo mangiato assieme il gelato all'ombra. Si era comportato in modo del tutto convenzionale e mi aveva chiesto qua-
li erano i miei piani per il futuro. Avevo parlato di una carriera, facendo sembrare la cosa molto meno vaga di come me la figuravo, e in seguito mi disse che era stata la mia aureola di indipendenza e il mio buon senso che gli erano piaciuti: vide in me il genere di ragazza che non avrebbe tentato di assumere il controllo della sua vita. Aveva avuto da poco un'esperienza spiacevole con quella che chiamò «quell'altro genere». Questo era stato il presupposto su cui ci eravamo basati, e mi era andato a genio. Ci eravamo presi a vicenda basandoci sul nostro aspetto esteriore, il che significava che eravamo andati molto d'accordo. Naturalmente avevo dovuto adattarmi ai suoi umori, ma questo succede con ogni uomo, e i suoi erano troppo ovvi per causare molte difficoltà. Durante l'estate era divenuto una piacevole abitudine, e siccome ci eravamo visti solo per i weekend questa patina non aveva avuto la possibilità di consumarsi. Tuttavia la prima volta che ero andata nel suo appartamento per poco non era stata l'ultima. Mi aveva lavorata con musica a alta fedeltà e brandy, pensando di essere astuto e dolce, e io mi ero lasciata trasportare nella stanza da letto. Avevamo posato le nostre coppe di brandy sulla scrivania, quando Peter, facendo delle acrobazie, aveva rovesciato sul pavimento uno dei bicchieri che si era infranto. «Oh, lascia perdere quell'accidente», dissi, forse poco diplomaticamente; ma Peter aveva acceso la luce, era andato a prendere scopa e pattumiera e aveva spazzato via tutti i frammenti di vetro, raccogliendo quelli più grossi con la cura e l'attenzione di un piccione che afferra col becco delle briciole. L'atmosfera era stata rovinata. Subito dopo ci eravamo dati la buonanotte, piuttosto bruscamente, e lui non si era fatto vivo per più di una settimana. Naturalmente ora le cose andavano molto meglio. Peter si stirò e sbadigliò accanto a me, schiacciandomi il braccio contro la porcellana. Mi ritrassi e lo tolsi delicatamente da sotto di lui. «Come è andata?» mi chiese con indifferenza, la bocca contro la mia spalla. Me lo chiedeva sempre. «Stupendamente», mormorai; perché non lo capiva? Un giorno o l'altro gli avrei detto: «Pessimamente», soltanto per vedere cosa avrebbe fatto; ma sapevo fin d'ora che non mi avrebbe creduta. Allungai un braccio in alto e gli accarezzai i capelli umidi, grattandogli la nuca; una cosa che gli piaceva, con moderazione. Forse la vasca da bagno secondo le sue intenzioni doveva essere un'espressione della sua personalità. Cercai di pensare in che modo spiegare la cosa. Ascetismo? Una versione moderna delle camicie di peli di cavallo o
dello star seduti sui chiodi? Mortificazione della carne? Ma certamente non c'era nulla in Peter che suggerisse questo; gli piacevano le sue comodità, e inoltre non era la sua carne a venire mortificata: lui era stato di sopra. O forse si era trattato di un gesto sconsiderato da giovanotto, come saltare nella piscina con i vestiti addosso, o mettersi della roba in testa ai ricevimenti. Ma neppure quest'immagine si attagliava a Peter. Ero contenta che del suo gruppo di vecchi amici non ce ne fosse rimasto più nessuno che dovesse sposarsi: la prossima volta avrebbe potuto tentare di infilarci in un armadio o di assumere una posizione esotica nell'acquaio della cucina. O forse - e il pensiero era raggelante - la cosa aveva dovuto essere un'espressione della mia personalità. Un nuovo corridoio di possibilità mi si apriva davanti: mi considerava davvero come un accessorio da gabinetto? Che genere di ragazza pensava che fossi? Si intrecciava le dita fra i miei capelli dietro la nuca. «Scommetto che faresti un figurone con un kimono», sussurrò. Mi morsicò la spalla, e in questo riconobbi un sintomo di allegria irresponsabile: Peter di solito non morde. Gli morsicai la spalla a mia volta, poi, assicuratami che la leva della doccia era ancora abbassata, allungai il piede destro - ho dei piedi agili - e girai il rubinetto dell'acqua fredda. 8 Per le otto e mezzo ci stavamo recando al nostro incontro con Len. L'umore di Peter, quale che fosse stato prima, si era trasformato in un altro che non avevo ancora interpretato, così non tentai di parlargli mentre guidava. Teneva gli occhi sulla strada, abbordando le curve con troppa rapidità e imprecando sottovoce contro gli altri automobilisti. Non si era allacciato la cintura di sicurezza. Di primo acchito non era rimasto contento quando gli avevo parlato dell'appuntamento preso con Len, anche quando dissi: «Sono sicura che lo troverai simpatico». «Chi è?» aveva chiesto con aria sospettosa. Se non si fosse trattato di Peter avrei potuto pensare che fosse geloso. Peter non è il tipo che nutra gelosie. «È un vecchio amico», dissi, «di università. È appena ritornato dall'Inghilterra. Penso che faccia il direttore televisivo o qualcosa del genere.»
Sapevo che Len non era arrivato tanto in alto, ma Peter è impressionato dalla professione della gente. Dato che secondo le mie intenzioni Len avrebbe dovuto servire a distrarre Peter, volevo che quella sera riuscisse piacevole. «Oh», disse Peter, «uno di quei tipi dilettanti. Magari un finocchio.» Eravamo seduti al tavolo della cucina, a mangiare piselli surgelati e carne affumicata, il genere di roba che si fa bollire per tre minuti nel pacchetto di plastica. Peter aveva deciso che non saremmo andati a cena fuori. «Oh no», dissi, desiderosa di difendere Len, «proprio l'opposto.» Peter spinse lontano da sé il piatto. «Perché non cucini mai niente?» disse in tono petulante. Ero offesa: consideravo l'osservazione ingiusta. Mi piace cucinare, ma a casa di Peter mi ero deliberatamente astenuta per timore che si sentisse minacciato. E poi, la carne affumicata gli era sempre piaciuta prima e era un alimento nutritivo al massimo. Stavo per fare un commento aspro, ma mi frenai. Dopo tutto, Peter stava soffrendo. Invece gli chiesi: «Come è andato il matrimonio?» Peter gemette, si appoggiò alla spalliera della sedia, si accese una sigaretta e guardò con aria inscrutabile il muro di fronte. Poi si alzò e si versò un altro gin and tonic. Cercò di passeggiare su e giù per la cucina, ma era troppo stretta, perciò si sedette di nuovo. «Dio», disse, «povero Trigger. Aveva un aspetto terribile. Come ha potuto farsi mettere nel sacco così?» Proseguì con un monologo slegato in cui Trigger fu fatto passare per l'ultimo dei mohicani, nobile e libero, l'ultimo dinosauro, distrutto dal destino e da una razza inferiore, e l'ultimo dei passatisti, troppo stupido per tagliare la corda. Poi attaccò la sposa, accusandola di essere predatrice e maligna e di risucchiare il povero Trigger nel vuoto del mondo domestico (facendomela immaginare come un aspirapolvere) e finalmente in panna con svariate predizioni lugubri sul suo futuro di uomo solo. Con solo intendeva dire senza altri scapoli. Inghiottii l'ultimo pisello surgelato. In precedenza questo discorso, o qualcosa di simile, l'avevo già sentito due volte, e sapevo che non c'era nulla che io potessi dire. Se gli davo ragione questo avrebbe soltanto intensificato la sua depressione, e se dissentivo gli sarebbe venuto il sospetto che parteggiassi per la sposa. La prima volta ero stata allegra e sentenziosa e avevo tentato di consolarlo. «Be', ora è fatta», avevo detto, «e può darsi che alla fine si risolva per il meglio. Dopo tutto, non lo sta portando via dalla culla. Non ha ventisei anni?»
«Io ho ventisei anni», aveva detto Peter scontroso. Così questa volta non dissi niente, osservando fra me e me che era una bella cosa che Peter avesse terminato questo discorso all'inizio della serata. Mi alzai e gli versai un po' di gelato, cosa che prese come un gesto di comprensione, cingendomi col braccio la vita e dandomi una stretta malinconica. «Dio, Marian», disse, «non so cosa farei se tu non mi capissi. La maggior parte delle donne non capirebbe, ma tu sei così ragionevole.» Mi appoggiai a lui, accarezzandogli i capelli mentre mangiava il gelato. Lasciammo l'auto in uno dei soliti posti, in una strada laterale dietro il Park Plaza. Quando cominciammo a camminare presi a braccetto Peter e lui mi sorrise con aria distratta. Gli ricambiai il sorriso - ero lieta che non digrignasse più i denti dal malumore come quando guidava - ed egli prese l'altra mano e la posò sopra la mia. Stavo per prendere a mia volta l'altra mano e posarla sopra la sua, ma pensai che se l'avessi fatto allora la mia sarebbe stata in cima e lui avrebbe dovuto ritirare il suo braccio da sotto per poter aver un'altra mano da mettere in cima al mucchio, come in quei giochi che si fanno a scuola durante l'intervallo. Invece gli strinsi il braccio con affetto. Raggiungemmo il Park Plaza e Peter mi aprì la porta di vetro come fa sempre. Peter bada molto a cose del genere; apre anche le portiere delle macchine. A volte mi aspetto che batta i tacchi. Mentre aspettavamo l'ascensore osservai la nostra doppia immagine nello specchio alto dal pavimento al soffitto accanto alle porte degli ascensori. Peter indossava uno dei suoi vestiti più sobri, un completo estivo verde marrone, il cui taglio sottolineava la magrezza funzionale del suo corpo. Tutti gli accessori erano in tono. «Mi chiedo se Len è già su», gli dissi, tenendomi d'occhio e parlandogli allo specchio. Pensavo di avere proprio l'altezza giusta per lui. L'ascensore arrivò e Peter disse: «Sul tetto, per favore» alla ragazza in guanti bianchi dell'ascensore, e cominciammo a salire in modo scorrevole. Il Park Plaza è in realtà un albergo, ma in cima hanno un bar, uno dei luoghi preferiti da Peter per bere qualcosa in santa pace e questa era la ragione per cui l'avevo suggerito a Len. Stare così in alto dà un senso della verticalità raro in città. Il salone stesso è ben illuminato, non scuro come una fogna come molti altri ed è pulito. Nessuno sembra che vi si ubriachi mai in modo offensivo, e ci si può sentire discorrere: non c'è nessun complesso o cantante. Le sedie sono comode, le decorazioni ricordano il diciottesimo
secolo e tutti i baristi conoscono Peter. Ainsley mi disse una volta che era stata lì quando uno aveva tentato di suicidarsi saltando giù dal muro del giardino di fuori, ma può darsi che si trattasse di una storia inventata da lei. Entrammo; non c'era molta gente, quindi individuai subito Len il quale sedeva ad uno dei tavoli dal piano nero. Andammo verso di lui e gli presentai Peter; si diedero la mano, Peter bruscamente, Len con affabilità. Il cameriere apparve prontamente al nostro tavolo e Peter ordinò altri due gin and tonic. «Marian, che bello vederti!» disse Len, sporgendosi oltre l'angolo del tavolo per baciarmi la guancia; un'abitudine, riflettei, che doveva aver preso in Inghilterra, dato che prima non lo faceva mai. Era cresciuto un po' di peso. «E in Inghilterra come si stava?» gli chiesi. Volevo che parlasse e intrattenesse Peter, che aveva un aspetto scontroso. «Bene, immagino; affollata, però. Ogni volta che ti giri vai a sbattere contro qualcuno di qui. Sta diventando così affollata di quei maledetti turisti che tanto varrebbe non andarci per niente. Però, mi è dispiaciuto», disse, voltandosi verso Peter, «dover partire; avevo un buon lavoro e anche qualche altra cosa che mi andava bene. Ma bisogna stare attenti a queste donne quando cominciano a starti dietro. Ti danno sempre la caccia perché le sposi. Uno deve darci dentro e squagliarsela. Fargliela prima che siano loro a farla a te e poi andarsene.» Sorrise, mostrando i suoi denti bianchi lucidi. Peter si illuminò visibilmente. «Marian mi dice che lavora alla televisione», disse. «Sì», disse Len, esaminandosi le unghie squadrate delle mani sproporzionatamente grandi. «Al momento non faccio niente ma qui dovrei riuscire a trovare qualcosa. Hanno bisogno di gente con la mia esperienza. Notiziari. Mi piacerebbe vedere una bella telecronaca in questo paese, voglio dire veramente buona, anche se dio solo sa attraverso quante trafile burocratiche bisogna passare per riuscire a combinare qualcosa da queste parti.» Peter si rilassò; chiunque interessato in telecronache, stava probabilmente pensando, non poteva essere un finocchio. Sentii una mano toccarmi la spalla e mi girai a guardare. Una ragazza che non avevo mai visto prima era lì in piedi. Aprii la bocca per chiederle cosa voleva, quando Peter disse: «Oh, è Ainsley. Non mi avevi detto che sarebbe venuta». Guardai di nuovo: era Ainsley.
«Dio, Marian», disse lei quasi in un sussurro senza voce, «non mi avevi detto che questo era un bar. Spero proprio che non mi chiedano il certificato di nascita.» Len e Peter si erano alzati. Presentai Ainsley a Len, molto controvoglia, e lei prese posto nella quarta sedia. La faccia di Peter aveva un'espressione sconcertata. Aveva conosciuto Ainsley in precedenza e non gli era piaciuta, sospettandola di sostenere quelle che lui chiamava «insipide opinioni radicali» siccome lei gli aveva largito un discorso teorico sulla liberazione dell'Id. Politicamente Peter è un conservatore. Essa lo aveva anche offeso definendo «convenzionale» una delle sue opinioni e lui si era vendicato definendo «incivile» una delle sue. Ora come ora, pensai, egli capiva che lei aveva qualcosa per la testa ma non si sentiva di romperle le uova nel paniere finché non avesse saputo di cosa si trattava. Voleva delle prove. Comparve il cameriere e Len chiese ad Ainsley cosa voleva prendere. Essa esitò, poi disse timidamente: «Oh, potrei giusto avere una... giusto un bicchiere di gingerale?» Len la guardò raggiante. «Sapevo che avevi una nuova compagna di camera, Marian», disse, «ma non mi avevi detto che era così giovane!» «La tengo per così dire d'occhio», dissi acida, «per papà e mamma rimasti a casa.» Ero furibonda con Ainsley. Mi aveva messo in una posizione molto imbarazzante. Avrei potuto mandare all'aria tutto rivelando che era stata all'università e che aveva molti mesi più di me, oppure avrei potuto tacere e partecipare a quello che si riduceva a un raggiro. Sapevo benissimo perché era venuta: Len era un candidato potenziale, e lei aveva scelto di esaminarlo così perché aveva avvertito che avrebbe incontrato delle difficoltà a indurmi a presentarli in un altro modo. Il cameriere tornò col suo gingerale. Ero stupita perché non le aveva chiesto il certificato di nascita, ma riflettendoci sopra conclusi che qualsiasi cameriere esperto avrebbe dato per scontato che nessuna ragazza dall'aspetto così giovane avrebbe avuto il coraggio di entrare in un bar vestita a quel modo e ordinare del gingerale a meno che non avesse in realtà superato l'età legale. Sono le adolescenti vestite troppo vistosamente che loro sospettano, e Ainsley non era vestita troppo vistosamente. Aveva tirato fuori da chissà dove un abito estivo di cotone che non avevo mai visto prima, una stoffa di percalle a quadri rosa e blu pallido su bianco con una gala attorno al collo. I capelli erano legati dietro la testa con un nastro rosa e a un
polso portava un tintinnante braccialetto portafortuna d'argento. Il trucco era solo accennato, gli occhi erano ombrati con cura ma non vistosamente per renderli doppiamente grandi, rotondi e blu, e aveva sacrificato le sue lunghe unghie ovali, mordendosele quasi fino alla carne così che avevano un aspetto dentellato da scolaretta. Capivo che era decisa. Len le parlava, ponendole delle domande, cercando di farla sbottonare. Lei sorseggiava il suo gingerale, dando risposte brevi e timide. Evidentemente aveva paura di dire troppo, consapevole che Peter era una minaccia per lei. Quando Len le chiese cosa faceva, però, poté dargli una risposta sincera: «Lavoro in una società di spazzolini da denti elettrici», disse, e arrossì di un rosa caldo e dall'aspetto genuino. Per poco non soffocai. «Scusatemi», dissi, «vado soltanto in giardino per prendere una boccata d'aria.» In realtà volevo decidere cosa avrei dovuto fare - certamente era immorale da parte mia lasciare che Len venisse ingannato - ed Ainsley dovette avvertire questo perché, mentre mi alzavo, mi lanciò una rapida occhiata di avvertimento. Fuori, appoggiai il braccio contro la sommità del muro, che mi arrivava quasi alla clavicola, e guardai fuori verso la città. Una linea mobile di luci correva diritta di fronte a me, fino a colpire, a rompersi contro e a scorrere attorno a una macchia di oscurità, il parco; e un'altra linea scorreva ad angolo retto con la precedente scomparendo in lontananza da entrambi i lati. Cosa potevo fare? Erano affari miei? Sapevo che se mi intromettevo avrei infranto un codice tacito, e che Ainsley si sarebbe certamente vendicata con me in qualche modo per mezzo di Peter. Era brava in questo genere di cose. Lontano, all'orizzonte verso est, vidi il bagliore di un lampo. Ci sarebbe stato un temporale. «Bene», dissi a alta voce, «pulirà l'aria.» Se non avevo intenzione di prendere misure deliberate, avrei dovuto essere sicura del mio autocontrollo in modo da non lasciarmi sfuggire qualcosa per sbaglio. Attraversai la terrazza un paio di volte finché mi sentii pronta a ritornare dentro, notando con un po' di sorpresa che stavo lievemente barcollando. Il cameriere doveva essere passato ancora: al mio posto c'era un altro gin and tonic. Peter era immerso nella conversazione con Len e quasi non dette segno di aver visto che ero tornata. Ainsley sedeva muta, con gli occhi bassi, facendo girare il cubetto di ghiaccio nel bicchiere di gingerale Studiai la sua ultima versione, pensando che era simile a una di quelle grandi bambole grassocce che vendono nei negozi a Natale, con la pelle lavabile liscia come la gomma, gli occhi vitrei e i capelli artificiali sgargianti. Rosa
e bianca. Mi sintonizzai sulla voce di Peter; pareva che venisse da una gran lontananza. Stava raccontando a Len una storia che sembrava di caccia. Sapevo che Peter era solito andare a caccia, soprattutto col suo gruppo di vecchi amici, ma non me ne aveva mai parlato molto. Una volta aveva detto che non ammazzavano mai altro che corvi, marmotte e altri piccoli parassiti, «Così scaricai il fucile e bang. Un colpo, proprio attraverso il cuore. Il resto scappò. Lo tirai su e Trigger disse: 'Sai come sbudellarlo, basta tagliargli la pancia e dargli una bella scrollata e tutte le budella escono'. Così tiro fuori il mio coltello, una buona lama, acciaio tedesco, gli taglio la pancia, lo prendo per le gambe posteriori e gli do uno strattone da far paura, come una frustata, capisci, e quello che ricordo dopo è che c'erano sangue e budella dappertutto. Tutto addosso a me, che casino, budella di coniglio che penzolavano dagli alberi, dio, gli alberi erano rossi per metri...» Si fermò per ridere. Len scoperse i denti. La voce di Peter era cambiata; era una voce che non riconoscevo. L'insegna che diceva ASTINENZA DALL'ALCOOL mi balenò in mente: non potevo lasciare che il mio modo di percepire Peter fosse distorto dagli effetti dell'alcool, mi ammonii. «Dio che cosa curiosa. Fortuna che Trigger e io avevamo dietro le vecchie macchine fotografiche, prendemmo qualche bella istantanea di tutto quel casino. Volevo chiederti, nel tuo lavoro devi saperne abbastanza di macchine fotografiche...» e si imbarcarono in una discussione sugli obiettivi giapponesi. La voce di Peter sembrava diventare più alta e spedita: il flusso di parole era impossibile da seguire e la mia mente si ritrasse, concentrandosi invece sulla scena nella foresta. La vedevo come se fosse una diapositiva, proiettata su uno schermo in una camera buia, dai colori luminosi, verde, marrone, blu per il cielo, rosso. Peter si ergeva di spalle a me con una camicia a scacchi, il fucile buttato sulle spalle. Degli amici, quegli amici che io non avevo mai incontrato, erano raccolti in gruppo attorno a lui, i loro volti chiaramente visibili sotto la luce del sole che cadeva irraggiandosi fra gli alberi anonimi, sporchi di sangue, le bocche storte dal ridere. Non vedevo il coniglio. Mi protesi in avanti, con le braccia sul piano nero del tavolino. Volevo che Peter si voltasse e parlasse con me, volevo udire la sua voce normale, ma lui niente; studiai i riflessi degli altri tre mentre erano distesi e si muovevano sotto la superficie nera lucida come in una pozza d'acqua; erano tutto mento e niente occhi, tranne gli occhi di Ainsley, che si posavano do-
cilmente sul suo bicchiere. Dopo un po' mi accorsi con una lieve curiosità che una grossa goccia di qualcosa di umido si era concretata sul tavolo vicino alla mia mano. Ci ficcai dentro un dito e la sparsi un po' intorno prima di rendermi conto con orrore che si trattava di una lacrima. Allora dovevo piangere! Qualcosa dentro di me cominciò a dimenarsi in tremanti labirinti di panico, come se avessi inghiottito un rospo. Stavo per crollare e fare una scenata, e non potevo. Scivolai via dalla sedia, cercando di farmi notare il meno possibile, attraversai la sala evitando con gran cura gli altri tavoli e andai nella toilette delle donne. Dopo aver controllato per assicurarmi che non ci fosse nessuno - non potevo avere dei testimoni - mi chiusi in uno degli stanzini color rosa velluto e piansi per diversi minuti. Non riuscivo a capire cosa stava succedendo, perché facevo così; non avevo mai fatto nulla di simile prima e mi sembrava assurdo. «Controllati», sussurrai. «Non renderti ridicola.» Il rotolo di carta igienica si piegava lì dentro con me, impotente e bianco e patinoso, aspettando passivamente la fine. Ne strappai un po' e mi soffiai il naso. Comparvero delle scarpe. Le osservai attentamente da sotto la porta della mia cella. Erano, conclusi, le scarpe di Ainsley. «Marian!» gridò. «Stai bene?» «Sì», dissi. Mi asciugai gli occhi e uscii. «Be'», dissi, cercando di avere un tono controllato, «stai prendendo bene la mira?» «Vedremo», disse freddamente. «Prima devo saperne di più su di lui. Naturalmente tu non dirai niente.» «Penso di no», dissi, «anche se non mi sembra morale. È come prendere gli uccelli col vischio o arpionare il pesce con la lampada o qualcosa di simile.» «Non ho intenzione di fargli niente», essa protestò. «Non farà male.» Si tolse il nastro rosa e si pettinò. «Ma cosa c'è che non va? Ti ho visto cominciare a piangere al tavolo.» «Niente», dissi. «Sai che non posso bere molto. Probabilmente è l'umidità.» Ormai ero riuscita a dominarmi completamente. Tornammo alle nostre sedie. Peter parlava a tutta velocità con Len sui metodi diversi di farsi un autoritratto: con l'immagine riflessa nello specchio, con l'autoscatto che permette di premere l'otturatore e poi correre a mettersi in posa, e lunghi dispositivi di scatto col grilletto e dispositivi di scatto ad aria con lampade. Len forniva delle informazioni sul modo cor-
retto di mettere a fuoco l'immagine, ma vari minuti dopo che mi ero seduta mi lanciò una strana occhiata rapida, come se fosse deluso di me. Poi tornò alla conversazione. Cosa aveva voluto dire? Guardai prima l'uno poi l'altro. Peter mi sorrise a metà di una delle sue frasi, con tenerezza ma di lontano, e poi credetti di capire. Mi stava trattando come un puntello per il suo spettacolo; muta ma solida, un profilo a due dimensioni. Non mi stava ignorando, come forse mi era parso (era quella la ragione della fuga ridicola?): contava su di me! E Len mi aveva guardato a quel modo perché pensava che mi autoeliminassi di proposito, e che se era così, il rapporto era più serio di quello che avevo detto. Len non augurava mai il matrimonio a nessuno, soprattutto a nessuno per cui nutrisse simpatia. Ma non conosceva la situazione; l'aveva fraintesa. Improvvisamente il panico mi sopraffece di nuovo. Afferrai il bordo del tavolino. L'elegante sala quadrata con le sue tende agganciate, la moquette silenziosa e i lampadari di cristallo, nascondeva qualcosa: l'aria piena di mormorii era densa di una sommessa minaccia. «Tieni duro», mi dissi. «Non muoverti.» Volsi gli occhi alle porte e alla finestre, calcolando le distanze. Dovevo uscire. Le luci si spensero e si riaccesero e uno dei camerieri gridò: «Si chiude, signori». Ci fu un rumore di sedie spinte indietro. Scendemmo con l'ascensore. Len disse mentre uscivamo: «La sera è appena cominciata, perché non venite tutti da me a prendere un altro bicchiere? Puoi dare un'occhiata al mio teleconvertitore», e Peter disse: «Magnifico. Mi fa piacere». Uscimmo per le portiere di vetro. Presi Peter a braccetto e ci mettemmo a camminare davanti. Ainsley aveva tagliato Len fuori dalla mandria e gli stava permettendo di tenerla indietro. Per strada l'aria era più fresca; c'era una leggera brezza. Lasciai andare il braccio di Peter e cominciai a correre. 9 Stavo correndo lungo il marciapiede. Dopo il primo minuto rimasi sorpresa a scoprire che i piedi mi si muovevano, e mi chiesi come avevano cominciato, ma non mi fermai. Gli altri furono così stupiti che per un momento non fecero assolutamente nulla. Poi Peter strillò: «Marian! Dove diavolo credi di andare?»
Sentivo che la sua voce era furibonda: questo era il peccato imperdonabile perché era in pubblico. Non risposi, ma voltai indietro la testa mentre correvo. Peter e Len avevano cominciato a corrermi dietro. Poi entrambi si fermarono e sentii Peter gridare: «Vado a prendere la macchina e le taglio la strada, tu cerca di tenerla lontano dalla strada principale», poi fece dietrofront e scattò via nell'altra direzione. Questo mi turbò: dovevo aver sperato che fosse Peter a inseguirmi, invece era Len a arrancarmi faticosamente dietro. Mi voltai a guardare davanti proprio in tempo per evitare di scontrarmi con un vecchio che usciva con passo strascicato da un ristorante, poi voltai di nuovo la testa indietro. Ainsley aveva esitato non sapendo chi seguire, ma ora si stava lanciando in direzione di Peter. La vidi voltare traballando l'angolo in uno svolazzare di rosa e di bianco. Ero già senza fiato, ma avevo un buon vantaggio su di loro. Potevo permettermi di rallentare. Ogni colonna di lampione superata diventava una pietra miliare lungo la mia corsa: sembrava un'impresa e un qualche risultato lasciarmeli dietro uno dopo l'altro. Dato che era l'ora di chiusura dei bar, c'erano non poche persone per strada. Passando sogghignavo loro e feci segno a qualcuno, quasi ridendo della sorpresa dipinta sui loro volti. Ero esilarata dalla velocità; era come un gioco di acchiappino. «Ehi! Marian! Fermati!» Len mi gridava di tanto in tanto. Poi la macchina di Peter svoltò l'angolo davanti a me, sulla strada principale. Doveva aver girato attorno all'isolato. Bene, pensai, deve arrivare fino all'altro vicolo, non riuscirà a raggiungermi. La macchina era sulla destra della strada e stava venendo verso di me; ma nella linea del traffico c'era un varco, ed essa balzò in avanti e compì una temeraria conversione a U. Ora era parallela a me e stava rallentando. Vedevo la faccia rotonda e inespressiva di Ainsley che mi scrutava dal finestrino posteriore come una luna. Tutt'a un tratto non fu più un gioco. Quella rude forma di carro armato era minacciosa. Era minaccioso che Peter non mi avesse inseguita a piedi ma si fosse rinchiuso nell'armatura della macchina; sebbene, naturalmente, fosse logico fare così. Fra un minuto la macchina si sarebbe fermata, la portiera si sarebbe spalancata... dove potevo andare? Ormai avevo superato i negozi e i ristoranti ed ero giunta ad una fila di grandi, vecchie case che sorgevano assai indietro rispetto alla strada, le quali per lo più, lo sapevo, non erano più abitate ma erano state trasformate in gabinetti dentistici e sartorie. C'era un cancello aperto di ferro battuto. Lo varcai d'un balzo e risalii di corsa il sentiero di ghiaia.
Doveva essere un circolo privato di qualche genere. Sulla porta principale della casa c'era un baldacchino e le finestre erano illuminate. Mentre esitavo, porgendo orecchio ai passi di Len che si avvicinavano di gran carriera lungo il marciapiede, la porta principale cominciò a aprirsi. Non potevo farmi prendere lì. Sapevo che era una proprietà privata. Saltai la siepe bassa che costeggiava il sentiero e percorsi diagonalmente il prato verso la parte in ombra. Mi immaginai Len che filava a più non posso su per il sentiero e si scontrava con le forze oltraggiate della società, che mi figurai come un gruppo di signore di mezza età in vestito da sera e per un attimo fui presa dal rimorso. Era mio amico. Ma si era schierato contro di me e avrebbe dovuto pagarne il fio. Nell'oscurità di fianco alla casa mi fermai a riflettere. Dietro di me c'era Len; da una parte c'era la casa e sugli altri due lati scorsi qualcosa di più solido dell'oscurità che mi sbarrava la strada. Era il muro di mattoni annesso al cancello di ferro sul davanti; sembrava che girasse tutto attorno alla casa. Avrei dovuto scavalcarlo. Mi spinsi attraverso una massa di arbusti spinosi. Il muro mi arrivava soltanto fino alle spalle. Mi tolsi le scarpe e le buttai di là, poi mi arrampicai, usando come appigli per le dita dei piedi i rami e la superficie inuguale di mattoni del muro. Qualcosa si strappò. Il sangue mi batteva nelle orecchie. Chiusi gli occhi, mi inginocchiai per un momento in cima al muro, ondeggiando in preda alle vertigini, e caddi all'indietro. Mi sentii prendere, posare per terra e scuotere. Era Peter, che mi si doveva essere avvicinato di soppiatto, aspettandomi lì, sulla strada laterale, sapendo che avrei scavalcato il muro. «Cosa diavolo ti è preso?» disse: la sua voce era severa. La faccia, alla luce dei lampioni, era in parte adirata, in parte allarmata. «Stai bene?» Mi appoggiai a lui e sollevai le mani per toccargli il collo. Il sollievo di essere stata fermata e trattenuta, di sentire di nuovo la voce normale di Peter e di sapere che egli era reale, fu così grande che cominciai a ridere a più non posso. «Sto bene», dissi, «naturale che sto bene. Non so cosa mi abbia preso.» «Mettiti le scarpe allora», disse Peter, porgendomele. Era irritato ma non avrebbe fatto storie. Len si sollevò sul muro e toccò terra con un tonfo sordo. Respirava affannosamente. «Presa? Bene. Andiamocene di qui prima che quella gente ci mandi dietro la polizia.»
L'auto era proprio lì. Peter mi aprì la portiera anteriore e io scivolai dentro; Len si sedette sul sedile posteriore con Ainsley. Tutto quello che mi disse fu: «Non credevo che fossi una di quelle isteriche». Ainsley non disse nulla. Ci allontanammo dal marciapiede e svoltammo l'angolo: Len dava le indicazioni. Avrei preferito andare a casa, ma per quella sera non volevo dare più seccature a Peter. Mi sedetti col busto eretto e intrecciai le mani in grembo. Parcheggiammo accanto al caseggiato dell'appartamento di Len, che, da quel che potei vedere di sera, era uno di quegli edifici sgangherati e cadenti di mattoni marrone, con scale antincendio all'esterno. Non c'era ascensore; soltanto scale cigolanti con corrimano di legno scuro. Salimmo educatamente a coppie. L'appartamento era piccolo: soltanto una stanza principale, con il bagno da un lato e la cucina dall'altro. Era alquanto in disordine, con valige sul pavimento e libri e vestiti sparsi qua e là: evidentemente Len non aveva ancora terminato di traslocare. Il letto era subito alla sinistra della porta, e si ripiegava come un divano; scalciai via le scarpe e mi adagiai su di esso. I muscoli si erano messi in pari con me e stavano cominciando a dolermi per la fatica. Len versò a tutti e tre abbondanti bicchieri di cognac, frugò in cucina e riuscì a trovare un po' di coca cola per Ainsley, e mise su un disco. Poi lui e Peter cominciarono a gingillarsi con un paio di macchine fotografiche, inserendovi vari obiettivi, scrutando attraverso di essi e scambiandosi informazioni sui tempi di esposizione. Mi sentii sgonfiata. Ero in preda al rimorso, ma non potevo sfogarmi. Se avessi potuto essere sola con Peter, sarebbe stato diverso, pensai: lui avrebbe potuto perdonarmi. Ainsley non mi era di nessun aiuto. Vidi che continuava a sostenere la parte della bambina che si fa vedere ma non sentire, come il comportamento più sicuro da seguire. Si era seduta su una sedia rotonda di vimini, come quella nel giardino di Clara, tranne che questa aveva un rivestimento imbottito di fustagno color giallo uovo. Avevo provato quei rivestimenti in precedenza. Sono trattenuti da elastici e tendono a scivolare dai margini della sedia se ci si dimena troppo e a arrotolarsi attorno a chi siede. Ainsley però sedeva completamente immobile, tenendo il bicchiere di coca cola in grembo e contemplando il proprio riflesso sulla superficie marrone dentro di esso. Non dimostrava né piacere né noia; la sua pazienza inerte era quella di una pianta carnivora in una palude con le sue foglie cave a forma di bulbo semicolme di acqua, in attesa che qualche insetto venga at-
tratto, annegato e digerito. Ero appoggiata al muro, e sorseggiavo il mio cognac, mentre i rumori delle voci e della musica si infrangevano su di me come ondate. Suppongo che la spinta del mio corpo avesse allontanato un po' il letto dal muro; comunque, senza darmi molto pensiero di alcunché voltai le spalle alla stanza e guardai giù. Cominciai a trovare qualcosa di assai affascinante nello spazio fresco e scuro fra il letto e il muro. Laggiù si sarebbe potuto stare tranquilli, pensai; e sarebbe stato meno umido. Posai il bicchiere sul tavolino del telefono accanto al letto e rivolsi uno sguardo rapido alla stanza. Erano tutti occupati: nessuno se ne sarebbe accorto. Un minuto dopo ero incastrata di fianco fra il letto e il muro, fuori della loro vista ma non del tutto comoda. Così non va, pensai; dovrò andare proprio sotto. Sarà come una tenda. Non mi passò per la testa di arrampicarmi di nuovo sul letto, allontanai il letto dal muro con il minimo rumore possibile, facendo leva col mio corpo, sollevai il margine orlato del copriletto, e mi lasciai sgusciare dentro come una lettera attraverso una buca della posta. Era una sistemazione stretta: le stecche erano insolitamente basse per un letto e ero obbligata a stare completamente stesa contro il pavimento. Risospinsi lentamente il letto contro il muro. Era davvero stretto. Inoltre il pavimento era fittamente cosparso di grossi ciuffi e batuffoli di polvere simili a mozziconi di pane ammuffito (pensai indignata: Che sudicione è Len! Non spazza sotto il letto, poi riflettei: non abitava lì da molto e poteva darsi che un po' di quella polvere fosse stata lasciata lì da chi ci aveva abitato prima). Ma la semioscurità color arancione, per il filtro del copriletto che mi ricopriva da tutti e quattro i lati, e il fresco e la solitudine erano piacevoli. La musica rauca, le risate «staccato» e le voci confuse mi giungevano attuti te dal materasso. Nonostante lo spazio ristretto e la polvere ero contenta di non dover sedere lassù sotto il caldo riverbero della luce abbagliante della stanza. Nonostante che fossi più in basso soltanto di due o tre piedi rispetto agli altri, consideravo la stanza come qualcosa di «lassù». Io ero sottoterra, mi ero scavata una tana tutta mia. Mi sentivo soddisfatta. Una voce maschile, di Peter credo, disse sonora: «Ehi, dov'è Marian?» e l'altra rispose: «Oh, probabilmente al cesso». Sorrisi fra me e me. Ero felice di essere l'unica persona che sapeva dov'ero veramente. Quella posizione, tuttavia, diventava sempre più uno sforzo. I muscoli del collo mi dolevano; volevo stirarmi; stavo per starnutire. Cominciai a
augurarmi che si sbrigassero a accorgersi che ero scomparsa, in modo che potessero cercarmi. Non ricordavo più quali fossero i buoni motivi che mi avevano spinto da principio a cacciarmi sotto il letto di Len. Era ridicolo: sarei stata tutta ricoperta di lanugine quando sarei uscita. Ma fatto quel passo non volevo più tirarmi indietro. Non sarebbe stato per nulla dignitoso strisciare fuori da sotto il copriletto, trascinandomi dietro la polvere, come un tonchio che esce da un barile di farina. Sarebbe equivalso a ammettere che avevo sbagliato. Lì ero, e lì sarei rimasta fino a quando non mi avrebbero fatta uscire a forza. Il mio risentimento nei riguardi di Peter perché mi lasciava schiacciata sotto il letto mentre lui si muoveva lassù all'aperto, all'aria aperta, parlottando di tempi di esposizione, mi fece cominciare a pensare agli ultimi quattro mesi. Per tutta l'estate ci eravamo mossi in una certa direzione, sebbene non avessi avuto l'impressione del movimento: ci eravamo illusi di credere di essere statici. Ainsley mi aveva messa in guardia dicendomi che Peter mi stava monopolizzando; non vedeva nessun motivo per cui io non dovessi, come diceva lei, «ramificare il mio giro d'affari». Tutto questo andava bene per lei, ma io non riuscivo a superare la sensazione soggettiva che più di uno per volta fosse non etico. Tuttavia questo fatto mi aveva lasciato in una sorta di vuoto. Peter e io avevamo evitato di parlare del futuro perché sapevamo che non importava: non eravamo veramente coinvolti. Ora, però, qualcosa dentro di me aveva concluso che eravamo coinvolti: senz'altro quella era la spiegazione del collasso nella toilette e della fuga. Stavo evadendo dalla realtà. Ora, in quel preciso istante, avrei dovuto affrontarla. Avrei dovuto decidere cosa volevo fare. Qualcuno si sedette pesantemente sul letto, schiacciandomi contro il pavimento. Diedi in uno stridio roco e polveroso. «Cosa diavolo!» esclamò chiunque fosse e si alzò. «Qualcuno è sotto il letto.» Li sentii confabulare a bassa voce, e poi Peter gridò, a voce molto più alta del necessario: «Marian, sei sotto il letto?» «Sì», risposi con voce neutra. Avevo deciso di non pronunciarmi sull'intera faccenda. «Be', faresti meglio a uscire ora», disse sollecito. «Penso che sia ora che andiamo a casa.» Mi stavano trattando come un bambino scontroso che si sia chiuso nell'armadio e che debba essere blandito. Ero divertita e indignata. Mi venne in mente di dire: «Non voglio», ma conclusi che per Peter sarebbe potuta
essere l'ultima goccia, e Len era capacissimo di dire: «Oh, che stia là sotto tutta la notte, Cristo, a me non importa. È l'unico modo di trattarle. Qualunque cosa la stia rodendo, questo le farà passare i bollori». Perciò dissi, invece: «Non posso, sono incastrata!» Cercai di muovermi: ero incastrata. Di sopra, fecero un altro conciliabolo. «Alziamo il letto», gridò Peter, «e allora tu vieni fuori, capito?» Li sentii darsi ordini a vicenda. Stava per diventare un'impresa di alta ingegneria. Ci fu uno stropiccio di scarpe mentre prendevano posizione e facevano leva. Poi Peter disse: «Issa!» e il letto si sollevò a mezz'aria e io me la squagliai all'indietro come un gambero quando gli è stata rivoltata la pietra. Peter mi sollevò in piedi. Il mio vestito era tutto coperto e impennacchiato di polvere. Entrambi cominciarono a spolverarmi ridendo. «Cosa diavolo stavi combinando là sotto?» chiese Peter. Dal modo in cui mi staccavano i fiocchi più grossi di polvere, lentamente e facendo uno sforzo per concentrarsi, capii che si erano scolati un bel po' di brandy mentre io ero sottoterra. «Si stava più tranquilli», dissi imbronciata. «Avresti dovuto dirmi che eri incastrata!» fece con galante magnanimità. «Allora ti avrei tirata fuori. Sei davvero un bello spettacolo.» Era superiore e divertito. «Oh», dissi, «non volevo interrompervi.» A questo punto mi ero resa conto di quale fosse il mio sentimento prevalente: era l'ira. La punta rovente di rabbia nella mia voce doveva aver penetrato la cuticola dell'euforia di Peter. Indietreggiò di un passo; parve misurarmi freddamente con gli occhi. Mi afferrò per la parte superiore del braccio come se arrestasse un pedone disattento e si rivolse a Len. «Penso davvero che ora sia meglio che filiamo», disse. «È stato un gran piacere. Spero che ci incontriamo di nuovo presto. Mi piacerebbe proprio sapere cosa ne pensi del mio cavalletto.» Dall'altra parte della stanza Ainsley si districò dal coprisedia di fustagno e si alzò. Liberai il braccio dalla mano di Peter. Dissi freddamente: «Non ci torno con te. Vado a casa a piedi» e schizzai fuori della porta. «Fa' il diavolo che vuoi», disse Peter; ma cominciò a venirmi dietro a grandi passi, abbandonando Ainsley al suo destino. Mentre mi precipitavo giù per le scale strette sentii Len che diceva: «Perché non beviamo qualcos'altro, Ainsley? Ci penserò io a portarti a casa sana e salva; è meglio lasciare che i due piccioncini se la sbroglino da soli» e Ainsley che protesta-
va allarmata: «Oh, non credo che dovrei...» Una volta fuori mi sentii notevolmente meglio. Ero fuggita; da cosa, o verso cosa, non lo sapevo. Sebbene non fossi del tutto certa del motivo per cui avevo agito così, per lo meno avevo agito. Una decisione di qualche genere era stata presa, era stato posto termine a qualcosa. Dopo quella violenza, quella palese dimostrazione, per me improvvisa e imbarazzante, non poteva esserci riconciliazione; sebbene ora che me ne stavo andando non avvertissi assolutamente nessuna irritazione nei riguardi di Peter. Mi passò per la testa, assurdamente, che era stato un rapporto così tranquillo: fino a quel giorno non avevamo mai litigato. Non c'era stato nulla per cui litigare. Mi guardai dietro: Peter non si vedeva da nessuna parte. Camminai per le strade deserte, davanti alle file di vecchie case d'appartamenti, in direzione della via principale più vicina per prendere un autobus. A quest'ora, però (che ore erano?), avrei dovuto aspettare un bel po'. Questo pensiero mi mise a disagio: adesso il vento soffiava più forte e più freddo, e i lampi sembravano avvicinarsi di minuto in minuto. In lontananza cominciava a tuonare. Indossavo soltanto un leggero abito estivo. Mi chiesi se avessi abbastanza soldi per prendere un tassi, mi fermai per contarli e mi resi conto di non averne. Camminavo verso nord da circa dieci minuti, davanti ai negozi chiusi freddamente illuminati, quando vidi l'auto di Peter fermarsi accanto al marciapiede cento metri davanti a me. Egli uscì e rimase sul marciapiede deserto, in attesa. Continuai a camminare regolarmente, senza rallentare il passo né cambiare direzione. Certamente non c'era più alcuna ragione per correre. Non ero più coinvolta. Quando fui alla sua altezza mi sbarrò il passo. «Saresti così gentile», disse con una cortesia corazzata, «da lasciare che ti porti a casa? Non vorrei vederti inzuppata fino alle ossa.» Mentre parlava, le prime pesanti gocce stavano già cominciando a cadere. Esitai. Perché faceva questo? Poteva essere soltanto per lo stesso motivo formale che lo spingeva a aprire le portiere delle macchine - quasi un riflesso automatico - nel qual caso avrei potuto accettare il favore in modo altrettanto formale, senza alcun pericolo; ma cosa avrebbe in realtà comportato se fossi salita sulla macchina? Lo studiai: aveva chiaramente bevuto troppo, sebbene fosse altrettanto chiaro che era quasi perfettamente padrone di sé. Aveva gli occhi un po' velati, era vero, ma teneva il corpo rigidamente diritto. «Be'», dissi dubbiosa, «a dire la verità preferirei camminare. Però grazie
lo stesso.» «Oh, andiamo, Marian, non fare la bambina», disse brusco, e mi prese per il braccio. Mi lasciai condurre all'auto e sistemare sul sedile anteriore. Ero riluttante, credo; ma non avevo alcun desiderio particolare di bagnarmi. Salì, sbatté la sua portiera e mise in moto. «Ora mi dirai il perché di tutte quelle stupidaggini», disse adirato. Svoltammo e la pioggia batté, scagliata contro il parabrezza da aspre folate di vento. Da un momento all'altro avremmo avuto, come era solita dire una delle mie prozie, un ciclone e un temporale. «Non ti avevo chiesto di portarmi a casa», dissi nicchiando. Ero convinta che non fossero state stupidaggini, ma ero anche acutamente consapevole che sarebbero sembrate stupidaggini a un qualsiasi osservatore esterno. Non volevo discuterne; in quella direzione potevamo trovare soltanto un vicolo cieco. Mi sedetti eretta sul sedile anteriore, guardando da un finestrino fuori del quale si poteva vedere poco o niente. «Perché diavolo hai dovuto rovinare una serata perfettamente riuscita non lo saprò mai», disse, ignorando la mia osservazione. Ci fu lo schianto di un tuono. «Non mi sembra di avertela rovinata molto», dissi. «Tu te la stavi spassando abbastanza.» «Ah, dunque è così. Non ti divertivamo abbastanza. La nostra conversazione ti annoiava, non ti degnavamo abbastanza della nostra attenzione. Bene, la prossima volta ne sapremo quanto basta per evitarti il disturbo di venire con noi.» Questo mi sembrò davvero ingiusto. Dopo tutto, Len era mio amico. «Len è mio amico, lo sai», dissi. La voce cominciava a diventarmi tremula. «Non capisco perché non dovrei voler parlare un po' con lui anch'io dato che è appena tornato dall'Inghilterra.» Proprio nel dirlo mi resi conto che Len non c'entrava assolutamente. «Ainsley si è comportata educatamente, perché tu no? Il tuo guaio è», disse in tono selvaggio, «che semplicemente rifiuti la tua femminilità.» La sua approvazione della condotta di Ainsley fu una stoccata maligna. «Oh, me ne FOTTO della mia femminilità», urlai. «La femminilità non c'entra. Tu sei stato semplicemente un normale, semplice maleducato!» La sgarbatezza involontaria era una cosa di cui Peter non poteva sopportare di essere accusato, e io lo sapevo. Lo metteva fra quelli degli avvisi pubblicitari dei deodoranti.
Mi squadrò rapidamente, gli occhi gli si restrinsero come se stesse prendendo la mira. Poi digrignò i denti e pigiò brutalmente l'acceleratore. Ormai la pioggia cadeva a scrosci: la strada davanti, quando la si poteva vedere, sembrava una superficie solida d'acqua. Quando avevo fatto il mio affondo stavamo discendendo una collina, e all'improvviso aumento di velocità l'auto slittò, fece due giravolte e un quarto, scivolò all'indietro sul prato in declivio di qualcuno, e si arrestò repentinamente. Sentii qualcosa spezzarsi. «Fanatico!» gemetti, quando fui rimbalzata dal cruscotto e mi resi conto di non esser morta. «Ci farai ammazzare tutti!» Dovevo aver pensato a me al plurale. Peter abbassò il finestrino e mise la testa fuori. Poi cominciò a ridere. «Gli ho potato un po' la siepe», disse. Pigiò sull'acceleratore. Le ruote girarono a vuoto per un attimo, sommuovendo il fango del prato e lasciando (come vidi in seguito) due solchi profondi, e con un digrignare di marce risalimmo il margine del prato e tornammo sulla carreggiata. Ora stavo tremando per un misto di paura, freddo e rabbia. «Prima mi trascini nella tua macchina», balbettai, «e mi minacci per i tuoi sensi di colpa, e poi cerchi di ammazzarmi!» Peter rideva ancora. Aveva la testa fradicia, anche se l'esposizione alla pioggia era stata così breve, e i capelli gli si erano appiccicati alla fronte, mentre l'acqua gli stillava giù per la faccia. «Quando si alzeranno domattina vedranno un'alterazione nel loro giardino», ridacchiò. Sembrava trovare un immenso divertimento nel rovinare intenzionalmente la proprietà altrui. «Sembri trovare un immenso divertimento nel rovinare intenzionalmente la proprietà altrui», dissi, sarcastica. «Oh, non fare la guastafeste così», ribatté con aria amabile. La sua soddisfazione per quella che considerava un'energica dimostrazione di muscoli era evidente. Mi irritava che facesse suo il credito dovuto alle ruote posteriori della sua macchina. «Peter, perché non riesci ad essere serio? Sei soltanto un adolescente cresciuto troppo in fretta.» Quest'osservazione preferì ignorarla. L'auto si fermò con un sobbalzo. «Eccoci arrivati», disse. Afferrai la maniglia, con l'intenzione, credo, di fare un'osservazione finale a cui non avrebbe potuto rispondere e lanciarmi poi verso la casa; ma mi mise la mano sul braccio. «Meglio aspettare che spiova un po'.» Girò la chiave dell'accensione e i battiti cardiaci dei tergicristallo cessa-
rono. Rimanemmo seduti in silenzio ascoltando il temporale. Dovevamo averlo proprio sulla testa; i lampi erano accecanti e continui, e ogni penetrante forcella frastagliata era seguita quasi immediatamente da un frastuono lacerante, come se gli alberi di un'intera foresta si spaccassero e cadessero. Negli intervalli di oscurità udivamo la pioggia battere contro la macchina; l'acqua filtrava, con spruzzi leggeri, attorno ai bordi dei finestrini chiusi. «Ho fatto bene a non lasciarti andare a casa a piedi», disse Peter, nel tono di uno che ha preso una decisione ferma e giusta. Non potevo che essere d'accordo. Durante un lungo attimo di luce balenante mi voltai e vidi che mi osservava, il volto stranamente in ombra, gli occhi luccicanti come quelli di un animale nel fascio di luce dei fari di una macchina. Il suo sguardo era risoluto, leggermente sinistro. Poi si piegò verso di me e disse: «Hai un po' di peluria. Sta' ferma». Mi rovistava in testa con le mani: stava, goffamente ma con tenerezza, sbrogliando un batuffolo di polvere che mi si era impigliato nei capelli. Mi sentii improvvisamente cascante come un kleenex umido. Appoggiai la fronte contro la sua e chiusi gli occhi. Aveva la pelle fredda e umida e l'alito che sapeva di cognac. «Apri gli occhi», disse. Li aprii: avevamo ancora le fronti premute l'una contro l'altra, e al bagliore istantaneo che seguì mi trovai a guardare in una moltitudine di occhi. «Hai otto occhi», dissi piano. Ci mettemmo entrambi a ridere ed egli mi attirò a sé e mi baciò. Gli misi le braccia attorno alla schiena. Rimanemmo quietamente così per un po' in mezzo alla tempesta. Ero soltanto consapevole di essere assai stanca e che il mio corpo non avrebbe smesso di rabbrividire. «Non so cosa stessi facendo questa sera», mormorai. Mi carezzò i capelli, perdonandomi, comprensivo, con una leggera aria di condiscendenza. «Marian.» Lo sentii deglutire dal collo. Ora non sapevo se era il suo corpo o il mio a rabbrividire. Mi strinse ancora più tenacemente a sé. «Come credi che ce la caveremmo da... come credi che saremmo, sposati?» Mi ritrassi da lui. Un tremendo bagliore elettrico blu, vicinissimo, illuminò l'interno della macchina. Mentre ci guardavamo l'un l'altro in quel breve attimo di luce mi vidi, piccola e ovale, rispecchiata nei suoi occhi.
10 Quando mi svegliai la domenica mattina - più verso il pomeriggio - in principio mi sentii la testa vuota come se qualcuno mi avesse raschiato l'interno del cranio come un melone e mi avesse lasciato soltanto la scorza con cui pensare. Mi guardai attorno faticando a riconoscere nella stanza un luogo in cui ero stata in precedenza. I miei vestiti erano sparsi sul pavimento e drappeggiavano, gualciti, la spalliera della sedia come i frammenti superstiti dell'esplosione di un qualche spaventapasseri femmina di grandezza naturale, e l'interno della bocca mi dava l'impressione di un pezzo di imbottitura di bambagia. Mi alzai e andai in cucina barcollando. Sole chiaro e aria fresca entravano scintillanti dalla finestra aperta della cucina. Ainsley si era alzata prima di me. Era protesa in avanti, concentrata su qualcosa squadernato davanti a lei, con le gambe tirate su e piegate sotto di sé sulla sedia e i capelli che le ricadevano a cascata sulle spalle. Di spalle sembrava una sirena appollaiata su una roccia: una sirena con una sudicia veste da camera di spugna verde. Attorno a lei, su un tavolo cosparso di briciole c'erano i resti della sua colazione: la stella marina flaccida di una buccia di banana, alcuni frammenti di guscio d'uovo, e croste marrone di pane tostato arenate qua e là, a casaccio, come cumuli di legname sulla spiaggia. Andai al frigorifero e tirai fuori il succo di pomodoro. «Salve», dissi alle spalle di Ainsley. Mi chiesi se avrei avuto la forza di sopportare la vista di un uovo. Si voltò. «Bene», disse. «Sei arrivata a casa sana e salva?» chiesi. «È stato un bel temporale.» Mi versai un gran bicchiere di succo di pomodoro e lo bevvi avidamente. «Naturale», disse lei. «Gli ho fatto chiamare un tassi. Sono arrivata a casa proprio prima che scoppiasse il temporale, ho fumato una sigaretta, mi sono bevuto un doppio whisky e sono andata difilato a letto; dio, ero completamente esausta. È snervante star seduti così fermi, e dopo che tu te ne sei andata non sapevo come fare a liberarmi. Era come sfuggire a una piovra gigante, ma ci sono riuscita, soprattutto facendo la tonta e dando a vedere di essere impaurita. È assolutamente necessario fare così a questo stadio, capisci.» Guardai nella casseruola che era posata, ancora bollente, su uno dei bruciatori. «Non hai più bisogno dell'acqua dell'uovo?» Accesi il gas.
«Allora, e tu? Ero molto preoccupata, pensavo che forse eri davvero ubriaca o qualcosa del genere; se non te ne hai a male che te lo dica ti sei comportata da vera idiota.» «Ci siamo fidanzati», dissi, un po' riluttante. Sapevo che mi avrebbe disapprovata. Riuscii a ficcare l'uovo nella casseruola; si spaccò subito. L'avevo appena tolto dal frigorifero e era troppo freddo. Ainsley sollevò le sopracciglia appena accennate; non parve sorpresa. «Allora, se fossi in te mi sposerei negli Stati Uniti, sarà tanto più facile ottenere il divorzio quando ne avrai bisogno. Voglio dire, tu non lo conosci veramente, no? Ma per lo meno», continuò in tono più allegro, «Peter guadagnerà presto abbastanza soldi, così potrete vivere separati quando tu avrai un bambino, anche se non divorzi. Ma spero che non ti sposi subito. Non credo che sappia cosa stai facendo.» «Nel mio subconscio», dissi, «probabilmente ho sempre voluto sposare Peter.» Questo la mise a tacere. Era come invocare una divinità. Esaminai il mio uovo che stava allungando un tentacolo bianco semicoagulato come un'ostrica indagatrice. Probabilmente è cotto, pensai, e lo tirai fuori. Accesi sotto la cuccuma del caffè e mi feci un po' di spazio sulla tovaglia di tela cerata. Ora riuscii a vedere con cosa stava armeggiando Ainsley. Aveva staccato il calendario dal muro della cucina - c'era riprodotta una ragazzina vestita all'antica seduta su un'altalena con un cestino di ciliege e un cagnolino bianco, me ne manda uno ogni anno una terza cugina che dirige una stazione di servizio al mio paese - e ci stava facendo sopra dei segni misteriosi con una matita. «Cosa stai facendo?» chiesi. Sbattei il mio uovo contro il bordo del piatto e ci rimasi infilata dentro col pollice. Dopo tutto non era cotto. Lo versai nel piatto e lo mescolai. «Sto approntando la mia strategia», disse in tono prosaico. «Veramente, Ainsley, non capisco come tu possa pensarci così a sangue freddo», dissi, sbirciando i numeri neri nelle loro righe ordinate. «Ma io ho bisogno di un padre per mio figlio!» Il suo tono dava a intendere che io stavo cercando di strappare il pane di bocca a tutte le vedove e gli orfani di questo mondo, per il momento incarnati in lei. «D'accordo, concesso, ma perché Len? Voglio dire che con lui potrebbero esserci delle complicazioni, dopo tutto è mio amico e ultimamente ha avuto delle disavventure; non vorrei vederlo turbato. Non ce ne sono degli altri a bizzeffe in giro?»
«Non al momento; o per lo meno nessuno che sia un esemplare così notevole», disse con aria ragionevole, «e a me in un certo senso piacerebbe avere il bambino in primavera. Mi piacerebbe un bambino di primavera; o all'inizio dell'estate. Questo significa che potrà tenere le feste di compleanno fuori, nel cortile di dietro invece che in casa, ci sarà meno fracasso...» «Hai fatto delle ricerche sui suoi antenati?» le chiesi acida, raccogliendo l'ultima cucchiaiata di uovo. «Oh sì», disse Ainsley con entusiasmo, «abbiamo avuto una conversazione prima che mi facesse le sue proposte importune. Ho scoperto che suo padre è andato all'università. Almeno non sembra che ci siano dei cretini in famiglia, e lui non ha neanche delle allergie. Avrei voluto scoprire se era un Rh negativo, ma questo sarebbe stato un po' indiscreto, non credi? E lavora alla televisione, il che significa che deve avere un certo temperamento artistico in qualche modo. Non sono riuscita a sapere molto sui suoi nonni, ma non si può essere troppo selettivi in tema di ereditarietà, altrimenti si dovrebbe aspettare in eterno. La genetica comunque è ingannevole», proseguì; «dei veri geni hanno dei figli che non sono per nulla intelligenti.» Appose un segno dall'aspetto decisivo sul calendario e lo guardò aggrottando le ciglia. Rassomigliava paurosamente a un generale intento a progettare una campagna importante. «Ainsley, quello che ti serve veramente è una cianografia della tua stanza da letto», dissi, «o meglio, una carta topografica con le curve di livello. O una fotografia aerea. Poi potresti disegnare delle piccole frecce e delle linee tratteggiate su di essa, e una x al punto di congiunzione.» «Ti prego, non fare la frivola», disse. Ora stava contando sottovoce. «Quando sarà? Domani?» «Aspetta un attimo», disse e contò ancora un po'. «No. Non potrà essere per un po' di tempo. Comunque almeno per un mese. Capisci, devo essere sicura che la prima volta sia quella buona; o la seconda.» «La prima volta?» «Sì», disse, «ho calcolato tutto. Però sarà un problema, capisci che dipende tutto dalla sua psicologia. Mi rendo conto che è il tipo di uomo che scappa spaventato se agisco con troppa impazienza. Gli devo dare molta corda. Perché appena riesce a combinare qualcosa, mi pare proprio di sentirlo, si lascerà andare alla vecchia tiritera che forse sarebbe meglio che non ci vedessimo più, non vorrebbe che la cosa prendesse una piega troppo seria, nessuno dei due dovrebbe lasciarsi legare e così via. E si volatilizze-
rà. Non riuscirò a chiamarlo quando è veramente essenziale, mi accuserebbe di cercare di monopolizzare il suo tempo o di avanzare delle pretese su di lui o qualcosa del genere. Ma finché non mi ha acchiappato», disse, «posso averlo ogniqualvolta ho bisogno di lui.» Ci rimuginammo sopra assieme per un po'. «Anche il luogo sarà un problema», disse. «Tutto deve sembrare casuale. Un momento di passione. La mia resistenza vinta, trasportata dall'emozione e così via.» Fece un sorrisino. «Qualsiasi cosa preordinata, incontrarlo al motel per esempio, non andrebbe assolutamente. Perciò sarà a casa sua o qui.» «Qui?» «Se necessario», disse con fermezza, scivolando via dalla sedia. Non parlavo: il pensiero che Leonard Slank sarebbe stato vinto sotto lo stesso tetto che riparava anche la signora di sotto e i ritratti incorniciati dei suoi antenati mi turbava; sarebbe stato quasi un sacrilegio. Ainsley entrò nella sua stanza da letto, canticchiando indaffarata tra sé e sé, prendendosi dietro il calendario. Rimasi seduta a pensare a Len. Ero di nuovo presa da dei rimorsi di coscienza per permettere che venisse condotto alla rovina incoronato di fiori senza neppure una parola di preavviso. Naturalmente se l'era cercata lui, in un certo modo, supponevo, e Ainsley sembrava decisa a non reclamare nient'altro da chiunque avesse scelto per questo alquanto dubbio, perché anonimo, onore. Se Leonard fosse semplicemente stato il donnaiolo tipico non mi sarei preoccupata. Ma egli era certamente, così riflettei mentre sorseggiavo il caffè, una persona più complessa e dalla struttura più delicata. Era un cacciatore di sottane consapevolmente impudico, ammettiamo pure; ma non era vero, come aveva detto Joe, che fosse privo di senso morale. Alla sua maniera distorta, era una specie di moralista a rovescio. Gli piaceva parlare come se tutti non cercassero altro che sesso e soldi, ma quando uno gli forniva la dimostrazione nella vita concreta delle sue teorie, egli reagiva con roventi invettive di critica. Il suo misto di cinismo e di idealismo aveva molto a che fare con la sua inclinazione a «corrompere», come diceva lui, ragazze ancora immature, in quanto opposte al genere più stagionato. Ciò che era ritenuto puro, l'irraggiungibile, esercitava un'attrazione sull'idealista che era in lui; ma appena era stato raggiunto, il cinico lo considerava guasto e lo buttava. «Si è rivelata proprio della stessa pasta di tutte le altre», era solito osservare amareggiato. Le donne che considerava veramente come fuori della propria portata, come le mogli degli amici, le trattava con devozione. Si fidava
di loro in misura irragionevole, semplicemente perché non sarebbe mai stato spinto dal suo cinismo a metterle alla prova: erano non soltanto inattaccabili ma anche, comunque, troppo vecchie per lui. Giara, a esempio, la idolatrava. A volte dimostrava una particolare tenerezza, quasi un sentimentalismo sdolcinato, nei confronti di coloro che gli piacevano, che erano pochi di numero; ma a dispetto di ciò era costantemente accusato dalle donne di essere un misogino, e dagli uomini di essere un misantropo, e forse era l'uno e l'altro. Comunque, non riuscivo a pensare in quale modo specifico lo sfruttamento architettato da Ainsley per lui avrebbe potuto danneggiarlo irreparabilmente, o addirittura soltanto in una certa misura, perciò lo affidai alla custodia di quell'angelo custode brutale e dagli occhiali con la montatura di corno che egli potesse avere, finii di inghiottire le scorie granulose del caffè e andai a vestirmi. Dopo di che telefonai a Clara per informarla della novità; la reazione di Ainsley non mi aveva soddisfatta gran che. Clara sembrò contenta, ma la sua risposta fu ambigua. «Oh, bene», disse, «Joe ne sarà contentissimo. Ultimamente ha detto che era ormai ora che tu ti sistemassi.» Fui lievemente irritata: dopo tutto non ero una trentacinquenne disperata. Parlava come se stessi semplicemente prendendo una misura prudenziale. Ma riflettei che da coloro che sono estranei a una relazione non ci si può aspettare che la capiscano. Il resto della conversazione trattò dei suoi disturbi digestivi. Mentre stavo lavando i piatti della colazione sentii un rumore di passi su per le scale. Quella era un'altra variazione della mossa dell'apertura della porta impiegata dalla signora di sotto: lasciava entrare tranquillamente la gente senza annunciarla, di solito in momenti di disintegrazione, come le domeniche pomeriggio, sperando senza dubbio che venissimo sorprese in qualche situazione imbarazzante, con i capelli tutti giù arruffati o con i bigodini, o scomposte con l'accappatoio addosso. «Salve!» disse una voce, a metà della scala. Era la voce di Peter. Aveva già assunto il privilegio delle improvvisate. «Oh, salve», risposi, rendendo il tono della mia voce indifferente ma accogliente. «Stavo proprio lavando i piatti», aggiunsi vacuamente mentre la sua testa emergeva dal pozzo delle scale. Lasciai gli altri piatti nell'acquaio e mi asciugai le mani nel grembiule. Entrò in cucina. «Perbacco», disse, «a giudicare dai postumi di quando mi sono svegliato, devo essermi sbronzato ieri sera. Credo di essere proprio andato in balla. Questa mattina la mia bocca aveva il sapore dell'inter-
no di una scarpa da tennis.» Il suo tono era a metà orgoglioso e a metà contrito. Ci squadrammo l'un l'altra con diffidenza. Se ci doveva essere una ritrattazione da una parte o dall'altra, questo era il momento adatto; si sarebbe potuto dare la colpa di tutto alla chimica organica. Ma nessuno dei due fece marcia indietro. Infine Peter mi rivolse un sogghigno, compiaciuto anche se nervoso. Dissi, sollecita: «Oh, che brutto. Hai bevuto proprio molto. Una tazza di caffè?» «Una mi va», disse, mi si avvicinò e mi diede un bacetto sulla guancia, poi crollò su una delle sedie della cucina. «A proposito, scusa se non ho telefonato prima. Avevo semplicemente voglia di vederti.» «Va bene così», dissi. Sembrava davvero indisposto. Era vestito in maniera trasandata, ma è impossibile che Peter si vesta in maniera veramente trasandata. Quella era una trasandatezza voluta; aveva un'accurata barba lunga, e i calzini erano dello stesso colore degli scacchi della sua camicia sportiva. Accesi sotto il caffè. «Bene!» disse, proprio come Ainsley, ma con enfasi diversa. Sembrava come se avesse comprato un'auto nuova fiammante. Gli rivolsi un tenero sorriso cromato; vale a dire, volevo che il sorriso esprimesse tenerezza, ma mi sentii la bocca rigida e luminosa e alquanto costosa. Versai due tazze di caffè, tirai fuori il latte e mi sedetti sull'altra sedia della cucina. Posò una mano sulla mia. «Sai», disse, «non pensavo di volere... quello che è successo ieri sera... per niente.» Feci un cenno di assenso: neppure io avevo pensato di volerlo. «Credo di averlo sempre sfuggito.» Anch'io. «Ma credo che tu avessi ragione a proposito di Trigger. E può darsi che io lo volessi senza saperlo. Un uomo deve sistemarsi prima o poi, e io ho ventisei anni.» Lo vedevo sotto una luce nuova: nella cucina cambiava di forma, trasformandosi da uno scapestrato giovane scapolo in un salvatore dal caos, un fornitore di stabilità. Da qualche parte, nella stanza blindata delle Indagini Seymour una mano invisibile stava cancellando la mia firma. «E ora che le cose sono stabilite penso che mi sentirò molto più felice. Uno non può continuare a scorrazzare di qua e di là all'infinito. A lungo andare sarà molto meglio anche per il mio lavoro, ai clienti piace sapere che sei sposato; diventano sospettosi di uno scapolo dopo una certa età,
cominciano a pensare che sei un finocchio o qualcosa del genere.» Si interruppe poi continuò: «E c'è una cosa che riguarda te, Marian, so che potrò sempre fidarmi di te. Le donne per lo più sono delle graziose sventate, ma tu sei una ragazza così sensata. Può darsi che tu non lo sapessi ma io ho sempre pensato che questa è la prima cosa da cercare quando viene il momento di prendere moglie». Non mi sentivo molto sensata. Abbassai gli occhi per modestia e li fissai su una briciola di pane tostato che mi era sfuggita quando avevo pulito il tavolo. Non sapevo esattamente cosa dire: «Anche tu sei molto sensato» non mi sembrava adatto. «Anch'io sono molto felice», dissi. «Portiamo il caffè nel salotto.» Mi seguì; posammo le tazze sul tavolino rotondo e ci sedemmo sul divano. «Mi piace questa stanza», disse, rivolgendole un'occhiata. «È così intima.» Mi mise il braccio attorno alle spalle e rimanemmo seduti in quello che io speravo fosse un silenzio di beatitudine. Eravamo imbarazzati l'uno con l'altro. Non avevamo più le ipotesi, le tracce e i sentieri della nostra precedente relazione a guidarci. Finché non avessimo stabilito le nuove ipotesi non avremmo quasi saputo cosa fare o dire. Peter ridacchiò fra sé e sé. «Cosa c'è da ridere?» chiesi. «Oh, non molto. Quando sono uscito a prendere l'auto ho trovato tre arbusti impigliati sotto; così sono passato davanti al prato. Abbiamo fatto un bel buchetto nella loro siepe.» Era ancora compiaciuto di sé per la cosa. «Grande, stupido idiota», dissi teneramente. Sentivo il rimescolio dell'istinto di proprietà. Così questo oggetto, allora, apparteneva a me. Gli appoggiai la testa contro la spalla. «Quando vuoi sposarti?» chiese, in tono quasi aspro. Il mio impulso fu di rispondere, con l'elusiva impertinenza a cui ero sempre ricorsa quando mi aveva rivolto delle domande serie su di me: «Che ne diresti del giorno della Candelora?» Invece sentii una voce dolce e calda che stentai a riconoscere che diceva: «Preferirei che fossi tu a deciderlo. Preferirei che fossi tu a prendere le decisioni importanti». Ero sbalordita di me stessa. Non gli avevo mai detto nulla di lontanamente simile prima. La cosa ridicola era che dicevo proprio sul serio. 11
Peter se ne andò presto. Disse che aveva bisogno di dormire un altro po' e mi consigliò di fare lo stesso. Tuttavia non ero per niente stanca. Ero piena di un'energia nervosa che non voleva svanire nelle irrequiete evoluzioni per l'appartamento. Questo pomeriggio possedeva quella speciale caratteristica di vuota tristezza che ho associato fin dall'infanzia al tardo pomeriggio delle domeniche: il senso di non aver niente da fare. Finii di lavare i piatti, smistai coltelli, forchette e cucchiai nei relativi scomparti del cassetto della cucina, sebbene sapessi che non sarebbero rimasti a posto per molto, scorsi per la settima volta le riviste che erano nel salotto, mentre la mia attenzione venne attratta per breve tempo, ma con un nuovo significato, da titoli quali ADOZIONE: SÌ O NO? SIETE INNAMORATA... È AMORE VERO? QUIZ CON VENTI DOMANDE e TENSIONI DELLA LUNA DI MIELE e mi gingillai con i comandi del tostapane che aveva bruciato della roba. Quando il telefono squillò mi lanciai bramosa su di esso: era uno sbaglio. Forse avrei potuto parlare con Ainsley, che era ancora nella sua stanza da letto; ma per qualche motivo non credetti che mi sarebbe stato di molto aiuto. Volevo fare qualcosa che si potesse finire, concludere, ma non sapevo cosa. Finalmente decisi di passare la sera alla lavagettone. Naturalmente non ci serviamo dell'attrezzatura per lavare la biancheria della signora di sotto. Se ne ha. Non permette mai a nulla di così plebeo come il bucato di sconsacrare la distesa ben tenuta del prato dietro casa. Forse né lei né la bambina sporcano mai i vestiti; forse hanno un invisibile rivestimento di plastica. Nessuna di noi due è stata nella sua cantina o magari l'ha sentita ammettere l'esistenza di una. È possibile che il bucato sia, secondo la sua gerarchia delle convenienze, una di quelle cose di cui tutti sono a conoscenza ma di cui nessuna persona rispettabile parla. Così, quando i mucchi di panni che non si possono più indossare divengono intollerabili e i cassetti di quelli che si possono indossare sono completamente vuoti, andiamo alla lavagettone. Oppure, di solito, ci vado da sola: non riesco a resistere quanto Ainsley. La sera della domenica è il momento migliore del weekend per andarci. Ci sono meno signori anziani che legano e disinfettano dagli afidi le loro piante di rose, e meno signore anziane con cappellini infiorati e guanti bianchi che spingono o vengono spinte a casa di altre signore anziane a prendere il tè. La lavagettone più prossima è a una fermala della metropolitana, e i sabati non sono giorni adatti a causa di chi va a far compere sull'autobus, ancora signore anziane in guanti e cappellino, sebbene non così immacolate; e i sabati sera escono
i giovani diretti al cinema. Preferisco le domeniche sera; sono più vuote. Non mi piace essere osservata, e il mio sacchetto del bucato è troppo palesemente un sacchetto del bucato. Quella sera non vedevo l'ora di fare quella sortita. Ero impaziente di uscire dall'appartamento. Riscaldai e mangiai una cena di surgelati, poi indossai i miei vestiti da lavandaia - pantaloni di cotone ritorto, camiciotto felpato e un paio di scarpette da ginnastica a scacchi che una volta mi era venuto voglia di comprare e che non portavo mai in nessun'altra occasione - e controllai se nel mio borsellino c'erano dei quarti di dollaro. Stavo ficcando i capi di vestiario appropriati nel sacchetto della biancheria quando Ainsley fece una capatina in salotto. Era rimasta chiusa nella sua stanza da letto per quasi tutto il giorno, impegnata in dio sa quali pratiche di magia nera: distillando un afrodisiaco, senza dubbio, o modellando figurine di cera di Leonard e trafiggendole con spilli nei punti adatti. Ora una qualche intuizione l'aveva messa sul chi vive. «Salve, vai alla lavagettone?» mi disse con calcolata noncuranza. «No», dissi, «ho tagliato Peter a pezzettini. Lo sto mimetizzando come biancheria e lo porto giù per seppellirlo nella forra.» Dovette considerare questa osservazione di cattivo gusto. Non sorrise. «Senti, ti spiacerebbe buttar dentro un po' della mia roba mentre sei lì? Soltanto le cose essenziali.» «Bene», dissi rassegnata. «Portale qui.» Questa è una prassi normale. È una delle ragioni per cui Ainsley non deve mai andare alla lavagettone. Sparì, e ritornò dopo pochi minuti con un enorme mucchio di biancheria intima fra le braccia. «Ainsley, soltanto le cose essenziali.» «Sono tutte cose essenziali», disse scontrosa; ma quando ebbi insistito che non potevo far entrare tutto nel sacchetto, divise il mucchio a metà. «Mille grazie, sei una vera salvatrice», disse. «Arrivederci a più tardi.» Mi trascinai dietro il sacchetto giù per le scale, lo sollevai, me lo buttai sulle spalle e uscii barcollando dalla porta, notando incidentalmente un'occhiata gelida da parte della signora di sotto che stava scivolando silenziosamente da dietro una delle tende di velluto appese all'entrata del salotto. Essa intendeva, lo sapevo, esprimere la sua disapprovazione per questa flagrante ostentazione di sudiciume. Siamo tutti, fu la mia muta citazione di rimando, completamente sporchi. Una volta seduta sull'autobus mi appoggiai il sacchetto accanto sul sedile, sperando che di lontano sembrasse abbastanza simile a un bambino per
parare la giusta indignazione di coloro che avrebbero potuto trovare da ridire sul fatto che lavorassi nel giorno del Signore. Mi ricordavo di un incidente avvenuto un'altra volta, quando una vecchia vestita di seta nera con un cappellino color malva mi aveva afferrata mentre scendevo dall'autobus. Era indispettita non soltanto perché infrangevo il quarto comandamento, ma anche a causa del modo empio in cui mi ero vestita per commettere quell'infrazione: Gesù, voleva dire, non mi avrebbe mai perdonato quelle scarpette da ginnastica a scacchi. Poi mi concentrai su uno dei manifesti sopra i finestrini, un manifesto a colori di una ragazza con tre paia di gambe che saltellava con una guaina. Devo ammettere di essere stata lievemente scandalizzata, contro la mia volontà, da quei cartelloni pubblicitari. Sono così esposti al pubblico. Per i primi isolati rimasi a chiedermi che genere di persone sarebbero state abbastanza sensibili a quella pubblicità da andare a comprare l'oggetto in questione, e se avevano mai fatto un'inchiesta su di esso. La forma femminile, pensai, dovrebbe attirare gli uomini, non le donne, e gli uomini di solito non comprano guaine. Però poteva darsi che la ragazzina fosse un'immagine dell'io; forse le compratrici pensavano di riacquistare la giovinezza e la snellezza col pacchetto. Per qualche altro isolato pensai al detto che avevo letto da qualche parte, che nessuna donna ben vestita è mai senza guaina. Riflettei sulle possibilità suggerite dalla parola «mai». Per il resto del tragitto pensai alla rotondità della mezza età: quando mi sarebbe venuta? Magari l'avevo già. Bisogna stare attenti a questo genere di cose, riflettei; hanno un modo tutto loro di insinuartisi addosso prima che te ne renda conto. La lavagettone era proprio lungo la strada dell'entrata della metropolitana. Quando mi trovai concretamente davanti a una di quelle grosse macchine mi accorsi di aver dimenticato il sapone. «Oh, porca miseria!» dissi a alta voce. La persona che stava ficcando dei vestiti nella macchina accanto alla mia si voltò verso di me. Mi rivolse uno sguardo senza espressione. «Può prendere un po' del mio», disse, porgendomi la scatola. «Grazie. Se ci mettessero un distributore a gettone, dovrebbero avere il buon senso di farlo.» Poi lo riconobbi: era il giovanotto dell'intervista della birra. Rimasi lì con la scatola in mano. Come aveva fatto a sapere che avevo dimenticato il sapone? Non l'avevo detto a alta voce. Mi stava scrutando più da vicino. «Oh», disse, «ora mi ricordo chi è. A prima vista non l'avevo riconosciuta. Senza quel guscio ufficiale sembra
per così dire... esposta.» Si piegò di nuovo sulla sua macchina. Esposta. Era un bene o un male? Controllai in fretta per assicurarmi che non ci fossero delle scuciture o delle lampo aperte; poi cominciai a ficcare svelta la roba nelle macchine, mettendo gli indumenti chiari da una parte e quelli scuri dall'altra. Non volevo che lui finisse prima di me in modo che potesse osservarmi, ma finì in tempo per notare che buttavo attraverso lo sportello vari indumenti frivoli di Ainsley pieni di merletti. «Sono suoi quelli?» chiese interessato. «No», dissi, arrossendo. «Mi pareva. Non è roba fatta per lei.» Era stato un complimento o un insulto? A giudicare dalla sua voce priva di modulazione, era stato un semplice commento; e come commento era stato abbastanza accurato, pensai facendo una smorfia. Chiusi i due sportelli di vetro grosso e misi i quarti di dollaro nelle aperture, mi fermai finché lo sciacquio familiare mi disse che tutto andava bene e poi mi diressi verso la fila di sedie fornite dalla direzione e mi sedetti in una di loro. Mi resi conto che avrei dovuto aspettare fino alla fine; di domenica da quelle parti non c'era nient'altro da fare. Sarei potuta andare al cinema, ma non avevo abbastanza soldi dietro. Avevo persino dimenticato di portarmi un paperback da leggere. A cosa stavo pensando quando avevo lasciato l'appartamento? Di solito non dimentico nulla. Si sedette accanto a me. «L'unico inconveniente delle lavagettoni», disse, «è che nelle lavatrici si trova sempre la peluria del pube di altri. Non che la cosa mi secchi particolarmente. Non sono schizzinoso in fatto di germi o altro. È soltanto una cosa piuttosto volgare. Un po' di cioccolato?» Mi guardai attorno per vedere se qualcuno aveva sentito, ma eravamo soli. «No, grazie», dissi. «Neppure a me piace molto, ma sto cercando di smettere di fumare.» Scartò la stecca di cioccolato e lentamente la divorò. Entrambi stavamo con gli occhi fissi sulla lunga teoria di scintillanti macchine bianche, e soprattutto su quei tre sportelli di vetro, simili a oblò o acquari, dove i nostri indumenti ruotavano sempre in tondo, mentre forme e colori diversi apparivano, si mescolavano, scomparivano, comparivano di nuovo da una nebbia di acqua saponata. Finì la sua stecca di cioccolato, si leccò le dita, lisciò e piegò accuratamente l'involucro argentato e se lo mise in tasca, e tirò fuori una sigaretta. «In un certo senso mi piace guardarle», disse. «Guardo le lavatrici della lavagettone come gli altri guardano la televisione, è consolante perché si sa
sempre cosa aspettarsi e non si ha da pensarci. Tranne che posso variare un po' i miei programmi; se mi stanco di vedere la stessa roba posso sempre metterci dentro un paio di calzini verdi o qualcosa di colorato come quello.» Parlava in un tono di voce monotono, seduto ripiegato in avanti, i gomiti sulle ginocchia, la testa rintanata nel collo del pullover scuro come quella di una tartaruga nel guscio. «Vengo qui molto spesso; ci sono delle volte che devo semplicemente uscire da quell'appartamento. Finché ho qualcosa da stirare va tutto bene; mi piace appiattire le cose, togliere le pieghe, mi dà modo di tenere le mani occupate, ma quando esaurisco la scorta di roba da stirare, be', devo venir qui. Per procurarmene dell'altra.» Non mi guardava neppure. Avrebbe potuto parlare fra sé e sé. Anch'io mi protesi in avanti, per poterlo guardare in faccia. Sotto l'illuminazione fluorescente colorata leggermente di blu, una luce che sembra non lasciar posto a toni e ad ombre, la sua pelle era ancora più spettrale. «Devo uscire, è quell'appartamento. D'estate è come un forno scuro, bollente, e quando fa così caldo non si ha neppure voglia di attaccare il ferro. Non c'è comunque spazio sufficiente, ma il caldo lo fa rimpicciolire, gli altri sono troppo vicini. Li sento persino quando io sono nella mia stanza con la porta chiusa; indovino cosa stanno facendo. Fish si barrica in quella poltrona e quasi non si muove anche quando sta scrivendo, e poi strappa tutto e dice che non va e rimane lì seduto per giorni a guardare i pezzi di carta sul pavimento; una volta scese carponi cercò di riappiccicarli con lo scotch, e naturalmente non ci riuscì, e fece una vera scenata e ci accusò tutti e due di cercare di usare le sue idee per pubblicarle per primi e di avergli rubato alcuni dei pezzi. E Trevor, quando non è via ai corsi estivi o riscalda l'appartamento cucinando pranzi da dodici portate, per me andrebbe bene anche salmone in scatola, si esercita nella sua calligrafia italiana del quindicesimo secolo, volute ornamentali e ghirigori, e va avanti sempre così sul quattrocento. Possiede una memoria sorprendente per i particolari. Immagino che sia interessante ma, non so perché, non è la risposta, almeno per me, e credo che non lo sia neppure per lui. Il fatto è che continuano a ripetersi ma non arrivano mai a alcuna conclusione, sembra che non portino a termine mai nulla. Naturalmente io non sono meglio di loro, sono esattamente lo stesso, sono impantanato in quella maledetta composizione trimestrale. Una volta sono andato allo zoo e c'era una gabbia con un armadillo impazzito dentro che girava intorno tracciando una figura a forma di otto, solo intorno seguendo sempre lo stesso tracciato. Ricordo ancora il ridicolo suono metallico che facevano i suoi piedi sul fondo della gabbia. Dicono
che tutti gli animali in gabbia diventano così quando sono in gabbia, è una forma di psicosi, e anche se dopo si liberano vanno avanti così, girano semplicemente in tondo seguendo lo stesso schema. Si legge e si legge il materiale e dopo aver letto il ventesimo articolo non si riesce più a ricavarne alcun senso, e allora si comincia a pensare al numero di libri pubblicati in qualsiasi dato anno, in qualsiasi dato mese, in qualsiasi data settimana, e questo è proprio troppo. Le parole», disse, guardando finalmente verso di me, ma con gli occhi stranamente sfocati, come se stesse in realtà osservando un punto sotto alla mia pelle di diversi pollici, «cominciano a perdere di significato.» Le macchine stavano passando a uno dei cicli di risciacquo, facendo roteare gli indumenti sempre più velocemente; poi arrivò dell'altra acqua corrente e ci furono altri sommovimenti e sciacquii. Accese un'altra sigaretta. «Mi par di capire che siete tutti studenti, allora», dissi. «Naturalmente», disse in tono lugubre, «non si vedeva? Siamo tutti studenti di corsi postuniversitari. Di inglese. Tutti quanti. Pensavo che tutti in città lo fossero; lo siamo in maniera così totale che non vediamo mai nessun altro. È stato davvero strano quando è entrata l'altro giorno e si è scoperto che lei non lo era.» «Io ho sempre pensato che fosse in certo qual modo emozionante.» Non era vero, stavo cercando di essere pronta a simpatizzare, ma, appena chiusa la bocca, mi resi conto del trasporto da scolaretta dell'osservazione. «Emozionante.» Ridacchiò brevemente. «Lo credevo. Sembra emozionante quando si è uno studente universitario brillante e impaziente. Dicono tutti: Fa' gli studi postuniversitari e ti daranno un bel gruzzolo; e così fai e pensi: ora scoprirò proprio la verità. Ma non la scopri e le cose diventano sempre più brigose e sempre più stantie, e tutto crolla in una confusione di virgole e di brandelli di note a piè di pagina, e dopo un po' è come qualsiasi altra cosa: ci sei impantanato e non riesci a uscirne e ti chiedi come ci sei arrivato la prima volta. Se fossimo negli Stati Uniti potrei scusarmi dicendo che schivo la naia, ma, stando così le cose, non esiste nessuna buona ragione. E a parte questo, tutto è stato fatto, è stato già fatto, scoperto, e tu ti rotoli nella feccia in fondo alla botte, uno di quegli studenti postuniversitari del nono anno, poveri diavoli, che raspano in mezzo ai manoscritti alla ricerca di nuovo materiale o che sgobbano sull'edizione definitiva dei biglietti di invito a pranzo di Ruskin o delle matrici dei suoi biglietti di teatro, o che cercano di spremere l'ultima pustola di verità da qualche nullità letteraria fasulla che hanno tirato fuori da qualche parte. Il povero vecchio
Fischer sta scrivendo ora la tesi, voleva farla sui Simboli del Grembo in D.H. Lawrence ma tutti gli hanno detto che è già stato fatto. Così ora si è costruito una qualche incredibile teoria che diventa sempre più incoerente quanto più va avanti.» Si fermò. «Oh, di cosa si tratta?» dissi, per toglierlo da quel mutismo. «In realtà non lo so. Lui non vuole nemmeno più parlarne, tranne quando è sbronzo, e allora nessuno riesce a capirlo. Ecco perché continua a stracciarla: la rilegge e neppure lui riesce a capirci un accidente.» «E lei su che cosa la sta facendo?» Non riuscivo proprio a immaginarmelo. «Non sono ancora arrivato a quel punto. Non so quando ci arriverò, o cosa succederà allora. Cerco di non pensarci. Ora come ora dovrei scrivere una composizione trimestrale scaduta dell'altr'anno. Scrivo una frase al giorno. Nei giorni che va bene, voglio dire.» Le macchine passarono con un clic al ciclo di rotazione per l'asciugatura. Egli le guardò con aria tetra. «Ebbene, allora su che cos'è la sua composizione trimestrale?» Ero incuriosita, conclusi, dai contorni mutevoli del suo volto e da quel che stava dicendo. A ogni modo non volevo che smettesse di parlare. «Lei non vuole davvero saperlo», disse. «La Pornografia dei Preraffaelliti. Sto cercando di fare qualcosa anche su Beardsley.» «Oh.» Entrambi stemmo a riflettere in silenzio sulla possibile natura disperata di questo lavoro. «Forse», suggerii con aria alquanto esitante, «ha scelto la strada sbagliata. Forse potrebbe essere più felice facendo qualcos'altro.» Ridacchiò di nuovo e poi tossì. «Dovrei smettere di fumare», disse. «Che altro posso fare? Una volta arrivato a questo punto, uno non è adatto per nient'altro. Ti succede qualcosa nella testa. Sei superqualificato, superspecializzato, e tutti lo sanno. Nessuno in qualsiasi altra attività sarebbe pazzo ai punto di ingaggiarmi. Non sarei nemmeno un bravo zappatore, comincerei a buttare all'aria il sistema fognario, cercando di picconare e dissotterrare tutti quei simboli ctonii: tubi, valvole, condotti cloacali... No, no. Dovrò fare lo schiavo per tutta la vita nelle miniere di carta.» Non seppi cosa rispondere. Lo guardai e cercai di immaginarmelo a lavorare in un posto come le Indagini Seymour; persino al piano di sopra con i cervelloni; ma inutilmente. Non ci entrava assolutamente. «Viene da fuori?» gli chiesi finalmente. L'argomento degli studi postuniversitari sembrava esaurito. «Naturalmente, tutti veniamo da fuori; nessuno è veramente di qui, no?
Ecco perché abbiamo quell'appartamento, dio sa che non possiamo permettercelo, ma non ci sono alloggi per studenti postuniversitari. A meno che non conti quel nuovo posto pseudoinglese con lo stemma e il muro da monastero. Ma a me non mi ci lascerebbero mai entrare e comunque ci starei così male come ad abitare con Trevor. Trevor è di Montreal, la famiglia è per così dire di Westmount e benestante; ma dopo la guerra hanno dovuto mettersi nel commercio. Possiedono una fabbrica di biscotti di cocco ma l'intesa è che non se ne parli nell'appartamento; però è imbarazzante, questi mucchi di biscotti di cocco continuano a saltare fuori e uno deve mangiarli facendo finta di non sapere da dove vengono. Il cocco non mi piace. Fish era di Vancouver, continua a sentire la nostalgia del mare. Scende in riva al lago e sguazza attraverso l'acqua inquinata e cerca di eccitarsi con i gabbiani e le bucce di pompelmo galleggianti, ma non funziona. Tutti e due avevano il loro accento ma ora ascoltandoli non si indovina niente; dopo che uno è stato per un po' in quel macinacervelli parla come se fosse caduto dal cielo.» «Lei di dov'è?» «Non ne ha mai sentito parlare», disse secco. Le macchine si interruppero con un clic. Prendemmo tutti e due dei carrelli per il bucato e passammo i nostri indumenti nelle asciugatrici. Poi ci sedemmo di nuovo. Ora non c'era niente da guardare; si poteva soltanto porgere orecchio al ronzio e ai tonfi delle asciugatrici. Accese un'altra sigaretta. Un vecchio male in arnese varcò la porta con passo strascicato, ci vide e uscì di nuovo con passo strascicato. Probabilmente cercava un posto dove dormire. «Il guaio è», disse alla fine, «è l'inerzia. Non si ha mai la sensazione di arrivare a un qualche risultato; ci si impantana nelle cose, zuppi. La settimana scorsa ho dato fuoco all'appartamento, in parte a bella posta. Credo che volessi vedere cosa avrebbero fatto. Forse volevo vedere cosa avrei fatto io. Per lo più però mi sono soltanto interessato a vedere qualche fiamma e un po' di fumo, tanto per cambiare. Ma loro l'hanno semplicemente spento e poi si sono messi a correre in tondo, frenetici, come una coppia di armadilli, parlando di quanto io fossi 'ammalato' e perché l'avevo fatto, e forse le mie tensioni interne stavano diventando insopportabili per me e avrei fatto meglio ad andare da uno psichiatra. Non servirebbe a niente. Di quella materia so quasi tutto e non c'è niente che serva a qualcosa. Quei tipi non mi convincono più, so troppe cose sulla materia, ho già fatto
la trafila, sono immune. Dar fuoco all'appartamento non ha cambiato niente, tranne che ora non posso contrarre le narici senza che Trevor non si metta a strillare e a fare salti di un metro e Fischer non vada a sfogliare il suo testo di psicologia di quando era matricola. Pensano che sia matto.» Lasciò cadere il mozzicone della sigaretta sul pavimento e lo schiacciò sotto le scarpe. «Io penso che siano matti loro», aggiunse. «Forse», dissi cauta, «lei dovrebbe lasciare l'appartamento.» Mi rivolse il suo sorriso contorto. «Dove potrei andare? Non potrei permettermelo. Sono incastrato. Inoltre loro per così dire si prendono cura di me, capisce.» Inarcò le spalle ancora di più attorno al collo. Osservai il lato del suo volto sottile, il dorso alto e rigido dello zigomo, l'oscura cavità dell'occhio, meravigliata: tutto questo parlare, questa confessione piuttosto liquida, era qualcosa che pensavo che non sarei mai riuscita a fare. Mi sembrava avventato, come un uovo crudo che decidesse di uscire dal proprio guscio: ci sarebbe stato il rischio di diffondersi troppo, di trasformarsi in una pozza informe. Ma seduto lì con il tappo di una nuova sigaretta che gli turava la bocca sembrava che non avvertisse alcun pericolo di quel genere. Pensandoci dopo, sono sorpresa del mio distacco. L'irrequietezza del pomeriggio era svanita; mi sentivo calma, serena come una luna di pietra, padrona dell'intero spazio bianco della lavagettone. Avrei potuto allungare senza sforzo le braccia e metterle attorno a quel corpo infagottato e goffo, consolarlo, cullarlo dolcemente. Eppure c'era qualcosa di assai poco infantile in lui, qualcosa che suggeriva piuttosto un uomo innaturalmente vecchio, troppo vecchio per poterlo consolare. Pensai anche, ricordando la sua finzione a proposito dell'intervista sulla birra, che fosse senza dubbio capace di inventarsi tutto. Poteva darsi che fosse abbastanza vero; ma poi, di nuovo, poteva essere stato un calcolo per evocare proprio una simile reazione materna, cosicché egli avrebbe potuto sorridere astutamente del gesto e ritirarsi ancora di più al rifugio del suo maglione, rifiutandosi di essere raggiunto o toccato. Doveva esser fornito di una specie di sesto senso fantascientifico, un terzo occhio o un'antenna. Sebbene avesse la faccia rivolta altrove in modo da non poter scorgere la mia, disse con voce secca e sommessa: «Indovino che lei sta ammirando il mio spirito febbrile. So che attira, mi ci esercito; qualsiasi donna ama un invalido. Faccio mettere in luce la Florence Nightingale che è in loro. Ma stia attenta». Ora mi stava guardando, astuta-
mente, di sbieco. «Potrebbe commettere qualcosa di distruttivo: la fame è più fondamentale dell'amore. Florence Nightingale era una cannibale, lo sa.» La mia calma era infranta. Avvertii le zampe di topo dell'apprensione corrermi velocemente sulla pelle. Di cosa ero esattamente accusata? Ero smascherata? Non riuscivo a pensare a nulla da poter dire. Le asciugatrici si fermarono ronzando. Mi alzai. «Grazie per il sapone», dissi con garbo tutto formale. Anche lui si alzò. Parve di nuovo del tutto indifferente alla mia presenza. «Di niente», rispose. Rimanemmo a fianco a fianco senza parlare, tirando fuori gli indumenti dalle asciugatrici e cacciandoli dentro i sacchetti. Ci buttammo sulle spalle il bucato e ci dirigemmo verso la porta assieme; io ero un po' in testa. Mi fermai per un attimo davanti all'uscita, ma lui non fece alcuna mossa per aprirmi la porta e così me l'apersi da sola. Quando fummo fuori della lavagettone ci voltammo, tutti e due contemporaneamente, cosicché quasi ci scontrammo. Rimanemmo uno di fronte all'altra, incerti, per un minuto; cominciammo entrambi a dire qualcosa ed entrambi ci fermammo. Poi, come se qualcuno avesse girato un interruttore, lasciammo cadere i sacchetti sul marciapiede e avanzammo di un passo. Mi trovai che lo baciavo, o che lui baciava me, non lo so bene ancora. La sua bocca sapeva di sigarette. A parte quel sapore, e un'impressione di sottigliezza e di secco, come se il corpo attorno a cui avevo le braccia e la faccia che toccava la mia fossero davvero di carta velina o di pergamena stirata su un telaio di attaccapanni di fil di ferro, non ricordo assolutamente nessuna sensazione. Smettemmo di baciarci tutti e due contemporaneamente e facemmo un passo indietro. Rimanemmo a guardarci per un altro minuto. Poi raccogliemmo i nostri sacchetti, ce li buttammo in spalla, ci voltammo e ci allontanammo in direzioni opposte. L'intero episodio era stato ridicolmente simile alle attrazioni e repulsioni spasmodiche di quei cani di plastica con le calamite in fondo che ricordavo di aver vinto come premio alle feste di compleanno. Del tragitto di ritorno all'appartamento non ricordo niente, tranne che sull'autobus fissai a lungo un cartellone pubblicitario con la figura di un'infermiera con un vestito e una cuffia bianca. Aveva una faccia sana, competente, e reggeva una bottiglia e sorrideva. La scritta diceva: DATE IL
DONO DELLA VITA. 12 Così eccomi qui. Sono seduta sul mio letto, nella mia stanza, con la porta chiusa e la finestra aperta. È la Festa del Lavoro, un bel giorno fresco pieno di sole come ieri. Aveva un che di strano non dovere andare in ufficio questa mattina. Le statali fuori città si staranno coagulando con il traffico anche così presto, la gente starà già cominciando a ritornare dal weekend nelle villette estive, cercando di evitare le ore di punta. Alle cinque tutto sarà rallentato fino a diventare uno stillicidio là fuori e l'aria sarà piena dello scintillio del sole su chilometri di metallo e del rumore lamentoso di motori in folle e dei gemiti di bambini annoiati. Ma qui, come al solito, è tranquillo. Ainsley è in cucina. Oggi non l'ho quasi vista. La sento camminare avanti e indietro dall'altra parte della porta, mentre canticchia ad intervalli. Esito a aprire la porta. I nostri rapporti sono mutati in un qualche modo che non ho ancora valutato, e so che mi sarebbe difficile parlarle. Venerdì sembra sia stato tanto tempo fa, tante sono le cose accadute da allora, ma ora che ho ripensato a tutto capisco che le mie azioni sono state davvero più sensate di quanto pensassi al momento. Si trattava del mio subconscio che passava davanti al mio io cosciente, e il subconscio possiede la propria logica. Il modo in cui ho compiuto le cose può darsi che sia stato un po' incompatibile con la mia vera personalità, ma i risultati sono così incompatibili? La decisione è stata un po' improvvisa, ma ora che ho avuto tempo di pensarci mi rendo conto che è stato un ottimo passo da fare. Naturalmente avevo sempre dato per scontato alle superiori e all'università che alla fine avrei sposato qualcuno e avrei avuto dei bambini, tutti la pensano così. O due o quattro, tre è un brutto numero e i figli unici non li approvo, vengono viziati troppo facilmente. Non ho mai avuto delle idee stupide sul matrimonio, come Ainsley. Lei è contraria al matrimonio per principio, e la vita non è governata da princìpi ma da adattamenti. Come dice Peter, non si può continuare a scorrazzare di qua e di là all'infinito; chi non è sposato, verso la mezza età diventa ridicolo, amareggiato o svanito, o qualcosa del genere, ne ho viste abbastanza in giro per l'ufficio per rendermene conto. Ma sebbene sia sicura di averci sempre pensato nel mio intimo, non mi ero coscientemente aspettata che accadesse così presto o proprio nel modo in cui è accaduto. Naturalmente sono sempre stata attac-
cata a Peter più di quanto volessi ammetterlo. E non c'è nessuna ragione per cui il nostro matrimonio dovrebbe diventare come quello di Clara. Quei due non hanno abbastanza senso pratico, non sanno assolutamente come cavarsela, come mandare avanti un matrimonio ben organizzato. Gran parte di esso è questione di elementari particolari meccanici, quali i mobili e i pasti e tenere le cose in ordine. Ma noi dovremmo riuscire a raggiungere una sistemazione molto ragionevole. Anche se, com'è naturale, abbiamo ancora un sacco di particolari da elaborare. Peter è un partito ideale se si pensa a questo. È attraente e destinato a aver successo, è anche ordinato, il che è una dote delle più importanti quando si deve convivere con qualcuno. Mi immagino l'espressione sulle facce di quelle dell'ufficio quando lo sapranno. Ma non posso ancora dirglielo, dovrò conservare il mio impiego ancora per un po'. Finché Peter non avrà finito il periodo di tirocinio avremo bisogno dei soldi. Probabilmente in principio dovremo vivere in un appartamento, ma in seguito potremo avere una vera casa, un'abitazione stabile; che valga la pena tenere pulita. Frattanto io dovrei fare qualcosa di costruttivo invece di starmene seduta così. Prima dovrei rivedere il questionario della birra e stendere un rapporto su quello che ho scoperto, in modo da poterlo battere a macchina domattina subito e farla finita. Poi forse mi laverò i capelli. E la mia stanza ha bisogno di una pulizia generale. Dovrei guardare nei cassetti e gettar via tutto quello che vi si è accumulato, e nell'armadio ci sono appesi alcuni vestiti che non indosso abbastanza spesso per conservarli. Li darò all'Esercito della Salvezza. C'è anche un sacco di bigiotteria, quella roba che i parenti ti regalano a Natale: spille in similoro a forma di barboni e mazzi di fiori con frammenti di vetro per petali e gemme. C'è una scatola di cartone piena di libri, per lo più libri di testo, e lettere da casa che so che non riguarderò più e un paio di vecchie bambole che ho conservato per motivi sentimentali. La bambola più vecchia ha il corpo di panno imbottito di segatura (lo so perché una volta ho eseguito su di essa un'operazione con un paio di forbici da unghie) e mani, piedi e testa di legno resistente. Le dita delle mani e dei piedi sono state quasi completamente consumate a forza di masticarle; i capelli sono neri e corti, qualche riccio crespo attaccato a un pezzo di reticella che si sta scollando dal cranio. La faccia è quasi erosa ma ha ancora la bocca aperta con dentro la lingua di feltro rosso e due denti di porcellana, il suo fascino principale, a quanto ricordo. È vestita con il lembo di un vecchio lenzuolo.
Ero solita lasciarle davanti del cibo alla sera ed ero sempre delusa quando al mattino non era sparito. L'altra bambola è più nuova e ha dei lunghi capelli lavabili e una pelle gommosa. La chiesi in regalo un Natale perché le si poteva fare il bagno. Nessuna delle due mi piace più; tanto vale che le getti via col resto della cianfrusaglia. Non riesco ancora a trovar posto per l'uomo della lavagettone o a spiegare il mio comportamento. Può darsi che sia stato una specie di errore involontario, un vuoto dell'io, come un'amnesia. Ma è assai poco probabile che mi imbatta di nuovo in lui - non so nemmeno come si chiama - e comunque non ha nulla a che fare con Peter. Dopo aver pulito la mia stanza dovrei scrivere una lettera a casa. Saranno contenti, è una cosa che certamente aspettano. Vorranno che andiamo a trovarli per il weekend il più presto possibile. Neanch'io ho mai visto i genitori di Peter. Fra un minuto uscirò dal letto e camminerò attraverso la pozza di sole sul pavimento. Non posso lasciar passare l'intero pomeriggio nell'ozio, per quanto possa essere rilassante stare seduta in questa stanza tranqviilla a guardare il soffitto vuoto, con la schiena contro il muro freddo, dondolando i piedi oltre il bordo del letto. Sembra quasi di essere su una zattera di gomma, alla deriva, con gli occhi rivolti in alto a un cielo sereno. Devo organizzarmi. Ho un sacco di cose da fare. PARTE SECONDA 13 Marian sedeva svogliata alla sua scrivania. Stava scarabocchiando sul blocchetto dei messaggi telefonici. Tracciò una freccia con molte piume intricate, poi un tratteggio di linee incrociate. Avrebbe dovuto lavorare a un questionario, qualcosa su delle lame da barba d'acciaio inossidabile; era arrivata fino alla domanda che ingiungeva all'intervistatrice di chiedere alla vittima la lama usata che al momento si trovava nel suo rasoio e di offrirgliene in cambio una nuova. Questa l'aveva bloccata. Ora stava pensando che doveva trattarsi di una trama complicata: il presidente della fabbrica di lame aveva avuto una lama miracolosa che era stata possesso della sua famiglia per generazioni e che non solo si riaffilava ogni volta che veniva usata, ma inoltre concedeva a chi si sbarbava qualsiasi cosa desiderasse ogni tredici rasature... il presidente però non aveva custodito il proprio te-
soro con sufficiente cura. Un giorno si era dimenticato di riporla nella scatolina rivestita di velluto e l'aveva lasciata in giro per il bagno, e una delle domestiche, cercando di rendersi utile, aveva... (a questo punto la storia era confusa, ma assai complicata. La lama in qualche modo era riuscita a arrivare in un negozio, in un negozio di rigattiere, dove era stata acquistata da un cliente ignaro e...) Il presidente quello stesso giorno aveva avuto bisogno urgente di soldi. Si era sbarbato freneticamente ogni tre ore per arrivare alla tredicesima volta, fino a scorticarsi la faccia; quali furono la sua sorpresa e la costernazione quando... Così aveva scoperto cos'era accaduto, aveva ordinato che la domestica colpevole fosse gettata in un pozzo zeppo di lame usate e aveva fatto setacciare la città da un esercito di poliziotte private di mezza età che si facevano passare per intervistatrici delle Indagini Seymour, i loro occhi d'aquila addestrati a scoprire chiunque, maschio o femmina, con la minima traccia di barba, le quali gridavano «Lame Nuove in Cambio di Vecchie», nel tentativo disperato di recuperare l'impagabile perduta... Marian sospirò, disegnò un piccolo ragno in un angolo dell'intrico di linee, e si volse alla macchina per scrivere. Trascrisse intatto il brano dal questionario così com'era: «Vorremmo esaminare le condizioni della sua lama. Vorrebbe darmi la lama che ora si trova nel suo rasoio? Eccone una nuova in cambio», aggiungendo un «per favore» davanti a «darmi». Non si poteva riformulare la domanda in alcun modo che la facesse sembrare meno eccentrica, ma almeno la si poteva rendere più educata. Attorno a lei l'ufficio era in subbuglio. Era sempre o in subbuglio o mortalmente calmo e tutto sommato preferiva i subbugli. Poteva cavarsela lavorando di meno, tutti gli altri erano in un tale stato, correvano di qua e di là e strillavano, che non avevano il tempo di bighellonare e sbirciarle da dietro le spalle e chiedersi incuriositi che cosa la impegnasse per tanto tempo o comunque cosa stesse facendo. Era solita sentirsi partecipe di quei subbugli; un paio di volte si era persino lasciata trascinare da quella frenesia per simpatia, ed era rimasta sorpresa dello spasso che era; ma da quando si era fidanzata e aveva saputo che non sarebbe rimasta lì per sempre (ne avevano parlato, Peter aveva detto che naturalmente lei poteva continuare a lavorare dopo il matrimonio, se voleva, almeno per un po', sebbene non ce ne fosse la necessità dal punto di vista finanziario... considerava disonesto sposarsi, disse, se non ci si poteva permettere di mantenere la propria moglie, ma lei aveva deciso altrimenti), era riuscita a appoggiarsi alla spalliera della sedia e osservarle tutte con distacco. In effetti, si rese conto
di non riuscire a prendervi parte anche quando voleva. Negli ultimi tempi avevano preso a complimentarsi con lei per la sua calma nei momenti di emergenza. «Be', sia lodata Marian», dicevano, mentre si consolavano con tazze di tè e si picchiettavano sulla fronte esausta dei pezzi di kleenex, respirando affannosamente. «Lei non perde mai la bussola. Vero, cara?» Al momento stavano correndo in tondo, pensò, come un esercito di armadilli allo zoo. Gli armadilli le fecero ricordare per breve tempo l'uomo della lavagettone, che non si era più fatto vivo, sebbene lei da allora fosse andata varie volte alla lavagettone e si fosse sempre un po' aspettata di vederlo là. Ma la cosa non doveva stupire, era ovviamente un tipo emotivamente instabile; probabilmente era svanito in una qualche fogna molto tempo prima... Osservò Emmy mentre scattava verso il casellario e rovistava febbrilmente fra lo schedario. Questa volta si trattava dell'inchiesta nazionale sugli assorbenti igienici: un qualche errore imbarazzante era avvenuto negli Stati dell'Ovest. Avrebbe dovuto essere quella che chiamavano un'inchiesta a «tre ondate»: la prima ondata doveva fluire attraverso la posta, individuando e riportando sulla scia del riflusso una schiera di candidate adatte e disposte alle interviste, e la seconda e la terza ondata dovevano seguire con interviste più approfondite, compiute di persona. E, Marian sperava, a porte chiuse. L'intera faccenda, e soprattutto alcune delle domande, avevano piuttosto urtato il suo senso delle convenienze, sebbene Lucy avesse fatto notare durante un intervallo, che era estremamente appropriata oggigiorno, dopo tutto si trattava di un prodotto rispettabile, lo si poteva comprare al supermercato e in alcune delle migliori riviste veniva reclamizzato su pagine intere, e non era forse bello farlo uscire all'aperto e non essere così «vittoriani» e repressi parlando di esso? Millie aveva detto che naturalmente quello era il parere illuminato ma che queste inchieste erano sempre una sofferenza, che non soltanto si avevano dei guai con la gente alla porta ma che comunque non si riusciva a indurre le intervistatrici a farle, molte di loro erano del tutto all'antica, soprattutto quelle delle piccole città, alcune di esse davano persino le dimissioni se si chiedeva loro di farlo (quello era il peggior guaio di servirsi delle casalinghe, non avevano veramente bisogno dei soldi, erano sempre annoiate o stufe del lavoro o incinte e si dimettevano e allora bisognava trovarne delle nuove e addestrarle partendo da zero), la cosa migliore era di inviare loro una circolare dicendo che dovevano tutte adoprarsi al massimo per migliorare il destino delle Donne: un tentativo di fare appello, rifletté Marian, a quell'embrionale in-
fermiera generosa che si suppone nascosta, efficiente e altruista, nel cuore di ogni vera donna. Questa volta era accaduto qualcosa di peggio. All'Ovest, chiunque fosse stata incaricata di scegliere dalle guide telefoniche locali i nomi delle donne che dovevano venir colpite dalla prima ondata (chi era stata incaricata laggiù? Mrs Lietch di Foam River? Mrs Hatcher di Watrous? Nessuno se ne ricordava e Emmy disse che pareva che avessero messo la scheda in un posto sbagliato) non era stata eccessivamente meticolosa. Invece dell'atteso diluvio di risposte, la posta aveva portato un semplice rivolo di questionari riempiti. Millie e Lucy ora li stavano esaminando alla scrivania di fronte a quella di Marian, cercando di scoprire cosa non aveva funzionato. «Be', alcuni ovviamente sono andati a degli uomini», disse Millie sbuffando. «Eccone uno con 'ah, ah' scritto sopra, da parte di un Mr Leslie Andrewes.» «Quel che non capisco sono quelli rispediti da donne con un NO segnato in tutte le caselle. Di cosa diavolo si servono, allora?» disse Lucy stizzosa. «Be', questa ha più di ottant'anni.» «Eccone una che dice di essere continuamente incinta da sette anni.» «Oh no, poveretta», disse boccheggiando Emmy, che stava ascoltando. «Ma si rovinerà la salute.» «Scommetto che quell'oca di Mrs Lietch - o di Mrs Hatcher, quale che sia - li ha mandati di nuovo alle riserve indiane. Le avevo specificamente detto di no. Dio sa cosa usano loro», disse con ripugnanza Lucy. «Muschio», disse Millie decisa. Questa non era la prima volta che qualcosa non aveva funzionato all'Ovest. Contò di nuovo la pila dei questionari. «Dovremo ricominciare daccapo e il cliente sarà furibondo. Tutte le nostre quote sono gettate al vento e tremo a pensare a cosa succederà alle nostre date di scadenza.» Marian guardò l'orologio. Era quasi ora di colazione. Disegnò una fila di lune attraverso la pagina: falci di luna, lune piene, poi falci di luna voltate dall'altra parte, e poi niente: una luna nera. Per misura precauzionale disegnò una stella dentro una delle falci di luna. Regolò l'orologio, quello che Peter le aveva regalato per il suo compleanno, sebbene fosse soltanto in anticipo di due minuti sull'orologio dell'ufficio e lo caricò. Batté a macchina un'altra domanda. Si rendeva conto di aver fame e si chiese se la fame fosse stata prodotta dalla conoscenza che aveva dell'ora. Si alzò dalla sedia, la fece ruotare un paio di volte per alzarla, si sedette di nuovo e batté un'altra domanda; era stanca, stanca, stanca di fare la manipolatrice di pa-
role. Alla fine, incapace di rimanere ancora per un attimo seduta alla scrivania davanti alla macchina per scrivere, disse: «Ora andiamo a fare colazione». «Be'...» Millie esitò e guardò l'orologio. Aveva ancora una mezza illusione di poter fare qualcosa per mettere ordine in quel caos. «Sì, andiamo», disse Lucy, «questa storia mi sta facendo impazzire, devo proprio uscire di qui.» Si diresse verso l'attaccapanni e Emmy la seguì. Quando Millie vide le altre indossare i cappotti lasciò perdere con riluttanza i questionari. Per strada il vento era freddo. Si rialzarono i baveri, tenendo il davanti dei cappotti uniti vicino al collo con le mani inguantate, sfilando a due per volta fra le altre che si affrettavano a andare a fare colazione; i loro tacchi scattavano e sfregavano sul marciapiede spoglio: non era ancora nevicato. Dovevano camminare più del solito. Lucy aveva proposto di andare a un ristorante più costoso di quelli che frequentavano normalmente, e nello stato di accresciuto metabolismo creato dal subbuglio degli assorbenti igienici avevano assentito. «OOoo», gemette Emmy mentre si piegavano contro il vento aspro. «Con questo tempo secco non so proprio cosa farò. La pelle mi si sta seccando tutta e mi si squama.» Quando pioveva aveva terribili dolori ai piedi e quando c'era il sole aveva gli occhi tesi, l'emicrania, le lentiggini e dei giramenti di capo. Quando il tempo era indifferente, grigio e tiepido, le venivano dei rossori e la tosse. «La crema emolliente è la cosa migliore», disse Millie. «Mia nonna aveva la pelle secca e usava quella.» «Ma ho sentito dire che dà i brufoli», disse Emmy con aria dubbiosa. Il ristorante era uno di quelli con delle pretese all'inglese tipo vecchio continente e aveva delle poltrone di pelle imbottite e delle travi in stile Tudor. Dopo aver atteso un po' vennero condotte a un tavolo da una capocameriera in seta nera; si sistemarono e si tolsero i cappotti. Marian notò che Lucy indossava un nuovo vestito, un maestoso jersey laminato color malva scuro con una casta spilla d'argento al collo. Così, ecco perché oggi voleva venir qui, pensò Marian. Gli occhi dalle lunghe sopracciglia di Lucy scivolavano sugli altri commensali: per lo più impassibili uomini d'affari che trangugiavano il loro cibo e tracannavano qualche bicchiere per farla finita con l'interruzione del pranzo al più presto e il più torpidamente possibile in modo da poter ritornare in ufficio a fare un po' di soldi e staccare il più presto possibile e far
ritorno nel traffico dell'ora di punta alle loro case, alle mogli e alla cena e farla finita anche con queste il più presto possibile. Lucy aveva un ombretto color malva che si accompagnava al vestito, e del rossetto con una punta di malva pallido. Era, come sempre, elegante. Negli ultimi due mesi si era concessa sempre più spesso dei pranzi costosi (sebbene Marian si chiedesse come potesse permetterselo), trascinandosi come un'esca piumata con perline di vetro e tre cucchiaini e diciassette ami per i posti dall'aspetto promettente, ristoranti e bar di lusso con le loro aiole lussureggianti di vasi di filodendri, dove ci si poteva aspettare che il genere di uomini adatti fossero in agguato, rapaci come lucci, sebbene con maggiori propensioni matrimoniali. Ma quegli uomini, il genere adatto, non abboccavano, o erano partiti per altre profondità, o si attaccavano a un genere di esca diverso: qualche pesciolino poco appariscente di plastica marrone o un cucchiaino opaco di semplice bronzo, o qualcosa con ancora più penne e ami di quanti Lucy potesse esibirne. E in questo ristorante, e in altri simili, invano Lucy metteva in bella mostra i suoi stupendi vestiti e gli occhi dolcissimi davanti alle miriadi di tozzi lebisti che non avevano tempo per il color malva. Arrivò la cameriera. Millie ordinò un pasticcio di manzo e rognone, una bella colazione sostanziosa. Emmy scelse un'insalata col formaggio che si accompagnasse con i suoi tre tipi di pillole, quella rosa, quella bianca e quella arancione, allineate sul tavolo accanto al bicchier d'acqua. Lucy si agitò e si irritò e cambiò scelta diverse volte e finalmente si decise per una frittata. Marian rimase sorpresa di sé. Prima quasi veniva meno per la voglia di far colazione, stava morendo di fame, e ora non aveva neppure appetito. Prese un sandwich col formaggio. «Come sta Peter?» chiese Lucy dopo aver cincischiato con la frittata e essersi lamentata che fosse coriacea. Nutriva un interesse per Peter. Lui aveva preso l'abitudine di telefonare a Marian in ufficio per informarla di quel che aveva fatto durante il giorno e di cosa avrebbe fatto quella sera, e quando Marian non c'era lasciava dei messaggi a Lucy che aveva lo stesso telefono di Marian. Lucy lo considerava molto educato, e trovava la sua voce interessante. Marian stava osservando Millie mentre questa faceva sparire il suo pasticcio di manzo e rognone, metodicamente, come se riponesse delle cose in un baule. «Là», disse, o avrebbe dovuto dire, quando ebbe finito: «Tutto riposto ordinatamente via». E la bocca le si chiuse come un coperchio. «Bene», disse Marian. Lei e Peter avevano deciso che non ne avrebbe doyuto ancora parlare in ufficio. Perciò aveva resistito, giorno dopo gior-
no, ma ora la domanda le attizzò il desiderio di dare l'annuncio alla sprovvista, e non riuscì a trattenersi. Sarebbe bene che sapessero che al mondo si può ancora sperare, ragionò. «Ho qualcosa da annunciare a tutte», disse, «ma per ora non deve andare al di là di voi.» Attese finché le tre paia d'occhi ebbero trasferito la loro attenzione dai piatti a lei, poi disse: «Siamo fidanzati». Rivolse loro un sorriso smagliante, osservando che l'espressione dei loro occhi passava dall'attesa allo sgomento. Lucy lasciò cadere la forchetta e boccheggiò: «No!» aggiungendo «che meraviglia!» Millie disse: «Oh. Benissimo». Emmy si affrettò a prendere un'altra pillola. Poi vennero delle domande concitate, a cui Marian rispose con calma, dispensando le informazioni come canditi a dei bambini: una alla volta e non troppo esaurienti; le avrebbero potute fa'r star male. L'esultanza trionfante che aveva supposto sarebbe seguita all'annuncio, almeno per lei, fu soltanto passeggera. Appena l'effetto sorpresa fu passato, la conversazione divenne remota e impersonale, per entrambe le parti, come i questionari sulle lame da barba: domande sul matrimonio, il futuro appartamento, i possibili oggetti di porcellana e di vetro, cosa avrebbe comperato e indossato. Lucy infine chiese: «Avevo sempre pensato che fosse il tipo di scapolo impenitente, quello che avevi detto tu. Come diavolo sei riuscita a accalappiarlo?» Marian distolse lo sguardo dai volti, improvvisamente patetici e esageratamente bramosi, sospesi per cogliere la sua risposta, e lo posò sulle posate nei piatti. «Per essere sincera, non lo so», disse, cercando di esprimere una confacente modestia da sposina. Non lo sapeva davvero. Ora le dispiaceva di avere parlato, di aver fatto loro balenare la vista dell'effetto così, senza essere in grado di rivelare loro una causa riproducibile. Peter telefonò quasi appena furono rientrate in ufficio. Lucy porse il telefono a Marian sussurrando: «È lui!» un po' intimorita dalla presenza di un vero futuro sposo all'altro capo del filo. Marian avvertì nell'aria il tendersi di tre paia di muscoli auricolari, il roteare di tre teste bionde, mentre parlava al telefono. La voce di Peter era chiara: «Ciao cara, come stai? Ascolta, questa sera proprio non posso. È sopraggiunta improvvisamente una causa, qualcosa di grosso, e devo lavorarci un po' sopra». Parlava come se stesse accusandola di interferire col suo lavoro, e questo la offese. Non si era nemmeno aspettata di vederlo così, a metà settimana,
finché non le aveva telefonato il giorno prima e le aveva chiesto di cenare assieme; da allora aveva aspettato quella serata con impazienza. Disse piuttosto aspra: «Non fa niente, caro. Ma sarebbe bene se potessimo aggiustare queste cose prima dell'ultimo minuto». «Te l'ho detto che è successo improvvisamente», disse lui irritato. «Be', non c'è bisogno che mi mangi la faccia.» «Non l'ho fatto», disse lui, esasperato. «Sai che preferirei molto di più stare con te, naturalmente, ma devi capire...» Il resto della conversazione fu un misto di espressioni di ritrattazione e di rappacificazione. Bene, dobbiamo imparare a venire a un compromesso, pensò Marian, e tanto vale metterci al lavoro ora. Concluse: «Domani allora?» «Senti cara», disse lui, «proprio non lo so. Tutto dipende, sai come sono queste cose, te lo farò sapere, d'accordo?» Quando Marian lo ebbe salutato con dolcezza, per amore delle sue ascoltatrici, ed ebbe posato il ricevitore si sentì esausta. Doveva stare attenta a come parlava con Peter, avrebbe dovuto fare maggiore attenzione a come lo trattava, evidentemente all'ufficio era sottoposto a uno sforzo non indifferente... «Non starò diventando anemica?» si disse voltandosi di nuovo verso la macchina per scrivere. Dopo aver finito il questionario delle lame da barba, ed aver cominciato a lavorare a un questionario diverso, le istruzioni per il test di un nuovo cibo disidratato per cani, il telefono squillò di nuovo. Era Joe Bates. Quella telefonata se l'era mezza aspettata. Salutò Joe con finto entusiasmo: sapeva di essersi sottratta alle sue responsabilità negli ultimi tempi, evitando gli inviti a cena dei Bates anche se Giara aveva nutrito il desiderio di vederla. La gravidanza si era protratta prima per una settimana, poi per due settimane più a lungo di quanto avrebbe dovuto e al telefono era sembrato come se Clara stessa fosse trascinata lentamente giù, in quell'escrescenza simile a una zucca gigantesca che le avvolgeva il corpo. «Non riesco quasi più a reggermi», aveva detto gemendo. Ma Marian non era riuscita a affrontare la prospettiva di un'altra sera in contemplazione del ventre di Clara, speculando con lei sul misterioso comportamento del suo contenuto. L'ultima volta aveva risposto soltanto con osservazioni allegre ma segnatamente poco rallegranti intese a sollevare l'atmosfera, quali «Forse ha tre teste» e «Forse non è per niente un bambino, ma un'escrescenza parassitaria, come le galle degli alberi, o l'elefantiasi dell'ombelico, o un grosso callo...» Dopo quella sera si era spiegata che avrebbe fatto più male a Clara andando a trovarla che standole lontana. In uno scatto di sollecitudine pro-
vocata dal senso di colpa, però, aveva fatto promettere a Joe, nell'andarsene, di informarla appena accadesse qualcosa, offrendosi persino eroicamente di fare la babysitter per gli altri bambini se fosse stato assolutamente necessario; e ora la sua voce diceva: «Be', grazie a dio è finita. È un'altra femmina, dieci libbre e sette once, e lei è andata in ospedale solo alle due di ieri notte. Avevamo paura che partorisse in tassi». «Bene, è meraviglioso», esclamò Marian, ed aggiunse varie domande e congratulazioni. Si fece dare da Joe l'orario delle visite e il numero della stanza e li annotò sul blocchetto dei messaggi telefonici. «Dille che andrò a trovarla domani», fece. Pensava che ora che Clara si stava sgonf