TRUDI CANAVAN LA CORPORAZIONE DEI MAGHI (The Magicians' Guild, 2001) Questo libro è dedicato a mio padre, Denis Canavan,...
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TRUDI CANAVAN LA CORPORAZIONE DEI MAGHI (The Magicians' Guild, 2001) Questo libro è dedicato a mio padre, Denis Canavan, la scintilla che ha acceso in me il fuoco della curiosità e della creatività.
1 L'EPURAZIONE Si narra, a Imardin, che il vento abbia un'anima e si lamenti per le strette strade della città, addolorato da quanto vede sotto di sé. Il giorno dell'Epurazione, il vento sibilò tra gli alberi ondeggianti del Porto, soffiò impetuoso oltre le porte dell'Ovest e urlò tra i palazzi. Poi, come atterrito dalle anime derelitte che vi aveva incontrato, si placò, limitandosi a piagnucolare. O così parve a Sonea. Mentre un'altra folata di vento freddo la sferzava, la ragazza si cinse il petto con le braccia e si strinse il mantello logoro intorno al corpo. Abbassò lo sguardo e si accigliò, vedendo la fanghiglia sporca che schizzava sulle scarpe a ogni passo. Gli stracci che aveva ficcato negli stivali troppo grandi erano già zuppi e le dita dei piedi le dolevano per il freddo. Un improvviso movimento sulla destra attirò la sua attenzione. Si scostò mentre un uomo dai capelli radi e grigi usciva barcollando da un vicolo e cadeva in ginocchio. Sonea si fermò e gli tese la mano, ma il vecchio non sembrò notarla: si rimise a fatica in piedi e raggiunse la schiera di sagome curve che avanzavano per strada. Con un sospiro, Sonea sbirciò oltre l'orlo del cappuccio. Una guardia stava scompostamente all'ingresso del vicolo, la bocca piegata in un ghigno sprezzante. Il suo sguardo si spostava da una sagoma all'altra. Sonea lo fissò socchiudendo gli occhi, ma quando l'uomo voltò la testa nella sua direzione distolse rapida lo sguardo. Maledette guardie, pensò. Possano tutte ritrovarsi gli stivali pieni di faren velenosi. Le vennero allora in mente i nomi di alcune guardie d'animo gentile e si sentì rimordere la coscienza, ma non era dell'umore giusto per fare eccezioni. Prendendo il passo delle figure che si trascinavano al suo fianco, Sonea le seguì fino a una strada più grande, costeggiata su entrambi i lati da case a tre piani. Alle finestre dei piani più alti vi era una schiera di volti; un uomo ben vestito teneva in braccio un bambino in modo che potesse vedere la gente di sotto. L'uomo arricciò il naso con sdegno e, mentre indicava col dito verso il basso, il bimbo fece una smorfia come se avesse mangiato qualcosa di cattivo. Sonea li fissò torva. Non sarebbe tanto compiaciuto, se gli tirassi una pietra nella finestra. Si guardò intorno esitante ma, se c'era qualche sasso
nei paraggi, doveva essere ben coperto dalla fanghiglia. Alcuni passi più in là scorse un paio di guardie all'ingresso di un vicolo. Con l'armatura rigida di cuoio bollito e l'elmo di ferro, sembravano due volte più massicce degli straccioni che tenevano d'occhio; avevano scudi di legno e, appesa in vita, una kebin, la sbarra di ferro che usavano come manganello ma che poco al di sopra del manico era dotata anche di un uncino per afferrare il coltello degli aggressori. Abbassando lo sguardo al suolo, Sonea le superò. «... isolarli prima che raggiungano la piazza», stava dicendo una delle due. «Una ventina. Il capo della banda è uno grosso, ha una cicatrice sul collo e...» Sonea ebbe un tuffo al cuore. Forse...? Pochi passi più in là rispetto alle guardie vi era una porta, in una piccola rientranza. Sonea s'infilò in quel minuscolo riparo e si girò a osservare le guardie; trasalì quando vide due occhi scuri che la fissavano oltre la soglia. Una donna la guardava con gli occhi sgranati per la sorpresa. Sonea arretrò di un passo. Anche la sconosciuta arretrò; ma un attimo dopo, quando Sonea rise brevemente, la imitò. È solo un riflesso! Allungò le mani e le sue dita toccarono un riquadro di metallo lucido fissato al muro. Sopra vi erano incise alcune parole, ma Sonea conosceva troppo poche lettere per capire che cosa dicessero. Studiò la sua immagine: un volto magro, scavato, i capelli scuri corti. Nessuno l'aveva mai definita bella. Quando voleva, riusciva ancora a spacciarsi per un ragazzo. La zia diceva che assomigliava più alla madre, morta da tempo, che al padre, ma lei sospettava che Jonna preferisse non vedere nessuna somiglianza col fratello, un uomo poco incline alla vita familiare. Sonea si avvicinò al riflesso. Sua madre era molto bella. Forse, se mi lasciassi crescere i capelli e mi mettessi qualcosa di femminile... ...oh, lascia perdere! Sbuffando con fare autoironico, si biasimò per essersi persa in simili fantasie. «... circa venti minuti fa», disse una voce vicina. Sonea s'irrigidì ricordando il motivo per cui si era nascosta nella rientranza. «E dove pensano di prenderli in trappola?» «Non lo so, Mol.» «Ah, vorrei proprio esserci. Hai visto quello che hanno fatto a Porlen l'anno scorso, bastardi. Ci sono volute settimane prima che gli passasse lo sfogo, e per giorni non è riuscito a vedere bene. Mi domando se non pos-
sa... Ahi! Non da quella parte, ragazzo!» Sonea ignorò le grida del soldato sapendo che lui e il collega non avrebbero abbandonato la posizione all'imbocco del vicolo, per evitare che la gente in strada ne approfittasse per sgattaiolare via. Si mise invece a trotterellare facendosi strada tra la folla sempre più numerosa; di tanto in tanto si fermava in cerca di un volto familiare. Sapeva con certezza a quale banda si riferissero le guardie: la storia di ciò che il gruppo di Harrin aveva architettato durante l'ultima Epurazione era passata di bocca in bocca nel duro inverno precedente. Le aveva fatto piacere sentire che i vecchi amici combinavano ancora qualche mascalzonata, anche se aveva dovuto convenire con la zia che avrebbe fatto meglio a tenersi alla larga da quei piantagrane. Quella mattina sembrava che le guardie stessero preparando la loro vendetta. Questo non fa che dimostrare che Jonna ha ragione. Sonea sorrise tristemente. Mi strozzerebbe se sapesse cosa sto facendo. Non è che torno nella banda, devo solo trovare una vedetta... eccola! Nell'ombra di una porta, un giovane dinoccolato si stava guardando intorno con espressione cupa e ostile. Sebbene ostentasse indifferenza, spostava gli occhi dall'imbocco di un vicolo all'altro. Quando incrociò lo sguardo di Sonea, lei portò le mani al cappuccio per sistemarselo e fece quello che gran parte delle persone avrebbe interpretato come un gesto villano. Il giovane socchiuse gli occhi e rispose al segnale. Certa ormai che fosse una vedetta, Sonea fendette la folla e si fermò a qualche passo dalla porta, fingendo di stringersi lo stivale. «Con chi sei?» domandò lui guardando dall'altra parte. «Con nessuno.» «Hai usato un vecchio segnale.» «Sono stata via per un po'.» La vedetta tacque per qualche istante. «Cosa vuoi?» «Ho sentito un discorso delle guardie. Hanno in mente di catturare qualcuno.» Lui fece un verso scortese. «E perché ti dovrei credere?» «Conoscevo Harrin», rispose Sonea raddrizzandosi. Il ragazzo la squadrò per un istante, uscì dalla nicchia e l'afferrò per un braccio. «Allora vediamo se lui si ricorda di te.» Sonea ebbe un tuffo al cuore quando la vedetta cominciò a trascinarla tra la folla. Il fango era scivoloso e lei sapeva che, se avesse cercato di puntare i piedi, vi sarebbe finita lunga distesa. Borbottò un'imprecazione. «Non c'è
bisogno che mi porti da Harrin. Digli solo il mio nome. Lui sa che non lo metterei mai nei guai.» Il ragazzo la ignorò. Le guardie li scrutavano con sospetto quando passavano. Sonea torse il braccio, ma il giovane la teneva con forza e la trascinò in una strada laterale. «Ascoltami. Mi chiamo Sonea. Lui mi conosce, e anche Cery.» «Allora non ti dispiacerà rivederlo», ribatté il ragazzo girando lievemente la testa. La strada laterale era gremita di persone che sembravano andare di fretta. Sonea si aggrappò a un lampione e lo costrinse a fermarsi. «Non posso venire con te. Devo andare da mia zia. Lasciami...» La calca diminuì quando la folla si disperse lungo la strada. Sonea sollevò lo sguardo ed emise un gemito. «Jonna mi ucciderà.» La strada era sbarrata da una fila di guardie con gli scudi sollevati. Diversi giovani camminavano su e giù davanti a loro lanciando insulti e parole di scherno. Mentre Sonea guardava, uno tirò qualcosa contro i soldati: il piccolo oggetto colpì uno scudo ed esplose in una nube di polvere rossa. Dal gruppo di giovani si levò un grido di esultanza; le guardie arretrarono un poco. A vari passi di distanza, Sonea scorse due figure familiari: una era più alta e massiccia di quanto ricordasse. Harrin stava impettito con le mani sui fianchi. I due anni passati avevano cancellato ogni aspetto giovanile dal suo volto, ma dall'atteggiamento Sonea capì che per il resto ben poco era cambiato. Harrin era da sempre il capo indiscusso della banda, pronto a rimettere in riga chiunque osasse mettere in dubbio la sua autorità. Al suo fianco, un ragazzo che era la metà di lui. Sonea non poté fare a meno di sorridere: Cery non era cresciuto affatto da quando lo aveva visto l'ultima volta. Tuttavia, nonostante la bassa statura, era sempre stato rispettato nella banda perché suo padre aveva lavorato per i Ladri. Mentre la vedetta la trascinava più vicino, Sonea vide Cery leccarsi un dito, sollevarlo in aria e annuire. Harrin cacciò un urlo, al che i giovani estrassero dei piccoli involti dagli abiti e li scagliarono contro le guardie. Una nube rossa si levò dagli scudi, e Sonea sorrise mentre gli uomini imprecavano e gridavano di dolore. Poi una figura solitaria spuntò da un vicolo dietro i soldati. Sonea alzò lo sguardo e si sentì gelare il sangue nelle vene. Un mago! Il ragazzo al suo fianco inspirò bruscamente quando vide la figura con la tunica. «Un mago!» urlò.
I ragazzi e le guardie si raddrizzarono e si girarono verso il nuovo venuto. Tutti arretrarono barcollando mentre una folata calda li investiva. Un odore sgradevole riempì le narici di Sonea, e gli occhi presero a bruciarle quando la polvere rossa la colpì in viso. Il vento cessò di colpo, poi tutto fu quiete e silenzio. Asciugandosi le lacrime, Sonea batté le palpebre guardando il terreno in cerca di un po' di neve pulita per alleviare il bruciore; ma tutt'intorno vi era solo fango, liscio e senza impronte. Qualcosa non andava. A mano a mano che la vista le si schiarì, Sonea notò alcune lievi ondulazioni che s'irradiavano dai piedi del mago. «Via!» tuonò Harrin. I ragazzi si allontanarono subito dalle guardie e superarono Sonea correndo. Con uno strillo, la vedetta la strattonò e la trascinò con sé. La bocca le si seccò quando vide un'altra fila di soldati in attesa in fondo alla strada. Era quella la trappola! E io mi sono fatta mettere nel sacco con loro! La vedetta continuò a trascinarla e a seguire la banda di Harrin che correva in direzione delle guardie, le quali sollevarono preventivamente gli scudi. Ad alcuni passi da loro, i ragazzi piegarono in un vicolo. Mentre li seguiva, Sonea notò un paio di uomini in uniforme accasciati contro il muro all'ingresso del vicolo. «Giù!» urlò una voce familiare. Una mano l'agguantò e la buttò a terra. Sonea trasalì quando pestò le ginocchia sull'acciottolato, sotto lo strato di fango. Sentendo gridare alle sue spalle, si voltò e vide un groviglio di braccia e scudi bloccare lo stretto passaggio tra gli edifici, e una nube rossa levarsi tutt'intorno. «Sonea?» La voce era familiare e piena di stupore. Lei sollevò lo sguardo, e sorrise quando vide Cery accucciato al suo fianco. «Mi ha detto che le guardie stavano preparando un'imboscata», riferì la vedetta. Cery annuì. «Lo sapevamo.» Sul suo volto comparve a poco a poco un sorriso; poi, con un guizzo, Cery spostò lo sguardo da lei ai soldati e il sorriso scomparve. «Venite, tutti quanti. È ora di andare!» La prese per mano, la tirò su e la condusse in mezzo ai ragazzi che stavano bersagliando le guardie. In quel momento un lampo investì il vicolo col suo bagliore accecante. «Che cos'era quello?» chiese Sonea senza fiato, cercando di scacciare
l'immagine del vicolo che sembrava persistere davanti ai suoi occhi. «Il mago», sibilò Cery. «Correte!» gridò Harrin. Mezza cieca, Sonea incespicò. Qualcuno le piombò addosso da dietro, facendola cadere per terra. Cery l'afferrò per le braccia, la risollevò e la condusse via. Balzarono fuori dal vicolo, e si ritrovarono nella strada principale. I ragazzi rallentarono, si misero i cappucci e curvarono le spalle mentre si confondevano nella folla. Sonea li imitò e per parecchi minuti camminò in silenzio con Cery. Una figura alta li affiancò e sbirciò oltre il bordo del cappuccio per osservarla. «Ah! Guarda un po' chi c'è!» Harrin sgranò gli occhi. «Sonea! Che ci fai qui?» Lei sorrise. «Mi metto di nuovo nei guai per le tue malefatte.» «Aveva sentito che le guardie stavano preparando un'imboscata ed era venuta a cercarci», spiegò Cery. Harrin fece un gesto noncurante con la mano. «Sapevamo che avrebbero tentato qualcosa, perciò ci siamo assicurati una via di fuga.» Pensando ai soldati accasciati all'ingresso del vicolo, Sonea annuì. «Avrei dovuto immaginarlo.» «Allora, dove sei stata? Sono passati... anni.» «Due anni. Ci siamo trasferiti nel quartiere settentrionale. Zio Ranel ha ottenuto una stanza in una casa di soggiorno.» «Ho sentito che nelle case di soggiorno gli affitti sono indecenti e che tutto costa il doppio solo perché vivi dentro le mura cittadine.» «È vero, ma sopravviviamo.» «Facendo cosa?» domandò Cery. «Riparando abiti e scarpe.» Harrin annuì. «Per questo non ti si vede da tanto.» Sonea sorrise. Per questo, e perché Jonna non ha voluto che frequentassi la vostra banda. La zia disapprovava Harrin e i suoi amici, totalmente... «Non sembra molto entusiasmante», borbottò Cery. Guardandolo, Sonea notò che, sebbene non fosse cresciuto molto negli ultimi anni, non aveva più un viso da ragazzino. Indossava un lungomanto nuovo con alcuni fili penduli là dove era stato accorciato, e probabilmente aveva le tasche e i taschini della fodera pieni di grimaldelli, coltelli, aggeggi vari e dolcetti. Sonea si era sempre chiesta che cosa avrebbe fatto Cery quando avesse
smesso di borseggiare la gente e scassinare serrature. «È più sicuro che andare in giro in vostra compagnia», replicò. Cery socchiuse gli occhi. «Mi sembra di sentir parlare Jonna.» Una volta Sonea sarebbe rimasta ferita; invece sorrise. «A forza di parlare, Jonna ci ha tolto dai bassifondi.» «Se hai una stanza in una casa di soggiorno, perché sei qui?» intervenne Harrin. Sonea lo guardò torva e s'incupì. «Il re sta cacciando la gente dalle case di soggiorno», rispose. «Dice che non vuole troppe persone in un solo edificio, che non c'è pulizia. Le guardie sono arrivate stamattina e ci hanno buttato fuori.» Harrin si rabbuiò e imprecò. Lanciando un'occhiata a Cery, Sonea vide che lo sguardo canzonatorio era scomparso dai suoi occhi. Guardò altrove, grata per la loro comprensione, ma non per quello si sentì meglio. Era bastata una sola parola dal Palazzo reale, un solo mattino, e tutto quello per cui lei e gli zii avevano lavorato era andato perduto. Non avevano avuto nemmeno il tempo di riflettere sulle implicazioni, mentre afferravano le loro cose prima di essere trascinati in strada. «Dove sono ora Jonna e Ranel?» chiese Harrin. «Mi hanno mandata in avanscoperta a cercare una stanza nel nostro vecchio posto.» Cery le lanciò un'occhiata sincera. «Se non la trovi, passa da me.» Lei annuì. «Grazie.» La folla si stava riversando lentamente in una vasta area lastricata, piazza del Nord, dove ogni settimana si teneva un piccolo mercato. Sonea e la zia vi andavano regolarmente o, meglio, vi erano andate regolarmente fino a qualche giorno addietro. Nella piazza si erano radunate diverse centinaia di persone. Se molti varcavano le porte del Nord, altri indugiavano nella speranza d'incontrare i loro cari prima di entrare nella bolgia dei bassifondi. Altri ancora si rifiutavano di muoversi, finché non venivano costretti a farlo. Cery e Harrin si fermarono alla base della fontana, al centro della piazza. Dall'acqua si levava la statua di re Kalpol. Il sovrano, morto da tempo, aveva quarant'anni quando aveva sgominato i banditi dei monti, eppure la statua lo ritraeva giovane: con la destra brandiva una copia della sua famosa spada incastonata di pietre dure, con la sinistra stringeva un calice altrettanto ornato. Un tempo in quel luogo sorgeva un'altra statua, ma trent'anni prima era
stata abbattuta. Negli anni erano state costruite molte statue di re Terrei ma tutte, tranne una, erano state distrutte; e si diceva che persino quella rimasta, custodita entro le mura del palazzo, fosse priva di faccia. Nonostante tutto quello che aveva fatto, i cittadini di Imardin non avrebbero mai scordato re Terrei, l'iniziatore delle Epurazioni annuali. Lo zio aveva raccontato la storia a Sonea tante volte. Trent'anni addietro, dopo che i membri influenti delle Case si erano lamentati per la mancanza di sicurezza nelle strade, il re aveva ordinato alle guardie di scacciare dalla città tutti i mendicanti, i vagabondi senza fissa dimora e i sospetti criminali. Infuriati, i più forti del gruppo si erano riuniti e avevano reagito, con le armi che si erano procurati da ricchi contrabbandieri. Di fronte agli scontri scoppiati per le strade, il re aveva chiesto aiuto alla Corporazione dei maghi. I ribelli non avevano armi per contrastare la magia: furono catturati e cacciati nei bassifondi. Il re apprezzò i festeggiamenti organizzati dalle Case per celebrare la vittoria e dichiarò che ogni anno la città sarebbe stata ripulita dai vagabondi. Quando il vecchio re era morto, cinque anni prima, molti avevano sperato che le Epurazioni cessassero, ma re Merin, il figlio di Terrei, aveva mantenuto la tradizione. Se si guardava intorno, Sonea aveva difficoltà a credere che quelle persone fragili, dall'aria malata, potessero costituire una minaccia. D'un tratto notò che diversi ragazzi si erano radunati intorno a Harrin e lo osservavano ansiosi. Sentì lo stomaco contrarsi per l'apprensione. «Devo andare», disse. «No, non farlo», obiettò Cery. «Ci siamo appena ritrovati.» Lei scosse la testa. «Sono via da troppo tempo. Jonna e Ranel potrebbero essere già nei bassifondi.» «Allora sei già nei guai», osservò Cery con una scrollata di spalle. «Hai ancora paura delle sgridate, eh?» Lei gli lanciò un'occhiata di rimprovero. Cery le rispose, imperterrito, con un sorriso. «Ecco», disse piazzandole qualcosa in mano. Abbassato lo sguardo, Sonea esaminò il pacchettino di carta. «È questo che tiravate alle guardie?» Cery annuì. «Polvere di papea. Irrita gli occhi e provoca un'eruzione sulla pelle.» «Ma non serve contro i maghi.» Lui sghignazzò. «Una volta ne ho beccato uno. Non mi aveva visto arrivare.» Sonea stava per restituirglielo, ma Cery fece un gesto con la mano.
«Tienilo, qui non serve. I maghi creano sempre un muro.» Lei scosse la testa. «E allora lanciate i sassi? Perché tanto accanimento?» «È giusto così.» Cery guardò indietro verso la strada, con occhi grigio acciaio. «Se non lo facessimo, sembrerebbe che non c'importa dell'Epurazione. Non possiamo lasciare che ci caccino dalla città senza fare un po' di rumore, non credi?» Con una stretta di spalle, Sonea guardò il gruppo di ragazzi. I loro occhi brillavano, impazienti. Sonea aveva sempre pensato che scagliare cose contro i maghi fosse inutile e insensato. «Tu e Harrin non venite quasi mai in città.» «No, ma dovremmo essere in grado di farlo, se volessimo», replicò Cery. «E questa è l'unica volta in cui riusciamo a combinare guai senza che i Ladri ci mettano il becco.» Sonea roteò gli occhi. «Adesso capisco.» «Andiamo», ordinò Harrin sovrastando il clamore della folla. Mentre i ragazzi esultavano e cominciavano ad allontanarsi, Cery la guardò speranzoso. «Vieni. Sarà divertente.» Sonea scosse il capo. «Non ti devi unire a noi. Resta solo a guardare», insistette Cery. «Dopo ti accompagnerò, e vedremo di trovarvi un posto dove stare.» «Ma...» Cery si protese e le sciolse il nodo alla sciarpa, la piegò a triangolo, gliela mise in testa e gliela legò sotto il collo. «Adesso hai un aspetto più femminile. Anche se le guardie decidessero d'inseguirci - cosa che non fanno mai - non penseranno che tu faccia parte del gruppo di provocatori. Perfetto!» esclamò facendole una carezza sulla guancia. «Molto meglio. Adesso vieni. Non ti lascerò scomparire di nuovo nel nulla.» Sonea sospirò. «D'accordo.» La folla era aumentata e la banda cominciò a farsi strada nella calca. Il loro sgomitare non fu accolto da proteste e gesti di ripicca, anzi uomini e donne mettevano loro in mano sassi e frutti marci e sussurravano parole d'incoraggiamento. Mentre seguiva Cery in mezzo a tante facce infervorate, Sonea provò un senso di eccitazione. Quanti avevano un po' di buon senso, come gli zii, si erano già allontanati da piazza del Nord. Quelli che erano rimasti volevano assistere alla provocazione, incuranti della sua inutilità. Il gruppo giunse ai margini della folla, che si era fatta più rada. Sonea
vide altre persone confluire nella piazza da una strada laterale; dall'alto, le porte lontane si ergevano sulla massa. Davanti... Sonea si fermò e sentì tutta la sua sicurezza svanire: a meno di venti passi c'era una fila di maghi. Mentre Cery avanzava, lei fece qualche passo indietro e si bloccò alle spalle di una donna anziana. Inspirò profondamente ed espirò. Sapeva che non si sarebbero mossi; avrebbero ignorato la folla fino al momento di allontanarla dalla piazza. Non c'era ragione di avere paura. Deglutì, si costrinse a guardare altrove e cercò i ragazzi: Harrin, Cery e gli altri stavano avanzando a passo lento, mescolandosi al flusso sempre più rado dei ritardatari che s'inserivano ai margini della folla. Sonea sollevò di nuovo lo sguardo per osservare i maghi e rabbrividì. Non si era mai avvicinata tanto a loro né aveva mai avuto occasione di guardarli bene. Indossavano un'uniforme: una tunica con le maniche larghe cinta da una fusciacca in vita. Secondo zio Ranel, abiti del genere andavano di moda molte centinaia di anni prima; ormai per la gente comune vestirsi come i maghi era un crimine. Erano tutti uomini. Dalla sua posizione, Sonea ne vedeva nove, soli o in coppia, e sapeva che erano parte di una fila che cingeva tutta la piazza. Alcuni non avevano più di vent'anni, altri sembravano molto vecchi. Uno di quelli più vicini, un uomo dai capelli chiari sulla trentina, era avvenente e raffinato. Gli altri avevano un aspetto incredibilmente ordinario. Con la coda dell'occhio, Sonea scorse un movimento brusco e si voltò in tempo per vedere Harrin ruotare il braccio in avanti. Una pietra volò in direzione dei maghi. Pur sapendo ciò che sarebbe accaduto, la ragazza trattenne il fiato. La pietra sbatté contro qualcosa di duro e d'invisibile e cadde a terra. Sonea espirò mentre altri ragazzi cominciavano a tirare pietre. Alcune figure con la tunica sollevarono lo sguardo e osservarono i sassi cozzare a mezz'aria davanti a loro, altri guardarono brevemente i ragazzi, poi ripresero a conversare. Sonea fissò il punto in cui si trovava la barriera dei maghi, ma non vide nulla. Avanzando, prese uno dei pacchetti che aveva in tasca, ruotò il braccio all'indietro e lo tirò con tutte le sue forze: quando toccò il muro invisibile, l'involto si disintegrò, e per un istante una nube di polvere rimase sospesa in aria, appiattita contro di esso. Udì ridacchiare nei paraggi, si voltò e vide un'anziana che sorrideva. «Bel tiro!» esclamò con voce stridula la donna. «Fagli vedere. Forza.»
Sonea infilò la mano in tasca, e le sue dita toccarono una grossa pietra. Fece qualche passo verso i maghi e sorrise. Su alcuni volti aveva colto un senso di fastidio: ovviamente non amavano essere sfidati, ma qualcosa li tratteneva dall'affrontare i giovani provocatori. Dalla nube di polvere si levarono delle voci. Il mago elegante alzò lo sguardo e si voltò verso il collega, un uomo più anziano dai capelli grigi. «Che patetica plebaglia!» esclamò con tono di scherno. «Quanto ancora ci vorrà prima di potercene sbarazzare?» Qualcosa nel ventre di Sonea si contrasse. Strinse la presa sul sasso, lo estrasse e lo soppesò. Era pesante. Si voltò in direzione dei maghi, fece appello a tutta la rabbia che aveva per essere stata cacciata da casa sua e a tutto il suo odio innato per i maghi, e lanciò la pietra contro quello che aveva parlato. Ne seguì la traiettoria in aria e, quando fu in prossimità della barriera dei maghi, desiderò con tutta l'anima che la superasse e colpisse il bersaglio. Un'onda di luce blu si propagò verso l'esterno, e la pietra colpì il mago alla tempia con un tonfo sordo. Questi rimase immobile a fissare il nulla, poi le sue ginocchia cedettero e il compagno anziano gli si avvicinò per sorreggerlo. Sonea fissò a bocca aperta il vecchio mago che adagiava a terra il collega. Le grida di esultanza dei ragazzi cessarono. Il silenzio si diffuse come fumo tra la folla. Poi, quando altre due mani si precipitarono ad aiutare il collega ferito, si levò un coro di esclamazioni. Gli amici di Harrin e altre persone nella folla iniziarono a esultare. La piazza fu nuovamente invasa dal clamore della gente che mormorava e gridava per raccontare l'accaduto. Sonea abbassò lo sguardo e si fissò le mani. Ha funzionato. Ho infranto la barriera, ma questo non è possibile a meno che... non abbia usato la magia. Si sentì gelare quando ricordò come avesse concentrato tutta la sua rabbia e tutto il suo odio sulla pietra, come ne avesse seguito la traiettoria con la mente e avesse desiderato che infrangesse la barriera. Qualcosa dentro di lei si mosse, come se volesse indurla a ripetere l'azione. Quando alzò lo sguardo, vide che molti maghi si erano radunati vicino al compagno a terra. Alcuni gli si erano accovacciati accanto, ma gran parte si era voltata a fissare la folla nella piazza con sguardo indagatore. Mi stanno cercando, pensò Sonea. Quasi avesse udito il suo pensiero, un mago si girò a guardarla. Lei restò
paralizzata dal terrore, ma poco dopo gli occhi dell'uomo si spostarono e continuarono a scrutare la gente. Ignorano chi sia stato. Sonea emise un sospiro di sollievo. Guardandosi intorno, vide che la folla era a vari passi di distanza da lei. I ragazzi stavano arretrando e, col cuore che le martellava nel petto, li imitò. Il vecchio mago allora si alzò. A differenza dei colleghi, concentrò lo sguardo su di lei senza esitazione e, mentre gli altri maghi si voltavano a guardare, la indicò col dito. Quando vide le loro mani sollevarsi, Sonea cadde in preda al terrore. Si girò e partì di corsa verso la folla. Con la coda dell'occhio notò i ragazzi che fuggivano. La vista le vacillò quando vari lampi rapidi illuminarono i volti davanti a lei, poi diverse grida squarciarono l'aria. «Fermatevi!» Sonea non sentì dolore. Guardando in basso, ebbe un ansito di sollievo quando capì di essere illesa. Alzò lo sguardo: la gente stava ancora scappando senza ascoltare il comando che riecheggiava nella piazza. Un odore di bruciato le pervase le narici. Si girò e vide una figura distesa sul terreno, a pochi passi di distanza. Le fiamme stavano divorando avidamente i vestiti, eppure la sagoma giaceva immobile. Un istante dopo vide una forma annerita che un tempo era un braccio; ebbe un conato. «Non fatele del male!» Barcollando, si allontanò dal cadavere. Varie figure la superarono a destra e a sinistra mentre i ragazzi fuggivano. Con uno sforzo Sonea riuscì a prendere un passo di corsa, pur esitante. Raggiunse la folla alle porte del Nord e la attraversò a fatica. Facendosi strada a stento, sgomitando quelli che le venivano tra i piedi, s'infilò nella fiumana di corpi. Quando si accorse del peso dei sassi nelle tasche, li prese e li gettò via. Qualcosa le bloccò le gambe facendola inciampare, ma si rimise in piedi e continuò la sua marcia. Due mani l'afferrarono bruscamente da dietro. Sonea si divincolò e fece per gridare, ma le mani la girarono e si ritrovò a fissare gli occhi azzurri, familiari di Harrin. 2 IL DIBATTITO DEI MAGHI Dal giorno del diploma, trent'anni prima, Lord Rothen era entrato innu-
merevoli volte nel Palazzo della Corporazione, ma di rado vi aveva sentito riecheggiare tante voci. Guardò la marea di uomini e donne con la tunica. Si erano formate varie cerchie, e notò le consuete cricche e fazioni; alcuni maghi girovagavano di qua e di là, passando da una cerchia all'altra. Era tutto un gesticolare eloquente, e dal baccano si levava di tanto in tanto un'esclamazione. Le Assemblee si svolgevano di solito all'insegna del decoro e dell'ordine; tuttavia, finché non arrivava l'Amministratore a gestirli, i partecipanti si aggiravano nella sala chiacchierando tra loro. Quando Rothen fissò la folla, colse brandelli di conversazione che parevano provenire dal tetto; il Palazzo della Corporazione amplificava i suoni in modi strani, inattesi, soprattutto quando si parlava a voce alta. L'effetto non era dovuto alla magia, come spesso immaginavano i visitatori comuni, ma a una conseguenza imprevista della trasformazione dell'edificio in sala. La prima e più antica sede della Corporazione conteneva gli alloggi dei maghi e dei loro apprendisti, nonché aule per le lezioni e le riunioni. Quattro secoli dopo, a fronte dell'aumento rapido dei membri, la Corporazione aveva costruito molti nuovi palazzi e, non volendo demolire la prima sede, l'aveva ristrutturata internamente e dotata di posti a sedere. Da allora tutte le Assemblee, le Udienze e le cerimonie di Ammissione e di Diploma si tenevano in quella sala. Una sagoma alta con una tunica purpurea emerse dalla folla e si diresse a grandi passi verso Rothen. Notando l'espressione ansiosa del giovane mago, Rothen sorrise: Dannyl si era lamentato più di una volta che nella Corporazione non accadeva mai niente di eccitante. «Be', vecchio amico, com'è andata?» chiese Dannyl. Rothen incrociò le braccia. «Vecchio amico davvero.» «Vecchia volpe, allora.» Dannyl fece un gesto noncurante con la mano. «Che cos'ha detto l'Amministratore?» «Niente. Voleva solo che gli riferissi l'accaduto. Sembra che sia l'unico ad averla vista.» «Buon per lei», commentò Dannyl. «Perché gli altri hanno tentato di ucciderla?» Rothen scosse la testa. «Non penso ne avessero l'intenzione.» Un gong sovrastò il brusio, e la voce amplificata dell'Amministratore della Corporazione invase la sala. «Che tutti i maghi prendano posto, per favore.» Lanciando un'occhiata alle sue spalle, Rothen vide l'enorme porta in
fondo alla sala chiudersi. La massa di tuniche si divise mentre i maghi si dirigevano ai seggi, sui due lati della sala. Dannyl annuì in direzione dell'ingresso. «Oggi abbiamo un'inconsueta compagnia.» Rothen seguì lo sguardo dell'amico. I maghi superiori si stavano accomodando. A sottolineare la loro posizione e autorità nella Corporazione, occupavano cinque gradinate di seggi nella parte anteriore della sala, raggiungibili mediante due strette scale. Al centro della fila, in alto, spiccava una poltrona più grande ornata d'oro e ricamata con l'incal del re: un uccello notturno stilizzato. Era vuota, ma i due seggi a lato erano occupati da maghi che portavano una fusciacca d'oro in vita. «I Consiglieri del re», mormorò Rothen. «Interessante.» «Sì», convenne Dannyl. «Mi chiedo se re Merin ritenga questa Assemblea tanto importante da presenziarvi.» «Non abbastanza da prendervi parte di persona.» «Ovviamente.» Dannyl sorrise. «Allora ci dovremo comportare bene.» Rothen si strinse nelle spalle. «Non fa differenza. Anche se non ci fossero i Consiglieri, nessuno direbbe niente che non direbbe in presenza del re. No, sono qui per assicurarsi che facciamo qualcosa di più che parlare della ragazza.» I due raggiunsero i loro posti e si sedettero. Dannyl scrutò la sala. «Tutto questo per una lurida teppistella di strada.» Rothen ridacchiò. «Ha causato un bel po' di scompiglio, non credi?» «Fergun non è venuto», osservò Dannyl, socchiudendo gli occhi per scrutare le file di seggi lungo la parete opposta. «Ma i suoi seguaci ci sono.» Rothen non gradiva che l'amico manifestasse pubblicamente il suo disprezzo per un altro mago, ma non poté fare a meno di sorridere. I modi invadenti di Fergun non lo rendevano simpatico ai colleghi. «Da quello che ricordo del rapporto del guaritore, il colpo ha provocato uno stato di grande confusione e agitazione. Ha ritenuto opportuno prescrivere a Fergun un sedativo.» Dannyl emise un gridolino di gioia. «Fergun dorme! Quando si accorgerà di aver perso l'Assemblea, andrà su tutte le furie.» Il gong risuonò e la sala si zittì a poco a poco. «E, come potrai immaginare, l'Amministratore Lorlen è rimasto sommamente deluso che Lord Fergun non abbia potuto raccontare la sua versione dei fatti», aggiunse Rothen bisbigliando.
Dannyl soffocò una risata. Osservando i maghi superiori, Rothen vide che avevano tutti preso posto. Solo l'Amministratore Lorlen era ancora in piedi col gong in una mano e con la mazza per suonarlo nell'altra; aveva un'espressione insolitamente seria. Rothen s'incupì pensando che quella era la prima crisi che il mago affrontava da quand'era stato eletto Amministratore. Lorlen si era dimostrato capace di affrontare i problemi quotidiani della Corporazione, ma più di un mago si chiedeva come avrebbe gestito un'emergenza del genere. «Ho convocato questa Assemblea per discutere dei fatti che si sono verificati in piazza del Nord stamattina», esordì Lorlen. «Dobbiamo valutare due questioni di natura estremamente seria: l'uccisione di un innocente e l'esistenza di un mago sfuggito al nostro controllo. Inizieremo con l'affrontare il primo e più grave dei problemi: chiamo Lord Rothen a testimoniare.» Dannyl guardò Rothen stupito, poi sorrise. «Ma certo. Saranno anni che non sali sul banco dei testimoni. Buona fortuna.» Mentre si alzava, Rothen incenerì l'amico con un'occhiata. «Grazie per avermelo ricordato. Me la caverò.» Una marea di facce si girò mentre l'Assemblea osservava Rothen abbandonare il suo seggio, attraversare la sala e presentarsi di fronte ai maghi superiori. Chinò il capo davanti all'Amministratore e questi contraccambiò con un cenno. «Ci dica che cos'ha visto, Lord Rothen.» Rothen tacque per un istante soppesando le parole. Nel parlare davanti alla Corporazione, si doveva essere concisi ed evitare di elaborare i fatti. «Quando sono arrivato in piazza del Nord stamattina, Lord Fergun era già sul posto. Ho preso posizione accanto a lui e contribuito col mio potere a rafforzare lo scudo. Alcuni giovani provocatori hanno cominciato a tirare pietre ma, come sempre, li abbiamo ignorati.» Sollevando lo sguardo verso i maghi superiori, notò che lo stavano osservando con attenzione. Provò un senso di nervosismo; era davvero passato molto tempo da quando aveva parlato alla Corporazione. «Poi con la coda dell'occhio ho visto un lampo azzurro, e ho sentito un'alterazione nello scudo. Ho scorto un oggetto che si avvicinava ma, prima che potessi reagire, quello ha colpito Lord Fergun alla tempia, facendogli perdere i sensi. L'ho afferrato mentre cadeva, l'ho steso a terra e mi sono accertato che la ferita non fosse grave. Poi, quando altri sono accorsi, ho cercato di capire chi avesse lanciato il sasso.» Rothen sorrise mentre ricordava gli eventi. «Ho visto che, a differenza di gran par-
te dei giovani che avevano un'aria perplessa, una ragazza si stava fissando le mani con stupore. Quando sono arrivati i colleghi, l'ho persa di vista e, quando loro non sono riusciti a localizzarla, mi hanno chiamato perché lo facessi io.» Rothen scosse la testa. «Quando l'ho fatto, hanno creduto erroneamente che indicassi un ragazzo al suo fianco... hanno reagito.» Lorlen gli fece cenno di fermarsi. Guardò i maghi seduti sotto di lui, e il suo sguardo si posò su Lord Balkan, il capo dei maghi guerrieri. «Lord Balkan, che cos'ha scoperto interrogando chi ha colpito il giovane?» Il mago con la tunica rossa si alzò. «Tutti i diciannove maghi coinvolti hanno creduto che l'aggressore fosse uno dei ragazzi della folla: ritenevano improbabile che una ragazza fosse stata addestrata per diventare un mago fuorilegge. Volevano tutti stordirlo, non fargli del male; la descrizione dei colpi fornita di testimoni mi fa credere che sia andata così. Dalle testimonianze ho concluso inoltre che alcuni colpi stordenti si sono combinati a formare un colpo di fuoco non mirato: è stato questo a uccidere il ragazzo.» Il ricordo di una sagoma bruciata colpì Rothen. Nauseato, fissò il pavimento. Anche se non si fossero uniti, l'effetto di diciannove colpi stordenti sarebbe stato eccessivo per il corpo del ragazzo. Non poteva fare a meno di sentirsi responsabile; se solo avesse preso lui l'iniziativa, prima che gli altri reagissero... «Questo solleva problemi complessi», commentò Lorlen. «È improbabile che l'opinione pubblica creda alle nostre parole, se diciamo che abbiamo commesso uno sbaglio. Le scuse non bastano. Dobbiamo cercare di rimediare. È possibile pensare a un risarcimento per la famiglia del giovane?» Molti maghi superiori annuirono, e Rothen udì mormorii di approvazione alle sue spalle. «Se riusciremo a rintracciarla», aggiunse un mago superiore. «Temo che un risarcimento non rimedierà al danno che abbiamo arrecato alla nostra reputazione», osservò Lorlen accigliato. «Come possiamo riconquistare il rispetto e la fiducia della gente?» Ci fu un gran bisbigliare, poi una voce si levò: «La ricompensa è sufficiente». «Affidiamoci al tempo, la gente dimenticherà», disse un'altra. «Abbiamo fatto tutto il possibile.» Con tono più basso, qualcuno a destra di Rothen disse: «Era solo un ragazzo dei bassifondi. A chi importa?»
Rothen sospirò. Sebbene quelle parole non lo avessero sorpreso, destarono in lui la consueta rabbia. Secondo la legge, la Corporazione esisteva per proteggere la gente, e la legge non distingueva tra ricchi e poveri. Ma lui aveva sentito più volte i maghi sostenere che gli abitanti dei bassifondi erano tutti delinquenti e che non meritavano di essere tutelati dalla Corporazione. «Possiamo fare ben poco», intervenne Lord Balkan. «Le classi superiori considereranno la morte del ragazzo un incidente. I poveri no, e niente di quello che potremmo dire o fare li indurrà a cambiare opinione.» L'Amministratore Lorlen guardò i maghi superiori a uno a uno, e tutti assentirono. «Molto bene», affermò. «Riprenderemo in mano la faccenda alla prossima Assemblea, quando avremo avuto modo di valutare le conseguenze di questa tragedia.» Fece un profondo respiro, si raddrizzò e scrutò la sala. «Ora la seconda questione: il mago fuorilegge. Oltre a Lord Rothen, qualcuno ha visto la ragazza o l'ha notata mentre tirava il sasso?» Vi fu silenzio. Lorlen si accigliò, deluso. Alle Assemblee della Corporazione gran parte dei dibattiti era animata dai capi delle tre discipline: Lady Vinara, Lord Balkan e Lord Sarrin. Lady Vinara, capo dei guaritori, era una donna pragmatica e severa, che poteva però dimostrarsi molto compassionevole. Il possente Lord Balkan era un abile osservatore e un uomo molto attento a valutare tutti gli aspetti di un problema, ma quando si doveva prendere una decisione difficile o rapida era risoluto. Il più anziano del terzetto, Lord Sarrin, poteva esprimere giudizi duri, ma riconosceva sempre la validità delle opinioni altrui. Ed erano quelli i maghi superiori cui Lorlen si stava rivolgendo. «Dobbiamo cominciare dall'esame dei fatti che risultano chiari e confermati dai testimoni. È indubbio che, per quanto possa apparire sorprendente, un semplice sasso è riuscito a superare lo scudo magico. Lord Balkan, com'è possibile?» Il guerriero si strinse nelle spalle. «Lo scudo usato per respingere le pietre durante le Epurazioni è debole: riesce a bloccare i corpi che vengono lanciati, ma non la magia. Dai lampi blu e dall'alterazione avvertita da chi lo alimentava, è chiaro che è stata usata la magia. Tuttavia, per poter superare uno scudo, la magia dev'essere finalizzata in modo specifico. Ritengo che la ragazza abbia usato un colpo, uno semplice, associato al sasso.» «Ma perché poi usare un sasso?» chiese Lady Vinara. «Perché non colpire solo con la magia?» «Per nascondere il colpo?» suggerì Lord Sarrin. «Se i maghi lo avessero
visto arrivare, forse sarebbero riusciti a potenziare lo scudo.» «È possibile», ammise Balkan. «Ma la forza del colpo è stata usata solo per infrangere la barriera. Se l'intento della ragazza fosse stato malvagio, ora Lord Fergun avrebbe ben più di un livido sulla tempia.» Vinara si rabbuiò. «Quindi la ragazza non si aspettava di fare tanto male? Perché agire, allora?» «Per dimostrare il suo potere, forse per sfidarci», rispose Balkan. Il volto rugoso di Sarrin si contrasse in un cipiglio di disapprovazione e Rothen scosse il capo. Notando il movimento, Balkan abbassò lo sguardo e sorrise. «Non è d'accordo, Lord Rothen?» «Non si aspettava di combinare un bel niente», ribatté Rothen. «Dall'espressione sembrava chiaramente sconvolta e sorpresa da quello che aveva fatto. Ritengo non abbia avuto nessun addestramento.» «Impossibile», replicò Sarrin scuotendo la testa. «Qualcuno deve aver liberato i suoi poteri.» «E averla addestrata a controllarli, si spera», aggiunse Vinara. «Altrimenti, avremmo un altro grave problema.» Nella sala si levò d'un tratto un brusio mentre tutti prendevano in considerazione quell'eventualità. Lorlen sollevò una mano e le voci tacquero. «Quando Lord Rothen mi ha riferito quello che aveva visto, ho convocato Lord Solend nella mia stanza e gli ho chiesto se, nel corso dei suoi studi sulla storia della Corporazione, avesse letto di maghi i cui poteri si fossero sviluppati senza addestramento.» L'espressione dell'Amministratore era seria e preoccupata. «Sembra che quanto supponiamo, ossia che i poteri di un mago possano essere liberati solo da un altro mago, sia sbagliato. «È stato documentato che nei primi secoli dell'esistenza della Corporazione alcuni individui che si sono sottoposti all'addestramento usavano già la magia. I loro poteri si sono sviluppati naturalmente di pari passo con la crescita fisica. Dato che accogliamo i novizi in giovane età, essi non si sviluppano più in modo naturale.» Lorlen indicò i seggi lungo un lato della sala. «Ho chiesto a Lord Solend di recuperare tutto ciò che è noto sul fenomeno; ora lo chiamerò qui davanti a noi perché ci riferisca quanto ha appreso.» Una figura anziana si levò dalle file dei maghi e cominciò a scendere le scale. Tutti attesero in silenzio mentre il vecchio storico raggiungeva il pavimento e, strascicando i piedi, avanzava fino a mettersi a fianco di Rothen.
Solend annuì rigidamente ai maghi superiori. «Fino a cinquecento anni fa, un uomo o una donna che desiderassero imparare la magia si rivolgevano a un mago per diventare apprendisti», esordì il vecchio con voce querula. «Venivano messi alla prova e scelti in base alla loro forza e alla somma che potevano pagare. A causa di questa tradizione, alcuni apprendisti erano già molto maturi quando iniziavano l'addestramento, dato che talvolta dovevano lavorare per parecchi anni o aspettare di ricevere una buona eredità per poter pagare la somma richiesta. «A volte tuttavia arrivava un giovane o una giovane i cui poteri erano già stati 'liberati', come si soleva dire a quel tempo. Persone del genere, conosciute come maghi 'naturali', non venivano mai rifiutate, per due ragioni: primo, avevano poteri molto forti; secondo, era necessario insegnar loro il Controllo.» Il vecchio tacque per qualche istante, quindi la sua voce si alzò di tono. «Sappiamo già che cosa accade quando un novizio non possiede il Controllo. Se questa ragazza è un mago naturale, ci dobbiamo attendere che sia più potente di un novizio medio, forse anche più di un mago medio. Se non la troveremo e non le insegneremo il Controllo, costituirà un grave pericolo per la città.» Seguì un breve attimo di silenzio, poi la sala fu pervasa da un mormorio allarmato. «Ammesso che i suoi poteri si siano davvero sviluppati spontaneamente», osservò Balkan. Il vecchio assentì. «Ovviamente, è possibile che sia stata addestrata da qualcuno.» «Allora dobbiamo trovare lei e quelli che l'hanno addestrata», affermò una voce. Nella sala si scatenò di nuovo un acceso dibattito, ma la voce di Lorlen sovrastò il chiasso. «Se è una fuorilegge, siamo costretti a portare dal re sia lei sia i suoi maestri. Se è un mago naturale, le dobbiamo insegnare il Controllo. In ogni caso, dobbiamo trovarla.» «Come?» gridò una voce. Lorlen abbassò lo sguardo. «Lord Balkan?» «Con una perquisizione sistematica dei bassifondi», rispose il guerriero. Voltandosi a guardare i Consiglieri del Re, aggiunse: «Avremo bisogno di aiuto». Lorlen inarcò le sopracciglia e seguì lo sguardo del guerriero. «La Corporazione richiede formalmente l'assistenza della Guardia cittadina.» I Consiglieri si scambiarono un'occhiata e annuirono. «Concessa», di-
chiarò formalmente uno di loro. «Dovremo iniziare prima possibile», suggerì Balkan. «Preferibilmente stasera.» «Se vogliamo l'assistenza della Guardia, ci vorrà tempo per organizzarla. Suggerisco d'iniziare domani mattina», replicò Lorlen. «E le lezioni?» chiese una voce. Lorlen guardò il mago seduto accanto a lui. «Penso che un giorno in più di studio autonomo non comprometterà l'apprendimento dei novizi.» «Un giorno non fa grande differenza», ribatté Jerrik, l'arcigno Direttore dell'Università. «Ma in un giorno la troveremo?» Lorlen increspò le labbra. «Se non l'avremo trovata, ci riuniremo di nuovo qui domani sera per stabilire chi debba continuare la ricerca.» «Posso dare un suggerimento, Amministratore Lorlen?» Nell'udire quella voce, Rothen trasalì per la sorpresa. Si voltò e vide Dannyl in piedi tra i maghi, che lo osservavano. «Sì, Lord Dannyl», rispose Lorlen. «Gli abitanti dei bassifondi ostacoleranno di certo le nostre ricerche, e la ragazza probabilmente si nasconderà. Potremmo avere maggiori possibilità di successo se entrassimo nei bassifondi sotto mentite spoglie.» Lorlen si accigliò. «A quali mentite spoglie sta pensando?» Dannyl scrollò le spalle. «Meno diamo nell'occhio, più alte sono le possibilità di riuscita. Suggerirei che almeno una parte di noi si vesta come loro. Potrebbero capire chi siamo quando apriamo bocca, ma...» «Assolutamente no», grugnì Balkan. «Cosa succederebbe se uno di noi venisse scoperto travestito da povero mendicante? Verremmo sbeffeggiati per tutte le Terre Alleate.» Si levarono diverse voci di approvazione. Lorlen annuì lentamente. «Sono d'accordo. In qualità di maghi abbiamo l'autorità di entrare in qualsiasi casa della città. La nostra ricerca verrà ostacolata se non indosseremo le tuniche.» «In che modo sapremo che cosa cercare?» domandò Vinara. Lorlen guardò Rothen. «Si ricorda che aspetto aveva?» Rothen annuì. Arretrando di qualche passo, chiuse gli occhi e rievocò l'immagine di una ragazza piccola, tutta pelle e ossa, con un volto magro da bambina. Facendo appello al suo potere, aprì gli occhi e usò la volontà. Davanti a lui, a mezz'aria, comparve un bagliore che ben presto si tramutò in un volto lievemente diafano. A mano a mano che si aggiungevano i particolari, apparvero anche gli abiti: una sciarpa incolore avvolta sulla testa,
una maglia pesante con cappuccio e un paio di pantaloni. Completata l'immagine, Rothen guardò i maghi superiori. «È questa la persona che ci ha attaccato?» mormorò Balkan, sorpreso. «È poco più di una bambina.» «Un minuscolo pacchetto con dentro una grossa sorpresa», commentò sarcastico Sarrin. «E se non fosse lei l'assalitrice?» chiese Jerrik. «E se Lord Rothen si fosse sbagliato?» Lorlen guardò Rothen e sorrise debolmente. «Per il momento possiamo solo presumere che non si sbagli. Lo sapremo abbastanza presto dai pettegolezzi che gireranno in città, e fra il pubblico potremmo anche trovare qualche testimone.» Annuì in direzione dell'immagine e aggiunse: «Può bastare, Lord Rothen». Rothen fece un gesto con la mano, e l'immagine svanì. Quando risollevò lo sguardo, notò che Lord Sarrin lo stava scrutando. «Che cosa faremo quando l'avremo trovata?» domandò Vinara. «Applicheremo la legge», rispose Lorlen. «Se non è una fuorilegge, le insegneremo a controllare i poteri.» «Certo, ma dopo? Che succederà?» Intervenne Balkan: «Credo che quello che Lady Vinara intende sia: dovrebbe diventare una di noi?» Nella sala si levò all'istante un vivace brusio. «No! Probabilmente è una ladra!» «Ha aggredito uno di noi! Andrebbe punita, non ricompensata!» Rothen scosse la testa e sospirò mentre le proteste continuavano. Se nessuna legge vietava di prendere in esame anche i bambini delle classi più umili, la Corporazione cercava sempre i poteri solo nei figli delle Case. «Da secoli la Corporazione non prende nessun novizio che non appartenga alle Case», disse pacato Balkan. «Ma, se Solend ha ragione, potrebbe essere un mago potente», gli ricordò Vinara. Rothen soffocò un sorriso. Gran parte delle donne mago diventava guaritrice, e sapeva che Lady Vinara sarebbe tranquillamente passata sopra le origini della ragazza se avesse potuto acquisire una nuova, potente collaboratrice. «La forza non è una benedizione, se il mago è corrotto», citò Sarrin. «Potrebbe essere una ladra, forse anche una prostituta. Che influenza avrebbe una persona del genere sugli altri novizi? Come possiamo sapere se
manterrebbe la promessa?» Vinara inarcò le sopracciglia. «Quindi le mostrerebbe quello che può fare, le bloccherebbe i poteri e la rimanderebbe in mezzo alla povertà?» Sarrin annuì. Vinara guardò Balkan che si strinse nelle spalle. Mordendosi la lingua per non protestare, Rothen si costrinse a restare in silenzio. Dalla fila sovrastante, Lorlen guardò impassibile i tre maghi, senza commentare. «Dovremmo almeno darle una possibilità», affermò Vinara. «Se esiste anche una sola probabilità che si adegui alle nostre regole e diventi una giovane responsabile, allora dovremmo offrirle questa opportunità.» «Più i suoi poteri si svilupperanno e più difficile sarà bloccarglieli», le ricordò Sarrin. «Lo so, ma non è impossibile», replicò la donna. «Considerate come ci guarderebbero se la accettassimo: un po' di generosità e di bontà sarebbero molto più utili per rimediare al danno che stamattina abbiamo arrecato alla nostra reputazione, rispetto all'idea di bloccarle i poteri e rimandarla nei bassifondi.» Balkan inarcò le sopracciglia. «È vero e, divulgando la notizia che sarà bene accetta tra noi, potremmo evitare il problema delle ricerche. Quando saprà che potrebbe diventare un mago, con la posizione e la ricchezza che ciò comporta, verrà da noi.» «E la perdita della ricchezza potrebbe essere il giusto deterrente per far sì che non riprenda le abitudini ributtanti di un tempo», aggiunse Sarrin. Lady Vinara annuì. Si guardò intorno, poi il suo sguardo si posò su Rothen. Socchiudendo gli occhi, chiese: «Che ne pensa, Lord Rothen?» Rothen fece una smorfia. «Mi chiedo se, dopo questa mattina, crederà a quello che le diremo.» Balkan s'incupì. «Ne dubito. Probabilmente dovremo prima catturarla e poi spiegarle le nostre buone intenzioni.» «Allora non ha molto senso aspettare che venga da noi», concluse Lorlen. «Inizieremo le ricerche domani, come previsto.» Increspando le labbra, si voltò verso il seggio collocato in alto. Rothen sollevò lo sguardo. Tra il seggio dell'Amministratore e quello del re ve n'era uno riservato al capo della Corporazione: il Sommo Lord, Akkarin. Il mago in tunica nera non aveva aperto bocca per tutta l'Assemblea, il che tuttavia non era insolito. Akkarin era noto per la capacità di modificare con poche, misurate parole l'andamento del dibattito, anche se in genere rimaneva in silenzio.
«Sommo Lord, ha ragione di sospettare che nei bassifondi ci siano maghi fuorilegge?» chiese Lorlen. «No. Nei bassifondi non ci sono maghi fuorilegge», rispose Akkarin. Rothen era abbastanza vicino da notare la rapida occhiata che Balkan e Vinara si scambiarono, e represse un sorriso. Si diceva che il Sommo Lord avesse sensi particolarmente fini, e quasi tutti i maghi provavano almeno un po' di timore riverenziale nei suoi confronti. Con un cenno del capo, Lorlen si voltò verso la sala e batté il gong. Mentre il suono riecheggiava nel locale, il brusio si ridusse a un flebile mormorio. «Rimanderemo la decisione sull'eventuale addestramento della ragazza a quando l'avremo trovata e avremo valutato la sua indole. Per il momento ci concentreremo sull'obiettivo di trovarla. La ricerca inizierà qui, domani, alla quarta ora. Quanti di voi ritengono di avere valide ragioni per non partecipare alla ricerca preparino, per cortesia, una richiesta e la presentino al mio assistente stasera. Dichiaro chiusa l'Assemblea.» La sala si riempì del fruscio delle tuniche e dello scalpiccio degli stivali. Rothen arretrò quando il primo dei maghi superiori scese dalla scala e si avviò verso le porte laterali della sala. Si voltò e attese che Dannyl si facesse strada fra i colleghi e lo raggiungesse. «Hai sentito Lord Kerrin?» chiese Dannyl. «Vuole punire la ragazza per avere attaccato il suo caro amico Fergun. Personalmente penso che quella ragazza non avrebbe potuto trovare mago migliore da stendere.» «Dannyl, per favore...» fece Rothen. ' «... e ora ci mandano a frugare nell'immondizia dei bassifondi», disse una voce alle sue spalle. «Non so quale sia la tragedia più grande: che abbiano ucciso il ragazzo o mancato la ragazza», replicò un'altra. Sgomento, Rothen si girò a guardare chi avesse parlato: era un vecchio alchimista, troppo assorto a fissare il pavimento con aria cupa per accorgersi di lui. Mentre si allontanava strascinando i piedi, Rothen scosse la testa. «Stavo per rimproverarti per la tua durezza, Dannyl, ma non ha molto senso, vero?» «No», convenne questi facendosi da parte mentre passavano l'Amministratore Lorlen e il Sommo Lord. «E se non riusciamo a trovarla?» chiese l'Amministratore al collega. Il Sommo Lord emise una risata fonda. «Oh, in un modo o nell'altro la troverete. Anche se penso che domani i più saranno favorevoli all'alternativa più spettacolare e meno piacevole.»
Rothen scosse la testa mentre i due maghi superiori si allontanavano. «Sono l'unico a preoccuparmi per ciò che succederà a quella povera ragazza?» In quel momento sentì Dannyl battergli affettuosamente sulla spalla. «Ovviamente no, ma spero tu non abbia intenzione di rimproverarlo, mio vecchio amico.» 3 VECCHI AMICI «È una tag.» La voce era maschile, giovane e sconosciuta. Dove mi trovo? si chiese Sonea. Era stesa su qualcosa di morbido. Un letto? Non ricordo di essere andata a letto... «Escluso.» La voce di Harrin. Sonea si accorse che la stava difendendo, poi colse le implicazioni di quello che lo sconosciuto aveva detto. Nel gergo dei bassifondi una «tag» era una spia. Se Harrin fosse stato d'accordo, lei sarebbe finita nei guai... «Che cos'altro potrebbe essere?» ribatté brusca la prima voce. «Conosce la magia. I maghi si devono addestrare per anni e anni. Chi fa cose del genere da queste parti?» Magia? I ricordi riaffiorarono rapidi: la piazza, i maghi... «Magia o non magia, la conosco da quando conosco Cery», replicò Harrin. «È sempre stata dalla parte giusta.» Sonea lo sentiva a stento. Mentalmente si rivide lanciare il sasso: attraversava con un lampo la barriera e colpiva il mago. Sono stata io. Ma non è possibile... Poi si ricordò di come avesse fatto appello a una forza dentro di sé, a qualcosa che non avrebbe dovuto possedere. «È vissuta con la famiglia, Burril», disse Harrin. «Io le credo, Cery le crede e questo basta.» La Corporazione sa che sono stata io! Il vecchio mago l'aveva vista e l'aveva indicata agli altri. Rievocando l'immagine del cadavere fumante, Sonea rabbrividì. «Io vi ho avvertiti.» Burril non era convinto, ma pareva sconfitto. «Se salta fuori che è una squimper, e che fa il doppio gioco, non scordate che vi avevo avvertito.» «Credo si stia svegliando», disse un'altra voce, familiare. Cery. Era vicino, da qualche parte.
Harrin sospirò. «Vattene, Burril.» Sonea udì un rumore di passi che si allontanavano e poi di una porta che si chiudeva. «Adesso puoi smettere di fingere di dormire, Sonea», mormorò Cery. Una mano le toccò il viso, e lei aprì gli occhi battendo le palpebre. Cery era chino su di lei e le sorrideva. Sonea si sollevò sui gomiti. Era stesa su un vecchio letto in una stanza sconosciuta. Mentre posava i piedi per terra, Cery la scrutò. «Hai un aspetto migliore», disse il ragazzo. «Mi sento bene», annuì lei. «Che cos'è successo?» Sollevò lo sguardo mentre Harrin le si avvicinava. «Dove sono? Che ora è?» Cery scoppiò a ridere. «Sta bene.» «Non ricordi?» Harrin si accovacciò in modo da poterla guardare negli occhi. Sonea scosse la testa. «Ricordo che camminavo per i bassifondi...» Allargando le mani, aggiunse: «Non come sono arrivata qui». «Ti ha portata Harrin», affermò una voce femminile. «Ha detto che ti sei addormentata mentre camminavi.» Sonea si voltò e vide una giovane donna seduta su una sedia; il suo volto le era familiare. «Donia?» «Esatto.» La ragazza sorrise e batté un piede sul pavimento. «Sei nella casa del bol gestita da mio padre. Ci ha permesso di sistemarti qui. Hai dormito tutta la notte.» Sonea si guardò di nuovo intorno; poi sorrise nel ricordare come Harrin e i suoi amici corrompessero Donia perché rubasse qualche boccale di bol per loro. Il distillato era forte e li ubriacava. La casa del bol di Gellin si trovava nelle vicinanze del Muro esterno ed era uno degli edifici meglio costruiti nella parte dei bassifondi nota come Zona Nord. Gli abitanti di quell'area chiamavano i bassifondi «Cerchia esterna» in segno di sfida, per affermare di fare comunque parte della città. Sonea suppose di essere in una delle stanze che Gellin affittava agli ospiti: era piccola, occupata quasi del tutto dal letto, dalla sedia logora su cui sedeva Donia e da un tavolino. Vecchie tendine scolorite di carta coprivano le finestre; dalla debole luce che filtrava attraverso di esse Sonea intuì che fosse mattino presto. Harrin fece un cenno a Donia. Mentre la ragazza si alzava dalla sedia, lui le cinse la vita con una mano e l'attirò a sé. Donia gli sorrise affettuosamente.
«Pensi di poter rimediare qualcosa da mangiare?» chiese lui. «Vedo quello che posso fare», rispose Donia avviandosi con calma verso la porta e uscendo dalla stanza. Sonea lanciò a Cery uno sguardo interrogativo e in risposta ricevette un sorriso compiaciuto. Buttandosi sulla sedia, Harrin la guardò accigliato. «Sei certa di sentirti meglio? Ieri sera non eri in te.» Lei si strinse nelle spalle. «A dire il vero, mi sento proprio in forma. Ho dormito molto bene.» «Altro che! Quasi un giorno intero», osservò Harrin scrollando le spalle, poi la scrutò di nuovo. «Che cos'è accaduto, Sonea? Sei stata tu a lanciare il sasso, vero?» Lei deglutì e sentì all'improvviso la gola secca. Si chiese per un istante se, qualora avesse negato, le avrebbero creduto. Cery le mise una mano sulla spalla e gliela strinse. «Non temere, Sonea. Non diremo niente a nessuno, se non vuoi.» Lei annuì. «Sono stata io, ma... non so cosa sia accaduto.» «Hai usato la magia?» Sonea distolse lo sguardo. «Non lo so. Volevo solo che la pietra superasse la barriera... e così è stato.» «Hai infranto il muro dei maghi», affermò Harrin. «Per fare una cosa del genere ci vuole la magia, no? Le pietre di solito non lo superano.» «E c'è stato quel lampo di luce», aggiunse Cery. Harrin assentì. «I maghi saranno andati in bestia.» Cery si protese. «Pensi di saperlo rifare?» Lei lo fissò. «Un'altra volta?» «Non la stessa cosa, naturalmente. Non possiamo permetterti di tirare pietre ai maghi: non sembrano gradirlo molto. Qualcos'altro. Se funzionasse, avresti la conferma di poter usare la magia.» Sonea rabbrividì. «Non credo di volerlo sapere.» Cery scoppiò a ridere. «Perché no? Pensa a quello che potresti fare! Sarebbe fantastico!» «Tanto per cominciare, nessuno ti darebbe fastidio», osservò Harrin. Lei scosse il capo. «Ti sbagli. Avrebbero più ragioni per farlo.» Imbronciandosi, aggiunse: «Tutti odiano i maghi, e odierebbero anche me». «Tutti odiano i maghi della Corporazione», la corresse Cery. «Vengono dalle Case, pensano solo a se stessi. Tutti sanno che tu sei una dwell proprio come noi.»
Una «dwell». Dopo due anni in città, gli zii avevano smesso di chiamarsi col termine usato dagli abitanti dei bassifondi: erano riusciti ad abbandonare il quartiere e si erano dati il nome di artigiani. «I dwell sarebbero felicissimi di avere un loro mago», insistette Cery. «Soprattutto se cominciassi a fare qualcosa di buono per loro.» «Qualcosa di buono? I maghi non fanno mai niente di buono. Perché i dwell dovrebbero pensare che io sia diversa?» «E che mi dici della guarigione?» la incalzò Cery. «Ranel non ha una gamba malata? Potresti guarirlo!» Sonea tacque per un istante. Pensando al dolore patito dallo zio, capì all'improvviso l'entusiasmo di Cery. Sarebbe stato magnifico poter guarire la gamba dello zio. E se avesse potuto aiutare lui, perché non altri? Poi si ricordò dell'opinione che Ranel aveva dei «curanti» che gli avevano medicato la gamba e scosse di nuovo il capo. «La gente non si fida dei curanti, perché si dovrebbe fidare di me?» «Questo succede perché tutti pensano che un curante possa, sì, guarirli, ma anche farli stare peggio», replicò Cery. «Hanno paura di stare peggio.» «E hanno ancora più paura della magia. Penserebbero che sia stata mandata dai maghi per farli fuori.» Cery scoppiò a ridere. «Questa è davvero un'idiozia. Nessuno lo penserebbe.» «E Burril?» Lui fece una smorfia. «Burril è una testa di rapa, non tutti la pensano come lui.» Sonea sbuffò, poco convinta. «Anche se fosse, non so niente di magia. Se tutti pensassero che io sia in grado di guarirli, m'inseguirebbero ovunque, e io non sarei in grado di fare niente per loro.» Cery aggrottò la fronte e guardò Harrin. «Ha ragione. La situazione potrebbe diventare davvero brutta. Anche se Sonea volesse riprovare a usare la magia, dovremmo tenere la cosa segreta per un po'.» Harrin increspò le labbra, poi annuì. «Se qualcuno ci chiederà se sai usare la magia, Sonea, diremo che non hai fatto niente, che i maghi si sono deconcentrati o qualcosa del genere e che la pietra ha superato il muro per quello.» La ragazza lo fissò, e l'idea la riempì di speranza. «Forse è questo quello che è successo, forse non ho fatto niente.» «Se non riuscirai più a usare la magia, ne avremo la certezza.» Cery le diede un colpetto affettuoso sulla spalla. «Se ci riuscirai, faremo in modo
che nessuno lo scopra. Nel giro di qualche settimana tutti penseranno che i maghi abbiano fatto un errore. In un mese o due si scorderanno di te.» Udendo bussare alla porta, Sonea trasalì. Harrin si alzò, aprì la porta e fece entrare Donia. La ragazza portava un vassoio carico di boccali e un grande piatto pieno di pane. «Ecco», disse posando tutto sul tavolo. «Un boccale di bol a testa per festeggiare il ritorno di una vecchia amica. Harrin, papà ha bisogno che tu faccia qualcosa.» «È meglio che vada a vedere.» Harrin prese un boccale e lo tracannò. «Ci vediamo, Sonea», disse. Poi prese Donia per la vita e, ridacchiando, la condusse fuori dalla stanza. «Da quanto va avanti?» «Tra quei due? Da quasi un anno, credo», rispose Cery con la bocca piena di pane. «Harrin dice che la sposerà ed erediterà la locanda.» Sonea scoppiò a ridere. «Gellin lo sa?» Cery sorrise. «Non lo ha ancora cacciato.» Sonea prese un pezzo di pane nero, fatto di curren e cosparso di spezie. Mentre lo mordeva, il suo stomaco le fece chiaramente capire che lo aveva trascurato per più di un giorno. Ben presto dunque si ritrovò a mangiare avidamente. Il bol era acido, ma perfetto dopo il pane salato. Quando ebbero finito, Sonea si lasciò cadere sulla sedia e sospirò. «Con Harrin impegnato a gestire una locanda, tu che farai, Cery?» Lui si strinse nelle spalle. «Un po' di questo e un po' di quello. Gli ruberò il bol, insegnerò ai suoi figli a scassinare le serrature. Almeno questo inverno staremo al caldo. Tu che hai in mente di fare?» «Non lo so. Jonna e Ranel hanno detto... Oh!» Balzò d'un tratto in piedi. «Non sono andata all'appuntamento. Non sanno dove sia.» Cery fece un gesto noncurante con la mano. «Saranno da queste parti.» Sonea tastò alla ricerca della borsa coi soldi e la trovò, piena e pesante, appesa alla vita. «Hai un bel po' di risparmi, là dentro», osservò il ragazzo. «Ranel ha detto che tutti dovevamo tenerne un po' e raggiungere i bassifondi ognuno per conto proprio. Sarebbe stata proprio una gran sfortuna se le guardie ci avessero perquisiti tutti.» Socchiudendo gli occhi, Sonea lo guardò. «So quanto c'era.» Lui rise. «Anch'io, e c'è tutto. Dai, ti aiuterò a trovarli.» Si alzò e l'accompagnò alla porta, quindi nel breve corridoio. Sonea lo seguì lungo una stretta rampa di scale fino alla sala da bol.
Come sempre, l'aria era pregna dell'odore della bevanda, di risate, di un chiacchiericcio costante e di blande imprecazioni. Un omone sedeva scomposto sulla panca dove il denso liquore veniva servito. «Buongiorno, Gellin!» esclamò Cery. Lui socchiuse gli occhi per guardare la ragazza e sorrise. «Questa è la piccola Sonea, eh?» Si avvicinò e le diede una pacca sulla spalla. «Sei cresciuta anche tu. Ricordo quando mi rubavi il bol, ragazzina. Una piccola e graziosa ladruncola, eri.» Sonea sorrise e lanciò un'occhiata a Cery. «Ed era solo una mia idea, vero, Cery?» Cery allargò le mani e batté le palpebre con aria innocente. «Che vuoi dire, Sonea?» Gellin ridacchiò. «Questo succede a frequentare i Ladri. Come stanno i tuoi genitori?» «Vuoi dire zia Jonna e zio Ranel?» L'uomo fece un gesto con la mano. «Loro.» Sonea si strinse nelle spalle e raccontò in breve di quand'erano stati cacciati dalla casa di soggiorno. Gellin annuì solidale di fronte alla loro sventura. «Probabilmente si staranno chiedendo dove sia finita», disse la ragazza. «Io...» Trasalì sentendo sbattere la porta della locanda. Nella sala piombò il silenzio, e tutti guardarono l'entrata. Harrin era appoggiato al telaio, ansimava pesantemente e aveva la fronte lucida di sudore. «Sta' attento alla mia porta!» urlò Gellin. Harrin sollevò lo sguardo. Quando vide Sonea e Cery, impallidì e si precipitò verso di loro. Correndo, prese lei per un braccio e la trascinò nella cucina della locanda, tallonato da Cery. «Che c'è?» sussurrò questi. «I maghi stanno perquisendo i bassifondi», li informò Harrin ansimando. Sonea lo guardò inorridita. «Sono qui?» esclamò Cery. «Perché?» Harrin lanciò a Sonea un'occhiata eloquente. «Mi stanno cercando», sussurrò lei. Harrin annuì cupo, poi si voltò verso Cery. «Dov'è meglio andare?» «Sono vicini?» «Molto. Hanno iniziato dal Muro esterno e vengono da questa parte.» «Così vicini», commentò Cery con un fischio.
Sonea si mise una mano sul petto: il cuore le batteva troppo veloce. Si sentiva male. «Abbiamo solo pochi minuti», affermò Harrin. «Dobbiamo andare via di qui. Stanno perquisendo ogni edificio.» «Allora la dovremmo portare dove sono già stati.» Sonea si appoggiò alla parete. Quando il ricordo di un cadavere annerito le tornò alla mente, le ginocchia non la ressero più. «Mi uccideranno!» ansimò. Cery la guardò. «No, Sonea.» «Hanno ucciso quel ragazzo...» insistette lei, rabbrividendo. Lui l'afferrò per le spalle. «Non lasceremo che accada di nuovo.» Il suo sguardo era diretto e la sua espressione insolitamente grave; lei ricambiò lo sguardo in cerca di un'ombra di dubbio nei suoi occhi, che tuttavia non trovò. «Ti fidi di me?» le chiese. Lei annuì e gli rivolse un incerto sorriso. «Allora vieni.» La scostò dal muro e la spinse verso un'altra porta, con Harrin alle calcagna. Uscirono in un vicolo fangoso. Sonea rabbrividì quando l'aria gelida dell'inverno le trapassò i vestiti. Cery si fermò poco prima della fine del vicolo e disse loro di stare indietro mentre controllava se la strada fosse libera. Indugiò solo un istante, poi tornò di corsa scuotendo la testa e con un gesto della mano li invitò a ripercorrere il vicolo in fretta. A metà strada si fermò e sollevò una piccola grata inserita in un muro. Harrin lanciò un'occhiata dubbiosa all'amico, poi si appiattì per terra e vi strisciò attraverso. Sonea lo seguì e si ritrovò in un passaggio buio. Mentre Harrin l'aiutava a rialzarsi e la tirava da parte, Cery s'infilò nell'apertura. La grata si richiuse silenziosa: i cardini venivano oliati con regolarità. «Sei sicuro?» mormorò Harrin. «I Ladri saranno troppo occupati a cercare d'impedire che i maghi scoprano la loro roba per preoccuparsi di noi», spiegò Cery. «E poi non resteremo qui sotto a lungo. Tieni la mano sulla mia spalla, Sonea.» Lei obbedì e si aggrappò al suo mantello; Harrin le mise a sua volta una mano sulla spalla. Quando si avviarono, Sonea fissò l'oscurità davanti a sé col cuore che le batteva all'impazzata: dalla domanda di Harrin aveva capito che stavano entrando nella Via dei Ladri. Usare la rete di cunicoli sotterranei senza autorizzazione era proibito, e aveva sentito di terribili punizioni che i Ladri infliggevano a chi sconfinava nel loro territorio.
Da quello che ricordava, tutti chiamavano Cery «amico dei Ladri», ma in quel tono derisorio c'era sempre stata una nota di paura e di rispetto. Il padre del ragazzo era stato un contrabbandiere, Sonea lo sapeva, perciò era possibile che Cery avesse ereditato privilegi e contatti. Tuttavia non ne aveva mai avuto le prove e aveva sempre pensato che lui ingigantisse la cosa per mantenere il ruolo di braccio destro di Harrin nella banda. In ogni caso, meglio rischiare un incontro coi Ladri che affrontare una morte certa in superficie; almeno loro non le stavano dando la caccia. Il passaggio divenne ancora più buio, finché Sonea non vide più niente, se non varie gradazioni di nero. Poi, via via che si avvicinavano a un'altra grata, la luce aumentò. Cery svoltò in un altro cunicolo e poi cambiò direzione infilandosi nel buio pesto di una galleria laterale. Continuarono così cambiando direzione più volte, finché Cery a un certo punto non si fermò. «Qui dovrebbero essere già passati», mormorò a Harrin. «Resteremo quel tanto da comprare qualcosa, poi riprenderemo a muoverci. Dovresti raggiungere gli altri e accertarti che non abbiano detto niente a nessuno di Sonea; qualcuno potrebbe pensare di ottenere qualcosa con la minaccia di rivelare ai maghi dove siamo.» «Li radunerò», lo rassicurò Harrin. «Scoprirò se hanno parlato e dirò loro di tenere la bocca chiusa.» «Bene», annuì Cery. «Ora, siamo qui per comprare un po' di polvere di iker, questo è quanto.» Nel buio riecheggiarono lievi rumori, poi una porta si aprì e sbucarono in piena luce, in un pollaio pieno di rassook. Alla vista degli intrusi, gli uccelli spiegarono le minuscole e inutili ali e stridettero forte. Il suono riecheggiò sui quattro muri del piccolo cortile e una donna comparve su una soglia vicina. Quando vide Sonea e Harrin nel suo pollaio, il suo viso si piegò in una smorfia. «Ehi! Chi siete voi due?» Sonea si girò verso Cery e si accorse che era accucciato alle sue spalle e sfiorava il terreno polveroso con la mano. Il ragazzo si alzò e sorrise alla donna. «Sono venuto a trovarti, Laria.» La donna abbassò lo sguardo e lo scrutò. Il cipiglio svanì, sostituito da un sorriso tutto rughe. «Ceryni! È sempre un piacere vederti. Questi sono tuoi amici? Benvenuti! Benvenuti! Venite in casa a bere un po' di raka.» «Come vanno gli affari?» domandò Cery mentre uscivano dal pollaio e seguivano Laria nella minuscola abitazione. Metà stanza era occupata da un lettino stretto, buona parte dell'altra metà da una cucina e da un tavolo.
Laria aggrottò la fronte. «È una giornata movimentata. Meno di un'ora fa ho avuto visite. Visite molto rumorose.» «Visite con la tunica?» domandò Cery. Lei annuì. «Mi hanno spaventata a morte, accidenti! Hanno guardato ovunque, ma non hanno visto nulla di strano. Le guardie invece sì. Sono certa che torneranno; ma, quando lo faranno, non troveranno più niente da vedere», aggiunse ridacchiando. «A quel punto sarà troppo tardi.» Tacque per un istante mentre metteva a bollire l'acqua sul fornello. «Per cosa siete qui?» «Il solito.» Negli occhi di Laria comparve un lampo malizioso. «Allora avete in mente di fare le ore piccole una sera di queste? Quanto avete da offrire?» Cery sorrise. «Tu mi devi un favore, se ben ricordo.» La donna increspò le labbra e socchiuse gli occhi. Dopodiché scomparve oltre la porta. Con un sospiro, Cery si lasciò cadere sul letto, che cigolò rumorosamente. «Rilassati, Sonea. Sono già stati qui. Non torneranno.» Lei annuì. Sentiva ancora il cuore batterle all'impazzata e un rimescolio allo stomaco. Inspirò profondamente e si appoggiò al muro. Mentre l'acqua bolliva, Cery prese un vaso di polvere scura e ne mise varie cucchiaiate nelle tazze che Laria aveva preparato. Un aroma acre, familiare e rassicurante riempì la stanza. «Ora possiamo esserne sicuri», mormorò Harrin mentre Cery gli porgeva una tazza. Sonea si rabbuiò. «Sicuri di cosa?» «Che hai davvero usato la magia», rispose lui. «Non ti cercherebbero, se la pensassero diversamente.» Con un gesto impaziente, Dannyl si scrollò l'umidità dalle vesti; dalla stoffa si levarono nubi di vapore. Le guardie si scostarono quando una folata gelida spazzò via la nebbiolina, per tornare poco dopo ai loro posti. Camminavano in formazione, due a fianco del mago, due dietro. Era una precauzione ridicola. I dwell non erano così stupidi da aggredirlo; inoltre, se lo avessero fatto, Dannyl sapeva che sarebbero state le guardie a cercare protezione da lui. Scorgendo lo sguardo afflitto di un soldato, il mago provò un vago senso di rimorso. All'inizio della giornata si erano dimostrati tesi e rispettosi; sapendo che avrebbero passato tutto il giorno in quel modo, Dannyl aveva
cercato di essere affabile e cordiale. Per loro era come una vacanza: molto più divertente che stare fermi per ore e ore alle porte o pattugliare le strade della città. Ma, nonostante lo zelo che mostravano nell'irrompere nelle case e nei depositi dei contrabbandieri, non si erano rivelati molto utili nella ricerca della giovane. Dannyl non aveva bisogno di aiuto per forzare porte chiuse a chiave o per aprire casse pronte per la spedizione, e gli abitanti dei bassifondi avevano collaborato, pur con riluttanza. Il mago sospirò. Aveva visto abbastanza da capire che quella gente era molto abile a nascondere ciò che non voleva fosse trovato. Aveva anche visto diversi sorrisi trattenuti a stento, sulle facce che lo osservavano. Quali possibilità aveva un centinaio di maghi di trovare una ragazza dall'aspetto ordinario tra le migliaia di abitanti dei bassifondi? Nessuna. Dannyl serrò la mascella al ricordo delle parole di Lord Balkan: Cosa succederebbe se uno di noi venisse scoperto travestito da povero mendicante? Verremmo sbeffeggiati per tutte le Terre Alleate. Sbuffò. Perché, adesso forse non veniamo sbeffeggiati? Un puzzo acre gli giunse alle narici. Dannyl guardò torvo un canale di scolo intasato. Le persone presenti lì accanto arretrarono in gran fretta. Con notevole sforzo, il mago fece un respiro profondo e controllò la sua espressione. Non amava spaventare la gente. Fare colpo, sì. Ispirare timore reverenziale? Ancor di più. Ma spaventarla, no. Non amava che lo evitassero quando si avvicinava e che lo fissassero quando passava. I bambini erano più audaci: lo seguivano, ma erano pronti a scappare via quando li guardava. Uomini e donne, giovani e vecchi lo scrutavano con sospetto, con un'aria dura e furba, tanto che si chiese quanti lavorassero per i Ladri... Dannyl si fermò. I Ladri... Le guardie si arrestarono sorprese e lo guardarono con fare interrogativo. Lui le ignorò. Se le storie che si raccontavano erano vere, i Ladri conoscevano i bassifondi meglio di chiunque altro. Conoscevano l'abitazione della ragazza? Se non l'avessero trovata i maghi, loro ci sarebbero riusciti? Forse, se la ricompensa fosse stata allettante... Come avrebbero reagito gli altri maghi, se avesse suggerito di stringere un patto coi Ladri? Ne sarebbero rimasti disgustati e offesi. Dannyl guardò il canale di scolo, puzzolente e poco profondo. I maghi avrebbero accettato più facilmente l'idea dopo alcuni giorni di vagabon-
daggi nei bassifondi; quanto più avesse aspettato a lanciare la proposta, tanto maggiori sarebbero state le probabilità di ottenere la loro approvazione. Ciononostante, a ogni ora che passava, la ragazza aveva più tempo per nascondersi bene. Dannyl increspò le labbra. Non sarebbe stato male verificare la disponibilità dei Ladri a stringere un patto prima di proporre l'idea alla Corporazione. Se avesse atteso di avere l'assenso della Corporazione e i Ladri poi avessero rifiutato, avrebbe perso tempo ed energie per niente. Si rivolse al soldato più anziano. «Capitano Garrin. Sa come contattare i Ladri?» Questi inarcò le sopracciglia a tal punto che scomparvero sotto l'elmo. Scosse la testa. «No, mio signore.» «Io sì, mio signore.» Dannyl si girò verso la più giovane delle quattro guardie, un ragazzo allampanato di nome Ollin. «Vivevo qui, mio signore, prima di entrare nella Guardia», ammise Ollin. «Ci sono sempre persone in giro che possono portare un messaggio ai Ladri, se si sa dove cercare.» «Capisco», affermò Dannyl, mordendosi la guancia mentre rifletteva. «Trovami una di queste persone e di' che chieda ai Ladri se siano disposti a lavorare con noi. Riferisci direttamente a me e a nessun altro.» Ollin annuì e guardò il capitano. L'anziano contrasse le labbra in segno di disapprovazione, ma alla fine assentì e con un cenno del capo indicò uno degli altri soldati. «Prendi Keran.» Dannyl li guardò allontanarsi, poi si voltò e riprese a camminare con la mente assorta in mille pensieri. All'improvviso, vide una figura familiare spuntare da una casa un po' più in giù lungo la strada e inviò un richiamo mentale: «Rothen!» L'uomo si fermò, e il vento gli sollevò la tunica, che prese a vorticargli intorno. «Dannyl?» Il messaggio di Rothen era debole e incerto. «Sono qui.» Dannyl inviò rapido all'altro mago un'immagine della strada e un senso di vicinanza. Rothen si voltò nella sua direzione e, quando lo vide, si raddrizzò. Mentre si avvicinava, Dannyl vide che gli occhi azzurri di Rothen erano spalancati e pieni d'ansia. «Hai avuto fortuna?» «No.» Rothen scosse la testa e guardò le casupole di fortuna da una parte. «Non sapevo come fosse quaggiù.» «È come una tana di harrel, vero?» ridacchiò Dannyl. «Una vera topaia.» «Oh, sì, ma io intendevo la gente.» Rothen indicò la folla che li circon-
dava. «Vive in condizioni spaventose... non avrei mai immaginato...» Dannyl si strinse nelle spalle. «Non abbiamo la minima speranza di trovarla. Siamo troppo pochi.» Rothen annuì. «Pensi che agli altri sia andata meglio?» «Se così fosse, ci avrebbero contattati.» «Hai ragione.» Rothen si accigliò. «Mi è venuto in mente oggi: come sappiamo che è ancora in città? Potrebbe essere fuggita in campagna.» Il mago scosse la testa. «Temo tu abbia ragione. Io qui ho finito. Torniamo alla Corporazione.» 4 LA RICERCA CONTINUA La luce del sole appena sorto tinse d'oro le finestre orlate di brina. L'aria nella stanza era piacevolmente calda grazie alla sfera di luce sospesa dietro un pannello di vetro opaco incassato nel muro. Legandosi la fusciacca della tunica, Rothen entrò nella stanza degli ospiti per salutare i suoi amici. Un secondo pannello consentiva alla sfera di riscaldare simultaneamente la stanza da letto e quella degli ospiti. Un mago anziano stava davanti al pannello con le mani appoggiate al vetro. Pur avendo già superato l'ottantina, Yaldin era ancora forte e lucido di mente: godeva infatti della longevità e della buona salute che l'arte magica conferiva. Al suo fianco c'era un mago più alto e più giovane; Dannyl aveva gli occhi semichiusi e sembrava sul punto di addormentarsi. «Buongiorno», disse Rothen. «Pare che oggi il tempo migliorerà.» Yaldin sfoderò un sorriso furbesco. «Lord Davin crede che avremo alcuni giorni caldi prima che arrivi l'inverno.» Dannyl lo guardò torvo. «Lo dice da settimane.» «Non ha detto però quando sarebbe accaduto», ridacchiò Yaldin. «Solo che sarebbe accaduto.» Rothen sorrise. A Kyralia c'era un vecchio detto: «Il sole non cerca di compiacere i re e nemmeno i maghi». Lord Davin, un alchimista piuttosto eccentrico, aveva iniziato a studiare il tempo tre anni prima, deciso a dimostrare il contrario. Da poco aveva iniziato a comunicare le sue «previsioni» alla Corporazione, anche se Rothen riteneva che la loro correttezza fosse dovuta più alla fortuna che alla genialità dell'alchimista. La porta principale della stanza si aprì; la cameriera di Rothen, Tania,
entrò portando un vassoio che posò sul tavolo. Sopra vi erano un servizio di tazzine decorate d'oro e un piatto carico di elaborati dolcetti. «Un po' di sumi, signori?» chiese. Dannyl e Yaldin annuirono con gioia. Mentre Rothen li faceva accomodare, Tania mise alcuni cucchiaini di foglie essiccate in una teiera d'oro e aggiunse acqua calda. Yaldin sospirò e scosse la testa. «A essere onesti, non so perché mi sia offerto di andare oggi. Non l'avrei fatto, se Ezrille non avesse insistito. Le ho detto: 'Ridotti alla metà, che possibilità abbiamo di trovarla?' e lei ha risposto: 'Meglio così che se non ci fosse nessuno a cercarla'.» Rothen sorrise. «Tua moglie è una donna di buon senso.» «Avrei pensato che più maghi avrebbero dato una mano dopo che i Consiglieri hanno annunciato che, nel caso la ragazza non sia una fuorilegge, il re vuole che venga addestrata», osservò Dannyl. Yaldin fece una smorfia. «Temo che qualcuno si sia rifiutato di collaborare per protesta. Non vogliono una ragazzina dei bassifondi nella Corporazione.» «Be', adesso non hanno scelta. E abbiamo acquisito un nuovo aiutante», ricordò loro Rothen mentre prendeva una tazza da Tania. «Fergun.» Dannyl emise un verso scortese. «Quella ragazzina avrebbe dovuto colpirlo con più forza.» «Dannyl!» Rothen rimproverò il giovane mago con un dito. «Fergun è l'unica ragione per cui c'è ancora metà Corporazione che la sta cercando. All'Assemblea di ieri sera è stato molto convincente.» Yaldin sorrise cupo. «Non credo lo sarà ancora per molto. Ieri, quando siamo rientrati, sono andato dritto ai Bagni, ma Ezrille ha detto che mi sentiva ugualmente addosso l'odore dei bassifondi.» «Spero che la nostra piccola maga in fuga non puzzi così», commentò Dannyl guardando Rothen con un sorriso ironico. «Altrimenti la prima cosa che dovremo insegnarle è come ci si lava.» Ricordando il volto sporco, emaciato della ragazza, e i suoi occhi sgranati per la consapevolezza di ciò che aveva fatto, Rothen rabbrividì. Per tutta la notte aveva sognato i bassifondi. Aveva vagabondato tra i tuguri dalle pareti sottili seguito dagli sguardi di persone malaticce, di vecchi tremanti nei loro stracci, di bambini tutti pelle e ossa che mangiavano cibi marci, di storpi con gli arti deformi... Il rumore di qualcuno che bussava piano lo distolse dai suoi pensieri. Rothen si voltò verso la porta e impartì un comando mentale. Quella si
spalancò verso l'interno, e un giovane con la veste da messaggero entrò nella stanza. «Lord Dannyl.» Il messaggero s'inchinò davanti al mago più giovane. «Parla», gli ordinò questi. «Il capitano Garrin le manda un messaggio, mio signore. Mi ha detto di riferirle che le guardie Ollin e Keran sono state picchiate e derubate. L'uomo che cercava non vuole parlare coi maghi.» Dannyl fissò il messaggero e si rabbuiò rimuginando la notizia. Quando il silenzio si prolungò, il ragazzo cominciò a muovere i piedi a disagio. «Sono feriti gravemente?» chiese Rothen. Il messaggero scosse la testa. «Un po' di lividi, mio signore. Niente di rotto.» Dannyl fece un gesto noncurante con la mano. «Ringrazia il capitano per il messaggio. Puoi andare.» Il messaggero s'inchinò di nuovo e se ne andò. «Che sta succedendo?» volle sapere Yaldin quando la porta si chiuse. Dannyl increspò le labbra. «Sembra che i Ladri non siano ben disposti nei nostri confronti.» Yaldin sbuffò debolmente e si allungò per prendere un dolce. «È ovvio! Perché mai dovrebbero?» Il vecchio mago si bloccò e socchiuse gli occhi scrutando il giovane collega. «Non avrai...» Dannyl si strinse nelle spalle. «Valeva la pena tentare. In fondo, si suppone sappiano tutto quello che accade nei bassifondi.» «Hai cercato di contattare i Ladri!» «Che mi risulti, non ho infranto nessuna legge.» Yaldin gemette e scosse la testa. «Non hai infranto la legge», confermò Rothen. «Tuttavia il re e le Case non si dimostreranno molto benevoli con la Corporazione, se fa affari coi Ladri.» «Chi ha detto che facciamo affari coi Ladri?» Dannyl sorrise e bevve un sorso dalla tazza. «Pensaci. I Ladri conoscono i bassifondi molto meglio di quanto noi possiamo mai sperare di fare. Hanno migliori possibilità di trovare la ragazza, e sono certo che preferirebbero farlo di persona piuttosto che vederci ficcare il naso nel loro regno. Dobbiamo solo far credere al re che li abbiamo persuasi a consegnarci la ragazza o che li abbiamo minacciati: a quel punto ci darà l'approvazione che ci serve.» Rothen si accigliò. «Incontrerai non poche difficoltà e perderai non poco tempo a convincere i maghi superiori.»
«Per il momento non c'è bisogno che lo sappiano.» «Sì, invece», replicò deciso Rothen, incrociando le braccia. Dannyl sussultò. «Ma credo mi perdonerebbero, se la cosa funzionasse. E io darei loro modo di giustificarsi davanti al re.» Yaldin sbuffò. «Forse è meglio che non abbia funzionato fin dall'inizio.» Rothen si alzò e si avvicinò alla finestra. Pulì il vetro appannato e sbirciò i giardini ordinati e ben curati. Pensò alle persone affamate e tremanti di freddo che aveva visto. Così viveva quella ragazza? Le loro ricerche l'avevano costretta a fuggire dall'incerto riparo della sua casupola e a vivere per strada? Stava arrivando l'inverno, e sarebbe potuta morire di freddo o di fame prima che i suoi poteri diventassero instabili, pericolosi. Tamburellò le dita sul davanzale. «Esistono diversi gruppi di Ladri, vero?» «Sì», rispose Dannyl. «L'uomo che hai cercato di contattare parla a nome di tutti?» «Non lo so. Forse no.» Rothen si voltò a guardare l'amico. «Non c'è niente di male ad appurarlo, giusto?» Yaldin fissò Rothen e si batté la fronte con la mano. «Ci metterete tutti nei guai», gemette. Dannyl gli diede un colpetto affettuoso sulla spalla. «Non ti preoccupare, Yaldin. Ci andrà solo uno di noi.» Sorridendo a Rothen, aggiunse: «Lasciate che ci pensi io. Nel frattempo, diamo ai Ladri una ragione per aiutarci. Vorrei esplorare meglio quei passaggi sotterranei che abbiamo scoperto ieri. Scommetto che preferirebbero non ficcassimo il naso laggiù». «Non mi piacciono queste stanze sotterranee», affermò Donia. «Non hanno finestre. Mi danno i brividi.» Sonea si accigliò e si grattò le minuscole punture che si era ritrovata al risveglio, dopo la notte. La zia lavava regolarmente i letti e le lenzuola con un infuso di erbe per eliminare gli insetti, e per una volta Sonea rimpianse la sua mania per la pulizia. Sospirò e scrutò la stanza polverosa. «Spero che Cery non passerà dei guai per avermi nascosta qui.» Donia si strinse nelle spalle. «Da anni fa cose per Opia e le ragazze alle Pantofole Danzanti. A loro non dà fastidio che resti nel magazzino per qualche giorno. Sai, sua madre lavorava qui.» Posò un grosso catino di legno sul tavolo di fronte a Sonea. «Abbassa la testa.» Sonea obbedì, e sussultò quando sentì l'acqua gelida scorrerle sul capo.
Dopo averglielo sciacquato più volte, Donia portò via il catino pieno d'acqua di un color verde sporco. Sfregò i capelli di Sonea con un telo logoro, poi si allontanò e valutò il suo operato con occhio critico. «Non è servito», osservò. Sonea alzò la mano per toccarsi i capelli. Erano ancora appiccicosi per la pasta che Donia le aveva applicato. «A niente?» Donia si avvicinò e le prese qualche ciocca in mano. «Be', sono un po' più chiari, ma non lo si nota subito.» Sospirò. «Non che possiamo tagliarli più corti, ma...» Arretrò di nuovo e si strinse nelle spalle. «Se i maghi stanno cercando una ragazza, come dice la gente, potrebbero non trovarti. Coi capelli così corti potresti sembrare un ragazzo, almeno a prima vista.» Si mise le mani sui fianchi e fece ancora qualche passo indietro. «Ma perché poi te li sei tagliati così corti?» Sonea sorrise. «Per sembrare un ragazzo. Così non m'infastidiscono troppo.» «Alla casa di soggiorno?» «No. Mi occupavo io di quasi tutti i ritiri e le consegne: Ranel è lento, per via della gamba, e Jonna è meglio che si dedichi al lavoro. Detestavo restare chiusa nella casa di soggiorno per tutto il tempo, perciò andavo io in giro.» Fece una smorfia. «La prima volta che ho dovuto fare una consegna a un mercante, ho visto un paio di artigiani e stallieri che infastidivano la ragazza di un fornaio. Non volevo subire la stessa sorte, perciò ho cominciato a vestirmi e a comportarmi da maschio.» «E ha funzionato?» chiese Donia inarcando le sopracciglia. «La maggior parte delle volte, sì», rispose Sonea con un sorriso ironico. «A volte però non serve nemmeno sembrare un maschio. Un giorno una cameriera si è innamorata di me! Un'altra volta un giardiniere mi ha messo con le spalle al muro: ero sicura avesse capito che ero una ragazza. Poi mi ha toccata, e per poco non è svenuto; è diventato tutto rosso e mi ha fatto promettere di non dirlo in giro. Là fuori c'è di tutto.» Donia ridacchiò. «Le ragazze qui chiamano quegli uomini 'miniere d'oro'. Opia chiede di più per i ragazzi perché, se le guardie la scoprissero, la impiccherebbero. Contro le ragazze non ci sono leggi, però. Ti ricordi di Kalia?» Sonea annuì ricordando la ragazza magra che aveva lavorato alla casa del bol vicino al mercato. «È saltato fuori che suo padre la vendeva ai clienti da anni», raccontò Donia scuotendo il capo. «La sua stessa figlia! L'anno scorso è scappata e
ha iniziato a lavorare con Opia. Dice che così almeno vede qualche soldo. Di fronte a queste cose capisco quanto sono fortunata... Papà sta attento che con me nessuno oltrepassi il limite della buona educazione. La peggior cosa che...» Si fermò e guardò la porta, poi si avvicinò al buco della serratura e vi sbirciò attraverso. Un sorriso di sollievo le comparve sul volto. Cery entrò nella stanza e le porse un fagotto, scrutando Sonea con occhio critico. «Non sei per niente diversa.» Donia sospirò. «La tintura non ha funzionato. I capelli kyraliani non cambiano colore facilmente.» Lui si strinse nelle spalle e indicò il fagotto con un cenno. «Ti ho portato dei vestiti, Sonea», disse tornando verso la porta. «Bussa quando sei pronta.» La porta si richiuse alle sue spalle. Donia raccolse il fagotto e lo aprì. «Altri vestiti da maschio», esclamò arricciando il naso. Gettò a Sonea un paio di pantaloni e una camicia dal colletto alto. Srotolò una lunga fascia di stoffa nera pesante e annuì. «Ma c'è un buon mantello.» Sonea si cambiò e, proprio mente indossava il mantello, udì bussare alla porta. «Ce ne andiamo», annunciò Cery entrando a grandi passi nella stanza. Harrin lo seguì con una piccola lampada. Vedendo le loro espressioni cupe, Sonea sentì un tuffo al cuore. «Hanno già iniziato le ricerche?» Cery annuì, poi si avvicinò a un vecchio armadio di legno in fondo alla stanza. L'aprì e tirò i ripiani interni, che si spostarono agevolmente in avanti facendo vibrare gli oggetti che reggevano. La parete posteriore del mobile si aprì verso l'interno, rivelando un'apertura rettangolare buia. «Hanno iniziato da qualche ora», disse Harrin mentre Sonea superava la soglia ed entrava nel cunicolo. «Da così tanto?» «Quaggiù è facile perdere la nozione del tempo», le spiegò. «Siamo a metà mattina.» Sonea udì un lievissimo cigolio e, grazie alla sottile striscia di luce sfuggita dalla lampada di Harrin, scorse le pareti umide della galleria. Cery fece passare Harrin e Donia, rimise a posto l'armadio e chiuse la porta segreta. Poi disse all'amico: «Niente luce. Mi oriento meglio al buio». Quando Harrin abbassò la protezione della lampada, il passaggio svanì. «E niente chiacchiere», li avvertì Cery. «Sonea, afferrati al mio mantello
e con l'altra mano segui il muro.» Lei strinse la stoffa grezza del lungomanto di Cery; poi una mano la toccò delicatamente sulla spalla. Non appena si avviarono, i loro passi riecheggiarono nel cunicolo. Neanche un raggio di luce illuminava il loro cammino. Girarono più volte, avanzando tastoni. Una debole eco d'acqua che gocciolava giunse alle loro orecchie e svanì, per tornare poco dopo. Il bordello di Opia era vicino al fiume, ricordò Sonea, perciò i cunicoli si trovavano probabilmente sotto il livello dell'acqua: non era un pensiero confortante. Cery si fermò e, quando prese a salire, Sonea perse il contatto col suo mantello. Allungò le mani e individuò una tavola di legno grezzo, poi un'altra. Temendo di perdere il contatto se avesse indugiato troppo, partì di corsa su per la scala a pioli col solo effetto di prendersi uno degli stivali di Cery in testa; soffocò un'imprecazione e continuò con maggiore attenzione. Alle sue spalle udiva le scarpe di Harrin e Donia sfregare debolmente sul legno. Sopra di lei apparve un quadrato di un nero meno intenso. Seguì Cery oltre una botola, in un tunnel lungo e diritto. Una flebile luce filtrava da una crepa nel muro, dalla parte opposta. Seguirono il passaggio per più di cento passi quando, quasi in prossimità di una curva, Cery si fermò all'improvviso. Il cunicolo aveva iniziato a rischiararsi, illuminato da una luce che si trovava da qualche parte, dietro la curva. Sonea vide la sagoma di Cery contro il muro. Una voce lontana, maschile e colta, giunse alle loro orecchie. «Ah! Un altro passaggio segreto. Forza, vediamo fin dove arriva.» «Sono nelle gallerie», sussurrò Donia. Cery si girò di scatto e gesticolò frenetico in direzione di Sonea. Senza bisogno di essere sollecitata, la ragazza si voltò e vide Harrin e Donia ripercorrere in punta di piedi il cunicolo. Per quanto camminassero il più rapidamente e silenziosamente possibile, i loro passi risuonavano forti nell'angusto spazio. Sonea tese le orecchie aspettandosi da un momento all'altro di sentir gridare alle sue spalle. Abbassando lo sguardo, vide la sua ombra farsi più netta mentre la luce dietro di loro si avvicinava alla curva. Davanti, il cunicolo si perdeva nel buio infinito. Sonea lanciò un'occhiata dietro di sé. Ormai la luce era tanto intensa che credette che il mago fosse sul punto di spuntare da dietro l'angolo. Di lì a un attimo li avrebbe vi-
sti... Ansimò quando due mani l'afferrarono per le spalle e la costrinsero a fermarsi. Cery la buttò contro il muro e la spinse per le spalle. La struttura di mattoni parve cedere dietro di lei, e Sonea cadde all'indietro. Toccò di schiena un altro muro. Cery la gettò di lato, contro una parete laterale, poi s'infilò nella stretta nicchia al suo fianco. Sonea sentì il suo gomito ossuto nel fianco e udì un rumore secco di mattoni che scivolavano gli uni contro gli altri e tornavano a posto. Nello stretto spazio il rumore del loro respiro era spaventoso. Col cuore che le martellava nel petto, Sonea tese le orecchie finché non udì un vociare attutito oltre il muro. Dalle crepe tra i mattoni filtrò una luce. Protendendosi, sbirciò da un'apertura. Una sfera di luce galleggiava nell'aria proprio di fronte a lei. Affascinata, la guardò avanzare finché quella non uscì dal suo campo visivo lasciandole solo una serie di macchioline rosse davanti agli occhi. Poi apparve una mano pallida, seguita da una manica ampia color porpora e dal petto di un uomo: un uomo con addosso una tunica, un mago! Il cuore le batteva impazzito. Era così vicino, a portata di braccio. E si era fermato. «Aspettate un momento!» Il mago sembrò perplesso. Rimase immobile, in silenzio, poi si voltò lentamente nella sua direzione. Sonea restò paralizzata dal terrore. Era il mago di piazza del Nord, quello che l'aveva vista e che aveva cercato d'indicarla agli altri. Aveva un'espressione turbata, come se stesse ascoltando qualcosa, e sembrava fissarla negli occhi oltre il muro. La ragazza aveva la bocca secca, come piena di polvere. Deglutì vistosamente e avvertì il panico salirle nel petto. Le sembrò che il battito del suo cuore fosse tanto forte da tradirla. Lui lo sentiva? O sentiva il rumore del suo respiro? Forse sente i pensieri che mi passano per la mente. Le gambe le cedettero. Si diceva che sapessero fare cose del genere. Chiuse con forza gli occhi. Non mi può vedere. Non esisto. Non sono qui. Non sono niente. Nessuno mi può vedere. Nessuno mi può sentire... Una strana sensazione l'avvolse, era come se le avessero messo una coperta in testa che le attutiva i sensi. Tremò, turbata dalla consapevolezza di avere fatto qualcosa, stavolta però a se stessa. O forse il mago mi ha lanciato un incantesimo, pensò d'un tratto.
Atterrita, aprì gli occhi e si ritrovò a fissare il buio. Il mago e la sua luce erano scomparsi. Dannyl osservò disgustato l'edificio che aveva davanti. Pur essendo la più recente delle strutture della Corporazione, era priva dello sfarzo e del fascino dei palazzi più antichi che tanto ammirava. Se alcuni apprezzavano lo stile moderno, Dannyl considerava quella costruzione assurdamente pretenziosa, come del resto il suo nome: «i Sette Archi». Era un rettangolo piatto sulla cui facciata si aprivano per l'appunto sette archi semplici, senza decorazioni. All'interno vi erano tre stanze: la Sala Diurna, dove venivano ricevuti gli ospiti importanti, la Sala dei banchetti e la Sala Notturna, dove i maghi si riunivano informalmente ogni sera del Quartogiorno per rilassarsi, bere vino costoso e scambiarsi gli ultimi pettegolezzi. Lui e Rothen erano diretti proprio in quest'ultima. La serata era gelida, ma un po' d'aria fredda non aveva mai scoraggiato gli abituali frequentatori della Sala Notturna. Dannyl sorrise quando vi entrò; una volta dentro, si scordava dello scempio commesso costruendo quell'edificio e si godeva le graziose decorazioni interne. Apprezzò ancora di più il lusso della sala dopo due giorni passati nei cunicoli umidi e freddi dei bassifondi. Tende con disegni blu scuro e oro riparavano le finestre, splendide sedie imbottite erano disposte nell'intero ambiente e le pareti erano ornate di quadri e incisioni realizzati dai migliori artisti delle Terre Alleate. Erano presenti più maghi del solito, osservò Dannyl. Mentre con Rothen si addentrava nella folla, riconobbe alcuni dei colleghi meno socievoli; poi scorse una chiazza nera e si bloccò. «Stasera il Sommo Lord ci ha onorati con la sua presenza», mormorò. «Akkarin? Dov'è?» Rothen si guardò intorno. Quando individuò la figura con la tunica nera, inarcò le sopracciglia. «Interessante. Quanto è passato? Due mesi?» Dannyl annuì mentre prendeva un bicchiere di vino da un servitore. «Come minimo.» «Con lui c'è l'Amministratore Lorlen?» «Ovviamente», rispose Dannyl, che poi tacque per bere un sorso di vino. «Lorlen sta parlando con qualcuno, ma non riesco a vedere chi.» Lorlen alzò gli occhi, posandoli su Dannyl e Rothen. Una mano si sollevò in aria. «Dannyl, Rothen, vorrei parlarvi.» Sorpreso e un po' preoccupato, Dannyl seguì Rothen attraverso la sala.
Si fermarono dietro la sedia che aveva impedito a Dannyl d'individuare l'interlocutore di Lorlen. Una voce colta giunse alle loro orecchie. «I bassifondi sono un'orrenda macchia per questa città. Sono il covo della criminalità e delle malattie. Il re non avrebbe mai dovuto permettere che si estendessero tanto. Questa è l'occasione ideale perché Imardin se ne liberi.» Dannyl controllò la sua espressione e abbassò lo sguardo verso l'occupante della sedia. Una chioma bionda perfettamente pettinata riluceva sotto le luci della sala. Gli occhi dell'uomo erano semichiusi, le sue gambe accavallate in direzione del Sommo Lord. Alla tempia aveva una piccola benda quadrata. «E come dovrebbe fare secondo lei, Lord Fergun?» chiese mitemente Lorlen. Fergun si strinse nelle spalle. «Ripulire la zona non sarebbe difficile. Le case non sono fatte con particolare cura e ci vorrebbe ben poco per distruggere i cunicoli sotterranei.» «Ma qualsiasi città cresce e si espande», precisò Lorlen. «È naturale che la gente costruisca case al di fuori delle mura quando all'interno non c'è più posto. Ci sono aree nei bassifondi che non sono molto diverse dai Quartieri. I palazzi sono ben costruiti e le strade hanno canali di scolo efficaci. Gli abitanti di quelle zone hanno iniziato a chiamarle Cerchia esterna.» Fergun si protese. «Ma anche quelle case hanno passaggi segreti sotterranei. Glielo assicuro, i loro occupanti sono persone molto sospette. Qualsiasi casa costruita sopra quei tunnel dev'essere considerata parte di una cospirazione criminale, e abbattuta.» A quell'affermazione, Akkarin inarcò lievemente le sopracciglia. Lorlen guardò il Sommo Lord e sorrise. «Se solo si potesse risolvere rapidamente il problema dei Ladri.» Si rivolse quindi ai due maghi che li avevano appena raggiunti. «Buonasera, Lord Rothen, Lord Dannyl.» Fergun alzò lo sguardo scrutando prima Dannyl poi Rothen, dopodiché sulle sue labbra comparve un sorriso. «Ah, Lord Rothen.» «Buonasera, Sommo Lord, Amministratore», salutò Rothen chinando il capo di fronte ai maghi superiori. «E a lei, Lord Fergun. Si sente meglio?» «Sì, sì», replicò questi, sollevando una mano per toccarsi la benda sulla tempia. «Grazie per l'interessamento.» Dannyl mantenne un'espressione neutra. Era scortese, ma non insolito, che Fergun «dimenticasse» di salutarlo; era però sorprendente che lo avesse fatto in presenza del Sommo Lord.
Lorlen giunse le mani. «Ho notato che oggi siete rimasti nei bassifondi più a lungo degli altri. Avete scoperto qualche indizio sui movimenti della ragazza?» Rothen scosse la testa e iniziò a descrivere il tentativo di seguire i passaggi sotterranei della zona. Restando in silenzio, Dannyl guardò il Sommo Lord e provò una familiare sensazione di nervosismo. Sono passati dieci anni da quando mi sono diplomato, ma di fronte a lui reagisco ancora come un novizio. Doveri e interessi lo portavano di rado a incontrare il capo della Corporazione, e come sempre restava vagamente stupito dal suo aspetto giovanile. Ripensò alle discussioni che, cinque anni prima, l'elezione di un mago così giovane alla carica di Sommo Lord aveva sollevato. I capi della Corporazione venivano scelti tra i maghi più forti, e i maghi più anziani venivano preferiti a quelli giovani per la maggiore esperienza e la maturità. Akkarin aveva dimostrato di possedere poteri molto più forti di qualsiasi altro, ma erano state la sua conoscenza e le doti diplomatiche, acquisite durante molti viaggi all'estero, che avevano convinto la Corporazione a eleggerlo. Il Sommo Lord doveva possedere forza, perizia, dignità e autorità, e Akkarin presentava tali doti in abbondanza; come sottolineato da molti al tempo dell'elezione, l'età contava poco ai fini della carica. Le decisioni importanti venivano sempre prese per votazione e la gestione quotidiana della struttura era affidata all'Amministratore. Sebbene tutto ciò apparisse logico, Dannyl sospettava che la sua giovane età destasse ancora qualche dubbio. Aveva notato che Akkarin portava i capelli acconciati in modo antiquato, come gli anziani: lunghi e strettamente raccolti in una crocchia sulla nuca. Anche Lorlen aveva adottato quello stile. Dannyl si voltò a guardare l'Amministratore, che stava ascoltando Rothen con attenzione. Lorlen, il più stretto amico del Sommo Lord, era stato nominato dapprima assistente dell'Amministratore su suggerimento dello stesso Akkarin. Quando l'Amministratore era andato in pensione, due anni prima, aveva preso il suo posto. Lorlen si era rivelato adatto all'incarico. Era efficiente, autorevole e, fatto ancor più importante, disponibile. Non era un ruolo facile, e Dannyl non lo invidiava per il grande impegno che comportava. Tra le due posizioni, la sua era quella più gravosa. Lorlen scosse la testa quando Rothen terminò il resoconto della giornata. «Dalle descrizioni che ho sentito dei bassifondi, penso che non la trovere-
mo mai», disse con un sospiro. «Il re ha ordinato che il Porto venga riaperto domani.» Fergun si rabbuiò. «Di già? E se scappa per nave?» «Se avesse davvero voluto lasciare Imardin, dubito che l'embargo l'avrebbe fermata.» Lorlen guardò Rothen e sorrise. «Come soleva dire il tutore di Lord Rothen: 'Kyralia si governerebbe molto bene da sé, qualora l'arte di governare fosse dichiarata un crimine'.» Rothen ridacchiò. «Sì, Lord Margen era una fonte preziosa di detti del genere. Non penso tuttavia che siano state valutate tutte le possibilità. Stamattina Dannyl mi ha fatto presente che le persone che hanno maggiori probabilità di trovare la ragazza sono gli abitanti stessi dei bassifondi. Credo abbia ragione.» Dannyl fissò l'amico. Rothen non avrebbe di certo rivelato la loro intenzione di contattare i Ladri... «Perché ci dovrebbero aiutare?» domandò Lorlen, perplesso. Rothen lanciò un'occhiata a Dannyl. «Potremmo offrire una ricompensa.» Dannyl espirò lentamente dopo aver trattenuto a lungo il fiato. Avresti dovuto avvisarmi, amico mio! «Una ricompensa!» esclamò Lorlen. «Sì, potrebbe funzionare.» «Ottima idea», commentò Fergun. «Ma dovremmo anche multare chi ci ostacola.» Lorlen lo guardò con aria di rimprovero. «La ricompensa può bastare. Attenti, però: non daremo nulla finché non verrà trovata la ragazza, altrimenti l'intera popolazione dei bassifondi sosterrà di averla vista.» Un attimo dopo si accigliò. «Bisognerebbe anche scoraggiarli dall'acciuffarla...» «Potremmo appendere agli angoli delle strade manifesti con la descrizione della ragazza e i termini per ottenere la ricompensa, insieme con l'avvertimento di non avvicinarla», suggerì Dannyl. «Dovremmo indurre la gente a segnalarcela quando la vede, perché in questo modo avremo un'idea delle zone che frequenta.» «Potremmo realizzare una mappa dei bassifondi, in modo da seguirne gli spostamenti», propose Fergun. «Sarebbe davvero una cosa utile», commentò Dannyl, fingendosi sorpreso dal suggerimento e nel contempo infastidito per non averci pensato per primo. Ricordando il labirinto di cunicoli e strade, sapeva che un compito del genere avrebbe tenuto Fergun occupato per mesi. Rothen lo osservò con occhi socchiusi, ma non disse nulla.
«I manifesti della ricompensa...» disse Lorlen guardando Dannyl. «Ci penserà lei?» «Domani», rispose questi chinando il capo. «Informerò domani mattina il resto dei maghi impegnati nelle ricerche», affermò Lorlen. «Altre idee?» «La ragazza avrà una sua aura», ricordò il Sommo Lord. «Non è addestrata e non sa come nasconderla, o forse non sa nemmeno di possederla. Qualcuno lo ha mai considerato?» Tacquero tutti per un istante, poi Lorlen ridacchiò tristemente. «Non ci posso credere. Non mi era venuto in mente. Nessuno ha pensato a cercarla avvalendosi dell'aura.» Scosse la testa. «A quanto pare, ci siamo dimenticati chi siamo... e chi è lei.» «L'aura...» ripeté Rothen con tono pacato. «Credo di...» Lorlen si rabbuiò quando questi non terminò la frase. «Sì?» «Domani organizzerò una ricerca mentale», si affrettò a dire Rothen. Lorlen sorrise. «Vi aspetta una giornata impegnativa.» Rothen chinò il capo. «Allora sarà meglio andare a dormire presto. Buonanotte, Amministratore, Sommo Lord, Lord Fergun.» I tre maghi risposero con un cenno del capo. Dannyl seguì Rothen mentre si affrettava verso la porta della Sala Notturna. Quando uscirono nell'aria gelida, Rothen espirò bruscamente. «Ecco cos'era!» esclamò, dandosi una pacca sulla fronte. «Cosa?» chiese Dannyl perplesso. «Oggi, mentre percorrevo uno di quei cunicoli, ho sentito qualcosa, come se qualcuno mi osservasse.» «Un'aura?» «Forse.» «Hai indagato?» Lui annuì. «Non aveva senso. Ciò che sentivo si sarebbe dovuto trovare accanto a me, ma lì non c'era niente se non un muro di mattoni.» «Hai visto se c'era una porta segreta?» «No, ma...» Rothen esitò e si accigliò. «Poi è svanita.» «Svanita?» Dannyl era perplesso. «Com'è possibile che sia svanita? Un'aura non svanisce, a meno che non sia stata nascosta. Lei non è addestrata a farlo.» «E se invece lo fosse?» Rothen sorrise cupo. «Se era lei, o è stata addestrata da qualcuno oppure ha imparato a farlo da sé.» «Non è difficile da imparare. Noi lo insegniamo col gioco del nascondi-
no.» Rothen annuì lentamente mentre considerava tale possibilità. «Lo capiremo domani, probabilmente. È meglio che torni dentro e veda di trovare un po' di aiuto. Penso che molti tra quelli che non intendono rimettere piede nei bassifondi siano ben contenti di dare una mano con la ricerca mentale. Voglio che ti unisca a noi; hai sensi particolarmente fini.» «Se la metti così, come posso rifiutare?» replicò Dannyl stringendosi nelle spalle. «Credo che inizieremo presto. Fa' in modo di preparare i manifesti della ricompensa al più presto.» Dannyl fece una smorfia. «Vuoi farmi fare un'altra levataccia!» 5 LA RICOMPENSA «Cery?» Sollevando la testa dal tavolo, Cery batté le palpebre. Era mattina, o almeno credeva, anche se era sempre difficile dirlo quando ci si trovava sotto terra. Si raddrizzò e guardò verso il letto. La candela era ridotta a un mozzicone e la luce non arrivava molto in là, ma il ragazzo riuscì lo stesso a scorgere il luccichio degli occhi di Sonea. «Sono sveglio», mormorò stirandosi le spalle rigide. Sollevò la candela dal tavolo e la avvicinò al letto. Sonea era stesa con le braccia piegate sotto la testa e fissava il soffitto basso. Cery ricordò di aver provato quella stessa sensazione due anni addietro, poco prima che lei smettesse di frequentare la banda. Quando se n'era andata, aveva capito di aver sempre saputo che un giorno li avrebbe lasciati, anche se ormai era troppo tardi. «Buongiorno», la salutò. Sonea riuscì ad abbozzare un sorriso, ma non bastò a scacciare il turbamento dai suoi occhi. «Chi era il ragazzo della piazza... quello che è morto?» Lui si sedette ai piedi del letto e sospirò. «Si chiamava Arrel, credo. Non lo conoscevo bene. Penso fosse il figlio di una donna che lavorava alle Pantofole Danzanti.» Sonea annuì lentamente e rimase zitta a lungo; poi sollevò le sopracciglia. «Ieri od oggi hai visto Jonna e Ranel?»
Lui scosse il capo. «No.» «Mi mancano.» All'improvviso, Sonea scoppiò a ridere. «A essere sincera non avrei pensato fino a questo punto.» Si voltò sul fianco, guardando Cery in faccia. «Mi mancano più di mia madre. Non è strano?» «Ti hanno accudita per gran parte della tua vita», le rammentò il ragazzo. «E tua madre è morta da tempo.» Sonea annuì. «A volte la vedo in sogno, ma quando mi sveglio non ricordo il suo aspetto. Però ricordo la casa dove vivevamo. Era fantastica.» «Casa tua?» Lei scosse il capo. «Mamma e papà erano a servizio di una delle Case, ma, quando mio padre è stato accusato di aver rubato qualcosa, li hanno cacciati.» Cery sorrise. «Lo aveva fatto?» «Probabilmente», rispose Sonea sbadigliando. «Jonna gli attribuisce la colpa di tutte le azioni che faccio e che secondo lei sono sbagliate o negative. Non ammette il furto, neanche a danno di persone ricche e meschine.» «Dov'è adesso tuo papà?» Lei scrollò le spalle. «Se n'è andato quando la mamma è morta. È tornato una volta, quando avevo sei anni, ha dato a Jonna un po' di denaro ed è ripartito.» Cery tolse un po' di cera colata dalla candela. «I Ladri hanno ucciso mio papà quando hanno scoperto che li raggirava.» La ragazza sgranò gli occhi. «Oh, ma è terribile! Sapevo che era morto, ma questo non me lo avevi mai detto.» Lui scrollò le spalle. «Non è furbo dire in giro che tuo padre era uno squimper. Ha corso rischi stupidi e si è fatto prendere: questo è quello che dice la mamma. Mi ha insegnato molte cose, però.» «La Via dei Ladri.» Cery assentì. «Noi la stiamo usando, vero?» Lui assentì di nuovo. Sonea sorrise. «Allora è vero. Tu sei un uomo dei Ladri.» «No. Mio padre mi ha mostrato la Via.» «Quindi hai il permesso di usarla?» «Sì e no», rispose Cery con una stretta di spalle. Guardò la candela e ripensò a un giorno di tre anni prima, in cui si era infilato in un cunicolo per sfuggire a una guardia che si era risentita per un tentativo di borseggio. Un'ombra era apparsa nel buio, lo aveva preso per il colletto, lo aveva
trascinato in una stanza lontano dal passaggio e lo aveva chiuso dentro. Sebbene fosse un abile scassinatore, Cery non era riuscito a liberarsi. Molte ore dopo la porta si era aperta, e lui era rimasto accecato da una lampada tanto forte che gli aveva consentito di scorgere solo la sagoma di chi la reggeva. «Chi sei?» aveva domandato lo sconosciuto. «Come ti chiami?» «Ceryni», aveva guaito lui. C'era stato un breve attimo di silenzio, poi la luce si era avvicinata. «Così sei tu», aveva osservato lo sconosciuto con una nota divertita nella voce. «Un piccolo roditore familiare: il figlio di Torrin. Ah, ma ora ti ho beccato! Sai qual è il prezzo che si paga quando si usa la Via senza il permesso dei Ladri?» Terrorizzato, Cery aveva scosso il capo. «Be', piccolo Ceryni, ti sei messo in un bel guaio, sai, ma penso di poterti fare una piccola concessione. Non usare la Via regolarmente, ma, se sei costretto, fallo pure. Se qualcuno ti fa domande, di' che ti ha autorizzato Ravi. Ricorda, però, mi devi un favore. Se ti chiederò qualcosa, tu obbedirai. Se mi tratterai male, ti consiglio di non usare più nessuna via. Intesi?» Cery aveva annuito di nuovo, troppo spaventato per parlare. Lo sconosciuto, a quel punto, si era messo a ridacchiare. «Bene. Adesso sparisci!» La luce era scomparsa, e Cery era stato trascinato da mani invisibili fino all'uscita più vicina della Via e gettato fuori. Da quel giorno aveva messo di rado piede nella Via dei Ladri. Le poche volte che era tornato in quel labirinto, si era stupito di ricordarne così bene la disposizione. Di tanto in tanto aveva incontrato altre persone, ma nessuno lo aveva mai fermato o interrogato. Negli ultimi giorni tuttavia aveva ignorato la regola dei Ladri più di quello che avrebbe voluto. Se qualcuno lo avesse affrontato, poteva solo sperare che il nome di Ravi avesse ancora una certa autorevolezza. A ogni modo, non aveva intenzione di dirlo a Sonea: si sarebbe spaventata troppo. Guardandola, provò di nuovo una strana inquietudine. Aveva sempre sperato che un giorno tornasse, ma non ci aveva mai creduto. Sonea era diversa, speciale, e Cery aveva sempre saputo che un giorno lei avrebbe lasciato i bassifondi. Era davvero speciale, anche se per una ragione che nessuno avrebbe mai potuto immaginare. Possedeva la magia! Ma lo aveva appreso nel momento sbagliato. Perché non lo aveva scoperto mentre preparava una tazza di
raka o lucidava un paio di scarpe? Perché era accaduto davanti ai maghi della Corporazione? Ma era andata così, e Cery doveva fare il possibile per tenerla lontana da loro. Almeno potevano passare molto tempo insieme e, anche se ciò significava mettere a rischio l'accordo con Ravi, ne valeva la pena. Non amava però vederla così in ansia. «Non ti preoccupare», cercò di rassicurarla. «Finché i maghi verranno a curiosare nelle gallerie, i Ladri non penseranno a...» «Sstt!» lo interruppe lei sollevando una mano per zittirlo. Cery la fissò mentre si alzava dal letto e si portava al centro della stanza. Fece un giro completo su se stessa e osservò con attenzione i muri, spostando di qua e di là lo sguardo. Il ragazzo tese le orecchie, ma non sentì niente d'insolito. «Che c'è?» Sonea scosse la testa, poi trasalì all'improvviso. Sul suo volto comparve un'espressione di sorpresa e di terrore. Cery balzò in piedi, allarmato. «Che c'è?» ripeté. «Mi stanno cercando», sibilò lei. «Non sento niente.» «No, certo», mormorò Sonea con voce tremante. «Io riesco a vederli, ma in realtà non è come vedere; è più come sentire, ma anche questo non è esatto perché non capisco quello che dicono. È più come...» Trattenne il fiato e si girò cercando con gli occhi qualcosa che trascendeva i sensi. «Mi stanno cercando con la mente.» Cery la fissò impotente. Se aveva ancora qualche dubbio sui suoi poteri magici, quello cui stava assistendo glieli toglieva del tutto. «Riescono a vederti?» Sonea gli lanciò un'occhiata preoccupata. «Non lo so.» Lui strinse le mani a pugno e le riaprì. Fino a poco prima era certo che sarebbe riuscito a tenerla lontana da loro, ma non c'era nessun posto in cui potesse portarla, non c'erano pareti per proteggerla da tutto ciò. Inspirò brusco, le si avvicinò e le prese le mani. «Puoi impedire che ti vedano?» Lei allargò le mani. «Come? Non so usare la magia.» «Provaci!» la esortò. «Prova a fare qualcosa! Qualsiasi cosa!» Sonea scosse la testa; poi si contrasse e inspirò. Cery la vide impallidire. «Quel mago sembrava guardare proprio me...» mormorò la ragazza. «Ma è andato avanti. Vanno avanti.» Un sorriso le comparve sul volto. «Non riescono a vedermi.» Cery la guardò attentamente negli occhi. «Ne sei certa?»
Lei assentì. «Sì.» Lasciando andare le sue mani, tornò a sedersi sul letto con aria pensierosa. «Ieri, quando il mago ci aveva quasi scoperti, credo di avere fatto qualcosa, di essermi, come dire, resa invisibile. Penso che, se non lo avessi fatto, mi avrebbe trovata.» Alzò d'un tratto lo sguardo, poi si rilassò e sorrise. «È come se fossero ciechi.» Cery emise un sospiro di sollievo e scosse la testa. «Mi avevi fatto preoccupare sul serio, Sonea. Io ti posso nascondere dagli occhi dei maghi, ma nasconderti dalle loro menti è troppo. Credo sia meglio spostarsi di nuovo. Conosco un posto, lontano dalla Via, che per qualche giorno potrebbe andare.» Il Palazzo della Corporazione era silenzioso, tranne per il flebile sibilo del respiro di tante persone. Rothen aprì gli occhi e guardò le file di volti. Come sempre, sentiva un vago imbarazzo a guardare gli altri maghi intenti a lavorare con la mente. Non poteva fare a meno di sentirsi una spia, un intruso che curiosava in uno spazio privato. Nel contempo provava anche un piacere infantile nell'osservarne le diverse espressioni: alcuni erano accigliati, altri perplessi o sorpresi. Gran parte sembrava addormentata, con un'aria serena e pacifica sul volto. Quando udì russare lievemente, Rothen sorrise. Lord Sharrel era appoggiato allo schienale del seggio e la sua testa calva si era piegata a poco a poco sul petto. Gli esercizi per calmare e concentrare la mente erano stati evidentemente troppo efficaci per lui. «Non è il solo che non ha la mente rivolta al lavoro, eh, Rothen?» Dannyl aprì un occhio e sorrise. Scuotendo la testa in segno di disapprovazione, Rothen scrutò le facce per vedere se l'amico avesse alterato la concentrazione degli altri. Dannyl scrollò impercettibilmente le spalle e richiuse l'occhio. Rothen sospirò. A quell'ora avrebbero dovuto averla già trovata. Guardò le file di maghi e scosse il capo. Un'altra mezz'ora, decise. Chiuse gli occhi, inspirò e ricominciò l'esercizio per calmare la mente. In tarda mattinata la foschia che ammantava la città si era dispersa, scacciata dall'intensa luce del sole. In piedi davanti alla finestra, Dannyl si godette per un istante il silenzio. Le stampatrici, pur essendo più efficaci degli scribi, facevano un gran baccano con tutti i loro battiti e ronzii, e lo avevano completamente frastorna-
to. Increspò le labbra. Ormai anche l'ultima parte di manifesti era stata stampata e distribuita, e lui era libero. La ricerca mentale era fallita e Rothen era già tornato nei bassifondi. Dannyl non sapeva se essere contento di uscire col bel tempo o sgomento all'idea di riprendere i vagabondaggi tra i tuguri. «Lord Dannyl», disse una voce. «C'è un grande assembramento di persone davanti alla porta della Corporazione. Le vogliono parlare.» Dannyl trasalì e si voltò: sulla soglia c'era l'Amministratore. «Di già?» chiese meravigliato. Lorlen annuì e le sue labbra si piegarono in un sorriso divertito. «Non so come siano arrivati fin lì. Hanno evitato due schieramenti di guardie e sono entrati nella Cerchia interna prima di giungere qui. A meno che non siano mendicanti sfuggiti all'Epurazione.» «Quanti sono?» «Circa duecento. Le guardie dicono che tutti sostengono di sapere dove si trovi la ragazza.» Immaginando che molti furfanti e mendicanti si fossero ammassati all'ingresso, Dannyl si premette una mano sulla fronte ed emise un gemito. «Esattamente», proseguì Lorlen. «Che farà ora?» Dannyl si appoggiò al tavolo e valutò la situazione. Era passata poco più di un'ora da quando aveva mandato i primi messaggeri coi manifesti. La calca alle porte era solo l'avanguardia di un'orda d'informatori che sarebbe arrivata di lì a poco. «Ci serve un posto dove interrogarli», disse, riflettendo a voce alta. «Non all'interno della Corporazione», replicò Lorlen. «Altrimenti s'inventeranno storie solo per avere l'occasione di vederci.» «Allora da qualche parte in città.» L'Amministratore tamburellò piano le dita sul telaio della porta. «La Guardia ha numerosi edifici in città. Farò in modo che ne prepari uno e ce lo lasci.» «Potrebbe chiedere ad alcuni soldati di restare per mantenere l'ordine?» Lorlen annuì. «Sono certo che non vedranno l'ora di restare.» «Cercherò di trovare qualche volontario che ci aiuti a interrogare gli informatori.» «Sembra che lei abbia tutto sotto controllo.» Dannyl sorrise e chinò il capo. «Grazie, Amministratore.» «Se ha bisogno di qualsiasi altra cosa, mi mandi un messaggero.» Lorlen
fece un cenno col capo e si allontanò a grandi passi. Attraversata la stanza, Dannyl raccolse gli strumenti che aveva usato per preparare il manifesto e li ripose in una scatola decorata. Uscì in corridoio e si affrettò verso i suoi alloggi, fermandosi quando un novizio uscì da un'aula vicina e si avviò verso le scale. «Ehi, tu!» chiamò Dannyl. Il giovane si bloccò all'istante e si girò. Incrociò lo sguardo di Dannyl e, mentre s'inchinava, scivolò sul pavimento. Dannyl si avvicinò e gli mise la scatola in mano. «Porta questa alla Biblioteca dei maghi e di' a Lord Jullen che passerò a prenderla più tardi.» «Sì, Lord Dannyl», assentì il novizio, lasciando quasi cadere la scatola mentre s'inchinava di nuovo. Si voltò e si avviò a passo svelto. Dannyl percorse l'ultimò tratto di corridoio e cominciò a scendere le scale. Nell'atrio si erano radunati diversi maghi. Stavano tutti fissando oltre l'enorme ingresso dell'Università, in direzione delle porte. Larkin, un giovane alchimista diplomatosi da poco, alzò lo sguardo quando Dannyl raggiunse i piedi delle scale. «Sono i suoi informatori, Lord Dannyl?» chiese sorridendo. «Sono cacciatori di ricompense», ribatté lui, sarcastico. «Non avrà mica intenzione di farli entrare qui?» indagò una voce rude. Riconoscendo il tono scontroso del Direttore dell'Università, Dannyl si voltò a guardarlo. «Lei lo vorrebbe, Direttore Jerrik?» «Assolutamente no!» Alle sue spalle, Dannyl udì Larkin emettere un lieve verso divertito e si trattenne dal sorridere. Jerrik sembrava non cambiare mai: quando Dannyl era novizio, aveva gli stessi modi da vecchio scontroso sempre pronto a disapprovare tutto. «Li manderò in una sala delle guardie», spiegò Dannyl al vecchio mago. Poi si girò, si fece strada fra i colleghi che si aggiravano nell'atrio e imboccò le scale. «Buona fortuna!» gli gridò Larkin. Dannyl alzò una mano in risposta. Davanti a lui, una massa scura di corpi premeva contro le sbarre ornate delle porte della Corporazione. Dannyl fece una smorfia e cercò una mente a lui familiare. «Rothen!» «Sì?» «Guarda.» Dannyl gli inviò un'immagine mentale della scena. Percepì allarme da parte dell'altro mago, che si tramutò ben presto in divertimento quando capì chi fosse quella gente. «Informatori, di già! Che hai intenzione di fare?»
«Dire loro che tornino più tardi», rispose Dannyl. «E che non daremo soldi a nessuno finché non avremo la ragazza.» Con la rapidità e la chiarezza che la comunicazione mentale consentiva gli spiegò che l'Amministratore stava facendo preparare un posto in città per interrogare gli «informatori». «Serve che rientri per dare una mano?» «Anche se volessi, non potrei tenerti lontano.» Avvertì di nuovo un senso di divertimento da parte del collega, poi l'aura di Rothen svanì. Avvicinandosi al cancello, Dannyl vide la calca di persone che premevano contro le sbarre e si spintonavano. Non appena presero a chiamarlo tutte insieme, fu investito da un incredibile clamore. Le guardie lo fissarono con un misto di sollievo e di curiosità. Il mago si fermò a circa dieci passi dal cancello, raddrizzò la schiena per trarre il massimo vantaggio dalla sua altezza, incrociò le braccia al petto e attese. Lentamente il rumore diminuì. Quando la folla si fu quietata, Dannyl manipolò l'aria davanti a sé per amplificare la voce. «Quanti di voi sono venuti qui con informazioni sulla ragazza che stiamo cercando?» Un coro di voci si levò in risposta. Dannyl annuì e sollevò una mano per tacitarle. «La Corporazione è lieta di accettare il vostro aiuto a questo riguardo. Avrete l'opportunità di parlare singolarmente con noi; stiamo predisponendo una sala allo scopo. La sede della sala sarà indicata in un avviso che verrà appeso a questa porta tra un'ora. Nel frattempo, vi chiediamo di tornare a casa.» Dalla retroguardia si levò qualche brontolio. Dannyl sollevò il mento e assunse un tono di monito. «Non verrà data nessuna ricompensa finché la ragazza non sarà al sicuro, nelle nostre mani. Solo allora la ricompensa verrà pagata e solo a chi ha fornito informazioni utili. Non avvicinatevi alla ragazza di vostra iniziativa. Potrebbe essere pericoloso.» «È qui!» gridò una voce. Nonostante il suo autocontrollo, Dannyl ebbe un fremito di speranza. La folla protestò mentre qualcuno si faceva strada in mezzo a essa. «Fatela passare», ordinò il mago. La folla si divise, e una donna dalla pelle tutta raggrinzita si avvicinò al cancello. Una mano ossuta si allungò tra le sbarre e gli fece cenno. L'altra teneva per un braccio una bambina piccola e magra, con addosso abiti sporchi e logori. «Eccola!» dichiarò la donna, e i suoi occhi enormi lo fissarono. Dannyl studiò attentamente la bambina. I capelli corti, tagliati in modo
irregolare, incorniciavano un volto scarno, incavato. Era incredibilmente magra e i vestiti le cadevano sul corpo informe. Quando Dannyl posò lo sguardo su di lei, la piccola scoppiò a piangere. A quel punto gli venne un dubbio, poiché si era reso conto di non ricordare la faccia della ragazza che Rothen aveva proiettato nel Palazzo della Corporazione. «Rothen?» «Sì?» Gli inviò l'immagine della bambina. «Non è lei.» Dannyl sospirò sollevato. «Non è lei», annunciò scuotendo il capo, e si voltò. La donna protestò. Lui si girò e, notando che lo stava guardando in cagnesco, sostenne il suo sguardo. Lei abbassò rapida gli occhi. «Ne è certo, mio signore?» chiese con tono adulatorio. «Non l'ha esaminata da vicino.» La marea di facce lo fissò, in attesa, e Dannyl capì che volevano una prova concreta. Se non li avesse persuasi che non potevano ingannarlo, gli avrebbero portato altre ragazzine nella speranza di ottenere la ricompensa, e lui non poteva chiedere ogni volta a Rothen d'identificarle. Si avvicinò lentamente al cancello. La bambina aveva smesso di piangere; tuttavia, quando lui fu a poca distanza, impallidì dal terrore. Dannyl allungò una mano e sorrise. La piccola la fissò e arretrò, ma la donna al suo fianco l'afferrò per un braccio e glielo infilò tra le sbarre del cancello. Dannyl lo prese e inviò una richiesta d'informazioni alla mente della piccola. Percepì subito un potere latente e ne restò stupito. Esitò qualche istante prima di lasciar andare la mano e arretrare. «Non è lei», ripeté. Gli informatori ripresero a gridare, ma le urla erano meno insistenti e imperiose. Il mago si allontanò di qualche passo e sollevò le braccia. La folla arretrò. «Andate!» esclamò Dannyl. «Tornate questo pomeriggio.» Si girò rapido, in modo che la tunica ruotasse con grande effetto, e si allontanò. Dalla ressa si levò un'esclamazione di timore e di meraviglia. Sorridendo, Dannyl allungò il passo; ma il sorriso gli svanì dal volto quando pensò al potere che aveva avvertito nella piccola mendicante. Non era particolarmente forte. Se fosse stata figlia di una Casa, difficilmente l'avrebbero mandata alla Corporazione per l'addestramento; per la sua famiglia sarebbe stata più preziosa come sposa, perché avrebbe potuto corroborare la di-
scendenza magica della sua Casa. Se si fosse trattato di un secondo o terzo figlio maschio, tuttavia, ne sarebbero stati felici perché anche un mago debole arrecava prestigio al nome della famiglia. Dannyl scosse la testa mentre si avvicinava all'Università. Era una pura coincidenza che una bambina dei bassifondi da lui esaminata avesse delle potenzialità magiche; forse era la figlia di una prostituta messa incinta da un mago. Dannyl non si faceva illusioni sulle abitudini dei colleghi. Poi ricordò le parole di Lord Solend: Se questa ragazza è un mago naturale, ci dobbiamo attendere che sia più potente di un novizio medio, forse anche più di un mago medio. La ragazza che cercavano doveva essere forte almeno come lui, forse anche di più... Dannyl rabbrividì. All'improvviso pensò all'ipotesi che delinquenti e assassini possedessero segretamente poteri che solo i maghi della Corporazione avrebbero dovuto avere. Era un pensiero agghiacciante e lui capì che, quando sarebbe tornato nei bassifondi, non si sarebbe più sentito del tutto invulnerabile. L'aria nella soffitta era deliziosamente calda. La luce del tardo pomeriggio entrava da due minuscole finestre e disegnava piccoli rettangoli chiari sulle pareti. L'odore di lana di reber e l'odore di fumo facevano a gara per prevalere nella stanza. Qua e là gruppetti di bambini sedevano infagottati nelle coperte, parlando piano. Sonea li guardò dall'angolo che si era scelta. Quando la botola della soffitta si aprì, alzò inquieta lo sguardo, ma il ragazzino che era salito nella stanza non era Cery. I bambini lo accolsero con gioia. «Avete sentito?» disse lasciandosi cadere su un mucchio di coperte. «I maghi dicono che daranno una ricompensa a chiunque indichi loro dove si trovi quella ragazza.» «Una ricompensa!» «Davvero?» «Di quanto?» Il ragazzino spalancò gli occhi. «Cento pezzi d'oro!» Tra i bambini si levò un mormorio di eccitazione. Si strinsero intorno al nuovo venuto formando un cerchio di volti curiosi. Alcuni lanciarono un'occhiata pensierosa nella direzione di Sonea. Lei si sforzò di guardarli con espressione neutra. Da quand'era arrivata, le avevano lanciato più di un'occhiata curiosa. La soffitta era un rifugio per i bambini senza tetto. Si trovava in una zona di confine tra i bassifondi e i
mercati, e dalle minuscole finestre si godeva una vista del Porto. Sonea era troppo grande per esservi ammessa, ma Cery conosceva il proprietario, un mercante gentile ormai in pensione di nome Norin, e gli aveva promesso di contraccambiare il favore. «I maghi vogliono davvero prendere quella ragazza, vero?» chiese una bambina. «Non lasciano che nessuno usi la magia, solo loro possono farlo», replicò un bambino robusto. «Adesso molti la stanno cercando», disse il nuovo arrivato. «Ci sono un bel po' di soldi in cambio.» «Sono soldi sporchi, Ral», obiettò la bambina arricciando il naso. «E allora?» ribatté questi. «Ad alcuni non importa. Vogliono solo i soldi.» «Be', io non la denuncerei», affermò la bambina. «Odio i maghi. Hanno bruciato mio cugino, anni fa.» «Davvero?» chiese un'altra bambina con gli occhi luccicanti per la curiosità. «È vero. Durante l'Epurazione. Gilen stava combinando qualcuna delle sue... probabilmente se l'è cercata. Uno di quei maghi lo ha colpito con la magia e gli ha bruciato tutto un lato della faccia. Adesso ha una grande cicatrice tutta rossa.» Sonea rabbrividì. Bruciato. Le tornò in mente il ragazzo carbonizzato. Distolse lo sguardo dai bambini. La soffitta non le sembrava più così accogliente. Avrebbe voluto alzarsi e andarsene, ma Cery era stato risoluto nel dirle di restare lì e di non attirare l'attenzione. «Una volta mio zio ha cercato di derubare un mago», disse una ragazzina coi capelli lunghi raccolti in una crocchia. «Tuo zio è stupido», mormorò il bambino al suo fianco. Lei lo guardò imbronciata e fece per sferrargli un calcio nella gamba, ma lui lo schivò facilmente. «Non sapeva che fosse un mago», spiegò la ragazzina. «Quell'uomo portava un grande mantello sopra la tunica.» Il bambino sbuffò e lei alzò il pugno. «Stavi dicendo?» chiese lui con aria innocente. «Ha cercato di tagliargli la borsa», proseguì la ragazzina. «Ma il mago aveva fatto un incantesimo in modo da sapere se qualcuno l'avesse toccata. Be', il mago si è girato in un baleno, lo ha colpito con la magia e gli ha spezzato le braccia.» «Tutt'e due?» le chiese uno dei bimbi più piccoli.
Lei annuì. «Senza nemmeno toccarlo. Ha sollevato solo le mani, così...» - alzò le mani col palmo rivolto verso gli altri - «... e la magia ha colpito mio zio come se gli fosse venuto addosso un muro. Così lui ha detto.» Nella stanza calò il silenzio per qualche minuto, poi si levò una nuova voce: «Mia sorella è rimasta uccisa a causa dei maghi». Tutte le facce si girarono verso un bambino ossuto, seduto a gambe incrociate al termine del semicerchio. Lui prese a raccontare: «Eravamo in mezzo alla folla. I maghi avevano iniziato a fare i loro lampi di luce dietro di noi e tutti si erano messi a correre. La mamma lasciò cadere la mia sorellina, ma non riuscì a fermarsi perché c'erano tante persone che scappavano. Papà tornò indietro e la trovò. Lo sentii maledirli, dire che era colpa loro se era morta. Colpa dei maghi». Socchiudendo gli occhi, guardò torvo il pavimento. «Io li odio!» Numerose teste del semicerchio annuirono. Seguì qualche attimo di cupo silenzio, poi la prima bambina emise un verso di soddisfazione. «Allora!» esclamò. «Voi aiutereste i maghi? Io no. Quella ragazza gliele ha suonate, ecco. Forse la prossima volta ne colpirà di più.» I bambini sorrisero e annuirono. Sonea tirò segretamente un sospiro di sollievo. Udì il cigolio della botola che si apriva, e sorrise quando Cery salì nella soffitta. Lui le si affiancò e si sedette ricambiando il sorriso. «Siamo stati traditi», mormorò. «Questa casa sta per essere perquisita. Seguimi.» Sonea ebbe un tuffo al cuore. Fissandolo, si accorse che il sorriso era di circostanza e non gli illuminava lo sguardo. Cery si rialzò e lei lo imitò. Alcuni bambini la guardarono passare, ma lei evitò i loro occhi. Sentì la curiosità crescere in loro quando Cery si fermò e aprì le ante di un grande armadio in fondo alla stanza. «Qui c'è una porta segreta che conduce alle gallerie», sussurrò il ragazzo allungandosi all'interno del mobile. Tirò qualcosa con delicatezza, si accigliò e tirò con più forza. «È stato bloccato dall'interno.» Imprecò tra sé. «Siamo in trappola?» Lui guardò di nuovo la stanza. Ormai gran parte dei bambini li stava osservando. Chiuse le ante dell'armadio e si avvicinò a una finestra. «Fingere non ha più senso. Come te la cavi ad arrampicare?» «È un po' che...» Sonea alzò lo sguardo. Le finestre erano state ricavate nel tetto, che digradava quasi fino al pavimento. «Aiutami a salire.»
Sonea giunse le mani e fece una smorfia quando Cery vi montò sopra. Quando le salì sulle spalle, vacillò. Afferratosi a una trave del soffitto, il ragazzo si stabilizzò, estrasse un coltello dal mantello e cominciò ad armeggiare con la finestra. Da qualche parte, di sotto, Sonea udì una porta sbattere, poi un suono attutito di voci concitate. Quando la botola si aprì, sentì una fitta di panico, ma il volto che apparve era quello della nipote di Norin, Yalia. Con una sola occhiata la donna notò i bambini, Sonea e Cery in piedi sulle spalle dell'amica. «La porta?» chiese. «È bloccata», rispose Cery. Lei si rabbuiò e guardò i bambini. «I maghi sono qui», disse loro. «Perquisiranno la casa.» I bambini cominciarono a fare domande. Al di sopra di Sonea, Cery borbottò un'imprecazione colorita e, quando spostò all'improvviso tutto il suo peso da una parte all'altra, lei per poco non cadde. «Non sei una scala molto robusta, Sonea.» Poi il peso di Cery svanì. Questi nello slancio scalciò e la colpì al petto. Sonea si trattenne dal rimproverarlo. «Non ci faranno del male», stava dicendo Yalia ai bambini. «Non oseranno. Vedranno subito che siete troppo piccoli. Sono più interessati a...» «Ehi! Sonea!» sussurrò brusco Cery. Lei alzò lo sguardo e vide che l'amico aveva le gambe all'esterno della finestra e si stava sporgendo per aiutarla a salire. «Vieni!» Sonea si allungò e afferrò le sue mani. Con forza sorprendente, Cery la sollevò finché non riuscì ad aggrapparsi al davanzale. La ragazza rimase appesa per un istante, poi si spostò lungo il telaio fino a raggiungere il lato più alto. Sollevò allora le gambe, si ancorò al telaio con la punta dello stivale e uscì all'esterno. Ansimando per lo sforzo, si appiattì contro le tegole fredde. L'aria era gelida e il freddo le penetrò subito oltre i vestiti. Sollevò la testa e vide una distesa di tetti. Il sole era basso nel cielo. Cery si allungò per chiudere la finestra, ma all'improvviso s'immobilizzò. Il rumore della botola del solaio che si apriva giunse fino alle loro orecchie. Subito dopo, i bambini cominciarono a mormorare in preda allo stupore e alla paura. Sonea sollevò la testa e sbirciò dentro. Un uomo con una veste rossa stava accanto alla botola aperta e scrutava la stanza con sguardo infuriato. Aveva i capelli chiari, pettinati all'indietro e una piccola cicatrice rossa sul-
la tempia. Sonea si appiattì nuovamente contro il tetto col cuore che le batteva forte; quella figura aveva qualcosa di familiare, ma lei decise di non azzardare una seconda occhiata. La voce del mago arrivò imperiosa alle loro orecchie: «Dov'è?» «Di chi sta parlando?» replicò Yalia. «Della ragazza. Sono stato informato che era qui. Dove l'avete nascosta?» «Io non ho nascosto nessuno», obiettò una voce anziana. Norin, suppose Sonea. «Che cos'è allora questo posto? Perché questi mendicanti sono qui?» «Lascio che stiano qui. In inverno non hanno altro posto dove andare.» «La ragazza è stata qui?» «Io non chiedo i nomi. Se questa ragazza che state cercando fosse stata tra loro, non lo avrei saputo.» «Stai mentendo, vecchio», affermò il mago con tono sempre più cupo. In quel momento si udì un piagnucolio: alcuni bambini avevano iniziato a piangere. «Le sto dicendo la verità», ribatté l'anziano mercante. «Non ho idea di chi siano, ma sono sempre bambini...» «Sai qual è la pena per chi nasconde i nemici della Corporazione, vecchio?» chiese brusco il mago. «Se non mi mostri dove hai nascosto la ragazza, farò demolire la tua casa pietra dopo pietra e...» «Sonea», sussurrò Cery. Lei si voltò a guardarlo. Le fece cenno di muoversi alla svelta e prese a scendere lungo il tetto. Sonea costrinse braccia e gambe a muoversi e lo seguì. Non osava scendere troppo veloce nel timore che il mago la sentisse. Il bordo del tetto si fece a poco a poco più vicino. Quando lo raggiunse, Sonea si voltò e vide che Cery era scomparso. Scorgendo un rapido movimento, notò un paio di mani che si afferravano alla grondaia sotto di lei. «Sonea», sibilò Cery. «Devi scendere fin qui, dove sono io.» Lentamente lei piegò le gambe e si abbassò fino a trovarsi stesa nella grondaia. Guardò oltre il margine e vide che Cery penzolava a due piani da terra. Con un cenno, lui le indicò una casa a un piano, adiacente a quella del mercante. «Andiamo lì», disse. «Guardami e poi fa' quello che faccio io.» Il ragazzo si allungò verso il muro e afferrò un tubo che partiva dalla grondaia e arrivava fino al suolo. Quando vi si aggrappò con tutto il peso,
quello cigolò in modo inquietante, ma Cery fu rapido a scendere usando a mo' di scala le grappe che fissavano il tubo al muro. Mise piede sul tetto vicino, alzò lo sguardo e le fece cenno di seguirlo. Dopo aver fatto un profondo respiro, Sonea si aggrappò alla grondaia e si calò nel vuoto. Rimase appesa per un istante, con le mani che protestavano per lo sforzo; poi si allungò per afferrare il tubo. Scese più rapida che poté e arrivò sul tetto della casa adiacente. Cery sorrise. «Facile, no?» Lei si sfregò le dita, rosse per via dei bordi affilati delle grappe, e si strinse nelle spalle. «Sì e no.» «Dai, togliamoci di qui.» Avanzarono con cautela, facendosi forza per resistere al vento gelido. Quando raggiunsero la casa vicina, passarono sul tetto e di lì si aggrapparono a un altro tubo che li portò in uno stretto vicolo tra le abitazioni. Avvicinato un dito alle labbra, Cery si avviò lungo il vicolo. Si fermò a metà e, dopo essersi guardato indietro per assicurarsi che non vi fosse nessuno, sollevò una piccola griglia inserita in un muro. Si gettò ventre a terra e sgattaiolò rapido nel buco. Sonea lo seguì. Si fermarono a riposare al buio. A poco a poco, gli occhi di Sonea si abituarono e notarono le pareti di uno stretto cunicolo di mattoni. Cery stava fissando nell'oscurità in direzione della casa di Norin. «Povero Norin», mormorò Sonea. «Che cosa gli accadrà?» «Non lo so, ma non è una bella situazione.» La ragazza si sentì in colpa. «Tutto per causa mia.» Lui si voltò a guardarla. «No», grugnì. «Per causa dei maghi... e di chiunque ci abbia traditi.» Guardando cupo il tunnel, aggiunse: «Tornerò indietro e scoprirò chi è stato, ma adesso ti devo portare in un luogo sicuro». Studiandolo con attenzione, Sonea notò una durezza che non gli aveva mai visto sul volto. Senza di lui l'avrebbero catturata giorni addietro, e probabilmente sarebbe già morta. Aveva bisogno di Cery, ma che cosa gli sarebbe costato aiutarla? Aveva già promesso o sfruttato favori e rischiato la condanna dei Ladri per l'utilizzo delle gallerie. E se i maghi l'avessero trovata? Se Norin si fosse visto distruggere la casa perché sospettato di averla nascosta, che cosa avrebbero fatto a Cery? Sonea rabbrividì e gli afferrò il braccio. «Promettimi una cosa, Cery.» Lui si voltò a guardarla con occhi sgranati. «Prometterti?» Lei annuì. «Promettimi che, se ci prenderanno, farai finta di non conoscermi.» Lui aprì la bocca per protestare, ma Sonea non glielo permise.
«Se si accorgeranno che mi stai aiutando, scapperai. Non ti lascerai prendere anche tu.» Cery scosse la testa. «Io non...» «Dimmi che lo farai. Io... io non potrei sopportare che ti uccidano per causa mia.» Gli occhi del ragazzo si spalancarono ancora di più. Poi lui le mise una mano sulla spalla e sorrise. «Non ti prenderanno. E, anche se lo facessero, ti verrei a liberare. Te lo prometto.» 6 INCONTRI SOTTERRANEI COLTELLO AUDACE, annunciava l'insegna della casa del bol. Non certo un nome incoraggiante, ma da una rapida occhiata il posto sembrava tranquillo. Gli avventori, a differenza di quelli di tutte le altre case del bol visitate da Dannyl, erano calmi e parlavano a voce bassa. Il mago spinse la porta ed entrò. Alcuni clienti guardarono nella sua direzione, ma la maggior parte lo ignorò, e anche quella era una piacevole novità. Dannyl si sentì vagamente a disagio: perché quel locale era tanto diverso dagli altri che aveva visitato? Fino a quel giorno non era mai entrato in una casa del bol, né del resto aveva mai voluto farlo, ma la guardia che aveva mandato a cercare i Ladri gli aveva dato informazioni precise: Entra in una casa del bol, di' al proprietario con chi vuoi parlare e paga il prezzo quando arriva la guida. Quello, a quanto pareva, era il sistema. Ovviamente non poteva entrare in una casa del bol con la tunica addosso e attendersi la collaborazione di cui aveva bisogno; perciò, disobbedendo ai suoi pari, aveva indossato semplici vesti da mercante. Aveva scelto con cura il travestimento: nessun abito avrebbe potuto mascherare la statura insolitamente alta, la buona salute e la voce colta. Aveva inventato una storia di investimenti sbagliati e di pesanti debiti; nessuno gli aveva fatto prestiti, e i Ladri erano la sua ultima spiaggia. Un mercante nella sua situazione sarebbe stato spaesato tanto quanto lui, anche se molto più spaventato. Dannyl fece un respiro profondo e si fece strada nella sala, fino al banco. L'oste era un uomo magro dagli zigomi alti e dall'espressione cupa. Aveva i capelli neri brizzolati e lanciò a Dannyl un'occhiata dura. «Che
vuoi?» «Da bere.» L'uomo prese un boccale di legno e lo riempì spillando una bevanda da una botte dietro il banco. Dannyl prese una moneta di rame e una d'argento dalla borsa e, nascondendo quella di maggior valore, lasciò cadere quella di rame sulla mano tesa dell'uomo. «E poi vuoi una lama?» chiese l'oste con voce pacata. Dannyl lo guardò stupito. L'uomo sorrise truce. «Altrimenti per cosa saresti venuto al Coltello Audace? Hai già esperienza?» Dannyl scosse la testa e rifletté rapidamente. Dal tono di voce dell'oste sembrava che l'operazione di acquisire la «lama» implicasse una certa segretezza; ma non vi erano leggi che vietassero l'uso di armi da taglio, perciò «lama» doveva riferirsi a un oggetto o a un servizio illegale. Non aveva idea di che cosa si trattasse, ma quell'uomo aveva già capito che era venuto per qualche accordo clandestino, il che gli parve un buon inizio. «Non voglio una lama», replicò Dannyl rivolgendogli un sorriso nervoso. «Voglio contattare i Ladri.» L'uomo sollevò le sopracciglia, perplesso. Lo studiò socchiudendo gli occhi e disse: «Ci vuole un motivo interessante perché accettino un incontro». Dannyl aprì la mano e mostrò la moneta d'argento; poi, quando l'oste fece per prenderla, richiuse le dita. L'uomo sbuffò e si voltò leggermente. «Hai, Kollin!» Un ragazzo apparve sulla soglia di una porta dietro il banco. Guardò Dannyl. I suoi occhi vivi lo squadrarono da capo a piedi. «Porta quest'uomo al macello», ordinò l'oste. Kollin lanciò un'altra occhiata a Dannyl e gli fece un cenno col capo. Mentre Dannyl passava dietro il banco, l'oste lo bloccò e aprì la mano. «C'è un prezzo da pagare. La moneta d'argento.» Dannyl si rabbuiò e guardò dubbioso la mano tesa. «Non temere», aggiunse l'oste. «Se scoprissero che imbroglio chi cerca il loro aiuto, mi scuoierebbero e appenderebbero la mia pelle alle travi come lezione per gli altri.» Chiedendosi se lo stesse ingannando, Dannyl gli cacciò in mano la moneta. L'uomo si scostò, permettendogli di seguire Kollin oltre la porta. «Seguimi, ma non parlare», disse il ragazzo. Entrò in una piccola cucina, aprì un'altra porta e controllò il vicolo prima di uscire.
Camminando svelto, Kollin condusse Dannyl in un labirinto di stradine. Passarono accanto a porte da cui uscivano aromi di cibi cotti al forno, o di carne e verdure stufate, o l'odore acre del cuoio oliato. Il ragazzo si fermò e gli indicò l'imbocco di un vicolo; la stradina era ricoperta di fango e di rifiuti e terminava a fondo cieco dopo una ventina di passi «Il macello. Entra lì», disse indicando il vicolo; poi si girò e corse via. Dannyl osservò perplesso il vicolo mentre lo percorreva. Non vi erano porte né finestre. Nessuno uscì a salutarlo. Raggiunto il fondo, sospirò. Lo avevano ingannato e, considerato il nome del posto, si aspettava quantomeno un'imboscata. Con una scrollata di spalle si girò e vide tre uomini di costituzione robusta davanti all'ingresso del vicolo. «Hai! Cerchi qualcuno?» «Sì.» Dannyl si avvicinò a grandi passi. Indossavano tutti lunghimanti e guanti. Quello al centro aveva una cicatrice sulla guancia. I tre ricambiarono freddamente la sua occhiata. Proprio i classici criminali, pensò Dannyl. Forse quella era un'imboscata. Si fermò a qualche passo di distanza, poi si guardò alle spalle e sorrise. «Allora questo è il macello. Davvero appropriato. Adesso mi fate voi da guida?» L'uomo al centro tese la mano. «C'è un prezzo da pagare.» «Ho dato i soldi all'uomo del Coltello Audace.» L'uomo si rabbuiò. «Vuoi una lama?» «No», rispose Dannyl con un sospiro. «Voglio parlare coi Ladri.» L'uomo guardò i compagni, che stavano sorridendo. «Con quale?» «Quello più influente.» «Allora è Gorin.» Uno dei compagni soffocò una risata. Il capo fece cenno a Dannyl di seguirlo. «Vieni con me.» Gli altri due si scostarono. Dannyl seguì la nuova guida fino all'imbocco di una strada più larga. Guardandosi alle spalle, vide che gli altri lo stavano osservando sempre con un ampio ghigno sul volto. Percorsero una serie di strade e vicoli tortuosi. Dannyl iniziò a chiedersi se il retro di ogni panificio, negozio di pelli, sartoria e casa del bol fosse identico agli altri. Poi riconobbe un'insegna e si fermò. «Qui siamo già stati. Perché mi fai girare in cerchio?» L'uomo si voltò a guardarlo; quindi si avvicinò a un muro. Chinandosi, afferrò i bordi di una grata di ventilazione e tirò. Indicò l'apertura dicendo:
«Prima tu». Dannyl si accovacciò e guardò all'interno. Non vedeva niente. Dopo aver resistito alla tentazione di creare una sfera di luce, mise una gamba nel buco; ma, là dove si aspettava vi fosse un pavimento, trovò solo il vuoto. Allora guardò la guida. «La strada è circa all'altezza della vita», spiegò l'uomo. «Va' avanti.» Tenendosi ai bordi, Dannyl si calò nell'apertura. Trovò una sporgenza alla quale appoggiarsi, infilò l'altra gamba e si abbassò fino a toccare il pavimento. Arretrò e con la spalla toccò un muro. L'uomo s'infilò nel passaggio con la disinvoltura di chi conosceva il posto. Nella semioscurità, Dannyl vedeva solo la sagoma della guida e si tenne a debita distanza. «Segui i miei passi», gli disse l'uomo avviandosi lungo il cunicolo. Dannyl restò sempre a distanza e mantenne il contatto con le pareti. Camminarono per vari minuti, curvando più volte; poi i passi davanti a lui cessarono, e udì bussare nelle vicinanze. «Hai un bel po' di strada da fare. Sei certo di voler andare?» chiese l'uomo. «Puoi ancora cambiare idea. Ti posso riportare indietro.» «Perché dovrei?» replicò Dannyl. «È solo una possibilità, nient'altro.» In quel momento apparve una sottile striscia di luce argentea, che poco dopo si allargò al loro fianco. Contro di essa spiccava la sagoma di un uomo. Nel bagliore Dannyl non poté scorgerne il volto. «Questo qui cerca Gorin», grugnì la guida. Guardò Dannyl, gli fece un rapido gesto, si voltò e scomparve nell'ombra. «Gorin, eh?» esordì l'uomo sulla soglia. La sua voce poteva indicare vent'anni come sessanta. «Come ti chiami?» «Larkin.» «Che mestiere fai?» «Vendo stuoie simba.» Negli ultimi anni le case di fabbricazione di stuoie erano sorte come funghi in tutta Imardin. «Un mercato difficile.» «Non me lo dire!» assentì Dannyl. «Perché vuoi parlare con Gorin?» «Lo dico solo a Gorin.» «Come vuoi.» L'uomo si strinse nelle spalle, poi si avvicinò al muro. «Voltati dall'altra parte. Da questo punto in poi camminerai bendato.» Dannyl esitò prima di girarsi; si era aspettato una cosa del genere. Un pezzo di stoffa gli fu messo davanti agli occhi e annodato dietro la testa.
La debole luce della lampada gli consentiva di vedere solo la spessa trama della stoffa. «Segui i miei passi», ordinò l'uomo. Dannyl avanzò tastando le pareti. La nuova guida procedeva veloce, e lui ne contava i passi pensando che, alla prima occasione, avrebbe calcolato che distanza avrebbe potuto coprire normalmente con mille passi. Qualcosa, probabilmente una mano, gli toccò all'improvviso il petto, e lui si fermò. Udì aprirsi una porta e fu spinto in avanti. Un odore di spezie e di fiori investì i suoi sensi. Con gli stivali calpestò qualcosa di morbido, forse un tappeto. «Resta qui. Non ti togliere la benda.» La porta fu richiusa. Dall'alto provenivano un flebile vociare e uno scalpiccio; Dannyl pensò di essere sotto una delle case del bol più chiassose. Ascoltò i rumori, poi prese a contare i respiri. Quando si stancò, avvicinò le mani alla benda. In quel momento udì un lieve rumore alle sue spalle, come di un piede nudo che si posasse su un tappeto. Si girò e afferrò la benda, pronto a togliersela; poi si bloccò, udendo la maniglia girare. Raddrizzatosi, allontanò subito le mani. La porta non si aprì. Dannyl attese, concentrandosi sul silenzio della stanza. Qualcosa attirò la sua attenzione: era ancora più flebile dei rumori che aveva udito prima. Un'aura. Si muoveva alle sue spalle. Dannyl fece un respiro profondo, allungò le mani e finse di andare in cerca delle pareti. Mentre girava, l'aura si allontanò. Qualcun altro era nella stanza insieme con lui; qualcuno che non voleva farsi notare. Il tappeto attutiva i passi, e il frastuono della casa del bol copriva qualsiasi rumore involontario. Il profumo di fiori che aleggiava nell'aria era in grado di nascondere l'odore di un corpo. Solo i sensi speciali di mago avevano permesso a Dannyl d'individuare l'estraneo. Era una prova. E non era il possessore dell'aura a essere giudicato in base alla capacità di non farsi percepire: no, quella prova era per Dannyl. Per vedere se avvertisse qualcosa. Per vedere se fosse un mago. Proiettando i suoi sensi, percepì un'altra debole aura, immobile. Allungando le braccia, ricominciò a camminare. La prima aura lo schivò, ma lui la ignorò. Dopo dieci passi toccò un muro. Tenendo le mani sulla superficie scabra, iniziò a spostarsi di qua e di là nella stanza mirando però all'au-
ra più debole. La prima aura si allontanò, poi d'un tratto gli si avvicinò di corsa. Dannyl sentì una lieve brezza sul collo ma continuò, ignorandola. Le sue dita toccarono il telaio della porta, poi una manica e un braccio. A quel punto gli tolsero la benda, e si ritrovò a guardare in faccia un vecchio. «Mi scuso per averti fatto aspettare», esordì l'uomo. Dannyl ne riconobbe la voce: era la sua guida. Era possibile che non avesse mai lasciato la stanza? Senza dare spiegazioni l'uomo aprì la porta. «Prego, seguimi.» Dannyl si guardò intorno nella stanza ormai vuota, poi entrò nel cunicolo. Proseguirono il cammino a un passo più rilassato, con la lampada che dondolava in mano al vecchio. Le pareti erano solide; a ogni svolta vi era un piccolo pannello nei mattoni con sopra incisi strani simboli. Era impossibile capire che ora fosse, ma Dannyl sapeva che erano trascorse molte ore da quand'era entrato nella casa del bol. Era contento di sé, perché si era accorto che lo avevano messo alla prova. Lo avrebbero portato dai Ladri, se avesse rivelato la sua identità di mago? Ne dubitava. Forse lo avrebbero sottoposto ad altre prove: avrebbe dovuto fare attenzione. Non sapeva quanto mancasse al colloquio con Gorin. Nel frattempo avrebbe dovuto scoprire il più possibile sulle persone con cui voleva negoziare. Studiò il compagno con aria indagatrice. «Che cos'è una 'lama'?» «Un assassino», grugnì il vecchio. Dannyl batté le palpebre, poi soffocò un sorriso. Allora il «Coltello Audace» era un nome davvero azzeccato. Come faceva il proprietario a passarla liscia quando pubblicizzava il servizio in maniera tanto palese? «Ci sono altri nomi in codice che dovrei conoscere?» Il vecchio sorrise. «Se qualcuno ti manda un messaggero: o ti minaccia o mette in atto una minaccia.» «Capisco.» «Uno squimper è qualcuno che tradisce i Ladri. È meglio se stai attento a non diventarlo. Gli squimper hanno vita breve.» «Lo terrò a mente.» «Se tutto fila liscio, diventerai un cliente. Dipende dal motivo per cui sei qui.» L'uomo si fermò e si voltò verso Dannyl. «Credo sia venuto il momento di scoprirlo.» Bussò contro un muro. Vi fu silenzio, poi i mattoni si aprirono verso l'interno, e l'anziano fece cenno di entrare. La stanza in cui Dannyl mise piede era piccola. Tra le pareti era posizionato a stento un tavolo, che impediva a chiunque di avvicinarsi all'omone
che vi stava seduto dietro. Alle sue spalle, una doppia porta era parzialmente aperta. «Larkin, il venditore di stuoie!» esclamò l'uomo, con voce incredibilmente profonda. Dannyl chinò il capo. «E tu chi sei?» L'uomo sorrise. «Gorin.» Non vi erano sedie per i visitatori. Dannyl si avvicinò di più al tavolo. Gorin non era un uomo attraente, ma la sua mole era composta più da muscoli che da grasso. Aveva i capelli folti e ricci, e una barba lanosa gli copriva la mandibola. Il nome era più che azzeccato: Gorin ricordava proprio le grosse bestie che trascinavano i barchini sul fiume Tarali. Dannyl si chiese se fosse un gioco di parole: forse Gorin era l'uomo con la più grossa influenza tra i Ladri. «Comandi i Ladri?» chiese. «Nessuno comanda i Ladri», replicò Gorin con un ghigno. «Allora come so se sto parlando con la persona giusta?» «Vuoi fare un patto? Allora lo fai con me», disse l'uomo allargando le mani. «Se lo infrangerai, ti punirò. Pensa a me come a una via di mezzo tra un padre e un re. Io ti aiuterò; ma, se mi tradisci, ti uccido. Questo è chiaro?» Dannyl increspò le labbra. «Avevo in mente qualcosa di un po' più equilibrato, magari un rapporto da padre a padre? Non oso suggerire da re a re, anche se la cosa mi suona bene.» Gorin sorrise di nuovo, ma i suoi occhi non s'illuminarono. «Che vuoi, venditore di stuoie?» «Voglio che mi aiuti a trovare qualcuno.» «Ah.» Il Ladro annuì. Avvicinò un blocchetto di carta, una penna e un calamaio. «Chi?» «Una ragazza tra i quattordici e i sedici anni. Corporatura minuta, capelli scuri, tutta pelle e ossa.» «È scappata, giusto?» «Sì.» «Perché?» «Per un equivoco.» Gorin annuì con aria comprensiva. «Dove pensi possa essere andata?» «Nei bassifondi.» «Se è viva, la troverò. Se non lo è o se non la troviamo entro un certo tempo - stabiliremo quando -, i miei obblighi nei tuoi confronti cesseranno. Come si chiama?»
«Non sappiamo ancora il suo nome.» «Non sapete...» Gorin alzò lo sguardo, poi socchiuse gli occhi. «Voi?» Dannyl si concesse un sorriso. «Dovete escogitare una prova migliore.» Gorin spalancò lievemente gli occhi e deglutì. «Davvero?» «Che cosa avevate in mente di fare, se non l'avessi superata?» «Ti avremmo portato in un posto lontano da qui. Che vuoi?» «Come ho detto: voglio che ci aiutiate a trovare la ragazza.» «E se non lo facciamo?» Dannyl smise di sorridere. «Allora morirà. I suoi stessi poteri la uccideranno e distruggeranno anche parte della città, ma non so dirvi in che misura perché non conosco la sua forza.» Avanzò di un passo, posò le mani sul tavolo e sostenne lo sguardo del Ladro. «Se ci aiuterete, non sarà un accordo necessariamente infruttuoso, ma dovete capire bene che c'è un limite oltre il quale non possiamo esporci.» Gorin lo fissò in silenzio, quindi mise da parte carta e penna. Si appoggiò alla sedia e girò lievemente la testa. «Hai! Dagan! Porta una sedia al nostro visitatore.» La stanza era buia e odorava di muffa. Vi erano casse, molte delle quali rotte, impilate contro una parete. Negli angoli si erano formate pozzanghere, e uno strato di polvere copriva tutto il resto. «Allora era qui che tuo padre nascondeva la roba?» chiese Harrin. Cery annuì. «È il vecchio magazzino di papà.» Pulì una cassa e si sedette. «Non c'è il letto», osservò Donia. «Escogiteremo qualcosa», replicò Harrin. Avvicinatosi alle casse, prese a frugarvi dentro. Sonea si era fermata sulla soglia, sgomenta all'idea di passare la notte in quel luogo freddo e sgradevole. Sospirando, si sedette sul gradino più basso. Si erano spostati tre volte durante la notte per evitare i cacciatori di ricompensa, e le sembrava di non dormire da giorni. Chiuse gli occhi e si abbandonò al sonno. Le voci di Harrin e Donia si fecero lontane, come il rumore dei passi che proveniva dal cunicolo alle sue spalle. Passi? Aprì gli occhi, si guardò alle spalle e vide una luce distante ondeggiare nel buio. «Hai! Sta arrivando qualcuno.» «Cosa?» Harrin attraversò la stanza e fissò il tunnel. Restò in attesa per qualche istante, poi fece alzare Sonea e le indicò la parte più lontana del
vano. «Vai lì. Non farti vedere.» Mentre lei si allontanava dalla porta, Cery si alzò e si affiancò a Harrin. «Qui non viene nessuno. La polvere sui gradini non era smossa.» «Allora devono averci seguiti.» Cery fissò la galleria imprecando e si voltò verso Sonea. «Copriti il volto. Potrebbero essere in cerca d'altro.» «Non ce ne andiamo?» chiese Donia. Cery scosse la testa. «Non c'è via d'uscita. Un tempo c'era un passaggio, ma i Ladri lo hanno chiuso anni fa. Per questo non vi ho portato qui prima.» Ormai i passi si udivano più distintamente nella stanza. Harrin e Cery arretrarono dalla porta e attesero. Sonea tirò su il cappuccio e si avvicinò a Donia, nell'angolo più lontano della stanza. A mano a mano che i nuovi arrivati scendevano le scale, nel cunicolo apparvero dapprima i loro stivali, poi i calzoni, i petti e le facce. Quando individuarono Sonea, si scambiarono occhiate bramose. «Burril!» esclamò Harrin. «Che ci fai qui?» Un giovane muscoloso avanzò con aria spavalda e affrontò Harrin. Sonea rabbrividì: era il ragazzo che l'aveva accusata di essere una spia. Osservò gli altri e restò sconvolta quando ne riconobbe uno. Ricordava Evin come uno dei ragazzi più tranquilli della banda di Harrin; le aveva insegnato a barare a mahjong. In quel momento, però, mentre rigirava una pesante spranga di ferro nella mano, nel suo sguardo non vi era amicizia. Sonea rabbrividì e distolse lo sguardo. Gli altri due brandivano pezzi di legno grezzo. Probabilmente si erano dotati di quei randelli improvvisati mentre si dirigevano lì. Sonea valutò le probabilità: quattro contro quattro. Dubitava che Donia sapesse combattere e che loro due potessero competere alla pari con gli alleati di Burril, ma insieme potevano forse affrontarne uno. Si abbassò verso il pavimento e raccolse un'assicella di legno di una cassa rotta. «Siamo qui per la ragazza», dichiarò Burril. «Siamo diventati degli squimper, vero?» La voce di Harrin era cupa, piena di disprezzo. «Stavo pensando di chiedere la stessa cosa a te. Non ti vediamo da giorni, poi veniamo a sapere della ricompensa, e a quel punto tutto quadra. Volevi tenere i soldi tutti per te.» «No», obiettò Harrin guardando gli altri ragazzi. «Sonea è un'amica. Io non vendo gli amici.»
«Lei non è amica nostra», ribatté Burril lanciando un'occhiata ai compagni. Harrin incrociò le braccia. «Allora è così. Non ci è voluto molto perché ti venisse la voglia di fare il capo. Conosci le regole, Burril. O sei con me o sei fuori.» Guardò gli altri e aggiunse: «Lo stesso vale per voi. Volete seguire questo squimper?» Rimanendo al loro posto, i ragazzi guardarono Burril, poi Harrin, e si scambiarono qualche occhiata con aria circospetta. «Cento pezzi d'oro», disse Burril, pacato. «Rinunci a tutto quel denaro per seguire quella pazza? Potremmo vivere da re.» L'espressione del gruppo s'indurì. Harrin socchiuse gli occhi. «Vattene, Burril.» Nella mano di questi comparve un coltello, puntato in direzione di Sonea. «Non senza la ragazza. Consegnacela!» «No.» «Allora la prenderemo noi.» Burril fece un passo verso Harrin. Mentre i compagni si disponevano a ventaglio per circondarlo, Cery si mise a fianco dell'amico con uno sguardo gelido negli occhi e le mani in tasca. «Dai, Harrin», cantilenò Burril. «Non c'è bisogno di arrivare a questo. Consegnacela. Divideremo i soldi, proprio come ai vecchi tempi.» Il volto di Harrin si piegò in una smorfia di rabbia e di disprezzo. Nella sua mano apparve un coltello, e un istante dopo si lanciò all'attacco. Burril lo schivò e attaccò a sua volta. Sonea trattenne il fiato quando la lama squarciò la manica di Harrin lasciandovi una scia rossa. Quindi Evin fece per colpirlo con la sbarra di ferro, ma Harrin si gettò di lato, uscendo dalla sua portata. Donia strinse il braccio di Sonea. «Fermali, Sonea», sussurrò angosciata. «Usa la magia!» Sonea la fissò. «Ma... non so come!» «Prova qualcosa! Qualsiasi cosa!» Mentre gli altri due gli si avvicinavano, Cery estrasse due pugnali dalle tasche. Quando li videro, i ragazzi esitarono. Sonea notò i legacci che tenevano i coltelli legati ai polsi di Cery e gli permettevano di usare le mani senza doverli mollare. Non poté fare a meno di sorridere: non era proprio cambiato di una virgola. Quando il più grosso dei due lo aggredì, Cery lo prese per un polso e lo strattonò in avanti sfruttandone lo slancio per fargli perdere l'equilibrio; il
randello di legno cadde rumorosamente per terra. Cery allora roteò il braccio e assestò un colpo poderoso alla testa col pomo di un pugnale. Il ragazzo vacillò e cadde in ginocchio. Cery schivò il randello del secondo aggressore mentre Harrin alle sue spalle evitava un altro colpo di Burril. Quando le due coppie in lotta si divisero per un istante, Evin s'infilò in mezzo per avvicinarsi a Sonea. In mano non aveva niente, notò Sonea con sollievo. Non aveva idea di dove fosse finita la sua spranga. Forse l'aveva infilata sotto il mantello... «Fa' qualcosa!» strillò Donia stringendole ancora il braccio. Guardando l'assicella che aveva in mano, Sonea si rese conto che era inutile tentare di ripetere quello che aveva fatto in piazza del Nord. Non vi era nessuno scudo magico da superare e dubitava che, lanciando l'assicella, avrebbe fermato Evin. Doveva provare qualcos'altro. Desiderare che l'assicella lo colpisse con più forza? Ne sarei capace? Guardò Evin. Devo farlo? E se poi lo ferisco in modo grave? «Forza!» sibilò Donia arretrando mentre Evin si avvicinava. Sonea respirò profondamente e lanciò l'assicella contro Evin desiderando che lo respingesse, ma lui la schivò gettandola di lato senza nemmeno rallentare. Quando si protese verso Sonea, Donia gli si parò davanti. «Come puoi fare questo, Evin?» chiese lei con tono imperioso. «Eri nostro amico. Ricordo che tu e Sonea giocavate a mahjong insieme. Questo è...» Evin l'afferrò per le spalle e la spintonò di lato, al che Sonea si gettò in avanti e gli sferrò un pugno nello stomaco con tutte le forze che aveva in corpo. Lui sputò e barcollò all'indietro, parando poi gli altri pugni mirati al viso. A quel punto, un grido strozzato riempì la stanza. Sonea alzò lo sguardo e vide l'avversario di Cery arretrare tenendosi il braccio con una mano. Poi qualcosa la colpì al petto. Cadde all'indietro e, quando toccò il pavimento, si dimenò cercando di evitare Evin, ma questi le si gettò addosso e la inchiodò a terra. «Lasciala!» urlò Donia. La ragazza era in piedi sopra di lui con un'assicella di legno in mano. Gliela fracassò sulla testa ed Evin gridò, rotolando di fianco. Il secondo colpo gli arrivò sulla tempia. Evin rimase per un attimo immobile, quindi si accasciò al suolo di schiena. Donia brandì l'arma in direzione del giovane svenuto, poi si rilassò e
sorrise. Tese la mano a Sonea e l'aiutò ad alzarsi. Quando si girarono, videro che Burril e Harrin stavano ancora lottando. Cery invece stava guardando gli altri due: uno si teneva il fianco, l'altro era appoggiato al muro con una mano premuta sulla testa. «Hai!» esclamò Donia. «Penso che stiamo vincendo!» Burril arretrò da Harrin e le lanciò un'occhiata. S'infilò una mano in tasca e fece un gesto rapido. L'aria intorno alla testa di Harrin si riempì di una nebbiolina rossa. Questi imprecò sonoramente quando la polvere di papea cominciò a bruciargli gli occhi. Battendo veloce le palpebre, si allontanò da Burril. Donia si gettò verso di lui, ma Sonea l'afferrò per un braccio e la tirò indietro. Harrin schivò l'ennesimo attacco di Burril, però non fu abbastanza veloce. Un attimo dopo si udì un'esclamazione di dolore, e il suo coltello tintinnò sul pavimento. Cery balzò allora verso Burril, che si voltò in tempo per parare il colpo. Harrin si accovacciò a terra, ancora intento a sfregarsi gli occhi, e cercò tastoni il coltello. Dopo aver spintonato Cery, Burril infilò la mano nel mantello, fece un altro gesto brusco e dalle sue mani si levò una seconda nube di polvere rossa. Cery si mosse troppo tardi. Col volto contorto dal dolore, barcollò all'indietro mentre Burril avanzava verso di lui. «Li ucciderà!» gridò Donia. Sonea si abbassò e raccolse un'altra assicella. Chiuse gli occhi per un istante cercando di ricordare quello che aveva fatto in piazza del Nord. La strinse energicamente e fece appello a tutta la sua rabbia e a tutta la sua paura. Concentrandosi su di essa, la lanciò contro Burril con tutte le forze che aveva in corpo. Lui grugnì quando l'assicella lo colpì sulla schiena e si voltò, lanciandole un'occhiata torva. Poi, quando Donia iniziò a scagliargli tutto ciò che trovava, sollevò le braccia. «Usa la magia!» insistette Donia quando Sonea l'affiancò. «Ho provato. Non funziona.» «Riprova!» esclamò Donia ansimando. Burril frugò in tasca ed estrasse un altro pacchettino. Riconoscendolo, Sonea provò un forte senso di rabbia e si preparò a tirare l'assicella che aveva in mano. Esitò. Forse si stava concentrando troppo sull'idea di lanciare con forza gli oggetti. La magia non era una cosa fisica. Guardò Donia che stava ti-
rando una scatola contro Burril. Non serviva che anche lei lanciasse qualcosa... Si concentrò sulla scatola, le impresse una spinta mentale desiderando che volasse rapida e colpisse Burril in modo da stordirlo. In quel momento sentì qualcosa scattare dentro di sé. Un lampo di luce illuminò la stanza e la scatola prese fuoco. Burril urlò mentre gli arrivava addosso, e la schivò. La scatola rotolò a terra con gran fragore e si fermò in una pozzanghera che evaporò sfrigolando. Il pacchetto di polvere di papea cadde sul pavimento. Burril fissò Sonea. Sorridendo, lei si chinò a prendere un'altra assicella, si raddrizzò e lo guardò socchiudendo gli occhi. Lui sbiancò in volto. Senza nemmeno pensare ai compagni, balzò verso la porta e si allontanò barcollando. Sonea udì un flebile rumore alle sue spalle e si girò. Evin era in piedi, cosciente, a pochi passi da lei: arretrò lievemente, poi schizzò verso la porta. Vedendo i compagni andarsene, gli altri due ragazzi si rialzarono a fatica e li seguirono. Quando i loro passi svanirono, la risata di Harrin riempì la stanza. Il ragazzo si alzò e si avvicinò cauto alla porta. «Qual è il problema?» gridò. «Pensavate che si lasciasse prendere così?» Sorrise e si voltò verso Sonea. «Hai! Ben fatto!» «Splendido finale», convenne Cery sfregandosi gli occhi e facendo una smorfia. Mise una mano nel mantello, estrasse una fiaschetta e iniziò a lavarsi gli occhi col liquido che vi era contenuto. Donia corse da Harrin e gli esaminò le ferite. «Bisogna medicarle. Sei ferito Cery?» «No», rispose lui porgendole la fiaschetta. Donia cominciò a lavare il volto di Harrin. Aveva la pelle rossa, a chiazze. «Ti farà male per giorni. Pensi di poterlo guarire, Sonea?» Lei si accigliò e scosse la testa. «Non lo so. Quel legno non doveva prendere fuoco. Se cerco di guarire Harrin e invece lo brucio?» Donia la guardò con occhi sgranati. «È un'idea atroce.» «Devi fare pratica», mormorò Cery. Sonea si voltò a guardarlo. «Per fare pratica ho bisogno di tempo e di un posto dove non attiro l'attenzione.» Lui estrasse un panno dal mantello e pulì i pugnali. «Quando questo si saprà in giro, la gente avrà troppa paura di venirti a cercare e di prenderti,
il che ci darà un po' di tregua.» «No», replicò Harrin. «Sta' pur certo che Burrin e compagni non lo diranno a nessuno e, anche se lo facessero, altri penseranno di poter fare meglio.» Cery si rabbuiò e lanciò un'imprecazione. «Allora sarà bene andare via di qui in gran fretta», affermò Donia. «Qual è la prossima meta, Cery?» Lui si grattò la testa. «Chi ha un po' di soldi?» Harrin e Donia guardarono Sonea. «Non sono miei», protestò lei. «Sono di Jonna e Ranel.» «Sono certa che non si dispiaceranno, se li spendi per salvarti la vita», replicò Donia. «Ti giudicherebbero stupida, se non lo facessi», aggiunse Cery. Con un sospiro, Sonea infilò una mano nella camicia in cerca della fibbia della borsa. «Immagino che, se mai uscirò da questo pasticcio, li potrò restituire.» Guardò Cery e disse: «Sarà meglio che trovi i miei zii in fretta». «Lo farò», la rassicurò lui. «Non appena sarai al sicuro. Per ora credo sia bene dividersi. C'incontreremo di nuovo tra un'ora, in un posto dove nessuno penserà di cercarti. Potrai restarvi solo alcune ore, ma ci darà modo di studiare dove andare dopo.» 7 ALLEANZE PERICOLOSE Tornando da solo dalle stalle, Rothen rallentò quando raggiunse i giardini. L'aria era fredda, ma non sgradevole, e il silenzio era una benedizione dopo il trambusto della città. Aveva interrogato una miriade di informatori, ma pochi avevano fornito notizie utili. Gran parte era arrivata con la speranza che bastasse dare qualche indicazione, anche irrilevante, per consentire la cattura della ragazza e ottenere la ricompensa. Alcuni si erano presentati soltanto per dare voce alle loro lamentele sulla Corporazione. Altri avevano dichiarato di avere visto ragazze sole in luoghi nascosti. Dopo varie perlustrazioni nei bassifondi, era apparso evidente che vi erano molte ragazzine che vivevano per strada, nascoste negli angoli più bui. Dai colloqui con gli altri maghi che conducevano gli interrogatori, era emersa
la stessa situazione sconfortante. Sarebbe stato molto più semplice se i manifesti avessero riportato anche la descrizione della ragazza. Rothen pensò tristemente al suo defunto maestro, Lord Margen, che aveva cercato invano di trasferire le immagini mentali su carta; Dannyl aveva proseguito le sue ricerche, ma non aveva fatto grandi progressi. Si chiese come se la stesse cavando. Dopo una breve conversazione mentale con lui, aveva appurato che era vivo e illeso e che sarebbe rientrato al tramonto. Non avevano fatto riferimento al vero scopo della sua visita nei bassifondi, perché era sempre possibile che altri maghi ascoltassero i loro discorsi. Ciononostante, Rothen aveva percepito un certo compiacimento nelle parole dell'amico. «... è successo... Rothen...» Sentendo pronunciare il suo nome, il mago sollevò lo sguardo. Il fitto fogliame delle siepi nascondeva la persona, ma Rothen era certo di averne riconosciuto la voce. «... queste cose non possono essere fatte in fretta.» La voce adesso era dell'Amministratore Lorlen. I due si stavano avvicinando al punto in cui si trovava lui. Immaginando che gli sarebbero passati vicino, Rothen entrò in uno dei piccoli cortili del parco, si sedette su una panchina e si mise attentamente in ascolto via via che la conversazione si faceva più chiara. «Ho preso nota della tua richiesta, Fergun», disse paziente Lorlen. «Non posso fare di più. Quando la troveremo, la questione verrà trattata nel modo consueto. Per il momento penso solo alla sua cattura.» «Ma dobbiamo sottoporci a tutti questi... fastidi? Rothen non è stato il primo a individuare i suoi poteri. Sono stato io a notarli! Come può sostenere il contrario?» La voce dell'Amministratore era calma quando rispose, ma il suo passo era frettoloso. «Non sono fastidi, Fergun», replicò severo. «È la legge della Corporazione. La legge dice che...» «'Il primo mago a individuare potenzialità magiche in una persona ha il diritto di chiedere di diventarne il tutore'», recitò rapito Fergun. «Io sono stato il primo ad avvertire gli effetti del suo potere, non Rothen.» «A ogni modo la questione non potrà essere esaminata finché non troveremo la ragazza...» I due avevano ormai superato Rothen, e le loro voci non erano più distinguibili. Il mago si alzò e si avviò lentamente verso gli alloggi.
Così Fergun aveva intenzione di chiedere di diventare il tutore della ragazza. Quando si era offerto di assumersi la responsabilità del suo addestramento, Rothen non aveva pensato che altri maghi volessero accollarsi quel compito, di certo non Fergun che aveva sempre guardato con sprezzo le classi umili. Sorrise tra sé. Dannyl non ne sarebbe stato contento. Il suo amico provava antipatia per Fergun da quand'erano novizi. Quando avrebbe saputo la notizia, sarebbe stato ancora più deciso a trovare da sé la ragazza. Erano passati anni da quando Cery aveva visitato una casa dei bagni, e non aveva mai visto la zona delle costose stanze private. Ripulito e al caldo per la prima volta da giorni, avvolto in un telo spesso, si sentiva di buon umore mentre seguiva l'inserviente in una spaziosa sala di asciugatura. Sonea sedeva su una stuoia simba, tutta infagottata in un pesante asciugamano col volto raggiante per le attenzioni che le ragazze della casa le dedicavano. Vedendola così rilassata, l'umore di Cery migliorò ancor di più. «Hai! Che pacchia!» esclamò sorridendole. «Sono certo che Jonna approverebbe!» Sonea trasalì, e Cery si pentì subito di quelle parole. «Scusami», affermò dispiaciuto, con una smorfia. «Non avrei dovuto ricordartelo.» Si sedette sulla stuoia al suo fianco e si appoggiò alla parete. «Se parliamo a voce bassa, non dovremmo correre nessun rischio.» «E adesso? Non possiamo restare qui», disse lei. «Lo so. Ci stavo proprio pensando.» Cery sospirò. «La situazione è brutta. Tenerti nascosta dai maghi sarebbe stato facile, ma la ricompensa ha cambiato le cose. Adesso non mi posso fidare di nessuno. Non posso chiedere favori... e ho esaurito i posti dove nasconderti.» Lei impallidì. «Allora che facciamo?» Cery esitò. Dopo lo scontro aveva capito che Sonea aveva una sola alternativa, e non le sarebbe piaciuta. Nemmeno a lui piaceva, del resto. Se solo vi fosse stato qualcuno di cui potersi fidare. Scosse la testa e si voltò a guardarla negli occhi. «Credo che dovremmo chiedere aiuto ai Ladri.» Sonea sgranò gli occhi. «Sei diventato matto?» «Lo diventerò solo se continuerò a nasconderti con le mie risorse. Prima o poi qualcuno ti tradirà.» «E i Ladri? Non lo faranno?» «Tu hai qualcosa che loro vogliono.» Sonea aggrottò la fronte, rabbuiandosi. «La magia?»
«Esatto. Scommetto che sarebbero contenti di avere il loro mago.» Facendo scorrere le dita sulla stuoia, il ragazzo aggiunse: «Quando avrai la loro protezione, nessuno ti toccherà. Nessuno si mette contro i Ladri, nemmeno per cento pezzi d'oro». Lei chiuse gli occhi. «Jonna e Ranel mi hanno sempre detto che è impossibile liberarsi di loro. Ti tengono stretto e, anche quando il patto è concluso, non finisci mai di pagare il tuo debito.» Cery scosse la testa. «So che hai sentito delle brutte storie, come tutti quanti. Devi solo attenerti alle regole e loro ti tratteranno in modo equo. Questo era quello che mi raccontava papà.» «Tuo padre, lo hanno ucciso.» «Si è comportato da stupido. È diventato uno squimper.» «E se...?» Sonea sospirò e scosse il capo. «Che scelta ho? Se non lo faccio, la Corporazione mi troverà. Immagino che essere schiava dei Ladri sia meglio che morire.» Cery fece una smorfia. «Non andrà così. Una volta che avrai imparato a usare le tue facoltà, sarai importante e potente. Ti darebbero molto spazio, non potrebbero fare altrimenti. In fondo, se ti rifiutassi di fare qualcosa, come potrebbero costringerti?» La ragazza lo guardò, scrutandolo in volto per un tempo insopportabilmente lungo. «Tu però non ne sei certo, vero?» Lui si sforzò di guardarla negli occhi. «Sono certo che sia l'unica scelta che hai e che ti tratteranno equamente.» «Ma?» Cery sospirò. «Non sono certo di quello che ti potrebbero chiedere in cambio.» Lei annuì, si appoggiò al muro e fissò la parete lontana per vari minuti. «Se credi sia quello che debba fare, va bene. Preferisco invischiarmi coi Ladri che consegnarmi alla Corporazione.» Osservando il suo volto pallido, Cery provò l'ormai ben nota sensazione di disagio, che ormai stava cominciando ad assumere la connotazione del senso di colpa. Sonea era spaventata, ma avrebbe affrontato i Ladri con la sua solita inflessibilità e determinazione, il che lo faceva stare ancora peggio. Non si faceva illusioni sulla sua capacità di proteggerla, ma portarla dai Ladri gli sembrava un tradimento. Non voleva perderla di nuovo, ma non aveva altra scelta. Si alzò e si avvicinò alla porta. «Vado a cercare Harrin e Donia. Tu stai bene?»
Sonea non lo guardò; si limitò ad annuire. L'inserviente era nel corridoio all'esterno della stanza. Cery le chiese di Harrin e Donia, e lei gli indicò la porta accanto con un cenno del capo. Mordendosi un labbro, Cery bussò. «Entra», disse Harrin. Erano entrambi seduti su stuoie simba e Donia si stava tamponando i capelli con un asciugamano. «Gliel'ho detto. È d'accordo.» Harrin si accigliò. «Non ne sono ancora sicuro. E se la portassimo fuori città?» Cery scosse la testa. «Non credo arriveremmo lontano. Sta' pur certo che ormai i Ladri sanno tutto di lei: avranno scoperto dov'è stata e dove viveva, conosceranno il suo aspetto, chi erano i suoi genitori, dove abitano i suoi zii. Non avranno difficoltà a scoprire da Burril e dai suoi che è...» «Se sanno così tante cose, perché non sono venuti a prenderla?» lo interruppe Donia. «Non è così che agiscono», le spiegò Cery. «I Ladri amano negoziare, in modo che gran parte delle persone che lavorano per loro sia contenta e non causi problemi, dopo. Avrebbero potuto cercarci e offrirci protezione, ma questo non è successo: ciò mi fa pensare che non siano sicuri che lei possieda la magia. Se non andiamo dai Ladri, qualcuno di loro finirà per catturarla. Non riusciremmo mai a uscire dalla città.» Donia e Harrin si scambiarono un'occhiata. «Lei che ne pensa?» chiese Donia. Cery fece una smorfia. «Ha sentito molte storie. Ha paura, ma sa di non avere altra scelta.» Harrin si alzò. «Sei sicuro di questa cosa, Cery? Credevo provassi un'attrazione per lei. Potresti non rivederla più.» Cery batté le palpebre sorpreso e sentì una sensazione di calore al volto. «Pensi che la rivedrei, se la prendessero i maghi?» Harrin incurvò le spalle. «No.» Cery iniziò a camminare su e giù. «Andrò con lei. Avrà bisogno di un volto familiare accanto. Posso rendermi utile.» Harrin allungò la mano e lo afferrò per un braccio. Fissò l'amico, scrutandolo negli occhi, e lo lasciò andare. «Allora non vedremo più nemmeno te?» Cery scosse la testa sentendosi in colpa. Harrin era stato abbandonato da quattro membri della banda, e degli altri non sapeva se fidarsi. Adesso se
ne andava il suo migliore amico. «Tornerò quando potrò. A ogni modo, Gellin pensa già che io lavori per i Ladri.» Harrin sorrise. «Va bene, allora. Quando la porterai via?» «Stasera.» Donia posò una mano sul braccio di Cery. «E se non la volessero?» Lui sorrise cupo. «La vorranno.» Il corridoio degli alloggi dei maghi era silenzioso e deserto. I passi di Dannyl riecheggiarono mentre si avvicinava alla porta di Yaldin. Bussò e attese. Udiva flebili voci al di là di essa. Una, femminile, si levò sulle altre. «Ha fatto cosa?» Un attimo dopo, la porta si aprì. Ezrille, la moglie di Yaldin, sorrise con aria assente e arretrò per consentire a Dannyl di entrare. Numerose sedie imbottite erano state disposte intorno a un tavolo basso. Yaldin e Rothen ne occupavano due. «Ha ordinato alla Guardia di cacciare l'uomo da casa sua», disse Yaldin. «Solo perché lasciava che i bambini dormissero nel solaio? È spaventoso!» esclamò Ezrille indicando a Dannyl una sedia. Yaldin annuì. «Buonasera, Dannyl. Vuoi una tazza di sumi?» «Buonasera», replicò lui mentre si lasciava cadere su una sedia. «Il sumi mi fa molto piacere, grazie. È stata una giornata lunga.» Rothen alzò lo sguardo e le sopracciglia con aria interrogativa. Sorridendo, Dannyl rispose con una scrollata di spalle. Sapeva che Rothen era impaziente di sapere come fosse andata coi Ladri, ma prima voleva conoscere il motivo della rabbia di Ezrille, una donna solitamente tranquilla e incline al perdono. «Che cosa mi sono perso?» domandò. «Ieri uno degli incaricati delle ricerche ha seguito un informatore in una casa, nella zona migliore dei bassifondi», spiegò Rothen. «Il proprietario permetteva ai bambini senza tetto di dormire nella sua soffitta, e l'informatore sosteneva che vi si nascondesse anche una ragazza più grande. Il nostro collega ritiene che lei e il compagno siano fuggiti poco prima del suo arrivo grazie all'aiuto del proprietario, perciò ha ordinato alla Guardia di cacciare di casa l'uomo e la sua famiglia.» Dannyl si rabbuiò. «Il nostro collega? Chi?» Guardò Rothen socchiudendo gli occhi. «Per caso si tratta di un guerriero chiamato Fergun?» «Esatto.» Dannyl emise un verso scortese, poi sorrise quando Ezrille gli porse una tazza fumante di sumi. «Grazie.»
«Allora cos'è successo?» chiese Ezrille. «L'uomo è stato cacciato via?» «Lorlen ha revocato l'ordine, ovviamente», rispose Yaldin. «Ma Fergun aveva già distrutto gran parte della casa, in cerca di nascondigli... così ha detto.» Ezrille scosse la testa. «Non posso credere che Fergun sia così... così...» «Vendicativo?» sbuffò Dannyl. «Sono sorpreso che non abbia voluto interrogare quel pover'uomo.» «Non oserebbe», disse Yaldin con tono sprezzante. «Non ora», convenne Dannyl. Rothen sospirò e si appoggiò allo schienale della sedia. «C'è dell'altro. Stasera ho sentito una conversazione interessante. Fergun vuole diventare il tutore della ragazza.» Dannyl si sentì gelare il sangue nelle vene. «Fergun?» Ezrille si accigliò. «Non è un mago potente. Pensavo che la Corporazione scoraggiasse i maghi più deboli dal diventare tutori dei novizi.» «Certo», affermò Yaldin. «Ma non c'è una regola che lo vieti.» «Che possibilità ha di vedere esaudita la sua richiesta?» «Dice che è stato il primo ad accorgersi dei suoi poteri perché è stato il primo a percepirne gli effetti», spiegò Rothen. «Ma è un'argomentazione valida?» «Mi auguro di no», borbottò Dannyl. Quella notizia lo aveva infastidito. Conosceva bene Fergun, troppo bene. Col suo disprezzo per le classi umili, che cosa voleva mai da una ragazza dei bassifondi? «Vuol forse vendicarsi dell'umiliazione subita in piazza del Nord?» Rothen aggrottò la fronte. «Ora, Dannyl...» «È plausibile», insistette Dannyl. «Fergun non si dà tanta pena per un piccolo livido, anche se il suo ego è rimasto ferito», affermò deciso Rothen. «Vuole solo essere lui quello che la cattura e non vuole che, dopo, la gente se ne dimentichi.» Dannyl distolse lo sguardo. Il collega più anziano non aveva mai capito che la sua avversione per Fergun era dovuta a qualcosa di più di un antico rancore tra novizi. Dannyl aveva conosciuto fin troppo bene la risolutezza che Fergun dimostrava quando intendeva vendicarsi. «Ne verrà fuori una bella disputa», ridacchiò Yaldin. «Quella povera ragazza non ha idea di quanto tumulto abbia creato nella Corporazione. Non accade spesso che due maghi competano per diventare il tutore di un novizio.»
Rothen sbuffò piano. «Sono certo sia l'ultima delle sue preoccupazioni. Dopo quello che è accaduto in piazza del Nord, è probabilmente convinta che vogliamo ucciderla.» Il sorriso svanì dal volto di Yaldin. «Purtroppo non possiamo convincerla del contrario finché non la troviamo.» «Oh, non saprei», osservò pacato Dannyl. Rothen alzò lo sguardo. «Hai qualche suggerimento, Dannyl?» «Penso che il mio nuovo amico Ladro abbia un modo tutto suo di far circolare le notizie nei bassifondi.» «Amico?» Yaldin era incredulo. «Adesso li chiami 'amici'?» «Soci.» Dannyl sorrise malizioso. «Deduco che tu abbia ottenuto qualche risultato?» commentò Rothen inarcando un sopracciglio. «Qualche piccolo risultato. È solo l'inizio.» Dannyl si strinse nelle spalle. «Ho parlato con uno dei loro capi, credo.» Ezrille sgranò gli occhi. «Che tipo è?» «Si chiama Gorin.» «Gorin?» Yaldin si rabbuiò. «È uno strano nome.» «Pare che i capi prendano il nome dagli animali. Immagino che si scelgano il titolo in base alla statura, perché lui è sicuramente degno del nome che porta. È gigantesco e tutto peloso. Mi aspettavo quasi avesse anche le corna.» «Che cos'ha detto?» volle sapere Rothen. «Non ha fatto promesse. Gli ho spiegato quanto fosse pericoloso stare accanto a un mago che non avesse imparato a controllare i poteri, ma sembrava più interessato a capire che cosa gli avrebbe dato la Corporazione in cambio, se l'avesse trovata.» Yaldin aggrottò la fronte. «I maghi superiori non approveranno uno scambio di favori coi Ladri.» Dannyl fece un gesto noncurante con la mano. «Ovviamente no. Gliel'ho detto e lui ha capito. Credo che accetterebbe dei soldi.» «Soldi?» Yaldin scosse la testa. «Non so se...» «Dato che offriamo già una ricompensa, non conta molto se questa finirà in mano a un Ladro», replicò Dannyl allargando le mani. «Tutti sanno che i soldi andranno a qualcuno dei bassifondi, perciò si aspetteranno che questo qualcuno possa essere una persona di dubbia moralità.» Ezrille alzò gli occhi al cielo. «Solo tu puoi far sembrare una cosa del genere perfettamente ragionevole, Dannyl.»
Lui sorrise. «Oh, ma si può fare di meglio. Se la presentiamo ad arte, tutti si congratuleranno perché saremo riusciti a convincere i Ladri a rendere un servizio alla città.» Ezrille scoppiò a ridere. «Spero che i Ladri non se ne rendano conto, altrimenti si rifiuteranno di aiutarti.» «Be', per il momento deve rimanere un segreto», si raccomandò Dannyl. «Non voglio agitare le acque finché Gorin non sarà disposto ad aiutarci. Posso confidare nel vostro silenzio?» Guardò gli altri. Ezrille annuì entusiasta, Rothen chinò una volta il capo e Yaldin si accigliò, ma subito dopo si strinse nelle spalle e disse: «Molto bene. Ma sta' attento, Dannyl. In gioco qui non c'è solo la tua pelle». «Lo so», replicò lui sorridendo. «Lo so.» Percorrere la Via dei Ladri con la lampada era più rapido e interessante che farlo tastoni, al buio. Le pareti dei cunicoli sembravano fatte di una varietà infinita di mattoni. Vari simboli vi erano incisi e ad alcuni incroci si vedevano anche dei segnali. La guida si fermò a un'intersezione, posò la lampada a terra e dal mantello estrasse un pezzo appallottolato di stoffa nera. «Da qui in poi camminerai bendato.» Cery annuì e rimase in silenzio mentre l'uomo gli metteva la benda sugli occhi. Poi questi si portò alle spalle di Sonea, la quale chiuse gli occhi quando avvertì la stoffa ruvida sulla faccia. La ragazza sentì quindi una mano sulla spalla e un'altra prenderla per un polso e cominciare a tirarla nel tunnel. Per quanto cercasse di memorizzare le curve, perse ben presto il conto. Avanzarono al buio, strascicando i piedi. Di tanto in tanto udì flebili rumori: voci, passi, acqua che gocciolava e altri ancora che non riuscì a identificare. La benda le prudeva sulla pelle ma non osava grattarsi, nel timore che la guida pensasse che stesse sbirciando. Quando l'uomo si fermò, Sonea emise un sospiro di sollievo. Poi sentì le sue dita toglierle la benda. Guardò allora Cery che le sorrise, rassicurante. Dopo aver preso dal mantello un bastoncino lucidato, la guida lo inserì in un buco nel muro. Passò qualche istante, e una sezione della parete si aprì verso l'interno. Dal varco uscì un uomo grosso e muscoloso. «Sì?» «Ceryni e Sonea, sono qui per Faren», affermò la guida. L'uomo annuì, spalancò del tutto la porta e fece un cenno col capo a Sonea e Cery. «Entrate.»
Cery esitò, poi si voltò verso la guida. «Avevo chiesto di parlare con Ravi.» L'uomo sorrise in modo ambiguo. «Allora sarà stato Ravi a volere che tu parli con Faren.» Cery scrollò le spalle e varcò la soglia. Sonea lo seguì, chiedendosi se un Ladro che portava il nome di un insetto velenoso a otto zampe fosse più pericoloso di uno che aveva il nome di un roditore. Entrarono in una piccola stanza. Due uomini massicci li squadrarono dalle loro sedie, poste una per lato. Il primo chiuse la porta del cunicolo e ne aprì un'altra, sulla parete opposta della stanza, indicando loro di procedere. Nella stanza successiva, alcune lampade appese alle pareti creavano cerchi gialli sul soffitto. Il pavimento era ricoperto da un grande tappeto con frange dalle punte d'oro. In fondo alla stanza, seduto a un tavolo, c'era un uomo dalla pelle scura vestito con abiti neri di una misura adatta alla sua corporatura magra. Due occhi incredibilmente gialli li esaminarono con attenzione. Sonea ricambiò lo sguardo. Il Ladro era un lonmar, membro della fiera razza del deserto che abitava terre molto lontane a nord di Kyralia. A Imardin i lonmar erano rari: pochi amavano vivere al di fuori della loro rigida cultura. Per loro il furto era un male molto grave, convinti com'erano che, quando si rubava qualcosa, anche di piccolo, si perdeva un pezzo della propria anima. Eppure, esisteva un Ladro lonmar. L'uomo socchiuse gli occhi. Resasi conto che lo stava fissando, Sonea abbassò rapida lo sguardo. Lui si appoggiò alla sedia, sorrise e la indicò con un lungo dito marrone. «Vieni più vicino, ragazza.» Sonea avanzò fino a trovarsi davanti al tavolo. «Quindi sei tu quella che la Corporazione sta cercando, eh?» «Sì.» «Sonea, vero?» «Sì.» Faren increspò le labbra. «Mi aspettavo qualcosa di più sorprendente.» Si strinse nelle spalle, quindi si protese e posò i gomiti sul tavolo. «Come faccio a sapere che sei quella che dici di essere?» Sonea si guardò alle spalle. «Cery ha detto che avreste saputo che sono io, che mi stavate già tenendo d'occhio.» «Oh, davvero?» Faren ridacchiò e spostò lo sguardo sul suo amico. «Furbo, il piccolo Ceryni... come il padre. Sì, stavamo tenendo d'occhio te
e anche lui. Cery da più tempo, però. Vieni qui, Cery.» Lui si mise a fianco di Sonea. «Ravi ti manda i suoi saluti», gli disse il Ladro. «Da roditore a roditore?» La voce di Cery risultò lievemente tremolante. Sul volto di Faren comparve un sorriso tutto denti, che presto svanì. I suoi occhi gialli tornarono a fissare Sonea. «Allora tu sai usare la magia, giusto?» Lei deglutì per inumidirsi la gola. «Sì.» «L'hai usata ancora dopo quella sorpresina che hai fatto in piazza del Nord?» «Sì.» Faren aggrottò la fronte e si passò le mani tra i capelli. Sulle tempie aveva qualche ciocca brizzolata, ma la sua pelle era liscia, senza rughe. Alle dita portava numerosi anelli, molti con grosse pietre incastonate. Sonea non aveva mai visto pietre tanto grandi sulle mani di un abitante dei bassifondi, ma quell'uomo non era un dwell qualsiasi. «Hai scelto un brutto momento per scoprire i tuoi poteri, Sonea», osservò Faren. «I maghi sono impazienti di trovarti. Le loro ricerche ci hanno causato un sacco di fastidi... e la ricompensa sta causando a te un sacco di fastidi. Ora, tu vorresti che ti nascondessimo. Non sarebbe meglio per noi consegnarti e intascare la ricompensa? Le ricerche finirebbero e io diventerei un po' più ricco. Quegli scocciatori di maghi se ne andrebbero...» Sonea guardò di nuovo Cery. «Oppure potremmo fare un patto.» Faren si strinse nelle spalle. «Potremmo. Tu che cosa offri in cambio?» «Mio padre diceva che gli dovevate...» iniziò Cery. Gli occhi gialli lo incenerirono. «Tuo padre ha perso qualsiasi credito quando ci ha ingannati.» Cery chinò il capo, poi sollevò il mento e incrociò lo sguardo del Ladro. «Mio padre mi ha insegnato molto. Forse potrei...» Faren sbuffò e fece un gesto con la mano. «Un giorno potresti esserci utile, piccolo Ceryni, ma al momento non hai le amicizie che aveva tuo padre... ed è un grande favore quello che mi stai chiedendo. Sai che la punizione prevista dalla Corporazione per chi nasconde un mago fuorilegge è la morte? Non c'è niente che il re odi di più dell'idea di un mago che si muova nell'ombra per fare cose che lui non ha ordinato.» Spostando lo sguardo su Sonea, il Ladro sorrise furbescamente. «Però è un'idea interessante, un'idea che a me piace molto.» Giunse le mani e chiese: «Per che cosa hai usato i tuoi poteri dopo l'Epurazione?»
«Ho incendiato cose.» Gli occhi di Faren luccicarono. «Davvero? Hai fatto altro?» «No.» «Perché non mi fai una dimostrazione, ora?» Lei lo fissò. «Ora?» Faren indicò uno dei libri sul tavolo. «Cerca di muovere questo.» Sonea guardò Cery, e questi le fece un lieve cenno col capo. Mordendosi il labbro, si ricordò che nel momento in cui aveva acconsentito a chiedere l'aiuto dei Ladri si era rassegnata a usare la magia. Doveva accettarlo, benché la facesse sentire a disagio. Faren si appoggiò alla sedia. «Forza.» Sonea fece un respiro profondo e fissò il libro desiderando che si muovesse. Non successe niente. Si rabbuiò, ripensò a piazza del Nord e alla lotta con Burril. In entrambi i casi, ricordò, era infuriata. Chiuse gli occhi e pensò ai maghi. Le avevano rovinato la vita, era colpa loro se si stava vendendo ai Ladri per avere protezione. Sentendo la rabbia crescere, aprì gli occhi e proiettò il risentimento verso il libro. L'aria sfrigolò e un lampo illuminò la stanza. Faren balzò indietro imprecando mentre il libro prendeva fuoco. Afferrato un bicchiere, ne versò rapido il contenuto sul libro per spegnere le fiamme. «Mi spiace», si affrettò a dire Sonea. «Neanche la volta scorsa è successo quello che volevo. Io...» Faren sollevò la mano per indicarle di tacere e sorrise. «Penso tu abbia qualcosa che sia degno di essere protetto, giovane Sonea.» 8 MESSAGGI AL BUIO Osservando l'affollata Sala Notturna, Rothen si rese conto di aver commesso un errore arrivando presto. Invece di parlare a una folla di colleghi, era stato bersagliato di domande da piccoli gruppi o da singoli individui e costretto a rispondere agli stessi quesiti all'infinito. «Mi sembra di essere un novizio che ripete le formule», borbottò a Dannyl, irritato.
«Forse dovresti scrivere ogni sera una relazione sui tuoi progressi e appenderla alla porta.» «Non penso servirebbe. Sono certo che, se non parlassero con me in persona, avrebbero la sensazione di perdersi qualche particolare.» Rothen scosse il capo e guardò i gruppetti di maghi intenti a conversare. «E tutti, per qualche ragione, vogliono sapere da me. Perché non assillano mai te?» «Per rispetto della tua inclita anzianità», replicò Dannyl. Rothen socchiuse gli occhi. «Inclita?» «Ah, ecco un po' di vino con cui bagnare le tue povere e stanche corde vocali», esclamò Dannyl facendo segno a un cameriere con un vassoio. Rothen prese un bicchiere e sorseggiò con gusto il vino. Era diventato l'organizzatore ufficioso delle ricerche della ragazza; tutti, tranne Fergun e i suoi amici, si rivolgevano a lui per avere istruzioni, il che lo costringeva a dedicare meno tempo alle ricerche attive e a essere interrotto più volte al giorno dalle comunicazioni mentali di quanti volevano identificare le ragazze che avevano trovato. Trasalì quando sentì una mano sulla spalla. Si voltò e vide l'Amministratore Lorlen al suo fianco. «Buonasera, Lord Rothen, Lord Dannyl», disse questi. «Il Sommo Lord desidera parlarvi.» Rothen guardò dall'altra parte della sala e vide il Sommo Lord accomodarsi al suo posto preferito. Il mormorio di voci si mutò in un brusio d'interesse quando la folla notò la presenza di Akkarin. Sembra che mi dovrò ripetere ancora, pensò Rothen mentre con Dannyl si avvicinava al capo della Corporazione. Il Sommo Lord alzò lo sguardo quando li vide arrivare e li salutò con un cenno quasi impercettibile del capo. Con le lunghe dita stringeva un bicchiere colmo di vino. «Prego, sedetevi.» Lorlen indicò due sedie libere. «Raccontateci come procedono le ricerche.» Rothen si sedette. «Abbiamo interrogato più di duecento informatori: gran parte non ha fornito informazioni utili. Alcuni avevano catturato qualche giovane mendicante, sebbene avessimo avvertito di non avvicinare la ragazza. Altri sono stati molto convincenti nel mostrarsi delusi quando il posto dove credevano si fosse nascosta si è rivelato vuoto. Questo, purtroppo, è tutto quello che posso riferire finora.» Lorlen annuì. «Lord Fergun ritiene che sia protetta da qualcuno.» Le labbra di Dannyl si tesero, ma dalla sua bocca non uscì una sola paro-
la. «Dai Ladri?» suggerì Rothen. Lorlen si strinse nelle spalle. «O da un mago fuorilegge. Ha imparato presto a nascondere la sua aura.» «Un mago fuorilegge?» Rothen lanciò un'occhiata ad Akkarin ricordando l'affermazione del Sommo Lord, secondo cui nei bassifondi non esistevano maghi fuorilegge. «Pensa ci sia ragione di sospettare che ne esista uno?» «Ho avvertito che qualcuno usa la magia», rispose pacato Akkarin. «Non molto e non a lungo. Credo sperimenti per conto suo, dato che ormai qualcuno le avrà insegnato a nascondere le sue attività.» Rothen fissò il Sommo Lord. Che Akkarin percepisse eventi magici tanto deboli in città era sorprendente, addirittura inquietante. Quando gli occhi scuri dell'uomo si sollevarono a guardare i suoi, Rothen abbassò rapido lo sguardo sulle mani. «È... una notizia interessante», disse. «Lei potrebbe... rintracciarla?» chiese Dannyl. Akkarin increspò le labbra. «Usa la magia in modo intenso per breve tempo, a volte si tratta di un episodio singolo, altre volte di vari episodi nell'arco di un'ora. Se foste pronti e vigili, li avvertireste, ma non avreste il tempo di trovarla e di catturarla, a meno che non usasse il suo potere più a lungo.» «Però potremmo avvicinarci un po' di più ogni volta», rifletté Dannyl. «Sparpagliarci in città e aspettare. Ogni volta che fa esperimenti, ci avviciniamo un po' di più fino a individuare dove si trovi.» Il Sommo Lord annuì «È nella parte settentrionale della Cerchia esterna.» «Allora domani inizieremo da lì.» Dannyl tamburellò con le dita. «Ma dobbiamo fare attenzione a che i nostri movimenti non le rivelino la nostra strategia. Se qualcuno la protegge, potrebbe avere disposto vedette che segnalino la presenza di maghi.» Guardò il Sommo Lord con un sopracciglio inarcato e aggiunse: «Le nostre probabilità di riuscita sarebbero maggiori se ci travestissimo». L'angolo della bocca di Akkarin si sollevò. «Un mantello basterà a nascondere la tunica.» Dannyl annuì prontamente. «Certo.» «Avrete solo una possibilità», lo avvertì Lorlen. «Se si accorge che capite quando usa la magia, vi eviterà spostandosi in un nascondiglio nuovo dopo ogni esperimento.»
«Allora dobbiamo agire in fretta e, quanti più maghi avremo, tanto più rapidamente potremo individuarla.» «Chiederò più volontari.» «Grazie, Amministratore.» Dannyl chinò il capo. Lorlen sorrise e si appoggiò alla sedia. «Vi dirò, non avrei mai pensato di essere contento di sapere che la nostra piccola fuggitiva ha iniziato a usare i suoi poteri.» Rothen si accigliò. Ma ogni volta che lo fa rischia un po' di più di perdere il controllo. Nonostante le piccole dimensioni il pacco era pesante, ed emise un bel tonfo quando Cery lo posò sul tavolo. Faren lo prese, strappò la carta e vide la piccola cassetta di legno. Quando la aprì, minuscoli cerchi di luce si riflessero sul Ladro e sul muro alle sue spalle. Cery abbassò lo sguardo e sentì una fitta al petto quando vide le monete lucide. Faren estrasse un blocco di legno con quattro pioli. Cery lo guardò mentre il Ladro iniziava a impilare le monete sui pioli. I fori sui soldi erano perfettamente corrispondenti alla sezione dei pioli: i pezzi d'oro s'infilavano sul piolo rotondo, quelli d'argento sul piolo quadrato e quelli grandi di rame sul piolo triangolare. L'ultimo piolo, quello per le monete grosse di rame con cui Cery aveva maggiore familiarità, restò vuoto. Quando la pila delle monete d'oro raggiunse i dieci pezzi, Faren la trasferì su un puntale, un bastone di legno con un fermo a ogni estremità, e la mise da parte. «Ho un altro lavoro per te, Ceryni.» Allontanando con riluttanza lo sguardo dalla fortuna ammassata davanti ai suoi occhi, Cery si raddrizzò, poi aggrottò la fronte quando colse il senso delle parole di Faren. Quanti altri «lavori» avrebbe dovuto fare prima di poter vedere Sonea? Era passata più di una settimana da quando il Ladro l'aveva presa con sé. Reprimendo tutto il suo fastidio, annuì. «Di che si tratta?» Faren si appoggiò allo schienale della sedia e i suoi occhi gialli brillarono divertiti. «Potrebbe essere un lavoro più adatto alle tue capacità. Un paio di malfattori hanno preso a rapinare i negozi della Zona Nord, negozi che appartengono a persone con cui ho degli accordi. Voglio che tu scopra dove sono e porti loro un messaggio, in modo che capiscano con certezza che li sto tenendo d'occhio da vicino. Pensi di riuscirci?» Cery annuì. «Che aspetto hanno?» «Ho mandato uno dei miei uomini a interrogare i proprietari dei negozi.
Ti ragguaglierà. Prendi questo.» Il Ladro gli porse un piccolo pezzo di carta piegato. «Aspetta nella stanza esterna.» Cery si voltò, ma subito dopo esitò. Guardò di nuovo Faren e considerò se fosse il momento adatto per chiedergli di Sonea. «Presto», disse l'uomo. «Domani, se tutto va bene.» Cery annuì, si avvicinò a grandi passi verso la porta e uscì. Le guardie corpulente lo scrutarono con sospetto, ma lui reagì sorridendo. Non farti mai nemici tra i servitori di qualcuno, gli aveva insegnato il padre. Meglio ancora, fa' in modo che ti prendano in simpatia. I due erano tanto simili da sembrare fratelli, anche se un'evidente cicatrice sulla guancia di uno consentiva di distinguerli senza difficoltà. «Devo aspettare qui», affermò Cery, e indicò una sedia. «È libera?» L'uomo con la cicatrice si strinse nelle spalle. Cery si sedette e si guardò intorno