GILLES SALVINI IL MAGISTER
Romanzo Traduzione di Lamberto Gramisch TEA - Tascabili degli Editori Associati S.p.A., Mil...
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GILLES SALVINI IL MAGISTER
Romanzo Traduzione di Lamberto Gramisch TEA - Tascabili degli Editori Associati S.p.A., Milano www.tealibri.it © Gilles Salvini, 2006 © 2006 TEA S.p.A., Milano Titolo originale: Le Magister Prima edizione TEADUE novembre 2006
Anche se andassi per la valle dell’ombra della morte, non temerei male alcuno, perché tu sei con me. Il tuo vincastro e il tuo bastone sono il mio conforto. Salmo 23
Prologo
Anno del Signore 1165, ducato di Aquitania Il cavaliere si drizzò in arcione senza interrompere il passo cadenzato del corsiero. Dopo giorni di viaggio la schiena gli doleva e il tonfo sordo degli zoccoli sul terreno, unito al tintinnio dei finimenti e dell’equipaggiamento che si portava appresso, gli aveva creato un tale senso di stanchezza e oppressione da annebbiargli la mente. Eppure non si sbagliava. Con la brezza leggera che spirava dal bosco poco distante giungeva anche l’aroma di carne cucinata alla brace. Se tendeva le orecchie era in grado di udire rumori nuovi, differenti, suoni umani che annunciavano la presenza di una locanda o, comunque, di un punto di ristoro. Il suo viso si distese in un’espressione di sollievo. Lupo di Pietravecchia era un bel giovane alto, con i capelli biondi e il viso abbronzato dominato da un naso pronunciato che aveva ereditato dal padre, signore di una piccola e ormai decaduta casata nobiliare veneta. Aveva affrontato un lungo viaggio, accettando durezze e pericoli, affascinato dal mestiere delle armi. Portava con sé tutti i suoi averi: le armi, appunto, i vestiti e una borsa ben fornita senza potersi definire pingue, il necessario per la sopravvivenza di un cavaliere. Viaggiava leggero alternandosi in sella ai suoi due cavalli, il corsiero nero da torneo, un animale veloce e nervoso al quale teneva moltissimo, e lo stallone dai garretti potenti, scuro, con i fianchi larghi, il collo robusto e la schiena sufficientemente solida da reggere il peso del bagaglio nei trasferimenti e quello del suo padrone rivestito del pesante usbergo sul campo di battaglia. Da quando era giunto in quella regione della Francia sud-occidentale, al confine con i Pirenei, costeggiando la Garonna, Lupo aveva deciso d’indossare soltanto una lunga giubba di cuoio trapuntato: una misera protezione in caso di scontro armato, ma il calore di quella tarda primavera e la relativa sicurezza dei domini della regina Eleonora lo inducevano alla fiducia. Dirigendosi verso la locanda - ora divenuta più evidente grazie a un filo di fumo che s’alzava oltre gli alberi - Lupo avvertì un brivido di eccitazione insieme al sollievo causato dalla prospettiva di un pasto caldo e di un po’ di riposo. La sua meta, la Grande Mischia di Campagne du Temple, era ancora lontana, ma c’era una ragione, un motivo segreto, che lo aveva spinto a deviare dalla strada maestra e a cercare proprio quella particolare locanda tra i boschi. Aveva un appuntamento, per una questione delicata. La costruzione un tempo doveva essere stata imponente. Non un castello, ma certo un complesso che aveva compreso alloggiamenti e stalle, un mulino e persino un accenno di mura, ora completamente diroccate e coperte da una fitta vegetazione. L’edificio principale pareva quello meglio conservato, costruito intorno a un grande camino in pietra serrato da un tetto di travi ricoperto di pelli sulle quali l’acqua scivolava durante i frequenti temporali che spazzavano la regione. Lupo si avvicinò alla radura che ospitava la locanda attraverso un sentiero nel bosco, prestando appena attenzione al gorgogliare di un corso d’acqua poco distante.
Udì delle voci rincorrersi ed echeggiare nella spianata. « Un cavaliere, arriva un cavaliere! » « Attenti bambini, in casa. » « Forse un bandito... » « Silenzio. Vediamo chi è. » Mentre si trovava ancora a una certa distanza Lupo riuscì a udire l’intersecarsi di tali richiami concitati riconoscendo toni di bambini, di uomini e donne sospettosi e infine una voce più austera, l’oste, uomo di certo abituato a fronteggiare i forestieri e al quale importava soprattutto valutare se questi portassero grane o pezzi d’argento. Arrivato a dieci passi dall’edificio Lupo tirò appena le redini e serrò le ginocchia per fermare il cavallo. Con uno sguardo rapido ma attento valutò il posto: una locanda, rifugio del viandante, in una regione relativamente tranquilla e disabitata; pochi avventori seduti ai tavoli disposti all’esterno. Nessuno sembrava armato e, di certo, non c’erano cavalieri. C’era qualcosa, però, che suggeriva inquietudine. Forse l’aggrovigliarsi dei rami degli alberi che assediavano la costruzione, o i ciuffi di vegetazione che spuntavano dalle crepe tra i resti delle mura. Indizi impalpabili inducevano Lupo a credere che quel posto non fosse esattamente ciò che pretendeva di apparire. E, da quell’intuizione, si convinse di essere giunto nel luogo che stava cercando. Era ancora in tempo a tirarsi indietro? Scacciò un brivido che lo scosse sin sotto la giubba imbottita. Il crocifisso di ferro appeso al petto gli trasmise una sensazione di gelo, un ammonimento, ma Lupo era un cavaliere e un giovane intraprendente, quindi decise di proseguire. Per il momento era stanco e affamato e i suoi cavalli avevano bisogno di acqua e riposo. « È un cavaliere », esclamò una bimba dal viso sporco di fuliggine ma con gli occhi vispi, sorridenti. Lupo rispose con un cenno e smontò di sella. Fu un movimento rapido e sicuro, studiato per non tradire dolore o stanchezza. Al di fuori della corta daga veneziana, in quel momento non portava altre armi. « Sì, sono un cavaliere in viaggio », disse non appena un ragazzo, forse il fratello della bimba, gli venne incontro con un’espressione di benvenuto. « Posso pagare un pasto per me e biada e acqua per i miei cavalli. » «Sarà un privilegio potermene occupare per un soldo, messere », si offrì il ragazzo tendendo la mano per raccogliere le briglie. « Le stalle sono qui dietro. » «Vediamole», disse Lupo, memore di suo padre, che gli aveva insegnato che un cavaliere, prima di tutto, si prende cura dei suoi animali. Mentre muoveva i primi passi sul terreno, la schiena e le gambe erano irrigidite ma la veste ampia gli consentiva di mascherare la difficoltà. I destrieri erano coperti di schiuma; voleva assicurarsi che fossero trattati bene. In più quell’intervallo di tempo gli avrebbe permesso di studiare il posto e la gente che lo frequentava. Consegnò le briglie al ragazzo che tornò a sorridere. «Come desiderate, messere. Volete intanto che mia sorella porti i vostri ordini in cucina? » Lupo lasciò vagare lo sguardo dal giovane alla piccola, sino alla soglia della locanda dove identificò il capofamiglia, l’oste, un omaccione con i baffi grigi e le
braccia conserte. Si studiarono in silenzio. « Una zuppa di cereali, vino e carne arrosto, forse del formaggio », rispose il cavaliere rivolgendosi poi alla ragazzina. « Ce l’avete tutto questo? » « Se voi avete il denaro per pagarlo », ribatté lei che doveva aver appreso bene dal padre come si curano gli affari. Divertito, Lupo le fece saltare tra le dita un soldo che la piccola afferrò al volo prima di correre in cucina. Dalla soglia l’oste assentì e tornò alle sue faccende. «Venite, le nostre stalle sono pulite e ricche di biada. Il pozzo ci fornisce acqua fresca per cavalli e uomini assetati », riprese il ragazzo. Lupo non rispose ma seguì il volonteroso giovinetto accarezzando i dorsi dei due animali accaldati. In quel modo ebbe l’opportunità di lanciare uno sguardo agli avventori. Una famiglia occupava un tavolo, schiamazzando e ridendo. Nomadi che non si allontanavano dal carro che avevano posizionato a poca distanza, da loro provenivano le occhiate più insistenti al nuovo venuto. Una coppia di viaggiatori con vesti modeste e bisacce gonfie, probabilmente mercanti, lo degnarono appena di uno sguardo, forse chiedendosi se avrebbero potuto tentarlo con una partita a dadi. A un tavolo discosto dagli altri sedeva un uomo intabarrato in una sorta di saio. Non era un monaco, però; un eremita o qualcos’altro, giudicò Lupo. I lineamenti grossolani bruciati dal sole, i capelli sporchi arricciati in strane trecce che ricadevano ai lati del viso fondendosi con la barba ispida, l’uomo era quasi immobile. Rigirava tra le dita una specie di rosario di legno scuro e teneva gli occhi fissi su Lupo. I loro sguardi s’incrociarono per qualche istante. Forse era lui il contatto? Ci sarebbe stato tempo per scoprirlo. Il ragazzo aveva ragione. Gli stallaggi, sotto una tettoia, erano ordinati e ben tenuti. Divisi in cubicoli, disponevano di un abbeveratoio e di alcuni cavalletti. I muli che trainavano il carro dei nomadi erano impastoiati a coppie, magri e spelacchiati. Il capofamiglia non si curava del loro benessere, e faceva male, giudicò Lupo. Intuendo che desiderasse accudire per primo i propri animali, il giovane si tenne in disparte mentre il cavaliere scioglieva le cinghie, liberando i due destrieri dal peso delle selle e del bagaglio. Posizionò tutto sui cavalletti, fingendo di non dare importanza allo scudo, alla spada lunga e alle altre armi che componevano la sua ricchezza. « Tu pensa a dar loro da mangiare e bere, asciugali ma non ti preoccupare della striglia, a quella baderò io dopo », disse gettando un soldo al ragazzo che si profuse in ringraziamenti. « Certamente, messere, sono magnifici animali. » Lo so, pensò il giovane, erano tutto ciò che restava delle ricchezze dei Pietravecchia e avevano affrontato viaggi e avventure insieme a lui. Tenendo con sé una bisaccia che si passò sopra la spalla, Lupo tornò alla locanda e prese posto all’estremità del tavolo occupato da quello strano personaggio che vestiva come un monaco ma che soltanto un occhio distratto avrebbe potuto identificare come tale. La ragazzina arrivò subito con il vino e del pane bianco. I due mercanti parlottavano, mentre il misterioso viandante consumava lentamente il suo pasto, tradendo solo di tanto in tanto la curiosità con sguardi furtivi. L’aria della radura era ferma, come in attesa. Decisamente era quello il luogo di cui gli avevano parlato, ma Lupo sentiva la necessità di stare in
guardia e non affrettare i tempi. Avvertiva anche un certo timore. Si stava incamminando per una di quelle strade dalle quali è difficile tornare indietro. Cibo e vino erano una benedizione. Dopo giorni trascorsi a masticare la provvista di gallette e carne secca, sostituita qualche rara volta da un coniglio o un uccello rosolati su uno spiedo, un pasto cucinato con cura rifocillava l’anima e il corpo. Lupo aveva posato con noncuranza la bisaccia sul tavolaccio lasciando i lacci aperti. Una mossa deliberata per lasciar intravedere la piccola scatola di legno scuro, screziato di venature rossastre, che aveva portato come segno di riconoscimento. Sul coperchio era incisa una rosa. La scritta in latino Sub rosa aveva un particolare significato: indicava, infatti, qualcosa celato sotto il vincolo del segreto. Era una delle conoscenze apprese sin dall’inizio della sua ricerca. Lupo proseguì il suo pranzo incurante degli altri, abituandosi gradualmente ai rumori di quel posto apparentemente innocuo. Eppure sentiva su di sé lo sguardo del misterioso personaggio che, dall’altro lato del tavolo, mangiava la sua zuppa aiutandosi con un cucchiaio di legno mentre, con l’altra mano, rigirava il suo rosario. No, non era un monaco, anche se non si poteva escludere che facesse parte di qualche ordine. Chiunque fosse, doveva essere un uomo attento o, più probabilmente, sapeva cogliere gl’indizi che gli venivano forniti. Studiò in silenzio il cavaliere, lasciò che si saziasse con la zuppa e l’arrosto, diresse un solo sguardo all’oggetto che spuntava dalla bisaccia - ma con quale acutezza! - e rimase in silenzio. In attesa. Lupo mangiò anche il formaggio e accettò una pera dalla figlia dell’oste, ricambiandola con un sorriso. Nell’aia starnazzavano le galline. I due mercanti del tavolo vicino avevano coinvolto il capofamiglia e i figli più grandi della comunità dei nomadi in una partita a dadi e, adesso che l’attenzione generale si era spostata dal cavaliere al gioco, lo sconosciuto decise di compiere la sua mossa. « Siete cavaliere, vero? » La voce era rauca ma amichevole, come se uscisse con sforzo da una caverna per manifestare un interesse del quale non tutti erano degni. «Dove siete diretto, se non sono indiscreto? » Lupo si aspettava la domanda ma trasalì ugualmente, diede un ultimo morso poi gettò via il torsolo della pera. «Alla Grande Mischia di Campagne du Temple, pare ci siano buone occasioni. » Lo sconosciuto sembrò ragionarci sopra per un po’, in silenzio. Poi sporse il labbro in avanti e parve ricordarsi di avere anche un boccale, oltre la ciotola. Lo spinse verso Lupo con la mano che teneva il rosario, deliberatamente. I chicchi produssero un rumore sordo, urtando appena la scatola intarsiata. « Me ne offrite un goccio? Così brinderò alla vostra fortuna. » Lupo gli riempì il boccale dalla brocca e rifornì il proprio. Fu in quel momento che i loro occhi s’incontrarono direttamente per la prima volta e il giovane ebbe la certezza che il contatto che gli avevano indicato era proprio di fronte a lui. «La fortuna si conquista in arcione», rispose, «ma accetto volentieri il vostro augurio. » L’altro bevve, atteggiò il viso in una smorfia e si asciugò le labbra con il dorso della mano. Poi tornò a posare il boccale spingendo il rosario ancor più vicino alla scatola
intarsiata. « E anche in altri modi, credetemi. Ma Campagne du Temple è lontana, avete compiuto un largo giro. » « Avevo le mie ragioni. » Un cenno grave di assenso. « E da dove venite, se mi è permesso chiederlo? » « Da Tours, avevo affari da trattare laggiù. » « Affari? E di qual genere? Un cavaliere mercante? Sarebbe la prima volta. » Lupo decise di non indugiare. « Cercavo notizie, di quelle che non è semplice ottenere. » Sfiorò l’intarsio della rosa come per caso. «E che costano care. M’hanno consigliato di passare da queste lande. » «Saggia decisione», borbottò lo strano personaggio ritraendo la mano e rincantucciandosi al suo posto. «Ma siate prudente, è una zona solitaria e la regina Eleonora, ora che sogna grandi conquiste, spesso dimentica che è frequentata da banditi. Soprattutto gente con le orecchie lunghe. Però non avete viaggiato a vuoto, se è questo che v’interessa. Terminate il pasto, poi badate ai vostri cavalli, ne hanno bisogno. » Pronunciate queste parole l’eremita, o chiunque fosse, tacque, concentrato soltanto su quel rosario che faceva girare senza alcuna devozione. Lupo bevve ancora. Il suo tempo celava segreti. La Chiesa, il potere, gli ordini cavallereschi. Dietro la facciata esisteva ancora un universo cupo, di tradizioni antiche e barbare che sopravvivevano e prosperavano. Quando aveva iniziato la sua ricerca, mesi prima, e aveva deciso di partecipare alla Grande Mischia e tentare la fortuna, Lupo aveva varcato una soglia e trattando nei vicoli bui con parole sussurrate si era messo sulle tracce di una antica sapienza che molti definivano superstizione blasfema. A volte se ne vergognava perché era stato allevato come un buon cristiano e suo padre gli aveva imposto le armi nel nome di Nostro Signore. Il suo scopo era farsi notare dai baroni e raggiungere la Terrasanta, dove si sarebbe conquistato quell’angolo di fortuna che gli era stato negato in Europa. Ma per farlo la strada era tortuosa. Lupo non sapeva perché, ma la rosa, sin dai tempi dei Romani e in tutto il periodo successivo, era rimasta il simbolo segreto di chi nasconde una verità. A Tours aveva parlato con una vecchia che gli aveva venduto la scatola intarsiata indirizzandolo proprio in quella regione. La promessa era d’incontrare un secondo grano di quel rosario che lo avrebbe portato alla meta. Ripensava a tutto questo, e non senza timore e scrupoli giacché un buon cristiano, un cavaliere per di più, avrebbe visto soltanto l’opera del Diavolo in tutto ciò. Eppure, quando sentì che il misterioso personaggio lo raggiungeva alle stalle, continuò ad accudire i cavalli senza timore o sospetto. La daga era al suo fianco, ma non credeva che sarebbe stato necessario sfoderarla. «Magnifici animali, davvero», osservò l’eremita con una più marcata sfumatura di simpatia. « Dovete essere un cavaliere di rango. » « Lupo di Pietravecchia », si presentò il giovane voltandosi. « Vengo dalle montagne del Veneto. Non so se il mio rango sia elevato, ma mio padre mi ha insegnato a maneggiare la spada con onore. Ed è quello che faccio. » Una luce divertita passò nello sguardo dell’altro. « Eppure avete compiuto un lungo viaggio da Tours sino a qui e affrontato chissà quali altre peripezie per procurarvi quella scatola intarsiata e incontrare me. »
C’era qualcosa nel tono dell’osservazione, una domanda inespressa, che non piacque al cavaliere. « Ho le mie ragioni. E voi chi siete? » «Oh, orgoglioso, anche... Il mio nome non importa, sono un viandante, proprio come voi, e raccolgo e diffondo la conoscenza. Visto che avete il simbolo significa che avete pagato il prezzo e il boccale di vino che m’avete offerto m’è sufficiente. Per il resto, be’... ammetto che sono fatti vostri. Vi sta bene così? » Sfida. Gliela si leggeva nello sguardo. Era disarmato e non era certo un uomo d’azione, eppure Lupo si rese conto che non era intimidito. Non da lui, almeno, e, ancora una volta, seppe che era quello il suo peccato. Sospirò. « Sì, signore. E perdonate il modo brusco, lo avete detto voi stesso che sono luoghi pericolosi. » « Ma voi siete in grado di difendervi, lo so », rispose l’altro con un cenno d’incoraggiamento. « Lo intuisco più di quanto voi lo diate a vedere. Perché, permettete, la vostra mente è confusa. Non è forse per questo che siete venuto a cercare delle risposte? » « Forse », rispose Lupo con prudenza passando la striglia sulla schiena dello stallone che lasciò sfuggire un verso soddisfatto. L’eremita socchiuse le palpebre pesanti, assorto. «Bene, basta convenevoli. Meno tempo perdiamo, meglio sarà. Cosa cercate? » Ecco, era venuto il momento di mostrare apertamente il suo gioco. Lupo si guardò rapidamente intorno e, di nuovo, ebbe l’impressione che la locanda non fosse che uno strato di stucco passato su qualcosa di più antico, nascosto dalla vegetazione. «Cerco un albero, un vecchio albero sacro della congregazione di Wicca. M’hanno informato che in questa regione ve ne sono ancora alcuni, sebbene nascosti, che gli uomini del vescovo di Tours non sono riusciti a bruciare. » La religione degli alberi era antica, radicata nelle menti del popolo da molto prima che i principi franchi scegliessero la Croce per convenienza e politica. L’eremita rimase impassibile. « Un cavaliere cristiano cerca un albero, e per rivolgergli chissà quali richieste blasfeme. La lussuria di una donna? L’invincibilità in arcione? Denaro? » « Non sono questioni che vi riguardano. Lo conoscete o no, quest’albero? » «Un giovane deciso, a suo modo», ridacchiò lo strambo personaggio. «E suppongo non vogliate farvi paladino di qualche strana impresa per bruciarlo in onore del nuovo dio... » Lupo cominciava a credere di aver sbagliato, si sentiva in precario equilibrio su una lastra di ghiaccio che si sgretolava sotto i suoi piedi. « No, non sono qui per appiccare fiamme. Ma ciò che voglio chiedere non vi deve importare. » « Già, e a chi importa, del resto? Gli uomini vogliono sempre le stesse cose: l’amore, il potere, la ricchezza e se un dio non le concede, allora ne pregano un altro, oppure cercano di prendersele con la spada. » L’uomo s’interruppe indirizzando uno sguardo malizioso al giovane. « E magari, per buona misura, fanno tutte e tre le cose. Be’, non ha importanza, voi volete sapere dov’è l’albero e io ve lo dirò. Proseguite verso oriente per due giorni, sino a quando non troverete i segni della congrega. È una regione ancora più desolata, niente locande né ripari, soltanto sussurri nel bosco e latrati di lupi. »
« Quali segni? » « I simboli delle seguaci di Wicca, che il vescovo accusa di accoppiarsi con il Diavolo e i suoi servi... la gente dice che hanno corna e piedi caprini, benché nessuno li abbia mai visti. Vivono nei boschi, accarezzano lascivamente l’erba e biascicano strane parole. Alcune buone, altre cattive. Quando vedrete l’albero lo riconoscerete. È nascosto e in piena vista al tempo stesso. Se vorrete trovarlo, lui si farà riconoscere, fidatevi di me. Riempite bene le vostre bisacce e passate la pietra sul filo della spada perché ne avrete bisogno. È un tempo triste, questo in cui viviamo, e nulla è come si presenta. » Lupo sentiva che il colloquio era giunto al termine. Non credeva che il messaggero gli avrebbe chiesto altro ma, adesso che aveva ottenuto la sua indicazione, era pronto a pagare ancora. L’altro lo intuì e gli rivolse un cenno di diniego, piuttosto lo esortò a seguirlo poco distante dalle stalle. Al di fuori del frinire degli uccelli ogni rumore era cessato. Nuovamente Lupo provò la sensazione di trovarsi tra le vestigia di qualcosa di più antico che l’erba aveva celato e non era sopravvissuto. Di colpo, senza necessità di spiegazioni, comprese la verità. Tutto il complesso della locanda era sorto sulle rovine di una chiesa. O forse un monastero o addirittura un’abbazia. Ma di quel luogo di culto erano rimaste soltanto vecchie pietre incrostate di licheni. Nulla è come si presenta, ripensò. «Ricordatevi sempre questo », aggiunse l’uomo scostando uno strato di vegetazione spinosa da una roccia. Lupo si chinò aguzzando lo sguardo. Una scritta, scolpita su un muro. Molto, molto tempo prima. Suo padre aveva insistito perché apprendesse i rudimenti del latino e non gli fu difficile tradurla. nemo innocens est, nessuno è innocente. La frase lo colpì, come se fosse stata incisa proprio per lui da un ignoto scalpellino che aveva previsto quel giorno. Anelava ad altre spiegazioni ma, quando si rivolse al messaggero, questi era sparito. E, cosa ancor più inquietante, quando chiese di lui alla locanda tutti negarono persino di averlo visto. Ma adesso Lupo conosceva la strada per il vecchio albero. Finì di accudire i suoi cavalli, pagò ciò che doveva e riprese il cammino, ansioso di arrivare a destinazione. La pioggia aveva rallentato la sua andatura costringendolo a trovare riparo presso il capanno di un traghettatore. Due giorni di viaggio erano diventati cinque e, spingendosi sempre più a oriente, Lupo si era convinto di aver varcato una soglia arcana, impalpabile, che gl’ispirava un vago timore. Eppure proseguiva, sempre solo, sempre tormentato dal dubbio sull’opportunità di quella mossa, a volte persino insicuro che l’incontro con il misterioso messaggero fosse avvenuto realmente. Ma il desiderio di realizzare il suo proposito rimaneva saldo. Non apparteneva a una casata importante e, forse, non era neppure un cavaliere abile quanto avrebbe voluto, ma possedeva una cocciutaggine e una fermezza d’intenti che trovavano pochi rivali. Così, tra fango e scrosci d’acqua, Lupo di Pietravecchia aveva proseguito, inseguendo segnali quasi indistinguibili ma che, nelle ultime ore, erano diventati sempre più evidenti, almeno ai suoi sensi. La regione del ducato di Aquitania che stava attraversando era stata per anni una terra di conquista per i Mori. Dopo Poitiers i cavalieri di Carlo Magno ne avevano ripreso possesso ma, con il trascorrere dei decenni, si era trasformata in una terra di nessuno dove antiche superstizioni si
fondevano con le tracce lasciate dai predoni musulmani e i loro ancor più feroci nemici Franchi. La Chiesa vi esercitava un dominio soltanto di parola. Era la terra del lupo, del vento che scuoteva i rami secchi come dita di strega che, la notte, graffiavano la luna. Un posto magico. Come gli era stato predetto, Lupo si rese conto di essere penetrato nel territorio della congregazione di Wicca. Dai tempi immemorabili in cui orde di cavalieri indoeuropei si erano spinti sino all’Ibernia, oltre il mare, dilagando nelle Gallie e fino in Spagna, gli adoratori dei boschi avevano disteso un manto di credenze che neppure la Chiesa era stata in grado di sradicare. La congrega di Wicca, la chiamavano. Si parlava dei suoi sortilegi nei bivacchi, la sera, per spaventare i bambini. Anche se la croce di Cristo aveva gettato la sua ombra su principi e re, i contadini sapevano che esisteva e, nelle notti senza luna, bisbigliavano i suoi rituali. Nell’aria umida di quei boschi s’agitavano presenze antiche, minacciose anche per un giovane coperto di maglia di ferro. Lupo procedeva, il desiderio di ottenere ciò che cercava era un fuoco così ardente da cancellare ogni timore. All’alba del sesto giorno si era rimesso in marcia sotto un cielo scuro, cosparso di nuvole plumbee. Aveva cavalcato per decine di miglia all’interno di un bosco, non tanto fitto da essere impenetrabile ma chiazzato di macchie di luce e pozze d’ombra che parevano evocare una creatura vivente che pulsasse intorno a lui. Lupo aveva deciso d’indossare sopra la giubba imbottita l’usbergo corto, una cotta di anelli di metallo più pratica di quella adoperata abitualmente in combattimento ma che gli avrebbe garantito almeno una protezione sulle braccia e al petto. Era una zona solitaria e il silenzio era costantemente rotto da fruscii inspiegabili. La sensazione di essere spiato, anche soltanto da qualche animale, era opprimente. Ormai, sospirò, doveva essere nelle vicinanze del grande albero sacro. Aveva letto, molto tempo prima, nel De correctione rusticorum che un santo aveva dato alle fiamme numerosi alberi sacri, accompagnato da cavalieri con corazze d’argento e ali d’angelo ma là, in quella foresta, non credeva che neppure un santo ispirato da Dio avrebbe voluto spingersi. Forse era la strada destinata soltanto a un uomo disperato che inseguiva un sogno. Un improvviso agitarsi di fronde alla sua destra lo costrinse a irrigidirsi sulle staffe, arrestando il cavallo mentre la mano nuda correva all’impugnatura dalla spada. Di fronte ai suoi occhi uno stormo enorme di corvi si alzò in volo. Così, senza motivo, lanciando versi di sfida, agitando le ali con uno schioccare di becchi e un protendersi minaccioso di artigli. Lupo si fermò, ipnotizzato, a osservare gli uccelli neri: due, forse trecento che si erano alzati dai rami di un albero oscurando il ciclo. Il frastuono dello stormo spaventato si protrasse per quasi un minuto durante il quale Lupo fu costretto a richiamare ogni briciolo di coraggio per non fuggire a sua volta, poi la verità gli fu evidente, proprio come gli era stato preannunciato. Il grande albero sacro era là, di fronte a lui. Doveva averlo avuto nel suo campo visivo per almeno un’ora tanto era grande eppure, senza quell’impiegabile fuga di corvi, lo avrebbe superato senza accorgersene. Stava al centro della foresta, Lupo ne era sicuro. Un nodoso tronco d’albero che pareva un fascio di altri tronchi, radici piegate dal tempo e da una forza che aveva generato il resto del bosco. Era una vestigia del mondo antico, invaso ma non
scomparso quando Roma aveva spinto le sue legioni sino a quelle terre. Un albero guerriero alimentatesi di pietà e malvagità, di offerte, implorazioni e sacrifici. La corteccia era così rugosa e solcata da profondi tagli da evocare un’immagine di sofferenza, eppure il fusto, le decine di rami che s’intrecciavano fitti, quelle misteriose protuberanze sulle quali giocava la luce trasmettevano un messaggio. L’albero era un sopravvissuto. Racchiudeva dentro di sé magia e saggezza. Forse persino le risposte che il giovane cercava e che, se lo avesse avvicinato correttamente, gli avrebbe concesso di trovare. Lupo arrestò i suoi cavalli a pochi passi dal mastodontico tronco e in quel momento ebbe la certezza di aver raggiunto la sua meta. Con quella sicurezza rammentò che ogni cosa ha un prezzo: era disposto a pagare quello che gli sarebbe stato richiesto? Assicurò le briglie dei cavalli a un ramo non molto distante. Stranamente i due animali sembravano tranquilli benché avessero mostrato segni di nervosismo per tutto il pomeriggio. Il bosco circostante era immerso in una sorta di calma innaturale, ma non minacciosa. Lupo prese la bisaccia e tornò a rivolgere la sua attenzione all’albero. Era uno scherzo dell’immaginazione oppure gli pareva davvero di ravvisare i tratti di un volto che lo invitava a confrontarsi con la saggezza di un mondo che, lentamente, stava cedendo il passo? Non stava commettendo un peccato imperdonabile che gli avrebbe dannato l’anima per sempre? Non conosceva invocazioni o preghiere, ma era certo che l’albero sacro sapesse, senza neppure bisogno di esprimerli, quali fossero i suoi desideri. L’onore, la gloria, l’amore così disperatamente agognato. Per un istante il viso di Costanza, il suo sorriso, le promesse d’amore gli attraversarono la mente. S’inginocchiò con la consapevolezza che nulla avrebbe potuto impedirgli di tentare l’impensabile pur di realizzare il suo desiderio. Dalla sacca estrasse la scatola di legno scolpito. Con un gesto pieno di cautela ne sollevò il coperchio deponendo tra le foglie il suo contenuto. Radice di mandragola, colta sotto l’albero degl’impiccati, per la passione. Poi, dalla bisaccia, sfilò il moncone di spada di suo nonno. Oltre l’impugnatura a croce restavano solo pochi pollici di lama che la ruggine non aveva potuto intaccare. Era ancora un’arma formidabile, benché semidistrutta. Lo spirito guerriero. La piantò nel terreno sentendola affondare, senza resistenza, anzi ebbe l’impressione che la terra e le radici dell’albero accettassero compiaciute la sua offerta. E ora mancava il pezzo più importante, quello che lo spaventava di più. Chiedendo perdono al santo protettore del suo villaggio Lupo sfilò dal collo il crocifisso di metallo che aveva ricevuto da suo padre la notte della consegna delle armi, il momento supremo nel quale era diventato cavaliere. Lasciò cadere il crocifisso sull’impugnatura della spada udendo tintinnare il metallo contro la lama. Ecco, aveva completato la sua offerta, prostrato di fronte a una divinità dimenticata, rinnegando persino la sua religione pur di ottenere quello che voleva. Era in ginocchio, umile, era venuto da lontano per venerare l’albero sacro. Cos’altro poteva fare? «Ti prego, ti prego... guida la mia mano, appaga il mio cuore, stendi ai miei piedi quel tappeto che la mia casa non ha mai avuto », sussurrò con la voce simile a un gemito, pieno di vergogna. Cosa avrebbe pensato suo padre se lo avesse visto in quel momento?
Sommesso, continuo, molto più vicino di quanto sarebbe stato prudente, udì il ringhio di un animale. Dominando la paura si volse e lo vide. Tra i cespugli a fianco del grande albero, un lupo. Il pelo scuro e lucido, gli occhi vivi, iniettati di sangue, ringhiava, mostrava le zanne ma non sembrava minaccioso, tanto che neppure i cavalli parevano intimoriti. Per un lungo istante il giovane mantenne gli occhi in quelli della fiera, udì il suo respiro caldo arrivare sino a lui e rammentò il suo nome. Un nome che non gli era stato dato a caso. Sì, perché anche suo padre, così saldo nella sua fede cristiana, indulgeva a volte in credenze più antiche. Il lupo era il suo simbolo, lo spirito che avrebbe seguito nel corso della sua esistenza. Lo stemma della sua famiglia era un lupo che emergeva da un vecchio torrione e quell’animale, apparso là vicino all’albero, non poteva esserci arrivato per avventura. Colto da una vertigine il cavaliere socchiuse le palpebre e, quando le riaprì, l’animale era svanito; persino il grande albero sacro aveva assunto un aspetto molto più normale, un tronco di grandi dimensioni in una foresta senza confini. Smarrito, Lupo si alzò, dimentico delle sue offerte. Si era ingannato? Aveva inseguito un desiderio folle? Aveva peccato contro il suo Dio?
Capitolo 1 Anno del Signore 1176, Meteore, regione di Kalampaka Il mulo arrancava sul sentiero che s’inerpicava tra massi e ciuffi d’erba affioranti. Gheorghis faceva del suo meglio per tenersi alla sella, ma gli zoccoli del povero animale scivolavano sul pietrisco provocando continui scossoni che rischiavano di mandare a gambe per aria il giovane religioso. La salita, poi, era resa ancora più dura dal tracciato del sentiero, tortuoso come una serpe. Nessuno aveva provveduto alla manutenzione di quella via tra i monti, in uno sperduto téma ai confini dell’impero bizantino, una landa di foreste e montagne, scarsamente abitata, considerata troppo improduttiva per dedicarvi attenzione. Con le mani strette alle redini e al pomolo di legno, le ginocchia serrate sui fianchi dell’animale, Gheorghis ansimava lasciando sfuggire dalle labbra nuvolette di condensa. L’arrivo dell’autunno aveva abbassato la temperatura, Il freddo pungeva le mani e il volto del viaggiatore, s’insinuava nella sua veste scura, gli metteva addosso una sensazione di angoscia che andava a unirsi ai suoi personali tormenti. Mentre il mulo completava una curva per superare un blocco di pietra che sbarrava la strada, Gheorghis si guardò in giro. Era un luogo desolato, dominato da alti picchi che si ergevano come se fossero sospesi tra cielo e terra, abbandonati da antiche divinità come un monito. Tutt’intorno si estendevano ampie e scure foreste, manti d’alberi scossi dal vento autunnale. Neppure un’abitazione in vista. Gheorghis calcolava di dover trascorrere ancora una notte sotto le stelle prima di far ritorno a Korekainé, il paese del quale era stato nominato decano rurale poco più di un anno prima. Il primo incarico... accudire le anime di quel villaggio tra le Meteore, portando la fede e la parola di Dio a uomini rozzi e indifesi che altrimenti sarebbero ricaduti nelle trappole del paganesimo, della superstizione che ancora gravava su quelle regioni. Gheorghis aveva accettato l’incarico con passione ed entusiasmo. Era stato proprio il suo fervore a metterlo sulla strada di quella verità che, sulle prime, gli era parsa una degna prova cui Dio lo aveva sottoposto. Aveva scoperto tracce di un passato dimenticato, o che forse tutti volevano soltanto scordare. Ma si era trattato di un fatto così orribile da non poter essere ignorato. Il caso che lo aveva portato a quella scoperta non poteva essere altro che un segno del Signore. Gheorghis si era messo in cammino per informare il vicearcidiacono della comunità più vicina e ricevere da lui consiglio e aiuto. Ma il viaggio verso la costa, inizialmente previsto di dieci giorni, si era trasformato in una prova di resistenza alla pioggia, al fango e al gelo lunga più di venti. Ancora una volta Gheorghis aveva accettato tutto, certo che, giunto al cospetto di un più anziano e devoto confratello, un superiore della Chiesa di Bisanzio - l’autorità più vicina al Patriarca che il giovane religioso potesse immaginare -, avrebbe ricevuto conforto e suggerimenti. Ma sulla costa non aveva trovato né l’uno né gli altri. Una ciotola di zuppa, sì, ma scarsa attenzione. Un’espressione quasi annoiata, velata dal rimprovero di aver
lasciato così a lungo la sua comunità. Gheorghis aveva cercato di spiegare, di far presente quali fossero i fatti in cui era incappato. Aveva insistito sulla necessità d’intervenire con strumenti adeguati, d’investigare perché fosse fatta chiarezza, per il bene del suo gregge di anime. Il vicearcidiacono, i cavalieri che amministravano la giustizia e mantenevano l’ordine, avevano altre preoccupazioni. L’impero che aveva riconquistato quelle zone con tanto vigore solo pochi anni prima, riportando i vessilli di Bisanzio sulle terre che Bulgari, Magiari e Slavi avevano cercato nel corso dei secoli di accaparrarsi, doveva fronteggiare nuove minacce, molto più serie di quelle paventate da Gheorghis. Il giovane religioso diede uno strattone alle redini, con rabbia, senza rendersene neppure conto. L’indignazione alimentata dai giorni di viaggio solitario cresceva dentro di lui. Possibile che il vicearcidiacono non si fosse reso conto che là, tra quelle sperdute montagne, era la fede stessa a essere in pericolo, che erano le anime del suo gregge ad avere necessità di soccorso? No. Sulla costa tutti guardavano il mare con trepidazione, timorosi di scorgere navi normanne o di pirati dalmati e veneziani decisi a razziare i loro beni materiali, i tributi che avrebbero dovuto riempire le loro tasche e quelle dell’imperatore. Ecco, si disse il giovane religioso, ignorando il bruciore delle vesciche che la prolungata cavalcata gli aveva procurato sulle cosce. I beni materiali, la prospettiva di perdere privilegi, di essere puniti se l’imperatore avesse perso anche soltanto una delle sue città sulla costa. Quello importava... A chi poteva interessare ciò che avveniva tra le montagne? Il vento freddo gli aveva riempito gli occhi di lacrime. Ma forse... forse anche quella era una prova del Signore. Dio voleva che fosse un giovane decano a salvare quelle anime e ad affrontare la minaccia che gravava sulla regione. D’un tratto Gheorghis si sentì pieno d’orgoglio ma anche di paura. Così, incerto tra i due sentimenti, decise che per quel giorno aveva percorso anche troppa strada. Il sole stava tramontando, scure nuvole s’inseguivano tra i picchi distendendo ombre minacciose sui boschi. Non avrebbe potuto raggiungere il paese sino al giorno successivo, pensò fermando il mulo e scendendo di sella vicino a un torrente che gorgogliava tra le rocce. E, forse, non aveva fretta di farlo. L’euforia che lo aveva preso pochi istanti prima, quando si era sentito investito di una missione divina, aveva lasciato spazio ad altri più foschi pensieri. La verità era che provava timore alla sola prospettiva di ritornare in quel luogo. Scoprire segreti sepolti, peccati antichi poteva essere pericoloso. Con una sensazione palpabile d’inquietudine si ritrovò a pensare al suo gregge. Volti, voci e nomi gli attraversarono la mente, rapidi, inquietanti, illuminati da una nuova luce. Scavare poteva significare svelare il Male più profondo. Quello che non dovrebbe mai essere portato alla luce. Quello che nasce nell’animo umano. Un improvviso battito d’ali lo fece sussultare. Gheorghis si voltò di scatto. La mano corse all’impugnatura del coltello che portava alla cintura. Non era neppure un’arma, un utensile da lavoro, piuttosto, adatto per tagliare il pane, e poi lui non avrebbe saputo servirsene.
Si sentì perduto. Finalmente i suoi occhi identificarono la fonte di quel rumore. Uno stormo di uccelli grigi che si alzavano da una macchia disturbati da qualcosa, forse un animale. Si allontanarono nel cielo sempre più scuro. Il vento rinforzava agitando la tunica del giovane religioso. Gheorghis si strinse nelle spalle preparandosi a impastoiare le zampe anteriori del mulo perché non fuggisse. L’animale era affaticato. Gheorghis lo liberò dalla sella che lasciò cadere pesantemente al suolo: persino quel tonfo lo inquietò. Viaggiare da solo lo aveva turbato. No, non c’era nessuno. Quella terra era così povera e desolata che neppure i briganti si scomodavano per venirvi a caccia. Lui, poi, era una preda ben misera. Cosa poteva avere di prezioso un povero decano rurale di ritorno al suo villaggio? La sua vita. E i suoi segreti. Gheorghis allontanò con rabbia quei pensieri. Ma nuovi rumori, fruscii del vento, arbusti scossi dalla brezza, piccoli animali che calpestavano il sottobosco continuavano a tormentarlo. I suoi occhi esaminarono la natura selvaggia che lo circondava, pieni d’ansia. Forse, forse... c’era qualcos’altro. Gheorghis si pentì immediatamente. S’inginocchiò come scosso da un improvviso fervore, giunse le mani così forte da sbiancare le dita e chiuse gli occhi. Cercava il conforto di Dio. Il coraggio che viene dalla fede, dalla preghiera. E così, a capo chino, le ginocchia sui sassi aguzzi, il corpo infreddolito, morì senza neppure accorgersi del pericolo che gli arrivava alle spalle.
Capitolo 2 Il calore del fuoco bruciava la pelle. A ogni colpo di martello, dal metallo rovente, nel buio, schizzavano scintille. Era una lotta tra il forgiatore e il blocco di metallo ripiegato decine, centinaia di volte, immerso poi nell’acqua gelida e ripassato sulla brace sino a diventare di nuovo incandescente per essere colpito con abilità ma anche con furia dall’uomo che, a torso nudo, le mani protette da spessi guanti di pelle, lavorava la materia grezza. Sulle braccia muscolose, coperte di fuliggine e sudore, i lapilli infuocati lasciavano scie rosse, dolorose. Ma rivoltare la sbarra per poterla battere meglio, respirare il calore della fornace, la polvere, erano un rito. La stessa oscurità, lacerata soltanto dalle braci, contribuiva ad annullare il mondo, isolando il forgiatore dall’universo che lo circondava. Con vigore, con rabbia, con disperazione, avrebbe piegato la materia. Il risultato della battaglia più dura, quella contro i suoi peccati, invece, non era scontato. E tale consapevolezza faceva montare la furia dentro di lui, raddoppiava la potenza dei suoi colpi e lo rendeva impassibile al fragore del metallo sul metallo, al crepitare del fuoco, strappandogli versi gutturali come un guerriero al centro della mischia che può soltanto continuare a battersi. Alla fine, esausto, il forgiatore calò l’ultimo colpo traendone un suono cupo che riempì il vano della sua officina e rimbombò nel suo petto. Gettò via il martello e sottrasse la striscia di metallo temprato dalle braci cacciandola con energia nel secchio d’acqua fredda. Per un solo istante, mentre l’acqua sfrigolava liberando una nuvoletta di vapore, i demoni tacquero. Lupo di Pietravecchia uscì ansante dalla sua officina. Era sudato, spossato molto più da quella lotta interiore che s’imponeva ogni giorno che dal lavoro fisico. Si sfilò i guanti e, incurante dell’aria fresca sulla pelle, raggiunse il pozzo. Riempì un secchio, lo issò sino al bordo di pietra e se lo rovesciò sul capo e sulle spalle in una cascata che lo liberò dalla sporcizia. Infine, mentre il cuore riprendeva a battere a un ritmo più regolare, si concesse di bere in poche sorsate ciò che restava in fondo al secchio che poi posò con un gesto che appariva lento, misurato, rispetto alla frenesia di poco prima. Lupo si guardò intorno, assaporando la solitudine che si era scelto. Lo sguardo seguì i contorni delle Meteore, i boschi, gli anfratti di roccia dove s’aprivano caverne inesplorate. Nel cielo il sole lottava con le nuvole. La brezza fresca faceva accapponare la pelle. Era in quelle occasioni, al termine di ore di lavoro alla forgia, che Lupo di Pietravecchia dimenticava chi era e assaporava brevi momenti di libertà. Era soddisfatto, il bel viso con il grande naso diritto che dominava gli zigomi alti era disteso in un sorriso. La lama era quasi pronta. Un capolavoro creato non per uccidere ma per il semplice e impagabile gusto di plasmare la materia e trovare sfogo alla sua energia. Adesso, mentre si avviava verso la capanna per recuperare abiti puliti e la sua cappa, avrebbe potuto riposare il corpo e addestrare la mente. Forse, se
la luce gli avesse concesso ancora qualche ora e il tremito alle mani provocato da tanto sforzo si fosse calmato, avrebbe potuto completare ancora una pagina della trascrizione dell’Hexameron, i Sei Giorni della Creazione di Giovanni Esarca, un codice cui teneva moltissimo e che non si stancava mai di perfezionare con disegni miniati e bella grafia. Era la sua vita, il suo mondo ristretto dove sperava di trovare, se non serenità, almeno pace. Stava per entrare nella capanna che costituiva l’edificio principale del suo piccolo campo, costruito sul terrapieno a metà della strada che portava al picco dal quale sarebbe stato impossibile proseguire, quando si fermò di colpo. No. Non si era ingannato. Qualcuno stava salendo lungo il sentiero. Cavalli. Due, uno carico e l’altro montato. Procedevano lenti ma sicuri e presto sarebbero arrivati in vista del luogo che era diventato il suo rifugio. Lupo guardò verso l’imboccatura del sentiero ancora deserta. Non erano villici della regione, di quelli che ogni tanto venivano a barattare polli e coperte con una delle sue molteplici abilità. No, l’uomo a cavallo era un guerriero. Un nemico forse. Animato da rinnovata energia Lupo si liberò di ciò che restava del suo abito da lavoro, indossò una tunica e uscì portandosi sino all’imboccatura del sentiero. Niente armi; la sua imponenza fisica, lo sguardo di un uomo che, in tempi lontani, aveva affrontato ogni genere di lotta sarebbero stati sufficienti. In quel momento la sua anima si placava. Quello era l’eremo che si era scelto. Nessuno sarebbe venuto a violarlo. Con i piedi ben piantati sul terreno, incrociò le braccia sul petto e si mise in attesa mentre l’aria si riempiva del rumore degli zoccoli. Il visitatore - difficile credere che qualcuno potesse capitare lassù per caso - non tentava di nascondere il suo arrivo. E questo escludeva che fosse un brigante. Ma c’erano uomini sciocchi, a quel tempo come in ogni epoca, tanto arroganti da non temere neppure di essere uditi quando portano violenza. Lupo respirava lentamente, gli occhi stretti a fessura, i muscoli ancora gonfi per lo sforzo sostenuto. Un cavaliere. Montava un destriere da combattimento equipaggiato con un’alta sella di legno e aveva caricato tutto ciò che possedeva sul secondo animale, un cavallo da tiro, dal passo pesante e i fianchi larghi. Sopra la cotta di maglia indossava una semplice tunica che, su una spalla, portava ricamato il simbolo della Croce, segno che aveva combattuto in Terrasanta alla ricerca di quel Regno dei Cieli costato tante vite negli ultimi cento anni. Al fianco portava un’unica arma, una spada diritta, di buona fattura, forse forgiata in Renania, giudicò Lupo che, per abitudine, aveva imparato a valutare i pericoli dallo stato delle armi dei nuovi venuti. Lo scudo di legno, del modello chiamato « ad aquilone », la lancia e un fagotto che custodiva varie altre armi da pugno erano assicurati insieme alle provviste e alle coperte sul dorso del secondo animale. Il cavaliere veniva in pace e si sentiva sicuro di sé. Il semplice elmo a calotta era legato al pomolo e sbatteva contro i finimenti. Il visitatore diede un tiro di redini per rallentare la marcia del suo stallone. Entrambi
gli animali erano coperti di schiuma biancastra, la salita era stata lunga e faticosa. Di certo non era là per caso, ma scorgere la figura di Lupo al limitare del sentiero provocò ugualmente sorpresa nel cavaliere. E così fu per Lupo. Dai rumori s’era aspettato un uomo d’arme ma quel viso, con i capelli color della stoppa, il naso grosso, il pizzo e i baffi mal tagliati, di certo non si sarebbe immaginato di vederlo. Bastò una reciproca occhiata per riconoscersi, anche dopo tanto tempo. Entrambi furono colti da quel senso del destino che, a volte, pare l’unico modo per spiegare fatti e coincidenze senz’altra logica. Il cavaliere s’irrigidì, fermò i suoi destrieri e fissò Lupo con aria severa ricevendone a sua volta un’occhiata dura. Nella mente di entrambi passarono immagini rapidissime, sulla pelle avvertirono il calore di un deserto lontano, clangore d’armi e urla di feriti e moribondi. Tempi trascorsi... « Aymar d’Andry », disse Lupo, la voce che raschiava nella gola, le labbra appena atteggiate a un sorriso. «Soltanto Aymar», replicò l’altro. «Il mio titolo non ha mai avuto valore. Non ero il primogenito e poi non sono mai andato a genio né a mio padre né a mio fratello. Sono stato troppi anni in Terrasanta, comunque. Soltanto Aymar, quindi. » « Tutti ci siamo stati troppo, in quel posto. » Lupo si avvicinò al cavaliere e tese una mano per accarezzare il collo umido dello stallone. «Non avevi uno scudiere una volta? » L’altro strinse le labbra, poi gli occhi sfavillarono di una luce scaltra. « È scappato con i pochi denari che mi restavano, ad Ascalona, un anno fa. Faccio da solo. Dovevo immaginarlo che eri tu quello che i villici chiamano il Magister. » « E hai fatto tutta questa strada per scoprirlo? » « Ho sentito che da queste parti vive un uomo saggio e ho bisogno di consigli. Sono nuovo della regione. Sul sentiero ho visto una grotta con i resti di un fuoco, ma non ho scorto nessuno. » Lupo crollò il capo con condiscendenza. «La caverna di Habras, credo sia un discepolo del vecchio Barnaba che viveva da queste partì... tanti anni fa. Una volta c’erano molti eremiti suoi allievi. Oggi dev’essere rimasto soltanto il vecchio », si sfiorò la tempia con l’indice. « Non c’è sempre con la testa, ma è un brav’uomo. » Aymar inarcò le sopracciglia. « Non del genere di cui ho bisogno. Io cerco il Magister e sono contento che sia tu, quel saggio. Posso ricevere ospitalità, o questo tuo eremo è vietato agli altri esseri umani? » « No, se si fermano il tempo di una zuppa... » fece Lupo sulla difensiva. Lasciò che il cavaliere valutasse i ristretti confini del suo mondo: la capanna dove viveva, il piccolo orto, il recinto dove razzolavano i polli, la fucina. Non c’era spazio per molta gente da quelle parti e Aymar sembrò comprenderlo. Un cavaliere scese di sella con uno sferragliare di maglie metalliche. «Una zuppa e qualche parola... in ricordo dei vecchi tempi, Lupo. Solo questo. » «Allora sei il benvenuto, troverai acqua e riparo per i tuoi cavalli. Accomodati. »
Capitolo 3 Lupo posò due ciotole fumanti di zuppa di legumi sul I tavolaccio di legno. Mangiavano all’aperto, il giorno era ancora giovane e, sebbene fosse fresca, l’aria era sopportabile. Insieme alla zuppa c’erano una brocca di vino resinato, un taglio di formaggio duro di capra e qualche fetta di pane di segale. Aymar si era levato l’usbergo e l’aveva appoggiato su un cavalletto vicino al fagotto con le sue armi. Appariva invecchiato, stanco del viaggio, a tratti rugginoso nei movimenti. Assaggiò una cucchiaiata di zuppa apprezzandone il gusto insaporito di erbe e rivolse al suo ospite un’occhiata compiaciuta, mentre spaziava con gli occhi come se volesse valutare il campo. « Ti sei sistemato bene, vedo », commentò. Lupo prese posto di fronte a lui e fece onore al cibo dopo aver accennato a un segno della croce, un gesto che suscitò una smorfia divertita nel visitatore. « Ah, già », fece questi e si esibì in un ringraziamento a Dio con un movimento che parve esagerato, quasi un dileggio. La croce cucita sulla sua tunica era lacera e scolorita. Si guardarono in silenzio per un poco, entrambi prigionieri dei loro ricordi. « Quanto tempo... » sussurrò Aymar. «Una vita», ribadì a bassa voce Lupo. Aveva molte domande ma le trattenne. Era il suo visitatore che moriva dal desiderio di parlare. «Mi ricordo la prima volta che ci siamo incontrati... in quella mischia in Aquitania... dov’era? » v «Campagne du Temple, vicino ai Pirenei...» rispose cupo il Magister. « Ah, sì... fu una vera battaglia. Be’, tutti i tornei lo sono, alla fine. Ricordo che tu fosti l’ultimo a restare in piedi. Vincemmo, e poi partimmo per la Terrasanta con Goffredo il Normanno. E in Terrasanta siamo rimasti... parecchio. Che avventure... » Aymar si toccò in successione la punta del gomito, il costato, la fronte segnata da una cicatrice, poi batté la mano sopra il ginocchio destro. « Tripoli, Gerusalemme, il deserto di Megiddo, il Kerak... certo che me ne sono rimasti, di segni. Ad altri è andata peggio. Molti giacciono ancora a imbiancare la sabbia con le loro ossa... Non ti manca mai quella vita? » Mi manca Costanza, pensò Lupo, ma non disse nulla. Ingollò ancora una cucchiaiata di zuppa aspettando la domanda successiva, inevitabile. « Cos’hai fatto negli ultimi anni? » chiese infine Aymar. « Ho viaggiato. » « E sei finito qui? » « Un buon posto, come hai detto tu. La gente ci viene di rado. Contadini, pastori, per la maggior parte. Ho imparato a lavorare il metallo. Faccio buone pentole e altri utensili. E so riaggiustare le ossa quando occorre. Mi portano qualche pollo », avvicinò il formaggio e il pane, « scambiamo farina e latte. Io non disturbo loro, loro non disturbano me. Un buon accordo. » Aymar annuì intingendo una fetta di pane nella zuppa. « Non lo metto in dubbio; se uno vuoi star fuori dal mondo... mmh, e mi sembra che tu voglia proprio questo. Magister... è così che ti chiamano, sei un uomo di conoscenza... »
Lupo sembrava infastidito e non si diede la pena di nasconderlo. « Chi non sa nulla si convince che chi sa qualcosa conosca tutto. È facile attribuire un titolo. » Si rese conto del tono brusco delle sue parole e tentò di sorridere al vecchio compagno d’arme. In fin dei conti gli faceva piacere vederlo. Avevano affrontato la guerra per sostenere la Croce a Gerusalemme, e fatto molte altre cose che aveva deciso di lasciarsi alle spalle. Ma il legame c’era, ancora saldo, quantomeno nei cuori. « E tu? » Aymar accettò quella sorta di resa levando il boccale di vino come per brindare. Lupo lo imitò ma inumidì appena le labbra. « Ho combattuto. Non so far altro, lo sai. Un po’ dappertutto nei regni cristiani. Ma adesso... Ognuno per sé. Niente più ideali. Alcuni si alleano con i Saraceni, altri tramano con gli Assassini. I Templari derubano tutte le carovane che passano, il re di Tiberiade stringe patti con i mercanti infedeli... » picchiò due dita sulla croce cucita sulla tunica. « Di questa si sono dimenticati tutti. Così ho viaggiato, qualcuno che ha bisogno di una spada c’è sempre. A Bisanzio e più lontano, in questa terra. Sono passato per il villaggio qui vicino, Korekainé, un po’ di tempo fa. C’era agitazione... » « Davvero? » domandò Lupo più per cortesia che per vero interesse. Aymar bevve e addentò un boccone di formaggio; parlava con la bocca piena, eccitato. « Già. Di cavalieri ne hanno visti pochi. Hanno una specie di strateia, di milizia, però sono soltanto prepotenti incapaci di combinare qualcosa di buono. L’eghemon li usa per tenere calmo il paese, ma se c’è un problema non sanno da che parte girarsi. » Lupo si appoggiò con i gomiti sul tavolo intrecciando le dita. Non desiderava far conversazione ma sentiva, inevitabile, arrivare il momento che avrebbe indotto il suo antico compagno a parlare del motivo che l’aveva spinto fin lassù. Aymar aveva uno scopo e non se ne sarebbe andato prima di aver ottenuto qualcosa. Lupo sospirò e infine chiese: «E quindi, c’è un problema? » Un lampo soddisfatto passò negli occhi del cavaliere, che scostò la ciotola come per far piazza pulita dei convenevoli. « Sì, pare che una strega stia infestando la zona. I villici hanno chiesto a me di trovarla. Anche se l’eghemon e la sua cosiddetta milizia non sembravano troppo d’accordo, hanno dovuto cedere. La gente ha veramente paura. Quel demonio ha già fatto una vittima. » Lupo serrò le labbra e si lasciò sfuggire un sospiro. «Una strega? E tu ci credi? »
Capitolo 4 Per qualche istante Aymar rimase in silenzio a fissare Lupo. Erano trascorsi anni, entrambi lo sapevano e, in quel duello di sguardi, ciascuno cercava d’immaginare che uomo fosse diventato l’antico compagno d’arme. Per entrambi la risposta era difficile. Aymar si decise per primo ad accennare un sorriso. « Non sono poi così ignorante... Lupo, tu hai... viaggiato, come hai detto tu stesso. Verso oriente a quanto mi hanno riferito, anche se adesso ti ritrovo in questa strana terra. Ma anch’io ho percorso qualche sentiero distante dalle vie principali. Chi non crede nelle streghe? In questa parte del mondo, più a nord tra Bulgari e Slavi, le chiamano strigai e, cristiani o pagani, tutti hanno paura dell’occhio del Male. » Lupo si limitava ad ascoltare, la mente altrove e lo sguardo fisso. «Ma siamo anche uomini d’arme», proseguì Aymar, «e abbiamo combattuto per la Santa Croce, sotto le mura di Gerusalemme. Tu stesso eri con me quando quello stregone germanico che guidava i pellegrini verso il Sepolcro fu bruciato dai Cavalieri del Tempio perché accusato di aver stretto un patto con il Diavolo. » « Quel giorno Satana guardava da un’altra parte, perché quel poveraccio bruciò maledicendo tutti e implorando pietà. Non aveva commesso nulla di male », sentenziò Lupo. Aymar scosse la testa. «No, e neppure quella megera armena che tutti accusavano di essere una strega. Era abile, però... » Lupo sogghignò con lui. « Sì, quel trucco con cui estraeva le viscere dalla bocca metteva paura alla gente... » «Ricordi, vedo... un budello di pecora stretto tra i dentino, io non ho mai visto nessuno colpire un suo simile con un maleficio o inaridirgli i campi... e neppure convincere una dama ad amarlo con una polvere, se lei non lo voleva. Ma questa gente ha paura. Ha visto dei segni... e un poveraccio è morto in maniera orribile. Per questo hanno pregato me di cercare la strega e liberarli. » « E tu che facevi da queste parti? » Aymar si posò una mano sul petto. «Io? Be’, non ho avuto molta fortuna ultimamente. Ho cercato ingaggi o signori che volessero darmi un tetto e una cena in cambio di protezione, ma non ne ho trovati. Per la verità, lo sai, ho un brutto carattere...» Lupo annuì. « Hai ucciso qualcuno? » Aymar si strinse nelle spalle. « Nel regno degli Ungheresi... brutta gente, vendicativa... altro che streghe... m’hanno inseguito per un mese e ho dovuto valicare le montagne. Ero senza denaro quando sono arrivato a Korekainé, perciò, strega o meno, ho accettato. Ma devo guardarmi le spalle. C’è un assassino nei boschi, questo è vero, tuttavia in paese non hanno visto di buon occhio il mio arrivo. C’è un tale, Merkos, che comanda la strateia. Non hanno trovato traccia della strega, ma di certo non vedono l’ora di liberarsi di me. » Lupo indirizzò uno sguardo triste al suo vecchio compagno. Un mercenario in fuga, ecco come s’era ridotto. Un tempo era stato un crociato e un valoroso cavaliere.
Come lui. Aymar sembrò intuire il suo pensiero e ne colse l’imbarazzo. Abbozzò un sorriso, poi si guardò in giro. «Non hai cavalli? Quel meraviglioso stallone... » « È morto in Anatolia. Si spezzò una zampa in un fosso mentre seguivo un sentiero tra le montagne », rispose Lupo. « Da allora non ne ho più voluti. Cammino molto, mi libera la mente. Se proprio sono costretto, vado a dorso di mulo: tra questi monti è più pratico. Però non mi allontano molto spesso. » « E sono venuto a disturbarti... sì, lo vedo. Ma che fai qui, preghi? » Lupo non rispose, ma l’espressione invitava a non proseguire su quell’argomento. « Neanche una spada, eh? » « Mi limito a forgiarne una, ogni tanto. Non ne ho bisogno e poi abbiamo visto guerre a sufficienza. Ma non è per questo che sei venuto fin qui, vero? » II tono della frase era stato brusco, aggressivo, ma Aymar non parve farci caso. «Certo non pensavo d’incontrare te, quando mi hanno parlato di questo misterioso Magister, l’uomo che forgia il metallo e ricopia pergamene, ho pensato... se qui c’è veramente una strega, lui forse ne sa qualcosa, potrebbe aiutarmi. Mi sono sbagliato? » Lupo evitò di nuovo di rispondere. Indirizzò uno sguardo vivace ad Aymar, si alzò e sparì nella sua capanna. Era un atteggiamento che aveva appreso dal suo maestro. Sospettava che in parte fosse una tattica per mettere a disagio il discepolo impertinente e chi, come Aymar, veniva a domandare aiuto senza che ce ne fosse necessità. Gli consentiva anche di riflettere senza tradirsi con le emozioni. E poi aveva trattato con troppa ruvidezza il suo visitatore, dopotutto era uno dei pochissimi compagni sopravvissuti. Forse proprio perché non gli era stato troppo vicino. Era venuto il momento di mostrare un po’ di calore per l’amico. Tornò da Aymar con una brocca di terracotta affusolata, chiusa con un tappo. La posò tra loro insieme a due coppette di stagno. La stappò e versò per entrambi. « Cos’è? » domandò il cavaliere, incuriosito. Per tutta risposta Lupo ingollò la sua razione d’un fiato, stimolando Aymar a fare altrettanto. Un’offerta di tregua, se non d’amicizia. Avevano bevuto insieme a Edessa l’ultima volta, se non ricordava male, e il distillato riscaldò entrambi illudendoli di essere ancora giovani. « Una bevanda a base di anice », rispose Lupo infine. « Un altro dei miei baratti. C’è un uomo che lo distilla in paese. Ha voluto una serie di questi bicchieri in metallo. Un buono scambio. » « E un ottimo nettare per la gola e lo spirito », aggiunse Aymar riempiendosi il bicchiere un’altra volta. Lupo tornò a intrecciare le dita e osservò nuovamente Aymar: strano a dirsi, avrebbe voluto abbracciarlo. «La gente dice il vero anche se non capisce realmente... negli anni ho imparato a nutrire lo spirito ricopiando vecchi codici... » « Come i monaci? » Lupo non raccolse e agitò la mano nel vuoto. « Più o meno. Un po’ di tempo fa mi capitò di leggere una copia mal ridotta del Canon episcopi di Reginone di Prum,
arcivescovo di Treviri. Me l’aveva venduta un mercante veneziano, era ridotta malissimo e incompleta, tuttavia era interessante. Raccoglieva brani di un capitolare carolingio. Si parlava di streghe. Raccontava che c’erano, nei boschi italici, donne seguaci di Diana, Sorelle della Luna, che stavano in paludi e luoghi umidi. » « Ed è valido anche qui? » « Chi può dirlo, amico mio? So soltanto che, secondo quel testo, esistono donne che possono passare attraverso i muri, emettono urla stridule nelle notti senza luna e cavalcano strani animali per volare sopra i pozzi che vogliono prosciugare... ma chi può sapere se sia vero? Io non le ho mai viste. » « E i buoni cristiani credono in queste cose? » Lupo serrò le palpebre per un istante, la mascella irrigidita. « Non so se sono un buon cristiano. Me lo sono chiesto, e forse ho ucciso troppe volte... Chi ha scritto quel capitolare, evidentemente, pensava che fossero consigli utili. » « Per cacciare le streghe? » lo incalzò Aymar. Lupo tornò a sospirare, perché sapeva cosa sarebbe accaduto. « Sì, se vuoi trovare la tua strega, sempre che esista, cerca nei posti umidi, dove il fiume scorre verso valle. » « Verrai con me? » Un lungo istante di silenzio. « No. » Costernato, Aymar scosse il capo. «Non sei neppure un po’ curioso? » Lupo si alzò e gli voltò le spalle. Fece due passi pensando che, se non avesse ricevuto visite, avrebbe potuto dedicarsi alle sue attività cercando la pace. Con un’espressione tesa si girò verso l’ospite. « Resta per la notte se vuoi. Ma domani parti da solo. Non mi interessano queste cose. » Aymar comprese quanto fosse inutile insistere. L’espressione di rammarico durò solo il tempo di versarsi un’altra dose di anice. « II mio usbergo s’è inumidito e gli anelli sono rigidi. Hai un po’ d’aceto da prestarmi? La sabbia la porto sempre con me. » « Sì, avrai tutto il necessario. » Quella notte Lupo dormì male. Fece un solo sogno, ma fu un’esperienza dolorosamente simile alla realtà e difficile da interrompere. Vide Costanza, sua moglie. Era sul letto di morte. Pallida, consunta per le sofferenze della peste. Il viso, però, era rimasto magnifico: i lineamenti fini, le ossa sottili. Era avvolta in un sudario di lino immacolato. Lui tornò a riaccendere le fiamme che se l’erano portata via e si chiese, ancora una volta, se non fosse stato il suo peccato a causare anche quella morte e a tenerlo in vita per espiare. La mattina successiva, quando si destò di buonora, Lupo s’accorse che il suo ospite era già sveglio ed era uscito dalla capanna. In un cesto trovò due frutti tra i pochi che restavano in buono stato della sua scorta. Era il momento di approvvigionarsi. Non quel giorno, comunque. Vestito delle sole brache andò al pozzo e si bagnò con l’acqua gelida. La frustata umida sulla pelle, rapida e vivificante, gl’infuse energia. Tornò nella capanna, si rivestì e prese i due frutti. Raggiunse Aymar e gliene lanciò uno. Il cavaliere l’afferrò al volo, addentandolo con gusto.
Lupo si fermò a osservare il panno che Aymar aveva aperto sul terreno. Armi d’ogni genere, alcune arrugginite, altre in buono stato. Per uccidere a distanza e a contatto. Con abilità l’amico stava terminando di lucidare la sua cotta di maglia strofinando i settantamila anelli che la componevano con la sabbia e l’aceto perché fosse flessibile e pulita in modo da proteggerlo senza ostacolare i movimenti. Rimasero in silenzio ad ascoltare i rumori della montagna, poi il cavaliere terminò il suo lavoro, indossò l’usbergo, raccolse le sue armi e le caricò sul cavallo da tiro. Solo allora si voltò verso Lupo e gli tese la mano con un sorriso. « Allora, un’altra volta? » Lupo gli serrò la mano e lo attirò a sé. « Un’altra volta, Aymar. Il Signore sia con te. »
Capitolo 5 Lavorò alla forgia per buona parte della giornata, dimenticandosi di tutto. O cercando di farlo. Quando s’interruppe per consumare un rapido pasto a base di uova e formaggio, Lupo aveva terminato l’opera cui si era dedicato negli ultimi giorni. Dopo averla raffreddata nell’acqua, trasse la lunga lama a due fili, munita di punta a ogni estremità. Misurava circa un braccio e mezzo ed era così affilata che doveva reggerla con estrema attenzione, tenendola in un panno per non tagliarsi. Andò a recuperare una sorta di manopola di legno cava che aveva intagliato tempo prima e vi infilò la lama. Quando la singolare impugnatura raggiunse la tacca al centro, Lupo premette le dita nei fori disposti nell’intarsio. Perfetta, pensò mentre le dita si muovevano come su un flauto. La spada scivolava e si bloccava a seconda di come veniva ruotata e del modo in cui si posavano le dita. Nessun rozzo guerriero avrebbe tratto giovamento da un’arma simile. Lupo ne aveva visto il progetto da un artigiano di Damasco e per anni aveva pensato di migliorarlo. Uno strumento micidiale, ma creato non per uccidere impunemente: se non se ne comprendeva il segreto equilibrio sarebbe stato facile ferirsi gravemente invece di arrecare danno agli altri. Era l’unico genere di lama che fosse disposto a forgiare in quel momento. Provò a maneggiarla, poi, soddisfatto, l’avvolse in un telo di canapa e la ripose in un angolo buio della sua officina. Si sentiva appagato, tranquillo, lontano dai pensieri che di solito lo tormentavano e anche da quelli suggeriti dalla ricomparsa di Aymar. Faceva freddo. Avvolto nella lunga tunica si spinse fino al limitare del terrapieno assaporando la solitudine, la visione dei picchi delle Meteore simili ai denti di un drago ucciso secoli prima. I rumori della natura desolata avevano l’effetto di un canto di pace, erano un sollievo. Un uomo più devoto avrebbe ringraziato il Signore, lui non osava. Un improvviso malessere lo scosse costringendolo a irrigidirsi. Costanza... e tutti gli altri... Morti per destino o per punizione. Solo lui era rimasto in vita a piangerli. Era quello il suo castigo? Gli anni delle armi e quelli dello studio non erano stati sufficienti per trovare una risposta. E più disperatamente la cercava, più gli sfuggiva. Così, si era rinchiuso in se stesso, lassù, isolato da tutto e da tutti. L’aria fredda gli riempì gli occhi di lacrime. Rientrò al coperto. Ancora una volta doveva tornare a immergersi nella sua attività. Ricopiare, miniare, apprendere la saggezza riproducendola sulla pergamena. Piccoli gesti che lo assorbivano e cancellavano i ricordi. Era la vita che aveva scelto. Quella notte, prima di addormentarsi, maledisse Aymar, il passato e le sue richieste di aiuto. Non riuscì a prendere sonno e, curiosamente, cominciò a fantasticare sulla strega che infestava la regione. Un’altra anima tormentata, impaurita forse, che la gente braccava per il solo fatto che era diversa.
Capitolo 6 Regno di Serbia Nella notte il ciclo aveva scaricato voluminosi fiocchi di neve che avevano ricoperto boschi, campi e sentieri. L’aria gelida del mattino condensava il respiro in nuvolette che si sfaldavano nel vento. L’intera regione aveva cambiato aspetto e persino i dirupi più oscuri parevano rischiarati da quella coltre candida che copriva tutto come un sudario. I tre cavalieri avevano galoppato dalle prime luci dell’alba, dopo aver lasciato il riparo di una capanna abbandonata dove si erano fermati la notte. Emersero dalla nebbia del mattino stagliandosi contro il bianco della neve. I possenti stalloni da combattimento bardati di tessuto pesante, i musi coperti da una maschera di metallo brunito, procedevano sicuri, sollevando spruzzi di nevischio. I tre cavalieri indossavano cotte di maglia di ferro sopra le quali bianche tuniche sventolavano alla brezza. Sul petto era ricamata una grande T nera, simbolo del loro ordine guerriero. Venivano da un lontano castello del regno di Bradislao I, in Boemia, ma rispondevano soltanto agli ordini del Sacro Consiglio della Croce di Ferro, al culmine del quale stava il Dominus Verbi, discendente del maestro fondatore e interprete della parola di Dio. Monaci guerrieri, celavano il volto dietro caschi conici nei quali solo un’apertura a forma di croce permetteva di vedere all’esterno. L’ordine era stato consacrato nel 1165, con la missione di difendere i pellegrini diretti ai regni cristiani di Terrasanta ma anche di combattere le ancora numerose tribù pagane che scorrazzavano ai confini del Sacro romano impero sino alla Livonia, nelle gelide terre del Nord. Persino i legittimi sovrani di Boemia si guardavano dall’imporre ordini ai cavalieri della Croce di Ferro, e gli stessi Templari e gli Ospedalieri, quando li incrociavano sulle strade dei pellegrini, evitavano di fermarsi troppo a lungo o di suscitare argomenti di discussione. Erano santi guerrieri, silenziosi, determinati e non si spostavano mai senza una ragione precisa. Ritti in sella, i calzari rinforzati ben inseriti nelle staffe, gli speroni che sfioravano i fianchi dei loro animali, i tre cavalieri dominavano le asperità del terreno innevato con semplici comandi impartiti appoggiando le redini sul collo delle loro cavalcature. Gli scudi rettangolari assicurati alla schiena, le lunghe spade diritte al fianco, procedevano lentamente ma con assoluta determinazione: pareva che la natura impervia delle montagne serbe si stesse facendo da parte per lasciarli avanzare. Cavalcarono per ore finché non scorsero una scia di fumo levarsi oltre una curva del sentiero, presso una strettoia all’imboccatura di una valle. Non cambiarono la velocità della loro marcia e procedettero fino in vista di una casupola di pietre a secco con un tetto di tronchi e paglia pressata irrigidita dal ghiaccio. Un posto di blocco dei soldati del re di Serbia, e da poco vassallo di Bisanzio, Stefano Nemaja, che aveva creato così un cuscino tra i Bulgari e il Sacro romano impero che premeva dall’Ungheria verso la penisola balcanica.
Al contrario dei cavalieri i cinque soldati di guardia avevano un aspetto miserando. Usberghi rugginosi, tuniche strappate, soltanto una picca con il vessillo del loro re li qualificava come soldati distinguendoli da briganti di strada. Ma quel giorno mancava il vento e il drappo con i blasoni dei Nemaja pendeva attorcigliato all’asta. Nonostante ciò l’uomo al comando del posto di blocco sentì il dovere di porsi in mezzo al sentiero. « State pronti, arriva qualcuno », ordinò ai suoi uomini. Non estrasse la spada, ma posò sul pomolo la mano protetta da un giro di fasce a mo’ di guanto. Gli giungevano rumori nervosi. Interrotti mentre consumavano una zuppa appena riscaldata, i soldati serbi raccolsero le loro armi, provando disagio al tocco freddo del metallo. Non era un giorno in cui cercare la morte. La visione dei cavalieri li fece vacillare ancor di più: circondati da nubi di nevischio i tre non sembravano volersi fermare, intenzionati a travolgere tutto ciò che si poneva sul loro cammino. Deglutendo a forza il comandante si piantò bene sulle gambe e alzò la sinistra. « Fermatevi, in nome del re di Serbia. Siete sul territorio del casato Nemaja. » Ancora qualche centinaio di passi e i tre cavalieri sarebbero piombati sul drappello. Sul terreno diventato più solido e sgombro gli zoccoli degli stalloni producevano un lugubre rimbombo. Le mani dei soldati erano strette sulle picche, il sudore colava lungo il viso gelando, gli sguardi erano smarriti. Infine, senza preavviso, il più avanzato dei tre cavalieri sollevò un braccio strattonando le redini della sua cavalcatura, n morso strappò un verso doloroso allo stallone che si puntò sulle zampe, imitato dagli altri due. Per un lungo momento i cavalieri rimasero immobili di fronte alla fragile barriera di armati. Nessuno osava parlare. Il capo dei monaci guerrieri scese di sella con un movimento straordinariamente agile. Il peso dell’armatura produsse un tonfo minaccioso. Il cavaliere compì qualche passo verso il capoposto e soltanto allora sciolse le cinghie che assicuravano il casco e sollevò l’elmo. Un viso scolpito nel ghiacciò, i capelli radi, una fine barba che non riusciva a celare il segno di una cicatrice sulla guancia. Il cavaliere diresse un’occhiata al campo, notò la pentola fumante sopra il fuoco, sembrò valutare divertito l’entità della guardia, poi rivolse una smorfia al comandante. « Mi chiamo Domash Tartu della marca di Premysl. Sono cavaliere dell’ordine della Croce di Ferro. Con i miei compagni sono diretto a sud per un incarico importante. Nel nome del Signore vi chiediamo il diritto di passaggio e una ciotola di cibo caldo. » Nessuna minaccia. Parole sussurrate, se non gentili almeno rispettose. Ma gli occhi... il capoposto comprese subito che quei tre cavalieri si sarebbero presi con le armi ciò che chiedevano se avessero notato anche una semplice esitazione. « II Signore sia lodato. Potete passare, ma prima, vi prego, rifocillatevi e riposate i vostri cavalli. Siate i benvenuti. » Domash Tartu serrò le labbra e assentì liberando con un sospiro un drago d’acciaio.
Capitolo 7 Meteore Lupo aveva un rituale che ripeteva almeno una volta al giorno, da anni. Un esercizio fisico che gli permetteva di mantenersi in forze e conservare l’abilità nel combattimento, della quale un tempo era stato fiero. Anche se aveva giurato di non servirsi più della spada, i suoi pellegrinaggi gli avevano più volte dimostrato che viveva ancora in tempi pericolosi. Per sé aveva intagliato un particolare bastone da viaggiatore, un’asta ricavata dal legno di quercia rossa levigato con la pialla e ricoperto alle estremità da guardie di metallo che lui stesso aveva forgiato. Ne aveva appreso il maneggio da un santone a Kenya, in Anatolia, e vi aveva profuso tutta la sua abilità di spadaccino. Il bastone era un’arma che consentiva di tenere a distanza il nemico, disarmarlo anche, ma che permetteva di risparmiargli la vita. Nel periodo in cui aveva cercato la gloria delle armi in Terrasanta, Lupo aveva imparato un’altra dura lezione. Per dote naturale, protezione di Dio o del Diavolo, possedeva la capacità innata di uscire vincitore da ogni confronto. Era stato ferito molte volte, in alcune occasioni gravemente, ma si era sempre ristabilito. Aveva peccato e la sua pena era stata ricevere ciò che, da giovane, aveva così disperatamente chiesto dove non avrebbe dovuto. La gloria, l’invincibilità... A costo di restare solo sul campo di battaglia. Com’era capitato in quel lontano torneo che Aymar aveva rievocato pochi giorni prima. Ma proprio la ricomparsa di Aymar e tutti i pensieri che aveva risvegliato dentro di lui avevano insinuato un’irrequietezza che si sposava con ricordi a volte insopportabili di Costanza. In quei momenti ritirarsi in cima a un picco per praticare l’arte del bastone era l’unico rimedio. Lupo si muoveva animato da un’energia feroce, ancor più rovente del fuoco della sua fucina. Spostandosi nello spazio ristretto della roccia a precipizio, parava, colpiva, schivava ingaggiando un duello immaginario con un avversario che, nella sua mente, aveva il suo stesso volto. Ed era sempre una lotta senza esclusione di colpi. Si protraeva per ore, a volte, mentre in altre occasioni erano sufficienti pochi minuti, un paio di stoccate nel vuoto finché l’asta non vibrava sibilando e le dita diventavano bianche sull’impugnatura. Quel giorno Lupo aveva praticato a lungo, astraendosi nella fatica, ma la mente viaggiava sino a un tempo lontano, in una terra arroventata e coperta di polvere. Finalmente la stanchezza aveva avuto ragione della sua furia e lo aveva lasciato senza fiato, le membra doloranti e la testa vuota. A poco a poco il pensiero della solitudine cui si era costretto s’insinuò nella sua mente: quel luogo che aveva scelto per il suo eremitaggio cominciava a sembrargli angusto, soffocante. Stava tornando al campo quando vide un gruppo di uomini che procedevano lungo il sentiero tortuoso che saliva dal bosco. Non potevano essere diretti che da lui, ma non avevano un’aria minacciosa. Anzi,
Lupo aveva imparato a riconoscere atteggiamenti e persone dall’incedere e il gruppo gli apparve familiare e certo non aggressivo. Erano abitanti di Korekainé; riconobbe il falegname, due pastori e un contadino di nome Xander, che era il più alto di tutti ed era stato scartato dalla milizia solo perché aveva un brutto carattere e non accettava ordini da nessuno. Erano tutti brava gente, che portava avanti un’esistenza grama. Ignoranti ma sinceri, venivano a scambiare qualche oggetto con una pentola forgiata in maniera più resistente, il vomere di un aratro, a volte persino un consiglio. Lupo per un verso li invidiava, ma sapeva di essere diverso. Erano stati loro che per primi lo avevano chiamato Magister. Di solito, però, venivano da soli, sapendo che Lupo non amava la confusione e incontrare tre persone in una volta già lo infastidiva. Quel giorno erano in quattro. Doveva essere per un motivo grave. Il Magister si fermò all’angolo del sentiero appoggiandosi al bastone e bevve una sorsata d’acqua fresca dalla borraccia. Si sentiva esausto e non voleva ospiti, non in quei giorni. Era convinto di aver già commesso un errore permettendo ad Aymar di fermarsi una notte e portare cattivi ricordi. Ma l’amicizia era diventata mercé così rara per lui... « Buona giornata, signori », salutò con una cordialità che la presa sul bastone rendeva più severa. « A cosa devo la vostra visita? Perché cercate me, non è vero? » Fu il contadino, quello grosso di nome Xander, a parlare per tutti. « Sì, MaMagister, e perdonateci, nel nome del Signore, se veniamo a disturbare la vostra quiete, ma si tratta di una questione di grande importanza... » Lupo li osservò. Erano stanchi, camminare in salita non faceva parte delle loro abitudini. C’era, poi, nello sguardo di tutti una luce spaventata che lo incuriosì, soprattutto perché aveva giudicato Xander capace di tener testa a un esercito da solo. Ma non era un esercito che li intimoriva. « Parlate pure liberamente », disse Lupo senza tuttavia invitarli a proseguire. « Da quasi un mese una maledizione grava sul nostro villaggio... abbiamo fatto di tutto, ma ormai un’ombra nera ci minaccia. » Lupo aggrottò la fronte e rimase in silenzio. Fu uno dei pastori a proseguire. «Una strega, Magister... una femmina del Diavolo si aggira tra queste montagne e s’accanisce contro di noi, poveri peccatori. » « Ma non abbiamo fatto niente per meritare un simile castigo, Magister, niente, lo giuriamo», aggiunse l’altro pastore che parlava sputacchiando, i denti guasti e un labbro gonfio per una febbre. « Una strega? Io non ho visto nessuno. » «Voi siete un sant’uomo », disse il falegname, ma Lupo lo interruppe con un cenno. Prima che potesse aggiungere alcunché Xander compì un passo avanti. Fu il gesto risoluto di chi chiedeva attenzione. Un uomo grande e possente ma seriamente spaventato. « Quel demonio ha già ucciso due volte. Ha lasciato il suo marchio sul giovane decano del villaggio, Gheorghis, forse lo ricordate... » «No, Xander, come sapete non vengo al vostro villaggio. Preferisco la solitudine e coloro che come voi vengono a scambiare le loro cose con le mie non fanno parte del clero. Mi dispiace, però, per quel giovane. Com’è successo? »
« Padre Gheorghis era stato lontano, per una cosa importante... non so cosa... ed era molto preoccupato. Doveva andare dal vicearcidiacono, verso la costa, a chiedere consiglio. Lo abbiamo trovato morto in un torrente a meno di un giorno di cammino dal villaggio. » « Sarà caduto dal mulo », ipotizzò Lupo, sapendo che non sarebbe stato così semplice liberarsi di loro. Un agitarsi di mani e di teste confermò la sua convinzione. «No, no... Magister... è la stessa cosa che ha detto Merkos all’inizio, ma tutti abbiamo visto... » «Visto cosa?» « II marchio che quel demone gli ha lasciato... il bacio della strega... No, tutti sono convinti che il povero prete sia stato colpito dal Maligno. » « E la vostra strateia non ha cercato di catturare questa... strega? » « Nulla, non hanno trovato nulla. Ma lei è qui. » Lupo represse un brivido e serrò il bastone. «Avete detto che ha ucciso due volte? » II gruppetto si consultò con lo sguardo, poi fu di nuovo Xander a parlare. « Sì. Giorni fa è passato un cavaliere dal nostro villaggio, un crociato che è stato al Santo Sepolcro. Gli abbiamo chiesto di aiutarci, anche se alcune persone in paese non volevano affidare a uno straniero quell’incarico... Anche lui è stato ucciso: lo abbiamo trovato ai pozzi, marchiato dalla strega. » «Magister », si fece avanti il falegname, un ometto piccolo con la barba ispida. « Solo voi potete aiutarci. Presto nessuno andrà più nei campi. I mercanti di passaggio cambieranno percorso rifiutando le nostre merci. Tutti hanno paura adesso che la strega ha ucciso anche il cavaliere. » Lupo era rimasto immobile, il viso sbiancato come se i foschi pensieri risvegliati in quei giorni avessero trovato un’ulteriore conferma. Un altro amico... «Aspettatemi qui. Vado a prendere il necessario, poi mi guiderete a vedere il corpo del cavaliere. Immagino che il prete sia già stato sepolto. » « Bruciato », ansimò il pastore col labbro gonfio. «Bruciato come tutte le vittime del Maligno. Questo lo sappiamo: chi è toccato dal Diavolo deve bruciare, subito, o la sua anima sarà perduta...» Lupo non gli rispose neppure. Sapeva che nessuno avrebbe osato seguirlo nella sua abitazione. Si voltò e a grandi passi, picchiando la punta del bastone sul pietrisco, si avviò alla capanna.
Capitolo 8 Aveva deciso in fretta, tanto da stupirsene. Nella capanna si era cambiato gli abiti fradici di sudore, indossando una tunica e una cappa e raccogliendo in una bisaccia il necessario per un’assenza prolungata. Afferrato il bastone era tornato rapidamente verso il punto in cui lo aspettavano. Prima di lasciare il suo eremo, però, aveva chiuso sia l’officina che l’abitazione, serrando i battenti, riponendo scalpelli, pennelli, limette e gli altri strumenti. Aveva infine abbassato rudimentali tendaggi di pelle conciata. Se fosse piovuto l’acqua sarebbe scivolata via lungo appositi canaletti che lui stesso aveva scavato. Anche quelle attività rappresentavano un modo per non pensare alla morte di un altro amico, al malessere che i ricordi avevano portato dentro di lui. E la prospettiva di allontanarsi dal suo eremo - seppur di poco e per breve tempo - gli parve naturale come se non avesse altra scelta. Gli passò rapidamente nella testa il pensiero che, forse, la decisione era stata presa ancor prima che si presentasse una giustificazione. Mentre avanzava risolutamente verso i paesani, cercò d’indirizzare la mente verso ciò che ricordava del Canon episcopi che aveva portato con sé a proposito della stregoneria. Esistevano realmente donne che stringevano patti con il Diavolo? I quattro sembrarono sollevati di vederlo tornare così in fretta. La cappa con il cappuccio alzato e il lungo bastone rendevano ancor più autorevole il suo aspetto. Gli si strinsero intorno, convinti che la sua forza fosse sufficiente a proteggerli. Qualunque cosa fosse accaduta, erano davvero spaventati. « Andiamo », li esortò, « mostratemi il corpo del cavaliere. » Fu Xander a prendere la guida del gruppo dirigendosi a valle, ma toccò al falegname accostarsi a Lupo per riferirgli i particolari. « II prete lo hanno ritrovato per caso dei pastori che portavano ad abbeverare le capre. Era riverso nel torrente da alcuni giorni. » «E l’assassino ha lasciato delle tracce?» domandò Lupo cercando di mantenere un tono neutro. Non voleva usare il termine « strega » finché non fosse stato sicuro che i timori dei valligiani avevano qualche fondamento. L’uomo con la barba ispida assentì. «Sì, i segni erano tutt’intorno. Sulla corteccia di un albero, sulla pietra, graffiati con le unghie sul terreno... » « Quali segni? » Il falegname agitò la mano davanti a sé come per cancellare la visione che la memoria evocava. «I segni del Maligno - aste e cerchi, uniti a formare simboli che nessuno può comprendere... » Lupo trattenne una smorfia. « E da cosa si capisce che sono segni del Maligno? » « Tutti li conoscono... quando qualcuno si ammala per causa dell’occhio del Male, quando i campi s’inaridiscono e le bestie muoiono senza motivo... sempre... sempre ci sono quei segni. Nessuno sa cosa significano, ma la loro stessa presenza è la prova che la zona è infestata. » Lupo proseguì la marcia senza fare commenti. Leggende, immaginazione, superstizioni. Eppure se vicino al cadavere erano stati trovati dei segni significava che qualcuno aveva voluto lasciare un messaggio. Che era stato evidentemente
compreso. Si voltò verso il falegname. «Mi avete parlato anche di un marchio... » «Il bacio della strega... sì, Magister, e quello non può essere confuso. Con niente altro. Ha sfigurato il povero Gheorghis... e anche il cavaliere, vedrete voi stesso... » Una fitta. Lupo represse il dolore e proseguì: « Ditemi, il cavaliere... quello a cui avete chiesto di liberarvi dalla strega, si chiamava Aymar? » «Sì», biascicò il pastore con il labbro gonfio. «Aymar, un crociato, un valente guerriero... gli avevamo anche parlato di voi... perché potesse chiedere aiuto alla vostra conoscenza. » « L’ho visto, infatti », replicò torvo Lupo e nessuno osò porre altre domande al riguardo. Per un poco seguirono Xander senza parlare, consapevoli dei rumori del bosco. Il bacio della strega... un’altra superstizione di cui Lupo era al corrente. Ne aveva letto su un manoscritto acquistato in un mercato bulgaro, sulla via delle Meteore. Anche tra i pagani si temevano le streghe. Il cosiddetto «bacio» era una ferita orrenda che si credeva potesse essere lasciata solo dalla lascivia di una donna congiuntasi con il Diavolo. Penetrava nel collo, all’attaccatura del cranio, e usciva tra il naso e la bocca sulla mascella, sfigurando il volto. I Bulgari e i Kazari condividevano con i Peceneghi la credenza che fosse in quel modo osceno che le streghe divoravano l’anima della loro vittima, frugando nel suo cranio con la lingua biforcuta. Tutti ne avevano sentito parlare ma nessuno l’aveva mai visto. Fino a quel momento almeno. Mentre giungevano al fondo del sentiero, Lupo voltò il capo indirizzando uno sguardo distratto a una fenditura scura nella roccia a qualche centinaio di passi. Il vecchio eremita, Habras, viveva rintanato in quel buco, ma non sembrava nei paraggi. Di solito al passaggio della gente usciva urlando per spaventare gl’ingenui e indurii a lasciarlo in pace. Strano tipo Habras, forse lui sapeva qualcosa... Si ripromise di andargli a parlare, quando lui stesso si fosse fatto un’idea più precisa. Certo, c’erano due morti. Il prete e Aymar, e per sorprendere quest’ultimo chi aveva agito, strega o assassino che fosse, doveva aver posseduto grande abilità e forza. Lupo conosceva i pozzi di cui gli avevano parlato i contadini. L’acqua era meno limpida di quella della sorgente montana da cui lui stesso attingeva, ma era considerata passabile per uomini e animali. Si trovavano non molto lontano dal villaggio, in una zona desolata, erano larghi e bassi, protetti da muri a secco e, poco distante, qualcuno aveva eretto una baracca di canne perché il viaggiatore potesse trovare riparo quando pioveva. Mentre ormai erano in vista dei pozzi, Lupo si chiese se anche quella circostanza non fosse una prova, una sfida concepita per lui, per punirlo del suo peccato. C’era un filo sottile che forse univa quelle morti e gli eventi che avevano mutato la sua vita... Stizzito, picchiò il bastone con forza tale da far sussultare i suoi accompagnatori che, ignorando ciò che gli passava per la mente, lo guardarono incuriositi. Stava per tranquillizzarli quando qualcosa attirò la sua attenzione. Benché colpito, Lupo decise di proseguire la marcia e non allarmare i villici. A qualche centinaio di passi sulla sua destra, tra la vegetazione che copriva un dosso, c’era qualcuno.
Capitolo 9 Non era facile vederlo, ma Lupo possedeva l’occhio attento del viandante in terre desolate. Nella forma celata tra la ragnatela di luci e ombre del sottobosco, però, non individuò un nemico in agguato. Piuttosto un osservatore curioso. Mentre camminava, colse una sagoma, gli parve di scorgere persino il colore rosso acceso di una capigliatura, il riflesso del sole sulla pelle chiara. Ma poteva trattarsi di un bagliore sulle foglie e sulla roccia. La strega, se pure esisteva, era là. Volgendo rapidamente lo sguardo qualche passo dopo non vide nulla. Il sottobosco sembrava pacifico, indisturbato. La scena che lo aspettava ai pozzi, invece, non aveva nulla di rassicurante. Era evidente che il gruppetto capitanato da Xander e venuto a chiedere il suo aiuto aveva lasciato sul luogo una più folta compagine che cominciò a invocare Dio e a ringraziarlo per aver concesso loro l’aiuto del Magister. Alcuni Lupo li conosceva di vista, altri no, ma era chiaro che tutti loro sapevano dell’uomo solitario che lavorava il metallo e ricopiava codici, dispensando a volte saggi consigli. Si chiese se, invece, non avesse fatto bene in quei mesi a viversene nascosto. Lathe biosas, dicevano i Greci. Vivi nascosto per non attirare l’invidia di dei e uomini ed evitare i guai. Un poco distaccati dal gruppo, vicino alla capanna, individuò due ceffi che si sarebbero potuti definire uomini d’arme. La milizia di Merkos, mercenari con i quali l’eghemon e i notabili del luogo dovevano mantenere l’ordine in nome dell’imperatore e del patriarca. Quelli che non erano riusciti a trovare traccia della strega dopo il primo omicidio e che avevano accolto con malagrazia l’intervento di Aymar. Lupo li osservò: panciuti e male armati, non c’era da stupirsi che non avessero combinato nulla. Uno portava un guanto di metallo senza curarsi della sua manutenzione, l’altro uno spallaccio che, così sistemato in bella vista, pieno di punte e ammaccature, poteva forse incutere timore ai valligiani, ma sarebbe stato inutile in un combattimento. Ricambiarono lo sguardo del Magister senza nascondere il fastidio per il suo arrivo e rimasero a fissarlo mentre attraversava la piccola folla di contadini ai quali Xander stava spiegando quanto fosse stato benevolo ad accettare la loro richiesta. Lupo ne approfittò per volgersi ancora una volta verso il sottobosco. Per un istante gli parve di cogliere un movimento, quindi tornò a concentrarsi sul pozzo. Era evidente che il corpo era stato ritrovato al margine della riserva d’acqua. Forse Aymar aveva seguito il suo consiglio di cercare nei luoghi umidi, o si era fermato solo per abbeverare i cavalli, ma qualcuno lo aveva sorpreso alle spalle. Sulle pietre era sparsa una gran quantità di sangue, ormai secco. Macchie scure sulla roccia e sul terreno. Il corpo era stato spostato, ma Lupo notò subito i segni. Come gli aveva riferito il falegname, erano troppo evidenti per poter essere scambiati per qualcos’altro. Un messaggio, dunque, composto da asticelle di legno e piccoli cerchi di pietre disposti secondo un ordine sconosciuto. Ma il significato non importava, erano un avvertimento. Se prestarvi fede o meno dipendeva da chi lo avesse trovato, tuttavia la morte del cavaliere era di per sé una ragione sufficiente per considerare tutto ciò come una
fonte di pericolo. Lupo si guardò in giro e, per quel poco che permetteva la piccola folla, tentò di farsi un’idea di cosa fosse accaduto. Il pozzo si trovava in una zona di terreno duro e, dopo il tempo trascorso e con tutta la gente che era passata di là, era impossibile distinguere una traccia precisa. « Dove sono finiti i cavalli? » domandò drizzandosi di scatto. « Quando Aymar è passato dal mio rifugio aveva due cavalli. Dove sono? » « Nessuno li ha presi », s’affrettò a dichiarare Xander a nome di tutti. «Non avremmo osato. Sono... scomparsi... forse la strega li ha divorati.. » « Non vedo né sangue né carcasse... » « Sono fuggiti... sicuro. Fuggiti », disse il pastore con il labbro deformato. « Chissà dove sono adesso... » Già, pensò Lupo. Svaniti nel nulla... Probabile che ormai fossero nella pancia di chi li aveva rintracciati per primo. Fissò il pastore con severità. « Come vi chiamate? » « Kristos, Magister... figlio di Yannis e... » « Bene, Kristos: così avete trovato voi il corpo? » domandò seguendo un’intuizione. Nello sguardo dell’uomo passò un lampo di smarrimento. Lupo lo vide calcolare rapidamente cosa gli convenisse dire, poi il pastore assentì. «Sì, Magister. Io medesimo, mentre portavo il mio gregge a pascolare, ma vi giuro che i cavalli non c’erano più e... » Lupo lo interruppe alzando la mano. «Bene, allora mostratemi dove avete deposto il cadavere. » « Per di qua, Magister, nella capanna. » In effetti dal rifugio si diffondeva un fetore che Lupo conosceva bene. L’odore di un corpo ormai in decomposizione. « Chi ha bruciato il prete? » domandò. «Il cavaliere. Non essendoci altro apostolo di Dio, a lui spettava, lui che era un crociato. » E a me toccherà dar fuoco ai resti di Aymar, pensò Lupo. Ancora un passo e si trovò di fronte ai due soldati. Un rapido scambio di occhiate nervose, poi uno dei due gli fece cenno di entrare con un gesto cerimonioso che celava malamente il dileggio. Lupo lo ignorò ed entrò nella capanna riparandosi il viso con un lembo della cappa. « Luce », ordinò avvicinandosi al tavolo dove il corpo giaceva disteso sul ventre. In breve arrivò il falegname con una torcia crepitante che illuminò l’antro. Lupo serrò le labbra e s’impose l’impassibilità. Ricordava il suo maestro, in Oriente. Avevano esaminato molti corpi e ancor di più ne aveva visti lui stesso in Terrasanta. I cadaveri sono tutti uguali. Amici e nemici. Fagotti cui è stato rubato qualcosa, vittime di un’offesa che colpisce qualsiasi altro uomo li osservi. Quello disteso sul tavolaccio era proprio Aymar. La cotta di maglia da poco lucidata, la runica con la croce cucita alla meno peggio. Difficile distinguere i lineamenti perché il corpo andava decomponendosi. Intorno all’orrenda ferita, che aveva deformato il viso quasi sbuzzando il capo dal tronco, si aggiravano nugoli d’insetti. Uno spettacolo da scuotere lo stomaco a chiunque. Forse non era opera del Diavolo ma era pur sempre orribile e, per il momento, al Magister non poteva rivelare di più. Si rivolse al falegname e impartì gli ordini. «
Allestiremo la pira qui dentro. Bruceremo la capanna. Sia fatto immediatamente, questi poveri resti sono rimasti all’aria troppo a lungo. Non toccate nulla. » « Sì, Magister. » Lupo uscì appoggiandosi al bastone. Respirò l’aria aperta ad ampie boccate. Solo allora si accorse che era sopraggiunto un altro gruppetto di persone. Stavano in sella a muli possenti, le cavalcature più adatte a quelle montagne. Un paio erano armigeri del tutto simili ai due che montavano la guardia, Il terzo, quello che scese di sella e si avvicinò al Magister, aveva un aspetto più imponente. Sopra il corpetto di cuoio bollito portava una corta maglia di anelli e sembrava equipaggiato meglio degli altri. Il viso era sfatto dal grasso e dalla sporcizia, ma gli occhi rivelavano, se non intelligenza, almeno furbizia. «Sono Merkos, capo della strateia del villaggio», si presentò con durezza. « A quanto pare voi siete il Magister, quello di cui tutti questi zotici parlano così bene. Vedremo di cosa sarete capace... mi dicono che cercherete la strega. » « Se di una strega si tratta... » « Che intendete dire? » Lupo intercettò lo sguardo implorante di Xander a pochi passi di distanza. «Allora, Magister, ci aiuterete a liberare le nostre terre? » C’era una tale disperazione in quella domanda che, se pure avesse avuto dei dubbi, quelle parole li avrebbero cacciati. E poi come avrebbe potuto lasciare quella povera gente in balia di un nemico invisibile con l’unica difesa di Merkos e dei suoi soldatacci? Tornò a fissare il capo della strateia e lo trapassò con un’occhiata. « Sì, farò ciò che posso. » II mercenario serrò le labbra in una smorfia. «Allora sarà meglio che veniate a conoscere Ivo Drjangic, anche lui è ansioso d’incontrarvi. » Era un ordine più che un invito, ma Lupo non si lasciò intimorire. « A suo tempo. » «Ci vorrà molto qui?» domandò Merkos mentre già il falegname stava dando disposizioni perché si raccogliessero fascine per allestire la pira funebre. « Quello che sarà necessario. » « Lo conoscevate questo gran cavaliere? » A Lupo non piacque il tono di Merkos e lo dimostrò serrando la mano sul bastone mentre gli rispondeva. « Sì, il suo nome era Aymar d’Andry. Abbiamo combattuto in Terrasanta, molto tempo fa. Era un cavaliere d’onore e la sua morte sarà vendicata. » Non disse altro. Si allontanò di qualche passo, desiderava stare da solo fino a quando fosse venuto il momento di dar fuoco alla pira. Lo sguardo frugò ancora nella boscaglia, ma non scorse nulla. La misteriosa figura rimasta a spiarli aveva visto ciò che voleva ed era scomparsa. Forse aveva già scelto quella che sarebbe stata la sua prossima vittima. O forse no.
Capitolo 10 La cenere dispersa nell’aria bruciava la gola. Il verso dei corvi risuonava nelle orecchie di Lupo, che non H trovava sollievo. Incendiare la pira improvvisata gli era costato più di ogni altra cosa negli ultimi anni. Eppure era un compito che spettava a lui, perché era stato un cavaliere e, nonostante tutto, voleva credersi un buon cristiano. E quei villici rimasti senza il giovane prete, in una terra aspra e minacciata da superstizioni, vedevano in lui una guida spirituale, non soltanto colui che avrebbe portato alla luce la verità. L’incarico che, alla cremazione di Gheorghis, probabilmente Aymar aveva accettato con il suo abituale cinismo, gravava come un peso insopportabile su Lupo. A quanti cadaveri di persone amate aveva dato fuoco? Per quanti aveva recitato preghiere con la segreta vergogna di non esserne degno? Eppure là, su quelle montagne ostili, sotto gli sguardi diffidenti dei soldatacci di Merkos, parte dell’antico orgoglio del crociato tornava ad animarlo. Soprattutto avvertiva una responsabilità. Doveva far luce sulla morte del suo antico compagno, per rispetto del passato e di se stesso. Costanza sarebbe stata fiera della sua decisione. Quel pensiero gli strappò un gesto d’irritazione che i contadini scambiarono per la determinazione del guerriero di Dio schierato contro il Diavolo. Nel suo tormento, tuttavia, Lupo si convinceva sempre di più che il Diavolo non c’entrasse nulla. Mentre Xander, Kristos e gli altri preparavano le fascine intorno alla capanna, lui aveva trovato il tempo per copiare su un rotolo di pergamena, con un mozzicone di carbone, alcuni dei misteriosi segni del linguaggio della strega. Voleva confrontarli con quanto scritto nel Canon episcopi, per il momento l’unico strumento che poteva aiutarlo nella sua ricerca. Dubitava che nel vecchio codice carolingio, o meglio nella parte che era sopravvissuta ai secoli, vi fossero indicazioni per leggere quei segni, ma valeva sempre la pena di tentare. La cerimonia della cremazione era durata quasi sino al calare del sole. Le fascine coperte di pece avevano preso subito, avvampando rumorosamente, ma il fuoco aveva impiegato tempo per distruggere la capanna. Lupo non aveva voluto conservare nulla di Aymar: un cavaliere randagio come lui sarebbe morto con le sue armi, il probabile furto di ciò che era rimasto sui suoi cavalli era un’umiliazione sufficiente. E così, a lungo, il fuoco aveva divorato ogni cosa. Senza aggiungere una parola a quanto aveva declamato in latino come ultimo saluto, il Magister aveva fatto cenno agli uomini di essere pronto a mettersi in marcia. « Abbiamo un mulo in più, signore », aveva offerto Merkos con un ghigno canzonatorio. «Volete approfittarne? Sarete stanco... » Lupo aveva serrato le mascelle. «Sono abituato a camminare per giorni», aveva risposto. «Non perdiamo altro tempo. Voglio arrivare a Korekainé prima di notte.» E aveva aperto la via impugnando il bastone con fermezza. Procedere a piedi, a una certa distanza dagli altri, lasciava a Lupo il tempo per riflettere e piangere il compagno morto. Non scorse alcuna traccia della figura femminile che gli era parso d’intravedere nel sottobosco, ma forse, come ogni altra
cosa in quella storia, era frutto dell’immaginazione. L’aria via via più fredda della sera gli fece bene. Prima di ogni cosa gli chiarì le idee su un punto fondamentale: quale che fosse la ragione di quelle morti così orribili, nella sua indagine avrebbe dovuto tenere a mente che solo i villici avevano richiesto il suo aiuto. Gli altri, Merkos e i suoi armigeri e, soprattutto, coloro che nel paese contavano veramente, non lo volevano. La ragione poteva essere la semplice diffidenza verso lo straniero sapiente ma c’era qualcos’altro, di più oscuro. Una minaccia che anche Aymar aveva intuito ma probabilmente sottovalutato. Era possibile che gli sgherri di Merkos lo avessero sorpreso e ucciso inscenando quel macabro ritrovamento? Se si fosse trattato solo del prete, Lupo avrebbe potuto crederlo, ma Aymar... Aymar era un cavaliere, rotto a ogni inganno e tranello, difficile sorprenderlo. E perché poi? Tutto, forse, si riconduceva al viaggio che il religioso aveva intrapreso mesi prima. Cosa lo aveva spinto a partire? E se tutte quelle ipotesi fossero state errate, si tornava alla superstizione, al bacio della strega e agli strani simboli lasciati per incutere timore. Erano domande sulle quali occorreva ragionare con la mente libera da affanni, si disse Lupo. Molto tempo prima, il suo maestro gli aveva insegnato a procedere a quel modo, secondo logica, ed era così che intendeva agire. Per il momento, però, c’erano altri problemi più pratici da affrontare. La marcia per raggiungere Korekainé, consumata in silenzio tra il tintinnare dei finimenti, i colpi di tosse e lo scricchiolare delle pietre, si era protratta a lungo e il sole era scomparso dietro le colline quando ancora mancava un buon tratto per arrivare in vista delle prime capanne. Xander e il falegname avevano fatto accendere alcune torce ma l’andatura era rallentata: il buio stava esercitando la sua suggestione sugli uomini di Merkos. In quanto a lui, era abituato all’oscurità e al silenzio, anzi li preferiva. Alla luce della torcia che il pastore reggeva davanti a lui Lupo intravide il paese. Vi era passato una volta, forse due, molto tempo prima e lo ricordava esattamente come lo vedeva. Un piccolo borgo cresciuto senza un ordine preciso, con un grappolo di case arroccato su una collinetta intorno a un edificio in pietra che pareva una chiesa. Stalle e alcune abitazioni discoste, qualcuna fiancheggiata da piccoli orti, altre radunate intorno a un pozzo. Non si vedevano luci, salvo rare eccezioni. Erano luoghi in cui si viveva secondo l’ordine del Signore, rammentò Lupo, regolandosi con il sorgere e il calare del sole. Aveva visto città e palazzi dove si sfidavano tali usanze, accendendo centinaia di candele. Ma la cera costava e lì di certo si usavano candele di grasso o persino di pacciame di legno che diffondevano troppo fumo e poca luce. Vicino al pozzo, tuttavia, era stato eretto un palo in cima al quale ardeva un fuoco greco che sfavillava come l’occhio di un ciclope. Un’indicazione per alcuni, un segno minaccioso per altri. Nella pozza di luce che calava Lupo riconobbe una casa più grande delle altre accanto a un altro edificio a due piani, in mattoni, con un tetto ben costruito e un aspetto solido, di certo una locanda. Benché si presentasse come un paesello
dimenticato da Dio, Korekainé lottava tenacemente per diventare qualcosa di più, per accrescere la sua ricchezza. Questa sembrava per il momento concentrarsi presso alcuni edifici che, di certo, appartenevano agl’individui più intraprendenti e che, con scaltrezza, sapevano sfruttare uomini e situazioni a loro vantaggio. « Siamo arrivati, Magister », sussurrò Xander. « Qui troverete da dormire e ripararvi, ma », il villico si guardò in giro e abbassò la voce, « siate accorto. Merkos lo avete visto, ma lui prende solo ordini. » Si scostò notando il capo della milizia che, spingendo il suo mulo, si era portato a fianco del Magister. «Bel posto, vero, Korekainé? Scommetto che stavate più comodo nel vostro eremo... » « Chi lo sa? » replicò Lupo. « Prenderò alloggio dove stava il cavaliere. » «Nel letto di un morto? Bene: o siete pazzo o vi fate beffe dei segni del destino... » « Forse nessuna delle due cose, Merkos... in ogni caso conoscevo Aymar abbastanza per sapere che non avrebbe accettato di dormire sulla paglia con i maiali e ciò mi basta. » Di fronte a quella risposta carica di sfida, Merkos assunse un’espressione incerta. Prima che potesse decidere se sentirsi insultato o liquidare la battuta come una stravaganza del Magister una voce lo interruppe. « Per il momento sì, immagino. Ma cosa vorrete per risolvere il mistero della morte del vostro compagno e liberarci dalla strega? » Lupo distinse due figure sulla porta della locanda. Evidentemente era atteso e l’avvertimento di Xander rischiava di trovare subito conferma. Fece un passo verso l’edificio lasciando che uno dei pastori portasse una torcia tra lui e la figura che era scesa lungo i pochi gradini di legno. Era un uomo anziano. Le rughe del volto si confondevano con una barba ben curata che gli ornava la linea della mascella. Niente baffi, all’uso greco della costa, la testa coperta da uno zucchetto di tessuto scuro. Indossava una tunica non elegante ma più decorosa dei vestiti laceri dei villici. Non era un uomo abituato a lavorare nei campi. Lupo poteva immaginarne l’identità. « Ho accettato la richiesta degli abitanti del villaggio quando ho saputo che era morto un cavaliere che, in passato, mi fu amico. Chiedo solo vitto e alloggio... poi si vedrà. Ma prima che risponda ad altre domande vorrei conoscere il vostro nome, signore. » Le parole erano state pronunciate senza tono di minaccia eppure erano risuonate forti, sicure. E l’uomo con la barba non era abituato a vedere di fronte a sé qualcuno che non fosse quantomeno in soggezione. « Sono Ivo Drjangic, eghemon di Korekainé », rispose irritato. « Possiedo molte cose in questo piccolo villaggio e ne controllo altrettante. Tutto ciò che faccio è per il bene della comunità. Non sono stato io a chiedere il vostro intervento né quello del cavaliere, ma poiché gli uomini di Merkos non sono riusciti a... catturare la strega ho accettato le preghiere di chi mi parla di voi come di un uomo saggio. Presentatevi a vostra volta, voi che vi fate chiamare Magister. Poi discuteremo di vitto, alloggio e compenso. » La sfida tra lo straniero e l’uomo che si riteneva signore di quel luogo, per quanto
piccolo e desolato, era lanciata. Di gente simile Lupo ne aveva conosciuta molta. Sapeva come affrontare l’arroganza dei potenti, grandi o piccoli. « Qualcuno ha voluto conferirmi il titolo che dite », rispose fermo, « forse a ragione, forse a torto. Sono Lupo di Pietravecchia. So leggere e far di conto, nella mia vita ho viaggiato e visto uomini potenti e anime semplici in numero sufficiente per sapere che, di fronte a Dio e alla morte, siamo tutti uguali. Perciò vi chiedo: posso contare su un riparo per la notte? »
Capitolo 11 Di fronte a Drjangic Lupo fu certo che, se l’eghemon avesse avuto scelta, non solo non gli avrebbe offerto ospitalità ma l’avrebbe fatto cacciare dai suoi sgherri. La presenza stessa del Magister era un’intrusione nella sua autorità, un piccolo regno che non erano certo le superstizioni e i delitti compiuti tra i boschi a scuotere. Lupo era pronto e Drjangic lo comprese scambiando con lui un lungo sguardo. Lo osservò come si fa con un cavallo da comprare o un nemico troppo forte da poter essere affrontato a viso aperto. « Certo, Magister, lasciate che io stesso vi chiami così. Intuisco che, oltre che uomo d’arme, siete anche un erudito e io, a volte, mi trovo solo tra questa gente ignorante... Non so se riuscirete dove il vostro sventurato predecessore ha fallito, ma di certo avrete un tetto sotto cui ripararvi e... » «Sicuro», esclamò una voce stridula, «a mie spese, nella mia locanda... come quell’altro... a portare sciagura su tutti noi. » Lupo non distolse gli occhi da quelli di Drjangic ma colse il movimento sulla soglia della locanda. La seconda figura era uscita dall’ombra. E certo non per dargli il benvenuto. L’eghemon si limitò a stirare le labbra in una parvenza di sorriso. « E dove altro potrebbe andare, Rada... e poi ha chiesto la stanza del cavaliere. Sei fortunata, nessuno vorrebbe la stanza di un morto. » Lupo lasciò che la figura avvolta in un ampio scialle che nell’oscurità si confondeva con i lunghi capelli neri avanzasse verso di lui. Rada era un nome che parlava delle montagne oltre il confine con il regno di Serbia e di luoghi più distanti ancora, Il viso di una donna feroce, per nulla contenta che le s’imponesse un ospite. Raggiunse i due uomini e protese il viso ossuto verso il forestiero. « Suppongo che vogliate anche mangiare... » « Sarebbe gradito, signora », rispose Lupo con un sorriso. « Credetemi, non vi arrecherò fastidio. » La donna parve colpita dal tono pacato e cortese. Nei suoi occhi scuri vibrava sempre una luce di ostilità, ma si limitò ad assentire. «Non che abbia altra scelta, comunque», sussurrò, scoccando un rapidissimo sguardo a Drjangic. «Venite dentro dunque, la notte è fredda. Ho un bicchiere di vino caldo e una pagnotta. Stanotte non posso darvi altro. » Drjangic parve soddisfatto. Si rivolse alla piccola folla ancora adunata: «Adesso ritiratevi... se avete così paura delle streghe sarà meglio che restiate nelle vostre case. Domani i campi vi aspettano e stanotte potete andare a letto con la certezza che il vostro eghemon pensa a voi. Abbiamo un Magister che veglia sulla nostra sicurezza ». Le ultime parole sembravano di scherno, ma Lupo non vi fece caso. Si voltò appena per indirizzare un’occhiata rassicurante a Xander ma, a causa della semioscurità, non comprese se i paesani avevano capito che stava dalla loro parte. Erano gli unici alleati che aveva a Korekainé, si disse mentre entrava nella locanda. Era chiaro che, chi per un verso, chi per l’altro, tutti nel villaggio obbedivano agli ordini di Drjangic. Rada lo
temeva e sicuramente contadini e pastori dipendevano da lui. Era un posto troppo piccolo per avere un vero e proprio signore e la Chiesa ormai l’aveva abbandonato, ma Drjangic comandava su tutti loro. Un equilibrio difficile in cui il Magister veniva a inserirsi. Lui e la strega. Occorreva procedere con prudenza. Nella grande stanza al pianterreno della locanda c’era un’unica fonte di luce e di calore, un grande camino in pietra che Rada stessa aveva attizzato quando erano entrati. A una prima occhiata la locanda sembrò a Lupo un’abitazione costruita con cura, su più piani, con scale, corridoi e passaggi. Di certo confermava l’idea che Korekainé fosse un punto di passaggio dei mercanti e dei viaggiatori che transitavano nella regione diretti alla costa. Un’istituzione da cui si traeva guadagno, quindi. Lupo aveva frequentato corti bizantine, banchetti di re cristiani di Terrasanta e tende di sceicchi a sufficienza per saper distinguere l’odore del veleno, o almeno era sfuggito alla morte in un numero tale di occasioni da credersi un esperto. Il vino caldo che gli fu offerto sembrava innocuo, anzi alla seconda sorsata gli parve pure di buona qualità, con quel gusto resinato che lasciava una traccia mentre scendeva in gola. Il pane grezzo e la fetta di formaggio erano appena sufficienti a placare la fame suscitata dalla lunga camminata, ma Lupo immaginò che fosse più di quanto i contadini venuti a cercarlo potessero ottenere al ritorno nelle loro casupole. Non era venuto per banchettare. Il riflesso del fuoco giocava con i visi di Drjangic e di Rada seduti al tavolo vicino. L’eghemon bevve a sua volta versando dalla brocca fumante che Rada aveva portato. Sembrò intuire le preoccupazioni del Magister e fece mostra di gradire il vino. Si asciugò le labbra con un fazzoletto di tessuto scuro e sorrise. « Ottimo, vero? Viene da Ragusa », spiegò come se volesse comunicare molto di più di quella semplice verità. « Sono io che provvedo ai rifornimenti di questo villaggio, sapete? » Lupo bevve ancora ma non rispose. Drjangic voleva mettere bene in chiaro che il paese dipendeva da lui. « In realtà, quando sono arrivato qui dalla costa non c’era praticamente nulla. Capanne di pastori, qualche contadino che viveva isolato. Lentamente il paese ha cominciato a formarsi... intorno a me. » « E come mai un mercante ingegnoso e intraprendente ha scelto di portare qui le sue attività? » domandò Lupo senza guardarlo in faccia. Preferiva studiare Rada. L’eghemon gracchiò più che rispondere e versò altro vino. « Perché qui le autorità di Bisanzio non vengono a mettere il naso. Lo vedete anche voi, è una regione desolata, dimenticata... ma non povera, questo no. Quel poco di benessere che se ne ricava è frutto dell’impegno di chi vi lavora... e di chi sa mantenere l’ordine. » Lupo si appoggiò allo schienale della sedia. Il vino e la stanchezza lo facevano scivolare in uno stato di rilassamento che conciliava il sonno. Nel camino il fuoco crepitava mandando strani bagliori sui volti dei suoi ospiti. Rada, da giovane, doveva essere stata una bellezza ammaliante. Ora restava solo un viso dominato dagli zigomi alti che non riuscivano ad affossare sotto le sopracciglia folte gli occhi luminosi, diffidenti. I lunghi capelli appena mossi da un’increspatura
naturale le scendevano ribelli lungo le spalle. Una ciocca grigiastra sul lato sinistro le conferiva un aspetto ancora più enigmatico. Non staccava gli occhi da Lupo, come se volesse scavarne l’anima alla ricerca di un segreto. Le parole di Drjangic, invece, le scivolavano addosso come acqua sulla pietra. Sapeva già quelle cose. L’eghemon ci teneva a far capire che il fulcro della vita laggiù era lui e solo lui. Non avrebbe permesso né a streghe né a cavalieri e tantomeno a eremiti di scalzarlo. Finalmente Lupo lo guardò negli occhi. « E adesso che il prete è morto, siete ancora più isolati», disse, consapevole del rapidissimo sguardo che i suoi ospiti si scambiarono. « Quando manderanno un sostituto? » Drjangic sembrò ignorare l’occhiata della locandiera, liquidandone con un’espressione spavalda l’apprensione. « Quando qualcuno avrà il coraggio di tornare dal vicearcidiacono a raccontargli cosa è capitato. » «Potrebbe essere una buona idea... magari scopriremmo cosa aveva di tanto importante da riferire il decano. » «Dite? Noto che ormai parlate al plurale come se faceste parte di questa comunità... » Il silenzio si protrasse a lungo, rotto solo dallo schiocco di un ceppo che cadeva nel fuoco. « Ma nessuno osa più affrontare i sentieri da solo », riprese Drjangic. «Tutti hanno paura della strega... anche il vostro amico, il cavaliere, è morto, lo avete ben visto. » Lupo protese il braccio, afferrò il bastone appoggiato al tavolo e si alzò. Fu un gesto brusco, improvviso, che fece sobbalzare Rada ma non l’eghemon. Era un altro dei suoi piccoli trucchi per cogliere di sorpresa chi parlava con lui. Così aveva scoperto che Drjangic non si spaventava facilmente e che Rada, al contrario, era tesa come un filo sulla conocchia. « Lo vedremo, sono appena arrivato... domani vorrei guardare tra le cose del prete, chissà che non trovi qualcosa d’interessante. » «Vedo che avete già un’idea», osservò Drjangic, le mani conserte. « Pensate che la strega e la morte del povero Gheorghis abbiano un legame... » Lupo sorrise ma, al riflesso del fuoco, la sua risultò un’espressione quasi minacciosa. «Vorrei capire cosa ha spinto il decano a fare tutta quella strada. E voi non trovate strano che la strega... se pure si tratta di una strega, abbia cominciato a colpire proprio al suo ritorno, come per nascondere qualcosa? » « Dubitate che sia una strega? » scattò Rada. Negli occhi le passò il riflesso delle fiamme e forse qualcos’altro. « Avete visto il marchio e i segni... il Male non ha bisogno di essere evocato per manifestarsi... » « Forse era invidioso della vostra buona fortuna », replicò il Magister, accennando con un gesto della mano alla stanza che li ospitava. La locanda era uno degli edifici più ricchi del paese, era evidente. Provò soddisfazione nel cogliere sgomento sul viso della donna, almeno quella freccia era andata a segno. Drjangic, invece, era rimasto silenzioso, con la mano sul boccale. « Siete un uomo intelligente, Magister. Appena arrivato vi ponete domande alle quali mostrate di aver già trovato una risposta. »
« Questo, mastro Drjangic, non è segno d’intelligenza », replicò Lupo. «Per il momento le risposte, quelle che la mia mente formula a caso, non m’interessano. Preferisco porre domande... » e osservare le reazioni che suscitano, ma questo lo tenne per sé. « E ora è venuto il momento di riposare. Rada, volete indicarmi la mia stanza... o meglio quella che occupava il povero Aymar? » La locandiera si trattenne a fatica dal chiedere il permesso all’eghemon. Anche lei non era padrona in casa sua, nonostante l’iniziale protesta. Drjangic l’aveva detto: lui approvvigionava Korekainé, ne garantiva l’ordine, quindi tutti gli dovevano qualcosa. Mentre Rada andava ad accendere una fumosa candela di grasso per fargli strada, Lupo si accomiatò dal mercante. « Forse verrò a farvi qualche altra domanda, domani... » «Sarete il benvenuto, Magister. Ma ricordatevi che io di streghe e magie non so e non voglio sapere nulla. Il mio mondo sono gli affari. Comunque, prima ci libererete da questo pericolo e prima potremo riprendere la nostra vita normale, meglio sarà per tutti », disse l’eghemon avviandosi alla porta. Solo allora Lupo si accorse che uno dei ceffi che componevano la strateia di Merkos, quello con il guanto rugginoso, aveva aspettato il mercante davanti alla porta e si preparava a scortarlo. Credesse o meno alla strega, Drjangic era un uomo prudente. «Allora? È notte fonda e anch’io sono stanca, volete salire o no? » domandò bruscamente Rada che brandiva la candela come un’arma. Lupo avrebbe voluto rivolgerle altre domande, adesso che era sola, ma pensò che fosse meglio rimandare, ci sarebbero state altre occasioni. Salirono per una scala di legno che cigolava a ogni passo. La candela faceva poca luce ma spandeva un fumo acre e fastidioso.
Capitolo 12 Regno di Serbia Varcare i tre passi che si aprivano la strada come una ferita nel fianco di un orso era stato faticoso. Neve, vento e ghiaccio avevano rallentato la marcia e per un lungo tratto i tre cavalieri della Croce di Ferro erano stati costretti a smontare, tirando i loro destrieri per le redini. Ma né uomini né animali avevano esitato. Scalando la montagna, arrancando sotto la neve, protetti da panni di cuoio imbottito avevano mantenuto l’ordine di marcia chiusi nelle corazze, lo stemma sempre visibile come un marchio a fuoco sulle tuniche e nei loro occhi. Finalmente avevano potuto riprendere il cammino più spediti, affrontando una discesa lungo un ghiaione sino a un sentiero che li aveva portati a galoppare in un tratto di terreno relativamente piatto. Era un luogo desolato, privo di segnali di vita al di fuori di qualche raro passaggio di uccelli al limitare del bosco millenario che saliva sino al punto marcato dalle nevi. Cavalcarono in silenzio per circa un paio d’ore e raggiunsero i resti di quella che era stata una chiesa. Solo lo scheletro del campanile resisteva, il resto della costruzione era ridotto a cumuli di mattoni che parevano essere stati il bersaglio di una catapulta. Il tempo e la natura avevano fatto il resto. Tra gli anfratti cresceva una vegetazione dal colore livido; insinuante, s’arrampicava aggrappandosi a ogni asperità. La pietra si confondeva con le radici creando una scultura inquietante, un essere vivo fatto di materia inerte e vegetale al tempo stesso. Ciò che restava di una croce di pietra ricordava che, molto tempo prima, Dio era passato da quelle lande, ma poi se n’era andato. « Qui », la voce di Tartu sibilò attraverso l’elmo mentre alzava il braccio fermando il cavallo schiumante. I suoi compagni si arrestarono dandosi immediatamente da fare. I tre cavalieri della Croce di Ferro erano veterani. Difficoltà e clima impietoso non li avevano fermati in tante campagne e non lo avrebbero fatto neppure nel corso della missione che il Dominus Verbi aveva affidato loro. Una luce rovente li guidava. Mentre Domash Tartu liberava il viso sudato dall’elmo, uno dei suoi compagni si affrettò a raccogliere legna per il fuoco e a trovare un punto riparato per i giacigli, Il sole era appena tramontato immergendoli in un’atmosfera fosca che presto sarebbe diventata completamente buia. Era circa l’ora in cui Lupo aveva lasciato la pira funebre di Aymar. Tra quelle montagne lupi e altri pericoli aspettavano solo il calare delle tenebre per farsi arditi. Il vento agitava le tuniche bianche dei cavalieri. Il terzo guerriero scese pesantemente dalla sua cavalcatura e radunò gli animali per impastoiarli. Quando ebbe finito levò il casco a sua volta e si avvicinò a Tartu. Questi scrutava le montagne sempre più buie, appoggiato ai resti di un muro. « Non manca molto, una settimana forse », osservò calcolando il cammino con l’occhio di chi è abituato a spostarsi in armi e rapidamente. « Se non si mette a piovere », commentò brusco il suo compagno. Era più alto e più
magro di Tartu e il lungo viso affilato, ornato da una barba nerissima impreziosita da sottili trecce, esprimeva tensione. «Verrà la pioggia... e ci bagnerà. Nient’altro », ribatté Tartu. « Dubiti, Tamask? » Il cavaliere proveniente dalle pianure sarmate stirò le labbra in una smorfia. « No, dubitare non fa parte delle abitudini della nostra regola. Mi chiedo soltanto quanto tempo ancora dovremo aspettare prima di poter svolgere il compito che ci è stato affidato. » Questo Tartu poteva comprenderlo. Ogni giorno di ritardo significava la possibilità di un insuccesso. «Vieni, mangiamo qualcosa e riposiamo. Partiremo al primo sole. »
Capitolo 13 Meteore I galli emisero i loro richiami mattutini in concerto, come a un segnale stabilito. Lupo, abituato a riposare nella solitudine del suo eremo, si destò di soprassalto. Per un istante si rizzò tra le coperte infastidito, quindi ricordò dove si trovava e perché. Non perse tempo a chiedersi se avesse commesso un errore. Ormai aveva scelto e il suo maestro gli aveva insegnato che il modo migliore per non essere tormentati da dubbi pericolosi è non ascoltarli. Si alzò di scatto. Come sempre dormiva nudo. Gettò via la coperta e si guardò in giro. Dagli scuri sgangherati della finestra filtrava la luce dell’alba. S’infilò brache e calzoni e aprì i battenti. L’aria fredda del mattino lo sferzò svegliandolo completamente. Lasciò vagare lo sguardo per Korekainé notando, una volta di più, la totale assenza di uno schema nella sua costruzione. Solo intorno alla locanda e all’abitazione dell’eghemon sembravano essere state erette alcune case di miglior fattura, qualche bottega. Per il resto baracche e capanne sorgevano come funghi, disordinate, tra campi e prati incolti. La nebbia nascondeva le alture e s’insinuava tra i vicoletti ancora coperti di brina. Non sarebbe stato difficile credere alla presenza del Maligno. Cos’aveva indotto il giovane decano a spingersi sino alla costa? Cosa aveva ottenuto? Qualcosa che l’aveva condannato a morte? Lupo era convinto che la ragione di quei decessi così orrendi si trovasse nel perché di quel viaggio ma, per il momento, non aveva molte strade da seguire. La stanza dove aveva alloggiato il suo amico era poco più di una cella da monaco e non vi era rimasto alcunché di quanto era appartenuto al cavaliere. Non che Lupo avesse sperato di trovare appunti o indizi significativi, ma era evidente che tutte le cose di Aymar erano state fatte sparire. Come i cavalli. Bene, avrebbe dovuto seguire un’altra pista. Ma prima aveva bisogno del contatto con l’acqua fredda. Lupo non tralasciava mai di lavarsi, abitudine poco in uso in Occidente ma, come aveva appreso dai suoi viaggi, ritenuta dai medici arabi necessaria a ogni ora del giorno. S’infilò un camicione e lasciò la camera. Nella sala al pianterreno non c’era nessuno. Nel camino le ceneri erano ancora calde. Rada gli aveva ruvidamente spiegato che dietro la locanda, nel campo, c’era una specie di lavatoio. Lupo uscì nella nebbia dirigendovisi a grandi passi. Per tutta la notte aveva udito scricchiolii del legno, in alcuni casi gli era parso di udire passi, voci sommesse, ma poteva trattarsi della sua immaginazione. Dopotutto era abituato alla solitudine e trovarsi dopo tanto tempo in un centro abitato, benché piccolo, aveva irritato i suoi sensi facendogli sentire anche ciò che non esisteva. Raggiunse il lavatoio, però, con la netta sensazione di essere spiato. Occhi dietro finestre socchiuse, un ragazzino che sgusciò via dietro uno steccato quando si voltò. E qualcos’altro. Ostilità, timore e speranza mescolati insieme. Riusciva a coglierli anche se non vedeva nessuno. Udì dei passi, resi pesanti dal fango, che si allontanavano oltre un angolo, ma non poté rendersi conto di chi si trattava. Korekainé aveva i suoi segreti, i suoi equilibri e
lui, come Aymar, era venuto a turbarli. Gli venne in mente che forse anche il decano rurale aveva infranto quell’equilibrio. Doveva essere arrivato da poco in paese, ma chi c’era stato prima di lui? Decise che, quella mattina, per prima cosa avrebbe visitato l’alloggio del prete. Là forse poteva trovare delle tracce. Oppure, come aveva detto, porre domande che, anche senza risposta, gli avrebbero rivelato qualcosa. Si levò il camicione restando con i muscoli segnati dalle cicatrici esposti alla vista di chi lo spiava. Aveva ancora il corpo di un guerriero. Bene. Che guardassero i muscoli e i segni delle battaglie, mentre lui usava un’arma più sottile e affilata per trovare l’assassino del suo amico. Una strega? Immerse il torso nell’acqua gelata e ne ricevette una scossa vivificante. No, né i suoi demoni né quelli della fantasia dei contadini l’avrebbero ingannato. A Korekainé si celava un mistero e quelle morti, per quanto orrende e inspiegabili, dovevano avere le stesse ragioni di tutte quelle che aveva visto. Avidità, rancore, paura.
Capitolo 14 Di ritorno dal lavatoio Lupo si rese conto immediatamente di alcune cose. Considerato il relativo isolamento di Korekainé, la locanda era attrezzata per gestire un notevole traffico, soprattutto di mercanti sulla via della costa. Sebbene al momento solo la sua e altre due stanze fossero occupate, durante il giorno, nella sala principale, c’era un grande affollamento di gente che veniva a consumare una zuppa calda o a bere un bicchiere di vino resinato. Un po’ per rifocillarsi lungo la strada dei campi o delle botteghe prima di una giornata di fatiche, un po’ perché quello era uno dei centri di ritrovo del luogo e, Lupo ne era sicuro, a una certa ora era anche possibile trovare compagnia femminile a poco prezzo, almeno a giudicare dal tavolaccio al quale erano sedute diverse donne dai visi provati, ancora lontane dal momento in cui avrebbero preso servizio. Meretrici che esercitavano in una casupola dietro la locanda. Tutto questo gire d’affari probabilmente andava a rimpinguare le casse di Drjangic e ciò confermava l’impressione che tutto il paese fosse soggetto, per un verso o per l’altro, alla sua autorità. Lupo salì nella sua camera, indossò la tunica pesante, prese il bastone e la sacca dov’era custodito il Canon episcopi. Scese poi nella sala principale dove il camino era stato già riattizzato e il calore era gradevole. Si sedette a un tavolo libero e isolato e si guardò in giro. Vide quattro uomini che l’abbigliamento e il modo di parlare identificavano come stranieri. Mercanti di passaggio che si rimpinzavano in previsione di una lunga marcia. C’erano poi tre soldatacci di Merkos, che finsero di non notarlo ma, tra un rutto e una sorsata, gl’indirizzarono sguardi poco amichevoli. Il Magister notò alcuni artigiani, tra i quali riconobbe il falegname. Seduto in un angolo distante, consumava una minestra a grandi cucchiaiate, di fretta, come se la sosta fosse una tappa obbligata ma che non intendeva protrarre più del necessario. Quasi per caso incrociò lo sguardo del Magister e assentì. Gli occhi parvero indicargli qualcosa, all’esterno. Lupo si massaggiò il mento annuendo. Aveva capito. Il falegname voleva parlargli ed era venuto alla locanda solo per avere l’opportunità d’incontrarlo casualmente. «Avete sognato demoni e streghe?» chiese bruscamente Rada, posando una ciotola di latte caldo e un pezzo di pane di fronte al suo ospite forzato. Con la luce del giorno la sua bellezza non del tutto sfiorita ma segnata da una vita aspra diventava più evidente. Come del resto altre cose. « No, ho riposato tranquillamente », rispose Lupo. Non era del tutto vero, ma questi erano affari suoi. Fissò la locandiera con durezza. « E voi? Perché avete paura? Di cosa avete paura?» Rada si guardò intorno senza muovere il capo, quindi si protese verso di lui, aggressiva. « E quale indizio, nella vostra infinita sapienza, vi suggerisce una cosa del genere? Qui sono in casa mia, non temo nessuno. » Lupo sorrise, portò alle labbra la ciotola di latte, bevve una sorsata e disse: « Allora siete abituata a sobbalzare a ogni fruscio, Rada... e questo parlare di demoni e streghe... se siete così sicura della vostra casa, dovreste sentirvi tranquilla. »
La donna non batté ciglio. « II vostro amico è morto. Il prete è stato ucciso... la strega c’è. » Le parole uscivano secche come colpi di sasso contro un muro. « II Male, se lo s’invoca, presto arriva. State attento. » « Si direbbe che ne sappiate qualcosa. » Rada impallidì. Un istante solo, perché in seguito tornò a infiammarsi. « Fate ciò per cui siete venuto, Magister, cacciate la strega e datele fuoco. Poi andatevene. Non è posto per voi, questo. » Senza dargli possibilità di replica si voltò e si allontanò verso un altro tavolo dov’era richiesta la sua attenzione. Aveva a servizio tre o quattro ragazze prese dai campi, tra le quali spiccava una bimbetta dallo sguardo più sveglio delle altre. Irritata, la locandiera sollecitò tutte perché gli ordini fossero smaltiti in fretta. Era ovvio che incuteva timore alle sue sottoposte. Korekainé era, come tutti i paesi, un luogo dove ogni cosa funzionava in base a una catena di potere formata da anelli deboli e forti. In cima stava Drjangic, ma di certo Rada occupava una posizione di rilievo. Lupo terminò la colazione sbocconcellando il pane e immergendolo nel latte. Si accorse che i tre armati seguivano Rada con lo sguardo. Il falegname era scomparso. Aspettò di aver terminato, poi raccolse il bastone e uscì. Non poté fare a meno di notare che l’ostilità degli uomini di Merkos si mescolava con la diffidenza degli altri avventori. Non aveva molti alleati a Korekainé. La sensazione di essere accompagnato da sguardi timorosi lo seguì all’esterno. La nebbia si stava alzando scacciata da un sole pallido e l’aria del paese gli portava odori forti, che venivano a sovrapporsi a quelli ai quali aveva fatto l’abitudine nel suo eremo. Era la vita vera, piena di sgradevolezze e insidie. Un mondo da cui era fuggito. Ma adesso che c’era tornato non aveva intenzione di lasciarlo finché non si fosse fatto un’idea precisa di quel che stava accadendo a Korekainé. Perché, di qualunque cosa si trattasse, non si era esaurita con la morte delle prime due vittime, e un’intuizione gli suggeriva che presto sarebbe strisciata anche per le viuzze del borgo. Come aveva immaginato il falegname si era appostato all’angolo tra due baracche, in attesa. Bastò uno scambio di sguardi per intendersi. « Spero vi siate riscaldato », disse il Magister avvicinandosi. L’altro si strinse nelle spalle. Indossava una lurida giubba tagliata rozzamente e, sul viso, i peli erano così ispidi e mal curati da sembrare la saggina di una scopa. «Perdonate, Magister, ma volevo parlarvi. » «Questo l’avevo capito. Ditemi, prima di tutto, come vi chiamate e da quanto vivete qui. » L’altro sembrò colpito dal modo diretto in cui veniva interrogato. «Sono Vargo... ho esercitato il mestiere che mi ha insegnato mio padre e mio nonno prima di lui. Sono qui da... » si grattò la barba rumorosamente, « penso sei, sette mesi. Ho moglie e due figli... prima vivevamo in un altro villaggio più a valle, ma c’erano già troppi artigiani. Poi mi hanno parlato di questo posto... nuovo, dove potevano esserci opportunità di guadagno e, così mi sono spostato. » « Dalla vostra espressione direi che siete pentito. » Vargo si guardò in giro. «Pentito no... ma... sì, è vero, Korekainé è un villaggio giovane, piccolo e con buone prospettive. Non so se l’avete notato, ma si trova sul
crocevia di diverse strade e spesso passano mercanti che, dalla costa, s’inoltrano nel territorio. Se solo le autorità si accorgono che è un buon punto per fermarsi e scambiare merci manderanno qualcuno a interessarsi di più di quello che succede. E sarà un bene per tutti. » Lupo preferì lasciarlo parlare: era evidente che Vargo aveva qualcosa da dire e non vedeva l’ora. « Per il momento tutto quello che hanno fatto è stato nominare quel giovane decano... un anno fa... ma qui... be’, lo avete ben visto, voi che siete un uomo intelligente. Qui ogni scambio, ogni commercio porta soldi nelle tasche di Ivo Drjangic... tutti dobbiamo pagare una specie di decima. » «Altrimenti, immagino che se ne occupi la strafela...» azzardò Lupo. Vargo serrò le mascelle e assentì. «Ecco... avete compreso. Soldataglia, banditi di strada, questo sono. E l’unica volta che avrebbero potuto rendersi utili... non sono stati capaci di catturare quella maledetta strega... » Lupo sorrise. Non c’era da meravigliarsi. Se la strega era la figura che aveva appena intravisto la sera prima aggirarsi tra la boscaglia, gli uomini di Merkos non avrebbero certo potuto rintracciarla. « Questo conferma la mia impressione, tuttavia non chiarisce il mistero di questi delitti. Dunque anche voi, come Drjangic, siete dell’idea che la presenza della strega danneggi il paese, che la gente abbia paura... » «Sì, naturalmente... chi si azzarda più? Gli stessi pastori hanno timore ad andare in giro e vedrete che, tra poco, anche i mercanti che si spostano su queste strade cominceranno a evitarci... Una maledizione... » « Le maledizioni di solito hanno un’origine. Avete qualche idea in proposito? » Lo sguardo del falegname si fece vacuo. Scosse il capo. Poi s’avvide che i soldati erano usciti dalla locanda e si affrettò a prendere commiato. «Non so nulla. Sono qui da poco. Ma state in guardia, Magisteri » Non era il primo che lo avvertiva ma, per sua natura, Lupo era incline ad accettare le sfide. Non fece nulla per trattenere Vargo ma rimase al suo posto; si assicurò che gli uomini di Merkos lo vedessero bene, quindi si avviò verso la chiesa. Era un edificio in mattoni e non sembrava molto antico. Qualche anno però, a giudicare dallo stato delle mura, ce l’aveva. Lupo si era già fatto un’idea sulla situazione creatasi nel villaggio; adesso voleva scoprire le ragioni dell’improvviso viaggio del decano.
Capitolo 15 Il portone di legno massiccio era inchiavardato come quello di una fortezza. Lupo provò a scuoterlo, picchiò anche contro il battente nodoso e annerito ma senza alcun risultato. La casa di Dio era chiusa. Alla partenza per il suo misterioso viaggio il decano rurale aveva pensato di proteggere i pochi beni della sua chiesa dall’avidità dei ladri, lasciando le anime senza neppure un luogo dove riunirsi a pregare. Con un sospiro Lupo si scostò dall’edificio e fissò i muri scuri quasi con astio. « Volete entrare, Magister? » chiese una voce alle sue spalle. Si voltò trovandosi di fronte una donna di età indefinibile, con il viso privato di ogni avvenenza dalla vita all’aria aperta, ma lo sguardo limpido. Indossava un abito di tessuto grezzo, incolore, e un grembiule. Dalla sua espressione Lupo comprese che quella donna doveva aver pregato anche in assenza del giovane prete e ciò, in qualche modo, lo confortò. « Sì, vorrei dare un’occhiata tra le cose di padre Gheorghis, ma... » La donna sorrise. « Mi chiamo Elena », si presentò, « e vendo frutta in quella baracca all’angolo. Sarò lieta di regalarvi di che ricavare un pasto. Sono felice che abbiate accettato l’incarico. In questo posto ognuno bada ai suoi affari e nessuno pensa alla casa di Dio... » « In effetti », domandò Lupo indicando il battente serrato, « dove vi ritrovate a pregare? » « Chi lo fa col cuore non ha bisogno di un luogo specifico », rispose secca lei, « ma la guida del decano ci sarebbe stata utile. In questo momento nessuno ha preso le sue funzioni e forse... » « No », rispose deciso Lupo. « Sono molte cose, ma non un prete. Non aspettatevi da me ciò che non posso darvi. Ma se volete che liberi questa zona dalle ombre che vi si addensano, farò del mio meglio. » Elena sembrò riflettere su quelle parole, poi fece spallucce e riprese: « Allora venite, forse riusciremo a entrare nell’abitazione di padre Gheorghis, qui dietro. Ma sarà chiusa anche quella... » Seguendo la donna Lupo svoltò un angolo accorgendosi che alla chiesetta era stata annessa più di recente una bassa costruzione di mattoni con un tetto di paglia. Si trattava dell’abitazione del prete ed era provvista anche di un rudimentale camino. Non sembrava essere stata realizzata con grande perizia, anzi, suggeriva un’impressione di scarsa stabilità: una di quelle casupole che una forte tempesta di vento e pioggia può scoperchiare. Quando giunsero alla porticina, Elena e il Magister ebbero una sorpresa. « II battente... » balbettò la donna. Lupo si avvicinò appoggiando la mano alla porta di legno che si aprì scricchiolando. « È stato forzato », disse chinandosi per esaminare il chiavistello che si presentava tutt’altro che solido. « Qualcuno è passato per di qua e nessuno se ne è accorto. » La donna lo fissava, indecifrabile. «A nessuno interessa», disse guardando nel
vuoto. «A qualcuno sì», ribatté il Magister. «Bene, visto che la porta è aperta, meglio così... ma ditemi, ho sentito che il giovane decano era stato assegnato qui da circa un anno... chi occupava il suo posto prima? Chi officiava in questa chiesa? » La donna sporse il labbro inferiore assumendo un’espressione ottusa. « Non lo so... mi sono trasferita qui da circa otto mesi, con i miei figli... prima vivevamo più a valle, ma mio marito si è ammalato di febbri l’anno scorso e ha smesso di coltivare la terra. Qui compro la mia frutta dai contadini, devo versare solo una piccola provvigione a Drjangic per poter esercitare la mia attività, ma ne ricavo di che vivere... non so altro. » Lupo era contrariato. Ovunque cercasse, si trovava davanti a un muro: tutti sembravano essere arrivati a Korekainé da poco e ignoravano ciò che era successo prima. L’unico fatto chiaro a ognuno era che, per poter sopravvivere nel villaggio, si pagava una provvigione a Drjangic, cosa che lui stesso non aveva nascosto. Prima o poi avrebbe dovuto parlargli seriamente. Per il momento aveva un altro obiettivo. Cercò di rassicurare la donna con un sorriso. « Vi ringrazio, ma ora vorrei dare un’occhiata dentro. Poi devo andare dove hanno ritrovato il cadavere. Verrò da voi per quella frutta, ma insisto per pagarla. Preparatemi di che sfamarmi per la giornata, credo che oggi camminerò a lungo. » Senza aspettare risposta aprì completamente il battente ed entrò. Voleva eseguire da solo la sua perquisizione. Aprendo gli scuri di legno vide la donna che si allontanava. Nessun’altra anima in giro. Qualcuno era venuto a frugare tra le cose di Gheorghis, era evidente. La sua misera cella era a soqquadro, persino il pagliericcio dove dormiva era stato ribaltato senza che l’intruso si fosse curato di rimettere le cose in ordine. Come se sapesse che il prete non avrebbe più potuto protestare.... L’intrusione doveva essere avvenuta dopo la sua morte. Magari di notte, per non attirare l’attenzione, ma dopo la sua morte. Poteva essere stato Aymar? No, si rispose da solo il Magister, il suo amico era un tipo deciso: avrebbe piuttosto abbattuto il portale della chiesa... Chissà perché non lo aveva fatto? L’ispezione durò poco. Non c’era nulla al di fuori di una Bibbia in greco e un paio di altri testi canonici che Lupo sfogliò senza trovare niente d’interessante. Più soddisfazione gli diede l’osservazione dell’opera dell’intruso. Ricerche frenetiche che, a quanto pareva, non avevano portato a nulla. Attraverso una porticina si accedeva alla chiesa. Nel buio rischiarato solo da un pallido riflesso Lupo entrò in un ambiente freddo e inospitale. La chiesa gli parve fredda, ostile, un luogo abbandonato dove non ci si curava più delle anime. Lo specchio di quel paese. Accese una candela per fare un po’ di luce. Strano. L’intruso aveva lasciato tutto al suo posto. Il tabernacolo e la croce di metallo sull’altare che, se pure non era preziosa, avrebbe potuto fruttare qualcosa, erano stati lasciati intatti. Coperti di polvere, per la verità. La persona che s’era infilata là dentro aveva cercato qualcosa nella stanza del prete, non in chiesa. Documenti, oggetti, tracce che rivelassero ciò che aveva spinto Gheorghis a lasciare
il suo posto per chiedere consiglio. Un vecchio segreto forse. Ma quale rapporto c’era con la strega? Si sforzò di rendere un po’ di decoro all’alloggio messo a soqquadro. Nel compiere quei gesti cercò a sua volta senza sapere bene cosa, ma nulla attirò la sua attenzione. Forse il segreto di Gheorghis era scomparso con lui. E allora perché uccidere anche Aymar? Uscì dalla chiesa accostando la porta della cella. Passandovi accanto distrattamente non si notava che era stata forzata. Un lavoro abile. Ragionando su quei deboli indizi, il Magister si avviò verso la tappa successiva: le stalle dove sicuramente Aymar aveva lasciato i suoi cavalli per il tempo in cui era rimasto in paese. Forse là avrebbe potuto raccogliere qualche altra notizia: gli stallieri sono gente loquace, a volte. Le stalle avevano il medesimo odore da Gerusalemme a Payns. Lupo ricordava che da ragazzo, nella tenuta di famiglia, aveva accudito i cavalli. Conservava dentro di sé suoni e odori, il soffiare nervoso degli animali, il battito degli zoccoli sulla paglia. Erano sensazioni rassicuranti, dopotutto. Ricordi di una vita passata, sbiadita nella memoria e perciò rimpianta. L’edificio riservato alla cura degli animali era lungo. Dall’aspetto pareva ben curato ed era evidente che sia gli uomini di Merkos che gli occasionali viandanti potevano lasciarvi muli e cavalli certi che sarebbero stati ben accuditi. Aymar doveva aver apprezzato tale sistemazione. Il Magister si avvicinò prendendo la via più lunga e facilmente riconoscibile perché la sua visita non sembrasse l’esplorazione di un ficcanaso. Si fermò di fronte all’edificio e osservò due soldati della milizia che ne uscivano tirandosi dietro muli dai garretti possenti. I due finsero di non notarlo, ma era evidente il contrario. Lupo colse alcune parole a mezza voce mentre si allontanavano. Espressioni confuse ma di certo non amichevoli: difficile dire se li infastidisse di più la presenza dello straniero o quella della strega. Poco dopo emersero dalle stalle i mercanti che aveva intravisto alla locanda. Carichi di materiale e ben coperti, avevano evidentemente fretta di allontanarsi. Lupo li salutò ricevendone una risposta cordiale. Azzardò allora qualche domanda più specifica e scoprì che erano diretti sulla costa e che, saltuariamente, passavano da quelle lande. « Certo, Korekainé è un ottimo punto di ristoro. Sulla strada ci sono ben pochi ripari e tutti maledettamente freddi», disse quello che sembrava il capo del gruppo, un omaccione con l’orecchino e la barba riccia. « Ma ormai dovremo scegliere un’altra via. » « E perché? » L’uomo sembrò stupito. « Non lo sapete? C’è una strega da queste parti... un fatto inaudito. Ha ucciso due uomini, tra cui un povero prete... » « Inaudito? » ripeté il Magister. Il mercante montò in sella al suo mulo. « Sì, non è molto che faccio questo lavoro. Un paio d’anni, non di più. Ho visto crescere questo villaggio, proprio grazie al passaggio di noi viaggiatori. Ma adesso, se le strade non sono più sicure... » diede di
sprone e partì ad andatura sostenuta, seguito immediatamente dai compagni, come se il Diavolo stesso fosse sulle loro tracce. L’attenzione del Magister si spostò, allora, sull’uomo che li aveva accompagnati all’uscita delle stalle. Era magro a tal punto che le giunture spiccavano come nodi nel legno sotto la camicia verde scuro. IL viso allungato ricordava quello di un topo campagnolo o di una donnola, la pelle era segnata da qualche malattia contratta in gioventù. Non appena s’avvide del Magister si affrettò a sorridere, accennando a una specie d’inchino. Se c’era qualcosa di derisorio nel suo modo di agire, era ben celato da una cortesia che si sforzava di apparire sincera. «Voi dovete essere l’uomo che ci libererà dalla strega... quello che i contadini chiamano il Magister... » «Lupo di Pietravecchia», replicò lui avvicinandoglisi in modo da poterlo guardare negli occhi, sempre un buon metodo per giudicare una persona. Nonostante tutta quella benevolenza esibita, l’uomo non gli ispirava simpatia. « Sono Lajos, insieme a mio fratello Zarko accudisco i cavalli e procuro muli a tutti coloro che ne hanno necessità. Ma voi non cavalcate, mi dicono... » Le voci giravano in fretta. Non c’era dubbio che i due stallieri fossero legati a Drjangic, la loro sembrava l’impresa più florida del paese. «Non più, ma di animali me ne intendo. A quanto vedo qui le cavalcature sono ben curate e me ne compiaccio. Detesto chi maltratta gli animali. » II sorriso di Lajos si allargò ancor di più mentre chinava il capo da un lato con un’espressione adulatoria. «Oh, si vede che ve ne intendete, Magister... e sono d’accordo con voi, chi si comporta male con gli animali è un vigliacco e anche con gli uomini non potrà far di meglio. » «II cavaliere ci ha onorato affidandoci i suoi destrieri», disse una voce dall’interno della stalla. Un istante dopo emerse Zarko che, al contrario del fratello, esibiva una pancia che tendeva la camicia sopra le brache. Aveva il volto rubizzo e i capelli ricci di un colore rossastro. « Siate il benvenuto anche voi... non ci avete per caso ripensato? Desiderate un cavallo, o un mulo forse, più adatto per gli spostamenti tra queste montagne? » « Mi fido delle mie gambe », replicò il Magister, « ma vorrei notizie sugli animali del mio sfortunato amico, il cavaliere Aymar... » Un silenzio prolungato scandito dai rumori del villaggio. I due fratelli si guardarono, poi fu Zarko a parlare, stringendosi nelle spalle. « C’è poco da dire. Erano due splendidi esemplari, dovete averli visti anche voi. Uno stallone da battaglia e un animale da tiro, adatto a trasportare carichi pesanti per lunghe tratte. Animali degni di un grande cavaliere, per quanto... forse il vostro amico aveva subito qualche rovescio di fortuna. » « Dite? » « Be’, sì, in effetti noi ce ne intendiamo », Zarko posò una mano sulla spalla del fratello strappandogli un sorriso. «I suoi cavalli erano di pregio ma entrambi in età avanzata e non accuditi con la dovuta cura. Uno aveva un ferro ritorto e l’altro era tormentato da grosse zecche. »
«Suppongo che per un giusto prezzo abbiate provveduto... » «... Per un giusto prezzo, naturalmente », confermò Lajos, ma il fratello gli diede di gomito come per farlo tacere. « Come nuovi », disse con un sorriso pacioso, « a parte l’età. Per il periodo in cui il cavaliere si è fermato al villaggio i suoi animali sono stati trattati come quelli di un re. » Lupo sorrise appena guardandosi in giro. In quella regione, di come venivano accuditi gli animali di un re dovevano avere solo un’idea vaga. « E quanto si è trattenuto in città? » chiese calcando la voce sull’ultima parola. Zarko, che pareva il più sveglio dei due, colse l’ironia dell’allusione e sorrise a sua volta. «Una settimana, forse dieci giorni. Poi, una mattina, è venuto qui e ha pagato. Ha preso i due animali, vi ha caricato sopra le sue armi e i viveri ed è partito. » «Così... se n’è andato portandosi via entrambi i cavalli?» Zarko assentì con vigore. « Certo, venite voi stesso a controllare, vi mostrerò dove li tenevamo. » Lupo seguì i due fratelli con la fastidiosa impressione di trovarsi appiccicate addosso due mosche. Come aveva immaginato, l’ambiente era decoroso e i posti riservati ai cavalli di Aymar apparivano ripuliti di fresco, persino la paglia era stata sostituita. Nulla da scoprire, là dentro. « E vi ha detto dove sarebbe andato? » domandò il Magister, nascondendo la delusione per quella pista senza risultati. « Sicuramente sui monti a caccia della strega... chi poteva fermarla se non un uomo così coraggioso? Oh, scusate, certo voi farete di meglio... » II Magister era irritato. Così, Aymar aveva terminato le sue ricerche al villaggio e aveva deciso di proseguirle tra le valli intorno alle Meteore. I segreti di Korekainé erano serrati in un pugno di falsità che non gli sarebbe stato facile far schiudere. « Vedremo... e vi ha pagato quanto vi doveva? » Lajos assentì. «Sì, sì certo... per la verità erano denari di mastro Drjangic, parte del suo compenso, e una fetta di quanto abbiamo ricevuto l’abbiamo quindi passata al nostro eghemon. Se non fosse per lui non faremmo affari. Lui ci procura il contatto con i contadini che mietono il fieno e ci segnala ai viaggiatori che hanno bisogno di assistenza. » « Scommetto che badate anche ai cavalli della milizia. » «Quello è un servizio che offriamo senza ricompensa... tutti vogliono essere sicuri a Korekainé », spiegò Zarko. Il cerchio si chiudeva. Lupo fece per uscire. « Ma adesso c’è la strega e Merkos non sembra in grado di catturarla... un problema per tutti. » «Un problema che risolveremo in fretta, anche senza di voi o di altri cavalieri », tuonò una voce da un angolo buio. Merkos in persona era arrivato ed era evidente che gli ultimi scambi di battute non gli erano piaciuti. Era uno di quegli uomini che suggerivano a Lupo l’irresistibile tentazione di provocarli. Decise però che fosse più prudente non farlo. «Vedremo... intanto vi ringrazio, signori. Oggi ho appreso cose interessanti su questo luogo e credo che Aymar avesse ragione a cercare la strega fuori del villaggio.
» «Perché, pensavate di trovarla qui?» si lasciò sfuggire Zarko con un’espressione celata dalla semioscurità. « Chi lo sa? » replicò sibillino il Magister. Nuovamente il suo atteggiamento irritò Merkos, che sì mosse esagerando i movimenti e con un gran sferragliare d’armi. «Volete andare a caccia del Maligno? Bene, l’eghemon mi ha ordinato di fornirvi l’aiuto necessario... se volete una scorta verrò io stesso e se avete ripensato a quel mulo... » Lupo uscì alzando una mano. «No, niente cavalcature o scorte. Voglio vedere il luogo dove è stato trovato il prete. Non sarà difficile individuarlo. » «No, no, Magister», fece accomodante Lajos, indicando un punto oltre una collina. « Proseguite in quella direzione per mezza giornata. Troverete un torrente. È là che lo hanno rinvenuto... ma non credo sia rimasto nulla al di fuori di quei maledetti segni... » Proprio quelli voleva vedere Lupo, ma non disse nulla. Salutò tutti e si allontanò per raggiungere la baracca di Elena. Voleva controllare alcune cose e, soprattutto, stare un po’ da solo a ragionare. Per i suoi gusti era stato sin troppo in mezzo alla gente dal giorno prima. Camminare un po’ in silenzio gli avrebbe liberato la testa.
Capitolo 16 Eccoli. Nessuno aveva osato toccarli, solo il maltempo ne aveva parzialmente mutato la posizione. I segni della stregoneria costellavano ancora la scena del primo delitto. Lupo si chinò vicino al torrente per vedere meglio. Aveva avuto tempo di riflettere durante la marcia che aveva occupato buona parte del giorno, un cammino tra pendici scoscese fiancheggiate da boschi scuri. Appena uscito da Korekainé aveva potuto rendersi conto che, nonostante tutto, i contadini stavano mettendo a frutto gli orti, anche se con tecniche rudimentali, spesso arandoli senza l’aiuto di alcun animale ma con costanza. Poco oltre aveva visto i pascoli, qualche baracca desolata. All’orizzonte aveva scorto le greggi di capre e pecore. Uno dei pastori doveva averlo riconosciuto perché gli aveva rivolto un cenno con il braccio. Probabilmente si era trattato di Kristos, l’uomo con il labbro deformato. Aveva avuto la tentazione di avvicinarlo e chiedergli cosa ne fosse stato dei cavalli di Aymar, ma il pastore aveva già giurato di non saperne nulla e se anche se li era presi per macellarli non era il caso di farsi un altro nemico. Eppure, tra le cose del cavaliere, poteva esserci un indizio importante. Riprendendo il viaggio aveva deciso che ci sarebbe stato tempo per seguire quella pista. In quel momento Lupo aveva avvertito soltanto il desiderio di ritrovare il punto dove si era consumata la prima tragedia. Non aveva dovuto affrontare troppe difficoltà per rintracciare il luogo ma il cammino, anche per chi come lui era abituato a spostarsi a piedi, si era dimostrato lungo e lo aveva costretto a diverse fermate. Durante una di queste aveva consumato due frutti e un po’ del formaggio che Elena gli aveva preparato. Seduto su un tronco, Lupo l’aveva sbocconcellato, approfittando della sosta per consultare il Canon episcopi sulle streghe. E adesso, di fronte ai segni tracciati sulla roccia, incisi nella corteccia di un tronco e sul terreno con pietre aguzze, poteva ricavarne qualcosa. Già ai tempi in cui era stato composto il Canon, l’epoca di Carlo Magno, re dei Franchi, la credenza nelle streghe e nella possibilità che uomini o donne potessero ottenere poteri straordinari stringendo patti con il Diavolo era fortemente radicata nella popolazione delle campagne. Il Magister sapeva - dolorosamente - che tale convinzione era diffusa anche tra i popoli cristiani e che molti non consideravano le vecchie pratiche manifestazione di un Male assoluto. Pozioni, sortilegi, rimedi di erbe, benedizioni ricavate dall’adorazione di vecchi alberi sarebbero stati ancora difficili da sradicare. H popolo faceva differenza tra tali pratiche e la stregoneria che consisteva nel gettare vere e proprie « fatture » di morte e malattie grazie a unioni sacrileghe con demoni. Ma la Chiesa non ammetteva distinzioni. Chiunque si allontanasse dalla dottrina com’era stata divulgata a Roma, e anche a Bisanzio, commetteva peccato mortale. Alcuni vescovi avevano combattuto tali credenze andando a cercarle dove si nascondevano, più spesso dove non c’erano affatto. Altri avevano tentato di studiarle, ma non essendoci testi scritti tutto il sapere raccolto si basava su racconti. Non c’era una ragione precisa per cui le streghe dovessero frequentare i luoghi umidi, veniva dato per scontato. E ciò, per il Magister, era privo di senso. Ogni cosa deve avere una
ragione, aveva detto il suo maestro, ed era una regola cui cercava di attenersi. La stessa mancanza di chiarezza in materia rendeva difficile capire il senso dei misteriosi simboli che erano attribuiti alle streghe dai tempi carolingi. Era una lingua perduta. Tuttavia, comparando gli schizzi che aveva tracciato vicino al punto in cui era stato ucciso Aymar con quelli rinvenuti presso il torrente dove avevano ritrovato Gheorghis e quel poco che era riportato sul codice, il Magister riuscì a trarre una conclusione. Chiunque avesse lasciato quei segni conosceva superficialmente il linguaggio della stregoneria. A sufficienza per riprodurre i più comuni che identificavano la minaccia ma non significavano null’altro. Forse se avesse avuto a disposizione un testo più completo avrebbe potuto trame maggiori indicazioni, ma già un’idea cominciava a farsi strada nella sua mente. Gheorghis era stato ucciso perché aveva scoperto qualcosa appartenente al passato. Qualcosa che il suo assassino probabilmente aveva sottratto lasciando poi impronte e segnali al solo scopo di diffondere l’idea spaventosa della presenza di una strega nella regione. E l’omicidio di Aymar aveva rafforzato tale timore che ormai serpeggiava in tutta la zona. Il famoso «bacio» poteva non essere la ferita lasciata dal morso demoniaco e dalla lingua blasfema di una meretrice del Diavolo. In merito, Lupo aveva una sua idea. Richiuse il volume e la pergamena dove aveva ricopiato i segni che aveva trovato sul luogo del delitto. No, una vera strega avrebbe lasciato un messaggio preciso. Invece Lupo aveva l’impressione che si trattasse di una messinscena... Si guardò in giro cogliendo il sibilo del vento tra le rocce. Nulla. Eppure... sì, anche in quel momento si sentiva spiato. La misteriosa figura che credeva di aver scorto il giorno in cui aveva esaminato il corpo di Aymar? O qualcun altro? Compì qualche passo avvicinandosi al torrente. Reggendosi al bastone s’inginocchiò cercando d’immaginare gli ultimi istanti di vita di Gheorghis. I contadini gli avevano detto di averlo trovato come se la strega lo avesse colpito alle spalle mentre pregava... il maltempo aveva confuso le impronte sul terreno, ma se si era fermato a invocare la protezione di Dio Gheorghis doveva aver almeno legato il suo mulo che, come i cavalli di Aymar, era scomparso. Un fruscio... Qualcosa che scivolava sulla pietra. Lupo respirò a fondo, dominando il soffio della paura, poi si alzò improvvisamente compiendo un arco nel vuoto con il bastone. Niente. Solo rocce, ciuffi d’erba e, poco distante, gli alberi, Il gorgogliare del torrente sembrava prendersi gioco di lui. Irritato con se stesso per essere diventato una preda così facile della suggestione, Lupo frugò il terreno e, poco dopo, trovò ciò che cercava. I resti delle pastoie applicate alle zampe anteriori del mulo. Le raccolse osservando i margini recisi di netto. Unghie di strega? O un coltello affilato? Di sicuro l’assassino di Gheorghis
aveva portato via il mulo e il suo carico. E non certo per mangiarselo. Forse nelle sacche di quella sella c’era ciò che Gheorghis aveva voluto mostrare al vicearcidiacono. Qualsiasi cosa avesse scoperto, non aveva ottenuto grandi risultati. Se i suoi superiori avessero davvero temuto un’incursione del Diavolo avrebbero mandato dalla costa soldati, forse un altro prete, più autorevole. Invece il decano era tornato solo. Ma qualcuno poteva aver ritenuto le sue scoperte un pericolo. Sì, quella cominciava a essere una spiegazione possibile. Cosa aveva scoperto? Un segreto nel passato del paese. Lupo avrebbe parlato con Drjangic, visto che tutti gli altri parevano essere arrivati là dopo di lui. Forse la risposta stava proprio in quella direzione. Naturalmente il prete che aveva amministrato la comunità prima che diventasse un insediamento doveva averne saputo qualcosa, ma anche lui era svanito. Motivo in più per chiedere spiegazioni a Drjangic, anzi per esigerle. Era anche interesse suo, dopotutto. Mentre macinava quei pensieri, Lupo aveva preso la via del ritorno. Era quasi buio e difficilmente sarebbe arrivato al villaggio prima che calassero le tenebre. Decise di trascorrere la notte all’aperto. Non gli sarebbe stato difficile trovare un riparo. Il fragore lo colse impreparato, sul margine del sentiero che costeggiava una pietraia. L’antica abilità lo soccorse senza neppure che la mente dovesse formulare una reazione. Piantò il bastone sul terreno e ruotò su se stesso, pronto a difendersi. Ma ancora una volta intorno a lui c’erano solo le sue fantasie. Tuttavia il rumore persisteva e presto capì di cosa si trattava. Lungo il versante della collina alcuni macigni si erano smossi creando una frana che trascinava verso il sentiero le pietre del ghiaione. Era uno spettacolo impressionante vedere le rocce biancastre che si agitavano come animate, rotolando verso il basso con grande frastuono. Arretrò rapidamente, lasciando che la frana gli passasse accanto rovinando sul sentiero in un gran polverone. Durò pochi minuti, ma il Magister ebbe la netta sensazione che non fosse stato un sommovimento naturale. Forse qualcuno aveva cercato di seppellirlo sotto quei massi, alcuni dei quali, adesso che la polvere si depositava, si dimostrarono di dimensioni tali da poterlo uccidere. O forse chi aveva creato quella piccola slavina aveva voluto solo spaventarlo. Un corvo gracchiò volando via dalla cima del colle. Attese ancora qualche minuto, poi riprese il cammino alla ricerca di un riparo per la notte. Avrebbe dormito con un occhio solo. Strega o assassino, l’omicida ormai doveva averlo individuato e di certo lo considerava un pericolo. Forse, senza saperlo, Lupo doveva aver sfiorato ciò che il misterioso personaggio cercava. La caccia non era ancora finita, e lo dimostrava la sommaria perquisizione nell’alloggio del decano. Qualunque cosa volesse, il suo assassino non l’aveva ancora trovata. E questo, per il Magister, poteva rivelarsi un vantaggio o un pericolo.
Capitolo 17 Aveva trascorso la notte al freddo, in una gola riparata in cui era riuscito a malapena ad accendere un fuoco. Eppure il sibilare del vento tra le fenditure di roccia gli aveva permesso di ragionare e riassumere i fatti, di collegarli con i personaggi di quella nuova avventura. Si svegliò di buon mattino con le idee più chiare e un piano d’azione. Sebbene avesse tenuto le orecchie tese e dormito mantenendo uno stato di vigilanza mentale, come aveva imparato a fare in Terrasanta, non aveva colto segnali di pericolo. Se la frana che quasi lo aveva travolto il giorno prima era stata provocata da qualcuno con l’intenzione di eliminarlo, aveva pensato bene di non venirlo a disturbare durante la notte. Il pensiero di Costanza e il fastidioso pungolo del rimorso s’erano ancora una volta insinuati nei suoi pensieri, alle prime ore del giorno, ma Lupo li aveva tenuti a bada entrambi, come se tra quei tormentosi assilli e la sua mente fosse calata una parete di ghiaccio. Era una novità, forse determinata da quella situazione in cui era stato trascinato dal desiderio di far luce sulla morte di un amico. Come spesso faceva in casi simili il Magister decise di non perdersi troppo a ragionare. Prese il suo bastone e s’incamminò verso Korekainé. Era venuto il momento di chiedere spiegazioni a Ivo Drjangic. Sulla strada del ritorno udì i belati di un gregge. Calcolò che non si trovava lontano dai pozzi dov’era stato rinvenuto Aymar; nelle sue esplorazioni il giorno precedente aveva compiuto un largo giro intorno al paese, proprio come doveva aver fatto il cavaliere prima d’incontrare la morte. Rivedere il punto dov’era stato assassinato non gli sarebbe stato utile, così Lupo decise di far visita al pastore che aveva scoperto il cadavere. Come già sapeva si trattava di Kristos, l’uomo con il labbro divorato dalla febbre. Anche lui riconobbe il Magister non appena lo vide profilarsi sulla collinetta che dominava il suo recinto. Il pastore e la sua famiglia vivevano in una baracca di fango e canne con un rudimentale camino di pietra. «Salute, Magister», biascicò il pastore. «Posso offrivi la mia ospitalità? Non è molto, ma... » « Certamente una ciotola di latte caldo sarà gradita, ma desidero per pagare », rispose Lupo. Mentre si avvicinava aveva visto uscire dalla capanna una donna ancora giovane ma dal fisico sfatto, che gli abiti senza forma non aiutavano a rendere più aggraziato. Insieme a lei c’erano almeno sei bambini di varie età. Alcuni sembravano vispi; due però avevano lo stesso sguardo vacuo del padre e Lupo pensò che soffrissero di qualche malattia ereditaria. «Venite, venite, Magister... la mia casa è la vostra », lo invitò Kristos. Un invito che serrò il cuore a Lupo. La capanna dove viveva la famiglia di pastori era piccola, puzzolente e fredda nonostante il camino. Si sedettero a un tavolaccio circondati dagli sguardi curiosi dei bambini. Uno di essi colpì particolarmente il
Magister per via di una macchia bianca nell’occhio. « Non l’aveva quando è nato », disse tristemente il padre, « forse anche questa è una maledizione... » Lupo accarezzò la testa del bambino. Aveva già visto quel genere di malattia in Oriente e sapeva che non aveva nulla a che fare con le streghe. Si guardò in giro e, rapidamente, si rese conto con vergogna di aver sospettato erroneamente del pastore. I cavalli di Aymar e le loro selle non erano finiti là dentro. E se anche fosse stato? Quella famiglia avrebbe avuto bisogno di mangiarne cento, di cavalli, per sostentarsi decorosamente. Trasse dalla sacca uno dei frutti che gli erano avanzati dalla provvista di Elena e lo mise tra le mani del bambino. Si rivolse al padre. « Uno tutti i giorni, per ciascuno dei vostri figli », disse senza fornire altre spiegazioni. Kristos scosse il capo, costernato. «Magister, il mio gregge mi concede appena di che vivere... figurarsi comprare la frutta... quella devo rubarla. Ma devo stare attento, se mi scoprono gli uomini di Merkos sono bastonate o peggio... » II Magister terminò il latte e posò rumorosamente la ciotola sul tavolo. « Gli uomini di Merkos fanno la guardia ai frutteti?» Kristos rispose con un sorriso mite. «Solo a quelli di proprietà dell’eghemon e dei suoi amici. Gli stallieri... gli appezzamenti migliori se li sono presi loro e li fanno lavorare dai poveracci. E quelli che non hanno venduto o che pascolano le loro greggi liberamente, come me, devono cedere sempre qualcosa a Drjangic e ai fratelli... Viene Merkos stesso a incassare. Per mantenere il paese e i dintorni liberi dai briganti... » «Ma non dalle streghe...» aggiunse amaramente Lupo. Non c’era bisogno di risposta. Già si era fatto un’idea di come andassero le cose in quel posto e la situazione gli piaceva sempre meno. Gettò un pezzo d’argento sulla tavola. «La frutta », disse con un tono che gelò i ringraziamenti in gola al pastore. Ancora un poco e avrebbe pagato lui per l’incarico che gli avevano affidato, pensò mentre salutava la famiglia e riprendeva il cammino. Era importante stringere una certa complicità, se non proprio amicizia, con i contadini. Si era convinto che, quando avesse svelato cosa si nascondeva dietro quelle morti misteriose, avrebbe scoperchiato anche una giara di vermi che Drjangic e i suoi amici avevano interesse a lasciare chiusa. Forse la spiegazione stava tutta lì. All’ingresso del paese, quando vi arrivò dopo mezzogiorno, Lupo incrociò la milizia al completo. «Ah, Magister, siete ancora vivo...» lo canzonò Merkos con il suo usbergo rugginoso e il viso rubicondo. « Stavamo per venire a recuperare il vostro cadavere... » «Lo immagino... non prima però di aver riscosso tributi dai contadini... Disgraziatamente sono ancora vivo, potete tornare ai vostri compiti più importanti. » Merkos s’irrigidì sulla sella. La mano scivolò allo spadone appeso al fianco, ma l’immobilità del Magister gli consigliò di non spingersi oltre. « Che cosa volete insinuare? » Lupo sorrise. Sfidare gli arroganti era un piccolo piacere rimastogli dai tempi in cui
era stato un cavaliere. «Nulla, Merkos... state attenti, piuttosto. La strega che gira qua intorno non se ne è ancora andata. » L’uomo impallidì. Alle sue spalle Lupo colse sguardi sgomenti. « L’avete vista? » II Magister scosse la testa. « No, ma ho avuto l’impressione che, se davvero esiste, rimarrà qui finché non avrà avuto ciò che è venuta a cercare. » Merkos faticò a mantenere fermo il suo animale, difficile dire chi fosse più nervoso tra i due. « E voi avete capito cosa vuole? » «Non ancora, Merkos, non ancora. Forse dopo che avrò parlato con Drjangic potrò farmi un’idea. Buon lavoro. » Senza più degnarlo di uno sguardo riprese a camminare diretto all’abitazione dell’eghemon. « Eccolo che arriva. E io che quasi mi ero illusa che fosse crepato anche lui... » Ivo Drjangic sfilò dalle labbra il cannello della pipa ad acqua che gorgogliava ai suoi piedi. Un piccolo vizio che aveva acquisito a Bisanzio molti anni prima e che gli distendeva i nervi. Anche Rada, accanto alla finestra, ne avrebbe avuto bisogno. Invece se ne stava là a scrutare, da uno spiraglio dei pesanti tendaggi, tesa come una corda d’arco. La luce del primo pomeriggio rendeva giustizia alla sua bellezza che, in quel gioco di riflessi, tra gli spigoli naturali del viso ossuto, conservava ancora intatto il suo fascino. Il mercante la raggiunse ma non si accostò alle tende. Sapeva già a chi si riferiva la locandiera. «Non ci contare troppo, è un uomo astuto... e prudente. » Lei scosse i capelli ritraendosi dalla finestra. La ciocca chiara parve sfuggire dal resto della capigliatura ricadendole davanti a un occhio. « Ci porterà sfortuna... » « Non sono stato io a chiamarlo. » « Ma è qui che sta venendo. Secondo te con chi vuole parlare e di cosa? » Era davvero sconvolta, pensò Drjangic. « A questi contadini bisognava pur concedere qualcosa. La morte del prete e quella del cavaliere li hanno spaventati. Visto che il prode Merkos non è stato in grado di risolvere il problema, ho dovuto acconsentire... certo che vuoi parlare con me, e con chi altri dovrebbe? Qui io sono il paese. » Rada gli scoccò uno sguardo risentito. «E cosa gli dirai?» Il mercante serrò le labbra in un sorriso senza abbassare lo sguardo. « Tutto e niente. Come sempre. » «Già», replicò lei con una sorta di ringhio. «Come sempre. E secondo te, come mai Merkos non è riuscito a risolvere il problema? » Tra i due passò una ventata gelida. Drjangic rimase immobile, stranamente minaccioso nella sua mancanza di aggressività. « Forse perché c’è davvero una strega, tu che ne pensi? » Rada arretrò di qualche passo, si sistemò lo scialle che aveva lasciato su una panca poi rispose a denti stretti. « Io non penso nulla... salvo il fatto che forse questa storia della strega è solo uno strumento... di qualcuno che se ne serve per i suoi scopi. » Un pallido sorriso passò sulle labbra del mercante. « Dunque un pensiero ce l’hai. E forse non del tutto sciocco, mia cara Rada. Magari pericoloso... » « Che cosa vuoi dire? » lo sfidò lei.
«Che sarà meglio lasciare il passato dove si trova... tra la cenere. Ci penserò io a tener buono il Magister... Spero che non scovi nulla e se ne vada presto, visto che non c’è da contare che tutte queste storie di stregoneria lo spaventino. Tu adesso vai, passa dal retro... » « Certo, non ci tengo a esser vista qui dentro », rispose Rada sputando quasi le parole. Mentre si allontanava nell’oscurità della casa Drjangic tornò alla sua pipa ad acqua e ne aspirò una boccata. Ormai non tirava più e la sua mente era in subbuglio.
Capitolo 18 Anche se aveva rinunciato da tempo alla disciplina delle armi, Lupo ne aveva conservato alcune abitudini. Mai entrare in un potenziale campo di battaglia senza conoscerlo. Anche se nel caso della visita al mercante si trattava di duellare a parole, una ricognizione s’imponeva. Così, invece di bussare subito alla porta principale, compì un giro intorno alla casa, come se vagabondasse senza meta. Osservò il paese che, a quell’ora, pareva quasi addormentato. Si fermò persino a bere a una fonte, accogliendo con piacere i raggi tiepidi del sole dopo una giornata trascorsa al freddo. Mentre si chinava i suoi occhi colsero una figuretta che sgattaiolava via dalla porta posteriore della casa dell’eghemon. Non c’era da sbagliarsi, si trattava di Rada, che, troppo presa dalla fretta di allontanarsi, non si era guardata intorno. La locandiera raggiunse la sua abitazione e s’infilò in un portoncino: un’ombra dai fluenti capelli scuri, furtiva. Lupo sorrise. Ogni istante apprendeva qualcosa di più. Era il momento di far visita al mercante. Crimine o stregoneria, quell’avventura cominciava a piacergli. C’era qualcosa di stimolante nel ventaglio di personaggi disposti di fronte a lui come un mucchio di tessere di mosaico che ancora dovevano trovare il loro posto. A volte, pensò, l’aria sembra diventare più densa e imbriglia i contendenti in una ragnatela di tensione. Ci si studia, si tenta di nascondere la verità dietro una maschera e non sempre ci si riesce. Proprio come in quel momento in cui, seduto di fronte a Drjangic, il Magister stava per impegnarsi in un confronto dal quale sperava di trarre indicazioni utili per proseguire la sua indagine. Il mercante lo aveva accolto con un sorriso cordiale che non arrivava agli occhi. « Dunque, Magister, che idea vi siete fatto del nostro paese e delle minacce che incombono sulla sua prosperità? » chiese dopo un po’, scegliendo di fare lui stesso la mossa d’apertura. Lupo cercò di mettersi comodo sulla sedia con lo schienale rigido che gli era stata offerta. In un angolo della stanza, in un braciere, ardeva incenso profumato che ricordava terre lontane, più calde. «La prosperità, a Korekainé, ha diverse facce», rispose. « Per la maggior parte sorridono a voi, Drjangic. » « In verità ho saputo organizzarmi », rispose l’eghemon senza cogliere l’ironia del tono, « è una terra difficile e può portare ricchezza solo a chi la sa sfruttare, ma è necessario imporre delle regole. Finché l’amministrazione del téma non penserà d’inviare qualcuno per prendersi cura di questo posto tocca a chi ha più iniziativa imporre un ordine, senza il quale tutto è perduto. Questa storia della strega, per esempio, se non riusciamo a risolverla in fretta i contadini non andranno più ad arare i campi, i pastori lasceranno le greggi a morire di fame negli ovili... » «E i vostri uomini non potranno riscuotere tributi», lo stuzzicò Lupo. Parlò senza alzare la voce, con tono disinvolto, casuale, ma lo sguardo penetrava come uno stiletto. « Pensate di offendermi? »
«Non mi permetterei, ma sarebbe impossibile ignorare quanto avete fatto in fretta a sostituirvi al governo di Bisanzio nella riscossione delle imposte... ma, anche in questo, vi è una logica, devo ammetterlo. » Drjangic tossì serrando il pugno di fronte alle labbra. «Mi fa piacere che ne conveniate. Dunque, cosa volete chiedermi? Vi siete guardato in giro e di certo vi siete fatto un’idea della situazione e di quale sia il pericolo. Perché, lo ripeto, se la gente comincia ad avere paura della strega, il paese muore. E questo non sarà un bene per nessuno, lo capite, vero? » Lupo si alzò e fece un paio di passi per la stanza. Trovava fastidioso rimanere seduto di fronte all’eghemon. Inoltre la sua stazza lo aiutava a imporsi. « Sì, ma, se volete la mia opinione, non c’è nessuna strega. » «No? E chi ha ucciso quei due disgraziati... perdonate, so che il cavaliere Aymar era vostro amico... » « In un altro tempo », sussurrò rapidamente Lupo, poi la voce si fece più salda. « Credo invece che abbiamo un assassino da queste parti. Abbastanza astuto da celare il suo operato con una messinscena, ma non così abile da sostenerla sino in fondo. » II mercante si rabbuiò portando una mano a sorreggere il mento. La fronte era solcata da rughe come crepe in una vecchia corteccia. Non doveva essere la prima volta che un’idea del genere gli attraversava la mente, ma era evidente che voleva saperne di più prima di esprimersi. «Cosa ve lo fa pensare? » « I segni, il bacio della strega... sotterfugi per suscitare paura. Quei simboli appartengono a una lingua che nessuno ha mai decifrato esattamente ma che, in alcune sue espressioni, è nota alla Chiesa, Il codice che ho con me ne riporta degli esempi ed esaminando ciò che ho visto posso affermare che si tratta di segni generici. Certo, parlano di stregoneria ma non dicono nulla di più. Sono stati composti per l’unico scopo di essere visti e identificati come tracce del Maligno. » « E... quelle orrende ferite... » Lupo si strinse nelle spalle. « In tanti anni di guerra in Terrasanta ne ho viste di peggiori... e persino di simili. E mai erano state provocate da una strega. Un altro trucco per terrorizzare la gente... o inviare un messaggio. » Questa volta fu Drjangic ad alzarsi. Raggiunse una madia dalla quale trasse una brocca e due coppe di metallo. Versò da bere per entrambi poi, come per suggellare una tregua, ne tese una al suo ospite. Ma gli occhi rimasero fissi e freddi. « Un messaggio? » Lupo si concesse il tempo di bere un sorso di vino resinato, lasciando il suo interlocutore a domandarsi cosa avesse in mente. Lo aveva incuriosito, forse Drjangic si sarebbe scoperto, spinto dall’interesse di capire cosa sapeva il Magister. «Esattamente. Vedete, io credo che quel giovane prete, Gheorghis, avesse scoperto qualcosa... un segreto legato al passato, e che ne fosse rimasto così sconvolto da voler informare il suo superiore. Non sappiamo cosa gli abbia risposto il vicearcidiacono, ma possiamo immaginarlo. Se i suoi capi avessero ritenuto importante ciò che Gheorghis aveva riferito, non sarebbe tornato da solo. Ma non sappiamo con esattezza né cosa avesse scoperto né quali conseguenze possa aver avuto il suo viaggio. E non lo sa neppure il nostro assassino... »
Vicino a Lupo Drjangic, sebbene più piccolo e curvo, teneva testa in quel duello di mezze rivelazioni. Portò la coppa alle labbra ma si limitò a inumidirle. « Proseguite, ascoltarvi è un piacere... qui non capita spesso di parlare con persone così acute. » Lupo lo gelò con una risposta immediata. «Eppure almeno una persona acuta qui esiste. » « L’assassino? » ribatté saldo nella voce il mercante. Lupo abbassò le palpebre annuendo. «Supponiamo che Gheorghis abbia scoperto qualcosa nel passato di questo posto... un segreto pericoloso... o forse persino prezioso per qualcuno che, invece, vuoi tenere tutto nascosto. Questa persona non può correre il rischio che le voci girino o che le scoperte di Gheorghis vengano divulgate. Allora lo uccide e quale miglior sotterfugio per evitare ogni altra ricerca che inscenare il maleficio di una strega? » « Sì, ha un senso... ma la gente è terrorizzata. » « Tanto », continuò Lupo, « da chiedere aiuto a un cavaliere di passaggio, un crociato, anche contro la volontà delle persone che, come voi, ritengono di essere gli unici in diritto di decidere per Korekainé... Ma anche il cavaliere muore con il marchio della strega. E questo è il messaggio: non fate domande, non andate a cercare dove nessuno deve guardare. Mi chiedo: perché? E chi altro sa di questo segreto? » Drjangic scoppiò in una risata feroce, gli occhi sfavillanti. «Oh, adesso capisco... quelle allusioni alla mia posizione, ai tributi e adesso questo... Non penserete per caso che ci sia io dietro a tutto ciò? Vi ho ben fatto capire che questa faccenda della strega mi danneggia e basta. Non ho antichi segreti da nascondere. Ho costruito una piccola fortuna qui, lo ammetto, e con i miei metodi, ma non c’è nulla di misterioso. Giro in queste lande da moltissimo tempo. Ho visto luoghi sulle montagne, in pianura, sulla costa. Questo è il punto che ho ritenuto più adatto per erigere la mia città, e l’ho scelto a ragion veduta. Nessun segreto. Unicamente la mia iniziativa, che può essere solo danneggiata da questo mistero. » « Sì », replicò il Magister. « Ma quali disastri potrebbe scatenare la rivelazione di quello che Gheorghis ha scoperto? » Spazientito, Drjangic agitò una mano di fronte a sé come se volesse scacciare un insetto fastidioso. « Vi assicuro, Magister, che siete sulla pista sbagliata se sospettate di me. » « Non ho detto questo. » « Ma lo avete sottinteso », il tono si era lievemente alzato e rievocava l’immagine di un uomo abituato a comandare, « e non crediate che sia stupido. Sì, è vero, io e i miei amici, Merkos e i fratelli Lajos e Zarko, abbiamo organizzato questo posto e riteniamo corretto guadagnarci qualcosa. Che voi lo riteniate giusto o no, non sono fatti vostri. Non sono fatti che riguardino uno straniero. Per questo eravamo contrari all’idea che un cavaliere errante venisse a mettere il naso e magari a spargere malcontento e sospetto nel paese. Non so se, come dite, la strega sia un’invenzione o si tratti di qualche folle che ha deciso di seminare il terrore per motivi suoi. Merkos non è un soldato di prim’ordine, lo avete ben visto. Ma avrà la meglio, prima o poi. E senza necessità di suscitare strane idee nella testa della gente, come state facendo voi
senza raggiungere risultati, oltretutto. » Lupo dondolò il capo con un gesto che aveva appreso in Oriente e concesse mentalmente al suo antagonista di aver replicato con la necessaria fermezza e, soprattutto, di non essersi lasciato sfuggire nulla. « Sono arrivato da due giorni... abbiate pazienza, Drjangic. Non sono qui per appropriarmi del vostro... potere, se è questo che temete. Vorrei risolvere questo mistero, quanto voi. E ricordate: non vi ho mosso alcuna accusa. Sto solo cercando indizi. » « E allora ditemi perché siete qui. Cosa pensate che possa rivelarvi di utile, se non mi sospettate? » Non ho detto neppure questo, pensò il Magister, ma lasciò la frase nella luce del suo sguardo, sfidando in silenzio il mercante prima di parlare di nuovo. « Ecco, voi siete stato uno dei fondatori di questo posto... » « È vero. » « E ho notato che la chiesa è un edificio più vecchio di quasi tutti gli altri in paese. Del resto nessuno di coloro con cui ho parlato è qui da più di otto mesi. Forse allora voi potete fornirmi un utile indizio. » Come se volesse fisicamente porre uno spazio tra sé e il Magister il mercante tornò alla madia per richiuderla. « Parlate », lo esortò bruscamente. « Forse voi conoscevate il religioso che era qui prima di padre Gheorghis. Dovevano averlo mandato ad amministrare le anime. Ho provato a cercare nella chiesa ma non ho trovato nessuna traccia. » Il viso di Drjangic si aprì in un sorriso che era quasi una sfida. « Ah, non lo sapevate? Quando arrivai qua e decisi di stabilirmi nella regione, la chiesa esisteva già. Non da molto forse, ma era già in piedi. Ed era padre Habras ad amministrare la parola di Dio per i viandanti e i pastori. » « Habras l’eremita? » II mercante annuì con aria saputa, felice di avere acquisito un piccolo vantaggio. « Proprio lui. » « Credevo fosse un discepolo di Barnaba... » « Oh, no... sono passati molti, molti anni dai tempi di Barnaba e non credo esistano più suoi seguaci. No, Habras era un prete della Chiesa del patriarca di Bisanzio. Ma la solitudine, le privazioni... Era... è un uomo strambo. Parla da solo. Dopo qualche tempo, quando il paese cominciava a formarsi, non è più voluto restare a svolgere il suo compito e si è rifugiato in quella caverna. Forse ancor prima che arrivaste voi su quel monte. Sapete, qui il tempo sembra scorrere più lentamente... Ovviamente non si poteva lasciare questo gregge senza una guida. Fui io stesso, nell’interesse di tutti, a scrivere al vicearcidiacono che, nella sua illuminata saggezza, ci inviò padre Gheorghis. Ma, evidentemente, questo è un posto difficile per chi deve prendersi cura delle anime e anche lui... Be’, credo che questo suo viaggio, queste sue scoperte... » Silenzio. Lupo rimase in attesa di altre rivelazioni ma ricevette solo una risata canzonatoria, « Ebbene? » chiese stizzito. Il mercante tornò a sedersi, di nuovo padrone della situazione. « Credo che non
esistano segreti se non nella fantasia di chi li vuole vedere. Personalmente bado agli affari, cose concrete, e non ci capisco molto di quelli che parlano con Dio... ma ritengo che, forse in un modo differente, anche Gheorghis sia, come dire... fuggito un po’ con la mente. È facile qui... » « E i delitti? » Drjangic inarcò un sopracciglio. « Ma è per questo che la gente ha così fiducia in voi, Magister. Voi siete istruito, acuto, formulate ipotesi e magari anche accuse... trovatelo voi il responsabile di tutto questo. A proposito, converrete con me che questo luogo, senza la guida di un prete, può diventare preda della superstizione. Perché non ci pensate voi, a dir messa? Dopotutto avete detto di aver viaggiato, di essere stato in Terrasanta... » Lupo si sentì avvampare, carico di una rabbia sorda. Per qualche istante faticò a contenerla. Infine ci riuscì, ma era diventato pallidissimo ed era certo che il mercante l’avesse notato. « No », disse scuotendo il capo. « Sono qui per prendere un assassino. Ed è ciò che farò. Vi ringrazio, mastro Drjangic, questa conversazione mi è stata molto utile. » « Sempre a vostra disposizione », rispose l’eghemon mentre Lupo se ne andava. Quel colloquio, benché illuminante, non era terminato come il Magister aveva sperato. Drjangic aveva toccato, senza saperlo, un punto dolente e lui... lui aveva quasi perso il controllo. Si sentì esausto. Si avviò verso la locanda che già era buio. Avrebbe ingollato qualcosa e si sarebbe ritirato. Era stata una giornata difficile.
Capitolo 19 Nel corso dei pochi giorni passati da quando aveva lasciato il suo eremo, Lupo aveva notato che la temperatura si era improvvisamente abbassata. O forse era solo un’impressione che la brusca conclusione del suo colloquio con Drjangic gli aveva lasciato come una cattiva nuova, arrivata senza preavviso. La zuppa di cereali che Rada gli aveva servito di malagrazia gli era stata di qualche conforto e certamente una notte al riparo era gradita. Nonostante ciò Lupo non riusciva a prendere sonno. Si agitava sul pagliericcio continuando a pensare alla beffarda proposta dell’eghemon. Prendere lui il posto del prete del villaggio? Come avrebbe potuto? Lui, che neppure osava tenere un crocifisso nella sua casa... Lui che si era macchiato di un peccato che ancora lo perseguitava e che aveva segnato così profondamente la sua esistenza. Si mise a sedere, madido di sudore, la mente improvvisamente lucida nel buio della sua camera. Ma quale peccato? L’idea lo folgorò. E se per tutti quegli anni la convinzione che lo aveva perseguitato spingendolo a muoversi senza posa, a cercare di capire e di espiare, fosse stata solo una fantasia creata dalla sua mente? Come la presenza della strega... Si sentì debole e ignorante nonostante tutta la sua erudizione, vittima di una superstizione che aveva travolto il debole muro della sua fede. Si rivestì in fretta. Aveva bisogno di aria, della sensazione del gelo dell’acqua sulla pelle, anche se ciò avrebbe potuto procurargli un malanno. Ignorò ogni prudenza. Non riusciva più a stare dentro quelle mura, prigioniero delle sue ossessioni. Uscì dalla camera. Voleva raggiungere il lavatoio nel campo dietro la locanda. Fuggire... Stava arrivando al limitare del pianerottolo, in prossimità della scala che portava al piano di sotto, quando rammentò che, per uscire di notte, avrebbe dovuto svegliare Rada e chiederle la chiave. Non sapeva neppure dove la donna dormisse e, di colpo, non gli parve una buona idea. Si fermò al buio e s’impose una serie di respiri profondi, Il sudore freddo causato dall’eccitazione gli lambiva la schiena. Fu in quel momento che colse una presenza, nella sala ormai vuota della locanda. Voci che sussurravano. Due. Incuriosito, si acquattò vicino al ballatoio e, mentre il cuore riprendeva a pulsare a un ritmo regolare, strizzò gli occhi e tese le orecchie. Di sotto filtrava una debolissima luce dalle braci del grande camino. Sufficiente, dopo un po’, per distinguere due figure, ma non per identificarle. Bisbigliavano come cospiratori timorosi. Ombre diafane a metà tra spiriti e veri esseri umani. Ma non era un sogno e quei brusii erano voci reali. « Nessuno deve capire... » «... tranello...» « Coprire... coprire tutto... » «Ho paura...» « Parlerò io con... »
Erano solo brandelli di una conversazione e il Magister non poté comprendere di più. L’umidità provocò un improvviso schiocco in una trave. Il legno faceva udire la sua voce, potente come quella di un morto disturbato da empietà, e, per le coscienze dei due personaggi, fu sufficiente. 11 Magister colse uno scalpiccio, qualche grugnito ancora, poi scorse qualcuno che s’infilava nella fessura della porta affrettandosi a uscire. I cardini cigolarono, la chiave girò nella toppa e, per il tempo di un respiro, Lupo vide un fioco riflesso della brace su una guancia. Rada, sì, lei aveva parlato, aveva scambiato preoccupate parole con il suo visitatore, la persona cui aveva schiuso la via d’uscita. Trattenendo il respiro Lupo rientrò nella sua camera. II turbamento lasciato dall’incontro con Drjangic era sparito. Quel nuovo mistero aveva scacciato ogni altro pensiero. Prima di coricarsi pregò Dio, ringraziandolo. Avrebbe voluto chiedergli perdono, ancora una volta, ma decise di non farlo. Forse era davvero Dio che gl’indicava la strada, una nuova via che richiedeva concentrazione e null’altro. Si levò di buonora, praticò le sue abluzioni e tornò alla locanda. Rada lo aspettava con una ciotola di latte. Non disse nulla ma, per una volta, sembrò meno ruvida. « Avete dormito bene al coperto, Magister? » domandò. « E voi? » Silenzio. In fondo alla sala Lupo vide passare rapidamente la più piccola delle serve, il capo chino e una ramazza in mano. Sapeva quando non era il caso di farsi notare dalla padrona. Dopo qualche attimo d’imbarazzo la locandiera si sedette. Non c’era ancora molta gente e, soprattutto, non erano in vista gli uomini di Merkos. « Nessuno dorme più tranquillo dopo quello che è successo. Avete scoperto qualcosa? » « Credevo che il vostro amico, l’eghemon, vi tenesse informata. » Una smorfia di disprezzo passò sulle labbra della donna. 121 «Amico? Drjangic, kyrios Drjangic, non è amico di nessuno. Dovreste averlo capito. » Lupo bevve il latte caldo con calma, osservandola. Sì, Rada aveva paura. Ma di cosa? O meglio: di chi? « Anche voi dovete versargli un tributo, come tutti qui? » « Be’, allora qualcosa l’avete compresa », ribatté lei. « Certo, e in varie forme... per esempio io vi fornisco alloggio e vitto e non ho avuto molto da discutere in merito. Benché... ecco... siate un ospite meno ingombrante di quanto pensassi. » Lupo le rivolse un’occhiata accompagnata da un’ombra di sorriso. La paura spinge anche i più orgogliosi a cercare alleanze. Rada s’irrigidì come se si fosse accorta d’essersi tradita e aggiunse stridula: «In ogni caso Drjangic mi ha ordinato di darvi alloggio. Lo sapete ». « Ciò significa che gli preme che si trovi la strega... » Rada assunse un’espressione incerta, si protese come se volesse dire qualcosa, poi si ritrasse a braccia conserte sulla difensiva. « Tutti lo sperano, non credete? »
« Già. Ditemi... ho saputo che, prima di Gheorghis, era il vecchio Habras a officiare qui. Lo conoscevate, prima che si ritirasse sulla montagna? » Rada scosse la chioma con un gesto che le fece cadere la ciocca di capelli chiari davanti agli occhi. La rimise a posto. « No, prego Dio Nostro Signore ma non vado d’accordo con i preti. Né quelli nuovi né quelli vecchi. Sono una donna senza marito, una peccatrice, dicono... Non ero nelle sue grazie ma che importa? Quello è proprio matto. » Lupo assentì, poi si alzò borbottando tra sé. «E chi lo sa? Vorrei fargli visita. Potreste prepararmi qualche provvista? Starò via poco...» « Sì, sì, certo... ma state attento, Magister, là fuori c’è qualcosa che non capisco né voglio capire, e può essere pericoloso. » « Gentile da parte vostra preoccuparvi. Starò attento. » Poco dopo il Magister lasciava nuovamente il villaggio dopo essersi fermato ad acquistare qualche frutto da Elena. Camminare in quelle lande era faticoso, ma riteneva importante parlare con il vecchio eremita. L’idea non era piaciuta a Rada, non si poteva spiegare altrimenti quel goffo tentativo di metterlo in guardia, un gesto che mal nascondeva la volontà di spaventarlo. La notte prima l’aveva sentita sussurrare di segreti che dovevano rimanere inviolati. Il problema non era tanto sapere di cosa si trattasse, quanto di chi volesse portarli alla luce e chi, invece, fosse disposto a tutto pur di celarli. Lupo stava elaborando un’idea, differente da quella che aveva seguito il giorno precedente. Ma prima doveva raccogliere altri elementi e, per farlo, voleva parlare con il vecchio Habras. Stava ancora riflettendo quando giunse presso un piccolo campo. Gli venne incontro un uomo, una vanga appoggiata sulla spalla. Era Xander, quella specie di gigante che per primo era venuto a cercare il suo aiuto. « Buongiorno, Magister... cercavate me? » Lupo scosse il capo. « No, ero sulla strada per raggiungere la caverna del vecchio Habras... a proposito, lo sapevate che, prima di Gheorghis, era lui il prete di Korekainé? » Gli occhi vacui di Xander furono una risposta sufficiente. Infatti il contadino gli confermò di aver sempre vissuto fuori dal paese e che, solo quando questo aveva cominciato ad assumere una certa consistenza vi si era recato per vendere il suo raccolto; ecco perché, come molti altri, non sapeva nulla delle sue origini. Lui aveva visto solo il giovane Gheorghis, prima che la strega lo uccidesse. La paura che traspariva dai suoi occhi, ancora una volta, era autentica. « Be’, visto che ho ancora parecchia strada da compiere mi fermerò alla vostra capanna », disse infine il Magister accettando l’offerta di consumare il pasto con Xander. « Sarà un onore per me e la mia famiglia », dichiarò il contadino illuminandosi. « E per me condividere il vostro desco. Ma lasciatemi vedere un po’ quella vanga. Fui io a forgiarne la lama, tempo fa, e direi che ha bisogno di essere affilata. Lo farò con piacere, così mi guadagnerò il pasto. » La caverna di Habras era vuota e non da poco tempo. Lupo vi arrivò che quasi era
già notte e, dopo aver chiamato diverse volte l’eremita, si decise ad avventurarsi al suo interno. Stringeva il bastone con una mano e una fiaccola accesa con l’altra. Era consapevole che non si entra senza cautele nella dimora di un uomo che ha scelto di vivere in solitudine e forse ha la mente sconvolta da qualche suo personale fantasma. Matto o spaventato, Habras aveva deciso di fuggire dalla sua chiesa e di certo non gradiva visite. Avrebbe potuto reagire malamente e il Magister era preparato. Per tutta la strada si era convinto che l’eremita qualcosa doveva sapere di quei segreti che angosciavano gli abitanti di Korekainé. «Habras... non voglio farvi del male... vengo in pace...» Chiamò numerose volte, ma la sua voce riverberò tra le pareti della grotta senza ricevere risposta. Neppure un rumore, una traccia di vita. L’aria era umida e non conservava neppure l’odore acre che Lupo si era aspettato dal rifugio di un vecchio solitario. I resti del fuoco parlavano da soli. Cenere vecchia e in gran parte dispersa dalle correnti d’aria. C’erano i residui di un pagliericcio, una vecchia coperta e nient’altro. Non un crocifisso, né un testo sacro. Habras aveva lasciato la fede al villaggio e adesso aveva abbandonato anche quel riparo. Per un poco Lupo perlustrò la zona, temendo quasi di rinvenire un altro cadavere. Ma la strega, o l’assassino, non erano passati di là. Il buio stava calando e non era il caso di rimettersi a camminare per un sentiero accidentato. Lupo riaccese il fuoco nella caverna e consumò quel poco che gli restava nella bisaccia. Di certo qualcuno avrebbe potuto notare il fumo o scorgere il riflesso della fiamma se fosse passato da quelle parti. Si appoggiò alla parete di roccia, con il bastone tra le ginocchia e gli occhi aperti; non era il caso di dormire. Nel corso della giornata aveva inseguito molte ipotesi e la sparizione del vecchio eremita lo induceva alla prudenza. Era un altro mistero che poteva anche non essere collegato con la strega. Magari il vecchio era finito in un burrone e il suo corpo non sarebbe stato ritrovato per molto tempo. No, si disse, Habras non era scomparso a causa di un incidente. Non si sarebbe portato via tutto, altrimenti. Era scappato, invece, o aveva deciso di rendersi irreperibile anche per quei pochi che sapevano qualcosa della sua vita precedente e dei segreti che la sua mente annebbiata poteva aver conservato. Forse era fuggito perché sapeva che il suo nascondiglio era noto a tutti e che avrebbe fatto bene a non lasciarsi sorprendere. Con quei pensieri il Magister si preparò a un’altra notte all’addiaccio. Di dormire avrebbe avuto tempo in seguito. Doveva stare in guardia e attento. Sarebbe stata una notte fredda.
Capitolo 20 Nessun demone era venuto a tormentarlo e nessuno aveva cercato di ucciderlo. Durante la veglia Lupo aveva udito animali spostarsi nei dintorni, ma nessun segnale di pericolo. Con le membra irrigidite dal gelo e la mente vagamente annebbiata dalla stanchezza decise di lasciare la caverna al mattino. Habras non era tornato e nulla lasciava intendere che l’avrebbe fatto presto. Non era distante dal suo rifugio e, per un momento, fu tentato di passarvi, poi decise di tornare verso Korekainé. Camminando si riscaldò, e un pallido sole lo aiutò a riaversi dalle privazioni imposte dalla notte. Raggiunse un fiumiciattolo che scendeva a valle. Sorrise ricordando che era proprio accanto all’acqua che le streghe venivano a nascondersi secondo la tradizione. Ma chi poteva stabilire da dove fosse sorta tale diceria? Si guardò in giro comunque e, rassicurato, si spogliò per immergersi nell’acqua fredda. Poi, vestito delle sole brache, eseguì alcune rapide combinazioni di attacco e difesa con il bastone. In breve sentì il suo corpo rinascere e la mente schiarirsi. Spostò i piedi sulla ghiaia e roteò i fianchi mentre colpiva con un fendente un immaginario avversario. Arrestò di colpo il gesto per cambiare posizione, la punta del bastone in direzione del bosco. Questa volta non si era ingannato. Qualcuno, vedendolo così assorto nei suoi esercizi, si era avvicinato. Non appena il Magister aveva reagito, però, la figura era tornata all’immobilità confondendosi con la natura aspra. Mantenne la guardia ma distese il volto in un sorriso. « Bravo », disse a mezza voce. Chiunque lo spiasse era in gamba. Niente odori o rumori rivelatori. Di certo non era uno dei soldatacci di Merkos e ciò era già un sollievo. Essere sorvegliato da uomini dappoco lo innervosiva stimolandolo a reagire con violenza quando invece era necessaria la freddezza. Mentre si rivestiva, certo che il suo osservatore si fosse allontanato, arrivò alla conclusione che, chiunque fosse, non aveva intenzione di ucciderlo. Se era così abile, avrebbe avuto occasione di sorprenderlo. Com’era successo per Aymar e il prete, forse era ancora il suo maledetto destino. Sopravvivere dove gli altri morivano. Con quel pensiero in testa Lupo riprese la marcia, rabbuiato, e raggiunse Korekainé quando già il sole stava scomparendo. Sulla soglia della locanda trovò un crocchio di persone: riconobbe Rada, Merkos, Vargo e altri visi noti tra i quali Lajos lo stalliere. Nuovamente lesse la paura sui loro volti ma, in quell’occasione, riconobbe pure un sentimento di ostilità, anche tra coloro che avrebbero dovuto essere suoi amici. «Che cosa succede?» domandò. «Non ditemi che ancora una volta, non vedendomi rientrare, avete immaginato che fossi morto... » «E chi lo sa? Andate, sparite, ritornate...» sibilò Merkos. « Magari siete voi la causa
di tanti problemi. » Silenzio. Con preoccupazione il Magister notò che neppure quelli che avevano chiesto il suo aiuto protestavano. Lajos stava a braccia conserte, appoggiato a un muro, e sorrideva ma senza simpatia. Lupo si fece largo tra la piccola folla cercando Rada che, tra tutti, gli pareva quella meno soggetta a lasciarsi trascinare. Era spaventata, certo, ma mostrava un cipiglio nervoso che tradiva soprattutto rabbia. Un’emozione che anche lui cominciava a condividere. « Allora, Rada, che succede? » «Ditemelo voi, Magister», replicò la locandiera a testa alta. « Venite a vedere cos’ho trovato. » Gli fece cenno di entrare nella locanda e richiuse la porta alle loro spalle, rumorosamente. Lasciando fuori chiunque altro. Era ovvio che in quel momento fremeva d’indignazione più che di paura. Lupo aspettò che manifestasse da sola la causa di quello stato d’animo. « Quando ho accettato di ospitarvi l’ho fatto perché Drjangic me lo ha ordinato... » «Questo me l’avete detto, ma avete anche ammesso che non vi ho arrecato grande disturbo... sinora. » Rada era già sulla scala. Si voltò di scatto. «Ma questa è sempre la mia casa e non mi piace che qualcuno entri o esca senza il mio permesso. » « Se alludete a me... » « No, non alludo a voi... Magister, seguitemi... » Lupo si affrettò a obbedire, sinceramente incuriosito. Giunsero sul ballatoio e, in pochi passi, arrivarono alla porta della sua camera. Le narici del Magister avevano già colto un odore acre, ributtante, e alla luce di una delle finestre riconobbe la fonte da cui proveniva quel fetore. In effetti Rada e gli altri avevano qualche ragione di essere spaventati. Il corvo sventrato e inchiodato alla sua porta non era solo uno spettacolo rivoltante ma anche un segno della presenza del Maligno riconosciuto da tutti. «A quanto pare qualcuno ha cercato d’intimorirmi, inviandomi un messaggio », osservò Lupo. « Ma vi posso assicurare che non è stata una strega... piuttosto qualcuno che vuole che io interrompa le mie ricerche. Una persona che ha segreti da mantenere. » Se aveva creduto d’indurre Rada a scoprirsi con quella frase, Lupo non rimase deluso. In quel momento non c’era solo risentimento sul viso della locandiera ma anche il desiderio di parlare, di svuotarsi l’animo. « Un avvertimento per voi, dite? No, Magister, questo è un avvertimento per me che vi ospito. A qualcuno non aggrada e ha pensato di farmelo capire inchiodando questo animale alla vostra porta. Là fuori pensano tutti a un maleficio, ma io non mi faccio ingannare tanto facilmente. » « No? » «No», ripeté lei a denti stretti. «Avevate ragione... ne so qualcosa di stregoneria. Vecchie storie raccontate la notte da mia madre e dalla madre di mia madre. Conosco il modo di proteggere la mia casa da influenze malvagie. Credetemi, so perfettamente che questa non è opera di una strega e non chiedetemi perché. »
« Cosa dovrei domandarvi, allora? » riprese Lupo quasi divertito di fronte a una tale ammissione. Rada non negava di avere conoscenza del mondo arcano, forse era lei stessa una strega... e, spinta dalla furia, poteva lasciarsi sfuggire qualcos’altro d’interessante. La donna comprese il suo ragionamento e non vacillò. Si protese verso Lupo e sussurrò: « Qualcuno, un essere umano e non uno spirito o uno stregone, si è introdotto nella mia casa per lasciarvi questo regalo. Lo ha fatto per spaventare voi ma, soprattutto, per intimorire me ». « E ci è riuscito? » Lei abbassò lo sguardo e sospirò. « Certo », sibilò. « Cosa facciamo? » domandò poi con una sfumatura d’angoscia. Lupo strappò via il corvo sventrato serrandolo nella mano. « Rispondiamo come non si aspettano che facciamo. Invece di fuggire attacchiamo. Organizziamo una battuta... seriamente. Io stesso la guiderò. Per trovare la strega. Facciamo vedere che accettiamo la sfida, scuotiamo le fronde. Qualcosa cadrà sul terreno. Liberiamoci di questo furbo assassino. Siete con me, Rada? » « Sì », rispose prontamente la locandiera, ma sulla sincerità di una simile alleanza Lupo non avrebbe saputo pronunciarsi. Per il momento, tuttavia, erano dalla stessa parte.
Capitolo 21 Regno di Serbia Il monastero di Stagirca dominava un colle aspro che s’innalzava come un bastione al limitare di una muraglia naturale formata da folti boschi e pendii scoscesi intorno a un territorio relativamente pianeggiante. Anche di notte le fiaccole montate su alti pali e i bracieri inseriti nella torre vecchia sullo strapiombo illuminavano il terreno circostante consentendo ai monaci di controllare un tratto della strada. A valle scorreva il fiume Bora Vina che, più a sud, andava a congiungersi con un più vasto corso d’acqua che segnava il confine con il téma bizantino. I monaci avevano costruito una serie d’ingegnosi canali dai quali ricavavano acqua sufficiente per i loro orti. Era la comunità più grande e organizzata ai confini dei possedimenti dei Nemaja e una tappa obbligata che portava verso il meridione. I tre cavalieri della Croce di Ferro vi giunsero al tramonto. « Abbiamo visitatori », annunciò uno dei monaci alla torre. Il suo confratello, appena arrivato, si avvicinò al bastione che sporgeva direttamente dalla roccia. Il fuoco di un braciere si agitava nel vento. Dalla loro posizione i due monaci riuscivano a scorgere la strada che attraversava i fienili e gli orti. Erano tempi brutti e i briganti non erano rari in quella regione. I monaci non erano dei combattenti ma sapevano individuare rapidamente un pericolo e provvedere a ritirarsi nel monastero al quale era quasi impossibile accedere per il sentiero. Da una torre di legno sull’altro lato del bastione veniva calato un cesto azionato attraverso pesanti funi e una carrucola di legno, un espediente che già qualche mese prima li aveva salvati dall’incursione di una banda di predoni tessali, che si erano limitati a razziare i campi ma non erano stati in grado di fare vittime tra i monaci. Nonostante ciò i due religiosi osservarono i cavalieri che si avvicinavano con una certa apprensione. Ricostruire ciò che veniva distrutto dai briganti era una prova del Signore alla quale non desideravano sottoporsi troppo spesso. «Non sembrano animati da cattive intenzioni», disse uno dei due. L’altro si protese, aguzzò la vista e, finalmente, scorse con maggiore chiarezza le sagome degli uomini a cavallo. «No, portano le insegne dell’ordine della Croce di Ferro... sono cavalieri dì Cristo. » Per qualche istante i due monaci rimasero silenziosi, avvolti dal sibilare del vento mescolato con il crepitio delle fiamme. Lo scalpitare dei cavalli arrivava in cima al torrione grazie alla particolare conformazione della valle. « Dovremo dar loro rifugio per la notte», commentò semplicemente il più anziano dei due. L’altro serrò appena le labbra ma non manifestò i suoi pensieri. Non ce n’era bisogno. In tutta quella parte del mondo era noto il fervore dei cavalieri della Croce di Ferro. Difendevano la purezza della dottrina, cacciavano eretici e infedeli con crudeltà spesso eccessiva, anche se nessuno osava rimproverarli per questo. I monaci di Stagirca seguivano la loro regola pregando e lavorando senza neppure pensare alla violenza come veicolo della volontà di Dio. Una visita dei cavalieri della Croce di Ferro non giungeva come un evento gradito. Nonostante ciò il più anziano esortò il
compagno. « Corri a dare una voce all’abate. Penserò io ad avvisare i confratelli di sotto. » E. monaco più giovane limitò la sua risposta a un inchino e sparì nell’ombra attraverso una stretta porta nel torrione. Ai piedi del massiccio che ospitava il complesso religioso i monaci avevano costruito una stalla davanti alla quale era stata eretta una specie di porta di legno robusto. Oltrepassato quel punto si usciva dalla valle attraverso un valico stretto che, grazie a un ponte di pietra, superava il fiume. Mentre si avvicinavano ai pali sormontati dalle fiaccole, i tre cavalieri udirono il suono di una campana. Erano consapevoli di essere stati visti. Domash Tartu tirò sulle redini sollevando la mano destra per indicare ai suoi compagni di rallentare la marcia. Gli stalloni risposero immediatamente ai comandi e, gradualmente, ridussero il passo sino ad arrivare trotterellando al portale di legno. Due monaci con il saio grezzo e il cappuccio alzato vennero incontro ai cavalieri reggendo torce di resina che diffondevano un fumo profumato e illuminavano la notte di riflessi arancioni. «Il Signore sia lodato, cavalieri», disse il guardiano, un uomo anziano con la barba grigia e ispida che aveva visto molta violenza nella sua vita e, tra tutti i monaci di Stagirca, era uno dei pochi a essere in grado di fronteggiare con fermezza uomini armati, qualsiasi fossero le loro intenzioni. « Sempre sia lodato », fu la risposta distorta dal casco del primo tra i cavalieri. Gli stalloni erano coperti di schiuma biancastra, frementi. Era ovvio che venivano da lontano e la marcia era stata dura e disagevole. « Chiediamo ospitalità per la notte, siamo diretti a sud, nei possedimenti dell’impero dei greci », aggiunse poi il cavaliere in testa al gruppo. Il solo fatto che si fosse servito del termine « greci » per indicare i bizantini tradiva una sfumatura di disprezzo che il monaco colse immediatamente. Quei tre uomini d’arme avevano una missione, uno scopo che li aveva costretti a lasciare le loro terre a nord. Non venivano per pregare, piuttosto per difendere, in qualche maniera violenta, la parola di Dio e nulla li avrebbe fermati. « Saremo felici di condividere con voi il poco che abbiamo e di accudire i vostri cavalli perché possiate ripartire nel pieno delle forze », replicò il monaco. E in fretta, pensò. Di certo Tartu ne colse il tono perché scese di sella con un movimento deciso, come se si preparasse a un duello invece che a salutare un fratello nella fede. I suoi compagni lo imitarono silenziosamente. Il vecchio monaco impartì alcuni ordini in dialetto locale a due religiosi più giovani che vennero a prendere le redini degli animali per portarli alla stalla. « Venite, l’abate vi da il suo benvenuto. Sarete in tempo per assistere al termine dell’officio della sera, potrete rifocillarvi e riposare. » Domash Tartu non si levò l’elmo, restando un’immagine indefinita e minacciosa di fronte all’anziano monaco. « I nostri cavalli restano qui sotto? » « Sì, saranno accuditi con ogni cura e faremo loro buona guardia. Potrete anche lasciare il resto del vostro bagaglio e... »
Tartu si avvicinò di un passo al monaco. Lo stivale protetto da un gambale di metallo pestò la fanghiglia, ricavandone un rumore che suonava come una minaccia. « Come certamente saprete, apparteniamo a un ordine militare. Non lasciamo mai le nostre armi. » Non c’erano regole al riguardo a Stagirca anche se di certo l’abate avrebbe preferito non avere ospiti armati, ma l’anziano monaco comprese che non era il caso di opporsi. «Naturalmente, seguitemi. » I tre cavalieri furono condotti sino a un gabbiotto dentro il quale era già pronto un cesto rinforzato con assi di legno, cuoio e piastre di metallo. Mostrando un’incredibile agilità nonostante l’armatura da guerra, Tartu e i suoi compagni vi salirono. Un rintocco di campana e, dall’alto, alcuni monaci cominciarono ad azionare il meccanismo di carrucole. Dal basso l’anziano religioso rimase con il braccio teso, la torcia serrata in pugno, a osservare il cesto che trasportava i tre lungo la roccia sino al punto d’arrivo. Il sentiero che conduceva al monastero era ripido, stretto e, dopo il tramonto, completamente privo d’illuminazione. Avventurarvisi sarebbe stato pericoloso anche per il più agguerrito dei ladri. Durante le ore notturne il monastero era virtualmente isolato se non per quel cesto che saliva sfiorando i denti di roccia. Con l’oscurità che impediva la visuale, era un’esperienza spaventosa. Il vento fischiava tra gli anfratti, facendo vibrare lo strano mezzo di trasporto. Eppure i tre cavalieri restavano immobili, come se tutto ciò non li sfiorasse neppure. La salita si protrasse per una ventina di minuti e si rivelò faticosa. Il cesto aveva raggiunto un peso che sfiorava il limite e un paio di volte i monaci alla carrucola furono costretti a rallentare sino quasi a fermarsi, esausti. Finalmente i tre cavalieri raggiunsero il casotto di legno sul bastione e vi misero piede. Trovarono ad attenderli una piccola delegazione di monaci con una fiaccola. « Siate i benvenuti in questo rifugio del Signore », li salutò quello che sembrava il superiore, un uomo magro, calvo, con un occhio rovinato da una brutta infezione che lo aveva reso bianco. « Ringraziate l’abate per la sua ospitalità », venne la voce cavernosa di Tartu da sotto l’elmo. « Seguitemi, l’abate vi attende. » I cavalieri s’incunearono dietro ai monaci in uno stretto passaggio di pietra, solo parzialmente rivelato dal riflesso della torcia, ed ebbero accesso a un chiostro interno delimitato da colonne di pietra grezza, attraversato il quale si entrava nella chiesa. Nell’aria notturna risuonavano domande e risposte in greco, una litania che, seppure solo recitata, aveva la solennità di un cantico. Un penetrante odore d’incenso si accompagnava a un fumo azzurrognolo che si muoveva come animato di vita propria al centro della chiesa. Tartu e i suoi compagni passarono tra due file di alti banchi di legno occupati da una ventina di monaci che, imperturbabili, proseguivano le loro orazioni. In fondo alla sala, tra due bracieri, era visibile un sepolcro scolpito nella roccia dedicato al patrono dell’ordine. Era in quel punto che l’edificio rivelava tutto l’ingegno di chi l’aveva costruito. Dalla cupola ottagonale che sormontava il sepolcro pendeva un
grande contenitore di metallo nel quale ardevano incensi e altre essenze. Sei giovani novizi erano destinati al servizio imposto dall’abate. Durante le funzioni il luogo ove riposava il patrono doveva essere costantemente avvolto da effluvi profumati, così i giovani monaci tendevano un sistema di funi che agitava l’enorme aspersorio sopra la sala. Rispettosamente Tartu e i suoi compagni s’inginocchiarono davanti alla tomba del patrono. Lo fecero senza levarsi il casco però, da guerrieri più che da uomini di fede. Chinarono il capo, posarono le ginocchia sulla pietra e si segnarono, quindi seguirono la loro guida attraverso uno stretto corridoio sino a un refettorio riscaldato da un camino. Poco dopo vennero raggiunti dall’abate accompagnato da tre confratelli. L’abate era un uomo ancora vigoroso, dai lineamenti nobili e dalla candida barba curata. « Benvenuti nella nostra dimora. Sedetevi e dividete il nostro pasto nel nome di Dio. » Solo allora Tartu portò la mano guantata a sciogliere i ganci che fermavano il casco alla parte superiore dell’armatura. Liberò il viso brutale e altrettanto fecero Tamask e il terzo guerriero, quello che non parlava mai. « Ringrazio Nostro Signore, abate, per avervi trovati sulla nostra strada », disse il capo dei cavalieri. « Abbiamo affrontato un lungo viaggio e ci aspetta ancora molta strada. Mi chiamo Domash Tarru e questi sono i miei confratelli Gor Tamask e Manfred Koob. Siamo solo di passaggio, ma desidereremmo avere notizie sulla strada che ci aspetta. » L’abate fece ricorso a tutta la sua forza d’animo per mantenersi impassibile. I tre cavalieri avevano l’aspetto di brutali guerrieri più che di uomini di Cristo, nonostante le parole riverenti e cortesi di Tartu. Quello con il capo simile a un Icone, adorno di trecce e ninnoli, doveva essere di origine sarmata e il terzo... Mio Signore, pensò l’abate osservando il cavaliere calvo con gli occhi piccoli e il mento prognato come quello di una bestia... aveva l’aspetto di un boia. « Certo, accomodatevi e ditemi... dove siete diretti? » Tartu posò rumorosamente l’elmo sulla tavola. Si sedette mentre i novizi si affrettavano a portare ciotole di zuppa, formaggio e pane scuro oltre a brocche di vino per i tre ospiti. Prima di rispondere si segnò, imitato dai suoi compagni. Ancora una volta un gesto secco, marziale più che devoto. «A un villaggio chiamato Korekainé nella regione delle Meteore », rispose infine Tartu. L’abate si sedette a sua volta, come ipnotizzato dalla croce sul pettorale del guerriero. « Ne ho sentito parlare, molto vagamente... un luogo sperduto... » « Appunto », replicò cupo Tartu, « un posto dove la parola di Dio è stata dimenticata e forse abiurata. In quel paese ci porta la nostra missione e dobbiamo raggiungerlo il più in fretta possibile. » C’era una sfumatura cupa in quell’asserzione, che confermò all’abate i suoi sospetti. I cavalieri della Croce di Ferro venivano a punire, non a divulgare la parola di Dio. Pregò che la notte trascorresse in fretta e i tre guerrieri lasciassero presto la valle. « Credo, allora, che dovrete attraversare il fiume. C’è un traghetto per i mercanti, non
potete sbagliare: si può raggiungerlo seguendo il sentiero che attraversa il passo. Se non piove ci arriverete in meno di un giorno. » Tartu assentì. Levò il guanto rivelando una mano possente, callosa. Si versò da bere mentre, attraverso la porta della sala, giungeva l’eco dei cantici della sera.
Capitolo 22 Meteore Avevano impiegato tre giorni per organizzarsi, ma finalmente i preparativi sembravano ultimati e la battuta di caccia alla strega stava per cominciare. Era sera e in molti si erano riuniti nella locanda che in quel periodo aveva aumentato i suoi affari. Benché vino e cibo fossero stati consumati in quantità e nelle casse della locandiera fosse entrato parecchio denaro, Lupo l’aveva scorta più volte cupa e tesa, come se tutto quell’agitarsi, lucidare armi e forconi e proferire minacce non la convincesse e la paura la tenesse ancora saldamente prigioniera. Il Magister, invece, era persuaso che affidare a ciascuno un compito, preparare e suddividere vettovaglie e armi di fortuna, caricare muli e asini avesse raggiunto almeno il primo degli scopi che si era prefisso: tenere impegnate le menti e allontanare dagli animi il timore superstizioso. Gli erano capitate esperienze simili in Terrasanta, quando organizzare i crociati contro un esercito invisibile di Saraceni aveva trasformato la paura in determinazione. A volte avevano vinto, altre, nonostante tutto, perso. Ma in ogni battaglia scendere in campo intimoriti non ha mai aiutato nessuno a sopravvivere, men che mai a vincere. «Siamo pronti, direi», esclamò soddisfatto Zarko, lo stalliere, che, tra tutti, era quello che aveva concluso gli affari migliori. Assieme al fratello aveva armato un piccolo esercito diviso in sei squadre, cinque delle quali avrebbero perlustrato i dintorni seguendo i confini tracciati da Lupo su un’approssimativa mappa della regione, n sesto gruppo, di cui facevano parte uno dei soldati di Merkos e alcuni artigiani tra i quali Vargo, sarebbe rimasto a presidiare il paese con ronde regolari durante il giorno e fiaccole accese per tutta la notte. L’idea che la strega avesse potuto infiltrarsi nel villaggio e appendere il macabro avvertimento nella locanda aveva spaventato molti. Certuni avevano persino cominciato a mormorare che la presenza stessa di Lupo portava male. Questi era certo che tali voci fossero state ispirate dal vero responsabile dei delitti, ma lo tenne per sé, limitandosi a lanciare sguardi divertiti a coloro che riteneva possibili sospetti. Dopotutto il vero scopo di quella battuta era proprio spingere l’assassino a venire allo scoperto. « Certo, Zarko », replicò mentre le conversazioni si azzittivano e il suo esercito traeva coraggio dalla circostanza di essere in gruppo. « Domani mattina cominceremo il nostro giro. È importante che nessuno si muova da solo e che tutti, benché armati, siano molto prudenti; per questa ragione ho voluto i corni: chiunque dovesse trovare traccia della strega dovrà avvertire gli altri. » « Storie », tuonò Merkos, « se mi capita a tiro non esiterò a tranciarle la testa con la spada... » Lupo sorrise e bevve un goccio di vino. «Allora spero che l’abbiate affilata quanto basta, Merkos. Abbiamo a che fare con un nemico astuto e abile e il vostro armamento non è in grado di competere... quanto al braccio...» Non terminò la frase, preferendo osservare l’occhiata di fuoco che Drjangic scoccò al suo sgherro, costretto a controllarsi. In città era davvero Drjangic a impartire gli ordini ma, curiosamente,
durante tutti i preparativi della battuta, il mercante di Ragusa se n’era rimasto in silenzio, in disparte. Merkos inghiottì l’umiliazione con un sorso di vino che per metà rovesciò sul mento, poi picchiò il boccale sul tavolo. « E quanto credete che durerà questa caccia, Magister? » «Un giorno o una settimana», replicò serio Lupo, lo sguardo privo di animosità questa volta. «Di notte», proseguì pacato, «accenderemo bivacchi in cima ai colli, lontano dai corsi d’acqua e ben visibili. Non voglio che perdiamo il contatto. » « Un vero stratega, Magister, non ne dubitavo... » intervenne Drjangic. « Posso permettermi una domanda? » Lupo sospirò e aprì la mano con il palmo rivolto verso l’alto invitandolo a esprimersi. Drjangic aveva scelto quel momento non a caso. « Una volta che avrete... localizzato e accerchiato la strega, e non dubito che accadrà grazie alla vostra abilità, Magister, che ne farete? La brucerete? La ucciderete voi stesso? Oppure nel vostro codice ci sono indicazioni per eseguire un esorcismo? » Lupo rimase di pietra. Di nuovo si toccava un argomento che lo rodeva dall’interno. Abbassò le palpebre solo per un istante, poi fissò il mercante. « Come vi ho detto, non sono un religioso e non intendo comportarmi come tale. Sono convinto che la nostra strega sia un furbo assassino con uno scopo preciso. Quando l’avremo scovato lo vedrete tutti. Quindi la questione non si pone. » C’era nella sua voce una tale determinazione che persino l’eghemon esitò a replicare. La porta della locanda si spalancò di colpo. Era Xander che era stato lasciato di vedetta. « Magister », esclamò trafelato, gli occhi sbarrati, « venite a vedere: un prodigio del Maligno, qui fuori! » Era così terrorizzato che Lupo temette che il bastione faticosamente costruito in quei giorni nell’animo dei paesani si sgretolasse. Imponendosi la calma raccolse il suo bastone e si fece largo tra la piccola folla. Seguì il contadino all’esterno. Era già quasi buio, ma la sera aveva qualcosa di differente. In cima a uno dei colli a oriente del paese, verso i pozzi dov’era stato rinvenuto il cadavere di Aymar, ardeva un fuoco. Le fiamme arricciate come barbe di demoni crepitavano lontane, salendo sinuose nel buio e disegnando forme irridenti che immediatamente mutavano per diventare ancor più spaventose. « Un fuoco », disse Lupo con fermezza. «O un prodigio del Maligno?» insinuò Drjangic al suo fianco, evidentemente deciso a proseguire la discussione lasciata in sospeso. Lupo avvertì gli sguardi esitanti della piccola folla intorno a sé. « Una sfida, direi. Chiunque può accendere un fuoco. La nostra strega, o chiunque abbia ucciso quei poveretti, ci ha visto. E vuoi farci sapere che ci sta aspettando. Bene, andremo a prenderlo. » II Magister s’interruppe per un istante, poi volse lo sguardo in direzione della vecchia chiesa: « Come ho detto non sono un prete, ma questa chiesa è rimasta troppo a lungo sbarrata. Apriamo i battenti e invochiamo la protezione del Signore. Che sia una notte di veglia perché domani ci aspetta una giornata difficile ».
L’ordine impartito con autorità tacitò tutti e rincuorò gli spiriti. Sulla collina il falò continuava a bruciare, il riposo non era concesso a tutti. C’erano anime tormentate a Korekainé, alcune più di altre. Lajos, lo stalliere, sgusciò tra le case, infilandosi nella nebbia notturna. Saltellava da un punto all’altro della strada, le mani serrate alla pergamena che qualcuno aveva scritto per lui. Era ignorante, Lajos, non sapeva far di conto e neppure leggere o scrivere. Ma si rendeva conto quando un consiglio era assennato. Perciò aveva accondisceso alla richiesta che gli era stata fatta. Portare un messaggio alla strega o all’assassino. Un’offerta di pace. Prima che l’orrore li travolgesse tutti. A lui che era un uomo era affidato un compito da uomini. Correre un rischio. E benché avesse timore anche del suono del suo cuore, obbedì all’ordine perché sapeva che non c’era altra soluzione. Raggiunse il bosco poi, con le orecchie tese e il cuore in gola, inchiodò la pergamena con il messaggio al primo albero che incontrò. Non si pose l’interrogativo se potesse essere trovato o no dal destinatario: nella sua mente costui era in ogni luogo. Dato l’ultimo colpo di martello si voltò di scatto. La foresta respirava intorno a lui. Forse il Maligno era là, a guardarlo... Quel solo pensiero gli infuse energia. Lajos partì di corsa verso il paese. Se ancora avesse creduto in Dio l’avrebbe pregato di mettergli le ali e nascondere il suo corpo. La croce che Elena gli aveva cucito sulla manica della tunica da pellegrino pesava come un’incudine. La notte trascorsa in meditazione e preghiera era forse servita ai suoi compagni, ma per Lupo di Pietravecchia si era rivelata un supplizio. Alla fine aveva messo a tacere i suoi rovelli con una silenziosa invocazione al Signore, chiedendo forza e risolutezza. Poi si era chiuso di nuovo nella meditazione, concentrandosi sulla respirazione nel tentativo di svuotare la mente da paure e rimorsi e fidando nel perdono di Dio. La mattina successiva, consumato un rapido pasto accompagnato da bevande calde e corroboranti, il gruppo si mise in movimento dividendosi secondo le indicazioni del Magister. Il falò in cima alla collina aveva bruciato per buona parte della notte, ormai ne restava solo una sottile scia di fumo grigio. Prodigio o inganno, Merkos aveva deciso di puntare con il suo gruppo in quel luogo. Lupo non si era opposto. Come compagni aveva scelto solo contadini e pastori, avendo cura di selezionare quelli che gli sembravano i marciatori meno abili. Nonostante quanto aveva ordinato voleva stare da solo anche se, all’uscita del villaggio, doveva mostrarsi ligio alle regole. Notò, sulla porta della locanda, Drjangic e Rada che fissavano quello strano esercito di cacciatori di streghe. Gli sarebbe piaciuto sapere cosa dicevano, ma, in un modo o nell’altro, era certo che l’avrebbe scoperto presto. « Pensi che servirà? » Rada si voltò di scatto verso l’eghemon. « A cosa? » II mercante si strinse nelle spalle. « A scacciare il malocchio dalla regione... a che altro? » « Forse non c’è nessun malocchio sul paese », ribatté lei a denti stretti.
« Cominci a pensarla anche tu come il Magister, Rada? » « E se anche fosse? » II mercante fece un paio di passi sul tavolato dinanzi alla locanda, assorto. « Potrebbe essere pericoloso. Pensa cosa potrebbe scoprire se insistesse con le sue ricerche sul passato, spinto dalla convinzione che la strega non esiste... » « Non dirmi che tu ci credi, Ivo. » « Io? Io non credo a nulla. So soltanto che due poveracci sono morti, nient’altro. È la gente che ha cominciato a blaterare di streghe e malefici, aizzata chissà da chi... Magari è stato qualche brigante... » « E il corvo... il fuoco sulla collina? » n mercante scese in strada con l’evidente intenzione di tornare alla sua abitazione. «E tu cosa pensi, Rada, tu che sai tutto sul Maligno? C’è veramente una strega a Korekainé? » La locandiera pareva scolpita nel ghiaccio. Paura e rabbia avvampavano dietro gli occhi velati da una patina opaca, oltre la quale si potevano appena intuire emozioni roventi. « Io credo che ci sia qualcuno che vuoi farci paura, il perché non lo so. Magari il Magister potrebbe scoprirlo... » Difficile stabilire se fosse una minaccia o una semplice constatazione. Drjangic non sembrò curarsene. Si passò un dito tra la barba ben curata. « Come dicevo, Rada, la tua fiducia in questo Magister è bizzarra, dopotutto. E anche pericolosa... » E senza darle la possibilità di rispondere si allontanò.
Capitolo 23
Dopo tre ore di marcia sul terreno dissestato non era stato difficile seminare i componenti del suo gruppo. Lupo sapeva di contravvenire a un ordine che egli stesso aveva impartito, ma le continue domande dei suoi occasionali compagni di battuta e la consapevolezza che tutta quella messinscena non avrebbe portato a nulla lo avevano spinto a derogare alle sue stesse indicazioni. Dopo aver controllato la posizione degli altri drappelli, aveva accelerato il passo per una mezzora finché non era stato certo che i suoi pochi seguaci non fossero sfiniti. Lavorare nei campi e marciare come un plotone armato richiedevano un diverso allenamento. Impietosito da volti sudati e respiri ansanti, Lupo aveva concesso a tutti una sosta. Trovata una posizione favorevole in cima a un dosso, dove nessuno avrebbe potuto coglierli di sorpresa, il Magister aveva lasciato che i suoi compagni consumassero un po’ di cibo, sapendo che quel periodo di riposo avrebbe permesso loro di recuperare le forze, ma, nello stesso tempo, avrebbe ridotto la loro attenzione. Così la protesta, quando si era alzato dichiarando di voler compiere un giro nella zona circostante, era stata solo formale. Del resto Lupo non aveva intenzione di lasciare sole per molto le sue « pecorelle ». Il tempo di riflettere e vedere se il suo stratagemma aveva sortito qualche effetto. Magari attirare il misterioso nemico allo scoperto. Merkos, come nelle previsioni, si era diretto a spada sguainata nella direzione in cui la notte prima era divampato il falò. Lupo era certo che si trattasse di una falsa pista. Aveva bisogno di trovarsi solo, come qualche giorno prima, con il vantaggio che tutta quella folla infervorata e pronta a catturare la strega avrebbe costituito un problema per il suo avversario e forse lo avrebbe indotto a qualche imprudenza. Tuttavia, sbucando oltre una gola serrata tra due lastre di pietra coperte di licheni, si trovò di fronte a qualcosa d’inaspettato. Il vecchio albero dominava il sentiero. Gigantesco, ancorato al terreno da radici nodose che s’aggrappavano alle rocce e all’erba come dita, aveva un tronco coperto da una corteccia ruvida e irregolare sulla quale si notavano le unghiate di un animale selvatico. Fronde e rami s’intrecciavano come in un’opera d’arte scolpita da un maestro intagliatore. Quel maestoso albero pareva davvero un’opera d’arte, una cattedrale più antica di qualunque edificio di culto eretto dall’uomo in quei luoghi, munito di arcate frondose, sorretto da pilastri di legno scuro e ricco di nodosità sporgenti. Il ricordo di un tempo e di un culto antico che, secoli prima, aveva dominato quelle e altre ancor più lontane regioni. Era un albero sacro, di quelli adorati dai pagani. Il simbolo di una religione arcana nata dallo stupore di uomini incolti e selvaggi di fronte ai fenomeni della natura. Eppure là, tra quelle montagne, reclamava ancora rispetto e imponeva devozione. Lupo vacillò, vinto ancora una volta da vecchi fantasmi. Piantò il bastone nel terreno serrandolo sino a procurarsi un’escoriazione alla mano. I discorsi provocatori di Drjangic, i suoi stessi demoni lo rendevano vulnerabile. Perché era stato proprio di fronte a un albero così, «vivo» in un modo che sarebbe
stato blasfemo solo cercare di spiegare, che la fede di Lupo di Pietravecchia, cavaliere d’avventure, giovane cristiano animato dagli ideali delle chansons e, soprattutto, desideroso di fama, amore e ricchezza, aveva vacillato e ceduto. Senza fiato, chiuse gli occhi tornando a poco più di dieci anni prima in terra d’Aquitania. Era stato un virgulto oscillante tra entusiasmo e insicurezza, allora. Aveva dubitato di sé e, spinto dalla bramosia di gloria che solo l’inesperienza della vita vera può accendere nel cuore di un ragazzo, aveva ceduto. E le conseguenze di quel gesto lo avevano perseguitato per tutta la sua esistenza. Uno scampanellio misterioso, innaturale in quelle lande, lo costrinse a riaprire gli occhi e tornare al presente. Fu un istante terrificante in cui la vista rimase annebbiata mentre l’aria fredda bruciava nelle narici e in gola. Si mosse impugnando il bastone con la punta protesa verso la macchia da cui emergeva l’albero. E questo, di fronte a lui, ritornò a essere ciò che era sempre stato. Una pianta centenaria, cresciuta tra asprezze e temporali ma null’altro che legno, radici e foglie. Quel suono cristallino e insistente tornò a farsi sentire. Era sopra di lui, intorno, gli martellava i timpani. « Chi è? » gridò. Nella mente invocò il suo Dio, pregandolo ancora una volta di perdonarlo e d’infondergli la forza per affrontare ciò che lo minacciava. Di nuovo quel suono, più vicino, distinto. E non veniva dall’albero... certo che no. I fantasmi di quel giorno non avevano niente a che fare con i suoi vecchi spettri. Forse non erano neppure fantasmi. Con un gesto misurato, da soldato di Cristo, il Magister ruotò la punta del bastone assumendo una nuova posizione. Fronteggiava una pozza d’ombra proiettata da alti arbusti su una roccia scheggiata. Lo scampanellio improvvisamente cessò lasciando spazio al silenzio della montagna e la figura emerse dall’oscurità della macchia. Una donna. Difficile attribuirle un’età precisa ma doveva essere giovane. Venti primavere, non di più. Era la stessa figura che Lupo credeva di aver scorto il giorno in cui avevano recuperato il cadavere di Aymar. Magra, pallida, i lunghi capelli color del fuoco che scendevano a boccoli, incorniciando un volto se non bello almeno attraente: ossa sporgenti come spigoli, il naso diritto, le labbra vermiglie che risaltavano ancor di più nel pallore della pelle. Gli occhi, sormontati da lunghe sopracciglia, possedevano una luminosità naturale che paralizzava con la promessa di prodigi oscuri. La ragazza compì un passo in avanti scavalcando una radice e ponendosi in piena vista perché Lupo potesse osservarla a suo agio. Era scalza e dallo spacco del vestito di tessuto grezzo e scuro spuntava un ginocchio quasi bianco, dal quale s’allungava una gamba cinta da una catenella d’argento. Lo scampanellio era venuto da lì, ma non accidentalmente. La misteriosa creatura aveva appositamente provocato quel suono per attirare l’attenzione del Magister. Avanzò ancora, senza paura, portandosi a distanza ravvicinata. Solo un tratto di bastone li divideva, ma lei non pareva temere nulla. Né mostrava di possedere armi.
Alzò le mani sul cui dorso s’inseguivano intrecci di disegni floreali tracciati con xina vernice rossa che Lupo aveva visto usare in Oriente. Non disse nulla, limitandosi a guardarlo con aria di sfida. « Sei tu la strega? » domandò il Magister mentre, rapidissima, gli passava per la mente l’immagine del corpo sfigurato del suo antico compagno d’arme. « Mi chiamo Makya », replicò lei con un tono acuto, che feriva le orecchie. « Sì, forse alcuni di quei valligiani direbbero che sono una strega. Conosco erbe e filtri d’amore... e altre cose meno innocenti. » Si passò una mano sul collo, mostrando lascivamente un lembo di pelle scoperta tra i seni. Lupo protese il capo, la presa sempre salda sull’arma, e notò sulla pelle un simbolo color indaco marchiato a fuoco, simile a una falce. « La Luna », sussurrò. « Tu fai parte della Sorellanza della Luna. » Makya inarcò un sopracciglio e gli concesse un sorriso. « Se hai sentito parlare di noi, allora sai che non siamo assassine e non adoriamo demoni. Tantomeno ci accoppiamo con loro, nonostante ciò che asseriscono i preti. Seguiamo solo una via differente, antica. Soprattutto cerchiamo giustizia. » Lupo si decise, e non senza sforzo, a cambiare la posizione del suo bastone, tenendolo con una sola mano, in verticale. « Giustizia? » « Per i crimini commessi qui, in queste terre. I segreti che tutti vogliono mantenere tali. » « Di cosa stai parlando? » « Di ciò che aveva scoperto il giovane prete, di quello che ha fatto impazzire il vecchio e che ha provocato la morte di due uomini, tra cui un cavaliere. » «Tu...?» Lei non si scompose di fronte al tono aggressivo di Lupo. « Io no. Hai la mia parola, e se cercherai ancora te ne renderai conto. Dopo di che starà a te scegliere. Ti consiglierei di andartene, ma non lo farai. » « E come puoi dirlo con certezza? » Un nuovo sorriso, più enigmatico ma meno sfrontato. « Perché ti ho visto tremare di fronte a quell’albero, perché sei un uomo complicato. Ti ho spiato in questi giorni. » « Dunque eri tu... » «A seguirti? Sì, ma non ho cercato di travolgerti con una frana, né ho fatto nulla di male a te o a nessun altro... per il momento. » « Non mi piacciono i tuoi enigmi! » Lupo protese una mano ma non terminò il movimento. Le dita rimasero aperte nel vuoto, come se qualcosa dentro di lui gl’imponesse di non toccare la ragazza. Lei notò quel gesto abbozzato e dovette trame qualche conclusione perché sorrise di nuovo, beffarda. «Sappi che sono qui per una ragione importante. Cerco qualcosa che appartiene alla Sorellanza e per cui è stato versato sangue innocente... tempo fa e anche oggi. Puoi cercare di comprendere, ma non provare a fermarmi... non ostacolarmi. » Questa volta niente avrebbe impedito al Magister d’interrogare la giovane donna con ogni mezzo necessario. Era scoccata in lui una scintilla così potente da non poter essere soffocata. Ma una serie di rumori, voci e richiami lo costrinsero a volgersi.
« Magister? Dove siete? » echeggiò una voce. Uno dei contadini aveva terminato di rifocillarsi e, notando la sua assenza, doveva aver istigato gli altri a mettersi sulle sue tracce. Dovevano essere appena oltre la gola. Restò solo un istante indeciso sul da farsi. Volse il capo verso lo sperone di pietra che celava il passaggio: ancora non si vedeva nessuno, ma i suoi compagni di caccia dovevano essere vicini. Tornò a cercare Makya... la ragazza era già sparita nel folto d’alberi. Ancora una volta nell’aria tintinnò il suo campanello, come una risata di scherno. Poi il Magister si trovò solo di fronte al grande albero. I valligiani sopraggiungevano e dovette ricomporsi. Decise in un istante di non rivelare nulla di quell’incontro. Almeno finché non ne avesse chiarito il significato,
Capitolo 24 Sbucarono come un’orda, anche se non erano che una decina. Brandivano maldestramente forconi e impugnavano vanghe, ma nei loro occhi c’era la risolutezza che nasce dal timore. In un’altra occasione Lupo avrebbe riso di tale foga, ma restò impassibile. «Magister», disse Eurides, un contadino con le braccia troppo lunghe rispetto alle gambe arcuate. «Cosa succede, siete scomparso e voi stesso avete detto che... » « Lo so ciò che ho detto, amico mio. Come vedete ho con me un corno... se ci fosse stato pericolo vi avrei chiamati. » « Ma », fece il contadino poco convinto, « ci è sembrato di sentire... un rumore strano... » Lupo si avvicinò all’uomo e gli pose la mano sulla spalla con autorità. « In questi casi, Eurides, è importante saper distinguere tra ciò che ci sembra e ciò che è realmente: cos’avete sentito? Sapreste descriverlo? » Un’ombra d’incerta inquietudine passò negli occhi del contadino. La mano del Magister sulla spalla lo intimidiva, pensare non doveva essere la sua qualità migliore. Aggrottò la fronte, poi, con un sospiro, scosse la testa. «Mah... non saprei... una risata, parole. » Lupo mantenne le dita salde sulla spalla dell’uomo, quindi si voltò verso il bosco indicandolo con il bastone. « Sono i rumori della natura, il vento tra le frasche. Qui non c’è nulla. Ho controllato io stesso. » Per alcuni istanti il gruppo rimase immobile di fronte all’albero centenario che si fondeva ora con il bosco circostante. Sassi, vegetazione, aria che sibilava tra le fronde. Eppure era un universo che esercitava una potente suggestione sulle menti degli uomini. «Dunque voi non credete nella strega, Magister?» azzardò Eurides dopo aver deglutito per farsi coraggio e formulare la domanda che turbinava nella mente di tutti i suoi compagni. Una domanda sagace, Lupo doveva ammetterlo. « No », disse confermando la sua decisione di tenere per sé ciò che aveva appena visto, « io credo che ci sia qualcuno che si prende gioco di noi... in maniera crudele ma per uno scopo personale. » Prima che altre domande potessero agitare il gruppo, il Magister ordinò di riprendere la marcia. Per tutto il giorno batterono la zona. A un tratto furono persino richiamati dal suono del corno di uno degli altri gruppi comandato da uno sgherro di Merkos. Un falso allarme ma non per questo meno pericoloso. Andando a frugare in ogni anfratto delle pendici delle Meteore gli uomini avevano risvegliato un’orsa che si era precipitata fuori della sua tana, sbavante, inferocita, per difendere i suoi piccoli. Quella sorta di battaglia terminata con una fuga precipitosa dei cacciatori di fronte al reale pericolo costituito dall’animale riuscì in qualche modo ad allontanare le menti dall’idea del maleficio incombente. I due gruppi si ricongiunsero accampandosi per la notte su un’altura. Furono scambiati segnali con gli altri, ma della strega nessuna traccia.
Lupo sbocconcellò qualcosa, poi trovò un posto relativamente asciutto e comodo e si avvolse nella sua tunica, il bastone a portata di mano. Le voci dei suoi compagni gli arrivavano a fatica, affievolite. La mente era altrove. C’erano, per la verità, due cose che lo turbavano. Una riguardava ciò che Makya aveva rivelato relativamente al motivo che l’aveva spinta da quelle parti. Recuperare qualcosa, un oggetto prezioso o magico che apparteneva a quella Sorellanza di cui si favoleggiava in tutto il Centro Europa ma della quale nessuno aveva notizie precise. Makya aveva parlato di recuperare... quindi qualcosa era stato sottratto e, secondo le sue parole, del sangue era stato versato in passato e anche in quei giorni. La giovane aveva ammesso la sua presenza nella regione, dichiarando persino di aver seguito Lupo ma di non aver tentato nulla contro di lui. Quindi la sua ipotesi che ci fosse un assassino che cercava di farsi passare per la strega prendeva sempre più corpo. Ma più in là, anche volendosi fidare delle parole di Makya, il Magister non poteva spingersi. Poi c’era la stessa Makya. Il suo viso gli tornava alla mente, con una vivezza di particolari come se lo avesse di fronte. Riusciva persino a evocare esattamente il suono della sua voce, come quello scampanellio che si era tanto affannato ad allontanare dalle menti dei suoi ingenui compagni. Perché? Era un incantamento? Un trucco per assoggettarlo alla sua volontà, per dominarlo? Per quale ragione? E perché lui? Con un gesto di stizza che nel buio sfuggì ai suoi compagni, Lupo si spostò nel giaciglio cercando una posizione più confortevole. No, lo sentiva. Non era preda di nessun maleficio. Era sempre lui, un cavaliere maledetto da se stesso ma libero nelle sue scelte. E allora? La verità gli balzò alla mente mentre già il sonno stava per avere la meglio sulla sua resistenza. Dopo molto tempo, tra quella gente e forse proprio perché aveva ripreso il contatto con persone autentiche, Lupo si sentiva solo. E, tra tutti, Makya era la persona che trovava più affine, sebbene per un motivo che ancora non era in grado di spiegare. Ammettere quel pensiero non fu facile, ma quando l’ebbe accettato si sentì sommergere da un’ondata di calore e spossatezza che lo accompagnò dolcemente sino al giorno successivo. L’in