Alan Campbell
IL RACCOGLITORE DI ANIME
Traduzione di Laura Prandino
In mezzo alla distesa di Sabbiemorte sorge Deepg...
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Alan Campbell
IL RACCOGLITORE DI ANIME
Traduzione di Laura Prandino
In mezzo alla distesa di Sabbiemorte sorge Deepgate, un'immensa città sospesa su un insondabile abisso grazie a un sistema di catene, cavi e reti. I suoi abitanti credono che nell'oscurità sottostante viva il dio Ulcis, il "Raccoglitore d'Anime", sconfitto ed esiliato dalla madre Ayen, dea della luce e nume tutelare degli Heshette, la popolazione nomade contro cui Deepgate combatte una guerra ormai secolare. È per questo che i morti della città vengono gettati nell'abisso, dove Ulcis sta formando un esercito di anime per spodestare Ayen e riconquistare il paradiso per sé e per i suoi fedeli. Al centro di Deepgate si erge l'enorme complesso del Tempio, un labirinto di torri, edifici in pietra e sotterranei da dove i sacerdoti della Chiesa di Ulcis amministrano la teocrazia che governa la città. E, in una cella alla sommità di una delle guglie, vive anche il giovane Dill, l'ultimo degli arconti, una stirpe di guerrieri cui, secondo una leggenda millenaria, Ulcis avrebbe assegnato la difesa della città e dei suoi fedeli. Ma Dill è soltanto un ragazzo di sedici anni, che ha trascorso una vita da recluso e al quale non è mai stato permesso di addestrarsi nelle arti del combattimento. Eppure toccherà proprio a lui affrontare il più grande nemico di Deepgate, un nemico invisibile ma onnipresente nelle menti e nei cuori degli abitanti della città: un nemico che si nasconde nelle profondità dell'abisso...
PROLOGO ..................................................................................................... 6 PARTE PRIMA - MENZOGNE 1 DILL .................................................................................................... 14 2 MR. NETTLE ....................................................................................... 25 3 DILL E RACHEL ................................................................................... 37 4 IL FABBRO ARMAIOLO ....................................................................... 47 5 FANTASMI, VELENI E PASTICCINI ...................................................... 55 6 LA CONSEGNA ................................................................................... 74 7 LA FORTUNA DI MR. NETTLE ............................................................. 85 8 LA BATTAGLIA DEL DENTE ................................................................. 91 9 FOLLA AL POZZO DEI PECCATORI .................................................... 105 10 UN POSTO SEGRETO...................................................................... 111 PARTE SECONDA - OMICIDIO 11 LA NOTTE DELLO SFREGIO............................................................. 122 12 LE CUCINE DEI VELENI ................................................................... 150 13 LA LEGA DEI CORDAI ..................................................................... 168 14 DUE ASSASSINI .............................................................................. 185 15 TRAPPOLE PER I GONZI E LUMACHE ............................................. 201 16 CACCIA ALL'UOMO ........................................................................ 219 17 VINO D'ANGELO ............................................................................ 234 18 PROBLEMI NEL SANCTUM ............................................................. 240 19 UN PIANO PERICOLOSO ................................................................ 248 20 CAMBIAMENTI .............................................................................. 263
21 DILL E CARNIVAL ............................................................................ 270 22 LE COSE SI METTONO MALE.......................................................... 284 PARTE TERZA – GUERRA 23 L'ABISSO ........................................................................................ 299 24 ALLEANZE DIFFICILI ....................................................................... 310 25 IL DENTE ........................................................................................ 319 26 L'ATTACCO..................................................................................... 335 27 PRIGIONIA E SABOTAGGIO ............................................................ 354 28 ULCIS ............................................................................................. 366 29 IL RAZZIATORE ............................................................................... 379 30 IL PALAZZO DELLE CATENE ............................................................ 387 31 SULL'ORLO ..................................................................................... 408 32 LA CADUTA DI DEEPGATE .............................................................. 419 33 CANTAVELENO .............................................................................. 431 EPILOGO ................................................................................................... 437 RINGRAZIAMENTI..................................................................................... 440
A mio padre, che spesso si è grattato la testa perplesso davanti ai miei sogni e alle mie ambizioni, ma non ha mai smesso di fare tutto il possibile per aiutarmi a realizzarli
PROLOGO
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Le catene ingombravano il cortile dietro la fonderia di cannoni abbandonata di Applecross: tratti di catene che si irradiavano in tutte le direzioni, assicurate alle mura con ganci arrugginiti e perni di metallo, aggrovigliate come il lavoro a maglia di una pazza. Intrappolata al centro di quel viluppo si ergeva la torre di guardia di Barraby. Dalla sommità in rovina si levava del fumo, per poi disperdersi a ovest sopra la città, sotto un milione di stelle notturne. Sbuffando e annaspando, il presbitero Scrimlock si arrampicava tra le catene. La sua lanterna ondeggiava e sbatacchiava contro anelli e giunti e dio solo sapeva cos'altro, gettando ombre simili a reticoli di crepe sul selciato luccicante. Quando sollevò lo sguardo, Scrimlock scorse riquadri e triangoli fitti di stelle. I suoi sandali scivolavano come sul vetro fuso e le catene erano umide al tocco. Quando infine raggiunse l'adepto della Spina che lo attendeva vicino alla torre, capì il perché. «Sangue», sussurrò il presbitero, orripilato. Si strofinò freneticamente le mani sulla tonaca, ma il sangue non voleva andare via. L'adepto della Spina, la pelle così tesa sui muscoli da renderlo simile a un cadavere, rivolse al prete uno sguardo esangue. «È quello dei morti. Lei li scaraventa fuori dalla torre. Non sopporta di tenerli con sé all'interno.» Piegò il capo di lato. Sotto le catene giacevano i corpi di numerose Spine, in un ammasso informe, le armature di cuoio che luccicavano come veleno. «Che Ulcis abbia pietà», disse Scrimlock. «Quanti ne ha uccisi?» «Undici.» Scrimlock trasse un profondo respiro. La notte sapeva d'umido e di ruggine, come l'aria di un sotterraneo. «Così peggiorate le cose», recriminò. «Non ve ne rendete conto? State alimentando la sua furia.» «L'abbiamo ferita», replicò l'adepto. La sua espressione restò imperscrutabile, ma appoggiò una mano pallida contro il paletto della porta, come a puntellarlo. «Cosa?» Il presbitero ebbe un tuffo al cuore. «L'avete ferita? Ma questo è... Come avete fatto a...» «Guarisce in fretta.» L'adepto guardò in alto. «Dobbiamo sbrigarci.» Scrimlock seguì il suo sguardo, chiedendosi per un attimo cosa stesse guardando. Poi li individuò: sagome che si stagliavano contro lo splendore notturno, figure snelle che si arrampicavano lungo le catene, muovendosi 7
veloci e silenziose verso l'unica finestra della torre. Più Spine di quante Scrimlock ne avesse mai viste. Dovevano essercene cinquanta o sessanta. Come aveva fatto a non vederli prima? «Ogni singolo adepto ha risposto all'appello.» «Tutti?» sibilò Scrimlock, abbassando la voce. «Follia! Se lei riuscisse a fuggire...» Si torse le mani. La Chiesa non poteva permettersi di perdere tanti dei suoi assassini. «Non può fuggire. La finestra è troppo piccola per le sue ali; il tetto è sigillato e la porta sbarrata.» Scrimlock guardò la porta della torre. Il paletto di ferro pareva abbastanza solido da trattenere un esercito. Eppure non bastava a tranquillizzarlo. Cercò rassicurazione negli occhi dell'adepto, ma ovviamente non c'era nulla: solo un vuoto assoluto che il prete percepì fin nel midollo. Possibile che l'avessero davvero ferita? Quale sarebbe stato il prezzo per la Chiesa? E lei, quale sarebbe stata la sua vendetta? Per amor di dio, tutto ciò era troppo. «Non intendo dare la mia approvazione», protestò. Con un gesto indicò il cumulo di cadaveri e il sangue che ancora gocciolava sul selciato. «Ulcis non accetterà questi corpi straziati; sono tutti dannati.» «Disponiamo di rinforzi.» «Moriranno anche loro!» ribatté il presbitero. Ma si accorse che la sua voce suonava poco convinta. Sono riusciti a ferirla. In mille anni, nessuno era mai arrivato a tanto. «Il sacrificio è inevitabile.» «Il sacrificio? Guarda questo sangue! Guardalo!» Scrimlock fece un passo indietro e liberò la tonaca dal sangue che aveva formato una pozza attorno alle sue caviglie. «L'inferno stesso si solleverà a reclamare questo sangue, queste anime dannate. Questo cortile è maledetto! Il male vi dimorerà per secoli. Non basterebbero cento preti a sollevare l'ombra di Iril da queste pietre. Non c'è niente da salvare in questo posto. Niente.» Il presbitero non riusciva a decidere cosa lo sconvolgesse di più: il pensiero che il signore Ulcis, il dio delle catene, sarebbe stato privato delle anime dei migliori assassini della sua Chiesa, o che l'inferno potesse celarsi in agguato lì attorno. Si diceva che il Labirinto potesse aprire varchi in questo mondo per impadronirsi delle anime di chi aveva versato sangue. Scrimlock scrutò ansiosamente le tenebre che lo circondavano. Che l'inferno fosse già arrivato? Quelle anime stavano forse già varcando qualche oscuro portale che conduceva agli infiniti corridoi di Iril? E, in quel caso, 8
cosa sarebbe potuto entrare dalla parte opposta? Cosa ne sarebbe potuto fuggire? «Mettete fine alla caccia, subito. Lasciatela andare. È troppo pericoloso.» «Vuoi che sopravviva?» chiese l'adepto. «No, io...» Le spalle del presbitero urtarono contro qualcosa e lui si girò di scatto, allarmato. Una catena. «Voglio solo proteggere la Spina», proseguì, afferrandosi il petto. «Porta via i tuoi uomini, prima che sia troppo tardi.» Dall'alto giunse l'ululato di una risata. «I rinforzi hanno raggiunto la finestra», spiegò l'adepto. Scrimlock alzò gli occhi. Del fumo filtrava dal tetto frastagliato della torre e si allargava come grasso sulle stelle. I rapaci di pietra e le merlature erano crollati verso l'interno, come promesso dai genieri, bloccando l'uscita verso il tetto e dunque la fuga. Nell'aria indugiava ancora l'odore sulfureo della polvere nera. Giunto a metà altezza della torre, l'assassino più vicino a loro sgusciò attraverso la finestra. Un sonoro clangore di spade. Scrimlock s'inumidì le labbra secche. «È armata. Che dio ci aiuti, si sta difendendo con la spada.» «No», replicò l'adepto. «Le scale della torre di Barraby e i passaggi interni sono stretti. Combattere lì dentro sarebbe pericoloso. Hai soltanto sentito sbattere sulla pietra la spada di una Spina. Lei è ancora disarmata.» «Non capisco.» Il prete diede un'altra occhiata ai corpi ammucchiati da una parte. «Devono esserci armi abbandonate, là dentro. Non potete averle recuperate tutte. Perché non le usa per difendersi?» Un urlo, seguito da una terrificante risata. A Scrimlock venne la nausea. Sia l'urlo sia la risata sembravano venire dalla medesima gola. «Siamo convinti che voglia essere sconfitta», disse l'assassino. «Ma non ha senso. Lei...» Fu distratto da un rumore che veniva dall'alto, e levò lo sguardo appena in tempo per vedere un corpo forzato attraverso la stretta finestra della torre. Si sentirono scricchiolare le ossa, poi il corpo precipitò, andando a colpire una delle catene. Braccia e gambe si avvolsero attorno agli anelli massicci e, per la durata di una pulsazione, il corpo rimase appeso, a ciondolare come una bambola di pezza. Riprese a scivolare e andò a sbattere sulla catena sottostante, dove rimase impigliato, per poi accartocciarsi a terra. Le catene si tesero e vibrarono. Altri quattro assassini 9
si erano radunati fuori dalla finestra della torre, appesi ai chiodi e ai ganci del muro che sostenevano le catene. Altri ancora si stavano arrampicando dal basso. La Spina più vicina alla finestra, una sagoma snella, si infilò dentro, facendosi precedere dalla sua spada. Gridò verso il basso: «È ferita. Sta...» Un gemito, a metà fra tormento e rabbia, penetrò nel cuore di Scrimlock, subito seguito da singhiozzi come di un bambino spaventato e quindi da un urlo infernale. Il corpo martoriato e sanguinante dell'assassino riapparve alla finestra e volò per tre o quattro metri prima che il collo rimanesse incastrato in una delle grosse punte che sporgevano dalla torre. Una terza Spina sbirciò all'interno attraverso la finestra. «Sta scendendo.» «Come?» Il presbitero Scrimlock si ritrasse dalla porta. «Dobbiamo andarcene da qui. Presto, subito, dobbiamo...» «Non potrà scappare da questa porta», disse l'adepto. «Niente può sfondarla.» I sandali di Scrimlock scivolarono sui ciottoli coperti di sangue. La lanterna vacillò, quasi si spense, riprese a brillare. Le ombre si infittirono e gli danzarono attorno. Sopra di loro, le Spine si stavano infilando dentro la finestra: tre, sei, otto. «Adesso morirà», annunciò l'adepto con voce atona. Bum. Qualcosa aveva colpito la porta dall'interno, con la forza di un ariete. Dalle spesse travature si levò una nuvola di polvere, e l'adepto della Spina spinse contro il paletto. «Andiamocene», disse Scrimlock. «Lasciatela in pace, ti prego. Questa è la sua notte.» «La sua ultima notte», precisò l'adepto. Bum. Il paletto sussultò. Il legno si scheggiò con uno scricchiolio. L'adepto arretrò di scatto, poi avanzò di nuovo per gettarsi con tutto il proprio peso a sostegno della porta. Scrimlock si guardò attorno, cercando la via di fuga più sicura. Ansimò: «Non terrà. Lei...» All'interno della torre risuonò un clangore metallico: rumori netti, furiosi, come un macellaio esperto che taglia la carne a colpi di mannaia. Gli assassini avevano raggiunto il lato interno della porta. Un altro urlo. Colpi di lame contro la pietra in rapida successione. 10
Scrimlock si tappò le orecchie con i pugni e cadde in ginocchio. Tremava. Si mise a pregare. «Mio signore Ulcis, metti fine a tutto questo, ti prego. Concedi la vittoria ai tuoi servitori. Fa' che la porta resista. Risparmia queste anime dal Labirinto, risparmiaci tutti. Abbi pietà di me, abbi pietà di me.» Silenzio. «È finita.» L'adepto si allontanò dal paletto. Bum. La porta della torre esplose verso l'esterno, le enormi tavole si frantumarono come assicelle fradicie. Il paletto si spaccò da una parte. L'adepto fu scaraventato lontano e andò a sbattere contro una catena, ma Scrimlock, stupefatto, notò che aveva sguainato la spada e si stava già rialzando. Poi il presbitero guardò verso lo squarcio dov'era stata la porta della torre. C'era qualcosa, un'ombra più scura delle ombre circostanti. «Eccola», sibilò. L'angelo uscì sulla strada, piccola e snella e con gli abiti di cuoio antico chiazzati di muffa. Le ali della creatura risplendevano oscure, come una scia di fumo alle sue spalle. Il suo volto era un ammasso di cicatrici. Più cicatrici di quante ne avrebbe potute provocare quel combattimento con la Spina, più cicatrici di quante ne avrebbero potute provocare mille battaglie. Il sangue le imbrattava braccia e mani, anch'esse coperte di cicatrici, e gli occhi avevano il colore delle nubi di tempesta. Portava nastri e fiori tra i capelli flosci e ingarbugliati. Aveva cercato di farsi bella. Era disarmata. Scrimlock, ancora in ginocchio, disse: «Ti prego». Un angolo delle labbra dell'angelo si contrasse. «Corri.» Il presbitero lottò per rimettersi in piedi e schizzò via. Con tutta la velocità consentitagli dalle gambe di piombo inciampò e zigzagò fra le catene. Attorno a lui, le Spine scivolavano a terra silenziose, i volti pallidi e privi di espressione, le lame bianche di luce delle stelle. Convergevano sull'angelo. Scrimlock non si trattenne per assistere al massacro. Si liberò dal viluppo di catene e corse, e corse ancora; lontano dal fragore della battaglia, lontano dalle urla di dolore e di tormento; lontano dall'empia risata. E lontano dalle Spine, che morivano senza emettere suono. 11
DUEMILA ANNI DOPO
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PARTE PRIMA MENZOGNE
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1 DILL
Il crepuscolo sorprese la città di Deepgate pesantemente adagiata sulle sue catene. Case e stamberghe si abbandonavano sulle intricate ragnatele di ferro, tetti e camini oscillavano sulle stradine sinuose. Le catene si tendevano e si allentavano attorno a vie lastricate e giardini pensili. Torri in rovina si piegavano sui tetri cortili, come a prendere atto della rispettiva decadenza. Labirinti di vicoli affondavano nelle pozze di oscurità crescente; il tutto cucito assieme da innumerevoli ponti e passerelle che ondeggiavano, gemevano, scricchiolavano. Piangevano. Con lo svanire del giorno, la città sembrò sospirare. Una brezza si levò dall'abisso attraverso la massa sommersa di ferro e pietra, si riversò sul collare di rocce attorno a Deepgate e fischiò attraverso le barriere arrugginite e semisepolte nella sabbia. Turbini di polvere si levarono dalle lontane Sabbiemorte e danzarono selvaggiamente sotto il cielo che si andava oscurando, prima di dissolversi nel nulla. I lampionai avanzavano per le strade, trasformando a poco a poco la città in una coppa di stelle. Le lanterne ondeggiavano e affondavano in cima alle lunghe aste, gli stoppini si accendevano e le lampade a petrolio cominciavano a risplendere. Dal quartiere conosciuto col nome di Lega dei Cordai, appena sotto il bordo dell'abisso, attraverso il Dedalo degli Operai e giù fino a Lilley e ai vicoli di Bridgeview, le luci ammiccavano nel fitto delle catene. Catene che ingombravano le strade, avvolgevano le case o le trafiggevano, collegavano, connettevano, intessevano intelaiature per le abitazioni dove i fedeli attendevano la morte. Per tutta la città, i rumori annunciavano ormai il calare della notte: imposte serrate e sbarrate con tonfi e schianti; porte inchiavardate e rinforzate; lucchetti che scattavano. Le grate che si chiudevano fragorosamente sulle bocche dei camini risuonavano in lontananza per tutti i quartieri, Poi il silenzio. Ben presto non si sentì altro che l'eco dei passi dei lampionai, ora affrettati, che si ritiravano nei vicoli scuri attorno al tempio. Il tempio di Ulcis si ergeva orgoglioso dal cuore di Deepgate, nero co14
me uno squarcio nel cielo rosso sangue. Dalle mura risplendevano le vetrate decorate, e i corvi turbinavano tra le guglie e i pinnacoli. Orridi doccioni affollavano vertiginosi posatoi sugli archi rampanti, sulle balconate e sui coronamenti merlati. Legioni di creature dalle ali di pietra montavano la guardia con lo sguardo fisso oltre l'intricata città, verso le Sabbiemorte: ghignanti, maligne, furiose. Quasi sperduta tra quelle vertiginose altezze, dalle tenebre si levava una guglia più bassa e spuntata, rivestita d'edera che saliva a ricoprire un lato della balconata e le inanellava la cima. Soltanto una cuspide aguzza d'ardesia svettava libera dalla vegetazione, e risplendeva un po' sghemba nella luce calante. Una banderuola arrugginita ruotava cigolando, come se non sapesse bene dove puntare. Aggrappato alla banderuola c'era un ragazzo. Si avvinghiava al metallo con le sottili braccia bianche. Dietro le orecchie, i capelli gli si agitavano nel vento e la camicia da notte sventolava e sbatteva come una bandiera lacera. Rimase aggrappato a lungo, tutto gomiti e ginocchia, a ruotare regolarmente assieme alla banderuola e a osservare il panorama con rapide occhiate nervose. Aveva i piedi gelati, ed era sudicio. Però Dill era felice. Si sollevò con cautela, mentre la barra Nord-Sud gli si piegava sotto i piedi nudi e gemeva per lo sforzo. Un po' di ruggine si sbriciolò precipitando sulle lastre d'ardesia sottostanti. Uno stormo di corvi gli volteggiò attorno gracchiando, poi spiegò il volo in alto, sparpagliandosi fra i doccioni e le vetrate. Dill li guardò allontanarsi e sorrise da un roseo orecchio all'altro. Solo. Respirò a fondo, con avidità, e poi ancora, quindi spiegò le ali e lasciò che l'aria si raccogliesse sotto le penne. Irrigidì i muscoli della schiena e il sangue gli scorse nelle vene fino alle ali distese. Il vento lo sostenne, lo strattonò come per gioco, sfidandolo a lasciarsi andare. Si sporse gettando all'indietro la testa, gli occhi che brillavano. La banderuola lo fece girare come una giostra. Una corrente ascensionale si gonfiò sotto di lui. Fletté le ali, le allargò e si lasciò sollevare. I suoi piedi si staccarono dal sostegno e lui rise. Qualcuno fischiò. Una figura curva e incappucciata a una finestra, che teneva sollevata una lanterna gialla. 15
Dill annaspò per stringere di nuovo la banderuola al petto ansimante, ripiegò strette le ali e si acquattò, col cuore che batteva all'impazzata. La figura indugiò un momento, l'ombra del cappuccio che si allungava come un artiglio sul ripido tetto inclinato del tempio. Poi abbassò la lanterna e si allontanò. Dill osservò l'ombra del prete che passava rapida dietro la vetrata, poi la finestra tornò buia. Rimase aggrappato lassù a rabbrividire per cento battiti di cuore. Per quanto tempo il prete era rimasto a guardarlo? Cosa aveva visto? Era passato di là per caso, o era rimasto nascosto nella stanza ad aspettare, osservare, spiare? E avrebbe fatto rapporto su Dill? Il reticolo di cicatrici sulla sua schiena suggeriva che lo avrebbe fatto di certo. Non volavo. Non stavo per mettermi a volare. Aveva solo spiegato le ali per prendere aria. Tutto lì. Quello non era proibito. Ancora tremante, Dill scese dalla banderuola e si acquattò sul cono coperto di muschio in cui culminavano le lastre d'ardesia. Di colpo gli sembrò che ci fossero osservatori in agguato dietro ogni finestra, volti incappucciati che lo scrutavano da ogni direzione, labbra nascoste che sussurravano menzogne destinate al presbitero stesso. Dill si sentì avvampare. Strappò un pezzetto di muschio e finse di studiarlo con attenzione, se lo strofinò sul palmo senza nemmeno sentirne la consistenza, lo esaminò senza vederlo. Quando lo lasciò andare, il vento lo trascinò via sopra Deepgate. Si diceva che un tempo si potesse stare in piedi sull'orlo dell'abisso e scrutare nelle tenebre sotto la città senza nient'altro che le catene d'ancoraggio a separare dalle profondità insondabili. Con un cannocchiale, forse, si sarebbero potuti vedere i fantasmi sul fondo. Ma ormai non era più così. Le grandi catene erano ancora laggiù, da qualche parte, nascoste sotto la città che cento generazioni di pellegrini avevano costruito. Ma col tempo catene secondarie, cavi, corde, sbarre e travi erano cresciuti come radici tra quegli antichi anelli. Nuovi edifici erano stati innalzati o ancorati, collegati da ponti e passerelle sospesi, finché Deepgate non aveva soffocato le sue stesse fondamenta. Dill sollevò un piede calloso e lo sbatté a terra. Una tegola gli si frantumò sotto il tallone. Ne raccolse un frammento grande quanto un pugno e prese lo slancio per scagliarlo contro la finestra. Ma si fermò in tempo. Le 16
finestre erano antiche, antiche forse quanto il tempio e le catene di fondazione. Antiche quanto la tegola del tetto che aveva appena spezzato, pensò contrito. Gettò allora il pezzo d'ardesia nel tramonto e rimase in ascolto per sentire se esso avrebbe colpito qualcosa prima di scomparire nell'abisso sotto la città. In lontananza, uno schianto di vetri infranti. Si lasciò cadere all'indietro, senza badare alle penne che gli restavano schiacciate sotto la schiena, e puntò lo sguardo oltre le strade ammiccanti di luci, dove le Sabbiemorte si stendevano fino all'orizzonte come seta gualcita. A occidente torreggiavano nubi temporalesche viola bordate d'oro, mentre a oriente le Condotte dell'Alba serpeggiavano nel deserto: un'increspatura argentea nel cielo catturò la sua attenzione. Si rizzò a sedere. Un'aeronave stava svuotando le nervature per la discesa, scaricava aria calda dalle strisce di tela che circondavano l'involucro del gas ascensionale. Virando mentre scendeva, mosse pesantemente verso il pilone d'attracco di Deepgate, abbandonando la carovana che aveva scortato dalle città fluviali. La carovana proseguì il proprio tragitto tra le condotte per l'acqua e quelle di scarico, mentre i cammelli sollevavano sbuffi di sabbia. Dietro i mercanti arrancava una fila di pellegrini in ceppi, tra due file di guardie missionarie a cavallo. «Ci vediamo domani», mormorò Dill ai pellegrini, senza pensare di rivederli davvero. Ci sarebbe voluto qualche giorno prima che morissero. L'oscurità dilagava nel cielo, trafitta dalle prime stelle notturne. Si lasciò allora scivolare lungo il tetto inclinato fino a urtare la gronda con un tonfo e un arruffio di piume. Un graticcio in rovina e ricoperto d'edera forniva una precaria scala rugginosa per raggiungere la sua balconata. Quando finalmente poggiò i piedi sulla solida pietra, tremava più che mai. Non appena dentro tirò tutti e quattro i paletti della porta della terrazza, e poi controllò che fossero ben chiusi anche i catenacci della finestra. Il fuoco si stava estinguendo, e ombre profonde infestavano gli angoli della sua stanza. Dill aggiunse altro carbone, e si inginocchiò poi davanti al camino per sistemarlo meglio con l'attizzatoio. Il fuoco scoppiettò e divampò brevemente, emanando ondate di calore. Scintille arancioni risalirono a spirale la canna fumaria, le braci crepitarono e ricaddero. Scrollò l'attizzatoio battendolo contro i denti metallici del parafuoco e lo riappese al suo gancio. Quindi tirò fuori da una cassa una bracciata di candele del tempio e le disseminò lungo le pareti della sua cella, accendendole a una a una con 17
un tizzone preso dal fuoco prima di piazzarle sul mozzicone residuo del giorno prima, da dove avrebbero tenuto a bada la notte. Compiuta la sua opera, sollevò lo sguardo verso la cappa del camino, verso la spada. La sua spada. Si precipitò sull'arma e la staccò dal sostegno. Le sue dita sudicie riuscivano a stento a contenere l'elsa rivestita di pelle, ma non gli importava. L'indomani l'avrebbe portata comunque. La luce delle fiamme inondò la lama e il guardamano. Abbassò la spada e la sollevò di nuovo, saggiandone il peso rassicurante. Era ancora troppo grande per lui, troppo pesante, ma Dill arretrò di un passo, fece un affondo e alzò contemporaneamente l'altra mano nel modo in cui immaginava facessero tutti i grandi spadaccini. La spalla della camicia da notte gli scivolò oltre il gomito e la punta della spada vacillò. Gli ci volle un attimo per riprodurre la sua espressione più minacciosa. Le labbra scesero a coprire i denti irregolari, sporse il mento in fuori e allargò le ali. «Hai paura?» chiese alla parete. Aggrottò la fronte e fece sibilare la spada una volta, due volte. «Temi quest'arma? O colui che la brandisce?» Inarcò un sopracciglio. «Il mio nome?» Sbuffò ripulendosi la mano sudicia sulla camicia da notte. «Non ha importanza. Sono arconte della Chiesa di Ulcis, Custode del Raccoglitore d'Anime.» Esitò, riflettendo. «Della stirpe mortale del suo araldo Callis.» Suonava bene. Nella sua immaginazione, un esercito di infedeli avanzava battendo l'elsa delle spade sugli scudi. Gridarono con voci incrinate dalla paura: Un solo arconte contro cento guerrieri. «Cento?» sghignazzò Dill. «Ecco allora perché tremate.» Con una rotazione del polso fece ruotare la spada sul suo asse come un'elica... ... e l'agguantò dalla parte sbagliata della guardia, quella tagliente. «Palle fritte!» La spada cadde a terra di schianto. L'elsa fece schizzare una scheggia dal pavimento, ma il segno che lasciò era minuscolo, quasi invisibile in mezzo agli altri. Dill si succhiò il dito e poi lo esaminò. Il graffio, come tutti quelli che 18
l'avevano preceduto, non era niente di serio. Anche perché i preti non avevano mai affilato la lama per l'intera durata della sua esistenza, e lui sapeva perché. Raccolse la spada e la riappese malamente al muro, accoccolandosi poi davanti al camino. Stirpe mortale del suo araldo Callis. Stavolta riuscì a non fissare lo sguardo sulla spada, giusto un'occhiata veloce. Si abbracciò le ginocchia e si dondolò avanti e indietro, fissando le correnti di calore fra le braci, pensieroso. Le tenebre si infittirono fuori della sua cella. Si levò il vento, che prese a sussurrare oltre la finestra e attizzò le fiamme nel camino. Solo una volta lo sguardo di Dill saettò verso la spada. Storse la bocca e si strinse più forte le ginocchia. L'indomani l'avrebbe portata... Dill imprecò, schizzò in piedi e liberò di nuovo la spada dal sostegno. Erano sei anni ormai che la possedeva, quasi metà della sua vita. Ormai avrebbe dovuto essere capace di usarla. I preti avevano detto che era grande abbastanza. Era una buona spada, avevano detto. Ruotò su se stesso, spiegò di colpo le ali e si rivolse di nuovo alla parete: «Hai paura?» Stavolta non c'era l'esercito di infedeli: nient'altro che le fredde pietre del tempio a separare Dill dal cielo notturno. Mulinò la spada avanti e indietro, tracciando archi minacciosi. «Hai paura?» Fendente. «Hai paura?» Affondo. «Hai paura?» Con un balzo infilzò la spada nella parete. La punta della lama affondò un paio di centimetri fra le pietre, sbriciolando la malta. La guardia gli vibrò dolorosamente contro il pugno. Con un sussulto, Dill lasciò cadere l'arma un'altra volta. Si premette la mano dolente sotto l'ascella e cadde in ginocchio accanto alla spada. «Perché hai paura?» chiese, stavolta a se stesso. Perché aveva paura? Essere al servizio della Chiesa era un privilegio, un onore. Custode delle Anime, una posizione di tutto rispetto. Non avevano forse ricoperto lo stesso incarico anche i suoi progenitori? Suo padre Gaine? Ma loro erano stati arconti guerrieri, addestrati assieme alla Spina, per conto della Chiesa avevano sorvolato le estreme distese delle Sabbiemorte, avevano combattuto contro gli Heshette e conficcato a forza la volontà di Ulcis fin nelle viscere delle roccaforti pagane. Mentre Dill... Sollevò la spada con entrambe le mani sudicie. 19
Chi sono? Un angelo che legge sui libri le imprese dei suoi avi, che passa un giorno dopo l'altro sul suo terrazzo a guardare le aeronavi che ritornano dalle città fluviali, dal delta del Coyle, dagli insediamenti dei briganti dove un tempo gli arconti guerrieri hanno combattuto e sono morti. Posti che lui non avrebbe mai visto. Ormai a solcare il cielo erano le navi da guerra e quelle della chiesa, e il posto di un angelo era lì a Deepgate, fra le catene. Mentre l'armatura di suo padre arrugginiva sotto chiave in un deposito nelle viscere del tempio, l'edera era cresciuta incontrollabile attorno alla guglia di Dill. La polvere aveva oscurato le vetrate colorate delle vecchie finestre. Ormai i ragni si erano insediati nell'intrico dei travicelli del soffitto e le loro ragnatele ne foderavano il legno. L'umidità risaliva strisciando dalla tromba delle scale e saturava le camere sottostanti, piene soltanto di fango e di lumache. Dill era nato troppo tardi. Eppure gli avevano dato lo stesso una spada, e ciò doveva pur significare qualcosa. O no? Dei colpi alla porta lo fecero sussultare. Si rimise in piedi alla svelta e riappese la spada al suo sostegno, con le mani si spazzolò il sudiciume dalla camicia da notte facendolo penetrare ancora più a fondo, e si avviò ad aprire. Il presbitero Sypes ansimava ancora per la salita. Il vecchio prete era affogato in una tonaca nera che si confondeva con l'oscurità della tromba delle scale. Si vedevano soltanto la testa e le mani: la testa tentennava come un osso allentato nella sua articolazione e le mani si aggrappavano al bastone saldamente piantato sul pavimento di pietra. «Novecentoundici scalini, li ho contati», esordì. Per un attimo Dill lo fissò sbigottito. Poi balbettò: «Vostra grazia, non mi aspettavo... voglio dire, non credevo...» «Non ne dubito», borbottò il presbitero. «Mi sembra di aver continuato ad arrampicarmi fino da stamani dopo colazione.» Zoppicò nella cella, la veste che spazzava il pavimento, e aggrottò la fronte. «Ecco dove finiscono tutte le candele del tempio. Questo posto sembra il Sanctum.» Gli porse un involto sgualcito, legato con una corda. «Ecco i tuoi vestiti, ma ti toccherà piegarli di nuovo; mi sono caduti due volte.» «La prego, signore, si sieda.» Dill trascinò uno sgabello accanto al fuoco. 20
Il presbitero guardò il minuscolo sgabello. «Sarebbe il colpo di grazia, temo. Le mie ossa stanno ancora salendo le scale. No, mi riposerò qui vicino alla finestra finché non avranno capito che sono finalmente arrivato.» Raccolse le pieghe della tonaca e si appollaiò sul davanzale della finestra, le mani poggiate al pomo d'argento del bastone. «Allora?» Dill giocherellò con l'involto che stringeva al petto. «Ho detto: allora?» Dill esitò. «Non vedo l'ora», disse abbassando lo sguardo. «Ne sei certo?» Dill annuì. «Non sei nervoso?» Dill scosse il capo. «Davvero?» Gli occhi del vecchio si strinsero. «Bene.» Cadde un lungo silenzio. Le braci si agitavano fra le fiamme. Dill risollevò lo sguardo. La spada era ancora lassù, splendeva debolmente alla luce delle candele. «La spada di Callis», osservò il presbitero. Dill le diede un'altra rapida occhiata, e quando si voltò teneva il capo ancora più basso. Lo sguardo del presbitero percorse la cella, soffermandosi appena sulle mattonelle scheggiate, sullo sgabello di Dill, sulla cassa delle candele, sul secchio pieno di lumache e sul materasso. Non restava nient'altro su cui fermare l'attenzione. Mosse le mani sul pomo del bastone. «Bene...» «Grazie per avermi portato i vestiti», lo interruppe Dill. Il presbitero Sypes tossicchiò. «Dovevo comunque salire, per andare al mio osservatorio. E volevo augurarti buona fortuna per il gran giorno.» La cella di Dill non era di strada per l'osservatorio. Non era di strada per nessun posto. «Le sono grato, vostra grazia.» «Non sei nervoso?» «No.» Il presbitero si morse le labbra, come se lottasse contro qualcosa. Alla fine disse: «Sei stato di nuovo sul tetto, vero?» Dill arretrò. «Io...» «Certi preti che non hanno di meglio da fare che spiare e sparlare...» Il volto del presbitero si raggrinzì. «Non farò nomi.» Le rughe si accentuarono. «È stato Borelock, quel pallido leccapiedi. Sempre a strisciare nell'om21
bra peggio di un maledetto sabotatore Heshette, a osservare tutto, nemmeno fossero affari suoi. Se non altro è venuto da me, stavolta...» La sua voce si spense. «Però non posso certo dirti che approvo», aggiunse infine. «Buona parte dei tetti del tempio sta marcendo.» Col bastone colpì il davanzale della finestra. «È, pericoloso. Non voglio che cadi e ti rompi l'osso del collo.» Dill sbirciò il presbitero di nascosto, ma non scorse traccia di ambiguità. «Non succederà più», disse, e in quel momento ne era anche convinto. Sentì tirare le cicatrici delle frustate sulla schiena, a ricordargli che non sempre Borelock aveva riferito le sue scoperte al presbitero. Sypes stava esaminando il davanzale, come aspettandosi che la pietra si sbriciolasse sotto i suoi occhi. «Fa' molta attenzione. Il tempio non tollera errori stupidi. È pericoloso, capisci?» Una folata di vento scosse i vetri della finestra nelle loro impiombature e ululò nella canna fumaria. La fiamma crepitò ondeggiando e la cera colò dalle candele. Dill sentiva che fuori dalla cella la notte si stringeva su di loro, una pressione che spingeva dietro i vetri, alla ricerca di una via d'accesso. Deglutì, annuendo velocemente. Il presbitero risucchiò le guance e le rilassò. «Meglio che vada», borbottò. «Ho troppe scartoffie che mi aspettano per perdere altro tempo quassù.» Si rimise in piedi alquanto malfermo, lo sguardo già concentrato dentro di sé sui doveri che l'attendevano. «Il potere si muove all'interno della nobiltà», mormorò. «Commercio, scienze, censo, conti, tutto. Le forniture, i conti da pagare, le tasse, le paghe, le storie, le ricette, perfino... aah!... la poesia.» Incurvò le spalle. «Non finisce mai. Il Codice continua a crescere, i pilastri della biblioteca del tempio sono carichi di libri, pieni da scoppiare, e io sono sepolto sotto pagine e pagine che ancora devono essere aggiunte. Non c'è posto per metterci tutto. Quanto ci vuole a costruire una nuova colonna d'archivio, eh? Il capomastro ci lavora da mesi, ormai, da mesi.» Si guardò attorno. «Tu l'hai già conosciuto? Il capomastro?» «No, vostra grazia.» «Lo immaginavo. Mi sa che è morto. Oppure si è gettato nell'abisso.» Sospirò. «Ci sono pazzi che ancora lo fanno. Basta un po' di duro lavoro e si buttano, spariscono, scivolano giù fra le catene come infedeli. Come se Ulcis accettasse cadaveri non consacrati!» Si strofinò gli occhi. «Non lo so, Dill, non so proprio come andrà a finire.» A Dill sembrava che il presbitero invecchiasse di dieci anni per ognuno 22
che ne trascorreva. Le sue dita erano rovinate, macchiate d'inchiostro, incurvate come artigli, come se reggesse sempre il suo calamo. Ma continuava a lottare, un anno dopo l'altro, a collezionare, ordinare, rilegare tutta la documentazione della città, a riempire un pilastro della biblioteca dopo l'altro con libri che nessuno avrebbe mai letto. Finché non ne morirà. A schiena curva il vecchio prete attraversò la stanza strascicando i piedi. «Che dio mi aiuti. Se lo scopro in agguato laggiù in fondo a confabulare con i morti, gli torco il collo. Non intendo tollerare loschi traffici nel mio tempio, o sotto di esso. Nessun traffico. Non sopporterò le loro stupidaggini.» Dill si affrettò verso la porta. «Qualcuno dovrebbe tenerli d'occhio», disse il presbitero percuotendo il pavimento col bastone. «Assicurarsi che non stiano macchinando qualcosa di poco piacevole. Senti questo maledetto vento. Ci giurerei che sono loro. Ascolta: i morti si lamentano più dei vivi. Sono irrequieti, sono sempre così prima della cerimonia.» Si fermò sul pianerottolo, e la sua espressione si addolcì. «Non sei nervoso, Dill?» «No, vostra grazia.» «Bravo ragazzo.» Il presbitero Sypes gli strizzò una spalla e poi la lasciò. «Per domani...» Sembrava a disagio. «Il tuo sovrintendente passerà a prenderti in tempo per la campana della lamentazione. La tua istruzione comincerà subito dopo la cerimonia.» Dill se l'era aspettato. John Reed Burrsong era stato sovrintendente di suo padre, e del fratello maggiore di suo padre, lo zio Sewender. Soldato e studioso rispettato, Burrsong istruiva gli arconti della Chiesa da più di cinquant'anni. Dill aveva otto o nove anni quando aveva visto il vecchio sovrintendente per l'ultima volta, e già allora Burrsong gli era sembrato centenario, per quanto solido come una vecchia armatura e ancora capace di tener testa con la sua grande spada di ferro a uomini con la metà dei suoi anni. «È così che dev'essere», disse il presbitero. «La tua spada. Devi sapere come usarla, giusto? E ci sono anche altre cose: i veleni, il decoro, e la diplomazia.» Attese una sua conferma. «Sì, vostra grazia.» «Il sovrintendente saprà spiegarti tutto molto meglio di me. Sii pronto 23
domattina. Andrete d'accordo, dovrete andare d'accordo per forza. È un esserino piccolo e grazioso, se non badi troppo a quello sguardo tormentato. Tu non ci baderai, vero?» Dill dissimulò la sorpresa. Evidentemente il presbitero si era smarrito in uno dei suoi pensieri, era scivolato in qualche altra conversazione. Nemmeno col più spericolato sforzo d'immaginazione si sarebbe potuto descrivere John Reed Burrsong come piccolo e grazioso, e nemmeno come un esserino. «No, vostra grazia.» Di colpo il vecchio sembrò riprendere vita. «Sono proprio contento che abbiamo fatto due chiacchiere.» Gli voltò velocemente le spalle. «In bocca al lupo per domani.» Gli scalini di pietra s'inabissavano a spirale nelle tenebre. Il vento fischiava dalle finestre in frantumi e dagli anfratti dei piani inferiori. «Vuole che l'accompagni giù?» chiese Dill titubante, combattuto fra il senso del dovere e la paura di calarsi in quel buio spaventoso. Si avvicinò al primo scalino. Il presbitero Sypes avrebbe potuto inciampare, farsi del male nell'oscurità. Magari qualcuna delle torce più in basso si era spenta. Il vecchio prete lo osservò per un momento, poi appoggiò una mano sulla superficie scabra del muro e scese il primo gradino. «Non importa, non importa. Torna davanti al fuoco, ragazzo. Restano soltanto novecentodieci scalini.» Dill esitò. Dall'involto che ancora stringeva al petto scivolò uno stivale. Si chinò per raccoglierlo e lasciò cadere il resto degli abiti, da quanto gli tremavano le mani. «Novecentonove.» Il presbitero gli indirizzò un sorriso stiracchiato mentre gli faceva segno col bastone di allontanarsi. «Novecentootto!» Il giovane angelo ricompose il fagotto e tornò nella sua cella. Controllò per l'ultima volta le serrature e la finestra assicurandosi che fosse tutto a posto, e per un attimo considerò la possibilità di accendere altre candele. La notte era appena cominciata, e la cella era piena di spifferi. Se davvero i morti sotto la città erano irrequieti, qualche candela avrebbe potuto spegnersi.
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2 MR. NETTLE
La portava con la disinvoltura di chi è abituato a trovare la strada nelle tenebre. Le tavole di legno scricchiolavano sotto i suoi passi; le corde gemevano e cigolavano, la passerella sussultava e dondolava verso le baracche che la fiancheggiavano. Quelli che ci abitavano lo chiamavano vicolo delle Querce, ma in tutto quel posto non c'era una sola dannata scheggia di quercia. Più facile che ci fossero legno pressato e lamiera. Mr. Nettle abbassò una spalla per evitare che il sudario della figlia si impigliasse in una lamiera penzolante. Quando si chinò, le assi si chinarono con lui, facendo sobbalzare le passerelle che univano il corridoio centrale alla soglia delle singole case, come altrettante lingue. Le baracche erano sospese immobili sulle tenebre, quietamente contorte sui sostegni di canapa. In alto, sopra la sua testa, una torcia sgocciolava nel suo supporto annerito, sputacchiando catrame. Ombre gigantesche gli danzavano attorno mentre passava. Mr. Nettle sollevò la bottiglia e ingollò un'altra sorsata, asciugandosi poi la bocca col dorso della mano, e tornò a concentrarsi sul ritmo dei propri passi. Il cappuccio gli grattava la pelle. Tutta quella stramaledetta veste grattava. La tela grezza da sacco gli irritava i polsi come una gogna, e lo faceva sudare nonostante il freddo. Nella Lega dei Cordai le voci si diffondevano più veloci di un'epidemia, e le menzogne che aveva borbottato per spiegare la morte di Abigail non avevano fatto altro che alimentare quelle voci. Incapace di nascondere il pallore e le ferite della sua figliola morta, aveva mandato via le prefiche venute a bussare alla sua porta, e da solo aveva lavato e avvolto nel sudario il corpo. Nessuna veglia, niente bevute di birra. Le voci dapprima incuriosite si erano presto fatte rabbiose e spaventate. Per evitare gli sguardi penetranti dei vicini aveva calcolato di consegnarla in piena notte, quando le strade erano tranquille come l'abisso che sbadigliava sotto di esse. Vicolo delle Querce s'inabissava per passare sotto le catene del crocevia di Tummel, che prendeva nome dall'incollatore che aveva combattuto ed era morto ad Acquamarcia, e dopo il crocevia si innalzava di nuovo più ri25
pido. Mr. Nettle si cacciò la bottiglia sotto un'ascella e si aiutò con la corda per issarsi a forza di braccia sulle assi scivolose. Raggiunta la cima, si rese conto dell'inutilità delle sue pretese di segretezza. La Taverna della Fregatura era sospesa a una catena di sostegno a poco più di due metri dalla passerella. Ammaccata, panciuta, di metallo rivettato e col fumo che ne eruttava, non aveva perso nulla del fascino della sua primitiva funzione di caldaia per il catrame. Dalla botola che si apriva sul tetto della taverna provenivano violente risate. Fuori c'erano quattro uomini. Un tizio nerboruto con la faccia da tagliaborse ingombrava il passaggio principale scuotendo le funi corrimano mentre un altro, più secco, risaliva ondeggiando la passerella della taverna per raggiungerlo. Gli altri due erano accovacciati fra le cortine di catene che circondavano la porta, e si dividevano il fumo di un vecchio narghilè di latta. Delinquenti, tutti quanti, che si voltarono al sopraggiungere di Mr. Nettle. I ghigni da ubriachi sparirono. Il tagliaborse mollò le funi corrimano. Uno dei fumatori disse con un filo di voce: «E questo dove crede di andare, con quella roba?» «È quel grosso razziatore che sta giù alle Tane», rispose il tizio sulla passerella. «Con la ragazza tagliuzzata.» Il tagliaborse abbassò la testa e le ombre sotto i suoi occhi si accentuarono. Fece un passo verso Mr. Nettle, spavaldo come se fosse il padrone della strada. «Lascialo alle guardie del tempio», disse il fumatore. «Quello non ragiona. O è ubriaco o è impazzito dal dolore.» «Non ha nessun diritto di portare quella cosa al tempio», replicò il tagliaborse. Mr. Nettle strinse la presa su Abigail e lo spinse di lato per superarlo. Le tavole ondeggiarono. Vacillando, l'altro si aggrappò al corrimano per sostenersi. «Credi davvero che faranno entrare quella cosa?» gli urlò dietro. «Credi che non se ne accorgeranno?» «Può anche darsi che qualcuno vada a raccontarglielo prima», disse l'uomo sulla passerella. «Fai prima a seppellirla nelle Sabbiemorte, così ti risparmi la camminata.» Mr. Nettle calciò via l'asse che lo sosteneva. L'uomo gettò il gomito oltre la fune corrimano. La canapa gemette e si tese pericolosamente ma tenne, lasciandolo sospeso sull'abisso. I fumatori scoppiarono a ridere. 26
Mr. Nettle grugnì. Per la miseria, se era ubriaco. Quando gli uomini furono fuori vista, si aggiustò meglio sulla spalla il cadavere di Abigail. Il cuore gli batteva forte, quasi dolorosamente. Rimase a lungo a fissare il terreno senza vederlo. Come avrebbe reagito Abigail al suo pessimo umore? Quante volte si era incupita e accigliata, si era intristita e aveva pianto e lo aveva scrollato per spezzare il silenzio con cui lui reagiva alle sue crisi? Lui non si era mai infuriato, non aveva mai alzato la mano su di lei come avrebbero fatto altri padri. Si limitava a starsene seduto a osservarla attraverso il suo whisky, quasi tranquillo. La bottiglia era fredda nella sua mano. Ne buttò giù un altro sorso. Dopo un po' la strada lo condusse al margine del Dedalo degli Operai, dove la massa disordinata di capanne e passerelle di legno lambiva le mura degli edifici di pietra. Il ghiaccio incrostava i ciottoli e le pietre della via dei Carbonai, una stretta fessura che condusse il razziatore nel quartiere del Pozzo della Cappella. La nebbia aleggiava sul terreno e si insinuava tra le falde della sua veste da lutto, risalendogli fino alle ginocchia. Mancavano forse quattro ore all'alba: il tempo stringeva. Bevve a lungo, assaporando il fuoco che gli invadeva la gola. La mutilazione non poteva essere una risposta. Non per la sua figliola. Coloro che consegnavano alle lame i propri morti erano peggio dei delinquenti, dei ladri e dei tagliagole. Peggio degli infedeli. Eppure, che altra scelta aveva? Se voleva salvarla? Sotto la veste, la scure gli pesava alla cintura. La via dei Carbonai si restringeva mentre lui si addentrava nel Dedalo, e la nebbia pareva pressata in una stretta vena umida. Superò la Locanda della Caldaia, sbarrata e silenziosa, e seguì la lunga curva che la strada disegnava attorno al mercato del pesce. Un po' di fumo si levava tra le grate serrate. Socchiuse gli occhi e proseguì, augurandosi che l'odore non impregnasse il sudario. Oltre il mercato del pesce gli edifici si fecero più grandi, sporgenti sopra la strada. In certi punti i piani superiori arrivavano quasi ad appoggiarsi al palazzo di fronte come lottatori esausti, e i passi di Mr. Nettle echeggiavano nella tenebra più completa. Gallerie invisibili penetravano nelle mura, fauci spalancate da cui provenivano spifferi gelidi, tanfo di paglia fradicia e di cavalli, fumo di narghilè e di sigaro. Una volta gli giunse anche l'odore speziato dei turiboli del Pozzo dei Peccatori: gli si contrasse lo stomaco. Superate le gallerie, la luce aumentò leggermente. Spenti ormai da un 27
pezzo i lampioni, il chiaro di luna si stendeva in lastre grigie che riuscivano solo ad accentuare l'oscurità delle ombre. Passò davanti a una porta sbarrata dietro l'altra. Ponti arrugginiti collegavano le varie zone del Dedalo, superando stretti canali di vuoto. Lasciò il Pozzo della Cappella per inoltrarsi verso Belvarco, facendo risuonare il ferro dei suoi stivali chiodati. Si trovava all'interno del Dedalo, dove Belvarco si fondeva con Applecross e la strada costeggiava le rovine della torre di guardia per seguire la Catena di Dolmen, quando scorse un movimento nel mucchio di coperte afflosciato sul bordo della strada davanti a lui. Ne scaturì una voce: «Una moneta per un pellegrino, signore, un centesimo o una doppia? Guarda il sorriso della luna, solo una notte prima che sia nera. Una doppia per una camera che mi custodisca al sicuro». Le coperte nascondevano il viso del ragazzo, ma Mr. Nettle vide la tazza protesa. «Ho fame», disse il mendicante portando la mano verso la bocca. «Non ho padre né madre.» Mr. Nettle gli sputò addosso senza neppure rallentare il passo. Cinquant'anni da razziatore gli avevano insegnato quanto bastava. Non aspettarti nulla, non chiedere niente. Se ti serve qualcosa, o te lo procuri o paghi per averlo. Se non te lo sai procurare o non te lo puoi permettere, allora non ne hai bisogno. Una doppia non avrebbe fatto nessuna differenza. Non aveva più importanza che notte fosse. Luna piena o luna nera, il ragazzo non sarebbe stato al sicuro comunque. Nessuno era al sicuro di quei tempi. «Straccione!» gridò il mendicante. «Tieniti la tua sudicia moneta della Lega, non sei migliore di me.» Sbatté la tazza contro il muro e cominciò a cantare: «Vieni domani. Vieni a vedere la luna. Domani. A vedere la luna». Mr. Nettle rallentò il passo per un istante. Pestare il mendicante gli avrebbe solo fatto perdere tempo. Afferrò meglio Abigail, raddrizzò la schiena e proseguì. In breve la città inghiottì il canto folle del ragazzo. L'alba era vicina, ma i quartieri di Deepgate dormivano ancora, immersi nel gelo: l'aria sembrava trattenere il fiato in attesa del mattino, le stelle splendevano come punte di lancia negli squarci frastagliati fra le gronde dei tetti. La bottiglia era quasi vuota. La portò alle labbra ma la riabbassò senza berne neppure un sorso. Che stava facendo? Doveva pensare. Il mal di testa stava avanzando dalla base del cranio e i suoi pensieri scorrevano lenti co28
me catrame. Aveva forse attraversato quel labirinto dimenticato da dio come un sonnambulo? Dove si trovava? Via dei Mendicanti, dove una volta aveva rotto la mascella di un venditore d'olio perché gli aveva appesantito la botte con delle pietre. Era quasi fuori dal Dedalo, quanto tempo gli rimaneva? Non sapeva di preciso, ma non molto. Lo aveva sprecato. Per ascoltare i propri passi e osservare il suo stesso fiato che gli si arrotolava davanti al naso e bere il whisky. La lama della scure era come ghiaccio contro la coscia, il collo della bottiglia un nodo nel pugno. Scagliò via la bottiglia, e la sentì frantumarsi. Dietro la curva successiva, la strada sprofondava nella nebbia più fitta. Lampioni a petrolio risplendevano in distanza: i quartieri del tempio. Era quasi arrivato. Si fermò un momento accanto a un «buco della serratura», un varco lasciato dalle pietre del selciato che si erano staccate ed erano volate giù nell'abisso. Qualcuno l'aveva tappato con delle assi, ma quelle si potevano facilmente rimuovere. Di certo ci doveva ancora essere del ferro, là sotto, un bel po'. A volte si potevano sfilare fino a tre travi di ferro, aprendo qualche altra buca e senza indebolire la strada. Ma certe volte toglievano troppo ferro, e allora l'intero tratto sprofondava non appena un carro a pieno carico ci passava sopra. Era difficile accorgersene prima. Fece scivolare Abigail dalla spalla e la tenne in braccio. Sul suo viso risplendeva una patina di ghiaccio. Bianco come il lino in cui l'aveva avvolta. Era lino di buona qualità, meglio di qualunque cosa si potesse comprare all'interno della Lega. Ne aveva trovato una pezza sotto il Ponte del Gas, quattordici anni prima, che nessuno aveva toccato per via del tanfo che aleggiava in quel punto, e se l'era tenuto. Comunque, i mercanti dei Chiostri vendevano anche seta, e il giorno prima aveva camminato per miglia e miglia per sapere quanto costava. E aveva ripercorso le stesse miglia indietro a mani vuote. Il lino sarebbe stato più che sufficiente. Non c'era niente di delicato nell'aspetto di Abigail. Non era una bellezza: la mascella forte, la fronte larga, lineamenti piatti come i suoi, ma appena più dolci. Le spalle e i fianchi troppo larghi erano ormai ben diversi da quelli della ragazzina che ancora scorgeva in lei. Eppure, anche dopo tutto quel tempo, non pesava nulla. Avrebbe potuto portarla per sempre. Mr. Nettle chiuse gli occhi e immaginò che Abigail aprisse i suoi. Avrebbe sollevato le braccia per cingergli le spalle. Non c'è bisogno che mi 29
porti in braccio, avrebbe detto. Posso camminare. L'avrebbe messa giù e avrebbero potuto voltarsi e tornare a casa. Appoggiò la fronte contro quella di lei. Ancora fredda come la pietra. Riaprì gli occhi, ammiccò alla luce dei lampioni a gas in lontananza e proseguì, attraversando il Ponte della Pietra Focaia verso Lilley. Abigail era andata spesso a dipingere in quel posto. Le piacevano le vecchie case contorte con le persiane a stecche e i delicati terrazzini di ferro battuto, e le piaceva sedersi all'ombra di un albero, nelle piazzette acciottolate, per ascoltare il cinguettio degli uccelli mentre lavorava. Ma ancora di più le piacevano i giardini. Una volta erano andati laggiù assieme a cercare di vendere un rastrello che aveva rimediato ai Chiostri e Abigail, che era ancora piccola, andava a bussare alle porte. Un vecchio li aveva fatti entrare in uno dei giardini e si era messo a mercanteggiare con Mr. Nettle peggio d'un Cordaio, mentre Abigail correva in giro e si incantava davanti a tutti quei fiori l'uno diverso dall'altro. Dopo averne visto uno, avrebbe voluto entrare in tutti i giardini, ma la gente di Lilley li teneva chiusi a chiave. Era comunque riuscito a ottenere otto doppie per il rastrello, che l'avevano messo di buon umore, così se l'era sollevata sulle spalle affinché potesse sbirciare oltre i muri di cinta. A sud-est di Lilley la strada si allontanava dalla Catena del Dolmen e cominciava a salire verso il Ponte del Mercato, ed ecco i venditori ambulanti che battevano i piedi, si fregavano le mani, e strillavano nella foschia mattutina. «Petrolio... petrolio.» «Pane caldo, pandolce.» «Cacciatori di uccelli e di topi, per la guardia.» Alcuni servitori di Lilley erano già in circolazione, giravano attorno alle bancarelle a comprare, litigare e sghignazzare, nemmeno fossero soldi loro quelli che stavano spendendo. Non c'era altro modo per superare il mercato che attraversarlo. A testa bassa, Mr. Nettle affrettò il passo, e nessuno lo infastidì fino a quando non raggiunse la zona dei fiorai, dalla parte opposta. «Signore?» L'uomo si alzò dal suo sgabello e gli si parò davanti, bloccandogli il passaggio. «Ho margherite e papaveri, e cotonastro della Foresta di Scisto, tutti freschissimi e per la miseria di una doppia a mazzo.» Aveva una barbetta rada dal colore indefinito e un cerchio d'oro all'orecchio grande abbastanza per infilarci un dito. 30
«Solo una doppia, e per mezzo penny questi rami di bacche delle Vigne Alte, e guarda qua.» Prese un mazzo di rose bianche e le cullò come se tenesse in braccio un neonato. «Rosegiglio, produzione propria, sei per un penny.» Mr. Nettle fissava l'orecchino. Il venditore guardava il sudario di Abigail. «I nobili li pagano il doppio. Il terreno lo faccio arrivare dai vivai dell'Oca Rapace di Clune. Senti, te ne aggiungo un altro paio per lo stesso prezzo.» Spinse i fiori in mano a Mr. Nettle. Il mazzo aveva l'aria appassita, con i petali flosci e gli steli brunastri. «Sono otto per un penny», sollecitò il venditore. Mr. Nettle strinse i gambi e li scrollò forte. I petali si sparpagliarono in giro. «Ehi!» «Sfioriti», disse Mr. Nettle. Raccolse una manciata di petali da terra e li gettò addosso al venditore. «Morti.» Il cielo era bianco opaco quando arrivò con Abigail a Bridgeview, dove la strada si ramificava in dozzine di vicoli stretti. Zigzagò come una spola dall'uno all'altro, controllando le targhe con i nomi per evitare di perdersi. Vicolo della Vittoria, vicolo del Susino, Mercato dell'Argento. In vicolo della Rosa udì uno scalpiccio di piedi e sollevò lo sguardo. Sopra la sua testa, i contorni indistinti dei ponti dei nobili si allungavano da un palazzo all'altro. Conversazioni soffocate fluttuavano verso il basso: stavano andando a vedere l'angelo. Erano stanchi e infreddoliti e, se quella tremenda nebbia non si fosse diradata, non avrebbero visto nulla. Mr. Nettle raggiunse l'estremità del vicolo, scese pesantemente quattro scalini e arrivò infine in un cortile nebbioso che si affacciava direttamente sull'abisso. Lì si fermò. Il Ponte della Porta sfidava l'alba. Archi e puntoni di ferro si levavano come uno scheletrico ventaglio. Le lampade a gas inchiavardate al suolo ardevano frenetiche sul passaggio sospeso, illuminando spicchi delle grosse travi di quercia che si protendevano fino agli scalini del tempio all'estremo opposto del ponte. Era laggiù che deponevano i morti: riusciva a scorgerne sei o sette. Così pochi? Lo stomaco gli si annodò come una corda e lui fece per portare la mano alla bocca, prima di ricordarsi di aver gettato via la bottiglia. Il suo sguardo indugiò per un momento sui pallidi sudari. Non potevano essercene un po' di più, quel giorno? 31
Subito dietro si ergeva la chiesa di Ulcis, le mura simili a nere scogliere. Dai portali si dispiegavano selvagge circonvoluzioni di pietra che risplendevano affilate nella luce delle lampade, per farsi poi indistinte e svanire nella nebbia, così che l'edificio pareva estendersi fino ai confini del mondo. Mr. Nettle sapeva quanto fosse grande. Nelle giornate limpide, le spire che si levavano come dita erano visibili fino dalla Lega, così grandi che pareva di poter allungare una mano e afferrarle. Ma era la prima volta in ventitré anni che arrivava così vicino. La volta precedente i morti erano stati tredici, quattordici con sua moglie. Aveva lasciato la piccola Abigail che dormiva nella sua culla e aveva portato Margaret in quel posto. In quel caso mancava una settimana alla Notte dello Sfregio, e le guardie erano state negligenti: non avevano aperto nemmeno uno dei sudari. Ma lui non aveva avuto niente da nascondere. Il silenzio che covava nel cortile sembrava una pausa nel clangore delle campane. Se lo sentì fin nelle ossa, e gli fece venire la pelle d'oca. La scure era un peso freddo sotto la cintura, l'acciaio gli premeva sulla coscia. Ora o mai più. Tenne stretta la figlia. Per un lungo istante fu tentato di voltarsi e andar via. Poi però si tirò il cappuccio sul volto e avanzò. Imboccò il ponte, facendone risuonare l'assito sotto gli stivali. Altri dolenti affollavano il passaggio. Alcuni se ne stavano in silenzio, altri sussurravano stretti in capannelli. Le vesti nere gli ribollirono attorno mentre si scostavano per fargli strada: vesti di seta e di velluto, alcune di taglio elegante, con pieghe che si increspavano al loro ritrarsi, altre più semplici ma comunque tutte nere come la sua. La maggior parte dei dolenti distolse lo sguardo da lui, ma qualche cappuccio si chinò al suo passaggio, lasciando sporgere bianche dita sollevate in un saluto. Gente del Labirinto, probabilmente. Mr. Nettle li ignorò e proseguì verso le porte del tempio, le mascelle contratte e il cuore che gli pestava contro le costole. All'estremità opposta del ponte la adagiò assieme agli altri, concedendosi un momento per lisciarle i capelli e spazzare via un po' del ghiaccio che incrostava il sudario. Era tornata a essere proprio come rammentava di averla vista qualche notte prima, addormentata, i capelli che le incorniciavano il viso come riccioli di rame, la bocca socchiusa, come se potesse ancora sospirare e risvegliarsi. Ricordò di aver pensato che sembrava davvero in pace, bella come 32
in uno dei suoi quadri. Avrebbe potuto essere una buona moglie per qualche brav'uomo. Apri la mano, le infilò nel sudario i tre petali di rosa bianca che ancora stringeva, e poi le coprì dolcemente il volto col telo di lino. In un attimo divenne anonima come tutti gli altri. Mr. Nettle rimase in ginocchio, continuando a distendere invisibili pieghe anche quando il sudario era già perfettamente liscio. Sagome scure lo circondarono e rimasero in attesa. Il gas sibilava nelle lampade. Mr. Nettle contò trenta pulsazioni prima che una mano gli afferrasse la spalla, altre trenta prima di voltarsi. La guardia del tempio portava una corazza ben oliata, nera come l'abisso. Le lame di luce disegnate dalle lampade a gas scivolavano sulla sua superficie senza mai fermarsi. Sul petto gli risplendeva debolmente il talismano di Ulcis, il Raccoglitore d'Anime. Il viso della guardia era sbarbato, rosso e screpolato dal freddo; sotto l'elmo, gli occhi erano gonfi di sonno. In mano reggeva una picca, come fosse una bandiera. «Apri il sudario», gli intimò tirando su col naso e asciugandoselo con la mano guantata. Mr. Nettle sollevò lo sguardo, il volto ancora nascosto dal cappuccio, la mano che ancora stringeva il sudario della figlia. «Li devo controllare tutti», disse la guardia. Mr. Nettle continuò a tacere. La guardia lo fissò impassibile, mentre il suo respiro annebbiava l'aria fredda. Poi si spostò di lato, appoggiò a terra la picca e si inginocchiò accanto al cadavere di Abigail. Le piastre d'acciaio degli spallacci stridettero l'una contro l'altra mentre scioglieva le pieghe del tessuto e liberava un braccio. I due uomini fissarono la carne martoriata del polso. La guardia lasciò cadere il braccio come fosse un topo appestato. «Questo è dissanguato», annunciò a voce più alta del necessario. Mormorii si levarono dai dolenti alle loro spalle. Mr. Nettle sentì che si avvicinavano per vedere meglio. La guardia tracciò un segno attorno al proprio talismano e si toccò la fronte. «Un guscio vuoto. È stato tenuto in fresco.» Raccolse la picca e si rimise in piedi lentamente. «Perché hai portato quest'affare alle porte del tempio? Dèi degli inferi, uomo, ma non ti rendi conto del pericolo?» Allargò di colpo le braccia. «Lei non può entrare.» 33
Mr. Nettle continuava a fissare il braccio esposto di sua figlia. «Lo capisci? Non c'è l'anima.» Le parole della guardia risuonarono come campane nell'alba immobile. Nel profondo, il razziatore sentì qualcosa che gli si sbriciolava dentro. E con esso scivolò via la perla di speranza che aveva serbato per tutta la notte. Aveva sbagliato a non cercare di nascondere le sue ferite? Si senti improvvisamente esausto, la testa gli ricadde sul petto. Per la prima volta gli sembrò di sentire il peso gelido di Abigail che gli gravava sulle spalle. Si afflosciò a terra. E poi le mascelle gli si serrarono e le labbra si ritrassero a scoprire i denti. Sotto la veste, i muscoli del collo si tesero, le spalle si contrassero, le mani si chiusero a pugno e lui schizzò in piedi con un ringhio, afferrando la guardia alla gola con tutte le sue forze e facendola arretrare. L'uomo mise un piede in fallo, agitò un braccio, inciampò su un cadavere e si schiantò a terra in un clangore di ferraglia, il collo ancora stretto nella morsa del razziatore. La picca vacillò, e rovinò a terra con uno schianto spaventoso. Il cappuccio di Mr. Nettle ricadde all'indietro; il volto gli si contorse in un turbine di denti e barba lunga e furia omicida. La guardia cercò di torcere il braccio di Mr. Nettle e lo colpì, gli si aggrappò alla veste. La stoffa si lacerò, ma il braccio rimase fermo come l'acciaio. Mr. Nettle aumentò la stretta. Tutta l'aria si riversò dai polmoni della guardia, che diventò paonazza e rovesciò gli occhi. Annaspò ancora contro il braccio di Mr. Nettle, poi gli piantò le dita in faccia. I guanti irrigiditi dal gelo gli graffiarono la pelle. Poi qualcosa colpì duramente Mr. Nettle sopra l'orecchio scaraventandolo da una parte. Sbatté la testa sulle pietre del ponte e rotolò goffamente, torcendosi i muscoli della spalla. Gli si oscurò la vista. Si ritrovò supino, ansimante. L'orecchio gli bruciava e aveva la sensazione che il cranio gli si stesse restringendo. Scrollò la testa e alzò lo sguardo. Tratti di catena ruotavano vorticosamente nel cielo che si andava schiarendo. Un secondo guardiano gli si ergeva davanti, livido nell'alba, la corazza splendente, la picca spianata. Mr. Nettle lottò per rimettersi in piedi, il sangue che gli colava da uno squarcio sulla fronte e gli riempiva gli occhi. La folla dei dolenti arretrò. 34
Il razziatore si avventò sulla guardia, o almeno ci provò. Il dolore lo colpì come un chiodo conficcato in cima alla spina dorsale. Di colpo tutto s'inclinò da una parte; il ponte gli scivolò via di sotto. Le gambe cedettero, lui inciampò e cadde in ginocchio, agitando i pugni come un ubriaco. La seconda guardia gli cacciò la base della picca nello stomaco. Mr. Nettle si raggomitolò, afferrandosi al legno sotto di lui. Schegge gli penetrarono sotto le unghie. Strinse forte i denti e cercò di alzarsi, fu colpito di nuovo. E ancora. E ancora. I dolenti lo fissavano in silenzio. Uno di loro si chinò a controllare la guardia ferita. Immobilizzato dall'armatura, l'uomo tossiva e sputacchiava, inspirando a grandi boccate rantolanti. Mr. Nettle non sapeva per quanto tempo lo avessero picchiato. Dopo un po' smise di sentire i colpi che continuavano a piovergli addosso. Arrivavano veloci come le lingue di fiamma dell'inferno. Era appena cosciente del dolore provocato dal metallo sulla carne, della superficie scabra del ponte sotto la guancia, del sangue che gli schiumava nel naso a ogni respiro. Poteva continuare da qualche minuto, oppure da ore. Alla fine la guardia si ritrasse. «Sparisci», gli intimò ansimando. Le tremavano le braccia quando puntò l'estremità acuminata della picca alla gola di Mr. Nettle. «Vattene! Via da qui. Sparisci.» Mr. Nettle cercò di muoversi, i muscoli che protestavano urlando. Torrenti di dolore fresco gli inondarono le braccia e le gambe. Ricacciò indietro i conati di vomito e fece leva sul ponte per sollevarsi carponi sulle mani e sulle ginocchia. L'occhio sinistro si era gonfiato fino a chiudersi. Almeno una costola doveva essere rotta o incrinata. Sputò a terra un dente insanguinato. Ma si allontanò. Senza voltarsi a fronteggiare il suo aggressore, strisciò di nuovo accanto al corpo della figlia. Lentamente, con attenzione, le ricoprì il braccio col sudario. Dalla sua faccia un po' di sangue gocciolò sul lino. Poi la sollevò, e fece forza per rizzarsi in piedi. Vacillò per un attimo: di colpo era diventata così pesante. Gli tremavano le gambe, ma si raddrizzò con uno strattone e una specie di rantolo che echeggiò rimbalzando sonoro sulle mura del tempio. Ormai senza cappuccio, i denti scoperti e il viso gonfio e coperto di sangue, si incamminò per riattraversare il ponte. La veste ormai lacera penzolava a brandelli dal braccio. Gettò uno sguardo selvaggio sui dolenti, che 35
si divisero come una corrente scura davanti alla prua di una nave, ammucchiandosi il più lontano possibile da lui per seguire poi la sua ritirata con sguardi furtivi. Voci agitate mormorarono al suo passaggio. Mr. Nettle continuò ad attraversare il ponte col sangue che gli pulsava nelle orecchie e con soltanto il silenzio nella sua scia. Nell'ombra delle travi all'imboccatura del Ponte della Porta tenne la figlia sollevata sul bordo, sospesa sull'oscurità, e abbassò lo sguardo sul tessuto sgualcito che le copriva il volto e sulle ciocche di capelli che sfuggivano da sotto il tessuto. Sulle sue guance le lacrime si mescolarono col sangue, e l'uomo la lasciò cadere nell'abisso. Il sudario bianco fiammeggiò per un istante alla luce delle lampade a gas, e poi era sparita. Il manico della scure gli affondava nelle costole e, per quanto gli era servita, ebbe la tentazione di gettare nell'abisso anche quella. A che poteva ormai servirgli? Quando mai avrebbe potuto arrivare così vicino all'assassino di sua figlia da poterla usare? Gli occorreva un'arma più efficace per uccidere un angelo.
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3 DILL E RACHEL
Dill si svegliò di soprassalto annaspando in cerca d'aria, ancora nella morsa del suo incubo. Era stato in qualche posto da solo, immerso in una gelida oscurità opprimente. No, non completamente solo: c'era anche una ragazza. Occhi neri, labbra rosse, denti bianchi. Per quanto cercasse di ricordarsela, i suoi lineamenti erano svaniti, lasciandolo con la sensazione che fosse allo stesso tempo bellissima e spaventosa. La ragazza stava piangendo, oppure rideva? Era mattina e lui giaceva a faccia in giù sul materasso, in una pozza della sua stessa saliva. Le candele si erano consumate fino a ridursi a mozziconi di sego. Nel camino il fuoco covava sotto la cenere, e la luce del sole penetrava dalle vetrate colorate della parete orientale. Gli occhi ancora cisposi di Dill misero a fuoco l'immagine raffigurata sul vetro. Il suo antenato Callis, Araldo e comandante degli arconti di Ulcis, ad ali spiegate e spada sguainata davanti a un gruppo di infedeli tremanti di paura. Davanti ai piedi dell'angelo si levavano nuvole di polvere che sfumavano dal rosa all'azzurro e oro. Dill tirò su col naso, si pulì la bocca con la manica della camicia da notte e si alzò dal letto tutto indolenzito. Stirò braccia, gambe e ali, prima di rendersi conto che gli occhi gli prudevano terribilmente. Borbottò: «Ti prego... oggi no, non per la cerimonia». Ma nessuna supplica poteva cambiare le cose. Gli occhi di Dill erano del colore sbagliato: del tutto inappropriato. Nervi. Ovvio che fosse nervoso. L'oscurità del sogno l'aveva innervosito ancora di più. E oggi cingerò per la prima volta la spada. Si sarebbe preoccupato degli occhi più tardi, intanto doveva lavarsi. L'acqua nel secchio era gelida, ma si lavò fino ad ansimare dal freddo, poi rimase nudo, fradicio e tremante, le braccia ossute avvolte attorno alle costole, le piume inzuppate. L'uniforme giaceva sullo sgabello, piegata con cura come l'aveva lascia37
ta la sera prima, una massa di velluto pesante, broccato finissimo e tocchi d'argento. Gli stivali accanto allo sgabello erano nuovi, e odoravano di cuoio appena lucidato. Ma la spada appesa sul camino brillava più di tutto il resto. La lama lo chiamava ma lui non poteva toccarla, non ancora. Prima doveva essere tutto perfetto, e doveva prendersi cura delle lumache. Quella mattina ce n'erano soltanto sette: una vicino al camino, una sotto la finestra, le altre aggrappate alle pareti a diverse altezze. La più grossa aveva le dimensioni di una noce, la più piccola della punta di un mignolo. Le staccò dolcemente dalle loro posizioni e le infilò nel secchio delle lumache, assieme alle altre. A quel punto dovevano essercene una quarantina in tutto, notò. Probabilmente era stata la pioggia a farle uscire in abbondanza. Da dove venivano? Dill aveva passato anni a cercare di capirlo. C'era una fessura sotto la porta della terrazza, e un'altra sotto la porta che dava sulle scale: avrebbero potuto entrare nella sua cella da quei passaggi, e c'erano anche dei fori nelle pareti, dove la malta si era sbriciolata per l'umidità. Ma aveva fissato per ore ognuno di quei buchi senza mai vederne uscire una sola lumaca. Le sale vuote ai piani inferiori ne erano piene, ma quelle stanze restavano perennemente al buio, e non c'era torcia o candela che facesse luce a sufficienza da convincerlo ad avventurarsi là dentro. Per quanto nemmeno le lumache che c'erano laggiù sembravano muoversi. Le lumache, essendo lumache, si muovevano soltanto quando nessuno le osservava. Un boato improvviso fece tremare i vetri della finestra. Un'esplosione? Dill ruotò su se stesso, confuso, aspettandosi di vedere crollare i muri, e mancò poco che rovesciasse il secchio delle lumache. Ma tutto rimase al proprio posto, e il rumore esterno si dissolse nel nulla. La porta che dava sulla terrazza sembrava sigillata, come se la cornice ad arco si fosse gonfiata durante la notte, ma alla fine riuscì ad aprirla con un calcio e strizzò le ali per uscire. Frizzante aria mattutina: le lastre di pietra gli ghiacciarono i piedi nudi, e il parapetto da cui si affacciò era gelido. Deepgate si stendeva ai suoi piedi, splendente alla luce del sole. Possibile che da qualche parte si fosse spezzata una catena, che una parte della città fosse sprofondata nell'abisso? Si sporse di più per vedere meglio. Appesantite dalle balconate, le case di Bridgeview si adagiavano in strane angolazioni attorno ai loro cortili chiazzati, ai giardini cintati e alle 38
fontane che splendevano come schegge di vetro. Più avanti, i tetti spioventi di Lilley e dei Chiostri si accalcavano sulle catene. Ancora più lontano, il fumo si levava da un migliaio di camini nel Dedalo. E, ai margini estremi della città, la Lega dei Cordai era ammucchiata attorno agli ancoraggi delle catene, appena sotto le Sabbiemorte, come legname trasportato a riva dalla corrente. Nessun segno di disastro. Un altro profondo boato. I corvi sorvolarono la torre stridendo allarmati. Dill corse verso il lato opposto della balconata per investigare. La scritta a grandi caratteri neri sulla pinna di coda proclamava che la nave da guerra era l'Adraki. Stava virando lentamente, accostando al tempio. Eliche grandi due volte un uomo vorticavano ai due lati della gondola intarsiata d'ottone appesa sotto l'involucro. Quattro aeronauti in uniforme bianca erano ritti sul ponte e scrutavano oltre la battagliola del castello di poppa, tra le luci all'etere e gli arpioni d'attracco. Il segnalatore lo vide e agitò le braccia in un rapido messaggio di bandiere che Dill dubitava fosse garbato. Dill alzò il braccio in un esitante gesto di risposta. Non aveva mai visto una di quelle navi tanto da vicino. L'involucro argenteo riempiva metà del cielo; e si avvicinava ancora, superandolo per dirigersi verso il pontile d'attracco che sporgeva più in basso dalle ripide mura del tempio. Mai nel corso della sua vita una nave aveva usato quell'attracco. Nemmeno le navi della Chiesa erano autorizzate ad avvicinarsi tanto e quella, l'Adraki, era addirittura una nave da guerra, le gabbie sul ponte piene di fusti di gas di calce viva e bombe incendiarie. Era evidente che doveva trattarsi di qualche pezzo grosso. Di colpo l'agitazione di Dill fu al culmine, e gli occhi gli bruciavano sempre di più. Bianchi come la bandiera di un codardo, avrebbe detto il capitano della guardia del tempio. Se non altro gli aeronauti erano troppo distanti per scorgere il suo terrore. Chiuse gli occhi e pensò alla spada di Callis, la sua spada, ma sentì che il bianco degli occhi gli virava verso il porpora. Scosse il capo e si aggrappò forte al parapetto finché il colore non sbiadì in un più tranquillo e rispettabile grigio. «Cime d'ormeggio», gridò un aeronauta, lanciando una prima lunghezza di cima. Evidentemente non intendevano usare gli arpioni così vicino a tante pietre e vetrate antiche. Dal ponte d'ormeggio uno scaricatore afferrò la cima, la fece passare in una puleggia fissata alla gru d'attracco e di corsa la tirò fino a un verricello. Seguirono altre cime, e altri uomini si misero 39
all'opera. Dal ponte arrivò un richiamo: «Cime fissate. Pronti a tesare». «Recuperare.» I cavi si tesero e vibrarono quando gli scaricatori cominciarono ad alare le cime che scendevano dagli argani montati sul ponte dell'aeronave. I motori della nave da guerra rombarono ancora. Con una vibrazione, accostò piano al pontile. «Ehi, arconte, vuoi un passaggio?» gridò il segnalatore. Gli altri aeronauti scoppiarono a ridere. «Lasciate in pace quel poveraccio», disse uno di loro. «Non è mica colpa sua.» «Stavo solo chiedendo.» Dill chinò il capo, in modo che non vedessero i suoi occhi diventare rosa, poi seguì le sue stesse impronte umide per tornare dov'era venuto. Gli aeronauti potevano tenersela, la loro nave. Dill aveva la sua uniforme, adesso. E la spada, ovviamente. Si illuminò: gli restava ancora tempo per fare un po' di esercizio con la spada. Fece il giro della balconata di corsa, ripiegò le ali e si chinò per rientrare nella sua cella. Ma a metà stanza si fermò di colpo, sbalordito. Una giovane donna lo aspettava, in piedi accanto al camino. Piccola, gracile, i capelli biondi tirati all'indietro e acconciati in quella treccia severa che andava per la maggiore tra le figlie dei nobili. Ma era quella la sua unica concessione alla moda, perché non portava gioielli e indossava un paio di calzoni di pelle frusti e irti di armi. L'elsa consumata di una spada sporgeva da un fodero assicurato alla schiena, coltelli da lancio bluastri e aghi d'argento correvano per l'intera lunghezza delle braccia rivestite di pelle, mentre dalla cintura pendevano sacche di veleno, una cerbottana, e tre pezzi di canna di bambù ossidati dal tempo. Aveva staccato la spada di Dill dal suo supporto, e la stava esaminando. Quella spada era troppo grande per lui, ma tra le mani minuscole della ragazza sembrava addirittura enorme. «Rimettila a posto», scattò Dill. Due occhi verde scuro lo sfidarono. Il viso era talmente pallido da farla sembrare malata. «La tua spada?» gli chiese. Il suo sguardo si abbassò brevemente sull'arma, poi si alzò di nuovo a incontrare quello di Dill. Lui si ricordò di essere nudo. Afferrò la camicia da notte, se la avvolse attorno ai fianchi e la guardò torvo. «È la spada di Callis.» «Così dicono.» Studiò l'arma più da vicino. «È abbastanza antica. Un 40
unico strato d'acciaio, piuttosto fragile, pesante. Non affilata. Il bilanciamento...» Fece scorrere il dorso della lama lungo la propria manica e poi la tenne a due mani. «È inesistente. A un certo punto devono aver tagliato via il pomo, non che faccia molta differenza. La guardia...» Sbuffò. «Qualcuno deve averla sostituita. Questo è piombo dorato. Basterebbe un cucchiaio per intaccarla.» La rimise a posto sul suo sostegno. «Se non altro è lucida.» Dill attese, impassibile. «Rachel Hael», disse lei. C'era qualcosa di familiare nel suo cognome, ma Dill non riusciva a individuarlo. «Cosa vuoi?» «Niente», rispose subito lei in tono piatto, come se la risposta fosse un riflesso condizionato a quella domanda. Poi esitò, quasi rendendosi conto che avrebbe dovuto dire qualcosa di più. «Sono il tuo sovrintendente.» «Cosa?» «Sovrintendente. Precettore. Guardia del corpo.» Rachel Hael era una spanna più bassa di lui, pesava la metà e poteva avere al massimo tre o quattro anni più di lui. Trasudava quell'aria da secchiona di chi detesta gli scarafaggi. «Tu non sei il mio sovrintendente», disse lui. Rachel si stava guardando attorno nella cella. «Quante candele ti servono, qui dentro?» «Il mio sovrintendente è John Reed Burrsong.» «È morto sette anni fa.» Burrsong era morto? Ecco perché era un pezzo che non lo vedeva più in circolazione. Ma ci saranno pur stati altri soldati, altri studiosi! Il tempio ne pullulava: vecchi polverosi con barba e occhiali. Che si ricordavano delle guerre e di quando l'acqua aveva un sapore migliore e tutti erano cortesi, e ti raccontavano tutte quelle cose inframmezzandole di sospiri di stanchezza e ammiccando. Ci doveva essere qualcuno più adatto. Più vecchio. Che sembrasse meno fragile. «Sypes mi ha detto di vegliare su di te», disse Rachel. «E di istruirti, immagino. Maneggiare la spada, i veleni, la diplomazia, cose del genere.» Infilò la mano in un sacchetto appeso alla sua bardatura e ne trasse un libricino, che gli lanciò. Dill gettò un'occhiata al titolo. Etichetta del commercio nel deserto per nobili mercanti, di P. E. Wallazvay. «E questo cos'è?» «Qualcosa che ha a che fare con la diplomazia, non credi?» Guardò la 41
copertina. «Almeno così mi hanno detto. Dovresti leggerlo, se puoi. Sono sicura che sarà affascinante.» «Io non...» «Non ti biasimo», concesse lei. Dill si morse il labbro. Sembrava tutto sbagliato. Possibile che il presbitero Sypes avesse ceduto al rimbambimento galoppante? Una ragazza armata di un libro che non aveva letto e di una spada che probabilmente non sarebbe riuscita a estrarre dal fodero senza farsi del male non poteva essere il sovrintendente di cui aveva bisogno. «Attira poco anche me», continuò la ragazza. «Fammi indovinare: arancione significa seccato?» Dill distolse lo sguardo, concentrandosi per riportare i suoi occhi sul grigio. Il pulviscolo danzava e splendeva davanti alla finestra di Callis. Sotto c'era il secchio delle lumache, ed ebbe la tentazione di tirargli un calcio. «Perché tieni in camera un secchio pieno di lumache?» chiese lei dopo un po'. «Cosa?» «Le lumache.» «Perché?» Lei attese. «Perché si arrampicano fin quassù», rispose Dill. «Le metto nel secchio e poi le porto via.» «Dove?» Lui si accigliò. «Che addestramento hai avuto, a ogni modo?» «Dove porti le lumache?» Perché si era messa a parlare di lumache? Agitò il libro verso di lei, impaziente. «Giù dabbasso, nel tempio.» «Perché?» «Per liberarle.» «Perché?» «Non lo so!» Faceva così e basta. In camera non le voleva, e così le portava via, e le liberava nei corridoi davanti alle celle dei preti. Quella ragazza stava cercando di distogliere la sua attenzione, e lui si era stufato. «Perché proprio tu?» 42
Rachel Hael emise un lungo sospiro. «Questa mattina è arrivato alle porte del tempio un guscio vuoto. Gira voce che ci sia un altro ladro d'anime in circolazione in città, come se uno non fosse già abbastanza. Forse sta diventando di moda.» Alzò le spalle. «Suppongo che loro preferiscano che il tuo sangue rimanga nelle tue vene.» Questa mattina? «Ma la Notte dello Sfregio è stasera. Non è ancora luna nuova.» «Ma davvero?» fece lei con uno sbadiglio teatrale. E così quella era la sua sovrintendente tascabile: un fringuello di ragazzina che credeva di sapere qualcosa sui ladri di anime. Magari aveva letto un libro sull'argomento. Il crepitio nei suoi occhi s'intensificò. «E tu che c'entri?» «Dio solo lo sa.» Ma di colpo lo seppe anche Dill. Riconobbe la sua uniforme. Guardò di nuovo l'elsa della sua spada, accorgendosi finalmente di quanto fosse consumata. Fu invaso da una sensazione di disagio. Ecco perché è così pallida. «Sei una Spina», affermò. «Spina.» Sembrò sputare la parola. «Odio quel titolo. La Spina dorsale del tempio, molto nobile. Preferisco 'striscianotte'. Non è così che ci chiamano? Almeno fino a quando non li trasciniamo via per l'interrogatorio.» Che ci faceva lì? Alle Spine di solito non assegnavano altri incarichi. Non potevano assegnare loro altri incarichi, non dopo quel tipo di addestramento. Che aveva in mente il presbitero? Rachel interruppe le sue riflessioni. «Ho un messaggio per te.» Gli lanciò un pacchetto, avvolto in carta pesante. Dill pasticciò nel prenderlo al volo e il pacchetto cadde a terra, aprendosi. Conteneva una chiave di ferro appesa a una catena, e un biglietto del presbitero. Fa' attenzione a chiudere a chiave la gabbia delle anime fuori dal tempio. Finché i morti non saranno benedetti., l'inferno continuerà a cercarli, e non voglio che il Labirinto riesca ad aprirsi un varco qui dentro. Dio solo sa cosa ne potrebbe fuggire. E cerca di non perdere la chiave, risale a tremila anni fa ed è l'unica che abbiamo. Dill appallottolò il biglietto e lo gettò nel camino. Non perdere la chiave! Lo prendevano forse per un idiota? Callis lo osservava con sdegno dall'alto del suo campo di battaglia di vetro, e persino i suoi nemici dipinti sembravano meno terrorizzati e più maligni. 43
«Buone notizie?» chiese Rachel. Lui si accigliò. «Mattinata storta, oggi», sospirò lei. «il che significa che può soltanto peggiorare.» Si comportava in maniera molto strana per una Spina. Di solito si limitavano a fare quel che dovevano senza batter ciglio né sprecare una parola. Non erano mai arrabbiate o deluse, tantomeno sarcastiche o sgarbate. Probabilmente dipendeva dal loro addestramento. Ma quella Rachel era insolitamente emotiva, e Dill cominciava a sospettare che fosse qualcosa di più del recente incarico di sovrintendente a preoccuparla. Ma, qualunque cosa fosse, non gliene importava nulla. «Ci vediamo dopo la cerimonia», disse lei. «Non ce ne sarà bisogno.» «Non hai scelta. E io neppure.» Fuori i motori dell'aeronave rombarono ancora. Gli urli lontani dei manovali salirono fino a loro, assieme al clangore delle campane. Dill sentì che i denti gli vibravano per il frastuono. L'espressione di Rachel Hael si inasprì. «La Adraki. Pare che Mark sia riuscito a far attraccare la nave senza distruggere l'intero tempio.» Poi, accorgendosi della sua perplessità, aggiunse: «Mark Hael, mio fratello». A quel punto Dill si ricordò dove aveva già sentito il suo cognome. Mark Hael era stato nominato comandante delle aeronavi di Deepgate dopo che la nave da guerra di suo padre, il generale Edward Hael, era stata abbattuta dalle frecce incendiarie degli Heshette, nelle Sabbiemorte settentrionali. Ostacolati dalle tempeste di sabbia, gli aeronauti avevano cercato il relitto della nave per giorni, per recuperare il corpo del generale. La ragione dell'arrivo della Adraki al tempio diventava perciò evidente. Avevano trovato Edward Hael: il padre di Rachel sarebbe stato fra i morti consegnati all'abisso nella cerimonia che si sarebbe tenuta da lì a poco. «Devono aver trovato tuo padre.» Lei incrociò le braccia sul petto. «Perciò ci sarai anche tu alla cerimonia della Consegna». «Non se posso evitarlo», disse lei voltandosi per andarsene. «Ma...» Ma lei si stava già avviando alla porta. 44
«Aspetta», la chiamò, agitando il libro. «Un momento, avevi parlato di spada, e di veleni.» Non che gliene importasse qualcosa, ma non aveva intenzione di lasciarla andar via così facilmente; non con tutte quelle domande che ribollivano nel calderone. «Se è questo il tuo incarico...» Lei si fermò a metà strada, estrasse dalla cintura una fialetta nera e gliela lanciò. «Vuoi conoscere i veleni?» chiese. «Bevi questo.» E poi se ne andò. Dill rimase fermo dov'era, a giocherellare con fiala, libro e chiave, e cercando di sbrogliare i propri pensieri. Si sentiva beffato. Perché una Spina come sovrintendente? Il suo primo giorno di servizio, e doveva essere proprio uno degli assassini del tempio a fargli ombra. E, quel che era peggio, doveva addirittura farsi addestrare da un assassino del tempio. Non erano studiosi. Non erano nemmeno veri soldati. Striscianotte! Che figura avrebbe fatto? Strinse la chiave della gabbia delle anime così forte da farsi male alla mano. Non perdere la chiave. Dèi degli inferi, era un arconte della Chiesa, mica un bambino. Arrotolò la catena e la sbatté sulla mensola del camino, e accanto a essa appoggiò anche il libro e la fiala. Una minuscola lumaca che prima gli era sfuggita era abbarbicata lì vicino. Dill la scaraventò via con un colpo secco del dito e la sentì rimbalzare contro la parete opposta. «Bastarda.» Calzò gli stivali, poi imprecò e se li tolse di nuovo per infilarsi prima i calzoni. Erano troppo larghi, ma la cintura della spada li teneva su. La camicia gli faceva prudere la schiena all'attaccatura delle ali, e le cinghie erano troppo complicate perché riuscisse a stringerle a dovere. Ne allacciò solo una parte: non importava. Nessuno se ne sarebbe accorto, nascoste com'erano sotto la giacca. Anche la giacca era rigida e difficile da infilare, un altro indumento sistemato alla meno peggio per adattarsi alle sue ali da sarti da strapazzo abituati a cucire solo tonache, e che tanto non avrebbero mai dovuto infilarsela. Finalmente vestito di tutto punto, respirò a fondo e obbligò i propri occhi a virare dall'arancio lampeggiante a. un più opportuno grigio. Solo allora si rimirò. Le lumache avevano lasciato tracce di bava su un fianco della giacca. Ovviamente uno dei bottoni d'argento si era staccato. Gli stivali erano flosci, e sembravano inspiegabilmente già consumati, i calzoni erano grinzosi 45
e pieni di ragnatele. Sembrava un idiota. «Sono un arconte della Chiesa», proclamò all'immagine del suo antenato sulla finestra, ma ciò non lo fece sentire meglio. Afferrò allora la spada e la infilò nel fodero appeso alla cintura. Che importava se avevano tagliato via il pomo? Forse non era una spada da Spina, e forse neppure una buona spada, ma era appartenuta a Callis, e quello per lui era sufficiente. Tamburellò sulla guardia posticcia. Probabilmente l'assassina della Spina era solo gelosa. Dill si tolse dalla manica una piuma vagabonda, spazzolò via della polvere immaginaria e poi, afferrando orgoglioso l'elsa della propria spada, si avviò verso il suo primo vero giorno di lavoro. Rientrò un attimo dopo, a prendere la chiave.
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4 IL FABBRO ARMAIOLO
L'intera città si ritraeva davanti a Mr. Nettle. Al mercato della carne di Applecross la folla si divideva, i commercianti smettevano di urlare, venditori ambulanti, servitori, giocolieri e pazzi si facevano da parte, e persino i mendicanti chiudevano le bocche piagnucolose e smettevano di far tintinnare le loro ciotole. Poteva essere la sua mole, o la faccia pesta e sanguinante, o il modo in cui avanzava con la mascella contratta e dondolando i pugni serrati come se volesse colpire qualcuno. E magari l'avrebbe anche fatto, se non si fossero tolti di mezzo alla svelta. Aveva avuto l'intenzione di tornare subito nella Lega, andarsene a casa e perdersi in una bottiglia, ma per qualche ragione i piedi l'avevano invece condotto a est di Belvarco, verso il dedalo dei fabbri armaioli. Per sostenere tutte le fucine e il peso delle pietre c'erano più catene che in qualunque altra parte del Dedalo, eppure sembravano senza scopo, non si capiva in che modo fossero collegate. Gli stessi fabbri si erano messi al lavoro su quelle catene, facendo aggiunte, collegamenti, rinforzando il ferro più vecchio con parti nuove, e così adesso Mr. Nettle era costretto a chinarsi e a infilarsi fra le catene per riuscire a passare. Enormi graffe, grandi quanto un braccio, collegavano una catena all'altra o rinserravano gli anelli dove qualche saldatura si era allentata. Grossi perni sbucavano dal selciato o penetravano nei muri, e in certi punti sotto i piedi non c'era altro che ferro. Ne risultava un intrico di metallo che cigolava e cantava al minimo soffio di vento, un canto che risuonava per miglia e miglia nell'oscurità dell'abisso sotto le strade. Vicolo Bronconero aveva ricevuto il nome che più gli si addiceva. La fuliggine ricopriva i mattoni come una fitta pelliccia. Respirando si sentiva il sapore del carbone, sembrava quasi di avere in bocca una patina nera che si poteva grattare via. Sputando, si sputava carbone nero. Le botteghe dei fabbri si accalcavano sui due lati della via. Dalle forge il fumo ribolliva nei tubi che si arrampicavano sui muri, per poi aleggiare come un baldacchino di volute tra i palazzi. Le insegne di ferro che sovrastavano le porte delle botteghe erano mangiate dalla ruggine, e cigolavano e dondolavano anche 47
se non c'era vento. Il sole non aveva ancora fatto in tempo ad asciugare la foschia mattutina, che già quel posto ribolliva di attività. Un flusso continuo di facchini che arrancavano trasportando carbone, legna e pesanti contenitori di metallo grezzo o lavorato. L'intera strada vibrava sotto i loro passi. Con la Notte dello Sfregio alle porte, la gente si era alzata presto per sfruttare al meglio la giornata e finire quel che aveva da fare prima del calar del sole. Si sentiva risuonare il ferro, il clangore dell'acciaio. Le fiamme ruggivano. Le pale stridevano e gli uomini sudavano. I martelli battevano sulle incudini, clang, clang, clang, e Mr. Nettle avanzava in mezzo ai facchini, in mezzo alle catene, per poi chinarsi per superare la soglia di una porticina che si apriva sulla strada. Due uomini stavano alimentando la fornace, la pelle arrossata dalle fiamme. Un altro lavorava all'incudine, martellando la lama d'acciaio rovente di una spada. «Che c'è?» chiese quest'ultimo senza alzare lo sguardo. «Sono qui per un baratto», disse Mr. Nettle. L'uomo gli lanciò una rapida occhiata senza interrompere il proprio lavoro. «Che cosa e in cambio di che?» Mr. Nettle glielo spiegò. L'uomo sbuffò. «Alla porta accanto.» Risate accompagnarono l'uscita di Mr. Nettle. E così passò di porta in porta, da una fucina all'altra, da un'occhiataccia all'altra. Le risate dei fabbri si propagavano lungo la strada come un contagio e le risposte, anche sincere, erano sempre uguali: La porta accanto... La porta accanto. Dei tanti fabbri di vicolo Bronconero, nessuno offriva più di quattro pence per la sua scure, e nessuno era disposto ad accettarla in cambio di ciò che lui chiedeva. Prima di arrivare in fondo alla via, le risate, gli schiamazzi e il clangore del metallo minacciavano già di spaccargli il cranio. Il vicolo finiva in una frana, dove l'ultimo pezzo si era staccato dalle catene. Avrebbe potuto scivolare giù nell'abisso nel giro di una settimana, o di un anno, ma qualche volta i vicoli in parte franati continuavano a resistere per un pezzo, e la gente della zona continuava a servirsene. Cataste di spazzatura in decomposizione si erano ammucchiate in fondo alla discesa, 48
spinte dalla pioggia. L'ultimo dei fabbri giaceva in un'impossibile culla di travi e catene, intrecciate fra loro come una gigantesca pira di ferro assicurata con cavi e corde. La porta era sbilenca, ingombra di casse su cui Mr. Nettle si inerpicò a fatica. Il fabbro aveva incuneato un lastrone di pietra sotto la propria incudine per metterla in piano, e continuava a lavorarci tirando potenti martellate a una sbarra di ferro incandescente, con una forza tale che pareva che a ogni colpo l'intero vicolo dovesse ruzzolare di sotto. Era vecchio per essere un fabbro, i muscoli tesi e nodosi, il viso incartapecorito da anni di fuliggine. Alla luce delle fiamme la sua pelle sembrava bruciata fino alla carne viva. Quando l'ombra di Mr. Nettle gli cadde addosso, sollevò lo sguardo e disse: «Allora dev'essere una faccenda complicata. Nessuno arriva fin qui se può permettersi quello che gli chiedono gli altri. A quanto pare la gente crede che il mio cervello sia malconcio come questi muri». «Gli altri sono dei ladri», disse Mr. Nettle. «Questo è vero.» Il fabbro non aveva neppure interrotto il proprio lavoro. Continuò a martellare la barra di ferro mentre si raffreddava, l'appiattì a entrambe le estremità e poi la piegò in mezzo a formare una staffa da muro. «Però la gente deve mangiare, e per mangiare deve commerciare, e io più degli altri. Sono sessant'anni che me ne sto a questa forgia e gli affari sono più magri che mai. Chiunque possa permettersi qualcosa di meglio non arriva fin quaggiù. Hanno paura che la strada gli si sbricioli sotto i piedi.» «Io voglio proporti un baratto.» Il fabbro agguantò la staffa con un paio di lunghe pinze, e la lasciò cadere in una tinozza d'acqua. Il vapore sibilò, furioso. L'uomo si asciugò la fronte con uno straccio. «Vediamo cos'hai.» Mr. Nettle gli porse la scure. «Be', potrei usare l'acciaio, ma tu cosa vuoi in cambio?» Mr. Nettle esitò. «Una balestra.» Il fabbro lo guardò con un'espressione che avrebbe potuto essere un ghigno, o anche solo una smorfia di stanchezza. «Vedi per caso delle armi, qui dentro?» gli chiese. «Io fabbrico perni e staffe per i muri. Perni e staffe, e sono fortunato se ci guadagno un penny a pezzo. Nessuno paga in anticipo il ferro lavorato sull'orlo di una frana, a meno che non costi meno della sabbia.» «Saresti disposto a lavorare la parte in ferro se io te lo procuro? La parte in legno me la faccio da me.» 49
«Non a questo prezzo.» Restituì la scure a Mr. Nettle. «Pagherò, ti offrirò dei soldi per il lavoro.» «Bene, allora torna quando ce l'hai. Se puoi procurarmi altro acciaio, se ne riparla.» «Mi serve per questa sera.» Il fabbro scosse la testa. «Lo era davvero, una faccenda complicata. Le parti metalliche di una balestra in un giorno, e con un anticipo così misero.» «Posso pagarti col mio lavoro», disse Mr. Nettle. «Alimentare la fornace, portare il carbone. Ti fabbrico le staffe, se mi insegni come si fa.» «A che ti serve la balestra?» Mr. Nettle non rispose. Il fabbro guardò la veste da lutto rovinata di Mr. Nettle, i lividi e il sangue che aveva in faccia. Dopo un momento disse: «Stanotte è luna nera, eh? Se hai intenzione di andare a caccia, non vedo come potrai pagarmi il debito». Mr. Nettle s'infuriò. Non aveva riflettuto sul dopo Notte dello Sfregio, non pensava che fosse importante. Ma quell'uomo aveva il diritto di essere diffidente: un debito era un debito, e i debiti vanno pagati. Ognuno ha diritto di mangiare quanto chiunque altro e, se Mr. Nettle non fosse tornato, sarebbe venuto meno al suo patto col fabbro. Il che equivaleva a rubargli il cibo di bocca. Fu allora che Mr. Nettle provò un senso di nausea, di vuoto allo stomaco, e più che mai ebbe il desiderio di tornare alla sua bottiglia. «Senti», disse il fabbro. «Parlavi di intagliare il legno per la balestra. Sei un carpentiere? Sei capace di fare una cosa del genere? Hai mai tirato con una balestra? Ne hai mai vista una?» «No», ammise Mr. Nettle. Ebbe la stessa sensazione di quando si era trovato sul Ponte della Porta: intrappolato dalle circostanze e, nonostante tutta la sua rabbia e la sua forza, le mura che lo imprigionavano erano più forti di lui. «Già, me lo immaginavo. Forse è meglio che lasci perdere. Lascia stare.» «Non posso.» Il razziatore strinse i denti. «Spiacente.» Il fabbro gli voltò le spalle. Una disperazione improvvisa si impadronì di Mr. Nettle. Cercò di fermare l'uomo afferrandolo per una spalla, con più forza di quanto avesse voluto. Poi allentò la morsa. Era stato sul punto di dirgli: Aiutami, ma la paro50
la gli era rimasta in gola. Gli disse in fretta: «Ti pagherò, lavorerò per te», e si stupì da solo per il tremito nella sua voce. Gli suonava estranea, come se fosse stato un altro a parlare. Il fabbro si girò a guardarlo, il volto duro come il bronzo alla luce del fuoco. Cos'era quello che Mr. Nettle scorse nei suoi occhi? Non aveva mai visto uno sguardo del genere. Poi capì che si trattava di pietà. Abbandonò la presa sull'uomo e si girò per andarsene, timoroso che il fabbro avesse percepito la sua supplica silenziosa. Era stato un pazzo a recarsi in quel posto. Un maledetto pazzo. Non gli serviva l'aiuto di nessuno, né ora né mai. «Aspetta», disse il fabbro. Mr. Nettle esitò, le orecchie che bruciavano più che per i colpi della guardia del tempio. «Vieni nel retro. Forse ho qualcosa che ti posso prestare, se lavori per guadagnartelo.» Il pavimento si inclinava in maniera così improvvisa che Mr. Nettle fece fatica ad attraversarlo. Dovette camminare di lato, le braccia tese in fuori per mantenere l'equilibrio, i piedi che scivolavano. Il fabbro non parve curarsi della pendenza, e si mosse a lunghi passi sghembi che lo fecero sembrare uno sciancato. Si arrampicarono attraverso una porta tutta storta per infilarsi in una celletta di pietra alta appena quanto bastava perché Mr. Nettle potesse stare in piedi. Con la testa sfiorava delle pietre che avrebbero potuto essere indifferentemente un soffitto o una parete. Un po' di paglia copriva un tavolaccio appoggiato da una parte, che formava un angolo acuto contro il muro, o contro il pavimento. Accorgendosi del suo sguardo, il fabbro disse: «All'inizio raddrizzavo il tavolaccio perché rimanesse in piano. Ma un giorno mi sono accorto che non riuscivo più a dormirci. Non riuscivo più a dormire su un letto in piano. Alla fine ci si abitua a tutto, vero?» La pendenza della stanza gli provocava un vago senso di nausea. Lunghi chiodi erano piantati nel muro a bloccare dozzine di staffe di metallo e di perni sghembi, che parevano lancette d'orologio che segnassero le sette o le otto. Il fabbro si inginocchiò davanti a un enorme baule di legno rossastro, la cui solida struttura era rinforzata con bande di metallo ribattute attorno alle fibre rosso scuro. Aprì la serratura e cominciò a frugare all'interno, poi tirò fuori una serie di attrezzi, per la maggior parte martelli e pinze in vari stadi di riparazione e li allineò da una parte. «Eccolo. Dammi una mano.» 51
Assieme, sollevarono un grosso involto di tela di sacco e lo appoggiarono in terra. Era pieno di armi: quattro coltelli, senza manico ma con buone lame affilate; una semplice spada corta, del tipo a volte usato dai riservisti di Deepgate, una mazza «stella del mattino» dalle lame scanalate e ben oliate; e una grossa balestra. Quest'ultima aveva un grosso flettente di tasso rinforzato con metallo e laminato d'acciaio e un pesante meccanismo, simile a un martinetto, fissato in fondo al teniere. «Mi pagavano meglio, prima che la strada franasse», disse il fabbro. «Ai miei tempi facevo anche qualcosa di più dei perni da muro, eh?» Mr. Nettle prese in mano la balestra. Con tutto quel ferro e gli strati di legno pesava quanto un sacco di carbone. «Non è fatta per essere trasportata a mano», fece notare il fabbro. «Questa è una grande balestra, il mercante per il quale l'avevo fatta voleva montarla sul proprio carro per le spedizioni alle Piantagioni. Non sarà tra le più eleganti a vedersi, ma è capace di trapassare un uomo da parte a parte. Questo qui in fondo è il martinetto, vedi, per mettere in tensione la corda. Qui da qualche parte dovrei avere anche la corda, avvolta in una tela cerata.» Frugò di nuovo nella cassa, parlandogli da sopra la spalla: «Bada che ho soltanto tre frecce per questa: sono i campioni che mi aveva fatto l'armaiolo. Dovevo farmene fare delle altre, ma il mercante non tornò più. Immagino che gli Heshette lo abbiano beccato durante il viaggio. Però sono tre belle frecce. Eccole, ed ecco anche la corda». Quando si voltò gli brillavano gli occhi. A un'estremità della prima freccia era attaccato un bulbo di vetro con dentro un liquido denso. «Incendiaria», spiegò il fabbro. «Meglio fare attenzione, con questa.» La posò con cautela. «Ci sono un bel po' di riservisti che si sono ritrovati con un occhio finto o la pelle di cuoio per aver acceso la pipa nelle vicinanze di una di queste.» La freccia successiva aveva la punta d'acciaio a forma di falce di luna. «Punta da caccia», spiegò il fabbro. «Forse il mercante aveva sognato di andare a caccia di falchi o di avvoltoi quando non doveva difendere le sue carote dagli infedeli. Ho come l'impressione che sapresti su chi usarla, eh? Non è avvelenata, ma basta infilare la punta nello sterco d'uccello e può fare un gran brutto lavoro.» L'ultima freccia aveva la punta coperta da uno spesso cappuccio di 52
cuoio. Il fabbro prese un paio di pinze e sfilò il cappuccio con grande attenzione, rivelando una semplice punta d'acciaio. «Questa sì che è rara sul serio, una cantaveleno. Forse non è più potente come una volta, ma forse sì. Non ho intenzione di toccarla per metterla alla prova.» Il fabbro rigirò in mano la freccia come fosse di cristallo. «La peste dell'ingluvie, della migliore produzione di Devon. Estratta da ragni che crescono all'interno della carne umana. Dico sul serio. Lo sai cosa fa?» Mr. Nettle scosse il capo. Il fabbro sogghignò. «La ferita non guarisce mai. Mai più. Non smette di sanguinare fino a quando non rimane più sangue e il Labirinto viene a reclamare la sua parte.» Con molta cautela, rimise il cappuccio sulla punta. «Strappanime, le chiamano.» Diede un'altra occhiata alla lacera veste da lutto. «Magari ti piace come nome, eh?» «Me la presti?» chiese Mr. Nettle. «Ecco, diciamo che te la presto. E in cambio voglio il tuo lavoro. Ho due tonnellate di ferro grezzo da trasportare dal deposito e una cinquantina di chili di staffe che devono arrivare a Rins prima del buio. E, se non ti dispiace, devi pagare il debito prima di stanotte.» Si agitò a disagio. «Niente di personale, ma so bene che notte è stanotte.» Mr. Nettle abbassò la balestra. «Non posso accettare.» «Eh?» «È troppo. Non ce la faccio a ripagartela.» Un giorno di lavoro non poteva bastare a pagare il debito. E con ogni probabilità il fabbro non avrebbe mai più visto la sua arma. Lo sapevano entrambi. La gentilezza dell'uomo lo colpì come un pugno, e Mr. Nettle si voltò per nascondere il proprio sconforto. Doveva trovare un altro sistema. «Ascolta, figliolo», disse il fabbro. «Mi faresti comunque un favore. Con questi bastardi che pagano venti doppie per una misura di ferro, non posso nemmeno permettermi i facchini per portarlo fin qui. E a che vuoi che mi serva questa balestra che se ne sta qui a raccattare polvere?» Mr. Nettle non riuscì a guardarlo negli occhi. «Potresti venderla», suggerì. Il fabbro grugnì. «A chi? Hai mai visto qualche soldato con dei soldi in tasca? Quei poveracci non hanno neppure da mangiare, di questi tempi. I regolari guadagnano qualcosa, d'accordo, ma le armi gliele fornisce la 53
Chiesa, e loro di certo non comprano un ferrovecchio come questo.» «A un mercante?» «Ormai quelli hanno le aeronavi. Dèi degli inferi, e ci devono pagare anche un bel po' di tasse sopra. Trovami un mercante che non abbia le mani del tempio infilate in saccoccia e magari riesco anche a combinare una vendita, ma ormai quelli che non avevano tasche profonde abbastanza da tener lontani la Spina e l'Avulsore sono spariti, marchiati come infedeli. Tu lavora per me, e levami di sotto gli occhi questa maledetta cosa prima che la trovino i preti e se la prendano come pagamento per le tasse.» Mr. Nettle esitò. «Se noi disgraziati non ci aiutiamo fra noi, chi altro vuoi che lo faccia?» Alla fine il razziatore annuì. «D'accordo.» Il fabbro mostrò a Mr. Nettle come incordare la balestra e caricare il dardo azionando il martinetto. «Però ricordati che ci sono solo tre frecce, non di più. Nel caso che tu debba, per dire, colpire qualcosa che si trova piuttosto in alto, dovrà essere un colpo maledettamente preciso, oppure dovrai avere una gran fortuna, eh?» Mr. Nettle non aveva mai preso in mano una balestra prima d'allora, figuriamoci se sapeva usarla. Quanto alla fortuna, non gli era mai toccato granché neppure di quella. Ma adesso aveva almeno una possibilità di rimettere le cose a posto, e cominciò a recuperare un po' di fiducia. Avrebbe pagato il suo debito prima del tramonto, sarebbe stato quanto più corretto possibile verso quell'uomo e poi, giunta la notte, sarebbe stato corretto con l'angelo. Sollevò la balestra all'altezza degli occhi e prese la mira, immaginando le ali nell'ombra. «Come ti chiami?» chiese al fabbro. «Smith»,1 rispose l'uomo con un ghigno da cospiratore.
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Smith in inglese significa «fabbro». (N. d. T. )
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5 FANTASMI, VELENI E PASTICCINI
Il presbitero Willard Sypes osservava e registrava i movimenti dei fantasmi. Per facilitare la visione dell'abisso sottostante aveva spento le lampade dell'osservatorio, lasciando accesa solo qualche sparuta candela dentro le lanterne di cristallo. Nella penombra la veste nera del presbitero aveva perso ogni contorno, e la sua testa sembrava fluttuare al di sopra della scrivania come quella di uno spettro, gialla e rugosa come la pergamena che aveva davanti, mentre il calamo pareva scaturire dalla stretta artritica di una mano staccata dal corpo. Al coadiutore Fogwill Crumb sembrò che il viso del presbitero si fosse immobilizzato per un attimo, prima di confondersi con la pagina. Dalla superficie maculata del cranio calavano pieghe di pelle che parevano accumuli di sego. Piccoli occhi chitinosi saettavano fra quelle pieghe, mentre il vecchio prete allungava la mano per intingere il calamo nell'inchiostro, poi rimetteva a fuoco la pagina, e riprendeva quindi a graffiare parole sul suo registro. Sypes posò la penna e si chinò in avanti con uno scricchiolio per dare un'occhiata attraverso l'oculare dell'auroletiscopio, e per un peccaminoso istante Fogwill si chiese se il rumore fosse venuto dalla sedia o dalle vecchie ossa del suo maestro. L'auroletiscopio occupava quasi interamente l'osservatorio. Sypes girò una manovella e la struttura d'ottone cominciò a ruotare come il meccanismo interno di un enorme orologio. Ruote e rotelle dentate scattarono e si misero in moto a velocità diverse. Il tubo delle lenti girò dolcemente, sollevandosi di una frazione dal foro del pavimento quando il presbitero lo mise a fuoco. I riflessi delle lanterne danzarono sulle lucide superfici riflettenti in movimento, facendo sembrare d'oro brunito l'intero macchinario. Fogwill era in piedi davanti al suo maestro: basso, tozzo e splendente nella sua veste cerimoniale. Il cranio rasato era liscio e duro come una noce, il viso florido spolverizzato del suo prediletto talco al papavero di Clune. Le dita risplendevano di anelli e pietre preziose: grossi rubini dalla montatura d'oro, sottili acquemarine su argento, e una clessidra color 55
dell'ambra che si abbinava ai suoi occhi sorridenti. «Le luci delle anime risplendono, stamani?» chiese. Il presbitero aguzzò lo sguardo nell'oculare. «Non si vede niente da giorni, ormai. Comincio a temere che la mia vista si stia indebolendo.» «Forse i morti stanno diventando meno irrequieti.» Sypes si lasciò andare contro lo schienale della sedia. Aveva l'aria di essere rimasto ingobbito sull'auroletiscopio per tutta la notte. «Oppure più guardinghi.» Scrisse un'altra frase sul registro e lo chiuse con un tonfo. La polvere ricadde lentamente. «Ha chiesto di vedermi», disse Fogwill. Sypes si voltò verso di lui, in una successione di scricchiolii. «Non mi pare.» Fogwill congiunse le dita sotto il mento, cercando di decidere se il vecchio gli stesse lanciando un'esca. Estrasse un rotolo dalla manica. «Ho ricevuto un messaggio.» «Sì, sì.» Sypes sembrava irritato. «È tutto in ordine per la Consegna?» Fogwill arrotolò di nuovo il messaggio e lo ripose nella manica. «I preparativi sono stati quasi completati. Il Sanctum è stato ripulito e benedetto, ho richiesto nuove candele...» «Non profumate?» Il viso del coadiutore si allungò un attimo, prima che riuscisse a riprendere il controllo. «Capisco», disse Sypes. «Possibile che ci tocchi sempre quell'odore da bordello?» «Il profumo maschera l'odore della decomposizione.» Sypes si sporse in avanti e annusò. «Come no.» Fogwill arretrò di un passo, ma conservò l'espressione paziente. C'era in effetti uno strano odore lì dentro, ora che ci faceva caso. Diede un'occhiata verso il camino. Un malloppo di carta pergamena fumava sui carboni ardenti, fumo bluastro si arricciolava attorno ai bordi bruciacchiati. «Poesia», disse il presbitero intercettando lo sguardo di Fogwill. «Il contributo al Codice di un macellaio di Applecross: cento modi di scuoiare un gatto.» «Divertente?» chiese Fogwill. Di certo lunga, per essere una poesia. «Non per il gatto», borbottò Sypes. «Che dio ci scampi dai popolani che 56
imparano a scrivere.» Con una teatrale scrollata del capo si abbandonò sconfortato contro lo schienale. Dalla sedia, o dalle ossa, si levò una flebile protesta. «Come sta Dill?» «In procinto di incontrare la gabbia delle anime.» «Credi che sia pronto?» Fogwill alzò le spalle. «Mah.» Le labbra di Sypes fremettero. «Ormai il ragazzo ha... quanti anni? Dieci?» «Sedici», precisò Fogwill. Come ben sai. Dill aveva già superato di un anno intero l'età prescritta dalle leggi del Codice per diventare Custode delle Anime, e la popolazione lo sapeva. Negli anni seguiti alla morte di Gaine era toccato a Borelock assumersi i doveri dell'angelo e, per quanto fosse competente, la sua presenza non era sufficiente a ispirare i fedeli. Dill era più di un servo della Chiesa, più di un simbolo. Era il legame col passato, con le fondamenta della Chiesa stessa. Come discendente diretto dell'Araldo di Ulcis, la sua stirpe era il legame che collegava l'uomo al dio. Ma fuori dal tempio i pettegolezzi imperversavano. La stirpe di Callis si era conclusa con la morte del padre di Dill? Se la linea di sangue si fosse interrotta, Ulcis avrebbe ancora onorato la proprio promessa verso coloro che lo adoravano? O li avrebbe abbandonati in balia di Iril, il Labirinto di Sangue? A Deepgate l'esistenza era spesso squallida, a volte turbolenta. La Chiesa aveva imparato da molto tempo che per tenere a bada i fedeli era necessario dar loro qualcosa cui aggrapparsi. Fogwill era perciò rimasto sorpreso dello scarso rispetto di Sypes per il Codice su quella particolare questione, ma all'epoca l'aveva attribuito all'apparente declino delle facoltà mentali del vecchio. Solo più tardi aveva cominciato a nutrire qualche sospetto. Il presbitero pareva mostrarsi senile solo quando gli faceva comodo. Sypes si passò sul mento un dito macchiato d'inchiostro, lasciando uno sbaffo blu scuro. Fogwill non poté fare a meno di chiedersi se anche quel gesto fosse stato deliberato. «Non può tenerlo nascosto in quella torre per sempre», disse Fogwill. Il presbitero annuì con aria stanca. «Certo, hai ragione. Ma non posso fare a meno di preoccuparmi per quel ragazzo. Basterebbe così poco: una freccia, un coltello, una bevanda avvelenata.» «Non è troppo tardi per impartirgli un'istruzione da combattente», disse 57
Fogwill. «Può occuparsene la guardia del tempio, oppure... perfino la Spina, voglio dire...» Intendeva dire qualunque Spina all'infuori di Rachel Hael. L'assurdità della sua nomina non era sfuggita a Fogwill. Sypes aveva scelto il peggior assassino di Deepgate per sovrintendere all'addestramento di Dill. «Sono sicuro che lei sarà in grado di insegnargli almeno i rudimenti», disse Sypes. «Be', può darsi.» Qualunque cosa l'angelo avesse imparato da lei sarebbe stata di certo rudimentale. Lei stessa non era stata ancora temprata, per amor di dio. «Col suo permesso, credo che sia il momento di trovargli una moglie.» Sypes sollevò gli occhi, lo sguardo gelido. «Le famiglie sono sempre state ben compensate», continuò Fogwill. «Prima e dopo.» Sypes grugnì: «Il tipo di donna di cui lui ha bisogno è quella che lo sposerà senza nessun...» Agitò la mano verso tutto e niente in particolare. «Le donne hanno altre motivazioni che io...» «Sciocchezze! Ricordo benissimo la moglie di Gaine il giorno del suo matrimonio, il suo sorriso impietrito.» Sypes emise un lungo sospiro e il suo sguardo scivolò verso il foro nel pavimento dell'osservatorio. «E adesso è laggiù che ci osserva.» Appoggiò il mento sulla mano e fissò l'abisso. «Che staranno facendo i morti, eh, Fogwill? Si nascondono, si crucciano, complottano, fanno dei piani, laggiù nell'abisso.» La sua voce si ridusse a un sussurro. «E intanto quassù io svanisco pian piano, come vecchio inchiostro da una pergamena. Li raggiungerò presto.» Sottolineò l'ultima parola con un colpo del dito. «E credo che loro lo sappiano.» Guardandolo là seduto, con la pelle macchiata e le dita che tremavano, Fogwill pensò che probabilmente il vecchio aveva ragione. «Stupidaggini», disse invece. «Lei è forte come un cavallo.» «Quanto al matrimonio, lo lascio a te», disse Sypes. «Non ho stomaco per cose del genere.» Raccolse il calamo macchiato di blu e lo intinse in una boccetta d'inchiostro rosso. «Un messaggio, vostra grazia.» Un ragazzo era comparso sulla soglia, e si tormentava i polsini consunti. «Dèi», disse Sypes. «Non si usa bussare?» Il ragazzo sorrise e gli porse un rotolo, fece un rapido inchino e schizzò 58
via, veloce come un topo. Sypes aprì il messaggio e lo tenne alla distanza di un braccio, sforzandosi di decifrarlo. «Bene, bene. L'Adraki ha attraccato. Il corpo di Edward Hael è arrivato.» «Ottima notizia», disse Fogwill. Sypes si era preoccupato del generale per giorni e giorni. «I suoi figli ne saranno sollevati.» Il presbitero stava ancora leggendo, la fronte aggrottata. «Il corpo?» azzardò Fogwill. Sypes lo ignorò. Alla fine depose il messaggio e si alzò dalla sedia. Afferrò il bastone e disse: «Vieni con me». Lasciarono l'osservatorio e arrancarono su per le scale che si snodavano all'interno della Spirale dell'Accolito. Un branco di preti diretti verso la Sala delle Missioni si fermò e fece ala al loro passaggio. Man mano che salivano, il pavimento si allontanava sotto di loro. Sypes continuava a borbottare, lamentandosi del proprio cuore, della polvere, di tutto quanto. A metà strada Fogwill fece scattare la serratura di una grata e continuarono a procedere lungo i corridoi appena illuminati dalla fioca luce all'etere, in direzione del pontile d'attracco. Mark Hael li attendeva nell'anticamera del pontile. Il viso del comandante degli aeronauti era tirato ma asciutto, la pelle abbronzata dal deserto di una sfumatura color terra sul candore dell'uniforme. Tre galloni dorati gli bordavano le maniche. «Abbiamo lasciato il corpo all'esterno. Per l'odore.» Un vago tanfo di decomposizione aleggiava nell'aria. Fogwill trattenne il fiato, poi aprì le porte che davano sul pontile. Consumato dal tempo e infestato d'erbacce, il molo sporgeva di una cinquantina di passi dalle mura del tempio. Era largo abbastanza da non richiedere ringhiere di protezione, ma così alto da farne sentire la mancanza a Fogwill. Ormeggiata alle bitte in fondo al pontile c'era l'Adraki. Intrappolato in una rete di cavi, l'involucro argenteo torreggiava sopra di loro, lampeggiando violentemente sotto il sole. Oblò e finiture d'ottone risplendevano nella gondola. Deepgate si stendeva abbacinante molto più in basso, adagiata sulle proprie catene sotto l'azzurro del cielo. «Buon dio!» boccheggiò Fogwill tappandosi il naso. Contro quella roba, il suo profumo non aveva la minima possibilità. «Siamo rientrati dal Porto di Sabbia durante la notte», riferì Mark Hael. 59
«Abbiamo prosciugato i serbatoi per arrivare in tempo.» Ma Fogwill non lo stava ascoltando. Guardava il cadavere. La cosa che una volta era stato il generale Edward Hael giaceva supina, le dita annerite contratte sul petto. Sangue secco e brandelli d'uniforme incrostati di cenere macchiavano la pelle screpolata, e al posto degli occhi si vedevano soltanto due orbite nere carbonizzate. Le piante dei piedi nudi richiamarono alla mente di Fogwill due prosciutti bruciacchiati. Sypes tossicchiò. «Sei sicuro che sia lui?» chiese. Mark Hael annuì. Si frugò in tasca e porse qualcosa al presbitero. «Quei selvaggi degli Heshette hanno abbattuto la Skylark nei pressi di Dalamoor. Deve essere precipitata al suolo di schianto, fracassando uno dei serbatoi di combustibile. Ci abbiamo messo un bel po' a ripulire la zona e raggiungere i rottami. Nessun sopravvissuto; l'equipaggio era tutto... così.» Sypes stava osservando quello che aveva in mano. «Brutto affare.» «È secco come cuoio», disse Fogwill. «Consegneremo l'anima oggi stesso», disse Sypes. «Ma...» Sypes sollevò la mano, e Fogwill vide che stringeva una manciata di medaglie. «È ovvio che abbia perso un po' di sangue, coadiutore. Un po'. Non molto per Edward, che ne ha da vendere, trabocca.» Gettò al cadavere un'occhiata poco convinta. «Era un devoto, un buon soldato. Un brav'uomo. Ritengo giusto sostenere che la sua anima sopravvive intatta.» Mark Hael chinò il capo. «Presbitero...» «Puoi andare, comandante», disse Sypes. «Ce ne occuperemo il coadiutore e io.» «Molto bene, vostra grazia.» Hael si voltò per andarsene. «Comandante.» «Vostra grazia?» «Non ho ancora informato tua sorella.» Mark Hael annuì e rientrò nel tempio. Non appena si fu allontanato, Fogwill levò le braccia. «Ma guardi quel corpo, è un guscio vuoto! Non gli è rimasta una sola goccia di sangue nelle vene. La sua anima è già a Iril.» «Mark Hael è un bravo ragazzo», mormorò Sypes quasi fra sé. «Un giorno diventerà un ottimo generale. Buon sangue non mente. Non sarebbe 60
opportuno creare attriti fra la Chiesa e i militari.» Strizzò gli occhi e fissò lo sguardo lontano, verso il deserto. «Soprattutto ora.» «Ma non può benedire quella cosa! Renderebbe Ulcis furioso.» Sypes scacciò la sua obiezione con un gesto. «Soldati devoti come il generale Hael sono rari, e il dio delle catene ha bisogno di uomini valorosi.» «Ma la sua anima è già nel Labirinto!» «Sciocchezze.» Fogwill scosse il capo. «Mi procurerò dei portatori», borbottò, ansioso di sottrarsi a quel tanfo. «No, Fogwill. Non c'è molto tempo prima della Consegna. Cerca piuttosto di trovare Devon, vuoi? Dovrebbe essere qui anche lui.» Fogwill aggrottò la fronte. Aprì la bocca per ribattere, ma cambiò idea. A che pro? Sypes sembrava deciso a contrastarlo. «Manderò un ragazzo», disse infine. «Preferirei che te ne occupassi di persona.» Sypes si strinse la radice del naso fra due dita macchiate d'inchiostro, lasciando altri segni bluastri. «Se mandi un messaggero, Devon non farà altro che metterlo sotto a strofinare tinozze in quell'infernale officina, e non lo rivedremo mai più.» «Strofinare tinozze?» Fogwill non riuscì a celare il disprezzo nella propria voce. Aveva le sue idee su cosa accadeva al personale del tempio che andava a finire nel Dipartimento di Scienza Militare di Deepgate. Le sopracciglia cespugliose di Sypes si aggrottarono fin quasi a nascondere gli occhi tra i rilievi del volto. «Vuoi andare a cercare Devon?» «Non avrò il tempo di arrivare fino a laggiù. La cerimonia...» «Allora ti suggerisco di provare in cucina.» «In cucina?» Gli occhi del coadiutore si ridussero a due fessure. «Nella nostra cucina? La cucina del tempio?» «Mi risulta che abbia ricominciato con i suoi giochetti.» Lo sguardo di Fogwill si abbassò oltre la veste fresca di bucato, sulle sue pantofole preferite di feltro blu, un dono di sua madre, che l'amata vecchietta aveva personalmente ricamato punto per punto in spirali d'argento dalla forma vagamente floreale. Il suo viso incipriato si afflosciò. «La cucina, ovvio. Dove altro potrebbe essere oggi l'Avvelenatore?»
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*** Rachel Hael era appesa a testa in giù, nel buio. Si concentrò sul proprio respiro. Sui muscoli, sulle pulsazioni cardiache, per costruire uno stato mentale capace di controllare la circolazione sanguigna e la respirazione. Visualizzò un gelo paralizzante che le prosciugasse tutto il sangue dall'epidermide, una minaccia che le accelerasse le pulsazioni e rinvigorisse i muscoli stanchi. La Spina definiva quel processo la «focalizzazione». Ogni adepto bene addestrato era in grado di controllare per un certo periodo la fatica, la fame e persino la sete. Avrebbe dovuto essere in grado di rimanere appesa per i piedi a quella corda per ore, forse anche giorni, senza effetti nocivi. Ma era in quella posizione da soli dieci minuti e già un feroce mal di testa la tormentava. Il suo maestro della Spina, un uomo sottile di cui non conosceva il nome, avrebbe disprezzato la sua incapacità di focalizzare, se solo fosse stato capace di disprezzo. Tra tutti gli adepti della Spina, Rachel era l'unica capace di provare disprezzo, risentimento, rabbia, felicità. Tutte debolezze, per un assassino, perché per una Spina le emozioni erano un anatema. Contaminavano la purezza di pensiero e azione, impedivano la focalizzazione, ostacolavano la Spina sul campo. L'emozione non poteva essere tollerata a lungo. Agli occhi della Chiesa, ciò faceva di lei l'adepto più debole fra tutti, e ne aveva dato prova più volte. Qualcuno tirò la corda. Con un volteggio, sfilò le caviglie dal loro sostegno, e si arrampicò di nuovo in camera sua. Il fratello era in piedi accanto alla botola nel pavimento. «Cercavi di arrivare più vicina a dio?» le chiese. Rachel si sedette sul bordo della botola e recuperò la corda, avvolgendola tra mano e gomito. «Mi aiuta a rilassarmi.» Lui le diede un'occhiata inespressiva. «Il silenzio», chiarì lei. C'era un mare di silenzio laggiù nell'abisso, miglia di silenzio attorno a lei e per indicibili miglia più in basso, ma non riusciva più a calmarla come una volta. Negli ultimi tempi bastava appena a smussare gli spigoli. «E se la corda si rompesse?» chiese Mark. Lei scrollò le spalle. 62
«O qualcuno la tagliasse?» Altra scrollata di spalle. «Dèi degli inferi!» gridò Mark. «I monaci mi avevano detto che ti avrei trovata quaggiù, ma non ci avevo creduto. Ho pensato che fosse una specie di scherzo fra Spine, prima di ricordarmi che non hanno assolutamente il senso dell'umorismo.» «Cosa vuoi?» «Anch'io sono contento di vederti.» Rachel prese la spada dalla rastrelliera e la fece scivolare nel fodero che portava sulla schiena. Appese le fiale di veleno alla cintura, infilò i tre tubetti di bambù nelle cartucciere laterali, e poi si sedette sul letto a infilare coltelli e aghi nei foderi della sua armatura di pelle. «L'abbiamo trovato», disse Mark. Lei si interruppe per un istante, poi riprese a rifornire l'armamento. «Sypes si aspetta che assistiamo entrambi alla Consegna.» «Ho da fare.» «Non hai scelta,» Un sorriso amaro le distese le labbra. Mark aprì la finestra e si sporse a osservare le catene di ancoraggio e il ventre del Ponte della Porta. «Questa dev'essere la camera più bassa del tempio. Ha un qualche significato simbolico? Tenervi quaggiù, nelle fondamenta, nell'oscurità?» «Accesso.» «Cosa?» «Lascia stare.» Mark si guardò attorno nella stanza, ma apparentemente non trovò nulla di interessante. «Non ti offrono molto, vero?» Rachel fece scivolare una cerbottana nella cintura, poi sollevò la propria balestra dal suo sostegno e cominciò a ingrassare la corda. «Ho tutto ciò che mi serve.» «Te la cavi bene con quell'affare?» «Sono ancora viva.» Mark sospirò. Scrutò di nuovo la stanza, prima che il suo sguardo tornasse sulla balestra che la sorella teneva in grembo. «Ho sentito di quel nuovo ladro di anime. Gli aeronauti lo cercano da queste parti. Pare che la maggior parte dei gusci fosse personale del tempio.» Lei non gli badò. «Tu hai visto niente?» 63
«Di che genere? Tipo qualcuno che trasporta un cadavere dissanguato?» Mark Hael rimase in silenzio per un momento, poi disse: «Se nascondi qualcosa...» Lei sbuffò. «Dovresti conoscermi meglio.» Lui alzò le mani. «No, Rachel, non ti conosco, Ti ho vista a malapena, negli ultimi dodici anni. Non hanno fatto altro che spostarti da una fogna all'altra. Quando non eri a marcire in quei sotterranei infestati dai monaci che si ostinano a chiamare scuola, vagabondavi in giro per caverne puzzolenti contaminate dagli Heshette, sotto qualche maledetta montagna.» Aveva finalmente trovato il vino su un cassettone. Rachel sentì che toglieva il turacciolo dalla bottiglia e lo annusava. «Bassa valle del Coyle. Quasi non vale lo sforzo di versarlo.» «Allora non farlo.» Mark rimise il turacciolo. «Senti, mi dispiace. Ho avuto una settimana difficile.» Rachel strinse i denti. Posò la balestra e si diresse alla finestra, volgendogli le spalle. Si sporse, lasciando che la brezza le accarezzasse il viso. Le catene di sostegno si stagliavano contro il cielo mattutino. Conosceva bene quelle catene: fornivano passaggi per ogni angolo di Deepgate, passaggi segreti. Ma conosceva anche meglio i tetti della città. Erano quattro anni, ormai, che erano il suo terreno di caccia a ogni Notte dello Sfregio. Quattro anni, una cinquantina di Notti in totale, e in tutto quel tempo aveva scagliato solo nove frecce. La cosa che inseguiva conosceva i tetti meglio di chiunque altro. Un corvo saltellò su una sporgenza sotto di lei, nero come il ferro che aveva attorno. Lei osservò lui che osservava lei. Forse anche la sua preda la stava osservando? Improbabile, pensò: Carnival rifuggiva la luce del giorno. «Sypes è stato clemente a permettere la Consegna di nostro padre», disse Mark. «Non credo sia rimasta in lui una sola goccia di sangue. Persino il verme se n'è accorto. Secco come il cuoio, ha detto. È stato come se avesse tirato uno schiaffo sul viso alla grassa principessina, a parlargli in quel modo.» I privilegi di essere un Hael. Il rango di Mark fra gli aeronauti, la propria ammissione all'addestramento della Spina, tutto grazie al nome di famiglia, un nome che generazioni di contrabbandieri di ferro, schiavisti delle Piantagioni e leccapiedi della Chiesa avevano innalzato un centimetro 64
alla volta dalla Lega fino ai Chiostri. «Non te ne importa nulla», disse Mark. «Dopo tutto quello che lui ha fatto per te.» «Vattene», scattò lei. «Un tempo ti avrei schiaffeggiato se mi avessi parlato in questo modo.» Rachel se ne ricordava, ma non si voltò. Dodici anni di Spina le avevano fornito sufficienti difese contro Mark. E contro chiunque altro. Sospirò. Quasi chiunque. La voce di Mark si ridusse a un sussurro. «Ho i documenti per il consenso, l'autorizzazione per il tuo addestramento, per essere temprata. I maestri della Spina insistono perché li firmi.» Rachel si irrigidì. «Non so», disse Mark. «Ci ho riflettuto... Rachel, non voglio che diventi come loro.» Lei chiuse gli occhi. «Sono senz'anima.» Mark rimase in attesa. «Nient'altro che cadaveri che camminano. Non riesco a immaginarti in quello stato, tu, mia sorella. Non voglio che...» Rachel non riuscì più a trattenersi. «Tu menti!» gridò, voltandosi per fronteggiarlo. «Lo fai solo per ferirmi. Sei amareggiato perché tu hai fallito le prove di ammissione e io le ho superate. Incolpi me per la delusione che hai dato a nostro padre...» «Sei ancora solo un'adepta.» «Ma hai idea di cosa ho dovuto fare per raggiungere questo rango? Hai idea di quanto sia stato duro?» Mark le rivolse un sorriso freddo. «Ho sentito del tuo piccolo spettacolo.» «Spettacolo?» Aveva battuto ogni altro adepto, l'uno dopo l'altro, in combattimento singolo, e non era stato sufficiente. E così, malconcia ed esausta, aveva sfidato il maestro. Un insulto, se mai lui fosse stato capace di percepire un insulto come tale. Alla fine, l'unica cosa che il maestro era stato ancora in grado di fare era stata focalizzare per mantenere i propri polmoni liberi dal sangue. «Be'...» Mark si stava guardando attorno in cerca di qualche argomento di distrazione, ma non ne trovò. «Questa è l'ulteriore dimostrazione che non hai bisogno di cadere nelle grinfie della Spina. Se riesci a combattere in quel modo senza nemmeno essere stata temprata...» 65
«Non avevo scelta! Non si fidano di me, non mi accettano. Ho dovuto fornire gli argomenti affinché aspettassero il tuo consenso. Se non firmi quei documenti si libereranno di me, mi butteranno fuori a calci, se non peggio...» Si interruppe, fissò duramente il fratello e di colpo se ne rese conto. «È quello che vuoi, non è vero? Vuoi che mi buttino fuori. Vuoi che fallisca.» «Voglio solo proteggerti», mormorò lui. «Bastardo senza cuore.» «Senza cuore?» Mark divenne paonazzo. «Detto da te è fantastico! Quanti Heshette hai liquidato a Collecavo?» Giusto Mark poteva usare un termine come «liquidare». Lui uccideva dall'alto di un'aeronave, da lontano. Intere tribù di Heshette erano state liquidate grazie all'impiego di veleni. Uomini, donne e bambini erano stati liquidati da intelligenti, precise, ben dirette, economiche bombe incendiarie. Mark non si era mai avvicinato abbastanza da sentirli urlare o implorare. Non li aveva mai visti sanguinare né impazzire. Erano stati semplicemente liquidati, mai uccisi, mai sterminati. Le sue mani si contrassero su uno dei tubetti di bambù appesi alla cintura, poi le rilassò. Respirò a fondo. «Per favore, firma quelle carte», disse con calma. «Lascia che mi temprino. Non posso più vivere senza tutto questo. Non posso fare quello che tu vorresti farmi fare.» «No, Rachel.» «Allora vattene. Voglio restare sola.» «Lo sei sempre, sola. Com'è che detesti tanto la compagnia?» Era così? Non che i monaci proibissero esplicitamente le relazioni. Non era mai così semplice. Si limitavano a tenerla laggiù a addestrarsi, a focalizzare, o la spostavano da una parte oscura del mondo a un'altra. Si ricordava della prima volta che aveva preso in mano una spada, come aveva riso, ruotando su se stessa come una danzatrice mentre suo padre la guardava sorridendo. Era stata una delle ultime volte che aveva riso. Ma aveva danzato ancora con la spada: a Collecavo e nella Foresta di Scisto, nelle caverne degli Heshette, nelle bettole che puzzavano di gin e nei bordelli del Porto di Sabbia, finché la spada non era diventata parte di lei come lo era la fede per i temprati. Aveva danzato un centinaio di volte, prima di venire assegnata ai tetti, a Carnival. Non sei ancora pronta, l'avevano messa in guardia. Comunque non farà differenza. Strizzò gli occhi guardando l'abbagliante cielo azzurro oltre le catene 66
delle fondamenta. I suoi occhi non erano abituati alla luce del giorno, perché per cacciare di notte doveva vivere e addestrarsi nel buio. Per quattro anni si era svegliata al crepuscolo, e addormentata prima dell'alba. «Sypes vuole che tu resti qui», disse Mark. «A badare a quel suo passerotto.» «Dill.» Il corvo zampettava sulla sporgenza sotto la finestra, strappò un brandello di muschio e volò via. Rachel lo guardò innalzarsi verso la città illuminata dal sole. Di sicuro la Chiesa aveva impastoiato Dill proprio come Mark aveva impastoiato lei. Dopo Gaine, la Chiesa aveva impedito ai propri arconti di volare. Una volta soffocate le guerre con gli Heshette e introdotte le aeronavi, gli arconti da battaglia non erano più necessari. O almeno così diceva il presbitero. Rachel sospettava che ci fosse qualcosa di più. Sewender, il fratello maggiore di Gaine, era morto giovane e senza eredi e Gaine, che considerate le circostanze avrebbe dovuto prendere diverse mogli, si era sposato soltanto una volta. Con sommo orrore del clero, Sypes non lo aveva spinto a sposarsi di nuovo. E, dopo che un ignoto balestriere aveva ucciso Gaine, la linea di sangue si era di nuovo ridotta a un solo angelo. E che angelo. Per quanto Gaine, con tutta la sua fama, fosse stato solo l'ombra dei suoi avi, Dill - il povero Dill - non era che la pallida ombra di suo padre. Era evidente quanto il sangue di Callis si fosse diluito. Nessuna meraviglia che Sypes lo tenesse segregato nella torre, fuori vista. La Chiesa aveva nemici ovunque. A quanto si diceva, Deepgate era piena di spie Heshette, e il presbitero faceva del suo meglio per conservare al proprio gregge l'ultimo legame tangibile col dio. L'interdetto, quella crudele legge immutabile, era stato imposto a Dill fin da quando era stato grande abbastanza da poter volare. O da poter volare via? Sypes si era comportato da folle: tenere qualcuno incatenato l'avrebbe solo reso più determinato alla fuga. «Ti piacerà, vedrai», disse Mark. «A te piacciono gli animali, non è vero?» «Stai cercando di farmi innervosire? È per questo che sei venuto?» «Bene!» Batté le mani. «Me ne vado. Ti lascio ai tuoi coltelli, alle tue frecce e alla tua celletta buia. Vedi solo di essere al Sanctum in tempo per la cerimonia.» Esitò un attimo accanto alla porta. «Non ti metterai addosso quella roba, vero?» 67
Rachel non rispose. Stava pensando a Dill. Tenendolo recluso, la Chiesa gli aveva salvato la vita o gliel'aveva rovinata? E, mentre il corvo si allontanava tra le catene di fondazione, si chiese perché gliene dovesse importare. *** Da una stanza rotonda alla base della sua guglia, Dill scese ancora più in basso nelle viscere del tempio, con un ascensore asmatico. Poco più di una gabbia di ferro in cui si sprofondava fino alle caviglie in un tappeto ammuffito, la macchina attraversò un buco nel pavimento, cigolando e vibrando, superò circa quattro metri di pietra, per emergere in uno spazio enorme e apparentemente senza fondo: la Sala degli Angeli. La luce del sole risplendeva attraverso le enormi finestre dalle vetrate color ciliegia, arancio e limone che si allineavano sulle pareti più lontane, trasformando in sottili sagome scure la moltitudine di preti freneticamente impegnati a preparare il tempio per la Notte dello Sfregio. Le figure sciamavano sulle passerelle e sulle scale, schermavano le finestre con enormi grate e ne controllavano e ricontrollavano le serrature, montavano le balestre sui loro sostegni piazzati davanti alle bocche di lupo a forma di croce. Dill tirò uno dei cordoni adorni di nappe che in teoria avrebbe dovuto avvertire gli invisibili operatori che desiderava essere portato nel corridoio del Sanctum. Un campanello risuonò sotto di lui, in lontananza, e da qualche parte là sotto una mezza dozzina di uomini avrebbe dovuto azionare gli argani. L'ascensore si fermò ondeggiando e poi riprese a scendere, avvicinandosi di più al muro meridionale. Un piccione si posò sulle sbarre sottostanti e cominciò a tubare, prima di accorgersi della presenza dell'angelo e fuggire con uno stridio. Dill detestava quell'ascensore. Il presbitero l'aveva fatto installare apposta, dopo che la Chiesa aveva interdetto ogni volo ai propri arconti. Il marchingegno era lento, scomodo e difficilmente raggiungeva il piano richiesto. E, anche quando ci arrivava, si fermava spesso così lontano dal piano da doverlo raggiungere con un salto pericoloso. Che poi ciò dipendesse da un guasto del meccanismo, o dallo scontento di chi lo manovrava, Dill non era in grado di stabilirlo. L'ascensore si fermò con un sussulto e rimase a ondeggiare nel vuoto, a settanta metri sopra il pavimento e ad almeno trenta di distanza dalla parete più vicina. «Ehi?» chiamò Dill. 68
Nessuno dei preti lo sentì. Erano troppo lontani e troppo indaffarati a bloccare le finestre o sistemare e caricare le balestre della Spina. Con la mano sulla spada, Dill rimase in attesa nell'ascensore. E attese. «Ehi?» Nessuno rispose. Molto più in alto, lo stesso piccione di prima continuava a svolazzare. *** La cucina era un campo di battaglia. Il clangore di innumerevoli coltelli si levava sopra il ruggito dei fuochi per gli arrosti e le urla degli uomini. Battaglioni di cuochi in cappellone bianco sudavano sui taglieri, intenti ad affettare, sminuzzare, sbuzzare, pestare. Calderoni sobbollivano sui fuochi dei fornelli. Gli sguatteri sgobbavano davanti alle tinozze fumanti di vapore a strofinare quantità infinite di vasellame, mentre i dispensieri si aggiravano reggendo vassoi carichi di capra abbrustolita e dolci montoni, tortini d'allodola e di cornacchia e patate bollenti imburrate. Il viso di Fogwill era già congestionato, e rivoli di sudore si aprivano minuscoli sentieri nello strato di talco che gli copriva le guance. Decise che, più veloce camminava, più pulito sarebbe riuscito a mantenersi, quindi zigzagò rapidamente tra fornelli e tinozze, si chinò sotto file di vasi di rame appesi in aria e superò con un salto ruscelli di saponata. Cercando di coprirsi il naso con una manica, andò quasi a sbattere contro un facchino brizzolato che trasportava un maiale. L'animale gridò e si agitò fra le braccia dell'uomo, che sputò una maledizione. Un garzone distolse l'attenzione dai limoni che stava tagliuzzando e sogghignando lanciò una battuta sicuramente poco gentile, ma Fogwill non riuscì a distinguere le parole nel frastuono generale. «Bestiale», borbottò il coadiutore. «Semplicemente bestiale.» Quel posto era un serraglio. Bastava pensare ai germi, al sudiciume introdotto con gli animali. Gli sarebbe toccato immergersi nell'olio di limone dalla testa ai piedi, dopo. Attorno alle caviglie la sua veste era già inzuppata, quanto alle pantofole... meglio non guardarle troppo da vicino. Alla fine trovò il capocuoco che se la dormiva beatamente su un giaciglio di fortuna fatto di sacchi ammucchiati sotto la rastrelliera delle anguille, e quasi vomitò per il tanfo. Persino il cadavere del generale Hael ema69
nava un fetore meno malsano. Le anguille trasudavano gocce unte che si spiaccicavano sulle guance carnose del dormiente, che borbottava e si agitava nel sonno. Con la punta del piede, Fogwill pungolò la figura distesa. «Sveglia, Fondelgrue. Svegliati.» Una goccia oleosa atterrò anche sulla sua testa. Fondelgrue si svegliò con un grugnito e si grattò il ventre grasso sotto la tunica che una volta doveva essere stata bianca. Quando vide Fogwill strizzò un occhio, mollò una scoreggia e sospirò: «Crumb? Che vuoi?» Fogwill si accorse delle gocce scure che ormai macchiavano la sua veste cerimoniale e arretrò dalla verticale delle anguille, pregando con tutte le sue forze che l'orrendo puzzo venisse dall'uomo e non dalle creature sopra di loro. «Sto cercando Devon. L'hai visto in giro?» Dietro di loro si sentiva un acciottolio di piatti, e qualcosa andò in frantumi. Fondelgrue ignorò l'incidente. «Che vuoi che ci venga a fare quaggiù quell'Avvelenatore del cavolo?» «Magari potrebbe fare un altro tentativo di manipolare il cibo.» Fogwill gettò un'occhiata sprezzante ai calderoni che sobbollivano e schiumavano e ai forni fumanti incrostati di vecchi avanzi. «Ma vedo che hai la situazione completamente sotto controllo.» Il capocuoco si passò una mano fra i capelli unti, poi si fermò per osservare qualcosa che gli era rimasto incastrato sotto le unghie. Scoccò a Fogwill un'occhiata di traverso. «Credo che sperimenti su di noi i suoi veleni e le sue pestilenze.» «A sentire lui, viene qui per trarre ispirazione.» Fondelgrue fece un sorrisetto stentato. «Be', se lo vedi ti prego di comunicargli che è atteso con urgenza nel Sanctum... per una questione estremamente importante», disse il coadiutore. Il capocuoco soffocò un sorriso. «Con voialtri, tutto quanto è sempre maledettamente importante.» Dietro di loro un dispensiere si mise a strillare contro un garzone. Qualcos'altro andò in pezzi, senza che Fondelgrue avesse il minimo sussulto. Alla fine grugnì e richiuse gli occhi. «Be', a ogni modo puoi vedere che Devon non è qui.» Fogwill esaminò di nuovo i dintorni. Due garzoni facevano la lotta nel passaggio fra i banconi carichi di catinelle e taglieri. Mentre scivolavano e si rotolavano sul pavimento bagnato, uno di loro urtò un tavolo, facendo rovinare a terra un cesto pieno di posate, con un clangore metallico. 70
«Vedo che hai del personale nuovo», commentò Fogwill. «Sono già stati tutti controllati?» Il presbitero Sypes aveva ogni diritto di sentirsi nervoso. Ora che i nemici Heshette erano stati decimati, c'era sempre il rischio che passassero a metodi di vendetta più sottili. Una coppa di veleno? Fogwill respirò a fondo e se ne pentì immediatamente. Un cane uggiolò poco lontano, per interrompersi di colpo. Un cane? Meglio non indagare. Diede ancora un'occhiata ai garzoni che lottavano e si avviò nella direzione opposta. Con orrore, si rese conto che l'odore lo seguiva. Mentre si faceva strada per uscire dall'ampia cucina dovette scansare innumerevoli cuochi, lavapiatti, sguatteri addetti a sbattere, scalcare, sminuzzare verdure, dispensieri, cameriere e inservienti. La cucina ne ribolliva, chi avrebbe mai notato l'assenza di un individuo? O anche di una dozzina? Nel corso degli anni, chissà quanti ne aveva potuti smistare l'Avvelenatore verso le sue fetide cucine. Gli tornarono alla mente le parole di Fondelgrue: Credo che sperimenti su di noi i suoi veleni e le sue pestilenze. Quando riuscì finalmente a raggiungere la porta, Fogwill aveva cominciato a immaginare che ognuno di quei calderoni contenesse orrori sconosciuti. Quella carne, dalle sospette striature verdi? Quel pollame pallido, quale malattia l'aveva ridotto così? In quel preciso momento il coadiutore decise che non avrebbe mai più mangiato cibi preparati in quella cucina. Almeno per una settimana. E nel frattempo avrebbe insistito con Sypes sulla questione della sicurezza, si sarebbe occupato personalmente di sovrintendere ai cambiamenti. Un vivandiere gli scivolò accanto reggendo un vassoio d'argento carico di pasticcini. Fogwill ne agguantò uno e lo ispezionò con cura. Il ripieno di crema emanava forse un vago odore di zolfo? Appoggiò appena la lingua sull'impasto soffice: c'era per caso un tocco di amaro mascherato dalla dolcezza succulenta e burrosa? Si cacciò in bocca il pasticcino tutto intero e abbandonò la cucina masticando. A volte valeva la pena di correre qualche rischio. *** L'Arcichimico e Avvelenatore Alexander Devon giaceva disteso e sveglio, e sanguinava. Il sangue stillava dalle spaccature che gli solcavano il 71
viso, il collo e il petto, dalle lacerazioni sotto braccia e ginocchia, e inzuppava il vecchio lenzuolo macchiato. Le vesciche sulla schiena scoppiavano non appena si muoveva. Si sentiva i polmoni come incrostati: ogni respiro gorgogliava e bruciava, e a ogni colpo di tosse espelleva filamenti di muco che sputava in un secchio accanto al letto. Le palpebre ridotte a carne viva gli sembravano vetro tritato sugli occhi gonfi. Quando si voltò per controllare l'orologio a muro accanto alla finestra, le ossa cigolarono e i muscoli stridettero contro l'interno della pelle. Era in ritardo per il lavoro e, anche se ogni movimento gli causava dolore, Devon si alzò comunque dal letto, e cercò di mutare la propria smorfia di dolore in un sorriso. La vita, dopotutto, era un susseguirsi di piccole sfide. Il lato del letto di Elizabeth era ancora liscio e asciutto. Lui si posò un dito sulle labbra e toccò il punto dove una volta il suo capo aveva riposato. Anni di lavaggi avevano sbiadito la sagoma del suo corpo ferito finché non era rimasto altro che un pallido contorno di sangue vecchio. Un giorno, immaginava, di lei sarebbe scomparsa completamente ogni traccia. Tolse il lenzuolo e lo gettò in un cesto, poi si mise al lavoro per medicare le proprie ferite. Prima le braccia: tamponò la pelle sanguinante con un soffice panno di cotone immerso nell'alcol, la ripulì dal sangue, e con delicatezza si fasciò con bende pulite. Poi il petto: una volta ripulita la pelle, bloccò sotto un'ascella l'estremità della benda, e se l'avvolse più volte attorno al torace, fino alla vita. Una fitta di dolore gli saettò nelle ginocchia quando si piegò per prendersi cura di gambe e piedi, ma fece con calma. Era importante coprire ogni singola ferita, per evitare ulteriori infezioni. Le Cucine dei Veleni pullulavano di agenti infettivi. Quando ebbe finalmente terminato, indossò con cura il vecchio completo di tweed e cercò di riacquistare la propria compostezza per la giornata che lo attendeva. Sentiva ogni centimetro del proprio corpo ridotto a fragile carne viva. Inforcò gli occhiali. Sebbene la sua vista stesse calando, gli occhi restavano vivi e caldi. Un tempo attraente, pur con una certa aria da mascalzone, aveva un viso bonario, che ancora recava traccia di sorridenti rughe d'espressione, un viso che la gente tendeva a trovare istintivamente simpatico, non fosse stato per le lacerazioni e le vesciche e la pelle che trasudava sangue. La carne di Devon aveva conosciuto il tocco del veleno. La luce del mattino filtrava attraverso le tende trasparenti della sua camera da letto, mentre fuori i mattoni e i tetti catramati della Depressione si 72
crogiolavano al sole. Gli uccelli cinguettavano senza posa, dopo essere andati a nidificare a migliaia lontani dai ladri di uova e dai malviventi che ormai da tempo avevano spogliato di tutto quel quartiere derelitto. Devon chiuse gli occhi e si lasciò sommergere dalle loro melodie. In lontananza, la campana a lutto rintoccò solenne nel tempio. A Elizabeth sarebbe piaciuto stare in quel posto. Lui aveva atteso con ansia di poterglielo mostrare non appena la ristrutturazione fosse stata completata; doveva essere una sorpresa. Vasi d'argilla e attrezzi ingombravano ancora il tetto del magazzino, e i ciottoli demarcavano i vialetti che serpeggiavano tra i cumuli di fertile terreno importato dalle Piantagioni. Aveva piantato iperico, panicella e rose, eretto pergolati e costruito uno snello gazebo di legno giovane. Ma i fiori che aveva piantato erano tutti avvizziti, il terreno era inaridito e sterile. Ci aveva messo troppo tempo a realizzare la sua sorpresa. E di lei non sopravvivevano altro che vaghe tracce: le macchie sbiadite sulle lenzuola che aveva portato con sé dalla loro casa di Bridgeview, alcuni flaconi del suo profumo, ormai vuoti, e il ritratto che gli era costato sei mesi di salario per far dipingere. Devon divideva la sua nuova casa con i ricordi. Prese uno dei flaconi di profumo di Elizabeth e aspirò a fondo. Persino l'aroma era ormai sbiadito, come il fantasma di un fiore appassito da tempo, ma, come sempre riusciva a fare, ebbe l'effetto di rafforzare la sua risoluzione. Dolcemente, rimise il tappo al suo posto e posò la bottiglietta, indugiando con la mano sul vetro liscio. Dal laboratorio nella stanza accanto si sentivano provenire dei singhiozzi: bene, la ragazza era sveglia. Forse avrebbe dovuto prepararle un po' di caffè e cercare di tranquillizzarla. Ma il caffè poteva interferire col sedativo che aveva in programma di usare su di lei. Sospirò. Magari avrebbe cercato di parlarle con dolcezza, di dare qualche sollievo al suo dolore. Non era comunque facile: il dolore sarebbe stato intenso, e la poveretta avrebbe lottato con tutte le proprie forze. La vita, dopotutto, era un susseguirsi di piccole sfide.
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6 LA CONSEGNA
L'odore di cera al limone pervadeva il corridoio, ma quella velatura di profumo dolciastro non riusciva a mascherare il puzzo di decomposizione. Candelieri di ferro pendevano dalle catene fissate alle volte, e le fiammelle delle candele arrivavano a riflettersi nel pavimento di marmo, senza però fornire più di una flebile illuminazione che pareva disperdersi nella vastità degli spazi. All'estremità più interna del corridoio c'era Dill, in piedi davanti alla porta del Sanctum, a desiderare che ci fosse qualche finestra. Attorno a lui strisciavano le ombre, figure in movimento ai margini della sua visuale. Ma, non appena si voltava a guardare, non c'era più nulla. Qualcosa scricchiolò sopra la sua testa. Probabilmente una catena mossa da uno spiffero isolato. Dill evitò di alzare gli occhi: quello che c'era lassù era di gran lunga peggiore di ciò che si muoveva nell'ombra attorno a lui. Fissò invece lo sguardo sulla porta della stalla, ansioso che si aprisse e augurandosi allo stesso tempo che restasse chiusa. Era Borelock che si occupava delle stalle. Un altro scricchiolio in alto, e Dill guardò. Dalle altissime colonne pendevano i resti dei Novantanove, appesi come demoniache marionette alle catene che assicuravano al loro posto le braccia scheletriche e mantenevano tese le ali sbrindellate. Alcuni di loro conservavano frammenti di armatura o sembravano sbirciare oltre il bordo degli scudi ammaccati, però tutti portavano le loro armi: spade, lance, alabarde o picche, sforacchiate, intaccate e arrugginite. Dill spostò il peso da un piede all'altro. Si sentiva a disagio nell'uniforme rigida, l'elsa della spada gli affondava fra le costole. Strinse e rilassò i pugni, esaminò il pavimento, si slacciò qualche bottone e allentò il colletto, ma non riuscì a trattenersi dal guardare di nuovo in alto. Gaine gli aveva narrato molte storie su quel lugubre posto, delle tempeste invernali durante le quali l'intero tempio ondeggiava e le reliquie sferragliavano sulle catene all'ululare del vento. Dill fece scorrere lo sguardo lungo le loro file, quasi aspettandosi di individuare il suo defunto padre. 74
Ma i resti che fissavano il vuoto e raccattavano la polvere erano soltanto quelli dei Novantanove. La porta della stalla che dava sul corridoio si spalancò con un frastuono metallico, e la luce delle torce dilagò sul pavimento recando con sé l'odore della paglia e delle bestie. Borelock condusse fuori due enormi giumente, dietro le quali la gabbia delle anime apparve rombando sulle ruote di legno. Era una pesante struttura di ferro e legno catramato, e una speciale benedizione dei preti garantiva che le anime in essa contenute e affidate alla cura del tempio fossero protette fino alla loro liberazione finale nell'abisso. In quel momento era vuota, ma una volta riempita era abbastanza grande e robusta da custodire al sicuro cinquanta anime. Nel regno della morte, il pericolo era il sangue non ancora benedetto. L'inferno spalancava le proprie porte per accoglierlo e, quando le porte di Iril erano aperte, non si poteva mai sapere cosa sarebbe potuto uscirne. Con inaspettata precisione, Borelock condusse i cavalli lungo il pavimento di marmo lucido. Sotto il cappuccio s'intravedeva la linea di una bocca stizzosa, sotto la quale sporgeva un mento aguzzo come una chiglia d'osso. Il corpo del prete si agitava e si muoveva goffamente nella tonaca come se là sotto ci fosse più d'una serie di gambe e braccia. Si fermò davanti a Dill, reggendo le redini fra le dita macchiate di giallo. Dill si chiese se anche gli occhi del prete fossero gialli. Deglutì e disse: «Belle bestie». Il cavallo più vicino scoprì i denti e sbuffò. Aveva un mantello nero e lucido come l'armatura di una guardia del tempio. «Cinque anni», borbottò Borelock. «Sono cinque anni che guido questa gabbia al tuo posto. Cinque anni prima che il presbitero ritenesse giunto il momento di tirarti fuori da quella torre e metterti al lavoro. Non credi che abbia modi migliori di impiegare il mio tempo, che affrontare gli scherni di quei miserabili bastardi là fuori?» «Te ne sono grato», rispose debolmente Dill. «Non fare casino», disse Borelock. «Ci saranno anche Mark Hael e sua sorella.» Puntò il pollice verso le porte del Sanctum alle loro spalle. «Il figlio e la figlia dell'ultimo generale.» Dill si arrampicò al suo posto a cassetta, davanti alla gabbia, e il cuoio scricchiolò. Il sedile era ancora più in alto di quanto sembrasse da terra e Borelock dovette lanciargli le redini. I cavalli agitarono la testa su e giù e 75
mossero la coda, impazienti di uscire. «Le ali», disse Borelock. Dill spiegò le ali. Quando i cavalli si misero in moto barcollando, Dill quasi ruzzolò all'indietro contro le sbarre della gabbia. Tirò forte le redini, ma gli animali lo ignorarono. La gabbia si mosse rumorosamente in avanti, prendendo velocità. «Ti terrò d'occhio», gli urlò dietro Borelock. Procedettero zoccolando, un po' troppo veloci, sotto gli sguardi degli angeli in decomposizione. La ruggine aveva divorato le targhette di metallo con i nomi che pendevano dai piedi degli scheletri, ma Dill riusciva ancora a riconoscerne qualcuno, dai tempi della sua unica precedente visita laggiù. Aveva undici anni quando suo padre l'aveva condotto nel lugubre corridoio, aveva ordinato l'apertura delle porte del tempio affinché lasciassero trapelare un po' di luce, e l'aveva lasciato lì con un foglio di pergamena sul quale avrebbe dovuto ritrarre le reliquie. Alla luce del giorno gli scheletri gli erano sembrati meno minacciosi, perciò Dill si era dedicato dapprima con piacere al compito assegnatogli, e si era messo a copiare sotto ogni schizzo i nomi degli scheletri nella sua grafia migliore, ben deciso a ritrarli tutti. La mattinata era trascorsa in fretta, e di tanto in tanto Gaine era tornato a portargli una tazza di tè zuccherato e ad ammirare la sua opera. Quando avevano fatto una pausa per il pranzo, al ruvido tavolo appena fuori dalla cucina, Dill aveva orgogliosamente mostrato i propri disegni a chiunque si trovasse a passare. E tutti si erano mostrati colpiti. A metà pomeriggio ne aveva ritratti otto, e cominciava ad annoiarsi. Sembravano tutti uguali. Aveva allora pigiato i restanti novantuno in una gigantesca scena di battaglia su un unico foglio di pergamena, con una dozzina di Heshette filiformi che fuggivano verso l'angolo in fondo. Su richiesta di Dill, Gaine aveva contato gli arconti ritratti, e aveva dovuto ammettere che erano in effetti novantanove in tutto. Non c'era spazio sufficiente per riportare tutti i loro nomi, ma suo padre aveva comunque apprezzato la composizione. Era stata una delle ultime giornate che avevano trascorso assieme. Gaine era morto appena poche settimane più tardi, per mano di un arciere Heshette. Quella notte il presbitero Sypes aveva portato a Dill altre candele, e l'aveva aiutato a disporle in giro per la sua stanza nella torre. 76
La gabbia delle anime transitò a quel punto sotto l'arconte dalle ali sbilenche che a un certo punto avevano dovuto essere riparate con graffe d'ottone, e lassù a sinistra c'era quello che si sporgeva troppo in fuori, sempre sul punto di lasciar cadere la propria lancia. Quello che Dill aveva ritratto di profilo. Mentre li guardava, Dill cercò di attribuire ai vari scheletri i nomi che ancora ricordava. Quello che si appoggiava fiero e orgoglioso alla sua grande spada doveva essere Simon, o forse Barraby? E quello più malinconico, appoggiato alla lancia, poteva essere Dolmen? E quell'altro, il portatore d'arco che mostrava i denti in un ghigno, gli fece pensare a Praxis, l'ultimo arconte a morire prima di Callis. Immaginò come dovevano essere apparsi tutti quegli angeli da vivi: l'élite di Ulcis che sciamava in battaglia, le ali come frammenti di luce solare e le armi splendenti come cristalli di ghiaccio. Tremila anni erano trascorsi da quando gli angeli erano sorti dall'abisso, e ormai le loro ossa vegliavano sui morti, e sui Custodi delle Anime che scortavano al tempio quei morti. Mentre si contorceva nel tentativo di identificare l'emblema di uno scudo che poteva essere quello di Mesa oppure di Perpaul, la gabbia si fermò di schianto con un tonfo irriverente. Dill si voltò di scatto, accorgendosi che una delle ruote anteriori era andata a sbattere contro la colonna alla sua sinistra. I pochi secondi che seguirono sembrarono dilatarsi nella lentezza di un lungo sogno. Entrambe le giumente abbassarono la testa, colpirono il terreno con gli zoccoli e schizzarono avanti come proiettili. Dill strillò. La gabbia delle anime gemette. La colonna si mosse... e vacillò. Lassù in alto, la spina dorsale dell'arconte si piegò e le sue gambe parvero muoversi, come se lo scheletro cercasse di mantenere l'equilibrio. Lentamente, la colonna oscillò nella direzione opposta. Le catene cigolarono... Dill trattenne il fiato... la colonna tornò al suo posto. E si fermò. Dill riprese a respirare. Ci fu uno schiocco, e l'angelo crollò in uno scroscio d'ossa. Un elmo precipitò di schianto sul pavimento, una lancia rotolò sferragliando sul marmo e scivolò lontano nell'oscurità. Le ossa gli piovvero in testa, mani e arti e costole che si frantumarono a terra. I cavalli nitrirono e scalpitarono sul pavimento, spaventati. Il teschio dell'angelo colpì il sedile accanto a 77
Dill e rimbalzò fin quasi in cima alla colonna prima di ripiombare a terra con uno schianto rivoltante. La mascella si staccò e i denti esplosero in ogni direzione. Il teschio continuò a rimbalzare, disintegrandosi sempre più ogni volta che toccava terra, finché non rotolò lungo il corridoio per andare infine a fermarsi a una decina di metri di distanza, rivolto verso di lui. La polvere d'ossa si depositò lentamente. Borelock strillò. Corse lungo il corridoio come uno spettro, le braccia sottili sollevate sopra la testa. Dill cercò di sprofondare nel sedile del conducente, rabbrividendo. «Tremila anni», stava ululando Borelock. «Conservati per tremila anni, protetti, custoditi al sicuro dalla distruzione e dagli intrusi. Ma non al sicuro da te! Non dalle rozze grinfie malferme e sciagurate di pazzi e bambini. Tre...» Quasi si strozzò sulla parola. Gli occhi di Dill lampeggiarono sul rosa. Il rosa più cupo e rovente che avesse mai sperimentato. Sentì il sangue defluirgli dal volto, come se gli occhi l'avessero assorbito in un falò che proclamava la sua vergogna. «Che disastro», disse Borelock. Si guardò attorno, trovando ulteriori prove di distruzione blasfema ovunque volgesse lo sguardo. «Polvere! Uno dei Novantanove ridotto in polvere!» Corse a controllare la targa col nome affissa alla colonna e levò le braccia al cielo: «Samuel, la Stella dell'Alba, il Flagello degli Heshette, ridotto in questo stato. Distrutto!» Il teschio sdentato e privo di mascella della Stella dell'Alba ricambiò il loro sguardo da un tappeto di ossa in frantumi. «Cosa dirà il presbitero Sypes? Eh? Cosa farà? A te toccherà la frusta, senza dubbio. La frusta di sicuro. Sarai punito e scorticato a sangue. Ma io? Che ne sarà di me?» Fronteggiò Dill, il mento proteso come una lama sotto il cappuccio. «Adesso muoviti. La Consegna non può attendere. La punizione verrà dopo, ma adesso devi andare, va' a caricare i morti nella gabbia. Io dovrò arrangiarmi da solo con questo disastro. Muoviti!» Dill scrollò le redini con mani tremanti. Non appena le giumente si mossero con un nitrito, le ossa scricchiolarono e si frantumarono sotto le ruote della gabbia. Dill lasciò Borelock in ginocchio, a singhiozzare e borbottare mentre raccoglieva i frammenti dell'arconte caduto. Il resto del tragitto lungo il corridoio durò un migliaio di respiri rapidi e affannosi. Giunti in fondo, i cavalli si fermarono davanti all'enorme porta rinforzata che si apriva sul Ponte della Porta, e Dill si ritrovò ad alzare lo sguardo sull'ultimo degli scheletri. Lassù erano appese le ossa di Callis, il 78
più grande dei primi angeli. L'Araldo di Ulcis sembrava essersi deteriorato più degli arconti che aveva un tempo comandato: innumerevoli graffe tenevano assieme le giunture ingiallite. Nel pugno scheletrito stringeva un libro sgretolato, nell'altro una chiave avvolta da una sibilante fiamma bluastra. La fiamma avrebbe dovuto ardere in eterno, ma Dill aveva sentito dire che spesso i preti dimenticavano di sostituire il serbatoio di gas che l'alimentava, e la fiamma restava spenta per giornate intere. Chinò comunque il capo in segno di rispetto. Due guardie dall'armatura smaltata di nero spinsero verso l'interno i battenti della porta, lasciando entrare la luce brillante del sole. Dill strizzò gli occhi. Sei cadaveri giacevano sui gradini del tempio, avvolti nei sudari. Le prefiche si affollavano attorno ai corpi, e dietro di loro dozzine di curiosi si erano arrampicate ovunque per appollaiarsi o appendersi alle strutture metalliche e godere così di una vista migliore. Dai più giovani tra la folla si levò un'acclamazione, subito soffocata dai severi rimbrotti di mogli e madri. Colonne di fumo si levavano dai camini delle case di Bridgeview, mentre in lontananza il martello di un fabbro scoccava cupi rintocchi ferrosi. Dill fece muovere il carro lentamente e avanzò sulla spianata che sovrastava i gradini del tempio. Poi scivolò giù dal sedile, e armeggiando con la chiave riuscì finalmente ad aprire la gabbia delle anime. Mentre le guardie caricavano i cadaveri nella gabbia, Dill osservava le prefiche. I cappucci nascondevano i loro volti, ma tutte le teste erano voltate verso di lui, a osservarlo. Qualcuno lo indicava sussurrando qualcosa, e provocava risatine nervose. Di colpo Dill si ricordò dei propri occhi: alla luce del sole dovevano apparire rosa conchiglia. Con sua somma costernazione, il colore si fece ancora più intenso. Quando le guardie ebbero finito di caricare i corpi, una di loro fece girare i cavalli in una curva stretta. Dill rimontò a cassetta e agitò le redini. Le bestie non si mossero. La guardia tossicchiò e accennò in direzione della gabbia. Gli occhi di Dill si fecero ancora più rossi. Scivolò di nuovo a terra e la chiuse a chiave. Al rumore familiare i cavalli si misero in movimento, e a Dill toccò arrampicarsi alla svelta. Una prefica si fece avanti e lanciò in aria una pioggia di petali, che scese fluttuando sull'angelo e sui morti. Le porte del tempio vennero richiuse alle sue spalle, e si ritrovò nuovamente confinato nell'oscurità silenziosa. Un'unica guardia era rimasta con 79
lui per scortare la gabbia delle anime lungo il corridoio, ma persino con quella misera compagnia lo spazio dagli ampi soffitti a volta sembrava più vuoto di prima. Dill incitò i cavalli. Non erano più ansiosi di obbedirgli di quanto lo fossero stati poco prima: si mossero solo dopo una breve esitazione, e quando furono pronti a farlo. L'assale gemette e i cavalli nitrirono. Dieci passi più indietro la guardia in armatura li seguiva, i passi che rimbombavano come una lenta pulsazione metallica. Ogni guardia che contasse un parente tra i cadaveri poteva reclamare il diritto di scortare la gabbia, e Dill si chiese se fosse quello il suo caso. L'uomo aveva forse un proprio caro fra i morti? Si voltò a guardarlo, ma non scorse nessuna traccia di dolore sul viso dell'uomo, solo stanchezza, e forse noia. Borelock aveva intanto radunato le ossa frantumate in una pila accanto alla loro colonna ormai vuota ed era chino su di esse, la rabbia che ancora gli aleggiava attorno come una nuvola invisibile. La piccola processione raggiunse infine le porte del Sanctum, e Dill controllò il proprio aspetto. Frammenti di polvere e di ossa gli ricoprivano la giubba. Se li spazzolò via come meglio poteva, e si lisciò con le dita i capelli arruffati. Fiammate di rosso gli indugiavano ancora nelle iridi: chiuse gli occhi strizzandoli forte per cercare di liberarsene, ma senza risultato. Qualcosa gli premeva sulla schiena: forse un piccolo osso, magari il frammento di un dito rimasto intrappolato fra le sue piume. Una chiave sferragliò nella serratura. Dill si cacciò l'osso in tasca, raddrizzò la schiena e tenne le ali ben strette contro la schiena. Punte di ferro battuto acuminate come spine orlavano le mura del Sanctum. Stalattiti di sego pendevano dai candelieri incassati nelle pareti, da dove le candele accese gettavano ombre simili ad artigli attorno a una vasta voragine che si apriva nel pavimento. Spirali di benedizioni incise lungo i bordi dell'apertura impedivano ai morti di levarsi dall'abisso sottostante fino a quando lo stesso Ulcis non li avesse liberati. Una catena scorreva dapprima in un verricello fissato di lato e quindi dentro una serie di carrucole più in alto, per poi raccogliersi in numerose spire sul pavimento. Era quello il vero cuore del tempio, il cuore della stessa Deepgate. Dill scosse ancora le redini e per fortuna i cavalli avanzarono senza esitazioni nel Sanctum, gli zoccoli che risuonavano nel silenzio come colpi di frusta. Il profumo di fiori lo sopraffece, così denso da poterlo quasi sentire in bocca, e lui si sforzò di fare brevi respiri poco profondi. Il presbitero 80
Sypes si chinò su un leggio di legno duro. Accanto a lui, sugli scranni dagli alti schienali, rivolti verso l'apertura, sedevano altri tre personaggi. Il coadiutore Crumb era il più vicino al presbitero, Rachel Hael accanto a lui, e quindi un giovane che doveva essere suo fratello. Il nuovo comandante degli aeronauti di Deepgate? La quarta sedia era vuota. Aspettavano qualcun altro. Chi avrebbe ignorato una convocazione della Chiesa? Un corpo giaceva sul pavimento davanti al gruppetto, avvolto in un drappo di seta su cui erano stampate migliaia di benedizioni. Lo sguardo di Dill indugiò per un attimo sul sudario, prima di ricordarsi del proprio compito e arrampicarsi sulla gabbia delle anime per aiutare la guardia ad aprire la serratura. Dopo aver sciolto la catena, la guardia la trascinò sul pavimento con un rumore di ferraglia. Passò il gancio a Dill, che lo attaccò alla sommità della gabbia e quindi ridiscese per staccare i cavalli. Le giumente trotterellarono da sole nel corridoio e Dill chiuse la porta dietro di loro. Clic. La guardia del tempio aveva sbloccato il verricello, e girò la manovella per recuperare il tratto di catena allentata. Presbitero, coadiutore e ospiti osservarono in silenzio la catena che lentamente si tese, e un centimetro alla volta la gabbia cominciò a sollevarsi, ruote e tutto. «Esemplare senza dubbio più fragile di Gaine.» Il sussurro di Mark echeggiò incredibilmente sonoro nel silenzio del Sanctum. Il comandante si era piegato verso la sorella, guardando Dill con la coda dell'occhio. Rachel Hael non rispose, ma rimase seduta immobile e con lo sguardo fisso davanti a sé. Il fratello si abbandonò sulla propria sedia, perplesso. Mark Hael era snello come la sorella, ma lì finiva ogni somiglianza. Il comandante degli aeronauti di Deepgate sedeva rilassato, le braccia abbandonate e un'espressione di noia sul viso abbronzato. In confronto, Rachel sembrava pallida come un cadavere. Eretta e composta, indossava ancora il frusto abito di pelle di prima. Il presbitero Sypes si appoggiava al leggio come fosse il suo unico sostegno, gli occhi infossati puntati sulla voragine davanti a lui. Al suo fianco il coadiutore Crumb risplendeva come il forziere del tesoro, le mani ordinatamente raccolte in grembo, la testa lustra e rosea come un flacone di profumo. Incrociò lo sguardo di Dill e gli indirizzò una viscida strizzata 81
d'occhio. La gabbia ondeggiò al di sopra dell'abisso e la guardia si fermò a riposare, ansante e rossa in viso. Rimasero tutti in attesa. Il presbitero Sypes fissò a lungo il vuoto che si apriva sotto la gabbia mentre Rachel, suo fratello e il coadiutore Crumb sembravano profondamente immersi nei loro pensieri. Una brezza smosse l'aria e fece vacillare la fiamma delle candele. Le ombre ondeggiarono sul pavimento come rami mossi dal vento. Trascorsero i minuti. Le palpebre di Sypes si chiusero. All'improvviso il coadiutore Crumb si schiarì la gola e il presbitero Sypes riaprì gli occhi con un sussulto. Annusò l'aria, aggrottò la fronte e borbottò qualcosa che Dill non riuscì a capire. Il coadiutore sorrise. Il presbitero Sypes sembrò ricordarsi di colpo dove si trovava e annui in direzione della guardia, che cominciò a calare la gabbia attraverso l'apertura, nell'abisso in attesa. Una volta che fu sparita alla vista, la guardia bloccò il verricello e Dill udì un mormorio come d'ingranaggi di orologio. «La morte è sempre prossima», annunciò il presbitero. «La morte è nella pausa fra ogni respiro, nello spazio fra ogni battito del cuore.» Chinò il capo. «Quando Ayen sigillò le porte del paradiso ci condannò tutti all'inferno. I fantasmi dei giusti furono abbandonati, destinati a percorrere per sempre i corridoi di Iril assieme ai malvagi...» Dill ripulì l'elsa della spada da un residuo di polvere d'ossa. Una bella arma, solida e pesante... un'arma degna dell'arconte del tempio. E si sarebbe anche abituato, immaginava, al suo peso. «... per quei corridoi senza fine, immersi fino alla vita in quello stesso sangue in cui demoni purulenti e spettri, pazzi e assassini, i bastardi più disgustosi, i blasfemi e le puttane sono dannati a vagare per l'eternità...» Frammenti di foglia d'oro si erano staccati dalla curva del guardamano. Dill fece scorrere un dito sulla superficie lucida. Piombo dorato o no, le vecchie spade erano di gran lunga superiori a quelle nuove. «... ma la crudeltà della signora Ayen rinforzò il Labirinto. Nutrito di anime su cui non aveva dominio, Iril divenne senziente e astuto...» Le armi antiche avevano una presenza, una personalità propria, e l'acciaio si poteva sempre affilare. «... e anche adesso sta cercando di farsi strada in questo mondo. E se il 82
suo primogenito Ulcis non avesse cercato di deporla...» Dill avrebbe chiesto ai preti di affilargli la spada. Ora che prestava servizio attivo per il tempio, avrebbero dovuto dargli retta. «... cent'anni di guerra nei cieli. Solo per esserne esiliato, cadute le legioni dei suoi angeli... imprigionato nell'abisso sotto il tempio...» Si poteva sostituire anche il guardamano, riportare la spada a un vero assetto da battaglia. I fabbri di Deepgate si sarebbero probabilmente offerti di decorarla con un blasone: qualcosa nello spirito dei Novantanove... «... Ulcis offrì la salvezza nell'abisso... Per tremila anni gli abbiamo affidato le nostre anime... Un esercito in attesa nella città di Deep... Per reclamare un giorno il paradiso e... Dill?» ... ma non troppo simile. Usando un emblema speciale per Dill: magari un'aquila, o un falco del deserto. Non appena finita la cerimonia avrebbe cominciato a buttare giù qualche schizzo. «Dill, ti sto forse annoiando?» Dill sussultò. Si era messo a disegnare col dito linee Immaginarie sull'ampia superficie dorata del guardamano della spada. Scattò sull'attenti e simulò un dignitoso interesse. Gli occhi del presbitero ammiccarono. «Se il colpo di Stato di Ulcis avesse avuto successo, il nostro mondo sarebbe oggi ben diverso.» Il sorriso abbandonò i suoi occhi e lui sembrò estraniarsi per un attimo, prima di recuperare la voce. «Ora, davanti al Cancello della città di Deep, offriamo questo sangue benedetto come libagione a Ulcis, primogenito di Ayen, dio delle catene, Raccoglitore d'Anime.» Una folata di vento si levò dalla voragine. Le fiamme delle candele vacillarono e risplendettero più luminose. Le ombre si allungarono verso l'apertura per poi ritrarsi. Dill fissò il vuoto ma non vide nulla, solo un'assoluta e completa oscurità. Il presbitero Sypes si aggrappò al leggio e si chinò su di esso, la voce che rimbombava: «Sottrai questo sangue a Iril. Affranca le anime che questo sangue trattiene e lascia che si uniscano al tuo esercito e risorgano per svellere le porte del paradiso». Le punte di ferro sembrarono contorcersi lungo i muri. L'odore di fiori si fece così intenso che Dill si ritrovò a lottare per respirare, come se qualcosa gli spremesse l'aria fuori dai polmoni. La gabbia delle anime tremò, il metallo sbatté, sferragliò e frusciò. E di colpo fu tutto finito. 83
Dill riuscì finalmente a respirare. La gabbia venne nuovamente sollevata, ormai vuota. Una botola aperta sul fondo dondolava avanti e indietro, sbatacchiando contro la propria cerniera. Il presbitero Sypes scese dalla pedana del leggio e si avvicinò al sudario del generale Hael. Appoggiò una mano sul cadavere e disse: «Edward Hael cadde proteggendo tutto ciò che ho di più caro». Fece scorrere lo sguardo su Rachel, suo fratello e Dill. «Sarà ora Mark, a proteggere la città in sua vece. E Rachel...» Mark Hael fissava solennemente il presbitero, ma Rachel aveva nascosto il viso fra le mani. Quando risollevò la testa c'erano lacrime nei suoi occhi. Il coadiutore Crumb le notò e non riuscì a nascondere la sorpresa, ma il presbitero parve non accorgersene, intento a lisciare la propria tonaca. All'improvviso Rachel sembrò ancora più piccola, ancora più fuori posto di quanto non fosse apparsa prima. Dill le indirizzò un debole sorriso. Forse lei non se ne rendeva conto, ma la morte era un'occasione di gioia. Suo padre sarebbe rinato nell'abisso, la sua anima affrancata al servizio di Ulcis. Le lacrime erano segno d'egoismo, mancanza di fede. Dill lo sapeva, ma ricordò la Consegna del suo stesso padre, e le lacrime che aveva versato allora. E nemmeno quella volta il presbitero Sypes sembrava averle notate. Anche in quell'occasione era tutto preso a lisciarsi la tonaca. La guardia del tempio gettò il cadavere del generale nell'abisso. Dill non si trattenne oltre: la frusta lo attendeva.
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7 LA FORTUNA DI MR. NETTLE
Con la ricevuta di acquisto di Smith stretta in pugno e il carretto del fabbro che cigolava davanti a lui, Mr. Nettle stava cercando il caposquadra dell'attracco diciassette. Le navi da trasporto rombavano sopra una foresta di piloni d'attracco e catene coperte di catrame su cui eserciti di uomini erano al lavoro con martelli e ganci e fiamme eteriche per mantenere tutto in funzione. Altri uomini scaricavano la merce dalle navi ormeggiate: minerale ferroso e carbone da Collecavo, legname dalla Foresta di Scisto, provviste, bestiame e terriccio dalle Piantagioni sul Coyle, vino di Vallalta; sale, tessuti, oro, argento e bronzo lavorati dagli insediamenti nel deserto. Vibrazioni percorrevano le travi e le pietre sotto i piedi. L'aria sapeva di carburante e di ferro. Le navi in arrivo venivano dai depositi di Porto di Sabbia e di Clune, appesantite dalle ricchezze caricate lungo le città fluviali, ma quelle in partenza erano agili e leggere. Trasportavano poco più che ingiunzioni di tasse e qualche occasionale cassa di corazze o frecce per le guarnigioni avanzate. Mr. Nettle ricordava i tempi in cui le grandi navi ancora non solcavano i cieli. Tutte le merci raggiungevano Deepgate soltanto con le carovane, e molte carovane non raggiungevano mai la città. Al culmine della guerra con gli Heshette, quando gli infedeli avevano tagliato le linee di rifornimento, c'erano stati anni difficili. All'epoca era appena un ragazzo, ma si ricordava bene le code per il cibo, la fame e i massacri. Erano tempi in cui Iril aveva preso molte anime. Grandi squarci frastagliati butteravano il cantiere, alcuni grandi abbastanza da consentire il passaggio delle aeronavi in manovra che attraccavano ai piloni, permettendo così a rattoppatori e incollatori di montare sull'involucro per le loro riparazioni. Ma in quel momento tutte le fosse che si trovò a costeggiare erano vuote, ospitavano soltanto oscurità e catene. E uno strano vento metallico che si levava dall'abisso. Ma lui sapeva lo stesso che laggiù c'erano degli uomini, assicurati a corde e imbracature, intenti a rinforzare il ferro vecchio col nuovo. Mr. Nettle poteva sentire le loro 85
grida e risate in distanza, e i colpi dei loro martelli. Si chiese come facessero quegli uomini ad affrontare le stesse catene un giorno dopo l'altro, e se le loro mogli sopportassero ancora di guardarli quando uscivano la mattina. Trovò il caposquadra che sbraitava contro un gruppo di manovali raccolti attorno a un carro stracarico. Il peso dei sacchi di carbone accumulati aveva fatto ribaltare il carro all'indietro, e il mulo ancora aggiogato ciondolava a qualche spanna da terra. L'asino ruminava, e pareva semplicemente annoiato. «Brutti scansafatiche, cosa credete che sia, uno scherzo?» Il caposquadra sbatté il proprio bastone contro il palmo della mano. «Volete per caso assaggiare qualche bastonata in testa?» «Non è colpa nostra», protestò uno dei manovali. «Quell'asino ha perso peso, da ieri.» «Ah, sì? E tu farai la stessa fine, quando ti avrò ridotto la paga per questa bestialità.» I sorrisi scomparvero dalle loro facce, e gli uomini si misero al lavoro per scaricare il carro. «Ferro grezzo. Per Smith», disse Mr. Nettle. Porse la ricevuta al caposquadra, che la ignorò. «Domani», grugnì quello, e poi rivolto ai suoi uomini: «Togliete prima quelli in cima, massa d'idioti, volete che si rovesci tutto?» «No», disse Mr. Nettle. «Adesso.» L'uomo lo squadrò. Sembrò sul punto di dire qualcosa, e poi di cambiare idea. Forse aveva notato il modo in cui Mr. Nettle aveva irrigidito le spalle. Con un sospiro agguantò la ricevuta. «Laggiù. Magazzino undici, com'è scritto qui. Lotto trecentodue.» Dopo essersi fatto vidimare la ricevuta dal capomagazziniere, Mr. Nettle individuò le casse nel punto che gli era stato indicato, e cominciò a caricare la prima sul carretto. Con l'assale che cigolava sotto il carico, ripartì verso vicolo Bronconero. Per tutto il pomeriggio lavorò sodo per Smith. A ogni passo le sue costole protestavano e qualche volta il dolore era peggiore di quando l'avevano picchiato, ma nonostante tutto non si fermò, continuava a mettere un piede davanti all'altro e cercava di scacciare dalla mente ogni cosa tranne le pietre che aveva davanti e il brontolio delle ruote del carretto. Ogni cassa sembrava più pesante della precedente, e pareva non finissero mai. Avreb86
be potuto giurare che qualcuno aggiungesse le casse sul bancale mentre lui andava a scaricarle. A quel ritmo, sarebbe stato fortunato a finire il lavoro prima del buio. Fortunato? Si accigliò. Che cos'era mai la fortuna? Non c'era che la sfortuna, che si ripresentava un giorno dopo l'altro. La sfortuna era un mattino gelido, o trovare le reti vuote per una settimana di fila, o ammalarsi quando c'era da lavorare. Sfortuna era la vita stessa. E la fortuna? Nient'altro che una pausa fra una sfortuna e l'altra. Quando non ci si ammalava, e si poteva quindi continuare a tirare le reti un giorno dopo l'altro. Trovare qualcosa da poter rivendere, e quindi mangiare. Ma forse la sua fortuna stava per cambiare. Smith era un brav'uomo. Ma non voleva pensarci. Più ci pensava, più sentiva di metterla a repentaglio, quella fortuna. La fortuna, quella vera, non capitava mai a gente come Smith o come Nettle. Alla quarta campana del pomeriggio aveva consegnato metà del materiale. Gli dolevano le costole e i muscoli cominciavano a cedere. Il sole picchiava senza pietà e lo fiaccava, la veste da lutto era zuppa di sudore. Vicino alla torre di guardia di Belvarco si gettò a terra sotto una condotta comune per spegnere la sete e sciacquarsi il viso. Alcune persone lo guardarono in modo strano, qualcuno lo fissò apertamente, ma la maggior parte lo ignorò come si ignorano i mendicanti. Solo tre frecce. Quante possibilità aveva? Se avesse fallito con la prima, di certo l'angelo l'avrebbe finito prima ancora che potesse incoccare la seconda, avvelenata o no. Doveva farcela con un colpo solo. Ma quale usare? La strappanime sembrava la più adatta: anima per anima. Anche se sarebbe stata la più difficile da ripagare, rare com'erano le frecce avvelenate. Smith non aveva mai accennato a un pagamento per le frecce, ma Nettle riteneva che fosse il minimo che poteva fare per lui, sempre che fosse sopravvissuto a quella notte. Mr. Nettle si strofinò gli occhi con le mani. E se l'angelo l'avesse ucciso? La balestra sarebbe rimasta per strada, alla mercé di chiunque l'avesse raccolta, e Smith non l'avrebbe mai più rivista. Misero scambio per una giornata di lavoro. Accantonò il pensiero. Si tirò in piedi a fatica e sollevò il carretto, appoggiandoselo contro lo stomaco. Il dolore gli saettò nelle costole ma fece del proprio meglio per ignorarlo: gli restava davanti un intero pomeriggio di lavoro. Ancor prima di tornare in vicolo Bronconero, Mr. Nettle seppe che c'era qualcosa di storto. Mentre procedeva lungo le stradine sinuose verso il 87
quartiere dei fabbri cominciò a sentirsi invadere da una sensazione di terrore. Dapprima cercò di scrollarsela di dosso, giudicandola una semplice ombra del proprio dolore, ma la sensazione crebbe quanto più si avvicinava, finché non si ritrovò quasi a correre senza nemmeno sapere il perché. Era ancora a un isolato di distanza quando si rese conto di cosa c'era che non andava: le martellate e il clangore di metallo si erano interrotti. Vicolo Bronconero era silenzioso. Mr. Nettle fece gli ultimi metri di corsa, le casse che traballavano sul carretto. La folla ingombrava l'imbocco del vicolo. I fabbri erano tutti per strada, lontano dalle loro forge a spintonarsi a vicenda con le spalle muscolose e striate di fumo di carbone per cercare di vedere oltre le teste che avevano davanti. Da qualche parte si levava del fumo e in fondo al vicolo qualcuno gridava: «Indietro, state indietro, sta per crollare!» Mr. Nettle mollò il carretto e cercò di farsi largo. La folla gli lanciò occhiatacce irate e Io sballottò da una parte e dall'altra, ma l'uomo riuscì a incunearsi fra loro e ad aprirsi un varco. Per quanto grossi fossero i fabbri, Mr. Nettle era più grosso di loro. Nell'aria aleggiava un odore acre di corda bruciata. «Indietro, ho detto! State indietro, pazzi!» Più avanti c'era gente che tossiva. Altri stavano urlando. Ci fu uno schianto, poi il gemito del metallo in tensione. Dal fumo schizzarono in alto tizzoni ardenti e di colpo la folla arretrò, trascinando con sé Mr. Nettle. Alcuni uomini lottarono per superarlo, uno gli tirò un pugno, un altro una ginocchiata nello stomaco che quasi lo fece cadere. Agguantò l'uomo per i capelli e lo trascinò a terra, fra i piedi della folla. D'un tratto davanti a lui apparve uno spazio vuoto. E le fiamme. Vicolo Bronconero finiva di colpo: dove prima c'era un ammasso di pietre, catene e muri anneriti dal sudiciume adesso si apriva una voragine, orlata di macerie fumanti. L'estremità del vicolo era rovinata nell'abisso, portandosi dietro metà delle fucine adiacenti e buona parte del vicinato. Un cerchio di catene intrecciate penzolava dal bordo, come un cesto sfondato. Il crollo aveva sventrato dozzine di case. Le pareti erano crollate lasciando sporgere le travi dai mozziconi di pietra ed esponendo l'interno delle stanze allo sguardo di Mr. Nettle, con i mobili intatti ma adesso a pochi centimetri dall'abisso. Smith e la sua fucina erano scomparsi. Mr. Nettle fece un passo indietro, e altri ciottoli franarono davanti a lui. 88
Arretrò fra la folla. I carboni delle fucine avevano incendiato le lacere reti sottostanti e, proprio mentre lui guardava, le fiamme si levarono più alte e fu avvolto da una nuvola di fumo. «Indietro!» ruggì, e spinse forte dietro di sé. Alcuni uomini inciamparono e caddero, ma quelli alle sue spalle lottavano ancora cercando di liberarsi, mentre quelli più indietro continuavano a spingere avanti per vedere. La folla si gonfiò in maniera allarmante e per un terribile istante Mr. Nettle si trovò sospinto verso l'abisso. Inciampò, agguantò qualcosa - l'orecchio di qualcuno - e riuscì a rimettersi in piedi. Quel qualcuno strillò e ricadde all'indietro: se fosse finito oltre il bordo dell'abisso, Mr. Nettle non riuscì a vederlo. C'erano altri uomini che da ogni parte si aggrappavano a lui, lo tiravano, lo spingevano. Se li scrollò di dosso a calci, a uno tirò una gomitata in faccia e lo mise a terra. Un altro schianto e un frastuono tremendo. Alle sue spalle, altre pietre smosse rotolarono nell'abisso. Non c'era via d'uscita attraverso la folla. Doveva salire, passarci sopra. Lottò con quelli più vicini, li abbatté. Urli e strilli si levavano da ogni parte. Si arrampicò su schiene, facce, gambe e braccia, spingendo e mulinando colpi. Scalciò, afferrò manciate di capelli e di pelle, si fece strada con le unghie e con i denti. Per un attimo si trovò trasportato al di sopra della folla, ma subito affondò in mezzo a loro, in mezzo ai piedi e agli stivali. Qualcosa lo colpì in piena faccia; cercò di alzarsi ma c'erano altri uomini sopra di lui che lo schiacciavano, lo soffocavano. Sentì lo schiocco e il sibilo di un cavo che cedeva. Di colpo si ritrovò coperto di sangue: mani e braccia erano rosse e bagnate. Non sapeva se il sangue fosse suo. Uno stivale lo colpì sui denti, poi gli schiacciò la testa. Un peso tremendo gli premette sulla schiena dolorante. Mr. Nettle urlò, cercò di opporsi al peso dell'uomo sopra di lui e riuscì ad alzarsi facendo leva su un gomito. Un'altra spinta e appoggiò i piedi sul terreno, con un ultimo sforzo spinse verso l'alto, alcuni uomini caddero a entrambi i lati e lui riuscì a tirarsi in piedi. Era immerso nel fumo denso. Chiuse gli occhi, colpi verso l'esterno con una mano, spinse e spinse ancora, e colpì, e colpì di nuovo facendosi strada nella massa di persone. Il suo pugno incontrò dozzine di bersagli. Un rombo profondo si levò da qualche parte dietro di lui. Altri uomini si misero a gridare. Con gli occhi chiusi, i polmoni pieni di fumo, Mr. Nettle avanzò ancora 89
tra la folla. E di colpo fu libero. Attorno a lui i fabbri stavano trascinando via dalla folla i compagni caduti. Altri accorrevano sulla scena con secchi d'acqua ma, intralciati dalla massa inestricabile di persone, non potevano far altro che rovesciarli a breve distanza e correre a riempirli di nuovo. Mr. Nettle si fermò a riprendere fiato. La sua veste era ormai ridotta a brandelli e coperta di sangue, troppo sangue per essere venuto dalle ferite che aveva inferto. I cavi spezzati, si rese conto, dovevano aver colpito tra la folla. Si controllò gambe e braccia, contò le dita. Gli girava la testa, era pieno di lividi, ma tutto intero. Era stato fortunato, concluse miseramente.
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8 LA BATTAGLIA DEL DENTE
Dill non riusciva a capire se il presbitero Sypes fosse ancora immerso nella lettura o si fosse addormentato. La testa del vecchio prete ciondolava a pochi centimetri dal tomo che aveva davanti, e il suo viso sembrava essersi sgonfiato e afflosciato come il porridge di Fondelgrue. Aspri respiri gli raschiavano in gola ma non russava, quindi forse stava ancora leggendo. Però, da quando Dill era entrato nell'aula, il vecchio non aveva ancora voltato pagina. Lo sguardo di Dill percorse gli scaffali dietro la scrivania. Dal pavimento al soffitto, i dorsi degli antichi volumi formavano un mosaico a tinte cupe, illuminato dall'occasionale balenio dei titoli dorati. Tranne che per la distesa di libri e per un paio di tavoli e le relative sedie, l'aula era spoglia. La luce del tardo pomeriggio penetrava dalle finestre alte sulla parete occidentale, e disegnava strisce dorate sul pavimento di legno. Una mosca solitaria svolazzava languida tra i raggi di luce e sembrava faticare attraverso un'aria appesantita dall'eccessivo silenzio. Di colpo Dill si rese conto che il respiro raschiante si era interrotto, e voltandosi scoprì che il presbitero Sypes lo stava fissando. «Da quanto tempo sei qui?» chiese il vecchio. «Non volevo interrompere, vostra grazia.» «No, immagino di no.» Squadrò Dill dall'alto in basso. «Non era prevista una lezione per oggi, vero?» «No, vostra grazia.» «Allora cosa vuoi?» Dill esitò. «Mi è stato detto di venire qui. Me l'ha detto Borelock, di venire.» «Ah, sì.» Il presbitero Sypes si raddrizzò sulla sedia. «L'incidente di questa mattina. A quanto pare, i Novantanove sono diventati novantotto.» Fece una pausa. «Bene, che hai da dire a tua discolpa?» Dill chinò il capo. «Sono mortificato.» il presbitero Sypes lo fissò con attenzione. «Vedo.» La mosca svolazzò rabbiosa attorno all'orecchio di 91
Dill, tracciò un'ampia curva e si posò sulla scrivania del presbitero. Il vecchio le tirò una manata, mancandola. Dill sussultò. Il presbitero si stava esaminando il palmo della mano, apparentemente perplesso. «Mi sembra di capire che, prima che tu prendessi servizio al tempio, era Borelock a occuparsi di questo genere di cose.» «Sì, vostra grazia.» «Cosa ti aspetti che io faccia?» «Mi è stato detto...» Il mento di Dill rimase appoggiato sul petto, gli occhi puntati a terra. «Vostra grazia, mi hanno parlato di frustate.» «Mmm, in effetti sarebbe la punizione standard, non ti pare? Per un ritardo, magari, o per aver macchiato una pergamena o rovesciato l'inchiostro... o per altri misfatti del genere.» «Sì, vostra grazia.» «Ma credi davvero che le tue azioni di questa mattina meritino una punizione standard? A quanto mi risulta, ci ritroviamo con una carrettata di polvere e denti sparpagliata sul pavimento del corridoio del Sanctum. Nientemeno che Samuel, la Stella dell'Alba. Credi davvero che qualche frustata sia sufficiente?» «No, vostra grazia.» «No davvero.» Il presbitero Sypes scrollò la testa. «Lo sai quant'era antica quella reliquia?» «Sì, vostra grazia.» Chiuse dolcemente il libro. «Figliolo, prima del tuo incidente era soltanto un mucchio d'ossa. E continua a essere un mucchio d'ossa. Ossa molto importanti, d'accordo, resti sacri.» Lasciò che le parole si depositassero. «Lo ripareremo, certo richiederà qualche sforzo e una spesa considerevole, ma in fin dei conti tornerà a essere il solito mucchio d'ossa.» Esitò. «Però la tradizione esige delle frustate, e delle frustate riceverai.» La sua voce si fece più dolce, appena un sussurro. «Però, Dill, abbiamo un problema. Io sono vecchio e debole. Dubito fortemente di riuscire anche solo a sollevare una frusta, figuriamoci usarla con la forza necessaria a infliggere dolore.» Dill rabbrividì solo a sentir rammentare la frusta, ma si sforzò di rispondere: «Capisco. Ne parlerò con Borelock». «No, ragazzo, no. Non voglio che pensino che sono uno smidollato, un vecchio prete raggrinzito che non è più in grado di compiere il suo dovere. 92
In questo caso, credo che ti dispenserò dalle frustate.» C'erano veleni cento volte peggiori delle sferzate, veleni capaci di creare interi paesaggi di sofferenza senza infliggere nessun danno corporale evidente. Negli occhi di Dill lampeggiò un biancore accecante, gli tremavano le ginocchia e non riuscì a far altro che rimanere in piedi. «Quando te ne andrai ti suggerisco di camminare un po' curvo, con una smorfia di dolore», disse il presbitero. «Evita di guardare in faccia i preti... e non dire nulla.» Scrollò le spalle. «Lascia che la loro mente si riempia di punizioni immaginarie e veleni e dio sa che altro. Lasciali fantasticare sulla furia del loro vecchio maestro. Perché non dovremmo approfittare dell'effetto pur senza doverci sforzare troppo? Non credi che questo risparmierà del dolore a tutti e due? E se qualcuno dovesse ridere di te, o prenderti in giro, fammelo sapere con discrezione. Hai capito?» Dill tremava al punto che il suo cenno d'assenso non fu che una semplice estensione del tremore generale. «Non avere tanta paura, figliolo. Aiutami a nascondere la mia debolezza, e io farò in modo di amministrare allo stesso modo eventuali future punizioni. Non che mi aspetti di vederti di nuovo comparire davanti a me per questioni del genere: ormai sei grande. Affare fatto?» «Sì, vostra grazia.» «Bene.» Il presbitero Sypes sorrise. «Non facciamo sapere a nessuno che sono un vecchio scemo tremolante.» «No, vostra grazia.» «Visto che il mio sonnellino è stato interrotto e che sto attraversando uno dei miei rari momenti di lucidità, vediamo di metterlo a frutto. Direi che abbiamo a disposizione il tempo che ci vorrebbe per una trentina di frustate, e si aspettano che le amministri in tutta tranquillità. Siamo in un'aula, quindi approfittiamone per leggere qualcosa. A che punto sei nel tuo programma di studi?» «Vostra grazia, durante l'ultima lezione lei ha gettato via il mio programma.» «Ho fatto questo?» «Dalla finestra.» Dill indicò un pannello di vetro nuovo di zecca, che recava ancora le impronte sbavate del vetraio. «Povero me. Di che libro si trattava?» «Non so. Uno pesante.» 93
«Buon per me. Detesto gli argomenti pesanti. E poi abbiamo studiato qualcos'altro?» «Aveva detto che avendo compiuto sedici anni era tempio che imparassi la ben più importante lezione della vita.» «Davvero?» Il presbitero aggrottò la fronte. «Ah, sì, certo, naturale. Certo che mi ricordo», disse poco convinto. «Mi stavo chiedendo...» «Sì?» «L'argomento che avevamo toccato l'ultima volta... ?» «Oh.» Il presbitero Sypes si irrigidì. «La mia memoria...» Tamburellò le dita contro i denti. «Oh, be', vediamo di non tirarci indietro: se ho cominciato un argomento, sarà bene finirlo... immagino fosse solo questione di tempo. Sedici anni, quindi per forza...» Aprì di nuovo il volume e scorse una pagina, ma Dill sospettò che stesse solo fingendo di leggere. Il presbitero aveva assunto un'insolita sfumatura rossastra, le labbra strette. Fece uno strano verso chiocciante. Infine puntò lo sguardo addosso a Dill. «Le donne.» «No, vostra grazia, non quello.» «No?» «Stavamo parlando della guerra.» «La guerra?» Il presbitero Sypes esalò un lungo sospiro. «Ulcis sia ringraziato, sì, la guerra. Ti racconterò della guerra.» Per un attimo sembrò raccogliere i pensieri, lo sguardo perso in un punto alle spalle di Dill. «Contro gli Heshette, più che altro. Gli altri erano troppo impegnati a strangolarsi a vicenda per questioni di capre o a rubarsi la moglie. Ma gli Heshette...» Continuò ad annuire. «Tremila anni fa Callis venne per erigere il tempio sopra il reame di Ulcis, ma gli Heshette giurarono di abbatterlo. La prima battaglia, la battaglia del Dente, fu combattuta quando Deepgate era soltanto un ammasso di tende e capanne di fango tirate su alla meglio attorno all'abisso. Senza neppure le mura di una città a tener fuori gli infedeli, un centinaio di arconti e appena duemila pellegrini riuscirono a sconfiggere un'orda venticinque volte più numerosa.» Il presbitero sorrise. «Ma questa parte della storia la conosci già, vero?» «Sì, vostra grazia.» Dill conosceva bene il racconto della battaglia. Studiosi e presbiteri del passato ne avevano lasciato innumerevoli resoconti, e lo stesso presbitero Sypes gliel'aveva raccontata più di una volta. «Allora la salterò.» 94
«No, vostra grazia, per favore.» Il sorriso del vecchio prete si fece più ampio. «Il resoconto di Scrimlock comincia con due domande.» Dill se ne ricordò: quello era il suo aneddoto preferito sulla battaglia. *** «Quanti?» aveva chiesto Callis. «E dove?» Balthus Brine si inginocchiò sul tappeto della tenda cotta dal sole dell'araldo, le larghe spalle che gettavano un'ampia ombra sulla mappa distesa davanti a lui. «Araldo, secondo le nostre stime più precise arrivano a quaranta o cinquantamila. Ottomila Heshette purosangue, due volte tanti sono i loro cugini commercianti di Dalamoor, e una dozzina di tribù Heshban che vengono dalle Sabbiemorte del nord. Poi ci sono i cammellieri delle steppe, nomadi matricolati coinvolti nella guerra, e un piccolo gruppo di mercenari del sale richiamati dalle Terrebasse, sui millecinquecento uomini. Non si erano più visti tanti infedeli riuniti in un unico posto da quando York il barcaiolo aveva sparso la voce che a Sanpah era rimasta una vergine. Al momento l'esercito è accampato dieci miglia a sud-ovest di Trononero, qui.» Indicò un punto sulla mappa. «A dieci o dodici giorni di distanza.» «Mercenari del sale?» chiese l'angelo. «Araldo, gli Heshette li pagano col sale del Delta Chiazzato.» Callis esplose in una risata. «Auguriamoci allora che portino le loro paghe con sé in battaglia. Sbaglio o siamo a corto di sale?» «Siamo a corto di parecchie cose, tra cui la fortuna.» Balthus si massaggiò la nuca. «Araldo, l'esercito avanza veloce. Tranne i mercenari, sono tutti uomini del deserto. Se vogliamo avere una possibilità di raggiungere il Coyle e il riparo offerto dalle città fluviali, dobbiamo muoverci subito.» «Fuggire, Balthus?» Gli occhi di Callis lampeggiarono. «Io non fuggirò.» «Araldo, non possiamo difendere Deepgate da una forza del genere. Potremmo costruire delle mura di difesa, ma...» Lasciò la frase in sospeso. Una fortificazione del genere avrebbe forse ritardato la loro inevitabile fine per non più di un'ora. «Concordo. Non ci sarebbe di vantaggio restare in questo insediamento.» «Allora ci asserragliamo nel tempio? Potremmo anche difendere le ca95
tene, ma non abbiamo riserve a sufficienza per sostenere un assedio. La tubatura dell'acqua di Jakka non è ancora completata, e non più di metà delle nostre carovane riuscirà a rientrare prima che l'orda ci sia addosso. Moriremmo di sete nel giro di un mese.» «Verissimo», disse Callis distrattamente. Balthus attese, ma l'angelo non aggiunse altro. Alla fine, gli chiese: «Araldo, quali sono i tuoi ordini?» «Marceremo contro di loro.» Balthus quasi si strozzò. «Contro cinquantamila uomini?» «L'hai detto tu, che potrebbero essere anche solo quarantamila.» «Comunque...» Ma non riuscì a sostenere lo sguardo di Callis. L'intensità di quegli occhi grigio scuro lo innervosì, e Balthus abbassò lo sguardo sulla mappa come se potesse comparirvi una soluzione al loro dilemma. «Abbiamo spade a sufficienza per settanta uomini. E quattro barili di esplosivo proveniente da... oltremare. E i Novantanove, naturalmente.» Tracciò un cerchio attorno al talismano sul suo petto e si toccò la fronte. «Se per volontà di Ulcis risponderanno alla tua convocazione.» «Dubiti di me, Balthus?» «No, araldo, ma cento arconti, appena duemila pellegrini... ?» «E un Dente», disse Callis. Balthus fissò l'araldo per un lungo istante, poi un sorriso gli si allargò sul volto. Per tutto quel tempo la soluzione era stata - e la battuta rese il suo sorriso ancora più ampio - proprio davanti alla loro faccia. «Araldo, inizierò immediatamente i preparativi.» Lasciò l'angelo a meditare sulla mappa e uscì dalla tenda. All'ombra del Dente. Il Dente era una meraviglia: torreggiava sopra l'insediamento come una cittadella scolpita nell'avorio. Callis aveva portato la macchina a Markeh quarant'anni prima, e aveva scosso la terra in diverse maniere. L'araldo aveva predicato dall'alto delle mura del Dente, di come Ayen, dea della luce e della vita, furiosa per la malvagità degli uomini, avesse sigillato il paradiso, abbandonando le anime della terra in balia del Labirinto. Il che aveva portato grande costernazione tra gli uomini di Markeh, che non avevano nessun desiderio di vagare per i corridoi insanguinati di Iril, assieme alle anime dei malvagi. Callis aveva calmato la folla. Sette dei figli di Ayen si erano levati contro di lei, e avevano sollevato un esercito di angeli per spodestare la dea. 96
La loro rivolta aveva quasi avuto successo, ma all'ultimo momento le forze di Ayen si erano dimostrate troppo forti. La dea aveva prevalso e aveva cacciato dal paradiso i figli che l'avevano tradita, gettandoli sulla terra assieme ai superstiti del loro esercito sconfitto, a condividere il sottostante reame con gli uomini. Balthus aveva ascoltato il racconto con timore e stupefazione, come tutti gli altri, e ne aveva riconosciuto la veridicità. L'inverno precedente non avevano forse visto il cielo fiammeggiare per la furia di Ayen? Non avevano forse assistito alla caduta di sette stelle? Non tutto era perduto, aveva allora spiegato Callis. La speranza degli uomini era adesso riposta nel figlio maggiore di Ayen, Ulcis. Il dio delle catene era caduto in quella zona, inabissandosi profondamente nel terreno. Indebolito ma non distrutto, il dio aveva inviato il proprio araldo a erigere un tempio, per proclamare che il signore Ulcis offriva la salvezza nell'abisso. Le anime a lui consegnate dopo la morte sarebbero state al riparo da Iril. Il dio delle catene stava formando un nuovo esercito per riconquistare il paradiso. Balthus era rimasto così sconvolto dalla rivelazione da liberarsi della sua vita precedente come di un vecchio mantello, per unirsi immediatamente ai pellegrini impegnati nella costruzione del tempio. Uscito dalla tenda dell'araldo, Balthus sollevò lo sguardo oltre i cingoli del Dente, larghi come un fiume, dal pallido teschio fino ai comignoli anneriti a decine di metri d'altezza, dove il fumo sprigionato dai suoi polmoni si spandeva nel cielo del deserto. Quell'affare era una fortezza, comprese Balthus, e anche di più: era un'arma. Per gli ultimi quarant'anni le enormi lame del relitto avevano affondato il morso nelle pendici di Trononero, per scavare quello strano minerale dalle viscere della montagna e portarlo a Deepgate per forgiarne catene per il tempio. Cinquantamila uomini? Fossero stati cinquanta sarebbe stato lo stesso. Eppure Balthus non aveva considerato cosa poteva diventare per loro quella macchina in battaglia. Il Dente era diventato parte del paesaggio come lo stesso abisso. Quante volte si faceva caso al terreno sotto i propri piedi o al tetto sopra la testa? Era cambiato fino al punto di dare per scontata una simile manifestazione del potere di dio? Balthus si spinse fino al bordo dell'abisso e si inginocchiò sulla sabbia a chiedere perdono al suo dio degli inferi. 97
Tutti i lavori si erano interrotti quando la notizia dell'orda in avanzata li aveva raggiunti. Le passerelle che dal perimetro zigzagavano verso il centro erano deserte. Un profondo silenzio regnava sopra l'abisso. Tutte le novantanove catene delle fondamenta erano state posate e lo scheletro della struttura principale del tempio stava prendendo forma. Balthus fece vagare lo sguardo lungo l'ampiezza della costruzione: la catena di Mesa, quella di Perpaul, di Simon; ognuna potente come la leggenda da cui traevano il nome. Erano i più grandi guerrieri di Ulcis, i sopravvissuti della guerra in paradiso. Quarant'anni prima Balthus non avrebbe creduto che i mortali fossero in grado di erigere una costruzione come quella. In verità era riconoscente. I preparativi per la battaglia furono condotti scrupolosamente. I pellegrini immagazzinarono nel Dente tutte le provviste a loro disposizione. Uomini, donne e bambini vennero alloggiati all'interno, in rifugi temporanei. E Callis convocò i Novantanove. Gli angeli di Ulcis si levarono dall'abisso per unirsi al loro comandante, le armature circonfuse di luce mortale, le spade splendenti sotto il feroce sole d'Ayen. Balthus rabbrividì alla loro vista. «Sono morti?» chiese a Callis. «Hanno rinunciato all'eternità per noi», rispose l'angelo. «Non possono sopravvivere in questo mondo. La luce di Ayen li distruggerà, così come distrugge gli uomini.» Ridusse gli occhi a due fessure. «Ma finché vivono arderanno fieramente.» All'ordine dell'araldo venne portata una bottiglia contenente un liquido nero. Balthus rivolse a Callis un'occhiata interrogativa. «Vino d'angelo», rispose Callis. «Un dono dal nostro signore.» «Una pozione?» Callis rise. «Una specie. Conferisce grande potenza, forza e longevità agli arconti che la bevono. È un dio magnanimo, Ulcis, che condivide temporaneamente la sua divinità, non trovi?» Balthus osservò il vino d'angelo. Possibile che quell'elisir contenesse il potere di un dio? Il liquido ribolliva come fumo e gli parve di udire sussurri che venivano dall'interno del vetro. «È vivo», ansimò. 98
Callis sollevò la bottiglia. «Questo vino contiene le anime di molti uomini.» «Anime umane?» «Nemici di Ulcis.» Con un tono che bandiva ulteriori domande. Balthus restò a guardare mentre ognuno dei Novantanove beveva un sorso di vino d'angelo. Guardò i loro occhi che diventavano neri e la luce di morte che s'incupiva attorno alle armature. E, quando anche l'araldo ebbe avuto la sua parte, Balthus non riuscì più a dominare il proprio desiderio. «Un servo fedele potrebbe avere il permesso di averne un sorso?» Callis sembrava in preda a una febbre omicida. Ruotò selvaggiamente su se stesso, il viso stravolto, e per un attimo Balthus temette per la sua stessa vita. Ma poi la violenza abbandonò lo sguardo dell'angelo, che indirizzò al suo servo uno sguardo impietosito. «Balthus, questo elisir è troppo potente per gli uomini. Ti farebbe impazzire.» L'alba del giorno della battaglia si levò una grande tempesta di sabbia, come se il dio delle catene stesse agitando le proprie ali nel sottosuolo. Balthus Brine osservava dall'alto del Ponte del Dente, con Callis al suo fianco. Per l'intera durata della battaglia l'araldo non parlò. La sua furia era svanita, e seguiva il massacro sotto di loro con un'espressione quasi di rimpianto sul volto senza età. «Sei addolorato per loro?» chiese Balthus. «Sono dei selvaggi», disse Callis. Balthus annuì, scoprendo i denti candidi fra le labbra scure. «Come noi», aggiunse Callis, unendosi al sorriso del suo servo. La tempesta infuriò e il Dente affondò nelle carni dei nemici e le spade degli arconti lampeggiarono finché il terreno non diventò rosso come il sole soffocato dalla sabbia. E, quando infine il vento scemò e il massacro terminò, i cadaveri di ventimila uomini giacquero sulle Sabbiemorte. I superstiti dell'orda fuggirono lontano dal Dente, e Callis e gli angeli si levarono trionfanti sulla montagna di morti. «Tutti coloro che sono ancora interi siano benedetti e gettati nell'abisso», ordinò. «Saranno redenti.» Balthus intervenne. «Ma hanno cercato di distruggerci. Non meritano di entrare nell'esercito del nostro signore.» L'angelo sorrise. «È un dio magnanimo, Ulcis.»
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*** «Callis ha davvero vissuto per mille anni?» chiese Dill. Al presbitero occorse un attimo per metterlo a fuoco, e poi distolse lo sguardo. «Le varie versioni sono contrastanti», borbottò. «Per quanto la maggioranza concordi con questa stima. Purtroppo i suoi figli non hanno ereditato la longevità del padre.» Dill ci rimuginò sopra. Mille anni di vita per un sorso di vino d'angelo. Se ci fosse stato più elisir, l'angelo sarebbe stato ancora vivo? «Ma gli Heshette ritornarono.» «Ritornarono, certo, però mai più in quel numero. La battaglia del Dente insegnò loro una dura lezione. Fu solo duecento anni fa che la bilancia ricominciò a sollevarsi. Le nostre spie scoprirono fra gli Heshette una casta di sciamani, che cercava di sollevare i popoli del deserto in una seconda guerra. Colpimmo per primi, cercando di fermare il loro slancio, di uccidere gli sciamani, ma i nostri sforzi non fecero che rafforzare la loro causa.» Il vecchio prete tirò su col naso, si grattò una narice e continuò: «Si sollevarono di nuovo, e per molti anni i nostri eserciti riuscirono a tenerli lontani soltanto grazie alla fede e all'acciaio. E naturalmente con l'aiuto dei figli di Callis. La discendenza dell'araldo si mantenne robusta». Dill sorrise fra sé. Il graffio sul dito si fece improvvisamente sentire con una fitta di dolore. Ma il presbitero continuò, come se parlasse da solo. Il suo sguardo era appannato, ma parlava con passione. «Ogni volta che gli infedeli recuperavano le forze, ritornavano, anche se mai forti come prima. Più che altro tribù sbandate, come sempre guidate dal nucleo Heshette e dai loro stregoni dalla lingua suadente. Sono rimasti fedeli ad Ayen, e hanno giurato di distruggere i suoi figli esiliati.» Sypes sembrò fluttuare in se stesso, per un momento. «Selvaggi tatuati e barbuti... persino cannibali, si dice. Divorano i loro stessi feriti e bevono qualche orrenda bevanda fermentata di latte e sangue.» Il presbitero aggrottò le sopracciglia. «Ma, a ogni modo, girano un sacco di voci del genere, in questa città.» Dill cercò di figurarsi gli Heshette, i loro riti del sole e i sacrifici umani di cui parlavano a volte i missionari. Nella sua immaginazione, si azzuffavano come cani, mentre gli sciamani dalla lingua biforcuta volteggiavano fra loro sussurrando come fantasmi. Immaginò di trovarseli di fronte, ritto sull'orlo dell'abisso, l'ultimo arconte a difesa delle vie di una Deepgate in 100
preda al panico. La spada sguainata, gli occhi neri e oscuri come la tana di Ulcis. Il presbitero proseguì: «Fede e acciaio, e la volontà di dio ci hanno protetti per tutto questo tempo. Ma quell'estate di trent'anni fa ha galvanizzato le tribù e risvegliato le loro speranze. La peggiore siccità della nostra storia ha rovinato la maggior parte dei raccolti. Tempeste di sabbia hanno distrutto il resto. Il Coyle, che mai ci era venuto meno, si ridusse a un rivolo. Tutti soffrivamo allo stesso modo; noi di Deepgate così come la gente del deserto. Ma le tribù scorsero un segno in quella siccità: credettero che la dea Ayen stesse punendo loro per le nostre azioni. Per la prima volta dai tempi della battaglia del Dente, smisero di lottare fra loro e si unirono. Ancora una volta marciarono su di noi come un solo esercito, con gli sciamani fra loro, a incitarli. Lo schieramento delle nostre truppe nel deserto era troppo esteso, quindi ci ritirammo per batterci lungo il perimetro dell'abisso. «Anche quella volta eravamo in minoranza. I nostri soldati avevano addestramento, disciplina e spade più affilate, ma dovettero lottare contro la forza del numero. Lo stesso Gaine uccise più di quaranta nemici. Le tribù hanno sempre temuto la tua stirpe, e a ragione. Avresti dovuto vederlo». Nella sua mente Dill vide l'avanzata delle tribù: selvaggi tatuati dallo sguardo folle. Un esercito di stracci e muscoli. Vide suo padre solo, sprezzante, di fronte a loro. La spada di Gaine lampeggiava, affondava nella carne e nelle ossa. Le teste volavano spiccate dalle spalle e il sangue sprizzava. Gli uomini si abbattevano davanti a lui. Gaine si levò in volo e i pagani si ritrassero urlando, fuggendo nelle Sabbiemorte. «E fu Devon a salvarci», disse Rachel Hael. Era entrata senza bussare e, a giudicare dall'espressione di Sypes, Dill ebbe la sensazione che fosse un'abitudine di cui avrebbe fatto meglio a liberarsi. Dill si voltò. «E tu che vuoi?» scattò, girandosi poi a guardare il presbitero. Gli occhi gli virarono sul rosso. Il sollievo di Rachel nel vedere che l'angelo aveva evitato le frustate stava diminuendo rapidamente. Il presbitero la fissò con diffidenza. «L'adepta Hael ha ragione su questo. All'epoca Devon era apprendista dell'Arcichimico Elizabeth Lade, la sua futura moglie, nelle cucine dei veleni.» «Devon è sposato?» Dill sembrava sorpreso. «Lo era», rispose Sypes volgendosi verso di lui. «Quella povera donna. Ben pochi riescono a sopravvivere fino a tarda età, in quella professione... 101
per via dei vapori.» Rachel fremette di fronte alla scarsa considerazione di cui Sypes dava prova. Trattenne a stento una replica. «Elizabeth si occupava soprattutto dello sviluppo dei narcotici», continuò Sypes. «Eravamo alla ricerca di sistemi alternativi per contrastare la minaccia costituita dagli Heshette senza dover ricorrere al completo genocidio. Stavamo perciò considerando la possibilità di renderli dipendenti da un narcotico chimico.» Scrollò le spalle. «Ma tale possibilità non fu mai esplorata fino in fondo. Alla morte di sua moglie, Devon tornò a studiare i puri e semplici veleni diretti e roba del genere, per applicazioni militari. Svolge questo lavoro con un certo... zelo.» «Gas che ustionano la pelle e provocano la cecità», disse Rachel. Sypes annuì con una certa esitazione. «Polveri per inquinare l'acqua degli Heshette e storpiare i loro bambini», aggiunse. A quel punto il vecchio sembrò sopraffatto. «Loro...» «Armi spaventose.» «Di certo...» «Armi sacrileghe.» Dill la guardò torvo. Il presbitero si agitò a disagio. Rimase in silenzio per un lungo istante, poi incrociò il suo sguardo e le si rivolse con asprezza: «Armi necessarie». «Efficaci», aggiunse lei, gelida. Sypes grugnì; «Temo che il dolore interessi Devon più dell'efficacia letale». Rachel lo fissò con gli occhi ridotti a due fessure. Al contrario di suo fratello e dei suoi ufficiali, il presbitero non si nascondeva dietro gli eufemismi. Si rese conto che l'animosità di Sypes non era rivolta contro di lei. Era evidente che il vecchio si sentiva in colpa per aver lasciato libero Devon di scatenarsi contro gli Heshette. Sypes riportò l'attenzione su Dill. «Verso la fine, ci aiutò a progettare le aeronavi, affinché potessero spargere meglio i suoi veleni. Le tribù furono...» «Umiliate?» suggerì Rachel. «Decimate», ribatté Sypes. Trasse un fazzoletto dalla manica e si asciu102
gò la fronte. «Non avevamo scelta: viviamo in tempi difficili.» Rachel incrociò le braccia sul petto. C'erano mai stati tempi facili? La colpa era forse più lieve da sopportare della minaccia dei nemici di Deepgate? «E così li abbiamo sconfitti.» Dill continuò risolutamente a volgere le spalle a Rachel. «Gli arconti hanno sempre protetto il tempio?» chiese. «Sempre, fino a quella battaglia», rispose Sypes continuando intanto a fissare l'assassina con diffidenza. «Adesso le cose sono diverse. Spade e simboli hanno minore importanza al giorno d'oggi. Anziché l'arte della spada, ti viene insegnato il cerimoniale, il codice legislativo...» È sempre troppo poco. Cosa mai si aspettava il vecchio che lei potesse insegnare all'angelo? I suoi doveri come Guardiano delle Anime? L'etichetta del Sanctum? Il modo migliore per allacciarsi gli stivali? C'erano altre cose, decise Rachel, che di certo Dill avrebbe trovato più interessanti, o perlomeno più illuminanti. Il presbitero Sypes sorrise debolmente. «... e la storia, quando sarai in grado di sopportarla.» «Ma se le tribù ci attaccassero di nuovo...» Rachel sbuffò. «Il campo di battaglia non è posto per te.» Troppo tardi si rese conto di quanto fossero suonate aspre le sue parole. Lui vuole combattere. Dio lo aiuti, lui vuole davvero andare là fuori. Si morse le labbra. Sypes le scoccò un'occhiata d'avvertimento. «Non c'è pericolo di un altro attacco. Il nostro esercito è troppo forte per gli infedeli. Le tribù sono ancora una volta disperse, anche se gli Heshette e i loro maledetti sciamani sono tutt'altro che distrutti.» In quel momento il vecchio appariva esausto. Dill abbassò gli occhi. «Sono riconoscente, vostra grazia.» «Adesso dovresti andare con l'adepto Hael», disse Sypes. «Sono certo che potrà insegnarti come usare quella tua spada.» Rachel annuì. E molto altro. Nel corridoio fuori dall'aula Dill si voltò verso di lei. «Sei sempre così sgarbata?» Per una volta, non riuscì a rispondergli. E, se anche aveva delle scuse pronte per lui, le rimasero ficcate in gola. Lui si allontanò di gran carriera, la cima della spada spuntata che strusciava sul pavimento. «Aspetta.» Rachel lo seguì. 103
Lui la ignorò. Lo afferrò per un braccio, improvvisamente e di nuovo infuriata. «Quanti anni hai?» La guardò in cagnesco. «Hai sedici anni, non sei forse... un uomo, ormai?» «E allora?» «E allora ti insegno una lezione.» «Non ho bisogno di lezioni da te.» Cercò di divincolarsi, ma lei lo trattenne saldamente, Le sue ali fremettero, e Rachel percepì un soffio d'aria fresca sul viso. «Non mi interessa quello che credi tu», disse lei. «Ti insegnerò comunque. Dimenticati la spada. Adesso che sei un uomo, c'è qualcosa di molto più importante che devi imparare.» «Cosa?» Stava diventando rosso di nuovo: sia gli occhi sia il viso. Rachel trattenne un sorriso. «Vieni con me.» «Dove?» «In un posto segreto.» Era diventato così rosso che irradiava quasi calore. Scosse la testa. Ma Rachel lo condusse via comunque, sentendosi deliziosamente crudele.
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9 FOLLA AL POZZO DEI PECCATORI
Si erano radunati a centinaia per assistere all'esecuzione. Attendevano silenziosi e immobili sotto la massa di catene rugginose che circondavano la torre di guardia, ma Mr. Nettle percepì una sensazione di aspettativa che gli fece accapponare la pelle. A ovest, basse sull'orizzonte, lame di luce perforavano le nubi temporalesche in aumento. La Notte dello Sfregio si avvicinava. La torre di guardia di Barraby svettava attraverso le catene, un pugno merlato sbriciolato e annerito dal fuoco. Porte e finestre erano state murate duemila anni prima, ma si raccontava che si udissero ancora passi provenienti dall'interno, e persino le voci e gli urli dei demoni. Mr. Nettle spinse avanti il suo carretto sotto i tratti di catena, urtando stinchi e caviglie mentre procedeva. Le mosche gli ronzavano attorno. Costeggiò il palco dell'esecuzione per raggiungere la zona dove sostavano i carri del tempio, carichi delle offerte per Ulcis: manufatti di ferro, rame e legno, fiori e spade, ogni dono l'esemplare migliore di quanto il donatore potesse produrre. Dopo l'esecuzione, i carri sarebbero stati ricondotti all'interno del tempio, e i doni gettati nell'abisso. Un maledetto spreco. Due soldati del tempio in corazza leggera montavano la guardia accanto ai carri. Al rumore del carretto di Mr. Nettle quello più vicino sollevò lo sguardo. «Che trasporti là sopra?» tuonò. «Ferro?» Mr. Nettle grugnì. «Non è roba per te.» «Lo spettacolo non è mica gratis.» «Non sono qui per veder scorrere il sangue di qualche pellegrino.» «Allora riprendi la tua strada.» Chinando le spalle, Mr. Nettle proseguì rumorosamente. Niente di peggio dei soldati senza nulla da fare. Quello avrebbe dovuto essere già contento di avere un lavoro, visto che erano rimasti non più di novecento soldati regolari alle dipendenze dirette del tempio, per la maggior parte di guarnigione nelle città fluviali. A migliaia erano stati invece 105
retrocessi al rango di riservisti, senza salario e senza niente a ripagarli del tempo passato nell'esercito se non le armi e l'armatura, che dovevano tenere affilate e lustre per le regolari ispezioni, se non volevano finire tra le grinfie dell'Avulsore stesso. Anche la cavalleria di Deepgate aveva subito tagli del genere, i cavalli da guerra erano stati venduti ai mercanti per trainare i carri, o ai macellai del mercato della carne e agli incollatori. Un mormorio percorse la folla e Mr. Nettle si voltò per vedere Ichin Samuel Tell, l'Avulsore in persona, che saliva i gradini del patibolo. Col volto privo d'espressione, con l'abito nero, la barbetta sottile oliata e appuntita come una lancia, Ichin Samuel Tell era il capo della Spina. Si rivolse con calma a una delle due guardie del tempio, che si raddrizzò, poi annuì e cominciò a trascinare avanti il primo dei pellegrini. La pelle del guerriero Heshette pareva una corteccia d'albero. Lui non lottò, e nemmeno sollevò la testa dal petto. Continuò a tenere gli occhi chiusi: evidentemente pregava. Gli altri erano schierati in fila dietro di lui, polsi e caviglie scorticati dai ceppi. Mezza dozzina di uomini, due donne, un ragazzino singhiozzante, tutti vestiti di stracci color sabbia. Mr. Nettle affrettò il passo e spinse avanti il carretto fino a superare un capannello di nobili profumati, dopo aver incrociato lo sguardo delle loro guardie del corpo. Forse quell'esecuzione era giusta, e forse non lo era: non gli piaceva riflettere troppo su certe cose. A ogni modo, l'oscurità lo cogliesse, non si sarebbe certo fermato a guardare. L'Avulsore consultò un rotolo di pergamena prima di voltarsi a fronteggiare la folla e annunciò con voce monotona: «Quest'uomo è un infedele e un bestemmiatore». La folla rumoreggiò: «Redenzione!» «Così sia.» Ichin Tell cominciò a mormorare benedizioni mentre una delle guardie del tempio apriva il Pozzo dei Peccatori - un varco che attraversava il patibolo per spalancarsi nell'abisso sottostante -, pronto a ricevere il corpo non appena l'anima fosse stata redenta. La seconda guardia strinse un cappio al collo del pellegrino, prima di chinarsi ed estrarre accette e sega a nastro dalle loro custodie di tela. Una redenzione procurata con la sola corda, aveva scoperto da tempo la Spina, non bastava a soddisfare la folla. Era necessario veder scorrere il sangue sopra il Pozzo dei Peccatori. Sangue benedetto, ma... Su ogni volto Mr. Nettle scorse la stessa espressione: avido disgusto mescolato alla brama di orrore e di grottesco. E 106
ancora di più: il bisogno di assistere a qualcosa di pericoloso, di percepire l'intervallo tra le pulsazioni. Allettare l'inferno per dar valore all'abisso. Le due facce della Chiesa di Ulcis: Sypes e il suo angelo, e la Spina col suo Pozzo dei Peccatori. Un difficile equilibrio di poteri, ma per quanto tempo? La maggior parte della gente riteneva che Sypes fosse diventato pigro, se non addirittura senile. È rimasto un solo angelo in tutta la Chiesa, ormai, e la colpa è del vecchio. Avrebbe dovuto convincere Gaine a prendere un'altra moglie. Non mancavano certo le fanciulle desiderose di martirio. Mr. Nettle guardò ancora le facce smaniose che lo circondavano, e grugnì. O le famiglie volonterose disposte a offrire le figlie in cambio del denaro della Chiesa. Forse, dopotutto, Sypes non era per niente senile. Il piccolo Heshette in catene si lamentava ad alta voce. Ichin Tell lo aveva messo in fondo alla fila, così da farlo assistere alla morte degli altri prima che arrivasse il suo turno. Il razziatore contrasse la mascella e si fece largo a spallate tra la folla, le nocche dolorosamente serrate sulle stanghe del carretto. Alle sue spalle la corda cigolò, e gli spettatori acclamarono. *** Rientrato nel quartiere della Lega, Mr. Nettle faceva risuonare gli stivali sulle assi delle passerelle e spingeva via gli altri passanti, senza preoccuparsi di quanto oscillassero i ponticelli o dei sobbalzi delle passerelle o di chi si doveva aggrappare in tutta fretta per non cadere di sotto. Le assi minacciavano di spezzarsi sotto il peso del carretto che spingeva. La veste da lutto gli sventolava attorno, sudicia, sbrindellata e incrostata di sangue. La gente della Lega lo fissava corrucciata e cercava di scansarlo, ma nessuno osò levare una parola di protesta fino al Ponte delle Nove Funi, dove una vecchia zitella con le gambe storte gli strillò dietro: «Villano! Grosso maiale!» Mr. Nettle si voltò di scatto, pronto a colpirla, ma quando la vide tutta ingobbita a aggrappata al corrimano si sentì un vero maleducato. Si limitò a lanciarle un'occhiataccia, e sputò sulle assi ai suoi piedi, poi si rimise in marcia stando più attento a non scuotere troppo il ponte. Avrebbe sbattuto forte la porta, senonché lo stipite era tenuto assieme giusto da un budello d'animale ed era sul punto di crollare. Una volta dentro scaricò il ferro, una barra alla volta, che sparpagliò a terra sulle travi più robuste del pavimento. Non appena finito si precipitò nell'ingresso, cal107
ciando via bottiglie vuote e botti d'olio. L'intera casa tremava e ondeggiava, le funi scricchiolavano in maniera preoccupante. Non ci badò: le funi potevano tenere o no. All'inferno la fortuna. In soggiorno accese una lampada, si strappò di dosso la veste da lutto, e scagliò la scure contro il muro, dove rimase conficcata. A vibrare. Mr. Nettle aprì una nuova bottiglia di whisky e si lasciò cadere sulla poltrona, digrignando i denti. Angelo. Si batté un pugno sul ginocchio. Angelo, angelo, angelo. Perché diavolo la chiamavano così. Quella lì non aveva timor di dio come l'angelo del tempio. Era una sanguisuga, un abominio, una piaga della città, proprio come le piaghe che infliggeva alle sue vittime, che non guarivano più. Come quelle che aveva inferto ad Abigail. Bevve, versandosi il whisky sul mento. Notte dello Sfregio o no, quella cagna assassina e ladra d'anime doveva pagarla. Senza scampo. Quella notte sarebbe uscito a cercarla. Fuori, nella notte senza luna, lui e lei e nessun altro tranne i mendicanti, i pazzi e la Spina. Quegli striscianotte, ma chi si credevano d'essere, con le loro spade sacre, e le balestre e i veleni? I mendicanti non avevano scelta, i pazzi non avevano una mente che permettesse loro di scegliere, ma la Spina... se erano così dannatamente in gamba, allora come mai quel demonio era ancora in circolazione? Perché la sua Abigail era morta? Fissò la scure piantata nella parete. Non aveva bisogno della balestra del fabbro. Che idea stupida. Venti centimetri d'acciaio e un braccio robusto per scagliarli, ecco cosa ci voleva. Avrebbe trovato il modo di avvicinarsi. Ingollò un'altra sorsata. E solo uno sprazzo di vera fortuna, gli bastava quello. Solo un piccolo colpo di fortuna. Uno solo. Quella maledetta l'avrebbe visto subito, se le storie su di lei erano vere. L'avrebbe visto a cinque chilometri di distanza. Ci avrebbe pensato lui a farsi vedere... e le avrebbe anche fatto sentire le sue urla. Tutta la stramaledetta città l'avrebbe sentito. Sarebbe stata una vera Notte dello Sfregio in cui nessuno avrebbe chiuso occhio. Ma anche lui aveva bisogno di vedere lei, e quello sarebbe stato più difficile. La sua nemica detestava la luce. Rimase seduto a lungo, a rimuginare. Se solo fosse riuscito ad attirarla giù dai tetti e tenderle una trappola. Magari poteva stendersi in mezzo a una strada e fingersi ubriaco. No, a lei non piaceva il sangue pieno di whisky, o di colla, almeno così si diceva. Avrebbe dovuto fingersi ferito piuttosto o, meglio ancora, uno di quei pazzi che vagavano per la città cantan108
do canzoni da folle come a volte facevano. Mr. Nettle scacciò anche quel pensiero. Sua moglie gli diceva sempre che cantava peggio di un orso malato. Sarebbe riuscito solo a farla scappare. Alle pareti erano ancora appesi i quadri di Abigail, a dozzine. Vivaci rettangoli di compensato: tutti i suoi giardini immaginari, fiori e alberi rossi e gialli. Non era mai riuscito a procurarle della pittura verde, solo quei due colori. Ma a lei non importava. Gli aveva detto che rosso e giallo erano i suoi colori preferiti, e lo aveva abbracciato. Lui se l'era scrollata di dosso con un grugnito, e le aveva detto di andare a dipingere qualcosa. Il respiro gli uscì come un rantolo e si strofinò gli occhi: alberi rossi e gialli si confusero attorno a lui. Altre due dita di whisky. Chissà come, la bottiglia era quasi finita. Sentiva le palpebre pesanti, la testa ciondolava. Gambe e braccia gli parevano carne macinata. Avrebbe preparato la trappola dopo un sonnellino. Aveva bisogno di essere riposato e con la mente fresca per studiare un piano. Una stanchezza mortale gli prosciugò dai muscoli anche l'ultima goccia di sangue, e lui sprofondò ancora di più nella poltrona. Chiuse gli occhi. Avrebbe dovuto essere astuto, abile. E sobrio. Non poteva lasciare che Carnival gli arrivasse vicino mentre era ubriaco. *** Era in piedi su un'altissima torre, a rimirare una città fatta di guglie delicate e ponti slanciati. Una luna nera risalì veloce nel cielo color avorio. Ammassi di nuvole scure ribollirono all'orizzonte, come trascinati da un vento rabbioso. Il cielo era trapunto di stelle nere. Le strade sottostanti erano deserte, dapprima fu certo di essere solo, l'unico in tutta la città. Ma poi qualcuno toccò la sua mano. Abigail era in piedi accanto a lui, il sudario che sbatteva nel vento. Levò su di lui uno sguardo triste e gli afferrò la mano in una stretta gelida. Deep, disse lei. Sì. Poi vide le luci. Il calore trapelava dalle finestre sbarrate. Le case furono improvvisamente piene di gente. Rumori lontani di canti e risate salirono fino a lui. Ma lassù sulla torre regnava un gelo mortale. L'esercito di Ulcis, spiegò Abigail. Aspettano il paradiso. Lui alzò le spalle. Hai ancora una scelta. Credi davvero di poterla sconfiggere? Anche 109
ammesso che non tenga per sé la tua anima, la spedirà all'inferno. Cosa vuoi che sia un inferno rispetto a un altro? Chiese lui. Ho vissuto per tutta la vita a Deepgate - sì o no? - e senza mai lamentarmi. Il Labirinto non può essere peggiore. Iril è infinito, replicò lei. Gli si strinse il cuore, a pensarla laggiù. Voleva dirle che almeno sarebbero stati assieme, ma sapeva che era una bugia. Chiunque vagasse nel Labirinto era solo, dannato a camminare in eterno per corridoi di sangue, in cerca della propria anima. Non sopportava più di guardarla, quindi tornò a fissare il cielo. Una sagoma scura sì muoveva in alto. Ali? Allungò la mano verso la scure. Non farlo, disse Abigail. Non fare cosa? Chiese lui come se non lo sapesse. Lei gli strinse più forte la mano. Papà, ti prego, non farlo. Lui si liberò della sua stretta. Non seccarmi, le disse. Vattene. Era stato sul punto di dire: Va' a dipingere qualcosa, e il dolore nel suo cuore si era fatto più intenso. Ho paura, disse lei. Avrebbe voluto afferrarla, stringerla fra le braccia, ma non poteva. Non dipende da te, fu tutto quello che riuscì a rispondere. Torna a casa, papà. E dov'è?
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10 UN POSTO SEGRETO
Mimetizzata tra le guglie del tempio, una torre coperta d'edera si innalzava da un nido di tetti. Il primitivo coronamento ad archi era crollato, ma i doccioni erano ancora acquattati fra le restanti dita di pietra; animali con zampe di leone, ali e zanne. I licheni sfregiavano le loro smorfie smussate, il muschio impellicciava le loro ali e minuscoli fiorellini bianchi sbocciavano dalle crepe fra le zampe, ma le bestie continuavano a montare la guardia impassibili. In piedi ad ali spiegate, col tramonto che gli scaldava le piume, Dill osservava i fringuelli che striavano l'aria attorno a lui. «È qui?» chiese. Rachel Hael si era appoggiata a uno dei mostri. «La tua ombra è quasi uguale alle loro», disse assestando una pacca sulla testa della creatura di pietra. Dill gettò un'occhiata alla, propria ombra, e gli occhi cominciarono a bruciargli. «Rosa significa imbarazzo, vero?» Il ragazzo sentì che il colore si faceva più intenso. Lei emise un lungo sospiro e guardò oltre Dill, oltre le pietre e le guglie del tempio. «È da quando ero piccola che non tornavo quassù. Quando c'era mio padre, mi permettevano di vagare in ogni meandro del tempio. Questo è sempre stato il mio posto preferito.» Gli girò lentamente attorno, spolverando lo sbriciolio di pietra dalle ali del mostro. «Allora non sembrava così in rovina.» Esitando, allungò una mano verso le sue piume. «Puoi volare, con queste?» Dill ritrasse le ali. «Non mi è permesso.» «Ma devi averci provato. Io l'avrei fatto.» «La legge del Codice lo proibisce. Adesso abbiamo le aeronavi per difenderci, i veleni, gli assassini.» Sottolineò l'ultima parola. Se anche l'aveva notato, lei non lo diede a vedere. «Hanno paura che voli via?» Dill alzò le spalle. «Le regole sono regole.» «Che risposta idiota.» 111
Dill fremette. Le dita di lei accarezzarono di nuovo le ali, e lui le ritrasse ancora di più. In passato aveva avuto la tentazione di volare, ma i preti l'avrebbero saputo. Sapevano sempre quando faceva qualcosa di sbagliato. «I miei occhi...» cominciò. «Sono rosa», disse lei. «Diventano verdi se mi sento in colpa o mi vergogno.» «Come i miei.» Dill sorrise suo malgrado. «Ti senti sempre in colpa?» Ma il sorriso svanì quando vide l'espressione sul viso di Rachel. Non voglio saperlo. «Scusami», sospirò lei. «Dicono che quelli della Spina sono privi di senso dell'umorismo, e hanno ragione. Dovrei cercare di comportarmi in maniera più umana.» Si accosciò accanto a lui, apparentemente incerta su come proseguire. Nemmeno Dill sapeva che dire. Deepgate borbottava piano sotto le guglie che li circondavano, case e catene scomparivano piano nelle ombre che si allungavano dal margine occidentale. Grida lontane e deboli profumi salivano verso di loro trasportati dalla brezza della sera: aliti di fumo di carbone e di piante venivano dai giardini, con un fondo di spezie aride dalle più lontane Sabbiemorte. Una coltre di fumo aleggiava sopra le aeronavi e sopra la Falce, dove la nave che Dill aveva avvistato poco prima si stava avvicinando a un pontile d'attracco, risplendendo dorata. Da quell'altezza, la nave non pareva più grande del suo pollice. «Attracca per fare rifornimento», spiegò Rachel. «Mark sta per partire per il Porto di Sabbia con un carico di merce destinato agli avamposti militari.» Grugnì. «Sarà già lontano prima che sorga la luna nera.» il suo sguardo si sollevò verso un temporale in formazione a ovest. Di colpo distolse lo sguardo e sibilò un'imprecazione. «Fammi un favore.» «Cosa?» «Vola.» «Non posso.» «Sì che puoi.» Lo prese per il collo della giacca e lo tirò in piedi. D'un tratto cominciò a spingerlo verso il bordo della torre, verso il baratro. Dill cercò di opporre resistenza, ma lei era sorprendentemente forte. «No, io...» Il cielo gli si apriva davanti. «Aspetta.» Affondò i talloni nel terreno. «Ti prego, non farlo.» Cercò disperatamente di allontanarsi da lei. 112
Rachel lo lasciò andare, con una strana occhiata. «Credevi davvero che ti volessi buttare di sotto?» «Non è quello che stavi per fare?» Dill era rosso in viso, gli occhi ora bianchi. Lei sembrò sinceramente colpita. «Il mio compito è prendermi cura di te, non ucciderti. Cercavo di farti volare da un estremo all'altro di questa torre.» Si sporse a guardare oltre il parapetto, poi si voltò di nuovo verso di lui. «Però sarebbe un'idea. Se ti getto di sotto... non potrebbero punirti se cerchi di salvarti la vita.» Dill arretrò. Lei lo afferrò per la mano, impedendogli di allontanarsi oltre. «Umorismo da Spina.» Lui la fissò. «Lascia perdere.» Rachel esitò, poi gli indicò un doccione davanti a loro. «Vola solo da qui a lì.» «Perché?» Lei ci rifletté un attimo. «Perché non te lo lasciano fare.» «Così potrai farmi rapporto?» L'espressione di lei si incupì. «Credi che lo farei? Che stia cercando di tenderti una trappola? È solo un voletto, per amor di dio. Non ti sto mica chiedendo di erigere un tempio a Iril.» «Sarò punito.» «Solo se ti scoprono. Ce la fai a sopravvivere a qualche frustata, no? Ne hai già ricevuto la tua parte, fino a ora, quindi non metterti a fare il santerellino con me. La Spina non verrà certo a cercare le tue ossa.» Dill sussultò. «Cosa?» Lei sospirò. «Scusami, non avrei dovuto. Dopo quest'ultimo guscio vuoto, hanno di nuovo tirato fuori la storia degli Uomini Molli.» «Gli Uomini Molli?» Rachel aggrottò la fronte, perplessa. «Non sai degli Uomini Molli?» Lui si fissò i piedi. «Ma non ti arriva niente lassù, in quella tua torre?» Dato che non rispondeva, Rachel continuò: «Secondo la storia, gli Uomini Molli erano tre scienziati che una volta, in segreto, erano riusciti a produrre il vino d'angelo. Facevano incetta di ubriachi e mendicanti e li dissanguavano per ottenere le anime. Ma, quando alla fine sperimentarono l'elisir, li fece impazzire. La Chiesa li scoprì, e mandò allora la Spina a ucciderli. Ma gli assassini non riuscirono a ucciderli, il vino d'angelo li aveva mutati. Dovettero ac113
contentarsi di disossarli e portar via le ossa, e seppellire il resto nelle Sabbiemorte. Dicono che siano tuttora lì, ancora vivi dopo centinaia d'anni, ma incapaci di disseppellirsi e liberarsi. I cammellieri continuano a raccontare di aver sentito gemiti e grida che vengono da sotto la sabbia». Fece una pausa. «È una leggenda, ovviamente. Come lo Strisciacatene, la Strega, o la Vedova Legata. Non va presa sul serio. Almeno...» «La Vedova Legata?» «Una donna del Varco della Cappella che...» Si interruppe. «Lasciamo perdere. Non ho intenzione di raccontartela, questa. È troppo raccapricciante.» Dill non ritenne importante farle notare che non aveva mai sentito parlare neppure dello Strisciacatene o della Strega. Ma a quel punto era ancor meno disposto a farsi obbligare a un volo illecito. Evitò lo sguardo di Rachel e guardò la botola che riconduceva all'interno del tempio. «I preti non salgono mai fino a quassù», disse lei. Però vengono sempre a sapere tutto. Come faceva a non capirlo? «Mi hanno detto che nella Sala degli Angeli c'è un ascensore», continuò Rachel. Dill le scoccò un'occhiataccia. «Io non ho bisogno...» «Sinceramente, non ci avevo creduto. Volevo vederlo con i miei occhi, quindi dopo la Consegna ho parlato con uno degli addetti al verricello, una guardia del tempio di nome Snat. Lo sapevi che lanciano i dadi per decidere a che piano portarti?» Dill sentì che gli occhi gli si incupivano, dal bianco al grigio. «E qualche volta ti lasciano sospeso a metà, vero?» Grigio più scuro. «Per loro è un gioco», disse lei. «Quante volte suonerai la campana? Ci scommettono sopra.» Ancora più scuro. «Snat mi ha detto di aver vinto tre doppie, quando ho parlato con lui.» Sempre più scuro. «Che tipo, non riusciva a smettere di ridere. Dice che gli mancano altre cinque vittorie per comprarsi una spada nuova.» Dill spiegò le ali. «Da qui a lì», disse Rachel. Fece un passo indietro, continuando a te114
nergli la mano. L'angelo sbatté le ali una volta, e poi un'altra. E poi, lentamente, cominciò a batterle. Percepì la consistenza dell'aria, sentì che i muscoli delle spalle e della schiena si contraevano quando le ali si abbassavano. Accelerò il ritmo, fece scattare le ali all'indietro e le trascinò in basso, più forte, ancora più forte. I suoi piedi si alzarono da terra. Ciocche di capelli furono sollevate lontano dal viso di Rachel. Lei gli lasciò la mano. E lui volò. Si sollevò in aria senza fiato, il cuore che batteva forte, l'intero corpo che formicolava. L'aria fresca gli accarezzò la schiena e gli scorse sul viso. Sentiva le guance frementi e in fiamme. Le ali battevano su e giù, ripetutamente, come mani che affondassero nell'acqua fresca di fonte. Aspirò una boccata tremante d'aria che sapeva di cristallo. Il cielo aperto, infinito, mutava dal rosa al rosso-oro nel punto in cui montagne di nuvole nere si ammassavano a ovest. Le Sabbiemorte sobbollivano all'orizzonte, raddoppiate in un riflesso arancione. Sotto di lui, Rachel urlò qualcosa. Si voltò a guardarla. Lo spostamento del peso compromise il suo equilibrio e si spaventò, annaspando alla ricerca di un appiglio e incapace di trovarlo. Di colpo cominciò a cadere, scomposto. Con lo stinco andò a urtare contro la testa di uno dei mostri di pietra, rimbalzò all'indietro e ricadde sulle lastre di pietra del pavimento, con una botta che lo lasciò senza fiato. Rachel fu subito al suo fianco, un'espressione di incontrollabile preoccupazione sul viso. «Sei ferito? Niente di rotto?» Dill annaspò in cerca d'aria. Gli pareva di avere bande di ferro a stringergli il petto, e il respiro arrivava a brevi ansiti. Si tirò in piedi tremante, spolverandosi i pantaloni. Qualche piuma staccata gli fluttuò attorno. Una fitta di dolore allo stinco. Sussultò, barcollò, poi si mise a sedere sulla spalletta della torre. «Sto bene. È solo che...» «Cosa? Che c'è che non va?» Gli tremavano le gambe. «Colpa mia. Mi sono spaventato, ho perso il controllo.» «Adesso come ti senti?» Si strofinò lo stinco. Il dolore al petto si era allentato e riuscì a respirare 115
meglio. «Mi sento... non saprei... stupido.» Un rivolo di sangue gli colò lungo il mento. «Ti sei tagliato.» Rachel tirò fuori un fazzoletto e gli tamponò il labbro. Dill si guardò le mani. Aveva i palmi graffiati, e cominciarono a fargli a male non appena li guardò. «Credo di essere atterrato sopra la mia spada.» «Meno male che c'era del buon acciaio a interrompere la tua caduta.» Dill sorrise debolmente. Nell'espressione di Rachel c'era una tenerezza che non le aveva mai visto prima. «Hai volato... più o meno.» Dill fremette d'imbarazzo e fece per alzarsi. «Si sta facendo buio, devo andare. Fra poco cominceranno a chiudere a chiave tutte le guglie. Le finestre, le botole.» Rachel annuì. «Domani ti vedrò?» Aveva buttato lì la domanda con leggerezza, ma sperando, dentro di sé, che quel giorno così inusuale non fosse reale, che Rachel avrebbe capito il suo bisogno di un vero sovrintendente e avrebbe trasmesso l'incarico a qualcuno più adatto di lei. Ma dalla tensione dei muscoli sul suo viso, dall'infinitesimale contrazione dei suoi occhi, capì che l'assassina, aveva percepito una domanda diversa. «Lo spero.» *** Fogwill strascicò i piedi al fianco del suo maestro mentre il vecchio prete zoppicava verso la scrivania. Aveva visto Sypes muoversi anche più in fretta, di solito quando non sapeva di essere osservato o quando una faccenda urgente gli faceva scordare per un po' la propria infermità, ma Fogwill portò pazienza. I pilastri del Codice torreggiavano su di loro, rivestiti dal pavimento fino agli altissimi soffitti a volta di scaff