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RAMSEY CAMPBELL IL SESSO DELLA MORTE (Scared Stiff, Tales Of Sex And Death, 1987) A Jenny, con tutto il mio amore, un libro per conciliare il sonno INTRODUZIONE DI CLIVE BARKER Morte che insidia giovane fanciulla: è un soggetto che è sempre stato caro ai pittori e, per certi aspetti, anche agli scrittori e ai registi cinematografici. Quale immagine evoca questo tema nella nostra mente? Quella di una donna nuda, o in abiti succinti, che ci fissa con orrore (o, più raramente, con sublime indifferenza) mentre la Morte protende verso il suo seno le sue grinfie putrescenti, o allunga verso le sue labbra il teschio traboccante di vermi per offrirle i suoi baci. Corruzione e sessualità in un connubio di opposti. Questo tema fa capolino ogni volta che un mostro di celluloide abbraccia o tenta di abbracciare la sua giovane vittima. A volte, la Fanciulla riesce a tenere a bada la Morte, ma più spesso soccombe; in entrambi i casi il brivido erotico suscitato dalla seducente bellezza della vittima è decuplicato dall'orrore provocato dalla figura oscena che la minaccia. Ma la drammaticità di quest'immagine, in cui la Fanciulla incarna la vita e l'innocenza, e la Morte il male che la insidia, costituisce soltanto uno dei molteplici aspetti di questo affascinante confronto. Questo tema presenta infatti infinite sfaccettature, le più complesse delle quali trovano, a mio giudizio, resa più immediata nella composizione narrativa, perché più di qualunque altro artista lo scrittore possiede gli strumenti per descrivere sia la realtà oggettiva degli avvenimenti sia quella soggettiva vissuta dai singoli protagonisti. Le storie di sesso e morte ci conducono nei regni più selvaggi della perversione: ci mostrano la carne in tutta la sua sensualità per poi rivelarci lo scheletro che vi si cela sotto; denunciano la corruzione quale forza motrice di una passione apparentemente integra e ci fanno conoscere la febbre dell'ossessione. In breve, il connubio sessualità e morte è un terreno assai fertile per uno scrittore.
Ciò nonostante, e benché l'horror tragga ispirazione e forza proprio dalla trasgressione dei tabù, gli autori di questo genere si sono sempre mostrati molto cauti nell'affrontare l'argomento sessuale. Così accade che in un'epoca in cui i protagonisti di ogni romanzo vivono senza remore la loro sessualità, la letteratura dell'orrore conservi una pudicizia di stampo quasi bigotto. È ben vero che molti capolavori di narrativa horror sono basati su tematiche erotiche (anzi esiste una tesi secondo cui gran parte della produzione orrorifica sarebbe frutto di una sessualità repressa), ma è altrettanto innegabile che da sempre i testi a sfondo sessuale sono stati relegati fra le opere di serie B. Possiamo interpretare la figura del lupo mannaro in un'ottica freudiana, ma fino a quando non ostenta un'erezione (il lupo mannaro, s'intende, non Freud), oltre al gnigno e alla coda, possiamo considerarlo scevro da implicazioni sessuali. Per quanto mi riguarda, ritengo che una simile, caparbia ingenuità sia perversa e che l'opera d'arte vada concepita e fruita fino al limite massimo. La vera arte, quella di qualità, non dovrebbe cercare di negare il potenziale significato di un'immagine perché la sua interpretazione potrebbe angosciare o turbare il lettore, né dovrebbe invitare questi ad eluderla. Ne consegue che è doppiamente deplorevole il fatto che così pochi scrittori dell'orrore abbiano finora affrontato apertamente la tematica sessuale. Ho discusso questo argomento sia con autori sia con amanti del genere, e molti hanno espresso il timore che una componente sessuale troppo esplicita rischierebbe di compromettere la capacità persuasiva della narrazione. A mia volta, ho contro-obiettato che qualsiasi tribunale letterario che richieda una volontaria sospensione dello spirito di ricerca intellettuale da parte del lettore (rispetto al suo scetticismo) non merita di sopravvivere, e ho tenuto fede con la penna al mio pensiero, introducendo la tematica sessuale in molte delle mie opere. Ramsey Campbell ha fatto la stessa cosa, coniugando con grande maestria nei sette racconti riuniti in questa antologia, sesso e orrore. Non ho usato di proposito la parola erotismo perché ritengo che la componente sessuale attorno alla quale si dipanano le singole trame abbia implicazioni molto più complesse della semplice sollecitazione dei sensi. In primo luogo, in questi racconti la vicenda sessuale non è mai una digressione narrativa (una storia hard-core che anticipa l'evento orrorifico), ma rappresenta il nucleo centrale della narrazione. In secondo luogo, i protagonisti di queste storie (quando sono esseri umani) assai raramente vestono i panni degli stereotipi da feuilleton, ma sono in tutto e per tutto si-
mili a quelle persone dalle "chiappe chiare" e dal sudore maleodorante che vediamo riflesse nello specchio quando ci guardiamo alla mattina appena svegli. Infine, ed è importante sottolinearlo, Campbell affronta la tematica sessuale in un'ottica personalissima, che conferisce a questi racconti, come a tutta la sua produzione narrativa, un'impronta unica. Come molti di voi sapranno, Ramsey Campbell si è conquistato schiere di fedeli lettori, e gli infiniti plausi della critica, creando un mondo in cui molto resta inespresso, e la paura che è capace di suscitare deriva tanto dall'interpretazione individuale di quello che la sua prosa suggerisce quanto da ciò che l'autore rivela esplicitamente. Essendo questa la caratteristica fondamentale del suo genio narrativo, si potrebbe essere indotti a pensare che vivaci descrizioni di scene sessuali, e, credetemi, vivaci lo sono davvero, male si adattino all'obliquità, alla sottigliezza del suo stile. Niente di più falso. Uno degli aspetti più inquietanti e più intriganti di questi racconti è rappresentato dall'approccio unico e meditato dell'autore, che è capace di trasformare un atto a noi tutti famigliare in un evento così strano e agghiacciante da ingenerare in noi paura e angoscia. Come si è già apprezzato in altre sue opere, la sua prosa serrata risponde con grande duttilità alla sua spiccata inclinazione a reinventare la realtà e così, senza mai scivolare nel cliché, ad ogni racconto Ramsey chiede anche a noi di dare un nuovo senso alle scene che descrive. Cosa che noi dovremmo fare, perché troppo spesso la sessualità è sfera d'azione del sentimentale o del pornografo, e troppo raramente del sognatore. Eppure, quello sessuale è un atto che trasforma, nel senso letterale della parola: perché per un certo lasso di tempo ricrea il nostro corpo e anche la nostra mente; per alcuni minuti sperimentiamo nel nostro intimo l'ossessione: siamo alla mercé di messaggi chimici che acuiscono i nostri sensi e concentrano la nostra attenzione, intensificando e affinando la nostra capacità di percezione. Per sua natura, la letteratura dell'orrore è sempre stata incentrata su questi tre temi: trasformazione, ossessione e percezione. Per questo motivo, il sesso, con le sue estasi, con i suoi riti privati e le sue depravazioni pubbliche, il sesso che ci ricorda che qualsiasi piacere fisico trae origine da quello stesso corpo che caca, suda e invecchia, non può che rappresentare un'importante fonte di ispirazione per lo scrittore di genere horror, anche se pochi artisti si sono dimostrati capaci di analizzare e tradurre in opera letteraria questa fondamentale esperienza umana, come l'autore di questa antologia.
Come ho già accennato, la narrativa dell'orrore è, per tradizione, l'ambito letterario in cui vengono sfidati i tabù. È il regno in cui imperano la morte, la follia e la trasgressione dei principi etici e dei limiti fisici. E il mondo in cui i morti resuscitano e i neonati vengono trucidati nella culla, in cui gli animali domestici si trasformano in mostri e gli psicopatici implorano il nostro affetto. Se crediamo di possedere un minimo potere di controllo sulla realtà, gli scrittori dell'orrore ci disilludono e ci ricordano che vacilliamo ad ogni istante sull'orlo del caos e dell'oblio. A questi tabù io adesso ne aggiungo altri, quelli che riguardano i lati oscuri e proibiti della sessualità: le ossessioni che coltiviamo nell'intimo dei nostri pensieri, gli atti che sogniamo ma che non osiamo desiderare apertamente, le sofferenze che agogniamo subire o infliggere agli altri in nome dell'amore. Nei racconti presentati in questa antologia la sfida di tutti questi tabù dà vita a vicende fantastiche in cui i morti non tornano semplicemente a vivere, ma resuscitano per fottere i vivi. Ad alcuni di voi questi racconti sembreranno scorci di vita infernale, ma io sono sicuro che se sarete sinceri fino in fondo non potrete fare a meno di ritrovare in queste pagine l'eco dei vostri sogni più segreti. Chi lo sa... Forse la Fanciulla non è affatto atterrita dalla Morte, forse ha bramato per tutta la vita il momento in cui avrebbe sentito le sue dita gelide sfiorarle il seno... Le persone desiderano le cose più strane, come questo straordinario artista che è Ramsey Campbell sta per dimostrarci... Londra, 29 giugno 1986 DIABOLICHE STATUINE Gelida come il vento di febbraio, la luna piena splendeva sopra i campi. Anne Norton udì il fruscio delle spighe agitate dal vento un attimo prima che l'aria della notte le accarezzasse il corpo nudo. Rabbrividì, ma non per il freddo, che quasi non sentiva. Il potere si era già impadronito di lei; già la belladonna e l'aconito le facevano pulsare i genitali e tremare le gambe. Corse dietro a John, suo marito, e oltrepassò il cancello, che interrompeva il muro di pietra che cingeva la loro casa. Una volta fuori dal giardino si voltò a guardare fugacemente l'agglomerato di casette che formavano il borgo di Camside. Alcune erano vuote,
questo lo sapeva, come vuota era anche la fattoria dei Cooper, in fondo al paese. Le altre erano buie e immerse nel sonno. Dal pascolo comune una pecora si unì alla sua allegria beffarda con un belato stridulo. Davanti a lei John aveva già raggiunto il limitare del bosco. Ombre nere scivolarono sul suo corpo nudo. Il bosco era pervaso da un silenzio ovattato. Soltanto l'acqua del torrente Cambrook ciangottava incessantemente nell'oscurità. Gli altri dovevano essere già tutti al luogo del convegno. Adesso l'unguento stava cominciando a colarle lungo le gambe in scie bollenti. Anne si mise a correre più velocemente, scivolando fra le pennellate di luce lunare e le sagome scure degli alberi, che iniziavano ad agitarsi nel sonno. Il vento le accarezzò il sesso che si infiammò di desiderio, lasciandola senza fiato. Si immerse nel torrente, spezzando i fili argentei e tremuli che la luna aveva intessuto sull'acqua. Sotto i suoi piedi le pietre sgusciarono producendo un rumore al tempo stesso stridente e liquido. Quando raggiunse la riva opposta, Anne si voltò di scatto a fissare il Cambrook, perché d'un tratto le era sembrato che il torrente fosse animato da una vita insolita, una vita che non gli apparteneva: ma non vide nient'altro che lo scorrere innocente dell'acqua. Come se il rumore stridulo dei sassi nel torrente avesse siglato l'ultimo tentativo della terra di trattenerla, Anne si sentì sollevare in aria e vide il terreno, illuminato dalla luna, correre sotto l'ombra radente dei suoi piedi. File di alberi possenti danzavano attorno a lei, uniti dall'intreccio dei rami e agitati da un ritmo sempre più selvaggio. La donna chiuse gli occhi e sentì tutta la forza e l'abbandono delle piante fluire nel suo corpo. Un attimo dopo, o forse un'ora, perché sembrava che il bosco si fosse ingrossato come un'onda e avesse invaso tutta la campagna, raggiunse la radura. Erano già arrivati tutti. I quattro Cooper aspettavano con impazienza ai margini del prato; i loro corpi fremevano come i tronchi neri degli alberi. Elizabeth Cooper le lanciò un'occhiata ostile. Lei le rispose con una smorfia. Sapeva che quello sguardo non era rivolto a lei, ma a John, perché la vecchia era invidiosa del suo potere. I Cooper erano stati per così tanto tempo i soli depositari dei segreti della stregoneria, che non accettavano di buon grado l'idea di spartire quel potere con altri. Ma non osavano mettersi contro John. Stordita dall'euforia che le procurava il prestigio del marito ed eccitata dall'unguento che le bruciava fra le cosce, Anne attraversò la radura con
passo sicuro, ricominciando a poco a poco ad avvertire la terra sotto i piedi. John era stato fermato da Robert Allen. Gli occhi dell'uomo roteavano selvaggiamente, al punto che, anziché John, sembrava stesse guardando qualcun altro alle sue spalle. «Celia Poole ha dato della strega alla mia Nell» disse. «L'ha detto per scherzo, naturalmente, ma poi ha visto come Nell l'ha guardata. Celia non è molto sveglia, ma prima o poi scoprirà la verità.» John annuì. Quindi, mentre dai suoi occhi scompariva ogni traccia di vita, si sottrasse allo sguardo di Robert per affondare nel centro segreto della sua persona. Anne, che lo stava fissando, trasalì e indietreggiò. Il suo potere, che da un lato la confortava e di cui andava tanto fiera, la atterriva. Era una di quelle cose alle quali non osava pensare a mente fredda, proprio come alla sua prima notte di nozze. «Celia Poole» mormorò John. «Quando crederà di aver capito, per lei sarà già troppo tardi per parlare.» Non fece quasi a tempo a finire la frase che, con aria di sfida, Adam Cooper fece un passo avanti. «Introibo!» urlò. Immediatamente, Elizabeth Cooper intonò un canto. Le parole che uscivano dalle labbra della donna, ammesso che di parole si trattasse, non appartenevano ad alcuna lingua nota ad Anne: sembravano piuttosto un susseguirsi di ululati, di gorgheggi e di gorgoglii soffocati. A volte i suoni si ripetevano in modo monotono, altre volte a brani già uditi agli incontri precedenti si frapponevano sequenze mai sentite. Ogni tanto Anne sospettava che la vecchia Elizabeth si inventasse il canto di sana pianta. Ma qualunque fosse la verità adesso non aveva alcuna importanza, perché i Cooper avevano già intrecciato le braccia e avevano incominciato a danzare freneticamente per la radura, trascinando con sé, ad uno ad uno, tutti i presenti. Anne fu afferrata da Adam e, per poco, non perse l'equilibrio. John era stato catturato da Jane Cooper, che forse non aveva ancora quindici anni, ma era già di forme generosamente rotonde. Anne si sentì avvampare di gelosia. Ma adesso che anche suo marito si era unito al gruppo, si stavano muovendo più rapidamente e quella danza vorticosa la trascinava lontano dalla sua gelosia, da qualsiasi cosa esulasse da quel circolo di tredici persone che correvano attorno al centro della radura, con i piedi che sfioravano appena il terreno. Le nubi si ritirarono come impaurite, scoprendo il disco bianco della luna; la luce inondò la radura e le ombre degli alberi saltellanti afferrarono il
terreno. Anne avvertì il potere del marito percorrere come un'onda le loro braccia intrecciate e sollevarla da terra, e quando aprì la bocca il canto le sgorgò dalle labbra, incomprensibile eppure vivificante. Accanto a lei, il pene di Adam si drizzò, sguainando il glande e ipnotizzando il suo sguardo. Poi, d'un tratto, il vortice della danza la espulse con forza dal gruppo e, ansimando, Anne rotolò sull'erba umida. Il cerchio si stava rompendo e Adam si precipitò verso il limite della radura, dove aveva nascosto un cesto. Ne estrasse una gallina nera, che decapitò, serrandone il corpo fra le cosce per far schizzare il più in alto possibile il fiotto di sangue. «Corpus domini nostri» urlò, elevando la testa dell'animale verso la luna. Aveva cambiato di nuovo il rito, pensò Anne; l'ultima volta aveva consacrato e poi offerto in cibo a tutti loro un pesce, mentre la volta prima ancora aveva distribuito dei biscotti simili alle particole. I rituali dei Cooper cambiavano di mese in mese, a causa, soprattutto, della costante perdita di memoria di Elizabeth. Ma in questo caso non aveva importanza, perché il significato della cerimonia rimaneva inalterato. «Amen!» urlò Anne insieme gli altri, tutti sdraiati a terra con il petto squassato dall'affanno. Così il Pastore Jenner avrebbe capito quanta paura lei avesse di lui. «Amen!» ripeterono ancora in coro. «Domini nostri! Domini nostri!» D'intesa con Robert Allen, John si alzò in piedi e si allontanò dalla radura. I dodici tacquero. La luna risplendeva sopra di loro, immobile e fulgida. Anche gli alberi si erano placati, come spettatori che trattenessero il fiato sopraffatti da un grande turbamento. A poco a poco le loro ombre agitate si acquietarono, come se l'attesa spaventata del gruppo li avesse paralizzati. Il cuore di Anne batteva all'impazzata, mentre, a poco a poco, il suo respiro si placava. Prima che John fosse ritornato, il suo potere riempiva già la radura, freddo e disumano come la luce della luna. Nessuno lo guardò in volto. Tutti abbassarono lo sguardo sulle sue mani, nelle quali si concentrava tutto il suo potere. Fra le dita stringeva un coltello e una bambola di legno senza faccia. Dapprima Robert Allen non volle prendere la bambola. La fissò e fissò con terrore la mano color della luna che gliela porgeva. Fu solo quando, con un gesto di rabbia, Nell lo spronò, che si decise ad afferrarla e, serrando gli occhi, contrasse il volto in una tacita maledizione. Non appena Robert gliela restituì, John ne intagliò la testa con il coltello. I suoi movimenti sembravano casuali, noncuranti. Ma in un batter d'occhio
la bambola ebbe un volto: fronte bassa, naso lungo e smussato, zigomi pronunciati e bocca grande: era il volto di Celia Poole. Benché lo avesse visto intagliare tante volte prima che abbracciasse la stregoneria, Anne rimase atterrita dalla precisione e dall'essenzialità dei suoi movimenti: perché adesso la sua arte era l'espressione di un odio puro. Ma non solo; quando intagliava lui diventava un'altra persona, non era più l'uomo che le aveva fatto la corte, l'uomo che l'aveva posseduta la prima notte di nozze, l'uomo trasformato da anni di matrimonio. Quando lo vide allontanarsi fra gli alberi gli occhi fissi sulla bambola, Anne trasse un sospiro di sollievo. Anche se lui non aveva mai impedito a nessuno di assistere al rito della maledizione, lei non avrebbe potuto seguirlo per nessuna ragione al mondo. John aveva appena lasciato la radura quando Elizabeth Cooper afferrò Robert Allen. Scivolò in ginocchio davanti a lui e affondò voracemente la testa fra le sue gambe. Ad Anne, che la stava guardando, sembrò un grande ragno peloso e grigio che, aggrappato al basso ventre dell'uomo, stesse strattonando la propria tela. Il corpo di Robert si protese all'indietro come un arco teso dalla freccia dei genitali. Il suo volto si accese di fredda luce lunare; lentamente, la sua bocca si dilatò. Il gesto di Elizabeth aveva sciolto il terrore che paralizzava tutti. Adam spinse Jenny Carter contro un albero e la penetrò da dietro prima ancora che lei potesse avvinghiarsi al tronco. James Carter fu rovesciato a terra da Alice Young e Nell, che si allacciarono al suo corpo con i genitali dilatati come due bocche fameliche. Arthur Young aveva inchiodato Mary Cooper al terreno con le braccia divaricate, ma, ansimando, lei sollevò i fianchi per bloccarlo a sua volta. Jane Cooper giaceva sopra Thomas Small che, con le sue braccia robuste la teneva stretta a sé, premendo i suoi seni giovani e pieni contro il proprio petto. Aveva strappato alcune ortiche con le quali adesso le percuoteva le natiche tornite. I fianchi della ragazza si sollevavano e si abbassavano convulsamente, mentre le sue dita si serravano freneticamente intorno ai capelli del suo compagno. Urlarono nello stesso istante e, nell'estasi dell'orgasmo, lei inarcò la schiena fino a scivolare quasi fuori dal suo corpo. Mentre Robert Allen si accasciava a terra esausto, Elizabeth sollevò lo sguardo su Anne. «Come mai adesso il tuo John non si fa più vedere?» la schernì. «Ci ha rinunciato forse? Ricordati quel che ti dico: nessun uomo può farne a meno.» Quelle parole erano dettate dall'invidia, Anne lo sapeva. Era stata l'in-
vidia a indurla a lanciarsi verso Robert Allen appena John era scomparso. Ciò nonostante, all'improvviso Anne si sentì rifiutata dagli altri, anche se fino a quel momento, mentre attendeva invano un partner, non aveva voluto ammetterlo. Afferrò Adam non appena lasciò Jenny Carter, che era rimasta avvinghiata all'albero, e lo trascinò sopra di sé. Nel medesimo istante udì uno scricchiolio provenire dal cuore del bosco, come di un albero piegato dal vento. Ma non c'era vento. Il suo corpo si chiuse attorno al pene di Adam, risucchiandolo dentro di sé e accelerandone le spinte. Con le cosce ingabbiò il suo torace e, facendo scivolare i piedi verso l'alto, lo serrò ancor di più a sé. Rotolò con i glutei sull'erba umida e il caldo unguento le colò fra le gambe esplodendole nel sesso quasi all'istante. Quando raggiunse il terzo orgasmo, sentì il pene di Adam raddoppiare di dimensione e affondare dentro di lei, in spinte sempre più lunghe e incontrollate. Mentre giaceva sotto di lui, Anne udì lo scricchiolio dei passi che si avvicinavano dal bosco. Cercò di non pensare. Chiuse gli occhi e si sforzò di concentrarsi solo sul corpo massiccio di Adam che la schiacciava contro l'erba. Ma un attimo dopo lui si staccò da lei e, improvvisamente placato, si sedette sul prato, in attesa. Anne cercò di annullare ogni rumore attorno a sé, in quella radura bagnata di luce gelida che sembrava abbandonata da ogni forma di vita. Voleva tenere lontano ciò che si stava avvicinando. Quello che, nella loro orgia, tutti loro avevano tentato di ignorare era impensabile. E dal momento che non lo si poteva concepire, non poteva nemmeno accadere. Stava cercando di convincersene quando, con incedere solenne, il diavolo entrò nella radura. Osservò i dodici sogghignando; sopra la testa ostentava un paio di corna che avrebbero potuto trafiggere un toro. I suoi occhi, la bocca larga e le guance infossate erano piene d'ombra. Questo fu tutto ciò che Anne vide prima di distogliere lo sguardo. Ma guardare altrove non le servì a niente, perché continuò ad avvertire la presenza del suo corpo, imponente come una quercia, che dominava la radura, e l'odore fetido della sua pelle. Alzò gli occhi. Con un dito spesso e nocchiuto piegato ad uncino stava invitando una di loro ad avvicinarsi. Un debole scricchiolio accompagnava quel movimento, lento e sinistro. Forse era quello l'aspetto più spaventoso del diavolo: il fatto che non parlasse mai, perché non ne aveva bisogno. All'improvviso Anne sentì una staffilata allo stomaco. Doveva essere arrivato
il suo turno. Poi si accorse che il diavolo non stava facendo cenno a lei, ma a Jane. Il suo pene gigantesco luccicava alla luce della luna, eretto davanti al ventre informe. Il diavolo rimase fermo con il dito piegato ad uncino, mentre Jane, tremando, avanzava lentamente verso il centro della radura. La sua presenza sembrava aver imbrigliato il tempo: i passi della ragazza duravano ore. Quando lo raggiunse e, dopo un attimo di esitazione gli toccò timidamente una spalla, lui la scaraventò per terra. Subito dopo fu su di lei e, con le dita nodose, le inchiodò le spalle al terreno. Quando la penetrò con l'enorme pene, Jane boccheggiò, come se con la sua foga lui l'avesse privata dell'aria per respirare. I suoi glutei infiammati dalle ortiche si contrassero convulsamente sull'erba. Ma con spinte lunghe e lente, lui affondò ancora di più dentro di lei. E quando lei gli graffiò la schiena con le unghie e si ferì le cosce contro i suoi fianchi, lui non mutò il ghigno delle labbra, né disse nulla. Quando alla fine Jane ricadde sul terreno esausta, lui la gettò da parte e si allontanò a lunghi passi verso il bosco, cigolando con la lenta solennità degli alberi. Il pastore Jenner stava tuonando dal pulpito. «La mente carnale è nemica di Dio! Pensare alla carne significa morte!» La sua voce rimbombò nella chiesa alle spalle di Anne. La donna si fece piccola piccola. Ma lui non la stava guardando. Non poteva sapere. «Questa è la parola del Signore» riprese il sacerdote con forza, ma abbassando il tono della voce. Poi urlò: «Vorreste forse metterlo a tacere con le parole degli uomini? Vorreste forse dirgli che la concupiscenza è naturale, che è dono di Dio? Trovare piacere nel sudiciume è nella natura degli animali! È questa forse la vostra natura? Volete glorificare la vostra sconcezza e chiamarla amore cristiano?» Anne avrebbe voluto coprirsi il volto in fiamme con le mani. Sapeva che il pastore aveva ragione. E ogni volta che lo sentiva predicare su quell'argomento, la sua convinzione aumentava. L'aveva capito la prima notte di nozze, appena aveva visto il pene eretto di John. L'aveva capito quando lui l'aveva infilato dentro di lei, duro, asciutto e ruvido, per la sola buona ragione per la quale il pastore Jenner lo aveva autorizzato a farlo. Ma contro quell'intrusione il suo corpo si era irrigidito ed era diventato di ghiaccio, e da allora era sempre stato così tutte le volte che aveva fatto l'amore con lui. Eppure non era stato così quella volta, a sedici anni, quando era entrata a
far parte (a questo punto il pensiero accelerò nella sua mente, per paura che Dio e il Pastore Jenner potessero sentirla) della setta. Allora l'unguento l'aveva aiutata, iniziandola all'estasi; e da allora le aveva sempre fatto quell'effetto. Solo a casa, nel letto che divideva con John, si irrigidiva e si sentiva sporca. Ci aveva pensato a lungo ed era giunta alla conclusione che la causa di tutto fosse il pastore, che dominava con il suo potere tutto il villaggio. E lei riusciva a liberarsi dal suo influsso solo all'interno della (questa volta pensò provocatoriamente la parola ad alta voce) setta. Tutti i membri della setta erano in chiesa, soggiogati dal potere del sacerdote. Anne si guardò attorno senza dare nell'occhio. C'era Adam, tutto impettito nella sua lunga giacca nera, che non perdeva nemmeno una parola del pastore, i suoi genitali nascosti sotto le pieghe delle falde imbottite. C'era, all'improvviso Anne avvertì un inspiegabile quanto violento impeto di gelosia, c'era Jane, il seno rotondo trattenuto dai lacci del corsetto, le natiche, che ancora dovevano bruciarle, perché non potevano essere certamente guarite in meno di ventiquattr'ore, celate dalle numerose sottovesti, dalla gonna lunga e dal grembiule. E c'erano anche tutti gli altri, ognuno nascosto dietro un'espressione intensa e rispettosa. Nella cappella all'estremità occidentale della chiesa, Anne vide Robert Allen e Arthur Young, pronti ad accompagnare, il primo con l'oboe, il secondo con il corno, l'inno che il pastore avrebbe intonato di lì a poco. «Il Signore Nostro Gesù Cristo ha forse disonorato la carne vergine della Sua Santa Madre concupendo una donna?» Quelli dovevano essere i soli momenti in cui il sacerdote si lasciava trasportare dalla passione, pensò Anne cercando di rincuorarsi. Ma così era peggio, perché significava che la sua forza era superiore a quella delle sue parole. Riportò immediatamente lo sguardo sull'altare, facendo finta di non averlo mai distolto. Il suo potere era troppo forte per loro; il fatto stesso che gli celassero i loro corpi e i loro pensieri era un riconoscimento dichiarato della sua forza. I convegni in cui si ritrovavano i membri della setta non rappresentavano altro che una fuga da lui, una fuga imposta loro dai capricci della luna piena. Per tutto il resto del mese erano soggiogati dalla sua autorità. Anne sapeva che i Carter e gli Young avevano aderito alla setta soltanto per sfuggire alle limitazioni imposte dai suoi sermoni alla loro vita matrimoniale. Immaginò la sua rabbia e il suo disprezzo il giorno in cui li avesse scoperti. Si sentì umiliata e piena di vergogna. Le sembrava di udire la sua voce, che le diceva che la setta non era nient'altro che un'illusione.
Scosse la testa. Aveva la mente confusa. Cercò di aprirsi un varco in mezzo alla nebbia grigia che calava sulla sua mente dopo ogni convegno e che vi gravava fino alla luna piena successiva. No, la stregoneria che praticavano non era semplicemente frutto di un'illusione. Una notte, mentre attraversava il Cambrook, aveva sentito il torrente ingrossarsi alle sue spalle, un manto luccicante e ghiacciato che ribolliva alla luce della luna e si riversava a valle per seguirla al luogo del convegno: ma quando si era voltata a guardare aveva visto soltanto l'acqua scorrere senza meta fra le due rive. Eppure lei era sicura di averlo sentito. E poi c'era una cosa che aveva visto. Una volta, al culmine dell'estasi, aveva alzato gli occhi verso il cielo e aveva visto un'enorme faccia bianca, illuminata dalla luna, che fissava sogghignando il loro gruppo raccolto nella radura. Aveva la bocca e gli occhi pieni di notte e dai loro contorni frastagliati usciva un fumo denso e lento. A poco a poco, la faccia si era dilatata fino ad occupare l'intera volta celeste e dalla fronte erano spuntate un paio di corna. «La concupiscenza è un'illusione, uno scherzo del diavolo!» tuonò Jenner. «Il Nostro Signore Gesù Cristo provava forse concupiscenza? O l'aveva forse mai provata la Sua Santa Madre?» Un'illusione, pensò Anne. Se il diavolo era capace di farle provare quello che provava ad ogni convegno, era certamente in grado di farle vedere anche strane facce in cielo. La sua mente si incupì. La setta non aveva alcun potere, se non quello dell'illusione. Ma non era vero! protestò all'improvviso una voce dentro di lei. Il potere della setta era reale, e spaventoso! Per la prima volta, dacché aveva messo piede in chiesa quella mattina, Anne riuscì a guardare il Pastore Jenner negli occhi. «Adesso innalzeremo il nostro canto di lode a Dio» proclamò il sacerdote. Anne si alzò in piedi, spronata non soltanto dalla musica. La setta e il pastore si erano scontrati dentro di lei e la setta aveva vinto, perché possedeva lo stesso potere di John. Ad un tratto la sua mente si schiarì e i colori tornarono a risplendere nei suoi pensieri e nella chiesa attorno a lei; da quel momento e per tutta la durata dell'ufficio, Anne si sentì come se si trovasse al centro di un raggio di luce. Finché uscì e vide Celia Poole, viva e vegeta. Ad un tratto, John, che camminava accanto a lei, celando il suo potere dietro un'espressione di grande compostezza, le parve come tutte le altre pecorelle del gregge di Jenner: un fantoccio inerme, con la faccia da timorato di Dio. Aveva detto che la maledizione avrebbe colpito Celia Poole
prima che potesse parlare. Ma come poteva essere sicuro che non avrebbe parlato se non la metteva a tacere immediatamente? Quella volta il suo potere aveva fallito. E il Pastore Jenner aveva vinto. Quando ritornarono a casa, Anne si sedette davanti al fuoco e restò in silenzio. Il potere del pastore incombeva anche lì. Mentre gli altri uscivano a passeggiare, godendosi il giorno di festa, lei e John dovevano restare a casa, per dimostrare la loro maggiore devozione. Un dolore sordo le rodeva lo stomaco. Aveva dovuto digiunare prima del convegno e adesso doveva astenersi per santificare la domenica. Lanciò un'occhiata al filarello, poi distolse lo sguardo. Non poteva nemmeno rammendare i vestiti, per paura che al pastore venisse in mente di andarli a trovare. I pensieri che si affollavano nella sua mente erano cupi come il pavimento sotto i suoi piedi, fatto di nuda terra. L'orologio del nonno batté l'ora, ricordandole, con i suoi rintocchi forti e pigri, l'approssimarsi dell'ufficio serale. Immaginò Celia Poole che si alzava in piedi nel bel mezzo della funzione non per fare atto di pubblica penitenza, ma per denunciare Nell. Nell sarebbe certamente crollata e avrebbe fatto tutti i loro nomi. E allora sarebbero stati alla mercé di Jenner, circondati dalla sua voce tonante, legati da un cappio di paesani. A nulla sarebbe servito invocare la Legge sulla Stregoneria di Giorgio II. Jenner non era un uomo incline alla clemenza, e non lo era nemmeno il paese che aveva fatto suo. Anne osservò John mentre, con gesti calmi e precisi, aggiungeva legna al fuoco, apparentemente sereno. Si rifiutò di farsi illudere da quella sua calma. Dietro quel suo atteggiamento discreto e riservato non c'era niente. Lui era l'unico che avrebbe potuto salvarla da Jenner. Anni prima il pastore era riuscito ad averla vinta su di lui e lei era sempre stata convinta che l'odio feroce che quello smacco aveva scatenato dentro di lui fosse la fonte del suo potere. Ma ormai il suo potere era svanito. Era seduto di fronte a lei, con il volto immobile. Ad un tratto Anne si rese conto che al di fuori dei convegni, la vita del marito doveva trascorrere grigia come la sua. Almeno lei viveva preziosi minuti d'estasi sotto la luna. Ma nel caso di John quali mai potevano essere i piaceri che lo aiutavano a tirare avanti? Non aveva importanza, si disse, ricacciando il pensiero prima che potesse prendere forma nella sua mente. I piaceri erano finiti per tutti e due, adesso che Jenner aveva vinto. Una folata di vento spinse un nero pennacchio di fumo fuori dal camino, mandandolo ad infrangersi contro i travicelli del tetto.
Quando giunse l'ora della funzione serale, Anne uscì di casa con il capo chino e, per tutto il tragitto, non fece che inciampare nei profondi solchi della strada. Era come se quei solchi volessero spingere i suoi piedi riluttanti verso la chiesa. Circondate da grandi giardini, le piccole case di mattoni rossi sembravano volersi tenere lontane da lei. Il sole era basso sopra i campi di grano. Con gli occhi fissi sulla sua ombra che incespicava, Anne si trascinò verso la chiesa. Quando passò accanto ai Cooper, che sedevano un paio di panche dietro a quella che era stata assegnata a lei e a John, nessuno dei due le rivolse lo sguardo; del resto neppure lei avrebbe mai osato guardarli apertamente in faccia. Il potere del pastore era assoluto: nessuno avrebbe avuto il coraggio di mostrare di conoscere qualche altro membro della setta. Anne non poté fare a meno di domandarsi se anche loro fossero paralizzati dal terrore come lo era lei. Poi si accorse che i posti dei Poole erano vuoti. Non osò sperare, ma per la prima volta da quando Jenner era arrivato in paese, riuscì a pensare in chiesa che forse esisteva un barlume di speranza. I Poole arrivavano quasi sempre con mezz'ora di anticipo alla funzione, per non essere costretti a subire da soli i propri reciproci, imbarazzati silenzi. Mentre si inginocchiava, Anne si guardò intorno. La chiesa era stata piuttosto trascurata in passato, ma da quando era arrivato Jenner le cose erano cambiate. Tuonando dal pulpito, aveva messo a nudo le più segrete manchevolezze di ognuno di loro, inchiodando ciascuno alle sue colpe. Alcuni degli abitanti del paese avevano salutato con gioia la sua nomina a pastore, perché nel suo rigore vedevano una soluzione contro il lassismo dei tempi; gli altri non avevano osato mettersi contro di lui, perché il suo disprezzo si stava diffondendo nel paese come un'epidemia. E la maggior parte degli abitanti ne era rimasta infettata prima che il disprezzo potesse venire usato contro di loro. Jenner li aveva spronati a pulire e a ripristinare la chiesa, e ad imbiancarne le pareti. E infatti adesso era così linda che splendeva tutta nella luce della sera. Ma forse quella non era stata poi una gran conquista, come credeva Jenner, pensò Anne. In fondo non era stato sempre lui a predicare l'inutilità delle cose terrene? La vera vittoria era quella su Celia Poole, ed era John ad aver vinto... Non appena Anne udì i passi riecheggiare nella navata non ebbe bisogno di voltarsi per sapere che si trattava di Celia Poole. Quando, all'unisono con il resto dell'assemblea, girò la testa per rim-
proverare i due ritardatari, vide la donna prendere posto con aria imperturbabile nel banco che, come tutti gli altri, era stato costruito da John, su ordine del pastore. E dal luccichio nei suoi occhi capì che pregustava il sapore dell'imminente atto di denuncia. Seduto accanto a lei, Richard, suo marito, era rosso in volto e ancora affannato per la discussione che avevano appena sostenuto. Dallo sguardo di Celia si capiva che era stata lei a spuntarla. Come se avesse atteso con trepidazione il suo momento di gloria, Jenner avanzò a grandi passi verso l'altare, facendo svolazzare la tonaca. La sua voce, stentorea e autoritaria, rimbombò in tutta la chiesa. Anne rispose meccanicamente all'orazione latina, benché quelle parole non significassero quasi nulla per lei. Le uscivano dalle labbra da sole, sfuggendo al suo pensiero, proprio come era accaduto al convegno, quando Elizabeth aveva intonato il canto. Ma adesso quelle parole si stavano serrando attorno a lei come le maglie di una catena che la inchiodava lì, al suo posto nel banco, in attesa che calasse la mannaia della denuncia. Sentiva Celia dietro di sé, pronta a balzare in piedi da un momento all'altro. Poi, all'improvviso, udì un frastuono, seguito da un tonfo sordo. Il canto si interruppe e tutti si voltarono a guardare. C'era qualcosa nella navata, qualcosa che si dimenava con gli stessi movimenti di un indifeso neonato. Aveva il viso nero, con i muscoli spasmodicamente contratti attorno alla lingua che protrudeva senza suono dalla bocca. Era Celia Poole. «Siate vigilanti!» tuonò Jenner, ammonendo l'assemblea con l'indice puntato. «Perché il diavolo vostro nemico, si aggira in mezzo a voi come un leone ruggente, alla ricerca di una vittima da divorare!» Anne riuscì a soffocare a stento un sorriso. Lei sapeva che quella non era la vittoria del diavolo, ma della setta.. Ma quando Richard sollevò gli occhi dal corpo sofferente della moglie, occhi assenti e umidi di rabbia, capì che anche lui sapeva. Fu il giorno prima della successiva luna piena che le parole di Elizabeth Cooper fecero capolino nella mente di Anne, generando in lei il sospetto. Anne stava rammendando alcuni vestiti. Non più attanagliata dalla paura, la sua mente si muoveva agile come l'ago che stringeva in mano, attraverso la selva dei ricordi. Per la prima volta, dacché era sposata, la donna si sorprese a gioire spontaneamente del suo lavoro. Si crogiolò in quella piacevole sensazione. Ricordava l'iniziazione dei Carter e degli Young; ricordava la loro irrefrenabile euforia la prima volta che si erano abbandona-
ti ai piaceri del sesso. All'improvviso quell'immagine si associò ad un altro pensiero che, senza che lei ne fosse cosciente, covava da tempo nella sua mente: cosa ne era stato della sessualità di John? Si sforzò di riflettere. Suo marito non era certo un uomo privo di desideri sessuali, tutt'altro: la sua ardente passione l'aveva atterrita la prima notte di nozze, quando il sesso le si era presentato alla luce incerta di una candela, anziché a quella prepotente della luna piena. Non appena si era accorto che né le lusinghe né le minacce servivano a sollecitare i sensi di lei, John aveva soffocato il proprio desiderio, che tuttavia non poteva essere morto. «Nessun uomo può farne a meno» le aveva ricordato Elizabeth. Ma era ovvio! Ecco dov'era finita la sua sessualità: nel suo potere magico. Senza volerlo, con quella frase acida, dettata dall'invidia, Elizabeth le aveva indicato la verità. Ma Anne non ne era del tutto convinta. Sentiva John chiuso in camera sua, intento a ultimare qualche mobile. Più di una volta l'aveva sorpreso ad osservarla, mentre credeva che lei non lo vedesse, e nei suoi occhi aveva letto il desiderio. E ogni volta si era sentita raggelare: no, non poteva, non poteva e basta, non serviva a niente cercare di costringerla. Si impose di riflettere con calma: le riusciva difficile credere che lui fosse riuscito ad annullare la passione nel potere. L'estasi che tutti loro raggiungevano durante il convegno non poteva non accendere anche in lui un desiderio incontenibile. Inoltre, lei era certa che suo marito quel potere l'avesse sempre posseduto. Era stato il Pastore Jenner a trasformarlo in odio. John era un esperto mobiliere, come, prima di lui, era stato suo padre. I suoi manufatti erano modesti, ma realizzati con stile, ed era grazie a lui che molti braccianti della zona potevano compiacersi di dormire in un letto a baldacchino anziché su quattro assi di legno o su un materasso buttato per terra. Ma il vero genio di John si esprimeva nelle figure che intagliava: cavalieri, pastori, contadini e animali in miniatura. Nella sua stanza aveva addirittura un modellino di Camside, con tutti i suoi abitanti. Portava alcune delle sue sculture a Brixtel e solo molto di rado ne riportava indietro qualcuna. Nei giorni che precedevano il Natale, esponeva tutte le sue statuine davanti all'uscio della loro casetta, sul ciglio della strada. Da quando si erano sposati, John aveva intensificato l'attività di scultore e il Natale prima aveva messo in vendita più statuine di quante ne avrebbero potute acquistare tutti gli abitanti del paese messi assieme, più le persone che venivano apposta da Brichester per comperarle.
John era in piedi accanto alle sue sculture e quasi tutta la popolazione di Camside era lì ad ammirarle, quando, con passo solenne, era arrivato il Pastore. Jenner aveva fissato in silenzio le statuine, come se avesse trovato finalmente la conferma di un terribile peccato di cui gli era giunta voce, poi sollevando gli occhi su John aveva urlato: «Non ti fare nessuna scultura, né immagine delle cose che splendono su nel cielo, o che sono sulla terra o nelle acque sotto la terra! Non hai dunque compreso la parola del Signore? L'uomo non ha diritto di emulare la perfezione, che è solo di Dio!» Anne aveva avvertito un immediato cambiamento d'umore negli astanti, nei cui sguardi l'ammirazione aveva lasciato prontamente il posto alla condanna, una condanna che si estendeva anche a lei. Si sentiva spaventata, ma sicura: era certa che John avrebbe avuto la meglio su tutti loro. Ma proprio allora John l'aveva delusa. Aveva ceduto a Jenner e gli aveva chiesto che cosa dovesse fare. «Brucia tutte le statuine» gli aveva risposto il Pastore, «e ringrazia con tutto il cuore Dio Onnipotente per averti salvato dalla perdizione.» Mezz'ora più tardi le fiamme stavano già divorando le piccole figurine di legno. Anne si era sentita spregevole e falsa. Quando John era rientrato in casa, aveva pensato che fosse andato a nascondere la scultura in miniatura di Camside, ma poco dopo era riemerso per gettarne i pezzi in mezzo al fuoco. Da quando si erano sposati, Anne aveva smesso di frequentare la setta, perché temeva che John potesse scoprirla. I Cooper non avevano obiettato perché nel frattempo erano state iniziate altre coppie. Ma quel mese, spinta dal bisogno disperato di ridare un senso alla sua vita, aveva ottenuto dai Cooper l'unguento ed era andata al convegno. E mentre correva in mezzo agli alberi ondeggianti, lasciandosi alle spalle la casa e la sua atmosfera di sconfitta, si era finalmente sentita libera. Dietro di sé, suggestivo e incalzante, aveva udito il debole battito del cuore della foresta... Ma quando era arrivata nella radura e si era voltata a guardare quello che tutti gli altri stavano fissando, si era resa conto che il rumore che aveva udito era quello dei passi di suo marito. «Lo immaginavo» aveva detto John, incapace tuttavia di celare la sua sorpresa. «Be', penso di avere più ragioni di tutti voi di odiare la religione e tutte le sue assurdità. Quindi farete meglio ad accettarmi come membro della setta.» «E così finalmente saremo in tredici!» aveva esultato Anne, comprendendo finalmente il motivo per cui il marito non si era opposto a Jenner.
«Ci saresti stato più utile quando intagliavi le tue statuine» aveva detto Elizabeth. «Ci avrebbero dato il potere sulle persone che scolpivi.» A quel punto John aveva estratto di tasca un coltello e, come la luna aveva inondato di luce la radura, una nuova determinazione aveva acceso il suo sguardo. «Forse non è troppo tardi.» Prima della fine di quella settimana, Jonas Miller si era fracassato le ginocchia sotto il tornio; Jonas aveva aiutato John a bruciare le sue sculture con un entusiasmo eccessivo anche per il più zelante dei credenti e quella notte, nella radura, John aveva accuratamente eliminato le ginocchia dalla statuina dell'uomo che aveva intagliato. Da allora, tutti i membri della setta gli avevano chiesto di maledire i loro nemici, ma lui acconsentiva soltanto quando sussistevano validi motivi, per paura che un'improvvisa epidemia di malattie e di disgrazie potesse tradire la presenza della setta. Dopo Jonas Miller era stato il turno di Roger Piace, il proprietario terriero di Brichester, che una cronica infezione urinaria aveva costretto a letto, impedendogli di recintare la terra di Camside, e consentendo così a Arthur Young di continuare a lavorare i campi della vedova Taylor. La setta metteva subito a tacere chiunque manifestasse sospetti su una delle streghe. L'ultima in ordine di tempo era stata Celia Poole. Ricordando quanto era accaduto a Celia Poole, Anne non ebbe più dubbi. Per esercitare un simile potere, John doveva attingere a tutte le sue energie, compresa la sua sessualità frustrata. Un simile potere doveva per forza assorbirlo tutto. L'ago di Anne riprese a muoversi alacremente. Ripensando a Celia, Anne provò compassione per Richard Poole, un uomo timido, la cui principale preoccupazione era quella di vivere in pace con il prossimo e di evitare fastidi. Non si meravigliava che avesse cercato di dissuadere la moglie dall'idea di denunciare Nell. Pover'uomo, adesso che Celia era stata stroncata da una crisi epilettica, avrebbe finito per chiudersi ancora di più in se stesso. Ma la setta doveva pur difendersi dai suoi nemici. Rincuorata da quella nuova vittoria del marito, Anne attizzò il fuoco con il mantice. Si stava ancora riscaldando le mani al tepore della fiamma, quando arrivò Jane Cooper per ritirare la sedia che John aveva appena terminato. Il buonumore che le aveva fatto compagnia fino a quel momento fu subito annullato dall'accesso di gelosia che ormai la coglieva tutte le volte che vedeva la ragazza. Ma un attimo dopo, non appena la ragazza scomparve nella stanza del marito, Anne si vergognò di se stessa: si sentiva troppo in pace con il mondo per permettere ad un sentimento così meschino di rovi-
nare tutto. Uno dei lussi che, grazie al lavoro di John, potevano permettersi era il tè, una cosa che, con ogni probabilità, Jane non aveva nemmeno mai assaggiato. Una pentola colma d'acqua era già pronta accanto al camino e Anne l'appese sopra il fuoco. Poi si affrettò a dire a Jane di aspettare. Quando entrò nella stanza, John non si curò di mutare l'espressione del suo sguardo: stava fissando la ragazza con gli occhi pieni del ricordo dell'accoppiamento e della promessa di altri incontri. Dopo quelli che a Anne sembrarono parecchi minuti, l'uomo le rivolse un'occhiata stanca e spazientita e si richiuse in se stesso, celando i propri sentimenti come un padrone geloso che nasconda bruscamente un libro all'ingresso di una cameriera. Jane uscì portando la sedia sulla schiena. Incespicando, Anne ritornò nella sua stanza e indugiò alcuni istanti con le mani in mano. Per qualche minuto sostenne un'intima lotta con la verità. John non poteva aver toccato la ragazza. Non l'aveva fatto durante i convegni e i vecchi Cooper non glielo avrebbero permesso in nessun'altra circostanza. Su quel punto erano intransigenti almeno quanto Jenner. Del resto, pensò, (o fu quasi sul punto di pensare perché la sua mente rifuggiva da quel pensiero), se fossero stati capaci di stare insieme tutte le volte che lo desideravano, la setta non sarebbe nemmeno esistita. Ma la verità attendeva pazientemente che lei la vedesse. John era il diavolo che faceva la sua comparsa durante i convegni: ecco come faceva a soddisfare la sua sessualità. Perfino adesso, sollecitata da quell'intuizione, Anne dovette compiere un atto di violenza nei confronti di se stessa per pensare al diavolo. Era apparso dal folto del bosco otto lune piene prima, cigolando come se il suo corpo fosse di legno, di vento e di luna. Da allora era sempre riapparso al culmine della loro estasi. Non era mai stato visto prima che John si unisse alla congrega e la sua comparsa era stata salutata come la riprova del potere del numero tredici e di quello di John. Le donne avevano detto che il suo pene era duro e rigido, proprio come, ricordando i convegni della sua infanzia, Elizabeth aveva predetto che sarebbe stato. Insomma, tutto concorreva a dimostrare che la congrega aveva riacquistato il suo potere magico. Ma adesso Anne si rendeva conto che esisteva un'altra spiegazione. Il diavolo non l'aveva mai scelta. Lei era incommensurabilmente grata di essere stata risparmiata, così grata che non osava pensare alla sua fortuna per paura che la volta successiva il diavolo decidesse di accoppiarsi con
lei. A volte le capitava di dimenarsi e di gemere nel sonno, mentre nei suoi incubi peggiori il diavolo la inchiodava a terra e la possedeva con il suo smisurato pene. Agli ultimi due convegni era sicura che fosse ormai giunto il suo turno e aveva atteso con terrore che il suo sguardo ghignante si fermasse su di lei; ma il diavolo aveva scelto di nuovo Nell e Jane. D'un tratto Anne capì la ragione della sua istintiva gelosia nei confronti della ragazza. La sua mente collegò fra loro brandelli di ricordi finché ebbe la certezza che la sua intuizione era giusta. Il diavolo faceva la sua comparsa sempre dopo che John si era ritirato nel bosco per maledire le statuine. Anche le volte in cui il rito non aveva luogo, perché nessuno aveva invocato il suo potere contro qualche nemico, lui scompariva nella foresta con il pretesto di rinnovare le maledizioni precedenti, affinché il loro potere non diminuisse. Il diavolo appariva sempre dalla stessa direzione in cui John si dileguava. E ancora, ricordando questo particolare Anne capì di aver sempre, inconsciamente, saputo la verità: il diavolo sceglieva sempre la donna con cui John aveva danzato prima del sacrificio. Prima che il terrore la paralizzasse, Anne entrò nella sua stanza. Il marito stava intagliando la gamba di una sedia con la tenerezza di un amante. «Il diavolo che viene nelle notti di luna piena» disse, rendendosi conto che quella era la prima volta che parlavano della setta, «Io so chi è.» «È il nostro signore e padrone» rispose lui, senza alzare gli occhi. «Ma non il mio. Sei tu sotto mentite spoglie, è un tuo trucco per avere tutte le donne alla tua mercé. È così che anche tu riesci a chiavare.» «Io non oserei mai toccarle» protestò John con lo stesso veemente disprezzo con cui avrebbe parlato Jenner. Indietreggiando, Anne ritornò nella sua stanza. Rifletté con calma su quella risposta e si rese conto che il significato delle parole di John non era quello che sulle prime lei gli aveva attribuito. Non aveva negato di essere il diavolo. Ed era chiaro che non avrebbe potuto toccare nessuna delle donne, perché il suo travestimento glielo impediva: in questo senso aveva usato il verbo "toccare". Avrebbe potuto accontentarsi di quella magra soddisfazione, del fatto che lui fosse stato costretto a forzare il significato delle parole per ingannarla; era pur sempre una vittoria: l'aveva messo alle strette, nell'impossibilità di usare direttamente il suo potere. Ma all'improvviso quella risposta le risuonò nella mente come un insulto. "Non oserei mai toccarle", aveva detto, non "toccarvi": l'aveva automaticamente esclusa, per pietà, o per indifferenza; non la considerava nemmeno degna del suo disprezzo.
Nella sua amarezza, Anne era certa che non potesse esservi alcun'altra spiegazione. L'acqua bolliva nella pentola e traboccava sibilando. Senza scomporsi la tolse dal fuoco. Sapeva che cosa doveva fare. Dopo un po' disse a John che sarebbe andata in chiesa. Jenner l'aveva guardata in modo strano, addusse come scusa, e lei voleva levargli dalla mente ogni sospetto. Si incamminò di buon passo verso la chiesa, ma appena fu abbastanza lontana da essere sicura che il marito non potesse vederla, ritornò indietro attraverso il bosco. Avanzò a grandi passi nella radura dove avvenivano i convegni, poi si fermò, confusa. Il sole era una cialda d'argento che si squagliava in uno stagno grigio e, illuminata dalla sua luce, la radura appariva piccola e nuda, racchiusa da alberi spogli: non sembrava affatto il grande prato circolare attorno alla quale gli alberi danzavano selvaggiamente. Ma poi riconobbe le piante dai tronchi nocchiuti fra le quali il diavolo faceva sempre il suo ingresso e, con il cuore in gola, si affrettò in quella direzione. Attorno a lei il bosco, sonnolento ma vivo, cigolava sinistramente, come il pendolo di un enorme orologio di legno. Sapeva che John non portava mai le statuine con sé, che le nascondeva prima, insieme al coltello; anche il suo costume da diavolo doveva essere lì intorno da qualche parte, ne era certa. Era quella la prova che cercava. Un improvviso rumore la fece trasalire: qualcuno stava venendo verso di lei dal cuore della foresta. D'istinto cercò di zittire gli alberi con un gesto nervoso della mano, ma le piante continuarono ad ondeggiare lentamente, impedendole di vedere oltre il fitto intreccio dei rami. I rami sembravano descrivere strani movimenti rotatori, dal basso verso l'alto, come le mani di un mago che aveva visto da bambina. All'interno della fiacca rete di suoni e di legno scuro, qualcuno si stava avvicinando. Dopo aver indugiato alcuni minuti con il fiato sospeso, Anne si convinse che doveva trattarsi di un vagabondo. Scrutò fra i tronchi, ansiosa di trovare il costume di John, ansiosa di andarsene. A mano a mano che avanzava nella foresta, gli alberi si facevano flemmaticamente da parte, rivelando altri alberi. I rami più alti si allungavano esitanti e neri verso la volta grigia e confusa del cielo. Le piante ondeggiavano all'unisono, scricchiolando per lo sforzo, ma restavano saldamente abbarbicate al terreno. Qualcuno la stava seguendo nel bosco. Anne si girò, guardandosi intorno con gli occhi sgranati. Non c'era nessuno. Dopo alcuni istanti si voltò di nuovo e si trovò a faccia a faccia con il diavolo.
La stava fissando, con occhi vacui e le labbra contratte in un ghigno, dal breve spazio che separava due grossi alberi. Era quasi interamente nascosto da una pila di rami e foglie, che gli erano scivolati giù dalla testa, scoprendone soltanto la faccia. La bocca era immobile, gli occhi non erano che due cavità vuote e nere come la tenebra. Pur immobilizzato com'era, la sua imponenza era terrificante. Ma Anne si costrinse ad andargli vicino e cominciò a spostare alcuni rami. Ad un tratto si accorse che la pelle del diavolo era tesa sopra una struttura di legno. Ecco che cosa lo rendeva così massiccio. Ricordò di aver sentito dire che alcuni mesi prima qualcuno aveva rubato un'enorme quantità di pelli da un ciabattino di Brichester; sulla provenienza dello scheletro di legno non aveva alcun dubbio. Proseguì a scostare i rami e fu così che scoprì che il diavolo era privo di pene; al suo posto c'era soltanto un orifizio. Scosse la testa sorridendo. Stava per allungare la mano per toccarlo, per dimostrare a se stessa che era capace di farlo, quando la sua attenzione fu attratta da un rumore improvviso, proveniente dalla direzione della radura. Questa volta la sua immaginazione non l'aveva ingannata: c'era qualcun altro nel bosco. Era Richard Poole. Risistemò i rami attorno al diavolo, poi si nascose fra gli alberi. Scrutando fra le foglie intravvide il viso di Richard. Non vi era più alcuna traccia di timidezza nel suo sguardo: i suoi occhi erano accesi d'odio. Era chiaro che stava cercando qualche prova dell'esistenza della setta. Mentre fuggiva scivolando fra gli alberi, udì uno scricchiolio, come se il diavolo si fosse agitato nel sonno. Trasalì e inciampò in un ramo, che si spezzò con uno schianto. Quando recuperò l'equilibrio e sollevò la testa, il suo sguardo incrociò quello di Richard Poole, che la stava fissando. Lo salutò con un rapido cenno del capo, quindi, celando abilmente il tumulto del suo cuore, si allontanò a grandi passi. Quando riacquistò la calma sufficiente per pensare, Anne sorrise soddisfatta. Giocava tutto a suo favore. Per la prima volta si sentiva così forte da sfidare il rischio. Era riuscita a nascondere il diavolo completamente e, quando aveva inciampato, era già troppo lontana perché Richard potesse trovarlo. Poteva permettersi di aspettare fino all'indomani. Aveva in mente due piani e già pregustava il momento in cui sarebbe riuscita a realizzarli. Era calata la notte. Anne uscì di casa e corse dietro a John. Il vento aveva spazzato via le nubi e la luna piena riversava la sua luce bianca sulla
terra dura, gli alberi intirizziti, l'erba irrequieta e ammantata di brina. Quando i rami cominciarono a fremere, le loro vibrazioni indugiarono negli occhi di Anne come scie di una nebbiolina luminescente. Anche il corpo di John sembrava emanare un alone di luce gelida. All'improvviso, le settimane che erano trascorse dall'ultimo convegno apparvero ad Anne come un sogno dal quale finalmente si stava risvegliando. Ma quell'atmosfera di sogno non le impediva di pensare a mente fredda. Quando raggiunsero la radura, Anne vide che gli altri li stavano aspettando ancora una volta e allora capì perché lei e John arrivavano sempre per ultimi: perché gli altri si sentissero costretti ad aspettarli, per confermare la loro fede nel potere di lui. Molto bene, pensò. Anche lei avrebbe dimostrato a tutti loro di che cosa era capace. A voce abbastanza alta perché tutti potessero udirla, Anne disse al marito: «Fammi una statuina del Pastore Jenner.» Prima di ritirarsi in se stesso per annullarsi nel profondo del suo odio, John le lanciò un'occhiata che a lei parve di ammirazione. «Perché vuoi che lo maledica?» le domandò. «Ha visto il sorriso che mi è sfuggito quando Celia Poole è stata colta da quell'attacco in chiesa. E adesso continua a scrutarmi per vedere se mi tradisco. Ogni notte sogno che accadrà, e prima o poi sarà così.» Gli occhi di John la fissarono, ma quelli non erano i suoi occhi, erano gli occhi di una persona vecchia e mostruosamente depravata, affamata di tutto fuorché d'odio. «Non preoccuparti, non ti guarderà mai più» sentenziò. Un groviglio di emozioni si agitarono nel suo animo: compiacimento, terrore, sorpresa, l'improvvisa, acuta consapevolezza che solo in quei momenti di potere disumano lei e John potevano provare ammirazione l'uno per l'altra. Si era domandata spesso perché suo marito non avesse mai invocato la propria maledizione su Jenner. Più di una volta, con lo stesso profondo disprezzo che aveva provato quando lui aveva bruciato le sculture, aveva ipotizzato che fosse terrorizzato dal Pastore. Ma forse, si era detta il giorno prima, forse aveva soltanto paura di venire sopraffatto dal suo stesso potere, nel momento in cui avesse deciso di usarlo per maledire un suo nemico. E, sempre il giorno prima, si era resa conto che avrebbe potuto metterlo alla prova su questo punto e, al tempo stesso, neutralizzare Richard Poole. Una volta distrutto Jenner, i loro compaesani non avrebbero mai osato mettersi contro la setta. Anne sorrise alla luna fredda e indifferente. Elizabeth Cooper aveva già intonato l'inno e stava cantando con im-
pazienza, urlava quasi; forse, pensò Anne, era spaventata dall'enormità di quello che John stava per compiere. Alle prime note del canto, i Cooper avevano incominciato a danzare, pestando con forza i piedi sul terreno, come se stessero sfidando tutte le divinità della terra. Correndo, Anne si unì al quartetto, aggrappandosi saldamente al braccio di Jane. Dall'estremità opposta della catena, Elizabeth le lanciò un'occhiata piena di disprezzo: erano sempre stati i Cooper a decidere l'ordine dei danzatori. Ma Anne le restituì un sorriso trionfante e, trascinando l'intero gruppetto, si avvicinò a John e lo afferrò per il braccio. Poi chiuse gli occhi e lasciò che il canto entrasse dentro di lei per poi scaturire nuovamente dalle sue labbra. Le gambe, infiammate dall'unguento, la spronavano a danzare con crescente frenesia. Strinse il braccio di John e fece una capriola: non vedeva l'ora che la danza finisse, in modo che lui potesse andare, per poi ritornare da lei... anche sotto forma di diavolo, se proprio doveva. I suoi seni pesanti sobbalzavano al ritmo della musica, con i capezzoli ritti e frementi; le labbra del suo sesso pulsavano avide. Abbassò gli occhi nell'istante in cui con un movimento vigoroso piegò il busto. Gli avrebbe fatto dimenticare Jane e tutte le altre. In quello stesso istante John allungò la mano verso Anne e, lentamente, il cerchio dei danzanti si chiuse. Anne era sdraiata ai margini della radura, con le gambe rilasciate e tremanti. Adam aveva squarciato un pesce e adesso lo stava mostrando alla luna. «Domini nostri» urlarono tutti in coro. John scomparve; gli altri si sedettero accanto agli alberi, in muta attesa in mezzo al roco scricchiolio del bosco. D'un tratto, Anne si sentì lo stomaco freddo e vuoto come la radura. John stava avanzando a grandi passi verso di lei dal fitto del bosco. Il suo sguardo era fisso e indifferente come quello della luna. Con una mano incolore, eppure, al tempo stesso, illuminata da una strana luce che sembrava provenire dall'interno della carne, le gettò una statuina di legno. Nel momento in cui l'afferrò, Anne non poté fare a meno di soffocare un grido: le era sembrato di sentire la statuina sussultare fra le dita, come se Jenner fosse intrappolato nel bosco e stesse lottando per liberarsi dalla maledizione e, dibattendosi con tutte le sue forze, facesse tremare la superficie della terra. Chiuse gli occhi per invocare la maledizione sul pastore, ma trovò ad attenderla il panico. Se avessero cercato di maledire Jenner, lui l'avrebbe saputo: Dio lo avrebbe avvertito e lui li avrebbe distrutti. Strinse la statuina
fra le dita fino a farla scricchiolare. Si sarebbe affidata al potere di John. Serrò le palpebre fino a quando un incendio rosso scoppiò davanti ai suoi occhi, e formulò la maledizione. Quando John riprese la statuina, lei riaprì gli occhi. Non lo vide intagliare il volto del sacerdote, ma quando guardò di nuovo la statuina, Jenner era già lì, che la fissava dalla testa di legno, minuscolo, ma pieno di disprezzo. Era come se l'animo del pastore avesse permeato il legno e la stesse guardando dalla mano di suo marito, ancora più intenso e concentrato a causa delle dimensioni della scultura. Per un attimo, Anne sentì tutta la forza del suo potere che la conquistava. Poi riuscì a restituire al manichino paralizzato uno sguardo di sfida e, pregustando il trionfo, si sentì pervasa dalla forza di un gigante. John scomparve nel bosco, impallidendo a mano a mano che si allontanava, un'ombra appena luminescente adesso, e poi nero come la notte che lo inghiottiva. Ammutoliti da ciò che stava per fare, i dodici rimasero in attesa, incapaci di muoversi. Avevano bisogno di veder riapparire il loro signore, per essere certi che la loro presunzione non lo avesse distrutto; tutti, tranne Anne, che giaceva imperturbata sull'erba, mentre la sua eccitazione cresceva, facendola fremere in mezzo alle cosce. Quando udì lo scricchiolio riecheggiare fra gli alberi muti, ebbe la certezza che si trattasse di John, John che ritornava per prenderla. Il suo sesso si contrasse in uno spasmo di piacere. Il diavolo avanzò solennemente nella radura, abbassando sul gruppetto il volto immobile e ghignante. I suoi occhi infossati erano un turbinio di ombre. Per la prima volta, Anne trovò il coraggio di guardarlo e vide che aveva i piedi fessi. La pelle che gli copriva il corpo si aggrinzava cricchiando e risplendeva opaca sotto i raggi bianchi della luna. Ritto sopra le cosce, il suo pene sembrava una gigantesca verga di luce lunare. Anne balzò in piedi prima di rendersi conto che il diavolo non stava invitando lei, ma Alice Young e, quando l'altra si alzò, non esitò a farla ruzzolare a terra con una spinta. Quindi avanzò con passo sicuro verso il centro della radura. Gli altri soffocarono un'esclamazione di sdegno, che aumentò quando la videro afferrare fra le mani il grande pene lucente. Era di gran lunga più grosso di quello di tutti gli uomini della setta e molto più duro; sembrava completamente diverso da quello di John, o almeno dal ricordo che gliene era rimasto dai primi tempi del loro matrimonio. La faccia disumanamente immobile si chinò su di lei, la fronte celata dall'ombra delle grandi corna. Le orbite nere e vuote la fissarono.
Poi il diavolo l'afferrò brutalmente per le spalle, la fece girare e la scaraventò per terra. L'erba ghiacciata le graffiò il ventre e il seno. Anne sentì le sue ginocchia gelide che cercavano di aprirle con forza le gambe e contrasse disperatamente i muscoli per tenerle unite. Ma le mani del diavolo le serrarono le spalle in una morsa, imprigionandola prima che potesse cercare di trascinarsi lontano, e il suo pene si conficcò con forza fra i suoi glutei. Allora Anne cominciò a piangere di dolore e di rabbia, sopraffatta da una frustrazione che non aveva più provato dalla prima notte di nozze. Puntò invano le gambe contro il terreno, cercando di far presa con i piedi contro l'erba. Lui affondava sempre di più il pene dentro di lei, mentre il suo corpo scricchiolava con la stessa rigidità degli alberi. L'odore intenso della sua pelle le riempiva le narici. Le sue spinte le facevano sfregare i capezzoli contro l'erba. Poi Anne si mise a singhiozzare: l'unguento che le infiammava il sesso la costringeva ad assecondare i movimenti del diavolo, a stringere il pene fra i glutei e a farlo penetrare sempre di più dentro di sé, finché non poté più distinguere il fuoco del dolore dall'incendio dell'unguento. D'un tratto lui si ritrasse e mollò la presa delle spalle. Anne cominciò a trascinarsi rapidamente verso il margine della radura, ma quando udì il suo insidioso scricchiolio sopra di lei, si voltò per difendersi. Era quello che lui aspettava. Mentre lei scalciava per tenerlo lontano, lui le sollevò le ginocchia e la costrinse ad allargare le gambe. Poi, mentre la sua bocca e il suo sesso si dilatavano, lui la penetrò. Anne urlò di rabbia, dimenandosi come una farfalla trafitta. Sentì la sua vagina tendersi fino quasi a lacerarsi e, mentre aspettava di venire sopraffatta dal dolore, una lenta esplosione di piacere cominciò a diffondersi lentamente dai suoi genitali a tutto il suo corpo. L'enorme mazza dura sfregava contro le pareti del suo sesso, sollevandola da terra ad ogni spinta. La maschera ghignante premette contro il suo viso e lei cercò invano di allontanarlo, prendendo a pugni il suo petto insensibile. All'improvviso qualcosa si infranse nelle viscere del suo essere, nella sua mente raggiunta dall'esplosione. Era come se, d'un tratto, la fiamma soffocata dell'unguento avesse avvolto con una vampata tutto il suo corpo. Anne fu travolta dalla forza dell'esplosione, ne fu accecata. Serrò le mani attorno all'erba sottile e con le ginocchia trasse a sé il diavolo, ancora, ancora, sempre di più. Poi ricadde sul prato, con il petto che le si sollevava in respiri lunghi,
lenti, e avidi. Nel momento in cui il diavolo si rialzò, Anne voltò la testa e vide Richard Poole precipitarsi come una furia verso il centro della radura. Lanciò un urlo, ma il diavolo si stava muovendo ancora con troppa lentezza per reagire. Gli altri membri della setta la fissarono senza capire, poi si voltarono, appena in tempo per vedere l'uomo sfrecciare in mezzo a loro. La luce della luna si infranse contro la lama dell'ascia che stringeva fra le mani. Il diavolo si raddrizzò e si girò nel momento stesso in cui Richard vibrò il colpo. Forse la vista di quel volto ghignante e dagli occhi di tenebra ricordò all'uomo che dopo tutto era un pavido, perché l'ascia, con la quale aveva inteso colpire il collo, esitò a mezz'aria e poi si abbatté contro il braccio destro della creatura. I membri della setta urlarono e Anne gridò più di loro. Il braccio le cadde in mezzo alle gambe. Richard brandì nuovamente la scure e l'affondò fra le spalle del diavolo; dopodiché si lanciò in una fuga disperata in mezzo al bosco. Il diavolo vacillò e cominciò a inclinarsi verso il corpo della donna. Continuando a gridare istericamente, Anne allontanò il braccio mozzato con un calcio; poi si guardò le gambe convinta di averle coperte di sangue. Ma del sangue non ce n'era neppure una stilla, poiché il braccio era fatto di legno. Allora Anne andò su tutte le furie: se la prese con se stessa per aver assecondato un manichino, per aver addirittura temuto per la sua vita e, accecata com'era dalla rabbia, non si domandò nemmeno come facesse a muoversi e a camminare. Si voltò verso la creatura, che giaceva supina accanto a lei e ne afferrò il grande pene. Non era che un'asta fatta di legno giovane, levigato fino a renderlo liscio e uniforme. La girò con violenza, finché ruotando nell'orifizio che la ospitava, le rimase in mano. John si assicurava che il legno fosse il più umido possibile, sostituendolo ogni volta, si disse, con il cuore che le batteva forte nel petto per lo stupore. Che pensiero gentile, pensò con cattiveria. Stringendo il pene fra le mani, ne avvertì di colpo tutta la consistenza legnosa. Poi un rumore la distolse dai suoi pensieri. Mentre si spegneva l'eco della fuga di Richard, dalle piante vicine provenne un gemito. Lo udirono tutti. Quando lo trovarono, John aveva già smesso di lamentarsi. Era sdraiato per terra, vicino al luogo in cui Anne aveva trovato il diavolo. Sembrava stesse affondando in quella che, a prima vista, sembrava un'ombra enorme, che lo circondava completamente. Era riverso sul fianco destro, con il corpo per metà coperto dal sottobosco, cosicché nessuno riusciva a vedergli il
braccio destro. Teneva invece la mano sinistra premuta contro l'inguine, da dove un fiotto inarrestabile di sangue gli filtrava fra le dita. Non era ancora morto. Li fissò tutti con un ultimo rigurgito di potere, e Anne avvertì il suo disprezzo, che condannava ciascuno di loro. Non gli aveva creduto quando le aveva detto che non avrebbe mai toccato nessuna delle donne. Lo guardò e lui, che la stava fissando, si rese conto che aveva capito, e accennò un mesto sorriso. Poi, ogni traccia del suo potere svanì dai suoi occhi, e fu come se l'intero bosco svanisse. Una folata di aria fredda portò con sé la voce di Richard Poole, che correva verso il paese urlando il nome del Pastore Jenner. L'ALTRA DONNA Fuori dalla finestra, nel parco, le foglie degli alberi luccicavano al sole di giugno. Il cielo galleggiava sul lago; alcuni rami affondavano nell'acqua, profonda e immobile. Phil indugiò a contemplare il paesaggio, poi si voltò a guardare la donna strangolata e la allontanò con un gesto nervoso della mano. L'aveva già dipinta altre volte. Non andava bene. Rilesse le indicazioni dell'editore: Lo strangolatore ("corridore automobilistico di giorno, strangolatore di notte!"). Poi riguardò il dipinto: si vedeva la macchina da corsa illuminata dal sole, e la luna sospesa in un triangolo di cielo buio dietro la donna. Andava bene così: erano i particolari che colpivano l'occhio. La donna non era niente di speciale, una delle tante vittime di omicidio sulla copertina di uno dei tanti gialli. E perché avrebbe dovuto essere diversa? Non è certo l'arte che fa vendere i libri, per lo meno non quel genere di libri. La gente è attratta da ciò che le è famigliare, da ciò che è prevedibile, insomma dal prodotto garantito. Che cosa poteva offrire un libro come quello? Qualche scena da brivido sul circuito automobilistico, una ragazza con il vestito strappato sul seno che veniva strangolata (e forse qualcosa di più che la copertina non rivelava); era più che sufficiente per i pendolari che lanciavano un'occhiata frettolosa all'edicola della stazione. Ma non era sufficiente per Phil. Aveva già dipinto una vittima come quella per Il suo caro cadavere. Si stava ripetendo. D'accordo, si stava ripetendo. Ma c'era un modo per evitarlo e aveva tutto il tempo che voleva. Si sarebbe tenuto il resto della giornata libera, in modo da non essere troppo stanco l'indomani quando sarebbe andato a Londra. Tanto più che proprio quella mattina gli erano arrivati due assegni
piuttosto cospicui. Si sentiva più che all'altezza del compito. Guardò fuori dalla finestra e iniziò a ripensare alla copertina, e a fare qualche schizzo. Una donna che urlava fissando terrorizzata una mano che avanzava incerta nel disegno, no, niente da fare. Phil strappò il foglio con rabbia e lo gettò via. Un cadavere con i segni dello strangolamento. No, troppo statico. Una gola di donna che si dibatteva fra due pollici che premevano sulla sua trachea ... No! Aveva già disegnato cose del genere! «Maledizione!» urlò, appallottolando il foglio e scagliandolo dalla parte opposta della stanza. «Merda!» E continuò così per un po', finché esaurì la serie delle imprecazioni e ricominciò daccapo. Meno male che Hilary era al lavoro. Se fosse stata a casa, avrebbe finito per prendersela con lei, sprecando inutilmente metà delle sue energie. Quando si fu calmato, osservò i rami che pendevano mollemente nella profondità del lago. Si sentì assorbire da quel paesaggio. Ad un tratto chiuse gli occhi e cercò di immaginare in che modo lui avrebbe strangolato una donna. La scena prese lentamente forma nella sua mente: prima la gettava per terra, poi le si sdraiava sopra per non permetterle di scalciare e le bloccava gli avambracci con i gomiti per impedirle di graffiarlo e di difendersi. A quel punto le serrava con forza i pollici attorno alla gola, che cominciava a sussultare come un uccellino preso in trappola. Allora la donna dilatava gli occhi, nell'estremo tentativo di liberarsi da quella morsa: un occhio azzurro e uno castano. All'improvviso Phil la vide, come se ce l'avesse davanti in carne ed ossa. Aveva le labbra piene e d'un colore rosso intenso, che si ritraevano scoprendo i denti grandi e bianchi, tutti perfettamente uguali. Il naso e le guance erano lunghe ed affilate, d'una grazia semplice, naturale. Scuoteva violentemente la testa da una parte all'altra e i suoi lunghi capelli rossi ondeggiavano, rivelando due orecchie piccole e delicate. Era la prima volta che la vedeva. Phil stava dipingendo furiosamente, senza perdere tempo con gli schizzi preliminari. Non era Hilary. Alcune delle sue donne lo erano: Hilary che fuggiva terrorizzata attraverso una brughiera sulla copertina di Assassinio sotto la luna; Hilary sul punto di cadere sotto un treno (anche se sfortunatamente assomigliava di più ad un angelo cacciato dal paradiso), su quella di Attenti alle porte. Non importava chi fosse quella donna. Perché non era nessuno, naturalmente: era una fantasia che la sua immaginazione gli aveva regalato nel momento in cui ne aveva bisogno. Continuò a dipingere. Quand'ebbe finito fece un passo indietro. Ottimo lavoro, niente da dire.
La ragazza giaceva fra uno scorcio di giorno e uno di una notte illuminata dalla luna. Forse era morta, o forse si stava dibattendo fra le mani di un aggressore invisibile; perché benché il suo corpo fosse immobile come quello di un cadavere, continuava ad esserci un accenno di vita in lei. Ammirandola da lontano, Phil si rese conto che chiunque la guardasse diventava il suo potenziale aggressore; era per questo che l'aveva disegnata da sola. Aveva le gambe divaricate sotto l'abito leggero, e i talloni che affondavano in un terreno impercettibile. I suoi capezzoli erano ritti sotto la stoffa bianca. Era come se si offrisse al suo assassino per essere strangolata. Dopo un po', Phil distolse lo sguardo. Era confuso. In genere, quando ultimava una copertina si sentiva leggero, affamato, libero. Quel pomeriggio, invece, si sentiva inspiegabilmente teso e il soggetto del quadro continuava ad indugiare nella sua mente, come un rimprovero. Firmò il ritratto e dall'angolo della stanza il suo sguardo ritornò lentamente sulla donna. Era così seducente; le copertine con Hilary non lo erano mai state. Ad un tratto pensò, ma era un'idea del tutto irrazionale, che, in qualche modo, quella donna gli fosse stata messa in testa nel momento in cui era più sensibile al suo fascino. E perché non dovrebbe eccitarmi? si disse. Speriamo soltanto che faccia lo stesso effetto ai lettori. Stava ancora rimuginando, quando Hilary tornò a casa. «Bello» esclamò vedendo la copertina. «Bello davvero. Però fa paura.» «Che cosa vuol dire, però fa paura?» Rimase teso tutta la cena. Hilary se ne accorse e cercò di aiutarlo a calmarsi con le sue chiacchiere, con i suoi gesti, con i suoi silenzi. Lui l'avvertì e la sua tensione aumentò. Non vedeva l'ora di fotografare la copertina e di sviluppare tutte le diapositive. Era chiaro, era quello che gli creava ansia: il pensiero che il giorno seguente sarebbe dovuto andare a Londra ad incontrare i suoi editori. Uno lo conosceva già; non era così agitato la prima volta che l'aveva incontrato. Forse, era perché l'indomani ne avrebbe dovuti vedere due in un giorno solo. Osservò la vittima mentre la fotografava e sentì la tensione sciogliersi. Con una copertina così, non aveva di che preoccuparsi. Contento e sollevato, si precipitò in camera a fare l'amore con Hilary. Ma non riuscì ad avere un'erezione. Venerdì, quando a lei erano incominciate le mestruazioni, si era masturbato, ma ormai era lunedì. «Non importa» disse Hilary, allontanandogli gentilmente la testa dalle sue cosce. «Raccontami che cosa hai fatto oggi.»
«Come sarebbe a dire, che cosa ho fatto oggi? L'hai visto, grazie a Dio! Non vorrai mica che ti racconti il sangue che ho dovuto sputare per fare quella copertina?» «Se vuoi...» «Preferisco scordarmelo, grazie». Scivolò sotto il lenzuolo. «Immagino che tu capisca quello che voglio dire.» «Oggi è venuta in negozio una signora che voleva sapere quali sono le uve migliori per fare il chiaretto» disse Hilary dopo un po'. «Le ho detto di aspettare che le avrei chiamato la direttrice, ma lei non smetteva di ripetermi che avrei dovuto saperlo.» Continuò a parlare, accennando a qualcosa che sarebbe accaduto alla fine dell'anno, ma l'attenzione di Phil era tutta rivolta a una donna che gli si stava avvicinando. Cercò di indovinarne i lineamenti, ma la sua figura si dilatava sempre di più, si espandeva dentro di lui, finché lui si addormentò e lei si dissolse nel suo sonno. «Molto bella, quella della donna assassinata» sentenziò Damien Smiles. «Rivediamola di nuovo.» Phil ritornò sulla diapositiva della copertina de Lo strangolatore. «Eccezionale» ribadì Damien. «Se realizzerà anche per noi delle copertine così, diventerà il nostro grafico numero uno. Ascolti, se la Crescent non la vuole, troveremo noi qualcuno che scriva un libro adatto a quella copertina.» Accese l'interruttore e la luce inondò l'ufficio, cancellando con un colpo di spugna l'euforia di Phil. Come avrebbe voluto non dover andare alla Crescent Books! La Apollo Books gli stava offrendo condizioni di pagamento migliori e la garanzia di una serie che avrebbe curato interamente lui; anche il pranzo che gli aveva offerto Damien era meglio di quelli che gli offrivano alla Crescent. Ma per fortuna, la Apollo gli proponeva una collaborazione che lo avrebbe impegnato a tempo pieno, così se solo la Crescent gli avesse rifiutato l'aumento che gli spettava, tanti saluti e amici come prima. «Un'altra cosa a cui forse dovrebbe pensare» aggiunse Damien. «L'anno prossimo ci occuperemo di magia nera. Le do da leggere questo libro, così vediamo che cosa riesce a cavarci. Con suo comodo, s'intende. Fa schifo, ma sa quanto vende questa roba!» La verità su streghe e demoni. Phil ne lesse alcuni brani in metropolitana, sorridendo di tanto in tanto con indulgenza. La setta era la più abominevole delle società segrete: l'insieme degli eccessi più immondi che una mente malata potesse concepire. Ma erano poi tanto diversi dagli
hippy o dai beatnik di quegli anni? Be' quelle però non erano persone normali, dovette ammettere Phil. Erano tutti schiavi di Satana, esseri umani e non. Il vampiro, il lupo mannaro. Il succube. Era arrivato alla stazione dove doveva scendere per andare alla Crescent Books. Phil si alzò di scatto per guadagnare la porta e per poco non dimenticò il libro sul sedile. Alla Crescent Book accettarono la sua copertina per Lo Strangolatore e gli offrirono da bere. Erano dispiaciuti di non potergli aumentare i compensi, dispiaciuti che lui li lasciasse, ma gli auguravano di avere tutto il successo che si meritava. A Phil non importava se fossero sinceri oppure no. Alla fine ritornò al Lancaster Gate. Con i soldi che stavano per arrivargli si sarebbe potuto permettere un albergo migliore, se solo lo avesse saputo. In ogni caso, l'unica cosa di cui aveva bisogno in quel momento era un letto. Dopo aver ispezionato la stanza, concluse che le tende dovevano essere di seconda mano: erano di tessuto buono, bello spesso. Lottò con il vetro scorrevole della finestra finché rimase incastrato, ma il caldo della stanza si appoggiò oziosamente contro quello dell'esterno. Dopo svariati tentativi, Phil scoprì che se anche lasciava le tende appena dischiuse, la luce del lampione finiva infallibilmente per colpirlo in pieno viso, perché il letto era fissato al pavimento. Si sdraiò nudo sopra il lenzuolo, immerso nella nube di tenebra densa e calda che riempiva la stanza. L'aria sapeva di stoffa e di polvere. Una volta o due un debole bagliore osò filtrare attraverso le tende, ma fu subito soffocato. Forse era colpa dell'alcol, o forse di quel buio che lo disorientava, o del caldo. Qualunque fosse la causa, probabilmente tutte quelle tre messe assieme, restava il fatto che la tenebra sembrava strusciarsi lentamente contro il suo corpo, calda e invitante come una seduttrice. Phil sentì il suo pene fremere e drizzarsi a scatti. Allungò la mano, poi si trattenne. Se ci avesse rinunciato quella sera, l'indomani non avrebbe avuto problemi con Hilary, tranne forse la solita precocità! Sorrise alla tenebra, ignorando il lieve disagio che provava e sperando che il suo membro si placasse. Ma la tenebra gli si avvicinò e aspettò che lui la notasse. Il suo pene si tendeva con impazienza. No, non doveva, si disse. Ripensò alla giornata appena trascorsa e sorrise di nuovo; si rifiutava di sottrarsi a quella gratificante sensazione di contentezza. E tutto grazie alla copertina de Lo Strangolatore! Era stato quel disegno a convincere la Apollo Books del suo talento. All'improvviso, come se un misterioso proiettore si fosse acceso nella sua mente, rivide la diapositiva della copertina: il corpo stremato e im-
potente sotto l'abito leggero. L'occhio azzurro e quello castano che lo fissavano. Prese mentalmente la diapositiva e baciò con profonda gratitudine il minuscolo viso della ragazza. In un certo senso, era come baciare una fata, la soia differenza era che quel viso era freddo e immobile. Ma lei si stava allontanando, diventava sempre più piccola, e lo trascinava nell'oscurità, nel sonno. Doveva proprio essere sonno, perché ad un tratto aveva avvertito il corpo della donna che si dibatteva sotto il suo. Cercava di puntargli le ginocchia contro l'inguine, ma lavorando di cosce lui l'aveva costretta ad allargare le gambe. Poi, con i gomiti, le aveva bloccato gli avambracci: riusciva ad agitare solo le mani adesso, come una farfalla trafitta. Le dita di lui si serrarono attorno alla sua gola e la donna spalancò gli occhi, incitandolo a continuare. Allora lui incollò le labbra a quelle di lei, che stava soffocando, e ne sentì la lingua carnosa agitarsi convulsamente sotto la sua. Poi si aprì prepotentemente un varco fra le sue gambe e, quando la penetrò, il suo sesso si spalancò come bramava fare la sua bocca. Lui affondò il pene dentro di lei cinque o sei volte, poi, ricordandosi di Hilary, cercò di trattenersi: ma era tardi, troppo tardi. E mentre veniva si avventò sul cuscino e lo morse furiosamente. Il giorno dopo, sul treno che lo riportava a Liverpool, Phil era preoccupato. Fuori dal finestrino, gli alberi fuggivano uno dopo l'altro, per andare a formare nuovi intrecci di verde, che scintillavano in lontananza. Avrebbe dovuto riservare quell'orgasmo a Hilary. Sapeva che aveva una voglia folle di fare l'amore; erano più vicini in quei momenti, quando lui poteva dedicarle tutto il suo tempo. Da alcune strane cose che gli aveva raccontato, ma che adesso non ricordava più, aveva avuto l'impressione che non fosse del tutto contenta del suo lavoro all'enoteca, una ragione in più per cercare soddisfazioni nel sesso. Ma lui non ce la faceva sempre ad avere due erezioni nel giro di ventiquattr'ore, soprattutto quando nemmeno le più elaborate fantasie di Hilary riuscivano ad eccitarlo. In ogni caso, non aveva senso che si facesse una colpa di quello che era successo. Dopo tutto era mezzo addormentato e perciò in condizioni di totale vulnerabilità. La truce fantasia della sera precedente non lo preoccupava: non era come se fosse stato vero. Anzi, era stato un riconoscimento indiretto della capacità persuasiva del suo disegno, un omaggio che aveva fatto alla sua abilità artistica. Aprì la valigetta e, distogliendo gli occhi dall'infinita distesa dei campi di grano, riprese a leggere La verità sulle streghe e i demoni. Mezz'ora più tardi, aveva già in mente la copertina: una donna nuda che
teneva una mano appoggiata sulla testa di un serpente dall'espressione allegra e sorniona al tempo stesso. I suoi genitali erano celati da una creatura che ricordava lo stadio rettile dell'embrione umano e che faceva capolino fra le sue cosce come se fosse stata appena partorita dal suo grembo. Nella mano libera la donna stringeva un bastone di comando che terminava in una punta simile ad un glande scintillante. Lesse il sunto redazionale sulla collana "nera" della Apollo e, pur non avendo ancora visto i libri, cominciò ad immaginarne le copertine. La sua mente lavorava freneticamente, incalzando il rapido movimento delle ruote ogni volta che ultimava una copertina: corri, treno, corri. Hilary lo stava aspettando. Quando lo sentì arrivare aprì la porta dell'appartamento. «È andata bene?» gli domandò con impazienza, leggendo già la risposta sul suo viso. «Sì, molto bene» rispose Phil. «Molto bene», e si precipitò nel suo studio. Quando lei gli portò il caffè stava già dipingendo; rimase ferma a guardarlo, al limite del suo campo visivo, tormentandolo in silenzio come una frase difficile da pronunciare, la cui difficoltà aumenta con il passare dei secondi. Forse voleva dirgli veramente qualcosa, ma per l'amor di Dio, in quel momento non aveva proprio tempo! «Grazie» disse, alludendo al caffè. «Appoggialo pure lì. Non lì, accidenti, lìì!» Sentiva che stavano per saltargli i nervi. Non adesso, per favore, non adesso che aveva tutte quelle copertine da illustrare: fuori dai piedi, porca vacca! Per un minuto si concentrò intensamente sul quadro, dopodiché si accorse con sollievo che Hilary se ne era andata. Comunque se aveva qualcosa da dirgli, non aveva colto l'occasione di farlo a cena, cena che aveva dovuto riscaldare per ben due volte, in attesa che lui finisse di ricreare sulla carta la sua ultima idea. «Mi dispiace di aver rovinato la cena» disse Phil, mordendosi immediatamente la lingua e cercando di rimediare alla gaffe. «Volevo dire, è tutto molto buono, ma mi dispiace di averti fatto aspettare.» Le raccontò della Crescent e dell'Apollo, ma non osò ripeterle le parole di Damien Smiles; lo imbarazzava l'idea di riferire a qualcun altro gli elogi che riceveva; li ripeteva soltanto a se stesso, a mo' di incoraggiamento. «Che cosa ti ha detto?» gli domandò Hilary e lui rispose: «Che voleva che facessi qualche lavoro per loro.» Come aveva temuto, non fu in grado di avere un'erezione quella sera. Quando Hilary se ne accorse smise di accarezzarlo. Il suo sesso si acquietò e lei si sdraiò in silenzio. E dài, aiutami, buon Dio! pensò Phil. Per forza
che non gli si drizzava. In quel momento in lei c'era meno vita che nella donna strangolata! Hilary si voltò su un fianco per dormire tenendosi la sua mano sullo stomaco. Con la mano libera, Phil spense la luce. Poi, appena sentì che si era addormentata, si allontanò rapidamente da lei. Nell'umidità dell'estate, il suo corpo era caldo e gonfio, appiccicaticcio, quasi repellente. Il mattino seguente, quando entrò nello studio per fotografare le copertine, Phil rimase senza fiato. La donna con l'occhio azzurro e l'occhio castano lo stava aspettando, anzi, lo stavano aspettando, perché erano in quattro. La sera prima aveva dipinto con tale intensità che non si era reso conto di ciò che aveva fatto. Era confuso, nervoso. La donna lo guardò quattro volte simultaneamente: perversa, sottomessa, assassina, seducente. E allora, perché doveva sentirsi turbato? Non si stava affatto ripetendo. Quella donna non solo dava vita ai suoi disegni, ma gli garantiva anche la varietà di cui aveva bisogno. La facilità con cui aveva creato quei dipinti ne era una prova. Fotografò alcune copertine che aveva disegnato in passato e che non erano mai state pubblicate per mostrarle a Damien al loro prossimo incontro; poi si chiuse nella camera oscura, dietro il tramezzo, per sviluppare le diapositive. Lo splendore rosso della lampada squarciava il buio della stanza non come una normale luce, ma come l'essenza del calore dell'estate divenuta visibile. I volti minuscoli presero vita in quel chiarore e lo fissarono. Phil ricordò di aver baciato la diapositiva. Era quella l'essenza vera della donna, quella copertina: tutte le altre erano adattamenti. Poi ricordò di averla strangolata. La stava strangolando. Il corpo della donna si alzava per venirgli incontro e quasi lo sollevava da terra; la sua gola si inarcava verso di lui, gli si offriva. I movimenti convulsi delle sue labbra carnose risucchiavano la sua lingua nel profondo della sua bocca; il suo corpo che si dibatteva attirava il suo pene dentro di lei. All'improvviso, la donna si accasciò. Ecco, pensò Phil, adesso fermati, aspetta questa sera, aspetta Hilary. Ma non fece in tempo a chinarsi a guardare le diapositive per distrarsi, che l'orgasmo esplose nel suo sesso. Si appoggiò al tramezzo. Quella storia doveva finire. Non era giusto nei confronti di Hilary. Ma come poteva farne a meno senza rischiare di compromettere il suo nuovo lavoro, nonché il migliore che gli fosse mai capitato? Un profondo senso di depressione si stava impadronendo di lui quan-
do il campanello suonò. Era il postino. Il pacco conteneva cinque polizieschi di autori americani. Stiamo pensando di ristamparli, gli scriveva Damien nella lettera di accompagnamento. Dipende in gran parte da quello che sarai in grado di proporci tu. Phil scosse la testa, stupito e lusingato. Si preparò un caffè, poi iniziò a leggere il primo libro. Portò la lettera nel suo studio, ma subito dopo la riportò in soggiorno: forse a Hilary avrebbe fatto piacere leggerla. «Mi sembra un'ottima cosa» commentò lei quando rientrò. «Sì, promette bene» replicò lui. «Ti raggiungo fra un attimo. Finisco solo di leggere questo capitolo.» Diversi pomeriggi dopo, mentre ultimava la seconda copertina, il basso ventre di un temporale riempì il cielo. Phil prese a dipingere rapidamente, strizzando gli occhi, troppo preso per allontanarsi dal quadro e accendere la luce. Ma l'oscurità acquitrinosa inghiottì il foglio, come se qualcuno si fosse messo apposta alle sue spalle per fargli ombra e attirare la sua attenzione. Mentre si dirigeva con passi rabbiosi verso l'interruttore, si rese conto che accendere la luce non gli sarebbe servito a nulla, perché non sarebbe più riuscito a dipingere. Ma c'era un'altra cosa che doveva fare prima, una cosa che lo tormentava con insistenza in un angolo recondito della sua mente. Ma che cos'era? Che cos'era, Sant'Iddio? Il corpo accasciato della donna si staccò dal foglio e si protese verso di lui, offrendogli la gola. Non siamo assurdi, pensò Phil. Ma non poteva discutere con il suo intuito, non mentre stava dipingendo. Abbassò la cerniera dei pantaloni e chiuse la mano attorno al pene, che si irrigidì all'istante. Dopo dipinse senza fatica, rapidamente, mentre con grande fragore il temporale si allontanava e il cielo tornava a rischiararsi. La sera di agosto si stava spegnendo lentamente: oro, poi perla, che a poco a poco sfumava nell'oscurità della notte. Hilary stava leggendo Forum, una rivista di educazione sessuale che aveva cominciato a comprare da poco. Phil stava finendo Negromanti nella notte. Quando sollevò lo sguardo si accorse che Hilary lo stava osservando già da qualche minuto. «Pensi di continuare a dipingere quella donna e nessun altro?» gli domandò. «Prima o poi mi capiterà anche un libro per il quale avrò bisogno di un soggetto maschile.» Quando alzò di nuovo gli occhi, spazientito, lei disse: «Ma non ci prendiamo una vacanza quest'anno?» «Dipende se il lavoro cala un po'. Non mi va di mollare proprio adesso
che sta andando così bene.» «Il clima in negozio peggiora ogni giorno che passa. Ormai è diventato insopportabile.» «Be', vedremo che cosa potremo fare» replicò lui per darle il contentino. «Ma non ti va di venire via con me?» «Se mi lasciassi finire di lavorare, magari! Dio!» Ecco, ci siamo, pensò. Affrontiamo l'argomento una volta per tutte. «Voglio finire quello che sto facendo prima del mio prossimo incontro con Damien. A lui piacciono i miei disegni, quindi più sarò in grado di proporgliene e meglio sarà. Ho alcune idee che forse potranno servirgli. Mi aveva accennato alla possibilità di commissionare a degli scrittori alcuni libri sulla base delle copertine che gli proponevo, ti ricordi che te ne avevo parlato? E poi non venirmi a dire che non ti racconto mai niente del mio lavoro. Fammi finire quello che sto facendo, d'accordo? Vorrei avere anch'io la possibilità di rilassarmi ogni tanto.» «Ma se ormai non mi rivolgi più la parola nemmeno nei weekend» replicò Hilary. E dài, continua, pensò lui con rabbia. Lei non aggiunse altro, ma lo fissò. «Ma questo è o non è il weekend?» urlò Phil. «E con chi sto parlando, io, da solo forse? Oh Cristo!». Si alzò di scatto e si diresse come una furia nel suo studio. Ma Hilary era anche lì: lo fissava dal portaritratti con quei suoi occhi miti e dolci. Phil distolse lo sguardo. Sapeva bene qual era il vero problema, naturalmente. Erano quasi tre mesi che non facevano l'amore. Scagliò il libro sulla poltrona. Dio solo sapeva se lui non ci aveva provato. Anzi, forse ci aveva provato fin troppo. Ma ogni volta era come se un macigno grigio gravasse nella sua mente, un macigno che impediva al suo pene di rizzarsi. Con il passare delle settimane anche Hilary aveva cominciato ad eccitarsi sempre meno; si sdraiava senza dir nulla sul letto e aspettava un po' per essere sicura di potergli dire «Non importa» senza che lui si arrabbiasse. Ogni tanto lo assaliva con improvvisi impeti di passione, ma lui capiva che stava fingendo, e quella sensazione lo innervosiva ancora di più. Nelle ultime settimane, poi, nessuno dei due aveva più accennato alla cosa, e lei aveva cominciato a leggere Forum. Se le andava bene così, tanto meglio! Lui era contento lo stesso. Ogni volta che non riusciva a farlo con lei si masturbava. Allora gli bastava un niente per eccitarsi: gli bastava la gola morbida e sottomessa, l'abito sottile pronto ad essere strappato, il corpo
che si contorceva sotto di lui, l'invito celato nell'occhio azzurro e in quello castano, un invito assai poco celato adesso, per la verità. La prima volta si era masturbato a letto; stava per raggiungere l'orgasmo, quando Hilary era rotolata verso di lui e, gemendo, aveva cercato la sua mano. Lui aveva serrato il pene fra le dita, come avrebbe fatto per impedire ad una creatura di liberarsi e denunciarlo e, non appena Hilary si era acquietata, aveva ritratto lentamente la mano e si era precipitato in bagno. Da quella volta si era sempre rifugiato lì, mentre Hilary dormiva, portando con sé la sua vittima, nell'oscurità. Non si sentiva in colpa. Se era frustrato non riusciva a dipingere. Si era sentito in colpa soltanto la prima volta; la notte dopo, quando con Hilary non aveva funzionato, era rimasto sveglio per ore, cercando di ricacciare l'immagine della donna dei suoi sogni, di cancellare ogni pensiero e di dormire. Il mattino successivo si era svegliato con i nervi a fior di pelle: aveva versato il colore, aveva rotto un pennello e, soprattutto, si era ritrovato con la testa vuota. Da quella volta non si era imposto più alcun freno; del resto, il suo lavoro non gli permetteva il lusso di avere sensi di colpa. Ma in colpa lui si sentiva ugualmente. Stava mentendo a se stesso, e questo non lo aiutava certo: il tarlo del rimorso avrebbe finito comunque per compromettere il suo lavoro... anzi, a volte si accorgeva di dipingere proprio per sottrarsi a quei tormento. Hilary lo faceva sentire in colpa con le sue copie di Forum sparpagliate per la casa. Uno leggeva quelle riviste come un surrogato, continuava a ripetersi Phil. Ma non era quella la ragione per cui lei le lasciava in giro. Gliele metteva sotto il naso nella speranza che si decidesse a leggerle e a cercare di capire che cosa ci fosse che non andava in lui. Ma non c'era niente che non andava in lui! Non c'era mica solo il sesso nella vita! Le sue copertine riscuotevano un successo dopo l'altro, possibile che lei non potesse condividere quel suo momento magico? Perché voleva rovinare tutto con quei suoi silenzi supplici? Mentre la guardava, mentre osservava quella sua dolcezza intrappolata dal vetro, si ricordò di aver baciato la diapositiva. Non aveva mai baciato la fotografia di Hilary. Eppure, parte del suo successo lo doveva anche a lei. Era lei che faceva lo sforzo di stargli fuori dai piedi mentre lui lavorava, per non distrarlo; e il lavoro che aveva accettato di fare per questa ragione era decisamente meno piacevole del suo. Eppure lui non le aveva mai detto nemmeno un grazie. Si diresse goffamente verso il muro e, appoggiando le palme delle mani alla parete, allungò il collo per baciare la fotografia. Le sua labbra si appiattirono contro il vetro freddo.
Phil ritornò sui suoi passi sentendosi un perfetto cretino. E così aveva baciato la sua foto. Bravo. E adesso va da lei. Ma sapeva già come sarebbe andata a finire. Non riusciva a rinunciare alla vittima dei suoi sogni; e anche se l'avesse fatto, non aveva motivo di supporre che questo l'avrebbe riavvicinato ad Hilary. Forse, pensò, non più convinto di quanto lo fosse all'epoca in cui leggeva qualche libro sull'argomento, avrebbe potuto consultare uno psicanalista e cercare di rimpiazzare l'altra donna con sua moglie. Ma non adesso: adesso aveva bisogno di quel sogno per lavorare. Il che significava che non poteva andare da Hilary. Ormai sapeva di non poter avere allo stesso tempo lei e il suo sogno. Ad un tratto sgranò gli occhi: a meno di non avere Hilary e il suo sogno contemporaneamente! La soluzione era così semplice che gli ci vollero alcuni istanti per afferrarne il significato. Poi si precipitò fuori dallo studio. Sentiva di potercela fare: la forza della sua immaginazione lo avrebbe spinto fino in fondo. Mentre accelerava il passo, si rendeva conto che l'ansia che provava in quel momento era diversa dal bisogno immediato di dipingere che a volte avvertiva: assomigliava piuttosto alla necessità di fare in fretta per paura che qualcuno lo scoprisse. Quella sensazione lo fece rallentare, ma ormai era arrivato in soggiorno. «Vieni» disse ad Hilary. Lei sollevò gli occhi dalla rivista e lo fissò con sguardo interrogativo, ma pronta a capire. «Che cosa c'è?» gli domandò. «Vieni», disse lui in fretta. «Ti prego.» Si sedette sul letto accanto a lei e cominciò ad accarezzarla. Il respiro intermittente delle tende imitava sommessamente i suoi movimenti maldestri. Quando Hilary si sdraiò con le ginocchia divaricate e il viso illuminato da un sorriso speranzoso (un sorriso coraggioso, un sorriso irritante, pensò lui), Phil riprese ad accarezzarla sistematicamente: il collo, la schiena, i glutei, i seni. Alcune vene bluastre si diramavano sotto la pallida pelle delle mammelle, simili a rivoli di inchiostro; un pelo cresceva ai margini di una delle due areole. Dopo un po', Hilary cominciò ad eccitarsi. Lui le accarezzò le cosce pensando: una donna che si dimena sotto di me, chiedendo di essere strangolata. Cercò il suo clitoride e lo stimolò. Hilary serrò le cosce, rivelando altre vene azzurrognole. Phil pensò: una gola morbida che si offre alle mie mani. No, non funzionava. La sola cosa che vedeva era Hilary. Quando lei chiuse le dita attorno al suo pene floscio, la sua mano gli sembrò dura, ruvida, sgradevole. Si trattenne appena in tempo dall'impulso di allontanarla per far posto alla propria.
Poi, all'improvviso, disse: «Aspetta un momento, spengo la luce.» «Non vuoi vedermi?» «Non è questo» le rispose con impazienza, quasi con rabbia. Non gli restava molto tempo, anche se non riusciva a capire perché. Probabilmente era vicino all'orgasmo, anche se non lo sentiva. «Forse aiuta.» L'oscurità gli restituì immediatamente la donna. Giaceva impotente sotto di lui e un attimo dopo scalciava per attirarlo ancor di più a sé. La lingua le guizzava fra le labbra, invocando la stretta delle sue dita attorno alla gola; l'abito le scivolò sullo stomaco e le sue cosce lo catturarono. Si contorse violentemente quando il suo pene la trovò. In un'altra dimensione Phil sentiva di essere dentro al corpo di Hilary e quel senso di divisione lo distraeva. C'era una specie di barriera che gli impediva di raggiungere l'orgasmo. Non ce l'avrebbe fatta nemmeno quella volta. Poi si trovò ad affondare con impeto nel sesso della donna. La sua gola era immobile, e anche il resto del suo corpo. Era solo la sua furiosa eccitazione a farla muovere, a farla rotolare mollemente attorno al suo pene, mentre la frequenza delle sue spinte aumentava. Eppure doveva essere viva, perché in caso contrario non sarebbe potuta ritornare da lui, come faceva sempre. Quell'idea rendeva quella sua mancanza di vita ancora più eccitante: la penetrò con forza, quasi a sfidare quella sua immobilità. Ma il corpo di lei non rispose nemmeno quando l'orgasmo esplose dentro di lui. Fu solo quando sentì urlare, che si accorse dei respiri affannati di Hilary. Quando riaccese la luce, lei non ebbe voce per dirgli nulla. Si limitò a guardarlo con uno sguardo colmo di stremata gratitudine. Phil provò un'enorme soddisfazione. La amava. Phil prese la metropolitana. Era preoccupato. Sentiva una strana tensione dentro. La sentiva dalla sera che aveva fatto l'amore con Hilary. Quella sera aveva giurato a se stesso che non si sarebbe più masturbato, ma la prima volta in cui aveva rimesso piede nella camera oscura, aveva ceduto. Da allora aveva cominciato ad usare una nota marca di sviluppatori, anche se era più costosa, e aveva limitato le sue fantasie erotiche al ricordo del rapporto con Hilary. La donna, naturalmente, continuava ad essere presente in ogni suo disegno, anche se con il passare dei giorni il suo sguardo si era fatto più deciso e minaccioso. Forse era quella la causa della sua tensione. No, non era quella. Forse era Hilary, invece. Era sicuro che fosse felice adesso che lui riusciva di nuovo a fare l'amore con lei. Su questo non aveva dubbi. Ciò nonostante,
negli ultimi tempi aveva avvertito in lei un certo nervosismo, specialmente quando le accennava a quel suo viaggio a Londra, come se quell'idea non le piacesse, quasi come se sospettasse di lui. E così lui si era messo in testa che a Londra gli sarebbe accaduto qualcosa di sgradevole. Stronzate. Era solo che a lei non andava giù che se ne stesse via così tanto, dopo averle negato una vacanza insieme. Be', se andava tutto bene, adesso forse se la sarebbero potuti permettere. Sollevò gli occhi e si accorse che, immerso com'era nei suoi pensieri, si era seduto davanti all'unico passeggero di quella carrozza, una ragazza. La ragazza lo stava fissando. La sua testa sobbalzava assecondando il ritmo del treno, i capelli neri e lucenti, che le scendevano fino alle spalle, le sfioravano alternativamente le guance: solo i suoi occhi castani erano immobili. E lo fissavano con aria di sfida. Provaci! era la minaccia che vi leggeva Phil. Teneva le cosce serrate nella gonna corta e leggera che la fasciava come una guaina e, senza accorgersene, le sfregava impercettibilmente una contro l'altra. Gli ricordava, soprattutto nello sguardo, la donna dei suoi sogni. Non poteva alzarsi adesso. Sarebbe sembrato ancora più sospetto. Tanto più che lei non aveva nessun motivo di sospettare alcunché. In ogni caso, non le avrebbe certo dato la soddisfazione di costringerlo ad andarsene. Aveva caldo e si sentiva teso. L'aria della metropolitana non riusciva a mitigare neanche un po' l'afa settembrina che ristagnava nel vagone; un'afa che lo opprimeva, come la luce gialla e sudicia delle lampade. Cominciò a giocare con la cerniera della cartella, sorridendo soddisfatto del suo prezioso contenuto; la ragazza continuava a fissarlo. Ad un tratto, mentre si sforzava di distrarsi, Phil vide con la coda dell'occhio una sagoma che lo superava con un balzo e poi superava anche la ragazza. Alzò la testa e incrociò lo sguardo della giovane donna. Lei doveva aver visto di che cosa si trattava, anche se lui ne aveva scorto soltanto il movimento. Ma nei suoi occhi Phil lesse la stessa sfida di prima e nient'altro; era chiaro che non stava facendo finta di non aver visto. Forse era stata soltanto un'aberrazione delle luci, si disse l'uomo. Mentre formulava quel pensiero, le luci della carrozza si spensero. Phil afferrò la borsa con entrambe le mani e corse in avanti, trascinato dall'oscurità vuota e sferragliante. Fu allora che, per la prima volta, si accorse del respiro della ragazza, rapido e aspro. Era vicino al suo volto, troppo vicino. Non fece quasi a tempo a rendersene conto che la ragazza gli affondò le unghie aguzze nella spalla.
Lo stava aggredendo, stava ingaggiando una lotta con lui per costringerlo ad andarsene. Eppure se avesse avuto realmente paura di lui, avrebbe cercato di guadagnare l'estremità opposta della carrozza. Forse furono gli strattoni di lei, o forse i sobbalzi del treno, ma prima che Phil potesse evitarlo, si ritrovò sopra di lei sul sedile. Le ragazza continuava ad agitare le braccia, ma non con sufficiente veemenza da impedirgli di afferrarle entrambi i polsi con una mano sola. Il pene gli pulsava sotto la stoffa dei pantaloni. Con la mano libera le sollevò la gonna. Riusciva a vederla adesso, a leggere l'invito nei suoi occhi, uno azzurro, l'altro castano. Ma non era lei. Non importava. Era la donna che stava violentando. Il dondolio del treno la faceva rotolare violentemente sul suo pene. Phil venne quasi subito. Quando la luce ritornò, Phil giaceva ancora prono sul sedile, mentre la ragazza era misteriosamente svanita. Lui stava ancora boccheggiando, la ragazza, invece, era all'estremità opposta della carrozza e lo fissava con aperto disgusto, la mano appoggiata sul segnale d'allarme. Non era possibile che fosse riuscita ad arrivare fin lì in meno di due secondi. Alla stazione successiva scese, o quanto meno cambiò carrozza, ma prima di precipitarsi fuori gli lanciò un'ultima occhiata di disprezzo. Phil si sedette con la cartella in grembo e cercò di analizzare le proprie emozioni. Era sbalordito. Aveva letto su Forum di donne che avevano bisogno di fantasticare di essere violentate per raggiungere l'orgasmo, ma certo non avrebbe mai immaginato di incontrarne una. Cose del genere potevano capitare soltanto a Londra, pensò. Non si vergognava di ciò che aveva fatto. E perché avrebbe dovuto? Non appena lei lo aveva toccato, il suo orgasmo era esploso e lui non aveva potuto farci nulla: era stata una cosa tanto imprevista quanto inevitabile. Se mai, lui si sentiva ipocritamente soddisfatto. Nonostante fingesse di disprezzarlo, era stata lei a farsi avanti. Non era stata una fantasia, non aveva ceduto a un sogno, ma a una donna in carne e ossa. Lo preoccupava soltanto il fatto che potesse avergli trasmesso qualche malattia. Ma no, non poteva essere: gli era sembrata una ragazza pulita; del resto non poteva essere altrimenti per fingere quel comportamento da santerellina. Quando scese alla fermata vicina alla sede dell'Apollo Books, Phil stava sorridendo. Non c'era bisogno che raccontasse niente ad Hilary; sarebbe stato in grado di soddisfare anche lei. «Ecco qui alcune delle tue copertine stampate» disse Damien. «A quanto
pare alla gente piacciono proprio.» Phil ammirò le copertine e sorrise, mentre Damien esaminava le nuove diapositive. «Sono sicuro che riusciremo a trovare dei libri anche per queste. Sempre la famosa donna di Phil, a quanto vedo.» Phil sorrise con accresciuta soddisfazione, stupito di se stesso. Aveva sempre cercato di dare il meglio di sé quando dipingeva, ma non si era mai reso conto di voler essere riconosciuto per uno stile personale. E adesso Damien glielo aveva fatto capire... No, era stata la donna dei suoi sogni a farglielo capire. Mandò un bacio alla diapositiva. «Hai tempo di vedere un film domani?» gli domandò Damien. «Vorrei trarne un libro e vorrei che fossi tu a disegnarne la copertina. Telefonerò al direttore del cinema in modo da organizzare la cosa. Si intitola Il Succube di Padre Malarkey. È francese.» Andarono a bere insieme al pub vicino. Phil era contento di trovarsi così bene con Damien, nonostante i suoi capelli lunghi e la sua camicia di seta color malva. Al termine dell'incontro, Phil andò per negozi: comprò un libro di nudi per sé e una collana indiana per Hilary; le era sempre piaciuta l'arte indiana. Poi ritornò in albergo, fece la doccia (aveva una meravigliosa camera con bagno!) e infine scese per la cena. La cosa che gli piaceva di più della sua stanza era, per quanto fosse lui il primo a stupirsene, la luce che filtrava attraverso le tende chiare. Per la verità, quella notte lasciò addirittura acceso l'abat-jour. Non gli andava di dormire al buio. Chissà, forse era solo il senso di estraneità che gli dava quell'ambiente lussuoso. Oh, ma era troppo felice per rischiare di guastarsi il sangue rimuginandoci sopra. Chiuse gli occhi e, sorridendo soddisfatto, ripensò alla ragazza della metropolitana, finché si addormentò. Il mattino seguente calcolò male i tempi e, quando arrivò al cinema, la prima proiezione era già incominciata. Era inutile fermarsi: cercare di mettere insieme i pezzi di un film già iniziato era come cercare di capire un libro incominciando a leggerlo a metà. Passeggiò per Soho e acquistò l'ultima copia di Forum. Di sicuro Hilary non era ancora riuscita a trovarla dal loro giornalaio. «Sono Phil Baker» disse alla ragazza alla cassa. «So che mi state aspettando.» La ragazza chiamò una maschera, che, superata la fila di persone in coda, lo fece accomodare nell'ufficio del direttore. Trovava molto gratificante quel trattamento, era un segno del suo successo. Il direttore, un signore elegante, con un paio di baffi scuri lucidi come le sue scarpe stringate, gli consegnò un pieghevole, corretto a penna, con le informazioni sul
film, che in originale si intitolava Le Succube du Père Michel e durava quattro minuti di più. Lo stesso regista aveva già fatto Le Chant des Pétomanes. Il direttore si informò del suo lavoro. «Sono conosciuto più per le mie donne» esordì Phil. Dopo alcuni minuti ebbe inizio la proiezione. Le scene erano girate in uno studio piuttosto piccolo e squallido. Il protagonista della vicenda era Padre Malarkey, un sacerdote francese (che nella versione americana diventava un oriundo irlandese) che concupiva le monache del vicino convento. Frustrato, cominciava a masturbarsi. Altolà, aveva decretato il censore e in quel punto la pellicola era stata tagliata. Scena successiva: mentre il sacerdote faceva il bagno immerso nella vasca, la sua tonaca macchiata incominciava a gironzolare per la stanza. La sequenza si concludeva con una dissolvenza sul volto allegro di una ragazza che faceva capolino sotto il cappuccio. Gesù Santissimo, che cosa sta succedendo, esclamava il prete la prima volta che la ragazza veniva a trovarlo a letto. Sono venuta a confessarmi, diceva lei. Ma non qui, protestava lui, rannicchiandosi sotto le coperte. Ma allora non avrei nulla da confessare, replicava lei, facendo boccuccia e introducendo una mano sotto il lenzuolo già sollevato da un eloquente rigonfiamento. Basta così, aveva sentenziato il censore. La ragazza si chiamava Lilith. Lilith andava a trovarlo tutte le notti, incitandolo a violentarla, a sculacciarla e via dicendo. Dopo alcuni giorni, quando finalmente il sacerdote riusciva a sgusciare nel convento, la ragazza si insinuava a forza fra lui e le sue ignare compagne di letto. Alla fine, Padre Malarkey entrava in una cella e sorprendeva due suore l'una nelle braccia dell'altra. E adesso guardate un po' come va a finire, sembrava dire il censore. Scoperti, il prete e la Madre Superiora venivano sconsacrati e, in un clima di disapprovazione generale, uniti in matrimonio. Ma accanto all'ex-prete, dalla parte opposta della sposa, c'era Lilith. E per quanto riguardava Phil, aveva un occhio azzurro e uno castano. Aveva già in mente la copertina. Rimase seduto in attesa che iniziasse il cortometraggio successivo: La Caduta delle Mutande Romane. Una giovane maschera stava dando la caccia a un gatto, che si ostinava ad affilarsi le unghie sul velluto rosso delle pareti. Nonostante la sala fosse piccola, era una delle quattro in cui era suddiviso il cinema, il gatto continuava ad eludere la sua inseguitrice. Un vecchio signore ringhiò qualcosa e tirò alla bestiola l'involucro di un gelato. La ragazza si fermò a protestare e Phil si mise a sfogliare Forum. La sessualità segreta delle "taglie forti". Il sesso come antidoto all'infarto. Imparate a massaggiarlo nel modo giusto. Passò alla rubrica delle lettere, che
era quella che gli piaceva di più: quando le leggeva si sentiva contento di essere normale. Un titolo in neretto attirò immediatamente la sua attenzione: Pittore promiscuo? Mio marito dipinge. Fino a poco tempo fa ero io il soggetto dei suoi quadri, ma da alcuni mesi ha cominciato a ritrarre una donna che non conosco, solo lei e nessun altro. Si assenta spesso per motivi di lavoro e io sono sicura che abbia conosciuto quella donna nell'ultimo viaggio che ha fatto prima di cominciare a dipingerla. So che è una donna reale, perché ha gli occhi di due colori diversi, No, pensò Phil, come intontito. No, no. e una cosa così non poteva certo inventarsela. Continua a fare l'amore con me, anzi, ad essere onesti, lo fa con più passione di prima, anche se per un certo periodo, subito dopo averla conosciuta, è stato impotente, immagino per il senso di colpa che provava. Adesso però ho la sensazione che pensi a lei anche quando fa l'amore con me. Che cosa posso fare per non perderlo? Non lo lascerei per nessuna ragione al mondo. H. B. Oh Cristo, pensò Phil. Dille che non è vero. Fa' in modo che non ci creda. Si sbaglia, diglielo che si sbaglia. Le luci si stavano abbassando. Phil strizzò gli occhi, cercando disperatamente di leggere la risposta. Se non ha altre prove della "relazione" di suo marito, oltre a quelle di cui parla nella sua lettera, non penso proprio che abbia motivo di preoccuparsi. Dice di essere sicura che lui pensi alla donna dei suoi quadri mentre fa l'amore con lei: questo significa in realtà che lei si sente estraniata da lui quando lavora? Forse, dal momento che, a quanto pare, non può chiedergli dove abbia preso l'ispirazione per quei dipinti, dovrebbe interessarsi di più del suo lavoro, partecipare di più a quello che fa. (Immagino che sia un lavoro e non un hobby). Per quanto riguarda la donna... Be' gli artisti che collaborano con la nostra rivista mi hanno detto che rimarrebbero allibiti se qualcuno pensasse che abbiano una storia d'amore con tutte le donne che dipingono! Suo marito si servirà della sua immaginazione nel lavoro che fa, no? E allora perché, se ha avuto un'ispirazione particolarmente felice e vuole
sfruttarla al meglio, dovrebbe essere stata una sua misteriosa rivale a fornirgliela? Temo che lei veda in quella donna una rivale soltanto perché è diversa da lei, o dall'immagine che lei ha di se stessa (le due cose non sempre coincidono, come sa). Se ha la certezza che suo marito non pensa a lei quando fate l'amore, forse è perché i vostri rapporti sono sempre uguali e con il tempo la monotonia può logorare un rapporto. C'è forse qualche fantasia che lui ha e che gli piacerebbe mettere in pratica con lei? Se diventa... Ma la lettera lo aveva spinto lontano con il pensiero, in un mondo oscuro. Phil trasalì, completamente disorientato. Stava galleggiando, trasportato dalla tenebra verso un gruppo di uomini che correvano per le strade buie di Roma. Si aggrappò a Forum, alla sua cartella, a qualsiasi cosa gli capitasse sottomano. Era in balia di quelle onde di tenebra. Non riusciva a pensare. Doveva uscire. Fece per alzarsi quando qualcosa gli bloccò la gamba. Abbassò gli occhi. Nell'oscurità, in mezzo alle cartacce e alla cenere appiccicata al succo d'arancia, una donna stava allungando le mani verso di lui, per afferrarlo. Le sue unghie gli graffiarono le mani, trascinandolo giù, in mezzo ai mozziconi di sigaretta, verso il centro di quell'oscurità segreta. Era sdraiata sulle assi polverose del pavimento, con il vestito sollevato e le gambe spalancate; la testa le ciondolava di lato, sul collo spezzato e livido. «Oh Cristo!» urlò Phil. «Va via! Va Via!» La torcia della maschera illuminò la fila nella quale era seduto. Non c'era niente sul pavimento, solo l'ombra delle cartacce. «Era il gatto» balbettò l'uomo. «Non sapevo che cosa fosse.» Uscì barcollando. Era ovvio che fosse il gatto; e non c'era da meravigliarsi che l'avesse confuso con la donna che lo visitava in sogno, dopo quello che aveva letto. La rivista gli era caduta di mano ed era scivolata sotto il sedile. Grazie a Dio, pensò. Doveva raggiungere Hilary prima che Forum arrivasse in edicola. Non doveva sospettare che lui l'avesse letto e che la portasse in vacanza per ingannarla. Ma aveva tempo. Fu solo quando il treno stava per entrare nella stazione di Liverpool che Phil si rese conto della somiglianza fra la sua esperienza e quella del prete del film. Erano praticamente identiche. Be', non proprio identiche, ovvio, perché cose simili non accadevano nella realtà. Eppure il suo sogno si era insi-
nuato fra lui e Hilary, proprio come il succube del film: era come se avesse voluto deliberatamente impedirgli di vederla, perché ogni volta che aveva cercato di visualizzarla, nella sua mente si era creato il vuoto assoluto. E poi il sogno era nato dentro di lui. L'idea che si era fatto all'inizio, che cioè qualcuno o qualcosa glielo avessero messo in testa, era assolutamente priva di senso. Quella era stata una scappatoia della sua mente, che si rifiutava di ammettere la verità. Ma visto che il sogno era un parto della sua immaginazione, poteva distruggerlo quando voleva. Quello che consigliavano su Forum era sbagliato; dicevano che bisognava dare sfogo alle proprie fantasie, ma era sbagliato. All'improvviso, Phil si rese conto che tutti quei numeri della rivista sparsi per casa non erano che muti appelli di Hilary. E subito provò per lei ammirazione e pietà; soffriva molto, ma soffriva in silenzio, per non essergli di peso. Mio Dio, e tutto questo, soltanto perché lui non la lasciava parlare! pensò come intontito. Quel pensiero ne generò un altro. Hilary andava a lavorare fuori soltanto per lasciarlo dipingere in pace. Quella era una romantica bugia. Usciva per evitare i suoi scatti d'ira. In pratica con il suo comportamento lui l'aveva cacciata di casa. Quella scoperta lo fece sentire leggero, euforico, capace di fare qualsiasi cosa. Finalmente riusciva a vedere Hilary com'era veramente. No, invece, non ci riusciva: nella sua mente c'era il cupo vuoto di sempre. Sopra di lui, il traffico dell'ora di punta intasava il ponte. Nel profondo della sua mente sembrava gravare un peso grigio, immobile, sospeso in una vaga attesa. Non importava. Una volta in vacanza anche quegli ultimi residui di depressione sarebbero scomparsi. Non aveva più tempo per pensare. Ecco la Stazione di Lime Street, ecco la sua casa. Appena arrivato fece i bagagli; l'hotel l'aveva prenotato prima di partire da Londra. Quando ebbe finito, diede un'occhiata all'orologio: ancora un'ora e anche Hilary sarebbe stata libera; quella sera l'enoteca chiudeva prima. Avrebbero preso il primo treno. Chiamò un taxi e si fece portare al negozio, che si trovava nel quartiere più esclusivo della città, fra Jaguar e i giardini giapponesi. Mancava mezz'ora alla chiusura, ma era sicuro che avrebbero permesso a Hilary di andare via prima, vedendo che c'era un taxi ad aspettarla. La localizzò dietro al banco: stava guardando una signora che parlava con la direttrice. Perfetto: non avrebbe dovuto aspettare per poterle parlare. Phil entrò nell'enoteca come se fosse il padrone del negozio. «E semplicemente ridicolo» stava urlando la signora. «Questa donna non
sa niente del suo lavoro. Se siete messi così male a commesse, sappia che c'è mia figlia che cerca lavoro!» Fu soltanto quando vide l'espressione di Hilary, furibonda e umiliata al tempo stesso, che Phil si rese conto che la signora stava parlando di lei. «Quella che lei sta insultando è mia moglie» disse. La signora si voltò a guardarlo. «Allora significa che lei ha una moglie ignorante.» «Non certo ignorante dove conta, come lei». Phil cercò di controllarsi, ma non resistette alla tentazione di togliersi quella soddisfazione. «Prego, vada avanti, vecchia troia.» La donna girò sui tacchi e si diresse con sussiego verso la porta. «Là fuori c'è un taxi che ci aspetta» disse allora Phil rivolto alla moglie. «Le tue ferie cominciano da questo momento.» «Ma vuoi farmi perdere il lavoro?» «Possiamo farne a meno. Vieni, andiamo» la esortò, cercando di non perdere il controllo. «Non vuoi andare ai Laghi?» Lei sfoderò il suo sorriso più smagliante e gli rispose: «Oh sì che lo voglio.» Si voltò per parlare alla direttrice, ma lui la prevenne. «Il minimo che potesse fare era difenderla» le disse. «Dio solo sa quanto poco l'ha sempre pagata.» Quando furono sul taxi Hilary disse: «Ti avevo detto che avevo intenzione di mollare quel lavoro alla fine dell'anno.» «Non l'ho sentito.» «Per forza, tu non mi ascolti mai quando ti parlo.» Phil fissò il collo teso del tassista e riuscì a concentrare lì il suo nervosismo. «So che ultimamente non ti sono stato molto vicino» disse ad Hilary. «Mi dispiace.» Poi, a voce più alta aggiunse: «Ma ti assicuro che a partire da questa sera tutto ritornerà come una volta.» Era ancora chiaro quando arrivarono all'hotel. In cima alla collina bave di foschia si impigliavano nei rami degli alberi; un banco di nebbia più fitta stava calando lentamente sopra il lago. Phil osservò le sagome perfette degli alberi che immergevano i rami nell'acqua irradiata dalla luce del tramonto. I corridoi erano rivestiti di soffice moquette, che attutiva ogni rumore. Guardò Hilary e dai suoi occhi capì che anche lei stava provando le sue stesse emozioni. Si rendeva conto che aveva dovuto compiere uno sforzo enorme per dimenticare la scena nel negozio, ma non importava: adesso era felice. Era tardi per la cena, ma riuscirono ugualmente a farsi preparare qual-
cosa. Ordinarono una bottiglia di vino d'annata, che il cameriere scese a prendere apposta in cantina. Poi bevvero al bar e giocarono a biliardo, cosa che non facevano più da quando erano fidanzati. Quando il bar chiuse salirono in camera. Il corridoio accompagnò silenziosamente i loro passi. Phil si avvicinò alla finestra e scrutò la notte. Adesso la nebbia era scesa a lambire la strada, avida della luce dei fari. Assomigliava al grigio senso di vuoto che continuava ad intorpidirgli la mente. Cercò di afferrarlo, ma sapeva che avrebbe preso forma soltanto quando fosse stato pronto. Si voltò solo quando Hilary uscì nuda dal bagno e si sdraiò sul letto. Allora tirò frettolosamente le tende e le sorrise. Continuò a sorriderle. Non provava alcun desiderio. «Allora, pensi che questa notte torneremo ad essere un solo corpo e una sola anima?» Phil annuì. «Sì» si affrettò a confermare, per paura che lei intuisse il suo stato d'animo. Mentre si spogliava la osservò. I suoi seni erano molli, lievemente venati d'azzurro; il pelo biondo continuava a crescere ai margini dell'areola. Il grigio senso di vuoto era divenuto un macigno, che gravava fra la sua mente e il suo pene. Doveva fare l'amore con lei senza pensare al sogno. Se si fosse nuovamente affidato a quella visione, si sarebbe allontanato ancora di più da lei, di questo era certo. Ma senza il sogno, rifletté tristemente, era destinato a fare fiasco. «Lasciamo accesa la luce?» domandò Hilary. «Certamente» rispose lui, ma non per la ragione che pensava lei. Hilary gli sorrise. «C'è qualche cosa di nuovo che ti piacerebbe provare?» «Per esempio?» «Non lo so, così, mi chiedevo se avessi qualche desiderio particolare.» D'un tratto Phil ebbe un flash e ricordò ciò che aveva visto a casa mentre faceva i bagagli, ma che la sua mente, nella fretta, aveva relegato ai confini della sua memoria: una copia di Forum buttata sul divano. Era la copia dello stesso numero che lui aveva comprato a Londra. Dunque Hilary aveva letto la risposta alla sua lettera. Lei lo guardò dal letto. Phil cominciò a masticare nervosamente. Aveva la bocca arsa. Doveva dirle che sapeva? In quel caso avrebbe dovuto spiegarle anche la questione del sogno... raccontarle ogni cosa. No, era fuori discussione. Hilary ne avrebbe sofferto un sacco, ne era sicuro. E poi non ce ne era bisogno. Lei stessa gli aveva suggerito la soluzione. Il suo pene cominciava ad eccitarsi e anche quello strano, grigio senso di vuoto nella
sua testa. «Ti violenterò» le disse. Si inginocchiò sopra di lei. «Avanti, forza» lo incitò lei ridendo. No, così non andava. Se lei rideva non poteva funzionare. «Chiudi le gambe» disse «E lotta. Fa' di tutto per impedirmelo.» «Ma non voglio farti male.» Il grigiore stava ritornando: ricominciava a calare nella sua mente come la nebbia sul lago. La sua erezione stava regredendo. «Non preoccuparti» disse con affanno. «Difenditi con tutte le tue forze.» Adesso il suo pene era completamente floscio. Dio, no. Le pizzicò un capezzolo con rabbia. Quando lei urlò e si portò le braccia al petto per proteggersi lui le afferrò i polsi. «Sì, così» esclamò, già eccitato di nuovo. Le inserì le ginocchia fra le gambe, costringendola ad allargarle. Adesso Hilary stava lottando. Il letto cigolava come impazzito. Hilary cercò di fare leva sui talloni, ma la stoffa troppo tesa del lenzuolo si strappò. Non stava più giocando adesso; stava cercando di liberarsi le mani e il suo respiro era affannoso e rauco. Phil le affondò brutalmente una mano fra le cosce. Un attimo dopo era pronta. Ah, era così che le piaceva allora, pensò, e dire che lui non se ne era mai accorto. Quando fu sul punto di penetrarla esitò. Il grigio senso di vuoto continuava ad aleggiare nella sua mente, come una minaccia. Sentiva le persone nel corridoio, la tv accesa nella camera accanto, il rombo delle macchine nella nebbia; quei rumori si sovrapponevano alla sua passione e lo distraevano. Sentiva che il pene stava per afflosciarsi di nuovo. Poi, all'improvviso capì che cosa aveva dimenticato. Costrinse Hilary ad aprire le braccia, poi, dopo aver affondato i gomiti nei suoi avambracci, le serrò leggermente le dita attorno alla gola. Hilary iniziò a boccheggiare e il suo ansito roco lo attrasse con violenza dentro di lei. Il grigiore che gli insidiava la mente si dileguò all'istante. Ogni spinta portava con sé una nuova ondata di piacere. Più la pressione delle sue dita aumentava più il suo pene pulsava e più gli occhi di lei si dilatavano e le sue mani si agitavano come impazzite. Con il respiro strozzato, Phil inarcò il collo e tese la testa all'indietro. Come lo schianto di un ramo spezzato che rivela la presenza di un intruso, nella stanza si udì un colpo secco. Phil venne subito, a lungo. Lasciò la gola di Hilary e ghermì le lenzuola. Poi chiuse gli occhi, mentre i palpiti del suo pene si smorzavano e il suo petto si sollevava in respiri lunghi e profondi. Quando la guardò, Hilary stava fissando il muro. Aveva una guancia ap-
poggiata al lenzuolo, mentre la testa le pendeva di sghembo dal collo rotto. Phil scoppiò in singhiozzi. Le prese il viso fra le mani e lo voltò verso di sé. Le strofinò le guance, nel tentativo di restituire il calore della vita ai suoi occhi spenti, poi le scostò i capelli che le coprivano gli occhi e li accarezzò. Da ultimo le afferrò le spalle e la scrollò, e quando la sua testa rotolò di lato, crollando nuovamente sul lenzuolo, si abbandonò sul suo corpo con i pugni piantati negli occhi, e pianse. Allora le gambe di lei si serrarono attorno ai suoi fianchi e quando lui rialzò la testa con le pupille dilatate per lo stupore, vide i suoi occhi che lo fissavano: uno azzurro e l'altro castano. CHEZ LILITH Palin doveva aver notato il negozio poco tempo dopo che era stato aperto. Faceva quella strada tutte le sante sere per tornare a casa dal lavoro. Trovava deprimente quel quartiere; era tutto uguale: stessi palazzoni incolori che si susseguivano sul pendio sopra il fiume, stessa lenta processione di squallide case a schiera lungo la strada che l'autobus risaliva a fatica; le stesse frasi ostili scarabocchiate sui muri contro il vicino campo nomadi. La pioggia di gennaio rigava i vetri dell'autobus e faceva apparire quel paesaggio ancora più brutto e più monotono; le case sembravano confusi ammassi marroni, le imposte di legno fradice pennellate di vernice scura; alle loro spalle i rettangoli tremuli e pallidi dei grandi condomini fluttuavano nell'oscurità che li inghiottiva. Palin sedeva immerso in strati plurimi di grigio fumo di sigaretta. Di tanto in tanto tossiva; aveva cercato di fermarsi al piano di sotto, ma il conducente lo aveva costretto a salire. Maledetto piccolo Hitler. Squassato dalle vibrazioni cavernose del motore l'autobus accostò ad una fermata. Quando Palin guardò fuori, sbattendo più volte le ciglia per mitigare il bruciore degli occhi, notò una strana sporgenza sopra una delle case a schiera che sorgevano nella laterale di fronte; assomigliava alla sbarra abbassata di un passaggio a livello, ma c'era una scritta sopra: messe insieme le lettere formavano le parole... Con uno scossone l'autobus si rimise in moto e affrontò la pioggia battente. Il giorno seguente il cielo grigio aveva deciso di risparmiare la pioggia. CHEZ LILITH lesse Palin, prima che l'autobus sfrecciasse oltre la targa, sottraendogliela bruscamente alla vista. Sotto l'insegna c'era una vetrina con della merce esposta, mentre molte di quelle vicine erano parzialmente murate o sbarrate da assi di legno. All'angolo fra la strada principale e la
laterale sorgevano un negozio tanto anonimo quanto fatiscente, e una filiale di WOOLWORTH'S, o meglio di WO LWO TH'S, visto che alcune lettere della targa erano scomparse e non erano ancora state rimpiazzate. Che cosa diavolo potevano vendere da CHEZ LILITH? Per tutto il resto del mese, Palin fece in modo di assicurarsi un posto a sedere al secondo piano dell'autobus, sul lato destro. Apriva il finestrino per pulirlo, nonostante le proteste dei fumatori e, quando capitava che l'autobus saltasse la fermata in corrispondenza del negozio, un senso di rabbiosa frustrazione si impadroniva di lui, al punto da farlo quasi esplodere; era la stessa sensazione che provava quando non riusciva a fare l'amore con Emily. Anche il tragitto del mattino cominciò a diventare una sofferenza per lui, perché all'andata l'autobus seguiva un altro percorso. Comunque, anche quando la vettura risaliva lentamente la strada, o indugiava più a lungo del solito alla fermata, e il cielo era terso e illuminato dagli ultimi scampoli di sole, Palin non riusciva a capire la natura della cosa che stava seduta in vetrina. Assomigliava a una persona. Era rosa e indossava un completo di biancheria nera. Tutt'attorno erano sparsi libri, poster e oggetti vari. Forse era soltanto un manichino... Ovvio, che cos'altro poteva essere? Ma perché aveva un enorme fiore bianco al posto della testa? In marzo, deciso a venire a capo di quel rebus, scese alla fermata di fronte al negozio. In fondo erano solo due fermate prima della sua. Ciò nonostante, aveva quasi dovuto farsi violenza per scendere. Era pur sempre un bel pezzo di strada da fare a piedi, gli aveva ricordato la sua mente. Non gli piaceva quel quartiere e la cosa che desiderava di più in quel momento era arrivare a casa e rilassarsi; ne aveva diritto, no?, dopo aver combattuto tutto il giorno con le dichiarazioni delle tasse e le lagnanze dei contribuenti. Per giunta stava piovendo, una ragione in più per non cedere a quell'impulso. La sera prima argomentazioni simili lo avevano convinto a proseguire verso casa. Quel giorno, invece, Palin si diede da fare di gomito e guadagnò l'uscita. Quando si ritrovò sotto la bandierina di metallo della fermata dell'autobus, si sentì solo e vagamente ridicolo. Fra i vialetti lastricati che conducevano ai grandi condomini di cemento, occhieggiavano rettangoli di prato incolto, abbandonati al loro destino, come vita rifiutata dal mare e gettata sulla spiaggia. Dai balconi di cemento alcuni bambini lo spiavano. Ai piedi di una colonna di terrazzi c'era una bambola con la testa schiacciata e un grande buco al posto della bocca. Lungo la strada che scendeva
alcuni uomini stavano arrancando verso casa e ogni tanto qualcuno si fermava a lanciare minacce al campo degli zingari. Palin attraversò la strada. All'angolo con la laterale, dietro le vetrine del negozio anonimo, un dolce a forma di cane accumulava polvere sopra nude assi di legno. Palin accelerò il passo: nell'aria umida della sera, l'insegna di CHEZ LILITH lo invitava ad avvicinarsi. La figura rosa sedeva in attesa, il volto perso in circonvoluzioni bianche simili alle ramificazioni del corallo. Non era un manichino. Era una "Partner d'Amore", come spiegava il cartone contro il quale era appoggiata. Il nome era malamente scritto a matita, ma il corpo era ben fatto, seducente perfino, per uno a cui piacessero cose simili, s'intende. Aveva la testa avvolta nella carta velina. Palin scrollò la testa amaramente. Be', per lo meno adesso sapeva di che cosa si trattava e quella strana visione rosa non lo avrebbe tormentato più. Dietro la vetrina si intrawedeva una stanza, che assomigliava in tutto e per tutto al soggiorno di una casa; la differenza era che, oltre ad essere tappezzata di carte astrologiche, ospitava un bancone fatto di assi di legno grezzo, come quelle del pavimento, sopra il quale si trovavano pile di libri sulla stregoneria e strani oggetti parzialmente nascosti da teli; sulla copertina di un libro, una ragazza protendeva una statuina intagliata verso un uomo, che crollava ai suoi piedi con occhi vitrei. Ma c'era qualcos'altro nell'oscurità del negozio, in mezzo ai libri, ai tarocchi e a vari ornamenti fallici: una ragazza, seduta dietro al banco. Un visino a forma di cuore, dal quale lo fissavano due grandi occhi scuri. La sua bellezza gli diede i brividi. Ma quale bellezza, se quasi nemmeno riusciva a vederla? Scosse la testa e aggrottò la fronte. Non aveva alcuna intenzione di farsi attirare lì dentro. Ne aveva abbastanza di fascino femminile che promette tanto e poi ti delude; gli bastava Emily per questo. Quindi, smettila di guardare quella ragazza, si disse. Stava ancora cercando di capire che cosa la rendesse così bella, quando si sentì battere sulla spalla. Era soltanto la pioggia. Ma quando si voltò, vide un uomo, fermo sui gradini della casa di fronte, che lo fissava con un misto di ostilità e di disprezzo. Doveva essere il proprietario perché aveva le chiavi in mano. Palin lo fissò a sua volta, nel tentativo di costringerlo ad abbassare gli occhi, poi si avviò verso la strada principale, ma mentre camminava continuava a sentire il suo sguardo fisso in mezzo alle scapole. Quando arrivò all'angolo si voltò e vide che l'uomo stava fissando la vetrina: un crociato con la tuta sporca; c'erano rabbia e minaccia nei suoi occhi.
Un paio di settimane dopo, Palin ritornò al negozio. Era primavera e gli piaceva l'idea di fare due passi. In più, se scendeva dall'autobus non era costretto a salire al piano di sopra a sorbirsi il fumo soltanto per togliersi la soddisfazione di dare un'occhiata alla vetrina. E poi, magari, in quel negozio avrebbe potuto trovare un regalo per Emily. Nessuna di queste, in realtà, era la vera ragione per cui era sceso a quella fermata. Il vero motivo è che in quelle due settimane non aveva fatto altro che chiedersi che cosa mai rendesse quella ragazza tanto bella. Non erano solo i suoi grandi occhi scuri e neppure il suo visino leggermente paffuto a forma di cuore. E allora che cos'era? Non ne aveva visto il corpo, perché indossava un abito lungo e scuro, che per di più, data la lontananza, si confondeva con l'ombra in cui era immerso il negozio. Le sue labbra piene e i suoi occhi gli sorrisero: era un sorriso invitante, promettente, misterioso. Ma che cosa prometteva Sant'Iddio? Sbuffò cercando di ricacciare le sue fantasie vogliose. Ma la sera successiva ritornò a scrutare il lieve sorriso della ragazza. Mentre guardava la vetrina, Palin sapeva che qualcuno lo teneva d'occhio dalla casa opposta. Una volta, aveva visto l'uomo precipitarsi fuori a cacciare via un gruppetto di bambini attratti dagli oggetti esposti e, più di una volta, lo aveva intravvisto nel riquadro di una piccola finestra sopra il portone di ingresso. Che provasse a mandare via lui, che solo ci provasse. Ma quel fascino che provava era assurdo. Che cosa ne ricavava? Dalla strada principale giungevano il pigro ronzio del traffico e le volute di fumo dei gas di scarico. Forse avrebbe dovuto comprare un regalo per Emily e finirla per sempre con quella storia del negozio. Erano un po' di giorni che non gli ronzava attorno: aveva le mestruazioni, era ovvio, o qualche altra balla del genere. In mezzo a vari libri, fra cui Le gioie del corpo e La gloria della carne, boccette senza etichetta e quelle che, a giudicare dai disegni maliziosi sulle scatole, dovevano essere candele di forma fallica, Palin individuò diverse confezioni di tarocchi. Era il genere di cose che forse a lei piaceva. A lui no: troppo incomprensibili e imprevedibili. No, non le avrebbe comprato un regalo perché quando era in quel periodo era di malumore. Quando si sarebbe comportata in modo più carino con lui, ammesso che fosse possibile, allora forse... Lui e Emily si stavano allontanando sempre di più, ma lentamente, come quando si cerca di fuggire in un incubo; facevano qualche timido tentativo per rompere, si lanciavano reciproci segnali di insofferenza e di stanchezza, ma nessuno dei due aveva il coraggio di compiere il passo decisivo. Lui non era sicuro che si fossero
allontanati al punto da non potere più ritornare insieme, ma era così difficile capire i suoi stati d'animo, cercare di farla felice, intuire quello che pensava. Era sempre difficile, con le donne. Dal fondo del negozio, la ragazza lo guardò sorridendo. Era quello il suo fascino. Per un attimo gli mancò il respiro e rimase a fissare la vetrina a bocca aperta. Non era come Emily, non lo incoraggiava soltanto per poi fargli patire le pene dell'inferno per piacerle. Si limitava ad aspettare, sfoderando quel suo sorriso nell'oscurità vellutata del negozio, un sorriso amoroso, se lui voleva interpretarlo così. Era disponibile, ansiosa di piacere, riposante, tranquilla e sottomessa. Lei era lì se lui la voleva. C'era tutto questo nel suo sorriso e nei suoi occhi. Che idiozia. Era solo la sua immaginazione. Per un attimo si domandò se anche la ragazza fantasticasse come lui. Stava seduta per ore e ore dietro a quel banco, nel buio di quel bugigattolo: a che cosa pensava tutto il giorno? Ma sarebbe stato bellissimo avere una donna che facesse esattamente quello che voleva lui, e quando lo voleva. Come la Partner d'Amore. Oh no. Lui non aveva mica bisogno di quel genere di cose! E perché no? Con il passare dei giorni le sue risposte a quella domanda diventavano sempre meno convincenti. Il collo della figura era sormontato da un groviglio bulbiforme di circonvoluzioni coralline, ma a parte quell'aspetto un po' scioccante, il suo corpo era fantastico: le braccia lunghe e sottili, le mani delicate, le cosce levigate e misteriosamente serrate, i seni morbidi e pieni che, ne era più che certo, erano celati dal reggiseno non per reclamizzare la biancheria, ma per decenza. La figura dava l'impressione di essere morbida e tutt'altro che gommosa; perfino la sua carne rosa non gli sembrava più innaturale, ma soltanto nuova, giovane, vergine. Nemmeno il corpo della ragazza poteva essere più bello sotto il lungo abito scuro. Era come se si celasse il più possibile nell'oscurità per poter mettere meglio in risalto il suo corpo in vetrina. Era più forte di lui. Non era certo il timore di scandalizzare il tizio della casa di fronte a trattenerlo dall'entrare, eppure non riusciva a varcare la soglia di quel negozio. Il pensiero di rivolgersi ad una ragazza per quel genere di cose poi, rendeva tutto ancora più difficile. Lei sapeva quale volto si celava sotto il fiore di carta velina e tutto sommato era proprio l'idea della faccia a convincerlo meno. Però tornare a casa alla sera e trovare un corpo pronto a realizzare tutti i tuoi sogni della giornata... Si sentiva uno stupido. Ascoltava stupefatto le argomentazioni della sua mente. Ma che cosa stava
facendo? Era l'unico uomo sulla faccia della terra a permettere ai suoi sentimenti di ribattere le ragioni della mente! Il volto della ragazza tremolava dolcemente nell'oscurità, illuminato dal suo sorriso. Fu Emily a dargli la spinta che gli mancava per decidere. Le aveva chiesto di andare a casa sua a cucinare una romantica cenetta per due. Emily l'aveva invitato a cena all'inizio della settimana, ma Palin si sentiva intimidito nel suo appartamento; forse era colpa dell'arredamento: i vecchi mobili scuri, ereditati o comprati in qualche strano negozio; un grande leone morbido e sorridente; Kafka, Mick Jagger, La storia di O., riviste di cucina, Fisco: La Rivista Della Federazione degli Operatori Fiscali, Magia... troppe contraddizioni che lo confondevano. E poi era convinto che il suo appartamento lo inibisse sessualmente. La prima volta che avevano fatto l'amore da lei, lui era stato troppo impetuoso ed era venuto subito dopo averla penetrata. Poi, per settimane, la tensione gli aveva impedito di avere un'erezione e lui aveva sentito su di sé lo sguardo di disapprovazione di quei suoi dannati mobili neri e di tutte le sue carabattole. Quando era finalmente riuscito ad eccitarsi di nuovo, aveva avuto la netta sensazione che Emily si annoiasse, un po' perché lui non riusciva a mantenere un ritmo costante e un po' perché gli occorreva tempo per arrivare all'orgasmo; a volte lei era già asciutta quando lui veniva. A casa sua, invece, Palin si sentiva più a suo agio, gli sembrava di riuscire a controllare meglio la situazione. Ma quella sera non si era sentito per niente a suo agio. Per tutto il giorno, Emily non aveva fatto altro che lanciargli strane occhiate dalla sua scrivania, come se volesse annullare il loro incontro e aspettasse soltanto che lui le offrisse l'occasione per farlo. Ma lui aveva evitato di parlarle, se non brevemente per questioni di ufficio. Sull'autobus nessuno dei due aveva aperto bocca. Attorno a loro la conversazione degli altri passeggeri si confondeva con l'arrancare rumoroso dell'autobus. L'insegna di CHEZ LILITH si levò per un attimo a salutarli, poi scomparve di nuovo nella stradina laterale. I mattoni arancioni della casa di Palin risaltavano fra i terrazzi neri; la moquette dell'ingresso li accolse nella luce arancione che si irradiava dal paralume cinese. Avevano in programma una cenetta elaborata. «Lo so, ma se invece ti preparassi qualcosa di più semplice, una sorpresa?» propose Emily mentre salivano. Gli lanciò un'occhiata dubbiosa, poi aggiunse: «Se ti va, s'intende.» Nessun problema, a lui andava sempre bene tutto; ma perché diamine
non gliel'aveva detto subito, anziché guardarlo tutto il giorno a quel modo come se avesse in mente chissà che? Tanto più che una cena più semplice significava avere più tempo per andare al cinema, come avevano deciso. «Dobbiamo proprio uscire questa sera?» gli domandò Emily. «Non potremmo starcene a casa belli tranquilli?» La cena si rivelò ottima. Palin bevve quel tanto di vino da sentirsi vagamente brillo. Era contento che avessero deciso di non uscire. Dopo aver rigovernato la cucina, Palin accese la luce delle scale e l'attese. «Oh, non questa sera» disse Emily. «Che cosa significa, non questa sera?» «Non posso. Ho le mestruazioni» rispose lei con un certo nervosismo. «Che cosa credevi che volessi dire?» Maledizione! Ma su trenta sere che ci sono in un mese, proprio quella doveva avere le mestruazioni! E lo guardava anche, come se lui fosse tenuto a saperlo, come se lui tenesse conto dei giorni! Non gli restava altro da fare che accendere la tv e quella poteva guardarla anche da solo. Aveva già cercato di parlare con Emily di vini, ma lei non aveva mostrato alcun interesse né per quello né per altri argomenti, come i soldatini o i war games. All'improvviso, a metà del film lei gli disse: «Io vado.» Dopodiché si alzò e si avviò verso la porta, senza nemmeno aspettare che lui l'accompagnasse. L'indomani iniziò con la gradita sorpresa di un aumento di stipendio. Durante l'intervallo del pranzo Emily uscì a fare shopping e per tutto il resto del giorno evitò accuratamente di rivolgere la parola a Palin; non gli fece vedere nemmeno gli abiti che aveva acquistato. Stava seduta alla scrivania in modo da mostrargli costantemente le spalle e scrollava con provocatoria indifferenza i lunghi capelli biondi che, ad ogni suo cenno di diniego con il capo, sembravano rimandarne uno analogo a lui. Quando prese l'autobus per ritornare a casa, Palin si sedette al piano di sotto. Per quale ragione non sarebbe dovuto scendere alla fermata di CHEZ LILITH? Fu infatti quello che fece, benché il cielo minacciasse pioggia: sembrava rigovernatura di piatti sporchi che si rovesciasse nel fiume. Il dolce a forma di cane era sempre esposto nella stessa vetrina, irraggiungibile dietro il vetro polveroso. Avanzò con passo strascicato verso CHEZ LILITH. Doveva forse comperare ad Emily un regalino con il quale scusarsi... Una confezione di tarocchi, per esempio? No, che gli venisse un accidenti se l'avesse fatto. Le aveva già regalato fin troppe cose per farle ritrovare il buon umore, ma la
metà delle volte non era servito a niente. Quel giorno avrebbe speso per comprare qualcosa di garantito, per un piacere di cui avrebbe potuto godere senza dover lottare. Oltrepassò il bulbo di corallo bianco e, prima che si sentisse pronto ad entrare, i suoi lunghi passi lo avevano già condotto oltre la soglia. L'oscurità lo inghiottì come un mare profondo. Aveva la sgradevole sensazione di essere entrato per sbaglio nel salotto di una casa privata, dove i legittimi proprietari stavano meditando al buio. La stanza era piena della presenza della ragazza; non sembrava affatto un negozio. Per quanto potesse essere irrazionale, Palin sentì l'impulso di fuggire. Ma adesso riusciva a distinguere il banco, l'unico elemento che conferisse al locale l'aspetto di un esercizio commerciale. Il sorriso della ragazza prese vita nell'ombra. A poco a poco, anche il suo volto cuoriforme si illuminò. La ragazza continuava a sorridere, aspettando che lui si decidesse a parlare. Ma ce l'avrebbe fatta davvero a comperare la figura rosa esposta in vetrina? Poi, con un moto di sollievo, si rese conto che non aveva bisogno di compromettersi subito. «Quanto costa la, la...?» domandò agitando la mano in direzione della vetrina. «Che cosa le interessa?» La voce della ragazza era bassa e sottile, al punto che Palin dovette drizzare le orecchie per captarne le parole, così come era costretto ad aguzzare la vista per cogliere i tratti del suo viso. Ma nello sforzo della concentrazione si accorse anche di quanto la sua voce fosse affascinante: la sua musicalità, la sua vellutata fiochezza erano un invito, comunicavano desiderio di piacere e una misteriosa tensione sessuale. Ma forse tutto questo era frutto più della sua fantasia che della voce di lei. «Quella cosa in vetrina» rispose Palin. «La... » Come diavolo si chiamava, Sant'Iddio? «La Partner d'Amore!» ricordò all'improvviso, e senza volerlo gridò quelle parole con un senso quasi di liberazione. «Quanto vale per lei?» Avrebbe preferito che fosse lei a dirgli il prezzo. Non voleva compromettersi ancora, ammettere subito di essere intenzionato a comprarla. Ma lei si limitò a sorridergli dall'ombra e a fissarlo in silenzio con quel suo volto dolce e luminoso. Gli toccava proprio tirare ad indovinare. «Dieci sterline» disse, augurandosi di non offenderla e sperando che si decidesse finalmente a dirgli un prezzo; contrattare con una donna lo metteva a disagio. «Dieci sterline?» Sembrava triste, ma rassegnata. Si alzò dalla comoda
poltrona sulla quale sedeva dietro il banco e il suo volto fluttuò nell'oscurità. Era molto alta. «Sono costretta ad accettare la sua offerta» proseguì. Dal tono della sua voce sembrava che stesse soggiacendo all'inevitabile e anche a lui. Quando si avviò verso la vetrina Palin si accorse con uno stupore misto a disappunto che era storpia. Lui non ne vedeva che il volto e le mani sottili, ma sotto il lungo abito scuro il suo corpo avanzava a scatti, sbilanciato di lato da una forte sciancatura. La ragazza prese delicatamente la figura rosa dalla vetrina; poi le sfilò la biancheria e la gettò in un angolo. Fu solo allora che Palin si rese conto che l'aveva vestita soltanto per evitare possibili denunce. Adesso la figura risplendeva in tutta la sua nudità. La ragazza le distese le braccia lungo i fianchi, poi le sollevò le gambe fino ad incastrare i piedi sotto le ascelle. Palin intravvide i suoi genitali glabri dilatarsi e fu colto da un'improvvisa eccitazione. La ragazza stava aprendo il cartone. Avrebbe voluto chiederle di togliere la strana costruzione di carta velina, ma non poteva: era sicuro che sotto quelle volute coralline si celasse il suo volto e avrebbe potuto acquistare la bambola soltanto se quel segreto fosse rimasto tacito, una specie di complice intesa fra loro due. Armeggiò nel portafoglio. I genitali aperti della bambola scivolarono nella scatola. Dalla parte opposta della strada, il tizio della casa di fronte stava fissando la vetrina scuro in volto. Quando Palin le porse le banconote, la ragazza gli afferrò deliberatamente la mano. Il suo sorriso sembrava una promessa. Ma che cosa significava quella stretta? Au revoir, un appello, un gesto d'amicizia? La seguì con lo sguardo, mentre, contorcendo il corpo slanciato sotto l'abito scuro, ritornava a sedersi sulla poltrona dietro il banco. Poi, all'improvviso, si sentì oppresso, come un estraneo entrato per sbaglio in una casa dominata da una personalità troppo forte. «Buongiorno» si limitò a dire e uscì, felice, tutt'a un tratto, di ritrovarsi circondato dal grigiore del cielo, del cemento e del fiume. Lo sguardo del proprietario della casa di fronte si spostò su di lui. Sentiva la bambola scivolare dentro la scatola. Dall'autobus che risaliva la strada, i volti infreddoliti dei passeggieri lo fissarono. Andava tutto bene, non potevano vedere il contenuto della scatola. Ciò nonostante, Palin si drappeggiò il cappotto sulle spalle in modo da coprire il nome scritto a matita sul cartone. Poi, udendo la bambola rimbalzare al ritmo dei suoi passi, si sentì improvvisamente stupido. Come diavolo gli era venuto in mente di comprarsi quel manichino? Meno male che gli era costato soltan-
to dieci sterline. Si domandò come facesse a campare chi vendeva cose del genere. Quella stupida bambola pesava come un accidenti. Lasciò cadere la scatola davanti al portone e armeggiò in tasca alla ricerca delle chiavi. Ad un tratto si ricordò che non ne aveva ancora visto il volto e fu colto da una subitanea eccitazione: l'idea che quel volto lo stesse attendendo nell'oscurità, misterioso e invitante... Forse, dopo tutto, erano stati soldi ben spesi. Si affrettò verso il salotto, poi si fermò; rifletté un istante e alla fine decise di portare la scatola in camera sua. L'appoggiò sul letto e tirò le tende. Il primo impatto con la bambola fu con il suo sesso dilatato; la vista di quel buco rosa, così immobile nella scatola di cartone, lo innervosì. Dopo un po' afferrò la figura per i glutei e la tirò fuori. Erano vellutati come pesche e sorprendentemente caldi; non riusciva a capire di che cosa potessero essere fatti. Estrasse la bambola fino all'altezza delle ginocchia, poi afferrò la scatola e la scrollò sopra il letto. La bambola atterrò sui glutei e rotolò sulla schiena; Palin si aspettava quasi di vederla piegarsi in avanti e mettersi a sedere. Fissò le bende di carta velina. Gli sembrava già di vederne il volto. Le risistemò le braccia in modo che le ricadessero morbidamente lungo i fianchi, poi le piegò le gambe in modo che le ginocchia fossero alte e divaricate. Dopo un attimo di esitazione allungò le mani verso la maschera bianca, affondò le dita sotto le circonvoluzioni di carta velina e strappò. Lo choc fu tale che ci mancò poco che scivolasse giù dal letto: la testa era calva e senza volto. La bambola era lì, tutta per lui. La parte anteriore della testa era morbida, rosa e leggermente appiattita; era rivolta verso l'alto, come se stesse fissando il soffitto. Palin si alzò di scatto dal letto, la piegò sommariamente e, dopo averla ricacciata nella sua scatola, la gettò in una camera vuota. Scese di corsa le scale, sentendosi ingannato, imbarazzato, vagamente arrabbiato e in un certo senso disgustato. Ma perché? Ci rimuginò sopra mentre cuoceva i bastoncini di pesce. E se anche avesse avuto un volto? Sarebbe stata rigida, senza vita, con lo sguardo fisso. Se avesse avuto i tratti della ragazza sarebbe stata una delusione. Il motivo per cui la Partner d'Amore non aveva volto era perché toccava a lui dargliene uno, quello che gli piaceva di più, quello che sognava. Non era stato ingannato. Il fatto era che dubitava che avrebbe potuto funzionare. C'era solo un modo per scoprirlo. Quando finì di mangiare, il sole era già scomparso dietro i tetti delle case di fronte. Estrasse la bambola dalla
scatola. Gli dispiaceva di averla trattata così male prima; dopotutto aveva un corpo splendido, era un peccato rovinarlo. Le distese le gambe e le braccia e la portò in camera da letto. Le tende riempivano la stanza della luce arancione del crepuscolo. Anche l'ovale rosa della bambola risplendeva adesso di una vaga nuance aranciata. Le piegò le ginocchia e le divaricò le gambe. Ok Emily. Adesso ti possiederò come nessuno ti ha mai posseduto prima. Pronunciò mentalmente quelle parole, ma senza crederci neanche un po'. Le cosce di Emily erano più molli, leggermente flaccide; e quando si sdraiava, i suoi seni si allargavano e si appiattivano. Il pene gli penzolò fra le cosce tutt'altro che convinto. Illuminato dagli ultimi raggi del sole, il corpo della bambola risplendeva ed emanava uno strano calore, un calore che lo tentava. Solo la sua perfezione lo faceva sembrare innaturale. Non si addiceva ad una donna piena di contraddizioni come Emily. All'improvviso ripensò al volto della ragazza immerso nell'oscurità, al suo corpo nascosto dietro a quello messo in vetrina. Il suo viso sarebbe stato perfetto su quel corpo. Fissò la bambola con un improvviso sussulto di sorpresa: non si era accorto che la mano destra della partner d'amore era quasi appoggiata sulla sua, nello stesso punto in cui la ragazza l'aveva stretta. Palin la osservò. A poco a poco, mentre la luce che emanava il suo corpo giocava con le sue pupille, ebbe l'impressione che la testa senza faccia mutasse forma. Immaginò il volto cuoriforme della ragazza e il suo sorriso luminoso che si ridisegnavano gradualmente in quell'ovale morbido; rivide la dolce intimità del suo sguardo. Dal chiarore aranciato sbocciò il sorriso della donna. Il lento parto della sua immaginazione rese quella visione ancora più eccitante. Lei era lì, che lo aspettava con le braccia e le gambe spalancate. Il suo pene si rizzò all'istante. Palin si inginocchiò sopra di lei e, istintivamente, le afferrò la mano. Un brivido gli percorse tutto il corpo: era morbida e calda, salda nella sua... praticamente identica a quella della ragazza, per il momento almeno. Le sollevò le mani sopra la testa e fissò il muro sopra il letto: il suo viso sembrava leggermente acceso. Benché il suo pene pulsasse impazientemente all'unisono con il cuore, Palin stava rimandando il momento della penetrazione. Era sicuro che quella fessura rosa e senza peli l'avrebbe deluso. Alla fine si abbassò su di lei e rimase senza fiato. Non era come le labbra lisce di Emily, a volte un po' ruvide. Non aveva avuto bisogno di spingere. Appena l'aveva penetrata si era aperta; era mor-
bida come il velluto e sembrava incresparsi attorno all'asta del suo pene e baciarne ogni nervo. Quando il suo pube toccò quello di lei, le sue gambe si chiusero dolcemente e la sua pelle calda gli accarezzò la schiena. Palin si abbandonò dentro il corpo di lei e godette delle vibrazioni di piacere che si rincorrevano per tutta la lunghezza del suo membro. Lei aspettava. Poteva starle dentro tutto il tempo che voleva, muoverla come voleva. Non doveva più adattarsi a posizioni scomode come accadeva con Emily. Gli dava un enorme fastidio il doverle dire sempre quello che doveva fare; secondo lui Emily avrebbe dovuto capirlo da sola quando faceva qualche cosa di sbagliato. Adesso poteva finalmente avere quello che voleva. Quel pensiero lo eccitò. Il suo pene si ingrossò, riempiendo completamente quella vagina vellutata; i suoi nervi furono percorsi da brividi di un piacere travolgente. Il velluto si increspava attorno al suo pene e quando le sue spinte si fecero più impetuose, le increspature si trasformarono in onde. Palin serrò le dita attorno alle spalle vellutate di lei e premette il viso contro la sua guancia morbida. Le increspature erano tante lingue vellutate attorno al suo pene, che risucchiavano il suo orgasmo mentre lui si aggrappava alle spalle della bambola e affondava i denti nel cuscino. Si abbandonò sul suo corpo, restando dentro di lei. I sui seni erano sodi e fermi contro il suo petto. Il velluto continuava ad aderire al suo pene che lentamente, si afflosciava. Le sue gambe lo serravano. Il suo volto risplendeva di una luce più scura adesso; e continuava a sorridergli con quel suo sorriso caldo. D'un tratto Palin sgranò gli occhi: per la prima volta in vita sua stava avendo una seconda erezione. La macchia scura era quasi ferma nel cielo azzurro. Tutti i passeggeri dell'autobus la stavano fissando e ognuno formulava un'ipotesi diversa. Era uno strato di fumo nero, largo e sottile, sospeso sopra le case a schiera. Palin aguzzò la vista, mentre l'ansia gli attanagliava lo stomaco. Il fumo riempiva un enorme tratto di cielo sopra il pendio vicino al fiume e continuava ad espandersi. Era una massa informe che terminava in una specie di coda, che pendeva verso una delle strade laterali lungo le quali sorgevano le case a schiera. No, non poteva essere quella strada. E invece sì. Si lanciò in mezzo alle porte che si stavano richiudendo. Non c'era molto da vedere, a parte il fumo e i resti carbonizzati. Dalle due costruzioni confinanti protrudevano mattoni e puntoni bruciacchiati. In mezzo alla carreggiata c'era un groviglio nero dal quale spuntavano pezzi di metallo e
frammenti di vetro anneriti dal fumo: quel che restava dell'insegna di CHEZ LILITH. L'uomo era in piedi sugli scalini della casa di fronte. Quando riconobbe Palin, un'espressione trionfante illuminò il suo sguardo. «Lei era dentro» disse con tono macabro. La sua voce riecheggiò piatta nella strada disastrata. «E morta. Bruciata viva.» Palin capiva che l'uomo voleva fargli intendere quanto fosse stata giusta la sua morte, ciò nonostante gli sorrise. Gli avrebbe fatto sparire quell'aria di vittoria dalla faccia. «No, non è morta» si limitò a dirgli e se ne andò. Non provava alcun dispiacere. Lei era ancora viva, nella sua mente. Anzi, in un certo senso l'incendio l'aveva resa ancora più viva, nel corpo sottomesso che lo attendeva a casa. Lui l'avrebbe mantenuta in vita. Si affrettò a raggiungere il suo appartamento. Non aveva bisogno di sentirsi in colpa per quell'assenza di dolore. Tutto sommato non poteva dire di conoscerla; conosceva soltanto l'immagine che gli era rimasta impressa nella mente. Ma non vedeva l'ora di fare l'amore con il suo corpo... perché quello era il suo corpo, era il corpo che avrebbe voluto su di lei. Era sicuro che le sarebbe piaciuto essere ricordata così. Aveva lasciato le tende del soggiorno tirate. Che idiota, in quel modo i ladri avrebbero capito che la casa era vuota. Si precipitò nella stanza. La luce del sole faceva capolino fra le tende appena dischiuse. La sua collezione di soldatini risplendeva sulla mensola del camino e sui ripiani della libreria. Con la coda dell'occhio catturò un barlume rosa intenso dove i raggi del sole colpivano una sedia rivolta verso la finestra. Si voltò aggrottando la fronte. Illuminata dal sole, la testa senza volto lo accolse con un colore più acceso del solito. Era come se il viso fosse stato asportato con un bisturi, lasciando soltanto la carne tenera e liscia. «Cristo!» Indietreggiò e con il pugno colpì il vetro attraverso la tenda. Doveva aver portato giù la bambola quella mattina, quando ancora era mezzo addormentato. L'aveva sistemata sulla sedia con le gambe divaricate, le mani sulle ginocchia e il viso leggermente rivolto verso l'alto. Ma perché Sant'Iddio? Perché, perché aveva pensato che avrebbe avuto l'impressione che lei gli desse il benvenuto a casa, quando fosse rientrato. Ed era proprio così. Aprì le tende e la guardò; guardò le sue lunghe gambe, i suoi seni morbidi e fermi. Era bellissima. Dopo tutte quelle settimane non si era ancora stancato di lei. Eppure in quel momento sentiva il bisogno di starle lontano. «Mi dispiace» disse cercando il sorriso nella luce
arancione. Osservò le labbra glabre, e leggermente dischiuse, della sua vagina. Era seduta lì ad aspettarlo. La sollevò dolcemente. Quando la distese sul letto, un misto di pietà e di eccitazione si impadronì di lui; non l'avrebbe lasciata morire, l'avrebbe tenuta con sé, avrebbe fatto in modo che il suo ricordo vivesse per sempre nella sua memoria. Mentre si spogliava, un'idea accrebbe la sua eccitazione. Era stato spesso sul punto di chiederlo ad Emily, ma non aveva mai osato. La mise prona e le allargò gentilmente le natiche: erano calde e morbide. Il respiro gli sibilò fra i denti quando la penetrò. Il contatto con il velluto lo fece fremere di piacere. Attorno al letto i soldatini brillavano di luce fredda. Quella sera, quando salì in camera per andare a dormire, lei era ancora sul letto. La prese in braccio: era calda. Dopo un attimo la fece scivolare sotto le lenzuola. Era così bella e invitante in mezzo alle sagome rigide e fredde dei soldatini, troppo bella per cacciarla via: era bella persino quella sua testa liscia, la sua morbidezza, la curva perfetta dell'ovale. Nell'oscurità Palin le prese una mano e se l'appoggiò al petto. Il suo viso dolce e caldo si annidò contro la sua spalla, e gli diede un bacio grande, infinito. Alcune settimane dopo, Palin diede via i suoi soldatini. Non li poteva più sopportare. Non erano che dei nanetti di latta, stupidamente irreali. Quando ripensò alla precisione con cui ne aveva dipinto le divise, lo trovò puerile. Era puerile faticare tanto per farli sembrare vivi, quando aveva lei. Li spedì a John Hulbert, per scusarsi della sua decisione di interrompere improvvisamente il loro war game. Palin si era sempre divertito a giocare con i soldatini; lo trovava rilassante: le ricerche fatte con comodo nel tempo libero, le lunghe riflessioni, le pause di una settimana fra una mossa e l'altra. Ma adesso trovava che lei lo distraesse; quando sedeva accanto a lui, sulla sedia illuminata dalla luce cremisi del sole, che filtrava attraverso le tende del soggiorno, il suo viso vuoto sembrava un muto rimprovero, una supplica. Il gioco non lo rilassava più, anzi lo innervosiva. Lasciò Napoleone a trastullarsi dalle parti di Waterloo e spedì i soldatini. Quando la portò a letto con sé quella sera, Palin si sentì un uomo profondamente virtuoso. Era la pausa del tè. Palin fece posto alla tazza come meglio poteva fra le carte ammucchiate sulla sua scrivania. Stava aiutando un collega più lento a sbrigare la corrispondenza, che languiva sul suo tavolo da più di sette giorni. Pile di carte giacevano sul pavimento fra gli schedari, dove alcuni
impiegati stavano cercando pratiche male archiviate. Un funzionario stava girando per l'ufficio mostrando a tutti una lettera: un altro contribuente aveva scritto a Sua Maestà l'Ispettore dei Tassi... anche quella castroneria sarebbe finita su Fisco, se non fosse stata già pubblicata troppe volte. «Vai ai Laghi quest'anno?» gli domandò il suo vicino di scrivania. «Sì, senz'altro.» Si stava così bene da quelle parti. Con sorpresa Palin si rese conto che non pensava alle vacanze da settimane. Normalmente, in quel periodo dell'anno pregustava già le ferie, anzi le attendeva con impazienza. Evidentemente riusciva a rilassarsi bene a casa. Emily stava parlando al telefono. Si avvicinò a Palin. «È una tua pratica» disse allungandogli un foglietto con scarabocchiato sopra il nome del contribuente. Un tempo, in caso di bisogno, lui rispondeva alle telefonate dirette a lei e lei alle sue. Adesso non più. Erano troppo tesi, troppo spaventati all'idea di commettere qualche errore. Anzi, per la verità, Emily non gli rivolgeva quasi più la parola, anche se faceva sempre in modo di farsi sentire quando parlava al telefono con il suo nuovo ragazzo. Palin recuperò la pratica e andò al telefono. Gli dava fastidio sapere che Emily era seduta a pochi centimetri da lui. La persona che lo cercava era una signora sposata. Aveva sottoscritto una polizza assicurativa sulla vita, ma non aveva beneficiato di nessuna detrazione fiscale. Palin le spiegò con pazienza che le detrazioni relative alla sua polizza erano state effettuate sul reddito di suo marito. La signora non dava segno di aver capito e Palin glielo rispiegò una seconda volta. Poi una terza. Sì, signora. Capisco, ma vede, temo proprio di non poter fare niente per lei. «Mi dispiace, signora, ma per il Fisco se lei è sposata i suoi soldi sono soldi di suo marito.» Emily lo stava osservando in silenzio. Che cosa le pigliava? Come poteva essere stato assieme ad una donna con uno sguardo simile? «Che cosa c'è?» le domandò. «Oh, niente. Certo che una risposta così solo tu potevi dargliela.» «Come? Che cosa vorresti dire?» Lei lo fissò incerta se proseguire oppure no, poi disse: «Mi riferivo al tuo tipico atteggiamento nei confronti delle donne.» «Io non c'entro niente. È il Fisco che detta le regole.» Lei continuava a fissarlo. «A me sembra che quando una donna si sposa» riprese e, a quel punto, la rabbia gli fece dire quello che forse non voleva, «dovrebbe imparare a stare al suo posto.» «Oh il matrimonio non c'entra niente per quel che ti riguarda.»
«E questo che cosa vorrebbe dire?» «Te lo spiego subito. Significa» Palin fece un vano tentativo di zittirla, «che a te le donne vanno bene fino a quando non hanno sentimenti. Ti vanno bene fintanto che ti preparano la cena e per fottere, quando ci riesci. Ma che Dio ce ne scampi se solo osano provare qualche sentimento che rischierebbe di interferire con la tua vita! Chi vuoi prendere in giro dicendo che queste sono le regole del Fisco?» Era come se Palin avesse sollevato un coperchio e adesso non fosse più capace di rimetterlo al suo posto. Be', anche lui aveva qualcosa da dire. «Ho una ragazza a casa che è decisamente più disponibile di te!» «Che Dio l'aiuti, allora!» Tutto l'ufficio li stava ascoltando. Alcuni funzionari li stavano osservando con la fronte aggrottata. Uno di loro si alzò per intervenire. Palin si affrettò a ritornare alla sua scrivania, chinando il volto rosso e accaldato. «Decisamente più disponibile» mormorò a mezza voce. E molto meno costosa da portare in vacanza, anche. Fu solo quando ritornò a casa e vide la figura rosa seduta sulla poltrona che si chiese come diamine avrebbe fatto a portarsela dietro. La scatola di cartone era troppo ingombrante e non ci stava nel bagagliaio. Come faceva allora a portarla all'albergo? Poteva spedirla per posta. No, troppo crudele. All'improvviso pensò alla faccia che avrebbe fatto la cameriera trovandola in camera sua, o peggio ancora, nel suo letto. Dio, no. Osservò il suo viso vagamente acceso. Doveva cercare di pensare ad una soluzione in fretta, altrimenti avrebbe dovuto lasciarla a casa. Tutti i suoi colleghi d'ufficio erano attorno al suo letto; c'era anche Emily, che gli puntava contro l'indice teso e rideva. Quando il suo pene affondò con violenza, con disperazione, nella fessura vellutata il corpo della bambola si spezzò: una frattura rosa che dal ventre proseguiva fino al petto e le fendeva in due la testa, aprendovi una bocca piatta e verticale. Palin cadde nel freddo squarcio della plastica e si svegliò. Un peso gli gravava sulla spalla e contro la guancia: morbido, liscio e fresco. Lui si ritrasse e la testa senza volto rotolò di traverso sul cuscino. Aveva il cuore in gola. Cercò di calmarsi inspirando profondamente, poi l'abbracciò furioso con se stesso. Ma gli ci volle parecchio per ritrovare il sorriso della ragazza, e riuscire a riprendere sonno. Emily fu trasferita in un altro reparto. Quando la vide radunare le sue cose e andarsene, Palin ne fu contento. Ma il giorno dopo gli sembrò che tutti lo guardassero con insistenza, anche la ragazza che aveva preso il po-
sto di Emily. Pensavano che fosse colpa sua? Non avevano capito che quella scenata era iniziata per colpa di Emily e delle sue lune? Con il passare delle ore, la sua rabbia sorda non fece che aumentare. E, quando arrivò a casa dovette sfogarsi. «Ho avuto una giornata di merda oggi. E tutto per colpa delle donne. Maledette donne. E tu non credere di essere diversa, sai. Anche tu non vali un tubo. Per esempio, mi hai forse preparato la cena? No. Vedi che ho ragione?» Aveva parlato troppo. Aveva rattristato la testa rosa e sentiva la sua tristezza aumentare in modo insopportabile, perché non poteva esprimersi. «D'accordo, scusami. Mi dispiace.» Era lui che si stava deprimendo: era quella la tristezza che sentiva. Aveva bisogno di una vacanza. «Non ti posso nemmeno portare in vacanza» urlò. «E così te ne starai qui a casa per un paio di settimane. Non ti farà male.» Era un vero porco. Quando si sedette a tavola a mangiare si sentì ancora peggio. Lasciarla sola dopo una scenata come quella... Quando si accorse che stava trangugiando il cibo cercò di dominarsi. Non essere ridicolo. Lei può aspettare. Aveva quasi finito la cena. Non si era mossa. Aveva il viso leggermente piegato di lato e dal suo posto Palin non riusciva a vederla bene. Allora si alzò e le girò la testa, ma lei lo guardò soltanto perché non aveva altra scelta. La sua testa immobile lo rimproverava. Un gruppo di minuscoli cowboys galoppava in un deserto di venti pollici; la faccia scura lo fissava con aria corrucciata al limite del suo campo visivo. «Ma Dio Santissimo, nemmeno la televisione posso più guardare adesso?» Non aveva alcun bisogno di urlare. Abbassò la voce. «Ascolta, ti ho già detto che mi dispiace. Ma io ho bisogno di una vacanza!» Si alzò in piedi di scatto e le voltò la testa dall'altra parte. Lei fissò il muro senza protestare. Manzi in miniatura che fuggivano in preda al panico. La sua spalla rosa e nuda restava immobile. «Non lo capisci che mi dispiace?» urlò Palin. «Ma Dio benedetto, vuoi farmi sentire ancora peggio di quanto non mi senta già? Non sei capace di dire niente?» Si catapultò in avanti e spense la televisione. «Contenta adesso?» gridò. La stava provocando con un silenzio pari al suo, per vedere se si ostinava a restare sulle sue. Fu solo allora, nel silenzio che regnava nella stanza, che Palin si rese conto di quello che stava facendo. Dio Santo, aveva avuto una giornata tanto brutta da mettersi addirittura a parlare con uno stupido fantoccio? Perché quello era, nient'altro. «Non sei nient'altro che uno stupido fantoccio!» gridò. Una bambola che viveva sol-
tanto quando lui la faceva vivere. Eppure lui sapeva che non era vero, perché ne avvertiva la presenza anche in quel momento. Oh, solo perché si era agitato. Era unicamente quello il motivo, unito al fatto di averla investita del ricordo della ragazza. Be', la ragazza era morta, non esisteva più. «Sei morta» disse alla bambola, e poi si chiese come fosse potuto essere così pervertito da piazzare un cadavere in salotto. No, non un cadavere... un qualcosa che non era mai stato vivo. Ad un tratto la sua presenza gli divenne insopportabile. «Te ne starai per un po' nella tua scatola» disse. Ma Sant'Iddio, non riusciva proprio a fare a meno di parlarle? No, no finché continuava a sentirsi oppresso da quella sua tristezza, da quel suo muto rimprovero, dal quel suo silenzio ferito, che appesantiva l'aria come gas. Persino la luce arancione che filtrava dalla finestra sembrava più spessa. Uscì dalla stanza sbattendo la porta. Mentre camminava su e giù per l'ingresso, Palin capì che avrebbe dovuto disfarsi della bambola. Aveva lavorato troppo in quei mesi, aveva bisogno di una vacanza ... E se una stupida bambola gli faceva venire dei dubbi se andare in ferie oppure no, significava che era giunto il momento di liberarsene. Gesù, lo aveva perfino costretto a dar via i suoi soldatini e a disdire il suo war game. Era davvero troppo. Quando appoggiò la mano sulla maniglia del soggiorno, si ritrovò a domandarsi con un certo stupore per quale ragione assurda l'avesse comprata. Quel genere di cose non l'avevano mai eccitato. Poi ricordò la strega sulla copertina del libro esposto in vetrina e l'uomo dagli occhi vitrei che cadeva ai suoi piedi. Forse la ragazza di Chez Lilith aveva appreso da libri come quello qualche trucco per attirarlo nel negozio? E in quel caso, a quale scopo l'aveva indotto a comprare la Partner d'Amore? Non aveva importanza. Tanto lui a quelle cose non ci credeva. La Partner d'Amore era soltanto una bambola e la ragazza era morta. Spinse la porta del soggiorno e l'aprì. La figura era sempre seduta sulla poltrona nella luce arancione del crepuscolo, con la testa girata di lato. Palin avanzò con passo deciso verso la finestra e, con uno strattone, aprì le tende. Osservò le lunghe gambe della bambola, le sue braccia sottili, le sue mani delicate: all'improvviso gli parvero di un rosa assolutamente innaturale e i suoi genitali nient'altro che una banale fenditura in un corpo fatto di plastica. Ma quando si chinò per prenderla in braccio, il volto della ragazza si impose sulla testa ovale e gli rivolse un sorriso che esprimeva al tempo stesso rimprovero e coraggiosa
rassegnazione. Palin andò in cucina, prese un sacchetto di plastica e lo calò sulla testa della bambola. La portò in cortile. L'erba cresceva incolta fra i quadrati di cemento del vialetto; l'ombra di un gatto si dileguò dal bidone della spazzatura. Non poteva bruciarla: con ogni probabilità era fatta di un materiale altamente infiammabile e, una volta appiccato il fuoco, rischiava di non essere più in grado di controllarlo. Si limitò a piegarle gli arti flessuosi e a gettarla nel bidone. Pigiò con forza il coperchio di plastica sopra la testa avvolta nel sacchetto bianco e ritornò verso casa. Non fece in tempo a fare più di due passi che sentì il coperchio del bidone aprirsi. Si girò di scatto e vide la bambola drizzarsi a sedere come il pupazzo di una scatola a sorpresa. Sembrava rosa scuro nella luce del crepuscolo e aveva la testa, bianca e svolazzante, vagamente inclinata nella sua direzione. Dovevano essere state le molle nascoste all'interno del suo corpo. Palin la schiacciò di nuovo nel bidone e assicurò il coperchio. Ma la testa si drizzò una seconda volta, sollevando il coperchio, e la sportina bianca lo fissò. Doveva fare in modo di fissare meglio il coperchio. Andò in garage e ritornò con una sega in mano. Ma non avrebbe mai avuto il coraggio di segarle il collo. Non sopportava l'idea di vedere la testa ciondolare da una parte all'altra nella sportina di plastica, mentre le tagliava in due la gola. Estrasse la figura dal bidone e le segò parzialmente il braccio sinistro, all'altezza del gomito e della spalla. In questo modo non si sarebbe rialzata più. Spinse la testa nella spazzatura e poi cacciò dentro anche il resto del corpo. Questa volta il coperchio rimase chiuso. Dieci sterline buttate via, pensò Palin. Alcuni gatti lo guardarono di soppiatto dai muri del vicolo. Rientrò in cucina e si affacciò alla finestra: la vista del bidone chiuso lo rassicurò, anzi lo calmò. Palin provò un enorme senso di sollievo: si sentiva finalmente libero. Non si sarebbe mai più fatto fregare da niente di simile. Tempo qualche giorno e sarebbe partito per le vacanze, com'era vero Iddio. Ne aveva proprio bisogno. I gatti stavano fissando il bidone. Che andassero pure a frugare alla ricerca di cibo, sarebbero rimasti a bocca asciutta. Era bello starsene lì, mentre, a poco a poco, calava la rassicurante oscurità della sera. Poco più tardi andò a letto. Sentiva la mancanza dei suoi soldatini; la stanza gli sembrava nuda. Sarebbe mai riuscito a convincere John Hulbert a renderglieli? Non vedeva come. Ma dopo tutto non era così
importante. Chiuse gli occhi e si addormentò con il sorriso sulle labbra. Stava facendo l'amore con una ragazza. Lei aveva gli occhi che le brillavano e il respiro affannoso; gli sorrideva e rideva... lo faceva sentire vivo come mai lo aveva fatto sentire vivo prima di allora. Appena fosse stato libero sarebbe andato da lei. Si sarebbe vestito e sarebbe corso a cercarla. Anche lui rideva mentre si avvicinavano insieme all'orgasmo. L'aveva trovata e l'aveva portata a letto senza fatica. Lei teneva il braccio sinistro abbandonato sopra la testa, contorto in un modo impossibile. L'aveva trovata e l'aveva trascinata fino a casa, mentre i gatti si azzuffavano sul suo corpo. Quando si svegliò urlando, Palin era sdraiato sul letto a pancia in giù, dentro di lei. Il sacchetto di plastica era scomparso. Per un attimo, la tenue luce dell'alba che si insinuava fra le pieghe della tenda le diede un volto: un sorriso fisso e carbonizzato, due occhi che sembravano due buchi neri. Palin urlò di nuovo e cominciò a dimenarsi nel tentativo di liberarsi dall'abbraccio delle sue membra viscide: la sua erezione lo inchiodava dentro di lei. Allora Palin le afferrò la testa e cominciò a torcerla. Il collo cedette quasi subito e, rotolando giù dal cuscino, la testa andò a picchiare con un tonfo sul pavimento. Allora, in un'estrema convulsione, le sue cosce si serrarono attorno a lui, contratte nel rigor mortis. LA SEDUTTRICE Era la prima volta che la portava a casa sua. Sua madre era fuori quella sera, le disse, sorridendole con sguardo malizioso. «Qual è la tua stanza, Alastair?» gli domandò lei con impazienza. «Vediamo un po'...» Lui le urlò qualcosa; doveva averle detto di non entrare, ma ormai lei aveva già aperto la porta. Dopo alcuni istanti si avvicinò al comodino: voleva essere sicura di aver visto bene... Quando uscì lui cercò di fermarla, ma lei lo allontanò con uno spintone gridando: «Non mi toccare!» Lui la seguì per le strade deserte, immerse nella luce del crepuscolo. «Non è come sembra, Betty» continuava a ripeterle, tirandole timidamente la manica. «L'ho fatto soltanto perché ti volevo.» Lei gli scostò la mano con un colpo secco delle dita, come se si fosse trattato di un insetto. Peccato che non potesse tappargli la bocca e levarsi dagli orecchi quella sua voce lagnosa. «Non mi interessa!» urlò. «Non voglio averci niente a che fare con quel genere di cose!»
La sua voce rimbalzò contro i muri grigi delle case, restituendole un'eco smorzata. Non aveva mai visto le strade così deserte. Sperava che qualcuno si affacciasse alla porta per vedere che cos'erano quegli schiamazzi, ma nessuno esaudì il suo desiderio. «Vattene, altrimenti vado alla polizia!» gridò, ma lui la seguì supplicandola, fin davanti al commissariato. Quando uscì, dopo aver raccontato ad un agente di aver smarrito la strada di casa, Alastair era scomparso. Doveva essersela data a gambe non appena lei era entrata. Non avrebbe mai avuto il coraggio di aspettarla e in quel momento doveva essere già a casa, preoccupato a morte di quello che lei poteva aver detto alla polizia. Le strade erano ancora più buie adesso, eppure lei si sentiva stranamente sicura. Suo padre non le avrebbe mai permesso di camminare da sola per strade come quelle. Ma erano così tante le cose che suo padre non le avrebbe permesso di fare! Per fortuna era riuscita ad affrancarsi da lui e, quella sera, si era liberata anche di Alastair. Inspirò profondamente, assaporando il gusto di quella ritrovata libertà: si sentiva pronta ad affrontare nuove esperienze... la vita che lei e solo lei avrebbe scelto di vivere. Quando giunse in vista del suo appartamento, situato al pian terreno dell'ultima di una serie di case a schiera in stile georgiano, Betty sorrise. Le stanze vuote, gli spazi fra i poster che aveva appeso al muro, aspettavano di essere riempiti di nuove cose: proprio come lei. Il mattino seguente trovò un biglietto di Alastair. La busta, priva di francobollo, giaceva sul pavimento dell'ingresso su un vassoio di luce solare. Doveva strapparla senza aprirla? Ma no, ormai non era più legata a lui, anzi si sentiva così libera da poter leggere quello che le scriveva. Forse poteva aiutarla a capire. E uno scrittore aveva sempre bisogno di capire. Salì le scale spiegando il foglio. Le parole le ondeggiavano davanti agli occhi. A metà della rampa si fermò e spalancò la bocca. Quando entrò in casa rilesse la lettera: le solite frasi fatte, nient'altro. Era uno scherzo? Stava forse cercando di angosciarla o di farle venire i sensi di colpa? Immagino che tu abbia raccontato tutto alla polizia. Ma anche se non l'hai fatto non ha importanza. Nessuno mi aveva guardato con un disprezzo simile prima di te ieri sera, e non voglio che nessuno possa mai più guardarmi in quel modo. Quando tu leggerai questo mio biglietto io sarò già morto. Se proprio aveva deciso di farla star male poteva almeno inventarsi qualcosa di più originale! Betty scosse la testa e sospirò. Quella lettera
sembrava il primo tentativo di scrittura di un romanziere dilettante. Ma ciò non significava che non potesse essere vero. E se si fosse ucciso sul serio? Non poteva esserne sicura. Dopotutto, lo conosceva ben poco: lo aveva capito quando aveva aperto la porta della sua camera da letto. Sulle prime, quando aveva strizzato gli occhi per mettere a fuoco ciò che la circondava in quella stanzetta buia e piena di disordine, aveva creduto di vedere uno specchio sul comodino accanto al letto: era la sua immagine quella che la fissava dalla cornice. Ma non era uno specchio: era una sua fotografia, scattata a sua insaputa. Poi, addentrandosi nella stanza, aveva visto, uno dopo l'altro, strani simboli e diagrammi dipinti sul muro. Formule magiche. L'ignoto. Aveva sentito l'ignoto circondarla come un'ombra, intrappolandola com'era intrappolata nella foto: l'oscurità e le ambigue forme della stanza, la figura di Alastair che si stagliava nel vano della porta. Ma lei non si era lasciata intimorire e si era avvicinata al comodino. C'erano delle erbe sparpagliate tutt'intorno al suo ritratto e sopra vi era spalmato qualcosa. Qualcosa che puzzava. Con un colpo rabbioso della mano, Betty l'aveva scagliato sul pavimento dove il vetro era andato in mille frantumi. Alastair aveva urlato come un animale e, quando lei si era voltata a guardarlo, gli era sembrato di vederlo per la prima volta: capelli color fango, lunghi e di diverse misure, la pelle butterata, le spalle spioventi. Tutt'ad un tratto, sembrava invecchiato di dieci anni, o forse più. Che fosse riuscito ad accecarla in qualche modo? Quando aveva cercato di impedirle di uscire, lei lo aveva spinto da parte: non aveva più paura di lui né di quella sua stanza sinistra. «Non toccarmi!» Adesso aveva finalmente capito che tipo era. Ma ne era proprio sicura? Era in grado di giudicare se quella lettera era vera o falsa? Certo che lo era, se avesse voluto, ma la cosa non le interessava. Seppellì il biglietto sotto i suoi bloc-notes. Era ora che si mettesse a lavorare al suo nuovo libro. Ma non ci riusciva. Gli appunti che aveva preso non le dicevano più niente delle persone con le quali aveva parlato. Il vuoto della stanza la assediava, sottraendole le idee ancora prima che prendessero forma nella sua mente. Le restava soltanto una grande emozione, che faceva capolino dall'angolino della sua mente in cui l'aveva ricacciata. Doveva ammetterlo: era curiosa. Era possibile che Alastair si fosse suicidato sul serio? Per scoprirlo avrebbe dovuto fare un salto nei paraggi di casa sua. Ma forse era proprio questo che lui voleva. In ogni caso non avrebbe corso al-
cun rischio andandoci in pieno giorno. Ma che cosa le saltava in mente? Non poteva certo nuocerle, né di giorno né di notte! Nelle prime ore del pomeriggio la curiosità ebbe il sopravvento sulla sua apprensione. Alastair abitava in una casa a schiera del centro di Brichester, bagnata e asciugata dal sole di aprile. Betty si avventurò sul marciapiede opposto. Un ciclista procedeva balzelloni sull'acciottolato; un camioncino con il disegno di una bandiera americana sulla carrozzeria era fermo in fondo alla strada. Un quadrato di luce solare rimbalzò dalla villetta, facendo trasalire Betty. Ma un attimo dopo sorrise. Le tende delle finestre erano aperte. Alastair aveva inscenato un bluff. Del resto lei lo aveva saputo fin dall'inizio, sul serio. Stava per oltrepassare la casa - sarebbe stato stupido fare dietro-front proprio adesso, come se stesse fuggendo - quando la porta si aprì. Il respiro le morì in gola. Era come se avesse fatto scattare una trappola, che a sua volta aveva fatto aprire la porta dalla quale era spuntata fuori una figura. Ma non era Alastair. Era una donna alta, che doveva aver superato da poco la mezza età. Indossava un vestito di cotone a fiori, piatto sul seno. Scrutò nella sua direzione, poi le domandò: «Tu sei Betty, vero?» Betty era rimasta impietrita e non poté far altro che annuire. «Devi entrare un attimo a parlare con me» le disse la madre di Alastair. Betty si sentì irrigidire i muscoli dei piedi, puntati, come l'ago di una bussola, a metà strada fra la donna e la fuga. È si rese conto anche dello sforzo che avrebbe dovuto fare per fuggire. Ma perché sarebbe dovuta fuggire? Dopotutto, la madre di Alastair sembrava una persona gentile; andarsene via così sarebbe stato maleducato e non le veniva in mente nessuna scusa. «La prego» insistette la donna, sorridendole; nel suo sorriso e nei suoi occhi luminosi, Betty lesse una dolce supplica. «Venga a parlare con me.» Forse voleva che la aiutasse a capire il figlio. «Non posso trattenermi a lungo» disse Betty. Il portone di ingresso immetteva direttamente in un'ampia stanza, che la sera prima era immersa nella più completa oscurità, mentre adesso era illuminata da grandi rettangoli di sole. Alle pareti erano appesi vari utensili di ottone infocato; i vasetti pieni di erbe allineati sugli scaffali sembravano tubi di luce; quattro grandi contenitori occupavano gli angoli della stanza. Non c'era traccia di Alastair. Betty si sedette in una grande poltrona; i jeans le tiravano sulle ginocchia, come se volessero spronarla a rialzarsi. «Mi piacerebbe vivere in un
posto come questo» disse. Forse la madre di Alastair aveva intenzione di lasciarla parlare a ruota libera, perché si limitava ad annuire, e intanto armeggiava con un bollitore sulla griglia. Betty continuò a chiacchierare circondata dal silenzio. La donna preparò il tè e appoggiò la teiera su un tavolino fra le due poltrone. Continuò ad annuire e a sorridere dolcemente anche mentre Betty sorseggiava il tè; il suo viso squadrato, e sormontato da un grosso naso, sembrava affabile. Fu solo dopo averle riempito la tazza per la seconda volta, che si decise a parlare. «Perché l'hai fatto?» le domandò. Da alcuni minuti Betty si sentiva tesa e aveva cominciato a sorseggiare il tè più in fretta, perché quello le sembrava il solo modo di contraccambiare il sorriso gentile della sua ospite. Adesso si sentiva battere forte il cuore. «Fatto che cosa?» chiese a sua volta, con circospezione. Il sorriso della donna si fece più triste, più gentile. «Quello che hai fatto a mio figlio» rispose. Ma che cosa stava dicendo? Betty si sentì oppressa da un vago senso di colpa; si sentiva anche accaldata, benché la giornata fosse fresca. Stava per domandarle a che cosa alludesse quando la donna la prevenne. «Prima l'hai sedotto e poi lo hai lasciato.» Betty non aveva mai fatto l'amore con lui... ringraziando il Cielo, pensò con un brivido. «Ma le assicuro signora...» (si indispettì quando si rese conto di non conoscere il nome della donna) «... che io non l'ho affatto sedotto.» «Chiamalo come vuoi.» La madre di Alastair continuava a sorridere, ma i suoi occhi lampeggiavano. «Non ti ci è voluto molto per portartelo a letto» sibilò. Betty sentiva uno strano sapore in bocca; era come se avesse la lingua impastata. Bevve un altro sorso di tè per sciacquarsi la bocca e negare, ma ancora una volta la donna fu più svelta di lei. «Forse non ti sei resa conto di quanto fosse sensibile.» Poi sorrise mestamente, come se quella fosse la scusa migliore che potesse trovare per Betty. «Forse lei non sa quello che lui stava facendo» disse Betty. «Oh, penso di conoscere mio figlio.» Betty avvertiva uno strano tic alla base della lingua, un tic che la innervosiva e che la fece quasi urlare. «Ma lo sa che pratica la magia nera?» «Allora è questa la ragione. È questa la ragione per cui lo hai lasciato.» La donna la fissò con tristezza. «Soltanto per le cose in cui credeva. Io ero convinta che voi giovani non credeste nella persecuzione.»
«Io non ci credo, naturalmente» rispose Betty furibonda. «Ma è contro la vita. E lui se ne stava servendo per intrappolarmi.» La donna non la lasciò finire di parlare. «Il suo corpo ti andava bene, ma la sua mente no, è così? Allora io ti piacerò ancora meno. Avevo appena cominciato ad insegnargli quello che sapevo.» Stava sorridendo con aria trionfante e annuiva con la testa. «Stava appena imparando quella che un giorno sarebbe diventata la sua arte e solo per questo tu l'hai ucciso.» Betty sgranò gli occhi e spalancò la bocca; continuava a sentire in bocca lo strano sapore del tè. «Oh sì, è morto» disse la donna. «Ma tu lo vedrai ancora.» La tazza non voleva staccarsi dalla sua mano; era come se il manico si fosse attorcigliato attorno al suo dito e lo stringesse come un viticcio fatto di fragile osso. Betty tirò con forza. Appena riusciva a liberarsi, se ne sarebbe andata. Mentre la tazza le ruotava fra le mani, il mucchietto nero delle foglie di tè sembrò dimenarsi, sorriderle: assomigliava alla faccia bagnata di un uomo. Con uno strattone, Betty estrasse il dito e la tazzina andò ad infrangersi sul tavolino. Si alzò incerta sulle gambe, ma la donna era già balzata in piedi. «Vieni a vederlo adesso.» le disse. La stava trascinando verso la porta che dava sulle scale. La porta era socchiusa e oltre il battente si intravvedeva un locale immerso nell'oscurità. L'oscurità si dilatava, diventava sempre più nera: si protendeva verso di lei, voleva afferrarla, risucchiarla dentro di sé. E in quell'oscurità, disteso sul suo letto, o seduto con la schiena appoggiata alla scala, o sdraiato pronto ad amarla sul pavimento in fondo c'era... Dimenandosi con violenza, Betty si liberò dalla stretta della donna. Per un attimo, quando si accorse che la ragazza era ancora più forte di lei, la madre di Alastair la fissò con un lampo d'ira negli occhi. Betty riuscì a dirigersi verso il portone di ingresso, nonostante i muri della casa si inclinassero minacciosamente verso di lei come lente cascate bianche. Ma la porta continuava ad allontanarsi: per quanti sforzi lei facesse, regrediva sempre più rapidamente di quanto lei avanzasse e ogni volta che cercava di afferrarlo, il pomello le sfuggiva di mano. Sentiva dietro di sé i passi tranquilli della madre di Alastair, pronta a riagguantarla di nuovo, con quel suo sorriso gentile stampato sulle labbra. Poi, all'improvviso la porta le venne incontro, come se fosse stata sospinta da un cavallone marino; finalmente adesso riusciva a toccarla. Ma si stava rimpicciolendo. Il
pomello era enorme nella sua mano, ma la porta era diventata così piccola che non avrebbe potuto passarci in mezzo neppure chinandosi. Non era più grande di quella della gabbia di una voliera. A poco a poco il battente si aprì, lasciando filtrare la luce del sole. Quando riuscì a guadagnare il marciapiede e, incerta com'era sulle gambe, si voltò per aggrapparsi allo stipite, Betty vide che la donna era ancora ferma davanti alla porta delle scale. «Non importa» le gridò senza smettere di sorridere. «Lo vedrai presto.» Betty si allontanò dalla cornice del portone, che si stava nuovamente contraendo, minacciando di stritolarla. La strada le gettò in faccia la luce del sole; la porta le spinse le spalle verso il basso, verso Alastair. Alastair era sdraiato sul marciapiede, con la testa girata verso di lei e dalla bocca contratta in un ghigno immobile allungava la sua grossa lingua verso il suo viso. La porta la scagliò giù, scagliò la sua faccia sopra quella di lui. Non era ancora giorno pieno, erano soltanto le sei. Ma nella sua fuga precipitosa Betty si era svegliata e adesso, con il cuore in gola e gli occhi sbarrati nella penombra, stava cercando di liberarsi dal ricordo di quell'incubo, che nemmeno la corsa disperata le aveva permesso di lasciarsi alle spalle. La sua stanza vuota non le offriva alcuna difesa contro il ricordo. Dopo un po' si vestì e andò al parco, che sorgeva ad un paio di strade di distanza da casa sua. Il tè era drogato. Forse era ancora sotto l'effetto della droga perché si sentiva irreale e, più che camminare, le sembrava di scivolare, leggera come una piuma, per le strade che, a poco a poco, si rischiaravano. Ma non aveva importanza. Appena si fosse ristabilita del tutto, avrebbe cancellato per sempre il ricordo di Alastair e di sua madre dalla sua mente e sarebbe stata di nuovo libera. La foschia accorciava le strade, smussava i cancelli del parco e si protendeva sopra il lago come un fantasma di metallo. I colori degli alberi apparivano sbiaditi, le foglie dei sempreverdi invetriate; le piante più lontane sembravano nubi di fumo pietrificate. Betty si sentiva vulnerabile. La realtà sembrava volersi tenere a distanza, lasciandola alla mercé della sua immaginazione. Su una collinetta immersa nella nebbia un alberello si mosse. Stava venendo verso di lei: la sua sagoma sottile e scura ondeggiava leggermente mentre scendeva lungo il sentiero. Era alta e indistinta. Avanzava verso di lei senza fretta, come la madre di Alastair. Quando emerse dalla nebbia Betty vide che era un uomo. Trasse un re-
spiro di sollievo così profondo che l'aria umida le restò impigliata in gola. Quando l'uomo la raggiunse stava ancora tossendo. Lo sconosciuto si fermò mentre lei si raschiava la gola, alternando brevi scoppi di tosse che riusciva a far passare per risatine di scusa. «Tutto bene?» le domandò. Aveva la voce sottile, addolcita da una nota di apprensione; con il sorriso che gli illuminava il viso lungo e magro sembrava volerle infondere coraggio. «Sì gra» (colpo di tosse e sorriso) «zie.» «Mi scusi l'intrusione. Mi sembrava preoccupata.» Il tono della sua voce era cordiale senza essere confidenziale: rassicurante. Sembrava più preoccupata di quanto pensava di essere? «Ero solo assorta nei miei pensieri» rispose Betty, lambiccandosi il cervello alla ricerca di una scusa plausibile. «Sto scrivendo un romanzo.» Le procurava sempre un brivido di piacere dire così. Gli occhi dell'uomo si illuminarono. «Davvero scrive? E di che cosa parla nei suoi libri?» «Della gente. Mi interessano le persone.» Sì, nei suoi libri parlava della gente, e anche piuttosto bene stando a quanto sostenevano i critici che avevano recensito il suo primo romanzo. «Capisco. Anche a me interessano le persone.» In che senso? Ma se glielo chiedeva, quel breve scambio di battute si sarebbe trasformato in un'intervista, ed era proprio in quel modo che aveva conosciuto Alastair. Era andata in una discoteca, ricavata in una cantina, alla ricerca di una persona che valesse la pena intervistare in mezzo a quella massa di ragazzi e ragazze che si dimenavano come tanti ubriachi sotto una pioggia di lampi sotterranei. Lui aveva notato il suo sguardo indagatore e le si era avvicinato; le era sembrato affascinante allora. L'uomo, forse di una ventina d'anni più vecchio di lei e quindi all'incirca sui quarantacinque, le stava sorridendo. «Che cosa fa?» gli domandò con tono neutrale. «Oh ... cerco soprattutto di conoscere la gente.» Betty ne dedusse che fosse senza lavoro. Aveva scoperto che alcune delle persone più interessanti che aveva intervistato erano disoccupate. «Io sono qui a Brichester per parlare alla gente» disse. «Per il nuovo libro che sto scrivendo.» «Deve essere interessante. Conosco alcune persone con cui forse varrebbe la pena che lei parlasse» raccolse l'uomo. «Sono diverse dalla gente comune.» Ah sì? Ma il ricordo di Alastair e di sua madre era ancora troppo vivo
perché lei potesse fidarsi di lui. «Bene, la ringrazio» rispose. «Forse ci rivedremo, ma adesso devo andare.» Le parve di scorgere un lampo di dolore nei suoi occhi, come chi si sente rifiutato. Anche lui doveva essere un tipo vulnerabile. Poi lo sconosciuto le sorrise e alzò la mano in segno di addio; lei si avviò, si costrinse ad andarsene. Quando raggiunse il cancello si voltò. Lui era fermo dove lei l'aveva lasciato e la stava guardando. A pochi passi da lei un movimento improvviso attirò la sua attenzione: fra gli alberi, contro il luccichio muto dell'acqua increspata del lago... una figura scura che la scrutava? Strinse gli occhi, ma non vide nulla: doveva essere stato uno scherzo della luce. Mentre usciva dal parco, l'uomo la salutò brevemente con la mano. Sembrava piccolo e fragile e tanto solo adesso, su quel sentiero. Betty si rammaricò di non avergli chiesto come si chiamava. Come città, Brichester l'aveva profondamente delusa. Lo aveva scritto anche nel suo primo romanzo, Un anno vissuto in campagna. Aveva parlato dell'atteggiamento di aperto disprezzo e di riluttante compiacenza dei suoi abitanti nei confronti dei turisti; aveva descritto il modo in cui il degrado urbanistico e le nuove costruzioni stavano cancellando l'identità della città; aveva denunciato le frustrazioni dei giovani e delle persone di mezza età: i giovani che sfogavano nella violenza e nella droga la loro aspirazione di trasferirsi a Londra; gli uomini e le donne di mezza età, malinconici se non disperati, che avevano come unica ambizione quella di ampliare il proprio repertorio sessuale. Non aveva chiamato la città con il suo vero nome, ma i giornali locali l'avevano riconosciuta e avevano recensito il suo libro con stizzito malanimo. In ogni caso le loro critiche non avevano fatto che accrescere il suo senso di trionfo, perché la maggior parte delle recensioni erano state entusiaste. Tutto quello che aveva scritto di Brichester era vero almeno in parte: il resto l'aveva immaginato, perché aveva sempre vissuto a Camside. Forse, però, aveva sottovalutato la sua capacità immaginativa. Si era trasferita a Brichester per scrivere un secondo libro, un libro basato su osservazioni e interviste, in cui si proponeva di offrire un ritratto completo della città, colta nell'insieme dei suoi aspetti e dei suoi umori. Ma la realtà si stava dimostrando ancor meno interessante della versione romanzata: Brichester era un connubio di cliché e di aspettative frustrate. Non c'era da stupirsi che Alastair, con quel suo modo di fare che sembrava alludere ad un segreto da svelare, le fosse sembrato interessante.
Più conosceva la città e più la trovava spenta. Soprattutto i giovani l'avevano delusa: erano peggio che annoiati, erano noiosi. Trascorse il resto della giornata e quella successiva a raccogliere altre prove di quanto già sapeva. Frasi stereotipate che aveva sentito pronunciare decine di volte: se le sentiva ripetere ancora una volta soltanto avrebbe urlato. Si avviò verso casa mentre il cielo imbruniva. Ad un tratto si rese conto con rammarico che più che un'osservatrice esterna, lei era un'estranea in quella città. Non conosceva nessuno a Brichester. Ma non per questo avrebbe fatto i bagagli e sarebbe ritornata a Camside, da suo padre; avrebbe significato ammettere la sconfitta. Annuì con la testa, serrando le labbra per sentirsi più forte. Il cielo era piatto sopra i tetti delle case: il suo grigiore, uniforme e luminoso, sembrava quasi bianco. Quel suo aspetto vacuo le dava fastidio: sembrava uno specchio incapace di riflettere. Gli alberi che si curvavano sopra il marciapiede, i mattoni delle case apparivano inconsistenti, precari, irreali; anche il loro colore sembrava smorto. L'unica cosa reale che riuscisse a ricordare di quegli ultimi giorni era l'uomo del parco, ma anche lui era lontano adesso. Se solo quel mattino lei gli avesse parlato! Immersa in quei pensieri cupi, Betty imboccò un vicolo, che le permetteva di accorciare la strada. I muri che costeggiavano il viottolo, alti la metà di lei, la scortarono lungo il cammino. Erano sormontati da frammenti di vetro, opachi come il ghiaccio. Oltrepassò vecchie porte sbarrate di cui immaginò i cardini arrugginiti; poi si fece strada fra una doppia fila di bidoni della spazzatura, in parte scoperchiati. Il cielo imbronciato diffondeva tutt'intorno la sua luce biancastra. Ad un tratto Betty udì alcuni passi frettolosi alle sue spalle. Chiunque fosse, non poteva certo stringerla fra i bidoni per superarla. I passi riecheggiarono sempre più vicini. Betty accelerò a sua volta: voleva arrivare in fondo al viottolo prima che lui potesse raggiungerla, in modo da non essere costretta ad appiattirsi contro quei sudici bidoni per lasciarlo passare. Ma perché non si voltava a guardare? Non era stupido mettersi a correre come se stesse scappando? Lo scalpiccio cessò, lasciando il vuoto del silenzio alle sue spalle. Ecco, aveva spiccato un salto e stava per piombarle addosso. Era un'idea stupida, ma Betty si voltò di scatto. Il vicolo era deserto. Fissò i muri grigi. Non poteva aver svoltato da nessuna parte. E se qualcuna delle porte si fosse aperta lo avrebbe sentito. Che fosse balzato su un muro? Intrawide una figura accovacciata sopra di lei, che guardava giù...
no, non poteva essere saltato sopra i vetri. Quella luce morta e quel mondo precario sembravano innaturali. Un panico improvviso si impadronì di lei e Betty corse via. Superò la sua strada senza fermarsi. Probabilmente il palazzo era vuoto e il suo appartamento, situato al pian terreno, era il meno sicuro di tutti. Si precipitò al parco. L'uomo era là, sulla riva del lago. Quando lei si avvicinò si voltò a guardarla. Era preoccupato. A Betty parve di scorgere un accenno di dolore nei suoi occhi. Poi l'uomo lesse l'espressione sul suo viso e aggrottò la fronte. «C'è qualcosa che non va?» le domandò. Che cosa poteva dire? Soltanto «Mi sembrava che qualcuno mi stesse seguendo.» Lui si guardò intorno. «Sono ancora lì? Mi faccia vedere.» Betty avvertì la sua calma, la spontaneità delle sue intenzioni e si sentì subito rassicurata. «Oh, ormai se ne saranno andati» disse. «Sto bene, adesso.» «Lo spero.» Pronunciò quella frase come una promessa di giustizia e di forza. Il tono della sua voce le fece ricordare le qualità migliori di suo padre; subito dopo, però, ricacciò quel ricordo e disse: «Mi scusi se l'ho distolta dai suoi pensieri.» «Non si preoccupi, la prego. Ho un sacco di tempo per pensare.» Ma per un attimo l'oggetto dei suoi pensieri indugiò fra di loro, inespresso e vago: una sensazione di dolore, di rimpianto, forse di perdita. Come quando lei aveva salutato suo padre... Forse quell'uomo voleva restare solo. «La ringrazio di essersi preoccupato per me» disse Betty. Ma quando fece per andarsene ebbe l'impressione che l'uomo si sentisse respinto. Aveva provato la medesima sensazione quando aveva lasciato suo padre: ricordò il suo muto dolore, il senso di perdita che lo dilaniava, come se lei, andandosene, stesse tendendo la catena che li univa, fino a spezzarla. Pensò a quello che avrebbe fatto il giorno dopo: alle persone che avrebbe intervistato, identiche a quelle che aveva intervistato il giorno prima, alla storia del libro che stava scrivendo, che era costretta a spiegare giorno dopo giorno, fino a quando, prima o poi, le sarebbe suonata come una vecchia barzelletta; e poi, alla sera, il ritorno nella sua stanza vuota. «Ieri mi ha detto che potrebbe farmi conoscere alcune persone» gli disse. Si chiamava James; lei non cercò mai di chiamarlo Jimmy o Jim. Non aveva idea di dove abitasse. Si incontravano sempre a casa sua e da questo lei aveva dedotto che si vergognava del posto in cui viveva. Che la-
voro facesse, ammesso che lavorasse, restava un mistero. Betty sentiva spesso che soffriva: spasmi di dolore che lo trafiggevano nel profondo, e che lui si sforzava di celare. In quei momenti lei cercava di confortarlo senza fargli capire ciò che vedeva. Forse, un giorno, avrebbe scritto di lui, ma adesso non riusciva a prendere le distanze necessarie per osservarlo con obiettività; né voleva farlo. E la gente che conosceva! C'era il gruppo folk che cantava in più lingue di quante lei fosse in grado di riconoscere. Cantavano in un pub; il barista si univa a loro e durante gli intervalli le spiegava il significato delle canzoni, mentre le sue mani servivano abilmente le bibite. Poi c'era la comune (assomigliava senz'altro più a una comune che a qualsiasi altra cosa): sei giovani e un uomo più anziano, evidentemente un gruppo di fanatici conservatori delle tradizioni della regione, che abitavano in una casa del diciassettesimo secolo, dove si ostinavano a vivere secondo i costumi dell'epoca. E poi c'era un'artista che tutte le sere teneva lezioni di pittura, una donna terrificante, con gli occhi sempre accesi; tutti i suoi allievi dipingevano paesaggi che, se uno li fissava, cominciavano a vibrare e diventavano simboli mistici. A Betty piaceva frequentare quelle persone, anche la terribile pittrice. Si sentiva invulnerabile vicino a James, protetta da quella sua calma rassicurante. A volte si domandava se quegli incontri le sarebbero ritornati utili. Quando pensava al suo libro, si innervosiva e si sentiva frustrata: stava cambiando forma, non riusciva più a "sentirlo", le sfuggiva. Ma senza dubbio, la sua nuova forma le sarebbe stata presto chiara; per il momento preferiva evitare di toccarlo, come se fosse una ferita aperta nella sua mente. Per contro, godeva fino in fondo di quella meravigliosa atmosfera di tranquillità. Il sesso con James era un'esperienza di calma ancora più profonda. L'aveva scoperto la prima volta che lui aveva dovuto aiutarla a rilassarsi. L'aveva portata a un incontro del Movimento Britannico, tenuto da un tizio che sembrava uno scolaretto cocciuto e parlava per generalizzazioni e frasi fatte. La maggior parte delle domande venivano poste da alcuni membri del pubblico che, al termine della conferenza, si erano riuniti nel soggiorno di non so chi, dove Betty e James erano riusciti a convogliarli. Erano tutti sostenitori della supremazia della razza britannica. I più giovani le urlarono contro, quando lei criticò le loro idee; i più vecchi si limitarono a lanciare occhiate scaltre e sospettose al suo bloc-notes. La guardavano come si guarda un bambino maleducato. Non credeva nel suo paese? nella tradi-
zione? Non voleva far rivivere i valori di una volta? Alla fine, ammutolita dalla rabbia, Betty se ne andò. James la seguì. «Mi dispiace» disse. «Pensavo che valesse la pena farteli conoscere.» Lei annuì con le labbra serrate; non le importava se James non capiva che non ce l'aveva con lui. Anche quando furono a casa, Betty continuò a sentirsi tesa, come se un peso le gravasse sullo stomaco, impedendole di rilassarsi. Preparò il caffè, ma quando fece per versarlo, si scottò una mano e lasciò cadere la tazzina. «Merda! Merda! Merda!» urlò. Prese a calci la tazzina e ne calpestò i frammenti sotto i piedi. James le mise un braccio attorno alle spalle. Le accarezzò i capelli, le massaggiò la schiena. «Non ti far prendere dal nervoso» le disse. «Non mi va di vederti in questo stato.» Lei si rannicchiò contro il suo petto e, a poco a poco, il suo tremito si placò. Lui le accarezzò le reni, i glutei, le gambe; la sua mano scivolò verso l'alto, sollevandole la gonna. Poi, lentamente, dolcemente la scoprì. Betty si sentiva meravigliosamente al sicuro. Si aprì già bagnata. Lui spense la luce, mentre lei lo guidava verso il letto. Dopo un attimo lo sentì nudo accanto a sé: era caldo, dolce e la circondava con la sua serenità. A dire il vero sembrava fin troppo calmo, distaccato, come se fosse un osservatore esterno. Lo stava facendo soltanto per tranquillizzarla? Ma il suo pene era duro e pronto. Betty si dimenò con impazienza. Lui si tratteneva ancora. Sono pronta, sono pronta! lo implorò lei, boccheggiando, ma lui continuava ad accarezzarla per accrescere il suo piacere, fino a quando questo si trasformò quasi in agonia. Betty cercò di eccitarlo: il suo pene era salato, molto più di quello del suo primo ragazzo, l'unico (ci avrebbe giurato) che suo padre le avrebbe permesso di sposare. Finalmente James le sollevò le ginocchia e scivolò dentro di lei: grosso, possente, duro e liscio. Le crescenti vibrazioni del suo orgasmo si trasformarono in un attimo in ondate travolgenti. Tutto il suo corpo fremeva e boccheggiava incontrollabile. Non lo sentì afflosciarsi dentro di lei. Betty si abbandonò esausta sul materasso e lui la baciò sulla fronte. Un minuto dopo era già sola. Quella era l'unica cosa che non le piaceva: il modo in cui lui la lasciava, come se fosse sempre in ritardo per qualche appuntamento. Una volta o due gli aveva chiesto di restare, ma lui aveva scosso mestamente la testa. Forse doveva tornare a casa sua, per quanto povera fosse, per non essere costretto ad ammettere di vergognarsene. E lei aveva paura di supplicarlo,
temeva di fargli perdere quella sua meravigliosa calma. Ma a casa da sola, di notte, si sentiva a disagio. Era turbata da quello che aveva visto una sera. Era stato un sogno, naturalmente: una pallida sagoma delle dimensioni di una testa che la guardava attraverso le bande appena dischiuse della tenda. Per la verità la sagoma non c'era più quando, urlando di terrore era balzata a sedere sul letto. Ma dopo quella sera l'aveva rivista parecchie volte, e sempre poco prima di scivolare nel sonno: era un sogno impaziente, che la tormentava quando era ancora nel dormiveglia. Tuttavia, una volta, sedendosi di scatto sul letto, l'aveva vista: era una figura vaga, ma lei avrebbe giurato che stesse annuendo con la testa in direzione del suo letto. Insomma, era certa di aver visto qualcosa oltre i vetri della finestra: forse era un uccello, un pezzo di carta sollevato dal vento o il bagliore di un faro. O forse era stata un'allucinazione. Probabilmente era stato l'effetto postumo della droga. Pensava che si fosse esaurito dopo l'episodio dei passi nel vicolo, ma evidentemente in quella fase delicata che è il dormiveglia le giocava ancora qualche brutto scherzo; sul fatto che lo scalpiccio che aveva udito quella sera fosse frutto di un'allucinazione provocata dalla droga, non c'erano dubbi. Non poteva raccontare a James la storia di Alastair. Non sapeva da che parte cominciare. Quella reticenza da parte sua la aiutava ad accettare l'idea che anche lui avesse diritto a tenersi il suo segreto, se voleva, ma al tempo stesso la rendeva vulnerabile, come se una parte di lei rifiutasse la sicurezza che lui le offriva. Poi, un giorno, Betty capì che aveva finalmente l'occasione per confidarsi con lui e godere fino in fondo della protezione che la sua serenità le garantiva. Era sera e stavano facendo ritorno insieme al suo appartamento. Lui le aveva presentato un antiquario, che viveva in una serie di stanze che erano un labirinto di librerie e fungevano sia da casa che da negozio. Mentre passeggiavano, James le parlava di alcuni libri che stava cercando da anni. Li teneva tutti nella sua misteriosa casa? si domandò Betty. Si stavano avvicinando alla villetta in cui abitava la madre di Alastair. Betty si sforzò di restare calma. Era con James, non poteva accaderle nulla. Il cielo ribolliva lentamente, bianco e spesso, basso sopra i tetti delle case; era opprimente: costringeva verso l'asfalto grigio della strada il silenzio della sera, finché nell'aria riecheggiò soltanto lo scalpiccio dei loro passi, insistente e cadenzato come il ticchettio di un orologio implacabile; costringeva verso il basso anche la luce scialba e fioca dei lampioni. Le ca-
se erano interrotte dalle bocche nere dei vicoli dai quali, da un momento all'altro, poteva saltar fuori qualche sconosciuto. La schiera delle villette terminava all'improvviso. Un'inferriata conduceva ad un cancello aperto: fra le sbarre di ferro luccicavano ciuffi d'erba, contro i quali spiccava il bianco opaco di alcune lapidi e di una chiesa. All'improvviso Betty si rese conto che non era affatto sicura che Alastair non fosse morto. Ma in quel caso sarebbe stato sepolto lì, no? Qualsiasi fosse la verità, saperla sarebbe stato un sollievo. «Entriamo un attimo» disse. Il cielo imbrunì prima che lei riuscisse a trovare la tomba. Per giunta, lì in mezzo agli alberi era ancora più buio. Il marmo nuovo e liscio brillava fra le macchie d'ombra proiettate dai rami. Betty dovette inginocchiarsi per leggere l'iscrizione. Dopo alcuni istanti riuscì a decifrare ALASTAIR e la data del giorno in cui aveva ricevuto la sua lettera. «Chi era?» le domandò James quando si rialzò. Le sembrò di cogliere una nota di gelosia nella sua voce, un dolore segreto. «Oh nessuno» disse. «Ma per te doveva essere qualcuno.» Era ferito, lo percepiva chiaramente adesso. «Nessuno di cui valga la pena parlare» replicò Betty. «Non mi sarei mai interessata a lui se ti avessi conosciuto prima.» Lo abbracciò e insinuò la lingua fra le sue labbra. Lui le strinse con forza i glutei con una mano. Lei lo stava ancora baciando quando sentì che con l'altra stava armeggiando fra i loro due corpi. Liberò il pene: Betty riusciva appena a intravvederlo, un'ombra più scura e lucente nell'oscurità del cimitero. «Oh James, no!» balbettò con il respiro strozzato.. «Qualcuno potrebbe vederci!» «Non c'è nessuno. E poi è buio.» Non cercava più di celare il suo dolore. Si sentiva rifiutato, come se lei non lo volesse per paura di offendere Alastair. Gli affondò le unghie nelle spalle. Era confusa. Quando lui cominciò a sfilarle gli slip e ad accarezzarla, protestò solo in silenzio. Quando James la penetrò Betty picchiò la schiena contro il tronco di un albero. E più lui affondava dentro di lei e più Betty si tendeva, come colpita da un pugno. La sua mente sembrò frantumarsi in tanti pezzetti. Betty si disse che stava dimostrando a se stessa e a James di essersi finalmente liberata di Alastair; era come se stesse scrivendo un capitolo di un libro, un capitolo' assurdamente simbolico. Ma guardando il volto del suo compagno, si rese conto che lui era tran-
quillo, distaccato come sempre. Voleva che lui provasse qualcosa quella volta, che mettesse da parte la sua calma imperturbabile. Non capiva che si stava dando a lui? Si strinse al suo corpo e serrò con forza le cosce attorno ai suoi fianchi; sotto la gonna le sue natiche nude sfregavano contro la corteccia dell'albero. Ma non appena lei esplose nell'orgasmo e si abbandonò alle ondate di piacere che le percorrevano il corpo, lui la lasciò. Betty si distese sull'erba a riprendere fiato. I flash rossi che le palpebre serrate le avevano fatto divampare davanti agli occhi stavano lentamente svanendo. Sopra di lei una sagoma pallida, che la scrutava dal ramo di un albero, annuiva con ripetuti cenni della testa. Un uccello, soltanto un uccello. Ma prima che lei riuscisse a metterlo a fuoco, era già scomparso con un fruscio nell'oscurità. Doveva riuscire a soddisfarlo. Era diventato quello ormai il suo pensiero fisso e l'obiettivo che si proponeva di raggiungere ogni volta che si incontravano. Lei adorava la sua serenità, ma lui non poteva restare calmo anche quando facevano l'amore: in quel modo lei si sentiva rifiutata, osservata, anche se sapeva che non aveva senso pensarlo. Una volta era quasi convinta di essere riuscita a far breccia dentro di lui, ma poi fra di loro si era frapposto di nuovo quel suo segreto dolore, che gli impediva di lasciarsi andare. Aveva anche la vaga sensazione che non gli piacesse fare l'amore nel suo appartamento, come se lì gli mancasse qualcosa. Se solo si fosse deciso ad invitarla a casa sua! Dovunque e comunque fosse, a lei non importava. La sola cosa che desiderava era di sentire il suo orgasmo. Ironia della sorte, forse perché era troppo impegnata a pensare a James per preoccuparsene, a poco a poco il suo libro prendeva forma. E adesso che lo vedeva impostato nel modo giusto, ne era entusiasta: era una risposta al suo primo romanzo, un libro sulla natura di Brichester, sulla sua singolarità. Senza volerlo si ritrovò a pensare a suo padre. «Come puoi scrivere roba simile?» le aveva domandato. «Se proprio vuoi diventare famosa in questo modo...» Erano queste le parole con cui aveva accolto le recensioni della sua prima fatica. A quel punto avevano litigato; e lei era fuggita lontano dalla sua cattiveria, perché aveva capito che quella poteva essere una scusa per liberarsi di lui, di lui e del suo atteggiamento possessivo, del suo moralismo freddo e tetro, dei suoi tentativi di trasformarla in una sostituta di sua madre morta. E adesso stava contraddicendo il suo primo romanzo, stava ammettendo che quello che aveva scritto era falso. Rivide suo padre ad alcuni passi dalla finestra della sua camera da letto, da dove pensava che lei
non l'avrebbe visto, con la bocca aperta e gli occhi pieni di lacrime... Non doveva ripensare a quelle cose. James sarebbe arrivato da un momento all'altro. Sembrava che avesse esaurito il circolo degli amici e dei conoscenti a cui presentarla; adesso aveva cominciato a farle conoscere posti nuovi. Quel giorno la meta era una chiesa: la chiesa di San Giuseppe in Bosco. Salirono a piedi sulla Collina della Misericordia, tutta coltivata a terrazzi. Enormi macchie scure si srotolavano pigramente sopra il cielo. La chiesa sorgeva dietro la cima della collina, in mezzo agli alberi. Betty girò attorno alla costruzione prendendo appunti sul suo taccuino: tredicesimo secolo; alcune tracce dei Templari parzialmente cancellate; retaggi di epoca vittoriana nei vetri colorati alle finestre. La chiesa era immersa nel silenzio del bosco. Le foglie degli alberi erano dello stesso colore delle nubi e sventolavano nella loro stessa direzione, agitate dal vento. Sollevando lo sguardo Betty vide sopra di sé, un unico, lento movimento cupo. Nel silenzio vaghe ombre scure scivolarono sopra la chiesa, fondendosi le une nelle altre. Betty si affrettò verso l'ingresso dove James la stava aspettando. «Entriamo?» le propose l'uomo. All'interno regnavano un silenzio e un buio ancora maggiori. Benché piccola, la chiesa era spaziosa; il rumore dei loro passi riecheggiava secco e distinto fra i banchi deserti. Sagome scure ondeggiavano dietro i vetri delle finestre stuzzicando i volti colorati dei santi. Betty era davanti, ma camminava piano; non le piaceva allontanarsi troppo da James. Se gli stava vicino, però, sentiva che era eccitato, impaziente. Aveva in mente qualche sorpresa? Si voltò a guardarlo, ma il suo viso era imperturbabile, come sempre. Le loro voci rimbalzavano contro la pietra vuota. Betty era arrivata in fondo alla navata centrale e stava osservando l'arco che precedeva l'altare: un arco a sesto acuto, venato di crepe, ma saldo. Sulle pareti ad entrambi i lati dell'altare si aprivano due finestre ogivali: i vetri erano color dell'ambra e in ognuno era raffigurato un santo. Betty si sporse oltre la balaustrata per guardare meglio. All'improvviso sentì le mani di James sui fianchi. Poi una si spostò rapida sulle sue reni e l'altra cominciò a sollevarle la gonna. Finalmente Betty capì il motivo di quella sua strana eccitazione. Forse era quella la ragione per cui l'aveva condotta lì. «Non qui!» protestò. Le sue mani si bloccarono e rimasero ferme dov'erano. Betty lo guardò al di sopra della spalla. Per la prima volta lesse una nuda espressione di dolore nei suoi occhi. Aveva bisogno di fare l'amore con lei lì, era quella la
richiesta muta del suo sguardo. Finalmente era riuscito a farglielo capire e lei si rifiutava, si rifiutava di soddisfare il suo desiderio. «Oh James!» esclamò incapace di celare la sua tristezza e il suo imbarazzo. Una parte di lei implorava: ovunque ma non qui. Ma quello era quello che avrebbe pensato suo padre. I suoi moralismi l'avevano fatta allontanare dalla religione molti anni prima. Se James aveva bisogno di farlo lì, era una cosa naturale, faceva parte della vita. Nessuno li avrebbe visti, nessuno sarebbe venuto in chiesa in un giorno come quello. Distolse lo sguardo dai suoi occhi e rilassò i muscoli. Poi chiuse gli occhi e si aggrappò alla balaustrata. Sentì le sue mani scoprirle i glutei; l'aria fredda della chiesa li accarezzò. Adesso li stava allargando; il suo sfintere si contrasse nervosamente. Perché non la faceva voltare? Che cosa stava... James le divaricò al massimo le natiche e un secondo dopo fu dentro di lei, enorme e duro. Nessuno le aveva mai fatto una cosa simile prima. Il suo grido indignato, esplosione di un groviglio di emozioni che non riusciva ad afferrare, rimbalzò contro le pareti della chiesa come un uccello in trappola. Andava tutto bene. Finalmente aveva raggiunto il suo scopo. Anche quella era un'esperienza e forse un giorno ne avrebbe parlato nei suoi libri, avrebbe descritto quello che aveva provato. Si sforzò di soffocare il suo respiro affannoso: la chiesa non doveva sentire. Dio, ma ne avrebbe avuto bisogno tutte le volte? Lo sentiva affondare dentro di lei; i rumori del suo corpo stridevano in quel silenzio. Dall'altare ombre nere si abbatterono su di lei: la chiesa si stava accigliando, la stava fissando enorme e cupa. Ma c'era qualcuno dietro i vetri della finestra alla sinistra dell'altare... qualcuno che la stava guardando! No, era solo il vetro colorato. Eppure la figura del santo sembrava più piena, quasi solida, come se qualcuno vi si fosse sovrapposto. Qualcuno che premeva contro il vetro, confuso e mosso come le ombre, e che la fissava con il volto del santo. Betty aguzzò la vista e il vetro si rischiarò all'istante, ma con un grido strozzato lei gettò le mani all'indietro, spinse James fuori dal suo corpo e serrò i glutei. Si precipitò lungo la navata, singhiozzando senza lacrime. Quando sentì James che la inseguiva, si mise a correre più forte; non avrebbe saputo che cosa dirgli. Uscì dalla chiesa con passo malfermo. Da che parte erano venuti? Con uno scricchiolio l'oscurità si chinò gigantesca su di lei; ombre informi si riversarono sull'erba, spesse e lente. Era quello lì il viale, o quello là in fondo? La porta della chiesa si aprì alle sue spalle e lei si lanciò in
mezzo agli alberi. La tenebra l'accolse con un'enorme, fragorosa risata. I rami degli alberi si chiusero neri sopra la sua testa. Non si raccapezzava più. Grandi pilastri scuri la circondavano promettendo vie d'uscita che si inseguivano all'infinito, soltanto per trascinarla verso il cuore di quella tenebra rombante: gli archi che si intrecciavano sopra la sua testa ondeggiavano, sferzando impetuosamente l'aria della notte. C'era qualcuno che la inseguiva, rapido e vago. Non era sicura che fosse James. Più avanti le piante si diradavano. Quel varco conduceva ad un'altra tenebra, che aveva quantomeno l'aspetto confortante di un viale. Betty si precipitò fuori dal bosco. Le foglie degli alberi sibilavano lungo entrambi i lati del viale, la tenebra si abbatteva impetuosa sopra l'erba, ma la strada davanti a lei era libera. Betty si mise a correre ancora più forte; lo sforzo e la paura le toglievano il fiato. In fondo al viale non c'era nulla, soltanto cielo; doveva essere arrivata in cima alla Collina della Misericordia. Il viale era largo e vuoto, ad eccezione di un punto proprio al centro, dove cresceva un alberello sottile e indistinto. Fra le nubi in tumulto si aprì uno spiraglio e una luce grigia si riversò tutt'intorno. Betty stava correndo a rotta di collo verso l'alberello... che non era affatto un alberello: era un'orribile figura alta e sottile che, annuendo nella sua direzione, protendeva le braccia verso di lei. Betty urlò e si buttò di lato, verso il bosco. Inciampò in una radice e cadde. Appena raggiunsero il suo appartamento, James se ne andò. Quando si era ripresa dallo spavento della caduta, Betty aveva visto il suo volto chino su di lei. L'aveva aiutata a rialzarsi, poi, senza dire una parola, l'aveva guidata attraverso quella tenebra tumultuosa. Quel suo silenzio era un tacito rimprovero per la sua fuga. James la lasciò al cancello. «Non andartene adesso» lo implorò Betty, ma lui si stava già allontanando a lunghi passi nell'oscurità. Si stava comportando come un bambino. Non capiva perché era fuggita? La maggior parte delle donne non gli avrebbe mai permesso di fare quello che le aveva fatto. Si era sempre sforzata di capirlo e adesso, quando per la prima volta era lei ad aver bisogno di comprensione, lui non faceva neanche un minimo tentativo di venirle incontro. Sbatté con rabbia il portone. Che continuasse a comportarsi come un bambino, se gli aggradava. Ma la rabbia non impedì al terrore di attanagliarla non appena varcò la soglia del suo appartamento. Si precipitò a controllare che tutte le finestre fossero
chiuse. Trascorsero diversi giorni. Betty cercava di concentrarsi sul suo lavoro, ma il pensiero della notte la distraeva: di notte il suo appartamento le faceva paura, immerso com'era in quel silenzio paziente e beffardo. Si trascinò dall'uno all'altro dei giovani che aveva intervistato. Ma loro sapevano che era una scrittrice e, o la spedivano dai loro amici o le raccontavano storie. Erano piacevolmente noiosi. Ogni tanto qualche ragazzo la invitava a casa sua, ma lei rifiutava, anche se spesso, alla sera quando si coricava, le capitava di vedere strani movimenti davanti alle sue finestre. E se si alzava a chiudere bene le tende, quelle ombre si muovevano come se fossero all'interno della stanza. Tutte le mattine andava al parco. Stormi d'anatre salutavano il suo arrivo con strida rauche, prima di tuffarsi nelle acque del lago per le abluzioni mattutine. Gli alberi risplendevano di luce rosa o bianca. Non c'era mai nessuno in giro: non c'era mai James. Una notte, sulla parete della sua camera da letto comparve un'ombra. Betty rimase immobile a fissarla. Era più alta del soffitto, cosicché la testa si piegava in due al limite della parete. I contorni della figura tremavano e mutavano, come se fosse fatta di vapore. Era soltanto un uomo, un signore che aspettava qualcuno sul marciapiede sotto il lampione. L'ombra rimpicciolì e cessò di essere un gigante minaccioso. Poi, d'un tratto, Betty si rese conto che il fatto che l'ombra fosse rimpicciolita significava che l'uomo si era avvicinato alla finestra... Adesso stava sbirciando dentro, con quella sua testa che sembrava ancora stranamente piegata... Tremando, Betty affondò la testa nel cuscino e le sembrò di restare lì per ore prima di trovare il coraggio di lanciare un'occhiata alla finestra: l'ombra se n'era andata. Il giorno dopo James era al parco. Betty lo vide non appena varcò il cancello. Era sulla riva del lago e la sua figura slanciata si stagliava contro la luce accecante del sole. Sbatté le palpebre; gli occhi le bruciavano per le lunghe notti trascorse insonni. Gli si avvicinò di soppiatto, come un cacciatore. Non doveva sfuggirle di nuovo. No, era stupido. Non avrebbe apprezzato che lei gli facesse uno scherzo simile. Riprese a camminare normalmente; i tacchi delle sue scarpe scricchiolarono sulla ghiaia. Ma James continuò a fissare i riflessi del sole sull'acqua, al punto che Betty si domandò se stesse facendo apposta a non accorgersi di lei. Fu solo quando gli fu così vicina da poterlo toccare che lui si voltò.
Il suo viso era pieno di cose non dette: il ricordo o l'attesa del dolore. «Mi dispiace» disse Betty, pur non avendo avuto alcuna intenzione di essere franca. «Ti prego, ritorna.» Dopo un po', quando il suo volto riacquistò l'abituale espressione distesa, lui annuì. «Verrò da te questa sera» disse. «Vuoi che resti?» «Se vuoi.» Non voleva scoraggiarlo sembrandogli troppo ansiosa. Ma all'improvviso rivide l'ombra nella stanza. «Sì, ti prego, resta.» Lui la fissò; dubitava che lei lo volesse veramente, pensò Betty guardandolo negli occhi. Ma non doveva avere dubbi a quel riguardo. Gli avrebbe detto tutto di Alastair. «Ti devo raccontare alcune cose di cui ancora non ti ho parlato» riprese. «Ti dirò tutto questa sera. Così, poi, mi capirai meglio.» Lui le sorrise debolmente. «Anch'io ti devo dire qualcosa.» Dopodiché si incamminò costeggiando il lago. «A stasera, allora.» Betty corse a casa sorridendo. Finalmente poteva osare sperare che la loro diventasse una storia vera, non una relazione a metà. Avrebbero mangiato sempre insieme e lei avrebbe cucinato per lui, anziché pagare con discrezione al ristorante. E finalmente avrebbe potuto riprendere a lavorare senza interrompersi cento volte per domandarsi quando l'avrebbe rivisto. Con lui vicino si sarebbe sentita sicura. Attraversò il parco quasi volando. Per prima cosa, appena ritornata a casa, decise di rassettare l'appartamento. Com'era possibile che avesse lasciato accumulare tutto quel disordine! Un poster con la piantina ottocentesca di Brichester mezzo staccato, romanzi di Capote e di D.H. Lawrence letti a metà e appoggiati di traverso sugli scaffali della libreria; appunti del suo libro disseminati qua e là come fossero carta straccia. E tutta quella corrispondenza da sbrigare! C'era una lettera del suo editore il quale la informava che l'edizione paperback del suo primo libro era andata in ristampa; poi una comunicazione dell'azienda telefonica che si scusava del ritardo con cui le avrebbero allacciato il telefono: le seccava enormemente il fatto di non poter telefonare ai suoi amici di Camside... per invitarli a conoscere James, pensò. Il dépliant pubblicitario di una scuola guida che offriva la prima lezione gratis: se solo si fosse decisa ad imparare a guidare, sarebbe potuta andare a trovare i suoi amici senza essere legata agli orari degli autobus. Quando finì di riordinare era esausta. La mancanza di sonno cominciava a farsi sentire. Controllò che la porta e le finestre fossero ben chiuse, poi sorrise: da quella sera non avrebbe più avuto bisogno di farlo, perché avrebbe fatto in modo che James rimanesse a vivere con lei per sempre.
Confortata da quel pensiero, si distese sul divano a riposare. Si svegliò. La stanza era immersa nella tenebra. Ma era una tenebra che si muoveva. Una tenebra con un corpo e una testa che camminava rasente al muro e che, passo dopo passo, diventava sempre più piccola. Si stava avvicinando... Il soffitto imponeva alla testa un'angolatura che avrebbe rotto il collo di un uomo. L'ombra scivolò giù dal soffitto, ma la testa rimase piegata in un modo... inverosimile! Nel momento in cui Betty se ne rese conto, l'ombra scomparve. All'improvviso ebbe la sensazione che l'uomo fosse sdraiato accanto a lei. Ma era come se il suo corpo fosse bloccato e doveva fare uno sforzo enorme per voltarsi a guardare. Ma lui non aveva fretta: era lì che la aspettava. Quando finalmente Betty riuscì a girarsi, la faccia rotolò verso di lei sopra il corpo emaciato, come una maschera beffarda, con la lingua spessa che stava quasi per staccarsi: era la faccia di Alastair. Betty si svegliò boccheggiando. La stanza era immersa nell'oscurità. Corse alla cieca verso la porta e accese la luce. Non c'era nessuno nella stanza, e nessuno nemmeno fuori dalla finestra. La notte era calata già da molte ore; erano le undici passate. James doveva essere venuto ed essersene andato senza far rumore. Ma sarebbe tornato senz'altro. Oppure no? E se avesse pensato che aveva cambiato idea, che forse c'era davvero una nota di dubbio nella sua voce quando gli aveva chiesto di restare? E se l'avesse interpretato come un rifiuto definitivo? Betty si guardò allo specchio, distratta. Doveva aspettarlo fuori; in quel modo avrebbe capito che lei lo voleva. Se fosse tornato indietro, non sarebbe dovuto arrivare nemmeno fino alla porta. Si spazzolò con rabbia i capelli. Nel riflesso della stanza passò un'ombra. Si voltò di scatto. Qualcosa di scuro si era mosso nello specchio. All'improvviso si sentì vulnerabile, disorientata da quella tenebra calata di soppiatto, intrappolata in una dimensione irreale. L'ombra passò di nuovo, trascinando dietro la testa piegata contro il soffitto. Betty si precipitò alla finestra: la strada era deserta. La luce del lampione era accesa. Non poteva uscire... non fino a quando non fosse riuscita a scoprire chi stesse proiettando quell'ombra. Fissò il marciapiede grigio e la pozza di luce fioca e stagnante. Stava ancora guardando fuori dalla finestra quando qualcosa di scuro si mosse nella stanza alle sue spalle. Betty si girò con la rapidità di un fulmine, soffocando un grido. L'ombra stava scomparendo oltre il limite della parete. Dopo pochi istanti ritornò,
più piccola questa volta, ma più rapida. Eppure, tutte le volte che lei si voltava a guardare la strada era deserta. L'ombra passò di nuovo, inquieta, impaziente; ogni volta era più piccola e più intensa: adesso i suoi contorni vibravano. Betty continuava a spostare freneticamente lo sguardo dalla parete alla finestra e viceversa. L'ombra era poco più grande di un uomo adesso e da un momento all'altro l'avrebbe raggiunta. Poi, all'improvviso, con un movimento deciso, scomparve dal muro. In quel momento il suo campanello suonò, come impazzito. All'urlo del campanello fece eco quello stridulo della ragazza. Per un attimo rimase paralizzata, poi si lanciò di corsa nell'atrio. Doveva essere James, o qualcun altro, non certo l'ombra. L'atrio rimbombava sotto i suoi piedi; le scale giganteggiavano alle sue spalle, immerse di tenebra. Betty raggiunse il portone e accese la luce. L'atrio balzò all'indietro, nudo, lasciandola sola. Levò il chiavistello. Avrebbe pagato oro perché ci fosse una catena. Aprì il portone il minimo necessario per sbirciare fuori, incuneando al tempo stesso il piede sotto il battente. Era James. «Oh, sia ringraziato il Cielo. Entra, presto.» Dietro di lui la strada era deserta. Lo tirò per la manica e si affrettò a richiudere il portone alle sue spalle. Fu solo quando entrarono nel suo appartamento e lei chiuse a chiave la porta, che si accorse che non aveva bagagli: soltanto una grande borsa. «Hai deciso di fermarti, non è così?» lo implorò. Sembrava troppo ansiosa? James era calmo, come sempre. «Sì, penso di sì» disse dopo alcuni istanti. «Per un po'.» Non solo per un po', lo supplicò Betty. Lanciò un'occhiata ansiosa alla parete vuota. Avrebbe visto l'ombra, se fosse ritornata, oppure la vedeva solo lei per colpa di quella maledetta droga? «Devo dirti una cosa» esordì. «Voglio che tu sappia.» «Non adesso.» Aveva aperto la borsa; ne estrasse quattro pezzi di corda lucida. «Spogliati e sdraiati sul letto.» La sua calma sembrava freddezza adesso. Betty non voleva essere legata: si sarebbe sentita come una vittima e in quel modo non avrebbe mai potuto sentirsi vicina a lui. Aveva paura ad essere legata quando l'ombra era così vicina. Ma c'era James, l'avrebbe protetta lui. E poi, se lo respingeva ancora una volta, rischiava di perderlo per sempre. Si spogliò contro voglia e si sdraiò sul letto. Per lo meno le corde non erano ruvide. Ma James la legò saldamente con le gambe e le braccia divaricate. Betty si sentiva insicura, vulnerabile. Ma
non aveva il coraggio di protestare; se lui se ne andava, sarebbe ritornata l'ombra. Chiuse gli occhi e cercò di calmarsi. Lui si spogliò e si chinò su di lei. Le sue guance lisce le accarezzarono l'interno delle cosce. La sua lingua si fece strada nel suo sesso, dura come un dito. Era ruvida e, con guizzi improvvisi si spingeva sempre più dentro di lei. Poi lui la penetrò, affondando con impeto il pene nel suo corpo. Betty serrò le dita, cercando invano di allungare le mani legate verso la sua schiena. Si sentiva una vittima impotente. Sopra di lei, il volto di James fissava la finestra, immobile, quasi indossasse una maschera. Dietro la sua testa c'era la parete bianca. Betty si contorceva sul letto, umiliata, frustrata; le spinte di James la strattonavano, senza che lei potesse fare nulla. Abbassò gli occhi e si vide come lui dove vederla: alla mercé del suo membro. Poi, all'improvviso, accadde un fatto inspiegabile: i suoi genitali cominciarono a rispondere alle spinte del pene, a fremere, trascinandola verso l'orgasmo. In fondo, andava tutto bene. Riusciva a godere anche lei. Chiuse gli occhi e, a poco a poco, cominciò a sentire il piacere delle corde che le stringevano i polsi e le caviglie. Fuori alcune persone stavano tornando a casa, dopo aver trascorso la serata al club o al pub; il rumore dei loro passi e delle loro voci era rassicurante, teneva lontana l'ombra. Il suo corpo si tese. Stava per venire, c'era quasi... e all'improvviso lui uscì. Scese dal letto e si mise a frugare nella borsa. «Che cosa c'è che non va?» gli domandò stupita. James stava fissando l'angolo più scuro della stanza, oltre lo specchio della finestra. Betty vide qualcosa muoversi, ma non lì: sul muro di fronte alla finestra... Un'ombra che avanzava rapida, diventando ad ogni istante più piccola e più scura. Allungò le mani al di sopra dei lacci e riuscì ad indicarla con un dito, urlando «James!» Lui si voltò rapidamente. Tirò fuori una mano dalla borsa e, prima che lei potesse reagire, con l'altra le sollevò abilmente la testa. Poi le mise un fazzoletto in bocca e glielo legò dietro la testa. In quel momento, Betty sentì svanire tutta la sua calma: la sua impazienza la colpì come un'esplosione, lasciandola stremata e tremante. La sua voce crebbe, crebbe oltre ogni limite. «Non James» disse allegramente. «Signora James.» Quando Betty si abbandonò sbigottita sul materasso, il volto si chinò su di lei, costringendola a guardare ciò che si rifiutava di vedere. Era la madre di Alastair, che le sorrideva con aria trionfante. La donna si passò una mano sul viso e, come se quel gesto avesse il potere di mutarne ogni tratto,
era di nuovo James: il viso allungato di lui cancellò quello quadrato di lei, il naso piccolo e carnoso della donna si trasformò all'improvviso in uno lungo e sottile. Poi la donna si passò di nuovo la mano sulla faccia e ritornò se stessa, come se avesse cambiato maschera. La maschera sorrise. Sotto la maschera e il busto senza seno, il pene era ancora eretto. La signora James lo tirò. Rabbrividendo, Betty si ritrasse quanto più poteva, ma la donna non si stava masturbando: staccò l'organo e lo lasciò cadere sul pavimento. Betty sentì il rumore della gomma contro il legno del pavimento. «Sì, era tutto finto» disse la madre di Alastair allegramente. «Adesso sai che cosa si prova quando qualcuno usa il tuo corpo. Adesso cominci a capire quello che ha provato mio figlio.» Betty cercò di urlare, ma la voce le restò intrappolata in gola, amara come la bile. Il muro era pieno di ombre, adesso: i dodici presero ciascuno il proprio posto, completando il fregio ininterrotto di volti scuri e muti. Betty indietreggiò più che poteva sul materasso, con gli occhi che le pulsavano nelle orbite e il bavaglio che soffocava le sue grida. La signora James le avvicinò uno specchio al viso, affinché potesse vedere chi c'era alla finestra. Betty li riconobbe tutti: un membro del gruppo folk, il barista, il rappresentante più anziano della comune, la pittrice, due sostenitori della supremazia britannica, l'antiquario e altre persone che le erano state presentate. I loro occhi fiammeggiavano ed esprimevano tutta la loro impazienza. La signora James sorrise e, piano piano, come una brezza sonora che lambisse la finestra, i dodici intonarono un canto. «Avresti potuto avere il meglio di mio figlio» riprese la donna. «Lui era un novizio. Ma adesso vedrai di che cosa sono capace.» Anche lei si unì al canto e il sussurro si insinuò nella stanza, insidioso come un'esalazione venefica. Betty giaceva tremante sul materasso con il viso abbandonato contro il cuscino. Non lottava più e il bavaglio le pendeva floscio fra le labbra. Le dodici ombre la fissavano cantando sottovoce. Ma alle spalle della signora James, nell'angolo più buio della stanza, c'era qualcosa che era più di un'ombra: un accenno di figura, sottile e pallida come una voluta di fumo. Dall'angolo proveniva un suono simile a un arrancare strascinato d'ossa. La signora James fece cenno alla figura di avvicinarsi. La sagoma azzardò alcuni timidi passi avanti, la testa ciondoloni. Era circondata da un alone ghiacciato, che attanagliò Betty. Quando la donna si voltò di nuovo verso il letto, senza mai smettere di spronare il fantasma, Betty vide il suo sorriso. C'era più che giustizia in quel sorriso: c'era orgoglio.
CRISTALLI VERDI Quando Ray uscì dal portone sentì che qualcuno si stava avvicinando. Prima che avesse il tempo di rifugiarsi nell'atrio del palazzo, dalla strada laterale un'ombra si riversò sul marciapiede. La seguì la figura che la proiettava: un uomo grande e grosso che avanzava con passo pesante e rapido. Poiché la sua ombra si srotolava davanti a lui, poi si contraeva sotto il suo corpo e infine si srotolava di nuovo, sembrava che fosse lei a portarlo. Era assai più corpulento di Ray, che si sentì rimpicciolire, sopraffatto dalla paura. L'uomo sapeva che lui era in trip. Quando raggiunse il cancello, lo sconosciuto gli lanciò un'occhiata piena di sospetto. Sotto la luce del lampione la sua pelle appariva di un rosa innaturale, come quella di un neonato immerso per sbaglio in una vasca d'acqua bollente; mentre camminava le sue guance tremolavano come se fossero fatte di gelatina. Non era che un ammasso di carne ballonzolante trattenuta da un sottile involucro di pelle. Aggrottò la fronte in segno di disapprovazione, poi si allontanò, trascinandosi dietro la sua coda d'ombra. In realtà non poteva sapere che lui era in trip, si disse Ray. Quella era paranoia pura. Aveva avuto un'esperienza identica con l'acido. Ciò nonostante, attraversò la strada deserta quasi di corsa. Se un piedipiatti l'avesse fermato per domandargli che cosa facesse in giro a quell'ora... era sicuro che dal suo modo di parlare avrebbe capito tutto. La luce dei lampioni si affievolì alle sue spalle. Quando raggiunse il parco rallentò. Dietro di lui torreggiava un enorme condominio. Il cielo era imbottito di nuvole, fra le quali appariva, a tratti, il disco affilato della luna piena. Un viale alberato si perdeva nelle misteriose profondità del parco. Ai due lati del viale luccicavano prati di erba nera. Ray si incamminò sotto gli alberi. L'ombra delle piante si richiudeva sopra di lui come un'imposta, con la stessa regolarità del meccanismo di una macchina fotografica sonnolenta. Di tanto in tanto Ray riemergeva alla luce limpida e pura della luna. L'aria immobile di quel mattino di settembre era tiepida. Il suo "viaggio" stava per finire; per il momento, però, continuava ad agitare un poco gli alberi per lui, arruffandone le foglie a formare sottili giochi di forme. Ray continuò a camminare, rilassato, senza fretta. Arrivò in un giardino di pietra, dal quale, svolgendosi lentamente come strisce di mercurio luminoso, si dipartivano alcuni viottoli. Al centro era
collocata una statua di Peter Pan. Ray ne accarezzò il corpo, che sapeva di fresco e di pulito. Attorno a lui, nella luce gelida, il mondo sembrava perfetto. Si avviò verso il punto in cui il lago si ampliava. Il cielo era più limpido adesso, interrotto soltanto qua e là da nubi che assomigliavano a ciuffi di schiuma ghiacciata, o a corolle di fiori imbutiformi fatte di lucente porcellana bianca. Se le nuvole si muovevano, il loro movimento era impercettibile. Tutto era immobile: la luna era un cerchio luminoso e senza macchia, affilato come un rasoio. Ray avanzò in mezzo a quell'immobilità con passo così leggero da non udirne nemmeno il rumore. Nel punto in cui il lago si allargava, un pipistrello volteggiava a caccia di insetti; Ray riusciva a percepire ogni battito d'ali di quello scampolo di tenebra sbrindellato che volava in rapidi cerchi. Alcune anatre procedevano a scatti lungo la riva del lago; un esemplare solitario, spaventato dal suo arrivo, si tuffò maldestramente in acqua, increspando la superficie piatta del lago e frantumando i riflessi della luce e delle nuvole. Ray osservò gli scarabocchi della luce sullo specchio corrugato. La luce formava sequenze di simboli che mutavano in continuazione. Era quasi capace di interpretarli. Ma mentre li osservava, cercando di aprire la sua mente al loro significato, gli scarabocchi si placarono e ritornarono luce e nubi riflesse. Era quello il loro significato: ma che cosa voleva dire? Quel nuovo picco del "viaggio" lo aveva preso alla sprovvista. Stava per condurlo di nuovo in un regno sconosciuto? Attese con impazienza. Dal lago, fermo e lucente, gli giunse un rumore, simile ad un sospiro. Proveniva da un capanno che sorgeva sulla sponda opposta. Scrutò la distesa d'acqua. Per qualche strano motivo quel suono prometteva la risoluzione verso la quale quel "viaggio" lo aveva condotto fin dall'inizio. La terra e il lago erano immobili, raggelati dalla luce della luna. Ray ritornò indietro fino al punto in cui un sentiero fatto di sassi permetteva di guadare il lago. Il capanno era privo di porta e di vetri. Pennellate di vernice risplendevano bianche sul legno annerito dalla luna, la cui superficie ricordava la corteccia di un albero morto e ricoperto di muffa. Adesso Ray non aveva più dubbi: quei sospiri erano di una donna. Si avvicinò al buco scuro di una finestra e sbirciò all'interno. Nel sentiero di luce tracciato dalla luna attraverso il vano della porta, giaceva una donna, sdraiata su un cappotto buttato sulle assi di legno. A-
veva le gambe divaricate e sollevava e abbassava ritmicamente le ginocchia. Inginocchiato accanto a lei, con le spalle rivolte a Ray, c'era un uomo: era nudo dalla cintola in giù e con una mano la accarezzava sotto la lunga gonna, mentre le sue labbra si muovevano sul suo seno attraverso l'apertura della camicetta. Il resto dei loro indumenti giaceva aggrovigliato poco lontano. Ray li osservò. I vestiti della coppia erano neri sotto i raggi della luna, mentre i loro corpi emanavano una luce bianchissima. Sembrava che stessero recitando una scena per lui su un palcoscenico fatto di luce. Quando i loro corpi luminescenti cominciarono a muoversi più velocemente, gli sembrarono due statue animate: era quasi come se le sue sculture avessero preso vita. Gli ansiti della donna si fecero più rapidi e frequenti; la lingua le guizzava fra le labbra che si dilatavano. I suoi capelli biondo-cenere ondeggiavano leggermente come la luce della luna sul lago. Le sue ginocchia si sollevavano sempre di più, facendo lentamente scivolare la gonna nera e scoprendo le gambe. Erano divaricate e di un candore smagliante, che contrastava con i ricci neri del pube. L'uomo si inginocchiò sopra di lei e la mazza marmorea del suo pene affondò nell'ombra. Mentre Ray guardava le prime lente spinte dell'uomo, al quale la donna si era avvinghiata, il sentiero e il lago alle sue spalle svanirono. Esisteva soltanto l'opera messa in scena su quel palcoscenico di luce lunare. Provava le stesse sensazioni degli attori. Era più che immaginazione. Il senso di separazione che aveva provato all'inizio si era dissolto come il resto del mondo. Sentiva la vagina morbida che lo stringeva, che lo comprimeva da ogni lato, spronandolo a continuare. E al tempo stesso sentiva le spinte impazienti del pene, che pulsava in quella guaina calda, avvampando, come se al suo interno fosse scoppiato un incendio. Per qualche ragione, quella dissociazione non lo disturbava: anzi si abbandonava a quelle sensazioni, lasciava che quei ritmi sempre più accelerati lo conducessero verso una risoluzione, verso una sorta di unità. Quando accadde fu un'esplosione di luce oltre la luce, un urlo prolungato di emozioni. Non aveva una forma che lui fosse in grado di percepire, ed era quello il suo significato. A poco a poco, Ray cominciò a recuperare la pienezza dei sensi. Ancora qualche minuto e avrebbe saputo chi era e dove si trovava. Eppure c'era qualcosa che lo tormentava. Ma non valeva la pena pensarci adesso e rovinare la perfezione di quella straordinaria esperienza... Tuttavia continuava
ad ostacolare le sue percezioni. Era un volto vagamente lucente, che lo scrutava attraverso un buco nel legno. Era la sua faccia che lo guardava. Rifluì in se stesso con una rapidità che lo lasciò boccheggiante. Era alla finestra. La coppia lo stava fissando; l'uomo stava per alzarsi in piedi. Ray indietreggiò, poi si accorse che l'uomo faticava a drizzarsi. Che fosse spossato anche lui da quell'esperienza? Si allontanò dal capanno, sul quale luccicava il suo sperma. Il parco era immerso nella luce e nel silenzio; non si udivano rumori di inseguimento. Ray si