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Siena, oggi. Alla morte di zia Rose, Julie Jacobs riceve in eredità una piccola chiave e una lettera: "Vai a Siena. Questa è la chiave di una cassetta di sicurezza. Tua madre l'aveva in tasca quando è morta". Julie lascia gli Stati Uniti e parte per l'Italia, seguendo l'enigmatico filo che la zia le ha consegnato con quelle parole. Quando apre la cassetta di sicurezza, però, il mistero non si dipana affatto: quello che trova è un vecchio cofanetto consunto, al cui interno la madre ha nascosto un taccuino pieno di disegni, un albero genealogico, una logora copia della tragedia di Shakespeare Romeo e Giulietta, un crocefisso d'argento e alcuni testi antichi che riportano la cronaca di una vicenda realmente accaduta a Siena sette secoli prima. Quella di un certo Romeo Marescotti e di una Giulietta Tolomei. Siena, 1340. Un vecchio biroccio si avvicina alle porte della città. Trasporta un carico prezioso: il corpo - apparentemente senza vita, in realtà solo addormentato - di Giulietta, ultima superstite della famiglia Tolomei, quasi annientata dalla furia degli acerrimi nemici, i Salimbeni. All'improvviso un manipolo di briganti sbarra la strada al carro, ed è soltanto il provvidenziale intervento del coraggioso Romeo Marescotti a far sì che la missione di portare in salvo la ragazza vada a buon fine. Come unica ricompensa il giovane chiede di poter ammirare il volto di colei che ha soccorso e, davanti alla bellezza angelica di Giulietta, il suo cuore indomito deve arrendersi. Quando, di lì a poco, la fanciulla verrà promessa allo spietato messer Salimbeni per sanare l'annosa faida, Romeo ingaggerà una battaglia disperata per salvare la sua amata. Il cui esito è narrato negli annali dell'epoca, e ha ispirato la più grande tragedia sull'amore vero scritta in epoca moderna. Un grande romanzo, che unisce al ritmo incalzante del thriller il fascino misterioso della Storia e il romanticismo dei versi shakespeariani, giocando con il tempo e lo spazio per riportare in vita una delle opere letterarie più amate di sempre, consegnandoci una Giulietta e un Romeo completamente nuovi e ancora più indimenticabili.
COPERTINA: Design e illustrazioni di Shasti O'Leary Soudant, basate su immagini di Siena © Joe Comlsh/Getty Images e di una rosa © Simon Denson/iStockphoto ART DIRECTOR: Francesco Marangon GRAPHIC DESIGNER: Andrea Bonelli
Traduzione di Nicoletta Grill Juliet Copyright © 2010 by Anne Fortier ©2010 Sperling & Kupfer Editori S.p.A. I edizione Sperling Paperback aprile 2011 ISBN 978-88-6061-710-1 86-1-11 Per le citazioni da Romeo e Giulietta di William Shakespeare di pagina VII e dell'inizio dei capitoli, è stata usata la traduzione di Salvatore Quasimodo (Oscar Mondadori, Milano 2001). Questa è un'opera di fantasia. Ogni rassomiglianza con persone o fatti reali è puramente casuale.
Alla mia adorata mamma Birgit Mailing Eriksen che con la sua generosità e ricerca infinita ha reso possibile questo libro
L'autrice Anne Fortier è nata in Danimarca, ma nel 2002 si è trasferita negli Stati Uniti per lavorare nel cinema. Lo spunto per questo libro è nato dalla passione per Shakespeare e per l'Italia, che condivide con la madre, la quale ha sempre considerato Verona la sua seconda casa... finché non ha scoperto Siena. Grazie al suo aiuto, Anne ha potuto compiere nella città toscana le ricerche necessarie per questo romanzo. wuw.annefortier.com
Prologo DISSERO che ero morta. Il mio cuore cessò di battere, e non respiravo più. Agli occhi degli altri ero davvero morta. Alcuni sostengono che me ne andai per tre minuti, altri dicono quattro. Personalmente comincio a pensare che la morte sia soprattutto una questione di punti di vista. Essendo io Giulietta, suppongo che avrei dovuto aspettarmelo. Ma in quel momento volevo così tanto che non si ripetesse la stessa penosa tragedia della prima volta! Stavolta Romeo e io saremmo stati insieme per sempre. Il nostro amore non avrebbe dovuto rimanere sospeso per secoli nel buio della morte e della separazione. Ma non si può imbrogliare il Bardo. E così, quando si esaurirono le mie battute spirai come era mio dovere, e ripiombai nel pozzo eterno della creazione. O felice penna. Questo foglio è tuo. Ecco l'inchiostro, che si dia inizio al racconto.
PARTE PRIMA
Capitolo 1 Ahimè, che cosa vuol dire questo sangue sull'entrata della tomba? Ci ho messo un po' a stabilire da dove partire. Potreste controbattere che la mia storia è iniziata più di seicento anni fa, con una rapina avvenuta su una strada della Toscana medioevale. O, più di recente, durante un ballo a Castello Salimbeni, quando i miei genitori si incontrarono e si baciarono per la prima volta. Ma sarei rimasta all'oscuro di questi fatti senza l'evento che mise la mia vita sottosopra nel giro di una notte e che mi spinse a fare un viaggio in Italia alla ricerca del passato. Quell'evento fu la morte della mia prozia Rose. Umberto impiegò tre giorni per rintracciarmi e comunicarmi la triste notizia. Vista la mia abilità nell'arte della fuga, sono ancora sorpresa che ci sia riuscito. D'altro canto lui è sempre stato bravissimo a capire quello che mi passava per la testa e a prevedere i miei spostamenti, e poi in Virginia non è che ci fossero così tanti campi estivi dedicati allo studio di Shakespeare. Non so da quanto tempo lui fosse lì in fondo allo stanzone a guardare la rappresentazione. Come al solito io me ne stavo dietro le quinte, troppo impegnata a seguire il dialogo dei ragazzi e a preoccuparmi del materiale scenico per notare alcunché prima della calata del sipario. Quel pomeriggio, dopo la prova costumi, qualcuno aveva messo la fialetta del veleno nel posto sbagliato e, in mancanza di meglio, Romeo avrebbe dovuto suicidarsi ingurgitando delle mentine. «Ma mi danno acidità!» aveva esclamato l'attore con tutta la stizza piagnucolosa del quattordicenne che era. «Ottimo!» avevo ribattuto mentre soffocavo il bisogno materno di dargli una sistematina al berretto di velluto che aveva in testa. «Ti
aiuterà a entrare meglio nel personaggio.» Solo dopo che si furono riaccese le luci, e i ragazzi mi ebbero spinta sul palcoscenico per inondarmi di gratitudine, mi accorsi della figura familiare che si profilava accanto all'uscita e mi osservava tra gli applausi. Sobrio e statuario nel suo abito scuro e cravatta, Umberto risaltava come una solitaria fiaccola di civiltà in una palude primordiale. Era sempre stato così. Da che ricordavo, non aveva mai indossato nemmeno un accessorio che si potesse considerare casual. Secondo lui, bermuda e magliette erano indumenti per uomini che avevano perso ogni qualità, compreso il pudore. Più tardi, quando l'assalto dei genitori riconoscenti si fu attenuato e potei finalmente lasciare il palco, fui intercettata dal direttore dei programmi che mi afferrò per le spalle e mi scosse con affetto; mi conosceva troppo bene per tentare di abbracciarmi. «Gran bel lavoro con i ragazzi, Julie!» si entusiasmò. «La prossima estate posso di nuovo contare su di te, vero?» «Certamente», mentii, mentre mi allontanavo. «Ci vediamo.» Avvicinandomi a Umberto, cercai invano nei suoi occhi quel barlume di felicità che vi scorgevo ogni volta che non mi vedeva da un po'. Ma non c'era traccia di sorriso nel suo sguardo, neppure un accenno, e allora capii perché era venuto. Lasciandomi andare, muta, tra le sue braccia, desiderai di avere il potere di capovolgere la realtà come una clessidra, in modo che la vita non fosse un evento a termine ma piuttosto un flusso ininterrotto e perpetuo attraverso un piccolo foro nel tempo. «Non piangere, principessa», mi sussurrò tra i capelli, «a lei non sarebbe piaciuto. Non possiamo vivere in eterno. Aveva ottantadue anni.» «Lo so. Ma...» Mi scostai mentre mi asciugavo le lacrime. «Janice era con lei?» Gli occhi di Umberto diventarono due fessure, come succedeva ogni volta che veniva menzionata la mia sorella gemella. «Tu che dici?» Solo allora, da vicino, mi accorsi che appariva sciupato e amareggiato, come se avesse trascorso le ultime notti a stordirsi con l'alcol prima di andare a dormire. Forse era la cosa giusta da fare.
Senza zia Rose che ne sarebbe stato di Umberto? Dalla notte dei tempi li avevo sempre visti inesorabilmente uniti in una partnership di ferro - lei nel suo ruolo di bellezza in fase di sfioritura e lui in quello di maggiordomo paziente - e, malgrado le loro differenze, era chiaro che nessuno dei due neppure si sognava di vivere senza l'altro. La Lincoln era parcheggiata con discrezione in una via laterale, e non c'era nessuno in giro quando Umberto mise il mio vecchio zaino nel portabagagli e mi aprì la portiera posteriore con misurata sobrietà. «Voglio sedermi davanti. Posso?» Lui scosse il capo con disapprovazione ma mi aprì comunque la portiera del passeggero. «Lo sapevo che sarebbe andato tutto a carte quarantotto.» Ma non era mai stata zia Rose a dare importanza alle formalità. Benché Umberto fosse un dipendente, lei l'aveva sempre trattato come uno di famiglia. Quel gesto, tuttavia, non era mai stato ricambiato. Ogni volta che zia Rose invitava Umberto a unirsi alla nostra tavola, lui si limitava a rivolgerle uno sguardo di divertita indulgenza, come se non potesse che meravigliarsi di una tale richiesta e del motivo del suo reiterarsi. Lui consumava tutti i pasti in cucina, l'aveva sempre fatto e avrebbe continuato a farlo, e neppure i vari «Santocielo Umberto!» - pronunciati ogni volta in tono più esasperato - riuscirono mai a persuaderlo a sedere con noi, neppure per il Giorno del Ringraziamento. Zia Rose era solita definire questo strambo comportamento come una peculiarità tutta europea, per poi lanciarsi in un sermone riguardo tirannia, libertà e indipendenza che avrebbe culminato con lei che ci puntava la forchetta contro e sbuffava: «Ecco perché non andiamo in vacanza in Europa. Specialmente in Italia, Fine del discorso». Per contro, io ero quasi certa che Umberto preferisse mangiare da solo semplicemente perché considerava stare in compagnia di se stesso assai più allettante che stare con noi. Me lo vedo ancora bello placido in cucina, con la sua musica d'opera, il suo vino, il suo pezzo di parmigiano ben stagionato mentre zia Rose, Janice e io ce ne stiamo ad accapigliarci infreddolite fra le correnti
della sala da pranzo. Se me ne fosse stata data la possibilità, avrei passato anch'io tutto il giorno in cucina. Quella notte, mentre attraversavamo la Valle dello Shenandoah, Umberto mi raccontò le ultime ore di zia Rose. Era morta tranquillamente nel sonno dopo aver trascorso la serata ad ascoltare le sue canzoni preferite di Fred Astaire, un disco gracchiante via l'altro. Quando si era dispersa l'ultima melodia dell'ultimo pezzo, si era alzata ed era andata ad aprire la portafinestra che dava sul giardino interno, forse per odorare un'ultima volta il profumo del caprifoglio. Umberto mi disse che mentre se ne stava lì in piedi, alta e dinoccolata, con gli occhi chiusi, le lunghe tende di pizzo l'avevano avvolta in un silenzioso abbraccio come se fosse già diventata un fantasma. «Ho fatto la cosa giusta?» aveva chiesto sommessamente. «Certo che l'ha fatta», era stata la diplomatica risposta. Era quasi mezzanotte quando arrivammo al viale d'accesso di zia Rose. Umberto mi aveva già avvertita che Janice era arrivata quel pomeriggio dalla Florida con una calcolatrice e una bottiglia di champagne. Questo tuttavia non spiegava la presenza di una seconda decapottabile parcheggiata davanti all'ingresso della casa. «Spero di cuore», dissi, tirando fuori lo zaino dal portabagagli prima che ci arrivasse Umberto, «che non sia l'impresario delle pompe funebri.» Non avevo ancora finito la frase che già trasalivo per la mia sfrontatezza. Non era da me parlare così, e mi capitava solo quando pensavo che mia sorella mi potesse sentire. Dopo avere rivolto uno sguardo veloce alla vettura misteriosa, Umberto si sistemò la giacca come qualcuno che si assesti il giubbotto antiproiettile prima di un combattimento. «Temo ci siano diversi tipi di impresari.» Non appena varcata la soglia di casa, capii a che cosa si riferisse. I ritratti dell'ingresso erano stati rimossi dalle pareti e se ne stavano con il dorso contro il muro come tanti criminali di fronte al plotone di esecuzione. Era anche sparito il vaso veneziano da sempre collocato sul tavolo rotondo sotto il lampadario.
«Heilà?» gridai mentre mi saliva un moto di rabbia come non ne avevo più avuti dalla mia ultima visita. «C'è qualcuno ancora vivo?» Si sentì l'eco della mia voce attraversare il silenzio della casa ma, appena il rumore fu svanito, udii dei passi frettolosi nel corridoio del piano di sopra. Eppure, malgrado quella corsetta colpevole, Janice si sentì in obbligo di fare la sua consueta comparsa al rallentatore dall'alto dell'ampia scalinata: avviluppata in un attillato abito estivo che le metteva in evidenza le curve molto meglio che se non avesse avuto addosso nulla. Dopo una breve pausa a beneficio della stampa internazionale, si buttò indietro compiaciuta la lunga capigliatura e diede inizio alla discesa non prima di avermi rivolto un sorrisetto sprezzante. «Udite udite», declamò con voce glaciale, «è arrivata la vergitariana.» Soltanto in quel momento mi accorsi del maschio di turno che le stava appiccicato dietro, stralunato e fuori di sé come tutti quelli che passano un po' di tempo da soli con mia sorella. «Scusa il disturbo», dissi, mollando lo zaino sul pavimento con un tonfo, «posso aiutarti a far incetta di tutti gli oggetti di valore della casa, o preferisci lavorare da sola?» La risata di Janice faceva lo stesso effetto di una serie di campanellini posizionati sulla veranda di un vicino di casa al puro scopo di darti sui nervi. «Questo è Archie», mi informò tra lo sbrigativo e il casuale, «ci darà venti bigliettoni per tutto il ciarpame.» Li guardai entrambi con profondo disgusto mentre si avvicinavano. «Ma quant'è generoso. Evidentemente ha un debole per la spazzatura.» Janice mi lanciò un'occhiata al fulmicotone, ma si riprese subito. Sapeva benissimo che non me ne poteva fregare di meno di quello che pensava e che la sua rabbia aveva la capacità di divertirmi. Ero nata quattro minuti prima di lei. Poco importava quello che faceva o diceva, io sarei sempre stata quattro minuti più grande di lei. Anche se Janice si considerava una lepre supersonica e vedeva in me una tartaruga zoppa, era chiaro a tutte e due che, per quanti giri concentrici potesse fare attorno a me, mai e poi mai avrebbe colmato quel minuscolo scarto temporale tra di noi. «Bene», disse Archie rivolgendo lo sguardo alla porta aperta.
«Devo tagliare la corda. È stato un piacere conoscerti, Julie - ti chiami Julie, giusto? Janice mi ha detto tutto di te», risatina nervosa. «Avanti così! Fate la pace, non l'amore, come dicono.» Janice fece ciao-ciao con la manina ad Archie che si allontanava lasciando sbattere la porta schermata. Ma appena lui non fu più a portata d'orecchio, il suo viso angelico assunse un'espressione demoniaca, come un ologramma di Halloween. «Non osare guardarmi così!» ringhiò. «Sto cercando di tirar fuori un po' di denaro. Non è che tu ne stia guadagnando molto, o sbaglio?» «Ma io non ho il tuo tipo di... spese.» Feci cenno alle ultime migliorie, visibili sotto il vestito aderente. «Dimmi, Janice, come te la mettono dentro tutta quella roba? Attraverso l'ombelico?» «Dimmi, Julie», mi fece il verso mia sorella, «come ci si sente a non avere mai nessuno che ti mette qualcosa là sotto?» «Scusate signore», intervenne Umberto mettendosi tra di noi come aveva fatto innumerevoli volte in passato, «posso suggerire di spostare questa interessante conversazione in biblioteca?» Quando ci riunimmo in biblioteca, Janice si era già spaparanzata sulla poltrona preferita di zia Rose. Con un gin tonic sul cuscino con scena di caccia che avevo ricamato a puntocroce nell'ultimo anno di liceo, mentre lei era fuori a fare man bassa di prede a due gambe. «Che c'è?» ci squadrò con malcelato disprezzo. «Pensate che non mi tocchi neppure la metà degli alcolici?» Era tipico di Janice cercare la rissa sul corpo di un defunto, così le girai le spalle e mi avvicinai alla portafinestra. Fuori, sulla terrazza, gli amati vasi di terracotta di zia Rose erano allineati come partecipassero a un funerale e le piantine erano reclinate dallo sconforto. Faceva uno strano effetto. Umberto teneva sempre il giardino in perfetto ordine, ma forse non ne aveva più voglia adesso che era scomparsa la sua datrice di lavoro nonché estimatrice. «Sono sorpresa», disse Janice agitando il drink nel bicchiere, «che tu sia ancora qui, Birdie. Fossi stata in te, a quest'ora mi troverei già a Las Vegas. Con l'argenteria.» Umberto non rispose. Aveva smesso di parlare direttamente con Janice anni prima. Invece, si rivolse a me: «Il funerale è domani».
«Non posso crederci», esclamò lei, con una gamba a penzoloni su un bracciolo, «hai pianificato tutto senza neanche consultarci.» «Ho fatto come voleva lei.» «C'è qualcos'altro che dovremmo sapere?» Janice si liberò dall'abbraccio della poltrona e si lisciò il vestito. «Ritengo che avremo tutti la nostra parte, no? Non è che la zia si sia innamorata di qualche balordo ente per la protezione degli animali o roba del genere, giusto?» «Ti prego!» sbottai e, per un secondo o due, mia sorella parve redarguita. Poi diede una scrollata di spalle, come faceva sempre, e mise di nuovo la mano alla bottiglia di gin. Non mi disturbai neppure a guardarla mentre le sue sopracciglia ben curate si atteggiavano a finta sorpresa nel constatare che si era versata più liquore di quanto volesse. Come il sole che scompariva lentamente all'orizzonte, così Janice sarebbe sparita dentro un'ottomana lasciando agli altri il compito di dare una risposta ai grandi quesiti della vita. Purché qualcuno continuasse a versarle da bere. Mia sorella era così da quando ne avevo memoria: insaziabile. Quando eravamo piccole, zia Rose era solita esclamare piena di giubilo: «Che bambina! Riuscirebbe a uscire a morsi da una prigione di pan di zucchero», come se l'ingordigia di Janice fosse qualcosa di cui andar fieri. Ma allora zia Rose era in cima alla catena alimentare e - diversamente da me - non aveva nulla da temere. Ricordo che Janice era sempre in grado di snidare la mia riserva segreta di dolcetti per quanto mi dannassi a nasconderli. E che le mattine pasquali erano brutali e di breve durata. Si concludevano inevitabilmente con Umberto che la rimproverava per avermi rubato la mia parte di uova di Pasqua e con lei che - la bocca inzaccherata di cioccolata - sbraitava da sotto il letto che lui non era suo padre e non poteva dirle cosa fare. La cosa frustrante era che Janice non rispecchiava la sua personalità. Il suo incarnato rifiutava decisamente di svelare alcunché: era vellutato come la glassa satinata di una torta nuziale. I lineamenti sembravano cesellati come i frutti e i fiori di marzapane che solo un maitre patìssier riesce a creare. Né gin, né caffè, né
vergogna, né rimorsi erano riusciti a intaccare quella sua facciata rilucente. Era come se avesse dentro di sé una fonte perenne di vita, come se ogni mattina si svegliasse rinvigorita dal pozzo dell'eternità, non un giorno più vecchia, non un grammo più pesante, eppure sempre ferocemente affamata di umanità. Purtroppo non eravamo gemelle identiche. Una volta, nel cortile della scuola, avevo sentito che qualcuno si riferiva a me come a un Bambi sui trampoli e, benché Umberto si fosse fatto una risata e mi avesse detto che era un complimento, non ne ero affatto convinta. Anche dopo aver superato gli anni più complessi, sapevo che accanto a lei dovevo apparire una spilungona anemica. Ovunque andassimo o qualunque cosa facessimo, lei era la bruna esuberante, e io la timida slavata. Ogni volta che entravamo in una stanza insieme, le luci della ribalta si puntavano all'istante su di lei e, benché io fossi proprio lì accanto, semplicemente mi tramutavo in uno spettatore in più. Tuttavia, con il trascorrere del tempo, mi abituai al mio ruolo. Non dovevo mai preoccuparmi di portare a termine una frase perché c'era sempre Janice a finirla per me. Nelle rare occasioni in cui qualcuno mi chiedeva quali fossero i miei sogni e le mie aspettative di solito nel corso di un cortese tè delle cinque con un conoscente di zia Rose - Janice mi trascinava al pianoforte dove si sarebbe messa goffamente ai tasti mentre io giravo lo spartito per lei. Perfino adesso che ho venticinque anni, quando mi ritrovo a parlare con degli sconosciuti, mi sorprendo a contorcermi nella speranzosa attesa di un'interruzione, prima che debba coniugare verbo e complemento. Seppellimmo zia Rose sotto una pioggia a dirotto. Mentre me ne stavo lì accanto alla fossa, grosse gocce d'acqua mi cadevano dai capelli e andavano a mischiarsi alle lacrime che mi scendevano lungo le guance. In tasca, i fazzoletti di carta che mi ero portata da casa erano diventati una poltiglia da un pezzo. Benché avessi pianto tutta la notte non ero ancora preparata a quel senso di definitivo abbandono che provavo mentre il feretro veniva abbassato di sghimbescio nella buca. Una bara così grande
per un corpo così esile... all'improvviso mi pentii di non aver chiesto di vedere la salma, anche se per zia Rose la cosa non poteva ormai fare alcuna differenza. O forse sì? Forse ci stava osservando da qualche posto lontano, con la speranza di poterci dire che era arrivata sana e salva. Era un'idea che dava conforto, una distrazione di cui in quel momento avevo bisogno, e mi sarebbe piaciuto crederci. Alla fine delle esequie, l'unica a non sembrare un topo bagnato era Janice, che indossava galosce di gomma tacco dodici e un copricapo nero a significare tutto fuorché il lutto. Per contro, io portavo un completo che una volta Umberto aveva detto mi faceva sembrare un po' Giovanna D'Arco e un po' Santa Maria Goretti. Se gli stivali e la scollatura di Janice portavano sopra scritto venitemi dietro, i miei scarponcini da combattimento e l'abito abbottonato di sicuro comunicavano andate tutti al diavolo. Un certo numero di persone si fece vedere alla sepoltura, ma fu solo il signor Gallagher, l'avvocato di famiglia, a fermarsi a parlare con noi. Né io né mia sorella l'avevamo mai incontrato prima, ma zia Rose ne aveva parlato così spesso, e con tanto calore, che l'uomo in se stesso non poteva che deluderci. «Mi dicono lei sia una pacifista», commentò, mentre ci allontanavamo assieme dal cimitero. «Jules adora la guerra», interloquì Janice mettendosi tutta arzilla tra di noi, incurante che l'acqua della falda del cappello ci inondasse entrambi, «e adora scagliare oggetti sulle persone. Ha sentito quello che ha fatto alla Sirenetta?» «Adesso basta», dissi, cercando una porzione asciutta della mia manica per asciugarmi gli occhi un'ultima volta. «Oh, non fare la modesta! Eri in prima pagina!» «Lei, invece... sento che gli affari vanno a gonfie vele.» Il signor Gallagher si era rivolto a Janice e abbozzava un sorriso. «Deve essere una bella sfida far tutti felici.» «Felici? Cazzarola!» Janice per poco non finì in una pozzanghera. «Per il mio lavoro la felicità è il peggiore dei rischi. È di sogni che stiamo parlando. Frustrazioni. Fantasie che non si avverano mai.
Uomini che non esistono. Donne che non potrai mai avere. Ecco dove sta l'affare, appuntamento dopo appuntamento dopo appuntamento...» Janice continuava a parlare ma io avevo smesso di ascoltare. Una delle grandi ironie della sorte era che mia sorella, una delle persone meno romantiche mai esistite, gestisse un'agenzia matrimoniale. Malgrado il suo bisogno di flirtare con tutti gli uomini che incontrava, lei non li considerava che alla stregua di aggeggi da mettere in funzione alla bisogna, per poi disattivarli una volta esaurito il loro compito. La cosa bizzarra era che Janice, da bambina, aveva la mania di disporre ogni cosa in coppia, due orsacchiotti, due cuscini, due spazzole... Anche nei giorni in cui litigavamo lei, alla sera, sistemava le nostre due bambole l'una accanto all'altra sullo scaffale, spesso addirittura abbracciate. Da un certo punto di vista, con la sua vocazione a fare il Noè, non era dunque neppure tanto strano che si fosse dedicata professionalmente a mettere tutti in coppia. Solo che, al contrario del vecchio patriarca, si era dimenticata da tempo perché avesse cominciato. Era difficile dire quando le cose erano cambiate. Tutto a un tratto, al liceo, si era data come missione quella di infrangere ogni mio sogno sull'amore. Mentre passava da un ragazzo all'altro come consumasse dei collant di poco prezzo, Janice aveva cominciato a trarre un immenso piacere nel descrivermi tutti e tutto con toni così dispregiativi che avevo cominciato a chiedermi cosa le donne ci trovassero negli uomini. «Così questa è la tua ultima chance», mi aveva detto la sera prima del ballo di fine anno, mentre mi avvolgeva i capelli in grossi bigodini rosa. L'avevo guardata nello specchio, incerta sul significato della sua affermazione, ma impossibilitata a rispondere per via della maschera di fango verde mela che mi aveva spalmato sul viso e che nel frattempo era diventata dura come una roccia. «Insomma...» aveva fatto una smorfia impaziente, «la tua ultima chance di dare via la ciliegina. Il ballo è tutto qua. Perché pensi che i ragazzi si mettano eleganti? Perché gli piace ballare? Ma fammi il
piacere!» Mi aveva dato un'occhiata per controllare il suo operato. «Sai quel che dicono, se non lo fai al ballo di fine anno. Che sei una bigotta. A nessuno piacciono le bigotte.» Il giorno dopo avevo cominciato ad avvertire un forte mal di stomaco e, mentre si avvicinava l'ora del ballo, i dolori si erano intensificati. Alla fine zia Rose era stata costretta a chiamare i vicini per avvisarli che il loro figlio doveva trovarsi qualcun'altra per la serata. Intanto Janice era partita assieme a un tipo atletico di nome Troy fra uno stridore di pneumatici. Dopo avere ascoltato i miei lamenti per tutto il pomeriggio, zia Rose aveva insistito per portarmi al pronto soccorso, nel caso si trattasse di appendicite. Umberto l'aveva calmata dicendole che non avevo la febbre e che era sicuro non si trattasse di nulla di grave. Più tardi, quella stessa sera, con lui accanto al letto che mi osservava mentre facevo capolino da sotto le coperte, mi resi conto che Umberto aveva capito come era andata la faccenda e che, stranamente, era d'accordo con la mia sceneggiata. Sapevamo benissimo entrambi che non c'era nulla di sbagliato nel figlio dei vicini, solo che non corrispondeva all'idea che mi ero fatta di fidanzato. E se non potevo avere quello che volevo, tanto valeva perdermi il ballo. «Dick», disse a un certo punto Janice avviluppando il signor Gallagher in un sorriso mielato, «veniamo al sodo. Quanto?» Non cercai neppure di intervenire. Dopotutto, non appena Janice avesse avuto il denaro, se ne sarebbe subito ripartita alla sempiterna caccia del primate ideale, e io non avrei più dovuto trovarmela davanti. «Ebbene», rispose il signor Gallagher arrestandosi impacciato nel parcheggio, proprio accanto a Umberto e alla Lincoln, «temo che il patrimonio consista totalmente nella proprietà.» «Insomma», sbottò Janice, «lo sappiamo tutti che stiamo parlando di spartire tutto a metà fino all'ultimo centesimo, perciò diamoci un taglio. Zia Rose vuole che tiriamo una riga bianca proprio nel mezzo della casa? Okay, si può fare. Oppure...» diede un'alzata di spalle come se la cosa le fosse indifferente, «possiamo semplicemente vendere e dividere i soldi. Quanto?»
«La questione è che alla fine...» il signor Gallagher mi guardò con un certo rammarico, «la signora Jacobs ha cambiato idea e ha deciso di lasciare tutto alla signorina Janice.»
«Che cosa?» Fissai prima Janice, poi il signor Gallagher, infine
Umberto, senza ricavarne peraltro alcuna solidarietà.
«Porca vacca!» Il sorriso di Janice era a dir poco radioso. «La vecchia dopotutto aveva il senso dell'umorismo.» «Naturalmente», continuò accigliato il signor Gallagher, «c'è anche una somma riservata al signor - a Umberto - e ci sono anche delle istruzioni da parte della prozia affinché alcune fotografie in cornice siano consegnate alla signorina Julie.» «Come no», disse mia sorella spalancando le braccia, «mi sento generosa.» «Un momento», intervenni arretrando di un passo e sforzandomi di elaborare l'informazione, «tutto ciò non ha alcun senso.» Da sempre zia Rose aveva passato le pene dell'inferno per trattarci con equanimità. Santo cielo, una mattina a colazione l'avevo perfino sorpresa a contare le nocciole del nostro muesli per evitare che una di noi ne avesse più dell'altra. E aveva sempre parlato della casa come di qualcosa che noi - a un certo punto avremmo posseduto insieme. «Sentite ragazze», ci diceva spesso, «dovete imparare ad andare d'accordo. Non vivrò in eterno, lo sapete. E quando non ci sarò più, dovrete dividervi la casa.» «Capisco la sua delusione...» mormorò il signor Gallagher. «Delusione?» Avevo voglia di afferrarlo per il bavero, e invece affondai le mani in tasca. «Non pensi che ci caschi. Voglio vedere il testamento.» Mentre lo guardavo diritto negli occhi notai che era a disagio. «Sta succedendo qualcosa a mia insaputa...» «Non hai mai saputo perdere», rimarcò Janice con profonda soddisfazione, «ecco quello che succede.» «Tenga», il signor Gallagher aprì la sua cartella con mani tremanti e mi porse un documento. «Questa è la sua copia del testamento. Temo non ci sia spazio per recriminazioni.»
Umberto mi trovò in giardino, accovacciata sotto la pergola che aveva costruito per noi una volta che zia Rose era a letto con la polmonite. Mentre si sedeva accanto a me sulla panchina bagnata, non fece nessun commento sulla mia infantile sparizione di poco prima: mi porse invece un fazzoletto stirato alla perfezione e mi scrutò mentre mi soffiavo il naso. «Non è per il denaro», dissi, sulla difensiva. «Hai visto come sogghignava? Hai sentito quello che ha detto? Non le importa di zia Rose. Non le è mai importato. Non è giusto!» «Chi ti ha detto che la vita sia giusta?» Umberto mi osservava accigliato. «Io no.» «Lo so! Solo che non capisco... ma è colpa mia. Ho sempre pensato che facesse sul serio quando ci trattava con imparzialità. Ho preso a prestito del denaro...» Mi coprii il viso con le mani per evitare il suo sguardo. «Non dire una parola!» «Hai finito?» Feci sì con la testa. «Non t'immagini nemmeno quanto.» «Bene.» Aprì la giacca e ne estrasse una grande busta color paglierino, asciutta anche se un poco spiegazzata. «Perché lei voleva darti questa. È un segreto. Gallagher non sa nulla, Janice neppure. È solo per te.» Mi feci subito sospettosa. Non era da zia Rose darmi qualcosa all'insaputa di Janice, ma d'altro canto non era neppure da lei escludermi dal testamento. Chiaramente non conoscevo la zia di mia madre bene come pensavo, come d'altro canto non conoscevo neppure me stessa. La sola idea di stare lì seduta a piagnucolare per del denaro, e proprio in una giornata come quella! Benché avesse quasi sessantanni quando ci aveva adottate, zia Rose era stata come una madre per noi, e avrei dovuto vergognarmi di quella reazione. Quando finalmente l'aprii, la busta risultò contenere tre cose: una lettera, un passaporto e una chiave. «Questo è il mio passaporto!» esclamai. «Come ha fatto...?» Guardai di nuovo la pagina con la foto. Era proprio la mia foto, con
la mia data di nascita, ma il nome non era il mio. «Giulietta? Giulietta Tolomei?» «È il tuo vero nome. Tua zia l'ha cambiato quando ti ha portato qui dall'Italia. Ha cambiato anche quello di Janice.» Ero senza parole. «Ma perché...? Da quanto tempo lo sai?» Abbassò gli occhi. «Perché non leggi la lettera?» Spiegai i due fogli di carta. «L'hai scritta tu?» «Me l'ha dettata lei.» Umberto sorrise mestamente. «Voleva essere sicura che tu potessi leggerla.» Julie carissima, ho chiesto a Umberto di consegnarti questa lettera a funerale avvenuto, quindi suppongo che voglia dire che sono morta. A ogni buon conto, so che siete ancora arrabbiate perché non vi ho mai portato in Italia, ma credimi quando dico che l'ho fatto nel vostro interesse. Come avrei potuto perdonarmi se ti fosse successo qualcosa? Ma adesso non sei più una ragazzina. E c'è qualcosa, a Siena, che tua madre ti ha lasciato. Solo a te. Non so perché ma così era fatta Diane, che il Cielo la benedica. Aveva trovato qualcosa, e probabilmente è ancora lì. Ho avuto la sensazione che superasse in valore tutte le proprietà di cui io avessi mai potuto disporre. Ed è per questo che ho fatto quello che ho fatto e ho lasciato la casa a Janice. Speravo di poter evitare tutto ciò, e dimenticarmi dell'Italia, ma poi ho cominciato a pensare che facevo male a non dirti nulla. Ecco quello che devi fare. Prendi la chiave e vai nella banca di Palazzo Tolomei. A Siena. Penso che apra una cassetta di sicurezza. Tua madre l'aveva in tasca quando è morta. Lei conosceva un consulente finanziario della banca, un certo Francesco Maconi. Trovalo e digli che sei la figlia di Diane Tolomei. Oh, poi c'è quest'altra cosa. Ho cambiato i vostri nomi. Tu in realtà ti chiami Giulietta Tolomei. Però qui siamo in America. Ho pensato che Julie Jacobs fosse meglio, ma tanto non riescono a scriverlo giusto lo stesso. Cosa sta succedendo a questo mondo? No, no, ho avuto una vita felice. Grazie a te. Oh, un'altra cosa: Umberto ti procurerà un passaporto con il tuo vero nome. Non ho la più pallida idea di come abbia fatto ma lasciamo perdere, ci penserà lui.
Non ti dico addio. Ci vedremo di nuovo in Cielo, a Dio piacendo. Volevo essere sicura che tu avessi quello che ti spetta di diritto. Fa' solo attenzione quando sei là. Pensa a quello che è successo a tua madre. L'Italia può essere un posto molto strano. La tua bisnonna era nata là, naturalmente, ma credimi se ti dico che non ci sarebbe tornata neppure per tutto l'oro del mondo. Comunque, non parlare con nessuno di quello che ti ho detto. E cerca di sorridere di più. Hai un sorriso così bello, quando ti ricordi di sfoderarlo. Tutto il mio amore e che Dio ti benedica. Tua zia Ci misi un po' a riprendermi dalla lettera. Mentre la leggevo, mi sembrava quasi di sentire la dettatura squinternata di zia Rose, confusa in punto di morte come lo era sempre stata da viva. Quando ebbi finito di usare il fazzoletto di Umberto, lui non lo volle più indietro. Mi disse di portarlo con me in Italia in modo che mi ricordassi di lui quando avessi trovato il mio tesoro. «Dai!» Mi soffiai il naso un'ultima volta. «Lo sappiamo tutti e due che non c'è nessun tesoro!» Prese in mano la chiave. «Non sei curiosa? Tua zia era convinta che tua madre avesse trovato qualcosa di valore inestimabile!» «Allora perché non me l'ha detto prima? Aspettare fino...» sospirai. «Non ha nessun senso.» Umberto mi lanciò un'occhiataccia. «Intendeva farlo. Ma non c'eri mai.» Mi passai la mano sul viso, soprattutto per evitare il suo sguardo accusatorio. «Anche se volessi, lo sai bene che non posso tornare in Italia. Mi sbatterebbero dentro all'istante. Sai, mi hanno detto...» A onore del vero, loro - la polizia italiana - mi avevano detto molto più di quanto avessi mai riferito a Umberto. Ma lui ne conosceva il succo. Sapeva che una volta a Roma ero stata arrestata durante una manifestazione contro la guerra e che avevo trascorso una notte per niente piacevole in carcere prima di essere cacciata
fuori dal Paese, all'alba, con la preghiera di non farmi più vedere. Sapeva anche che non era colpa mia. Avevo diciott'anni e tutto quello che volevo era andare in Italia per vedere il posto dove ero nata. Un giorno, mentre ciondolavo accanto alla bacheca dell'università piena di vistosi annunci di viaggi-studio e dispendiosi corsi di lingua a Firenze, mi ero imbattuta in un minuscolo volantino che denunciava la guerra in Iraq e i Paesi che vi avevano preso parte. Uno di questi, scoprii costernata, era l'Italia. In fondo alla pagina erano indicate delle date e delle destinazioni: tutti quelli interessati alla causa erano invitati a partecipare. Una settimana a Roma - viaggio incluso - non mi sarebbe costata più di quattrocento dollari, esattamente quello che mi era rimasto sul conto. Come potevo immaginare che una tariffa così modesta nasceva dal fatto che quasi di sicuro non saremmo rimasti un'intera settimana e che, se tutto fosse andato secondo i piani, sarebbero state le autorità del posto, cioè i contribuenti italiani, ad accollarsi il volo di ritorno e i pernottamenti? E così, avendo capito ben poco dello scopo del viaggio, continuai ad andare avanti e indietro dalla bacheca prima di decidermi a iscrivermi. Quella stessa notte però, mentre mi rigiravo nel letto, mi resi conto di aver fatto la cosa sbagliata e che avrei dovuto sganciarmi al più presto possibile. Ma quando la mattina dopo ne parlai con Janice, lei alzò gli occhi al cielo e disse: «Qui giace Jules, che non ha fatto granché nella vita, eccetto quella volta che è quasi andata a Roma». Ovviamente dovetti partire. Mentre davanti al parlamento italiano cominciavano a volare le prime pietre - scagliate dai miei compagni di viaggio Sam e Greg non avrei desiderato di meglio che tornarmene nella mia stanza di dormitorio con un cuscino sopra la testa. Ma ero intrappolata nella folla come gli altri e quando la polizia romana ne ebbe abbastanza dei sassi e delle Molotov, fummo tutti battezzati con i lacrimogeni. Quella fu la prima volta che mi ritrovai a pensare: Adesso potrei morire. Mentre cadevo sull'asfalto e percepivo un groviglio di gambe, braccia e vomito attraverso una cortina di dolore e di
sbigottimento, dimenticai completamente chi fossi e dove la vita mi stesse portando. Come un martire delle epoche passate forse scoprii un posto altro, un luogo che non era né vita né morte. Ma poi tornarono il dolore e il panico e, a poco a poco, la cosa smise di sembrare un'esperienza religiosa. Mesi più tardi continuavo a domandarmi se mi fossi del tutto ripresa dagli avvenimenti romani. Quando mi costringevo a pensarci, provavo la fastidiosa sensazione di dimenticarmi qualcosa di cruciale sulla mia identità, qualcosa che era rimasto per sempre sull'asfalto di Roma. «Giusto.» Umberto aprì il passaporto per esaminare la foto. «Hanno detto che Julie Jacobs non può tornare in Italia. Ma cosa c'entra questo con Giulietta Tolomei?» Ebbi un soprassalto. Lo stesso Umberto che mi rimproverava ancora perché vestivo come una figlia dei fiori era qui a spingermi a infrangere la legge. «Mi stai dicendo...?» «Perché pensi che l'abbia fatto fare? Che tu vada in Italia è stato l'ultimo desiderio di tua zia. Non spezzarmi il cuore, principessa.» Vedendo tanta sincerità nei suoi occhi, lottai ancora una volta contro le lacrime. «E tu?» chiesi con voce roca. «Perché non vieni con me? Potremmo cercare il tesoro assieme. E al diavolo se non lo troviamo! Potremmo fare i pirati. Solcare mari...» Umberto mi si avvicinò e mi sfiorò dolcemente la guancia come se sapesse che, una volta partita, non sarei più tornata. E anche se ci fossimo di nuovo incontrati, non sarebbe più stato come ora, seduti l'uno accanto all'altra in un nascondiglio per bambini e con le schiene rivolte al mondo esterno. «Ci sono cose», mi disse sommessamente, «che una principessa deve fare da sola. Ti ricordi quello che ti confidai... che un giorno avresti trovato il tuo regno?» «Quella era solo una storia. La vita non è così.» «Tutto quello che diciamo è una storia. Ma niente di quello che diciamo è solo una storia.» Gli gettai le braccia attorno al collo, non ancora pronta ad andarmene. «E tu? Tu non resti qui, vero?»
Umberto rivolse un rapido sguardo alla pergola grondante. «Penso che Janice abbia ragione. È ora che il vecchio Birdie vada in pensione. Dovrei rubare l'argenteria e andare a Las Vegas. Ci vivrei una settimana. Voglio dire, con la mia fortuna. Mi raccomando, non dimenticare di chiamarmi quando trovi il tesoro.» Appoggiai la testa sulla sua spalla. «Sarai il primo a saperlo.»
Capitolo 2 Fuori la spada: ecco qualcuno di casa Montecchi. DA che ne ho memoria, zia Rose aveva fatto tutto il possibile per impedire a me e a Janice di andare in Italia. «Quante volte ve lo devo dire», era solita dichiarare, «che quello non è un posto per ragazze per bene?» Più tardi, quando si era resa conto che avrebbe dovuto cambiare strategia, aveva cominciato a scuotere la testa ogni volta che si toccava l'argomento per poi mettersi le mani sul cuore come se il solo pensiero potesse farla svenire. «Credetemi», sbuffava, «l'Italia è una gran delusione, e gli uomini italiani sono tutti dei maiali!» Quel suo inspiegabile pregiudizio nei confronti del Paese in cui ero nata mi aveva sempre infastidito, ma dopo gli eventi di Roma avevo finito per trovarmi d'accordo con lei: l'Italia era stata una delusione e gli italiani - per lo meno quelli con la divisa - facevano sembrare graziosi i maiali. Analogamente, quando le chiedevamo dei nostri genitori, zia Rose ci zittiva raccontandoci la solita vecchia storia. «Quante volte ve lo devo dire», brontolava, seccata per essere stata interrotta mentre leggeva il giornale con le mani inguantate per proteggersi dall'inchiostro, «che i vostri genitori sono morti in un incidente d'auto in Toscana quando voi avevate tre anni?» Per fortuna - la storia continuava più o meno così - che zia Rose e il povero zio Jim, benedetta l'anima sua, erano stati in grado di adottarci subito dopo la tragedia, visto che il caso non aveva dato loro dei figli. Dovevamo essere felici che non eravamo finite in un orfanotrofio italiano a mangiare spaghetti tutti i santi giorni. Guardatevi intorno! Eccovi qui a vivere in una tenuta in Virginia, viziate fino al midollo. Come minino, in segno di riconoscenza, avremmo dovuto smettere di tartassare zia Rose con domande a cui non sapeva rispondere. E che qualcuno mi prepari almeno un altro cocktail alla menta, che a
forza di darmi il tormento le articolazioni hanno ricominciato a farmi un male cane! Sull'aereo che mi portava in Europa, lo sguardo perso nella notte atlantica a ripensare ai conflitti del passato, mi resi conto con stupore che di zia Rose mi mancava tutto, non solo i bei momenti. Come sarei stata felice di trascorrere un'altra ora con lei, anche se l'avesse impiegata tutta a brontolare. Adesso che non c'era più, facevo fatica a credere di essermi arrabbiata spesso con lei, di aver sbattuto porte e salito le scale infuriata, ed era dura scoprire di aver sprecato tanto tempo prezioso barricata in camera in un mutismo ostile. Usando la patetica salvietta della compagnia aerea, mi detersi con stizza una lacrima dicendomi che i rimpianti erano una perdita di tempo. Certo, avrei dovuto scrivere a zia Rose più lettere e, certo, avrei dovuto chiamarla più di frequente dicendole che le volevo bene, ma adesso era troppo tardi. Non potevo passare una spugna sugli sbagli del passato. Oltre il dispiacere, provavo un'altra sensazione che mi mordeva le viscere. Una specie di presentimento? Non proprio. Un presentimento implica che stia per succedere qualcosa di brutto, ma il mio problema era che ignoravo se sarebbe successo qualcosa. Era del tutto possibile che l'intero viaggio si concludesse con un fiasco solenne. E sapevo anche che c'era una sola persona cui avessi il diritto di rinfacciare le ristrettezze in cui mi trovavo, e che quella persona ero io. Ero cresciuta nella convinzione che avrei ereditato metà del patrimonio di zia Rose, e di conseguenza non avevo neppure cercato di farmene uno per conto mio. Mentre altre ragazze della mia età si davano da fare per costruirsi una carriera solida, io accettavo solo impieghi che mi piacevano - come insegnare Shakespeare nei campi estivi - convinta che prima o poi l'eredità avrebbe colmato il debito crescente della mia carta di credito. Come risultato, avevo ben poco su cui fare affidamento se non un fantomatico lascito abbandonato in una landa lontana da una madre che non ricordavo neppure. Dopo aver lasciato la scuola di specializzazione postlaurea non avevo vissuto in nessun posto in particolare. Mi spostavo da un
divano di amici all'altro seguendo il movimento pacifista per poi allontanarmi ogni qualvolta avessi un allestimento di Shakespeare. Non so perché ma le opere di Shakespeare erano la sola cosa che mi rimanesse in testa e, per quanti sforzi facessi, Romeo e Giulietta non riusciva a stancarmi. Di tanto in tanto insegnavo agli adulti, ma preferivo di gran lunga i ragazzini, forse perché ero quasi certa di piacere loro. Me ne accorsi subito perché parlavano degli adulti come se io non fossi una di loro. Mi riempiva di gioia che mi accettassero come una coetanea, per quanto mi rendessi conto che non era un vero e proprio complimento. Voleva solo dire che sospettavano che non fossi del tutto cresciuta e che, anche a venticinque anni, venivo percepita come una goffa adolescente che cercava di dar voce - o, più spesso, nascondere - la poesia che le esplodeva dentro. Non mi aiutava a fare carriera il fatto che fossi totalmente incapace di programmare il futuro. Quando la gente mi chiedeva cosa volessi fare nella vita, non avevo la più pallida idea di cosa rispondere, e quando cercavo di visualizzarmi da lì a cinque anni, tutto quello che vedevo era un'enorme voragine nera. Nei momenti di depressione spiegavo questo buio incombente come un presentimento che sarei morta giovane e che la ragione per cui non riuscivo a immaginarmi il futuro era che non ne avevo nessuno. Mia madre era morta giovane, e così anche mia nonna, la sorella minore di zia Rose. Per qualche ragione, il destino non ci dava tregua, e quando mi ritrovavo a valutare un impegno a lungo termine, fosse un lavoro oppure un contratto d'affitto, all'ultimo momento mi defilavo ossessionata dall'idea che non ne avrei visto la conclusione. Tutte le volte che tornavo a casa per Natale o per le vacanze estive, zia Rose mi pregava di rimanere con lei invece che proseguire con la mia esistenza senza senso. «Sai, Julie», era solita dirmi mentre raccoglieva le foglie secche di una pianta o decorava l'albero di Natale, un angioletto alla volta, «potresti sempre tornare qui per un po' e pensare a quello che vuoi fare nella vita.» Ma anche se ero tentata, sapevo di non poterlo fare. Janice era là fuori per conto suo a far soldi accoppiando la gente e ad affittare appartamenti con vista su un lago finto. Per me tornare a casa
avrebbe voluto dire che aveva vinto lei. Adesso naturalmente era cambiato tutto. Traslocare a casa di zia Rose non era più fattibile. Il mondo che conoscevo fino a quel momento apparteneva a Janice e a me non restava null’altro che il contenuto di una busta color paglierino. Lì su quell'aereo, mentre rileggevo la lettera di zia Rose sorseggiando del vino acido da una tazza di plastica, mi resi conto all'improvviso di come fossi rimasta totalmente sola, con lei che se n'era andata da questo mondo e Umberto come unico superstite. Da ragazzina non ero mai stata brava a fare amicizia. Al contrario di Janice, per cui un bus a due piani sarebbe stato troppo piccolo per stiparci solo gli amici più intimi. Tutte le volte che mia sorella usciva alla sera con la sua banda sghignazzante, zia Rose si metteva a circumnavigarmi attorno nervosa con la scusa di cercare la sua lente d'ingrandimento o la matita speciale che usava soltanto per le parole crociate. Alla fine si sedeva accanto a me sul divano, apparentemente interessata al libro che stavo leggendo. Ma non era così. «Sai, Julie», mi diceva mentre raccoglieva pelucchi immaginari dai pantaloni del mio pigiama, «sono perfettamente in grado di intrattenere me stessa. Se vuoi uscire con i tuoi amici...» L'allusione sarebbe rimasta sospesa per un po', fino a quando non avessi rimediato la risposta adatta. La verità era che io non rimanevo a casa perché mi dispiaceva per zia Rose, ma perché non avevo interesse alcuno a uscire. Quando mi lasciavo trascinare in un qualche bar, mi ritrovavo sempre circondata da idioti o da mezze seghe che pensavano di far parte di una sceneggiata alla fine della quale - prima che la notte fosse conclusa - avrei dovuto scegliere uno di loro. Il ricordo di zia Rose seduta accanto a me che mi diceva, pur alla sua maniera gentile, di darmi una mossa mi procurò un'altra stretta al cuore. Mentre guardavo mesta attraverso la fuliggine dell'oblò, mi sorpresi a pensare che probabilmente tutto quel viaggio era una specie di punizione per come l'avevo trattata. Forse Dio avrebbe fatto cadere l'aereo, tanto per darmi una lezione. O forse mi avrebbe permesso di arrivare sana e salva a Siena per poi farmi
scoprire che qualcun altro aveva già messo le mani sul tesoro di famiglia. Anzi, più ci pensavo e più mi convincevo che la vera ragione per cui zia Rose non ne aveva mai fatto cenno quando era in vita, era perché si trattava di una bufala. Magari alla fine aveva avuto un attacco di demenza, nel qual caso il presunto tesoro sarebbe risultato essere null’altro che un pio desiderio. E anche se, contro ogni probabilità, a Siena ci fosse veramente stato qualcosa di valore, dopo che ce ne eravamo andate più di venti anni prima, quali erano le possibilità che si trovasse ancora là? Considerando la densità della popolazione europea e la scaltrezza dell'essere umano in generale, sarei stata davvero sorpresa se ci fosse rimasta ancora trippa per gatti dentro al labirinto, ammesso e non concesso che ce la facessi a raggiungerlo. L'unica cosa piacevole durante quel lungo volo insonne fu che, a ogni bottiglietta mignon offerta dalla hostess sorridente, mi allontanavo sempre più dal pensiero di Janice. Non aveva la minima idea che fossi in viaggio verso l'Italia, né che zia Rose mi avesse messa in caccia dell'araba fenice. Almeno potevo rallegrarmi di ciò. Perché se la mia avventura alla ricerca di qualcosa di significativo fosse finita nel nulla, avrei preferito non ritrovarmi intorno mia sorella a giubilarne. Era l'alba, o qualcosa di simile, quando atterrammo a Francoforte. Con gli occhi gonfi e un pezzo di strudel di traverso in gola, ciabattai giù dall'aereo nelle mie infradito. Visto che mancavano più di due ore al volo per Firenze, appena arrivata all'imbarco mi allungai su tre sedili e chiusi gli occhi. La testa appoggiata sulla mia borsa di macramè, ero troppo stanca per preoccuparmi se qualcuno se la fosse filata con il resto del bagaglio. Nel dormiveglia sentii una mano che mi sfiorava il braccio. «Accidenti...» esclamò una voce che sapeva di caffè e di sigaretta, «mi scusi!» Aprii gli occhi e vidi che la donna seduta accanto a me mi stava freneticamente spazzolando via delle briciole dalla manica. Mentre
pisolavo, l'area dell'imbarco si era riempita e la gente mi guardava come si guarda un senzatetto: un mix di disapprovazione e simpatia. «Non si preoccupi», dissi, mentre mi sollevavo, «sono già conciata da buttar via.» «Prenda!» mi porse metà del croissant, quasi a mo' di risarcimento, «deve essere affamata.» La osservai, sorpresa dalla sua gentilezza. «Grazie.» Definire questa donna elegante sarebbe stato un grossolano eufemismo. Ogni dettaglio, nella sua persona, era intonato. Non solo il colore del rossetto con lo smalto delle unghie, ma anche gli scarabei dorati che le adornavano le scarpe, la borsetta, e pure il cappellino insolentemente appoggiato sull'immacolata capigliatura dalla tinta perfetta. Ero più che convinta - e il suo sorriso birichino me lo confermava - che questa donna avesse ogni ragione di essere soddisfatta di se stessa. Forse godeva di un enorme patrimonio - o ne aveva sposato uno - fatto sta che sembrava non avere la minima preoccupazione al mondo salvo quella di mascherare un'anima vetusta in un corpo accuratamente preservato. «Sta andando a Firenze?» si informò con forte e piacevolissimo accento. «Va a vedere le cosiddette opere d'arte?» «A Siena, per la precisione», dissi a bocca piena. «Ci sono nata. Ma da allora non ci sono più tornata.» «Fantastico!» esclamò. «Ma bizzarro! Perché non è più tornata?» «È una storia lunga.» «Me la racconti. La voglio sentire tutta.» Quando vide che esitavo, alzò una mano. «Mi scusi. Sono una ficcanaso. Mi chiamo Eva Maria Salimbeni.» «Julie... Giulietta Tolomei.» Per poco non cascò dalla sedia. «Tolomei? Si chiama Tolomei? No, non ci credo! È impossibile! Un momento... dove è seduta? Sì, sull'aereo. Mi faccia vedere...» Diede un'occhiata alla mia carta d'imbarco e poi me la strappò letteralmente di mano. «Un momento! Non si muova!» La osservai mentre si fiondava sul banco e mi domandai se questo
era un giorno come un altro nella vita di Eva Maria Salimbeni. Immaginai che stesse cercando di cambiare l'assegnazione dei posti in modo che potessimo stare vicine durante il volo e, a giudicare da come sorrideva quando fece ritorno, ne dedussi che ci era riuscita. «Et voilà!» Mi consegnò la mia nuova carta d'imbarco. Dovetti sopprimere un gridolino di giubilo quando la esaminai: naturalmente, per poter continuare la nostra conversazione, avevo dovuto essere promossa in prima classe. Una volta a bordo, Eva Maria non ci mise molto per tirarmi fuori tutta la storia. Omisi solo la mia doppia identità e il fantomatico tesoro di mia madre. «Così», disse alla fine, la testa girata verso di me, «vai a Siena... per vedere il Palio?» «Il che cosa?» La domanda la fece trasalire. «Il Palio! La corsa dei cavalli. Siena è famosa per la corsa dei cavalli del Palio. Il domestico di tua zia - quel bravo Alberto - non ti ha mai detto niente?» «Umberto», la corressi. «Sì, immagino l'abbia fatto. Ma non sapevo che avesse ancora luogo. Quando ne parlava, sembrava una cosa medioevale, le armature, i cavalieri... e tutto il resto.» «La storia del Palio», continuò Eva Maria, «risale al Medioevo più buio. Oggigiorno la corsa si svolge nel Campo davanti al municipio, e i cavalieri sono fantini di professione. Ma si dice che nei tempi antichi i cavalieri appartenessero alla nobiltà e che percorressero al galoppo la distanza dalla campagna fino davanti alla cattedrale di Siena in sella ai loro destrieri da combattimento.» «Esaltante», dissi, ancora confusa per la sua estrema gentilezza. Ma forse considerava suo dovere istruire gli stranieri sulla storia di Siena. «Sì!» esclamò Eva Maria. «È il momento più esaltante della nostra vita. Per mesi e mesi, i senesi non parlano d'altro che di cavalli, di rivali e di accordi con questo o quell'altro fantino. È quella che noi chiamiamo una dolce pazzia. Una volta che l'hai provata, non vuoi più andartene.» «Umberto dice sempre che Siena non può essere spiegata»,
commentai, di colpo desiderando che fosse vicino a me ad ascoltare quella donna affascinante. «Per capire, devi essere lì e sentire i tamburi.» Eva Maria fece un sorrisetto condiscendente, come una regina che riceva un complimento. «Ha ragione. Devi sentirlo...» si sporse verso di me e mi sfiorò il petto con la mano, «lì dentro.» Se l'avesse fatto qualcun altro, sarebbe stato un gesto del tutto inappropriato, ma Eva Maria poteva permetterselo. Mentre l'assistente di volo versava a entrambe il secondo bicchiere di champagne, la mia nuova amica mi raccontò altre cose su Siena: «Così non ti caccerai nei guai», aggiunse facendomi l'occhiolino. «I turisti si cacciano sempre nei guai. Non si rendono conto che Siena non è solo Siena, ma diciassette quartieri diversi - o contrade - tutti con il loro territorio, i loro priori e i loro stemmi.» Eva Maria toccò il mio bicchiere con il suo con fare cospiratorio. «Se hai dei dubbi, puoi sempre guardare l'angolo in alto delle case. La piccola formella di porcellana ti dirà in quale contrada ti trovi. Per esempio, la tua famiglia, i Tolomei, appartiene alla contrada della Civetta e i vostri alleati sono l'Aquila e l'Istrice e... non ricordo chi altri. Queste contrade, questi quartieri, sono per i senesi quanto di più importante nella vita. Lì vivono i tuoi amici, i tuoi conoscenti, i tuoi alleati, e anche i tuoi rivali. Tutti i giorni dell'anno.» «Così la mia contrada è la Civetta», osservai divertita ricordando che Umberto talvolta mi definiva una civetta arruffata quando ero di cattivo umore. «Qual è la sua?» Per la prima volta, da quando avevamo iniziato la nostra lunga conversazione, Eva Maria distolse lo sguardo, come afflitta dalla mia domanda. «Non ne ho una», disse sbrigativamente. «La mia famiglia venne cacciata da Siena alcune centinaia di anni fa.» Molto prima che atterrassimo a Firenze, Eva Maria aveva cominciato a insistere per darmi un passaggio a Siena. Mi spiegò che non sarebbe stato di nessun disturbo visto che era proprio di strada verso casa sua in Val d'Orda. Le dissi che mi andava benissimo
prendere l'autobus ma lei chiaramente era una persona che non credeva nei trasporti pubblici. «Dio santo!» aveva esclamato, mentre io continuavo a rifiutare la sua offerta, «perché vorresti aspettare un autobus che non arriva mai, quando puoi venire con me comodamente seduta nell'auto nuova del mio figlioccio?» Vedendo che ero sul punto di cedere, mi rivolse un sorriso accattivante prima di andare all'affondo. «Giulietta, ci rimarrei così male se non potessimo prolungare un po' la nostra interessante conversazione.» E così passammo al controllo passaporti sottobraccio mentre il funzionario indugiò non poco sulla scollatura di Eva Maria. Più tardi, mentre riempivo i numerosi moduli color pastello a denuncia dello smarrimento del mio bagaglio, Eva Maria rimase accanto a me a tamburellare il pavimento con la sua scarpetta Gucci fino a quando l'addetto non giurò solennemente che avrebbe recuperato di persona le mie due valigie, ovunque si trovassero nel mondo, per poi riconsegnarmele lui stesso - anche in piena notte - all'Hotel Chiusarelli, il cui indirizzo Eva Maria aveva vergato per intero con il rossetto prima di infilarglielo in tasca. «Vedi Giulietta», mi spiegò tirandosi dietro il minuscolo bagaglio a mano mentre uscivamo assieme dall'aeroporto, «per un cinquanta per cento è quello che vedono, l'altro cinquanta è quello che credono di vedere. Ah... !» Fece cenni frenetici di saluto a una berlina nera parcheggiata nell'area riservata ai vigili del fuoco. «Eccolo! Bella macchina, vero?» Mi diede una gomitatina strizzandomi l'occhio. «È il nuovo modello.» «Sul serio?» dissi educatamente. Le auto non mi avevano mai interessato, soprattutto perché di solito erano corredate di guidatore maschio. Di certo Janice sarebbe stata capace di comunicarmi nome e modello del veicolo in questione, e che aveva già in agenda di fare l'amore con il proprietario dello stesso in un'area di parcheggio con vista sulla costiera amalfitana. Inutile aggiungere che la sua agenda era totalmente diversa dalla mia. Non troppo offesa per la mia mancanza di entusiasmo, Eva Maria mi fece avvicinare per sussurrarmi nell'orecchio: «Non dire una parola, voglio fargli una sorpresa! Ma guarda... non è splendido?» Ridacchiava felice mentre mi pilotava nella direzione dell'uomo che
usciva dall'auto. «Ciao, Sandro!» Il tipo girò attorno alla macchina per venirci incontro. «Ciao, madrina!» Baciò Eva Maria su entrambe le guance e non sembrò importargli che lei gli passasse un artiglio affettuoso attraverso i folti capelli neri. «Bentornata.» Eva Maria aveva ragione. Non solo il suo figlioccio faceva male agli occhi tanto era bello, ma era pure vestito da schianto e, benché non fossi certo un'autorità di comportamenti femminili avevo il sospetto che non gli mancassero vittime pronte a... schiantarsi. «Alessandro. Vorrei presentarti qualcuno.» Eva Maria stava facendo fatica a controllare la sua eccitazione. «Questa è la mia nuova amica. Si chiama Giulietta Tolomei. Riesci a crederci?» Alessandro si voltò per guardarmi con occhi color rosmarino fané, occhi che avrebbero spinto Janice a ballare la rumba in mutande brandendo una spazzola a mo' di microfono per tutta la casa. «Ciao!» gli dissi, domandandomi se avrebbe baciato pure me. Ma non lo fece. Guardò invece le mie trecce, i miei calzoncini flosci, le mie infradito, prima di riuscire a confezionare un sorriso e a dire qualcosa in italiano che non capii. «Mi spiace», mormorai, «ma non...» Appena si rese conto che, oltre al mio look disastrato, non parlavo neppure italiano, il figlioccio di Eva Maria perse ogni interesse nella sottoscritta. Invece di tradurre quello che aveva detto si limitò a chiedermi: «Niente bagagli?» «Tonnellate. Ma pare che sia andato tutto a Verona.» Alcuni secondi dopo ero seduta accanto a Eva Maria nel sedile posteriore dell'auto che attraversava a velocità sostenuta gli splendori di Firenze. Non appena mi convinsi che il mutismo assorto di Alessandro era forse da imputare a una modesta conoscenza dell'inglese - ma cosa me ne importava alla fin fine? - mi sentii invadere dall'eccitazione. Non solo ero tornata nel Paese che mi aveva buttata fuori due volte, ma mi stavo facendo delle amicizie importanti. Non vedevo l'ora di chiamare Umberto e raccontargli tutto.
«Allora, Giulietta», disse Eva Maria sistemandosi comoda sul sedile, «io ci andrei cauta... a dire a troppa gente chi sei.» «Io?» Per poco non mi misi a ridere. «Ma non sono nessuno!» «Nessuno? Sei una Tolomei!» «Mi ha appena detto che i Tolomei hanno vissuto qui molto tempo fa.» «Non sottovalutare il potere degli eventi di molto tempo fa. Questo è il tragico errore dell'uomo moderno. Ti do un consiglio, in quanto cittadina del nuovo mondo: ascolta più che puoi e parla meno che puoi. Questo è il luogo dove è nata la tua anima. Credimi, Giulietta, qui ci sono persone per cui tu sei qualcuno.» Spostai lo sguardo sullo specchietto retrovisore e vidi che Alessandro mi stava fissando con gli occhi a fessura. Conoscenza dell'inglese o meno, chiaramente lui non condivideva l'interesse della madrina nei miei riguardi, ma era troppo controllato per palesarlo. E tollerava la mia presenza nell'auto fintanto che fossi rimasta umile e riconoscente. «La tua famiglia, i Tolomei», continuò Eva Maria inconsapevole delle vibrazioni negative, «era una delle famiglie più ricche e potenti della storia di Siena. Erano dei banchieri, capisci, ed erano sempre in guerra con noi, i Salimbeni, per avere il predominio della città. Nel Medioevo il conflitto si fece così estremo che si bruciarono le case a vicenda e assassinarono gli uni i figli degli altri nei loro letti.» «Erano nemici?» chiesi stupidamente. «Oh sì! Della peggior specie! Credi nel destino?» Eva Maria appoggiò la mano sulla mia e me la strinse. «Io ci credo. Le nostre due casate, i Tolomei e i Salimbeni, nutrivano un vecchio rancore, un rancore omicida... Se fossimo nel Medioevo noi due ci saremmo già saltate alla gola. Come i Montecchi e i Capuleti di Romeo e Giulietta.» Mi fissò intensamente. «L'azione si svolge nella bella Siena, dove fra due famiglie di uguale nobiltà... conosci il dramma?» Mentre io mi limitavo ad assentire, troppo sottosopra per parlare, lei mi diede un colpetto rassicurante sulla mano. «Non preoccuparti, sono certa che tu e io, con la nostra nuova amicizia, riusciremo finalmente a sotterrare quella discordia per sempre. E questa è la
ragione...» Si girò di colpo sul sedile. «Sandro! Conto su di te affinché Giulietta sia al sicuro a Siena. Mi hai sentita?» «La signorina Tolomei», rispose Alessandro continuando a fissare la strada, «non sarà mai al sicuro da nessuna parte. E con nessuno.» «Che razza di discorso è questo?» lo rimproverò Eva Maria. «È una Tolomei: è tuo dovere proteggerla.» Alessandro mi lanciò uno sguardo dallo specchietto ed ebbi l'impressione che lui capisse molte più cose di me di quante ne capissi io di lui. «Forse non vuole la nostra protezione.» Da come pronunciò queste parole, capii che mi stava sfidando e capii anche che, malgrado l'accento, la mia lingua non gli poneva dei problemi. E ciò voleva dire che aveva altre ragioni per parlare a monosillabi con me. «Grazie davvero del passaggio», dissi sfoggiando il mio sorriso più grazioso. «Ma sono sicura che Siena è del tutto sicura.» Lui accettò il complimento con un lieve cenno del capo. «Che cosa la porta qui? Affari o piacere?» «Uhm... il piacere, credo.» Eva Maria batté le mani tutta felice. «Allora dobbiamo assicurarci che tu non venga delusa! Alessandro conosce ogni segreto di Siena. Vero, caro? Ti farà vedere i posti, posti meravigliosi che non potresti mai trovare da sola. Oh, se vi divertirete!» Aprii la bocca ma non seppi cosa dire. Così la richiusi. Era piuttosto chiaro dal cipiglio di Alessandro che portarmi in giro per Siena sarebbe rimasto in fondo alla sua agenda per un bel po'. «Sandro!» insistette Eva Maria con voce più stridula. «Farai del tuo meglio affinché Giulietta si diverta, giusto?» «Non posso immaginare piacere più grande», rispose Alessandro accendendo l'autoradio. «Visto?» Eva Maria mi pizzicò la guancia arrossata. «Che ne sapeva Shakespeare? Adesso siamo amici.» Fuori, il mondo non era che una distesa di vigne con il cielo sospeso sopra come un caldo manto celeste. Quello era il luogo dove ero nata, eppure mi sentivo come un'estranea - un'intrusa - che si fosse intrufolata dalla porta di servizio per reclamare qualcosa che
non le spettava. Fu un sollievo quando finalmente arrivammo all'Hotel Chiusarelli. Eva Maria era stata più che gentile durante tutto il percorso a raccontarmi aneddoti vari sulla città, ma non è che si possa fare questo granché di conversazione dopo aver perso una notte di sonno e l'intero bagaglio in un colpo solo. Tutto ciò che possedevo era in quelle due valigie. Praticamente ci avevo stipato tutta la mia infanzia. Subito dopo il funerale me ne ero andata da casa di zia Rose in taxi, con la risata di Janice che mi rimbombava ancora nelle orecchie. C'erano vari capi di abbigliamento, libri, stupide cianfrusaglie, il tutto ora a Verona, mentre io ero a Siena con poco più di uno spazzolino da denti, mezza barretta ai cereali, e un paio di auricolari. Dopo aver parcheggiato sul marciapiede dell'hotel e avermi doverosamente aperto lo sportello dell'auto, Alessandro mi scortò fino alla reception. Chiaramente non ne aveva nessuna voglia e io chiaramente non apprezzai il gesto, ma Eva Maria ci teneva d'occhio dai sedili posteriori della berlina e a quel punto avevo capito che lei era qualcuno cui obbedire senza discutere. «Prego», disse Alessandro mentre mi teneva aperta la porta, «dopo di lei.» Non c'era nient'altro da fare che varcare l'ingresso dell'hotel. Il palazzo mi avvolse in una calma serena: l'alto soffitto era sostenuto da colonne di marmo e da qualche parte, ai piani inferiori, si sentiva gente cantare in mezzo a un frastuono di pentole e coperchi. «Buongiorno!» Un signore impeccabile in giacca, pantaloni e gilè, si erse da dietro il bancone del ricevimento. Una targhetta d'ottone informava che il suo nome era Rossini, direttor Rossini. «Benvenu... ah!» Si interruppe all'apparire di Alessandro. «Benvenuto, Capitano.» Appoggiai le mani sul bancone di marmo verde sfoderando quello che mi auguravo essere un sorriso accattivante. «Salve. Sono Giulietta Tolomei. Ho una prenotazione. Mi scusi un attimo...» mi rivolsi ad Alessandro. «Ecco fatto. Adesso sono al sicuro.» «Sono molto spiacente, signorina», mi disse il direttore, «ma non
risulta nessuna prenotazione a questo nome.» «Oh! Ero sicura... c'è qualche problema?» «Il Palio!» sospirò sconsolata. «L'albergo è al completo! Ma...» ticchettò sulla tastiera controllando il monitor, «ho un numero di carta di credito a garanzia di Julie Jacobs. Prenotazione per una persona per una settimana. In arrivo oggi dagli Stati Uniti. È per caso lei?» Guardai Alessandro di sottecchi. Ricambiò il mio sguardo con totale indifferenza. «Sì, sono io», risposi. Rossini parve sorpreso. «Lei è Julie Jacobs? E anche Giulietta Tolomei?» «Ecco... sì.» «Ma...» Il direttore si spostò un po' di lato per guardare Alessandro con aria interrogativa. «C'è un problema?» «Nessun problema», intervenne Alessandro osservandoci entrambi con quella che poteva essere solo definita una non espressione. «Signorina Jacobs, si diverta a Siena.» Il figlioccio di Eva Maria scomparve non prima di avermi ammiccato e io mi ritrovai in un silenzio imbarazzante da sola con il direttor Rossini. Soltanto dopo che ebbi compilato ogni possibile modulo che mi fu messo davanti, il direttore si concesse infine di sorridermi. «Così... lei è un'amica del Capitano Santini?» Mi girai a guardarmi dietro. «Vuol dire l'uomo che era qui poco fa? No, non siamo amici. Si chiama così? Santini?» Il direttore dovette pensare che fossi dura di comprendonio. «Si chiama Capitano Santini. È, come si dice, a capo della Sicurezza del Monte dei Paschi. A Palazzo Salimbeni.» Dovetti sembrargli scioccata perché Rossini si affrettò a rassicurarmi. «Non si preoccupi, a Siena non ci sono criminali. È una città molto tranquilla. Una volta c'è stato un criminale...» sogghignò mentre chiamava il facchino con il campanello, «ma l'abbiamo sistemato per le feste.» Per ore non avevo pensato ad altro che a buttarmi sul letto. Ma adesso che finalmente potevo farlo, invece di rilassarmi, mi ritrovai
ad andare avanti e indietro per la camera, rodendomi al pensiero che Alessandro Santini decidesse di fare una ricerca con il mio nome e scoprisse il mio oscuro passato. L'ultima cosa di cui avevo bisogno in questo momento era che qualcuno a Siena mettesse le mani sul vecchio fascicolo intestato a Julie Jacobs, venisse a conoscenza della mia disavventura romana e ponesse inopportunamente fine alla mia caccia al tesoro. Più tardi, quando chiamai Umberto per dirgli che ero arrivata sana e salva, qualcosa nella mia voce lo mise in allarme perché capì subito che le cose non giravano per il verso giusto. «Oh, non è niente», dissi. «Solo un manichino vestito Armani che ha scoperto che ho due nomi.» «Ma è italiano», fu la giusta risposta di Umberto, «non gli importa se infrangi un pochino la legge, purché tu indossi delle magnifiche scarpe. Hai delle magnifiche scarpe? Hai le scarpe che ti ho regalato...? Principessa?» Abbassai lo sguardo verso le infradito. «Sono spacciata.» Quella notte non mi ero ancora trascinata nel letto che già mi trovavo catapultata in un sogno ricorrente che era stato parte della mia vita dall'infanzia. Nel sogno avanzavo all'interno di uno splendido castello con pavimenti di mosaico e soffitti a volta, e aprivo una porta dorata dopo l'altra domandandomi dove fossero gli abitanti. La poca luce proveniva dai vetri colorati di una stretta finestrella molto in alto sopra la mia testa, e i raggi variopinti facevano ben poco per illuminare gli angoli bui attorno a me. Mentre procedevo negli ampi saloni, mi sentivo come un bambino smarrito in un bosco, e mi angosciava percepire la presenza di altri senza poterli vedere. Se restavo immobile, potevo sentirli sussurrare e fluttuare attorno a me come fantasmi. Ma se davvero si trattava di presenze impalpabili, erano anch'esse intrappolate, come me, alla ricerca di una via d'uscita. Solo quando al liceo lessi il dramma scoprii che quello che gli spettri stavano sussurrando erano frammenti dal Romeo e Giulietta di Shakespeare. Ma non recitavano come fanno gli attori sul
palcoscenico, piuttosto farfugliavano in maniera sconnessa, come fossero parole di un incantesimo. O di una maledizione.
Capitolo 3 Fra tre ore la bella Giulietta si sveglierà. Ci vollero le campane della basilica dall'altra parte della piazza a svegliarmi. Due minuti più tardi Rossini bussava alla porta della mia camera come se sapesse che non avrei potuto continuare a dormire in mezzo a quel baccano. «Mi scusi!» Senza aspettare il mio permesso, trascinò una grossa valigia nella stanza e la piazzò sopra a uno sgabello vuoto. «Questa è arrivata ieri sera.» «Un momento!» Lasciai la maniglia della porta annodandomi l'accappatoio dell'hotel il più stretto possibile. «Quella non è la mia valigia.» «Lo so.» Estrasse un foulard dal taschino per detergersi il sudore dalla fronte. «La manda la contessa Salimbeni. Ecco, c'è un biglietto per lei.» Presi il biglietto. «Che cos'è esattamente una contessa?» «Di regola», dichiarò Rossini con una certa dignità, «non porto i bagagli. Ma visto che si trattava della contessa Salimbeni...» «Mi sta prestando i suoi vestiti?» Stavo leggendo incredula la breve nota scritta a mano da Eva Maria. «Anche le scarpe?» «Fino a quando non arrivano i suoi bagagli. Adesso sono a Frittoli.» In una calligrafia squisita, Eva Maria mi avvertiva che i suoi vestiti avrebbero anche potuto non andarmi a pennello. Ma, concludeva, sempre meglio che andare in giro nuda. Mentre esaminavo gli articoli della valigia uno dopo l'altro, fui felice che Janice non potesse vedermi. La casa dove eravamo cresciute non era abbastanza grande per due appassionate di moda e così - con immenso dispiacere di Umberto - avevo preso una strada che più diversa non si poteva. A scuola Janice riceveva i complimenti
di amiche le cui vite erano costellate dai nomi degli stilisti, mentre tutta l'ammirazione che ottenevo io arrivava da parte di ragazze che erano andate a frugare nei negozi di seconda mano ma che non avevano avuto l'illuminazione di comperare quello che comperavo io, né il coraggio di osare i miei abbinamenti. Non è che non mi piacessero i vestiti eleganti, semplicemente non volevo dare a Janice la soddisfazione di farle credere che me ne importasse. Perché qualsiasi cosa io avessi indossato, lei sarebbe sempre stata un passo avanti. Al termine dell'università, ero diventata come apparivo: un fiore di tarassaco in una serra. Caruccia, ma pur sempre una pianta infestante. Dopo aver messo le nostre foto di laurea l'una accanto all'altra sul pianoforte a coda, zia Rose aveva sorriso tristemente e osservato che, di tutte le materie che avevo studiato, pareva che i voti più alti li avessi presi nel corso anti-Janice. In altre parole i vestiti firmati di Eva Maria non corrispondevano affatto al mio stile. Ma cosa avrei potuto fare? Come conseguenza della conversazione telefonica avuta con Umberto la sera precedente, avevo deciso di lasciare le infradito a riposo e stare più attenta a fare bella figura. Dopotutto, volevo a tutti i costi evitare che Francesco Maconi, il consulente finanziario di mia madre, pensasse che fossi una poco di buono. Così provai gli indumenti di Eva Maria l'uno dopo l'altro, ammirandomi nello specchio del guardaroba, fino a quando trovai la mise meno vistosa - una gonna malandrina con giacchino rosso pompiere a grandi bolli neri - che dava l'idea fossi appena scesa da una Jaguar con un set di valigie in tinta e un cagnolino di nome Bijoux. Ma, soprattutto, davo l'idea che eredità nascoste e consulenti finanziari me li mangiassi a colazione. E poi avevo le scarpe intonate. Per arrivare a Palazzo Tolomei, mi spiegò il direttore, dovevo scegliere se risalire per via del Paradiso o scendere per via della Sapienza. Entrambe erano chiuse al traffico - come quasi tutte le strade del centro storico - ma Sapienza, mi aveva avvertita, era un filino più complicata mentre Paradiso, tutto considerato, era
probabilmente il percorso più sicuro. Mentre percorrevo via della Sapienza, le facciate delle antiche dimore incombevano su di me da tutti i lati e mi trovai presto intrappolata in un labirinto dove il tempo sembrava essersi fermato secoli prima. Sopra di me, la striscia azzurra del cielo era intersecata da stendardi i cui vivaci colori risaltavano tra i mattoni medioevali. A parte questo - e l'occasionale paio di jeans appeso ad asciugare non c'era quasi nulla che denunciasse che eravamo entrati nell'era moderna. Il mondo era andato avanti, ma Siena non se ne curava. Rossini mi aveva detto che per i senesi l'età d'oro era stata il Tardo Medioevo e, lungo il cammino, potevo vedere quanto avesse ragione. La città era avvinghiata alla propria anima medioevale con ostinato disinteresse per le attrattive del progresso. Qua e là vi erano tracce di Rinascimento ma, tutto considerato, come aveva commentato con disdegno il direttore dell'hotel, Siena era stata troppo saggia per lasciarsi sedurre dal fascino dei playboy della storia, i cosiddetti Maestri, che avevano trasformato le case in tante torte nuziali. La cosa più affascinante di Siena era quindi la sua integrità. Anche ora, in un mondo tutto volto all'apparire, Siena era ancora Saena Vetus Civitas Virginis cioè Siena vecchia, città della Vergine. E questo era sufficiente, aveva concluso Rossini appoggiando le mani aperte sul bancone di marmo verde, per renderla l'unica località al mondo in cui valesse la pena vivere. «Allora, dove ha vissuto oltre a Siena?» gli avevo chiesto, ingenuamente. «Sono stato a Roma due giorni», aveva risposto compunto. «Perché stare di più? Se dai un morso a una mela marcia, continui forse a mangiare?» Dopo l'iniziale immersione in quei vicoli silenziosi, alla fine emersi su una strada brulicante di pedoni. Secondo le indicazioni era Banchi di Sopra e Rossini mi aveva spiegato che era famosa a causa delle numerose banche usate dai forestieri che arrivavano in centro percorrendo la vecchia via Francigena. Attraverso i secoli milioni di
persone erano passate da Siena e numerosi tesori e valute stranieri avevano cambiato di proprietario. Il flusso incessante dei turisti moderni, in altre parole, non era che il proseguimento di una vecchia e redditizia tradizione. Era così che la mia famiglia, i Tolomei, mi aveva comunicato Rossini, era diventata ricca e così che i loro rivali, i Salimbeni, erano diventati anche più ricchi. Avevano fatto i commercianti e i banchieri e questa strada - la più importante della città - era fiancheggiata dai loro palazzi fortificati, dotati ciascuno di torri altissime che avevano continuato a crescere e a crescere fino a quando si erano schiantate al suolo. Mentre sorpassavo Palazzo Salimbeni, cercai invano i resti della vecchia torre. Si trattava ancora di un fabbricato impressionante con un vampiresco portone principale, ma non c'erano più tracce dell'antica fortezza. Da qualche parte, all'interno di quell'edificio, pensai mentre allungavo il passo tirandomi su il bavero, ci dovevano essere gli uffici del figlioccio di Eva Maria. Sperai che giusto in quel momento non fosse intento a spulciare gli archivi criminali alla ricerca del terribile segreto di Julie Jacobs. Più avanti, ma non di molto, ecco che si ergeva Palazzo Tolomei, l'antica e raffinata dimora dei miei antenati. Mentre ne ammiravo la splendida facciata medioevale, mi sentii di colpo orgogliosa di essere collegata alle persone che vi avevano un tempo abitato. Da quello che potevo vedere, non era cambiato molto dal quattordicesimo secolo: la sola cosa che lasciava trapelare che i potenti Tolomei avevano sbaraccato, e una moderna banca si era installata al loro posto, erano i variopinti cartelloni pubblicitari appesi ai finestroni infossati e protetti da sbarre di ferro. L'interno del palazzo non era meno austero dell'esterno. Con tutta la galanteria che gli permetteva la semiautomatica appesa al braccio, una guardia di sicurezza mi venne incontro ad aprirmi la porta. Ero troppo occupata a guardarmi intorno per farmi impressionare dalla sua gentilezza in divisa. Sei giganteschi pilastri di mattoni rossi sorreggevano il soffitto, altissimo se rapportato alla gente sotto. Benché ci fossero sportelli e sedie, e persone che si muovevano sul vastissimo pavimento di pietra, tutto questo
prendeva così poco spazio che le candide teste di leone sporgenti dagli antichi muri sembravano del tutto ignare della presenza di umani. «Sì?» L'impiegata mi scrutò da sopra la montatura all'ultimo grido di occhiali talmente sottili da non poter riflettere che una realtà assai approssimativa. Per rispetto della privacy, mi sporsi un poco in avanti. «Sarebbe possibile parlare con il signor Francesco Maconi?» L'impiegata riuscì malgrado tutto a mettermi a fuoco attraverso le lenti, ma non sembrò convinta di quello che vedeva. «Non c'è nessun signor Francesco qui», rispose con decisione. «Nessun Francesco Maconi?» A questo punto, l'impiegata ritenne necessario togliersi gli occhiali, ripiegarli con attenzione sul bancone, e rivolgermi quel sorriso incredibilmente soave con cui la gente ti fissa prima di piantarti una siringa nel collo. «No.» «Ma so che lavorava qui...» Non proseguii oltre perché una collega della donna alloggiata nello sportello accanto si inserì nella conversazione sussurrando qualcosa in italiano. Dapprima, la mia malmostosa impiegata disdegnò l'altra con una furente scrollata di testa, ma dopo un po' si mise a riflettere. «Mi scusi», disse alla fine, protendendosi verso di me per avere la mia attenzione, «lei intende il presidente, il dottor Maconi?» Avvertii un soprassalto di gioia. «Lavorava qui vent'anni fa?» Alla tipa venne un colpo. «Il dottor Maconi è sempre stato qui!» «E sarebbe possibile parlargli?» Le feci un bel sorriso benché non se lo meritasse. «E' un vecchio amico di mia madre, Diane Tolomei. Io sono Giulietta Tolomei.» Entrambe le donne mi fissarono come se un fantasma si fosse materializzato davanti a loro. Senza aggiungere altro, l'impiegata che mi aveva bistrattata, si riposizionò goffamente gli occhiali sul naso, prese il telefono e conversò brevemente con tono umile e sottomesso. Poi rimise giù sussiegosa il ricevitore e mi rivolse qualcosa di simile a un sorriso. «La vedrà subito dopo pranzo, alle
quindici.» Il mio primo pasto da che ero arrivata a Siena lo consumai in una pizzeria chiamata Cavallino Bianco. Mentre ero lì che facevo finta di leggere il dizionario di italiano appena acquistato, cominciai a rendermi conto che mi ci sarebbe voluto più di un vestito a prestito e di un po' di fraseologia per confondermi con i nativi. Sbirciando i sorrisi e l'esuberante gestualità delle donne intente a scherzare con il bel cameriere, Giulio, ebbi come il sospetto che possedessero qualcosa che io non avrei mai avuto, un'abilità difficile da definire, ma che doveva essere un elemento determinante per quel loro stato di grazia. Continuando la mia passeggiata, e sentendomi più impacciata e fuori posto che mai, ordinai un espresso al banco del bar Quattro Cantoni in piazza Postierla e chiesi alla formosa barista se poteva consigliarmi un negozio di abiti a prezzi ragionevoli nelle vicinanze. Dopotutto, la valigia di Eva Maria non conteneva - per fortuna indumenti intimi. Ignorando completamente gli altri clienti la barista mi esaminò con scetticismo e disse: «Vuoi tutto nuovo, no? Pettinatura nuova, vestiti nuovi?» «Ecco...» «Non preoccuparti, mio cugino è il miglior parrucchiere di Siena, forse del mondo. Ti farà una bellezza. Vieni!» Dopo avermi preso per il braccio e insistito che la chiamassi Malèna, la barista mi scortò da suo cugino Luigi, anche se, data l'ora di punta, nel locale c'era un pienone e i clienti le urlavano dietro esasperati mentre si allontanava. Si limitò a fare spallucce ridacchiando, anche perché sapeva benissimo che li avrebbe ritrovati a struggersi per lei quando fosse tornata, forse addirittura di più, adesso che avevano assaggiato la sua assenza. Quando entrammo nel salone, Luigi stava ramazzando capelli dall'impiantito. Aveva più o meno la mia età, ma lo sguardo penetrante di un Michelangelo. Tuttavia, quando rivolse quello sguardo nella mia direzione, non parve affatto impressionato. «Ciao, caro», disse Malèna dandogli due beccatine senza contatto
su entrambe le guance, «questa è Giulietta. Ha bisogno di una rimessa a nuovo totale.» «A dire la verità solo le punte», mi intromisi. «Due, tre centimetri.» Si rivelò necessaria una lunga e accesa discussione in italiano - che fui più che felice di non capire - prima che Malèna riuscisse a persuadere Luigi a farsi carico del mio caso disperato. Ma una volta deciso per il sì, lui prese la sfida assai seriamente. Subito dopo che Malèna se ne fu andata, mi fece sedere su una poltrona e si mise a studiare il mio riflesso nello specchio da ogni angolo possibile. Poi mi tolse gli elastici dalle trecce e li scagliò nei rifiuti con un'espressione di disgusto. «Bene...» commentò soddisfatto del risultato, molto tempo dopo, mentre mi dava un'ultima pettinata e mi guardava di nuovo allo specchio con un'espressione un filino meno critica. «Mica male, vero?» Quando, due ore più tardi, tornai verso Palazzo Tolomei, avevo aggravato il mio debito ulteriormente, ma ne era valsa la pena, fino all'ultimo dannato centesimo, che non avevo. Il tailleur rosso e nero di Eva Maria giaceva ora piegato con cura sul fondo di un sacchetto, con sopra le scarpe abbinate, e io indossavo uno dei cinque nuovi capi, tutti approvati da Luigi e da suo zio Paolo, acquistati nel negozio di abbigliamento dietro l'angolo. Lo zio Paolo - che non parlava una parola d'inglese ma che sapeva tutto quello che c'era da sapere in fatto di moda - mi aveva accordato uno sconto del trenta per cento sulla spesa totale a condizione di non indossare mai più il mio costume da coccinella. All'inizio avevo protestato, spiegando che i miei bagagli sarebbero arrivati da un momento all'altro, ma alla fine la tentazione era stata troppo grande! E poi cosa importava se le mie valigie fossero già state consegnate in hotel? Non contenevano comunque nulla che potessi indossare a Siena, forse con l'eccezione delle scarpe che Umberto mi aveva regalato per Natale e che io non avevo neppure provato. Appena uscita dal negozio presi a rimirarmi in ogni vetrina che
incontravo. Perché non l'avevo fatto prima? Dal liceo in poi avevo cominciato a tagliarmi i capelli da sola - giusto le punte - con un paio di forbici da cucina, più o meno ogni due anni. Ci impiegavo circa cinque minuti e, a dirla tutta, pensavo, chi poteva vedere la differenza? Però adesso la differenza la vedevo eccome. Luigi era riuscito, non so in quale modo, a dare vita ai miei poveri capelli che, ringalluzziti per la conquistata libertà, svolazzavano nella brezza e mi incorniciavano il viso come se fosse meritevole di essere incorniciato. Da bambina zia Rose mi portava dal parrucchiere del paese quando ne aveva bisogno anche lei. Ma era stata abbastanza saggia da non portare mai me e Janice allo stesso tempo. Solo una volta ci era capitato di trovarci sedute l'una accanto all'altra sulle poltrone del salone e, mentre eravamo lì a farci le boccacce a vicenda, il vecchio parrucchiere aveva sollevato i nostri codini e aveva esclamato: «Guardate! Una ha i capelli da pecorella e l'altra da principessa». Zia Rose non aveva fatto commenti. Era rimasta seduta in silenzio nell'attesa che avessimo finito. Appena terminato, aveva pagato e lo aveva ringraziato con quel suo tono di voce stringato di certe occasioni. Poi ci aveva trascinato fuori dalla porta come fossimo state noi, non lui, a comportarci male. Da quel giorno Janice non aveva perso occasione di prendermi in giro per i miei capelli da bella pecorella. Per poco non mi misi a piangere, al solo ricordo. Eccomi qua, tutta in ghingheri, mentre zia Rose era in un posto da cui non avrebbe più potuto accorgersi che alla fine ero uscita dal mio bozzolo di macramè. Sarebbe stata talmente felice di vedermi così almeno una volta - ma io ero stata troppo occupata a non farmi vedere da Janice. Il presidente Maconi si rivelò essere un cordiale sessantenne incravattato e vestito sobriamente. Portava i lunghi e radi capelli pettinati da un lato all'altro del cranio, sulla cui sommità erano stati sparpagliati con successo. Di conseguenza, teneva un portamento dignitosamente rigido, ma il calore genuino del suo sguardo spegneva ogni senso di ridicolo.
«Signorina Tolomei?» Apparve dal fondo della banca per stringermi la mano con foga come se fossimo vecchi amici. «Questa è una gioia inaspettata.» Mentre salivamo insieme le scale, il presidente continuò a scusarsi in un inglese impeccabile per i muri cadenti e il pavimento dissestato. Anche il più moderno intervento sugli interni, mi spiegò con un sorriso, sarebbe stato vano con un edificio che aveva quasi ottocento anni. Dopo una giornata di intoppi filologici fu un vero sollievo per me incontrare finalmente qualcuno fluente nella mia lingua. Un lieve accento britannico stava a indicare che il dottor Maconi doveva aver vissuto per un po' in Inghilterra - forse aveva studiato là - il che spiegava perché mia madre l'avesse scelto come consulente finanziario. Il suo ufficio era all'ultimo piano: dalle finestre a bifora si godeva una vista perfetta della chiesa di San Cristoforo e di molti altri splendidi palazzi nel vicinato. Mentre avanzavo, tuttavia, per poco feci un capitombolo su un secchio di plastica posto nel mezzo di un grande tappeto persiano. Dopo essersi assicurato che ero illesa, il presidente riposizionò il secchio nello stesso identico punto. «C'è una perdita dal tetto», mi spiegò alzando lo sguardo verso l'intonaco in frantumi del soffitto, «ma non riusciamo a trovarla. È molto strano, l'acqua continua a gocciolare anche quando non piove.» Si strinse nelle spalle e mi fece cenno di accomodarmi su una delle due sedie di mogano finemente cesellate di fronte alla scrivania. «Il presidente precedente era solito dire che il palazzo stava piangendo. Conosceva suo padre, per inciso.» Mentre si sedeva dietro la scrivania sprofondando nella poltrona di cuoio, il dottor Maconi giunse la punta delle dita e mi chiese: «Allora, signorina Tolomei, come posso aiutarla?» Non so perché, ma la domanda mi colse di sorpresa. Mi ero così concentrata su come arrivare fin lì che avevo dato scarso peso al passo successivo. Ero certa che Francesco Maconi sapesse benissimo che mi ero fatta avanti per il tesoro di mia madre e che anzi avesse aspettato con ansia tutti questi anni per poterlo finalmente consegnare al legittimo proprietario.
Ma il Maconi che avevo davanti non mi sembrò tanto disponibile. Cominciai con lo spiegare perché fossi venuta mentre lui mi ascoltava in silenzio, assentendo di tanto in tanto con il capo. Quando ebbi finito di parlare, lui mi guardò pensoso, senza tradire alcun tipo di reazione. «E così mi domandavo», proseguii, rendendomi conto che avevo omesso il punto più importante, «se mi può consegnare la cassetta di sicurezza.» Estrassi la chiave dalla borsetta e la deposi sulla scrivania ma lui non la degnò che di uno sguardo fugace. Dopo un momento di silenzio imbarazzante, si alzò e si diresse verso la finestra a osservare corrucciato, e con le mani dietro la schiena, i tetti di Siena. «Sua madre», disse dopo un po', «era una donna saggia. E quando Dio chiama a sé i saggi, lascia che la loro saggezza rimanga sulla Terra, per noi. Il loro spirito continua a vivere, volano attorno a noi in silenzio, come civette, con occhi che vedono nella notte mentre lei e io vediamo solo il buio.» Si arrestò per verificare un pannello impiombato che stava staccandosi. «Da un certo punto di vista, la civetta sarebbe il simbolo giusto per tutta Siena, non solo per la nostra contrada.» «Perché... tutti i senesi sono saggi?» mi azzardai, non del tutto sicura di dove volesse arrivare. «Perché la civetta ha un'antenata remota. Per i greci, era la dea Atena. Una vergine, ma anche una guerriera. I romani la chiamavano Minerva. Ai tempi dei romani, qua a Siena c'era un tempio dedicato a lei. Questa è la ragione per cui siamo sempre stati inclini ad amare la Vergine Maria, fin dai tempi antichi, prima della nascita di Cristo. Per noi lei è sempre stata qui.» «Dottor Maconi...» «Signorina Tolomei.» Alla fine si voltò guardandomi in viso. «Sto cercando di capire che cosa sua madre avrebbe voluto che facessi. Lei mi sta chiedendo di consegnarle qualcosa che le causò un enorme dolore. Sua madre davvero vorrebbe che l'abbia lei?» Sorrise fugacemente. «Ma non è una decisione mia, giusto? L'ha lasciato qua - non se n'è liberata - e quindi deve aver voluto che lo consegnassi a
lei, o a qualcuno. La domanda è: lei è sicura di volerlo?» Dopo aver convocato il custode di chiavi in seconda, il cupo signor Virgilio, il presidente scese con me da una scala secondaria una spirale di vecchi gradini di pietra che dovevano essere stati lì da sempre - che conduceva ai sotterranei più profondi della banca. Fu quella la prima volta che mi resi conto che sotto Siena c'era un mondo a parte: un mondo di grotte e di ombre in contrasto stridente con la luce di quello in superficie. «Benvenuta nei Bottini», disse il dottor Maconi mentre procedevamo attraverso uno stretto passaggio cavernoso, «questo è il vecchio acquedotto sotterraneo che fu costruito mille anni fa per fornire acqua alla città di Siena. È arenaria e, pur con gli attrezzi rudimentali di allora, gli ingegneri senesi furono in grado di scavare tutta una rete di tunnel che portava acqua potabile alle fontane pubbliche e anche in alcune cantine di dimore private. Ora naturalmente non è più in uso.» «Ma la gente viene quaggiù lo stesso?» domandai, sfiorando con la mano il ruvido muro di arenaria. «Oh, no!» Il presidente sembrò divertito dalla mia ingenuità. «Questo è un posto pericoloso. Ci si può perdere facilmente. Nessuno conosce tutti i Bottini. Ci sono storie, un sacco di storie, di tunnel segreti che conducono di qua e di là, ma non vogliamo persone in giro a esplorare. Vede, l'arenaria è porosa. Si sbriciola. E sopra ci sta tutta Siena.» Ritrassi la mano. «Ma questo muro... è rinforzato?» Maconi apparve un poco interdetto. «No.» «Ma è una banca. Mi sembra... pericoloso.» «Una volta», rispose accigliandosi, «alcuni tentarono di fare un colpo. Avevano scavato un tunnel. Ci avevano impiegato dei mesi.» «Com'è andata a finire?» Il presidente mi indicò una videocamera di sorveglianza alloggiata in un angolo buio. «Quando partì l'allarme scapparono attraverso il tunnel, ma
almeno non riuscirono a portare via nulla.» «Chi erano?» chiesi. «L'ha mai saputo?» «Criminali. Non sono più tornati.» Quando finalmente arrivammo, sia il dottor Maconi sia il signor Virgilio dovettero far passare le loro chiavi magnetiche da un lettore per poter aprire la massiccia porta della camera blindata. «Visto?» Maconi era orgoglioso del marchingegno. «Neppure il presidente può aprire il caveau da solo. Come si suol dire, il potere assoluto corrompe in modo assoluto.» All'interno della camera, le cassette di sicurezza coprivano completamente i muri, dal pavimento al soffitto. Per la maggior parte erano piccole, ma alcune erano grandi abbastanza da fungere da deposito bagagli in un aeroporto. La cassetta di mia madre risultò essere una via di mezzo e, appena Maconi mi ebbe aiutata a inserire la chiave, fui educatamente lasciata sola. Quando, alcuni secondi più tardi, udii lo sfrigolio di due fiammiferi, capii che lui e Virgilio avevano approfittato della pausa per farsi una sigaretta nel corridoio esterno. Dal momento in cui avevo letto la lettera di zia Rose, mi ero fatta un sacco di idee diverse sulla natura del tesoro di mia madre, e avevo fatto del mio meglio per tenere sotto controllo le mie aspettative in modo da non rimanere delusa. Tuttavia, nelle mie fantasie più sfrenate, mi vedevo davanti, chiuso a chiave e pieno di promesse, uno splendido cofanetto d'oro massiccio non dissimile dai forzieri del tesoro che nelle isole deserte i pirati dissotterrano. Mia madre mi aveva lasciato proprio una cosa così. Si trattava di un cofanetto di legno con fregi dorati e, ancorché non fosse propriamente chiuso a chiave - non c'era nessun lucchetto - la ruggine che bloccava il fermaglio ne impediva l'apertura consentendomi solo di scuoterlo piano per determinarne i contenuti. Era delle dimensioni di un tostapane, ma sorprendentemente leggero, il che escludeva da subito la possibilità che contenesse oro o gioielli. Ma, in fin dei conti, le ricchezze si palesano in fogge diverse e chi ero io per disdegnare della cartamoneta a due zeri? Mentre ci salutavamo, il presidente insistette per chiamarmi un
taxi. Gli risposi che non ne avevo bisogno dato che il cofanetto stava benissimo in una delle mie borse dello shopping, e che il Chiusarelli dopotutto era nelle vicinanze. «Farei attenzione», insistette, «ad andare in giro con quella roba. Sua madre era sempre cauta.» «Ma chi sa che sono qui? E che ce l'ho con me?» «I Salimbeni...» Lo guardai fisso, indecisa se stesse parlando sul serio. «Non mi dica che il vecchio conflitto fra le nostre famiglie sta ancora andando avanti!» Maconi distolse lo sguardo, chiaramente a disagio. «Un Salimbeni sarà sempre un Salimbeni.» Mentre mi allontanavo da Palazzo Tolomei, non feci che ripetermi quella frase, domandandomi che cosa significasse veramente. Alla fine giunsi alla conclusione che non c'era altro da aspettarsi da un posto del genere. A giudicare da quello che Eva Maria mi aveva raccontato sull'accesa rivalità ancora esistente nel Palio moderno, le vecchie schermaglie intrafamigliari del Medioevo continuavano in epoca moderna, anche se le armi erano cambiate. Conscia del mio retaggio Tolomei, quando raggiunsi Palazzo Salimbeni misi un pizzico di baldanza all'andatura giusto per avvertire Alessandro - nel caso stesse guardando dalla finestra in quel preciso momento - che in città era arrivato un nuovo sceriffo. E fu proprio allora, mentre giravo la testa all'indietro per vedere se ero stata chiara, che mi accorsi di un uomo che mi seguiva. Era qualcuno fuori contesto. La strada era piena di turisti rumorosi, di madri con le carrozzine, e di uomini d'affari che parlavano ad alta voce al cellulare con interlocutori invisibili. Quest'uomo, invece, indossava una tuta sdrucita e un paio di occhiali a specchio che non riuscivano a celare che stava fissando proprio le mie borse. O lo stavo solo immaginando? Forse le ultime parole di Maconi mi avevano resa nervosa? Feci una pausa davanti a una vetrina, nella speranza che il tipo mi sorpassasse e continuasse per la sua strada. Ma non lo fece. Appena mi arrestai, si fermò anche lui, con il pretesto di guardare un manifesto sul muro.
Per la prima volta nella mia vita, sentii «i morsicotti della paura», come li chiamava Janice e, inspirando profondamente, passai in rassegna le opzioni. Ma in verità c'era una sola cosa da fare. Se avessi continuato a camminare, con ogni probabilità mi avrebbe raggiunta per strapparmi le borse di mano o, peggio, mi avrebbe seguita per vedere dove stavo e farmi visita più tardi. Fischiettando, spinsi la porta del negozio e, non appena dentro, mi precipitai verso il commesso e gli chiesi se potevo uscire dal retro. Senza quasi alzare lo sguardo dalla sua rivista di motociclismo, mi indicò una porta all'altra estremità del locale. Dieci secondi dopo mi catapultavo in una stradina secondaria e quasi scaraventai giù una fila di Vespe parcheggiate l'una accanto all'altra. Non avevo la più pallida idea di dove mi trovassi, ma non importava. La cosa essenziale era che avevo ancora tutte le mie borse. Il taxi mi depositò all'entrata dell'hotel, e io sarei stata felice di pagare qualunque tariffa per la corsa. Ma quando diedi una mancia esagerata al conducente, lui fece di no con la testa e mi restituì il grosso della somma. «Signorina Tolomei!» Il direttore mi venne incontro tutto allarmato nell'attimo in cui entrai. «Dov'è stata? Il capitano Santini è appena passato. In divisa! Cosa succede?» «Oh!» arrangiai un sorriso. «Che volesse offrirmi un caffè?» Rossini mi guardò con grande disapprovazione. «Non penso che il capitano fosse qui con intenzioni galanti, signorina Tolomei. Le suggerisco caldamente di chiamarlo. Ecco...» Mi porse un biglietto da visita come fosse un'ostia consacrata. «Questo è il numero di telefono, sta scritto dietro, vede? Suggerisco...» Rossini dovette alzare la voce mentre lo aggiravo per raggiungere le scale, «...che lei gli telefoni immediatamente!» Mi ci volle circa un'ora - e numerosi viaggi alla reception dell'albergo - per aprire il cofanetto di mia madre. Dopo averci provato con tutti gli utensili a disposizione - la chiave della camera, lo spazzolino da denti e il ricevitore del telefono - dovetti correre a
pianterreno per chiedere in prestito delle pinzette, un tagliaunghie, un ago e alla fine un cacciavite, sempre più consapevole della crescente ostilità di Rossini ogni volta che mi vedeva. L'impresa tuttavia non fu aprire il fermaglio arrugginito, ma riuscire a sbloccare il meccanismo di chiusura, cosa che mi portò via un sacco di tempo anche perché il cacciavite che avevo recuperato era troppo piccolo. Ma avevo paura che Rossini sarebbe esploso se fossi apparsa ancora alla reception. Dopo quella faticaccia, le mie speranze e aspettative riguardo il contenuto del cofanetto erano salite alle stelle e, appena fui in grado di sollevare il coperchio, facevo fatica a respirare per l'eccitazione. Visto che era così leggero, mi ero convinta che dovesse contenere un oggetto molto fragile e di grande valore. Quando finalmente guardai dentro, mi resi conto dell'errore. Non c'era niente di fragile. Anzi, non c'era quasi null'altro che carta. E pure carta di poco conto. Niente banconote o azioni o atti legali o polizze, ma lettere nelle loro buste e numerosi fogli dattilografati, tenuti insieme da graffette o arrotolati a tubo con elastici sbrindellati. Gli unici veri oggetti erano un taccuino pieno di schizzi e annotazioni, un'edizione economica del Romeo e Giulietta di Shakespeare, e un vecchio crocefisso su una catena d'argento. Ispezionai il crocefisso a lungo per capire se fosse antico e avesse un qualche pregio. Ma ero scettica. Anche se si trattava di un gioiello d'antiquariato, era pur sempre d'argento e, da quanto potevo capirne io, non aveva nulla di speciale. Idem per il tascabile di Romeo e Giulietta. Feci scorrere le pagine diverse volte per determinarne il valore, ma non c'era niente nel libretto che mi sembrasse incoraggiante, neppure una singola nota a matita. Il taccuino invece conteneva alcuni disegni interessanti che, con un po' di buona volontà, potevano essere interpretati come un abbozzo di caccia al tesoro. O forse erano solo schizzi fatti durante visite ai musei. Su una scultura in particolare si era concentrata mia madre ammesso si trattasse di un suo taccuino e di suoi disegni - e guardandola ne capivo la ragione. Rappresentava un uomo e una donna: l'uomo era inginocchiato e reggeva la donna tra le braccia.
Se gli occhi della donna non fossero stati spalancati, avrei pensato che dormisse o fosse addirittura morta. C'erano almeno una ventina di disegni diversi della stessa scultura, ma molti di essi raffiguravano solo dettagli come un particolare del viso e, in tutta onestà, nessuno di loro era in grado di illuminarmi sul perché, tanto per cominciare, mia madre fosse stata così ossessionata dal soggetto in questione. In fondo al cofanetto c'erano anche sedici lettere private. Cinque erano di zia Rose: tutte pregavano mia madre di lasciar perdere con le sue «sciocche idee» e di tornare a casa. Anche altre quattro erano della zia, ma erano state spedite più tardi e mia madre non le aveva mai aperte. Le rimanenti erano in italiano, spedite a mia madre da persone che non conoscevo. A questo punto nel cofanetto non era rimasto nient'altro che i testi scritti a macchina. Alcuni erano spiegazzati e sbiaditi, altri più recenti e nitidi. Erano tutti in inglese eccetto uno, in italiano. Nessuno sembrava in originale, erano tutte traduzioni - a parte l'italiano - che avevano dovuto essere state scritte a macchina nel corso degli ultimi cento anni o giù di lì. Mentre osservavo la pila, si fece lentamente strada in me il pensiero che c'era una logica in quell'apparente caos e, una volta stabilito ciò, mi affrettai a sistemare i testi sul letto in una sorta di ordine cronologico. DIARIO DI MASTRO AMBROGIO (1340) LETTERE DI GIULIETTA A GIANNOZZA (1340) LE CONFESSIONI DI FRATE LORENZO (1340) LA MALEDIZIONE SUL MURO (1370) LA
TRENTATREESIMA SALERNITANO (1476)
NOVELLA
DI
MASUCCIO
GIULIETTA E ROMEO DI LUIGI DA PORTO (1530) GIULIETTA E ROMEO DI MATTEO BANDELLO (1554) ROMEUS AND JULIET DI ARTHUR BROOKE (1562) ROMEO E GIULIETTA DI WILLIAM SHAKESPEARE (1597) ALBERO GENEALOGICO DI GIULIETTA E GIANNOZZA
A ogni modo, una volta che ebbi tutti i testi sotto gli occhi, mi ci volle ancora un po' per venire a capo della raccolta. I primi quattro del quattordicesimo secolo - erano misteriosi e spesso frammentari, mentre gli altri erano più chiari. E, soprattutto, i testi più recenti avevano una cosa in comune: erano varianti della storia di Giulietta e Romeo e culminavano nella versione più conosciuta al mondo, La straordinaria e infelice storia di Romeo e Giulietta di Shakespeare. Benché mi fossi sempre considerata un po' un'esperta della tragedia in questione, fu per me un fulmine a ciel sereno scoprire che il Bardo in realtà non aveva inventato la storia ma si era limitato a saccheggiare scritti di epoche precedenti. Chiaro che Shakespeare era un genio con le parole e che, se non avesse frullato tutto al pentametro, forse non sarebbe diventato così famoso universalmente. Ma a pensarci bene, a mio modesto parere, la storia sembrava già niente male quando gli era capitata in mano. E, cosa assai interessante, la versione più remota - quella scritta da Masuccio Salernitano nel 1476 - non si svolgeva affatto a Verona, ma proprio qui a Siena. Questa scoperta letteraria riuscì quasi a distrarmi dal fatto che, a essere sinceri, avevo incassato una delusione di notevoli proporzioni. Nel cofanetto non c'era nulla che avesse il minimo valore monetario, né le carte che avevo esaminato fino a quel momento suggerivano l'esistenza di tesori di famiglia nascosti altrove. Forse avrei dovuto vergognarmi di pensare queste cose. Forse avrei dovuto apprezzare di più il fatto che avevo finalmente tra le mani qualcosa che era appartenuto a mia madre. Ma ero troppo confusa per ragionare. Cosa diamine aveva mai spinto zia Rose a pensare che ci fosse in ballo qualcosa di valore incommensurabile, qualcosa per cui valesse la pena fare un viaggio in quello che, secondo lei, era il posto più pericoloso al mondo? E perché mia madre aveva conservato il cofanetto nel ventre della banca? Adesso mi sentivo stupida, specie se pensavo al tizio in tuta. Chiaro che non mi stava seguendo. Anche quello era stato un parto della mia immaginazione troppo fertile. Cominciai a scorrere i testi più antichi, senza entusiasmo. Due di
loro, Le confessioni di Frate Lorenzo e le Lettere di Giulietta a Giannozza, non erano nulla più che una raccolta di frasi sconnesse come «giuro sulla Vergine che ho agito in accordo con le leggi del Cielo» e «tutto il percorso fino a Siena in una bara per paura dei banditi dei Salimbeni». Il Diario di Mastro Ambrogio era più leggibile ma avrei preferito il contrario. Chiunque egli fosse stato, era affetto da un tremendo attacco di diarrea verbale tanto il suo diario era zeppo di ogni minima sciocchezzuola capitata non solo a lui ma anche ai suoi amici nel lontano 1340. Da quel che ci capivo, gli scritti non avevano nulla a che spartire con me o con il resto del contenuto del cofanetto. Fu allora che mi cadde l'occhio su un nome scritto in una pagina del Maestro.
Giulietta Tolomei. Esaminai freneticamente il nome sotto la luce dell'abat-jour. No, non mi ero ingannata. Dopo lunghi arzigogolamenti sulla difficoltà di dipingere una rosa perfetta, mastro Ambrogio aveva scritto pagine e pagine e pagine su una giovane donna che, guarda un po', si chiamava proprio come me. Coincidenza? Mi stesi sul letto e iniziai a leggere il diario dalla prima pagina, di tanto in tanto confrontandolo con gli spezzoni degli altri testi. Fu così che cominciò il mio viaggio a ritroso nella Siena del 1340, e il mio legame con la donna con cui condividevo il nome.
PARTE SECONDA
Capitolo 1 Resterai in questo stato simile alla morte per quarantadue ore. Siena, 1340 OH, erano in balìa della fortuna! In cammino da tre giorni, giocavano a rimpiattino con la disgrazia e si nutrivano di pane duro come un sasso. Ora, finalmente, il giorno più caldo e infelice dell'estate, erano così vicini al termine del viaggio che Frate Lorenzo riusciva a vedere le torri di Siena ergersi ammiccanti all'orizzonte. E qui, purtroppo, era dove il suo rosario non riusciva più a proteggerlo. Alla guida del suo biroccio, sobbalzando fiacco assieme ai sei cavalieri che lo precedevano - tutti monaci come lui - il giovane frate aveva appena cominciato a immaginarsi il coscio di bue e il buon vino che li aspettava a destinazione, quando una decina di sinistri figuri a cavallo uscirono al galoppo da una vigna in una nuvola di polvere e accerchiarono i viaggiatori con le spade tratte. «Salve, stranieri!» sbraitò il loro capo, lurido e senza denti ma sontuosamente rivestito dei panni certamente appartenuti a qualche vittima precedente. «Chi osa sconfinare nel territorio dei Salimbeni?» Frate Lorenzo tirò le redini per fermare i cavalli, mentre i suoi compagni facevano del loro meglio per mettersi tra il carro e i banditi. «Come puoi vedere», rispose il più anziano dei monaci, mostrando al capo il proprio saio consunto a mo' di prova, «siamo umili frati di Firenze, mio nobile amico.» «Uhm!» Il capo dei briganti passò in rassegna i presunti monaci. Alla fine il suo sguardo si soffermò sul viso impaurito di Frate
Lorenzo. «Quale tesoro porti sul carro lì dietro?» «Nulla di valore per voi», rispose il più anziano mentre faceva retrocedere di un poco la sua cavalcatura per impedire che il bandito si avvicinasse al carro. «Per cortesia concedeteci il passaggio. Siamo uomini del Signore e non rappresentiamo minaccia alcuna per lor signori nobilissimi.» «Questa è una strada dei Salimbeni», fece notare il capo, sottolineando le parole con un roteare di spada, un segnale affinché i suoi compari si avvicinassero. «Se volete percorrerla, dovete pagare un pedaggio. Per la vostra sicurezza.» «Abbiamo già pagato cinque pedaggi ai Salimbeni, oggi.» La canaglia alzò le spalle. «La protezione è cara.» «Ma», argomentò l'altro con quieta ostinazione, attaccherebbe un gruppo di uomini di Dio diretti a Roma?»
«chi
«Chi? Quei cani rognosi dei Tolomei!» Per buona misura, il capo sputò a terra due volte e i suoi uomini si affettarono a fare altrettanto. «Quei bastardi assassini, ladri e stupratori!» «Ragione in più», disse il monaco, «per raggiungere Siena prima del calar della notte.» «Non è lontana», annuì il brigante, «ma in questi giorni i cancelli chiudono prima a causa dei biasimevoli attacchi che quei maledetti Tolomei continuano a sferrare all'onesta e industriosa popolazione di Siena e ancora più grave, vorrei aggiungere, alla nobile e generosa casata dei Salimbeni cui appartiene il mio augusto signore.» Il discorso del capo venne accolto dai grugniti di approvazione della marmaglia. «Per questo, come di certo apprezzerai», continuò, «siamo qua a proteggere, con tutta l'umiltà della bisogna, questa strada e la maggior parte dei camminamenti che conducono alla fiera repubblica - cioè a Siena - e quindi il consiglio che di tutto cuore ti do, siccome amico a un altro amico, è di affrettarti a pagare il pedaggio in modo che possiate entrare in città prima che chiuda i battenti. Ciò a evitare che viaggiatori innocenti quali voi siete cadano nelle sgrinfie dei farabuttissimi Tolomei, usi a uscire al calar
delle tenebre per far razzie e altri scompigli che non posso neppure nominare al cospetto di uomini di Dio.» Dopo che il furfante ebbe parlato ci fu un lungo silenzio. Accovacciato sul carro dietro ai suoi compagni, le redini molli nelle mani tremanti, Frate Lorenzo si sentiva il cuore ballare in petto come in cerca di un nascondiglio, e per un attimo temette di venir meno. Era stato uno di quei giorni - un sole cocente e neppure un filo di brezza - che facevano immaginare gli orrori dell'inferno. E non aveva di certo aiutato che avessero finito l'acqua molte ore prima. Se Frate Lorenzo fosse stato responsabile della cassa, avrebbe prontamente pagato qualunque somma pur di andare avanti. «Molto bene», disse il monaco più anziano, manco avesse sentito la supplica silenziosa di Frate Lorenzo, «quanto è dovuto dunque per la vostra protezione?» «Dipende.» Ghignò il bandito. «Che cosa trasportate su quel carro e qual è il suo valore?» «È una bara, nobile amico, e contiene una vittima della terribile peste.» La maggior parte dei briganti, a tali nuove, indietreggiò, ma il loro capo non era tipo da farsi intimidire facilmente. «Bene», proseguì con un ampio sogghigno, «diamo un'occhiata, giusto?» «Te lo sconsiglio!» affermò il monaco. «Il feretro deve restare sigillato, questi gli ordini.» «Ordini?» esclamò il capo. «Da quando voi umili monaci accettate degli ordini? E da quando...» fece una pausa a effetto mentre una smorfia gli aleggiava sulle labbra, «avete cominciato a cavalcare destrieri di Lipizza?» Nel silenzio che seguì queste parole, Frate Lorenzo sentì la sua baldanza piombargli in fondo all'anima. «E guardate qui!» continuò il brigante soprattutto per intrattenere i compagni. «Avete mai visto degli umili monaci indossare calzature talmente splendide? Ecco invece...» indicò con la spada i sandali aperti di Frate Lorenzo, «quello che avreste dovuto tutti indossare, amici miei sconsiderati, se il vostro intento era di evitare il balzello. Per quel che ne so io, di umile fraticello nei paraggi c'è solo il tipo
muto sul biroccio. Quanto a voi, ci scommetto gli zebedei che siete al soldo di qualche munifico padrone altri che Dio, e sono certo che il valore del feretro, per chi vi comanda, è ben superiore ai cinque miserabili fiorini che intendo farvi pagare.» «Sei in errore», rispose il monaco, «se ci consideri in grado di accollarci una somma del genere. Due fiorini sono tutto quello che riusciamo a mettere insieme. Il tuo padrone non ne vien fuori bene se la Chiesa viene tartassata con tale incommensurabile avidità.» Il bandito assaporò l'insulto. «Avidità, la chiami? Non sia mai detto, la mia colpa è la curiosità. Paga i cinque fiorini o si farà in altro modo. Il carro e la bara rimangono qua, sotto la mia protezione, fino a che il tuo padrone se li viene a prendere di persona. Perché mi garba assai d'incontrare il ricco bastardo che vi ha mandati.» «Presto non farete che proteggere il fetore della morte.» Il capo rise con noncuranza. «Il profumo dell'oro, amico mio, sovrasta ogni puzza.» «Nessuna montagna d'oro, per quanto alta sia», ribatté il monaco lasciando alla fine perdere l'umiltà, «sarebbe sufficiente a coprire la tua.» Sentendo l'insulto, Frate Lorenzo si morse il labbro e iniziò a guardarsi in giro alla ricerca di un nascondiglio. Conosceva abbastanza bene i suoi compagni di viaggio per prevedere gli esiti del battibecco, e non intendeva prendervi parte. Il brigante non rimase indifferente all'audacia della sua vittima. «Quindi hai deciso», disse piegando il capo di lato, «di perire della mia spada?» «Sono deciso», rispose il monaco, «a portare a termine la mia missione. E nessuna spada arrugginita delle tue potrà impedirmene il compimento.» «La tua missione?» gracchiò il bandito. «Udite, cugini, ecco un monaco che pensa che Dio l'abbia fatto cavaliere!» Tutti i briganti sghignazzarono, i più senza conoscerne il motivo, mentre il capo faceva un cenno in direzione del carro. «È giunto il
momento di eliminare questi stolti e portate carro e cavalli, a casa, Salim...» «Ho un'idea migliore», rise beffardo il monaco mentre si scostava il saio e rivelava l'uniforme sottostante, «perché invece non andiamo insieme da messer Tolomei, mio padrone, con la tua testa conficcata su un'alabarda?» Frate Lorenzo gemette dal profondo delle viscere mentre si avveravano le sue peggiori paure. Senza più tentare di celarsi, i suoi compagni - tutti in realtà cavalieri al soldo dei Tolomei - estrassero spade e pugnali da mantelli e bisacce. Al solo stridio del ferro, i briganti retrocessero sbigottiti, per poi invece lanciarsi urlanti assieme alle loro cavalcature in un attacco a fronte bassa. L'improvviso clangore fece sì che i cavalli di Frate Lorenzo si urtassero di lato per poi partire a spron battuto trascinandosi dietro il carro, e c'era ben poco che il monaco potesse fare se non aggrapparsi alle inutili redini e augurarsi calma e moderazione da parte di due animali che non avevano mai studiato filosofia. Dopo tre giorni di marcia, le bestie dimostravano una rimarchevole energia mentre, in uno stridore di ruote e con il feretro ballonzolante a destra e a manca sul punto di andare a fracassarsi giù dal carro, si allontanavano dal tafferuglio lungo la strada dissestata in direzione di Siena. In assenza di dialogo alcuno con i cavalli, Frate Lorenzo si era rivolto alla bara sperando in un miglior interlocutore. Usando mani e piedi, cercava di tenerla ferma ma, mentre lottava con l'indocile oggetto alla ricerca di un buon appiglio, un movimento sulla strada dietro di lui gli fece volgere gli occhi e prendere coscienza che la salvaguardia del feretro era l'ultima delle sue preoccupazioni. Era inseguito da due dei briganti che galoppavano a fianco a fianco per reclamare il tesoro. Mentre prendeva posizione per prepararsi alla difesa e trovava, come uniche armi, una frusta e un rosario, Frate Lorenzo notò con apprensione che uno dei banditi aveva raggiunto il carro e - pugnale tra le gengive sdentate - era riuscito ad afferrarsi alle sponde di legno. Scovando la necessaria temerarietà nel profondo di una natura peraltro pacifica, il frate fece schioccare lo staffile sul pirata all'arrembaggio e lo udì uggiolare dal
dolore mentre il nerbo di bue faceva zampillare il sangue. Sebbene una scudisciata sarebbe stata sufficiente alla canaglia, Frate Lorenzo si apprestò a colpire di nuovo e fu allora che il bandito afferrò il nerbo strappandoglielo di mano. Ora che a proteggerlo aveva solo il rosario e il crocefisso ciondolante, Frate Lorenzo iniziò a scagliare i resti del suo pasto sull'avversario. Malgrado la durezza del pane, fu incapace di impedirgli di issarsi finalmente a bordo. Vedendo che il frate aveva esaurito le munizioni, il brigante si erse in tutta la sua altezza e, con un sorriso di trionfo, si tolse il pugnale di bocca per esibirne la lunghezza al proprio tremante bersaglio. «Fermati, in nome di Dio!» esclamò il monaco, sollevando il rosario. «Ho amici in paradiso pronti a fulminarti!» «Davvero? Non vedo nessuno qui in giro!» Proprio in quel momento il coperchio della bara si sollevò e la sua inquilina - una giovane donna scarmigliata dagli occhi fiammeggianti come quelli dell'angelo della vendetta - si mise seduta con aria di profondo disconcerto. A cotanta vista il bandito lasciò cadere il pugnale dal terrore e si fece color cenere. Senza esitazioni, l'angelo si sporse dalla bara, si impossessò dell'arma o la conficcò veloce nelle membra del suo proprietario, tanto alto nella coscia quanto glielo permetteva la sua furia. Urlando di dolore, il ferito perse l'equilibrio e precipitò fuori del carro causandosi ingiuria ancor più grave. Con le gote accese dall'eccitazione, la fanciulla rivolse a Frate Lorenzo un sorriso trionfante e sarebbe uscita dalla bara se lui non glielo avesse impedito. «No, Giulietta!» si impuntò, spingendola giù. «Nel nome di Dio, stai dentro e non fiatare!» Dopo averle sbattuto il coperchio sul viso indignato, Frate Lorenzo si guardò in giro per vedere cosa fosse accaduto all'altro farabutto a cavallo. Purtroppo costui era meno ardimentoso del suo compagno e non aveva intenzione alcuna di salire a bordo del carro alla velocità cui andava. Invece, si mise a galoppare davanti al carro per afferrare le redini e far rallentare i cavalli, cosa che, con sommo disappunto del frate, cominciò a sortire un certo effetto. Dopo
poche centinaia di metri i cavalli furono gradualmente portati al piccolo galoppo, quindi al trotto, per poi arrestarsi del tutto. Solo quando il maramaldo si avvicinò al carro, dopo aver girato la propria cavalcatura, il religioso si accorse che non si trattava d'altri che dell'elegante capo dei briganti, ancora sogghignante e apparentemente indenne malgrado la mischia. Il sole del tramonto conferiva all'uomo un'aureola dorata del tutto immeritata, e Frate Lorenzo fu visibilmente scosso dal contrasto tra la luminosa bellezza della campagna e la pura malvagità dei suoi abitanti. «Senti qua, frate», disse la canaglia con imprevista gentilezza, «ti lascio salva la pelle, anzi, puoi financo tenerti questo bel carro e questi nobili cavalli, e niente balzelli, in cambio di quella fanciulla.» «Ti ringrazio di cotanta generosa offerta», replicò Frate Lorenzo con gli ultimi raggi che gli abbacinavano gli occhi, «ma ho giurato sulla mia vita di proteggere la nobile signora, e non posso consegnartela. Se lo facessi, andremmo entrambi all'inferno.» «Bah!» Questa stona il brigante l'aveva già sentita. «Quella ragazza non è signora più di quanto lo siamo tu e io. Anzi, ho il forte sospeso che sia una puttana dei Tolomei!» Dalla bara trapelò un grido d'indignazione e il frate mise veloce un piede sul coperchio per tenerlo abbassato. «La signora sta molto a cuore a messer Tolomei, questo è vero», spiegò, «e chiunque osi posare una mano su di lei farà scatenare una guerra contro la propria casata. Di certo il tuo padrone, il Salimbeni, aborrirebbe una siffatta faida.» «Ah, voi monaci con tutti i vostri sermoni!» Il bandito si avvicinò ancor di più al carro e solo allora la sua aureola si dissolse. «Non paventare una guerra, piccolo predicatore, perché è la cosa che so far meglio.» «Ti imploro di lasciarci andare!» esclamò Frate Lorenzo brandendo il rosario ondeggiante e sperando che catturasse uno degli ultimi raggi di sole. «O giuro su questi sacri grani e sulle ferite di nostro Signore Gesù Cristo che i cherubini scenderanno dal paradiso per incenerire i tuoi figli nei loro letti!» «Magari!» La canaglia sfoderò di nuovo la spada. «Ne ho già fin
troppi!» Con l'agilità di un ballerino, fece passare la gamba sulla testa del suo cavallo per saltare a bordo del carro. Rise vedendo che il religioso si tirava indietro, terrorizzato. «Perché tanta sorpresa? Pensavi davvero che ti lasciassi salva la vita?» Mentre la lama della spada arretrava, Frate Lorenzo cadde prostrato in ginocchio, il rosario fra le mani, in attesa del fendente che gli avrebbe abbreviato le preghiere. Era crudele perire a diciannove anni, specie se nessuno assisteva al tuo martirio, eccetto il Signore che sta nei Cieli, e che peraltro non aveva fatto granché per salvare il proprio figliolo.
Capitolo 2 Qui sedete, sedete, mio buon cugino Capuleti, perché per voi e per me non è più tempo di ballare. NON riesco a ricordare quanto avanti andai nella storia quella notte, ma gli uccellini avevano cominciato a cinguettare quando finalmente mi appisolai in un mare di carte. Adesso coglievo il collegamento tra gli svariati e numerosi testi contenuti nel cofanetto di mia madre. Erano tutte versioni ante-Shakespeare, ognuna con delle varianti, di Romeo e Giulietta. Anzi, i testi del 1340 non erano narrativa, bensì trascrizioni di fatti realmente avvenuti che avevano portato alla nascita del famoso dramma. Benché il misterioso mastro Ambrogio non fosse ancora apparso nel suo stesso diario, mi parve di capire che avesse conosciuto di persona le vere identità dei protagonisti della storia più infelice mai scritta. Dovevo tuttavia riconoscere che per il momento i testi si sovrapponevano ben poco alla tragedia shakespeariana, ma era pur vero che erano trascorsi più di due secoli e mezzo tra i fatti realmente accaduti e il dramma del Bardo, e che la storia doveva essere passata di mano in mano numerose volte. Scoppiando dalla voglia di condividere la mia scoperta con qualcuno che l'apprezzasse - non tutti avrebbero trovato divertente che milioni di turisti si fossero accalcati per anni e anni nella città sbagliata per vedere il balcone e la tomba di Giulietta, dopo essermi fatta la doccia chiamai Umberto sul suo cellulare. «Congratulazioni!» esclamò, quando gli dissi che con il mio fascino avevo convinto il presidente Maconi a consegnarmi il cofanetto della mamma. «Allora, di quanti milioni stiamo parlando?» «Uhm», risposi, dando un'occhiata alla confusione sul mio letto. «Non penso che il tesoro sia nel cofanetto. Ammesso che il tesoro
esista.»
«Certo che c'è un tesoro», ribatté Umberto, «per quale motivo tua madre l'avrebbe messo nel forziere della banca? Cerca meglio.» «C'è un'altra cosa...» Feci una breve pausa, sforzandomi di trovare un modo di dirlo senza sembrare sciocca. «Penso di essere imparentata con la Giulietta di Shakespeare.» Immagino che non avrei dovuto biasimare il fatto che Umberto scoppiò in una risata, ma la cosa mi seccò comunque. «So che suona strano», continuai, malgrado la sua ilarità, «ma perché dovremmo avere lo stesso nome, Giulietta Tolomei?» «Vorrai dire Giulietta Capuleti...» mi corresse lui. «Odio essere io a dirtelo, principessa, ma non penso Giulietta sia veramente esistita...» «Certo che no!» contrattaccai, mentre mi pentivo di avergliene parlato. «Ma parrebbe che la storia si sia ispirata a fatti veri... insomma, non importa! Tu come te la stai passando?» Dopo aver riattaccato, cominciai a sfogliare le lettere in italiano che mia madre aveva ricevuto più di venti anni prima. Di sicuro doveva esserci ancora qualcuno a Siena che aveva conosciuto i miei genitori e che poteva rispondere a tutte le domande che zia Rose aveva di continuo ostinatamente eluso. Ma non conoscendo la lingua, era per me difficile capire quali lettere fossero scritte da amici e quali da parenti. L'unico appiglio era che una di queste missive cominciava con le parole «Carissima Diane...» e che il nome del mittente era Pia Tolomei. Spiegai la mappa della città che avevo acquistato il giorno prima assieme al dizionario, e mi misi alla ricerca dell'indirizzo scarabocchiato sul retro della busta. Alla fine lo individuai in una minuscola piazza chiamata piazzetta del Castellale, nel centro di Siena. Era proprio nel mezzo della contrada della Civetta, il territorio dei miei avi, non lontano da Palazzo Tolomei dove il giorno precedente avevo incontrato Maconi. Se ero fortunata, Pia Tolomei - chiunque lei fosse - viveva ancora lì e non vedeva l'ora di parlare con la figlia di Diane Tolomei, e magari di raccontarle un po' di cose. La piazzetta del Castellare era come una piccola fortezza dentro la
città e non così facile da scovare. Dopo esserci passata davanti diverse volte, alla fine scoprii che dovevo entrare in un vicolo coperto che avevo dapprima confuso con l'ingresso di un cortile privato. Una volta all'interno della piazzetta, mi trovai intrappolata tra alti e silenziosi edifici, e mentre osservavo tutte le imposte sbarrate, avevo come l'impressione che fossero state sprangate nel Medioevo e mai più aperte. Anzi, non fosse stato per un paio di Vespe parcheggiate in un angolo, un gatto soriano con la collarina nera e lucente appisolato su uno scalino, e della musica che proveniva dall'unica finestra aperta, avrei potuto supporre che le case erano da tempo state abbandonate alla mercé dei ratti e dei fantasmi. Estrassi la lettera che avevo trovato nel cofanetto e verificai l'indirizzo ancora una volta. Secondo la mappa, ero nel posto giusto, ma quando feci il giro dei portoni non riuscii a vedere nessun Tolomei su nessuno dei campanelli, né il numero civico indicato sulla busta. Per consegnare la posta in un luogo del genere, pensai, sarebbe stato indispensabile avere la sfera di cristallo. Non sapendo cos'altro fare, cominciai a suonare i campanelli, uno dopo l'altro. Proprio mentre mi accingevo a premere il quarto, una donna spalancò le persiane sopra di me e gridò qualcosa in italiano. Come risposta, agitai la lettera. «Pia Tolomei?» «Tolomei?» «Sì! Sa dove abita? Abita ancora qui?» La donna indicò una porta dall'altra parte della piazzetta e disse qualcosa che poteva solo significare: «Provi là» Soltanto in quel momento notai un uscio dall'aspetto più contemporaneo: era dotato di un'elaborata maniglia bianca e nera e, quando la girai, la porta si spalancò. Sostai sulla soglia, indecisa sul tipo di etichetta da adottare quando si entra nelle case private di Siena. Nel frattempo la donna alla finestra dietro di me continuava, a cenni, a spronarmi a procedere - di sicuro le sembravo inverosimilmente tonta - e così procedetti. «Permesso?» Feci un timido passo oltre la soglia e mi trovai immersa in una fresca oscurità. Rimessa a fuoco la vista, scorsi un
ampio ingresso dal soffitto assai alto, tappezzato di arazzi, dipinti e oggetti d'antiquariato nelle loro bacheche. Lasciai andare la porta e gridai: «C'è qualcuno? Signora Tolomei?» Ma non sentii nient'altro che l'uscio che si chiudeva dietro di me con un fruscio. Incerta su come muovermi, iniziai a percorrere il corridoio, guardando nel contempo le opere d'arte. Tra di loro c'era anche una collezione di lunghi stendardi verticali con figure di cavalli, torrioni e donne che somigliavano tutte alla Vergine Maria. Alcuni erano piuttosto vecchi e sbiaditi, altri più recenti e sgargianti. Solo quando arrivai al termine dell'esposizione cominciò a farsi in strada in me l'idea che questa non era una casa privata ma una sorta di museo o di edificio pubblico. Poi, finalmente, udii il rumore di passi irregolari e qualcuno che chiedeva a gran voce di un certo Salvatore. Mi voltai e mi ritrovai di fronte l'inconsapevole padrone di casa che emergeva, appoggiandosi a una stampella, da una stanza adiacente. Si trattava di un uomo in là con gli anni, sicuramente oltre i settanta, con un cipiglio che lo faceva sembrare più vecchio. «Salva...?» Appena mi vide, si fermò di botto e disse qualcos'altro che non suonò di benvenuto. «Ciao!» esclamai, con tono forzatamente vivace, brandendo la lettera come si brandisce un crocefisso davanti all'aristocrazia transilvanica, tanto per stare sul sicuro. «Sto cercando Pia Tolomei. Era amica dei miei genitori.» Puntai il dito nella mia direzione. «Giulietta Tolomei. To-lo-mei.» L'uomo mi si avvicinò, appoggiandosi pesantemente alla stampella, e mi sfilò rapido la lettera di mano. Esaminò la busta con sospetto e la girò diverse volte per rileggere il nome del mittente e del destinatario. «È stata mia moglie a mandare questa lettera», disse infine in un inglese sorprendentemente sciolto, «molti anni fa. A Diane Tolomei. Lei era mia... ehm... zia. Dove l'ha trovata?» «Diane era mia madre», risposi, e la mia voce risuonò stranamente chioccia nella grande stanza. «Sono Giulietta, la prima nata delle due gemelle. Ho voluto venire a visitare Siena per vedere dove mia
madre aveva vissuto. Lei... se la ricorda?» Il vecchio non rispose subito. Scrutò il mio viso con sguardo pieno di meraviglia, poi allungò una mano a sfiorarmi una gota come a sincerarsi che non fossi finta. «La piccola Giulietta!» esclamò. «Vieni qua!» Mi prese per le spalle e mi strinse in un abbraccio. «Sono Peppo Tolomei, il tuo padrino.» Non avevo la più pallida idea di come comportarmi. Di regola, non ero una che andava in giro ad abbracciare la gente - questo lo lasciavo fare a Janice - ma l'esuberanza del simpatico vecchietto non mi diede alcun fastidio. «Scusa l'irruzione...» cominciai, per poi fermarmi perché non sapevo come continuare. «No-no-no-no-no!» mi contraddisse Peppo. «Sono così felice che tu sia venuta! Vieni, ti faccio vedere il museo!» Non sapeva da che parte cominciare e saltellava sulla stampella alla ricerca di qualcosa di rimarchevole da mostrarmi. Poi vide la mia espressione e si arrestò. «No! Tu non vuoi vedere il museo! Tu vuoi parlare! Sì, dobbiamo parlare!» Alzò le braccia per aria e per poco con la stampella centrò una scultura. «Devi raccontarmi tutto. Mia moglie... dobbiamo andare a cercare mia moglie. Sarà così felice. Lei è a casa... Salvatore!.. .ma dove si è cacciato?» Dieci minuti più tardi uscivo come una scheggia dalla piazzetta del Castellare a cavalcioni del sellino posteriore di una motoretta rossa e nera. Peppo mi ci aveva fatto salire con la galanteria di un mago che sistemi la sua giovane e graziosa assistente all'interno della scatola destinata a essere segata in due. Con me abbarbicata stretta alle sue bretelle, Peppo si fiondò lungo il vicolo coperto senza frenare per nessuno. Aveva insistito per chiudere subito il museo e portarmi a casa con lui, in modo che potessi incontrare sua moglie Pia e chiunque altro fosse presente. Avevo accettato l'invito con gioia pensando che la casa cui si riferiva fosse giusto dietro l'angolo. Ma ora, mentre passavamo davanti a Palazzo Tolomei, mi rendevo conto dell'errore. «È lontano?» strillai, aggrappandomi meglio che potevo. «No-no-no!» rispose Peppo, mancando per un pelo una suora che
spingeva un anziano in carrozzella. «Stai tranquilla, chiamiamo tutti e facciamo una bella riunione di famiglia!» Eccitato dalla pensata, iniziò a descrivere i famigliari che avrei presto incontrato, benché nel frastuono lo potessi udire a malapena. Era così distratto che non si accorse, mentre passavamo di fronte a Palazzo Salimbeni, che avevamo tagliato giusto in due un manipolo di guardie di sicurezza, obbligando tutti a balzare di lato. «Occhio!» esclamai, domandandomi se Peppo fosse cosciente del fatto che rischiavamo di tenere in guardina la nostra bella riunione di famiglia. Ma le guardie non fecero cenno alcuno di stopparci e si limitarono a osservarci sfrecciar via, come cani alla catena che vedono uno scoiattolo attraversare la strada. Purtroppo, fra di loro c'era Alessandro, il figlioccio di Eva Maria, e fui quasi certa che lui mi riconobbe, perché sembrò colpito dalle mie gambe a ciondoloni, e forse si chiese dove fossero finite le infradito. «Peppo!» urlai, tirando mio cugino per le bretelle, «non ci tengo a finire in prigione, okay?» «Non preoccuparti!» replicò lui mentre imboccava una curva in accelerazione. «Vado troppo veloce per la polizia!» Pochi momenti dopo ci fiondavamo attraverso un antico varco della città, e ci ritrovammo immersi in un quadro intitolato «Un'estate in Toscana». Seduta lì dietro ad ammirare il paesaggio sopra la sua spalla, avrei tantissimo voluto sentirmi travolta dai déjà-vu, come se stessi veramente tornando a casa. Ma tutto attorno a me era nuovo, le profumate esalazioni delle piante aromatiche, le distese dei campi uno in fila all'altro... anche la colonia di Peppo possedeva una nota estranea assurdamente piacevole. Ma quanto riusciamo realmente a rammentarci dei nostri primi tre anni di vita? Talvolta avevo come l'impressione di ricordare di aver abbracciato un paio di gambe nude che di certo non appartenevano a zia Rose, e sia Janice che io eravamo sicure di ricordarci una larga ciotola di cristallo piena di tappi di sughero ma, a parte queste cose, era arduo dire quali frammenti appartenessero a che cosa. Ogni qualvolta riuscivamo a mettere insieme dei ricordi di quando eravamo bambine, andava sempre a finire tutto in un parapiglia. «Sono sicura che quel tavolino traballante a scacchiera era
in Toscana», cominciava a dire Janice. «Dove altro poteva essere? Zia Rose non ne ha mai avuto uno.» «Allora come lo spieghi», ribattevo io, «che quando l'hai ribaltato è stato Umberto a sculacciarti?» Siccome Janice non se lo spiegava, alla fine si limitava a borbottare «Be', forse era qualcun altro. Quando hai due anni tutti gli uomini sembrano uguali». Per poi ghignare: «Accidenti, anche adesso». Da adolescente mi facevo dei filmini in cui tornavo a Siena e di colpo mi ricordavo tutto della mia infanzia. Adesso che ero finalmente sul posto, e che infilavo una stradina dopo l'altra senza rammentare un bel niente, cominciai a domandarmi se l'aver vissuto lontana non avesse per caso in qualche modo inaridito una parte essenziale del mio spirito. Pia e Peppo Tolomei vivevano in una cascina in una piccola vallata, circondati da vigneti e boschi di ulivi. La loro proprietà era incastonata tra collinette degradanti e la pace di quell'isolamento bucolico compensava la mancanza di un panorama più ampio. La casa non era affatto grandiosa. Nelle crepe dei muri giallini crescevano erbe selvatiche, le persiane verdi necessitavano di ben più di una mano di vernice e il tetto di coppi dava l'idea di non riuscire a superare un altro temporale - forse neppure uno starnuto - perché sarebbero venute giù tutte le tegole. Eppure la gran quantità di rampicanti e i vasi di fiori posizionati dappertutto riuscivano a mascherare i cedimenti strutturali rendendo il posto assolutamente incantevole. Dopo aver parcheggiato la motoretta e afferrato una stampella appoggiata al muro, Peppo mi portò direttamente in giardino. Lì, all'ombra della casa, su uno sgabello sedeva sua moglie Pia, attorniata da nipoti e pronipoti cui stava insegnando a fare trecce d'aglio, come un'immortale dea delle messi attorniata dalle sue ninfe. Ci vollero diversi tentativi prima che Peppo riuscisse a farle capire chi fossi e perché mi avesse portata lì. Ma una volta che Pia ebbe deciso di credere alle sue orecchie, infilò i piedi nelle ciabatte, si alzò con l'aiuto di tutti i presenti e mi strinse in un abbraccio commosso.
«Giulietta!» esclamò, tenendomi stretta al petto per poi baciarmi in fronte. «Che meraviglia! È un miracolo!» La sua gioia nel vedermi era talmente genuina che quasi mi vergognai di me stessa. Quella mattina non ero andata al Museo della Civetta alla ricerca dei miei remoti padrini, né mi era mai passato per la testa prima di quel momento che ne avessi, e che potessero essere così felici di ritrovarmi in salute. Eppure eccoli lì tutti contenti di vedermi, e il loro calore mi fece pensare che per tutta la vita non mi ero mai sentita la benvenuta da nessuna parte, neppure a casa mia. Certamente non quando c'era anche Janice. Nel giro di un'ora la casa e il giardino si riempirono di persone e di vettovaglie. Era come se ognuno fosse stato in febbrile attesa dietro l'angolo, con qualche manicaretto a portata di mano, alla ricerca di un buon pretesto per celebrare. Alcuni erano parenti, alcuni amici e vicini di casa, e tutti quanti dichiararono di aver conosciuto i miei genitori e di essersi domandati cosa ne fosse stato delle gemelle. Nessuno disse niente di esplicito ma capii che, dopo l'incidente, zia Rose si era precipitata a reclamare Janice e me contro il volere della famiglia Tolomei - grazie a zio Jim aveva delle conoscenze al Dipartimento di Stato - e che eravamo sparite senza lasciare tracce, con grande disappunto di Pia e Peppo. «Quel che è stato è stato!» continuava a dire Peppo dandomi colpetti sulla schiena, «adesso siamo insieme e possiamo finalmente parlare.» Il difficile era però decidere da dove iniziare. C'erano tante domande in attesa di risposta, inclusa la strana assenza di mia sorella. «Era troppo occupata questa volta», dissi, distogliendo lo sguardo, «ma sono certa che prestissimo verrà a trovarvi.» Non aiutava che solo pochissimi degli ospiti parlassero inglese, e che ogni risposta a ogni domanda dovesse prima essere capita, e poi tradotta, da un intermediario. Eppure erano tutti così amichevoli e disponibili che anch'io, dopo un poco, cominciai a rilassarmi e a divertirmi. Non importava granché che non potessimo capirci del tutto, quello che contava erano i sorrisi e i cenni di assenso che significavano più di tante parole. A un certo punto, Pia arrivò con un album di fotografie e si sedette accanto a me per mostrarmi istantanee del matrimonio dei
miei genitori. Non appena aprì l'album, altre donne si unirono a noi, ansiose di partecipare e di aiutare a girare le pagine. «Ecco!» Pia indicò una grande fotografia, «tua madre indossa l'abito che indossavo io al mio matrimonio. Oh, non erano una splendida coppia...? Ed ecco tuo cugino Francesco...» «Aspetta!» cercai di impedirle di girare la pagina ma non mi fu possibile. Probabilmente non si rendeva conto che non avevo mai visto prima una foto di mio padre e che l'unica istantanea disponibile di mia madre adulta era quella ufficiale della maturità, un ritratto che zia Rose teneva sul pianoforte. L'album di Pia mi colse di sorpresa. Non tanto perché mia mamma era chiaramente incinta dentro al suo abito bianco, ma perché mio padre sembrava un vecchio. Ovviamente non lo era ma, di fianco a lei - una giovincella con le fossette che aveva mollato l'università - lui pareva il canuto Abramo della mia Bibbia illustrata per ragazzi. Detto questo, insieme sembravano felici e, benché non ci fossero istantanee di loro che si scambiavano un bacio, la maggior parte delle foto mostravano mia madre sottobraccio al marito mentre lo guardava con grande ammirazione. Così, dopo un po', lasciai da parte lo stupore e decisi di accettare la possibilità che, in quei luoghi felici, concetti come tempo ed età avessero scarsa importanza. Le donne accanto a me confermarono la mia teoria. Nessuna di loro dava l'impressione di trovare inusuale questa unione. Da quello che potevo capire, il loro intenso chiacchiericcio - tutto in italiano - si riferiva soprattutto all'abito di mia madre, al velo, e alle complicate parentele di ogni singolo invitato in relazione a mio padre e a loro stesse. Dopo le foto del matrimonio arrivarono quelle del nostro battesimo, dove i miei genitori non apparivano quasi mai. Le immagini mostravano Pia con in braccio una neonata che poteva essere sia Janice sia me - era impossibile distinguerci e lei non lo ricordava - e Peppo, tutto orgoglioso, con in braccio l'altra. Pareva ci fossero state due cerimonie distinte, una all'interno di una chiesa e una all'aperto, in pieno sole, accanto al fonte battesimale della contrada della Civetta.
«Fu proprio un bel giorno», sorrise Pia con mestizia. «Tu e tua sorella diventaste Civettine. Peccato che...» Non terminò la frase ma chiuse l'album con delicatezza. «È stato tanto tempo fa. Delle volte mi domando se il tempo davvero lenisca...» Fu interrotta da un improvviso trambusto all'interno della casa e da una voce che la chiamava con impazienza. «Vieni!» Pia si alzò, tutto a un tratto agitata. «Deve essere Nonna!» L'anziana nonna Tolomei, o Nonna, come la chiamavano tutti, viveva con una delle nipoti nel centro di Siena, ma quel pomeriggio era stata convocata alla fattoria perché potesse incontrarmi, un evento che chiaramente era entrato in conflitto con il suo programma della giornata. Adesso era in piedi nell'ingresso, mentre con una mano si sistemava nervosamente sul capo un pizzo nero e con l'altra si appoggiava faticosamente alla nipote. Se fossi stata insensibile come Janice, l'avrei definita all'istante la personificazione perfetta della strega delle favole. Le mancava solo un corvo nero appollaiato sulla spalla. Pia corse a salutare la vecchia signora che, di malavoglia, le permise di baciarla su entrambe le guance e poi di scortarla fino a quella che doveva essere la sua poltrona preferita nel soggiorno. Ci vollero alcuni minuti per far stare comoda Nonna, con grande dispiego di cuscini che venivano collocati e risistemati, e una limonata speciale che fu subito rimandata indietro per riapparire, poco dopo, con uno spicchio di limone in bilico sull'orlo del bicchiere. «Nonna è nostra zia», mi sussurrò Peppo nell'orecchio, «la sorella più giovane di tuo padre. Vieni che ti presento.» Rimorchiandomi dietro di sé, mi lasciò in attenti davanti alla vecchia signora mentre, in italiano, le spiegava con slancio la situazione, chiaramente aspettandosi un qualche segno di giubilo da parte sua. Ma Nonna rifiutò di sorridere. Per quanto il nipote la sollecitasse addirittura la implorasse - a rallegrarsi come avevano fatto gli altri, lei non si lasciò convincere a esprimere il minimo piacere alla mia apparizione. Peppo mi chiese addirittura di avvicinarmi in modo che mi vedesse meglio, ma quello che Nonna scorse non fece che aumentare il suo cipiglio e, prima che Peppo riuscisse a togliermi di
torno, lei si piegò in avanti e ringhiò qualcosa che non capii ma che provocò in tutti un sussulto imbarazzato. Pia e Peppo mi evacuarono praticamente dal soggiorno, scusandosi tutto il tempo. «Mi spiace davvero tanto!» ripeteva Peppo di continuo, fin troppo mortificato per guardarmi in faccia. «Non so cosa le è preso! Credo stia diventando matta!» «Non preoccuparti», lo rincuorai, troppo sbalordita per provare alcunché. «Non la biasimo per non crederci. È tutto nuovo, anche per me.» «Facciamo un giretto», disse Peppo, ancora avvilito, «e torniamo dopo. Ti devo far vedere le loro tombe.» Il cimitero del paese era un'oasi accogliente e sonnolenta, molto diverso da tutti gli altri camposanti che avevo visto. L'intero spazio era un labirinto di muri imbiancati a calce, senza nessun tetto a coprirli, e le pareti stesse, dall'alto in basso, alloggiavano un mosaico di tombe. Nomi, date e foto identificavano ogni singolo individuo dietro le lastre di marmo, e dei portavasi di ottone contenevano, a beneficio dell'ospite temporaneamente incapacitato, i fiori portati dai visitatori. «Da questa parte...» Pur tenendomi una mano sulla spalla per reggersi, Peppo riuscì cavallerescamente ad aprire per me un cancello cigolante che dava accesso a una cappelletta in disparte rispetto il viale principale. «Questa è una porzione dell'antico... ehm... sepolcro dei Tolomei. Per la maggior parte è interrato, ma non ci scendiamo più da tempo. Qua è meglio.» «È bellissimo.» Procedetti nel piccolo locale e mi fermai ad ammirare le innumerevoli placche di marmo e i mazzi di fiori freschi sull'altare. Una candela si consumava lentamente in un contenitore di vetro rosso che mi pareva vagamente familiare. Ovviamente il sepolcro dei Tolomei era un posto di cui la famiglia si prendeva molta cura. Provai all'improvviso una fitta di rimorso al pensiero che Janice non fosse con me, ma fui veloce a liberarmene. Se fosse stata presente, avrebbe magari rovinato il momento con qualche frase fuori luogo.
«Ecco tuo padre», mi indicò Peppo, «e tua madre è proprio lì accanto a lui.» Fece una pausa come a soffermarsi su un ricordo lontano. «Era così giovane. Avevo pensato che mi sarebbe sopravvissuta di un bel pezzo.» Osservai le due targhe di marmo che indicavano tutto quello che era rimasto del professor Patrizio Scipione Tolomei e di sua moglie Diane Lloyd Tolomei, e sentii una fitta al cuore. Da quando avevo memoria i miei genitori erano stati poco più di ombre distanti in un sogno a occhi aperti, e non mi ero mai immaginata che un giorno mi sarei trovata così vicino a loro, almeno fisicamente. Anche quando fantasticavo del mio viaggio in Italia, per qualche motivo non mi era mai passato per la testa che il mio primo dovere, non appena arrivata, sarebbe stato di andare a visitare le loro tombe. Provai una calda ondata di gratitudine nei riguardi di Peppo che mi aveva aiutato a fare la cosa giusta. «Grazie», gli dissi sottovoce, stringendogli la mano che era ancora appoggiata alla mia spalla. «Il modo in cui sono morti è stata un'orribile tragedia», mi spiegò scuotendo il capo, «come pure il fatto che tutto il lavoro di Patrizio sia stato distrutto dall'incendio. Aveva una splendida cascina a Malamerenda... tutto in cenere Dopo il funerale tua madre acquistò una casetta vicino a Montepulciano e andò a viverci con le gemelle con te e tua sorella - ma non fu più la stessa. Tutte le domeniche veniva a portare dei fiori sulla tomba, ma...» fece una pausa per estrarre un fazzoletto di tasca, «non fu mai più felice.» «Aspetta un momento...» Controllai le date sulla tomba dei miei genitori. «Papà è morto prima della mamma? Ho sempre pensato che fossero morti assieme...» Ma prima ancora di aver finito la frase, mi accorsi che le date confermavano la nuova verità. Mio padre era morto più di due anni prima di mia madre. «Quale incendio?» «Qualcuno... no, non dovrei dirlo...» Peppo si rimproverò da solo. «Ci fu un incendio, un incendio terribile. La cascina di tuo padre venne interamente distrutta dal fuoco. Tua madre fu fortunata perché si trovava a Siena a far spese con voi bambine. Fu una tragedia, una tragedia enorme. Avrei detto che Dio la proteggeva se non che due anni più tardi...»
«L'incidente d'auto», mormorai. «Uhm...» Peppo cominciò a scavare per terra con la punta della scarpa. «Non conosco la verità. Nessuno la conosce. Ma ti dirò una cosa...» Finalmente mi guardò negli occhi. «Ho sempre sospettato che i Salimbeni fossero coinvolti.» Non seppi che cosa ribattere. Rividi Eva Maria e la sua valigia piena di vestiti che mi aspettava nella camera dell'hotel. Era stata così gentile con me, così desiderosa che diventassimo amiche. «C'era un giovanotto», continuò Peppo, «Luciano Salimbeni. Era un poco di buono. Cominciarono a circolare delle voci. Non voglio...» Mi guardò angosciato. «L'incendio. L'incendio che uccise tuo padre. Dicono che non fu un incidente. Dicono che qualcuno volesse assassinarlo per porre termine alla sua ricerca. Fu terribile. Una casa così bella. Ma sai, credo che tua madre mise qualcosa in salvo. Qualcosa di importante. Documenti. Aveva paura a parlarne, ma dopo l'incendio, iniziò a fare delle strane domande su... delle cose.» «Che tipo di cose?» «Un sacco di cose. Non sapevo le risposte. Mi chiese dei Salimbeni. Di certi tunnel sotterranei. Voleva trovare un sepolcro. Aveva qualcosa a che fare con la peste.» «La peste... bubbonica?» «Sì, quella tremenda. Del 1348.» Peppo si schiarì la voce, era a disagio con l'argomento. «Vedi, tua madre credeva che un'antica maledizione perseguitasse ancora i Tolomei e i Salimbeni. E stava cercando di trovare una maniera per interromperla. Era ossessionata dall'idea. Volevo crederle, ma...» Si allentò il colletto della camicia, come se gli fosse venuto caldo all'improvviso. «Era così decisa. Era convinta che fossimo tutti condannati. Morte. Distruzione. Incidenti. Una peste su entrambi i casati... ecco quello che diceva.» Tirò un profondo sospiro, come se risentisse il dolore del passato. «Citava sempre Shakespeare. L'aveva presa a cuore... Romeo e Giulietta. Pensava fosse accaduto proprio qua a Siena. Aveva una teoria...» Peppo scosse il capo con scetticismo. «Era ossessionata. Non so. Non sono un professore. Tutto quello che so è che c'era un uomo,
Luciano Salimbeni, che voleva trovare un tesoro...» Non potei farne a meno, dovetti chiedere: «Che tipo di tesoro?» «E chi lo sa?» rispose Peppo alzando le braccia al cielo. «Tuo padre passava tutto il suo tempo a spulciare vecchie leggende. Parlava di tesori andati persi. Ma tua madre una volta mi disse qualcosa a proposito di... come lo chiamava...? forse gli Occhi di Giulietta. Ignoro cosa volesse dire ma ritengo si trattasse di qualcosa di grande valore, e penso che anche Luciano Salimbeni lo stesse cercando.» Morivo dalla voglia di saperne di più, ma ora Peppo sembrava esausto, quasi sofferente, tanto che perse l'equilibrio e mi afferrò il braccio per restare in piedi. «Se fossi in te», continuò, «sarei molto ma molto cauta. E non mi fiderei di nessuno che fa Salimbeni di cognome.» Notando la mia espressione, si fece più serio. «Pensi che sia pazzo? Eccoci qua accanto alla tomba di una donna che è morta troppo giovane. Tua madre. Chi sono io per dirti chi le ha fatto che cosa, e perché?» Mi strinse più forte il braccio. «Lei è morta. Tuo padre è morto. Questo è quanto so. Ma il mio vecchio cuore Tolomei mi dice che devi stare molto attenta.» Nell'ultimo anno di liceo, Janice e io ci proponemmo per la rappresentazione annuale che, guarda caso, era proprio Romeo e Giulietta. Dopo le audizioni, Janice venne scelta per la parte di Giulietta, mentre il mio ruolo fu quello di albero nel giardino dei Capuleti. Naturalmente mia sorella dedicò più tempo alla manicure che allo studio dei dialoghi e, tutte le volte che provavamo la scena del balcone, ero io quella che le suggeriva la prima parola delle battute, essendo convenientemente posizionata sul palcoscenico con i rami al posto delle braccia. La notte del debutto, tuttavia, Janice era stata particolarmente cattiva con me. Sedute al trucco, aveva continuato a ridere della mia faccia marrone e a spostare le foglie dai miei capelli, mentre lei veniva agghindata con trecce bionde e fard rosa. Giunte alla scena del balcone, la voglia di collaborare mi era del tutto passata. Anzi, feci proprio il contrario. Quando Romeo disse: «E per che cosa devo allora giurare?» io le sussurrai: «Tre parole!»
E Janice ripete immediatamente: «Tre parole, mio caro, e poi davvero buonanotte!» cosa che fece deragliare Romeo e concludere la scena nella confusione più totale. Più tardi, mentre nella camera di Giulietta interpretavo un candelabro, feci svegliare Janice accanto a Romeo con la battuta: «Dunque, presto, va via!» Il che non creò l'atmosfera giusta per il resto della romantica scena. Inutile dire che Janice era così furiosa che dopo mi inseguì per tutta la scuola, giurandomi che mi avrebbe rasato le sopracciglia. All'inizio era stato divertente ma quando, al termine la rappresentazione, si era chiusa a chiave nel bagno e aveva pianto per un'ora, pure io avevo smesso di ridere. Molto dopo mezzanotte, mentre chiacchieravo in soggiorno con zia Rose, con il timore di andare a letto e addormentarmi vicino a una Janice armata di rasoio, era sopraggiunto Umberto con del Vin santo per entrambe. Senza dire una parola, ci aveva porto i calici, e zia Rose non aveva fiatato sul fatto che io fossi troppo giovane per gli alcolici. «Ti piace davvero quel dramma?» mi aveva invece chiesto. «Sembra tu lo conosca a memoria.» «Non è che mi piaccia così tanto», avevo confessato, sorseggiando il mio drink con aria distratta. «Solo che ce l'ho... lì, stampato in testa.» Zia Rose assentì lentamente, assaporando il Vin santo. «Tua madre era uguale. Lo conosceva a memoria. Era... un'ossessione.» Trattenni il fiato, non volendo interrompere il filo dei suoi pensieri. Aspettavo un altro cenno a mia madre, ma non ce ne furono. Zia Rose alzò gli occhi, si schiarì la voce e prese un altro sorso di vino. E questo fu quanto. Quella fu l'unica cosa che mi raccontò di mia madre senza essere stata sollecitata, e io non riferii nulla a Janice. La nostra reciproca ossessione per il dramma di Shakespeare era un piccolo segreto che condividevo con lei e con nessun altro, così come non avevo mai parlato con nessuno del mio timore più grande: che siccome mia madre era morta a venticinque anni, anch'io sarei andata all'altro mondo in giovane età.
Non appena Peppo mi depositò di fronte all'hotel, mi recai dritta nel più vicino Internet café a cercare «Luciano Salimbeni» su Google. Mi ci vollero diverse acrobazie lessicali per produrre una ricerca incrociata che fornisse qualcosa di remotamente utile. Solo dopo almeno un'ora e molte, moltissime, frustrazioni causa l'idioma locale, ero arrivata alle seguenti conclusioni irrefutabili. Primo. Luciano Salimbeni era morto. Secondo. Luciano Salimbeni era stato un tipo raccomandabile, forse addirittura l'autore di una strage.
poco
Terzo. Luciano ed Eva Maria Salimbeni erano in qualche modo imparentati. Quarto. Nell'incidente d'auto in cui era perita mia madre, c'era stato qualcosa di poco chiaro e Luciano Salimbeni era stato convocato come persona informata sui fatti. Stampai tutte le pagine in modo da poterle rileggere con comodo più tardi con l'ausilio del dizionario. La ricerca aveva prodotto poco di più di quanto mi avesse detto Peppo Tolomei nel pomeriggio, ma almeno ora sapevo che il mio anziano cugino non si era semplicemente inventato tutta la storia. Vent'anni prima o giù di lì, a Siena si era veramente aggirato un tipo pericoloso di nome Luciano Salimbeni. Le buone notizie però lo davano per defunto. In altre parole, non poteva assolutamente trattarsi del maniaco in tuta che, forse sì forse no, il giorno prima mi si era messo alle calcagna quando ero uscita da Palazzo Tolomei con il cofanetto di mia madre. Poi ebbi un ripensamento e digitai «Gli Occhi di Giulietta» su Google. Non mi sorpresi di non ottenere alcun esito circa un eventuale tesoro leggendario. Quasi tutti gli articoli contenevano divagazioni semiscientifiche sul significato degli occhi nel Romeo e Giulietta di Shakespeare. Lessi tuttavia con attenzione un paio di passaggi del dramma, alla ricerca di un messaggio in codice. Uno di questi diceva:
Ahimè! Il pericolo è più nei tuoi occhi
che non in venti delle loro spade. Bene, pensai tra me e me, se il malvagio Luciano Salimbeni aveva veramente ucciso mia madre per un tesoro chiamato Occhi di Giulietta, allora la dichiarazione di Romeo rispondeva alla verità: qualunque fosse la natura di questi occhi misteriosi, essi erano potenzialmente più pericolosi di qualsiasi arma, tutto qui. Per contro, il secondo passaggio era un filino più complesso:
Due fra le stelle più lucenti, che girano ora in altre zone, pregano i suoi occhi di splendere nelle sfere senza luce, fino al loro ritorno. E se i suoi occhi fossero nel cielo veramente e le stelle nel suo viso? Non feci che rimuginare su questi versi mentre percorrevo via del Paradiso. Romeo stava chiaramente cercando di fare un complimento a Giulietta dicendole che i suoi occhi erano come stelle lucenti, ma certo aveva un modo balordo di esprimere il concetto! Immaginarsi come sarebbe stata se le avessero scavato fuori gli occhi, a mio modesto parere, non era il sistema migliore per conquistare una ragazza. Ma, tutto considerato, questi versi erano un piacevole diversivo dopo gli altri fatti di cui ero venuta a conoscenza quel giorno. Entrambi i miei genitori erano morti in modo orribile, uno dopo l'altro, e forse addirittura per opera di un assassino. Anche se erano ore che avevo lasciato il cimitero, stavo ancora cercando di digerire la terribile scoperta. E oltre allo shock e al dolore, sentivo anche i «morsicotti della paura», proprio come il giorno prima, quando pensavo che qualcuno mi seguisse uscendo dalla banca. E se Peppo aveva ragione a dirmi di stare attenta? Possibile che fossi davvero in pericolo, anche dopo tanti anni? Se così era, avrei potuto presumibilmente mettermi al sicuro tornando a casa in Virginia. Ma
se il tesoro esisteva sul serio? E se il cofanetto di mia madre conteneva la soluzione per trovare gli Occhi di Giulietta, qualsiasi cosa essi fossero? Persa nei miei pensieri, mi trovai in un giardinetto recintato non lontano da piazza San Domenico. Si stava facendo tardi e sostai un momento sotto il portico di una loggia, assaporando gli ultimi raggi di sole mentre le ombre della sera si arrampicavano lente lungo le mie gambe. Non avevo ancora voglia di rientrare in hotel, dove il diario di mastro Ambrogio mi stava aspettando per trasportarmi nell'anno 1340, e per farmi passare un'altra notte insonne. Mentre me ne stavo lì nel crepuscolo, a elucubrare pensieri riguardo i miei genitori, all'improvviso lo vidi... Il Maestro. Stava camminando nell'ombra del loggiato di fronte; trasportava un cavalletto e svariati altri oggetti che continuavano a scivolargli di mano costringendolo a fermarsi per ridistribuire i carichi. All'inizio mi limitai a fissarlo. Era impossibile non farlo. Era diversissimo da tutti gli altri italiani che avevo incontrato fino a quel momento. Aveva una lunga capigliatura grigia, un cardigan sformato, e dei sandali aperti che lo rendevano tale e quale un sopravvissuto di Woodstock. Lui non mi vide subito e, quando lo raggiunsi per porgergli il pennello che aveva lasciato cadere, sobbalzò dallo spavento. «Scusi», dissi, «ma penso che questo sia suo.» Lui fissò il pennello senza dar segno d'intendimento, e quando alla fine lo prese in mano, aveva l'aria perplessa come se ne ignorasse l'impiego. Poi mi guardò, sempre confuso, e chiese: «Ti conosco?» Prima che potessi rispondere, un sorriso gli illuminò il viso mentre esclamava: «Certo che ti conosco! Mi ricordo di te. Tu sei... oh! Rammentamelo... chi sei?» «Giulietta Tolomei. Ma non penso...» «Sissisì, ecco! Dove sei stata?» «Sono... appena arrivata.»
Si rimproverò della propria stupidità. «Certamente che sei appena arrivata! Non farci caso. Sei appena arrivata. E sei qui. Giulietta Tolomei. Più bella che mai.» Sorrise e scosse il capo. «Non l'ho mai capita questa cosa, il tempo.» «Perfetto», osservai, un po' scombussolata, «è sicuro di star bene?» «Io? Oh! Sì, grazie. Ma... devi venire a trovarmi. Devo farti vedere qualcosa. Sai dove ho lo studio? È in via Santa Caterina. Il portoncino azzurro. Non bussare, entra e basta.» Solo in quel momento mi venne in mente che mi aveva scambiato per una turista cui vendere qualche souvenir. Come no, amico, pensai, vengo subito. Quando a sera tarda chiamai Umberto, sentii che era profondamente turbato per quello che avevo appreso sulla morte dei miei genitori. «Ma sei sicura?» continuava a ripetere, «sei sicura che sia vero?» Gli dissi di sì. Non solo esistevano le prove che vent'anni prima forze oscure avevano tramato in tal senso ma, da quello che potevo vedere, queste forze oscure erano ancora in giro a caccia di qualcosa. «Sei certa che stesse seguendo te?» obiettò Umberto. «Forse...» «Umberto», lo interruppi, «indossava una tuta.» Sapevamo tutti e due che nell'universo-mondo di Umberto solo un malvagio di cuore avrebbe percorso in abiti sportivi una strada elegante del centro. «Be'», disse lui, «magari voleva soltanto rubarti il borsellino. Ti ha visto uscire dalla banca e ha pensato avessi ritirato del denaro...» «Sì, può darsi. Certo che non capisco perché qualcuno dovrebbe volermi rubare il cofanetto. Non riesco a trovarci niente all'interno che abbia a che fare con gli Occhi di Giulietta.. » «Gli Occhi di Giulietta?» «Già, è quanto ha detto Peppo.» Sospirai e mi lasciai cadere sul letto. «Apparentemente è questo il tesoro. Ma se me lo chiedi, io penso sia una grossa bufala. Me le vedo mamma e zia Rose che dal cielo si stanno facendo una bella risata. Comunque... tu cosa
combini?» Chiacchierammo almeno per altri cinque minuti prima che scoprissi che Umberto non era più in casa di zia Rose ma in un albergo di New York a caccia di un lavoro, qualsivoglia significato lui volesse dare al termine. Non lo immaginavo intento a servire ai tavoli a Manhattan o a grattugiare parmigiano sulla pasta di qualcun altro. Probabilmente si sentiva come me, perché pareva stanco e scoraggiato. Avrei voluto così tanto comunicargli che ero sul punto di mettere le mani su un tesoro immenso. Ma sapevamo entrambi che, sebbene avessi recuperato il cofanetto di mia madre, non avevo la minima idea da dove cominciare la ricerca.
Capitolo 3 La morte, che ha già succhiato il miele del tuo respiro, nulla ha potuto sulla tua bellezza. Siena, 1340 IL fendente fatale non giunse mai. Invece, Frate Lorenzo, ancora in ginocchio innanzi al brigante, udì un breve, spaventoso fruscio seguito da un tremore che fece sussultare il carro e dal rumore di un corpo che cadeva per terra. E poi... silenzio di tomba. Una sbirciata veloce da un occhio semiaperto confermò che il suo presunto assassino non gli stava più sopra con la spada sguainata, così Frate Lorenzo si protese cautamente in avanti per vedere dove la canaglia fosse andata a finire. Ed eccolo là, in una pozza di sangue sul ciglio della roggia, lo stesso uomo che - pochi momenti prima - era stato il capo baldanzoso di un manipolo di banditi di strada. Come sembra fragile e umano ora, pensò Frate Lorenzo, con il manico di un pugnale che gli fuoriusciva dal petto e il sangue che gli colava dalla bocca demoniaca per giungere fino all'orecchio che aveva udito tante inascoltate preghiere. «Madre Santissima!» Il monaco alzò le mani giunte verso il cielo. «Grazie, beatissima Vergine, per aver salvato il tuo umile servitore!» «Che tu sia il benvenuto, frate, ma non sono vergine.» Sentendo come una voce dall'aldilà e rendendosi conto che proveniva da qualcuno assai vicino e d'aspetto piuttosto minaccioso con tanto di elmo piumato, corazza, e lancia in resta, Frate Lorenzo schizzò in piedi. «Nobile
San
Michele!»
esclamò,
al
contempo
esaltato
e
terrorizzato, «mi hai salvato la vita. Quell'uomo lì per terra, quel manigoldo, era sul punto di uccidermi!» San Michele alzò la celata dietro cui si nascondeva il viso di un giovane uomo. «Sì», rispose, adesso con voce umana, «questo l'avevo compreso. Ma devo continuare a deluderti: non sono neppure un santo.» «Qualunque siano i tuoi attributi, nobilissimo cavaliere», continuò il religioso, «la tua comparsa è stata un tale miracolo che sono certo che la santa Vergine saprà ricompensarti dall'alto dei cieli!» «Ti ringrazio», rispose il cavaliere, con occhi pieni di arguzia, «ma la prossima volta che parli con lei, non potresti dirle che mi accontenterei di un compenso qua sulla terra? Un altro cavallo, forse? Perché questo, sicuro come l'oro, mi farà finire insieme ai porci del Palio.» Frate Lorenzo aguzzò la vista una volta, forse due, prima di cominciare a capire che il suo salvatore aveva detto il vero. Non era punto un santo. E a giudicare dal modo in cui il giovanotto aveva parlato della Vergine Maria - con irrispettosa confidenza - non era neppure un'anima pia. Fu arduo coprire il lieve scricchiolio del coperchio della bara mentre la sua inquilina cercava di dare una sbirciatina al coraggioso salvatore, ragion per cui Frate Lorenzo ci si sedette sopra in tutta fretta mentre il suo istinto gli diceva: Ecco qua un giovane e una giovane che sarà meglio non si incontrino mai. «Ehm», disse, determinato a essere gentile, «e dove ti conduce la battaglia, nobile cavaliere? O sei in cammino in difesa della Terrasanta?» L'altro lo guardò incredulo. «Ma da dove arrivi, frate mattacchione? Di certo un uomo così vicino a Dio sa che il tempo delle crociate è finito.» Protese un braccio in direzione di Siena. «Quelle colline, quelle torri... ecco la mia Terrasanta.» «Allora sono per davvero felice», osservò frettoloso Frate Lorenzo, «di non essermi imbattuto in un malintenzionato!» Il cavaliere non apparve convinto. «Posso chiederti», domandò guardandolo fisso, «quale occorrenza ti conduce a Siena? E cosa porti dentro quella bara?»
«Niente!» «Niente?» Il giovane rivolse lo sguardo verso il cadavere per terra. «È assai improbabile che i Salimbeni rischino la ghirba per niente. Devi di sicuro avere qualcosa di valore!» «Niente di niente!» insistette Frate Lorenzo, ancora troppo sconvolto per fidarsi di un altro forestiero dalle comprovate abilità mattatone. «Nella bara giace uno dei miei poveri fratelli, orrendamente sfigurato dopo la caduta dalla torre campanaria, complice il vento, tre giorni or sono. Devo consegnarlo a messer... insomma... alla sua famiglia, a Siena, questa sera stessa.» Con grande sollievo del frate, l'espressione sul viso del cavaliere, da ostile quale stava diventando, si fece compassionevole, e nulla più fu chiesto riguardo la bara. Poi il giovane girò il capo per scrutare con impazienza la strada dietro di lui. Seguendo il suo sguardo, Frate Lorenzo non vide null'altro che il sole di ponente, e la cosa gli ricordò che grazie al suo salvatore, miscredente o meno, sarebbe stato in grado di godere del resto del giorno e, Dio volendo, di molti altri a venire. «Cugini», urlò il giovane a squarciagola, «i nostri allenamenti sono stati procrastinati da questo monaco sfortunato!» Solo allora Frate Lorenzo scorse altri individui a cavallo che sopraggiungevano da ponente e, man mano che si avvicinavano, principiò a rendersi conto che si trattava di una compagine di giovani uomini adusi a qualche tipo di gioco equestre. Nessuno indossava l'armatura, ma uno di loro - poco più di un ragazzino trasportava una clessidra. Quando il giovanetto si accorse del cadavere nel fosso, l'arnese gli sfuggì di mano e cadde al suolo, frantumando il vetro in due parti. «Ecco un cattivo presagio per la nostra corsa, cuginetto», disse il cavaliere al ragazzo, «ma forse il nostro santo amico qui presente può porvi rimedio con una prece o due. Che ne dici, frate, ce l'avresti una benedizione per il mio cavallo?» Frate Lorenzo diede un'occhiataccia al suo salvatore, pensando di essere vittima di una burla. Ma l'altro pareva del tutto sincero mentre se ne stava comodamente seduto lì in sella come altri
sederebbero su uno scranno di casa loro. Vedendo l'aria corrucciata del monaco, tuttavia, il cavaliere sorrise. «Come non detto. Nessuna benedizione sarebbe comunque di aiuto per questo ronzino. Ma dimmi, prima che le nostre strade si dividano, ho salvato un amico o un nemico?» «Nobile signore!» Sconvolto per esser stato tentato di pensar male, anche se per pochi istanti, dell'uomo che Dio gli aveva inviato per salvargli la pelle, Frate Lorenzo si alzò di scatto giungendo le mani sul cuore. «Ti devo la vita! Come potrei non essere che il tuo servo devoto per il resto dei miei anni?» «Belle parole! Ma dove poni la tua alleanza?» «La mia alleanza?» Frate Lorenzo passò in rassegna tutti i volti, alla ricerca di uno spiraglio. «Sì», intervenne il ragazzo che aveva lasciato cadere la clessidra, «per chi parteggi durante il Palio?» Sei paia di occhi lo guardavano fisso mentre il religioso si ingegnava a mettere insieme la risposta giusta. Il suo sguardo prima si soffermò sull'elmo piumato a foggia di becco del cavaliere, poi passò alle nere ali sullo stendardo fissato alla lancia e giunse infine all'enorme aquila che campeggiava sull'armatura. «Ma certo», si affrettò, «parteggio... per l'aquila? Sì! La grande aquila... regina del cielo!» Con enorme sollievo, la risposta provocò un applauso unanime. «Allora sei in verità un amico», concluse il cavaliere, «e son felice di aver ucciso lui e non te. Vieni, ti accompagniamo in città. Porta Camollia non autorizza l'entrata di carri dopo il tramonto. Dobbiamo affrettarci.» «La tua gentilezza mi confonde», disse Frate Lorenzo. «Ti prego di dirmi il tuo nome in modo che io possa benedirti nelle mie preghiere ora e per sempre.» L'elmo a becco d'aquila fece un breve cenno di magnanimo assenso. «Sono l'Aquila. Vengo chiamato Romeo Marescotti.» «Marescotti è il tuo nome mortale?»
«Cosa significa un nome? L'Aquila vive per sempre.» «Solo il Cielo», replicò Frate Lorenzo, la cui pignoleria eclissò per breve tempo il senso di gratitudine, «può accordare la vita eterna.» Il cavaliere si rallegrò. «Allora, con tutta evidenza», ribatté, soprattutto per il divertimento dei suoi compagni, «l'Aquila deve essere la creatura alata che la Vergine preferisce!» Una volta che Romeo e i suoi cugini ebbero finalmente consegnato monaco e carro alla destinazione indicata dentro la città di Siena, il crepuscolo si era trasformato in buio, e un silenzio circospetto avvolgeva cose e persone. Porte e imposte erano adesso sbarrate a tener lontani i demoni della notte e, non fosse stato per la luna o il solitario passante armato di torcia, Frate Lorenzo avrebbe da tempo perso ogni orientamento nel labirinto di strade e stradine. Quando Romeo gli aveva chiesto chi andasse a trovare, il monaco aveva mentito. Era perfettamente a conoscenza del sanguinario conflitto tra Tolomei e Salimbeni e del fatto che, nella compagnia sbagliata, sarebbe stato fatale ammettere che veniva a Siena per incontrare il nobile messer Tolomei. Per quanto Romeo e i suoi cugini si fossero dimostrati desiderosi di aiutare, era difficile prevedere come avrebbero reagito una volta saputa la verità, o quali squallide storie avrebbero raccontato ad amici e parenti. E così Frate Lorenzo gli aveva detto che era diretto alla bottega del Maestro Ambrogio Lorenzetti, visto che era l'unico altro nome in Siena che gli fosse venuto in mente. Ambrogio Lorenzetti era un pittore, un vero Maestro, famosissimo ovunque per i suoi affreschi e i suoi ritratti. Frate Lorenzo non l'aveva mai incontrato di persona, ma aveva ricordato che qualcuno gli aveva detto che il grand'uomo viveva a Siena. Il monaco aveva fatto il nome del pittore con una certa trepidazione, e quando Romeo non aveva trovato nulla da obiettare, si era convinto di aver compiuto la scelta giusta. «Bene, dunque», affermò Romeo, fermando il cavallo nel mezzo di una stretta stradina, «eccoci giunti. Il portoncino azzurro è qui.» Il frate si guardò intorno, meravigliato che il famoso pittore non
abitasse in un quartiere più elegante. Spazzatura e lerciume imbrattavano l'intera strada e gatti macilenti stavano in agguato dagli angoli scuri e dagli androni in rovina. «Gentiluomini, davvero vi ringrazio», disse il religioso scendendo dal carro, «per il vostro grande aiuto. A tempo debito il cielo vi compenserà.» «Fatti da parte, monaco», rispose Romeo smontando da cavallo, «e permettici di portare dentro il feretro per te.» «No! Non toccarlo!» Frate Lorenzo si piazzò tra il giovane e la bara. «Mi hai già aiutato a sufficienza.» «Bagattelle!» Poco mancava che Romeo spintonasse il monaco di lato. «Come pensi di farlo entrare in casa senza il nostro aiuto?» «Non lo faccio io... ci penserà Iddio! Il Maestro mi darà una mano.» «I pittori hanno cervello, non muscoli. Ecco...» Così dicendo Romeo fece spostare il frate, ma con garbo, consapevole che aveva a che fare con un avversario debole. L'unico a non rendersi conto della propria debolezza era Frate Lorenzo. «No!» esclamò, nella foga di proteggere il feretro. «Ti scongiuro... ti ordino...!» «Tu mi ordini?» Romeo parve divertito. «Parole così non fanno che destare la mia curiosità. Ti ho appena salvato la vita. Come mai la mia gentilezza adesso ti stomaca?» Dall'altra parte della porta azzurra, all'interno della bottega, mastro Lorenzetti era impegnato a fare quello che faceva sempre a quell'ora della notte: mischiava e provava i colori. La notte apparteneva agli arditi, ai folli e agli artisti - spesso la stessa persona e quello per lui era un momento magico per lavorare perché tutti i clienti erano a casa, a mangiare o a dormire come fanno i comuni mortali, e non sarebbero venuti a bussare alla sua porta se non dopo il sorgere del sole. Beatamente immerso nel suo lavoro, mastro Lorenzetti non fece caso al baccano in strada fino a quando il cane Dante non cominciò a ringhiare. Senza deporre il mortaio, il pittore fece qualche passo verso la porta per stabilire la gravità della discussione che - a giudicare dalle voci - stava avvenendo sulla soglia di casa sua. Gli
venne in mente la grandiosa morte di Giulio Cesare, pugnalato da un'orda di senatori e morto molto scenograficamente tra le colonne di marmo, e con tutto quel vermiglio sui gradini. Chissà mai che un qualche senese di lignaggio fosse venuto a defungere in maniera analoga, dandogli il destro di riprendere la scena sull'affresco di un muro. Proprio in quel momento qualcuno picchiò alla porta e Dante prese ad abbaiare. «Ssst!» disse Ambrogio al cane. «Ti consiglierei di andare a nasconderti, nel caso sia quello con il piede forcuto che vuole entrare. Lo conosco assai meglio di te.» Nell'attimo in cui aprì la porta, un turbinio di voci concitate si sparse all'interno travolgendo il Maestro in una discussione accalorata che aveva a che fare con un certo oggetto che doveva essere trasportato in casa. «Dì loro, mio caro fratello in Cristo», lo sollecitò il monaco trafelato, «dì loro che ce la facciamo da soli!» «Ce la facciamo cosa?» volle sapere mastro Ambrogio. «La bara», rispose qualcun altro, «con dentro il campanaro defunto! Guarda!» «Penso che abbiate sbagliato casa», disse mastro Ambrogio, «non l'ho ordinata io.» «Vi prego di farci entrare», supplicò il monaco, «vi spiegherò tutto.» Non c'era null'altro da fare che mettersi da parte, così mastro Ambrogio spalancò la porta per permettere ai giovani di portare la bara nella bottega e di depositarla in centro al piantito. Non si sorprese affatto di vedere che il giovane Romeo Marescotti e i suoi cugini stavano di nuovo facendo cagnara. Quello che lo incuriosì era la presenza del monaco che si torceva le mani. «Questo è il feretro più leggero che abbia mai trasportato», osservò uno dei compagni di Romeo. «Il tuo campanaro doveva essere un uomo molto esile, Frate Lorenzo. La prossima volta accertati di sceglierne uno che riesca a stare in piedi quando sul
campanile soffia il vento.» «Lo farò!» esclamò il frate sbrigativo. «E ora, gentiluomini, grazie ancora per i vostri servigi. Grazie, messer Romeo, per averci, avermi salvato la vita! Ecco...» estrasse da qualche parte sotto la cappa una monetina ammaccata, «un centesimo per il disturbo!» La monetina rimase per un po' a mezz'aria, non reclamata da nessuno. Alla fine Frate Lorenzo se la rificcò tra gli stracci con le orecchie che gli ardevano come carboni colpiti da improvviso turbine di vento. «Tutto quello che ti chiedo», disse Romeo in tono scherzoso, «è che tu ci mostri quello che c'è nella bara. In quanto non si tratta di monaco, grasso o magro che esso sia, di questo ne son certo.» «No!» Il nervosismo di Frate Lorenzo si tramutò in panico. «Non posso permetterlo! Ti giuro, giuro a tutti voi, e mi è testimone la Vergine Maria, che la bara deve rimanere chiusa, o un'enorme sciagura ci colpirà tutti!» Mastro Ambrogio stava intanto riflettendo che non si era mai soffermato sulle fattezze di un pennuto. Un passerottino caduto dal nido, con le piume arruffate e gli occhi a punta di spillo pieni di angoscia... ecco quello a cui somigliava quel giovane frate lì impalato alle prese con i gattacci più feroci di tutta Siena. «Forza, monaco», insistette Romeo, «stasera ti ho salvato la vita. Non dovrei essermi guadagnato ormai anche la tua fiducia?» «Temo», fece notare il Maestro a Frate Lorenzo, «che dovrai dar seguito alla tua minaccia e lasciare che la sciagura ci colpisca. Lo esige il tuo onore.» Frate Lorenzo scosse il capo a fatica. «E sia, dunque! Aprirò la bara. Ma prima, lasciate che vi spieghi...» Per un attimo vagò con lo sguardo come alla ricerca dell'ispirazione, poi annuì con la testa e cominciò: «Hai ragione, in questa bara non giace nessun monaco. Ma qualcuno di altrettanto sacro. È l'unica figlia del mio generoso protettore, e...» si schiarì la voce per parlare con più convinzione, «è morta, assai tragicamente, due giorni or sono. Il padre mi ha mandato qui con le sue spoglie per pregarti, Maestro, di catturarne i lineamenti su una tela prima che si perdano per sempre.»
«Due giorni?» Mastro Ambrogio sussultò, seppur tutt'orecchi per la comanda. «È morta da due giorni? Mio caro amico...» Senza aspettare l'autorizzazione del monaco, sollevò il coperchio della bara onde prendere visione dei danni. Per fortuna che la giovine lì dentro non era ancora stata devastata dalla morte. «Sembrerebbe», disse il pittore, felicemente sorpreso, «che s'abbia ancora del tempo. Anche se è indispensabile che inizi subito. Il tuo protettore ha specificato il modello? Di regola io vado di Vergine Maria semplice dalla vita in su, ma in questo caso, visto tutto il cammino che vi siete fatti, ci butto dentro un Bambin Gesù senza sovrapprezzo alcuno.» «Penso... credo che la Vergine Maria semplice vada bene», rispose Frate Lorenzo guardando nervosamente Romeo che si era inginocchiato accanto alla bara in ammirazione della defunta, «e anche il Nostro Santissimo Salvatore, visto che è gratis.» «Ahimè!» esclamò Romeo ignorando lo sguardo minaccioso del monaco, «come può Dio essere così crudele?» «Fermo!» urlò Frate Lorenzo, ma era troppo tardi. Romeo aveva già sfiorato con le dita la gota della fanciulla. «Una siffatta bellezza», continuò il giovane commosso, «non dovrebbe mai morire. Anche la Signora con la Falce, stanotte, odia il suo mestiere. Guardate, le sue labbra ancora non hanno traccia di violaceo.» «Attento!» lo ammonì Frate Lorenzo cercando di chiudere il coperchio, «tu non sai di quali infezioni codeste labbra possano essere foriere!» «Se ella fosse mia», proseguì Romeo bloccando gli sforzi del monaco e facendosi beffe della prudenza, «la seguirei in paradiso per portarla indietro. O rimarrei con lei là per sempre.» «Sessessé», disse Frate Lorenzo, forzando il coperchio e quasi stritolando il polso dell'altro. «La morte tramuta tutti gli uomini in grandi amanti. Ma avrebbero lo stesso ardore se la dama fosse ancora in vita?» «Come hai ragione, monaco», assentì Romeo, mentre finalmente si rialzava. «Orsù, ho visto e udito abbastanza sofferenza per una sola notte. La taverna mi chiama. Ti lascio a questa triste bisogna e
andrò a fare un brindisi per l'anima di questa povera fanciulla. Anzi, mi scolerò diversi calici e chissà mai che il vino mi mandi diritto in paradiso a incontrarla di persona e...» Frate Lorenzo fece un balzo in avanti e sibilò, senza motivo apparente: «Controlla la tua lingua, Romeo, prima che ti faccia cadere in disgrazia!» Il giovane ridacchiò: «...rivolgerle i miei rispetti». Frate Lorenzo sollevò nuovamente il coperchio della bara, non prima che i giovinastri fossero tutti usciti dalla bottega e lo scalpitio degli zoccoli fosse svanito. «Adesso siamo al sicuro», mormorò, «puoi venir fuori.» Dopo tante peripezie la fanciulla aprì gli occhi e si sollevò, le guance scavate dalla tensione. «Dio misericordioso!» farfugliò mastro Ambrogio, facendosi il segno della croce con il pestello, «che razza di stregoneria è mai questa?» «Vi supplico, Maestro», implorò il frate, aiutando gentilmente la fanciulla a mettersi in piedi, «di scortarci a Palazzo Tolomei. Questa giovane dama è la nipote di messer Tolomei. È stata vittima di atroci malvagità e io la debbo portare in salvo al più presto possibile. Ci potete aiutare?» Mastro Ambrogio spostava la sguardo dal monaco alla fanciulla, ancora incapace di persuadersi di quello che era successo. Malgrado le proprie ambasce, la giovane stava eretta, la capigliatura scarmigliata che riverberava alla luce della candela e occhi blu come un cielo senza nuvole. Era, senza dubbio alcuno, la creatura più perfetta in cui si fosse mai imbattuto. «Posso chiederti», chiese il pittore al monaco, «cosa ti ha spinto a fidarti di me?» Frate Lorenzo fece un ampio gesto con la mano indicando i quadri tutti attorno. «Un uomo che nelle cose terrene riesce a vedere il divino, è sicuramente un fratello in Cristo.» Anche il Maestro si guardò in giro ma non riuscì a vedere che bottiglie di vino vuote, opere non ultimate, e ritratti di persone che avevano cambiato idea quando avevano visto il conto. «Sei troppo generoso», disse, scuotendo la testa, «ma non ti biasimo per questo.
Non temere, vi condurrò a Palazzo Tolomei, ma prima soddisfa la mia incivile curiosità e dimmi cosa è accaduto a questa giovane dama, e perché è stata messa in una bara.» Per la prima volta, Giulietta prese la parola. La sua voce era morbida e pacata così come il suo viso era tirato dal dolore. «Tre giorni fa», cominciò, «i Salimbeni hanno fatto irruzione in casa mia. Hanno ucciso tutti quelli che portavano il nome Tolomei - mio padre, mia madre, i miei fratelli - e chiunque altro si siano trovati dinanzi, eccetto quest'uomo, il mio devoto confessore, Frate Lorenzo. Ero nel confessionale della cappella quando l'attacco ha avuto luogo, altrimenti anch'io sarei stata...» Distolse lo sguardo, annichilita dalla disperazione. «Siamo venuti qui a chiedere protezione», continuò Frate Lorenzo, «e per riferire a messer Tolomei quello che è successo.» «Siamo venuti qui a cercar vendetta», lo corresse Giulietta, con gli occhi lividi di odio e i pugni chiusi premuti contro il seno come a scongiurare un moto di violenza, «e a sbudellare quel mostro di Salimbeni, per poi impiccarlo con le sue stesse viscere...» «Ehm...» intervenne Frate Lorenzo, «naturalmente eserciteremo il cristiano perdono...» Giulietta, invasata, non stava ad ascoltare «...e darlo in pasto ai cani, pezzo a pezzo!» «Sono addolorato per te», disse mastro Ambrogio, con il desiderio di prendere tra le braccia quella sublime fanciulla per darle consolazione, «troppo hai patito...» «Non ho patito nulla!» I suoi occhi blu trafissero il cuore del pittore. «Non affliggetevi per me, usateci solo la cortesia di accompagnarci a casa di mio zio senza ulteriori indugi.» Solo all'ultimo momento aggiunse sottovoce un «per favore». Dopo aver consegnato senza intoppi monaco e fanciulla a Palazzo Tolomei, mastro Ambrogio ritornò alla sua bottega al galoppo, o per lo meno tale sembrava la velocità. Non si era mai sentito così. Provava le estasi dell'amore, provava le pene dell'inferno... anzi, provava tutte queste cose assieme mentre
l'ispirazione gli svolazzava impazzita nel cervello e gli attanagliava dolorosamente lo stomaco alla ricerca di una via d'uscita da quella prigione che è l'involucro mortale di un uomo di genio. Spaparanzato sul piantito, eternamente perplesso nei confronti dell'umanità, Dante seguiva da un solo occhio semiaperto e iniettato di sangue i movimenti del pittore che mischiava i colori e cominciava a innestare i lineamenti di Giulietta Tolomei sul dipinto di una Vergine Maria fino a poco tempo prima priva di testa. Non poté fare a meno di iniziare dagli occhi. Era impossibile trovare nella sua bottega un colore simile, anzi era impossibile trovare una sfumatura così in tutta Siena. Perché lui quel colore l'aveva inventato quella stessa notte in un momento di febbrile follia, mentre l'immagine della giovinetta gli era ancora impressa nella mente. Incoraggiato dal risultato, non indugiò a tracciare l'ovale di quel viso stupendo incorniciato dalla cascata iridescente dei capelli. I movimenti del pittore erano magicamente fluidi e sicuri: se la giovinetta avesse posato per lui immobile, in carne e ossa, non sarebbe stato in grado di lavorare con maggiore esaltato trasporto. «Sì!» fu la sola parola che gli sfuggì mentre con bramosia, quasi famelico, riportava in vita quelle fattezze sublimi. Una volta terminato il dipinto, fece alcuni passi indietro e afferrò il bicchiere di vino che si era versato in una vita precedente, cinque ore prima. Proprio in quel momento bussarono di nuovo alla porta. «Sstt!» disse mastro Ambrogio, ammonendo con un dito il cane che si era messo ad abbaiare, «ti figuri sempre il peggio. Forse è un altro angelo.» Ma nell'attimo in cui aprì la porta per vedere quale demone il fato gli avesse inviato a quell'ora scellerata della notte, si rese conto che Dante ci aveva azzeccato meglio di lui. Fuori, al lume tremolante di una torcia a muro, stava Romeo Marescotti, con un sorriso ebbro che gli troncava in due un viso per altri versi incredibilmente amabile. Oltre all'incontro appena avvenuto, il Maestro conosceva il giovane fin troppo bene dalla settimana prima, quando gli uomini della famiglia Marescotti avevano posato uno a uno davanti a lui, che era stato incaricato di ritrarli tutti in un grandioso nuovo murale di palazzo Marescotti. Il paterfamilias, il comandante Marescotti, aveva insistito in una
riproduzione dell'intero clan, passato e presente, con tutti gli antenati presentabili - più alcuni impresentabili - al centro, in qualche modo impegnati nella famosa battaglia di Montaperti, mentre i viventi incombevano dall'alto del cielo a raffigurare, opportunamente abbigliati, le sette virtù capitali. Con grande divertimento di tutta la combriccola, a Romeo era toccato il ruolo a lui meno consono, e di conseguenza mastro Ambrogio si era trovato a dover travisare non solo il passato ma anche il presente mentre applicava sapientemente le fattezze del seduttore più celebre di Siena alla figura dignitosa collocata sul trono della Castità. Ora la castità fatta persona spinse da parte il suo gentile creatore, si addentrò nell'atelier e si avvicinò alla bara che giaceva ancora, coperta, nel centro della stanza. Il giovane era chiaramente bramoso di dare un'altra occhiata al corpo all'interno, ma questo avrebbe significato dover spostare la tavolozza del Maestro e numerosi pennelli ancora gocciolanti che poggiavano sul coperchio. «Non hai ancora finito l'effigie?» chiese invece. «La voglio vedere.» Mastro Ambrogio chiuse adagio la porta dietro di loro, del tutto consapevole che il visitatore aveva bevuto troppo per mantenere l'equilibrio. «Perché vorresti desiderare di vedere l'effigie di una fanciulla defunta? Lì fuori ce ne sono a dozzine di vive, ne sono certo.» «Vero», asserì Romeo, guardandosi in giro e finalmente posando gli occhi sulla nuova opera, «ma sarebbe troppo facile, giusto?» Si spinse verso il dipinto e lo esaminò con la concentrazione di un esperto: non un esperto di arte, ma di donne. «Niente male. Le hai fatto degli occhi spettacolari. Come hai potuto...» «Grazie», disse il Maestro affrettatamente, «ma la vera bravura è stata quella di Dio. Ancora un poco di vino?» «Perché no?» Il giovane accettò una coppa e si sedette sopra il feretro, evitando con cura i pennelli bagnati. «Che ne dici di un brindisi al tuo amico Dio e a tutti i suoi tiri mancini?» «È molto tardi», rispose mastro Ambrogio spostando la tavolozza e sedendosi sulla bara accanto a Romeo. «Devi essere stanco, amico mio.»
Come ipnotizzato dal ritratto che gli stava di fronte, Romeo non riuscì nemmeno a spostare gli occhi verso il pittore. Quando finalmente parlò, c'era una sincerità nella sua voce del tutto nuova, anche per lui. «Non è che sia stanco», spiegò, «è che non sono mai stato così sveglio. Mi domando se non sia mai stato sveglio prima di stasera.» «Questo capita spesso quando si è nel dormiveglia. Solo allora l'occhio che abbiamo dentro si spalanca sul serio.» «Ma non sto dormendo, né desidero farlo. Non dormirò mai più. Penso che verrò tutte le notti a sedermi qui invece di andare a dormire.» Sorridendo dell'accalorata dichiarazione, osservò il suo capolavoro. «Allora ti piace?»
mastro
Ambrogio
«Mi piace?» Romeo per poco non si strozzò. «L'adoro!» «Potresti dunque venerare una siffatta reliquia?» «Non sono forse un uomo? Eppure, siccome uomo, non posso che provare enorme dispiacere alla vista di tanta bellezza sprecata. Se solo la morte si facesse convincere a restituirla!» «Allora cosa?» Il Maestro si costrinse ad apparire opportunamente corrucciato. «Cosa faresti se quest'angelo fosse vivo e vegeto?» Romeo inspirò a fondo, ma le parole gli sfuggivano. «Non... non so. Senza dubbio alcuno l'amerei. Ignoro come si ami una donna. Ne ho amate tante.» «Allora forse è meglio che non esista. Perché credo che questa fanciulla necessiterebbe di un impegno maggiore. Anzi, mi figuro che per fare la corte a una signora di tale fatta, uno dovrebbe entrare dalla porta principale, non strisciare sotto il suo balcone come un ladro nella notte.» Vedendo che l'altro era stranamente ammutolito, il Maestro continuò serio con maggiore sicurezza. «Vedi, c'è il desiderio, e poi c'è l'amore. Sono due cose correlate eppure molto diverse. Per indulgere nel primo è sufficiente qualche bel discorsetto infiocchettato e un cambio di vestiti, per ottenere l'altro, per contro, un uomo deve rinunciare a una delle sue costole. In cambio, la sua donna cancellerà il peccato originale e lo ricondurrà in paradiso.»
«Ma come fa un uomo a capire quando è il momento di rinunciare alla propria costola? Ho molti amici che son rimasti senza costole, e ti assicuro che non hanno mai visto il paradiso neppure una volta.» Il piglio preoccupato sul viso del giovane coinvolse vieppiù mastro Ambrogio. «L'hai detto tu stesso», confermò. «Un uomo lo capisce. Un ragazzo no.» Romeo sbottò in una risata. «Ti ammiro!» Mise una mano sulla spalla del Maestro. «Hai del coraggio!» «Cosa c'è di tanto meraviglioso nel coraggio?» ribatté il pittore, più baldanzoso, adesso che il suo ruolo di mentore era stato approvato. «Sospetto che questa virtù, da sola, abbia ucciso molti uomini saggi più di tutti i vizi messi assieme.» Di nuovo Romeo rise di gusto, come se il piacere di una tale conversazione animata gli accadesse di raro, e il Maestro, a sua volta, scoperse di colpo che questo giovane uomo, contro ogni aspettativa, gli piaceva. «Spesso sento gli uomini dire che farebbero di tutto per una donna», continuò il giovane, desideroso di non cambiare argomento, «poi, alla prima richiesta, piagnucolano e se la danno a gambe.» «E tu? Anche tu te la dai a gambe?» Il sorriso di Romeo scoprì una fila di denti sorprendentemente sani per qualcuno che si diceva facesse volentieri a pugni con chiunque. «No», rispose, sempre di buonumore. «Ho un fiuto sopraffino per le donne che non chiedono niente di più di quanto io voglia dar loro. Ma se una donna così esistesse...» fece un cenno in direzione del ritratto, «mi spaccherei volentieri tutte le costole pur di conquistarla. Anzi, di più, entrerei dalla porta principale, come hai detto tu, e chiederei la sua mano prima ancora di averla sfiorata. E non solo, ne farei la mia unica sposa e non guarderei mai più un'altra donna. Lo giuro! Sono certo che ne varrebbe la pena.» Soddisfatto di quello che aveva sentito e desideroso di credere che la sua opera d'arte avesse avuto cotanto effetto da distogliere il giovane uomo dalle vie della dissolutezza, il Maestro fece un cenno
d'assenso con il capo, compiaciuto di come stava andando la serata. «Eccome se ne vale la pena!» Romeo fissò il pittore stralunato. «Ne parli come se fosse ancora viva.» Mastro Lorenzetti rimase in silenzio per alcuni secondi a studiare il viso del giovane e a valutare la solidità della sua risolutezza. «Di nome fa Giulietta», confessò infine. «Credo che tu, amico mio, l'abbia sottratta alla morte quando questa sera l'hai sfiorata. Dopo che ci hai abbandonati per la taverna, ho visto le sue leggiadre forme che si sollevavano dal feretro...» Romeo saltò su da seduto come se le fiamme gli ardessero sotto. «Queste sono parole demoniache! Non so se il gelo che sento è per la paura o la felicità!» «Hai paura delle macchinazioni degli uomini?» «Degli uomini, no. Di Dio, grandemente.» «Allora rallegrati per quello che sto per dirti. Non è stato Dio a farla giacere nella bara come morta, ma il monaco, Frate Lorenzo, per poterla portare in salvo.» Romeo strabuzzò gli occhi. «Vuoi dire che non è affatto morta?» Mastro Lorenzetti sorrise all'espressione del giovane. «È viva come lo sei tu.» Romeo si mise la testa tra le mani. «Ti stai celiando di me! Non posso crederti!» «Credi a quello che vuoi», disse il Maestro alzandosi e spostando i pennelli, «o apri la bara.» Dopo attimi di grande sofferenza impiegati ad andare avanti e indietro, Romeo finalmente si fece forza e sollevò d'un colpo il coperchio. Invece di rallegrarsi di trovarla vuota, il giovane guardò fisso il Maestro con rinnovato sospetto. «Dov'è lei?» «Questo non te lo posso dire. Tradirei la fiducia che mi è stata concessa.» «Ma è viva?»
Il Maestro fece spallucce. «Lo era l'ultima volta che l'ho vista, sulla soglia della casa di suo zio, mentre mi salutava.» «E chi sarebbe suo zio?» «Te lo ripeto: non te lo posso dire.» Romeo fece un passo verso mastro Lorenzetti, tormentandosi le mani. «Mi stai dicendo che dovrò fare serenate sotto ogni balcone di Siena finché appare la donna giusta?» Dante, quando sentì che il giovane aveva tutta l'aria di minacciare il suo padrone, saltò su ma, invece di emettere un ringhio di avvertimento, si limitò a buttare la testa indietro in un lungo ed espressivo ululato. «Non apparirà su nessun balcone», replicò il Maestro, mentre accarezzava il cane. «Non è in vena di serenate. Forse non lo sarà mai più.» «Allora perché», esclamò Romeo sul punto di dare un calcio al ritratto sul cavalletto dalla frustrazione, «mi stai dicendo tutto ciò?» «Perché», rispose mastro Lorenzetti, divertito dall'esasperazione dell'altro, «per gli occhi di un artista è increscioso vedere una colomba immacolata circondata da corvacci.»
PARTE TERZA
Capitolo 1 Che c'è nel nome? Quella che chiamiamo rosa, anche con altro nome avrebbe il suo profumo. LA vista dall'antica fortezza medicea era spettacolare. Non solo potevo distinguere i tetti di coppi di Siena che cuocevano nel sole pomeridiano, ma almeno trenta chilometri di colline si affastellavano attorno a me in un oceano di sfumature che andavano dal verde al blu più intenso. Di continuo, alzavo gli occhi dalle pagine per fare mio il vasto paesaggio davanti a me nella speranza di liberarmi di tutta l'aria insalubre che avevo nei polmoni e inebriarmi con gli effluvi dell'estate. E poi, ogni volta che abbassavo lo sguardo e riprendevo a leggere il diario di mastro Lorenzetti, venivo risucchiata nei drammatici avvenimenti del 1340. Avevo trascorso la mattinata nel bar di Malèna in piazza Postierla a sfogliare le pagine delle versioni primeve di Romeo e Giulietta, scritte da Masuccio Salernitano e Luigi da Porto, pubblicate postume rispettivamente nel 1476 e nel 1530. Era interessante vedere come la vicenda si fosse sviluppata e come da Porto avesse conferito un tocco letterario alla storia, che Salernitano affermava basarsi su fatti veri. Nella versione di Salernitano, Romeo e Giulietta - ovvero Mariotto e Giannozza - vivevano sì a Siena ma i loro genitori non erano in conflitto. Si erano sposati in segreto, dopo aver corrotto un frate, ma il vero dramma era cominciato solo quando Mariotto aveva ucciso un cittadino di spicco e aveva dovuto andare in esilio. Nel frattempo i genitori di Giannozza - ignari che la figlia era già maritata - le avevano imposto di sposare qualcun altro. Per la disperazione, la giovane aveva chiesto al frate di prepararle un potente sonnifero il cui effetto fu tale che quegli imbecilli dei suoi genitori la presero per morta e si affrettarono a darle sepoltura. Per fortuna il buon vecchio frate era riuscito a estrarla dal sepolcro,
dopo di che Giannozza si era messa in viaggio, in segreto, per Alessandria, dove Mariotto si stava dando alla bella vita. Tuttavia, il messaggero che avrebbe dovuto informare Mariotto del piano del sonnifero era stato catturato dai pirati, ragion per cui, nel ricevere le novelle del decesso di Giannozza, Mariotto era tornato a spron battuto a Siena per morire al suo fianco. Arrivato in città, era stato catturato dai soldati e decapitato. Zac. E Giannozza aveva trascorso il resto dei suoi anni in convento a consumare pile di fazzoletti. Da quel che potevo capire, gli elementi chiave di questa versione originale erano: il matrimonio segreto, il bando di Romeo, la furbata del sonnifero, la sparizione del messaggero e la determinazione suicida di Romeo provocata dall'erroneo convincimento della morte di Giulietta. L'elemento spiazzante, naturalmente, era che il tutto sembrava avere avuto luogo a Siena. Se Malèna fosse stata presente le avrei chiesto se ciò fosse di dominio pubblico. Ne dubitavo altamente. La cosa interessante era che quando da Porto aveva ripreso la storia, mezzo secolo più tardi, anche lui aveva voluto agganciare la storia a fatti accaduti, come chiamare Romeo e Giulietta con i loro veri nomi di battesimo. Ma pur così, si era fatto intimidire dall'ambientazione e aveva trasportato l'intera vicenda a Verona, cambiando tutti i cognomi. Assai probabilmente per evitare richieste di danni da parte del potente clan coinvolto nello scandalo. Ma lasciamo perdere la logistica: secondo la mia interpretazione supportata da svariate tazze di cappuccino - da Porto aveva scritto una storia molto più intrigante. Era stato lui a introdurre la scena del ballo e quella del balcone, e anche il genio che aveva macchinato il doppio suicidio. L'unica cosa che non mi girava giusta era che aveva fatto morire Giulietta facendole trattenere il respiro. Ma forse da Porto sentiva che il suo pubblico non avrebbe apprezzato spargimenti di sangue... scrupoli che Shakespeare, per fortuna, non aveva. Dopo da Porto, qualcuno chiamato Bandello si era sentito in dovere di scrivere una terza versione aggiungendo una quantità di dialogo melodrammatico senza, a mio avviso, alterare il succo della storia. Da quel momento in poi gli italiani ne ebbero abbastanza e la
storia prima si spostò in Francia, poi in Inghilterra per andare finalmente a finire sullo scrittoio di Shakespeare, pronta per essere immortalata. Da quello che potevo vedere, la differenza più notevole fra tutte queste versioni poetiche e il diario di mastro Lorenzetti era che nella realtà erano state coinvolte tre famiglie, non due. I Tolomei e i Salimbeni erano state le due casate in conflitto - in altre parole i Capuleti e i Montecchi - mentre Romeo era un Marescotti, cioè un foresto. Sotto questo rispetto, l'antica trasposizione di Salernitano era quella che più si avvicinava alla realtà: ambientata a Siena e senza menzione alcuna di una faida tra famiglie. Più tardi, mentre lasciavo la Fortezza con il diario di mastro Lorenzetti stretto al petto, mi misi a osservare tutte le persone felici attorno a me e, di nuovo, sentii come la presenza di un muro invisibile tra me e loro. Eccole che camminavano, facevano jogging, mangiavano il gelato, incuranti del passato e non sconfortate, come me, all'idea di non fare del tutto parte di questo mondo. Quella stessa mattina, davanti allo specchio del bagno, avevo provato la catena con il crocefisso d'argento proveniente dal cofanetto di mia madre e avevo deciso che avrei iniziato a portarla. Dopotutto, si trattava di qualcosa che le era appartenuto e il fatto che fosse stata lasciata nel cofanetto chiaramente significava che era destinata a me. Forse, pensai, mi avrebbe in qualche modo protetta dalla maledizione che aveva condannato mia madre a una morte prematura. Stavo diventando pazza? Forse. Ma in fondo ci sono molti tipi di demenza. Zia Rose aveva sempre dato per scontato che il mondo intero fosse in uno stato di continua e mutabile follia, e che la nevrosi non fosse una malattia, ma un fatto della vita, come i foruncoli. Alcuni ne hanno tanti, alcuni ne hanno pochi, ma solo la gente veramente anormale non ne ha neanche uno. Questa filosofia spiccia mi aveva dato spesso conforto nel passato, e me lo dava anche adesso. Quando feci ritorno in hotel, il direttore mi si parò incontro come un messaggero di Maratona, ansioso di aggiornarmi. «Signorina Tolomei! Dov'è stata? Deve andare! Immediatamente! La contessa
Salimbeni la sta aspettando al Palazzo Pubblico! Vada, vada...» Mi fece sciò sciò con le mani come qualcuno che voglia cacciare un cane alle prese con gli avanzi. «Non può farla aspettare!» «Un momento!» Indicai due oggetti bene in vista nel mezzo della reception. «Quelle sono le mie valigie!» «Sississì, le hanno appena consegnate.» «D'accordo, vorrei salire in camera mia e...» «No!» Rossini spalancò la porta e mi fece cenno di varcarla. «Deve andare subito!» «Ma non so neppure dove!» «Santa Caterina!» Sebbene sapessi che fosse intimamente deliziato di avere un'altra opportunità di erudirmi su Siena, il direttore alzò gli occhi al cielo e lasciò andare la porta. «Venga, le faccio uno schizzo!» Entrare nel Campo fu come entrare in una conchiglia gigante. Tutto attorno ai lati c'erano ristoranti e caffè e là dove avrebbe dovuto essere posizionata la perla, al fondo della piazza in discesa, si ergeva il Palazzo Pubblico, l'edificio che fungeva da municipio fin dal Medioevo. Mi fermai un attimo ad assaporare il mormorio delle voci sotto la cupola blu del cielo, i piccioni che svolazzavano intorno, e la fontana di marmo bianco con la sua acqua turchese, fino a quando sopraggiunse un'ondata di turisti che mi trascinò via con sé ad ammirare stralunata la magnificenza di quella piazza gigantesca. Mentre mi tracciava le indicazioni, Rossini mi aveva garantito che il Campo era considerato la piazza più bella d'Italia, e non solo da parte dei senesi. Anzi, neppure riusciva a ricordare le innumerevoli occasioni in cui clienti dell'hotel provenienti dai quattro angoli del mondo - persino da Firenze - lo avevano avvicinato per magnificare le meraviglie del Campo. Lui naturalmente aveva protestato nominando lo splendore di altre località - ce ne dovevano essere di certo anche altrove - ma le persone si erano rifiutate di ascoltare. Avevano ostinatamente insistito che Siena era la città più incantevole e meglio preservata del globo, e di fronte a tanta convinzione
cos'altro poteva fare il direttore se non confermare che forse era proprio così? Mi infilai in borsa le istruzioni e mi diressi verso il Palazzo Pubblico. L'edificio non passava inosservato con la sua snella torre campanaria, la Torre del Mangia, la cui costruzione il direttore mi aveva illustrato con tale dovizia di particolari che mi ci erano voluti diversi minuti per rendermi conto che, di fatto, l'edificio non era stato eretto in sua presenza ma in un'epoca remota del Medioevo. Un giglio, l'aveva definita, un fiero monumento alla purezza muliebre con il suo fiore di marmo bianco sorretto da un alto stelo vermiglio. E, curiosamente, era stata costruita senza le fondamenta. La Torre del Mangia, aveva dichiarato, stava in piedi da sei secoli, sorretta solo dalla grazia di Dio e dalla fede. Mi feci ombra con la mano e osservai la torre che si stagliava nel blu infinito del cielo. In nessun altro posto avevo mai visto la purezza femminile celebrata da un oggetto fallico alto oltre cento metri. Ma forse era un mio problema. Si sentiva letteralmente una certa gravità emanare dal Palazzo Pubblico e dalla sua torre, come se il Campo sprofondasse sotto tutto quel peso. Rossini mi aveva detto che se avessi avuto dei dubbi, avrei dovuto immaginarmi di posare una pallina per terra: ovunque mi trovassi la sfera sarebbe rotolata dritta verso il Palazzo. C'era qualcosa in quell'immagine che mi aveva incantato. Forse il pensiero di una pallina che rimbalza sul selciato di pietre. O forse il modo in cui aveva pronunciato quelle parole, con tono cospiratorio, come un illusionista che intrattiene un bimbo di quattro anni. Il Palazzo Pubblico, come il governo stesso, era cresciuto con gli anni. All'origine usato come luogo di convegno per i nove governatori della città, si era trasformato in una struttura imponente. Entrai nel cortiletto interno con la sensazione di essere spiata. Non tanto dalla gente presente, immagino, quanto dalle ombre incombenti delle generazioni passate, generazioni che si erano dedicate alla vita di una città che una volta non era nulla più di un piccolo appezzamento di terreno.
Eva Maria Salimbeni mi stava aspettando nella Sala della Pace. Era seduta su una panca nel mezzo della stanza e guardava in su, come se stesse intrattenendo una silenziosa conversazione con Dio. Nell'attimo in cui varcai la porta, lei si girò verso di me mentre il volto le si distendeva in un sorriso felice. «Così alla fine sei venuta!» esclamò mentre si alzava per baciarmi su entrambe le guance. «Stavo cominciando a preoccuparmi.» «Mi scusi se l'ho fatta aspettare. Non sapevo...» Il suo sorriso interruppe qualsiasi cosa volessi aggiungere. «Adesso sei qui. È la sola cosa che conta. Guarda...» Fece un ampio gesto in direzione degli immensi affreschi che adornavano le pareti della stanza. «Hai mai visto niente di più magnifico? Il nostro grande Maestro, Ambrogio Lorenzetti, li ha eseguiti circa a metà del quattordicesimo secolo. Probabile che abbia terminato questo qua sopra le porte nel 1340. Si chiama Gli effetti del buon governo in
città e in campagna.»
Mi voltai per ammirare l'affresco che mi stava indicando. Ricopriva l'intera lunghezza della parete e per eseguirlo dovevano essere stati necessari complicati congegni di scale e di impalcature, forse addirittura ponteggi appesi al soffitto. La metà di sinistra rappresentava una tranquilla scena urbana con cittadini nelle loro faccende affaccendati, la metà di destra un paesaggio campestre al di là delle mura di cinta. Poi qualcosa mi scattò in testa e dissi, sconcertata: «Vuol dire... mastro Ambrogio?» «Oh, sì», confermò Eva Maria, per nulla sorpresa che fossi a conoscenza del nome. «Uno dei maggiori Maestri. Dipinse queste scene per celebrare la fine del lungo conflitto tra le nostre due famiglie, i Tolomei e i Salimbeni. Poi, nel 1339, ci fu la pace.» «Davvero?» Pensai a Giulietta e a Frate Lorenzo che fuggivano dai banditi al soldo dei Salimbeni sulle strade intorno a Siena. «Avevo come l'impressione che nel 1340 i nostri antenati stessero ancora dandosele di santa ragione. Almeno fuori le mura.» Eva Maria fece un sorriso ambiguo. O era compiaciuta che mi fossi preoccupata di leggere gli aneddoti di famiglia, o era stizzita perché avevo osato contraddirla. In quest'ultimo caso fu abbastanza
amabile da darmi retta. «Hai ragione. La pace portò a delle conseguenze imprevedibili. Capita ogni volta che i burocrati si impicciano.» Sollevò le braccia. «Se la gente vuole dar battaglia, non puoi fermarla. Se glielo impedisci dentro la città, combatteranno in campagna, e là può succedere di tutto. Ma almeno a Siena gli scontri furono interrotti prima che si perdesse il controllo. Perché?» Mi guardò come se sapessi la risposta che naturalmente non conoscevo. «Perché», continuò agitando un dito professorale davanti al mio naso, «a Siena abbiamo sempre avuto la milizia. Se volevano tenere i Salimbeni e i Tolomei sotto controllo, i senesi dovevano essere in grado di adunare e inviare in pochi minuti tutti i battaglioni nelle strade della città.» Annuì con vigore alle sue stesse parole. «Credo che questo sia il motivo per cui ancora oggi l'appartenenza alla contrada è così sentita. La dedizione della milizia di quartiere fu, nei tempi remoti, quello che rese possibile una repubblica senese. Se vuoi averla vinta sui malvagi, assicurati che i buoni siano armati.» Sorrisi della sua conclusione e feci del mio meglio per non sembrare in qualche modo coinvolta. Non era questo il momento per comunicare a Eva Maria che non credevo nelle armi e che, per esperienza diretta, i cosiddetti buoni non erano migliori dei malvagi. «Bella, no?» proseguì lei indicando l'affresco. «Una città in pace con se stessa!» «Suppongo di sì», dissi, «benché debba ammettere che la gente non appare particolarmente felice. Guardi...» Indicai una giovane donna che dava l'impressione di essere intrappolata in un cerchio di fanciulle danzanti. «Quella sembrerebbe... non so. Persa nei suoi pensieri.» «Forse aveva appena visto passare un corteo nuziale?» suggerì Eva Maria, indicando un gruppo di persone al seguito di quella che si poteva ritenere una sposa su un cavallo. «E magari la cosa le aveva fatto venire in mente un amore perduto.» «Sta fissando il tamburo», suggerii, facendo di nuovo un cenno con il dito, «o il tamburello. E le danzatrici sembrano... cattive. Guardi come l'hanno intrappolata nel mezzo. E una di loro le sta
fissando il ventre.» Scrutai di sottecchi Eva Maria ma era difficile interpretare la sua espressione. «O forse mi sto solo immaginando delle cose.» «No», disse lei adagio, «è chiaro che mastro Ambrogio vuole che la si noti. Ha fatto questo gruppo di danzatrici più grande di ogni altro elemento del dipinto. E se osservi meglio vedrai che lei è l'unica con una tiara nei capelli.» Aguzzai gli occhi e vidi che aveva ragione. «E chi sarebbe? Lo si sa?» Eva Maria fece spallucce. «Ufficialmente non lo sappiamo. Ma detto tra noi...» si protese verso di me abbassando la voce, «penso che sia la tua antenata. Giulietta Tolomei.» Fui così scioccata a sentirla pronunciare quel nome - il mio nome e articolare lo stesso identico pensiero che avevo comunicato a Umberto per telefono, che ci misi un po' prima di rivolgerle l'unica domanda possibile: «Come caspita fa a saperlo? Che sia la mia antenata, intendo...» Eva Maria per poco non scoppiò in una risata. «Ma non è ovvio? Perché mai tua madre ti avrebbe dato quel nome? Anzi, per essere precisi, è stata proprio lei a dirmelo... che discendi in linea diretta da Giulietta e Giannozza Tolomei.» Benché elettrizzata dalla notizia - data con tanta sicurezza - mi resi conto che queste erano più informazioni di quante ne potessi gestire in una sola volta. «Non sapevo che conoscesse mia madre», mormorai, domandandomi perché non me l'avesse detto prima. «Un giorno venne a trovarmi. Con tuo padre. Ancora prima che si sposassero.» Eva Maria fece una pausa. «Era molto giovane. Più giovane di te adesso. Era in corso una festa con cento invitati ma noi, tua madre, tuo padre e io, trascorremmo l'intera serata a parlare di mastro Ambrogio. Furono loro a dirmi quello che adesso ti sto raccontando. Sapevano moltissime cose delle nostre due famiglie. Quello che successe dopo fu tragico.» Rimanemmo un attimo in silenzio. Eva Maria mi stava fissando con un sorriso sardonico, come se fosse al corrente della domanda che bruciavo dalla voglia di fare senza averne il coraggio: quale
fosse, se c'era, il suo legame con l'empio Luciano Salimbeni, e quanto sapesse della morte dei miei genitori. «Tuo padre credeva», continuò lei senza lasciar tempo a investigazioni, «che mastro Ambrogio avesse nascosto una storia nel suo dipinto. Una tragedia avvenuta ai suoi tempi e che non poteva essere menzionata apertamente. Guarda...» Indicò un particolare dell'affresco. «La vedi quella gabbietta appesa alla finestra lassù in alto? E se ti dicessi che quell'edificio è Palazzo Salimbeni e che l'uomo che si scorge all'interno è Salimbeni in persona, ossequiato come un re mentre la gente si inchina ai suoi piedi per chiedere denaro a prestito?» Intendo che quel racconto in qualche maniera era per lei doloroso, feci un sorriso a Eva Maria, decisa a non permettere che il passato si mettesse tra di noi. «Non sembra molto orgogliosa di lui.» Lei fece una smorfia. «Oh, era un grand'uomo. Ma a mastro Ambrogio non piaceva. Non vedi? Osserva... c'è un matrimonio... una fanciulla triste che danza... e poi un uccellino in gabbia. A che conclusione arrivi?» Visto che non rispondevo, Eva Maria rivolse lo sguardo fuori dalla finestra. «Sai, avevo ventidue anni. Quando l'ho sposato. Salimbeni. Lui ne aveva sessantaquattro. Pensi fosse vecchio?» Mi guardò fissa negli occhi come a voler leggere dentro la mia testa. «Non necessariamente», dissi. «Come sa, mia madre...» «Insomma, io lo pensavo», mi interruppe lei. «Pensavo che fosse molto vecchio e che presto sarebbe morto. Ma era ricco. Ho una casa splendida. Devi venire a trovarmi. Presto.» Ero così sconcertata da quella spavalda confessione - e dal successivo invito - che mi limitai a dire: «Certo, mi farebbe piacere». «Ottimo!» Mi appoggiò sulla spalla una mano possessiva: «E adesso devi trovare l'eroe dell'affresco!» Per poco non risi. Eva Maria Salimbeni era una vera professionista nell'arte di cambiare argomento. «Dai», mi sollecitò come un'insegnante rivolta a una classe di studenti svogliati, «dov'è l'eroe? C'è sempre un eroe. Guarda bene.»
Scrutai il dipinto dubbiosa. «Potrebbe essere chiunque.» «L'eroina è dentro le mura con l'aria molto triste», affermò, indicando la fanciulla, «quindi l'eroe deve essere...? Guarda! Sulla sinistra è raffigurata la vita di ogni giorno entro le mura della città. Poi hai Porta Romana, l'accesso sud alla città, che taglia il dipinto in due. E sul lato destro...» «Okay, ora lo vedo», dissi, stando al gioco. «È il tizio a cavallo che sta lasciando la città.» Eva Maria sorrise, non a me, ma all'affresco. «È affascinante, vero?» «Uno schianto. E che ci fa con il berretto di feltro?» «È un cacciatore. Osservalo bene. Ha con sé un falcone da caccia e sta per liberarlo, ma qualcosa lo trattiene. L'altro uomo, quello più scuro che avanza a piedi sorreggendo la cassetta da pittore, sta cercando di dirgli qualcosa e il nostro giovane eroe si sta inclinando indietro sulla sella per ascoltarlo.» «Forse il tipo a piedi vuole che torni in città?» azzardai. «Forse. Ma cosa succederebbe se lo facesse? Guarda cosa ha dipinto più in alto mastro Ambrogio. La forca. Una spiacevole alternativa, no?» Eva Maria sorrise. «Chi pensi che sia?» Non risposi seduta stante. Se il mastro Ambrogio che aveva dipinto l'affresco era di fatto lo stesso mastro Ambrogio il cui diario stavo leggendo, e se la sconsolata fanciulla danzante con la tiara era davvero la mia antenata Giulietta Tolomei, allora il giovane a cavallo non poteva che essere Romeo Marescotti. Ma non ero sicura di voler rivelare a Eva Maria l'estensione delle mie recenti scoperte, né la fonte del mio sapere. Dopotutto, lei era una Salimbeni. Così, mi limitai ad alzare le spalle e dire: «Non ne ho nessuna idea». «Supponi che ti dica», mi comunicò Eva Maria, «che è il Romeo di Romeo e Giulietta... e che la tua antenata, Giulietta è la Giulietta di Shakespeare...» Riuscii a confezionare una risata. «Ma non si svolgeva a Verona? E Shakespeare non li ha inventati? Nel film Shakespeare in Love...»
«Shakespeare in Love!» Eva Maria mi guardò come se avessi detto
una bestialità. «Giulietta...» mi pose una mano sulla guancia, «credimi quando ti dico che è successo proprio qua a Siena. Molto, molto prima di Shakespeare. È tutto lì, su quel muro. Romeo che va in esilio e Giulietta che si accinge a sposare un uomo che non può amare.» Sorrise all'espressione del mio viso e alla fine ritrasse la mano. «Non preoccuparti. Quando vieni a trovarmi parleremo ancora di queste dolorose vicende. Che cosa fai stasera?» Feci un passo indietro, nella speranza di nascondere quanto fossi sconvolta dalla sua conoscenza della storia della famiglia. «Pulisco il balcone.» Eva Maria non batté ciglio. «Quando hai finito, vorrei che tu mi accompagnassi a un fantastico concerto. Ecco...» pescò in borsetta ed estrasse un biglietto d'ingresso, «è un programma splendido. L'ho scelto io. Ti piacerà. Alle sette. Dopo ceniamo assieme e così ti racconto dell'altro sui nostri antenati.» Mentre più tardi mi avviavo alla sala del concerto, potevo sentire che qualcosa mi tormentava dentro. Era una bellissima serata e la città traboccava di gente felice, ma io non potevo condividerne la letizia. Percorrendo le strade a lunghi passi, i miei occhi non vedevano null'altro che il selciato. Poi, a poco a poco, mi ripigliai e fui in grado di individuare la causa del mio malumore. Mi stavano manipolando. Appena ero giunta a Siena, la gente si era premurata di dirmi cosa fare e cosa pensare. Specie Eva Maria. Le sembrava più che naturale assecondare i propri desideri o programmi manovrando i miei movimenti - incluso il look - e ora stava pure cercando di interferire nei miei ragionamenti. E se io non avessi voluto discutere con lei degli avvenimenti del 1340? Insomma, peggio per me, perché non avevo scelta. Eppure, bizzarramente, lei mi piaceva. Per quale motivo? Forse perché era il contrario esatto di zia Rose, che aveva sempre paura di fare qualcosa di sbagliato e quindi non faceva mai niente? O Eva Maria mi piaceva perché non avrebbe dovuto piacermi? In questo c'era lo zampino di Umberto: il modo più sicuro per farmi avvicinare ai Salimbeni era dirmi di stare bene alla larga da loro. Immagino si trattasse di una caratteristica giuliettesca.
Insomma, forse per Giulietta era arrivato il momento di razionalizzare. Secondo Maconi, i Salimbeni si sarebbero sempre comportati da Salimbeni, il che stava a significare, a sentire mio cugino Peppo, un sacco di guai per ogni Tolomei che si fossero trovati tra i piedi. Questo era stato comprovato nel tumultuoso Medioevo e anche ora, nella Siena odierna, lo spettro del probabile assassino Luciano Salimbeni non aveva ancora abbandonato la scena. O non era stato proprio questo tipo di pregiudizio a mantenere in vita l'antico conflitto tra famiglie per generazioni e generazioni? E se l'elusivo Luciano Salimbeni non avesse neppure sfiorato i miei genitori ma fosse sempre stato un sospetto semplicemente a causa del nome? Non c'era da stupirsi che se ne fossero perse le tracce. In un Paese dove vieni giudicato presunto colpevole, il boia non è tipo che aspetti con pazienza che il processo si concluda. A dirla tutta, più ci pensavo e più la bilancia pendeva a favore di Eva Maria. Dopotutto, era lei quella che sembrava più decisa a provare che - malgrado la nostra ancestrale rivalità - potevamo ancora essere amiche. E se le cose stavano veramente così, non volevo certo essere io a rovinare la festa. Il concerto di quella sera era offerto dall'Accademia Musicale Chigiana nel Palazzo Chigi-Saracini, proprio di fronte al salone di parrucchiere del mio amico Luigi. Entrai nell'edificio attraverso un cancello coperto ed emersi in un cortile con una loggia e un vecchio pozzo nel centro. Cavalieri con tanto di corazza, pensai tra me e me, avranno tirato su l'acqua da quel pozzo per abbeverare i loro destrieri da battaglia. Sotto i miei sandali a tacco alto, l'acciottolato del suolo era levigato da secoli di zoccoli e di birocci. Il posto non era né troppo grande né troppo imponente, ma possedeva una sua sobria dignità che mi fece riflettere se gli avvenimenti esterni a quel quadrilatero senza tempo fossero davvero importanti. Mentre me ne stavo lì ad ammirare a bocca aperta il soffitto a mosaico sotto la loggia, un usciere mi porse un dépliant e mi indicò la porta per salire alla sala del concerto. Sulle scale diedi un'occhiata al dépliant pensando si trattasse del programma musicale. L'opuscolo illustrava invece la storia del palazzo, in diverse lingue:
Palazzo Chigi-Saracini, uno dei più belli di Siena, apparteneva in origine alla famiglia Marescotti. Il corpo centrale dell'edificio è molto antico. Nel corso del Medioevo, la famiglia Marescotti iniziò a incorporare le costruzioni limitrofe e, come altre potenti famiglie senesi, avviò l'edificazione di una torre. Fu da questa torre che, al rullo di tamburi, venne annunciata la vittoria di Montaperti nel 1260. Mi arrestai a metà delle scale per rileggere il passaggio. Se ciò era vero, e se non avevo fatto confusione con i nomi contenuti nel diario di mastro Ambrogio, allora io in quel momento mi trovavo in quello che originariamente era Palazzo Marescotti, cioè la casa di Romeo nel 1340. Solo quando la gente dovette cominciare a fare manovre sugli scalini per superarmi, scrollai via la sorpresa e mi mossi anch'io. E anche se fosse stata la casa di Romeo? Lui e io eravamo separati da quasi settecento anni, senza considerare che allora lui aveva la sua Giulietta personale. Malgrado i vestiti e la pettinatura nuovi, io non ero altro che una patetica imitazione della creatura da sogno che lei era stata. Se fosse venuta a conoscenza delle mie romantiche fantasticherie, Janice avrebbe riso di me. «Eccoci di nuovo», avrebbe sogghignato, «Jules che sogna di un uomo che non può avere.» E avrebbe avuto ragione. Solo che talvolta queste sono le fantasticherie migliori. La mia bizzarra ossessione per i personaggi storici mi era venuta fuori a nove anni con il presidente Jefferson. Mentre tutti gli altri inclusa Janice - avevano tappezzato le camere da letto con poster delle loro eroine pop con le tette di fuori, la mia stanza era il santuario del mio padre fondatore preferito. Mi ero data da fare un sacco per imparare a scrivere «Thomas» in bella grafia, e avevo perfino ricamato un cuscino con una T gigantesca da abbracciare prima di addormentarmi. Per mia sfortuna, Janice aveva scoperto il mio diario segreto e l'aveva fatto circolare in classe causando
unanimi ululati di ilarità alla visione dei disegnini che mi raffiguravano in velo e abito da sposa di fronte a Monticello, la tenuta del presidente, mano nella mano con un assai muscoloso presidente Jefferson. Da allora, tutti avevano iniziato a chiamarmi Jeff, anche gli insegnanti, che non sapevano il perché e - incredibilmente - non si accorgevano di come la cosa mi desse fastidio. Alla fine avevo semplicemente smesso di alzare la mano in classe, per starmene lì seduta all'ultimo banco, nascosta dai capelli, con la speranza che nessuno mi notasse. Al liceo - grazie a Umberto - avevo cominciato a interessarmi al mondo degli antichi, e le mie fantasticherie si erano spostate da Leonida lo spartano a Scipione il romano, per arrivare all'imperatore Augusto, finché non avevo messo a nudo il lato oscuro del personaggio. Una volta alle soglie dell'università, mi ero proiettata così indietro nel tempo che il mio eroe era diventato un anonimo cavernicolo della steppa siberiana, un tipo che uccideva pelosi mammut e che, solo soletto nelle notti di plenilunio, intonava melodie di caccia sul suo flauto d'osso. L'unica a farmi notare che i miei fidanzati avevano tutti una cosa in comune fu naturalmente Janice. «Peccato», aveva detto una notte che stavamo cercando di prendere sonno sotto una tenda montata in giardino dopo che era riuscita a farmi sputare tutti i miei segreti più reconditi in cambio di caramelle che erano in origine mie, «che siano tutti morti e sepolti.» «Non è così!» avevo protestato già pentita di averle rivelato i miei segreti. «La gente famosa vive per sempre!» Al che, Janice si era limitata a ribattere: «Forse, ma chi vuole baciare una mummia?» Malgrado i notevoli sforzi di mia sorella, tuttavia, mi venne del tutto naturale provare una certa eccitazione al pensiero che stavo «tampinando» Romeo nella sua stessa dimora. L'unico requisito affinché la nostra stupenda relazione potesse continuare era che lui restasse nello stato in cui era: defunto.
Eva Maria stava tenendo banco nella sala del concerto, circondata da uomini in abito scuro e donne vestite di lustrini. Era un locale dagli alti soffitti decorato in una tonalità lattemiele e rifinito con accenni dorati. Circa duecento poltroncine erano a disposizione del pubblico e, a giudicare dalle persone già presenti, non si sarebbe fatto fatica a occuparle tutte. All'estremità della sala i membri dell'orchestra stavano accordando gli strumenti mentre una cicciona in rosso aveva purtroppo tutta l'aria di voler cantare. Come in quasi tutta Siena, non c'era nulla di moderno che disturbasse la vista, a parte qualche raro adolescente con le scarpe da tennis sotto i calzoni con la piega. Nell'attimo in cui mi vide entrare, Eva Maria mi fece segno di avvicinarmi con un cenno regale del braccio. Mentre eseguivo, la sentii presentarmi al gruppo con superlativi che non meritavo, e in pochi minuti diventai pappa e ciccia con alcuni alti esponenti della cultura senese, uno dei quali era il presidente del Monte dei Paschi di Siena a Palazzo Salimbeni. «Il Monte dei Paschi», mi spiegò Eva Maria, «è il maggiore protettore delle arti a Siena. Niente di quello che vedi qua attorno sarebbe stato possibile senza il supporto finanziario della Fondazione.» Il presidente mi guardava con un lieve sorriso, come pure sua moglie, abbarbicata al di lui gomito. Al pari di Eva Maria, anche la signora era estremamente elegante e, benché anch'io mi fossi data da fare per l'occasione, il suo sguardo mi diceva che avevo ancora molto da imparare. Mi parve addirittura che facesse un commento in tal senso con il marito. «Mia moglie mi sta dicendo che lei non ci crede», disse scherzosamente il presidente, con un timbro di voce così drammatico che pareva stesse recitando i versi di un poema. «Forse lei pensa che noi si sia...» fece una pausa alla ricerca delle parole, «troppo fieri di noi stessi?» «Non necessariamente», risposi mentre mi si imporporavano le guance a causa del loro insistente scrutinio, «trovo solo... paradossale che la casa dei Marescotti dipenda dai buoni uffici dei Salimbeni per sopravvivere, ecco tutto.»
Il presidente accolse la mia osservazione con un lieve accenno di assenso, come a confermare che i superlativi di Eva Maria avessero un fondamento. «Sì, un paradosso.» «Ma il mondo è pieno di paradossi», intervenne una voce dietro di me. «Alessandro!» esclamò il presidente, all'improvviso tutto giulivo, «devi venire a conoscere la signorina Tolomei. Si sta comportando in maniera molto... severa con tutti noi. Specialmente con te.» «Chiaro che lo fa.» Alessandro mi prese la mano e la baciò con beffarda cavalleria. «Se non lo facesse, non crederemmo mai che è una Tolomei.» Mi guardò fisso negli occhi prima di lasciarmi il polso. «Giusto, signorina Jacobs?» Ci fu un momento di gelo. Chiaramente Alessandro non s'aspettava di incontrarmi al concerto, e la sua reazione non era stata lusinghiera per nessuno dei due. Ma non potevo certo biasimarlo per la villania, dato che non l'avevo mai richiamato dopo che era venuto in hotel a cercarmi tre giorni prima. Per tutto quel tempo il suo biglietto da visita era rimasto sul mio tavolino come una predizione nefasta trovata in un biscotto della fortuna. Solo quella mattina l'avevo alla fine strappato in due e buttato nel cestino, immaginando che se avesse voluto arrestarmi l'avrebbe già fatto. «Sandro, non pensi che stasera Giulietta sia uno splendore?» intervenne Eva Maria mal interpretando quel momento di tensione. Alessandro si sforzò di sorridere. «Una favola.» «Sissì», interloquì il presidente, «ma chi sta di guardia al denaro, mentre tu sei qui?» «Il fantasma dei Salimbeni», replicò Alessandro, senza distogliere lo sguardo da me. «Una forza invincibile.» «Basta!» Segretamente soddisfatta delle parole del figlioccio, Eva Maria finse di corrucciarsi e lo colpì sulla spalla con il programma arrotolato. «Saremo tutti dei fantasmi anche troppo presto. Stanotte si celebra la vita.» Dopo il concerto Eva Maria insistette che noi tre si andasse a cena
assieme. Alle mie obiezioni, tirò fuori la scusa del suo compleanno e disse che per quella particolare serata, «nel corso della quale avrebbe girato un'altra pagina di quella commedia splendida e dolorosa che è la vita», il suo unico desiderio era di andare nel suo ristorante preferito con due delle sue persone preferite. Stranamente Alessandro non fece obiezioni. A Siena evidentemente non si contraddiceva la propria madrina in un giorno così importante. Il ristorante preferito di Eva Maria era in via delle Campane, appena fuori i confini della contrada dell'Aquila. E il suo tavolo preferito risultò essere su una pedana sopraelevata all'esterno, davanti un negozio di fiorista che stava chiudendo le serrande. «Insomma», mi disse dopo aver ordinato una bottiglia di Prosecco e un piatto di antipasti, «non ti piace l'opera?» «No, mi piace!» protestai, seduta di traverso con le gambe raggomitolate nell'esiguo spazio sotto il tavolo. «L'opera mi piace. Il cameriere di mia nonna l'ascoltava sempre. Soprattutto l'Aida. Solo che... Aida dovrebbe essere una principessa etiope, non un peso massimo sulla cinquantina. Spiacente.» Eva Maria rise di gusto. «Dovresti fare quello che fa sempre Sandro. Ascoltare a occhi chiusi.» Diedi un'occhiata ad Alessandro. Durante il concerto era seduto dietro di me e avevo sentito il suo sguardo fisso sulla mia nuca per tutta la durata. «Perché? È pur sempre la stessa donna che canta.» «Ma è una voce che arriva dall'anima!» sostenne Eva Maria, chinandosi verso di me, «devi solo stare ad ascoltare e riuscirai a vedere Aida com'è veramente.» «Ciò è molto generoso.» Mi rivolsi ad Alessandro. «Anche lei è sempre così generoso?» Non rispose. Non era necessario. «La magnanimità», replicò Eva Maria assaggiando il Prosecco e giudicandolo degno di essere consumato, «è la più grande delle virtù. Stai lontana dai gretti. Sono intrappolati in animucce da nulla.» «Secondo il cameriere di mia zia», confidai, «la bellezza è la più grande delle virtù. Ma avrebbe aggiunto che la generosità è una
forma di bellezza.» «La verità è bellezza», disse Alessandro, finalmente prendendo la parola. «La bellezza è verità. Secondo Keats. La vita è molto facile se ci credi.» «Lei non ci crede?» «Non sono un'urna.» Cominciai a ridere ma lui neppure sorrise. Per quanto volesse che diventassimo amici, Eva Maria era incapace di lasciare il pallino a noi soli. «Dicci di più su tua zia!» mi sollecitò. «Perché pensi che non ti abbia mai rivelato chi eri?» Guardai prima l'una e poi l'altro, consapevole che avevano parlato di me ed erano in disaccordo. «Non ne ho idea. Credo che avesse paura... o forse che volesse...» abbassai lo sguardo nel mio piatto. «Non lo so.» «A Siena il nome che portiamo significa tutto», affermò Alessandro tormentando il suo bicchiere d'acqua. «Nomi, nomi, nomi!» sospirò Eva Maria. «Quello che non capisco è perché questa tua zia - Rosa? - non ti abbia mai portato a Siena.» «Forse temeva che la persona che ha assassinato i miei genitori potesse assassinare anche me», risposi, questa volta più risoluta. Eva Maria si appoggiò indietro sulla sedia. «Che pensiero tremendo!» «Be', buon compleanno!» presi un sorso di Prosecco, «e grazie di tutto.» Fissai decisa Alessandro obbligandolo a incrociare il mio sguardo. «Non si preoccupi, non rimarrò a lungo.» «No», rispose con un cenno d'intesa, «immagino che qui sia tutto troppo pacifico per lei.» «La pace mi piace.» Catturai un cenno di avvertimento dalle profondità dei suoi occhi color foresta. Fu inquietante. «Ovviamente.» Invece di rispondere, feci un sorriso tirato e rivolsi le mie attenzioni all'antipasto. Purtroppo Eva Maria non si accorse delle sfumature più recondite delle mie emozioni, ma solo del mio viso
paonazzo. «Sandro», disse, cavalcando quello che le era sembrato un inizio di flirt, «perché non hai fatto vedere a Giulietta le cose belle della città? Le piacerebbe.» «Ne sono certo.» Alessandro infilzò un'oliva senza mangiarla. «Ma purtroppo non abbiamo statue di sirenette.» Fu allora che ebbi la conferma che aveva rintracciato il mio dossier e che aveva trovato tutto quello che c'era da sapere su Julie Jacobs: Julie Jacobs la manifestante pacifista che non era ancora tornata da Roma che già si era fiondata a Copenhagen per protestare contro la partecipazione della Danimarca alla guerra in Iraq con azioni di vandalismo ai danni della statua della Sirenetta. Disgraziatamente, il fascicolo non riportava che si era trattato solo di un grosso equivoco e che in realtà Julie Jacobs era andata in Danimarca al solo scopo di far vedere a sua sorella che, sì, lei era una con le palle. Con in gola un cocktail infernale di rabbia e paura, allungai la mano alla cieca verso il cestino del pane, augurandomi di non far trapelare il panico. «No, ma abbiamo altre statue altrettanto belle!» Eva Maria scrutò prima me e poi lui nel tentativo di capire cosa stesse succedendo. «E fontane. Devi portarla a Fontebranda...» «Forse alla signorina Jacobs farebbe piacere vedere via dei Malcontenti», suggerì Alessandro interrompendo la propria madrina. «Era il posto dove portavamo i criminali, in modo che le loro vittime potessero lanciar loro addosso della roba mentre venivano condotti alla forca.» Visto che non c'era più bisogno di fingere, ricambiai il suo sguardo feroce con uno altrettanto feroce. «Nessuno veniva mai graziato?» «Come no! Si chiamava esilio. Si diceva loro di andarsene da Siena e di non tornare più indietro. In cambio, avevano salva la vita.» «Ah, capisco», replicai, «proprio come la sua famiglia, i Salimbeni.» Guardai di sottecchi Eva Maria che era, per la prima volta, senza parole. «Giusto?»
Alessandro non rispose immediatamente. A giudicare dal guizzo dei muscoli della mascella, gli sarebbe piaciuto moltissimo rispondere a tono, ma sapeva che di fronte alla madrina gli era impossibile. «La famiglia Salimbeni», disse alla fine con voce strozzata, «fu espatriata dal governo nel 1419 e obbligata a lasciare la repubblica di Siena.» «Per sempre?» «Evidentemente no. Ma fu un esilio molto lungo.» Il modo in cui mi guardava mi spinse a pensare che stesse di nuovo parlando di me. «E probabilmente se lo meritavano.» «E cosa sarebbe successo... se fossero tornati indietro comunque?» «Allora...» Fece una pausa a effetto, e fui colpita che il verde dei suoi occhi non somigliasse al fogliame che si trova in natura ma fosse gelido e cristallino come la scheggia di malachite che avevo portato in classe in quarta elementare, presentandola come qualcosa di speciale, prima che la maestra mi dicesse che si trattava di un minerale da cui si estraeva il rame, con danni evidenti per l'ambiente. «Dovevano avere una ragione molto importante.» «Basta!» Eva Maria alzò il bicchiere. «Niente più esili. Niente più battibecchi. Adesso siamo tutti amici.» Per circa dieci minuti riuscimmo ad avere una conversazione civile. Dopo di che Eva Maria si scusò per andare alla toilette così Alessandro e io tornammo ai ferri corti. Lo sorpresi mentre mi stava squadrando con attenzione e, per qualche breve momento, riuscii a convincermi che si trattava solo della strategia del gatto con il topo per vedere se ero abbastanza resistente da tenergli testa per una settimana. Bene, pensai tra me e me, qualsiasi cosa il gatto stia complottando, ne vedrà delle belle. Cercai di afferrare una fetta di salame. «Crede nella redenzione?» «Non mi interessa quello che hai fatto a Roma. O altrove», disse Alessandro sospingendo il vassoio verso di me e passando al tu. «Ma m'importa di Siena. Allora, dimmi, perché sei qui?» «È un interrogatorio?» chiesi con la bocca piena. «Devo chiamare l'avvocato?» Si sporse verso di me. «Ti potrei sbattere in prigione così...» Mi
fece schioccare le dita davanti al naso. «È quello che vuoi?» «Sai», ribattei mentre impilavo altro cibo nel piatto e speravo che non vedesse come mi tremavano le mani, «le prove di forza con me non hanno mai funzionato. Può darsi che funzionassero alla grande con i tuoi antenati ma, se ricordi bene, ai miei antenati non facevano un baffo.» «D'accordo...» si appoggiò allo schienale e cambiò tattica. «Che ne dici: ti lascio in pace a una condizione. Che tu stia lontana da Eva Maria.» «Perché non lo dici direttamente a lei?» «È una donna molto speciale e non voglio che soffra.» Posai la forchetta. «Invece io lo vorrei? Che soffra? È questo quello che pensi di me?» «Davvero lo vuoi sapere?» Alessandro mi passò di nuovo al vaglio manco fossi un oggetto messo in vendita a un prezzo spropositato. «Penso che tu sia stupenda, intelligente... una grande attrice...» Vedendo la mia confusione, si accigliò e continuò con voce fredda: «E penso che qualcuno ti abbia pagato un sacco di soldi per venire qui